CARACCIOLO
Home ] Su ] VATICANO E GIANNI AGNELLI ] una manina “romana” ] “FURIO Colombo  era presidente  Fiat Americ ] AGNELLI CHI ] EXOR NEVASIONE FISCALE DI CIRCA 1,5 MIL ] CARRARO ] GIANNI AGNELLi N TIPINO ELEGANTE ] GUIDO ROSSI, ] LA VERITà, , LOTTA DI POTERE IN CASA AGNELLI ] LUPI E AGNELLI ] GABETTI in una sola frase ] Gabetti, Stevens e Maron contro Margherita ] L’AVVOCATO OFF-SHORE ] [23-08-2009] ] Caro Dago, ] AGNELLI/09/19.05.09-FUNERALI SUNY.pdf ] [ CARACCIOLO ] JAKI ]

 

 

 

 

 

 

UN FLAVIO CARBONI PER TUTTI! NON SOLO SILVIO, ANCHE I PURI FONDATORI DI “REPUBBLICA” - ’ANAL-CORD’ DELLA RELAZIONE PERICOLOSA TRA IL PRINCIPE CARACCIOLO E IL FACCENDIERE FLAVIO CARBONI ALL’EPOCA DELL’ACQUISTO DEL QUOTIDIANO "LA NUOVA SARDEGNA" - AL DUPLEX CARACCIOLO-SCALFARI IL 52% DELLE QUOTE, AL GREMBIULINO CARBONI IL 38% - SECONDO ALCUNI FU ANCHE L’INCIPIT DELLE GRANDI FORTUNE DEL FACCENDIERE COL PARRUCCHINO. PECCATO CHE LA COMMISSIONE REGIONALE APRÌ UN’INDAGINE PER TRUFFA - IL RUOLO DEL GRAN MAESTRO DELLA MASSONERIA CORONA "AMICO DI LA MALFA E SPADOLINI" -

Gian Marco Chiocci e Mariateresa Conti per "Il Giornale"

Non una semplice amicizia casuale nata per il fatto di essersi ritrovati, insieme, soci di uno stesso giornale, La Nuova Sardegna. Non un banale contatto confidenziale legato alle azioni in comune, quelle del quotidiano sardo acquistate nel 1980.

 

Il rapporto che legava il principe Carlo Caracciolo, defunto presidente del gruppo L'Espresso e cofondatore con Eugenio Scalfari di Repubblica al faccendiere Flavio Carboni, l'uomo dei mille intrighi al centro ieri dello scandalo P2 e oggi dell'affaire P3, era piuttosto stretto.

Altro che la riunione, singola, in casa di Denis Verdini, contro cui Repubblica ora tuona. E la chiave di volta sta proprio in quell'affare di 30 anni fa, l'acquisto da parte del gruppo Espresso de La Nuova Sardegna.

 

Un affare che, raccontano le cronache dell'epoca, nasconderebbe un inghippo: in barba alle prescrizioni della Regione Sardegna, che poneva come condizione che l'acquirente avesse una maggioranza qualificata ma non assoluta, e che la rimanente parte fosse suddivisa tra operatori economici sardi, l'accoppiata Caracciolo-Scalfari ebbe di fatto il 52% delle azioni, e la Sofint di Carboni e Emilio Pellicani il 38%.

 

Insomma, una maggioranza bulgara. Che secondo alcuni fu anche l'incipit delle grandi fortune del faccendiere, «il gran maestro della P3 intrinseco all'album di famiglia proprio del berlusconismo», scrive oggi Repubblica. Dimenticando quando Carboni era di casa eccome, ma con Caracciolo, non con gli uomini del Cav.

La storia è raccontata in «Rosso e Nero», la rubrica che Beppe Niccolai teneva nei primi anni '80 sul Secolo d'Italia, organo, all'epoca del Msi-Destra nazionale. Il 6 agosto del 1982 Niccolai annota: «La fortuna di Flavio Carboni si chiama l'accoppiata Corona-Caracciolo, ed è strettamente legata alle vicende dell'acquisto da parte dell'editoriale L'Espresso del quotidiano La Nuova Sardegna».

 

Fermiamoci un attimo. Il Corona cui Niccolai fa riferimento è Armando Corona, gran maestro della massoneria nonché, all'epoca della vendita de La Nuova Sardegna, presidente del Consiglio regionale. Niccolai nella rubrica ricostruisce l'assetto societario della Nuova Sardegna: 52% all'Espresso, 35% alla Sofint di Carboni e Pellicani, solo il 13% alla Sir e ai sardi. «Dietro questa ripartizione - scrive Niccolai - c'è l'inganno.

 

Come è stato possibile? Ce lo dice lo stesso Caracciolo, che nel difendersi dalle contestazioni di avere acquistato La Nuova Sardegna truffaldinamente scrive in data 10 luglio 1981 al presidente della Sir finanziaria (Gianni Fogu) affermando che tutto quanto è stato fatto e perfezionato "dietro il previsto accordo con il presidente del Consiglio regionale" (appunto Corona, ndr) e che "se lo ritiene può, all'occorrenza, mettere a disposizione la relativa corrispondenza"».

Chi favorì, dunque, Carboni? Il gran maestro Corona? O proprio il socio di maggioranza Caracciolo? Corona, ascoltato nel 1982 dalla Seconda commissione consiliare della Regione Sardegna, che su quella vendita anomala aprì subito un'indagine, giura di «non avere dato l'autorizzazione in nessuna forma al presidente dell'editoriale L'Espresso, Carlo Caracciolo, per la cessione della quota» finita per il 35% a Carboni.

 

Caracciolo invece ha sostenuto di avere avuto le prescritte autorizzazioni regionali. Vediamo cosa racconta sul punto lo stesso Caracciolo, nel verbale del 19 agosto del 1982 contenuto nella sentenza di primo grado del processo per il crac del Banco Ambrosiano: «Ebbi dei colloqui - ricostruisce Caracciolo parlando della fase delle trattative - col presidente del Consiglio regionale Ghinani e con il presidente dell'assemblea regionale sarda, Armando Corona, persona peraltro a me già nota perché molto amica di miei amici come Spadolini e il compianto Ugo La Malfa.

 

La soluzione proposta dalla Regione sarda, che noi accettammo, consisteva nell'acquisto da parte nostra del 48% del giornale, in un altro 48% che sarebbe stato acquisito da un gruppo formato da sardi e in un restante 4% che sarebbe rimasto in mano alla Sir e che sarebbe andato in mano ad altri enti pubblici sardi. È a quest'epoca che data l'inizio dei miei rapporti con Flavio Carboni che peraltro avevo avuto modo di conoscere in un'altra precedente occasione ma in modo del tutto occasionale e formale.

 

Il Carboni mi chiese esplicitamente se avessi qualcosa in contrario ad una sua partecipazione al gruppo dei sardi che avrebbe acquistato l'altro 48% del giornale. Risposi che non avevo evidentemente nulla in contrario. Perfezionato l'acquisto, devo dire che il Carboni si dimostrò molto utile e molto attivo nell'organizzare contatti e incontri». Di qui gli stretti rapporti confidenziali, il reciproco «tu», gli incontri. Quei rapporti stretti che Repubblica oggi preferisce dimenticare.

 

 19-07-2010]

 

 

IL GIORNALE” DI FELTRUSCONI GETTA SUI CARBONI ARDENTI “LA REPUBBLICA” DEI PURI - STATE MOLTO, MOLTO ATTENTI A SCARAVENTARE FLAVIO CARBONI COME “INTRINSECO ALL’ALBUM DEL BERLUSCONISMO”. CARLO CARACCIOLO, FONDATORE CON SCALFARI DEL QUOTIDIANO ‘LA REPUBBLICA’, CON “L’UOMO NERO DEL BERLUSCONISMO” È STATO IN STRETTISSIMI RAPPORTI PER TRENT’ANNI: ERANO AZIONISTI DELLA "NUOVA SARDEGNA" - (BASTA LEGGERE LE SENTENZE SUL CRAC DEL BANCO AMBROSIANO E SULLA MORTE DI CALVI) - CARACCIOLO: “INCONTRAI CALVI TRE O QUATTRO VOLTE, UNA VOLTA PARTECIPÒ SCALFARI”, PRESENTE CARBONI CHE CON CALVI PARLÒ DELL’OPERAZIONI ENI-TRADINVEST –

 

Gian Marco Chiocci per Il Giornale

A proposito di Flavio Car­boni. L’uomo nero per tutte le stagioni, descritto come «il gran maestro della P3» in un ar­t­icolo del 10 luglio sulla Repub­blica , a firma Alberto Statera, viene definito «intrinseco al­l’album di famiglia proprio del berlusconismo»

A questa sua vicinanza al premier veniva fat­ta risalire l’ostilità dei giornali del centrodestra impegnati a sostenere che l’associazione segreta, visti i personaggi, era da ridere. Ai sostenitori del «pi­tresismo sfigato » Statera ha po­sto un interrogativo: «Perché mai il coordinatore del partito Denis Verdini deve riunire nel­la casa romana il sottosegreta­rio alla Giustizia Caliendo, i magistrati Martone e Miller, con il condannato Dell’Utri e il noto pregiudicato Flavio Car­boni? ».

 

A proposito di pranzi, incontri a casa, frequentazio­ni con Carboni, Statera dovreb­be sapere che Carlo Caraccio­lo, presidente del gruppo L’Espresso , fondatore con Eu­genio Scalfari nel 1976 del (suo) quotidiano La Repubbli­ca , deceduto a dicembre 2008, con Carboni è stato in strettissi­mi rapporti per trent’anni, al­tro che Berlusconi.

 

Rapporti documentati nelle sentenze sull’inchiesta sul crac del Ban­co Ambrosiano, ribaditi negli atti giudiziari sulla morte di Ro­berto Calvi, riscontrati persi­no in quest’ultima inchiesta sulla P3. Perché le cene di Ca­racciolo vanno bene e i pranzi di Verdini no? Proviamo a capirlo. Interro­gatorio del 19 agosto 1982 di Carlo Caracciolo, presidente del gruppo L’Espresso ,proces­so di primo grado per il crac.

Il verbale si apre con la ricostru­zio­ne dell’acquisto del giorna­le La Nuova Sardegna , dei rap­p­orti con l’ex capo della masso­neria Armando Corona al­l­’epoca presidente dell’Assem-blearegionalesarda. «È inque­st’epoca (1980) che data l’ini­zio dei miei rapporti con il si­gnor Flavio Carboni, che peral­tro avevo avuto modo di cono­scere in una precedente occa­sione » e che poi entrò in socie­tà nel giornale sardo acquista­to da Caracciolo.

 

«Devo dire ­prosegue l’ex editore-che si in­staurarono dei rapporti di cor­dialità e di confidenza, e che prendemmo a darci del tu e a chiamarci per nome. Ovvia­mente le occasioni di incontro erano molto frequenti e nume­rose ­sono le conversazioni tele­foniche fra me e lui. Ci si vede­va piuttosto spesso a casa mia o ne l mio ufficio». Proprio co­me Carboni con Verdini, tale e quale. Il giorno dell’elezione a premier di De Mita (beniami­no di Scalfari) «il Carboni com­binò un incontro a casa sua ( sic !) che avvenne prima della formalizzazione della stessa».

Purtroppo per Statera, Carac­ciolo non aveva rapporti solo con Carboni ma anche con un altro «faccendiere» noto alla cronache di Repubblica . «Pro­prio Carboni - afferma Carac­ciolo - nell’autunno del 1981 combinò un incontro a casa mia con Roberto Calvi, che ave­vo già incontrato nella prima­vera perché contattato da tal Francesco Pazienza che avevo conosciuto quattro o cinque mesi prima come uomo d’affa­ri ».

In quell’occasione Calvi eb­be a lamentarsi con Caraccio­lo, presente il «faccendiere» Pazienza, per gli attacchi da parte dei giornali di cui era edi­tore. Caracciolo riferì delle ri­mostranze ai direttori Scalfari e Zanetti. Per il tramite di Car­boni, via Calvi, fece altrettanto successivamente.

 

«Alla fine gli dissi che se proprio voleva avrei potuto vedere Calvi, pe­rò a casa mia ( sic !) ed infatti eb­bi modo di incontrare Calvi tre o quattro volte, in una sola oc­casione partecipò il direttore di Repubblica , Eugenio Scalfa­ri », presente Carboni che con Calvi parlò dell’operazioni Eni-Tradinvest.

Calvi si lamen­t­ava di essere una vittima di fai­de fra banche, gruppi politici ed editoriali: «A un certo pun­to Carboni mi disse, e la circo­stanza mi lasciò di stucco e al contempo incredulo, che Cal­vi intendeva riparare all’este­ro giacché non reggeva più (...). Il giorno prima, o due gior­ni prima della sparizione di Calvi, Carboni mi disse, credo in un incontro a casa mia ( sic !) che Calvi era in procinto di spa­rire perché aveva un buco da 2mila miliardi di lire».

I giudici fanno presente un dato clamo­roso: nei giorni della scompar­sa e della morte di Calvi a Lon­dra, l’editore era il solo al mon­do a sapere (oltre a Carboni) che il banchiere si era nasco­sto dove poi è stato trovato im­piccato. E anche dopo la scom­p­arsa di Calvi i due continuaro­no a sentirsi.

Di queste telefo­nate riservate Carboni dà con­to a verbale il 14.11.1991: «In genere lo informavo di tutto... anche che stava presso (in­compr.)... lo chiamavo via via che mi spostavo, lo aggiorna­vo... ». Il pm: Per consigliarsi o perché cosa? Carboni: «Si sa­peva che io mi occupavo di Cal­vi, mi sembrava normale... gli dicevo, guarda che quello che sta succedendo è abbastanza clamoroso».

L’editore l’ha spiegata così:«Ero preoccupa­to che in quei fran­genti interve­nisse l’aumento di capitale del­la Nuova Sardegna ». Nel corso del processo si è parlato di un patto fra Calvi e il gruppo L’Espresso , per intercessione di Carboni, al fine di attenuare gli attacchi. Caracciolo, a ver­bale, lo ha escluso categorica­mente.

Emilio Pellicani, facto­tum di Carboni, l’ha smentito in un noto memoriale riporta­to nella sentenza del crac Am­brosiano di secondo grado: «Per quanto riguarda la stam­pa il Carboni si era adoperato con l’amico Caracciolo affin­ché fosse raggiunto un patto di non belligeranza, cosa che av­venne per qualche mese, in quanto gli attacchi di Repubbli­ca e L’Espresso garantirono un tregua, rotta solo da qualche sporadico attacco».

 

Carboni ­concludono i giudici - si era messo all’opera rivolgendosi a un gruppo di potere che potes­se aiutarlo a raggiungere gli obiettivi concordati con Calvi. «Tra i componenti del gruppo, con il quale avrebbe dovuto di­videre il premio promesso da Calvi, Carboni elencava (fra gli altri, ndr ) Carlo Caraccio­lo(...). Carboni spiegava che al­cuni risultati erano stati rag­giunti e che Calvi era “soddi­sfattissimo, come diceva a tut­ti”. E proprio perché soddisfat­to aveva deciso di gratificarlo con i primi 10 milioni di dolla­ri » dei 100 complessivi pro­messi in cambio di un aiuto su più fronti.

Arriviamo così ai giorni del­la famelica P3 ben descritti da Statera.Siamo al’iniziodell’in­chiesta sull’eolico, l’anno è il 2008. Trent’anni dopo rispun­ta Carboni ancora in contatto con i vertici del gruppo edito­riale L’Espresso . C’è una telefo­nata fra Carboni e il sodale Martino dove disquisiscono di una notizia da far circolare sui maggiori giornali del mondo ( Le Figaro , Wall Street Jour­nal ).

Carboni rassicura l’ami­co che ha già avuto l’ok da Re­pubblica , ma sui nomi - come spesso gli capita- prende abba­gli. Cita Gad Lerner che, pur amico di Scalfari e De Benedet­ti, sta a La7 e non all’ Espresso : «Io domani devo incontrare Caracciolo, non so se ci sarà an­che la Marella». E più avanti: «Me lo hanno già detto ieri. Adesso devo verificare come e chi va. Ecco questo Lerner che il vicedirettore dell’ Espresso , è legato a Eugenio, hai capito, Eugenio!(...). E domani ne par­lo pure con Giacaranda», che poi è Jacaranda Caracciolo Falk, l’unica figlia riconosciu­ta dell’editore defunto. roberto calvi

Anco­ra lui, Caracciolo. Che secon­do l’ Unione Sarda poco prima di morire avrebbe ricevuto Carboni il quale - su mandato dell’assessore Asunis-chiede­va un trattamento di favore sui giornali del gruppo, per il cen­trodestra, in vista delle regio­nali. L’editore parlò effettiva­mente con Carboni, ma gli ri­spose picche. Carboni se ne la­mentò ovviamente al telefono «L’incontro a casa Caracciolo s’è rivelato inutile». Proprio co­me a casa Verdini.

 

17-07-2010]

 

 

 

L’INTERVISTA DELLA SECONDA AZIONISTA GRUPPO ESPRESSO - "CREDO CHE TUTTO ABBIA UN PREZZO. SÌ, FORSE POTREI VENDERE LA MIA QUOTA DELL’11,75%" - GONG! NUOVO ROUND DEL DUELLO TRA JACARANDA CARACCIOLO FALCK E DE BENEDETTI - 2- E ’MILANO FINANZA’ AGGIUNGE BENZINA AL ROGO SULL’INDAGINE DELL’INGEGNERE: DURISSIMO PEZZO SULLO SCANDALO DELLA BANCA INTERMOBILIARE DELLA FAMIGLIA SEGRE

1 - "SÌ, FORSE POTREI VENDERE LA MIA QUOTA"

Chiara Beria d'Argentine per "Prima Comunicazione"

 

 Jacaranda Caracciolo Falck racconta per la prima volta la sua storia e il rapporto con il padre, l'editore Carlo Caracciolo - scomparso nel dicembre 2008, azionista dell'Espresso e poi fondatore assieme a Eugenio Scalfari di ‘Repubblica' - e con Carlo De Benedetti.

"Mi sarebbe piaciuto avere un ruolo nel Gruppo L'Espresso. Comunque, nessuno me l'ha offerto e capisco che, per come è oggi il gruppo, è molto difficile trovare uno spazio", spiega Jacaranda Caracciolo Falck, che del Gruppo L'Espresso è la seconda azionista con l'11,75% e all'‘Espresso' ha lavorato come giornalista dal 1991 al 2006.

 

"Sicuramente in questi mesi, come spesso avviene nei rapporti tra azionisti, ci sono state delle ‘problematiche'. Speriamo che si risolvano. Tra l'ingegnere e Carlo Caracciolo il rapporto si era un po' sfilacciato, io sono più disincantata. All'inizio tra noi c'è stato un misunderstanding sulla nomina dell'avvocato Barbara a presidente del collegio sindacale, ma poi si è chiarito.

L'avvocato Barbara è un super professionista e io penso che giornali come ‘Repubblica' e ‘L'Espresso' che fanno le pulci a tutti debbano essere assolutamente immacolati, sotto ogni punto di vista. La trasparenza prima di tutto. E su questo con De Benedetti siamo in piena sintonia".

 

Nominata dal padre erede universale, Jacaranda Caracciolo Falck ha una vicenda giudiziaria aperta con i fratelli Revelli che rivendicano di essere figli naturali di Caracciolo, questione che è stata più volte al centro dell'attenzione dei media. "Non credo che il ‘Corriere della Sera' di una volta avrebbe dato tanto spazio al gossip. Paolo Mieli è cresciuto con Carlo e Scalfari; forse si è voluto levare un sassolino dalla scarpa. Da lui proprio non me l'aspettavo".

 

Dal padre Jacaranda Caracciolo Falck ha ereditato anche la quota del quotidianio francese ‘Libération' che l'editore aveva acquistato nel gennaio 2007. "Per Caracciolo ‘Libération' ha rappresentato l'occasione di rimettersi in gioco. La sua esperienza nel Gruppo L'Espresso stava tramontando; credo che dover fare il presidente onorario sia stato per lui uno shock.

‘Libération' era un grande marchio, ma era virtualmente fallito e il primo azionista, Edouard de Rothschild, non aveva esperienza di giornali. Sapeva che ‘Libération' non poteva farcela da solo e, seguendo lo schema dei quotidiani locali, le sue creature che ancora oggi sono la vera forza del Gruppo L'Espresso, pensava a delle fusioni con altri giornali stranieri. Oggi ‘Libération' ha ancora debiti pregressi ma, grazie a Carlo, non è morto. Carlo Caracciolo fino alla fine ha creduto nella carta stampata".

 

Prima - Nel 2006 ti sei dimessa dall'Espresso. Come mai?

J. Caracciolo - Volevo trovare spazi diversi, più di approfondimento. Mi piaceva la 'Domenica' di Repubblica ma, per una regola del gruppo, non si poteva collaborare per altre testate. Ho cercato Ferruccio de Bortoli, allora direttore del Sole, e lui mi ha presentato a Paola Bottelli.

Grazie a loro per Ventiquattro ho fatto, credo, dei bei servizi come quello sul museo progettato da Tadao Ando per due mecenati tedeschi. Senza più vincoli ho potuto infine occuparmi di moda per la 'Domenica' di Repubblica, sotto l'ala di Donatella Chiappini. Infine, dopo la morte di Carlo, ho smesso di scrivere.

Notai, commercialisti, avvocati, primo fra tutti, Carlo D'Urso: la mia vita è profondamente cambiata. Cerco di capire cosa fare, m'informo. Certo, ho incontrato Monica Mondardini, nuovo amministratore delegato del Gruppo L'Espresso. Mi è sembrata molto intelligente e brava. Ha portato a casa ottimi risultati.

 

Prima - Perché allora si parla di contrasti tra te e Carlo De Benedetti? Non conoscevi l'ingegnere?

J. Caracciolo - Meno di altri. Sono amica di suo figlio Marco e di sua moglie Paola; i loro figli frequentano anche la stessa scuola dei miei. Tra !'ingegnere e Carlo il rapporto si era un po' sfilacciato, io sono più disincantata. All'inizio tra noi c'è stato un misunderstanding sulla nomina dell'avvocato Barbara a presidente del collegio sindacale, ma poi si è chiarito.

 

L'avvocato Barbara è un super professionista e io penso che giornali come Repubblica e L'Espresso che fanno le pulci a tutti debbano essere assolutamente immacolati, sotto ogni punto di vista. La trasparenza prima di tutto. E su questo con De Benedetti siamo in piena sintonia.

Prima - E la questione casa di via della Lungarina? Qual è la tua versione?

 

J. Caracciolo - In origine era la casa dei genitori di Carlo, lui l'acquistò e rimase 'inscatolata' nel Gruppo L'Espresso quando era a gestione familiare. Dopo la sua morte speravo che volessero farne la sede di una fondazione dedicata a Carlo Caracciolo, lì ci sono le sue opere d'arte, i suoi libri. Lì è passato un pezzo della storia italiana. Ma nessuno l'ha proposto. Così per ragioni sentimentali, e visto che è difficilmente divisibile da altre porzioni che ho in quel palazzo, mi sono offerta di comprarla. Loro l'hanno messa in vendita. Ora mi hanno dato lo sfratto. Ma io resisto.

Prima - Caspita! Ne hai parlato con Carlo De Benedetti?

falk

J. Caracciolo - Sì. Mi ha detto che, come presidente del gruppo, non parla di queste cose con gli azionisti.

Prima - Cosa pensi di fare da grande? Owero, ci sarà ancora un Caracciolo nell'editoria. È vero che pensavi a tuo cugino Filippo Caracciolo per "Libération"?

 

J. Caracciolo - Voglio molto bene a Filippo. Ora lavora a Mediobanca, anche lui è molto appassionato di giornali. Mi sarebbe piaciuto avere un ruolo nel Gruppo L'Espresso. Le ristrutturazioni sono dolorose ma necessarie. E, però, bisognerebbe anche saper guardare al futuro, alle nuove forme di comunicazione, a come avvicinare alla lettura i giovani. Comunque, nessuno me l'ha offerto e capisco che, per come è oggi il Gruppo L'Espresso, è molto difficile trovare uno spazio.

Prima - Dunque, un giorno potresti decidere di vendere?

 

J. Caracciolo - Non so. (Pausa: ndr) Credo che tutto abbia un prezzo. Forse sì. Venderei.

2 - QUEL RITORNELLO DELL'INGEGNERE CHE ORMAI NON CONVINCE PIÙ

Marco Gregoretti per "Milano Finanza"

A tirar troppo al corda... Dunque, Carlo De Benedetti è finito sotto inchiesta dei pm romani Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli insieme a tutto il consiglio d'amministrazione della Banca Intermobiliare di Torino in carica tra il 2005 e il 2006, tra cui Franca Bruna Segre e il figlio Massimo. Sono accusati di aver ostacolato l'attività di vigilanza della Banca d'Italia che voleva vederci chiaro sui finanziamenti a società di Danilo Coppola e di Luigi Zunino. Gli storici parabordi dell'Ingegnere sembrerebbero dunque un po' consunti.

 

E ora anche le procure lo trattano con meno riguardo. In questo quadro, si comprendono meglio i nervosismi che ha usato a mezzo stampa verso Silvio Berlusconi e Massimo D'Alema, rappresentato come «un caso umano che non ha mai fatto nulla». La replica di D'Alema («De Benedetti è un Berlusconi di serie B di cui l'Italia non ha bisogno») è in fondo la metafora di una fine.

Così come sono probabilmente scaturiti da un'ansia presenzialista gli articoli che l'Ingegnere ha scritto per il Foglio e per il Sole 24 Ore, oppure l'intervista-fiume rilasciata a Paolo Guzzanti e parzialmente rilanciata da Libero, dove propone ricette, non proprio originali, del tipo «niente ripresa se non abbasseremo i costi fiscali per le aziende».

 

Probabilmente ha ragione Lodovico Festa, che sul Giornale parla di un uomo che ormai vive la disperazione di non essere più al centro dell'attenzione. Che però, come dimostra la vicenda Bim, non rinuncia al solito modulo aggressivo, a metà tra l'attacco scomposto e la difesa del bambino preso con le mani nella marmellata.

Per rispondere alle accuse dei pubblici ministeri, egli ci racconta infatti che: 1) non partecipava ai consigli di amministrazione; 2) quindi non poteva sapere nulla delle decisioni che là venivano prese; 3) e comunque si è dimesso un anno prima della scadenza del mandato.

Ora, che un consigliere d'amministrazione di una banca ammetta con disinvoltura di non partecipare quasi mai ai consigli di amministrazione, a noi sembra un fatto di per sé molto grave: non sarà un reato, ma di sicuro è un fatto eticamente censurabile. In secondo luogo, dichiarare di non sapere nulla di finanziamenti per centinaia di milioni che la propria banca ha accordato a due signori di cui si occupavano pressoché quotidianamente le cronache finanziarie, non sembra molto credibile.

 

Tantopiù che i suoi referenti all'interno dell'istituto erano Massimo e Franca Segre, professionisti che hanno con lui rapporti di ogni tipo da più di trent'anni. Ancora oggi a Torino si sostiene che se si volessero capire certe manovre finanziarie dell'Ingegnere basterebbe frugare nelle casseforti, non solo italiane, di Massimo e Franca Segre.

Con i quali, peraltro, egli condivide il faro che alcuni mesi fa la Consob ha acceso sullo scontro per la conquista di M&C, dove il solo interesse dei Segre per la finanziaria contesa era favorire (secondo i sospetti della Consob) l'amico e sodale Carlo De Benedetti. Dunque, come non condividere i dubbi dei pm romani?

Infine, quel ritornello «io mi sono dimesso un anno prima che scadesse il mandato» è una frase che, insieme alle altre due, abbiamo già sentito in passato. Esattamente in occasione del crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, che tanti guai ha procurato all'Ingegnere.

Dunque, probabilmente la richiesta dei pm Cascini e Sabelli - che per ottenere il rinvio a giudizio degli indagati ricorrono all'intero arsenale fornito dal codice di procedura penale - verrà fortemente ridimensionata in sede di giudizio. E tuttavia De Benedetti dovrebbe consultare più spesso il suo avvocato penalista. [24-05-2010]

 

#1 - VOLANO STRACCI BAGNATI TRA CARLO DE BENEDETTI E JACARANDA FALK CARACCIOLO - #2 - L'EREDE DEL DEFUNTO PRINCIPE EDITORE, INTESTATARIA DELL'11,75% DEL GRUPPO ESPRESSO, È "COLPEVOLE" AGLI OCCHI DI CARLETTO DI AVER VOLUTO L’AVVOCATO GIOVANNI BARBARA, MOLTO CARO A PASSERA, COME PRESIDENTE DEL COLLEGIO SINDACALE - #3 - PARE INFATTI CHE BARBARA SI SIA MESSO A FARE LE PULCI SUI CONTI DEL GRUPPO CHIEDENDO ACCANTONAMENTI STRAORDINARI E DESTANDO COSÌ IL DISAPPUNTO DI CARLETTO - #4 - LA VENDETTA DELL’INGEGNERE NON È TARDATA AD ARRIVARE. L'ATTICO DI CARLO CARACCIOLO, DI PROPRIETÀ DEL GRUPPO, CHE DOVEVA ESSERE ACQUISTATO DALLA JACARANDA, È STATO VENDUTO AL FIGLIO DI PANSA, GRAN MANAGER DI FINMECCANICA - #5 - COME FINIRÀ LA VICENDA? SICURAMENTE A COLPI DI CARTE BOLLATE. ANCHE SE C’È CHI GIURA CHE SIAMO SOLO ALL’INIZIO DI UNA FRIZIONE CHE POTREBBE ARRIVARE A DESTABILIZZARE L’ASSETTO AZIONARIO DEL GRUPPO FONDATO DA CARLO CARACCIOLO

 

C'è bufera grande tra gli azionisti dell'Espresso Carlo De Benedetti e Jacaranda Caracciolo Falck (intestataria dell'11,75% del Gruppo), erede del defunto principe editore. Nei mesi passati, infatti, l'Ingegnere non aveva apprezzato che la Caracciolo avesse nominato l'avvocato Giovanni Barbara, molto caro a Corrado Passera, come presidente del collegio sindacale del Gruppo editoriale L'espresso.

Tra De Benedetti e la figlia di Carlo Caracciolo erano volate parole pesanti, ma alla fine Barbara era stato nominato. Pochi giorni fa, in vista dell'approvazione del bilancio, il conflitto si è riacceso. Pare infatti che l'avvocato Barbara si sia messo a fare le pulci sui conti del gruppo chiedendo una serie di accantonamenti straordinari e destando così il disappunto del presidente del gruppo Editoriale L'Espresso che per questo motivo anche quest'anno non è riuscito a distribuire dividendi.

La vendetta dell'Ingegnere non è tardata ad arrivare. La figlia di Caracciolo era infatti in trattative con il gruppo per l'acquisto dell'appartamento romano dove, da oltre 40 anni, viveva il principe editore. Un meraviglioso attico con vista sull'isola Tiberina di proprietà del gruppo L'Espresso che, a pochi giorni dalla scomparsa di Caracciolo, lo scorso dicembre, De Benedetti aveva offerto a Jacaranda di comprare.

PANSA

A seguito delle diatribe contabili L'espresso ha deciso di vendere l'appartamento al dottor Alessandro Pansa, figlio di Gianpaolo e pezzo grosso di Finmeccanica. Ma l'ingarbugliata vicenda non finisce qui. La Caracciolo Falck ha infatti fatto causa al gruppo per dimostrare che l'appartamento in questione non può essere venduto in quanto si affaccia su una terrazza di proprietà di suo padre che non può essere frazionata in alcun modo.

Come finirà la vicenda? Sicuramente a colpi di carte bollate. Anche se c'è chi giura che è l'inizio di una frizione che potrebbe arrivare a destabilizzare l'assetto azionario del gruppo fondato da Carlo Caracciolo.

[11-03-2010]

 

 

 

L'EREDITA' DI CARLO CARACCIOLO

Il gioco si fa duro, su Mondadori e dintorni, e una nuova eredità contestata rischia di aprire nuovi fronti. Si tratta dell'infinito lascito - di quote e figliolanza - riconducibile a Carlo Caracciolo. Il Corriere di Flebuccio de Bortoli, avendo imparato recentemente dal Verbo di Scalfari come si danno le notizie, spara la storia in prima pagina: "Caracciolo, l'eredità torna in gioco".

Paolo Conti spiega che si tratta di 100 milioni, cioè l'11,7% dell'Espresso e il 33% di Liberation, più la tenuta di Torrecchia vicino a Latina. "Il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di Jacaranda Falck Caracciolo, finora unica beneficiaria dell'eredità, di intervenire nel giudizio di disconoscimento di paternità" avanzato dai fratelli Revelli, che affermano di essere figli naturali del principe.

Carlo Caracciolo

Intanto le motivazioni della Corte Costituzionale gettano nuova luce sulle capacità di Angelino Jolie, firmatario dell'eroico Frodo Alfano, e l'avvocato di David Mills butta in mezzo all'area un altro pallone insidioso. "Ascoltate il teste Berlusconi, convitato di pietra del processo" per corruzione, ha chiesto ieri Alessio Lanzi in aula (Repubblica, p.6). Sarebbe un macello raccontare in tribunale - anziché nel solito libro di Vespa - la rava e la fava delle 64 società off-shore del CaiNano, proprio mentre l'eroico Tremendino Tremonti dichiara guerra alla Svizzera.

E sulla Svizzera, patria sognata dell'ingegner Cidibbì, Roberto Sommella racconta come si sta abbattendo la scure di Tremonti (MF, p.2): "stop ai negoziati sull'intesa in materia fiscale. Riciclaggio, a Lugano attivo un database con 200 mila nomi"

Per essere riconosciuti figli naturali di Carlo Caracciolo i due Revelli devono prima sbarazzarsi del loro padre legale - E per avviare le pratiche di disconoscimento hai un anno di tempo - I Revelli sostengono di aver appreso la notizia nell'ottobre del 2007 dalla madre. I legali di Jacaranda invece portano quindici testimoni che dicono il contrario....

1 - IL CORRIERE DIMENTICA IL PM E 15 TESTIMONI (DA CORRADO PASSERA A GIUSEPPE CIARRAPICO, DA CHIARA BERIA DI ARGENTINE A MARCO BENEDETTO) CHISSÀ PERCHÉ...
"Il giudice ferma Jacaranda" titola questa mattina il Corriere della Sera facendo riferimento all'intervento dei legali di
Jacaranda Caracciolo Falck nel processo di disconoscimento del loro padre naturale Carlo Revelli intentato dai fratelli Carlo e Margherita Revelli.

Carlo Revelli

Per essere riconosciuti figli naturali di Carlo Caracciolo infatti i due Revelli devono prima sbarazzarsi del loro padre legale e così nell'ottobre del 2008 hanno avviato causa di disconoscimento.

La legge italiana però dice che da quando scopri che un uomo non è tuo padre hai un anno di tempo per avviare le pratiche di disconoscimento. I Revelli sostengono di aver appreso la notizia nell'ottobre del 2007 dalla madre e per cui di essere nei tempi avendo avviato la causa esattamente 12 mesi dopo. I legali di Jacaranda invece portano quindici testimoni che dicono il contrario.

Caracciolo e Margherita Ravelli

Ora però il giudice ha disposto che l'intervento di Jacaranda sia inammissibile. Questione risolta dunque per i Revelli? Neanche per sogno. Il fascicolo messo insieme dai legali di Jacaranda mesi fa era stato già messo nelle mani di uno dei più agguerriti pm della capitale Maria Francesca Loy. Che ha aperto un'inchiesta che si preannuncia lunga e difficoltosa.

Difficile infatti per la procura di Roma ignorare le testimonianze di quindici persone. Da Corrado Passera a Giuseppe Ciarrapico, da Chiara Beria di Argentine a Marco Benedetto.
Insomma il Corriere ha solo dimenticato quindici testimoni e un pubblico ministero. Chissà perché.....

2 - LITE SULL'EREDITÀ CARACCIOLO:
IL GIUDICE FERMA JACARANDA
Paolo
Conti per il "Corriere della Sera"

cplblgl01 jacaranda falk

Nuovo capitolo per la saga Caracciolo-Revelli. La prima sezione civile del tribunale di Roma, presieduta da Rosaria Ricciardi, con la sentenza 21203/2009 ha dichiarato «inammissibile» la richiesta di Jacaranda Falck Caracciolo (fino a oggi unica figlia legalmente riconosciuta dell'editore Carlo, scomparso il 15 dicembre 2008) di intervenire nel giudizio di disconoscimento di paternità avanzato da Carlo Edoardo e Margherita Revelli nei confronti di Carlo Revelli senior, prestigioso agente di cambio scomparso nel 2002.

Tutto apparirebbe complicato se non fosse, alla fine, molto più semplice: ovvero che torna da oggi in possibile discussione l'eredità di Carlo Caracciolo (100 milioni di euro, cioè una quota dell' 11,7% de L'Espresso e il 33% di Libération più la splendida tenuta di Torrecchia vicino Latina) fino a ora di piena proprietà di Jacaranda Falck Caracciolo.

Saranno i giudici a stabilire se Carlo Edoardo e Margherita Revelli sono altri due figli naturali di Carlo Caracciolo, editore, principe di Castagneto e duca di Melito, e quindi con altrettanti diritti sul suo patrimonio.

Sempre la prima sezione civile di Roma ha deciso l'immediata prosecuzione del giudizio di disconoscimento di paternità. La prossima udienza, a questo punto senza Jacaranda Falck, è fissata per il 25 marzo 2010. I giudici hanno rigettato la tesi della figlia di Caracciolo: cioè che i due Revelli non avrebbero potuto chiedere il disconoscimento poiché, ad avviso di Jacaranda, avrebbero saputo della loro reale paternità (Carlo Caracciolo) da ben più di un anno dal momento in cui avevano aperto l'azione giudiziaria.

La legge prevede, infatti, solo un anno di tempo dalla «notizia» per avviare il procedimento. Nulla ancora si sa a proposito della prova del Dna, che sarebbe possibile grazie al sangue del principe-editore ancora sigillato e depositato (sempre per ordine del giudice) nella clinica «Pio XI» di Roma.

Secondo quanto scrisse il 19 gennaio scorso sul Corriere della Sera in una lettera Carlo Edoardo Revelli, la scoperta della «diversa paternità» risale solo all'ottobre del 2007 e sarebbe stato lo stesso Caracciolo a incoraggiare i due fratelli nell'ottobre 2008 «a iniziare il prima possibile le pratiche per il disconoscimento e il riconoscimento. Fu sempre lui che concordò insieme a noi ogni parola degli atti che presentammo al tribunale, facendoci allegare una lettera in cui ci riconosceva come suoi figli».

Ancora nel memoriale pub­blicato dal Corriere si legge che «fu ancora lui a presentarci come suoi figli, nel giugno 2008, durante un incontro al quale erano presenti, tra gli altri, la sorella Marella, la nipote Marellina e il fratello Ettore».

 

Disse in quei giorni al Corriere Jacaranda Falck Caracciolo: «Una cosa voglio dirla: non sto difendendo l'eredità e la mia non è una battaglia per i soldi. Ciò che conta sono gli affetti e la volontà di chi è scomparso, che mi sem­bra sia stata molto chiara. Ero so­la quando lui stava male. L'ho amato e curato anima e corpo, ho dormito per terra negli ospedali pur di stargli accanto, per me non c'era un pacco di milioni lì davan­ti a me ma un uomo meraviglio­so, era facile adorarlo».

La «volontà molto chiara» alla quale si riferiva Jacaranda era il testamento dell'agosto 2006 in cui suo padre la designava erede universale alla presenza del notaio Fabio Ricci di Aprilia. Infatti il testamento venne sottoscritto nella tenuta di Torrecchia. La proprietà terriera di Garavicchio era stata già destinata in vita da Carlo Caracciolo a Uberto, Guido e Caterina Pasolini dall'Onda, figli di sua moglie Violante Visconti di Modrone.

A questo punto, bisognerà aspettare il marzo 2010 per cono­scere la seconda puntata. Carlo Edoardo e Margherita Revelli sono in pieno accordo con la loro madre Maria Luisa Bernardini (sarebbe stata lei, nell'ottobre 2007, a svelare la verità) e soprattutto con i loro fratelli più grandi Andrea, Paolo e Francesca Revelli, pronti, a loro volta, a sottoporsi al test del Dna per poter aiutare gli altri due a dimostrare di non essere figli di Carlo Revelli senior.

 
[20-10-2009]

 

Mb

  Videoinforma :  www marcobava.tk