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E.A/09/AG ARTICOLO VISTO Mb/07.pdf E.A/09/AG ARTICOLO VISTO Mb/visto mb 21.02.09.PDF E.A/09/PRES LIBRO E.A/23.02.09 T.3gp E.A/09/index.9.gif E.A/09/index.8.gif AGNELLI: 'VISTO',2 E.A/09/index.7.gif “Edoardo Agnelli Novità: in libreria dai primi di gennaio 2009 E.A/09/index.4.gif E.A/10/Biella libro Ea 4.03.10.mp4 E.A/09/index.10.gif E.A/09/index.3.gif E.A/09/index.6.jpg E.A/09/index.5.gif E.A/10/Biella libro Ea 4.03.10~1.mp4 E.A/09/index.1.jpg E.A/09/index.2.gif in libreria dai primi di gennaio 2009 09 Mb/Mb/PUPPO/index.1.jpg Edoardo Agnelli, un libro su morte E.A/09/PRES LIBRO E.A/21.02.09 CASALE .3gp AGNELLI: SU SALMA AGNELLI: 'VISTO',
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Esclusiva/
Monarchia, impero, dinastia, casa reale. La famiglia Agnelli è una delle
più potenti d'Italia del XX e, forse, dell'inizio del XXI secolo. Ne
esplora i punti oscuri Antonio Parisi nel suo libro "I misteri di casa
Agnelli".
"Ci sono tante cose che nessuno sa sul loro conto - spiega ad
Affaritaliani.it -. Nel 1913 il nonno dell'avvocato Gianni Agnelli
rischiò l'arresto per truffa e falso in bilancio". Sulla morte di
Edoardo, suicidatosi nel 2000: "Non è andata come ci hanno fatto
credere. Sul suo corpo non è mai stata fatta un'autopsia".
E la discussa eredità dell'Avvocato? "Il tesoretto occultato è più
grosso dei 2 miliardi di euro già accertati". Il potere della
famiglia "oggi è calato molto. Ho seri dubbi che la Fiat sia ancora
di loro proprietà". L'INCHIESTA
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I misteri di casa Agnelli in un Libro
Il 15 novembre,
sono stati undici anni dalla morte di Edoardo Agnelli, caduto da un
viadotto nei pressi di Fossano, sull’autostrada Torino-Savona. La morte
venne da subito ritenuta un suicidio , anche se delle incongruenze
dell’indagine condotta, hanno fatto crescere delle diverse possibili
interpretazioni della vicenda. In questi giorni è uscito
un libro di Antonio Parisi che cerca di riaprire la vicenda della
morte di Edoardo Agnelli analizzando giornalisticamente i fatti accaduti
e un’altra serie di eventi legati agli Agnelli come la fondazione della
Fiat, l’acquisto del quotidiano «La Stampa», il suicidio di Giorgio
Agnelli, lo scandalo di Lapo Elkann, la lite tra gli eredi per la
successione all’Avvocato.
Per dieci anni fu
lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di
ottanta metri, fosse stata svolta una regolare autopsia. Anonime “fonti
investigative” tentarono in più occasioni di screditare chi raccontava
tutt’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai
fatta. “L’automobile di Edoardo non presentava impronte digitali, mentre
il motore venne lasciato acceso e il portabagagli aperto. Ma, dico io,
se ci si vuole suicidare si apre prima il portabagagli della propria
macchina? Cosa c’era lì dentro?” Un giornalista tenta oggi di
ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e
inquietante, pubblicando per la prima volta documenti ufficiali, verbali
e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose. Perché la
verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a
ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano
ancora tanti misteri. Non gli unici, però, che riguardano la famiglia
Agnelli. Passando dalla fondazione della Fiat all’acquisto del
quotidiano «La Stampa», dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio
in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore
dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann fino alla lite giudiziaria
tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che,
nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai
più di politici e governanti.
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IL PEZZO MANCANTE [CINEMA.DOC] 4di4 SU EDOARDO E GIANNI AGNELLI
www.youtube.com
[CINEMA.DOC] -- Il
Documentario in Sala è il primo progetto italiano per costruire un
circuito distributivo nazionale di film documentari nelle sale di prima
visione. [CINEMA.DOC] parte nel 2010 nella forma di festival/circuito in
3 sale della Capitale, il Cinema Nuovo Sacher, il Cinema Farnese
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UN FILM CHE PARLA anche DI EDOARDO
per omologare la tesi
del suicidio senza discutere le prove che non e' stato
un suicidio ma un omicidio premeditato ! Peccato poteva
essere una bella occasione per fare chiarezza verso la
verita' ! Mb
Per molti anni nella Fiat, come nella famiglia Agnelli,
le cose più importanti sono state l’obbedienza e il
rispetto della gerarchia. Questo ha causato una catena
di grandi sofferenze nella famiglia e ha condizionato
indirettamente anche l’azienda, entrambe dominate dal
mito dell’Avvocato.
«Che diritto avevo di violare la privacy di una famiglia
che della riservatezza ha fatto una regola di vita? Ma
era giusto che la famiglia che ha condizionato lo
sviluppo economico e sociale italiano per oltre un
secolo si rifiutasse di stabilire una relazione con il
paese? E cosa potevo raccontare di me attraverso la
storia di questa famiglia? Mi sembra che alla fine il
tema della rimozione, diventato centrale, ci possa
riguardare tutti. Non solo perché in gran parte delle
famiglie esistono componenti considerati vergognosi, o
lutti troppo dolorosi, dei quali non si vuole coltivare
il ricordo, ma anche perché il vizio di non fare i conti
con il proprio passato è una caratteristica del nostro
paese: ed è forse una delle cause della paralisi nella
quale appare ormai da anni impantanato».
Giovanni Piperno
Giovanni Piperno
(Roma, 1964) ha lavorato come fotografo
e come assistente operatore in film e spot pubblicitari.
Nel 1992 ha cominciato a coprodurre e codirigere video e
documentari con Laura Muscardin e con Agostino Ferrente.
Nel 1997 ha cominciato a realizzare programmi televisivi
e documentari. Tra i suoi ultimi film, L’esplosione
ha vinto il primo premio al Concorso Doc del Torino Film
Festival 2003 ed è stato candidato al David di Donatello
come miglior documentario, This Is My Sister ha
vinto il premio Avanti! al Torino Film Festival del 2006
e Cimap! Centoitalianimattiapechino, presentato
a Locarno, ha vinto il premio Libero Bizzarri 2009.
Italia (2010, 71')
IL
PEZZO MANCANTE
Italia 2010 (Betacam Digitale, 71', col.)
28°
TORINO FILM FESTIVAL FESTA
MOBILE - FIGURE NEL PAESAGGIO
regia/director
Giovanni Piperno
sceneggiatura/screenplay
Giulio Cederna, Giovanni Piperno
fotografia/cinematography
Giovanni Piperno, Raoul Torresi
montaggio/film
editing
Paolo Petrucci
musica/music
Rinneradio
suono/sound
Maximilien Gobiet
interpreti/cast
Elisabetta Pedrazzi (la voce narrante/Narrator),
Gelasio Gaetani Lovatelli, Taki Theodoracopulos,
Vendeline Von Bredow, Giulia Graglia, Nicola Lazzari,
Marella Caracciolo Chia, Giovanni Sanjust Di Teulada,
Klaus Von Bulow, Afdera Franchetti, Ira Von Fürstenberg,
Marco Bava, Marco Bernardini, Pietro Perotti, Marta Vio,
Daphne Vio Ninchi, Bert Hellinger, Giuseppe Lancia,
Roberto Prinzio
produttori/producers
Gabriella Buontempo, Massimo Martino
produzione/production
Goodtime
distribuzione, vendita all’estero/distribution,
world sales
Cinecittà Luce
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MONTEZEMOLO È PRONTO A SCENDERE IN POLITICA? IO
CERTAMENTE NON LO VOTEREI" - ROMITI RICORDA A MINOLI
QUANDO BELLICAPELLI FU ALLONTANATO DALLA FIAT. COLPEVOLE
DI AVER “VENDUTO” AD ALCUNI INDUSTRIALI UNA SERIE DI
INCONTRI CON L’AVVOCATO AGNELLI. "SÌ, È VERO. MA NON
L’HO CACCIATO. NON C’È STATO ALCUNO SCONTRO, PERCHÉ LUI
HA AMMESSO QUELLO CHE AVVENIVA. ERAVAMO ASSIEME,
L’AVVOCATO AGNELLI E IO, E LUI NATURALMENTE HA LASCIATO
IMMEDIATAMENTE L’AZIENDA. L’AVVOCATO GLI HA PROCURATO IN
SEGUITO UNA POSIZIONE NELLA CINZANO»"
Marco Sarti per "Il Riformista"
Luca Cordero di Montezemolo è pronto a scendere in
politica? «Io certamente non lo voterei». Cesare Romiti,
già direttore generale, ad e presidente della Fiat non
nasconde i suoi dubbi sul numero uno della Ferrari.
Intervistato da La Storia Siamo Noi (il programma
condotto da Giovanni Minoli, in onda questa sera alle
23.30 su Rai Due) Romiti ricorda la sua esperienza alla
guida dell'azienda torinese.
L'argomento della trasmissione è "la marcia dei
quarantamila", la manifestazione dei lavoratori Fiat che
durante la lunga vertenza del 1980 scesero in piazza per
protestare contro i picchettaggi degli scioperanti. Ma
l'ex ad di Alitalia parla anche del futuro della
principale casa automobilistica del Paese e dei
protagonisti dell'industria italiana: da Sergio
Marchionne ad Alessandro Profumo.
Romiti ricorda quando Montezemolo fu allontanato dalla
Fiat. Colpevole di aver "venduto" ad alcuni industriali
una serie di incontri con l'avvocato Agnelli. «Sì, è
vero - spiega -. Ma non l'ho cacciato. Non c'è stato
alcuno scontro, perché lui ha ammesso quello che
avveniva. Eravamo assieme, l'avvocato Agnelli e io, e
lui naturalmente ha lasciato immediatamente l'azienda.
L'Avvocato gli ha procurato in seguito una posizione
nella Cinzano».
1975
Tra i protagonisti della Fiat di oggi, Romiti apprezza
il presidente John Elkann, «un dirigente
affidabilissimo». Dell'amministratore delegato Sergio
Marchionne dice: «Mi sembra uno determinato. In questo
mi piace, perché mi ricorda quello che facevo io». In
passato Romiti aveva criticato la strategia di
Marchionne, tesa a dividere il sindacato.
Oggi conferma: «Trovo che forse sia una strategia non
proficua per l'azienda. La forza sindacale è quella che
ti sta di fronte, quella con cui puoi colloquiare tutti
i giorni. Se ti inimichi il sindacato, e nel caso
specifico il più grosso sindacato italiano, questo ti
sarà contro, ti disturberà, ti rovinerà la fabbrica. È
un lavoro lunghissimo, però bisogna portare tutti i
sindacati sulla stessa linea».
Romiti parla della lunga vertenza Fiat del 1980. Che
seguì da amministratore delegato. «Di quell'esperienza
non ho alcun rimpianto. Credo che la ripresa del lavoro
in Italia, non solo nella Fiat, sia partita da lì». Una
vicenda lontana. Non solo perché avvenuta oltre
trent'anni fa. «Allora c'era molto più senso di
responsabilità - continua Romiti -. Quello che oggi
manca».
Tanto è cambiato anche all'interno dell'azienda:
«All'epoca mia, in Fiat ci si stava anche perché si
aveva la voglia, il gusto, di starci». E ancora: «Il
rapporto che c'è tra la paga più bassa e quella più alta
in un'azienda è enormemente cresciuto. Oggi ci sono
delle sproporzioni assurde». Come si giustificano i
salari dei top manager? «Non si giustificano- conclude
Romiti -. Io sono contrarissimo».
Pochi giorni fa Marchionne ha parlato di un Paese che
«ha perso la bussola». Romiti è d'accordo: «Direi che
non solo ha perso la bussola, ma ha perso ogni senso di
responsabilità. Questi ultimi anni di vita politica del
Paese ci hanno fatto perdere quella cosa che noi
avevamo: il senso della vergogna quando commettevamo
cose che non dovevamo commettere».
Intanto la classe dirigente italiana si impoverisce.
Romiti critica l'addio dell'amministratore delegato di
Unicredit Alessandro Profumo. «Era un leader. Qualche
volta era troppo altezzoso, ma conosceva il suo
mestiere. Come uomo lo stimavo molto». Una carriera
interrotta, sempre secondo Romiti, a causa
dell'invadenza del mondo politico. «Perché la banche -
ammonisce Romiti - hanno tra i loro azionisti importanti
le fondazioni bancarie. E queste hanno nel loro seno la
politica. Anzi, tenderanno ad averne sempre di più. È
uno dei pericoli maggiori che corre questo Paese».
Un
problema sicuramente non recente: «Io ci litigavo -
ricorda Romiti parlando dei protagonisti della politica
di qualche anno fa - qualche volta mi arrabbiavo. Però
era una classe politica migliore di quella attuale».
[07-10-2010]
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Caso Agnelli, i dubbi del documentario proposto da "La
storia siamo noi"
Tutto parte da quella tragedia “misteriosa”, la morte di
Edoardo, 46 anni, il cui corpo veniva rinvenuto la
mattina del 15 novembre di dieci anni fa sotto un
viadotto della Torino-Savona
Alla fine, se ne sa quanto prima. E cioè poco, ma quel
poco che basta per tenere tutto com’era e non smuovere
il caso sulla morte di Edoardo Agnelli. La tesi del
suicidio regge, nonostante le allusioni e le opinioni
messe in onda dal documentario “L’ultimo volo”, andato
in onda su Rai2 nella scorsa puntata de “La storia siamo
noi” di Giovanni Minoli. E in Procura a Mondovì sono
piuttosto sicuri che il fascicolo resterà dov’è. Tutto
parte da quella tragedia “misteriosa”, la morte
dell’unico erede maschio dell’avvocato Gianni Agnelli:
Edoardo, 46 anni, il cui corpo veniva rinvenuto la
mattina del 15 novembre di dieci anni fa sotto un
viadotto della Torino-Savona (fra il casello di Fossano
e quello di Marene) in riva allo Stura nel territorio di
Bene Vagienna. Una caduta di ottanta metri. Il caso finì
in mano alla Procura monregalese, che dopo le indagini
archiviò la vicenda come suicidio. "Lo fu davvero
– si chiede Minoli –, o la verità è un’altra: un
omicidio?".
La
tesi del suicidio non fu fatta a caso, dall’allora
procuratore capo Riccardo Bausone: gli indizi erano
moltissimi. Primo, il corpo era esattamente sotto al
ponte, proprio sulla perpendicolare del punto dove si
trovava l’auto di Edoardo abbandonata. Secondo, le
contusioni sul corpo combaciavano perfettamente con
quelle che si potevano trovare dopo una caduta del
genere (e ogni perizia medica lo ha confermato, sebbene
non fu fatta una vera e propria autopsia). Terzo, la
ricostruzione di quanto aveva fatto Edoardo negli ultimi
giorni e nelle ultime ore avvalorava la tesi del
suicidio: il giorno prima aveva ritelefonato a tutti gli
amici di gioventù, quella mattina era uscito di casa
senza neppure togliersi il pigiama, e la sua auto, una
volta imboccata l’A6, era entrata e uscita due volte dai
caselli, percorrendo quel tratto. Forse proprio per
aspettare il momento adatto, per non essere visto mentre
scavalcava il parapetto. Tuttavia, come spesso accade
nei casi della morte di un “vip” in circostanze simili,
le dietrologie si sprecano. Soprattutto nel caso di
Edoardo Agnelli: una persona la cui vita è stata
ampiamente chiacchierata a causa del suo comportamento e
delle sue attitudini.
Il
documentario di Minoli le sviscera una per una: la
distanza dal mondo imprenditoriale, che faceva di lui un
improbabile erede al timone della Fiat; le simpatie per
le filosofie e per le religioni, una mentalità lontana
da quella affaristica; i suoi problemi con la droga, la
sua psiche fragile, e via dicendo. Ma, per quanto molti
lo considerassero “un personaggio scomodo” (così viene
definito nel filmato) nella dinastia Agnelli, le teorie
dell’omicidio si basano su mere congetture. C’è l’ex
consulente finanziario, che sostiene che Edoardo fu
ucciso perché non voleva firmare alcune carte relative
all’azienda di famiglia. C’è chi sostiene che non si
sarebbe mai buttato, senza lasciare un messaggio
scritto. E c’è addirittura l’ipotesi di un complotto
degno di John Grisham: Edoardo, che nutriva simpatie
verso la religione musulmana, sarebbe la vittima di una
cospirazione sionista temendo... una “deriva islamica”
del colosso Fiat.Dal documentario emerge anche la
testimonianza di un pastore, che confessa di aver visto
il cadavere vicino al fiume ore prima del suo effettivo
ritrovamento: ma i dettagli sono pochi, troppo pochi per
parlare di una riapertura del caso. E infatti le parole
del procuratore capo di Mondovì, Maurizio Picozzi (che
compare anche nel documentario), sono eloquenti: "Ho
visto il filmato – dice –. Interessante, ma non
mi pare che aggiunga molto a quello che già si era dett
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Maurizio Caverzan per "Il Giornale"
- SE RUGGISCE IL LEONE...
Per trovare nuovi spunti, il dg della Rai Mauro Masi ha
costituito un pensatoio con Giovanni Minoli, Maurizio
Costanzo e Michele Guardì. Tra le idee di fine estate
balenate a qualcuno dei tre saggi sembra ci sia un
programma con un conduttore d'eccezione: il
vicedirettore generale Giancarlo Leone. [27-09-2010]
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L'ULTIMA
VERITA' SU EDOARDO: "UCCISO DA UN COMPLOTTO"
Postato il Giovedì, 05 marzo @ 04:35:45 CST di
davide  DI
TONY DAMASCELLI
ilgiornale.it
Il giallo Agnelli jr. Un suicidio pieno di segreti,
l’ombra dell’islam, una serie di lettere strane. Un
libro riapre il caso. In "Ottanta metri di mistero"
raccolte decine di testimonianza. E troppi silenzi
Sostiene Giuseppe Puppo che sulla morte di Edoardo
Agnelli non è stata detta tutta la verità. Forse. Lo
scrive in un libro, edito da KOINè, dal titolo «Ottanta
metri di mistero, la tragica morte di Edoardo Agnelli».
Centosettanta pagine di testimonianze raccolte dal
giornalista scrittore leccese, Giuseppe Puppo, appunto,
scosso improvvisamente nel febbraio dell’anno scorso,
dalla storia amara dell’eredità della famiglia Agnelli,
della causa intentata da Margherita: «Mi tornarono alla
mente le voci, gli articoli, le illazioni fatte al tempo
della morte di Edoardo, quello che riportarono certi
siti internet, il suicidio misterioso, la lotta di
potere, l’esclusione del figlio da ogni ruolo. Per sei
mesi ho raccolto testimonianze di amici, parenti, altre
figure per riscrivere i fatti di quel giorno, il
quindici di novembre dell’anno duemila. Mi sono chiesto:
come mai per la morte di lady Diana sono stati scritti
mille articoli, trenta libri e svolte due inchieste una
in Inghilterra, un’altra in Francia mentre per Edoardo
il caso si è chiuso in quarantotto ore».
A seguito: Ottanta metri di mistero. La tragica
morte di Edoardo Agnelli (Carlo Gambescia);
Ecco il riassunto di un libro che gode della prefazione
di Ferdinando Imposimato, magistrato campano, presidente
onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione,
giudice istruttore di drammatici processi ai terroristi,
dall’omicidio di Moro all’attentato a Giovanni Paolo II.
Imposimato registra, non si schiera ma lascia aperta la
porta all’ipotesi che qualcosa di diverso, da quello
registrato ufficialmente agli atti, possa essere
accaduto. Il libro di Puppo riaccende la luce nelle zone
buie, che sono molte, direi troppe e sulle quali nessuno
ha mai voluto veramente fare chiarezza, confermando il
sospetto o la teoria che qualunque vicenda riguardi o
sfiori la famiglia più importante d’Italia sia destinata
a smarrirsi nel silenzio. Così non vorrebbero alcuni
personaggi avvicinati dall’autore, così non vuole Marco
Bava, analista finanziario, amico di Edoardo, convinto
che il suicidio sia una copertura e l’omicidio la
verità, così il medico legale di turno, il dottor Carlo
Boscardini che si chiama fuori da quel pomeriggio
tragico con il titolo «Io non c’ero», scaricando ogni
responsabilità del certificato di morte sul dottor Marco
Ellena, suo superiore gerarchico, che compilò il referto
con alcune imprecisioni dovute alla fretta, forse, le
tracce di terriccio tra le mani del giovane Agnelli,
difficili da spiegare per chi era piombato da un’altezza
di 90 metri, così come i mocassini ancora ai piedi.
Sceglie il silenzio il medico del 118, accorso per primo
sul posto, non risponde alle domande di Puppo.
E ancora, la strana e ingiustificata assenza degli
«angeli custodi» delle guardie del corpo di Edoardo
Agnelli, le due ore trascorse da quando uscì di casa
alle 7 e un quarto per arrivare, dopo sessanta
chilometri, sul viadotto di Fossano; le telecamere a
circuito chiuso, di casa Agnelli, le cui immagini non
sono state mai riviste; il traffico telefonico sui due
cellulari lasciati a bordo della Croma prima
dell’epilogo, la totale assenza di testimoni alle 9 del
mattino lungo un tratto stradale che registra il
passaggio, a quell’ora, di almeno otto vetture al
minuto, l’abbigliamento di Edoardo Agnelli, il pigiama
sotto la camicia; l’assenza di impronte digitali sulle
portiere e a bordo della Croma, la sepoltura affrettata,
l’esame autoptico mancante; e come una nuvola grigia,
fastidiosa sopra questo scenario già angosciante, la
tesi di un complotto sionista che troverebbe la
giustificazione nell’adesione nel 1974 di Edoardo
all’Islam e sulle conseguenze che questa sua scelta
avrebbe avuto sul futuro dell’azienda e del patrimonio
Fiat, di cui, lui, sarebbe stato erede. Tesi lanciata in
Iran subito dopo la morte di Edoardo (al quale nel
novembre del duemila e cinque è stata intitolata una
piazza di Khomein città natale dell’ayatollah e l’aula
magna dell’università Al Zahra di Teheran), tesi
costruita sul dissidio «religioso» e non soltanto con
l’altro ramo di famiglia, gli Elkann legati al mondo
ebraico, tesi smentita tuttavia dal profondo rapporto
che legava Edoardo a Margherita, ribadito dalle lettere
numerose, accorate nelle quali il fratello confessava il
proprio disagio: «...Margi sono felice ma un poco in
tensione. Papà mi ha parlato di alcuni lavori e di certi
progetti dei quali, lo confesso, nel particolare ho
capito ben poco. Oppure ho capito troppo bene e ora ho
paura di avere inteso una canzone stonata. Lo sai bene
che la mia mente vola alta sopra le megalopoli
industriali e, osservando con attenzione sotto, vedo
poco di buono e tantissimo da trasformare... Vorrei che
papà mi stesse vicino per accompagnarmi lungo i primi
passi del percorso che, immagino, sarà lungo e assai
impegnativo. Mi auguro proprio che questo accada, anche
se pensandoci provo un disagio simile alla paura».
E in un altro scritto Edoardo parla del proprio impegno
in Fiat, dell’idea di affidare le competenze a una
persona, sembra Marco Bava appunto che ne curava il
profilo economico: «Se il potere della nostra famiglia
cadesse nelle mani sbagliate sarebbe una cosa
estremamente pericolosa per questa nazione... Mio padre
si è comportato benissimo fino ad oggi. Ma se non
imposta la propria successione in maniera corretta anche
lui dovrà rispondere delle proprie azioni e dare le sue
spiegazioni davanti a Dio. Questo se lo deve mettere in
testa». E infine il rifiuto di firmare una sorta di
rinuncia ai diritti di «Dicembre» la società finanziaria
della famiglia (che controllava l’intero mondo Agnelli),
in cambio di benefici economici. Ma chi può dimenticare
i problemi esistenziali di Edoardo? La droga, i viaggi
in India, le improbabili lettere scritte ai capi di
Stato di ogni dove? Il suo carattere ora solare ora
buio? Resta il mistero, il libro di Puppo riapre
interrogativi. Come in questi otto anni, ricadranno nel
silenzio.
Tony Damascelli
Fonte: www.ilgiornale.it
Link: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=326849&PRINT=S
5.04.2009
OTTANTA METRI DI MISTERO. LA TRAGICA MORTE DI EDOARDO
AGNELLI
DI
CARLO GAMBESCIA
carlogambesciametapolitics.blogspot.com
Una volta letto e chiuso l’ultimo libro del giornalista
e scrittore Giuseppe Puppo, il pensiero va subito alla
sua capacità di trattare con professionalità e rispetto
un argomento giornalisticamente border line come la
morte di Edoardo Agnelli (Ottanta metri di mistero. La
tragica morte di Edoardo Agnelli, pref. di Ferdinando
Imposimato, Koinè Nuove Edizioni, Roma 2009, pp. 176,
euro 14,00; ma si veda anche il suo sito
http://www.giuseppepuppo.it/ ).
Puppo si muove con eleganza antica nel nobile alveo del
grande giornalismo d’inchiesta, rigoroso, documentato,
pacato. Il libro indaga la morte per suicidio di
Edoardo, quarantasei anni, unico figlio maschio di
Giovanni Agnelli, lanciatosi nel vuoto, dall’alto di un
ponte dell’autostrada A6 Torino-Savona, il 15 novembre
2000: da ottanta metri, come recita il titolo del libro.
Una tragica vicenda. Ma il tocco felpato, non meno
penetrante, dell’autore lascia il segno: siamo davanti a
un libro-inchiesta che si legge d'un fiato, ma che non
priva il lettore di quell' appagamento intellettuale,
sempre più raro, soprattutto in tempi di giornalismo
sciatto e urlato.
Ovviamente l’ipotesi alternativa, che Puppo più che
imporre sottopone al giudizio dei lettori attraverso la
forbita intelligenza dei documenti ( virtù molto
torinese, questa, benché l'autore lo sia solo
d'adozione), è quella dell’omicidio. Dietro il quale si
celerebbero astiose questioni ereditarie interne alla
famiglia Agnelli. Nonché forse più sottili ragioni
politiche e religiose. Probabilmente legate alla scelta
islamica, filo-iraniana e sciita di Edoardo: una
"svolta" spirituale addirittura risalente agli anni
Settanta, e in seguito sempre meno apprezzata, se non
temuta, dalle componenti familiari più filo-semite e
internazionalizzate...
Ma su questo aspetto lasciamo ai lettori il gusto di
scoprire, pagina dopo pagina, l’intreccio, così ben
ricostrutito e indagato da Giuseppe Puppo, in
particolare attraverso interviste e testimonianze
inedite. Il quale, ripetiamo, non impone tesi
precostituite. Ma accompagna il lettore, quasi per mano,
lungo un onesto cammino di ricerca (come nel bellissimo
ultimo capitolo, vero gioiello di fine recherche
introspettiva), persino nei luoghi fisici dei tristi
eventi. A ritrovare quella che con formula felicissima,
Puppo definisce la “geografia dell’anima” non solo di
Edoardo, degli Agnelli, ma di una città , già intrigante
di suo, come Torino.
In realtà, quel che più colpisce di Ottanta metri di
Mistero è il fattore Buddenbrook. Che sociologicamente
rinvia a quella gigantesca e spesso perdente lotta
contro le dure leggi della decadenza sociale. Alle quali
anche il capitalismo, come sistema sociale, soprattutto
se familiare, non può sottrarsi, proprio nelle sue
"micro-articolazioni". Come appunto mostra il modello
per eccellenza di capitalismo familiare, quello della
stirpe dei Buddenbrook, immortalato da Thomas Mann. Ma
ci spieghiamo meglio.
Le pagine di Puppo offrono ai lettori lo spaccato
sociologico di quelli che sono i problemi “dinastici” di
certo capitalismo familiare, ancora vivo - per alcuni,
purtroppo - nell’ Italia del 2009 , ma con radici
lontane nell’Ottocento europeo. Dove, ieri come oggi, le
generazioni al comando, tentano di darsi il cambio,
anello dopo anello. E in che modo? Guardandosi
febbrilmente intorno, sempre in cerca di come sostituire
degnamente gli anelli deboli del sangue, attraverso
politiche matrimoniali e successioni guidate dalla
"cultura" del comando, magari attraverso il meccanismo
dell' “adozione”, non sempre pubblica come invece
avveniva nella Roma imperiale. E così proseguire, grazie
a trasfusioni di sangue fresco, la difficile lotta
contro le costanti della decadenza sociale, dettate
dalla biologia e dalla sociologia degli organismi
sociali. Già Marx, benché in altro senso, aveva parlato
del capitalismo come di un fenomeno vampiresco.
In certa misura, il passaggio epocale, soprattutto
novecentesco, dal capitalismo familiare a quello
manageriale e azionistico, può essere visto come un
tentativo di contrastare le costanti di cui sopra,
sostitituendo alle famiglie (socialmente) mortali, la
specie immortale della "forma" azione. Puntando su
manager sempre sostituibili con altri manager,
all'insegna della continuità, se non perennità, del
comando, detenuto dai possessori delle azioni immortali.
Ma questa è un'altra storia.
Edoardo, così colto e fragile al tempo stesso, non
poteva che essere una vittima designata. Come ogni
anello debole. Vittima di se stesso? Di altri? Per
scoprirlo, o comunque per avvicinarsi alla verità,
consigliamo di leggere l'avvincente libro-inchiesta di
Giuseppe Puppo.
Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com
Link: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2009/03/il-libro-della-settimana-giuseppe-puppo.html
5.04.2009
Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo
Agnelli, pref. di Ferdinando Imposimato, Koinè Nuove
Edizioni, Roma 2009, pp. 176, euro 14,00 –
www.edizionikoine.it |
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Negli
ultimi giorni, i media italiani ( Ansa, Sette, Corriere
della Sera, Oggi, Libero e tanti altri, finanche “La
Stampa”, non ci posso credere ) hanno riscoperto la
complessa questione legata alla tragica morte di Edoardo
Agnelli, su cui avevo condotto, dopo anni di silenzi e
omissioni, la mia inchiesta giornalistica pubblicata
dalla Koinè nuove edizioni, nel gennaio 2009 col titolo
“Ottanta metri di mistero”: è un dato di fatto che essa,
stante i numerosi riscontri avuti già allora, per quanto
non eclatanti come gli ultimi, costituisce la vera
riapertura del caso, con buona pace di quanti soltanto
ora ne hanno rivendicato la paternità.
Tengo
a ribadire che io non avevo fatto un'indagine per
dimostrare che Edoardo fosse stato ucciso: avevo cercato
la verità per quanto possibile, con la limitatezza delle
mie possibilità di giornalista e non di poliziotto, o
magistrato e avevo scritto quello che avevo trovato,
senza pregiudizi.
Poi,
che quello che avevo trovato converge
inequivocabilmente, con almeno una ventina di elementi
concreti e non ipotesi, o congetture astratte, verso la
direzione precisa che smentisce la versione ufficiale
del suicidio, è un altro paio di mani: se avessi trovato
il contrario, avrei scritto il contrario, non mi
stancherò mai di ripeterlo, anche adesso che, alla luce
di nuovi sviluppi, molti dei quali ancora inediti, sto
preparando un secondo libro sull'intera vicenda, per
poterle dare una dimensione organica e abbastanza
precisa, almeno nelle indicazioni di fondo.
Credo
che nel giro di qualche settimana finirò il nuovo
lavoro, che vorrei intitolare “Chi ha ucciso Edoardo
Agnelli?”, tanto per rendere l'idea: ma di questo si
occuperà l'editore che, fra l'altro, devo ancora
individuare. Vedremo.
Nel
frattempo, sollecitato, anzi, tirato per i capelli, da
più parti, ho due, o tre cose da dire, che non possono
aspettare, riguardo il programma di Giovanni Minoli per
“La storia siamo noi”, andato in onda su Rai 2 giovedì
23 scorso, in seconda serata, come si dice in gergo, con
un eufemismo, in quanto è iniziato poco prima di
mezzanotte ed è finito a notte fonda, come di solito
squallidamente avviene oramai per quei pochi programmi
di qualità e di cultura che sono sopravvissuti alla
Chernobyl generale prodotto dalla televisione, pubblica
e privata che sia senza differenza alcuna.
Ciò
nonostante, ho appreso con grande soddisfazione che ha
avuto oltre un milione di telespettatori, più di quanto
fosse ragionevolmente aspettarsi e uno share
lusinghiero, il che dovrebbe far riflettere i
responsabili dei palinsesti, se ancora ne avessero la
capacità propositiva.
Non
avendo altre possibilità, in quanto da alcuni anni non
mi fanno più scrivere su nessun quotidiano, o periodico,
della carta stampata, chiedo ospitalità ai blog e ai
siti di contro-informazione di internet, che poi è anche
meglio: e ringrazio di cuore chi vorrà pubblicarmi e i
lettori che mi onoreranno della loro attenzione.
Nella
trasmissione in questione, sono stato definito di essere
“un complottista” e mi pare di aver già risposto, ma mi
permetto di aggiungere un elemento che non avevo mai
rivelato.
Nel
novembre del 2000, facevo l'addetto – stampa dell'
assessorato alla sanità della Regione Piemonte: mi
sarebbe stato facile, dal mio osservatorio privilegiato,
acquisire atti e documenti, fra l'altro e invece niente.
Invece, anche io, come quasi tutti, non ebbi nessun
sospetto: fui coinvolto dall'impostazione generale che
era stata data, di “suicidio” senza ombra di dubbio,
anche se viceversa, come scoprii soltanto in seguito,
quando, nella primavera del 2008, fra l'altro per puro
caso, iniziai a occuparmi del caso e ho già detto come,
di ombre e di dubbi ce n'erano tanti.
L'altra sera, anzi, l'altra notte, poi, mi sono sentito
dire di essere una specie di speculatore, che si è fatto
pubblicità, nonché di aver fatto col mio libro una
“cazzata”, da parte di un raffinato intellettuale della
Gallia Cisalpina, che, malgrado la sua ancor giovane
età, sugli argomenti relativi a speculazioni, pubblicità
e “cazzate” può evidentemente disquisire con autorità,
dall'alto del suo magistrale curriculum vitae.
Quindi va bene.
Comunque caso mai io, prima di “Ottanta metri di
mistero”, in oltre già trenta anni di attività
pubblicistica, ho scritto una decina fra libri, saggi,
romanzi e opere teatrali e centinaia di articoli di
giornali.
Poi,
se un merito mi piglio, con “Ottanta metri di mistero”,
al di là del poter forse un giorno stabilire se si
tratti di suicidio, oppure omicidio, è quello di aver
restituito ad Edoardo la sua vera dimensione di uomo
attento e partecipe, convinto che un mondo migliore
fosse possibile e intenzionato a dare il proprio
esemplare contributo, intervenendo direttamente nella
realtà dei fatti con i mezzi che avrebbe potuto avere,
se non ne fosse stato estromesso. Questo, io penso che
sia ancora più importante, del poter accertare se morì
suicida, o assassinato.
Come
ho avuto già modo di sottolineare, Edoardo
“..Era
caratterialmente diverso da quello che in molti volevano
far credere. Era sensibile, generoso, estremamente
preparato in economia e in politica internazionale.
Non è vero che non fosse interessato alla vita
dell'azienda di famiglia. Al contrario, creedeva che le
industrie dovessero essere al servizio della comunità e
non viceversa.
Per
alcuni versi, è stato un precursore della finanza etica.
Già otto anni fa, Edoardo aveva previsto, nei suoi
scritti, la crisi del sistema americano che ora stiamo
vivendo".
Di
questo anche l'altra notte qualche cenno è stato fatto,
nel programma di Giovanni Minoli, che è poi il
documentario – inchiesta firmato da Alberto D'Onofrio e
Alessandra Ugolini.
Non
entro nel merito delle singole questioni, e sarebbero
tante, che la visione ha suscitato in me.
Dico
che mi è piaciuto e lo dico senza ironia. Dico che ha
giovato alla causa e lo dico con gratitudine.
Però,
Giovanni Minoli poteva risparmiarsi dal trarre le sue
conclusioni personali, che andavano lasciate alla
sensibilità di ognuno dei telespettatori.
Poi,
le ha tratte sulla base di molte lacune e omissioni, di
merito, presenti nel programma: perché non è stato
inserito quella parte del discorso di Marco Bava, che
dimostra, letteratura scientifica alla mano, che le
lesioni sul corpo di Edoardo NON sono compatibili con
quel volo, da ottanta, o settantatré metri che siano? E
invece è stato fatto affermare il contrario da altri,
sulla base di esami compiuti su rilievi fotografici?
Dai...
Perché è stato omesso di riferire che sul certificato di
morte è stato scritto che Edoardo era alto 1.75 e pesava
75 chili, mentre invece era quasi due metri e in quel
momento andava oltre il quintale? E che zoppicava d'un
piede? E come si fa a sostenere che il povero pastore
supertestimone contrario alla tesi ufficiale è un pazzo
visionario?
E...Va bene, basta. Fra l'altro, io per primo credo che
un programma televisivo non sia il modo più opportuno
per fare discorsi specifici, che necessitano di ben
altri contesti e ben altre sedi.
Potrei continuare a lungo. Ma mi fermo qui: ho già
abusato del vostro spazio e della vostra attenzione. Me
ne scuso e vi ringrazio.
Giuseppe Puppo
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Agnelli/ A 10 anni da morte di Edoardo, 'Oggi'
intervista... -2-
Non coincidono orari degli inquirenti e del pastore
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"Era il 15 di novembre del 2000 e quella notte avevo
dormito nella roulotte che tenevo sotto il viadotto
Generale Romano dell'autostrada
Torino-Savona. Ogni giorno, grosso modo alle 8, mi
alzavo per dare da mangiare alle mie mucche ma, quel
mattino, ero stato svegliato dall'abbaiare dei cani che
mi aiutano nel mio lavoro di pastore di vacche. Uscito
fuori, ho visto i cani che erano agitati e puntavano un
corpo disteso ai piedi di uno dei piloni autostradali,
pochi metri più in là del luogo dove avevo passato la
notte. Avrei scoperto più tardi che quello era il
cadavere di Edoardo Agnelli". Ricostruisce così quel
tragico giorno di novembre il pastore cuneese
rintracciato da "Oggi", contraddicendo la ricostruzione
degli inquirenti sulla vicenda. Edoardo Agnelli quel
giorno di novembre era partito da
Torino alla guida della sua Croma, privo di scorta.
Imboccata l'autostrada
Torino-Savona, l'erede degli Agnelli era uscito e
rientrato più volte attraverso i caselli autostradali
nei pressi di Fossano (Cuneo). L'ultimo di questi
passaggi era stato registrato dal telepass alle ore
8.59. Sempre nella ricostruzione degli inquirenti,
Edoardo, raggiunto il viadotto Generale Romano, avrebbe
accostato la vettura e, saltato il parapetto, si sarebbe
lanciato nel vuoto concludendo la sua vita dopo un
tragico volo di quasi ottanta metri. Tutto questo, però,
è impossibile se si prende per buona la testimonianza di
Asteggiano, che si dice sicuro dell'ora e che non chiamò
i carabinieri perchè all'epoca non possedeva un telefono
cellulare e non intendeva lasciare incustoditi i suoi
animali.
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Agnelli, parla il pm: “Quello di Edoardo fu suicidio”
Edoardo Agnelli
Il
caso fu archiviato come suicidio, ”sono passati quasi
dieci anni e in questo periodo chi avesse voluto
riaprire il caso, portando elementi nuovi avrebbe potuto
farlo. Come può ancora farlo oggi, purché le parole
siano sostenute da prove valide”: lo afferma parlando
con l’ANSA, a proposito della morte di Edoardo Agnelli,
Riccardo Bausone, il magistrato di Mondovì che svolse le
indagini.
Bausone è in pensione dalla fine del 2008 e di quei
giorni serba un preciso ricordo. ”Fatti i riscontri sul
corpo, chiusi il caso come suicidio, anche sulla base
delle tracce lasciata dalla Croma, in transito ai
caselli dell’ autostrada Torino-Savona.
“Esclusi – racconta all’ANSA- che la morte di Edoardo
Agnelli, ritrovato alla base di un pilone del viadotto,
in linea verticale con la vettura, potesse essere
avvenuta con l’ intervento di terze persone dal percorso
dell’ auto. L’auto, proveniente da Torino, sarebbe
uscita a Fossano, poi sarebbe rientrata allo stesso
casello per tornare indietro ed uscire a Marene. Quindi
rientrata a Marene e imboccata la direzione Savona, si
fermò sul viadotto intitolato oggi al generale dei
carabinieri Romano, dove fu poi ritrovata dalla Polizia
Stradale. Proprio quel particolare di avanti e indietro
sulla A6 assunse il significato di aver voluto accertare
con precisione il luogo dove porre in atto il suo gesto.
Quindi lasciata la macchina, scavalcò il parapetto, che
allora non aveva protezioni e si buttò. Tutto accadde in
pieno giorno, senza che nessuno notasse nulla”.
Quindi aggiunge: ”Qualcuno che vantava la conoscenza di
Edoardo Agnelli negli anni successivi venne più volte da
me per sostenere altre ipotesi, spiegando che non
avrebbe potuto scavalcare per via del bastone. Però
dalla ricostruzione dell’evento, la causa della morte fu
ritenuta la caduta”.
”Quando fui avvisato del ritrovamento del cadavere,
prima di intervenire chiesi di verificare che fosse
territorio di competenza della Procura di Mondovì,
consultando il procuratore di Cuneo. Lo era per pochi
metri e quindi mi ci recai. Sul posto c’era già il
questore di Torino, Nicola Cavaliere. Ricordo che arrivò
anche l’ avvocato Agnelli che disse solo se si poteva
agire con sollecitudine per poter portare via il figlio
e dargli sepoltura. Aggiungo solo che sono passati quasi
dieci anni e in questo periodo chi avesse voluto fare
riaprire il caso, portando elementi nuovi avrebbe potuto
farlo. Come può ancora farlo oggi, purché le parole
siano sostenute da prove valide. Se qualcuno avesse
voluto ucciderlo c’ erano posti meno frequentati dove
poterlo fare”.
Alla domanda se l’ autopsia fu fatta o no, risponde: ”L’autopsia
non fu eseguita, anche se allora fu detto fosse stata
fatta, forse usando la parola impropriamente. Fu invece
eseguito un approfondito esame sul cadavere, che non
presentava nessuna violenza precedente, ma tutti i
caratteristici segni della caduta da quasi 80 metri”.
17
settembre 2010 | 17:47
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DIECI ANNI DAL SUICIDIO (PRESUNTO) DI EDOARDO, ULTIMO
MISTERO DI CASA AGNELLI - CI SONO ALMENO VENTI ELEMENTI
CONCRETI CHE SI OPPONGONO ALLA TESI DEL SUICIDIO - UN
GIALLO CHE MINOLI PORTA IN TV: PERCHÉ LA SCORTA NON
L’AVEVA SEGUITO? PERCHÉ NON VENNE ESAMINATA LA
DOCUMENTAZIONE DELLE TELECAMERE CHE CONTROLLAVANO VILLA
SOLE? PERCHÉ LE INDAGINI VENNERO SBRIGATE CON UNA
RAPIDITÀ DEL TUTTO ECCEZIONALE? PERCHÉ SI DECISE DI NON
EFFETTUARE UN’AUTOPSIA? - (UN CASO CHE IL SUICIDIO DI
EDOARDO AVVENGA ALL’INDOMANI DELLA RICHIESTA
DELL’AVVOCATO DI FIRMARE UN ATTO CHE LASCIAVA IL COMANDO
FIAT IN MANO A JOHN ELKANN?)
Enrico Mannucci per "Sette" del "Corriere
della Sera"
1 - DECENNALE DI UN SUICIDIO PRESUNTO...
Un babbo e il bambino in viaggio. Su due sedili,
accanto. Il genitore porge al figliolo l'acqua nel
bicchiere di carta. Un'immagine normale, domestica. La
vecchia foto bianco e nero che tutti potrebbero
conservare. No, non tutti: pochissimi, forse nessuno.
Perché siamo negli anni sessanta, siamo in aereo e
l'aereo è un jet privato, un executive come si
chiamavano. In Italia, allora, chi se lo poteva
permettere? L'Avvocato, quello con la A maiuscola,
Gianni Agnelli. Infatti è lui nelle vesti di papà a
dissetare il figlio Edoardo, che ha un'aria a metà
grata, a metà stupefatta e spaurita.
La
foto non è più banale. Apre spiragli su scenari
familiari che si aggroviglieranno micidialmente negli
anni. Offre i fili per indovinare le più oscure
dinamiche psicologiche. L'immagine arriva a metà di
Edoardo Agnelli - L'ultimo volo, un numero speciale di
La storia siamo noi - va in onda giovedì prossimo alle
23,30 su Raidue, Sette l'ha visionato in anteprima - che
Giovanni Minoli ha curato per il decennale della morte
di un ragazzo che ormai non era più un ragazzo,
dell'erede di una dinastia industriale che non aveva
trovato alcun ruolo nell'impero, di un suicida giù da un
viadotto sulla Stura che alcuni vorrebbero, invece,
assassinato.
Perché quella fine non è lineare, induce alle
dietrologie. Minoli - «Circostanze poco chiare non
convincono sul suicidio» - dà conto di tutte le ipotesi:
quelle che risalgono a beghe familiari come quelle che
tirano in ballo la geopolitica planetaria. Ma, accanto,
fa anche il ritratto "di un uomo sensibile": la storia,
gli affetti, le debolezze.
IL
PIGIAMA SOTTO LA GIACCA
-
Il decennale cade il 15 novembre prossimo. Quel giorno,
nel 2000, Edoardo esce di casa - villa Bona, collina
torinese, poco lontano da villa Frescot, la dimora
dell'Avvocato - verso le sette e venti, giacca di
velluto e sotto, ancora, la giacca del pigiama. Avrebbe
la scorta ma prende la sua Croma e si avvia da solo
(«Era abilissimo a scappare», dice nel filmato la cugina
Tiziana Nasi). Poi imbocca la Torino-Savona, sorte a un
casello e rientra subito, rifà il percorso che più o
meno - stando ai tabulati della Società Autostrade - ha
coperto regolarmente nei tre giorni precedenti.
Si
ferma sul viadotto al chilometro 44,800, territorio di
Fossano, frazione Boschetti. Il viadotto è lungo e
altissimo. Scrive Giorgio Bocca che quei viadotti "non
sono ponti ma alte vie di cemento, quasi delle
portaerei, fra la fredda pianura piemontese e il mare, e
anche, per quelli stanchi della vita, fra la sofferenza
senza fine e la morte liberatrice". Il corpo di Edoardo
viene ritrovato 73 metri più in basso. Lo vedrà lì anche
il padre, avvertito personalmente dal questore di
Torino, Nicola Cavaliere, e lungo il tragitto
tenacemente e disperatamente aggrappato all'illusione
dell'incidente, della caduta fortuita.
IL
GOLPE BIANCONERO
- Nel ritratto della trasmissione, al primo posto fra le
passioni figura la Juventus. Anche perché non è una
spensierata fede ludico-sportiva ma ennesimo terreno di
sotterranei conflitti, e neppure i meno importanti. Uno
dei problemi più evidenti - al limite della banalità -
del delfino che non fu mai era appunto la sofferenza per
non avere la fiducia dell'Avvocato. Lui tenuto fuori dai
centri direzionali dell'impero mentre Gianni, a 23 anni,
era già diventato vicepresidente della Fiat. Dice Lupo
Rattazzi: «Il padre era una persona molto dura e aveva
certe pretese verso il figlio maschio che lui non
riusciva a soddisfare».
Marco Bernardini, uno dei non pochi giornalisti che ebbe
momenti di grande confidenza con Edoardo, ricorda invece
come si lamentasse perché Gianni tornava in elicottero a
Torino, scendeva e abbracciava il cane prima di lui:
«Un'altra volta arrivò una telefonata alle cinque del
pomeriggio. Avvisava che l'Avvocato sarebbe passato a
prendere Edoardo poco più tardi per portarlo allo stadio
dove la Juve giocava una partita di Coppa dei Campioni.
La mattina dopo il ragazzo si svegliò sul letto,
completamente vestito e con una sciarpa bianconera al
collo. Nessuno era venuto a prenderlo».
In
altri casi, Edoardo cerca di bruciare sul tempo queste
vane attese. Se non gli danno un ruolo in Fiat magari
può conquistarselo nella Juve. Il 28 aprile 1986 va in
panchina accanto a Trapattoni, l'allenatore, il Trap. È
una sorpresa, all'uscita i giornalisti gliene chiedono
conto. E lui rilascia un'intervista "correttissima", la
"erre" debitamente arrotata, un orgoglio represso che
ribolle fuori: «Nessuna scaramanzia. Rafforzare il
morale dei giocatori è importante».
Viene chiesto conto a papà dell'imprevista apparizione.
E lui, paternalista al cubo, svicola con un comprensivo
sorriso: «Non ne sapevo nulla. Nessun permesso. No, è
stata una sua scelta». Soprattutto, Edoardo sfiorerà il
golpe bianconero con un'intervista a Bernardini in cui
dichiara scaduto il tempo di Boniperti. Le reazioni che
Minoli ricostruisce valgono poco meno che una guerra
nucleare. Interviene l'Avvocato da oltreoceano,
intervengono quelli che - nella trasmissione - vengono
spesso definiti i "i suoi generali", Grande Stevens e
Chiusano.
Telegrammi, comunicati ufficiali: Edoardo viene smentito
dalla a alla zeta. Dimostra anche coraggio perché
vorrebbero dicesse che il giornalista ha travisato tutto
e lui, invece, conferma la correttezza dell'articolo.
UN
GRILLO PARLANTE ALLA FIAT
-
Gli attriti, i conflitti con l'establishment di casa
Fiat sono innumerevoli, aspri, probabilmente sommersi in
tanti casi. Lui scrive al padre indirizzando al "signor
presidente della Fiat" per "ricordarle che l'azienda
deve produrre automobili, non incentivare la
corruzione". In realtà, poi, neanche la semplice
produzione di auto soddisferà gli scenari immaginati
dall'erede impaziente e già spodestato. Ragiona su
sbocchi industriali alternativi.
Quando Giovanni Alberto Agnelli, figlio di Umberto
fratello dell'Avvocato, viene indicato per la
successione alla guida della Fiat, gli scrive una
lettera di fuoco. Giovannino - che morirà tre anni prima
di lui per un tumore - gli risponde. E finisce tutto in
un patto in cui si giurarono eterna solidarietà. Pino
Buongiorno osserva: «Giovannino aveva la testa al
business, Edoardo era un filosofo».
Chiosa Bernardini: «Sono convinto che se Giovannino
fosse vivo, sarebbe vivo anche Edoardo». Il trauma si
ripete - stavolta con un'intervista televisiva - quando
la scelta cade su John Elkann. Il figlio di Gianni è
sempre più lontano dalla fabbrica, dalla holding, dagli
infiniti affari di famiglia. I tempi che precedono il
suicidio sono segnati da burrascose trattative per
fargli rinunciare ai diritti ereditari in cambio di una
sostanziosissima buonuscita. Qui si innestano i
sospetti. Giuseppe Puppo, un giornalista, li ha
depositati in un libro (Ottanta metri di mistero; Koinè
nuove edizioni): «Ci sono almeno venti elementi concreti
che si oppongono alla tesi del suicidio».
Perché la scorta non l'aveva seguito? Perché non venne
esaminata la documentazione delle telecamere che
controllavano villa Sole? Perché le indagini vennero
sbrigate con una rapidità del tutto eccezionale? Perché
si decise di non effettuare un'autopsia? E altri notano
come fosse diventato un "personaggio pericolosissimo, un
grillo parlante che disturbava assai l'universo Fiat".
Un anno dopo la morte la teoria del complotto criminale
è stata rilanciata con un servizio della Tv iraniana.
Stavolta con un retroscena politico-religioso: Edoardo
viene celebrato come un martire musulmano ucciso dagli
ebrei Elkann. «Le religioni gli interessavano molto»,
dice Gelasio Gaetani Lovatelli, un amico di Edoardo, uno
di quelli cui telefonò - senza annunciare nulla,
comunque - il giorno prima della morte. E nella
biografia si incontrano studi che spaziano all'islamismo
all'induismo, fascinazioni per guru indiani, ribadito
interesse al misticismo orientale. Osserva Lupo Rattazzi:
«Abbracciare altre religioni era un aspetto del suo
carattere che si ribellava verso le cose costituite».
Interviene, però, Minoli: «La tesi è suggestiva ma
assolutamente priva di fondamento. Nessuno degli amici
di Edoardo conferma l'assunto di partenza, cioè che lui
fosse un musulmano praticante». Senza spaziare fino alle
crisi mediorientali, un elemento sconcertante, però,
c'è. E a due passi dal viadotto sullo Stura. Luigi
Asteggiano è un pastore, di mucche e piemontesissimo.
Davanti alla telecamera dichiara di aver visto il
cadavere schiacciato sotto il ponte poco prima di dare
da mangiare alle bestie.
Questo è un appuntamento fisso, alle otto di mattina,
massimo le otto e mezzo. Come si concilia questa
testimonianza con l'orario d'ingresso in autostrada
registrato dal telepass alle 8,59? E con l'affermazione
dell'Avvocato che, a caldo, dice di aver ricevuto una
telefonata da Edoardo poco prima delle 9? Se Edoardo era
già morto alle 8,59 chi ha guidato la macchina su e giù
per la Torino-Savona? La risposta non c'è. C'è un
complesso di pareri e di perizie scientifiche che
accreditano il gesto solitario.
Luciano Garofano, capo del Ris di Parma fino all'anno
scorso, valuta il punto di caduta - "sulla ortogonale
rispetto al guard-rail del viadotto" - assolutamente
compatibile con la caduta spontanea. È vero, poi, che è
strano come nessuno fra chi percorreva quella strada
abbia notato una persona che si arrampicava sul
parapetto e si lanciava nel vuoto. Ma ancora più strano
sarebbe immaginare che nessuno abbia visto diverse
persone che ne buttavano un'altra - presumibilmente
niente affatto consenziente - di sotto.
A
favore della tesi del suicidio c'è poi, potente, la
consapevolezza dell'instabilità psicologica e dei
problemi - «L'uso per quanto limitato e saltuario di
sostanze stupefacenti» - del giovane Agnelli. Dice cruda
Tiziana Nasi: «A parte il fatto che si è parlato
immediatamente di suicidio... Poi cosa è meglio? Almeno
lì ha seguito il suo istinto, ha ammesso di non avere la
forza di vivere. Come la trovi la forza di buttarti giù
da un viadotto? Ci deve essere uno stato di esaltazione,
o creato chimicamente dal tuo cervello, o, dico io, più
facilmente creato da qualche sostanza chimica esterna».
E
Lupo Rattazzi è ancora più duro: «Sarei felice mi
dicessero che l'hanno ucciso, vorrebbe dire che non era
così disperato». C'è un punto in cui non si può andare
oltre. Minoli lo affronta sapendo che al fondo più vero
non si arriverà mai: «Se i dati medico-legali confermano
la tesi del suicidio, resta la domanda: perché?»
2
- LE PAROLE DI LAPO ELKANN, SINCERE FINO ALLA CRUDEZZA:
IO, LUI, E LA VOGLIA DI AUTODISTRUZIONE
Lapo Elkann è ormai perfettamente a suo agio nella parte
di reincarnazione (con minori responsabilità)
dell'Avvocato, battitore libero con licenza di dire
parolacce e crudezze per altri sconvenienti. Nella
trasmissione di Minoli parla spesso, padroneggia il
video, mette e toglie gli occhiali da sole, sintetizza
efficace il ritratto di Edoardo:
«Una persona bella dentro e bella fuori. Molto più
intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un
insofferente che soffriva, che alternava momenti di
riflessività e momenti istintivi: due cose che non
collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». E
in poche battute dipinge anche un quadro dei rapporti
familiari, in quella Villar Perosa "dove ci sono state
tante gioie ma anche tanti dolori".
Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per
lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio
nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da
un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere...
i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente
mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato
l'indicazione di John Elkann, suo fratello, a erede
ufficiale per la guida dell'impero Fiat: «Credo che la
parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni
Alberto. Poi, Yaki è stata come una seconda costola
tolta. Ma si rendeva conto che non era una posizione per
lui».
Nessuna concessione alla tesi dell'omicidio: «Credo che
di cazzate se ne dicano tante. Tutti hanno bisogno di
riempire la carta e i format». E nessuna reticenza, poi,
sulla "metà oscura" dello zio, ricostruita partendo
dalla propria biografia: «Non ho voglia di fare
confronti ma aveva un lato autodistruttivo che in parte
ho avuto anch'io. Solo che lui, penso, non ne sia mai
uscito. Io ho avuto problemi con la cocaina, che è un
certo tipo di droga, ti dà iperattività, ti spinge a far
girare il mondo. Lui con l'eroina che ti fa vivere senza
vivere. Sono due cose diverse. L'eroina gli ha permesso
di offrire i fianchi al mondo.
Ma
poi i problemi in Kenya l'avevano indebolito ancora di
più. La mia storia non c'entra niente con la sua, ma
quel momento di vuoto è uno dei più difficili della
vita. L'unica cosa che a me diceva era: stai attento
perché è pericoloso».
Non lo sapeva dire abbastanza anche a se stesso, pare
dire Lapo fra le righe: «La voglia non ti va mai via.
Avrai sempre dei film in testa. Allora è un percorso
duro quello che devi fare. E devi avere le palle per
dire mi rimetto in gioco. Nell'immaginario collettivo
sei il figlio di Agnelli, puoi fare quello che vuoi. Non
è vero, è dura». Lapo è giovane ma nella saga nera degli
Agnelli che tanto ricorda quella dei Kennedy ha già
vissuto tante occasioni tristi: «Ma la morte di Edoardo
è quella che mi ha toccato di più: una persona che non
ha vissuto la sua vita, non vedeva possibilità a una
vita felice».
[15-09-2010]
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COMUNICATO STAMPA
RIFLETTORI PUNTATI SULLA TRAGICA MORTE
DI EDOARDO AGNELLI
Sulla morte di Edoardo Agnelli non è stata detta tutta
la verità. A riaccendere i riflettori, a dieci anni
dalla scomparsa del figlio di Gianni Agnelli e Maria
Caracciolo, l’inchiesta tv di Giovanni Minoli
all’interno della rubrica “La storia siamo noi” in onda
giovedì 23 settembre (RaiDue, 23.30). Un anno fa, a
riaprire le domande sui dubbi ancora irrisolti, è stata
la Koinè Nuove Edizioni con l’uscita, nel febbraio 2009,
del libro di Giuseppe Puppo “Ottanta metri di mistero.
La tragica morte di Edoardo Agnelli”. Una vera e propria
inchiesta giornalistica, condotta in presa diretta, che
ha portato all’acquisizione di molti elementi concreti.
Numerosi gli interrogativi al centro dell’inchiesta:
cosa si nasconde dietro la tragica morte di Edoardo
Agnelli? Fu vero suicidio o un complotto ai danni del
futuro erede della famiglia più potente d’Italia? Dopo
anni di silenzio, l’autore affronta, avvalendosi di
testimonianze inedite, uno dei tanti misteri rimasto
ancora insondato. Il libro di Puppo riaccende la luce
nelle zone buie sulle quali nessuno ha mai voluto
veramente fare chiarezza, come le tracce di terriccio
tra le mani del giovane Agnelli, difficili da spiegare
per chi era piombato da un’altezza di 80 metri; il
medico del 118, accorso per primo sul posto, che ha
scelto di non rispondere alle domande di Puppo; la
strana e ingiustificata assenza delle guardie del corpo;
le telecamere a circuito chiuso, di casa Agnelli, le cui
immagini non sono state mai riviste; la sepoltura
affrettata, l’esame autoptico mancante. E, infine, la
tesi di un complotto sionista che troverebbe la
giustificazione nell’adesione nel 1974 di Edoardo
all’Islam e sulle conseguenze che questa sua scelta
avrebbe avuto sul futuro dell’azienda e del patrimonio
Fiat, di cui, lui, sarebbe stato erede. Tesi lanciata in
Iran subito dopo la morte di Edoardo (al quale nel
novembre del duemila e cinque è stata intitolata una
piazza di Khomein città natale dell’ayatollah e l’aula
magna dell’università Al Zahra di Teheran).
Ufficio Stampa
Raffaella Rosa |
su
«sette» l'anticipazione del Programma di Minoli dedicato
al caso
Il
giallo di Edoardo Agnelli
Un'inchiesta tv riapre le domande
A
dieci anni dalla scomparsa, dubbi ancora irrisolti
su
«sette» l'anticipazione del Programma di Minoli dedicato
al caso
Il
giallo di Edoardo Agnelli
Un'inchiesta tv riapre le domande
A
dieci anni dalla scomparsa, dubbi ancora irrisolti
MILANO - Un «insofferente che soffriva», uno che «non
vedeva possibilità di una vita felice» (Lapo Elkann,
nipote). Un «adolescente perenne», un «Pollicino che si
doveva confrontare con la grande storia di una grande
famiglia» (Vittorino Andreoli, psichiatra). Uno che «si
ribellava verso le cose costituite» (Lupo Rattazzi,
cugino).
Edoardo Agnelli, figlio di Gianni e Marella Caracciolo,
era di tutto questo un po'. Classe 1954. Un uomo stretto
fra solitudine e filosofia, affascinato dalle religioni,
deluso dalla vita. La mattina del 15 novembre 2000 si
alzò di buon'ora nella sua villa, collina torinese.
Infilò la giacca sul pigiama e «scappò» dalla scorta, si
mise alla guida della sua Croma, imboccò la
Torino-Savona e tirò dritto fino al chilometro 44,800.
In quel punto - territorio di Fossano - c'è un viadotto
alto 73 metri. Ed è fra i ciottoli e le erbacce ai piedi
dei suoi pilastri che il corpo di Edoardo viene trovato,
quella stessa mattina, dal pastore Luigi Asteggiano.
Sono passati dieci anni ma è come se il tempo si fosse
fermato. Le domande restano le stesse. È stato un
suicidio? E come mai nessuno lo ha visto quando ha
accostato, è sceso, ha scavalcato il guardrail e si è
buttato? Perché non è stata fatta l'autopsia? E se
invece fosse stato un omicidio? Seguendo quest'ipotesi
si finisce negli orari che non tornano: per esempio il
pastore che dichiara di averlo trovato fra le otto e le
otto e mezzo mentre il telepass dell'autostrada segna il
passaggio della Croma alle 8.59. Poi c'è la scorta che
non lo segue: come mai?
La lista delle domande senza risposta è ben più lunga.
Le ha messe tutte in fila Giovanni Minoli con la sua La
storia siamo noi. La puntata di giovedì 23 settembre si
intitolerà L'ultimo volo (Raidue, ore 23.30) e sarà
dedicata al giallo di Edoardo Agnelli, alla sua vita
bruciata e a quel che resta del suo ricordo. Sette, il
magazine del Corriere della Sera in edicola domani,
anticipa l'inchiesta tivù con un lungo servizio
(Decennale di un suicidio presunto). Nelle sue pagine
un'intervista a Minoli, la ricostruzione del caso,
fotografie di casa Agnelli, parte dell'intervista
rilasciata a Raidue da Lapo Elkann e il profilo
psicologico di Edoardo a cura di Vittorino Andreoli.
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Mercoledì 15 Settembre 2010 08:38
di
Marco Bernardini
Era più o meno come adesso, con l'estate sorpresa nel
passo di addio. Lei sarebbe tornata, l'anno successivo.
Il mio amico e maestro no. E tutti e due lo sapevamo.
Giovanni Arpino non parlava più. I suoni azzerati dal
bisturi, comunicava con l'irrinunciabile penna Bic che,
un poco, sbavava sui foglietti del bloc notes. "Muoio
per tutto quello che ho fumato. Pentito niente.
Dispiaciuto, un poco. Un consiglio per te, giovane
amico. Fai in modo che, non sempre ma spesso, la tua
parte toscana metta all'angolo la ritrosia un tantino
ruffiana del tuo essere anche piemontese. Urla, se ti
va, anziché sussurrare. Indro avrebbe desiderato, da
parte mia, la stessa cosa per rendere ancora più
incisivo il suo Giornale. Non sono stato capace,
condizionato da una vita di giornalismo alla torinese
per la "busiarda". Se mai ti capitasse l'occasione,
smetti il fioretto è impugna la clava. Una volta almeno,
provaci". Lo rividi mai più. Cercai di immaginarlo,
eternamente boogartiano come lo avevo conosciuto in giro
per il mondo a raccontare storie di pallone, ma il mio
sguardo non riuscì ad andare oltre il legno del faggio
dove era stato blindato per il trasporto terreno. Dopo
fu altra cosa e con Giuanin parlo spesso.
Oggi, per esempio, che mi tocca scrivere una storia
parallela su tre piani i quali, tuttavia, di fatto si
intersecano. L'opera documentaristica e cinematografica
di una autrice fiorentina, Alessandra Ugolini. Un
cognome che, sicuramente, provocherà tempeste emotive
non indifferenti nelle anime viola di una città dove il
calcio non è mai soltanto un gioco. Il secondo filo
della matassa. Quello legato alla figura dell' ingegner
Ugolino Ugolini ovvero l'uomo che regalò a Firenze un
totem chiamato Giancarlo Antognoni. Eppoi, tornando al
lavoro di Alessandra, la sua opera prima, per la regia
del marito Alberto D'Onofrio, intessuta intorno alla
figura di un principe rinascimentale nato, suo malgrado,
in tempi sbagliati e allevato in una corte altrettanto
sconosciuta e persino ostile al suo carattere gentile.
Un muro contro muro senza possibilità di sopravvivenza
per uno dei due elementi. Tantè, Edoardo Agnelli, unico
figlio maschio dell'Avvocato, morì dieci anni fa e il
suo corpo venne trovato sul fondo di un precipizio alto
sessanta metri lungo l'autostrada che da Torino porta a
Savona. Di quel principe, senza corona e senza scorta,
fui amico autentico e cioè fraterno per quindici lune.
Tanto che, due anni dopo il suo volare via, sentii il
dovere di raccontare lui e la sua breve esistenza
"italiana" in un libro. Una sfida. Una guerra, per certi
versi, lunga di anni e combattuta nei sotterranei
dell'esistenza quotidiana, cadenzata da miserie e da
paure assortite, oggi vinta nell'istante in cui domenica
alle 18,30 le luci in sala del teatro Gobetti, di
Torino, si spegneranno e sullo schermo, in anteprima e
nel quadro del Prix Italia, verrà proiettato per "La
Storia siamo noi" di Giovanni Minoli il
film-documentario "Edoardo Agnelli". La felicità, urlata
come vorrebbe Arpino, è condivisa dai coraggiosi editori
torinese della "Spoon River-Graphot", dalla sorella di
Edoardo Margherita de Palhen che mi ringraziò per essere
stato "il primo e l'unico ad aver dato voce a mio
fratello", anche dal cielo credo per la voce di Susanna
Agnelli la quale mi disse semplicemente "Grazie". Gli
occhi le brillavano. Quel che racconta il libro, lo
documenta per immagini e riflessioni aggiuntive il film.
E, dopo la vernice torinese, chi lo vorrà vedere potrà
farlo in prima serata sulla Rete Educational della Rai
tra quindici giorni. Quel che è interessante, al
momento, è capire il come e il perché gli autori abbiano
deciso di volare tanto in alto intraprendendo una strada
a dir poco scivolosa che avrebbe potuto, nel migliore
dei casi, portare al nulla più totale. Alla base di
Edoardo, dal libro al film, l' esigenza intime e
irrefrenabile di compiere un'impresa. Soprattutto nel
nome dell'amore per la verità oltreché per il prossimo.
Alessandra Ugolini questo tipo di rara qualità se la
trova scolpita nel Dna che il babbo le ha saputo
trasferire.
"Nascere e crescere con la Fiorentina addosso. Mi creda,
questa già di per sé rappresenta un'impresa non
indifferente in una città per la quale il gioco del
pallone e, meglio ancora, la squadra di casa è
un'autentica ideologia. Mio padre volle sposare
quell'ideologia e, per otto anni, ne fece la sua ragione
di vita. Era un buon ingegnere, ma lui voleva essere un
ottimo presidente. Non erano stagioni facili,
certamente. Era l'epoca, negli Anni Settanta, dei
padroni del calcio "ricchi e scemi". Il mio babbo non
era ricco, almeno non come gli attuali burattinaio del
pallone. Ma neppure scemo. Tant'è, riuscì a battere la
concorrenza di tante società più potenti di quella viola
e regalò a Firenze Giancarlo Antognoni ovvero il
giocatore prima e l'uomo adesso che simboleggia
l'eternità di un'intera città. Fu quella,
sostanzialmente, l'impresa epocale del mio papà che
pure, sul piano sportivo, vinse anche un paio di Coppe
Italia. Io ero piccina, ma lo seguiovo passo dietro
passo lungo questa affascinante strada viola".
Viola come il ricordo dei fiori cha Antognoni non
dimenticava mai di portare in dono alla cinque sorelle
Ugolini quando decideva di far visita nella casa del
presidente. "Rammento che una volta mi venne anche a
prendere all'uscita della scuola. Bene, da quel momento,
diventai la beniamina dell'istituto e soprattutto venni
eletta dai maschi come la loro mascotte. Vede, quella
non era una squadra di calcio ma una famiglia. La
famiglia Ugolini allargata, così la voleva mio padre. Le
vacanze in ritiro con loro, per esempio. Oppure, al
cinema tutti insieme il sabato pomeriggio. La Fiorentina
come motivo di festa, quando si vinceva. Ma anche di
dramma. Avevo nove anni e ricordo il terrore per quelli
che, in tribuna, ci volevano aggredire. Fu l'ultima
stagione per mio padre, come presidente. Lo scorso anno,
al suo funerale, ho rivisto tutti i suoi ragazzi". Quasi
tutti, ahimè. Molti, troppi di loro se ne sono andati
lasciando su questa terra dubbi e sospetti atroci. " Gli
stessi dubbi e sospetti che hanno turbato gli ultimi
anni di vita di papà. I due medici della squadra di
allora erano amici e professionisti fidati. Lui ha
cercato, per i fatti suoi, e indagato. Voleva vederci
chiaro. Non è riuscito anche se, negli ultimi tempi,
insisteva molto sulla presenza di pesticidi nel terreno
di gioco. Penso proprio che uno dei nostri prossimi
lavori sarà sul trema delle misteriose morti viola".
Viola come il fiore, di campo, che svolazzerà nella sala
del risorgimentale teatro torinese domenica pomeriggio.
Delicato e fragile, come lo fu Edoardo, per un malinteso
senso di appartenenza a una dinasty dove nessuno può
permettersi il lusso sacro di farsi vedere mentre
piange. E se papà Ugolino battè il potere al tavolo del
poker per Antognoni, Alessandra e suo marito con la
benedizione di Minoli hanno voluto e saputo fare
altrettanto abbattendo il muro di un silenzio
insopportabile. Cosa che la presenza di un libro, da
sola, non avrebbe potuto fare. L'impresa appunto. "Nel
film, a differenza di quel che accade nel romanzo-verità
dove ci si limita a prendere atto che Edoardo è morto,
si arriva ad una conclusione diciamo così pratica. Non
posso svelarla, ma poi non è neppure questo che conta.
L'impresa era quella di raccontare la storia di un
giovane uomo andando oltra anche a quello che era un suo
importante cognome. La persona Edoardo e soltanto dopo
il personaggio Edoardo. E la cosa che ci ha fatto
piacere più di ogni altra è stata l'intervista che ci ha
rilasciato Lapo. Un autentico intervento a cuore aperto
dove il giovane nipote di Edoardo confessa tutte le sue
similitudini e addirittura le aderenze caratteriali e
umane che sentiva di possedere con lo zio. Sarà un
momento di grande commozione in sala, ne sono certa". E
una stella, allo zenit sopra Torino, si accenderà per
brillare più intensamente di tutte le altre
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RCS: DA ASSEMBLEA VIA LIBERA A
BILANCIO 2009 ...
(Adnkronos) -
Via libera dell'assemblea di Rcs MediaGroup al bilancio
2009. Lo si legge in una nota. L'assemblea ha anche
deliberato di coprire la perdita netta dell'esercizio,
pari a 36,1 mln di euro, attraverso il parziale utilizzo
della riserva utili portati a nuovo. L'assemblea ha
quindi rinnovato al cda l'autorizzazione all'acquisto e
disposizione di azioni proprie. In virtu' di quanto
autorizzato, l'acquisto di azioni proprie ordinarie e/o
di risparmio potra' avvenire per un numero massimo di
azioni il cui valore nominale non ecceda il 10% del
capitale sociale, per permettere alla societa' - che
oggi detiene lo 0,6% circa del proprio capitale sociale
ordinario - di "mantenere un importante strumento
di flessibilita' gestionale e strategica".
- RCS: PERRICONE, NON ESISTONO
TRATTATIVE PER CESSIONE TESTATE...
(Adnkronos) -
'Non esistono trattative per singole testate o gruppi di
testate'. A dirlo e' l'Ad di Rcs Antonello Perricone, a
margine dell'assemblea del gruppo, rispondendo ad una
domanda sulla riflessione che Rcs ha in corso sulla
cessione di asset non strategici. Perricone ha precisato
che non ci sono 'obiettivi numerici', quantitativi,
sulle cifre da ricavare da queste cessioni.
- RCS: PERRICONE, NUOVO PIANO
INDUSTRIALE SE PROSEGUE TREND POSITIVO...
(Adnkronos) - Se
il secondo trimestre di Rcs dovesse confermare
'l'andamento dignitoso' del primo 'credo ci sarebbero
tutte le condizioni per elaborare un piano industriale
triennale che presenteremo entro fine anno, facendo
coincidere il budget del 2011 col primo anno del piano'.
A dirlo e' Antonello Perricone, Ad di Rcs, nel corso
della conferenza stampa che ha fatto seguito
all'assemblea. "Prudenza si impone" - ha
continuato. 'Tutto il 2010- ha detto - sara' ancora un
anno di sacrifici e testa bassa ma con forte, fortissima
attenzione allo sviluppo dei ricavi".
- RCS:
PERRICONE, SERIE RIFLESSIONI SU CESSIONE ASSET NON
STRATEGICI...
(Adnkronos) -
'Sono allo studio serie riflessioni su questo argomento
sia in Italia che all'estero'. Antonio Perricone,
amministratore degelato di Rcs, ha risposto cosi' nel
corso dell'assemblea del gruppo alla domanda di un socio
sulla cessione di asset non strategici.
QUANDO
SDOGANERA’ PERRICONE L’ARTICOLO DI VISTO SULLA MORTE
DI EDOARDO AGNELLI PRONTO dal 15.11.09 ? Mb
|
MASI, SODDISFAZIONE PER MINOLI E RUFFINI...
(Adnkronos) - Il direttore generale della
Rai, Mauro Masi, al termine della seduta del Cda Rai di oggi
ha espresso "viva soddisfazione" per il voto all'unanimita'
da parte del Consiglio con il quale e' stata costituita la
struttura Rai che seguira' le celebrazioni per i 150 anni
dell'Unita' d'Italia affidandone la responsabilita' a Giovanni
Minoli.
'Quello
dei 150 anni dell'Unita' d'Italia -sottolinea Masi- e' un
appuntamento storico, civile e sociale che richiede un grande
impegno da parte della Rai. Abbiamo scelto di avvalerci della
grande professionalita' di Giovanni Minoli, da sempre uno dei
punti forza della Rai, certi che sia la persona giusta per un
incarico cosi' importante nell'ottica del servizio pubblico
radiotelevisivo".
"Sono
altresi' certo -aggiunge Masi- che Paolo Ruffini sara' in
grado di raccogliere l'eredita' di Giovanni Minoli arricchendo
le strutture che saranno a lui affidate con nuovi contenuti e
nuove idee. Voglio altresi' sottolineare che le proposte
approvate dal Cda, sia per Giovanni Minoli che per Paolo
Ruffini, sono pienamente coerenti con le regole, con la
tradizione e con la complessa governance aziendale'.
27.04.10
QUANDO
SDOGANERA’ MINOLI IL PROGRAMMA SULLA MORTE DI EDOARDO
AGNELLI PRONTO dal 15.11.09 ? Mb
|
CHI
VUOLE PUBBLICARE IL FASCICOLO DELLA QUERELA CHE MI FATTO
MARCHIONNE PER FIAT PER AVER DETTO CHE PER ME EDOARDO AGNELLI
E’ STATO UCCISO ?
CONTIENE
L’INTERO FASCICOLO SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI !
Mb

PIZZI,
THE “FIRST” (DA SPIA A DAGOSPIA) – "Agnelli per
anni ha tolto dalla circolazione le foto del figlio Edoardo
che andava a disintossicarsi nella comunità di Amelia.
Dopodiché arrivavano la pubblicità Fiat o un’auto nuova
per giornali e giornalisti. Se vuoi viaggiare in Bentley come
Corona, è così che funziona" - "DAGO È UN AMICO,
PERÒ MENO LO VEDO E MEJO ME SENTO”…
Stefano
Lorenzetto per "First"
Maria
Angiolillo è stata la sua involontaria musa da viva e ora,
anche da morta, continua ad assistere Umberto Pizzi, l'Alinari
dei salotti romani. «Melania Rizzoli pensava di tenermi fuori
dalla cena che ha dato in onore della candidata Renata
Polverini, voleva lasciarmi giù al portone. Le ho detto: ahò,
ma chi te credi d'esse', la Angiolillo? Mi ha subito fatto
entrare, anche se il marito Angelo non mi pareva troppo
contento».
Ecco
perché a Sant'Andrea delle Fratte c'era anche Pizzi alla
messa di trigesimo per la vedova del fondatore del Tempo,
confuso nei banchi fra gli amici più cari della defunta,
Gianni Letta, Bruno Vespa, Francesco Caltagirone Bellavista e
gli immancabili Giuseppe Consolo, padre di Nicoletta Romanoff,
e Sandra Alecce, moglie di Franco Carraro, il primo ad
arrivare e l'ultima a lasciare Villa Giulia, detta anche
Villino Maria, mentre Pizzi si congelava o si liquefaceva, a
seconda delle stagioni, sullo scalone di Trinità dei Monti.
È andato per riconoscenza, lui che in chiesa non ci mette mai
piede e si dichiara «ateo de sinistra rosso antico».
È
andato senza macchina fotografica, lui che non se la stacca
dal collo nemmeno quando fa pipì. Era lì solo per suffragare
l'anima buona di «Mariasaura, fondata nel 1918», come la
chiamava con affettuosa perfidia Roberto D'Agostino, che in
dieci anni di paparazzate firmate da Pizzi e pubblicate sul
cliccatissimo sito Dagospia ha consegnato alla posterità
tanto l'una quanto l'altro.
A
dire il vero, i reportage fotografici D'Agostino li ha sempre
firmati «Umberto Pizzi da Zagarolo». Il complemento di
origine strizza l'occhio all'ultimo tango di Franco Franchi,
però non rende giustizia all'intrepido cronista che in mezzo
secolo di carriera ha lavorato per tutti, da Time a People,
mettendo insieme un archivio di 1,3 milioni d'immagini
protetto dal ministero per i Beni culturali in quanto «rappresenta
testimonianza unica e particolare della vita politica e
sociale del nostro Paese». Ora Pizzi sta lavorando con
D'Agostino a un secondo Cafonal, il mostruoso
campionario degli «italioni nel mirino di Dagospia», che
Mondadori pubblicherà in autunno.
Il
ritrattista ufficiale della «Roma godona» sembra
l'inoffensivo Cucciolo dei sette nani, solo un po' cresciuto:
un metro e 82. In realtà il Rapporto 116 del dossier
Mitrokhin lo qualificava come un contatto affidabile reclutato
nel 1970 dal Kgb. Nome in codice: Walter. Sette anni di
onorato servizio. Dopodiché l'agente segreto avrebbe
comunicato a Mosca che il suo grado d'istruzione, «diplomato
alle commerciali e autodidatta», non gli consentiva di
sostenere le conversazioni di elevato profilo necessarie per
procurarsi informazioni riservate.
Pizzi,
sposato da una vita con Nena, se la ride: «Una storia
assurda. Se davvero fossi stato una spia, oggi vivrei di
rendita, le pare? Invece a 72 anni mi tocca ancora lavorare
per D'Agostino e per Il Tempo. Quando uscì questa
brutta notizia, pensai che la gente m'avrebbe sputacchiato per
strada. Macché, mi guardavano tutti con invidia e
ammirazione. Lì ho capito che l'Italia non è un Paese
normale».
Da
spia a Dagospia il passo è breve.
«Non
nego d'aver sempre avuto i miei informatori. Ma solo nel
lavoro. Per il National Enquirer arruolai come gola
profonda un collaboratore di Stefano Casiraghi, il marito
della principessa Carolina di Monaco. Mi spifferava i segreti
di Casa Grimaldi. Lo pagammo per due anni».
Di
soffiate se ne intende.
«La
Angiolillo s'incazzava a morte. Telefonate di fuoco perché le
rivelassi il nome del giuda che mi passava data e ora delle
sue cene. Una sera arrivò a fare il totospia con l'aiuto del
generale Nicolò Pollari, il capo degli 007 del Sismi. I
sospetti si appuntarono su un unico commensale: Mario D'Urso.
L'ex senatore amico di Gianni Agnelli mi voleva menare. Alla
fine dovetti stringere un patto con la Mariasaura: le svelerò
il nome del traditore quando saremo entrambi in pensione.
Purtroppo è morta prima del mio ritiro».
Perché
ha sentito il bisogno di partecipare alla messa di trigesimo?
«Per
simpatia. Ho sempre studiato i caratteri dai visi. E sono
giunto alla conclusione che la Angiolillo, al di là delle
sfuriate, era una donna molto buona».
E
quale salotto ha preso il posto di Villa Giulia?
«Ma
nessuno, nessuno! Prova ne sia che negli altri salotti vengo
ammesso liberamente. Siamo alla parata del potere. Esserci è
l'imperativo categorico. Frotte di presenzialisti che
gareggiano nel farsi fotografare, unico modo per dimostrare
prima di tutto a se stessi che esistono, che contano qualcosa.
A Roma ogni occasione è buona per apparire e gozzovigliare.
Non si fermano nemmeno quando muore il Papa. Organizzarono una
cena con danza del ventre all'Ultima luna, un locale libanese
sulla Nomentana, mentre Giovanni Paolo II era ancora sul
catafalco».
Insomma,
la Angiolillo non ha eredi.
«Forse
una c'è, la baronessa Gaby Bassatne, una parruccona tremenda
di origine italiana, moglie di un creso libanese. L'ho vista
ai funerali e anche all'ultima sfilata di Lella Curiel.
Indossa certe batterie di gioielli Cartier... Ha organizzato
una soirée ristretta al ristorante Mirabelle dell'albergo
Splendid Royal, fra via Veneto e Villa Borghese, e mi ha dato
il permesso d'entrare. C'erano tutti gli Angiolillo boys,
Vespa in testa».
Ma
il vero padrone della capitale chi è?
«Il
costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero,
del Mattino di Napoli e del Gazzettino di
Venezia, nonché suocero di Pier Ferdinando Casini. È lui
l'ottavo re di Roma».
Il
primo capitolo di Cafonal
s'intitolava «Quello che resta degli Agnelli». Che resta?
«Resta
Lapo, poverino, ricattato da gente di cui si fida, è questo
l'aspetto più orribile. Della madre Margherita non parliamo
neppure. Ai funerali della zia Susanna la scansavano tutti, a
cominciare dai figli di primo letto. L'unica che le stava
vicino era Ginevra».
Di
Fabrizio Corona che cosa pensa?
edoardo
agnelli
«Non
voglio neanche pensare. Ma fa il mio mestiere? Io non l'ho mai
visto con una macchina fotografica in mano. Però ha capito
che si pigliano più soldi a non pubblicare le immagini che a
pubblicarle. Non è che abbia inventato nulla. Si fa da sempre».
Come
sarebbe a dire?
«Sarebbe
a dire che Agnelli per anni ha tolto dalla circolazione le
foto del figlio Edoardo che andava a disintossicarsi nella
comunità di Amelia. Dopodiché arrivavano la pubblicità Fiat
o un'auto nuova per giornali e giornalisti. Se vuoi viaggiare
in Bentley come Corona, è così che funziona. E infatti io ho
girato per 11 anni con una Punto sgarrata e mo' me so' fatto
la più piccola delle Hyundai e un motorino Kymco. Tutto made
in Corea, la roba che costa meno».
Però
anche lei fu pagato da Agnelli per foto mai uscite.
«Vero.
Una sera pizzicai l'Avvocato all'uscita del Jackie O' in
compagnia di una modella americana, Ramona Ridge. Si fece
subito vivo Luca Cordero di Montezemolo e mi chiese di
comprare l'intero servizio. Gli risposi che vendevo solo ai
giornali. I cinque scatti furono acquistati in esclusiva dall'Eco
dell'Industria. Allora ero ignorante, non sapevo che si
trattava di un giornaletto nell'orbita Fiat.
Se
avessi venduto quelle foto a un rotocalco, mi sarei potuto
comprare un appartamento. Ma da Agnelli non ho mai preso
ordini. Semmai è accaduto il contrario: l'ultima volta che lo
fotografai, a Sankt Moritz, chiesi a lui e a donna Marella di
togliersi gli occhiali da sole e loro obbedirono».
Dello
scandalo di Piero Marrazzo che va a trans con l'autoblù della
Regione Lazio che idea s'è fatto?
«Una
storiaccia triste. Lei sa che io sono di quella parte...».
Quale
parte?
«Ahò,
parte politica, precisiamo! Nei ruoli istituzionali un minimo
di etica ci vuole. Sennò finisci come monsignor Franco
Camaldo, cerimoniere di Benedetto XVI, che ho beccato fra
Amanda Lear e le drag queen a una festa trash dello stilista
Gai Mattiolo mentre scattava foto col suo telefonino».
I
Bertinotti divorziano o no?
«Eh,
secondo me Fausto cià ragione: la Lella ha ecceduto in
presenzialismo. Così lo danneggia. Lui se n'è accorto troppo
tardi. È ancora molto innamorato. Ma li vedo in crisi».
Come
nasce il fotoreporter Umberto Pizzi?
«Per
caso. A 12 anni già lavoravo: falegname, facchino nei
cantieri, lavapiatti, aiuto infermiere. A 18 mi offrirono di
accudire il proprietario dell'hotel Ambasciatori Palace, al
quale era stata amputata una gamba. Lo scarrozzavo con le sue
due Rolls-Royce. Avevo comprato una Voigtländer a soffietto
usata, per hobby fotografavo alberi e facce. Una
fisioterapista dell'albergatore vide i miei lavori e mi
presentò a una photoeditor della Fao.
Comprai
la prima Nikon e cominciai a girare il mondo per conto di Freedom
from hunger, la campagna dell'Onu contro la denutrizione.
Fotografai i minatori turchi di Zolguldak, i beduini del
deserto fra Giordania e Arabia Saudita, i profughi curdi in
Irak e Iran. Ma la Fao pagava poco e così al ritorno
m'intruppai fra i paparazzi romani».
Primo
scoop?
«Romano
Mussolini che entrava all'albergo Sitea con la madre di Sophia
Loren. La suocera, per intenderci. Diedi le foto a Gente,
ma non furono mai pubblicate. Mi dissero che le aveva bloccate
il produttore Carlo Ponti, il marito di Sophia».
La
Loren era uno dei suoi bersagli fissi.
«Sull'isola
di Santa Lucia, nei Caraibi, mi fece persino arrestare. Il
pedinamento più costoso della mia carriera. Aveva una love
story con un endocrinologo francese. Mi scoprì e chiamò la
polizia. Tre giorni in una prigione spaventosa, con una
gavetta dentro cui galleggiavano croste di pane e mosquitos.
Nel 1978 la sorpresi a Parigi, a Port Maillot, dentro una Mini
Minor guidata proprio da lui, il professor Emile-Etienne
Beaulieu, l'inventore della pillola abortiva Ru486».
Ha
perseguitato anche Liz Taylor.
«A
Capri, nella villa di Valentino dov'era ospite con Richard
Burton, s'attaccava alla bottiglia appena sveglia. I primi tre
giorni al Grand Hotel di Roma li passava chiusa nella suite al
primo piano a bere. Una volta arrivò col miliardario Malcom
Forbes e uscì sul terrazzo dopo la doccia, il capo
inturbantato da un asciugamano. S'accorse della mia presenza e
mi salutò col dito medio alzato verso il cielo.
Alla
Cabala la vidi portare via di peso dai gorilla dell'armatore
Aristotele Onassis, ubriaco fracico pure lui. Un'altra volta
le cadde per terra un brillante mentre danzava mezza sbronza
al Brigadoon. Sembrava impazzita. Alla fine fui io a
ritrovarle il brillocco. Voleva concedermi un ballo per
sdebitarsi. Le dissi: a Liz, lassa perde' e famo le foto
piuttosto».
C'è
qualcuno che non è mai riuscito a fotografare?
«A
Stefano, ma te pare? Nun me sfugge gnente. O prima o poi li
fiocino tutti».
L'evento
più cafonal al quale le è capitato d'assistere?
«Niente
è più cafonal della politica. Ogni tanto mi faccio dare
l'accredito per seguire i lavori a Montecitorio e a Palazzo
Madama. Terrificante. Gente che dorme, dita nel naso,
scollature su seni rifatti... Il cafonal è l'aspetto
prevalente della società odierna, è dilagante, è ovunque.
Non a
caso la foto che mi ha regalato in assoluto più fama l'ho
scattata non a Roma ma a Venezia, alla festa per i 18 anni
della figlia di Maria Gabriella di Savoia, quando Francesca
von Thyssen, ramo acciaierie, è comparsa alle tre di notte a
Palazzo Volpi, sul Canal Grande, con un abito di Versace sotto
il quale non indossava le mutande. Una foto allegorica che ha
fatto il giro del mondo, 130 mila dollari al netto delle spese
e citazione sul New York Times».
Allora
perché su Cafonal
avete proclamato Milano «città decafonalizzata»?
«Non
l'ho deciso io. Secondo me a Milano sono soltanto un po' più
sobri nel vestire. Ma si tuffano sui buffet e si strafogano
che è una meraviglia, esattamente come a Roma».
Così
può fornire a Dagospia gli impietosi ritratti «gnam-gnam».
«Un'antica
vendetta. Vengo da una famiglia proletaria. Padre contadino,
madre casalinga. La loro unica ricchezza erano i figli. Io
sono il quarto di sette. Più che una casa, una caserma.
Arrivare a sera con qualcosa nello stomaco era una battaglia.
A Zagarolo la terra è dura e le patate non crescono. Le più
piccole i contadini le davano in pasto ai maiali. Io andavo di
nascosto nei recinti, aspettavo che i porci si distraessero,
gli fregavo le patate di scarto e me le mangiavo crude, senza
neppure sbucciarle».
Il
politico più triste chi è?
«Non
vorrei dirlo, ma ho visto Clemente Mastella con la moglie
Sandra e mi ha fatto proprio pena. Tagliato fuori, stroncato».
Lei
ha preso le difese di Veronica Lario, però Cafonal
gliel'ha pubblicato il suo ormai ex marito.
«Che
vor di'? La Mondadori non l'ha mica fondata Silvio Berlusconi.
Non è vero che lì dentro sono tutti schiavi. Conosco un
sacco di compagni che lavorano per il Cavaliere. Ecche
dovrebbero fa'? Impiccasse?».
Daniela
Di Sotto, la prima moglie di Gianfranco Fini, si vede ancora
allo stadio?
«Meno.
Prima non mi salutava, adesso sì. Ha incassato gran male.
Quando vengono messe da parte a quell'età, è una tragedia».
Mi
dica la verità: come sono i suoi rapporti con D'Agostino?
«È
un amico, però meno lo vedo e mejo me sento. Mi stava pure
sulle palle, appena l'ho conosciuto. Un paio di volte ci siamo
sfanculati. Per cui salgo cinque minuti nel suo attico, guardo
Roma da una parte e il Vaticano dall'altra, e te saluto. Io
sono riflessivo, lui è estroverso. Io sono di sinistra, lui
è bipartisan: se deve menare, mena su tutti i lati».
Ma
in un Paese serio dove si pubblicano giornali seri lei non
dovrebbe stare nel settimanale di gossip più diffuso anziché
su Internet?
«Sì,
ma dicono che sono troppo caro».
Quanto
vorrebbe per lavorare solo per me?
«Dovrebbe
farmi ridere, non farmi piangere».
Quanto?
pz14
ursula mastroianni
«Cinquemila
euro al mese. Free tax».
Come
mai non ha ancora vinto il premio È giornalismo? L'hanno dato
persino a Fabio Fazio.
«Nun
me ne frega gnente. Il miglior premio me l'ha assegnato
Eugenio Scalfari, un giorno che l'ho incontrato per strada:
"Proprio te cercavo!". Oddio, ho pensato, che gli ho
fatto io a questo? E lui: "Devo complimentarmi perché
sei l'unico che riesce a descrivere l'Italia in tempo
reale". Noi fotoreporter siamo sempre stati i paria del
giornalismo. Io adopero la macchina fotografica perché non so
usare quella per scrivere. Ma le mie foto parlano».
Le
foto del nano con i genitali al vento, il cappello da alpino
in testa e i brufoli sulla pancia che tenta d'arrampicarsi su
un transex erano vomitevoli.
«Ne
ho fatto una gigantografia per la presentazione di Cafonal
a Villa Medici, dov'eravamo ospiti dell'Accademia di Francia.
Quando Frédéric Mitterrand l'ha vista, mi ha detto:
"Pizzi, questo è troppo". Me la sono messa su una
parete della casa di campagna a Zagarolo».
Come
mai nelle foto si concentra sui piedi e sulle scarpe. È
feticista?
«Manco
so che significa di preciso 'sta parola. Fanno parte del
cafonal. Non mi eccitano».
E
poi le balconate.
«Mi
ricordano il primo atto della vita: nasci e t'attacchi al
seno. Il davanzale di Sabrina Ferilli non è male. Anche
quello di Rita Rusic regge ancora bene. Er prosciutto è bbono
con un po' de grasso».
Le
sue vittime l'hanno mai menata?
«Di
norma portano rispetto ai capelli bianchi. Da giovane mi sono
scazzottato con Walter Chiari per un flash di troppo sparato
ad Ava Gardner. Liz Taylor mi tirava addosso le bottiglie
vuote di Dom Pérignon. Sono stato aggredito dalle guardie del
corpo di John Bobbit, l'americano evirato dalla moglie Lorena.
Gérard Depardieu, mezzo ubriaco, ha cercato di rifilarmi un
gancio: mi sono scansato e ho contraccambiato con un pugno in
piena faccia. Ho fatto causa a Mick Jagger dei Rolling Stones,
che mi ha scaraventato giù dalle scale dell'hotel Parco dei
Principi, e ho preso un bel po' di soldi»
Di
quelli che non ci sono più, chi ricorda con più nostalgia?
«Certamente
non mi manca Federico Fellini. Ha strumentalizzato i paparazzi
in modo bestiale per apparire quello che non era: un
donnaiolo. Invece era un "frocio per metà", come si
dice a Roma. Sognava le donne grasse e grosse, con le tettone
de sopra e il pisello de sotto. Ha precorso i tempi. Questa
capitale corrotta è sempre stata così. Per i Mondiali del
'90 non ricordo se il Daily Mail o il Daily
Mirror mi commissionarono un servizio che doveva
dimostrare come il pericolo per i calciatori inglesi in
trasferta non fossero le zoccole bensì i trans. Andai a
fotografare i travestiti sotto il viadotto di corso Francia.
Facevano affari d'oro già allora».
Dunque
di chi ha nostalgia?
«Di
Marcello Mastroianni. Mi mancano la sua signorilità, la sua
ironia. Quando tentavo di fotografarlo, mi diceva: "A
Umbe', perché nun te ne vai a fa' er metalmeccanico?".
Ma vacce te, gli rispondevo. Sorrideva: "Ciai
ragione"».
[11-03-2010]
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LA
MORTE DI EDOARDO AGNELLI FA ANCORA DISCUTERE, ANCHE SE
QUALCUNO NON VORREBBE " DI LORENZO SALIMBENI
Di redazione (del 29/01/2010 @ 11:00:00,
in Gli
Speciali Della Redazione, linkato 112 volte)
La sua conversione all’Islam
sciita, i suoi progetti per la FIAT e la scalata degli Elkann
La FIAT è uno dei caposaldi dell’economia italiana e
la vita economica nazionale risente nel bene e nel male delle
sue scelte. Le spregiudicate operazioni finanziarie dell’a.d.
Marchionne, la paventata chiusura dello stabilimento di
Termini Imerese ovvero le note di cronaca al limite dello
scandalistico che rigurdano gli esponenti della famiglia
Agnelli (ormai Agnelli-Elkann) sono di dominio pubblico.
In
effetti a questo modello di capitalismo selvaggio c’era
stata la possibilità di trovare un’alternativa nella
persona di Edoardo Agnelli, il quale sarebbe risultato a tutti
gli effetti erede dell’impero economico-finanziario di
famiglia, ma il suo stile non rientrava nei parametri
manageriali contemporanei e più volte era stato esortato a
farsi da parte a fronte di laute prebende fino alla sua
scomparsa rimasta agli annali come caso di suicidio.
In
effetti l’aspetto che tutti conosciamo di lui è quello di
una persona stravagante, seguace del discusso santone Say Baba,
devoto di San Francesco d’Assisi ed occasionalemnte dedito
agli stravizi, le cui complessità e difficoltà caratteriali
sarebbero culminate nel suicidio del 15 novembre 2000. Sulla
sua scomparsa si era ben presto incentrata l’attenzione di
una troupe televisiva iraniana, intenzionata a girare un
documentario su Edoardo Agnelli, convertitosi a suo tempo
all’islam shiita e al centro di grande interesse in Iran per
la sua spiccata sensibilità che avrebbe voluto canalizzare in
una gestione della FIAT più oculata e attenta alle istanze
sociali.
Gli
ostacoli giudiziari che questa troupe trovò
nel corso delle sue ricerche in Italia attireranno perciò
l’attenzione di Giuseppe Puppo, giornalista e scrittore
trapiantato da anni a Torino, il quale, senza alcun
pregiudizio in positivo o in negativo su Edoardo Agnelli, si
sarebbe parimenti impegnato in queste ricerche sulla sua vita
e morte. Il suo lavoro sarebbe culminato nella pubblicazione
per i tipi di Koinè Nuove Edizioni a inizio 2009 del libro
" Ottanta metri di mistero".
La
tragica morte di Edoardo Agnelli e dalle sue indagini
giornalistiche ha preso il via la conferenza che ha tenuto per
l’associazione culturale Strade d’Europa di Trieste nella
conferenza Luci e ombre della FIAT, realizzata con il
contributo finanziario dell’Ente Regionale per il Diritto
allo Studio Universitario di Trieste.
Nella
sala conferenze dell’Hotel Letterario Victoria piena di
pubblico, Puppo ha spiegato che questi
80 metri
che danno il titolo alla sua opera, sono il volo che Edoardo
avrebbe fatto dal cavalcavia stradale da cui si sarebbe
gettato per suicidarsi, ma vi sono diversi lati oscuri, a
partire dalle condizioni del cadavere, ben differenti da
quelle di una persona getattasi da quell’altezza. Per non
parlare del suo abbigliamento oltremodo trasandato, cosa per
lui non usuale, e del fatto che in un’ora di traffico
autostradale intenso nessuno ha notato Edoardo gettarsi, tanto
più visto che avrebbe dovuto scavalcare un parapetto di una
certa altezza, cosa estremamente ardua per lui all’epoca
claudicante e sovrappeso.
Queste
sono solo alcune delle discrepanze maggiori notate da Puppo,
ma evidentemente trascurate dagli inquirenti e dai medici
legali che, a fronte delle dichiarazioni del primo minuto in
cui si promettevano accurate indagini, archiviarono altresì
rapidamente tutta la vicenda. In un cammino a ritroso,
l’autore scopre gli aspetti meno noti della vita di Edoardo,
a partire dalla sua sensibilità sociale per giungere al
consenso di cui godeva in Iran, ove oggi è ricordato come
martire dell’Islam: attento studioso del mondo sciita, nonché
amico o corrispondente di personalità estremamente in vista
nello Stato iraniano, Mahdi (questo il nome da lui scelto al
momento della conversione) Agnelli è ritenuto vittima di un
complotto sionista, giacchè certi ambienti economici
avrebbero mal visto una sua ascesa al potere nella FIAT e
favorito piuttosto la scalata del ramo Elkann (imparentato con
l’alta finanza ebraica parigina), come poi sarebbe in
effetti accaduto.
ì
A
prescindere da questi aspetti complottistici, Puppo attinge
preziose informazioni da
Marco Bava
, consulente finanziario ed amico fraterno di Edoardo, col
quale avrebbe lavorato in tandem nel caso di una sua ascesa ai
vertici della casa torinese. Bava conferma l’approccio
pesantemente critico del suo giovane amico nei confronti del
capitalismo selvaggio che stava assorbendo anche la FIAT,
laddove avrebbe voluto creare un’azienda attenta alle
esigenze del Paese e protagonista del suo sviluppo non solo
economico ma anche e soprattutto sociale: a fronte delle
possibilità economiche che gli si prospettavano, avrebbe
voluto investirle affinchè la FIAT non fosse più un
parassita dello Stato tramite incentivi alla rottamazione e
sussidi vari, bensì un attore attivo e attento anche alle
scelte strategiche globali all’estero.
Grande
era stato quindi il suo sconforto a fronte delle insistenti
pressioni del patriarca di casa Agnelli che intendeva
liquidarlo con una corposa buonuscita e lasciare mano libera
ai cugini Elkann: a tal proposito è cronaca recente la
polemica scatenata da Margherita Agnelli, sorella di Edoardo a
suo tempo beneficata di un cospicuo vitalizio per farsi da
parte nella gestione del patrimonio di famiglia, ma salita
alla ribalta per aver sollevato sospetti ben fondati in merito
all’esistenza di un patrimonio occulto di famiglia di cui
lei non sarebbe stata resa partecipe e tanto meno il fisco
italiano.
Proprio i rapporti famigliari saranno un nervo scoperto
di Edoardo, il quale sentiva la sua sensibilità sociale e la
sua ricerca spirituale (ancorchè condotta in maniera
apparentemente caotica e con alcune cadute di stile fattesi
però via via più rare, ma che erano le informazioni su di
lui rimaste maggiormente impresse nei media) incompresa dalle
fredde regole del capitalismo cui la sua famiglia si era
soggiogata. Moltissimi amici in Italia e nel mondo hanno
testimoniato a Puppo le frustrazioni di Edoardo e di come
sentisse la mancanza attorno a sé di una sfera famigliare
affettuosa e non dedita solamente agli affari.
Nel
corso del dibattito seguito all’intervento del relatore sono
emersi ulteriori spunti su cui l’ospite si è infine
soffermato: sono state evidenziate le similitudini fra i lati
oscuri della morte di Edoardo e quella di Jörg Haider,
anch’essa frettolosamente archiviata.
L’attualità
dell’argomento in oggetto è testimoniata dall’uscita
proprio in queste settimane del libro del giornalista Gigi
Moncalvo dal titolo " I lupi e gli Agnelli. Ombre e
misteri della famiglia più potente d’Italia" ; questo
presunto suicidio rimane al centro dell’attenzione non solo
in Iran ma anche in Libano, con approfondimenti giornalistici
e documentari televisivi, laddove in Italia Ottanta metri di
mistero ha trovato notevoli difficoltà nella distribuzione e
pubblicizzazione. ( Fonte: http://www.conflittiestrategie.splinder.com/)
Autore: Lorenzo Salimbeni
Redazioneonline- Gli Speciali Della
Redazione
|
| Marco Bava ci para delle
novita’ significative riguardo il caso del martire Edoardo
Agnelli |
 |
| Domenica 15 Novembre 2009
18:16 |
|
Intervista
con Marco Bava, l'ex consulente economico ed amico di Edoardo
Agnelli sulle novita’ significative riguardo il caso
del martire Edoardo Agnelli Soprattutto per quanto riguarda
la questione di Eredita’ Nascosta.
A distanza di 9 anni il caso della misteriosa scomparsa di
Edoardo Agnelli resta una verita’ velata o raccontata male. A
questo proposito abbiamo intervistato Dott. Marco Bava, l'ex
consulente economico ed amico di Edoardo Agnelli www.marcobava.tk
.
Marco Bava, ha dedicato molti anni della sua vita e
altrettanto impegno per svelare questo mistero. da lui abbiamo
chiesto se vi sono delle novita’ significative riguardo il
caso del defunto Edoardo agnelli? Soprattutto per quanto riguarda
la questione di Eredita’ Nascosta.
“A distanza di due anni vi sono due novità importanti che
riguardano sia l’aspetto finaziario della questione sia le
novita’ che confermano ulteriormente la mia tesi ovvero che non
si tratta di suicidio, ma di omicidio premeditato.” Ha detto
dott. Bava aggiungendo:” quando Edoardo fu ucciso, il tema
piu’ importante sul tavolo era proprio l’enorne eredita’
della Famiglia Agnelli. Allora Edoardo disse di no a una possibile
esclusione di eredita’ in cambio di altri beni e questo lo
porto’ ad essere ucciso. Margherita invece nonostante
l’insistente consiglio di edoardo si e’ dissociato da lui
accettando tutto. Ed ora, nell’essenza di Edoardo, Margherita ha
cambiato idea.” Marco Bava sostiene che tutte le vicende
relative all’eredita’ degli agnelli, soprattutto quella
dell’Avvocato Agnelli, non possono non partire dalla verita’
sulla morte di edoardo.” Io temo fortemente per Margherita
Agnelli possa finire come finita per Edoardo, sicuramente non con
un suicidio, come sicuramente Edoardo non si e’ suicidato.” Ha
sostenuto Marco bava dando l’allarme per la vita di Margherita
Agnelli insistendo sull’esito della referta medica che
confermerebbe la tesi ga lui sempre sostenuta:” Edoardo Agnelli
non si e’ suicidato, ma e’ stato suicidato”.
|
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SUICIDI SUDICI (MEJO DI UN FILM!) - L’UOMO CHIAVE DELLA VICENDA
MADOFF VIENE TROVATO MORTO ANNEGATO IN PISCINA - SVANISCE LA POSSIBILITÀ
DI FAR LUCE SULLA MEGATRUFFA - JEFFRY PICOWER (AVVOCATO-FINANZIERE) SI ERA
FINTO VITTIMA E AVEVA GUADAGNATO 7 MLD $ - REDISTRIBUIVA GUADAGNI
ILLECITI?…
Massimo Gaggi per il "Corriere
della Sera"
L'immagine più celebre è quella del cadavere di William Holden che
galleggia sull'acqua di una piscina in Viale del tramonto di Billy
Wilder. Ma di film nei quali il protagonista viene assassinato mentre
nuota nella vasca davanti alla sua villa, Hollywood ne ha prodotti
diversi.
La morte di Jeffry Picower - l'avvocato-finanziere prima considerato
una vittima di Bernard Madoff, poi rivelatosi il più grosso
beneficiario delle sue truffe colossali - non può quindi che aggiungere
mistero a mistero e ingigantire la dimensione «cinematografica» di
questa vicenda incredibile: non solo la più colossale frode finanziaria
della storia (un buco di 65 miliardi di dollari), ma anche quella che è
stata condotta più a lungo e in modo più scoperto, coinvolgendo molti
bei nomi della grande borghesia americana.
L'autopsia condotta a tempo di record dai medici legali di Palm Beach
ha accertato che Picower, trovato morto a mezzogiorno di domenica dalla
moglie nella piscina della loro sontuosa villa in Florida, è deceduto
per un attacco cardiaco che lo ha colpito mentre nuotava. Sofferente per
il morbo di Parkinson e con problemi cardiaci, il 67enne Jeffrey Picower
non godeva certo di buona salute.
Ma la sua morte farà discutere a lungo perché cancella le residue
possibilità di ricostruire almeno una parte di questa vicenda. Picower
si rifiutava di parlare e non aveva ancora subito alcuna incriminazione,
ma era sospettato di essere stato l'uomo chiave della redistribuzione
dei guadagni illeciti realizzati - da investitori «eccellenti » e
forse dallo stesso Madoff - attraverso il fondo del finanziere
recentemente condannato a ben 150 anni di carcere.
Picower, un uomo ricchissimo senza aver mai svolto alcuna attività
particolarmente redditizia, un filantropo che ha donato centinaia di
milioni di dollari, era noto come avvocato esperto di finanza e di
contabilità. Uno che, si è scoperto, nell'arco di tredici anni - dal
1995 al 2008- ha ritirato dal fondo di Madoff profitti per ben 7,2
miliardi di dollari.
Irving Picard, l'investigatore che, nell'ambito di una causa civile,
sta cercando di rintracciare i capitali svaniti nella truffa per conto
di alcuni clienti di Madoff, ha accusato Picower di essere stato
partecipe o quantomeno consapevole della frode: aveva, infatti, stretti
rapporti col celebre finanziere e i suoi investimenti offrivano
rendimenti semplicemente inverosimili. I coniugi Picower hanno sempre
negato ogni addebito; anzi, sono arrivati al punto di dire di sentirsi
«traditi, devastati, furiosi, anche fisicamente provati » dalla
scoperta della truffa.
Difficile prenderli sul serio quando affermano di non aver mai
sospettato nulla visto che, se Madoff elargiva ai clienti «normali »
utili comunque poco verosimili, sempre superiori al 10% annuo, i Picower
erano soliti incassare profitti enormemente più elevati: dal 1996 al
'98 i loro investimenti hanno reso dal 120 al 550 per cento annuo. Nel
'99 è stato toccato il record del 950 per cento: cioè l'investimento
è decuplicato in appena un anno.
Una situazione che avrebbe insospettito anche un uomo venuto dalle
caverne. Picower, invece, veniva dalla Columbia University (master in
business administration ) e dalla Brooklyn Law School (laurea in
giurisprudenza). Le biografie lo descrivevano come un avvocato grande
esperto di contabilità e di «tax shelter »: espedienti legali per
eludere i tributi. Cosa hanno fatto i Picower coi 7 miliardi di dollari
incassati?
A parte la villa a Palm Beach da 40 milioni di dollari, i due
conducevano una vita molto ritirata, non dispendiosa e non hanno
lasciato traccia di investimenti significativi. Le uniche spese
rilevanti sono state le loro donazioni filantropiche. Al Massachusetts
Institute of Technology di Boston il centro più avanzato dove i
neuroscienziati studiano il cervello umano si chiama «Picower Institute
for Learning and Memory» perché è stato creato con una donazione di
50 milioni di dollari dei coniugi Picower. Denaro sulla cui provenienza
nessuno si è mai interrogato.
Man mano che andavano avanti nelle loro ricerche, gli esperti che
stanno investigando per conto dei risparmiatori truffati da Madoff,
hanno cominciato a sospettare che molte delle sue apparenti vittime
fossero, in realtà, assai meno innocenti di quanto volevano fare
apparire: gente che gli aveva dato i suoi soldi sapendo che il
finanziere si muoveva in un'area «grigia».
Alla fine sono stati travolti anche loro dal suo «crac», ma per
anni hanno incassato grossi profitti. Probabilmente pensavano che Madoff
li ottenesse utilizzando informazioni finanziarie «privilegiate» o con
altri espedienti non propriamente legali.
La maxicondanna del grande truffatore sembrava poter essere solo la
prima parte di uno scandalo finanziario destinato ad allargarsi
ulteriormente e a coinvolgere altri personaggi di spicco. Per ammissione
degli stessi investigatori, la morte improvvisa di Picower - che sia
dovuta o meno a cause naturali - rende ora infinitamente più difficile
fare luce sulla vicenda e tentare di recuperare i capitali persi dagli
investitori.
[27-10-2009]
|
TV: ASCOLTI LA7, SEMPRE PIU' SEGUITI I PROGRAMMI D'INFORMAZIONE
Roma, 10 giu. - (Adnkronos) - Ottimo risultato per i programmi LA7.
Ieri, martedi' 9 giugno, Otto e Mezzo, il programma condotto da Lilli
Gruber e Federico Guiglia, ha ottenuto , informa un comunicato-in access
prime time una share media del 3,3%, 747mila telespettatori e oltre 2,2
milioni di contatti. La puntata, che aveva come ospiti Benedetto della
Vedova del PdL e Nicola Latorre del PD, ha raggiunto un picco del 4% di
share e 924mila telespettatori (h. 21.00). In prime time, il film Il
Medico della Mutua con Alberto Sordi ha realizzato il 3,7% di share
media, 874mila telespettatori e quasi 5,4 milioni di contatti,
raggiungendo un picco del 6,2% di share (h. 22:00). Bene anche la
seconda serata, dove Complotti, il programma condotto da Giuseppe
Cruciani ieri dedicato al suicidio di Edoardo Agnelli
(
NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO) e all'incidente di
Joerg Haider, ha raggiunto una share media del 3,4%, 1,7 milioni di
contatti e un picco del 4.9% (h. 23.48).
(SINTESI
DEL COMMENTO DI GIUSEPPE PUPPO CONDIVISO DA MARCO BAVA)
Qui
di seguito, sia pur in sintesi giornalistica, vorrei provare a spiegare
le mie perplessità.
Prima
di tutto, sono sulla formula, sulla struttura stessa del programma. Ora,
io capisco che questo è il format che va di moda adesso, capisco i
tempo televisivi, capisco tutto, però, insomma… C’è troppa fretta,
troppa, tale che il telespettatore non riesce a ragionare su di un
elemento, perché già gliene viene proposto un altro, di segno
completamente opposto, magari e il risultato finale, già dopo qualche
minuto, tanto più alla fine, è di una paurosa confusione, avvilente.
Poi,
manca del tutto il contraddittorio. Non c’è la possibilità di
avanzare obiezioni, di dialogare almeno, di proporre argomentazioni
stringenti, semplicemente di ragionare
Insomma,
se qualcuno dice, per esempio: “Edoardo era predestinato al
suicidio”, non gli si può opporre rilievi di merito e questa rimane
la verità.
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| VIDEO PRESENTAZIONE LIBRO EDOARDO AGNELLI
DAVANTI CIRCOLO DELLA STAMPA DEL 23.02.09
|
| TO.22.02.09
EDOARDO AGNELLI
PERSEGUITATO IN VITA E DA MORTO. CHI HA PAURA DELLA VERITA' SULLA
MORTE DI EDOARDO AGNELLI ? |
| |
DI TONY DAMASCELLI
ilgiornale.it
Il giallo Agnelli jr. Un suicidio pieno di segreti, l’ombra
dell’islam, una serie di lettere strane. Un libro riapre il caso. In
"Ottanta metri di mistero" raccolte decine di testimonianza. E
troppi silenzi
Sostiene Giuseppe Puppo che sulla morte di Edoardo Agnelli non è stata
detta tutta la verità. Forse. Lo scrive in un libro, edito da KOINè, dal
titolo «Ottanta metri di mistero, la tragica morte di Edoardo Agnelli».
Centosettanta pagine di testimonianze raccolte dal giornalista scrittore
leccese, Giuseppe Puppo, appunto, scosso improvvisamente nel febbraio
dell’anno scorso, dalla storia amara dell’eredità della famiglia
Agnelli, della causa intentata da Margherita: «Mi tornarono alla mente le
voci, gli articoli, le illazioni fatte al tempo della morte di Edoardo,
quello che riportarono certi siti internet, il suicidio misterioso, la
lotta di potere, l’esclusione del figlio da ogni ruolo. Per sei mesi ho
raccolto testimonianze di amici, parenti, altre figure per riscrivere i
fatti di quel giorno, il quindici di novembre dell’anno duemila. Mi sono
chiesto: come mai per la morte di lady Diana sono stati scritti mille
articoli, trenta libri e svolte due inchieste una in Inghilterra,
un’altra in Francia mentre per Edoardo il caso si è chiuso in
quarantotto ore».
A seguito: Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo
Agnelli (Carlo Gambescia);
Ecco il riassunto di un libro che gode della prefazione di Ferdinando
Imposimato, magistrato campano, presidente onorario aggiunto della Suprema
Corte di Cassazione, giudice istruttore di drammatici processi ai
terroristi, dall’omicidio di Moro all’attentato a Giovanni Paolo II.
Imposimato registra, non si schiera ma lascia aperta la porta
all’ipotesi che qualcosa di diverso, da quello registrato ufficialmente
agli atti, possa essere accaduto. Il libro di Puppo riaccende la luce
nelle zone buie, che sono molte, direi troppe e sulle quali nessuno ha mai
voluto veramente fare chiarezza, confermando il sospetto o la teoria che
qualunque vicenda riguardi o sfiori la famiglia più importante d’Italia
sia destinata a smarrirsi nel silenzio. Così non vorrebbero alcuni
personaggi avvicinati dall’autore, così non vuole Marco Bava, analista
finanziario, amico di Edoardo, convinto che il suicidio sia una copertura
e l’omicidio la verità, così il medico legale di turno, il dottor
Carlo Boscardini che si chiama fuori da quel pomeriggio tragico con il
titolo «Io non c’ero», scaricando ogni responsabilità del certificato
di morte sul dottor Marco Ellena, suo superiore gerarchico, che compilò
il referto con alcune imprecisioni dovute alla fretta, forse, le tracce di
terriccio tra le mani del giovane Agnelli, difficili da spiegare per chi
era piombato da un’altezza di 90 metri, così come i mocassini ancora ai
piedi. Sceglie il silenzio il medico del 118, accorso per primo sul posto,
non risponde alle domande di Puppo.
E ancora, la strana e ingiustificata assenza degli «angeli custodi»
delle guardie del corpo di Edoardo Agnelli, le due ore trascorse da quando
uscì di casa alle 7 e un quarto per arrivare, dopo sessanta chilometri,
sul viadotto di Fossano; le telecamere a circuito chiuso, di casa Agnelli,
le cui immagini non sono state mai riviste; il traffico telefonico sui due
cellulari lasciati a bordo della Croma prima dell’epilogo, la totale
assenza di testimoni alle 9 del mattino lungo un tratto stradale che
registra il passaggio, a quell’ora, di almeno otto vetture al minuto,
l’abbigliamento di Edoardo Agnelli, il pigiama sotto la camicia;
l’assenza di impronte digitali sulle portiere e a bordo della Croma, la
sepoltura affrettata, l’esame autoptico mancante; e come una nuvola
grigia, fastidiosa sopra questo scenario già angosciante, la tesi di un
complotto sionista che troverebbe la giustificazione nell’adesione nel
1974 di Edoardo all’Islam e sulle conseguenze che questa sua scelta
avrebbe avuto sul futuro dell’azienda e del patrimonio Fiat, di cui,
lui, sarebbe stato erede. Tesi lanciata in Iran subito dopo la morte di
Edoardo (al quale nel novembre del duemila e cinque è stata intitolata
una piazza di Khomein città natale dell’ayatollah e l’aula magna
dell’università Al Zahra di Teheran), tesi costruita sul dissidio «religioso»
e non soltanto con l’altro ramo di famiglia, gli Elkann legati al mondo
ebraico, tesi smentita tuttavia dal profondo rapporto che legava Edoardo a
Margherita, ribadito dalle lettere numerose, accorate nelle quali il
fratello confessava il proprio disagio: «...Margi sono felice ma un poco
in tensione. Papà mi ha parlato di alcuni lavori e di certi progetti dei
quali, lo confesso, nel particolare ho capito ben poco. Oppure ho capito
troppo bene e ora ho paura di avere inteso una canzone stonata. Lo sai
bene che la mia mente vola alta sopra le megalopoli industriali e,
osservando con attenzione sotto, vedo poco di buono e tantissimo da
trasformare... Vorrei che papà mi stesse vicino per accompagnarmi lungo i
primi passi del percorso che, immagino, sarà lungo e assai impegnativo.
Mi auguro proprio che questo accada, anche se pensandoci provo un disagio
simile alla paura».
E in un altro scritto Edoardo parla del proprio impegno in Fiat,
dell’idea di affidare le competenze a una persona, sembra Marco Bava
appunto che ne curava il profilo economico: «Se il potere della nostra
famiglia cadesse nelle mani sbagliate sarebbe una cosa estremamente
pericolosa per questa nazione... Mio padre si è comportato benissimo fino
ad oggi. Ma se non imposta la propria successione in maniera corretta
anche lui dovrà rispondere delle proprie azioni e dare le sue spiegazioni
davanti a Dio. Questo se lo deve mettere in testa». E infine il rifiuto
di firmare una sorta di rinuncia ai diritti di «Dicembre» la società
finanziaria della famiglia (che controllava l’intero mondo Agnelli), in
cambio di benefici economici. Ma chi può dimenticare i problemi
esistenziali di Edoardo? La droga, i viaggi in India, le improbabili
lettere scritte ai capi di Stato di ogni dove? Il suo carattere ora solare
ora buio? Resta il mistero, il libro di Puppo riapre interrogativi. Come
in questi otto anni, ricadranno nel silenzio.
Tony Damascelli
Fonte: www.ilgiornale.it
Link: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=326849&PRINT=S
5.04.2009
OTTANTA METRI DI MISTERO. LA TRAGICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI
DI CARLO GAMBESCIA
carlogambesciametapolitics.blogspot.com
Una volta letto e chiuso l’ultimo libro del giornalista e scrittore
Giuseppe Puppo, il pensiero va subito alla sua capacità di trattare con
professionalità e rispetto un argomento giornalisticamente border line
come la morte di Edoardo Agnelli (Ottanta metri di mistero. La tragica
morte di Edoardo Agnelli, pref. di Ferdinando Imposimato, Koinè Nuove
Edizioni, Roma 2009, pp. 176, euro 14,00; ma si veda anche il suo sito
http://www.giuseppepuppo.it/ ).
Puppo si muove con eleganza antica nel nobile alveo del grande giornalismo
d’inchiesta, rigoroso, documentato, pacato. Il libro indaga la morte per
suicidio di Edoardo, quarantasei anni, unico figlio maschio di Giovanni
Agnelli, lanciatosi nel vuoto, dall’alto di un ponte dell’autostrada
A6 Torino-Savona, il 15 novembre 2000: da ottanta metri, come recita il
titolo del libro.
Una tragica vicenda. Ma il tocco felpato, non meno penetrante,
dell’autore lascia il segno: siamo davanti a un libro-inchiesta che si
legge d'un fiato, ma che non priva il lettore di quell' appagamento
intellettuale, sempre più raro, soprattutto in tempi di giornalismo
sciatto e urlato.
Ovviamente l’ipotesi alternativa, che Puppo più che imporre sottopone
al giudizio dei lettori attraverso la forbita intelligenza dei documenti (
virtù molto torinese, questa, benché l'autore lo sia solo d'adozione),
è quella dell’omicidio. Dietro il quale si celerebbero astiose
questioni ereditarie interne alla famiglia Agnelli. Nonché forse più
sottili ragioni politiche e religiose. Probabilmente legate alla scelta
islamica, filo-iraniana e sciita di Edoardo: una "svolta"
spirituale addirittura risalente agli anni Settanta, e in seguito sempre
meno apprezzata, se non temuta, dalle componenti familiari più
filo-semite e internazionalizzate...
Ma su questo aspetto lasciamo ai lettori il gusto di scoprire, pagina dopo
pagina, l’intreccio, così ben ricostrutito e indagato da Giuseppe Puppo,
in particolare attraverso interviste e testimonianze inedite. Il quale,
ripetiamo, non impone tesi precostituite. Ma accompagna il lettore, quasi
per mano, lungo un onesto cammino di ricerca (come nel bellissimo ultimo
capitolo, vero gioiello di fine recherche introspettiva), persino nei
luoghi fisici dei tristi eventi. A ritrovare quella che con formula
felicissima, Puppo definisce la “geografia dell’anima” non solo di
Edoardo, degli Agnelli, ma di una città , già intrigante di suo, come
Torino.
In realtà, quel che più colpisce di Ottanta metri di Mistero è il
fattore Buddenbrook. Che sociologicamente rinvia a quella gigantesca e
spesso perdente lotta contro le dure leggi della decadenza sociale. Alle
quali anche il capitalismo, come sistema sociale, soprattutto se
familiare, non può sottrarsi, proprio nelle sue
"micro-articolazioni". Come appunto mostra il modello per
eccellenza di capitalismo familiare, quello della stirpe dei Buddenbrook,
immortalato da Thomas Mann. Ma ci spieghiamo meglio.
Le pagine di Puppo offrono ai lettori lo spaccato sociologico di quelli
che sono i problemi “dinastici” di certo capitalismo familiare, ancora
vivo - per alcuni, purtroppo - nell’ Italia del 2009 , ma con radici
lontane nell’Ottocento europeo. Dove, ieri come oggi, le generazioni al
comando, tentano di darsi il cambio, anello dopo anello. E in che modo?
Guardandosi febbrilmente intorno, sempre in cerca di come sostituire
degnamente gli anelli deboli del sangue, attraverso politiche matrimoniali
e successioni guidate dalla "cultura" del comando, magari
attraverso il meccanismo dell' “adozione”, non sempre pubblica come
invece avveniva nella Roma imperiale. E così proseguire, grazie a
trasfusioni di sangue fresco, la difficile lotta contro le costanti della
decadenza sociale, dettate dalla biologia e dalla sociologia degli
organismi sociali. Già Marx, benché in altro senso, aveva parlato del
capitalismo come di un fenomeno vampiresco.
In certa misura, il passaggio epocale, soprattutto novecentesco, dal
capitalismo familiare a quello manageriale e azionistico, può essere
visto come un tentativo di contrastare le costanti di cui sopra,
sostitituendo alle famiglie (socialmente) mortali, la specie immortale
della "forma" azione. Puntando su manager sempre sostituibili
con altri manager, all'insegna della continuità, se non perennità, del
comando, detenuto dai possessori delle azioni immortali. Ma questa è
un'altra storia.
Edoardo, così colto e fragile al tempo stesso, non poteva che essere una
vittima designata. Come ogni anello debole. Vittima di se stesso? Di
altri? Per scoprirlo, o comunque per avvicinarsi alla verità, consigliamo
di leggere l'avvincente libro-inchiesta di Giuseppe Puppo.
Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com
Link: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2009/03/il-libro-della-settimana-giuseppe-puppo.html
5.04.2009
Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli,
pref. di Ferdinando Imposimato, Koinè Nuove Edizioni, Roma 2009, pp. 176,
euro 14,00 – www.edizionikoine.it |
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AGNELLI:
'VISTO', LUNEDI' AMICO DI EDOARDO CHIEDERA' RIAPERTURA INDAGINI

Milano, 19 feb. - (Adnkronos) - Il settimanale ''Visto'', domani in
edicola, ritorna sul caso della tragica scomparsa di Edoardo Agnelli, il
cui cadavere fu trovato il 15 novembre del 2000, ai piedi di un pilone
dell'autostrada Torino- Savona. Due settimane fa, nel numero 7, ''Visto''
aveva pubblicato un'intervista al giornalista Giuseppe Puppo, autore del
libro ''Ottanta metri di mistero'', in cui si dubita che Edoardo Agnelli
si sia suicidato. Questa volta a parlare a ''Visto'' e' l'ex consulente
economico ed amico di Edoardo Agnelli, Marco Bava, convinto che il figlio
dell'avvocato Agnelli sarebbe stato ucciso.
Secondo Bava, che lunedi'
23 febbraio chiedera' alla Procura della Repubblica competente di riaprire
le indagini, Edoardo sarebbe stato ucciso e poi rivestito lasciandogli il
pigiama sotto la giacca. Successivamente il cadavere sarebbe stato portato
ai piedi del viadotto dell'autostrada Torino- Savona, dove sarebbe stato
inscenato il suicidio. Bava fu uno degli ultimi ad aver visto Edoardo
vivo. Insieme avevano deciso di incontrare l'Avvocato Agnelli per
chiedergli conto delle pressioni che alcuni uomini Fiat stavano facendo su
Edoardo affinche' firmasse un documento di rinuncia ai suoi diritti
societari Fiat.
Toccante il racconto di
Bava sul suo ultimo incontro con il figlio di Giovanni Agnelli. Secondo il
consulente, Edoardo lo avrebbe salutando dicendogli ''Mio padre
rispondera' a Dio di tutto questo''. A corredo dell'articolo ''Visto'',
che e' in possesso di un corposo carteggio di Edoardo, presenta stralci di
alcune lettere; due di queste sono indirizzate al padre, l'avvocato Gianni
Agnelli. In una, il figlio dell'Avvocato appare molto affettuoso con il
padre ed accusa la madre di volerlo interdire. Nell'altra lettera, Edoardo
scrive al padre quale presidente della Fiat. Gli si rivolge dandogli del
''lei'' e lo invita a rileggersi lo statuto della Fiat ''il cui scopo-
scrive Edoardo al padre- e' assolutamente contrario a promuovere la
legalizzazione della corruzione''. |
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AGNELLI: SU SALMA EDOARDO VENNERO ESEGUITI TUTTI
GLI ESAMI AUTOPTICI PREVISTI PER LEGGE

Torino, 19 feb.- (Adnkronos) - In relazione alle anticipazioni del
settimanale ''Visto'', da fonti giudiziarie piemontesi viene ricordato
all'ADNKRONOS che sul corpo di Edoardo Agnelli fu effettuata, alla
presenza del Procuratore della Repubblica di Cuneo, un'attenta autopsia
effettuata da un medico legale alla presenza anche della polizia
giudiziaria e della polizia Scientifica. Inoltre, vennero effettuati tutti
i prelievi tossicologici il cui esito venne riferito all'autorita'
giudiziaria, che a conclusione di tutti gli esami restitui' la salma di
Edoardo Agnelli solo nella tarda serata dello stesso giorno, il 15
settembre 2000, in cui avvenne la disgrazia.
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AGNELLI:
'VISTO', IN UN LIBRO SOSPETTI SU
SUICIDIO EDOARDO
Roma, 5 feb. - (Adnkronos) - Il
settimanale 'Visto' pubblica, nel numero
in edicola da domani, un'intervista a
Giuseppe Puppo, autore del libro
"Ottanta metri di mistero - La tragica
morte di Edoardo Agnelli" (Koine'
edizioni), con prefazione di Ferdinando
Imposimato. Il 15 novembre del 2000 il
corpo del figlio di Gianni Agnelli venne
trovato sotto un viadotto della
Torino-Savona, in provincia di Cuneo. In
tempi brevissimi gli investigatori
coinclusero che si trattava di suicidio,
a otto anni di distanza puppo solleva
alcuni inquietanti interrogativi.
Puppo parla di "indizi e sospetti che
mi portano a pensare che Edoardo Agnelli
sia in realta' stato ucciso, mettendo in
scena il suo suicidio". Nel volume si
sottolinea, fra l'altro, che "nessuno ha
visto Edoardo Agnelli buttarsi da quel
viadotto, in un tratto dell'autostrada
dove transitavano otto macchine al
minuto", ricordando che "in quel
periodo, Edoardo Agnelli zoppicava e
usava il bastone: ci avrebbe messo
almeno due minuti ad arrampicarsi sul
parapetto dell'autostrada per buttarsi
di sotto, aumentando le probabilita' di
essere visto", seguono poi la rapida
rimozione e sepoltura del cadavere,
senza autopsia; le condizioni del corpo,
con bretelle allacciate e mocassini ai
piedi, nonostante un volo di 80 metri;
la mancanza di indicazioni sulla scorta
di Edoardo Agnelli.
A 'Visto' Puppo, elencando il
matriale raccolto per il suo libro,
afferma infine che "per ultimo, da ben
tre fonti diverse ho raccolto una
notizia inquietante. Poche settimane
prima della morte di Edoardo, qualcuno
cerco' di fargli firmare un documento in
cui gli si chiedeva di rinunciare ai
suoi diritti di gestione in Fiat, in
cambio di soldi e immobili. Edoardo,
dopo essersi consigliato con alcuni
amici, si rifiuto' di sottoscrivere. Fu
la sua condanna a morte?".
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| 16.12.08 E' MORTO CARLO
CARACCIOLO , CHE FU COME UN PADRE PER EDOARDO. CARLO FU PRINCIPE DEI
PRINCIPI UMANI. IN PARADISO SI RICONGIUNGERA' CON L'ANIMA DI EDOARDO,
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