AGNELLI
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VATICANO E GIANNI AGNELLI
una manina “romana”
“FURIO Colombo  era presidente  Fiat Americ
AGNELLI CHI
EXOR NEVASIONE FISCALE DI CIRCA 1,5 MIL
CARRARO
GIANNI AGNELLi N TIPINO ELEGANTE
GUIDO ROSSI,
LA VERITà, , LOTTA DI POTERE IN CASA AGNELLI
LUPI E AGNELLI
GABETTI in una sola frase
Gabetti, Stevens e Maron contro Margherita
L’AVVOCATO OFF-SHORE
[23-08-2009]
Caro Dago,
AGNELLI/09/19.05.09-FUNERALI SUNY.pdf
CARACCIOLO
JAKI

 

 

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

PER 5 ANNI LA FIAT NON È STATA DEGLI AGNELLI...
Dal 30 luglio 1991, per cinque anni, l'impero Agnelli è stato controllato dal Liechtenstein. È quanto risulta da alcuni documenti che Panorama ha potuto consultare: quel giorno il capitale sociale della società Dicembre, che è ancora oggi in cima alla complessa catena di controllo della Fiat, varò un aumento di capitale da 99 milioni e 800 mila lire a 2 miliardi.

 

Il proprietario della Dicembre, fino a quel giorno, era Gianni Agnelli con 99 milioni e 967 mila lire del capitale, ma dopo (e fino al successivo aumento di capitale del 1996) il maggiore azionista diventò un'oscura accomandita semplice del Liechtenstein, la Merkt & Co, che faceva capo interamente agli avvocati René Merkt e Herbert Batliner, e a un'altra fondazione, la Lavinium Anstalt.

Lo stesso giorno il cui la Dicembre passò di mano, l'Avvocato e i suoi legali di fiducia Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti (dall'alto nelle foto) firmarono un contratto in base al quale davano a Merkt e Batliner il mandato di agire su loro indicazione. (M.C.)

 

01.10.10

 

E MARIA SOLE FA CASSA CON EXOR...
R. Po. - Performance sui sei mesi: +65%. Performance su un anno: +162%. Probabilmente ancora molto, molto più alta la plusvalenza effettiva: le 100 mila Exor privilegiate che Maria Sole Agnelli ha deciso di vendere sono un «residuo» delle vecchie Ifi detenute in via diretta da chissà quanto.

Con il rally borsistico di cui sopra non stupisce la scelta di far cassa. La sorella dell'Avvocato non ha peraltro nemmeno centrato i massimi assoluti: la comunicazione di internal dealing, pubblicata anche sul sito della finanziaria guidata da John Elkann, porta la data di venerdì 21 gennaio.

 

Giusto quel giorno, dopo il picco storico di 20,17 euro toccato il 12 gennaio, Exor scendeva ai minimi 2011: quota 17,25. Lei ha comunque venduto (sul mercato) qualche centesimo al di sopra, e su 100 mila titoli la differenza non è da poco: Maria Sole, moglie di Pio Teodorani Fabbri, vicepresidente non esecutivo della finanziaria e tenuto alle comunicazioni di internal dealing, a casa ha portato 1,783 milioni.

E senza che la vendita incida sul controllo della famiglia Agnelli sulla holding. Quello passa attraverso le azioni custodite nella Giovanni Agnelli &C. Queste, le azioni cedute, erano un investimento personale. Decisamente fruttuoso.

 27-01-2011]

 

 

SFOTTETE, SFOTTETE, INTANTO ABBIAMO UN GIRO DI 10 MLN € E IL BILANCIO IN UTILE - ECCO A VOI ANDREA TESSITORE, IL 37ENNE BRACCIO DESTRO DELLO SCAPESTRATO RAMPOLLO AGNELLI – MANAGER ED EX AVVOCATO D’AFFARI CHE HA LASCIATO UNA “REMUNERATIVA” CARRIERA PER SEGUIRE LAPO NELLE SUE AVVENTURE IMPRENDITORIALI - DAGLI OCCHIALI DA 1.007 € ALL’ABBIGLIAMENTO (ANCHE Più CHEAP), DALLA VODKA MADE IN ITALY AD ACCORDI CON DIESEL E BORSALINO –

 

Zornitza Kratchmarova per "Panorama Economy"


Dieci milioni di euro di giro d'affari e il primo bilancio in utile. Sono i numeri della galassia LA Holding che racchiude le attività che fanno capo a Lapo Elkann, 33 anni, nipote dell'avvocato Agnelli e fratello dell'attuale presidente della Fiat, un concentrato di «genio e sregolatezza», per dirla come il Wall Street Journal, divenuto imprenditore nel 2007 con il lancio di un occhiale da sole in carbonio dal prezzo improbabile di 1.007 euro. C'è chi la giudicò una boutade.

 

«Gli sfottò furono all'ordine del giorno» ricorda Andrea Tessitore, 37 anni, amico di lunga data di Elkann e suo braccio destro nell'avventura imprenditoriale. Tanto da avere rinunciato a una carriera promettente e «assai remunerativa» per seguirlo. Torinese, con in tasca una laurea in legge, master alla Sorbona di Parigi prima e all'University of Virginia poi, per cinque anni avvocato d'affari allo studio Latham & Watkins di New York, Tessitore è oggi amministratore delegato della LA Holding e socio al 10%.

«Il 75% fa capo a Lapo, mentre il restante 15% è suddiviso in quote da 5% tra Alberto Fusignani, Giovanni Accongiagioco e Pietro Peligra» dice il manager-imprenditore, che incontra Panorama Economy nel quartiere generale milanese della società: ex fabbrica, divenuta galleria di pittura urbana, con i muri pieni di murales tra cui due opere di Frank Shepard Fairey, autore del ritratto di Barack Obama che circolava durante le presidenziali Usa. L'occasione: fare il punto su una realtà che ha chiuso il 2010 con il primo bilancio in utile.

 

«Per la cifra esatta aspetto i consuntivi, ma il segno più è fuori discussione» assicura Tessitore autodefinendosi «il più vecchio, o quasi» dell'intero team dell'azienda: una trentina di under 30, attivi negli ambiti più disparati. Proprio come LA Holding, del resto. Creata nel 2008, racchiude tutte le società che fanno capo a Lapo Elkann soci. Due quelle principali: LA-Italia Independent (I-I), la capostipite, partita con gli occhiali e poi allargatasi all'abbigliamento e agli accessori. E LA Communication-Independent Ideas, factory creativa che realizza campagne di comunicazione tra le più svariate sia online sia offline.

«Lo zoccolo duro del business restano gli occhiali I-I prodotti in tre laboratori veneti» dice Tessitore, che calcola 40 mila pezzi venduti nel 2010 in 500 negozi di ottica in tutta Italia con listini da 157 euro al paio. Come dire: i modelli degli esordi da 1.007 euro hanno lasciato il passo a collezioni più abbordabili. «C'è chi ci critica perché abbiamo prodotti troppo esclusivi» continua. «Ma non è così: nell'abbigliamento, per esempio, abbiamo articoli da 19 a 1.700 euro».

Per ora c'è solo la linea maschile e la produzione, al 100% made in Italy, è affidata in licenza alla modenese Brama Sportswear che nel giugno 2009 è entrata nel capitale di I-I con il 15% e oggi ricopre il ruolo insolito di licenziatario-azionista. «Le royalties ammontano al 10-12% sul giro d'affari, a cui si aggiunge un contributo pubblicitario del 3-5%» dice Tessitore, e fa il punto anche sulle altre quattro partecipazioni.

 

C'è il 25% di Care Label, linea di denim di lusso lanciata in collaborazione con lo stilista Leopoldo Durante, che agli esordi, ai primi del 2008, salì agli onori della cronaca per un jeans realizzato per l'amFar, la fondazione per la ricerca contro l'Aids, battuto all'asta per 20 mila dollari a una serata di gala di New York. O, ancora, il 30% di Sound Identity, specializzata in colonne sonore per spot, eventi e altro ancora. Gli altri soci sono il musicista Stefano Fontana e Claudio Pella, ex numero uno dell'agenzia pubblicitaria GroupM (Wpp).

 

Poi c'è il 20% di I-Spirit, che produce vodka made in Italy. Gli altri soci sono Marco Fantinel, dell'omonima casa vinicola, i ristoratori Arrigo e Giuseppe Cipriani, l'armatore e vignaiolo Franco Cosulich e il gruppo statunitense Domaine Select Wine Estate, «ossia uno dei maggiori importatori di alcolici del Nord America» dice Tessitore. Infine, il 49% di My Blue Zebra, specializzata in videoconferenze online e costituita in collaborazione con Feedback Italia, applicazioni hi-tech e servizi di webstreaming.

«Abbiamo anche un diritto di prelazione sul 2% di Pantofola D'Oro, controllata dalla statunitense Mercurio Capital Partners» aggiunge Tessitore, precisando però che quella con il marchio artigianale di scarpe è una collaborazione che rientra a tutti gli effetti nell'ambito dei «progetti speciali», ossia partnership che LA Holding ha avviato con alcune delle più importanti realtà industriali in Italia. Obiettivo: realizzare articoli «a regola d'arte».

 

Qualche esempio? L'Alfa Brera targata I-I, prodotta in soli 900 esemplari, caratterizzata dalla verniciatura nero opaco, ideata dallo stesso Elkann, e oggi di gran moda tra le case automobilistiche di mezzo mondo. È stata lanciata in occasione del 100° anniversario della casa di Arese con un prezzo a partire da 38 mila euro.

 

«Ma le iniziative sono innumerevoli» precisa Tessitore, citando, tra gli altri, gli accordi con Diesel (jeans con il filo di carbonio), Borsalino (mini-collezione di cappelli), e Meritalia (linea «Officina», composta da un tavolo da pranzo, un tavolino e una lampada, presentati in grande stile all'ultimo Salone del Mobile di Milano). E assicura: «Questo non è che l'inizio».06-01-2011]

 

 

 

EXOR: PUNTA SU BANCA BRASILIANA BTG PACTUAL, IN CONSORZIO PER IL 18%...
Radiocor - Exor investe nel settore bancario brasiliano. La finanziaria della famiglia Agnelli fa parte del consorzio internazionale che sottoscrivera' il 18,65% del capitale di Btg Pactual, la principale investment bank del paese, sotto forma di azioni di nuova emissione per 1,8 miliardi di dollari. Nel pool, accanto a senior manager dell'istituto, figurano investitori istituzionali come il fondo sovrano di Singapore Gic, la China Investment Corporation, il fondo pensione degli insegnanti dell'Ontario, l'Abu Dhabi Investment Council, Jc Flowers, Rit Capital Partners e la famiglia Rothschild, il Santo Domingo Group e Inversiones Bahia, holding della famiglia Motta.07-12-2010]

 

LUPI & AGNELLI - AL FESTIVAL DI TORINO ARRIVA “IL PEZZO MANCANTE”, DOCUMENTARIO DI GIOVANNI PIPERNO SUI BUCHI NERI DELLA FAMIGLIA CHE (PRIMA DI BERLUSCONI) FU LA PIÙ POTENTE D’ITALIA - A COMINCIARE DA GIORGIO, IL FRATELLO DELL’AVVOCATO MORTO SUICIDA IN MANICOMIO, SUL QUALE PER ANNI È CADUTO UN VELO IMPENETRABILE - FA IMPRESSIONE SENTIRE GIANNI CHE RICORDA DI AVER AVUTO “UN SOLO FRATELLO MASCHIO”…

1 - POTENTE, FATUA, TRAGICA L´EPOPEA DELLA FAMIGLIA CHE HA FATTO L´ITALIA...
Curzio Maltese per "la Repubblica"

 

Nelle celebrazioni dell´Unità d´Italia bisognerebbe anche discutere di questo paradosso. Gli eroi del Risorgimento, i padri della patria, i Mazzini e Garibaldi e Pisacane, erano tutti repubblicani, convinti che il popolo volesse la repubblica, convertiti alla monarchia soltanto per real politik.

 

Ma il popolo l´ha sempre pensata in modo diverso. Gli italiani sono sempre rimasti monarchici. Abbiamo avuto i re, Mussolini, gli Agnelli e ora Berlusconi. Ogni nuova monarchia ha cancellato il ricordo delle precedenti. Il regno di Berlusconi ha oscurato in pochi anni la memoria di Gianni Agnelli, per mezzo secolo signore d´Italia. E´ un successo dal punto di vista del Cavaliere, che per una vita aveva tenuto sul comodino la foto dell´Avvocato, considerandolo un modello inarrivabile di stile. Nel suo caso, è sicuramente vero.)

Nel bel documentario sugli Agnelli che sarà presentato al festival di Torino, "Il pezzo mancante" di Giovanni Piperno, distribuito da Cinecittà Luce, si coglie la distanza fra gli ultimi due re alla prima frase. «Vi sono uomini che parlano di donne e altri che parlano con le donne. Io di donne preferisco non parlare». Ma l´importanza della dinastia dell´automobile va ben oltre le questioni di stile.

 

Gli Agnelli sono stati la più grande delle dinastie italiane. Non dal punto di vista morale, visto che hanno condiviso in pieno il cinismo di tutte le altre. Anzi, le hanno appoggiate, sostenute, sposate tutte, dai Savoia a Mussolini a Berlusconi. Sono stati grandiosi perché la storia li ha chiamati a farsi strumento e racconto della più straordinaria delle trasformazioni italiane, da paese miserabile a potenza industriale fra le prime del pianeta.

 

Nulla come la Fiat, nel bene e nel male, ha unificato davvero il Paese. Accanto e ai margini di questa epopea è scorsa la storia di famiglia, fatua nelle apparenze quanto tragica nella sostanza. Il pezzo mancante affronta soprattutto questa sostanza tragica.

 

C´è sempre stata nella famiglia più potente d´Italia una vena di ribellione all´assunzione del potere. Una ribellione ogni volta impossibile, sfociata nella follia, nel suicidio, nella morte. E´ una famiglia piena di «pezzi mancanti». Erano pezzi mancanti i genitori dell´Avvocato, Edoardo, il figlio del fondatore morto a 35 anni in un incidente aereo, e Virginia, uccisa da un incidente stradale.

E´ stato un pezzo mancante Giorgio Agnelli, il fratello di Gianni e Umberto, morto da solo in un manicomio svizzero. E´ agghiacciante nel documentario vedere la sequenza in cui l´Avvocato ricorda di aver avuto «un solo fratello maschio», montata con il commovente ricordo di Giorgio da parte della sua compagna, la poetessa Marta Vio. E´ un pezzo mancante Giovannino Agnelli, il più bello, intelligente, amato della famiglia, il simbolo stesso del fascino degli Agnelli, stroncato da un rarissimo cancro a 33 anni.

 

Fino ad arrivare alla più malinconica, solitaria, finale figura della dinastia, Edoardo Agnelli, il figlio disperato di Gianni, morto a 46 anni in fondo a un viadotto dell´autostrada e a una vita di fughe disperate. Gli Agnelli, come i Kennedy, hanno pagato questo prezzo altissimo alla gloria.

Nel documentario c´è tutto questo lato nero dei re d´Italia, una storia di famiglia dove la Storia rimane sullo sfondo, forse troppo, insieme alle voci dei sudditi e dei ribelli. Alcuni regalano momenti sublimi, come quando il sindaco di Villar Perosa parla del mito dell´Avvocato e dice che gli manca soprattutto il rumore delle pale dell´elicottero, «che ci rassicuravano tutti».

 

E in una frase si racconta tutto l´amore dei piemontesi per la gerarchia. E´ un altro lampo il racconto della vita di fabbrica dell´ex operaio Pietro Perotti, e quando ricorda l´esperimento di mettere le scimmie al posto degli operai alla catena di montaggio. La verità delle grandi storie si nasconde spesso nei dettagli. Il dettaglio finale è una lettera di Edoardo Agnelli a un amico in cui racconta della volta in cui l´Avvocato comprò un pinguino per le strade di Portofino, da un tizio che lo portava al guinzaglio.

 

Ma poi, soddisfatto il capriccio e non sapendo che cosa farsene, finì per abbandonare l´animale nella gigantesca dimora di campagna. Un piccolo aneddoto e una grande metafora della crudele indifferenza che Edoardo imputava al padre e lo fece soffrire per tutta la sua breve esistenza.

2 - CARPENTER, HORROR DI CLASSE - E PIPERNO RACCONTA LA LAVORAZIONE DEL "DOCU" SUGLI AGNELLI...
Fabio Ferzetti per "Il Messaggero"

Un film ambientato quasi interamente dentro un manicomio. E un'altra casa di cura, in un altro film, che invece resta invisibile ma si sente di continuo, come un fantasma ostinato e sinistro. Fare un festival significa anche creare un dialogo tra film in apparenza lontani, individuare legami segreti e connessioni sotterranee, insomma portare alla luce l'inconscio del cinema, che esiste e "lavora" proprio come l'inconscio di ognuno di noi.

 

Se poi ci si trova in un luogo ad alto tasso simbolico come Torino, città della Fiat e capitale dell'esoterismo, nonché sede di dinastie come i Savoia e gli Agnelli, ecco che il nuovo horror del grande John Carpenter, "The Ward", tende la mano al documentario di Giovanni Piperno su casa Agnelli, "Il pezzo mancante". Anche se Piperno si limita a lunghe carrellate intorno a corso Matteotti, con musiche in stile Dario Argento, mentre Carpenter gira tutto il film nell'Ospedale Psichiatrico Eastern Washington, labirintico complesso di edifici ancora parzialmente in attività, dove la giovanissima Kristen (Amber Heard) viene rinchiusa insieme a un pugno di coetanee più disperate di lei.

 

Che cosa succede di notte nei meandri dell'ospedale? Cosa vogliono davvero dottori e infermieri? Chi si nasconde dietro la terrificante creatura che appare a intermittenza per trucidare le ragazze sul lettino della morgue o magari friggerle con l'elettrochoc? Come in una ideale risposta low budget al fragoroso "Shutter Island" di Scorsese, Carpenter moltiplica piste e false piste.

Senza mai barare però, per farci toccare con mano quanto può essere ancora suggestivo «un horror di vecchia scuola fatto da un regista della vecchia guardia», come lui stesso lo ha definito. Dunque più attento alla regia e all'affiatamento di un cast quasi tutto femminile, che a trucchi ed effetti speciali come quelli di tanti film fatti in serie di questi anni.
Una bella lezione di cinema insomma, rétro anche nell'ambientazione (siamo nel 1966).

 

Che aveva in comune col documentario di Piperno il tema della follia ma soprattutto quello del segreto. Perché naturalmente non è facile girare un film sugli Agnelli, specie se si vogliono mostrare gli strappi nella success story di famiglia, come ci racconta pacatamente lo stesso regista. «Il pezzo mancante non è un film su Edoardo Agnelli, come si è voluto credere. La storia di Edoardo è solo la griglia di base, lo snodo che ci mette in contatto con tante altre situazioni».

 

In un primo momento anzi il film era centrato su Giorgio Agnelli, il fratello di Gianni e Umberto, morto suicida a 36 anni in una clinica psichiatrica svizzera nel 1964 e «letteralmente cancellato per decenni, un po' come Trotzkij durante lo stalinismo», rivela Piperno, «salvo riaffiorare in libri e pubblicazioni dopo la morte di Gianni. Ma sulla sua figura il riserbo è assoluto. Per più di due anni nessun Agnelli ci ha dato il minimo aiuto, solo alla fine hanno capito che non cercavamo lo scandalo o la polemica. Nel frattempo abbiamo deciso di usare il Cinefiat, l'archivio storico della fabbrica, una autentica miniera, considerandolo un po' come un album di famiglia.

Ma ce l'abbiamo fatta solo grazie a Gelasio Gaetani Lovatelli, che da amico di Edoardo ci ha aiutato a ricostruire tanti passaggi chiave. Anche il documentario tv di Mario Gianni "In viaggio con Edoardo", del '90, da cui vengono le scene girate in Oriente, non è mai andato in onda, credo non per caso». Il pezzo mancante è tanto interessante quanto incompleto. «È vero, il titolo allude anche a questo. Manca sempre un pezzo per raccontare davvero la storia di casa Agnelli».
L'essenziale era cominciare. 29-11-2010]

 

 

Le azioni Fiat e Exor sponsorizzate da Ubs. E' come se la politica dell'uomo di Arcore fosse sponsorizzata da Fini, il che nella realtà avviene. Ma che in futuro sia Berlusconi (investitori Fiat) a guadagnarci è tutto ancora da dimostrare. Spiegazione. Anche se la sponsorizzazione blinda ogni accusa di conflitto di interessi - il canadese e il "monegasco" si erano autoesclusi - per entrambi l'obiettivo finale è spennare i creduloni (azionisti e elettori). Parafrasando Paolo Fox "non credete ma verificate".

 

LUPI PER AGNELLI - LA VITA PAZZESCA, E MAI RACCONTATA, DI VIRGINIA, MADRE DELL’AVVOCATO - QUANDO SUO MARITO EDOARDO MORÌ, LEI SI INNAMORÒ DI CURZIO MALAPARTE, E QUESTO AMORE LE FECE PERDERE LA CUSTODIA DEI FIGLI - TRASFERTASI A ROMA DALL’ODIATA TORINO, RIUSCÌ A OTTENERE UNA TRANSAZIONE CON L’APPOGGIO DI MUSSOLINI - ORGANIZZÒ L’INCONTRO TRA PIO XII E LE SS TEDESCHE CHE SALVÒ ROMA DALLA DISTRUZIONE - MA DEL LIBRO SU VIRGINIA NON PARLA NESSUNO: PERCHé FIRMATO DA MARINA RIPA DI MEANA

Malcom Pagani per "il Fatto Quotidiano"

Sulla dinastia Agnelli, declinata al passato remoto e prossimo o proiettata verso il futuro, si sa e si prevede quasi ogni cosa. Amori e dolori, declino, tragedie, dominio e solitudini. In pagina, almeno fino a quando uno dei membri non pagava per eliminare notizie e fotografie disdicevoli (e succedeva spesso) anche gli spifferi. Silenzio sospetto al contrario, escluso un lungo ed entusiasta speciale de "Il Foglio" su un libro uscito all'alba dell'estate.

Un volume rigoroso e sorprendente, scritto da Marina Ripa di Meana (con introduzione di Carlo) e Gabriella Mecucci, ex giornalista dell'Unità, diretta filiazione di uno studio intrapreso tra emeroteche, archivi di Stato, stralci dell'Omnibus di Longanesi e testimonianze dirette.

"Virginia Agnelli, madre e farfalla", Minerva,è un viaggio nei segreti della madre di Gianni, la stessa donna adorata da un'altra figlia, la sorella Susanna che in "Vestivamo alla marinara", restituì con precisione, peculiarità e stravaganza della regina di un dio minore: "Era bella, fragile, aveva trentacinque anni: era la madre, praticamente squattrinata di sette figli che avrebbero un giorno ereditato un'immensa fortuna".

Come Gianni che dopo averla pianta (Virginia morì nell'immediato dopoguerra sulle curve tirreniche del Sorpasso di Risi), dormì per anni con il suo ritratto alle spalle, anche Suni adorava Virginia. Bella, di uno splendore acerbo e selvaggio. Una luce di frontiera, di natali misti (Bourbon del Monte dal lato paterno, Campbell e pianure americane dal materno) e anticonformismo oggettivo.

Virginia detestava Torino, le sue regole e l'inchino obbligato agli Agnelli che le appariva come il retaggio di un feudalesimo planato sulla realtà a secoli di distanza. Il cappello in un angolo, le nudità, le feste nella casa romana ai piedi del gianicolo, il matrimonio con Edoardo Agnelli, erede del fondatore della Fiat, Giovanni, sposato nel 1919 e non alieno, come tanti altri, al tragico destino della famiglia.

Edoardo morì nel luglio del ‘35. Incidente aereo a Genova e dolore profondo che a uno dei suoi sette figli, Giorgio, costò emarginazione, uso di allucinogeni e scomparsa precoce e silenziosa, con diagnosi schizofrenica in una clinica svizzera, nel 1965.

Virginia si rialzò grazie all'amore per Curzio Malaparte, incontrato pochi mesi dopo e in lotta con il casato torinese per gli anni a venire : "meglio un giorno da leone che cento da Agnelli".

Passione reale, testimoniata dall'autore della Pelle, sulla carne, tra le righe: "Fin dal primo giorno, hai capito che io non sono soltanto un uomo: ma donna, cane, albero, pietra, fiume". In prosa e in poesia: "Solo per te, Virginia, solo per te/ aprirò il cielo notturno alla mia fronte/ il sapore del mio sangue solo per te/, Virginia brucerà la bianca notte d'estate".

 

E nonostante per Curzio lo slancio sentimentale fosse più cerebrale che fisico, il sesso un rischio: "Ogni volta è un giorno in meno che si vive", addirittura un impedimento nella scala dell'affermazione sociale e la misoginia di fondo, una certezza anche epistolare: "Caro Nantas (Salvalaggio ndr) la molla della gloria non è la donna come dicono i fessi (Dante, Petrarca) ma la puttana", l'intesa con Virginia fu un lampo.

Il Narciso che cede all'unica femmina che non lo adula, come in un gioco di specchi in cui la propria immagine, per una volta, non veste alla zuava. Assatanato, potentissimo, vendicativo, allevato alla scuola Dio e moschetto, monastico fino all'ascesi (memorabile la descrizione del parco pasto, sempre il solito, carciofi, olio e pomodori accompagnati da Punt e Mes e canzonette alla radio), duro e addolorato dalla scomparsa degli eredi (Edoardo era stato preceduto da Aniceta) Giovanni Agnelli (che in precedenza, allo spirito coraggioso di Virginia, in occasione del lucroso affaire Sestrière era ricorso senza pregiudizi) tentò in ogni modo di interrompere la relazione tra i due e impedirne il matrimonio.

E per prima cosa, puntò al cuore del problema: l'affidamento dei figli di Virginia. L'ordinanza del presidente del tribunale per i minori di Torino del dicembre 1936, al riguardo, non lasciava spazio alle interpretazioni: "Ritenuto che la madre dei minori, a breve distanza dalla morte del marito ha contratto una relazione che tuttora perdura, i cui effetti non possono che essere gravemente pregiudizievoli al benessere dei minori (...) gli stessi possono essere affidati con piena tranquillità alle cure del nonno paterno, Senatore Giovanni Agnelli".

Un sequestro tra automi in divisa sensibili alla sola ragione del comando, treni a vapore e fratture sentimentali che si ricomporranno soltanto per mero calcolo perché Virginia, ritornata a Roma (dove era protetta e benvoluta) ottenne una transazione su cui molto pesò il parere della prole e quello di Mussolini, da cui (è certo) Virginia si recò personalmente e che come molti altri, dall'indomabilità della donna fu conquistato.

E da Roma, dipanando trame che sarebbero state un capitolo di un film sugli Agnelli se solo Gianni, l'avvocato, non avesse comprato la sceneggiatura già scritta da Bolognini e tratta da "Vestivamo alla marinara" per metterla in un cassetto, Virginia si adoperò per girare un altro copione, l'operazione Farnese, l'incontro segreto tra Pio XII e il capo delle SS in Italia, Karl Wolff, allo scopo di evitare alla città la devastazione dei barbari in ritirata.

Forse per il timore di vedere il nome del casato compromesso con il nazismo (ma al nonno accadde) o per un'altra piega dell'intimità, di Virginia si è saputo sempre poco. Nel libro dell'ex signora Punturieri e di Mecucci, più in là dei documenti, brilla il ritratto di un'epoca in ombra.

Le vacanze a Forte dei marmi, i teli africani, il due pezzi quando il bikini era poco meno di un'eresia, le rivalità tra fratelli, le carezze sulla spiaggia, le curve affrontate a vento in faccia e l'anticonvenzionalità come abito da indossare contro l'ipocrisia di un universo che si vedeva e si desiderava immutabile. Di Virginia non parla nessuno. Era una donna libera. Irrequieta. Spiritosa. Da dimenticare. [25-10-2010]

 

 

 

FIAT  - MENTRE AGNELLI SI CREAVA I SUOI TESORETTI OFFSHORE (VEDI LA DIATRIBA SULL’EREDITà), tra il ’77 e il ’90 Torino ha beneficiato di 5,2 miliardi, avallati da tutti i governi della prima Repubblica - il regalo fatto dall’iri di Prodi: quell’Alfa Romeo strappata alla Ford, che nel 1986 (governo Craxi) aveva messo sul piatto 4mila miliardi di lire, ben più dei 1.050, da versare in cinque rate (la prima sei anni più tardi) senza interessi, offerti dal Lingotto...

Pierluigi Bonora per Il Giornale

Genericamente si potrebbe dire che furono tutti i big della politica della prima Repubblica a prestare un'attenzione particolare al gruppo Agnelli. Nella forma di aiuti, sostegni, spintarelle, scambio di favori, piaceri, paletti protezionistici. Il caso più clamoroso fu la protezione data da Romano Prodi in occasione dell'asta sull'Alfa Romeo.

Ma ci furono interventi apparentemente marginali, però dalle conseguenze favolose per la Fiat. Basti pensare a quella nuova tassa che si inventò il governo Andreotti nel 1976, chiamata superbollo per i motori Diesel. Sotto al vestito una grande mano ai motori torinesi che all'epoca erano praticamente solo a benzina e di cilindrate basse. E la fuoriuscita dei motori stranieri a gasolio, all'epoca più avanzati.

E poi la famigerata Cassa del Mezzogiorno, feudo democristiano, che con la scusa dell'industrializzazione gettò miliardi anche nelle fabbriche del gruppo (ma non solo ovviamente). Andiamo per ordine.

Le ultime dichiarazioni di Sergio Marchionne («dall'Italia non arriva alla Fiat un euro di utile») hanno riportato alla ribalta il tormentone dei tanti sussidi, diretti e indiretti, di cui il gruppo che fa capo alla famiglia Agnelli ha beneficiato nella sua lunga storia. «Per elencare tutti i favori - dice maliziosamente un esperto del settore - ci vorrebbe un'enciclopedia». Sul banco degli «imputati» sono soprattutto i governi di centrosinistra e gli uomini che li hanno condotti: Romano Prodi, Massimo D'Alema e Giuliano Amato firmano i provvedimenti che danno maggiore ossigeno all'azienda torinese.

A molti brucia ancora il regalo, già accennato, fatto da Prodi, all'epoca alla guida dell'Iri, alla Fiat: quell'Alfa Romeo strappata alla Ford, che nel 1986 (governo Craxi) aveva messo sul piatto 4mila miliardi di lire, ben più dei 1.050, da versare in cinque rate (la prima sei anni più tardi) senza interessi, offerti dal Lingotto allora amministrato da Cesare Romiti.

Se l'Alfa Romeo aveva problemi allora, la situazione nel tempo è stata oggetto di pochi alti e tanti bassi, tant'è che il destino del marchio milanese non è tuttora ancora ben delineato. Il simbolo di un nazionalismo industriale di cui lo stesso Marchionne oggi essendone vittima, si lamenta. C'è chi è arrivato a quantificare l'ammontare dei finanziamenti statali elargiti a Torino in 100 miliardi di euro.

Queste le voci considerate: rottamazioni (leggi incentivi: 400 milioni di euro solo nel '97 in virtù del piano Prodi), cassa integrazione, contributi per gli impianti al Sud, prepensionamenti, mobilità lunga, interventi sul fisco, barriere protezionistiche, leggi ad hoc.

Nel balletto di cifre proprio ieri la Cgia di Mestre ha fatto due conti: 7,6 miliardi di finanziamenti erogati dallo Stato solo negli ultimi 30 anni, da suddividere in contributi per realizzare le fabbriche di Melfi e Pratola Serra (1,279 miliardi tra il '90 e il '95 con i governi De Mita, Andreotti, Amato, Ciampi e Berlusconi). Complessivamente, secondo la Cgia, tra il '77 e il '90 Torino ha beneficiato di 5,2 miliardi, avallati dai governi Moro, Andreotti, Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani, Craxi, Goria e De Mita: praticamente tutti i bei nomi della prima Repubblica.

Il gruppo degli Agnelli è stato aiutato, in base alla legge per il Mezzogiorno, a realizzare il suo programma di insediamenti industriali al Sud: oltre 6mila miliardi di vecchie lire in base al contratto di programma stipulato a Palazzo Chigi nel 1988 con i governi Goria-De Mita.

In anni successivi, e precisamente tra il '93 e il 2009 (governi Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D'Alema e Amato) alle voci ristrutturazioni, innovazione e formazione è corrisposta un'erogazione da parte dello Stato pari a quasi 500 milioni di euro. C'è poi lo stabilimento di Pomigliano d'Arco, ereditato dalla vecchia Alfa Romeo (20,5 milioni a carico dello Stato per l'innovazione dell'impianto tra il '95 e il 2000)e quello siciliano di Termini Imerese, costruito nel golfo di Cefalù in una delle zone meno adatte per un polo industriale e sicuramente più indicata a ospitare milioni di turisti.

La nascita del sito nel 1970 (governo Rumor) avvenne sulla spinta delle grandi lotte operaie del tempo che tra le principali rivendicazioni ponevano lo sviluppo del Mezzogior-no. Purtroppo, con il trascorrere degli anni, sono emerse le difficoltà di mantenere la produzione inun'area difficile da raggiungere e carente di infrastrutture, tant'è che la fabbrica che ha prodotto modelli di successo come 500, 126, Panda, Punto e Lancia Y, chiuderà a fine 2011. Di investimenti e contributi, comunque, Termini Imerese ne ha assorbiti: l'ultimo risale al 2007 (governo Prodi) con un intervento statale di 46 milioni.

Bisogna sempre considerare infine due fattori. Ogni impresa, in qualsiasi parte del mondo, chiede aiuti economici alla politica. Il problema è quando la politica cede con tanta dovizia come ha fatto negli anni con Fiat. E infine occorre sempre ricordare come in un paese dotato di pochi colossi industriali, il gruppo torinese abbia negli anni rappresentato uno dei pochi baluardi dell'occupazione e della ricerca. Basti pensare al recentissimo caso serbo: hanno fatto ponti d'oro,tra incentivi fiscali e contributi vari, affinchè la Fiat rilanciasse il suo stabilimento locale.

 

 

 [27-10-2010]

 

 

 

MARCO BENEDETTO SI TOGLIE QUALCHE MACIGNO DALLE SCARPE E LO LANCIA CONTRO I COMUNISTI DI IERI, OGGI E DOMANI - DOPO LO SMEMORATO FASSINO, SULLA STORIACCIA DI BERLINGUER PRO-OCCUPAZIONE FIAT ARRIVA L’EX SINDACO DI TORINO DIEGO NOVELLI: "Benedetto era un gran faccendiere che dava le dritte a tutti i giornalisti" - L’EX ADDETTO STAMPA FIAT ALLORA RICORDA UN NOVELLI FAVOREVOLE ALLA LIBERA CIRCOLAZIONE DI SQUADRACCE IN CITTà E LA VOLTA CHE CHIESE AD AGNELLI IL SUO LICENZIAMENTO...

Marco Benedetto per BlitzQuotidiano.it

 

Ho scoperto che Piero Fassino non è il solo ad avere una specie di ossessione per le parole dette da Berlinguer a Torino in quel secondo lui fatidico 26 settembre 1980. Ieri ha parlato anche Diego Novelli, allora sindaco di Torino, con parole un po' offensive anche se sulla linea del non può non averlo fatto piuttosto che so che l'ha fatto.

Novelli, che il 31 maggio del 2011 compirà 80 anni, è stato intervistato sulla querelle da Stefano Caselli per il Fatto quotidiano e ha detto: "Quelle frasi a Berlinguer furono estorte da un delegato della Fim, Liberato Norcia. Ma Benedetto era un gran faccendiere che dava le dritte a tutti i giornalisti che venivano a Torino! Mi sorprende che abbia l'improntitudine di negare che una cosa del genere sia avvenuta".

Benché un po' timoroso di angustiare il mio prossimo con una storia vecchia e del tutto irrilevante sono costretto a tornare sull'argomento, anche se uso forse impropriamente Blitzquotidiano.it per una vicenda che è anche personale. Anche se lo è solo in parte, perché ribadire alcuni punti di verità non è solo nel mio interesse. Chiedo scusa in anticipo, perché dovrò rievocare fatti e personaggi remoti, ormai cancellati dalla memoria dei più, che non so quanto possano interessare ai lettori di oggi.

 

Quando si guarda indietro non è mai bello, si finisce per rievocare vicende anche brutte, di sangue, ricordi dolorosi, il disgusto che ti danno le tortuosità e le ambiguità dell'anima umana, le giravolte, le evoluzioni, i voltagabbana, i rivoluzionari di ieri oggi più o meno ambiguamente al servizio dei padroni o dei loro servi la cui uccisione allora approvarono, silenziosamente o esplicitamete. Riaffiorano sospetti impronunciabili quanto radicatissimi, memorie che avresti preferito tenere sepolte, come quella sera all'obitorio, con Cesare Romiti e Luca Montezemolo, davanti al cadavere di Carlo Casalegno.

Anche se penso trattarsi di cose di scarso interesse per i più, scrivo non per l'archivio della mia memoria, ma anche perché nell'intimo il tormento che rivelano Fassino e Novelli è il tormento costante della sinistra italiana, che è ancora oggi sulle prime pagine dei quotidiani: l'angosciato rapporto tra idee principi e forme di lotta, dove risieda il giusto e dove finisca il lecito, dove finisca la protesta e cominci la violenza. È un tema essenziale, un tema quasi esistenzale, lapidariamente posto da Giuseppe Giulietti, la cui capacità sintesi veneziana umilia la mia prolissità da regno sardo.

 

Le parole di Novelli sono abbastanza contradditorie, perché da un lato confermano che Berlinguer disse quel che disse, anche se la colpa viene data ai soliti diavoli dei metalmeccanici (la storia si ripete, oggi tocca alla Fiom, allora era la Fim), dall'altro sostiene che non posso non averlo fatto, per definizione, perché ero un gran faccendiere (affermazione incauta, che riferita ad altri personaggi gli ha reso parecchio denaro dai giornali, alleggerendone le asprezze della vita in carcere) e davo "la dritta a tutti i giornalisti".

 

Il fatto che Berlinguer abbia detto: "Le forme di lotta vanno decise tutte assieme e con il sindacato" nulla toglie alla affermazione , riferita testualmente da Fassino: "Noi staremo sempre politicamente e organizzativamente dalla parte dei lavoratori", semplicemente subordina, secondo un elementare principio organizzativo, l'azione alla copertura da parte delle organizzazioni sindacali, cui aggiunge, al buio, quella del suo partito. Non capisco perché Fassino ne parli tanto. Tra l'altro l'ho visto, da solo, alcuni anni fa, e non ha minimamente menzionato la vicenda. Chissà quale ombra è riemersa dal passato a tormentargli la coscienza.

Tra l'altro devo dire che in quel momento specifico Berlinguer fece quel che doveva fare, l'errore, usando le sue parole, veniva da lontano, ma è facile pontificare ora. Chiunque al posto di Berlinguer, con un minimo senso di orgaizzazione e di partito avrebbe fatto lo stesso. Davvero non riesco a comprendere il rimuginare di Fassino.

 

Per un certo aspetto quel che dice Novelli, come la tesi di Fassino, mi fa un po' montare la testa. Non mi sono mai visto come un gran personaggio, nel bene come nel male, sono sempre stato al mio posto, senza esibirmi troppo nella convinzione che ci sarà sempre un momento di declino e meno in alto sei salito meno male ti fai cadendo. In questo senso devo ringraziare sia Fassino sia Novelli.

Devo anche notare con delusione che dei comunisti all'antica come loro due ignorino Marx e il fatto che la storia è fatta dai movimenti tettonici dell'economia e della lotta di classe, non da un dispaccio di agenzia, preferendo invece tesi complottistiche più degne di Berlusconi, il quale peraltro sono convinto rappresenti l'ultima evoluzione dei metodi Cominform.

In fondo un po' di cultura Cominform c'è anche nella tesi di Fassino, nell'idea che una frase riportata in modo non completo dall'Ansa, quella sola frase, possa avere determinato il corso degli eventi. Fassino dimentica che in quegli anni le simpatie dei giornalisti erano tutte per il suo partito, dimentica una mezza pagina della Stampa comprata nella campagna elettorale amministrativa del 1975 come pubblicità per chiedere il voto al Pci "per una città migliore". C'erano decine di firme, molte di giornalisti della Stampa.

 

La Stampa non uscì, un giorno, mi pare del 1977 o 1978, perché Giorgio Fattori, il direttore che faticosamente riportò il giornale all'onor del mondo dopo la caotica gestione del carissimo Arrigo Levi, volle che fosse pubblicato, notizia a una colonna una, in cronaca di Torino, l'annuncio che avrebbe tenuto un comizio in città Giorgio Almirante, segretario del Msi, padre spirituale di quel suo erede politico Gianfranco Fini che oggi, in nome dell'odio per Berlusconi è diventato un faro di cultura, di civiltà e di morale per tanta parte dei giornali di sinistra. Sciopero per non fare uscire il giornale, ripeto, per non annunciare un comizio.

La moglie di Fassino era giornalista nella cronaca della Stampa e non si agiva certo come quinta colonna della Fiat. Ho ricordato in altro pezzettone i salti mortali per avere un rapporto informativo corretto con la cronaca della Stampa, diretta da una carissima persona che sulla scrivania teneva idealmente, non fisicamente, il ritratto di San Diego (Novelli, appunto).

Alcuni anziani giornalisti o ex giornalisti della Stampa mi hanno fatto arrivare un messaggio di amarezza perché ho fatto di tutt'erba un fascio, riferendomi a quei tempi lontani e hanno ragione e chiedo loro scusa. Alla Stampa non c'erano solo quelli schierati senza remissione sulle posizioni estreme, non c'era solo che era entrato perché si era distinto a portare lo striscione al corteo del primo maggio, non c'era solo chi difese sul giornale di Lotta continua l'uccisione di Casalegno. C'era anche gente che dissentiva, quelli che oggi rientrerebbero nella grande schiera dei moderati, che all'epoca erano una sparuta minoranza che nelle assemblee, allora come oggi mancando il voto segreto e adeguati regolamenti, erano obiettivamente nell'impossibilità di dire parola.

 

Ho raccontato già di Sergio Devecchi, grande giornalista sindacale e grande uomo, sindacalista quando era pericoloso, irriverente al punto di scrivere un lungo articolo senza punteggiatura, riempiendo alcune righe di punti e virgole per poi dire al perplesso direttore Alberto Ronchey, il quale trovava sempre qualcosa da ridire sulla punteggiatura di Devecchi: "Mettitecela da solo", e parlo di quarant'anni fa, quando i poteri di un direttore erano più assoluti di quelli dello stesso Padreterno.

Il clima all'Ansa non era diverso, anche se la correttezza e la completezza dell'informazione erano garantiti da autentici giganti del giornalismo come Sergio Lepri , Fausto Balzanetti, Bruno Caselli. Con loro c'era poco spazio per ingerenze e manipolazioni, da tutte le parti. Ma a garantire il partito di Fassino c'era un ampio schieramento di vecchi e nuovi fedi. Ricordo il misto di imbarazzo e ilarità con cui, nell'ufficetto di Balzanetti e Caselli, ascoltai da un noto democristiano una lezione sull'onestà, la grandezza e l'inesorabile vittoria "di noi comunisti".

 

Poiché la storia non è fatta né da un dispaccio dell'Ansa né da una subitanea quanto opportunistica conversione lo ritrovai, qualche anno dopo, un'altra volta pentito, schierato nel salone dell'ambasciata di Francia, a gonfiare il petto perché vi appuntassero più agevolmente una decorazione di serie b della Legion d'Onore: faceva il capo ufficio stampa di Andreotti.

Sul piano personale Novelli ha avuto nei miei confronti un atteggiamento ambivalente, bipartizan si potrebbe dire. Quando venne a Roma, da Carlo Caracciolo, a chiedere soldi per una sua iniziativa editoriale (voleva fare un settimanale di cronaca torinese) mi baciò con affetto, forse perché oltre a Caracciolo mi faceva da rosso angelo custode Mario Lenzi, il padre dei quotidiani locali dell'Espresso, tanto grande quanto ingiustamente dimenticato. Io mi entusiasmai subito, Caracciolo e Lenzi signorilmente e affabilmente ascoltarono, studiarono e non fecero nulla e fu una grande lezione di stile e di editoria.

 

Novelli baciandomi non sapeva che io ero al corrente di un altro episodio, di segno opposto, che risale al luglio del 1980, alcuni mesi prima della vertenza. Non ne ho mai parlato, per rispetto a Novelli e perché il passato è meglio stia sepolto. Ma forse l'esigenza di precisione determinata dalle affermazioni di questi giorni giustifica il rivangare.

Antefatto. L'estate del 1979 era stata caratterizzata da episodi di violenza sindacale, dilagata fuori delle fabbriche fino agli uffici del centro. Ricordo che il direttore commerciale della Fiat auto, un mitissimo signore di nome Zuppet, venne spennellato di bianco da un commando entrato nel suo ufficio. I commandos del sindacato si muovevano per la città agevolmente e rapidamente su alcuni tram dell'azienda minucipale al cui sequestro il legittimo proprietario pro tempore, cioè il sindaco di Torino Novelli, non aveva fatto alcuna obiezione.

 

A settembre ci fu l'uccisione dell'ing.Ghiglieno, martire innocente per un'etichetta sulla porta "logistica" che aveva tanto scaldato le menti dei terroristi. Come vissi quelle ore l'ho già riferito. In quei giorni ebbi occasione di sentire più volte da Umberto Agnelli, allora capo esecutivo della Fiat, persona straordinaria per visione, capacità strategica e coerenza quanto sfortunata nella sua relativamente breve vita, che non bisognava sottovalutare l'effetto deformante sulle menti malate dei terroristi della violenza in fabbrica e fuori. Si tratta di concetti che oggi sono patrimonio diffuso nella sinistra, ma allora pochi altri avevano il coraggio non di esporli ma di pensarli soltanto.

 

Arriviamo a una conferenza stampa di Cesare Annibaldi, capo delle relazioni sindacali della Fiat, non ricordo bene se subito dopo la morte di Ghiglieno o dopo il licenziamento dei 61 operai. Era un pomeriggio d'autunno, che ricordo tiepido , non so più se per il sole o per il riscaldamento anticipatamente acceso, nella saletta di corso Marconi c'era un gruppetto di giornalisti. A un certo punto uno di loro chiede: "E il sindaco che dice?".

 

Annibaldi sta per rispondere ma gli chiedo di lasciar parlare me. Sono sempre stato zitto, convinto che l'addetto stampa non sia portatore di opinioni ma facilitatore del rapporto tra i giornalisti e chi in azienda sapeva di cosa si parlasse. Ma quella volta, dopo il lungo parlare del dottor Agnelli, mi sentivo preparato e dissi: "Il sindaco? Ques'estate lasciava circolare le squadracce per la città e poi ce lo siamo trovato a piangere sui cadaveri". Parole forti ancora oggi, me ne rendo conto. Chiesero se potevano riferirle. Annibaldi e io dicemmo fate pure. Il giorno dopo i giornalisti presenti pubblicarono, ma senza attribuirle in modo specifico.

Passarono i mesi, arrivò fine luglio. Venni chiamato all'ottavo piano di corso Marconi, dove avevano gli uffici gli Agnelli, Romiti e Montezemolo.
Vidi uscire dall'ufficio dell'avvocato Agnelli Diego Novelli, che nemmeno mi guardò, semplicemente perché non sapeva chi fossi. Poi uscì Umberto Agnelli, che ridendo agitò l'indice come un maestro che redarguisce e mi disse compli: "Ha combinato un bel casino". Gli ricordai il suo lavaggio del cervello e si allontanò divertito.

Poi vidi Gianni Agnelli, tutto divertito anche lui. Sapeva che stavo per andare in vacanza nelle Filippine, dove all'epoca imperava il dittatore Marcos, il marito di Imelda. Mi disse: "Vada, vada nelle Filippine, lì sì che le insegneranno le pubbliche relazioni..." e mi salutò.

 

Non ne seppi più nulla, ma per anni ho ricordato l'episodio come esempio di classe e stile, cercando, nelle successive evoluzioni della ma vita, non solo professionale, di applicare sempre il principio che un capo deve sempre coprire i suoi uomini e le sue donne.

Infatti sono rimasto abbastanza deluso leggendo come Emma Marcegaglia abbia brutalmente scaricato il suo addetto stampa. Altri tempi? no, perché ancora di recente Romano Prodi, che non amo, ha dimostrato lealtà assoluta verso suoi uomini, Sircana in testa, che gli hanno procurato imbarazzo. Allora si può solo dire altra stoffa. [18-10-2010]

 

 

UN LIBRO SUGLI AGNELLI PER GLI USA...
Da "il Giornale" - Jennifer Clark, bionda giornalista e responsabile dell'ufficio italiano del Wall Street Journal, ha preso un periodo di aspettativa per riuscire a scrivere un libro sulla saga della famiglia Agnelli. La Clark, da non confondere in rete con l'omonima bruna e prorompente partecipante al Grande Fratello britannico, da anni vive e lavora in Italia e conosce dunque bene le vicessitudini spesso travagliate dei principali azionisti della Fiat.

Non c'è comunque dubbio che il libro, negli States, avrà successo dato che il nome Agnelli è ben conosciuto dai tempi dell'amicizia dell'Avvocato con il presidente John Fitzgerald Kennedy e il segretario di stato Henry Kissinger. Agnelli, per molti anni, ha avuto una casa a New York e il primogenito della figlia Margherita, oggi presidente della Fiat, John Elkann è nato proprio nella Grande mela.

 

Il libro arriva ultimo di una nutrita serie che ha preso in considerazione diversi membri della famiglia ma, soprattutto, quello che per anni in Italia era conosciuto soltanto con il suo soprannome: l'Avvocato, ossia Gianni Agnelli. Non c'è dubbio, a questo punto, che con la svolta americana della Fiat gli interessi ora siano molteplici e più legati al mercato degli Stati Uniti.

29.09.10

 

 

 

- PER L'ECONOMISTA MARCO VITALE IL NON-PROFIT È UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA...
Marco Vitale è considerato a Milano tra i migliori economisti di impresa e uno dei cervelli più vivaci.
È stato docente all'università di Pavia e alla Bocconi, socio di Arthur Andersen, e ha ricoperto numerosi incarichi nei servizi municipalizzati della città e di Brescia dove è nato. È un autore prolifico di saggi e articoli con analisi acute e fuori dai denti.

 

L'ultima performance è di ieri sul "Corriere della Sera" dove Vitale ha scritto un lungo articolo sulla quotazione in Borsa della Società Editoriale Vita che pubblica l'omonimo settimanale del mondo non-profit. Il testo gronda di elogi nei confronti del Terzo settore e del periodico Vita che con enfasi esagerata "Le Monde" ha definito "un settimanale unico al mondo". Nel testo si scaccia l'idea che la quotazione in Borsa sia in contraddizione con le finalità e i valori che ispirano il mondo non-profit. E Vitale aggiunge parole di ammirazione per gli amministratori della società editoriale Vita tra i quali figura anche Andrea Agnelli.

Non ci sarebbe nulla da eccepire se non ci fosse di mezzo un dettaglio curioso: a curare la comunicazione della quotazione in Borsa della casa editrice è la società del figlio Luca ("Luca Vitale e Associati") di cui Vitale padre, economista brillante e generoso, è anche azionista.
Tutto in famiglia all'insegna del non-profit.

 14-09-2010]

 

 

- AVVOCATO MARGHERITA, DA GIORNALE NOTIZIE DIFFAMATORIE...
(ANSA) - "Notizie radicalmente false e diffamatorie nei contenuti e nelle considerazioni" sarebbero contenute negli articoli che oggi il quotidiano "Il Giornale" dedica a Margherita Agnelli: lo afferma il legale della signora, Andrea Galasso, in un comunicato stampa con cui annuncia l'intenzione di presentare una querela. "Il Giornale" scrive che Margherita e Marella Agnelli, figlia e moglie dell'Avvocato, hanno ricevuto dall'Agenzia per le entrate una "multa di 50 milioni per quei 600 milioni di euro occultati al fisco e avuti in eredità".

 

IL SENSO DEGLI AGNELLI PER LE TASSE...
Gran prima pagina del Giornale: "L'evasione dell'Avvocato. La Agnelli non vuol pagare le tasse. Margherita deve versare una multa di 50 milioni per quei 600 milioni di euro occultati al fisco e avuti in eredità, ma pare non abbia alcuna intenzione di farlo. Bell'esempio dalla famiglia più osannata d'Italia". Più osannata dopo i Berlusconi, altri maghi dell'off-shore e delle tasse.

 

Messa così, la faccenda sembra tutta una spada di Damocle sulla capoccetta della figlia ribelle, quella che ha osato portare in piazza le magagne della (ex) Real Casa di Villar Perosa. E invece da un pezzo del tassonomico Nicola Porro apprendiamo che "Marella, moglie dell'Avvocato e madre di Margherita, è responsabile in solido nel pagamento: insomma, se la figlia non scuce dovrà farlo lei". Scommettiamo che troveranno un accordo?

15.09.10

 

LUPI & AGNELLI – blindatissimo SUMMIT DELLa famiglia del lingotto, incazzata per dover mettere mano al portafogli per tirare fuori 50 milioni di euro(altri 50 da margherita) per L’EREDITÀ offshore DEL retto AVVOCATO - ’Yacht’ ELKANN RASSICURA I PARENTI spilorci: TRANQUILLI, LA PARTITA COL FISCO È CHIUSA. i 50 MLN che dovete sborsare IN COMODE RATE sono niente rispetto a un PATRIMONIO DI 1,4 MLD...

Fabrizio Massaro per "Milano Finanza"

 

Una riunione blindata, quella di lunedì scorso a Torino, dei vari rami della famiglia Agnelli per discutere della maximulta inflitta dall'Agenzia delle Entrate per il presunto tesoro nascosto dell'Avvocato. John Elkann, in qualità di presidente della Giovanni Agnelli & c. sapa, la holding che riunisce i tanti rami del composito clan torinese e funge da cassaforte della famiglia con la maggioranza assoluta della quotata Exor, aveva convocato in gran segreto i più importanti rappresentanti della famiglia per un summit informale sulla multa da circa 100 milioni di euro, come rivelato giovedì 9 da MF-Milano Finanza.

 

La sanzione comminata dall'agenzia guidata da Attilio Befera colpisce all'incirca per una quota paritaria da un lato l'accomandita stessa, per le questioni legate all'opa Exor del 1999 (che avrebbe procurato all'Avvocato una enorme disponibilità all'estero, circa 1,4 miliardi di euro secondo i calcoli dei periti incaricati da Margherita Agnelli nella causa, persa, per il riconoscimento della parte presuntamente occulta dell'eredità), dall'altro gli eredi diretti di Gianni Agnelli, cioè la figlia Margherita e la moglie Marella Caracciolo.

Secondo quanto è filtrato dalla riunione, Elkann avrebbe spiegato ai vari parenti riuniti che l'accordo con il Fisco relativo alla parte di multa di competenza dell'accomandita, poco meno di 50 milioni, è stato raggiunto e già definito.

 

Secondo quanto prevede la legge, in caso di adesione alle contestazioni del Fisco le tasse e le sanzioni saranno pagate a rate. Resterebbe invece ancora da definire, ma solo per alcuni aspetti formali (non dunque nel quantum) l'accordo con il Fisco da parte di Margherita Agnelli de Pahlen e di Marella Caracciolo.

Il nodo principale per quanto riguardava l'accomandita era legato all'impatto che l'esborso straordinario può avere sui conti 2010 della holding degli Agnelli. Anche su questo punto Elkann avrebbe spiegato che la società farà fronte al pagamento attraverso l'utilizzo di un maggior indebitamento, del tutto sostenibile visto che finora i debiti bancari ammontano a 80 milioni su un patrimonio di 1,4 miliardi, e attraverso una diminuzione del dividendo.

 

Il clima all'interno dell'accomandita comunque viene definito amichevole, e non sarebbero in programma ulteriori riunioni d'urgenza. Questo starebbe a significare che per i vari rami della famiglia non dovrebbero esserci conseguenze pesanti sul rendimento della partecipazione nell'accomandita stessa.

 

Resta comunque aperto il giallo sull'ammontare del tesoro non dichiarato scoperto dal Fisco in seguito alle acquisizioni di documenti dell'ottobre 2009.

 

Nel 2009 l'accomandita ha registrato utili per 35,7 milioni, in rialzo dai 22,7 milioni del 2008. Di questi, sono finiti ai soci sotto forma di dividendi circa 24 milioni. La sanzione verso il Fisco impatterà certamente sui conti 2010 (considerando che gli utili del prossimo anno non dovrebbero discostarsi molto da quelli del 2009), visto che come disponibilità liquide a fine 2009 l'accomandita aveva 5 milioni circa. E che non erano stati disposti accantonamenti, in quanto si confidava sulla prescrizione dei fatti oggetto delle contestazioni del Fisco, risalenti al 1999. 15-09-2010]

 

 

 

 

LUPI & AGNELLI - MARGHERITA: HA EREDITATO, TRA L’ALTRO, 600 MILIONI DI EURO OCCULTATI AL FISCO DAL BRAVO PAPà E NON VUOLE PAGARE LA SUA QUOTA (25 MILIONI) DI MULTA! - EPPURE È PROPRIO SULLA BASE DEL PATRIMONIO NASCOSTO DELL’AVVOCATO CHE HA PORTATO IN TRIBUNALE LA MADRE MARELLA (CON GABETTI E GRANDE STEVENS) – LA MAMMA DI JOHN E LAPO QUINDI SAPEVA DI AVER EREDITATO DENARO OCCULTATO ALLO STATO ITALIANO - E MARELLA DOPO LA SCOMPARSA DI GIANNI HA FIRMATO (CERTIFICANDO IL FALSO) LE DI LUI DICHIARAZIONI FISCALI…

Nicola Porro per "il Giornale"

 

Margherita Agnelli, la figlia dell'avvocato, che ha ricevuto in eredità beni superiori ai 1.500 milioni di euro, di cui una parte provenienti da conti esteri, non avrebbe alcuna intenzione di pagare la multa (ridotta) di 50 milioni che il Fisco le contesta. Mettiamo in fila le notizie. Moglie e figlia dell'Avvocato, Margherita e Marella, hanno ricevuto un verbale a luglio da parte dell'Agenzia delle entrate che le intimava di pagare la scontata (in termini di sanzioni) ammenda di 50 milioni per chiudere le pendenze derivanti dalle evasioni dell'Avvocato.

A settembre del 2009 il Fisco italiano se la prendeva anche con l'accomandita di famiglia (in cui le signore non partecipano) per una vecchia questione del 1998. Che, facendo due banali conti, sarebbe dovuta essere straprescritta.

 

Le due vicende, superficialmente messe insieme, valgono un centinaio di milioni. La cifra è ragguardevole. Ma il malloppo sottratto negli anni lo sembra anche di più: le signore hanno infatti ereditato 600 milioni occultati al Fisco e l'accomandita si è presa l'onere di un accertamento su 1,4 miliardi di possibile evasione. Attilio Befera, numero uno dell'Agenzia (che tra poco dovrebbe andare in pensione e probabilmente essere sostituito dal brillante Luigi Magistro) si porterebbe così a casa un centinaio di milioni: in un caso grazie alle evidenze difficilmente negabili (il caso di Marella e Margherita) e nell'altro senza andare ad una complessa discussione giudiziaria (il caso dell'accomandita).

 

Ma qualcosa sembra non filare per il verso giusto. Margherita, la figlia dell'Avvocato che ha praticamente ereditato tutto il patrimonio del padre (tranne la strategica quota nella Fiat), non avrebbe intenzione di riconoscere il suo debito. Ricapitolando: 100 milioni è il debito complessivo, di cui solo la metà in capo alle due persone fisiche, alle due signore. Margherita avrebbe fatto sapere di non avere alcuna intenzione di pagare per un'evasione di cui lei non si è resa complice. Dobbiamo a questo punto fare un passo indietro.

 

Margherita è in forte contenzioso con la madre Marella e con una buona parte della famiglia, poichè rivendica l'esistenza di un presunto patrimonio che le sarebbe stato occultato. Perciò, è la tesi di Margherita non avvalorata da alcun tribunale, ci sarebbero delle sostanze ingenti dell'Avvocato finite in mani terze e sottratte così all'asse ereditario. Tanto per dare il clima: la stessa Margherita è stata denunciata per estorsione (l'indagine è in mano ad un pm tosto come il milanese Fusco) dall'avvocato Gamna (che le fece siglare il vantaggioso accordo ereditario) perchè avrebbe richiesto allo stesso Gamna di testimoniare il falso e cioè dell'esistenza di un patrimonio occultato.

 

In questo quadro Margherita non avrebbe alcuna intenzione di pagare la quota di 25 milioni di multa fiscale di sua spettanza (la metà dei 50 milioni). Tanto più che all'indomani della morte di Gianni Agnelli, fu la sola Marella a firmare le dichiarazioni fiscali dell'avvocato (in cui non c'era traccia dei 600 milioni esteri) e dunque a certificare il falso. Il fisco basa il suo accertamento proprio su questa provvista. Grazie alla denuncia di estorsione fatta da Gamna si ha la prova per tabulas dell'esistenza di questi 600 milioni. Il punto debole, per Margherita è che pur non avendo firmato la dichiarazione dei redditi era da tempo a conoscenza della provvista estera e l'ha inoltre completamente incamerata in sede di divisione ereditaria.

A differenza della madre che per il fisco italiano (ironia della sorte) è sostanzialmente nulla tenente, Margherita ha però un bel patrimonio alla luce del sole italiano (si pensi alle sole case e quadri) e non sarà per lei facile riuscire a sottrarsi completamente agli obblighi fiscali che le nascono dalla pesante eredità ricevuta. [17-09-2010]

 

 

 

SPUNTA L'EVASIONE DELL'AVVOCATO: L'OVATTA MEDIATICA ATTORNO AGLI AGNELLI
Tony Damascelli per "Il Giornale"

Gianni Agnelli, l'Avvocato, avrebbe oggi ottantanove anni. Probabilmente, anzi sicuramente, sua figlia Margherita non avrebbe litigato con Franzo Grande Stevens e con Gianluigi Gabetti. Probabilmente, anzi sicuramente, nessuno avrebbe saputo di patrimoni depositati all'estero, di vitalizi per le maitresses, di fondazioni e operazioni finanziarie in territorio non italiano.

Gianni Agnelli non c'è più dal ventiquattro di gennaio dell'anno Duemila e tre e da quella notte, anzi nelle ore immediatamente successive (al mattino venne ugualmente convocata la riunione dell'accomandita di famiglia!) è incominciata un'altra saga della dinastia più illustre del Paese. Sette anni per sapere e non capire, sette anni tra battaglie in tribunale, liti tra parenti e serpenti mentre sullo sfondo restava e resta quel bottino ultra miliardario nascosto alla stessa famiglia e, soprattutto, all'Erario.

 

Un'evasione fiscale clamorosa, del più potente imprenditore italiano, una fuga dal dovere civile, sociale, di un senatore, a vita, della Repubblica.
Eppure non senti odore di scandalo, non si ha notizia di processi mediatici in televisione, in prima serata, nessun dibattito, nessun confronto per approfondire il fenomeno: il fenomeno di una famiglia che per mezzo secolo ha dominato la scena industriale e politica del Paese, esportando all'estero, oltre il denaro succitato, un'immagine positiva, affascinante, colta ed elegante dell'Italia altrimenti caciarona, mandolinara, spaghettara.

Il problema, dunque, non è la responsabilità, tutta da accertare, dell'Avvocato e dei suoi «tutori» nella gestione clandestina del patrimonio: se ne occuperanno i tribunali; il problema, piuttosto, riguarda il bavaglio che la stampa, tutta, ha voluto indossare (uso un verbo gentile) in questi ultimi anni, mesi, su una questione che con altri personaggi e interpreti ha provocato invece scalpore, denunce, prime pagine corredate da fotografie e mappe di spostamenti e residenze fittizie.

Valentino Rossi è stato uno di questi casi, da eroe a diavolo, da simbolo dell'Italia sana e vincente a bandiera nera del pirata furbo e manigoldo, comunque costretto a presentarsi in conferenza stampa, ad ammettere l'errore e a riparare previo versamento allo Stato dell'importo multimilionario. Così accadde anche per Luciano Pavarotti, protagonista dell'unica stecca della sua carriera, un'evasione di ventiquattro miliardi di lire che lo portò al patteggiamento, in televisione, davanti all'allora ministro delle Finanze, Ottaviano Del Turco (guarda i casi della vita nostrana), una stretta di mano, la concessione del pagamento a rate, non «comode» come si usa dire con cifre meno feroci.

Dunque tutti i particolari di cronaca, il faccione in prima serata durante i telegiornali nazionali, regionali, locali, gli insulti e i fischi del popolo abituato a passare da piazza Venezia a piazzale Loreto.
Ma con Agnelli? Per favore. Con il miliardo e passa di euro nascosto altrove? Niente. Con le fondazioni e le azioni anche queste off shore? Niente ancora e sempre. Il silenzio, qualche riga nelle pagine interne del quotidiani, notizie del contenzioso familiare tra Margherita e donna Marella e via, per non scomodare il monarca che non c'è più e per non infastidire chi ne ha preso il posto.

 

Questo poteva accadere, anzi accadeva, nei favolosi anni dell'altro secolo, quando la figura dell'Avvocato era così imponente da mettere tutti, quasi tutti, comunque molti, compresi i suoi parenti, in silenzio rispettoso, all'ombra timorosa. Al massimo il mormorio di quartiere, le voci della fabbrica, la «Feroce» nei confronti di «Risula» (per il capello riccio), al massimo le scudisciate, in prima pagina con spillone rosso sull'Unità, di Fortebraccio, al secolo Mario Melloni, che nei suoi corsivi chiamava il padrone della Fiat «l'avvocato Basetta il quale preferisce farsi chiamare con lo pseudonimo di Gianni Agnelli».

Una leggenda, che sembra però assai verosimile, riferì che il film «Il silenzio degli innocenti» ebbe questo titolo soltanto nella nostra lingua, conservando all'estero, in Francia, in Spagna, in Inghilterra, l'originale «Il silenzio degli agnelli». Bastava il rumore dei passi, l'annuncio che si sarebbe appalesato il signor Fiat e si creava il vuoto, tutti pronti alle riverenze «Arriva Agnelli, scortato da Luca Cordero di Montezemolo che non è un incrociatore» fu una delle cento battute di Mario Melloni.

 

I Fortebraccio contemporanei non conoscono Shakespeare, ma sembra che non conoscano nemmeno l'avvocato Basetta, lo evitano eventualmente, se la cavano dicendo che ormai appartenga al passato, preferiscono glissare sull'evasione miliardaria che, a contarli uno per uno quegli euro, sono roba da finanziaria tremontina. Meglio andare sul bersaglio facile, il centauro, il cantante, il musicista: fanno copertina, garantiscono l'audience. Meglio tenersi alla larga da quella montagna di soldi scomparsa nel nulla, meglio il silenzio. Il silenzio dei colpevoli. [07-09-2010]

 

 

 

LUPI & AGNELLI - LA TRANSAZIONE DA 100 MLN SULL’EREDITÀ OCCULTA DELL’AVVOCATO (1,4 MILIARDI ALL’ESTERO) MANDA IN TILT LA DINASTIA - ELKANN COSTRETTO A CONVOCARE UN VERTICE PER spiegare bene a cugini e parenti vari come mai si è scelto di addivenire a un accordo con il Fisco per una questione che risale a quasi dieci anni fa - A RISCHIO L’UTILE 2010 DELL’ACCOMANDITA. ALLO STUDIO UN TAGLIO AI DIVIDENDI E PIÙ DEBITI...

Fabrizio Massaro per "Milano Finanza"

La maxitransazione da 100 milioni con il Fisco per l'eredità occulta dell'Avvocato Agnelli e per l'opa Exor del 1999, che avrebbero procurato un tesoretto di circa 1,4 miliardi all'estero, sta creando malumori fra i numerosi rami della famiglia torinese, riuniti nell'accomandita Giovanni Agnelli & C. sapa.

 

Tanto è vero che la prossima settimana, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza da fonti autorevoli, si terrà a Torino un board informale dell'accomandita, una sorta di summit ristretto dei rappresentanti delle varie famiglie in cui si è ramificata la discendenza Agnelli.

Sicuramente parteciperà il presidente di Exor e dell'accomandita, John Elkann, che con la Dicembre ss ne è anche il primo azionista con oltre il 30%, quasi certamente gli uomini vicini all'Avvocato come Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, quindi gli esponenti delle famiglie Agnelli, Rattazzi, Nasi, Camerana, Furstenberg.

 

Elkann dovrà spiegare i dettagli dell'accordo con il Fisco e le modalità di pagamento. Che rischia di incidere sull'utile del 2010 e di conseguenza sul flusso di dividendi che dall'accomandita arrivano direttamente agli circa cento familiari accomandanti.

Secondo l'accordo transattivo con il Fisco (tecnicamente un'adesione) la somma sarà divisa a metà fra l'accomandita e le eredi dirette dell'Avvocato cioè la moglie Marella Caracciolo e la figlia Margherita Agnelli (circa 25 milioni a testa).

 

Lo scorso 30 ottobre 2009, in seguito alle carte consegnate al Fisco da Margherita nell'ambito della contesa con la madre e il figlio John sul presunto tesoro nascosto dell'Avvocato, gli ispettori di Attilio Befera avevano redatto un verbale di constatazione evidenziando presunte violazioni fiscali.

 

Ora, dopo Ferragosto, c'è stato l'accordo fra le parti che chiude ogni pendenza legata sia all'evasione dell'imposta di successione per la parte non dichiarata (per Marella e Margherita), sia le violazioni fiscali legate all'opa. Sarà l'accomandita a versare la quota più alta, appunto 50 milioni circa.

Ed è una cifra che sta facendo venire qualche mal di testa all'interno del composito clan Agnelli, proprio per il peso che può avere sui conti della sapa e per i riflessi anche penali che l'ispezione del Fisco ha determinato: l'agenzia delle entrate ha infatti girato le risultanze della verifica fiscale alla procura di Milano, dove il pm Eugenio Fusco sta indagando proprio sugli aspetti legati all'opa sull'allora Exor sa.

 

Nel 2009 l'accomandita, che ha come attività le partecipazioni nell'attuale Exor spa (nata sulle ceneri di Ifi e Ifil) e nella più piccola Old Town sa, ha registrato utili per 35,7 milioni, in rialzo dai 22,7 milioni del 2008. Di questi, sono finiti ai soci sotto forma di dividendi circa 24 milioni.

 

La sanzione verso il Fisco impatterà certamente sui conti 2010 (considerando che gli utili del prossimo anno non dovrebbero discostarsi molto da quelli del 2009), visto che come disponibilità liquide a fine 2009 l'accomandita aveva 5 milioni circa.

Per far fronte all'esborso, che comunque avverrà a rate, nei piani dell'accomandita ci sarebbe da un lato un maggior ricorso all'indebitamento bancario, oggi pari a 80 milioni a fronte di 1,4 miliardi di patrimonio, e verosimilmente una riduzione dell'ammontare dei dividendi l'anno prossimo.

 

Ma Elkann dovrà anche spiegare bene a cugini e parenti vari come mai si è scelto di addivenire a un accordo con il Fisco per una questione che risale a quasi dieci anni fa, e come mai non siano scattate le prescrizioni previste dalla normativa fiscale.

Il peso per l'accomandita sarà insomma significativo, anche perché nel bilancio 2009, proprio in ragione della lontananza nel tempo dei fatti oggetto di contestazione, non erano stati disposti accantonamenti. Insomma, tutto il peso (o comunque gran parte di esso) ricadrà sul bilancio 2010. E sui dividendi ai familiari.

 [09-09-2010]

 

 

LINGOTTO STORY - DA MIRAFIORI A MELFI, TRA AGNELLI, ROMITI, GHIDELLA E MARCHIONNE, L’AMARCORD DI MARCO BENEDETTO, capo ufficio stampa della Fiat DEGLI ANNI DI PIOMBO - E A SORPRESA TRONEGGIA NON IL SOLITO AVVOCATO DI PANNA MONTATA MA LA RIVALUTAZIONE DI UNA FIGURA SEMPRE stinta E DIMENTICATA: "Fu di Umberto Agnelli la strategia complessiva grazie alla quale la Fiat bloccò la spirale di violenza fuori controllo che stava portando allo sfascio l’Italia intera"...

Marco Benedetto per www.blitzquotidiano.it

 

Mai cedere alla tentazione di confrontare i fatti del presente con le storie del passato. Ho provato a guardare le vicende sindacali della Fiat di oggi controluce con quelle di trent'anni fa e si è rivelata una fatica non da poco. E non sono affatto sicuro di esserci riuscito.

Mancano meno di due mesi al trentesimo anniversario della marcia del 40 mila a Torino, il 14 ottobre 1980, a conclusione di 35 giorni di Mirafiori, la fabbrica simbolo, ma a prima vista, come spesso accade per le ricorrenze, sembra solo una coincidenza, che tutto finisca lì. Le due Fiat e le due Italie non si possono misurare tra loro, stiamo parlando di due pianeti diversi. Grazie al cielo, il calippo ha preso il posto della molotov. Può però aiutare a capire meglio il presente ripercorrere il passato.

Per la Fiat oggi ci sono mercato globale e competizione mondiale, allora c'era la sopravvivenza. I problemi di oggi sono titanici eppure quasi normali, di modelli, di produzione, di vendita: sono trent'anni che la Fiat non conosce più quel clima tormentato di conflittualità permanente, di odio viscerale, totale e assoluto, che faceva anche un po' paura e che teneva l'azienda impiombata a terra. Però. come in un loop da incubo, la limitata dimensione dei conflitti sindacali non basta da sola, senza tutto il resto, è condizione necessaria ma non sufficiente. E allora vediamo...

 

Come per una coincidenza che torni il tema del patto tra produttori, di cui trent'anni fa Agnelli, come Marchionne oggi, parlava, con molto seguito sui giornali ma poca attenzione dal mondo del lavoro. Agnelli in realtà aveva in mente un disegno più grande, il superamento della guerra fredda e dei blocchi, la legittimazione del Partito comunista agli occhi degli americani, per salvare l'Italia dall'anatema, in caso di vittoria elettorale del Pci, cosa che, alla fine degli anni ‘70, si profilava inevitabile.

Me lo spiegò lo stesso Avvocato dopo che fu uscita, con un certo clamore, un'intervista che aveva dato, testa a testa, a cena nella sua villa di Torino, a una giornalista di sangue blu editoriale, Lally Weymouth. All'epoca ero capo ufficio stampa della Fiat, non avevo gradito l'intervista e mi sembrava che non fosse proprio una grande idea. Un operaio del reparto verniciatura mi vendicò. Incaricato di accompagnarla in giro per Mirafiori, portai Lally Waymouth a vedere il reparto verniciatura.

 

Lei sembrava molto interessata da quegli spruzzi di colore che trasformavano in brillanti carrozzerie le grigie scocche, chiedeva e un ingegnere spiegava. A un certo punto l'operaio addetto probabilmente si annoiò del ruolo di scimmietta e impresse una impercettibile torsione al polso della mano che reggeva la pistola del colore, un blu smagliante.

La povera Waymouth, perfetta e inappuntabile in completo tortora, dovette fare un balzo indietro sulle sue lunghissime gambe per evitare di finire come la 128 sulla linea. Intanto in Italia le cose presero una piega diversa, il "sorpasso non ci fu e tutto restò bloccato fino alla caduta del Muro.

Il fatto che questa vecchia teoria sia ricomparsa in un recente discorso di Marchionne, pur condita con l'ingenuo auspicio sulla fine della lotta di classe, farebbe pensare a uno speech writer che abbia fatto i suoi compiti a casa ripassando il lavoro dei predecessori. Ma quando Agnelli parlava, quelli erano tempi duri davvero: dal presidente della Fiat all'ultimo capo squadra di officina tutti rischiavano una pallottola nelle gambe o più su.

 

Uscivi di casa e ti dicevi: se mi chiama qualcuno non mi devo girare, devo fingere di essere un altro. I commandos dei terroristi, per essere proprio sicuri di non sbagliare, facevano un'ultima verifica con la vittima designata, chiamandola per nome.

I grandi giravano scortatissimi. Una volta l'avvocato Agnelli mi disse, con quel senso dell'umorismo che gli faceva sdrammatizzare anche la tragedia: fastidiosi questi terroristi, ci fanno andare in giro come fossimo dei criminali. Una volta restò impressionato, quasi compiaciuto, quando un grande capo del'anti terrorismo francese gli disse che per proteggerlo "non sarebbe bastato un reggimento di cavalleria".

 

In quegli anni un po' tutti quelli che avevano dei soldi diventavano soggetto da rapimento. In due libretti (Berlinguer e il Professore, I soldi in paradiso, usciti nel 1975, un autore Anonimo che era il giornalista Gianfranco Piazzesi) descriveva il paradossale futuro prossimo dell'Italia, avviata verso il "compromesso storico" tra democristiani e comunisti, mentre i ricchi sarebbero andati in giro scortati da gourka e i più accorti avrebbero mandato capitali e figli in Svizzera.

 

La Fiat era il bersaglio più cospicuo, ma non il solo. Piacevano anche altre grandi aziende, specie le filiali di multinazionali straniere, cosa che spiega, in parte, il poco interesse ad investire in Italia. Non è solo questo: bisogna aggiungere anche le assurde intricatezze borboniche di leggi e regolamenti, la morsa e il morso di politici e cricche di funzionari, le strade che non ci sono, le ferrovie della grande guerra. Alla fine degli anni ‘70 la Fiat era in ginocchio, in un mercato sempre più aggressivo e battuto dal vento della concorrenza.

 

Qualche buontempone aveva deciso che l'auto era finita, era inutile pensare a nuovi modelli; e poi, anche a volerlo, non c'erano i soldi, perché la Fiat era stata stremata finanziariamente da un lungo periodo di blocco dei prezzi imposto dal Governo, mentre l'inflazione correva oltre il 20%. I capi della Dc avevano punito Agnelli, in quanto cognato di Carlo Caracciolo e per questo considerato lui il vero editore dell'Espresso, ogni numero del quale era un colpo al fegato per il regime dell'epoca.

Lo slogan "La volontà di continuare", inventato da Maurizio Costanzo, era un urlo disperato. La Fiat era sola. I politici avevano già tante angosce: crisi economica, terrorismo, guerra fredda, povertà e arretratezza nel Nord est e nel Meridione, ci mancava solo la Fiat. E poi che la Fiat fosse in crisi nessuno ci voleva proprio credere.

 

Cesare Romiti ha raccontato di recente della reazione di Francesco Cossiga, presidente del Consiglio, quando la Fiat gli comunicò, nel settembre 1980, quel piano di licenziamenti che poi portò all'occupazione di Mirafiori e alla marcia dei 40 mila: "La notizia lo spaventò letteralmente. Ci fece telefonare prima dal prefetto di Torino. Poi arrivarono le chiamate da Roma del ministro dell'Interno Virginio Rognoni. Spiegò che Cossiga era impaurito dalle possibili conseguenze. Mi parlò di un'opinione pubblica allarmata, della possibile saldatura tra Brigate rosse e studenti in lotta, addirittura pronunciò l'espressione guerra civile".

Romiti è stato tra i protagonisti di quelle giornate d'autunno di trent'anni fa in cui si recitava il secondo atto e ultimo dello scontro che doveva portare alla ripresa del controllo della fabbrica da parte della Fiat. Romiti ebbe una parte importante in questa seconda fase, perché era rimasto solo al comando dopo l'estromissione di Umberto Agnelli, e giocò il ruolo con lungimiranza e equilibrio rispetto ai falchi della Fiat Auto.

 

Vinsero i falchi, portando a un cambiamento totale non solo della Fiat ma dell'Italia e alla fine Romiti restò solo sul carro del trionfo. Umberto Agnelli aveva lasciato il ponte di comando su pressione di Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca e nume tutelare della Fiat in quegli anni. La tesi di Cuccia era che non fosse prudente identificare la proprietà dell'azienda con la gestione in un momento di scontro tanto acuto. Fu però di Umberto Agnelli la strategia complessiva grazie alla quale la Fiat bloccò la spirale di violenza fuori controllo che stava portando allo sfascio l'Italia intera.

Sua fu anche la guida della prima fase, avviata un anno prima, nel 1979, con il licenziamento di 61 operai considerati violenti, alcuni sospettati di connivenze terroristiche. Il licenziamento dei 61 di Mirafiori seguì di poco l'uccisione di Carlo Ghiglieno, capo della logistica della Fiat auto.

 

Lo avevano scelto perché il suo compito era organizzare l'afflusso dei materiali alla linea di montaggio in modo tale che disguidi e ritardi non scombinassero i ritmi o non imponessero l'accumulo di costose scorte di parti di auto: i giapponesi già allora producevano in tempo reale, il pezzo arrivava alla fabbrica da quella del fornitore e andava subito in linea, non c'era un minuto di spreco e anche questo contribuiva a tenere bassi i costi di produzione dei giapponesi e competitivi i prezzi delle loro automobili.

 

Un'ora dopo l'assassinio, Umberto Agnelli incontrava i capi di Fiat auto a Mirafiori. L'atmosfera era cupa. Parole secche, essenziali, toni tesi, si percepiva il rimprovero verso la proprietà di avere lasciato i suoi uomini in balia dei violenti. La riunione durò pochi minuti. Umberto Agnelli si alzò promettendo che le cose sarebbero cambiate. Era commosso. Quel mattino, ma in quel momento non lo si immaginava, rappresentava il punto di arrivo di un processo, durato trent'anni, di trasformazione dell'Italia.

 

A una prima fase di intensa, feroce accumulazione di ricchezza era seguito l'avvio di un lungo e tormentato processo di redistribuzione di reddito iniziato con l'autunno caldo del 68, che negli anni successivi guadagnò momento sfuggendo al controllo di tutti. Molto del decennio precedente quel mattino torinese del settembre 1979 è chiuso tra due film.

La classe operaia va in paradiso, di Elio Petri, del 1971, raccontò il duro processo di adattamento di un pezzo d'Italia alla vita industriale, e diede una base culturale al rifiuto dei valori del lavoro manuale. Prova d'orchestra, di Federico Fellini, del 1978, diede voce allo smarrimento crescente di una parte crescente di italiani di fronte alla contestazione esasperata e alla violenza.

 

Alla vecchia cultura operaia che affiancava al duro rapporto, conflittuale e di classe, con il padrone l'amore per il proprio mestiere, il rispetto per le macchine, l'orgoglio per il lavoro ben fatto, era subentrato il rapporto esistenzialmente conflittuale con il lavoro in quanto tale e con la disciplina come condizione preliminare per qualunque società organizzata. I cortei interni, che nella mitologia sindacale sono diventati sublimi momenti di lotta, erano in realtà momenti di violenza, il cui momento culminante era la caccia al capo, destinatario di spintoni e pestaggi. Fu Gianpaolo Pansa a portare, al grande pubblico della sinistra, i racconti quotidiani della violenza in fabbrica.

 

Fu un'intervista a un capo di officina, apparsa su Repubblica con tutta la credibilità che il giornale le diede, che fece scalpore. Fu Giorgio Amendola, leader comunista storico, a tagliare il cordone ideologico con la violenza in fabbrica: c'era "un rapporto diretto" [con] il terrore. Scrisse su Rinascita, in un articolo che fu una svolta: "Le intimidazioni violente, le minacce, il dileggio, le macabre manifestazioni con le casse da morto e i capireparto trascinati a calci in prima linea" ricordavano troppo da vicino le "violenze fasciste per non suscitare sdegno e disgusto".

 

Allora molti cominciarono a capire che non ci sono mai confini tra la violenza buona e quella cattiva. Una volta che si comincia, non c'è più soluzione di continuità. Non è permesso essere ambigui ed è molto pericoloso, anche nel clima di oggi, far finta di niente. Quel mattino, a Mirafiori, nessuno sapeva come sarebbe andata a finire, i più erano pessimisti, Umberto Agnelli era consapevole che stava portando la Fiat verso la partita decisiva. La prima mossa i fratelli Agnelli l'avevano fatta alcuni mesi prima, mettendo Vittorio Ghidella a capo della divisione.

Nel dare e avere di Ghidella ci sono grandi successi, come la Uno, e errori, come la fuga dal mercato spagnolo con l'abbandono della Seat ai tedeschi della Volkswagen (ma, secondo Ghidella, Fiat non aveva le risorse per finanziare Italia e Spagna nello stesso tempo), ma il suo merito principale, molto poco riconosciuto, fu quello della lotta al terrorismo, della rimessa in ordine della fabbrica, dell'adeguamento dei costi ai ricavi dal cui effetto favorì la successiva espansione della Fiat nella finanza, nella chimica, nei giornali.

 

Di Ghidella e soprattutto del capo del personale di Fiat auto Carlo Callieri fu l'operazione sui 61, di Ghidella fu il piano che, passando per la minaccia dei licenziamenti e l'occupazione di Mirafiori, portò al riequilibrio dei costi di produzione.

Di Ghidella, e di Callieri, fu la tenacia con cui l'obiettivo fu perseguito, a testa bassa, fra dubbi e tormenti, e a dispetto del ministro del lavoro, il democristiano Franco Foschi, della corrente di Carlo Donat Cattin, il cui atteggiamento verso Fiat e Agnelli a definirlo ostilità si minimizza con un eufemismo.

Tra il primo episodio, quello dei 61, 1979, e l'atto finale, dei 40 mila, c'è l'intervallo di un anno esatto, abbastanza perché si consumasse anche il dramma di palazzo, nell'estate del 1980, con l'estromissione di Umberto Agnelli.

 

Alla ripresa di settembre Romiti era solo al comando operativo. In quell'autunno 1980 ci furono anche momenti di tensione, al vertice Fiat, tra Romiti e Ghidella, tra Callieri e Cesare Annibaldi, che, in quanto capo delle relazioni industriali del gruppo Fiat, aveva la responsabilità complessiva della trattativa sindacale. Ognuno dei quattro portò nella vicenda il proprio carattere e la responsabilità del suo ruolo. Romiti aveva la responsabilità complessiva della Fiat, di cui l'auto era la parte più importante, ma una parte.

 

Nessuno a corso Marconi, quartier generale della Fiat all'epoca, conosceva il mondo romano meglio di Romiti, il quale sapeva bene che nessuno avrebbe mosso un dito per aiutare il gruppo a uscire dalla palude: si andava dall'atteggiamento di Foschi a quello di Cossiga, di meglio non c'era altro.

Anche se un simile pensiero mai trapelò, appare evidente che il Governo, tra una situazione pre rivoluzionaria e il passaggio della Fiat auto a qualche carrozzone statale, avrebbe alla fine optato per la seconda strada. Questo può forse contribuire a spiegare le divergenze tra Ghidella e Romiti, che spingeva comunque a un accordo, per non rompere del tutto col Governo, mentre Ghidella voleva solo una cosa, la vittoria assoluta, senza mediazioni.

 

La Fiat era sola e lo fu ancora di più quando anche il Pci, unico partito che avesse capito che il dramma poteva diventare tragedia, si fece travolgere dal vortice delle forti passioni che divisero l'Italia in quei 35 giorni. Il Pci aveva capito, perché aveva uomini in fabbrica e dirigenti provenienti dalla fabbrica. Perse l'occasione quella sera a Torino, una mite sera di settembre del 1980, quando il segretario Enrico Berlinguer fu indotto a promettere, davanti a una piazza San Carlo gremita, "se occuperete la fabbrica, saremo con voi".

 

Piazza San Carlo, salotto di Torino, non è Mirafiori, c'ero anch'io in mezzo a tanta gente, non solo operai, non solo comunisti. Fu un errore che ancora oggi rovina le notti di cattivo sonno di Piero Fassino, all'epoca segretario del partito torinese, una delle persone più serie e intelligenti della politica italiana, ma che allora si fece travolgere da quell'esaltante clima di lotta e non seppe distinguere tra responsabilità e calcolo elettorale, tra partito e sindacato. La Fiat si trovò sola, come oggi è sola.

 

Oggi è anche consapevole che non basta sapere stare a galla, devi saper nuotare, e bene, in un mare senza confini. Se anneghi, nemmeno una candela. Nella memoria aziendale è marchiato per sempre il ricordo dell'umiliazione inflitta da Berlusconi a Paolo Fresco, presidente, e Gabriele Galateri, amministratore delegato, quando li costrinse alla sua Canossa di Arcore, lui che in gioventù correva appena potesse da Agnelli, a Torino.

 

In pochi anni di gestione Marchionne la Fiat è risalita dall'abisso dell'umiliazione e del quasi fallimento in cui l'aveva portata un lungo declino di prodotto e di marketing: prima dell'80 era stato quasi impossibile affrontare la nuova mai sperimentata concorrenza europea con idee e creatività mentre dovevi pensare a non farti sprangare o sparare addosso;

 

dopo, però, fu esiziale l'errore di agire come se tutto si esaurisse nel controllo della forza lavoro e della fabbrica, mentre prodotto, ingegneria di prodotto, innovazione, qualità, marketing fossero solo elementi accessori. Ancor più accessoria, purtroppo, fu giudicata la competenza professionale. Nulla di eccezionale, accade spesso che il sistema voglia essere più forte dell'individuo. L'esperienza dovrebbe evitare che ci ricadano. 09-09-2010]

 

 

 

LA RUGA SULLE PALLE - CHARLOTTE ROSSELLA RISPONDE A SCALFARI: "DICE DI AVER RIFIUTATO DI CONCEDERE I DIRITTI DEL SUO LIBRO "LA RUGA SULLA FRONTE" ALLA MEDUSA DOPO UN MIO INTERVENTO TV A FAVORE DI BERLUSCONI? FALSO, CON NOI, SCALFARI, NON AVEVA ALCUN CONTRATTO" - PECCATO NON FARCI UN FILM PERCHé LA TRAMA DI EU-GENIO è LA STORIA, PER FILO E PER SEGNO, DI GIANNI AGNELLI, DALLA COCA AL SUICIDIO DLE FIGLIO...

1 - "CON NOI, SCALFARI, NON AVEVA ALCUN CONTRATTO"
Da Chi

 

D. Eugenio Scalfari ha rifiutato di concedere a Medusa i diritti per il suo libro Le rughe sulla fronte, dopo averla vista difendere Berlusconi in tv.
R. «Difendo Berlusconi quando, dove e come mi pare. Vorrei fosse chiaro a tutti, anche a Scalfari».

D. Crede all'obiezione di coscienza politica?
R. «Medusa è una casa di produzione democratica, abbiamo molti autori di sinistra. Perché Scalfari continua a scrivere per Einaudi, che è di Berlusconi? Perché lì, forse, è ben remunerato, mentre con noi non aveva alcun contratto. Quel rifiuto non gli è costato un euro».

2 - TE LO DO IO GIANNI AGNELLI!
Michele Anselmi per "il Secolo XIX"

 

Cercasi produttore per fare un film dal romanzo "La ruga sulla fronte". Ma prima urge piccolo passo indietro. Mercoledì scorso, un po' tirato per i capelli, Eugenio Scalfari ha voluto chiudere la polemica innescata dal teologo Vito Mancuso sull'annosa questione se sia giusto scrivere su "la Repubblica" contro Berlusconi e allo stesso tempo pubblicare libri per la Mondadori, che dell'impero berlusconiano fa parte.

Il fondatore del quotidiano confessa di trovarsi bene alla mondadoriana Einaudi, vi resterà, almeno fino a quando non subirà pressioni e <richieste per me incompatibili>. In compenso rivela di aver chiuso ogni rapporto con Medusa per via di alcune frasi pronunciate in un dibattito politico tv da Carlo Rossella, che di quell'azienda è presidente.

C'era in ballo un film tratto dal romanzo "La ruga sulla fronte", edito nel 2001 per Rizzoli, con tanto di copione già scritto, ma poi Scalfari, offeso da quelle dichiarazioni (Rossella ha promesso di rispondere più in là), preferì troncare la collaborazione. <In campo cinematografico Medusa è il solo produttore e distributore esistente sul mercato italiano, a differenza dei libri.

 

Perciò chi rifiuta di lavorare con Medusa rinuncia a vedere realizzato il film che lo interessa> ha concluso il venerabile/venerato giornalista, come a dirci che se c'è fare una scelta per coerenza lui non si tira indietro.

In realtà le cose non stanno proprio così. Autori di sinistra come Giuseppe Tornatore, Paolo Virzì, Gabriele Muccino, Saverio Costanzo, Bernardo Bertolucci continuano tranquillamente a lavorare per Medusa. L'azienda è potente, certo, vanta la maggiore quota di mercato, investe ogni anno sul cinema italiano oltre 60 milioni di euro alla voce produzione, ma non è <la sola>.

 

Diciamo la verità, Scalfari potrebbe rivolgersi senza problemi altrove per il suo film: a Raicinema, ad esempio, l'altro colosso del cosiddetto cine-duopolio, oppure a De Laurentiis, alla Bim, alla Lucky Red, a Fandango, a Cattleya, per non dire delle case hollywoodiane sempre più inclini a produrre film italiani di forte respiro popolare. Carlo Verdone ha felicemente realizzato "Io, loro e Lara" con la Warner Bros. E "Vallanzasca. Gli angeli del male" di Michele Placido, tra pochi giorni a Venezia, non porta forse il marchio 20th Century Fox? Il mercato sarà un po' asfittico, ma <l'iperbole scalfariana è da trapezisti, una gaffe plateale> perfino per "Il Fatto Quotidiano", che pure non è secondo a nessuno nella diuturna guerra al Caimano.

 

E allora la domanda da fare è semplice. Possibile che "La ruga sulla fronte" debba restare lì, inerte, sulla carta, senza che nessun produttore si faccia avanti? E dire che il romanzo, comunque lo si giudichi, ha tutte le carte in regola per diventare un film importante, anche di successo.

In fondo rievoca quasi un secolo di storia italiana attraverso gli occhi, le azioni e le avventure di un protagonista d'eccezione: un grande industriale alla Gianni Agnelli. Il paragone è continuamente evocato. Andrea Grammonte è un predestinato, come rivela <quella linea dritta che lo rendeva inconfondibile: non una ruga, ma un segno, un segno di marchio che spartiva in due la fronte larga da animale sacro, custode di enigma>.

Un tipico eroe (o antieroe) del nostro tempo: l'uomo del Novecento, lucido e disincantato, sospeso fra noia esistenziale e bisogno di azione, fra scetticismo e ansia di essere migliore e diverso da sé, fra senso del dovere e disperato cinismo.

 

Dunque perché non ripartire dal copione esistente, vergato da Massimo e Simone De Rita? Dove si ricostruisce, con qualche legittima variazione rispetto al libro, l'esistenza inimitabile di questo giovane dandy, erede della Sidera di Agrate, primaria industria nazionale i cui interessi <erano così importanti da coincidere quasi con quelli dell'intero Paese>. La Sidera come la Fiat, Andrea Grammonte come Gianni Agnelli.

Manca solo la famosa erre moscia, per il resto le allusioni si inseguono l'uno dietro l'altra: la morte violenta del "delfino" Enrico, padre di Andrea e figlio del capostipite della dinastia industriale; la durezza lombarda del nonno dittatore; il passaggio, 1938, del testimone al nipote, cioè Andrea, dalla fama di "giovin signore dissoluto", annoiato da tutto; la laurea in Ingegneria; la guerra in Africa; il legame complicato con la madre Viviane, elegante e lontana; la passione per le belle donne, specie se disinvolte, un po' puttane, pure per la cocaina; la gamba lesa per sempre;

 

la noia moraviana del ricco "rentier" con relativi giochi sentimental-sessuali; la ricostruzione nel secondo dopoguerra con l'aiuto del Piano Marshall; il rapporto coi governi democristiani in carica, con i Fanfani e gli Andreotti, ma anche con Carli, Nenni, Capanna; il figlio Edoardo che si butterà da un cavalcavia non reggendo alla durezza insensibile del padre. Che sia un romanzo a chiave è fuor di dubbio. A un certo punto Scalfari scrive addirittura che un personaggio è fatto entrare <nella stanza del piccolo agnello>: più chiaro di così.

 

In mano a un Marco Tullio Giordana, sfrondato dei lunghi monologhi interiori, potrebbe venirne fuori un bel film. Le ragioni private e quelle pubbliche si mischiano nel ritratto di questo capitano d'industria apparentemente insensibile, <nato per essere un re>, quindi abile e spietato, ma anche elegante e malinconico, che detesta sentir parlare d'amore e tuttavia lo cerca.

Naturalmente un progetto del genere pone problemi di costi, di scenografie, di trucco. Si va dagli anni Trenta ai Settanta, passando per la Seconda guerra mondiale (con relativa battaglia in Africa), e poi fabbriche, automobili, vestiti che cambiano, la ricchezza di un mondo che resiste alla modernità, ma pure deve aggiornarsi. Per non dire delle facce: come rendere il passare del tempo?

 

Eppure varrebbe la pena di provarci. Magari scegliendo la dimensione della miniserie tv d'autore, alla maniera di "La meglio gioventù" o "Noi credevamo", dentro una narrazione ampia, distesa, comunque d'autore. Chissà. Del resto la filosofia di Grammonte è: <Contenere le passioni dentro una forma. Amare il caos e dominarlo con lo stile>. Molto cinematografico, no?

 02-09-2010]

 

CON ANDREA AGNELLI, LA VECCHIA SIGNORA RITORNA CATTIVA - per rispondere alle basse insinuazioni del nemico Moratti (“Meglio essere multietnici che comprare le partite”), YAKI ELKANN PIGOLA SU TESTO DEL CUGINO: “Loro non hanno mai saputo perdere e dimostrano che non hanno ancora imparato a vincere” - Dall´alto dei cieli, Moggi e Giraudo plaudono e in curva c´è già chi gode

Maurizio Crosetti per La Repubblica

 

La Juventus fa la faccia cattiva, come quando lo era davvero e infatti vinceva. Basta con l´appiccicosa simpatia buonista che si deve ai perdenti, ai riemersi dalla melmosa serie B, agli inseguitori. I denti aguzzi li mostra nientemeno che John Elkann, la cui invisibilità (non solo per le faccende del pallone) è proverbiale.

 

Il nipote prediletto dell´Avvocato e numero uno della Fiat sceglie la vecchia casa di Villar Perosa, l´antica "partitella in famiglia" (così si diceva quando ancora esistevano le partitelle, e soprattutto le famiglie) per rispondere alle basse insinuazioni del nemico Moratti («Meglio essere multietnici che comprare le partite»): «Non sapeva perdere e ora non sa vincere». Bùm.

 

Eredi spirituali della Juve della Triade, antipatica e imbattibile, Andrea Agnelli (il presidente) e John Elkann (il padrone) dicono ai tifosi che il vento è cambiato e che non si vuole più sopportare, anche se l´estate della violenza e dell´isteria non aveva bisogno di nuova benzina a poche ore dal campionato.

Poi, certo, vincere è un´altra cosa rispetto alle schermaglie dialettiche, e lì servono giocatori, non virgolette o punti esclamativi. Quest´anno, la Juve è stata la più attiva sul mercato, la più spendacciona e non accadeva da una vita. Da verificare se sia meglio puntare sui 33 anni del buon Di Natale, rinunciando ai 25 di Diego, e se insieme ai quasi 36 di Del Piero non si vada lentamente verso il cronicario. Ma ci sono anche il vigore di Krasic, le geometrie di Aquilani, la robustezza di Bonucci e forse qualcun altro in arrivo.

 

Se l´Inter è una potenza (magari non sapeva perdere, però sa vincere eccome), i bianconeri mostrano una rabbia che sembrava assopita. Lo stile Juve diventa, come ai vecchi tempi, l´ostile Juve. Dall´alto dei cieli, Moggi e Giraudo plaudono e in curva c´è già chi gode. [25-08-2010]

 

 

CIRCOLI VIZIOSI - INCHIESTA MONDIALI DI NUOTO ROMA 2009: SEQUESTRATO IL CIRCOLO ’AQUANIENE’: la struttura oltre all’attività sportiva effettua attività commerciale nonchè eventi del tutto diversi da quelli sportivi (presentazione auto Maserati, Premio della Moda, ecc.) e infine ha una significativa presenza di locali, pari a 380 metri quadri destinati ad uso residenza tipo ’bed and breakfast’ - CITATI BALDUCCI, Claudio Rinaldi, Giovanni Malago’ - Nei giorni scorsi, è stato ascoltato il sindaco Alemanno…

1 - SEQUESTRATO IL CIRCOLO 'AQUANIENE' DAL GIP DI ROMA - RESTANO CON I SIGILLI ALTRE STRUTTURE INAUGURATE PER RASSEGNA
(Apcom) - L'impianto sportivo 'Aquaniene' è stato sequestrato per abusi edilizi. Il provvedimento è stato disposto dal gip Donatella Pavone su richiesta del pm Sergio Colaiocco, nell'ambito dell'inchiesta sui mondiali di nuoto 'Roma 09'. Allo stato sono ancora chiuse, con i sigilli, 4 altre strutture le cui "implementazioni" - secondo l'accusa - oltre ad essere state realizzate senza un titolo idoneo, vanno ad incidere, in assenza dei necessari nulla osta, in zona sottoposta a vincoli paesaggistici. Tra questi: il Salaria Sport Village, il Flaminio Sporting Club, il Reale Circolo Canottieri Tevere Remo e il Gav Roma Natura.

Per quanto riguarda gli altri 11 impianti che, ad ottobre 2009, avevano chiesto la 'sanatoria' al Comune, ad oggi, per 6 (Antico Circolo del Tiro a Volo, Agepi - Riserva del Macchione, Real Sport Village, Axa Immobil Sport - Eschilo 1, Villa Flaminia, Cristo Re) il procedimento amministrativo di regolarizzazione è ancora in corso. Pertanto le decisioni prese dall'autorità giudiziaria, rispetto a possibili ulteriori sequestri, non potranno che essere assunte - si spiega - all'esito della chiusura del procedimento da parte del Comune di Roma.

Sull'Aquaniene si sottolinea che la struttura è stata realizzata ex novo - e non di ampliamento di impianti preesistenti come richiesto dal consiglio comunale di Roma nella delibera numero 85 del 2007 - che ha comportato un rilevante consumo del territorio per la realizzazione di 14mila metri quadri a fronte di una concessione che prevede un canone mensile di 3275,10 euro per 42 anni. Inoltre - secondo i pubblici ministeri - la struttura oltre all'attività sportiva effettua attività commerciale nonchè eventi del tutto diversi da quelli sportivi (presentazione auto Maserati, Premio della Moda, ecc.) e infine ha una significativa presenza di locali, pari a 380 metri quadri destinati ad uso residenza tipo 'bed and breakfast'.

Infine - si sottolinea a piazzale Clodio - nell'impianto accedono oltre 2400 persone al giorno e questo comporta un aggravio sul traffico privato della zona nonch‚ dei mezzi pubblici di accesso e un correlato maggior inquinamento atmosferico, in zona che risulta comunque sottoposta a vincolo paesaggistico.

Secondo il gip l'Aquaniene non è un'opera pubblica "in quanto, al di là della qualificazione attribuita dal Comune - non determinante in quanto altrimenti sarebbe facile per la pubblica amministrazione l'aggiramento di norme giuridiche poste a tutela della collettività - il centro sportivo esercita, in realtà, una attività commerciale altamente redditizia, ne consegue che l'opera non sia destinata alla soddisfazione dell'interesse pubblico in via immediata e diretta".

2 - G8: INCHIESTA ROMA 2009; CITATI BALDUCCI E ALTRI 32 - ANCHE CLAUDIO RINALDI E GIOVANNI MALAGO'
(ANSA) - Per i presunti abusi edilizi che avrebbero scandito la realizzazione degli impianti sportivi, piscine e altre strutture, in occasione dei mondiali di nuoto del 2009, la Procura di Roma ha citato a giudizio 33 persone.

Tra queste Angelo Balducci, gia' presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, tuttora detenuto per la vicenda degli appalti G8, Claudio Rinaldi ex commissario straordinario per i mondiali di nuoto, Giovanni Malago' all'epoca presidente del comitato organizzatore dei mondiali.

3 - MONDIALI NUOTO/ ABUSI EDILIZI, A GIUDIZIO BALDUCCI E ALTRI 32 - ATTI INVIATI ALLA CORTE DEI CONTI PER ULTERIORI VERIFICHE
(Apcom) - A processo per abusivismo edilizio. La Procura di Roma ha disposto la citazione diretta a giudizio per 33 persone, in relazione al procedimento sulla realizzazione o ingrandimento di strutture sportive che hanno ospitato le delegazioni dei mondiali di nuoto del 2009. Il pm Sergio Colaiocco ha disposto la trasmissione degli atti alla procura regionale della Corte dei conti come avevano richiesto i magistrati contabili il 9 luglio scorso.

Sotto accusa ci sono l'ex presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci e Claudio Rinaldi: i due che si sono susseguiti nel rivestire la carica di commissario straordinario per l'organizzazione della manifestazione iridata; l'imprenditore Giovanni Malagó, per il circolo 'Aquaniene' che è stato sottoposto a sequestro.

Tra gli imputati anche Simone Rossetti, gestore del centro benessere Salaria sport village e finito tra le intercettazioni, ormai all'attenzione dei pm di Perugia, con il capo della protezione civile Guido Bertolaso per alcuni incontri che sarebbero avvenuti nel settore spa e benessere del centro. Tra i direttori dei lavori che dovranno subire il processo c'è l'architetto Angelo Zampolini, che ha seguito la realizzazione del Salaria Sport Village. La prima udienza per tutti è stata fissata per il 5 aprile 2011.

Nei giorni scorsi, nell'ambito dell'inchiesta, è stato ascoltato il sindaco Gianni Alemanno e altri indagati hanno cercato di spiegare il loro buon operato, facendosi interrogare volontariamente dal pubblico ministero, tra questi Malagó.

 

 

[04-08-2010]

 

 

 

CI MANCAVA SOLO "CIRCOLI PULITI"
"Piscine abusive per i Mondiali di nuoto. 33 a giudizio, sequestrato impianto a Malagò. Fra i citati anche Balducci e Rinaldi, commissari straordinari per Roma 2009. Chiuso Acquaniene, la protesta dell'imprenditore" (Repubblica, p.10).

Va detto che solo a Roma uno come Megalò-Magalò, ex compagno di bisbocce dell'Avvocato di panna montata e fan dello Smontezemolato, può essere definito "imprenditore". Comunque, dopo che da vent'anni tutti i giornali della Capitale lo portano in palma di mano, Lui giustamente si crede una riserva della Repubblica.

 

E allora ieri ha convocato una conferenza stampa per dirsi "nauseato" e annunciare che non lavorerà più per il settore pubblico. Non solo, ma lunedì si dimetterà anche dal cda di Unicredit. Visto come si comporta il resto della classe digerente di questo disgraziato paese, vien quasi da fargli i complimenti.

 

06.08.10

 

Non c'ha dormito una notte Lapo Elkann, poi ha dovuto ubbidire. Marchionne, l'uomo dal taglione nero, gli ha ordinato di chiudere e vendere il Fiat Playa di Punta Marana a Porto Rotondo. Succhia denaro a palate e non incassa nulla. Lo aveva creato Lapo cinque anni fa ed era il ritrovo di vip e vippini, Simona Ventura, Barbara D'Urso, Cristina Parodi, Melisa Satta, Barbara D'Urso, Valeria Mazza, Bobo Vieri, Rossano Rubicondi, Gigi D'Alessio, altri. Tutta gente che arriva e non paga, pardon sono un vip. Trattative in corso con la Hollywood International Beach, depandance della omonima celebre discoteca milanese.

 

17.07.10

 

 

AGNELLI DIVISI SULLA JUVE ...
Allontanarsi dalla Juventus: questa la parola d'ordine di John Elkann e del suo staff dopo la nomina di Andrea Agnelli a presidente della squadra bianconera.Da un lato, infatti, il presidente della Fiat sarebbe rimasto scottato dal ritorno negativo in termini d'immagine per l'ultima, disastrosa stagione della squadra bianconera. Dall'altro lato John Elkann non avrebbe apprezzato per nulla la decisione di Andrea Agnelli di strappare il precontratto con Rafa Benitez, che l'amministratore delegato Jean-Claude Blanc gli aveva portato in dote. Né tantomeno che Benitez si sia poi accordato con l'Inter. (G.L.)

10.07.10

 

PER LA PRIMA VOLTA, A 80 ANNI, ANITA EKBERG SVELA LA SUA STORIA CON GIANNI AGNELLI - "MAI NESSUNO COME LUI, NELLA MIA VITA. NÉ, PRIMA, NÉ DOPO. STAVAMO GIÀ INSIEME, QUANDO GIRAI LA ’DOLCE VITA’. E DIRE CHE GIULIETTA MASINA ERA GELOSA, PENSAVA AVESSI UNA STORIA CON SUO MARITO. MA IO E FELLINI POTEVAMO ESSERE SOLO AMICI" - (BERLUSCONI PASSA IL SUO TEMPO A TRUCCARSI COME UN ATTORE. ANZI: COME UN´ATTRICE")

 

Massimo Calandri per "la Repubblica"

 

Si muove piano appoggiandosi al braccio del comandante, ex rugbista genovese di quasi due metri. Prudente. Malinconica. A bordo un grande schermo rimanda le immagini di lei nella fontana di Trevi. I croceristi studiano incuriositi l´eleganza dell´incedere, il mistero che sembra circondare quell´anziana signora.

Ma è solo osservandone lo sguardo, gli occhi azzurri e ancora intensi, che qualcuno finalmente la riconosce. Allora si danno di gomito, bisbigliano eccitati, tirano fuori le macchine fotografiche. Sono trascorsi cinquant´anni dalla Dolce Vita: in questi giorni l´ottantenne Anita Ekberg è l´ospite d´onore della Costa Atlantica, grattacielo sul mare che al capolavoro felliniano ha dedicato una crociera nel Baltico.

 

La nave è salpata da Stoccolma preceduta da una conferenza stampa per celebrare l´anniversario del film e raccontare la prima di una serie di iniziative in occasione del mezzo secolo. L´attrice svedese risponde fredda e puntuale alle domande dei giornalisti scandinavi: aneddoti sulla scena che ha reso tutti famosi, il suo rapporto col regista, il tramonto di una carriera, l´orribile cinema di oggi. Terminato l´incontro si abbandona su una poltrona accanto al bancone del bar.  Sola, stanca.

Cosa le manca di più della Dolce Vita?

«Gianni Agnelli».

Scusi?

«Stavamo già insieme, quando giravo la scena della fontana. Mai nessuno come lui, nella mia vita. Né, prima, né dopo. E dire che la Masina era gelosa, pensava avessi una storia con suo marito. Giulietta ci ha messo anni a capire che io e Federico Fellini potevamo essere solo amici».

Anita Ekberg e l´Avvocato.

«È durato molto più di quanto possiate pensare. Una vera storia d´amore. All´inizio non ci credeva nessuno, la moglie pensava a un´avventura. Forse non ci siamo mai lasciati. Era un uomo meraviglioso. Un italiano di quelli che non ci sono più, l´italiano che una ragazza come me voleva incontrare: intelligente, ironico, attivo. Scherzava sempre, ma ha sofferto molto. L´ultimo ricordo è quando gli hanno detto al telefono che il figlio si era suicidato, e lui ha voluto andare di persona a vedere».

 

Dicono che l´altro suo grande amore italiano sia stato Dino Risi.

«Non è vero. Lo raccontava lui per darsi importanza, quando io ero una Miss Svezia che cominciava a fare film e lui un medico milanese che voleva entrare nel cinema».

La fontana di Trevi...

«Abbiamo girato quella scena a gennaio. Faceva freddo, tremavo come una foglia. Mi hanno tappato il naso e obbligato bere cognac, per andare avanti. Mastroianni è caduto tre volte in acqua, lo asciugavano e si doveva ricominciare. Un incubo».

Senza Anita quel film non sarebbe stato lo stesso, diceva Fellini.

 

«È grazie a me, a quella scena, se si è fatto conoscere nel mondo. Io ero già famosa. Ma lui era un vero genio: non ti trattava come una pedina degli scacchi, con lui eri davvero libero di esprimerti».

Quella Dolce Vita non tornerà più.

«È la storia di una generazione perduta, di un´Italia perduta. Io conosco l´Italia, continuo a vivere a Genzano con i miei due cani in un sereno isolamento. So quanto è cambiata. Allora c´era voglia di vivere, di conoscere le persone, di comunicare. C´era la libertà di sognare. Adesso stanno tutti chiusi dentro le loro macchine o le loro case. Pensano a mettere da parte i soldi, e a guardare la tv. Ma con l´esempio che dà Berlusconi non potrebbe essere diversamente».

 

Il Cavaliere è nato il suo stesso giorno: il 29 settembre.

«Passa il suo tempo a truccarsi come un attore. Anzi: come un´attrice».

Perché è così ostile ai giornalisti svedesi?

 

«Uno di loro mi ha rovinato la vita: Rube Moberg. A Roma non mi incontrò neppure, ma scrisse che ero una puttana. Quando andai a trovare i miei genitori c´era un gruppo di fanatici cattolici che prese a pietrate la nostra casa. Fu uno shock. Ero solo una ragazza che cercava una vita normale, l´amore».

Gianni Agnelli.

«L´unico vero amore della mia dolce vita amara».28-06-2010]

 

RICORDATE AL PETTEGOLO PAOLINO MIELI CHE DI MAMMA CE N’È UNA SOLA E NON SI TOCCA! - ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI MARINA STRA-RIPA DI MEANA DEDICATO ALLA MADRE DI GIANNI AGNELLI L’EX DIRETTORE DEL CORRIERE, DOPO AVER SOTTOLINEATO CHE I DIRITTI CINEMATOGRAFICI DEL CELEBERRIMO LIBRO DI SUNI AGNELLI, "VESTIVAMO ALLA MARINARA", FURONO COMPRATI DAL RE DELLA SACRA RUOTA PER EVITARE QUALSIASI CIAK PETTEGOLO SULLA SACRA FAMIGLIA, INSINUA PERFIDO CHE LA BELLISSIMA VIRGINIA AGNELLI AMASSE IL CALDO CURZIO MALAPARTE GIÀ DA SPOSATA. E SUBITO SI AVVENTANO SUL PETTEGOLO LA CERAMICATA IRA FURSTEMBERG E NICOLA CARACCIOLO, UNICHE TRACCE PRESENTI DELLA DINASTIA SABAUDA. DALL’ALDILÀ GLI AGNELLI TUONANO E MANDANO LA PIOGGIA A SEDARE GLI ANIMI. FIAT VOLUNTAS LORO -


Sebastiano Luciani per "Italia Oggi"

 

Serata con Paolo Mieli nella casa romana di Franco e Sandra Carraro (...) per ricordare la mamma di Gianni Agnelli. Alla salita di Bosco Parrasio 8, la presentazione alla stampa del libro «Virginia Agnelli. Madre e Farfalla», di Marina Ripa di Meana e Gabriella Mecucci, pubblicato da Minerva edizioni, con introduzione a cura di Carlo Ripa di Meana.

L'attrice Sabrina Colle legge alcuni passi del testo che per la prima volta fa luce su una delle figure femminili più affascinanti e significative del novecento italiano, in parte oscurata dal mito del figlio, l'Avvocato.

 

Nota al pubblico soprattutto per la sua bellezza e mondanità, Virginia Bourbon Del Monte Agnelli fu anche una donna che profuse il suo patriottismo nella «Operazione Farnese»: ebbe infatti un ruolo diplomatico decisivo che portò i tedeschi ad abbandonare Roma senza ulteriori combattimenti e distruzioni.

 

DAGO-REPORT
Mieli perfidamente parla di Giorgio Agnelli, il misterioso fratello dell'Avvocato scomparso in circostanze misteriose, ed è subito pioggia. Poi l'ex direttore del Corrierone sottolinea che i diritti cinematografici del celeberrimo libro di Suni Agnelli, "Vestivamo alla marinara", furono comprati dal Re della Sacra Ruota per evitare qualsiasi ciak pettegolo sulla famiglia.

 

Infine Paolino insinua che la bellissima Virginia Bourbon Del Monte sposata Agnelli amasse il caldo Curzio Malaparte già da sposata. E subito si avventano sul pettegolo la csramicata Ira Furstemberg e il rapace Nicola Caracciolo, uniche tracce presenti della dinastia sabauda. Dall'aldilà gli Agnelli tuonano e mandano la pioggia a sedare gli animi. Fiat voluntas loro. 23-06-2010]

 

 

FIAT: ELKANN, LA MIA E' UNA VITA UNTHINKABLES...
(Adnkronos) - Una vita 'unthinkables', impensabile e persino imprevedibile, quella che il giovane presidente della Fiat, John Elkann, ha raccontato oggi all'Universita' Bocconi dove, per due giorni, si ritrovano ex alunni famosi e non, iscritti alla Alumni Association guidata da Pietro Guindani, per raccontare esperienze 'unthinkables'.

Al limite dell'emozione, Elkann ha ripercorso brevemente la sua vita, contrassegnata da eventi, per l'appunto, imprevedibili, 'unthinkables': "sono nato nel 1976, a New York, da due genitori molto giovani -ha ricordato Elkann- mia madre aveva 19 anni e mio padre 25. A soli cinque anni, nel 1981, i mie genitori si separano e anche questo per me era impensabile. Di fatto avevo cosi' due famiglie: quella di mia madre e quella di mio padre".

"Ho quindi avuto una infanzia dove ho viaggiato molto e quando nell'infanzia si viaggia molto -ha proseguito Elkann- si deve sempre cercare un punto di riferimento. I miei punti di riferimento erano i miei fratelli. A 18 anni decisi di venire a studiare in Italia e mio nonno, in cuor suo, voleva che frequentassi la Bocconi, ma dopo essermi diplomato a Parigi scelsi ingegneria a Torino".

25.06.10

 

 

AGNELLI: DA LUSSEMBURGHESE OLD TOWN 58MLN UTILE MA NESSUNA CEDOLA...
Radiocor - Utile di 58 milioni nel 2009 per la Old Town, holding lussemburghese controllata dalla Giovanni Agnelli & C, che aveva accusato una perdita di 51,6 milioni nel 2008, quando il portafoglio della ex-Exor era stato 'significativamente colpito' dall'impatto della crisi delle Borse sugli investimenti in Graphic Packaging e nei fondi Usa Permal. Come indica il rapporto annuale depositato oggi nel Granducato e consultato da Radiocor, il cda ha proposto che non venga versato alcun dividendo, perche' l'utile non ha componenti di cassa riflettendo solo riprese di valore dopo le svalutazioni del 2008. Tra le entrate straordinarie del 2009 figurano 100mila euro per la cessione del marchio Exor.18.06.10

 

 

DOVE METTONO I SOLDI GLI AGNELLI ...
Farà piacere agli operai di Pomigliano, come ai fabbricanti polacchi della Panda, apprendere dall'ottima penna di Giuliana Ferraino le nuove sfide del giovane Yacht Elkann. "Exor, alleanza sulla via delle Indie con i Rotschild e Jardines. Accordo nel private equità per investire a New Delhi e a Pechino" (Corriere delle banche creditrici, p. 37) 10.06.10

 

EXOR: chiama l'a.d. di Fiat, Sergio Marchionne, nel board (dai giornali) Andrea nella cassaforte Agnelli. Nuova rappresentanza per gli oltre 70 soci e i 10 gruppi familiari. Venerdi' le decisioni (Il Corriere della Sera, pag. 26, Il Giornale pag.21) 10.05.10

 

 GINEVRA ELKANN ENTRA NELLA VILLA DI MARRAKECH. DAL LUSSEMBURGO...
M. Ger. per "il Corriere della Sera"
- Fuori la «vecchia guardia», dentro i giovani. Fuori Siegfried Maron, dentro Ginevra Elkann. Oggetto: la villa di Marrakech che dovrebbe appartenere a Marella Caracciolo Agnelli, vedova dell'Avvocato. Per capire meglio occorre sapere che la casa in Marocco, una delle più belle residenze al mondo, abitata da donna Marella, italiana residente in Svizzera, è posseduta da una società lussemburghese, la Juky.

Ed è nella Juky che recentemente è avvenuto il «ribaltone» pilotato. Sono usciti dal consiglio di amministrazione i precedenti gestori, Marc Loesch, Ursula Schulte eMaron. Quest'ultimo, tra l'altro, è uno dei professionisti citati in giudizio da Margherita Agnelli (madre di Ginevra) nella causa sull'eredità, persa in primo grado davanti al tribunale di Torino.

I tre professionisti erano stati nominati all'atto costitutivo della Juky, il 18 giugno 2003, circa cinque mesi dopo la morte di Gianni Agnelli. A quell'epoca il 99% del capitale era intestato all'avvocato Loesch, molto probabilmente facente funzioni di fiduciario. Ora però al loro posto sono entrati Ginevra Elkann, sorella di John e Lapo, la svizzera, di Pontresina, Ursula Crameri Tschappu e il professionista lussemburghese Pierre Lentz.

 

Con l'occasione è stato modificato lo statuto creando amministratori di categoria A e B (Lentz). A loro spetta la gestione congiunta della società e quindi della villa in Marocco che sarebbe stata acquistata per quasi 12 milioni di euro nel luglio 2003.

Fonti vicine alla famiglia riferiscono che Ginevra Elkann (vice presidente della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli al Lingotto) ha rilevato un'azione di Juky e il suo ingresso nel consiglio si spiega con la necessità di avere i poteri formali per la gestione quotidiana della proprietà (fornitori, lavori, vigilanza, ecc.). Ginevra e Giovanni Gaetani dell'Aquila d'Aragona si erano sposati il 25 aprile 2009 proprio nella villa di Marrakech

02.06.10

 

L'AGNETA DI AGNELLI VELEGGIA VERSO NUOVI PROPRIETARI...
Da "Economy" - Per oltre 25 anni ha solcato i mari con Gianni Agnelli. Oggi Agneta, splendido 25 metri in quercia e mogano progettato negli anni Cinquanta da Knut Reimers e famoso per le sue vele bordeaux, è in vendita. Il prezzo, tutto sommato, è abbordabile: 1,45 milioni di euro. La vendita è curata da Bernard Gallay e per chi volesse è visibile in Costa Azzurra (www.yachts-brokerage.com).18.05.10

 

AGNELLI, VOLANO CARTE - ARIA DI PACE E DOCUMENTI SCOMODI...
Venti di tregua non solo tra John Elkann e Andrea Agnelli: anche le due mater familias Marella e Allegra Caracciolo, vedove di Gianni e Umberto, continuano a vedersi. Ma spirano anche venticelli che portano carte imbarazzanti: gli statuti riservati di due società lussemburghesi con in dote oltre 200 milioni di franchi svizzeri ciascuna, riconducibili a Gianni Agnelli.

Le carte sono nelle mani della procura di Milano: se fossero vere, sarebbero la prova del tesoro all'estero dell'Avvocato. Altrimenti c'è da chiedersi chi si è peritato di scrivere due atti così complessi, con tanto di timbri del Liechtenstein e false firme di due stretti collaboratori di Gianni.

 

 

Agnelli/ Elkann presidente dell'accomandita

Abbraccio tra Gabetti ed Elkann segna passaggio di consegne

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5 ore fa da APCOM

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Da oggi John Elkann, oltre a essere presidente di Fiat e di Exor, è anche il presidente della Giovanni Agnelli & C., la società che controlla l'impero della sua famiglia. Un abbraccio tra Gianluigi Gabetti e John Elkann seguito da un lungo applauso dei familiari di quest'ultimo. È l'immagine simbolo del passaggio di consegne tra Gabetti ed Elkann alla presidenza dell'accomandita Giovanni Agnelli & C. Come preannunciato nel consiglio dell'accomandita entrano: Tiberto Brandolini D'Adda, Andrea Agnelli, Maria Sole Agnelli, Alessandro Nasi e Luca Ferrero di Ventimiglia, cui si aggiungono l'ex presidente dell'accomandita Gianluigi Gabetti e Gianluca Ferrero, già consigliere della società al comando dell'impero degli Agnelli. Nel corso della riunione dei familiari, che è da poco terminata al Lingotto, è intervenuto anche Franz Haniel, rappresentante della famiglia che da circa 250 anni guida il colosso della distribuzione Metro. Di fronte a questo solido esempio di imprenditoria familiare, John Elkann avrebbe commentato: "Davanti alla nostra famiglia si apre un futuro ancora di molti anni". Tra gli ospiti presenti al pranzo della famiglia Agnelli c'era anche Luca Cordero di Montezemolo, a Torino per un breve saluto.

NON SOLO ! Mb

 

 

NONNO GIANNI, CHE TESORO!
Seconda puntata della meravigliosa "Versione di Porro" sul nostro compianto Maestro dell'Offshore. "Ecco la verità sul tesoro dell'Avvocato. In base ai documenti riservati utilizzati per la spartizione dell'eredità, il patrimonio di Gianni era di 1,6 miliardi. Margherita tentò di entrare nella cassaforte del gruppo per arrivare alla Fiat, ma Umberto bloccò l'operazione" (Giornale, p.9).

La Stampa schiera Sodano jr per rilanciare lo scoop di ieri del Giornale "Margherita Agnelli mi chiese di mentire" e registra con cautela l'annuncio di querela della figlia dell'Avvocato contro Gamna, intervistato ieri da Nicola Porro. (p.30)

01.05.10

 

1#- IL SUO EX AVVOCATO: "DENUNCIO MARGHERITA: VOLEVA FARMI MENTIRE SUL TESORO DI AGNELLI PER INCHIODARE GABETTI E GRANDE STEVENS" - #2- "USCÌ DALLA FIAT DI SUA VOLONTÀ PERCHÉ NON AVREBBE MAI AVUTO ALCUN POTERE" - #3- "MI DISSE CHE AVREBBE BEN VISTO SUO MARITO SERGE DE PAHLEN PRESIDENTE FIAT" - #4- "ALTRO CHE SPROVVEDUTA, MARGHERITA SI AFFIDÒ AD ABILI CONSULENTI DELLA COMUNICAZIONE CHE, ATTRAVERSO CONTINUE, QUASI OSSESSIVE, INTERVISTE E APPARIZIONI SUI MEDIA, E DA ULTIMO ANCHE UN LIBRO, COSTRUIRONO L’IMMAGINE DELLA SPROVVEDUTA CASALINGA, PREDA E VITTIMA DELL’ESTABLISHMENT TORINESE E CHE AVEVA UN SOLO OBIETTIVO, DI PROTEGGERE I FIGLI DI SECONDO LETTO (I DE PAHLEN, NDR) DA INGIUSTIZIE PERPETRATE A FAVORE DEGLI ALTRI TRE FIGLI (GLI ELKANN, NDR)" –

 

Nicola Porro per "il Giornale"

Emanuele Gamna, ex partner dello studio Chiomenti, accetta di parlare per la prima volta della famosa vicenda dell'eredità Agnelli. La storia è nota, notissima. Alla morte dell'Avvocato si apre una complessa vicenda ereditaria che si chiude, anzi non è ancora chiusa, con le carte bollate. Da una parte la figlia dell'Avvocato, Margherita Agnelli, e dall'altra il resto della famiglia e i due consulenti principe, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens.

 

Il risultato del complesso negoziato per la divisione dell'eredità è il seguente: a John Elkann, il nipote scelto come leader dal nonno e figlio di Margherita, le chiavi della Fiat, a Margherita un complesso di attivi valutabile in 1,2 miliardi e alla moglie dell'Avvocato poco meno di trecento milioni e un vitalizio di sette milioni l'anno.

 

È l'avvocato Gamna a trattare nel 2003 e nel 2004 per conto di Margherita e a raggiungere l'accordo con i contenuti economici che abbiamo appena elencato. L'unica figlia dell'Avvocato ha però poi disconosciuto quell'accordo, ha denunciato infatti l'esistenza di un presunto patrimonio al di fuori dell'intesa e oggi è aperta un'indagine promossa dalla Procura di Milano per estorsione tentata o consumata ai danni di Gamna ad opera di Margherita Agnelli e dell'avvocato della signora, Charles Poncet.

Avvocato Gamna, sgombriamo subito il campo da un equivoco, lei per ora è l'unico in questa vicenda ad aver subito una condanna?
«Sì. Per aver assunto la piena responsabilità di un'evasione fiscale».

 

Tutto scritto sui giornali, il compenso che le ha pagato la signora Margherita non è stato dichiarato per intero. Ma che c'entra allora l'indagine di estorsione che la vede questa volta come parte offesa?
«Tutta la vicenda è nata in seguito all'acquisizione da parte della Procura di Milano di un dossier che includeva la corrispondenza tra l'avvocato Poncet e la signora Margherita Agnelli e che riguardava anche me e il mio avvocato svizzero. Dal dossier si evinceva chiaramente che io ero stato sottoposto a un lungo ricatto che aveva la finalità di farmi dichiarare il falso e così costruire delle "prove" che Margherita Agnelli avrebbe potuto utilizzare a suo favore nel processo da essa intentato a Torino contro Gabetti e Grande Stevens».

 

Fermiamoci un attimo e procediamo per ordine. Lei aiuta la signora Margherita a fare un accordo di divisione ereditaria. Lo studio legale per il quale lei lavorava era evidentemente al corrente della complessa e delicata assistenza che lei prestava alla signora. Qual è stato l'effettivo coinvolgimento dello studio in quella vicenda, tenuto conto che un importo, senz'altro rilevante, è stato pagato dalla signora a fronte dei servizi resi e dei risultati ottenuti nella trattativa, importo che in gran parte è poi risultato non dichiarato al fisco?
«Non rispondo a domande che riguardino lo studio legale per il quale all'epoca lavoravo. Al riguardo ho già detto tutto al sostituto procuratore di Milano».

 

Perché non intende parlare del suo ex studio?
«Se rispondessi a questa domanda, finirei di rispondere a tutte le domande che concernono lo studio. Ribadisco che ho assunto, io solo, tutta la responsabilità fiscale di questa vicenda, pagando di persona, come è noto, un prezzo elevatissimo, in termini economici e di immagine. La mancata dichiarazione fiscale di parte dell'importo corrisposto dalla signora Agnelli, fu in realtà frutto di un'intesa con la signora che aveva voluto "premiare" il risultato da me ottenuto al termine della trattativa con sua madre per la divisione dei cespiti inventariati del patrimonio dell'Avvocato Agnelli».

Un risultato che non sembra però oggi soddisfare Margherita.
«La signora fu soddisfattissima di tale risultato, del quale mi ringraziò pubblicamente e personalmente per anni».

 

Pubblicamente?
«Ci fu un comunicato stampa, in occasione del matrimonio di suo figlio John, in cui mi ringraziò e mise in evidenza che anche grazie al mio operato era stato possibile raggiungere un accordo soddisfacente per tutte le parti».

Insomma erano tutti d'accordo?
«Margherita conseguì grandi vantaggi economici. Le posso dire che il patrimonio inventariato dell'Avvocato Agnelli comprendeva cespiti del valore complessivo di circa 1,5 miliardi. Le ricordo che solo in tempi recenti, e per iniziativa della Procura di Milano che ha acquisito nella primavera 2009 le carte relative all'estorsione da me subita, è risultato chiaro che la signora ha avuto nel 2004, in sede di divisione del patrimonio di suo padre, valori complessivi pari a circa 1.200 milioni di euro. In soldoni circa 4-500 milioni in più di quelli che le sarebbero spettati se il patrimonio fosse stato ripartito fra lei e sua madre con criteri strettamente di legge».

 

Ma allora cos'è cambiato in Margherita Agnelli? Perché ciò che le andava bene ieri oggi non le garba più?
«La signora aveva un quadro definito del patrimonio off shore di suo padre già a fine 2003 ben prima di stipulare l'accordo divisorio con sua madre. Tra il 2003 e il 2007 non c'è stata, nonostante ciò che si è letto sui quotidiani, alcuna evidenza di un patrimonio ulteriore rispetto a quello noto alla signora al tempo della divisione con sua madre. Dunque la domanda che mi fa, la deve piuttosto fare alla signora Agnelli».

 

Perché, secondo lei, Margherita Agnelli non ha mai divulgato l'importo effettivamente conseguito in sede di riparto dell'eredità di suo padre?
«Come ora è divenuto noto, i cespiti più rilevanti dell'eredità presentavano problematiche fiscali che era bene non divulgare. Ma, a mio avviso, questa non è stata la sola ragione. La signora, promuovendo la causa a Torino contro Gabetti, Grande Stevens e sua madre Marella, doveva accreditare un'immagine pubblica di sé che la ritraesse come una vittima di malfattori, liquidata con "pochi spiccioli" e addirittura "coartata" a uscire dalla catena di controllo della Fiat. Mentre essa, in piena autonomia, si risolse a uscire dalla compagine perché il gruppo Fiat versava in condizioni disperate e lei, che aveva ereditato una quota di minoranza nella holding controllata da suo figlio, non contava e non avrebbe mai contato nulla».

 

Come fa a dire che l'unica figlia dell'Avvocato Agnelli e una delle sue due eredi, con la quota ricevuta in eredità, non poteva contare niente in Fiat?
«Margherita aveva ereditato il 37,5 per cento della società semplice (la Dicembre) a monte del gruppo Fiat. Lo statuto, del tutto legittimo, di questa società non consentiva alla minoranza di partecipare in alcun modo al controllo. Inoltre la madre di Margherita, che possedeva l'altro 37,5 per cento, aveva già espresso la volontà di cedere o donare la sua quota al nipote John, rendendo così impossibile a Margherita di salire in termini percentuali e confinandola così a un'eterna minoranza senza poteri».
 

Riprendiamo il filo. Come pensava Margherita, una volta sottoscritto un accordo di divisione, di ritornare sui suoi passi?
«Margherita si affidò ad abili consulenti della comunicazione che, attraverso continue, quasi ossessive, interviste e apparizioni sui media, e da ultimo anche un libro, costruirono l'immagine della sprovveduta casalinga, preda e vittima dell'establishment torinese e che aveva un solo obiettivo, di proteggere i figli di secondo letto (i De Pahlen, ndr) da ingiustizie perpetrate a favore degli altri tre figli (gli Elkann, ndr)».

Perché, non è così?
«L'obiettivo era la captatio benevolentiae del grande pubblico, interpretare la parte della mater dolorosa che tutto fa per proteggere i figli. È chiaro dunque che, se fosse divenuta pubblica la reale consistenza, ubicazione ed entità del patrimonio ottenuta da Margherita in sede di divisione ereditaria con sua madre, il mondo intero avrebbe capito che qualcosa nella ricostruzione dei fatti "spacciata" dalla signora, non tornava. Tenga conto poi che l'accordo firmato con sua madre nel 2004 era tale che, se si fosse scoperto in seguito un ulteriore tesoro riferibile al padre, esso sarebbe stato necessariamente diviso fra lei e sua madre in parti uguali. Salve restando eventuali donazioni fatte a terzi a valere sulla quota disponibile dell'eredità (un terzo del totale)».

 

E allora ecco il punto, la signora ha forse scovato un parte del patrimonio dell'Avvocato non compreso nell'accordo?
«Se lei avesse avuto inoppugnabile evidenza di un patrimonio ulteriore avrebbe ben potuto ottenere in giudizio la sua parte. In base a quanto ho letto, nessuna evidenza del genere è sin qui stata giudicata pregnante dalle autorità competenti».

La signora ha promosso l'azione al Tribunale di Torino anche per questo?
«Ne sono convinto. Ma il Tribunale ha rigettato tutte le sue domande e dunque non si è convinto delle sue allegazioni. Le prove addotte non sono state ritenute sufficienti».

 

Come si inserisce in tutta questa vicenda il presunto tentativo di estorsione che lei denuncia? Ciò che si è scritto, alla luce delle notizie apparse sui media, è che lei avrebbe subìto per anni un'estorsione che si fondava essenzialmente sulla sua fragilità fiscale e avrebbe avuto lo scopo di ottenere da lei denaro e dichiarazioni e testimonianze false. Ci vuole spiegare meglio la vicenda, e perché se davvero ricattato non denunciò subito le sue controparti, sottraendosi al piano ordito contro di lei?
«Guardi, all'inizio pensai che si trattasse di un malinteso. I rapporti miei e di mia moglie con Margherita e la sua famiglia erano talmente stretti, affettuosi e consuetudinari che le lettere, inviatemi già con intento estorsivo dall'avvocato Poncet nel primo periodo (maggio-settembre 2007), mi sembravano incompatibili con la Margherita che conoscevamo noi e piuttosto farina del sacco di Poncet e Abbatescianni che erano i suoi avvocati nella causa di Torino (contro Gabetti, Grande Stevens e Marella Agnelli).

 

In effetti era difficile immaginare che gli avvocati assumessero iniziative così gravi senza la piena condivisione e il mandato della signora, ma ho voluto sperarlo, almeno nei primi tempi. Senza contare poi che la signora - anche in quel periodo, come aveva fatto in tutti gli anni precedenti - continuava a chiamarmi, quasi a consultarsi ancora con me, chiedendo aiuto e consigli e mi invitò persino all'inaugurazione di una sua iniziativa benefica in autunno a Torino e alla messa in suffragio del fratello Edoardo. Mi fu subito chiaro che la signora e i suoi avvocati nella causa di Torino non disponevano, come ho già detto, di prove concrete a supporto delle loro tesi e che quindi avrebbero letteralmente fatto "carte false" per raggiungere i loro scopi».

 

E lei a quel punto che fece?
«Quando mi divenne chiaro che il piano che mi concerneva vedeva lei e suo marito Serge de Palhen quali protagonisti e mandanti, capii che la mia situazione era senza uscita. Fu allora (dicembre 2007) che decisi di rivolgermi a un eminente collega del foro di Ginevra perché mi assistesse e diedi incarico a Marc Bonnant di darmi una mano. Ero effettivamente disperato e - letteralmente - annichilito dal tradimento di Margherita per motivi che mi apparivano profondamente ingiusti.

Bonnant si rivelò un ottimo consigliere: mi disse fin da subito che la mia situazione era difficile perché all'epoca mi ero ingenuamente fidato della signora e non disponevo di prove per difendermi sul fronte fiscale. Le mie controparti erano perciò pronte a tutto per "spremere" da me quanto gli serviva e Bonnant considerò essenziale che noi si potesse provare in modo compiuto l'estorsione.

 

L'illustre collega confidava che Margherita e Poncet si sarebbero fermati prima del baratro, anche perché la signora - quale beneficiaria a suo tempo di un'immensa fortuna mai dichiarata al fisco italiano - avrebbe avuto anch'essa problemi evidenti se la vicenda fosse divenuta di dominio pubblico. Ma in ciò Bonnant si sbagliò perché la signora e Poncet andarono fino in fondo probabilmente perché, quando il loro gioco fu scoperto dalla Procura di Milano, si trovarono in un cul de sac.

E forse - con il senno del poi - ciò è stato un bene. In ogni caso l'intervento di Bonnant fu fondamentale per costituire la prova documentale dell'estorsione, data la propensione di Poncet a scrivere molto e ossessivamente alle sue controparti e soprattutto alla sua cliente, come è poi risultato chiaro da alcuni verbali delle riunioni interne del team di legali che assisteva Margherita (pubblicati dai giornali) e dalle lettere di rendiconto che lo stesso Poncet inviava a Margherita regolarmente.

 

Ciò che oggi mi appare evidente e che ho detto ai magistrati è che Margherita e suo marito Serge, fin dal 2004, pensarono di utilizzare la mia fragilità fiscale per ottenere futuri benefici. Certo all'epoca ero lungi dall'immaginare una cosa simile. La signora era pur sempre un'Agnelli e ritenevo quel nome incompatibile con un comportamento tanto bieco».

Per farla semplice. Lei ha detto ai pm che la signora Margherita Agnelli sin da subito le diede un compenso in nero, sapendo poi di far leva su di esso per ottenere da lei una dichiarazione contro Gabetti e Grande Stevens?
«All'epoca (2003-2004) un pensiero del genere neppure mi sfiorò. Oggi sono costretto a mettere insieme i pezzi del puzzle, e debbo ritenere assai probabile che la signora e il marito abbiano pianificato tutto fin dall'inizio. Ottenuto il denaro nel 2004, si potevano ottenere altri vantaggi, approfittando della mia fragilità fiscale».

 

Perché la sua testimonianza o dichiarazione giurata nel processo di Torino avrebbe assunto, per la signora Agnelli, un'importanza quasi capitale?
«Perché io trattai la divisione del patrimonio ereditario in prima persona con i miei interlocutori, cioè Donna Marella e Gianluigi Gabetti e questa circostanza avrebbe conferito credibilità a qualsiasi mia affermazione, resa nel contesto del processo torinese. Se io, costretto, avessi affermato il falso sotto giuramento, cioè che esistevano altri cespiti ereditari e che di ciò ero venuto al corrente nei miei colloqui riservati con le controparti, la posizione di Margherita nel processo di Torino si sarebbe enormemente rafforzata e lei probabilmente pensava di ottenere così ulteriori sostanziali vantaggi economici».

 

Quando le divenne chiaro che l'intento di Margherita era il medesimo dei suoi avvocati e quando prese coscienza del piano che la coinvolgeva?
«Come ho già detto alla Procura di Milano, Margherita e suo marito nell'autunno 2007 mi ricattarono apertamente e di persona e mi dichiararono la piena condivisione del piano messo a punto dai loro avvocati e già abbozzato nelle lettere che avevo ricevuto e negli incontri che avevo avuto con Abbatescianni a Milano. Il piano era persino semplice.

 

La difesa di Margherita nella causa di Torino non disponeva di prove concrete e univoche che inchiodassero Gabetti e Grande Stevens alle responsabilità che Margherita addossava loro in qualità di gestori del patrimonio personale e off shore dell'Avvocato Agnelli, né di indizi sufficienti a provare l'esistenza di ulteriori attivi riferibili all'Avvocato nascosti fuori Italia e a lei sottratti; ciò è risultato chiaro a tutti solo a marzo di quest'anno, in seguito al rigetto di tutte le domande di Margherita nella causa di Torino.

 

Ma a me fu chiaro già nel 2007, perché, sia gli avvocati di Margherita che lei medesima, mi chiesero con insistenza "collaborazione", preannunciando per iscritto la mia chiamata a teste nel processo di Torino. Mi fu chiaro allora (anche se la questione dell'affidavit falso è uscita dal cappello di Poncet solo nel 2008) che io avevo per loro un ruolo essenziale per ottenere vittoria nella causa di Torino.

In parole povere mi offrivano un parziale salvacondotto fiscale, in cambio di una falsa testimonianza e collaborazione nella costruzione di prove a carico di Gabetti e Grande, finalizzate a ottenere altro denaro da eventuali altri beneficiari del patrimonio dell'Avvocato. Si immagini che - per ottenere da me quel che volevano - Poncet, non solo mi bersagliò con una gragnuola di lettere ma mi sottopose anche a un interrogatorio durissimo durato ore nel marzo 2008, nel quale non ottenne nulla di utile per i suoi fini.

 

Per questo la rabbia della signora montò alle stelle. Mi divenne chiaro, nel corso di quell'interrogatorio, che la signora Agnelli non disponeva di evidenze relative al patrimonio nero di suo padre, diverse da quelle di cui già disponeva nel 2003».

Cosa vuol dire parziale salvacondotto fiscale?
«L'intenzione di Poncet, peraltro molto accuratamente descritta dallo stesso Poncet nella sua corrispondenza con Margherita, era di ottenere da me la restituzione quasi integrale del premio che la signora mi aveva corrisposto volentieri nel 2004, per pagare sé stesso e gli altri avvocati che assistevano all'epoca la signora e in più di ottenere da me la firma di un affidavit (dichiarazione giurata) che conteneva affermazioni spudoratamente false ai danni di Gabetti e Grande Stevens (oltre che di me medesimo), e che gli avrebbe poi consentito di propormi come teste chiave a favore di Margherita nel processo di Torino.

Margherita e Poncet, per dare un abito per così dire moralmente accettabile al loro programma, si inventarono nel 2008 uno strumento da utilizzare al momento opportuno: che io avrei fatto il doppio gioco, facendo più gli interessi di Marella Agnelli e dell'ingegnere Elkann che i suoi, al tempo del negoziato sulla divisione dell'eredità. Un'invenzione, certo, ma suggestiva per un pubblico che ancora la vedeva come vittima di un sopruso».

 

Mi scusi ma non vedo ancora alcun salvacondotto fiscale per quanto la riguarda.
«Penso che la signora accarezzò l'idea, suggerita anche da Poncet, che io alla fine accettassi di restituire quasi l'intera somma, pur di sottrarmi al ricatto. La signora sapeva bene che non avevo alcun documento o evidenza che mi permettesse una difesa davanti al Fisco per il pagamento che lei aveva volentieri disposto a mio favore.

Era invece evidente che, quand'anche avessi restituito nel 2008 il compenso ricevuto, sarei comunque rimasto ricattabile a quei fini. Anzi avrei in qualche modo fatto il loro gioco. Bonnant e io concludemmo che la signora e Poncet al tempo stesso erano sicuri della loro impunità e non potevano fare a meno della mia "collaborazione", al punto di non vedere che si trattava di proposta, non solo indecente, ma soprattutto per me moralmente inaccettabile e senza interesse».

Margherita aveva dei sospetti che qualcuno in particolare si fosse appropriato di una fetta nascosta dell'eredità?
«La signora aveva le idee piuttosto chiare sull'entità e su come l'eredità di suo padre era stata ripartita e - già nel 2003 - aveva accettato la divisione con sua madre, anche alla luce di ipotesi che avevamo a lungo discusso con lei, suo marito e l'altro consulente dell'epoca, avvocato Patry. Ma penso che Margherita non abbia mai davvero accettato il ruolo attribuito da suo padre a suo figlio John, molto legato anche affettivamente a Gabetti e Grande e che lei vedeva come usurpatore della funzione di capofamiglia.

 

Com'è noto, la designazione di John a quel compito proveniva dall'Avvocato e, in vita di suo padre, Margherita mai la contestò. Tale ruolo fu apparentemente accettato da Margherita in tutti gli anni che seguirono la morte del padre. Fu solo nell'agosto 2006 che Margherita, nel corso di una crociera sulla sua barca, mi disse che avrebbe visto bene suo marito nel ruolo di presidente della Fiat e che ciò avrebbe contribuito a tenere la sua famiglia unita».

Altro che presidenza, il marito di Margherita fu licenziato in tronco nell'autunno del 2005, dopo che l'accordo ereditario era stato firmato. Non proprio un gesto pacificatore da parte della famiglia, non trova?
«Concordo con lei, Margherita in realtà fu molto scossa dal licenziamento di suo marito. Licenziamento, anche a mio parere, quanto mai inopportuno. E che scatenò una grande rabbia nei confronti del figlio John e dei principali consiglieri di quest'ultimo. Forse questo fu un elemento dirompente che portò Margherita alla dichiarazione di guerra che conosciamo».

 

Margherita, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, la considera però l'amico che ha tradito. Lei nega qualsiasi sua accondiscendenza nei confronti di Gabetti, Elkann e Marella Agnelli, nel corso del famoso negoziato per l'eredità?
«La signora nel 2003 mi scelse come suo legale non certo per caso. Essa accettò ben volentieri la condizione che posi, che cioè si trattasse di un'assistenza volta a raggiungere un accordo fuori dalle aule dei tribunali.

 

Non solo per la delicatezza della vicenda che , in realtà , coinvolgeva tutta la famiglia Agnelli in un momento difficilissimo per il Gruppo Fiat, ma anche perché i miei rapporti con tutte le controparti di Margherita erano ottimi. Margherita, a ragione, pensava che avremmo ottenuto un risultato eccellente soltanto se l'interlocutore di Gabetti e di sua madre Marella fosse stato un professionista ben noto a loro e da essi stimato.

Tenga conto che l'affettuosa amicizia di mia moglie e mia con Suni Agnelli fu un elemento determinante nella scelta di Margherita, dato il ruolo di capofamiglia che Suni aveva inevitabilmente assunto dopo la morte dei fratelli. Il compito era difficilissimo e si giunse al risultato, dopo molte elaborazioni ed ipotesi, al prezzo di compromettere per gli anni successivi i miei buoni rapporti con Marella Agnelli e John Elkann.

Difatti mia moglie e io non abbiamo più rapporti con Donna Marella fin dall'autunno del 2003, cioè da quando si innescò un braccio di ferro che portò a Margherita la quota ereditaria che ora è nota, a tutto scapito di sua madre. Si tenga conto poi che io ho non ho mai lavorato per il Gruppo Fiat e non ho mai intrattenuto rapporti di lavoro con il dottor Gabetti che - per quanto fosse fra i più grandi amici di mio padre - non favorì mai qualsivoglia incarico professionale. Tanto meno, dopo la stipula dell'accordo ereditario nel 2004. Margherita sa benissimo che l'ho sempre assistita con diligenza e abnegazione e ha elaborato l'idea del mio tradimento solo perché funzionale a conseguire i suoi obiettivi».

 

Perché, secondo lei, Margherita - per il tramite dell'avvocato Poncet - la denunciò alla Procura di Milano e al Consiglio dell'Ordine per evasione fiscale solo nel maggio-giugno 2009?
«È semplice. Perché la Procura aveva nel frattempo acquisito tutte le carte relative all'estorsione da me subita e quindi apparve chiaro che, anche per questa ragione, io non potevo più essere utilizzato quale teste a favore di Margherita nel processo di Torino. Il gioco di Margherita e di Poncet era scoperto e quindi io ero una carta bruciata, per loro.

Quindi, un po' per vendetta, per essermi io rifiutato per due anni di aderire alle richieste pressanti di Margherita e di Poncet, un po' perché occorreva - come ho già detto - dare una veste di moralità apparente, e contrastare in qualche modo l'evidenza che di estorsione si era trattato, furono depositate le denunce contro di me per evasione fiscale. Denunce che si sono rivelate un boomerang... ».

Perché? Ce lo spiega meglio?
«Margherita mi è sempre parsa una donna tutt'altro che sprovveduta, a dispetto dell'immagine accattivante di donna ingenua e sempliciotta che per anni è riuscita a "vendere" ai media, come ho già detto poc'anzi. Con un certo acume mi scelse come negoziatore per ottenere la sua parte del patrimonio del padre. Donna attentissima al denaro e che personalmente, con l'aiuto del marito, si occupa benissimo dell'amministrazione del suo patrimonio.

Purtroppo per lei, si è convinta, col tempo, di beneficiare di una sorta di impunità, legata al suo nome e al timore reverenziale che esso poteva incutere nelle istituzioni italiane e persino nei giudici. Questo è stato il suo errore, pensare che tutto a lei fosse consentito, e di conseguenza ai suoi avvocati. Per la signora e il marito, come ho dovuto realizzare negli ultimi tre anni, il fine giustifica sempre i mezzi. Ricattarmi per ottenere da me denaro e falsa testimonianza era, ai loro occhi, giustificato, dall'esigenza di far male a Gabetti, Grande e a John Elkann, per ottenere altro denaro.

Un circolo vizioso nel quale si sono esaltati, certi dell'impunità. Ma ora dovranno accettare che la legge italiana si applica anche a chi porta il nome Agnelli e in ogni caso i tempi sono cambiati dai gloriosi dell'Avvocato. Il mito è caduto, perché la signora ci ha obbligati a vedere quel che prima era impensabile.

Ma con la caduta del mito e il trasparire della verità, la signora ha perso ogni possibile credito, quale erede di un uomo che - nel bene e nel male - ha rappresentato l'Italia industriosa per una cinquantina d'anni. Ora la palla è passata alla magistratura inquirente che, mi auguro davvero, farà luce su questa orribile vicenda. Ma ancora non dormo la notte, l'incubo di questi anni è ancora nella mia testa. Non mi capacito di un tradimento "iniettato" goccia a goccia, messo in atto con così premeditato accanimento».
(1. Continua)

 26-04-2010]

N BASE AI DOCUMENTI RISERVATI PER LA SPARTIZIONE DELL’EREDITÀ, IL PATRIMONIO DI GIANNI ERA DI 1,6 MILIARDI (SALVO TESORETTI OFF-SHORE) - MARGHERITA TENTÒ DI ENTRARE NELLA CASSAFORTE DEL GRUPPO PER ARRIVARE ALLA FIAT, MA UMBERTO BLOCCÒ L’OPERAZIONE - MARGHERITA QUERELA LA GOLA PROFONDA GAMNA... 1 - ECCO LA VERITÀ SUL TESORO DELL'AVVOCATO...
Nicola Porro
per "Il Giornale"

 

Ma quanto era ricco l'Avvocato Agnelli? Per anni si è favoleggiato di un'immensa fortuna. Ma solo al momento dell'apertura del suo testamento si è fatta chiarezza. Si può subito dire che secondo le carte ufficiali, ma segrete, della divisione ereditaria l'Avvocato «valeva» poco più di 1,6 miliardi di euro. Poco? Tanto? Dipende ovviamente dai punti di vista.

 

Il Giornale è entrato in possesso di molti dei documenti riservati che hanno portato alla divisione tra i suoi unici due eredi: la figlia Margherita e la moglie Marella. Alcuni sono conservati alla Commission de taxation di Ginevra per una causa che Margherita ha intentato al suo legale dell'epoca, Jean Patry. Ulteriore documentazione è invece depositata alla Procura di Milano dove è presente una denuncia di estorsione proprio nei confronti di Margherita.

 

Le questioni fondamentali che si aprono alla morte dell'Avvocato sono due. Come sistemare la catena di controllo della Fiat e come dividere gli attivi, per la gran parte esteri. Quel che è certo, è che per la figlia Margherita oggi la divisione fatta sottostima l'entità reale del patrimonio del padre.

L'ASSETTO DELLA FIAT
La casa automobilistica è controllata al 30 per cento da alcune finanziarie (Ifi-Ifil) che a sua volta sono controllate da una società in accomandita (la Giovanni Agnelli sapa). L'Avvocato aveva le chiavi dell'accomandita, la quota rilevante del 30 per cento, attraverso una scatoletta giuridica che si chiama Dicembre.

 

Facciamola semplice: chi possiede il controllo di Dicembre controlla la Fiat. Il valore della Dicembre al momento della morte dell'Avvocato è ovviamente condizionato dalla pessima situazione della Fiat: Dicembre valeva più o meno 300 milioni.

Quando muore l'Avvocato ci sono quattro soci paritetici: Gianni Agnelli, sua moglie Marella, sua figlia Margherita e il nipote John. Nel 1996, poco prima di una delicata operazione al cuore, l'Avvocato in una contestatissima lettera aveva scritto che in caso di morte i suoi poteri in Dicembre sarebbero passati al nipote e a nessun altro.

Non solo. Aveva anche stabilito che la sua quota del 25 per cento sarebbe stata divisa tra gli altri tre soci. Fu una delle prime contestazioni che gli avvocati di Margherita (Gamna e Patry) tirarono fuori. Non si può spalmare il 25 per cento della società su tre fette, ma per il diritto successorio italiano va diviso solo per due: la moglie e la figlia.

 

Secondo quanto risulta dalle carte di cui è in possesso il Giornale, Margherita ottenne la sua prima vittoria. La quota del padre fu divisa secondo la legge italiana e lei salì al 37,5 per cento della Dicembre. Comunque ininfluente per comandare. Era già stabilito il ruolo di John, suo figlio, come leader assoluto. E comunque sua madre Marella avrebbe ceduto gran parte della sua quota proprio a John, assecondando le volontà dell'Avvocato, facendolo così arrivare a una maggioranza schiacciante.

 

È a questo punto che gli avvocati di Margherita tentano il colpaccio: a che serve una quota di minoranza in Dicembre, pensano. Tanto vale cederla per ottenere in cambio una fetta dell'Accomandita, dove siedono tutti i membri del clan Agnelli.

 

La trattativa continuò fino all'estate del 2003. Susanna Agnelli (la sorella dell'Avvocato più ascoltata) aveva già fatto delle verifiche positive con le sorelle, ma il netto rifiuto arrivò da Umberto Agnelli, allora presidente dell'Accomandita. Il padre di Andrea, che proprio tra pochi giorni entrerà nell'accomandita, in una telefonata (voluta da Suni) informò Gamna di considerare improcedibile l'ingresso di sua nipote Margherita nella Giovanni Agnelli sapa.

 

In un pranzo di Santo Stefano (a cui partecipò anche l'allora banchiere di Lehman Ruggero Magnoni, oltre a Lupo Rattazzi) Margherita e suo marito manifestarono (secondo quanto è in grado di ricostruire il Giornale) il loro esplicito pensiero sulla pessima condizione in cui versava il gruppo e l'intenzione di lasciarlo al proprio destino. Ciò però non toglie che un tentativo di mantenere un piede in Fiat (via accomandita) fosse stato, con scarso successo per l'ostilità di una parte della famiglia, tentato.

 

Margherita vende dunque la sua quota alla madre Marella. La transazione da conti Morgan Stanley, avviene tra due residenti all'estero (entrambe le donne non vivono in Italia) e dunque frutta 105 milioni netti. È il primo pezzo dell'eredità dell'Avvocato. Non enorme in termini relativi. Ma determinante nei rapporti della famiglia.

Margherita capisce che il clan non la vuole in Fiat (ma che ben può rimanere come minoranza in Dicembre, e ci mancherebbe altro) o se si preferisce realizza come la volontà del padre di mantenere in una sola persona il comando del gruppo (il nipote John) è cosa per cui tutti lavorano.

 

IL PATRIMONIO DELL'AVVOCATO
La determinazione del patrimonio dell'Avvocato si rivelerà tecnicamente ben più difficile della sistemazione della catena di controllo Fiat. Per un motivo molto semplice: la gran parte era all'estero, off shore. Margherita Agnelli riceve subito un'informativa da parte di un consulente del padre, Siegfried Maron, su una serie di attivi esteri del valore di circa 600 milioni di euro. Sei volte il valore della strategica quota di Dicembre.

È evidente che le cose si complicano. L'Avvocato stabilisce di avere due soli eredi e inoltre che a comandare in Fiat sia John, ma come individuare tutti gli attivi del Senatore? L'estratto conto di Maron rappresenta il tutto? E ciò che non si vede, sempre che esista, a chi finirà? Gli avvocati e i consulenti di Margherita (il più attivo è il signor Fontugne di Jp Morgan) faranno delle presunzioni.

 

In particolare prenderanno in considerazione alcune grandi operazioni estere realizzate nel passato (l'opa su Exor, l'Ifint in Asia) che avrebbero potuto generare provvista per l'Avvocato. Secondo quanto risulta dalle carte di cui è in possesso il Giornale, i consulenti di Margherita avevano valutato il patrimonio «nell'intorno di 2-3 miliardi di dollari».

Tenendo in considerazione che l'Avvocato avesse perso con il primo sboom della New Economy del 2001 e che avesse donato in vita a terzi parte del suo patrimonio, la stima di 1,6 miliardi di euro a cui si arrivò con i documenti disponibili era da considerare più che attendibile.

La cifra è bene tenerla a mente. Alla fine di tutta la nostra vicenda, a Margherita verranno attribuiti attivi per circa 1,2 miliardi di euro, assai più della sua quota di legittima eredità. Ma tenendo conto che una parte del patrimonio poteva essere sfuggita (anche per donazioni fatte in vita dall'Avvocato) al momento della successione tutti consideravano l'operazione equa.

Fu così firmato a metà febbraio del 2004, a circa un anno dalla scomparsa dell'Avvocato, «un accordo divisorio che aveva altresì valenza di accordo per la successione della madre Marella».Questo è un punto delicato, che conviene esplicitare.

 

LA QUOTA EREDITARIA
Margherita ottiene più del 50 per cento della legittima quota ereditaria (sempre che i calcoli fatti all'epoca siano giusti). Marella accetta questa divisione apparentemente a lei sfavorevole anche perché la figlia Margherita si impegna a non pretendere più nulla al momento della morte della madre stessa.

Fantafinanza? Mica tanto. Le due donne in quanto entrambe residenti svizzere possono (secondo una convenzione italo-elvetica) fare anche patti successori contro la legge italiana. Certo ogni accordo verrebbe meno se una delle due donne ritornasse residente in Italia. Ma questo è un altro capitolo.

Il dettaglio dell'eredità Agnelli che finisce a Margherita è a questo punto presto fatto. I primi cento milioni sono quelli di cui abbiamo già parlato e che rappresentano la quota in Fiat. Altri cento milioni l'avvocato Agnelli li aveva donati alla figlia nel 1999. Margherita incasserà inoltre tutti e 600 i milioni del cosiddetto conto Maron. In totale siamo arrivati ai primi 800 milioni esentasse. A questi si debbono poi aggiungere circa 150 milioni di euro in quadri.

Su questo capitolo la valutazione di David Somerset (grande amico dell'Avvocato e undicesimo Duca di Beaufort) viene considerata dai più molto inferiore alla reale consistenza. I quadri (ad esempio quelli della casa di Roma a due passi dal Quirinale) sono per la maggior parte con certificato di temporanea importazione: dunque roba perfetta da collocare sul mercato. C'è chi dice che i soli quattro Klimt della sala da pranzo della casa di Saint Moritz possano valere 150 milioni.

Ecco appunto le case. Quelle italiane (compresa Villar Perosa) vanno tutte a Margherita, per un valore stimato di 45 milioni. Gli avvocati di Margherita ottengono inoltre che anche l'appartamento di New York e quello di Saint Moritz (che risulterebbero già di proprietà di Marella) vengano «collazionati» e cioè riconsiderati nel calderone successorio. Alla fine verranno comunque attributi a Marella.

Con quadri, barche e immobili siano arrivati a circa un miliardo di euro. Ai quali aggiungere infine 150 milioni di liquidi e titoli. Questi ultimi sono gli unici quattrini che l'Avvocato aveva in Italia, alla luce del sole. Erano su un conto scudato, cioè rientrati anni prima grazie allo scudo fiscale di Tremonti. Il totale era di circa 250 milioni: diviso questo al cinquanta per cento tra madre e figlia.

2 - DIFESA: MARGHERITA QUERELA GAMNA...
Da "Il Giornale" - Margherita Agnelli si prepara, tramite i suoi legali, a querelare l'avvocato Emanuele Gamna per l'intervista rilasciata ieri al vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, sulla battaglia legale da lei stessa intentata per scovare il presunto «tesoro» nascosto del padre, Gianni Agnelli. Lo annuncia la stessa figlia dell'Avvocato.

«Il Signor Serge de Pahlen e la signora Margherita Agnelli comunicano - si legge - di aver dato mandato agli avvocati Andrea e Michele Galasso del Foro di Torino, per sporgere denuncia querela nei confronti dei responsabili (in primo luogo l'avvocato Emanuele Gamna) per i contenuti palesemente diffamatori espressi nell'articolo comparso sul quotidiano Il Giornale in data odierna (ieri, ndr), nella serena certezza di veder ristabilita la verità e fatta giustizia dall'autorità giudiziaria italiana nella quale si ha piena fiducia».

 [27-04-2010] 

DOMPÈ COMPRA CASA AGNELLI PIAGGIO ...
Il mercato immobiliare di Portofino è in fermento. L'ultima proprietà a passare di mano è stata Villa Gli oleandri, 500 metri quadrati a strapiombo sugli scogli e vista mozzafiato, donata nel 1959 da Umberto Agnelli alla moglie Antonella Bechi Piaggio. Pochi giorni fa l'ha acquistata l'imprenditore farmaceutico Sergio Dompè dalla famiglia Campeti per una cifra che si aggira intorno ai 15 milioni di euro.

 

Ma sul mercato c'è anche Villa Altachiara, da dove nel 2001 precipitò in mare Francesca Vacca Agusta: dopo una lunga querelle giudiziaria, il tribunale di Chiavari l'ha messa all'asta per saldare i debiti residui con fisco e avvocati. La base d'asta è 40 milioni di euro per 38 stanze su due piani, dépendance, eliporto e parco privato. Circa 25 milioni, invece, è la cifra intorno alla quale secondo le voci del borgo l'armatore greco Georgiu Procopiu sarebbe pronto a cedere Villa Cristina, gioiello liberty dai toni pastello con imbarcadero privato.

Appartenuta prima ad Arnoldo Mondadori e poi al finanziere napoletano Francesco Ambrosio, che ne cambiò la denominazione in Villa Ambrosio, Procopiu l'aveva rilevata dai liquidatori per 15 milioni. Ora, dopo solo due anni, si sarebbe già stufato e ha incaricato della trattativa un'agenzia di Rapallo. Che ha già in mano due proposte importanti. (G.F.)

  01.05.10

 

LA VERSIONE DI GABETTI - "LA MIA VITA CON LA FIAT, DALL´AVVOCATO A MARCHIONNE" - "VERSO LA FINE MI CONGEDÒ CON UNA SPECIE DI SALUTO MILITARE, POI MI PRESE LA MANO E SE LA APPOGGIÒ ALLA GUANCIA: TENGA UNITA LA FAMIGLIA" - "un giorno Donna Marella mi disse: lei è forse il suo miglior amico. Risposi di no, l´amicizia è solo tra pari. Il rapporto era come tra un generale e un suo colonnello" - "UNICO DISACCORDO IN PIÙ DI 20 ANNI? ERO CONTRARIO ALL´ACQUISTO DEL CORRIERE. E FUI ASCOLTATO"...

Salvatore Tropea per "la Repubblica"

Dottor Gabetti, una vita con la famiglia Agnelli. Perché adesso lascia e va in pensione?

«Perché non credo ci sia più bisogno di me. La rotta è chiara, le persone giuste sono al posto giusto. Lo meditavo da tempo e adesso posso chiudere. Avevo ricevuto l´incarico sei anni fa, in una situazione di emergenza. Quando Umberto mi ha richiamato, mi ha detto che era per un anno...».

 

Ma quando ha cominciato a Torino, nel ‘71, pensava di fermarsi così a lungo?

«No. Avevo lavorato alla Comit con Mattioli, che però conobbi solo il giorno in cui me ne andai, e a Ivrea con Adriano Olivetti. Con Gianni Agnelli siamo andati avanti per più di vent´anni, senza un vero screzio, soltanto con qualche differenza d´opinione».

 

Ad esempio?

«L´acquisto del Corriere della Sera. Io ero contrario, glielo dissi e lui mi ascoltò. Capivo gli interessi visibili che si muovevano dietro, e anche qualcosa di oscuro».

Possibile che non abbia mai litigato con Agnelli?

«Possibilissimo, perché c´era una ricetta di garanzia. Con tutta quella gente che cercava un rapporto amichevole con Agnelli, o lo millantava, io non l´ho mai nemmeno chiamato "avvocato", ma sempre presidente. C´era uno scambio di sentimenti, questo sì, molto forte».

Come la considerava l´Avvocato: amico, manager o consigliere?

 

«Un manager. Quando stava ormai molto male, un giorno Donna Marella mi disse: lei è forse il suo miglior amico. Risposi di no, l´amicizia è solo tra pari. Il rapporto era come tra un generale e un suo colonnello».

Un manager sa dare consigli sgraditi?

 

«Quando è necessario sì. Ad esempio la governance della famiglia, con la maggioranza di controllo Fiat e Ifi: avevo capito che quel sistema notarile basato sui patti di sindacato era vecchio. Avevo studiato il trust dei Rockfeller. Dissi all´Avvocato che il meccanismo Fiat non funzionava più, proponendo l´accomandita, dopo aver esaminato il problema con Franzo Grande Stevens e con Cuccia che non sembrava tanto interessato al cambiamento. Poi l´Avvocato, Umberto e Nasi accettarono, e siamo ancora lì: gli azionisti della famiglia sono circa 70».

Margherita Agnelli sostiene che lei ha gestito anche il patrimonio privato, nascosto e in nero dell´Avvocato.

«Può dirlo solo chi non conosceva i nostri rapporti: per dirla all´inglese, è stato sempre un rapporto a distanza di braccio. L´Avvocato non mi ha mai chiesto di gestire i suoi beni personali. E questo perchè avrei potuto prenderla come una diminutio del mio ruolo, una cosa da "ragiunat". Io ho servito un sistema che aveva un grande peso nel Paese, non una persona. Il fatto che la magistratura riconosca la mia correttezza mi conforta. Mi auguro che torni la pace nella famiglia».

 

Ma l´Avvocato, che era così preoccupato per la sua immagine, non ha pensato alla vergogna postuma per quel tesoro in nero?

«Io non ne ho mai avuto la percezione. L´ho sempre considerato un patrimonio di Donna Marella. Non ho mai avuto l´occasione di occuparmene e non era quello il mio mestiere».

Dottor Gabetti, l´Avvocato le ha mai dato un ordine?

 

«Gli ordini si danno solo a chi è recalcitrante. Si è imposto però una volta, quando hanno rapito e poi ucciso Oberdan Sallustro, direttore Fiat in Argentina. Lo vidi sconvolto, andò a casa. Pensai che poteva partire d´impulso per l´Argentina e corsi in auto a Caselle. Arrivammo insieme e gli dissi: non deve andare. Rispose: vado. Allora è deciso, aggiunsi, vengo con lei, è pericoloso. No, concluse: le ordino di restare qui, se succede qualcosa a me, lei deve essere qui».

L´ingresso e poi l´uscita degli azionisti libici sono stati un trauma per voi e per lei che ha vissuto in diretta quei momenti?

 

«No. Per l´ingresso avevamo trattato per sei-sette mesi in gran segreto e quello fu un capolavoro di Cuccia. Poi, con l´aumento delle tensioni tra la Libia e gli Usa si pose il problema dell´uscita dei libici. La trattarono Romiti e Cuccia. Quando l´Avvocato mi informò, dissi che il prezzo non andava bene e chiesi: posso provarci? Negoziai con Abdullah Saudi, che era molto abile: spuntai 500 milioni, e i libici uscirono».

In quel periodo lei sapeva che Umberto Agnelli aveva deciso di candidarsi con la dc al Senato?

 

«Per nulla, quando me lo disse, spiegandomi che lo sentiva come un dovere e non poteva sottrarsi, io caddi dalle nuvole. Ma durò poco. Come durò poco, ancor meno, la triade di amministratori delegati, De Benedetti, Romiti e Tufarelli: una governance troppo complicata. Quando De Benedetti uscì non fui sorpreso».

Lei come è sopravvissuto in mezzo alle tensioni tra i due fratelli Agnelli?

 

«Guardi che si rispettavano molto, le tensioni le immaginavo talvolta, ma non ne parlavano con me. Quando ci fu l´aumento di capitale nel ‘93, Cuccia chiese a Romiti e all´Avvocato di rimanere al loro posto, per volere delle banche, in un momento in cui le cose non andavano bene. Umberto era in quel momento il presidente designato dal fratello».

 

Fu quello un momento in cui Mediobanca sembrava diventata padrona della Fiat, dica la verità, con Romiti uomo del nuovo padrone.

«E´ un po´ un´altra leggenda metropolitana. Non ho mai avuto paura che potesse accadere ciò. L´Avvocato era convinto che suo fratello sarebbe stato un ottimo presidente. E si comportò a modo suo: da un lato investendo su Giovannino, il figlio di Umberto, che gli piaceva molto; dall´altro lato, poiché Cuccia aveva chiesto di far cadere il limite dei 75 anni per uscire dal Consiglio, lui senza dire nulla a nessuno il giorno dei suoi 75 anni annunciò al Consiglio che quel limite era ripristinato, dunque lui se ne andava. Lasciava campo libero alla presidenza di Romiti: ma soprattutto accorciava la sua durata».

 

Edoardo, figlio dell´Avvocato, non è stato mai preso in considerazione come successore?

«Edoardo era intelligente, sensibile, vivace, ma non era tagliato per la routine dell´azienda. Aspirava ad affermarsi in modo diverso, aveva altre idee. Seppi della sua morte mentre stavo per imbarcarmi su un aereo. L´Avvocato mi disse: si è gettato da un ponte».

Lei che rapporto aveva con Romiti?

«Diretto, qualche volta brusco. Non ho mai cercato di imporre niente e non ho preteso di fare il guardiano della corona. Mi ero trasferito a Ginevra, pensavo di aver chiuso».

 

L´uscita di Romiti dalla Fiat segnò la fine di un´epoca?

«Con Fresco l´Avvocato era convinto di aver trovato l´uomo giusto. Ma Fresco non aveva la percezione della serietà dei problemi Fiat. Era un banchiere d´affari e non un gestore di un´azienda industriale. E infatti, se si pensa che il grande job di Fresco era quello di trovare un partner, possibilmente americano come voleva Agnelli, bisogna dire che con GM riuscì perfettamente».

Poi Umberto pensò di sostituire Fresco con lei e Galateri con Bondi: come andò?

 

«Umberto guidava la holding, era nei suoi poteri. Mi chiamò un sabato, mi chiese di andare a casa sua alla Mandria e me ne parlò. C´era Bondi. Io dissi che non mi sentivo pronto, ma lui andò avanti. Scoppiò un finimondo, si mossero anche le banche, che non vedevano di buon occhio Bondi e la cosa si bloccò: e non mi fece affatto dispiacere».

Umberto portò quindi Morchio alla guida e quando poi questi tentò la scalata alla presidenza lei lo bloccò: è così?

«Sì. La disponibilità di Umberto alla presidenza Fiat fu un sollievo per l´Avvocato, ormai alla fine. Non ci eravamo mai stretti la mano, se non la prima volta, ma in quei giorni mi congedò con una specie di saluto militare, poi mi prese la mano e se l´appoggiò alla guancia: tenga unita la famiglia, mi disse».

E lei li unì contro Morchio?

«Umberto era morto, Morchio convocò un Consiglio straordinario per il giorno dopo. Mi aveva già detto che poteva far tutto da solo. Riunii la famiglia: può chiederci di fare insieme il presidente e l´amministratore delegato, cosa rispondete? Lei, mi chiesero, cosa suggerisce? Di rispettare le nostre regole, il presidente rappresenta l´azionista e per questo ruolo propongo Montezemolo. Accettarono, Susanna in testa. Qualcuno chiese: e se Morchio se ne va? Io ho un nome in testa, risposi».

 

Era Marchionne?

«Sì. Lo aveva portato in Consiglio Umberto. Gli avevo parlato, in quei giorni, e avevo sondato la sua disponibilità. Chiese di riflettere. Mentre Umberto stava morendo, John Elkann andò da lui e ottenne il consenso. Il mattino decisivo io e John vedemmo Morchio dieci minuti prima del Consiglio. Noi, dicemmo, siamo contenti del suo lavoro, che speriamo prosegua però proporremo Montezemolo presidente. Lui disse: non ne ho bisogno, faccio da solo. Ma ne ha bisogno la società, rispondemmo. Allora io vado via, fu la conclusione. Così la guida Fiat passò a Montezemolo e Marchionne. Diciamo che abbiamo avuto fortuna».

 

Ma quella di Marchionne è fortuna o metodo?

«E´ testa. Mai vista una testa così organizzata. Per l´affare GM abbiamo passato giorni e notti insieme. Lui elabora un piano, e intanto la mano corre al mouse, sposta cifre sul computer, passa dal magazzino alle vendite, e il piano prende forma quasi fisica. Ha l´azienda in testa, non ha bisogno di carta e di cifre: e non ha sbagliato una previsione».

E John? Lo ha designato l´Avvocato?

«La prima volta me ne ha parlato dopo aver passato una sera con lui a Parigi: Gabetti, quel ragazzo è da tenere d´occhio. Io l´ho preparato, e un anno e mezzo fa ho detto: è pronto. Adesso non ha più bisogno di me».

 

Lo ammetta, avete preparato lo sganciamento della Fiat da Torino, e della famiglia dalla Fiat: è vero?

«Non abbiamo mai fatto uscire niente dall´Italia, anzi. L´ultimo aumento di capitale, la famiglia lo ha fatto al momento del convertendo. Avrebbe perso il controllo, e ha detto di no. Quanto a Torino, la penso come Marchionne: bisogna avere radici profonde, ma orizzonti ampi. Adesso abbiamo le due cose».

Eppure le vicende giudiziarie sul meccanismo dell´equity swap col quale la famiglia Agnelli, mediente la società Exor, ha conservato il controllo della Fiat, hanno gettato qualche sospetto.

 

«Abbiamo fatto quanto dovevamo fare con scrupolo per la legge, come ho ribadito nella mia deposizione di ieri in tribunale».

Lei resterà a Torino?

«Anch´io ho le mie radici, e sono qui. Ma le confido un segreto: non ho casa a Torino, vivo in albergo, davanti al Lingotto. Vuol dire che passerò più tempo nella mia casa nelle Langhe»

 

[12-04-2010]

 

 

 

Finanza: G.Gabetti indagato a Milano per tesoro estero Agnelli (Panorama)

 

MILANO (MF-DJ)--Gianluigi Gabetti, presidente uscente della Giovanni Agnelli & C Sapaz, la societa'-cassaforte della famiglia Agnelli, e' indagato dalla procura di Milano.

Lo si legge in un lancio stampa di Panorama che anticipa il numero in edicola da domani, venerdi' 16 aprile. Partendo dalla scia lasciata da Emanuele Gamna, in passato avvocato di Margherita Agnelli e da circa un anno al centro di un intricato caso giudiziario che lo vede contrapposto a Charles Poncet (anche lui ex legale della figlia dell'Avvocato), i pm milanesi Eugenio Fusco e Gaetano Ruta sarebbero risaliti ad alcuni conti svizzeri riconducibili a Gianni Agnelli.

Ora, secondo Panorama, stanno indagando anche su alcune societa' del Liechtenstein. Il nome di Gabetti si aggiunge cosi' a quelli dell'avvocato svizzero Poncet e di Margherita Agnelli de Pahlen, iscritta nel registro degli indagati gia' nel novembre scorso. com/v

14.04.10

 

AGI) - Torino, 15 apr - "Con riferimento ad una presunta mia iscrizione nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Milano, anticipata oggi dal settimanale Panorama, preciso di non aver ricevuto ne' atto ne' comunicazione alcuna.
  Pertanto la motizia mi risulta del tutto non veritiera". Cosi' Gianluigi Gabetti, presidente uscente della Giovanni Agnelli & C, a proposito di quanto anticipato da Panorama. E fonti giudiziarie milanesi confermano che il nome di Gabetti non e' iscritto nel registro degli indagati nell'ambito dell'indagine sull'eredita' Agnelli.(AGI) Chc

 

GUP MILANO CONDANNA EX LEGALE MARGHERITA A UN ANNO E DUE MESI...
(Adnkronos)
- Il gup di Milano Andrea Ghinetti ha condannato nel pomeriggio a un anno e due mesi, con pena sospesa, Emanuele Gamna, ex legale di Margherita Agnelli, accusato di evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato. La vicenda fa riferimento alla maxi parcella da 15 milioni di euro versata da Margherita Agnelli a Gamna per la causa sull'eredita' dell'Avvocato. Il legale ha gia' risarcito lo Stato per un importo pari a 10 milioni e 300 mila euro. Per Gamna il pm Eugenio Fusco aveva chiesto una condanna a due anni e quattro mesi.

03.03.10

AGNELLI: ERARIO INCASSA 10,3 MLN EURO DA EX LEGALE MARGHERITA...
(Adnkronos)
- E' di 10,3 milioni di euro l'importo, incassato dall'erario in tempi record, che Luigi Emanuele Gamna, legale di Margherita Agnelli, ha versato allo Stato. Cosi', in meno di dieci mesi, i finanzieri del gruppo della Guardia di Finanza di Milano hanno concluso l'inchiesta condotta dai pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta in relazione all'ipotesi di evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato.

 

I militari, nel maggio 2009, nel corso di una verifica fiscale in uno studio legale milanese erano venuti in possesso di documenti riconducibili all'eredita' della famiglia Agnelli e legati a una maxi parcella di circa 15 milioni di euro, "in gran parte occultata al fisco italiano, pagata da Margherita Agnelli -spiegano gli investigatori- su un conto cifrato svizzero riconducibile all'avvocato Gamna". Si chiude cosi', concludono gli inquirenti, "la prima parte della complessa indagine".

 

 

 

JOHN ELKANN E IL GOTHA ITALICO (SCARONI, COLANINNO, ERMOLLI) IN MISSIONE A PARIGI CHEZ NONNO BERNHEIM - IL PRODINO TONONI SEPARATO IN CASA GOLDMAN (PRIMA DELL’ADDIO RESTA COME ADVISORY DIRECTOR) - SINISCALCO NEO BOSS DI ASSOGESTIONI VOLA A LONDRA DAI GRANDI FONDI IN CERCA DI ALLEANZE…

A cura di Carlo Cinelli e Federico De Rosa per "CorrierEconomia" del "Corriere della Sera"

 

1 - In America a quanto pare le sliding doors hanno smesso di funzionare. Da Goldman Sachs a Londra, invece, girano ancora benissimo. Almeno per Massimo Tononi. L'investment banker, passato da Goldman a Palazzo Chigi con Romano Prodi, e poi rientrato alla base, sarebbe di nuovo in uscita. Qualche settimana fa Tononi ha chiesto di non essere più partner nella banca d'affari. Che lo ha accontentato, ma senza concedergli il divorzio. Il banker, almeno per un po', andrà ancora in Fleet Street, ma come advisory director.

 

2 - Si è insediato da appena una settimana alla guida di Assogestioni ma non ha perso tempo Domenico Siniscalco. Giovedì scorso, l'ex ministro dell'Economia e numero uno in Italia di Morgan Stanley è volato a Londra. Destinazione: gli uffici della Icgn, l'International corporate governance, ossia la più grande piattaforma al mondo degli investitori istituzionali internazionali.

Quelli che tradizionalmente votano «con i piedi» e si fanno vedere poco alle assemblee di Piazza Affari. Dove Assogestioni e i fondi italiani invece sono sempre presenti, ma poco pesanti. In vista dell'apertura della stagione assembleare, e del rinnovo di alcuni consigli, Siniscalco è andato a cercare alleanze. Almeno per gli appuntamenti più importanti e, quest'anno, ce ne sono almeno un paio.

 

3 - Lo sa bene il presidente uscente delle Generali. Antoine Bernheim subito dopo Pasqua metterà attorno al tavolo, a Parigi, l'élite della finanza transalpina a confronto con una squadra altrettanto nutrita di manager e imprenditori italiani «guidati da John Elkann.

Il presidente di Exor porterà nella capitale francese per il forum di dialogo italo-francese uno dei superconsulenti del gruppo Agnelli, Gerardo Braggiotti, insieme a un pattuglione di grandi manager: Paolo Scaroni (uno dei temi ufficiali di confronto è l'energia verde), ma anche Bruno Ermolli (l'altra questione sul tavolo è la cooperazione nel Mediterraneo) e Roberto Colaninno.

 

A fianco di Bernheim saranno schierati la presidente della Confindustria francese Laurence Parisot e il numero uno del Crédit Agricole Renè Carron. La pattuglia energetica transalpina sarà composta dal presidente del consiglio di sorveglianza di Areva, Jean Cyril Spinetta e dal chairman di Total, Thierry Desmarest. Padrona di casa a Bercy il ministro delle finanze, Christine Lagarde.

[29-03-2010]

 

 

LUPI & AGNELLI, SPUNTA "MISTER X" SUPERTESTIMONE SUI CONTI ESTERI - L´UOMO MISTERIOSO CHE SA TUTTO SUL TESORETTO SAREBBE UN NOBILE ESPERTO DI ALTA FINANZA che ha già fatto conoscere al pm i numeri di conto - Alcuni particolari sulle proprietà estere delle famiglia sarebbero stati forniti ai magistrati dalla stessa Margherita Agnelli...

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "la Repubblica"

C´è un supertestimone nell´indagine della procura milanese sui conti esteri degli Agnelli. Un supertestimone che ha già fatto conoscere al pm Eugenio Fusco i numeri di conto sui quali, a suo dire, sarebbe nascosto il tesoro off-shore della famiglia. Un supertestimone che sarebbe uscito dall´ombra nei mesi scorsi per raccontare la sua verità sui conti, sulle società estere, sulle triangolazioni che sarebbero servite a occultare danaro oltralpe. L´accusa è pesante e i pm milanesi starebbero verificandola nel merito.

Così nelle settimane scorse, in gran segreto, è partita per la Svizzera una rogatoria con le richieste di acquisizione dei conti correnti bancari sospetti. Alcuni particolari sulle proprietà estere delle famiglia sarebbero stati forniti ai magistrati dalla stessa Margherita Agnelli, interrogata nelle scorse settimane perché coinvolta in un rivolo secondario dell´indagine, la lite tra avvocati su una megaparcella da 25 milioni di euro pagata a suo tempo dalla figlia di Gianni Agnelli ai legali Emanuele Gamna e Jean Patry.

Mentre i pm cercano ufficialmente di risalire ai conti da cui partì il pagamento della magaparcella (Gamna incassò 15 milioni senza dichiarali al fisco italiano), in realtà stanno lavorando sul tesoro degli Agnelli, che, secondo Margherita, sarebbe ben più consistente.

Perché la parcella, in base alla ricostruzione degli stessi avvocati Gamna e Patry, venne pagata utilizzando conti della famiglia, tanto che l´avvocato Charles Poncet, successivamente incaricato della difesa di Margherita nella lite giudiziaria sull´eredità, accusò proprio Gamna e Patry di connivenza («acoquiné») con la controparte (Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron).

Così il pm Fusco ha potuto inserire i numeri di conto indicati dal supertestimone nell´elenco allegato alla rogatoria inviata ai magistrati di Zurigo e Lugano per venire a capo della lite tra avvocati sulla megaparcella. E nei giorni scorsi si sarebbe svolto anche un vertice tra i magistrati italiani e quelli elvetici.

Nelle prossime settimane la rogatoria svizzera dovrebbe fornire le sue risposte. Chi è il testimone misterioso? Si parla di un nobile molto introdotto nel mondo dell´alta finanza che avrebbe gestito personalmente, a suo tempo, alcuni di quei conti per centinaia di milioni.

Se avrà fornito indicazioni che confermano l´esistenza di un patrimonio estero non dichiarato degli Agnelli, questo fatto potrebbe addirittura bloccare il processo civile in corso a Torino sull´eredità. Perché sarebbe la dimostrazione che le tesi di Margherita Agnelli sull´esistenza di un tesoretto estero occulto sono fondate. Se, al contrario, il supertestimone avrà fornito indicazioni non veritiere, il processo torinese si avvierà rapidamente verso la sentenza.

HI SONO i DUE ANZIANI E NOBILI SABAUDI, da oltre 30 anni addentro ALL’ALTA FINANZA DI ZURIGO, CHE HANNO SVELATO ALLA magistratura milanese IL TESORO DEGLI AGNELLI? – I FONDI NERI SALGONO A 2MLD € – I PM ORA RISCHIANO DI RICEVERE UNO STOP DALLA SVIZZERA, CHE DI FRONTE AD UNA CIFRA COSì ALTA POTREBBE INGOLOSIRSI…

Claudio Antonelli per "Libero"

Due nobili sabaudi da oltre 30 anni addentro all'alta finanza di Zurigo avrebbero cominciato a "collaborare con la magistratura milanese sulle tracce dei presunti fondi neri di Gianni Agnelli. Gli anziani nobili avrebbero fornito una serie di estremi di conto corrente utili per rintracciare la mega parcella pagata all'ex avvocato di Margherita Agnelli che da mesi combatte una battaglia legale contro la madre Marella e i due tutor dell'eredità, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens.

Con l'obiettivo di fare luce su un'enorme somma, sottratta dopo la morte di Gianni, sia all'erede diretta sia al Fisco. A quanto risulta a "Libero", dalle informazioni dei super testimoni, nonostante siano ancora tutte da verificare, il tesoretto dell'Avvocato non varrebbe 1,2 miliardi -come sostenuto dai legali di Margherita - ma quasi 2 miliardi di euro.

QUASI IL DOPPIO
Un vero colpo di scena, se le rivelazioni fossero confermate e documentate dai pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, e una grana doppia, soprattutto di fronte al Fisco, per Marella e i due tutor (Gabetti e Grande Stevens) del trust del Liechtenstein Alkyone, motore potenziale dei fondi neri. La procura di Milano in questo modo compie un ulteriore passo verso il presunto tesoretto o almeno verso la verità.

E il grimaldello del successo si dimostra sempre più la scia lasciata dall'avvocato Emanuele Gamna. Perché la parcella, in base alla ricostruzione dello stesso Gamna e del suo socio Jean Patry, venne pagata utilizzando conti della famiglia Agnelli, tanto che Charles Poncet, successivamente incaricato della difesa di Margherita nella lite giudiziaria sull'eredità, accusò proprio Gamna e Patry di connivenza con la controparte (Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron).

Così i pm grazie alle dritte del primo supertestimone - il secondo si è palesato successivamente - hanno potuto inserire una serie ben definita di numeri di conto nell'elenco allegato alla rogatoria inviata ai magistrati di Zurigo e Lugano per venire a capo della lite. Al momento comunque, come ha riportato ieri il quotidiano "La Repubblica", l'unico passo concreto si è formalizzato nella questione della mega parcella di Gamna.

Quei soldi, come ha ricostruito anche "il Corriere della Sera", erano stati inizialmente dirottati alle Channel Islands sono tornati in una banca di Ginevra dove sono stati posti sotto sequestro. L'attività a cui sono legati è quella di mediazione negli anni 2003-2004, quando si giocò la partita della divisione dell'eredità. Successivamente però Margherita, secondo la ricostruzione degli inquirenti, impugnò quegli accordi e cominciò la sua guerra giudiziaria.

A questo riguardo è intervenuto l'attuale avvocato svizzero di Margherita, Charles Poncet, dicendo che la figlia di Gianni aveva rifiutato l'offerta di Gamna di restituire un terzo di quella somma, in quanto «riteneva di essere stata tradita come amica prima ancora che come assistita».

LA MEGA PARCELLA
Nel 2008 Margherita aveva già chiesto al Pretore di Lugano un decreto di sequestro del conto a cui erano riconducibili quei soldi per "restituzione onorari indebitamente percepiti". La figlia di Gianni puntava a ottenere 25 milioni perché erano compresi anche i 10 milioni pagati e dichiarati al fisco elvetico dal co-difensore Jean Patry. Solo negli ultimi giorni sono però arrivate notizie su quel tesoretto. I soldi non appena giunti nella palazzina della banca ticinese Pkb a Ginevra, la stessa del bonifico iniziale sono stati bloccati. Si tratta di poco meno di 15 milioni di euro provenienti da una filiale della Channel Islands di Hsbc.

L'operazione è stata intercettata dalla magistratura svizzera, già allertata sul dossier dai pm di Milano. Dietro tutto questo giro ci sarebbe comunque lo stesso Gamna, che potrebbe aver aperto una trattativa con l'Agenzia delle entrate proprio su quella cifra. Come dire, informazioni in cambio di uno sconto sulla multa da pagare. Tra l'altro molto salata. Potrebbe anche arrivare al 400% della somma contestata. Su Gamna comunque peserebbero le accuse di truffa ai danni dello Stato. Mentre Poncet sarebbe nel mirino degli inquirenti per l'ipotesi di tentata estorsione ai danni dello stesso Gamna insieme con Margherita Agnelli.

I due gli avrebbero richiesto una sorta di garanzia a sostegno delle loro tesi nella lite sull'eredità. Ma questa sarebbe la contro tesi accusatoria che per molti osservatori potrebbe essere stata suggerita proprio da Gabetti e Grande Stevens. I due pubblici ministeri nonostante i successi sono però all'inizio della scalata. E si troveranno ad affrontare due grossi problemi.

La difficoltà intrinseca di navigare a ritroso nei mari dei paradisi fiscali e l'eventualità di un improvviso stop della Svizzera. Che di fronte ai 15 milioni della parcella di Gamna non ha nulla da eccepire, ma di fronte ai presunti 2 miliardi di fondi neri potrebbe ingolosirsi. Un sequestro delle autorità elvetiche in fondo sarebbe anche giustificato: la vedova Marella è o no residente oltre le Alpi?

[11-03-2010]

 

AGNELLI: EX LEGALE MARGHERITA RISARCISCE AGENZIA ENTRATE CON 10 MLN E 330MILA EURO...
(Adnkronos)
- Emanuele Gamna, ex avvocato di Margherita Agnelli, indagato dai pm di Milano Eugenio Fusco e Gaetano Ruta in relazione all'evasione fiscale sulla 'maxiparcella' da 15 milioni di euro pagata dalla figlia dell' avvocato, ha risarcito una somma pari a 10 milioni e 330 mila euro versata oggi all'Agenzia delle entrate, da un conto su una filiale Bnl di Milano intestato alla procura. I soldi provengono dal sequestro di un conto intestato a Gamna e effettuato dall'autorita' giudiziaria elvetica su una banca di Ginevra. Il versamento rappresenta il risarcimento rispetto a quanto dovuto dal professionista in relazione all'evasione fiscale. Gamna e' imputato di truffa aggravata e false dichiarazioni davanti al gup di Milano Andrea Ghinetti.

La scelta di risarcire l'Agenzia delle Entrate, alleggerisce la posizione di Gamna che comparira' in udienza davanti al gup il prossimo 30 marzo. La 'maxiparcella' era stato pagata da Margherita Agnelli in seguito all'intesa raggiunta cinque anni fa tra lei e la madre Marella Caracciolo sull'eredita' da 1 miliardo e 166 milioni di euro. Sono ancora in corso, invece, le indagini nei confronti dell'avvocato Charles Poncet, accusato con Margherita Agnelli di tentata estorsione nei confronti dello stesso Gamna

12.03.10

 

ATTENZIONE, ATTENZIONE, ATTENZIONE, LE CLASSI 'DIGERENTI' DI PIÙ ANTICO LIGNAGGIO SI STANNO COMINCIANDO A ROMPERE LE PALLE DEL PMU (POTERE MARCIO UNIFICATO). SEMBRA DI ESSERE TORNATI INDIETRO AL ’92. E DAGOSPIA VI SEGNALA CHE IERI YACHTY ELKANN, NELLA SUA VISITA ROMANA A PALAZZO, HA TROVATO MODO DI FARE VISITA IN PRATI A QUEI MONELLI COMUNISTI DEL TRAVAGLIO QUOTIDIANO E SI È INTRATTENUTO CON PADELLARO. MALA TEMPORA CURRUNT PER L’ARCONTE DI ARCORE

VISITA JOHN ELKANN A PALAZZO CHIGI...
(ANSA) -
Visita del vicepresidente della Fiat John Elkann a Palazzo Chigi per un incontro con il premier Silvio Berlusconi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. L'incontro, secondo quanto si apprende, rientra nei contatti, su base regolare, tenuti dal vicepresidente della Fiat con i vertici istituzionali e fa seguito a un incontro avuto nei giorni scorsi con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

L'incontro odierno è stato anche l'occasione per presentare il rapporto sulla scuola realizzato dalla Fondazione Agnelli. Ieri, nell'ambito dei regolari contatti con le istituzioni, John Elkann ha incontrato il ministro dell'economia Giulio Tremonti mentre oggi è stata la volta del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Nel pomeriggio il vicepresidente Fiat presenterà, sempre a Roma, il rapporto sulla scuola al ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini.

24.02.10

 

 

'MARGHERITA - SVELA ALLA PROCURA DI MILANO LA 'SUA' ULTIMA VERITÀ SUL "TESORO" DI GIANNI AGNELLI - UN PATRIMONIO DA FAVOLA, TRA GLI 800 E I 900 MILIONI DI EURO, SAREBBE ANCORA CELATO SU UNA DECINA DI CONTI IN ALCUNE BANCHE DI ZURIGO, BASILEA E GINEVRA - SE DAVVERO VENISSERO SCOPERTI I 900 MILIONI, TROVEREBBE INASPETTATA CONFERMA LA TESI DI MARGHERITA CHE INDICA, NELL'OPA 1998 SU EXOR GROUP, UNO STRUMENTO PER 'NASCONDERE' ALL'ESTERO UN MILIARDO E 400 MILIONI DELL'AVVOCATO -

 

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "la Repubblica"

 

Una rogatoria, chiesta dalla procura di Milano, potrebbe svelare l'ultima verità sul "tesoro" di Gianni Agnelli. Un patrimonio da favola, tra gli 800 e i 900 milioni di euro, che sarebbe ancora celato su una decina di conti in alcune banche di Zurigo, Basilea e Ginevra.

 

Sono queste le notizie clamorose che emergono dall'inchiesta milanese dei pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta su due ex legali di Margherita Agnelli de Pahlen, la figlia dell'Avvocato. Si tratta dell'italiano Emanuele Gamna (è accusato di evasione fiscale per una parcella da 15 milioni di euro mai dichiarata) e dello svizzero Charles Poncet (per lui l'accusa è di tentata estorsione nei confronti dello stesso Gamna, per fargli dichiarare di aver tradito la propria cliente).

 

Nel novembre scorso, i pm hanno iscritto Margherita Agnelli nel registro degli indagati per concorso nella tentata estorsione di Poncet. Sentita dai magistrati, dopo essersi difesa, la figlia dell'Avvocato avrebbe però indicato elementi preziosi per risalire ai conti esteri da cui proveniva la somma incassata da Gamna.

Ma non è tutto. Interrogata di nuovoa dicembre, l'erede avrebbe anche spiegato che quei conti racchiudono il mistero di ciò che, a suo dire, manca dall'eredità del padre impugnata nella causa civile in corso a Torino contro i presunti "gestori": Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens.

 

Successivamente, i pm hanno convocato anche alcune persone in grado di ricostruire un vero e proprio "sentiero di Pollicino" che, dai soldi di Gamna, porterebbe al "tesoro". A quel punto, l'inchiesta milanese avrebbe virato all'improvviso, dirigendosi verso la Svizzera.

Negli ambienti torinesi di Exor, invece, si sottolinea che eventuali rogatorie internazionali riguarderebbero solo la tentata estorsione contestata a Poncet e a Margherita Agnelli.

 

I colleghi elvetici di Fusco e Ruta sono già al lavoro ed entro i primi giorni di marzo dovrebbero arrivare le risposte. Se davvero venissero scopertii 900 milioni di euro di cui si parla, potrebbe trovare una inaspettata conferma la tesi di Margherita e di alcuni suoi consulenti finanziari che indicano, nell'Opa del 1998 su Exor Group, uno strumento per accumulare all'estero almeno un miliardo e 400 milioni di euro attribuibili in buona parte al padre.
Resta da accertare che cosa accadrà eventualmente di tutto quel possibile denaro. Nell'estate scorsa, l'Agenzia delle entrate di Torino ha aperto un'istruttoria.

[18-02-2010]  

 

 

ANCHE MARGHERITA AGNELLI è FINITA NEL LIBRO DEI VIP CONTEMPORANEI: IL REGISTRO DEGLI INDAGATI! - INTERROGATA PER DUE VOLTE DA PM MILANO IN LUOGO SEGRETO per concorso in tentata estorsione nei confronti del suo ex legale, Emanuele Gamna, a sua volta indagato sempre a Milano per infedele patrocinio e truffa ai danni dello Stato…

(Adnkronos) - Un interrogatorio a novembre e un secondo a dicembre dello scorso anno per Margherita Agnelli, la figlia dell'avvocato Agnelli, che e' stata iscritta nel registro degli indagati della Procura milanese, come ha pubblicato oggi 'Il Sole 24 Ore', per concorso in tentata estorsione nei confronti del suo ex legale, Emanuele Gamna, a sua volta indagato sempre a Milano per infedele patrocinio e truffa ai danni dello Stato. E' quanto emerge in giornata negli ambienti giudiziari.

La figlia dell'avvocato Agnelli e' stata indagata in un primo momento come atto dovuto dopo una denuncia presentata ai magistrati dai legali di Gamna. Successivamente elementi raccolti nel corso delle indagini hanno reso necessario un secondo confronto tra Margherita Agnelli e il magistrato titolare dell'indagine, Eugenio Fusco. Ma anche su quest'ultimo interrogatorio, come sul primo, gli inquirenti tengono il piu' stretto top secret.

Di certo si sa che l'incontro e' avvenuto poco prima di Natale e in un luogo 'distante' dai riflettori del Palazzo di Giustizia di Milano. Secondo i legali di Gamna, Margherita Agnelli, insieme al suo ex legale svizzero, Charles Poncet, avrebbe esercitato pressioni su Gamna affinche' restituisse parte della parcella da 15 milioni di euro che gli era stata liquidata e perche' firmasse un affidavit in cui il legale avrebbe dovuto ammettere di avere fatto, in sostanza, il 'doppio gioco', nella battaglia legale sull'eredita' dell'avvocato.

 

[17-02-2010]

Margherita Agnelli iscritta nel registro degli indagati

di Raffaella Calandra

17 Febbraio 2010

 

MILANO - Chiusa in un elegante paletot, Margherita Agnelli aspetta il suo treno. Per tornare a casa. Accanto a lei, in stazione centrale, i suoi attuali difensori. È una fredda sera di novembre ed è appena terminato per lei il primo interrogatorio. Da indagata. Concorso in tentata estorsione: con questa accusa, il nome della figlia di Gianni Agnelli è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Milano. Nessun commento da Torino.
L'ereditiera, i suoi vecchi difensori e la storia di una parcella non dichiarata. Sullo sfondo della lite intorno al testamento dell'Avvocato. È partita da qui l'inchiesta dei pm milanesi Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, che potrebbe condurre, però, ben più lontano. Verso la Svizzera e il Lussemburgo, e verso una risposta sull'esistenza o meno di presunti beni all'estero della famiglia. Nel frattempo, però, da circa tre mesi anche il nome di madame Margherita Agnelli De Pahlen si è aggiunto a quelli dei suoi ex legali, già inseriti nel registro degli indagati. Secondo le ipotesi dell'accusa, insieme con Charles Poncet, principe del foro svizzero e già suo difensore, Margherita avrebbe fatto pressioni su Emanuele Gamna, altro suo ex avvocato, perché restituisse parte della parcella milionaria pagata da lei e soprattutto firmasse un "affidavit", una dichiarazione giurata in cui - in sostanza - ammetteva implicitamente un ruolo non trasparente nella battaglia legale sull'eredità dell'Avvocato.
Un doppio tavolo, tra gli interessi della sua cliente e quelli dell'altra fazione, Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, già avvocato di Gianni Agnelli l'uno e presidente dell'accomandita l'altra, considerati da Margherita gli effettivi gestori del patrimonio personale del padre. Il legale non firma e, poco dopo, una segnalazione di Poncet all'Ordine mette in moto il meccanismo - anche giudiziario - che porterà alle accuse per Gamna di infedele patrocinio e truffa ai danni dello stato, per non aver fatturato la parcella da 15 milioni. E per Poncet e poi anche per la figlia dell'Avvocato, all'iscrizione per tentata estorsione.
Il 30 marzo, Gamna dovrebbe chiudere - in rito abbreviato, davanti al giudice Andrea Ghinetti - il suo procedimento giudiziario, e poi fiscale, arrivando ad un accordo con l'Agenzia delle Entrate che ha presentato un conto prima da dieci, poi da tredici milioni. Gamna è stato interrogato più volte, come Poncet e Margherita, dopo la perquisizione da parte del Gruppo provinciale della Guardia di Finanza di Milano, nel luglio dell'anno scorso nello studio Chiomenti, uno degli uffici legali che segue la galassia Fiat da sempre, e dove lavorava lo stesso Gamna.
Margherita è stata interrogata a lungo, lontano dal Palazzo di Giustizia, in uffici molto periferici. E qui, assistita dagli avvocati Andrea e Michele Galasso di Torino, si è difesa dall'accusa di concorso nella tentata estorsione. Ma poi ha detto: «Ora vi spiego io come sono andate le cose». E ha ribadito la sua versione dei fatti sull'eredità del padre, le ipotesi sulle informazioni mancanti relative al patrimonio estero, quell'accordo firmato con la madre e poi rimesso in discussione, avviando la causa civile a Torino. Contattati dal Sole 24 Ore, i suoi difensori scelgono il silenzio totale.
Ricostruzioni, sospetti e accuse, messe nero su bianco nei verbali, che vanno ad arricchire il fascicolo con le carte già sequestrate negli studi legali degli ex avvocati di Margherita, Gamna e Abbatescianni. E con altri interrogatori. Da Milano, sono partite le rogatorie. E quella che era iniziata come un'inchiesta laterale alla battaglia intorno all'eredità da dividere, potrebbe diventare quella che fa luce sui dubbi e gli interrogativi intorno al patrimonio dell'Avvocato.
In ambienti investigativi, si ipotizza che l'indagine riuscirà a portare al Fisco il doppio di quanto incassato con la fallita scalata AntonVeneta. Vale a dire, si calcola, oltre 700 milioni di euro.
Ma chi dovrebbe essere chiamato a pagarli? Solo Margherita e donna Marella, la madre? O piuttosto anche altri? Mentre la causa civile torinese si avvia verso le battute finali, è da Milano che potrebbero dunque arrivare tante risposte sui retroscena della battaglia più cruenta degli ultimi anni intorno ad un'eredità.

LA VICENDA

Scontro sull'eredità
Margherita Agnelli de Pahlen (nella foto), 54 anni, figlia dell'avvocato Gianni Agnelli, ha avviato una causa contro i gestori del patrimonio del padre, Franzo Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Siegfrid Maron, e di conseguenza anche la madre, Marella Agnelli. Margherita sostiene l'esistenza di un «tesoro nascosto» all'estero (e quantificabile in 1,4 miliardi), escluso dall'accordo di ripartizione sull'eredità sottoscritto dalla famiglia nel 2004.

L'indagine
La procura di Milano ha iscritto tre mesi fa Margherita Agnelli nel registro degli indagati. Si ipotizza il reato di concorso in tentata estorsione in relazione allo scontro fra la figlia dell'Avvocato e i suoi ex legali. In particolare, secondo le ipotesi dell'accusa, Margherita Agnelli avrebbe fatto pressioni su Emanuele Gamna (suo ex avvocato) perché restituisse parte della parcella da 15 milioni a lui pagata e perché firmasse un «affidavit» in cui ammettesse di aver fatto il doppio gioco nella battaglia legale sull'eredità.

17 Febbraio 2010

© RIPRODUZIONE RISERVATA sole 24 ore

 

 

 

ANTONIO GIRAUDO, AMBASCIATORE PLENIPOTENZIARIO DI ANDREA AGNELLI E DI SUA MADRE, ALLEGRA CARACCIOLO, VEDOVA DI UMBERTO, HA SUGGELLATO L'ALLEANZA CON LA FIGLIA RIBELLE DELL'AVVOCATO MARGHERITA E SUO MARITO, IL CONTE SERGE DE PAHLEN - PATTO CHE POTREBBE AVERE CONSEGUENZE DECISIVE NEGLI EQUILIBRI CHE REGGONO LA FIAT - 'LA GAZZETTA DELLO SPORT': ANDREA AGNELLI AL POSTO DI CIRO FERRARA VOLEVA CLAUDIO GENTILE - JAKI ELKANN HA MOSTRATO CHI COMANDA E HA PRESO ZACCHERONI

 

1 - ANTONIO GIRAUDO, AMBASCIATORE PLENIPOTENZIARIO DI ANDREA AGNELLI E DI SUA MADRE, ALLEGRA CARACCIOLO, VEDOVA DI UMBERTO AGNELLI, HA SUGGELLATO L'ALLEANZA CON LA FIGLIA DELL'AVVOCATO E SUO MARITO, IL CONTE SERGE DE PAHLEN. CHE POTREBBE AVERE CONSEGUENZE DECISIVE NEGLI EQUILIBRI DI POTERE CHE REGGONO LA FIAT.
Gianluca Beltrame per Panorama

 

L'incontro decisivo è avvenuto alla fine del maggio scorso ad Allaman, quasi a metà strada fra Ginevra e Losanna: è nella tenuta di Margherita Agnelli che Antonio Giraudo ha suggellato l'alleanza con la figlia dell'Avvocato e suo marito, il conte Serge de Pahlen.

L'ex amministratore delegato della Juventus, trasferitosi a Londra subito dopo Calciopoli, non tratta in proprio: è in Svizzera in veste di ambasciatore plenipotenziario di Andrea Agnelli e di sua madre, Allegra Caracciolo, vedova di Umberto Agnelli.

 

Fra questi due rami della «famiglia reale» di Torino i rapporti non si sono mai interrotti, anche nei momenti più tesi della battaglia per l'eredità di Gianni Agnelli. Fin da bambina Margherita è sempre stata legatissima allo zio Umberto («Zumberto», nel lessico familiare), del quale ha chiesto e apprezzato i consigli fino alla fine.

Dall'altra parte, donna Allegra e il figlio Andrea non hanno mai fatto mancare il loro affetto alla figlia dell'Avvocato: nel giugno 2007, per esempio, quando alcuni membri della famiglia scrivono una dura lettera di dissociazione per l'azione legale intrapresa da Margherita contro Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Sigfried Maron a proposito dell'eredità, nessuno del nucleo umbertiano firma la missiva.

Rapporti buoni, spesso affettuosi, dunque, ma il colpo messo a segno in Svizzera da Giraudo è quello di averli trasformati in una vera alleanza. Che potrebbe avere conseguenze decisive negli equilibri di potere che reggono la Fiat.

 

Il ruolo di Giraudo come regista di un'operazione tanto delicata sorprende solo coloro che lo conoscono esclusivamente nei panni del manager sportivo. In realtà questo sessantatreenne dal carattere ruvido, che non si tira indietro quando si tratta di litigare, che sa battere i pugni e imporsi, è sempre stato l'uomo di fiducia di Umberto Agnelli.

Ha studiato dai gesuiti, si è laureato in economia ed è il prototipo del capo freddo e spietato. «Ha una calcolatrice al posto del cuore» è stato scritto di lui. E anche: «Va dove lo porta il calcolo e i suoi conti tornano sempre».

Il suo primo posto di lavoro è alla Toro assicurazioni: è lì che nasce il legame con il Dottore (come veniva chiamato Umberto, per distinguerlo dall'Avvocato). Giraudo lavora duro sotto l'ala del più giovane dei fratelli Agnelli: ne diventa il segretario. Dal 1984 al 1991 è alla guida del progetto Sestriere, stazione sciistica all'epoca un po' fané, che lui rilancia.

 

I rapporti con il Dottore si fanno sempre più stretti: ne diventerà l'amministratore del patrimonio personale e la testa di ponte nel settore immobiliare. Ma già negli anni Ottanta il suo ufficio al piano nobile del quartier generale della Fiat in corso Marconi, a Torino, diventa il punto di riferimento degli umbertiani, manager la cui strategia spesso non corrispondeva a quella di Cesare Romiti, allora dominus del gruppo.

I rapporti tra lui e Giraudo vengono descritti come tutt'altro che idilliaci: alla fine di una delle periodiche guerre con gli umbertiani, tra il 1989 e il 1990 Romiti ottiene la sua testa. E Giraudo trasferisce il suo ufficio in piazza Solferino, dove aveva sede l'Ifil, presieduta all'epoca da Umberto Agnelli.

 

Fedelissimo consigliere del Dottore, tanto quanto Gabetti e Grande Stevens lo sono dell'Avvocato. Giraudo non si tira indietro neppure quando, nel 1994, gli viene chiesto di diventare amministratore delegato della Juventus e d'iniziare una nuova era dopo quella di Giampiero Boniperti.

 

Giraudo è un torinista sfegatato: un suo gesto dell'ombrello (dedicato pare proprio a Boniperti) dopo un derby vinto in extremis dal Toro viene immortalato dai fotografi e mai più dimenticato dai tifosi della Vecchia signora. Ma lui non si tira indietro: mette in un angolo la fede granata, prende al suo fianco Luciano Moggi e Roberto Bettega (dando vita alla celebre Triade) e porta la Juve a una serie impressionante di successi.

Per dieci anni è sulla cresta dell'onda. Poi il 27 maggio 2004 muore Umber-to Agnelli, suo grande protettore, e la fortuna pare girargli contro. Non passano neppure 20 mesi e viene investito dallo scandalo di Calciopoli (in dicembre è stato condannato a tre anni dal gup di Napoli).

 

Si ritira a Londra con la moglie Maria Elena Rayneri, ma non interrompe certo i rapporti con la famiglia Agnelli: «Giraudo non è un manager qualsiasi, ma lo stratega finanziario della vedova donna Allegra Caracciolo e del figlio Andrea, eredi di Umberto Agnelli» scrive il suo vecchio sodale Moggi nel libro 'Un calcio nel cuore'.

E veniamo all'oggi. Proprio in questi giorni sta per concludersi a Torino il processo Ifil Exor che vede imputati Gabetti e Grande Stevens: in caso di condanna sono in molti a ritenere possibile un addio alle scene dei due grandi vecchi di Torino.

Se questo avvenisse, il primo a venire indebolito sarebbe John Elkann, l'erede di Gianni Agnelli alla guida della Fiat: con lui, infatti, Gabetti e Grande Stevens hanno mantenuto il ruolo di consiglieri del principe che già ebbero con il nonno.

 

Come cambierebbero allora i rapporti di povere all'interno del primo gruppo privato italiano? I tifosi della Juventus un'idea se la sono fatta: hanno già visto il rientro nella società di Roberto Bettega (il meno bersagliato, non solo mediaticamente, della vecchia Triade) e hanno rivisto Andrea Agnelli andare in visita alla squadra (insieme con il cugino John Elkann) al quartier generale bianconero di Vinovo.

Già anni fa per Andrea (l'unico erede della sterminata famiglia a portare ancora il cognome Agnelli) si era previsto un futuro da dirigente di primo piano della Juventus. E il regista di quell'operazione era proprio Giraudo.

 

Dopo Calciopoli Andrea Agnelli si fece da parte, ma ora il progetto di Gi-raudo sembra tornare d'attualità. E, vista l'alleanza siglata in Svizzera con Margherita Agnelli (la figlia dell'Avvocato e lo stratega del Dottore oggi hanno in comune anche gli avvocati, Andrea e Michele Galasso di Torino), forse non soltanto per la Juve.

2 - GIRA GIRAUDO, GIRA!
Gianluca Ferraris
per Panorama

 

Per quasi 20 anni Antonio Giraudo ha attraversato le varie stanze del potere agnelliano: Ifil, Fivi, Piaggio, Juventus. Oggi l'ex consulente immobiliare del «ramo umbertino» di famiglia e «tutor» di Andrea, abbandonate le cariche più visibili, vive e lavora soprattutto a Londra. Ma resta vicino alla Torino che conta.

Scorrendo il libro soci della sua Royat Park estate (Rpe), costituita nel 2005 appena quattro mesi prima della bufera Calciopoli, si trovano Andrea Nasi (azionista al 27,6 per cento), Allegra Caracciolo e i due figli (Andrea è anche consigliere), oltre alta Fiat partecipazioni spa e al senatore a vita, ed ex uomo forte del Lingotto, Sergio Pininfarina.

La società ha chiuso tre bilanci consecutivi in rosso (l'ultimo registrato è del 2008: - 962 milioni), ma ha in portafoglio molti progetti di sviluppo immobiliare. Tra questi il parco Le mandrie di Torino e circoli esclusivi di golf come il ligure Garlenda e il piemontese I roveri, di cui Umberto fu presidente onorario e dove oggi gioca Andrea.

 

Ma a Torino e dintorni molti scommettono sul fatto che la Rpe, così come la Edenhill (un'altra società di consulenza e pianificazione fondata da Giraudo a inizio 2008), sarà coinvolta anche nella costruzione del nuovo stadio bianconero.

A ventilare per primo l'idea di un impianto di proprietà per la «Vecchia signora» era stato proprio il tandem Giraudo-Umberto nella seconda metà degli anni Novanta, dopo che il primo era stato imposto dal ramo umbertino nel ruolo di amministratore delegato juventino.

 

[02-02-2010] 

 

 

ANSA CHE SCOOP! - LA VITTIMA DEL 'FOTO-RICATTONE' DA 300MILA EURO SAREBBE LAPO ELKANN – IL RAMPOLLO AGNELLI FU IMMORTALATO DOPO IL RICOVERO PER OVERDOSE DA COCA & TRANS DEL 2005 - L’INDAGATO È IL VENEZIANO MASSIMILIANO FULLIN organizzatore di eventi e di 'pubiche' relazioni…

Da Corriere.it - Il 'foto-ricatto' da 300mila euro al centro della nuova inchiesta milanese su Vallettopoli sarebbe stato compiuto ai danni di Lapo Elkann e riguarderebbe fotografie compromettenti. È quanto si è appreso al Palazzo di giustizia a proposito degli interrogatori che si sono svolti in procura a Milano nei giorni scorsi, nell'ambito delle indagini coordinate dal pm Frank Di Maio.

ELKANN - copyright pizzi

Il 'foto-ricatto' ai danni di Elkann, a quanto si è appreso, riguarderebbe fotografie scattate dopo l'episodio del ricovero per overdose che risale al 2005. Il nome di Elkann era già comparso quale vittima di una tentata estorsione da parte di Fabrizio Corona, in relazione all'episodio della serata trascorsa con un transessuale e conclusasi con l'overdose. Per quell'imputazione, però, Corona, condannato a tre anni e otto mesi nel primo filone dell'inchiesta, è stato prosciolto. Intanto, nell'ambito delle indagini, i magistrati starebbero ascoltando Alfonso Signorini.

QUARTO INDAGATO - Nella nuova inchiesta milanese sui "foto-ricatti" ai danni di personaggi noti del mondo dello spettacolo e della politica c'è un quarto indagato: è l'imprenditore veneziano Massimiliano Fullin. Il suo nome si aggiunge nel registro degli indagati dell'indagine coordinata dal pm Frank Di Maio a quello dei fotografi Max Scarfone e Maurizio Sorge e della titolare dell'agenzia fotografica Photo Masi, Carmen Masi.

Fullin, che si occupa di organizzazione di eventi e di pubbliche relazioni, è stato prosciolto nei giorni scorsi dal gup di Potenza nell'ambito dell'inchiesta "Vallettopoli": era accusato di favoreggiamento personale e ai tempi dell'indagine erano emerse alcune intercettazioni di colloqui tra lui e Fabrizio Corona.

VENTI EPISODI - Nell'inchiesta milanese dunque ci sono al momento quattro persone indagate, ma è al vaglio la posizione di altri. Negli interrogatori dei giorni scorsi sono stati analizzati alcuni dei venti episodi al centro dell'inchiesta e sarebbe emerso anche il nome del direttore di Chi Alfonso Signorini.

All'attenzione degli inquirenti ci sono anche casi di fotografie scattate a Roma, ma le trattative per il ritiro sono comunque avvenute tutte a Milano. Giovedì in Procura si è presentato nuovamente Fabrizio Corona per chiarire alcuni dettagli, ma non è indagato in questo nuovo filone.

[22-01-2010]

 

 

 

TUMULTO” DI ROTHSCHILD E DI CARACCIOLO AL VERNISSAGE DI BEATRICE - A VILLA MEDICI, SHOW DEGLI AGNELLOIDI PER I MITOLOGICI BANCHIERI FRANCESI - (I SIGNORI DEL LINGOTTI HANNO SEMPRE AVUTO UN COMPLESSO DI INFERIORITà DAVANTI AL BLASONE: NON A CASO TUTTI SI SONO MATRIMONIALIZZATI CON NOBILI DAME) - ECCO MARGHERITA CHE SE MAGNA L'INSALATINA E GINEVRA CULLA ER PUPO IN CARROZZINA - CORNICE DISUMANA DI ALESSANDRA BORGHESE, JACARANDA FALCK, VERDE VISCONTI, - GEORGINA BRANDOLINI D’ADDA, SOLEDAD TWOMBLY, CLAUDIA RUSPOLI, GIOVANNA SACCHETTI

Paola Pisa per "il Messaggero"
Foto di Umberto Pizzi da Zagarolo

Colazione internazionalissima all'Accademia di Francia. Per il vernissage della mostra "Tumulti" di Beatrice Caracciolo di Forino, artista di talento e moglie di Eric Alain de Rothschild, sono arrivati dalla Francia e dall'Inghilterra amici e parenti, critici ed estimatori, collezionisti.

Appuntamento a Villa Medici per quattrocento persone e poi ancora un ricevimento di pomeriggio per un migliaio di invitati. Alle 13 la mostra si apre e a ricevere ci sono Beatrice de Rothschild e il marito, e della famiglia di banchieri e produttori dei più celebri vini francesi arrivano anche David e la consorte Olympia, Alexander e Olivia, James con Saskia e Pietro.

Molti i Caracciolo, tra cui Anna, Tristano, Judi e la mamma della pittrice principessa Sandra. Si sale per le antiche scale tra i fascinosi quadri, molti in bianco-nero, poi tutti nei giardini e ancora nei saloni dove è il buffet. Sono arrivati per l'occasione, Margherita Agnelli e la figlia Ginevra con bebè, Marellina Caracciolo e Sandro Chia, Bianca d'Aosta,

Georgina Brandolini d'Adda, Alessandra Borghese, Martine Orsini e Marisela Federici, Dante Ferretti, Mario d'Urso, Mirella Haggiag, l'ambasciatore Ludovico Ortona, Claudia Ruspoli, Giovanna Sacchetti, Franco Savorelli di Lauriano, Carlos Souza, Ines Theodoli, Dino Trappetti, Soledad Twombly, Verde Visconti, e tanti altri ricevuti dal direttore dell'Accademia Eric de Chassery.

[26-01-2010]

 

 

 

GAMNA, EX LEGALE DI MARGHERITA AGNELLI, TRATTA CON IL FISCO DOPO MAXIPARCELLA...
(Adnkronos)
- L'ex legale di Margherita Agnelli, l'avvocato Emanuele Gamna, ha avviato una trattativa con l'Agenzia delle Entrate per quantificare un risarcimento in relazione all'evasione fiscale sulla 'maxiparcella' da 15 milioni di euro pagata dalla sua ex assistita. Stando a quanto si apprende, il legale avrebbe proposto un risarcimento pari a 10 milioni, ma il Fisco gliene avrebbe chiesti 13. E la trattativa prosegue.

E' quanto emerge nel corso del processo con rito abbreviato che vede il legale imputato per truffa aggravata e false dichiarazioni. L'udienza, che si e' aperta davanti al gup di Milano Andrea Ghinetti, per consentire di portare a termine la trattativa con il Fisco e' stata aggiornata al prossimo 30 marzo. Il 'maxionorario' era stato pagato da Margherita Agnelli dopo l'intesa raggiunta anni fa tra lei e la madre Marella Caracciolo sull'eredita' da 1 miliardo e 166 milioni di euro.  

28.01.10

 

 

UMBERTO AGNELLI HA SEMPRE PAGATO INGIUSTAMENTE PER LE COLPE DI GIANNI ED IN SILENZIO !

LASCIO NEL 93 LA FIAT A GIANNI PERCHE’ ERA DIFFICILE CO-GOVERNARE CON GIANNI.

NEPPURE ROMITI CI RIUSCI PIU NEL 1998 QUANDO VENNE CACCIATO DA GIANNI, NONOSTANTE  LA FIAT DI ROMMEL AVESSE I MIGLIORI RISULATI DEGLI ULTIMI 10 ANNI!

MATTIOLI ERA UN GRANDE PRIMISSIMO INTELLIGENTE PROFESSONISTA ASETTICO INTRANSIGENTE  NEL DIFENDERE PIU GLI OBIETTIVI TECNICO PROFESSIONALI CHE QUELLI UMANO-SOCIALI.

HA LAVORATO COME CONSULENTE ANCHE NELLA FIAT DI MARCHIONNE.

Mb

 

Dagospia la pensa cosi :

LA “NUOVA” FIAT DI DETROIT IERI NON C’ERA NELLA CHIESA ROMANA A RICORDARE MATTIOLI - L’UOMO CHE PER DUE DECENNI HA LAVORATO ALLA CORTE DELL'AVVOCATO E HA GUIDATO LA FINANZA FIAT HA RICOPERTO UN RUOLO FORTISSIMO NELLA STORIA DELLA FIAT - QUEI 38 GIORNI PASSATI IN GALERA DA MATTIOLI PER SALVARE LA TANGENTOPOLI DI AGNELLI - IL TANDEM DEI ROMANI ROMITI-MATTIOLI DAVA FASTIDIO SOPRATTUTTO A UMBERTO AGNELLI E AGLI UOMINI DELL’IFIL, LA CASSAFORTE DELLA SACRA FAMIGLIA GUIDATA DA GABETTI. E MATTIOLI SI TROVÒ IN MEZZO NEL ’92 ALLO SCONTRO FURIBONDO CHE PORTÒ UMBERTO A SCRIVERE NEL GENNAIO DI QUELL’ANNO UNA LETTERA AL FRATELLO GIANNI IN CUI SFIDUCIAVA CESARONE ROMITI. VINSE IL CUCCIA-POWER E UMBERTO FINÌ KO -

 

Salvo Montezemolo in prima fila, erano pochi gli esponenti della vecchia guardia Fiat che ieri mattina alle 10 nella chiesa di Santa Maria del Carmine hanno partecipato ai funerali di Francesco Paolo Mattioli, l'uomo che per due decenni ha lavorato alla corte di Giovanni Agnelli e ha guidato la finanza della Casa torinese.

Era assente Sergio Marpionne, il manager che dal Salone dell'Automobile di Detroit continua a ribadire la volontà di chiudere Termini Imerese con toni così aspri che nemmeno Romiti ha usato quando era al vertice della Fiat. La distanza tra il "nuovo corso" del Lingotto e l'epoca in cui il tandem Romiti-Mattioli ha guidato l'azienda non è soltanto fisica, ma profondamente simbolica, quasi a segnare il solco tra due mondi lontani di cui il 70enne finanziere appena scomparso rappresentava una delle ultime appendici.

Va detto subito che a molti esponenti della vecchia guardia Fiat, nella quale oltre a Romiti bisogna aggiungere i nomi di Cantarella, Garuzzo, Annibaldi e Paolo Fresco, non deve essere piaciuto il modo con cui i giornali hanno liquidato il profilo del "ragazzo Mattioli".

All'Avvocato piaceva definire "ragazzo" questo romano elegante e dall'inglese fluente che solo dopo l'uscita da San Vittore dove fu rinchiuso per 38 giorni sfogava la sua rabbia concedendosi qualche raro turpiloquio. In particolare, alla vecchia guardia Fiat non deve essere piaciuta l'insistenza con cui il "Sole 24 Ore" di ieri ha ricordato la penosa vicenda di Tangentopoli con aneddoti che hanno messo in ombra la storia e il valore di questo manager.

Eppure di Francesco Paolo Mattioli si potevano ricordare non solo il curriculum che inizia a 22 anni con l'attività di Procuratore alla Borsa di Roma e arriva in Fiat nel maggio '75 dopo cinque anni di lavoro al fianco di Romiti in Alitalia, ma le vicende che l'hanno visto al centro dei più importanti avvenimenti che hanno segnato la storia della Fiat negli anni ‘90.

Fu Romiti, romano d'origine, a formare nel 1985 la "squadra dei romani" in contrapposizione ai top manager torinesi che già nel '78, quando Cesarone approdò in Fiat per volontà di Cuccia, storsero la bocca di fronte all'invasione dei "capitolini".

Qualcuno dovrebbe cercare tra le vecchie annate del settimanale economico "Espansione", la mappa disegnata dal giornalista Roberto Ceredi, in cui le due "squadre" erano definite nei dettagli con estrema precisione e grande realismo. Appena il giornale uscì nelle edicole, Alberto Nicolello, l'uomo che dirigeva l'ufficio stampa e poi fu destinato a seguire l'editoria del Gruppo torinese, piombò a Segrate per ordine di Romiti mostrando una finta sorpresa.

In realtà il tandem dei romani Romiti-Mattioli dava fastidio soprattutto a Umberto Agnelli e agli uomini dell'Ifil, la cassaforte della Sacra Famiglia guidata da Gianluigi Gabetti. E Mattioli si trovò in mezzo nel '92 allo scontro furibondo che portò Umberto a scrivere nel gennaio di quell'anno una lettera al fratello Gianni in cui sfiduciava Cesarone Romiti.

Il fratello dell'Avvocato puntava alla successione, ma l'impresa era difficile in un momento in cui la Fiat aveva debiti per 3.849 miliardi e 1.800 miliardi di perdite. Fu Enrico Cuccia, lo sponsor di Romiti e di Mattioli a chiedere all'Avvocato di tenere a bada il fratello e così avvenne anche se Giovanni Agnelli negli anni non si stancò mai di ripetere che Umberto sarebbe stato il suo successore.

Resta il fatto che nel novembre del '92 la guerra tra "romitiani" e "umbertini" finisce e si apre la strada al salvataggio della Fiat sotto la regia di Cuccia e delle banche. Francesco Mattioli diventa a pieno titolo il principe della finanza e siede al vertice dell'azienda accanto a Garuzzo, Cantarella, Quadrino, Callieri, e all'ambasciatore Renato Ruggiero al quale vengono affidati i rapporti internazionali.

Il vincitore della battaglia torinese è il supermanager dal medagliere pesante, Cesarone Romiti, che tiene a bada il "clan dei torinesi" e si ripropone come nel 1980 con la "marcia dei 40mila" salvatore della Fiat. Accanto a lui c'è Mattioli, ma nei primi mesi del '93 si abbatte su Torino il ciclone di Tangentopoli. Tutto ebbe inizio nel maggio dell'anno precedente quando a San Vittore finì Enzo Papi, l'uomo che guidava Cogefar Impresit, l'azienda di costruzioni del Gruppo, e che fu accusato di aver distribuito mazzette per il passante ferroviario di Milano.

Nel febbraio del '93 Mattioli, che di Cogefar era presidente, viene arrestato insieme al manager Antonio Mosconi e un ordine di custodia cautelare viene emesso anche per il direttore generale della Fiat, Giorgio Garuzzo, inquisito per una tangente di 1 miliardo e 400 milioni che l'Iveco avrebbe pagato nel 1986 alla Dc e al Psi per un'altra commessa pubblica.

La storia di quei giorni è una storia drammatica che scuote la Sacra Famiglia degli Agnelli dove si comincia a pensare che il pool di Mani Pulite voglia abbattere l'impero torinese e il suo imperatore. Chi ha voglia di ricostruire quelle giornate non ha che da leggere le 2.094 pagine della "Storia della Fiat" curata dallo storico Valerio Castronovo, un libro che a Cesarone Romiti ha dato molto fastidio per il rigore e l'obiettività. In quel testo si legge che l'arresto di Mattioli nel febbraio ‘93 fu un colpo durissimo.

In aprile Gianni Agnelli durante un convegno della Confindustria Venezia ammise che la Fiat aveva sbagliato ("si sono verificati alcuni episodi di commistione con il sistema politico non corretti. Però il cuore della Fiat resta sano"). Poi Romiti si fiondò davanti a Borrelli e gli consegnò un memoriale che era un vero atto di contrizione, del tutto simile a quello pronunciato pochi mesi prima in un incontro con l'arcivescovo di Milano, cardinal Martini.

Fu l'inizio della collaborazione con Mani Pulite, un atto dovuto perché il cerchio si stava stringendo intorno a lui e rischiava di arrivare al tesoretto di fondi neri che l'Impresit aveva costituito per pagare le tangenti. La cronaca di quei giorni dice che nei 38 giorni a San Vittore, Mattioli non aprì bocca e non fornì alcuna conferma agli zelanti collaboratori di Saverio Borrelli.

E c'è ancora qualcuno a Torino che ricorda le malignità dell'epoca, quando nei corridoi di Corso Marconi e del Lingotto si diceva che il silenzio di Mattioli era stato pagato profumatamente con 1 miliardo per ogni giorno di detenzione.

Ecco, il Mattioli manager e finanziere è l'uomo che ha vissuto queste vicende trascinate fino al giugno '94 quando Romiti fu sottoposto dalla Procura torinese a un interrogatorio-fiume di 8 ore in cui disse che non poteva sapere tutto su un Gruppo come la Fiat con 1.000 società e 300mila dipendenti.

La storia è andata così, ed è una storia che è arrivata a sfiorare i Savoia dell'automobile e si può tranquillamente aggiungere al capitolo dei misteri italiani. Ma a chi ha conosciuto Mattioli da vicino non piace ricordare gli aneddoti di San Vittore (come ha fatto ieri il giornale di Confindustria) quanto piuttosto il ruolo che il nipote del grande banchiere Mattioli, ha avuto nell'establishment bancario, creditizio e finanziario.

Nella holding di Corso Marconi era l'interfaccia e l'interlocutore di Gabetti, e nell'azienda il secondo pilastro della politica romitiana che ha portato a dilatare le attività finanziarie fino al punto di sminuire le strategie industriali. E accanto a questi ricordi bisogna aggiungere quello del Mattioli che seguiva ai tempi di Gemina le attività editoriali della Rizzoli di cui la Fiat era primo azionista.

Era lui che ogni mercoledì si spostava da Torino ed entrava in via Turati a Milano per fare il punto della situazione con il direttore generale Felice Vitali. Lo faceva con quella discrezione che nei necrologi gli è stata da tutti riconosciuta, ma dopo i 38 giorni di Tangentopoli non c'è dubbio che la sua personalità fu sconvolta. Anche se Romiti lo reintegrò subito e completamente gli strascichi psicologici non lo hanno mai abbandonato e chi l'ha visto negli anni successivi ha trovato un uomo ripiegato sugli affetti.

La "nuova" Fiat, quella che sta spostando il baricentro a Detroit e che crede di nuovo nell'automobile, ieri non c'era nella chiesa romana, ma a ricordare il romano principe della finanza ci ha pensato l'86enne Cesarone Romiti con parole sobrie e struggenti.

 

[13-01-2010]


POTERI VILI E VECCHI CONFORMISMI (LA SCOMPARSA DI MATTIOLI E IL LIBRO DI BATTISTA) - ORGANICA E INGINOCCHIATA DAVANTI AI PADRONI LA CASTA (UTILE) DEI GIORNALISTI EVITA DI FARE I CONTI CON TANGENTOPOLI A DIECI ANNI DALLA MORTE DI BETTINO CRAXI - DAL MEMORIALE DI PAPI (FIAT) 'CUCINATO' DAL 'CORRIERE' DI MIELI ALLA 'STAMPA' DIRETTA DA EZIO MAURO CON IL FONDO TOCCATO DAL FILOSOFO DEBOLE VATTIMO PER SALVARE AGNELLI, ROMITI & C. DAL CARCERE DOPO L'ARRESTO DI PAOLO MATTIOLI - MAURO-TARZAN SOSTENNE LE MANI PULITE DI BORRELLI FINO A QUANDO DI PIETRO NON ANDÒ A BUSSARE CON I PIEDONI L’USCIO DEI SUOI PADRONI: L’INTOCCABILE FAMIGLIA AGNELLI

Paolo Mieli che è stato per la prima volta direttore del "Corriere della Sera" negli anni 1993-1997 - cioè nel pieno della cosiddetta "rivoluzione italiana" (titolo di un suo indimenticabile editoriale) -, ieri si è esibito sulle pagine culturali del quotidiano di via Solferino, da storico senza storia ma con tante storielle, recensendo un saggio sulle religioni monoteistiche.

Una doppia paginata proprio quando la crisi dell'editoria ha costretto l'azienda a ridurre drasticamente il numero delle pagine e a pensionare molti redattori.

Il giorno prima, sempre sul Corrierone ora diretto da Flebuccio de Bortoli, è apparsa una dilagante anticipazione del libro di Pierluigi Battista "Il conformista" (Rizzoli) in cui l'ex braccio destro di Mieli si occupa della casta degli intellettuali, a sentir lui, "tutti organici e allineati".

E qual è l'accusa principale che Battista muove ai maître a penser di ieri e di oggi: di omettere il proprio passato professionale e politico. Ma partendo da questa forte premessa (discutibile) ai piani alti della scala dei biechi conformisti dovrebbe collocare innanzitutto il suo maestro Paolino Mieli.

Infatti, dieci anni dopo la morte di Bettino Craxi chi meglio di Mieli - testimone privilegiato dell'ascesa del "Cinghialone" nel Psi fino alla sua caduta e al suo esilio ad Hammamet - avrebbe potuto frugare nel suo passato giornalistico per ripercorre gli anni orribili di Tangentopoli.

E magari, tanto che c'è, fare chiarezza finalmente su come nel 1994 fu decapitato Silvio Berlusconi grazie allo scoop del Corriere sull'avviso di garanzia al premier impegnato con il governo a Napoli.

Il conformista di rito Battista, appunto Paolo Mieli, ne avrebbe di cose da raccontare. Ad esempio, da chi e in quali stanze di via Solferino sarebbe stato scritto il memoriale - ufficialmente "uscito" dal carcere di S.Vittore -, del manager Fiat Enzo Papi.

Confessioni che il Corrierone pubblicò in cultura con una prefazione del filosofo ex marxista, Lucio Colletti. Memoriale, va spiegato, venuto alla luce negli stessi drammatici giorni in cui i giudici di Milano tenevano recluso Francesco Paolo Mattioli.

Il numero tre della Fiat scomparso l'altro giorno, tenuto in gabbia al solo scopo di potergli estorcere il nome (meglio offrigli la testa) di Cesarone Romiti.

Ma tutta la grande stampa, che insieme alle copie ogni giorno perde quel che resta della sua attendibilità, invece di fare i conti seriamente con il passato preferisce interrogarsi, con qualche isolata eccezione (Sergio Romano nella pagina delle lettere del Corriere) se è arrivato il momento d'intitolare una strada di Milano a Bettino.

Proprio lui, Craxi, arrostito sulla pira alimentata dall'orrendo fuoco di carta dei giornali inizio anni Novanta.

Dicevamo, neppure la scomparsa prematura di Francesco Paolo Mattioli, per vent'anni braccio destro di Cesare Romiti alla Fiat, l'altro giorno ha solleticato la casta dei mandarini dei media a una riflessione meno volgare e sempliciotta della stagione di Mani Pulite. Con i suoi tanti morti e feriti.

Eppure Paolo Mattioli (38 giorni di carcere nella stessa cella di S.Vittore già occupata da don Salvatore Ligresti) è stato uno dei pesci più grossi finiti nella rete della procura di Milano.

Possibile che alla 'Stampa' post Agnelli e Romiti, nessuno della casta evocata da Battista ha sentito il dovere di andare a scorrere le collezioni del proprio giornale? Tanto per capire,e far conoscere ai lettori più giovani, cosa accadde quel 22 febbraio del '93.

Quando i carabinieri fecero irruzione ai piani alti di Corso Marconi (l'ottavo per l'esattezza) perquisendo gli uffici dell'Avvocato, di Romiti e di Mattioli. E il suo implume direttore Mario Calabresi, stella nascente del new jornalism, farebbe finalmente il suo mestiere all'americana se ripubblicasse il commento che nel giorno della profanazione del tempio Fiat diede alle stampe il suo giornale. Allora guidato dal tosto Ezio Mauro.

Ecco un altro intellettuale che entra a buon diritto a far parte della casta messa alla berlina dall'improvvido Pigi Battista. Un giornalista, Mauro, impegnato a sostenere i pm di Mani pulite fino a quando Di Pietro non è andato a bussare con i piedi l'uscio dei suoi padroni di casa: l'intoccabile famiglia Agnelli.

Il gruppo che fino a quel momento, a dare ascolto all'Avvocato e a Romiti in processione dal card. Martini, aveva sempre negato di aver elargito tangenti a qualunque titolo. Anzi, a un certo punto, sostennero addirittura di essere stati concussi.

Ed è lo o stesso Mauro-Tarzan che oggi, sbarcato alla Repubblica di paron De Benedetti, ha riabbandonato la liana garantista per tornare a spalleggiare (e incoraggiare) i giudici inquirenti in ogni loro iniziativa contro Berlusconi, il Pdl e, ovviamente, gli ex socialisti (da oltre dieci anni considerati come carne da macello).

Così, il giorno dopo l'incursione della Benemerita in corso Marconi, l'Enzino di Dronero scoprì che il pool di Mani pulite stava esagerando. Ma senza scendere personalmente in campo. Il commento (o pezza d'appoggio) come per il caso Papi di cui si è detto al Corriere (prefazione al memoriale di Colletti) fu affidato a un altro filosofo, sia pure del pensiero debole, Gianni Vattimo.

agnelli romiti tribuna juve

Vale la pena rileggere la sua prosa stupefacente: "Specialmente a Torino, arresti come quelli di Mattioli e Mosconi fanno un'impressione profonda, abissalmente diversa da quella che pure si è provata per gli avvisi di garanzia a politici di primissimo piano come Craxi...". Capito, cosa può produrre il pensiero filosofale debole (o Lebole)?

Nell'elenco degli intellettuali organici, allineati alle direttive del potere da Pigi Battista nel suo saggio i "Conformisti", ovviamente non figurano né il filosofo Vattimo, né il politologo Panebianco né l'ex collaboratore del socialista Claudio Martelli, Ernesto Galli della Loggia. Tutti autoassolti i compagnucci della parrocchietta di Paolino Mieli.

PS - La foto di Mattioli, apparsa sul Corriere, che usciva dalla galera con la faccia spettinata, disfatto e mesto, costò il posto da direttore all'allora vice-direttore Giulio Anselmi (Romiti furioso).

[13-01-2010

 

 

CARO, PRENDITI UNA VACANZA
Non è un periodo fortunato per Riotta, il very american journalist scelto da Donna Emma per guidare il giornale dei possidenti. Fotonotizia in prima pagina sul secondo dorso: "Sotto accusa i resort del Credit Suisse. Alcuni investitori immobiliari hanno avviato un'azione legale contro Credit Suisse che, a loro avviso, avrebbe frodato gli investitori di alcuni resort, incluso lo Yellowstone club attualmente in bancarotta". Il Cs avrebbe gonfiato il valore degl'immobili, insieme a una società "che fa capo al gruppo Exor".
Exor, Exor, Exor... Il nome ci dice qualcosa, dev'essere un'omonima delle controllante di Fiat. Nel dubbio il Sole tace.

[05-01-2010] DA DAGOSPIA

 

 

     LA SECONDA SCONFITTA DI JAKI

LA PRIMA FU ’ CIAOWEB !!!!!!!!!!! NEL 2000

Repubblica e Corriere ("Juve punita anche dal mercato", p.43) raccontano il crollo della Juventus in Borsa (-6%) e il probabile rosso a fine anno, senza introiti da Champions League. Maramaldeggia anche il Giornale, con Tony Damascelli nelle pagine sportive.

Intanto la Stampa, sempre desiderosa di regalare nuovi lettori a Repubblica sulla piazza di Torino, continua il suo bizzarro braccio di ferro con Urbano Cairo (l'ex badante di Veronica in via Rovani) e gli scatena contro il solito Gianluca Oddenino. Il giornalista che Cairo non fa più entrare agli allenamenti si vendica con l'ennesima "inchiesta" sulle magagne finanziarie dei cugini e chiude l'articolo in modo toccante: "Abbiamo cercato il Torino per avere una sua versione, ma la società non ha voluto risponderci" (p.59). Chissà perché. Massimo Gramellini, coraggioso vicedirettore in quota granata, tace da giorni. E Repubblica Torino ormai sembra "Alè Toro". Cose da pazzi sotto la Mole,

LA PRIMA DISFATTA DI JAKI
Giorgio Meda per "Il Riformista"

La disfatta in Champions League con la sconfitta interna per 4 a 1 patita ad opera del Bayern Monaco rappresenta molto di più di una sconfitta sportiva. È il punto più basso del triennio successivo alla retrocessione della squadra in conseguenza dello scandalo di Calciopoli, un triennio che ha visto emergere la figura di John Elkann come tutore della squadra, sulla scia di quanto fatto prima dal suo bisnonno Edoardo e poi per tutta la vita da suo nonno Giovanni Agnelli.

JOHN ELKANN E FIGLIO

Ed è la prima amarezza calcistica che Elkann deve gestire in prima persona. Da un punto di vista strettamente finanziario, secondo quanto sottolineato da alcuni analisti, la mancata qualificazione agli ottavi dovrebbe comportare minori ricavi nell'ordine di 7-8 milioni di euro.

In fondo la Juve lascia il palcoscenico principale ma approda in Europa League, competizione che assicura comunque buoni ricavi. Altri osservatori, decisamente più pessimisti, argomentano che il danno cumulato dell'eliminazione potrebbe essere nell'ordine delle decine di milioni di euro.

Ma, nonostante le motivazioni economiche siano molo importanti, a maggior ragione per una squadra quotata in Borsa come la Juventus, non costituiscono il punto di vista principale per giudicare il fallimento del progetto bianconero post calciopoli. Dal giugno del 2006, ovvero da quando la cosiddetta Triade formata da Roberto Bettega, Antonio Giraudo e Luciano Moggi ha abbandonato il vertice della Juventus, la squadra ha vissuto il periodo più terribile della sua esistenza che si è intrecciato con quello altrettanto complicato del suo azionista principale, la ex Ifil.

Jean-Claude Blanc e sullo sfondo Giovanni Cobolli Gigli

Il 2006 è stato un anno complesso per la Ifil, società finanziaria della famiglia Agnelli, oggi divenuta Exor e presieduta da John Elkann. Non fu solo Calciopoli a mettere la famiglia torinese sotto i riflettori ma soprattutto l'operazione di equity swap che permise agli Agnelli di mantenere il controllo della Fiat, finita poi sotto la lente della magistratura che ha aperto un procedimento, ancora in corso. All'epoca John Elkann non ricopriva incarichi operativi in Ifil e quindi visse la vicenda senza responsabilità dirette. Fu attivo, però, nella riorganizzazione della Juventus.

L'organigramma attuale che vede Jean Claude Blanc nel ruolo di presidente, a.d. e d.g., affiancato da Alessio Secco, che lo coadiuva prevalentemente per il mercato, è stata voluta da Elkann, in attesa dell'ormai scontato ritorno di Marcello Lippi dopo i mondiali, che non tutti i tifosi bianconeri auspicano.

Blanc ha interpretato meravigliosamente il mandato relativo alla battaglia sul nuovo stadio, avrà meno successo come difensore della juventinità offesa dalle conseguenze (ritenute eccessive non solo dai tifosi) dello scandalo calcistico. La rivendicazione dei due scudetti sottratti dalla giustizia sportiva è divenuta un cavallo di battaglia di Blanc.

Però difficilmente riuscirà a sovvertire il verdetto, nonostante i tribunali, civile e penale, emettano sentenze finora molto più favorevoli agli ex dirigenti bianconeri. Servirebbe una nuova operazione stile sentenza Bosman, ma Torino e Blanc non sembrano aver voglia di scatenare una terza guerra mondiale calcistica. Molti, moltissimi juventini però ricordano la posizione espressa dall'avvocato Zaccone, che all'epoca del processo disse, difendendo la Juve, di ritenere giusta la retrocessione con penalizzazione.

Qualcuno disse che l'acquiescenza di Zaccone era il prezzo che Ifil pagava indirettamente - via Juve - per rifarsi una specie di verginità sulle regole calcistiche dopo aver violato quelle dell'equity swap. Certo è che quella mossa processuale i tifosi, anche eccellenti, non l'hanno mai perdonata, a cominciare all'epoca da Susanna Agnelli.

In molti rimpiangono la gestione della triade sotto la supervisione di Umberto Agnelli. Ieri Tuttosport, quotidiano sportivo torinese, juventino ma non allineato alla proprietà, titolava: «Juve: cambia tutto!». E l'occhiello spiegava: «Società fragile, grandi acquisti scandalosi, Ferrara non ha dato gioco. È un flop anche economico: i tifosi invocano Andrea Agnelli e Moggi».

Una sberla alla società, e un pizzico di veleno con quel richiamo ad Andrea, figlio di Umberto, che gira il coltello nella piaga: la liquidazione della Triade voluta da Umberto, fu vista in quel momento anche come un regolamento di conti dentro la famiglia, anche se - a dire la verità - tutti i protagonisti lo hanno sempre negato.

Ma, insomma, la sconfitta dell'altro ieri è stato soprattutto un fallimento sportivo. In questi casi il riflesso pavloviano induce a chiedere l'allontanamento dell'allenatore, che però è un tassello importante della Juventus lippiana prevista dal progetto Elkann, progetto che punta sostanzialmente a riformulare lo schema Triade, con un erede naturale, Lippi (che fu una invenzione di Moggi) e con altri nomi di contorno.

Allo stato attuale, molti pensano che mandar via Ciro Ferrara rischia di non essere neanche molto utile. Prima di lui si sono succeduti sulla panchina Didier Deschamps e Claudio Ranieri, tecnici non di primissima fascia ma che hanno riportato la squadra prima in A e poi in Europa. Chi in questo triennio è rimasto sempre al suo posto è il direttore sportivo Alessio Secco, fautore di tutte le campagne acquisti di questi anni. Rimanendo solo al saldo provvisorio dell'ultima campagna trasferimenti, la Juventus dovrebbe registrare un saldo, fra arrivi e partenze, negativo per 42,5 milioni di euro.

La società in questi anni ha speso tantissimo, forte anche dell'aumento di capitale da 104,8 milioni di euro nel 2007, e destinato anche al progetto Stadio. Il portoghese Tiago Mendes e il danese Christian Poulsen sono i simboli, a torto o a ragione, delle campagne acquisti di questi anni, incapaci di far fare un salto di qualità alla squadra.

Se a questo si aggiunge che gli acquisti migliori sono quelli fatti in emergenza, come Mohammed Sissoko, o le mancate cessioni, come nel caso di Giorgio Chiellini a un passo dall'emigrare al Manchester City alcune estati fa, si comprende come le critiche al sostituto di Moggi possano non essere campate in aria.

 

 

 

 

 

 

 

TORNA IN ALTO MARE LA SOLUZIONE DELLA SAGA CARACCIOLO - I DUE PRESUNTI FIGLI NATURALI, CARLO E MARGHERITA REVELLI, CAMBIANO AVVOCATO E SALTA L'ACCORDO - ORA i Revelli manifestEREBBERO l'intenzione di far invalidare il testamento Caracciolo a meno che l'erede, Jacaranda Falck, non consegni il 65% del patrimonio del defunto editore dell'Espresso - DIETRO C'è LO ZAMPINO DEI REBECCHINI?....

A cinquant'anni dal famoso sacco di Roma il clan Rebecchini si vendica dell'Espresso che negli anni Cinquanta mise l'allora sindaco Salvatore Rebecchini alle strette con un'inchiesta scandalo intitolata "Capitale corrotta nazione infetta"? Ah saperlo...

Jacaranda Caracciolo Falck

"Dopo il sacco di Roma ecco che i Rebecchini danno il via al sacco dell'Espresso". La battuta circolava l'altra sera ad una cena della Roma che conta e che chiacchiera. Il gossip parte dall'ormai ultra nota saga ereditaria Caracciolo-Revelli-Rebecchini. In ballo c'è infatti l'eredità dell'editore scomparso lo scorso 15 dicembre che ha lasciato con un testamento scritto nel 2006 tutto il suo patrimonio alla figlia adottiva Jacaranda Falck Borghese.

Negli ultimi anni prima di morire Caracciolo aveva manifestato l'intenzione di riconoscere due presunti figli naturali Carlo e Margherita Revelli che, dopo la morte del principe editore, non essendo stati citati nel testamento, hanno quindi chiamato in causa Jacaranda per ottenere sia il nome sia la loro quota di eredità.

 

Nel susseguirsi di carte bollate e denunce che ha tenuto banco sui giornali di tutto il mondo negli ultimi mesi (ultimo: 'Vanity Fair America') si erano inseriti come mediatori i due avvocati delle controparti, Carlo D'Urso per Jacaranda e il professore Natalino Irti per Carlo Revelli e sua sorella Margherita Rebecchini (sposata con Fabiano Rebecchini).

I due avvocatoni per mesi avevano cercato di calmare gli animi dei loro clienti e alla fine avevano miracolosamente messo sul tavolo una bozza transattiva che sembrava aver soddisfatto entrambe le parti. A Jacaranda sarebbe andata la sua quota di legittima più la quota disponibile. Ai Revelli la loro quota di legittima defalcata da una percentuale che sarebbe stata aggiunta alla quota di Jacaranda.

Caracciolo e Margherita Ravelli

Pochi giorni prima della firma dell'accordo ecco però il colpo di scena. I due ragazzi cambiano rotta, danno il benservito a Irti e assumono l'avvocato Adriana Boscagli (al suo attivo il divorzio di Katherine Price con Gazzoni Frascara e la separazione di Paolo Mieli e Bambi Parodi Delfino). Col nuovo corso legale, i Revelli manifesterebbero la loro intenzione di far invalidare il testamento di Carlo Caracciolo quando saranno riconosciuti a meno che l'erede non consegni loro il 65 per cento del patrimonio del defunto editore dell'Espresso e Repubblica.

 

La trattativa è quindi saltata per aria.

A cosa si deve questo repentino cambio di atteggiamento? C'è chi mormora che, forse, sotto sotto c'è lo zampino di Gaetano Rebecchini, suocero di Margherita Revelli e figlio del famoso sindaco dc. A Rebecchini, dicono gli 'addetti ai livori', non sembrerebbe vero di tirare un colpo basso a Caracciolo che cinquant'anni fa pubblicò la famosa copertina "Capitale corrotta nazione infetta" che segnò la fine politica di suo padre.

 

 

[27-11-2009]  

 

 

La figlia dell'avvocato porta l'attacco più duro nell'affaire dell'eredità
del "signor Fiat". Gabetti replica: risponderemo entro una settimana

"Il tesoro nascosto dell'Avvocato"
La verità di Margherita Agnelli

di ETTORE BOFFANO e PAOLO GRISERI

TORINO - Ieri mattina, infatti, la figlia dell'Avvocato e le sue controparti, oltre a Gabetti anche l'avvocato Franzo Grande Stevens, il commercialista svizzero Siegfried Maron e la madre Marella Caracciolo, hanno depositato le memorie finali davanti al giudice del Tribunale civile di Torino Brunella Rosso.
(l'udienza decisiva è fissata per il 30 giugno). E se Gabetti e Grande Stevens ribadiscono di non aver mai amministrato i soldi dell'Avvocato, la vedova Agnelli ha prodotto copia di una citazione inoltrata alla giustizia elvetica nella quale chiede di dichiarare la validità della divisione ereditaria stipulata in Svizzera nel 2004 con la figlia.

Ma il vero colpo di scena emergerebbe dalle carte consegnate proprio da Margherita: la figlia di Gianni Agnelli, infatti, avrebbe quantificato per la prima volta ciò che, a suo dire, le sarebbe stato tenuto in buona parte nascosto. L'unica erede diretta dell'Avvocato non chiede quel denaro, ma conferma al giudice la sua istanza: quelli che lei considera i "gestori" degli averi del padre, Grande Stevens, Gabetti e Maron, devono consegnarle il rendiconto di tutto. Un gesto clamoroso e un'affermazione molto pesante che si spiegano solo col duro scontro giudiziario che ormai si è imposto nella causa civile cominciata due anni fa. A sostegno della sua posizione, Margherita indica una serie di documenti e le sofisticate operazioni finanziarie che costituiscono l'asse della sua tesi. Una vicenda che corre tra Svizzera, Liechtenstein, Lussemburgo, Usa e paradisi fiscali dei Caraibi. Un possibile "tesoro" estero che, a detta del gruppo di analisti internazionali ingaggiati per tre anni dalla figlia dell'Avvocato, avrebbe il suo fulcro in un'operazione finanziaria del 1998 celebrata all'epoca come una delle più importanti dal dopoguerra: l'Opa Exor.

"L'Opa pour rire". "Un'Opa per ridere" e dunque finta, secondo invece i consulenti di Margherita. Cerchiamo di spiegare i perché di questa tesi clamorosa. Nel 1996 Gianni Agnelli deve subire un delicato intervento al cuore a Montecarlo. e scrive un "memoriale" per indicare la successione alla guida della Famiglia e della Fiat: tocca al primogenito di Margherita, John Elkann. Superata l'operazione, l'Avvocato capisce che è necessaria una costruzione più accurata della questione ereditaria con l'obiettivo di attribuire al nipote la guida dell'accomandita di famiglia. Il problema più importante, sostengono i legali di Margherita, sarebbe però quello del "patrimonio" estero riconducibile a Gianni Agnelli. Somme ingenti, a detta della figlia, le cui tracce potrebbero essersi addirittura intersecate con i "fondi neri" Fiat emersi nel processo torinese contro Cesare Romiti sui falsi in bilancio.


Il "salvadanaio" del Lussemburgo. Nella ricostruzione degli analisti dell'erede Agnelli, tutto sarebbe accaduto nel Granducato dov'era quotata la società "Exor Group". In realtà essa esisteva dal 1966 (ma aveva un altro nome) come filiale dell'Ifi ed era stata creata da Gianni Agnelli e dal cugino Giovanni Nasi. Col trascorrere dei decenni, però, la partecipazione dell'Ifi e dell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli Sapaz", diminuisce costantemente, sino a rappresentare all'inizio del 1998 solo il 19,74 per cento, mentre oltre il 60 per cento è in mano ad "azionisti anonimi" rappresentati nelle assemblee da fiduciari. Al momento della fondazione, Exor Group ha un capitale di mille dollari, ma esso crescerà con dodici aumenti sino a consentire la quotazione nella Borsa del Lussemburgo per usufruire dei benefici fiscali di una legge del 1929. La società lussemburghese è strategica nel Gruppo Agnelli-Fiat e ha distribuito dividendi anche dieci volte superiori a quelli delle finanziarie italiane, Ifi e Ifil: dal 1974 al 2002, infatti, Exor assicura un miliardo e 808 milioni di euro a fronte di 215 milioni di euro da parte delle finanziarie italiane. Quanto alla quotazione in borsa essa appare, a detta degli analisti, "flebile": il flottante resterà sempre inferiore all'1 per cento.

Questioni di fisco. Nel 1998 Exor è ricchissima grazie alle numerose filiali negli Stati Uniti e in Asia. Al 31 dicembre 1997 il patrimonio netto è di 737 milioni di euro, ma il consolidato è di due miliardi e 286 milioni. A questo punto, nello scenario dei consulenti, la società mette in vendita le filiali creando un maxidividendo pari a un miliardo e 750 milioni di euro sul quale i soci italiani (sia ufficiali che anonimi) dovrebbero poi versare al nostro fisco somme molto elevate. Secondo la consulenza, chi comandava davvero in Exor avrebbe allora deciso di trasformare quei dividendi in plusvalenze pagabili all'estero e non tassabili. Si tratterebbe di "un'operazione geniale": la famosa Opa lanciata ufficialmente dalla "Giovanni Agnelli e Sapaz" il 10 novembre 1998 per 2600 miliardi di lire.

L'amico americano. In realtà l'accomandita fonda, sempre in Lussemburgo, una nuova società. È il 12 novembre e la chiama "Giovanni Agnelli & C. International". Sarà quest'ultima a lanciare ufficialmente l'Opa (il prospetto è di 15 pagine e l'offerta va dal 21 dicembre 1998 al 15 gennaio 1999) su tutte le azioni di Exor escluse quelle detenute dall'Ifi, dall'accomandita di famiglia e da Sopraexo (della famiglia Mentzelopoulos): tutti i titoli degli azionisti anonimi. Per farlo, però, la nuova società chiede un prestito di 1,3 miliardi di dollari alla Chase Manatthan Bank controllata da un grande amico di Agnelli e Gabetti: David Rockefeller. Il prestito è subito concesso, nonostante un capitale sociale di 16 milioni di dollari. L'Opa ha un effetto immediato tra gli azionisti sconosciuti: i titoli acquistati ammontano a un totale di un miliardo 364 milioni 474.680 dollari finiti nelle casse degli "anonimi" i quali, da quel momento, escono per sempre da Exor Group. Il 21 giugno, la stessa Exor delibera il futuro pagamento del maxidividendo da un miliardo 526 milioni 915.745 dollari e il 30 giugno assorbe la sua azionista, la "Giovanni Agnelli & C. International", che sparisce. A questo punto, Exor delibera infine di saldare il debito con la banca di Rockefeller (debito che ha "eredidato" dalla società scomparsa) e lo fa utilizzando proprio il denaro del maxidividendo. Al termine dell'operazione, Ifi e accomandita controllano assieme l'84,79% della società lussemburghese (che nel frattempo è uscita dalla Borsa) anche se nessuna delle società italiane coinvolte ha dichiarato di aver ricevuto un reddito dall'Opa. Gli "anonimi", invece, avrebbero lasciato Exor portando con sé un miliardo e trecento milioni di dollari.

Il "sancta sanctorum". Ma chi sono i "soci anonimi" che hanno rotto il "salvadanaio lussemburghese"? Qui sta il perno della tesi di Margherita Agnelli. I fiduciari in realtà avrebbero rappresentato, secondo quel che dice la consulenza, quasi sempre una sola persona: Gianni Agnelli. In altre parole, il lento declino azionario di Ifi e dell'accomandita dal 100 per cento di Exor del 1966 sino al 19,74 per cento del 1998 avrebbe avuto un contraltare "riservato": chi comprava le azioni da altri membri della Famiglia sarebbero stati lo stesso Avvocato o dei suoi fiduciari. Ma in quale percentuale? Gli analisti hanno varato due ipotesi: da un minimo del 33% (in questo caso Agnelli avrebbe ricavato un miliardo 44 milioni 54.418 euro dall'Opa del 1998) a un massimo del 100 per cento (pari a 2 miliardi 514 milioni 675.897 euro). Nell'ipotesi mediana (il 50 per cento), quell'accumulazione di capitale all'estero ammonterebbe a un miliardo 463 milioni 243.000 euro: proprio quest'ultima è quella prospettata al Tribunale. Dal 1999 il denaro sarebbe poi transitato su una decina di trust offshore già indicati da Margherita Agnelli nella citazione a giudizio del 2007.

La risposta di Exor. Gianluigi Gabetti, interpellato ieri da "Repubblica", ha scelto di non replicare: "Non ho ancora visto le carte - ha detto - Le stanno valutando i miei legali e ci vorrà almeno una settimana. Per ora non com-mento".

(11 giugno 2009)

 

 

 

 

Dinasty Caracciolo - 'vanity fair 'america rivela che a fornire ai fratelli Revelli il sangue della famiglia Caracciolo, per l’esame del Dna, sono state le nipoti di Carlo, Marellina Caracciolo, figlia del fratello Nicola e Margherita Agnelli, figlia della sorella Marella: infatti quando i Revelli si sono fatti avanti per chiedere il prelievo, il defunto era stato già cremato...

da Blitzquotidiano.it

Un lungo articolo del giornalista americano Bob Colacello, pubblicato nell'ultimo numero dell'edizione americana della rivista mensile Vanity Fair e intitolato "Eredità all'italiana", riassume e racconta l'intricata vicenda dell'eredità di Carlo Caracciolo, («nemico pubblico numero uno del capo fuori controllo del Governo italiano» Silvio Berlusconi) co-fondatore, azionista e ex presidente del settimanale l'Espresso, del quotidiano la Repubblica e di una catena di giornali locali, molti dei quali da lui fondati o sottratti alla chiusura già decretata.

Al centro della contesa, l'eredità di Caracciolo, valutata da Vanity Fair, agli attuali corsi di Borsa, intorno ai 200 milioni di dollari, inclusa una quota dell'11,7 per cento della società editrice delle varie testate, Gruppo editoriale l'Espresso spa.

A contendere l'eredità, da Caracciolo interamente lasciata alla figlia adottiva Jacaranda Falk Caracciolo, sono altri due giovani romani, i fratelli Carlo e Margherita Revelli, la cui madre, che ha messo al mondo altri tre figli dal legittimo marito, ha confessato in tarda età il doppio tradimento e ai quali Caracciolo avrebbe promesso l'adozione, senza peraltro poi dare concreto seguito alle parole spese né in tribunale né nel testamento.

L'articolo, basato su un serie di interviste condotte in Italia la scorsa estate e su quanto riportato dal Corriere della Sera nei mesi passati, ripercorre la vita privata e sentimentale di Caracciolo e può costituire una lettura appassionante per quanti preferiscono alle vicende del Grande Fratello le vicende di sesso, amore e interessi dei nobili e degli aristocratici.

Contiene un particolare finora inedito. Colacello rivela che a fornire ai fratelli Revelli il sangue della famiglia Caracciolo, al fine di rendere possibile l'esame del Dna, sono state le nipoti di Carlo, Marellina Caracciolo, figlia del fratello Nicola e Margherita Agnelli, figlia della sorella Marella: infatti quando i Revelli si sono fatti avanti per chiedere il prelievo, il defunto era stato già cremato, in esecuzione della sua volontà e in ossequio a una elementare prassi igienica.

Altra rivelazione, di minore momento, è che i tre figli di Giorgio Falk detestavano la seconda moglie dell'industriale milanese, l'attrice Rosanna Schiaffino, che, riporta Colacello, trattava i figliastri in modo orrendo e era molto crudele con loro.

Vanity Fair così riassume la vicenda: «Un anno fa, il funerale di Carlo Caracciolo, principe di Castagneto, duca di Melito, co-fondatore dell'Espresso e della Repubblica, ha riunito in suo clan allargato, un pezzo di élite che comprende gli Agnelli, i Borghese, i Visconti e i Pasolini. Ma dalla rivelazione che il suo cadavere, la fonte del Dna, era stato cremato per ordine della sua figlia adottiva, Jacaranda, ha preso l'avvio uno scandalo che potrebbe ridurre in pezzi l'intera famiglia».

Per questo l'articolo si propone di «esplorare l'intensa vita di Caracciolo e le pretese degli altri due presunti figli» e di «affrontare la domanda che si fa l'intera aristocrazia italiana: quanti eredi aveva Carlo».

L'articolo "esplora" la vita di Caracciolo nei suoi vari aspetti, dagli intrecci familiari e amorosi (con quale lacuna e qualche ritegno) alle vicende professionali (la nota «guerra di Segrate che vide contrapposti nella contesa legale, per il controllo della Mondadori, Berlusconi da un lato, dall'altro lo stesso Caracciolo e Carlo De Benedetti e che si concluse con la mediazione dell'imprenditore e attuale senatore pdl Giuseppe Ciarrapico»).

L'articolo analizza a fondo anche la spaccatura della famiglia Caracciolo, della quale fu elemento determinante l'ingresso nel clan di Jacaranda Falk, da Caracciolo adottata alla fine degli anni '90, alla vigilia delle nozze con il principe Fabio Borghese.

 

L'articolo parla anche dei tre figli che Violante Visconti, moglie in tarda età e amore di tutta la vita di Caracciolo, ha avuto dal conte Pasolini dell'Onda e adombra il sospetto che due di loro siano in realtà figli del principe. Dopo la morte di Caracciolo, racconta Colacello, qualcuno ha avanzato il dubbio, ma la risposta dei tre (a uno di loro, produttore cinematografico, si deve il film "The full monty") è stata netta: abbiamo conosciuto un uomo che ci ha dato un nome, un'educazione, una prospettiva di vita. Non ci interessa altro. L'eredità? Non ci sono solo i soldi nella vita.

Vale la pena di rilevare il contrasto con il comportamento dei giovani Revelli e della loro madre, che di fronte ai milioni di euro in ballo non si sono peritati di gettare sul defunto Carlo Revelli la taccia del cornuto e dell'impotente.

 

Una buona parte del dramma familiare ruota intorno alla tenuta di Garavicchio, al confine fra la Toscana e il Lazio, che per anni era stata una specie di buen retiro non solo dei tre figli (Carlo, Marella e Nicola) dell'ambasciatore Filippo (detestato dai suoi pari perché antifascista), ma anche dai suoi nipoti, in particolare Margherita e Edoardo, figlio di Marella e di Gianni Agnelli, suicida da un viadotto dopo essere stato diseredato dal padre, legatissimo a Carlo: lo considerava un altro padre, che però non lo giudicava.

Alla base del risentimento fra cugine sembra ci sia una questione di spazi "condominiali": prima dell'avvento di Jacaranda, Garavicchio pare fosse una specie di casa comune, un albergo di famiglia in cui rifugiarsi, dove i vari zii, cugini e nipote dormivano un po' dove capitava, anche in quella del capo clan, se Carlo era assente.

L'arrivo di Jacaranda implicò delle delimitazioni territoriali e l'appropriazione di due stanze per i giovani principi Borghese e i loro bambini; cosa che Jacaranda conferma a Colacello, motivandola con un'esigenza difensiva rispetto all'ostilità manifestata contro di lei aprioristicamente dalle cugine.

Se non si trattasse di cognomi nobili e illustri, ma di poveri inquilini di bassi napoletani, si potrebbe chiedere sorridere e chiedere l'arbitrato di qualche autorità familiare. Invece sono in campo famosi avvocati, ma per il resto la natura umana sembra non fare sconti alla classe sociale.

E certo alcuni aspetti della natura umana trovano alimento anche in qualche cosa di più sostanzioso di una definizione di territorio tra donne. Forse la chiave di tutta la vicenda è nelle parole che Colacello attribuisce a Rossella Sleiter, moglie di Nicola Caracciolo e che forse spiegano meglio il disorientamento dei parenti: «Carlo una volta disse a Nicola: "Non ti preoccupare, non ho figli"».

 
[15-11-2009]

 

 

 

LUPO (RATTAZZI) & AGNELLI – IL FIGLIO DI SUNI AL PROCESSO IFIL-EXOR: “NEL 2005 DELLE SOCIETÀ DI PRIVATE EQUITY (QUALI? ndr) ERANO PRONTE A MUOVERE L'ASSALTO AL LINGOTTO” – GABETTI INFORMÒ LA FAMIGLIA CHE IFIL POTEVA FARE NUOVI INVESTIMENTI IN FIAT ED EVITARE LA DILUIZIONE: “SE MI DATE IL VIA IO HO LO STRUMENTO”…

(Adnkronos) - Nel maggio 2005 'venni a conoscenza delle manovre che si stavano armando intorno a Fiat, cioe' che alcune societa' di private equity erano pronte a muovere l'assalto alla Fiat'. E' quanto ha raccontato, nella sua testimonianza, Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli e consigliere di Ifil nel 2005, uno dei testimoni citati da una delle parti civili, un piccolo azionista, ma anche dalla difesa, nel processo Ifil-Exor sull'equity swap che porto' l'Ifil a mantenere il controllo della Fiat alla vigilia della scadenza del prestito convertendo delle banche.

Ripercorrendo la vicenda al centro dell'inchiesta della procura di Torino, il presidente di Neos e vicepresidente di Alpitour, ha ricordato che a meta' maggio c'era stata la lettera di Lehman Brothers alle banche del convertendo che evidenziava che c'erano gruppi pronti a muovere l'assalto alla Fiat.

LUPO RATTAZZI - Copyright Pizzi

Qualche tempo dopo - ha proseguito Rattazzi - fui avvicinato da importanti gruppi di private equity che mi misero a parte del loro intento di studiare il dossier per vedere se c'erano delle possibilita' in vista della scadenza con le banche. Il 14 settembre - ha raccontato ancora Rattazzi riferendosi a una riunione di famiglia convocata da Gianluigi Gabetti - ho appreso che Ifil aveva deciso di reagire a questo'.

In quella riunione Gabetti, che insieme all'avvocato Franzo Grande Stevens e a Virgilio Marrone e' indagato nel processo per aggiotaggio informativo, disse infatti che c'era la possibilita' per Ifil di fare nuovi investimenti in Fiat cosi' da evitare la diluizione, e chiese il mandato a procedere.

GIANLUIGI GABETTI

'Molti rimasero sopresi - ha raccontato Rattazzi - ci fu un'accesa discussione e alcuni non erano d'accordo ma alla fine a grande maggioranza si decise di approvare la cosa. Ma non ricordo che si parlo' di quale strumenti utilizzare per fare cio', ricordo bene che per due volte Gabetti ripete' 'se voi siete d'accordo e mi date il via io ho lo strumento', questo fu il livello di dettaglio di quella riunione'. Secondo Rattazzi non si parlo' mai di equity swap ne' fu specificato in quale modo acquistare, in breve tempo, le azioni.

 
[29-10-2009]

 

 

 

JAKI HA UN NUOVO CONSIGLIERE, SI CHIAMA MARIO CALABRESI...
Da "LiberoMercato" - Il giovane John Elkann, detto Jaki e primogenito di Margherita Agnelli, frequenta sempre più spesso la redazione de La Stampa. Non certo per interferire sulla linea editoriale ma per coltivare il sodalizio con Mario Calabresi. Il neo direttore secondo alcuni osservatori sta lentamente e meritatamente prendendo il posto di Gabetti e Grande Stevens. I due bracci destri dell'Avvocato.

Proprio Calabresi avrebbe consigliato a John, lo scorso Ferragosto, di rilasciare due pagine di intervista sull'eredità della mamma Margherita. Intervista firmata dalla stesso Calabresi e ovviamente destinata ad apparire su La Stampa. Qualcuno in famiglia però ha consigliato il giovane Elkann di soprassedere. Non per questo il sodalizio con il direttore ha subito intoppi. E se dietro la visita fatta da John a Ferruccio De Bortoli ci fosse Calabresi come la prenderebbero Gabetti e Grande Stevens? Una cosa è certa ormai Jaki non ha più bisogno dei loro consigli.

 

 

 

ELKANN, DISPERATO CHE DE BORTOLI ATTACCHI IL LINGOTTO AL CHIODO, CHE AL SUPREMO DUPLEX DEL CORRIERE, GERONZI & BAZOLI, DELLA FIAT NON PUò FREGA DI MENO, COSì COME AL MARPIONNE DI DETROIT NON FREGà UN CAZZO DELL'ITALIA (E QUINDI DI AVERE 'LA STAMPA' O IL CONDOMINIO DI VIA SOLFERINO)...

Fabrizio d'Esposito per "Il Riformista"

Ferruccio de Bortoli dixit: «Se vogliono, mi caccino pure». Il direttore del Corriere della sera ha reagito così alle indiscrezioni sulla rabbia della Fiat, azionista di Rcs Mediagroup, trapelate dall'ultima riunione del cda del gruppo editoriale. Rabbia nei suoi confronti. Per gli articoli sulla guerra ereditaria tra gli Agnelli. E per quel passaggio nell'editoriale del 12 ottobre scorso sulla sua autonomia dai soci del patto, al punto di essere contro gli incentivi alla Fiat. Così è arrivato il redde rationem, come riportato ieri dal Riformista.

E in serata a Matrix, intervistato da Alessio Vinci, de Bortoli non ha fatto nulla per abbassare i toni oppure smentire seccamente i mal di pancia degli storici azionisti di Via Solferino. Anzi, ha alzato il livello dello scontro a mo' di sfida. È stato quando il conduttore della trasmissione di Canale 5 gli ha chiesto dei rumours pubblicati dal nostro quotidiano. Senza fare una piega, il direttore ha risposto: «Se vogliono, mi caccino pure».

Segno che la nuova guerra dentro il gruppo editoriale più importante del Paese sta entrando nella sua fase più calda. Sinora, de Bortoli ha potuto contare sul sostegno dei pattisti Geronzi e Bazoli. A questo punto, sull'altro fronte, c'è la Fiat di Montezemolo e John Elkann. Nel consiglio d'amministrazione del 14 ottobre scorso, lo sfogo dei rappresentanti dell'industria torinese, il giovane Yaki e Franzo Grande Stevens, è stato questo: «Che rimaniamo a fare in Rcs?». E giù l'elenco delle lamentele.

Certo, un'uscita della Fiat da Rcs sarebbe una rivoluzione per le élite italiane. Un evento clamoroso che incrocerebbe la parabola discendente del berlusconismo. Ulteriore segno che il mondo dell'economia e della finanza si muove più veloce di quello della politica.

 
[21-10-2009]

 

 

 

G.AGNELLI SAPAZ: PIU' CEDOLE, NEL I SEMESTRE TORNA A SALIRE L'UTILE...
Radiocor - Nel primo semestre 2009 l'utile della Giovanni Agnelli e C. sapaz torna a salire dopo il calo registrato nell'esercizio 2008. Nel periodo gennaio-giugno, secondo quanto risulta a Radiocor, l'accomandita della famiglia Agnelli ha visto aumentare il risultato netto a 38,58 milioni dai 22,7 milioni dell'esercizio 2008 e dai 27,46 del primo semestre 2008. Questo grazie alla crescita a quota 41,76 milioni dei dividendi da partecipazioni rispetto alla flessione registrata nel 2008 a 31,88 milioni dai 63,11 del 2007.

 

 

AGNELLI COLTELLI - MARGHERITA SFORNA UNA LETTERA DEL 2004 CHE ELENCA UNA NUOVA GALASSIA DI TRUST E FONDAZIONI RICONDUCIBILI ALL’AVVOCATO – AVREBBE I NOMI DI 15 ISTITUTI DI CREDITO (MOLTI IN SVIZZERA) – VOLEVA LA DOCUMENTAZIONE MA LE È STATA RIFIUTATA…

Mario Gerevini per "il Corriere della Sera"

Una lettera e uno schemino societario: lì dentro compaiono nuove holding estere, finora sconosciute, riconducibili al «comparto riservato » di Gianni Agnelli. La lettera è del manager svizzero Siegfried Maron. Intanto da altre carte inedite della causa torinese sull'eredità Agnelli vengono fuori i nomi di quindici banche nelle quali ci sarebbero stati conti correnti e depositi titoli dell'Avvocato. Seguiamo queste nuove piste.

LA CAUSA
Il giudice torinese Brunella Rosso, che ha fissato la prossima udienza (forse decisiva) per il 12 novembre, non ha tuttavia accolto alcun dossier (nè testimoni) tra quelli presentati da Margherita Agnelli de Pahlen a sostegno delle sue tesi. La figlia dell'Avvocato sospetta che una parte del patrimonio del padre sia rimasta indivisa e chiede giudizialmente il rendiconto dei beni ai presunti gestori, i manager Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron. Loro ribattono che l'istanza di Margherita è infondata, inammissibile, che non hanno mai ricevuto mandati e poi, dice Gabetti, «l'avvocato Agnelli gestiva personalmente tutti i suoi beni». L'Agenzia delle Entrate sta approfondendo flussi contabili e schemi societari. Ma finora nessuna notizia di irregolarità.

 

LE NUOVE HOLDING
Margherita Agnelli «è entrata in possesso - si legge in uno dei documenti agli atti a Torino - di prova documentale, costituita da una lettera del 18 giugno 2004, firmata dal signor Siegfried Maron (gestore dei family office svizzeri della famiglia, ndr ), che elenca una parte di società, trust e fondazioni» riconducibili all' Avvocato. Su questa galassia sarebbero confluite «disponibilità liquide parte del suo patrimonio personale».

 

Il documento è una bozza di fattura che Maron ha spedito a una serie di soggetti per conto dei quali aveva svolto servizi amministrativi. Vengono messe in fila società già note da due anni: Fima Calamus, Springrest, Sikestone, Sigma, tutte delle Isole Vergini Britanniche (Bvi), e Alkyone, la fondazione del Liechtenstein che era il perno della galassia. Poi però spuntano la Vencom Bvi, la European Ventures Group di Cayman, una stranissima «Farella» e si scopre che esisteva una Fima Panama e una Vilanda limited di residenza ignota anche se probabilmente è quella, con sede a Singapore, finita sotto il controllo di Margherita.

Insomma, era una struttura ben più complessa di quello che finora è emerso. Alcune finanziarie, poi, sono state attribuite alle due eredi (il marito di Margherita, Serge de Pahlen, è stato presidente della Fima Bvi) e liquidate (Alkyone), di altre si sono perse le tracce. Nella Fima Bvi, quando l'Avvocato morì, c'erano 187 milioni (164 nella Springrest e 110 nella Sigma), frutto anche di una brillante operazione sul capitale della Lear Seating Corporation (sedili per auto) alla fine degli anni '90: entrata con un 10%-12%, Fima uscì dopo la quotazione di Lear a New York incassando 250 milioni, uno spettacolare +800%. Ma che cosa c'era in Vencom, European Ventures e Farella? E qual era la funzione di Fima Panama? Probabilmente non si saprà mai.

LE QUINDICI BANCHE
L'articolato edificio societario che ospitava il patrimonio dell'ex presidente Fiat alimentava una gran quantità di rapporti bancari. O almeno questo ipotizza sua figlia che nelle indagini affidate a ex 007 dell'agenzia investigativa Kroll sostiene di aver individuato conti del padre, o comunque riferibili alla movimentazione del suo patrimonio, in quindici banche. Ha provato ad avere la documentazione ma gli è stata rifiutata e ha chiesto, senza successo, che il giudice ordinasse rogatorie internazionali.

Resta l'elenco. Accanto a tipiche banche commerciali compaiono boutique del credito che tradizionalmente gestiscono su misura grandi capitali di ricchi privati (tra parentesi la sede dove è stato aperto il conto): Morgan Stanley (Zurigo), Jp Morgan (Ginevra), LGT Bank la banca del principe Hans-Adam (Vaduz-Liechtenstein), Bank Hofmann (Zurigo), Credit Suisse (Zurigo), Lombard Odier Darier Hentsch (Ginevra), Banque Pictet (Ginevra), Ubs (Zurigo), Deutsche Bank (Zurigo), Intesa Sanpaolo Private Banking (Torino), Banca Popolare di Bergamo (Bergamo), Royal Bank of Canada (Montreal), Lazard Llc (Parigi), Banque Artesia (L'Aia), Dexia Banque (Lussemburgo).

 
[16-10-2009]

 

 

 

LA DIVISIONE DELL'IMPERO - A MARPIONNE L'INDUSTRIA (FIAT), AGLI AGNELLI ELKANNIZZATI LA FINANZA (EXOR) - OPERAZIONE FIDEURAM - UNA MINORE DIPENDENZA DALLE PERFORMANCE DEL LINGOTTO RENDEREBBE LA HOLDING (partecipazioni di oltre 5 miliardi) PIÙ INTERESSANTE PER GLI INVESTITORI…

Sara Bennewitz per "Affari & Finanza" di "la Repubblica"

È la holding più grande, ma anche la più sottovalutata di Piazza Affari. Exor, che è appena entrata nel Ftse Mib, si prepara a fare una rivoluzione copernicana e culturale per spostare progressivamente dalla Fiat il suo centro gravitazionale.

La cassaforte della famiglia Agnelli nata dalla fusione tra Ifi e Ifil è infatti determinata a portare a termine nuove importanti acquisizioni per diversificare i suoi investimenti oltre il Lingotto.

Elkann Montezemolo Marchionne

Il mercato ha percepito il primo segnale di cambiamento quando John Elkann ha dichiarato che Exor era disposta a diventare un azionista più piccolo in una Fiat più grande. E la scelta di un approccio più industriale e meno padronale sulla Fiat e sulle partecipazioni del gruppo era un segnale di apertura nei confronti del mercato che gli investitori aspettavano da tempo.

Ugualmente, la conferma di un interesse nel dossier Fideuram è stata letta come un'ulteriore dimostrazione del fatto che Sergio Marchionne non chiederà nuove risorse ai suoi azionisti per ristrutturare e potenziare la crescita di Fiat.

Se infatti Exor è pronta a fare investimenti di peso, come potrebbe essere quello in Fideuram, significa che il Lingotto per chi avesse ancora dei dubbi non ha bisogno di reperire nuove risorse sul mercato. Una notizia, questa, che per Exor è due volte positiva: da un parte la liquidità della holding è svincolata dalle necessità del Lingotto, dall'altra se Fiat non ha problemi di cassa il suo maggior azionista è anche il primo a beneficiarne.

Detto questo, Marchionne in settimana è tornato sul tema dell'azionariato, precisando che Exor non condiziona le strategie del Lingotto. Qualche importante fondo internazionale non è del tutto convinto che il management di Fiat sia totalmente indipendente dalla famiglia Agnelli, ma è vero che tra i fondi Usa che volevano bloccare l'amministrazione controllata di Chrysler c'era anche Perella Weinberg, società di cui Exor è azionista all'1,9%.

Fatto sta che Exor ha un giardinetto di partecipazioni di oltre 5 miliardi, e in Borsa vale il 46% in meno dei suoi asset. Nessuna holding paga un simile sconto come quella che fa capo alla famiglia Agnelli. È però vero che la finanziaria torinese ha un paio di pecche: da una parte circa l'86% dei propri asset è rappresentato da aziende quotate, dall'altra più della metà del proprio valore è legata a doppio filo all'andamento del Lingotto. Un maggior peso degli asset non quotati fornirebbe infatti agli investitori un motivo in più per investire in Exor, invece che direttamente nelle sue partecipate.

Per lo stesso motivo, una minore dipendenza dalle performance di Fiat renderebbe la holding più interessante e abbasserebbe il suo profilo di rischio verso un investimento che proprio per la sua natura industriale è "capital intensive". Inoltre Exor, a differenza di tutte le holding italiane non ha debiti, le sue passività sono infatti principalmente legate a due emissioni obbligazionarie a lunga scadenza, che a sua volta sono state al momento reinvestite in obbligazioni societarie e commercial paper, pronti ad essere liquidati per fare nuovi investimenti.

Tuttavia, dato l'attuale livello dei tassi, Exor ha un costo medio dei suoi 1,1 miliardi di debiti (il 5% all'anno), superiore al rendimento che questa liquidità riesce a generare (nel primo semestre il 4%). Infine, la holding della famiglia Agnelli, come del resto la Fiat, è l'unica azienda italiana che ha ancora tre diverse classi di azioni (ordinarie, risparmio e privilegio), un'anomalia rispetto alla tendenza dei principi della governance internazionale che puntano sul principio one share one vote.

Fin qui i difetti, ma non mancano neppure i pregi. Exor ha cercato di diversificare la sua presenza sia in termini geografici che di valuta, puntando su società con brand forti e riconosciuti a livello internazionale. Questo era il fil rouge dell'acquisizione di Cushman & Wakefield, società Usa di servizi immobiliari che però è stata rilevata poco prima dello scoppio della crisi dei subprime.

Se l'operazione perfezionata sotto la gestione di Carlo Sant'Albano non ha avuto un timing molto azzeccato, il mercato riconosce però all'ad di Exor di aver portato avanti un ottimo processo di disimpegno dalle cartiere francesi per rafforzarsi nel colosso della certificazione svizzero grazie al riassetto si SequanaSgs.

Inoltre, Exor è una delle pochissime grandi aziende italiane, che anche per dare una dimostrazione di quanto crede nel valore dei propri asset, ha continuato nel piano di riacquisto di azioni proprie nonostante la crisi e la conseguente volatilità registrata quest'anno sui mercati. Per tutti questi motivi una serie di analisti ha inserito il titolo tra la lista dei suoi preferiti.

«Abbiamo da tempo scelto Exor come top pick tra le holding italiane spiega Alessandro D'Erme di Ubs per la solida struttura patrimoniale, il forte sconto sul nav (net asset value) e per l'esposizione, tramite Fiat, ad uno dei settori più dinamici e con più forti possibilità di consolidamento». Ubs, che giudica il titolo ‘buy' con un target di 18,5 euro, valuterebbe positivamente la diversificazione di Exor nell'asset management attraverso l'acquisto di una quota di Fideruam.

«Il ritorno sull'investimento di Fideuram è molto superiore rispetto al costo medio ponderato del capitale di Exor osserva Massimo Vecchio di Mediobanca . Inoltre, una maggiore esposizione ai servizi finanziari, consente minori investimenti in conto capitale e garantisce una buona visibilità degli utili». Ma anche Equita colloca tra i suoi preferiti la holding della famiglia Agnelli con un prezzo obiettivo di 16,6 euro.

«Non si capisce perché le Ifil ordinarie trattavano a uno sconto del 30%, mente le Exor ordinarie valgano addirittura il 46% in meno spiega Martino De Ambroggi valuteremmo positivamente il possibile investimento su Fideuram a un giusto prezzo, perché aumenterebbe la diversificazione della holding e il flusso di dividendi verso Exor».

 
[05-10-2009]

 

 

 

QUEL POVERACCIO DI LAPONE - IL "PANORAMA" DI MULETTO MULÈ SI LANCIA CONTRO LE DICHIARAZIONI DEI REDDITI DELLA SACRA FAMIGLIA SABAUDA - ECCO UNA FAMIGLIA COMPLESSIVAMENTE POCO SOPRA LA SOGLIA DI POVERTÀ. SPESSO PIÙ INDIGENTI DEI LORO MANAGER E PROFESSIONISTI - UN VERO CASO UMANO IL REIETTO LAPO, CON I SUOI 74 MILA EURO DI REDDITO...

Paolo Stefanato per "il Giornale"

I misteri e i litigi che hanno accompagnato l'eredità di Gianni Agnelli hanno ottenuto, per il momento, un primo risultato evidente: quello di attirare l'attenzione del fisco e dell'opinione pubblica su uno dei patrimoni più celebri e consistenti d'Italia. Così Panorama nel numero oggi in edicola pubblica i redditi dichiarati nel 2007 da alcuni membri della famiglia Agnelli: dati che emergono dal lavoro della commissione di esperti dell'Agenzia delle entrate guidata dal coordinatore regionale del Piemonte, Vincenzo Palitta.

agnelli nipoti lapo john elkann

La guerra scatenata da Margherita, figlia di Gianni, contro la madre Marella e i tre uomini di fiducia del padre (Franzo Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Sigfried Maron), è tesa a dimostrare che una cifra valutata tra 1 e 2 miliardi di euro è stata «nascosta» all'estero e sottratta all'asse ereditario. Ma, in attesa di scoprire il tesoro, il fisco si accontenta di accertare i tesoretti dei singoli contribuenti.

Otto i membri della famiglia di cui Panorama diffonde i redditi, e i dislivelli tra gli uni e gli altri inducono ulteriori curiosità: i due fratelli John e Lapo Elkann, per esempio, sono separati da alcuni zeri. Il primo, all'epoca vicepresidente della Fiat, denunciava 2,2 milioni di euro, mentre il secondo ne dichiarava «solo» 74mila.

 

L'emolumento di John, come vicepresidente, era di 582mila euro, mentre le società di comunicazione, investimenti e immagine fondate da Lapo con Andrea Tessitore, datano proprio 2007 e gli eventuali redditi non appartengono a quell'esercizio. Incuriosisce anche il reddito di Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli: 1,227 milioni di euro, quando nel 2004 un accordo post-ereditario sottoscritto con la figlia le garantiva - così è stato scritto - un vitalizio di circa 9,2 milioni di euro annui.

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Storici soci dell'accomandita di famiglia sono le sorelle di Gianni Clara Giovanna e Maria Sole, i cui redditi erano rispettivamente di 391mila e 94mila euro. Il marito di quest'ultima, Pio Teodorani Fabbri, oggi vicepresidente di Exor, dichiarava 287mila euro. Allegra Caracciolo, vedova di Umberto Agnelli, in coda alla lista, denunciava un reddito impiegatizio: 70mila euro.

In realtà la quota nella Sapaz appartiene ai figli Anna e Andrea, quest'ultimo titolare del fondo Lamse, con sedi in Italia e in Gran Bretagna, che denunciava 167mila euro. Quesiti che tutti ora si porranno: davvero gli Agnelli guadagnano così poco? Le dichiarazioni saranno veritiere? In realtà i redditi, che in alcuni casi appaiono inverosimili, possono rispettare la massima correttezza fiscale.

«Il sistema avvantaggia i redditi da capitale, facendoli sfuggire alla progressività e sottraendoli alla dichiarazione annuale» spiega Enrico Zanetti, commercialista e coordinatore dell'ufficio di presidenza dell'Ordine.

I dividendi di società di cui non si possieda una quota superiore al 20% (se non quotate) e del 2% (se quotate), subiscono una tassazione alla fonte del 12,5%; se la partecipazione (nelle non quotate) è superiore al 20%, vanno, sì, inseriti nella dichiarazione Irpef, ma godono di un abbattimento del 50% circa. Anche le cedole di Bot e obbligazioni, godono del regime di tassazione sostitutiva, il 12,5%: chi possedesse soltanto azioni e obbligazioni non dovrebbe nemmeno compilare la dichiarazione.

Le società di famiglia, spesso immobiliari, possono decidere di non distribuire dividendi e mantenere intatto il salvadanaio, perché cresca da solo. Molte le agevolazioni fiscali anche nel mondo agricolo, tipico patrimonio di famiglie interessate a diversificare: il regime contributivo ha come parametro la base catastale dei terreni, che tradizionalmente ha un valore molto basso. E questo vale anche per chi produce il vino.

 
[02-10-2009]

 

 

 

Ma sono Agnelli o Recchi? Da Venezia un film con mistero. Nel film 'Io sono l'amore' di Luca Guadagnino, presentato a Venezia, si racconta la saga di una grande famiglia di imprenditori nei quali tutti hanno riconosciuto gli Agnelli. Nel film però il loro cognome è Recchi e il regista palermitano giura che si tratta di una scelta di fantasia.

Sennonché una famiglia Recchi a Torino esiste, è una delle più in vista della città (grandi costruttori) e vari passaggi del film, a cominciare da quelli dedicati a pranzi molto raffinati, sembrano ispirati proprio alle abitudini di quella casa, più che agli Agnelli.

A Torino è subito cominciato il gossip. Interpellato da Panorama, Giuseppe Recchi (presidente italiano della General Electric) mette avanti le mani: «Mi fa sorridere la coincidenza. E comunque sarei pronto a interpretare me stesso, però vorrei prima conoscere il nome della protagonista».

PM MILANO INDAGA CHARLES PONCET, EX LEGALE DI MARGHERITA AGNELLI...
(Adnkronos) - La Procura di Milano ha indagato, per tentata estorsione, Charles Poncet, l'ex legale ginevrino di Margherita Agnelli. E' quanto sostiene la testata svizzera 'La Tribune'. I fatti sarebbero stati commessi nell'ambito della complessa questione relativa all'eredita' di Gianni Agnelli.

In particolare, secondo l'accusa, Poncet avrebbe esercitato pressioni su di un altro ex avvocato di Margherita Agnelli, Emanuele Gamna, per fargli restituire la somma di circa 10 mln ricevuti a titolo di onorario. Lo studio di Gamna, a Milano, era stato perquisito nei mesi scorsi dai magistrati milanesi nell'ambito di un'indagine dove l'ipotesi d'accusa era la truffa.

 

 

 

COME MAI LA SACRA FAMIGLIA DEGLI AGNELLI, LA STESSA CHE NON HA CACCIATO UN DOLLARO PER AIUTARE MARPIONNE NELLA CONQUISTA DI OPEL, È PRONTA A SCUCIRE PIÙ DI 3 MILIARDI DI EURO PUR DI METTERE LE MANI SULLA FIDEURAM DI BANCA INTESA? - (OSCAR GIANNINO: “"COMPRANO UN GESTORE DI RISPARMIO PERCHÉ SOLO COSÌ POSSONO FAR RIENTRARE I LORO PATRIMONI CONTANDO SULLA PIÙ ASSOLUTA RISERVATEZZA")

Ormai è chiaro che dentro la Sacra Famiglia degli Agnelli e nella Fiat circolano tre anime: industriale, finanziaria, politica.

 

L'anima "politica" è incarnata plasticamente da Luchino di Montezemolo che con le sue mosse crea molti dubbi e interrogativi. Mentre lo danno proteso a creare il Grande Centro insieme a Fini, Casini, Enrico Letta, Comunità di sant'Egidio by Riccardi e Paglia, eccolo entrare venerdì scorso con una "500" color crema e la cappotta aperta nell'atrio di Palazzo Chigi per un colloquio "lungo e cordiale" con Berlusconi e con Gianni Letta (il pio Talleyrand sbullonato dalle escort baresi sul quale sono in pochi a scommettere per l'eredità di papi-Silvio).

 

Il ragazzo dei Parioli e presidente della Fiat a dicembre o a giugno del prossimo anno potrebbe lasciare il vertice della Casa torinese ed è questa la ragione per cui si muove senza confini precisi alla ricerca di una collocazione prestigiosa e redditizia.

Luchino sa fare il calcolo e tutte le sue iniziative (anche quelle più nobili della Fondazione "Italia Futura") non sono disinteressate. Questo spiega perché rifiuti il ruolo di salvatore della Patria, che in verità nessuno gli ha offerto, e si tenga le porte aperte sulle partite che interessano la Fiat in questo momento (a cominciare da quegli incentivi che le hanno consentito di risollevarsi dalla crisi).

 

Ed è di questo che probabilmente Luchino ha parlato con Berlusconi al quale deve aver raccontato anche del suo incontro avvenuto il giorno prima a Monza con il "muratore" Emilio Botin, il potente presidente del Banco Santander che sarà sponsor di Ferrari per i prossimi cinque anni portando a Maranello 200 milioni di euro e il pilota Alonso (come Dagospia aveva scritto un anno fa).

Montezemolone il furbone non vuole essere l'uomo dei poteri forti, ma vuole avere lui un potere forte e per farlo preferisce i tempi lunghi e non rompere assolutamente quel cordone ombelicale che lo lega alla Sacra Famiglia degli Agnelli.

Quest'ultima deve vedersela con l'anima "industriale" del Gruppo e con l'anima "finanziaria". Per quanto riguarda la prima l'ammirazione del 31enne Yaki e dei suoi parenti è rivolta verso "l'uomo volante", il Marpionne che come un novello Lindbergh, attraversa l'Atlantico ogni settimana per trascorrere i giorni feriali a Detroit e quelli festivi a Torino.

Nessuno sa bene che cosa stia combinando dentro la Chrysler e se abbia incassato con fair play la botta della vendita di Opel alla cordata tedesco-russa di Magna. L'ufficio stampa della Fiat in questi ultimi due mesi si è limitato a dire che la strategia industriale del manager dal pullover sgualcito lo ha portato a comprare una casa a Detroit e a tagliare le teste dei manager come aveva fatto nel 2004 quando era entrato in Fiat.

È un po' poco, ma di Marpionne si sa comunque che è un manager pesante, capace di reggere qualsiasi urto, e quindi a Yaki e alla Famiglia tocca il ruolo di spettatori passivi. Se poi gli operai di Termini Imerese e di Pomigliano d'Arco saliranno sui tetti per contestare, questo è un problema che l'anima "politica" di Luchino potrebbe affrontare nelle sedi romane.

Per adesso l'attenzione del giovane Elkann e della Sacra Famiglia è interamente rivolta all'acquisto di banca Fideuram, che Corradino Passera ha deciso di vendere. E qui spunta fuori la terza anima della Sacra Famiglia, quella "finanziaria", che attraverso la cassaforte Exor è pronta a mettere sul tavolo (insieme a due fondi americani) qualcosa come 3,8 miliardi di euro.

 

La cifra è impressionante e fa certamente gola a Corradino Passera e IntesaSanPaolo che in caso di conclusione dell'accordo, resteranno azionisti di Fideuram con il 20%.

Questa operazione non nasce nella mente del giovane Yaki anche se è nota la sua passione per la finanza e per il marketing. All'origine c'è probabilmente il disegno di Gianluigi Gabetti e di Franzo Grande Stevens di rafforzare il polmone finanziario della Famiglia nel momento in cui in giro per il mondo c'è un mare di liquidità. E con loro c'è Braggiotti, il finanziere da sempre amico di Fiat e consulente di Intesa, che una volta conclusa la vicenda si porterà a casa una commissione di 50 milioni di euro.

C'è da chiedersi perché Corradino Passera voglia cedere questo gioiello che alla fine di giugno gestiva una massa di denaro pari a 62,6 miliardi e aveva chiuso i conti del primo semestre con un utile di 90 milioni.

La risposta si trova su molti giornali che spiegano come Passera e la sua banca vogliano girare alla larga dai Tremonti bond che costano troppo, e rafforzare il patrimonio di Ca' de Sass con la cessione di asset di grande valore.

Rispetto alla ciambella di salvataggio di Tremonti, Passera sceglie la strada del "fai-da-te" e a costo di finanziare con 500 milioni l'operazione di Yaki su Fideuram, non ha alcuna voglia di farsi condizionare dal genietto di via XX Settembre.

Ciò che desta grande stupore e che si capirà soltanto verso la fine di questo mese quando si terrà il consiglio di amministrazione di BancaIntesa per decidere su Fideuram, è la ragione per cui la Sacra Famiglia torinese si spinge ad affrontare un'operazione così impegnativa e imponente. Le obiezioni non mancano, a cominciare da chi accusa Yaki e i suoi parenti di intaccare il core business dell'automobile con un'operazione finanziaria di oltre 3 miliardi.

Chi conosce la storia della Fiat ritorna con il pensiero agli anni in cui si è consumata una dialettica storica tra l'anima industriale e quella finanziaria che ha portato al declino della Casa automobilistica. È una storia che comincia nel 1974 quando nel quartier generale di Corso Marconi arrivò Cesarone Romiti che un anno dopo nominò Francesco Paolo Mattioli (appena 34enne) direttore della finanza Fiat.

I due operano di concerto per ristrutturare secondo la loro "vision" l'azienda dell'automobile e a questo proposito creano la Fidis, una creatura che diventa il cervello di tutte le grandi manovre finanziarie della Casa torinese. Per terra lasciano morti e feriti, tra questi quell'ingegner Ghidella che a distanza di decenni è ancora considerato l'uomo dell'automobile che avrebbe potuto evitare i disastri dettati da una prevalente mentalità finanziaria.

In nome della "diversificazione" Romiti e i suoi manager cercano nuovi business negli ospedali, nella costruzione di case (con l'Italstat di Bernabei) e perfino nei prodotti biomedicali (Sorin).

Come ha raccontato bene Paolo Panerai, editore e direttore di "MilanoFinanza", in un articolo pubblicato sabato, in quegli anni l'Ifil si butta anche nel settore del denaro gestito e nei fondi di investimento con la benedizione non solo di Romiti ma anche di Gabetti e di Umberto Agnelli.

L'avventura dei servizi finanziari finisce alla fine degli anni '80 per la crisi dell'automobile che costringe la Fiat a uscire dalla finanza e dal mercato assicurativo dove era presente con la Compagnia Toro.

Lo scenario adesso è cambiato ed ecco la Sacra Famiglia degli Agnelli, la stessa che non ha cacciato un dollaro per aiutare Marpionne nella conquista di Opel, pronta a scucire più di 3 miliardi pur di mettere le mani su Fideuram. L'anima finanziaria viaggia sulle ruote solide della liquidità di Exor (stimata in circa 1 miliardo) ed è pronta a cogliere l'opportunità offerta da quel Corradino Passera che è sempre stato vicino ai torinesi e vuole snobbare Giulietto Tremonti.

È presto per dire se questa mossa porterà l'ambizioso Luchino e l'amerikano Marpionne a dividere le loro strade dal Lingotto, come è sbagliato e fantascientifico insinuare che l'acquisto del colosso del risparmio Fideuram serva "per coprire nella più assoluta riservatezza" il rientro di patrimoni familiari che lo scudo fiscale di Tremonti obbliga a riportare alla luce. Questa insinuazione appare sul blog del giornalista economico Oscar Giannino, che l'ha riportata come l'opinione personale di un grande banchiere italiano.

L'unico fatto certo è che Luchino, Marpionne e Yaki esprimono anime diverse e giocano partite differenti sul tavolo della politica, dell'industria e della finanza.
Che cosa leghi le loro strategie rischia di diventare un enigma.

2 - PERCHÉ EXOR COMPRA FIDEURAM...
http://www.chicago-blog.it
di
Oscar Giannino

Si sprecano tesi e interpretazioni sul perché nel comitato di gestione di Intesa a fine mese la banca guidata da Corrado Passera cederà proprio alla Exor degli eredi Agnelli Banca Fideuram, per poco più di 3 bn. nel settore assicurativo e nel risparmio i controllanti di Fiat sono entrati e usciti a più riprese nella loro storia, a seconda degli anni buoni o cattivi dei capitali che potvano liberare o concentrre nell'auto.

 

Dunque oggi si potrrebbe pensare che essendo ormai Fiat un'azienda il cui più consistente apporto patrimoniale è americano, si può passare dagli anunci di diversificazione ai fatti. Anche se resta il controsenso di dover cercare capitali sul mercato o dalle banche per questa acquisizione, e chissà che non sia la stessa Intesa a fornirli...

Ma aggiungo una battura illuminante che mi ha fatto ier l'altro un banchiere -- il migliore in Italia, secondo me -- apprendendo della trattativa torinese in corso. "Non stia ad almanaccare", mi ha detto
ghignando. "Comprano un gestore di risparmio perché solo così possono far rientrare i loro patrimoni contando sulla più assoluta riservatezza". Insomma, meglio Fideuram che Margherita.

 
[14-09-2009]

 

 

 

LA PREVALENZA DEL LINGOTTINO
Giornalisti economici in festa per il bond della Fiat di
Marpionne, "tutto esaurito". "Fiat sfrutta la voglia di bond. Emissione da 1,25 miliardi. Operazione annunciata e chiusa in giornata grazie a richieste per otto miliardi" (Sole, p.43).

Strano, ma nessuno ha fatto notare alcuni modesti particolari: il bond esce prima dell'approvazione dei conti semestrali e paga quasi il doppio di un bond Eni o Enel. Tutto bene, ragazzi in maglioncino di cachemire blu?

DEDICATO A "LA STAMPA": TRA I TANTI EPITAFFI IN GLORIA DELL'AVVOCATO OFF-SHORE BECCATEVI l’amarcord “blasfemo” di cdb – “era un conservatore che faceva il progressista perché era più chic” – “mi disse: se mi dessero un’edicola da gestire, la farei fallire in 36 ore” – “contava solo la cura dell’immagine”

Camilla Conti per Libero

«Agnelli aveva molto più senso dell'estetica che della fatica». Ed era «molto sensibile alla politica. A parole la dileggiava, ma ne aveva anche grande paura». L'unica cosa che veramente contava per lui «era la cura della sua immagine». Prima di tutto, «anche prima dell'azienda».

casa agnelli03 gianni agnelli 1978

Pensiamo alla sua immagine politica di "liberal", «in realtà Agnelli era un profondo conservatore che però riteneva che fosse molto più chic comportarsi da progressista». Ha avuto anche grandi intuizioni finanziarie ma «era un pessimo gestore».

Chi osa bestemmiare contro la memoria di Gianni Agnelli? Che si tratti dell'ultima ondata di fango lanciata dai giornalisti sovversivi? O dello sfogo alla catena di montaggio dell'invelenito Cipputi di Mirafiori finito in cassa integrazione? Macché. E'la dedica dell'Ingegnere al (già defunto) Avvocato. Un epitaffio.

L'amarcord fa sorridere in questi giorni i salotti buoni della finanza mentre leggono lo sdegno di Jaki Elkann agli attacchi mediatici contro l'amato nonno. Capitani d'industria, banchieri, avvocati d'affari e broker navigati: alzi la mano chi non saltò sulla poltrona la mattina dell'11 giugno 2005 quando insieme al caffé venne servita a Piazza Affari un'intervista esplosiva del Corriere della Sera a Carlo De Benedetti. Solo un assaggio della chiacchierata di due ore sul capitalismo italiano fra il giornalista Massimo Gaggi e l'Ingegnere andata in onda quattro giorni dopo sul canale satellitare Raisat.

Già l'"antipasto" del Corriere è gustoso. Quasi imperdibile quando re Carlo ricorda ad esempio «che nel suo studio a Villa Frescot l'Avvocato teneva una fotografia di una carica della polizia polacca contro gli operai, credo negli anni '30. Gli chiesi: ma perché? E lui: in questa carica ci trovo una forza straordinaria. Ecco, di nuovo il suo senso dell'estetica».

Unito a una pessima capacità manageriale: «Lui stesso mi ha detto tante volte: se mi dessero un'edicola da gestire, la farei fallire in 36 ore». Di tutt'altra pasta l'Ingegnere. Lui che al posto di Agnelli non avrebbe mai scelto come partner General Motors, «è stato un errore. E anche su questo ha avuto un peso il senso dell'estetica».

L'Ingegnere-pensiero scatena tuoni e fulmini. Anche in quella occasione tocca al giovane John Elkann alzare le barricate con tanto di lettera spedita in via Solferino contro i termini «inaccettabili sulla figura di mio nonno». Senza entrare nel merito delle affermazioni perché «sono nato nel 1976, anno in cui l'Ing. Carlo De Benedetti lasciava il gruppo Fiat».

 

Ma precisando che «non è una prova di coraggio né di correttezza attaccare qualcuno che non può rispondere». Che l'Ingegnere poteva evitare di usare a sostegno delle proprie argomentazioni «pretese ricostruzioni di conversazioni private». E ricordando, infine, che «chi ha conosciuto mio nonno ben sa che lui non si sarebbe mai permesso di esprimersi pubblicamente (ma in privato magari sì, ndr) nei termini adoperati dall'Ing. Carlo De Benedetti».

Parole al vento. L'Ingegnere tira dritto e rilancia la sua "dedica" all'Avvocato nel ventilatore dell'etere. La chiacchierata su cinquant'anni «vissuti dal di dentro» viene mandata in onda su Raisat il 15 e il 16 giugno. De Benedetti regala anche altre perle non apparse nelle anticipazioni del Corriere. Come il pronostico sulle prospettive della Fiat che «va male perché è stata protetta» e «tutto quello che è protetto come gli togli la protezione si prende la prima infezione che passa».

 

Poi, dopo aver massacrato Agnelli, il vecchio leone si abbandona a una serie di considerazioni sul mondo economico e politico italiano. Critica anche se medesimo ammettendo di aver sbagliato ad entrare nel Banco Ambrosiano ai tempi di Calvi. Ciò che gli procurò guai giudiziari dai quali peraltro uscì pulito, non per motivi di prescrizione bensì con una sentenza in cui si riconosceva la sua estraneità eccetera eccetera.

Ma sull'attacco all'Avvocato nessun passo indietro. Perché «è strano un Paese in cui non si può parlare di Mazzini», cioè «di un personaggio storico di questo Paese, con i pregi e i difetti come ognuno di noi» e «un uomo è umano nei limiti in cui non è un'icona».

Cari moschettieri di casa Agnelli, duole ammetterlo. Già nel 2005 De Benedetti era avanti. Era uno di noi.

 
[09-09-2009]

Chrysler è un ferrovecchio e marpionne deve mettere mano al portafoglio - FIAT ITALIA ADDIO: A ottobre gli operai di Pomigliano d'Arco lavoreranno solo per tre giorni mentre a Termini Imerese sono pronti a salire sul tetto dello stabilimento
Sergio Marpionne si prepara per il Salone di Francoforte che si aprirà giovedì della prossima settimana.

Le notizie che trapelano sul competitor della Fiat, indicano che l'appuntamento tedesco sarà molto importante. Alcune case automobilistiche si stanno preparando con grande impegno e la Bmw ha addirittura creato un circuito al coperto per far correre i suoi modelli insieme a quelli di Mini e Rolls Royce.

Il manager dal pullover sgualcito ha trascorso la sua vacanza a Detroit dove ha acquistato un appartamento. La città fondata dai cacciatori di pellicce francesi all'inizio del ‘700 piace a Marpionne per due ragioni: la prima, perché lungo il fiume si tengono numerosi concerti e si sente della buona musica, l'hobby preferito dall'italo-canadese.

Il secondo motivo è rappresentato dall'emozione che Marpionne prova di fronte ai grandi siti che sono stati il cuore dell'automobile. Molti di questi sono vecchi e abbandonati, compresi quelli di Chrysler, la società che il capo della Fiat è riuscito a conquistare senza cacciare un dollaro grazie all'aiuto di Obama che gli ha rifilato il gigante morente delle quattro ruote.

Nel quartier generale di Chrysler Marpionne sta ripetendo il copione del 2004 quando entrò in Fiat e prese a tagliare le teste, i benefici e i privilegi dei manager. La sua strategia è all'insegna della razionalizzazione che passa attraverso nuovi accordi con i concessionari per ridurre il numero delle auto invendute e lo scioglimento del groviglio di alleanze internazionali che l'azienda aveva stabilito negli ultimi anni.

Come spiega oggi il corrispondente di "MF" dagli Stati Uniti, sono state cancellate le intese commerciali e industriali con Daimler, Nissan, Mitsubishi e Hyundai. L'obiettivo è quello di "ridurre i costi operativi e semplificare il processo decisionale con l'adozione di piattaforme globali per i differenti modelli di Fiat e Chrysler".

E qui si tocca uno dei problemi davvero delicati contro i quali ha sbattuto la faccia Marpionne quando è arrivato a Detroit. Infatti il supermanager ha dovuto toccare con mano che Chrysler è poco più di un ferrovecchio con piattaforme tecnologiche superate che presuppongono forti investimenti di capitali.

Di queste cose è al corrente Ron Bloom, l'uomo che l'8 settembre scorso è stato definito da Obama lo "zar dell'automobile", ed è considerato l'astro nascente di Washington. Il rapporto di Marpionne con Bloom è eccellente perché entrambi hanno una conoscenza dei problemi industriali e finanziari. Prima di lavorare per il Dipartimento del Tesoro, Bloom è stato presidente del sindacato dell'acciaio nel '96 dove è arrivato con un'esperienza alle spalle di banchiere e un master ad Harvard.

Di fronte al ferrovecchio di Chrysler Marpionne e i 23 manager che gli stanno vicino si mordono le mani per il fallimento dell'operazione Opel, l'azienda che General Motors non vuole più vendere alla massaia Angela Merkel perché è dotata di tecnologie che sono in grado di rilanciarne la competitività.

A questo punto la Fiat, che voleva ripetere con i tedeschi di Opel la stessa operazione a costo zero fatta con gli americani di Chrysler, deve mettere mano al portafoglio per rilanciare l'azienda di Detroit e recuperare in fretta quote di mercato.

Questo spiega perché dall'inizio dell'anno Torino abbia lanciato sul mercato obbligazionario quattro operazioni di finanziamento che hanno avuto grande successo per l'immensa liquidità circolante nel mondo. L'ultima è di ieri con la sottoscrizione di un bond da 1,25 miliardi per il quale sono arrivati dall'estero ordini per 8 miliardi a conferma anche della fiducia che i mercati hanno nei confronti del manager del Lingotto.

Di fieno in cascina ce n'è per i prossimi quattro anni, quanto basta per rimettere in piedi il ferrovecchio di Detroit e lanciare la "500" sul mercato americano (una sfida ai limiti dell'impossibile). Quanto poi al destino degli stabilimenti italiani, l'amerikano Marpionne non sembra preoccuparsi più di tanto. A ottobre gli operai di Pomigliano d'Arco lavoreranno solo per tre giorni mentre a Termini Imerese sono pronti a salire sul tetto dello stabilimento per richiamare l'attenzione.

Questi sono dettagli infimi che ai piani alti della Fiat pensano di risolvere con un prolungamento di quegli incentivi che hanno consentito di evitare il precipizio.

 

 

 

FANGO SULL'AVVOCATO? FISCHIA IL FISCO PER LE AGNELLI! - 28 AGOSTO NOTIFICATO A MARELLA E MARGHERITA L'INVITO AL CONTRADDITTORIO - L'INVITO A DARE SPIEGAZIONI è il primo atto formale di un certo peso PERche' sospende la CADUTA IN prescrizione (31 DICEMBRE)...

Franco Bechis per "Italia Oggi"

Entro il 28 settembre sia Marella Agnelli che la figlia Margherita in lite per l'eredità dovranno comparire davanti all'Agenzia delle entrate per rispondere alle prime domande del fisco sul presunto tesoretto da 2 miliardi di euro con cui oltreconfine si sarebbe distribuito parte del patrimonio dell'Avvocato.

 

Non è quindi più solo un fascicolo quello aperto dal direttore dell'Agenzia, Attilio Befera, ma un formale invito al contraddittorio che è stato notificato a entrambe le parti in lite il 28 agosto scorso: direttamente a Margherita, che ha residenza fiscale in Italia, e allo studio legale che assiste Marella, che ha residenza fiscale in Svizzera. Con quell'atto si sospende ogni prescrizione.

 

La vicenda che infatti ha suscitato tanto clamore questa estate (l'accusa di Margherita e dei suoi legali di sottrazione di parte dell'asse ereditario per un valore di due miliardi di euro) sarebbe infatti caduta in prescrizione entro il 31 dicembre di quest'anno.

L'invito al contraddittorio- che è un invito a comparire per le prime spiegazioni entro un mese dal ricevimento- è il primo atto formale che sospende quella prescrizione. E ha un valore non solo sostanziale di un certo peso.

 

La stessa famiglia Agnelli, secondo fonti accreditate, aveva pensato che l'annunciata apertura di un fascicolo sulla base di ritagli di stampa fosse più che altro un atto di grande evidenza mediatica che con il suo clamore sarebbe stato utile al governo italiano per mettere le ali al rimpatrio dei capitali con lo scudo fiscale che partirà il prossimo 15 settembre.

Qualche consulente aveva addirittura immaginato di potere utilizzare proprio quel provvedimento per regolarizzare eventuali poste contestabili da parte delle Agenzia delle Entrate italiana. La formalizzazione del procedimento sottrae invece qualsiasi somma alla possibilità del rimpatrio: quindi ogni deposito legato a quella eredità al di fuori dei confini italiani dovrà restare dove si trova in attesa delle indagini degli 007 fiscali di Giulio Tremonti.

E l'indagine a questo punto ci sarà, partendo anche dalla documentazione che potrà essere portata nel contraddittorio dai consulenti di Marella e Margherita. Nell'occasione si verificherà anche l'effettiva residenza svizzera di Marella, chiedendo spiegazioni su quel documento dello studio di commercialisti torinesi Ferrero in cui si sconsigliava di tenere la proprietà dei cani husky e di assumere i domestici proprio per evitare contestazioni sul punto. Il braccio di ferro fisco-Agnelli è dunque iniziato.

 
[04-09-2009]

 

 

QUEL FANGO SULLA SACRA MEMORIA DELL'AVVOCATO - MARGHERITA non ha certo avviato un'azione legale per dire che suo padre evadeva le tasse: vuole SOLO sapere se qualcuno, distrattamente, non si sia fatto sfuggire un pezzo di capitale nelle proprie tasche - Chi guadagna nel difendere l’Avv...

1 - DAGO-REPORT
Tragicomico il siparietto che i giornali di "famigghia", in compagnia degli amici di sempre, stanno mettendo in atto per simulare una difesa dell'Avvocato.
"L'Avvocato era un evasore... anzi no!" è quanto ci hanno raccontato le testate del gruppo. Sono loro ad aver acceso la miccia dell'evasione che poi ha fatto esplodere qualche "bombetta" sulla stampa vicina alla maggioranza, vedi "Libero" con le puntate del libro mai uscito da Longanesi sul tesoro off-shore di
Gianni Agnelli.

Margherita non ha certo avviato un'azione legale per dire che suo padre evadeva le tasse, è qualcun altro che ha voluto farci credere che fosse la chiave di volta. Diciamolo chiaramente: la rampolla vuole sapere se qualcuno, distrattamente, non si sia fatto sfuggire un pezzo di capitale nelle proprie tasche.
E visto che ad essere chiamati in causa sono
Gabetti, Stevens e Maron: chi sono i sospettati?

Non è la prima volta che il "fuoco amico" colpisce un Agnelli. Da Edoardo all'Avvocato, passando per Andrea Agnelli, questo fuoco amico poi tanto amico non è (senza dimenticare la defenestrazione di Lapo Elkann a colpi di paparazzate).

Dopo aver ripreso in seno il caro Guido Rossi, reo di aver cucito lo scudetto juventino sulle maglie dell'Inter, si scopre che Gustavo Bracco, ex responsabile delle Risorse Umane delle Telecom tronchettiana, nonché altro manager allevato in casa FIAT per oltre vent'anni, è tornato all'ovile.

Difatti sarà proprio Bracco a dirigere la "Scuola Alta Formazione" costituita la scorsa primavera dalle Fondazioni Agnelli, Garrone, Pirelli e dall'Asociation du College des Ingenieurs.

Ma Moggi non aveva detto che era un COMPLOTTO tutto nerazzurro (intercettazioni, spioni, Tronchetti, Buora e blablabla)? Com'è che non regge più 'sta storia?
Domandare è lecito, rispondere - dopo averceli rotti per 3 anni con le favolette - è cortesia.

2 - Chi guadagna nel difendere l'Avvocato (la fedeltà paga)
Camilla Conti per Libero

Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens con il contorno di Guido Rossi. Eccolì lì i tre moschettieri pronti a sguainare le spade in difesa dell'onore degli Agnelli. A pulire via il fango gettato sull'Avvocato. E a fare quadrato attorno al giovane John Elkann.

Il presidente onorario della cassaforte Exor, Gabetti, parla come uno di famiglia, anzi come uno che alla famiglia è legato da interessi forti e consolidati nel tempo. Il sommo sacerdote della finanza Fiat ha accettato di prendere il comando della nave quando la morte di Umberto fece scoppiare la crisi istituzionale tra azionisti di controllo e management.

Non può dunque tirarsi indietro ora, Gabetti che dopo la morte dell'Avvocato e la nomina del fratello a presidente del Lingotto aveva rimandato i suoi piani di pensionato (e il buen retiro nei pressi di Ginevra) tornando in corso Matteotti roccaforte di Ifi e Ifil. Il ruolo di «prefetto del regno» e poi di tutor del giovane Jaki gli è stato però riconosciuto in bilancio: nell'ultima relazione semestrale della cassaforte Exor il suo nome spunta nel capitolo relativo ai 4 milioni di oneri netti.

Si tratta di un emolumento straordinario di 5 milioni di euro deliberato a suo favore dal consiglio di amministrazione di Ifil del 13 maggio 2008. Nella stessa riunione il cda aveva deliberato per il presidente onorario un milione di compenso annuo «oltre al rimborso a piè di lista di tutte le spese di soggiorno al di fuori del comune di residenza, in relazione alla delega per il coordinamento strategico».

A suo favore, si legge sempre nella semestrale, «sono state inoltre previsti una copertura assicurativa in caso di morte e di invalidità permanente derivanti da infortuni professionali ed extra-professionali e l'utilizzo di un servizio segretariale e di una vettura con autista anche successivamente alla scadenza del mandato». La fedeltà, insomma, paga.

Quel che Gabetti ha fatto in casa Agnelli per la finanza, Franzo Grande Stevens ha fatto per gli aspetti legali. Ricevendo in cambio un immenso bagaglio di relazioni, clienti blasonati oltre a una ricca collezione di incarichi. Come avvocato dell'Avvocato, Grande Stevens ha infatti seguito le vicende societarie dei gruppi industriali più importanti del Paese, ricoprendo spesso cariche dirigenziali al loro interno.

È stato presidente della Toro Assicurazioni, della Ciga Hotels, della Cassa Nazionale Forense e dell'Ordine degli Avvocati. Senza dimenticate la vicepresideza della Fiat, la presidenza della Juventus (dal 2003 al 2006) e le poltrone occupate nei cda di Ifil e Rcs.

Sul pulpito del Lingotto non poteva infine mancare un altro avvocato, quel Guido Rossi che dalle pagine del Corriere ha scomodato addirittura l'ultima enciclica del Papa e quella «spinta al dissolvimento da parte delle persone coinvolte», che porta «all'annientare gli altri e distruggere se stessi».

Del resto Rossi è da tempo consulente d'eccezione del gruppo e ha lavorato ai piani di riassetto societario delle holding di casa. Non a caso a giugno 2008 quando a Torino si studia un'iniezione di risorse nella cassaforte Giovanni Agnelli&C. Sapa, la famiglia chiama Rossi come "garante" super partes per la struttura societaria del gruppo che raccoglie i vari rami ed eredi dell'impero.

Alle barricate dei moschettieri di casa Agnelli ieri si è aggiunto a sorpresa lo sdegno di Guglielmo Epifani, numero uno della Cgil: «Colpisce il modo in cui si attacca una persona che non è più in condizione di poter rispondere». Gabetti, Grande Stevens e Rossi accolgono a braccia aperte l'ultimo moschettiere.

3 - POTEVA MANCARE IL BIRIGNAO DI Montezemolo? "Basta gettare fango su Gianni Agnelli"
Fabio Pozzo per la Stampa

«Sono certo che c'è un'Italia che prova un sentimento di repulsione e non ne può più di questo imbarbarimento del costume civile e del fango tirato da più parti in queste ultime brutte settimane e che chiede che la si smetta». Così il presidente di Fiat, Luca Montezemolo, il giorno dopo al «non ci sto» espresso da John Elkann, «indignato» per le «strumentalizzazioni e le manipolazioni, per le falsità e la violenza delle parole» dette sul conto del nonno Gianni Agnelli nella campagna mediatica contro la famiglia e le polemiche sull'eredità dell'Avvocato. 

Riferendosi alle dichiarazioni dell'erede dell'Avvocato, Montezemolo afferma di aver «molto apprezzato e condiviso le parole di John Elkann, che ha pienamente ragione ad essere indignato per l'aggressione mediatica subita in questi ultimi tempi dall'Avvocato Agnelli e come lui siamo in tanti». Il presidente di Fiat sottolinea anche di dovere «a Gianni Agnelli molto, moltissimo», e aggiunge di sentire «spesso la sua mancanza».

Montezemolo non vuole però parlare dei suoi sentimenti personali. «Mi pronuncio come cittadino di questo Paese che ha sempre apprezzato lo stile, la compostezza, il senso dello Stato dell'Agnelli imprenditore, editore, presidente di Confindustria e senatore a vita. Tutti coloro che lo hanno conosciuto e hanno lavorato con lui sanno che non meritava questi attacchi, tra l'altro senza possibilità di rispondere, lui che per tutta la vita è stato uno straordinario rappresentante dell'Italia nel mondo e il simbolo del capitalismo industriale di cultura internazionale». 

 
[03-09-2009]

AGNELLI DE FRANCE – MADRE, FIGLIA E UN GIGOLO FURBETTO IN ETÀ DA PENSIONE: UNA SFIDA CHE RISCHIA DI FAR VACILLARE L’IMPERO L’OREAL – L’EREDE FRANÇOISE DENUNCIA LUI PER CIRCONVENZIONE D’INCAPACE (L’88ENNE LILIALE): QUASI 1 MLD € SPARITO IN REGALI…

Ugo Bertone per Libero


La figlia contro la madre. E viceversa. Prima sui giornali, poi nelle aule di giustizia. Il tutto per una querelle esplosa dopo la scomparsa del capofamiglia; una querelle che vale miliardi e che, comunque vada a finire, potrebbe (anzi potrà) incidere sulle sorti di una multinazionale centenaria. No, avete sbagliato: non si sta parlando dell'Agnelli story, duello a distanza tra donna Marella e la figlia Margherita, eredi con residenza elvetica dell'Avvocato.

Liliane Bettencourt e il defunto marito Andr

No, quella che riaprirà alla quindicesima sezione del tribunal de correction di Nanterre giovedì 3 settembre è la versione parigina dell'eterno confronto tra madre e figlia, "purgata", per quel che se ne sa, di retroscena fiscali ma arricchita di retroscena maudits. In ballo, infatti, ci sono regali per 993 milioni ad un presunto gigolò già in età da pensione. Ma la partita può aver grossi riflessi sulla sorte finanziaria di uno dei simboli della Francia: nientemeno che l'impero della bellezza, l'Oréal.

I fatti, in breve: nel dicembre del 2007, pochi giorni dopo la scomparsa del padre, André Bettencourt, ex ministro ai tempi del generale De Gaulle, la signora Françoise Bettencourt-Meyers, pianista e appassionata biblista ma, prima ancora grande ereditiera, ha sporto "denuncia contro ignoti" per circonvenzione di incapace. Colpevole e vittima, per la verità, sono tutt'altro che ignoti.

MADRE INCAPACE
L'"incapace" in questione nientemeno che mamma Liliale, ovvero la signora
Liliale Bettencourt, 88 anni, che dal papà, chimico degli anni Trenta che mise a punto una rivoluzionaria tintura per capelli, ha ereditato l'impero l'Oréal, oggi condiviso con Nestlé. Ovvero la donna più ricca d'Europa, la cui fortuna oscilla, a seconda dell'andamento della Borsa, tra i 16 e i 20 miliardi di euro.

Liliane Bettencourt

Il presunto colpevole è meno noto, ma non di molto nel jet set cultural-mondano tra Parigi e New York: François-Marie Banier, 62 anni, figlio maudit di un manager ebreo ungherese di origine (come il padre di Nicolas Sarkozy), fotografo di successo che, negli anni, ha accumulato un'agenda di amicizie eccellenti; da Salvador Dalì al filosofo comunista Louis Argon passando per Samuel Beckett, premio Nobel della letteratura fino a Françoise Sagan.

Possibile che un tipo del genere, che vende le sue foto a decine di migliaia di euro a botta, debba sfruttare un'anziana miliardaria? È quello che devono essersi chiesti i poliziotti della Brigade Financière incaricati dalla procura di star dietro a questa indagine un po' eccentrica.

Ma lo scetticismo, a mano a mano che si accumulavano le prove, ha lasciato spazio ad un certo sbigottimento. No, non si stava parlando di mezzo miliardo di euro, come sospettava l'unica filia di Liliane, ma almeno del doppio, suddiviso tra polizze vita a favore del previdente fotografo (sottoscritte davanti al notaio) piuttosto che di un patrimonio in opere d'arte degno del Louvre. Il tutto in un clima da pochade: pranzi a due in cui alla fine la segretaria di donna Liliale si presentava con un ricco assegno che non serviva a pagare il conto. Oppure l'insistenza con cui, anche grazie a compiacenti "segretari", Banier segue i passi della sua mecenate, tra Parigi, Saint Tropez e i lunghi soggiorni nell'Oceano Indiano.

Francoise Bettencourt

ACCUSE DIRETTE
«L'obiettivo - tuona la biblista cui la mamma ha già girato, a mo' di eredità, larga parte della partecipazione in L'Oréal - è di allontanare nostra madre dalla famiglia per approfittarne. Ma non glielo permetterò». E così ecco che Françoise, che siede nel consiglio de L'Oréal assieme al marito ed alla mamma, ha sparato un'altra bordata: a metà luglio la denuncia "contro ignoti " si è trasformata in una citazione esplicita contro
Banier che ora, giovedì, dovrà difendersi in tribunale. La data non è di poco conto: prima di passare all'attacco finale la signora Françoise ha voluto celebrare, senza scandali, il centenario de L'Oréal dello scorso giugno, quando mamma e figlia, separate in casa, hanno partecipato con gelido distacco alle celebrazioni dell'azienda.

Così come accade in Exor, non deve essere coinvolta nelle baruffe di casa. Se possibile. Nello scorso aprile , infatti, è scaduto il patto tra i Bettencourt e Nestlé. Nulla esclude che l'eventuale erede Banier possa allearsi con la multinazionale estromettendo la "biblista". O che, viceversa, la figlia non decida di punire Liliane che, secondo il tout Paris, potrebbe sfoderare un coup de théatre: presentarsi in tribunale giovedì prossimo, magari per affiancare l'amico, che Françoise Sagan definì un «antidepressivo in carne ed ossa» contro quella noiosa della figliola .

francois marie banier

«Non so che strana zanzara abbia pizzicato mia figlia» si è limitata a borbottare Liliale nell'intervista al Journal du Dimanche, l'unica concessa sulla vicenda , aggiungendo: "Sia ben chiaro: sono una donna libera". E sana di mete, come attesta una perizia di parte che, ahimè, lascia il tempo che trova visto che la signora ha rifiutato per tre volte gli esperti scelti dalla procura.

Che fuochi di artificio sono in programma a Nanterre. Nicolas Sarkozy, sollecitato ad intervenire dalla vedova terribile, si tiene alla larga. Ma, in attesa del confronto pubblico con il procuratore, Banier ha cambiato strategia: dopo un anno e mezzo di sdegnosi silenzi è passato al contrattacco: ha citato per diffamazione, all'inizio di agosto, Frédéric Castaing che lo accusa di essersi impadronito negli anni Ottanta, per una cifra irrisoria, di un locale in un quartiere alla moda posseduto dalla mamma. Soprattutto, reagisce all'accusa di esser stato l'amante di Argon, vate della sinistra ortodossa e di Salvador Dalì, con testimonianze eccellenti, tra cui quella di Amanda Lear.

PARIGI SCINTILLANTE
Che volete. A scorrere le cronache delle guerre di famiglia di quest'estate, una cosa emerge di sicuro: Parigi è senz'altro più scintillante o meno noiosa di Torino. Certo, la saga di L'Oréal presenta più di un'analogia con la leggenda di casa
Agnelli: ai fasti di Banier, fotografo di Caroline de Monaco e delle grandi aristocratiche come Marie-Laure de Noailles, donna Marella può opporre, ad esempio, il book degli scatti ancor più eccellenti di Richard Avedon. Ma la trama, che ci riserva passaggi degni di un feuilleton ("togliti il rossetto che sembri un mostro" ingiunse, davanti alla servitù, l'attempato plagiatore all'imperatrice del trucco), ha colpi di scena invidiabili: meglio litigare sulla sorte di un Picasso che di una scatola del Liechtenstein.

 
[04-09-2009]
 

 

IL FISCO METTE IN DUBBIO l’effettiva residenza in Svizzera dELLA vedova Agnelli – NON SOLO I CANI, ANCHE I DOMESTICI REGISTRATI A UN PRESTANOME (TALE JOHN ELKANN) – AVEVA RAGIONE L’AVVOCATO: SIAMO DAVVERO UNA REPUBBLICA DELLE BANANE (A COMINCIARE DA LUI)…

Franco Bechis per Italia Oggi

L'Agenzia delle Entrate, che ha aperto un fascicolo sull'eredità di Gianni Agnelli per verificare eventuali profili di evasione fiscale, sta accertando anche l'effettiva residenza svizzera di Marella Caracciolo vedova Agnelli.

A fare rischiare qualche brivido alla signora, secondo quanto risulta a Italia Oggi, sarebbe la passione di Marella per gli amati husky, i cani che prediligeva anche l'Avvocato, la cui permanenza sarebbe accertata in suolo italiano, principalmente a Torino per più dei fatidici sei mesi annui, data limite per considerare fittizia la residenza estera di un cittadino italiano.

Ad avere attirato l'attenzione un appunto del commercialista torinese Gianluca Ferrero, con riferimento ai cani e ai domestici di casa Agnelli. Ad avere attirato l'attenzione degli ispettori del fisco italiano sono sostanzialmente due passaggi del memorandum firmato da Ferrero il 16 maggio 2003 con l'elenco dei beni posseduti dall'Avvocato al momento della morte, relativi all'assunzione dei 15 domestici in servizio nella residenza di famiglia sulla collina di Torino e all'intestazione dei cani.

Il suggerimento dei commercialisti a Marella fu quello di non caricarsi nè dipendenti nè animali, intestando (così sta scritto nell'appunto) i domestici a John Elkann e i cani a un prestanome. L'avvertenza dei commercialisti di fiducia, scritta nel memorandum, fu infatti quella che con quei passaggi si poteva mettere a rischio l'effettiva residenza in Svizzera, «paese in cui l'amministrazione fiscale italiana non riconosce ai cittadini italiani lo status di residenti anche ai fini fiscali, salvo prova contraria da prodursi a cura del contribuente».

Con il trasferimento a Marella di cani e domestici sarebbe divenuta secondo lo studio Ferrero «un domani molto complessa la possibilità di provare la propria residenza estera». Il testo di quel memorandum, reso noto per la pubblicazione sulla stampa italiana a fine luglio, è entrato ora nel fascicolo predisposto dalla Agenzia delle Entrate.

Ufficialmente la struttura guidata da Attilio Befera non conferma e non smentisce l'indagine sulla effettiva residenza svizzera di Marella, ma spiega che gli ispettori del fisco "si stanno muovendo a 360 gradi", partiti per il momento da ritagli di stampa, e che quindi tutti gli accertamenti del caso verranno effettuati "come prevede la procedura secondo routine", anche se al momento nessuna contestazione formale è stata notificata.

Naturalmente il tema della residenza della vedova Agnelli come di tutti gli eredi dell'Avvocato ha rilievo anche a proposito di eventuale liquidità che potrebbe emergere al di fuori dei confini italiani (la polpa di quell'indagine riguarderebbe infatti due miliardi di euro di fondi non ricompresi negli accordi ereditari e contestati dalla figlia dell'Avvocato, Margherita Agnelli).

Indagini come queste sono svolte ogni anno dal fisco italiano su centinaia di grandi contribuenti e su migliaia di sospetti evasori. Non c'è da scandalizzarsi dunque se tocca anche agli eredi della più importante famiglia italiana di questi decenni. Come spesso capita le liti sugli assi ereditari provocano guai collaterali, e quel che è accaduto in casa Agnelli non poteva sfuggire agli occhi nè del fisco nè della stampa.

Nessuno è colpevole di nulla fino a quando non viene accertata quella che è solo un'ipotesi in via definitiva, e il fisco italiano non sempre ha brillato in rapidità in casi simili. Giusto quindi invocare prudenza e garantismo, che sono bandiere sventolate in Italia quasi sempre secondo le convenienze e gli schieramenti del momento.

Chi fa spallucce sul caso Agnelli e magari si indigna pure accusando chi ne riferisce di macchiare la memoria di chi non può più difendersi, spesso ha trasformato ipotesi giudiziarie che riguardavano per esempio le aziende di Silvio Berlusconi in titoli simili a sentenze passate in giudicato.

Non c'è dubbio alcuno sul fatto che imprese e grandi patrimoni italiani abbiano cercato di evitare la mannaia del fisco per decenni secondo formule più o meno raffinate. Stuoli di consulenti hanno lavorato per questo. La confusione legislativa ha offerto più di una via di fuga, è vero. Ma la sostanza è che ricchezza prodotta in Italia è stata sottratta con più o meno furbizia al fisco, e cioè al bene collettivo.

Poi magari chi lo ha fatto è stato in prima fila a fare predicozzi sullo Stato che non funziona, sulle infrastrutture che mancano, sui servizi sociali scadenti. E cioè sulle conseguenze di quella furbizia. Ci saremmo risparmiati almeno la beffa delle prediche inutili...

 
[20-08-2009]

 

 

 

LA CADUTA DEGLI DEI: IL BLITZ DEL FISCO A SORPRESA: APPRESO SOLO A MEZZO STAMPA! - INDAGINE per LE “NOTIZIE DIFFUSE DAGLI STESSI EREDI SULL’ESISTENZA DI BENI ALL'ESTERO” - PERQUISITI DA GDF LO STUDIO CHiOMENTI E DI ABBATESCIANNI, AVVOCATO DI MARGHERITA - GAMNA SEGUIVA MARGHERITA, MA POI È STATO ACCUSATO DI "DOPPIO GIOCO" CON AGNELLI

Raffaella Calandra e Marigia Mangano per Il Sole 24 Ore

Silenzio e stupore. Da Torino, all'indomani della notizia sull'apertura di una indagine del Fisco sull'eredità dell'Avvocato, la scelta è quella di non prendere alcuna posizione sugli sviluppi della vicenda. Nessun comunicato, dunque, ma certo molte perplessità su tempi e modalità della comunicazione dell'indagine in corso. Dagli ambienti vicini alla famiglia Agnelli trapela che il blitz dell'Erario è arrivato a sorpresa ed è stato appreso a mezzo stampa.

Il risultato è che una vicenda che dopo sei anni sembrava finalmente giungere al termine, prende ora una piega diversa. La causa avviata da Margherita tre anni fa era infatti alle battute finali, dato che la sentenza del Tribunale è attesa per il 12 novembre. Questo dopo che il 24 luglio scorso con un'ordinanza il Tribunale ha dichiarato inammissibili tutti i 48 capitoli di prova presentati da Margherita, respingendo tutte le istanze di esibizione di documenti proposte dalla figlia dell'Avvocato nei confronti di Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens, Sigfried Maron e Marella Caracciolo.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Un passaggio che a Torino è stato accolto con cauto ottimismo, soprattutto perché significa l'avvicinarsi della fine della querelle. Niente da fare. In seguito alle «notizie diffuse dagli stessi eredi sulla esistenza di beni all'estero» - come dichiarato dal direttore Attilio Befera - l'apertura dell'indagine da parte del Fisco sembra ora complicare ulteriormente la vicenda.

Nell'ambito degli accertamenti, come riferito all'Ansa da fonti vicine a Palazzo di Giustizia, l'Agenzia delle Entrate avrebbe avviato contatti con l'autorità giudiziaria. La procura di Torino risulta potenzialmente interessata alla vicenda in quanto, se i controlli del Fisco dovessero fare emergere delle irregolarità, sarebbe la sede competente per un'inchiesta penale. A Palazzo di Giustizia, comunque, ieri hanno precisato che al momento «non si è a conoscenza di elementi o ipotesi di reato».

La situazione è diversa a Milano. Mentre a Torino già si consumava la contesa sull'eredità, la Guardia di Finanza di Milano si ritrovava tra le mani una mole di documenti, utili in un eventuale accertamento sull'esistenza di ricchezze off shore.

All'inizio, era una semplice verifica fiscale; poi sbucò la presunta parcella non dichiarata di 15 milioni pagata da Margherita ai legali. E da lì, atto dopo atto, i tasselli della possibile caccia al tesoro. Quello ipotetico all'estero dell'Avvocato. Dunque anche le Fiamme Gialle, oltre all'Agenzia delle Entrate sarebbero sulle tracce di quel patrimonio da quasi 2 miliardi che- secondo la denuncia di Margherita - non sarebbe stato portato a conoscenza del Fisco italiano

Agenti della Guardia di Finanza da via Valtellina sono andati a bussare in Corso di Porta Vittoria allo studio Legale Associato Member of the Osborne Clarke Alliance, vecchio studio di Girolamo Abbatescianni, difensore di Margherita, fino alla vigilia dell'ultima udienza torinese, il 23 luglio.

Sono almeno cinque mesi che uno dei rivoli dell'affaire Agnelli è entrato anche negli uffici del Comando provinciale della Gdf gruppo di Milano e del pm Eugenio Fusco, che un mese fa ha voluto una perquisizione in un altro esclusivo studio legale milanese, quello Chiomenti.

Fino a poco prima, socio di questa griffe del foro era Emanuele Gamna, 57 anni,torinese,l'avvocato a cui Margherita Agnelli de Pahlen - in piena guerra eredità avrebbe pagato i 15 milioni, che si sospetta non siano stati versati nella casse dello studio e non fatturati.

È allora che quella che era partita come una verifica fiscale di ruotine, sfociata poi in un'indagine per presunta truffa e frode (ma non si esclude un'ipotesi di estorsione), è diventato il coperchio di un vaso di Pandora che potrebbe portare molto più in là.

Tra i documenti sequestrati, quelli acquisiti da altri canali e anche "ricevuti" in queste settimane, ci sono pagine di elenchi di beni personali dell'Avvocato: quadri,ville,barche,ma anche dettagli su pacchetti azionari.

Pile di carte raccolte e da settembre sottoposte all'esame degli inquirenti, che ascolteranno anche Gamna, quest'ultimo destinatario contemporaneamente di una richiesta di risarcimento dal suo ormai ex studio, veloce nel togliere il suo nome dal sito, una volta che l'indiscrezione sulla contestata parcella era trapelata.

Gamna seguiva Margherita, ma poi è stato accusato di "doppio gioco" con la parte avversa, cioè Grande Stevens e Gabetti. Il fascicolo milanese al momento resta circoscritto alla specifica vicenda della parcella sospetta. Ma gli inquirenti potrebbero anche poi andare a vedere se quei documenti siano tasselli utili per una caccia al presunto tesoro estero.

2 - LA SAGA DELLA FAMIGLIA PIÙ FAMOSA D'ITALIA
Marigia Mangano per Il Sole 24 Ore

Dentro c'è un po' di tutto: fondazioni misteriose con base a Vaduz e Caraibi, operazioni fantasma, soci anonimi, parcelle milionarie e un'eredità la cui reale entità resta un mistero. Ma soprattutto al centro c'è la dinastia più famosa d'Italia, la famiglia Agnelli, e una battaglia a colpi di carte bollate tra una figlia e sua madre, Margherita Agnelli de Phalen e Marella Caracciolo Agnelli. Una trama degna di un best seller mondiale, ma che è stata già pubblicata a "fascicoli" sui giornali degli ultimi sei anni.

Una storia lunga, quella dell'eredità dell'Avvocato, che ha diviso la storica dinastia torinese nonostante vari tentativi di riportare la pace. Il più importante risale a febbraio 2004, esattamente dopo dieci mesi dalla scomparsa dell'Avvocato (il 24 gennaio 2003). Margherita e sua madre Marella raggiungono un accordo sull'eredità.

A Margherita, che vende le quote della Dicembre, cassaforte del gruppo Fiat, spettano le varie residenze - tra cui Villa Frescot e villa Villar Perosa oggetti d'arte e titoli azionari per un valore complessivo di 1 miliardo e 166 milioni. Alla madre vanno invece, altri beni, usufrutti e una rendita che Margherita si impegna a versare ogni mese.

Così le nozze tra John Elkann e Lavinia Borromeo, il 4 settembre 2004, rappresentano il simbolo della ritrovata unità della famiglia: per la prima volta, infatti, tutti gli Agnelli si ritrovano insieme dopo la morte dell'Avvocato. La figlia Margherita e il ramo De Phalen, originato dal suo secondo matrimonio, non avevano infatti partecipato nè alla messa di suffragio di Gianni Agnelli, nè ai funerali del fratello Umberto, scomparso il 28 maggio 2004.

«La famiglia è unita in rapporti di affetto saldi e immutati », sottolinea in quell'occasione Margherita, confermando anche che sull'eredità del padre qualche mese prima era stato raggiunto un accordo.

A distanza di tre anni, il colpo di scena: Margherita decide di avviare un'azione legale nei confronti degli storici collaboratori dell'Avvocato, Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Sigfried Maron, e anche la madre Marella Caracciolo, per fare chiarezza sul patrimonio all'estero del padre e tutelare tutti i nipoti.

Nel 2007 il Wall Street Journal spara la storia in prima pagina, scatenando la reazione della famiglia, compatta con Marella. Il primogenito John Elkann si dice «molto addolorato come figlio ». E mentre l'altro figlio di Margherita, Lapo, usa parole molto dure sul rapporto con la madre («non la vedo e non la sento mai»), è l'intera famiglia a scagliarsi contro di lei: attraverso una lettera (che non viene firmata dai figli, che però avrebbero condiviso l'iniziativa), i vari rami degli Agnelli esprimono il loro «completo disaccordo» e difendono l'operato dei vertici dell'accomandita.

A distanza di qualche mese, persino la madre Marella rompe il silenzio e riapre la querelle con Margherita: con una lettera ad un settimanale tedesco, la vedova dell'Avvocato definisce l'azione legale della figlia «un atto che tradisce la volontà» del marito.

Il seguito della storia diventa poi un dossier, ricco di carte e documenti che ricostruiscono le basi dell'accusa di Margherita. Spuntano così fondazioni estere, come Alkyone e Julian Stiftung, che sarebbero state utilizzate dall'Avvocato per trasferire una parte dell'eredità all'estero. Ma soprattutto, il team di legali e tecnici arruolati da Margherita riporta d'attualità la vecchia Opa lanciata dagli Agnelli su Exor nel 1998 sostenendo che in quella occasione qualcosa come un miliardo e trecento milioni di dollari sarebbero stati dirottati in paradisi fiscali proprio dall'Avvocato.

Il tutto è raccolto in una ricca documentazione depositata dai legali di Margherita nell'ambito della causa sull'eredità,al vaglio del tribunale di Torino che si dovrà esprimere a novembre.
L'ultimo capitolo è storia di questi giorni:l'ingresso a gamba tesa del Fisco, impegnato nella ricerca di oltre un miliardo di euro che sarebbe stato depositato in un conto svizzero e mai dichiarato all'Erario. Ma il finale è ancora tutto da scrivere

 
[14-08-2009]

IL MONDO” CROLLA ADDOSSO AL SUO DIRETTORE PER IL MAXI-SCOOP SULL’EREDITà AGNELLI - L’IRA DI YAKI ELKANN, SECONDO AZIONISTA DEL GRUPPO CHE EDITA IL CORRIERE DELLA SERA - 

ROMAGMA-MANNOJA Enrico.
A preoccupare il tremebondo direttore de il Mondo non sono né la perdita di copie né la crisi dell'Rcs Media Group. Ma la tremenda ramanzina che ha ricevuto dal presidente dell'Exor, Yaki Elkann, secondo azionista del gruppo che edita il Corriere della Sera. Tutta colpa dell'unico big scoop messo a segno dal povero Mannoja: le carte riservate che riguardano lo scontro tra Margherita Agnelli, sorella di Yaki, e la Fiat sull'eredità dell'Avvocato pubblicate a sorpresa da paludato settimanale di via Rizzoli.

Presente l'amministratore delegato, il contrito Antonello Perricone, il nipote di Gianni Agnelli ha fatto sapere al suo interlocutore di non aver gradito punto il colpo d'ala improvviso (e improvvido) de il Mondo. E vorrebbe tanto sapere da Mannoja e Perricone chi gli ha passato le carte (coperte) di famiglia.

 
[15-08-2009]

 

SIAMO DI FRONTE ALLA PIù GRANDE TRUFFA AI DANNI DELLO STATO E NESSUNO SI SCANDALIZZA - EZIO MAURO TACE SU AGNELLI OFF-SHORE. E POI SI CHIEDONO PERCHÉ VINCE IL BERLUSCONISMO - NESSUNO COMMISSARIO D'AVANZONI HA DIECI DOMANDINE DA FARE AI FURBETTI DEL LINGOTTO? - CERCASI IN CASA DI DE BENEDETTI UN GAD CHE TUONI SUI VIZI DI UN GRANDE IMPRENDITORE

1 - E LE DIECI DOMANDE AGLI AGNELLI?
Peppino Caldarola per Il Riformista

L'eventuale frode fiscale di Gianni Agnelli non ha indignato nessuno. Giuseppe D'Avanzo non si è scandalizzato. Ezio Mauro non ha dieci domande da fare agli eredi del maggior casato imprenditoriale d'Italia. Gad Lerner non ha tuonato sui vizi di un grande imprenditore.

"Stampa" e "Corriere" hanno taciuto e messo a riposo i loro commentatori. Avranno pensato che finché non c'è la prova certa della colpevolezza, il defunto Avvocato è innocente. Peccato che per altri eventi giudiziari non hanno mostrato lo stesso rispetto del garantismo.

Siamo di fronte a un grande scandalo del sistema informativo italiano. I nostri colleghi scelgono gli imputati o gli imputabili. Se appartengono alla loro stessa parte politica o sono nei consigli di amministrazione delle loro case editrici preferiscono sorvolare. Gli altri, politici compresi, vanno invece additati al ludibrio della pubblica opinione.

Vi ricordate i guai di Berlusconi, escort comprese? È successo un ambaradan fino a far traballare un governo che io non ho votato ma che è stato scelto dalla maggioranza degli italiani. Vi ricordate lo scandalo Unipol, quella telefonata con la tragica frase "Abbiamo una banca"? Sono stati costruiti servizi e commenti per settimane e settimane. Ora invece tutto tace.

Eppure siamo di fronte alla più grande truffa ai danni dello Stato, se sarà provata, ma nessuno si scandalizza. nessuno si interroga sul rapporti fra Agnelli (e i suoi intellettuali) e il paese. Poi vi chiedete perché vince Berlusconi.


2 - EVASORI DI PANNA MONTATA
Giampaolo Pansa per Il Riformista

Adesso stiamo scoprendo che pure lui (l'Avvocato Agnelli), forse, aveva il sedere di pietra: quello robusto, robustissimo, degli evasori fiscali. È la caduta di un mito. Il crollo di un idolo. Il crack d'immagine dell'unico re d'Italia sopravvissuto ai Savoia. Ai giovani di oggi, questa disfatta non dirà nulla. Loro, se va bene, conoscono soltanto i suoi nipoti: John e Lapo Elkann, figli di Margherita, figlia dell'Avvocato.

Ma per noi italiani con i capelli bianchi è tutta un'altra faccenda: che dolore!, che disfatta! Il grande, grandissimo Gianni messo sullo stesso miserabile piano di tanti riccastri qualunque, pare siano 170 mila, che hanno inguattato i conquibus in Svizzera per sottrarli al fisco italiano......

Ma adesso è arrivato un osso da mordere: Giulio Tremonti, ministro dell'Economia del governo Berlusconi. Se riuscirà davvero ad aprire l'epoca del Terrore per chi si serve dei paradisi fiscali, tutti gli italiani onesti, a cominciare da me, glie ne saranno grati. Vada avanti, caro ministro. Certo, non potrà usare la ghigliottina. Ma obblighi i furboni a sudare sangue. Alla faccia dei tanti evasori che ci sfottono di continuo: «Paga e soffri, contribuente fesso!».

Uno dei pezzi più celebri di Eugenio Scalfari s'intitolava: "L'Avvocato di panna montata". Uscì sull'Espresso del 28 luglio 1974 e pestava duro su Giovanni Agnelli, in quel momento presidente della Fiat e di Confindustria. "Barbapapà" era incavolato nero con lui perché aveva deciso di vendere la propria quota del Corriere della sera ad Angelo Rizzoli. Chi non conosce, o non ricorda, le vicende dei giornali di quel tempo, si domanderà: ma che problema c'era?, anche "Angelone" era un editore, e ben più di Agnelli.

Ma il problema esisteva. A giudizio di Scalfari, dietro Rizzoli si stagliava l'ombra minacciosa di uno dei potenti della Repubblica: Eugenio Cefis, il capo della Montedison. Eugenio lo riteneva un tipo pericoloso per la libertà di stampa in Italia. E aveva ingaggiato con lui un duello infinito. Scoprire che Cefis si mangiava il "Corrierone", sia pure per interposto Rizzoli, lo mandava fuori dai fogli.

La conclusione del pezzo di Scalfari venne imparata a memoria da noi della truppa informativa che vedevamo in Cefis un Hitler della carta stampata.

Dopo aver descritto l'Avvocato come un signore volubile che, per non annoiarsi, andava da una passione all'altra, Eugenio vergò la sua epigrafe.

"La vera sfortuna di Agnelli" scrisse, "è quella di vivere in un epoca in cui vince chi ha il sedere di pietra. Cefis, basta vederlo, appartiene a quella razza. L'Avvocato è infinitamente più simpatico e piace di più proprio perché è fatto di meringhe e di panna montata".

Caspita, che botta! Ma Agnelli, da vero monarca, non se la prese. E i rapporti tra lui e Scalfari non si guastarono. Un legame forte li univa: Carlo Caracciolo, socio di Eugenio e cognato dell'Avvocato, in quanto fratello della moglie Marella. E poi i due erano fatti per piacersi: entrambi primi della classe e famosi, sia pure in modo diverso.

Me ne accorsi quando dal Corriere passai a Repubblica. Nell'estate del 1980, dopo l'assassinio di Walter Tobagi, ci rendemmo conto che Scalfari poteva diventare un obiettivo delle Brigate rosse. Eugenio non aveva paura di niente. Al punto di andare e venire dal giornale su una scassata Cinquecento, senza l'ombra di una scorta. Fu allora che Caracciolo chiese ad Agnelli di mandarci il capo della sua sicurezza perché ci dicesse quel che si doveva fare.

Arrivò a Repubblica un ex colonnello dei carabinieri, vestito come un milord. Ascoltò annoiato la descrizione delle nostre giornate di lavoro: tutte eguali, scandite da orari immutabili. Il milord ci spiegò che questo sistema di vita non andava bene per niente. Dovevamo fare come l'Avvocato che si "randomizzava", ossia viveva a caso. Una notte dormiva a Villar Perosa. Un'altra a Roma. La terza a New York. La quarta a Tokyo. La quinta chissà dove. Scalfari replicò: «Impossibile. Noi stiamo sempre qui perché abbiamo la bottega da curare e i clienti da servire».

La gelida conclusione del milord fu una sentenza senza appello: «Se è così, cari signori, siete indifendibili!». Però Caracciolo non si diede per vinto. Chiamò il cognato e Agnelli ci mandò un'automobile blindata, una delle prime. Era una Fiat targata Cuneo. La targa sembrava uno scherzo. Però ci spiegarono che la blindatura veniva fatta in un'officina di quella provincia, mi pare fosse a Savigliano.

Eugenio si sentiva prigioniero della blindata. Tuttavia la sofferenza durò poco. La blindata targata CN, in quel momento senza passeggeri, nei pressi di via Veneto si scontrò con un autobus dell'Atac, per fortuna anch'esso vuoto. E lo perforò da parte a parte, neanche fosse un siluro.

Bei ricordi, di quando l'Avvocato era l'Avvocato, sia pure di panna montata. Adesso stiamo scoprendo che pure lui, forse, aveva il sedere di pietra: quello robusto, robustissimo, degli evasori fiscali. Non so dire come finirà questa storia dei due miliardi di euro, quasi quattromila miliardi delle vecchie lire, nascosti nella panna montata svizzera. Ma un suo triste e solitario finale s'intravede già.

È la caduta di un mito. Il crollo di un idolo. Il crack d'immagine dell'unico re d'Italia sopravvissuto ai Savoia. Ai giovani di oggi, questa disfatta non dirà nulla. Loro, se va bene, conoscono soltanto i suoi nipoti: John e Lapo Elkann, figli di Margherita, figlia dell'Avvocato. Ma per noi italiani con i capelli bianchi è tutta un'altra faccenda: che dolore!, che disfatta! Il grande, grandissimo Gianni messo sullo stesso miserabile piano di tanti riccastri qualunque, pare siano 170 mila, che hanno inguattato i conquibus in Svizzera per sottrarli al fisco italiano.

Mia madre Giovanna non avrebbe battuto ciglio. Era solita dire: «I ricchi nascondono i soldi per non doverne dare un po' ai poveri». Lo stesso diranno i vecchi della sinistra italiana che non si fidavano dell'onestà fiscale dei padroni della Fiat. Sfogliando il mio archivio, ho ritrovato un articolo dell'Unità, datato Torino e scritto da Diego Novelli il 13 settembre 1970. Cominciava così: «La scandalosa vicenda delle imposte della famiglia Agnelli sarà discussa anche in Parlamento...».

Ma adesso è arrivato un osso da mordere: Giulio Tremonti, ministro dell'Economia del governo Berlusconi. Se riuscirà davvero ad aprire l'epoca del Terrore per chi si serve dei paradisi fiscali, tutti gli italiani onesti, a cominciare da me, glie ne saranno grati.

Vada avanti, caro ministro. Certo, non potrà usare la ghigliottina. Ma obblighi i furboni a sudare sangue. Alla faccia dei tanti evasori che ci sfottono di continuo: «Paga e soffri, contribuente fesso!».

 
[16-08-2009]

COSÌ L’AVVOCATO CREÒ IL SUO TESORO SEGRETO - COME SI FA A FAR SPARIRE 1,46 MILIARDI? LO STRUMENTO È EXOR GROUP, FINANZIARIA ESTERA IN MANO A UNA SERIE DI FIDUCIARIE, SOCIETÀ CHE AGISCONO IN NOME E PER CONTO DI QUALCUNO CHE NON VUOL APPARIRE, CIOÈ GIANNI AGNELLI…

Paolo Stefanato per Il Giornale

Nel 1998, quando la Giovanni Agnelli & C. Sapaz, la cassaforte della famiglia, lanciò un'Opa da 2.600 miliardi di lire sulla lussemburghese Exor group, che già controllava insieme all'Ifi, l'operazione fu motivata come una tappa del progressivo accorciamento della catena di controllo nel gruppo Agnelli-Fiat. Nessuno sospettava allora - se non gli interessati - che la finalità potesse essere un'altra, segreta: quella di «liberare» risorse liquide a favore di Gianni Agnelli.

Quell'operazione è oggi oggetto di ricostruzioni e di analisi complesse da parte della magistratura e del fisco: perché è stata additata dai legali di Margherita Agnelli, unica erede diretta dell'Avvocato, come lo snodo grazie al quale il padre costituì il suo tesoro segreto. Segreto anche a lei, che oggi nel chiederne conto afferma di essere mossa non dall'intento di attirarlo nell'asse ereditario, ma dal desiderio, semplicemente, di «sapere». Non cupidigia, ma ansia di chiarezza. Il suo valore? Stando alle carte depositate in tribunale, tra 1 e 2,5 miliardi di euro; verosimilmente, 1,46 miliardi.

Al di là della quantificazione, che negli anni successivi al 1998 può aver avuto ancora significative variazioni, un quesito che tutti si pongono è sul «come»: come si fa a far sparire tanto denaro agli occhi di tutti, anche dei familiari e del fisco? Come si fa a eludere qualunque controllo e a far passare un tesoro alla più completa clandestinità?

Nessun colpo di bacchetta magica: qui si tratta di architetture finanziarie che, come ogni grande opera, hanno bisogno di svilupparsi nel tempo e di seguire un raffinato cammino strategico. La ricostruzione dei legali di Margherita è, ovviamente, molto complicata. Proveremo a semplificarla al massimo per cercare di rendere evidente il suo meccanismo.

Lo strumento è proprio Exor group, finanziaria estera degli Agnelli di diritto lussemburghese. Nasce nel 1966, con altro nome, come una controllata dell'Ifi (allora cassaforte degli Agnelli) e assume questa denominazione dopo la fusione con la francese Exor, conquistata con un'Opa a Parigi nel 1991 (qualcuno ricorderà che la «vecchia» Exor era proprietaria dell'acqua minerale Perrier che poi gli Agnelli accettarono di lasciare alla Nestlé; a loro interessavano ben altre, ricchissime partecipazioni e le sterminate proprietà immobiliari nel centro di Parigi).

Exor Group, che all'inizio era posseduta al 100% dall'Ifi, nel 1998 appartiene alla finanziaria e alla Giovanni Agnelli Sapaz per il 19,74% soltanto: e le altre quote dove sono finite? Vicino a soci storici come la famiglia greca Mentzelopulos, nel tempo appaiono una serie di fiduciarie, società che - come indica il loro stesso nome - agiscono in nome e per conto di qualcuno che non vuol apparire.

Ma nessuno si pone il problema, e nessuno, nonostante la progressiva erosione della quota Ifi-Sapaz, si sogna di mettere in dubbio il reale controllo della società: non è strano?

Il perché è semplice. Secondo la ricostruzione dei legali di Margherita, quelle fiduciarie nascondevano in realtà lo stesso Gianni Agnelli, acquirente, negli anni, di quote da parenti.

Exor nel 1998 è ricchissima e si procura grande liquidità grazie alla cessione di partecipazioni, che le permettono di promettere ai soci la distribuzione di un dividendo straordinario per l'equivalente di 1,5 miliardi di euro. La Giovanni Agnelli Sapaz lancia un'Opa da 2.600 miliardi di lire attraverso un veicolo ad hoc, poi assorbito, e si finanzia proprio con il futuro dividendo; la Sapaz, alla fine, possiede l'84% di Exor e le fiduciarie vengono liquidate.

Se Gianni Agnelli possedeva «solo» il 50% di quelle società di copertura, il suo incasso fu di 1,46 miliardi di euro. Denaro transitato negli anni successivi, secondo le ricostruzioni, attraverso una decina di trust offshore per sfumare il più possibile

 
[16-08-2009]

 

 

 

 

Gad Lerner


Il fisco e gli Agnelli

Posted: 12 Aug 2009 11:40 PM PDT

Grazie a Margherita, finalmente abbiamo scoperto l’acqua calda: pure gli Agnelli dispongono di fondi neri all’estero. Ne dubitavate?

I ricchi, i potenti e il mio stile di vita

Posted: 12 Aug 2009 11:35 PM PDT

Mi spiace di non partecipare al blog con la dovuta assiduità, in questi giorni. Come ho già spiegato, ciò dipende sia dalla connessione precaria della bellssima località tosco-maremmana in cui mi trovo, sia da un impegno di scrittura prioritario in cui resto immerso. Ma ho notato che c’è una bella discussione sulla “D’Addario femminista”, nè mi sono sfuggite le domande sul week end che ho trascorso ospite di Carlo De Benedetti e di sua moglie Silvia in Sardegna, all’inizio di luglio.
In sintesi, mi si chiede se la conoscenza e la frequentazione dei ricchi e dei potenti non annulli la credibilità di ciò che penso e scrivo in materia di giustizia sociale. Me lo si chiede in malo modo o con gentilezza, ma questa è la sostanza. Siccome lo considero un problema reale, ho deciso di giocare in proposito a carte scoperte fin da quando, diciamo una dozzina di anni fa, anch’io sono diventato una persona che vive nell’agio, cioè con elevato tenore di vita (anche se non paragonabile a quello degli Agnelli, De Benedetti, Tronchetti Provera che ho avuto per editori).
Non ho mai dissimulato, in favore di una presunta coerenza militante, la realtà del mio privilegio. Ne ho scritto nel mio libro “bastardo”, ne scrivo abitualmente qui. Ovvio che nel mio lavoro io abbia frequentato dei protagonisti del capitalismo italiano, oltre che della politica italiana. Sono incontri sempre interessanti, talvolta piacevoli, negli anni capita che ne scaturiscano amicizie. Il blog non dissimula, ma neanche registra giorno per gioro chi sento e chi vedo, di sinistra e di destra, e di quale livello di reddito. Per la semplice ragione che i rapporti, tutti i rapporti, hanno bisogno di essere tutelati da lealtà e discrezione.
Ne possono nascere delle favolette? Pazienza. Due giorni al mare vengono romanzati come summit antiberlusconiano, con tanto di organigrammi. Tredici anni fa un volo in elicottero con l’avvocato Agnelli mi è rimasto appiccicato come segno di chissà quale complicità.
Alla fine parlano per me i programmi teleisivi, gli articoli, i libri. Nella trasparenza di quel che io sono, una persona molt fortunata. Poi c’è una dimensione più intima di relazione con chi non ha avuto la mia fortuna, ma questa resterà sempre al riparo (per la gioia di chi mi ritiene solo un mentitore). La proteggerò soprattutto da chi cerca nella scarsa generosità dei ricchi un alibi per negare l’obbligo che sia la collettività, grazie a un’equa politica fiscale, a farsi carico delle politiche sociali in soccorso dei più deboli. Ma questo è un altro discorso…

 

 

 

EREDITÀ AGNELLI: LOR SIGNORI HANNO EVASO UN MILIARDO E 950 MILIONI IN SVIZZERA - TG5: “L'AGENZIA DELLE ENTRATE HA AVVIATO UN'INCHIESTA SULL’EREDITÀ CONTESA” - SCAMPATI DA TANGENTOPOLI, BeCCATI DA TREMONTI: ERA ORA CHE PAGASSERO ANCHE LORO - IL BRACCIO DI FERRO CON MARGHERITA È STATO FATALE PER UNA DINASTIA, ARROGANTE E IPOCRITA, CHE HA “USATO” NOI CONTRIBUENTI PER I PROPRI PORCI COMODI

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TG5, AGENZIA DELLE ENTRATE INDAGA SU EREDITA' AGNELLI
CIFRA SUPERIORE AL MILIARDO DI EURO DEPOSITATA IN SVIZZERA E MAI DICHIARATA AL FISCO
(Adnkronos)- L'Agenzia delle Entrate ha avviato un'inchiesta sull'eredita' contesa di Gianni Agnelli. Nel mirino, ci sarebbe una somma superiore al miliardo di euro depositata in Svizzera e mai dichiarata al Fisco. A rivelarlo, nell'edizione delle 20, il Tg5 diretto da Clemente Mimun.

famiglia agnelli

SEI ANNI DI BATTAGLIE PER MARGHERITA, BRACCIO DI FERRO SULL'EREDITA' AGNELLI
(Adnkronos) - E' un braccio di ferro senza esclusione di colpi, una guerra combattuta in famiglia a colpi di carta bollata sullo sfondo di uno dei patrimoni piu' ingenti d'Italia, quello di Giovanni Agnelli. Tra affondi, rivelazioni e rivalita', la querelle continua a riservare clamorosi colpi di scena, in un intreccio sempre piu' complicato che ruota attorno all'eredita' dell'Avvocato.

Margherita Agnelli e le figlie Sophia e Anna de Pahlen  

Il 18 febbraio 2004 Margherita Agnelli de Pahlen e Marella Caracciolo Agnelli raggiungono l'accordo sull'eredita' dell'Avvocato con patto 'segerto' che viene siglato in Svizzera. Ad un anno dalla morte di Gianni Agnelli, avvenuta il 24 gennaio 2003, e dopo un confronto durato piu' di 10 mesi, sembra chiudersi un importante capitolo della storia dei 're senza corona'. Alla figlia dell'Avvocato va la parte preponderante del patrimonio di famiglia, cioè le varie residenze (Villa Frescot, il palazzo di Roma davanti al Quirinale, la villa di Villar Perosa e vari altri immobili), oltre a società off-shore, titoli azionari e la collezione di quadri e oggetti d'arte. Alla madre una rendita che la figlia si impegna a versare mensilmente. I legali di Margherita che concludono l'accordo sono Jean Party e Emanuele Gamna, che per la loro prestazione ricevono una maxi-parcella di 25 milioni di euro (10 milioni Patry e 15 Gamna).

Nel giugno 2007 si apre un nuovo capitolo, con la causa che Margherita avvia contro la madre, Franzo Grande Stevens, l'avvocato di Gianni Agnelli, Gianluigi Gabetti, presidente dell'accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz e Siegfried Maron, ''in qualità di mandatari e gestori del patrimonio personale dell'avvocato''. Margherita si rivolge al tribunale di Torino, e si affida ai nuovi avvocati, lo svizzero Charles Poncet e Girolamo Abbatescianni. Con la causa Margherita chiede che vegano annullati gli accordi raggiunti in Svizzera nel 2004, in seguito alla scoperta dell'esistenza di un patrimonio dell'Avvocato sfuggito alla divisione ereditaria.

E' un fulmine a ciel sereno. Con la sua mossa, in particolare, l'accusa che Margherita rivolge loro e' di aver gestito in gran segreto un patrimonio riservato di Gianni Agnelli. L'azione legale, spieghera' in una nota lo studio Abbatescianni, viene intentata con ''l'unico fine di ottenere un chiaro e completo rendiconto di tutti i beni che compongono l'asse ereditario e sono oggetto di successione''.

Ma perche' si e' arrivati ad una causa legale? Qual e' stata la scintilla che ha trasformato la tranquilla Margherita, cosi' lontano dai riflettori e dalle cronache, in una donna battagliera disposta ad andare fino in fondo per ottenere giustizia? Sembra che a innescare la lite sia stata la scoperta, da parte di Margherita, di un protocollo, il 'summary assels' nel quale emergevano nuovi capitali depositati in societa all'estero. L'obiettivo perseguito dalla figlia dell'Avvocato e' di ''tutelare tutti gli eredi'' di Gianni Agnelli. Margherita, secondogenita dell'Avvocato, classe '55, ha otto figli. Tre sono nati dal primo matrimonio con Alain Elkann: John, vicepresidente della Fiat, Lapo e Ginevra. Gli altri cinque dalle seconde nozze con Serge de Pahlen, nobiluomo francese di origini russe: Pietro, Sofia, Maria, Anna e Tatiana.

La risposta che arriva dall'altra parte della barricata e' a che Margherita ha scelto di uscire ''in maniera definitiva dall'azionariato della società nel 2004''. Il principe del foro svizzero Poncet coinvolge anche gli ex legati di Margherita', accusati di aver concluso un accordo senza difendere a sufficienza gli interessi economici della loro assistita. Anche la somma pagata per la prestazione legale entra in causa, viene definita ''astronomica'' e si chiede una rendicontazione dettagliata. Sembra inoltre che parte del pagamento sia avvenuto transitando in paesi offshore, come Singapore e Zurigo, che il fisco italiano ha inserito nella 'black list'.

Insomma, la disputa legale non risparmia nessuno. E la trama, gia' peraltro ingarbugliata, si infittisce quando emerge, secondo quanto riportato dal settimanale 'Il Mondo', che Poncet abbia cercato di far firmare all'avvocato Gamna una dichiarazione, che avrebbe dovuto permettere di stabilire l'esistenza si un mandato tra Gianni Agnelli, Gabetti e Grande Stevens per mantenere celata una parte dell'eredita'.

A fine maggio-inizio giugno 2009 i legali di Marella Caracciolo, invece, avviano un'azione legale in Svizzera che ha lo scopo di vedere riaffermata la validità degli accordi del febbraio 2004. Con un atto di accertamento Marella chiede formalmente a una Corte di giustizia elvetica di pronunciarsi, con l'obiettivo di utilizzare nella causa italiana il pronunciamento svizzero. Ma di qua e al di la' del confine le sorprese non mancano.

Solo pochi giorni fa sono emersi i contenuti del documento segreto, che apre nuove discussioni, anche su possibili donazioni a persone che non fanno parte della famiglia. L'accordo si articola in 7 pagine e 12 articoli che regolano i rapporti tra madre e figlia, indicate come 'Madame X' e 'Madame Y', con cui si stabilisce la ripartizione dell'eredita' dell'Avvocato. Il patrimonio che va a Margherita dovrebbe ammontare a 1,166 miliardi di euro, mentre alla madre c'e' una rendita di 770.000 euro mensili per un totale di 9,2 milioni di euro l'anno. Sarebbe proprio questo il documento che oggi viene rifiutato da Margherita, in particolare per quanto riguarda un'articolo con cui si rinuncia ad ''alcuna pretesa'' su ''eventuali donazioni'' fatte da Gianni Agnelli a ''beneficiari...chiunque essi siano''.

Insomma, spuntano anche altri beneficiari, persone esterne all'asse ereditario. Ma non e' finita. A meta' luglio si registra un nuovo colpo di scena. Margherita decide un giro di valzer tra i suoi legali e cambia di nuovo gli avvocati. Stavolta la figlia di Gianni Agnelli si rivolge a Michele Galasso e Paolo Carbone.

Il 23 luglio, si scrive un nuovo capitolo nella lotta per l'eredita': il Tribunale di Torino respinge, dichiarandole 'inammissibili', tutte le istanze istruttorie presentate da Margherita, che aveva avviato l'iniziativa sull'eredita' del padre contro la madre Marella Agnelli e contro Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron, i tre uomini di fiducia che avevano lavorato per molti anni a fianco dell'Avvocato fino alla sua morte.

L'ordinanza e' una doccia fredda. Il giudice civile Brunella Rosso ha infatti dichiarato ''inammissibili i 48 punti di prova presentati'' da Margherita respingendo tutte le istanze di esibizione dei documenti nei confronti dei quattro citati in giudizio e di 15 banche italiane ed estere. Con i nuovi legali Margherita ipotizza adesso l'esistenza di un tesoro custodito in alcune societa' offshore, forse alimentato anche dal risultato di un'Opa lanciata nel 1998 sulla finanziaria lussemburghese Exor Group. La nuova udienza e' stata fissata per il 12 novembre. Adesso, come ha rivelato il Tg5 di Clemente Mimun, ecco arrivare l'inchiesta dell' Agenzia delle Entrate su quel patrimonio miliardario in Svizzera che non sarebbe mai stato dichiarato al fisco.
Stando al Tg5, a determinare l'apertura dell'inchiesta e' stata l'azione legale avviata dalla figlia dell'Avvocato, Margherita, nei confronti dei gestori del patrimonio del padre e di conseguenza contro la madre, Marella Agnelli. Il patrimonio finito nel mirino del fisco italiano, e che dimostra l'impegno del governo contro i paradisi e l'evasione fiscale, e' ingente e di non facile quantificazione.

Iedoardo agnelli

Si tratta, afferma il Tg5, di un tesoro valutato intorno a 1 miliardo e 950 milioni di euro. Calcolato partendo da una valutazione della rivista Forbes, che attribuiva gia' nel 1990 all'Avvocato un miliardo e 700 milioni di dollari. Si sarebbe inoltre tenuto conto dei movimenti positivi della borsa e anche di due drammatici eventi: il crollo della bolla internet e l'attacco alle Torri Gemelle del 2001.

Lo Stato, attraverso la lente di ingrandimento dell'Agenzia delle Entrate, ha deciso di vederci chiaro e dopo la causa legale di Margherita Agnelli sta apprfondendo le origini delle attivita' e dei passaggi di mano successivi alla scomparsa dell'Avvocato. E questo perche' il patrimonio, a chiunque sia destinato- sottolinea il Tg5- e' comunque all'estero e soprattutto non e' mai stato dichiarato al Fisco.

Ma c'e' di piu'. Sulla base delle disposizioni del recente decreto anticrisi, applicando le nuove norme, gli eredi potrebbero dover pagare tra imposte, sanzioni ed interessi un importo addirittura superiore a quello del capitale conteso. Ev in questo caso, tra i litiganti a godere sarebbe un terzo soggetto, il Fisco.

craxi romiti agnelli

FISCO: DAL LIECHTENSTEIN AL 'CASO PESSINA' FINO AI 300 CLIENTI UBS, E' CACCIA AGLI EVASORI - LA LISTA DELL'AVVOCATO SVIZZERO E QUEI 552 CLIENTI DEI 'PARADISI'
(Adnkronos) - Il caso dell'eredita' di Gianni Agnelli, finita adesso come ha rivelato il Tg5 delle 20 diretto da Clemente Mimun nel mirino dell'Agenzia delle Entrate, che punta i riflettori su oltre un miliardo di euro che sarebbe stato depositato in Svizzera e mai dichiarato al Fisco italiano, e' soltanto l'ultimo di alcune vicende che negli ultimi mesi hanno fatto emergere, e ancora non del tutto, centinaia e centinaia di conti di nostri connazionali e societa' made in Italy che hanno depositato cospicue somme all'estero per sfuggire al Fisco. A febbraio, esplode il cosiddetto ''caso Pessina'. Una lista di 552 nomi, con coordinate bancarie, codifi cifrati, societa' di copertura e fatture emesse dall'Italia verso l'estero. E' il 2 febbraio quando la Guardia di Finanza di Milano mette le mani sull'elenco dell'avvocato svizzero Fabrizio Pessina, sbarcato a Malpensa di ritorno da una breve vacanza in Spagna, che viene arrestato con l'accusa di riciclaggio. Nel computer dell'avvocato di Chiasso, specializzato in paradisi fiscali, viene trovato un file con la lista di nomi importanti, professionisti concentrati soprattutto nel nord-est dell'Italia, e il 'giro' dei soldi che lasciata la penisola approdavano nei paradisi fiscali, che viene ricostruita da ''L'Espresso''.

craxi agnelli arg

I principali referenti bancari di Pessina sono ovviamente i giganti del credito svizzero, a cominciare dall'Ubs. In Italia, invece, in molte operazioni registrate nella lista dell'avvocato di Chiasso viene citato il nome della Banca Mb, un piccolo istituto nato da poco a Milano per iniziativa di alcune decine di imprenditori di seconda fila. Clienti di Pessina sono i primi azionisti della banca.

Da almeno dieci anni l'avvocato di Chiasso fa 'coppia fissa' con Mario Merello. Il tesoro di quest'ultimo sarebbe un patrimonio smisurato di contatti e relazioni, alcuni ad altissimo livello, famiglie e imprenditori di cui gestisce i capitali. Gia' nel 1998 Merello aveva avuto un 'incidente di percorso', la Sec americana lo pizzicò per una storia di insider trading (abuso di informazioni riservate in Borsa) a Wall Street, sui titoli Elsag Bailey prima del lancio di un' opa di Abb da 3 mila miliardi di lire. Tutto si chiuse con una semplice multa. Gia' da tempo e' alla guida della Wmk del Texas, holding statunitense tira le fila di una struttura più complessa. C'è una Wmk con base in Lussemburgo, che a sua volta ha aperto un ufficio a Lugano.

Dal caso Pessina ai trecento clienti italiani, con conti correnti per un importo complessivo di circa un miliardo di euro, correntisti di Ubs, la più grande banca svizzera e tra le cinque principali al mondo. La lista, recentemente pubblicata da Gianluigi Nuzzi su ''Panorama'', non rivela i nomi ma soltanto le iniziali dei possessori di conti correnti e le cifre depositate, ottenuta interpellando dipendenti ed ex dipendenti in diversi paesi. L'elenco racconta la storia di una finanza italiana che fa rimbalzare il denaro, a seconda dei vantaggi fiscali, da un paese all'altro.

Fra i presenti nella lista, i piu' ricchi sono le societa' di diritto lussemburghese, che quindi si pongono in una posizione fiscale di privilegio. Il primo soggetto fisico si trova al nono posto della classifica, con 14,45 milioni. I saldi dei conti correnti variano da un massimo di circa 30 milioni di euro, fino ad arrivare a 2,4 milioni di euro. Sopra i 10 milioni di euro ci sono soltanto 18 nomi, che pero' totalizzano quasi 300 milioni di euro.Dentro alla lista c'e' un po' di tutto, oltre alle società di diritto lussemburghese, famiglie della nobiltà milanese fino a personaggi della televisione.

Al primo posto nella classifica, con 29,87 milioni di euro, una società, mentre la medaglia d' argento va invece ad una Srl. Ma tra quelli con conto in Italia e denaro investito in prodotti finanziari, la maggior parte dei titolari detiene depositi tra il milione e i 9 milioni di euro. Moltissimi quelli che viaggiano intorno al milione, poche decine tra i 2 e i 6, meno ancora oltre i 6 milioni.

Di elenchi di clienti Ubs non si parla però solo in Italia. In molti casi non c'e' nulla di illegale, anzi molti soggetti hanno gia' fatto rientrare i capitali in Italia, attraverso le filiali Ubs presenti nel paese.

L'inchiesta condotta dal settimanale fa emergere, al di la della vicenza Ubs, l'esistenza di capitali che vanno in Svizzera attraverso societa' finanziarie compiacenti, gestiti magari da ex dipendenti di istituti di credito elevetico. La guerra ai paradisi fiscali, messi al bando dai paesi del G8 e dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha iniziato a produrre i primi risultati gia' da qualche tempo. A febbraio e' stato abbattuto il primo muro della Svizzera, con la decisione dell'Autorita' federale svizzera per i mercati finanziari (Finma), di stringere un accordo con gli Stati Uniti, in seguito al quale Ubs ha rivelato all'Internal Revenue Service, il fisco americano, i nomi di circa 250 clienti. Ma secondo le indiscrezioni che arrivano dagli Stati Uniti, nel mirino ci sarebbero addirittura 52.000 conti correnti e proprio oggi e' stato raggiunto l'accordo tra Berna e gli Stati Uniti, che verra' sottoscritto nei prossimi giorni.

I clienti americani avrebbero nascosto nei forzieri dell'Ubs qualcosa come 20 miliardi di dollari, evadendo tasse per circa 300 milioni di dollari all'anno tra la fine del 2002 e il 2007.

Non e' finita. Lo scandalo 'Liechtenstein' scoppia nel febbraio del 2008, quando la Germania viene in possesso dei conti custoditi nella banca del piccolo principato. Un dvd con 1.400 nomi, che Berlino decide di condividere con gli altri paesi, ben 16 tra cui anche l'Italia. La 'black list' viene consegnata all'Agenzia delle Entrate ma gli accertamenti vengono poi affidati alla Guardia di finanza.

Si mettono al lavoro trentasette procure, con Roma come capofila. Le Fiamme Gialle indagano sulla posizione di 388 persone fisiche e di 2 società coinvolte nell'indagine sui depositi italiani nel Liechtenstein. Solo nell'ufficio del pm di Milano sono finite oltre 100 persone, mentre di 60 a Roma, 40 a Bolzano, 20 Firenze e 2 Napoli.

Tutte le persone coinvolte nel caso vengono iscritte nel registro degli indagati, con l'ipotesi di reato di infedele dichiarazione dei redditi o omessa dichiarazione degli stessi. Il dvd, venduto per 4,3 milioni di euro da un ex dipendente della banca del Liechtenstein Lgt Group alla Germania, e' aggiornato al 2002. La Gdf rivela che i depositi nel piccolo Stato, incastonato tra Svizzera e Austria, variano da 200mila a diverse centinaia di mln di euro, arrivando fino a 400 milioni.

Sono numerosi i casi in cui l'elenco contiene piu' membri della stessa familgia, intestatari di un unico conto, che fa scendere l'elenco delle persone sottoposte a controlli a 157 nomi.

Subito si scatena una discussione sulla necessita' di rendere pubblici i nomi dei correntisti, chiesto da piu' parti, che alla fine vengono resi noti attraverso gli organi di stampa venuti in possesso dell'elenco. Dentro c'e' un po' di tutto: manager, imprenditori, avvocati, commercialisti, politici, professori universitari, gente di spettacolo. La Guardia di Finanza e' chiamata a far luce anche sulla possibilita' che il denaro depositato nel principato venga utilizzato a fini di riciclaggio. Nell' elenco si cercano anche i possibili prestanome di organizzazioni criminali o di personaggi finiti sotto inchiesta per reati di natura economica.

Difficile verificare se dietro l'esportazione dei capitali sia nascosta veramente la volonta' di evadere il fisco, a casua dei dati non aggiornati e dello scudo fiscale targato 2003, che ha consentito di far rientrare i capitali detenuti all'estero.

 

 
[12-08-2009]

 

 

ALAIN MARCHETTANN - UNO-DUE DA KO SULLA “STAMPA” DI CALABRESI: IL CONSIGLIERE DI BONDI, ELKANN INTERVISTA IL CAPO DEI CARABINIERI TUTELA DEL PATRIMONIO (ALLE DIPENDENZE DEL MINISTERO) - IL GIORNO PRIMA PAGINATA PUBBLICITARIA DELLA FONDAZIONE MUSEO EGIZIO, (ELKANN PRESIDENTE)… -

Agosto, pagine e pagine da riempire, sui quotidiani scatta la marchetta compulsiva. Questo potrebbe pensare lo sprovveduto lettore, con una punta di solidarietà per i poveri giornalisti costretti a lavoro mentre tutta Italia gorgheggia i propri zebedei nelle spiagge della penisola. Quando, però, protagonista è Alain Elkann non c'è estate che tenga, la marchetta vale per tutto l'anno.

E se nelle sue trasmissioni su "La 7" Alain, consigliere del ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, ha intervistato tutti i collaboratori del Collegio Romano (dal capo di gabinetto Nastasi al segretario generale Proietti etc.), ora passa al bis anche sulle pagine del "La Stampa", dove cura l'intervista domenicale. Ieri è stato quindi il turno di Giovanni Nistri, comandante dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, alle dirette dipendenze del ministro Bondi. Mezza pagina con fotona e il titolo "Così riporto in Italia i tesori rubati", all'interno domande ficcanti come "dove svolgete attività formativa?", "in quali paesi operate?", "si parla spessori operazioni di recupero importante, questo vi fa godere di un grande prestigio" e via domandando.

Ma il weekend di marchette della "Stampa" non si conclude certo con l'intervistona targata consigliere Mibac (che incidentalmente è anche il padre di John Elkann, presidente di "Editrice La Stampa") al generale dei Carabinieri Mibac. Sabato il quotidiano diretto da Mario Calabresi poteva vantare niente meno che una bella pagina pubblicitaria del Museo Egizio di Torino. "Chi l'ha detto che per divertirsi in estate bisogna andare al mare?", si domandava la pubblicità. Già, chi l'ha detto? Non chiedetelo ad Alain Elkann, fresco fresco di paparazzata a Portofino con Franca Sozzani e, ovviamente, presidente della Fondazione del Museo torinese. E la marchetta è servita...

 

 
[03-08-2009]

MARIO CALABRESI - copyright Pizzi

 

 

 

LA FAMIGLIA DI GAMBA ‘D BOSC
Lo chiamavano così i vecchi operai piemontesi della Fiat, all'insaputa del suo post-agiografo Marco Ferrante. L'orrenda storia dell'eredità Agnelli - a noi vecchi dentro, l'impugnazione di un testamento del padre sembra un abominio che porterà tragedie diffuse - si complica sempre più. Scende in campo la Procura di Milano, per la gioia delle Corti Sabaude, e vuol vederci chiaro su truffe, avvocati e tesoroni off-shore (Repubblica, p.27, perché giustamente è una faccenda da pagine economiche)

NELLA SFIDA SULL’EREDITÀ DELL’AVVOCATO, I PM PUNTANO L´EX LEGALE DI MARGHERITA - NELLO STUDIO CHIOMENTI PERQUISITO SOLO L’UFFICIO DELL’EX PARTNER EMANUELE GAMNA - SI CERCA DI SEGUIRE IL PERCORSO DI UNA PARCELLA DA 15 MLN € PAGATA ESTERO SU ESTERO

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Walter Galbiati ed Emilio Randacio per "la Repubblica"

Una parcella da 15 milioni di euro, pagata estero su estero. È per seguire il percorso di questi soldi che il pubblico ministero di Milano, Eugenio Fusco, ha perquisito la settimana scorsa, la sede di uno delle più importanti boutique di avvocati italiani, lo studio legale Chiomenti. Una parcella che un ormai ex partner dello studio, Emanuele Gamna, avrebbe ricevuto da Margherita Agnelli, figlia dell´Avvocato, in lotta con il resto della famiglia sull´eredità del padre, per assisterla nella trattativa sulla successione.

Alla perquisizione del solo ufficio di Gamna all´interno dello studio Chiomenti in via Verdi 2, era presente, come vuole il codice, anche il presidente dell´ordine degli avvocati di Milano, Paolo Giuggioli. L´indagine è per truffa.

I fatti risalgono al 2003, quando i legali degli eredi iniziano le riunioni per stimare e dividersi i beni di Gianni, in base alle volontà testamentarie. Margherita nomina il ginevrino Jean Patry e successivamente gli affianca Gamna, conosciuto attraverso Susanna Agnelli. Le trattative sono serrate e l´accordo sull´eredità arriva il 18 dicembre: la cifra da liquidare a Margherita è di un miliardo e 166 milioni di euro. Tutto sembra filare liscio, fino a quando Margherita scopre di essere stata aggirata, secondo la sua ricostruzione, da Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, accusati di averle nascosto, e quindi non conteggiato, il tesoro estero dell´Avvocato.

Il nuovo legale di Margherita, Charles Poncet, si spinge oltre e accusa Gamna e Patry di aver fatto il doppio gioco, ovvero di non aver fatto l´interesse di Margherita ma quello di Gabetti e Grande Stevens. Il padre di Gamna era amico di lunga data di Gabetti e lo studio Chiomenti è stato per anni l´advisor legale della Fiat. E chiede la restituzione della parcella. L´inchiesta milanese punta a scoprire se c´è stata qualche truffa e se anche lo studio Chiomenti, che nel frattempo ha preso le distanze e ha allontanato Gamna, era al corrente di quanto stava accadendo.

Di certo ci sono le parcelle pagate a Patry (10 milioni, fatturati) e a Gamna (15 milioni, probabilmente mai fatturati e sconosciuti anche allo studio Chiomenti), versate attraverso la società Vilanda Capital ltd della filiale Ubs di Singapore sui conti dei due avvocati presso la Pkb privatbank di Zurigo. Nell´ambito della disputa, Poncet ha anche cercato un accordo con Gamna.i

In cambio dell´ammissione ad aver fatto il doppio gioco Margherita avrebbe rinunciato alla restituzione dei soldi. L´idea era quella di far sottoscrivere a Gamna un "affidavit", cioè una dichiarazione che sull´esistenza di un accordo con Gabetti e di Grande Stevens per occultare una parte del patrimonio dell´Avvocato. Ma quell´ "affidavit" non è mai stato firmato.

 
[31-07-2009]
 

Da "Il Velino") - Sara' stato il caldo afoso che avvolgeva Roma o forse il clima di euforia che si respirava dopo il successo dei colori azzurri (solo un'ora prima Federica Pellegrini aveva trionfato nei 200 metri stile libero stabilendo un nuovo record del mondo). Fatto sta che l'incontro di ieri sera al Villaggio olimpico del Foro Italico tra il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e il leader dell'Udc Pierferdinando Casini si e' svolto all'insegna del fair play e dell'armonia. Anche se, a onor del vero, piu' di una volta gli animi hanno rischiato di surriscaldarsi (e non per colpa dei 30 gradi che segnava il termometro).

Soprattutto il leader centrista e' sembrato ripetutamente sotto tono, tanto da mandare un bigliettino (sottobanco) all'organizzatore dell'incontro, il direttore di "Formiche" Paolo Messa, nel quale spiegava la sua "strategia": "Sono andato di basso profilo perche' pensavo non fosse la sede di una gazzarra!".

Insomma, l'incontro tra il ministro dell'Economia e il presidente dell'Udc si e' consumato senza particolari sussulti, sotto lo sguardo attento del presidente dell'Antitrust Antonio Catricala', del padrone di casa Giovanni Malago' e di numerosi esponenti del mondo economico e legale romano. Temi del dibattito sono stati la crisi economica, il dl anticrisi e il partito del Sud.

E proprio su quest'ultimo Tremonti e Casini hanno regalato un altro siparietto: alla solidarieta' politica offerta dall'ex presidente della Camera, il titolare del Tesoro ha risposto con un laconico "Grazie ma non ne sento il bisogno politico", suscitando l'immediata replica di Casini che ha sussurrato, pensando forse di non essere sentito, un criptico: "Io inizierei a prenderla".

 
[31-07-2009]

 

 

 

LA RICOSTRUZIONE DELL´OPA EXOR NEL PROCESSO SULL´EREDITÀ AGNELLI - MARGHERITA: UN MILIARDO E 436 MILIONI FINIRONO A SOCIETÀ OFF-SHORE - LA DISPONIBILITÀ DI STEVENS A SVELARE L´ENTITÀ DEL PATRIMONIO - CHE ASPETTA TREMONTI A MANDARE LA FINANZA?...

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "la Repubblica"

Un processo tutto di carta, compresa la ricostruzione dell´Opa del 1998 su Exor Group che avrebbe fruttato un "tesoro" estero di un miliardo e 436 milioni di euro. Questo, dal 12 novembre prossimo, diventerà la causa per l´eredità di Gianni Agnelli. Saranno infatti centinaia di documenti a costituire l´unica prova possibile per accertare se Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron hanno oppure no l´obbligo di dare il rendiconto ereditario alla figlia dell´Avvocato.

Infatti, con l´ordinanza emessa giovedì dal giudice torinese Brunella Rosso, escono di scena i possibili testimoni che l´avvocato Girolamo Abbatescianni (poi sostituito dai colleghi Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) aveva indicato per spiegare quei documenti: tra gli altri, Gabriele Galateri di Genola, Paolo Fresco.

Restano invece nella causa tutti gli atti depositati a partire dal 2007. Saranno quelle carte la materia sulla quale dovranno confrontarsi i legali della figlia dell´Avvocato e quelli dei convenuti. Si tratta di documenti che riguardano tre questioni determinanti.

Innanzitutto gli statuti della Fondazione Alkyone, registrata a Vaduz, che costituirebbe la prova, a detta di Margherita, sia di un sistema per gestire la futura eredità dei beni esteri dell´Avvocato sia del progressivo trasferimento della titolarità di buona parte del patrimonio a Marella Caracciolo, per usufruire del regime fiscale dovuto alla residenza svizzera della vedova dell´Avvocato.

Un altro atto importante è una lettera scritta dall´avvocato Grande Stevens, durante la controversia sull´eredità, al collega Emanuele Gamna (tutelava allora Margherita). In essa, Grande Stevens spiega che se Margherita «dichiarasse di accettare eventuali disposizioni di suo padre a favore di eredi e/o terzi dovrebbe essere più facile, rapido e produttivo bussare alle altrui porte per avere il quadro complessivo». Secondo la figlia dell´Avvocato questa sarebbe la dimostrazione che Grande Stevens conosceva l´esatto patrimonio di Gianni Agnelli e ne gestiva la successione.

Infine, anche se sono escluse tutte le testimonianze al riguardo, tra le carte del processo c´è anche il report dell´analista Marc Hurner che, ingaggiato da Margherita Agnelli, ha ricostruito l´Opa lanciata nel 1998 sulla società lussemburghese Exor Group che avrebbe fruttato un miliardo e 436 milioni di euro ai "soci anonimi" della finanziaria. Per la figlia dell´Avvocato, tale somma (mai divisa) sarebbe finita su società off-shore riferibili al padre.

Decisiva sarà poi la questione sulla validità in Italia del patto successorio stipulato nel 2004 tra Margherita e Marella, col quale la prima rinuncia a qualsiasi altra richiesta sull´eredità paterna, ma anche su quella della madre ancora in vita. Nel corso del processo, la Cassazione ha stabilito che tale giudizio spetta al tribunale italiano e non a quello svizzero.

 

 
[27-07-2009]

Da "Il Foglio" del lunedì - Il conte Gelasio Gaetani d'Aragona Lovatelli, 50 anni, produttore di vini e abile seduttore, lunghi capelli brizzolati e mossi, tatuaggi che spuntano dai polsini delle camicie. Si dice che quando qualche amico doveva mettere alla prova la fedeltà della sua futura moglie, facesse fare al conte e alla ragazza un viaggetto in auto tra Roma e Firenze. Se alla fine dei trecento chilometri la ragazza non aveva ceduto, il matrimonio era salvo. Intervistato, non rivela quante abbiano resistito: «Se dicessi che, sposine a parte, non ce n'è una che si sia tirata indietro, sembrerei presuntuoso».

Dice che «far scattare la scintilla della seduzione è un'arte bellissima». Il massimo divertimento era sedurre quelle che lo respingevano per principio, pensando che fosse certo di fare colpo. La tecnica: «Le facevo sentire importanti dal primo incontro. E poi ero gentile, non davo mai l'impressione che fossero una tacca sul palmares». Con tutte le sue ex mantiene buoni rapporti: «Questo provoca delle gelosie. Ma le donne sono fatte così». Non è più un playboy, anche se si diverte ancora a fare il piacione: «Bisogna fare come Cincinnato che si ritira nel suo campicello, disposto a tornare in guerra solo se c'è proprio bisogno» (Federica Furino, Gioia 25/7).

Gabriella Sassone per Il Tempo.it

1- Domenica primo pomeriggio. Ai bordi della piscina dell'Hilton un uomo fa esercizi ginnici, si stiracchia, si prepara a tuffarsi. Tutti lo guardano e aspettano un tuffo spettacolare, di quelli da campione. Ma lui dopo tanta preparazione sfiora appena l'acqua con le mani e se ne va. Che delusione! L'uomo era nientedimeno che Alberto di Monaco, in visita a Roma con la fidanzata Charlene Wittstock, ex campionessa sudafricana di nuoto e sua promessa sposa.

Massimo Liofredi

Tra una visita e l'altra alla corte di Giovanni Malagò, ai Mondiali di Nuoto, dove è apparso in mattinata e all'ora dell'aperitivo, il sovrano del Principato di Monaco si è rilassato all'Hilton, dove non è certo passato inosservato come desiderava. In serata, Alberto e Charlene si sono regalati una cenetta romantica da Met, a Ponte Milvio, e hanno girato la città da fidanzatini.

2 - Dopo tanta tensione accumulata causa nomine Raidue che non si decidevano a venir fuori, Massimo Liofredi si è goduto la prima giornata di relax da direttore della seconda rete tv. Domenica, Liofredi se ne stava bello bello e solitario ai bordi della piscina dell'Hilton.

Voleva prendere un po' di sole e riposarsi. Ma ad omaggiarlo sono accorse in tante, tutte le belle aficionados dell'Hilton, preso d'assalto come ogni dì di festa. A salutare e complimentarsi con Liofredi, ecco Milly Carlucci col marito Angelo Donati, Caterina Balivo e Sara Varone, che gli è stata presentata da un comune amico.

 

 

 

 

FAMIGLIE OFF-SHORE - Colpaccio di Gabetti e Stevens nella causa sull’eredità DI GIANNI Agnelli, l’uomo che esportò più capitali che macchine - “stop a Margherita, il tribunale RESPINGE 48 capitoli di prova” - C’è sempre un giudice a Torino....

Ettore Boffano e Paolo Griseri per La Repubblica

Si conoscerà il 12 novembre prossimo la prima verità sull'eredità di Gianni Agnelli. Ieri infatti, il giudice civile Brunella Rosso ha fissato per quel giorno, con un'ordinanza, la nuova udienza della causa intentata dalla figlia Margherita contro i gestori del patrimonio del padre, Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron, e la madre Marella. Secondo quanto indicato dalle agenzie di stampa, il magistrato avrebbe inoltre "dichiarato inammissibili tutti i 48 capitoli di prova presentati dalla figlia dell'Avvocato".

Il Tribunale civile di Torino avrebbe poi respinto anche tutte le istanze di esibizione di documenti proposte un mese fa da Margherita "nei confronti delle quattro persone citate e di 15 banche italiane ed estere".

Che cosa potrebbe significare questa decisione? I legali di Margherita Agnelli, Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone, rifiutano commenti: "Nessuno ci ha ancora notificato l'ordinanza. Nel processo civile bisogna leggere con attenzione le motivazioni del giudice per capirne l'esatto significato".

Se, infatti, l'inammissibilità di altre prove (tra le quali la richiesta di testimonianza di ex personaggi della galassia Agnelli-Fiat, come Gabriele Galateri di Genola e l'ex ad della Juventus, Antonio Giraudo) fosse definitiva, è indubbio che questo nuovo atto della querelle ereditaria segnerebbe un punto importante a favore dei quattro convenuti. E ieri sera, dagli ambienti di Exor, la finanziaria del gruppo Agnelli, filtravano segnali di "moderata soddisfazione, anche se poi bisognerà attendere il verdetto finale".

La lettura delle motivazioni dell'ordinanza diventa a questo punto dirimente. Si tratta infatti di capire se la dichiarazione di inammissibilità delle nuove prove è temporanea oppure no. La scelta del giudice, se fosse temporanea, potrebbe essere stata dettata dalla necessità di sciogliere innanzitutto la questione preliminare sulla validità o meno del patto successorio, stipulato a Ginevra nel 2004 tra Margherita e la madre Marella, che assegnava alla figlia dell'Avvocato tutti i beni del padre sino ad allora conosciuti senza ulteriore possibilità di rivalsa.

Se il giudice dichiarasse la validità di quel documento registrato in Svizzera, il processo finirebbe sancendo la sconfitta legale di Margherita Agnelli. Se invece stabilisse che l'accordo non vale in Italia, allora potrebbe riprendere in esame la possibilità di ammettere o meno le nuove prove.

Nel secondo caso invece (l'esclusione assoluta di nuove prove), a partire dal 12 novembre comincerà la discussione unicamente sulle carte e sui capitoli di prova indicati all'inizio della causa nella primavera del 2007. La richiesta della figlia dell'Avvocato è di avere un preciso rendiconto dell'asse ereditario paterno. Grande Stevens e Gabetti hanno sempre dichiarato che esso è già stato reso a suo tempo.

Margherita, invece, sostiene di aver ottenuto via via versioni diverse sull'ammontare dell'eredità. Adesso, con i suoi legali, ipotizza l'esistenza di un "tesoro" del padre celato in società offshore che potrebbe essere stato alimentato anche dagli esiti di un'Opa lanciata nel 1998 sulla finanziaria lussemburghese Exor Group e dalla quale avrebbero tratto vantaggio soprattutto i "soci anonimi" di quella società estera (per circa un miliardo e 400 milioni di euro).

La presenza di diversi e successivi conteggi forniti a Margherita Agnelli da chi gestiva i beni del padre è stata riconfermata ieri dal settimanale "Il Mondo" che ha pubblicato il testo di un documento i cui particolari erano già emersi nel 2007. Si tratta di un primo rendiconto dei beni solo italiani di Gianni Agnelli fornito alla figlia dal commercialista torinese Gianluca Ferrero, dopo che Grande Stevens aveva rinunciato al ruolo di "esecutore testamentario".

Da esso, tenuto conto delle voci passive, emergeva un capitale complessivo di 385 milioni e 484mila euro, costituito da titoli e depositi per 250 milioni di euro, dalla villa di Villar Perosa, dalle due residenze di Torino (Villa Frescot) e di Roma (l'alloggio davanti al Quirinale) dell'Avvocato, da barche e veicoli intestati a società che facevano riferimento a Gianni Agnelli.

A queste somme, dovevano poi essere aggiunte le quote possedute dal "signor Fiat" nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli Sapaz" e nella società semplice "Dicembre" che gli garantiva la guida dell'accomandita (un ruolo oggi attribuito a John Elkann, primogenito di Margherita).

Successivamente, però, Margherita Agnelli è venuta in possesso di un protocollo, il "Summary Assets", nel quale si indicavano capitali depositati in società offshore per oltre 800 milioni di euro. Fu proprio la scoperta di quel patrimonio estero a innescare la lunga lite ereditaria conclusasi col patto successorio del 2004 e poi riapertasi nel 2007 con la causa oggi in corso.

 

 
[24-07-2009]

 

 

MY LOVE IN PORTOFINO – DOPO MESI DI AMORE “SEGRETO” (MA LO SAPEVANO TUTTI), ALAIN ELKANN E LA ZARINA DI “VOGUE” FRANCA SOZZANI SI MOSTRANO AL FOTOGRAFO DI “CHI” MANO NELLA MANO COME DUE ADOLESCENTI INNAMORATI – L’INTERVISTA GALEOTTA NEL FEBBRAIO 2007?...

Azzurra Della Penna per "Chi"

A spasso per la piazzetta, una sosta per un aperitivo al bar Ugo e poi a cena con alcuni amici nel ristorante più noto di Portofino, Puny. Franca Sozzani e Alain Elkann hanno trascorso il weekend insieme, lui ospite di lei nella villa che il potente direttore di Vogue Italia ha acquistato qualche anno fa in collina a pochi passi dall'hotel Splendido.

Restii finora a mostrarsi assieme in pubblico (che Elkann si stesse separando da Rosi Greco lo si è saputo soltanto nell'aprile scorso) i due, nella meta turistica più chic della Liguria, sono apparsi straordinariamente rilassati. Arrivando persino a prendersi mano nella mano, come due ragazzi, all'ombra di un vicoletto.

Sebbene gli amici più stretti di lui facciano risalire l'inizio della loro tenera amicizia a meno di un anno fa, i due avevano simpatizzato nel febbraio del 2007. Alain Elkann aveva, infatti, incontrato la Sozzani nell'ambito della sua trasmissione tv L'intervista. E già in quel frangente, cosa assai strana per entrambi, Alain e Franca si erano subito dati del tu.

Chissà, magari li aveva già presentati Lapo Elkann, il secondogenito di Alain. Alain è stato sposato con Margherita Agnelli ed è anche il papà affettuosissimo oltre che di Lapo, di Ginevra e di John Elkann, attuale vicepresidente della Fiat. Lapo, si diceva, da qualche stagione opera con il brand I-I, Italia-Independent, nel campo della moda e, da tempo, conosce (e stima infinitamente) la Sozzani.

Lei, invece, ha un figlio, Francesco, trentenne che risiede spesso a New York e che lavora come fotografo. Prima di Alain aveva un compagno, Luca, di qualche anno più giovane, artista, grafico, designer... dal quale, però, dicono nel giro della moda, si stava piano piano allontanando. Non certo nello stesso modo in cui Franca ha lasciato Portofino. Domenica scorsa, nel primo pomeriggio, è infatti partita a razzo a bordo di un'auto scura guidata da un autista. Al suo fianco: Alain.

 
[23-07-2009]

 

 

ECCO CHE COSA C'ERA DAVVERO NEL TESTAMENTO DELLEX PRESIDENTE FIAT - Al momento della morte, poteva contare su una liquidità di 250 milioni di euro - il tesoro estero dell'avv. quantificato dai suoi vecchi legali in 1,4 miliardi di euro - 12 Panda, 2 Fiorino, una Palio, 3 moto Piaggio e 3 Vespa 50, 3 trattori e un rimorchio

 

Fabio Sottocornola per "Il Mondo," in edicola domani

Al momento della morte, avvenuta a Torino il 23 gennaio 2003, Gianni Agnelli poteva contare su una liquidità pari a 250 milioni di euro tra depositi bancari e titoli di varia natura. Denaro che uno degli uomini più ricchi del mondo usava «per il pagamento delle spese della gestione corrente», come è scritto nel Memorandum del 16 maggio 2003 predisposto dai commercialisti dello Studio Ferrero del capoluogo piemontese. Un testo che il titolare Gianluca Ferrero ha inviato, tra gli altri, all'avvocato ginevrino Jean Patry, legale a quell'epoca di Margherita Agnelli de Pahlen.

Si tratta del rendiconto ufficiale, con alcuni passaggi già noti, ma anche molti inediti, di cui il Mondo ha preso visione, e relativo a tutti i beni posseduti dal senatore a vita in Italia. Questo catalogo non è mai stato messo in discussione, neppure dalla figlia Margherita. La quale, semmai, ha puntato il dito contro il presunto tesoro estero dell'Avvocato, quantificato dai suoi vecchi legali in 1,4 miliardi di euro. Ammonta invece a 305 milioni e 484 mila euro il valore netto, cioè la differenza tra attivi e passivi, dei beni ufficiali che facevano capo ad Agnelli.

La situazione è riassunta nelle poche pagine del Memorandum che si colloca, dal punto di vista cronologico, all'inizio di tutto l'affaire. E, dunque, precede sia gli accordi sull'eredità siglati in Svizzera nel febbraio e marzo 2004 tra la madre Marella Caracciolo e la figlia Margherita, che hanno fruttato a quest'ultima un patrimonio (immobili, opere d'arte e liquidità) stimato in 1.166 milioni di euro, sia la battaglia legale partita a giugno 2007 e ancora in corso.

CAMERA CON VISTA SUL QUIRINALE
Si comincia, alla voce Attività, con gli immobili: una villa con casa dei custodi sulle colline torinesi (Strada San Vito Revigliasco, villa Frescot), la residenza romana di via XXIV Maggio (di fronte al Quirinale), poi, ancora, casa e terreni della storica dimora di Villar Perosa. «Il valore può essere stimato in via di larga approssimazione in circa 45 milioni di euro», recita il Memorandum, che vuole fornire semplicemente una «valutazione indicativa al fine di determinare un ordine di grandezza del valore dell'intero patrimonio caduto in successione». Anche perché, sottolineano gli esperti, due immobili (Villar Perosa e Strada San Vito) sono «di particolare pregio anche storico, ma probabilmente di difficile commerciabilità».

La voce Liquidità e titoli (totale di 250 milioni 434 mila euro) è da collegare a tre banche e una fiduciaria. L'Avvocato aveva un conto corrente aperto in Banca Intesa con depositati 1 milione e mezzo di euro e oltre 28 milioni in titoli; una posizione aperta (16 mila euro) alla Popolare di Bergamo (oggi Ubi) con titoli per 5,9 milioni. Infine, un risicato conticino di 177,36 euro depositati in Deutsche Bank.

Più interessanti i fondi depositati presso la Simon Fiduciaria, una società di gestione del risparmio che fa capo alla famiglia di Franzo Grande Stevens, storico legale di fiducia dell'ex presidente Fiat. Si tratta in totale di 185 milioni di euro investiti in una Sicav (un particolare tipo di fondo comune di investimento) della svizzera Banca Pictet, mentre 14,8 milioni erano impegnati in obbligazioni.

Come esempio, è possibile osservare che l'Avvocato deteneva titoli di Stato italiani come Cct e Btp. Ma scommetteva anche sulle aziende concorrenti e produttrici di automobili negli Usa. Tanto da tenere in portafoglio obbligazioni emesse dalla Ford (830 mila euro) o da Gmac (della GeneraI motors) per 266 mila euro, oltre a 426 mila euro in bond Shell.

Infine, ci sono azioni e obbligazioni della Giovanni Agnelli Sapaz (G.A. Sapaz), cioè la società in accomandita per azioni che raccoglie i vari rami della famiglia: all'attivo per lui risultano 11.905 azioni ordinarie per un controvalore di 4 milioni di euro e obbligazioni convertibili (altro tipo di bond) per 10,8 milioni.

Dal momento che l'accomandita non è una quotata, il valore di azioni e obbligazioni «è stato fornito dalla società stessa. E periodicamente determinato dal consiglio degli accomandatari».

AL TIMONE
Naturalmente più glamour è il capitolo riferito ai natanti, grande passione dell'Avvocato. Al momento della morte possedeva Stealth, che è una barca a vela di 27 metri, nera e super tecnologica, più il tender (piccolo gommone), valutati 3,4 milioni, «prezzo cui è stata di recente concordata la vendita», dice il documento. C'è poi F100, descritto in alcuni articoli giornalistici come un rimorchiatore trasformato in panfilo d'altura, con tender e barca di servizio, stimato in maniera approssimativa 5 milioni.

Non mancano poi i «mezzi mobili» intestati al senatore, che non possedeva, come è noto, auto di grossa cilindrata. A suo nome risultano dunque 12 Fiat Panda, due Fiorino, una Palio, tre ciclomotori Piaggio Si, un Piaggio Grillo e tre Vespa 50, oltre a tre trattori e un rimorchio.

Con tutta probabilità neppure nuovi, se è vero che «l'intero parco mezzi può essere stimato per un valore pari a 20 mila euro». Evidentemente, tutto o in parte a disposizione del personale di servizio nelle varie residenze.

La rendicontazione degli attivi si chiude con i Crediti vantati. Qui ci sono 154.937 euro da Ina Assitalia «pari al premio incassato dalla compagnia sulla polizza vita stipulata dal Senato della Repubblica», un saldo di competenze per 5.342 euro sempre da palazzo Madama, oltre a 2,6 milioni come liquidazione della quota detenuta nella Dicembre, la società semplice che sta in cima a tutta la catena di controllo dell'impero.

Infine, nel conto è citato anche un attivo di 848 mila euro. Di che cosa si tratta? La cifra deriva da un contratto stipulato con la tedesca Lürssen Yachts per la costruzione di un motor yacht conosciuto come «progetto Tulip». E scritto nel Memorandum: «Il prezzo era fissato in 32 milioni 737 mila euro ed era già stato versato un acconto di 9 milioni 848 mila». Agnelli doveva ancora pagare 29,4 milioni ma poi, probabilmente anche per il peggioramento delle condizioni di salute, «il contratto è stato risolto con la restituzione da parte del cantiere di 848 mila euro».

CHIEDO ASILO
Sono invece soltanto due le voci del passivo, per un totale di un paio di milioni. La più curiosa: «L'impegno a costruire e poi donare al comune di Villar Perosa una nuova sede per la scuola materna. Al termine dei lavori, sulla base di un preventivo di Fiat Engineering (società di costruzioni del gruppo, poi ceduta, ndr) mancherebbero ancora opere per circa 1,4 milioni». Al confronto con questa girandola milionaria appare invece di pochi spiccioli (612 mila euro) l'ammontare totale delle fatture ancora da saldare alla data del decesso relative ad alcune spese non precisate.

Una volta stabilito il valore del tesoro italiano di Agnelli che, come detto, ammonta a 305 milioni 484 mila 7,69 euro, gli esperti dello Studio Ferrero passano ad analizzare le «disposizioni testamentarie» prima di elencare le operazioni fatte dopo la morte dell'Avvocato e quelle ancora da compiere.

Per quanto riguarda le volontà del defunto, Ferrero ricorda come queste riguardino soltanto gli immobili, da dividere tra madre e figlia. A quest'ultima spetta la nuda proprietà di Villar Perosa e della villa sulle colline torinesi con usufrutto a favore di Marella. Divisa al 50%, invece, la proprietà dell'immobile romano, dove vivono anche altri componenti della famiglia Agnelli.

Tra le operazioni già effettuate dopo la morte del presidente Fiat con Franzo Grande Stevens esecutore testamentario (fino alla rinuncia all'incarico di metà aprile 2003 a seguito dei primi contrasti tra le eredi) sono elencate la vendita delle barche e l'incasso dell'assicurazione sulla vita.

Una voce curiosa riguarda il personale di casa Agnelli, mai specificato nel numero. E tuttavia i giardinieri «sono trasferiti in capo alla signora Caracciolo, usufruttuaria dei terreni». Alla stessa viene assegnato il servizio dei marinai sull'F100. Invece i «restanti domestici sono stati provvisoriamente intestati all'ingegner Elkann (John, ndr). E perché non invece alla moglie dell'Avvocato? Spiegazione semplice: donna Marella è una cittadina italiana residente all'estero, in Svizzera, «Paese in cui l'amministrazione fiscale italiana non riconosce ai cittadini italiani lo status di residenti anche ai fini fiscali, salvo prova contraria da prodursi a cura del contribuente», scrivono gli esperti.

In questo modo, dopo aver sentito anche altri pareri, i consulenti hanno deciso di «non sovraccaricare la sua posizione italiana con l'assunzione di circa 15 domestici, rendendo così un domani, se richiesta, molto complessa la possibilità di provare la propria residenza estera».

Insomma, tutto è curato nel dettaglio. Anche il destino che toccherà ai cani dell'Avvocato: vengono intestati a un ignoto «residente italiano, per facilitazioni burocratiche». Però al momento in cui viene scritto questo Memorandum, gli amici a quattro zampe «sono ancora in attesa di essere reintestati». Tra le operazioni da compiere, l'inventario di beni e oggetti di Gianni Agnelli e contenuti negli immobili.

DICEMBRE CALDO
Oltre al tesoro tangibile dell'Avvocato, nel Memorandum c'è un intero capitolo dedicato alla Società semplice Dicembre, che sta in cima alla piramide e controlla (con il 33%) l'accomandita di famiglia (G.A. Sapaz) e poi, a scendere, anche le quotate come Exor o Fiat. Sta proprio qui il cuore del potere di casa Agnelli. Diviso in sei paragrafi, c'è il racconto, in parte già reso noto da alcune ricostruzioni, di come, attraverso successive modifiche di statuti e azionariato, l'Avvocato abbia progressivamente ridotto la presa totale su Dicembre fino a una quota del 25,37%, per lasciare invece spazio a Marella, Margherita e al nipote John Elkann.

Tutti e tre alla morte del senatore avevano il 24,87% della società semplice. In particolare, Margherita e John erano entrati il 10 aprile 1996 «mediante la sottoscrizione di un aumento di capitale da 99,9 milioni di lire a 20 miliardi. La quota sottoscritta da entrambi fu di lire 5 miliardi, di cui 3,250 miliardi per la nuda proprietà e 1,750 miliardi per l'usufrutto (quota versata dall'usufruttuario Giovanni Agnelli)».

In quella stessa operazione Marella, che aveva già una quota da 10 mila lire, «sottoscrisse per la sola nuda proprietà, così come la figlia e il nipote, una quota da nominali 5 miliardi di lire, gravata da usufrutto a favore dell'Avvocato». Dopo la sua morte le quote vengono ripartite al 33,3% per ciascun erede. Poi, il 24 febbraio 2003, la nonna dona al nipote una quota del proprio capitale che lo ha portato ad avere in mano il 58,7% della Dicembre. E quindi lo scettro del comando.

COSE DA SAPAZ
E interessante notare poi che, a partire da un aumento di capitale (15 aprile 2003) della G.A. Sapaz, prende il via una serie di operazioni tra gli stessi eredi. A quell'aumento ha partecipato anche Dicembre versando la quota di competenza (77,6 milioni di euro), salvo poi andare a chiedere ai soci nuove risorse finanziarie.

Però, in assenza di indicazioni da parte di Margherita, è la madre a farsi carico di un anticipo (per 32 milioni di euro) per Dicembre, così come per la G.A. Sapaz (controvalore di 2 milioni). «Ciò al fine», recita il Memorandum, «di evitare che la relativa sottoscrizione venisse effettuata da altro nucleo familiare». Infine il resoconto di Ferrero presenta una inedita valutazione finanziaria della società chiave nella galassia Agnelli.

Ci arriva moltiplicando il numero di azioni G.A. Sapaz possedute da Dicembre (774.600) per il loro valore (341,7 euro) al quale vanno sommati dividendi ancora da incassare, in arrivo proprio dalla accomandita a vantaggio dei soci della società semplice. Si approda dunque a un totale di 266,7 milioni di euro alla data del decesso dell'Avvocato.

Ma pochi mesi dopo, una volta chiuso l'aumento di capitale della G.A. Sapaz (30 aprile) e a seguito di un complesso calcolo che tiene conto del nuovo valore dell'azione (283,2 euro), di obbligazioni, debiti verso i soci, oltre al solito dividendo ancora da incassare, il valore totale scende a 216 milioni 875.792 euro.

 
[23-07-2009]

 

 

TUTTI A CETONA PER IL PREMIO POESIA - SOLO AL NOTAIO DEGLI AGNELLI MAROCCO POTEVA RIUSCIRE IL MIRACOLO DI AVERE CERONETTI - LO CHIC DOC DI ALLEGRA AGNELLI E DOMIETTA HERCOLANI - POTEVA MANCARE GIANNI LETTA?

Era gremitissima, la bella piazzetta della Collegiata di Cetona, per la cerimonia di consegna del premio Cetonaverde Poesia 2009. Il cielo minacciava temporale, ma le signore, in abiti coloratissimi, avevano comunque lasciato le loro ville intorno alla cittadina senese, per partecipare all'evento.

Sul palco, a ritirare i riconoscimenti, l'irlandese Seamus Heaney, già Premio Nobel nel 1995, che ha ricevuto il premio alla carriera, Cesare Viviani, vincitore invece per la poesia italiana con la sua nuova raccolta Credere all'invisibile (Einaudi, 2009) e il giovane Massimo Gezzi, classe 1976, che con la poesia "Il temporale del ‘98" s'è aggiudicato il premio per la Poesia Giovane.

A fare gli onori di casa Mariella Cerutti Marocco, presidente, fondatrice e animatrice dell'iniziativa. E insieme a lei la crema della poesia italiana Guido Ceronetti, Maurizio Cucchi, Giuseppe Conte e Giorgio Ficara, membri insieme a Antonio Riccardi, Vivian Lamarque e Arnaldo Colasanti, che ha diretto l' evento.

Nel parterre a dire poco elegante Allegra Agnelli, Federico Forquet, Domietta Hercolani del Drago, Giancarlo Cerutti con moglie, Chiara Boroli, il boss della Mondadori Giannarturo Ferrari, Lorenza Foschini, Emma Bini, Roberto Sergio con la sua Isabella.

Per prudenza Alain Elkan aveva una sciarpa di cachemire, e Mario D' Urso, con pantaloni taglio jeans verde mela, sfoggiava un grande ombrello in tinta. Gianni Letta con la moglie Maddalena ha fatto una sorpresa e ha concluso il premio con uno speach improvvisato.

A conclusione della serata, magnifica cena in villa, con gli splendidi giardini all'italiana e la piscina addobbati per l'occasione da Jean-Paul Troili: una nuvola di rose nuovi ospiti che non avevano fatto a tempo in piazza si sono uniti

 
[14-07-2009]

CHAPEAU!
E uno stipendio sicuro, diciamo sui 770 mila euro al mese, era quello che Margherita avrebbe dovuto pagare alla mamma Marella, dopo la morte di Gianni Agnelli, il re dell'off-shore scomparso con parte del suo tesoretto. Mario Gerevini, sul Corriere, fa un bello scoop in prima: "Il patto segreto tra Marella e Margherita. Ecco il testo dell'accordo del 2004 che la figlia ora rifiuta".

In teoria è un bel punto a favore di Marella, Gabetti e Grande Stevens nella nota causa sull'eredità. In sostanza è solo nuova cacca nel ventilatore della famiglia più venerata d'Italia (decine di agiografie da riscrivere, un piccolo disastro tipografico e ambientale).

da DAGOSPIA

FRANZO NO-GLOBAL
Franzo Grande  Stevens, l'avvocato tutore (insieme a Gianluigi Gabetti) della Sacra Famiglia  degli Agnelli è un uomo estremamente vitale.
Le sue origini sono napoletane e affondano le radici nella storia. Il nonno era un nobile spagnolo e la mamma apparteneva ad una famiglia inglese (gli Stevens) nota per i suoi affari nell'esportazione delle spezie.

A 81 anni Franzo fa girare i neuroni del cervello a una velocità superiore rispetto a quella di Yaki e Lapo Elkann, i due "ragazzi" che si è preso sulle spalle come tutore, e non perde occasione per dimostrare la sua grande esperienza di avvocato.

Ieri ha preso carta e penna e ha scritto un articolo sulle regole dell'economia che appare sul quotidiano "La Stampa" in forma di lettera al direttore Mario Calabresi. A onor del vero l'articolo di Franzo non è Grande e ha il sapore di un esercizio scolastico abbastanza modesto.

Nel testo si spiega che cos'è la globalizzazione e si nega che l'economia possa essere governata da un'Autorità con giurisdizione globale e con poteri di imperio rispetto ai governi nazionali. In pratica l'avvocato napoletano si allinea perfettamente alla lunga serie di personaggi che non credono alla possibilità di "regole legali globali" perché pensano che questa sia semplicemente un'utopia.

La speculazione è tornata a farla da padrona sui mercati, i manager di Goldman Sachs si inguattano milioni di dollari e il diritto deve piegare la testa di fronte al teatrino dell'etica. Come direbbero a Napoli gli amici di Franzo Grande, "è passata la nuttata", ma non è cambiato nulla.
E Franzo, geloso custode degli interessi della Sacra Famiglia degli Agnelli, ci tiene a farlo sapere.

"MATRICIDIO" O "INFANTICIDIO"? - “Il patto segreto tra Marella e Margherita del 2004 che la figlia ora rifiuta” - un bel punto a favore di Marella, Gabetti e Stevens. In sostanza è solo nuova cacca nel ventilatore della famiglia più venerata d’Italia...

Mario Gerevini per il Corriere della sera

Sono sette pagine, dodici articoli (e due omissis) di un documento riservatissimo. A Ginevra la sera del 18 febbraio 2004 Margherita Agnelli de Pahlen e la madre Marella Agnelli Caracciolo firmano quei fogli davanti al notaio Etienne Jeandin. È l'accordo, raggiunto dopo una brusca rottura e dodici mesi di negoziato, per la ripartizione dell'eredità miliardaria di Giovanni Agnelli, scomparso da un anno.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

È il documento chiave, tuttora «vigente», che stabilisce a chi spetta cosa e regola i rapporti tra madre (ha diritto a una rendita mensile) e figlia (paga la rendita). Marella, per esempio, a garanzia della «paga» mensile ha in pegno i quadri di Margherita: se il denaro non arriva, li vende.

Quanti soldi? Qui c'è l'omissis, cioè una cancellatura a pennarello di 2 centimetri. La cifra dovrebbe essere 770.000 euro al mese, cioè 9,2 milioni di euro all'anno, corrispettivo, come vedremo, dell'usufrutto. Fondamentale uno specifico articolo di rinuncia ad avere «alcuna pretesa» su «eventuali donazioni» fatte da Gianni Agnelli a «beneficiari ... chiunque essi siano».

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ma quando madre e figlia quella sera tornano nelle rispettive residenze svizzere, hanno appena delineato, firmando l'«Accord Transactionnel», anche il futuro del gruppo Fiat, spianando la strada a John Elkann, come voleva l'Avvocato. Il Lingotto in quel momento è in uno dei momenti più difficili della sua storia.

CONVENZIONE 20 DICEMBRE 2004 - MARGHERITA AGNELLI

Madame X e madame Y
Il contratto madre-figlia, in francese, viene depositato in un unico esemplare (a testa) presso il rispettivo fiduciario e «senza possibilità di trarne copia». Nel testo le due «madame» vengono indicate come «Mme X» (Marella) e «Mme Y» (Margherita). La copia qui riprodotta è identica all'originale, tranne un paio di cancellature, ed è stata utilizzata dai legali della moglie dell'Avvocato nel ricorso in Cassazione (perso) per spostare la causa da Torino alla Svizzera.

 

Margherita oggi chiede la nullità degli accordi di Ginevra con la madre. E da altre carte svizzere emerge il testo di una misteriosa intesa (nella foto sopra un particolare del documento) tra due fondazioni, Universal Art e International Art, che dovrebbero essere i veicoli utilizzati da Margherita e Marella per regolare una parte dei loro affari. Ecco il contenuto dell'Accord Transactionnel del 18 febbraio 2004.

Il convento a Margherita
L'articolo 1 dice che Marella (sostituiamo X e Y con i nomi di battesimo) «accetta e farà in modo che Margherita, o qualsiasi entità che ella designerà, riceva ... in piena proprietà gli attivi menzionati nell'allegato 1; in nuda proprietà gli attivi negli allegati 2 e 3, riservandosi Marella l'usufrutto vitalizio, senza restrizioni, su tali attivi». Si tratta, sostanzialmente, della parte preponderante del patrimonio di famiglia cioè le varie residenze (Villa Frescot, il palazzo di Roma davanti al Quirinale, la casa di Villar Perosa e vari altri immobili), oltre a società off-shore, titoli azionari e un'immensa collezione di quadri, sculture e oggetti d'arte di grande valore. Quanto? Non si indicano cifre, ma Jean Patry, ex avvocato di Margherita, ha parlato di 1,1 miliardi complessivi. Dagli allegati spunta anche il convento di Alziprato, in Corsica, una costruzione del XVI secolo, casa di vacanze degli Agnelli, passato da Marella a Margherita.

 

Il fisco più appropriato - L'articolo 2 stabilisce che Margherita «cede e trasferisce» a Marella gli attivi dell'allegato 4. E qui è regolato, probabilmente, il transito da figlia a madre (che poi donerà al nipote John Elkann) della quota della Dicembre, la cassaforte del gruppo Exor-Fiat. L'articolo 3 è breve e sofisticato: «Gli attivi ... saranno trasferiti secondo le modalità fiscalmente più appropriate». Al quarto articolo «Margherita riconosce ... di aver ricevuto sin d'ora l'integralità di quanto le potrebbe spettare nella successione della madre e sarà integralmente soddisfatta dei propri diritti». Cioè si chiude la partita ereditaria tra madre e figlia.

La rendita mensile - «Finché Marella sarà in vita - recita l'articolo 6 - Margherita si impegna a versare ... irrevocabilmente, senza giustificazioni, obiezioni ... un importo netto di (omissis) tutti i mesi a (omissis) (la Società)». Sono i 770 mila euro e la madre designa una società apposita per incassare la mensilità. Margherita poi si impegna a «sottoporre a pegno» a favore di Marella un lungo elenco di preziosissimi quadri di cui ha la nuda proprietà ma che sono in usufrutto alla madre. E Marella «s'impegna a non spogliarsi di tutti o parte dei suddetti quadri ... salvo il caso che l'importo della rendita ... non sia stato pagato». In questa ipotesi Marella può vendere i quadri per «coprire il montante della rendita rimasto insoluto».

Accordo tombale? - Pensando alla guerra giudiziaria in corso, l'articolo 8 è centrale: «... Margherita e Marella riconoscono di non avere più alcun diritto, direttamente o indirettamente, nella successione del Signor X (Giovanni Agnelli, ndr), e di non avere da elevare alcuna pretesa per qualsiasi motivo l'una verso l'altra né nei confronti di chiunque, direttamente o in qualsiasi altra maniera». Poi il capitolo donazioni.

Intoccabili donazioni - «Marella e Margherita riconoscono in tal modo che eventuali donazioni fatte ... da Giovanni Agnelli, quali che ne siano il tempo, il luogo o i beneficiari, soggette o meno a contestazione ... e pur se abbiano ecceduto la quota disponibile, non debbono formare oggetto di alcuna azione o pretesa segnatamente per nullità, indennizzo, restituzione, riduzione, collazione. Marella e Margherita rinunciano irrevocabilmente ad elevare qualsiasi pretesa a riguardo dei beneficiari di tali donazioni, chiunque essi siano».

 
[15-07-2009]

 

 

Un entusiasta pezzo del Corriere ci racconta pregi e virtù di Anna de Phalen, nipote dell'AvvoCATO off shore: "Sfilo e canto, come Carlà" - I rapporti con John e Lapo? "Ci vogliamo molto bene". Rassicurati gli operai Fiat di Termini Imerese...

Gian Luigi Paracchini per il "Corriere della Sera"

Bella, ma anche con le idee molto chiare. «Mi è sempre piaciuto recitare e cantare. Ci vorrei provare. Mi sto impegnando molto, studio, canto. Sto preparando pure un album di canzoni. Spero possa andare bene».

Sulla rotta Torino-Parigi, un'altra italiana dopo Carla Bruni, potrebbe planare su una hit-parade musicale: Anna de Pahlen, 20 anni, bionda, occhi azzurri, un metro e ottanta di longilinea statuarietà, figlia di Margherita Agnelli e del nobiluomo francese di origine russe Serge.

Ma al di là delle aspirazioni cine-teatral-canore, Anna si sta imponendo come una delle più ricercate it-girls, intese come ragazze ricche di fascino, glamour e cognome evocante. Durante le sfilate la si è vista in prima fila e i fotografi sono andati a nozze. Tre apparizioni che hanno lasciato il segno: Givenchy, Jean Paul Gaultier, Valentino.

«Ma mi piacciono pure altri stilisti - dice come per rassicurare gli assenti -. Fendi e Gianbattista Valli, tanto per fare due nomi».

Sa come vanno le cose e si adegua. Da Gaultier si presenta in nero elegante, da Valentino qualche ora dopo, in grigio molto corto. Posare le è naturale: fa parte di un'agenzia di modelle e ha partecipato anche a una campagna di Moncler.

Ma che cosa dicono la mamma e la nonna Marella della sua scelta di campo? «Sono tutte e due molto contente». E i fratelli? La dura contesa ereditaria ha creato problemi con John, Lapo e Ginevra Elkann? «Su questo argomento non ho nulla da dire, comunque i rapporti fra noi fratelli (ci sono pure Maria, Pietro, la gemella Sofia e Tatiana de Pahlen, ndr) restano ottimi e ci vogliamo davvero tutti molto bene».

Meglio tornare alla musica. Che tipo di musica? «Ho una vera adorazione per Lauryn Hill, per il blues e il soul in generale, quindi aggiungo anche qualche nome classico tipo Aretha Franklin».

Anna parla, come diversi suoi fratelli, sempre in bilico tra l'anglo-franco-italiano diventata per tutti loro ormai un'unica lingua. Dunque se deve parlare dei suoi studi di recitazione usa il termine acting e così via. Ma la sua città ideale è Parigi? «Ci vivo, studio, però a Londra ci si diverte di più e Roma è la più bella città del mondo».

I troppi impegni le precludono per ora l'ipotesi di un fidanzato. E la passione segreta? «Il pugilato thailandese, mi ci ha indirizzato mio fratello Pietro, è straordinario».

 

 
[09-07-2009]

 

 

 

MARGHERITA ATTACCA: "AVETE IGNORATO CHE GIANNI AGNELLI AVESSE UN EREDE, CIOé IO" - questione BOLLENTE: riguarda il controllo della Fiat. E DI SOCIETà QUOTATE IN BORSA - LETTERA: LA rottura violentissima tra madre e figlia nella famiglia più famosa d’Italia - Lei, Marella, si firma con il cognome Agnelli. E poi chiama la figlia "signora de Pahlen"

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Mario Gerevini per il "Corriere della Sera"

«Il mio erede sarà John Elkann». Questo voleva Gianni Agnelli e questo è successo. Vecchia questione superata dai fatti? Successione tra nonno e nipote ormai acquisita e pacifica? A Torino, nella causa sull'eredità dell'Avvocato, l'argomento scottante del controllo della Dicembre e delle modalità con cui lo si è raggiunto affiora qua e là nelle carte.

 

Margherita Agnelli attacca. Alcuni scambi di lettere tra i protagonisti raccontano retroscena finora sconosciuti. La questione non è secondaria: riguarda il controllo della Fiat. Ed è anche delicata: molte società del gruppo sono quotate in Borsa. Così come è di grande importanza una lettera autografa di Marella Caracciolo, di cui il Corriere è venuto in possesso, indirizzata a Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron, subito dopo l'avvio dell'offensiva giudiziaria contro di loro della figlia Margherita.

Dicembre è la società che detiene il 32% della Giovanni Agnelli sapa, l'accomandita che governa il gruppo Exor-Fiat. Chi controlla la Dicembre è dunque l'azionista di riferimento del gruppo. Una volta era l'Avvocato, oggi è il nipote John Elkann, figlio di Margherita.

Dopo la morte di Gianni Agnelli l'assetto della cassaforte vedeva al 33% ciascuno John, la madre Margherita e la nonna Marella Caracciolo. La nonna poi donò il 25% al nipote che salì al 58%. Infine liquidò con 105 milioni la figlia Margherita che uscì del tutto dal gruppo.

 

Lo statuto della Dicembre, i patti, come ha rivelato Il Sole 24 Ore, e anche le partecipazioni simboliche (un'azione ciascuno) dei quattro garanti (Gabetti, Cesare Ferrero, Grande Stevens e la figlia Cristina) disegnano una governance che garantisce continuità ed evita sorprese. Il tutto in ossequio alla volontà di Gianni Agnelli.

Per Margherita, tuttavia, non è così scontato. I suoi avvocati scrivono che Grande Stevens, gestendo il riassetto della Dicembre, ha interpretato autonomamente la volontà dell'Avvocato. Anzi «l'asserita volontà», c'è scritto in uno degli atti depositati. E la differenza non è da poco. Poi, sempre secondo Margherita, sarebbe stato ignorato il fatto che Gianni Agnelli avesse un erede, cioè lei stessa, e che John ha sette fratelli.

Qual è allora l'obiettivo? Mettere in discussione ex post l'assetto della Dicembre? Alzare i toni dello scontro giudiziario fino al limite? O, una volta di più, tentare di provare il ruolo (presunto) di custodi e gestori del (presunto) tesoro da parte di Grande Stevens e Gabetti? I contratti e le donazioni da cui è scaturito l'attuale assetto sembrano inattaccabili. Ma la questione è stata formalmente sollevata.

 

E su questo tema spuntano due lettere di cui è possibile fare una sommaria ricostruzione. La prima è di Gabetti e si riferisce a una riunione della Dicembre con Gianni Agnelli ancora in vita. Nella missiva, forse indirizzata a tutti i soci dello «scrigno» di famiglia, si parla espressamente della volontà dell'Avvocato di donare al nipote la sua quota per assumere di fatto il controllo del gruppo.

 

In un'altra lettera, anteriore al contenzioso, è Grande Stevens a scrivere a Margherita per riba­dire che l'Avvocato aveva espressamente confidato a lui e a Gabetti la volontà che la sua quota alla sua morte andasse al nipote John. Appena un mese dopo la scomparsa dell'ex presidente Fiat, ci fu, all'apertura della successione, la prima rottura tra Margherita e gli esecutori testamentari.

Lo scontro sfociò in una dura lettera di Margherita a Gabetti. Ecco la risposta dell'anziano professionista che da 35 anni è punto di riferimento per tutta la famiglia: «È stata un'esperienza sorprendente - scrive a Margherita a proposito di quella riunione -. Non mi rimane che sperare che i più giovani collaboratori che si occupano di questa pratica (il riferimento è a Gianluca Ferrero e Maron, ndr) riscuotano miglior riguardo di quello riservato al sottoscritto e diventare un presidio prezioso di tutela degli interessi della famiglia Agnelli».

 

La «pratica» è quella dell'eredità e Gabetti con questa lettera se ne chiama fuori. Nel febbraio 2004 Margherita e la madre raggiungono un accordo definitivo. Alla figlia vanno beni per oltre un miliardo di euro, secondo cifre non confermate. Poi la situazione precipita, fino alla causa intentata da Margherita Agnelli de Pahlen anche contro la madre. Cioè storia di questi ultimi due anni.

 

La lettera di Marella ai tre manager, qui riprodotta, è un documento a favore della loro estraneità alla gestione del patrimonio personale dell'Avvocato. E racconta in sintesi come è andata la trattativa sull'eredità. Ma descrive anche, seppure tra le righe, il trauma di una rottura violentissima tra madre e figlia nella famiglia più famosa d'Italia. Lei, Marella, si firma orgogliosamente solo con il cognome del marito: Agnelli. E poi chiama la figlia «signora de Pahlen». È come una sentenza di condanna familiare.

 

 
[06-07-2009]

L’AFFAIRE AGNELLI ARRIVA IN PROCURA – L’AVVOCATO GAMNA SPORGE DENUNCIA CONTRO IGNOTI PER “ESTORSIONE IN CONCORSO E CONTINUATA” – GIALLO: DOVE è FINITA LA CONSULENZA PAGATA DA MARGHERITA AGNELLI (15 MLN €) ? – AVV. CHIOMENTI PRONTO A CONTRO-DENUNCIARLO…

Fabio Sottocornola e Franco Stefanoni per "Il Mondo"

1 - L'AFFAIRE AGNELLI ARRIVA IN PROCURA...
Una denuncia contro ignoti con l'ipotesi di «estorsione in concorso e continuata» e una causa civile con richiesta milionaria di risarcimento. In entrambi i casi il protagonista è, o meglio dire sarebbe, l'avvocato Emanuele Gamna, 57 anni, coinvolto nella disputa ereditaria aperta da Margherita Agnelli de Pahlen (il Mondo 26 e 27). Gamna avrebbe preparato una denuncia da consegnare alla procura della Repubblica di Milano per sostenere di essere stato vittima di «forti pressioni» psicologiche nell'ambito del suo mandato.

Ma un fascicolo autonomo sarebbe stato aperto anche dal pubblico ministero Eugenio Fusco (dal 30 giugno è in ferie), che avrebbe assegnato alla Guardia di finanza l'acquisizione di materiali. Gamna ha affidato la sua difesa al collega Giuseppe Jannaccone, che però non vuole aggiungere altro: «È una storia troppo delicata, non posso dire nulla».

Ma allo stesso tempo, Gamna potrebbe essere oggetto di un'azione legale da parte dello studio Chiomenti, di cui l'avvocato è stato a lungo socio. Chiomenti sta infatti valutando di presentare una richiesta di risarcimento danni, affidata al legale e docente dell'Università Cattolica Vincenzo Mariconda. Da Chiomenti, uno dei più prestigiosi e discreti studi legali italiani, fanno sapere che lo scoppio della vicenda che vede coinvolto Gamna ha creato sconcerto e molta irritazione.

A caldo, a metà giugno, mentre venivano appresi dalla lettura del Mondo i risvolti e l'inedita ricostruzione della saga Agnelli, i partner della law firm hanno deciso di agire d'urgenza, con la convocazione dell'assemblea dei soci per varare «l'allontanamento immediato dallo studio per fatti gravissimi» di Gamna. Una soluzione netta, con pochi precedenti. Ma non solo: Chiomenti ha intenzione di difendersi a tutto campo. «Ulteriori azioni non sono escluse», aggiungono infatti nello studio.

2 - LA GAMNA DEI SOSPETTI...
Per comprendere le ragioni di tanto allarme bisogna fare qualche passo indietro. Tutto è iniziato con la divisione del patrimonio di Gianni Agnelli, a capo del sistema Fiat, scomparso il 23 gennaio 2003. In un primo tempo la figlia Margherita ha accettato un patto successorio che prevede l'ottenimento di una quota ereditaria contro la rinuncia ad altri diritti. Si tratta di un cosiddetto accordo tombale, con Margherita che esce per sempre dalla società Dicembre, capofila della catena di controllo Fiat.

Dal punto di vista legale, l'erede Agnelli ha avuto al proprio fianco l'avvocato ginevrino Jean Patry e appunto Gamna. Quest'ultimo, figlio di Federico, già presidente del collegio sindacale di Ifi (holding del gruppo Fiat), conosce bene le vicende della famiglia torinese. Emanuele è marito di Raimonda Lanza di Trabia, figlia del nobile siciliano Raimondo, grande amico di Susanna Agnelli (scomparsa il 16 maggio 2009), sorella di Gianni.

Inoltre, il pugliese Pasquale Chiomenti, fondatore dell'omonimo studio, è stato a lungo il legale di riferimento della Fiat, prima che al suo posto da Napoli arrivasse Franzo Grande Stevens. Insomma, tra Gamna e gli Agnelli c'è familiarità. È dunque grazie a lui, e a Patry, che dopo dieci mesi di negoziati Margherita Agnelli de Pahlen a inizio 2004 chiude la partita ereditaria, ottendendo, stando ai carteggi rivelati dal Mondo, 1 miliardo e 166 milioni.

Per la consulenza legale la figlia dell'Avvocato versa 25 milioni di euro, 15 dei quali attribuibili a Gamna. Denaro che tuttavia non risulterebbe in via ufficiale e che sarebbe probabilmente rimasto nell'ombra se, a fine maggio 2007, non fosse nel frattempo deflagrata a Torino la querelle giudiziaria che ha opposto e oppone tuttora Margherita a Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Sigfried Maron, ovvero i professionisti che secondo l'erede sono i gestori del patrimonio paterno.

Margherita chiede loro di chiarire l'eventuale esistenza di altri asset patrimoniali di cui potrebbe essere stato titolare il padre Gianni. Proprio tra le pieghe del procedimento torinese prende corpo la questione della parcella da 25 milioni. Margherita, attraverso i nuovi avvocati Charles Poncet e Girolamo Abbatescianni, solleva il problema: come si giustifica tale «astronomica» cifra e quale strada ha intrapreso?

Della parcella, bonificata su un conto cifrato della banca Pkb di Lugano di cui Patry nel 2004 è presidente, risultano fatturati solo 10 milioni, cioè la parte dell'avvocato elvetico. Il resto? Sparito, e a nulla serve un'istanza di sequestro avanzata da Margherita. Poncet, nel tempo, chiede più volte come la somma sia stata ripartita. La faccenda finisce anche in tribunale a Ginevra, con Patry che si difende riportando gli atti che riguardano il pagamento che gli compete, ovvero di 10 milioni.

Quanto a Gamna, è Poncet che, della primavera 2008, in uno scambio epistolare con la società Edifin service presieduta da Serge de Pahlen (marito di Margherita) indica come «scandalosamente elevato» l'onorario intascato dal precedente legale della sua cliente, che avrebbe «abusato della sua fiducia per estorcere il consenso». Da qui, secondo Poncet, l'esigenza di recuperare il denaro da parte della figlia dell'Avvocato.

Il legale svizzero spinge per trovare un accordo con Gamna, ma quest'ultimo sembra tergiversare. C'è anche il progetto di presentare un affidavit (dichiarazione giurata) sul tema da far firmare a Gamna, nel frattempo difeso dall'avvocato ginevrino Marc Bonnant. A conti fatti, però, Poncet considera l'affidavit un «esercizio di equilibrismo» e Gamna «in combutta con la vostra parte avversa», cioè Gabetti e Grande Stevens. Dunque, a giudizio del consulente di Margherita, Gamna sarebbe stato con un piede in due scarpe.

Viene anche presentato un esposto all'Ordine forense di Milano. Intanto, del contenuto dell'affidavit con la versione di Gamna, così come del resto della vicenda, Chiomenti sostiene di non aver saputo nulla. Poncet, a inizio 2009, avrebbe inviato una missiva allo studio per spiegare come stavano le cose. Viene riferito che i soci, per tutelarsi, avrebbero reagito incaricando un legale svizzero. Ma Chiomenti, interpellato, smentisce: «Abbiamo scoperto la cosa solo a maggio. La lettera di Poncet era stata occultata».

 

 
[06-07-2009]

 

Paolo Griseri per "la Repubblica"

Margherita Agnelli sceglie i legali di Antonio Giraudo, l´ex ad della Juventus molto vicino a Umberto e Andrea Agnelli, e dei grandi accusatori di Cesare Romiti nel processo per i fondi neri Fiat (come Vittorio Ghidella e Clemente Signoroni).

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La svolta nel processo per l´eredità dell´Avvocato giunge dalla Svizzera: «Margherita Agnelli de Pahlen comunica che, per una mutata strategia difensiva, ha deciso di sostituire gli attuali difensori, ai quali va il proprio ringraziamento».

Poco dopo, tocca proprio a uno degli ex legali della figlia di Agnelli, Girolamo Abbatescianni (l´altro era lo svizzero Charles Poncet) confermare tutto: «Ho ricevuto dai colleghi Andrea e Michele Galasso di Torino e dal professor Paolo Carbone di Roma la comunicazione del loro nuovo incarico. Preso atto che la mutata strategia difensiva è incompatibile con quella fino a ora portata avanti, io e il collega Poncet ringraziamo la signora Agnelli per la fiducia accordata in questa controversia dagli altissimi profili giuridici». Silenzio assoluto, invece, da parte dei Galasso e di Carbone.

Ma chi sono i tre professionisti che tuteleranno Margherita e perché la loro scelta costituisce un cambio di scenario? Carbone è un docente di diritto privato molto stimato, ma a suscitare scalpore è soprattutto il nome di Andrea Galasso (affiancato dal figlio Michele).

È un penalista con un importante passato politico (è stato deputato e assessore della città) e ha avuto un ruolo come difensore nei processi di Tangentopoli e infine nel dibattimento che, negli Anni Novanta, si è concluso con la condanna di Romiti per falso in bilancio nei conti della Fiat.

Galasso tutelava alcuni manager della cordata "umbertiana" (quella legata a Umberto Agnelli e sconfitta da Enrico Cuccia nell´estate del 1993) le cui deposizioni sui fondi esteri furono decisive. E uno dei nodi del procedimento civile sull´eredità riguarda proprio la presunta esistenza di denaro mai dichiarato e affidato a società offshore.

A questo punto, sia l´esperienza penalistica che le profonde conoscenze della storia del management del gruppo Exor-Fiat da parte di Galasso potrebbero segnare quella svolta auspicata ieri dalla figlia dell´Avvocato.

Infine, tra i testimoni già indicati nel procedimento, spunta anche il nome di un altro importante ex "umbertiano": Gabriele Galateri di Genola, a lungo collaboratore di Gianluigi Gabetti in Ifi ed Exor Group. Da parte loro, i difensori di Gabetti, Franzo Grande Stevens e dello svizzero Siegfied Maron, hanno citato invece il presidente della Fiat Luca Cordero di Montezemolo.

 

 
[07-07-2009]

Riceviamo e pubblichiamo:
Caro Dagostino, nell'articolo di Repubblica a firma Paolo Griseri sfugge un particolare importantissimo che riguarda la scelta dell'avv. Paolo Carbone come nuovo difensore di Margherita Agnelli: Carbone, infatti, non è solo un docente di diritto privato molto stimato, ma è niente po' po' di meno che il figlio del dott. Vincenzo Carbone, attuale Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione. Per come funzionano le cose in Italia, la signora Agnelli ha giustamente identificato e scelto il suo "uomo all'Avana" presso la più importante Magistratura della Repubblica. Astuta, anzi astutissima la signora De Pahlen....
Lucifugo

 

 

 CHIAMATI A TESTIMONIARE GLI SCHICCHISSIMI: Monteprezzemolo, Galateri, Paolo Fresco e Braggiotti...

Mario Gerevini per il "Corriere della Sera"

Nello scontro sull'eredità Agnelli si apre il capitolo dei testimoni. E sono grossi calibri: da Gabriele Galateri di Genola a Luca Cordero di Montezemolo, da Paolo Fresco al banchiere Gerardo Braggiotti.

Le indiscrezioni che circolavano da alcuni giorni hanno trovato ieri conferme attendibili. Ma sarà comunque il giudice Brunella Rosso del Tribunale civile di Torino a stabilire (forse entro il mese) quali documenti di prova e quali testimoni eventualmente ammettere.

 

La vicenda vede Margherita Agnelli de Pahlen pretendere da Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron il rendiconto di tutti i beni dell'Avvocato, scomparso nel gennaio 2003, sul presupposto che i tre manager fossero i gestori di quel patrimonio personale e che una parte di quei beni non sia mai entrata nel «consolidato» ereditario, diviso nel 2004 con la madre Marella Caracciolo, anche lei chiamata in giudizio.

Il giudice torinese, tuttavia, potrebbe anche decidere di arrivare subito a sentenza e questa, a logica, dovrebbe essere la richiesta formulata da Gabetti & C. Del resto sarebbe una strategia legale coerente con la posizione da sempre ribadita, ovvero che non esiste materia del contendere semplicemente perché loro (i tre manager) non hanno mai gestito alcunché del patrimonio personale dell'Avvocato.

La causa ruota intorno al seguente interrogativo: Gianni Agnelli ha conferito un mandato di gestione (disgiunto) dei suoi beni personali ai tre manager? Ad oggi non c'è una carta che lo dica. Dunque la strategia di Margherita è dimostrare che il mandato era nei fatti, indagando quei fatti. Strategia opposta è smontare uno per uno i fatti e, in sostanza, dimostrare che Gianni Agnelli si gestiva da solo il suo patrimonio.

Ecco un punto su cui alcune testimonianze («Vero che...?», è la formula di rito) potrebbero essere decisive, se saranno ammesse. Gabetti, che è il principale obiettivo dell'offensiva di Margherita, avrebbe chiamato a testimoniare Luca di Montezemolo, attuale presidente Fiat e fino all'ultimo in rapporti strettissimi con l'Avvocato, Gabriele Galateri, ex amministratore delegato di Ifi, Ifil e Fiat (la filiera societaria di vertice del gruppo torinese) e oggi presidente di Telecom, Paolo Fresco che era presidente del Lingotto quando Gianni Agnelli morì. Anche alcuni membri della famiglia, tra quelli coinvolti nella gestione del gruppo, sarebbero indicati come testi.

Margherita, dal canto suo, vuole la testimonianza degli stessi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Maron ma nella lista avrebbe messo anche Galateri e Fresco, che dunque si troveranno in un fuoco incrociato di domande. E qui il confronto potrebbe essere durissimo. L'ultimo nome che circola, probabilmente indicato da Gabetti o Grande Stevens, è quello del banchiere di Banca Leonardo, Gerardo Braggiotti, storico consulente del gruppo torinese.

Nel frattempo riemergono vecchie carte del 2003-2004, cioè il periodo di negoziazione sull'eredità, sfociato negli accordi di febbraio 2004. Da quei documenti si ricava che fin da allora sull'Opa Exor gli avvocati di Margherita Agnelli, che non erano quelli attuali, avevano chiesto lumi sull'identità degli azionisti che avevano aderito all'offerta e incassato 1,4 miliardi. Secondo un'audace ipotesi dell'attuale difesa di Margherita, dietro alcune fiduciarie potrebbe esserci stato l'Avvocato Agnelli.

 

 
[02-07-2009]

AGNELLI MA TACCAGNI - PROVINCIA DI TREVISO E UN COMITATO CHIEDEVANO ALLA FAMIGLIA UN “ATTO DI CORTESIA” PER RIMETTERE 4 BASSORILIEVI IN GESSO DEL CANOVA A VILLA FRANCHETTI – L’AVVOCATO LI AVEVA REGOLARMENTE COMPRATI NEGLI ANNI ’70: RISPOSTA NEGATIVA…

Dal "Gazzettino di Venezia"

Nessun "beau geste", niente atto di cortesia o di pacificazione. La famiglia Agnelli non ha nessuna intenzione di restituire alla Provincia i quattro gessi del Canova, dei bassorilievi, rimasti per una vita a Villa Franchetti, poi misteriosamente spariti all'inizio degli anni Settanta e infine ritrovati in Piemonte a villa Frescot, residenza storica dell'Avvocato e della moglie Marella Agnelli Caracciolo.

Le opere d'arte rimarranno quindi alla celebre famiglia piemontese che, di fatto, ha risposto picche al tentativo di mediazione fatto da un comitato appositamente formato nel 2007 e appoggiato anche dal procuratore di Treviso Antonio Fojadelli, dall'ex assessore alla cultura di Villorba e regista teatrale Paolo Trevisi e dall'assessore provinciale Marzio Favaro.

Agli Agnelli è stato chiesto di cedere alla Provincia in comodato d'uso i gessi del celebre scultore. Richiesta liquidata con un secco "no, grazie". Cadono così tutti i propositi di riportarli nella loro collocazione naturale, ovvero la splendida cornice di villa Franchetti, nel trevigiano.

Dei gessi del Canova si inizia a parlare nel marzo del 2004, quando viene resa nota un'operazione condotta dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia che si occupa della tutela del patrimonio artistico.

 

I finanzieri eseguono un provvedimento firmato dal sostituto procuratore di Treviso Iuri De Biasi, che ha in piedi un'inchiesta contro ignoti a seguito di una violazione del testo unico su beni culturali, che punisce con l'arresto da sei mesi a un anno chi rimuove senza autorizzazione opere sottoposte a vincolo.

Il nodo da sciogliere è verificare i termini dell'accordo con cui, nel 1971, la Provincia acquistò dal barone Franchetti la storica villa lungo il Terraglio lasciando, forse, all'ex proprietario la possibilità di portare via i bassorilievi del Canova. Il punto da chiarire è proprio se il barone poteva portarseli via o meno. Il fascicolo, dal punto di vista penale, venne in seguito archiviato.

La famiglia Agnelli non ha mai commesso alcun illecito. Sarebbe stato Giovanni Agnelli in persona ad acquistare regolarmente le opere d'arte da un industriale bresciano (che a sua volta le aveva prese da un antiquario del posto) dopo averne verificata la provenienza.

I bassorilievi furono quindi portati a villa Frescot, residenza dell'avvocato. E lì rimasero, custoditi con ogni cura, fino all'arrivo della Finanza che li mise sotto sequestro ma lasciandoli al loro posto. Si sviluppò però un braccio di ferro tra la Provincia e la stessa famiglia Agnelli.

 

Nel 2004 l'allora presidente della Provincia Luca Zaia disse subito che le quattro opere d'arte, realizzate tra il 1787 e il 1792 e dal valore di oltre quattro milioni di euro e grandi due metri e mezzo per uno e mezzo, dovevano tornare a casa loro, a villa Franchetti. Mise quindi il caso nella mani dell'avvocato trevigiano Massimo Malvestio e dichiarò la Provincia "parte offesa", espediente che le permise di entrare nel procedimento giudiziario.

«Facciamo un atto di rivendicazione del bene - disse Zaia - chiedendo che ci vengano restituiti i bassorilievi. Stiamo parlando di opere d'arte di valore inestimabile». Zaia avrebbe voluto riportarli a Treviso e creare un'esposizione permanente di scultura intitolata proprio agli Agnelli. Ma ogni proposito si scontrò contro la volontà della famiglia di mantenere il possesso delle opere.

Alla fine il tribunale del Riesame, accogliendo la richiesta dello studio legale Chiusano che da sempre si cura degli interessi degli Agnelli, decise di togliere il provvedimento di sequestro è stabilì che dovessero essere il Ministero dei Beni Culturali a stabilire dove sistemare i bassorilievi. Decisione che, al momento, non è stata ancora stata presa.

Per questo nel 2007 nacque il comitato, per chiedere agli Agnelli una sorta di atto di cortesia e di concedere in comodato d'uso le opere d'arte alla Provincia. La risposta della famiglia, alle prese con la complesse vicenda dell'eredità dell'Avvocato, è arrivata in questi giorni e non è stata per nulla positiva.

La Provincia, al momento, ha scelto di non commentare. Il presidente Leonardo Muraro vuole capire bene come stanno le cose, anche perchè l'argomento col passare degli anni si è fatto sempre più delicato. Intanto i bassorilievi se ne rimangono al sicuro in casa Agnelli.

 

[02-07-2009]

DA DAGOSPIA

Re Silvio non si da pace per la disparità di trattamento rispetto l'Avvocato, citando agli stretti sodali qual passo del volume "Agnelli l'irresistibile", uscito una ventina di anni or sono dalla penna della giornalista francese Marie France Pochna, nel quale si ricorda come presso un ristorante francese dove cenava l'Avvocato vi erano al tavolo accanto due giovanissime bellezze da capogiro. E alla domanda su chi fossero, rivolta al titolare del ristorante da un commensale turbato dalla carica sexy delle due, la risposta orgogliosa e piena di ammirazione fu: "Il dopocena di monsieur Agnellì..." (Papi dimentica solo che Gianni Agnelli non ricopriva una carica istituzionale)

 

 

PER GLI AGNELLI è GIà “DICEMBRE” – BLINDATA L'HOLDING DI FAMIGLIA: SOLO I FAMILIARI DIRETTI POSSONO EREDITARE LE QUOTE DEGLI ALTRI – YAKI NON PUò DECIDERE DA SOLO LA VENDITA DI AZIONI A TERZI, NEPPURE AI SUOI FAMILIARI, SENZA IL CONSENSO DI GABETTI E STEVENS....

Marigia Mangano per "Il Sole 24 Ore"

È la scatola di controllo dell'impero degli Agnelli. Per decenni è stata riservatissima, ma adesso grazie a un documento consultato dal Sole 24 Ore è stata osservata dall'interno. La società si chiama Dicembre e i suoi patti svelano gli equilibri che governano la finanziaria che comanda l'intero gruppo Fiat.

 

Sono quattro le clausole chiave: il ruolo di garanti dell'avvocato Franzo Grande Stevens, di Cristina Grande Stevens, di Gianluigi Gabetti e di Cesare Ferrero, tutti azionisti con una quota simbolica della società; la clausola di consanguineità, evoluzione della vecchia norma di "consolidamento"; la successione, curata nei minimi dettagli sia per i soci di famiglia sia per i garanti; infine, i poteri (e i limiti degli stessi) di John Philip Elkann, l'erede designato da Giovanni Agnelli.

Sono questi i patti della Dicembre, la società che custodisce la quota di controllo, pari al 32%, dell'accomandita Giovanni Agnelli & C Sapaz, a sua volta socia di riferimento della Fiat. Finora tale veicolo è stato inaccessibile, complice la scelta della forma giuridica di società semplice che garantisce la totale riservatezza e la decisione della famiglia di non registrarla.

 

Il documento alza così il velo sugli equilibri all'interno di questa scatola, in cima alla lunga filiera che porta al Lingotto e ripercorre la lunga vicenda che ha portato all'uscita di scena di Margherita Agnelli e all'apertura del fascicolo dell'eredità. Ma soprattutto, in queste dodici disposizioni, ci sono novità clamorose.

Una su tutte: nessuno, tra i soci della Dicembre, perfino John Elkann che ne ha la maggioranza del capitale, può prendere decisioni in tema di modifica degli accordi o dell'assetto azionario senza che la maggioranza dei "garanti" dia il benestare. E questo fin dai tempi in cui, a comandare, era l'Avvocato Agnelli.

I poteri
Punto di partenza per spiegare la storia della cassaforte degli Agnelli è il suo funzionamento quando era ancora in vita l'Avvocato. La prima versione dello statuto risale al 3 aprile del 1996. E già allora, tutto era stato predisposto per la successione di Yaki, all'epoca appena ventenne. Il 10 aprile l'Avvocato trasferisce la nuda proprietà del 24,87% della Dicembre, donandola al nipote.

 

Il libro soci della società semplice vedeva così Gianni Agnelli con la piena proprietà del 25,374%, mentre Elkann, la figlia Margherita e la moglie Marella detenevano la nuda proprietà del 24,87% a testa. L'usufrutto restava nelle mani dell'Avvocato.

Contemporaneamente alla donazione è stato cambiato il cuore dei patti della Dicembre, l'articolo 9. Nella prima versione era previsto che «i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione e disposizione senza eccezione alcuna spettano singolarmente al socio signor Giovanni Agnelli. Qualora il signor Giovanni Agnelli mancasse, l'amministrazione ordinaria spetterà al socio Franzo Grande Stevens, mentre l'amministrazione straordinaria ai soci Marella, Margherita e John Elkann, Gabetti, Grande Stevens, Cristina Grande Stevens e Cesare Ferrero con firma congiunta».

Tale disposizione, contemporaneamente alla donazione dell'Avvocato a John Elkann, è stata modificata, disponendo che tutti i poteri di amministrazione della società «dovevano» passare a John Elkann alla morte dell'Avvocato. Una volontà rispettata da tutti i soci (inclusa Margherita che sottoscrisse la nuova norma) che, dopo la sua morte, hanno modificato l'articolo 9 dello statuto della Dicembre così: «I poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione spettano, senza eccezione alcuna, singolarmente al socio John Philip Elkann».

Gianni Agnelli

Il ruolo dei garanti
La libertà di manovra del vice presidente della Fiat non è però assoluta. Specie in tema di modifica dei patti o trasferimento di quote della Dicembre a terzi, siano essi membri della famiglia, anche figli o fratelli, sia perfetti estranei. E qui entra in gioco il ruolo dei quattro garanti: Gabetti, Ferrero, Grande Stevens e la figlia Cristina. Gli assetti azionari della cassaforte, né tantomeno i patti della società, possono essere modificati dai soci, nemmeno da chi, come John, ne ha la maggioranza.

Per farlo serve (ed è sempre stato così, anche quando era in vita l'Avvocato) il consenso della maggioranza dei soci ed inoltre di almeno due soci tra i signori Gabetti, Grande Stevens, Ferrero e Cristina. In altre parole, l'Avvocato, nell'articolo 8 dello Statuto, ha voluto blindare la Dicembre chiedendo, per qualsiasi modifica, non solo il consenso del socio di controllo, oggi rappresentato da Yaki, ma anche dei suoi collaboratori, di cui si è sempre fidato.

 

La successione
C'è una terza norma che è stata decisiva negli assetti della Dicembre, e lo sarà anche in futuro. È quella della successione. Nel momento della scomparsa dell'Avvocato era stabilito, all'articolo 7 dello statuto («successione di un socio») che gli eredi potevano essere liquidati dai soci superstiti. Si tratta della cosiddetta clausola di consolidamento.

Dopo la morte di Giovanni Agnelli, nell'aprile del 2003, si è proceduto infatti al consolidamento così come previsto dallo statuto: il pacchetto del 25,37% è stato diviso perfettamente tra i tre soci della Dicembre, con il risultato finale che la torta vedeva John, Margherita e Marella con il 33,3% ciascuno.

A questo punto, decisiva per mettere al sicuro il controllo di Yaki nella Dicembre, è stata la determinazione con cui Marella Caracciolo, interpretando la volontà del marito, ha «perfezionato» la donazione del 25,4% che avrebbe garantito al nipote di salire al 58,7% e prendere così il posto di Giovanni Agnelli nella proprietà della società semplice.

Il passaggio successivo, datato 2 marzo del 2004 e che segue la ricapitalizzazione della Dicembre a cui partecipò anche Margherita (seppur in seconda battuta), vede poi nell'ambito del patto successorio, l'uscita di scena della figlia dell'Avvocato che ha venduto alla madre la quota detenuta nella Dicembre. Ed è proprio in questo contesto che si è deciso di modificare l'articolo sulla successione.

Nella nuova versione, l'articolo 7 della Dicembre prevede che «nel caso di morte di uno dei soci, gli eredi, se discendenti consanguinei del socio defunto o se già soci, ascendenti o fratelli del socio defunto, subentreranno di diritto nella proprietà della quota».

Dunque, nella titolarità delle azioni di Dicembre. Per tutti gli altri casi tale norma non vale: saranno liquidati. Così come - è stabilito - gli attuali quattro garanti della Dicembre non potranno disporre della quota nei confronti degli eredi. Il loro ruolo è strettamente personale.

 

 
[26-06-2009]

 

FURBETTI DEL LINGOTTO - DALLe carte segrete di Margherita, SBUCA UNA DINASTIA CHE POTREBBE INSEGNARE A FIORANI E RICUCCI COME OCCULTARE I SOLDI ALL'ESTERO - fuori dall’Italia tra 800 milioni e 2 miliardi - MARGHERITA SPUTTANA TUTTI, MADRE E FIGLI...

Marco Cobianchi per "Panorama"

 

Documenti, documenti e ancora documenti. Sono quelli che Panorama ha potuto consultare per cercare di capire di più del mondo delle società offshore possedute o, almeno, delle quali ha usufruito, l'avvocato Agnelli. Come è noto, su quelle società e su ciò che contengono è in corso da anni un conflitto al calor bianco tra l'unica figlia di Gianni Agnelli, Margherita, e buona parte del resto della famiglia.

Un conflitto che nasce dal sospetto di Margherita, corroborato da una quantità impressionante di carte ufficiali, che una buona parte delle proprietà e delle disponibilità del padre non siano state inserite nell'asse ereditario. In altre parole: che siano ancora all'estero nella disponibilità di qualcuno. A quanto ammontino questi fondi e chi siano le persone che hanno in mano i fili della piramide offshore è esattamente l'oggetto della causa civile della quale si sta occupando il tribunale di Torino.

Però alcune stime sull'entità del patrimonio estero, a questo punto, si possono fare grazie al lavoro di Marc Hürner, fondatore della Financial intelligence & processing, il superconsulente che è stato incaricato da Margherita Agnelli di rintracciare la parte di patrimonio della famiglia che si trova all'estero. Sulla base dei documenti consultati, la stima realistica che si può fare è che fuori dall'Italia ci siano tra 800 milioni di euro e 2 miliardi.

 

Questi soldi sono probabilmente custoditi in quella miriade di fondazioni, finanziarie, società, trust sparsi nei quattro angoli della terra che sono stati creati a partire dal 1974 e che hanno cominciato a essere liquidati a partire dal 2005. Solo in parte, però: molte di queste strutture, infatti, sono ancora vive e vegete.

Sempre secondo documenti e testimonianze dirette, i consulenti di Margherita Agnelli sostengono che questa struttura offshore ha prodotto una quantità di dividendi almeno dieci volte superiore a quelli realizzati dalle società italiane.

Quello che emerge, insomma, dai documenti costitutivi, statuti, regolamenti, bilanci e relazioni delle società della piramide è l'«Agnelli's way»: il modo, cioè, molto discreto adottato per gestire i soldi della famiglia.

Di questo sistema di società estere, tuttavia, nessuno della famiglia si è mai occupato davvero. Allora chi è stato? Secondo Margherita coloro che hanno messo in piedi la rete di scatole vuote (o quasi) alimentandole con i soldi provenienti chissà da dove, sono stati i tre potentissimi consiglieri dell'Avvocato: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron.

 

I tre professionisti che Margherita ha citato in giudizio chiedendo di tirare fuori tutte le carte (cosa che ancora non hanno fatto) per conoscere l'esatta situazione patrimoniale della famiglia. I tre professionisti risultano, in effetti, essere stati amministratori, consiglieri, fondatori e perfino azionisti di moltissime delle società che sono al vertice della piramide estera.

Quella piramide che Margherita vuole scoperchiare per scoprire dove siano i soldi di suo padre e perché non siano stati divisi tra gli eredi. La parte più delicata del lavoro di Hürner riguarda la ricostruzione dei passaggi che hanno permesso a John Elkann, primogenito di Margherita, di diventare leader della famiglia attraverso la maggioranza della società Dicembre, cassaforte del gruppo.

 

Questo è il nodo fondamentale di tutta la vicenda sia perché si tratta di guardare dentro il cuore dell'impero ma anche perché sul controllo della Dicembre si è consumato, dal punto di vista di Margherita, la vera ingiustizia: non solo lei, unica figlia dell'Avvocato, è stata tagliata fuori ma non sono entrati a far parte della società né i fratelli di John (Lapo e Ginevra) né gli altri cinque figli avuti dal suo secondo marito, Serge de Pahlen.

Per capire da dove nasce il risentimento di Margherita Agnelli occorre fare un passo indietro. Quando l'Avvocato era in vita la proprietà della Dicembre era piuttosto semplice: Gianni Agnelli deteneva il diritto di voto sul 100 per cento delle azioni della società anche se le quote erano divise in quattro parti quasi uguali tra l'Avvocato (25,37), la moglie Marella, la figlia Margherita e il figlio John Elkann (24,88). Dopo la sua morte è scattato il regolamento dello statuto della Dicembre che prevede che la quota appartenuta alla persona scomparsa venga acquistata dalla Dicembre e che il ricavato venga distribuito agli eredi diretti. In altre parole alla morte dell'Avvocato Margherita e Marella si sono divise 2,6 milioni di euro mentre le loro quote, insieme a quella di John, sono aumentate fino al 33,3 per cento.

 

Da notare è il fatto che il 25 per cento della cassaforte dell'impero Agnelli è stato valutato appena 2,6 milioni di euro, un prezzo ridicolo se si pensa alla vastità delle proprietà del gruppo. Quel prezzo però venne stabilito dallo statuto per permettere agli eredi di pagare meno tasse.
Ma andiamo avanti.

Il 24 febbraio del 2003 Marella Agnelli decide di donare una parte della sua quota al nipote John Elkann, ovvero il 25 per cento. Una mossa che ha avuto come effetto quello di fare diminuire la sua quota al 7,9 per cento ma, soprattutto, di incoronare John Elkann azionista di maggioranza della Dicembre con il 58,7 per cento e lasciare la madre, Margherita, con un inutile 33 per cento.

 

Passano pochi mesi e l'11 aprile del 2003 la Dicembre è costretta a varare un aumento di capitale per mantenere stabile al 30 per cento la sua partecipazione nella holding Giovanni Agnelli & C, la società che riunisce tutti i componenti dei vari rami della famiglia (una sessantina).

John Elkann non aveva i liquidi per sottoscrivere la sua parte di aumento di capitale, pari a 56,4 milioni di euro che, dunque, gli vennero donati dalla nonna. Margherita, invece, partecipò all'aumento di capitale accrescendo la propria quota al 37,1 per cento che, però, essendo del tutto ininfluente, decise, anche in seguito a pressioni, di vendere alla madre Marella per 105 milioni di euro il 18 febbraio del 2004 in cambio della promessa da parte del resto della famiglia di venire informata, ascoltata, consultata per le decisioni che avessero riguardato il gruppo.

Insomma, il clima in famiglia avrebbe dovuto cambiare. Ma non avvenne. Prima John annuncia la decisione di sposarsi «dimenticandosi» di avvertire la madre e, la settimana successiva, il marito di Margherita, Serge de Pahlen, perde il suo posto di responsabile delle relazioni internazionali per Europa dell'Est alla Fiat.

Secondo la ricostruzione di Margherita, inoltre, nessuno l'avvertì nemmeno della decisione della Exor di vendere a John Elkann e a suo fratello Lapo un prezioso bene di famiglia come l'appartamento di Parigi. E nessuno le disse nemmeno della decisione di cedere due ormeggi a Beaulieu e Antibes per 2 milioni di euro circa, soldi finiti chissà dove. Da qui la decisione di Margherita, ormai completamente fuori da qualsiasi affare che riguardasse non solo la società ma soprattutto i beni appartenuti a suo padre, di avviare un'azione legale per conoscere tutta la verità sui fondi esteri e su chi li gestisce e a nome di chi.

Richiesti per un commento alla decisione di Margherita, nessuna delle persone chiamate in causa ha accettato di rilasciare una dichiarazione. Per esempio: sarebbe interessante conoscere chi ha pagato, per quasi 12 milioni di euro, la residenza marocchina che Marella Agnelli ha acquistato dopo la morte del marito. La società utilizzata per l'acquisto si chiama Juky (simpatica assonanza con Yaki, il soprannome di John Elkann), ha effettivamente 12 milioni di euro di debiti, ma nessuno sa verso chi.

Il risultato dei rocamboleschi avvenimenti che hanno riguardato la Dicembre, tuttavia, è che oggi ben pochi sanno quale sia il suo reale azionariato. Marella potrebbe avere donato il suo 41,2 per cento a John, e se così fosse sarebbe il proprietario del 100 per cento della società. Oppure potrebbe avere diviso la sua quota fra tre degli 8 figli di Margherita (quelli avuti con il primo marito, Alain Elkann), cioè John, Lapo e Ginevra oppure, infine, potrebbe averla mantenuta. Nessuno lo sa. Ma due cose nella testa di Margherita sono ben chiare. La prima è che occorre ripristinare un clima di chiarezza tra tutti i membri della famiglia a partire dal fatto che lei è l'unica erede.

Secondo: essere stato designato erede dell'Avvocato non significa avere la maggioranza assoluta della cassaforte di famiglia. Perché i figli di Margherita sono 8. Non tre o uno. Già, perché i cinque ragazzi che invece di Elkann portano il cognome de Pahlen sono gli unici che, in tutta questa storia, sono per ora i più danneggiati.

 

 
[26-06-2009]

 

 

 

 

 

CONFERMATO! IL "TESORO" di Gianni Agnelli OLTRE-CONFINE: LA documentazione - Grande Stevens avrebbe SUGGERITO a Margherita di “rinunciare a contestare le "donazioni a terzi” fatte dalL'AVV. a persone estranee all’asse ereditario. - Di chi si tratta? "VITALIZI" PER LE “maitresses” (amanti) del PRESIDENTE DELLA FIAT

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Una parte del tesoro di Giovanni Agnelli, scomparso nel gennaio 2003, sarebbe «hors Italie», quindi all'estero. E scritto, nero su bianco, in una bozza di documento riservato, «Affidavit», cioè una testimonianza, di cui il Mondo ha potuto prendere visione. Il testo, in francese, ricostruisce alcuni momenti importanti e circoscritti nel tempo dell'affaire Agnelli e della guerra che si è scatenata attorno all'eredità dell'ex presidente della Fiat. Ma quello non è l'unico passaggio interessante: si parla di alcuni consigli che l'avvocato Franzo Grande Stevens, da sempre uomo di fiducia dell'Avvocato e suo esecutore testamentario (fino all'11 aprile 2003), avrebbe dato all'erede Margherita Agnelli de Pahlen in cui le chiedeva di «rinunciare a contestare le donazioni a terzi», cioè persone esterne all'asse ereditario.

 

Di chi si tratta? Lui stesso lascia intendere, e qualcuno poi lo scrive, che potrebbe trattarsi di «maitresses», cioè amanti «del defunto». E, ancora: sarebbe stato il banchiere svizzero Sigfried Maron a rivelare a Margherita l'esistenza di «beni off shore», mentre l'accordo di spartizione, raggiunto nel 2004 tra donna Marella Caracciolo, vedova Agnelli, e la figlia, che ammontava (vedi il Mondo sul numero 26/2009) a 1.166 milioni di euro tra appartamenti, ville, opere d'arte e liquidità, doveva rimanere segreto: «Le parti si impediscono di "lever copie de l'accord"», è scritto nel testo.

 

PAROLE RISERVATE
Ma prima di analizzare l'affidavit, che equivale a una sorta di giuramento in forma scritta, occorre spiegare come nasce il testo e lo scopo per cui è stato scritto. A «le project d'affidavit» fa riferimento, per la prima volta, secondo quanto risulta al Mondo, l'avvocato ginevrino Charles Poncet, un principe del foro svizzero, attuale difensore di Margherita, in una lettera (23 aprile 2008) inviata alla cliente. Siamo nel pieno di una battaglia legale, diversa da quella di Torino che va in scena in queste settimane, che si combatte tutta nella Confederazione elvetica.

 

L'oggetto è una pressante richiesta di chiarimenti a proposito della parcella da 25 milioni di euro che, una volta chiusa la questione ereditaria, la donna ha pagato agli avvocati dell'epoca: il ginevrino Jean Patry e l'italiano Emanuele Gamna (che nel frattempo è uscito dallo studio Chiomenti). E proprio su quest'ultimo si concentrano le attenzioni di Poncet, che accusa Gamna di dire «menzogne spudorate» e lo definisce «in combutta» con Grande Stevens e Gianluigi Gabetti (presidente d'onore di Exor).

Come si evince da altre missive, Poncet ha posto a Gamna una serie di domande e contemporaneamente ha avviato una «négociation» con l'obiettivo di ottenere indietro almeno una parte della parcella. È aperta, insomma, una trattativa e sul tavolo oggetto dello scambio ci sono soldi e informazioni. Per conto dell'italiano Gamna si muove un altro pezzo grosso del foro ginevrino come Marc Bonnant, già legale di Licio Gelli e, più di recente, agli onori della cronaca per avere difeso Béatrice David-Weill, figlia dell'ex numero uno della banca Lazard e vedova del banchiere Edouard Stern, ucciso dall'amante Cécile Brossard (condannata a otto anni).

 

Per tornare alla bozza di testo, i due legali svizzeri si incontrano venerdì 18 aprile 2008, poi si scrivono. Devono, in sostanza, concordare «il progetto d'affidavit il cui testo rappresenta il minimum minimorum accettabile da parte nostra e può permettere al vostro cliente di trovare una soluzione onorevole alle sue difficoltà attuali» (missiva di Poncet a Bonnant del 29 aprile, siglata dall'"avocat" e «con la riserva di usarla»). Dunque, se Gamna sotto pressione firmerà l'affidavit, Poncet propone che sia accompagnato «da una lettera o da un patto che permetta al vostro cliente di essere sicuro che la mia cliente non avrà alcuna pretesa da fare valere contro di lui».

La bozza o draft in 26 punti, su carta intestata dello studio di Poncet (Ziegler Poncet Grumbach Carradar Luscher) con tanto di numero progressivo come un protocollo (50643-259/PON/nmo) viene inviata sia a Margherita che a Bonnant.

Nel corso di questa inchiesta il Mondo ha domandato all'avvocato Girolamo Abbatescianni, che da Milano cura gli interessi di Margherita, se l'affidavit sia stato firmato da Gamna o presentato agli atti in qualche processo. Ma non è mai arrivata la risposta. Invece, in una dichiarazione al mensile "Top legal" (del 22 giugno scorso) Abbatescianni ha precisato che nessun affidavit è stato firmato.

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Comunque, al di là dell'uso fatto, il documento è un pezzo di strategia legale dentro la dynasty Agnelli, pieno di nomi, date e circostanze e dall'indubbio valore giornalistico. Può essere letto come una sorta di memoriale con un io narrante (Emanuele Gamna), utile per capire dall'interno cosa sia successo tra la morte del senatore a vita (gennaio 2003) e la chiusura degli accordi ereditari, oggi rimessi in discussione (febbraio e marzo 2004). Ma anche dopo.

AFFARI LEGALI
L'avvocato Emanuele Gamna conosce Margherita da molto tempo e la considera un'amica. Il legame tra le due famiglie è Susanna, la sorella dell'Avvocato, scomparsa il 16 maggio scorso. Gamna, infatti, ha sposato Raimonda Lanza di Trabia, figlia di Raimondo, un nobile siciliano grande amico di Suni e di quel gruppo che, negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale, comprendeva anche lo scrittore Curzio Malaparte.

 

Tutti personaggi ricordati da Susanna nel suo libro "Vestivamo alla marinara". Quando Gamna viene contattato, spiega, «Margherita aveva già dato mandato a Jean Patry. lo sono intervenuto più per i miei legami di amicizia che nell'esercizio di un mandato formale». Solido è anche il rapporto con Gianluigi Gabetti «perché è un amico di lunga data di mio padre (Federico, ndr)».

Lo testimonia anche un necrologio, comparso in occasione della morte di quest'ultimo sul "Corriere della Sera" (2 aprile 2009), nel quale l'ex partigiano e presidente d'onore di Exor lo ha ricordato come amico fraterno.

 

La vicenda inizia il 1° maggio 2003 in una riunione a Milano con l'erede e Patry. «Una esposizione delle difficoltà che Margherita incontrava con Grande Stevens e Gabetti in rapporto alla successione di suo padre», è scritto nell'affidavit, anche se «a mia conoscenza, questa riunione era stata preceduta da un rendezvous a Torino, al quale io non ho partecipato, che ha permesso a Margherita e a Party di incontrare Galatteri (così nel testo, in realtà Gabriele Galateri, ndr) all'epoca Presidente Fiat».

IN MAGGIO PER DICEMBRE
Il 26 maggio, Patry spedisce una lettera alla Dicembre, società semplice in testa alla catena di controllo dell' intero gruppo industriale torinese: l'obiettivo è comprendere qual era la posizione di Margherita. Recita la bozza di affidavit che l'idea iniziale di Gamna «è stata di cercare che lei cambiasse la sua partecipazione nella Dicembre con una partecipazione nella Giovanni Agnelli Sapaz». Cioè l'accomandita che riunisce tutti i rami della famiglia.

 

Il 10 giugno, in Svizzera, si tiene un primo meeting dove Patry incontra il banchiere d'affari Sigfried Maron. Cioè uno dei tre professionisti ai quali Margherita chiede oggi la rendicontazione del tesoro paterno. C'è poi Franzo Grande Stevens che, secondo l'affidavit, «ha sempre affermato di non avere alcuna conoscenza degli attivi off shore di Giovanni Agnelli». Gabetti, invece, non interviene direttamente fino al mese di novembre, chiamato sulla scena, come si vedrà più avanti, dallo stesso Gamna perché la situazione nstagnava.

Nel frattempo, per cercare di sondare le intenzioni della famiglia, l'avvocato italiano incontra, nel maggio a Milano e più tardi a Roma, la stessa Susanna Agnelli. «Ho evocato con lei la possibilità di scambiare la parte di Margherita nella Dicembre con una partecipazione nella Sapaz. Lei era contraria e poi ha adottato una posizione neutra su questa questione».

 

Un ruolo più forte lo gioca, invece, Grande Stevens. Ricorda sempre Gamna, citando i suoi scambi di corrispondenza (9 e Il luglio 2003), «che è lui che cerca di forzare Margherita a accettare la volontà di suo padre e a rinunciare a contestare le donazioni a terzi. lo non so di che tipo di terzi si tratta, ma il mio collega ha lasciato intendere che potrebbe trattarsi di amanti del defunto».

A un vertice il 16 settembre tra Gamna,Party, Grande Stevens, Dominique Poncet, Carlo Lombardini (due professionisti svizzeri) i legali della de Pahlen cercano di ottenere informazioni sul patrimonio «hors Italie» di Giovanni Agnelli e di fissare le modalità per stabilire l'inventario e fare la divisione. Ma la riunione porta a niente di concreto. Dopo questo incontro Maron avrebbe rivelato alla stessa Margherita l'esistenza di «certi beni off shore».

Aggiunge Gamna (il virgolettato è letterale): «Senza esserne sicuro, io penso che Maron l'ha fatto di sua propria iniziativa. Mi è stato indicato che questo non è plausibile, ma io non dispongo di alcun elemento che mi permetta di tirare un'altra conclusione. Ricordo che, in effetti Maron, assistito da Ursula Schulte, è stato in contatto diretto con Giovanni Agnelli da vivo e che si è occupato per lui di questioni finanziarie».

 

Gamna non prende invece parte ad alcuni vertici a Ginevra (30 settembre e 10 ottobre), ma incontra Patry il 23 dello stesso mese: «Abbiamo discusso con Grande Stevens e Lombardini. I nostri interlocutori accettavano unicamente di parlare di "actifs Maron"». Nell'autunno la trattativa non fa passi avanti. Il legale milanese, come detto, va a consultare Gabetti, avendo sempre in testa l'idea dello scambio tra Dicembre e accomandita. Ma gli appare ormai chiaro che non si sarebbe fatto. Conveniva, dunque, parlare di una cessione pura e semplice da parte di Margherita nella Dicembre. Da quel momento la strategia dei legali punta a trovare un accordo economico.

 

IN CERCA DI ACCORDO
Una svolta alla trattativa arriva solo il 25 novembre durante una riunione (presente Patry) nello studio di Grande Stevens a Torino: viene redatto lo schema di una spartizione. Gamna e Patry si vedono poi a Courmayeur il 14 dicembre «per preparare un progetto di divisione e sono io l'autore del documento intitolato "Proposta accettata" del 18 dicembre».

Con sua sorpresa, durante il mese di dicembre Gamna apprende da Parry che «alcuni degli actifs Maron erano stati liquidati dalla parte avversa, senza autorizzazione di Margherita. Ho chiamato Gabetti verso il 20 dicembre per domandare il risarcimento di quelle parti senza articolare il totale. Gabetti mi ha detto che si riservava la risposta, ma ho ricevuto poco dopo una telefonata di John Elkann, apparentemente molto arrabbiato per la mia iniziativa».

 

RIUNIONI A CATENA
Eppure la chiusura dell'accordo è nell'aria. Il 10 febbraio 2004 c'è un incontro tra i due legali, con Margherita e suo marito Serge de Pahlen: siamo a pochi giorni dalla firma dell'accordo segreto che sarà siglato il 18. Gamna non è presente. Non lo sarà nemmeno alle riunioni, numerose, che sono seguite (3, 24, 29 marzo, 1 aprile). «Mi ricordo di una riunione del 26 maggio 2004 con Ursula Schulte e Patry. C'è stato anche Lombardini e Amaducci (Donatella, dello studio di Patry, ndr) e una donna dell'Ubs di cui non ricordo il nome. Si trattava del trasferimento e dell' identificazione dei quadri (probabilmente della collezione privata di Agnelli, ndr)».

 

La bozza di testo si avvia alla sua conclusione in mezzo a un rosario di riunioni alle quali Gamna non ha partecipato o di cui non ha ricordi come quelle del 28 settembre, 1 febbraio 2005, 5 aprile, 12 maggio, 5 ottobre fino al 25 novembre.

C'è, infine, al punto 23, un passaggio interessante a proposito del patto sottoscritto tra le eredi dell'Avvocato: Gamna afferma di ignorare «per quale ragione il meccanismo previsto è stato che le parti si proibiscono di "lever copie" dell'accordo», che rimarrà pertanto secretato. «Questo non mi ha particolarmente colpito all'epoca. Ero convinto che, una volta raggiunto l'accordo, Margherita avrebbe stabilito i legami normali con la famiglia e avrebbe ricevuto le informazioni che domandava, in particolare nell'ipotesi di preparare la sua propria successione». Ma la storia ha preso invece un'altra strada.

 

 
[25-06-2009]

 

 

 

FUORI I FONDI NERI! - 

Ettore Boffano e Paolo Griseri per La Repubblica

Fuori i conti. La battaglia legale tra Margherita Agnelli e i curatori del patrimonio di suo padre (Franzo Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Siegfried Maron) è ormai entrata nella fase calda. A colpi di dichiarazioni e comunicati le due parti si rinfacciano reciprocamente la scarsa trasparenza e promettono di regolare la questione nella prossima udienza del processo civile fissata per il 30 giugno a Torino.

Famiglia Agnelli

Con un comunicato diffuso ieri pomeriggio, i legali di Gianluigi Gabetti chiedono che "la signora De Pahlen dica una volta per tutte quanto complessivamente ha percepito a titolo ereditario in modo che anche su questo venga fatta chiarezza" e sostengono che la causa civile "è di natura squisitamente ereditaria e concerne quindi soltanto gli eredi del senatore Giovanni Agnelli". In questo caso per "senatore Giovanni Agnelli" non si intende il fondatore della Fiat ma suo nipote, l'Avvocato. Infine Gabetti fa sapere di essere "fortemente rattristato per le malevole insinuazioni moltiplicate dalla signora De Pahlen nei confronti di suo padre".

Il riferimento è alla richiesta di trasparenza avanzata dalla figlia di Gianni Agnelli sull'Opa Exor del 1998 e sull'ipotesi, fatta dai consulenti finanziari della signora, che con quella operazione i soci anonimi di Exor (lo stesso Avvocato?) abbiano nascosto all'estero 1,4 miliardi di euro. I legali di Gabetti sottolineano che la causa riguarda solo gli eredi diretti dell'Avvocato e con questo sembrano considerare la vicenda Opa fuori dal processo in corso. Inoltre la vedova di Agnelli, Marella Caracciolo, ha presentato un'istanza in Svizzera perché la giustizia elvetica definisca valida la divisione ereditaria tra la madre e la figlia stabilita a Ginevra nel 2004.

In una dichiarazione diffusa ieri mattina Margherita Agnelli definisce "corretta" la divisione del 2004 ma, fa osservare il suo legale, Girolamo Abbatescianni, "l'articolo 762 del codice civile precisa che l'omissione di uno o più beni dell'eredità non dà luogo a nullità della divisione ma solo a un supplemento della divisione stessa". In sostanza, se in un momento successivo alla divisione dei beni del defunto si scopre l'esistenza di un ulteriore patrimonio, quest'ultimo va diviso tra gli eredi senza rimettere in discussione la spartizione originaria. Così se si accertasse che effettivamente il miliardo e 400 milioni dell'Opa Exor era di proprietà dell'Avvocato, quei soldi andrebbero divisi tra la vedova e la figlia senza invalidare quanto era già stato stabilito nel 2004.

Margherita e Gianni Agnelli

Nella sua dichiarazione in risposta a quella di Gabetti, anche Margherita Agnelli di dice "rattristata". Considera "paradossale" che le si chieda di conoscere l'entità dell'eredità percepita, ciò di cui Gabetti "è perfettamente a conoscenza" mentre "da sei anni la mia unica richiesta è quella di ottenere chiarezza sul patrimonio di mio padre". Poi l'accusa più pesante: "Non capisco per quale motivo il dottor Gabetti si ostini a chiamare in causa mio padre, un uomo straordinario dietro la cui figura è fin troppo facile nascondersi".

 

 

 
[13-06-2009]

MARGHERITA AGNELLI - copyright PizziMARGHERITA AGNELLI E FIGLIE - Copyright PizziMARGHERITA AGNELLI E FIGLIE - Copyright PizziMARGHERITA AGNELLI E FIGLIE - Copyright PizziMARGHERITA AGNELLI E FIGLIE - Copyright PizziMARGHERITA AGNELLI E FIGLIE - Copyright PizziMARGHERITA AGNELLI - Copyright Pizzi

 

 

 

MARPIONNE DISEGNA LA NUOVA FIAT A SUA IMMAGINE: è IL NUOVO 'PADRONE' DEL LINGOTTO - GLI EREDI DELL'AVV. MEDITANO SOLO DI "CHIUDERE" per diventare qualcos'altro - I PROGETTI DI ESPANSIONE HANNO COSTI E RISCHI TROPPO ALTI PER GLI ELKANN E PARENTI - E l'addio all'auto degli Agnelli, IMPOSSIBILE IERI, oggi è una strategia concreta

 

Paola Pilati per "L'espresso"

LUPO RATTAZZI - Copyright Pizzi

Se il gruppo Fiat ha distrutto valore per circa 60 miliardi di euro negli ultimi 22 anni, in gran parte per colpa dell'auto, vuol dire che la famiglia, a cui fa capo il 10 per cento dell'azienda, ha bruciato oltre 6 miliardi di risorse. In pratica, il patrimonio del clan Agnelli si è ridotto a meno della metà di quello che era nel 1987, in termini reali.

Questo quadro lo dipinge un esponente della dinastia torinese, disposto a ragionare di numeri e a fare un bilancio dell'impresa di famiglia ma non a essere citato. Troppo delicato il momento, e nessuna voglia di accendere la miccia della polemica: la compagine famigliare ha dato, all'unanimità, il suo appoggio a Sergio Marchionne e all'azione del capofamiglia prescelto dall'avvocato, il trentatreenne John Elkann.

 

La missione del primo è quella di 'mettere in sicurezza' l'impresa Fiat, cioè di darle un futuro meno precario di quello a cui è condannata restando sola; la strategia del secondo è quella di traghettare la dinastia imprenditoriale verso lidi diversi dall'auto, senza che questo appaia una fuga, una disfatta, il tradimento di una storia famigliare. Senza perderci la faccia, insomma.

Il passaggio cruciale della storia degli Agnelli in questa fase è proprio questo: spogliarsi di una identità che vedeva i signori di Torino titolari della più potente impresa industriale italiana, e quindi grandi datori di lavoro, interpreti dell'orgoglio nazionale all'estero e protagonisti dell'agenda economico-politica del Paese, per diventare qualcos'altro. Ma cosa? Dei ricchi investitori in giro per il mondo, a caccia di affari che fanno fruttare il proprio capitale, in breve dei finanzieri, come è avvenuto per tante altre importanti dynasty, dai Rockefeller ai Wallenberg?

 

La ricerca di questa nuova identità, volontariamente o no, è già cominciata. Sul piano dell'egemonia, intanto, la Fiat non conta più come una volta. "È un'azienda che non parla più di politica, che anche sul piano sindacale si è sottratta alle liturgie del passato, quando le sue lotte facevano scuola", afferma lo storico Giuseppe Berta: "In complesso, è meno 'potenza'. E anche la famiglia Agnelli ha una visibilità e una risonanza molto meno vistosa di un tempo". La nuova 'stagione di opacità', come la chiama Berta, è certo il risultato dei cattivi risultati dell'impresa, che hanno tracciato una lunga strada di bilanci in rosso, ma non solo.

 

La scomparsa dell'Avvocato, poi di suo fratello Umberto e ora della sorella Susanna, insomma l'avvicendamento generazionale, ha lasciato un vuoto che non è stato riempito da nessuno. Chi tiene oggi il timone, nella Exor che è la finanziaria di famiglia, si chiama Elkann. I figli e i nipoti che oggi sono i titolari delle azioni, dai Rattazzi ai Teodorani, dai Brandolini ai Nasi, hanno posti in consiglio e a volte ruoli manageriali, come Edoardo Teodorani Fabbri che lavora in Cnh, o affari in proprio come Lupo Rattazzi, ma si sono votati tutti a una presenza discreta e corale sulle vicende industrial-famigliari.

ANDREA AGNELLI

Solo Andrea Agnelli, unico maschio a portare ancora il cognome dinastico, non ha mai nascosto l'idea che la famiglia possa prima o poi fare un passo indietro, e ha ammesso in passato differenze caratteriali e di vedute con il cugino John.

E mentre i fratelli Gianni e Umberto erano abituati a 'tenere corte', erano cioè circondati da manager che avevano i propri riferimenti con questo o quel rappresentante della famiglia, ora tutto ciò è stato spazzato dal ciclone Marchionne. Che ha fatto fuori la prima linea dei manager e stabilito nuove regole, così sintetizzate da chi le osserva da vicino: "Si governa Fiat con l'appoggio dell'azionista, non in combutta con lui. E Marchionne non va a raccogliere il parere di Sant'Albano (amministratore delegato della finanziaria Exor, ndr.) prima di fare qualcosa". Brutale, ma rende l'idea.

Insomma, nella galassia Fiat sono state iniettate alte dosi di normalizzazione che prima il governo dinastico non consentiva. Questo avrebbe dovuto rendere più sereni i rapporti esterni. Invece, la forza magnetica che la Fiat aveva nei confronti dell'establishment, sia quello politico che quello finanziario, si è appannata.

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Lo testimonia l'atteggiamento tiepido che le banche hanno avuto nella vicenda Opel e, ora che Intesa e Unicredit sono state nominate advisor per lo scorporo della Fiat Auto e per il suo collocamento in Borsa, hanno continuato a ribadire di essere disposte a dare altre linee di credito, ma di comprare azioni non se ne parla. E lo testimonia anche l'atteggiamento tenuto dalla politica nella vicenda Opel. Nonostante le richieste fatte arrivare da Sergio Marchionne al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, il governo italiano è stato assente.

La nuova solitudine del clan, di fronte alle scelte imprenditoriali che lo aspettano, potrebbe anche essere un sollievo. Come ha notato il 'Financial Times', finora le grandi famiglie mondiali dell'auto sono sopravvissute (al contrario di altre dinastie impegnate in altri settori) perché hanno sempre resistito alle fusioni, che avrebbero diluito le proprie partecipazioni ma anche salvato le attività: ora però i nodi sono venuti al pettine per tutte.

E l'addio all'auto degli Agnelli, o almeno un progressivo distacco, che fino a ieri sembrava un'enormità, oggi è una strategia concreta. "Macché addio, ieri la Fiat stava per conto suo e ora si è messa in gioco e prova a correre con gli altri", si infiamma il vicesindaco di Torino Tom D'Alessandri.

 

Resta il fatto che dopo aver sacrificato il patrimonio in nome dell'auto, ora la famiglia è a un bivio. Gli azionisti hanno tutti grande fiducia in Marchionne, che ha riportato i conti in equilibrio. Ma se saranno chiamati a contribuire di nuovo, come reagiranno? Già: il succo dell'operazione Marchionne, l'architrave del blitz che lo ha portato a conquistare la Chrysler e poi a puntare al ramo europeo di Gm, cioè Opel, è sempre stato 'zero cash'. Alleanze-acquisizioni senza soldi, solo scambio di tecnologie e di know-how.

Ma si tratta comunque di una campagna di conquista in chiave difensiva: per dare un futuro a Fiat serve arrivare a una stazza industriale da sei milioni di auto, con almeno un milione di vetture per ogni piattaforma produttiva. Fiat più Chrysler sono lontane da quella dimensione. E non è stato ancora affrontato il delicatissimo tema del ridimensionamento in Italia, dove si stima che ci siano 8-9 mila posti di lavoro di troppo. La 'messa in sicurezza' è dunque ancora lontana.

Per questo la famiglia ha incominciato a guardarsi nel portafoglio, e a fare due conti. Gli azionisti riuniti nel clan hanno sborsato nell'ultimo decennio circa 2 miliardi di euro attraverso le proprie holding per fronteggiare i buchi dell'auto; di fare altri sforzi non ne hanno tanta voglia. Non solo: l'incertezza sull'auto paralizza anche i piani di espansione alternativa. La Exor, la holding guidata da John Elkann che possiede il 30 per cento delle azioni Fiat Group e che è il cuore della nuova strategia imprenditoriale rivolta ai nuovi business, è di fatto impiombata dall'auto.

Se è vero che la metà del suo valore patrimoniale è nelle quattro ruote, altrettanto vero è che questo fa sì che dal Lingotto arrivino inviti a non correre troppi rischi su altri fronti, a non disperdere energie in nuova avventure, insomma a conservare le munizioni se dovessero arrivare altri tempi difficili. O le buone occasioni. Come potrebbe essere un'altra avventura tedesca: il piano B di Marchionne potrebbe infatti mettere nel mirino la Bmw.

Anche se gli asset di Gm in Sudamerica gli stanno sempre nel cuore, il manager abruzzo-canadese ha preso atto che nella disfatta Opel hanno giocato, oltre al resto, alcuni aspetti psicologici: la Gm non ha mandato giù la sua avventura torinese, quando era entrata anni fa in Fiat come futuro padrone e poi uscita pagando un assegno di un miliardo e mezzo. Dunque è necessario non guardarsi troppo indietro e trovare rapidamente un altro alleato per Fiat.

La francese Peugeot si sovrappone molto con la sua produzione a quella di Torino, e oltretutto ha ricevuto una ricca dote dal governo Sarkozy: questo crea una asimmetria sciovinista che i francesi farebbero contare pesantemente. Bmw, invece, fa automobili che la Fiat non fa, oggi guadagna ma in futuro chissà, ed è controllata da una famiglia, i Quandt, con un pacchetto del 46,6 per cento. Dunque padroni in casa propria e liberi di muoversi senza condizionamenti politici.

Edoardo Teodorani Ivonne Scio - Copyright Pizzi

I tempi della metamorfosi degli Agnelli sono quindi legati alla soluzione per Fiat. Finché l'auto rischia di bruciare denaro, investire in altre direzioni non si può. Il miliardo che Exor ha in cassa è a fronte di un miliardo di debito, quindi il margine è stretto. Invece la giovane finanziaria che ha fuso Ifi e Ifil ha molta voglia di volare. Ma mentre Gianluigi Gabetti, tuttora presidente onorario, assecondava tutti i desiderata dell'Avvocato, ora la selezione è diventata più rigorosa.

Un comitato strategico nuovo di zecca, formato da tre 'professionisti dell'investimento' (una donna, Christine Morin-Postel, e due uomini, Victor Bishoff e Antoine Schwartz), sono sguinzagliati in cerca di nuovi affari e riferiscono a Elkann ogni mese e mezzo, poi un team di 15 analisti li mette sotto la lente d'ingrandimento per valutarli. Certo, finora l'investimento in Cushman &Wakefield, la società immobiliare con l'ambizione di diventare prima a livello mondiale, ha inciampato sulla crisi del mattone; funziona bene la Sgs (servizi alle imprese), il più grosso investimento dopo la Fiat; è stato aperto un nuovo fronte puntando al settore della produzione tv per produrre format (Banijay Holding). "Non facciamo new economy", si inalberano in Exor, "c'è una forte matrice imprenditoriale nelle nostre scelte: non è solo finanza, non vogliamo solo staccare delle cedole".

Come dice un suo giovane esponente: "La famiglia è coesa finché gli affari vanno bene". E la famiglia sa che, se si è salvata dal precipizio per merito di Marchionne, che ha invertito l'emorragia di denaro negli ultimi due anni, ora deve gestire il passo indietro dall'auto stessa, e tutto il resto è acqua fresca. Lo spettro della perdita di controllo non fa paura più di tanto. Sia perché gli Agnelli hanno già rischiato di perdere tutto, e sono stati a un passo dal disastro senza ritorno. Sia perché, come fa notare un erede, "anche Bill Gates controlla Microsoft con il 10 per cento".

Allora non resta che quotare Fiat Auto, come si è deciso di fare nel consiglio di famiglia di inizio maggio. Questo significherà dunque una 'diluizione', come si dice in gergo, della loro partecipazione. Ma vuole soprattutto dire che è al mercato che gli Agnelli si rivolgono per salvare l'industria delle quattro ruote torinese. Sarà il mercato a dire se se la sente ancora.

 

 
[08-06-2009]

 

“TERRORISTI” IN GESSATO CONTRO IL "GOVERNO DEI GANGSTER" – CHI è QUEL “DIAVOLO D’AVVOCATO” DI THOMAS LAURIA CHE HA CHIESTO alla Corte Suprema di bloccare lE NOZZE TRA FIAT E Chrysler – I creditori DOVEVANO accontentarsi di 29 centS per OGNI $ investito...

Da "Il Foglio"

 

L'Amministrazione Obama si rifiuta di "negoziare con i terroristi". La notizia non emerge dal discorso del presidente al Cairo, ma da uno scambio di e-mail tra lo staff di Barack Obama e i manager di Chrysler, reso pubblico da Washington Post e Wall Street Journal. Il "terrorista" in questione è un cittadino americano, sempre in gessato impeccabile, che ieri ha ottenuto una vittoria di fronte alla più alta corte degli Stati Uniti.

Si chiama Thomas E. Lauria. Occupazione: legale di punta della White&Case, uno studio di 130 avvocati presente in 20 paesi. La colpa? Aver accettato di difendere i creditori di Chrysler che hanno rifiutato l'offerta, presentata da Obama ad aprile, per evitare la bancarotta della Casa di Detroit. "Dissenzienti" secondo alcuni, "speculatori" secondo la definizione di Obama, questi creditori, visti in pericolo i loro interessi, si sono rivolti "a un
diavolo d'avvocato", come l'ha definito Chambers Global, società che stila una rassegna
degli studi legali del pianeta.

L AVVOCATO THOMAS E. LAURIA (FIAT-CHRYSLER)

Così Lauria inizia a seguire il dossier Chrysler a novembre 2008. Calma piatta fino a marzo, quando l'Amministrazione rifiuta la proposta di riorganizzazione avanzata da Chrysler e si mette a dettare le condizioni. I creditori avrebbero dovuto accontentarsi di 29 centesimi per dollaro investito negli anni precedenti. Pochi rispetto ai 43 centesimi assicurati al sindacato dei lavoratori Uaw; pochi anche rispetto ai 29 centesimi garantiti a
quattro grandi banche creditrici che però hanno beneficiato di finanziamenti anticrisi
del governo, i Tarp.

Di fronte a un avversario della taglia dell'esecutivo degli Stati Uniti, Lauria adotta una strategia di sfiancamento. L'avvocato, divenuto "juris doctor" nel 1986 all'Università del Tennesee, prima cerca una sponda nelle grandi banche creditrici. Appena queste scendono a patti con il governo, il novello Fabio Massimo cunctator preferisce
far arretrare i suoi per qualche momento.

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Quanto basta perché Obama si stanchi di trattare e decida di andare in tv a spiegare
che, per colpa di "speculatori", Chrysler sarà costretta alla bancarotta. A questo punto il
campo di battaglia si sdoppia. Da una parte le aule giudiziarie: convinto di avere il diritto
dalla sua parte - perché non si possono offrire agli obbligazionisti non garantiti condizioni
migliori rispetto ai suoi clienti, in possesso di un "secured debt" - Lauria non si lascia
scoraggiare da una prima decisione contraria del giudice fallimentare.

Indietreggia ancora, poi torna all'attacco. Un tira e molla durato fino allo scorso weekend, quando, alla guida di tre fondi rimasti fedeli alla causa, chiede alla Corte Suprema di bloccare la vendita degli asset di Chrysler alla Fiat. Richiesta che ieri l'Amministrazione Obama ha intimato di respingere, viste le "gravi conseguenze" di un eventuale rinvio, ma che invece la Corte Suprema ha accolto: sospeso temporaneamente l'affaire Chrysler-Fiat, i giudici vogliono valutare nuovi documenti e ci sarà presto un'udienza.

 

L'avvocato Lauria ingaggia anche una battaglia culturale: sfida a duello l'Amministrazione, accusata di mettere in pericolo la Costituzione. Lauria - che ha guidato lo studio White&Case in alcune delle procedure di Chapter 11 più complesse della storia americana, ristrutturando oltre 100 miliardi di dollari di debiti per conto di Washington Mutual Inc, Wci Communities, Delphi Corporation, etc, - sceglie i microfoni di "760 Wjr", programma radio popolarissimo in Michigan, per denunciare: "Uno dei miei clienti è stato direttamente minacciato dalla Casa Bianca".

Pochi minuti dopo il fondo Perella-Weiberg abbandona i "dissenzienti" e accetta la proposta del governo. La reazione di Lauria è immediata: "Se il presidente attacca l'istituto del contratto, quale diritto non calpesterà?". Portato in trionfo dai blogger libertari e conservatori americani, e in Italia da Chicagoblog.it di Oscar Giannino, Lauria diviene, anche per commentatori come Larry Kudlow su National Review e Cnbc e Rush Limbaugh sul suo programma radio, icona della resistenza contro il "gangster government".

Lui si fa martire: se il governo minaccerà ancora, "domani non avrò altri clienti e la battaglia sarà finita". Per ora però arriva il bello alla Supreme Court.

 

 
[09-06-2009]

LA REPUBBLICA DEL LINGOTTO
Per fortuna che c'è Salvatore Tropea, uno dei pochi giornalisti italiani non ansiogeni. "L'impressione prevalente è che il quartier generale di Fiat consideri questo un ennesimo incidente di percorso, una difficoltà burocratica e niente più (...) In Fiat preferiscono pensare che questo intoppo possa essere presto rimosso (...) E' una preoccupazione assai prossima al fastidio, ma non fanno drammi in Fiat (...). (Repubblica, p.31)

 

 

 

LA SUA ULTIMA INTERVISTA: "GIANNI MI DICEVA CHE TUTTI GLI UOMINI SONO CORROMPIBILI" -

1 - L'ULTIMA INTERVISTA: "GIANNI MI DICEVA CHE TUTTI GLI UOMINI SONO CORROMPIBILI"
Marco Galluzzo e Lorenzo Salvia per il Corriere della Sera

Un'ora di conversazione con un filo di voce, una chiacchierata sul potere, sul denaro e sulla storia della sua famiglia. Questa è l'ultima intervista rilasciata al Corriere della sera, poche settimane fa, da Susanna Agnelli. Nessuna richiesta di rivedere il testo. Solo alla fine, sull'uscio di casa, un «mi raccomando» appena sussurrato.

susanna agnelli

Il salotto azzurro, il silenzio della famosa terrazza che domina Roma: «Lo vede il torrino del Quirinale? Qui siamo più in alto ». Susanna Agnelli abbandona per un attimo le sue letture e si accomoda in poltrona.

Andrew Carnegie, miliardario americano, diceva che uno dei segreti della sua ricchezza era la «stimolante scuola della povertà » che aveva frequentato da giovane, cioè l'essere cresciuto in una famiglia povera. Come era la sua famiglia, che rapporto aveva con il denaro?
«Non parlare mai né di soldi né di ricchezza, questa era la regola. Per una questione di educazione e anche perché l'argomento è sempre stato un tabù. Da ragazzina, però, ho fatto un doposcuola con i bambini poveri del quartiere, lì ho conosciuto anche la povertà».

Un altro miliardario, David Rockefeller, racconta che ha capito il valore del denaro dalla paghetta che gli davano i genitori. Doveva investirne il 10 per cento e darne in beneficenza un altro 10 per cento. Lei da bambina aveva una paghetta?
«Mai avuto una lira in tasca. Da bambina e poi da ragazza avevo una governante inglese, miss Parker, ma non mi era permesso entrare in un negozio o fare acquisti di alcun tipo. Tutto quello di cui avevamo bisogno era già in casa e non era concepibile desiderare di acquistare altro. Miss Parker diceva sempre di no e non si discuteva. Ricordo le meravigliose pasticcerie di Torino, le vetrine piene di dolci, non mi era permesso nemmeno di entrare. La famosa miss Parker diceva semplicemente no».

Ha mai provato imbarazzo per il suo denaro?
«No, perché quando ho potuto ho sempre cercato di aiutare gli altri. Il più grande complimento che ho ricevuto in vita mia è stato quando mi hanno detto: 'Tu sei l'unica persona ricca che non si comporta da ricca'. Era un uomo ma non posso dire chi».

Chi deruba una banca è un ladro, chi deruba i correntisti può essere un ottimo e astuto finanziere. Si è più indulgenti con chi ha tanto denaro?
«Non credo sia vero. In tanti casi si va a finire in prigione anche perché sei ricco, la colpa può essere nella ricchezza. Tanti giudici, anche italiani, hanno spesso indagato e perseguito con il retropensiero che il denaro fosse una colpa, la ricchezza un fattore negativo da stigmatizzare. Credo che sia altrettanto biasimevole del contrario».

Cosa dà più soddisfazione, il denaro o il potere?
«Il potere, non c'è dubbio. Nel potere c'è più fantasia. I soldi servono a comprare oggetti, accumulare cose, la villa, la barca, l'elicottero. Con il potere si possono fare 100 mila cose, si sviluppano più fantasie. Il denaro è finito, il potere se è reale tende a non esserlo».

Diceva Henry Kissinger che il potere è l'afrodisiaco supremo. Ne conosce di migliori?
«Io sì. Ma credo che Kissinger non sbagliasse. Il potere dà piacere, anche tanto, soprattutto a un certo tipo di uomini. Io ho avuto potere da sindaco di Monte Argentario e da ministro degli Esteri. Ma per me l'afrodisiaco migliore è l'amore».

L'amore verso il prossimo o l'amore per un uomo?
«L'amore per un uomo, e intendo quello fisico. Il sesso senza amore è una cosa tristissima, il sesso con amore è una cosa divina».

Ha mai abusato del suo potere?
«Forse una volta, da sindaco. Si doveva costruire il porto, chiamai il boss locale, non ricordo chi fosse, e gli dissi che il porto non si faceva senza costruire anche una scuola. Mi rispose che la mia telefonata era concussione. Io gli dissi che poteva pensare quello che gli pareva, ma io volevo la scuola. Alla fine si fecero entrambi e non fui accusata di nulla».

«È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che non un ricco salga nel regno dei cieli». Credere in Dio è in contrasto con la ricerca della ricchezza?
«Credo in Dio e non sono d'accordo. Basta fare una visita in Vaticano per avere la prova che non è così. Vi si trova ricchezza, tanta, e anche parecchia ricerca del denaro».

Il politico di maggior successo è chi dice quel che pensano tutti più spesso e più for­te degli altri. Lo sosteneva Franklin Delano Roosevelt. Crede sia vero?
«Nel caso di Obama sicuramente, oggi è il politico che dice esattamente quello che la gente vuole ascoltare, e lo dice più forte e meglio degli altri. Bisognerà vedere fra sei mesi».

Vale anche per Berlusconi?
«Berlusconi è più originale, diciamo così, del nuovo presidente americano. È imprevedibile».

Cosa non può comprare lei col denaro?
«La dignità. Il denaro può comprare quasi tutto, ma non la dignità di un uomo. Mio fratello Gianni mi diceva che tutti gli uomini sono corrompibili. Pensi all'uomo più irreprensibile che però ha un figlio malato e solo il de­naro può trovargli la medicina giusta, e tu hai il denaro che serve a quell'uomo. Puoi comprare tutto con il denaro ma non la dignità».

2 - RITRATTO DI SUNI
Roberto D'Agostino per Il Messaggero (anni '90)

Se avete bisogno di botte scrivete a Susanna Agnelli. Nella sua rubrica sul settimanale "Oggi" intitolata "Risposte private di Susanna Agnelli", la Grande Sorella dell'Avvocato "non risponde" ai lettori. Li picchia. Da oltre dieci anni le sue risposte sono il festival della randellata, della frase tronca, della sincerità spietata; righe secche secche, fulminanti e devastanti come proiettili 44 magnum.

Alla sposa ansiosa di corna: "Cambiare marito è un problema, cambiare la baby sitter non dovrebbe essere difficile. Ne scelga una brutta". Alla moglie indecisa: "Se ha pensato di lasciarlo, lo lasci, perché comunque lo lascerà". Crudele come Crudelia Demon: "Lascialo, e troverai uno che ti amerà di più". Alla mammona italiana: "Pericoli ci sono anche davanti a casa; l'Elba non è il Tibet. Coraggio non stia in pensiero".

All'infelice che soffre il mondo crudele: "L'ergastolo non è una vendetta, ma una protezione per i cittadini". Quando l'agnellismo trabocca: "Ma sì, hai ragione, finché non si fa male agli altri è molto meglio divertirsi". Sarcastica: "Come volevano farsi chiamare i macellai? Operatori della carne? Collaboratori al decesso animale? Mah". Liquidatoria: "Mi permetta il silenzio".

A una disgraziata di Roma che che ha una vicina che scoccia all'ora di cena chiedendo un limone, sale, pane, "Susanna senza panna" consiglia: "Suoni il campanello della sua vicina una mattina presto e, con un sorriso, le dica: "Di che cosa puoi avere bisogno oggi? Così te la preparo subito senza che tu venga a disturbarmi all'ora di cena"". S'avanza una mamma di Bari, disperata perché l'unico figlio vuole entrare in convento: "Se è una vera vocazione, non vedo perché contrastarla; ci sono già tanti avvocati!".

Avanti Rossella di Verona: è in crisi, crede di aver sposato un uomo meschino, ma non se la sente di di affrontare uno scandalo con il divorzio. In due righe, un giudizio senza appello: "Non vedo molto futuro per la sua unione. Meglio risolvere subito, prima di avere altre delusioni". Memorabile la sua risposta a un papà che si lamenta di un figlio che ha la pessima abitudine di prendere l'automobile di casa: "Lasciate la macchina senza benzina. Imparerà".

La vispa studentessa ama il professore e non sa dirglielo? Susanna ordina: "Se lo dimentichi, è meglio". Giovanna di Mantova vive un dramma: nonostante dieci anni di matrimonio, il marito le ha confessato di frequentare ancora la sua ex fidanzata. Soluzione finale di Suni: "Trovi un fidanzato per l'ex fidanzata". Alessandra di Genova, che è felice ma teme di perdere l'adorato, si becca un rapido e salutare: "Goditi quello che hai finché ce l'hai". Lui le ruba i soldi ma è pieno di premure? "Lascialo, lascialo, lascialo".

Ad una ragazza che, terrorizzata dalle manipolazioni genetiche, usa 40 righe per chiederle se sono così necessarie, la Suni risponde: "No". Poi, accortatasi che la frase è breve, la allunga con un altro "Non bisognava, no!". La sua parsimonia con le parole rasenta la taccagneria: i verbi non li coniuga nemmeno. Una ragazzina soffre per i genitori litigiosi (la lettera è chilometrica) e Susanna ruggisce: "Avere molta pazienza". Su, ammettiamolo: manca solo "Augh!".

E' vero: queste sbacchettature belligeranti che sono la sua vendetta contro le rozzezze e le sciocchezze dei nostri umori non sono un dialogo con i lettori infelici e lamentosi, traditi e piantati: è la Norimberga del "Al cuor non si comanda!", la Chernobyl del "Cosa non si fa per amore!", ecco i Dieci Comandamenti della governante inflessibile, della mamma severa, dell'insegnante sadica, dell'aguzzina disincantata, dell'infermiera che annuncia "adesso mettiamo la supposta!".

Susanna Agnelli e Lapo Elkann - Copyright Pizzi

Del resto, negli scaffaloni dilaganti della Posta Rosa, Suni Agnelli è difficile collocare. Bisogna rinunciarvi. In questo Paese di penne d'oca e di analfabeti emotivi, resta un fenomeno isolato, che svicola lo schiavizzante bon ton dei sentimenti, s'indigna per la scemenza frignante dei maschietti, è impassibile davanti al vittimismo melenso delle donnette, afferma sprezzante il proprio status di classe.

Perché noi poveri mortali, chiede un maligno lettore napoletano, dobbiamo essere "insultati" dagli sprechi dei ricchi? Lady Fiat non fa una piega: "No, non credo (anche se detesto l'esibizione della ricchezza)". Quindi l'affondo sulla piaga: "Ci avevano provato i comunisti: vede come sono finiti".

MARISELA FEDERICI E SUSANNA AGNELLI - Copyright Pizzi

E più randella, più Suni è amata. Più uomini e donne le scrivono in cerca proprio delle sue sferzate in cui sentono il suo autentico affetto, il suo desiderio di aiutarle ad uscire dalla confusione e dalla rassegnazione. Così nel mare di sbadigliante buonismo, finta partecipazione, rispote incallite, Suni Agnelli è diventata una Sibilla senza enigmi, l'oracolo blasé e mai consolatorio, che sa rovesciare un dramma con la leggerezza lapidaria di un aggettivo. "Il dono della Agnelli è un "understatement" che non si copia", osserva Lina Sotis, "Un sottotono che non spreca una sillaba, un aggettivo, una lacrima. E' molto Agnelli".

E basta poi sentir annunciare una sua dichiarazione (rarissima) alla stampa per soccombere al godimento: troppe chicche al vetriolo ci ha ammanito nel corso del tempo, perché non ci sia ormai tutti convinti della sua qualità di eccentrica unica, di gentildonna ammantata di filo spinato. Una volta che il solito giornalista ficcanaso le chiese come mai il suo Grande Fratello avesse sempre sostanzialmente snobbato Silvio Berlusconi, la replica di Susanna Agnelli fu senza "erre" ma ricca di ferro: "Sa, veste così male...".

Imponente, disinvolta, sempre elegante, Susanna Agnelli irrompe nel 1985 in un "rosa" giornalistico dominato da micine che miagolano, trote che sbadigliano e da "agony aunts", "zie dell'agonia" che hanno bisogno di arrotondare lo stipendio nella stampa femminile. E' lei stessa a proporsi nel ruolo di "postina" a Paolo Occhipinti, direttore di "Oggi". "No, grazie, nessuna intervista. Preferirei dare consigli alla gente". Messaggio ricevuto.

"All'epoca, le poste del cuore erano una distillato di luoghi comuni", ricorda Occhipinti. "La penna della Agnelli, invece, è perentoria come un manganello, prende posizioni impopolari, scatena reazioni, e qualcuno s'incavola". Perfino il quotidiano inglese "The Times" fece polemica allorché l'infrangibile Suni, pur nominata Ministro degli Esteri, volle mantenere la sua rubrica di cuori infranti e cervelli imbranati. Già, Susanna lo sa. Il cuore è primitivo, asociale, se ne frega degli altri e del mondo. Figurarsi degli "Esteri".

 

 
[16-05-2009]
 


dinastia è morta CON SUNI. Montezemolo BADANTE per almeno un anno DI Yaki
L'altra faccia dell'Avvocato se ne è andata.
L'altra faccia è quella di Susanna Agnelli che così è stata definita da Gianluigi Gabetti in un'intervista piena di ricordi che è apparsa ieri sul quotidiano della Fiat. L'84enne avvocato che insieme a Franzo Grande Stevens ha contribuito più di altri alla sopravvivenza della dinastia torinese, ricorda la determinazione con cui dopo la morte di Umberto Agnelli, Susanna prese in mano la situazione e divenne capofamiglia facendo approvare la proposta dello stesso Gabetti "di chiamare Montezemolo alla presidenza e Marchionne come nuovo amministratore delegato".

Adesso si apre a Torino uno scenario del tutto inedito che può segnare la fine di un capitalismo familiare proprio nel momento in cui in giro per il mondo si riscopre e se ne esalta il valore. Con il nome della Sacra Famiglia rimangono (a parte alcune sorelle rimaste sempre nell'ombra) due eredi: l'irrequieta Margherita, la figlia dell'Avvocato che è nata a New York nel 1956 ed è impegnata in una lite giudiziaria per gli asset ereditari; l'altro è Andrea Agnelli, il 34enne figlio di Umberto che nel 2007 ha lasciato l'incarico all'Ifil, la Holding di investimenti, per operare nella finanza con un fondo di investimento.

Gabetti Grande Stevens

Al vertice della Fiat restano Yaki Elkann e Luchino di Montezemolo mentre nei dintorni si aggira il bizzarro Lapo che non vuole restar fuori dalla grande partita che si gioca a Torino.

La domanda che a questo punto si pongono in molti riguarda il ruolo di Montezemolo che la Famiglia ha "adottato" mettendogli in grembo i due ragazzi Yaki e Lapo. Qualcuno sostiene che per Luchino (colpito per un fatale gioco della sorte dalla morte del padre nelle stesse ore in cui veniva a mancare Susanna) il futuro sarà incerto, ma questo è un ragionamento parziale perché non tiene conto della mutazione genetica che sta avvenendo nell'azienda torinese.

A questo proposito il fato sembra averci messo lo zampino perché nel momento in cui muore la sorella dell'Avvocato sembra calare definitivamente il sipario su quel modello di azienda familiare e personale che ha segnato le fortune e le sfortune del Gruppo torinese. Il motore di questo processo è Sergio Marpionne, il manager dei tre passaporti che sta disegnando una trama multinazionale dai risvolti imprevedibili.

 

L'idea romantica della Fiat è archiviata, e quello di Marpionne (comunque vadano le intese con i tedeschi di Opel) rappresenta l'affermazione definitiva di un primato manageriale che cambia la natura e la fisionomia dell'azienda.

Qualcosa di simile aveva cercato di fare nel 1976 Carletto De Benedetti quando conquistò la carica di amministratore delegato e il 5% delle azioni Fiat portando in dote e facendo pagare a caro prezzo il 60% della sua azienda Gilardini. La sua cavalcata durò quattro mesi durante i quali in nome dell'efficienza e dello svecchiamento rotolarono parecchie teste fino al momento in cui la sua testa fu tagliata per paura che sfilasse la proprietà dell'azienda dalle mani della Famiglia.

 

Anche Marpionne ha tagliato le teste e ha raso al suolo una struttura gerarchica dove la leadership si è sempre scontrata con l'intreccio tra le ambizioni dei dirigenti e gli interessi della Sacra Famiglia. Quello che sta portando avanti è il disegno che l'Avvocato tentò invano negli anni '60 quando dopo aver preso in mano la Fiat all'età di 45 anni, tentò di internazionalizzare l'azienda attraverso l'acquisto fallito di Citroën dall'amico Francois Michelin. Molti anni dopo lo spartito musicale si è ripetuto con l'esperienza in General Motors dalla quale Marpionne è riuscito a venir fuori portando a casa un pacco di miliardi.

Adesso la scena è capovolta, la dinastia è estinta e l'ultimo erede Yaki non vede l'ora di uscire dal "granaio meccanico" (così lo definì Valletta) delle quattro ruote. In questa prospettiva i ruoli sono ben definiti. A Sergio il canadese sul quale il "Sole 24 Ore" è andato a spigolare perfino a Toronto dove a 16 anni riparava una 124 bianca, tocca il bastone del comando. D'ora in avanti dovrà dedicarsi anima e corpo ai problemi di Chrysler e ha già detto che andrà ad abitare in quella città fetente che è Detroit e che ai suoi occhi appare "bellissima".

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A Luchino di Montezemolo resta il compito di sorvegliare ancora per almeno un anno i due ragazzi Yaki e Lapo per accompagnarli verso avventure diverse che vanno dalla finanza alla moda.
La dinastia è morta e con lei l'idea romantica della Fiat. Toccherà alle banche, agli operai e al governo finora latitante, accompagnare il funerale nel modo più indolore per il Paese e più vantaggioso per gli ultimi scampoli di una tradizione imprenditoriale.
 
2 - MARPIONNE COMPRA L'ECONOMIST MENTRE FA ECONOMIA A 'LA STAMPA'
Mario Calabresi, il nuovo  direttore della "Stampa", si è buttato a capofitto nel lavoro che abbandona  per poche ore da passare dentro lo squallido residence sulle rive del  Po.
Al giornalista ha fatto molto piacere il blitz di Sergio Marpionne alla Fiera del Libro per la presentazione del suo libro "La fortuna non esiste". Ai suoi occhi la presenza del manager è apparsa come un incoraggiamento a proseguire per la sua strada dopo l'intesa stabilita nei giorni scorsi alla presenza di Luchino e di Yaki che garantisce tre anni di vita al giornale della Fiat.

Meno felice deve essergli apparsa la notizia di sabato secondo la quale la stessa Fiat, che chiede a Calabresi di tagliare i costi senza pietà, ha acquistato lo 0,2% dell'"Economist", il più importante settimanale economico al mondo. La testata inglese, fondata nel 1843 da James Wilson, un fautore convinto del liberismo, rappresenta la bibbia per il mondo della finanza e dell'economia. Ogni settimana diffonde circa 1 milione di copie e nella sua compagine azionaria è presente il "Financial Times" (50%), l'altra testata che orienta le opinioni nelle borse e nei mercati.

Con un chip modesto di 1,1 milioni, la cassaforte di Torino ha messo un piede nell'informazione economica e lo ha fatto con il chiaro intento di crearsi una cornice di consenso nel momento in cui Marpionne sta portando avanti il suo disegno internazionale. Poco importa se l'"Economist" è un fiero avversario di papi-Silvio sul quale ha menato nel 2001 definendolo "inadeguato" e nel gennaio 2005 con una copertina in cui si leggeva "con lui il Paese non ha speranze. Ma davvero l'Italia vuole un altro governo Berlusconi?".

 

Così, mentre l'editoria italiana soffre lacrime e sangue, la finanza di Torino che sta alle spalle di Marpionne allunga la catena dell'informazione. In Italia, oltre alla "Stampa", possiede il 10,2 del "Corriere della Sera" "normalizzato" con l'arrivo di Flebuccio De Bortoli. All'estero è presente in Spagna e ha un piedino dentro "Le Monde". Un altro piedino è stato messo dentro l'"Economist" e per suo tramite dentro il "Financial Times".
Non è roba da poco.

 

 

usanna Agnelli e Marisela Federici - Copyright Pizzi

piccoli agnellisuni-crocerossina

suni, dalila dilazzaro,anselmisuni e jakysuni con togna

zziagnelli, 1986agnelli umberto e s

uniagnelli suni e gianni

Exor entra nell'«Economist»...
Corriere della Sera - In Italia La Stampa, controllata però - storicamente - attraverso Fiat. All'estero una quota di Le monde. Fino a ieri. Il gruppo Agnelli, con la lussemburghese Exor Sa, alle partecipazioni editoriali aggiunge ora una presenza simbolica nel più prestigioso dei giornali economici: l'Economist. È una quota minima, solo lo 0,2%. E minimo è anche l'in­vestimento: solo 1,1 milioni il prezzo che l'ex Ifil Investissement Sa (è diventata Exor Sa il 2 marzo scorso, dopo la fusione che ha riguardato le vecchie capogruppo Ifi-Ifil) ha pagato per sedere nell'azionariato del settimanale britannico.

Occasione capitata per caso: uno dei soci minori liberava la propria quota, a John Elkann è stato chiesto se fosse interessato, la risposta è stata sì. Nella compagine societaria, accanto al Financial Times che ne controlla il 50%, la partecipazione simbolica degli Agnelli compare ora insieme a quelle dei dipendenti e di alcune della grandi famiglie del capitalismo british: dai Rothschild, ai Cadbury, agli Schroder. (R.Po.)

 

 

 

 - ALAIN ELKANN ACCOGLIE I 700 INVITATI, ROSI IN RITARDO, OGGI SEPARAZIONE - LAPO-trionfo - MALAGò AFFAMATO, ALLE 22 VA AL RIsTORANTE - NON CI SONO gli AGNELLI Né MONTEZEMOLO Né BERLUSCONES...

Marisa Fumagalli per il "Corriere della Sera" - Foto da Corriere.it

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La sposa era bellissima, nell' abito bianco e grigio di Lanvin. Raggiante. (C' è un bebè in arrivo). Di sicuro, fortunata, in virtù del capriccioso temporale primaverile che ha spruzzato il vestito e le piante del giardino.

La festa di matrimonio «allargata» (700 invitati) di Ginevra Elkann (figlia dello scrittore Alain e di Margherita Agnelli), nipote dell'Avvocato, che lo scorso 25 aprile, nell'esotica Marrakesh, ha sposato Giovanni Gaetani dell' Aquila d' Aragona, è andata in replica, ieri, sulla collina di Moncalieri, a Villa Ovazza, la residenza di famiglia (materna) del papà di Ginevra.

Tre generazioni Agnelli, con i vari rami di parentela, felicemente mischiate ai parenti e agli amici dello sposo («tutti con almeno tre cognomi», nota un' ospite), arrivati da Roma a Torino con un volo di linea, così affollato di conoscenti che pareva preso in affitto per l' occasione. La cifra del ricevimento: informale. Come può esserlo nello stile delle grandi famiglie.

Per rendere l' idea, durante il pomeriggio, prima del via ufficiale ai festeggiamenti, i giovani hanno messo su una partita di calcio, Juve-Lazio, mentre le signore erano ancora alle prese con vestiti e acconciature. Si è cenato e ballato nei saloni della villa fino a notte. Menù sostanzioso (firmato Daturi&Motta, solida griffe gastronomica torinese), annaffiato da vini Antinori. Dall' insalata caprese «concentrata», agli involtini di bresaola e seirass (ricotta), passando per gli agnolotti del plin, al risotto alle erbe. A mezzanotte, pizza, timballo di pasta, in allegria, per gli ancora affamati.
E la grande torta ai frutti di bosco.

de laurentis

Gli invitati presenti? A parte i parenti stretti (in primis, Lapo e John Elkann con la moglie Lavinia Borromeo), i cugini Nasi, Brandolini, Camerana, ecco, in ordine sparso, alcuni nomi: l' avvocato di famiglia Franzo Grande Stevens, Marco e Afef Tronchetti Provera, Clementina di Montezemolo con il marito Flavio Masciattelli, Filippo e Moira de Robilant, Gabriele Galateri ed Evelina Christillin, Mario Monti, Giancarlo Cerutti, Gerardo Braggiotti.

Tra i politici, il senatore Pdl Enzo Ghigo e Francesco Rutelli, accompagnato dalla moglie Barbara Palombelli. Piccolo dettaglio di gossip, poi sfumato: Alain Elkann, padre della sposa, è arrivato alla festa senza la moglie Rosi Greco. «Non c' è da stupirsi, la coppia sta per annunciare la separazione», si sussurrava. Ma, in vistoso ritardo, è apparsa anche la signora.

 

 
[11-05-2009]

gabettiMARSIAJ, marito herzigovablanc bedinetteboglionevip sotto la pioggiaamichefeltrinelli

 

 

 

 

 

1976. AL VOLANTE DELLA SUA 131 AGNELLI FA VROOM! VROOM! CON LA 18ENNE GUERRITORE - UN'ATTRICE BOLLENTE CHE USTIONA LEONE, GIANNINI, L'UOMO DELLA VITTI, LAVIA E ZACCARIA - ALTRO CHE LE PAROLE DI VERONICA, LA MOGLIE DI ZAC: "LA STORIA A ME PARE UNA TRAPPOLA"

NELLA FOTO DI APERTURA ROBERTO ZACCARIA VA A NOZZE LA PRIMA MOGLIE  E UNA GIOVANE GUERRITORE

1 - APRILE 1976. AL VOLANTE DELLA SUA 131 L'AVVOCATO AGNELLI FA VROOM! VROOM! CON LA 18ENNE MONICA GUERRITORE. UN'ATTRICE BOLLENTE CHE USTIONA LEONE, GIANNINI, L'UOMO DELLA VITTI, LAVIA E ZACCARIA
Da Novella 2000 (Dagospia 24 Agosto 2005)

monica guerritore nuda a 50 per Vanity Fair Gianni Agnelli

Aprile 1976. Novella, in punta di piedi, ma con un tempismo sorprendente, coglie la giovanissima attrice Monica Guerritore con l'Avvocato. Sì, proprio lui, Gianni Agnelli, allora presidente della Fiat. Monica, in quell'epoca flirtava con Giancarlo Leone, figlio dell'allora presidente della Repubblica Giovanni. La relazione, di dominio pubblico, metteva subito in chiaro una cosa: negli affari di cuore, la diva puntava in alto, molto in alto. Stupì come Agnelli si fosse esposto in prima persona, andando al rendez-vous con l'attrice al volante della sua 131, accompagnato della guardia del corpo di turno, tenuta a una certa distanza.

Nella sequenza fotografica pubblicata allora e qui riprodotta, la Guerritore e Agnelli sono incredibilmente rilassati. Un incontro, quello documentato da Novella, che fece molto scalpore, ma che non ebbe seguito.Circa due anni più tardi, liquidato il fidanzato ufficiale Leone, la Guerritore si legò a Giancarlo Giannini. Come rivelerà il nostro giornale in un numero del febbraio 1978, la cocente passione tra i due attori approderà a qualcosa di sostanzioso. Il reportage, che inizia con la chiacchierata separazione di Giannini dalla moglie Livia Giampalmo, presenta il divo pazzo d'amore per Monica al punto di regalarle un superattico del valore di 800 milioni, con splendida vista sulla capitale.

egge Lario la Guerritore 50enne su Vanity Fair

Giannini fu costretto dal tribunale a dare alla sua ex consorte 10 milioni al mese a titolo di alimenti per lei e i loro due figli, allora ancora in tenera età, Lorenzo e Adriano. Ma i colpi di scena per Monica non finiscono qui. Come un fuoco d'artificio, Novella, nell'ultimo numero di novembre del '78, chiusasi la love story dell'attrice con Giancarlo Giannini, rivela un "confronto" inaspettato tra due Moniche, la Guerritore, appunto, e Monica Vitti. Il protagonista maschile di quest'ennesima puntata sentimental-sensazionale è Roberto Russo, fotografo e fidanzato della Vitti.

L'idillio tra la Guerritore e Russo scoppia mentre l'attrice è impegnata in una tournée teatrale con 'Zio Vania' e in procinto di iniziarne un'altra con Il malato immaginario di Molière. Lei e Roberto, fotografati insieme al loro arrivo a Villa Giulia, rivelano contemporaneamente la loro relazione clandestina e la crisi del ménage tra la Vitti e Russo. Poi, però, le cose tra il fotografo e la Vitti si sistemano, tanto che la coppia continuerà, per anni, in una relazione sentimentalmente felice.

Ma torniamo alla storia della Guerritore che, sia per la sua sensualità sia per la sua bravura in palcoscenico, è stata paragonata alla grande attrice Ingrid Bergman. In anni più recenti, a partire dall'81, l'attrice è stata legata al regista Gabriele Lavia. Per vent'annihanno formato una delle coppie più affiatate del mondo dello spettacolo.

 

Monica gli ha dato due figlie: Maria Lucia Rosalia Fragolina e Lucia Carmela.L'ultima fiammata di Monica? Risale al 2001, quando al suo fianco è comparso l'ex-presidente della Rai, oggi onorevole, Roberto Zaccaria. Inutile precisare che, come le sue relazioni precedenti, anche questa ha fatto parlare parecchio.

2 - PER LA SIGNORA ZACCARIA O E' STATA MONICA O UNA SPIA -
AUTOGOSSIP A "CHI": "LA STORIA CON LA GUERRITORE A ME PARE UNA TRAPPOLA"
Roberto D'Agostino per Dagospia (22 novembre 2001)

 

Sentivamo in questo scorbutico antipasto di estate la mancanza di qualcosa, ma non capivamo bene cosa. Finché, sbirciando il telegiornale, leggendo i giornali, parlando con la portinaia, d'improvviso abbiamo capito. Toh! ecco chi ci mancava: il Grande Peccatore. La nostra "carne da rotocalco" preferita, da leccarsi i baffi, soprattutto se pecca di qua e di là, con cupidigia. Ammettiamolo. Se nella vita non cambia quasi niente, ci pensano i vipponi ad animare un po' il quotidiano: non si può vivere solo di morti ammazzati, di mafiosi in carrozzella, di serial-killer, di euro e di Viagra, di D'Alema e Berlusconi!

Dunque: dopo tante preoccupazioni invernali sulla fine, per mancanza di Diana e Dodi, di casini, scandali, litigate, parolacce, corna, personaggi incontinenti, risse coniugali e ciucciamenti di alluci regali, ora possiamo tirare un sospiro di sollievo: signore e signori, il grande show dei panni sporchi ricomincia. Altro che gossip: inesorabilmente dilaga l'auto-gossip. E allora apriamo "Chi", il settimanale-bibbia dell'adulterio contemporaneo.

"Ho vissuto per quasi trent'anni all'ombra di mio marito, Roberto Zaccaria. L'ho fatto per una scelta consapevole, una scelta d'amore. Il nostro matrimonio era in crisi da tempo, ma io ho continuato ad amarlo. E non ho mai smesso di sperare che un giorno ci saremmo ritrovati. Cosi ho sofferto in silenzio, restando sempre nell'ombra. Ma adesso non posso più tacere". Firmato Barbara Zaccaria, dal 22 dicembre 1973 coniuge del presidente Rai.

Due figli a carico, la ventenne Caterina e Stefano, 26, ingegnere. La distinta signora è incazzata peggio di un giocatore turco: non riesce a digerire quelle foto pubblicate da Chi che vedono in azione le labbra di Robertino piantarsi come uno sturalavandino sulla bocca teatrale di Monica Guerritore.

RITORE ROBERTO ZACCARIA - Copyright Pizzi

Eppure all'intervistatrice Nicoletta Sipos, la sposa tradita fa presente che il matrimonio con Robertino è defunto dal 1993. Allora, perché tanto riscaldarsi e indignarsi? "Sì. Ma Roberto non ha mai voluto parlare di separazione o divorzio", replica Barbara. "Aveva una casa sua, eppure tornava da me tutti i fine settimana a mangiare, a fare il suo riposino. Ha conservato il suo studio. anche se non dormiva più qui. Quando mi sono tolta la fede, due anni dopo che era uscito di casa, si è quasi stupito. "Come mai? ", mi ha chiesto. "Mi pesava un poco", gli ho risposto. Lui ha abbozzato".

Dite che è il solito, vile, perfetto maschio anfibio italiano? Indovinato. Continua il lavaggio dei panni sporchi di Barbara: «Nel 1993, quando Roberto ha lasciato il consiglio d'amministrazione della Rai e ha ripreso a fare il professore all'università di Firenze. A quel punto lui è cambiato. Aveva una cinquantina d'anni e forse aveva paura d'invecchiare, capita anche agli uomini. qualche volta. Invitava gli studenti a casa, faceva tavolate di 30 persone e stava con loro tutta la notte a chiacchierare. In realtà aveva preso una sbandata per una sua allieva e mi ha messa in un angolo. Poco dopo è anche uscito di casa. Mi ha detto che si sentiva confuso, voleva riflettere e mettere ordine nella sua vita».

L'ordine preferito di Zac lo conosciamo bene. Si rumoreggia di via-vai madrileni con Melba "Muffo" di Calabria, della liason con Paola Saluzzi lasciamo il vuoto a perdere. La moglie conferma: "Sapevo che c'era una donna, accanto a lui, ma non ho mai pensato alla Guerritore. Non riesco neppure a immaginare come sia cominciata la loro relazione. Dev'essere successo a settembre. Ed è certo che a ottobre Roberto ha portato nostra figlia alle prove della Carmen della Guerritore e gliel'ha anche presentata. Caterina me ne ha anche parlato, ma ne lei ne io potevamo immaginare cosa ci fosse dietro quella visita apparentemente innocente».

Anche perché, ci fa sapere Barbara (ma nessuno glielo aveva chiesto), "ci sono anche stati tanti momenti privati in cui ci siamo ritrovati come marito e moglie, con un affetto, con una passione che ogni volta mi rincuoravano. Parlo di eventi relativamente recenti. A maggio, dopo il grande concerto di Pavarotti. A Modena. abbiamo trascorso la notte insieme.". E fin qui siamo nella più classica commedia all'italiana immortalata da decine di film di Dino Risi e Carlo Vanzina.

Adesso ficchiamo il nasone sul punto più bollente dello scoop di "Chi" che però "Chi" nasconde tra le pieghe dell'intervista, senza strilli in copertina. La Sipos fa presente alla Barbara furiosa che adesso, con la Guerritore, c'è una storia pubblica del Grande Zac. E lei s'inalbera: «Una storia che a me pare una trappola. Mi chiedo ancora come ha fatto il fotografo a scoprirla. La sola risposta logica è che qualcuno, più che informato, l'abbia avvisato. Qualcuno che aveva interesse a incastrarlo».

MELBA RUFFO E CESARE ROMITI - Copyright Pizzi

Gong! Fuori i secondi. Chi ha incastrato Zaccaria chiamando i paparazzi per farsi cogliere tra le stradine dell'Aquila in formato Peynet? Il "qualcuno più che informato" è magari la stessa Monica Guerritore? Chi altri, sennò? Infatti l'intervistatrice mette nero su bianco che "Queste sono sue illazioni. Forse tutto è successo per caso...".

E qui Barbara non ci vede più: «Si vede che lei non conosce mio marito. È sempre stato prudente, ha saputo nascondere bene le sue relazioni. Il suo mandato di presidente della Rai scadrà tra pochi mesi, e il chiasso che si sta facendo sulla sua vita privata minaccia il suo futuro. E tutto per una storia...». Una storia? «Lui è affascinato, conquistato. Ma non è amore vero».

Ah, l'amore, quello vero, senza flash, senza scoop, senza trash. Comunque, caro Zac, non ti preoccupare: non si muore d'amore. Succede qualche volta, se l'altro compra un revolver..

 

 


"ADORAVO GIANNI AGNELLI, MI NUTRIVO DELLE SUE PAROLE"
Da "Il Tempo" del 24 giugno 2008

"Gli uomini dai quali mi sono sentita molto attratta sono state figure di grande potenza intellettuale. L'Avvocato era l'uomo più bello del mondo ed era il padre di Margherita, la mia migliore amica. Chi non lo ha mai conosciuto non può immaginare che tipo di carisma possedesse, al di là del fascino fisico e intellettuale, che energia scaturisse da lui". Lo ha detto Monica Guerritore al settimanale 'Diva e donna', parlando dei suoi amori e del rapporto con Gianni Agnelli.

"Mi voleva molto bene - aggiunge l'attrice - e io per lui avevo un'adorazione, mi nutrivo delle sue parole". La Guerritore, il cui sguardo sarà protagonista del nuovo film di Ferzan Ozpetek, parla della passione per Giancarlo Giannini: "È stato un amore travolgente e distruttivo".

Svela particolari del lungo rapporto professionale e sentimentale con Lavia, padre delle sue figlie, e racconta della serenità ritrovata accanto all'attuale compagno, Roberto Zaccaria: "È un amore pieno, intenso. Roberto è un uomo di grande intelligenza e spessore. Lui è 'con me'. Non 'sopra o contro di me: anche questo rende diverso da tutti gli altri il nostro rapporto".

 

 
[08-05-2009]

 

 

 

LAPO-CALISSE SCOPPIA A ST-TROPEZ - street-party per 500 DAVANTI AL SUO PRIMO NEGOZIO - CIò CHE RIMANE DEGLI AGNELLI (JAKY, GINEVRA, GABETTI) festeggia il figliol-prodigio - La primissima CLIENTE? Marina Berlusconi, scortata dal marito SHOPPIVORO Vanadia

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Antonella Amapane per "La Stampa"

Lapo in macchina con Fabrizio Giugiaro

Vino bianco, canapé, tenute sportive post-spiaggia velate di sabbia, frizzi, facce rilassate. C'erano quasi cinquecento persone, ieri sera, alla festa per strada in rue Gambetta. Sembrava che tutta Saint-Tropez si fosse data appuntamento lì, al numero 32, di fronte al negozio Italia Independent. Il primo punto vendita inaugurato da Lapo Elkann, 25 metri quadrati all'interno di una casa tropezienne Anni 50, senza insegna, eccetto il logo del marchio.

A festeggiare Lapo - accompagnato dalla fidanzata Bianca Brandolini - sono arrivati il fratello John insieme con la moglie Lavinia; la sorella Ginevra, accompagnata dal marito Giovanni Gaetani. Poi, Pierre Casiraghi e Beatrice Borromeo, Delphine Arnault e Alessandro Gancia; il mago dei click che ha firmato l'ultimo calendario Pirelli, Peter Beard; il calciatore del Milan Marco Borriello. E ancora, la fascinosa Inès de la Fressange con le figlie Nine e Violette. A sorpresa, da Torino ha fatto un blitz anche Gianluigi Gabetti.

Umberto Quadrino e signora con Giovanni Acconciagioco

Tanti giovani, un mare di curiosi, atmosfera décontracté. La primissima ospite che è entrata in negozio ieri mattina, quando ancora fervevano i preparativi, è stata Marina Berlusconi, scortata nell'operazione shopping dal marito Maurizio Vanadia, che ha fatto più acquisti di lei. «Aprire la prima boutique in Italia sarebbe stato più facile, ma amo le sfide, per questo ho cominciato dalla Francia. È il luogo giusto per diffondere i nostri articoli e progetti di lightstyle.

E poi mi piace molto l'idea di un matrimonio italo-francese», ha detto Lapo Elkann, che sceglie piazze inusuali per i suoi prodotti allineati nella piccola boutique: dagli occhiali agli abiti, dal panama in edizione limitata (nato dalla collaborazione fra Italia Independent e Borsalino) fino ai vasi per i fiori in fibra di carbonio. Lo stesso materiale usato da Lapo per creare una serie di bracciali neri rigidi, da regalare agli amici in ricordo dell'evento.

 

 
[05-05-2009]

Lapo con Gigi RizziLapo e BiancaLapo e Ines de La FressangerLapo ElkannLapo in biancoLapo in macchinaLapo John Elkann e Lavinia BorromeoInes de la Fressanger e la figlia VioletteIl negozio di Lapo a Saint TropezGinevra Lapo e Bianca Brandolini D'AddaGinevra Elkann e Giovanni GabettiGinevra ElkannGinevra e Lapo

 

 

 

GRAN ZUPPA DI NOZZE A MARRAKESH DI GINEVRA CON QUEL CHE RESTA DEGLI ELKANN - ALAIN CHIUDE CON ROSI GRECO E SI SUSSURRA DI UNA RELAZIONE CON FRANCA SOZZANI - L'EX DELLA ZARINA DI 'VOGUE' al centro di una liaison con una giovane E NOTA stilista

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Foto per gentile concessione di "Oggi"

Luca stoppini e Franca Sozzani

Per Rosy e Alain aria di novità...
Maria Celeste Crucillà per "Oggi" - Alle nozze di Marrakech c'era anche Rosy Greco, da anni legata ad Alain Elkann. Alla compagnia del fidanzato, però, ha preferito quella delle amiche. La ragione? Non è un mistero per i bene informati: la coppia è infatti prossima all'annuncio della separazione. Del resto, sull'asse del gossip Milano-Torino-Roma da settimane si sussurra di una nuova, clamorosa relazione dello scrittore con Franca Sozzani, direttrice di Vogue e vera zarina della moda italiana.

Dal canto suo, Rosy Greco avrebbe già chi la consola, mentre l'ex partner della Sozzani, il famoso art director Luca Stoppini, sarebbe al centro di una liaison amoreuse altrettanto sensazionale: con una giovane e notissima stilista che è certamente dotata dell'X Factor, anche se attualmente (anzi, da qualche mese) è forzosamente disoccupata...

2 - DAGO-REPORT
Il momento topico è arrivato quando il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia (from Sant'Egidio), ha pronunciato la fatidica frase: scambiatevi un segno di pace. Margherita Agnelli ha quindi rivolto la mano verso il figliolo Jaky. E la manina rimase sospesa nel vuoto.

Ginevra, pur stra-incinta, ha scelto un abito bianco di Lanvin, marito e ospiti in tight, il neo-marito Giovanni Gaetani era circondato dalla folla caciarona dei nobili romani che hanno sparlato tutto il tempo di caccia e di cavali. Assenti tutte le sorelle dell'Avvocato (giustificata Suni perché s'è rotta il femore), Mario D'Urso e Jas Gavronski compresi. Il look di Lapo era lapesco doc: in tight ma corretto con scarpette azzurre scomosciate e da un pantalone stretto modello jeans.

NOZZE ELKANN: ARRIVO A MARRAKESH DI JAKY E LAPO

La sera prima si era svolta una festina in una casa di Marrakesh con musicisti che allietavano il party. Il giorno delle nozze nella villa di Donna Marella (quindici ettari di giardino) si è svolto il convivio nuziale, tutto placé, nessuno complessino spaccatimpani tra i tavoli.

Un matrimonio inizia, un matrimonio finisce. Il 9 maggio ci sarà un festone per 500 illustri invitati a Torino, nella casa avita di Elkann a Moncalieri. Lunedì 11, invece, ci sarà l'annuncio che l'unione di Alain Elkann e Rosi Greco è definitivamente finita tra le fiamme dell'inferno, con strascichi legali penosi anzichenò (carabinieri compresi). Intanti, una settimana fa, il tenebroso Alain è stato visto passeggiare per Torino con la zarina di 'Vogue" Franca Sozzani, al seguito scodinzolava Lapo. Un nuovo uomo in 'Vogue'?

Donna Ginevra è arrivata all'altare al braccio del padre completamente velata, come una sposa araba. Ma il suo lungo abito bianco di Lanvin, tagliato sotto il seno con ampia gonna a nascondere la gravidanza, si apriva in un lungo spacco molto occidentale che lasciava intravedere le belle gambe affusolate.

VIVA GLI SPOSI!

Lo sposo, il suo Lancillotto, che nella realtà si chiama Giovanni, è un principe di sangue blu che più blu non si può: fra i suoi avi vanta anche un papa, Bonifacio VIII. Parliamo del matrimonio fra Ginevra Elkann, la terzogenita di Alain Elkann e Margherita Agnelli, e il principe Giovanni Gaetani dell'Aquila d'Aragona, di cui Oggi vi offre le foto in esclusiva.

Ginevra si è sposata secondo le migliori tradizioni di casa Agnelli, che prediligono scelte nobiliari. L'Avvocato Gianni convolò a nozze con donna Marella, erede dei principi Caracciolo. Suo nipote John (fratello maggiore di Ginevra) si è sposato con la contessina Lavinia Borromeo. E anche lo scavezzacollo di casa Agnelli, Lapo, non sfugge alle regole della dinastia della Fiat: si è fidanzato con la contessina Bianca Brandolini d'Adda, sua cugina di secondo grado.

Aveva fatto eccezione Margherita, la mamma dei tre, sposa in prime nozze con lo scrittore Alain Elkann. Ma Margherita è rientrata nella tradizione, unendosi in seconde nozze con il conte di origine russa Serge De Pahlen.

LAVINIA BORROMEO

Il matrimonio fra Ginevra e Giovanni, che attendono un bimbo per questa estate, si è svolto con rito cattolico e un centinaio d'invitati tra parenti e amici più stretti, in una piccola chiesa di Marrakech.

Alla cerimonia c'erano quasi tutti: nonna Marella, che Ginevra ama molto, il fratello John con la moglie Lavinia, Lapo con la fidanzata Bianca, papà Alain con la seconda moglie Rosy Greco, e soprattutto mamma Margherita, che se ne è rimasta un po' defilata, lontana dall'obiettivo del fotografo, ma c'era. Mancava solo Susanna Agnelli, assente giustificata per problemi di salute.

JAKY

Un gran risultato, questa riunione familiare al completo, in un momento così delicato. Si deve alle capacità diplomatiche di Ginevra, la prima a riallacciare con la madre Margherita i rapporti deteriorati da un aspro contenzioso sull'eredità dell'Avvocato. Una brutta lite che vede da una parte Marella, dall'altra sua figlia Margherita.

Pochi giorni prima le nozze si è svolta, al tribunale civile di Torino, la prima udienza della causa intentata da Margherita Agnelli per stabilire a quanto ammonti veramente il patrimonio del defunto Avvocato, stimato in oltre due miliardi di euro. La causa è stata subito rinviata al 9 maggio.

Nonostante i litigi, Margherita non ha voluto dare un dispiacere alla figliola, che ha sempre cercato di fare da paciera fra la mamma e gli altri due figli, schierati con la nonna. Margherita, mentre non aveva partecipato al matrimonio del primogenito John, in questo caso ha deciso di presentarsi.

JAKY CON ETALI IN TESTA

La sposa stringeva fra le mani un bouquet con tante spighe di grano, simbolo di fertilità, di buon augurio per il suo nascituro. È arrivata e ripartita in Cinquecento, la richiestissima cucciola di casa Fiat. Dopo la cerimonia, si è svolto un sobrio rinfresco nel giardino della villa marocchina di nonna Marella, la cui apertura, di solito all'inizio dell'estate, è stata anticipata per l'occasione.

Un party più allargato (cinquecento invitati da tutto il mondo) si terrà il 9 maggio, proprio il giorno dell'udienza della causa di Margherita, a Moncalieri, vicino a Torino, nella villa di papà Alain. E sembra che due giorni dopo Alain e Rosy daranno l'annuncio della fine del loro matrimonio, sembra ormai giunto al capolinea. Gente che si sposa, gente che si lascia...

 

 
[30-04-2009]

Lapo Elkann e Marella AgnelliLAPO E BIANCAla sposa Ginevra e il padre Alain ElkannLa sposa e lo sposo Ginevra e GiovanniJohn Elkann e Marella AgnelliBianca Brandolini D Adda e amiche

 

 

 

SONO JOHN E COMANDO IO – IL “GIOVANE” ELKANN è CRESCIUTO E si sta ritagliando (o almeno ci prova) il ruolo del leader – a 33 anni, pensa di POTer ESSERE IL numero uno della famiglia – E FA IL GANZO: "E MARCHIONNE SE NE ANDASSE, LA PANCHINA è LUNGA"… -

Da "Il Foglio"

A chiamarlo Jaki, le poche volte che ancora lo sente, è rimasto Cesare Romiti, per lunghi anni presidente della Fiat che lo ha visto crescere. Tutti gli altri hanno smesso di usare quel diminutivo che l'interessato detesta e lo chiamano John (gli intimi) oppure, alternativamente, ingegnere in omaggio al titolo che si è guadagnato al Politecnico di Torino, o presidente, in omaggio invece al suo ruolo di numero uno della Exor, la finanziaria-cassaforte della famiglia Agnelli.

Qualsiasi cosa si pensi dell'accordo Fiat-Chrysler che si deciderà oggi ("Non sappiamo ancora se andrà in porto ma lo speriamo", ha detto ieri il presidente Barack Obama, mentre Sergio Marchionne ha balenato l'ipotesi di una probabile bancarotta protetta, secondo le parole riferite da sindacati americani) va detto che ha segnato un fatto rilevante:

John Elkann, esponente della quinta generazione dei discendenti del fondatore di quello che è tuttora il primo gruppo industriale privato italiano, in questa vicenda si sta ritagliando (o almeno ci prova) il ruolo del leader, del decisore di ultima istanza, o del padrone. Quindi basta Jaki, per favore, un nomignolo buono per un ragazzino che aveva tutto da imparare: adesso John Elkann, a 33 anni, pensa di aver imparato e di esser in grado di esercitare il
ruolo di numero uno della famiglia che fu di suo nonno.

Lo confortano in questo suo convincimento un carattere solido sotto un'apparente fragile gentilezza e, quel che più conta, la maggioranza delle azioni dell'accomandita cui fanno capo a cascata tutte le partecipazioni del gruppo, Fiat inclusa. La conferma di questa sensazione, comunque già da tempo diffusa, si è avuta leggendo sui quotidiani di ieri le cronache dell'assemblea degli azionisti Exor riuniti a Torino, appunto sotto la presidenza di Elkann.

Finiti i lavori, è stato avvicinato dai cronisti che, ovviamente, gli hanno posto domande
sul grande deal che l'amministratore delegato della Fiat, Marchionne, sta concludendo
a Detroit e che dovrebbe portare la casa torinese a controllare fino al 35 per cento della Chrysler, mentre la maggioranza assoluta (55 per cento) sarebbe nelle mani dei
sindacati della Uaw (United Auto Workers). Elkann, che è anche vicepresidente del Lingotto, ha assicurato il suo "massimo sostegno all'operazione di Marchionne", ma ha aggiunto altre considerazioni interessanti.

La prima: gli affari di Exor stanno andando benissimo tanto che la finanziaria ha più di un miliardo di liquidità da investire, ma di questa somma nemmeno un euro andrà al settore auto perché "tutte le operazioni cui Fiat sta lavorando non richiederanno fondi almeno per il momento e non aumenteranno il peso del settore auto nel portafoglio Exor".

La seconda: la partecipazione della finanziaria di famiglia nella casa torinese potrebbe addirittura in futuro ridursi se si dovesse arrivare a un'alleanza con scambi di quote azionarie: "Se dovremo essere più piccoli in un insieme più grande, ci va bene", sono state le parole usate da Elkann che hanno richiamato alla memoria, come ha notato il Sole 24 Ore, "espressioni già usate in passato" da alcuni membri della famiglia a proposito dei destini degli Agnelli e delle quattro ruote non necessariamente ed eternamente coincidenti.

La panchina lunga
Ma ancora altre dichiarazioni di Elkann hanno fatto riflettere sul reale pensiero del capo degli Agnelli a proposito dell'avventura americana, dei suoi sviluppi e più in generale
sui vertici Fiat. Si sa che Marchionne, grazie agli eccellenti risultati che ha ottenuto nei suoi cinque anni di guida del Lingotto, è corteggiato da molti altri gruppi internazionali che lo vorrebbero avere come manager: primo fra tutti il colosso bancario svizzero Ubs del quale l'amministratore delegato Fiat è vicepresidente non operativo; o magari un ruolo di guida della Chrysler italiana.

Anche di questo si è parlato, e il presidente Exor ha risposto alle domande dei cronisti in maniera distaccata. "Ne parliamo spesso con lui - ha detto - ma abbiamo la panchina lunga. Abbiamo persone in Fiat che sono in grado di assumere responsabilità più importanti". Mettendo tutto insieme, si ha l'impressione che l'ultimo degli Agnelli, a nome della famiglia, abbia voluto dire: vediamo come si evolverà questa avventura americana.

Se davvero porterà decisivi vantaggi alla Fiat, come ci assicura Marchionne, senza costarci un soldo e senza farci correre dei rischi, allora saremo tutti contenti. Se invece le cose non andranno così, troveremo altre strade. E se l'attuale numero uno vorrà percorrerle con noi, bene; altrimenti abbiamo la panchina. E gli azionisti hanno già in mente il nome di chi far scendere in campo.

 
[30-04-2009]

 

 

 

Margherita PORSE la manINA Al figlio Jaky. E l'ARTO rimase sospesO nel vuoto - Un matrimonio inizia: Il 9 maggio ZUPPA DI NOZZE PER GINEVRA a Torino (500 INVITATI) - E un matrimonio finisce: L'11 MAGGIO ROSI E ALAIN ANNUNCIANO LA FINE DELLA LORO UNIONE - (CHE CI FACEVA ALAIN INSIEME A FRANCA 'VOGUE' SOZZANI A TORINO, CON LAPO AL SEGUITO?) -

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1 - DAGO-REPORT
Il momento topico è arrivato quando il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia (from Sant'Egidio), ha pronunciato la fatidica frase: scambiatevi un segno di pace. Margherita Agnelli ha quindi rivolto la mano verso il figliolo Jaky. E la manina rimase sospesa nel vuoto.

Margherita e Gianni Agnelli Jaki Elkann

Ginevra, pur stra-incinta, ha scelto un abito bianco di Lanvin, marito e ospiti in tight, il neo-marito Giovanni Gaetani era circondato dalla folla caciarona dei nobili romani che hanno sparlato tutto il tempo di caccia e di cavali. Assenti tutte le sorelle dell'Avvocato (giustificata Suni perché s'è rotta il femore), Mario D'Urso e Jas Gavronski compresi. Il look di Lapo era lapesco doc: in tight ma corretto con scarpette azzurre scomosciate e da un pantalone stretto modello jeans.

La sera prima si era svolta una festina in una casa di Marrakesh con musicisti che allietavano il party. Il giorno delle nozze nella villa di Donna Marella (quindici ettari di giardino) si è svolto il convivio nuziale, tutto placé, nessuno complessino spaccatimpani tra i tavoli.

Un matrimonio inizia, un matrimonio finisce. Il 9 maggio ci sarà un festone per 500 illustri invitati a Torino, nella casa avita di Elkann a Moncalieri. Lunedì 11, invece, ci sarà l'annuncio che l'unione di Alain Elkann e Rosi Greco è definitivamente finita tra le fiamme dell'inferno, con strascichi legali penosi anzichenò (carabinieri compresi). Intanti, una settimana fa, il tenebroso Alain è stato visto passeggiare per Torino con la zarina di 'Vogue" Franca Sozzani, al seguito scodinzolava Lapo. Un nuovo uomo in 'Vogue'?

GINEVRA ELKANN GIOVANNI GAETANI DELL'AQUILA - Copyright Pizzi


2 - ZUPPA DI NOZZE
Da "La Stampa"

Rito cattolico, un centinaio di invitati tra parenti e amici più stretti, cerimonia sobria e ricevimento nella villa della nonna Marella Agnelli. Così ieri a Marrakesh, in Marocco, Ginevra Elkann ha sposato Giovanni Gaetani dell'Aquila d'Aragona.

Lei, terza figlia di Alain Elkann e Margherita Agnelli, nipote dell'Avvocato e vicepresidente della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli al Lingotto di Torino, in abito bianco di Lanvin. Lui, discendente di una delle più antiche famiglie della nobiltà romana e napoletana, impeccabile in tight.

Marella Agnelli

Cerimonia cattolica celebrata nella chiesa di Marrakesh alle 11,30, quindi ricevimento nuziale nel giardino della villa della nonna di Ginevra, donna Marella Agnelli, riaperta quest'anno in anticipo per l'occasione.

Per il matrimonio si è riunita tutta la famiglia di Ginevra: i fratelli John con la consorte Lavinia Borromeo e Lapo con la fidanzata Bianca Brandolini d'Adda, il padre Alain Elkann con la moglie Rosy Greco, la madre Margherita (che non aveva partecipato alle nozze del primogenito cinque anni fa), con il secondo marito Serge de Pahlen e i loro cinque figli. Presenti anche il padre dello sposo, il principe Bonifacio Gaetani, e la madre Vittoria Amati, oltre ai suoi fratelli.

Il secondo tempo - più mondano - dei festeggiamenti di nozze si svolgerà il 9 maggio a Moncalieri, nella villa di Alain Elkann. Un grande party con cinquecento invitati da tutto il mondo: parenti, amici e personaggi pubblici. Gli sposi avranno presto un figlio (nascita prevista in estate) e vivranno a Roma, dove Giovanni si occupa delle aziende agricole della sua famiglia. (R. Cri.)

 

 
[27-04-2009]

ALAIN ELKANN - Copyright PizziSuni AgnelliLAPO ELKANN - Copyright PizziMargherita AgnelliROSI GRECO - Copyright PizziFranca SozzaniFranca Sozzani

 

 

 

MA COME - SI DOMANDANO LE ANIME BELLE - ANSELMI è RIUSCITO A PORTARE 'LA STAMPA' A LIVELLI DI ECCELLENZA E VIENE ACCOMPAGNATO ALL'USCITA? - FACILE: BERLUSCONI, IN CAMBIO DI AIUTI STATALI ALLA FIAT, HA OTTENUTO UNA TESTA TROPPO INDIPENDENTE...

Giulio Anselmi

Sabina Rodi per Italia Oggi

Il forsennato giro di poltrone ai vertici dei grandi giornali ha subito un'accelerazione, in questo fine settimana, con le dimissioni dalla direzione della Stampa di Giulio Anselmi e la sua sostituzione con Mario Calabresi, corrispondente di la Repubblica dagli Stati Uniti. E con la contestuale nomina di Giulio Anselmi a presidente dell'agenzia Ansa. I giornalisti sono le vestali della trasparenza. Per professione, dovrebbero togliere le tende che impediscono di vedere che cosa c'è sotto i fatti. In questo caso invece sono stati tutti zitti e muti a partire dai protagonisti di questo giro di poltrone. Cerchiamo di capire che cosa è successo e soprattutto perché è successo.

Partiamo dalle dimissioni dalla Stampa di Giulio Anselmi, un giornalista di 64 anni. In pratica, Anselmi è stato prepensionato solo un anno prima di poter essere messo legalmente in pensione dal suo editore. Anselmi, con questa sua ultima decisione, ha abbandonato il terzo quotidiano politico nazionale per coprire un incarico (la presidenza dell'Ansa) che è formalmente di prestigio, ma che è anche più o meno onorifico e, comunque, da fine percorso professionale.

MARIO CALABRESI VINCE IL PREMIOLINO

Non a caso, chi lo ha preceduto nella carica, l'ambasciatore Boris Biancheri, non solo non era un giornalista professionista, ma era diventato presidente dell'Ansa dopo essere stato messo in pensione dal ministero degli Esteri per aver raggiunto la massima età per poter rimanere in servizio ed è poi stato in via della Dataria per addirittura quattro mandati triennali consecutivi (cioè per 12 anni abbondanti) fino ad arrivare ai suoi attuali 80 anni che non si può certo dire sia l'età di un uomo che è nel pieno delle forze. Dalla sua, per non abbandonare La Stampa, Anselmi aveva anche il fatto che, nei suoi tre anni di direzione del quotidiano torinese, era riuscito a trasformare un giornale invecchiato, asmatico e pieno di acciacchi, nel migliore e più innovativo quotidiano italiano.

Marcello Sorgi - Copyright Pizzi

Il suo è stato un lavoro non solo duro e senza soste ma anche molto intelligente. Un lavoro poi, che, per riconoscimento unanime, ha dato abbondanti frutti giornalistici. Lasciare una Stampa così, per andare a dirigere la Repubblica o il Corriere della sera sarebbe stata una decisione naturale ed inevitabile. Si dirà che la direzione de la Repubblica non è disponibile (ieri l'altro infatti Carlo De Benedetti, spegnendo ogni roumor contrario, ha detto che Ezio Mauro resta dov'è) e che la direzione del Corriere della sera è stata assegnata a un altro.

Tutto vero. Però, se le cose stanno così, perché Anselmi ha lasciato La Stampa? Non poteva restare in un posto giornalisticamente attivo e di grande visibilità personale ancora per un anno? Non è infatti possibile pensare che un editore (la Fiat), dopo questo exploit, sia disposto a privarsi di un direttore così significativo come Anselmi. Tuttavia l'ipotesi che Anselmi sia stato sofficemente spinto fuori, sta in piedi. A Torino però tutti sono abbottonatissimi, non hanno nulla da aggiungere, né, tanto meno, da spiegare.

Solo Anselmi dice a Italia Oggi: «Tutte le stagioni si concludono. Ho ricevuto dall'Ansa un'offerta che mi interessa, anche perché viene da una realtà che conosco bene e in cui mi piace tornare». Una dichiarazione opportuna, ma non totalmente convincente. Procediamo quindi per induzione dalle indiscrezioni che si conoscono.

elkann MARchionne

Nel mondo sindacal-giornalistico torinese si dice infatti da tempo che la proprietà de La Stampa (preoccupata per il davvero imbarazzante deficit economico della testata e per il fatto che, nonostante che il giornale abbia sicuramente qualità nazionali, esso sia sempre restato prevalentemente acquistato solo nelle regioni del Piemonte, della Liguria e della Val d'Aosta) sia rassegnata a prendere atto di questo fatto e voglia restringere a livello tri-regionale la diffusione in tutte le edicole del quotidiano, realizzando, con questa sua scelta, una drastica riduzione dei costi.

Primo, tagliando su carta, stampa e diffusione realmente nazionali. E, secondo, riducendo il peso dei costi redazionali, compreso quello, oggi onerosissimo, di alcune sedi di corrispondenza (compresa quella, molto folta, di Roma) i cui argomenti, nell'epoca di Internet, possono essere coperti anche stando a Torino o mandando degli inviati, che comunque già ci vanno, nei momenti e negli appuntamenti importanti, chessò, dal G20 al terremoto dell'Abruzzo.

Ora, una rivoluzione di questo genere, piena di lacrime e sangue, non poteva sicuramente essere avallata da un direttore come Anselmi che è all'apice del suo fulgore direzionale. Meglio quindi lasciare il campo prima del diluvio che può essere affrontato con minori danni da un direttore giovane che ha poco da perdere e molto da guadagnare, diventando direttore di una testata così importante dopo aver oscuramente lavorato come un folle nella complessa cucina de la Repubblica e come corrispondente dagli Stati Uniti dove però, pur essendo molto bravo, veniva permanentemente oscurato da un corrispondente ingombrante come Vittorio Zucconi che, avendo una mostruosa capacità di lavoro, è da sempre abituato a lasciare solo le briciole informative ai suoi colleghi più giovani.

In tutta questa vicenda direttorial-presidenziale, resta a piedi, per un'altra volta, l'ex direttore de La Stampa, Marcello Sorgi (oggi riluttante corrispondente da Londra de La Stampa ma che, in pratica, vive a Roma e che, comunque, dei problemi della Queen non gli interessa un baffo). Sorgi, nonostante sia stato a lungo supportato, per la presidenza dell'Ansa, da Gianni Letta, che in questo settore è un mammasantissima, non ce l'ha fatta ad arrivarci, per l'unanime opposizione degli editori che avrebbero dovuto votarlo. Gli hanno preferito il suo amico (ancora?) Giulio Anselmi che, del resto, lo aveva già sostituito alla direzione de La Stampa.

 

 
[24-04-2009]

 

 

 

Per l'assemblea Exor del 28 John Elkann ha voluto fare qualcosa di più. Per la prima volta in una società di quel calibro l'assemblea sarà interattiva. Analisti, investitori ed analisti (non gli azionisti, quindi) potranno avanzare domande online: una selezione sarà «girata» ai vertici della finanziaria che risponderanno in assemblea

Hai una domanda su EXOR?
In vista dell'Assemblea ordinaria degli azionisti del 28 aprile, la società invita analisti finanziari, investitori e giornalisti economici a chiedere maggiori informazioni sull'andamento e sulla strategia di EXOR. Una selezione delle domande pervenute verranno poste in forma anonima al Presidente e all'Amministratore Delegato, che risponderanno nel corso dell'Assemblea.
Per porre le tue domande, scrivi a meeting@exor.com

 

 

 

SUSANNA AGNELLI CADE IN CASA – DA QUALCHE GIORNO È RICOVERATA AL GEMELLI, OPERATA AL FEMORE E ALL’ANCA È IN BUONE CONDIZIONI (AUGURI!)…

(Apcom) - Susanna Agnelli, già ministro degli Esteri ora presidente del comitato Telethon, è ricoverata da alcuni giorni a Roma, all'ospedale Agostino Gemelli, dove è stata operata all'anca e al femore dopo essere caduta in casa.

susanna agnelli

L'incidente è avvenuto circa due settimane fa. Susanna Agnelli è da allora in ospedale, in buone condizioni di salute, dove sta svolgendo il decorso.

 TANTI AUGURI !!!!!!!!!! Mb

 
[16-04-2009]

 

 

 

ORE 11, ENTRA LA CORTE! MARGHERITA CONTRO GRANDE STEVENS, GABETTI E MARON - "IO Non ho mai voluto far causa a mia madre. ME LO HA IMPOSTO LA legge italiana" - l’EREDE REIETTA DAI FURBETTI DEL LINGOTTO: "È DI DUE MILIARDI" IL TESORO SEGRETO

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1 - ORE 11, ENTRA LA CORTE!
Bignamino della prima udienza che si è svolta questa mattina nel tribunale di Torino, alla presenza solo dei legali, dopo che la Cassazione ha dichiarato che la vertenza sull'eredità di Gianni Agnelli va svolta su territorio italiano e non su quello svizzero (dove la mamma di Margherita, Marella Caracciolo. ha la residenza)

Margherita Agnelli

L'AVVOCATO ABBATESCIANNI DI MARGHERITA Agnelli de Pahlen
ha precisato che quella odierna è stata un'udienza di rinvio, richiesta dalla legge, per fissare i termini delle nuove memorie.
In merito alla memoria depositata, l'avvocato ha precisato di aver sottolineato che il rendiconto è necessario per avere un completo elenco dei beni oggetto dell'eredità ottenendo anche il chiarimento sui conti delle società italiane e straniere.

Tale richiesta, avanzata dalla signora Agnelli ai tre amministratori del patrimonio del padre, consentirà di definirne l'ammontare completo e puntuale oltre a quanto già diviso nel 2004.

Gli unici veri destinatari dell'azione giudiziaria in corso sono gli amministratori del patrimonio dell'Avvocato Agnelli. L'unico motivo per cui la madre di Margherita, Marella Caraccciolo, è stata citata è da ricercare nelle legge italiana, che impone di chiamare in giudizio anche il coerede.

- LA MEMORIA di Margherita
"Non ho mai voluto far causa a mia madre e tutto quello che è stato ricamato e costruito sopra questo malinteso non è che una strumentalizzazione, cercando ancora una volta di spostare l'attenzione dai fattori contingenti".

Gabetti Grande Stevens

Sono certa che il rendiconto porterà alla luce conti di altre società - in Italia e all'estero - di tale complessità che dimostreranno come né io né mia madre potessimo esserne a conoscenza.

E ancora "l'accordo concluso 2004 era volto a stabilire di nuovo il clima di pace e serenità famigliare. Ciononostante la pace non ritorna poiché l'opacità ha prevalso in quell'accordo e non la chiarezza di una comunione ereditaria condivisa."

- LA TESI DELL'AVVOCATO DI FRANZO GRANDE STEVENS
ribadisce di avere svolto, per oltre 50 anni, l'attivita' di avvocato e non quella di gestore del patrimonio di Gianni Agnelli.

- LA TESI DELL'AVVOCATO DI GIANLUIGI GABETTI
afferma che nell'accordo di divisione del 2004, cui egli e' rimasto totalmente estraneo, vi e' una rinuncia di Margherita Agnelli ad ogni pretesa nei confronti di terzi e che tale rinuncia trova applicazione anche nei suoi confronti. Gabetti ribadisce di non essere stato amministratore, ma solo consulente di Gianni Agnelli e, quindi, di non essere tenuto al rendiconto di un patrimonio di cui non conosce la consistenza non avendo neanche partecipato alla sua divisione.

- LA TESI DELL'AVVOCATO DI SIEGFRIED MARON
dichiara di essere stato solamente un dipendente della SADCO, società di gestione di patrimoni.

Marella Caracciolo

- LA TESI DELL'AVVOCATO DI MARELLA CARACCIOLO
Marella Caracciolo si augura che la figlia abbandoni un'azione considerata "tanto improvvida quanto infondata".

2 - "È DI DUE MILIARDI L´EREDITÀ AGNELLI" MARGHERITA RECLAMA IL TESORO SEGRETO
Ettore Boffano e Paolo Griseri per "la Repubblica"

Sette posti-barca per yacht di grandi dimensioni, tutti nelle località di mare più gettonate della Francia del Sud, per complessivi sette milioni di euro. Poi due alloggi sino ad oggi rimasti nell´ombra, uno a New York e l´altro a Parigi: altri tre milioni di euro. Infine l´indicazione di un elenco, per ora ancora limitato, di conti correnti e pacchetti azionari mantenuti riservati, a detta di Margherita Agnelli De Pahlen e del suo legale, anche dopo l´apertura della successione del padre: l´Avvocato, scomparso il 25 gennaio 2003. Soprattutto, un primo e ancora approssimativo conteggio del complessivo patrimonio personale di Gianni Agnelli, stimato al 2004, anno dell´unico accordo ereditario tra la figlia del "signor Fiat" e la madre, Marella Caracciolo.

Ancora secondo il legale di Margherita, l´avvocato Girolamo Abbatescianni, e i suoi consulenti finanziari quel "tesoro" sarebbe stato all´epoca di poco inferiore ai 2 miliardi di euro (circa un miliardo e 950milioni). Ma com´è sarebbe stata calcolata questa cifra? Partendo da una valutazione di Forbes del 1990 che attribuiva all´Avvocato un miliardo e 700milioni di dollari di quell´anno. Per rivalutare l´ammontare, si è poi tenuto conto sì dei movimenti positivi della Borsa, ma anche di due eventi catastrofici: il crollo della "bolla" di internet e l´attacco alle Due Torri dell´11 settembre 2001.

John Elkann

Da questa mattina, tutti i ragionamenti e i calcoli saranno presentati dall´avvocato Abbatescianni nella sua memoria depositata presso il tribunale di Torino, dove riprende l´udienza avviata da Margherita Agnelli contro quelli che definisce i "gestori" del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e il commercialista svizzero Siegfried Maron. Nell´udienza civile a porte chiuse, Margherita Agnelli chiede di ottenere il rendiconto esatto dell´asse ereditario. Citata a giudizio è anche la madre Marella: secondo la figlia solo perché coerede e dunque interessata al riesame dell´eredità, secondo i legali della vedova Agnelli con un´azione riprovevole nei confronti dell´anziana madre.

Il procedimento era stato sospeso nel gennaio 2008 proprio perché Marella Agnelli e Siegfried Maron, invocando la propria cittadinanza elvetica e la definizione in Svizzera dell´accordo sull´eredità, avevano eccepito la competenza italiana. Il 28 ottobre scorso, invece, la Cassazione aveva dato ragione all´avvocato Abbatescianni e il procedimento è stato riconvocato per questa mattina.

Gabetti e Grande Stevens hanno già fatto pervenire al giudice Brunella Rosso le loro memorie difensive: il primo ribadisce con forza e argomenti giuridici la propria estraneità rispetto alla figura di "gestore" del patrimonio dell´Avvocato, mentre il secondo precisa di aver sempre fornito solo consulenze legali. I difensori di Marella Caracciolo, infine, sottolineano ancora una volta la speranza che da parte della figlia si giunga "a un atto di resipiscenza".

famiglia agnelli

Le prossime udienze sono già fissate per il 9 maggio e il 9 giugno ed è possibile che in quelle occasioni Margherita Agnelli definisca, con ancora più ampiezza, la parte del patrimonio del padre che ritiene non sia stata conteggiata. In quel caso, la battaglia potrebbe spostarsi sulla verifica dell´ammontare di quanto la signora Agnelli De Pahlen ha già ottenuto nel 2004. Una cifra ufficiale non esiste: si va dai 109 milioni ricevuti da Morgan Stanley a un «molto, molto di più» indicato dal figlio John Elkann, vicepresidente della Fiat, in un´intervista del luglio 2007.

 

 
[09-04-2009]

 

 

Mb

  Videoinforma :  www marcobava.tk