|
| |
|
UN
FLAVIO CARBONI PER TUTTI! NON SOLO SILVIO, ANCHE I PURI
FONDATORI DI “REPUBBLICA” - ’ANAL-CORD’ DELLA RELAZIONE
PERICOLOSA TRA IL PRINCIPE CARACCIOLO E IL FACCENDIERE
FLAVIO CARBONI ALL’EPOCA DELL’ACQUISTO DEL QUOTIDIANO
"LA NUOVA SARDEGNA" - AL DUPLEX CARACCIOLO-SCALFARI IL
52% DELLE QUOTE, AL GREMBIULINO CARBONI IL 38% - SECONDO
ALCUNI FU ANCHE L’INCIPIT DELLE GRANDI FORTUNE DEL
FACCENDIERE COL PARRUCCHINO. PECCATO CHE LA COMMISSIONE
REGIONALE APRÌ UN’INDAGINE PER TRUFFA - IL RUOLO DEL
GRAN MAESTRO DELLA MASSONERIA CORONA "AMICO DI LA MALFA
E SPADOLINI" -
Gian
Marco Chiocci e Mariateresa Conti per "Il Giornale"
Non una
semplice amicizia casuale nata per il fatto di essersi
ritrovati, insieme, soci di uno stesso giornale, La
Nuova Sardegna. Non un banale contatto confidenziale
legato alle azioni in comune, quelle del quotidiano
sardo acquistate nel 1980.
Il rapporto
che legava il principe Carlo Caracciolo, defunto
presidente del gruppo L'Espresso e cofondatore con
Eugenio Scalfari di Repubblica al faccendiere Flavio
Carboni, l'uomo dei mille intrighi al centro ieri dello
scandalo P2 e oggi dell'affaire P3, era piuttosto
stretto.
Altro che la
riunione, singola, in casa di Denis Verdini, contro cui
Repubblica ora tuona. E la chiave di volta sta proprio
in quell'affare di 30 anni fa, l'acquisto da parte del
gruppo Espresso de La Nuova Sardegna.
Un affare
che, raccontano le cronache dell'epoca, nasconderebbe un
inghippo: in barba alle prescrizioni della Regione
Sardegna, che poneva come condizione che l'acquirente
avesse una maggioranza qualificata ma non assoluta, e
che la rimanente parte fosse suddivisa tra operatori
economici sardi, l'accoppiata Caracciolo-Scalfari ebbe
di fatto il 52% delle azioni, e la Sofint di Carboni e
Emilio Pellicani il 38%.
Insomma, una
maggioranza bulgara. Che secondo alcuni fu anche
l'incipit delle grandi fortune del faccendiere, «il gran
maestro della P3 intrinseco all'album di famiglia
proprio del berlusconismo», scrive oggi Repubblica.
Dimenticando quando Carboni era di casa eccome, ma con
Caracciolo, non con gli uomini del Cav.
La storia è
raccontata in «Rosso e Nero», la rubrica che Beppe
Niccolai teneva nei primi anni '80 sul Secolo d'Italia,
organo, all'epoca del Msi-Destra nazionale. Il 6 agosto
del 1982 Niccolai annota: «La fortuna di Flavio Carboni
si chiama l'accoppiata Corona-Caracciolo, ed è
strettamente legata alle vicende dell'acquisto da parte
dell'editoriale L'Espresso del quotidiano La Nuova
Sardegna».
Fermiamoci
un attimo. Il Corona cui Niccolai fa riferimento è
Armando Corona, gran maestro della massoneria nonché,
all'epoca della vendita de La Nuova Sardegna, presidente
del Consiglio regionale. Niccolai nella rubrica
ricostruisce l'assetto societario della Nuova Sardegna:
52% all'Espresso, 35% alla Sofint di Carboni e
Pellicani, solo il 13% alla Sir e ai sardi. «Dietro
questa ripartizione - scrive Niccolai - c'è l'inganno.
Come è stato
possibile? Ce lo dice lo stesso Caracciolo, che nel
difendersi dalle contestazioni di avere acquistato La
Nuova Sardegna truffaldinamente scrive in data 10 luglio
1981 al presidente della Sir finanziaria (Gianni Fogu)
affermando che tutto quanto è stato fatto e perfezionato
"dietro il previsto accordo con il presidente del
Consiglio regionale" (appunto Corona, ndr) e che "se lo
ritiene può, all'occorrenza, mettere a disposizione la
relativa corrispondenza"».
Chi favorì,
dunque, Carboni? Il gran maestro Corona? O proprio il
socio di maggioranza Caracciolo? Corona, ascoltato nel
1982 dalla Seconda commissione consiliare della Regione
Sardegna, che su quella vendita anomala aprì subito
un'indagine, giura di «non avere dato l'autorizzazione
in nessuna forma al presidente dell'editoriale
L'Espresso, Carlo Caracciolo, per la cessione della
quota» finita per il 35% a Carboni.
Caracciolo
invece ha sostenuto di avere avuto le prescritte
autorizzazioni regionali. Vediamo cosa racconta sul
punto lo stesso Caracciolo, nel verbale del 19 agosto
del 1982 contenuto nella sentenza di primo grado del
processo per il crac del Banco Ambrosiano: «Ebbi dei
colloqui - ricostruisce Caracciolo parlando della fase
delle trattative - col presidente del Consiglio
regionale Ghinani e con il presidente dell'assemblea
regionale sarda, Armando Corona, persona peraltro a me
già nota perché molto amica di miei amici come Spadolini
e il compianto Ugo La Malfa.
La soluzione
proposta dalla Regione sarda, che noi accettammo,
consisteva nell'acquisto da parte nostra del 48% del
giornale, in un altro 48% che sarebbe stato acquisito da
un gruppo formato da sardi e in un restante 4% che
sarebbe rimasto in mano alla Sir e che sarebbe andato in
mano ad altri enti pubblici sardi. È a quest'epoca che
data l'inizio dei miei rapporti con Flavio Carboni che
peraltro avevo avuto modo di conoscere in un'altra
precedente occasione ma in modo del tutto occasionale e
formale.
Il Carboni mi chiese esplicitamente
se avessi qualcosa in contrario ad una sua
partecipazione al gruppo dei sardi che avrebbe
acquistato l'altro 48% del giornale. Risposi che non
avevo evidentemente nulla in contrario. Perfezionato
l'acquisto, devo dire che il Carboni si dimostrò molto
utile e molto attivo nell'organizzare contatti e
incontri». Di qui gli stretti rapporti confidenziali, il
reciproco «tu», gli incontri. Quei rapporti stretti che
Repubblica oggi preferisce dimenticare.
19-07-2010]
|
|
IL GIORNALE” DI FELTRUSCONI
GETTA SUI CARBONI ARDENTI “LA REPUBBLICA” DEI PURI -
STATE MOLTO, MOLTO ATTENTI A SCARAVENTARE FLAVIO CARBONI
COME “INTRINSECO ALL’ALBUM DEL BERLUSCONISMO”. CARLO
CARACCIOLO, FONDATORE CON SCALFARI DEL QUOTIDIANO ‘LA
REPUBBLICA’, CON “L’UOMO NERO DEL BERLUSCONISMO” È STATO
IN STRETTISSIMI RAPPORTI PER TRENT’ANNI: ERANO AZIONISTI
DELLA "NUOVA SARDEGNA" - (BASTA LEGGERE LE SENTENZE SUL
CRAC DEL BANCO AMBROSIANO E SULLA MORTE DI CALVI) -
CARACCIOLO: “INCONTRAI CALVI TRE O QUATTRO VOLTE, UNA
VOLTA PARTECIPÒ SCALFARI”, PRESENTE CARBONI CHE CON
CALVI PARLÒ DELL’OPERAZIONI ENI-TRADINVEST –
Gian Marco Chiocci per Il Giornale
A
proposito di Flavio Carboni.
L’uomo nero per tutte le stagioni, descritto come «il
gran maestro della P3» in un articolo del 10 luglio sulla
Repubblica , a
firma Alberto Statera, viene definito «intrinseco all’album
di famiglia proprio del berlusconismo»
A
questa sua vicinanza al premier veniva fatta
risalire l’ostilità dei giornali del centrodestra
impegnati a sostenere che l’associazione segreta, visti
i personaggi, era da ridere. Ai sostenitori del «pitresismo
sfigato » Statera ha posto
un interrogativo: «Perché mai il coordinatore del
partito Denis Verdini deve riunire nella casa romana il sottosegretario
alla Giustizia Caliendo, i magistrati Martone e Miller,
con il condannato Dell’Utri e il noto pregiudicato
Flavio Carboni? ».
A
proposito di pranzi, incontri a casa, frequentazioni
con Carboni, Statera dovrebbe
sapere che Carlo Caracciolo,
presidente del gruppo L’Espresso , fondatore con Eugenio
Scalfari nel 1976 del (suo) quotidiano La Repubblica
, deceduto a dicembre 2008, con Carboni è stato in
strettissimi
rapporti per trent’anni, altro
che Berlusconi.
Rapporti documentati nelle sentenze sull’inchiesta sul
crac del Banco
Ambrosiano, ribaditi negli atti giudiziari sulla morte
di Roberto
Calvi, riscontrati persino
in quest’ultima inchiesta sulla P3. Perché le cene di Caracciolo
vanno bene e i pranzi di Verdini no? Proviamo a capirlo.
Interrogatorio
del 19 agosto 1982 di Carlo Caracciolo, presidente del
gruppo L’Espresso ,processo di primo grado per il crac.
Il
verbale si apre con la ricostruzione
dell’acquisto del giornale
La Nuova Sardegna , dei rapporti
con l’ex capo della massoneria
Armando Corona all’epoca
presidente dell’Assem-blearegionalesarda. «È inquest’epoca
(1980) che data l’inizio
dei miei rapporti con il signor
Flavio Carboni, che peraltro
avevo avuto modo di conoscere
in una precedente occasione
» e che poi entrò in società
nel giornale sardo acquistato
da Caracciolo.
«Devo dire prosegue
l’ex editore-che si instaurarono
dei rapporti di cordialità
e di confidenza, e che prendemmo a darci del tu e a
chiamarci per nome. Ovviamente
le occasioni di incontro erano molto frequenti e numerose
sono le
conversazioni telefoniche
fra me e lui. Ci si vedeva
piuttosto spesso a casa mia o ne l mio ufficio». Proprio
come Carboni con
Verdini, tale e quale. Il giorno dell’elezione a premier
di De Mita (beniamino
di Scalfari) «il Carboni combinò
un incontro a casa sua ( sic !) che avvenne prima della
formalizzazione della stessa».
Purtroppo per Statera, Caracciolo
non aveva rapporti solo con Carboni ma anche con un
altro «faccendiere» noto alla cronache di Repubblica .
«Proprio Carboni
- afferma Caracciolo
- nell’autunno del 1981 combinò un incontro a casa mia
con Roberto Calvi, che avevo
già incontrato nella primavera
perché contattato da tal Francesco Pazienza che avevo
conosciuto quattro o cinque mesi prima come uomo d’affari
».
In
quell’occasione Calvi ebbe
a lamentarsi con Caracciolo,
presente il «faccendiere» Pazienza, per gli attacchi da
parte dei giornali di cui era editore. Caracciolo riferì delle rimostranze
ai direttori Scalfari e Zanetti. Per il tramite di Carboni,
via Calvi, fece altrettanto successivamente.
«Alla fine gli dissi che se proprio voleva avrei potuto
vedere Calvi, però
a casa mia ( sic !) ed infatti ebbi
modo di incontrare Calvi tre o quattro volte, in una
sola occasione
partecipò il direttore di Repubblica , Eugenio Scalfari
», presente Carboni che con Calvi parlò dell’operazioni
Eni-Tradinvest.
Calvi si lamentava di essere una vittima di
faide fra
banche, gruppi politici ed editoriali: «A un certo punto
Carboni mi disse, e la circostanza
mi lasciò di stucco e al contempo incredulo, che Calvi intendeva riparare all’estero
giacché non reggeva più (...). Il giorno prima, o due
giorni prima
della sparizione di Calvi, Carboni mi disse, credo in un
incontro a casa mia ( sic !) che Calvi era in procinto
di sparire
perché aveva un buco da 2mila miliardi di lire».
I
giudici fanno presente un dato clamoroso:
nei giorni della scomparsa
e della morte di Calvi a Londra,
l’editore era il solo al mondo
a sapere (oltre a Carboni) che il banchiere si era nascosto
dove poi è stato trovato impiccato.
E anche dopo la scomparsa
di Calvi i due continuarono
a sentirsi.
Di
queste telefonate riservate Carboni dà conto
a verbale il 14.11.1991: «In genere lo informavo di
tutto... anche che stava presso (incompr.)...
lo chiamavo via via che mi spostavo, lo aggiornavo...
». Il pm: Per consigliarsi o perché cosa? Carboni: «Si
sapeva che io mi
occupavo di Calvi,
mi sembrava normale... gli dicevo, guarda che quello che
sta succedendo è abbastanza clamoroso».
L’editore l’ha spiegata così:«Ero preoccupato
che in quei frangenti intervenisse l’aumento di
capitale della
Nuova Sardegna ». Nel corso del processo si è parlato di
un patto fra Calvi e il gruppo L’Espresso , per
intercessione di Carboni, al fine di attenuare gli
attacchi. Caracciolo, a verbale,
lo ha escluso categoricamente.
Emilio Pellicani, factotum
di Carboni, l’ha smentito in un noto memoriale riportato
nella sentenza del crac Ambrosiano
di secondo grado: «Per quanto riguarda la stampa
il Carboni si era adoperato con l’amico Caracciolo affinché
fosse raggiunto un patto di non belligeranza, cosa che
avvenne per
qualche mese, in quanto gli attacchi di Repubblica
e L’Espresso garantirono un tregua, rotta solo da
qualche sporadico attacco».
Carboni concludono
i giudici - si era messo all’opera rivolgendosi a un
gruppo di potere che potesse
aiutarlo a raggiungere gli obiettivi concordati con
Calvi. «Tra i componenti del gruppo, con il quale
avrebbe dovuto dividere
il premio promesso da Calvi, Carboni elencava (fra gli
altri, ndr ) Carlo Caracciolo(...).
Carboni spiegava che alcuni
risultati erano stati raggiunti
e che Calvi era “soddisfattissimo,
come diceva a tutti”.
E proprio perché soddisfatto
aveva deciso di gratificarlo con i primi 10 milioni di
dollari » dei
100 complessivi promessi
in cambio di un aiuto su più fronti.
Arriviamo così ai giorni della
famelica P3 ben descritti da Statera.Siamo al’iniziodell’inchiesta
sull’eolico, l’anno è il 2008. Trent’anni dopo rispunta Carboni ancora in contatto con i vertici del gruppo editoriale
L’Espresso . C’è una telefonata
fra Carboni e il sodale Martino dove disquisiscono di
una notizia da far circolare sui maggiori giornali del
mondo ( Le Figaro , Wall Street Journal
).
Carboni rassicura l’amico
che ha già avuto l’ok da Repubblica
, ma sui nomi - come spesso gli capita- prende abbagli.
Cita Gad Lerner che, pur amico di Scalfari e De Benedetti,
sta a La7 e non all’ Espresso : «Io domani devo
incontrare Caracciolo, non so se ci sarà anche
la Marella». E più avanti: «Me lo hanno già detto ieri.
Adesso devo verificare come e chi va. Ecco questo Lerner
che il vicedirettore dell’ Espresso , è legato a
Eugenio, hai capito, Eugenio!(...). E domani ne parlo pure con Giacaranda», che poi è Jacaranda Caracciolo Falk, l’unica
figlia riconosciuta
dell’editore defunto. roberto calvi
Ancora lui,
Caracciolo. Che secondo
l’ Unione Sarda poco prima di morire avrebbe ricevuto
Carboni il quale - su mandato dell’assessore
Asunis-chiedeva
un trattamento di favore sui giornali del gruppo, per il
centrodestra, in
vista delle regionali.
L’editore parlò effettivamente
con Carboni, ma gli rispose
picche. Carboni se ne lamentò
ovviamente al telefono «L’incontro a casa Caracciolo s’è
rivelato inutile». Proprio come a casa Verdini.
17-07-2010]
|
|
L’INTERVISTA DELLA SECONDA AZIONISTA GRUPPO
ESPRESSO - "CREDO CHE TUTTO ABBIA UN PREZZO. SÌ, FORSE POTREI
VENDERE LA MIA QUOTA DELL’11,75%" - GONG! NUOVO ROUND DEL DUELLO
TRA JACARANDA CARACCIOLO FALCK E DE BENEDETTI - 2- E ’MILANO
FINANZA’ AGGIUNGE BENZINA AL ROGO SULL’INDAGINE DELL’INGEGNERE:
DURISSIMO PEZZO SULLO SCANDALO DELLA BANCA INTERMOBILIARE DELLA
FAMIGLIA SEGRE
1 - "SÌ,
FORSE POTREI VENDERE LA MIA QUOTA"
Chiara Beria
d'Argentine per "Prima
Comunicazione"
Jacaranda
Caracciolo Falck racconta per la prima volta la sua storia e il
rapporto con il padre, l'editore Carlo Caracciolo - scomparso nel
dicembre 2008, azionista dell'Espresso e poi fondatore assieme a
Eugenio Scalfari di ‘Repubblica' - e con Carlo De Benedetti.
"Mi sarebbe
piaciuto avere un ruolo nel Gruppo L'Espresso. Comunque, nessuno
me l'ha offerto e capisco che, per come è oggi il gruppo, è molto
difficile trovare uno spazio", spiega Jacaranda Caracciolo Falck,
che del Gruppo L'Espresso è la seconda azionista con l'11,75% e
all'‘Espresso' ha lavorato come giornalista dal 1991 al 2006.
"Sicuramente
in questi mesi, come spesso avviene nei rapporti tra azionisti, ci
sono state delle ‘problematiche'. Speriamo che si risolvano. Tra
l'ingegnere e Carlo Caracciolo il rapporto si era un po'
sfilacciato, io sono più disincantata. All'inizio tra noi c'è
stato un misunderstanding sulla nomina dell'avvocato Barbara a
presidente del collegio sindacale, ma poi si è chiarito.
L'avvocato
Barbara è un super professionista e io penso che giornali come
‘Repubblica' e ‘L'Espresso' che fanno le pulci a tutti debbano
essere assolutamente immacolati, sotto ogni punto di vista. La
trasparenza prima di tutto. E su questo con De Benedetti siamo in
piena sintonia".
Nominata dal
padre erede universale, Jacaranda Caracciolo Falck ha una vicenda
giudiziaria aperta con i fratelli Revelli che rivendicano di
essere figli naturali di Caracciolo, questione che è stata più
volte al centro dell'attenzione dei media. "Non credo che il
‘Corriere della Sera' di una volta avrebbe dato tanto spazio al
gossip. Paolo Mieli è cresciuto con Carlo e Scalfari; forse si è
voluto levare un sassolino dalla scarpa. Da lui proprio non me
l'aspettavo".
Dal padre
Jacaranda Caracciolo Falck ha ereditato anche la quota del
quotidianio francese ‘Libération' che l'editore aveva acquistato
nel gennaio 2007. "Per Caracciolo ‘Libération' ha rappresentato
l'occasione di rimettersi in gioco. La sua esperienza nel Gruppo
L'Espresso stava tramontando; credo che dover fare il presidente
onorario sia stato per lui uno shock.
‘Libération'
era un grande marchio, ma era virtualmente fallito e il primo
azionista, Edouard de Rothschild, non aveva esperienza di
giornali. Sapeva che ‘Libération' non poteva farcela da solo e,
seguendo lo schema dei quotidiani locali, le sue creature che
ancora oggi sono la vera forza del Gruppo L'Espresso, pensava a
delle fusioni con altri giornali stranieri. Oggi ‘Libération' ha
ancora debiti pregressi ma, grazie a Carlo, non è morto. Carlo
Caracciolo fino alla fine ha creduto nella carta stampata".
Prima - Nel
2006 ti sei dimessa dall'Espresso. Come mai?
J.
Caracciolo - Volevo trovare spazi diversi, più di approfondimento.
Mi piaceva la 'Domenica' di Repubblica ma, per una regola del
gruppo, non si poteva collaborare per altre testate. Ho cercato
Ferruccio de Bortoli, allora direttore del Sole, e lui mi ha
presentato a Paola Bottelli.
Grazie a
loro per Ventiquattro ho fatto, credo, dei bei servizi come quello
sul museo progettato da Tadao Ando per due mecenati tedeschi.
Senza più vincoli ho potuto infine occuparmi di moda per la
'Domenica' di Repubblica, sotto l'ala di Donatella Chiappini.
Infine, dopo la morte di Carlo, ho smesso di scrivere.
Notai,
commercialisti, avvocati, primo fra tutti, Carlo D'Urso: la mia
vita è profondamente cambiata. Cerco di capire cosa fare,
m'informo. Certo, ho incontrato Monica Mondardini, nuovo
amministratore delegato del Gruppo L'Espresso. Mi è sembrata molto
intelligente e brava. Ha portato a casa ottimi risultati.
Prima -
Perché allora si parla di contrasti tra te e Carlo De Benedetti?
Non conoscevi l'ingegnere?
J.
Caracciolo - Meno di altri. Sono amica di suo figlio Marco e di
sua moglie Paola; i loro figli frequentano anche la stessa scuola
dei miei. Tra !'ingegnere e Carlo il rapporto si era un po'
sfilacciato, io sono più disincantata. All'inizio tra noi c'è
stato un misunderstanding sulla nomina dell'avvocato Barbara a
presidente del collegio sindacale, ma poi si è chiarito.
L'avvocato
Barbara è un super professionista e io penso che giornali come
Repubblica e L'Espresso che fanno le pulci a tutti debbano essere
assolutamente immacolati, sotto ogni punto di vista. La
trasparenza prima di tutto. E su questo con De Benedetti siamo in
piena sintonia.
Prima - E la
questione casa di via della Lungarina? Qual è la tua versione?
J.
Caracciolo - In origine era la casa dei genitori di Carlo, lui
l'acquistò e rimase 'inscatolata' nel Gruppo L'Espresso quando era
a gestione familiare. Dopo la sua morte speravo che volessero
farne la sede di una fondazione dedicata a Carlo Caracciolo, lì ci
sono le sue opere d'arte, i suoi libri. Lì è passato un pezzo
della storia italiana. Ma nessuno l'ha proposto. Così per ragioni
sentimentali, e visto che è difficilmente divisibile da altre
porzioni che ho in quel palazzo, mi sono offerta di comprarla.
Loro l'hanno messa in vendita. Ora mi hanno dato lo sfratto. Ma io
resisto.
Prima -
Caspita! Ne hai parlato con Carlo De Benedetti?
falk
J.
Caracciolo - Sì. Mi ha detto che, come presidente del gruppo, non
parla di queste cose con gli azionisti.
Prima - Cosa
pensi di fare da grande? Owero, ci sarà ancora un Caracciolo
nell'editoria. È vero che pensavi a tuo cugino Filippo Caracciolo
per "Libération"?
J.
Caracciolo - Voglio molto bene a Filippo. Ora lavora a Mediobanca,
anche lui è molto appassionato di giornali. Mi sarebbe piaciuto
avere un ruolo nel Gruppo L'Espresso. Le ristrutturazioni sono
dolorose ma necessarie. E, però, bisognerebbe anche saper guardare
al futuro, alle nuove forme di comunicazione, a come avvicinare
alla lettura i giovani. Comunque, nessuno me l'ha offerto e
capisco che, per come è oggi il Gruppo L'Espresso, è molto
difficile trovare uno spazio.
Prima -
Dunque, un giorno potresti decidere di vendere?
J.
Caracciolo - Non so. (Pausa: ndr) Credo che tutto abbia un prezzo.
Forse sì. Venderei.
2 -
QUEL RITORNELLO DELL'INGEGNERE CHE ORMAI NON CONVINCE PIÙ
Marco
Gregoretti per "Milano Finanza"
A tirar
troppo al corda... Dunque, Carlo De Benedetti è finito sotto
inchiesta dei pm romani Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli insieme
a tutto il consiglio d'amministrazione della Banca Intermobiliare
di Torino in carica tra il 2005 e il 2006, tra cui Franca Bruna
Segre e il figlio Massimo. Sono accusati di aver ostacolato
l'attività di vigilanza della Banca d'Italia che voleva vederci
chiaro sui finanziamenti a società di Danilo Coppola e di Luigi
Zunino. Gli storici parabordi dell'Ingegnere sembrerebbero dunque
un po' consunti.
E ora anche
le procure lo trattano con meno riguardo. In questo quadro, si
comprendono meglio i nervosismi che ha usato a mezzo stampa verso
Silvio Berlusconi e Massimo D'Alema, rappresentato come «un caso
umano che non ha mai fatto nulla». La replica di D'Alema («De
Benedetti è un Berlusconi di serie B di cui l'Italia non ha
bisogno») è in fondo la metafora di una fine.
Così come
sono probabilmente scaturiti da un'ansia presenzialista gli
articoli che l'Ingegnere ha scritto per il Foglio e per il Sole 24
Ore, oppure l'intervista-fiume rilasciata a Paolo Guzzanti e
parzialmente rilanciata da Libero, dove propone ricette, non
proprio originali, del tipo «niente ripresa se non abbasseremo i
costi fiscali per le aziende».
Probabilmente ha ragione Lodovico Festa, che sul Giornale parla di
un uomo che ormai vive la disperazione di non essere più al centro
dell'attenzione. Che però, come dimostra la vicenda Bim, non
rinuncia al solito modulo aggressivo, a metà tra l'attacco
scomposto e la difesa del bambino preso con le mani nella
marmellata.
Per
rispondere alle accuse dei pubblici ministeri, egli ci racconta
infatti che: 1) non partecipava ai consigli di amministrazione; 2)
quindi non poteva sapere nulla delle decisioni che là venivano
prese; 3) e comunque si è dimesso un anno prima della scadenza del
mandato.
Ora, che un
consigliere d'amministrazione di una banca ammetta con
disinvoltura di non partecipare quasi mai ai consigli di
amministrazione, a noi sembra un fatto di per sé molto grave: non
sarà un reato, ma di sicuro è un fatto eticamente censurabile. In
secondo luogo, dichiarare di non sapere nulla di finanziamenti per
centinaia di milioni che la propria banca ha accordato a due
signori di cui si occupavano pressoché quotidianamente le cronache
finanziarie, non sembra molto credibile.
Tantopiù che
i suoi referenti all'interno dell'istituto erano Massimo e Franca
Segre, professionisti che hanno con lui rapporti di ogni tipo da
più di trent'anni. Ancora oggi a Torino si sostiene che se si
volessero capire certe manovre finanziarie dell'Ingegnere
basterebbe frugare nelle casseforti, non solo italiane, di Massimo
e Franca Segre.
Con i quali,
peraltro, egli condivide il faro che alcuni mesi fa la Consob ha
acceso sullo scontro per la conquista di M&C, dove il solo
interesse dei Segre per la finanziaria contesa era favorire
(secondo i sospetti della Consob) l'amico e sodale Carlo De
Benedetti. Dunque, come non condividere i dubbi dei pm romani?
Infine, quel
ritornello «io mi sono dimesso un anno prima che scadesse il
mandato» è una frase che, insieme alle altre due, abbiamo già
sentito in passato. Esattamente in occasione del crack del Banco
Ambrosiano di Roberto Calvi, che tanti guai ha procurato
all'Ingegnere.
Dunque,
probabilmente la richiesta dei pm Cascini e Sabelli - che per
ottenere il rinvio a giudizio degli indagati ricorrono all'intero
arsenale fornito dal codice di procedura penale - verrà fortemente
ridimensionata in sede di giudizio. E tuttavia De Benedetti
dovrebbe consultare più spesso il suo avvocato penalista.
[24-05-2010]
|
#1 -
VOLANO STRACCI BAGNATI TRA CARLO DE BENEDETTI E JACARANDA FALK
CARACCIOLO - #2 - L'EREDE DEL DEFUNTO PRINCIPE EDITORE,
INTESTATARIA DELL'11,75% DEL GRUPPO ESPRESSO, È
"COLPEVOLE" AGLI OCCHI DI CARLETTO DI AVER VOLUTO
L’AVVOCATO GIOVANNI BARBARA, MOLTO CARO A PASSERA, COME
PRESIDENTE DEL COLLEGIO SINDACALE - #3 - PARE INFATTI CHE
BARBARA SI SIA MESSO A FARE LE PULCI SUI CONTI DEL GRUPPO
CHIEDENDO ACCANTONAMENTI STRAORDINARI E DESTANDO COSÌ IL
DISAPPUNTO DI CARLETTO - #4 - LA VENDETTA DELL’INGEGNERE NON
È TARDATA AD ARRIVARE. L'ATTICO DI CARLO CARACCIOLO, DI
PROPRIETÀ DEL GRUPPO, CHE DOVEVA ESSERE ACQUISTATO DALLA
JACARANDA, È STATO VENDUTO AL FIGLIO DI PANSA, GRAN MANAGER
DI FINMECCANICA - #5 - COME FINIRÀ LA VICENDA? SICURAMENTE A
COLPI DI CARTE BOLLATE. ANCHE SE C’È CHI GIURA CHE SIAMO
SOLO ALL’INIZIO DI UNA FRIZIONE CHE POTREBBE ARRIVARE A
DESTABILIZZARE L’ASSETTO AZIONARIO DEL GRUPPO FONDATO DA
CARLO CARACCIOLO
C'è
bufera grande tra gli azionisti dell'Espresso Carlo De
Benedetti e Jacaranda Caracciolo Falck (intestataria
dell'11,75% del Gruppo), erede del defunto principe editore.
Nei mesi passati, infatti, l'Ingegnere non aveva apprezzato
che la Caracciolo avesse nominato l'avvocato Giovanni Barbara,
molto caro a Corrado Passera, come presidente del collegio
sindacale del Gruppo editoriale L'espresso.
Tra
De Benedetti e la figlia di Carlo Caracciolo erano volate
parole pesanti, ma alla fine Barbara era stato nominato. Pochi
giorni fa, in vista dell'approvazione del bilancio, il
conflitto si è riacceso. Pare infatti che l'avvocato Barbara
si sia messo a fare le pulci sui conti del gruppo chiedendo
una serie di accantonamenti straordinari e destando così il
disappunto del presidente del gruppo Editoriale L'Espresso che
per questo motivo anche quest'anno non è riuscito a
distribuire dividendi.
La
vendetta dell'Ingegnere non è tardata ad arrivare. La figlia
di Caracciolo era infatti in trattative con il gruppo per
l'acquisto dell'appartamento romano dove, da oltre 40 anni,
viveva il principe editore. Un meraviglioso attico con vista
sull'isola Tiberina di proprietà del gruppo L'Espresso che, a
pochi giorni dalla scomparsa di Caracciolo, lo scorso
dicembre, De Benedetti aveva offerto a Jacaranda di comprare.
PANSA
A
seguito delle diatribe contabili L'espresso ha deciso di
vendere l'appartamento al dottor Alessandro Pansa, figlio di
Gianpaolo e pezzo grosso di Finmeccanica. Ma l'ingarbugliata
vicenda non finisce qui. La Caracciolo Falck ha infatti fatto
causa al gruppo per dimostrare che l'appartamento in questione
non può essere venduto in quanto si affaccia su una terrazza
di proprietà di suo padre che non può essere frazionata in
alcun modo.
Come
finirà la vicenda? Sicuramente a colpi di carte bollate.
Anche se c'è chi giura che è l'inizio di una frizione che
potrebbe arrivare a destabilizzare l'assetto azionario del
gruppo fondato da Carlo Caracciolo.
[11-03-2010]
|
| L'EREDITA' DI CARLO CARACCIOLO
Il gioco si fa duro, su Mondadori e dintorni, e una nuova eredità
contestata rischia di aprire nuovi fronti. Si tratta dell'infinito lascito
- di quote e figliolanza - riconducibile a Carlo Caracciolo. Il Corriere
di Flebuccio de Bortoli, avendo imparato recentemente dal Verbo di
Scalfari come si danno le notizie, spara la storia in prima pagina:
"Caracciolo, l'eredità torna in gioco".
Paolo Conti spiega che si tratta di 100 milioni, cioè l'11,7%
dell'Espresso e il 33% di Liberation, più la tenuta di Torrecchia vicino
a Latina. "Il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di Jacaranda
Falck Caracciolo, finora unica beneficiaria dell'eredità, di intervenire
nel giudizio di disconoscimento di paternità" avanzato dai fratelli
Revelli, che affermano di essere figli naturali del principe.
Carlo
Caracciolo
Intanto le motivazioni della Corte Costituzionale gettano nuova luce
sulle capacità di Angelino Jolie, firmatario dell'eroico Frodo Alfano, e
l'avvocato di David Mills butta in mezzo all'area un altro pallone
insidioso. "Ascoltate il teste Berlusconi, convitato di pietra del
processo" per corruzione, ha chiesto ieri Alessio Lanzi in aula
(Repubblica, p.6). Sarebbe un macello raccontare in tribunale - anziché
nel solito libro di Vespa - la rava e la fava delle 64 società off-shore
del CaiNano, proprio mentre l'eroico Tremendino Tremonti dichiara guerra
alla Svizzera.
E sulla Svizzera, patria sognata dell'ingegner Cidibbì, Roberto
Sommella racconta come si sta abbattendo la scure di Tremonti (MF, p.2):
"stop ai negoziati sull'intesa in materia fiscale. Riciclaggio, a
Lugano attivo un database con 200 mila nomi"
Per essere riconosciuti figli naturali di Carlo Caracciolo i due
Revelli devono prima sbarazzarsi del loro padre legale - E per avviare le
pratiche di disconoscimento hai un anno di tempo - I Revelli sostengono di
aver appreso la notizia nell'ottobre del 2007 dalla madre. I legali di
Jacaranda invece portano quindici testimoni che dicono il contrario....
1 - IL CORRIERE DIMENTICA IL PM E 15 TESTIMONI (DA CORRADO
PASSERA A GIUSEPPE CIARRAPICO, DA CHIARA BERIA DI ARGENTINE A MARCO
BENEDETTO) CHISSÀ PERCHÉ...
"Il giudice ferma Jacaranda" titola questa mattina il Corriere
della Sera facendo riferimento all'intervento dei legali di Jacaranda
Caracciolo Falck nel processo di disconoscimento del loro padre
naturale Carlo Revelli intentato dai fratelli Carlo e Margherita Revelli.
Carlo
Revelli
Per essere riconosciuti figli naturali di Carlo Caracciolo infatti i
due Revelli devono prima sbarazzarsi del loro padre legale e così
nell'ottobre del 2008 hanno avviato causa di disconoscimento.
La legge italiana però dice che da quando scopri che un uomo non è
tuo padre hai un anno di tempo per avviare le pratiche di
disconoscimento. I Revelli sostengono di aver appreso la notizia
nell'ottobre del 2007 dalla madre e per cui di essere nei tempi avendo
avviato la causa esattamente 12 mesi dopo. I legali di Jacaranda invece
portano quindici testimoni che dicono il contrario.
Caracciolo
e Margherita Ravelli
Ora però il giudice ha disposto che l'intervento di Jacaranda sia
inammissibile. Questione risolta dunque per i Revelli?
Neanche per sogno. Il fascicolo messo insieme dai legali di Jacaranda
mesi fa era stato già messo nelle mani di uno dei più
agguerriti pm della capitale Maria Francesca Loy. Che
ha aperto un'inchiesta che si preannuncia lunga e difficoltosa.
Difficile infatti per la procura di Roma ignorare le testimonianze di
quindici persone. Da Corrado Passera a Giuseppe Ciarrapico, da Chiara
Beria di Argentine a Marco Benedetto.
Insomma il Corriere ha solo dimenticato quindici testimoni e un pubblico
ministero. Chissà perché.....
2 - LITE SULL'EREDITÀ CARACCIOLO:
IL GIUDICE FERMA
JACARANDA
Paolo Conti per il "Corriere
della Sera"
cplblgl01
jacaranda falk
Nuovo capitolo per la saga Caracciolo-Revelli.
La prima sezione civile del tribunale di Roma, presieduta da Rosaria
Ricciardi, con la sentenza 21203/2009 ha dichiarato «inammissibile» la
richiesta di Jacaranda Falck Caracciolo (fino a oggi unica figlia
legalmente riconosciuta dell'editore Carlo, scomparso
il 15 dicembre 2008) di intervenire nel giudizio di disconoscimento di
paternità avanzato da Carlo Edoardo e Margherita Revelli
nei confronti di Carlo Revelli senior, prestigioso
agente di cambio scomparso nel 2002.
Tutto apparirebbe complicato se non fosse, alla fine, molto più
semplice: ovvero che torna da oggi in possibile discussione l'eredità
di Carlo Caracciolo (100 milioni di euro, cioè una quota dell' 11,7% de
L'Espresso e il 33% di Libération più la splendida tenuta di
Torrecchia vicino Latina) fino a ora di piena proprietà di Jacaranda
Falck Caracciolo.
Saranno i giudici a stabilire se Carlo
Edoardo e Margherita Revelli sono altri due figli naturali di Carlo
Caracciolo, editore, principe di Castagneto e duca di Melito, e quindi
con altrettanti diritti sul suo patrimonio.
Sempre la prima sezione civile di Roma ha deciso l'immediata
prosecuzione del giudizio di disconoscimento di paternità. La prossima
udienza, a questo punto senza Jacaranda Falck, è fissata per il 25
marzo 2010. I giudici hanno rigettato la tesi della figlia di
Caracciolo: cioè che i due Revelli non avrebbero potuto chiedere il
disconoscimento poiché, ad avviso di Jacaranda, avrebbero saputo della
loro reale paternità (Carlo Caracciolo) da ben più di un anno dal
momento in cui avevano aperto l'azione giudiziaria.
La legge prevede, infatti, solo un anno di tempo dalla «notizia»
per avviare il procedimento. Nulla ancora si sa a proposito della prova
del Dna, che sarebbe possibile grazie al sangue del principe-editore
ancora sigillato e depositato (sempre per ordine del giudice) nella
clinica «Pio XI» di Roma.
Secondo quanto scrisse il 19 gennaio scorso sul Corriere della Sera
in una lettera Carlo Edoardo Revelli, la scoperta della «diversa
paternità» risale solo all'ottobre del 2007 e sarebbe stato lo stesso
Caracciolo a incoraggiare i due fratelli nell'ottobre 2008 «a iniziare
il prima possibile le pratiche per il disconoscimento e il
riconoscimento. Fu sempre lui che concordò insieme a noi ogni parola
degli atti che presentammo al tribunale, facendoci allegare una lettera
in cui ci riconosceva come suoi figli».
Ancora nel memoriale pubblicato dal Corriere si legge che «fu
ancora lui a presentarci come suoi figli, nel giugno 2008, durante un
incontro al quale erano presenti, tra gli altri, la sorella Marella, la
nipote Marellina e il fratello Ettore».
Disse in quei giorni al Corriere Jacaranda Falck Caracciolo: «Una
cosa voglio dirla: non sto difendendo l'eredità e la mia non è una
battaglia per i soldi. Ciò che conta sono gli affetti e la volontà di
chi è scomparso, che mi sembra sia stata molto chiara. Ero sola
quando lui stava male. L'ho amato e curato anima e corpo, ho dormito per
terra negli ospedali pur di stargli accanto, per me non c'era un pacco
di milioni lì davanti a me ma un uomo meraviglioso, era facile
adorarlo».
La «volontà molto chiara» alla quale si riferiva Jacaranda era il
testamento dell'agosto 2006 in cui suo padre la designava erede
universale alla presenza del notaio Fabio Ricci di Aprilia. Infatti il
testamento venne sottoscritto nella tenuta di Torrecchia. La proprietà
terriera di Garavicchio era stata già destinata in vita da Carlo
Caracciolo a Uberto, Guido e Caterina Pasolini
dall'Onda, figli di sua moglie Violante Visconti di Modrone.
A questo punto, bisognerà aspettare il marzo 2010 per conoscere la
seconda puntata. Carlo Edoardo e Margherita Revelli sono in pieno
accordo con la loro madre Maria Luisa Bernardini (sarebbe stata lei,
nell'ottobre 2007, a svelare la verità) e soprattutto con i loro
fratelli più grandi Andrea, Paolo e Francesca Revelli, pronti, a loro
volta, a sottoporsi al test del Dna per poter aiutare gli altri due a
dimostrare di non essere figli di Carlo Revelli senior.
[20-10-2009]
|
| |
Mb
|