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CUNEO (GIANFILIPPO) NELLA CRISI - Fabio Tamburini INTERVISTA uno dei
consulenti d’impresa più conosciuti - Il principale ERRORE è
avere lasciato fallire Lehman Brothers. Un segnale di Caporetto che
è risultato devastante. ha ingenerato il sospetto che ciò potesse
accadere con qualsiasi altra banca - Banca d’Italia? Non ne esce
molto bene anche se meglio degli omologhi di altri Paesi"....
! - "WALL STREET: LA STANGATA" - COSA ABBIAMO
IMPARATO PER NON PERDERE PIÙ SOLDI
La crisi economica e finanziaria è stata devastante e molto, in
proposito, è stato scritto. Nonostante ciò non è ancora chiaro
cosa sia davvero successo. Gianfilippo Cuneo, 67 anni, già
direttore della McKinsey, uno dei consulenti d'impresa più
conosciuti e ora gestore di fondi d'investimento, risponde alle
domande di Fabio Tamburini, direttore dell'agenzia di
stampa Il
Sole 24 Ore Radiocor, sul crollo del capitalismo finanziario e sui
peccati capitali commessi dalle principali banche d'affari, dalle
agenzie di rating, da revisori, autorità di controllo e dai
cosiddetti consiglieri indipendenti.
Wall
Street, la stangata
Quali sono limiti e opportunità del capitalismo
famigliare nel contesto di crisi attuale e in prospettiva? Quali gli
errori, le omissioni e gli eccessi dei fondi di private equity? Tale
«industria» ha ancora un futuro? E ancora: come si spiega il
fallimento clamoroso dei gestori del risparmio? Perché hanno
sbagliato?
E, soprattutto, quali insegnamenti può ricavare il
risparmiatore in un contesto economico di bassa crescita e crisi
ricorrenti? Qual è il bilancio della stagione delle
privatizzazioni? Quali sono state le occasioni mancate e gli errori
fatti? Vengono analizzate, infine, le opportunità che nascono dalla
crisi: come conviene muoversi, quali sono le difficoltà da superare
e i rischi che si corrono, come si devono gestire le aziende nel
contesto di una situazione che durerà anni.
Tratto da "Wall Street: La Stangata - Cosa abbiamo
imparato per non perdere più soldi" - di Giafilippo Cuneo e
Fabio Tamburini (Baldini, Castoldi, Dalai)
...Negli anni scorsi, all'epoca della bolla speculativa determinata
dall'affermarsi di Internet, il sistema si salvò perché la
cosiddetta old economy, cioè le attività economiche tradizionali,
aveva tenuto i piedi per terra. Nell'estate 2007, invece, la crisi
è stata generale.
E drammatica...
Quando cambia il vento tutti corrono a vendere e, nel mondo della
comunicazione globale, fenomeni e tendenze risultano amplificati. In
un attimo i compratori si sono dissolti; non c'erano più
controparti per immobili, azioni, aziende. Inoltre, forse per la
prima volta, c'è stata una aggravante: la scoperta che tante
operazioni erano state finanziate dalle grandi banche d'affari a
debito, a prescindere dal capitale proprio disponibile. Così
colossi come Citibank, Bank of America e perfino Goldman Sachs si
sono trovati in difficoltà. E la frittata è stata fatta.
Buona parte della stampa ha celebrato a lungo le virtù
del capitalismo anglosassone. Come si spiega?
Ha vinto il mito delle grandi corporation che seguono le regole del
mercato e del profitto facendo gli interessi degli azionisti, senza
interferenze della politica. Ma la realtà, andando a scavare dietro
la facciata, era ben diversa. I manager che hanno guidato le società
hanno fatto i loro interessi piuttosto che quelli degli azionisti.
Pagati profumatamente con stipendi elevati, bonus e stock option
miliardarie che prescindevano dai risultati effettivi; pagati, si
badi bene, non con scelte degli azionisti, ma con opzioni e compensi
determinati dai consiglieri di amministrazione fidati che loro
stessi cooptavano in consiglio.
In realtà, eccezioni a parte, le grandi corporation sono
state guidate da bande di ladroni che hanno potuto operare
indisturbati perché, sia pure in proporzioni molto diverse, il
consenso era assicurato dai vantaggi che gli anni dell'oro
dispensavano un po' a tutti. Una sorta di entusiasmo collettivo che
ha fatto chiudere gli occhi su fatti e misfatti.
La politica americana ha avuto responsabilità?
Il governo Bush ha promosso la stagione della ricchezza facile
scommettendo su un'epoca dell'oro in cui tutti potevano diventare
sempre più ricchi e in cui le aziende, anno dopo anno, miglioravano
i risultati, almeno in apparenza. Si è calcolato, per esempio, che
un 5% del reddito disponibile degli americani derivasse dall'aumento
del valore delle proprie case comprate con mutui a tassi bassi e
rivendute successivamente a valori maggiorati. Chiudere gli occhi
sui mutui facili era una politica che assicurava il consenso
elettorale.
Chi ha commesso i peccati più gravi che hanno portato ai
funerali del capitalismo anglosassone o, almeno, di quello
finanziario?
Un po' tutti. Ha giocato l'avidità,
la voglia
di guadagnare a ogni costo che ha contagiato anche i risparmiatori:
hanno investito con lo spirito degli speculatori invece che con
scelte consapevoli dei rischi. Ma il peccato capitale è stato dei
banchieri, che hanno smesso di fare il loro mestiere.
Le banche devono calcolare il rischio dei finanziamenti e
prestare soldi in base alla capacità delle imprese di ripagare il
debito attraverso la generazione di cassa. Invece il modo
tradizionale di fare banca è stato dimenticato preferendo seguire
logiche puramente speculative fondate sull'utilizzo esasperato del
debito per finanziare le operazioni e sul trasferimento del rischio
al mercato o, comunque, ad altri investitori tramite le
cartolarizzazioni e simili. Per un lungo periodo, soprattutto nel
mondo anglosassone, lo hanno fatto ottenendo profitti elevati.
Poi il giocattolo si è rotto e oggi ci si domanda come
sia stato possibile fare prestiti per gli LBO con clausole del tipo
Pay when you can (Paga quando puoi) o addirittura facendo prestiti a
persone senza reddito, lavoro o capitali (i cosiddetti «ninjna»:
no income, no job, no asset). Era prevedibile che qualora l'economia
si fosse inceppata i risultati sarebbero diventati rapidamente
disastrosi.
Di sicuro non è
stato il
modo di fare la professione di banchiere. Per fortuna le banche
italiane non si sono comportate come quelle americane.
Hanno peccato anche gli investitori istituzionali?
Certamente hanno dimostrato di essere incapaci. I gestori di fondi
pensione, assicurazioni, fondi sovrani, fondi dei fondi dovrebbero
avere spirito critico, capacità di analisi e selezione degli
investimenti, consapevolezza del rischio. Invece hanno portato il
cervello all'ammasso, limitandosi a seguire la corrente. Nella
migliore delle ipotesi hanno letto qualche libro sulla gestione dei
grandi patrimoni, ma nulla di più. Il risultato è che non hanno
dimostrato di avere pensieri propri.
Tutti hanno sottovalutato il rischio: un qualcosa che non
si vede e, troppo spesso, sembra scomparso. Invece non è
mai così. Il
rischio c'è sempre, anche se non si vede, e i rischi aumentano
esponenzialmente quando i valori azionari o immobiliari non sono in
relazione con i numeri fondamentali delle società o degli affitti.
Altrettanto pessima è la figura fatta dalle agenzie di
rating...
Il loro è un mestiere difficile: dare un giudizio sulle aziende in
base ai bilanci. Il limite di fondo è che generalmente i numeri non
danno molta affidabilità. Casi di truffa a parte, ogni bilancio è
fatto di convenzioni e di scelte discrezionali.
Le agenzie ricavavano anche profitti importanti vendendo
rating dei prodotti finanziari strutturati, cioè giudizi sulla loro
affidabilità; rating che, a posteriori, si sono dimostrati
totalmente sbagliati. L'agenzia di rating Moody's, per esempio, ha
avuto un forte aumento dei propri ricavi relativi al rating dei
prodotti strutturati. Tale crescita è stata importantissima sia in
valore assoluto che in percentuale e, di conseguenza, si può
immaginare che non ci fosse un vero interesse a essere severi nel
rating.
Comunque, anche quando le agenzie di rating davano e
danno un rating a un titolo o a un'azienda, si basano su
informazioni che non hanno molta affidabilità, a partire dai
bilanci.
I falsi in bilancio restano diffusi?
Gli intrallazzi continuano a pesare. C'è tutto un mondo, dietro
alle quinte dei numeri ufficiali, che non si conosce e che a volte
risulta sorprendente perfino agli addetti ai lavori. Per questo la
vita è dura anche per i revisori? Anche il loro mestiere è
difficile, quasi impossibile. In questo caso il problema è che
vengono pagati troppo poco: 100 mila euro per revisionare il
bilancio nel caso di un'azienda con 100 milioni di ricavi.
La conseguenza è che le società di revisione mandano in
giro schiere di ragazzini senza esperienza e malpagati, capaci di
vedere soltanto quello che l'azienda gli vuole far vedere. Il
confronto con quanto vengono pagate le attività di due diligence in
occasione di compravendita delle aziende risulta significativo; in
questi casi è il compratore che paga e vuole prestazioni accurate,
indicando che cosa in particolare va approfondito. Il risultato è
che
il lavoro
può costare cinque volte e più la revisione periodica di un
bilancio.
Quanto pesa il doppio lavoro fatto dalle società che
uniscono la consulenza alla revisione?
In passato lo scambio era diffuso. Nella revisione, malpagata, si
chiudevano molti occhi; con la consulenza ricevuta in cambio, ben
retribuita, si facevano i quattrini. L'Arthur Andersen, in
proposito, faceva scuola. Oggi è molto meno frequente perché le
cause di risarcimento miliardarie contro le società di revisione,
soprattutto negli Stati Uniti, hanno lasciato il segno. Le batoste
sono state tali e tante da far capire che non è il caso di
scherzare. Lo conferma proprio il caso Arthur Andersen, che è
scomparsa e dalle cui ceneri è nata Accenture, un'ottima società
di consulenza.
Restano su piazza i consiglieri di amministrazione
indipendenti. Che ruolo svolgono?
Sono una favola, anche se alcuni adulti credono alle favole. La
verità è che, come indipendenti, non esistono. Negli Stati Uniti
vengono cooptati dagli altri consiglieri, capitanati
dall'amministratore delegato, a cui poi devono riconoscenza. In
Italia normalmente li nomina l'azionista di maggioranza e, in tal
caso, sono lì per tenere bordone a chi li ha incaricati. Solo in
qualche società virtuosa sono indicati dai principali fondi che
hanno investito nell'azienda e hanno quote di minoranza. Sarebbe
diverso se, poniamo, li nominasse
la CONSOB
o si imponesse il voto di lista. A quel punto, forse, se ne
vedrebbero delle belle.
Grandi responsabilità hanno avuto le autorità di
controllo. Come hanno potuto non accorgersi di illegalità così
diffuse e così eclatanti?
Anche negli Stati Uniti il loro fallimento è stato totale; i casi
Enron e Madoff sono eclatanti. La scusante è che il numero delle
società quotate, delle banche, delle assicurazioni e degli
intermediari finanziari che devono essere controllati dagli enti
regolamentatori è veramente elevato. Come può qualche centinaio di
funzionari tenerli tutti sotto controllo?
C'è poi un vizio di fondo: l'attitudine a verificare la
forma trascurando la sostanza. Per esempio, quando i risultati
ufficiali diventano strabilianti rispetto alla norma del settore,
vuol dire che l'azienda prende rischi enormi o ci sono delle truffe.
Ciò dovrebbe portare i controllori ad accendere i riflettori.
Invece no, perché la forma è rispettata. L'alibi è che tocca al
mercato giudicare l'effettiva validità di una azienda.
La verità è che la cultura dei controllori resta di
tipo giuridico: l'opposto di quanto servirebbe per passare dalle
verifiche formali a quelle sostanziali. Il risultato è che, almeno
negli ultimi anni, nessuno ha controllato un bel niente. Come
consolazione, tuttavia, si può notare che negli Stati Uniti,
almeno, ci sono forti penalità per chi truffa e vengono applicate
rapidamente.
Il mito dell'americana Sec, a cui tocca il controllo del
mercato azionario, è dunque tramontato?
Era strutturata per colpire comportamenti criminali come l'insider
trading e lo ha fatto con buoni risultati. Ma non aveva competenze
per valutare i rischi delle attività non iscritte in bilancio e ha
fallito.
Come uscirne?
Le autorità di controllo vanno rifondate puntando su verifiche
sostanziali e non formali. Il problema vero resta la valutazione dei
rischi reali. Non soltanto per loro, del resto, ma anche per banche
e assicurazioni. Qual è oggi il valore vero dei crediti delle
banche? È diffusa la pratica di spostare a medio-lungo termine la
scadenza di crediti che altrimenti andrebbero in sofferenza: quanto
valgono? Non certo il nominale. Soltanto rispondendo a questa
domanda si può giudicare adeguato o meno il capitale del gruppo
bancario.
Perché le banche hanno puntato su attività extra
bilancio?
Spostare fuori bilancio attivi e debiti corrispondenti è stato un
modo per liberare capitale e aumentare i profitti rendendo possibile
la crescita tramite acquisto di altre banche. Sia perché il
capitale proprio diventava sufficiente sia perché il debito
necessario per fare acquisizioni risultava compatibile.
È successo anche in Italia?
Mi vengono in mente i casi del gruppo Monte dei Paschi per
l'operazione Antonveneta e
la campagna
acquisti di UniCredit; operazioni legittime, rese possibili
dall'introduzione delle riforme dette «Basilea II» e dallo
spostamento fuori bilancio di molte poste dell'attivo e del passivo.
E per quanto riguarda l'attività di controllo come
giudica il comportamento della
Banca d'Italia
?
Non ne esce molto bene anche se meglio degli omologhi di altri
Paesi. Anche in Italia c'è forte attenzione verso i controlli di
tipo formale e scarsa attenzione, al di là dei casi di connivenza
come quello dell'ex governatore Antonio Fazio verso la Popolare di
Lodi, alla sostanza. Il risultato è stata l'incapacità
d'intervenire in tempo utile; comunque oggi ci sono direttive
sostanziali che portano a limitare i conflitti di interesse, per
esempio nell'asset management, e ad accertare la vera
patrimonializzazione delle banche.
Quali sono stati gli errori più gravi nella gestione
iniziale della grande crisi?
Il principale è avere lasciato fallire Lehman Brothers. Un segnale
di Caporetto che è risultato devastante.
Perché?
È stata sottovalutata la portata dirompente degli effetti a catena.
L'idea della Federal Reserve era dare un forte segnale al mercato
che non si poteva andare avanti con banche d'affari che si
indebitavano a dismisura, prendevano rischi eccessivi, pagavano
miliardi ai propri manager e via dicendo. Il risultato è stato,
invece, l'innesco di una spirale di fallimenti e sfiducia. La vera
Lehman era stata venduta a una grande banca anni prima e la nuova
Lehman era nata come banca di investimento da quella costola; in
realtà era una nuova banca di investimento con il nome di una
gloriosa vecchia banca ma che poi si è trasformata in una nuova
entità più somigliante a un hedge fund, cioè a un fondo di
investimenti che utilizza ampiamente il debito.
Così con il fallimento della Lehman, all'improvviso, le
controparti della società in tutto
il mondo
si sono trovate ad avere a che fare con una banca che non poteva più
onorare i contratti stipulati. Il che, oltre a essere un danno
enorme, ha ingenerato il sospetto che ciò potesse accadere con
qualsiasi altra banca. Dopotutto lo Stato americano aveva salvato
anni prima il Fondo LTCM (Long-Term Capital Management) proprio per
non creare panico mentre si è lasciata fallire la Lehman, una banca
cento volte più importante.
Come è potuto avvenire?
Va considerato un fattore che ha pesato: l'immagine della Lehman era
di una banca molto ebrea, guidata da un management poco simpatico,
che si era arricchito molto con operazioni speculative e
spericolate.
Gli esperti in fantafinanza suggeriscono che il
fallimento, avvenuto poco prima della nomina di Barack Obama, gli
abbia fatto gioco accelerando la crisi ormai inarrestabile.
Condizione imprescindibile per cominciare poi la lunga strada del
risanamento e del rilancio...
Ritengo più probabile che l'establishment americano abbia voluto
lanciare un segnale chiaro di svolta sottovalutandone gli effetti
drammatici. I danni che può fare l'incompetenza sono molto maggiori
di quelli che può fare l'intelligenza.
[09-12-2009]
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