FARA LA FINE DELLA TORRE DI BABELE ! Mb
HELLO
DUBAI – L’EMIRATO TRAVOLTO DALLA BUFERA FINANZIARIA NON
RINUNCIA AL BATTESIMO DEL GRATTACIELO BURJ, L’EDIFICIO PIÙ
ALTO DEL MONDO, 160 PIANI, 61 APPARTAMENTI PRIVATI, RESIDENZE
FIRMATE DA ARMANI: IL PALAZZO DEL LUSSO CHE SFIDA IL CIELO E
LA CRISI ECONOMICA - L’UTOPIA URBANA È REALIZZATA IN QUESTA
OPERA DALLA QUALE SI POTREBBE, IN TEORIA, NON USCIRE MAI…
Alessandra
Retico per
"la Repubblica"
Qui si
lascia il possibile, l´umano, la vita bassa, qui si sale dove
nessuno prima mai. Sulla cima dell´orgoglio, contro la
fisica, i venti, la crisi economica e un sogno un po´
ammaccato, il Burj Dubai, il grattacielo più alto al mondo,
818 metri
d´altezza, festeggerà stasera la sua nascita ufficiale,
ergendo la più gigantesca sfida architettonica a realtà.
Ore 21
nella città degli Emirati Arabi, le nostre 17, party con
fuochi d´artificio di inaudita bellezza per quello che vuole
essere l´inizio di una nuova era a Dubai, schiaffeggiata dall´imprevisto
nel novembre scorso, una tormenta finanziaria fuori copione
per il non-luogo nato per estremizzare ricchezza, lusso,
felicità. L´Emirato, dopo sei anni di ingorda prosperità,
ha rischiato la bancarotta. Ha dovuto frenare desideri e
progetti: debito pubblico di 150 miliardi di dollari, solo
prestiti generosi l´hanno salvata.
Ma
adesso ciak, si ricomincia, da questa torre che buca
impensabili frontiere, ciao ciao al mondo laggiù, greve e
triste, l´ambizione è ancora forte e l´onnipotenza salda:
160 piani, 61 per appartamenti privati, 18 per l´hotel e le
residenze firmate da Giorgio Armani, 58 ascensori che ti
succhiano su a una velocità di
10 metri
al secondo, 344mila metri quadrati, visibilità da
95 chilometri
di distanza e un panorama a 360 gradi al 124esimo piano su
palme, mare, un centro commerciale tra i più grandi dell´universo
e altre altezzose imprese edili fino a
80 chilometri
.
Utopia
urbana realizzata, ghetto autosufficiente, ci si può
trasferire e non uscire mai (per andare dove, d´altro
canto?): 4 piscine, una biblioteca, 3mila parcheggi, 37
boutique, cygar club, 49 piani di uffici, 354 appartamenti
normali e 237 suites, ristoranti, cinema,
1400 metri quadrati
di palestra. Da rinchiudersi dentro.
Da
scalare con la prepotenza di chi l´ha costruita, ennesima
cattedrale in un deserto in verità ormai fitto di cemento, di
acciaio, di vetro e gru affamate. Ci sono voluti 12mila
operai, cinque anni di lavoro, 4.1 miliardi di dollari, ma il
titano doveva pur essere all´altezza della celebrazione del
quarto anniversario dell´ascesa al trono dello sceicco
Mohammad Al Maktum, che si tiene oggi insieme al ferro e fuoco
della festa di esordio, un evento di due ore e 6mila esclusivi
invitati che verrà seguito in diretta tv satellitare da due
milioni di spettatori stima Emaar, l´immobiliare dietro al
progetto. In tutta sicurezza, duemila tra agenti privati e di
polizia, scanner ai raggi X, telecamere, sorvegliare i sogni e
i soldi perché basta un niente per soffiarli via.
Persino
qui, nella terra dell´utopia, nella Las Vegas del medio
oriente dove la memoria non è allenata, dove la storia non è
ancora passata, è successo qualcosa. Qualcosa di brutto
addirittura: il mercato immobiliare, la più grande risorsa di
Dubai, è precipitato, le case giù del 50 per cento nel 2009.
I
progetti ovviamente faraonici di alberghi e parchi e isole
artificiali sospesi o rimandati: così il Jumeirah Gardens,
città da 90 miliardi di dollari; così l´isola Palm Jebel
Ali, annegata sulla carta; congelata Waterfront, insieme di
isole con una superficie che avrebbe dovuto doppiare quella di
Hong Kong e affondato The World, 300 isole che avrebbero
dovuto mimare un planisfero. Rinviata la costruzione della
Disneyland araba, Dubailand, 64 miliardi di dollari. Non si
gioca più.
«If you
can dream it, you can do it», se lo puoi sognare, lo puoi
fare disse mister Walt Disney, e a Dubai, a questi vertici,
ragionano così. «Ma l´altezza è sempre stata un´ossessione
umana» commenta il semiologo Paolo Fabbri. «Colpisce che la
cultura islamica, nomade, antiarchitettonica, costruisca
edifici che sono un parossismo e quasi una parodia dell´Occidente».
Si
spingono così in alto? «La torre, storicamente, segna l´apice
di qualcosa che non va». All´Empire seguì il crollo delle
borse nel ‘29, al World Trade Center di New York e alle
Sears di Chicago la crisi petrolifera del ‘73, alle Petronas
di Kuala Lumpur la recessione asiatica del ‘97. Ma oggi si
entra nella Burj come nel ‘55 dentro il primo Disneyland ad
Anaheim, Los Angeles. C´era un cartello: «Qui tu lasci il
presente per entrare nel mondo di ieri, di domani e della
fantasia». Per finta, ma saliamo.
[04-01-2010]
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