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VATICANO E GIANNI AGNELLI una manina “romana” “FURIO Colombo era presidente Fiat Americ AGNELLI CHI EXOR NEVASIONE FISCALE DI CIRCA 1,5 MIL CARRARO GIANNI AGNELLi N TIPINO ELEGANTE GUIDO ROSSI, LA VERITà, , LOTTA DI POTERE IN CASA AGNELLI LUPI E AGNELLI GABETTI in una sola frase Gabetti, Stevens e Maron contro Margherita L’AVVOCATO OFF-SHORE [23-08-2009] Caro Dago, AGNELLI/09/19.05.09-FUNERALI SUNY.pdf CARACCIOLO JAKI
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PER 5 ANNI LA FIAT NON È STATA DEGLI AGNELLI...
Dal 30 luglio 1991, per cinque anni, l'impero Agnelli è
stato controllato dal Liechtenstein. È quanto risulta da
alcuni documenti che Panorama ha potuto consultare: quel
giorno il capitale sociale della società Dicembre, che è
ancora oggi in cima alla complessa catena di controllo
della Fiat, varò un aumento di capitale da 99 milioni e
800 mila lire a 2 miliardi.
Il
proprietario della Dicembre, fino a quel giorno, era
Gianni Agnelli con 99 milioni e 967 mila lire del
capitale, ma dopo (e fino al successivo aumento di
capitale del 1996) il maggiore azionista diventò
un'oscura accomandita semplice del Liechtenstein, la
Merkt & Co, che faceva capo interamente agli avvocati
René Merkt e Herbert Batliner, e a un'altra fondazione,
la Lavinium Anstalt.
Lo
stesso giorno il cui la Dicembre passò di mano,
l'Avvocato e i suoi legali di fiducia Franzo Grande
Stevens e Gianluigi Gabetti (dall'alto nelle foto)
firmarono un contratto in base al quale davano a Merkt e
Batliner il mandato di agire su loro indicazione. (M.C.)
01.10.10 |
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E MARIA SOLE FA
CASSA CON EXOR...
R. Po. - Performance sui sei mesi: +65%. Performance su un anno: +162%.
Probabilmente ancora molto, molto più alta la plusvalenza effettiva: le
100 mila Exor privilegiate che Maria Sole Agnelli ha deciso di vendere
sono un «residuo» delle vecchie Ifi detenute in via diretta da chissà
quanto.
Con il rally
borsistico di cui sopra non stupisce la scelta di far cassa. La sorella
dell'Avvocato non ha peraltro nemmeno centrato i massimi assoluti: la
comunicazione di internal dealing, pubblicata anche sul sito della
finanziaria guidata da John Elkann, porta la data di venerdì 21 gennaio.
Giusto quel
giorno, dopo il picco storico di 20,17 euro toccato il 12 gennaio, Exor
scendeva ai minimi 2011: quota 17,25. Lei ha comunque venduto (sul
mercato) qualche centesimo al di sopra, e su 100 mila titoli la
differenza non è da poco: Maria Sole, moglie di Pio Teodorani Fabbri,
vicepresidente non esecutivo della finanziaria e tenuto alle
comunicazioni di internal dealing, a casa ha portato 1,783 milioni.
E senza che la
vendita incida sul controllo della famiglia Agnelli sulla holding.
Quello passa attraverso le azioni custodite nella Giovanni Agnelli &C.
Queste, le azioni cedute, erano un investimento personale. Decisamente
fruttuoso.
27-01-2011]
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SFOTTETE,
SFOTTETE, INTANTO ABBIAMO UN GIRO DI 10 MLN € E IL BILANCIO IN UTILE -
ECCO A VOI ANDREA TESSITORE, IL 37ENNE BRACCIO DESTRO DELLO SCAPESTRATO
RAMPOLLO AGNELLI – MANAGER ED EX AVVOCATO D’AFFARI CHE HA LASCIATO UNA
“REMUNERATIVA” CARRIERA PER SEGUIRE LAPO NELLE SUE AVVENTURE
IMPRENDITORIALI - DAGLI OCCHIALI DA 1.007 € ALL’ABBIGLIAMENTO (ANCHE Più
CHEAP), DALLA VODKA MADE IN ITALY AD ACCORDI CON DIESEL E BORSALINO –
Zornitza
Kratchmarova per "Panorama Economy"
Dieci milioni di euro di giro d'affari e il primo bilancio in utile.
Sono i numeri della galassia LA Holding che racchiude le attività che
fanno capo a Lapo Elkann, 33 anni, nipote dell'avvocato Agnelli e
fratello dell'attuale presidente della Fiat, un concentrato di «genio e
sregolatezza», per dirla come il Wall Street Journal, divenuto
imprenditore nel 2007 con il lancio di un occhiale da sole in carbonio
dal prezzo improbabile di 1.007 euro. C'è chi la giudicò una boutade.
«Gli sfottò furono
all'ordine del giorno» ricorda Andrea Tessitore, 37 anni, amico di lunga
data di Elkann e suo braccio destro nell'avventura imprenditoriale.
Tanto da avere rinunciato a una carriera promettente e «assai
remunerativa» per seguirlo. Torinese, con in tasca una laurea in legge,
master alla Sorbona di Parigi prima e all'University of Virginia poi,
per cinque anni avvocato d'affari allo studio Latham & Watkins di New
York, Tessitore è oggi amministratore delegato della LA Holding e socio
al 10%.
«Il 75% fa capo a
Lapo, mentre il restante 15% è suddiviso in quote da 5% tra Alberto
Fusignani, Giovanni Accongiagioco e Pietro Peligra» dice il
manager-imprenditore, che incontra Panorama Economy nel quartiere
generale milanese della società: ex fabbrica, divenuta galleria di
pittura urbana, con i muri pieni di murales tra cui due opere di Frank
Shepard Fairey, autore del ritratto di Barack Obama che circolava
durante le presidenziali Usa. L'occasione: fare il punto su una realtà
che ha chiuso il 2010 con il primo bilancio in utile.
«Per la cifra
esatta aspetto i consuntivi, ma il segno più è fuori discussione»
assicura Tessitore autodefinendosi «il più vecchio, o quasi» dell'intero
team dell'azienda: una trentina di under 30, attivi negli ambiti più
disparati. Proprio come LA Holding, del resto. Creata nel 2008,
racchiude tutte le società che fanno capo a Lapo Elkann soci. Due quelle
principali: LA-Italia Independent (I-I), la capostipite, partita con gli
occhiali e poi allargatasi all'abbigliamento e agli accessori. E LA
Communication-Independent Ideas, factory creativa che realizza campagne
di comunicazione tra le più svariate sia online sia offline.
«Lo zoccolo duro
del business restano gli occhiali I-I prodotti in tre laboratori veneti»
dice Tessitore, che calcola 40 mila pezzi venduti nel 2010 in 500 negozi
di ottica in tutta Italia con listini da 157 euro al paio. Come dire: i
modelli degli esordi da 1.007 euro hanno lasciato il passo a collezioni
più abbordabili. «C'è chi ci critica perché abbiamo prodotti troppo
esclusivi» continua. «Ma non è così: nell'abbigliamento, per esempio,
abbiamo articoli da 19 a 1.700 euro».
Per ora c'è solo
la linea maschile e la produzione, al 100% made in Italy, è affidata in
licenza alla modenese Brama Sportswear che nel giugno 2009 è entrata nel
capitale di I-I con il 15% e oggi ricopre il ruolo insolito di
licenziatario-azionista. «Le royalties ammontano al 10-12% sul giro
d'affari, a cui si aggiunge un contributo pubblicitario del 3-5%» dice
Tessitore, e fa il punto anche sulle altre quattro partecipazioni.
C'è il 25% di Care
Label, linea di denim di lusso lanciata in collaborazione con lo
stilista Leopoldo Durante, che agli esordi, ai primi del 2008, salì agli
onori della cronaca per un jeans realizzato per l'amFar, la fondazione
per la ricerca contro l'Aids, battuto all'asta per 20 mila dollari a una
serata di gala di New York. O, ancora, il 30% di Sound Identity,
specializzata in colonne sonore per spot, eventi e altro ancora. Gli
altri soci sono il musicista Stefano Fontana e Claudio Pella, ex numero
uno dell'agenzia pubblicitaria GroupM (Wpp).
Poi c'è il 20% di
I-Spirit, che produce vodka made in Italy. Gli altri soci sono Marco
Fantinel, dell'omonima casa vinicola, i ristoratori Arrigo e Giuseppe
Cipriani, l'armatore e vignaiolo Franco Cosulich e il gruppo
statunitense Domaine Select Wine Estate, «ossia uno dei maggiori
importatori di alcolici del Nord America» dice Tessitore. Infine, il 49%
di My Blue Zebra, specializzata in videoconferenze online e costituita
in collaborazione con Feedback Italia, applicazioni hi-tech e servizi di
webstreaming.
«Abbiamo anche un
diritto di prelazione sul 2% di Pantofola D'Oro, controllata dalla
statunitense Mercurio Capital Partners» aggiunge Tessitore, precisando
però che quella con il marchio artigianale di scarpe è una
collaborazione che rientra a tutti gli effetti nell'ambito dei «progetti
speciali», ossia partnership che LA Holding ha avviato con alcune delle
più importanti realtà industriali in Italia. Obiettivo: realizzare
articoli «a regola d'arte».
Qualche esempio?
L'Alfa Brera targata I-I, prodotta in soli 900 esemplari, caratterizzata
dalla verniciatura nero opaco, ideata dallo stesso Elkann, e oggi di
gran moda tra le case automobilistiche di mezzo mondo. È stata lanciata
in occasione del 100° anniversario della casa di Arese con un prezzo a
partire da 38 mila euro.
«Ma le iniziative
sono innumerevoli» precisa Tessitore, citando, tra gli altri, gli
accordi con Diesel (jeans con il filo di carbonio), Borsalino
(mini-collezione di cappelli), e Meritalia (linea «Officina», composta
da un tavolo da pranzo, un tavolino e una lampada, presentati in grande
stile all'ultimo Salone del Mobile di Milano). E assicura: «Questo non è
che l'inizio».06-01-2011]
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EXOR: PUNTA SU
BANCA BRASILIANA BTG PACTUAL, IN CONSORZIO PER IL 18%...
Radiocor - Exor investe nel settore bancario
brasiliano. La finanziaria della famiglia Agnelli fa parte del consorzio
internazionale che sottoscrivera' il 18,65% del capitale di Btg Pactual,
la principale investment bank del paese, sotto forma di azioni di nuova
emissione per 1,8 miliardi di dollari. Nel pool, accanto a senior
manager dell'istituto, figurano investitori istituzionali come il fondo
sovrano di Singapore Gic, la China Investment Corporation, il fondo
pensione degli insegnanti dell'Ontario, l'Abu Dhabi Investment Council,
Jc Flowers, Rit Capital Partners e la famiglia Rothschild, il Santo
Domingo Group e Inversiones Bahia, holding della famiglia Motta.07-12-2010] |
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LUPI & AGNELLI - AL FESTIVAL DI TORINO ARRIVA “IL PEZZO
MANCANTE”, DOCUMENTARIO DI GIOVANNI PIPERNO SUI BUCHI
NERI DELLA FAMIGLIA CHE (PRIMA DI BERLUSCONI) FU LA PIÙ
POTENTE D’ITALIA - A COMINCIARE DA GIORGIO, IL FRATELLO
DELL’AVVOCATO MORTO SUICIDA IN MANICOMIO, SUL QUALE PER
ANNI È CADUTO UN VELO IMPENETRABILE - FA IMPRESSIONE
SENTIRE GIANNI CHE RICORDA DI AVER AVUTO “UN SOLO
FRATELLO MASCHIO”…
1
- POTENTE, FATUA, TRAGICA L´EPOPEA DELLA FAMIGLIA CHE HA
FATTO L´ITALIA...
Curzio Maltese per "la
Repubblica"
Nelle celebrazioni dell´Unità d´Italia bisognerebbe
anche discutere di questo paradosso. Gli eroi del
Risorgimento, i padri della patria, i Mazzini e
Garibaldi e Pisacane, erano tutti repubblicani, convinti
che il popolo volesse la repubblica, convertiti alla
monarchia soltanto per real politik.
Ma
il popolo l´ha sempre pensata in modo diverso. Gli
italiani sono sempre rimasti monarchici. Abbiamo avuto i
re, Mussolini, gli Agnelli e ora Berlusconi. Ogni nuova
monarchia ha cancellato il ricordo delle precedenti. Il
regno di Berlusconi ha oscurato in pochi anni la memoria
di Gianni Agnelli, per mezzo secolo signore d´Italia. E´
un successo dal punto di vista del Cavaliere, che per
una vita aveva tenuto sul comodino la foto
dell´Avvocato, considerandolo un modello inarrivabile di
stile. Nel suo caso, è sicuramente vero.)
Nel bel documentario sugli Agnelli che sarà presentato
al festival di Torino, "Il pezzo mancante" di Giovanni
Piperno, distribuito da Cinecittà Luce, si coglie la
distanza fra gli ultimi due re alla prima frase. «Vi
sono uomini che parlano di donne e altri che parlano con
le donne. Io di donne preferisco non parlare». Ma
l´importanza della dinastia dell´automobile va ben oltre
le questioni di stile.
Gli Agnelli sono stati la più grande delle dinastie
italiane. Non dal punto di vista morale, visto che hanno
condiviso in pieno il cinismo di tutte le altre. Anzi,
le hanno appoggiate, sostenute, sposate tutte, dai
Savoia a Mussolini a Berlusconi. Sono stati grandiosi
perché la storia li ha chiamati a farsi strumento e
racconto della più straordinaria delle trasformazioni
italiane, da paese miserabile a potenza industriale fra
le prime del pianeta.
Nulla come la Fiat, nel bene e nel male, ha unificato
davvero il Paese. Accanto e ai margini di questa epopea
è scorsa la storia di famiglia, fatua nelle apparenze
quanto tragica nella sostanza. Il pezzo mancante
affronta soprattutto questa sostanza tragica.
C´è sempre stata nella famiglia più potente d´Italia una
vena di ribellione all´assunzione del potere. Una
ribellione ogni volta impossibile, sfociata nella
follia, nel suicidio, nella morte. E´ una famiglia piena
di «pezzi mancanti». Erano pezzi mancanti i genitori
dell´Avvocato, Edoardo, il figlio del fondatore morto a
35 anni in un incidente aereo, e Virginia, uccisa da un
incidente stradale.
E´
stato un pezzo mancante Giorgio Agnelli, il fratello di
Gianni e Umberto, morto da solo in un manicomio
svizzero. E´ agghiacciante nel documentario vedere la
sequenza in cui l´Avvocato ricorda di aver avuto «un
solo fratello maschio», montata con il commovente
ricordo di Giorgio da parte della sua compagna, la
poetessa Marta Vio. E´ un pezzo mancante Giovannino
Agnelli, il più bello, intelligente, amato della
famiglia, il simbolo stesso del fascino degli Agnelli,
stroncato da un rarissimo cancro a 33 anni.
Fino ad arrivare alla più malinconica, solitaria, finale
figura della dinastia, Edoardo Agnelli, il figlio
disperato di Gianni, morto a 46 anni in fondo a un
viadotto dell´autostrada e a una vita di fughe
disperate. Gli Agnelli, come i Kennedy, hanno pagato
questo prezzo altissimo alla gloria.
Nel documentario c´è tutto questo lato nero dei re
d´Italia, una storia di famiglia dove la Storia rimane
sullo sfondo, forse troppo, insieme alle voci dei
sudditi e dei ribelli. Alcuni regalano momenti sublimi,
come quando il sindaco di Villar Perosa parla del mito
dell´Avvocato e dice che gli manca soprattutto il rumore
delle pale dell´elicottero, «che ci rassicuravano
tutti».
E
in una frase si racconta tutto l´amore dei piemontesi
per la gerarchia. E´ un altro lampo il racconto della
vita di fabbrica dell´ex operaio Pietro Perotti, e
quando ricorda l´esperimento di mettere le scimmie al
posto degli operai alla catena di montaggio. La verità
delle grandi storie si nasconde spesso nei dettagli. Il
dettaglio finale è una lettera di Edoardo Agnelli a un
amico in cui racconta della volta in cui l´Avvocato
comprò un pinguino per le strade di Portofino, da un
tizio che lo portava al guinzaglio.
Ma
poi, soddisfatto il capriccio e non sapendo che cosa
farsene, finì per abbandonare l´animale nella gigantesca
dimora di campagna. Un piccolo aneddoto e una grande
metafora della crudele indifferenza che Edoardo imputava
al padre e lo fece soffrire per tutta la sua breve
esistenza.
2
- CARPENTER, HORROR DI CLASSE - E PIPERNO RACCONTA LA
LAVORAZIONE DEL "DOCU" SUGLI AGNELLI...
Fabio Ferzetti per "Il Messaggero"
Un
film ambientato quasi interamente dentro un manicomio. E
un'altra casa di cura, in un altro film, che invece
resta invisibile ma si sente di continuo, come un
fantasma ostinato e sinistro. Fare un festival significa
anche creare un dialogo tra film in apparenza lontani,
individuare legami segreti e connessioni sotterranee,
insomma portare alla luce l'inconscio del cinema, che
esiste e "lavora" proprio come l'inconscio di ognuno di
noi.
Se
poi ci si trova in un luogo ad alto tasso simbolico come
Torino, città della Fiat e capitale dell'esoterismo,
nonché sede di dinastie come i Savoia e gli Agnelli,
ecco che il nuovo horror del grande John Carpenter, "The
Ward", tende la mano al documentario di Giovanni Piperno
su casa Agnelli, "Il pezzo mancante". Anche se Piperno
si limita a lunghe carrellate intorno a corso Matteotti,
con musiche in stile Dario Argento, mentre Carpenter
gira tutto il film nell'Ospedale Psichiatrico Eastern
Washington, labirintico complesso di edifici ancora
parzialmente in attività, dove la giovanissima Kristen
(Amber Heard) viene rinchiusa insieme a un pugno di
coetanee più disperate di lei.
Che cosa succede di notte nei meandri dell'ospedale?
Cosa vogliono davvero dottori e infermieri? Chi si
nasconde dietro la terrificante creatura che appare a
intermittenza per trucidare le ragazze sul lettino della
morgue o magari friggerle con l'elettrochoc? Come in una
ideale risposta low budget al fragoroso "Shutter Island"
di Scorsese, Carpenter moltiplica piste e false piste.
Senza mai barare però, per farci toccare con mano quanto
può essere ancora suggestivo «un horror di vecchia
scuola fatto da un regista della vecchia guardia», come
lui stesso lo ha definito. Dunque più attento alla regia
e all'affiatamento di un cast quasi tutto femminile, che
a trucchi ed effetti speciali come quelli di tanti film
fatti in serie di questi anni.
Una bella lezione di cinema insomma, rétro anche
nell'ambientazione (siamo nel 1966).
Che aveva in comune col documentario di Piperno il tema
della follia ma soprattutto quello del segreto. Perché
naturalmente non è facile girare un film sugli Agnelli,
specie se si vogliono mostrare gli strappi nella success
story di famiglia, come ci racconta pacatamente lo
stesso regista. «Il pezzo mancante non è un film su
Edoardo Agnelli, come si è voluto credere. La storia di
Edoardo è solo la griglia di base, lo snodo che ci mette
in contatto con tante altre situazioni».
In
un primo momento anzi il film era centrato su Giorgio
Agnelli, il fratello di Gianni e Umberto, morto suicida
a 36 anni in una clinica psichiatrica svizzera nel 1964
e «letteralmente cancellato per decenni, un po' come
Trotzkij durante lo stalinismo», rivela Piperno, «salvo
riaffiorare in libri e pubblicazioni dopo la morte di
Gianni. Ma sulla sua figura il riserbo è assoluto. Per
più di due anni nessun Agnelli ci ha dato il minimo
aiuto, solo alla fine hanno capito che non cercavamo lo
scandalo o la polemica. Nel frattempo abbiamo deciso di
usare il Cinefiat, l'archivio storico della fabbrica,
una autentica miniera, considerandolo un po' come un
album di famiglia.
Ma
ce l'abbiamo fatta solo grazie a Gelasio Gaetani
Lovatelli, che da amico di Edoardo ci ha aiutato a
ricostruire tanti passaggi chiave. Anche il documentario
tv di Mario Gianni "In viaggio con Edoardo", del '90, da
cui vengono le scene girate in Oriente, non è mai andato
in onda, credo non per caso». Il pezzo mancante è tanto
interessante quanto incompleto. «È vero, il titolo
allude anche a questo. Manca sempre un pezzo per
raccontare davvero la storia di casa Agnelli».
L'essenziale era cominciare. 29-11-2010]
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Le azioni Fiat e Exor sponsorizzate da Ubs. E' come se la
politica dell'uomo di Arcore fosse sponsorizzata da Fini, il
che nella realtà avviene. Ma che in futuro sia Berlusconi
(investitori Fiat) a guadagnarci è tutto ancora da
dimostrare. Spiegazione. Anche se la sponsorizzazione blinda
ogni accusa di conflitto di interessi - il canadese e il
"monegasco" si erano autoesclusi - per entrambi l'obiettivo
finale è spennare i creduloni (azionisti e elettori).
Parafrasando Paolo Fox "non credete ma verificate".
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LUPI PER AGNELLI - LA VITA PAZZESCA, E MAI RACCONTATA,
DI VIRGINIA, MADRE DELL’AVVOCATO - QUANDO SUO MARITO
EDOARDO MORÌ, LEI SI INNAMORÒ DI CURZIO MALAPARTE, E
QUESTO AMORE LE FECE PERDERE LA CUSTODIA DEI FIGLI -
TRASFERTASI A ROMA DALL’ODIATA TORINO, RIUSCÌ A OTTENERE
UNA TRANSAZIONE CON L’APPOGGIO DI MUSSOLINI - ORGANIZZÒ
L’INCONTRO TRA PIO XII E LE SS TEDESCHE CHE SALVÒ ROMA
DALLA DISTRUZIONE - MA DEL LIBRO SU VIRGINIA NON PARLA
NESSUNO: PERCHé FIRMATO DA MARINA RIPA DI MEANA
Malcom Pagani per
"il Fatto Quotidiano"
Sulla dinastia Agnelli, declinata al passato remoto e
prossimo o proiettata verso il futuro, si sa e si
prevede quasi ogni cosa. Amori e dolori, declino,
tragedie, dominio e solitudini. In pagina, almeno fino a
quando uno dei membri non pagava per eliminare notizie e
fotografie disdicevoli (e succedeva spesso) anche gli
spifferi. Silenzio sospetto al contrario, escluso un
lungo ed entusiasta speciale de "Il Foglio" su un libro
uscito all'alba dell'estate.
Un
volume rigoroso e sorprendente, scritto da Marina Ripa
di Meana (con introduzione di Carlo) e Gabriella
Mecucci, ex giornalista dell'Unità, diretta filiazione
di uno studio intrapreso tra emeroteche, archivi di
Stato, stralci dell'Omnibus di Longanesi e testimonianze
dirette.
"Virginia Agnelli, madre e farfalla", Minerva,è un
viaggio nei segreti della madre di Gianni, la stessa
donna adorata da un'altra figlia, la sorella Susanna che
in "Vestivamo alla marinara", restituì con precisione,
peculiarità e stravaganza della regina di un dio minore:
"Era bella, fragile, aveva trentacinque anni: era la
madre, praticamente squattrinata di sette figli che
avrebbero un giorno ereditato un'immensa fortuna".
Come Gianni che dopo averla pianta (Virginia morì
nell'immediato dopoguerra sulle curve tirreniche del
Sorpasso di Risi), dormì per anni con il suo ritratto
alle spalle, anche Suni adorava Virginia. Bella, di uno
splendore acerbo e selvaggio. Una luce di frontiera, di
natali misti (Bourbon del Monte dal lato paterno,
Campbell e pianure americane dal materno) e
anticonformismo oggettivo.
Virginia detestava Torino, le sue regole e l'inchino
obbligato agli Agnelli che le appariva come il retaggio
di un feudalesimo planato sulla realtà a secoli di
distanza. Il cappello in un angolo, le nudità, le feste
nella casa romana ai piedi del gianicolo, il matrimonio
con Edoardo Agnelli, erede del fondatore della Fiat,
Giovanni, sposato nel 1919 e non alieno, come tanti
altri, al tragico destino della famiglia.
Edoardo morì nel luglio del ‘35. Incidente aereo a
Genova e dolore profondo che a uno dei suoi sette figli,
Giorgio, costò emarginazione, uso di allucinogeni e
scomparsa precoce e silenziosa, con diagnosi
schizofrenica in una clinica svizzera, nel 1965.
Virginia si rialzò grazie all'amore per Curzio
Malaparte, incontrato pochi mesi dopo e in lotta con il
casato torinese per gli anni a venire : "meglio un
giorno da leone che cento da Agnelli".
Passione reale, testimoniata dall'autore della Pelle,
sulla carne, tra le righe: "Fin dal primo giorno, hai
capito che io non sono soltanto un uomo: ma donna, cane,
albero, pietra, fiume". In prosa e in poesia: "Solo per
te, Virginia, solo per te/ aprirò il cielo notturno alla
mia fronte/ il sapore del mio sangue solo per te/,
Virginia brucerà la bianca notte d'estate".
E
nonostante per Curzio lo slancio sentimentale fosse più
cerebrale che fisico, il sesso un rischio: "Ogni volta è
un giorno in meno che si vive", addirittura un
impedimento nella scala dell'affermazione sociale e la
misoginia di fondo, una certezza anche epistolare: "Caro
Nantas (Salvalaggio ndr) la molla della gloria non è la
donna come dicono i fessi (Dante, Petrarca) ma la
puttana", l'intesa con Virginia fu un lampo.
Il
Narciso che cede all'unica femmina che non lo adula,
come in un gioco di specchi in cui la propria immagine,
per una volta, non veste alla zuava. Assatanato,
potentissimo, vendicativo, allevato alla scuola Dio e
moschetto, monastico fino all'ascesi (memorabile la
descrizione del parco pasto, sempre il solito, carciofi,
olio e pomodori accompagnati da Punt e Mes e canzonette
alla radio), duro e addolorato dalla scomparsa degli
eredi (Edoardo era stato preceduto da Aniceta) Giovanni
Agnelli (che in precedenza, allo spirito coraggioso di
Virginia, in occasione del lucroso affaire Sestrière era
ricorso senza pregiudizi) tentò in ogni modo di
interrompere la relazione tra i due e impedirne il
matrimonio.
E
per prima cosa, puntò al cuore del problema:
l'affidamento dei figli di Virginia. L'ordinanza del
presidente del tribunale per i minori di Torino del
dicembre 1936, al riguardo, non lasciava spazio alle
interpretazioni: "Ritenuto che la madre dei minori, a
breve distanza dalla morte del marito ha contratto una
relazione che tuttora perdura, i cui effetti non possono
che essere gravemente pregiudizievoli al benessere dei
minori (...) gli stessi possono essere affidati con
piena tranquillità alle cure del nonno paterno, Senatore
Giovanni Agnelli".
Un
sequestro tra automi in divisa sensibili alla sola
ragione del comando, treni a vapore e fratture
sentimentali che si ricomporranno soltanto per mero
calcolo perché Virginia, ritornata a Roma (dove era
protetta e benvoluta) ottenne una transazione su cui
molto pesò il parere della prole e quello di Mussolini,
da cui (è certo) Virginia si recò personalmente e che
come molti altri, dall'indomabilità della donna fu
conquistato.
E
da Roma, dipanando trame che sarebbero state un capitolo
di un film sugli Agnelli se solo Gianni, l'avvocato, non
avesse comprato la sceneggiatura già scritta da
Bolognini e tratta da "Vestivamo alla marinara" per
metterla in un cassetto, Virginia si adoperò per girare
un altro copione, l'operazione Farnese, l'incontro
segreto tra Pio XII e il capo delle SS in Italia, Karl
Wolff, allo scopo di evitare alla città la devastazione
dei barbari in ritirata.
Forse per il timore di vedere il nome del casato
compromesso con il nazismo (ma al nonno accadde) o per
un'altra piega dell'intimità, di Virginia si è saputo
sempre poco. Nel libro dell'ex signora Punturieri e di
Mecucci, più in là dei documenti, brilla il ritratto di
un'epoca in ombra.
Le
vacanze a Forte dei marmi, i teli africani, il due pezzi
quando il bikini era poco meno di un'eresia, le rivalità
tra fratelli, le carezze sulla spiaggia, le curve
affrontate a vento in faccia e l'anticonvenzionalità
come abito da indossare contro l'ipocrisia di un
universo che si vedeva e si desiderava immutabile. Di
Virginia non parla nessuno. Era una donna libera.
Irrequieta. Spiritosa. Da dimenticare. [25-10-2010]
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FIAT - MENTRE AGNELLI SI CREAVA I SUOI TESORETTI
OFFSHORE (VEDI LA DIATRIBA SULL’EREDITà), tra il ’77 e
il ’90 Torino ha beneficiato di 5,2 miliardi, avallati
da tutti i governi della prima Repubblica - il regalo
fatto dall’iri di Prodi: quell’Alfa Romeo strappata alla
Ford, che nel 1986 (governo Craxi) aveva messo sul
piatto 4mila miliardi di lire, ben più dei 1.050, da
versare in cinque rate (la prima sei anni più tardi)
senza interessi, offerti dal Lingotto...
Pierluigi Bonora per
Il Giornale
Genericamente si potrebbe dire che furono tutti i big
della politica della prima Repubblica a prestare
un'attenzione particolare al gruppo Agnelli. Nella forma
di aiuti, sostegni, spintarelle, scambio di favori,
piaceri, paletti protezionistici. Il caso più clamoroso
fu la protezione data da Romano Prodi in occasione
dell'asta sull'Alfa Romeo.
Ma
ci furono interventi apparentemente marginali, però
dalle conseguenze favolose per la Fiat. Basti pensare a
quella nuova tassa che si inventò il governo Andreotti
nel 1976, chiamata superbollo per i motori Diesel. Sotto
al vestito una grande mano ai motori torinesi che
all'epoca erano praticamente solo a benzina e di
cilindrate basse. E la fuoriuscita dei motori stranieri
a gasolio, all'epoca più avanzati.
E
poi la famigerata Cassa del Mezzogiorno, feudo
democristiano, che con la scusa dell'industrializzazione
gettò miliardi anche nelle fabbriche del gruppo (ma non
solo ovviamente). Andiamo per ordine.
Le
ultime dichiarazioni di Sergio Marchionne («dall'Italia
non arriva alla Fiat un euro di utile») hanno riportato
alla ribalta il tormentone dei tanti sussidi, diretti e
indiretti, di cui il gruppo che fa capo alla famiglia
Agnelli ha beneficiato nella sua lunga storia. «Per
elencare tutti i favori - dice maliziosamente un esperto
del settore - ci vorrebbe un'enciclopedia». Sul banco
degli «imputati» sono soprattutto i governi di
centrosinistra e gli uomini che li hanno condotti:
Romano Prodi, Massimo D'Alema e Giuliano Amato firmano i
provvedimenti che danno maggiore ossigeno all'azienda
torinese.
A
molti brucia ancora il regalo, già accennato, fatto da
Prodi, all'epoca alla guida dell'Iri, alla Fiat:
quell'Alfa Romeo strappata alla Ford, che nel 1986
(governo Craxi) aveva messo sul piatto 4mila miliardi di
lire, ben più dei 1.050, da versare in cinque rate (la
prima sei anni più tardi) senza interessi, offerti dal
Lingotto allora amministrato da Cesare Romiti.
Se
l'Alfa Romeo aveva problemi allora, la situazione nel
tempo è stata oggetto di pochi alti e tanti bassi,
tant'è che il destino del marchio milanese non è tuttora
ancora ben delineato. Il simbolo di un nazionalismo
industriale di cui lo stesso Marchionne oggi essendone
vittima, si lamenta. C'è chi è arrivato a quantificare
l'ammontare dei finanziamenti statali elargiti a Torino
in 100 miliardi di euro.
Queste le voci considerate: rottamazioni (leggi
incentivi: 400 milioni di euro solo nel '97 in virtù del
piano Prodi), cassa integrazione, contributi per gli
impianti al Sud, prepensionamenti, mobilità lunga,
interventi sul fisco, barriere protezionistiche, leggi
ad hoc.
Nel balletto di cifre proprio ieri la Cgia di Mestre ha
fatto due conti: 7,6 miliardi di finanziamenti erogati
dallo Stato solo negli ultimi 30 anni, da suddividere in
contributi per realizzare le fabbriche di Melfi e
Pratola Serra (1,279 miliardi tra il '90 e il '95 con i
governi De Mita, Andreotti, Amato, Ciampi e Berlusconi).
Complessivamente, secondo la Cgia, tra il '77 e il '90
Torino ha beneficiato di 5,2 miliardi, avallati dai
governi Moro, Andreotti, Cossiga, Forlani, Spadolini,
Fanfani, Craxi, Goria e De Mita: praticamente tutti i
bei nomi della prima Repubblica.
Il
gruppo degli Agnelli è stato aiutato, in base alla legge
per il Mezzogiorno, a realizzare il suo programma di
insediamenti industriali al Sud: oltre 6mila miliardi di
vecchie lire in base al contratto di programma stipulato
a Palazzo Chigi nel 1988 con i governi Goria-De Mita.
In
anni successivi, e precisamente tra il '93 e il 2009
(governi Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D'Alema e
Amato) alle voci ristrutturazioni, innovazione e
formazione è corrisposta un'erogazione da parte dello
Stato pari a quasi 500 milioni di euro. C'è poi lo
stabilimento di Pomigliano d'Arco, ereditato dalla
vecchia Alfa Romeo (20,5 milioni a carico dello Stato
per l'innovazione dell'impianto tra il '95 e il 2000)e
quello siciliano di Termini Imerese, costruito nel golfo
di Cefalù in una delle zone meno adatte per un polo
industriale e sicuramente più indicata a ospitare
milioni di turisti.
La
nascita del sito nel 1970 (governo Rumor) avvenne sulla
spinta delle grandi lotte operaie del tempo che tra le
principali rivendicazioni ponevano lo sviluppo del
Mezzogior-no. Purtroppo, con il trascorrere degli anni,
sono emerse le difficoltà di mantenere la produzione
inun'area difficile da raggiungere e carente di
infrastrutture, tant'è che la fabbrica che ha prodotto
modelli di successo come 500, 126, Panda, Punto e Lancia
Y, chiuderà a fine 2011. Di investimenti e contributi,
comunque, Termini Imerese ne ha assorbiti: l'ultimo
risale al 2007 (governo Prodi) con un intervento statale
di 46 milioni.
Bisogna sempre considerare infine due fattori. Ogni
impresa, in qualsiasi parte del mondo, chiede aiuti
economici alla politica. Il problema è quando la
politica cede con tanta dovizia come ha fatto negli anni
con Fiat. E infine occorre sempre ricordare come in un
paese dotato di pochi colossi industriali, il gruppo
torinese abbia negli anni rappresentato uno dei pochi
baluardi dell'occupazione e della ricerca. Basti pensare
al recentissimo caso serbo: hanno fatto ponti d'oro,tra
incentivi fiscali e contributi vari, affinchè la Fiat
rilanciasse il suo stabilimento locale.
[27-10-2010]
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MARCO BENEDETTO SI TOGLIE QUALCHE MACIGNO DALLE SCARPE E
LO LANCIA CONTRO I COMUNISTI DI IERI, OGGI E DOMANI -
DOPO LO SMEMORATO FASSINO, SULLA STORIACCIA DI
BERLINGUER PRO-OCCUPAZIONE FIAT ARRIVA L’EX SINDACO DI
TORINO DIEGO NOVELLI: "Benedetto era un gran faccendiere
che dava le dritte a tutti i giornalisti" - L’EX ADDETTO
STAMPA FIAT ALLORA RICORDA UN NOVELLI FAVOREVOLE ALLA
LIBERA CIRCOLAZIONE DI SQUADRACCE IN CITTà E LA VOLTA
CHE CHIESE AD AGNELLI IL SUO LICENZIAMENTO...
Marco Benedetto per
BlitzQuotidiano.it
Ho
scoperto che Piero Fassino non è il solo ad avere una
specie di ossessione per le parole dette da Berlinguer a
Torino in quel secondo lui fatidico 26 settembre 1980.
Ieri ha parlato anche Diego Novelli, allora sindaco di
Torino, con parole un po' offensive anche se sulla linea
del non può non averlo fatto piuttosto che so che l'ha
fatto.
Novelli, che il 31 maggio del 2011 compirà 80 anni, è
stato intervistato sulla querelle da Stefano Caselli per
il Fatto quotidiano e ha detto: "Quelle frasi a
Berlinguer furono estorte da un delegato della Fim,
Liberato Norcia. Ma Benedetto era un gran faccendiere
che dava le dritte a tutti i giornalisti che venivano a
Torino! Mi sorprende che abbia l'improntitudine di
negare che una cosa del genere sia avvenuta".
Benché un po' timoroso di angustiare il mio prossimo con
una storia vecchia e del tutto irrilevante sono
costretto a tornare sull'argomento, anche se uso forse
impropriamente Blitzquotidiano.it per una vicenda che è
anche personale. Anche se lo è solo in parte, perché
ribadire alcuni punti di verità non è solo nel mio
interesse. Chiedo scusa in anticipo, perché dovrò
rievocare fatti e personaggi remoti, ormai cancellati
dalla memoria dei più, che non so quanto possano
interessare ai lettori di oggi.
Quando si guarda indietro non è mai bello, si finisce
per rievocare vicende anche brutte, di sangue, ricordi
dolorosi, il disgusto che ti danno le tortuosità e le
ambiguità dell'anima umana, le giravolte, le evoluzioni,
i voltagabbana, i rivoluzionari di ieri oggi più o meno
ambiguamente al servizio dei padroni o dei loro servi la
cui uccisione allora approvarono, silenziosamente o
esplicitamete. Riaffiorano sospetti impronunciabili
quanto radicatissimi, memorie che avresti preferito
tenere sepolte, come quella sera all'obitorio, con
Cesare Romiti e Luca Montezemolo, davanti al cadavere di
Carlo Casalegno.
Anche se penso trattarsi di cose di scarso interesse per
i più, scrivo non per l'archivio della mia memoria, ma
anche perché nell'intimo il tormento che rivelano
Fassino e Novelli è il tormento costante della sinistra
italiana, che è ancora oggi sulle prime pagine dei
quotidiani: l'angosciato rapporto tra idee principi e
forme di lotta, dove risieda il giusto e dove finisca il
lecito, dove finisca la protesta e cominci la violenza.
È un tema essenziale, un tema quasi esistenzale,
lapidariamente posto da Giuseppe Giulietti, la cui
capacità sintesi veneziana umilia la mia prolissità da
regno sardo.
Le
parole di Novelli sono abbastanza contradditorie, perché
da un lato confermano che Berlinguer disse quel che
disse, anche se la colpa viene data ai soliti diavoli
dei metalmeccanici (la storia si ripete, oggi tocca alla
Fiom, allora era la Fim), dall'altro sostiene che non
posso non averlo fatto, per definizione, perché ero un
gran faccendiere (affermazione incauta, che riferita ad
altri personaggi gli ha reso parecchio denaro dai
giornali, alleggerendone le asprezze della vita in
carcere) e davo "la dritta a tutti i giornalisti".
Il
fatto che Berlinguer abbia detto: "Le forme di lotta
vanno decise tutte assieme e con il sindacato" nulla
toglie alla affermazione , riferita testualmente da
Fassino: "Noi staremo sempre politicamente e
organizzativamente dalla parte dei lavoratori",
semplicemente subordina, secondo un elementare principio
organizzativo, l'azione alla copertura da parte delle
organizzazioni sindacali, cui aggiunge, al buio, quella
del suo partito. Non capisco perché Fassino ne parli
tanto. Tra l'altro l'ho visto, da solo, alcuni anni fa,
e non ha minimamente menzionato la vicenda. Chissà quale
ombra è riemersa dal passato a tormentargli la
coscienza.
Tra l'altro devo dire che in quel momento specifico
Berlinguer fece quel che doveva fare, l'errore, usando
le sue parole, veniva da lontano, ma è facile
pontificare ora. Chiunque al posto di Berlinguer, con un
minimo senso di orgaizzazione e di partito avrebbe fatto
lo stesso. Davvero non riesco a comprendere il
rimuginare di Fassino.
Per un certo aspetto quel che dice Novelli, come la tesi
di Fassino, mi fa un po' montare la testa. Non mi sono
mai visto come un gran personaggio, nel bene come nel
male, sono sempre stato al mio posto, senza esibirmi
troppo nella convinzione che ci sarà sempre un momento
di declino e meno in alto sei salito meno male ti fai
cadendo. In questo senso devo ringraziare sia Fassino
sia Novelli.
Devo anche notare con delusione che dei comunisti
all'antica come loro due ignorino Marx e il fatto che la
storia è fatta dai movimenti tettonici dell'economia e
della lotta di classe, non da un dispaccio di agenzia,
preferendo invece tesi complottistiche più degne di
Berlusconi, il quale peraltro sono convinto rappresenti
l'ultima evoluzione dei metodi Cominform.
In
fondo un po' di cultura Cominform c'è anche nella tesi
di Fassino, nell'idea che una frase riportata in modo
non completo dall'Ansa, quella sola frase, possa avere
determinato il corso degli eventi. Fassino dimentica che
in quegli anni le simpatie dei giornalisti erano tutte
per il suo partito, dimentica una mezza pagina della
Stampa comprata nella campagna elettorale amministrativa
del 1975 come pubblicità per chiedere il voto al Pci
"per una città migliore". C'erano decine di firme, molte
di giornalisti della Stampa.
La
Stampa non uscì, un giorno, mi pare del 1977 o 1978,
perché Giorgio Fattori, il direttore che faticosamente
riportò il giornale all'onor del mondo dopo la caotica
gestione del carissimo Arrigo Levi, volle che fosse
pubblicato, notizia a una colonna una, in cronaca di
Torino, l'annuncio che avrebbe tenuto un comizio in
città Giorgio Almirante, segretario del Msi, padre
spirituale di quel suo erede politico Gianfranco Fini
che oggi, in nome dell'odio per Berlusconi è diventato
un faro di cultura, di civiltà e di morale per tanta
parte dei giornali di sinistra. Sciopero per non fare
uscire il giornale, ripeto, per non annunciare un
comizio.
La
moglie di Fassino era giornalista nella cronaca della
Stampa e non si agiva certo come quinta colonna della
Fiat. Ho ricordato in altro pezzettone i salti mortali
per avere un rapporto informativo corretto con la
cronaca della Stampa, diretta da una carissima persona
che sulla scrivania teneva idealmente, non fisicamente,
il ritratto di San Diego (Novelli, appunto).
Alcuni anziani giornalisti o ex giornalisti della Stampa
mi hanno fatto arrivare un messaggio di amarezza perché
ho fatto di tutt'erba un fascio, riferendomi a quei
tempi lontani e hanno ragione e chiedo loro scusa. Alla
Stampa non c'erano solo quelli schierati senza
remissione sulle posizioni estreme, non c'era solo che
era entrato perché si era distinto a portare lo
striscione al corteo del primo maggio, non c'era solo
chi difese sul giornale di Lotta continua l'uccisione di
Casalegno. C'era anche gente che dissentiva, quelli che
oggi rientrerebbero nella grande schiera dei moderati,
che all'epoca erano una sparuta minoranza che nelle
assemblee, allora come oggi mancando il voto segreto e
adeguati regolamenti, erano obiettivamente
nell'impossibilità di dire parola.
Ho
raccontato già di Sergio Devecchi, grande giornalista
sindacale e grande uomo, sindacalista quando era
pericoloso, irriverente al punto di scrivere un lungo
articolo senza punteggiatura, riempiendo alcune righe di
punti e virgole per poi dire al perplesso direttore
Alberto Ronchey, il quale trovava sempre qualcosa da
ridire sulla punteggiatura di Devecchi: "Mettitecela da
solo", e parlo di quarant'anni fa, quando i poteri di un
direttore erano più assoluti di quelli dello stesso
Padreterno.
Il
clima all'Ansa non era diverso, anche se la correttezza
e la completezza dell'informazione erano garantiti da
autentici giganti del giornalismo come Sergio Lepri ,
Fausto Balzanetti, Bruno Caselli. Con loro c'era poco
spazio per ingerenze e manipolazioni, da tutte le parti.
Ma a garantire il partito di Fassino c'era un ampio
schieramento di vecchi e nuovi fedi. Ricordo il misto di
imbarazzo e ilarità con cui, nell'ufficetto di
Balzanetti e Caselli, ascoltai da un noto democristiano
una lezione sull'onestà, la grandezza e l'inesorabile
vittoria "di noi comunisti".
Poiché la storia non è fatta né da un dispaccio
dell'Ansa né da una subitanea quanto opportunistica
conversione lo ritrovai, qualche anno dopo, un'altra
volta pentito, schierato nel salone dell'ambasciata di
Francia, a gonfiare il petto perché vi appuntassero più
agevolmente una decorazione di serie b della Legion
d'Onore: faceva il capo ufficio stampa di Andreotti.
Sul piano personale Novelli ha avuto nei miei confronti
un atteggiamento ambivalente, bipartizan si potrebbe
dire. Quando venne a Roma, da Carlo Caracciolo, a
chiedere soldi per una sua iniziativa editoriale (voleva
fare un settimanale di cronaca torinese) mi baciò con
affetto, forse perché oltre a Caracciolo mi faceva da
rosso angelo custode Mario Lenzi, il padre dei
quotidiani locali dell'Espresso, tanto grande quanto
ingiustamente dimenticato. Io mi entusiasmai subito,
Caracciolo e Lenzi signorilmente e affabilmente
ascoltarono, studiarono e non fecero nulla e fu una
grande lezione di stile e di editoria.
Novelli baciandomi non sapeva che io ero al corrente di
un altro episodio, di segno opposto, che risale al
luglio del 1980, alcuni mesi prima della vertenza. Non
ne ho mai parlato, per rispetto a Novelli e perché il
passato è meglio stia sepolto. Ma forse l'esigenza di
precisione determinata dalle affermazioni di questi
giorni giustifica il rivangare.
Antefatto. L'estate del 1979 era stata caratterizzata da
episodi di violenza sindacale, dilagata fuori delle
fabbriche fino agli uffici del centro. Ricordo che il
direttore commerciale della Fiat auto, un mitissimo
signore di nome Zuppet, venne spennellato di bianco da
un commando entrato nel suo ufficio. I commandos del
sindacato si muovevano per la città agevolmente e
rapidamente su alcuni tram dell'azienda minucipale al
cui sequestro il legittimo proprietario pro tempore,
cioè il sindaco di Torino Novelli, non aveva fatto
alcuna obiezione.
A
settembre ci fu l'uccisione dell'ing.Ghiglieno, martire
innocente per un'etichetta sulla porta "logistica" che
aveva tanto scaldato le menti dei terroristi. Come vissi
quelle ore l'ho già riferito. In quei giorni ebbi
occasione di sentire più volte da Umberto Agnelli,
allora capo esecutivo della Fiat, persona straordinaria
per visione, capacità strategica e coerenza quanto
sfortunata nella sua relativamente breve vita, che non
bisognava sottovalutare l'effetto deformante sulle menti
malate dei terroristi della violenza in fabbrica e
fuori. Si tratta di concetti che oggi sono patrimonio
diffuso nella sinistra, ma allora pochi altri avevano il
coraggio non di esporli ma di pensarli soltanto.
Arriviamo a una conferenza stampa di Cesare Annibaldi,
capo delle relazioni sindacali della Fiat, non ricordo
bene se subito dopo la morte di Ghiglieno o dopo il
licenziamento dei 61 operai. Era un pomeriggio
d'autunno, che ricordo tiepido , non so più se per il
sole o per il riscaldamento anticipatamente acceso,
nella saletta di corso Marconi c'era un gruppetto di
giornalisti. A un certo punto uno di loro chiede: "E il
sindaco che dice?".
Annibaldi sta per rispondere ma gli chiedo di lasciar
parlare me. Sono sempre stato zitto, convinto che
l'addetto stampa non sia portatore di opinioni ma
facilitatore del rapporto tra i giornalisti e chi in
azienda sapeva di cosa si parlasse. Ma quella volta,
dopo il lungo parlare del dottor Agnelli, mi sentivo
preparato e dissi: "Il sindaco? Ques'estate lasciava
circolare le squadracce per la città e poi ce lo siamo
trovato a piangere sui cadaveri". Parole forti ancora
oggi, me ne rendo conto. Chiesero se potevano riferirle.
Annibaldi e io dicemmo fate pure. Il giorno dopo i
giornalisti presenti pubblicarono, ma senza attribuirle
in modo specifico.
Passarono i mesi, arrivò fine luglio. Venni chiamato
all'ottavo piano di corso Marconi, dove avevano gli
uffici gli Agnelli, Romiti e Montezemolo.
Vidi uscire dall'ufficio dell'avvocato Agnelli Diego
Novelli, che nemmeno mi guardò, semplicemente perché non
sapeva chi fossi. Poi uscì Umberto Agnelli, che ridendo
agitò l'indice come un maestro che redarguisce e mi
disse compli: "Ha combinato un bel casino". Gli ricordai
il suo lavaggio del cervello e si allontanò divertito.
Poi vidi Gianni Agnelli, tutto divertito anche lui.
Sapeva che stavo per andare in vacanza nelle Filippine,
dove all'epoca imperava il dittatore Marcos, il marito
di Imelda. Mi disse: "Vada, vada nelle Filippine, lì sì
che le insegneranno le pubbliche relazioni..." e mi
salutò.
Non ne seppi più nulla, ma per anni ho ricordato
l'episodio come esempio di classe e stile, cercando,
nelle successive evoluzioni della ma vita, non solo
professionale, di applicare sempre il principio che un
capo deve sempre coprire i suoi uomini e le sue donne.
Infatti sono rimasto abbastanza deluso leggendo come
Emma Marcegaglia abbia brutalmente scaricato il suo
addetto stampa. Altri tempi? no, perché ancora di
recente Romano Prodi, che non amo, ha dimostrato lealtà
assoluta verso suoi uomini, Sircana in testa, che gli
hanno procurato imbarazzo. Allora si può solo dire altra
stoffa. [18-10-2010]
|
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UN LIBRO SUGLI AGNELLI PER GLI USA...
Da "il
Giornale" - Jennifer Clark, bionda
giornalista e responsabile dell'ufficio italiano del
Wall Street Journal, ha preso un periodo di aspettativa
per riuscire a scrivere un libro sulla saga della
famiglia Agnelli. La Clark, da non confondere in rete
con l'omonima bruna e prorompente partecipante al Grande
Fratello britannico, da anni vive e lavora in Italia e
conosce dunque bene le vicessitudini spesso travagliate
dei principali azionisti della Fiat.
Non c'è comunque dubbio che il libro, negli States, avrà
successo dato che il nome Agnelli è ben conosciuto dai
tempi dell'amicizia dell'Avvocato con il presidente John
Fitzgerald Kennedy e il segretario di stato Henry
Kissinger. Agnelli, per molti anni, ha avuto una casa a
New York e il primogenito della figlia Margherita, oggi
presidente della Fiat, John Elkann è nato proprio nella
Grande mela.
Il
libro arriva ultimo di una nutrita serie che ha preso in
considerazione diversi membri della famiglia ma,
soprattutto, quello che per anni in Italia era
conosciuto soltanto con il suo soprannome: l'Avvocato,
ossia Gianni Agnelli. Non c'è dubbio, a questo punto,
che con la svolta americana della Fiat gli interessi ora
siano molteplici e più legati al mercato degli Stati
Uniti.
29.09.10 |
|
- PER L'ECONOMISTA MARCO VITALE IL NON-PROFIT È UNA
QUESTIONE DI FAMIGLIA...
Marco Vitale è considerato a Milano tra i migliori
economisti di impresa e uno dei cervelli più vivaci.
È stato docente all'università di Pavia e alla Bocconi,
socio di Arthur Andersen, e ha ricoperto numerosi
incarichi nei servizi municipalizzati della città e di
Brescia dove è nato. È un autore prolifico di saggi e
articoli con analisi acute e fuori dai denti.
L'ultima performance è di ieri sul "Corriere della Sera"
dove Vitale ha scritto un lungo articolo sulla
quotazione in Borsa della Società Editoriale Vita che
pubblica l'omonimo settimanale del mondo non-profit. Il
testo gronda di elogi nei confronti del Terzo settore e
del periodico Vita che con enfasi esagerata "Le Monde"
ha definito "un settimanale unico al mondo". Nel testo
si scaccia l'idea che la quotazione in Borsa sia in
contraddizione con le finalità e i valori che ispirano
il mondo non-profit. E Vitale aggiunge parole di
ammirazione per gli amministratori della società
editoriale Vita tra i quali figura anche Andrea Agnelli.
Non ci sarebbe nulla da eccepire se non ci fosse di
mezzo un dettaglio curioso: a curare la comunicazione
della quotazione in Borsa della casa editrice è la
società del figlio Luca ("Luca Vitale e Associati") di
cui Vitale padre, economista brillante e generoso, è
anche azionista.
Tutto in famiglia all'insegna del non-profit.
14-09-2010]
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- AVVOCATO MARGHERITA, DA GIORNALE NOTIZIE
DIFFAMATORIE...
(ANSA) - "Notizie radicalmente false e
diffamatorie nei contenuti e nelle considerazioni"
sarebbero contenute negli articoli che oggi il
quotidiano "Il Giornale" dedica a Margherita Agnelli: lo
afferma il legale della signora, Andrea Galasso, in un
comunicato stampa con cui annuncia l'intenzione di
presentare una querela. "Il Giornale" scrive che
Margherita e Marella Agnelli, figlia e moglie
dell'Avvocato, hanno ricevuto dall'Agenzia per le
entrate una "multa di 50 milioni per quei 600 milioni di
euro occultati al fisco e avuti in eredità".
IL
SENSO DEGLI AGNELLI PER LE TASSE...
Gran prima pagina del Giornale: "L'evasione
dell'Avvocato. La Agnelli non vuol pagare le tasse.
Margherita deve versare una multa di 50 milioni per quei
600 milioni di euro occultati al fisco e avuti in
eredità, ma pare non abbia alcuna intenzione di farlo.
Bell'esempio dalla famiglia più osannata d'Italia". Più
osannata dopo i Berlusconi, altri maghi dell'off-shore e
delle tasse.
Messa così, la faccenda sembra tutta una spada di
Damocle sulla capoccetta della figlia ribelle, quella
che ha osato portare in piazza le magagne della (ex)
Real Casa di Villar Perosa. E invece da un pezzo del
tassonomico Nicola Porro apprendiamo che "Marella,
moglie dell'Avvocato e madre di Margherita, è
responsabile in solido nel pagamento: insomma, se la
figlia non scuce dovrà farlo lei". Scommettiamo che
troveranno un accordo?
15.09.10 |
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LUPI & AGNELLI – blindatissimo SUMMIT DELLa famiglia del
lingotto, incazzata per dover mettere mano al portafogli
per tirare fuori 50 milioni di euro(altri 50 da
margherita) per L’EREDITÀ offshore DEL retto AVVOCATO -
’Yacht’ ELKANN RASSICURA I PARENTI spilorci: TRANQUILLI,
LA PARTITA COL FISCO È CHIUSA. i 50 MLN che dovete
sborsare IN COMODE RATE sono niente rispetto a un
PATRIMONIO DI 1,4 MLD...
Fabrizio Massaro per "Milano Finanza"
Una riunione blindata, quella di lunedì scorso a Torino,
dei vari rami della famiglia Agnelli per discutere della
maximulta inflitta dall'Agenzia delle Entrate per il
presunto tesoro nascosto dell'Avvocato. John Elkann, in
qualità di presidente della Giovanni Agnelli & c. sapa,
la holding che riunisce i tanti rami del composito clan
torinese e funge da cassaforte della famiglia con la
maggioranza assoluta della quotata Exor, aveva convocato
in gran segreto i più importanti rappresentanti della
famiglia per un summit informale sulla multa da circa
100 milioni di euro, come rivelato giovedì 9 da
MF-Milano Finanza.
La
sanzione comminata dall'agenzia guidata da Attilio
Befera colpisce all'incirca per una quota paritaria da
un lato l'accomandita stessa, per le questioni legate
all'opa Exor del 1999 (che avrebbe procurato
all'Avvocato una enorme disponibilità all'estero, circa
1,4 miliardi di euro secondo i calcoli dei periti
incaricati da Margherita Agnelli nella causa, persa, per
il riconoscimento della parte presuntamente occulta
dell'eredità), dall'altro gli eredi diretti di Gianni
Agnelli, cioè la figlia Margherita e la moglie Marella
Caracciolo.
Secondo quanto è filtrato dalla riunione, Elkann avrebbe
spiegato ai vari parenti riuniti che l'accordo con il
Fisco relativo alla parte di multa di competenza
dell'accomandita, poco meno di 50 milioni, è stato
raggiunto e già definito.
Secondo quanto prevede la legge, in caso di adesione
alle contestazioni del Fisco le tasse e le sanzioni
saranno pagate a rate. Resterebbe invece ancora da
definire, ma solo per alcuni aspetti formali (non dunque
nel quantum) l'accordo con il Fisco da parte di
Margherita Agnelli de Pahlen e di Marella Caracciolo.
Il
nodo principale per quanto riguardava l'accomandita era
legato all'impatto che l'esborso straordinario può avere
sui conti 2010 della holding degli Agnelli. Anche su
questo punto Elkann avrebbe spiegato che la società farà
fronte al pagamento attraverso l'utilizzo di un maggior
indebitamento, del tutto sostenibile visto che finora i
debiti bancari ammontano a 80 milioni su un patrimonio
di 1,4 miliardi, e attraverso una diminuzione del
dividendo.
Il
clima all'interno dell'accomandita comunque viene
definito amichevole, e non sarebbero in programma
ulteriori riunioni d'urgenza. Questo starebbe a
significare che per i vari rami della famiglia non
dovrebbero esserci conseguenze pesanti sul rendimento
della partecipazione nell'accomandita stessa.
Resta comunque aperto il giallo sull'ammontare del
tesoro non dichiarato scoperto dal Fisco in seguito alle
acquisizioni di documenti dell'ottobre 2009.
Nel 2009 l'accomandita ha registrato utili per 35,7
milioni, in rialzo dai 22,7 milioni del 2008. Di questi,
sono finiti ai soci sotto forma di dividendi circa 24
milioni. La sanzione verso il Fisco impatterà certamente
sui conti 2010 (considerando che gli utili del prossimo
anno non dovrebbero discostarsi molto da quelli del
2009), visto che come disponibilità liquide a fine 2009
l'accomandita aveva 5 milioni circa. E che non erano
stati disposti accantonamenti, in quanto si confidava
sulla prescrizione dei fatti oggetto delle contestazioni
del Fisco, risalenti al 1999. 15-09-2010]
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LUPI & AGNELLI - MARGHERITA: HA EREDITATO, TRA L’ALTRO,
600 MILIONI DI EURO OCCULTATI AL FISCO DAL BRAVO PAPà E
NON VUOLE PAGARE LA SUA QUOTA (25 MILIONI) DI MULTA! -
EPPURE È PROPRIO SULLA BASE DEL PATRIMONIO NASCOSTO
DELL’AVVOCATO CHE HA PORTATO IN TRIBUNALE LA MADRE
MARELLA (CON GABETTI E GRANDE STEVENS) – LA MAMMA DI
JOHN E LAPO QUINDI SAPEVA DI AVER EREDITATO DENARO
OCCULTATO ALLO STATO ITALIANO - E MARELLA DOPO LA
SCOMPARSA DI GIANNI HA FIRMATO (CERTIFICANDO IL FALSO)
LE DI LUI DICHIARAZIONI FISCALI…
Nicola Porro per "il
Giornale"
Margherita Agnelli, la figlia dell'avvocato, che ha
ricevuto in eredità beni superiori ai 1.500 milioni di
euro, di cui una parte provenienti da conti esteri, non
avrebbe alcuna intenzione di pagare la multa (ridotta)
di 50 milioni che il Fisco le contesta. Mettiamo in fila
le notizie. Moglie e figlia dell'Avvocato, Margherita e
Marella, hanno ricevuto un verbale a luglio da parte
dell'Agenzia delle entrate che le intimava di pagare la
scontata (in termini di sanzioni) ammenda di 50 milioni
per chiudere le pendenze derivanti dalle evasioni
dell'Avvocato.
A
settembre del 2009 il Fisco italiano se la prendeva
anche con l'accomandita di famiglia (in cui le signore
non partecipano) per una vecchia questione del 1998.
Che, facendo due banali conti, sarebbe dovuta essere
straprescritta.
Le
due vicende, superficialmente messe insieme, valgono un
centinaio di milioni. La cifra è ragguardevole. Ma il
malloppo sottratto negli anni lo sembra anche di più: le
signore hanno infatti ereditato 600 milioni occultati al
Fisco e l'accomandita si è presa l'onere di un
accertamento su 1,4 miliardi di possibile evasione.
Attilio Befera, numero uno dell'Agenzia (che tra poco
dovrebbe andare in pensione e probabilmente essere
sostituito dal brillante Luigi Magistro) si porterebbe
così a casa un centinaio di milioni: in un caso grazie
alle evidenze difficilmente negabili (il caso di Marella
e Margherita) e nell'altro senza andare ad una complessa
discussione giudiziaria (il caso dell'accomandita).
Ma
qualcosa sembra non filare per il verso giusto.
Margherita, la figlia dell'Avvocato che ha praticamente
ereditato tutto il patrimonio del padre (tranne la
strategica quota nella Fiat), non avrebbe intenzione di
riconoscere il suo debito. Ricapitolando: 100 milioni è
il debito complessivo, di cui solo la metà in capo alle
due persone fisiche, alle due signore. Margherita
avrebbe fatto sapere di non avere alcuna intenzione di
pagare per un'evasione di cui lei non si è resa
complice. Dobbiamo a questo punto fare un passo
indietro.
Margherita è in forte contenzioso con la madre Marella e
con una buona parte della famiglia, poichè rivendica
l'esistenza di un presunto patrimonio che le sarebbe
stato occultato. Perciò, è la tesi di Margherita non
avvalorata da alcun tribunale, ci sarebbero delle
sostanze ingenti dell'Avvocato finite in mani terze e
sottratte così all'asse ereditario. Tanto per dare il
clima: la stessa Margherita è stata denunciata per
estorsione (l'indagine è in mano ad un pm tosto come il
milanese Fusco) dall'avvocato Gamna (che le fece siglare
il vantaggioso accordo ereditario) perchè avrebbe
richiesto allo stesso Gamna di testimoniare il falso e
cioè dell'esistenza di un patrimonio occultato.
In
questo quadro Margherita non avrebbe alcuna intenzione
di pagare la quota di 25 milioni di multa fiscale di sua
spettanza (la metà dei 50 milioni). Tanto più che
all'indomani della morte di Gianni Agnelli, fu la sola
Marella a firmare le dichiarazioni fiscali dell'avvocato
(in cui non c'era traccia dei 600 milioni esteri) e
dunque a certificare il falso. Il fisco basa il suo
accertamento proprio su questa provvista. Grazie alla
denuncia di estorsione fatta da Gamna si ha la prova per
tabulas dell'esistenza di questi 600 milioni. Il punto
debole, per Margherita è che pur non avendo firmato la
dichiarazione dei redditi era da tempo a conoscenza
della provvista estera e l'ha inoltre completamente
incamerata in sede di divisione ereditaria.
A
differenza della madre che per il fisco italiano (ironia
della sorte) è sostanzialmente nulla tenente, Margherita
ha però un bel patrimonio alla luce del sole italiano
(si pensi alle sole case e quadri) e non sarà per lei
facile riuscire a sottrarsi completamente agli obblighi
fiscali che le nascono dalla pesante eredità ricevuta.
[17-09-2010]
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SPUNTA L'EVASIONE DELL'AVVOCATO: L'OVATTA MEDIATICA
ATTORNO AGLI AGNELLI
Tony Damascelli per "Il
Giornale"
Gianni Agnelli, l'Avvocato, avrebbe oggi ottantanove
anni. Probabilmente, anzi sicuramente, sua figlia
Margherita non avrebbe litigato con Franzo Grande
Stevens e con Gianluigi Gabetti. Probabilmente, anzi
sicuramente, nessuno avrebbe saputo di patrimoni
depositati all'estero, di vitalizi per le maitresses, di
fondazioni e operazioni finanziarie in territorio non
italiano.
Gianni Agnelli non c'è più dal ventiquattro di gennaio
dell'anno Duemila e tre e da quella notte, anzi nelle
ore immediatamente successive (al mattino venne
ugualmente convocata la riunione dell'accomandita di
famiglia!) è incominciata un'altra saga della dinastia
più illustre del Paese. Sette anni per sapere e non
capire, sette anni tra battaglie in tribunale, liti tra
parenti e serpenti mentre sullo sfondo restava e resta
quel bottino ultra miliardario nascosto alla stessa
famiglia e, soprattutto, all'Erario.
Un'evasione fiscale clamorosa, del più potente
imprenditore italiano, una fuga dal dovere civile,
sociale, di un senatore, a vita, della Repubblica.
Eppure non senti odore di scandalo, non si ha notizia di
processi mediatici in televisione, in prima serata,
nessun dibattito, nessun confronto per approfondire il
fenomeno: il fenomeno di una famiglia che per mezzo
secolo ha dominato la scena industriale e politica del
Paese, esportando all'estero, oltre il denaro succitato,
un'immagine positiva, affascinante, colta ed elegante
dell'Italia altrimenti caciarona, mandolinara,
spaghettara.
Il
problema, dunque, non è la responsabilità, tutta da
accertare, dell'Avvocato e dei suoi «tutori» nella
gestione clandestina del patrimonio: se ne occuperanno i
tribunali; il problema, piuttosto, riguarda il bavaglio
che la stampa, tutta, ha voluto indossare (uso un verbo
gentile) in questi ultimi anni, mesi, su una questione
che con altri personaggi e interpreti ha provocato
invece scalpore, denunce, prime pagine corredate da
fotografie e mappe di spostamenti e residenze fittizie.
Valentino Rossi è stato uno di questi casi, da eroe a
diavolo, da simbolo dell'Italia sana e vincente a
bandiera nera del pirata furbo e manigoldo, comunque
costretto a presentarsi in conferenza stampa, ad
ammettere l'errore e a riparare previo versamento allo
Stato dell'importo multimilionario. Così accadde anche
per Luciano Pavarotti, protagonista dell'unica stecca
della sua carriera, un'evasione di ventiquattro miliardi
di lire che lo portò al patteggiamento, in televisione,
davanti all'allora ministro delle Finanze, Ottaviano Del
Turco (guarda i casi della vita nostrana), una stretta
di mano, la concessione del pagamento a rate, non
«comode» come si usa dire con cifre meno feroci.
Dunque tutti i particolari di cronaca, il faccione in
prima serata durante i telegiornali nazionali,
regionali, locali, gli insulti e i fischi del popolo
abituato a passare da piazza Venezia a piazzale Loreto.
Ma con Agnelli? Per favore. Con il miliardo e passa di
euro nascosto altrove? Niente. Con le fondazioni e le
azioni anche queste off shore? Niente ancora e sempre.
Il silenzio, qualche riga nelle pagine interne del
quotidiani, notizie del contenzioso familiare tra
Margherita e donna Marella e via, per non scomodare il
monarca che non c'è più e per non infastidire chi ne ha
preso il posto.
Questo poteva accadere, anzi accadeva, nei favolosi anni
dell'altro secolo, quando la figura dell'Avvocato era
così imponente da mettere tutti, quasi tutti, comunque
molti, compresi i suoi parenti, in silenzio rispettoso,
all'ombra timorosa. Al massimo il mormorio di quartiere,
le voci della fabbrica, la «Feroce» nei confronti di
«Risula» (per il capello riccio), al massimo le
scudisciate, in prima pagina con spillone rosso
sull'Unità, di Fortebraccio, al secolo Mario Melloni,
che nei suoi corsivi chiamava il padrone della Fiat
«l'avvocato Basetta il quale preferisce farsi chiamare
con lo pseudonimo di Gianni Agnelli».
Una leggenda, che sembra però assai verosimile, riferì
che il film «Il silenzio degli innocenti» ebbe questo
titolo soltanto nella nostra lingua, conservando
all'estero, in Francia, in Spagna, in Inghilterra,
l'originale «Il silenzio degli agnelli». Bastava il
rumore dei passi, l'annuncio che si sarebbe appalesato
il signor Fiat e si creava il vuoto, tutti pronti alle
riverenze «Arriva Agnelli, scortato da Luca Cordero di
Montezemolo che non è un incrociatore» fu una delle
cento battute di Mario Melloni.
I
Fortebraccio contemporanei non conoscono Shakespeare, ma
sembra che non conoscano nemmeno l'avvocato Basetta, lo
evitano eventualmente, se la cavano dicendo che ormai
appartenga al passato, preferiscono glissare
sull'evasione miliardaria che, a contarli uno per uno
quegli euro, sono roba da finanziaria tremontina. Meglio
andare sul bersaglio facile, il centauro, il cantante,
il musicista: fanno copertina, garantiscono l'audience.
Meglio tenersi alla larga da quella montagna di soldi
scomparsa nel nulla, meglio il silenzio. Il silenzio dei
colpevoli. [07-09-2010]
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LUPI & AGNELLI - LA TRANSAZIONE DA 100 MLN SULL’EREDITÀ
OCCULTA DELL’AVVOCATO (1,4 MILIARDI ALL’ESTERO) MANDA IN
TILT LA DINASTIA - ELKANN COSTRETTO A CONVOCARE UN
VERTICE PER spiegare bene a cugini e parenti vari come
mai si è scelto di addivenire a un accordo con il Fisco
per una questione che risale a quasi dieci anni fa - A
RISCHIO L’UTILE 2010 DELL’ACCOMANDITA. ALLO STUDIO UN
TAGLIO AI DIVIDENDI E PIÙ DEBITI...
Fabrizio Massaro per "Milano Finanza"
La maxitransazione da 100 milioni con il Fisco per
l'eredità occulta dell'Avvocato Agnelli e per l'opa Exor
del 1999, che avrebbero procurato un tesoretto di circa
1,4 miliardi all'estero, sta creando malumori fra i
numerosi rami della famiglia torinese, riuniti
nell'accomandita Giovanni Agnelli & C. sapa.
Tanto è vero che la prossima settimana, secondo quanto
risulta a MF-Milano Finanza da fonti autorevoli, si
terrà a Torino un board informale dell'accomandita, una
sorta di summit ristretto dei rappresentanti delle varie
famiglie in cui si è ramificata la discendenza Agnelli.
Sicuramente parteciperà il presidente di Exor e
dell'accomandita, John Elkann, che con la Dicembre ss ne
è anche il primo azionista con oltre il 30%, quasi
certamente gli uomini vicini all'Avvocato come Franzo
Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, quindi gli esponenti
delle famiglie Agnelli, Rattazzi, Nasi, Camerana,
Furstenberg.
Elkann dovrà spiegare i dettagli dell'accordo con il
Fisco e le modalità di pagamento. Che rischia di
incidere sull'utile del 2010 e di conseguenza sul flusso
di dividendi che dall'accomandita arrivano direttamente
agli circa cento familiari accomandanti.
Secondo l'accordo transattivo con il Fisco (tecnicamente
un'adesione) la somma sarà divisa a metà fra
l'accomandita e le eredi dirette dell'Avvocato cioè la
moglie Marella Caracciolo e la figlia Margherita Agnelli
(circa 25 milioni a testa).
Lo
scorso 30 ottobre 2009, in seguito alle carte consegnate
al Fisco da Margherita nell'ambito della contesa con la
madre e il figlio John sul presunto tesoro nascosto
dell'Avvocato, gli ispettori di Attilio Befera avevano
redatto un verbale di constatazione evidenziando
presunte violazioni fiscali.
Ora, dopo Ferragosto, c'è stato l'accordo fra le parti
che chiude ogni pendenza legata sia all'evasione
dell'imposta di successione per la parte non dichiarata
(per Marella e Margherita), sia le violazioni fiscali
legate all'opa. Sarà l'accomandita a versare la quota
più alta, appunto 50 milioni circa.
Ed
è una cifra che sta facendo venire qualche mal di testa
all'interno del composito clan Agnelli, proprio per il
peso che può avere sui conti della sapa e per i riflessi
anche penali che l'ispezione del Fisco ha determinato:
l'agenzia delle entrate ha infatti girato le risultanze
della verifica fiscale alla procura di Milano, dove il
pm Eugenio Fusco sta indagando proprio sugli aspetti
legati all'opa sull'allora Exor sa.
Nel 2009 l'accomandita, che ha come attività le
partecipazioni nell'attuale Exor spa (nata sulle ceneri
di Ifi e Ifil) e nella più piccola Old Town sa, ha
registrato utili per 35,7 milioni, in rialzo dai 22,7
milioni del 2008. Di questi, sono finiti ai soci sotto
forma di dividendi circa 24 milioni.
La
sanzione verso il Fisco impatterà certamente sui conti
2010 (considerando che gli utili del prossimo anno non
dovrebbero discostarsi molto da quelli del 2009), visto
che come disponibilità liquide a fine 2009 l'accomandita
aveva 5 milioni circa.
Per far fronte all'esborso, che comunque avverrà a rate,
nei piani dell'accomandita ci sarebbe da un lato un
maggior ricorso all'indebitamento bancario, oggi pari a
80 milioni a fronte di 1,4 miliardi di patrimonio, e
verosimilmente una riduzione dell'ammontare dei
dividendi l'anno prossimo.
Ma
Elkann dovrà anche spiegare bene a cugini e parenti vari
come mai si è scelto di addivenire a un accordo con il
Fisco per una questione che risale a quasi dieci anni
fa, e come mai non siano scattate le prescrizioni
previste dalla normativa fiscale.
Il
peso per l'accomandita sarà insomma significativo, anche
perché nel bilancio 2009, proprio in ragione della
lontananza nel tempo dei fatti oggetto di contestazione,
non erano stati disposti accantonamenti. Insomma, tutto
il peso (o comunque gran parte di esso) ricadrà sul
bilancio 2010. E sui dividendi ai familiari.
[09-09-2010]
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LINGOTTO STORY - DA MIRAFIORI A MELFI, TRA AGNELLI,
ROMITI, GHIDELLA E MARCHIONNE, L’AMARCORD DI MARCO
BENEDETTO, capo ufficio stampa della Fiat DEGLI ANNI DI
PIOMBO - E A SORPRESA TRONEGGIA NON IL SOLITO AVVOCATO
DI PANNA MONTATA MA LA RIVALUTAZIONE DI UNA FIGURA SEMPRE
stinta E DIMENTICATA: "Fu di Umberto Agnelli la
strategia complessiva grazie alla quale la Fiat bloccò
la spirale di violenza fuori controllo che stava
portando allo sfascio l’Italia intera"...
Marco Benedetto per
www.blitzquotidiano.it
Mai cedere alla tentazione di confrontare i fatti del
presente con le storie del passato. Ho provato a
guardare le vicende sindacali della Fiat di oggi
controluce con quelle di trent'anni fa e si è rivelata
una fatica non da poco. E non sono affatto sicuro di
esserci riuscito.
Mancano meno di due mesi al trentesimo anniversario
della marcia del 40 mila a Torino, il 14 ottobre 1980, a
conclusione di 35 giorni di Mirafiori, la fabbrica
simbolo, ma a prima vista, come spesso accade per le
ricorrenze, sembra solo una coincidenza, che tutto
finisca lì. Le due Fiat e le due Italie non si possono
misurare tra loro, stiamo parlando di due pianeti
diversi. Grazie al cielo, il calippo ha preso il posto
della molotov. Può però aiutare a capire meglio il
presente ripercorrere il passato.
Per la Fiat oggi ci sono mercato globale e competizione
mondiale, allora c'era la sopravvivenza. I problemi di
oggi sono titanici eppure quasi normali, di modelli, di
produzione, di vendita: sono trent'anni che la Fiat non
conosce più quel clima tormentato di conflittualità
permanente, di odio viscerale, totale e assoluto, che
faceva anche un po' paura e che teneva l'azienda
impiombata a terra. Però. come in un loop da incubo, la
limitata dimensione dei conflitti sindacali non basta da
sola, senza tutto il resto, è condizione necessaria ma
non sufficiente. E allora vediamo...
Come per una coincidenza che torni il tema del patto tra
produttori, di cui trent'anni fa Agnelli, come
Marchionne oggi, parlava, con molto seguito sui giornali
ma poca attenzione dal mondo del lavoro. Agnelli in
realtà aveva in mente un disegno più grande, il
superamento della guerra fredda e dei blocchi, la
legittimazione del Partito comunista agli occhi degli
americani, per salvare l'Italia dall'anatema, in caso di
vittoria elettorale del Pci, cosa che, alla fine degli
anni ‘70, si profilava inevitabile.
Me
lo spiegò lo stesso Avvocato dopo che fu uscita, con un
certo clamore, un'intervista che aveva dato, testa a
testa, a cena nella sua villa di Torino, a una
giornalista di sangue blu editoriale, Lally Weymouth.
All'epoca ero capo ufficio stampa della Fiat, non avevo
gradito l'intervista e mi sembrava che non fosse proprio
una grande idea. Un operaio del reparto verniciatura mi
vendicò. Incaricato di accompagnarla in giro per
Mirafiori, portai Lally Waymouth a vedere il reparto
verniciatura.
Lei sembrava molto interessata da quegli spruzzi di
colore che trasformavano in brillanti carrozzerie le
grigie scocche, chiedeva e un ingegnere spiegava. A un
certo punto l'operaio addetto probabilmente si annoiò
del ruolo di scimmietta e impresse una impercettibile
torsione al polso della mano che reggeva la pistola del
colore, un blu smagliante.
La
povera Waymouth, perfetta e inappuntabile in completo
tortora, dovette fare un balzo indietro sulle sue
lunghissime gambe per evitare di finire come la 128
sulla linea. Intanto in Italia le cose presero una piega
diversa, il "sorpasso non ci fu e tutto restò bloccato
fino alla caduta del Muro.
Il
fatto che questa vecchia teoria sia ricomparsa in un
recente discorso di Marchionne, pur condita con
l'ingenuo auspicio sulla fine della lotta di classe,
farebbe pensare a uno speech writer che abbia fatto i
suoi compiti a casa ripassando il lavoro dei
predecessori. Ma quando Agnelli parlava, quelli erano
tempi duri davvero: dal presidente della Fiat all'ultimo
capo squadra di officina tutti rischiavano una
pallottola nelle gambe o più su.
Uscivi di casa e ti dicevi: se mi chiama qualcuno non mi
devo girare, devo fingere di essere un altro. I
commandos dei terroristi, per essere proprio sicuri di
non sbagliare, facevano un'ultima verifica con la
vittima designata, chiamandola per nome.
I
grandi giravano scortatissimi. Una volta l'avvocato
Agnelli mi disse, con quel senso dell'umorismo che gli
faceva sdrammatizzare anche la tragedia: fastidiosi
questi terroristi, ci fanno andare in giro come fossimo
dei criminali. Una volta restò impressionato, quasi
compiaciuto, quando un grande capo del'anti terrorismo
francese gli disse che per proteggerlo "non sarebbe
bastato un reggimento di cavalleria".
In
quegli anni un po' tutti quelli che avevano dei soldi
diventavano soggetto da rapimento. In due libretti
(Berlinguer e il Professore, I soldi in paradiso, usciti
nel 1975, un autore Anonimo che era il giornalista
Gianfranco Piazzesi) descriveva il paradossale futuro
prossimo dell'Italia, avviata verso il "compromesso
storico" tra democristiani e comunisti, mentre i ricchi
sarebbero andati in giro scortati da gourka e i più
accorti avrebbero mandato capitali e figli in Svizzera.
La
Fiat era il bersaglio più cospicuo, ma non il solo.
Piacevano anche altre grandi aziende, specie le filiali
di multinazionali straniere, cosa che spiega, in parte,
il poco interesse ad investire in Italia. Non è solo
questo: bisogna aggiungere anche le assurde intricatezze
borboniche di leggi e regolamenti, la morsa e il morso
di politici e cricche di funzionari, le strade che non
ci sono, le ferrovie della grande guerra. Alla fine
degli anni ‘70 la Fiat era in ginocchio, in un mercato
sempre più aggressivo e battuto dal vento della
concorrenza.
Qualche buontempone aveva deciso che l'auto era finita,
era inutile pensare a nuovi modelli; e poi, anche a
volerlo, non c'erano i soldi, perché la Fiat era stata
stremata finanziariamente da un lungo periodo di blocco
dei prezzi imposto dal Governo, mentre l'inflazione
correva oltre il 20%. I capi della Dc avevano punito
Agnelli, in quanto cognato di Carlo Caracciolo e per
questo considerato lui il vero editore dell'Espresso,
ogni numero del quale era un colpo al fegato per il
regime dell'epoca.
Lo
slogan "La volontà di continuare", inventato da Maurizio
Costanzo, era un urlo disperato. La Fiat era sola. I
politici avevano già tante angosce: crisi economica,
terrorismo, guerra fredda, povertà e arretratezza nel
Nord est e nel Meridione, ci mancava solo la Fiat. E poi
che la Fiat fosse in crisi nessuno ci voleva proprio
credere.
Cesare Romiti ha raccontato di recente della reazione di
Francesco Cossiga, presidente del Consiglio, quando la
Fiat gli comunicò, nel settembre 1980, quel piano di
licenziamenti che poi portò all'occupazione di Mirafiori
e alla marcia dei 40 mila: "La notizia lo spaventò
letteralmente. Ci fece telefonare prima dal prefetto di
Torino. Poi arrivarono le chiamate da Roma del ministro
dell'Interno Virginio Rognoni. Spiegò che Cossiga era
impaurito dalle possibili conseguenze. Mi parlò di
un'opinione pubblica allarmata, della possibile
saldatura tra Brigate rosse e studenti in lotta,
addirittura pronunciò l'espressione guerra civile".
Romiti è stato tra i protagonisti di quelle giornate
d'autunno di trent'anni fa in cui si recitava il secondo
atto e ultimo dello scontro che doveva portare alla
ripresa del controllo della fabbrica da parte della
Fiat. Romiti ebbe una parte importante in questa seconda
fase, perché era rimasto solo al comando dopo
l'estromissione di Umberto Agnelli, e giocò il ruolo con
lungimiranza e equilibrio rispetto ai falchi della Fiat
Auto.
Vinsero i falchi, portando a un cambiamento totale non
solo della Fiat ma dell'Italia e alla fine Romiti restò
solo sul carro del trionfo. Umberto Agnelli aveva
lasciato il ponte di comando su pressione di Enrico
Cuccia, presidente di Mediobanca e nume tutelare della
Fiat in quegli anni. La tesi di Cuccia era che non fosse
prudente identificare la proprietà dell'azienda con la
gestione in un momento di scontro tanto acuto. Fu però
di Umberto Agnelli la strategia complessiva grazie alla
quale la Fiat bloccò la spirale di violenza fuori
controllo che stava portando allo sfascio l'Italia
intera.
Sua fu anche la guida della prima fase, avviata un anno
prima, nel 1979, con il licenziamento di 61 operai
considerati violenti, alcuni sospettati di connivenze
terroristiche. Il licenziamento dei 61 di Mirafiori
seguì di poco l'uccisione di Carlo Ghiglieno, capo della
logistica della Fiat auto.
Lo
avevano scelto perché il suo compito era organizzare
l'afflusso dei materiali alla linea di montaggio in modo
tale che disguidi e ritardi non scombinassero i ritmi o
non imponessero l'accumulo di costose scorte di parti di
auto: i giapponesi già allora producevano in tempo
reale, il pezzo arrivava alla fabbrica da quella del
fornitore e andava subito in linea, non c'era un minuto
di spreco e anche questo contribuiva a tenere bassi i
costi di produzione dei giapponesi e competitivi i
prezzi delle loro automobili.
Un'ora dopo l'assassinio, Umberto Agnelli incontrava i
capi di Fiat auto a Mirafiori. L'atmosfera era cupa.
Parole secche, essenziali, toni tesi, si percepiva il
rimprovero verso la proprietà di avere lasciato i suoi
uomini in balia dei violenti. La riunione durò pochi
minuti. Umberto Agnelli si alzò promettendo che le cose
sarebbero cambiate. Era commosso. Quel mattino, ma in
quel momento non lo si immaginava, rappresentava il
punto di arrivo di un processo, durato trent'anni, di
trasformazione dell'Italia.
A
una prima fase di intensa, feroce accumulazione di
ricchezza era seguito l'avvio di un lungo e tormentato
processo di redistribuzione di reddito iniziato con
l'autunno caldo del 68, che negli anni successivi
guadagnò momento sfuggendo al controllo di tutti. Molto
del decennio precedente quel mattino torinese del
settembre 1979 è chiuso tra due film.
La
classe operaia va in paradiso, di Elio Petri, del 1971,
raccontò il duro processo di adattamento di un pezzo
d'Italia alla vita industriale, e diede una base
culturale al rifiuto dei valori del lavoro manuale.
Prova d'orchestra, di Federico Fellini, del 1978, diede
voce allo smarrimento crescente di una parte crescente
di italiani di fronte alla contestazione esasperata e
alla violenza.
Alla vecchia cultura operaia che affiancava al duro
rapporto, conflittuale e di classe, con il padrone
l'amore per il proprio mestiere, il rispetto per le
macchine, l'orgoglio per il lavoro ben fatto, era
subentrato il rapporto esistenzialmente conflittuale con
il lavoro in quanto tale e con la disciplina come
condizione preliminare per qualunque società
organizzata. I cortei interni, che nella mitologia
sindacale sono diventati sublimi momenti di lotta, erano
in realtà momenti di violenza, il cui momento culminante
era la caccia al capo, destinatario di spintoni e
pestaggi. Fu Gianpaolo Pansa a portare, al grande
pubblico della sinistra, i racconti quotidiani della
violenza in fabbrica.
Fu
un'intervista a un capo di officina, apparsa su
Repubblica con tutta la credibilità che il giornale le
diede, che fece scalpore. Fu Giorgio Amendola, leader
comunista storico, a tagliare il cordone ideologico con
la violenza in fabbrica: c'era "un rapporto diretto"
[con] il terrore. Scrisse su Rinascita, in un articolo
che fu una svolta: "Le intimidazioni violente, le
minacce, il dileggio, le macabre manifestazioni con le
casse da morto e i capireparto trascinati a calci in
prima linea" ricordavano troppo da vicino le "violenze
fasciste per non suscitare sdegno e disgusto".
Allora molti cominciarono a capire che non ci sono mai
confini tra la violenza buona e quella cattiva. Una
volta che si comincia, non c'è più soluzione di
continuità. Non è permesso essere ambigui ed è molto
pericoloso, anche nel clima di oggi, far finta di
niente. Quel mattino, a Mirafiori, nessuno sapeva come
sarebbe andata a finire, i più erano pessimisti, Umberto
Agnelli era consapevole che stava portando la Fiat verso
la partita decisiva. La prima mossa i fratelli Agnelli
l'avevano fatta alcuni mesi prima, mettendo Vittorio
Ghidella a capo della divisione.
Nel dare e avere di Ghidella ci sono grandi successi,
come la Uno, e errori, come la fuga dal mercato spagnolo
con l'abbandono della Seat ai tedeschi della Volkswagen
(ma, secondo Ghidella, Fiat non aveva le risorse per
finanziare Italia e Spagna nello stesso tempo), ma il
suo merito principale, molto poco riconosciuto, fu
quello della lotta al terrorismo, della rimessa in
ordine della fabbrica, dell'adeguamento dei costi ai
ricavi dal cui effetto favorì la successiva espansione
della Fiat nella finanza, nella chimica, nei giornali.
Di
Ghidella e soprattutto del capo del personale di Fiat
auto Carlo Callieri fu l'operazione sui 61, di Ghidella
fu il piano che, passando per la minaccia dei
licenziamenti e l'occupazione di Mirafiori, portò al
riequilibrio dei costi di produzione.
Di
Ghidella, e di Callieri, fu la tenacia con cui
l'obiettivo fu perseguito, a testa bassa, fra dubbi e
tormenti, e a dispetto del ministro del lavoro, il
democristiano Franco Foschi, della corrente di Carlo
Donat Cattin, il cui atteggiamento verso Fiat e Agnelli
a definirlo ostilità si minimizza con un eufemismo.
Tra il primo episodio, quello dei 61, 1979, e l'atto
finale, dei 40 mila, c'è l'intervallo di un anno esatto,
abbastanza perché si consumasse anche il dramma di
palazzo, nell'estate del 1980, con l'estromissione di
Umberto Agnelli.
Alla ripresa di settembre Romiti era solo al comando
operativo. In quell'autunno 1980 ci furono anche momenti
di tensione, al vertice Fiat, tra Romiti e Ghidella, tra
Callieri e Cesare Annibaldi, che, in quanto capo delle
relazioni industriali del gruppo Fiat, aveva la
responsabilità complessiva della trattativa sindacale.
Ognuno dei quattro portò nella vicenda il proprio
carattere e la responsabilità del suo ruolo. Romiti
aveva la responsabilità complessiva della Fiat, di cui
l'auto era la parte più importante, ma una parte.
Nessuno a corso Marconi, quartier generale della Fiat
all'epoca, conosceva il mondo romano meglio di Romiti,
il quale sapeva bene che nessuno avrebbe mosso un dito
per aiutare il gruppo a uscire dalla palude: si andava
dall'atteggiamento di Foschi a quello di Cossiga, di
meglio non c'era altro.
Anche se un simile pensiero mai trapelò, appare evidente
che il Governo, tra una situazione pre rivoluzionaria e
il passaggio della Fiat auto a qualche carrozzone
statale, avrebbe alla fine optato per la seconda strada.
Questo può forse contribuire a spiegare le divergenze
tra Ghidella e Romiti, che spingeva comunque a un
accordo, per non rompere del tutto col Governo, mentre
Ghidella voleva solo una cosa, la vittoria assoluta,
senza mediazioni.
La
Fiat era sola e lo fu ancora di più quando anche il Pci,
unico partito che avesse capito che il dramma poteva
diventare tragedia, si fece travolgere dal vortice delle
forti passioni che divisero l'Italia in quei 35 giorni.
Il Pci aveva capito, perché aveva uomini in fabbrica e
dirigenti provenienti dalla fabbrica. Perse l'occasione
quella sera a Torino, una mite sera di settembre del
1980, quando il segretario Enrico Berlinguer fu indotto
a promettere, davanti a una piazza San Carlo gremita,
"se occuperete la fabbrica, saremo con voi".
Piazza San Carlo, salotto di Torino, non è Mirafiori,
c'ero anch'io in mezzo a tanta gente, non solo operai,
non solo comunisti. Fu un errore che ancora oggi rovina
le notti di cattivo sonno di Piero Fassino, all'epoca
segretario del partito torinese, una delle persone più
serie e intelligenti della politica italiana, ma che
allora si fece travolgere da quell'esaltante clima di
lotta e non seppe distinguere tra responsabilità e
calcolo elettorale, tra partito e sindacato. La Fiat si
trovò sola, come oggi è sola.
Oggi è anche consapevole che non basta sapere stare a
galla, devi saper nuotare, e bene, in un mare senza
confini. Se anneghi, nemmeno una candela. Nella memoria
aziendale è marchiato per sempre il ricordo
dell'umiliazione inflitta da Berlusconi a Paolo Fresco,
presidente, e Gabriele Galateri, amministratore
delegato, quando li costrinse alla sua Canossa di
Arcore, lui che in gioventù correva appena potesse da
Agnelli, a Torino.
In
pochi anni di gestione Marchionne la Fiat è risalita
dall'abisso dell'umiliazione e del quasi fallimento in
cui l'aveva portata un lungo declino di prodotto e di
marketing: prima dell'80 era stato quasi impossibile
affrontare la nuova mai sperimentata concorrenza europea
con idee e creatività mentre dovevi pensare a non farti
sprangare o sparare addosso;
dopo, però, fu esiziale l'errore di agire come se tutto
si esaurisse nel controllo della forza lavoro e della
fabbrica, mentre prodotto, ingegneria di prodotto,
innovazione, qualità, marketing fossero solo elementi
accessori. Ancor più accessoria, purtroppo, fu giudicata
la competenza professionale. Nulla di eccezionale,
accade spesso che il sistema voglia essere più forte
dell'individuo. L'esperienza dovrebbe evitare che ci
ricadano. 09-09-2010]
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LA
RUGA SULLE PALLE - CHARLOTTE ROSSELLA RISPONDE A
SCALFARI: "DICE DI AVER RIFIUTATO DI CONCEDERE I DIRITTI
DEL SUO LIBRO "LA RUGA SULLA FRONTE" ALLA MEDUSA DOPO UN
MIO INTERVENTO TV A FAVORE DI BERLUSCONI? FALSO, CON
NOI, SCALFARI, NON AVEVA ALCUN CONTRATTO" - PECCATO NON
FARCI UN FILM PERCHé LA TRAMA DI EU-GENIO è LA STORIA,
PER FILO E PER SEGNO, DI GIANNI AGNELLI, DALLA COCA AL
SUICIDIO DLE FIGLIO...
1
- "CON NOI, SCALFARI, NON AVEVA ALCUN CONTRATTO"
Da Chi
D.
Eugenio Scalfari ha rifiutato di concedere a Medusa i
diritti per il suo libro Le rughe sulla fronte, dopo
averla vista difendere Berlusconi in tv.
R. «Difendo Berlusconi quando, dove e come mi pare.
Vorrei fosse chiaro a tutti, anche a Scalfari».
D.
Crede all'obiezione di coscienza politica?
R. «Medusa è una casa di produzione democratica, abbiamo
molti autori di sinistra. Perché Scalfari continua a
scrivere per Einaudi, che è di Berlusconi? Perché lì,
forse, è ben remunerato, mentre con noi non aveva alcun
contratto. Quel rifiuto non gli è costato un euro».
2
- TE LO DO IO GIANNI AGNELLI!
Michele Anselmi per "il Secolo XIX"
Cercasi produttore per fare un film dal romanzo "La ruga
sulla fronte". Ma prima urge piccolo passo indietro.
Mercoledì scorso, un po' tirato per i capelli, Eugenio
Scalfari ha voluto chiudere la polemica innescata dal
teologo Vito Mancuso sull'annosa questione se sia giusto
scrivere su "la Repubblica" contro Berlusconi e allo
stesso tempo pubblicare libri per la Mondadori, che
dell'impero berlusconiano fa parte.
Il
fondatore del quotidiano confessa di trovarsi bene alla
mondadoriana Einaudi, vi resterà, almeno fino a quando
non subirà pressioni e <richieste per me incompatibili>.
In compenso rivela di aver chiuso ogni rapporto con
Medusa per via di alcune frasi pronunciate in un
dibattito politico tv da Carlo Rossella, che di
quell'azienda è presidente.
C'era in ballo un film tratto dal romanzo "La ruga sulla
fronte", edito nel 2001 per Rizzoli, con tanto di
copione già scritto, ma poi Scalfari, offeso da quelle
dichiarazioni (Rossella ha promesso di rispondere più in
là), preferì troncare la collaborazione. <In campo
cinematografico Medusa è il solo produttore e
distributore esistente sul mercato italiano, a
differenza dei libri.
Perciò chi rifiuta di lavorare con Medusa rinuncia a
vedere realizzato il film che lo interessa> ha concluso
il venerabile/venerato giornalista, come a dirci che se
c'è fare una scelta per coerenza lui non si tira
indietro.
In
realtà le cose non stanno proprio così. Autori di
sinistra come Giuseppe Tornatore, Paolo Virzì, Gabriele
Muccino, Saverio Costanzo, Bernardo Bertolucci
continuano tranquillamente a lavorare per Medusa.
L'azienda è potente, certo, vanta la maggiore quota di
mercato, investe ogni anno sul cinema italiano oltre 60
milioni di euro alla voce produzione, ma non è <la
sola>.
Diciamo la verità, Scalfari potrebbe rivolgersi senza
problemi altrove per il suo film: a Raicinema, ad
esempio, l'altro colosso del cosiddetto cine-duopolio,
oppure a De Laurentiis, alla Bim, alla Lucky Red, a
Fandango, a Cattleya, per non dire delle case
hollywoodiane sempre più inclini a produrre film
italiani di forte respiro popolare. Carlo Verdone ha
felicemente realizzato "Io, loro e Lara" con la Warner
Bros. E "Vallanzasca. Gli angeli del male" di Michele
Placido, tra pochi giorni a Venezia, non porta forse il
marchio 20th Century Fox? Il mercato sarà un po'
asfittico, ma <l'iperbole scalfariana è da trapezisti,
una gaffe plateale> perfino per "Il Fatto Quotidiano",
che pure non è secondo a nessuno nella diuturna guerra
al Caimano.
E
allora la domanda da fare è semplice. Possibile che "La
ruga sulla fronte" debba restare lì, inerte, sulla
carta, senza che nessun produttore si faccia avanti? E
dire che il romanzo, comunque lo si giudichi, ha tutte
le carte in regola per diventare un film importante,
anche di successo.
In
fondo rievoca quasi un secolo di storia italiana
attraverso gli occhi, le azioni e le avventure di un
protagonista d'eccezione: un grande industriale alla
Gianni Agnelli. Il paragone è continuamente evocato.
Andrea Grammonte è un predestinato, come rivela <quella
linea dritta che lo rendeva inconfondibile: non una
ruga, ma un segno, un segno di marchio che spartiva in
due la fronte larga da animale sacro, custode di
enigma>.
Un
tipico eroe (o antieroe) del nostro tempo: l'uomo del
Novecento, lucido e disincantato, sospeso fra noia
esistenziale e bisogno di azione, fra scetticismo e
ansia di essere migliore e diverso da sé, fra senso del
dovere e disperato cinismo.
Dunque perché non ripartire dal copione esistente,
vergato da Massimo e Simone De Rita? Dove si
ricostruisce, con qualche legittima variazione rispetto
al libro, l'esistenza inimitabile di questo giovane
dandy, erede della Sidera di Agrate, primaria industria
nazionale i cui interessi <erano così importanti da
coincidere quasi con quelli dell'intero Paese>. La
Sidera come la Fiat, Andrea Grammonte come Gianni
Agnelli.
Manca solo la famosa erre moscia, per il resto le
allusioni si inseguono l'uno dietro l'altra: la morte
violenta del "delfino" Enrico, padre di Andrea e figlio
del capostipite della dinastia industriale; la durezza
lombarda del nonno dittatore; il passaggio, 1938, del
testimone al nipote, cioè Andrea, dalla fama di "giovin
signore dissoluto", annoiato da tutto; la laurea in
Ingegneria; la guerra in Africa; il legame complicato
con la madre Viviane, elegante e lontana; la passione
per le belle donne, specie se disinvolte, un po'
puttane, pure per la cocaina; la gamba lesa per sempre;
la
noia moraviana del ricco "rentier" con relativi giochi
sentimental-sessuali; la ricostruzione nel secondo
dopoguerra con l'aiuto del Piano Marshall; il rapporto
coi governi democristiani in carica, con i Fanfani e gli
Andreotti, ma anche con Carli, Nenni, Capanna; il figlio
Edoardo che si butterà da un cavalcavia non reggendo
alla durezza insensibile del padre. Che sia un romanzo a
chiave è fuor di dubbio. A un certo punto Scalfari
scrive addirittura che un personaggio è fatto entrare
<nella stanza del piccolo agnello>: più chiaro di così.
In
mano a un Marco Tullio Giordana, sfrondato dei lunghi
monologhi interiori, potrebbe venirne fuori un bel film.
Le ragioni private e quelle pubbliche si mischiano nel
ritratto di questo capitano d'industria apparentemente
insensibile, <nato per essere un re>, quindi abile e
spietato, ma anche elegante e malinconico, che detesta
sentir parlare d'amore e tuttavia lo cerca.
Naturalmente un progetto del genere pone problemi di
costi, di scenografie, di trucco. Si va dagli anni
Trenta ai Settanta, passando per la Seconda guerra
mondiale (con relativa battaglia in Africa), e poi
fabbriche, automobili, vestiti che cambiano, la
ricchezza di un mondo che resiste alla modernità, ma
pure deve aggiornarsi. Per non dire delle facce: come
rendere il passare del tempo?
Eppure varrebbe la pena di provarci. Magari scegliendo
la dimensione della miniserie tv d'autore, alla maniera
di "La meglio gioventù" o "Noi credevamo", dentro una
narrazione ampia, distesa, comunque d'autore. Chissà.
Del resto la filosofia di Grammonte è: <Contenere le
passioni dentro una forma. Amare il caos e dominarlo con
lo stile>. Molto cinematografico, no?
02-09-2010]
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CON ANDREA AGNELLI, LA VECCHIA SIGNORA RITORNA CATTIVA -
per rispondere alle basse insinuazioni del nemico
Moratti (“Meglio essere multietnici che comprare le
partite”), YAKI ELKANN PIGOLA SU TESTO DEL CUGINO: “Loro
non hanno mai saputo perdere e dimostrano che non hanno
ancora imparato a vincere” - Dall´alto dei cieli, Moggi
e Giraudo plaudono e in curva c´è già chi gode
Maurizio Crosetti per
La Repubblica
La
Juventus fa la faccia cattiva, come quando lo era
davvero e infatti vinceva. Basta con l´appiccicosa
simpatia buonista che si deve ai perdenti, ai riemersi
dalla melmosa serie B, agli inseguitori. I denti aguzzi
li mostra nientemeno che John Elkann, la cui
invisibilità (non solo per le faccende del pallone) è
proverbiale.
Il
nipote prediletto dell´Avvocato e numero uno della Fiat
sceglie la vecchia casa di Villar Perosa, l´antica
"partitella in famiglia" (così si diceva quando ancora
esistevano le partitelle, e soprattutto le famiglie) per
rispondere alle basse insinuazioni del nemico Moratti
(«Meglio essere multietnici che comprare le partite»):
«Non sapeva perdere e ora non sa vincere». Bùm.
Eredi spirituali della Juve della Triade, antipatica e
imbattibile, Andrea Agnelli (il presidente) e John
Elkann (il padrone) dicono ai tifosi che il vento è
cambiato e che non si vuole più sopportare, anche se
l´estate della violenza e dell´isteria non aveva bisogno
di nuova benzina a poche ore dal campionato.
Poi, certo, vincere è un´altra cosa rispetto alle
schermaglie dialettiche, e lì servono giocatori, non
virgolette o punti esclamativi. Quest´anno, la Juve è
stata la più attiva sul mercato, la più spendacciona e
non accadeva da una vita. Da verificare se sia meglio
puntare sui 33 anni del buon Di Natale, rinunciando ai
25 di Diego, e se insieme ai quasi 36 di Del Piero non
si vada lentamente verso il cronicario. Ma ci sono anche
il vigore di Krasic, le geometrie di Aquilani, la
robustezza di Bonucci e forse qualcun altro in arrivo.
Se
l´Inter è una potenza (magari non sapeva perdere, però
sa vincere eccome), i bianconeri mostrano una rabbia che
sembrava assopita. Lo stile Juve diventa, come ai vecchi
tempi, l´ostile Juve. Dall´alto dei cieli, Moggi e
Giraudo plaudono e in curva c´è già chi gode.
[25-08-2010]
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CIRCOLI VIZIOSI - INCHIESTA MONDIALI DI NUOTO ROMA 2009:
SEQUESTRATO IL CIRCOLO ’AQUANIENE’: la struttura oltre
all’attività sportiva effettua attività commerciale
nonchè eventi del tutto diversi da quelli sportivi
(presentazione auto Maserati, Premio della Moda, ecc.) e
infine ha una significativa presenza di locali, pari a
380 metri quadri destinati ad uso residenza tipo ’bed
and breakfast’ - CITATI BALDUCCI, Claudio Rinaldi,
Giovanni Malago’ - Nei giorni scorsi, è stato ascoltato
il sindaco Alemanno…
1 - SEQUESTRATO IL CIRCOLO 'AQUANIENE' DAL GIP DI ROMA -
RESTANO CON I SIGILLI ALTRE STRUTTURE INAUGURATE PER
RASSEGNA
(Apcom) - L'impianto sportivo
'Aquaniene' è stato sequestrato per abusi edilizi. Il
provvedimento è stato disposto dal gip Donatella Pavone
su richiesta del pm Sergio Colaiocco, nell'ambito
dell'inchiesta sui mondiali di nuoto 'Roma 09'. Allo
stato sono ancora chiuse, con i sigilli, 4 altre
strutture le cui "implementazioni" - secondo l'accusa -
oltre ad essere state realizzate senza un titolo idoneo,
vanno ad incidere, in assenza dei necessari nulla osta,
in zona sottoposta a vincoli paesaggistici. Tra questi:
il Salaria Sport Village, il Flaminio Sporting Club, il
Reale Circolo Canottieri Tevere Remo e il Gav Roma
Natura.
Per quanto riguarda gli altri 11 impianti che, ad
ottobre 2009, avevano chiesto la 'sanatoria' al Comune,
ad oggi, per 6 (Antico Circolo del Tiro a Volo, Agepi -
Riserva del Macchione, Real Sport Village, Axa Immobil
Sport - Eschilo 1, Villa Flaminia, Cristo Re) il
procedimento amministrativo di regolarizzazione è ancora
in corso. Pertanto le decisioni prese dall'autorità
giudiziaria, rispetto a possibili ulteriori sequestri,
non potranno che essere assunte - si spiega - all'esito
della chiusura del procedimento da parte del Comune di
Roma.
Sull'Aquaniene si sottolinea che la struttura è stata
realizzata ex novo - e non di ampliamento di impianti
preesistenti come richiesto dal consiglio comunale di
Roma nella delibera numero 85 del 2007 - che ha
comportato un rilevante consumo del territorio per la
realizzazione di 14mila metri quadri a fronte di una
concessione che prevede un canone mensile di 3275,10
euro per 42 anni. Inoltre - secondo i pubblici ministeri
- la struttura oltre all'attività sportiva effettua
attività commerciale nonchè eventi del tutto diversi da
quelli sportivi (presentazione auto Maserati, Premio
della Moda, ecc.) e infine ha una significativa presenza
di locali, pari a 380 metri quadri destinati ad uso
residenza tipo 'bed and breakfast'.
Infine - si sottolinea a piazzale Clodio - nell'impianto
accedono oltre 2400 persone al giorno e questo comporta
un aggravio sul traffico privato della zona nonch‚ dei
mezzi pubblici di accesso e un correlato maggior
inquinamento atmosferico, in zona che risulta comunque
sottoposta a vincolo paesaggistico.
Secondo il gip l'Aquaniene non è un'opera pubblica "in
quanto, al di là della qualificazione attribuita dal
Comune - non determinante in quanto altrimenti sarebbe
facile per la pubblica amministrazione l'aggiramento di
norme giuridiche poste a tutela della collettività - il
centro sportivo esercita, in realtà, una attività
commerciale altamente redditizia, ne consegue che
l'opera non sia destinata alla soddisfazione
dell'interesse pubblico in via immediata e diretta".
2
- G8: INCHIESTA ROMA 2009; CITATI BALDUCCI E ALTRI 32 -
ANCHE CLAUDIO RINALDI E GIOVANNI MALAGO'
(ANSA) - Per i presunti abusi edilizi
che avrebbero scandito la realizzazione degli impianti
sportivi, piscine e altre strutture, in occasione dei
mondiali di nuoto del 2009, la Procura di Roma ha citato
a giudizio 33 persone.
Tra queste Angelo Balducci, gia' presidente del
Consiglio superiore dei lavori pubblici, tuttora
detenuto per la vicenda degli appalti G8, Claudio
Rinaldi ex commissario straordinario per i mondiali di
nuoto, Giovanni Malago' all'epoca presidente del
comitato organizzatore dei mondiali.
3
- MONDIALI NUOTO/ ABUSI EDILIZI, A GIUDIZIO BALDUCCI E
ALTRI 32 - ATTI INVIATI ALLA CORTE DEI CONTI PER
ULTERIORI VERIFICHE
(Apcom) - A processo per abusivismo
edilizio. La Procura di Roma ha disposto la citazione
diretta a giudizio per 33 persone, in relazione al
procedimento sulla realizzazione o ingrandimento di
strutture sportive che hanno ospitato le delegazioni dei
mondiali di nuoto del 2009. Il pm Sergio Colaiocco ha
disposto la trasmissione degli atti alla procura
regionale della Corte dei conti come avevano richiesto i
magistrati contabili il 9 luglio scorso.
Sotto accusa ci sono l'ex presidente del consiglio
superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci e Claudio
Rinaldi: i due che si sono susseguiti nel rivestire la
carica di commissario straordinario per l'organizzazione
della manifestazione iridata; l'imprenditore Giovanni
Malagó, per il circolo 'Aquaniene' che è stato
sottoposto a sequestro.
Tra gli imputati anche Simone Rossetti, gestore del
centro benessere Salaria sport village e finito tra le
intercettazioni, ormai all'attenzione dei pm di Perugia,
con il capo della protezione civile Guido Bertolaso per
alcuni incontri che sarebbero avvenuti nel settore spa e
benessere del centro. Tra i direttori dei lavori che
dovranno subire il processo c'è l'architetto Angelo
Zampolini, che ha seguito la realizzazione del Salaria
Sport Village. La prima udienza per tutti è stata
fissata per il 5 aprile 2011.
Nei giorni scorsi, nell'ambito dell'inchiesta, è stato
ascoltato il sindaco Gianni Alemanno e altri indagati
hanno cercato di spiegare il loro buon operato,
facendosi interrogare volontariamente dal pubblico
ministero, tra questi Malagó.
[04-08-2010]
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CI
MANCAVA SOLO "CIRCOLI PULITI"
"Piscine abusive per i Mondiali di nuoto. 33 a giudizio,
sequestrato impianto a Malagò. Fra i citati anche
Balducci e Rinaldi, commissari straordinari per Roma
2009. Chiuso Acquaniene, la protesta dell'imprenditore"
(Repubblica, p.10).
Va
detto che solo a Roma uno come Megalò-Magalò, ex
compagno di bisbocce dell'Avvocato di panna montata e
fan dello Smontezemolato, può essere definito
"imprenditore". Comunque, dopo che da vent'anni tutti i
giornali della Capitale lo portano in palma di mano, Lui
giustamente si crede una riserva della Repubblica.
E
allora ieri ha convocato una conferenza stampa per dirsi
"nauseato" e annunciare che non lavorerà più per il
settore pubblico. Non solo, ma lunedì si dimetterà anche
dal cda di Unicredit. Visto come si comporta il resto
della classe digerente di questo disgraziato paese, vien
quasi da fargli i complimenti.
06.08.10 |
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Non c'ha dormito una notte Lapo Elkann, poi ha dovuto
ubbidire. Marchionne, l'uomo dal taglione nero, gli ha
ordinato di chiudere e vendere il Fiat Playa di Punta
Marana a Porto Rotondo. Succhia denaro a palate e non
incassa nulla. Lo aveva creato Lapo cinque anni fa ed
era il ritrovo di vip e vippini, Simona Ventura, Barbara
D'Urso, Cristina Parodi, Melisa Satta, Barbara D'Urso,
Valeria Mazza, Bobo Vieri, Rossano Rubicondi, Gigi
D'Alessio, altri. Tutta gente che arriva e non paga,
pardon sono un vip. Trattative in corso con la Hollywood
International Beach, depandance della omonima celebre
discoteca milanese.
17.07.10 |
AGNELLI
DIVISI SULLA JUVE ...
Allontanarsi dalla Juventus: questa la parola d'ordine di John
Elkann e del suo staff dopo la nomina di Andrea Agnelli a
presidente della squadra bianconera.Da un lato, infatti, il
presidente della Fiat sarebbe rimasto scottato dal ritorno
negativo in termini d'immagine per l'ultima, disastrosa stagione
della squadra bianconera. Dall'altro lato John Elkann non
avrebbe apprezzato per nulla la decisione di Andrea Agnelli di
strappare il precontratto con Rafa Benitez, che l'amministratore
delegato Jean-Claude Blanc gli aveva portato in dote. Né
tantomeno che Benitez si sia poi accordato con l'Inter. (G.L.)
10.07.10 |
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PER LA PRIMA
VOLTA, A 80 ANNI, ANITA EKBERG SVELA LA SUA STORIA CON GIANNI
AGNELLI - "MAI NESSUNO COME LUI, NELLA MIA VITA. NÉ, PRIMA, NÉ
DOPO. STAVAMO GIÀ INSIEME, QUANDO GIRAI LA ’DOLCE VITA’. E DIRE
CHE GIULIETTA MASINA ERA GELOSA, PENSAVA AVESSI UNA STORIA CON
SUO MARITO. MA IO E FELLINI POTEVAMO ESSERE SOLO AMICI" -
(BERLUSCONI PASSA IL SUO TEMPO A TRUCCARSI COME UN ATTORE. ANZI:
COME UN´ATTRICE")
Massimo
Calandri per "la
Repubblica"
Si muove
piano appoggiandosi al braccio del comandante, ex rugbista
genovese di quasi due metri. Prudente. Malinconica. A bordo un
grande schermo rimanda le immagini di lei nella fontana di
Trevi. I croceristi studiano incuriositi l´eleganza
dell´incedere, il mistero che sembra circondare quell´anziana
signora.
Ma è solo
osservandone lo sguardo, gli occhi azzurri e ancora intensi, che
qualcuno finalmente la riconosce. Allora si danno di gomito,
bisbigliano eccitati, tirano fuori le macchine fotografiche.
Sono trascorsi cinquant´anni dalla Dolce Vita: in questi giorni
l´ottantenne Anita Ekberg è l´ospite d´onore della Costa
Atlantica, grattacielo sul mare che al capolavoro felliniano ha
dedicato una crociera nel Baltico.
La nave è
salpata da Stoccolma preceduta da una conferenza stampa per
celebrare l´anniversario del film e raccontare la prima di una
serie di iniziative in occasione del mezzo secolo. L´attrice
svedese risponde fredda e puntuale alle domande dei giornalisti
scandinavi: aneddoti sulla scena che ha reso tutti famosi, il
suo rapporto col regista, il tramonto di una carriera,
l´orribile cinema di oggi. Terminato l´incontro si abbandona su
una poltrona accanto al bancone del bar. Sola, stanca.
Cosa le
manca di più della Dolce Vita?
«Gianni
Agnelli».
Scusi?
«Stavamo
già insieme, quando giravo la scena della fontana. Mai nessuno
come lui, nella mia vita. Né, prima, né dopo. E dire che la
Masina era gelosa, pensava avessi una storia con suo marito.
Giulietta ci ha messo anni a capire che io e Federico Fellini
potevamo essere solo amici».
Anita
Ekberg e l´Avvocato.
«È durato
molto più di quanto possiate pensare. Una vera storia d´amore.
All´inizio non ci credeva nessuno, la moglie pensava a
un´avventura. Forse non ci siamo mai lasciati. Era un uomo
meraviglioso. Un italiano di quelli che non ci sono più,
l´italiano che una ragazza come me voleva incontrare:
intelligente, ironico, attivo. Scherzava sempre, ma ha sofferto
molto. L´ultimo ricordo è quando gli hanno detto al telefono che
il figlio si era suicidato, e lui ha voluto andare di persona a
vedere».
Dicono che
l´altro suo grande amore italiano sia stato Dino Risi.
«Non è
vero. Lo raccontava lui per darsi importanza, quando io ero una
Miss Svezia che cominciava a fare film e lui un medico milanese
che voleva entrare nel cinema».
La fontana
di Trevi...
«Abbiamo
girato quella scena a gennaio. Faceva freddo, tremavo come una
foglia. Mi hanno tappato il naso e obbligato bere cognac, per
andare avanti. Mastroianni è caduto tre volte in acqua, lo
asciugavano e si doveva ricominciare. Un incubo».
Senza
Anita quel film non sarebbe stato lo stesso, diceva Fellini.
«È grazie
a me, a quella scena, se si è fatto conoscere nel mondo. Io ero
già famosa. Ma lui era un vero genio: non ti trattava come una
pedina degli scacchi, con lui eri davvero libero di esprimerti».
Quella
Dolce Vita non tornerà più.
«È la
storia di una generazione perduta, di un´Italia perduta. Io
conosco l´Italia, continuo a vivere a Genzano con i miei due
cani in un sereno isolamento. So quanto è cambiata. Allora c´era
voglia di vivere, di conoscere le persone, di comunicare. C´era
la libertà di sognare. Adesso stanno tutti chiusi dentro le loro
macchine o le loro case. Pensano a mettere da parte i soldi, e a
guardare la tv. Ma con l´esempio che dà Berlusconi non potrebbe
essere diversamente».
Il
Cavaliere è nato il suo stesso giorno: il 29 settembre.
«Passa il
suo tempo a truccarsi come un attore. Anzi: come un´attrice».
Perché è
così ostile ai giornalisti svedesi?
«Uno di
loro mi ha rovinato la vita: Rube Moberg. A Roma non mi incontrò
neppure, ma scrisse che ero una puttana. Quando andai a trovare
i miei genitori c´era un gruppo di fanatici cattolici che prese
a pietrate la nostra casa. Fu uno shock. Ero solo una ragazza
che cercava una vita normale, l´amore».
Gianni
Agnelli.
«L´unico
vero amore della mia dolce vita amara».28-06-2010]
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RICORDATE
AL PETTEGOLO PAOLINO MIELI CHE DI MAMMA CE N’È UNA SOLA E NON SI
TOCCA! - ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI MARINA STRA-RIPA DI
MEANA DEDICATO ALLA MADRE DI GIANNI AGNELLI L’EX DIRETTORE DEL
CORRIERE, DOPO AVER SOTTOLINEATO CHE I DIRITTI CINEMATOGRAFICI
DEL CELEBERRIMO LIBRO DI SUNI AGNELLI, "VESTIVAMO ALLA
MARINARA", FURONO COMPRATI DAL RE DELLA SACRA RUOTA PER EVITARE
QUALSIASI CIAK PETTEGOLO SULLA SACRA FAMIGLIA, INSINUA PERFIDO
CHE LA BELLISSIMA VIRGINIA AGNELLI AMASSE IL CALDO CURZIO
MALAPARTE GIÀ DA SPOSATA. E SUBITO SI AVVENTANO SUL PETTEGOLO LA
CERAMICATA IRA FURSTEMBERG E NICOLA CARACCIOLO, UNICHE TRACCE
PRESENTI DELLA DINASTIA SABAUDA. DALL’ALDILÀ GLI AGNELLI TUONANO
E MANDANO LA PIOGGIA A SEDARE GLI ANIMI. FIAT VOLUNTAS LORO -
Sebastiano Luciani per "Italia Oggi"
Serata con
Paolo Mieli nella casa romana di Franco e Sandra Carraro (...)
per ricordare la mamma di Gianni Agnelli. Alla salita di Bosco
Parrasio 8, la presentazione alla stampa del libro «Virginia
Agnelli. Madre e Farfalla», di Marina Ripa di Meana e Gabriella
Mecucci, pubblicato da Minerva edizioni, con introduzione a cura
di Carlo Ripa di Meana.
L'attrice
Sabrina Colle legge alcuni passi del testo che per la prima
volta fa luce su una delle figure femminili più affascinanti e
significative del novecento italiano, in parte oscurata dal mito
del figlio, l'Avvocato.
Nota al
pubblico soprattutto per la sua bellezza e mondanità, Virginia
Bourbon Del Monte Agnelli fu anche una donna che profuse il suo
patriottismo nella «Operazione Farnese»: ebbe infatti un ruolo
diplomatico decisivo che portò i tedeschi ad abbandonare Roma
senza ulteriori combattimenti e distruzioni.
DAGO-REPORT
Mieli perfidamente parla di Giorgio Agnelli, il misterioso
fratello dell'Avvocato scomparso in circostanze misteriose, ed è
subito pioggia. Poi l'ex direttore del Corrierone sottolinea che
i diritti cinematografici del celeberrimo libro di Suni Agnelli,
"Vestivamo alla marinara", furono comprati dal Re della Sacra
Ruota per evitare qualsiasi ciak pettegolo sulla famiglia.
Infine
Paolino insinua che la bellissima Virginia Bourbon Del Monte
sposata Agnelli amasse il caldo Curzio Malaparte già da sposata.
E subito si avventano sul pettegolo la csramicata Ira
Furstemberg e il rapace Nicola Caracciolo, uniche tracce
presenti della dinastia sabauda. Dall'aldilà gli Agnelli tuonano
e mandano la pioggia a sedare gli animi. Fiat voluntas loro.
23-06-2010]
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FIAT: ELKANN, LA MIA E' UNA VITA UNTHINKABLES...
(Adnkronos) - Una vita 'unthinkables', impensabile e persino
imprevedibile, quella che il giovane presidente della Fiat, John
Elkann, ha raccontato oggi all'Universita' Bocconi dove, per due
giorni, si ritrovano ex alunni famosi e non, iscritti alla
Alumni Association guidata da Pietro Guindani, per raccontare
esperienze 'unthinkables'.Al limite
dell'emozione, Elkann ha ripercorso brevemente la sua vita,
contrassegnata da eventi, per l'appunto, imprevedibili,
'unthinkables': "sono nato nel 1976, a New York, da due genitori
molto giovani -ha ricordato Elkann- mia madre aveva 19 anni e
mio padre 25. A soli cinque anni, nel 1981, i mie genitori si
separano e anche questo per me era impensabile. Di fatto avevo
cosi' due famiglie: quella di mia madre e quella di mio padre".
"Ho quindi
avuto una infanzia dove ho viaggiato molto e quando
nell'infanzia si viaggia molto -ha proseguito Elkann- si deve
sempre cercare un punto di riferimento. I miei punti di
riferimento erano i miei fratelli. A 18 anni decisi di venire a
studiare in Italia e mio nonno, in cuor suo, voleva che
frequentassi la Bocconi, ma dopo essermi diplomato a Parigi
scelsi ingegneria a Torino".
25.06.10 |
AGNELLI: DA
LUSSEMBURGHESE OLD TOWN 58MLN UTILE MA NESSUNA CEDOLA...
Radiocor - Utile di 58 milioni nel 2009 per la Old Town, holding
lussemburghese controllata dalla Giovanni Agnelli & C, che aveva
accusato una perdita di 51,6 milioni nel 2008, quando il
portafoglio della ex-Exor era stato 'significativamente colpito'
dall'impatto della crisi delle Borse sugli investimenti in
Graphic Packaging e nei fondi Usa Permal. Come indica il
rapporto annuale depositato oggi nel Granducato e consultato da
Radiocor, il cda ha proposto che non venga versato alcun
dividendo, perche' l'utile non ha componenti di cassa
riflettendo solo riprese di valore dopo le svalutazioni del
2008. Tra le entrate straordinarie del 2009 figurano 100mila
euro per la cessione del marchio Exor.18.06.10 |
DOVE METTONO I SOLDI GLI AGNELLI ...
Farà piacere agli operai di Pomigliano, come ai fabbricanti
polacchi della Panda, apprendere dall'ottima penna di Giuliana
Ferraino le nuove sfide del giovane Yacht Elkann. "Exor,
alleanza sulla via delle Indie con i Rotschild e Jardines.
Accordo nel private equità per investire a New Delhi e a
Pechino" (Corriere delle banche creditrici, p. 37) 10.06.10 |
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EXOR:
chiama l'a.d. di Fiat, Sergio Marchionne, nel board (dai
giornali) Andrea nella cassaforte Agnelli. Nuova
rappresentanza per gli oltre 70 soci e i 10 gruppi
familiari. Venerdi' le decisioni (Il Corriere della Sera,
pag. 26, Il Giornale pag.21) 10.05.10 |
GINEVRA
ELKANN ENTRA NELLA VILLA DI MARRAKECH. DAL LUSSEMBURGO...
M. Ger. per "il Corriere della Sera"
- Fuori la
«vecchia guardia», dentro i giovani. Fuori Siegfried Maron, dentro
Ginevra Elkann. Oggetto: la villa di Marrakech che dovrebbe
appartenere a Marella Caracciolo Agnelli, vedova dell'Avvocato.
Per capire meglio occorre sapere che la casa in Marocco, una delle
più belle residenze al mondo, abitata da donna Marella, italiana
residente in Svizzera, è posseduta da una società lussemburghese,
la Juky.Ed è
nella Juky che recentemente è avvenuto il «ribaltone» pilotato.
Sono usciti dal consiglio di amministrazione i precedenti gestori,
Marc Loesch, Ursula Schulte eMaron. Quest'ultimo, tra l'altro, è
uno dei professionisti citati in giudizio da Margherita Agnelli
(madre di Ginevra) nella causa sull'eredità, persa in primo grado
davanti al tribunale di Torino.
I tre
professionisti erano stati nominati all'atto costitutivo della
Juky, il 18 giugno 2003, circa cinque mesi dopo la morte di Gianni
Agnelli. A quell'epoca il 99% del capitale era intestato
all'avvocato Loesch, molto probabilmente facente funzioni di
fiduciario. Ora però al loro posto sono entrati Ginevra Elkann,
sorella di John e Lapo, la svizzera, di Pontresina, Ursula Crameri
Tschappu e il professionista lussemburghese Pierre Lentz.
Con
l'occasione è stato modificato lo statuto creando amministratori
di categoria A e B (Lentz). A loro spetta la gestione congiunta
della società e quindi della villa in Marocco che sarebbe stata
acquistata per quasi 12 milioni di euro nel luglio 2003.
Fonti
vicine alla famiglia riferiscono che Ginevra Elkann (vice
presidente della Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli al
Lingotto) ha rilevato un'azione di Juky e il suo ingresso nel
consiglio si spiega con la necessità di avere i poteri formali per
la gestione quotidiana della proprietà (fornitori, lavori,
vigilanza, ecc.). Ginevra e Giovanni Gaetani dell'Aquila d'Aragona
si erano sposati il 25 aprile 2009 proprio nella villa di
Marrakech
02.06.10 |
L'AGNETA
DI AGNELLI VELEGGIA VERSO NUOVI PROPRIETARI...
Da "Economy" - Per oltre 25 anni ha solcato
i mari con Gianni Agnelli. Oggi Agneta, splendido 25 metri
in quercia e mogano progettato negli anni Cinquanta da Knut
Reimers e famoso per le sue vele bordeaux, è in vendita. Il
prezzo, tutto sommato, è abbordabile: 1,45 milioni di euro.
La vendita è curata da Bernard Gallay e per chi volesse è
visibile in Costa Azzurra (www.yachts-brokerage.com).18.05.10 |
AGNELLI, VOLANO CARTE - ARIA DI PACE E DOCUMENTI SCOMODI...
Venti di tregua non solo tra John Elkann e Andrea Agnelli:
anche le due mater familias Marella e Allegra Caracciolo,
vedove di Gianni e Umberto, continuano a vedersi. Ma spirano
anche venticelli che portano carte imbarazzanti: gli statuti
riservati di due società lussemburghesi con in dote oltre
200 milioni di franchi svizzeri ciascuna, riconducibili a
Gianni Agnelli.Le
carte sono nelle mani della procura di Milano: se fossero
vere, sarebbero la prova del tesoro all'estero
dell'Avvocato. Altrimenti c'è da chiedersi chi si è peritato
di scrivere due atti così complessi, con tanto di timbri del
Liechtenstein e false firme di due stretti collaboratori di
Gianni.
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Agnelli/ Elkann presidente dell'accomandita
Abbraccio tra Gabetti ed Elkann segna passaggio di consegne
Postato
5 ore
fa da APCOM
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Da
oggi John Elkann, oltre a essere presidente di Fiat e di
Exor, è anche il presidente della Giovanni Agnelli & C., la
società che controlla l'impero della sua famiglia. Un
abbraccio tra Gianluigi Gabetti e John Elkann seguito da un
lungo applauso dei familiari di quest'ultimo. È l'immagine
simbolo del passaggio di consegne tra Gabetti ed Elkann alla
presidenza dell'accomandita Giovanni Agnelli & C. Come
preannunciato nel consiglio dell'accomandita entrano:
Tiberto Brandolini D'Adda, Andrea Agnelli, Maria Sole
Agnelli, Alessandro Nasi e Luca Ferrero di Ventimiglia, cui
si aggiungono l'ex presidente dell'accomandita Gianluigi
Gabetti e Gianluca Ferrero, già consigliere della società al
comando dell'impero degli Agnelli. Nel corso della riunione
dei familiari, che è da poco terminata al Lingotto, è
intervenuto anche Franz Haniel, rappresentante della
famiglia che da circa 250 anni guida il colosso della
distribuzione Metro. Di fronte a questo solido esempio di
imprenditoria familiare, John Elkann avrebbe commentato:
"Davanti alla nostra famiglia si apre un futuro ancora di
molti anni". Tra gli ospiti presenti al pranzo della
famiglia Agnelli c'era anche Luca Cordero di Montezemolo, a
Torino per un breve saluto.
NON SOLO ! Mb
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NONNO GIANNI, CHE
TESORO!
Seconda puntata della meravigliosa "Versione di
Porro" sul nostro compianto Maestro dell'Offshore.
"Ecco la verità sul tesoro dell'Avvocato. In base ai
documenti riservati utilizzati per la spartizione dell'eredità,
il patrimonio di Gianni era di 1,6 miliardi. Margherita tentò
di entrare nella cassaforte del gruppo per arrivare alla Fiat,
ma Umberto bloccò l'operazione" (Giornale, p.9).
La Stampa schiera Sodano jr per
rilanciare lo scoop di ieri del Giornale "Margherita
Agnelli mi chiese di mentire" e registra con cautela
l'annuncio di querela della figlia dell'Avvocato contro Gamna,
intervistato ieri da Nicola Porro. (p.30)
01.05.10 |
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1#- IL SUO EX AVVOCATO:
"DENUNCIO MARGHERITA: VOLEVA FARMI MENTIRE SUL TESORO DI
AGNELLI PER INCHIODARE GABETTI E GRANDE STEVENS" - #2-
"USCÌ DALLA FIAT DI SUA VOLONTÀ PERCHÉ NON AVREBBE MAI
AVUTO ALCUN POTERE" - #3- "MI DISSE CHE AVREBBE BEN
VISTO SUO MARITO SERGE DE PAHLEN PRESIDENTE FIAT" - #4-
"ALTRO CHE SPROVVEDUTA, MARGHERITA SI AFFIDÒ AD ABILI
CONSULENTI DELLA COMUNICAZIONE CHE, ATTRAVERSO CONTINUE, QUASI
OSSESSIVE, INTERVISTE E APPARIZIONI SUI MEDIA, E DA ULTIMO
ANCHE UN LIBRO, COSTRUIRONO L’IMMAGINE DELLA SPROVVEDUTA
CASALINGA, PREDA E VITTIMA DELL’ESTABLISHMENT TORINESE E CHE
AVEVA UN SOLO OBIETTIVO, DI PROTEGGERE I FIGLI DI SECONDO
LETTO (I DE PAHLEN, NDR) DA INGIUSTIZIE PERPETRATE A FAVORE
DEGLI ALTRI TRE FIGLI (GLI ELKANN, NDR)" –
Nicola Porro per "il
Giornale"
Emanuele Gamna, ex partner
dello studio Chiomenti, accetta di parlare per la prima volta
della famosa vicenda dell'eredità Agnelli. La storia è nota,
notissima. Alla morte dell'Avvocato si apre una complessa
vicenda ereditaria che si chiude, anzi non è ancora chiusa,
con le carte bollate. Da una parte la figlia dell'Avvocato,
Margherita Agnelli, e dall'altra il resto della famiglia e i
due consulenti principe, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande
Stevens.
Il risultato del complesso
negoziato per la divisione dell'eredità è il seguente: a
John Elkann, il nipote scelto come leader dal nonno e figlio
di Margherita, le chiavi della Fiat, a Margherita un complesso
di attivi valutabile in 1,2 miliardi e alla moglie
dell'Avvocato poco meno di trecento milioni e un vitalizio di
sette milioni l'anno.
È l'avvocato Gamna a trattare
nel 2003 e nel 2004 per conto di Margherita e a raggiungere
l'accordo con i contenuti economici che abbiamo appena
elencato. L'unica figlia dell'Avvocato ha però poi
disconosciuto quell'accordo, ha denunciato infatti l'esistenza
di un presunto patrimonio al di fuori dell'intesa e oggi è
aperta un'indagine promossa dalla Procura di Milano per
estorsione tentata o consumata ai danni di Gamna ad opera di
Margherita Agnelli e dell'avvocato della signora, Charles
Poncet.
Avvocato Gamna,
sgombriamo subito il campo da un equivoco, lei per ora è
l'unico in questa vicenda ad aver subito una condanna?
«Sì. Per aver assunto la piena responsabilità di
un'evasione fiscale».
Tutto scritto sui giornali, il
compenso che le ha pagato la signora Margherita non è stato
dichiarato per intero. Ma che c'entra allora l'indagine di
estorsione che la vede questa volta come parte offesa?
«Tutta la vicenda è nata in seguito all'acquisizione da
parte della Procura di Milano di un dossier che includeva la
corrispondenza tra l'avvocato Poncet e la signora Margherita
Agnelli e che riguardava anche me e il mio avvocato svizzero.
Dal dossier si evinceva chiaramente che io ero stato
sottoposto a un lungo ricatto che aveva la finalità di farmi
dichiarare il falso e così costruire delle "prove"
che Margherita Agnelli avrebbe potuto utilizzare a suo favore
nel processo da essa intentato a Torino contro Gabetti e
Grande Stevens».
Fermiamoci un attimo e
procediamo per ordine. Lei aiuta la signora Margherita a fare
un accordo di divisione ereditaria. Lo studio legale per il
quale lei lavorava era evidentemente al corrente della
complessa e delicata assistenza che lei prestava alla signora.
Qual è stato l'effettivo coinvolgimento dello studio in
quella vicenda, tenuto conto che un importo, senz'altro
rilevante, è stato pagato dalla signora a fronte dei servizi
resi e dei risultati ottenuti nella trattativa, importo che in
gran parte è poi risultato non dichiarato al fisco?
«Non rispondo a domande che riguardino lo studio legale per
il quale all'epoca lavoravo. Al riguardo ho già detto tutto
al sostituto procuratore di Milano».
Perché non intende
parlare del suo ex studio?
«Se rispondessi a questa domanda, finirei di rispondere a
tutte le domande che concernono lo studio. Ribadisco che ho
assunto, io solo, tutta la responsabilità fiscale di questa
vicenda, pagando di persona, come è noto, un prezzo
elevatissimo, in termini economici e di immagine. La mancata
dichiarazione fiscale di parte dell'importo corrisposto dalla
signora Agnelli, fu in realtà frutto di un'intesa con la
signora che aveva voluto "premiare" il risultato da
me ottenuto al termine della trattativa con sua madre per la
divisione dei cespiti inventariati del patrimonio
dell'Avvocato Agnelli».
Un risultato che non
sembra però oggi soddisfare Margherita.
«La signora fu soddisfattissima di tale risultato, del quale
mi ringraziò pubblicamente e personalmente per anni».
Pubblicamente?
«Ci fu un comunicato stampa, in occasione del matrimonio di
suo figlio John, in cui mi ringraziò e mise in evidenza che
anche grazie al mio operato era stato possibile raggiungere un
accordo soddisfacente per tutte le parti».
Insomma erano tutti
d'accordo?
«Margherita conseguì grandi vantaggi economici. Le posso
dire che il patrimonio inventariato dell'Avvocato Agnelli
comprendeva cespiti del valore complessivo di circa 1,5
miliardi. Le ricordo che solo in tempi recenti, e per
iniziativa della Procura di Milano che ha acquisito nella
primavera 2009 le carte relative all'estorsione da me subita,
è risultato chiaro che la signora ha avuto nel 2004, in sede
di divisione del patrimonio di suo padre, valori complessivi
pari a circa 1.200 milioni di euro. In soldoni circa 4-500
milioni in più di quelli che le sarebbero spettati se il
patrimonio fosse stato ripartito fra lei e sua madre con
criteri strettamente di legge».
Ma allora cos'è
cambiato in Margherita Agnelli? Perché ciò che le andava
bene ieri oggi non le garba più?
«La signora aveva un quadro definito del patrimonio off shore
di suo padre già a fine 2003 ben prima di stipulare l'accordo
divisorio con sua madre. Tra il 2003 e il 2007 non c'è stata,
nonostante ciò che si è letto sui quotidiani, alcuna
evidenza di un patrimonio ulteriore rispetto a quello noto
alla signora al tempo della divisione con sua madre. Dunque la
domanda che mi fa, la deve piuttosto fare alla signora Agnelli».
Perché, secondo lei,
Margherita Agnelli non ha mai divulgato l'importo
effettivamente conseguito in sede di riparto dell'eredità di
suo padre?
«Come ora è divenuto noto, i cespiti più rilevanti
dell'eredità presentavano problematiche fiscali che era bene
non divulgare. Ma, a mio avviso, questa non è stata la sola
ragione. La signora, promuovendo la causa a Torino contro
Gabetti, Grande Stevens e sua madre Marella, doveva
accreditare un'immagine pubblica di sé che la ritraesse come
una vittima di malfattori, liquidata con "pochi
spiccioli" e addirittura "coartata" a uscire
dalla catena di controllo della Fiat. Mentre essa, in piena
autonomia, si risolse a uscire dalla compagine perché il
gruppo Fiat versava in condizioni disperate e lei, che aveva
ereditato una quota di minoranza nella holding controllata da
suo figlio, non contava e non avrebbe mai contato nulla».
Come fa a dire che
l'unica figlia dell'Avvocato Agnelli e una delle sue due
eredi, con la quota ricevuta in eredità, non poteva contare
niente in Fiat?
«Margherita aveva ereditato il 37,5 per cento della società
semplice (la Dicembre) a monte del gruppo Fiat. Lo statuto,
del tutto legittimo, di questa società non consentiva alla
minoranza di partecipare in alcun modo al controllo. Inoltre
la madre di Margherita, che possedeva l'altro 37,5 per cento,
aveva già espresso la volontà di cedere o donare la sua
quota al nipote John, rendendo così impossibile a Margherita
di salire in termini percentuali e confinandola così a
un'eterna minoranza senza poteri».
Riprendiamo il filo.
Come pensava Margherita, una volta sottoscritto un accordo di
divisione, di ritornare sui suoi passi?
«Margherita si affidò ad abili consulenti della
comunicazione che, attraverso continue, quasi ossessive,
interviste e apparizioni sui media, e da ultimo anche un
libro, costruirono l'immagine della sprovveduta casalinga,
preda e vittima dell'establishment torinese e che aveva un
solo obiettivo, di proteggere i figli di secondo letto (i De
Pahlen, ndr) da ingiustizie perpetrate a favore degli altri
tre figli (gli Elkann, ndr)».
Perché, non è così?
«L'obiettivo era la captatio benevolentiae del grande
pubblico, interpretare la parte della mater dolorosa che tutto
fa per proteggere i figli. È chiaro dunque che, se fosse
divenuta pubblica la reale consistenza, ubicazione ed entità
del patrimonio ottenuta da Margherita in sede di divisione
ereditaria con sua madre, il mondo intero avrebbe capito che
qualcosa nella ricostruzione dei fatti "spacciata"
dalla signora, non tornava. Tenga conto poi che l'accordo
firmato con sua madre nel 2004 era tale che, se si fosse
scoperto in seguito un ulteriore tesoro riferibile al padre,
esso sarebbe stato necessariamente diviso fra lei e sua madre
in parti uguali. Salve restando eventuali donazioni fatte a
terzi a valere sulla quota disponibile dell'eredità (un terzo
del totale)».
E allora ecco il punto,
la signora ha forse scovato un parte del patrimonio
dell'Avvocato non compreso nell'accordo?
«Se lei avesse avuto inoppugnabile evidenza di un patrimonio
ulteriore avrebbe ben potuto ottenere in giudizio la sua
parte. In base a quanto ho letto, nessuna evidenza del genere
è sin qui stata giudicata pregnante dalle autorità
competenti».
La signora ha promosso
l'azione al Tribunale di Torino anche per questo?
«Ne sono convinto. Ma il Tribunale ha rigettato tutte le sue
domande e dunque non si è convinto delle sue allegazioni. Le
prove addotte non sono state ritenute sufficienti».
Come si inserisce in tutta
questa vicenda il presunto tentativo di estorsione che lei
denuncia? Ciò che si è scritto, alla luce delle notizie
apparse sui media, è che lei avrebbe subìto per anni
un'estorsione che si fondava essenzialmente sulla sua fragilità
fiscale e avrebbe avuto lo scopo di ottenere da lei denaro e
dichiarazioni e testimonianze false. Ci vuole spiegare meglio
la vicenda, e perché se davvero ricattato non denunciò
subito le sue controparti, sottraendosi al piano ordito contro
di lei?
«Guardi, all'inizio pensai che si trattasse di un malinteso.
I rapporti miei e di mia moglie con Margherita e la sua
famiglia erano talmente stretti, affettuosi e consuetudinari
che le lettere, inviatemi già con intento estorsivo
dall'avvocato Poncet nel primo periodo (maggio-settembre
2007), mi sembravano incompatibili con la Margherita che
conoscevamo noi e piuttosto farina del sacco di Poncet e
Abbatescianni che erano i suoi avvocati nella causa di Torino
(contro Gabetti, Grande Stevens e Marella Agnelli).
In effetti era difficile
immaginare che gli avvocati assumessero iniziative così gravi
senza la piena condivisione e il mandato della signora, ma ho
voluto sperarlo, almeno nei primi tempi. Senza contare poi che
la signora - anche in quel periodo, come aveva fatto in tutti
gli anni precedenti - continuava a chiamarmi, quasi a
consultarsi ancora con me, chiedendo aiuto e consigli e mi
invitò persino all'inaugurazione di una sua iniziativa
benefica in autunno a Torino e alla messa in suffragio del
fratello Edoardo. Mi fu subito chiaro che la signora e i suoi
avvocati nella causa di Torino non disponevano, come ho già
detto, di prove concrete a supporto delle loro tesi e che
quindi avrebbero letteralmente fatto "carte false"
per raggiungere i loro scopi».
E lei a quel punto che
fece?
«Quando mi divenne chiaro che il piano che mi concerneva
vedeva lei e suo marito Serge de Palhen quali protagonisti e
mandanti, capii che la mia situazione era senza uscita. Fu
allora (dicembre 2007) che decisi di rivolgermi a un eminente
collega del foro di Ginevra perché mi assistesse e diedi
incarico a Marc Bonnant di darmi una mano. Ero effettivamente
disperato e - letteralmente - annichilito dal tradimento di
Margherita per motivi che mi apparivano profondamente
ingiusti.
Bonnant si rivelò un ottimo
consigliere: mi disse fin da subito che la mia situazione era
difficile perché all'epoca mi ero ingenuamente fidato della
signora e non disponevo di prove per difendermi sul fronte
fiscale. Le mie controparti erano perciò pronte a tutto per
"spremere" da me quanto gli serviva e Bonnant
considerò essenziale che noi si potesse provare in modo
compiuto l'estorsione.
L'illustre collega confidava
che Margherita e Poncet si sarebbero fermati prima del
baratro, anche perché la signora - quale beneficiaria a suo
tempo di un'immensa fortuna mai dichiarata al fisco italiano -
avrebbe avuto anch'essa problemi evidenti se la vicenda fosse
divenuta di dominio pubblico. Ma in ciò Bonnant si sbagliò
perché la signora e Poncet andarono fino in fondo
probabilmente perché, quando il loro gioco fu scoperto dalla
Procura di Milano, si trovarono in un cul de sac.
E forse - con il senno del poi
- ciò è stato un bene. In ogni caso l'intervento di Bonnant
fu fondamentale per costituire la prova documentale
dell'estorsione, data la propensione di Poncet a scrivere
molto e ossessivamente alle sue controparti e soprattutto alla
sua cliente, come è poi risultato chiaro da alcuni verbali
delle riunioni interne del team di legali che assisteva
Margherita (pubblicati dai giornali) e dalle lettere di
rendiconto che lo stesso Poncet inviava a Margherita
regolarmente.
Ciò che oggi mi appare
evidente e che ho detto ai magistrati è che Margherita e suo
marito Serge, fin dal 2004, pensarono di utilizzare la mia
fragilità fiscale per ottenere futuri benefici. Certo
all'epoca ero lungi dall'immaginare una cosa simile. La
signora era pur sempre un'Agnelli e ritenevo quel nome
incompatibile con un comportamento tanto bieco».
Per farla semplice. Lei ha
detto ai pm che la signora Margherita Agnelli sin da subito le
diede un compenso in nero, sapendo poi di far leva su di esso
per ottenere da lei una dichiarazione contro Gabetti e Grande
Stevens?
«All'epoca (2003-2004) un pensiero del genere neppure mi
sfiorò. Oggi sono costretto a mettere insieme i pezzi del
puzzle, e debbo ritenere assai probabile che la signora e il
marito abbiano pianificato tutto fin dall'inizio. Ottenuto il
denaro nel 2004, si potevano ottenere altri vantaggi,
approfittando della mia fragilità fiscale».
Perché la sua
testimonianza o dichiarazione giurata nel processo di Torino
avrebbe assunto, per la signora Agnelli, un'importanza quasi
capitale?
«Perché io trattai la divisione del patrimonio ereditario in
prima persona con i miei interlocutori, cioè Donna Marella e
Gianluigi Gabetti e questa circostanza avrebbe conferito
credibilità a qualsiasi mia affermazione, resa nel contesto
del processo torinese. Se io, costretto, avessi affermato il
falso sotto giuramento, cioè che esistevano altri cespiti
ereditari e che di ciò ero venuto al corrente nei miei
colloqui riservati con le controparti, la posizione di
Margherita nel processo di Torino si sarebbe enormemente
rafforzata e lei probabilmente pensava di ottenere così
ulteriori sostanziali vantaggi economici».
Quando le divenne chiaro
che l'intento di Margherita era il medesimo dei suoi avvocati
e quando prese coscienza del piano che la coinvolgeva?
«Come ho già detto alla Procura di Milano, Margherita e suo
marito nell'autunno 2007 mi ricattarono apertamente e di
persona e mi dichiararono la piena condivisione del piano
messo a punto dai loro avvocati e già abbozzato nelle lettere
che avevo ricevuto e negli incontri che avevo avuto con
Abbatescianni a Milano. Il piano era persino semplice.
La difesa di Margherita nella
causa di Torino non disponeva di prove concrete e univoche che
inchiodassero Gabetti e Grande Stevens alle responsabilità
che Margherita addossava loro in qualità di gestori del
patrimonio personale e off shore dell'Avvocato Agnelli, né di
indizi sufficienti a provare l'esistenza di ulteriori attivi
riferibili all'Avvocato nascosti fuori Italia e a lei
sottratti; ciò è risultato chiaro a tutti solo a marzo di
quest'anno, in seguito al rigetto di tutte le domande di
Margherita nella causa di Torino.
Ma a me fu chiaro già nel
2007, perché, sia gli avvocati di Margherita che lei
medesima, mi chiesero con insistenza
"collaborazione", preannunciando per iscritto la mia
chiamata a teste nel processo di Torino. Mi fu chiaro allora
(anche se la questione dell'affidavit falso è uscita dal
cappello di Poncet solo nel 2008) che io avevo per loro un
ruolo essenziale per ottenere vittoria nella causa di Torino.
In parole povere mi offrivano
un parziale salvacondotto fiscale, in cambio di una falsa
testimonianza e collaborazione nella costruzione di prove a
carico di Gabetti e Grande, finalizzate a ottenere altro
denaro da eventuali altri beneficiari del patrimonio
dell'Avvocato. Si immagini che - per ottenere da me quel che
volevano - Poncet, non solo mi bersagliò con una gragnuola di
lettere ma mi sottopose anche a un interrogatorio durissimo
durato ore nel marzo 2008, nel quale non ottenne nulla di
utile per i suoi fini.
Per questo la rabbia della signora montò alle stelle. Mi
divenne chiaro, nel corso di quell'interrogatorio, che la
signora Agnelli non disponeva di evidenze relative al
patrimonio nero di suo padre, diverse da quelle di cui già
disponeva nel 2003».
Cosa vuol dire parziale
salvacondotto fiscale?
«L'intenzione di Poncet, peraltro molto accuratamente
descritta dallo stesso Poncet nella sua corrispondenza con
Margherita, era di ottenere da me la restituzione quasi
integrale del premio che la signora mi aveva corrisposto
volentieri nel 2004, per pagare sé stesso e gli altri
avvocati che assistevano all'epoca la signora e in più di
ottenere da me la firma di un affidavit (dichiarazione
giurata) che conteneva affermazioni spudoratamente false ai
danni di Gabetti e Grande Stevens (oltre che di me medesimo),
e che gli avrebbe poi consentito di propormi come teste chiave
a favore di Margherita nel processo di Torino.
Margherita e Poncet, per dare
un abito per così dire moralmente accettabile al loro
programma, si inventarono nel 2008 uno strumento da utilizzare
al momento opportuno: che io avrei fatto il doppio gioco,
facendo più gli interessi di Marella Agnelli e dell'ingegnere
Elkann che i suoi, al tempo del negoziato sulla divisione
dell'eredità. Un'invenzione, certo, ma suggestiva per un
pubblico che ancora la vedeva come vittima di un sopruso».
Mi scusi ma non vedo
ancora alcun salvacondotto fiscale per quanto la riguarda.
«Penso che la signora accarezzò l'idea, suggerita anche da
Poncet, che io alla fine accettassi di restituire quasi
l'intera somma, pur di sottrarmi al ricatto. La signora sapeva
bene che non avevo alcun documento o evidenza che mi
permettesse una difesa davanti al Fisco per il pagamento che
lei aveva volentieri disposto a mio favore.
Era invece evidente che,
quand'anche avessi restituito nel 2008 il compenso ricevuto,
sarei comunque rimasto ricattabile a quei fini. Anzi avrei in
qualche modo fatto il loro gioco. Bonnant e io concludemmo che
la signora e Poncet al tempo stesso erano sicuri della loro
impunità e non potevano fare a meno della mia
"collaborazione", al punto di non vedere che si
trattava di proposta, non solo indecente, ma soprattutto per
me moralmente inaccettabile e senza interesse».
Margherita aveva dei
sospetti che qualcuno in particolare si fosse appropriato di
una fetta nascosta dell'eredità?
«La signora aveva le idee piuttosto chiare sull'entità e su
come l'eredità di suo padre era stata ripartita e - già nel
2003 - aveva accettato la divisione con sua madre, anche alla
luce di ipotesi che avevamo a lungo discusso con lei, suo
marito e l'altro consulente dell'epoca, avvocato Patry. Ma
penso che Margherita non abbia mai davvero accettato il ruolo
attribuito da suo padre a suo figlio John, molto legato anche
affettivamente a Gabetti e Grande e che lei vedeva come
usurpatore della funzione di capofamiglia.
Com'è noto, la designazione di
John a quel compito proveniva dall'Avvocato e, in vita di suo
padre, Margherita mai la contestò. Tale ruolo fu
apparentemente accettato da Margherita in tutti gli anni che
seguirono la morte del padre. Fu solo nell'agosto 2006 che
Margherita, nel corso di una crociera sulla sua barca, mi
disse che avrebbe visto bene suo marito nel ruolo di
presidente della Fiat e che ciò avrebbe contribuito a tenere
la sua famiglia unita».
Altro che presidenza, il
marito di Margherita fu licenziato in tronco nell'autunno del
2005, dopo che l'accordo ereditario era stato firmato. Non
proprio un gesto pacificatore da parte della famiglia, non
trova?
«Concordo con lei, Margherita in realtà fu molto scossa dal
licenziamento di suo marito. Licenziamento, anche a mio
parere, quanto mai inopportuno. E che scatenò una grande
rabbia nei confronti del figlio John e dei principali
consiglieri di quest'ultimo. Forse questo fu un elemento
dirompente che portò Margherita alla dichiarazione di guerra
che conosciamo».
Margherita, secondo
alcune ricostruzioni giornalistiche, la considera però
l'amico che ha tradito. Lei nega qualsiasi sua
accondiscendenza nei confronti di Gabetti, Elkann e Marella
Agnelli, nel corso del famoso negoziato per l'eredità?
«La signora nel 2003 mi scelse come suo legale non certo per
caso. Essa accettò ben volentieri la condizione che posi, che
cioè si trattasse di un'assistenza volta a raggiungere un
accordo fuori dalle aule dei tribunali.
Non solo per la delicatezza
della vicenda che , in realtà , coinvolgeva tutta la famiglia
Agnelli in un momento difficilissimo per il Gruppo Fiat, ma
anche perché i miei rapporti con tutte le controparti di
Margherita erano ottimi. Margherita, a ragione, pensava che
avremmo ottenuto un risultato eccellente soltanto se
l'interlocutore di Gabetti e di sua madre Marella fosse stato
un professionista ben noto a loro e da essi stimato.
Tenga conto che l'affettuosa
amicizia di mia moglie e mia con Suni Agnelli fu un elemento
determinante nella scelta di Margherita, dato il ruolo di
capofamiglia che Suni aveva inevitabilmente assunto dopo la
morte dei fratelli. Il compito era difficilissimo e si giunse
al risultato, dopo molte elaborazioni ed ipotesi, al prezzo di
compromettere per gli anni successivi i miei buoni rapporti
con Marella Agnelli e John Elkann.
Difatti mia moglie e io non
abbiamo più rapporti con Donna Marella fin dall'autunno del
2003, cioè da quando si innescò un braccio di ferro che portò
a Margherita la quota ereditaria che ora è nota, a tutto
scapito di sua madre. Si tenga conto poi che io ho non ho mai
lavorato per il Gruppo Fiat e non ho mai intrattenuto rapporti
di lavoro con il dottor Gabetti che - per quanto fosse fra i
più grandi amici di mio padre - non favorì mai qualsivoglia
incarico professionale. Tanto meno, dopo la stipula
dell'accordo ereditario nel 2004. Margherita sa benissimo che
l'ho sempre assistita con diligenza e abnegazione e ha
elaborato l'idea del mio tradimento solo perché funzionale a
conseguire i suoi obiettivi».
Perché, secondo lei,
Margherita - per il tramite dell'avvocato Poncet - la denunciò
alla Procura di Milano e al Consiglio dell'Ordine per evasione
fiscale solo nel maggio-giugno 2009?
«È semplice. Perché la Procura aveva nel frattempo
acquisito tutte le carte relative all'estorsione da me subita
e quindi apparve chiaro che, anche per questa ragione, io non
potevo più essere utilizzato quale teste a favore di
Margherita nel processo di Torino. Il gioco di Margherita e di
Poncet era scoperto e quindi io ero una carta bruciata, per
loro.
Quindi, un po' per vendetta,
per essermi io rifiutato per due anni di aderire alle
richieste pressanti di Margherita e di Poncet, un po' perché
occorreva - come ho già detto - dare una veste di moralità
apparente, e contrastare in qualche modo l'evidenza che di
estorsione si era trattato, furono depositate le denunce
contro di me per evasione fiscale. Denunce che si sono
rivelate un boomerang... ».
Perché? Ce lo spiega
meglio?
«Margherita mi è sempre parsa una donna tutt'altro che
sprovveduta, a dispetto dell'immagine accattivante di donna
ingenua e sempliciotta che per anni è riuscita a
"vendere" ai media, come ho già detto poc'anzi. Con
un certo acume mi scelse come negoziatore per ottenere la sua
parte del patrimonio del padre. Donna attentissima al denaro e
che personalmente, con l'aiuto del marito, si occupa benissimo
dell'amministrazione del suo patrimonio.
Purtroppo per lei, si è
convinta, col tempo, di beneficiare di una sorta di impunità,
legata al suo nome e al timore reverenziale che esso poteva
incutere nelle istituzioni italiane e persino nei giudici.
Questo è stato il suo errore, pensare che tutto a lei fosse
consentito, e di conseguenza ai suoi avvocati. Per la signora
e il marito, come ho dovuto realizzare negli ultimi tre anni,
il fine giustifica sempre i mezzi. Ricattarmi per ottenere da
me denaro e falsa testimonianza era, ai loro occhi,
giustificato, dall'esigenza di far male a Gabetti, Grande e a
John Elkann, per ottenere altro denaro.
Un circolo vizioso nel quale si
sono esaltati, certi dell'impunità. Ma ora dovranno accettare
che la legge italiana si applica anche a chi porta il nome
Agnelli e in ogni caso i tempi sono cambiati dai gloriosi
dell'Avvocato. Il mito è caduto, perché la signora ci ha
obbligati a vedere quel che prima era impensabile.
Ma con la caduta del mito e il trasparire della verità,
la signora ha perso ogni possibile credito, quale erede di un
uomo che - nel bene e nel male - ha rappresentato l'Italia
industriosa per una cinquantina d'anni. Ora la palla è
passata alla magistratura inquirente che, mi auguro davvero,
farà luce su questa orribile vicenda. Ma ancora non dormo la
notte, l'incubo di questi anni è ancora nella mia testa. Non
mi capacito di un tradimento "iniettato" goccia a
goccia, messo in atto con così premeditato accanimento».
(1. Continua)
26-04-2010]
N BASE AI DOCUMENTI RISERVATI PER LA SPARTIZIONE
DELL’EREDITÀ, IL PATRIMONIO DI GIANNI ERA DI 1,6 MILIARDI
(SALVO TESORETTI OFF-SHORE) - MARGHERITA TENTÒ DI ENTRARE
NELLA CASSAFORTE DEL GRUPPO PER ARRIVARE ALLA FIAT, MA UMBERTO
BLOCCÒ L’OPERAZIONE - MARGHERITA QUERELA LA GOLA PROFONDA
GAMNA... 1 - ECCO LA VERITÀ SUL TESORO
DELL'AVVOCATO...
Nicola Porro per "Il
Giornale"
Ma quanto era ricco l'Avvocato
Agnelli? Per anni si è favoleggiato di un'immensa fortuna. Ma
solo al momento dell'apertura del suo testamento si è fatta
chiarezza. Si può subito dire che secondo le carte ufficiali,
ma segrete, della divisione ereditaria l'Avvocato «valeva»
poco più di 1,6 miliardi di euro. Poco? Tanto? Dipende
ovviamente dai punti di vista.
Il Giornale è entrato in
possesso di molti dei documenti riservati che hanno portato
alla divisione tra i suoi unici due eredi: la figlia
Margherita e la moglie Marella. Alcuni sono conservati alla
Commission de taxation di Ginevra per una causa che Margherita
ha intentato al suo legale dell'epoca, Jean Patry. Ulteriore
documentazione è invece depositata alla Procura di Milano
dove è presente una denuncia di estorsione proprio nei
confronti di Margherita.
Le questioni fondamentali che
si aprono alla morte dell'Avvocato sono due. Come sistemare la
catena di controllo della Fiat e come dividere gli attivi, per
la gran parte esteri. Quel che è certo, è che per la figlia
Margherita oggi la divisione fatta sottostima l'entità reale
del patrimonio del padre.
L'ASSETTO DELLA FIAT
La casa automobilistica è controllata al 30 per cento da
alcune finanziarie (Ifi-Ifil) che a sua volta sono controllate
da una società in accomandita (la Giovanni Agnelli sapa).
L'Avvocato aveva le chiavi dell'accomandita, la quota
rilevante del 30 per cento, attraverso una scatoletta
giuridica che si chiama Dicembre.
Facciamola semplice: chi
possiede il controllo di Dicembre controlla la Fiat. Il valore
della Dicembre al momento della morte dell'Avvocato è
ovviamente condizionato dalla pessima situazione della Fiat:
Dicembre valeva più o meno 300 milioni.
Quando muore l'Avvocato ci sono
quattro soci paritetici: Gianni Agnelli, sua moglie Marella,
sua figlia Margherita e il nipote John. Nel 1996, poco prima
di una delicata operazione al cuore, l'Avvocato in una
contestatissima lettera aveva scritto che in caso di morte i
suoi poteri in Dicembre sarebbero passati al nipote e a nessun
altro.
Non solo. Aveva anche stabilito
che la sua quota del 25 per cento sarebbe stata divisa tra gli
altri tre soci. Fu una delle prime contestazioni che gli
avvocati di Margherita (Gamna e Patry) tirarono fuori. Non si
può spalmare il 25 per cento della società su tre fette, ma
per il diritto successorio italiano va diviso solo per due: la
moglie e la figlia.
Secondo quanto risulta dalle
carte di cui è in possesso il Giornale, Margherita ottenne la
sua prima vittoria. La quota del padre fu divisa secondo la
legge italiana e lei salì al 37,5 per cento della Dicembre.
Comunque ininfluente per comandare. Era già stabilito il
ruolo di John, suo figlio, come leader assoluto. E comunque
sua madre Marella avrebbe ceduto gran parte della sua quota
proprio a John, assecondando le volontà dell'Avvocato,
facendolo così arrivare a una maggioranza schiacciante.
È a questo punto che gli
avvocati di Margherita tentano il colpaccio: a che serve una
quota di minoranza in Dicembre, pensano. Tanto vale cederla
per ottenere in cambio una fetta dell'Accomandita, dove
siedono tutti i membri del clan Agnelli.
La trattativa continuò fino
all'estate del 2003. Susanna Agnelli (la sorella dell'Avvocato
più ascoltata) aveva già fatto delle verifiche positive con
le sorelle, ma il netto rifiuto arrivò da Umberto Agnelli,
allora presidente dell'Accomandita. Il padre di Andrea, che
proprio tra pochi giorni entrerà nell'accomandita, in una
telefonata (voluta da Suni) informò Gamna di considerare
improcedibile l'ingresso di sua nipote Margherita nella
Giovanni Agnelli sapa.
In un pranzo di Santo Stefano
(a cui partecipò anche l'allora banchiere di Lehman Ruggero
Magnoni, oltre a Lupo Rattazzi) Margherita e suo marito
manifestarono (secondo quanto è in grado di ricostruire il
Giornale) il loro esplicito pensiero sulla pessima condizione
in cui versava il gruppo e l'intenzione di lasciarlo al
proprio destino. Ciò però non toglie che un tentativo di
mantenere un piede in Fiat (via accomandita) fosse stato, con
scarso successo per l'ostilità di una parte della famiglia,
tentato.
Margherita vende dunque la sua
quota alla madre Marella. La transazione da conti Morgan
Stanley, avviene tra due residenti all'estero (entrambe le
donne non vivono in Italia) e dunque frutta 105 milioni netti.
È il primo pezzo dell'eredità dell'Avvocato. Non enorme in
termini relativi. Ma determinante nei rapporti della famiglia.
Margherita capisce che il clan
non la vuole in Fiat (ma che ben può rimanere come minoranza
in Dicembre, e ci mancherebbe altro) o se si preferisce
realizza come la volontà del padre di mantenere in una sola
persona il comando del gruppo (il nipote John) è cosa per cui
tutti lavorano.
IL PATRIMONIO
DELL'AVVOCATO
La determinazione del patrimonio dell'Avvocato si rivelerà
tecnicamente ben più difficile della sistemazione della
catena di controllo Fiat. Per un motivo molto semplice: la
gran parte era all'estero, off shore. Margherita Agnelli
riceve subito un'informativa da parte di un consulente del
padre, Siegfried Maron, su una serie di attivi esteri del
valore di circa 600 milioni di euro. Sei volte il valore della
strategica quota di Dicembre.
È evidente che le cose si
complicano. L'Avvocato stabilisce di avere due soli eredi e
inoltre che a comandare in Fiat sia John, ma come individuare
tutti gli attivi del Senatore? L'estratto conto di Maron
rappresenta il tutto? E ciò che non si vede, sempre che
esista, a chi finirà? Gli avvocati e i consulenti di
Margherita (il più attivo è il signor Fontugne di Jp Morgan)
faranno delle presunzioni.
In particolare prenderanno in
considerazione alcune grandi operazioni estere realizzate nel
passato (l'opa su Exor, l'Ifint in Asia) che avrebbero potuto
generare provvista per l'Avvocato. Secondo quanto risulta
dalle carte di cui è in possesso il Giornale, i consulenti di
Margherita avevano valutato il patrimonio «nell'intorno di
2-3 miliardi di dollari».
Tenendo in considerazione che
l'Avvocato avesse perso con il primo sboom della New Economy
del 2001 e che avesse donato in vita a terzi parte del suo
patrimonio, la stima di 1,6 miliardi di euro a cui si arrivò
con i documenti disponibili era da considerare più che
attendibile.
La cifra è bene tenerla a
mente. Alla fine di tutta la nostra vicenda, a Margherita
verranno attribuiti attivi per circa 1,2 miliardi di euro,
assai più della sua quota di legittima eredità. Ma tenendo
conto che una parte del patrimonio poteva essere sfuggita
(anche per donazioni fatte in vita dall'Avvocato) al momento
della successione tutti consideravano l'operazione equa.
Fu così firmato a metà
febbraio del 2004, a circa un anno dalla scomparsa
dell'Avvocato, «un accordo divisorio che aveva altresì
valenza di accordo per la successione della madre Marella».Questo
è un punto delicato, che conviene esplicitare.
LA QUOTA EREDITARIA
Margherita ottiene più del 50 per cento della legittima
quota ereditaria (sempre che i calcoli fatti all'epoca siano
giusti). Marella accetta questa divisione apparentemente a lei
sfavorevole anche perché la figlia Margherita si impegna a
non pretendere più nulla al momento della morte della madre
stessa.
Fantafinanza? Mica tanto. Le
due donne in quanto entrambe residenti svizzere possono
(secondo una convenzione italo-elvetica) fare anche patti
successori contro la legge italiana. Certo ogni accordo
verrebbe meno se una delle due donne ritornasse residente in
Italia. Ma questo è un altro capitolo.
Il dettaglio dell'eredità
Agnelli che finisce a Margherita è a questo punto presto
fatto. I primi cento milioni sono quelli di cui abbiamo già
parlato e che rappresentano la quota in Fiat. Altri cento
milioni l'avvocato Agnelli li aveva donati alla figlia nel
1999. Margherita incasserà inoltre tutti e 600 i milioni del
cosiddetto conto Maron. In totale siamo arrivati ai primi 800
milioni esentasse. A questi si debbono poi aggiungere circa
150 milioni di euro in quadri.
Su questo capitolo la
valutazione di David Somerset (grande amico dell'Avvocato e
undicesimo Duca di Beaufort) viene considerata dai più molto
inferiore alla reale consistenza. I quadri (ad esempio quelli
della casa di Roma a due passi dal Quirinale) sono per la
maggior parte con certificato di temporanea importazione:
dunque roba perfetta da collocare sul mercato. C'è chi dice
che i soli quattro Klimt della sala da pranzo della casa di
Saint Moritz possano valere 150 milioni.
Ecco appunto le case. Quelle
italiane (compresa Villar Perosa) vanno tutte a Margherita,
per un valore stimato di 45 milioni. Gli avvocati di
Margherita ottengono inoltre che anche l'appartamento di New
York e quello di Saint Moritz (che risulterebbero già di
proprietà di Marella) vengano «collazionati» e cioè
riconsiderati nel calderone successorio. Alla fine verranno
comunque attributi a Marella.
Con quadri, barche e immobili
siano arrivati a circa un miliardo di euro. Ai quali
aggiungere infine 150 milioni di liquidi e titoli. Questi
ultimi sono gli unici quattrini che l'Avvocato aveva in
Italia, alla luce del sole. Erano su un conto scudato, cioè
rientrati anni prima grazie allo scudo fiscale di Tremonti. Il
totale era di circa 250 milioni: diviso questo al cinquanta
per cento tra madre e figlia.
2 - DIFESA: MARGHERITA
QUERELA GAMNA...
Da "Il Giornale" - Margherita Agnelli si
prepara, tramite i suoi legali, a querelare l'avvocato
Emanuele Gamna per l'intervista rilasciata ieri al
vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, sulla battaglia
legale da lei stessa intentata per scovare il presunto «tesoro»
nascosto del padre, Gianni Agnelli. Lo annuncia la stessa
figlia dell'Avvocato.
«Il Signor Serge de Pahlen e la signora Margherita
Agnelli comunicano - si legge - di aver dato mandato agli
avvocati Andrea e Michele Galasso del Foro di Torino, per
sporgere denuncia querela nei confronti dei responsabili (in
primo luogo l'avvocato Emanuele Gamna) per i contenuti
palesemente diffamatori espressi nell'articolo comparso sul
quotidiano Il Giornale in data odierna (ieri, ndr), nella
serena certezza di veder ristabilita la verità e fatta
giustizia dall'autorità giudiziaria italiana nella quale si
ha piena fiducia».
[27-04-2010] |
|
DOMPÈ COMPRA CASA AGNELLI PIAGGIO ...
Il mercato immobiliare di Portofino è in fermento. L'ultima
proprietà a passare di mano è stata Villa Gli oleandri, 500
metri quadrati a strapiombo sugli scogli e vista mozzafiato,
donata nel 1959 da Umberto Agnelli alla moglie Antonella Bechi
Piaggio. Pochi giorni fa l'ha acquistata l'imprenditore
farmaceutico Sergio Dompè dalla famiglia Campeti per una
cifra che si aggira intorno ai 15 milioni di euro.
Ma sul mercato c'è anche Villa
Altachiara, da dove nel 2001 precipitò in mare Francesca
Vacca Agusta: dopo una lunga querelle giudiziaria, il
tribunale di Chiavari l'ha messa all'asta per saldare i debiti
residui con fisco e avvocati. La base d'asta è 40 milioni di
euro per 38 stanze su due piani, dépendance, eliporto e parco
privato. Circa 25 milioni, invece, è la cifra intorno alla
quale secondo le voci del borgo l'armatore greco Georgiu
Procopiu sarebbe pronto a cedere Villa Cristina, gioiello
liberty dai toni pastello con imbarcadero privato.
Appartenuta prima ad Arnoldo Mondadori
e poi al finanziere napoletano Francesco Ambrosio, che ne
cambiò la denominazione in Villa Ambrosio, Procopiu l'aveva
rilevata dai liquidatori per 15 milioni. Ora, dopo solo due
anni, si sarebbe già stufato e ha incaricato della trattativa
un'agenzia di Rapallo. Che ha già in mano due proposte
importanti. (G.F.)
01.05.10
|
LA
VERSIONE DI GABETTI - "LA MIA VITA CON LA FIAT,
DALL´AVVOCATO A MARCHIONNE" - "VERSO LA FINE MI CONGEDÒ CON
UNA SPECIE DI SALUTO MILITARE, POI MI PRESE LA MANO E SE LA
APPOGGIÒ ALLA GUANCIA: TENGA UNITA LA FAMIGLIA" - "un giorno
Donna Marella mi disse: lei è forse il suo miglior amico.
Risposi di no, l´amicizia è solo tra pari. Il rapporto era
come tra un generale e un suo colonnello" - "UNICO
DISACCORDO IN PIÙ DI 20 ANNI? ERO CONTRARIO ALL´ACQUISTO DEL
CORRIERE. E FUI ASCOLTATO"...
Salvatore Tropea per "la
Repubblica"
Dottor
Gabetti, una vita con la famiglia Agnelli. Perché adesso
lascia e va in pensione?
«Perché non credo ci sia più bisogno di me. La rotta è
chiara, le persone giuste sono al posto giusto. Lo meditavo
da tempo e adesso posso chiudere. Avevo ricevuto l´incarico
sei anni fa, in una situazione di emergenza. Quando Umberto
mi ha richiamato, mi ha detto che era per un anno...».
Ma
quando ha cominciato a Torino, nel ‘71, pensava di fermarsi
così a lungo?
«No.
Avevo lavorato alla Comit con Mattioli, che però conobbi
solo il giorno in cui me ne andai, e a Ivrea con Adriano
Olivetti. Con Gianni Agnelli siamo andati avanti per più di
vent´anni, senza un vero screzio, soltanto con qualche
differenza d´opinione».
Ad
esempio?
«L´acquisto del Corriere della Sera. Io ero contrario,
glielo dissi e lui mi ascoltò. Capivo gli interessi visibili
che si muovevano dietro, e anche qualcosa di oscuro».
Possibile che non abbia mai litigato con Agnelli?
«Possibilissimo, perché c´era una ricetta di garanzia. Con
tutta quella gente che cercava un rapporto amichevole con
Agnelli, o lo millantava, io non l´ho mai nemmeno chiamato
"avvocato", ma sempre presidente. C´era uno scambio di
sentimenti, questo sì, molto forte».
Come
la considerava l´Avvocato: amico, manager o consigliere?
«Un
manager. Quando stava ormai molto male, un giorno Donna
Marella mi disse: lei è forse il suo miglior amico. Risposi
di no, l´amicizia è solo tra pari. Il rapporto era come tra
un generale e un suo colonnello».
Un
manager sa dare consigli sgraditi?
«Quando è necessario sì. Ad esempio la governance della
famiglia, con la maggioranza di controllo Fiat e Ifi: avevo
capito che quel sistema notarile basato sui patti di
sindacato era vecchio. Avevo studiato il trust dei
Rockfeller. Dissi all´Avvocato che il meccanismo Fiat non
funzionava più, proponendo l´accomandita, dopo aver
esaminato il problema con Franzo Grande Stevens e con Cuccia
che non sembrava tanto interessato al cambiamento. Poi
l´Avvocato, Umberto e Nasi accettarono, e siamo ancora lì:
gli azionisti della famiglia sono circa 70».
Margherita Agnelli sostiene che lei ha gestito anche il
patrimonio privato, nascosto e in nero dell´Avvocato.
«Può
dirlo solo chi non conosceva i nostri rapporti: per dirla
all´inglese, è stato sempre un rapporto a distanza di
braccio. L´Avvocato non mi ha mai chiesto di gestire i suoi
beni personali. E questo perchè avrei potuto prenderla come
una diminutio del mio ruolo, una cosa da "ragiunat". Io ho
servito un sistema che aveva un grande peso nel Paese, non
una persona. Il fatto che la magistratura riconosca la mia
correttezza mi conforta. Mi auguro che torni la pace nella
famiglia».
Ma
l´Avvocato, che era così preoccupato per la sua immagine,
non ha pensato alla vergogna postuma per quel tesoro in
nero?
«Io
non ne ho mai avuto la percezione. L´ho sempre considerato
un patrimonio di Donna Marella. Non ho mai avuto l´occasione
di occuparmene e non era quello il mio mestiere».
Dottor
Gabetti, l´Avvocato le ha mai dato un ordine?
«Gli
ordini si danno solo a chi è recalcitrante. Si è imposto
però una volta, quando hanno rapito e poi ucciso Oberdan
Sallustro, direttore Fiat in Argentina. Lo vidi sconvolto,
andò a casa. Pensai che poteva partire d´impulso per
l´Argentina e corsi in auto a Caselle. Arrivammo insieme e
gli dissi: non deve andare. Rispose: vado. Allora è deciso,
aggiunsi, vengo con lei, è pericoloso. No, concluse: le
ordino di restare qui, se succede qualcosa a me, lei deve
essere qui».
L´ingresso e poi l´uscita degli azionisti libici sono stati
un trauma per voi e per lei che ha vissuto in diretta quei
momenti?
«No.
Per l´ingresso avevamo trattato per sei-sette mesi in gran
segreto e quello fu un capolavoro di Cuccia. Poi, con
l´aumento delle tensioni tra la Libia e gli Usa si pose il
problema dell´uscita dei libici. La trattarono Romiti e
Cuccia. Quando l´Avvocato mi informò, dissi che il prezzo
non andava bene e chiesi: posso provarci? Negoziai con
Abdullah Saudi, che era molto abile: spuntai 500 milioni, e
i libici uscirono».
In
quel periodo lei sapeva che Umberto Agnelli aveva deciso di
candidarsi con la dc al Senato?
«Per
nulla, quando me lo disse, spiegandomi che lo sentiva come
un dovere e non poteva sottrarsi, io caddi dalle nuvole. Ma
durò poco. Come durò poco, ancor meno, la triade di
amministratori delegati, De Benedetti, Romiti e Tufarelli:
una governance troppo complicata. Quando De Benedetti uscì
non fui sorpreso».
Lei
come è sopravvissuto in mezzo alle tensioni tra i due
fratelli Agnelli?
«Guardi che si rispettavano molto, le tensioni le immaginavo
talvolta, ma non ne parlavano con me. Quando ci fu l´aumento
di capitale nel ‘93, Cuccia chiese a Romiti e all´Avvocato
di rimanere al loro posto, per volere delle banche, in un
momento in cui le cose non andavano bene. Umberto era in
quel momento il presidente designato dal fratello».
Fu
quello un momento in cui Mediobanca sembrava diventata
padrona della Fiat, dica la verità, con Romiti uomo del
nuovo padrone.
«E´ un
po´ un´altra leggenda metropolitana. Non ho mai avuto paura
che potesse accadere ciò. L´Avvocato era convinto che suo
fratello sarebbe stato un ottimo presidente. E si comportò a
modo suo: da un lato investendo su Giovannino, il figlio di
Umberto, che gli piaceva molto; dall´altro lato, poiché
Cuccia aveva chiesto di far cadere il limite dei 75 anni per
uscire dal Consiglio, lui senza dire nulla a nessuno il
giorno dei suoi 75 anni annunciò al Consiglio che quel
limite era ripristinato, dunque lui se ne andava. Lasciava
campo libero alla presidenza di Romiti: ma soprattutto
accorciava la sua durata».
Edoardo, figlio dell´Avvocato, non è stato mai preso in
considerazione come successore?
«Edoardo era intelligente, sensibile, vivace, ma non era
tagliato per la routine dell´azienda. Aspirava ad affermarsi
in modo diverso, aveva altre idee. Seppi della sua morte
mentre stavo per imbarcarmi su un aereo. L´Avvocato mi
disse: si è gettato da un ponte».
Lei
che rapporto aveva con Romiti?
«Diretto, qualche volta brusco. Non ho mai cercato di
imporre niente e non ho preteso di fare il guardiano della
corona. Mi ero trasferito a Ginevra, pensavo di aver
chiuso».
L´uscita di Romiti dalla Fiat segnò la fine di un´epoca?
«Con
Fresco l´Avvocato era convinto di aver trovato l´uomo
giusto. Ma Fresco non aveva la percezione della serietà dei
problemi Fiat. Era un banchiere d´affari e non un gestore di
un´azienda industriale. E infatti, se si pensa che il grande
job di Fresco era quello di trovare un partner,
possibilmente americano come voleva Agnelli, bisogna dire
che con GM riuscì perfettamente».
Poi
Umberto pensò di sostituire Fresco con lei e Galateri con
Bondi: come andò?
«Umberto guidava la holding, era nei suoi poteri. Mi chiamò
un sabato, mi chiese di andare a casa sua alla Mandria e me
ne parlò. C´era Bondi. Io dissi che non mi sentivo pronto,
ma lui andò avanti. Scoppiò un finimondo, si mossero anche
le banche, che non vedevano di buon occhio Bondi e la cosa
si bloccò: e non mi fece affatto dispiacere».
Umberto portò quindi Morchio alla guida e quando poi questi
tentò la scalata alla presidenza lei lo bloccò: è così?
«Sì.
La disponibilità di Umberto alla presidenza Fiat fu un
sollievo per l´Avvocato, ormai alla fine. Non ci eravamo mai
stretti la mano, se non la prima volta, ma in quei giorni mi
congedò con una specie di saluto militare, poi mi prese la
mano e se l´appoggiò alla guancia: tenga unita la famiglia,
mi disse».
E lei
li unì contro Morchio?
«Umberto era morto, Morchio convocò un Consiglio
straordinario per il giorno dopo. Mi aveva già detto che
poteva far tutto da solo. Riunii la famiglia: può chiederci
di fare insieme il presidente e l´amministratore delegato,
cosa rispondete? Lei, mi chiesero, cosa suggerisce? Di
rispettare le nostre regole, il presidente rappresenta
l´azionista e per questo ruolo propongo Montezemolo.
Accettarono, Susanna in testa. Qualcuno chiese: e se Morchio
se ne va? Io ho un nome in testa, risposi».
Era
Marchionne?
«Sì.
Lo aveva portato in Consiglio Umberto. Gli avevo parlato, in
quei giorni, e avevo sondato la sua disponibilità. Chiese di
riflettere. Mentre Umberto stava morendo, John Elkann andò
da lui e ottenne il consenso. Il mattino decisivo io e John
vedemmo Morchio dieci minuti prima del Consiglio. Noi,
dicemmo, siamo contenti del suo lavoro, che speriamo
prosegua però proporremo Montezemolo presidente. Lui disse:
non ne ho bisogno, faccio da solo. Ma ne ha bisogno la
società, rispondemmo. Allora io vado via, fu la conclusione.
Così la guida Fiat passò a Montezemolo e Marchionne. Diciamo
che abbiamo avuto fortuna».
Ma
quella di Marchionne è fortuna o metodo?
«E´
testa. Mai vista una testa così organizzata. Per l´affare GM
abbiamo passato giorni e notti insieme. Lui elabora un
piano, e intanto la mano corre al mouse, sposta cifre sul
computer, passa dal magazzino alle vendite, e il piano
prende forma quasi fisica. Ha l´azienda in testa, non ha
bisogno di carta e di cifre: e non ha sbagliato una
previsione».
E
John? Lo ha designato l´Avvocato?
«La
prima volta me ne ha parlato dopo aver passato una sera con
lui a Parigi: Gabetti, quel ragazzo è da tenere d´occhio. Io
l´ho preparato, e un anno e mezzo fa ho detto: è pronto.
Adesso non ha più bisogno di me».
Lo
ammetta, avete preparato lo sganciamento della Fiat da
Torino, e della famiglia dalla Fiat: è vero?
«Non
abbiamo mai fatto uscire niente dall´Italia, anzi. L´ultimo
aumento di capitale, la famiglia lo ha fatto al momento del
convertendo. Avrebbe perso il controllo, e ha detto di no.
Quanto a Torino, la penso come Marchionne: bisogna avere
radici profonde, ma orizzonti ampi. Adesso abbiamo le due
cose».
Eppure
le vicende giudiziarie sul meccanismo dell´equity swap col
quale la famiglia Agnelli, mediente la società Exor, ha
conservato il controllo della Fiat, hanno gettato qualche
sospetto.
«Abbiamo fatto quanto dovevamo fare con scrupolo per la
legge, come ho ribadito nella mia deposizione di ieri in
tribunale».
Lei
resterà a Torino?
«Anch´io ho le mie radici, e sono qui. Ma le confido un
segreto: non ho casa a Torino, vivo in albergo, davanti al
Lingotto. Vuol dire che passerò più tempo nella mia casa
nelle Langhe»
[12-04-2010]
|
Finanza: G.Gabetti indagato a Milano per tesoro estero
Agnelli (Panorama)
MILANO (MF-DJ)--Gianluigi Gabetti, presidente uscente della
Giovanni Agnelli & C Sapaz, la societa'-cassaforte della
famiglia Agnelli, e' indagato dalla procura di Milano.
Lo
si legge in un lancio stampa di Panorama che anticipa il
numero in edicola da domani, venerdi' 16 aprile. Partendo
dalla scia lasciata da Emanuele Gamna, in passato avvocato
di Margherita Agnelli e da circa un anno al centro di un
intricato caso giudiziario che lo vede contrapposto a
Charles Poncet (anche lui ex legale della figlia
dell'Avvocato), i pm milanesi Eugenio Fusco e Gaetano Ruta
sarebbero risaliti ad alcuni conti svizzeri riconducibili a
Gianni Agnelli.
Ora, secondo Panorama, stanno indagando anche su alcune
societa' del Liechtenstein. Il nome di Gabetti si aggiunge
cosi' a quelli dell'avvocato svizzero Poncet e di Margherita
Agnelli de Pahlen, iscritta nel registro degli indagati gia'
nel novembre scorso. com/v
14.04.10
AGI) -
Torino, 15 apr - "Con riferimento ad una presunta mia
iscrizione nel registro degli indagati della Procura della
Repubblica di Milano, anticipata oggi dal settimanale
Panorama, preciso di non aver ricevuto ne' atto ne'
comunicazione alcuna.
Pertanto la motizia mi risulta del tutto non veritiera".
Cosi' Gianluigi Gabetti, presidente uscente della Giovanni
Agnelli & C, a proposito di quanto anticipato da Panorama. E
fonti giudiziarie milanesi confermano che il nome di Gabetti
non e' iscritto nel registro degli indagati nell'ambito
dell'indagine sull'eredita' Agnelli.(AGI) Chc |
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GUP
MILANO CONDANNA EX LEGALE MARGHERITA A UN ANNO E DUE MESI...
(Adnkronos)
- Il
gup di Milano Andrea Ghinetti ha condannato nel pomeriggio a
un anno e due mesi, con pena sospesa, Emanuele Gamna, ex
legale di Margherita Agnelli, accusato di evasione fiscale e
truffa ai danni dello Stato. La vicenda fa riferimento alla
maxi parcella da 15 milioni di euro versata da Margherita
Agnelli a Gamna per la causa sull'eredita' dell'Avvocato. Il
legale ha gia' risarcito lo Stato per un importo pari a 10
milioni e 300 mila euro. Per Gamna il pm Eugenio Fusco aveva
chiesto una condanna a due anni e quattro mesi.
03.03.10
AGNELLI: ERARIO INCASSA 10,3 MLN EURO DA EX LEGALE
MARGHERITA...
(Adnkronos)
- E'
di 10,3 milioni di euro l'importo, incassato dall'erario in
tempi record, che Luigi Emanuele Gamna, legale di Margherita
Agnelli, ha versato allo Stato. Cosi', in meno di dieci
mesi, i finanzieri del gruppo della Guardia di Finanza di
Milano hanno concluso l'inchiesta condotta dai pm Eugenio
Fusco e Gaetano Ruta in relazione all'ipotesi di evasione
fiscale e truffa ai danni dello Stato.
I
militari, nel maggio 2009, nel corso di una verifica fiscale
in uno studio legale milanese erano venuti in possesso di
documenti riconducibili all'eredita' della famiglia Agnelli
e legati a una maxi parcella di circa 15 milioni di euro,
"in gran parte occultata al fisco italiano, pagata da
Margherita Agnelli -spiegano gli investigatori- su un conto
cifrato svizzero riconducibile all'avvocato Gamna". Si
chiude cosi', concludono gli inquirenti, "la prima parte
della complessa indagine".
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JOHN ELKANN E IL GOTHA ITALICO (SCARONI, COLANINNO, ERMOLLI)
IN MISSIONE A PARIGI CHEZ NONNO BERNHEIM - IL PRODINO TONONI
SEPARATO IN CASA GOLDMAN (PRIMA DELL’ADDIO RESTA COME
ADVISORY DIRECTOR) - SINISCALCO NEO BOSS DI ASSOGESTIONI
VOLA A LONDRA DAI GRANDI FONDI IN CERCA DI ALLEANZE…
A cura di Carlo Cinelli e Federico De Rosa per "CorrierEconomia"
del "Corriere della Sera"
1 -
In America a quanto pare le sliding doors hanno smesso di
funzionare. Da Goldman Sachs a Londra, invece, girano ancora
benissimo. Almeno per Massimo Tononi. L'investment banker,
passato da Goldman a Palazzo Chigi con Romano Prodi, e poi
rientrato alla base, sarebbe di nuovo in uscita. Qualche
settimana fa Tononi ha chiesto di non essere più partner
nella banca d'affari. Che lo ha accontentato, ma senza
concedergli il divorzio. Il banker, almeno per un po', andrà
ancora in Fleet Street, ma come advisory director.
2 -
Si è insediato da appena una settimana alla guida di
Assogestioni ma non ha perso tempo Domenico Siniscalco.
Giovedì scorso, l'ex ministro dell'Economia e numero uno in
Italia di Morgan Stanley è volato a Londra. Destinazione:
gli uffici della Icgn, l'International corporate governance,
ossia la più grande piattaforma al mondo degli investitori
istituzionali internazionali.
Quelli che tradizionalmente votano «con i piedi» e si fanno
vedere poco alle assemblee di Piazza Affari. Dove
Assogestioni e i fondi italiani invece sono sempre presenti,
ma poco pesanti. In vista dell'apertura della stagione
assembleare, e del rinnovo di alcuni consigli, Siniscalco è
andato a cercare alleanze. Almeno per gli appuntamenti più
importanti e, quest'anno, ce ne sono almeno un paio.
3 -
Lo sa bene il presidente uscente delle Generali. Antoine
Bernheim subito dopo Pasqua metterà attorno al tavolo, a
Parigi, l'élite della finanza transalpina a confronto con
una squadra altrettanto nutrita di manager e imprenditori
italiani «guidati da John Elkann.
Il presidente di Exor porterà nella capitale francese per il
forum di dialogo italo-francese uno dei superconsulenti del
gruppo Agnelli, Gerardo Braggiotti, insieme a un pattuglione
di grandi manager: Paolo Scaroni (uno dei temi ufficiali di
confronto è l'energia verde), ma anche Bruno Ermolli
(l'altra questione sul tavolo è la cooperazione nel
Mediterraneo) e Roberto Colaninno.
A fianco di Bernheim saranno schierati la presidente della
Confindustria francese Laurence Parisot e il numero uno del
Crédit Agricole Renè Carron. La pattuglia energetica
transalpina sarà composta dal presidente del consiglio di
sorveglianza di Areva, Jean Cyril Spinetta e dal chairman di
Total, Thierry Desmarest. Padrona di casa a Bercy il
ministro delle finanze, Christine Lagarde.
[29-03-2010]
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LUPI
& AGNELLI, SPUNTA "MISTER X" SUPERTESTIMONE SUI
CONTI ESTERI - L´UOMO MISTERIOSO CHE SA TUTTO SUL TESORETTO
SAREBBE UN NOBILE ESPERTO DI ALTA FINANZA che ha già fatto
conoscere al pm i numeri di conto - Alcuni particolari sulle
proprietà estere delle famiglia sarebbero stati forniti ai
magistrati dalla stessa Margherita Agnelli...
Ettore
Boffano e Paolo Griseri
per "la
Repubblica"
C´è
un supertestimone nell´indagine della procura milanese sui
conti esteri degli Agnelli. Un supertestimone che ha già
fatto conoscere al pm Eugenio Fusco i numeri di conto sui
quali, a suo dire, sarebbe nascosto il tesoro off-shore della
famiglia. Un supertestimone che sarebbe uscito dall´ombra nei
mesi scorsi per raccontare la sua verità sui conti, sulle
società estere, sulle triangolazioni che sarebbero servite a
occultare danaro oltralpe. L´accusa è pesante e i pm
milanesi starebbero verificandola nel merito.
Così
nelle settimane scorse, in gran segreto, è partita per la
Svizzera una rogatoria con le richieste di acquisizione dei
conti correnti bancari sospetti. Alcuni particolari sulle
proprietà estere delle famiglia sarebbero stati forniti ai
magistrati dalla stessa Margherita Agnelli, interrogata nelle
scorse settimane perché coinvolta in un rivolo secondario
dell´indagine, la lite tra avvocati su una megaparcella da 25
milioni di euro pagata a suo tempo dalla figlia di Gianni
Agnelli ai legali Emanuele Gamna e Jean Patry.
Mentre
i pm cercano ufficialmente di risalire ai conti da cui partì
il pagamento della magaparcella (Gamna incassò 15 milioni
senza dichiarali al fisco italiano), in realtà stanno
lavorando sul tesoro degli Agnelli, che, secondo Margherita,
sarebbe ben più consistente.
Perché
la parcella, in base alla ricostruzione degli stessi avvocati
Gamna e Patry, venne pagata utilizzando conti della famiglia,
tanto che l´avvocato Charles Poncet, successivamente
incaricato della difesa di Margherita nella lite giudiziaria
sull´eredità, accusò proprio Gamna e Patry di connivenza («acoquiné»)
con la controparte (Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e
Siegfried Maron).
Così
il pm Fusco ha potuto inserire i numeri di conto indicati dal
supertestimone nell´elenco allegato alla rogatoria inviata ai
magistrati di Zurigo e Lugano per venire a capo della lite tra
avvocati sulla megaparcella. E nei giorni scorsi si sarebbe
svolto anche un vertice tra i magistrati italiani e quelli
elvetici.
Nelle
prossime settimane la rogatoria svizzera dovrebbe fornire le
sue risposte. Chi è il testimone misterioso? Si parla di un
nobile molto introdotto nel mondo dell´alta finanza che
avrebbe gestito personalmente, a suo tempo, alcuni di quei
conti per centinaia di milioni.
Se
avrà fornito indicazioni che confermano l´esistenza di un
patrimonio estero non dichiarato degli Agnelli, questo fatto
potrebbe addirittura bloccare il processo civile in corso a
Torino sull´eredità. Perché sarebbe la dimostrazione che le
tesi di Margherita Agnelli sull´esistenza di un tesoretto
estero occulto sono fondate. Se, al contrario, il
supertestimone avrà fornito indicazioni non veritiere, il
processo torinese si avvierà rapidamente verso la sentenza.
HI
SONO i DUE ANZIANI E NOBILI SABAUDI, da oltre 30 anni addentro
ALL’ALTA FINANZA DI ZURIGO, CHE HANNO SVELATO ALLA
magistratura milanese IL TESORO DEGLI AGNELLI? – I FONDI
NERI SALGONO A 2MLD € – I PM ORA RISCHIANO DI RICEVERE UNO
STOP DALLA SVIZZERA, CHE DI FRONTE AD UNA CIFRA COSì ALTA
POTREBBE INGOLOSIRSI…
Claudio
Antonelli per
"Libero"
Due
nobili sabaudi da oltre 30 anni addentro all'alta finanza di
Zurigo avrebbero cominciato a "collaborare con la
magistratura milanese sulle tracce dei presunti fondi neri di
Gianni Agnelli. Gli anziani nobili avrebbero fornito una serie
di estremi di conto corrente utili per rintracciare la mega
parcella pagata all'ex avvocato di Margherita Agnelli che da
mesi combatte una battaglia legale contro la madre Marella e i
due tutor dell'eredità, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande
Stevens.
Con
l'obiettivo di fare luce su un'enorme somma, sottratta dopo la
morte di Gianni, sia all'erede diretta sia al Fisco. A quanto
risulta a "Libero", dalle informazioni dei super
testimoni, nonostante siano ancora tutte da verificare, il
tesoretto dell'Avvocato non varrebbe 1,2 miliardi -come
sostenuto dai legali di Margherita - ma quasi 2 miliardi di
euro.
QUASI
IL DOPPIO
Un
vero colpo di scena, se le rivelazioni fossero confermate e
documentate dai pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, e una grana
doppia, soprattutto di fronte al Fisco, per Marella e i due
tutor (Gabetti e Grande Stevens) del trust del Liechtenstein
Alkyone, motore potenziale dei fondi neri. La procura di
Milano in questo modo compie un ulteriore passo verso il
presunto tesoretto o almeno verso la verità.
E il
grimaldello del successo si dimostra sempre più la scia
lasciata dall'avvocato Emanuele Gamna. Perché la parcella, in
base alla ricostruzione dello stesso Gamna e del suo socio
Jean Patry, venne pagata utilizzando conti della famiglia
Agnelli, tanto che Charles Poncet, successivamente incaricato
della difesa di Margherita nella lite giudiziaria sull'eredità,
accusò proprio Gamna e Patry di connivenza con la controparte
(Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron).
Così
i pm grazie alle dritte del primo supertestimone - il secondo
si è palesato successivamente - hanno potuto inserire una
serie ben definita di numeri di conto nell'elenco allegato
alla rogatoria inviata ai magistrati di Zurigo e Lugano per
venire a capo della lite. Al momento comunque, come ha
riportato ieri il quotidiano "La Repubblica",
l'unico passo concreto si è formalizzato nella questione
della mega parcella di Gamna.
Quei
soldi, come ha ricostruito anche "il Corriere della
Sera", erano stati inizialmente dirottati alle Channel
Islands sono tornati in una banca di Ginevra dove sono stati
posti sotto sequestro. L'attività a cui sono legati è quella
di mediazione negli anni 2003-2004, quando si giocò la
partita della divisione dell'eredità. Successivamente però
Margherita, secondo la ricostruzione degli inquirenti, impugnò
quegli accordi e cominciò la sua guerra giudiziaria.
A
questo riguardo è intervenuto l'attuale avvocato svizzero di
Margherita, Charles Poncet, dicendo che la figlia di Gianni
aveva rifiutato l'offerta di Gamna di restituire un terzo di
quella somma, in quanto «riteneva di essere stata tradita
come amica prima ancora che come assistita».
LA
MEGA PARCELLA
Nel
2008 Margherita aveva già chiesto al Pretore di Lugano un
decreto di sequestro del conto a cui erano riconducibili quei
soldi per "restituzione onorari indebitamente
percepiti". La figlia di Gianni puntava a ottenere 25
milioni perché erano compresi anche i 10 milioni pagati e
dichiarati al fisco elvetico dal co-difensore Jean Patry. Solo
negli ultimi giorni sono però arrivate notizie su quel
tesoretto. I soldi non appena giunti nella palazzina della
banca ticinese Pkb a Ginevra, la stessa del bonifico iniziale
sono stati bloccati. Si tratta di poco meno di 15 milioni di
euro provenienti da una filiale della Channel Islands di Hsbc.
L'operazione
è stata intercettata dalla magistratura svizzera, già
allertata sul dossier dai pm di Milano. Dietro tutto questo
giro ci sarebbe comunque lo stesso Gamna, che potrebbe aver
aperto una trattativa con l'Agenzia delle entrate proprio su
quella cifra. Come dire, informazioni in cambio di uno sconto
sulla multa da pagare. Tra l'altro molto salata. Potrebbe
anche arrivare al 400% della somma contestata. Su Gamna
comunque peserebbero le accuse di truffa ai danni dello Stato.
Mentre Poncet sarebbe nel mirino degli inquirenti per
l'ipotesi di tentata estorsione ai danni dello stesso Gamna
insieme con Margherita Agnelli.
I due
gli avrebbero richiesto una sorta di garanzia a sostegno delle
loro tesi nella lite sull'eredità. Ma questa sarebbe la
contro tesi accusatoria che per molti osservatori potrebbe
essere stata suggerita proprio da Gabetti e Grande Stevens. I
due pubblici ministeri nonostante i successi sono però
all'inizio della scalata. E si troveranno ad affrontare due
grossi problemi.
La
difficoltà intrinseca di navigare a ritroso nei mari dei
paradisi fiscali e l'eventualità di un improvviso stop della
Svizzera. Che di fronte ai 15 milioni della parcella di Gamna
non ha nulla da eccepire, ma di fronte ai presunti 2 miliardi
di fondi neri potrebbe ingolosirsi. Un sequestro delle autorità
elvetiche in fondo sarebbe anche giustificato: la vedova
Marella è o no residente oltre le Alpi?
[11-03-2010]
|
AGNELLI: EX LEGALE MARGHERITA RISARCISCE AGENZIA ENTRATE CON
10 MLN E 330MILA EURO...
(Adnkronos)
-
Emanuele Gamna, ex avvocato di Margherita Agnelli, indagato
dai pm di Milano Eugenio Fusco e Gaetano Ruta in relazione
all'evasione fiscale sulla 'maxiparcella' da 15 milioni di
euro pagata dalla figlia dell' avvocato, ha risarcito una
somma pari a 10 milioni e 330 mila euro versata oggi
all'Agenzia delle entrate, da un conto su una filiale Bnl di
Milano intestato alla procura. I soldi provengono dal
sequestro di un conto intestato a Gamna e effettuato dall'autorita'
giudiziaria elvetica su una banca di Ginevra. Il versamento
rappresenta il risarcimento rispetto a quanto dovuto dal
professionista in relazione all'evasione fiscale. Gamna e'
imputato di truffa aggravata e false dichiarazioni davanti
al gup di Milano Andrea Ghinetti.
La
scelta di risarcire l'Agenzia delle Entrate, alleggerisce la
posizione di Gamna che comparira' in udienza davanti al gup
il prossimo 30 marzo. La 'maxiparcella' era stato pagata da
Margherita Agnelli in seguito all'intesa raggiunta cinque
anni fa tra lei e la madre Marella Caracciolo sull'eredita'
da 1 miliardo e 166 milioni di euro. Sono ancora in corso,
invece, le indagini nei confronti dell'avvocato Charles
Poncet, accusato con Margherita Agnelli di tentata
estorsione nei confronti dello stesso Gamna
12.03.10 |
ATTENZIONE, ATTENZIONE, ATTENZIONE, LE CLASSI 'DIGERENTI'
DI PIÙ ANTICO LIGNAGGIO SI STANNO COMINCIANDO A ROMPERE LE
PALLE DEL PMU (POTERE MARCIO UNIFICATO). SEMBRA DI ESSERE
TORNATI INDIETRO AL ’92. E DAGOSPIA VI SEGNALA CHE IERI
YACHTY ELKANN, NELLA SUA VISITA ROMANA A PALAZZO, HA TROVATO
MODO DI FARE VISITA IN PRATI A QUEI MONELLI COMUNISTI DEL
TRAVAGLIO QUOTIDIANO E SI È INTRATTENUTO CON PADELLARO. MALA
TEMPORA CURRUNT PER L’ARCONTE DI ARCORE
VISITA JOHN ELKANN
A PALAZZO CHIGI...
(ANSA)
- Visita del vicepresidente della Fiat John Elkann a Palazzo
Chigi per un incontro con il premier Silvio Berlusconi e il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta.
L'incontro, secondo quanto si apprende, rientra nei contatti,
su base regolare, tenuti dal vicepresidente della Fiat con i
vertici istituzionali e fa seguito a un incontro avuto nei
giorni scorsi con il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano.
L'incontro odierno è stato
anche l'occasione per presentare il rapporto sulla scuola
realizzato dalla Fondazione Agnelli. Ieri, nell'ambito dei
regolari contatti con le istituzioni, John Elkann ha
incontrato il ministro dell'economia Giulio Tremonti mentre
oggi è stata la volta del presidente di Confindustria Emma
Marcegaglia. Nel pomeriggio il vicepresidente Fiat presenterà,
sempre a Roma, il rapporto sulla scuola al ministro
dell'Istruzione Maria Stella Gelmini.
24.02.10
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'MARGHERITA - SVELA ALLA PROCURA DI
MILANO
LA 'SUA' ULTIMA
VERITÀ SUL "TESORO" DI GIANNI AGNELLI - UN
PATRIMONIO DA FAVOLA, TRA GLI 800 E I 900 MILIONI DI EURO,
SAREBBE ANCORA CELATO SU UNA DECINA DI CONTI IN ALCUNE BANCHE
DI ZURIGO, BASILEA E GINEVRA - SE DAVVERO VENISSERO SCOPERTI I
900 MILIONI, TROVEREBBE INASPETTATA CONFERMA
LA TESI DI MARGHERITA
CHE INDICA, NELL'OPA 1998 SU EXOR GROUP, UNO STRUMENTO PER
'NASCONDERE' ALL'ESTERO UN MILIARDO E 400 MILIONI
DELL'AVVOCATO -
Ettore Boffano e Paolo Griseri per "la
Repubblica"
Una rogatoria, chiesta dalla procura di Milano, potrebbe svelare
l'ultima verità sul "tesoro" di Gianni Agnelli. Un
patrimonio da favola, tra gli 800 e i 900 milioni di euro, che
sarebbe ancora celato su una decina di conti in alcune banche
di Zurigo, Basilea e Ginevra.
Sono queste le notizie clamorose che emergono dall'inchiesta
milanese dei pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta su due ex legali
di Margherita Agnelli de Pahlen, la figlia dell'Avvocato. Si
tratta dell'italiano Emanuele Gamna (è accusato di evasione
fiscale per una parcella da 15 milioni di euro mai dichiarata)
e dello svizzero Charles Poncet (per lui l'accusa è di
tentata estorsione nei confronti dello stesso Gamna, per
fargli dichiarare di aver tradito la propria cliente).
Nel novembre scorso, i pm hanno iscritto Margherita Agnelli nel
registro degli indagati per concorso nella tentata estorsione
di Poncet. Sentita dai magistrati, dopo essersi difesa, la
figlia dell'Avvocato avrebbe però indicato elementi preziosi
per risalire ai conti esteri da cui proveniva la somma
incassata da Gamna.
Ma non è tutto. Interrogata di nuovoa dicembre, l'erede avrebbe
anche spiegato che quei conti racchiudono il mistero di ciò
che, a suo dire, manca dall'eredità del padre impugnata nella
causa civile in corso a Torino contro i presunti
"gestori": Gianluigi Gabetti e Franzo Grande
Stevens.
Successivamente, i pm hanno convocato anche alcune persone in
grado di ricostruire un vero e proprio "sentiero di
Pollicino" che, dai soldi di Gamna, porterebbe al
"tesoro". A quel punto, l'inchiesta milanese avrebbe
virato all'improvviso, dirigendosi verso la Svizzera.
Negli ambienti torinesi di Exor, invece, si sottolinea che
eventuali rogatorie internazionali riguarderebbero solo la
tentata estorsione contestata a Poncet e a Margherita Agnelli.
I colleghi elvetici di Fusco e Ruta sono già al lavoro ed entro
i primi giorni di marzo dovrebbero arrivare le risposte. Se
davvero venissero scopertii 900 milioni di euro di cui si
parla, potrebbe trovare una inaspettata conferma la tesi di
Margherita e di alcuni suoi consulenti finanziari che
indicano, nell'Opa del 1998 su Exor Group, uno strumento per
accumulare all'estero almeno un miliardo e 400 milioni di euro
attribuibili in buona parte al padre.
Resta da accertare che cosa accadrà eventualmente di tutto
quel possibile denaro. Nell'estate scorsa, l'Agenzia delle
entrate di Torino ha aperto un'istruttoria.
[18-02-2010]
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ANCHE
MARGHERITA AGNELLI è FINITA NEL LIBRO DEI VIP CONTEMPORANEI:
IL REGISTRO DEGLI INDAGATI! - INTERROGATA PER DUE VOLTE DA PM
MILANO IN LUOGO SEGRETO per concorso in tentata estorsione nei
confronti del suo ex legale, Emanuele Gamna, a sua volta
indagato sempre a Milano per infedele patrocinio e truffa ai
danni dello Stato…
(Adnkronos) - Un interrogatorio a novembre e un
secondo a dicembre dello scorso anno per Margherita Agnelli,
la figlia dell'avvocato Agnelli, che e' stata iscritta nel
registro degli indagati della Procura milanese, come ha
pubblicato oggi 'Il Sole 24 Ore', per concorso in tentata
estorsione nei confronti del suo ex legale, Emanuele Gamna, a
sua volta indagato sempre a Milano per infedele patrocinio e
truffa ai danni dello Stato. E' quanto emerge in giornata
negli ambienti giudiziari.
La figlia dell'avvocato Agnelli e'
stata indagata in un primo momento come atto dovuto dopo una
denuncia presentata ai magistrati dai legali di Gamna.
Successivamente elementi raccolti nel corso delle indagini
hanno reso necessario un secondo confronto tra Margherita
Agnelli e il magistrato titolare dell'indagine, Eugenio Fusco.
Ma anche su quest'ultimo interrogatorio, come sul primo, gli
inquirenti tengono il piu' stretto top secret.
Di certo si sa che l'incontro e'
avvenuto poco prima di Natale e in un luogo 'distante' dai
riflettori del Palazzo di Giustizia di Milano. Secondo i
legali di Gamna, Margherita Agnelli, insieme al suo ex legale
svizzero, Charles Poncet, avrebbe esercitato pressioni su
Gamna affinche' restituisse parte della parcella da 15 milioni
di euro che gli era stata liquidata e perche' firmasse un
affidavit in cui il legale avrebbe dovuto ammettere di avere
fatto, in sostanza, il 'doppio gioco', nella battaglia legale
sull'eredita' dell'avvocato.
[17-02-2010]
Margherita Agnelli iscritta nel registro degli indagati
di Raffaella Calandra
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17 Febbraio 2010
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MILANO - Chiusa in un elegante paletot, Margherita Agnelli aspetta
il suo treno. Per tornare a casa. Accanto a lei, in
stazione centrale, i suoi attuali difensori. È una
fredda sera di novembre ed è appena terminato per lei
il primo interrogatorio. Da indagata. Concorso in
tentata estorsione: con questa accusa, il nome della
figlia di Gianni Agnelli è stato iscritto nel registro
degli indagati dalla Procura di Milano. Nessun commento
da Torino.
L'ereditiera, i suoi vecchi difensori e la storia di una
parcella non dichiarata. Sullo sfondo della lite intorno
al testamento dell'Avvocato. È partita da qui
l'inchiesta dei pm milanesi Eugenio Fusco e Gaetano
Ruta, che potrebbe condurre, però, ben più lontano.
Verso la Svizzera e il Lussemburgo, e verso una risposta
sull'esistenza o meno di presunti beni all'estero della
famiglia. Nel frattempo, però, da circa tre mesi anche
il nome di madame Margherita Agnelli De Pahlen si è
aggiunto a quelli dei suoi ex legali, già inseriti nel
registro degli indagati. Secondo le ipotesi dell'accusa,
insieme con Charles Poncet, principe del foro svizzero e
già suo difensore, Margherita avrebbe fatto pressioni
su Emanuele Gamna, altro suo ex avvocato, perché
restituisse parte della parcella milionaria pagata da
lei e soprattutto firmasse un "affidavit", una
dichiarazione giurata in cui - in sostanza - ammetteva
implicitamente un ruolo non trasparente nella battaglia
legale sull'eredità dell'Avvocato.
Un doppio tavolo, tra gli interessi della sua cliente e
quelli dell'altra fazione, Franzo Grande Stevens e
Gianluigi Gabetti, già avvocato di Gianni Agnelli l'uno
e presidente dell'accomandita l'altra, considerati da
Margherita gli effettivi gestori del patrimonio
personale del padre. Il legale non firma e, poco dopo,
una segnalazione di Poncet all'Ordine mette in moto il
meccanismo - anche giudiziario - che porterà alle
accuse per Gamna di infedele patrocinio e truffa ai
danni dello stato, per non aver fatturato la parcella da
15 milioni. E per Poncet e poi anche per la figlia
dell'Avvocato, all'iscrizione per tentata estorsione.
Il 30 marzo, Gamna dovrebbe chiudere - in rito
abbreviato, davanti al giudice Andrea Ghinetti - il suo
procedimento giudiziario, e poi fiscale, arrivando ad un
accordo con l'Agenzia delle Entrate che ha presentato un
conto prima da dieci, poi da tredici milioni. Gamna è
stato interrogato più volte, come Poncet e Margherita,
dopo la perquisizione da parte del Gruppo provinciale
della Guardia di Finanza di Milano, nel luglio dell'anno
scorso nello studio Chiomenti, uno degli uffici legali
che segue la galassia Fiat da sempre, e dove lavorava lo
stesso Gamna.
Margherita è stata interrogata a lungo, lontano dal
Palazzo di Giustizia, in uffici molto periferici. E qui,
assistita dagli avvocati Andrea e Michele Galasso di
Torino, si è difesa dall'accusa di concorso nella
tentata estorsione. Ma poi ha detto: «Ora vi spiego io
come sono andate le cose». E ha ribadito la sua
versione dei fatti sull'eredità del padre, le ipotesi
sulle informazioni mancanti relative al patrimonio
estero, quell'accordo firmato con la madre e poi rimesso
in discussione, avviando la causa civile a Torino.
Contattati dal Sole 24 Ore, i suoi difensori scelgono il
silenzio totale.
Ricostruzioni, sospetti e accuse, messe nero su bianco
nei verbali, che vanno ad arricchire il fascicolo con le
carte già sequestrate negli studi legali degli ex
avvocati di Margherita, Gamna e Abbatescianni. E con
altri interrogatori. Da Milano, sono partite le
rogatorie. E quella che era iniziata come un'inchiesta
laterale alla battaglia intorno all'eredità da
dividere, potrebbe diventare quella che fa luce sui
dubbi e gli interrogativi intorno al patrimonio
dell'Avvocato.
In ambienti investigativi, si ipotizza che l'indagine
riuscirà a portare al Fisco il doppio di quanto
incassato con la fallita scalata AntonVeneta. Vale a
dire, si calcola, oltre 700 milioni di euro.
Ma chi dovrebbe essere chiamato a pagarli? Solo
Margherita e donna Marella, la madre? O piuttosto anche
altri? Mentre la causa civile torinese si avvia verso le
battute finali, è da Milano che potrebbero dunque
arrivare tante risposte sui retroscena della battaglia
più cruenta degli ultimi anni intorno ad un'eredità.
LA VICENDA
Scontro sull'eredità
Margherita Agnelli de Pahlen (nella foto), 54 anni,
figlia dell'avvocato Gianni Agnelli, ha avviato una
causa contro i gestori del patrimonio del padre, Franzo
Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Siegfrid Maron, e di
conseguenza anche la madre, Marella Agnelli. Margherita
sostiene l'esistenza di un «tesoro nascosto»
all'estero (e quantificabile in 1,4 miliardi), escluso
dall'accordo di ripartizione sull'eredità sottoscritto
dalla famiglia nel 2004.
L'indagine
La procura di Milano ha iscritto tre mesi fa Margherita
Agnelli nel registro degli indagati. Si ipotizza il
reato di concorso in tentata estorsione in relazione
allo scontro fra la figlia dell'Avvocato e i suoi ex
legali. In particolare, secondo le ipotesi dell'accusa,
Margherita Agnelli avrebbe fatto pressioni su Emanuele
Gamna (suo ex avvocato) perché restituisse parte della
parcella da 15 milioni a lui pagata e perché firmasse
un «affidavit» in cui ammettesse di aver fatto il
doppio gioco nella battaglia legale sull'eredità.
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17 Febbraio 2010
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© RIPRODUZIONE RISERVATA sole 24 ore
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ANTONIO
GIRAUDO, AMBASCIATORE PLENIPOTENZIARIO DI ANDREA AGNELLI E DI
SUA MADRE, ALLEGRA CARACCIOLO, VEDOVA DI UMBERTO, HA
SUGGELLATO L'ALLEANZA CON LA FIGLIA RIBELLE DELL'AVVOCATO
MARGHERITA E SUO MARITO, IL CONTE SERGE DE PAHLEN - PATTO CHE
POTREBBE AVERE CONSEGUENZE DECISIVE NEGLI EQUILIBRI CHE
REGGONO LA FIAT - 'LA GAZZETTA DELLO SPORT': ANDREA AGNELLI AL
POSTO DI CIRO FERRARA VOLEVA CLAUDIO GENTILE - JAKI ELKANN HA
MOSTRATO CHI COMANDA E HA PRESO ZACCHERONI
1 - ANTONIO GIRAUDO, AMBASCIATORE
PLENIPOTENZIARIO DI ANDREA AGNELLI E DI SUA MADRE, ALLEGRA
CARACCIOLO, VEDOVA DI UMBERTO AGNELLI, HA SUGGELLATO
L'ALLEANZA CON LA FIGLIA DELL'AVVOCATO E SUO MARITO, IL CONTE
SERGE DE PAHLEN. CHE POTREBBE AVERE CONSEGUENZE DECISIVE NEGLI
EQUILIBRI DI POTERE CHE REGGONO LA FIAT.
Gianluca Beltrame per Panorama
L'incontro decisivo è avvenuto alla
fine del maggio scorso ad Allaman, quasi a metà strada fra
Ginevra e Losanna: è nella tenuta di Margherita Agnelli che
Antonio Giraudo ha suggellato l'alleanza con la figlia
dell'Avvocato e suo marito, il conte Serge de Pahlen.
L'ex amministratore delegato della
Juventus, trasferitosi a Londra subito dopo Calciopoli, non
tratta in proprio: è in Svizzera in veste di ambasciatore
plenipotenziario di Andrea Agnelli e di sua madre, Allegra
Caracciolo, vedova di Umberto Agnelli.
Fra questi due rami della «famiglia
reale» di Torino i rapporti non si sono mai interrotti, anche
nei momenti più tesi della battaglia per l'eredità di Gianni
Agnelli. Fin da bambina Margherita è sempre stata legatissima
allo zio Umberto («Zumberto», nel lessico familiare), del
quale ha chiesto e apprezzato i consigli fino alla fine.
Dall'altra parte, donna Allegra e il
figlio Andrea non hanno mai fatto mancare il loro affetto alla
figlia dell'Avvocato: nel giugno 2007, per esempio, quando
alcuni membri della famiglia scrivono una dura lettera di
dissociazione per l'azione legale intrapresa da Margherita
contro Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Sigfried
Maron a proposito dell'eredità, nessuno del nucleo umbertiano
firma la missiva.
Rapporti buoni, spesso affettuosi,
dunque, ma il colpo messo a segno in Svizzera da Giraudo è
quello di averli trasformati in una vera alleanza. Che
potrebbe avere conseguenze decisive negli equilibri di potere
che reggono la Fiat.
Il ruolo di Giraudo come regista di
un'operazione tanto delicata sorprende solo coloro che lo
conoscono esclusivamente nei panni del manager sportivo. In
realtà questo sessantatreenne dal carattere ruvido, che non
si tira indietro quando si tratta di litigare, che sa battere
i pugni e imporsi, è sempre stato l'uomo di fiducia di
Umberto Agnelli.
Ha studiato dai gesuiti, si è
laureato in economia ed è il prototipo del capo freddo e
spietato. «Ha una calcolatrice al posto del cuore» è stato
scritto di lui. E anche: «Va dove lo porta il calcolo e i
suoi conti tornano sempre».
Il suo primo posto di lavoro è alla
Toro assicurazioni: è lì che nasce il legame con il Dottore
(come veniva chiamato Umberto, per distinguerlo
dall'Avvocato). Giraudo lavora duro sotto l'ala del più
giovane dei fratelli Agnelli: ne diventa il segretario. Dal
1984 al 1991 è alla guida del progetto Sestriere, stazione
sciistica all'epoca un po' fané, che lui rilancia.
I rapporti con il Dottore si fanno
sempre più stretti: ne diventerà l'amministratore del
patrimonio personale e la testa di ponte nel settore
immobiliare. Ma già negli anni Ottanta il suo ufficio al
piano nobile del quartier generale della Fiat in corso
Marconi, a Torino, diventa il punto di riferimento degli
umbertiani, manager la cui strategia spesso non corrispondeva
a quella di Cesare Romiti, allora dominus del gruppo.
I rapporti tra lui e Giraudo vengono
descritti come tutt'altro che idilliaci: alla fine di una
delle periodiche guerre con gli umbertiani, tra il 1989 e il
1990 Romiti ottiene la sua testa. E Giraudo trasferisce il suo
ufficio in piazza Solferino, dove aveva sede l'Ifil,
presieduta all'epoca da Umberto Agnelli.
Fedelissimo consigliere del Dottore, tanto quanto Gabetti e
Grande Stevens lo sono dell'Avvocato. Giraudo non si tira
indietro neppure quando, nel 1994, gli viene chiesto di
diventare amministratore delegato della Juventus e d'iniziare
una nuova era dopo quella di Giampiero Boniperti.
Giraudo è un torinista sfegatato: un
suo gesto dell'ombrello (dedicato pare proprio a Boniperti)
dopo un derby vinto in extremis dal Toro viene immortalato dai
fotografi e mai più dimenticato dai tifosi della Vecchia
signora. Ma lui non si tira indietro: mette in un angolo la
fede granata, prende al suo fianco Luciano Moggi e Roberto
Bettega (dando vita alla celebre Triade) e porta la Juve a una
serie impressionante di successi.
Per dieci anni è sulla cresta
dell'onda. Poi il 27 maggio 2004 muore Umber-to Agnelli, suo
grande protettore, e la fortuna pare girargli contro. Non
passano neppure 20 mesi e viene investito dallo scandalo di
Calciopoli (in dicembre è stato condannato a tre anni dal gup
di Napoli).
Si ritira a Londra con la moglie Maria
Elena Rayneri, ma non interrompe certo i rapporti con la
famiglia Agnelli: «Giraudo non è un manager qualsiasi, ma lo
stratega finanziario della vedova donna Allegra Caracciolo e
del figlio Andrea, eredi di Umberto Agnelli» scrive il suo
vecchio sodale Moggi nel libro 'Un calcio nel cuore'.
E veniamo all'oggi. Proprio in questi
giorni sta per concludersi a Torino il processo Ifil Exor che
vede imputati Gabetti e Grande Stevens: in caso di condanna
sono in molti a ritenere possibile un addio alle scene dei due
grandi vecchi di Torino.
Se questo avvenisse, il primo a venire
indebolito sarebbe John Elkann, l'erede di Gianni Agnelli alla
guida della Fiat: con lui, infatti, Gabetti e Grande Stevens
hanno mantenuto il ruolo di consiglieri del principe che già
ebbero con il nonno.
Come cambierebbero allora i rapporti
di povere all'interno del primo gruppo privato italiano? I
tifosi della Juventus un'idea se la sono fatta: hanno già
visto il rientro nella società di Roberto Bettega (il meno
bersagliato, non solo mediaticamente, della vecchia Triade) e
hanno rivisto Andrea Agnelli andare in visita alla squadra
(insieme con il cugino John Elkann) al quartier generale
bianconero di Vinovo.
Già anni fa per Andrea (l'unico erede
della sterminata famiglia a portare ancora il cognome Agnelli)
si era previsto un futuro da dirigente di primo piano della
Juventus. E il regista di quell'operazione era proprio
Giraudo.
Dopo Calciopoli Andrea Agnelli si fece
da parte, ma ora il progetto di Gi-raudo sembra tornare
d'attualità. E, vista l'alleanza siglata in Svizzera con
Margherita Agnelli (la figlia dell'Avvocato e lo stratega del
Dottore oggi hanno in comune anche gli avvocati, Andrea e
Michele Galasso di Torino), forse non soltanto per la Juve.
2 - GIRA GIRAUDO, GIRA!
Gianluca Ferraris per Panorama
Per quasi 20 anni Antonio Giraudo ha
attraversato le varie stanze del potere agnelliano: Ifil, Fivi,
Piaggio, Juventus. Oggi l'ex consulente immobiliare del «ramo
umbertino» di famiglia e «tutor» di Andrea, abbandonate le
cariche più visibili, vive e lavora soprattutto a Londra. Ma
resta vicino alla Torino che conta.
Scorrendo il libro soci della sua
Royat Park estate (Rpe), costituita nel 2005 appena quattro
mesi prima della bufera Calciopoli, si trovano Andrea Nasi
(azionista al 27,6 per cento), Allegra Caracciolo e i due
figli (Andrea è anche consigliere), oltre alta Fiat
partecipazioni spa e al senatore a vita, ed ex uomo forte del
Lingotto, Sergio Pininfarina.
La società ha chiuso tre bilanci
consecutivi in rosso (l'ultimo registrato è del 2008: - 962
milioni), ma ha in portafoglio molti progetti di sviluppo
immobiliare. Tra questi il parco Le mandrie di Torino e
circoli esclusivi di golf come il ligure Garlenda e il
piemontese I roveri, di cui Umberto fu presidente onorario e
dove oggi gioca Andrea.
Ma a Torino e dintorni molti
scommettono sul fatto che la Rpe, così come la Edenhill
(un'altra società di consulenza e pianificazione fondata da
Giraudo a inizio 2008), sarà coinvolta anche nella
costruzione del nuovo stadio bianconero.
A ventilare per primo l'idea di un
impianto di proprietà per la «Vecchia signora» era stato
proprio il tandem Giraudo-Umberto nella seconda metà degli
anni Novanta, dopo che il primo era stato imposto dal ramo
umbertino nel ruolo di amministratore delegato juventino.
[02-02-2010]
|
ANSA
CHE SCOOP! - LA VITTIMA DEL 'FOTO-RICATTONE' DA 300MILA
EURO SAREBBE LAPO ELKANN – IL RAMPOLLO AGNELLI FU
IMMORTALATO DOPO IL RICOVERO PER OVERDOSE DA COCA &
TRANS DEL 2005 - L’INDAGATO È IL VENEZIANO
MASSIMILIANO FULLIN organizzatore di eventi e di
'pubiche' relazioni…
Da
Corriere.it - Il 'foto-ricatto'
da 300mila euro al centro della nuova inchiesta milanese
su Vallettopoli sarebbe stato compiuto ai danni di Lapo
Elkann e riguarderebbe fotografie compromettenti. È
quanto si è appreso al Palazzo di giustizia a proposito
degli interrogatori che si sono svolti in procura a
Milano nei giorni scorsi, nell'ambito delle indagini
coordinate dal pm Frank Di Maio.
ELKANN
- copyright pizzi
Il
'foto-ricatto' ai danni di Elkann, a quanto si è
appreso, riguarderebbe fotografie scattate dopo
l'episodio del ricovero per overdose che risale al 2005.
Il nome di Elkann era già comparso quale vittima di una
tentata estorsione da parte di Fabrizio Corona, in
relazione all'episodio della serata trascorsa con un
transessuale e conclusasi con l'overdose. Per
quell'imputazione, però, Corona, condannato a tre anni
e otto mesi nel primo filone dell'inchiesta, è stato
prosciolto. Intanto, nell'ambito delle indagini, i
magistrati starebbero ascoltando Alfonso Signorini.
QUARTO INDAGATO - Nella nuova inchiesta milanese sui
"foto-ricatti" ai danni di personaggi noti del
mondo dello spettacolo e della politica c'è un quarto
indagato: è l'imprenditore veneziano Massimiliano
Fullin. Il suo nome si aggiunge nel registro degli
indagati dell'indagine coordinata dal pm Frank Di Maio a
quello dei fotografi Max Scarfone e Maurizio Sorge e
della titolare dell'agenzia fotografica Photo Masi,
Carmen Masi.
Fullin,
che si occupa di organizzazione di eventi e di pubbliche
relazioni, è stato prosciolto nei giorni scorsi dal gup
di Potenza nell'ambito dell'inchiesta "Vallettopoli":
era accusato di favoreggiamento personale e ai tempi
dell'indagine erano emerse alcune intercettazioni di
colloqui tra lui e Fabrizio Corona.
VENTI EPISODI - Nell'inchiesta milanese dunque ci sono al momento
quattro persone indagate, ma è al vaglio la posizione
di altri. Negli interrogatori dei giorni scorsi sono
stati analizzati alcuni dei venti episodi al centro
dell'inchiesta e sarebbe emerso anche il nome del
direttore di Chi Alfonso Signorini.
All'attenzione
degli inquirenti ci sono anche casi di fotografie
scattate a Roma, ma le trattative per il ritiro sono
comunque avvenute tutte a Milano. Giovedì in Procura si
è presentato nuovamente Fabrizio Corona per chiarire
alcuni dettagli, ma non è indagato in questo nuovo
filone.
[22-01-2010]
|
TUMULTO”
DI ROTHSCHILD E DI CARACCIOLO AL VERNISSAGE DI BEATRICE
- A VILLA MEDICI, SHOW DEGLI AGNELLOIDI PER I MITOLOGICI
BANCHIERI FRANCESI - (I SIGNORI DEL LINGOTTI HANNO
SEMPRE AVUTO UN COMPLESSO DI INFERIORITà DAVANTI AL
BLASONE: NON A CASO TUTTI SI SONO MATRIMONIALIZZATI CON
NOBILI DAME) - ECCO MARGHERITA CHE SE MAGNA L'INSALATINA
E GINEVRA CULLA ER PUPO IN CARROZZINA - CORNICE DISUMANA
DI ALESSANDRA BORGHESE, JACARANDA FALCK, VERDE VISCONTI,
- GEORGINA BRANDOLINI D’ADDA, SOLEDAD TWOMBLY, CLAUDIA
RUSPOLI, GIOVANNA SACCHETTI
Paola Pisa per "il
Messaggero"
Foto di Umberto
Pizzi
da Zagarolo
Colazione
internazionalissima all'Accademia di Francia. Per il
vernissage della mostra "Tumulti" di Beatrice
Caracciolo di Forino, artista di talento e moglie di
Eric Alain de Rothschild, sono arrivati dalla Francia e
dall'Inghilterra amici e parenti, critici ed estimatori,
collezionisti.
Appuntamento
a Villa Medici per quattrocento persone e poi ancora un
ricevimento di pomeriggio per un migliaio di invitati.
Alle 13 la mostra si apre e a ricevere ci sono Beatrice
de Rothschild e il marito, e della famiglia di banchieri
e produttori dei più celebri vini francesi arrivano
anche David e la consorte Olympia, Alexander e Olivia,
James con Saskia e Pietro.
Molti
i Caracciolo, tra cui Anna, Tristano, Judi e la mamma
della pittrice principessa Sandra. Si sale per le
antiche scale tra i fascinosi quadri, molti in
bianco-nero, poi tutti nei giardini e ancora nei saloni
dove è il buffet. Sono arrivati per l'occasione,
Margherita Agnelli e la figlia Ginevra con bebè,
Marellina Caracciolo e Sandro Chia, Bianca d'Aosta,
Georgina
Brandolini d'Adda, Alessandra Borghese, Martine Orsini e
Marisela Federici, Dante Ferretti, Mario d'Urso, Mirella
Haggiag, l'ambasciatore Ludovico Ortona, Claudia Ruspoli,
Giovanna Sacchetti, Franco Savorelli di Lauriano, Carlos
Souza, Ines Theodoli, Dino Trappetti, Soledad Twombly,
Verde Visconti, e tanti altri ricevuti dal direttore
dell'Accademia Eric de Chassery.
[26-01-2010]
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GAMNA,
EX LEGALE DI MARGHERITA AGNELLI, TRATTA CON IL FISCO
DOPO MAXIPARCELLA...
(Adnkronos) -
L'ex legale di Margherita Agnelli, l'avvocato Emanuele
Gamna, ha avviato una trattativa con l'Agenzia delle
Entrate per quantificare un risarcimento in relazione
all'evasione fiscale sulla 'maxiparcella' da 15 milioni
di euro pagata dalla sua ex assistita. Stando a quanto
si apprende, il legale avrebbe proposto un risarcimento
pari a 10 milioni, ma il Fisco gliene avrebbe chiesti
13. E la trattativa prosegue.
E'
quanto emerge nel corso del processo con rito abbreviato
che vede il legale imputato per truffa aggravata e false
dichiarazioni. L'udienza, che si e' aperta davanti al
gup di
Milano Andrea
Ghinetti, per consentire di portare a termine la
trattativa con il Fisco e' stata aggiornata al prossimo
30 marzo. Il 'maxionorario' era stato pagato da
Margherita Agnelli dopo l'intesa raggiunta anni fa tra
lei e la madre Marella Caracciolo sull'eredita' da 1
miliardo e 166 milioni di euro.
28.01.10 |
UMBERTO AGNELLI HA SEMPRE PAGATO INGIUSTAMENTE
PER LE COLPE DI GIANNI ED IN SILENZIO !
LASCIO NEL
93 LA FIAT A GIANNI PERCHE’ ERA DIFFICILE CO-GOVERNARE CON
GIANNI.
NEPPURE
ROMITI CI RIUSCI PIU NEL 1998 QUANDO VENNE CACCIATO DA GIANNI,
NONOSTANTE LA
FIAT DI ROMMEL AVESSE I MIGLIORI RISULATI DEGLI ULTIMI 10
ANNI!
MATTIOLI ERA UN GRANDE PRIMISSIMO INTELLIGENTE
PROFESSONISTA ASETTICO INTRANSIGENTE
NEL DIFENDERE PIU GLI OBIETTIVI TECNICO PROFESSIONALI
CHE QUELLI UMANO-SOCIALI.
HA LAVORATO
COME CONSULENTE ANCHE NELLA FIAT DI MARCHIONNE.
Mb
Dagospia la
pensa cosi :
LA
“NUOVA” FIAT DI DETROIT IERI NON C’ERA NELLA CHIESA
ROMANA A RICORDARE MATTIOLI - L’UOMO CHE PER DUE DECENNI HA
LAVORATO ALLA CORTE DELL'AVVOCATO E HA GUIDATO LA FINANZA FIAT
HA RICOPERTO UN RUOLO FORTISSIMO NELLA STORIA DELLA FIAT -
QUEI 38 GIORNI PASSATI IN GALERA DA MATTIOLI PER SALVARE LA
TANGENTOPOLI DI AGNELLI - IL TANDEM DEI ROMANI ROMITI-MATTIOLI
DAVA FASTIDIO SOPRATTUTTO A UMBERTO AGNELLI E AGLI UOMINI
DELL’IFIL, LA CASSAFORTE DELLA SACRA FAMIGLIA GUIDATA DA
GABETTI. E MATTIOLI SI TROVÒ IN MEZZO NEL ’92 ALLO SCONTRO
FURIBONDO CHE PORTÒ UMBERTO A SCRIVERE NEL GENNAIO DI QUELL’ANNO
UNA LETTERA AL FRATELLO GIANNI IN CUI SFIDUCIAVA CESARONE
ROMITI. VINSE IL CUCCIA-POWER E UMBERTO FINÌ KO -
Salvo Montezemolo in prima fila, erano
pochi gli esponenti della vecchia guardia Fiat che ieri
mattina alle 10 nella chiesa di Santa Maria del Carmine hanno
partecipato ai funerali di Francesco Paolo Mattioli, l'uomo
che per due decenni ha lavorato alla corte di Giovanni Agnelli
e ha guidato la finanza della Casa torinese.
Era assente Sergio Marpionne, il
manager che dal Salone dell'Automobile di Detroit continua a
ribadire la volontà di chiudere Termini Imerese con toni così
aspri che nemmeno Romiti ha usato quando era al vertice della
Fiat. La distanza tra il "nuovo corso" del Lingotto
e l'epoca in cui il tandem Romiti-Mattioli ha guidato
l'azienda non è soltanto fisica, ma profondamente simbolica,
quasi a segnare il solco tra due mondi lontani di cui il
70enne finanziere appena scomparso rappresentava una delle
ultime appendici.
Va detto subito che a molti esponenti
della vecchia guardia Fiat, nella quale oltre a Romiti bisogna
aggiungere i nomi di Cantarella, Garuzzo, Annibaldi e Paolo
Fresco, non deve essere piaciuto il modo con cui i giornali
hanno liquidato il profilo del "ragazzo Mattioli".
All'Avvocato piaceva definire
"ragazzo" questo romano elegante e dall'inglese
fluente che solo dopo l'uscita da San Vittore dove fu
rinchiuso per 38 giorni sfogava la sua rabbia concedendosi
qualche raro turpiloquio. In particolare, alla vecchia guardia
Fiat non deve essere piaciuta l'insistenza con cui il
"Sole 24 Ore" di ieri ha ricordato la penosa vicenda
di Tangentopoli con aneddoti che hanno messo in ombra la
storia e il valore di questo manager.
Eppure di Francesco Paolo Mattioli si
potevano ricordare non solo il curriculum che inizia a 22 anni
con l'attività di Procuratore alla Borsa di Roma e arriva in
Fiat nel maggio '75 dopo cinque anni di lavoro al fianco di
Romiti in Alitalia, ma le vicende che l'hanno visto al centro
dei più importanti avvenimenti che hanno segnato la storia
della Fiat negli anni ‘90.
Fu Romiti, romano d'origine, a formare
nel 1985 la "squadra dei romani" in contrapposizione
ai top manager torinesi che già nel '78, quando Cesarone
approdò in Fiat per volontà di Cuccia, storsero la bocca di
fronte all'invasione dei "capitolini".
Qualcuno dovrebbe cercare tra le
vecchie annate del settimanale economico
"Espansione", la mappa disegnata dal giornalista
Roberto Ceredi, in cui le due "squadre" erano
definite nei dettagli con estrema precisione e grande
realismo. Appena il giornale uscì nelle edicole, Alberto
Nicolello, l'uomo che dirigeva l'ufficio stampa e poi fu
destinato a seguire l'editoria del Gruppo torinese, piombò a
Segrate per ordine di Romiti mostrando una finta sorpresa.
In realtà il tandem dei romani
Romiti-Mattioli dava fastidio soprattutto a Umberto Agnelli e
agli uomini dell'Ifil, la cassaforte della Sacra Famiglia
guidata da Gianluigi Gabetti. E Mattioli si trovò in mezzo
nel '92 allo scontro furibondo che portò Umberto a scrivere
nel gennaio di quell'anno una lettera al fratello Gianni in
cui sfiduciava Cesarone Romiti.
Il fratello dell'Avvocato puntava alla
successione, ma l'impresa era difficile in un momento in cui
la Fiat aveva debiti per 3.849 miliardi e 1.800 miliardi di
perdite. Fu Enrico Cuccia, lo sponsor di Romiti e di Mattioli
a chiedere all'Avvocato di tenere a bada il fratello e così
avvenne anche se Giovanni Agnelli negli anni non si stancò
mai di ripetere che Umberto sarebbe stato il suo successore.
Resta il fatto che nel novembre del
'92 la guerra tra "romitiani" e
"umbertini" finisce e si apre la strada al
salvataggio della Fiat sotto la regia di Cuccia e delle
banche. Francesco Mattioli diventa a pieno titolo il principe
della finanza e siede al vertice dell'azienda accanto a
Garuzzo, Cantarella, Quadrino, Callieri, e all'ambasciatore
Renato Ruggiero al quale vengono affidati i rapporti
internazionali.
Il vincitore della battaglia torinese
è il supermanager dal medagliere pesante, Cesarone Romiti,
che tiene a bada il "clan dei torinesi" e si
ripropone come nel 1980 con la "marcia dei 40mila"
salvatore della Fiat. Accanto a lui c'è Mattioli, ma nei
primi mesi del '93 si abbatte su Torino il ciclone di
Tangentopoli. Tutto ebbe inizio nel maggio dell'anno
precedente quando a San Vittore finì Enzo Papi, l'uomo che
guidava Cogefar Impresit, l'azienda di costruzioni del Gruppo,
e che fu accusato di aver distribuito mazzette per il passante
ferroviario di Milano.
Nel febbraio del '93 Mattioli, che di
Cogefar era presidente, viene arrestato insieme al manager
Antonio Mosconi e un ordine di custodia cautelare viene emesso
anche per il direttore generale della Fiat, Giorgio Garuzzo,
inquisito per una tangente di 1 miliardo e 400 milioni che
l'Iveco avrebbe pagato nel 1986 alla Dc e al Psi per un'altra
commessa pubblica.
La storia di quei giorni è una storia
drammatica che scuote la Sacra Famiglia degli Agnelli dove si
comincia a pensare che il pool di Mani Pulite voglia abbattere
l'impero torinese e il suo imperatore. Chi ha voglia di
ricostruire quelle giornate non ha che da leggere le 2.094
pagine della "Storia della Fiat" curata dallo
storico Valerio Castronovo, un libro che a Cesarone Romiti ha
dato molto fastidio per il rigore e l'obiettività. In quel
testo si legge che l'arresto di Mattioli nel febbraio ‘93 fu
un colpo durissimo.
In aprile Gianni Agnelli durante un
convegno della Confindustria Venezia ammise che la Fiat aveva
sbagliato ("si sono verificati alcuni episodi di
commistione con il sistema politico non corretti. Però il
cuore della Fiat resta sano"). Poi Romiti si fiondò
davanti a Borrelli e gli consegnò un memoriale che era un
vero atto di contrizione, del tutto simile a quello
pronunciato pochi mesi prima in un incontro con l'arcivescovo
di Milano, cardinal Martini.
Fu l'inizio della collaborazione con
Mani Pulite, un atto dovuto perché il cerchio si stava
stringendo intorno a lui e rischiava di arrivare al tesoretto
di fondi neri che l'Impresit aveva costituito per pagare le
tangenti. La cronaca di quei giorni dice che nei 38 giorni a
San Vittore, Mattioli non aprì bocca e non fornì alcuna
conferma agli zelanti collaboratori di Saverio Borrelli.
E c'è ancora qualcuno a Torino che
ricorda le malignità dell'epoca, quando nei corridoi di Corso
Marconi e del Lingotto si diceva che il silenzio di Mattioli
era stato pagato profumatamente con 1 miliardo per ogni giorno
di detenzione.
Ecco, il Mattioli manager e finanziere
è l'uomo che ha vissuto queste vicende trascinate fino al
giugno '94 quando Romiti fu sottoposto dalla Procura torinese
a un interrogatorio-fiume di 8 ore in cui disse che non poteva
sapere tutto su un Gruppo come la Fiat con 1.000 società e
300mila dipendenti.
La storia è andata così, ed è una
storia che è arrivata a sfiorare i Savoia dell'automobile e
si può tranquillamente aggiungere al capitolo dei misteri
italiani. Ma a chi ha conosciuto Mattioli da vicino non piace
ricordare gli aneddoti di San Vittore (come ha fatto ieri il
giornale di Confindustria) quanto piuttosto il ruolo che il
nipote del grande banchiere Mattioli, ha avuto
nell'establishment bancario, creditizio e finanziario.
Nella holding di Corso Marconi era
l'interfaccia e l'interlocutore di Gabetti, e nell'azienda il
secondo pilastro della politica romitiana che ha portato a
dilatare le attività finanziarie fino al punto di sminuire le
strategie industriali. E accanto a questi ricordi bisogna
aggiungere quello del Mattioli che seguiva ai tempi di Gemina
le attività editoriali della Rizzoli di cui la Fiat era primo
azionista.
Era lui che ogni mercoledì si
spostava da Torino ed entrava in via Turati a Milano per fare
il punto della situazione con il direttore generale Felice
Vitali. Lo faceva con quella discrezione che nei necrologi gli
è stata da tutti riconosciuta, ma dopo i 38 giorni di
Tangentopoli non c'è dubbio che la sua personalità fu
sconvolta. Anche se Romiti lo reintegrò subito e
completamente gli strascichi psicologici non lo hanno mai
abbandonato e chi l'ha visto negli anni successivi ha trovato
un uomo ripiegato sugli affetti.
La "nuova" Fiat, quella che
sta spostando il baricentro a Detroit e che crede di nuovo
nell'automobile, ieri non c'era nella chiesa romana, ma a
ricordare il romano principe della finanza ci ha pensato
l'86enne Cesarone Romiti con parole sobrie e struggenti.
[13-01-2010]
POTERI VILI E VECCHI
CONFORMISMI (LA SCOMPARSA DI MATTIOLI E IL LIBRO DI BATTISTA)
- ORGANICA E INGINOCCHIATA DAVANTI AI PADRONI LA CASTA (UTILE)
DEI GIORNALISTI EVITA DI FARE I CONTI CON TANGENTOPOLI A DIECI
ANNI DALLA MORTE DI BETTINO CRAXI - DAL MEMORIALE DI PAPI
(FIAT) 'CUCINATO' DAL 'CORRIERE' DI MIELI ALLA 'STAMPA'
DIRETTA DA EZIO MAURO CON IL FONDO TOCCATO DAL FILOSOFO DEBOLE
VATTIMO PER SALVARE AGNELLI, ROMITI & C. DAL CARCERE DOPO
L'ARRESTO DI PAOLO MATTIOLI - MAURO-TARZAN SOSTENNE LE MANI
PULITE DI BORRELLI FINO A QUANDO DI PIETRO NON ANDÒ A BUSSARE
CON I PIEDONI L’USCIO DEI SUOI PADRONI: L’INTOCCABILE
FAMIGLIA AGNELLI
Paolo Mieli che è stato per la prima
volta direttore del "Corriere della Sera" negli anni
1993-1997 - cioè nel pieno della cosiddetta "rivoluzione
italiana" (titolo di un suo indimenticabile editoriale)
-, ieri si è esibito sulle pagine culturali del quotidiano di
via Solferino, da storico senza storia ma con tante storielle,
recensendo un saggio sulle religioni monoteistiche.
Una doppia paginata proprio quando la
crisi dell'editoria ha costretto l'azienda a ridurre
drasticamente il numero delle pagine e a pensionare molti
redattori.
Il giorno prima, sempre sul Corrierone
ora diretto da Flebuccio de Bortoli, è apparsa una dilagante
anticipazione del libro di Pierluigi Battista "Il
conformista" (Rizzoli) in cui l'ex braccio destro di
Mieli si occupa della casta degli intellettuali, a sentir lui,
"tutti organici e allineati".
E qual è l'accusa principale che
Battista muove ai maître a penser di ieri e di oggi: di
omettere il proprio passato professionale e politico. Ma
partendo da questa forte premessa (discutibile) ai piani alti
della scala dei biechi conformisti dovrebbe collocare
innanzitutto il suo maestro Paolino Mieli.
Infatti, dieci anni dopo la morte di
Bettino Craxi chi meglio di Mieli - testimone privilegiato
dell'ascesa del "Cinghialone" nel Psi fino alla sua
caduta e al suo esilio ad Hammamet - avrebbe potuto frugare
nel suo passato giornalistico per ripercorre gli anni orribili
di Tangentopoli.
E magari, tanto che c'è, fare
chiarezza finalmente su come nel 1994 fu decapitato Silvio
Berlusconi grazie allo scoop del Corriere sull'avviso di
garanzia al premier impegnato con il governo a Napoli.
Il conformista di rito Battista,
appunto Paolo Mieli, ne avrebbe di cose da raccontare. Ad
esempio, da chi e in quali stanze di via Solferino sarebbe
stato scritto il memoriale - ufficialmente "uscito"
dal carcere di S.Vittore -, del manager Fiat Enzo Papi.
Confessioni che il Corrierone pubblicò
in cultura con una prefazione del filosofo ex marxista, Lucio
Colletti. Memoriale, va spiegato, venuto alla luce negli
stessi drammatici giorni in cui i giudici di Milano tenevano
recluso Francesco Paolo Mattioli.
Il numero tre della Fiat scomparso
l'altro giorno, tenuto in gabbia al solo scopo di potergli
estorcere il nome (meglio offrigli la testa) di Cesarone
Romiti.
Ma tutta la grande stampa, che insieme
alle copie ogni giorno perde quel che resta della sua
attendibilità, invece di fare i conti seriamente con il
passato preferisce interrogarsi, con qualche isolata eccezione
(Sergio Romano nella pagina delle lettere del Corriere) se è
arrivato il momento d'intitolare una strada di Milano a
Bettino.
Proprio lui, Craxi, arrostito sulla
pira alimentata dall'orrendo fuoco di carta dei giornali
inizio anni Novanta.
Dicevamo, neppure la scomparsa
prematura di Francesco Paolo Mattioli, per vent'anni braccio
destro di Cesare Romiti alla Fiat, l'altro giorno ha
solleticato la casta dei mandarini dei media a una riflessione
meno volgare e sempliciotta della stagione di Mani Pulite. Con
i suoi tanti morti e feriti.
Eppure Paolo Mattioli (38 giorni di
carcere nella stessa cella di S.Vittore già occupata da don
Salvatore Ligresti) è stato uno dei pesci più grossi finiti
nella rete della procura di Milano.
Possibile che alla 'Stampa' post
Agnelli e Romiti, nessuno della casta evocata da Battista ha
sentito il dovere di andare a scorrere le collezioni del
proprio giornale? Tanto per capire,e far conoscere ai lettori
più giovani, cosa accadde quel 22 febbraio del '93.
Quando i carabinieri fecero irruzione
ai piani alti di Corso Marconi (l'ottavo per l'esattezza)
perquisendo gli uffici dell'Avvocato, di Romiti e di Mattioli.
E il suo implume direttore Mario Calabresi, stella nascente
del new jornalism, farebbe finalmente il suo mestiere
all'americana se ripubblicasse il commento che nel giorno
della profanazione del tempio Fiat diede alle stampe il suo
giornale. Allora guidato dal tosto Ezio Mauro.
Ecco un altro intellettuale che entra
a buon diritto a far parte della casta messa alla berlina
dall'improvvido Pigi Battista. Un giornalista, Mauro,
impegnato a sostenere i pm di Mani pulite fino a quando Di
Pietro non è andato a bussare con i piedi l'uscio dei suoi
padroni di casa: l'intoccabile famiglia Agnelli.
Il gruppo che fino a quel momento, a
dare ascolto all'Avvocato e a Romiti in processione dal card.
Martini, aveva sempre negato di aver elargito tangenti a
qualunque titolo. Anzi, a un certo punto, sostennero
addirittura di essere stati concussi.
Ed è lo o stesso Mauro-Tarzan che
oggi, sbarcato alla Repubblica di paron De Benedetti, ha
riabbandonato la liana garantista per tornare a spalleggiare
(e incoraggiare) i giudici inquirenti in ogni loro iniziativa
contro Berlusconi, il Pdl e, ovviamente, gli ex socialisti (da
oltre dieci anni considerati come carne da macello).
Così, il giorno dopo l'incursione
della Benemerita in corso Marconi, l'Enzino di Dronero scoprì
che il pool di Mani pulite stava esagerando. Ma senza scendere
personalmente in campo. Il commento (o pezza d'appoggio) come
per il caso Papi di cui si è detto al Corriere (prefazione al
memoriale di Colletti) fu affidato a un altro filosofo, sia
pure del pensiero debole, Gianni Vattimo.
agnelli romiti tribuna juve
Vale la pena rileggere la sua prosa
stupefacente: "Specialmente a Torino, arresti come quelli
di Mattioli e Mosconi fanno un'impressione profonda,
abissalmente diversa da quella che pure si è provata per gli
avvisi di garanzia a politici di primissimo piano come
Craxi...". Capito, cosa può produrre il pensiero
filosofale debole (o Lebole)?
Nell'elenco degli intellettuali
organici, allineati alle direttive del potere da Pigi Battista
nel suo saggio i "Conformisti", ovviamente non
figurano né il filosofo Vattimo, né il politologo Panebianco
né l'ex collaboratore del socialista Claudio Martelli,
Ernesto Galli della Loggia. Tutti autoassolti i compagnucci
della parrocchietta di Paolino Mieli.
PS - La foto di Mattioli, apparsa sul
Corriere, che usciva dalla galera con la faccia spettinata,
disfatto e mesto, costò il posto da direttore all'allora
vice-direttore Giulio Anselmi (Romiti furioso).
[13-01-2010
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CARO, PRENDITI UNA VACANZA
Non è un periodo fortunato per Riotta, il very american
journalist scelto da Donna Emma per guidare il giornale dei
possidenti. Fotonotizia in prima pagina sul secondo dorso:
"Sotto accusa i resort del Credit Suisse. Alcuni
investitori immobiliari hanno avviato un'azione legale contro
Credit Suisse che, a loro avviso, avrebbe frodato gli
investitori di alcuni resort, incluso lo Yellowstone club
attualmente in bancarotta". Il Cs avrebbe gonfiato il
valore degl'immobili, insieme a una società "che fa capo
al gruppo Exor".
Exor, Exor, Exor... Il nome ci dice qualcosa, dev'essere un'omonima delle
controllante di Fiat. Nel dubbio il Sole tace.
[05-01-2010]
DA DAGOSPIA
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LA SECONDA SCONFITTA
DI
JAKI
LA PRIMA FU
’ CIAOWEB
!!!!!!!!!!! NEL 2000
Repubblica
e Corriere
("Juve punita anche dal mercato", p.43) raccontano
il crollo della Juventus in Borsa (-6%) e il probabile rosso a
fine anno, senza introiti da Champions League. Maramaldeggia
anche il Giornale, con Tony Damascelli nelle pagine sportive.
Intanto
la Stampa, sempre desiderosa di regalare nuovi lettori a
Repubblica sulla piazza di Torino, continua il suo bizzarro
braccio di ferro con Urbano Cairo (l'ex badante di Veronica in
via Rovani) e gli scatena contro il solito Gianluca Oddenino.
Il giornalista che Cairo non fa più entrare agli allenamenti
si vendica con l'ennesima "inchiesta" sulle magagne
finanziarie dei cugini e chiude l'articolo in modo toccante:
"Abbiamo cercato
il Torino
per avere una sua versione, ma la società non ha voluto
risponderci" (p.59). Chissà perché. Massimo Gramellini,
coraggioso vicedirettore in quota granata, tace da giorni. E
Repubblica Torino ormai sembra "Alè Toro". Cose da
pazzi sotto la Mole,
LA PRIMA DISFATTA DI
JAKI
Giorgio Meda per "Il
Riformista"
La
disfatta in Champions League con la sconfitta interna per
4 a
1 patita ad opera del Bayern Monaco rappresenta molto di più
di una sconfitta sportiva. È il punto più basso del triennio
successivo alla retrocessione della squadra in conseguenza
dello scandalo di Calciopoli, un triennio che ha visto
emergere la figura di John Elkann come tutore della squadra,
sulla scia di quanto fatto prima dal suo bisnonno Edoardo e
poi per tutta la vita da suo nonno Giovanni Agnelli.
JOHN
ELKANN E FIGLIO
Ed
è la prima amarezza calcistica che Elkann deve gestire in
prima persona. Da un punto di vista strettamente finanziario,
secondo quanto sottolineato da alcuni analisti, la mancata
qualificazione agli ottavi dovrebbe comportare minori ricavi
nell'ordine di 7-8 milioni di euro.
In
fondo la Juve lascia il palcoscenico principale ma approda in
Europa League, competizione che assicura comunque buoni
ricavi. Altri osservatori, decisamente più pessimisti,
argomentano che il danno cumulato dell'eliminazione potrebbe
essere nell'ordine delle decine di milioni di euro.
Ma,
nonostante le motivazioni economiche siano molo importanti, a
maggior ragione per una squadra quotata in Borsa come la
Juventus, non costituiscono il punto di vista principale per
giudicare il fallimento del progetto bianconero post
calciopoli. Dal giugno del 2006, ovvero da quando
la cosiddetta Triade
formata da Roberto Bettega, Antonio Giraudo e Luciano Moggi ha
abbandonato il vertice della Juventus, la squadra ha vissuto
il periodo più terribile della sua esistenza che si è
intrecciato con quello altrettanto complicato del suo
azionista principale,
la ex Ifil.
Jean-Claude
Blanc e sullo sfondo Giovanni Cobolli Gigli
Il
2006 è stato un anno complesso per la Ifil, società
finanziaria della famiglia Agnelli, oggi divenuta Exor e
presieduta da John Elkann. Non fu solo Calciopoli a mettere la
famiglia torinese sotto i riflettori ma soprattutto
l'operazione di equity swap che permise agli Agnelli di
mantenere il controllo della Fiat, finita poi sotto la lente
della magistratura che ha aperto un procedimento, ancora in
corso. All'epoca John Elkann non ricopriva incarichi operativi
in Ifil e quindi visse la vicenda senza responsabilità
dirette. Fu attivo, però, nella riorganizzazione della
Juventus.
L'organigramma
attuale che vede Jean Claude Blanc nel ruolo di presidente,
a.d. e d.g., affiancato da Alessio Secco, che lo coadiuva
prevalentemente per il mercato, è stata voluta da Elkann, in
attesa dell'ormai scontato ritorno di Marcello Lippi dopo i
mondiali, che non tutti i tifosi bianconeri auspicano.
Blanc
ha interpretato meravigliosamente il mandato relativo alla
battaglia sul nuovo stadio, avrà meno successo come difensore
della juventinità offesa dalle conseguenze (ritenute
eccessive non solo dai tifosi) dello scandalo calcistico. La
rivendicazione dei due scudetti sottratti dalla giustizia
sportiva è divenuta un cavallo di battaglia di Blanc.
Però
difficilmente riuscirà a sovvertire il verdetto, nonostante i
tribunali, civile e penale, emettano sentenze finora molto più
favorevoli agli ex dirigenti bianconeri. Servirebbe una nuova
operazione stile sentenza Bosman, ma Torino e Blanc non
sembrano aver voglia di scatenare una terza guerra mondiale
calcistica. Molti, moltissimi juventini però ricordano la
posizione espressa dall'avvocato Zaccone, che all'epoca del
processo disse, difendendo la Juve, di ritenere giusta la
retrocessione con penalizzazione.
Qualcuno
disse che l'acquiescenza di Zaccone era il prezzo che Ifil
pagava indirettamente - via Juve - per rifarsi una specie di
verginità sulle regole calcistiche dopo aver violato quelle
dell'equity swap. Certo è che quella mossa processuale i
tifosi, anche eccellenti, non l'hanno mai perdonata, a
cominciare all'epoca da Susanna Agnelli.
In
molti rimpiangono la gestione della triade sotto la
supervisione di Umberto Agnelli. Ieri Tuttosport, quotidiano
sportivo torinese, juventino ma non allineato alla proprietà,
titolava: «Juve: cambia tutto!». E l'occhiello spiegava: «Società
fragile, grandi acquisti scandalosi, Ferrara non ha dato
gioco. È un flop anche economico: i tifosi invocano Andrea
Agnelli e Moggi».
Una
sberla alla società, e un pizzico di veleno con quel richiamo
ad Andrea, figlio di Umberto, che gira il coltello nella
piaga: la liquidazione della Triade voluta da Umberto, fu
vista in quel momento anche come un regolamento di conti
dentro la famiglia, anche se - a dire la verità - tutti i
protagonisti lo hanno sempre negato.
Ma,
insomma, la sconfitta dell'altro ieri è stato soprattutto un
fallimento sportivo. In questi casi il riflesso pavloviano
induce a chiedere l'allontanamento dell'allenatore, che però
è un tassello importante della Juventus lippiana prevista dal
progetto Elkann, progetto che punta sostanzialmente a
riformulare lo schema Triade, con un erede naturale, Lippi
(che fu una invenzione di Moggi) e con altri nomi di contorno.
Allo
stato attuale, molti pensano che mandar via Ciro Ferrara
rischia di non essere neanche molto utile. Prima di lui si
sono succeduti sulla panchina Didier Deschamps e Claudio
Ranieri, tecnici non di primissima fascia ma che hanno
riportato la squadra prima in A e poi in Europa. Chi in questo
triennio è rimasto sempre al suo posto è il direttore
sportivo Alessio Secco, fautore di tutte le campagne acquisti
di questi anni. Rimanendo solo al saldo provvisorio
dell'ultima campagna trasferimenti, la Juventus dovrebbe
registrare un saldo, fra arrivi e partenze, negativo per 42,5
milioni di euro.
La
società in questi anni ha speso tantissimo, forte anche
dell'aumento di capitale da 104,8 milioni di euro nel 2007, e
destinato anche al progetto Stadio. Il portoghese Tiago Mendes
e il danese Christian Poulsen sono i simboli, a torto o a
ragione, delle campagne acquisti di questi anni, incapaci di
far fare un salto di qualità alla squadra.
Se
a questo si aggiunge che gli acquisti migliori sono quelli
fatti in emergenza, come Mohammed Sissoko, o le mancate
cessioni, come nel caso di Giorgio Chiellini a un passo
dall'emigrare al Manchester City alcune estati fa, si
comprende come le critiche al sostituto di Moggi possano non
essere campate in aria.
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TORNA IN
ALTO MARE LA SOLUZIONE DELLA SAGA CARACCIOLO - I DUE PRESUNTI FIGLI
NATURALI, CARLO E MARGHERITA REVELLI, CAMBIANO AVVOCATO E SALTA
L'ACCORDO - ORA i Revelli manifestEREBBERO l'intenzione di far
invalidare il testamento Caracciolo a meno che l'erede, Jacaranda
Falck, non consegni il 65% del patrimonio del defunto editore
dell'Espresso - DIETRO C'è LO ZAMPINO DEI REBECCHINI?....
A cinquant'anni dal famoso sacco di
Roma il clan Rebecchini si vendica dell'Espresso che negli anni
Cinquanta mise l'allora sindaco Salvatore Rebecchini alle strette
con un'inchiesta scandalo intitolata "Capitale corrotta nazione
infetta"? Ah saperlo...
Jacaranda Caracciolo Falck
"Dopo il sacco di Roma ecco che i
Rebecchini danno il via al sacco dell'Espresso". La battuta
circolava l'altra sera ad una cena della Roma che conta e che
chiacchiera. Il gossip parte dall'ormai ultra nota saga ereditaria
Caracciolo-Revelli-Rebecchini. In ballo c'è infatti l'eredità
dell'editore scomparso lo scorso 15 dicembre che ha lasciato con un
testamento scritto nel 2006 tutto il suo patrimonio alla figlia
adottiva Jacaranda Falck Borghese.
Negli ultimi anni prima di morire
Caracciolo aveva manifestato l'intenzione di riconoscere due
presunti figli naturali Carlo e Margherita Revelli che, dopo la
morte del principe editore, non essendo stati citati nel testamento,
hanno quindi chiamato in causa Jacaranda per ottenere sia il nome
sia la loro quota di eredità.
Nel susseguirsi di carte bollate e
denunce che ha tenuto banco sui giornali di tutto il mondo negli
ultimi mesi (ultimo: 'Vanity Fair America') si erano inseriti come
mediatori i due avvocati delle controparti, Carlo D'Urso per
Jacaranda e il professore Natalino Irti per Carlo Revelli e sua
sorella Margherita Rebecchini (sposata con Fabiano Rebecchini).
I due avvocatoni per mesi avevano
cercato di calmare gli animi dei loro clienti e alla fine avevano
miracolosamente messo sul tavolo una bozza transattiva che sembrava
aver soddisfatto entrambe le parti. A Jacaranda sarebbe andata la
sua quota di legittima più la quota disponibile. Ai Revelli la loro
quota di legittima defalcata da una percentuale che sarebbe stata
aggiunta alla quota di Jacaranda.
Caracciolo e Margherita Ravelli
Pochi giorni prima della firma
dell'accordo ecco però il colpo di scena. I due ragazzi cambiano
rotta, danno il benservito a Irti e assumono l'avvocato Adriana
Boscagli (al suo attivo il divorzio di Katherine Price con Gazzoni
Frascara e la separazione di Paolo Mieli e Bambi Parodi Delfino).
Col nuovo corso legale, i Revelli manifesterebbero la loro
intenzione di far invalidare il testamento di Carlo Caracciolo
quando saranno riconosciuti a meno che l'erede non consegni loro il
65 per cento del patrimonio del defunto editore dell'Espresso e
Repubblica.
La trattativa è quindi saltata per
aria.
A cosa si deve questo repentino cambio
di atteggiamento? C'è chi mormora che, forse, sotto sotto c'è lo
zampino di Gaetano Rebecchini, suocero di Margherita Revelli e
figlio del famoso sindaco dc. A Rebecchini, dicono gli 'addetti ai
livori', non sembrerebbe vero di tirare un colpo basso a Caracciolo
che cinquant'anni fa pubblicò la famosa copertina "Capitale
corrotta nazione infetta" che segnò la fine politica di suo
padre.
[27-11-2009]
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La
figlia dell'avvocato porta l'attacco più duro nell'affaire dell'eredità
del "signor Fiat". Gabetti replica: risponderemo entro una
settimana
"Il
tesoro nascosto dell'Avvocato"
La verità di Margherita Agnelli
di
ETTORE BOFFANO e PAOLO GRISERI
TORINO - Ieri
mattina, infatti, la figlia dell'Avvocato e le sue controparti, oltre a
Gabetti anche l'avvocato Franzo Grande Stevens, il commercialista svizzero
Siegfried Maron e la madre Marella Caracciolo, hanno depositato le memorie
finali davanti al giudice del Tribunale civile di Torino Brunella Rosso.
(l'udienza decisiva è fissata per il 30 giugno). E se Gabetti e Grande
Stevens ribadiscono di non aver mai amministrato i soldi dell'Avvocato, la
vedova Agnelli ha prodotto copia di una citazione inoltrata alla giustizia
elvetica nella quale chiede di dichiarare la validità della divisione
ereditaria stipulata in Svizzera nel 2004 con la figlia.
Ma il vero colpo di scena emergerebbe dalle carte consegnate proprio da
Margherita: la figlia di Gianni Agnelli, infatti, avrebbe quantificato per
la prima volta ciò che, a suo dire, le sarebbe stato tenuto in buona
parte nascosto. L'unica erede diretta dell'Avvocato non chiede quel
denaro, ma conferma al giudice la sua istanza: quelli che lei considera i
"gestori" degli averi del padre, Grande Stevens, Gabetti e Maron,
devono consegnarle il rendiconto di tutto. Un gesto clamoroso e
un'affermazione molto pesante che si spiegano solo col duro scontro
giudiziario che ormai si è imposto nella causa civile cominciata due anni
fa. A sostegno della sua posizione, Margherita indica una serie di
documenti e le sofisticate operazioni finanziarie che costituiscono l'asse
della sua tesi. Una vicenda che corre tra Svizzera, Liechtenstein,
Lussemburgo, Usa e paradisi fiscali dei Caraibi. Un possibile
"tesoro" estero che, a detta del gruppo di analisti
internazionali ingaggiati per tre anni dalla figlia dell'Avvocato, avrebbe
il suo fulcro in un'operazione finanziaria del 1998 celebrata all'epoca
come una delle più importanti dal dopoguerra: l'Opa Exor.
"L'Opa pour rire". "Un'Opa per ridere" e dunque finta,
secondo invece i consulenti di Margherita. Cerchiamo di spiegare i perché
di questa tesi clamorosa. Nel 1996 Gianni Agnelli deve subire un delicato
intervento al cuore a Montecarlo. e scrive un "memoriale" per
indicare la successione alla guida della Famiglia e della Fiat: tocca al
primogenito di Margherita, John Elkann. Superata l'operazione, l'Avvocato
capisce che è necessaria una costruzione più accurata della questione
ereditaria con l'obiettivo di attribuire al nipote la guida
dell'accomandita di famiglia. Il problema più importante, sostengono i
legali di Margherita, sarebbe però quello del "patrimonio"
estero riconducibile a Gianni Agnelli. Somme ingenti, a detta della
figlia, le cui tracce potrebbero essersi addirittura intersecate con i
"fondi neri" Fiat emersi nel processo torinese contro Cesare
Romiti sui falsi in bilancio.
Il "salvadanaio" del Lussemburgo. Nella ricostruzione degli
analisti dell'erede Agnelli, tutto sarebbe accaduto nel Granducato dov'era
quotata la società "Exor Group". In realtà essa esisteva dal
1966 (ma aveva un altro nome) come filiale dell'Ifi ed era stata creata da
Gianni Agnelli e dal cugino Giovanni Nasi. Col trascorrere dei decenni,
però, la partecipazione dell'Ifi e dell'accomandita di famiglia, la
"Giovanni Agnelli Sapaz", diminuisce costantemente, sino a
rappresentare all'inizio del 1998 solo il 19,74 per cento, mentre oltre il
60 per cento è in mano ad "azionisti anonimi" rappresentati
nelle assemblee da fiduciari. Al momento della fondazione, Exor Group ha
un capitale di mille dollari, ma esso crescerà con dodici aumenti sino a
consentire la quotazione nella Borsa del Lussemburgo per usufruire dei
benefici fiscali di una legge del 1929. La società lussemburghese è
strategica nel Gruppo Agnelli-Fiat e ha distribuito dividendi anche dieci
volte superiori a quelli delle finanziarie italiane, Ifi e Ifil: dal 1974
al 2002, infatti, Exor assicura un miliardo e 808 milioni di euro a fronte
di 215 milioni di euro da parte delle finanziarie italiane. Quanto alla
quotazione in borsa essa appare, a detta degli analisti,
"flebile": il flottante resterà sempre inferiore all'1 per
cento.
Questioni di fisco. Nel 1998 Exor è ricchissima grazie alle numerose
filiali negli Stati Uniti e in Asia. Al 31 dicembre 1997 il patrimonio
netto è di 737 milioni di euro, ma il consolidato è di due miliardi e
286 milioni. A questo punto, nello scenario dei consulenti, la società
mette in vendita le filiali creando un maxidividendo pari a un miliardo e
750 milioni di euro sul quale i soci italiani (sia ufficiali che anonimi)
dovrebbero poi versare al nostro fisco somme molto elevate. Secondo la
consulenza, chi comandava davvero in Exor avrebbe allora deciso di
trasformare quei dividendi in plusvalenze pagabili all'estero e non
tassabili. Si tratterebbe di "un'operazione geniale": la famosa
Opa lanciata ufficialmente dalla "Giovanni Agnelli e Sapaz" il
10 novembre 1998 per 2600 miliardi di lire.
L'amico americano. In realtà l'accomandita fonda, sempre in Lussemburgo,
una nuova società. È il 12 novembre e la chiama "Giovanni Agnelli
& C. International". Sarà quest'ultima a lanciare ufficialmente
l'Opa (il prospetto è di 15 pagine e l'offerta va dal 21 dicembre 1998 al
15 gennaio 1999) su tutte le azioni di Exor escluse quelle detenute dall'Ifi,
dall'accomandita di famiglia e da Sopraexo (della famiglia Mentzelopoulos):
tutti i titoli degli azionisti anonimi. Per farlo, però, la nuova società
chiede un prestito di 1,3 miliardi di dollari alla Chase Manatthan Bank
controllata da un grande amico di Agnelli e Gabetti: David Rockefeller. Il
prestito è subito concesso, nonostante un capitale sociale di 16 milioni
di dollari. L'Opa ha un effetto immediato tra gli azionisti sconosciuti: i
titoli acquistati ammontano a un totale di un miliardo 364 milioni 474.680
dollari finiti nelle casse degli "anonimi" i quali, da quel
momento, escono per sempre da Exor Group. Il 21 giugno, la stessa Exor
delibera il futuro pagamento del maxidividendo da un miliardo 526 milioni
915.745 dollari e il 30 giugno assorbe la sua azionista, la "Giovanni
Agnelli & C. International", che sparisce. A questo punto, Exor
delibera infine di saldare il debito con la banca di Rockefeller (debito
che ha "eredidato" dalla società scomparsa) e lo fa utilizzando
proprio il denaro del maxidividendo. Al termine dell'operazione, Ifi e
accomandita controllano assieme l'84,79% della società lussemburghese
(che nel frattempo è uscita dalla Borsa) anche se nessuna delle società
italiane coinvolte ha dichiarato di aver ricevuto un reddito dall'Opa. Gli
"anonimi", invece, avrebbero lasciato Exor portando con sé un
miliardo e trecento milioni di dollari.
Il "sancta sanctorum". Ma chi sono i "soci anonimi"
che hanno rotto il "salvadanaio lussemburghese"? Qui sta il
perno della tesi di Margherita Agnelli. I fiduciari in realtà avrebbero
rappresentato, secondo quel che dice la consulenza, quasi sempre una sola
persona: Gianni Agnelli. In altre parole, il lento declino azionario di
Ifi e dell'accomandita dal 100 per cento di Exor del 1966 sino al 19,74
per cento del 1998 avrebbe avuto un contraltare "riservato": chi
comprava le azioni da altri membri della Famiglia sarebbero stati lo
stesso Avvocato o dei suoi fiduciari. Ma in quale percentuale? Gli
analisti hanno varato due ipotesi: da un minimo del 33% (in questo caso
Agnelli avrebbe ricavato un miliardo 44 milioni 54.418 euro dall'Opa del
1998) a un massimo del 100 per cento (pari a 2 miliardi 514 milioni
675.897 euro). Nell'ipotesi mediana (il 50 per cento), quell'accumulazione
di capitale all'estero ammonterebbe a un miliardo 463 milioni 243.000
euro: proprio quest'ultima è quella prospettata al Tribunale. Dal 1999 il
denaro sarebbe poi transitato su una decina di trust offshore già
indicati da Margherita Agnelli nella citazione a giudizio del 2007.
La risposta di Exor. Gianluigi Gabetti, interpellato ieri da
"Repubblica", ha scelto di non replicare: "Non ho ancora
visto le carte - ha detto - Le stanno valutando i miei legali e ci vorrà
almeno una settimana. Per ora non com-mento".
(11 giugno 2009)
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Dinasty Caracciolo - 'vanity fair 'america rivela che a fornire ai
fratelli Revelli il sangue della famiglia Caracciolo, per l’esame del
Dna, sono state le nipoti di Carlo, Marellina Caracciolo, figlia del
fratello Nicola e Margherita Agnelli, figlia della sorella Marella:
infatti quando i Revelli si sono fatti avanti per chiedere il prelievo, il
defunto era stato già cremato...
da Blitzquotidiano.it
Un lungo articolo del giornalista americano Bob Colacello,
pubblicato nell'ultimo numero dell'edizione americana della rivista
mensile Vanity Fair e intitolato "Eredità all'italiana",
riassume e racconta l'intricata vicenda dell'eredità di Carlo
Caracciolo, («nemico pubblico numero uno del capo fuori controllo del
Governo italiano» Silvio Berlusconi) co-fondatore, azionista e ex
presidente del settimanale l'Espresso, del quotidiano la Repubblica e di
una catena di giornali locali, molti dei quali da lui fondati o
sottratti alla chiusura già decretata.
Al centro della contesa, l'eredità di Caracciolo, valutata da
Vanity Fair, agli attuali corsi di Borsa, intorno ai 200 milioni di
dollari, inclusa una quota dell'11,7 per cento della società editrice
delle varie testate, Gruppo editoriale l'Espresso spa.
A contendere l'eredità, da Caracciolo interamente lasciata alla
figlia adottiva Jacaranda Falk Caracciolo, sono altri due giovani
romani, i fratelli Carlo e Margherita Revelli, la cui madre, che ha
messo al mondo altri tre figli dal legittimo marito, ha confessato in
tarda età il doppio tradimento e ai quali Caracciolo avrebbe promesso
l'adozione, senza peraltro poi dare concreto seguito alle parole spese né
in tribunale né nel testamento.
L'articolo, basato su un serie di interviste condotte in Italia la
scorsa estate e su quanto riportato dal Corriere della Sera nei mesi
passati, ripercorre la vita privata e sentimentale di Caracciolo e può
costituire una lettura appassionante per quanti preferiscono alle
vicende del Grande Fratello le vicende di sesso, amore e interessi dei
nobili e degli aristocratici.
Contiene un particolare finora inedito. Colacello rivela che a
fornire ai fratelli Revelli il sangue della famiglia Caracciolo, al fine
di rendere possibile l'esame del Dna, sono state le nipoti di Carlo,
Marellina Caracciolo, figlia del fratello Nicola e Margherita Agnelli,
figlia della sorella Marella: infatti quando i Revelli si sono fatti
avanti per chiedere il prelievo, il defunto era stato già cremato, in
esecuzione della sua volontà e in ossequio a una elementare prassi
igienica.
Altra rivelazione, di minore momento, è che i tre figli di
Giorgio Falk detestavano la seconda moglie dell'industriale milanese,
l'attrice Rosanna Schiaffino, che, riporta Colacello, trattava i
figliastri in modo orrendo e era molto crudele con loro.
Vanity Fair così riassume la vicenda: «Un anno fa, il funerale
di Carlo Caracciolo, principe di Castagneto, duca di Melito,
co-fondatore dell'Espresso e della Repubblica, ha riunito in suo clan
allargato, un pezzo di élite che comprende gli Agnelli, i Borghese, i
Visconti e i Pasolini. Ma dalla rivelazione che il suo cadavere, la
fonte del Dna, era stato cremato per ordine della sua figlia adottiva,
Jacaranda, ha preso l'avvio uno scandalo che potrebbe ridurre in pezzi
l'intera famiglia».
Per questo l'articolo si propone di «esplorare l'intensa vita di
Caracciolo e le pretese degli altri due presunti figli» e di «affrontare
la domanda che si fa l'intera aristocrazia italiana: quanti eredi aveva
Carlo».
L'articolo "esplora" la vita di Caracciolo nei suoi vari
aspetti, dagli intrecci familiari e amorosi (con quale lacuna e qualche
ritegno) alle vicende professionali (la nota «guerra di Segrate che
vide contrapposti nella contesa legale, per il controllo della
Mondadori, Berlusconi da un lato, dall'altro lo stesso Caracciolo e
Carlo De Benedetti e che si concluse con la mediazione dell'imprenditore
e attuale senatore pdl Giuseppe Ciarrapico»).
L'articolo analizza a fondo anche la spaccatura della famiglia
Caracciolo, della quale fu elemento determinante l'ingresso nel clan di
Jacaranda Falk, da Caracciolo adottata alla fine degli anni '90, alla
vigilia delle nozze con il principe Fabio Borghese.
L'articolo parla anche dei tre figli che Violante Visconti, moglie
in tarda età e amore di tutta la vita di Caracciolo, ha avuto dal conte
Pasolini dell'Onda e adombra il sospetto che due di loro siano in realtà
figli del principe. Dopo la morte di Caracciolo, racconta Colacello,
qualcuno ha avanzato il dubbio, ma la risposta dei tre (a uno di loro,
produttore cinematografico, si deve il film "The full monty")
è stata netta: abbiamo conosciuto un uomo che ci ha dato un nome,
un'educazione, una prospettiva di vita. Non ci interessa altro. L'eredità?
Non ci sono solo i soldi nella vita.
Vale la pena di rilevare il contrasto con il comportamento dei
giovani Revelli e della loro madre, che di fronte ai milioni di euro in
ballo non si sono peritati di gettare sul defunto Carlo Revelli la
taccia del cornuto e dell'impotente.
Una buona parte del dramma familiare ruota intorno alla tenuta di
Garavicchio, al confine fra la Toscana e il Lazio, che per anni era
stata una specie di buen retiro non solo dei tre figli (Carlo, Marella e
Nicola) dell'ambasciatore Filippo (detestato dai suoi pari perché
antifascista), ma anche dai suoi nipoti, in particolare Margherita e
Edoardo, figlio di Marella e di Gianni Agnelli, suicida da un viadotto
dopo essere stato diseredato dal padre, legatissimo a Carlo: lo
considerava un altro padre, che però non lo giudicava.
Alla base del risentimento fra cugine sembra ci sia una questione
di spazi "condominiali": prima dell'avvento di Jacaranda,
Garavicchio pare fosse una specie di casa comune, un albergo di famiglia
in cui rifugiarsi, dove i vari zii, cugini e nipote dormivano un po'
dove capitava, anche in quella del capo clan, se Carlo era assente.
L'arrivo di Jacaranda implicò delle delimitazioni territoriali e
l'appropriazione di due stanze per i giovani principi Borghese e i loro
bambini; cosa che Jacaranda conferma a Colacello, motivandola con
un'esigenza difensiva rispetto all'ostilità manifestata contro di lei
aprioristicamente dalle cugine.
Se non si trattasse di cognomi nobili e illustri, ma di poveri
inquilini di bassi napoletani, si potrebbe chiedere sorridere e chiedere
l'arbitrato di qualche autorità familiare. Invece sono in campo famosi
avvocati, ma per il resto la natura umana sembra non fare sconti alla
classe sociale.
E certo alcuni aspetti della natura umana trovano alimento anche
in qualche cosa di più sostanzioso di una definizione di territorio tra
donne. Forse la chiave di tutta la vicenda è nelle parole che Colacello
attribuisce a Rossella Sleiter, moglie di Nicola Caracciolo e che forse
spiegano meglio il disorientamento dei parenti: «Carlo una volta disse
a Nicola: "Non ti preoccupare, non ho figli"».
[15-11-2009]
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LUPO (RATTAZZI) & AGNELLI – IL FIGLIO DI SUNI AL PROCESSO
IFIL-EXOR: “NEL 2005 DELLE SOCIETÀ DI PRIVATE EQUITY (QUALI? ndr) ERANO
PRONTE A MUOVERE L'ASSALTO AL LINGOTTO” – GABETTI INFORMÒ LA FAMIGLIA
CHE IFIL POTEVA FARE NUOVI INVESTIMENTI IN FIAT ED EVITARE LA DILUIZIONE:
“SE MI DATE IL VIA IO HO LO STRUMENTO”…
(Adnkronos) - Nel maggio 2005
'venni a conoscenza delle manovre che si stavano armando intorno a Fiat,
cioe' che alcune societa' di private equity erano pronte a muovere
l'assalto alla Fiat'. E' quanto ha raccontato, nella sua testimonianza,
Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli e consigliere di Ifil nel 2005,
uno dei testimoni citati da una delle parti civili, un piccolo
azionista, ma anche dalla difesa, nel processo Ifil-Exor sull'equity
swap che porto' l'Ifil a mantenere il controllo della Fiat alla vigilia
della scadenza del prestito convertendo delle banche.
Ripercorrendo la vicenda al centro dell'inchiesta della procura di
Torino, il presidente di Neos e vicepresidente di Alpitour, ha ricordato
che a meta' maggio c'era stata la lettera di Lehman Brothers alle banche
del convertendo che evidenziava che c'erano gruppi pronti a muovere
l'assalto alla Fiat.
LUPO
RATTAZZI - Copyright Pizzi
Qualche tempo dopo - ha proseguito Rattazzi - fui avvicinato da
importanti gruppi di private equity che mi misero a parte del loro
intento di studiare il dossier per vedere se c'erano delle possibilita'
in vista della scadenza con le banche. Il 14 settembre - ha raccontato
ancora Rattazzi riferendosi a una riunione di famiglia convocata da
Gianluigi Gabetti - ho appreso che Ifil aveva deciso di reagire a
questo'.
In quella riunione Gabetti, che insieme all'avvocato Franzo Grande
Stevens e a Virgilio Marrone e' indagato nel processo per aggiotaggio
informativo, disse infatti che c'era la possibilita' per Ifil di fare
nuovi investimenti in Fiat cosi' da evitare la diluizione, e chiese il
mandato a procedere.
GIANLUIGI
GABETTI
'Molti rimasero sopresi - ha raccontato Rattazzi - ci fu un'accesa
discussione e alcuni non erano d'accordo ma alla fine a grande
maggioranza si decise di approvare la cosa. Ma non ricordo che si parlo'
di quale strumenti utilizzare per fare cio', ricordo bene che per due
volte Gabetti ripete' 'se voi siete d'accordo e mi date il via io ho lo
strumento', questo fu il livello di dettaglio di quella riunione'.
Secondo Rattazzi non si parlo' mai di equity swap ne' fu specificato in
quale modo acquistare, in breve tempo, le azioni.
[29-10-2009]
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JAKI HA UN NUOVO CONSIGLIERE, SI CHIAMA MARIO
CALABRESI...
Da "LiberoMercato" - Il giovane John Elkann, detto Jaki e
primogenito di Margherita Agnelli, frequenta sempre più spesso la
redazione de La Stampa. Non certo per interferire sulla linea editoriale
ma per coltivare il sodalizio con Mario Calabresi. Il neo direttore
secondo alcuni osservatori sta lentamente e meritatamente prendendo il
posto di Gabetti e Grande Stevens. I due bracci destri dell'Avvocato.
Proprio Calabresi avrebbe consigliato a John, lo scorso Ferragosto, di
rilasciare due pagine di intervista sull'eredità della mamma Margherita.
Intervista firmata dalla stesso Calabresi e ovviamente destinata ad
apparire su La Stampa. Qualcuno in famiglia però ha consigliato il
giovane Elkann di soprassedere. Non per questo il sodalizio con il
direttore ha subito intoppi. E se dietro la visita fatta da John a
Ferruccio De Bortoli ci fosse Calabresi come la prenderebbero Gabetti e
Grande Stevens? Una cosa è certa ormai Jaki non ha più bisogno dei loro
consigli.
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ELKANN, DISPERATO CHE DE BORTOLI ATTACCHI IL LINGOTTO AL CHIODO, CHE
AL SUPREMO DUPLEX DEL CORRIERE, GERONZI & BAZOLI, DELLA FIAT NON PUò
FREGA DI MENO, COSì COME AL MARPIONNE DI DETROIT NON FREGà UN CAZZO
DELL'ITALIA (E QUINDI DI AVERE 'LA STAMPA' O IL CONDOMINIO DI VIA
SOLFERINO)...
Fabrizio d'Esposito per "Il
Riformista"
Ferruccio de Bortoli dixit: «Se vogliono, mi
caccino pure». Il direttore del Corriere della sera ha reagito così
alle indiscrezioni sulla rabbia della Fiat, azionista di Rcs Mediagroup,
trapelate dall'ultima riunione del cda del gruppo editoriale. Rabbia nei
suoi confronti. Per gli articoli sulla guerra ereditaria tra gli Agnelli.
E per quel passaggio nell'editoriale del 12 ottobre scorso sulla sua
autonomia dai soci del patto, al punto di essere contro gli incentivi
alla Fiat. Così è arrivato il redde rationem, come riportato ieri dal
Riformista.
E in serata a Matrix, intervistato da Alessio
Vinci, de Bortoli non ha fatto nulla per
abbassare i toni oppure smentire seccamente i mal di pancia degli
storici azionisti di Via Solferino. Anzi, ha alzato il livello dello
scontro a mo' di sfida. È stato quando il conduttore della trasmissione
di Canale 5 gli ha chiesto dei rumours pubblicati dal nostro quotidiano.
Senza fare una piega, il direttore ha risposto: «Se vogliono, mi
caccino pure».
Segno che la nuova guerra dentro il gruppo editoriale più importante
del Paese sta entrando nella sua fase più calda. Sinora, de
Bortoli ha potuto contare sul sostegno dei pattisti Geronzi
e Bazoli. A questo punto, sull'altro fronte,
c'è la Fiat di Montezemolo e John Elkann.
Nel consiglio d'amministrazione del 14 ottobre scorso, lo sfogo dei
rappresentanti dell'industria torinese, il giovane Yaki e Franzo Grande
Stevens, è stato questo: «Che rimaniamo a fare in Rcs?». E giù
l'elenco delle lamentele.
Certo, un'uscita della Fiat da Rcs sarebbe una rivoluzione per le élite
italiane. Un evento clamoroso che incrocerebbe la parabola discendente
del berlusconismo. Ulteriore segno che il mondo dell'economia e della
finanza si muove più veloce di quello della politica.
[21-10-2009]
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G.AGNELLI SAPAZ: PIU' CEDOLE, NEL I SEMESTRE TORNA
A SALIRE L'UTILE...
Radiocor - Nel primo semestre 2009 l'utile della Giovanni Agnelli e C.
sapaz torna a salire dopo il calo registrato nell'esercizio 2008. Nel
periodo gennaio-giugno, secondo quanto risulta a Radiocor, l'accomandita
della famiglia Agnelli ha visto aumentare il risultato netto a 38,58
milioni dai 22,7 milioni dell'esercizio 2008 e dai 27,46 del primo
semestre 2008. Questo grazie alla crescita a quota 41,76 milioni dei
dividendi da partecipazioni rispetto alla flessione registrata nel 2008 a
31,88 milioni dai 63,11 del 2007. |
AGNELLI COLTELLI - MARGHERITA SFORNA UNA LETTERA DEL 2004 CHE ELENCA
UNA NUOVA GALASSIA DI TRUST E FONDAZIONI RICONDUCIBILI ALL’AVVOCATO –
AVREBBE I NOMI DI 15 ISTITUTI DI CREDITO (MOLTI IN SVIZZERA) – VOLEVA LA
DOCUMENTAZIONE MA LE È STATA RIFIUTATA…
Mario Gerevini per "il
Corriere della Sera"
Una lettera e uno schemino societario: lì dentro compaiono nuove
holding estere, finora sconosciute, riconducibili al «comparto
riservato » di Gianni Agnelli. La lettera è del manager svizzero
Siegfried Maron. Intanto da altre carte inedite della causa torinese
sull'eredità Agnelli vengono fuori i nomi di quindici banche nelle
quali ci sarebbero stati conti correnti e depositi titoli dell'Avvocato.
Seguiamo queste nuove piste.
LA CAUSA
Il giudice torinese Brunella Rosso, che ha fissato la prossima udienza
(forse decisiva) per il 12 novembre, non ha tuttavia accolto alcun
dossier (nè testimoni) tra quelli presentati da Margherita Agnelli de
Pahlen a sostegno delle sue tesi. La figlia dell'Avvocato sospetta che
una parte del patrimonio del padre sia rimasta indivisa e chiede
giudizialmente il rendiconto dei beni ai presunti gestori, i manager
Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron. Loro
ribattono che l'istanza di Margherita è infondata, inammissibile, che
non hanno mai ricevuto mandati e poi, dice Gabetti, «l'avvocato Agnelli
gestiva personalmente tutti i suoi beni». L'Agenzia delle Entrate sta
approfondendo flussi contabili e schemi societari. Ma finora nessuna
notizia di irregolarità.
LE NUOVE HOLDING
Margherita Agnelli «è entrata in possesso - si legge in uno dei
documenti agli atti a Torino - di prova documentale, costituita da una
lettera del 18 giugno 2004, firmata dal signor Siegfried Maron (gestore
dei family office svizzeri della famiglia, ndr ), che elenca una parte
di società, trust e fondazioni» riconducibili all' Avvocato. Su questa
galassia sarebbero confluite «disponibilità liquide parte del suo
patrimonio personale».
Il documento è una bozza di fattura che Maron ha spedito a una serie
di soggetti per conto dei quali aveva svolto servizi amministrativi.
Vengono messe in fila società già note da due anni: Fima Calamus,
Springrest, Sikestone, Sigma, tutte delle Isole Vergini Britanniche (Bvi),
e Alkyone, la fondazione del Liechtenstein che era il perno della
galassia. Poi però spuntano la Vencom Bvi, la European Ventures Group
di Cayman, una stranissima «Farella» e si scopre che esisteva una Fima
Panama e una Vilanda limited di residenza ignota anche se probabilmente
è quella, con sede a Singapore, finita sotto il controllo di
Margherita.
Insomma, era una struttura ben più complessa di quello che finora è
emerso. Alcune finanziarie, poi, sono state attribuite alle due eredi
(il marito di Margherita, Serge de Pahlen, è stato presidente della
Fima Bvi) e liquidate (Alkyone), di altre si sono perse le tracce. Nella
Fima Bvi, quando l'Avvocato morì, c'erano 187 milioni (164 nella
Springrest e 110 nella Sigma), frutto anche di una brillante operazione
sul capitale della Lear Seating Corporation (sedili per auto) alla fine
degli anni '90: entrata con un 10%-12%, Fima uscì dopo la quotazione di
Lear a New York incassando 250 milioni, uno spettacolare +800%. Ma che
cosa c'era in Vencom, European Ventures e Farella? E qual era la
funzione di Fima Panama? Probabilmente non si saprà mai.
LE QUINDICI BANCHE
L'articolato edificio societario che ospitava il patrimonio dell'ex
presidente Fiat alimentava una gran quantità di rapporti bancari. O
almeno questo ipotizza sua figlia che nelle indagini affidate a ex 007
dell'agenzia investigativa Kroll sostiene di aver individuato conti del
padre, o comunque riferibili alla movimentazione del suo patrimonio, in
quindici banche. Ha provato ad avere la documentazione ma gli è stata
rifiutata e ha chiesto, senza successo, che il giudice ordinasse
rogatorie internazionali.
Resta l'elenco. Accanto a tipiche banche commerciali compaiono
boutique del credito che tradizionalmente gestiscono su misura grandi
capitali di ricchi privati (tra parentesi la sede dove è stato aperto
il conto): Morgan Stanley (Zurigo), Jp Morgan (Ginevra), LGT Bank la
banca del principe Hans-Adam (Vaduz-Liechtenstein), Bank Hofmann
(Zurigo), Credit Suisse (Zurigo), Lombard Odier Darier Hentsch
(Ginevra), Banque Pictet (Ginevra), Ubs (Zurigo), Deutsche Bank
(Zurigo), Intesa Sanpaolo Private Banking (Torino), Banca Popolare di
Bergamo (Bergamo), Royal Bank of Canada (Montreal), Lazard Llc (Parigi),
Banque Artesia (L'Aia), Dexia Banque (Lussemburgo).
[16-10-2009]
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LA DIVISIONE DELL'IMPERO - A MARPIONNE L'INDUSTRIA (FIAT), AGLI
AGNELLI ELKANNIZZATI LA FINANZA (EXOR) - OPERAZIONE FIDEURAM - UNA MINORE
DIPENDENZA DALLE PERFORMANCE DEL LINGOTTO RENDEREBBE LA HOLDING
(partecipazioni di oltre 5 miliardi) PIÙ INTERESSANTE PER GLI
INVESTITORI…
Sara Bennewitz per "Affari & Finanza" di
"la Repubblica"
È la holding più grande, ma anche la più sottovalutata di Piazza
Affari. Exor, che è appena entrata nel Ftse Mib, si prepara a fare una
rivoluzione copernicana e culturale per spostare progressivamente dalla
Fiat il suo centro gravitazionale.
La cassaforte della famiglia Agnelli nata dalla fusione tra Ifi e
Ifil è infatti determinata a portare a termine nuove importanti
acquisizioni per diversificare i suoi investimenti oltre il Lingotto.
Elkann
Montezemolo Marchionne
Il mercato ha percepito il primo segnale di cambiamento quando John
Elkann ha dichiarato che Exor era disposta a diventare un
azionista più piccolo in una Fiat più grande. E la scelta di un
approccio più industriale e meno padronale sulla Fiat e sulle
partecipazioni del gruppo era un segnale di apertura nei confronti del
mercato che gli investitori aspettavano da tempo.
Ugualmente, la conferma di un interesse nel dossier Fideuram è stata
letta come un'ulteriore dimostrazione del fatto che Sergio
Marchionne non chiederà nuove risorse ai suoi azionisti per
ristrutturare e potenziare la crescita di Fiat.
Se infatti Exor è pronta a fare investimenti di peso, come potrebbe
essere quello in Fideuram, significa che il Lingotto per chi avesse
ancora dei dubbi non ha bisogno di reperire nuove risorse sul mercato.
Una notizia, questa, che per Exor è due volte positiva: da un parte la
liquidità della holding è svincolata dalle necessità del Lingotto,
dall'altra se Fiat non ha problemi di cassa il suo maggior azionista è
anche il primo a beneficiarne.
Detto questo, Marchionne in settimana è tornato sul
tema dell'azionariato, precisando che Exor non condiziona le strategie
del Lingotto. Qualche importante fondo internazionale non è del tutto
convinto che il management di Fiat sia totalmente indipendente dalla
famiglia Agnelli, ma è vero che tra i fondi Usa che volevano bloccare
l'amministrazione controllata di Chrysler c'era anche Perella Weinberg,
società di cui Exor è azionista all'1,9%.
Fatto sta che Exor ha un giardinetto di partecipazioni di oltre 5
miliardi, e in Borsa vale il 46% in meno dei suoi asset. Nessuna holding
paga un simile sconto come quella che fa capo alla famiglia Agnelli. È
però vero che la finanziaria torinese ha un paio di pecche: da una
parte circa l'86% dei propri asset è rappresentato da aziende quotate,
dall'altra più della metà del proprio valore è legata a doppio filo
all'andamento del Lingotto. Un maggior peso degli asset non quotati
fornirebbe infatti agli investitori un motivo in più per investire in
Exor, invece che direttamente nelle sue partecipate.
Per lo stesso motivo, una minore dipendenza dalle performance di Fiat
renderebbe la holding più interessante e abbasserebbe il suo profilo di
rischio verso un investimento che proprio per la sua natura industriale
è "capital intensive". Inoltre Exor, a differenza di tutte le
holding italiane non ha debiti, le sue passività sono infatti
principalmente legate a due emissioni obbligazionarie a lunga scadenza,
che a sua volta sono state al momento reinvestite in obbligazioni
societarie e commercial paper, pronti ad essere liquidati per fare nuovi
investimenti.
Tuttavia, dato l'attuale livello dei tassi, Exor ha un costo medio
dei suoi 1,1 miliardi di debiti (il 5% all'anno), superiore al
rendimento che questa liquidità riesce a generare (nel primo semestre
il 4%). Infine, la holding della famiglia Agnelli, come del resto la
Fiat, è l'unica azienda italiana che ha ancora tre diverse classi di
azioni (ordinarie, risparmio e privilegio), un'anomalia rispetto alla
tendenza dei principi della governance internazionale che puntano sul
principio one share one vote.
Fin qui i difetti, ma non mancano neppure i pregi. Exor ha cercato di
diversificare la sua presenza sia in termini geografici che di valuta,
puntando su società con brand forti e riconosciuti a livello
internazionale. Questo era il fil rouge dell'acquisizione di Cushman
& Wakefield, società Usa di servizi immobiliari che però è stata
rilevata poco prima dello scoppio della crisi dei subprime.
Se l'operazione perfezionata sotto la gestione di Carlo Sant'Albano
non ha avuto un timing molto azzeccato, il mercato riconosce però
all'ad di Exor di aver portato avanti un ottimo processo di disimpegno
dalle cartiere francesi per rafforzarsi nel colosso della certificazione
svizzero grazie al riassetto si SequanaSgs.
Inoltre, Exor è una delle pochissime grandi aziende italiane, che
anche per dare una dimostrazione di quanto crede nel valore dei propri
asset, ha continuato nel piano di riacquisto di azioni proprie
nonostante la crisi e la conseguente volatilità registrata quest'anno
sui mercati. Per tutti questi motivi una serie di analisti ha inserito
il titolo tra la lista dei suoi preferiti.
«Abbiamo da tempo scelto Exor come top pick tra le holding italiane
spiega Alessandro D'Erme di Ubs per la solida struttura patrimoniale, il
forte sconto sul nav (net asset value) e per l'esposizione, tramite
Fiat, ad uno dei settori più dinamici e con più forti possibilità di
consolidamento». Ubs, che giudica il titolo ‘buy' con un target di
18,5 euro, valuterebbe positivamente la diversificazione di Exor nell'asset
management attraverso l'acquisto di una quota di Fideruam.
«Il ritorno sull'investimento di Fideuram è molto superiore
rispetto al costo medio ponderato del capitale di Exor osserva Massimo
Vecchio di Mediobanca . Inoltre, una maggiore esposizione ai
servizi finanziari, consente minori investimenti in conto capitale e
garantisce una buona visibilità degli utili». Ma anche Equita colloca
tra i suoi preferiti la holding della famiglia Agnelli con un prezzo
obiettivo di 16,6 euro.
«Non si capisce perché le Ifil ordinarie trattavano a uno sconto
del 30%, mente le Exor ordinarie valgano addirittura il 46% in meno
spiega Martino De Ambroggi valuteremmo positivamente il
possibile investimento su Fideuram a un giusto prezzo, perché
aumenterebbe la diversificazione della holding e il flusso di dividendi
verso Exor».
[05-10-2009]
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QUEL POVERACCIO DI LAPONE - IL "PANORAMA" DI MULETTO MULÈ
SI LANCIA CONTRO LE DICHIARAZIONI DEI REDDITI DELLA SACRA FAMIGLIA SABAUDA
- ECCO UNA FAMIGLIA COMPLESSIVAMENTE POCO SOPRA LA SOGLIA DI POVERTÀ.
SPESSO PIÙ INDIGENTI DEI LORO MANAGER E PROFESSIONISTI - UN VERO CASO
UMANO IL REIETTO LAPO, CON I SUOI 74 MILA EURO DI REDDITO...
Paolo Stefanato per "il Giornale"
I misteri e i litigi che hanno accompagnato l'eredità di Gianni
Agnelli hanno ottenuto, per il momento, un primo risultato evidente:
quello di attirare l'attenzione del fisco e dell'opinione pubblica su
uno dei patrimoni più celebri e consistenti d'Italia. Così Panorama
nel numero oggi in edicola pubblica i redditi dichiarati nel 2007 da
alcuni membri della famiglia Agnelli: dati che emergono
dal lavoro della commissione di esperti dell'Agenzia delle entrate
guidata dal coordinatore regionale del Piemonte, Vincenzo
Palitta.
agnelli
nipoti lapo john elkann
La guerra scatenata da Margherita, figlia di Gianni,
contro la madre Marella e i tre uomini di fiducia del padre (Franzo
Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e
Sigfried
Maron), è tesa a dimostrare che una cifra valutata tra 1 e 2
miliardi di euro è stata «nascosta» all'estero e sottratta all'asse
ereditario. Ma, in attesa di scoprire il tesoro, il fisco si accontenta
di accertare i tesoretti dei singoli contribuenti.
Otto i membri della famiglia di cui Panorama diffonde i redditi, e i
dislivelli tra gli uni e gli altri inducono ulteriori curiosità: i due
fratelli John e Lapo Elkann, per
esempio, sono separati da alcuni zeri. Il primo, all'epoca
vicepresidente della Fiat, denunciava 2,2 milioni di euro, mentre il
secondo ne dichiarava «solo» 74mila.
L'emolumento di John, come vicepresidente, era di
582mila euro, mentre le società di comunicazione, investimenti e
immagine fondate da Lapo con Andrea Tessitore,
datano proprio 2007 e gli eventuali redditi non appartengono a
quell'esercizio. Incuriosisce anche il reddito di Marella Caracciolo,
vedova di Gianni Agnelli: 1,227 milioni di euro, quando nel 2004 un
accordo post-ereditario sottoscritto con la figlia le garantiva - così
è stato scritto - un vitalizio di circa 9,2 milioni di euro annui.
n
Storici soci dell'accomandita di famiglia sono le sorelle di Gianni
Clara Giovanna e Maria Sole, i cui redditi
erano rispettivamente di 391mila e 94mila euro. Il marito di
quest'ultima, Pio Teodorani Fabbri, oggi vicepresidente
di Exor, dichiarava 287mila euro. Allegra Caracciolo,
vedova di Umberto Agnelli, in coda alla lista,
denunciava un reddito impiegatizio: 70mila euro.
In realtà la quota nella Sapaz appartiene ai figli Anna
e
Andrea, quest'ultimo titolare del fondo Lamse, con sedi
in Italia e in Gran Bretagna, che denunciava 167mila euro. Quesiti che
tutti ora si porranno: davvero gli Agnelli guadagnano così poco? Le
dichiarazioni saranno veritiere? In realtà i redditi, che in alcuni
casi appaiono inverosimili, possono rispettare la massima correttezza
fiscale.
«Il sistema avvantaggia i redditi da capitale, facendoli sfuggire
alla progressività e sottraendoli alla dichiarazione annuale» spiega Enrico
Zanetti, commercialista e coordinatore dell'ufficio di
presidenza dell'Ordine.
I dividendi di società di cui non si possieda una quota superiore al
20% (se non quotate) e del 2% (se quotate), subiscono una tassazione
alla fonte del 12,5%; se la partecipazione (nelle non quotate) è
superiore al 20%, vanno, sì, inseriti nella dichiarazione Irpef, ma
godono di un abbattimento del 50% circa. Anche le cedole di Bot e
obbligazioni, godono del regime di tassazione sostitutiva, il 12,5%: chi
possedesse soltanto azioni e obbligazioni non dovrebbe nemmeno compilare
la dichiarazione.
Le società di famiglia, spesso immobiliari, possono decidere di non
distribuire dividendi e mantenere intatto il salvadanaio, perché cresca
da solo. Molte le agevolazioni fiscali anche nel mondo agricolo, tipico
patrimonio di famiglie interessate a diversificare: il regime
contributivo ha come parametro la base catastale dei terreni, che
tradizionalmente ha un valore molto basso. E questo vale anche per chi
produce il vino.
[02-10-2009]
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| Ma sono Agnelli o Recchi? Da Venezia un film con mistero.
Nel film 'Io sono l'amore' di Luca Guadagnino, presentato a Venezia, si
racconta la saga di una grande famiglia di imprenditori nei quali tutti
hanno riconosciuto gli Agnelli. Nel film però il loro cognome è Recchi e
il regista palermitano giura che si tratta di una scelta di fantasia.
Sennonché una famiglia Recchi a Torino esiste, è una delle più in
vista della città (grandi costruttori) e vari passaggi del film, a
cominciare da quelli dedicati a pranzi molto raffinati, sembrano ispirati
proprio alle abitudini di quella casa, più che agli Agnelli.
A Torino è subito cominciato il gossip. Interpellato da Panorama,
Giuseppe Recchi (presidente italiano della General Electric) mette avanti
le mani: «Mi fa sorridere la coincidenza. E comunque sarei pronto a
interpretare me stesso, però vorrei prima conoscere il nome della
protagonista».
PM MILANO INDAGA CHARLES PONCET, EX LEGALE DI MARGHERITA
AGNELLI...
(Adnkronos) - La Procura di Milano ha indagato, per tentata
estorsione, Charles Poncet, l'ex legale ginevrino di Margherita
Agnelli. E' quanto sostiene la testata svizzera 'La Tribune'. I
fatti sarebbero stati commessi nell'ambito della complessa questione
relativa all'eredita' di Gianni Agnelli.
In particolare, secondo l'accusa, Poncet avrebbe esercitato pressioni
su di un altro ex avvocato di Margherita Agnelli,
Emanuele
Gamna, per fargli restituire la somma di circa 10 mln ricevuti a
titolo di onorario. Lo studio di Gamna, a Milano, era stato perquisito nei
mesi scorsi dai magistrati milanesi nell'ambito di un'indagine dove
l'ipotesi d'accusa era la truffa.
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COME MAI LA SACRA FAMIGLIA DEGLI AGNELLI, LA STESSA CHE NON HA
CACCIATO UN DOLLARO PER AIUTARE MARPIONNE NELLA CONQUISTA DI OPEL, È
PRONTA A SCUCIRE PIÙ DI 3 MILIARDI DI EURO PUR DI METTERE LE MANI SULLA
FIDEURAM DI BANCA INTESA? - (OSCAR GIANNINO: “"COMPRANO UN GESTORE
DI RISPARMIO PERCHÉ SOLO COSÌ POSSONO FAR RIENTRARE I LORO PATRIMONI
CONTANDO SULLA PIÙ ASSOLUTA RISERVATEZZA")
Ormai è chiaro che dentro la Sacra Famiglia degli Agnelli
e
nella Fiat circolano tre anime: industriale, finanziaria, politica.
L'anima "politica" è incarnata plasticamente da Luchino
di Montezemolo che con le sue mosse crea molti
dubbi e interrogativi. Mentre lo danno proteso a creare il Grande Centro
insieme a Fini, Casini,
Enrico
Letta, Comunità di sant'Egidio by Riccardi
e Paglia,
eccolo entrare venerdì scorso con una "500" color crema e la
cappotta aperta nell'atrio di Palazzo Chigi per un colloquio "lungo
e cordiale" con Berlusconi e con Gianni Letta
(il
pio Talleyrand sbullonato dalle escort baresi sul quale sono in pochi a
scommettere per l'eredità di papi-Silvio).
Il ragazzo dei Parioli e presidente della Fiat a dicembre o a giugno
del prossimo anno potrebbe lasciare il vertice della Casa torinese ed è
questa la ragione per cui si muove senza confini precisi alla ricerca di
una collocazione prestigiosa e redditizia.
Luchino sa fare il calcolo e tutte le sue iniziative
(anche quelle più nobili della Fondazione "Italia Futura")
non sono disinteressate. Questo spiega perché rifiuti il ruolo di
salvatore della Patria, che in verità nessuno gli ha offerto, e si
tenga le porte aperte sulle partite che interessano la Fiat in questo
momento (a cominciare da quegli incentivi che le hanno consentito di
risollevarsi dalla crisi).
Ed è di questo che probabilmente Luchino ha parlato
con Berlusconi al quale deve aver raccontato anche del suo incontro
avvenuto il giorno prima a Monza con il "muratore" Emilio
Botin, il potente presidente del Banco Santander che sarà
sponsor di Ferrari per i prossimi cinque anni portando a Maranello 200
milioni di euro e il pilota Alonso (come Dagospia
aveva
scritto un anno fa).
Montezemolone il furbone non vuole essere l'uomo dei poteri forti, ma
vuole avere lui un potere forte e per farlo preferisce i tempi lunghi e
non rompere assolutamente quel cordone ombelicale che lo lega alla Sacra
Famiglia degli Agnelli.
Quest'ultima deve vedersela con l'anima "industriale" del
Gruppo e con l'anima "finanziaria". Per quanto riguarda la
prima l'ammirazione del 31enne Yaki e dei suoi parenti
è rivolta verso "l'uomo volante", il Marpionne che come un
novello Lindbergh, attraversa l'Atlantico ogni settimana per trascorrere
i giorni feriali a Detroit e quelli festivi a Torino.
Nessuno sa bene che cosa stia combinando dentro la Chrysler e se
abbia incassato con fair play la botta della vendita di Opel alla
cordata tedesco-russa di Magna. L'ufficio stampa della Fiat in questi
ultimi due mesi si è limitato a dire che la strategia industriale del
manager dal pullover sgualcito lo ha portato a comprare una casa a
Detroit e a tagliare le teste dei manager come aveva fatto nel 2004
quando era entrato in Fiat.
È un po' poco, ma di Marpionne si sa comunque che
è un manager pesante, capace di reggere qualsiasi urto, e quindi a Yaki
e alla Famiglia tocca il ruolo di spettatori passivi. Se poi
gli operai di Termini Imerese e di Pomigliano d'Arco saliranno sui tetti
per contestare, questo è un problema che l'anima "politica"
di Luchino potrebbe affrontare nelle sedi romane.
Per adesso l'attenzione del giovane Elkann
e della
Sacra Famiglia è interamente rivolta all'acquisto di banca Fideuram,
che Corradino Passera ha deciso di vendere. E qui spunta fuori la terza
anima della Sacra Famiglia, quella "finanziaria", che
attraverso la cassaforte Exor è pronta a mettere sul tavolo (insieme a
due fondi americani) qualcosa come 3,8 miliardi di euro.
La cifra è impressionante e fa certamente gola a Corradino
Passera e IntesaSanPaolo che in caso di conclusione
dell'accordo, resteranno azionisti di Fideuram con il 20%.
Questa operazione non nasce nella mente del giovane Yaki
anche
se è nota la sua passione per la finanza e per il marketing.
All'origine c'è probabilmente il disegno di Gianluigi Gabetti
e
di Franzo Grande Stevens di rafforzare il polmone finanziario della
Famiglia nel momento in cui in giro per il mondo c'è un mare di
liquidità. E con loro c'è Braggiotti, il finanziere da sempre amico di
Fiat e consulente di Intesa, che una volta conclusa la vicenda si porterà
a casa una commissione di 50 milioni di euro.
C'è da chiedersi perché Corradino Passera voglia cedere questo
gioiello che alla fine di giugno gestiva una massa di denaro pari a 62,6
miliardi e aveva chiuso i conti del primo semestre con un utile di 90
milioni.
La risposta si trova su molti giornali che spiegano come Passera
e la sua banca vogliano girare alla larga dai Tremonti bond che
costano troppo, e rafforzare il patrimonio di Ca' de Sass con la
cessione di asset di grande valore.
Rispetto alla ciambella di salvataggio di Tremonti,
Passera
sceglie la strada del "fai-da-te" e a costo di
finanziare con 500 milioni l'operazione di Yaki
su
Fideuram, non ha alcuna voglia di farsi condizionare dal genietto di via
XX Settembre.
Ciò che desta grande stupore e che si capirà soltanto verso la fine
di questo mese quando si terrà il consiglio di amministrazione di
BancaIntesa per decidere su Fideuram, è la ragione per cui la Sacra
Famiglia torinese si spinge ad affrontare un'operazione così
impegnativa e imponente. Le obiezioni non mancano, a cominciare da chi
accusa Yaki e i suoi parenti di intaccare il core
business dell'automobile con un'operazione finanziaria di oltre 3
miliardi.
Chi conosce la storia della Fiat ritorna con il pensiero agli anni in
cui si è consumata una dialettica storica tra l'anima industriale e
quella finanziaria che ha portato al declino della Casa automobilistica.
È una storia che comincia nel 1974 quando nel quartier generale di
Corso Marconi arrivò Cesarone Romiti che un anno dopo nominò Francesco
Paolo Mattioli (appena 34enne) direttore della finanza Fiat.
I due operano di concerto per ristrutturare secondo la loro
"vision" l'azienda dell'automobile e a questo proposito creano
la Fidis, una creatura che diventa il cervello di tutte le grandi
manovre finanziarie della Casa torinese. Per terra lasciano morti e
feriti, tra questi quell'ingegner Ghidella che a distanza di decenni è
ancora considerato l'uomo dell'automobile che avrebbe potuto evitare i
disastri dettati da una prevalente mentalità finanziaria.
In nome della "diversificazione" Romiti e i suoi manager
cercano nuovi business negli ospedali, nella costruzione di case (con l'Italstat
di Bernabei) e perfino nei prodotti biomedicali (Sorin).
Come ha raccontato bene Paolo Panerai, editore e direttore di "MilanoFinanza",
in un articolo pubblicato sabato, in quegli anni l'Ifil si butta anche
nel settore del denaro gestito e nei fondi di investimento con la
benedizione non solo di Romiti ma anche di Gabetti e di Umberto Agnelli.
L'avventura dei servizi finanziari finisce alla fine degli anni '80
per la crisi dell'automobile che costringe la Fiat a uscire dalla
finanza e dal mercato assicurativo dove era presente con la Compagnia
Toro.
Lo scenario adesso è cambiato ed ecco la Sacra Famiglia degli Agnelli,
la stessa che non ha cacciato un dollaro per aiutare Marpionne nella
conquista di Opel, pronta a scucire più di 3 miliardi pur di mettere le
mani su Fideuram. L'anima finanziaria viaggia sulle ruote solide della
liquidità di Exor (stimata in circa 1 miliardo) ed è pronta a cogliere
l'opportunità offerta da quel Corradino Passera
che è
sempre stato vicino ai torinesi e vuole snobbare Giulietto
Tremonti.
È presto per dire se questa mossa porterà l'ambizioso Luchino e l'amerikano
Marpionne a dividere le loro strade dal Lingotto, come è sbagliato e
fantascientifico insinuare che l'acquisto del colosso del risparmio
Fideuram serva "per coprire nella più assoluta riservatezza"
il rientro di patrimoni familiari che lo scudo fiscale di Tremonti
obbliga a riportare alla luce. Questa insinuazione appare sul blog del
giornalista economico Oscar Giannino, che l'ha
riportata come l'opinione personale di un grande banchiere italiano.
L'unico fatto certo è che Luchino, Marpionne e Yaki esprimono anime
diverse e giocano partite differenti sul tavolo della politica,
dell'industria e della finanza.
Che cosa leghi le loro strategie rischia di diventare un enigma.
2 - PERCHÉ EXOR COMPRA FIDEURAM...
http://www.chicago-blog.it
di Oscar Giannino
Si sprecano tesi e interpretazioni sul perché nel comitato di
gestione di Intesa a fine mese la banca guidata da Corrado Passera cederà
proprio alla Exor degli eredi Agnelli Banca Fideuram,
per poco più di 3 bn. nel settore assicurativo e nel risparmio i
controllanti di Fiat sono entrati e usciti a più riprese nella loro
storia, a seconda degli anni buoni o cattivi dei capitali che potvano
liberare o concentrre nell'auto.
Dunque oggi si potrrebbe pensare che essendo ormai Fiat un'azienda il
cui più consistente apporto patrimoniale è americano, si può passare
dagli anunci di diversificazione ai fatti. Anche se resta il controsenso
di dover cercare capitali sul mercato o dalle banche per questa
acquisizione, e chissà che non sia la stessa Intesa a fornirli...
Ma aggiungo una battura illuminante che mi ha fatto ier l'altro un
banchiere -- il migliore in Italia, secondo me -- apprendendo della
trattativa torinese in corso. "Non stia ad almanaccare", mi ha
detto
ghignando. "Comprano un gestore di risparmio perché solo così
possono far rientrare i loro patrimoni contando sulla più assoluta
riservatezza". Insomma, meglio Fideuram che Margherita.
[14-09-2009]
|
LA PREVALENZA DEL LINGOTTINO
Giornalisti economici in festa per il bond della Fiat di Marpionne,
"tutto esaurito". "Fiat sfrutta la voglia di bond.
Emissione da 1,25 miliardi. Operazione annunciata e chiusa in giornata
grazie a richieste per otto miliardi" (Sole, p.43).
Strano, ma nessuno ha fatto notare alcuni modesti particolari: il bond
esce prima dell'approvazione dei conti semestrali e paga quasi il doppio
di un bond Eni o Enel. Tutto bene, ragazzi in maglioncino di cachemire
blu?
DEDICATO A "LA STAMPA": TRA I TANTI EPITAFFI IN GLORIA
DELL'AVVOCATO OFF-SHORE BECCATEVI l’amarcord “blasfemo” di cdb –
“era un conservatore che faceva il progressista perché era più chic”
– “mi disse: se mi dessero un’edicola da gestire, la farei fallire
in 36 ore” – “contava solo la cura dell’immagine”
Camilla Conti per Libero
«Agnelli aveva molto più senso dell'estetica che
della fatica». Ed era «molto sensibile alla politica. A parole la
dileggiava, ma ne aveva anche grande paura». L'unica cosa che veramente
contava per lui «era la cura della sua immagine». Prima di tutto, «anche
prima dell'azienda».
casa
agnelli03 gianni agnelli 1978
Pensiamo alla sua immagine politica di "liberal", «in
realtà Agnelli era un profondo conservatore che però
riteneva che fosse molto più chic comportarsi da progressista». Ha
avuto anche grandi intuizioni finanziarie ma «era un pessimo gestore».
Chi osa bestemmiare contro la memoria di Gianni Agnelli?
Che si tratti dell'ultima ondata di fango lanciata dai giornalisti
sovversivi? O dello sfogo alla catena di montaggio dell'invelenito Cipputi
di Mirafiori finito in cassa integrazione? Macché. E'la dedica
dell'Ingegnere al (già defunto) Avvocato. Un epitaffio.
L'amarcord fa sorridere in questi giorni i salotti buoni della
finanza mentre leggono lo sdegno di Jaki Elkann
agli
attacchi mediatici contro l'amato nonno. Capitani d'industria,
banchieri, avvocati d'affari e broker navigati: alzi la mano chi non
saltò sulla poltrona la mattina dell'11 giugno 2005 quando insieme al
caffé venne servita a Piazza Affari un'intervista esplosiva del
Corriere della Sera a Carlo De Benedetti. Solo un
assaggio della chiacchierata di due ore sul capitalismo italiano fra il
giornalista Massimo Gaggi e l'Ingegnere andata in onda
quattro giorni dopo sul canale satellitare Raisat.
Già l'"antipasto" del Corriere è gustoso. Quasi
imperdibile quando re Carlo ricorda ad esempio «che
nel suo studio a Villa Frescot l'Avvocato teneva una fotografia di una
carica della polizia polacca contro gli operai, credo negli anni '30.
Gli chiesi: ma perché? E lui: in questa carica ci trovo una forza
straordinaria. Ecco, di nuovo il suo senso dell'estetica».
Unito a una pessima capacità manageriale:
«Lui stesso mi ha detto tante volte: se mi dessero un'edicola da
gestire, la farei fallire in 36 ore». Di tutt'altra pasta l'Ingegnere.
Lui che al posto di Agnelli non avrebbe mai scelto come
partner General Motors, «è stato un errore. E anche su questo ha avuto
un peso il senso dell'estetica».
L'Ingegnere-pensiero scatena tuoni e fulmini. Anche in quella
occasione tocca al giovane John Elkann alzare le
barricate con tanto di lettera spedita in via Solferino contro i termini
«inaccettabili sulla figura di mio nonno». Senza entrare nel merito
delle affermazioni perché «sono nato nel 1976, anno in cui l'Ing. Carlo
De Benedetti lasciava il gruppo Fiat».
Ma precisando che «non è una prova di coraggio né di correttezza
attaccare qualcuno che non può rispondere». Che l'Ingegnere poteva
evitare di usare a sostegno delle proprie argomentazioni «pretese
ricostruzioni di conversazioni private». E ricordando, infine, che «chi
ha conosciuto mio nonno ben sa che lui non si sarebbe mai permesso di
esprimersi pubblicamente (ma in privato magari sì, ndr) nei termini
adoperati dall'Ing. Carlo De Benedetti».
Parole al vento. L'Ingegnere tira dritto e rilancia la sua
"dedica" all'Avvocato nel ventilatore dell'etere. La
chiacchierata su cinquant'anni «vissuti dal di dentro» viene mandata
in onda su Raisat il 15 e il 16 giugno. De Benedetti
regala anche altre perle non apparse nelle anticipazioni del
Corriere. Come il pronostico sulle prospettive della Fiat che «va male
perché è stata protetta» e «tutto quello che è protetto come gli
togli la protezione si prende la prima infezione che passa».
Poi, dopo aver massacrato Agnelli, il vecchio leone
si abbandona a una serie di considerazioni sul mondo economico e
politico italiano. Critica anche se medesimo ammettendo di aver
sbagliato ad entrare nel Banco Ambrosiano ai tempi di Calvi.
Ciò
che gli procurò guai giudiziari dai quali peraltro uscì pulito, non
per motivi di prescrizione bensì con una sentenza in cui si riconosceva
la sua estraneità eccetera eccetera.
Ma sull'attacco all'Avvocato nessun passo indietro. Perché «è
strano un Paese in cui non si può parlare di Mazzini», cioè «di un
personaggio storico di questo Paese, con i pregi e i difetti come ognuno
di noi» e «un uomo è umano nei limiti in cui non è un'icona».
Cari moschettieri di casa Agnelli, duole ammetterlo.
Già nel 2005 De Benedetti era avanti. Era uno di noi.
[09-09-2009]
Chrysler è un ferrovecchio e marpionne deve mettere mano al
portafoglio - FIAT ITALIA ADDIO: A ottobre gli operai di Pomigliano d'Arco
lavoreranno solo per tre giorni mentre a Termini Imerese sono pronti a
salire sul tetto dello stabilimento
Sergio Marpionne si prepara per il Salone di Francoforte che si aprirà
giovedì della prossima settimana.
Le notizie che trapelano sul competitor della Fiat, indicano che
l'appuntamento tedesco sarà molto importante. Alcune case
automobilistiche si stanno preparando con grande impegno e la Bmw ha
addirittura creato un circuito al coperto per far correre i suoi modelli
insieme a quelli di Mini e Rolls Royce.
Il manager dal pullover sgualcito ha trascorso la sua vacanza a Detroit
dove ha acquistato un appartamento. La città fondata dai cacciatori di
pellicce francesi all'inizio del ‘700 piace a Marpionne per due ragioni:
la prima, perché lungo il fiume si tengono numerosi concerti e si sente
della buona musica, l'hobby preferito dall'italo-canadese.
Il secondo motivo è rappresentato dall'emozione che Marpionne
prova
di fronte ai grandi siti che sono stati il cuore dell'automobile. Molti di
questi sono vecchi e abbandonati, compresi quelli di Chrysler, la società
che il capo della Fiat è riuscito a conquistare senza cacciare un dollaro
grazie all'aiuto di Obama che gli ha rifilato il gigante
morente delle quattro ruote.
Nel quartier generale di Chrysler Marpionne
sta
ripetendo il copione del 2004 quando entrò in Fiat e prese a tagliare le
teste, i benefici e i privilegi dei manager. La sua strategia è
all'insegna della razionalizzazione che passa attraverso nuovi accordi con
i concessionari per ridurre il numero delle auto invendute e lo
scioglimento del groviglio di alleanze internazionali che l'azienda aveva
stabilito negli ultimi anni.
Come spiega oggi il corrispondente di "MF" dagli Stati Uniti,
sono state cancellate le intese commerciali e industriali con Daimler,
Nissan, Mitsubishi e Hyundai. L'obiettivo è quello di "ridurre i
costi operativi e semplificare il processo decisionale con l'adozione di
piattaforme globali per i differenti modelli di Fiat e Chrysler".
E qui si tocca uno dei problemi davvero delicati contro i quali ha
sbattuto la faccia Marpionne quando è arrivato a
Detroit. Infatti il supermanager ha dovuto toccare con mano che Chrysler
è poco più di un ferrovecchio con piattaforme tecnologiche superate che
presuppongono forti investimenti di capitali.
Di queste cose è al corrente Ron Bloom, l'uomo che
l'8 settembre scorso è stato definito da Obama lo
"zar dell'automobile", ed è considerato l'astro nascente di
Washington. Il rapporto di Marpionne con Bloom è
eccellente perché entrambi hanno una conoscenza dei problemi industriali
e finanziari. Prima di lavorare per il Dipartimento del Tesoro, Bloom
è stato presidente del sindacato dell'acciaio nel '96 dove è
arrivato con un'esperienza alle spalle di banchiere e un master ad
Harvard.
Di fronte al ferrovecchio di Chrysler Marpionne
e i 23
manager che gli stanno vicino si mordono le mani per il fallimento
dell'operazione Opel, l'azienda che General Motors non vuole più vendere
alla massaia Angela Merkel perché è dotata di tecnologie che sono in
grado di rilanciarne la competitività.
A questo punto la Fiat, che voleva ripetere con i tedeschi di Opel la
stessa operazione a costo zero fatta con gli americani di Chrysler, deve
mettere mano al portafoglio per rilanciare l'azienda di Detroit e
recuperare in fretta quote di mercato.
Questo spiega perché dall'inizio dell'anno Torino abbia lanciato sul
mercato obbligazionario quattro operazioni di finanziamento che hanno
avuto grande successo per l'immensa liquidità circolante nel mondo.
L'ultima è di ieri con la sottoscrizione di un bond da 1,25 miliardi per
il quale sono arrivati dall'estero ordini per 8 miliardi a conferma anche
della fiducia che i mercati hanno nei confronti del manager del Lingotto.
Di fieno in cascina ce n'è per i prossimi quattro anni, quanto basta
per rimettere in piedi il ferrovecchio di Detroit e lanciare la
"500" sul mercato americano (una sfida ai limiti
dell'impossibile). Quanto poi al destino degli stabilimenti italiani, l'amerikano
Marpionne non sembra preoccuparsi più di tanto. A
ottobre gli operai di Pomigliano d'Arco lavoreranno solo per tre giorni
mentre a Termini Imerese sono pronti a salire sul tetto dello stabilimento
per richiamare l'attenzione.
Questi sono dettagli infimi che ai piani alti
della Fiat pensano di risolvere con un prolungamento di quegli incentivi
che hanno consentito di evitare il precipizio.
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FANGO SULL'AVVOCATO? FISCHIA IL FISCO PER LE AGNELLI! - 28 AGOSTO
NOTIFICATO A MARELLA E MARGHERITA L'INVITO AL CONTRADDITTORIO - L'INVITO A
DARE SPIEGAZIONI è il primo atto formale di un certo peso PERche'
sospende la CADUTA IN prescrizione (31 DICEMBRE)...
Franco Bechis per "Italia
Oggi"
Entro il 28 settembre sia Marella Agnelli
che la
figlia Margherita in lite per l'eredità dovranno
comparire davanti all'Agenzia delle entrate per rispondere alle prime
domande del fisco sul presunto tesoretto da 2 miliardi di euro con cui
oltreconfine si sarebbe distribuito parte del patrimonio dell'Avvocato.
Non è quindi più solo un fascicolo quello aperto dal direttore
dell'Agenzia, Attilio Befera, ma un formale invito al
contraddittorio che è stato notificato a entrambe le parti in lite il
28 agosto scorso: direttamente a Margherita, che ha
residenza fiscale in Italia, e allo studio legale che assiste Marella,
che ha residenza fiscale in Svizzera. Con quell'atto si sospende ogni
prescrizione.
La vicenda che infatti ha suscitato tanto clamore questa estate
(l'accusa di Margherita e dei suoi legali di sottrazione di parte
dell'asse ereditario per un valore di due miliardi di euro) sarebbe
infatti caduta in prescrizione entro il 31 dicembre di quest'anno.
L'invito al contraddittorio- che è un invito
a comparire per le prime spiegazioni entro un mese dal ricevimento- è
il primo atto formale che sospende quella prescrizione. E ha un valore
non solo sostanziale di un certo peso.
La stessa famiglia Agnelli, secondo fonti
accreditate, aveva pensato che l'annunciata apertura di un fascicolo
sulla base di ritagli di stampa fosse più che altro un atto di grande
evidenza mediatica che con il suo clamore sarebbe stato utile al governo
italiano per mettere le ali al rimpatrio dei capitali con lo scudo
fiscale che partirà il prossimo 15 settembre.
Qualche consulente aveva addirittura immaginato di potere utilizzare
proprio quel provvedimento per regolarizzare eventuali poste
contestabili da parte delle Agenzia delle Entrate italiana. La
formalizzazione del procedimento sottrae invece qualsiasi somma alla
possibilità del rimpatrio: quindi ogni deposito legato a quella eredità
al di fuori dei confini italiani dovrà restare dove si trova in attesa
delle indagini degli 007 fiscali di Giulio Tremonti.
E l'indagine a questo punto ci sarà, partendo anche dalla
documentazione che potrà essere portata nel contraddittorio dai
consulenti di Marella e Margherita.
Nell'occasione si verificherà anche l'effettiva residenza svizzera di
Marella, chiedendo spiegazioni su quel documento dello studio di
commercialisti torinesi Ferrero in cui si sconsigliava di tenere la
proprietà dei cani husky e di assumere i domestici proprio per evitare
contestazioni sul punto. Il braccio di ferro fisco-Agnelli
è
dunque iniziato.
[04-09-2009]
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QUEL FANGO SULLA SACRA MEMORIA DELL'AVVOCATO - MARGHERITA non ha certo
avviato un'azione legale per dire che suo padre evadeva le tasse: vuole
SOLO sapere se qualcuno, distrattamente, non si sia fatto sfuggire un
pezzo di capitale nelle proprie tasche - Chi guadagna nel difendere l’Avv...
1 - DAGO-REPORT
Tragicomico il siparietto che i giornali di "famigghia", in
compagnia degli amici di sempre, stanno mettendo in atto per simulare
una difesa dell'Avvocato.
"L'Avvocato era un evasore... anzi no!" è quanto ci hanno
raccontato le testate del gruppo. Sono loro ad aver acceso la miccia
dell'evasione che poi ha fatto esplodere qualche "bombetta"
sulla stampa vicina alla maggioranza, vedi "Libero" con le
puntate del libro mai uscito da Longanesi sul tesoro off-shore di Gianni
Agnelli.
Margherita non ha certo avviato un'azione legale per dire che suo
padre evadeva le tasse, è qualcun altro che ha voluto farci credere che
fosse la chiave di volta. Diciamolo chiaramente: la rampolla vuole
sapere se qualcuno, distrattamente, non si sia fatto sfuggire un pezzo
di capitale nelle proprie tasche.
E visto che ad essere chiamati in causa sono Gabetti,
Stevens
e Maron: chi sono i sospettati?
Non è la prima volta che il "fuoco amico" colpisce un
Agnelli. Da Edoardo all'Avvocato, passando per
Andrea
Agnelli, questo fuoco amico poi tanto amico non è
(senza dimenticare la defenestrazione di Lapo Elkann
a
colpi di paparazzate).
Dopo aver ripreso in seno il caro Guido Rossi, reo
di aver cucito lo scudetto juventino sulle maglie dell'Inter, si scopre
che Gustavo Bracco, ex responsabile delle Risorse Umane
delle Telecom tronchettiana, nonché altro manager allevato in casa FIAT
per oltre vent'anni, è tornato all'ovile.
Difatti sarà proprio Bracco a dirigere la "Scuola Alta
Formazione" costituita la scorsa primavera dalle Fondazioni Agnelli,
Garrone, Pirelli e dall'Asociation du
College des Ingenieurs.
Ma Moggi non aveva detto che era un COMPLOTTO tutto
nerazzurro (intercettazioni, spioni, Tronchetti, Buora
e blablabla)? Com'è che non regge più 'sta storia?
Domandare è lecito, rispondere - dopo averceli rotti per 3 anni con le
favolette - è cortesia.
2 - Chi guadagna nel
difendere l'Avvocato (la fedeltà paga)
Camilla Conti per Libero
Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens
con
il contorno di Guido Rossi. Eccolì lì i tre
moschettieri pronti a sguainare le spade in difesa dell'onore degli Agnelli.
A pulire via il fango gettato sull'Avvocato. E a fare quadrato attorno
al giovane John Elkann.
Il presidente onorario della cassaforte Exor, Gabetti,
parla come uno di famiglia, anzi come uno che alla famiglia è legato da
interessi forti e consolidati nel tempo. Il sommo sacerdote della
finanza Fiat ha accettato di prendere il comando della nave quando la
morte di Umberto fece scoppiare la crisi istituzionale
tra azionisti di controllo e management.
Non può dunque tirarsi indietro ora, Gabetti
che
dopo la morte dell'Avvocato e la nomina del fratello a presidente del
Lingotto aveva rimandato i suoi piani di pensionato (e il buen retiro
nei pressi di Ginevra) tornando in corso Matteotti
roccaforte
di Ifi e Ifil. Il ruolo di «prefetto del regno» e poi di tutor del
giovane Jaki gli è stato però riconosciuto in bilancio: nell'ultima
relazione semestrale della cassaforte Exor il suo nome spunta nel
capitolo relativo ai 4 milioni di oneri netti.
Si tratta di un emolumento straordinario di
5 milioni di euro deliberato a suo favore dal consiglio di
amministrazione di Ifil del 13 maggio 2008. Nella stessa riunione il cda
aveva deliberato per il presidente onorario un milione di compenso annuo
«oltre al rimborso a piè di lista di tutte le spese di soggiorno al di
fuori del comune di residenza, in relazione alla delega per il
coordinamento strategico».
A suo favore, si legge sempre nella semestrale, «sono state inoltre
previsti una copertura assicurativa in caso di morte e di invalidità
permanente derivanti da infortuni professionali ed extra-professionali e
l'utilizzo di un servizio segretariale e di una vettura con autista
anche successivamente alla scadenza del mandato». La fedeltà, insomma,
paga.
Quel che Gabetti ha fatto in casa Agnelli per la
finanza, Franzo Grande Stevens ha fatto per gli aspetti
legali. Ricevendo in cambio un immenso bagaglio di relazioni, clienti
blasonati oltre a una ricca collezione di incarichi. Come avvocato
dell'Avvocato, Grande Stevens ha infatti seguito le
vicende societarie dei gruppi industriali più importanti del Paese,
ricoprendo spesso cariche dirigenziali al loro interno.
È stato presidente della Toro Assicurazioni, della Ciga Hotels,
della Cassa Nazionale Forense e dell'Ordine degli Avvocati. Senza
dimenticate la vicepresideza della Fiat, la presidenza della Juventus
(dal 2003 al 2006) e le poltrone occupate nei cda di Ifil e Rcs.
Sul pulpito del Lingotto non poteva infine mancare un altro avvocato,
quel Guido Rossi che dalle pagine del Corriere ha scomodato addirittura
l'ultima enciclica del Papa e quella «spinta al dissolvimento da parte
delle persone coinvolte», che porta «all'annientare gli altri e
distruggere se stessi».
Del resto Rossi è da tempo consulente d'eccezione
del gruppo e ha lavorato ai piani di riassetto societario delle holding
di casa. Non a caso a giugno 2008 quando a Torino si studia un'iniezione
di risorse nella cassaforte Giovanni Agnelli&C.
Sapa, la famiglia chiama Rossi come "garante"
super partes per la struttura societaria del gruppo che raccoglie i vari
rami ed eredi dell'impero.
Alle barricate dei moschettieri di casa Agnelli ieri si è aggiunto a
sorpresa lo sdegno di Guglielmo Epifani, numero uno
della Cgil: «Colpisce il modo in cui si attacca una persona che non è
più in condizione di poter rispondere». Gabetti,
Grande
Stevens e Rossi accolgono a braccia aperte
l'ultimo moschettiere.
3 - POTEVA MANCARE IL
BIRIGNAO DI Montezemolo? "Basta gettare fango su Gianni
Agnelli"
Fabio Pozzo per la Stampa
«Sono certo che c'è un'Italia che prova un sentimento di repulsione
e non ne può più di questo imbarbarimento del costume civile e del
fango tirato da più parti in queste ultime brutte settimane e che
chiede che la si smetta». Così il presidente di Fiat, Luca
Montezemolo, il giorno dopo al «non ci sto» espresso da John
Elkann, «indignato» per le «strumentalizzazioni e le
manipolazioni, per le falsità e la violenza delle parole» dette sul
conto del nonno Gianni Agnelli nella campagna mediatica
contro la famiglia e le polemiche sull'eredità dell'Avvocato.
Riferendosi alle dichiarazioni dell'erede dell'Avvocato, Montezemolo
afferma di aver «molto apprezzato e condiviso le parole di John
Elkann, che ha pienamente ragione ad essere indignato per
l'aggressione mediatica subita in questi ultimi tempi dall'Avvocato
Agnelli e come lui siamo in tanti». Il presidente di Fiat sottolinea
anche di dovere «a Gianni Agnelli molto, moltissimo»,
e aggiunge di sentire «spesso la sua mancanza».
Montezemolo non vuole però parlare dei suoi sentimenti personali. «Mi
pronuncio come cittadino di questo Paese che ha sempre apprezzato lo
stile, la compostezza, il senso dello Stato dell'Agnelli
imprenditore,
editore, presidente di Confindustria e senatore a vita. Tutti coloro che
lo hanno conosciuto e hanno lavorato con lui sanno che non meritava
questi attacchi, tra l'altro senza possibilità di rispondere, lui che
per tutta la vita è stato uno straordinario rappresentante dell'Italia
nel mondo e il simbolo del capitalismo industriale di cultura
internazionale».
[03-09-2009]
AGNELLI DE FRANCE – MADRE, FIGLIA E UN GIGOLO FURBETTO IN ETÀ DA
PENSIONE: UNA SFIDA CHE RISCHIA DI FAR VACILLARE L’IMPERO L’OREAL –
L’EREDE FRANÇOISE DENUNCIA LUI PER CIRCONVENZIONE D’INCAPACE
(L’88ENNE LILIALE): QUASI 1 MLD € SPARITO IN REGALI…
Ugo Bertone per Libero
La figlia contro la madre. E viceversa. Prima sui giornali, poi nelle
aule di giustizia. Il tutto per una querelle esplosa dopo la scomparsa
del capofamiglia; una querelle che vale miliardi e che, comunque vada a
finire, potrebbe (anzi potrà) incidere sulle sorti di una
multinazionale centenaria. No, avete sbagliato: non si sta parlando
dell'Agnelli story, duello a distanza tra donna Marella e la figlia
Margherita, eredi con residenza elvetica dell'Avvocato.
Liliane
Bettencourt e il defunto marito Andr
No, quella che riaprirà alla quindicesima sezione del tribunal de
correction di Nanterre giovedì 3 settembre è la versione parigina
dell'eterno confronto tra madre e figlia, "purgata", per quel
che se ne sa, di retroscena fiscali ma arricchita di retroscena maudits.
In ballo, infatti, ci sono regali per 993 milioni ad un presunto gigolò
già in età da pensione. Ma la partita può aver grossi riflessi sulla
sorte finanziaria di uno dei simboli della Francia: nientemeno che
l'impero della bellezza, l'Oréal.
I fatti, in breve: nel dicembre del 2007, pochi giorni dopo la
scomparsa del padre, André Bettencourt, ex ministro ai
tempi del generale De Gaulle, la signora Françoise Bettencourt-Meyers,
pianista e appassionata biblista ma, prima ancora grande ereditiera, ha
sporto "denuncia contro ignoti" per circonvenzione di
incapace. Colpevole e vittima, per la verità, sono tutt'altro che
ignoti.
MADRE INCAPACE
L'"incapace" in questione nientemeno che mamma Liliale, ovvero
la signora Liliale Bettencourt, 88 anni, che dal papà,
chimico degli anni Trenta che mise a punto una rivoluzionaria tintura
per capelli, ha ereditato l'impero l'Oréal, oggi condiviso con Nestlé.
Ovvero la donna più ricca d'Europa, la cui fortuna oscilla, a seconda
dell'andamento della Borsa, tra i 16 e i 20 miliardi di euro.
Liliane
Bettencourt
Il presunto colpevole è meno noto, ma non di molto nel jet set
cultural-mondano tra Parigi e New York: François-Marie
Banier, 62 anni, figlio maudit di un manager ebreo ungherese di
origine (come il padre di Nicolas Sarkozy),
fotografo di successo che, negli anni, ha accumulato un'agenda di
amicizie eccellenti; da Salvador Dalì al filosofo
comunista Louis Argon passando per Samuel
Beckett, premio Nobel della letteratura fino a Françoise
Sagan.
Possibile che un tipo del genere, che vende le sue foto a decine di
migliaia di euro a botta, debba sfruttare un'anziana miliardaria? È
quello che devono essersi chiesti i poliziotti della Brigade Financière
incaricati dalla procura di star dietro a questa indagine un po'
eccentrica.
Ma lo scetticismo, a mano a mano che si
accumulavano le prove, ha lasciato spazio ad un certo sbigottimento. No,
non si stava parlando di mezzo miliardo di euro, come sospettava l'unica
filia di Liliane, ma almeno del doppio, suddiviso tra
polizze vita a favore del previdente fotografo (sottoscritte davanti al
notaio) piuttosto che di un patrimonio in opere d'arte degno del Louvre.
Il tutto in un clima da pochade: pranzi a due in cui alla fine la
segretaria di donna Liliale si presentava con un ricco assegno che non
serviva a pagare il conto. Oppure l'insistenza con cui, anche grazie a
compiacenti "segretari", Banier segue i passi della sua
mecenate, tra Parigi, Saint Tropez e i lunghi soggiorni nell'Oceano
Indiano.
Francoise
Bettencourt
ACCUSE DIRETTE
«L'obiettivo - tuona la biblista cui la mamma ha già girato, a mo' di
eredità, larga parte della partecipazione in L'Oréal - è di
allontanare nostra madre dalla famiglia per approfittarne. Ma non glielo
permetterò». E così ecco che Françoise, che siede nel consiglio de
L'Oréal assieme al marito ed alla mamma, ha sparato un'altra bordata: a
metà luglio la denuncia "contro ignoti " si è trasformata in
una citazione esplicita contro Banier che ora, giovedì,
dovrà difendersi in tribunale. La data non è di poco conto: prima di
passare all'attacco finale la signora Françoise ha voluto celebrare,
senza scandali, il centenario de L'Oréal dello scorso giugno, quando
mamma e figlia, separate in casa, hanno partecipato con gelido distacco
alle celebrazioni dell'azienda.
Così come accade in Exor, non deve essere coinvolta nelle baruffe di
casa. Se possibile. Nello scorso aprile , infatti, è scaduto il patto
tra i Bettencourt e Nestlé. Nulla esclude che
l'eventuale erede Banier possa allearsi con la
multinazionale estromettendo la "biblista". O che, viceversa,
la figlia non decida di punire Liliane che, secondo il
tout Paris, potrebbe sfoderare un coup de théatre: presentarsi in
tribunale giovedì prossimo, magari per affiancare l'amico, che Françoise
Sagan definì un «antidepressivo in carne ed ossa» contro
quella noiosa della figliola .
francois
marie banier
«Non so che strana zanzara abbia pizzicato mia figlia» si è
limitata a borbottare Liliale nell'intervista al
Journal du Dimanche, l'unica concessa sulla vicenda , aggiungendo:
"Sia ben chiaro: sono una donna libera". E sana di mete, come
attesta una perizia di parte che, ahimè, lascia il tempo che trova
visto che la signora ha rifiutato per tre volte gli esperti scelti dalla
procura.
Che fuochi di artificio sono in programma a Nanterre. Nicolas
Sarkozy, sollecitato ad intervenire dalla vedova terribile, si
tiene alla larga. Ma, in attesa del confronto pubblico con il
procuratore, Banier ha cambiato strategia: dopo un anno
e mezzo di sdegnosi silenzi è passato al contrattacco: ha citato per
diffamazione, all'inizio di agosto, Frédéric Castaing
che
lo accusa di essersi impadronito negli anni Ottanta, per una cifra
irrisoria, di un locale in un quartiere alla moda posseduto dalla mamma.
Soprattutto, reagisce all'accusa di esser stato l'amante di Argon, vate
della sinistra ortodossa e di Salvador Dalì, con
testimonianze eccellenti, tra cui quella di Amanda Lear.
PARIGI SCINTILLANTE
Che volete. A scorrere le cronache delle guerre di famiglia di
quest'estate, una cosa emerge di sicuro: Parigi è senz'altro più
scintillante o meno noiosa di Torino. Certo, la saga di L'Oréal
presenta più di un'analogia con la leggenda di casa Agnelli:
ai fasti di Banier, fotografo di Caroline de Monaco
e
delle grandi aristocratiche come Marie-Laure de
Noailles, donna Marella può opporre, ad
esempio, il book degli scatti ancor più eccellenti di Richard
Avedon. Ma la trama, che ci riserva passaggi degni di un
feuilleton ("togliti il rossetto che sembri un mostro"
ingiunse, davanti alla servitù, l'attempato plagiatore all'imperatrice
del trucco), ha colpi di scena invidiabili: meglio litigare sulla sorte
di un Picasso che di una scatola del Liechtenstein.
[04-09-2009]
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IL FISCO METTE IN DUBBIO l’effettiva residenza in Svizzera dELLA
vedova Agnelli – NON SOLO I CANI, ANCHE I DOMESTICI REGISTRATI A UN
PRESTANOME (TALE JOHN ELKANN) – AVEVA RAGIONE L’AVVOCATO: SIAMO
DAVVERO UNA REPUBBLICA DELLE BANANE (A COMINCIARE DA LUI)…
Franco Bechis per Italia
Oggi
L'Agenzia delle Entrate, che ha aperto un fascicolo sull'eredità di
Gianni
Agnelli per verificare eventuali profili di evasione fiscale,
sta accertando anche l'effettiva residenza svizzera di Marella
Caracciolo vedova Agnelli.
A fare rischiare qualche brivido alla signora, secondo quanto risulta
a Italia Oggi, sarebbe la passione di Marella per gli
amati husky, i cani che prediligeva anche l'Avvocato, la cui permanenza
sarebbe accertata in suolo italiano, principalmente a Torino per più
dei fatidici sei mesi annui, data limite per considerare fittizia la
residenza estera di un cittadino italiano.
Ad avere attirato l'attenzione un appunto del commercialista torinese
Gianluca Ferrero, con riferimento ai cani e ai
domestici di casa Agnelli. Ad avere attirato l'attenzione degli
ispettori del fisco italiano sono sostanzialmente due passaggi del
memorandum firmato da Ferrero il 16 maggio 2003 con l'elenco dei beni
posseduti dall'Avvocato al momento della morte, relativi all'assunzione
dei 15 domestici in servizio nella residenza di famiglia sulla collina
di Torino e all'intestazione dei cani.
Il suggerimento dei commercialisti a Marella
fu
quello di non caricarsi nè dipendenti nè animali, intestando (così
sta scritto nell'appunto) i domestici a John Elkann
e i
cani a un prestanome. L'avvertenza dei commercialisti di fiducia,
scritta nel memorandum, fu infatti quella che con quei passaggi si
poteva mettere a rischio l'effettiva residenza in Svizzera, «paese in
cui l'amministrazione fiscale italiana non riconosce ai cittadini
italiani lo status di residenti anche ai fini fiscali, salvo prova
contraria da prodursi a cura del contribuente».
Con il trasferimento a Marella di cani e domestici
sarebbe divenuta secondo lo studio Ferrero «un domani molto complessa
la possibilità di provare la propria residenza estera». Il testo di
quel memorandum, reso noto per la pubblicazione sulla stampa italiana a
fine luglio, è entrato ora nel fascicolo predisposto dalla Agenzia
delle Entrate.
Ufficialmente la struttura guidata da Attilio Befera
non
conferma e non smentisce l'indagine sulla effettiva residenza svizzera
di Marella, ma spiega che gli ispettori del fisco
"si stanno muovendo a 360 gradi", partiti per il momento da
ritagli di stampa, e che quindi tutti gli accertamenti del caso verranno
effettuati "come prevede la procedura secondo routine", anche
se al momento nessuna contestazione formale è stata notificata.
Naturalmente il tema della residenza della vedova Agnelli come di
tutti gli eredi dell'Avvocato ha rilievo anche a proposito di eventuale
liquidità che potrebbe emergere al di fuori dei confini italiani (la
polpa di quell'indagine riguarderebbe infatti due miliardi di euro di
fondi non ricompresi negli accordi ereditari e contestati dalla figlia
dell'Avvocato, Margherita Agnelli).
Indagini come queste sono svolte ogni anno dal fisco italiano su
centinaia di grandi contribuenti e su migliaia di sospetti evasori. Non
c'è da scandalizzarsi dunque se tocca anche agli eredi della più
importante famiglia italiana di questi decenni. Come spesso capita le
liti sugli assi ereditari provocano guai collaterali, e quel che è
accaduto in casa Agnelli non poteva sfuggire agli occhi
nè del fisco nè della stampa.
Nessuno è colpevole di nulla fino a quando non viene accertata
quella che è solo un'ipotesi in via definitiva, e il fisco italiano non
sempre ha brillato in rapidità in casi simili. Giusto quindi invocare
prudenza e garantismo, che sono bandiere sventolate in Italia quasi
sempre secondo le convenienze e gli schieramenti del momento.
Chi fa spallucce sul caso Agnelli e magari si
indigna pure accusando chi ne riferisce di macchiare la memoria di chi
non può più difendersi, spesso ha trasformato ipotesi giudiziarie che
riguardavano per esempio le aziende di Silvio Berlusconi in titoli
simili a sentenze passate in giudicato.
Non c'è dubbio alcuno sul fatto che imprese e grandi patrimoni
italiani abbiano cercato di evitare la mannaia del fisco per decenni
secondo formule più o meno raffinate. Stuoli di consulenti hanno
lavorato per questo. La confusione legislativa ha offerto più di una
via di fuga, è vero. Ma la sostanza è che ricchezza prodotta in Italia
è stata sottratta con più o meno furbizia al fisco, e cioè al bene
collettivo.
Poi magari chi lo ha fatto è stato in prima fila a fare predicozzi
sullo Stato che non funziona, sulle infrastrutture che mancano, sui
servizi sociali scadenti. E cioè sulle conseguenze di quella furbizia.
Ci saremmo risparmiati almeno la beffa delle prediche inutili...
[20-08-2009]
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LA CADUTA DEGLI DEI: IL BLITZ DEL FISCO A SORPRESA: APPRESO SOLO A
MEZZO STAMPA! - INDAGINE per LE “NOTIZIE DIFFUSE DAGLI STESSI EREDI
SULL’ESISTENZA DI BENI ALL'ESTERO” - PERQUISITI DA GDF LO STUDIO
CHiOMENTI E DI ABBATESCIANNI, AVVOCATO DI MARGHERITA - GAMNA SEGUIVA
MARGHERITA, MA POI È STATO ACCUSATO DI "DOPPIO GIOCO" CON
AGNELLI
Raffaella Calandra e Marigia Mangano per Il
Sole 24 Ore
Silenzio e stupore. Da Torino, all'indomani della notizia
sull'apertura di una indagine del Fisco sull'eredità dell'Avvocato, la
scelta è quella di non prendere alcuna posizione sugli sviluppi della
vicenda. Nessun comunicato, dunque, ma certo molte perplessità su tempi
e modalità della comunicazione dell'indagine in corso. Dagli ambienti
vicini alla famiglia Agnelli trapela che il blitz dell'Erario è
arrivato a sorpresa ed è stato appreso a mezzo stampa.
Il risultato è che una vicenda che dopo sei anni sembrava finalmente
giungere al termine, prende ora una piega diversa. La causa avviata da
Margherita tre anni fa era infatti alle battute finali, dato che la
sentenza del Tribunale è attesa per il 12 novembre. Questo dopo che il
24 luglio scorso con un'ordinanza il Tribunale ha dichiarato
inammissibili tutti i 48 capitoli di prova presentati da Margherita,
respingendo tutte le istanze di esibizione di documenti proposte dalla
figlia dell'Avvocato nei confronti di Gianluigi Gabetti, Franzo Grande
Stevens, Sigfried Maron e Marella Caracciolo.
PATTO
2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA
Un passaggio che a Torino è stato accolto con cauto ottimismo,
soprattutto perché significa l'avvicinarsi della fine della querelle.
Niente da fare. In seguito alle «notizie diffuse dagli stessi eredi
sulla esistenza di beni all'estero» - come dichiarato dal direttore
Attilio Befera - l'apertura dell'indagine da parte del Fisco sembra ora
complicare ulteriormente la vicenda.
Nell'ambito degli accertamenti, come riferito all'Ansa da fonti
vicine a Palazzo di Giustizia, l'Agenzia delle Entrate avrebbe avviato
contatti con l'autorità giudiziaria. La procura di Torino risulta
potenzialmente interessata alla vicenda in quanto, se i controlli del
Fisco dovessero fare emergere delle irregolarità, sarebbe la sede
competente per un'inchiesta penale. A Palazzo di Giustizia, comunque,
ieri hanno precisato che al momento «non si è a conoscenza di elementi
o ipotesi di reato».
La situazione è diversa a Milano. Mentre a Torino già si consumava
la contesa sull'eredità, la Guardia di Finanza di Milano si ritrovava
tra le mani una mole di documenti, utili in un eventuale accertamento
sull'esistenza di ricchezze off shore.
All'inizio, era una semplice verifica fiscale; poi sbucò la presunta
parcella non dichiarata di 15 milioni pagata da Margherita ai legali. E
da lì, atto dopo atto, i tasselli della possibile caccia al tesoro.
Quello ipotetico all'estero dell'Avvocato. Dunque anche le Fiamme
Gialle, oltre all'Agenzia delle Entrate sarebbero sulle tracce di quel
patrimonio da quasi 2 miliardi che- secondo la denuncia di Margherita -
non sarebbe stato portato a conoscenza del Fisco italiano
Agenti della Guardia di Finanza da via Valtellina sono andati a
bussare in Corso di Porta Vittoria allo studio Legale Associato Member
of the Osborne Clarke Alliance, vecchio studio di Girolamo Abbatescianni,
difensore di Margherita, fino alla vigilia dell'ultima udienza torinese,
il 23 luglio.
Sono almeno cinque mesi che uno dei rivoli dell'affaire Agnelli è
entrato anche negli uffici del Comando provinciale della Gdf gruppo di
Milano e del pm Eugenio Fusco, che un mese fa ha voluto una
perquisizione in un altro esclusivo studio legale milanese, quello
Chiomenti.
Fino a poco prima, socio di questa griffe del foro era Emanuele Gamna,
57 anni,torinese,l'avvocato a cui Margherita Agnelli de Pahlen - in
piena guerra eredità avrebbe pagato i 15 milioni, che si sospetta non
siano stati versati nella casse dello studio e non fatturati.
È allora che quella che era partita come una verifica fiscale di
ruotine, sfociata poi in un'indagine per presunta truffa e frode (ma non
si esclude un'ipotesi di estorsione), è diventato il coperchio di un
vaso di Pandora che potrebbe portare molto più in là.
Tra i documenti sequestrati, quelli acquisiti da altri canali e anche
"ricevuti" in queste settimane, ci sono pagine di elenchi di
beni personali dell'Avvocato: quadri,ville,barche,ma anche dettagli su
pacchetti azionari.
Pile di carte raccolte e da settembre sottoposte all'esame degli
inquirenti, che ascolteranno anche Gamna, quest'ultimo destinatario
contemporaneamente di una richiesta di risarcimento dal suo ormai ex
studio, veloce nel togliere il suo nome dal sito, una volta che
l'indiscrezione sulla contestata parcella era trapelata.
Gamna seguiva Margherita, ma poi è stato accusato di "doppio
gioco" con la parte avversa, cioè Grande Stevens e Gabetti. Il
fascicolo milanese al momento resta circoscritto alla specifica vicenda
della parcella sospetta. Ma gli inquirenti potrebbero anche poi andare a
vedere se quei documenti siano tasselli utili per una caccia al presunto
tesoro estero.
2 - LA SAGA DELLA FAMIGLIA PIÙ FAMOSA D'ITALIA
Marigia Mangano per Il Sole 24 Ore
Dentro c'è un po' di tutto: fondazioni misteriose con base a Vaduz e
Caraibi, operazioni fantasma, soci anonimi, parcelle milionarie e
un'eredità la cui reale entità resta un mistero. Ma soprattutto al
centro c'è la dinastia più famosa d'Italia, la famiglia Agnelli, e una
battaglia a colpi di carte bollate tra una figlia e sua madre,
Margherita Agnelli de Phalen e Marella Caracciolo Agnelli. Una trama
degna di un best seller mondiale, ma che è stata già pubblicata a
"fascicoli" sui giornali degli ultimi sei anni.
Una storia lunga, quella dell'eredità dell'Avvocato, che ha diviso
la storica dinastia torinese nonostante vari tentativi di riportare la
pace. Il più importante risale a febbraio 2004, esattamente dopo dieci
mesi dalla scomparsa dell'Avvocato (il 24 gennaio 2003). Margherita e
sua madre Marella raggiungono un accordo sull'eredità.
A Margherita, che vende le quote della Dicembre, cassaforte del
gruppo Fiat, spettano le varie residenze - tra cui Villa Frescot e villa
Villar Perosa oggetti d'arte e titoli azionari per un valore complessivo
di 1 miliardo e 166 milioni. Alla madre vanno invece, altri beni,
usufrutti e una rendita che Margherita si impegna a versare ogni mese.
Così le nozze tra John Elkann e Lavinia Borromeo, il 4 settembre
2004, rappresentano il simbolo della ritrovata unità della famiglia:
per la prima volta, infatti, tutti gli Agnelli si ritrovano insieme dopo
la morte dell'Avvocato. La figlia Margherita e il ramo De Phalen,
originato dal suo secondo matrimonio, non avevano infatti partecipato nè
alla messa di suffragio di Gianni Agnelli, nè ai funerali del fratello
Umberto, scomparso il 28 maggio 2004.
«La famiglia è unita in rapporti di affetto saldi e immutati »,
sottolinea in quell'occasione Margherita, confermando anche che
sull'eredità del padre qualche mese prima era stato raggiunto un
accordo.
A distanza di tre anni, il colpo di scena: Margherita decide di
avviare un'azione legale nei confronti degli storici collaboratori
dell'Avvocato, Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Sigfried Maron,
e anche la madre Marella Caracciolo, per fare chiarezza sul patrimonio
all'estero del padre e tutelare tutti i nipoti.
Nel 2007 il Wall Street Journal spara la storia in prima pagina,
scatenando la reazione della famiglia, compatta con Marella. Il
primogenito John Elkann si dice «molto addolorato come figlio ». E
mentre l'altro figlio di Margherita, Lapo, usa parole molto dure sul
rapporto con la madre («non la vedo e non la sento mai»), è l'intera
famiglia a scagliarsi contro di lei: attraverso una lettera (che non
viene firmata dai figli, che però avrebbero condiviso l'iniziativa), i
vari rami degli Agnelli esprimono il loro «completo disaccordo» e
difendono l'operato dei vertici dell'accomandita.
A distanza di qualche mese, persino la madre Marella rompe il
silenzio e riapre la querelle con Margherita: con una lettera ad un
settimanale tedesco, la vedova dell'Avvocato definisce l'azione legale
della figlia «un atto che tradisce la volontà» del marito.
Il seguito della storia diventa poi un dossier, ricco di carte e
documenti che ricostruiscono le basi dell'accusa di Margherita. Spuntano
così fondazioni estere, come Alkyone e Julian Stiftung, che sarebbero
state utilizzate dall'Avvocato per trasferire una parte dell'eredità
all'estero. Ma soprattutto, il team di legali e tecnici arruolati da
Margherita riporta d'attualità la vecchia Opa lanciata dagli Agnelli su
Exor nel 1998 sostenendo che in quella occasione qualcosa come un
miliardo e trecento milioni di dollari sarebbero stati dirottati in
paradisi fiscali proprio dall'Avvocato.
Il tutto è raccolto in una ricca documentazione depositata dai
legali di Margherita nell'ambito della causa sull'eredità,al vaglio del
tribunale di Torino che si dovrà esprimere a novembre.
L'ultimo capitolo è storia di questi giorni:l'ingresso a gamba tesa del
Fisco, impegnato nella ricerca di oltre un miliardo di euro che sarebbe
stato depositato in un conto svizzero e mai dichiarato all'Erario. Ma il
finale è ancora tutto da scrivere
[14-08-2009]
IL MONDO” CROLLA ADDOSSO AL SUO DIRETTORE PER IL MAXI-SCOOP SULL’EREDITà
AGNELLI - L’IRA DI YAKI ELKANN, SECONDO AZIONISTA DEL GRUPPO CHE EDITA
IL CORRIERE DELLA SERA -
ROMAGMA-MANNOJA Enrico.
A preoccupare il tremebondo direttore de il Mondo non sono né la
perdita di copie né la crisi dell'Rcs Media Group. Ma la tremenda
ramanzina che ha ricevuto dal presidente dell'Exor, Yaki Elkann, secondo
azionista del gruppo che edita il Corriere della Sera. Tutta colpa
dell'unico big scoop messo a segno dal povero Mannoja: le carte
riservate che riguardano lo scontro tra Margherita Agnelli, sorella di
Yaki, e la Fiat sull'eredità dell'Avvocato pubblicate a sorpresa da
paludato settimanale di via Rizzoli.
Presente l'amministratore delegato, il contrito Antonello Perricone,
il nipote di Gianni Agnelli ha fatto sapere al suo interlocutore di non
aver gradito punto il colpo d'ala improvviso (e improvvido) de il Mondo.
E vorrebbe tanto sapere da Mannoja e Perricone chi gli ha passato le
carte (coperte) di famiglia.
[15-08-2009]
SIAMO DI FRONTE ALLA PIù GRANDE TRUFFA AI DANNI DELLO STATO E NESSUNO
SI SCANDALIZZA - EZIO MAURO TACE SU AGNELLI OFF-SHORE. E POI SI CHIEDONO
PERCHÉ VINCE IL BERLUSCONISMO - NESSUNO COMMISSARIO D'AVANZONI HA DIECI
DOMANDINE DA FARE AI FURBETTI DEL LINGOTTO? - CERCASI IN CASA DI DE
BENEDETTI UN GAD CHE TUONI SUI VIZI DI UN GRANDE IMPRENDITORE
1 - E LE DIECI DOMANDE AGLI AGNELLI?
Peppino Caldarola per Il
Riformista
L'eventuale frode fiscale di Gianni Agnelli non ha indignato nessuno.
Giuseppe D'Avanzo non si è scandalizzato. Ezio Mauro non ha dieci
domande da fare agli eredi del maggior casato imprenditoriale d'Italia.
Gad Lerner non ha tuonato sui vizi di un grande imprenditore.
"Stampa" e "Corriere" hanno taciuto e messo a
riposo i loro commentatori. Avranno pensato che finché non c'è la
prova certa della colpevolezza, il defunto Avvocato è innocente.
Peccato che per altri eventi giudiziari non hanno mostrato lo stesso
rispetto del garantismo.
Siamo di fronte a un grande scandalo del sistema informativo
italiano. I nostri colleghi scelgono gli imputati o gli imputabili. Se
appartengono alla loro stessa parte politica o sono nei consigli di
amministrazione delle loro case editrici preferiscono sorvolare. Gli
altri, politici compresi, vanno invece additati al ludibrio della
pubblica opinione.
Vi ricordate i guai di Berlusconi, escort comprese? È successo un
ambaradan fino a far traballare un governo che io non ho votato ma che
è stato scelto dalla maggioranza degli italiani. Vi ricordate lo
scandalo Unipol, quella telefonata con la tragica frase "Abbiamo
una banca"? Sono stati costruiti servizi e commenti per settimane e
settimane. Ora invece tutto tace.
Eppure siamo di fronte alla più grande truffa ai danni dello Stato,
se sarà provata, ma nessuno si scandalizza. nessuno si interroga sul
rapporti fra Agnelli (e i suoi intellettuali) e il paese. Poi vi
chiedete perché vince Berlusconi.
2 - EVASORI DI PANNA MONTATA
Giampaolo Pansa per Il Riformista
Adesso stiamo scoprendo che pure lui (l'Avvocato Agnelli), forse,
aveva il sedere di pietra: quello robusto, robustissimo, degli evasori
fiscali. È la caduta di un mito. Il crollo di un idolo. Il crack
d'immagine dell'unico re d'Italia sopravvissuto ai Savoia. Ai giovani di
oggi, questa disfatta non dirà nulla. Loro, se va bene, conoscono
soltanto i suoi nipoti: John e Lapo Elkann, figli di Margherita, figlia
dell'Avvocato.
Ma per noi italiani con i capelli bianchi è tutta un'altra faccenda:
che dolore!, che disfatta! Il grande, grandissimo Gianni messo sullo
stesso miserabile piano di tanti riccastri qualunque, pare siano 170
mila, che hanno inguattato i conquibus in Svizzera per sottrarli al
fisco italiano......
Ma adesso è arrivato un osso da mordere: Giulio Tremonti, ministro
dell'Economia del governo Berlusconi. Se riuscirà davvero ad aprire
l'epoca del Terrore per chi si serve dei paradisi fiscali, tutti gli
italiani onesti, a cominciare da me, glie ne saranno grati. Vada avanti,
caro ministro. Certo, non potrà usare la ghigliottina. Ma obblighi i
furboni a sudare sangue. Alla faccia dei tanti evasori che ci sfottono
di continuo: «Paga e soffri, contribuente fesso!».
Uno dei pezzi più celebri di Eugenio Scalfari s'intitolava:
"L'Avvocato di panna montata". Uscì sull'Espresso del 28
luglio 1974 e pestava duro su Giovanni Agnelli, in quel momento
presidente della Fiat e di Confindustria. "Barbapapà" era
incavolato nero con lui perché aveva deciso di vendere la propria quota
del Corriere della sera ad Angelo Rizzoli. Chi non conosce, o non
ricorda, le vicende dei giornali di quel tempo, si domanderà: ma che
problema c'era?, anche "Angelone" era un editore, e ben più
di Agnelli.
Ma il problema esisteva. A giudizio di Scalfari, dietro Rizzoli si
stagliava l'ombra minacciosa di uno dei potenti della Repubblica:
Eugenio Cefis, il capo della Montedison. Eugenio lo riteneva un tipo
pericoloso per la libertà di stampa in Italia. E aveva ingaggiato con
lui un duello infinito. Scoprire che Cefis si mangiava il "Corrierone",
sia pure per interposto Rizzoli, lo mandava fuori dai fogli.
La conclusione del pezzo di Scalfari venne imparata a memoria da noi
della truppa informativa che vedevamo in Cefis un Hitler della carta
stampata.
Dopo aver descritto l'Avvocato come un signore volubile che, per non
annoiarsi, andava da una passione all'altra, Eugenio vergò la sua
epigrafe.
"La vera sfortuna di Agnelli" scrisse, "è quella di
vivere in un epoca in cui vince chi ha il sedere di pietra. Cefis, basta
vederlo, appartiene a quella razza. L'Avvocato è infinitamente più
simpatico e piace di più proprio perché è fatto di meringhe e di
panna montata".
Caspita, che botta! Ma Agnelli, da vero monarca, non se la prese. E i
rapporti tra lui e Scalfari non si guastarono. Un legame forte li univa:
Carlo Caracciolo, socio di Eugenio e cognato dell'Avvocato, in quanto
fratello della moglie Marella. E poi i due erano fatti per piacersi:
entrambi primi della classe e famosi, sia pure in modo diverso.
Me ne accorsi quando dal Corriere passai a Repubblica. Nell'estate
del 1980, dopo l'assassinio di Walter Tobagi, ci rendemmo conto che
Scalfari poteva diventare un obiettivo delle Brigate rosse. Eugenio non
aveva paura di niente. Al punto di andare e venire dal giornale su una
scassata Cinquecento, senza l'ombra di una scorta. Fu allora che
Caracciolo chiese ad Agnelli di mandarci il capo della sua sicurezza
perché ci dicesse quel che si doveva fare.
Arrivò a Repubblica un ex colonnello dei carabinieri, vestito come
un milord. Ascoltò annoiato la descrizione delle nostre giornate di
lavoro: tutte eguali, scandite da orari immutabili. Il milord ci spiegò
che questo sistema di vita non andava bene per niente. Dovevamo fare
come l'Avvocato che si "randomizzava", ossia viveva a caso.
Una notte dormiva a Villar Perosa. Un'altra a Roma. La terza a New York.
La quarta a Tokyo. La quinta chissà dove. Scalfari replicò: «Impossibile.
Noi stiamo sempre qui perché abbiamo la bottega da curare e i clienti
da servire».
La gelida conclusione del milord fu una sentenza senza appello: «Se
è così, cari signori, siete indifendibili!». Però Caracciolo non si
diede per vinto. Chiamò il cognato e Agnelli ci mandò un'automobile
blindata, una delle prime. Era una Fiat targata Cuneo. La targa sembrava
uno scherzo. Però ci spiegarono che la blindatura veniva fatta in
un'officina di quella provincia, mi pare fosse a Savigliano.
Eugenio si sentiva prigioniero della blindata. Tuttavia la sofferenza
durò poco. La blindata targata CN, in quel momento senza passeggeri,
nei pressi di via Veneto si scontrò con un autobus dell'Atac, per
fortuna anch'esso vuoto. E lo perforò da parte a parte, neanche fosse
un siluro.
Bei ricordi, di quando l'Avvocato era l'Avvocato, sia pure di panna
montata. Adesso stiamo scoprendo che pure lui, forse, aveva il sedere di
pietra: quello robusto, robustissimo, degli evasori fiscali. Non so dire
come finirà questa storia dei due miliardi di euro, quasi quattromila
miliardi delle vecchie lire, nascosti nella panna montata svizzera. Ma
un suo triste e solitario finale s'intravede già.
È la caduta di un mito. Il crollo di un idolo. Il crack d'immagine
dell'unico re d'Italia sopravvissuto ai Savoia. Ai giovani di oggi,
questa disfatta non dirà nulla. Loro, se va bene, conoscono soltanto i
suoi nipoti: John e Lapo Elkann, figli di Margherita, figlia
dell'Avvocato. Ma per noi italiani con i capelli bianchi è tutta
un'altra faccenda: che dolore!, che disfatta! Il grande, grandissimo
Gianni messo sullo stesso miserabile piano di tanti riccastri qualunque,
pare siano 170 mila, che hanno inguattato i conquibus in Svizzera per
sottrarli al fisco italiano.
Mia madre Giovanna non avrebbe battuto ciglio. Era solita dire: «I
ricchi nascondono i soldi per non doverne dare un po' ai poveri». Lo
stesso diranno i vecchi della sinistra italiana che non si fidavano
dell'onestà fiscale dei padroni della Fiat. Sfogliando il mio archivio,
ho ritrovato un articolo dell'Unità, datato Torino e scritto da Diego
Novelli il 13 settembre 1970. Cominciava così: «La scandalosa vicenda
delle imposte della famiglia Agnelli sarà discussa anche in
Parlamento...».
Ma adesso è arrivato un osso da mordere: Giulio Tremonti, ministro
dell'Economia del governo Berlusconi. Se riuscirà davvero ad aprire
l'epoca del Terrore per chi si serve dei paradisi fiscali, tutti gli
italiani onesti, a cominciare da me, glie ne saranno grati.
Vada avanti, caro ministro. Certo, non potrà usare la ghigliottina.
Ma obblighi i furboni a sudare sangue. Alla faccia dei tanti evasori che
ci sfottono di continuo: «Paga e soffri, contribuente fesso!».
[16-08-2009]
COSÌ L’AVVOCATO CREÒ IL SUO TESORO SEGRETO - COME SI FA A FAR
SPARIRE 1,46 MILIARDI? LO STRUMENTO È EXOR GROUP, FINANZIARIA ESTERA IN
MANO A UNA SERIE DI FIDUCIARIE, SOCIETÀ CHE AGISCONO IN NOME E PER CONTO
DI QUALCUNO CHE NON VUOL APPARIRE, CIOÈ GIANNI AGNELLI…
Paolo Stefanato per Il
Giornale
Nel 1998, quando la Giovanni Agnelli & C. Sapaz, la cassaforte
della famiglia, lanciò un'Opa da 2.600 miliardi di lire sulla
lussemburghese Exor group, che già controllava insieme all'Ifi,
l'operazione fu motivata come una tappa del progressivo accorciamento
della catena di controllo nel gruppo Agnelli-Fiat. Nessuno sospettava
allora - se non gli interessati - che la finalità potesse essere
un'altra, segreta: quella di «liberare» risorse liquide a favore di
Gianni Agnelli.
Quell'operazione è oggi oggetto di ricostruzioni e di analisi
complesse da parte della magistratura e del fisco: perché è stata
additata dai legali di Margherita Agnelli, unica erede diretta
dell'Avvocato, come lo snodo grazie al quale il padre costituì il suo
tesoro segreto. Segreto anche a lei, che oggi nel chiederne conto
afferma di essere mossa non dall'intento di attirarlo nell'asse
ereditario, ma dal desiderio, semplicemente, di «sapere». Non
cupidigia, ma ansia di chiarezza. Il suo valore? Stando alle carte
depositate in tribunale, tra 1 e 2,5 miliardi di euro; verosimilmente,
1,46 miliardi.
Al di là della quantificazione, che negli anni successivi al 1998 può
aver avuto ancora significative variazioni, un quesito che tutti si
pongono è sul «come»: come si fa a far sparire tanto denaro agli
occhi di tutti, anche dei familiari e del fisco? Come si fa a eludere
qualunque controllo e a far passare un tesoro alla più completa
clandestinità?
Nessun colpo di bacchetta magica: qui si tratta di architetture
finanziarie che, come ogni grande opera, hanno bisogno di svilupparsi
nel tempo e di seguire un raffinato cammino strategico. La ricostruzione
dei legali di Margherita è, ovviamente, molto complicata. Proveremo a
semplificarla al massimo per cercare di rendere evidente il suo
meccanismo.
Lo strumento è proprio Exor group, finanziaria estera degli Agnelli
di diritto lussemburghese. Nasce nel 1966, con altro nome, come una
controllata dell'Ifi (allora cassaforte degli Agnelli) e assume questa
denominazione dopo la fusione con la francese Exor, conquistata con
un'Opa a Parigi nel 1991 (qualcuno ricorderà che la «vecchia» Exor
era proprietaria dell'acqua minerale Perrier che poi gli Agnelli
accettarono di lasciare alla Nestlé; a loro interessavano ben altre,
ricchissime partecipazioni e le sterminate proprietà immobiliari nel
centro di Parigi).
Exor Group, che all'inizio era posseduta al 100% dall'Ifi, nel 1998
appartiene alla finanziaria e alla Giovanni Agnelli Sapaz per il 19,74%
soltanto: e le altre quote dove sono finite? Vicino a soci storici come
la famiglia greca Mentzelopulos, nel tempo appaiono una serie di
fiduciarie, società che - come indica il loro stesso nome - agiscono in
nome e per conto di qualcuno che non vuol apparire.
Ma nessuno si pone il problema, e nessuno, nonostante la progressiva
erosione della quota Ifi-Sapaz, si sogna di mettere in dubbio il reale
controllo della società: non è strano?
Il perché è semplice. Secondo la ricostruzione dei legali di
Margherita, quelle fiduciarie nascondevano in realtà lo stesso Gianni
Agnelli, acquirente, negli anni, di quote da parenti.
Exor nel 1998 è ricchissima e si procura grande liquidità grazie
alla cessione di partecipazioni, che le permettono di promettere ai soci
la distribuzione di un dividendo straordinario per l'equivalente di 1,5
miliardi di euro. La Giovanni Agnelli Sapaz lancia un'Opa da 2.600
miliardi di lire attraverso un veicolo ad hoc, poi assorbito, e si
finanzia proprio con il futuro dividendo; la Sapaz, alla fine, possiede
l'84% di Exor e le fiduciarie vengono liquidate.
Se Gianni Agnelli possedeva «solo» il 50% di quelle società di
copertura, il suo incasso fu di 1,46 miliardi di euro. Denaro transitato
negli anni successivi, secondo le ricostruzioni, attraverso una decina
di trust offshore per sfumare il più possibile
[16-08-2009]
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Gad Lerner

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Il
fisco e gli Agnelli
Posted:
12 Aug 2009 11:40 PM PDT
Grazie a Margherita, finalmente abbiamo scoperto
l’acqua calda: pure gli Agnelli dispongono di fondi neri
all’estero. Ne dubitavate?
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I
ricchi, i potenti e il mio stile di vita
Posted:
12 Aug 2009 11:35 PM PDT
Mi spiace di non partecipare al blog con la dovuta
assiduità, in questi giorni. Come ho già spiegato, ciò
dipende sia dalla connessione precaria della bellssima località
tosco-maremmana in cui mi trovo, sia da un impegno di
scrittura prioritario in cui resto immerso. Ma ho notato che
c’è una bella discussione sulla “D’Addario
femminista”, nè mi sono sfuggite le domande sul week end
che ho trascorso ospite di Carlo De Benedetti e di sua moglie
Silvia in Sardegna, all’inizio di luglio.
In sintesi, mi si chiede se la conoscenza e la frequentazione
dei ricchi e dei potenti non annulli la credibilità di ciò
che penso e scrivo in materia di giustizia sociale. Me lo si
chiede in malo modo o con gentilezza, ma questa è la
sostanza. Siccome lo considero un problema reale, ho deciso di
giocare in proposito a carte scoperte fin da quando, diciamo
una dozzina di anni fa, anch’io sono diventato una persona
che vive nell’agio, cioè con elevato tenore di vita (anche
se non paragonabile a quello degli Agnelli, De Benedetti,
Tronchetti Provera che ho avuto per editori).
Non ho mai dissimulato, in favore di una presunta coerenza
militante, la realtà del mio privilegio. Ne ho scritto nel
mio libro “bastardo”, ne scrivo abitualmente qui. Ovvio
che nel mio lavoro io abbia frequentato dei protagonisti del
capitalismo italiano, oltre che della politica italiana. Sono
incontri sempre interessanti, talvolta piacevoli, negli anni
capita che ne scaturiscano amicizie. Il blog non dissimula, ma
neanche registra giorno per gioro chi sento e chi vedo, di
sinistra e di destra, e di quale livello di reddito. Per la
semplice ragione che i rapporti, tutti i rapporti, hanno
bisogno di essere tutelati da lealtà e discrezione.
Ne possono nascere delle favolette? Pazienza. Due giorni al
mare vengono romanzati come summit antiberlusconiano, con
tanto di organigrammi. Tredici anni fa un volo in elicottero
con l’avvocato Agnelli mi è rimasto appiccicato come segno
di chissà quale complicità.
Alla fine parlano per me i programmi teleisivi, gli articoli,
i libri. Nella trasparenza di quel che io sono, una persona
molt fortunata. Poi c’è una dimensione più intima di
relazione con chi non ha avuto la mia fortuna, ma questa
resterà sempre al riparo (per la gioia di chi mi ritiene solo
un mentitore). La proteggerò soprattutto da chi cerca nella
scarsa generosità dei ricchi un alibi per negare l’obbligo
che sia la collettività, grazie a un’equa politica fiscale,
a farsi carico delle politiche sociali in soccorso dei più
deboli. Ma questo è un altro discorso…
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EREDITÀ AGNELLI: LOR SIGNORI HANNO EVASO UN MILIARDO E 950 MILIONI
IN SVIZZERA - TG5: “L'AGENZIA DELLE ENTRATE HA AVVIATO UN'INCHIESTA
SULL’EREDITÀ CONTESA” - SCAMPATI DA TANGENTOPOLI, BeCCATI DA
TREMONTI: ERA ORA CHE PAGASSERO ANCHE LORO - IL BRACCIO DI FERRO CON
MARGHERITA È STATO FATALE PER UNA DINASTIA, ARROGANTE E IPOCRITA, CHE HA
“USATO” NOI CONTRIBUENTI PER I PROPRI PORCI COMODI
TG5, AGENZIA DELLE ENTRATE INDAGA SU EREDITA' AGNELLI
CIFRA SUPERIORE AL MILIARDO DI EURO DEPOSITATA IN SVIZZERA E MAI
DICHIARATA AL FISCO
(Adnkronos)- L'Agenzia delle Entrate ha avviato un'inchiesta
sull'eredita' contesa di Gianni Agnelli. Nel mirino, ci sarebbe una
somma superiore al miliardo di euro depositata in Svizzera e mai
dichiarata al Fisco. A rivelarlo, nell'edizione delle 20, il Tg5 diretto
da Clemente Mimun.
famiglia
agnelli
SEI ANNI DI BATTAGLIE PER MARGHERITA, BRACCIO DI FERRO
SULL'EREDITA' AGNELLI
(Adnkronos) - E' un braccio di ferro senza esclusione di colpi, una
guerra combattuta in famiglia a colpi di carta bollata sullo sfondo di
uno dei patrimoni piu' ingenti d'Italia, quello di Giovanni Agnelli. Tra
affondi, rivelazioni e rivalita', la querelle continua a riservare
clamorosi colpi di scena, in un intreccio sempre piu' complicato che
ruota attorno all'eredita' dell'Avvocato.
Margherita
Agnelli e le figlie Sophia e Anna de Pahlen
Il 18 febbraio 2004 Margherita Agnelli de Pahlen e Marella
Caracciolo Agnelli raggiungono l'accordo sull'eredita' dell'Avvocato con
patto 'segerto' che viene siglato in Svizzera. Ad un anno dalla morte di
Gianni Agnelli, avvenuta il 24 gennaio 2003, e dopo un confronto durato
piu' di 10 mesi, sembra chiudersi un importante capitolo della storia
dei 're senza corona'. Alla figlia dell'Avvocato va la parte
preponderante del patrimonio di famiglia, cioè le varie residenze
(Villa Frescot, il palazzo di Roma davanti al Quirinale, la villa di
Villar Perosa e vari altri immobili), oltre a società off-shore, titoli
azionari e la collezione di quadri e oggetti d'arte. Alla madre una
rendita che la figlia si impegna a versare mensilmente. I legali di
Margherita che concludono l'accordo sono Jean Party e Emanuele Gamna,
che per la loro prestazione ricevono una maxi-parcella di 25 milioni di
euro (10 milioni Patry e 15 Gamna).
Nel giugno 2007 si apre un nuovo capitolo, con la causa che
Margherita avvia contro la madre, Franzo Grande Stevens, l'avvocato di
Gianni Agnelli, Gianluigi Gabetti, presidente dell'accomandita Giovanni
Agnelli & C. Sapaz e Siegfried Maron, ''in qualità di mandatari e
gestori del patrimonio personale dell'avvocato''. Margherita si rivolge
al tribunale di Torino, e si affida ai nuovi avvocati, lo svizzero
Charles Poncet e Girolamo Abbatescianni. Con la causa Margherita chiede
che vegano annullati gli accordi raggiunti in Svizzera nel 2004, in
seguito alla scoperta dell'esistenza di un patrimonio dell'Avvocato
sfuggito alla divisione ereditaria.
E' un fulmine a ciel sereno. Con la sua mossa, in particolare,
l'accusa che Margherita rivolge loro e' di aver gestito in gran segreto
un patrimonio riservato di Gianni Agnelli. L'azione legale, spieghera'
in una nota lo studio Abbatescianni, viene intentata con ''l'unico fine
di ottenere un chiaro e completo rendiconto di tutti i beni che
compongono l'asse ereditario e sono oggetto di successione''.
Ma perche' si e' arrivati ad una causa legale? Qual e' stata la
scintilla che ha trasformato la tranquilla Margherita, cosi' lontano dai
riflettori e dalle cronache, in una donna battagliera disposta ad andare
fino in fondo per ottenere giustizia? Sembra che a innescare la lite sia
stata la scoperta, da parte di Margherita, di un protocollo, il 'summary
assels' nel quale emergevano nuovi capitali depositati in societa
all'estero. L'obiettivo perseguito dalla figlia dell'Avvocato e' di
''tutelare tutti gli eredi'' di Gianni Agnelli. Margherita,
secondogenita dell'Avvocato, classe '55, ha otto figli. Tre sono nati
dal primo matrimonio con Alain Elkann: John, vicepresidente della Fiat,
Lapo e Ginevra. Gli altri cinque dalle seconde nozze con Serge de Pahlen,
nobiluomo francese di origini russe: Pietro, Sofia, Maria, Anna e
Tatiana.
La risposta che arriva dall'altra parte della barricata e' a che
Margherita ha scelto di uscire ''in maniera definitiva dall'azionariato
della società nel 2004''. Il principe del foro svizzero Poncet
coinvolge anche gli ex legati di Margherita', accusati di aver concluso
un accordo senza difendere a sufficienza gli interessi economici della
loro assistita. Anche la somma pagata per la prestazione legale entra in
causa, viene definita ''astronomica'' e si chiede una rendicontazione
dettagliata. Sembra inoltre che parte del pagamento sia avvenuto
transitando in paesi offshore, come Singapore e Zurigo, che il fisco
italiano ha inserito nella 'black list'.
Insomma, la disputa legale non risparmia nessuno. E la trama, gia'
peraltro ingarbugliata, si infittisce quando emerge, secondo quanto
riportato dal settimanale 'Il Mondo', che Poncet abbia cercato di far
firmare all'avvocato Gamna una dichiarazione, che avrebbe dovuto
permettere di stabilire l'esistenza si un mandato tra Gianni Agnelli,
Gabetti e Grande Stevens per mantenere celata una parte dell'eredita'.
A fine maggio-inizio giugno 2009 i legali di Marella Caracciolo,
invece, avviano un'azione legale in Svizzera che ha lo scopo di vedere
riaffermata la validità degli accordi del febbraio 2004. Con un atto di
accertamento Marella chiede formalmente a una Corte di giustizia
elvetica di pronunciarsi, con l'obiettivo di utilizzare nella causa
italiana il pronunciamento svizzero. Ma di qua e al di la' del confine
le sorprese non mancano.
Solo pochi giorni fa sono emersi i contenuti del documento
segreto, che apre nuove discussioni, anche su possibili donazioni a
persone che non fanno parte della famiglia. L'accordo si articola in 7
pagine e 12 articoli che regolano i rapporti tra madre e figlia,
indicate come 'Madame X' e 'Madame Y', con cui si stabilisce la
ripartizione dell'eredita' dell'Avvocato. Il patrimonio che va a
Margherita dovrebbe ammontare a 1,166 miliardi di euro, mentre alla
madre c'e' una rendita di 770.000 euro mensili per un totale di 9,2
milioni di euro l'anno. Sarebbe proprio questo il documento che oggi
viene rifiutato da Margherita, in particolare per quanto riguarda
un'articolo con cui si rinuncia ad ''alcuna pretesa'' su ''eventuali
donazioni'' fatte da Gianni Agnelli a ''beneficiari...chiunque essi
siano''.
Insomma, spuntano anche altri beneficiari, persone esterne
all'asse ereditario. Ma non e' finita. A meta' luglio si registra un
nuovo colpo di scena. Margherita decide un giro di valzer tra i suoi
legali e cambia di nuovo gli avvocati. Stavolta la figlia di Gianni
Agnelli si rivolge a Michele Galasso e Paolo Carbone.
Il 23 luglio, si scrive un nuovo capitolo nella lotta per
l'eredita': il Tribunale di Torino respinge, dichiarandole
'inammissibili', tutte le istanze istruttorie presentate da Margherita,
che aveva avviato l'iniziativa sull'eredita' del padre contro la madre
Marella Agnelli e contro Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e
Siegfried Maron, i tre uomini di fiducia che avevano lavorato per molti
anni a fianco dell'Avvocato fino alla sua morte.
L'ordinanza e' una doccia fredda. Il giudice civile Brunella Rosso
ha infatti dichiarato ''inammissibili i 48 punti di prova presentati''
da Margherita respingendo tutte le istanze di esibizione dei documenti
nei confronti dei quattro citati in giudizio e di 15 banche italiane ed
estere. Con i nuovi legali Margherita ipotizza adesso l'esistenza di un
tesoro custodito in alcune societa' offshore, forse alimentato anche dal
risultato di un'Opa lanciata nel 1998 sulla finanziaria lussemburghese
Exor Group. La nuova udienza e' stata fissata per il 12 novembre.
Adesso, come ha rivelato il Tg5 di Clemente Mimun, ecco arrivare
l'inchiesta dell' Agenzia delle Entrate su quel patrimonio miliardario
in Svizzera che non sarebbe mai stato dichiarato al fisco.
Stando al Tg5, a determinare l'apertura dell'inchiesta e' stata l'azione
legale avviata dalla figlia dell'Avvocato, Margherita, nei confronti dei
gestori del patrimonio del padre e di conseguenza contro la madre,
Marella Agnelli. Il patrimonio finito nel mirino del fisco italiano, e
che dimostra l'impegno del governo contro i paradisi e l'evasione
fiscale, e' ingente e di non facile quantificazione.
I edoardo
agnelli
Si tratta, afferma il Tg5, di un tesoro valutato intorno a 1
miliardo e 950 milioni di euro. Calcolato partendo da una valutazione
della rivista Forbes, che attribuiva gia' nel 1990 all'Avvocato un
miliardo e 700 milioni di dollari. Si sarebbe inoltre tenuto conto dei
movimenti positivi della borsa e anche di due drammatici eventi: il
crollo della bolla internet e l'attacco alle Torri Gemelle del 2001.
Lo Stato, attraverso la lente di ingrandimento dell'Agenzia delle
Entrate, ha deciso di vederci chiaro e dopo la causa legale di
Margherita Agnelli sta apprfondendo le origini delle attivita' e dei
passaggi di mano successivi alla scomparsa dell'Avvocato. E questo
perche' il patrimonio, a chiunque sia destinato- sottolinea il Tg5- e'
comunque all'estero e soprattutto non e' mai stato dichiarato al Fisco.
Ma c'e' di piu'. Sulla base delle disposizioni del recente decreto
anticrisi, applicando le nuove norme, gli eredi potrebbero dover pagare
tra imposte, sanzioni ed interessi un importo addirittura superiore a
quello del capitale conteso. Ev in questo caso, tra i litiganti a godere
sarebbe un terzo soggetto, il Fisco.
craxi
romiti agnelli
FISCO: DAL LIECHTENSTEIN AL 'CASO PESSINA' FINO AI 300 CLIENTI
UBS, E' CACCIA AGLI EVASORI - LA LISTA DELL'AVVOCATO SVIZZERO E QUEI 552
CLIENTI DEI 'PARADISI'
(Adnkronos) - Il caso dell'eredita' di Gianni Agnelli, finita adesso
come ha rivelato il Tg5 delle 20 diretto da Clemente Mimun nel mirino
dell'Agenzia delle Entrate, che punta i riflettori su oltre un miliardo
di euro che sarebbe stato depositato in Svizzera e mai dichiarato al
Fisco italiano, e' soltanto l'ultimo di alcune vicende che negli ultimi
mesi hanno fatto emergere, e ancora non del tutto, centinaia e centinaia
di conti di nostri connazionali e societa' made in Italy che hanno
depositato cospicue somme all'estero per sfuggire al Fisco. A febbraio,
esplode il cosiddetto ''caso Pessina'. Una lista di 552 nomi, con
coordinate bancarie, codifi cifrati, societa' di copertura e fatture
emesse dall'Italia verso l'estero. E' il 2 febbraio quando la Guardia di
Finanza di Milano mette le mani sull'elenco dell'avvocato svizzero
Fabrizio Pessina, sbarcato a Malpensa di ritorno da una breve vacanza in
Spagna, che viene arrestato con l'accusa di riciclaggio. Nel computer
dell'avvocato di Chiasso, specializzato in paradisi fiscali, viene
trovato un file con la lista di nomi importanti, professionisti
concentrati soprattutto nel nord-est dell'Italia, e il 'giro' dei soldi
che lasciata la penisola approdavano nei paradisi fiscali, che viene
ricostruita da ''L'Espresso''.
craxi
agnelli arg
I principali referenti bancari di Pessina sono ovviamente i
giganti del credito svizzero, a cominciare dall'Ubs. In Italia, invece,
in molte operazioni registrate nella lista dell'avvocato di Chiasso
viene citato il nome della Banca Mb, un piccolo istituto nato da poco a
Milano per iniziativa di alcune decine di imprenditori di seconda fila.
Clienti di Pessina sono i primi azionisti della banca.
Da almeno dieci anni l'avvocato di Chiasso fa 'coppia fissa' con
Mario Merello. Il tesoro di quest'ultimo sarebbe un patrimonio smisurato
di contatti e relazioni, alcuni ad altissimo livello, famiglie e
imprenditori di cui gestisce i capitali. Gia' nel 1998 Merello aveva
avuto un 'incidente di percorso', la Sec americana lo pizzicò per una
storia di insider trading (abuso di informazioni riservate in Borsa) a
Wall Street, sui titoli Elsag Bailey prima del lancio di un' opa di Abb
da 3 mila miliardi di lire. Tutto si chiuse con una semplice multa. Gia'
da tempo e' alla guida della Wmk del Texas, holding statunitense tira le
fila di una struttura più complessa. C'è una Wmk con base in
Lussemburgo, che a sua volta ha aperto un ufficio a Lugano.
Dal caso Pessina ai trecento clienti italiani, con conti correnti
per un importo complessivo di circa un miliardo di euro, correntisti di
Ubs, la più grande banca svizzera e tra le cinque principali al mondo.
La lista, recentemente pubblicata da Gianluigi Nuzzi su ''Panorama'',
non rivela i nomi ma soltanto le iniziali dei possessori di conti
correnti e le cifre depositate, ottenuta interpellando dipendenti ed ex
dipendenti in diversi paesi. L'elenco racconta la storia di una finanza
italiana che fa rimbalzare il denaro, a seconda dei vantaggi fiscali, da
un paese all'altro.
Fra i presenti nella lista, i piu' ricchi sono le societa' di
diritto lussemburghese, che quindi si pongono in una posizione fiscale
di privilegio. Il primo soggetto fisico si trova al nono posto della
classifica, con 14,45 milioni. I saldi dei conti correnti variano da un
massimo di circa 30 milioni di euro, fino ad arrivare a 2,4 milioni di
euro. Sopra i 10 milioni di euro ci sono soltanto 18 nomi, che pero'
totalizzano quasi 300 milioni di euro.Dentro alla lista c'e' un po' di
tutto, oltre alle società di diritto lussemburghese, famiglie della
nobiltà milanese fino a personaggi della televisione.
Al primo posto nella classifica, con 29,87 milioni di euro, una
società, mentre la medaglia d' argento va invece ad una Srl. Ma tra
quelli con conto in Italia e denaro investito in prodotti finanziari, la
maggior parte dei titolari detiene depositi tra il milione e i 9 milioni
di euro. Moltissimi quelli che viaggiano intorno al milione, poche
decine tra i 2 e i 6, meno ancora oltre i 6 milioni.
Di elenchi di clienti Ubs non si parla però solo in Italia. In
molti casi non c'e' nulla di illegale, anzi molti soggetti hanno gia'
fatto rientrare i capitali in Italia, attraverso le filiali Ubs presenti
nel paese.
L'inchiesta condotta dal settimanale fa emergere, al di la della
vicenza Ubs, l'esistenza di capitali che vanno in Svizzera attraverso
societa' finanziarie compiacenti, gestiti magari da ex dipendenti di
istituti di credito elevetico. La guerra ai paradisi fiscali, messi al
bando dai paesi del G8 e dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama,
ha iniziato a produrre i primi risultati gia' da qualche tempo. A
febbraio e' stato abbattuto il primo muro della Svizzera, con la
decisione dell'Autorita' federale svizzera per i mercati finanziari (Finma),
di stringere un accordo con gli Stati Uniti, in seguito al quale Ubs ha
rivelato all'Internal Revenue Service, il fisco americano, i nomi di
circa 250 clienti. Ma secondo le indiscrezioni che arrivano dagli Stati
Uniti, nel mirino ci sarebbero addirittura 52.000 conti correnti e
proprio oggi e' stato raggiunto l'accordo tra Berna e gli Stati Uniti,
che verra' sottoscritto nei prossimi giorni.
I clienti americani avrebbero nascosto nei forzieri dell'Ubs
qualcosa come 20 miliardi di dollari, evadendo tasse per circa 300
milioni di dollari all'anno tra la fine del 2002 e il 2007.
Non e' finita. Lo scandalo 'Liechtenstein' scoppia nel febbraio
del 2008, quando la Germania viene in possesso dei conti custoditi nella
banca del piccolo principato. Un dvd con 1.400 nomi, che Berlino decide
di condividere con gli altri paesi, ben 16 tra cui anche l'Italia. La 'black
list' viene consegnata all'Agenzia delle Entrate ma gli accertamenti
vengono poi affidati alla Guardia di finanza.
Si mettono al lavoro trentasette procure, con Roma come capofila.
Le Fiamme Gialle indagano sulla posizione di 388 persone fisiche e di 2
società coinvolte nell'indagine sui depositi italiani nel
Liechtenstein. Solo nell'ufficio del pm di Milano sono finite oltre 100
persone, mentre di 60 a Roma, 40 a Bolzano, 20 Firenze e 2 Napoli.
Tutte le persone coinvolte nel caso vengono iscritte nel registro
degli indagati, con l'ipotesi di reato di infedele dichiarazione dei
redditi o omessa dichiarazione degli stessi. Il dvd, venduto per 4,3
milioni di euro da un ex dipendente della banca del Liechtenstein Lgt
Group alla Germania, e' aggiornato al 2002. La Gdf rivela che i depositi
nel piccolo Stato, incastonato tra Svizzera e Austria, variano da
200mila a diverse centinaia di mln di euro, arrivando fino a 400
milioni.
Sono numerosi i casi in cui l'elenco contiene piu' membri della
stessa familgia, intestatari di un unico conto, che fa scendere l'elenco
delle persone sottoposte a controlli a 157 nomi.
Subito si scatena una discussione sulla necessita' di rendere
pubblici i nomi dei correntisti, chiesto da piu' parti, che alla fine
vengono resi noti attraverso gli organi di stampa venuti in possesso
dell'elenco. Dentro c'e' un po' di tutto: manager, imprenditori,
avvocati, commercialisti, politici, professori universitari, gente di
spettacolo. La Guardia di Finanza e' chiamata a far luce anche sulla
possibilita' che il denaro depositato nel principato venga utilizzato a
fini di riciclaggio. Nell' elenco si cercano anche i possibili
prestanome di organizzazioni criminali o di personaggi finiti sotto
inchiesta per reati di natura economica.
Difficile verificare se dietro l'esportazione dei capitali sia
nascosta veramente la volonta' di evadere il fisco, a casua dei dati non
aggiornati e dello scudo fiscale targato 2003, che ha consentito di far
rientrare i capitali detenuti all'estero.
[12-08-2009]
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ALAIN MARCHETTANN - UNO-DUE DA KO SULLA “STAMPA” DI CALABRESI:
IL CONSIGLIERE DI BONDI, ELKANN INTERVISTA IL CAPO DEI CARABINIERI TUTELA
DEL PATRIMONIO (ALLE DIPENDENZE DEL MINISTERO) - IL GIORNO PRIMA PAGINATA
PUBBLICITARIA DELLA FONDAZIONE MUSEO EGIZIO, (ELKANN PRESIDENTE)… -
Agosto, pagine e pagine da riempire, sui quotidiani scatta la
marchetta compulsiva. Questo potrebbe pensare lo sprovveduto lettore,
con una punta di solidarietà per i poveri giornalisti costretti a
lavoro mentre tutta Italia gorgheggia i propri zebedei nelle spiagge
della penisola. Quando, però, protagonista è Alain Elkann non c'è
estate che tenga, la marchetta vale per tutto l'anno.
E se nelle sue trasmissioni su "La
7" Alain, consigliere del ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi,
ha intervistato tutti i collaboratori del Collegio Romano (dal capo di
gabinetto Nastasi al segretario generale Proietti etc.), ora passa al
bis anche sulle pagine del "La Stampa", dove cura l'intervista
domenicale. Ieri è stato quindi il turno di Giovanni Nistri, comandante
dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, alle dirette
dipendenze del ministro Bondi. Mezza pagina con fotona e il titolo
"Così riporto in Italia i tesori rubati", all'interno domande
ficcanti come "dove svolgete attività formativa?", "in
quali paesi operate?", "si parla spessori operazioni di
recupero importante, questo vi fa godere di un grande prestigio" e
via domandando.
Ma il weekend di marchette della "Stampa" non si
conclude certo con l'intervistona targata consigliere Mibac (che
incidentalmente è anche il padre di John Elkann, presidente di
"Editrice La Stampa") al generale dei Carabinieri Mibac.
Sabato il quotidiano diretto da Mario Calabresi poteva vantare niente
meno che una bella pagina pubblicitaria del Museo Egizio di Torino.
"Chi l'ha detto che per divertirsi in estate bisogna andare al
mare?", si domandava la pubblicità. Già, chi l'ha detto? Non
chiedetelo ad Alain Elkann, fresco fresco di paparazzata a Portofino con
Franca Sozzani e, ovviamente, presidente della Fondazione del Museo
torinese. E la marchetta è servita...
[03-08-2009]
MARIO
CALABRESI - copyright Pizzi
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LA FAMIGLIA DI GAMBA ‘D BOSC
Lo chiamavano così i vecchi operai piemontesi della Fiat, all'insaputa
del suo post-agiografo Marco Ferrante. L'orrenda storia dell'eredità
Agnelli - a noi vecchi dentro, l'impugnazione di un testamento del padre
sembra un abominio che porterà tragedie diffuse - si complica sempre più.
Scende in campo la Procura di Milano, per la gioia delle Corti Sabaude, e
vuol vederci chiaro su truffe, avvocati e tesoroni off-shore (Repubblica,
p.27, perché giustamente è una faccenda da pagine economiche)
NELLA SFIDA SULL’EREDITÀ DELL’AVVOCATO, I PM PUNTANO L´EX
LEGALE DI MARGHERITA - NELLO STUDIO CHIOMENTI PERQUISITO SOLO L’UFFICIO
DELL’EX PARTNER EMANUELE GAMNA - SI CERCA DI SEGUIRE IL PERCORSO DI UNA
PARCELLA DA 15 MLN € PAGATA ESTERO SU ESTERO
Walter Galbiati ed Emilio
Randacio per "la
Repubblica"
Una parcella da 15 milioni di euro, pagata estero su estero. È
per seguire il percorso di questi soldi che il pubblico ministero di
Milano, Eugenio Fusco, ha perquisito la settimana scorsa, la sede di uno
delle più importanti boutique di avvocati italiani, lo studio legale
Chiomenti. Una parcella che un ormai ex partner dello studio, Emanuele
Gamna, avrebbe ricevuto da Margherita Agnelli, figlia dell´Avvocato, in
lotta con il resto della famiglia sull´eredità del padre, per
assisterla nella trattativa sulla successione.
Alla perquisizione del solo ufficio di Gamna all´interno dello
studio Chiomenti in via Verdi 2, era presente, come vuole il codice,
anche il presidente dell´ordine degli avvocati di Milano, Paolo
Giuggioli. L´indagine è per truffa.
I fatti risalgono al 2003, quando i
legali degli eredi iniziano le riunioni per stimare e dividersi i beni
di Gianni, in base alle volontà testamentarie. Margherita nomina il
ginevrino Jean Patry e successivamente gli affianca Gamna, conosciuto
attraverso Susanna Agnelli. Le trattative sono serrate e l´accordo sull´eredità
arriva il 18 dicembre: la cifra da liquidare a Margherita è di un
miliardo e 166 milioni di euro. Tutto sembra filare liscio, fino a
quando Margherita scopre di essere stata aggirata, secondo la sua
ricostruzione, da Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, accusati di
averle nascosto, e quindi non conteggiato, il tesoro estero dell´Avvocato.
Il nuovo legale di Margherita, Charles Poncet, si spinge oltre e
accusa Gamna e Patry di aver fatto il doppio gioco, ovvero di non aver
fatto l´interesse di Margherita ma quello di Gabetti e Grande Stevens.
Il padre di Gamna era amico di lunga data di Gabetti e lo studio
Chiomenti è stato per anni l´advisor legale della Fiat. E chiede la
restituzione della parcella. L´inchiesta milanese punta a scoprire se c´è
stata qualche truffa e se anche lo studio Chiomenti, che nel frattempo
ha preso le distanze e ha allontanato Gamna, era al corrente di quanto
stava accadendo.
Di certo ci sono le parcelle pagate a Patry (10 milioni,
fatturati) e a Gamna (15 milioni, probabilmente mai fatturati e
sconosciuti anche allo studio Chiomenti), versate attraverso la società
Vilanda Capital ltd della filiale Ubs di Singapore sui conti dei due
avvocati presso la Pkb privatbank di Zurigo. Nell´ambito della disputa,
Poncet ha anche cercato un accordo con Gamna.i
In cambio dell´ammissione ad aver fatto il doppio gioco
Margherita avrebbe rinunciato alla restituzione dei soldi. L´idea era
quella di far sottoscrivere a Gamna un "affidavit", cioè una
dichiarazione che sull´esistenza di un accordo con Gabetti e di Grande
Stevens per occultare una parte del patrimonio dell´Avvocato. Ma quell´
"affidavit" non è mai stato firmato.
[31-07-2009]
Da "Il Velino") -
Sara' stato il caldo afoso che avvolgeva Roma o forse il clima di
euforia che si respirava dopo il successo dei colori azzurri (solo
un'ora prima Federica Pellegrini aveva trionfato nei 200 metri stile
libero stabilendo un nuovo record del mondo). Fatto sta che l'incontro
di ieri sera al Villaggio olimpico del Foro Italico tra il ministro
dell'Economia Giulio Tremonti e il leader dell'Udc Pierferdinando Casini
si e' svolto all'insegna del fair play e dell'armonia. Anche se, a onor
del vero, piu' di una volta gli animi hanno rischiato di surriscaldarsi
(e non per colpa dei 30 gradi che segnava il termometro).
Soprattutto il leader centrista e'
sembrato ripetutamente sotto tono, tanto da mandare un bigliettino
(sottobanco) all'organizzatore dell'incontro, il direttore di
"Formiche" Paolo Messa, nel quale spiegava la sua
"strategia": "Sono andato di basso profilo perche'
pensavo non fosse la sede di una gazzarra!".
Insomma, l'incontro tra il ministro dell'Economia e il presidente
dell'Udc si e' consumato senza particolari sussulti, sotto lo sguardo
attento del presidente dell'Antitrust Antonio Catricala', del padrone di
casa Giovanni Malago' e di numerosi esponenti del mondo economico e
legale romano. Temi del dibattito sono stati la crisi economica, il dl
anticrisi e il partito del Sud.
E proprio su quest'ultimo Tremonti e Casini hanno regalato un
altro siparietto: alla solidarieta' politica offerta dall'ex presidente
della Camera, il titolare del Tesoro ha risposto con un laconico
"Grazie ma non ne sento il bisogno politico", suscitando
l'immediata replica di Casini che ha sussurrato, pensando forse di non
essere sentito, un criptico: "Io inizierei a prenderla".
[31-07-2009]
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LA RICOSTRUZIONE DELL´OPA EXOR NEL PROCESSO SULL´EREDITÀ AGNELLI -
MARGHERITA: UN MILIARDO E 436 MILIONI FINIRONO A SOCIETÀ OFF-SHORE - LA
DISPONIBILITÀ DI STEVENS A SVELARE L´ENTITÀ DEL PATRIMONIO - CHE
ASPETTA TREMONTI A MANDARE LA FINANZA?...
Ettore Boffano e
Paolo Griseri per "la
Repubblica"
Un processo tutto di carta, compresa la ricostruzione dell´Opa del
1998 su Exor Group che avrebbe fruttato un "tesoro" estero di
un miliardo e 436 milioni di euro. Questo, dal 12 novembre prossimo,
diventerà la causa per l´eredità di Gianni Agnelli.
Saranno infatti centinaia di documenti a costituire l´unica prova
possibile per accertare se Gianluigi Gabetti, Franzo
Grande Stevens e Siegfried Maron hanno oppure
no l´obbligo di dare il rendiconto ereditario alla figlia dell´Avvocato.
Infatti, con l´ordinanza emessa giovedì dal giudice torinese
Brunella Rosso, escono di scena i possibili testimoni che l´avvocato Girolamo
Abbatescianni (poi sostituito dai colleghi Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) aveva
indicato per spiegare quei documenti: tra gli altri, Gabriele
Galateri di Genola, Paolo Fresco.
Restano invece nella causa tutti gli atti depositati a partire dal
2007. Saranno quelle carte la materia sulla quale dovranno confrontarsi
i legali della figlia dell´Avvocato e quelli dei convenuti. Si tratta
di documenti che riguardano tre questioni determinanti.
Innanzitutto gli statuti della Fondazione
Alkyone, registrata a Vaduz, che costituirebbe la prova, a detta di
Margherita, sia di un sistema per gestire la futura eredità dei beni
esteri dell´Avvocato sia del progressivo trasferimento della titolarità
di buona parte del patrimonio a Marella Caracciolo, per
usufruire del regime fiscale dovuto alla residenza svizzera della vedova
dell´Avvocato.
Un altro atto importante è una lettera scritta dall´avvocato Grande
Stevens, durante la controversia sull´eredità, al collega Emanuele
Gamna (tutelava allora Margherita). In essa, Grande
Stevens spiega che se Margherita «dichiarasse di accettare
eventuali disposizioni di suo padre a favore di eredi e/o terzi dovrebbe
essere più facile, rapido e produttivo bussare alle altrui porte per
avere il quadro complessivo». Secondo la figlia dell´Avvocato questa
sarebbe la dimostrazione che Grande Stevens conosceva l´esatto
patrimonio di Gianni Agnelli e ne gestiva la
successione.
Infine, anche se sono escluse tutte le testimonianze al riguardo, tra
le carte del processo c´è anche il report dell´analista Marc
Hurner che, ingaggiato da Margherita Agnelli,
ha ricostruito l´Opa lanciata nel 1998 sulla società lussemburghese
Exor Group che avrebbe fruttato un miliardo e 436 milioni di euro ai
"soci anonimi" della finanziaria. Per la figlia dell´Avvocato,
tale somma (mai divisa) sarebbe finita su società off-shore riferibili
al padre.
Decisiva sarà poi la questione sulla validità in Italia del patto
successorio stipulato nel 2004 tra Margherita e Marella,
col quale la prima rinuncia a qualsiasi altra richiesta sull´eredità
paterna, ma anche su quella della madre ancora in vita. Nel corso del
processo, la Cassazione ha stabilito che tale giudizio spetta al
tribunale italiano e non a quello svizzero.
[27-07-2009]
Da "Il Foglio"
del lunedì - Il conte Gelasio Gaetani d'Aragona Lovatelli, 50 anni, produttore di vini e abile seduttore, lunghi
capelli brizzolati e mossi, tatuaggi che spuntano dai polsini delle
camicie. Si dice che quando qualche amico doveva mettere alla prova la
fedeltà della sua futura moglie, facesse fare al conte e alla ragazza un
viaggetto in auto tra Roma e Firenze. Se alla fine dei trecento chilometri
la ragazza non aveva ceduto, il matrimonio era salvo. Intervistato, non
rivela quante abbiano resistito: «Se dicessi che, sposine a parte, non ce
n'è una che si sia tirata indietro, sembrerei presuntuoso».
Dice che «far scattare la scintilla della seduzione è un'arte
bellissima». Il massimo divertimento era sedurre quelle che lo
respingevano per principio, pensando che fosse certo di fare colpo. La
tecnica: «Le facevo sentire importanti dal primo incontro. E poi ero
gentile, non davo mai l'impressione che fossero una tacca sul palmares».
Con tutte le sue ex mantiene buoni rapporti: «Questo provoca delle
gelosie. Ma le donne sono fatte così». Non è più un playboy, anche se
si diverte ancora a fare il piacione: «Bisogna fare come Cincinnato che
si ritira nel suo campicello, disposto a tornare in guerra solo se c'è
proprio bisogno» (Federica Furino, Gioia 25/7).
Gabriella Sassone per Il
Tempo.it
1- Domenica primo pomeriggio. Ai bordi della piscina
dell'Hilton un uomo fa esercizi ginnici, si stiracchia, si prepara a
tuffarsi. Tutti lo guardano e aspettano un tuffo spettacolare, di quelli
da campione. Ma lui dopo tanta preparazione sfiora appena l'acqua con le
mani e se ne va. Che delusione! L'uomo era nientedimeno che Alberto
di Monaco, in visita a Roma con la fidanzata Charlene
Wittstock, ex campionessa sudafricana di nuoto e sua promessa
sposa.
Massimo
Liofredi
Tra una visita e l'altra alla corte di Giovanni Malagò,
ai Mondiali di Nuoto, dove è apparso in mattinata e all'ora
dell'aperitivo, il sovrano del Principato di Monaco si è rilassato all'Hilton,
dove non è certo passato inosservato come desiderava. In serata, Alberto e
Charlene si sono regalati una cenetta
romantica da Met, a Ponte Milvio, e hanno girato la città da fidanzatini.
2 - Dopo tanta tensione accumulata causa nomine Raidue
che non si decidevano a venir fuori, Massimo Liofredi si
è goduto la prima giornata di relax da direttore della seconda rete tv.
Domenica, Liofredi se ne stava bello bello e solitario ai bordi della
piscina dell'Hilton.
Voleva prendere un po' di sole e riposarsi. Ma ad omaggiarlo sono
accorse in tante, tutte le belle aficionados dell'Hilton,
preso d'assalto come ogni dì di festa. A salutare e complimentarsi con Liofredi,
ecco Milly Carlucci col marito Angelo Donati, Caterina Balivo e Sara Varone, che gli
è stata presentata da un comune amico.
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FAMIGLIE OFF-SHORE - Colpaccio di Gabetti e Stevens nella causa
sull’eredità DI GIANNI Agnelli, l’uomo che esportò più capitali che
macchine - “stop a Margherita, il tribunale RESPINGE 48 capitoli di
prova” - C’è sempre un giudice a Torino....
Ettore Boffano e
Paolo Griseri per La Repubblica
Si conoscerà il 12 novembre prossimo la prima verità sull'eredità
di Gianni Agnelli. Ieri infatti, il giudice civile Brunella
Rosso ha fissato per quel giorno, con un'ordinanza, la nuova
udienza della causa intentata dalla figlia Margherita contro i gestori
del patrimonio del padre, Gianluigi Gabetti, Franzo
Grande Stevens e Siegfried Maron, e la madre Marella.
Secondo quanto indicato dalle agenzie di stampa, il magistrato avrebbe
inoltre "dichiarato inammissibili tutti i 48 capitoli di prova
presentati dalla figlia dell'Avvocato".
Il Tribunale civile di Torino avrebbe poi respinto anche tutte le
istanze di esibizione di documenti proposte un mese fa da Margherita "nei confronti delle quattro persone citate e di 15 banche
italiane ed estere".
Che cosa potrebbe significare questa decisione? I legali di Margherita
Agnelli, Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone, rifiutano commenti:
"Nessuno ci ha ancora notificato l'ordinanza. Nel processo civile
bisogna leggere con attenzione le motivazioni del giudice per capirne
l'esatto significato".
Se, infatti, l'inammissibilità di altre prove (tra le quali la
richiesta di testimonianza di ex personaggi della galassia Agnelli-Fiat,
come Gabriele Galateri di Genola e l'ex ad della
Juventus, Antonio Giraudo) fosse definitiva, è
indubbio che questo nuovo atto della querelle ereditaria segnerebbe un
punto importante a favore dei quattro convenuti. E ieri sera, dagli
ambienti di Exor, la finanziaria del gruppo Agnelli,
filtravano segnali di "moderata soddisfazione, anche se poi
bisognerà attendere il verdetto finale".
La lettura delle motivazioni dell'ordinanza diventa a questo punto
dirimente. Si tratta infatti di capire se la dichiarazione di
inammissibilità delle nuove prove è temporanea oppure no. La scelta
del giudice, se fosse temporanea, potrebbe essere stata dettata dalla
necessità di sciogliere innanzitutto la questione preliminare sulla
validità o meno del patto successorio, stipulato a Ginevra nel 2004 tra
Margherita e la madre Marella, che
assegnava alla figlia dell'Avvocato tutti i beni del padre sino ad
allora conosciuti senza ulteriore possibilità di rivalsa.
Se il giudice dichiarasse la validità di
quel documento registrato in Svizzera, il processo finirebbe sancendo la
sconfitta legale di Margherita Agnelli. Se invece
stabilisse che l'accordo non vale in Italia, allora potrebbe riprendere
in esame la possibilità di ammettere o meno le nuove prove.
Nel secondo caso invece (l'esclusione assoluta di nuove prove), a
partire dal 12 novembre comincerà la discussione unicamente sulle carte
e sui capitoli di prova indicati all'inizio della causa nella primavera
del 2007. La richiesta della figlia dell'Avvocato è di avere un preciso
rendiconto dell'asse ereditario paterno. Grande Stevens e Gabetti hanno sempre dichiarato che esso è già stato
reso a suo tempo.
Margherita, invece, sostiene di aver ottenuto via via versioni
diverse sull'ammontare dell'eredità. Adesso, con i suoi legali,
ipotizza l'esistenza di un "tesoro" del padre celato in società
offshore che potrebbe essere stato alimentato anche dagli esiti di
un'Opa lanciata nel 1998 sulla finanziaria lussemburghese Exor Group e
dalla quale avrebbero tratto vantaggio soprattutto i "soci
anonimi" di quella società estera (per circa un miliardo e 400
milioni di euro).
La presenza di diversi e successivi conteggi forniti a Margherita
Agnelli da chi gestiva i beni del padre è stata riconfermata
ieri dal settimanale "Il Mondo" che ha pubblicato il testo di
un documento i cui particolari erano già emersi nel 2007. Si tratta di
un primo rendiconto dei beni solo italiani di Gianni Agnelli fornito
alla figlia dal commercialista torinese Gianluca Ferrero, dopo che Grande
Stevens aveva rinunciato al ruolo di "esecutore
testamentario".
Da esso, tenuto conto delle voci passive, emergeva un capitale
complessivo di 385 milioni e 484mila euro, costituito da titoli e
depositi per 250 milioni di euro, dalla villa di Villar Perosa, dalle
due residenze di Torino (Villa Frescot) e di Roma (l'alloggio davanti al
Quirinale) dell'Avvocato, da barche e veicoli intestati a società che
facevano riferimento a Gianni Agnelli.
A queste somme, dovevano poi essere aggiunte le quote possedute dal
"signor Fiat" nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni
Agnelli Sapaz" e nella società semplice
"Dicembre" che gli garantiva la guida dell'accomandita (un
ruolo oggi attribuito a John Elkann, primogenito di Margherita).
Successivamente, però, Margherita Agnelli è venuta
in possesso di un protocollo, il "Summary Assets", nel quale
si indicavano capitali depositati in società offshore per oltre 800
milioni di euro. Fu proprio la scoperta di quel patrimonio estero a
innescare la lunga lite ereditaria conclusasi col patto successorio del
2004 e poi riapertasi nel 2007 con la causa oggi in corso.
[24-07-2009]
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MY LOVE IN PORTOFINO – DOPO MESI DI AMORE “SEGRETO” (MA LO
SAPEVANO TUTTI), ALAIN ELKANN E LA ZARINA DI “VOGUE” FRANCA SOZZANI SI
MOSTRANO AL FOTOGRAFO DI “CHI” MANO NELLA MANO COME DUE ADOLESCENTI
INNAMORATI – L’INTERVISTA GALEOTTA NEL FEBBRAIO 2007?...
Azzurra Della Penna per
"Chi"
A spasso per la piazzetta, una sosta per un aperitivo al bar Ugo e
poi a cena con alcuni amici nel ristorante più noto di Portofino, Puny.
Franca Sozzani e Alain Elkann hanno trascorso il weekend insieme, lui
ospite di lei nella villa che il potente direttore di Vogue Italia ha
acquistato qualche anno fa in collina a pochi passi dall'hotel
Splendido.
Restii finora a mostrarsi assieme in pubblico (che Elkann si
stesse separando da Rosi Greco lo si è saputo soltanto nell'aprile
scorso) i due, nella meta turistica più chic della Liguria, sono
apparsi straordinariamente rilassati. Arrivando persino a prendersi mano
nella mano, come due ragazzi, all'ombra di un vicoletto.
Sebbene gli amici più stretti di lui
facciano risalire l'inizio della loro tenera amicizia a meno di un anno
fa, i due avevano simpatizzato nel febbraio del 2007. Alain Elkann
aveva, infatti, incontrato la Sozzani nell'ambito della sua trasmissione
tv L'intervista. E già in quel frangente, cosa assai strana per
entrambi, Alain e Franca si erano subito dati del tu.
Chissà, magari li aveva già presentati Lapo Elkann, il
secondogenito di Alain. Alain è stato sposato con Margherita Agnelli ed
è anche il papà affettuosissimo oltre che di Lapo, di Ginevra e di
John Elkann, attuale vicepresidente della Fiat. Lapo, si diceva, da
qualche stagione opera con il brand I-I, Italia-Independent, nel campo
della moda e, da tempo, conosce (e stima infinitamente) la Sozzani.
Lei, invece, ha un figlio, Francesco, trentenne che risiede spesso
a New York e che lavora come fotografo. Prima di Alain aveva un
compagno, Luca, di qualche anno più giovane, artista, grafico,
designer... dal quale, però, dicono nel giro della moda, si stava piano
piano allontanando. Non certo nello stesso modo in cui Franca ha
lasciato Portofino. Domenica scorsa, nel primo pomeriggio, è infatti
partita a razzo a bordo di un'auto scura guidata da un autista. Al suo
fianco: Alain.
[23-07-2009]
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ECCO CHE COSA C'ERA DAVVERO NEL TESTAMENTO DELLEX PRESIDENTE FIAT -
Al momento della morte, poteva contare su una liquidità di 250 milioni di
euro - il tesoro estero dell'avv. quantificato dai suoi vecchi legali in
1,4 miliardi di euro - 12 Panda, 2 Fiorino, una Palio, 3 moto Piaggio e 3
Vespa 50, 3 trattori e un rimorchio
Fabio Sottocornola per
"Il Mondo,"
in edicola domani
Al momento della morte, avvenuta a Torino il 23 gennaio 2003,
Gianni Agnelli poteva contare su una liquidità pari a 250 milioni di
euro tra depositi bancari e titoli di varia natura. Denaro che uno degli
uomini più ricchi del mondo usava «per il pagamento delle spese della
gestione corrente», come è scritto nel Memorandum del 16 maggio 2003
predisposto dai commercialisti dello Studio Ferrero del capoluogo
piemontese. Un testo che il titolare Gianluca Ferrero ha inviato, tra
gli altri, all'avvocato ginevrino Jean Patry, legale a quell'epoca di
Margherita Agnelli de Pahlen.
Si tratta del rendiconto ufficiale, con alcuni passaggi già noti,
ma anche molti inediti, di cui il Mondo ha preso visione, e relativo a
tutti i beni posseduti dal senatore a vita in Italia. Questo catalogo
non è mai stato messo in discussione, neppure dalla figlia Margherita.
La quale, semmai, ha puntato il dito contro il presunto tesoro estero
dell'Avvocato, quantificato dai suoi vecchi legali in 1,4 miliardi di
euro. Ammonta invece a 305 milioni e 484 mila euro il valore netto, cioè
la differenza tra attivi e passivi, dei beni ufficiali che facevano capo
ad Agnelli.
La situazione è riassunta nelle poche pagine del Memorandum che
si colloca, dal punto di vista cronologico, all'inizio di tutto
l'affaire. E, dunque, precede sia gli accordi sull'eredità siglati in
Svizzera nel febbraio e marzo 2004 tra la madre Marella Caracciolo e la
figlia Margherita, che hanno fruttato a quest'ultima un patrimonio
(immobili, opere d'arte e liquidità) stimato in 1.166 milioni di euro,
sia la battaglia legale partita a giugno 2007 e ancora in corso.
CAMERA CON VISTA SUL QUIRINALE
Si comincia, alla voce Attività, con gli immobili: una villa con casa
dei custodi sulle colline torinesi (Strada San Vito Revigliasco, villa
Frescot), la residenza romana di via XXIV Maggio (di fronte al
Quirinale), poi, ancora, casa e terreni della storica dimora di Villar
Perosa. «Il valore può essere stimato in via di larga approssimazione
in circa 45 milioni di euro», recita il Memorandum, che vuole fornire
semplicemente una «valutazione indicativa al fine di determinare un
ordine di grandezza del valore dell'intero patrimonio caduto in
successione». Anche perché, sottolineano gli esperti, due immobili (Villar
Perosa e Strada San Vito) sono «di particolare pregio anche storico, ma
probabilmente di difficile commerciabilità».
La voce Liquidità e titoli (totale di 250 milioni 434 mila euro)
è da collegare a tre banche e una fiduciaria. L'Avvocato aveva un conto
corrente aperto in Banca Intesa con depositati 1 milione e mezzo di euro
e oltre 28 milioni in titoli; una posizione aperta (16 mila euro) alla
Popolare di Bergamo (oggi Ubi) con titoli per 5,9 milioni. Infine, un
risicato conticino di 177,36 euro depositati in Deutsche Bank.
Più interessanti i fondi depositati presso la Simon Fiduciaria,
una società di gestione del risparmio che fa capo alla famiglia di
Franzo Grande Stevens, storico legale di fiducia dell'ex presidente
Fiat. Si tratta in totale di 185 milioni di euro investiti in una Sicav
(un particolare tipo di fondo comune di investimento) della svizzera
Banca Pictet, mentre 14,8 milioni erano impegnati in obbligazioni.
Come esempio, è possibile osservare che l'Avvocato deteneva
titoli di Stato italiani come Cct e Btp. Ma scommetteva anche sulle
aziende concorrenti e produttrici di automobili negli Usa. Tanto da
tenere in portafoglio obbligazioni emesse dalla Ford (830 mila euro) o
da Gmac (della GeneraI motors) per 266 mila euro, oltre a 426 mila euro
in bond Shell.
Infine, ci sono azioni e obbligazioni della Giovanni Agnelli Sapaz
(G.A. Sapaz), cioè la società in accomandita per azioni che raccoglie
i vari rami della famiglia: all'attivo per lui risultano 11.905 azioni
ordinarie per un controvalore di 4 milioni di euro e obbligazioni
convertibili (altro tipo di bond) per 10,8 milioni.
Dal momento che l'accomandita non è una quotata, il valore di
azioni e obbligazioni «è stato fornito dalla società stessa. E
periodicamente determinato dal consiglio degli accomandatari».
AL TIMONE
Naturalmente più glamour è il capitolo riferito ai natanti, grande
passione dell'Avvocato. Al momento della morte possedeva Stealth, che è
una barca a vela di 27 metri, nera e super tecnologica, più il tender
(piccolo gommone), valutati 3,4 milioni, «prezzo cui è stata di
recente concordata la vendita», dice il documento. C'è poi F100,
descritto in alcuni articoli giornalistici come un rimorchiatore
trasformato in panfilo d'altura, con tender e barca di servizio, stimato
in maniera approssimativa 5 milioni.
Non mancano poi i «mezzi mobili» intestati al senatore, che non
possedeva, come è noto, auto di grossa cilindrata. A suo nome risultano
dunque 12 Fiat Panda, due Fiorino, una Palio, tre ciclomotori Piaggio
Si, un Piaggio Grillo e tre Vespa 50, oltre a tre trattori e un
rimorchio.
Con tutta probabilità neppure nuovi, se è vero che «l'intero
parco mezzi può essere stimato per un valore pari a 20 mila euro».
Evidentemente, tutto o in parte a disposizione del personale di servizio
nelle varie residenze.
La rendicontazione degli attivi si chiude con i Crediti vantati.
Qui ci sono 154.937 euro da Ina Assitalia «pari al premio incassato
dalla compagnia sulla polizza vita stipulata dal Senato della Repubblica»,
un saldo di competenze per 5.342 euro sempre da palazzo Madama, oltre a
2,6 milioni come liquidazione della quota detenuta nella Dicembre, la
società semplice che sta in cima a tutta la catena di controllo
dell'impero.
Infine, nel conto è citato anche un
attivo di 848 mila euro. Di che cosa si tratta? La cifra deriva da un
contratto stipulato con la tedesca Lürssen Yachts per la costruzione di
un motor yacht conosciuto come «progetto Tulip». E scritto nel
Memorandum: «Il prezzo era fissato in 32 milioni 737 mila euro ed era
già stato versato un acconto di 9 milioni 848 mila». Agnelli doveva
ancora pagare 29,4 milioni ma poi, probabilmente anche per il
peggioramento delle condizioni di salute, «il contratto è stato
risolto con la restituzione da parte del cantiere di 848 mila euro».
CHIEDO ASILO
Sono invece soltanto due le voci del passivo, per un totale di un paio
di milioni. La più curiosa: «L'impegno a costruire e poi donare al
comune di Villar Perosa una nuova sede per la scuola materna. Al termine
dei lavori, sulla base di un preventivo di Fiat Engineering (società di
costruzioni del gruppo, poi ceduta, ndr) mancherebbero ancora opere per
circa 1,4 milioni». Al confronto con questa girandola milionaria appare
invece di pochi spiccioli (612 mila euro) l'ammontare totale delle
fatture ancora da saldare alla data del decesso relative ad alcune spese
non precisate.
Una volta stabilito il valore del tesoro italiano di Agnelli che,
come detto, ammonta a 305 milioni 484 mila 7,69 euro, gli esperti dello
Studio Ferrero passano ad analizzare le «disposizioni testamentarie»
prima di elencare le operazioni fatte dopo la morte dell'Avvocato e
quelle ancora da compiere.
Per quanto riguarda le volontà del defunto, Ferrero ricorda come
queste riguardino soltanto gli immobili, da dividere tra madre e figlia.
A quest'ultima spetta la nuda proprietà di Villar Perosa e della villa
sulle colline torinesi con usufrutto a favore di Marella. Divisa al 50%,
invece, la proprietà dell'immobile romano, dove vivono anche altri
componenti della famiglia Agnelli.
Tra le operazioni già effettuate dopo la morte del presidente
Fiat con Franzo Grande Stevens esecutore testamentario (fino alla
rinuncia all'incarico di metà aprile 2003 a seguito dei primi contrasti
tra le eredi) sono elencate la vendita delle barche e l'incasso
dell'assicurazione sulla vita.
Una voce curiosa riguarda il personale di casa Agnelli, mai
specificato nel numero. E tuttavia i giardinieri «sono trasferiti in
capo alla signora Caracciolo, usufruttuaria dei terreni». Alla stessa
viene assegnato il servizio dei marinai sull'F100. Invece i «restanti
domestici sono stati provvisoriamente intestati all'ingegner Elkann
(John, ndr). E perché non invece alla moglie dell'Avvocato? Spiegazione
semplice: donna Marella è una cittadina italiana residente all'estero,
in Svizzera, «Paese in cui l'amministrazione fiscale italiana non
riconosce ai cittadini italiani lo status di residenti anche ai fini
fiscali, salvo prova contraria da prodursi a cura del contribuente»,
scrivono gli esperti.
In questo modo, dopo aver sentito anche altri pareri, i consulenti
hanno deciso di «non sovraccaricare la sua posizione italiana con
l'assunzione di circa 15 domestici, rendendo così un domani, se
richiesta, molto complessa la possibilità di provare la propria
residenza estera».
Insomma, tutto è curato nel dettaglio. Anche il destino che
toccherà ai cani dell'Avvocato: vengono intestati a un ignoto «residente
italiano, per facilitazioni burocratiche». Però al momento in cui
viene scritto questo Memorandum, gli amici a quattro zampe «sono ancora
in attesa di essere reintestati». Tra le operazioni da compiere,
l'inventario di beni e oggetti di Gianni Agnelli e contenuti negli
immobili.
DICEMBRE CALDO
Oltre al tesoro tangibile dell'Avvocato, nel Memorandum c'è un intero
capitolo dedicato alla Società semplice Dicembre, che sta in cima alla
piramide e controlla (con il 33%) l'accomandita di famiglia (G.A. Sapaz)
e poi, a scendere, anche le quotate come Exor o Fiat. Sta proprio qui il
cuore del potere di casa Agnelli. Diviso in sei paragrafi, c'è il
racconto, in parte già reso noto da alcune ricostruzioni, di come,
attraverso successive modifiche di statuti e azionariato, l'Avvocato
abbia progressivamente ridotto la presa totale su Dicembre fino a una
quota del 25,37%, per lasciare invece spazio a Marella, Margherita e al
nipote John Elkann.
Tutti e tre alla morte del senatore avevano il 24,87% della società
semplice. In particolare, Margherita e John erano entrati il 10 aprile
1996 «mediante la sottoscrizione di un aumento di capitale da 99,9
milioni di lire a 20 miliardi. La quota sottoscritta da entrambi fu di
lire 5 miliardi, di cui 3,250 miliardi per la nuda proprietà e 1,750
miliardi per l'usufrutto (quota versata dall'usufruttuario Giovanni
Agnelli)».
In quella stessa operazione Marella, che aveva già una quota da
10 mila lire, «sottoscrisse per la sola nuda proprietà, così come la
figlia e il nipote, una quota da nominali 5 miliardi di lire, gravata da
usufrutto a favore dell'Avvocato». Dopo la sua morte le quote vengono
ripartite al 33,3% per ciascun erede. Poi, il 24 febbraio 2003, la nonna
dona al nipote una quota del proprio capitale che lo ha portato ad avere
in mano il 58,7% della Dicembre. E quindi lo scettro del comando.
COSE DA SAPAZ
E interessante notare poi che, a partire da un aumento di capitale (15
aprile 2003) della G.A. Sapaz, prende il via una serie di operazioni tra
gli stessi eredi. A quell'aumento ha partecipato anche Dicembre versando
la quota di competenza (77,6 milioni di euro), salvo poi andare a
chiedere ai soci nuove risorse finanziarie.
Però, in assenza di indicazioni da parte di Margherita, è la
madre a farsi carico di un anticipo (per 32 milioni di euro) per
Dicembre, così come per la G.A. Sapaz (controvalore di 2 milioni). «Ciò
al fine», recita il Memorandum, «di evitare che la relativa
sottoscrizione venisse effettuata da altro nucleo familiare». Infine il
resoconto di Ferrero presenta una inedita valutazione finanziaria della
società chiave nella galassia Agnelli.
Ci arriva moltiplicando il numero di azioni G.A. Sapaz possedute
da Dicembre (774.600) per il loro valore (341,7 euro) al quale vanno
sommati dividendi ancora da incassare, in arrivo proprio dalla
accomandita a vantaggio dei soci della società semplice. Si approda
dunque a un totale di 266,7 milioni di euro alla data del decesso
dell'Avvocato.
Ma pochi mesi dopo, una volta chiuso l'aumento di capitale della
G.A. Sapaz (30 aprile) e a seguito di un complesso calcolo che tiene
conto del nuovo valore dell'azione (283,2 euro), di obbligazioni, debiti
verso i soci, oltre al solito dividendo ancora da incassare, il valore
totale scende a 216 milioni 875.792 euro.
[23-07-2009]
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TUTTI A CETONA PER IL PREMIO POESIA - SOLO AL NOTAIO DEGLI AGNELLI
MAROCCO POTEVA RIUSCIRE IL MIRACOLO DI AVERE CERONETTI - LO CHIC DOC DI
ALLEGRA AGNELLI E DOMIETTA HERCOLANI - POTEVA MANCARE GIANNI LETTA?
Era gremitissima, la bella piazzetta della Collegiata di Cetona, per
la cerimonia di consegna del premio Cetonaverde Poesia 2009. Il cielo
minacciava temporale, ma le signore, in abiti coloratissimi, avevano
comunque lasciato le loro ville intorno alla cittadina senese, per
partecipare all'evento.
Sul palco, a ritirare i riconoscimenti, l'irlandese Seamus Heaney,
già Premio Nobel nel 1995, che ha ricevuto il premio alla carriera,
Cesare Viviani, vincitore invece per la poesia italiana con la sua nuova
raccolta Credere all'invisibile (Einaudi, 2009) e il giovane Massimo
Gezzi, classe 1976, che con la poesia "Il temporale del ‘98"
s'è aggiudicato il premio per la Poesia Giovane.
A fare gli onori di casa Mariella Cerutti
Marocco, presidente, fondatrice e animatrice dell'iniziativa. E insieme
a lei la crema della poesia italiana Guido Ceronetti, Maurizio Cucchi,
Giuseppe Conte e Giorgio Ficara, membri insieme a Antonio Riccardi,
Vivian Lamarque e Arnaldo Colasanti, che ha diretto l' evento.
Nel parterre a dire poco elegante Allegra Agnelli, Federico
Forquet, Domietta Hercolani del Drago, Giancarlo Cerutti con moglie,
Chiara Boroli, il boss della Mondadori Giannarturo Ferrari, Lorenza
Foschini, Emma Bini, Roberto Sergio con la sua Isabella.
Per prudenza Alain Elkan aveva una sciarpa di cachemire, e Mario
D' Urso, con pantaloni taglio jeans verde mela, sfoggiava un grande
ombrello in tinta. Gianni Letta con la moglie Maddalena ha fatto una
sorpresa e ha concluso il premio con uno speach improvvisato.
A conclusione della serata, magnifica cena in villa, con gli
splendidi giardini all'italiana e la piscina addobbati per l'occasione
da Jean-Paul Troili: una nuvola di rose nuovi ospiti che non avevano
fatto a tempo in piazza si sono uniti
[14-07-2009]
CHAPEAU!
E uno stipendio sicuro, diciamo sui 770 mila euro al mese, era quello che
Margherita avrebbe dovuto pagare alla mamma Marella, dopo la morte di
Gianni Agnelli, il re dell'off-shore scomparso con parte del suo
tesoretto. Mario Gerevini, sul Corriere, fa un bello scoop in prima:
"Il patto segreto tra Marella e Margherita. Ecco il testo
dell'accordo del 2004 che la figlia ora rifiuta".
In teoria è un bel punto a favore di Marella, Gabetti e Grande
Stevens nella nota causa sull'eredità. In sostanza è solo nuova cacca
nel ventilatore della famiglia più venerata d'Italia (decine di
agiografie da riscrivere, un piccolo disastro tipografico e ambientale).
da DAGOSPIA
FRANZO NO-GLOBAL
Franzo Grande Stevens, l'avvocato tutore (insieme a Gianluigi
Gabetti) della Sacra Famiglia degli Agnelli è un uomo estremamente
vitale.
Le sue origini sono napoletane e affondano le radici nella storia. Il
nonno era un nobile spagnolo e la mamma apparteneva ad una famiglia
inglese (gli Stevens) nota per i suoi affari nell'esportazione delle
spezie.
A 81 anni Franzo fa girare i neuroni del cervello a una velocità
superiore rispetto a quella di Yaki e Lapo Elkann, i due
"ragazzi" che si è preso sulle spalle come tutore, e non perde
occasione per dimostrare la sua grande esperienza di avvocato.
Ieri ha preso carta e penna e ha scritto un articolo sulle regole
dell'economia che appare sul quotidiano "La Stampa" in forma di
lettera al direttore Mario Calabresi. A onor del vero l'articolo di Franzo
non è Grande e ha il sapore di un esercizio scolastico abbastanza
modesto.
Nel testo si spiega che cos'è la globalizzazione e si nega che
l'economia possa essere governata da un'Autorità con giurisdizione
globale e con poteri di imperio rispetto ai governi nazionali. In pratica
l'avvocato napoletano si allinea perfettamente alla lunga serie di
personaggi che non credono alla possibilità di "regole legali
globali" perché pensano che questa sia semplicemente un'utopia.
La speculazione è tornata a farla da padrona sui mercati, i manager
di Goldman Sachs si inguattano milioni di dollari e il diritto deve
piegare la testa di fronte al teatrino dell'etica. Come direbbero a Napoli
gli amici di Franzo Grande, "è passata la nuttata", ma non è
cambiato nulla.
E Franzo, geloso custode degli interessi della Sacra Famiglia degli
Agnelli, ci tiene a farlo sapere.
"MATRICIDIO" O "INFANTICIDIO"? - “Il patto
segreto tra Marella e Margherita del 2004 che la figlia ora rifiuta” -
un bel punto a favore di Marella, Gabetti e Stevens. In sostanza è solo
nuova cacca nel ventilatore della famiglia più venerata d’Italia...
Mario Gerevini per il
Corriere della sera
Sono sette pagine, dodici articoli (e due omissis) di un documento
riservatissimo. A Ginevra la sera del 18 febbraio 2004 Margherita
Agnelli de Pahlen e la madre Marella Agnelli Caracciolo firmano quei fogli davanti al notaio
Etienne Jeandin.
È l'accordo, raggiunto dopo una brusca rottura e dodici mesi di
negoziato, per la ripartizione dell'eredità miliardaria di Giovanni
Agnelli, scomparso da un anno.
PATTO
2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA
È il documento chiave, tuttora «vigente», che stabilisce a chi
spetta cosa e regola i rapporti tra madre (ha diritto a una rendita
mensile) e figlia (paga la rendita). Marella, per
esempio, a garanzia della «paga» mensile ha in pegno i quadri di Margherita:
se il denaro non arriva, li vende.
Quanti soldi? Qui c'è l'omissis, cioè una cancellatura a pennarello
di 2 centimetri. La cifra dovrebbe essere 770.000 euro al mese, cioè
9,2 milioni di euro all'anno, corrispettivo, come vedremo,
dell'usufrutto. Fondamentale uno specifico articolo di rinuncia ad avere
«alcuna pretesa» su «eventuali donazioni» fatte da Gianni Agnelli a «beneficiari ... chiunque essi siano».
PATTO
2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA
Ma quando madre e figlia quella sera tornano nelle rispettive
residenze svizzere, hanno appena delineato, firmando l'«Accord
Transactionnel», anche il futuro del gruppo Fiat, spianando la strada a
John Elkann, come voleva l'Avvocato. Il Lingotto in
quel momento è in uno dei momenti più difficili della sua storia.
CONVENZIONE
20 DICEMBRE 2004 - MARGHERITA AGNELLI
Madame X e madame Y
Il contratto madre-figlia, in francese, viene depositato in un unico
esemplare (a testa) presso il rispettivo fiduciario e «senza possibilità
di trarne copia». Nel testo le due «madame» vengono indicate come «Mme
X» (Marella) e «Mme Y» (Margherita).
La copia qui riprodotta è identica all'originale, tranne un paio di
cancellature, ed è stata utilizzata dai legali della moglie
dell'Avvocato nel ricorso in Cassazione (perso) per spostare la causa da
Torino alla Svizzera.
Margherita oggi chiede la
nullità degli accordi di Ginevra con la madre. E da altre carte
svizzere emerge il testo di una misteriosa intesa (nella foto sopra un
particolare del documento) tra due fondazioni, Universal Art e
International Art, che dovrebbero essere i veicoli utilizzati da Margherita
e Marella per regolare una parte dei loro
affari. Ecco il contenuto dell'Accord Transactionnel del 18 febbraio
2004.
Il convento a Margherita
L'articolo 1 dice che Marella (sostituiamo X e Y con i
nomi di battesimo) «accetta e farà in modo che Margherita,
o qualsiasi entità che ella designerà, riceva ... in piena proprietà
gli attivi menzionati nell'allegato 1; in nuda proprietà gli attivi
negli allegati 2 e 3, riservandosi Marella l'usufrutto
vitalizio, senza restrizioni, su tali attivi». Si tratta,
sostanzialmente, della parte preponderante del patrimonio di famiglia
cioè le varie residenze (Villa Frescot, il palazzo di Roma davanti al
Quirinale, la casa di Villar Perosa e vari altri immobili), oltre a
società off-shore, titoli azionari e un'immensa collezione di quadri,
sculture e oggetti d'arte di grande valore. Quanto? Non si indicano
cifre, ma Jean Patry, ex avvocato di Margherita,
ha parlato di 1,1 miliardi complessivi. Dagli allegati spunta anche il
convento di Alziprato, in Corsica, una costruzione del XVI secolo, casa
di vacanze degli Agnelli, passato da Marella a Margherita.
Il fisco più appropriato - L'articolo 2 stabilisce che Margherita
«cede e trasferisce» a Marella gli attivi
dell'allegato 4. E qui è regolato, probabilmente, il transito da figlia
a madre (che poi donerà al nipote John Elkann) della
quota della Dicembre, la cassaforte del gruppo Exor-Fiat. L'articolo 3
è breve e sofisticato: «Gli attivi ... saranno trasferiti secondo le
modalità fiscalmente più appropriate». Al quarto articolo «Margherita
riconosce ... di aver ricevuto sin d'ora l'integralità di
quanto le potrebbe spettare nella successione della madre e sarà
integralmente soddisfatta dei propri diritti». Cioè si chiude la
partita ereditaria tra madre e figlia.
La rendita mensile - «Finché Marella sarà in vita
- recita l'articolo 6 - Margherita si impegna a versare
... irrevocabilmente, senza giustificazioni, obiezioni ... un importo
netto di (omissis) tutti i mesi a (omissis) (la Società)». Sono i 770
mila euro e la madre designa una società apposita per incassare la
mensilità. Margherita poi si impegna a «sottoporre a
pegno» a favore di Marella un lungo elenco di
preziosissimi quadri di cui ha la nuda proprietà ma che sono in
usufrutto alla madre. E Marella «s'impegna a non
spogliarsi di tutti o parte dei suddetti quadri ... salvo il caso che
l'importo della rendita ... non sia stato pagato». In questa ipotesi
Marella può vendere i quadri per «coprire il montante della rendita
rimasto insoluto».
Accordo tombale? - Pensando alla guerra giudiziaria in corso,
l'articolo 8 è centrale: «... Margherita e Marella
riconoscono di non avere più alcun diritto, direttamente o
indirettamente, nella successione del Signor X (Giovanni
Agnelli, ndr), e di non avere da elevare alcuna pretesa per qualsiasi
motivo l'una verso l'altra né nei confronti di chiunque, direttamente o
in qualsiasi altra maniera». Poi il capitolo donazioni.
Intoccabili donazioni - «Marella e Margherita riconoscono in tal modo che eventuali donazioni fatte ... da
Giovanni Agnelli, quali che ne siano il tempo, il luogo
o i beneficiari, soggette o meno a contestazione ... e pur se abbiano
ecceduto la quota disponibile, non debbono formare oggetto di alcuna
azione o pretesa segnatamente per nullità, indennizzo, restituzione,
riduzione, collazione. Marella e Margherita rinunciano
irrevocabilmente ad elevare qualsiasi pretesa a riguardo dei beneficiari
di tali donazioni, chiunque essi siano».
[15-07-2009]
|
Un entusiasta pezzo del Corriere ci racconta pregi e virtù di Anna
de Phalen, nipote dell'AvvoCATO off shore: "Sfilo e canto, come Carlà"
- I rapporti con John e Lapo? "Ci vogliamo molto bene".
Rassicurati gli operai Fiat di Termini Imerese...
Gian Luigi Paracchini per
il "Corriere della Sera"
Bella, ma anche con le idee molto chiare. «Mi è sempre piaciuto
recitare e cantare. Ci vorrei provare. Mi sto impegnando molto, studio,
canto. Sto preparando pure un album di canzoni. Spero possa andare bene».
Sulla rotta Torino-Parigi, un'altra italiana dopo Carla Bruni,
potrebbe planare su una hit-parade musicale: Anna de Pahlen, 20 anni,
bionda, occhi azzurri, un metro e ottanta di longilinea statuarietà,
figlia di Margherita Agnelli e del nobiluomo francese di origine russe
Serge.
Ma al di là delle aspirazioni cine-teatral-canore, Anna si sta
imponendo come una delle più ricercate it-girls, intese come ragazze
ricche di fascino, glamour e cognome evocante. Durante le sfilate la si
è vista in prima fila e i fotografi sono andati a nozze. Tre
apparizioni che hanno lasciato il segno: Givenchy, Jean Paul Gaultier,
Valentino.
«Ma mi piacciono pure altri stilisti - dice come per rassicurare
gli assenti -. Fendi e Gianbattista Valli, tanto per fare due nomi».
Sa come vanno le cose e si adegua. Da Gaultier si presenta in nero
elegante, da Valentino qualche ora dopo, in grigio molto corto. Posare
le è naturale: fa parte di un'agenzia di modelle e ha partecipato anche
a una campagna di Moncler.
Ma che cosa dicono la mamma e la nonna Marella della sua scelta di
campo? «Sono tutte e due molto contente». E i fratelli? La dura
contesa ereditaria ha creato problemi con John, Lapo e Ginevra Elkann?
«Su questo argomento non ho nulla da dire, comunque i rapporti fra noi
fratelli (ci sono pure Maria, Pietro, la gemella Sofia e Tatiana de
Pahlen, ndr) restano ottimi e ci vogliamo davvero tutti molto bene».
Meglio tornare alla musica. Che tipo di musica? «Ho una vera
adorazione per Lauryn Hill, per il blues e il soul in generale, quindi
aggiungo anche qualche nome classico tipo Aretha Franklin».
Anna parla, come diversi suoi fratelli, sempre in bilico tra l'anglo-franco-italiano
diventata per tutti loro ormai un'unica lingua. Dunque se deve parlare
dei suoi studi di recitazione usa il termine acting e così via. Ma la
sua città ideale è Parigi? «Ci vivo, studio, però a Londra ci si
diverte di più e Roma è la più bella città del mondo».
I troppi impegni le precludono per ora l'ipotesi di un fidanzato.
E la passione segreta? «Il pugilato thailandese, mi ci ha indirizzato
mio fratello Pietro, è straordinario».
[09-07-2009]
|
MARGHERITA ATTACCA: "AVETE IGNORATO CHE GIANNI AGNELLI AVESSE
UN EREDE, CIOé IO" - questione BOLLENTE: riguarda il controllo della
Fiat. E DI SOCIETà QUOTATE IN BORSA - LETTERA: LA rottura violentissima
tra madre e figlia nella famiglia più famosa d’Italia - Lei, Marella,
si firma con il cognome Agnelli. E poi chiama la figlia "signora de
Pahlen"
Mario Gerevini per il
"Corriere della Sera"
«Il mio erede sarà John Elkann». Questo voleva Gianni Agnelli e
questo è successo. Vecchia questione superata dai fatti? Successione
tra nonno e nipote ormai acquisita e pacifica? A Torino, nella causa
sull'eredità dell'Avvocato, l'argomento scottante del controllo della
Dicembre e delle modalità con cui lo si è raggiunto affiora qua e là
nelle carte.
Margherita Agnelli attacca. Alcuni scambi di lettere tra i
protagonisti raccontano retroscena finora sconosciuti. La questione non
è secondaria: riguarda il controllo della Fiat. Ed è anche delicata:
molte società del gruppo sono quotate in Borsa. Così come è di grande
importanza una lettera autografa di Marella Caracciolo, di cui il
Corriere è venuto in possesso, indirizzata a Gianluigi Gabetti, Franzo
Grande Stevens e Siegfried Maron, subito dopo l'avvio dell'offensiva
giudiziaria contro di loro della figlia Margherita.
Dicembre è la società che detiene il 32% della Giovanni Agnelli
sapa, l'accomandita che governa il gruppo Exor-Fiat. Chi controlla la
Dicembre è dunque l'azionista di riferimento del gruppo. Una volta era
l'Avvocato, oggi è il nipote John Elkann, figlio di Margherita.
Dopo la morte di Gianni Agnelli l'assetto della cassaforte vedeva
al 33% ciascuno John, la madre Margherita e la nonna Marella Caracciolo.
La nonna poi donò il 25% al nipote che salì al 58%. Infine liquidò
con 105 milioni la figlia Margherita che uscì del tutto dal gruppo.
Lo statuto della Dicembre, i patti, come ha rivelato Il Sole 24
Ore, e anche le partecipazioni simboliche (un'azione ciascuno) dei
quattro garanti (Gabetti, Cesare Ferrero, Grande Stevens e la figlia
Cristina) disegnano una governance che garantisce continuità ed evita
sorprese. Il tutto in ossequio alla volontà di Gianni Agnelli.
Per Margherita, tuttavia, non è così scontato. I suoi avvocati
scrivono che Grande Stevens, gestendo il riassetto della Dicembre, ha
interpretato autonomamente la volontà dell'Avvocato. Anzi «l'asserita
volontà», c'è scritto in uno degli atti depositati. E la differenza
non è da poco. Poi, sempre secondo Margherita, sarebbe stato ignorato
il fatto che Gianni Agnelli avesse un erede, cioè lei stessa, e che
John ha sette fratelli.
Qual è allora l'obiettivo? Mettere in discussione ex post
l'assetto della Dicembre? Alzare i toni dello scontro giudiziario fino
al limite? O, una volta di più, tentare di provare il ruolo (presunto)
di custodi e gestori del (presunto) tesoro da parte di Grande Stevens e
Gabetti? I contratti e le donazioni da cui è scaturito l'attuale
assetto sembrano inattaccabili. Ma la questione è stata formalmente
sollevata.
E su questo tema spuntano due lettere di cui è possibile fare una
sommaria ricostruzione. La prima è di Gabetti e si riferisce a una
riunione della Dicembre con Gianni Agnelli ancora in vita. Nella
missiva, forse indirizzata a tutti i soci dello «scrigno» di famiglia,
si parla espressamente della volontà dell'Avvocato di donare al nipote
la sua quota per assumere di fatto il controllo del gruppo.
In un'altra lettera, anteriore al contenzioso, è Grande Stevens a
scrivere a Margherita per ribadire che l'Avvocato aveva espressamente
confidato a lui e a Gabetti la volontà che la sua quota alla sua morte
andasse al nipote John. Appena un mese dopo la scomparsa dell'ex
presidente Fiat, ci fu, all'apertura della successione, la prima rottura
tra Margherita e gli esecutori testamentari.
Lo scontro sfociò in una dura lettera di Margherita a Gabetti.
Ecco la risposta dell'anziano professionista che da 35 anni è punto di
riferimento per tutta la famiglia: «È stata un'esperienza sorprendente
- scrive a Margherita a proposito di quella riunione -. Non mi rimane
che sperare che i più giovani collaboratori che si occupano di questa
pratica (il riferimento è a Gianluca Ferrero e Maron, ndr) riscuotano
miglior riguardo di quello riservato al sottoscritto e diventare un
presidio prezioso di tutela degli interessi della famiglia Agnelli».
La «pratica» è quella dell'eredità e Gabetti con questa
lettera se ne chiama fuori. Nel febbraio 2004 Margherita e la madre
raggiungono un accordo definitivo. Alla figlia vanno beni per oltre un
miliardo di euro, secondo cifre non confermate. Poi la situazione
precipita, fino alla causa intentata da Margherita Agnelli de Pahlen
anche contro la madre. Cioè storia di questi ultimi due anni.
La lettera di Marella ai tre manager, qui riprodotta, è un
documento a favore della loro estraneità alla gestione del patrimonio
personale dell'Avvocato. E racconta in sintesi come è andata la
trattativa sull'eredità. Ma descrive anche, seppure tra le righe, il
trauma di una rottura violentissima tra madre e figlia nella famiglia più
famosa d'Italia. Lei, Marella, si firma orgogliosamente solo con il
cognome del marito: Agnelli. E poi chiama la figlia «signora de Pahlen».
È come una sentenza di condanna familiare.
[06-07-2009]
L’AFFAIRE AGNELLI ARRIVA IN PROCURA – L’AVVOCATO GAMNA SPORGE
DENUNCIA CONTRO IGNOTI PER “ESTORSIONE IN CONCORSO E CONTINUATA” –
GIALLO: DOVE è FINITA LA CONSULENZA PAGATA DA MARGHERITA AGNELLI (15 MLN
€) ? – AVV. CHIOMENTI PRONTO A CONTRO-DENUNCIARLO…
Fabio Sottocornola e
Franco Stefanoni per "Il Mondo"
1 - L'AFFAIRE AGNELLI ARRIVA IN PROCURA...
Una denuncia contro ignoti con l'ipotesi di «estorsione in concorso e
continuata» e una causa civile con richiesta milionaria di
risarcimento. In entrambi i casi il protagonista è, o meglio dire
sarebbe, l'avvocato Emanuele Gamna, 57 anni, coinvolto nella disputa
ereditaria aperta da Margherita Agnelli de Pahlen (il Mondo 26 e 27).
Gamna avrebbe preparato una denuncia da consegnare alla procura della
Repubblica di Milano per sostenere di essere stato vittima di «forti
pressioni» psicologiche nell'ambito del suo mandato.
Ma un fascicolo autonomo sarebbe stato aperto anche dal pubblico
ministero Eugenio Fusco (dal 30 giugno è in ferie), che avrebbe
assegnato alla Guardia di finanza l'acquisizione di materiali. Gamna ha
affidato la sua difesa al collega Giuseppe Jannaccone, che però non
vuole aggiungere altro: «È una storia troppo delicata, non posso dire
nulla».
Ma allo stesso tempo, Gamna potrebbe essere oggetto di un'azione
legale da parte dello studio Chiomenti, di cui l'avvocato è stato a
lungo socio. Chiomenti sta infatti valutando di presentare una richiesta
di risarcimento danni, affidata al legale e docente dell'Università
Cattolica Vincenzo Mariconda. Da Chiomenti, uno dei più prestigiosi e
discreti studi legali italiani, fanno sapere che lo scoppio della
vicenda che vede coinvolto Gamna ha creato sconcerto e molta
irritazione.
A caldo, a metà giugno, mentre venivano appresi dalla lettura del
Mondo i risvolti e l'inedita ricostruzione della saga Agnelli, i partner
della law firm hanno deciso di agire d'urgenza, con la convocazione
dell'assemblea dei soci per varare «l'allontanamento immediato dallo
studio per fatti gravissimi» di Gamna. Una soluzione netta, con pochi
precedenti. Ma non solo: Chiomenti ha intenzione di difendersi a tutto
campo. «Ulteriori azioni non sono escluse», aggiungono infatti nello
studio.
2 - LA GAMNA DEI SOSPETTI...
Per comprendere le ragioni di tanto allarme bisogna fare qualche passo
indietro. Tutto è iniziato con la divisione del patrimonio di Gianni
Agnelli, a capo del sistema Fiat, scomparso il 23 gennaio 2003. In un
primo tempo la figlia Margherita ha accettato un patto successorio che
prevede l'ottenimento di una quota ereditaria contro la rinuncia ad
altri diritti. Si tratta di un cosiddetto accordo tombale, con
Margherita che esce per sempre dalla società Dicembre, capofila della
catena di controllo Fiat.
Dal punto di vista legale, l'erede Agnelli ha avuto al proprio
fianco l'avvocato ginevrino Jean Patry e appunto Gamna. Quest'ultimo,
figlio di Federico, già presidente del collegio sindacale di Ifi
(holding del gruppo Fiat), conosce bene le vicende della famiglia
torinese. Emanuele è marito di Raimonda Lanza di Trabia, figlia del
nobile siciliano Raimondo, grande amico di Susanna Agnelli (scomparsa il
16 maggio 2009), sorella di Gianni.
Inoltre, il pugliese Pasquale Chiomenti, fondatore dell'omonimo
studio, è stato a lungo il legale di riferimento della Fiat, prima che
al suo posto da Napoli arrivasse Franzo Grande Stevens. Insomma, tra
Gamna e gli Agnelli c'è familiarità. È dunque grazie a lui, e a Patry,
che dopo dieci mesi di negoziati Margherita Agnelli de Pahlen a inizio
2004 chiude la partita ereditaria, ottendendo, stando ai carteggi
rivelati dal Mondo, 1 miliardo e 166 milioni.
Per la consulenza legale la figlia dell'Avvocato versa 25 milioni
di euro, 15 dei quali attribuibili a Gamna. Denaro che tuttavia non
risulterebbe in via ufficiale e che sarebbe probabilmente rimasto
nell'ombra se, a fine maggio 2007, non fosse nel frattempo deflagrata a
Torino la querelle giudiziaria che ha opposto e oppone tuttora
Margherita a Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Sigfried Maron, ovvero
i professionisti che secondo l'erede sono i gestori del patrimonio
paterno.
Margherita chiede loro di chiarire l'eventuale esistenza di altri
asset patrimoniali di cui potrebbe essere stato titolare il padre
Gianni. Proprio tra le pieghe del procedimento torinese prende corpo la
questione della parcella da 25 milioni. Margherita, attraverso i nuovi
avvocati Charles Poncet e Girolamo Abbatescianni, solleva il problema:
come si giustifica tale «astronomica» cifra e quale strada ha
intrapreso?
Della parcella, bonificata su un conto cifrato della banca Pkb di
Lugano di cui Patry nel 2004 è presidente, risultano fatturati solo 10
milioni, cioè la parte dell'avvocato elvetico. Il resto? Sparito, e a
nulla serve un'istanza di sequestro avanzata da Margherita. Poncet, nel
tempo, chiede più volte come la somma sia stata ripartita. La faccenda
finisce anche in tribunale a Ginevra, con Patry che si difende
riportando gli atti che riguardano il pagamento che gli compete, ovvero
di 10 milioni.
Quanto a Gamna, è Poncet che, della primavera 2008, in uno
scambio epistolare con la società Edifin service presieduta da Serge de
Pahlen (marito di Margherita) indica come «scandalosamente elevato»
l'onorario intascato dal precedente legale della sua cliente, che
avrebbe «abusato della sua fiducia per estorcere il consenso». Da qui,
secondo Poncet, l'esigenza di recuperare il denaro da parte della figlia
dell'Avvocato.
Il legale svizzero spinge per trovare un accordo con Gamna, ma
quest'ultimo sembra tergiversare. C'è anche il progetto di presentare
un affidavit (dichiarazione giurata) sul tema da far firmare a Gamna,
nel frattempo difeso dall'avvocato ginevrino Marc Bonnant. A conti
fatti, però, Poncet considera l'affidavit un «esercizio di
equilibrismo» e Gamna «in combutta con la vostra parte avversa», cioè
Gabetti e Grande Stevens. Dunque, a giudizio del consulente di
Margherita, Gamna sarebbe stato con un piede in due scarpe.
Viene anche presentato un esposto all'Ordine forense di Milano.
Intanto, del contenuto dell'affidavit con la versione di Gamna, così
come del resto della vicenda, Chiomenti sostiene di non aver saputo
nulla. Poncet, a inizio 2009, avrebbe inviato una missiva allo studio
per spiegare come stavano le cose. Viene riferito che i soci, per
tutelarsi, avrebbero reagito incaricando un legale svizzero. Ma
Chiomenti, interpellato, smentisce: «Abbiamo scoperto la cosa solo a
maggio. La lettera di Poncet era stata occultata».
[06-07-2009]
Paolo Griseri per
"la Repubblica"
Margherita Agnelli sceglie i legali di Antonio Giraudo, l´ex ad
della Juventus molto vicino a Umberto e Andrea Agnelli, e dei grandi
accusatori di Cesare Romiti nel processo per i fondi neri Fiat (come
Vittorio Ghidella e Clemente Signoroni).
i
La svolta nel processo per l´eredità dell´Avvocato giunge dalla
Svizzera: «Margherita Agnelli de Pahlen comunica che, per una mutata
strategia difensiva, ha deciso di sostituire gli attuali difensori, ai
quali va il proprio ringraziamento».
Poco dopo, tocca proprio a uno degli ex legali della figlia di
Agnelli, Girolamo Abbatescianni (l´altro era lo svizzero Charles Poncet)
confermare tutto: «Ho ricevuto dai colleghi Andrea e Michele Galasso di
Torino e dal professor Paolo Carbone di Roma la comunicazione del loro
nuovo incarico. Preso atto che la mutata strategia difensiva è
incompatibile con quella fino a ora portata avanti, io e il collega
Poncet ringraziamo la signora Agnelli per la fiducia accordata in questa
controversia dagli altissimi profili giuridici». Silenzio assoluto,
invece, da parte dei Galasso e di Carbone.
Ma chi sono i tre professionisti che tuteleranno Margherita e
perché la loro scelta costituisce un cambio di scenario? Carbone è un
docente di diritto privato molto stimato, ma a suscitare scalpore è
soprattutto il nome di Andrea Galasso (affiancato dal figlio Michele).
È un penalista con un importante passato politico (è stato
deputato e assessore della città) e ha avuto un ruolo come difensore
nei processi di Tangentopoli e infine nel dibattimento che, negli Anni
Novanta, si è concluso con la condanna di Romiti per falso in bilancio
nei conti della Fiat.
Galasso tutelava alcuni manager della cordata "umbertiana"
(quella legata a Umberto Agnelli e sconfitta da Enrico Cuccia nell´estate
del 1993) le cui deposizioni sui fondi esteri furono decisive. E uno dei
nodi del procedimento civile sull´eredità riguarda proprio la presunta
esistenza di denaro mai dichiarato e affidato a società offshore.
A questo punto, sia l´esperienza penalistica che le profonde
conoscenze della storia del management del gruppo Exor-Fiat da parte di
Galasso potrebbero segnare quella svolta auspicata ieri dalla figlia
dell´Avvocato.
Infine, tra i testimoni già indicati nel procedimento, spunta
anche il nome di un altro importante ex "umbertiano": Gabriele
Galateri di Genola, a lungo collaboratore di Gianluigi Gabetti in Ifi ed
Exor Group. Da parte loro, i difensori di Gabetti, Franzo Grande Stevens
e dello svizzero Siegfied Maron, hanno citato invece il presidente della
Fiat Luca Cordero di Montezemolo.
[07-07-2009]
Riceviamo e pubblichiamo:
Caro Dagostino, nell'articolo di Repubblica a firma Paolo Griseri sfugge
un particolare importantissimo che riguarda la scelta dell'avv. Paolo
Carbone come nuovo difensore di Margherita Agnelli: Carbone, infatti, non
è solo un docente di diritto privato molto stimato, ma è niente po' po'
di meno che il figlio del dott. Vincenzo Carbone, attuale Primo Presidente
della Suprema Corte di Cassazione. Per come funzionano le cose in Italia,
la signora Agnelli ha giustamente identificato e scelto il suo "uomo
all'Avana" presso la più importante Magistratura della Repubblica.
Astuta, anzi astutissima la signora De Pahlen....
Lucifugo |
CHIAMATI A TESTIMONIARE GLI SCHICCHISSIMI: Monteprezzemolo,
Galateri, Paolo Fresco e Braggiotti...
Mario Gerevini per il
"Corriere della
Sera"
Nello scontro sull'eredità Agnelli si apre il capitolo dei
testimoni. E sono grossi calibri: da Gabriele Galateri di Genola a Luca
Cordero di Montezemolo, da Paolo Fresco al banchiere Gerardo Braggiotti.
Le indiscrezioni che circolavano da alcuni giorni hanno trovato
ieri conferme attendibili. Ma sarà comunque il giudice Brunella Rosso
del Tribunale civile di Torino a stabilire (forse entro il mese) quali
documenti di prova e quali testimoni eventualmente ammettere.
La vicenda vede Margherita Agnelli de Pahlen pretendere da
Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron il rendiconto
di tutti i beni dell'Avvocato, scomparso nel gennaio 2003, sul
presupposto che i tre manager fossero i gestori di quel patrimonio
personale e che una parte di quei beni non sia mai entrata nel «consolidato»
ereditario, diviso nel 2004 con la madre Marella Caracciolo, anche lei
chiamata in giudizio.
Il giudice torinese, tuttavia, potrebbe anche decidere di arrivare
subito a sentenza e questa, a logica, dovrebbe essere la richiesta
formulata da Gabetti & C. Del resto sarebbe una strategia legale
coerente con la posizione da sempre ribadita, ovvero che non esiste
materia del contendere semplicemente perché loro (i tre manager) non
hanno mai gestito alcunché del patrimonio personale dell'Avvocato.
La causa ruota intorno al seguente interrogativo: Gianni Agnelli
ha conferito un mandato di gestione (disgiunto) dei suoi beni personali
ai tre manager? Ad oggi non c'è una carta che lo dica. Dunque la
strategia di Margherita è dimostrare che il mandato era nei fatti,
indagando quei fatti. Strategia opposta è smontare uno per uno i fatti
e, in sostanza, dimostrare che Gianni Agnelli si gestiva da solo il suo
patrimonio.
Ecco un punto su cui alcune testimonianze («Vero che...?», è la
formula di rito) potrebbero essere decisive, se saranno ammesse.
Gabetti, che è il principale obiettivo dell'offensiva di Margherita,
avrebbe chiamato a testimoniare Luca di Montezemolo, attuale presidente
Fiat e fino all'ultimo in rapporti strettissimi con l'Avvocato, Gabriele
Galateri, ex amministratore delegato di Ifi, Ifil e Fiat (la filiera
societaria di vertice del gruppo torinese) e oggi presidente di Telecom,
Paolo Fresco che era presidente del Lingotto quando Gianni Agnelli morì.
Anche alcuni membri della famiglia, tra quelli coinvolti nella gestione
del gruppo, sarebbero indicati come testi.
Margherita, dal canto suo, vuole la testimonianza degli stessi
Gabetti, Franzo Grande Stevens e Maron ma nella lista avrebbe messo
anche Galateri e Fresco, che dunque si troveranno in un fuoco incrociato
di domande. E qui il confronto potrebbe essere durissimo. L'ultimo nome
che circola, probabilmente indicato da Gabetti o Grande Stevens, è
quello del banchiere di Banca Leonardo, Gerardo Braggiotti, storico
consulente del gruppo torinese.
Nel frattempo riemergono vecchie carte del 2003-2004, cioè il
periodo di negoziazione sull'eredità, sfociato negli accordi di
febbraio 2004. Da quei documenti si ricava che fin da allora sull'Opa
Exor gli avvocati di Margherita Agnelli, che non erano quelli attuali,
avevano chiesto lumi sull'identità degli azionisti che avevano aderito
all'offerta e incassato 1,4 miliardi. Secondo un'audace ipotesi
dell'attuale difesa di Margherita, dietro alcune fiduciarie potrebbe
esserci stato l'Avvocato Agnelli.
[02-07-2009]
AGNELLI MA TACCAGNI - PROVINCIA DI TREVISO E UN COMITATO CHIEDEVANO
ALLA FAMIGLIA UN “ATTO DI CORTESIA” PER RIMETTERE 4 BASSORILIEVI IN
GESSO DEL CANOVA A VILLA FRANCHETTI – L’AVVOCATO LI AVEVA REGOLARMENTE
COMPRATI NEGLI ANNI ’70: RISPOSTA NEGATIVA…
Dal "Gazzettino di
Venezia"
Nessun "beau geste", niente atto di cortesia o di
pacificazione. La famiglia Agnelli non ha nessuna intenzione di
restituire alla Provincia i quattro gessi del Canova, dei bassorilievi,
rimasti per una vita a Villa Franchetti, poi misteriosamente spariti
all'inizio degli anni Settanta e infine ritrovati in Piemonte a villa
Frescot, residenza storica dell'Avvocato e della moglie Marella Agnelli
Caracciolo.
Le opere d'arte rimarranno quindi alla celebre famiglia piemontese
che, di fatto, ha risposto picche al tentativo di mediazione fatto da un
comitato appositamente formato nel 2007 e appoggiato anche dal
procuratore di Treviso Antonio Fojadelli, dall'ex assessore alla cultura
di Villorba e regista teatrale Paolo Trevisi e dall'assessore
provinciale Marzio Favaro.
Agli Agnelli è stato chiesto di cedere alla Provincia in comodato
d'uso i gessi del celebre scultore. Richiesta liquidata con un secco
"no, grazie". Cadono così tutti i propositi di riportarli
nella loro collocazione naturale, ovvero la splendida cornice di villa
Franchetti, nel trevigiano.
Dei gessi del Canova si inizia a parlare nel marzo del 2004,
quando viene resa nota un'operazione condotta dal nucleo di polizia
tributaria della Guardia di Finanza di Venezia che si occupa della
tutela del patrimonio artistico.
I finanzieri eseguono un provvedimento firmato dal sostituto
procuratore di Treviso Iuri De Biasi, che ha in piedi un'inchiesta
contro ignoti a seguito di una violazione del testo unico su beni
culturali, che punisce con l'arresto da sei mesi a un anno chi rimuove
senza autorizzazione opere sottoposte a vincolo.
Il nodo da sciogliere è verificare i termini dell'accordo con
cui, nel 1971, la Provincia acquistò dal barone Franchetti la storica
villa lungo il Terraglio lasciando, forse, all'ex proprietario la
possibilità di portare via i bassorilievi del Canova. Il punto da
chiarire è proprio se il barone poteva portarseli via o meno. Il
fascicolo, dal punto di vista penale, venne in seguito archiviato.
La famiglia Agnelli non ha mai commesso alcun illecito. Sarebbe
stato Giovanni Agnelli in persona ad acquistare regolarmente le opere
d'arte da un industriale bresciano (che a sua volta le aveva prese da un
antiquario del posto) dopo averne verificata la provenienza.
I bassorilievi furono quindi portati a villa Frescot, residenza
dell'avvocato. E lì rimasero, custoditi con ogni cura, fino all'arrivo
della Finanza che li mise sotto sequestro ma lasciandoli al loro posto.
Si sviluppò però un braccio di ferro tra la Provincia e la stessa
famiglia Agnelli.
Nel 2004 l'allora presidente della Provincia Luca Zaia disse
subito che le quattro opere d'arte, realizzate tra il 1787 e il 1792 e
dal valore di oltre quattro milioni di euro e grandi due metri e mezzo
per uno e mezzo, dovevano tornare a casa loro, a villa Franchetti. Mise
quindi il caso nella mani dell'avvocato trevigiano Massimo Malvestio e
dichiarò la Provincia "parte offesa", espediente che le
permise di entrare nel procedimento giudiziario.
«Facciamo un atto di rivendicazione del bene - disse Zaia -
chiedendo che ci vengano restituiti i bassorilievi. Stiamo parlando di
opere d'arte di valore inestimabile». Zaia avrebbe voluto riportarli a
Treviso e creare un'esposizione permanente di scultura intitolata
proprio agli Agnelli. Ma ogni proposito si scontrò contro la volontà
della famiglia di mantenere il possesso delle opere.
Alla fine il tribunale del Riesame, accogliendo la richiesta dello
studio legale Chiusano che da sempre si cura degli interessi degli
Agnelli, decise di togliere il provvedimento di sequestro è stabilì
che dovessero essere il Ministero dei Beni Culturali a stabilire dove
sistemare i bassorilievi. Decisione che, al momento, non è stata ancora
stata presa.
Per questo nel 2007 nacque il comitato, per chiedere agli Agnelli
una sorta di atto di cortesia e di concedere in comodato d'uso le opere
d'arte alla Provincia. La risposta della famiglia, alle prese con la
complesse vicenda dell'eredità dell'Avvocato, è arrivata in questi
giorni e non è stata per nulla positiva.
La Provincia, al momento, ha scelto di non commentare. Il
presidente Leonardo Muraro vuole capire bene come stanno le cose, anche
perchè l'argomento col passare degli anni si è fatto sempre più
delicato. Intanto i bassorilievi se ne rimangono al sicuro in casa
Agnelli.
Re Silvio non si da pace per la disparità di trattamento rispetto
l'Avvocato, citando agli stretti sodali qual passo del volume
"Agnelli l'irresistibile", uscito una ventina di anni or sono
dalla penna della giornalista francese Marie France Pochna, nel quale si
ricorda come presso un ristorante francese dove cenava l'Avvocato vi erano
al tavolo accanto due giovanissime bellezze da capogiro. E alla domanda su
chi fossero, rivolta al titolare del ristorante da un commensale turbato
dalla carica sexy delle due, la risposta orgogliosa e piena di ammirazione
fu: "Il dopocena di monsieur Agnellì..." (Papi dimentica solo
che Gianni Agnelli non ricopriva una carica istituzionale) |
PER GLI AGNELLI è GIà “DICEMBRE” – BLINDATA L'HOLDING DI
FAMIGLIA: SOLO I FAMILIARI DIRETTI POSSONO EREDITARE LE QUOTE DEGLI ALTRI
– YAKI NON PUò DECIDERE DA SOLO LA VENDITA DI AZIONI A TERZI, NEPPURE
AI SUOI FAMILIARI, SENZA IL CONSENSO DI GABETTI E STEVENS....
Marigia Mangano per "Il
Sole 24 Ore"
È la scatola di controllo dell'impero degli Agnelli.
Per decenni è stata riservatissima, ma adesso grazie a un documento
consultato dal Sole 24 Ore è stata osservata dall'interno. La società
si chiama Dicembre e i suoi patti svelano gli equilibri che governano la
finanziaria che comanda l'intero gruppo Fiat.
Sono quattro le clausole chiave: il ruolo di garanti dell'avvocato
Franzo
Grande Stevens, di Cristina Grande Stevens,
di Gianluigi Gabetti e di Cesare Ferrero,
tutti azionisti con una quota simbolica della società; la clausola di
consanguineità, evoluzione della vecchia norma di
"consolidamento"; la successione, curata nei minimi dettagli
sia per i soci di famiglia sia per i garanti; infine, i poteri (e i
limiti degli stessi) di John Philip Elkann, l'erede
designato da Giovanni Agnelli.
Sono questi i patti della Dicembre, la società che custodisce la
quota di controllo, pari al 32%, dell'accomandita Giovanni
Agnelli & C Sapaz, a sua volta socia di riferimento della
Fiat. Finora tale veicolo è stato inaccessibile, complice la scelta
della forma giuridica di società semplice che garantisce la totale
riservatezza e la decisione della famiglia di non registrarla.
Il documento alza così il velo sugli equilibri all'interno di questa
scatola, in cima alla lunga filiera che porta al Lingotto e ripercorre
la lunga vicenda che ha portato all'uscita di scena di Margherita
Agnelli e all'apertura del fascicolo dell'eredità. Ma
soprattutto, in queste dodici disposizioni, ci sono novità clamorose.
Una su tutte: nessuno, tra i soci della Dicembre, perfino
John
Elkann che ne ha la maggioranza del capitale, può prendere
decisioni in tema di modifica degli accordi o dell'assetto azionario
senza che la maggioranza dei "garanti" dia il benestare. E
questo fin dai tempi in cui, a comandare, era l'Avvocato Agnelli.
I poteri
Punto di partenza per spiegare la storia della cassaforte degli Agnelli è il suo funzionamento quando era ancora in vita l'Avvocato.
La prima versione dello statuto risale al 3 aprile del 1996. E già
allora, tutto era stato predisposto per la successione di Yaki,
all'epoca appena ventenne. Il 10 aprile l'Avvocato trasferisce la nuda
proprietà del 24,87% della Dicembre, donandola al nipote.
Il libro soci della società semplice vedeva così Gianni
Agnelli con la piena proprietà del 25,374%, mentre Elkann,
la figlia Margherita e la moglie Marella detenevano la
nuda proprietà del 24,87% a testa. L'usufrutto restava nelle mani
dell'Avvocato.
Contemporaneamente alla donazione è stato cambiato il cuore dei
patti della Dicembre, l'articolo 9. Nella prima versione era previsto
che «i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione e
disposizione senza eccezione alcuna spettano singolarmente al socio
signor Giovanni Agnelli. Qualora il signor Giovanni
Agnelli mancasse, l'amministrazione ordinaria spetterà al
socio Franzo Grande Stevens, mentre l'amministrazione straordinaria ai
soci Marella, Margherita e John
Elkann, Gabetti, Grande Stevens, Cristina Grande Stevens e Cesare Ferrero
con
firma congiunta».
Tale disposizione, contemporaneamente alla
donazione dell'Avvocato a John Elkann, è stata
modificata, disponendo che tutti i poteri di amministrazione della
società «dovevano» passare a John Elkann alla morte
dell'Avvocato. Una volontà rispettata da tutti i soci (inclusa
Margherita che sottoscrisse la nuova norma) che, dopo la sua morte,
hanno modificato l'articolo 9 dello statuto della Dicembre così: «I
poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione spettano, senza
eccezione alcuna, singolarmente al socio John Philip Elkann».
Gianni
Agnelli
Il ruolo dei garanti
La libertà di manovra del vice presidente della Fiat non è però
assoluta. Specie in tema di modifica dei patti o trasferimento di quote
della Dicembre a terzi, siano essi membri della famiglia, anche figli o
fratelli, sia perfetti estranei. E qui entra in gioco il ruolo dei
quattro garanti: Gabetti, Ferrero, Grande
Stevens e la figlia Cristina. Gli assetti azionari della
cassaforte, né tantomeno i patti della società, possono essere
modificati dai soci, nemmeno da chi, come John, ne ha
la maggioranza.
Per farlo serve (ed è sempre stato così, anche quando era in vita
l'Avvocato) il consenso della maggioranza dei soci ed inoltre di almeno
due soci tra i signori Gabetti, Grande Stevens, Ferrero e Cristina. In altre parole,
l'Avvocato, nell'articolo 8 dello Statuto, ha voluto blindare la
Dicembre chiedendo, per qualsiasi modifica, non solo il consenso del
socio di controllo, oggi rappresentato da Yaki, ma anche dei suoi
collaboratori, di cui si è sempre fidato.
La successione
C'è una terza norma che è stata decisiva negli assetti della Dicembre,
e lo sarà anche in futuro. È quella della successione. Nel momento
della scomparsa dell'Avvocato era stabilito, all'articolo 7 dello
statuto («successione di un socio») che gli eredi potevano essere
liquidati dai soci superstiti. Si tratta della cosiddetta clausola di
consolidamento.
Dopo la morte di Giovanni Agnelli, nell'aprile del
2003, si è proceduto infatti al consolidamento così come previsto
dallo statuto: il pacchetto del 25,37% è stato diviso perfettamente tra
i tre soci della Dicembre, con il risultato finale che la torta vedeva John,
Margherita e Marella con il 33,3%
ciascuno.
A questo punto, decisiva per mettere al sicuro il controllo di
Yaki nella Dicembre, è stata la determinazione con cui Marella
Caracciolo, interpretando la volontà del marito, ha «perfezionato»
la donazione del 25,4% che avrebbe garantito al nipote di salire al
58,7% e prendere così il posto di Giovanni Agnelli nella
proprietà della società semplice.
Il passaggio successivo, datato 2 marzo del 2004 e che segue la
ricapitalizzazione della Dicembre a cui partecipò anche Margherita
(seppur in seconda battuta), vede poi nell'ambito del patto successorio,
l'uscita di scena della figlia dell'Avvocato che ha venduto alla madre
la quota detenuta nella Dicembre. Ed è proprio in questo contesto che
si è deciso di modificare l'articolo sulla successione.
Nella nuova versione, l'articolo 7 della Dicembre prevede che «nel
caso di morte di uno dei soci, gli eredi, se discendenti consanguinei
del socio defunto o se già soci, ascendenti o fratelli del socio
defunto, subentreranno di diritto nella proprietà della quota».
Dunque, nella titolarità delle azioni di Dicembre. Per tutti gli
altri casi tale norma non vale: saranno liquidati. Così come - è
stabilito - gli attuali quattro garanti della Dicembre non potranno
disporre della quota nei confronti degli eredi. Il loro ruolo è
strettamente personale.
[26-06-2009]
FURBETTI DEL LINGOTTO - DALLe carte segrete di Margherita, SBUCA UNA
DINASTIA CHE POTREBBE INSEGNARE A FIORANI E RICUCCI COME OCCULTARE I SOLDI
ALL'ESTERO - fuori dall’Italia tra 800 milioni e 2 miliardi - MARGHERITA
SPUTTANA TUTTI, MADRE E FIGLI...
Marco Cobianchi per
"Panorama"
Documenti, documenti e ancora documenti. Sono quelli che Panorama ha
potuto consultare per cercare di capire di più del mondo delle società
offshore possedute o, almeno, delle quali ha usufruito, l'avvocato Agnelli.
Come è noto, su quelle società e su ciò che contengono è in corso da
anni un conflitto al calor bianco tra l'unica figlia di Gianni
Agnelli, Margherita, e buona parte del resto
della famiglia.
Un conflitto che nasce dal sospetto di Margherita,
corroborato da una quantità impressionante di carte ufficiali, che una
buona parte delle proprietà e delle disponibilità del padre non siano
state inserite nell'asse ereditario. In altre parole: che siano ancora
all'estero nella disponibilità di qualcuno. A quanto ammontino questi
fondi e chi siano le persone che hanno in mano i fili della piramide
offshore è esattamente l'oggetto della causa civile della quale si sta
occupando il tribunale di Torino.
Però alcune stime sull'entità del patrimonio estero, a questo
punto, si possono fare grazie al lavoro di Marc Hürner,
fondatore della Financial intelligence & processing, il
superconsulente che è stato incaricato da Margherita Agnelli di rintracciare la parte di patrimonio della famiglia che si
trova all'estero. Sulla base dei documenti consultati, la stima
realistica che si può fare è che fuori dall'Italia ci siano tra 800
milioni di euro e 2 miliardi.
Questi soldi sono probabilmente custoditi in quella miriade di
fondazioni, finanziarie, società, trust sparsi nei quattro angoli della
terra che sono stati creati a partire dal 1974 e che hanno cominciato a
essere liquidati a partire dal 2005. Solo in parte, però: molte di
queste strutture, infatti, sono ancora vive e vegete.
Sempre secondo documenti e testimonianze dirette, i consulenti di
Margherita
Agnelli sostengono che questa struttura offshore ha prodotto
una quantità di dividendi almeno dieci volte superiore a quelli
realizzati dalle società italiane.
Quello che emerge, insomma, dai documenti costitutivi, statuti,
regolamenti, bilanci e relazioni delle società della piramide è l'«Agnelli's
way»: il modo, cioè, molto discreto adottato per gestire i soldi della
famiglia.
Di questo sistema di società estere, tuttavia, nessuno della
famiglia si è mai occupato davvero. Allora chi è stato? Secondo Margherita
coloro che hanno messo in piedi la rete di scatole vuote (o
quasi) alimentandole con i soldi provenienti chissà da dove, sono stati
i tre potentissimi consiglieri dell'Avvocato: Gianluigi Gabetti,
Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron.
I tre professionisti che Margherita ha citato in
giudizio chiedendo di tirare fuori tutte le carte (cosa che ancora non
hanno fatto) per conoscere l'esatta situazione patrimoniale della
famiglia. I tre professionisti risultano, in effetti, essere stati
amministratori, consiglieri, fondatori e perfino azionisti di moltissime
delle società che sono al vertice della piramide estera.
Quella piramide che Margherita vuole scoperchiare
per scoprire dove siano i soldi di suo padre e perché non siano stati
divisi tra gli eredi. La parte più delicata del lavoro di Hürner riguarda la ricostruzione dei passaggi che hanno permesso a
John
Elkann, primogenito di Margherita, di
diventare leader della famiglia attraverso la maggioranza della società
Dicembre, cassaforte del gruppo.
Questo è il nodo fondamentale di tutta la
vicenda sia perché si tratta di guardare dentro il cuore dell'impero ma
anche perché sul controllo della Dicembre si è consumato, dal punto di
vista di Margherita, la vera ingiustizia: non solo lei,
unica figlia dell'Avvocato, è stata tagliata fuori ma non sono entrati
a far parte della società né i fratelli di John (Lapo e Ginevra) né gli altri cinque figli avuti
dal suo secondo marito, Serge de Pahlen.
Per capire da dove nasce il risentimento di Margherita
Agnelli occorre fare un passo indietro. Quando l'Avvocato era
in vita la proprietà della Dicembre era piuttosto semplice: Gianni
Agnelli deteneva il diritto di voto sul 100 per cento delle
azioni della società anche se le quote erano divise in quattro parti
quasi uguali tra l'Avvocato (25,37), la moglie Marella, la figlia Margherita
e il figlio John Elkann (24,88). Dopo la sua
morte è scattato il regolamento dello statuto della Dicembre che
prevede che la quota appartenuta alla persona scomparsa venga acquistata
dalla Dicembre e che il ricavato venga distribuito agli eredi diretti.
In altre parole alla morte dell'Avvocato Margherita e
Marella si sono divise 2,6 milioni di euro mentre le loro quote, insieme
a quella di John, sono aumentate fino al 33,3 per
cento.
Da notare è il fatto che il 25 per cento della cassaforte
dell'impero Agnelli è stato valutato appena 2,6
milioni di euro, un prezzo ridicolo se si pensa alla vastità delle
proprietà del gruppo. Quel prezzo però venne stabilito dallo statuto
per permettere agli eredi di pagare meno tasse.
Ma andiamo avanti.
Il 24 febbraio del 2003 Marella Agnelli decide di
donare una parte della sua quota al nipote John Elkann,
ovvero il 25 per cento. Una mossa che ha avuto come effetto quello di
fare diminuire la sua quota al 7,9 per cento ma, soprattutto, di
incoronare John Elkann azionista di maggioranza della
Dicembre con il 58,7 per cento e lasciare la madre, Margherita, con un
inutile 33 per cento.
Passano pochi mesi e l'11 aprile del 2003 la Dicembre è costretta a
varare un aumento di capitale per mantenere stabile al 30 per cento la
sua partecipazione nella holding Giovanni Agnelli &
C, la società che riunisce tutti i componenti dei vari rami della
famiglia (una sessantina).
John Elkann non aveva i liquidi per sottoscrivere la
sua parte di aumento di capitale, pari a 56,4 milioni di euro che,
dunque, gli vennero donati dalla nonna. Margherita,
invece, partecipò all'aumento di capitale accrescendo la propria quota
al 37,1 per cento che, però, essendo del tutto ininfluente, decise,
anche in seguito a pressioni, di vendere alla madre Marella per 105
milioni di euro il 18 febbraio del 2004 in cambio della promessa da
parte del resto della famiglia di venire informata, ascoltata,
consultata per le decisioni che avessero riguardato il gruppo.
Insomma, il clima in famiglia avrebbe dovuto cambiare. Ma non
avvenne. Prima John annuncia la decisione di sposarsi
«dimenticandosi» di avvertire la madre e, la settimana successiva, il
marito di Margherita, Serge de Pahlen,
perde il suo posto di responsabile delle relazioni internazionali per
Europa dell'Est alla Fiat.
Secondo la ricostruzione di Margherita, inoltre,
nessuno l'avvertì nemmeno della decisione della Exor di vendere a John
Elkann e a suo fratello Lapo un prezioso bene
di famiglia come l'appartamento di Parigi. E nessuno le disse nemmeno
della decisione di cedere due ormeggi a Beaulieu e Antibes per 2 milioni
di euro circa, soldi finiti chissà dove. Da qui la decisione di Margherita,
ormai completamente fuori da qualsiasi affare che riguardasse non solo
la società ma soprattutto i beni appartenuti a suo padre, di avviare
un'azione legale per conoscere tutta la verità sui fondi esteri e su
chi li gestisce e a nome di chi.
Richiesti per un commento alla decisione di Margherita,
nessuna delle persone chiamate in causa ha accettato di rilasciare una
dichiarazione. Per esempio: sarebbe interessante conoscere chi ha
pagato, per quasi 12 milioni di euro, la residenza marocchina che Marella
Agnelli ha acquistato dopo la morte del marito. La società
utilizzata per l'acquisto si chiama Juky (simpatica
assonanza con Yaki, il soprannome di John
Elkann), ha effettivamente 12 milioni di euro di debiti, ma
nessuno sa verso chi.
Il risultato dei rocamboleschi avvenimenti che hanno riguardato la
Dicembre, tuttavia, è che oggi ben pochi sanno quale sia il suo reale
azionariato. Marella potrebbe avere donato il suo 41,2
per cento a John, e se così fosse sarebbe il
proprietario del 100 per cento della società. Oppure potrebbe avere
diviso la sua quota fra tre degli 8 figli di Margherita (quelli
avuti con il primo marito, Alain Elkann), cioè John, Lapo e Ginevra oppure, infine, potrebbe averla
mantenuta. Nessuno lo sa. Ma due cose nella testa di Margherita sono
ben chiare. La prima è che occorre ripristinare un clima di chiarezza
tra tutti i membri della famiglia a partire dal fatto che lei è l'unica
erede.
Secondo: essere stato designato erede dell'Avvocato non significa
avere la maggioranza assoluta della cassaforte di famiglia. Perché i
figli di Margherita sono 8. Non tre o uno. Già, perché
i cinque ragazzi che invece di Elkann portano il
cognome de Pahlen sono gli unici che, in tutta questa storia, sono per
ora i più danneggiati.
[26-06-2009]
|
CONFERMATO! IL "TESORO" di Gianni Agnelli OLTRE-CONFINE: LA
documentazione - Grande Stevens avrebbe SUGGERITO a Margherita di
“rinunciare a contestare le "donazioni a terzi” fatte dalL'AVV. a
persone estranee all’asse ereditario. - Di chi si tratta?
"VITALIZI" PER LE “maitresses” (amanti) del PRESIDENTE DELLA
FIAT
Una parte del tesoro di Giovanni Agnelli, scomparso nel
gennaio 2003, sarebbe «hors Italie», quindi all'estero. E scritto,
nero su bianco, in una bozza di documento riservato, «Affidavit», cioè
una testimonianza, di cui il Mondo ha potuto prendere visione. Il testo,
in francese, ricostruisce alcuni momenti importanti e circoscritti nel
tempo dell'affaire Agnelli e della guerra che si è
scatenata attorno all'eredità dell'ex presidente della Fiat. Ma quello
non è l'unico passaggio interessante: si parla di alcuni consigli che
l'avvocato Franzo Grande Stevens, da sempre uomo di
fiducia dell'Avvocato e suo esecutore testamentario (fino all'11 aprile
2003), avrebbe dato all'erede Margherita Agnelli de Pahlen in
cui le chiedeva di «rinunciare a contestare le donazioni a terzi», cioè
persone esterne all'asse ereditario.
Di chi si tratta? Lui stesso lascia intendere, e qualcuno poi lo
scrive, che potrebbe trattarsi di «maitresses», cioè amanti «del
defunto». E, ancora: sarebbe stato il banchiere svizzero Sigfried Maron
a rivelare a Margherita l'esistenza di «beni off shore»,
mentre l'accordo di spartizione, raggiunto nel 2004 tra donna Marella Caracciolo,
vedova Agnelli, e la figlia, che ammontava (vedi il
Mondo sul numero 26/2009) a 1.166 milioni di euro tra appartamenti,
ville, opere d'arte e liquidità, doveva rimanere segreto: «Le parti si
impediscono di "lever copie de l'accord"», è scritto nel
testo.
PAROLE RISERVATE
Ma prima di analizzare l'affidavit, che equivale a una sorta di
giuramento in forma scritta, occorre spiegare come nasce il testo e lo
scopo per cui è stato scritto. A «le project d'affidavit» fa
riferimento, per la prima volta, secondo quanto risulta al Mondo,
l'avvocato ginevrino Charles Poncet, un principe del
foro svizzero, attuale difensore di Margherita, in una
lettera (23 aprile 2008) inviata alla cliente. Siamo nel pieno di una
battaglia legale, diversa da quella di Torino che va in scena in queste
settimane, che si combatte tutta nella Confederazione elvetica.
L'oggetto è una pressante richiesta di chiarimenti a proposito della
parcella da 25 milioni di euro che, una volta chiusa la questione
ereditaria, la donna ha pagato agli avvocati dell'epoca: il ginevrino Jean
Patry e l'italiano Emanuele Gamna (che nel
frattempo è uscito dallo studio Chiomenti). E proprio su quest'ultimo
si concentrano le attenzioni di Poncet, che accusa
Gamna di dire «menzogne spudorate» e lo definisce «in combutta» con Grande
Stevens e Gianluigi Gabetti (presidente
d'onore di Exor).
Come si evince da altre missive, Poncet ha posto a
Gamna una serie di domande e contemporaneamente ha avviato una «négociation»
con l'obiettivo di ottenere indietro almeno una parte della parcella. È
aperta, insomma, una trattativa e sul tavolo oggetto dello scambio ci
sono soldi e informazioni. Per conto dell'italiano Gamna si
muove un altro pezzo grosso del foro ginevrino come Marc Bonnant,
già legale di Licio Gelli e, più di recente, agli
onori della cronaca per avere difeso Béatrice David-Weill,
figlia dell'ex numero uno della banca Lazard e vedova del banchiere Edouard
Stern, ucciso dall'amante Cécile Brossard (condannata
a otto anni).
Per tornare alla bozza di testo, i due legali svizzeri si incontrano
venerdì 18 aprile 2008, poi si scrivono. Devono, in sostanza,
concordare «il progetto d'affidavit il cui testo rappresenta il minimum
minimorum accettabile da parte nostra e può permettere al vostro
cliente di trovare una soluzione onorevole alle sue difficoltà attuali»
(missiva di Poncet a Bonnant del 29 aprile, siglata dall'"avocat"
e «con la riserva di usarla»). Dunque, se Gamna sotto
pressione firmerà l'affidavit, Poncet propone che sia
accompagnato «da una lettera o da un patto che permetta al vostro
cliente di essere sicuro che la mia cliente non avrà alcuna pretesa da
fare valere contro di lui».
La bozza o draft in 26 punti, su carta intestata dello studio di Poncet
(Ziegler Poncet Grumbach Carradar Luscher) con tanto di numero
progressivo come un protocollo (50643-259/PON/nmo) viene inviata sia a Margherita
che a Bonnant.
Nel corso di questa inchiesta il Mondo ha domandato all'avvocato Girolamo
Abbatescianni, che da Milano cura gli interessi di Margherita,
se l'affidavit sia stato firmato da Gamna o presentato agli atti in
qualche processo. Ma non è mai arrivata la risposta. Invece, in una
dichiarazione al mensile "Top legal" (del 22 giugno scorso) Abbatescianni
ha precisato che nessun affidavit è stato firmato.
t
Pizzi
Comunque, al di là dell'uso fatto, il documento è un pezzo di
strategia legale dentro la dynasty Agnelli, pieno di
nomi, date e circostanze e dall'indubbio valore giornalistico. Può
essere letto come una sorta di memoriale con un io narrante (Emanuele
Gamna), utile per capire dall'interno cosa sia successo tra la
morte del senatore a vita (gennaio 2003) e la chiusura degli accordi
ereditari, oggi rimessi in discussione (febbraio e marzo 2004). Ma anche
dopo.
AFFARI LEGALI
L'avvocato Emanuele Gamna conosce Margherita da molto
tempo e la considera un'amica. Il legame tra le due famiglie è Susanna,
la sorella dell'Avvocato, scomparsa il 16 maggio scorso. Gamna,
infatti, ha sposato Raimonda Lanza di Trabia, figlia di Raimondo, un nobile siciliano grande amico di
Suni e di quel gruppo che, negli anni precedenti la Seconda guerra
mondiale, comprendeva anche lo scrittore Curzio Malaparte.
Tutti personaggi ricordati da Susanna nel suo libro
"Vestivamo alla marinara". Quando Gamna viene contattato,
spiega, «Margherita aveva già dato mandato a Jean
Patry. lo sono intervenuto più per i miei legami di amicizia
che nell'esercizio di un mandato formale». Solido è anche il rapporto
con Gianluigi Gabetti «perché è un amico di lunga data di mio padre (Federico,
ndr)».
Lo testimonia anche un necrologio, comparso in occasione della morte
di quest'ultimo sul "Corriere della Sera" (2 aprile 2009), nel
quale l'ex partigiano e presidente d'onore di Exor lo ha ricordato come
amico fraterno.
La vicenda inizia il 1° maggio 2003 in una
riunione a Milano con l'erede e Patry. «Una
esposizione delle difficoltà che Margherita incontrava
con Grande Stevens e Gabetti in
rapporto alla successione di suo padre», è scritto nell'affidavit,
anche se «a mia conoscenza, questa riunione era stata preceduta da un
rendezvous a Torino, al quale io non ho partecipato, che ha permesso a Margherita
e a Party di incontrare Galatteri (così
nel testo, in realtà Gabriele Galateri, ndr) all'epoca
Presidente Fiat».
IN MAGGIO PER DICEMBRE
Il 26 maggio, Patry spedisce una lettera alla Dicembre, società
semplice in testa alla catena di controllo dell' intero gruppo
industriale torinese: l'obiettivo è comprendere qual era la posizione
di Margherita. Recita la bozza di affidavit che l'idea iniziale di Gamna
«è stata di cercare che lei cambiasse la sua partecipazione
nella Dicembre con una partecipazione nella Giovanni Agnelli Sapaz».
Cioè l'accomandita che riunisce tutti i rami della famiglia.
Il 10 giugno, in Svizzera, si tiene un primo meeting dove Patry
incontra il banchiere d'affari Sigfried Maron. Cioè
uno dei tre professionisti ai quali Margherita chiede oggi la
rendicontazione del tesoro paterno. C'è poi Franzo Grande
Stevens che, secondo l'affidavit, «ha sempre affermato di non
avere alcuna conoscenza degli attivi off shore di Giovanni
Agnelli». Gabetti, invece, non interviene
direttamente fino al mese di novembre, chiamato sulla scena, come si
vedrà più avanti, dallo stesso Gamna perché la situazione nstagnava.
Nel frattempo, per cercare di sondare le intenzioni della famiglia,
l'avvocato italiano incontra, nel maggio a Milano e più tardi a Roma,
la stessa Susanna Agnelli. «Ho evocato con lei la
possibilità di scambiare la parte di Margherita nella Dicembre con una
partecipazione nella Sapaz. Lei era contraria e poi ha adottato una
posizione neutra su questa questione».
Un ruolo più forte lo gioca, invece, Grande Stevens.
Ricorda sempre Gamna, citando i suoi scambi di
corrispondenza (9 e Il luglio 2003), «che è lui che cerca di forzare Margherita
a accettare la volontà di suo padre e a rinunciare a
contestare le donazioni a terzi. lo non so di che tipo di terzi si
tratta, ma il mio collega ha lasciato intendere che potrebbe trattarsi
di amanti del defunto».
A un vertice il 16 settembre tra Gamna,Party, Grande Stevens, Dominique Poncet, Carlo Lombardini (due professionisti
svizzeri) i legali della de Pahlen cercano di ottenere informazioni sul
patrimonio «hors Italie» di Giovanni Agnelli e di
fissare le modalità per stabilire l'inventario e fare la divisione. Ma
la riunione porta a niente di concreto. Dopo questo incontro Maron
avrebbe rivelato alla stessa Margherita l'esistenza di
«certi beni off shore».
Aggiunge Gamna (il virgolettato è letterale): «Senza
esserne sicuro, io penso che Maron l'ha fatto di sua
propria iniziativa. Mi è stato indicato che questo non è plausibile,
ma io non dispongo di alcun elemento che mi permetta di tirare un'altra
conclusione. Ricordo che, in effetti Maron, assistito
da Ursula Schulte, è stato in contatto diretto con
Giovanni Agnelli da vivo e che si è occupato per lui di questioni
finanziarie».
Gamna non prende invece parte ad alcuni vertici a
Ginevra (30 settembre e 10 ottobre), ma incontra Patry il 23 dello
stesso mese: «Abbiamo discusso con Grande Stevens e Lombardini.
I nostri interlocutori accettavano unicamente di parlare di "actifs
Maron"». Nell'autunno la trattativa non fa passi avanti. Il legale
milanese, come detto, va a consultare Gabetti, avendo
sempre in testa l'idea dello scambio tra Dicembre e accomandita. Ma gli
appare ormai chiaro che non si sarebbe fatto. Conveniva, dunque, parlare
di una cessione pura e semplice da parte di Margherita nella
Dicembre. Da quel momento la strategia dei legali punta a trovare un
accordo economico.
IN CERCA DI ACCORDO
Una svolta alla trattativa arriva solo il 25 novembre durante una
riunione (presente Patry) nello studio di Grande Stevens a Torino: viene
redatto lo schema di una spartizione. Gamna e Patry si vedono poi a
Courmayeur il 14 dicembre «per preparare un progetto di divisione e
sono io l'autore del documento intitolato "Proposta accettata"
del 18 dicembre».
Con sua sorpresa, durante il mese di dicembre Gamna apprende da
Parry che «alcuni degli actifs Maron erano stati liquidati
dalla parte avversa, senza autorizzazione di Margherita.
Ho chiamato Gabetti verso il 20 dicembre per domandare
il risarcimento di quelle parti senza articolare il totale. Gabetti mi
ha detto che si riservava la risposta, ma ho ricevuto poco dopo una
telefonata di John Elkann, apparentemente molto
arrabbiato per la mia iniziativa».
RIUNIONI A CATENA
Eppure la chiusura dell'accordo è nell'aria. Il 10 febbraio 2004 c'è
un incontro tra i due legali, con Margherita e suo
marito Serge de Pahlen: siamo a pochi giorni dalla
firma dell'accordo segreto che sarà siglato il 18. Gamna
non è presente. Non lo sarà nemmeno alle riunioni, numerose, che sono
seguite (3, 24, 29 marzo, 1 aprile). «Mi ricordo di una riunione del 26
maggio 2004 con Ursula Schulte e Patry. C'è stato anche Lombardini e
Amaducci (Donatella, dello studio di Patry,
ndr) e una donna dell'Ubs di cui non ricordo il nome. Si trattava del
trasferimento e dell' identificazione dei quadri (probabilmente della
collezione privata di Agnelli, ndr)».
La bozza di testo si avvia alla sua conclusione in mezzo a un rosario
di riunioni alle quali Gamna non ha partecipato o di
cui non ha ricordi come quelle del 28 settembre, 1 febbraio 2005, 5
aprile, 12 maggio, 5 ottobre fino al 25 novembre.
C'è, infine, al punto 23, un passaggio interessante a proposito del
patto sottoscritto tra le eredi dell'Avvocato: Gamna afferma
di ignorare «per quale ragione il meccanismo previsto è stato che le
parti si proibiscono di "lever copie" dell'accordo», che
rimarrà pertanto secretato. «Questo non mi ha particolarmente colpito
all'epoca. Ero convinto che, una volta raggiunto l'accordo, Margherita avrebbe stabilito i legami normali con la famiglia e avrebbe
ricevuto le informazioni che domandava, in particolare nell'ipotesi di
preparare la sua propria successione». Ma la storia ha preso invece
un'altra strada.
[25-06-2009]
|
FUORI I FONDI NERI! -
Ettore Boffano e Paolo Griseri per La
Repubblica
Fuori i conti. La battaglia legale tra Margherita Agnelli e i
curatori del patrimonio di suo padre (Franzo Grande Stevens, Gianluigi
Gabetti e Siegfried Maron) è ormai entrata nella fase calda. A colpi di
dichiarazioni e comunicati le due parti si rinfacciano reciprocamente la
scarsa trasparenza e promettono di regolare la questione nella prossima
udienza del processo civile fissata per il 30 giugno a Torino.
Famiglia
Agnelli
Con un comunicato diffuso ieri pomeriggio, i legali di Gianluigi
Gabetti chiedono che "la signora De Pahlen dica una volta per tutte
quanto complessivamente ha percepito a titolo ereditario in modo che
anche su questo venga fatta chiarezza" e sostengono che la causa
civile "è di natura squisitamente ereditaria e concerne quindi
soltanto gli eredi del senatore Giovanni Agnelli". In questo caso
per "senatore Giovanni Agnelli" non si intende il fondatore
della Fiat ma suo nipote, l'Avvocato. Infine Gabetti fa sapere di essere
"fortemente rattristato per le malevole insinuazioni moltiplicate
dalla signora De Pahlen nei confronti di suo padre".
Il riferimento è alla richiesta di
trasparenza avanzata dalla figlia di Gianni Agnelli sull'Opa Exor del
1998 e sull'ipotesi, fatta dai consulenti finanziari della signora, che
con quella operazione i soci anonimi di Exor (lo stesso Avvocato?)
abbiano nascosto all'estero 1,4 miliardi di euro. I legali di Gabetti
sottolineano che la causa riguarda solo gli eredi diretti dell'Avvocato
e con questo sembrano considerare la vicenda Opa fuori dal processo in
corso. Inoltre la vedova di Agnelli, Marella Caracciolo, ha presentato
un'istanza in Svizzera perché la giustizia elvetica definisca valida la
divisione ereditaria tra la madre e la figlia stabilita a Ginevra nel
2004.
In una dichiarazione diffusa ieri mattina Margherita Agnelli
definisce "corretta" la divisione del 2004 ma, fa osservare il
suo legale, Girolamo Abbatescianni, "l'articolo 762 del codice
civile precisa che l'omissione di uno o più beni dell'eredità non dà
luogo a nullità della divisione ma solo a un supplemento della
divisione stessa". In sostanza, se in un momento successivo alla
divisione dei beni del defunto si scopre l'esistenza di un ulteriore
patrimonio, quest'ultimo va diviso tra gli eredi senza rimettere in
discussione la spartizione originaria. Così se si accertasse che
effettivamente il miliardo e 400 milioni dell'Opa Exor era di proprietà
dell'Avvocato, quei soldi andrebbero divisi tra la vedova e la figlia
senza invalidare quanto era già stato stabilito nel 2004.
Margherita
e Gianni Agnelli
Nella sua dichiarazione in risposta a quella di Gabetti, anche
Margherita Agnelli di dice "rattristata". Considera
"paradossale" che le si chieda di conoscere l'entità
dell'eredità percepita, ciò di cui Gabetti "è perfettamente a
conoscenza" mentre "da sei anni la mia unica richiesta è
quella di ottenere chiarezza sul patrimonio di mio padre". Poi
l'accusa più pesante: "Non capisco per quale motivo il dottor
Gabetti si ostini a chiamare in causa mio padre, un uomo straordinario
dietro la cui figura è fin troppo facile nascondersi".
[13-06-2009]
 MARGHERITA
AGNELLI - copyright Pizzi MARGHERITA
AGNELLI E FIGLIE - Copyright Pizzi MARGHERITA
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MARPIONNE DISEGNA LA NUOVA FIAT A SUA IMMAGINE: è IL NUOVO 'PADRONE'
DEL LINGOTTO - GLI EREDI DELL'AVV. MEDITANO SOLO DI "CHIUDERE"
per diventare qualcos'altro - I PROGETTI DI ESPANSIONE HANNO COSTI E
RISCHI TROPPO ALTI PER GLI ELKANN E PARENTI - E l'addio all'auto degli
Agnelli, IMPOSSIBILE IERI, oggi è una strategia concreta
Paola Pilati per
"L'espresso"
LUPO
RATTAZZI - Copyright Pizzi
Se il gruppo Fiat ha distrutto valore per circa 60 miliardi di euro
negli ultimi 22 anni, in gran parte per colpa dell'auto, vuol dire che
la famiglia, a cui fa capo il 10 per cento dell'azienda, ha bruciato
oltre 6 miliardi di risorse. In pratica, il patrimonio del clan Agnelli
si è ridotto a meno della metà di quello che era nel 1987, in
termini reali.
Questo quadro lo dipinge un esponente della dinastia torinese,
disposto a ragionare di numeri e a fare un bilancio dell'impresa di
famiglia ma non a essere citato. Troppo delicato il momento, e nessuna
voglia di accendere la miccia della polemica: la compagine famigliare ha
dato, all'unanimità, il suo appoggio a Sergio Marchionne
e all'azione del capofamiglia prescelto dall'avvocato, il
trentatreenne John Elkann.
La missione del primo è quella di 'mettere in sicurezza' l'impresa
Fiat, cioè di darle un futuro meno precario di quello a cui è
condannata restando sola; la strategia del secondo è quella di
traghettare la dinastia imprenditoriale verso lidi diversi dall'auto,
senza che questo appaia una fuga, una disfatta, il tradimento di una
storia famigliare. Senza perderci la faccia, insomma.
Il passaggio cruciale della storia degli Agnelli in
questa fase è proprio questo: spogliarsi di una identità che vedeva i
signori di Torino titolari della più potente impresa industriale
italiana, e quindi grandi datori di lavoro, interpreti dell'orgoglio
nazionale all'estero e protagonisti dell'agenda economico-politica del
Paese, per diventare qualcos'altro. Ma cosa? Dei ricchi investitori in
giro per il mondo, a caccia di affari che fanno fruttare il proprio
capitale, in breve dei finanzieri, come è avvenuto per tante altre
importanti dynasty, dai Rockefeller ai Wallenberg?
La ricerca di questa nuova identità, volontariamente o no, è già
cominciata. Sul piano dell'egemonia, intanto, la Fiat non conta più
come una volta. "È un'azienda che non parla più di politica, che
anche sul piano sindacale si è sottratta alle liturgie del passato,
quando le sue lotte facevano scuola", afferma lo storico Giuseppe
Berta: "In complesso, è meno 'potenza'. E anche la
famiglia Agnelli ha una visibilità e una risonanza
molto meno vistosa di un tempo". La nuova 'stagione di opacità',
come la chiama Berta, è certo il risultato dei cattivi
risultati dell'impresa, che hanno tracciato una lunga strada di bilanci
in rosso, ma non solo.
La scomparsa dell'Avvocato, poi di suo fratello Umberto e
ora della sorella Susanna, insomma l'avvicendamento
generazionale, ha lasciato un vuoto che non è stato riempito da
nessuno. Chi tiene oggi il timone, nella Exor che è la finanziaria di
famiglia, si chiama Elkann. I figli e i nipoti che oggi
sono i titolari delle azioni, dai Rattazzi ai Teodorani,
dai Brandolini ai Nasi, hanno posti in consiglio e a
volte ruoli manageriali, come Edoardo Teodorani Fabbri
che lavora in Cnh, o affari in proprio come Lupo
Rattazzi, ma si sono votati tutti a una presenza discreta e
corale sulle vicende industrial-famigliari.
ANDREA
AGNELLI
Solo Andrea Agnelli, unico maschio a portare ancora
il cognome dinastico, non ha mai nascosto l'idea che la famiglia possa
prima o poi fare un passo indietro, e ha ammesso in passato differenze
caratteriali e di vedute con il cugino John.
E mentre i fratelli Gianni e Umberto erano
abituati a 'tenere corte', erano cioè circondati da manager che avevano
i propri riferimenti con questo o quel rappresentante della famiglia,
ora tutto ciò è stato spazzato dal ciclone Marchionne.
Che ha fatto fuori la prima linea dei manager e stabilito nuove regole,
così sintetizzate da chi le osserva da vicino: "Si governa Fiat
con l'appoggio dell'azionista, non in combutta con lui. E Marchionne
non va a raccogliere il parere di Sant'Albano (amministratore
delegato della finanziaria Exor, ndr.) prima di fare qualcosa".
Brutale, ma rende l'idea.
Insomma, nella galassia Fiat sono state iniettate alte dosi di
normalizzazione che prima il governo dinastico non consentiva. Questo
avrebbe dovuto rendere più sereni i rapporti esterni. Invece, la forza
magnetica che la Fiat aveva nei confronti dell'establishment, sia quello
politico che quello finanziario, si è appannata.
i
Lo testimonia l'atteggiamento tiepido che le banche hanno avuto nella
vicenda Opel e, ora che Intesa e Unicredit sono state nominate advisor
per lo scorporo della Fiat Auto e per il suo collocamento in Borsa,
hanno continuato a ribadire di essere disposte a dare altre linee di
credito, ma di comprare azioni non se ne parla. E lo testimonia anche
l'atteggiamento tenuto dalla politica nella vicenda Opel. Nonostante le
richieste fatte arrivare da Sergio Marchionne al
sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta,
il governo italiano è stato assente.
La nuova solitudine del clan, di fronte alle
scelte imprenditoriali che lo aspettano, potrebbe anche essere un
sollievo. Come ha notato il 'Financial Times', finora le grandi famiglie
mondiali dell'auto sono sopravvissute (al contrario di altre dinastie
impegnate in altri settori) perché hanno sempre resistito alle fusioni,
che avrebbero diluito le proprie partecipazioni ma anche salvato le
attività: ora però i nodi sono venuti al pettine per tutte.
E l'addio all'auto degli Agnelli, o almeno un progressivo distacco,
che fino a ieri sembrava un'enormità, oggi è una strategia concreta.
"Macché addio, ieri la Fiat stava per conto suo e ora si è messa
in gioco e prova a correre con gli altri", si infiamma il
vicesindaco di Torino Tom D'Alessandri.
Resta il fatto che dopo aver sacrificato il patrimonio in nome
dell'auto, ora la famiglia è a un bivio. Gli azionisti hanno tutti
grande fiducia in Marchionne, che ha riportato i conti
in equilibrio. Ma se saranno chiamati a contribuire di nuovo, come
reagiranno? Già: il succo dell'operazione Marchionne,
l'architrave del blitz che lo ha portato a conquistare la Chrysler e poi
a puntare al ramo europeo di Gm, cioè Opel, è sempre stato 'zero cash'.
Alleanze-acquisizioni senza soldi, solo scambio di tecnologie e di
know-how.
Ma si tratta comunque di una campagna di conquista in chiave
difensiva: per dare un futuro a Fiat serve arrivare a una stazza
industriale da sei milioni di auto, con almeno un milione di vetture per
ogni piattaforma produttiva. Fiat più Chrysler sono lontane da quella
dimensione. E non è stato ancora affrontato il delicatissimo tema del
ridimensionamento in Italia, dove si stima che ci siano 8-9 mila posti
di lavoro di troppo. La 'messa in sicurezza' è dunque ancora lontana.
Per questo la famiglia ha incominciato a guardarsi nel portafoglio, e
a fare due conti. Gli azionisti riuniti nel clan hanno sborsato
nell'ultimo decennio circa 2 miliardi di euro attraverso le proprie
holding per fronteggiare i buchi dell'auto; di fare altri sforzi non ne
hanno tanta voglia. Non solo: l'incertezza sull'auto paralizza anche i
piani di espansione alternativa. La Exor, la holding guidata da John
Elkann che possiede il 30 per cento delle azioni Fiat Group e
che è il cuore della nuova strategia imprenditoriale rivolta ai nuovi
business, è di fatto impiombata dall'auto.
Se è vero che la metà del suo valore patrimoniale è nelle quattro
ruote, altrettanto vero è che questo fa sì che dal Lingotto arrivino
inviti a non correre troppi rischi su altri fronti, a non disperdere
energie in nuova avventure, insomma a conservare le munizioni se
dovessero arrivare altri tempi difficili. O le buone occasioni. Come
potrebbe essere un'altra avventura tedesca: il piano B di Marchionne
potrebbe infatti mettere nel mirino la Bmw.
Anche se gli asset di Gm in Sudamerica gli stanno sempre nel cuore,
il manager abruzzo-canadese ha preso atto che nella disfatta Opel hanno
giocato, oltre al resto, alcuni aspetti psicologici: la Gm non ha
mandato giù la sua avventura torinese, quando era entrata anni fa in
Fiat come futuro padrone e poi uscita pagando un assegno di un miliardo
e mezzo. Dunque è necessario non guardarsi troppo indietro e trovare
rapidamente un altro alleato per Fiat.
La francese Peugeot si sovrappone molto con la sua produzione a
quella di Torino, e oltretutto ha ricevuto una ricca dote dal governo Sarkozy:
questo crea una asimmetria sciovinista che i francesi farebbero contare
pesantemente. Bmw, invece, fa automobili che la Fiat non fa, oggi
guadagna ma in futuro chissà, ed è controllata da una famiglia, i
Quandt, con un pacchetto del 46,6 per cento. Dunque padroni in casa
propria e liberi di muoversi senza condizionamenti politici.
Edoardo
Teodorani Ivonne Scio - Copyright Pizzi
I tempi della metamorfosi degli Agnelli sono quindi
legati alla soluzione per Fiat. Finché l'auto rischia di bruciare
denaro, investire in altre direzioni non si può. Il miliardo che Exor
ha in cassa è a fronte di un miliardo di debito, quindi il margine è
stretto. Invece la giovane finanziaria che ha fuso Ifi e Ifil ha molta
voglia di volare. Ma mentre Gianluigi Gabetti, tuttora
presidente onorario, assecondava tutti i desiderata dell'Avvocato, ora
la selezione è diventata più rigorosa.
Un comitato strategico nuovo di zecca, formato da tre 'professionisti
dell'investimento' (una donna, Christine Morin-Postel,
e due uomini, Victor Bishoff e Antoine Schwartz),
sono sguinzagliati in cerca di nuovi affari e riferiscono a Elkann ogni
mese e mezzo, poi un team di 15 analisti li mette sotto la lente
d'ingrandimento per valutarli. Certo, finora l'investimento in Cushman
&Wakefield, la società immobiliare con l'ambizione di diventare
prima a livello mondiale, ha inciampato sulla crisi del mattone;
funziona bene la Sgs (servizi alle imprese), il più grosso investimento
dopo la Fiat; è stato aperto un nuovo fronte puntando al settore della
produzione tv per produrre format (Banijay Holding). "Non facciamo
new economy", si inalberano in Exor, "c'è una forte matrice
imprenditoriale nelle nostre scelte: non è solo finanza, non vogliamo
solo staccare delle cedole".
Come dice un suo giovane esponente: "La famiglia è coesa finché
gli affari vanno bene". E la famiglia sa che, se si è salvata dal
precipizio per merito di Marchionne, che ha invertito
l'emorragia di denaro negli ultimi due anni, ora deve gestire il passo
indietro dall'auto stessa, e tutto il resto è acqua fresca. Lo spettro
della perdita di controllo non fa paura più di tanto. Sia perché gli Agnelli
hanno già rischiato di perdere tutto, e sono stati a un passo
dal disastro senza ritorno. Sia perché, come fa notare un erede,
"anche Bill Gates controlla Microsoft con il 10
per cento".
Allora non resta che quotare Fiat Auto, come si è deciso di fare nel
consiglio di famiglia di inizio maggio. Questo significherà dunque una
'diluizione', come si dice in gergo, della loro partecipazione. Ma vuole
soprattutto dire che è al mercato che gli Agnelli si rivolgono per
salvare l'industria delle quattro ruote torinese. Sarà il mercato a
dire se se la sente ancora.
[08-06-2009]
“TERRORISTI” IN GESSATO CONTRO IL "GOVERNO DEI GANGSTER"
– CHI è QUEL “DIAVOLO D’AVVOCATO” DI THOMAS LAURIA CHE HA CHIESTO
alla Corte Suprema di bloccare lE NOZZE TRA FIAT E Chrysler – I
creditori DOVEVANO accontentarsi di 29 centS per OGNI $ investito...
Da "Il
Foglio"
L'Amministrazione Obama si rifiuta di
"negoziare con i terroristi". La notizia non emerge dal
discorso del presidente al Cairo, ma da uno scambio di e-mail tra lo
staff di Barack Obama e i manager di Chrysler, reso
pubblico da Washington Post e Wall Street Journal. Il
"terrorista" in questione è un cittadino americano, sempre in
gessato impeccabile, che ieri ha ottenuto una vittoria di fronte alla più
alta corte degli Stati Uniti.
Si chiama Thomas E. Lauria.
Occupazione: legale di punta della White&Case, uno studio di 130
avvocati presente in 20 paesi. La colpa? Aver accettato di difendere i
creditori di Chrysler che hanno rifiutato l'offerta, presentata da Obama
ad aprile, per evitare la bancarotta della Casa di Detroit.
"Dissenzienti" secondo alcuni, "speculatori" secondo
la definizione di Obama, questi creditori, visti in
pericolo i loro interessi, si sono rivolti "a un
diavolo d'avvocato", come l'ha definito Chambers Global, società
che stila una rassegna
degli studi legali del pianeta.
L
AVVOCATO THOMAS E. LAURIA (FIAT-CHRYSLER)
Così Lauria inizia a seguire il dossier Chrysler a
novembre 2008. Calma piatta fino a marzo, quando l'Amministrazione
rifiuta la proposta di riorganizzazione avanzata da Chrysler e si mette
a dettare le condizioni. I creditori avrebbero dovuto accontentarsi di
29 centesimi per dollaro investito negli anni precedenti. Pochi rispetto
ai 43 centesimi assicurati al sindacato dei lavoratori Uaw; pochi anche
rispetto ai 29 centesimi garantiti a
quattro grandi banche creditrici che però hanno beneficiato di
finanziamenti anticrisi
del governo, i Tarp.
Di fronte a un avversario della taglia dell'esecutivo degli Stati
Uniti, Lauria adotta una strategia di sfiancamento. L'avvocato, divenuto
"juris doctor" nel 1986 all'Università del Tennesee, prima
cerca una sponda nelle grandi banche creditrici. Appena queste scendono
a patti con il governo, il novello Fabio Massimo cunctator
preferisce
far arretrare i suoi per qualche momento.
A
Quanto basta perché Obama si
stanchi di trattare e decida di andare in tv a spiegare
che, per colpa di "speculatori", Chrysler sarà costretta alla
bancarotta. A questo punto il
campo di battaglia si sdoppia. Da una parte le aule giudiziarie:
convinto di avere il diritto
dalla sua parte - perché non si possono offrire agli obbligazionisti
non garantiti condizioni
migliori rispetto ai suoi clienti, in possesso di un "secured debt"
- Lauria non si lascia
scoraggiare da una prima decisione contraria del giudice fallimentare.
Indietreggia ancora, poi torna all'attacco. Un tira e molla durato
fino allo scorso weekend, quando, alla guida di tre fondi rimasti fedeli
alla causa, chiede alla Corte Suprema di bloccare la vendita degli asset
di Chrysler alla Fiat. Richiesta che ieri l'Amministrazione Obama
ha intimato di respingere, viste le "gravi
conseguenze" di un eventuale rinvio, ma che invece la Corte Suprema
ha accolto: sospeso temporaneamente l'affaire Chrysler-Fiat, i giudici
vogliono valutare nuovi documenti e ci sarà presto un'udienza.
L'avvocato Lauria ingaggia anche una battaglia culturale: sfida a
duello l'Amministrazione, accusata di mettere in pericolo la
Costituzione. Lauria - che ha guidato lo studio
White&Case in alcune delle procedure di Chapter 11 più complesse
della storia americana, ristrutturando oltre 100 miliardi di dollari di
debiti per conto di Washington Mutual Inc, Wci Communities, Delphi
Corporation, etc, - sceglie i microfoni di "760 Wjr",
programma radio popolarissimo in Michigan, per denunciare: "Uno dei
miei clienti è stato direttamente minacciato dalla Casa Bianca".
Pochi minuti dopo il fondo Perella-Weiberg abbandona
i "dissenzienti" e accetta la proposta del governo. La
reazione di Lauria è immediata: "Se il presidente attacca
l'istituto del contratto, quale diritto non calpesterà?". Portato
in trionfo dai blogger libertari e conservatori americani, e in Italia
da Chicagoblog.it di Oscar Giannino, Lauria diviene,
anche per commentatori come Larry Kudlow su National
Review e Cnbc e Rush Limbaugh sul suo programma radio,
icona della resistenza contro il "gangster government".
Lui si fa martire: se il governo minaccerà ancora, "domani non
avrò altri clienti e la battaglia sarà finita". Per ora però
arriva il bello alla Supreme Court.
[09-06-2009]
LA REPUBBLICA DEL LINGOTTO
Per fortuna che c'è Salvatore Tropea, uno dei pochi giornalisti italiani
non ansiogeni. "L'impressione prevalente è che il quartier generale
di Fiat consideri questo un ennesimo incidente di percorso, una difficoltà
burocratica e niente più (...) In Fiat preferiscono pensare che questo
intoppo possa essere presto rimosso (...) E' una preoccupazione assai
prossima al fastidio, ma non fanno drammi in Fiat (...). (Repubblica,
p.31)
|
LA SUA ULTIMA INTERVISTA: "GIANNI MI DICEVA CHE TUTTI GLI UOMINI
SONO CORROMPIBILI" -
1 - L'ULTIMA INTERVISTA: "GIANNI MI DICEVA CHE TUTTI GLI
UOMINI SONO CORROMPIBILI"
Marco Galluzzo e Lorenzo Salvia per il Corriere della Sera
Un'ora di conversazione con un filo di voce, una chiacchierata sul
potere, sul denaro e sulla storia della sua famiglia. Questa è l'ultima
intervista rilasciata al Corriere della sera, poche settimane fa, da Susanna
Agnelli. Nessuna richiesta di rivedere il testo. Solo alla
fine, sull'uscio di casa, un «mi raccomando» appena sussurrato.
susanna
agnelli
Il salotto azzurro, il silenzio della famosa terrazza che domina
Roma: «Lo vede il torrino del Quirinale? Qui siamo più in alto ». Susanna
Agnelli abbandona per un attimo le sue letture e si accomoda in
poltrona.
Andrew Carnegie, miliardario americano, diceva che uno dei
segreti della sua ricchezza era la «stimolante scuola della povertà »
che aveva frequentato da giovane, cioè l'essere cresciuto in una
famiglia povera. Come era la sua famiglia, che rapporto aveva con il
denaro?
«Non parlare mai né di soldi né di ricchezza, questa era la regola.
Per una questione di educazione e anche perché l'argomento è sempre
stato un tabù. Da ragazzina, però, ho fatto un doposcuola con i
bambini poveri del quartiere, lì ho conosciuto anche la povertà».
Un altro miliardario, David Rockefeller, racconta che ha
capito il valore del denaro dalla paghetta che gli davano i genitori.
Doveva investirne il 10 per cento e darne in beneficenza un altro 10 per
cento. Lei da bambina aveva una paghetta?
«Mai avuto una lira in tasca. Da bambina e poi da ragazza avevo una
governante inglese, miss Parker, ma non mi era permesso entrare in un
negozio o fare acquisti di alcun tipo. Tutto quello di cui avevamo
bisogno era già in casa e non era concepibile desiderare di acquistare
altro. Miss Parker diceva sempre di no e non si discuteva. Ricordo le
meravigliose pasticcerie di Torino, le vetrine piene di dolci, non mi
era permesso nemmeno di entrare. La famosa miss Parker diceva
semplicemente no».
Ha mai provato imbarazzo per il suo denaro?
«No, perché quando ho potuto ho sempre cercato di aiutare gli altri.
Il più grande complimento che ho ricevuto in vita mia è stato quando
mi hanno detto: 'Tu sei l'unica persona ricca che non si comporta da
ricca'. Era un uomo ma non posso dire chi».
Chi deruba una banca è un ladro, chi deruba i correntisti può
essere un ottimo e astuto finanziere. Si è più indulgenti con chi ha
tanto denaro?
«Non credo sia vero. In tanti casi si va a finire in prigione anche
perché sei ricco, la colpa può essere nella ricchezza. Tanti giudici,
anche italiani, hanno spesso indagato e perseguito con il retropensiero
che il denaro fosse una colpa, la ricchezza un fattore negativo da
stigmatizzare. Credo che sia altrettanto biasimevole del contrario».
Cosa dà più soddisfazione, il denaro o il potere?
«Il potere, non c'è dubbio. Nel potere c'è più fantasia. I soldi
servono a comprare oggetti, accumulare cose, la villa, la barca,
l'elicottero. Con il potere si possono fare 100 mila cose, si sviluppano
più fantasie. Il denaro è finito, il potere se è reale tende a non
esserlo».
Diceva Henry Kissinger che il potere è l'afrodisiaco
supremo. Ne conosce di migliori?
«Io sì. Ma credo che Kissinger non sbagliasse. Il potere dà piacere,
anche tanto, soprattutto a un certo tipo di uomini. Io ho avuto potere
da sindaco di Monte Argentario e da ministro degli Esteri. Ma per me
l'afrodisiaco migliore è l'amore».
L'amore verso il prossimo o l'amore per un uomo?
«L'amore per un uomo, e intendo quello fisico. Il sesso senza amore è
una cosa tristissima, il sesso con amore è una cosa divina».
Ha mai abusato del suo potere?
«Forse una volta, da sindaco. Si doveva costruire il porto, chiamai il
boss locale, non ricordo chi fosse, e gli dissi che il porto non si
faceva senza costruire anche una scuola. Mi rispose che la mia
telefonata era concussione. Io gli dissi che poteva pensare quello che
gli pareva, ma io volevo la scuola. Alla fine si fecero entrambi e non
fui accusata di nulla».
«È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago
che non un ricco salga nel regno dei cieli». Credere in Dio è in
contrasto con la ricerca della ricchezza?
«Credo in Dio e non sono d'accordo. Basta fare una visita in Vaticano
per avere la prova che non è così. Vi si trova ricchezza, tanta, e
anche parecchia ricerca del denaro».
Il politico di maggior successo è chi dice quel che pensano
tutti più spesso e più forte degli altri. Lo sosteneva Franklin
Delano Roosevelt. Crede sia vero?
«Nel caso di Obama sicuramente, oggi è il politico che dice
esattamente quello che la gente vuole ascoltare, e lo dice più forte e
meglio degli altri. Bisognerà vedere fra sei mesi».
Vale anche per Berlusconi?
«Berlusconi è più originale, diciamo così, del nuovo presidente
americano. È imprevedibile».
Cosa non può comprare lei col
denaro?
«La dignità. Il denaro può comprare quasi tutto, ma non la dignità
di un uomo. Mio fratello Gianni mi diceva che tutti gli uomini sono
corrompibili. Pensi all'uomo più irreprensibile che però ha un figlio
malato e solo il denaro può trovargli la medicina giusta, e tu hai il
denaro che serve a quell'uomo. Puoi comprare tutto con il denaro ma non
la dignità».
2 - RITRATTO DI SUNI
Roberto D'Agostino per Il Messaggero (anni '90)
Se avete bisogno di botte scrivete a Susanna Agnelli.
Nella sua rubrica sul settimanale "Oggi" intitolata
"Risposte private di Susanna Agnelli", la Grande Sorella
dell'Avvocato "non risponde" ai lettori. Li picchia. Da oltre
dieci anni le sue risposte sono il festival della randellata, della
frase tronca, della sincerità spietata; righe secche secche, fulminanti
e devastanti come proiettili 44 magnum.
Alla sposa ansiosa di corna: "Cambiare marito è un problema,
cambiare la baby sitter non dovrebbe essere difficile. Ne scelga una
brutta". Alla moglie indecisa: "Se ha pensato di lasciarlo, lo
lasci, perché comunque lo lascerà". Crudele come Crudelia Demon:
"Lascialo, e troverai uno che ti amerà di più". Alla mammona
italiana: "Pericoli ci sono anche davanti a casa; l'Elba non è il
Tibet. Coraggio non stia in pensiero".
All'infelice che soffre il mondo crudele: "L'ergastolo non è
una vendetta, ma una protezione per i cittadini". Quando l'agnellismo
trabocca: "Ma sì, hai ragione, finché non si fa male agli altri
è molto meglio divertirsi". Sarcastica: "Come volevano farsi
chiamare i macellai? Operatori della carne? Collaboratori al decesso
animale? Mah". Liquidatoria: "Mi permetta il silenzio".
A una disgraziata di Roma che che ha una vicina che scoccia all'ora
di cena chiedendo un limone, sale, pane, "Susanna senza panna"
consiglia: "Suoni il campanello della sua vicina una mattina presto
e, con un sorriso, le dica: "Di che cosa puoi avere bisogno oggi?
Così te la preparo subito senza che tu venga a disturbarmi all'ora di
cena"". S'avanza una mamma di Bari, disperata perché l'unico
figlio vuole entrare in convento: "Se è una vera vocazione, non
vedo perché contrastarla; ci sono già tanti avvocati!".
Avanti Rossella di Verona: è in crisi, crede di aver sposato un uomo
meschino, ma non se la sente di di affrontare uno scandalo con il
divorzio. In due righe, un giudizio senza appello: "Non vedo molto
futuro per la sua unione. Meglio risolvere subito, prima di avere altre
delusioni". Memorabile la sua risposta a un papà che si lamenta di
un figlio che ha la pessima abitudine di prendere l'automobile di casa:
"Lasciate la macchina senza benzina. Imparerà".
La vispa studentessa ama il professore e non sa dirglielo? Susanna
ordina: "Se lo dimentichi, è meglio". Giovanna di Mantova
vive un dramma: nonostante dieci anni di matrimonio, il marito le ha
confessato di frequentare ancora la sua ex fidanzata. Soluzione finale
di Suni: "Trovi un fidanzato per l'ex fidanzata". Alessandra
di Genova, che è felice ma teme di perdere l'adorato, si becca un
rapido e salutare: "Goditi quello che hai finché ce l'hai".
Lui le ruba i soldi ma è pieno di premure? "Lascialo, lascialo,
lascialo".
Ad una ragazza che, terrorizzata dalle manipolazioni genetiche, usa
40 righe per chiederle se sono così necessarie, la Suni risponde:
"No". Poi, accortatasi che la frase è breve, la allunga con
un altro "Non bisognava, no!". La sua parsimonia con le parole
rasenta la taccagneria: i verbi non li coniuga nemmeno. Una ragazzina
soffre per i genitori litigiosi (la lettera è chilometrica) e Susanna
ruggisce: "Avere molta pazienza". Su, ammettiamolo: manca solo
"Augh!".
E' vero: queste sbacchettature belligeranti che sono la sua vendetta
contro le rozzezze e le sciocchezze dei nostri umori non sono un dialogo
con i lettori infelici e lamentosi, traditi e piantati: è la Norimberga
del "Al cuor non si comanda!", la Chernobyl del "Cosa non
si fa per amore!", ecco i Dieci Comandamenti della governante
inflessibile, della mamma severa, dell'insegnante sadica, dell'aguzzina
disincantata, dell'infermiera che annuncia "adesso mettiamo la
supposta!".
Susanna
Agnelli e Lapo Elkann - Copyright Pizzi
Del resto, negli scaffaloni dilaganti della Posta Rosa, Suni Agnelli
è difficile collocare. Bisogna rinunciarvi. In questo Paese di penne
d'oca e di analfabeti emotivi, resta un fenomeno isolato, che svicola lo
schiavizzante bon ton dei sentimenti, s'indigna per la scemenza
frignante dei maschietti, è impassibile davanti al vittimismo melenso
delle donnette, afferma sprezzante il proprio status di classe.
Perché noi poveri mortali, chiede un maligno lettore napoletano,
dobbiamo essere "insultati" dagli sprechi dei ricchi? Lady
Fiat non fa una piega: "No, non credo (anche se detesto
l'esibizione della ricchezza)". Quindi l'affondo sulla piaga:
"Ci avevano provato i comunisti: vede come sono finiti".
MARISELA
FEDERICI E SUSANNA AGNELLI - Copyright Pizzi
E più randella, più Suni è amata. Più uomini e donne le scrivono
in cerca proprio delle sue sferzate in cui sentono il suo autentico
affetto, il suo desiderio di aiutarle ad uscire dalla confusione e dalla
rassegnazione. Così nel mare di sbadigliante buonismo, finta
partecipazione, rispote incallite, Suni Agnelli è diventata una Sibilla
senza enigmi, l'oracolo blasé e mai consolatorio, che sa rovesciare un
dramma con la leggerezza lapidaria di un aggettivo. "Il dono della
Agnelli è un "understatement" che non si copia", osserva
Lina Sotis, "Un sottotono che non spreca una sillaba, un aggettivo,
una lacrima. E' molto Agnelli".
E basta poi sentir annunciare una sua dichiarazione (rarissima) alla
stampa per soccombere al godimento: troppe chicche al vetriolo ci ha
ammanito nel corso del tempo, perché non ci sia ormai tutti convinti
della sua qualità di eccentrica unica, di gentildonna ammantata di filo
spinato. Una volta che il solito giornalista ficcanaso le chiese come
mai il suo Grande Fratello avesse sempre sostanzialmente snobbato Silvio
Berlusconi, la replica di Susanna Agnelli fu senza "erre" ma
ricca di ferro: "Sa, veste così male...".
Imponente, disinvolta, sempre elegante, Susanna Agnelli irrompe nel
1985 in un "rosa" giornalistico dominato da micine che
miagolano, trote che sbadigliano e da "agony aunts", "zie
dell'agonia" che hanno bisogno di arrotondare lo stipendio nella
stampa femminile. E' lei stessa a proporsi nel ruolo di
"postina" a Paolo Occhipinti, direttore di "Oggi".
"No, grazie, nessuna intervista. Preferirei dare consigli alla
gente". Messaggio ricevuto.
"All'epoca, le poste del cuore erano una distillato di luoghi
comuni", ricorda Occhipinti. "La penna della Agnelli, invece,
è perentoria come un manganello, prende posizioni impopolari, scatena
reazioni, e qualcuno s'incavola". Perfino il quotidiano inglese
"The Times" fece polemica allorché l'infrangibile Suni, pur
nominata Ministro degli Esteri, volle mantenere la sua rubrica di cuori
infranti e cervelli imbranati. Già, Susanna lo sa. Il cuore è
primitivo, asociale, se ne frega degli altri e del mondo. Figurarsi
degli "Esteri".
[16-05-2009]
dinastia è morta CON
SUNI. Montezemolo BADANTE per almeno un anno DI Yaki
L'altra faccia dell'Avvocato se ne è andata.
L'altra faccia è quella di Susanna Agnelli che così è
stata definita da Gianluigi Gabetti in un'intervista
piena di ricordi che è apparsa ieri sul quotidiano della Fiat. L'84enne
avvocato che insieme a Franzo Grande Stevens ha
contribuito più di altri alla sopravvivenza della dinastia torinese,
ricorda la determinazione con cui dopo la morte di Umberto Agnelli,
Susanna prese in mano la situazione e divenne capofamiglia facendo
approvare la proposta dello stesso Gabetti "di
chiamare Montezemolo alla presidenza e Marchionne
come nuovo amministratore delegato".
Adesso si apre a Torino uno scenario del tutto inedito che può segnare
la fine di un capitalismo familiare proprio nel momento in cui in giro per
il mondo si riscopre e se ne esalta il valore. Con il nome della Sacra
Famiglia rimangono (a parte alcune sorelle rimaste sempre nell'ombra) due
eredi: l'irrequieta Margherita, la figlia dell'Avvocato
che è nata a New York nel 1956 ed è impegnata in una lite giudiziaria
per gli asset ereditari; l'altro è Andrea Agnelli, il
34enne figlio di Umberto che nel 2007 ha lasciato
l'incarico all'Ifil, la Holding di investimenti, per operare nella finanza
con un fondo di investimento.
Gabetti
Grande Stevens
Al vertice della Fiat restano Yaki Elkann e Luchino
di Montezemolo mentre nei dintorni si aggira il bizzarro Lapo
che non vuole restar fuori dalla grande partita che si gioca a Torino.
La domanda che a questo punto si pongono in molti riguarda il ruolo di Montezemolo
che la Famiglia ha "adottato" mettendogli in grembo i
due ragazzi Yaki e Lapo. Qualcuno
sostiene che per Luchino (colpito per un fatale gioco
della sorte dalla morte del padre nelle stesse ore in cui veniva a mancare
Susanna) il futuro sarà incerto, ma questo è un
ragionamento parziale perché non tiene conto della mutazione genetica che
sta avvenendo nell'azienda torinese.
A questo proposito il fato sembra averci messo lo zampino perché nel
momento in cui muore la sorella dell'Avvocato sembra calare
definitivamente il sipario su quel modello di azienda familiare e
personale che ha segnato le fortune e le sfortune del Gruppo torinese. Il
motore di questo processo è Sergio Marpionne, il manager
dei tre passaporti che sta disegnando una trama multinazionale dai
risvolti imprevedibili.
L'idea romantica della Fiat è archiviata, e quello di Marpionne
(comunque vadano le intese con i tedeschi di Opel) rappresenta
l'affermazione definitiva di un primato manageriale che cambia la natura e
la fisionomia dell'azienda.
Qualcosa di simile aveva cercato di fare nel 1976 Carletto De
Benedetti quando conquistò la carica di amministratore delegato
e il 5% delle azioni Fiat portando in dote e facendo pagare a caro prezzo
il 60% della sua azienda Gilardini. La sua cavalcata durò
quattro mesi durante i quali in nome dell'efficienza e dello svecchiamento
rotolarono parecchie teste fino al momento in cui la sua testa fu tagliata
per paura che sfilasse la proprietà dell'azienda dalle mani della
Famiglia.
Anche Marpionne ha tagliato le teste e ha raso al
suolo una struttura gerarchica dove la leadership si è sempre scontrata
con l'intreccio tra le ambizioni dei dirigenti e gli interessi della Sacra
Famiglia. Quello che sta portando avanti è il disegno che l'Avvocato tentò
invano negli anni '60 quando dopo aver preso in mano la Fiat all'età di
45 anni, tentò di internazionalizzare l'azienda attraverso l'acquisto
fallito di Citroën dall'amico Francois Michelin. Molti
anni dopo lo spartito musicale si è ripetuto con l'esperienza in General
Motors dalla quale Marpionne è riuscito a venir fuori
portando a casa un pacco di miliardi.
Adesso la scena è capovolta, la dinastia è estinta e l'ultimo erede Yaki
non vede l'ora di uscire dal "granaio meccanico" (così
lo definì Valletta) delle quattro ruote. In questa
prospettiva i ruoli sono ben definiti. A Sergio il
canadese sul quale il "Sole 24 Ore" è andato a spigolare
perfino a Toronto dove a 16 anni riparava una 124 bianca, tocca il bastone
del comando. D'ora in avanti dovrà dedicarsi anima e corpo ai problemi di
Chrysler e ha già detto che andrà ad abitare in quella città fetente
che è Detroit e che ai suoi occhi appare "bellissima".
zi
A Luchino di Montezemolo resta
il compito di sorvegliare ancora per almeno un anno i due ragazzi Yaki
e Lapo per accompagnarli verso avventure diverse
che vanno dalla finanza alla moda.
La dinastia è morta e con lei l'idea romantica della Fiat. Toccherà alle
banche, agli operai e al governo finora latitante, accompagnare il
funerale nel modo più indolore per il Paese e più vantaggioso per gli
ultimi scampoli di una tradizione imprenditoriale.
2 - MARPIONNE COMPRA L'ECONOMIST MENTRE FA ECONOMIA A 'LA STAMPA'
Mario Calabresi, il nuovo direttore della
"Stampa", si è buttato a capofitto nel lavoro che abbandona
per poche ore da passare dentro lo squallido residence sulle rive
del Po.
Al giornalista ha fatto molto piacere il blitz di Sergio Marpionne
alla Fiera del Libro per la presentazione del suo libro "La
fortuna non esiste". Ai suoi occhi la presenza del manager è apparsa
come un incoraggiamento a proseguire per la sua strada dopo l'intesa
stabilita nei giorni scorsi alla presenza di Luchino e di
Yaki che garantisce tre anni di vita al giornale della
Fiat.
Meno felice deve essergli apparsa la notizia di sabato secondo la quale
la stessa Fiat, che chiede a Calabresi di tagliare i
costi senza pietà, ha acquistato lo 0,2% dell'"Economist", il
più importante settimanale economico al mondo. La testata inglese,
fondata nel 1843 da James Wilson, un fautore convinto del
liberismo, rappresenta la bibbia per il mondo della finanza e
dell'economia. Ogni settimana diffonde circa 1 milione di copie e nella
sua compagine azionaria è presente il "Financial Times" (50%),
l'altra testata che orienta le opinioni nelle borse e nei mercati.
Con un chip modesto di 1,1 milioni, la cassaforte di Torino ha messo un
piede nell'informazione economica e lo ha fatto con il chiaro intento di
crearsi una cornice di consenso nel momento in cui Marpionne sta
portando avanti il suo disegno internazionale. Poco importa se l'"Economist"
è un fiero avversario di papi-Silvio sul quale ha menato
nel 2001 definendolo "inadeguato" e nel gennaio 2005 con una
copertina in cui si leggeva "con lui il Paese non ha speranze. Ma
davvero l'Italia vuole un altro governo Berlusconi?".
Così, mentre l'editoria italiana soffre lacrime e sangue, la finanza
di Torino che sta alle spalle di Marpionne allunga la
catena dell'informazione. In Italia, oltre alla "Stampa",
possiede il 10,2 del "Corriere della Sera"
"normalizzato" con l'arrivo di Flebuccio De Bortoli.
All'estero è presente in Spagna e ha un piedino dentro "Le
Monde". Un altro piedino è stato messo dentro l'"Economist"
e per suo tramite dentro il "Financial Times".
Non è roba da poco.
Exor entra nell'«Economist»...
Corriere della Sera - In Italia La Stampa, controllata
però - storicamente - attraverso Fiat. All'estero una quota di Le monde.
Fino a ieri. Il gruppo Agnelli, con la lussemburghese Exor Sa, alle
partecipazioni editoriali aggiunge ora una presenza simbolica nel più
prestigioso dei giornali economici: l'Economist. È una quota minima, solo
lo 0,2%. E minimo è anche l'investimento: solo 1,1 milioni il prezzo
che l'ex Ifil Investissement Sa (è diventata Exor Sa il 2 marzo scorso,
dopo la fusione che ha riguardato le vecchie capogruppo Ifi-Ifil) ha
pagato per sedere nell'azionariato del settimanale britannico.
Occasione capitata per caso: uno dei soci minori liberava la propria
quota, a John Elkann è stato chiesto se fosse
interessato, la risposta è stata sì. Nella compagine societaria, accanto
al Financial Times che ne controlla il 50%, la partecipazione simbolica
degli Agnelli compare ora insieme a quelle dei dipendenti e di alcune
della grandi famiglie del capitalismo british: dai Rothschild, ai Cadbury,
agli Schroder. (R.Po.)
|
- ALAIN ELKANN ACCOGLIE I 700 INVITATI, ROSI IN RITARDO, OGGI
SEPARAZIONE - LAPO-trionfo - MALAGò AFFAMATO, ALLE 22 VA AL RIsTORANTE -
NON CI SONO gli AGNELLI Né MONTEZEMOLO Né BERLUSCONES...
Marisa Fumagalli per
il "Corriere della Sera" - Foto da Corriere.it
afef
La sposa era bellissima, nell' abito bianco e grigio di Lanvin.
Raggiante. (C' è un bebè in arrivo). Di sicuro, fortunata, in virtù
del capriccioso temporale primaverile che ha spruzzato il vestito e le
piante del giardino.
La festa di matrimonio «allargata» (700 invitati) di Ginevra
Elkann (figlia dello scrittore Alain e di Margherita
Agnelli), nipote dell'Avvocato, che lo scorso 25 aprile,
nell'esotica Marrakesh, ha sposato Giovanni Gaetani dell'
Aquila d' Aragona, è andata in replica, ieri, sulla collina di
Moncalieri, a Villa Ovazza, la residenza di famiglia (materna) del papà
di Ginevra.
Tre generazioni Agnelli,
con i vari rami di parentela, felicemente mischiate ai parenti e agli
amici dello sposo («tutti con almeno tre cognomi», nota un' ospite),
arrivati da Roma a Torino con un volo di linea, così affollato di
conoscenti che pareva preso in affitto per l' occasione. La cifra del
ricevimento: informale. Come può esserlo nello stile delle grandi
famiglie.
Per rendere l' idea, durante il pomeriggio, prima del via ufficiale
ai festeggiamenti, i giovani hanno messo su una partita di calcio,
Juve-Lazio, mentre le signore erano ancora alle prese con vestiti e
acconciature. Si è cenato e ballato nei saloni della villa fino a
notte. Menù sostanzioso (firmato Daturi&Motta, solida griffe
gastronomica torinese), annaffiato da vini Antinori. Dall' insalata
caprese «concentrata», agli involtini di bresaola e seirass (ricotta),
passando per gli agnolotti del plin, al risotto alle erbe. A mezzanotte,
pizza, timballo di pasta, in allegria, per gli ancora affamati.
E la grande torta ai frutti di bosco.
de
laurentis
Gli invitati presenti? A parte i parenti stretti (in primis, Lapo
e John Elkann con la moglie Lavinia
Borromeo), i cugini Nasi, Brandolini,
Camerana, ecco, in ordine sparso, alcuni nomi: l'
avvocato di famiglia Franzo Grande Stevens, Marco
e Afef Tronchetti Provera, Clementina
di Montezemolo con il marito Flavio Masciattelli,
Filippo e Moira de Robilant,
Gabriele Galateri ed Evelina Christillin,
Mario Monti, Giancarlo Cerutti, Gerardo
Braggiotti.
Tra i politici, il senatore Pdl Enzo Ghigo e Francesco
Rutelli, accompagnato dalla moglie Barbara Palombelli.
Piccolo dettaglio di gossip, poi sfumato: Alain Elkann,
padre della sposa, è arrivato alla festa senza la moglie Rosi
Greco. «Non c' è da stupirsi, la coppia sta per annunciare la
separazione», si sussurrava. Ma, in vistoso ritardo, è apparsa anche
la signora.
[11-05-2009]
gabetti MARSIAJ,
marito herzigova blanc
bedinette boglione vip
sotto la pioggia amiche feltrinelli
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1976. AL VOLANTE DELLA SUA 131 AGNELLI FA VROOM! VROOM! CON LA 18ENNE
GUERRITORE - UN'ATTRICE BOLLENTE CHE USTIONA LEONE, GIANNINI, L'UOMO DELLA
VITTI, LAVIA E ZACCARIA - ALTRO CHE LE PAROLE DI VERONICA, LA MOGLIE DI
ZAC: "LA STORIA A ME PARE UNA TRAPPOLA"
NELLA FOTO DI APERTURA ROBERTO ZACCARIA VA A NOZZE LA PRIMA MOGLIE
E UNA GIOVANE GUERRITORE
1 - APRILE 1976. AL VOLANTE DELLA SUA 131 L'AVVOCATO AGNELLI
FA VROOM! VROOM! CON LA 18ENNE MONICA GUERRITORE. UN'ATTRICE BOLLENTE
CHE USTIONA LEONE, GIANNINI, L'UOMO DELLA VITTI, LAVIA E ZACCARIA
Da Novella 2000 (Dagospia 24 Agosto 2005)
monica
guerritore nuda a 50 per Vanity Fair Gianni
Agnelli
Aprile 1976. Novella, in punta di piedi, ma con un tempismo
sorprendente, coglie la giovanissima attrice Monica Guerritore
con l'Avvocato. Sì, proprio lui, Gianni Agnelli,
allora presidente della Fiat. Monica, in quell'epoca
flirtava con Giancarlo Leone, figlio dell'allora
presidente della Repubblica Giovanni. La relazione, di
dominio pubblico, metteva subito in chiaro una cosa: negli affari di
cuore, la diva puntava in alto, molto in alto. Stupì come Agnelli
si fosse esposto in prima persona, andando al rendez-vous con l'attrice
al volante della sua 131, accompagnato della guardia del corpo di turno,
tenuta a una certa distanza.
Nella sequenza fotografica pubblicata allora e qui riprodotta, la Guerritore
e Agnelli sono incredibilmente rilassati. Un
incontro, quello documentato da Novella, che fece molto scalpore, ma che
non ebbe seguito.Circa due anni più tardi, liquidato il fidanzato
ufficiale Leone, la Guerritore si legò
a Giancarlo Giannini. Come rivelerà il nostro giornale
in un numero del febbraio 1978, la cocente passione tra i due attori
approderà a qualcosa di sostanzioso. Il reportage, che inizia con la
chiacchierata separazione di Giannini dalla moglie Livia
Giampalmo, presenta il divo pazzo d'amore per Monica al
punto di regalarle un superattico del valore di 800 milioni, con
splendida vista sulla capitale.
egge
Lario la
Guerritore 50enne su Vanity Fair
Giannini fu costretto dal tribunale a dare alla sua
ex consorte 10 milioni al mese a titolo di alimenti per lei e i loro due
figli, allora ancora in tenera età, Lorenzo e Adriano.
Ma i colpi di scena per Monica non finiscono qui. Come
un fuoco d'artificio, Novella, nell'ultimo numero di novembre del '78,
chiusasi la love story dell'attrice con Giancarlo Giannini,
rivela un "confronto" inaspettato tra due Moniche,
la Guerritore, appunto, e Monica Vitti.
Il protagonista maschile di quest'ennesima puntata
sentimental-sensazionale è Roberto Russo, fotografo e
fidanzato della Vitti.
L'idillio tra la Guerritore e Russo scoppia
mentre l'attrice è impegnata in una tournée teatrale con 'Zio Vania' e
in procinto di iniziarne un'altra con Il malato immaginario di Molière.
Lei e Roberto, fotografati insieme al loro arrivo a
Villa Giulia, rivelano contemporaneamente la loro relazione clandestina
e la crisi del ménage tra la Vitti e Russo. Poi, però,
le cose tra il fotografo e la Vitti si sistemano, tanto che la coppia
continuerà, per anni, in una relazione sentimentalmente felice.
Ma torniamo alla storia della Guerritore che, sia
per la sua sensualità sia per la sua bravura in palcoscenico, è stata
paragonata alla grande attrice Ingrid Bergman. In anni
più recenti, a partire dall'81, l'attrice è stata legata al regista Gabriele
Lavia. Per vent'annihanno formato una delle coppie più
affiatate del mondo dello spettacolo.
Monica gli ha dato due figlie: Maria Lucia Rosalia Fragolina e
Lucia Carmela.L'ultima fiammata di Monica?
Risale al 2001, quando al suo fianco è comparso l'ex-presidente della
Rai, oggi onorevole, Roberto Zaccaria. Inutile
precisare che, come le sue relazioni precedenti, anche questa ha fatto
parlare parecchio.
2 - PER LA SIGNORA ZACCARIA O E' STATA MONICA O UNA SPIA -
AUTOGOSSIP A "CHI": "LA STORIA CON LA GUERRITORE A ME
PARE UNA TRAPPOLA"
Roberto D'Agostino per Dagospia (22 novembre 2001)
Sentivamo in questo scorbutico antipasto di estate la mancanza di
qualcosa, ma non capivamo bene cosa. Finché, sbirciando il
telegiornale, leggendo i giornali, parlando con la portinaia,
d'improvviso abbiamo capito. Toh! ecco chi ci mancava: il Grande
Peccatore. La nostra "carne da rotocalco" preferita, da
leccarsi i baffi, soprattutto se pecca di qua e di là, con cupidigia.
Ammettiamolo. Se nella vita non cambia quasi niente, ci pensano i
vipponi ad animare un po' il quotidiano: non si può vivere solo di
morti ammazzati, di mafiosi in carrozzella, di serial-killer, di euro e
di Viagra, di D'Alema e Berlusconi!
Dunque: dopo tante preoccupazioni invernali sulla fine, per mancanza
di Diana e Dodi, di casini, scandali,
litigate, parolacce, corna, personaggi incontinenti, risse coniugali e
ciucciamenti di alluci regali, ora possiamo tirare un sospiro di
sollievo: signore e signori, il grande show dei panni sporchi
ricomincia. Altro che gossip: inesorabilmente dilaga l'auto-gossip. E
allora apriamo "Chi", il settimanale-bibbia dell'adulterio
contemporaneo.
"Ho vissuto per quasi trent'anni all'ombra di mio marito, Roberto
Zaccaria. L'ho fatto per una scelta consapevole, una scelta
d'amore. Il nostro matrimonio era in crisi da tempo, ma io ho continuato
ad amarlo. E non ho mai smesso di sperare che un giorno ci saremmo
ritrovati. Cosi ho sofferto in silenzio, restando sempre nell'ombra. Ma
adesso non posso più tacere". Firmato Barbara Zaccaria,
dal 22 dicembre 1973 coniuge del presidente Rai.
Due figli a carico, la ventenne Caterina e Stefano,
26, ingegnere. La distinta signora è incazzata peggio di un giocatore
turco: non riesce a digerire quelle foto pubblicate da Chi che vedono in
azione le labbra di Robertino piantarsi come uno
sturalavandino sulla bocca teatrale di Monica Guerritore.
RITORE
ROBERTO ZACCARIA - Copyright Pizzi
Eppure all'intervistatrice Nicoletta
Sipos, la sposa tradita fa presente che il matrimonio con Robertino
è defunto dal 1993. Allora, perché tanto riscaldarsi e
indignarsi? "Sì. Ma Roberto non ha mai voluto
parlare di separazione o divorzio", replica Barbara.
"Aveva una casa sua, eppure tornava da me tutti i fine settimana a
mangiare, a fare il suo riposino. Ha conservato il suo studio. anche se
non dormiva più qui. Quando mi sono tolta la fede, due anni dopo che
era uscito di casa, si è quasi stupito. "Come mai? ", mi ha
chiesto. "Mi pesava un poco", gli ho risposto. Lui ha
abbozzato".
Dite che è il solito, vile, perfetto maschio anfibio italiano?
Indovinato. Continua il lavaggio dei panni sporchi di Barbara:
«Nel 1993, quando Roberto ha lasciato il consiglio
d'amministrazione della Rai e ha ripreso a fare il professore
all'università di Firenze. A quel punto lui è cambiato. Aveva una
cinquantina d'anni e forse aveva paura d'invecchiare, capita anche agli
uomini. qualche volta. Invitava gli studenti a casa, faceva tavolate di
30 persone e stava con loro tutta la notte a chiacchierare. In realtà
aveva preso una sbandata per una sua allieva e mi ha messa in un angolo.
Poco dopo è anche uscito di casa. Mi ha detto che si sentiva confuso,
voleva riflettere e mettere ordine nella sua vita».
L'ordine preferito di Zac lo conosciamo bene. Si
rumoreggia di via-vai madrileni con Melba "Muffo" di Calabria,
della liason con Paola Saluzzi lasciamo il vuoto a
perdere. La moglie conferma: "Sapevo che c'era una donna, accanto a
lui, ma non ho mai pensato alla Guerritore. Non riesco
neppure a immaginare come sia cominciata la loro relazione. Dev'essere
successo a settembre. Ed è certo che a ottobre Roberto ha
portato nostra figlia alle prove della Carmen della Guerritore e
gliel'ha anche presentata. Caterina me ne ha anche parlato, ma ne lei ne
io potevamo immaginare cosa ci fosse dietro quella visita apparentemente
innocente».
Anche perché, ci fa sapere Barbara (ma nessuno
glielo aveva chiesto), "ci sono anche stati tanti momenti privati
in cui ci siamo ritrovati come marito e moglie, con un affetto, con una
passione che ogni volta mi rincuoravano. Parlo di eventi relativamente
recenti. A maggio, dopo il grande concerto di Pavarotti.
A Modena. abbiamo trascorso la notte insieme.". E fin qui siamo
nella più classica commedia all'italiana immortalata da decine di film
di Dino Risi e Carlo Vanzina.
Adesso ficchiamo il nasone sul punto più bollente dello scoop di
"Chi" che però "Chi" nasconde tra le pieghe
dell'intervista, senza strilli in copertina. La Sipos fa presente alla Barbara
furiosa che adesso, con la Guerritore, c'è
una storia pubblica del Grande Zac. E lei s'inalbera:
«Una storia che a me pare una trappola. Mi chiedo ancora come ha fatto
il fotografo a scoprirla. La sola risposta logica è che qualcuno, più
che informato, l'abbia avvisato. Qualcuno che aveva interesse a
incastrarlo».
MELBA
RUFFO E CESARE ROMITI - Copyright Pizzi
Gong! Fuori i secondi. Chi ha incastrato Zaccaria chiamando
i paparazzi per farsi cogliere tra le stradine dell'Aquila in formato
Peynet? Il "qualcuno più che informato" è magari la stessa Monica
Guerritore? Chi altri, sennò? Infatti l'intervistatrice mette
nero su bianco che "Queste sono sue illazioni. Forse tutto è
successo per caso...".
E qui Barbara non ci vede più: «Si vede che lei
non conosce mio marito. È sempre stato prudente, ha saputo nascondere
bene le sue relazioni. Il suo mandato di presidente della Rai scadrà
tra pochi mesi, e il chiasso che si sta facendo sulla sua vita privata
minaccia il suo futuro. E tutto per una storia...». Una storia? «Lui
è affascinato, conquistato. Ma non è amore vero».
Ah, l'amore, quello vero, senza flash, senza scoop, senza trash.
Comunque, caro Zac, non ti preoccupare: non si muore
d'amore. Succede qualche volta, se l'altro compra un revolver..
"ADORAVO GIANNI AGNELLI, MI NUTRIVO DELLE SUE PAROLE"
Da "Il Tempo" del 24 giugno 2008
"Gli uomini dai quali mi sono sentita molto attratta sono state
figure di grande potenza intellettuale. L'Avvocato era l'uomo più bello
del mondo ed era il padre di Margherita, la mia
migliore amica. Chi non lo ha mai conosciuto non può immaginare che
tipo di carisma possedesse, al di là del fascino fisico e
intellettuale, che energia scaturisse da lui". Lo ha detto Monica
Guerritore al settimanale 'Diva e donna', parlando dei suoi
amori e del rapporto con Gianni Agnelli.
"Mi voleva molto bene - aggiunge l'attrice - e io per lui avevo
un'adorazione, mi nutrivo delle sue parole". La Guerritore,
il cui sguardo sarà protagonista del nuovo film di Ferzan
Ozpetek, parla della passione per Giancarlo Giannini:
"È stato un amore travolgente e distruttivo".
Svela particolari del lungo rapporto professionale e sentimentale con
Lavia, padre delle sue figlie, e racconta della serenità ritrovata
accanto all'attuale compagno, Roberto Zaccaria: "È
un amore pieno, intenso. Roberto è un uomo di grande
intelligenza e spessore. Lui è 'con me'. Non 'sopra o contro di me:
anche questo rende diverso da tutti gli altri il nostro rapporto".
[08-05-2009]
|
LAPO-CALISSE SCOPPIA A ST-TROPEZ - street-party per 500 DAVANTI AL SUO
PRIMO NEGOZIO - CIò CHE RIMANE DEGLI AGNELLI (JAKY, GINEVRA, GABETTI)
festeggia il figliol-prodigio - La primissima CLIENTE? Marina Berlusconi,
scortata dal marito SHOPPIVORO Vanadia
Antonella Amapane per
"La Stampa"
Lapo
in macchina con Fabrizio Giugiaro
Vino bianco, canapé, tenute sportive post-spiaggia velate di sabbia,
frizzi, facce rilassate. C'erano quasi cinquecento persone, ieri sera,
alla festa per strada in rue Gambetta. Sembrava che tutta Saint-Tropez
si fosse data appuntamento lì, al numero 32, di fronte al negozio
Italia Independent. Il primo punto vendita inaugurato da Lapo
Elkann, 25 metri quadrati all'interno di una casa
tropezienne Anni 50, senza insegna, eccetto il logo del marchio.
A festeggiare Lapo -
accompagnato dalla fidanzata Bianca Brandolini - sono
arrivati il fratello John insieme con la moglie Lavinia;
la sorella Ginevra, accompagnata dal marito Giovanni
Gaetani. Poi, Pierre Casiraghi e Beatrice
Borromeo, Delphine Arnault e Alessandro
Gancia; il mago dei click che ha firmato l'ultimo calendario
Pirelli, Peter Beard; il calciatore
del Milan Marco Borriello. E ancora, la fascinosa Inès
de la Fressange con le figlie Nine e Violette.
A sorpresa, da Torino ha fatto un blitz anche Gianluigi Gabetti.
Umberto Quadrino e signora con Giovanni Acconciagioco
Tanti giovani, un mare di curiosi, atmosfera décontracté. La
primissima ospite che è entrata in negozio ieri mattina, quando ancora
fervevano i preparativi, è stata Marina Berlusconi,
scortata nell'operazione shopping dal marito Maurizio Vanadia,
che ha fatto più acquisti di lei. «Aprire la prima boutique in Italia
sarebbe stato più facile, ma amo le sfide, per questo ho cominciato
dalla Francia. È il luogo giusto per diffondere i nostri articoli e
progetti di lightstyle.
E poi mi piace molto l'idea di un matrimonio italo-francese», ha
detto Lapo Elkann, che sceglie piazze inusuali per i
suoi prodotti allineati nella piccola boutique: dagli occhiali agli
abiti, dal panama in edizione limitata (nato dalla collaborazione fra
Italia Independent e Borsalino) fino ai vasi per i fiori in fibra di
carbonio. Lo stesso materiale usato da Lapo per creare una serie di
bracciali neri rigidi, da regalare agli amici in ricordo dell'evento.
[05-05-2009]
Lapo con Gigi Rizzi Lapo
e Bianca Lapo
e Ines de La Fressanger Lapo
Elkann Lapo
in bianco Lapo
in macchina Lapo
John Elkann e Lavinia Borromeo Ines
de la Fressanger e la figlia Violette Il
negozio di Lapo a Saint Tropez Ginevra
Lapo e Bianca Brandolini D'Adda Ginevra
Elkann e Giovanni Gabetti Ginevra
Elkann Ginevra
e Lapo
|
GRAN ZUPPA DI NOZZE A MARRAKESH DI GINEVRA CON QUEL CHE RESTA DEGLI
ELKANN - ALAIN CHIUDE CON ROSI GRECO E SI SUSSURRA DI UNA RELAZIONE CON
FRANCA SOZZANI - L'EX DELLA ZARINA DI 'VOGUE' al centro di una liaison con
una giovane E NOTA stilista
Foto per gentile
concessione di "Oggi"
Luca
stoppini e Franca Sozzani
Per Rosy e Alain
aria di novità...
Maria Celeste Crucillà per "Oggi" - Alle nozze di
Marrakech c'era anche Rosy Greco, da anni legata ad Alain Elkann. Alla compagnia del fidanzato, però, ha
preferito quella delle amiche. La ragione? Non è un mistero per i bene
informati: la coppia è infatti prossima all'annuncio della separazione.
Del resto, sull'asse del gossip Milano-Torino-Roma da settimane si
sussurra di una nuova, clamorosa relazione dello scrittore con Franca
Sozzani, direttrice di Vogue e vera zarina della moda italiana.
Dal canto suo, Rosy Greco avrebbe già chi la
consola, mentre l'ex partner della Sozzani, il famoso
art director Luca Stoppini, sarebbe al centro di una
liaison amoreuse altrettanto sensazionale: con una giovane e notissima
stilista che è certamente dotata dell'X Factor, anche se attualmente
(anzi, da qualche mese) è forzosamente disoccupata...
2 - DAGO-REPORT
Il momento topico è arrivato quando il vescovo di Terni, Vincenzo
Paglia (from Sant'Egidio), ha pronunciato la fatidica frase:
scambiatevi un segno di pace. Margherita Agnelli ha
quindi rivolto la mano verso il figliolo Jaky. E la
manina rimase sospesa nel vuoto.
Ginevra, pur stra-incinta, ha scelto un abito bianco di Lanvin,
marito e ospiti in tight, il neo-marito Giovanni
Gaetani era circondato dalla folla caciarona dei nobili romani che hanno
sparlato tutto il tempo di caccia e di cavali. Assenti tutte le sorelle
dell'Avvocato (giustificata Suni perché s'è rotta il femore), Mario D'Urso
e Jas Gavronski compresi. Il look di Lapo era lapesco doc: in tight ma corretto
con scarpette azzurre scomosciate e da un pantalone stretto modello
jeans.
NOZZE ELKANN: ARRIVO A MARRAKESH DI JAKY E LAPO
La sera prima si era svolta una festina in una casa di Marrakesh con
musicisti che allietavano il party. Il giorno delle nozze nella villa di
Donna Marella (quindici ettari di giardino) si è svolto il convivio
nuziale, tutto placé, nessuno complessino spaccatimpani tra i tavoli.
Un matrimonio inizia, un matrimonio finisce. Il 9 maggio ci sarà un
festone per 500 illustri invitati a Torino, nella casa avita di Elkann a Moncalieri. Lunedì 11, invece, ci sarà l'annuncio che
l'unione di Alain Elkann e Rosi Greco è
definitivamente finita tra le fiamme dell'inferno, con strascichi legali
penosi anzichenò (carabinieri compresi). Intanti, una settimana fa, il
tenebroso Alain è stato visto passeggiare per Torino
con la zarina di 'Vogue" Franca Sozzani, al seguito scodinzolava Lapo.
Un nuovo uomo in 'Vogue'?
Donna Ginevra è arrivata all'altare al braccio del padre
completamente velata, come una sposa araba. Ma il suo lungo abito bianco
di Lanvin, tagliato sotto il seno con ampia gonna a
nascondere la gravidanza, si apriva in un lungo spacco molto occidentale
che lasciava intravedere le belle gambe affusolate.
VIVA
GLI SPOSI!
Lo sposo, il suo Lancillotto, che nella realtà si chiama Giovanni,
è un principe di sangue blu che più blu non si può: fra i suoi avi
vanta anche un papa, Bonifacio VIII. Parliamo del
matrimonio fra Ginevra Elkann, la terzogenita di Alain
Elkann e Margherita Agnelli, e il principe Giovanni
Gaetani dell'Aquila d'Aragona, di cui Oggi vi offre le foto in
esclusiva.
Ginevra si è sposata secondo le migliori tradizioni
di casa Agnelli, che prediligono scelte nobiliari.
L'Avvocato Gianni convolò a nozze con donna Marella,
erede dei principi Caracciolo. Suo nipote John (fratello
maggiore di Ginevra) si è sposato con la contessina Lavinia Borromeo. E anche lo scavezzacollo di casa
Agnelli, Lapo, non sfugge alle regole della dinastia della Fiat:
si è fidanzato con la contessina Bianca Brandolini d'Adda,
sua cugina di secondo grado.
Aveva fatto eccezione Margherita, la mamma dei tre,
sposa in prime nozze con lo scrittore Alain Elkann. Ma Margherita è rientrata nella tradizione, unendosi in seconde nozze con il
conte di origine russa Serge De Pahlen.
LAVINIA
BORROMEO
Il matrimonio fra Ginevra e Giovanni,
che attendono un bimbo per questa estate, si è svolto con rito
cattolico e un centinaio d'invitati tra parenti e amici più stretti, in
una piccola chiesa di Marrakech.
Alla cerimonia c'erano quasi tutti: nonna Marella,
che Ginevra ama molto, il fratello John con
la moglie Lavinia, Lapo con la fidanzata Bianca, papà Alain con la seconda moglie
Rosy Greco, e
soprattutto mamma Margherita, che se ne è rimasta un
po' defilata, lontana dall'obiettivo del fotografo, ma c'era. Mancava
solo Susanna Agnelli, assente giustificata per problemi
di salute.
JAKY
Un gran risultato, questa riunione familiare al completo, in un
momento così delicato. Si deve alle capacità diplomatiche di Ginevra,
la prima a riallacciare con la madre Margherita i rapporti deteriorati
da un aspro contenzioso sull'eredità dell'Avvocato. Una brutta lite che
vede da una parte Marella, dall'altra sua figlia Margherita.
Pochi giorni prima le nozze si è svolta, al tribunale civile di
Torino, la prima udienza della causa intentata da Margherita
Agnelli per stabilire a quanto ammonti veramente il patrimonio
del defunto Avvocato, stimato in oltre due miliardi di euro. La causa è
stata subito rinviata al 9 maggio.
Nonostante i litigi, Margherita non ha voluto dare
un dispiacere alla figliola, che ha sempre cercato di fare da paciera
fra la mamma e gli altri due figli, schierati con la nonna. Margherita,
mentre non aveva partecipato al matrimonio del primogenito John,
in questo caso ha deciso di presentarsi.
JAKY
CON ETALI IN TESTA
La sposa stringeva fra le mani un bouquet con tante spighe di grano,
simbolo di fertilità, di buon augurio per il suo nascituro. È arrivata
e ripartita in Cinquecento, la richiestissima cucciola di casa Fiat.
Dopo la cerimonia, si è svolto un sobrio rinfresco nel giardino della
villa marocchina di nonna Marella, la cui apertura, di
solito all'inizio dell'estate, è stata anticipata per l'occasione.
Un party più allargato (cinquecento invitati da tutto il mondo) si
terrà il 9 maggio, proprio il giorno dell'udienza della causa di Margherita,
a Moncalieri, vicino a Torino, nella villa di papà Alain.
E sembra che due giorni dopo Alain e Rosy daranno
l'annuncio della fine del loro matrimonio, sembra ormai giunto al
capolinea. Gente che si sposa, gente che si lascia...
[30-04-2009]
Lapo
Elkann e Marella Agnelli LAPO
E BIANCA la
sposa Ginevra e il padre Alain Elkann La
sposa e lo sposo Ginevra e Giovanni John
Elkann e Marella Agnelli Bianca
Brandolini D Adda e amiche
|
SONO JOHN E COMANDO IO –
IL “GIOVANE” ELKANN è CRESCIUTO E si sta ritagliando (o almeno ci
prova) il ruolo del leader – a 33 anni, pensa di POTer ESSERE IL
numero uno della famiglia – E FA IL GANZO: "E MARCHIONNE SE NE
ANDASSE, LA PANCHINA è LUNGA"… -
Da "Il
Foglio"
A chiamarlo Jaki, le poche volte che ancora lo sente, è rimasto
Cesare Romiti, per lunghi anni presidente della Fiat che lo ha visto
crescere. Tutti gli altri hanno smesso di usare quel diminutivo che
l'interessato detesta e lo chiamano John (gli intimi) oppure,
alternativamente, ingegnere in omaggio al titolo che si è guadagnato al
Politecnico di Torino, o presidente, in omaggio invece al suo ruolo di
numero uno della Exor, la finanziaria-cassaforte della famiglia Agnelli.
Qualsiasi cosa si pensi dell'accordo Fiat-Chrysler che si deciderà
oggi ("Non sappiamo ancora se andrà in porto ma lo speriamo",
ha detto ieri il presidente Barack Obama, mentre Sergio Marchionne ha
balenato l'ipotesi di una probabile bancarotta protetta, secondo le
parole riferite da sindacati americani) va detto che ha segnato un fatto
rilevante:
John Elkann, esponente della quinta generazione dei discendenti
del fondatore di quello che è tuttora il primo gruppo industriale
privato italiano, in questa vicenda si sta ritagliando (o almeno ci
prova) il ruolo del leader, del decisore di ultima istanza, o del
padrone. Quindi basta Jaki, per favore, un nomignolo buono per un
ragazzino che aveva tutto da imparare: adesso John Elkann, a 33 anni,
pensa di aver imparato e di esser in grado di esercitare il
ruolo di numero uno della famiglia che fu di suo nonno.
Lo confortano in questo suo convincimento un carattere solido
sotto un'apparente fragile gentilezza e, quel che più conta, la
maggioranza delle azioni dell'accomandita cui fanno capo a cascata tutte
le partecipazioni del gruppo, Fiat inclusa. La conferma di questa
sensazione, comunque già da tempo diffusa, si è avuta leggendo sui
quotidiani di ieri le cronache dell'assemblea degli azionisti Exor
riuniti a Torino, appunto sotto la presidenza di Elkann.
Finiti i lavori, è stato avvicinato dai cronisti che, ovviamente,
gli hanno posto domande
sul grande deal che l'amministratore delegato della Fiat, Marchionne,
sta concludendo
a Detroit e che dovrebbe portare la casa torinese a controllare fino al
35 per cento della Chrysler, mentre la maggioranza assoluta (55 per
cento) sarebbe nelle mani dei
sindacati della Uaw (United Auto Workers). Elkann, che è anche
vicepresidente del Lingotto, ha assicurato il suo "massimo sostegno
all'operazione di Marchionne", ma ha aggiunto altre considerazioni
interessanti.
La prima: gli affari di Exor stanno andando benissimo tanto che la
finanziaria ha più di un miliardo di liquidità da investire, ma di
questa somma nemmeno un euro andrà al settore auto perché "tutte
le operazioni cui Fiat sta lavorando non richiederanno fondi almeno per
il momento e non aumenteranno il peso del settore auto nel portafoglio
Exor".
La seconda: la partecipazione della finanziaria di famiglia nella
casa torinese potrebbe addirittura in futuro ridursi se si dovesse
arrivare a un'alleanza con scambi di quote azionarie: "Se dovremo
essere più piccoli in un insieme più grande, ci va bene", sono
state le parole usate da Elkann che hanno richiamato alla memoria, come
ha notato il Sole 24 Ore, "espressioni già usate in passato"
da alcuni membri della famiglia a proposito dei destini degli Agnelli e
delle quattro ruote non necessariamente ed eternamente coincidenti.
La panchina lunga
Ma ancora altre dichiarazioni di Elkann hanno fatto riflettere sul reale
pensiero del capo degli Agnelli a proposito dell'avventura americana,
dei suoi sviluppi e più in generale
sui vertici Fiat. Si sa che Marchionne, grazie agli eccellenti risultati
che ha ottenuto nei suoi cinque anni di guida del Lingotto, è
corteggiato da molti altri gruppi internazionali che lo vorrebbero avere
come manager: primo fra tutti il colosso bancario svizzero Ubs del quale
l'amministratore delegato Fiat è vicepresidente non operativo; o magari
un ruolo di guida della Chrysler italiana.
Anche di questo si è parlato, e il presidente Exor ha risposto
alle domande dei cronisti in maniera distaccata. "Ne parliamo
spesso con lui - ha detto - ma abbiamo la panchina lunga. Abbiamo
persone in Fiat che sono in grado di assumere responsabilità più
importanti". Mettendo tutto insieme, si ha l'impressione che
l'ultimo degli Agnelli, a nome della famiglia, abbia voluto dire:
vediamo come si evolverà questa avventura americana.
Se davvero porterà decisivi vantaggi alla Fiat, come ci assicura
Marchionne, senza costarci un soldo e senza farci correre dei rischi,
allora saremo tutti contenti. Se invece le cose non andranno così,
troveremo altre strade. E se l'attuale numero uno vorrà percorrerle con
noi, bene; altrimenti abbiamo la panchina. E gli azionisti hanno già in
mente il nome di chi far scendere in campo.
[30-04-2009]
|
Margherita PORSE la manINA Al figlio Jaky. E l'ARTO rimase sospesO
nel vuoto - Un matrimonio inizia:
Il 9 maggio ZUPPA DI NOZZE PER GINEVRA a Torino (500 INVITATI) - E
un matrimonio finisce: L'11 MAGGIO ROSI E ALAIN ANNUNCIANO LA FINE DELLA
LORO UNIONE - (CHE CI FACEVA ALAIN INSIEME A FRANCA 'VOGUE' SOZZANI A
TORINO, CON LAPO AL SEGUITO?) -
1 - DAGO-REPORT
Il momento topico è arrivato quando il vescovo di Terni, Vincenzo
Paglia (from Sant'Egidio), ha pronunciato la fatidica frase: scambiatevi
un segno di pace. Margherita Agnelli ha quindi rivolto la mano verso il
figliolo Jaky. E la manina rimase sospesa nel vuoto.
Margherita
e Gianni Agnelli Jaki
Elkann
Ginevra, pur stra-incinta, ha scelto un abito bianco di Lanvin,
marito e ospiti in tight, il neo-marito Giovanni Gaetani era circondato
dalla folla caciarona dei nobili romani che hanno sparlato tutto il
tempo di caccia e di cavali. Assenti tutte le sorelle dell'Avvocato
(giustificata Suni perché s'è rotta il femore), Mario D'Urso e Jas
Gavronski compresi. Il look di Lapo era lapesco doc: in tight ma
corretto con scarpette azzurre scomosciate e da un pantalone stretto
modello jeans.
La sera prima si era svolta una festina in una casa di Marrakesh
con musicisti che allietavano il party. Il giorno delle nozze nella
villa di Donna Marella (quindici ettari di giardino) si è svolto il
convivio nuziale, tutto placé, nessuno complessino spaccatimpani tra i
tavoli.
Un matrimonio inizia, un matrimonio finisce. Il 9 maggio ci sarà
un festone per 500 illustri invitati a Torino, nella casa avita di
Elkann a Moncalieri. Lunedì 11, invece, ci sarà l'annuncio che
l'unione di Alain Elkann e Rosi Greco è definitivamente finita tra le
fiamme dell'inferno, con strascichi legali penosi anzichenò
(carabinieri compresi). Intanti, una settimana fa, il tenebroso Alain è
stato visto passeggiare per Torino con la zarina di 'Vogue" Franca
Sozzani, al seguito scodinzolava Lapo. Un nuovo uomo in 'Vogue'?
GINEVRA
ELKANN GIOVANNI GAETANI DELL'AQUILA - Copyright Pizzi
2 - ZUPPA DI NOZZE
Da "La Stampa"
Rito cattolico, un centinaio di invitati
tra parenti e amici più stretti, cerimonia sobria e ricevimento nella
villa della nonna Marella Agnelli. Così ieri a Marrakesh, in Marocco,
Ginevra Elkann ha sposato Giovanni Gaetani dell'Aquila d'Aragona.
Lei, terza figlia di Alain Elkann e Margherita Agnelli, nipote
dell'Avvocato e vicepresidente della Pinacoteca Giovanni e Marella
Agnelli al Lingotto di Torino, in abito bianco di Lanvin. Lui,
discendente di una delle più antiche famiglie della nobiltà romana e
napoletana, impeccabile in tight.
Marella
Agnelli
Cerimonia cattolica celebrata nella chiesa di Marrakesh alle
11,30, quindi ricevimento nuziale nel giardino della villa della nonna
di Ginevra, donna Marella Agnelli, riaperta quest'anno in anticipo per
l'occasione.
Per il matrimonio si è riunita tutta la famiglia di Ginevra: i
fratelli John con la consorte Lavinia Borromeo e Lapo con la fidanzata
Bianca Brandolini d'Adda, il padre Alain Elkann con la moglie Rosy
Greco, la madre Margherita (che non aveva partecipato alle nozze del
primogenito cinque anni fa), con il secondo marito Serge de Pahlen e i
loro cinque figli. Presenti anche il padre dello sposo, il principe
Bonifacio Gaetani, e la madre Vittoria Amati, oltre ai suoi fratelli.
Il secondo tempo - più mondano - dei festeggiamenti di nozze si
svolgerà il 9 maggio a Moncalieri, nella villa di Alain Elkann. Un
grande party con cinquecento invitati da tutto il mondo: parenti, amici
e personaggi pubblici. Gli sposi avranno presto un figlio (nascita
prevista in estate) e vivranno a Roma, dove Giovanni si occupa delle
aziende agricole della sua famiglia. (R. Cri.)
[27-04-2009]
ALAIN
ELKANN - Copyright Pizzi Suni
Agnelli LAPO
ELKANN - Copyright Pizzi Margherita
Agnelli ROSI
GRECO - Copyright Pizzi   Franca
Sozzani Franca
Sozzani
|
MA COME - SI DOMANDANO LE ANIME BELLE - ANSELMI è RIUSCITO A
PORTARE 'LA STAMPA' A LIVELLI DI ECCELLENZA E VIENE ACCOMPAGNATO
ALL'USCITA? - FACILE: BERLUSCONI,
IN CAMBIO DI AIUTI STATALI ALLA FIAT, HA OTTENUTO UNA TESTA TROPPO
INDIPENDENTE...
Giulio
Anselmi
Sabina Rodi per Italia
Oggi
Il forsennato giro di poltrone ai vertici dei grandi giornali ha
subito un'accelerazione, in questo fine settimana, con le dimissioni
dalla direzione della Stampa di Giulio Anselmi e la sua sostituzione con
Mario Calabresi, corrispondente di la Repubblica dagli Stati Uniti. E
con la contestuale nomina di Giulio Anselmi a presidente dell'agenzia
Ansa. I giornalisti sono le vestali della trasparenza. Per professione,
dovrebbero togliere le tende che impediscono di vedere che cosa c'è
sotto i fatti. In questo caso invece sono stati tutti zitti e muti a
partire dai protagonisti di questo giro di poltrone. Cerchiamo di capire
che cosa è successo e soprattutto perché è successo.
Partiamo dalle dimissioni dalla Stampa di Giulio Anselmi, un
giornalista di 64 anni. In pratica, Anselmi è stato prepensionato solo
un anno prima di poter essere messo legalmente in pensione dal suo
editore. Anselmi, con questa sua ultima decisione, ha abbandonato il
terzo quotidiano politico nazionale per coprire un incarico (la
presidenza dell'Ansa) che è formalmente di prestigio, ma che è anche
più o meno onorifico e, comunque, da fine percorso professionale.
MARIO
CALABRESI VINCE IL PREMIOLINO
Non a caso, chi lo ha preceduto nella carica, l'ambasciatore Boris
Biancheri, non solo non era un giornalista professionista, ma era
diventato presidente dell'Ansa dopo essere stato messo in pensione dal
ministero degli Esteri per aver raggiunto la massima età per poter
rimanere in servizio ed è poi stato in via della Dataria per
addirittura quattro mandati triennali consecutivi (cioè per 12 anni
abbondanti) fino ad arrivare ai suoi attuali 80 anni che non si può
certo dire sia l'età di un uomo che è nel pieno delle forze. Dalla
sua, per non abbandonare La Stampa, Anselmi aveva anche il fatto che,
nei suoi tre anni di direzione del quotidiano torinese, era riuscito a
trasformare un giornale invecchiato, asmatico e pieno di acciacchi, nel
migliore e più innovativo quotidiano italiano.
Marcello
Sorgi - Copyright Pizzi
Il suo è stato un lavoro non solo duro e senza soste ma anche
molto intelligente. Un lavoro poi, che, per riconoscimento unanime, ha
dato abbondanti frutti giornalistici. Lasciare una Stampa così, per
andare a dirigere la Repubblica o il Corriere della sera sarebbe stata
una decisione naturale ed inevitabile. Si dirà che la direzione de la
Repubblica non è disponibile (ieri l'altro infatti Carlo De Benedetti,
spegnendo ogni roumor contrario, ha detto che Ezio Mauro resta dov'è) e
che la direzione del Corriere della sera è stata assegnata a un altro.
Tutto vero. Però, se le cose stanno così, perché Anselmi ha
lasciato La Stampa? Non poteva restare in un posto giornalisticamente
attivo e di grande visibilità personale ancora per un anno? Non è
infatti possibile pensare che un editore (la Fiat), dopo questo exploit,
sia disposto a privarsi di un direttore così significativo come
Anselmi. Tuttavia l'ipotesi che Anselmi sia stato sofficemente spinto
fuori, sta in piedi. A Torino però tutti sono abbottonatissimi, non
hanno nulla da aggiungere, né, tanto meno, da spiegare.
Solo Anselmi dice a Italia Oggi: «Tutte le stagioni si
concludono. Ho ricevuto dall'Ansa un'offerta che mi interessa, anche
perché viene da una realtà che conosco bene e in cui mi piace tornare».
Una dichiarazione opportuna, ma non totalmente convincente. Procediamo
quindi per induzione dalle indiscrezioni che si conoscono.
elkann
MARchionne
Nel mondo sindacal-giornalistico torinese si dice infatti da tempo
che la proprietà de La Stampa (preoccupata per il davvero imbarazzante
deficit economico della testata e per il fatto che, nonostante che il
giornale abbia sicuramente qualità nazionali, esso sia sempre restato
prevalentemente acquistato solo nelle regioni del Piemonte, della
Liguria e della Val d'Aosta) sia rassegnata a prendere atto di questo
fatto e voglia restringere a livello tri-regionale la diffusione in
tutte le edicole del quotidiano, realizzando, con questa sua scelta, una
drastica riduzione dei costi.
Primo, tagliando su carta, stampa e diffusione realmente
nazionali. E, secondo, riducendo il peso dei costi redazionali, compreso
quello, oggi onerosissimo, di alcune sedi di corrispondenza (compresa
quella, molto folta, di Roma) i cui argomenti, nell'epoca di Internet,
possono essere coperti anche stando a Torino o mandando degli inviati,
che comunque già ci vanno, nei momenti e negli appuntamenti importanti,
chessò, dal G20 al terremoto dell'Abruzzo.
Ora, una rivoluzione di questo genere, piena di lacrime e sangue,
non poteva sicuramente essere avallata da un direttore come Anselmi che
è all'apice del suo fulgore direzionale. Meglio quindi lasciare il
campo prima del diluvio che può essere affrontato con minori danni da
un direttore giovane che ha poco da perdere e molto da guadagnare,
diventando direttore di una testata così importante dopo aver
oscuramente lavorato come un folle nella complessa cucina de la
Repubblica e come corrispondente dagli Stati Uniti dove però, pur
essendo molto bravo, veniva permanentemente oscurato da un
corrispondente ingombrante come Vittorio Zucconi che, avendo una
mostruosa capacità di lavoro, è da sempre abituato a lasciare solo le
briciole informative ai suoi colleghi più giovani.
In tutta questa vicenda direttorial-presidenziale, resta a piedi,
per un'altra volta, l'ex direttore de La Stampa, Marcello Sorgi (oggi
riluttante corrispondente da Londra de La Stampa ma che, in pratica,
vive a Roma e che, comunque, dei problemi della Queen non gli interessa
un baffo). Sorgi, nonostante sia stato a lungo supportato, per la
presidenza dell'Ansa, da Gianni Letta, che in questo settore è un
mammasantissima, non ce l'ha fatta ad arrivarci, per l'unanime
opposizione degli editori che avrebbero dovuto votarlo. Gli hanno
preferito il suo amico (ancora?) Giulio Anselmi che, del resto, lo aveva
già sostituito alla direzione de La Stampa.
[24-04-2009]
|
SUSANNA AGNELLI CADE IN CASA – DA QUALCHE GIORNO È RICOVERATA AL
GEMELLI, OPERATA AL FEMORE E ALL’ANCA È IN BUONE CONDIZIONI
(AUGURI!)…
(Apcom) - Susanna Agnelli, già
ministro degli Esteri ora presidente del comitato Telethon, è
ricoverata da alcuni giorni a Roma, all'ospedale Agostino
Gemelli, dove è stata operata all'anca e al femore dopo essere
caduta in casa.
susanna
agnelli
L'incidente è avvenuto circa due settimane
fa. Susanna Agnelli è da allora in ospedale, in buone
condizioni di salute, dove sta svolgendo il decorso.
TANTI AUGURI !!!!!!!!!!
Mb
[16-04-2009]
|
ORE 11,
ENTRA LA CORTE! MARGHERITA CONTRO GRANDE STEVENS, GABETTI E MARON -
"IO Non ho mai voluto far causa a mia madre. ME LO HA IMPOSTO LA
legge italiana" - l’EREDE REIETTA DAI FURBETTI DEL LINGOTTO: "È
DI DUE MILIARDI" IL TESORO SEGRETO
1 - ORE 11, ENTRA LA CORTE!
Bignamino della prima udienza che si è svolta questa mattina nel
tribunale di Torino, alla presenza solo dei legali, dopo che la
Cassazione ha dichiarato che la vertenza sull'eredità di Gianni Agnelli
va svolta su territorio italiano e non su quello svizzero (dove la mamma
di Margherita, Marella Caracciolo. ha la residenza)
Margherita
Agnelli
L'AVVOCATO
ABBATESCIANNI DI MARGHERITA Agnelli de Pahlen
ha precisato che quella odierna è stata un'udienza di rinvio, richiesta
dalla legge, per fissare i termini delle nuove memorie.
In merito alla memoria depositata, l'avvocato ha precisato di aver
sottolineato che il rendiconto è necessario per avere un completo
elenco dei beni oggetto dell'eredità ottenendo anche il chiarimento sui
conti delle società italiane e straniere.
Tale richiesta, avanzata dalla signora Agnelli ai
tre amministratori del patrimonio del padre, consentirà di definirne
l'ammontare completo e puntuale oltre a quanto già diviso nel 2004.
Gli unici veri destinatari dell'azione giudiziaria
in corso sono gli amministratori del patrimonio dell'Avvocato Agnelli.
L'unico motivo per cui la madre di Margherita, Marella Caraccciolo, è
stata citata è da ricercare nelle legge italiana, che impone di
chiamare in giudizio anche il coerede.
- LA
MEMORIA di Margherita
"Non ho mai voluto far causa a mia madre e tutto quello che è
stato ricamato e costruito sopra questo malinteso non è che una
strumentalizzazione, cercando ancora una volta di spostare l'attenzione
dai fattori contingenti".
Gabetti
Grande Stevens
Sono certa che il rendiconto porterà alla luce
conti di altre società - in Italia e all'estero - di tale complessità
che dimostreranno come né io né mia madre potessimo esserne a
conoscenza.
E ancora "l'accordo concluso 2004 era volto a
stabilire di nuovo il clima di pace e serenità famigliare.
Ciononostante la pace non ritorna poiché l'opacità ha prevalso in
quell'accordo e non la chiarezza di una comunione ereditaria
condivisa."
- LA TESI DELL'AVVOCATO DI FRANZO GRANDE STEVENS
ribadisce di avere svolto, per oltre 50 anni, l'attivita' di avvocato e
non quella di gestore del patrimonio di Gianni Agnelli.
- LA TESI DELL'AVVOCATO DI GIANLUIGI GABETTI
afferma che nell'accordo di divisione del 2004, cui egli e' rimasto
totalmente estraneo, vi e' una rinuncia di Margherita Agnelli ad ogni
pretesa nei confronti di terzi e che tale rinuncia trova applicazione
anche nei suoi confronti. Gabetti ribadisce di non essere stato
amministratore, ma solo consulente di Gianni Agnelli e, quindi, di non
essere tenuto al rendiconto di un patrimonio di cui non conosce la
consistenza non avendo neanche partecipato alla sua divisione.
- LA TESI DELL'AVVOCATO DI SIEGFRIED MARON
dichiara di essere stato solamente un dipendente della SADCO, società
di gestione di patrimoni.
Marella Caracciolo
- LA TESI DELL'AVVOCATO DI MARELLA CARACCIOLO
Marella Caracciolo si augura che la figlia abbandoni un'azione
considerata "tanto improvvida quanto infondata".
2 - "È DI DUE MILIARDI L´EREDITÀ
AGNELLI" MARGHERITA RECLAMA IL TESORO SEGRETO
Ettore Boffano e Paolo Griseri per "la Repubblica"
Sette posti-barca per yacht di grandi dimensioni,
tutti nelle località di mare più gettonate della Francia del Sud, per
complessivi sette milioni di euro. Poi due alloggi sino ad oggi rimasti
nell´ombra, uno a New York e l´altro a Parigi: altri tre milioni di
euro. Infine l´indicazione di un elenco, per ora ancora limitato, di
conti correnti e pacchetti azionari mantenuti riservati, a detta di
Margherita Agnelli De Pahlen e del suo legale, anche dopo l´apertura
della successione del padre: l´Avvocato, scomparso il 25 gennaio 2003.
Soprattutto, un primo e ancora approssimativo conteggio del complessivo
patrimonio personale di Gianni Agnelli, stimato al 2004, anno dell´unico
accordo ereditario tra la figlia del "signor Fiat" e la madre,
Marella Caracciolo.
Ancora secondo il legale di Margherita, l´avvocato
Girolamo Abbatescianni, e i suoi consulenti finanziari quel
"tesoro" sarebbe stato all´epoca di poco inferiore ai 2
miliardi di euro (circa un miliardo e 950milioni). Ma com´è sarebbe
stata calcolata questa cifra? Partendo da una valutazione di Forbes del
1990 che attribuiva all´Avvocato un miliardo e 700milioni di dollari di
quell´anno. Per rivalutare l´ammontare, si è poi tenuto conto sì dei
movimenti positivi della Borsa, ma anche di due eventi catastrofici: il
crollo della "bolla" di internet e l´attacco alle Due Torri
dell´11 settembre 2001.
John
Elkann
Da questa mattina, tutti i ragionamenti e i calcoli
saranno presentati dall´avvocato Abbatescianni nella sua memoria
depositata presso il tribunale di Torino, dove riprende l´udienza
avviata da Margherita Agnelli contro quelli che definisce i
"gestori" del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo
Grande Stevens e il commercialista svizzero Siegfried Maron. Nell´udienza
civile a porte chiuse, Margherita Agnelli chiede di ottenere il
rendiconto esatto dell´asse ereditario. Citata a giudizio è anche la
madre Marella: secondo la figlia solo perché coerede e dunque
interessata al riesame dell´eredità, secondo i legali della vedova
Agnelli con un´azione riprovevole nei confronti dell´anziana madre.
Il procedimento era stato sospeso nel gennaio 2008
proprio perché Marella Agnelli e Siegfried Maron, invocando la propria
cittadinanza elvetica e la definizione in Svizzera dell´accordo sull´eredità,
avevano eccepito la competenza italiana. Il 28 ottobre scorso, invece,
la Cassazione aveva dato ragione all´avvocato Abbatescianni e il
procedimento è stato riconvocato per questa mattina.
Gabetti e Grande Stevens hanno già fatto pervenire
al giudice Brunella Rosso le loro memorie difensive: il primo ribadisce
con forza e argomenti giuridici la propria estraneità rispetto alla
figura di "gestore" del patrimonio dell´Avvocato, mentre il
secondo precisa di aver sempre fornito solo consulenze legali. I
difensori di Marella Caracciolo, infine, sottolineano ancora una volta
la speranza che da parte della figlia si giunga "a un atto di
resipiscenza".
famiglia
agnelli
Le prossime udienze sono già fissate per il 9
maggio e il 9 giugno ed è possibile che in quelle occasioni Margherita
Agnelli definisca, con ancora più ampiezza, la parte del patrimonio del
padre che ritiene non sia stata conteggiata. In quel caso, la battaglia
potrebbe spostarsi sulla verifica dell´ammontare di quanto la signora
Agnelli De Pahlen ha già ottenuto nel 2004. Una cifra ufficiale non
esiste: si va dai 109 milioni ricevuti da Morgan Stanley a un «molto,
molto di più» indicato dal figlio John Elkann, vicepresidente della
Fiat, in un´intervista del luglio 2007.
[09-04-2009]
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