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EDOARDO AGNELLI

EDOARDO AGNELLI
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E.A/09/AG ARTICOLO VISTO Mb/07.pdf
E.A/09/AG ARTICOLO VISTO Mb/visto mb 21.02.09.PDF
E.A/09/PRES LIBRO  E.A/23.02.09 T.3gp
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AGNELLI: 'VISTO',2
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“Edoardo Agnelli
Novità: in libreria dai primi di gennaio 2009
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E.A/10/Biella libro Ea 4.03.10.mp4
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in libreria dai primi di gennaio 2009
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Edoardo Agnelli, un libro su morte
E.A/09/PRES LIBRO  E.A/21.02.09 CASALE .3gp
AGNELLI: SU SALMA
AGNELLI: 'VISTO',

 

 

 

LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali.

Ringrazio  la Juve,  che  dopo due anni dalla morte di E.A ,  aveva gia' RISTRUTTURATO un'appartamento per  le suore di S.Vincenzo in  V.SACCHERLLI 21 TORINO. Progetto del costo di circa 500 mila euro,  che fu molto rallentato dalla famiglia.

CENTRO STUDI EDOARDO AGNELLI 

ALTRI SITI COLLEGATI EDOARDO AGNELLI 1 2 3 4  5 6

vedi tramissione CONFRONTI -EREDITA' AGNELLI 25.01.08

 

Edoardo non si è suicidato"
Tutti i misteri di casa Agnelli

Esclusiva/ Monarchia, impero, dinastia, casa reale. La famiglia Agnelli è una delle più potenti d'Italia del XX e, forse, dell'inizio del XXI secolo. Ne esplora i punti oscuri Antonio Parisi nel suo libro "I misteri di casa Agnelli".

"Ci sono tante cose che nessuno sa sul loro conto - spiega ad Affaritaliani.it -. Nel 1913 il nonno dell'avvocato Gianni Agnelli rischiò l'arresto per truffa e falso in bilancio". Sulla morte di Edoardo, suicidatosi nel 2000: "Non è andata come ci hanno fatto credere. Sul suo corpo non è mai stata fatta un'autopsia".

E la discussa eredità dell'Avvocato? "Il tesoretto occultato è più grosso dei 2 miliardi di euro già accertati". Il potere della famiglia "oggi è calato molto. Ho seri dubbi che la Fiat sia ancora di loro proprietà". L'INCHIESTA

 

 

I misteri di casa Agnelli in un Libro

Il 15 novembre, sono stati undici anni dalla morte di Edoardo Agnelli, caduto da un viadotto nei pressi di Fossano, sull’autostrada Torino-Savona. La morte venne da subito ritenuta un suicidio , anche se delle incongruenze dell’indagine condotta, hanno fatto crescere delle diverse possibili interpretazioni della vicenda. In questi giorni è uscito un libro di Antonio Parisi che cerca di riaprire la vicenda della morte di Edoardo Agnelli analizzando giornalisticamente i fatti accaduti e un’altra serie di eventi legati agli Agnelli come la fondazione della Fiat, l’acquisto del quotidiano «La Stampa», il suicidio di Giorgio Agnelli, lo scandalo di Lapo Elkann, la lite tra gli eredi per la successione all’Avvocato.

Per dieci anni fu lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, fosse stata svolta una regolare autopsia. Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare chi raccontava tutt’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta. “L’automobile di Edoardo non presentava impronte digitali, mentre il motore venne lasciato acceso e il portabagagli aperto. Ma, dico io, se ci si vuole suicidare si apre prima il portabagagli della propria macchina? Cosa c’era lì dentro?”  Un giornalista tenta oggi di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose. Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici, però, che riguardano la famiglia Agnelli. Passando dalla fondazione della Fiat all’acquisto del quotidiano «La Stampa», dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

 

 

IL PEZZO MANCANTE [CINEMA.DOC] 4di4  SU EDOARDO E GIANNI AGNELLI

www.youtube.com

[CINEMA.DOC] -- Il Documentario in Sala è il primo progetto italiano per costruire un circuito distributivo nazionale di film documentari nelle sale di prima visione. [CINEMA.DOC] parte nel 2010 nella forma di festival/circuito in 3 sale della Capitale, il Cinema Nuovo Sacher, il Cinema Farnese

 

 

UN FILM CHE PARLA anche DI EDOARDO per omologare la tesi del suicidio senza discutere le prove che non e' stato un suicidio ma un omicidio premeditato ! Peccato poteva essere una bella occasione per fare chiarezza verso la verita' ! Mb

IL PEZZO MANCANTE

Per molti anni nella Fiat, come nella famiglia Agnelli, le cose più importanti sono state l’obbedienza e il rispetto della gerarchia. Questo ha causato una catena di grandi sofferenze nella famiglia e ha condizionato indirettamente anche l’azienda, entrambe dominate dal mito dell’Avvocato.

«Che diritto avevo di violare la privacy di una famiglia che della riservatezza ha fatto una regola di vita? Ma era giusto che la famiglia che ha condizionato lo sviluppo economico e sociale italiano per oltre un secolo si rifiutasse di stabilire una relazione con il paese? E cosa potevo raccontare di me attraverso la storia di questa famiglia? Mi sembra che alla fine il tema della rimozione, diventato centrale, ci possa riguardare tutti. Non solo perché in gran parte delle famiglie esistono componenti considerati vergognosi, o lutti troppo dolorosi, dei quali non si vuole coltivare il ricordo, ma anche perché il vizio di non fare i conti con il proprio passato è una caratteristica del nostro paese: ed è forse una delle cause della paralisi nella quale appare ormai da anni impantanato».

Giovanni Piperno

 

Giovanni Piperno (Roma, 1964) ha lavorato come fotografo e come assistente operatore in film e spot pubblicitari. Nel 1992 ha cominciato a coprodurre e codirigere video e documentari con Laura Muscardin e con Agostino Ferrente. Nel 1997 ha cominciato a realizzare programmi televisivi e documentari. Tra i suoi ultimi film, L’esplosione ha vinto il primo premio al Concorso Doc del Torino Film Festival 2003 ed è stato candidato al David di Donatello come miglior documentario, This Is My Sister ha vinto il premio Avanti! al Torino Film Festival del 2006 e Cimap! Centoitalianimattiapechino, presentato a Locarno, ha vinto il premio Libero Bizzarri 2009.


Italia (2010, 71')
 

IL PEZZO MANCANTE

Italia 2010 (Betacam Digitale, 71', col.)

go to  28° TORINO FILM FESTIVAL  go to  FESTA MOBILE - FIGURE NEL PAESAGGIO

regia/director

Giovanni Piperno

sceneggiatura/screenplay

Giulio Cederna, Giovanni Piperno

fotografia/cinematography

Giovanni Piperno, Raoul Torresi

montaggio/film editing

Paolo Petrucci

musica/music

Rinneradio

suono/sound

Maximilien Gobiet

interpreti/cast

Elisabetta Pedrazzi (la voce narrante/Narrator), Gelasio Gaetani Lovatelli, Taki Theodoracopulos, Vendeline Von Bredow, Giulia Graglia, Nicola Lazzari, Marella Caracciolo Chia, Giovanni Sanjust Di Teulada, Klaus Von Bulow, Afdera Franchetti, Ira Von Fürstenberg, Marco Bava, Marco Bernardini, Pietro Perotti, Marta Vio, Daphne Vio Ninchi, Bert Hellinger, Giuseppe Lancia, Roberto Prinzio

produttori/producers

Gabriella Buontempo, Massimo Martino

produzione/production 

Goodtime

distribuzione, vendita all’estero/distribution, world sales 

Cinecittà Luce  

 

 

 

MONTEZEMOLO È PRONTO A SCENDERE IN POLITICA? IO CERTAMENTE NON LO VOTEREI" - ROMITI RICORDA A MINOLI QUANDO BELLICAPELLI FU ALLONTANATO DALLA FIAT. COLPEVOLE DI AVER “VENDUTO” AD ALCUNI INDUSTRIALI UNA SERIE DI INCONTRI CON L’AVVOCATO AGNELLI. "SÌ, È VERO. MA NON L’HO CACCIATO. NON C’È STATO ALCUNO SCONTRO, PERCHÉ LUI HA AMMESSO QUELLO CHE AVVENIVA. ERAVAMO ASSIEME, L’AVVOCATO AGNELLI E IO, E LUI NATURALMENTE HA LASCIATO IMMEDIATAMENTE L’AZIENDA. L’AVVOCATO GLI HA PROCURATO IN SEGUITO UNA POSIZIONE NELLA CINZANO»"

Marco Sarti per "Il Riformista"

 


Luca Cordero di Montezemolo è pronto a scendere in politica? «Io certamente non lo voterei». Cesare Romiti, già direttore generale, ad e presidente della Fiat non nasconde i suoi dubbi sul numero uno della Ferrari. Intervistato da La Storia Siamo Noi (il programma condotto da Giovanni Minoli, in onda questa sera alle 23.30 su Rai Due) Romiti ricorda la sua esperienza alla guida dell'azienda torinese.

L'argomento della trasmissione è "la marcia dei quarantamila", la manifestazione dei lavoratori Fiat che durante la lunga vertenza del 1980 scesero in piazza per protestare contro i picchettaggi degli scioperanti. Ma l'ex ad di Alitalia parla anche del futuro della principale casa automobilistica del Paese e dei protagonisti dell'industria italiana: da Sergio Marchionne ad Alessandro Profumo.

 

Romiti ricorda quando Montezemolo fu allontanato dalla Fiat. Colpevole di aver "venduto" ad alcuni industriali una serie di incontri con l'avvocato Agnelli. «Sì, è vero - spiega -. Ma non l'ho cacciato. Non c'è stato alcuno scontro, perché lui ha ammesso quello che avveniva. Eravamo assieme, l'avvocato Agnelli e io, e lui naturalmente ha lasciato immediatamente l'azienda. L'Avvocato gli ha procurato in seguito una posizione nella Cinzano».

1975

Tra i protagonisti della Fiat di oggi, Romiti apprezza il presidente John Elkann, «un dirigente affidabilissimo». Dell'amministratore delegato Sergio Marchionne dice: «Mi sembra uno determinato. In questo mi piace, perché mi ricorda quello che facevo io». In passato Romiti aveva criticato la strategia di Marchionne, tesa a dividere il sindacato.

Oggi conferma: «Trovo che forse sia una strategia non proficua per l'azienda. La forza sindacale è quella che ti sta di fronte, quella con cui puoi colloquiare tutti i giorni. Se ti inimichi il sindacato, e nel caso specifico il più grosso sindacato italiano, questo ti sarà contro, ti disturberà, ti rovinerà la fabbrica. È un lavoro lunghissimo, però bisogna portare tutti i sindacati sulla stessa linea».

 

Romiti parla della lunga vertenza Fiat del 1980. Che seguì da amministratore delegato. «Di quell'esperienza non ho alcun rimpianto. Credo che la ripresa del lavoro in Italia, non solo nella Fiat, sia partita da lì». Una vicenda lontana. Non solo perché avvenuta oltre trent'anni fa. «Allora c'era molto più senso di responsabilità - continua Romiti -. Quello che oggi manca».

Tanto è cambiato anche all'interno dell'azienda: «All'epoca mia, in Fiat ci si stava anche perché si aveva la voglia, il gusto, di starci». E ancora: «Il rapporto che c'è tra la paga più bassa e quella più alta in un'azienda è enormemente cresciuto. Oggi ci sono delle sproporzioni assurde». Come si giustificano i salari dei top manager? «Non si giustificano- conclude Romiti -. Io sono contrarissimo».

 

Pochi giorni fa Marchionne ha parlato di un Paese che «ha perso la bussola». Romiti è d'accordo: «Direi che non solo ha perso la bussola, ma ha perso ogni senso di responsabilità. Questi ultimi anni di vita politica del Paese ci hanno fatto perdere quella cosa che noi avevamo: il senso della vergogna quando commettevamo cose che non dovevamo commettere».

 

Intanto la classe dirigente italiana si impoverisce. Romiti critica l'addio dell'amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo. «Era un leader. Qualche volta era troppo altezzoso, ma conosceva il suo mestiere. Come uomo lo stimavo molto». Una carriera interrotta, sempre secondo Romiti, a causa dell'invadenza del mondo politico. «Perché la banche - ammonisce Romiti - hanno tra i loro azionisti importanti le fondazioni bancarie. E queste hanno nel loro seno la politica. Anzi, tenderanno ad averne sempre di più. È uno dei pericoli maggiori che corre questo Paese».

Un problema sicuramente non recente: «Io ci litigavo - ricorda Romiti parlando dei protagonisti della politica di qualche anno fa - qualche volta mi arrabbiavo. Però era una classe politica migliore di quella attuale».

 

 

[07-10-2010]

 

 

 

Caso Agnelli, i dubbi del documentario proposto da "La storia siamo noi"

Tutto parte da quella tragedia “misteriosa”, la morte di Edoardo, 46 anni, il cui corpo veniva rinvenuto la mattina del 15 novembre di dieci anni fa sotto un viadotto della Torino-Savona

 

Alla fine, se ne sa quanto prima. E cioè poco, ma quel poco che basta per tenere tutto com’era e non smuovere il caso sulla morte di Edoardo Agnelli. La tesi del suicidio regge, nonostante le allusioni e le opinioni messe in onda dal documentario “L’ultimo volo”, andato in onda su Rai2 nella scorsa puntata de “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli. E in Procura a Mondovì sono piuttosto sicuri che il fascicolo resterà dov’è. Tutto parte da quella tragedia “misteriosa”, la morte dell’unico erede maschio dell’avvocato Gianni Agnelli: Edoardo, 46 anni, il cui corpo veniva rinvenuto la mattina del 15 novembre di dieci anni fa sotto un viadotto della Torino-Savona (fra il casello di Fossano e quello di Marene) in riva allo Stura nel territorio di Bene Vagienna. Una caduta di ottanta metri. Il caso finì in mano alla Procura monregalese, che dopo le indagini archiviò la vicenda come suicidio. "Lo fu davvero – si chiede Minoli –, o la verità è un’altra: un omicidio?".

La tesi del suicidio non fu fatta a caso, dall’allora procuratore capo Riccardo Bausone: gli indizi erano moltissimi. Primo, il corpo era esattamente sotto al ponte, proprio sulla perpendicolare del punto dove si trovava l’auto di Edoardo abbandonata. Secondo, le contusioni sul corpo combaciavano perfettamente con quelle che si potevano trovare dopo una caduta del genere (e ogni perizia medica lo ha confermato, sebbene non fu fatta una vera e propria autopsia). Terzo, la ricostruzione di quanto aveva fatto Edoardo negli ultimi giorni e nelle ultime ore avvalorava la tesi del suicidio: il giorno prima aveva ritelefonato a tutti gli amici di gioventù, quella mattina era uscito di casa senza neppure togliersi il pigiama, e la sua auto, una volta imboccata l’A6, era entrata e uscita due volte dai caselli, percorrendo quel tratto. Forse proprio per aspettare il momento adatto, per non essere visto mentre scavalcava il parapetto. Tuttavia, come spesso accade nei casi della morte di un “vip” in circostanze simili, le dietrologie si sprecano. Soprattutto nel caso di Edoardo Agnelli: una persona la cui vita è stata ampiamente chiacchierata a causa del suo comportamento e delle sue attitudini.

Il documentario di Minoli le sviscera una per una: la distanza dal mondo imprenditoriale, che faceva di lui un improbabile erede al timone della Fiat; le simpatie per le filosofie e per le religioni, una mentalità lontana da quella affaristica; i suoi problemi con la droga, la sua psiche fragile, e via dicendo. Ma, per quanto molti lo considerassero “un personaggio scomodo” (così viene definito nel filmato) nella dinastia Agnelli, le teorie dell’omicidio si basano su mere congetture. C’è l’ex consulente finanziario, che sostiene che Edoardo fu ucciso perché non voleva firmare alcune carte relative all’azienda di famiglia. C’è chi sostiene che non si sarebbe mai buttato, senza lasciare un messaggio scritto. E c’è addirittura l’ipotesi di un complotto degno di John Grisham: Edoardo, che nutriva simpatie verso la religione musulmana, sarebbe la vittima di una cospirazione sionista temendo... una “deriva islamica” del colosso Fiat.Dal documentario emerge anche la testimonianza di un pastore, che confessa di aver visto il cadavere vicino al fiume ore prima del suo effettivo ritrovamento: ma i dettagli sono pochi, troppo pochi per parlare di una riapertura del caso. E infatti le parole del procuratore capo di Mondovì, Maurizio Picozzi (che compare anche nel documentario), sono eloquenti: "Ho visto il filmato – dice –. Interessante, ma non mi pare che aggiunga molto a quello che già si era dett

 

 

http://conflittiestrategie.splinder.com/post/23333370/la-scomparsa-di-ed

Edoardo-Agnelli-a-cura-di-federico-roberti

 

saluti,

F. Roberti

 

Il mio sito funziona adesso. www.detsortelam.dk 

 

 

 

 

Maurizio Caverzan per "Il Giornale"

  - SE RUGGISCE IL LEONE... Per trovare nuovi spunti, il dg della Rai Mauro Masi ha costituito un pensatoio con Giovanni Minoli, Maurizio Costanzo e Michele Guardì. Tra le idee di fine estate balenate a qualcuno dei tre saggi sembra ci sia un programma con un conduttore d'eccezione: il vicedirettore generale Giancarlo Leone. [27-09-2010]

 

 

 L'ULTIMA VERITA' SU EDOARDO: "UCCISO DA UN COMPLOTTO"
Postato il Giovedì, 05 marzo @ 04:35:45 CST di davide   
ItaliaDI TONY DAMASCELLI
ilgiornale.it

Il giallo Agnelli jr. Un suicidio pieno di segreti, l’ombra dell’islam, una serie di lettere strane. Un libro riapre il caso. In "Ottanta metri di mistero" raccolte decine di testimonianza. E troppi silenzi

Sostiene Giuseppe Puppo che sulla morte di Edoardo Agnelli non è stata detta tutta la verità. Forse. Lo scrive in un libro, edito da KOINè, dal titolo «Ottanta metri di mistero, la tragica morte di Edoardo Agnelli». Centosettanta pagine di testimonianze raccolte dal giornalista scrittore leccese, Giuseppe Puppo, appunto, scosso improvvisamente nel febbraio dell’anno scorso, dalla storia amara dell’eredità della famiglia Agnelli, della causa intentata da Margherita: «Mi tornarono alla mente le voci, gli articoli, le illazioni fatte al tempo della morte di Edoardo, quello che riportarono certi siti internet, il suicidio misterioso, la lotta di potere, l’esclusione del figlio da ogni ruolo. Per sei mesi ho raccolto testimonianze di amici, parenti, altre figure per riscrivere i fatti di quel giorno, il quindici di novembre dell’anno duemila. Mi sono chiesto: come mai per la morte di lady Diana sono stati scritti mille articoli, trenta libri e svolte due inchieste una in Inghilterra, un’altra in Francia mentre per Edoardo il caso si è chiuso in quarantotto ore».

A seguito: Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli (Carlo Gambescia);

Ecco il riassunto di un libro che gode della prefazione di Ferdinando Imposimato, magistrato campano, presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, giudice istruttore di drammatici processi ai terroristi, dall’omicidio di Moro all’attentato a Giovanni Paolo II. Imposimato registra, non si schiera ma lascia aperta la porta all’ipotesi che qualcosa di diverso, da quello registrato ufficialmente agli atti, possa essere accaduto. Il libro di Puppo riaccende la luce nelle zone buie, che sono molte, direi troppe e sulle quali nessuno ha mai voluto veramente fare chiarezza, confermando il sospetto o la teoria che qualunque vicenda riguardi o sfiori la famiglia più importante d’Italia sia destinata a smarrirsi nel silenzio. Così non vorrebbero alcuni personaggi avvicinati dall’autore, così non vuole Marco Bava, analista finanziario, amico di Edoardo, convinto che il suicidio sia una copertura e l’omicidio la verità, così il medico legale di turno, il dottor Carlo Boscardini che si chiama fuori da quel pomeriggio tragico con il titolo «Io non c’ero», scaricando ogni responsabilità del certificato di morte sul dottor Marco Ellena, suo superiore gerarchico, che compilò il referto con alcune imprecisioni dovute alla fretta, forse, le tracce di terriccio tra le mani del giovane Agnelli, difficili da spiegare per chi era piombato da un’altezza di 90 metri, così come i mocassini ancora ai piedi. Sceglie il silenzio il medico del 118, accorso per primo sul posto, non risponde alle domande di Puppo.

E ancora, la strana e ingiustificata assenza degli «angeli custodi» delle guardie del corpo di Edoardo Agnelli, le due ore trascorse da quando uscì di casa alle 7 e un quarto per arrivare, dopo sessanta chilometri, sul viadotto di Fossano; le telecamere a circuito chiuso, di casa Agnelli, le cui immagini non sono state mai riviste; il traffico telefonico sui due cellulari lasciati a bordo della Croma prima dell’epilogo, la totale assenza di testimoni alle 9 del mattino lungo un tratto stradale che registra il passaggio, a quell’ora, di almeno otto vetture al minuto, l’abbigliamento di Edoardo Agnelli, il pigiama sotto la camicia; l’assenza di impronte digitali sulle portiere e a bordo della Croma, la sepoltura affrettata, l’esame autoptico mancante; e come una nuvola grigia, fastidiosa sopra questo scenario già angosciante, la tesi di un complotto sionista che troverebbe la giustificazione nell’adesione nel 1974 di Edoardo all’Islam e sulle conseguenze che questa sua scelta avrebbe avuto sul futuro dell’azienda e del patrimonio Fiat, di cui, lui, sarebbe stato erede. Tesi lanciata in Iran subito dopo la morte di Edoardo (al quale nel novembre del duemila e cinque è stata intitolata una piazza di Khomein città natale dell’ayatollah e l’aula magna dell’università Al Zahra di Teheran), tesi costruita sul dissidio «religioso» e non soltanto con l’altro ramo di famiglia, gli Elkann legati al mondo ebraico, tesi smentita tuttavia dal profondo rapporto che legava Edoardo a Margherita, ribadito dalle lettere numerose, accorate nelle quali il fratello confessava il proprio disagio: «...Margi sono felice ma un poco in tensione. Papà mi ha parlato di alcuni lavori e di certi progetti dei quali, lo confesso, nel particolare ho capito ben poco. Oppure ho capito troppo bene e ora ho paura di avere inteso una canzone stonata. Lo sai bene che la mia mente vola alta sopra le megalopoli industriali e, osservando con attenzione sotto, vedo poco di buono e tantissimo da trasformare... Vorrei che papà mi stesse vicino per accompagnarmi lungo i primi passi del percorso che, immagino, sarà lungo e assai impegnativo. Mi auguro proprio che questo accada, anche se pensandoci provo un disagio simile alla paura».

E in un altro scritto Edoardo parla del proprio impegno in Fiat, dell’idea di affidare le competenze a una persona, sembra Marco Bava appunto che ne curava il profilo economico: «Se il potere della nostra famiglia cadesse nelle mani sbagliate sarebbe una cosa estremamente pericolosa per questa nazione... Mio padre si è comportato benissimo fino ad oggi. Ma se non imposta la propria successione in maniera corretta anche lui dovrà rispondere delle proprie azioni e dare le sue spiegazioni davanti a Dio. Questo se lo deve mettere in testa». E infine il rifiuto di firmare una sorta di rinuncia ai diritti di «Dicembre» la società finanziaria della famiglia (che controllava l’intero mondo Agnelli), in cambio di benefici economici. Ma chi può dimenticare i problemi esistenziali di Edoardo? La droga, i viaggi in India, le improbabili lettere scritte ai capi di Stato di ogni dove? Il suo carattere ora solare ora buio? Resta il mistero, il libro di Puppo riapre interrogativi. Come in questi otto anni, ricadranno nel silenzio.

Tony Damascelli
Fonte: www.ilgiornale.it
Link: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=326849&PRINT=S
5.04.2009

OTTANTA METRI DI MISTERO. LA TRAGICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

DI CARLO GAMBESCIA
carlogambesciametapolitics.blogspot.com

Una volta letto e chiuso l’ultimo libro del giornalista e scrittore Giuseppe Puppo, il pensiero va subito alla sua capacità di trattare con professionalità e rispetto un argomento giornalisticamente border line come la morte di Edoardo Agnelli (Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli, pref. di Ferdinando Imposimato, Koinè Nuove Edizioni, Roma 2009, pp. 176, euro 14,00; ma si veda anche il suo sito http://www.giuseppepuppo.it/ ).
Puppo si muove con eleganza antica nel nobile alveo del grande giornalismo d’inchiesta, rigoroso, documentato, pacato. Il libro indaga la morte per suicidio di Edoardo, quarantasei anni, unico figlio maschio di Giovanni Agnelli, lanciatosi nel vuoto, dall’alto di un ponte dell’autostrada A6 Torino-Savona, il 15 novembre 2000: da ottanta metri, come recita il titolo del libro.

Una tragica vicenda. Ma il tocco felpato, non meno penetrante, dell’autore lascia il segno: siamo davanti a un libro-inchiesta che si legge d'un fiato, ma che non priva il lettore di quell' appagamento intellettuale, sempre più raro, soprattutto in tempi di giornalismo sciatto e urlato.
Ovviamente l’ipotesi alternativa, che Puppo più che imporre sottopone al giudizio dei lettori attraverso la forbita intelligenza dei documenti ( virtù molto torinese, questa, benché l'autore lo sia solo d'adozione), è quella dell’omicidio. Dietro il quale si celerebbero astiose questioni ereditarie interne alla famiglia Agnelli. Nonché forse più sottili ragioni politiche e religiose. Probabilmente legate alla scelta islamica, filo-iraniana e sciita di Edoardo: una "svolta" spirituale addirittura risalente agli anni Settanta, e in seguito sempre meno apprezzata, se non temuta, dalle componenti familiari più filo-semite e internazionalizzate...
Ma su questo aspetto lasciamo ai lettori il gusto di scoprire, pagina dopo pagina, l’intreccio, così ben ricostrutito e indagato da Giuseppe Puppo, in particolare attraverso interviste e testimonianze inedite. Il quale, ripetiamo, non impone tesi precostituite. Ma accompagna il lettore, quasi per mano, lungo un onesto cammino di ricerca (come nel bellissimo ultimo capitolo, vero gioiello di fine recherche introspettiva), persino nei luoghi fisici dei tristi eventi. A ritrovare quella che con formula felicissima, Puppo definisce la “geografia dell’anima” non solo di Edoardo, degli Agnelli, ma di una città , già intrigante di suo, come Torino.

In realtà, quel che più colpisce di Ottanta metri di Mistero è il fattore Buddenbrook. Che sociologicamente rinvia a quella gigantesca e spesso perdente lotta contro le dure leggi della decadenza sociale. Alle quali anche il capitalismo, come sistema sociale, soprattutto se familiare, non può sottrarsi, proprio nelle sue "micro-articolazioni". Come appunto mostra il modello per eccellenza di capitalismo familiare, quello della stirpe dei Buddenbrook, immortalato da Thomas Mann. Ma ci spieghiamo meglio.

Le pagine di Puppo offrono ai lettori lo spaccato sociologico di quelli che sono i problemi “dinastici” di certo capitalismo familiare, ancora vivo - per alcuni, purtroppo - nell’ Italia del 2009 , ma con radici lontane nell’Ottocento europeo. Dove, ieri come oggi, le generazioni al comando, tentano di darsi il cambio, anello dopo anello. E in che modo? Guardandosi febbrilmente intorno, sempre in cerca di come sostituire degnamente gli anelli deboli del sangue, attraverso politiche matrimoniali e successioni guidate dalla "cultura" del comando, magari attraverso il meccanismo dell' “adozione”, non sempre pubblica come invece avveniva nella Roma imperiale. E così proseguire, grazie a trasfusioni di sangue fresco, la difficile lotta contro le costanti della decadenza sociale, dettate dalla biologia e dalla sociologia degli organismi sociali. Già Marx, benché in altro senso, aveva parlato del capitalismo come di un fenomeno vampiresco.
In certa misura, il passaggio epocale, soprattutto novecentesco, dal capitalismo familiare a quello manageriale e azionistico, può essere visto come un tentativo di contrastare le costanti di cui sopra, sostitituendo alle famiglie (socialmente) mortali, la specie immortale della "forma" azione. Puntando su manager sempre sostituibili con altri manager, all'insegna della continuità, se non perennità, del comando, detenuto dai possessori delle azioni immortali. Ma questa è un'altra storia.

Edoardo, così colto e fragile al tempo stesso, non poteva che essere una vittima designata. Come ogni anello debole. Vittima di se stesso? Di altri? Per scoprirlo, o comunque per avvicinarsi alla verità, consigliamo di leggere l'avvincente libro-inchiesta di Giuseppe Puppo.

Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com
Link: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2009/03/il-libro-della-settimana-giuseppe-puppo.html
5.04.2009

Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli, pref. di Ferdinando Imposimato, Koinè Nuove Edizioni, Roma 2009, pp. 176, euro 14,00 – www.edizionikoine.it

 

 

 

Negli ultimi giorni, i media italiani ( Ansa, Sette, Corriere della Sera, Oggi, Libero e tanti altri, finanche “La Stampa”, non ci posso credere )  hanno riscoperto la complessa questione legata alla tragica morte di Edoardo Agnelli, su cui avevo condotto, dopo anni di silenzi e omissioni, la mia inchiesta giornalistica pubblicata dalla Koinè nuove edizioni, nel gennaio 2009 col titolo “Ottanta metri di mistero”: è un dato di fatto che essa, stante i numerosi riscontri avuti già allora, per quanto non eclatanti come gli ultimi, costituisce la vera riapertura del caso, con buona pace di quanti soltanto ora ne hanno rivendicato la paternità.

 

Tengo a ribadire che io non avevo fatto un'indagine per dimostrare che Edoardo fosse stato ucciso: avevo cercato la verità per quanto possibile, con la limitatezza delle mie possibilità di giornalista e non di poliziotto, o magistrato e avevo scritto quello che avevo trovato, senza pregiudizi.

 

Poi, che quello che avevo trovato converge inequivocabilmente, con almeno una ventina di elementi concreti e non ipotesi, o congetture astratte, verso la direzione precisa che smentisce la versione ufficiale del suicidio, è un altro paio di mani: se avessi trovato il contrario, avrei scritto il contrario, non mi stancherò mai di ripeterlo, anche adesso che, alla luce di nuovi sviluppi, molti dei quali ancora inediti, sto preparando un secondo libro sull'intera vicenda, per poterle dare una dimensione organica e abbastanza precisa, almeno nelle indicazioni di fondo.

 

Credo che nel giro di qualche settimana finirò il nuovo lavoro, che vorrei intitolare “Chi ha ucciso Edoardo Agnelli?”, tanto per rendere l'idea: ma di questo si occuperà l'editore che, fra l'altro, devo ancora individuare. Vedremo.

 

Nel frattempo, sollecitato, anzi, tirato per i capelli, da più parti, ho due, o tre cose da dire, che non possono aspettare, riguardo il programma di Giovanni Minoli per “La storia siamo noi”, andato in onda su Rai 2 giovedì 23 scorso, in seconda serata, come si dice in gergo, con un eufemismo, in quanto è iniziato poco prima di mezzanotte ed è finito a notte fonda, come di solito squallidamente avviene oramai per quei pochi programmi di qualità e di cultura che sono sopravvissuti alla Chernobyl generale prodotto dalla televisione, pubblica e privata che sia senza differenza alcuna.

 

Ciò nonostante, ho appreso con grande soddisfazione che ha avuto oltre un milione di telespettatori, più di quanto fosse ragionevolmente aspettarsi e uno share lusinghiero, il che dovrebbe far riflettere i responsabili dei palinsesti, se ancora ne avessero la capacità propositiva.

 

Non avendo altre possibilità, in quanto da alcuni anni non mi fanno più scrivere su nessun quotidiano, o periodico, della carta stampata, chiedo ospitalità ai blog e ai siti di contro-informazione di internet, che poi è anche meglio: e ringrazio di cuore chi vorrà pubblicarmi e i lettori che mi onoreranno della loro attenzione.

 

Nella trasmissione in questione, sono stato definito di essere “un complottista” e mi pare di aver già risposto, ma mi permetto di aggiungere un elemento che non avevo mai rivelato.

 

 

Nel novembre del 2000, facevo l'addetto – stampa dell' assessorato alla sanità della Regione Piemonte: mi sarebbe stato facile, dal mio osservatorio privilegiato, acquisire atti e documenti, fra l'altro e invece niente. Invece, anche io, come quasi tutti, non ebbi nessun sospetto: fui coinvolto dall'impostazione generale che era stata data, di “suicidio” senza ombra di dubbio, anche se viceversa, come scoprii soltanto in seguito, quando, nella primavera del 2008, fra l'altro per puro caso, iniziai a occuparmi del caso e ho già detto come, di ombre e di dubbi ce n'erano tanti.

 

L'altra sera, anzi, l'altra notte, poi, mi sono sentito dire di essere una specie di speculatore, che si è fatto pubblicità, nonché di aver fatto col  mio libro una “cazzata”, da parte di un raffinato intellettuale della  Gallia Cisalpina, che, malgrado la sua ancor giovane età, sugli argomenti relativi a speculazioni, pubblicità e “cazzate” può evidentemente disquisire con autorità, dall'alto del suo magistrale curriculum vitae.      

 

Quindi va bene.

Comunque caso mai io, prima di “Ottanta metri di mistero”, in oltre già trenta anni di attività pubblicistica, ho scritto una decina fra libri, saggi, romanzi e opere teatrali e centinaia di articoli di giornali.

Poi, se un merito mi piglio, con “Ottanta metri di mistero”, al di là del poter forse un giorno stabilire se si tratti di  suicidio, oppure omicidio, è quello di aver restituito ad Edoardo la sua vera dimensione di uomo attento e partecipe, convinto che un mondo migliore fosse possibile e intenzionato a dare il proprio esemplare contributo, intervenendo direttamente nella realtà dei fatti con i mezzi che avrebbe potuto avere, se non ne fosse stato estromesso. Questo, io penso che sia ancora più importante, del poter accertare se morì suicida, o assassinato.

Come ho avuto già modo di sottolineare, Edoardo

 

  “..Era caratterialmente diverso da quello che in molti volevano far credere. Era sensibile, generoso, estremamente preparato in economia e in politica internazionale.

Non è vero che non fosse interessato alla vita dell'azienda di famiglia. Al contrario, creedeva che le industrie dovessero essere al servizio della comunità e non viceversa.

Per alcuni versi, è stato un precursore della finanza etica.

Già otto anni fa, Edoardo aveva previsto, nei suoi scritti, la crisi del sistema americano che ora stiamo vivendo".

 

 

Di questo anche l'altra notte qualche cenno è stato fatto, nel programma di Giovanni Minoli, che è poi il documentario – inchiesta firmato da Alberto D'Onofrio e Alessandra Ugolini.

 

Non entro nel merito delle singole questioni, e sarebbero tante, che la visione ha suscitato in me.

 

Dico che mi è piaciuto e lo dico senza ironia. Dico che ha giovato alla causa e lo dico con gratitudine.

 

Però, Giovanni Minoli poteva risparmiarsi dal trarre le sue conclusioni personali, che andavano lasciate alla sensibilità di ognuno dei telespettatori.

 

Poi, le ha tratte sulla base di molte lacune e omissioni, di merito, presenti nel programma: perché  non è stato inserito quella parte del discorso di Marco Bava, che dimostra, letteratura scientifica alla mano, che le lesioni sul corpo di Edoardo NON sono compatibili con quel volo, da ottanta, o settantatré metri che siano?  E invece è stato fatto affermare il contrario da altri, sulla base di esami compiuti su rilievi fotografici? Dai...

 

Perché è stato omesso di riferire che sul certificato di morte è stato scritto che Edoardo era alto 1.75 e pesava 75 chili, mentre invece era quasi due metri e in quel momento andava oltre il quintale? E che zoppicava d'un piede? E come si fa a sostenere che il povero pastore supertestimone contrario alla tesi ufficiale è un pazzo visionario?

 

E...Va bene, basta. Fra l'altro, io per primo credo che un programma televisivo non sia il modo più opportuno per fare discorsi specifici, che necessitano di ben altri contesti e ben altre sedi.

Potrei continuare a lungo. Ma mi fermo qui: ho già abusato del vostro spazio e della vostra attenzione. Me ne scuso e vi ringrazio.

    

Giuseppe Puppo

 

 

 

 

 

 

 

 

Agnelli/ A 10 anni da morte di Edoardo, 'Oggi' intervista... -2-

Non coincidono orari degli inquirenti e del pastore

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"Era il 15 di novembre del 2000 e quella notte avevo dormito nella roulotte che tenevo sotto il viadotto Generale Romano dell'autostrada Torino-Savona. Ogni giorno, grosso modo alle 8, mi alzavo per dare da mangiare alle mie mucche ma, quel mattino, ero stato svegliato dall'abbaiare dei cani che mi aiutano nel mio lavoro di pastore di vacche. Uscito fuori, ho visto i cani che erano agitati e puntavano un corpo disteso ai piedi di uno dei piloni autostradali, pochi metri più in là del luogo dove avevo passato la notte. Avrei scoperto più tardi che quello era il cadavere di Edoardo Agnelli". Ricostruisce così quel tragico giorno di novembre il pastore cuneese rintracciato da "Oggi", contraddicendo la ricostruzione degli inquirenti sulla vicenda. Edoardo Agnelli quel giorno di novembre era partito da Torino alla guida della sua Croma, privo di scorta. Imboccata l'autostrada Torino-Savona, l'erede degli Agnelli era uscito e rientrato più volte attraverso i caselli autostradali nei pressi di Fossano (Cuneo). L'ultimo di questi passaggi era stato registrato dal telepass alle ore 8.59. Sempre nella ricostruzione degli inquirenti, Edoardo, raggiunto il viadotto Generale Romano, avrebbe accostato la vettura e, saltato il parapetto, si sarebbe lanciato nel vuoto concludendo la sua vita dopo un tragico volo di quasi ottanta metri. Tutto questo, però, è impossibile se si prende per buona la testimonianza di Asteggiano, che si dice sicuro dell'ora e che non chiamò i carabinieri perchè all'epoca non possedeva un telefono cellulare e non intendeva lasciare incustoditi i suoi animali.

 

 

 

 

Agnelli, parla il pm: “Quello di Edoardo fu suicidio”

Edoardo Agnelli

Il caso fu archiviato come suicidio, ”sono passati quasi dieci anni e in questo periodo chi avesse voluto riaprire il caso, portando elementi nuovi avrebbe potuto farlo. Come può ancora farlo oggi, purché le parole siano sostenute da prove valide”: lo afferma parlando con l’ANSA, a proposito della morte di Edoardo Agnelli, Riccardo Bausone, il magistrato di Mondovì che svolse le indagini.

Bausone è in pensione dalla fine del 2008 e di quei giorni serba un preciso ricordo. ”Fatti i riscontri sul corpo, chiusi il caso come suicidio, anche sulla base delle tracce lasciata dalla Croma, in transito ai caselli dell’ autostrada Torino-Savona.

“Esclusi – racconta all’ANSA- che la morte di Edoardo Agnelli, ritrovato alla base di un pilone del viadotto, in linea verticale con la vettura, potesse essere avvenuta con l’ intervento di terze persone dal percorso dell’ auto. L’auto, proveniente da Torino, sarebbe uscita a Fossano, poi sarebbe rientrata allo stesso casello per tornare indietro ed uscire a Marene. Quindi rientrata a Marene e imboccata la direzione Savona, si fermò sul viadotto intitolato oggi al generale dei carabinieri Romano, dove fu poi ritrovata dalla Polizia Stradale. Proprio quel particolare di avanti e indietro sulla A6 assunse il significato di aver voluto accertare con precisione il luogo dove porre in atto il suo gesto. Quindi lasciata la macchina, scavalcò il parapetto, che allora non aveva protezioni e si buttò. Tutto accadde in pieno giorno, senza che nessuno notasse nulla”.

Quindi aggiunge: ”Qualcuno che vantava la conoscenza di Edoardo Agnelli negli anni successivi venne più volte da me per sostenere altre ipotesi, spiegando che non avrebbe potuto scavalcare per via del bastone. Però dalla ricostruzione dell’evento, la causa della morte fu ritenuta la caduta”.

”Quando fui avvisato del ritrovamento del cadavere, prima di intervenire chiesi di verificare che fosse territorio di competenza della Procura di Mondovì, consultando il procuratore di Cuneo. Lo era per pochi metri e quindi mi ci recai. Sul posto c’era già il questore di Torino, Nicola Cavaliere. Ricordo che arrivò anche l’ avvocato Agnelli che disse solo se si poteva agire con sollecitudine per poter portare via il figlio e dargli sepoltura. Aggiungo solo che sono passati quasi dieci anni e in questo periodo chi avesse voluto fare riaprire il caso, portando elementi nuovi avrebbe potuto farlo. Come può ancora farlo oggi, purché le parole siano sostenute da prove valide. Se qualcuno avesse voluto ucciderlo c’ erano posti meno frequentati dove poterlo fare”.

Alla domanda se l’ autopsia fu fatta o no, risponde: ”L’autopsia non fu eseguita, anche se allora fu detto fosse stata fatta, forse usando la parola impropriamente. Fu invece eseguito un approfondito esame sul cadavere, che non presentava nessuna violenza precedente, ma tutti i caratteristici segni della caduta da quasi 80 metri”.

17 settembre 2010 | 17:47

 

 

DIECI ANNI DAL SUICIDIO (PRESUNTO) DI EDOARDO, ULTIMO MISTERO DI CASA AGNELLI - CI SONO ALMENO VENTI ELEMENTI CONCRETI CHE SI OPPONGONO ALLA TESI DEL SUICIDIO - UN GIALLO CHE MINOLI PORTA IN TV: PERCHÉ LA SCORTA NON L’AVEVA SEGUITO? PERCHÉ NON VENNE ESAMINATA LA DOCUMENTAZIONE DELLE TELECAMERE CHE CONTROLLAVANO VILLA SOLE? PERCHÉ LE INDAGINI VENNERO SBRIGATE CON UNA RAPIDITÀ DEL TUTTO ECCEZIONALE? PERCHÉ SI DECISE DI NON EFFETTUARE UN’AUTOPSIA? - (UN CASO CHE IL SUICIDIO DI EDOARDO AVVENGA ALL’INDOMANI DELLA RICHIESTA DELL’AVVOCATO DI FIRMARE UN ATTO CHE LASCIAVA IL COMANDO FIAT IN MANO A JOHN ELKANN?)

Enrico Mannucci per "Sette" del "Corriere della Sera"


1 - DECENNALE DI UN SUICIDIO PRESUNTO...
Un babbo e il bambino in viaggio. Su due sedili, accanto. Il genitore porge al figliolo l'acqua nel bicchiere di carta. Un'immagine normale, domestica. La vecchia foto bianco e nero che tutti potrebbero conservare. No, non tutti: pochissimi, forse nessuno. Perché siamo negli anni sessanta, siamo in aereo e l'aereo è un jet privato, un executive come si chiamavano. In Italia, allora, chi se lo poteva permettere? L'Avvocato, quello con la A maiuscola, Gianni Agnelli. Infatti è lui nelle vesti di papà a dissetare il figlio Edoardo, che ha un'aria a metà grata, a metà stupefatta e spaurita.

La foto non è più banale. Apre spiragli su scenari familiari che si aggroviglieranno micidialmente negli anni. Offre i fili per indovinare le più oscure dinamiche psicologiche. L'immagine arriva a metà di Edoardo Agnelli - L'ultimo volo, un numero speciale di La storia siamo noi - va in onda giovedì prossimo alle 23,30 su Raidue, Sette l'ha visionato in anteprima - che Giovanni Minoli ha curato per il decennale della morte di un ragazzo che ormai non era più un ragazzo, dell'erede di una dinastia industriale che non aveva trovato alcun ruolo nell'impero, di un suicida giù da un viadotto sulla Stura che alcuni vorrebbero, invece, assassinato.

Perché quella fine non è lineare, induce alle dietrologie. Minoli - «Circostanze poco chiare non convincono sul suicidio» - dà conto di tutte le ipotesi: quelle che risalgono a beghe familiari come quelle che tirano in ballo la geopolitica planetaria. Ma, accanto, fa anche il ritratto "di un uomo sensibile": la storia, gli affetti, le debolezze.

IL PIGIAMA SOTTO LA GIACCA - Il decennale cade il 15 novembre prossimo. Quel giorno, nel 2000, Edoardo esce di casa - villa Bona, collina torinese, poco lontano da villa Frescot, la dimora dell'Avvocato - verso le sette e venti, giacca di velluto e sotto, ancora, la giacca del pigiama. Avrebbe la scorta ma prende la sua Croma e si avvia da solo («Era abilissimo a scappare», dice nel filmato la cugina Tiziana Nasi). Poi imbocca la Torino-Savona, sorte a un casello e rientra subito, rifà il percorso che più o meno - stando ai tabulati della Società Autostrade - ha coperto regolarmente nei tre giorni precedenti.

Si ferma sul viadotto al chilometro 44,800, territorio di Fossano, frazione Boschetti. Il viadotto è lungo e altissimo. Scrive Giorgio Bocca che quei viadotti "non sono ponti ma alte vie di cemento, quasi delle portaerei, fra la fredda pianura piemontese e il mare, e anche, per quelli stanchi della vita, fra la sofferenza senza fine e la morte liberatrice". Il corpo di Edoardo viene ritrovato 73 metri più in basso. Lo vedrà lì anche il padre, avvertito personalmente dal questore di Torino, Nicola Cavaliere, e lungo il tragitto tenacemente e disperatamente aggrappato all'illusione dell'incidente, della caduta fortuita.

 

IL GOLPE BIANCONERO - Nel ritratto della trasmissione, al primo posto fra le passioni figura la Juventus. Anche perché non è una spensierata fede ludico-sportiva ma ennesimo terreno di sotterranei conflitti, e neppure i meno importanti. Uno dei problemi più evidenti - al limite della banalità - del delfino che non fu mai era appunto la sofferenza per non avere la fiducia dell'Avvocato. Lui tenuto fuori dai centri direzionali dell'impero mentre Gianni, a 23 anni, era già diventato vicepresidente della Fiat. Dice Lupo Rattazzi: «Il padre era una persona molto dura e aveva certe pretese verso il figlio maschio che lui non riusciva a soddisfare».

Marco Bernardini, uno dei non pochi giornalisti che ebbe momenti di grande confidenza con Edoardo, ricorda invece come si lamentasse perché Gianni tornava in elicottero a Torino, scendeva e abbracciava il cane prima di lui: «Un'altra volta arrivò una telefonata alle cinque del pomeriggio. Avvisava che l'Avvocato sarebbe passato a prendere Edoardo poco più tardi per portarlo allo stadio dove la Juve giocava una partita di Coppa dei Campioni. La mattina dopo il ragazzo si svegliò sul letto, completamente vestito e con una sciarpa bianconera al collo. Nessuno era venuto a prenderlo».

In altri casi, Edoardo cerca di bruciare sul tempo queste vane attese. Se non gli danno un ruolo in Fiat magari può conquistarselo nella Juve. Il 28 aprile 1986 va in panchina accanto a Trapattoni, l'allenatore, il Trap. È una sorpresa, all'uscita i giornalisti gliene chiedono conto. E lui rilascia un'intervista "correttissima", la "erre" debitamente arrotata, un orgoglio represso che ribolle fuori: «Nessuna scaramanzia. Rafforzare il morale dei giocatori è importante».

Viene chiesto conto a papà dell'imprevista apparizione. E lui, paternalista al cubo, svicola con un comprensivo sorriso: «Non ne sapevo nulla. Nessun permesso. No, è stata una sua scelta». Soprattutto, Edoardo sfiorerà il golpe bianconero con un'intervista a Bernardini in cui dichiara scaduto il tempo di Boniperti. Le reazioni che Minoli ricostruisce valgono poco meno che una guerra nucleare. Interviene l'Avvocato da oltreoceano, intervengono quelli che - nella trasmissione - vengono spesso definiti i "i suoi generali", Grande Stevens e Chiusano.

Telegrammi, comunicati ufficiali: Edoardo viene smentito dalla a alla zeta. Dimostra anche coraggio perché vorrebbero dicesse che il giornalista ha travisato tutto e lui, invece, conferma la correttezza dell'articolo.

UN GRILLO PARLANTE ALLA FIAT - Gli attriti, i conflitti con l'establishment di casa Fiat sono innumerevoli, aspri, probabilmente sommersi in tanti casi. Lui scrive al padre indirizzando al "signor presidente della Fiat" per "ricordarle che l'azienda deve produrre automobili, non incentivare la corruzione". In realtà, poi, neanche la semplice produzione di auto soddisferà gli scenari immaginati dall'erede impaziente e già spodestato. Ragiona su sbocchi industriali alternativi.

Quando Giovanni Alberto Agnelli, figlio di Umberto fratello dell'Avvocato, viene indicato per la successione alla guida della Fiat, gli scrive una lettera di fuoco. Giovannino - che morirà tre anni prima di lui per un tumore - gli risponde. E finisce tutto in un patto in cui si giurarono eterna solidarietà. Pino Buongiorno osserva: «Giovannino aveva la testa al business, Edoardo era un filosofo».

 

Chiosa Bernardini: «Sono convinto che se Giovannino fosse vivo, sarebbe vivo anche Edoardo». Il trauma si ripete - stavolta con un'intervista televisiva - quando la scelta cade su John Elkann. Il figlio di Gianni è sempre più lontano dalla fabbrica, dalla holding, dagli infiniti affari di famiglia. I tempi che precedono il suicidio sono segnati da burrascose trattative per fargli rinunciare ai diritti ereditari in cambio di una sostanziosissima buonuscita. Qui si innestano i sospetti. Giuseppe Puppo, un giornalista, li ha depositati in un libro (Ottanta metri di mistero; Koinè nuove edizioni): «Ci sono almeno venti elementi concreti che si oppongono alla tesi del suicidio».

Perché la scorta non l'aveva seguito? Perché non venne esaminata la documentazione delle telecamere che controllavano villa Sole? Perché le indagini vennero sbrigate con una rapidità del tutto eccezionale? Perché si decise di non effettuare un'autopsia? E altri notano come fosse diventato un "personaggio pericolosissimo, un grillo parlante che disturbava assai l'universo Fiat". Un anno dopo la morte la teoria del complotto criminale è stata rilanciata con un servizio della Tv iraniana.

Stavolta con un retroscena politico-religioso: Edoardo viene celebrato come un martire musulmano ucciso dagli ebrei Elkann. «Le religioni gli interessavano molto», dice Gelasio Gaetani Lovatelli, un amico di Edoardo, uno di quelli cui telefonò - senza annunciare nulla, comunque - il giorno prima della morte. E nella biografia si incontrano studi che spaziano all'islamismo all'induismo, fascinazioni per guru indiani, ribadito interesse al misticismo orientale. Osserva Lupo Rattazzi: «Abbracciare altre religioni era un aspetto del suo carattere che si ribellava verso le cose costituite».

 

Interviene, però, Minoli: «La tesi è suggestiva ma assolutamente priva di fondamento. Nessuno degli amici di Edoardo conferma l'assunto di partenza, cioè che lui fosse un musulmano praticante». Senza spaziare fino alle crisi mediorientali, un elemento sconcertante, però, c'è. E a due passi dal viadotto sullo Stura. Luigi Asteggiano è un pastore, di mucche e piemontesissimo. Davanti alla telecamera dichiara di aver visto il cadavere schiacciato sotto il ponte poco prima di dare da mangiare alle bestie.

Questo è un appuntamento fisso, alle otto di mattina, massimo le otto e mezzo. Come si concilia questa testimonianza con l'orario d'ingresso in autostrada registrato dal telepass alle 8,59? E con l'affermazione dell'Avvocato che, a caldo, dice di aver ricevuto una telefonata da Edoardo poco prima delle 9? Se Edoardo era già morto alle 8,59 chi ha guidato la macchina su e giù per la Torino-Savona? La risposta non c'è. C'è un complesso di pareri e di perizie scientifiche che accreditano il gesto solitario.

Luciano Garofano, capo del Ris di Parma fino all'anno scorso, valuta il punto di caduta - "sulla ortogonale rispetto al guard-rail del viadotto" - assolutamente compatibile con la caduta spontanea. È vero, poi, che è strano come nessuno fra chi percorreva quella strada abbia notato una persona che si arrampicava sul parapetto e si lanciava nel vuoto. Ma ancora più strano sarebbe immaginare che nessuno abbia visto diverse persone che ne buttavano un'altra - presumibilmente niente affatto consenziente - di sotto.

 

A favore della tesi del suicidio c'è poi, potente, la consapevolezza dell'instabilità psicologica e dei problemi - «L'uso per quanto limitato e saltuario di sostanze stupefacenti» - del giovane Agnelli. Dice cruda Tiziana Nasi: «A parte il fatto che si è parlato immediatamente di suicidio... Poi cosa è meglio? Almeno lì ha seguito il suo istinto, ha ammesso di non avere la forza di vivere. Come la trovi la forza di buttarti giù da un viadotto? Ci deve essere uno stato di esaltazione, o creato chimicamente dal tuo cervello, o, dico io, più facilmente creato da qualche sostanza chimica esterna».

E Lupo Rattazzi è ancora più duro: «Sarei felice mi dicessero che l'hanno ucciso, vorrebbe dire che non era così disperato». C'è un punto in cui non si può andare oltre. Minoli lo affronta sapendo che al fondo più vero non si arriverà mai: «Se i dati medico-legali confermano la tesi del suicidio, resta la domanda: perché?»

 

2 - LE PAROLE DI LAPO ELKANN, SINCERE FINO ALLA CRUDEZZA: IO, LUI, E LA VOGLIA DI AUTODISTRUZIONE

Lapo Elkann è ormai perfettamente a suo agio nella parte di reincarnazione (con minori responsabilità) dell'Avvocato, battitore libero con licenza di dire parolacce e crudezze per altri sconvenienti. Nella trasmissione di Minoli parla spesso, padroneggia il video, mette e toglie gli occhiali da sole, sintetizza efficace il ritratto di Edoardo:

«Una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». E in poche battute dipinge anche un quadro dei rapporti familiari, in quella Villar Perosa "dove ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori".

 

Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato l'indicazione di John Elkann, suo fratello, a erede ufficiale per la guida dell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Yaki è stata come una seconda costola tolta. Ma si rendeva conto che non era una posizione per lui».

Nessuna concessione alla tesi dell'omicidio: «Credo che di cazzate se ne dicano tante. Tutti hanno bisogno di riempire la carta e i format». E nessuna reticenza, poi, sulla "metà oscura" dello zio, ricostruita partendo dalla propria biografia: «Non ho voglia di fare confronti ma aveva un lato autodistruttivo che in parte ho avuto anch'io. Solo che lui, penso, non ne sia mai uscito. Io ho avuto problemi con la cocaina, che è un certo tipo di droga, ti dà iperattività, ti spinge a far girare il mondo. Lui con l'eroina che ti fa vivere senza vivere. Sono due cose diverse. L'eroina gli ha permesso di offrire i fianchi al mondo.

 

Ma poi i problemi in Kenya l'avevano indebolito ancora di più. La mia storia non c'entra niente con la sua, ma quel momento di vuoto è uno dei più difficili della vita. L'unica cosa che a me diceva era: stai attento perché è pericoloso».

Non lo sapeva dire abbastanza anche a se stesso, pare dire Lapo fra le righe: «La voglia non ti va mai via. Avrai sempre dei film in testa. Allora è un percorso duro quello che devi fare. E devi avere le palle per dire mi rimetto in gioco. Nell'immaginario collettivo sei il figlio di Agnelli, puoi fare quello che vuoi. Non è vero, è dura». Lapo è giovane ma nella saga nera degli Agnelli che tanto ricorda quella dei Kennedy ha già vissuto tante occasioni tristi: «Ma la morte di Edoardo è quella che mi ha toccato di più: una persona che non ha vissuto la sua vita, non vedeva possibilità a una vita felice».

  [15-09-2010]

 

 

COMUNICATO STAMPA

 

RIFLETTORI PUNTATI SULLA TRAGICA MORTE 

DI EDOARDO AGNELLI

 

Sulla morte di Edoardo Agnelli non è stata detta tutta la verità. A riaccendere i riflettori, a dieci anni dalla scomparsa del figlio di Gianni Agnelli e Maria Caracciolo, l’inchiesta tv di Giovanni Minoli all’interno della rubrica “La storia siamo noi” in onda giovedì 23 settembre (RaiDue, 23.30). Un anno fa, a riaprire le domande sui dubbi ancora irrisolti, è stata la Koinè Nuove Edizioni con l’uscita, nel febbraio 2009, del libro di Giuseppe Puppo “Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli”. Una vera e propria inchiesta giornalistica, condotta in presa diretta, che ha portato all’acquisizione di molti elementi concreti. Numerosi gli interrogativi al centro dell’inchiesta: cosa si nasconde dietro la tragica morte di Edoardo Agnelli? Fu vero suicidio o un complotto ai danni del futuro erede della famiglia più potente d’Italia? Dopo anni di silenzio, l’autore affronta, avvalendosi di testimonianze inedite, uno dei tanti misteri rimasto ancora insondato. Il libro di Puppo riaccende la luce nelle zone buie sulle quali nessuno ha mai voluto veramente fare chiarezza, come le tracce di terriccio tra le mani del giovane Agnelli, difficili da spiegare per chi era piombato da un’altezza di 80 metri; il medico del 118, accorso per primo sul posto, che ha scelto di non rispondere alle domande di Puppo; la strana e ingiustificata assenza delle guardie del corpo; le telecamere a circuito chiuso, di casa Agnelli, le cui immagini non sono state mai riviste; la sepoltura affrettata, l’esame autoptico mancante. E, infine, la tesi di un complotto sionista che troverebbe la giustificazione nell’adesione nel 1974 di Edoardo all’Islam e sulle conseguenze che questa sua scelta avrebbe avuto sul futuro dell’azienda e del patrimonio Fiat, di cui, lui, sarebbe stato erede. Tesi lanciata in Iran subito dopo la morte di Edoardo (al quale nel novembre del duemila e cinque è stata intitolata una piazza di Khomein città natale dell’ayatollah e l’aula magna dell’università Al Zahra di Teheran).

Ufficio Stampa

Raffaella Rosa

 

 

 

 

su «sette» l'anticipazione del Programma di Minoli dedicato al caso

Il giallo di Edoardo Agnelli
Un'inchiesta tv riapre le domande

A dieci anni dalla scomparsa, dubbi ancora irrisolti

su «sette» l'anticipazione del Programma di Minoli dedicato al caso

Il giallo di Edoardo Agnelli
Un'inchiesta tv riapre le domande

A dieci anni dalla scomparsa, dubbi ancora irrisolti

 

MILANO - Un «insofferente che soffriva», uno che «non vedeva possibilità di una vita felice» (Lapo Elkann, nipote). Un «adolescente perenne», un «Pollicino che si doveva confrontare con la grande storia di una grande famiglia» (Vittorino Andreoli, psichiatra). Uno che «si ribellava verso le cose costituite» (Lupo Rattazzi, cugino).
Edoardo Agnelli, figlio di Gianni e Marella Caracciolo, era di tutto questo un po'. Classe 1954. Un uomo stretto fra solitudine e filosofia, affascinato dalle religioni, deluso dalla vita. La mattina del 15 novembre 2000 si alzò di buon'ora nella sua villa, collina torinese. Infilò la giacca sul pigiama e «scappò» dalla scorta, si mise alla guida della sua Croma, imboccò la Torino-Savona e tirò dritto fino al chilometro 44,800. In quel punto - territorio di Fossano - c'è un viadotto alto 73 metri. Ed è fra i ciottoli e le erbacce ai piedi dei suoi pilastri che il corpo di Edoardo viene trovato, quella stessa mattina, dal pastore Luigi Asteggiano.
Sono passati dieci anni ma è come se il tempo si fosse fermato. Le domande restano le stesse. È stato un suicidio? E come mai nessuno lo ha visto quando ha accostato, è sceso, ha scavalcato il guardrail e si è buttato? Perché non è stata fatta l'autopsia? E se invece fosse stato un omicidio? Seguendo quest'ipotesi si finisce negli orari che non tornano: per esempio il pastore che dichiara di averlo trovato fra le otto e le otto e mezzo mentre il telepass dell'autostrada segna il passaggio della Croma alle 8.59. Poi c'è la scorta che non lo segue: come mai?
La lista delle domande senza risposta è ben più lunga. Le ha messe tutte in fila Giovanni Minoli con la sua La storia siamo noi. La puntata di giovedì 23 settembre si intitolerà L'ultimo volo (Raidue, ore 23.30) e sarà dedicata al giallo di Edoardo Agnelli, alla sua vita bruciata e a quel che resta del suo ricordo. Sette, il magazine del Corriere della Sera in edicola domani, anticipa l'inchiesta tivù con un lungo servizio (Decennale di un suicidio presunto). Nelle sue pagine un'intervista a Minoli, la ricostruzione del caso, fotografie di casa Agnelli, parte dell'intervista rilasciata a Raidue da Lapo Elkann e il profilo psicologico di Edoardo a cura di Vittorino Andreoli.


15 settembre 2010

 

 

 

 

 

Una viola per Edoardo, il principe senza corona

Mercoledì 15 Settembre 2010 08:38

 

di Marco Bernardini

Era più o meno come adesso, con l'estate sorpresa nel passo di addio. Lei sarebbe tornata, l'anno successivo. Il mio amico e maestro no. E tutti e due lo sapevamo. Giovanni Arpino non parlava più. I suoni azzerati dal bisturi, comunicava con l'irrinunciabile penna Bic che, un poco, sbavava sui foglietti del bloc notes. "Muoio per tutto quello che ho fumato. Pentito niente. Dispiaciuto, un poco. Un consiglio per te, giovane amico. Fai in modo che, non sempre ma spesso, la tua parte toscana metta all'angolo la ritrosia un tantino ruffiana del tuo essere anche piemontese. Urla, se ti va, anziché sussurrare. Indro avrebbe desiderato, da parte mia, la stessa cosa per rendere ancora più incisivo il suo Giornale. Non sono stato capace, condizionato da una vita di giornalismo alla torinese per la "busiarda". Se mai ti capitasse l'occasione, smetti il fioretto è impugna la clava. Una volta almeno, provaci". Lo rividi mai più. Cercai di immaginarlo, eternamente boogartiano come lo avevo conosciuto in giro per il mondo a raccontare storie di pallone, ma il mio sguardo non riuscì ad andare oltre il legno del faggio dove era stato blindato per il trasporto terreno. Dopo fu altra cosa e con Giuanin parlo spesso.

Oggi, per esempio, che mi tocca scrivere una storia parallela su tre piani i quali, tuttavia, di fatto si intersecano. L'opera documentaristica e cinematografica di una autrice fiorentina, Alessandra Ugolini. Un cognome che, sicuramente, provocherà tempeste emotive non indifferenti nelle anime viola di una città dove il calcio non è mai soltanto un gioco. Il secondo filo della matassa. Quello legato alla figura dell' ingegner Ugolino Ugolini ovvero l'uomo che regalò a Firenze un totem chiamato Giancarlo Antognoni. Eppoi, tornando al lavoro di Alessandra, la sua opera prima, per la regia del marito Alberto D'Onofrio, intessuta intorno alla figura di un principe rinascimentale nato, suo malgrado, in tempi sbagliati e allevato in una corte altrettanto sconosciuta e persino ostile al suo carattere gentile. Un muro contro muro senza possibilità di sopravvivenza per uno dei due elementi. Tantè, Edoardo Agnelli, unico figlio maschio dell'Avvocato, morì dieci anni fa e il suo corpo venne trovato sul fondo di un precipizio alto sessanta metri lungo l'autostrada che da Torino porta a Savona. Di quel principe, senza corona e senza scorta, fui amico autentico e cioè fraterno per quindici lune. Tanto che, due anni dopo il suo volare via, sentii il dovere di raccontare lui e la sua breve esistenza "italiana" in un libro. Una sfida. Una guerra, per certi versi, lunga di anni e combattuta nei sotterranei dell'esistenza quotidiana, cadenzata da miserie e da paure assortite, oggi vinta nell'istante in cui domenica alle 18,30 le luci in sala del teatro Gobetti, di Torino, si spegneranno e sullo schermo, in anteprima e nel quadro del Prix Italia, verrà proiettato per "La Storia siamo noi" di Giovanni Minoli il film-documentario "Edoardo Agnelli". La felicità, urlata come vorrebbe Arpino, è condivisa dai coraggiosi editori torinese della "Spoon River-Graphot", dalla sorella di Edoardo Margherita de Palhen che mi ringraziò per essere stato "il primo e l'unico ad aver dato voce a mio fratello", anche dal cielo credo per la voce di Susanna Agnelli la quale mi disse semplicemente "Grazie". Gli occhi le brillavano. Quel che racconta il libro, lo documenta per immagini e riflessioni aggiuntive il film. E, dopo la vernice torinese, chi lo vorrà vedere potrà farlo in prima serata sulla Rete Educational della Rai tra quindici giorni. Quel che è interessante, al momento, è capire il come e il perché gli autori abbiano deciso di volare tanto in alto intraprendendo una strada a dir poco scivolosa che avrebbe potuto, nel migliore dei casi, portare al nulla più totale. Alla base di Edoardo, dal libro al film, l' esigenza intime e irrefrenabile di compiere un'impresa. Soprattutto nel nome dell'amore per la verità oltreché per il prossimo. Alessandra Ugolini questo tipo di rara qualità se la trova scolpita nel Dna che il babbo le ha saputo trasferire.

"Nascere e crescere con la Fiorentina addosso. Mi creda, questa già di per sé rappresenta un'impresa non indifferente in una città per la quale il gioco del pallone e, meglio ancora, la squadra di casa è un'autentica ideologia. Mio padre volle sposare quell'ideologia e, per otto anni, ne fece la sua ragione di vita. Era un buon ingegnere, ma lui voleva essere un ottimo presidente. Non erano stagioni facili, certamente. Era l'epoca, negli Anni Settanta, dei padroni del calcio "ricchi e scemi". Il mio babbo non era ricco, almeno non come gli attuali burattinaio del pallone. Ma neppure scemo. Tant'è, riuscì a battere la concorrenza di tante società più potenti di quella viola e regalò a Firenze Giancarlo Antognoni ovvero il giocatore prima e l'uomo adesso che simboleggia l'eternità di un'intera città. Fu quella, sostanzialmente, l'impresa epocale del mio papà che pure, sul piano sportivo, vinse anche un paio di Coppe Italia. Io ero piccina, ma lo seguiovo passo dietro passo lungo questa affascinante strada viola".


Viola come il ricordo dei fiori cha Antognoni non dimenticava mai di portare in dono alla cinque sorelle Ugolini quando decideva di far visita nella casa del presidente. "Rammento che una volta mi venne anche a prendere all'uscita della scuola. Bene, da quel momento, diventai la beniamina dell'istituto e soprattutto venni eletta dai maschi come la loro mascotte. Vede, quella non era una squadra di calcio ma una famiglia. La famiglia Ugolini allargata, così la voleva mio padre. Le vacanze in ritiro con loro, per esempio. Oppure, al cinema tutti insieme il sabato pomeriggio. La Fiorentina come motivo di festa, quando si vinceva. Ma anche di dramma. Avevo nove anni e ricordo il terrore per quelli che, in tribuna, ci volevano aggredire. Fu l'ultima stagione per mio padre, come presidente. Lo scorso anno, al suo funerale, ho rivisto tutti i suoi ragazzi". Quasi tutti, ahimè. Molti, troppi di loro se ne sono andati lasciando su questa terra dubbi e sospetti atroci. " Gli stessi dubbi e sospetti che hanno turbato gli ultimi anni di vita di papà. I due medici della squadra di allora erano amici e professionisti fidati. Lui ha cercato, per i fatti suoi, e indagato. Voleva vederci chiaro. Non è riuscito anche se, negli ultimi tempi, insisteva molto sulla presenza di pesticidi nel terreno di gioco. Penso proprio che uno dei nostri prossimi lavori sarà sul trema delle misteriose morti viola".

Viola come il fiore, di campo, che svolazzerà nella sala del risorgimentale teatro torinese domenica pomeriggio. Delicato e fragile, come lo fu Edoardo, per un malinteso senso di appartenenza a una dinasty dove nessuno può permettersi il lusso sacro di farsi vedere mentre piange. E se papà Ugolino battè il potere al tavolo del poker per Antognoni, Alessandra e suo marito con la benedizione di Minoli hanno voluto e saputo fare altrettanto abbattendo il muro di un silenzio insopportabile. Cosa che la presenza di un libro, da sola, non avrebbe potuto fare. L'impresa appunto. "Nel film, a differenza di quel che accade nel romanzo-verità dove ci si limita a prendere atto che Edoardo è morto, si arriva ad una conclusione diciamo così pratica. Non posso svelarla, ma poi non è neppure questo che conta. L'impresa era quella di raccontare la storia di un giovane uomo andando oltra anche a quello che era un suo importante cognome. La persona Edoardo e soltanto dopo il personaggio Edoardo. E la cosa che ci ha fatto piacere più di ogni altra è stata l'intervista che ci ha rilasciato Lapo. Un autentico intervento a cuore aperto dove il giovane nipote di Edoardo confessa tutte le sue similitudini e addirittura le aderenze caratteriali e umane che sentiva di possedere con lo zio. Sarà un momento di grande commozione in sala, ne sono certa". E una stella, allo zenit sopra Torino, si accenderà per brillare più intensamente di tutte le altre

 

 

 

 

RCS: DA ASSEMBLEA VIA LIBERA A BILANCIO 2009 ...
(Adnkronos) - Via libera dell'assemblea di Rcs MediaGroup al bilancio 2009. Lo si legge in una nota. L'assemblea ha anche deliberato di coprire la perdita netta dell'esercizio, pari a 36,1 mln di euro, attraverso il parziale utilizzo della riserva utili portati a nuovo. L'assemblea ha quindi rinnovato al cda l'autorizzazione all'acquisto e disposizione di azioni proprie. In virtu' di quanto autorizzato, l'acquisto di azioni proprie ordinarie e/o di risparmio potra' avvenire per un numero massimo di azioni il cui valore nominale non ecceda il 10% del capitale sociale, per permettere alla societa' - che oggi detiene lo 0,6% circa del proprio capitale sociale ordinario - di "mantenere un importante strumento di flessibilita' gestionale e strategica".

 

- RCS: PERRICONE, NON ESISTONO TRATTATIVE PER CESSIONE TESTATE...
(Adnkronos) - 'Non esistono trattative per singole testate o gruppi di testate'. A dirlo e' l'Ad di Rcs Antonello Perricone, a margine dell'assemblea del gruppo, rispondendo ad una domanda sulla riflessione che Rcs ha in corso sulla cessione di asset non strategici. Perricone ha precisato che non ci sono 'obiettivi numerici', quantitativi, sulle cifre da ricavare da queste cessioni.

 

- RCS: PERRICONE, NUOVO PIANO INDUSTRIALE SE PROSEGUE TREND POSITIVO...
(Adnkronos) - Se il secondo trimestre di Rcs dovesse confermare 'l'andamento dignitoso' del primo 'credo ci sarebbero tutte le condizioni per elaborare un piano industriale triennale che presenteremo entro fine anno, facendo coincidere il budget del 2011 col primo anno del piano'. A dirlo e' Antonello Perricone, Ad di Rcs, nel corso della conferenza stampa che ha fatto seguito all'assemblea. "Prudenza si impone" - ha continuato. 'Tutto il 2010- ha detto - sara' ancora un anno di sacrifici e testa bassa ma con forte, fortissima attenzione allo sviluppo dei ricavi".

 

- RCS: PERRICONE, SERIE RIFLESSIONI SU CESSIONE ASSET NON STRATEGICI...
(Adnkronos) - 'Sono allo studio serie riflessioni su questo argomento sia in Italia che all'estero'. Antonio Perricone, amministratore degelato di Rcs, ha risposto cosi' nel corso dell'assemblea del gruppo alla domanda di un socio sulla cessione di asset non strategici.

 

QUANDO SDOGANERA’ PERRICONE L’ARTICOLO DI VISTO SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI PRONTO dal 15.11.09 ? Mb

 

 

MASI, SODDISFAZIONE PER MINOLI E RUFFINI...
(Adnkronos) -
Il direttore generale della Rai, Mauro Masi, al termine della seduta del Cda Rai di oggi ha espresso "viva soddisfazione" per il voto all'unanimita' da parte del Consiglio con il quale e' stata costituita la struttura Rai che seguira' le celebrazioni per i 150 anni dell'Unita' d'Italia affidandone la responsabilita' a Giovanni Minoli.

'Quello dei 150 anni dell'Unita' d'Italia -sottolinea Masi- e' un appuntamento storico, civile e sociale che richiede un grande impegno da parte della Rai. Abbiamo scelto di avvalerci della grande professionalita' di Giovanni Minoli, da sempre uno dei punti forza della Rai, certi che sia la persona giusta per un incarico cosi' importante nell'ottica del servizio pubblico radiotelevisivo".

"Sono altresi' certo -aggiunge Masi- che Paolo Ruffini sara' in grado di raccogliere l'eredita' di Giovanni Minoli arricchendo le strutture che saranno a lui affidate con nuovi contenuti e nuove idee. Voglio altresi' sottolineare che le proposte approvate dal Cda, sia per Giovanni Minoli che per Paolo Ruffini, sono pienamente coerenti con le regole, con la tradizione e con la complessa governance aziendale'.

27.04.10

 

QUANDO SDOGANERA’ MINOLI IL PROGRAMMA SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI PRONTO dal 15.11.09 ? Mb

 

CHI VUOLE PUBBLICARE IL FASCICOLO DELLA QUERELA CHE MI FATTO MARCHIONNE PER FIAT PER AVER DETTO CHE PER ME EDOARDO AGNELLI E’ STATO UCCISO  ?

CONTIENE L’INTERO FASCICOLO SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI !

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PIZZI, THE “FIRST” (DA SPIA A DAGOSPIA) – "Agnelli per anni ha tolto dalla circolazione le foto del figlio Edoardo che andava a disintossicarsi nella comunità di Amelia. Dopodiché arrivavano la pubblicità Fiat o un’auto nuova per giornali e giornalisti. Se vuoi viaggiare in Bentley come Corona, è così che funziona" - "DAGO È UN AMICO, PERÒ MENO LO VEDO E MEJO ME SENTO”…

Stefano Lorenzetto per "First"

Maria Angiolillo è stata la sua involontaria musa da viva e ora, anche da morta, continua ad assistere Umberto Pizzi, l'Alinari dei salotti romani. «Melania Rizzoli pensava di tenermi fuori dalla cena che ha dato in onore della candidata Renata Polverini, voleva lasciarmi giù al portone. Le ho detto: ahò, ma chi te credi d'esse', la Angiolillo? Mi ha subito fatto entrare, anche se il marito Angelo non mi pareva troppo contento».

Ecco perché a Sant'Andrea delle Fratte c'era anche Pizzi alla messa di trigesimo per la vedova del fondatore del Tempo, confuso nei banchi fra gli amici più cari della defunta, Gianni Letta, Bruno Vespa, Francesco Caltagirone Bellavista e gli immancabili Giuseppe Consolo, padre di Nicoletta Romanoff, e Sandra Alecce, moglie di Franco Carraro, il primo ad arrivare e l'ultima a lasciare Villa Giulia, detta anche Villino Maria, mentre Pizzi si congelava o si liquefaceva, a seconda delle stagioni, sullo scalone di Trinità dei Monti. È andato per riconoscenza, lui che in chiesa non ci mette mai piede e si dichiara «ateo de sinistra rosso antico».

È andato senza macchina fotografica, lui che non se la stacca dal collo nemmeno quando fa pipì. Era lì solo per suffragare l'anima buona di «Mariasaura, fondata nel 1918», come la chiamava con affettuosa perfidia Roberto D'Agostino, che in dieci anni di paparazzate firmate da Pizzi e pubblicate sul cliccatissimo sito Dagospia ha consegnato alla posterità tanto l'una quanto l'altro.

A dire il vero, i reportage fotografici D'Agostino li ha sempre firmati «Umberto Pizzi da Zagarolo». Il complemento di origine strizza l'occhio all'ultimo tango di Franco Franchi, però non rende giustizia all'intrepido cronista che in mezzo secolo di carriera ha lavorato per tutti, da Time a People, mettendo insieme un archivio di 1,3 milioni d'immagini protetto dal ministero per i Beni culturali in quanto «rappresenta testimonianza unica e particolare della vita politica e sociale del nostro Paese». Ora Pizzi sta lavorando con D'Agostino a un secondo Cafonal, il mostruoso campionario degli «italioni nel mirino di Dagospia», che Mondadori pubblicherà in autunno.

Il ritrattista ufficiale della «Roma godona» sembra l'inoffensivo Cucciolo dei sette nani, solo un po' cresciuto: un metro e 82. In realtà il Rapporto 116 del dossier Mitrokhin lo qualificava come un contatto affidabile reclutato nel 1970 dal Kgb. Nome in codice: Walter. Sette anni di onorato servizio. Dopodiché l'agente segreto avrebbe comunicato a Mosca che il suo grado d'istruzione, «diplomato alle commerciali e autodidatta», non gli consentiva di sostenere le conversazioni di elevato profilo necessarie per procurarsi informazioni riservate.

Pizzi, sposato da una vita con Nena, se la ride: «Una storia assurda. Se davvero fossi stato una spia, oggi vivrei di rendita, le pare? Invece a 72 anni mi tocca ancora lavorare per D'Agostino e per Il Tempo. Quando uscì questa brutta notizia, pensai che la gente m'avrebbe sputacchiato per strada. Macché, mi guardavano tutti con invidia e ammirazione. Lì ho capito che l'Italia non è un Paese normale».

Da spia a Dagospia il passo è breve.

«Non nego d'aver sempre avuto i miei informatori. Ma solo nel lavoro. Per il National Enquirer arruolai come gola profonda un collaboratore di Stefano Casiraghi, il marito della principessa Carolina di Monaco. Mi spifferava i segreti di Casa Grimaldi. Lo pagammo per due anni».

Di soffiate se ne intende.

«La Angiolillo s'incazzava a morte. Telefonate di fuoco perché le rivelassi il nome del giuda che mi passava data e ora delle sue cene. Una sera arrivò a fare il totospia con l'aiuto del generale Nicolò Pollari, il capo degli 007 del Sismi. I sospetti si appuntarono su un unico commensale: Mario D'Urso. L'ex senatore amico di Gianni Agnelli mi voleva menare. Alla fine dovetti stringere un patto con la Mariasaura: le svelerò il nome del traditore quando saremo entrambi in pensione. Purtroppo è morta prima del mio ritiro».

Perché ha sentito il bisogno di partecipare alla messa di trigesimo?

«Per simpatia. Ho sempre studiato i caratteri dai visi. E sono giunto alla conclusione che la Angiolillo, al di là delle sfuriate, era una donna molto buona».

E quale salotto ha preso il posto di Villa Giulia?

«Ma nessuno, nessuno! Prova ne sia che negli altri salotti vengo ammesso liberamente. Siamo alla parata del potere. Esserci è l'imperativo categorico. Frotte di presenzialisti che gareggiano nel farsi fotografare, unico modo per dimostrare prima di tutto a se stessi che esistono, che contano qualcosa. A Roma ogni occasione è buona per apparire e gozzovigliare. Non si fermano nemmeno quando muore il Papa. Organizzarono una cena con danza del ventre all'Ultima luna, un locale libanese sulla Nomentana, mentre Giovanni Paolo II era ancora sul catafalco».

Insomma, la Angiolillo non ha eredi.

«Forse una c'è, la baronessa Gaby Bassatne, una parruccona tremenda di origine italiana, moglie di un creso libanese. L'ho vista ai funerali e anche all'ultima sfilata di Lella Curiel. Indossa certe batterie di gioielli Cartier... Ha organizzato una soirée ristretta al ristorante Mirabelle dell'albergo Splendid Royal, fra via Veneto e Villa Borghese, e mi ha dato il permesso d'entrare. C'erano tutti gli Angiolillo boys, Vespa in testa».

Ma il vero padrone della capitale chi è?

«Il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero, del Mattino di Napoli e del Gazzettino di Venezia, nonché suocero di Pier Ferdinando Casini. È lui l'ottavo re di Roma».

Il primo capitolo di Cafonal s'intitolava «Quello che resta degli Agnelli». Che resta?

«Resta Lapo, poverino, ricattato da gente di cui si fida, è questo l'aspetto più orribile. Della madre Margherita non parliamo neppure. Ai funerali della zia Susanna la scansavano tutti, a cominciare dai figli di primo letto. L'unica che le stava vicino era Ginevra».

Di Fabrizio Corona che cosa pensa?

edoardo agnelli

«Non voglio neanche pensare. Ma fa il mio mestiere? Io non l'ho mai visto con una macchina fotografica in mano. Però ha capito che si pigliano più soldi a non pubblicare le immagini che a pubblicarle. Non è che abbia inventato nulla. Si fa da sempre».

Come sarebbe a dire?

«Sarebbe a dire che Agnelli per anni ha tolto dalla circolazione le foto del figlio Edoardo che andava a disintossicarsi nella comunità di Amelia. Dopodiché arrivavano la pubblicità Fiat o un'auto nuova per giornali e giornalisti. Se vuoi viaggiare in Bentley come Corona, è così che funziona. E infatti io ho girato per 11 anni con una Punto sgarrata e mo' me so' fatto la più piccola delle Hyundai e un motorino Kymco. Tutto made in Corea, la roba che costa meno».

Però anche lei fu pagato da Agnelli per foto mai uscite.

«Vero. Una sera pizzicai l'Avvocato all'uscita del Jackie O' in compagnia di una modella americana, Ramona Ridge. Si fece subito vivo Luca Cordero di Montezemolo e mi chiese di comprare l'intero servizio. Gli risposi che vendevo solo ai giornali. I cinque scatti furono acquistati in esclusiva dall'Eco dell'Industria. Allora ero ignorante, non sapevo che si trattava di un giornaletto nell'orbita Fiat.

Se avessi venduto quelle foto a un rotocalco, mi sarei potuto comprare un appartamento. Ma da Agnelli non ho mai preso ordini. Semmai è accaduto il contrario: l'ultima volta che lo fotografai, a Sankt Moritz, chiesi a lui e a donna Marella di togliersi gli occhiali da sole e loro obbedirono».

Dello scandalo di Piero Marrazzo che va a trans con l'autoblù della Regione Lazio che idea s'è fatto?

«Una storiaccia triste. Lei sa che io sono di quella parte...».

Quale parte?

«Ahò, parte politica, precisiamo! Nei ruoli istituzionali un minimo di etica ci vuole. Sennò finisci come monsignor Franco Camaldo, cerimoniere di Benedetto XVI, che ho beccato fra Amanda Lear e le drag queen a una festa trash dello stilista Gai Mattiolo mentre scattava foto col suo telefonino».

I Bertinotti divorziano o no?

«Eh, secondo me Fausto cià ragione: la Lella ha ecceduto in presenzialismo. Così lo danneggia. Lui se n'è accorto troppo tardi. È ancora molto innamorato. Ma li vedo in crisi».

Come nasce il fotoreporter Umberto Pizzi?

«Per caso. A 12 anni già lavoravo: falegname, facchino nei cantieri, lavapiatti, aiuto infermiere. A 18 mi offrirono di accudire il proprietario dell'hotel Ambasciatori Palace, al quale era stata amputata una gamba. Lo scarrozzavo con le sue due Rolls-Royce. Avevo comprato una Voigtländer a soffietto usata, per hobby fotografavo alberi e facce. Una fisioterapista dell'albergatore vide i miei lavori e mi presentò a una photoeditor della Fao.

Comprai la prima Nikon e cominciai a girare il mondo per conto di Freedom from hunger, la campagna dell'Onu contro la denutrizione. Fotografai i minatori turchi di Zolguldak, i beduini del deserto fra Giordania e Arabia Saudita, i profughi curdi in Irak e Iran. Ma la Fao pagava poco e così al ritorno m'intruppai fra i paparazzi romani».

Primo scoop?

«Romano Mussolini che entrava all'albergo Sitea con la madre di Sophia Loren. La suocera, per intenderci. Diedi le foto a Gente, ma non furono mai pubblicate. Mi dissero che le aveva bloccate il produttore Carlo Ponti, il marito di Sophia».

La Loren era uno dei suoi bersagli fissi.

«Sull'isola di Santa Lucia, nei Caraibi, mi fece persino arrestare. Il pedinamento più costoso della mia carriera. Aveva una love story con un endocrinologo francese. Mi scoprì e chiamò la polizia. Tre giorni in una prigione spaventosa, con una gavetta dentro cui galleggiavano croste di pane e mosquitos. Nel 1978 la sorpresi a Parigi, a Port Maillot, dentro una Mini Minor guidata proprio da lui, il professor Emile-Etienne Beaulieu, l'inventore della pillola abortiva Ru486».

Ha perseguitato anche Liz Taylor.

«A Capri, nella villa di Valentino dov'era ospite con Richard Burton, s'attaccava alla bottiglia appena sveglia. I primi tre giorni al Grand Hotel di Roma li passava chiusa nella suite al primo piano a bere. Una volta arrivò col miliardario Malcom Forbes e uscì sul terrazzo dopo la doccia, il capo inturbantato da un asciugamano. S'accorse della mia presenza e mi salutò col dito medio alzato verso il cielo.

Alla Cabala la vidi portare via di peso dai gorilla dell'armatore Aristotele Onassis, ubriaco fracico pure lui. Un'altra volta le cadde per terra un brillante mentre danzava mezza sbronza al Brigadoon. Sembrava impazzita. Alla fine fui io a ritrovarle il brillocco. Voleva concedermi un ballo per sdebitarsi. Le dissi: a Liz, lassa perde' e famo le foto piuttosto».

C'è qualcuno che non è mai riuscito a fotografare?

«A Stefano, ma te pare? Nun me sfugge gnente. O prima o poi li fiocino tutti».

L'evento più cafonal al quale le è capitato d'assistere?

«Niente è più cafonal della politica. Ogni tanto mi faccio dare l'accredito per seguire i lavori a Montecitorio e a Palazzo Madama. Terrificante. Gente che dorme, dita nel naso, scollature su seni rifatti... Il cafonal è l'aspetto prevalente della società odierna, è dilagante, è ovunque.

Non a caso la foto che mi ha regalato in assoluto più fama l'ho scattata non a Roma ma a Venezia, alla festa per i 18 anni della figlia di Maria Gabriella di Savoia, quando Francesca von Thyssen, ramo acciaierie, è comparsa alle tre di notte a Palazzo Volpi, sul Canal Grande, con un abito di Versace sotto il quale non indossava le mutande. Una foto allegorica che ha fatto il giro del mondo, 130 mila dollari al netto delle spese e citazione sul New York Times».

Allora perché su Cafonal avete proclamato Milano «città decafonalizzata»?

«Non l'ho deciso io. Secondo me a Milano sono soltanto un po' più sobri nel vestire. Ma si tuffano sui buffet e si strafogano che è una meraviglia, esattamente come a Roma».

Così può fornire a Dagospia gli impietosi ritratti «gnam-gnam».

«Un'antica vendetta. Vengo da una famiglia proletaria. Padre contadino, madre casalinga. La loro unica ricchezza erano i figli. Io sono il quarto di sette. Più che una casa, una caserma. Arrivare a sera con qualcosa nello stomaco era una battaglia. A Zagarolo la terra è dura e le patate non crescono. Le più piccole i contadini le davano in pasto ai maiali. Io andavo di nascosto nei recinti, aspettavo che i porci si distraessero, gli fregavo le patate di scarto e me le mangiavo crude, senza neppure sbucciarle».

Il politico più triste chi è?

«Non vorrei dirlo, ma ho visto Clemente Mastella con la moglie Sandra e mi ha fatto proprio pena. Tagliato fuori, stroncato».

Lei ha preso le difese di Veronica Lario, però Cafonal gliel'ha pubblicato il suo ormai ex marito.

«Che vor di'? La Mondadori non l'ha mica fondata Silvio Berlusconi. Non è vero che lì dentro sono tutti schiavi. Conosco un sacco di compagni che lavorano per il Cavaliere. Ecche dovrebbero fa'? Impiccasse?».

Daniela Di Sotto, la prima moglie di Gianfranco Fini, si vede ancora allo stadio?

«Meno. Prima non mi salutava, adesso sì. Ha incassato gran male. Quando vengono messe da parte a quell'età, è una tragedia».

Mi dica la verità: come sono i suoi rapporti con D'Agostino?

«È un amico, però meno lo vedo e mejo me sento. Mi stava pure sulle palle, appena l'ho conosciuto. Un paio di volte ci siamo sfanculati. Per cui salgo cinque minuti nel suo attico, guardo Roma da una parte e il Vaticano dall'altra, e te saluto. Io sono riflessivo, lui è estroverso. Io sono di sinistra, lui è bipartisan: se deve menare, mena su tutti i lati».

Ma in un Paese serio dove si pubblicano giornali seri lei non dovrebbe stare nel settimanale di gossip più diffuso anziché su Internet?

«Sì, ma dicono che sono troppo caro».

Quanto vorrebbe per lavorare solo per me?

«Dovrebbe farmi ridere, non farmi piangere».

Quanto?

pz14 ursula mastroianni

«Cinquemila euro al mese. Free tax».

Come mai non ha ancora vinto il premio È giornalismo? L'hanno dato persino a Fabio Fazio.

«Nun me ne frega gnente. Il miglior premio me l'ha assegnato Eugenio Scalfari, un giorno che l'ho incontrato per strada: "Proprio te cercavo!". Oddio, ho pensato, che gli ho fatto io a questo? E lui: "Devo complimentarmi perché sei l'unico che riesce a descrivere l'Italia in tempo reale". Noi fotoreporter siamo sempre stati i paria del giornalismo. Io adopero la macchina fotografica perché non so usare quella per scrivere. Ma le mie foto parlano».

Le foto del nano con i genitali al vento, il cappello da alpino in testa e i brufoli sulla pancia che tenta d'arrampicarsi su un transex erano vomitevoli.

«Ne ho fatto una gigantografia per la presentazione di Cafonal a Villa Medici, dov'eravamo ospiti dell'Accademia di Francia. Quando Frédéric Mitterrand l'ha vista, mi ha detto: "Pizzi, questo è troppo". Me la sono messa su una parete della casa di campagna a Zagarolo».

Come mai nelle foto si concentra sui piedi e sulle scarpe. È feticista?

«Manco so che significa di preciso 'sta parola. Fanno parte del cafonal. Non mi eccitano».

E poi le balconate.

«Mi ricordano il primo atto della vita: nasci e t'attacchi al seno. Il davanzale di Sabrina Ferilli non è male. Anche quello di Rita Rusic regge ancora bene. Er prosciutto è bbono con un po' de grasso».

Le sue vittime l'hanno mai menata?

«Di norma portano rispetto ai capelli bianchi. Da giovane mi sono scazzottato con Walter Chiari per un flash di troppo sparato ad Ava Gardner. Liz Taylor mi tirava addosso le bottiglie vuote di Dom Pérignon. Sono stato aggredito dalle guardie del corpo di John Bobbit, l'americano evirato dalla moglie Lorena. Gérard Depardieu, mezzo ubriaco, ha cercato di rifilarmi un gancio: mi sono scansato e ho contraccambiato con un pugno in piena faccia. Ho fatto causa a Mick Jagger dei Rolling Stones, che mi ha scaraventato giù dalle scale dell'hotel Parco dei Principi, e ho preso un bel po' di soldi»

Di quelli che non ci sono più, chi ricorda con più nostalgia?

«Certamente non mi manca Federico Fellini. Ha strumentalizzato i paparazzi in modo bestiale per apparire quello che non era: un donnaiolo. Invece era un "frocio per metà", come si dice a Roma. Sognava le donne grasse e grosse, con le tettone de sopra e il pisello de sotto. Ha precorso i tempi. Questa capitale corrotta è sempre stata così. Per i Mondiali del '90 non ricordo se il Daily Mail o il Daily Mirror mi commissionarono un servizio che doveva dimostrare come il pericolo per i calciatori inglesi in trasferta non fossero le zoccole bensì i trans. Andai a fotografare i travestiti sotto il viadotto di corso Francia. Facevano affari d'oro già allora».

Dunque di chi ha nostalgia?

«Di Marcello Mastroianni. Mi mancano la sua signorilità, la sua ironia. Quando tentavo di fotografarlo, mi diceva: "A Umbe', perché nun te ne vai a fa' er metalmeccanico?". Ma vacce te, gli rispondevo. Sorrideva: "Ciai ragione"».

[11-03-2010]

 

 

LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI FA ANCORA DISCUTERE, ANCHE SE QUALCUNO NON VORREBBE " DI LORENZO SALIMBENI

Di redazione (del 29/01/2010 @ 11:00:00, in Gli Speciali Della Redazione, linkato 112 volte)

La sua conversione all’Islam sciita, i suoi progetti per la FIAT e la scalata degli Elkann

La FIAT è uno dei caposaldi dell’economia italiana e la vita economica nazionale risente nel bene e nel male delle sue scelte. Le spregiudicate operazioni finanziarie dell’a.d. Marchionne, la paventata chiusura dello stabilimento di Termini Imerese ovvero le note di cronaca al limite dello scandalistico che rigurdano gli esponenti della famiglia Agnelli (ormai Agnelli-Elkann) sono di dominio pubblico.

In effetti a questo modello di capitalismo selvaggio c’era stata la possibilità di trovare un’alternativa nella persona di Edoardo Agnelli, il quale sarebbe risultato a tutti gli effetti erede dell’impero economico-finanziario di famiglia, ma il suo stile non rientrava nei parametri manageriali contemporanei e più volte era stato esortato a farsi da parte a fronte di laute prebende fino alla sua scomparsa rimasta agli annali come caso di suicidio.

In effetti l’aspetto che tutti conosciamo di lui è quello di una persona stravagante, seguace del discusso santone Say Baba, devoto di San Francesco d’Assisi ed occasionalemnte dedito agli stravizi, le cui complessità e difficoltà caratteriali sarebbero culminate nel suicidio del 15 novembre 2000. Sulla sua scomparsa si era ben presto incentrata l’attenzione di una troupe televisiva iraniana, intenzionata a girare un documentario su Edoardo Agnelli, convertitosi a suo tempo all’islam shiita e al centro di grande interesse in Iran per la sua spiccata sensibilità che avrebbe voluto canalizzare in una gestione della FIAT più oculata e attenta alle istanze sociali.

Gli ostacoli giudiziari che questa troupe trovò nel corso delle sue ricerche in Italia attireranno perciò l’attenzione di Giuseppe Puppo, giornalista e scrittore trapiantato da anni a Torino, il quale, senza alcun pregiudizio in positivo o in negativo su Edoardo Agnelli, si sarebbe parimenti impegnato in queste ricerche sulla sua vita e morte. Il suo lavoro sarebbe culminato nella pubblicazione per i tipi di Koinè Nuove Edizioni a inizio 2009 del libro " Ottanta metri di mistero".

La tragica morte di Edoardo Agnelli e dalle sue indagini giornalistiche ha preso il via la conferenza che ha tenuto per l’associazione culturale Strade d’Europa di Trieste nella conferenza Luci e ombre della FIAT, realizzata con il contributo finanziario dell’Ente Regionale per il Diritto allo Studio Universitario di Trieste.

 Nella sala conferenze dell’Hotel Letterario Victoria piena di pubblico, Puppo ha spiegato che questi 80 metri che danno il titolo alla sua opera, sono il volo che Edoardo avrebbe fatto dal cavalcavia stradale da cui si sarebbe gettato per suicidarsi, ma vi sono diversi lati oscuri, a partire dalle condizioni del cadavere, ben differenti da quelle di una persona getattasi da quell’altezza. Per non parlare del suo abbigliamento oltremodo trasandato, cosa per lui non usuale, e del fatto che in un’ora di traffico autostradale intenso nessuno ha notato Edoardo gettarsi, tanto più visto che avrebbe dovuto scavalcare un parapetto di una certa altezza, cosa estremamente ardua per lui all’epoca claudicante e sovrappeso.

 Queste sono solo alcune delle discrepanze maggiori notate da Puppo, ma evidentemente trascurate dagli inquirenti e dai medici legali che, a fronte delle dichiarazioni del primo minuto in cui si promettevano accurate indagini, archiviarono altresì rapidamente tutta la vicenda. In un cammino a ritroso, l’autore scopre gli aspetti meno noti della vita di Edoardo, a partire dalla sua sensibilità sociale per giungere al consenso di cui godeva in Iran, ove oggi è ricordato come martire dell’Islam: attento studioso del mondo sciita, nonché amico o corrispondente di personalità estremamente in vista nello Stato iraniano, Mahdi (questo il nome da lui scelto al momento della conversione) Agnelli è ritenuto vittima di un complotto sionista, giacchè certi ambienti economici avrebbero mal visto una sua ascesa al potere nella FIAT e favorito piuttosto la scalata del ramo Elkann (imparentato con l’alta finanza ebraica parigina), come poi sarebbe in effetti accaduto. ì

A prescindere da questi aspetti complottistici, Puppo attinge preziose informazioni da Marco Bava , consulente finanziario ed amico fraterno di Edoardo, col quale avrebbe lavorato in tandem nel caso di una sua ascesa ai vertici della casa torinese. Bava conferma l’approccio pesantemente critico del suo giovane amico nei confronti del capitalismo selvaggio che stava assorbendo anche la FIAT, laddove avrebbe voluto creare un’azienda attenta alle esigenze del Paese e protagonista del suo sviluppo non solo economico ma anche e soprattutto sociale: a fronte delle possibilità economiche che gli si prospettavano, avrebbe voluto investirle affinchè la FIAT non fosse più un parassita dello Stato tramite incentivi alla rottamazione e sussidi vari, bensì un attore attivo e attento anche alle scelte strategiche globali all’estero.

Grande era stato quindi il suo sconforto a fronte delle insistenti pressioni del patriarca di casa Agnelli che intendeva liquidarlo con una corposa buonuscita e lasciare mano libera ai cugini Elkann: a tal proposito è cronaca recente la polemica scatenata da Margherita Agnelli, sorella di Edoardo a suo tempo beneficata di un cospicuo vitalizio per farsi da parte nella gestione del patrimonio di famiglia, ma salita alla ribalta per aver sollevato sospetti ben fondati in merito all’esistenza di un patrimonio occulto di famiglia di cui lei non sarebbe stata resa partecipe e tanto meno il fisco italiano.

Proprio i rapporti famigliari saranno un nervo scoperto di Edoardo, il quale sentiva la sua sensibilità sociale e la sua ricerca spirituale (ancorchè condotta in maniera apparentemente caotica e con alcune cadute di stile fattesi però via via più rare, ma che erano le informazioni su di lui rimaste maggiormente impresse nei media) incompresa dalle fredde regole del capitalismo cui la sua famiglia si era soggiogata. Moltissimi amici in Italia e nel mondo hanno testimoniato a Puppo le frustrazioni di Edoardo e di come sentisse la mancanza attorno a sé di una sfera famigliare affettuosa e non dedita solamente agli affari.

Nel corso del dibattito seguito all’intervento del relatore sono emersi ulteriori spunti su cui l’ospite si è infine soffermato: sono state evidenziate le similitudini fra i lati oscuri della morte di Edoardo e quella di Jörg Haider, anch’essa frettolosamente archiviata.

L’attualità dell’argomento in oggetto è testimoniata dall’uscita proprio in queste settimane del libro del giornalista Gigi Moncalvo dal titolo " I lupi e gli Agnelli. Ombre e misteri della famiglia più potente d’Italia" ; questo presunto suicidio rimane al centro dell’attenzione non solo in Iran ma anche in Libano, con approfondimenti giornalistici e documentari televisivi, laddove in Italia Ottanta metri di mistero ha trovato notevoli difficoltà nella distribuzione e pubblicizzazione. ( Fonte: http://www.conflittiestrategie.splinder.com/)

Autore: Lorenzo Salimbeni

Redazioneonline- Gli Speciali Della Redazione 

 

 

 

 

Marco Bava ci para delle novita’ significative riguardo il caso del martire Edoardo Agnelli Stampa
Domenica 15 Novembre 2009 18:16

Intervista con Marco Bava, l'ex consulente economico ed amico di Edoardo Agnelli sulle novita’  significative riguardo il caso del martire Edoardo Agnelli Soprattutto per quanto riguarda la questione di Eredita’ Nascosta.

A distanza di 9 anni il caso della misteriosa scomparsa di Edoardo Agnelli resta una verita’ velata o raccontata male. A questo proposito abbiamo intervistato Dott. Marco Bava, l'ex consulente economico ed amico di Edoardo Agnelli www.marcobava.tk .

Marco Bava, ha dedicato molti anni della sua vita e altrettanto impegno per svelare questo mistero. da lui abbiamo chiesto se vi sono delle novita’  significative riguardo il caso del defunto Edoardo agnelli? Soprattutto per quanto riguarda la questione di Eredita’ Nascosta.

“A distanza di due anni vi sono due novità importanti che riguardano sia l’aspetto finaziario della questione sia le novita’ che confermano ulteriormente la mia tesi ovvero che non si tratta di suicidio, ma di omicidio premeditato.” Ha detto dott. Bava aggiungendo:” quando Edoardo fu ucciso, il tema piu’ importante sul tavolo era proprio l’enorne eredita’ della Famiglia Agnelli. Allora Edoardo disse di no a una possibile esclusione di eredita’ in cambio di altri beni e questo lo porto’ ad essere ucciso. Margherita invece nonostante l’insistente consiglio di edoardo si e’ dissociato da lui accettando tutto. Ed ora, nell’essenza di Edoardo, Margherita ha cambiato idea.” Marco Bava sostiene che tutte le vicende relative all’eredita’ degli agnelli, soprattutto quella dell’Avvocato Agnelli, non possono non partire dalla verita’ sulla morte di edoardo.” Io temo fortemente per Margherita Agnelli possa finire come finita per Edoardo, sicuramente non con un suicidio, come sicuramente Edoardo non si e’ suicidato.” Ha sostenuto Marco bava dando l’allarme per la vita di Margherita Agnelli insistendo sull’esito della referta medica che confermerebbe la tesi ga lui sempre sostenuta:” Edoardo Agnelli non si e’ suicidato, ma e’ stato suicidato”.  

 

 

 

 

 

SUICIDI SUDICI (MEJO DI UN FILM!) - L’UOMO CHIAVE DELLA VICENDA MADOFF VIENE TROVATO MORTO ANNEGATO IN PISCINA - SVANISCE LA POSSIBILITÀ DI FAR LUCE SULLA MEGATRUFFA - JEFFRY PICOWER (AVVOCATO-FINANZIERE) SI ERA FINTO VITTIMA E AVEVA GUADAGNATO 7 MLD $ - REDISTRIBUIVA GUADAGNI ILLECITI?…

Massimo Gaggi per il "Corriere della Sera"

L'immagine più celebre è quella del cadavere di William Holden che galleggia sull'acqua di una piscina in Viale del tramonto di Billy Wilder. Ma di film nei quali il protagonista viene assassinato mentre nuota nella vasca davanti alla sua villa, Hollywood ne ha prodotti diversi.

La morte di Jeffry Picower - l'avvocato-finanziere prima considerato una vittima di Bernard Madoff, poi rivelatosi il più grosso beneficiario delle sue truffe colossali - non può quindi che aggiungere mistero a mistero e ingigantire la dimensione «cinematografica» di questa vicenda incredibile: non solo la più colossale frode finanziaria della storia (un buco di 65 miliardi di dollari), ma anche quella che è stata condotta più a lungo e in modo più scoperto, coinvolgendo molti bei nomi della grande borghesia americana.

L'autopsia condotta a tempo di record dai medici legali di Palm Beach ha accertato che Picower, trovato morto a mezzogiorno di domenica dalla moglie nella piscina della loro sontuosa villa in Florida, è deceduto per un attacco cardiaco che lo ha colpito mentre nuotava. Sofferente per il morbo di Parkinson e con problemi cardiaci, il 67enne Jeffrey Picower non godeva certo di buona salute.

Ma la sua morte farà discutere a lungo perché cancella le residue possibilità di ricostruire almeno una parte di questa vicenda. Picower si rifiutava di parlare e non aveva ancora subito alcuna incriminazione, ma era sospettato di essere stato l'uomo chiave della redistribuzione dei guadagni illeciti realizzati - da investitori «eccellenti » e forse dallo stesso Madoff - attraverso il fondo del finanziere recentemente condannato a ben 150 anni di carcere.

Picower, un uomo ricchissimo senza aver mai svolto alcuna attività particolarmente redditizia, un filantropo che ha donato centinaia di milioni di dollari, era noto come avvocato esperto di finanza e di contabilità. Uno che, si è scoperto, nell'arco di tredici anni - dal 1995 al 2008- ha ritirato dal fondo di Madoff profitti per ben 7,2 miliardi di dollari.

Irving Picard, l'investigatore che, nell'ambito di una causa civile, sta cercando di rintracciare i capitali svaniti nella truffa per conto di alcuni clienti di Madoff, ha accusato Picower di essere stato partecipe o quantomeno consapevole della frode: aveva, infatti, stretti rapporti col celebre finanziere e i suoi investimenti offrivano rendimenti semplicemente inverosimili. I coniugi Picower hanno sempre negato ogni addebito; anzi, sono arrivati al punto di dire di sentirsi «traditi, devastati, furiosi, anche fisicamente provati » dalla scoperta della truffa.

Difficile prenderli sul serio quando affermano di non aver mai sospettato nulla visto che, se Madoff elargiva ai clienti «normali » utili comunque poco verosimili, sempre superiori al 10% annuo, i Picower erano soliti incassare profitti enormemente più elevati: dal 1996 al '98 i loro investimenti hanno reso dal 120 al 550 per cento annuo. Nel '99 è stato toccato il record del 950 per cento: cioè l'investimento è decuplicato in appena un anno.

Una situazione che avrebbe insospettito anche un uomo venuto dalle caverne. Picower, invece, veniva dalla Columbia University (master in business administration ) e dalla Brooklyn Law School (laurea in giurisprudenza). Le biografie lo descrivevano come un avvocato grande esperto di contabilità e di «tax shelter »: espedienti legali per eludere i tributi. Cosa hanno fatto i Picower coi 7 miliardi di dollari incassati?

A parte la villa a Palm Beach da 40 milioni di dollari, i due conducevano una vita molto ritirata, non dispendiosa e non hanno lasciato traccia di investimenti significativi. Le uniche spese rilevanti sono state le loro donazioni filantropiche. Al Massachusetts Institute of Technology di Boston il centro più avanzato dove i neuroscienziati studiano il cervello umano si chiama «Picower Institute for Learning and Memory» perché è stato creato con una donazione di 50 milioni di dollari dei coniugi Picower. Denaro sulla cui provenienza nessuno si è mai interrogato.

Man mano che andavano avanti nelle loro ricerche, gli esperti che stanno investigando per conto dei risparmiatori truffati da Madoff, hanno cominciato a sospettare che molte delle sue apparenti vittime fossero, in realtà, assai meno innocenti di quanto volevano fare apparire: gente che gli aveva dato i suoi soldi sapendo che il finanziere si muoveva in un'area «grigia».

Alla fine sono stati travolti anche loro dal suo «crac», ma per anni hanno incassato grossi profitti. Probabilmente pensavano che Madoff li ottenesse utilizzando informazioni finanziarie «privilegiate» o con altri espedienti non propriamente legali.

La maxicondanna del grande truffatore sembrava poter essere solo la prima parte di uno scandalo finanziario destinato ad allargarsi ulteriormente e a coinvolgere altri personaggi di spicco. Per ammissione degli stessi investigatori, la morte improvvisa di Picower - che sia dovuta o meno a cause naturali - rende ora infinitamente più difficile fare luce sulla vicenda e tentare di recuperare i capitali persi dagli investitori.

 
[27-10-2009]

 

 

 

TV: ASCOLTI LA7, SEMPRE PIU' SEGUITI I PROGRAMMI D'INFORMAZIONE

Roma, 10 giu. - (Adnkronos) - Ottimo risultato per i programmi LA7. Ieri, martedi' 9 giugno, Otto e Mezzo, il programma condotto da Lilli Gruber e Federico Guiglia, ha ottenuto , informa un comunicato-in access prime time una share media del 3,3%, 747mila telespettatori e oltre 2,2 milioni di contatti. La puntata, che aveva come ospiti Benedetto della Vedova del PdL e Nicola Latorre del PD, ha raggiunto un picco del 4% di share e 924mila telespettatori (h. 21.00). In prime time, il film Il Medico della Mutua con Alberto Sordi ha realizzato il 3,7% di share media, 874mila telespettatori e quasi 5,4 milioni di contatti, raggiungendo un picco del 6,2% di share (h. 22:00). Bene anche la seconda serata, dove Complotti, il programma condotto da Giuseppe Cruciani ieri dedicato al suicidio di Edoardo Agnelli  ( NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO)  e all'incidente di Joerg Haider, ha raggiunto una share media del 3,4%, 1,7 milioni di contatti e un picco del 4.9% (h. 23.48).

(SINTESI DEL COMMENTO DI GIUSEPPE PUPPO CONDIVISO DA MARCO BAVA)

Qui di seguito, sia pur in sintesi giornalistica, vorrei provare a spiegare le mie perplessità.

Prima di tutto, sono sulla formula, sulla struttura stessa del programma. Ora, io capisco che questo è il format che va di moda adesso, capisco i tempo televisivi, capisco tutto, però, insomma… C’è troppa fretta, troppa, tale che il telespettatore non riesce a ragionare su di un elemento, perché già gliene viene proposto un altro, di segno completamente opposto, magari e il risultato finale, già dopo qualche minuto, tanto più alla fine, è di una paurosa confusione, avvilente.

Poi, manca del tutto il contraddittorio. Non c’è la possibilità di avanzare obiezioni, di dialogare almeno, di proporre argomentazioni stringenti, semplicemente di ragionare

Insomma, se qualcuno dice, per esempio: “Edoardo era predestinato al suicidio”, non gli si può opporre rilievi di merito e questa rimane la verità.

 

 

 

VIDEO PRESENTAZIONE LIBRO EDOARDO AGNELLI DAVANTI CIRCOLO DELLA STAMPA DEL 23.02.09

 

 

 

VIDEO PRESENTAZIONE LIBRO EDOARDO AGNELLI CASALE MONFERRATO  21.02.09

 

 

 

IL CALENDARIO PRESENTAZIONI DEL LIBRO "OTTANTA METRI DI MISTERO"


 

Torino

Lunedì 23 febbraio 2009 - Ore 18.00 nella prestigiosa e storica sede del Circolo della stampa - corso Stati Uniti, n. 27

GUARDA/STAMPA L'INVITO

E' STATA ANNULLATA DALL'AUTORE PERCHE' QUALCUNO HA PAURA DELLA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO.

IL CIRCOLO DELLA STAMPA HA NEGATO  OSPITALITA' ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI PUPPO SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI. DOPO AVERLA DELIBERATA IN COSIGLIO .

CHI VUOLE VENIRE MI  PUO' INCONTRARE COME PRIVATO CITTADINO OVVIAMETE IN STRADA.

 

 

TO.22.02.09 

EDOARDO AGNELLI  PERSEGUITATO  IN VITA E DA MORTO. CHI HA PAURA DELLA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

 

  Italia DI TONY DAMASCELLI
ilgiornale.it

Il giallo Agnelli jr. Un suicidio pieno di segreti, l’ombra dell’islam, una serie di lettere strane. Un libro riapre il caso. In "Ottanta metri di mistero" raccolte decine di testimonianza. E troppi silenzi

Sostiene Giuseppe Puppo che sulla morte di Edoardo Agnelli non è stata detta tutta la verità. Forse. Lo scrive in un libro, edito da KOINè, dal titolo «Ottanta metri di mistero, la tragica morte di Edoardo Agnelli». Centosettanta pagine di testimonianze raccolte dal giornalista scrittore leccese, Giuseppe Puppo, appunto, scosso improvvisamente nel febbraio dell’anno scorso, dalla storia amara dell’eredità della famiglia Agnelli, della causa intentata da Margherita: «Mi tornarono alla mente le voci, gli articoli, le illazioni fatte al tempo della morte di Edoardo, quello che riportarono certi siti internet, il suicidio misterioso, la lotta di potere, l’esclusione del figlio da ogni ruolo. Per sei mesi ho raccolto testimonianze di amici, parenti, altre figure per riscrivere i fatti di quel giorno, il quindici di novembre dell’anno duemila. Mi sono chiesto: come mai per la morte di lady Diana sono stati scritti mille articoli, trenta libri e svolte due inchieste una in Inghilterra, un’altra in Francia mentre per Edoardo il caso si è chiuso in quarantotto ore».

A seguito: Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli (Carlo Gambescia);

Ecco il riassunto di un libro che gode della prefazione di Ferdinando Imposimato, magistrato campano, presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione, giudice istruttore di drammatici processi ai terroristi, dall’omicidio di Moro all’attentato a Giovanni Paolo II. Imposimato registra, non si schiera ma lascia aperta la porta all’ipotesi che qualcosa di diverso, da quello registrato ufficialmente agli atti, possa essere accaduto. Il libro di Puppo riaccende la luce nelle zone buie, che sono molte, direi troppe e sulle quali nessuno ha mai voluto veramente fare chiarezza, confermando il sospetto o la teoria che qualunque vicenda riguardi o sfiori la famiglia più importante d’Italia sia destinata a smarrirsi nel silenzio. Così non vorrebbero alcuni personaggi avvicinati dall’autore, così non vuole Marco Bava, analista finanziario, amico di Edoardo, convinto che il suicidio sia una copertura e l’omicidio la verità, così il medico legale di turno, il dottor Carlo Boscardini che si chiama fuori da quel pomeriggio tragico con il titolo «Io non c’ero», scaricando ogni responsabilità del certificato di morte sul dottor Marco Ellena, suo superiore gerarchico, che compilò il referto con alcune imprecisioni dovute alla fretta, forse, le tracce di terriccio tra le mani del giovane Agnelli, difficili da spiegare per chi era piombato da un’altezza di 90 metri, così come i mocassini ancora ai piedi. Sceglie il silenzio il medico del 118, accorso per primo sul posto, non risponde alle domande di Puppo.

E ancora, la strana e ingiustificata assenza degli «angeli custodi» delle guardie del corpo di Edoardo Agnelli, le due ore trascorse da quando uscì di casa alle 7 e un quarto per arrivare, dopo sessanta chilometri, sul viadotto di Fossano; le telecamere a circuito chiuso, di casa Agnelli, le cui immagini non sono state mai riviste; il traffico telefonico sui due cellulari lasciati a bordo della Croma prima dell’epilogo, la totale assenza di testimoni alle 9 del mattino lungo un tratto stradale che registra il passaggio, a quell’ora, di almeno otto vetture al minuto, l’abbigliamento di Edoardo Agnelli, il pigiama sotto la camicia; l’assenza di impronte digitali sulle portiere e a bordo della Croma, la sepoltura affrettata, l’esame autoptico mancante; e come una nuvola grigia, fastidiosa sopra questo scenario già angosciante, la tesi di un complotto sionista che troverebbe la giustificazione nell’adesione nel 1974 di Edoardo all’Islam e sulle conseguenze che questa sua scelta avrebbe avuto sul futuro dell’azienda e del patrimonio Fiat, di cui, lui, sarebbe stato erede. Tesi lanciata in Iran subito dopo la morte di Edoardo (al quale nel novembre del duemila e cinque è stata intitolata una piazza di Khomein città natale dell’ayatollah e l’aula magna dell’università Al Zahra di Teheran), tesi costruita sul dissidio «religioso» e non soltanto con l’altro ramo di famiglia, gli Elkann legati al mondo ebraico, tesi smentita tuttavia dal profondo rapporto che legava Edoardo a Margherita, ribadito dalle lettere numerose, accorate nelle quali il fratello confessava il proprio disagio: «...Margi sono felice ma un poco in tensione. Papà mi ha parlato di alcuni lavori e di certi progetti dei quali, lo confesso, nel particolare ho capito ben poco. Oppure ho capito troppo bene e ora ho paura di avere inteso una canzone stonata. Lo sai bene che la mia mente vola alta sopra le megalopoli industriali e, osservando con attenzione sotto, vedo poco di buono e tantissimo da trasformare... Vorrei che papà mi stesse vicino per accompagnarmi lungo i primi passi del percorso che, immagino, sarà lungo e assai impegnativo. Mi auguro proprio che questo accada, anche se pensandoci provo un disagio simile alla paura».

E in un altro scritto Edoardo parla del proprio impegno in Fiat, dell’idea di affidare le competenze a una persona, sembra Marco Bava appunto che ne curava il profilo economico: «Se il potere della nostra famiglia cadesse nelle mani sbagliate sarebbe una cosa estremamente pericolosa per questa nazione... Mio padre si è comportato benissimo fino ad oggi. Ma se non imposta la propria successione in maniera corretta anche lui dovrà rispondere delle proprie azioni e dare le sue spiegazioni davanti a Dio. Questo se lo deve mettere in testa». E infine il rifiuto di firmare una sorta di rinuncia ai diritti di «Dicembre» la società finanziaria della famiglia (che controllava l’intero mondo Agnelli), in cambio di benefici economici. Ma chi può dimenticare i problemi esistenziali di Edoardo? La droga, i viaggi in India, le improbabili lettere scritte ai capi di Stato di ogni dove? Il suo carattere ora solare ora buio? Resta il mistero, il libro di Puppo riapre interrogativi. Come in questi otto anni, ricadranno nel silenzio.

Tony Damascelli
Fonte: www.ilgiornale.it
Link: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=326849&PRINT=S
5.04.2009

OTTANTA METRI DI MISTERO. LA TRAGICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

DI CARLO GAMBESCIA
carlogambesciametapolitics.blogspot.com

Una volta letto e chiuso l’ultimo libro del giornalista e scrittore Giuseppe Puppo, il pensiero va subito alla sua capacità di trattare con professionalità e rispetto un argomento giornalisticamente border line come la morte di Edoardo Agnelli (Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli, pref. di Ferdinando Imposimato, Koinè Nuove Edizioni, Roma 2009, pp. 176, euro 14,00; ma si veda anche il suo sito http://www.giuseppepuppo.it/ ).
Puppo si muove con eleganza antica nel nobile alveo del grande giornalismo d’inchiesta, rigoroso, documentato, pacato. Il libro indaga la morte per suicidio di Edoardo, quarantasei anni, unico figlio maschio di Giovanni Agnelli, lanciatosi nel vuoto, dall’alto di un ponte dell’autostrada A6 Torino-Savona, il 15 novembre 2000: da ottanta metri, come recita il titolo del libro.

Una tragica vicenda. Ma il tocco felpato, non meno penetrante, dell’autore lascia il segno: siamo davanti a un libro-inchiesta che si legge d'un fiato, ma che non priva il lettore di quell' appagamento intellettuale, sempre più raro, soprattutto in tempi di giornalismo sciatto e urlato.
Ovviamente l’ipotesi alternativa, che Puppo più che imporre sottopone al giudizio dei lettori attraverso la forbita intelligenza dei documenti ( virtù molto torinese, questa, benché l'autore lo sia solo d'adozione), è quella dell’omicidio. Dietro il quale si celerebbero astiose questioni ereditarie interne alla famiglia Agnelli. Nonché forse più sottili ragioni politiche e religiose. Probabilmente legate alla scelta islamica, filo-iraniana e sciita di Edoardo: una "svolta" spirituale addirittura risalente agli anni Settanta, e in seguito sempre meno apprezzata, se non temuta, dalle componenti familiari più filo-semite e internazionalizzate...
Ma su questo aspetto lasciamo ai lettori il gusto di scoprire, pagina dopo pagina, l’intreccio, così ben ricostrutito e indagato da Giuseppe Puppo, in particolare attraverso interviste e testimonianze inedite. Il quale, ripetiamo, non impone tesi precostituite. Ma accompagna il lettore, quasi per mano, lungo un onesto cammino di ricerca (come nel bellissimo ultimo capitolo, vero gioiello di fine recherche introspettiva), persino nei luoghi fisici dei tristi eventi. A ritrovare quella che con formula felicissima, Puppo definisce la “geografia dell’anima” non solo di Edoardo, degli Agnelli, ma di una città , già intrigante di suo, come Torino.

In realtà, quel che più colpisce di Ottanta metri di Mistero è il fattore Buddenbrook. Che sociologicamente rinvia a quella gigantesca e spesso perdente lotta contro le dure leggi della decadenza sociale. Alle quali anche il capitalismo, come sistema sociale, soprattutto se familiare, non può sottrarsi, proprio nelle sue "micro-articolazioni". Come appunto mostra il modello per eccellenza di capitalismo familiare, quello della stirpe dei Buddenbrook, immortalato da Thomas Mann. Ma ci spieghiamo meglio.

Le pagine di Puppo offrono ai lettori lo spaccato sociologico di quelli che sono i problemi “dinastici” di certo capitalismo familiare, ancora vivo - per alcuni, purtroppo - nell’ Italia del 2009 , ma con radici lontane nell’Ottocento europeo. Dove, ieri come oggi, le generazioni al comando, tentano di darsi il cambio, anello dopo anello. E in che modo? Guardandosi febbrilmente intorno, sempre in cerca di come sostituire degnamente gli anelli deboli del sangue, attraverso politiche matrimoniali e successioni guidate dalla "cultura" del comando, magari attraverso il meccanismo dell' “adozione”, non sempre pubblica come invece avveniva nella Roma imperiale. E così proseguire, grazie a trasfusioni di sangue fresco, la difficile lotta contro le costanti della decadenza sociale, dettate dalla biologia e dalla sociologia degli organismi sociali. Già Marx, benché in altro senso, aveva parlato del capitalismo come di un fenomeno vampiresco.
In certa misura, il passaggio epocale, soprattutto novecentesco, dal capitalismo familiare a quello manageriale e azionistico, può essere visto come un tentativo di contrastare le costanti di cui sopra, sostitituendo alle famiglie (socialmente) mortali, la specie immortale della "forma" azione. Puntando su manager sempre sostituibili con altri manager, all'insegna della continuità, se non perennità, del comando, detenuto dai possessori delle azioni immortali. Ma questa è un'altra storia.

Edoardo, così colto e fragile al tempo stesso, non poteva che essere una vittima designata. Come ogni anello debole. Vittima di se stesso? Di altri? Per scoprirlo, o comunque per avvicinarsi alla verità, consigliamo di leggere l'avvincente libro-inchiesta di Giuseppe Puppo.

Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com
Link: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2009/03/il-libro-della-settimana-giuseppe-puppo.html
5.04.2009

Ottanta metri di mistero. La tragica morte di Edoardo Agnelli, pref. di Ferdinando Imposimato, Koinè Nuove Edizioni, Roma 2009, pp. 176, euro 14,00 – www.edizionikoine.it

 

 

AGNELLI: 'VISTO', LUNEDI' AMICO DI EDOARDO CHIEDERA' RIAPERTURA INDAGINI

Milano, 19 feb. - (Adnkronos) - Il settimanale ''Visto'', domani in edicola, ritorna sul caso della tragica scomparsa di Edoardo Agnelli, il cui cadavere fu trovato il 15 novembre del 2000, ai piedi di un pilone dell'autostrada Torino- Savona. Due settimane fa, nel numero 7, ''Visto'' aveva pubblicato un'intervista al giornalista Giuseppe Puppo, autore del libro ''Ottanta metri di mistero'', in cui si dubita che Edoardo Agnelli si sia suicidato. Questa volta a parlare a ''Visto'' e' l'ex consulente economico ed amico di Edoardo Agnelli, Marco Bava, convinto che il figlio dell'avvocato Agnelli sarebbe stato ucciso.

Secondo Bava, che lunedi' 23 febbraio chiedera' alla Procura della Repubblica competente di riaprire le indagini, Edoardo sarebbe stato ucciso e poi rivestito lasciandogli il pigiama sotto la giacca. Successivamente il cadavere sarebbe stato portato ai piedi del viadotto dell'autostrada Torino- Savona, dove sarebbe stato inscenato il suicidio. Bava fu uno degli ultimi ad aver visto Edoardo vivo. Insieme avevano deciso di incontrare l'Avvocato Agnelli per chiedergli conto delle pressioni che alcuni uomini Fiat stavano facendo su Edoardo affinche' firmasse un documento di rinuncia ai suoi diritti societari Fiat.

Toccante il racconto di Bava sul suo ultimo incontro con il figlio di Giovanni Agnelli. Secondo il consulente, Edoardo lo avrebbe salutando dicendogli ''Mio padre rispondera' a Dio di tutto questo''. A corredo dell'articolo ''Visto'', che e' in possesso di un corposo carteggio di Edoardo, presenta stralci di alcune lettere; due di queste sono indirizzate al padre, l'avvocato Gianni Agnelli. In una, il figlio dell'Avvocato appare molto affettuoso con il padre ed accusa la madre di volerlo interdire. Nell'altra lettera, Edoardo scrive al padre quale presidente della Fiat. Gli si rivolge dandogli del ''lei'' e lo invita a rileggersi lo statuto della Fiat ''il cui scopo- scrive Edoardo al padre- e' assolutamente contrario a promuovere la legalizzazione della corruzione''.

 

AGNELLI: SU SALMA EDOARDO VENNERO ESEGUITI TUTTI GLI ESAMI AUTOPTICI PREVISTI PER LEGGE

Torino, 19 feb.- (Adnkronos) - In relazione alle anticipazioni del settimanale ''Visto'', da fonti giudiziarie piemontesi viene ricordato all'ADNKRONOS che sul corpo di Edoardo Agnelli fu effettuata, alla presenza del Procuratore della Repubblica di Cuneo, un'attenta autopsia effettuata da un medico legale alla presenza anche della polizia giudiziaria e della polizia Scientifica. Inoltre, vennero effettuati tutti i prelievi tossicologici il cui esito venne riferito all'autorita' giudiziaria, che a conclusione di tutti gli esami restitui' la salma di Edoardo Agnelli solo nella tarda serata dello stesso giorno, il 15 settembre 2000, in cui avvenne la disgrazia.

 

 

AGNELLI: 'VISTO', IN UN LIBRO SOSPETTI SU SUICIDIO EDOARDO

Roma, 5 feb. - (Adnkronos) - Il settimanale 'Visto' pubblica, nel numero in edicola da domani, un'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero - La tragica morte di Edoardo Agnelli" (Koine' edizioni), con prefazione di Ferdinando Imposimato. Il 15 novembre del 2000 il corpo del figlio di Gianni Agnelli venne trovato sotto un viadotto della Torino-Savona, in provincia di Cuneo. In tempi brevissimi gli investigatori coinclusero che si trattava di suicidio, a otto anni di distanza puppo solleva alcuni inquietanti interrogativi.

Puppo parla di "indizi e sospetti che mi portano a pensare che Edoardo Agnelli sia in realta' stato ucciso, mettendo in scena il suo suicidio". Nel volume si sottolinea, fra l'altro, che "nessuno ha visto Edoardo Agnelli buttarsi da quel viadotto, in un tratto dell'autostrada dove transitavano otto macchine al minuto", ricordando che "in quel periodo, Edoardo Agnelli zoppicava e usava il bastone: ci avrebbe messo almeno due minuti ad arrampicarsi sul parapetto dell'autostrada per buttarsi di sotto, aumentando le probabilita' di essere visto", seguono poi la rapida rimozione e sepoltura del cadavere, senza autopsia; le condizioni del corpo, con bretelle allacciate e mocassini ai piedi, nonostante un volo di 80 metri; la mancanza di indicazioni sulla scorta di Edoardo Agnelli.

A 'Visto' Puppo, elencando il matriale raccolto per il suo libro, afferma infine che "per ultimo, da ben tre fonti diverse ho raccolto una notizia inquietante. Poche settimane prima della morte di Edoardo, qualcuno cerco' di fargli firmare un documento in cui gli si chiedeva di rinunciare ai suoi diritti di gestione in Fiat, in cambio di soldi e immobili. Edoardo, dopo essersi consigliato con alcuni amici, si rifiuto' di sottoscrivere. Fu la sua condanna a morte?".

 

 

 

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16.12.08 E' MORTO CARLO CARACCIOLO , CHE FU COME UN PADRE PER EDOARDO. CARLO FU PRINCIPE DEI PRINCIPI UMANI. IN PARADISO SI RICONGIUNGERA' CON L'ANIMA DI EDOARDO,

 

 

 

  Videoinforma :  www marcobava.tk


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