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NOI CI SIAMO UNITI A quindici anni di distanza STATUTO CIVILTA' COSTITUZIONALE LOBBY E SPRECHI PUBBLICI MAFIA MASSONERIA RUSSIA RAI ESTERI LEGA NORD CAMORRA USA BERLUSCONI DALEMA PASSERA GERONZI DI PIETRO MORATTI CALTAGIRONE AVV.GUIDO ROSSI GHEDDAFI OBAMA SVIZZERA IRAN CINA PAKISTAN GRAN BRETAGNA MEXICO SPAGNA FINI MONTECARLO FRANCIA BELGIO BANDA MAGLIANA GRECIA EGITTO BEPPE GRILLO ARGENTINA AFGANISTAN COLOMBIA SERVIZI SEGRETI YEMEN CRAXI GRECIA COSTA RICA CIARRAPICO BERTOLASO KIRGHIZISTAN GINO STRADA STIPENDI SCALOJIA FINI SCHIFANI MASSONERIA COSSIGA PASOLINI GERMANIA ARABIA SAUDITA PRODI BRANCHER LUNARDI INDIA TRAVAGLIO MALESIA CARBONI P3-VERDINI MILANO VERDINI GENCHI GIOACCHINO BRASILE AVV.GIORGIO AMBROSOLI KOREA CUBA BANCA D'ITALIA EQUADOR PALESTINA VENDOLA ISRAELE HAITI WIKILEAKS ROMA PD GIAPPONE
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CHIRAC, alzheimer
e cammina - DOPO AVER EVITATO I PROCESSI IN QUANTO PRESIDENTE DELLA
REPUBBLICA (IN FRANCIA FUNZIONA COSÌ), IL 78ENNE JACQUES MOSTREREBBE
EVIDENTI SEGNI DEL MORBO DI ALZHEIMER - DA MESI SI ALTERNANO MOMENTI DI
LUCIDITÀ AD ALTRI DI SPAESAMENTO - E SONO POCHE LE POSSIBILITÀ CHE POSSA
PRESENTARSI IN AULA IL PROSSIMO 7 MARZO
Stefano Montefiori
per il "Corriere
della Sera"
Certe volte ripete
come un disco rotto: «E adesso, che fa Fillon?», senza ricordare che è
primo ministro. Oppure chiede della moglie, «Dov'è Bernadette?», per
dieci volte di fila. Alla vigilia del processo del 7 marzo che lo vede
imputato per gli impieghi fittizi al comune di Parigi, Jacques Chirac,
78 anni, non sta bene. L'uomo che fu presidente della Repubblica dal
1995 al 2007 alterna momenti di lucidità a fasi di spaesamento.
E la moglie
Bernadette avrebbe esplicitamente evocato il morbo di Alzheimer con un
amico di famiglia. «Bernadette ha raccontato, davanti a me e a mia
moglie, che tenuto conto dell'ischemia cerebrale del 2005 e dei suoi
problemi di memoria, potrebbe trattarsi di Alzheimer», ha confidato un
uomo dell'entourage di Chirac al Journal du Dimanche. Il settimanale ha
evocato ieri per la prima volta la malattia che già colpì Ronald Reagan
come una possibile ragione per risparmiare all'indebolito ex presidente
l'apparizione al Palazzo di Giustizia di Parigi.
Sarebbe la prima
volta nella storia della Quinta Repubblica, ma a mano a mano che la data
si avvicina la presenza di Chirac appare sempre meno probabile. L'ex
presidente avrebbe dovuto già comparire in aula per difendere il suo ex
ministro dell'Interno Charles Pasqua nel processo per il traffico d'armi
con l'Angola, ma ha preferito rinunciare. «Credo che fisicamente non sia
in grado di presentarsi - ha detto Pasqua il 21 gennaio scorso -. Mi
dispiace, ma capisco».
Negli ultimi mesi
si sono susseguiti i momenti di difficoltà. La prima défaillance in
pubblico risale al 25 gennaio 2010, quando al teatro Marigny Jacques
Chirac, in compagnia della moglie e dei finanzieri Bernard Arnault e
François Pinault, assistette a un concerto della celebre violinista Anne
Sophie Mutter. Dopo mezz'ora delle sonate di Brahms, Chirac si è alzato
in piedi chiedendo «che ci faccio qui?», e domandando più volte e ad
alta voce chi fosse questa «Mademoiselle Moutarde».
Una settimana fa,
nel suo discorso di auguri per il 2011, l'ex presidente ha letto per due
volte lo stesso paragrafo, e qualche giorno dopo è apparso stanco e
assente durante l'inaugurazione a Orléans di un memoriale per i bambini
ebrei deportati nella Germania nazista. 31-01-2011]
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Volete
sbirciare il villino che fu la casa del potere de' noantri, alias la
dimora sul cucuzzolo di Trinità dei Monti di Maria Angiolillo buonanima?
Basta andare sul sito di Sotheby's:
http://bit.ly/gNW1X1 01-02-2011]
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A CARMEN è DEBOLE
E GAD è INFEDELE - BEI TEMPI QUANDO LA VEDOVA MORAVIA LICENZIAVA LIBRI
PRURIGINOSI E SCOPPIETTANTI DI GOSSIP - VI RICORDATE IL MITOLOGICO
"DIARIO DELL’ASSENZA"? UN TRIANGOLO EROTICO FORMATO DA CARMEN A LETTO
CON un "ebreo comunista sposato", "circonciso", nato a Beirut,
giornalista TV sull’asse Roma-Milano, e di nome Gad (LERNER?); e l’altro
un "politico", alto, "magrissimo", tormentato, con "gli slip sovietici",
di nome "F." (Fassino?)... Luigi Mascheroni per
Il Giornale
All'ondata
moralizzatrice che increspa la politica italiana immersa nel «caso Ruby»
non si sono sottratte neppure le signore che, l'altra sera, erano ospiti
di Gad Lerner, su La7. Ilaria D'Amico, Carmen Llera Moravia e Lucrezia
Lante della Rovere si sono legittimamente indignate per l'uso indecente
del corpo della donna e per il modello vergognoso di femminilità che
esce dall'intera vicenda. Possiedono, è ovvio, i titoli per farlo.
Avessero anche
mostrato, in passato, atteggiamenti sessualmente o moralmente
riprorevoli, non sono certo bisimabili. Perché non hanno mai ricoperto
alte cariche istituzionali. E perché «comunque noi eravamo
intellettuali», come ha fatto notare la charmant au caviar Carmen Llera
Moravia. La quale, fra tutte le donne presenti in studio, è stata quella
che più di ogni altra, più delle stesse ragazze dell'Olgettina, ha
sollecitato l'immaginario erotico dei telespettatori.
Molti dei quali
l'hanno in quel momento ricordata per almeno un paio di motivi. Il primo
quando, bellissima e disinvolta venticinquenne, divenne prima l'amante
del vecchio e potentissimo Alberto Moravia, che all'epoca andava per i
73 anni, quasi quanto Berlusconi - relazione che solo i maliziosi
pensano possa esser stata in qualche modo utile alla sua carriera di
scrittrice -, e il secondo quando, ne gossippari e post-edonistici anni
Novanta, esplose un pruriginoso «scandalo letterario» in cui c'erano di
mezzo un «io», una «cosa» e ben due «lui».
Ossia il triangolo
sessuale al centro del romanzo autobiografico ''Diario dell'assenza''
uscito nel 1996 da Bompiani. L'«io» era la ancora bellissima Carmen
Llera Moravia, che firmava il libro; la «cosa» era la sua «cosa»; e i
due «lui» erano il «coso» di un «ebreo comunista sposato», «circonciso»,
nato a Beirut, giornalista televisivo sull'asse Roma-Milano, e di nome
Gad, che occupa tutta la prima parte del libro (60 pagine circa); e
l'altro il «coso» di un «politico», alto, «magrissimo», tormentato, con
«gli slip sovietici», di nome «F.», che occupa la seconda parte del
libro (40 pagine circa).
Il secondo «lui»
si guadagna la dedica - Scrivo per essere amata, a F. - e fu
identificato con Piero Fassino. Il primo invece si guadagna l'incipit -
«Sono gi'0à cinque giorni che non sfioro il tuo sesso circonciso. Non so
dire se mi manca, credo di no (...) Le mot Gad deux lettres hébraiques:
guimel et dalet...» - e fu smascherato come, appunto, Gad. Lerner.
Quando nel luglio
2000 ottenne la direzione del TG1, Dagospia, che pur essendo appena nato
era già all'avanguardia, pubblicò un abstract del libro di Carmen Llera
in cui si descrivono le doti amatorie e il membro circonciso del
protagonista «che sa di mandorle bianche, dolce».
Il pezzo fu
ripreso dal Barbiere della sera e da lì girò per i salotti letterari,
politici e giornalistici... La scrittrice, successivamente, smentì
qualsiasi rapporto tra il Gad del libro e il Gad della realtà, spiegando
in un'intervista a Cesare Lanza (che per caso era in studio proprio
insieme a lei l'altra sera) che Gad nella sua lingua significa «cactus»
(in castigliano? in catalano? in basco?...), ma tant'è.
Tutti si buttarono
a leggere il libro, in cui trovarono una coppia che nel peggiore stile
radical-chic non fa altro che (non stiamo scherzando) bere champagne
rosé, mangiare vegetariano, bere thé verde, vedere i film di Tavernier,
leggere Kundera - persino ascoltare Mahler mentre ci si masturba nella
vasca da bagno leggendo il Diario di Anna Frank! (pag. 38)- e
soprattutto «scopare, scopare, scopare» (pag. 50): «con nessuna hai
scopato come con me. Nessuno amerà il tuo corpo sgraziato come me» (pag.
19),
«So che la mia
bocca non potrà più divertirsi e giocare con un sesso come faceva con
te» (pag. 22), «Mi prendi subito contro il tavolo dell'ingresso» (pag.
27), «Mi prendi contro il muro e godi, lo sperma scende lentamente lungo
le cosce. Usciamo per andare al ristorante» (pag. 30), «Mi schizzi in
bocca» (pag. 31), «Ci divertiamo e mi penetri a lungo prima di
incularmi. E dopo gioco per ore con il tuo sesso circonciso» (e siamo
soltanto a pagina 35...).
Di tutto questo
naturalmente Gad Lerner (che per caso era in studio proprio insieme a
lei l'altra sera) non ha parlato. Acqua passata. Del resto, la stessa
Carmen l'aveva già detto nel 1996 quando, dopo averlo chiamato
«Adorabile infedele..» (proprio così: «Infedele»...), dice - pagina 103
- «Che senso ha? Non ho più stimoli né sessuali né mentali, mon juif
(mio giudeo, ndr) hai distrutto tutto».
28-01-2011]
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CAFONALINO
SVIZZERO - UNO CORRISPONDENZA HORROR DA SAINK MORITZ CHE FA VENIRE SOLO
VOGLIA DI FAR RINASCERE LE BRIGATE ROSSE - RICCHI E SCEMI, SFACCENDATI E
SFACCIATI, Francesca Versace e Margherita Missoni CHE si sfidano a
giochi senza frontiere con lo slittino: 50 euro a cranio per ruzzolare
nella neve a meno venti gradi....
Januaria Piromallo
www.bellaedannata.com
50 euro a cranio
per ruzzolare nella neve a meno venti gradi. Francesca Versace e
Margherita Missoni si sfidano a giochi senza frontiere con lo slittino.
Gabriella Dompè in stile sciura infagottata con pelliccia
spazza-marciapiede. Al Cresta run per i più scavezzacollo in palio
vampiresche bare d'argento.
Al Dracula di
Sainkt Moritz (caccia all'ultimo membro per farsi sponsorizzare) ce l'ha
fatta pure Ferdinando Brachetti Peretti a farsi member for the eternity.
Padrone di casa il vegliardo Gunther Sachs, ex play boy, ex marito di
Brigitte Bardot, ed ex un mucchio di altre cose. Qui si balla sui tavoli
il Bunga/Bunga fino all'alba. Dress code molto fetisch: leather,
feather, e lattex ( pelle, piume e lattice).
Un cartoncino
d'invito che sembra il gotha della nobiltà mitteleuropea con altisonanti
cognomi che fanno parte del comitato d'onore: Albert Thurn and Taxis,
Heinrich von Donnermarck, Bianca Brandolini d'Adda, Eugenie Niarchos,
Georg von Opel, Michel de Jugoslavia, Rolf Sachs e altri.
Metà di mille di
invitati in quel di St. Moritz per una estenuante due giorni che
cominciava con cocktail da Polo Ralph Lauren, quattro salti al Chesa
Veglia, winter games a gogò, e finiva con ricchi premi e cotilions alla
cena del Palace. L'obolo di partecipazione era una sciocchezza, 350 euro
a cranio, da dare in beneficenza al Sovrano Ordine di Malta, che ne ha
tanto bisogno. Madrine della serata princesse Milana Furstenberg e
Valentina Ostrowsky, ex femme di Arun Nayar ( appena scaricato da
Elisabeth Hurley per un giocatore di hockey. Chi la fa l'aspetti! ).
A dare una mano
Domitilla Clavarino, Marzia di Carpegna, Fabrizia Ruffo di Calabria,
Emanuela Cordero di Montezemolo. Una gara di slalom che ha visto
vincitori Cedric Notz e Francesco d'Urso, al terzo posto Margherita
Puri. La gelida temperatura di dieci gradi sotto zero ha messo a dura
prova le sciure milanesi che la mattina si sono infagottate in piumini
anti/gelo e moon boot griffati e scintillanti, il pomeriggio a bordo
pista di pattinaggio del Kulm Hotel sfoggiavano invece pelliccione in
stile Yeti e manicotti di pelo (Pizzi dov'eri?).
Francesca Versace
e Margherita Missoni prima ruzzolavano sullo slittino e poi saettavano
sul ghiaccio portando in bilico un vassoio con bicchieri stracolmi di
vin brule', squalificate se facevano traboccare una sola goccia. Al
dopo/Palace ci ha pensato Rolf Sachs che ha trasferito comitiva e
bagatelle al suo Dracula. Danze e scatenamenti da bunga/bunga sui tavoli
fino alle 6 del mattino. Qui i paparazzi sono visti come la croce per i
vampiri. Ma anche digitali e IPhone degli invitati sono tenuti nascosti
(ndr. a chi scrive è stata sequestrata villanamente la macchina
fotografica da un cameriere, con modi da Gestapo).
Rolf, bon viveur
di notte e designer nel tempo libero, ha appena completato la
ristrutturazione (nientepodimeno che) dello stadio olimpico
(chissene..).Solo se si e' ammessi alla corte dei Cresta riders si può
assaggiare il sanguinolento Bloody Mary preparato dal vecchio barman,
Enzo, un istituzione da 45 anni.
Siamo al Cresta
Run, dicono il club più esclusivo ad alta quota, dicono. Qui, non basta
il pedigree, quello ce l'hanno tutti, occorre un mix di palle e coraggio
per buttarsi a testa in giu' sulla pista di ghiaccio dove sono scesi
Gianni Agnelli, Gunther Sachs e teste coronate da oltre un secolo.
L'appuntamento e' all'alba quando il ghiaccio e' come cristallo. La sera
si festeggia a casa del vampiro, ossia al Dracula Club, fra i members
for eternity ( ndr. membri a vita).
Tutti vogliono
conoscerne uno per farsi invitare (quelli di piu' vecchia data sono Hugh
Malim, il ceo della Barclays, Matteo Thun, Luca Simoni, Norman Foster,
Andrea Bonomi, Spyros Niarchos, Ernst Hannover e altri) o almeno
spendere il suo nome all'ingresso. Il clou della stagione e' la cena con
premiazione del night riding, con la pista illuminata a fiaccole, in
palio una bara d'argento in miniatura.
I must per la
vestizione dei soci ( e se non ce li hai non sei uno del giro) sono:
giacca di velluto nero con interno rosso vampiro, realizzate in
esclusiva da Shanghai Tang, sciarpone lunga fino ai piedi, tessuta in
Transilvania, il paese di Dracula, e le babbucce, anche loro vellutate,
con il logo del pipistrello, da portare spaiate, una rossa e l'altra
nera ( sono poi le stesse copiate dal Briatore).
P.S. ConsigIi per
le buone frequentazioni ad alta quota: sgomitare per farsi invitare nel
salotto dell'indiano Lakshmi Mittal, il re dell'acciao, o almeno in
quello della sua vicina di casa Ester van Hulst. Ultima opzione: la
magione di Georg von Opel a La Punt per pallosissimi concerti di musica
da camera seguiti da cena ipergourmet.
04-02-2011]
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A STRATEGIA DEL
TACCAGNO - IL GENIO HA IL "BRACCINO CORTO" - L’ARTISTA MILIONARIO DAMIEN
HIRST CERCA UN ASSISTENTE: OFFRE 20 MILA STERLINE L’ANNO - Michelangelo
teneva sotto il letto un cofano pieno di monete d’oro, ché non si fidava
dei banchieri - Alberto Sordi, Quando erano a carico suo, faceva
telefonate di pochissimi secondi - COME DISSE IL POETA: VISSERO INFELICI
PERCHé COSTAVA DI MENO
Armando Torno per
il "Corriere
della Sera"
Non desideriamo
discutere di un artista come Damien Hirst, le cui opere lasciano sovente
perplessi, ma della sua avarizia. Se possiede una fortuna stimata
intorno ai 215 milioni di sterline, sta ora cercando un collaboratore
dalla «pennellata forte e decisa» , ben informato sulla «teoria dei
colori» e con «competenze da disegnatore e da pittore» . In altre
parole, un professionista. E cosa offre? Ventimila sterline l'anno. Che
dire? Innanzitutto che ha il «braccino corto» .
Come Paperon de'
Paperoni o l'arido e tirchio Ebenezer Scrooge prima della conversione in
A Christmas Carol di Charles Dickens. Oppure come Totò nel film 47 morto
che parla, tratto dall'omonima commedia di Ettore Petrolini. Gli avari
si sprecano, tanto da creare un genere letterario. Se il loro patrono
resta Giuda, il più geniale fu Michelangelo Buonarroti che si teneva
sotto il letto un cofano pieno di monete d'oro, ché non si fidava dei
banchieri. Un avaro simpatico? Alberto Sordi. Quando erano a carico suo,
faceva telefonate di pochissimi secondi.
Un taccagno di
qualità, invece, era il filosofo Arthur Schopenhauer, incapace di amare
il prossimo, anzi ne visse sempre provando disgusto. Avara suo malgrado,
costretta per risanare il bilancio di famiglia, fu la mamma di Giacomo
Leopardi, quell'Adelaide Antici che accettava dai contadini solo uova
grosse, tanto che aveva un cerchio per misurale e respingeva le
sottodimensionate. Codesto vizio è un tema mitologico con re Mida, il
quale per avidità giunse a non potersi neppure sfamare, giacché i cibi
che toccava si trasformavano subito in oro.
Insomma Hirst,
nonostante tutto, è in buona compagnia. Se fosse vissuto al tempo del
commediografo latino Plauto rischiava di finire nell'Aulularia, magari
dipinto come Euclione, taccagno che trovò una pentola colma di monete e
consumava i giorni nel costante terrore che gli venisse sottratta.
Sarebbe finito anche negli aspetti comici dell'opera, nella quale
l'affanno ridevole della custodia del tesoro suscita continue ilarità.
Forse meglio che diventare un ospite del VII canto dell'Inferno di Dante
dove, sotto l'influenza del senso cristiano di tale peccato, «questi
resurgeranno del sepolcro/col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi» .
Voltaire scrisse
nel Dizionario filosofico che «gli uomini odiano coloro che chiamano
avari solo perché non ne possono cavar nulla» , mentre Confucio nella
sua saggezza lancia loro un appiglio e nei Colloqui scrive: «Il prodigo
è arrogante, l'avaro è meschino. La meschinità è meglio dell'arroganza»
. Se San Gregorio nei Moralia pone l'avarizia tra i vizi spirituali,
giacché si consuma nel piacere e nella percezione dell'anima e non della
carne, una battuta del film Arabesque (1966) proferita dal petroliere
Alan Badel a Gregory Peck ricorda che sovente questo vizio diventa
componente necessaria della prudenza: «Signor Pollock, i beduini hanno
l'abitudine di dire agli ospiti: tutto ciò che posseggo è tuo. Io non
arrivo a tanto» .
Eppure bisogna
temerla, come insegna Shakespeare con Shylock nel Mercante di Venezia; o
va tenuta lontano, giacché Philip Massinger ci ricordò nel Nuovo modo di
pagare i vecchi debiti (la stampa è del 1632) che sovente finisce in
pazzia. Ma forse il Seicento ci ha consegnato con Arpagone nell'Avare di
Molière il ritratto più acuto: nell'avarizia il senso del ridicolo si
unisce alla vergogna e alla coscienza del proprio difetto, anche se è
rifiutato con sdegno, come se si vivesse una rivolta della vanità contro
la tendenza dell'anima, custodita e difesa con gelosia.
Inoltre è
possibile parlare di santa e disperata avarizia, come prova Giovanni
Verga nella novella La roba o in Mastro don Gesualdo. L'urlo di Mazzarò,
quando gli ricordano che è tempo di pensare alle cose celesti, «Roba
mia, vientene con me!» , rappresenta il fallimento della religione
dell'accumulo.
Il lettore
italiano può informarsi del problema di Damien Hirst con due saggi: di
Phyllis A. Tickle (Raffaello Cortina, 2006) e di Stefano Zamagni (Il
Mulino, 2009): entrambi sono intitolati Avarizia.
Tra le altre
letture ci sono l'Eugénie Grandet di Balzac, ma soprattutto Il cavaliere
avaro di Aleksandr Sergeevic Puškin, del 1830 (una traduzione italiana
nelle Opere di Mursia). In tal caso il vizio capitale diventa
contemplazione dell'infinito potere racchiuso nelle ricchezze
accumulate: ma un simile vagheggiamento non si trasforma in volontà di
dominio, bensì in una sorta di faustianesimo invertito, una gioia sadica
nel fermare il volgere delle stagioni impedendo lo scoppio delle energie
racchiuse nel denaro. Allora l'avarizia si muta in potenza metafisica. È
il dramma dei ricchi non generosi. Oggi in aumento.
24-01-2011]
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2. DNA, 60
MAGISTRATI PER QUATTRO POSTI...
Ci sono quattro posti vuoti tra i 20 sostituti procuratori della
Direzione nazionale antimafia. Lavorare a Roma, accanto al
superprocuratore Piero Grasso l, è incarico ambito e prestigioso e al
Consiglio superiore della magistratura sono arrivati da tutta Italia i
curricula di 60 candidati. Fra gli aspiranti all'ufficio di via Giulia
ci sono siciliani come il pm della Dda di Palermo Giuseppe Fici, che ha
collaborato con Gian Carlo Caselli e lo stesso Grasso, e il giudice
Vincenzo Panebianco di Siracusa; il napoletano, ormai veneziano
d'adozione, Carlo Mastelloni; e tanti pugliesi.
A febbraio la
commissione competente farà una prima scrematura, selezionando i
magistrati più qualificati per l'incarico. E a metà marzo è attesa la
scelta dei quattro da inviare alla Dna. (A.M.G.)21-01-2011]
3. CANDID CAMERA
PER CHI SPORCA...
La moda l'ha lanciata il sindaco di Bari, Michele Emiliano, pubblicando
su Facebook le foto dei netturbini fannulloni. A Napoli però le strade,
più che sporche, sono trasformate in un immondezzaio; e le pause extra
dei netturbini non le nota nessuno. Lavorino o no, la spazzatura resta
ovunque. Perché chi più ne ha più ne mette. I residenti sono
specializzati nel lancio del sacchetto fuori orario, le ditte
disseminano rifiuti speciali.
E i commercianti
sono maestri nell'abbandono indifferenziato di cartoni e imballaggi.
Tendenza non nuova, si dirà. Ma al prossimo sgarro la foto finisce sul
web. Sull'esempio pugliese, i «paparazzi» di un'associazione s'indignano
con Rosa Russo Iervolino. E gli scatti
inviati al sindaco sono personalizzati dalla dedica: «Zero controlli. I
trasgressori ringraziano!» Firmato «No comment» (è il nome
dell'associazione). Maria Pirro
21-01-2011]
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UN TESORO DI
MOGLIE - LEILA BEN ALI È SOLO L’ULTIMA DELLA LUNGA LISTA DI CONSORTI DI
DITTATORI CHE SCAPPA COL MALLOPPO - SUHA ARAFAT L’ACCUSAVA DI DEPREDARE
IL PATRIMONIO DELLA TUNISIA, MA PER MOLTI, PROPRIO LA MOGLIE DEL LEADER
OLP SI GODREBBE LA “CASSA DI GUERRA” LASCIATA DAL MARITO IN DIVERSE
BANCHE EUROPEE - DA IMELDA MARCOS, A MICHÈLE BENNETT (LADY DUVALIER),
FINO ALLA SIGNORA PINOCHET. AL MOMENTO DELLA FUGA IL PRIMO PENSIERO È
PER LA CASSAFORTE
Monica Ricci
Sargentini per il "Corriere
della Sera"
Nei momenti di
disgrazia il primo pensiero va sempre alla cassa. A quel tesoro da far
sparire in un batter d'occhio. Leila Ben Ali non è la prima e non sarà
l'ultima ad aver pensato al vile denaro. La moglie del presidente
tunisino, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe stata previdente:
avrebbe stipato l'aereo che l'ha portata verso la salvezza con 1,5
tonnellate di lingotti d'oro per un valore di 45 milioni di euro.
Lui, il marito,
era un po' restio ad autorizzare il prelievo dalla Banca Centrale (che
smentisce la notizia), ma poi avrebbe ceduto al pragmatismo della
consorte che, chiaramente, ha a cuore il suo futuro e quello dei tre
figli (la maggiore, Nesrin, partorirà tra qualche settimana in Canada).
D'altra parte che
Leila avesse in pugno la situazione l'aveva rivelato, nei cablogrammi
diffusi da Wikileaks poche settimane fa, la vedova di un altro leader
potente, Suha Arafat: «Il presidente - aveva detto in una conversazione
telefonica che risale al 2007 con l'allora ambasciatore americano in
Tunisia Robert Godec - fa solo quello che la moglie gli ordina; Leila
Ben Ali e la sua famiglia stanno depredando il patrimonio della nazione;
i parenti possono fare quel che vogliono impunemente» .
Parole
«profetiche» dettate dall'irritazione della donna per l'inaspettata
revoca della cittadinanza tunisina. Ma da che pulpito: Suha è un'altra
moglie sospettata di aver pensato molto al patrimonio. Cristiana, di
buona famiglia, sposò Arafat nel 1990 quando lei aveva 27 anni e lui 61.
Alla morte del presidente dell'Anp molti l'hanno accusata di aver
ereditato dal marito centinaia di milioni di dollari sparsi in diverse
banche europee, una sorta di «cassa di guerra» creata da Arafat nel
corso degli anni.
E che dire di
Imelda Marcos, un'altra icona del lusso sfrenato: quando fuggì da
Palazzo Malacanang si lasciò dietro una collezione di 3.000 paia di
scarpe, 1.000 borse, 508 abiti da sera e 15 pellicce di visone. Il
marito, Ferdinand Marcos, presidente delle Filippine tra il 1965 al
1986, avrebbe rubato al suo Paese tra i 4 e gli 8 miliardi di euro, e
lei attingeva al salvadanaio segreto. Nel 1998 la Svizzera restituì a
Manila 600 milioni di dollari di quel tesoro nonostante Imelda abbia
sempre sostenuto che il patrimonio era del marito «ricchissimo prima di
assumere il potere» .
Indimenticabile è
Michèle Bennett, un tempo moglie dell'ex dittatore haitiano Jean-Claude
Duvalier. Quando lasciarono Port au Prince, nel 1986, i due coniugi
avevano già ammassato all'estero tra i 300 e i 900 milioni di dollari.
Che fossero spendaccioni era noto. Il loro matrimonio è passato alla
storia per il suo costo spropositato: 3 milioni di dollari di cui 100
mila solo per i fuochi d'artificio. Le cronache narrano di una donna
crudele, vorace, dedita allo shopping compulsivo.
Quando i
poliziotti francesi perquisirono la villa Duvalier per indagare sul
famoso «bottino», la signora cercò di buttare nel water un taccuino su
cui erano annotate le spesucce degli ultimi mesi: 270 mila dollari in
gioielli, 168 mila in vestiti e novemila per due selle da cavallo di
Hermes comprate per i figli. Si dice che quando il marito le chiese il
divorzio nel 1990 lei gli ridusse di molto il tenore di vita.
Nell'elenco non
può mancare Lucia Hiriart, moglie di Augusto Pinochet, accusata insieme
ai suoi figli di aver trasferito illegalmente, durante il regno del
dittatore, 27 milioni di dollari su 115 conti esteri. E per finire c'è
Raghad, la figlia di Saddam Hussein, oggi in esilio in Giordania:
avrebbe trafugato oltre un miliardo di dollari in gioielli, gemme e
altri preziosi. È il bottino che il marito, Hussein Kamal, era riuscito
a nascondere nel regno hashemita prima di essere trucidato per ordine
del Raìs. 18-01-2011]
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L´impero americano
per dieci anni nelle mani di un malato d´Alzheimer? - CONFESSIONE SHOCK
Del figlio di ronald REAGAN in un libro in uscita, "My father at 100":
"probabilmente se i medici gli avessero diagnosticato il male mio padre
si sarebbe dimesso" - era già malato quando Nel marzo del 1983 Reagan
pronunciò lo storico discorso in cui predisse il collasso del comunismo.
dunque, non tutto il male vien per nuocere...
Angelo Aquaro per
"la
Repubblica"
Nel marzo del 1983
Ronald Reagan pronunciò lo storico discorso in cui predisse il collasso
del comunismo. Est e Ovest erano all´apice della guerra fredda.
L´invasione dell´Afghanistan - quella sovietica - aveva spinto agli Usa
a dimostrare tutta la loro forza. Il dispiegamento dei missili Cruise
aveva creato proteste in mezza Europa. L´Italia si spaccò sulla base di
Sigonella. Eppure quello che allora sarebbe potuto collassare davvero
era proprio lui. Il presidente di cui il 6 febbraio ricorre il
centenario confessò con una lettera alla nazione di soffrire d´Alzheimer
più di dieci anni dopo: nell´agosto 1994.
Ma adesso suo
figlio Ron rivela che Ronald era già malato: «Nel terzo anno della sua
elezione cominciai a vedere i primi segni di preoccupazione». La
situazione peggiora quando - è il 1984 - «guardando il dibattito tv con
Walter Mondale cominciai a provare quel senso di nausea che avverti
sentendo che un cattivo sogno si sta realizzando». L´impero americano
nelle mani di un malato? Nello stesso libro in uscita, My father at 100,
il figlio sottolinea: probabilmente se i medici gli avessero
diagnosticato il male mio padre si sarebbe dimesso.
Apriti cielo. La
Ronald Reagan Foundation ha subito preso le distanze: «Ron ha scritto un
libro affettuosamente caloroso. Ma sull´Alzheimer sia i medici del
presidente sia quelli che l´hanno curato dopo hanno stabilito che i
segni della malattia apparvero solo quando lasciò la Casa Bianca».
Vietato ledere
l´immagine dell´uomo che sopravvisse a un attentato e ridiede fiducia
all´America. E chi se ne importa se le associazioni dei malati
ringraziano Ron per il coraggio della denuncia. «Quando eleggiamo i
presidenti» scrive Reagan jr «eleggiamo esseri umani con tutte le loro
debolezze». Una bestemmia per questa nazione di Supermen. 17-01-2011]
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DOPO IL PROCESSO
BREVE, ARRIVA IL PRECARIO BREVISSIMO - GRAZIE AL “COLLEGATO LAVORO”
VOLUTO DALLO (SCOLLEGATO) MINISTRO SACCONI, ARRIVA IL MAXI REGALO DEL
GOVERNO ALLE AZIENDE CHE SFRUTTANO COCOPRO E COCOCO E FINTE PARTITE IVA:
TERMINI PER I RICORSI DI LAVORO RIDOTTI A SOLI 60 GIORNI (PRIMA NON
C’ERA SCADENZA), E DA LUNEDI’ SANATORIA TOMBALE SUI VECCHI CONTRATTI -
CAMUSSO, DOVE SEI? VENDOLA? NON PERVENUTO. QUALCUNO LI INFORMI CHE
POMIGLIANO PIU’ MIRAFIORI OCCUPANO 34.000 ADDETTI, MENTRE I PRECARI
FREGATI DA QUESTA LEGGE SONO 150.000
Lorenzo Galeazzi e
Federico Mello per "ilFattoQuotidiano.it"
Chi ha avuto
esperienze professionali precarie sa bene che avere buoni rapporti con i
propri principali è fondamentale. Mi rinnoveranno il contratto? Me lo
prolungheranno? Mi assumeranno a tempo indeterminato? Prima, poi o mai?
Sono alcune delle domande che affliggono quotidianamente il lavoratore
atipico. Adesso, però, chi si trova nel limbo temporale tra un contratto
scaduto e uno che forse arriverà - co.co.pro, di collaborazione, o tempo
determinato - è davanti a un bivio. Entra oggi in vigore la legge 183
del 2010, più nota come "Collegato lavoro".
COM'ERA. La
vecchia normativa garantiva anni di tempo a chi intendeva fare causa al
suo ex-datore di lavoro (il caso più classico, per i precari, è quello
in cui si viene utilizzati come "collaboratori" anche se si fa un lavoro
da dipendenti a tutti gli effetti). Con il Collegato lavoro, l'arco di
tempo entro il quale si può fare causa al proprio datore di lavoro
diventa di 60 giorni: o ci si muove per tempo, o dopo non si può più
rivendicare nessun diritto (era una disposizione già prevista per i
contratti a tempo determinato ora allargate anche agli altri contratti).
CHI PUO' FARE
CAUSA. Per tutti i rapporti di lavoro terminati prima del novembre 2010
(oggi), quindi, si potrà fare causa entro il 23 gennaio. Per i contratti
che scadranno in futuro, si avranno sempre e comunque solo 60 giorni di
tempo, e poco importa se, magari, si aspetta un nuovo contratto proprio
dal datore di lavoro che si vuole portare in tribunale.
RICATTO
CERTIFICATO. "La Legge 183 chiude il cerchio perverso che si era aperto
nel 1997 con il Paccheto Treu". Ne è convinto Massimo Laratro, uno degli
avocati del lavoro del pool legale di San Precario, il collettivo che da
più di 10 anni si occupa di diritti e precarietà. "Treu aveva introdotto
le prime forme di lavoro flessibile e interinale nel 1997; Marco Biagi,
con la Legge 30 del 2003 aveva codificato la precarietà con una serie di
forme contrattuali atipiche; oggi, con il collegato lavoro, il
legislatore va a colpire i precari anche sul piano processuale. Il
ricatto cui era sottoposto il lavoratore atipico prima era implicito,
oggi è certificato".
Secondo gli
avvocati di San Precario, la nuova legge rende quasi impossibile per i
lavoratori fare causa alle aziende quando le condizioni contrattuali
sono ritenute non corrette. E' un vero rosario - di cavilli, eccezioni,
tempistica, sproporzione delle forze in campo - quello da sgranare per
vedersi riconoscere i propri diritti.
I PERIODI DI NON
LAVORO. "Oggi ero in tribunale per due cause di lavoro e, alla luce
delle novità legislative, sono state entrambe rinviate", dice Matteo
Paulli, uno dei legali del pool. "Ci vogliono mesi, addirittura anni,
per sapere se un contratto di lavoro è impugnabile". E chiarisce: "I
precari fra una collaborazione e l'altra possono avere dei periodi di
non lavoro ben superiori a due mesi - continua Paulli - Un datore di
lavoro può dire al suo dipendente che gli rinnova il contratto, lascia
passare i famosi 60 giorni e al 61esimo non glie lo rinnova. A quel
punto per il precario è finita, si trova cornuto e mazziato".
CONTRATTISTI
MULTIPLI. Non solo, c'è una trappola anche per i contrattisti
"multipli": "Se un lavoratore ha avuto con la stessa azienda un numero
elevato di collaborazioni, ad esempio cinque contratti nell'ultimo anno,
potrà impugnarli sempre che i famosi 60 giorni non siano trascorsi. E'
ovvio che quindi potrà impugnare solo l'ultimo. E avrà molte meno
possibilità di vincere", sottolinea Massimo Laratro. Insomma, è la
parola del dipendente contro quella del principale. "Dato che durante
l'udienza il datore di lavoro deve dimostrare la ‘temporaneità' del
rapporto di lavoro, se la causa riguarda un solo contratto di due mesi
anziché cinque o sei collaborazioni, avrà la strada spianata".
INSIDIE PRIMA DI
FIRMARE. Le insidie non finiscono qua. Le altre due novità
particolarmente indigeste ai legali di San Precario sono la
"certificazione del rapporto di lavoro" e la "clausola del ricorso
all'arbitrato" in caso di impugnazione. Presso le camere del lavoro
verranno istituite delle "commissioni certificatrici" che avranno il
compito di apporre il loro sigillo sulla validità di un determinato
rapporto di lavoro. "Io ti assumo con un contratto a progetto, mi
rivolgo alla commissione che timbra il contratto come legittimo e tu non
potrai mai fare più causa contro di me - dice Laratro - Così facendo si
certifica non solo il rapporto, ma anche la volontà del lavoratore che
evidentemente non è nella condizione di rifiutare perché magari sta
cercando un'occupazione da mesi".
ARBITRATO.
L'arbitrato invece dà la possibilità al datore di lavoro di inserire nel
contratto una clausola che dice che in caso di problemi il dipendente si
rivolgerà a una commissione arbitrale invece che ai giudici. "Con questa
norma si vuole azzerare il ricorso all'autorità giudiziaria" dicono gli
avvocati.
INDENNITA'
PREGRESSA. Infine c'è la questione dell'indennità. Prima della Legge 183
se un lavoratore vinceva la causa contro il suo datore di lavoro, lui
era obbligato a "riconoscergli il mancato guadagno", e cioè a
corrispondergli tutti gli stipendi in cui era rimasto a casa. Ora, nel
caso l'azienda perdesse in tribunale sarà tenuta solo a versare
un'indennità all'ex dipendente che andrà da un minimo di 2,5 a un
massimo di 12 mensilità. "E se il processo va avanti per tre anni e il
lavoratore in tutto il periodo rimane a casa?" Chiedono gli avvocati di
San Precario.
LICENZIAMENTO
ORALE. E ancora, l'ultima gabola. C'è il licenziamento "orale". Per la
legge il licenziamento deve essere comunicato in forma scritta: se
comunicato oralmente, non è valido. Ma ora il termine dei 60 giorni
varrà anche per i "licenziamenti orali". Se un datore di lavoro sosterrà
che il licenziamento c'è stato prima della data indicata dal lavoratore
(e ben prima dei sessanta giorni a disposizione), basterà trovare dei
testimoni compiacenti per bloccare il processo.
LA CGIL:
ASSISTENZA' STRAORDINARIA. La Cgil si è attivata in tutti i modi contro
il collegato lavoro. Non solo è impegnata da settimana per distribuire
materiale informativo, ha lanciato anche un appello ai principali organi
di informazione. Assicura, inoltre, che "tutti gli uffici legali della
confederaizone, tutti gli sportelli immigrati, tutte le strutture di
categoria della Camera del lavoro, saranno impegnate nei prossimi
sessanta giorni in un'iniziativa di straordinaria consulenza e tutela".
Un impegno che i militanti dello sportello San Precario giudicano
tardivo. "Il provvedimento è in Parlamento da due anni. Dov'era la Cgil
in tutto questo periodo?", chiede Massimo Laratro.
NESSUN DIRITTO. il
colpo finale ai precari e alla loro dignità è ormai sferrato. Si parla
da anni di "flexsecurity", di garantire sostegno e stato sociale anche
ai lavoratori precari. Alla fine, invece, si è chiuso il ciclo aperto da
Treu: neanche i tribunali potranno garantire i diritti violati dei
lavoratori atipici.
21-01-2011]
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BOLOGNA LA ROTTA -
COLPO DI SCENA, PARLA IL PADRE DEL BAMBINO: "Non è vero che viviamo in
strada. Abbiamo una casa in affitto, 460 euro per un buco, abbiamo
difficoltà economiche e facciamo i salti mortali ma non siamo dei pazzi che
tengono due neonati al gelo senza curarsene" - "Nel 2007 abbiamo fatto
richiesta per la casa popolare e stavamo preparando quella per l’assegno. Ma
più di questo no, perché avevamo paura che ci togliessero i bimbi. Ma dalla
morte di Devid nessuno dal Comune si è fatto vivo
1- PARLA IL PADRE:
«MACCHÈ CLOCHARD. NON CHIEDEVAMO SUPPORTO? CI AVREBBERO TOLTO I PICCOLI»
Gianluca Rotondi per il "Corriere di Bologna"
«Non è vero che
viviamo in strada, che siamo dei vagabondi. Abbiamo una casa in affitto, 460
euro per un buco in via delle Tovaglie, abbiamo difficoltà economiche e
facciamo i salti mortali ma non siamo dei pazzi che tengono due neonati al
gelo senza curarsene». Sergio Berghi, 43 anni, se ne sta seduto fuori dal
Gozzadini e fuma l'ennesima sigaretta. È furente, arrabbiato col mondo e
disperato.
È alla pediatria del
Sant'Orsola che si è consumato il suo dramma e quello della compagna
Claudia, 36 anni, cinque figli avuti da tre uomini diversi e una vita
segnata dalle difficoltà. Qui è venuto al mondo e se ne è andato dopo soli
venti giorni Devid, uno dei due gemelli nati il 13 dicembre e morto in
ospedale il 4 gennaio dopo essere stato raccolto da un'ambulanza in piazza
Maggiore.
Non respirava quasi
più quando è arrivato al Sant'Orsola. Il padre, un passato difficile a
Firenze e un presente fatto di lavoretti per sbarcare il lunario, ha
seppellito Devid alla Certosa da nemmeno un'ora ed è tornato al Gozzadini
dove sono ricoverati l'altro gemellino, la compagna e la figlia di un anno e
mezzo della donna. Stanno bene e presto andranno in una struttura protetta.
«Sono pronto a
togliermi il pane da bocca per i figli ma non c'è lavoro. Claudia faceva
assistenza agli anziani ma quando ha avuto la bimba ha smesso - dice Sergio
- A novembre ho fatto un lavoretto ma mi sono rimasti cento euro. I problemi
ci sono ma non siamo barboni, abbiamo una casa dove stare».
In quella casa alle
spalle del tribunale in realtà ufficialmente ci vive Claudia col marito, un
magrebino che ha sposato a maggio su due piedi. I vicini e i negozianti, che
raccontano di difficoltà economiche e litigi, giurano di averli visti
traslocare a settembre. Ma per andare dove? Ogni tanto dalla nonna, poi
chissà. Lui è stato per qualche tempo in una struttura del Giovanni XXIII° a
Funo. Li hanno visti in giro in città, alla stazione, in Sala Borsa e in via
Capo di Lucca. Non chiedevano né soldi né aiuto e hanno tenuto nascosta la
gravidanza della donna fino al parto.
Poi il dramma:
«Abbiamo mangiato dalla mamma di Claudia e poi ci siamo avviati a piedi
verso casa - racconta - Ci siamo fermati in piazza Maggiore a salutare un
amico e abbiamo visto che Devid era viola e giallo e respirava a fatica.
Sono stato io a chiamare l'ambulanza. Nessun dottore ha parlato di freddo e
stenti, ci hanno detto che è morto perché aveva il latte nella trachea»,
dice con rabbia: «Siamo tornati a casa ma a mezzanotte ci hanno chiamato
perché era gravissimo».
Ma perché non avete
chiesto aiuto? «Nel 2007 abbiamo fatto richiesta per la casa popolare e
stavamo preparando quella per l'assegno. Ma più di questo no, perché avevamo
paura che ci togliessero i bimbi. Ma dalla morte di Devid nessuno dal Comune
si è fatto vivo. Ora vorrei la casa popolare».
Era già successo, sia
a lui che a Claudia, quando i loro destini non si erano ancora incrociati.
Incapacità genitoriale, sintetizzano i servizi sociali. Chiamati a mettere
in fila le tappe di una vicenda dolorosissima che interroga tutti. Sergio la
risposta non ce l'ha ma precisa: «Sono nati di sette mesi, seguivano una
terapia ma ci hanno detto che stavano bene. Poi le solite raccomandazioni,
tenerli al caldo e avere cura che mangiassero. Secondo noi invece dovevano
tenerli di più in ospedale».
2- GELO E
INDIFFERENZA, MUORE A 20 GIORNI...
Franco Giubilei per "La
Stampa"
Per giorni hanno
cercato rifugio in Sala Borsa, la biblioteca che si affaccia su piazza del
Nettuno, nel cuore di Bologna. Padre, madre, due figli gemelli di soli venti
giorni e una bimba di un anno e mezzo, una famiglia italiana senza casa che
viveva di espedienti. Poi il 4 gennaio qualcuno ha finalmente chiamato il
118 e i sanitari sono venuti a prendersi i bambini in piazza Maggiore perché
uno dei due gemellini stava malissimo.
Per Devid Berghi però
era troppo tardi: il piccolo è morto nel reparto di rianimazione
dell'ospedale Sant'Orsola. Si parla di crisi respiratoria e per avere la
risposta definitiva sulle cause bisognerà aspettare gli esiti dell'autopsia,
ma l'ipotesi più verosimile è che il neonato non abbia retto al freddo e
agli stenti. Il gemellino e la sorella, ricoverati in Pediatria,
fortunatamente ora stanno bene. Una vicenda incredibile che ha come teatro i
portici e le piazze del centro di Bologna, dove i cinque hanno vagato per
giorni.
Adesso in città è
tutto un rincorrersi di dichiarazioni incredule e sgomente per il clima di
indifferenza in cui è maturata la tragedia, ma è la ricostruzione dei fatti
a rendere l'idea di quel che è accaduto: «Ho fatto entrare il padre al
caldo, in negozio, ma non era lucido, la madre stava fuori e piangeva -
racconta il dipendente della farmacia comunale di piazza Maggiore, a due
passi da Palazzo D'Accursio, che ha dato i primi soccorsi -. Lui invece
continuava a tenere in braccio questo bimbo, che sembrava già morto. Era
bluastro, non respirava più».
Era il pomeriggio del
4 gennaio, poco dopo le 15: a pochi metri la gente di passaggio si era
accorta che c'era qualcosa che non andava. «Una collega mi ha descritto la
scena dicendomi che era già stata chiamata un'ambulanza - aggiunge il
farmacista -. Sono uscito e ho visto un capannello di persone intorno a
questi genitori. Il padre non era lucido, con lui non si riusciva a
interagire».
A questo punto, visto
che i soccorsi ancora non arrivavano, l'uomo col neonato è stato fatto
entrare in farmacia e il dipendente ha richiamato il 118: «Quando ho
telefonato mi hanno detto che l'ambulanza era appena arrivata. Poi si è
presentato un signore dicendo di essere il nonno, con una carrozzina vuota,
e ci ha chiesto se potevamo custodirla noi».
Il procuratore
aggiunto di Bologna Valter Giovannini ha aperto un fascicolo, l'inchiesta è
stata affidata al pm Alessandra Serra, che ha disposto l'acquisizione di
tutta la documentazione riguardante la famiglia di Devid. Critiche al
funzionamento dei servizi sociali sono venute dal direttore della Caritas
diocesana, che conosceva i genitori anche se «da non molto tempo: è una
carenza dei servizi sociali, ci sono lacune non piccole. A questa città
manca un vero padre di famiglia. I servizi dovrebbero avere la possibilità
di valutare le situazioni, senza rimandarle alle calende greche. Questa
vicenda fa capire cosa sono le nuove povertà».
Il commissario
straordinario di Bologna Anna Maria Cancellieri, che rimpiazza il sindaco da
quando si dimise Delbono, ha replicato: «La madre aveva sempre rifiutato
aiuti e assistenza». In passato aveva avuto altri due figli che le erano
stati tolti dai servizi sociali e dati in affido. Dal 2001 avrebbe avuto
cinque bambini da tre uomini diversi. «In occasione di un pranzo di
solidarietà l'ultimo dell'anno era stata avvicinata da due operatori che le
hanno chiesto se aveva bisogno, ma lei non ha chiesto nulla», dice la
Cancellieri.
Neanche quando i figli
sono stati dimessi e trasferiti in una struttura protetta la madre ha voluto
seguirli. Ai servizi sociali specificano che il 31 dicembre era stato
offerto un posto per dormire, «ma loro hanno risposto di avere una casa. La
donna, che era seguita dal servizio sociale di Santo Stefano, non aveva mai
riferito di non averla». Il padre, originario dell'Aretino, in passato era
stato ospite di strutture di accoglienza a Bologna, ma da tempo viveva per
la strada. 11-01-2011]
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Da "Panorama"
1. POCHI SOLDI,
CHIUDONO 13 DOMUS DI POMPEI...
Non c'è pace per gli Scavi di Pompei. È saltato infatti, per mancanza di
copertura finanziaria, il rinnovo dell'accordo sindacale che, nel 2008,
permise alla soprintendenza archeologica l'apertura di 13 domus, che da
inizio gennaio ritornano così inaccessibili ai visitatori. Fra i siti
chiusi le case degli Amorini dorati, dei Casti amanti, della Fontana
piccola e il Termopolio. Intanto l'Osservatorio patrimonio culturale
degli Scavi di Pompei lancia l'allarme sul futuro del complesso: l'80
per cento degli edifici della città romana è a rischio crollo.
«Quotidianamente,
anche se le cronache non lo registrano, dai muri delle domus si staccano
ampi pezzi di intonaco decorato» accusa il responsabile
dell'osservatorio, Antonio Irlando. (Simone Di Meo)07-01-2011]
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APPALTI:
BANKITALIA, SISTEMA ESPOSTO A RISCHI COLLUSIONE E CORRUZIONE...
(Adnkronos) - Il sistema degli appalti pubblici in Italia e' esposto a
rischi di collusione e corruzione oltre a mostrare carenze sul piano
della progettazione. E questo nonostante le numerose riforme che hanno
interessato il settore, volte a migliorare il disegno delle procedure di
aggiudicazione e ad assicurare il rispetto dei principi di pubblicita',
di trasparenza e parita' di trattamento dei contraenti privati. Sono
queste le patologie e le criticita' messe in luce dallo studio di
Bankitalia sul tema 'L'affidamento dei lavori pubblici in Italia:
un'analisi dei meccanismi di selezione del contraente privato'.
'Nonostante le
numerose riforme che hanno interessato il settore degli appalti pubblici
negli ultimi anni, il sistema italiano e' caratterizzato- sottolinea
l'indagine di Bankitalia- da un'elevata frammentazione ed esposto in
misura considerevole ai rischi di collusione, corruzione e
rinegoziazioni successive con gli aggiudicatari dei contratti. Carenze
sono, inoltre, presenti sul piano della progettazione degli interventi'.
28-12-2010]
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UN CALCIO NEI
COGLIONI DEI BARONI - DITE QUELLO CHE VOLETE DELLA RIFORMA GELMINI, MA È
L’EQUIVALENTE DI UNA CASTRAZIONE CHIMICA PER GLI ATTUALI PADRONI DELLE
UNIVERSITÀ: DA ROMA A TORINO, DA MESSINA A FIRENZE, TUTTE LE DINASTIE,
CON NOMI E COGNOMI, CHE DA OGGI NON POTRANNO PIÙ PIAZZARE EREDI (PERÒ
MARITI E MOGLI POTRANNO CONTINUARE A ASSUMERSI A VICENDA) - ECCO LE
NOVITÀ E LE CRITICHE: RICERCATORI A TERMINE, BORSE DI STUDIO PER MERITO
E NON PER REDDITO, TAGLIO DELLE SEDI…
1 - NO-GELMINI: I
VERI INFILTRATI SONO I BARONI...
Daniele Martini per "il Fatto Quotidiano"
Tutto, piuttosto
che perdere un privilegio antico: la cattedra familiare. Tutto, compreso
l'impensabile, cioè confondersi per una volta tanto con quei casinisti
degli studenti, infiltrarsi nei cortei, magari turandosi ben bene il
naso, dando l'impressione di essere stati folgorati sulla via di
Damasco, nella speranza che la riforma Gelmini dell'Università si
infranga sugli scogli della protesta.
Devono aver
pensato questo i baroni che, dopo una vita passata nella torre eburnea
dei loro istituti, inaspettatamente una mattina si sono svegliati
contestatori. Perché quella riforma piena di pecche, prima tra tutte la
stravagante pretesa di rinnovare le università statali affamandole con i
tagli, un merito ce l'avrebbe, un pregio che, però, per loro baroni,
suona come una campana a martello: spuntare le unghie proprio ai
professoroni delle università in una faccenda a cui tengono quanto al
bene della vista, le assunzioni in famiglia.
Da questo punto la
legge è perentoria (anche se c'è chi ne mette in dubbio la
costituzionalità): assunzione vietata nello stesso dipartimento per i
parenti legati fino al quarto grado ai professori in cattedra. Con una
vistosa incongruenza, però: il tassativo divieto non vale, chissà
perché, tra marito e moglie.
Per cui anche in
futuro nessuno potrebbe aver niente da ridire se ricapitasse un caso
come quello svelato ieri dal Corriere della Sera che riguarda la facoltà
di Scienze della Sapienza di Roma. Protagonista una coppia sposata,
appunto: lui, Paolo De Bernardis, astro-fisico di livello
internazionale, e lei, Silvia Masi, laureata a pieni voti, sollevata dal
purgatorio dei ricercatori a vita e assunta nel cielo degli associati,
giudicata idonea nel concorso per un posto nel dipartimento del marito.
Ma, se per
assurdo, la legge Gelmini entrasse in funzione con valore retroattivo,
gli atenei italiani si svuoterebbero di colpo. Perché in questi decenni
le facoltà sono state uno degli incubatori più accoglienti della mala
pianta del nepotismo. Vista dalle cattedre baronali, la riforma fa così
paura che perfino i magnifici rettori hanno deciso di sfidare in questi
giorni il pubblico ludibrio aggirandola in contropiede. Il caso più
clamoroso è quello romano, dove due magnifici su tre hanno piazzato
parenti in zona Cesarini.
Luigi Frati,
emerito della Sapienza e preside di Medicina, già bersaglio di critiche
per casi di favoritismi familiari, è entrato di nuovo nel vortice delle
accuse perché proprio due giorni fa in facoltà, dipartimento di Scienze
e Biotecnologie, è arrivato un altro di casa sua, Giacomo, il
secondogenito. Prima di lui era stata la volta dell'altra figlia, Paola,
ordinaria di Scienze anatomiche, e della moglie, Luciana Rita Angeletti,
Storia della Medicina. Con l'ingresso di Paolo i Frati, insomma, hanno
fatto poker.
Idem a Tor
Vergata: il rettore, Renato Lauro, anche lui preside di Medicina, ma ex,
ha assistito soddisfatto alla decisione del consiglio di facoltà di far
assurgere al ruolo di associato la nuora, Paola Rogliani. Prima dei due
rettori attuali, un altro magnifico romano, Renato Guarini, era finito
sotto inchiesta per abuso d'ufficio, sospettato di uno scambio di favori
con un docente di Estimo ad Architettura, che secondo l'accusa avrebbe
agevolato la carriera della figlia del primo, Maria Rosa.
Anche a Siena,
ateneo prestigioso, ma ben protetto dalle critiche e forse per questo
poco indagato, i rettori che si sono succeduti dagli anni Ottanta fin
quasi ad oggi sono sospettati di avere avuto un occhio di riguardo per
quelli di casa. Luigi Berlinguer, ai tempi in cui era ministro
dell'Istruzione con il centrosinistra, ebbe la soddisfazione di vedere
il figlio Aldo vincitore della cattedra di professore associato in
Diritto privato comparato all'Università di Cagliari ad appena 29 anni,
ancor prima di concludere il dottorato.
Ora Aldo insegna
nell'ateneo toscano dove il padre fu rettore. Il successore di
Berlinguer, Piero Tosi, già presidente della Conferenza dei rettori,
ordinario di Anatomia e Patologia, ha visto con soddisfazione il figlio
Gian Marco calcare le sue orme nella stessa facoltà, vincitore di un
concorso per ricercatore per le malattie dell'apparato visivo.
Da Torino a
Messina gli alberi dinastici in facoltà sono così tanti che solo per
citarli ci vorrebbero i volumi dell'elenco telefonico. Alla Federico II
di Napoli due anni fa un gruppo di studenti presentò una ricerca secondo
la quale "almeno il 15 per cento di professori è imparentato", con punte
nella facoltà di Economia (32 casi). A Messina un anno fa il rettore
Franco Tomasello è finito davanti ai giudici assieme ad altri 23 tra
docenti e ricercatori con svariate accuse, dall'abuso d'ufficio in
concorso a tentata truffa.
Dalle indagini
venne fuori che a Veterinaria dei 63 docenti 23 erano parenti, a
Medicina e Chirurgia su 531 professori i parenti erano poco meno di un
centinaio, a Giurisprudenza 27 su 75. Anche nell'ateneo di Cosenza un ex
rettore, Giuseppe Frega, si è messo in mostra nell'ambito dei giochi
familiari, con il figlio Nicola, ricercatore nella stessa facoltà di
Ingegneria che era stata la casa del padre. A Lettere l'ex preside
Franco Crispini prima di andare in pensione volle lasciare un'impronta
passando il testimone alla due figlie, Ines e Alessandra.
A Catania si sono
imposte all'attenzione le dinastie mediche degli Zanghì e dei Basile.
Nella prima accanto al padre Michelangelo, si sono fatti avanti i figli
Antonino e Guido; nella seconda il chirurgo Attilio ha generato tre
figli ordinari, Francesco, Guido e Filadelfio, i primi due luminari
medici come il padre, il terzo professore di Agraria ed ex senatore di
Forza Italia.
A Firenze ha fatto
epoca il caso del rettore, Augusto Marinelli, che ebbe la fortuna di
avere il figlio, Nicola, promettente ricercatore nell'ambito della
stessa materia paterna, Economia agraria. A Bari, facoltà di Economia,
ai tre Massari fondatori della dinastia accademica, Lanfranco, Giansiro
e Gilberto, si sono affiancati altri 7 familiari. I Dell'Atti, invece,
sono solo quattro.
In Basilicata
nella facoltà di Agraria, Francesco e Bruno Basso, padre e figlio, hanno
lavorato fianco a fianco nello stesso dipartimento come ordinario e
associato. A Scienza delle produzioni animali l'impronta l'hanno data i
Langella, Michele padre e professore, Emilia, ricercatrice. Un
censimento nell'ateneo di Palermo ha individuato a Medicina 24 famiglie
di professori e 58 parenti, a Ingegneria 18 famiglie e 38 parenti, a
Scienze 11 famiglie e 25 parenti.
2 - LA NUOVA LEGGE AI RAGGI X...
A cura di Flavia Amabile per "La Stampa"
RICERCATORI -
ASSUNTI SOLTANTO PER UN MASSIMO DI SEI ANNI...
I ricercatori non avranno più contratti a tempo indeterminato. Saranno
assunti soltanto con contratti a tempo determinato per una durata
massima di sei anni. Se al termine verranno assunti diventeranno
professori associati altrimenti dovranno lasciare l'insegnamento e
trovare un'occupazione diversa. Gli anni trascorsi come ricercatori
potranno rappresentare un titolo valido in caso di concorsi pubblici o
come esperienza da inserire in un curriculum.
Chi protesta
avverte che la quantità di ricercatori da assumere a questo punto
dipende non solo dalla performance dei ricercatori ma anche dai soldi a
disposizione delle università che i tagli hanno drasticamente ridotto.
E, poi, che fine faranno i ricercatori a tempo indeterminato che sono
stati assunti prima della riforma? Si creerà una guerra tra poveri
perché gli atenei potrebbero preferire per motivi economici assegnare il
posto da associato a un precario, anziché a un ricercatore con più
anzianità.
I CONCORSI - I
PROF. SCELTI DA UNA LISTA DI ABILITAZIONE...
Anzichè sostenere un concorso i futuri nuovi docenti associati e
ordinari dovranno innanzitutto essere inseriti sulla base dei loro
titoli e pubblicazioni in una lista di abilitazione scientifica
nazionale. Sarà valida per quattro anni e realizzata da una commissione
composta da quattro professori scelti su sorteggio. La selezione vera e
propria avverrà in una seconda fase da parte delle singole università
che sceglieranno il candidato ideale all'interno dei nomi presenti in
lista.
Chi protesta
sostiene che in realtà le università potranno così scegliere liberamente
i docenti e non ci sarà alcun ordine basato sul merito. L'abilitazione
verrà concessa indiscriminatamente, senza limiti numerici (non previsti
dalla legge). Tutti i posti saranno assegnati solo ed esclusivamente
tramite chiamata diretta, e la commissione delegata a fare ciò sarà
composta da 4 membri del dipartimento che ha richiesto il nuovo docente.
BORSE DI STUDIO -
PREMIO AL MERITO A PRESCINDERE DAL REDDITO...
Le borse di studio saranno affiancate da una novità: il fondo per il
merito. Il fondo permetterà di premiare coloro che lo meriteranno ma a
prescindere dal reddito. Si dovrà superare un test nazionale che servirà
a verificare la reale capacità di comprensione della lingua scritta, di
ragionare e risolvere i problemi. Ogni anno saranno scelti i migliori
1.000 studenti giunti alla fine delle superiori e offerte loro generose
borse di studio per andare a studiare nella università migliori anche se
lontane da casa, afferma il governo.
Chi critica la
riforma sa che si tratta finora di una promessa priva di fondi. Per
stanziarli sarà necessario un provvedimento ad hoc oppure, come spera il
governo, anche un finanziamento da parte delle aziende, probabilmente le
stesse che saranno entrate a far parte del cda. Inoltre, semrpe secondo
i critici, sono stati tagliati gran parte dei fondi delle borse di
studio che invece vengono date a chi ha un rendimento scolastico buono
ma anche reddito basso.
CONSIGLI DI
AMMINISTRAZIONE - SU 11 MEMBRI ALMENO TRE SARANNO ESTERNI...
Cambiano i vertici delle università. Il Senato accademico avrà poteri
molto più limitati: avanzerà proposte di carattere scientifico, sarà
invece il consiglio di amministrazione ad avere piena responsabilità per
le assunzioni e delle spese. All'interno del cda ci saranno almeno 3
membri esterni su 11. Il presidente potrà essere un esterno.
Il governo intende
in questo modo rendere più ricca l'offerta degli atenei, gli studenti
hanno reagito bocciando la riforma perché si tratta di una
privatizzazione. Infatti - dicono - il Senato accademico (organo
elettivo, dove siedono rappresentati di tutte le categorie che operano
all'interno dell'università) viene esautorato di gran parte dei propri
poteri e viene posto al di sotto del cda dove la rappresentanza esterna
può assumere un peso determinante. Il ddl prevede infatti l'ingresso
obbligatorio non semplicemente facoltativo di un numero minimo di
componenti esterni, in rappresentanza degli interessi privati.
NEI DIPARTIMENTI -
STOP A CHIAMATE DEI PARENTI FINO AL QUARTO GRADO...
Esiste un solo limite alle chiamate dirette di futuri docenti dalla
lista nazionale. Non potranno essere scelti parenti fino al quarto
grado, ovvero fino ai cugini, di chi lavora all'interno dello stesso
dipartimento di un ateneo. All'interno di una stessa università invece
non potranno essere assunti i parenti del rettore, del direttore
generale e dei componenti del cda.
Chi protesta
ricorda che non sono stati previsti limiti per un altro tipo di
parentopoli molto diffusa, quella tra marito e moglie. E che comunque i
parenti assunti nello stesso dipartimento sono una parte limitata del
fenomeno. Quella più diffusa prevede accordi incrociati per sistemare i
rispettivi raccomandati in altre sedi. Oltretutto i rettori sono del
tutto deresponsabilizzati. Potranno rimanere in carica un solo mandato:
chi vuole fare giochi di potere non ha nemmeno il problema della
rielezione a creare un eventuale limite.
FACOLTÀ E CORSI DI
STUDIO - DRASTICO TAGLIO ALLE SEDI, ATENEI SPINTI A FONDERSI...
Diminuiranno drasticamente università, facoltà e corsi di studio. E' una
delle norme su cui il governo punta per ridurre gli sprechi e liberare
risorse da destinare al merito. Potranno unirsi università vicine in
modo da limitare i costi. E diminuiranno i settori
scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 alla metà (consistenza
minima di 50 ordinari per settore). E le facoltà che potranno essere al
massimo 12 per ateneo.
In realtà gli
addetti al settore sostengono che gli atenei vengono solo invitati a
fondersi, che i settori scientifico-disciplinari sono i codici
attribuiti ai diversi esami e che quindi la loro riduzione non porterà
grosse modifiche. Il limite sulle facoltà può essere aggirato con un
forte accentramento delle facoltà ed il mantenimento delle diverse
discipline come dipartimenti. Anche in questo caso il risultato finale
potrebbe non essere molto diverso.
SALARIO - GLI
SCATTI LEGATI ANCHE AI RISULTATI...
Finora lo stipendio aumentava secondo gli scatti di anzianità dunque
indipendentemente dal merito. La riforma invece introduce gli scatti di
merito sia per gli associati che per gli ordinari. La valutazione di chi
premiare sarà effettuata da nuclei formati da professori interni ed
esterni che avranno il compito di giudicare il lavoro di ricerca dei
docenti. Per questo scopo ci sono 18 milioni per il 2011, 50 per il 2012
e altrettanti per il 2013. In caso di valutazione negativa si perde lo
scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai
concorsi.
I critici
sostengono che su questa misura è tutto affidato ai decreti attuativi
ancora da emanare e che quindi non è chiaro sulla base di quali criteri
verranno realizzate le valutazioni. Si passa quindi da elementi
obiettivi e validi per tutti come quello dell'anzianità, ad altri del
tutto soggettivi e rispetto ai quali finora è tutto ancora indefinito.
24-12-2010]
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RETTORE FRATI, UNA
FAMIGLIA DI GENIETTI...
Spettacolare intervista di Antonello Caporale al sindaco morale della
Capitale, Luigi Frati. Il rettore della Sapienza, uno che anche
Alè-magno gli fa una pippa, rivendica con orgoglio: "Assumo i miei
parenti? Se lo meritano. Nessuno della mia famiglia ha avuto ciò che non
meritava. Mia moglie, mia figlia, mio figlio, sono bravissimi". Poi il
colpo d'ala finale: "Scrivi che voi. Poi leggo e decido se passare
dall'avvocato" (Repubblica, p. 17) 24-12-2010]
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- La moglie. Poi
la figlia. Quindi, ma in extremis, il figlio. La famiglia di Luigi
Frati, rettore della Sapienza di Roma, si ritrova all’università – “Non
posso farci niente se Giacomo è tra i primi cinque, nella classifica dei
vincitori di un concorso vecchio di due anni. La vergogna semmai è per
gli altri. Giacomo mio figlio s’è fatto un culo come un paiolo” - Sua
moglie insegna Storia della medicina ma non è medico. “Embè? È’ storico
Antonello Caporale
per
la Repubblica
La moglie. Poi la
figlia. Quindi, ma in extremis, il figlio. La famiglia di Luigi Frati,
rettore della Sapienza di Roma, si ritrova all'università. Ognuno con i
suoi pensieri e con le sue fatiche.
«E il merito, ahò
il merito dove lo metti?».
Questo è giusto,
c'è il merito.
«Non posso farci niente se Giacomo è tra i primi cinque, nella
classifica dei vincitori di un concorso vecchio di due anni. La vergogna
semmai è per gli altri. Giacomo mio figlio s'è fatto un culo come un
pajolo».
Giacomo è
bravissimo.
«Parliamo del punteggio? Lui ha 21. Artioli, per esempio, 14. Che ce
posso fa?».
Rettore, le danno
del barone al cubo.
«Num me frega nulla. Quello che voglio di' è che nessuno della mia
famiglia ha avuto ciò che non meritava».
Bisogna
specificarlo bene, perché il nome di Frati...
«Ho mandato in pensione mia moglie, togliendole la collaborazione
compensativa. Lo sa?».
Purtroppo contro
di lei se ne dicono di tutti i colori.
«Forse perché sono vicino agli studenti? Forse perché giro senza auto
blu, forse perché mi faccio un mazzo così?».
Il linguaggio
crudo rivela comunque un vivido spirito del fare.
«D'Ubaldo parla di me come futuro sindaco di Roma. Ma io non tradisco,
ho da completare il mandato di rettore».
Vuole bene
all'università, e si vede. Anche il banchetto nuziale di sua figlia l'ha
fatto tenere al campus.
«Fregnaccia, fregnaccia. Banchetto a Trevignano, rinfreschetto
all'università. L'aranciatina, la coca cola. Un gesto di cortesia per
gli amici e i colleghi. E ho pagato trecentomila lire, causale:
matrimonio di mia figlia. E da lì è nata la fregnaccia».
Queste cose non si
sanno, e si favoleggia.
«Forse sono odiato dai potenti forse, ma dagli studenti amatissimo»
Però è bellissimo
avere i figli con questa carriera luminosa. Li avrà condotti per mano, e
accuditi, sollecitati.
«Ma che stai a dì? (Certo, vedendo mamma e papà che pure alla domenica
studiano, ti viene lo sghiribizzo di emularli)».
Complimenti.
«Ti dico: io sono figlio di un minatore, mi sono fatto un culo così».
Estrazione
popolare, alterità evidente dal circuito del potere.
«La Gelmini forse ce l'ha con me. E però chiedo: e se Tizio, il
professore Tizio ha l'amante Caio? La nuova legge vieta a Caio di
divenire professore ordinario?».
Sua moglie insegna
Storia della medicina ma non è medico.
«Embè? È storico».
Corretto.
«E mia figlia è laureata in Giurisprudenza e fa Medicina legale.
Angeletti, e non lo dico io, è tra le più brave d'Italia».
Angeletti è sua
moglie.
«Io ho 41 come indice».
Capperi.
«Scrivi che voi. Poi io leggo e decido se passare dall'avvocato».
25-12-2010]
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ORA D'ARIA...
"Tettamanzi fra i rom "Prego per il miracolo che il campo chiuda".
Visita del cardinale di Milano: soluzione più umana" (Stampa, p. 31)
24-12-2010]
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"LA RISSA" OGGI È
“LA RUSSA”, PALADINO DELLE FORZE DELL’ORDINE E DELLA LEGALITÀ - MA IERI
ERA UN “FASCIO CON LA BAVA ALLA BOCCA” CHE ORGANIZZÒ LA MANIFESTAZIONE
(VIETATA DALLA QUESTURA) IN CUI MORÌ IL POLIZIOTTO ANTONIO MARINO,
COLPITO DA UNA BOMBA A MANO IN PIENO PETTO - L’ATTUALE MINISTRO NON SI
ESPONEVA, AGIVA NELL’OMBRA, E IL SUO POTERE DERIVAVA DA QUELLO DEL
PADRE, SENATORE MISSINO, AMICO DI CUCCIA E GRANDE MANOVRATORE DELLA
FORTUNA DEL COMPAESANO TOTÒ LIGRESTI, CHE DA ALLORA NON HA MAI
DIMENTICATO LA FAMIGLIA LA RUSSA
Gianni Barbacetto
per "il
Fatto Quotidiano"
I suoi camerati
d'un tempo, quelli che erano al suo fianco nel fuoco degli anni
Settanta, non riescono a crederci. Proprio non ce lo vedono, Ignazio La
Russa, nei panni del difensore della legalità contro la violenza, dei
poliziotti contro i giovani in piazza. "Fu proprio lui a volere più
d'ogni altro la manifestazione del 12 aprile 1973 in cui fu ammazzato
l'agente Antonio Marino", ricorda Tomaso Staiti di Cuddia, camerata ed
ex parlamentare del Msi.
Allora Ignazio era
un giovane dirigente missino, segretario regionale del Fronte della
gioventù e leader a Milano di quella destra che si presentava davanti
alle scuole e nelle piazze armata di catene e coltelli. Il 1973 fu
l'anno più duro della "strategia della tensione". "A Milano il Msi da
tempo non riusciva a fare una manifestazione all'aperto, con corteo",
racconta Staiti.
"Così La Russa
s'impuntò: il 12 aprile dovevamo riuscirci. A tutti i costi. Man mano
che la data s'avvicinava, diventava chiaro a tutti che sarebbe stato un
massacro. Alla fine il corteo fu vietato dalla questura. Ma Ignazio
continuò a insistere: dovevamo scendere in piazza. E così fu".
Quel pomeriggio
gli scontri con la polizia furono durissimi. Era arrivato a Milano da
Reggio Calabria anche Ciccio Franco, il caporione dei "boia chi molla".
Durante la manifestazione ("Contro la violenza rossa", diceva il
manifesto che la convocava), furono lanciate perfino due bombe a mano
Srcm. Una distrusse un'edicola in largo Tricolore.
L'altra, in via
Bellotti, uccise il poliziotto Antonio Marino, 22 anni, a cui fu tirata
in pieno petto. Di quel giorno, resta una foto che ritrae La Russa,
capelli lunghi, occhi luciferini, assieme a Ciccio Franco, al senatore
missino Franco Servello e a tutti i caporioni del Msi milanese. "Ma non
aspettatevi di trovarlo direttamente coinvolto in azioni violente",
racconta un altro camerata che chiede di non fare il suo nome.
"Ignazio restava
nell'ombra, le cose le faceva fare agli altri. Era già un politico. E
poi diciamolo: non è mai stato un cuor di leone. Dopo quel pomeriggio di
sangue, Giorgio Almirante, che non amava quel ragazzotto con i capelli
troppo lunghi e gli occhi spiritati, sciolse la federazione milanese del
Msi e il Fronte della gioventù. Ma La Russa ricostruì, anzi aumentò, il
suo influsso sul partito a Milano, di cui divenne pian piano il padrone.
"A parole era
tutt'altro che un moderato: un fascista con la bava alla bocca",
racconta Staiti. "Quando divenni deputato del Msi, tentò di emarginarmi.
Alle riunioni della segreteria provinciale non m'invitava. Io
partecipavo ugualmente e lui cominciava così: ‘Saluto i camerati e anche
Staiti che non è stato invitato'. Alla quarta volta mi alzai e gli
allungai quattro ceffoni: ‘Io l'invito me lo sono preso, e tu ti tieni
le sberle'".
In quei turbolenti
anni Settanta, Ignazio s'impossessò di Radio University, un'emittente di
destra che trasmetteva da Milano. In quella "radio libera" lavorava una
ragazza di nome Amina Fiorillo. Ignazio la presentò a un camerata di
Roma, Maurizio Gasparri, che poi divenne suo marito. "Il potere che
Ignazio aveva nel Msi non gli derivava però dalla militanza, ma dalla
famiglia", continua Staiti.
Il padre, Antonino
La Russa, ex federale fascista di Paternò e poi senatore missino, era
arrivato a Milano dalla Sicilia con una dote di rapporti pesanti. Con
Michelangelo Virgillito innanzitutto, suo compaesano, cognato e grande
corsaro di Borsa. E con Raffaele Ursini, l'uomo che ereditò da
Virgillito il gruppo Liquigas. "Il vecchio patriarca Antonino era
invisibile, ma potentissimo nel partito: era lui a trovare i soldi per
finanziarlo".
È anche l'uomo che
pilota le eredità. Convogliando rapporti, soldi, affari e azioni verso
un giovane di bottega, arrivato anch'egli da Paternò, che diventa, non
senza qualche conflitto, l'erede del potere dei La
Russa-Virgillito-Ursini: è Salvatore Ligresti. Don Totò è cresciuto
insieme con Ignazio, tra busti del duce e scorribande in Borsa. E non
dimentica la fonte del suo potere e della sua ricchezza, tanto da
riservare sempre ai La Russa qualche poltrona nei consigli
d'amministrazione delle sue aziende.
"Con Almirante",
dice Staiti, "Ignazio ricucì il rapporto quando fece dare a un figlio di
donna Assunta, che aveva fatto fallire la sua concessionaria
d'automobili, la gestione di un'agenzia romana della Sai, la compagnia
d'assicurazioni di Ligresti". Oggi Ignazio vive a Milano in un palazzo
che, di notte, sembra uscito dalla Gotham City di Batman, con le luci
che si proiettano dritte sulla geometrica facciata anni Trenta.
La leggenda dice
che La Russa abbia ristrutturato l'appartamento dove viveva Mussolini.
Nostalgie private. In pubblico, però, oggi prevale il senso pratico di
Ignazio, amico di Ligresti, sostenitore di Berlusconi, ministro della
Repubblica e ospite pirotecnico dei talk-show. 21-12-2010]
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SE LA ROMA DI
ALE-MAGNO PIANGE, LA FIRENZE DI FRATELLONE RENZI NON RIDE - LA
PARENTOPOLI DA 12 MLN € DELL’OBAMA DI SANTA MARIA NOVELLA CHE AMA LE
GITE AD ARCORE - LA CORTE DEI CONTI LO PROCESSA PER LE ASSUNZIONI FATTE
QUAND’ERA ALLA PROVINCIA, POI E’ PASSATO AL COMUNE DOVE HA RISERVATO
POLTRONE A DUE EX ASSESSORI, ALLA FIGLIA DEL DIRETTORE DEL CORRIERE
FIORENTINO, A UNA CANDIDATA PD NON ELETTA, AL PORTAVOCE DEL SUO
AVVERSARIO ALLE PRIMARIE, A UNA GIOVANE DIRIGENTE DELPARTITO, EX SCOUT,
AMICI
Gian Marco Chiocci
per "Il
Giornale"
Renziopoli. Spese
facili, folli, fantasmagoriche. Gli inciampi di «parentopoli» non danno
certo lustro al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, incarnazione del nuovo
che avanza in casa Pd. La procura della corte dei conti della Toscana ha
mandato sotto processo il «piccolo Obama fiorentino» (il copyright del
soprannome del primo cittadino è dell'esponente pdl locale Giovanni
Donzelli) e la sua ex giunta provinciale per l'assunzione di una ventina
di «esterni» che non avrebbero avuto i titoli per occupare le ambite
poltrone. I giudici hanno calcolato un danno erariale di oltre due
milioni di euro.
Situazione analoga
al Comune di Firenze dove gli sprechi dell'amministrazione rossa,
secondo uno studio dei consiglieri comunali del centrodestra,
lieviterebbero a 10 milioni di euro con le assunzioni mirate negli
uffici d'interesse del sindaco e della sua giunta: nell'elenco stilato
dal consigliere comunale Donzelli figurano due ex assessori, l'ex
portavoce di Lapo Pistelli (avversario politico alle primarie di Renzi),
la figlia del direttore del Corriere fiorentino, una candidata del Pd
non eletta, una giovane dirigente del partito, amici di famiglia, ex
scout etc. Poi c'è il Tar che ha da poco revocato l'assunzione nel corpo
dei vigili urbani della figlia di un direttore generale che,
coincidenza, è stato capo dei vigili urbani ed è attualmente il
responsabile di una società partecipata.
Ma andiamo per
gradi. E cominciamo dai posti assegnati in Provincia. Stando alle accuse
dei magistrati contabili sarebbero state fatte una ventina di assunzioni
con modalità non proprio cristalline con un danno erariale di 2 milioni
e 155mila euro. Alcuni dei fortunati vincitori dell'impiego pubblico non
avrebbero avuto i titoli, altri sarebbero sprovvisti della laurea, altri
ancora sarebbero andati a occupare posti già occupati.
Le persone assunte
a tempo determinato entrarono a far parte dello staff personale di Renzi
e delle segreterie particolari dei componenti della giunta, ed è per
questo che una trentina di persone sono finite «a giudizio», a
cominciare da Renzi e dall'ex assessore Andrea Barducci, già vice di
Renzi, attuale presidente dell'amministrazione provinciale fiorentina.
La «parentopoli
gigliata» è sollevata ovviamente dal Pdl ma anche dalla sinistra. Per
dire. Andrea Calò, capogruppo di Rifondazione comunista, rispetto
all'avvio del «processo» presso la Corte dei conti, è arrivato
addirittura a sollecitare l'istituzione di una apposita commissione
d'inchiesta per fare luce «sulla corretta finalizzazione dell'uso delle
risorse pubbliche sulle politiche del personale». Achille Totaro,
senatore Pdl, ancora si chiede se era proprio necessario, nel 2004,
buttare 2 milioni di euro dopo aver sperperato milioni «per iniziative,
allegri banchetti, eventi e uno staff degno del suo livello».
A difesa di Renzi
parla il suo avvocato, Alberto Bianchi, che al Giornale rivendica la
correttezza dell'operato di quella giunta a cui la legge, spiega,
consentiva l'assunzione degli uffici a supporto dell'azione politica del
presidente e degli assessori, e dunque, «vi è stata un'applicazione
corretta delle norme che regolano la materia».
ssando dalla
Provincia al Comune, il risultato non cambia. Renzi s'è ritrovato a fare
i conti col medesimo problema. Solo che qui, a dar retta
all'interrogazione del solito Donzelli, i milioni sperperati sarebbero
dieci spalmati in cinque anni per coprire ben quaranta assunzioni,
ufficio stampa escluso.
A detta del
consigliere comunale Pdl, più che sui curriculum e sulle competenze
specifiche, la scelta sarebbe stata fatta basandosi sull'«intuito
personale» di Renzi o di chi gli sta vicino. Con i quaranta nuovi
assunti «esterni» per cinque anni, si legge in un'interpellanza al
sindaco, «si sfiorano i 10 milioni di euro l'anno, cifra che viene
altamente superata se consideriamo che in questo conteggio sono esclusi
i premi di produzione e gli straordinari».
Tutto ciò,
conclude Donzelli insieme al collega Sabatini, «senza dimenticare che il
Comune conta 5.250 dipendenti interni, con capacità e competenze
specifiche, ergo, 10 milioni di euro è una cifra da Superenalotto, uno
schiaffo alla crisi, alle tasche dei fiorentini e ai 5250 dipendenti
interni del Comune di Firenze».
Settantotto
persone solo per lo staff del sindaco portano gli esponenti del Pdl a
ironizzare sulla considerazione che il primo cittadino avrebbe di sé:
«Davvero crede di essere come Obama e di doversi creare uno staff da
presidente degli Stati Uniti...». Il Comune ha risposto a tono
ricordando che il numero degli impiegati è lo stesso dell'entourage del
predecessore di Renzi a Palazzo Vecchio. «Bugia - ridacchia Donzelli -
l'ex sindaco Leonardo Domenici aveva attinto quasi tutto il personale
dal Comune, Renzi in grandissima parte da fuori!». 21-12-2010]
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Spiato mezzo
governo alla ricerca della P4 (a proposito, che fine ha fatto la p3?) -
la versione de "il giornale" alla nuova bombastica inchiesta di woodcock
scodellata ieri da "il fatto" - "La procura di Napoli assedia il Pdl.
L’ultima inchiesta vede intercettati, pedinati e fotografati ministri e
parlamentari - L’indagine vuol dimostrare l’esistenza di una fantomatica
loggia segreta, starring lavitola - L’obiettivo? l’entourage di Gianni
Letta - Interrogati il ministro Carfagna, il capo degli ispettori Miller
e lo 007 Santini"... –
Gian Marco Chiocci
- Massimo Malpica per Il Giornale
Spiato mezzo
Esecutivo. Spiati parlamentari e magistrati. Spiati carabinieri. Spiati
giornalisti. Spiati asseriti massoni. C'è una procura che notoriamente
brilla poco per le inchieste sul centrosinistra (laddove lo stesso
centrosinistra governa ininterrottamente da vent'anni) e che in questo
momento, attraverso alcuni fascicoli, è invece in grado di lavorare a
tempo pieno sul Pdl locale, nazionale e di governo.
Questa procura ha
sede nel centro direzionale di Napoli, alle spalle della stazione, e
vede alcune sue toghe impegnate in indagini delicatissime, l'ultima
delle quali - anticipata ieri da Repubblica e dai sempre attenti
giornalisti del Fatto Quotidiano - riguarderebbe due filoni paralleli
nati dagli accertamenti svolti su un carabiniere napoletano che, secondo
l'ipotesi d'accusa formulata dai pm Woodcock e Curcio (coordinati dal
procuratore Greco), avrebbe intrattenuto rapporti con il direttore del
quotidiano l'Avanti, Walter Lavitola (quello delle e-mail caraibiche
sull'affaire Tulliani-Fini-Montecarlo) e con il parlamentare del
centrodestra, Alfonso Papa, membro della commissione Giustizia della
Camera.
Come sempre
avviene in inchieste predestinate ad avere più successo in edicola che
nelle aule dei tribunali, le ultime intercettazioni a «strascico»
avvenute su utenze intestate a terze persone (Papa avrebbe la colpa di
aver acquistato due apparecchi da un negoziante amico che abita nel suo
stesso palazzo) avrebbero colpito, direttamente o indirettamente,
parlamentari e ministri di questo governo.
E non solo.
Intersecandosi con altri procedimenti già avviati o in fase di
definizione (parliamo di vicende legate all'eolico, ai filoni su Nicola
Cosentino e sul presidente della Provincia Cesaro) i magistrati campani
starebbero cercando di chiudere il cerchio su una P4 campana, dove
massoneria, politica e appalti sarebbero il collante della presunta
associazione segreta.
C'è da chiedersi,
come se lo chiede il deputato Papa nell'intervista qui a fianco, se non
siano state lese le prerogative parlamentari di deputati e senatori a
vario titolo «investigati». Perché sembra certo che Papa, assieme a
magistrati e politici, sia stato a lungo intercettato, pedinato e
fotografato persino in piazza Montecitorio. La sua foto sarebbe stata
mostrata dai pm a un ministro interrogato (Mara Carfagna).
Esibita a
funzionari delle forze dell'ordine. A politici di medio livello
ascoltati per questioni varie di affari e politica campana. Informazioni
su Papa e sui suoi contatti istituzionali sono state chieste, sempre a
verbale, a funzionari del ministero della Giustizia (a cominciare da
Arcibaldo Miller, capo degli ispettori di via Arenula, da anni molto
legato al pm Woodcock).
Non è invece
chiaro come mai sia stato costretto a sfilare in procura il direttore
dei servizi segreti militari, generale Adriano Santini. Per non dire
della spasmodica ricerca di riscontri a contatti telefonici che
convergerebbero su Gianni Letta e sul suo entourage. Qui il ramo
d'indagine è quello dell'affaire Marcegaglia culminato con le
perquisizioni al Giornale di Sallusti e Porro, e Letta sarebbe stato
«attenzionato» indagando sul numero due di Confindustria, Cesare
Trevisani al quale i magistrati campani arrivano con l'inchiesta sull'ex
moglie di Gianni De Michelis (condannata per truffa) nella quale si finì
per monitorare un incontro a cui parteciparono quattro ministri, cinque
parlamentari, lo stesso Trevisani e altri big.
18-12-2010]
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1- DE GENNARO DEPISTÒ LE INDAGINI PER COPRIRE L’INSUCCESSO DELLA
POLIZIA A GENOVA - 2- PUBBLICATA LA SENTENZA DELLA CORTE D’APPELLO:
"DELITTO CONTRO L’ATTIVITÀ GIUDIZIARIA" - 3- L’EX CAPO DELLA POLIZIA - E
ATTUALE DIRETTORE DELL’ASI, L’ORGANISMO CHE COORDINA I SERVIZI SEGRETI
DELL’AISI E DELL’AISE "AVEVA CON EVIDENZA L’INTERESSE A NON FARE
TRAPELARE UN SUO DIRETTO COINVOLGIMENTO NELLA VICENDA DIAZ" - 4- LO
SCORSO 17 GIUGNO è STATO CONDANNATO AD UN ANNO E 4 MESI DI RECLUSIONE 5-
SECONDO I GIUDICI GENOVESI, DE GENNARO DOVETTE ALTERARE «L’ACCERTAMENTO
DEI FATTI, DELLE LORO MODALITÀ E DELLE RESPONSABILITÀ POLITICHE E
PENALI, DEI FATTI POSTI IN ESSERE DURANTE L’IRRUZIONE ALLA SCUOLA DIAZ
DEL 20 LUGLIO 2001" -
Corriere.it
- L'ex Capo della
polizia - e attuale direttore dell'Asi, l'organismo che coordina i
servizi segreti dell'Aisi e dell'Aise - Gianni De Gennaro, durante il G8
di Genova «aveva con evidenza l'interesse a non fare trapelare un suo
diretto coinvolgimento nella vicenda Diaz».
Lo scrivono nella
motivazione della sentenza i giudici della Corte d'Appello di Genova
(Maria Rosaria D'Angelo e Raffaele Di Napoli) che lo scorso 17 giugno
condannarono De Gennaro ad un anno e 4 mesi di reclusione con pena
sospesa e non menzione sulla fedina penale.
Insieme a lui fu
condannato anche l'ex capo della Digos di Genova all'epoca del G8
Spartaco Mortola, che ebbe 14 mesi. Secondo i giudici genovesi, De
Gennaro dovette alterare «l'accertamento dei fatti, delle loro modalità
e delle responsabilità politiche e penali, dei fatti posti in essere
durante quell'operazione», ovvero durante l'irruzione alla scuola Diaz
del 20 luglio 2001.
I giudici
sottolineano come l'intero servizio di ordine pubblico si rivelò un
«insuccesso»: morì Carlo Giuliani, nella scuola Diaz non furono trovati
i black bloc. Erano dunque necessari depistaggi. De Gennaro avrebbe
freddamente ordinato all'ex questore di Genova Francesco Colucci di
ritrattare le sue dichiarazioni al processo Diaz, così da scagionare
completamente l'allora capo della polizia. E questo, secondo la Corte
d'Appello di Genova, fu un «delitto contro l'attività giudiziaria».
ABUSO - I
depistaggi emersero per puro caso: intercettando funzionari e
artificieri, i giudici si sono imbattuti nelle telefonate di
preparazione della testimonianza del questore Colucci. Da quelle
telefonate emerse che «il capo avrebbe ordinato a Colucci di rivedere le
precedenti dichiarazioni sulla presenza sul campo del portavoce del capo
della Polizia Sgalla per aiutare i colleghi imputati nel processo per
l'irruzione nella scuola Diaz».
Questa strategia
sarebbe stata messa a punto in una riunione privata tra Colucci e De
Gennaro a Roma, un faccia a faccia che l'ex questore di Genova avrebbe
evitato di menzionare al processo, «ulteriore conferma», si legge nelle
motivazioni, «della consapevolezza e volontà dell'imputato De Gennaro
della portata istigatrice e di suggerimento di una versione dei fatti al
teste Colucci contrastante dalle precedenti dichiarazioni e con la
realtà».
CARRIERE -
«Bisogna che aggiusti un pò il tiro» è la frase che Colucci riferì
all'ex capo della Digos Mortola dopo il colloquio con De Gennaro.
Secondo i giudici d'appello, dunque, «la richiesta espressa ed esplicita
di ritrattare» conteneva una minaccia: ripercussioni sulla carriera di
Colucci «che proprio in quel periodo era in fase di valutazione per la
progressione di carriera». De Gennaro, dunque, per il giudice «abusò
anche della funzione pubblica esercitata e connessa al suo ruolo di
Direttore generale del dipartimento della Pubblica
Sicurezza».18-12-2010]
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brunetta family! -
TOH, RISPUNTA URBANI. grazie a BRUNETTA, L’EX MINISTRO TROVA POSTO A
DIGITPA, il superente che deve digitalizzare la pubblica amministrazione
- e renatino, tanto per non farsi mancare niente, NOMINA ANCHE IL SUO
COMMERCIALISTA Canio Zampaglione e fino a qualche tempo fa presidente
della brunettiana Free Foundation - Un think tank, quest’ultimo, del
quale è direttrice Oriana Zampaglione, figlia di Canio e oggi capo del
personale della medesima DigitPa....
Stefano Sansonetti
e Alessandra Ricciardi per Italia Oggi
Un pacchetto di
nomine piuttosto corposo. A contribuire al suo perfezionamento è stato
il ministero della funzione pubblica guidato da Renato Brunetta. Tra i
vari nomi in ballo, quello che spicca di più appartiene all'ex ministro
dei beni culturali Giuliano Urbani, che è anche stato tra i fondatori di
Forza Italia.
Ebbene, Urbani ha
trovato posto nel consiglio direttivo di DigitPa, il superente nato
dalle ceneri dell'ex Cnipa con l'obiettivo di digitalizzare la pubblica
amministrazione. Per lui, in questa veste, ci sarà un gettone lordo
annuo di circa 200 mila euro. Novità anche per la poltrone di presidente
di DigitPa.
Qui si siederà
Francesco Beltrame, professore all'unversità di Genova e direttore del
Dipartimento Ict del Cnr. È solo questione di giorni, visto che
l'insediamento ci sarà in seguito alla registrazione del decreto di
nomina da parte della Corte dei conti e la pubblicazione in Gazzetta
Ufficiale.
Beltrame vanta un
curriculum denso che ha indotto le competenti commissioni parlamentari a
esprimere parere favorevole a larga maggioranza. Dagli archivi delle
camere di commercio, però, risulterebbe tutt'ora titolare di una
partecipazione del 20% in una società informatica genovese che si chiama
Interyes. Interpellato da ItaliaOggi sul punto, Beltrame ha spiegato di
aver ceduto «la partecipazione già da diverso tempo».
Chiudono le nomine
nel collegio direttivo di DigitPa anche Fabio Pistella, fino a qualche
tempo commissario dell'ente (e già a capo del Cnr dal quale proviene
proprio Beltrame), e l'avvocato Giuliano Sala.
Un'altra
infornata, questa volta precedente, ha riguardato l'Agenzia per
l'innovazione, istituita per diffondere nuove tecnologie all'interno di
pmi e distretti industriali. Alla sua presidenza era già stato nominato
Davide Giacalone (vedi ItaliaOggi del 28 maggio 2010), che Brunetta
aveva tentato inutilmente di mettere a capo di DigitPa (operazione
stroncata dalla bocciatura del parlamento).
Come presidente
del collegio dei revisori dell'Agenzia, invece, troviamo Canio
Zampaglione, commercialista del ministro e fino a qualche tempo fa
presidente della brunettiana Free Foundation. Un think tank,
quest'ultimo, del quale è direttrice Oriana Zampaglione, anche lei
comercialista, figlia di Canio e oggi capo del personale della medesima
DigitPa. 17-12-2010]
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SFRATTIAMO I COLONNELLI...
Si chiama Obiettivo 9 e sta facendo tremare i polsi a circa 4.500
militari di professione. Lo Stato Maggiore della Difesa ha infatti
deciso di portare alle stelle i canoni degli appartamenti dove da anni
vivono i graduati ormai in pensione, perciò indicati come "senza
titolo". Obiettivo 9, appunto: "Rendere critico il prosieguo della
locazione" attraverso l'applicazione di un moltiplicatore virtuale del
reddito degli affittuari (anche di tre-quattro volte) al quale viene
parametrato l'eventuale nuovo canone. In pratica, un avviso di sfratto
collettivo concentrato soprattutto nelle aree di Roma, Milano e Napoli,
che il ministro Ignazio La Russa si appresta a ufficializzare firmando
l'ennesimo dietrofront in materia.
Il ministro
Tremonti, nel 2003, aveva addirittura inviato ai militari le lettere di
prelazione alla vendita, poi cancellate dal governo Prodi. E nel 2005 lo
stesso La Russa firmò per primo un'interrogazione parlamentare che
intimava la "sospensione di tutte le azioni di recupero forzoso"
completando invece "il previsto processo di vendita ai militari". Ora,
invece, vuole vederli sventolare bandiera bianca. M. F.10-12-2010]
7. BASI NATO - INTRIGO NUCLEARE...
Sono in arrivo in Italia 200 testate nucleari? Nel vertice Nato di
Lisbona del 19 e 20 novembre si è raggiunta l'intesa di smantellare le
testate nucleari substrategiche presenti oggi in Italia, Germania,
Olanda, Belgio e Turchia. Tranquillizzante, sulla carta, ma in realtà?
Queste armi rimarranno fino a che altri Paesi disporranno dello stesso
arsenale, e potrebbero essere concentrate in due basi Usa: una a
Incirlik in Turchia, l'altra ad Aviano in Friuli.
Lo scrivono
quattro parlamentari del Pd in una interrogazione al ministro della
Difesa, primo firmatario Carlo Pegorer. Si parla di una "misura grave e
pericolosa per il nostro Paese, mentre il governo si troverebbe nella
condizione di contraddire l'impegno a sostenere una progressiva
riduzione delle stesse armi nucleari". E ad Aviano molti abitanti
cominciano a temere la fregatura. P. T.
10-12-2010]
8. MAMMA LI RUSSI...
Brutta avventura per Massimo Giletti a Mosca. Il conduttore tv stava
andando all'aeroporto col pulmino dei giornalisti, dopo la presentazione
del calendario Pirelli. La comitiva era intrappolata nel traffico. Non
volendo perdere l'aereo, Giletti è sceso e si è improvvisato vigile
urbano per far defluire le auto. Grandi gesti, grida onomatopeiche:
"Block, block!". Fino all'arrivo di una limousine di un oligarca. Le
guardie del corpo hanno abbassato il finestrino e gli hanno puntato un
Kalashnikov in faccia. Il povero Giletti, a braccia alzate, è subito
risalito sul pulmino; poco dopo l'ingorgo si è sciolto. Non ha perso il
volo, ma lo spavento gli è rimasto. E. At.
10-12-2010]
9. A MICHELA PIACE L'ELICOTTERO...
Roberto Della Seta, senatore del Pd, ha denunciato in Parlamento l'uso
spropositato dei voli di Stato da parte del ministro del Turismo Michela
Brambilla. I rendiconti delle spese di viaggio del 2009 evidenziano come
il ministro preferisca l'elicottero per i suoi spostamenti, che sono
costati 157 mila euro, ben oltre il budget stimato di 27 mila. Per legge
l'uso dei voli di Stato è consentito solo per motivi istituzionali e
quando non sia possibile utilizzare nessun altro mezzo.
Per volare a spese
pubbliche serve l'approvazione dell'ufficio voli del Consiglio dei
ministri. Della Seta ha chiesto alla presidenza del Consiglio di
verificare i comportamenti del ministro e di rendere pubblici tutti i
dati sui voli di Stato (interrogazione S.4/04055). a cura
dell'Associazione Openpolis. 10-12-2010]
10. VENDETTA CINESE CONTRO IL
SINDACO...
Ora le carte scottanti del gruppo Sasch, azienda di abbigliamento del
sindaco di Prato Roberto Cenni, circa 400 dipendenti, sono in mano
all'assessore al Lavoro della Regione Gianfranco Simoncini. Sasch è in
crisi per un indebitamento, 170 milioni, al quale Cenni ha fatto sapere
di non essere in grado di far fronte. Uno smacco non da poco per il
sindaco, amico di Giorgio Panariello, amato in Curia e con amicizie
trasversali, che due anni fa, alla guida di una coalizione di
centrodestra ha conquistato Prato, dopo 60 anni di giunte di sinistra.
Cenni ha vinto
anche per la sua immagine di imprenditore di successo e sull'onda di una
rivolta dei pratesi nei confronti della presenza dei cinesi (circa 35
mila). Che, in qualche misura, ora si vendicano. L'azienda che ha
presentato istanza di fallimento del gruppo Sasch è infatti cinese, la
X.B. srl di Agliana, una ditta terzista, che vanta un credito di 200
mila euro. M. La.10-12-2010]
11. CASO EPOLIS, NICHI NON È SOLIDALE...
Uscito dalla scena editoriale il gruppo E Polis, travolto da debiti per
108 milioni di euro, i 114 giornalisti delle 19 testate locali attendono
che l'editore Alberto Rigotti onori almeno gli impegni assunti con la
Federazione nazionale della stampa: pagare gli stipendi arretrati e le
liquidazioni ai dipendenti. La speranza in una ripresa delle
pubblicazioni ha indotto per ora i creditori, compresi i redattori, a
non presentare istanze di fallimento.
Tutti meno uno:
Nichi Grauso, l'inventore di E Polis, che tre anni fa ha battuto in
ritirata davanti all'insuccesso dell'iniziativa. L'ex patron di Video on
Line, oggi immobiliarista, ha sfrattato la testata sarda del gruppo
dalla sede di viale Trieste, a Cagliari. E poi ha chiesto al giudice di
dichiarare il fallimento della sua creatura per 300 mila euro di affitti
non pagati. Quando si dice la solidarietà. M. Lis.
10-12-2010]
17. RICORDANDO VASSALLO...
Non dimenticare Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, ucciso dalla
camorra il 5 settembre scorso. Per questo "La Città", quotidiano di
Salerno, gli ha dedicato un calendario che ne ripercorre la vita con
foto inedite. Il ricavato della vendita sarà interamente devoluto a
Legambiente.
10-12-2010]
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3. BACCINI AIUTA
SANTO DOMINGO...
In visita nella repubblica Dominicana, il presidente del comitato
nazionale italiano per il microcredito Mario Baccini, ha incontrato il
capo dello stato Leonel Fernandez Reina, formalizzando il primo
memorandum d'intesa per la creazione di un fondo di garanzia da
destinare ad attività di microcredito nell'area di Santo Domingo.
Le attività legate
alle azioni di microcredito verranno seguite e coordinate dal comitato
italiano, che si impegna a sostenere le politiche locali trasferendo
know-how per la formazione del personale tecnico, per l'istruzione e il
sostegno dei futuri imprenditori, nonché per le attività di studio e
promozione della cultura del microcredito. Per quanto riguarda il fondo
di garanzia che verrà costituito dal governo dello stato caraibico sarà
di almeno 5 milioni di dollari. (Donato de' Bardi)
07-12-2010]
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DOPO CASA TULLIANI E CASA BONDI, NUOVA TELENOVELA CON
CASA FINOCCHIARO? - MASSIMO RUSSO, ASSESSORE SICILIANO
ALLA SANITÀ DELL’MPA (OGGI ALLEATO CON IL PD ALLA
REGIONE), VUOLE UN INDAGINE SUI 350MILA EURO DATI SENZA
GARA DI APPALTO ALLA SOCIETÀ DI MICHELE FIDELBO, MARITO
DI ANNA - MA IN REALTÀ HA GIÀ EMESSO IL SUO VERDETTO:
“NON SI PUÒ DEROGARE ALLA LEGGE CHE PRESCRIVE PROCEDURE
DI EVIDENZA PUBBLICA. MI SA CHE A GIARRE È STATO FATTO
UN PASTICCIO
Emanuele Lauria per "la
Repubblica"
Alla fine l´assessore-sceriffo con dichiarate simpatie
di sinistra ha dovuto inviare gli ispettori negli uffici
dell´azienda sanitaria di Catania. E senza grande
entusiasmo Massimo Russo, l´ex magistrato che ha sposato
la causa dell´Mpa, ha annunciato di volere «fare
chiarezza» sul caso che sta mettendo in imbarazzo Anna
Finocchiaro e metà del Pd siciliano: un appalto da 350
mila euro che l´azienda guidata da un fedelissimo del
governatore Raffaele Lombardo ha affidato alla società
di Melchiorre Fidelbo, ginecologo e marito della
capogruppo dei democratici al Senato.
Russo vuole capire com´è possibile che l´appalto, quello
per l´informatizzazione dell´ospedale di Giarre, sia
stato assegnato senza gara.
«Non si può derogare alla legge che prescrive procedure
di evidenza pubblica», ha detto l´assessore anticipando
nei fatti il giudizio. Lui, Russo, si limita a segnalare
possibili irregolarità nei passaggi amministrativi. Ma
ogni giorno di più la vicenda assume contorni politici,
sollevando ulteriori sospetti sul già discusso accordo
isolano fra Lombardo - che ha messo alla porta gli ex
alleati del Pdl - e il Pd che dopo aver perso le
elezioni è entrato in maggioranza per scelta del
governatore.
In
realtà il progetto di una «casa della salute» a Giarre
fu presentato da un consorzio di cui faceva parte la
società di Fidelbo già nel novembre del 2007, e
approvato a tempo di record dall´amministrazione
regionale allora guidata da Cuffaro. C´era, a quel
tempo, un´occasione da cogliere al volo: quella dei
fondi statali messi in Finanziaria dall´allora ministro
diessino Livia Turco.
Ma
l´iniziativa, rimasta in naftalina nel 2008 degli
appuntamenti elettorali (a Roma come in Sicilia), è
stata rispolverata alla fine dell´anno scorso. Il
progetto è stato aggiornato e, sulla base di una
ripartizione dei fondi fatta dall´assessore Russo,
l´azienda sanitaria di Catania guidata da Giuseppe
Calaciura - già segretario dell´Mpa nel piccolo Comune
di Biancavilla - ha approvato l´intero incartamento.
Stipulando a luglio una convenzione con la società di
Fidelbo.
A
settembre l´ultima tappa: l´inaugurazione del presidio
ospedaliero. A tagliare il nastro Russo, la Finocchiaro,
il manager dell´azienda sanitaria e l´ex ministro Livia
Turco. Poco lontano il dottor Fidelbo. Quella foto,
pubblicata da giornali e siti internet, ha alimentato la
polemica e dato fiato ai nemici dell´»inciucio»
siciliano.
Antonello Cracolici, il leader dei democratici siciliani
pro-Lombardo, grida al «complotto». E Russo,
l´assessore-magistrato, si allinea e parla di
«strumentalizzazioni». Ma a denti stretti ammette: «Mi
sa che a Giarre è stato fatto un pasticcio».
03-12-2010]
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UN
BON-BON (BONDI-BONEV) PER LA CORTE DEI CONTI - APERTA
UN’INCHIESTA SUI SOLDI SPESI PER OSPITARE LA DELEGAZIONE
BULGARA DURANTE LA PREMIAZIONE FARLOCCA DI “GOODBYE
MAMA”, IL FILMONE DI DRAGOMIRA BONEV CHE NESSUNO HA
VISTO - IL MINISTRO BULGARO IN UNA LETTERA UFFICIALE
AVEVA PARLATO DI 400MILA € SPESI DALL’ITALIA -
L’ACQUISTO DEI DIRITTI DEL FILM PER UN MILIONE VIENE
SCARICATO DA BONDI SU MASI E DA QUESTO SULLA D’AMICO DI
RAI-CINEMA - TUTTI USANO LA DIFESA-NORIMBERGA: “HO
RICEVUTO UNA SEGNALAZIONE E HO ESEGUITO”…
Malcom Pagani e Carlo Tecce per "il
Fatto Quotidiano"
Quando scivola in trincea, Mauro Masi si volta
dall'altra parte. Il direttore generale risponde con
candore a precisa domanda del consigliere Nino Rizzo
Nervo, a margine di un Cda teso come sempre: "Chi ha
suggerito a Rai Cinema l'acquisto dei diritti di Goodbye
mama di Michelle Bonev?".
Masi chiama in causa Bondi e i bulgari: "Ho ricevuto una
segnalazione dal ministero dei Beni culturali e
dall'ambasciata bulgara in Italia. Ho seguito la prassi
e come molte altre volte, girato l'indicazione a Rai
Cinema che, in piena autonomia, ha investito sul film.
Poteva anche rifiutarsi". In un sol colpo, con una mossa
che appare più disperata che meditata, Masi scarica Rai
Cinema e Bondi.
Tradito dal nervosismo esagera, perché il ministro dei
Beni culturali, tirato nell'agone, a metà pomeriggio si
infuria. Medita una risposta durissima. A quel punto il
professor Masi, equilibrista delle parole, detta un
comunicato in serata all'Ansa: "Mi riferivo
esclusivamente alle istituzioni bulgare" che appiana
momentaneamente i contrasti tra l'ex segretario generale
di Palazzo Chigi e il titolare del Mibac, chiude un
fronte ma lascia aperte molte altre questioni.
Nemmeno a Rai Cinema, lo scarico di responsabilità ha
lasciato indifferenti i vertici. Sul documento
d'acquisto per un milione di euro tra Rai Cinema e la
Romantica Entertainment dell'attrice e produttrice Bonev
per Goodbye mama c'è la firma dell'allora amministratore
delegato, Caterina D'Amico. L'ex ad ripete di aver
soltanto recepito una sollecitazione di viale Mazzini:
"La richiesta ufficiale era molto circostanziata - dice
al Fatto Quotidiano - L'ho già detto: volevano che
partecipassimo a una coproduzione con i bulgari. Ho
tenuto la barra dritta e autorizzato la spesa
esclusivamente per i diritti di trasmissione".
Un
milione di euro per un film d'esordio sono una cifra
spropositata, dunque Beppe Giulietti (portavoce di
Articolo 21) e il senatore Vincenzo Vita (Pd) annunciano
un'interrogazione parlamentare e attaccano frontalmente
Bondi: "I chiarimenti del ministro sono tutt'altro che
soddisfacenti. Non ha ancora spiegato chi e per quale
ragione ha imposto a Rai Cinema l'acquisto del
misterioso film bulgaro di Michelle Bonev. Hanno deciso
loro o c'è agli atti una lettera della direzione
generale? Perché tanta urgenza e tanta generosità? Non
si tratta di domande inutili in un'azienda che annuncia
tagli e non può finanziare ben altri film".
La
Rai detiene il full right di Goodbye mama per le sale
cinematografiche, il digitale terrestre, il satellite e
il teatro. L'azienda del servizio pubblico ha ritenuto
che l'opera di Dragomira fosse un gioiello da custodire
bene: nonostante le rassicurazioni di Rai Cinema,
nessuno ha provveduto alla distribuzione del film che
dopo l'appunto surreale di Masi in Cda: "Vigilerò che il
film abbia un buon esito. È costato troppo per
destinarlo all'insuccesso", costerà alla controllata Rai
almeno mezzo milione di euro.
Di
Bondi si occupano anche in Laguna, là dove tutta la
vicenda ebbe inizio. A Venezia, il procuratore della
Corte dei Conti, Carmine Scarano, ha aperto un fascicolo
per accertare chi abbia pagato per ospitare durante il
Festival la Bonev e l'ampia delegazione bulgara di 32
persone tra il 3 e il 6 settembre.
Cene e soggiorno prolungato per festeggiare Dragomira
premiata con la targa patacca - omaggiata dai ministri
Giancarlo Galan e Mara Carfagna - per il fuori concorso
"Action for woman". L'attrice giura di aver saldato
personalmente i conti. I bulgari hanno presentato
documenti ufficiali che rimandano al governo italiano.
La
Corte dei Conti farà chiarezza: "È una fase ancora
esplorativa per capire cosa è successo - precisa il
procuratore - e accertare se la somma è stata pagata e
da chi. Stiamo procedendo per gradi". Il magistrato
contabile ha incaricato la Guardia di Finanza di
requisire i documenti necessari. In Bulgaria, dove il
ministro della Cultura Rashidov è nei guai con
l'opposizione scatenata e a Roma, qualcuno aspetta la
verità.
[02-12-2010]
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GOVERNO DI DESTRA...
"Non è vero che con la riforma dell'università ci
rimettono tutti. C'è qualcuno che ci guadagna: sono gli
atenei "telematici", le università che laureano a
distanza, le quali potranno accedere alla quota di fondi
destinata agli istituti non statali". Sul Corriere,
Sergio Rizzo racconta "Gli aiutini a Mister Cepu" (p.1). 02-12-2010]
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COLPO GROSSO"
FOREVER! - UN GENIO L’INVENTORE DI MAURIZIA PARADISO:
“CHI HA UN’UTENZA ELETTRICA PAGHI IL CANONE RAI,
ALTRIMENTI DIMOSTRI DI NON AVERE UNA TV” - L’IDEA
MERAVIGLIOSA: dopo l’inversione dell’onere della prova,
l’inversione dell’onere del cervello! - IL MINISTRO DEL
BLOCCO DELLO SVILUPPO: “LA FIAT? NON È IN CRISI
Enrico
Marro per il "Corriere della Sera"
Tra i vari
provvedimenti che il ministro dello Sviluppo economico,
Paolo Romani, annuncia in questa intervista c'è anche la
riforma del canone Rai: «A tutti i titolari di un
contratto di fornitura di elettricità, siano essi
famiglie o pubblici esercizi o professionisti, verrà
chiesto di pagare il canone, perché, ragionevolmente, se
uno ha l'elettricità ha anche l'apparecchio tv. Chi non
ha la televisione dovrà dimostrarlo e solo in quel caso
non pagherà».
La riforma, aggiunge
il ministro, sarà presentata o col decreto milleproroghe
o comunque entro l'anno e servirà ad azzerare la grande
evasione: «Circa il 30% di chi dovrebbe pagare il canone
non lo fa». Per questo, garantisce Romani, anche se il
canone per il 2011 dovesse subire un aumento per
adeguarlo all'inflazione («ma io sono contrario»),
dall'anno successivo l'importo si ridurrà «secondo il
principio che se pagano tutti, pagano meno».
La proposta di Romani
prevede infatti che «metà delle nuove risorse incassate
vada alla Rai e metà a decremento del canone». Il
provvedimento «è pronto e presto sarà presentato, forse
col decreto milleproroghe».
Ministro, partiamo dalla grave congiuntura economica e finanziaria.
In Italia anche la situazione politica è instabile.
Inoltre la ripresa stenta e ci sono almeno 600 mila
persone in cassa integrazione. Confindustria e sindacati
chiedono al governo di fare di più.
«Il nostro Paese ha bisogno di essere governato e noi
vogliamo farlo fino in fondo. Chi da destra e sinistra
pensa di indebolirci facendo giochi di palazzo, deve
sapere che fa gli interessi degli speculatori
internazionali. Abbiamo fatto una legge di stabilità
molto rigorosa in tempi non sospetti. Ma anche molte
cose per lo sviluppo».
Se il governo non dovesse avere la fiducia il 14 dicembre?
«Io resto ottimista e sereno. La sfiducia, per le cose
che dicevo prima, sarebbe un grave atto di
irresponsabilità e probabilmente interromperebbe in
anticipo la legislatura, perché non credo proprio che la
soluzione potrebbe essere quella di attivare altri
governi o governicchi».
Lei parlava di provvedimenti per lo sviluppo. Quando presenterà in
Consiglio dei ministri la riforma degli incentivi per le
imprese?
«La prossima settimana. Oggi abbiamo 100 tipi di
incentivi nazionali e più di 1.400 regionali. Col
decreto legislativo verranno eliminate 30 leggi e gli
incentivi vengono riordinati in tre categorie:
automatici (fiscali o col voucher), bandi per finanziare
programmi completi, negoziati per i grandi progetti».
Ci saranno risorse aggiuntive?
«No, sarà una riforma di metodo a costo zero.
Semplificando le procedure le imprese avranno però
finanziamenti certi e rapidi».
La Confindustria chiede interventi concreti, in particolare per la
ricerca e l'innovazione.
«Confindustria tiene moltissimo al progetto "industria
2015": bene, ci sono tre bandi per complessivi 770
milioni che attivano 2 miliardi di investimenti su tre
aree: efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove
tecnologie per il made in Italy.
Inoltre, ci sono stati gli incentivi ai consumi e la
proroga del 55% per l'ecobonus e infine per il credito
agevolato c'è un fondo centrale di garanzia che dal 2009
ha fatto 65 mila operazioni garantendo con 7 miliardi
finanziamenti complessivi per 12 miliardi».
Quando presenterà la legge annuale sulla concorrenza?
«Entro la fine dell'anno. Punteremo anche qui sulla
semplificazione, ma non posso anticipare altro».
A proposito di concorrenza non crede che sugli avvocati il Parlamento
stia tornando indietro reintroducendo, per esempio, le
tariffe minime?
«Questa è una piccola-grande guerra tra le corporazioni,
detto nel senso positivo per carità, e i processi di
liberalizzazione. Personalmente penso che sarebbe meglio
rimanere col vecchio regime».
Cioè con la riforma Bersani?
«Sì, esatto».
Torniamo alla crisi. Presso il suo ministero ci sono 170 tavoli
aperti su altrettante crisi aziendali...
«E 92 amministrazioni straordinarie. Dedico quasi la
metà del mio tempo alle crisi, per essere vicino alle
aziende e ai lavoratori coinvolti, circa 100 mila.
Stiamo trovando soluzioni per ridare loro una
prospettiva, o attraverso investitori esteri o con
ristrutturazioni industriali».
Perché però non avete aperto un tavolo sulla Fiat?
«Perché la Fiat non è in crisi. Vuole invece investire
20 miliardi in Italia e passare da 685 mila auto
prodotte a 1,4 milioni. Ci saranno quindi anche
assunzioni. Vedo con soddisfazione che Fiat e sindacati
si incontreranno venerdì su Mirafiori. Detto questo, il
governo resta vigile».
Ministro che sta facendo il governo per far pagare meno l'energia a
famiglie e imprese rispetto ai Paesi nostri concorrenti?
«In Italia l'energia si paga il 37% in più. Dobbiamo
arrivare al 50% di energia prodotta dal combustibile
fossile, il 25% dal nucleare e il 25% da fonti
rinnovabili. Intanto, con collegamenti internazionali,
tipo quello previsto dall'accordo firmato ieri col
Montenegro per un cavo che porta mille megawatt,
riusciremo a ridurre il costo della bolletta».
25-11-2010]
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1- CROCE VERDE! "IO, IN QUANTO A POPOLARITÀ, STO TRA PAPA GIOVANNI
XXIII E GINO BARTALI" - CERCASI IL GENIO COMICO CHE
SCRIVE I TESTI DI MICHELLE BONEV, L’ULTIMA MIRACOLATA -
2- L’INCORONAZIONE DI DRAGOFIGA E I 32 BULGARI OSPITI A
VENEZIA. CHI HA PAGATO? NOI! - 3- "IO, QUEL PREMIO, ME
LO SONO MERITATO. PERCHÉ IL MIO FILM, "GOODBYE MAMA", È
UN FILM GRANDIOSO. PUNTO E BASTA! IO NEMMENO LO CONOSCO
IL MINISTRO BONDI. FUI PREMIATA DAL MINISTRO CARFAGNA
CHE MI DISSE CHE IL FILM L’AVEVA COMMOSSA" - 4- BONDI
MESSO AL BANDO! IL FIGLIO DELLA COMPAGNA MANUELA
REPETTI, DEPUTATESSA DEL PDL, LAVORA AL MINISTERO. IL
SUO EX MARITO È TRA I BENEFICIARI DEL FUS, FONDO DELLO
SPETTACOLO, PER 25 MILA €. TRA I BENEFICIATI C’È ANCHE
LA BANDA MUSICALE DI NOVI, DOVE VIVE LA REPETTI. LA
COMPAGNIA TEATRALE DI MARIANO ANAGNI, VICINA A
FIVIZZANO, PAESE DI BONDI, INCASSA 285 MILA EURO DI
FINANZIAMENTI
1- L'INCORONAZIONE DI DRAGOFIGA BONEV E I 32 BULGARI OSPITI A
VENEZIA. CHI HA PAGATO? NOI!
Malcom Pagani per "il
Fatto Quotidiano"
Chi ha visto, sostiene
che insensibili alle tristezze lagunari, in realtà si
siano divertiti molto. Tre giorni veneziani, alberghi a
cinque stelle, cene e pranzi da Pantagruel per
un'allegra comitiva di trentadue persone.
La delegazione bulgara
in visita al Festival del Cinema al seguito di
Michelle-Dragomira Bonev, del suo "Goodbye Mama" e del
finto premio del ministero dei Beni culturali ideato in
tutta fretta a metà estate nel feudo di Sandro Bondi,
non segnalato sul programma ufficiale fino al giorno
prima e poi tirato improvvisamente fuori in un colpo di
teatro napoletano nelle ore precedenti alla proiezione,
si è trattenuta al Lido dal 3 al 6 dicembre.
Sbarcati non da un
volo di linea, ma da un charter della compagnia tedesca
Private wings flugcharter GmbH , decine di migliaia di
euro da aggiungere a vitto, alloggio e sostentamento in
una delle città più costose del mondo. La notizia in
Bulgaria polarizza l'attenzione da settimane, in
Parlamento e sui giornali.
A Sofia, non piace
l'idea che con i soldi pubblici si sia consentito al
ministro della Cultura locale Vejdi Rashidov, all'amica
del premier bulgaro ma soprattutto di Berlusconi,
l'attrice e produttrice Bonev e al resto della truppa di
permanere nel lusso per 72 ore al seguito di un film che
non figurava né in concorso né in alcuna sezione
parallela.
E opposizione e
giornali d'inchiesta, mentre in Italia si stendeva una
coltre di silenzio sull'operazione Dragomira, ne hanno
chiesto ragione in patria al diretto interessato. Prima
un'indagine della giornalista Vladimirova del
settimanale 168 ore, una sorta di Espresso bulgaro, poi
l'interrogazione parlamentare di settembre in cui Vejdi
Rashidov, messo alle strette dall'opposizione dichiarò
davanti al Parlamento che a mandare un aereo per
trasportare le persone a Venezia "era stato il ministero
dei Beni culturali italiano".
Dopo le smentite
italiane di rito, Rashidov, impegnato a parare colpi,
insisteva rincarando: "L'importante è che non abbiamo
pagato noi. Tutto è in regola. Paga chi è più ricco. Il
valore annuale del loro settore cultura è il 3% del PIL,
il nostro di del solo 0,3%". Alla sua testimonianza, si
aggiungeva la dichiarazione del portavoce del sodale di
Putin, il primo ministro bulgaro Borisov, lo stesso che
molto amichevolmente aveva incontrato Berlusconi a
Palazzo Chigi a poco più di tre mesi dal Festival di
Venezia.
Parole confirmatorie,
nette: "Tutte le spese incluso il viaggio sono state a
carico di chi ci ha ricevuto". Terminato il secondo
affondo da Est, dall'Italia non si sono più levate
controrepliche. Il Fatto è in grado di produrre però una
lettera di invito ufficiale del ministro Bondi al suo
omologo bulgaro. È datata 25 agosto.
Nell'eloquio Bondi si
supera. Un elogio alla famiglia tradizionale: "Sono
lieto di invitarLa alla cerimonia di consegna del premio
speciale ‘Action for Woman' (in realtà tutt'altra cosa,
ndr),il film è stato scelto per l'attenta e inedita
esplorazione (sic), da parte dell'universo femminile,
delle dinamiche di una realtà in rapida trasformazione".
In coda, la perla: "Suggerendo come i rapporti
all'interno della cellula familiare siano alla base di
una nuova società aperta e attenta alla difesa dei
diritti umani. In attesa di incontrarLa(...)".
Com'è noto, accadde
già a Cannes a causa di Draquila, a Venezia Bondi non si
recò. Se oggi cerchi il suo capo di gabinetto, Salvo
Nastasi, il telefono squilla a vuoto. Quando risponde, è
solo per attaccare immediatamente. Dalla Biennale, dopo
un lungo inseguimento, fanno sapere "che nessuna spesa è
stata affrontata per il film della signora Bonev".
E qualcuno sostiene
che all'Hotel Cipriani (dove si è svolta l'etilica cena
di gala per l'opera della Bonev) e in altre strutture
del Lido (32 erano troppi per essere ospitati tutti alla
Giudecca), abbia pagato tutto il facoltoso fidanzato
della Bonev, un attempato imprenditore italiano. Nebbia.
Chiedere al vice di Bondi, Francesco Giro di raccontare
la trama di "Goodbye Mama" e la notte del premio fasullo
è come aprire un rubinetto.
L'eloquio è senza
controllo: "Le dico la verità, immaginavo peggio. Della
Bulgaria purtroppo conosciamo altro, però il film, anche
se ne ho visto solo metà, non è male. Molto meglio di
tante porcherie italiane viste a Venezia, a iniziare
dall'ignobile film di Placido su Vallanzasca". Si è
divertito? "Una storia sui manicomi, non tanto".
Dell'ambito ludico, si occupa un ministero nel caos che
rinnova ogni giorno, il proprio spettacolo.
2- BONDI AL BANDO!
Alessandro Trocino per il
Corriere della Sera
Il giorno della
mozione di sfiducia dell'opposizione contro Sandro
Bondi, lunedì 29 novembre, si avvicina e si moltiplicano
i fronti d'attacco: il crollo di Pompei, ma anche la
protesta nel mondo del cinema, l'accusa di favoritismi e
le bacchettate dai giornali amici. Il ministro della
Cultura replica: «È una caccia all'uomo come non se ne
vedevano da decenni». Intervenendo al question time,
ieri ha aggiunto: «Sono sotto accusa perché ho cercato
di rinnovare e proporre riforme».
Nei giorni scorsi si è
venuto a sapere che il figlio della compagna Manuela
Repetti lavora al ministero. E che l'ex marito della
Repetti è tra i beneficiari del Fus, il Fondo unico per
lo spettacolo, per 25 mila euro. Bondi ha replicato al
Fatto quotidiano: «Sono intervenuto solo per risolvere
due casi umani. Una storia privata». Così non è parso a
Filippo Facci, che ne ha scritto su un quotidiano vicino
al centrodestra, Libero: «Bondi sta sistemando i suoi
casini familiari a spese nostre».
Ieri il Secolo XIX ha
raccontato che tra i beneficiati dal Fus c'è anche la
banda musicale di Novi, dove vive la compagna. E che la
compagnia teatrale di Mariano Anagni, vicina a
Fivizzano, paese di Bondi, incassa 285 mila euro di
finanziamenti. Il Fatto ha raccontato anche un'altra
storia. Il ministro Bondi avrebbe chiamato il direttore
generale del ministero dei Beni culturali, Nicola
Borrelli, per chiedergli di «inventare un premio» a
Venezia per Michelle Bonev, «un'amica molto cara al
primo ministro bulgaro e a Berlusconi».
Fatto sta che la Bonev
si presenta a Venezia con «Goodbye Mama», opera prima, e
vince un «Premio speciale della Biennale», assegnato da
«Action for Women». Alla cerimonia partecipano due
ministri, un sottosegretario e una deputata. Tra loro
c'è il ministro Giancarlo Galan: «Berlusconi mi ha dato
un incarico preciso: salutare con calore e affetto
Michelle Bonev». La Bonev era già stata al centro di uno
scandalo: secondo le intercettazioni sarebbe stata
«imposta» al Dopofestival di Sanremo da Agostino Saccà,
ex direttore generale Rai.
Il ministro Bondi
smentisce la ricostruzione su Venezia: «È una storia
completamente inventata, sono fantasie, frutto di
imbarbarimento. Il Fatto ne risponderà in tribunale».
Deborah Bergamini, deputata pdl, è la promotrice di
«Action for Women»: «Un concorso per corti di una
bellezza strepitosa, un lavoro di sensibilizzazione sul
tema della violenza sulle donne». E la Bonev? «"Action
for Women" si svolse anche nel 2009 e anche allora fu
affiancato da un film, "Scheherazade, Tell me a story".
Che, nel palmarès, risulta vincitore di un altro premio,
il "Lina Mangiacapre"».
Continua la Bergamini:
«Anche quest'anno abbiamo scelto un film in tema».
Abbiamo chi? «Il film mi è stato segnalato forse da
Borrelli forse da Salvo Nastasi: comunque dal ministero
della Cultura. Hanno deciso loro. Comunque era un bel
film, anche se non mi intendo di cinema». E le presunte
pressioni di Bondi? «Mi sopravvaluta, non ne ho idea».
Parla Francesco Giro, sottosegretario alla Cultura
presente alla premiazione: «Chi l'ha scelto? Era un
premio della Biennale, chiedete a loro. Non ci accusate
sempre di ingerenza?». Le è piaciuto? «Ho visto solo il
primo tempo. Non male: comunque meglio del "Vallanzasca"
di Placido».
3- MICHELLE: "NESSUN REGALO IL MIO È UN FILM GRANDIOSO - "NON CONOSCO
IL MINISTRO. COMPLIMENTI DAL PREMIER" -IL FILM NON ERA
ANCORA DEL TUTTO PRONTO. IL PREMIO ME LO CONSEGNÒ LA
CARFAGNA, DISSE CHE S'ERA COMMOSSA"
Fabrizio Roncone per
Corriere della Sera
- «Cosaaa?». Signora
Michelle Bonev, mi spiace, ma...
«No, guardi: non me la ripeta neppure quella domanda,
capito?». Si calmi, parliamone. «Uff!... è assurdo,
orrendo... Io sono una produttrice, un'attrice, una
sceneggiatrice, una scrittrice! Merito rispetto, va
beneee?».
Signora, la prego, non faccia così.
«Cosa vuol sapere, eh? Vuol sapere se me lo hanno
regalato, quel premio? No, no e ancora no! Io, quel
premio, me lo sono meritato. Perché il mio film,
"Goodbye Mama", è un film grandioso. Punto e basta!...
Tra l'altro, io...». Tra l'altro cosa? «Io nemmeno lo
conosco il ministro Bondi».
Però il ministro avrà visto il suo film.
«Non lo so. Ignoro la prassi ministeriale. Immagino
comunque che qualcuno, se hanno deciso di premiarmi, il
film lo abbia visto».
Quando ha appreso che sarebbe stata premiata?
«Una settimana prima della cerimonia... pensi che il
film non era ancora del tutto pronto e...».
Scusi: ma se il film non era pronto, cosa hanno visto al ministero?
«Senta, mi ascolti: io ho capito che qui vogliono fare
fuori Bondi, vogliono sfiduciarlo... ma non accadrà
attraverso di me. Okay?».
Chi le ha comunicato di aver vinto quel premio?
«Mi è stato recapitato un invito. C'era scritto che il
ministro Bondi non sarebbe potuto intervenire e che, al
suo posto, avrebbe inviato una persona di sua fiducia».
Chi le consegnò, poi, il premio?
«Il ministro Mara Carfagna».
E cosa le disse?
«Che il film l'aveva commossa».
Commossa?
«Guardi che il film racconta un dramma familiare, la
vita di una madre, due figlie, una nonna...».
Va bene, però...
«Non le interessa, vero?».
Al contrario, signora.
«Sa qual è il problema? Il problema è che qui in Italia
quelli che fanno il cinema si lamentano in
continuazione... chiedono fondi, soldi... ma nessuno che
ammetta: sono vent'anni che faccio film e nessuno viene
a vederli... Io invece...».
Lei?
«Qualcuno che andrà a vedere la mia opera, quando uscirà
a primavera, ci sarà... perché io, in quanto a
popolarità, sto tra Papa Giovanni XXIII e Gino Bartali».
Non la seguo.
«La mia fiction, "L'uomo che sognava con le aquile", nel
2006, ebbe un successo di pubblico superiore a quella
sul famoso ciclista e secondo solo a quella sul Papa
Buono».
Sempre su Raiuno.
«Dove vuole arrivare?».
Lei lo sa, credo.
« Ad Agostino Saccà ? Ancoraaa...».
Nel 2003, lei condusse il Dopofestival di Sanremo e Pippo Baudo non
nascose il suo fastidio. Il direttore generale
dell'epoca era, appunto, Agostino Saccà.
«E volevano cacciarlo. Così inventarono la storia che
fosse lui ad avermi raccomandata... e adesso, ecco,
accidenti, la storia si ripete: ora siccome vogliono
fare fuori Bondi e magari pure Berlusconi, tirate fuori
il dubbio che quella targa di Venezia sia mezza
falsa...».
Signora, il titolo del suo film non era neppure inserito nel
programma ufficiale del Festival...
«E allora? Un Festival non può fare una sorpresa al suo
grande pubblico?».
Dopo la premiazione ricevette i complimenti da Berlusconi?
«Oh, certo.. Me li fece pervenire attraverso il ministro
Galan...».
(Dragomira Bonev, in
arte Michelle Bonev, è nata a Bourgas, in Bulgaria, nel
1971. «Arrivai in Italia a 18 anni, scappavo dal
comunismo con venti dollari in tasca e un paio di scarpe
gialle. Vidi molte vetrine addobbate, e rimasi sorpresa:
mi spiegarono che era il 14 febbraio, la festa degli
innamorati. In quel momento capii che l'Italia era il
Paese giusto per me...») .
25-11-2010]
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PREVITI, SE LO
CONOSCI LO condanni - LA CASSAZIONE HA BOCCIATO LA CAUSA
INTENTATA DALL’EX MINISTRO CONTRO L’ESPRESSO tredici
anni fa - secondo la corte è stato implicato in vicende
giudiziarie "così gravi" che non ha in alcun modo
danneggiato la sua reputazione il fatto che, in un
articolo del 1997 sia stato indicato come "rinviato a
giudizio" mentre era ancora solo "indagato
Alfonso
Cuntera per "L'Espresso"
La sostanza conta più
della forma. E di fronte al coinvolgimento di importanti
figure politiche in pesanti scandali di collusione, il
cavillo può passare in secondo piano. Per questo la
Cassazione ha bocciato la causa intentata da Cesare
Previti contro "L'espresso" tredici anni fa.
L'ex ministro della
Difesa ed ex parlamentare di Forza Italia, che ha perso
il seggio alla Camera dopo la condanna definitiva
all'interdizione perpetua dai pubblici uffici nel
processo Imi-Sir, è stato implicato in vicende
giudiziarie "così gravi" che non ha in alcun modo
danneggiato la sua reputazione il fatto che, in un
articolo comparso sul nostro settimanale nel 1997, sia
stato indicato come "rinviato a giudizio" mentre era
ancora solo "indagato".
La sentenza della
Suprema corte introduce un principio importante, che va
a pesare la realtà della situazione e in qualche maniera
esprime anche una valutazione sull'operato della stampa
alla luce dell'evoluzione dei fatti: perché quello che
nel 1997 era solo un indagato, poi è stato
effettivamente rinviato a giudizio, processato e
condannato con sentenza definitiva.
Oggi, dopo avere
scontato una pena dorata tra il suo attico nel centro di
Roma e i circoli esclusivi della capitale grazie al
meccanismo dell'affidamento ai servizi sociali, l'ex
braccio destro di Silvio Berlusconi si è allontanato
dalla scena politica, anche se la scorsa estate una
plateale visita del premier ne ha in qualche modo
segnato la riabilitazione.
Ma la sentenza 23468
della Cassazione non si limita a giudicare quello che
era già accaduto nel 1997, spingendosi nella valutazione
di un eventuale danno ad esaminare la fine della storia:
secondo i giudici, Previti non ha nulla di cui
lamentarsi poiché "il giudizio negativo indotto nel
lettore era conseguenza delle vicissitudini giudiziarie
da tempo in corso a suo carico e non dell'inesattezza
terminologica nella quale era incorso l'autore
dell'articolo".
In altre parole,
spiega ancora la Cassazione, la gravità delle indagini
alle quali era sottoposto Previti e gli elevati
incarichi istituzionali rivestiti, non avrebbero evitato
che anche '"se espresso in termini piu' precisi, il
riferimento al parlamentare sarebbe stato lo stesso
assai disdicevole".
Infine, i supremi
giudici ritengono che Previti non abbia ricevuto nessuna
lesione dell'onore dall'uso di altre espressioni
contenute nell'articolo come ''politicamente morto'',
''rischia la galera'' e ''primo accusatore di Di
Pietro''. D'altronde, il testo pubblicato tredici anni
fa da "L'espresso" non era una cronaca giudiziaria, ma
il capitolo di una rassegna di personaggi caduti in
qualche modo nella polvere in quella stagione: da
Michele Santoro a Irene Pivetti, da Pippo Baudo a Alba
Parietti, da Ambra Angiolini a Leoluca Orlando, da
Arrigo Sacchi ad Alessandra Mussolini.
Poche frasi, che
descrivevano la situazione paradossale dell'indagato e
ipotizzavano lo scenario che poi si è concretamente
realizzato. "Pallone sgonfiato? Insomma. È un rinviato a
giudizio per fatti gravi che riceve i giornalisti nella
sua villa all'Argentario sorseggiando Taittinger brut
sopra un gran mare dove beccheggia il celebre yacht
"Barbarossa".
Ad ogni modo: era
l'avvocato principe di Berlusconi, il ministro della
Difesa del suo governo, il primo accusatore di Di
Pietro. Oggi, dopo il caso Squillante e soprattutto
l'affare Imi-Sir, con la parcella da 67 miliardi pagata
dalla famiglia Rovelli a Previti e altri due avvocati
del Foro di Roma per corrompere i giudici, come sostiene
l'accusa, politicamente è un uomo morto. E da cittadino
rischia la galera".
Con la bocciatura del
ricorso inoltrato in Cassazione, e firmato dalla figlia
Carla Previti, anche lei avvocato, l'ex parlamentare e
legale della Fininvest è stato condannato a pagare 3400
euro di spese di giustizia. Sia la Corte di Appello di
Roma, che i giudici di primo grado, avevano già respinto
la richiesta di risarcimento. E dopo tredici anni,
almeno in questo caso, c'è stata una parola chiara sulla
libertà di informare e fare critica.
[24-11-2010]
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Travaglio MASTELLIZZA CLEMENTE! - carte giudiziarie (pesanti) alla
mano, impallina il redivivo martire di ceppaloni.
Pressioni, voti parlamentari, bruno vespa: tutti gli
ostacoli per chi vuole processare il compagno di merende
di della valle e montezemolo - Il gip Marotta racconta:
“Mi avvicinò una collega amica dell’imputato e mi
consigliò di assolverlo. ‘Clemente ha molti amici e sta
tornando in sella’ - il “supertestimone”? E’ Pietro
Funaro, portavoce campano dell’Udeur, indagato assieme
ai coniugi Mastella
Marco Travaglio per "Il
Fatto Quotidiano"
Dunque, come abbiamo raccontato ieri, il processo a
Clemente Mastella e ai suoi cari (una cinquantina di
coimputati, fra cui la moglie, il consuocero, il cognato
e mezza Udeur), non s'ha da fare. Il 19 novembre la
Camera, su richiesta dell'europarlamentare Pdl imputato
per quattro concussioni, tre abuso d'ufficio,
un'associazione per delinquere, un peculato, una truffa
e un'appropriazione indebita, ha sollevato conflitto
d'attribuzione alla Consulta contro i giudici di Napoli
che osano processarlo senza il permesso preventivo (non
richiesto, anzi esplicitamente escluso dalla legge) del
Parlamento.
Motivo: i reati di cui
è accusato Mastella sarebbero "ministeriali", cioè
collegati alle funzioni di Guardasigilli del governo
Prodi dal 2006 al 2008 (falso: Mastella è imputato "in
qualità di segretario nazionale del partito politico
Udeur" e alcuni reati li avrebbe commessi prima e dopo
aver fatto il ministro).
Ora spetta al Gip
decidere se procedere con l'udienza preliminare, ormai
agli sgoccioli, o congelarla per un paio d'anni in
attesa della sentenza della Consulta. Nel secondo caso,
il processo nascerebbe praticamente morto, e non solo a
carico di Mastella, ma anche degli altri 50 coimputati
che si sono affrettati ad associarsi alla sua richiesta
di sospensione sine die.
Ma che il processo a Mastella non s'abbia da fare non è
una novità. Un'incredibile campagna mediatica,
alimentata anche da Porta a Porta e dal Corriere della
Sera, martella da anni che Mastella sarebbe stato
inquisito a Santa Maria Capua Vetere nel gennaio 2008
per rovesciare per via giudiziaria il governo Prodi,
dopodiché tutte le accuse sarebbero finite nel nulla.
Così del processo di Napoli nessuno si occupa perché
quasi tutti pensano che non esista. Altri, invece, sanno
benissimo che esiste e si prodigano perché non esista
più.
Il 1° luglio 2009,
durante l'udienza preliminare della prima tranche del
processo (quella nata a Santa Maria Capua Vetere e poi
passata per competenza a Napoli), il gip che la conduce,
Sergio Marotta, viene avvicinato da una collega della
Corte d'appello di Napoli, Tina Cardone, che gli
consiglia caldamente di prosciogliere Mastella. Marotta
la lascia dire, poi la denuncia.
E racconta ai
colleghi, a verbale, il 23 settembre 2009: "In data
1.07.2009 venni telefonicamente raggiunto da una
collega, Tina Cardone, che io conoscevo bene in quanto
seppure adesso è in servizio presso la Corte d'Appello
di Napoli, anni fa ha ricoperto la funzione di
Presidente aggiunto dei Gip di Napoli. Dunque è stata
mio superiore gerarchico... La Cardone, senza
specificarmene la ragione, mi chiese un appuntamento per
il giorno successivo ed io non ebbi difficoltà ad
accordarglielo invitandola a venire nel mio ufficio".
La giudice però
preferisce un luogo più appartato. Marotta rimane "un
poco sorpreso per questa strana cautela", ma accetta di
vedere la collega l'indomani alle 8.30 "presso l'edicola
dei giornali della piazza coperta del Tribunale". E lì
scopre finalmente il motivo della convocazione: "Non
appena ci vedemmo cominciò a parlare della sua amicizia
con Clemente Mastella", che aveva fatto tanto per lei.
Che cosa? "Quando era ministro di Giustizia l'aveva
chiamata al Ministero dandole un incarico".
Lei aspirava a un
ruolo direttivo, ma Mastella le spiegò che quello era
riservato ad Augusta lannini, moglie di Bruno Vespa. "Mi
disse che lei disciplinatamente aveva condiviso questa
scelta poiché si rendeva conto da sola che un incarico
alla moglie del Vespa significava per Mastella avere
maggiori opportunità di frequentare il talk show
condotto dal predetto".
In ogni caso la
Cardone è "contenta" per il posto ministeriale
conquistato e continua a "frequentare con la solita
assiduità casa Mastella a Ceppaloni", anche dopo
l'arresto della moglie Sandra Lonardo e l'indagine per
concussione e altri reati a carico dell'ormai ex
ministro.
"Era particolarmente
fiera di questa sua fedeltà in quanto a suo dire molti
amici di Mastella, fra cui anche la moglie del Vespa,
dopo le disavventure giudiziarie del 2008, avevano un
poco preso le distanze da lui". Poi finalmente la
giudice mastelliana viene al punto: "Mi disse - racconta
Marotta che era stata di recente presso la villa di
Ceppaloni e che Mastella le aveva chiesto un intervento
presso di me per `spuntare' una sentenza di non luogo a
procedere".
E lei ha subito
aderito, avvicinando il gip: "Per perorare nel modo più
incisivo possibile la causa del Mastella, mi spiegò che
sarebbe stata inutile una mia resistenza alle sue
sollecitazioni in quanto il Mastella, con tutte la
amicizie che aveva mantenuto, prima o poi, nei vari
gradi del procedimento, avrebbe comunque trovato qualche
giudice sensibile alle sue segnalazioni o a quelle di
suoi amici".
Non è solo una
richiesta, dunque, quella della giudice al collega. È
anche -secondo Marotta - una velata minaccia: "Sempre
con riferimento alle amicizie del Mastella vantate dalla
Cardone, a detta di quest'ultima mi conveniva tener
conto della sua segnalazione perché lo stesso Mastella
nel corso degli anni aveva dimostrato che con gli amici
era molto generoso, mentre era vendicativo con chi gli
sbarrava la strada".
Insomma, meglio
farselo amico, per evitare rappresaglie. Marotta
racconta che la Cardone non si fermò neppure lì, ma
aggiunse pure che Mastella, "dopo un periodo di
sbandamento dovuto all'indagine giudiziaria, già da
molti mesi stava ricominciando a tessere la sua tela, a
rinsaldare le vecchie amicizie ed a costituirne di
nuove. Usò l'espressione Clemente sta tornando in
sella', dicendomi insomma che il potere di Mastella si
stava ricostituendo". Non a caso, dopo un anno di
assenza dal Parlamento italiano, aveva agguantato un
posto sicuro a Bruxelles nelle liste del Pdl.
E poi aveva mantenuto
ottimi rapporti con Antonio Bassolino, governatore
uscente della Campania, e con Nicola Mancino,
vicepresidente del Csm. Bassolino lo aveva rassicurato
che né lui (vittima, secondo l'accusa, di una tentata
concussione di Mastella) né la regione Campania si
sarebbero costituiti parte civile nel procedimento
dinanzi al gip Marotta ("in effetti - osserva il gip -
il giorno dopo e cioè il 3.07.2009, ho constatato che né
Bassolino, parte offesa in un capo di imputazione, né la
Regione Campania si sono costituiti parte civile").
Quanto a Mancino,
Marotta ha buon gioco a fingersi interessato a saperne
di più, visto che pende sul suo capo un procedimento
disciplinare dinanzi al Csm: "Proprio per accertare a
cosa specificamente alludesse la Cardone quando mi
parlava di favori che potevo ottenere, avendo intuito
che assai verosimilmente voleva riferirsi ad amicizie
anche interne al Csm poiché attualmente pende a mio
carico un procedimento disciplinare, chiesi se per caso
Nicola Mancino era fra quelli che erano rimasti ancora
amici di Mastella. Lei disse che Mancino era una delle
persone che non aveva mai voltato le spalle a Mastella".
A quel punto Marotta
liquida la collega senza prometterle nulla e corre dal
presidente del Tribunale e dal Procuratore generale a
denunciare l'illecita pressione della collega per conto
di Mastella. La Cardone, dal canto suo, ammette di
essere una vecchia amica dei Mastella (Sandra Lonardo
presentò addirittura una mostra di quadri della giudice
pittrice) e di aver incontrato Marotta, ma nega
recisamente di averlo voluto influenzare. Sui fatti,
pare, indaga la competente Procura di Roma, oltre
naturalmente al Csm.
Ma non è finita,
perché la sera del 20 ottobre 2009, poche ore dopo che
la Procura di Napoli ha ottenuto nuove misure cautelare
per Sandra Lonardo (il divieto di dimora in Campania) e
per altri esponenti dell'Udeur campana e contesta nuove
accuse al marito e ad altri 60 indagati, entra
puntualmente in scena Bruno Vespa, marito di cotanta
moglie nominata da Mastella direttore degli Affari di
giustizia del ministero. E allestisce una puntata di
Porta a Porta per difendere la famiglia reale di
Ceppaloni dai nuovi guai giudiziari. Il titolo è già
tutto un programma: "Cupola o persecuzione?". Ospite
d'onore lui, Clemente Mastella.
A un certo punto, il
conduttore dà la parola a un supertestimone col volto
oscurato, ma non abbastanza, per "spiegare come vanno le
cose": Vespa lo chiama "dirigente" e lo presenta come
fonte anonima, riservata, ma - par di capire - esperto e
attendibile. Mister X naturalmente fa a pezzi
l'inchiesta, che definisce "una cacata giuridica".
"Il fatto - aggiunge
il supertestimone rivolto al giornalista come a te non
sfuggirà, è tutto di carattere politico. Dei 60
indagati, fatta eccezione per 15 o 16, tutto il resto
sai per che cosa sono inquisiti? Concorso in abuso
d'ufficio. Una cacata giuridica. È niente, è zero. Solo
che dovevano gonfiare la cosa. Allora bu-bum, l'Italia
sana si è mossa: 63 inquisiti. Se arrestavano il solito
Mastella, la solita moglie, il solito capogruppo
regionale, non c'era nessuna novità... allora hanno
dovuto riempire. Ti è tutto chiaro?". Si scopre poi che
Mister X altri non era se non Pietro Funaro, portavoce
campano dell'Udeur, indagato assieme ai coniugi
Mastella.
I giudici l'hanno
subito riconosciuto e identificato con tanto di perizia
fonica comparativa. Un coindagato dei Mastella giurava
sull'innocenza dei Mastella e dei loro coindagati
camuffato da supertestimone di Vespa, il tutto in un
programma del "servizio pubblico" (chissà se l'Ordine
dei giornalisti, la Rai, la Vigilanza, l'Agcom e tutto
il cucuzzaro si occuperanno mai di questa solennissima
patacca che Vespa, interpellato in maggio dal Fatto
Quotidiano, ha comprensibilmente rifiutato di
commentare).
Del resto quella
tranche dell'inchiesta era nata proprio dalla denuncia
di 13 giovani, aspiranti tecnici e impiegati dell'Arpac
campana: prima di partecipare al concorso erano stati
contattati da candidati alle elezioni provinciali ed
europee che promettevano aiuto in cambio di voti. I nomi
dei futuri assunti - sostengono i denuncianti - erano
già decisi. E, tra questi, c'era anche "la figlia di
Pietro Funaro". Quello della "cacata giuridica".
Ma i bastoni fra le
ruote del processo Mastella non finiscono qui. Perché
nel primo filone del processo, quello dell'udienza
preliminare affidata al gip Marotta, quasi tutti gli
imputati sono stati rinviati a giudizio, ma la posizione
dell'ex ministro è stata stralciata (cioè congelata).
Motivo: il Senato deve
ancora pronunciarsi pro o contro l'autorizzazione
all'uso delle intercettazioni telefoniche indirette (su
telefoni di indagati che parlavano con l'allora ministro
Guardasigilli), dopo che la Consulta ha dichiarato
inammissibile l'eccezione di incostituzionalità
sollevata dai giudici di Napoli contro la legge
Boato-Schifani del 2003 che vieta di usarle senza l'ok
del Parlamento.
Intanto Mastella ha
denunciato al Parlamento europeo una persecuzione ai
suoi danni da parte della Procura di Napoli, che avrebbe
fatto addirittura perquisire abusivamente la sua
abitazione romana. L'Europarlamento ha subito avviato
una pratica a sua tutela.
Venerdì, la ciliegina
sulla torta: il conflitto di attribuzioni sollevato dal
Senato alla Consulta contro i giudici che osano
processare Mastella come se fosse un comune cittadino.
Aveva ragione quella giudice premurosa: chi processa
Mastella cerca rogne.
24-11-2010]
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MISTERI
D’ITALIA - ESISTE LA “SUB-ORGANIZZAZIONE DI ALLEANZA
NAZIONALE” PAVENTATA A “REPORT” DA CARLO TAORMINA, CHE
AVREBBE CANDIDATO DI GIROLAMO AL SENATO? - PER METTERE
IN LISTA “NIC ER FATTURA” FU SACRIFICATO ENZO FRAGALÀ,
POI UCCISO A BASTONATE A PALERMO - ED È UN CASO CHE IL
LEGALE DEL TESTE CHIAVE CONTRO MOKBEL SIA STATO
GAMBIZZATO? - UNA DELLE MISSIONI “POLITICO-AFFARISTICHE”
DI DI GIROLAMO SAREBBE STATA QUELLA DI AGEVOLARE
L’ACQUISIZIONE DI ALCUNI PEZZI DI FINMECCANICA DA PARTE
DI ALCUNI PRIVATI, SOSPETTATI D’ESSERE TROPPO VICINI (IN
AFFARI) CON IL BOSS della ’ndrangheta FRANCO PUGLIESE
Ruggiero
Capone per "L'Opinione"
Le società di
telecomunicazioni Fastweb, Telecom Italia Sparkle e
Swisscom hanno chiesto di costituirsi parte civile
nell'ambito del processo su un maxi riciclaggio di due
miliardi di euro e che vede imputate 27 persone, tra cui
gli ex ad Silvio Scaglia e Stefano Mazzitelli e
l'imprenditore Gennaro Mokbel.
Oltre alle due società
hanno chiesto di costituirsi parte civile anche la
Presidenza del Consiglio, il ministero degli Interni,
quello dell'Economia e l'agenzia delle Entrate. E mentre
le questioni preliminari sembra possano essere risolte
nelle udienze fissate per l'11, 18 e 21 dicembre, molti
beninformati continuano a porsi numerosi interrogativi
(con oscuri risvolti penali) circa gli ultimi anni di
manovre politiche di Gennaro Mokbel.
Manovre a cui
difficilmente potrà rispondere la classe politica,
incline più del solito a farsi blob in certe
circostanze. Blob, appunto, quella massa priva di forma
e consistenza, ben descritta nel film "Blob-Fluido
mortale". E perché ad oggi gli inquirenti non sembrano
ancora riuscire a dar un nome a chi ha assassinato a
bastonate Enzo Fragalà (ex deputato di An, morto a
Palermo) come al misterioso killer che ha ucciso a
picconate Sergio Calore (nero pentito, che forse
potrebbe aver chiesto un aiutino a gente vicina ad An,
recentemente sgozzato in un casolare vicino Roma, a
Guidonia) e poi solo sospetti senza forma su chi ha
gambizzato l'avvocato Piergiorgio Manca a Roma (in via
Ruggero Fauro, nel cuore dei Parioli). Tre episodi di
sangue solo apparentemente scollegati?
E poi a chi andrebbe
imputata la responsabilità politica dell'esclusione
dalle liste alle passate consultazioni nazionali di Enzo
Fragalà ed Enzo Trantino per far posto alla candidatura
(con elezione certa nella circoscrizione estera) di
Nicola Di Girolamo? Misteri su cui dovrebbero fare piena
luce solo e soltanto gli inquirenti, quelle stesse
istituzioni giudiziarie in cui non possiamo che
confidare.
E perché chiunque
pensasse di fare indagini per proprio conto potrebbe
imbattersi nella stessa signora dalle dita secche
(metafora pasoliniana) che ha recentemente teso più
agguati. E vale la pena rammentare che un professionista
romano è stato gambizzato sotto il portone del suo
ufficio, e che due uomini a volto coperto si sono
dileguati in fretta verso le otto, e che i Carabinieri
giunti in via Ruggero Fauro hanno trovato a terra Manca
(64 anni) avvocato con alle spalle processi importanti
ed eclatanti: il processo Pecorelli, quello alla banda
della Magliana e, ultimamente, difensore del teste
chiave del caso Mokbel.
Non è la prima volta
che Manca è vittima di un agguato: nell'aprile scorso
era stato ferito al braccio da un colpo di pistola,
sempre in via Fauro. Manca negli ultimi tempi sarebbe
stato oggetto di minacce. E, come nel caso Fragalà,
anche per Manca gli investigatori ritengono possibile
che l'attentato abbia a che fare con la professione
dell'avvocato.
Manca e Fragalà, due
avvocati con importanti cause nei fori di Palermo e
Roma. Due uomini di legge. Il primo difensore del teste
chiave del caso Mokbel, ed il secondo escluso dalle
liste per far posto a Nicola Di Girolamo. Quest'ultimo è
l'ex senatore eletto nella circoscrizione estera (grazie
anche a "gli italiani nel mondo") poi arrestato perché
accusato d'essere arrivato a Palazzo Madama grazie ai
voti dell'ndrangheta.
Il caso è stato
affrontato nella trasmissione Report di lunedì scorso,
che ha esaminato la truffa Telecom-Fastweb, che ha
coinvolto Di Girolamo ed il suo sponsor (Gennaro
Mokbel).
Allora, cari
inquirenti, chi chiese ad An di togliere dalle liste
Trantino e Fragalà per inserire Di Girolamo? L'avvocato
Carlo Taormina, legale di Di Girolamo, è stato
intervistato da Report ed ha parlato di "una
sub-organizzazione di Alleanza Nazionale che operava su
Roma e che ha avuto un ruolo importante nella
candidatura di Nicola Di Girolamo nella ripartizione
estera Europa".
Nella puntata di
Report è stato ribadito che Di Girolamo (detto anche
"Nic er fattura") era il tesoriere-faccendiere di
Gennaro Mokbel. Allora si potrebbe agevolmente
sospettare che sia stato Mokbel a trattare con un piano
oscuro della segreteria nazionale della vecchia An per
fare spazio a Di Girolamo? E forse Fragalà e Trantino
non sono stati ricandidati perché, da buoni avvocati,
avrebbero messo il naso negli affari segreti della
"sub-organizzazione"? E poi non dimentichiamo che una
delle missioni "politico-affaristiche" di Di Girolamo
sarebbe stata agevolare l'acquisizione di alcuni pezzi
di Finmeccanica da parte di alcuni privati, sospettati
d'essere troppo vicini (in affari) con il boss della
'ndrangheta Franco Pugliese.
Emerge che le vicende
sono tanto vicine ma anche troppo grandi per non essere
inquadrate in una strategia più ampia, appunto politica.
Quindi in grado di coinvolgere i vertici internazionali
dell'ndrangheta come d'un partito che è stato di governo
(An appunto), e poi un livello d'affari che esula dalla
dimensione locale poiché tira in ballo Fastweb, Telecom
Italia Sparkle e Swisscom.. e soprattutto Finmeccanica
ed i dirigenti degli istituti bancari che sapevano dei
movimenti di valuta di Mokbel e compari. Forse s'è
trattato di semplici casualità, ma sarebbe bello che a
dimostrarcelo ci fossero indagini puntigliose,
scientifiche.
24-11-2010]
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DI CHE COLORE
POLITICO è LA MONNEZZA? NERA, ROSSA O NAPOLETANA? - "IL
GIORNALE" INCARTA "SAVIANO IL FAZIO-SO" CHE SALVA ANCORA
UNA VOLTA IL PD DALLE INCHIESTE SUI RIFIUTI PARTENOPEI E
PARTE-NOSTRI - IL TELEPREDICATORE SINISTRO SI DIMENTICA
DI QUELLE INDAGINI CHE HANNO TRAVOLTO IL PARTITO DI
BERSANI IN CAMPANIA E CHE VEDONO INDAGATI O SOTTO
PROCESSO I VERTICI DEL CENTROSINISTRA - E POI, DICE CHE
SE NE VUOLE ANDARE PERCHE’ A DESTRA DICONO CHE E’ DI
SINISTRA E A SINISTRA DICONO CHE E’ DI DESTRA (MA CHI LO
DICE
Gian Marco Chiocci per
il Giornale
La più bella battuta di «Vieni via con me» non
appartiene a Corrado Guzzanti ma a Roberto Saviano:
«Vado via perché quelli di sinistra dicono che sono di
destra e quelli di destra che sono di sinistra». Per
l'ennesima volta, infatti, l'autore di Gomorra s'è
dimostrato per quello che è: dichiaratamente di parte,
Fazio-so, omertoso sulle malefatte del Pd.
Dopo aver parlato dei
nemici di Falcone (evitando di dire che erano a
sinistra), e dopo aver detto che la ‘ndrangheta flirta
con la Lega (scordandosi delle inchieste sulle cosche
calabresi in Lombardia con esponenti del Pd coinvolti),
nel concedere il tris in tv Saviano non s'è smentito
parlando di rifiuti e di inchieste politiche: gli unici
riferimenti sono stati per il centrodestra, con
l'immancabile Cosentino. E sul centrosinistra? Niente.
Solo un vago,
vaghissimo accenno, riferito però all'incapacità
politica delle istituzioni napoletane di risolvere
l'emergenza rifiuti. Le cose, però, ancora una volta non
stanno come ce le racconta il TelePredicatore casalese.
L'8 novembre scorso l'ex governatore della Campania del
Pd, Antonio Bassolino, finisce sotto inchiesta, insieme
al sindaco collega di partito Rosa Russo Iervolino (più
36 persone) per epidemia colposa e omissione d'atti
d'ufficio. Secondo gli esperti epidemiologi nominati dal
pm, fra il novembre 2007 e il gennaio 2008, quando i
rifiuti impedivano l'accesso in strada, le malattie
gastrointestinali e della pelle si sono infatti
moltiplicate.
Bassolino, nella veste
di commissario straordinario per l'emergenza rifiuti, è
poi sotto processo dal 2008 per truffa aggravata ai
danni dello Stato e frodi in pubbliche forniture insieme
ad altre 27 persone. Dal marzo scorso sempre l'ex
governatore è alla sbarra anche per peculato perché,
secondo i pm partenopei, i vertici del commissariato ai
rifiuti da lui presieduto avrebbero erogato
indebitamente somme di denaro a un avvocato. Sul punto
Giuseppe Fusco, legale di Bassolino, precisa al Giornale
che «in realtà il rinvio a giudizio è stato annullato
dal tribunale per un vizio di forma e ora siamo in
attesa della nuova decisione del gip (...)».
Saviano dovrebbe
sapere che anche il presidente della Provincia di
Benevento, Aniello Cimitile, Pd, è indagato per roba di
monnezza: quale docente e membro della commissione
collaudo viene arrestato (e posto ai domiciliari) il 3
giungo con alcuni collaudatori degli impianti di
stoccaggio. Secondo l'accusa fu attestata sia l'idoneità
degli impianti quando questi erano sotto sequestro, che
la conformità del prodotto del combustibile da rifiuti a
un contratto che in realtà non esisteva.
C'è poi l'inchiesta
«Normandia 1» dove spunta il consigliere regionale Pd
Enrico Fabozzi, ex sindaco di Villa Literno. Il suo nome
lo fa ai magistrati il pentito casalese Emilio Di
Caterino, nome che a Saviano dovrebbe dire qualcosa. È
stato il collaborante a spedire a Fabozzi una testa di
maiale mozzata «perché il clan Bidognetti - ha riferito
- voleva incontrare il sindaco per alcuni appalti (...).
Il sindaco però fece sapere di essere disponibile per le
richieste ma di non voler incontrare nessuno (...).
Questa risposta dette fastidio al clan che decise (...)
di spedire la testa di suino al sindaco (...). Dopo
l'avvertimento Fabozzi immediatamente si mobilitò (...)
e fece sapere che anche in relazione ai successivi
appalti sarebbe stato a disposizione del clan
Bidognetti».
Fabozzi nega tutto e
si autosospende. Nel luglio scorso, invece, in una maxi
inchiesta sulla sanità pugliese i pm ammanettano
dirigenti Asl e imprenditori. Punto centrale
dell'indagine sono tre appalti sui rifiuti
presumibilmente pilotati: tutto ruota intorno alla
figura di Alberto Tedesco, ex assessore pugliese alla
Sanità già indagato eppoi promosso senatore del Pd. La
procura di Bari aveva chiesto l'arresto anche di Elio
Rubino e Mario Malcangi, genero e braccio destro di
Tedesco. Rifiuti, politica, inchieste. Perché una
persona che a sinistra dicono essere di destra (e
viceversa) si è dedicato solo ed esclusivamente a Nicola
Cosentino?
24-11-2010]
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SGARBI IN
GONDOLETA - NEANCHE SI È INSEDIATO SOPRINTENDENTE CHE
GIÀ LO RIBUTTANO GIÙ DAL PONTE DEI SOSPIRI - costretto
ad uno stop da un intervento della Corte dei Conti sulle
procedure seguite dal ministero di bondi per la sua
nomina, verrà "rinominato" il 1 dicembre - Ma anche
questa nuova nomina, avverte il sindacato, potrebbe
essere bocciata dal tribunale amministrativo, perché in
lizza per quel posto c’era un altro candidato interno
1 -
VENEZIA. SGARBI TORNA SOPRINTENDENTE - UIL: NOMINA A
RISCHIO, PUÒ SALTARE ANCORA...
Da "il Gazzettino.it"
Nuovo incarico a
Vittorio Sgarbi per la soprintendenza speciale di
Venezia. Lo annuncia la Uil dei beni culturali,
anticipando che il critico ferrarese, costretto ad uno
stop da un intervento della Corte dei Conti sulle
procedure seguite dal ministero per la sua nomina, verrà
"rinominato" il 1 dicembre.
Ma anche questa nuova
nomina, avverte il sindacato, potrebbe essere bocciata
dal tribunale amministrativo, perché in lizza per quel
posto c'era un altro candidato interno, il
soprintendente pugliese Fabrizio Vona, la cui domanda
non sarebbe stata inizialmente presa in considerazione.
«Ancora una volta viene penalizzata la città di Venezia
- accusa il sindacato -: non si valuta la grave
situazione del patrimonio culturale di una città unica
al mondo, che sta pagando e pagherà nei prossimi mesi
questa insistenza».
Da subito contrario
alla nomina di Sgarbi per la guida del polo museale
speciale di Venezia, il sindacato, dopo l'intervento
della Corte dei Conti, aveva sostenuto che il ministero
«stava operando per spianare la strada a Sgarbi,
promuovendo gli altri due candidati al polo veneziano»,
Fabrizio Magani (da qualche settimana direttore
regionale in Abruzzo) e Isabella Lapi Ballerini
(nominata direttore regionale in Puglia).
Il Mibac, nota oggi la
Uil, «non aveva fatto i conti però con un imprevisto,
venuto fuori l'8 novembre», quando il soprintendente
Fabrizio Vona ha chiesto notizie della sua domanda per
Venezia. «Al ministero si sono affrettati a rintracciare
la domanda e, dopo una valutazione comparativa,
l'incarico è stato affidato a Sgarbi», rivela il
sindacato, convinto che anche questa nuova nomina non
andrà in porto: «È del tutto evidente ed è noto anche
allo stesso Mibac - conclude la Uil - che anche il nuovo
provvedimento di incarico a Sgarbi sarà bocciato dalla
Corte dei Conti che su tale questione si è pronunciata
due volte peraltro facendo riferimento ad un
orientamento costante della stessa Corte che risale al
2006».
2 - LA DELIBERA DELLA CORTE DEI CONTI DEL 16
SETTEMBRE, CHE GIÀ AVEVA STRONCATO SGARBONE...
Dal Comunicato Stampa UIL MIBAC del 23 novembre
2010
Deliberazione n.
SCCLEG/18/2010/PREV REPUBBLICA ITALIANA la Corte dei
conti
Sezione centrale di controllo di legittimità su atti del
Governo e delle Amministrazioni dello Stato
nell'adunanza del 16 settembre 2010
L'attività del Mibac
"crea una frattura alla trasparenza dell'azione
amministrativa"
Il conferimento
dell'incarico al dott Sgarbi non è comprensibile poiché
, dice la Corte "la ratio della norma che appare tesa,
da una parte, a limitare, per ragioni di contenimento
della spesa pubblica, il ricorso a contratti al di fuori
dei ruoli dirigenziali eludendo le norme sul blocco
delle assunzioni, dall'altra, a non mortificare le
aspettative dei dirigenti interni che aspirino a
ricoprire quel posto (che, nel caso di specie, risulta
tra quelli di remunerazione superiore).
Nel proposito
legislativo, sempre più la norma sembra ispirata a
consentire il ricorso ad "esterni" solo -in casi
eccezionali- per fornire alle amministrazioni quelle
professionalità indispensabili, delle quali esse siano
carenti: conseguentemente, nel caso di specie, ancor più
ingiustificabile appare il reperimento di un "esperto"
nel settore artistico/culturale, quando nei ruoli del
Ministero dei beni culturali figurano proprio dirigenti
archeologi e storici dell'arte".
E infine la Corte
ricorda come "La questione peraltro non è nuova a questa
Sezione di controllo, avendo già affrontato caso analogo
conclusosi con il diniego di visto espresso con delibera
n. 10/2006 ove, sul punto, si legge che "..non può non
cogliersi l'irragionevolezza di ricorrere alla provvista
di professionalità all'esterno, pur essendone stata
accertata le disponibilità tra il personale interno...".
23-11-2010]
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BONDI SI È FERMATO
A NOVI - SANDRO E MANUELA STORIA D’AMORE E DI INTERESSI
A NOVI LIGURE - NUOVA PUNTATA DEL “TENGO FAMIGLIA” DEL
MINISTRO, CHE OLTRE AL FIGLIASTRO, HA PIAZZATO ANCHE
L’EX MARITO DELLA COMPAGNA - LE SPIEGAZIONI MEJO DELLE
COMICHE: “SONO INTERVENUTO SOLO PER RISOLVERE DUE CASI
UMANI”. SÌ, VICENDA PRIVATA, MA I SOLDI SONO PUBBLICI -
IL MINISTRO AFFONDA E I MINISTERIALI FANNO GIÀ LA GARA
PER MOLLARE IL LORO CAPO: DAL DIRETTORE GENERALE
BORRELLI AL CAPO DI GABINETTO NASTASI: “LA MIA FIRMA?
SOLO FORMALE”...
REPETTI
1 - E BONDI SISTEMÒ ANCHE L'EX MARITO DELLA COMPAGNA...
Malcom Pagani e Luca Telese per "Il
Fatto Quotidiano"
A tarda sera, dopo una giornata di dinieghi, scarichi di
responsabilità e panico diffuso nel ministero, chiama
anche il ministro: "Posso dare una spiegazione". E sono
parole sofferte: "Non ho violato nessuna legge. Sono
solo intervenuto per risolvere due casi umani. È la
tragedia di un uomo che era disoccupato e senza lavoro".
Il ministro Sandro Bondi sta parlando a Il Fatto
dell'ultima vicenda di cui siamo venuti a conoscenza.
Nascosta in una delle
pieghe della relazione di spesa del Fus 2009, i fondi
per lo spettacolo che ironia della sorte sono stati il
bersaglio dei tagli di Tremonti e di tutte le polemiche
contro il ministro, c'è una voce di spesa. Piccola,
rispetto all'entità della cifra, ma enorme per il
significato simbolico. 25 mila euro in un anno, per una
consulenza assegnata al "signor Roberto Indaco". La voce
di spesa, a pagina 673 della relazione, è la più
sintetica (curiosamente enigmatica) fra tutte. I cinque
nomi segnalati dilungano le competenze allo spasimo.
Quella di Indaco recita solo: "Teatro e moda".
Il vero problema, non
riassumibile nell'algida sinteticità di quella tabella,
è che il signor Indaco è l'ex marito dell'onorevole
Repetti, compagna del ministro (attualmente, guardacaso,
in attesa di divorzio). Il secondo problema è che anche
il figlio del signor Indaco e dell'onorevole Repetti -
Fabrizio - come abbiamo raccontato nei giorni scorsi,
lavora (scrivania e telefono) per il ministero dei Beni
culturali, alla direzione generale per il cinema. Una
mutua bondiana, di difficile giustificazione davanti a
un mondo dello spettacolo, in sciopero costante per una
politica di tagli che non conosce redenzione o riscatto.
Brunetta diceva: "tanto paga Pantalone", ma i
benefattori in questo caso, sono nelle stanze
ministeriali.
Per tutto il giorno il
Fatto insegue nelle pieghe dei documenti, e nelle
testimonianze (estremamente imbarazzate) dei loro
estensori, i 25mila euro del signor Indaco. La
relazione, per esempio, è firmata dal dottor Nicola
Borrelli, uno dei direttori generali del ministero,
quello della sezione cinema. A Il Fatto Borrelli spiega:
"Sì, è vero, anche quella tabella è formalmente firmata
da me. Ma in realtà è predisposta, in tutte le sue voci,
dal dottor Nastasi, braccio destro di Bondi".
Dopo un lungo
inseguimento e qualche tentativo di mettersi in
comunicazione rabbiosamente interrotto, si manifesta
anche il capo di gabinetto, il vice di Bondi, Salvo
Nastasi. Tono cortese, da grand commis d'etat: "E' vero,
quella sezione è di mia competenza. Ma si tratta, come
in tutti i ministeri, di fondi che sono di esclusiva
prerogativa del ministro. Noi non facciamo altro che
riportare la lista dei nomi delle consulenze che lui ci
fornisce e il giustificativo di spesa".
Chiamiamo allora per
la prima volta il ministro, ma il telefonino squilla a
vuoto. Cerchiamo allora l'onorevole Repetti.
"Dottoressa, come vede, ci risentiamo". Le chiediamo
come stia, ricevendone un eloquente: "Insomma, ho
passato momenti migliori". Ma è la rivelazione della
scoperta della consulenza erogata all'ex marito a
lasciarla catatonica, silente, per oltre dieci
lunghissimi secondi. Dopo, c'è spazio solo per la
frustrazione.
Clic. Recide
violentemente il colloquio e all'ulteriore richiesta di
un commento via sms, spedisce sei righe agre tra il
disperato e l'indignato: "Purtroppo ho compreso che
qualunque cosa io dicessi, verrebbe ignorata o distorta.
Questa non è informazione nè giornalismo, ma una
campagna strumentale e pretestuosa di diffamazione per
colpire unicamente il mio compagno Sandro Bondi".
E' lo stesso ministro,
alla fine, a chiamarci sul cellulare: "Guardi, io voglio
spiegare tutto, voglio chiarire. E vorrei che deste
spazio alla mia replica". Senza dubbio. Il ministro
prosegue: "Nel caso del signor Indaco, io non ho fatto
altro che aiutare una persona che si trovava in una
drammatica difficoltà. Aveva le competenze professionali
per usufruire della consulenza, quindi non ho violato
leggi, nè norme".
A Novi Ligure, il
signor Indaco abita in Via Lovadino in un appartamento
nella stessa palazzina dell'ex moglie. Fino al 2009 ha
avuto una sua società, che poi ha chiuso. Possedeva
quote di un albergo della famiglia Repetti. Si è
occupato anche di barche. Chiediamo al ministro come
spiega che sia il figlio della compagna, sia suo marito,
siano pagati con fondi ministeriali: "Si tratta di
importi molto modesti. Nel caso di Roberto Indaco, al
netto delle trattenute, poco più di... 1000 euro al
mese". Non si tratta di nepotismo? Bondi prende un lungo
respiro. Si trova in macchina con Repetti: "Desidererei
rispetto, anche da un giornale che fa il suo lavoro. Si
tratta di una vicenda molto dolorosa. Di una storia
amara, ma anche del tutto personale e privata". Sì,
sicuramente è vero. La vicenda è assolutamente privata.
Ma i soldi sono pubblici.
2 - SANDRO E MANUELA STORIA D'AMORE E DI INTERESSI - A NOVI MALIGNITÀ
SUL FIGLIO DELLA REPETTI...
Francesco Bonazzi per "Il Secolo XIX"
Sandro Bondi si è
fermato a Novi. Forse per sempre, visto che vi ha appena
preso la residenza e ad Arcore mantiene giusto il
diritto alla sepoltura nel mausoleo privato di Silvio
Berlusconi. Per l'anagrafe, l'ex segretario personale
del Cavaliere ora abita in una villetta al fondo di via
San Giovanni Bosco insieme a Manuela Repetti, la
biondissima deputata del Pdl con la quale si sposerà
nell'autunno del 2012, appena il ministro avrà ottenuto
il divorzio. E già corre voce che due anni dopo sarà
proprio lui, il politico che più somiglia al mitico
"Patsy", il segretario di Nick Carter, a candidarsi come
sindaco di Novi Ligure. Oppure sarà Donna Manuela.
Ma è un dettaglio da
poco, perché i due ormai sono una cosa sola e qui a Novi
ci passano ormai tutto il tempo libero.
«Siamo una famiglia»,
aveva sentenziato lui già un anno e mezzo fa in
un'intervista. E al dicastero che dirige, quello dei
Beni culturali, lo hanno toccato con mano: il figlio
ventenne di Manuela lavora a contratto per una società
del ministero. Polemiche a non finire, la settimana
scorsa, quando la faccenda è finita sui giornali. Saldi
o veleni di fine stagione, secondo i punti di vista.
Certo, dopo il crollo di Pompei, per il ministro non ci
voleva proprio questa scivolata sul terreno del
familismo amorale.
Oltre a tutto, alla
vigilia della votazione di una mozione di sfiducia
individuale. Certo, bisognerà vedere come va a finire in
Parlamento, prima di affermare che anche il ministro
della Cultura ha trovato i suoi Tulliani, ovvero una
famiglia acquisita che rischia di stroncargli la
carriera. Ma basta salire in valle Scrivia per capire
che qualche solido indizio già c'è.
«La storia del figlio
della Repetti? Il primo caso di nepanettismo», scherza
un ex collega di consiglio comunale. Per capire la
battuta bisogna sapere che a Novi "Panetto" è il
soprannome di Giovanni Repetti. E "Panetta" è anche il
nomignolo affibbiato a questa sua figlia, donata alla
patria come legislatore.
Perché Repetti senior
è uno che viene da lontano: partito come fornaio
comunista, con i "rossi" che da sempre governano Novi ha
saputo trasformarsi prima in piccolo costruttore e poi
nel primo immobiliarista della zona. Negli anni Ottanta,
nell'unico quinquennio in cui il vecchio Psi diede vita
a un pentapartito con la Dc, si è un po' allontanato dai
vecchi compagni.
Proprio come il
"genero" Sandro, che della sua Fivizzano è stato sindaco
comunista. Qualcuno giura perfino di aver visto
"Panetto" ad alcuni comizi della Lega Nord, ma poi,
nel'94, ha trovato un sicuro ancoraggio politico in
Forza Italia. E del partito berlusconiano, Repetti è un
generosissimo finanziatore. L'anno scorso, insieme a
Manuela, ha provato anche a piazzare un sindaco di
centrodestra, puntando sul giornalista Gigi Moncalvo. Ma
gli è andata male perché hanno vinto i «soliti compagni»
e Lorenzo Robbiano ha ottenuto la riconferma con il 57%
dei voti.
C'è che alla fine
Repetti senior è dovuto restare un po' nelle retrovie
perché è sotto processo per un grosso abuso edilizio.
Manuela ha la stessa pasta del padre: sveglia e
determinata. Quando entra in politica, all'inizio si fa
notare più che altro per le abissali scollature e il
risparmio di tessuto sulle gonne.
"Panetta" si fa un
mandato da consigliere d'opposizione nel quale lascia
poche tracce: le sue presenze sfiorano il 40% e non
certo perché da queste parti il gettone ammonti a miseri
20 euro. Il fatto è che con quella famiglia alle spalle,
niente marito e un figlio già grandicello, avuto a 17
anni mentre faceva il liceo, Manuela aspira a qualcosa
di più. Vuole Roma. Già alle Politiche del 2006 il suo
nome sembra tra quelli destinati a finire nelle liste
azzurre.
Poi non se ne fa
niente, ma impara la lezione. Una volta i maggiorenti
piemontesi del partito la portano giù a Roma per
un'assemblea al teatro Capranica, dove c'è anche
Berlusconi. Alla fine, si perdono "la Manu". Leggenda
vuole che a fine comizio fosse riuscita a infilarsi
chissà come sulla macchina del Cavaliere. In ogni caso,
diventa "intima" del coordinatore Bondi e nel 2008 viene
eletta deputato, anche se stranamente non la mettono in
lista nel collegio di residenza.
Per i primi tempi, la
vedono quasi più al ministero da Bondi che non a
Montecitorio. Ed è dalle stanze del Collegio Romano che,
lo scorso inverno, i due vergano un'indimenticabile
lettera di congratulazioni a Barack Obama per
l'approvazione della riforma sanitaria. Il bello è che
la firma anche lei. Un giorno, la troveranno negli
archivi della Casa Bianca. E gli storici Usa
s'interrogheranno. Ma Obama a parte, iI vero amore che
condividono è per Berlusconi.
Se le dimostrazioni
tangibili del sentimento provato da Bondi sono ormai
consegnate perfino ai libri di poesie, va detto che la
Repetti è più sobria. A parte quella volta, era il
maggio scorso, che a Roma il marito inaugurava il nuovo
museo d'arte moderna e lei, al microfono, si fece
prendere un po' la mano: «Sarebbe giusto che, come è
accaduto in Francia dove hanno dedicato il maggior
centro d'arte contemporanea a Pompidou, anche il Maxxi
fosse dedicato al presidente Berlusconi».
Ben più segretamente,
l'anno scorso, la figlia di "Panetto"ha dimostrato la
propria sensibilità per l'arte andando da una brava
corniciaia-pittrice di Novi. Le ha commissionato un bel
ritrattone di Berlusconi, prontamente finito sotto
l'albero di Natale del premier.
Ora, il prossimo
Natale a casa Bondi-Repetti non si presenta dei più
sereni. Lui è sotto tiro, anche perché la mozione di
sfiducia che deve fronteggiare può diventare un modo per
puntare al bersaglio grosso: la caduta dell'intero
governo Berlusconi. Lei è nell'occhio del ciclone per la
storia del figlio. Ci manca giusto una condanna del
padre e la frittata è completa. Ma a Novi, nel fine
settimana, è tutta un'altra storia. Li vedi insieme al
supermercato e lui gira senza scorta, magari in
compagnia di Grisby.
Bondi se lo è portato
dietro perfino al viaggio inaugurale del Freccia Rossa,
beccandosi un'ingenerosa interrogazione parlamentare
perché non sarebbe stato consentito portarsi il cane sul
treno. Ma era il cane dell'amore. Un amore in qualche
modo storico. Perché dopo il "tradimento" di Gianfranco
Fini, va detto che alla fine l'unico frutto imperituro
del "partito dell'amore" potrebbe essere proprio questo:
il legame tra Sandro e Manuela. Chiunque dei due sia
destinato, al prossimo giro, a indossare la fascia di
primo cittadino novese. "Comunisti" permettendo.
23-11-2010]
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1 - BONDI MINISTRO DELLA FAMIGLIA ALLARGATA...
E' ufficiale: abbiamo il ministero per la Famiglia
Allargata. Per non far incazzare troppo la Cei, lo hanno
chiamato ministero dei beni culturali e ambientali e lo
hanno affidato all'uomo più buono che c'è nel governo:
Sandro Bondi. Il Cetriolo Quotidiano, con l'implacabile
Malcom Pagani, scopre che anche Roberto Indaco è
riuscito a strappare una consulenza (25.000) euro dal
ministero. Casualmente è il papà di Fabrizio, il
ventenne figlio dell'onorevole Manuela Repetti, compagna
del signor ministro.
Fabrizio, l'hanno già
beccato venerdì, anche lui con il suo bel contrattino
del ministero della Famiglia Allargata. Al telefono con
Luca Telese, dopo una giornata in cui gli alti dirigenti
del ministero hanno scaricato tutto su di lui, Cireneo
Bondi ha scolpito: "Desidererei rispetto, anche da un
giornale che fa il suo lavoro. Si tratta di una vicenda
molto dolorosa. Di una storia amara, ma anche del tutto
personale e privata".
Pagani e Telese
registrano e, giustamente, chiosano: "Sì, sicuramente è
vero. La vicenda è assolutamente privata. Ma i soldi
sono pubblici" (CQ, p. 9). Come ha scritto ieri il
Secolo XIX, anche Bondi ha i suoi Tulliani.23-11-2010]
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UN’AUTOSTRADA
DI RISARCIMENTI - LA CUCCAGNA APPENA STANZIATA (900 MLN
€) PER LA ROMA-LATINA, RISCHIA DI SERVIRE A PAGARE
INDENNIZZI DA CAPOGIRO - I PRIVATI (AUTOSTRADE, MPS,
CALTA, SALABÈ) MESSI IN CAMPO DA STORACE (2001) E
SFANCULATI DA MARRAZZO E DI PIETRO (2006), RICORRONO
ALL’ARBITRATO: LO STATO RISCHIA UNA PENALE DOPPIA
RISPETTO AL PONTE DI MESSINA - E GLI AUTOMOBILISTI
CONTINUERANNO A RISCHIARE LA PELLE SULLA PONTINA…
Sergio
Rizzo e Gian Antonio Stella per il "Corriere
della Sera"
I soldi vanno spesi
per l'asfalto o gli avvocati? Direte che è una domanda
assurda. Se devi fare un'autostrada è ovvio che i soldi
vanno spesi in lavori e non in cause giudiziarie. Eppure
prima ancora che sia dato un solo colpo di badile, i
denari appena stanziati per la Roma-Latina sono già
ipotecati da due risarcimenti da capogiro per quasi un
miliardo di euro. Sui quali destra e sinistra mantengono
uno sconcertante silenzio.
Ma cominciamo
dall'inizio. Siamo nel 2001. Dopo anni di denunce sulla
pericolosità omicida della Pontina, di sospiri e
maledizioni per gli ingorghi giganteschi, di bla-bla-bla
sulla necessità di costruire finalmente una nuova
arteria almeno a 4 corsie per far fronte a un traffico
cresciuto a dismisura, la Regione Lazio governata dal
centrodestra e presieduta da Francesco Storace decide di
sbloccare finalmente la tanto attesa Roma-Latina.
Come? La risposta è
nella formula magica: una joint-venture tra il pubblico
e il privato. Viene costituita una società
concessionaria destinata a progettare, costruire e
gestire l'opera. Si chiama Arcea Lazio. Il 51% è in mano
alla Regione Lazio, il 49% a un raggruppamento privato
assolutamente trasversale, secondo i soliti schemi: un
po' a me, un po' a te, un po' a lui...
Ne fanno parte la
società Autostrade, il Monte dei Paschi e il Consorzio
Duemilacinquanta. Il quale a sua volta tiene insieme una
compagnia allargata. Dalla So.Co.Stra.Mo. di Erasmo
Cinque (costruttore considerato vicino alla destra
romana) alla «cooperativa rossa» Ccc, dalla stessa
società Autostrade (attraverso la Spea) alla Ingegneri
associati di Mario Salabè, fratello dell'architetto
Adolfo Salabè coinvolto anni fa in una faccenda poi
prescritta di fondi neri del Sisde.
Non basta. Anche se
non figurano tra i soci, hanno un piedino nel consiglio
di amministrazione del Consorzio anche le «Condotte» con
Duccio Astaldi e il gruppo Caltagirone con il manager
Pasquale Alcini.
Il tempo di mettere a
punto i dettagli societari, definiti il 21 maggio 2003,
e via all'operazione. Con l'incarico alla Spea di fare
gli studi preliminari. Appena lo viene a sapere,
Bruxelles pianta la prima grana. Secondo la Commissione
europea l'Arcea avrebbe violato le norme comunitarie. Le
quali consentono di affidare direttamente i lavori senza
gare d'appalto solo alle società «in house». Cioè
interamente controllate dall'ente pubblico. Cosa che la
Spea, appartenente come dicevamo alla Società
Autostrade, non è.
La Regione Lazio non
fa una piega. Anzi. Il 19 maggio 2004, in barba alle
obiezioni di Bruxelles, l'Arcea incarica il Consorzio
Duemilacinquanta, il raggruppamento privato che è suo
azionista, di fare il progetto dell'opera. Un incesto
amministrativo ribadito. E stavolta con un secondo
contratto ancora più oneroso. Nell'indifferenza per gli
eventuali contraccolpi legali.
Non è finita. Vinte le
elezioni dell'aprile 2005, in Regione si installa la
giunta di centrosinistra di Pietro Marrazzo. L'anno
dopo, il centrosinistra subentra anche a Palazzo Chigi.
E nel settembre 2006 il nuovo ministro delle
Infrastrutture Antonio Di Pietro annuncia che da Arcea
escono i privati e subentra lo Stato: «Stiamo studiando
le modalità per fare entrare l'Anas». Obiettivo: 60%
alla Regione, 40% all'Anas. Spiega il governatore:
«Questa proposta arriva dopo che l'Unione europea e
l'Autorithy sulla concorrenza hanno negato all'Arcea il
ruolo di società concessionaria a causa della presenza
di privati».
Ma le cose,
evidentemente, non sono così semplici. Fatto sta che due
anni dopo, a cavallo della caduta di Prodi, la giunta
Marrazzo decide di azzerare tutto. Meglio, il 4 marzo
2008 fa un'altra società: la «Autostrade del Lazio spa».
Non più con le Autostrade, ma con l'Anas. Stavolta le
quote sono paritetiche: 50% ciascuno.
A questo punto la
Regione si ritrova con due società per fare la stessa
Roma-Latina, una con le Autostrade e una con l'Anas. Un
pallonetto alzato a chi avesse voglia di piantare grane.
Cosa che puntualmente accade. Appena il centrodestra
vince le elezioni politiche, pura coincidenza, parte la
prima richiesta di arbitrato. Quella specie di giustizia
parallela con corsia prioritaria più volte abolita e più
volte ripristinata.
Il Consorzio
Duemilacinquanta pretende un risarcimento danni di 674
milioni. Nessuno fa una piega e i tre arbitri vengono
insediati di comune accordo. Sono l'avvocato di Erasmo
Cinque, Federico Tedeschini, per la società privata e
l'ex ministro Angelo Piazza per la Regione. Che insieme
scelgono come presidente del collegio
l'amministrativista Arturo Cancrini.
La faccenda però, di
rinvio in rinvio, va a rilento. Come mai? Mancano i
soldi? Inoltre c'è un problemino: le clausole
contrattuali prevedono che a innescare un eventuale
arbitrato non possa essere il Consorzio, ma
l'Associazione temporanea di imprese dei privati, cioè
il raggruppamento che ha in mano il 49% delle azioni
dell'Arcea. Quindi anche le Autostrade e il Montepaschi.
Autostrade non si fa pregare. E a sua volta, a gennaio
di quest'anno, promuove un secondo arbitrato, chiedendo
alla Regione altri 185 milioni di danni.
Totale dei due
arbitrati: 859 milioni e spiccioli, ovviamente senza
considerare le parcelle (astronomiche) degli arbitri.
Più del doppio delle penali che lo Stato avrebbe dovuto
pagare cancellando il Ponte di Messina. Una somma
pazzesca. Tanto più che l'intera autostrada (senza
considerare l'«allegata» Cisterna-Valmontone) dovrebbe
già costare, Iva esclusa, 1.668 milioni di euro. Per 55
chilometri: cioè 30 milioni e 327mila euro al
chilometro, il triplo dei costi francesi o spagnoli.
Quasi otto volte più di quanto costò in valuta attuale
l'Autosole.
Un incubo. Le
statistiche infatti non lasciano dubbi sul modo in cui
vanno a finire queste cose. Nei primi nove mesi del
2009, per esempio, furono depositati 132 lodi arbitrali:
nel 98% dei casi perse lo Stato. Tanto, non paga
Pantalone? Nei 279 arbitrati fra il 2005 e il 2007 non
era andata poi diversamente: 15 vittorie per lo Stato,
264 (pari al 94,6%) per i privati.
Un andazzo tale da far
scrivere dalla fondazione «Italiadecide» che le imprese
si sono dotate di «apparati legali spesso più forti e
attrezzati di quelli tecnico-operativi. Il principale
ris ultato negativo è una sorta di indifferenza al
risultato».
Domanda: siamo sicuri
che i 468 milioni che solo giovedì scorso, tra gioiose
dichiarazioni di sollievo, sono stati finalmente
sbloccati dal Cipe, finiranno in ghiaia, massicciate e
asfalto e non verranno prosciugati dai risarcimenti?
È quello che chiede,
pressoché solitario, Giuseppe Rossodivita, il capogruppo
dei Radicali in Regione che da settimane tempesta il
Consiglio di interrogazioni. Rimaste tutte,
misteriosamente, senza risposta...
22-11-2010]
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LO
SCANDALO DELLE TELECOM MINACCIA IL PREMIER INDIANO
http://on.wsj.com/aruoLb
-
Manmohan Singh è un politico dalla reputazione
immacolata. Ma la prima crepa in questa reputazione l'ha
fatta la Corte Suprema, affermando che il primo ministro
non si è mosso subito per lanciare un'indagine
sull'assegnazione delle licenze per la telefonia mobile,
che sarebbe stata gestita in modo illegittimo tale da
danneggiare lo stato.
3 - LE FIGARO
ECCO IL PROGETTO DELLA NATO DI DIFESA ANTIMISSILE
http://bit.ly/cSp4Cz
4 - LE MONDE
QANTAS RIVELA: L'ESPLOSIONE DEL MOTORE AVREBBE POTUTO
FAR ESPLODERE L'INTERO AEREO
http://bit.ly/8Y8kz919-11-2010]
TRE DIPENDENTI LICENZIATI PER AVER CRITICATO I CAPI SU
FACEBOOK. IL TRIBUNALE HA DATO RAGIONE ALL'AZIENDA
http://bit.ly/djIR5H19-11-2010]
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TENGO CINE-FAMIGLIA! - IL Ministero DI BONDI SCUCE 3,5
milioni alle opere prime e seconde - A CHI è FINITO Il
contributo più sostanzioso, 450MILA €? a Mariantonia
Avati, figlia di Pupi - E qui sorge un primo
interrogativo, perché la Avati ha già diretto due
lungometraggi (nel 2003 e nel 2006) e quindi questa è la
sua opera terza. Tanto più che la Avati aveva già,
legittimamente, ricevuto un contributo ministeriale per
la sua reale opera seconda...
Franco Grattarola e Giuseppe Pollicelli per
Libero
L'articolo 28 della legge n. 1213 del 1965, in vigore
fino al 1994, convogliava i finanziamenti statali
all'industria cinematografica. Soldi spesso concessi
senza controlli preventivi né verifiche finali. Dopo una
lunga fase di disinteresse, la magistratura cominciò a
indagare sulla cinematografia assistita negli anni
convulsi di Tangentopoli: le inchieste giudiziarie e
giornalistiche scoperchiarono un vaso di Pandora che
conteneva di tutto, dall'ex giovane promessa che
sbarcava il lunario incassando soldi per film esistenti
solo sulla carta allo sconosciuto filmaker che aveva
prodotto e diretto una sequela di titoli mai approdati
nelle sale.
In
seguito la legge n. 1213 è stata abolita e il meccanismo
dei finanziamenti statali ha subito modifiche
sostanziali. La normativa attuale prevede che lo Stato
finanzi pellicole di interesse culturale nazionale e che
una parte dei fondi sia destinata alle "opere prime e
seconde". Ferme restando le promesse del ministro Sandro
Bondi di aumentare i finanziamenti destinati al cinema,
le commissioni ministeriali seguitano a erogare migliaia
di euro ai film in possesso dei requisiti richiesti
dalla legge.
Grazie a una delibera del 16 settembre 2010 sono stati
distribuiti 5,7 milioni di euro a film riconosciuti di
"interesse culturale con contributo". Nell'elenco delle
produzioni beneficiate troviamo opere che saranno
dirette da mostri sacri come Ermanno Olmi (un milione di
euro per Il villaggio di cartone) e Giuliano Montaldo
(900.000 euro per L'industriale), da registi di buona
notorietà come Mimmo Calopresti (600.000 euro per Uno
per tutti) e Maurizio Ponzi (600.000 euro per Ci vediamo
a casa) e da una pletora di cineasti meno famosi i quali
si aggiudicano somme che vanno dai 200.000 ai 600.000
euro. Con simili cifre difficilmente si produce un
lungometraggio ma i contributi sono comunque utili a
supportare film d'autore dai costi contenuti.
Diverso è il discorso per le cosiddette opere prime e
seconde. In questo caso le somme erogate vanno da un
massimo di 450.000 a un minimo di 200.000 euro, che
sarebbero state forse sufficienti, a suo tempo, per
realizzare un film di serie B o di genere.
Ai
nostri giorni, invece, si tratta più che altro di laute
mance che lo Stato generosamente concede a produzioni
non sempre bisognose. Illuminante, a tal proposito, è la
delibera del 12 ottobre scorso, con cui (come si ricava
dalle informazioni pubblicate sul sito del Ministero per
i Beni e le Attività Culturali, si veda la tabella a
corredo del presente articolo) sono stati elargiti 3,5
milioni di euro alle opere prime e seconde.
Il
contributo più sostanzioso, 450.000 euro, è andato a
Mariantonia Avati, figlia di Pupi, per Una lunga scia di
stelle (produce la Duea Film, società che fa capo al
padre e allo zio Antonio). E qui sorge un primo
interrogativo, perché la Avati ha già diretto due
lungometraggi (Anime nel 2003 e Per non dimenticarti nel
2006) e quindi questa è a tutti gli effetti la sua opera
terza. Tanto più che la Avati aveva già, legittimamente,
ricevuto un contributo ministeriale per la sua reale
opera seconda (Per non dimenticarti).
Nell'elenco troviamo un altro figlio d'arte, Toni
D'Angelo, primogenito del celebre cantante Nino, che si
aggiudica 350.000 euro per Clara. D'Angelo in precedenza
aveva diretto un lungometraggio (Una notte, 2008) e un
cortometraggio (Poeti, 2009), quindi, non volendo
considerare quest'ultimo, il film finanziato dovrebbe
effettivamente essere la sua opera seconda.
DAI FIGLI D'ARTE AI FRATELLI D'ARTE - A Carlo Virzì,
fratello di Paolo e autore in proprio di un unico film
(L'estate del mio primo bacio, 2005), la commissione ha
concesso 400.000 euro per I più grandi di tutti,
prodotto dalla Motorino Amaranto (la società del
fratello) e dalla Indiana Production Company.
Altra parentela, altro finanziamento: Claudio Insegno,
fratello del comico Pino, incassa 350.000 euro per
Treddimovie in 3D, la sua opera seconda. La società che
ha richiesto il contributo pubblico per il film di
questo ennesimo "parente d'arte" è la Due P.T.
Cinematografica. Una casa di produzione, a quanto
sembra, tenuta in gran considerazione dalle commissioni
ministeriali: su quattro film prodotti, ben tre hanno
beneficiato del contributo pubblico.
Alla luce di questi dati, sarebbe interessante conoscere
in maniera più approfondita i reali criteri con cui le
commissioni ministeriali giudicano meritevole di
sostegno un'opera cinematografica.
19-11-2010]
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1.
IMPEGNO UMANITARIO: EMERGENCY È QUI...
Emergency Italia. È qui il nuovo fronte di guerra
dell'associazione umanitaria fondata da Gino Strada. Da
affiancare ai vari Sudan, Cambogia, Afganistan, Iran,
Iraq e gli altri Paesi in cui opera da tempo. L'arco dei
bisognosi di una prima visita o di un aiuto a orientarsi
nelle strutture ospedaliere si sta allargando: non solo
immigrati, regolari o meno, ma anche italiani in
difficoltà.
Parte così da Marghera un piano di nuovi poliambulatori
Emergency; a seguire, Puglia e Calabria, ma anche Torino
e Milano (dove già operano, per esempio, le unità mobili
di Medici volontari italiani). Punti caldi dove sono di
più gli stagionali in nero, i clandestini, i rom e gli
italiani poveri.
Un
salto di qualità rispetto all'avamposto attivato quattro
anni fa a Palermo per gli sbarchi clandestini. In più, a
breve, entreranno in funzione anche due Polibus per
arrivare velocemente nelle zone disastrate. L'obiettivo
non è di sostituirsi allo Stato ma di costringerlo a
fare quello che spesso non fa: compresa la "schedatura"
dei pazienti che Emergency centralizzerà on line. E
poiché serve personale, medico e non, è in partenza
anche una campagna tv di recruiting ideata dall'agenzia
Now Available, protagonista Francesco Montanari,
l'attore di "Romanzo criminale". Vi. P.
2. DELL'UTRI, BUONGOVERNO CON SPONSOR...
Marcello Dell'Utri ha molti amici. Anche dopo essere
stato condannato in appello a sette anni di carcere per
concorso esterno in associazione mafiosa, in pochi gli
hanno girato le spalle. Anche le aziende continuano ad
appoggiare il suo Circolo del Buongoverno. Tra gli
sponsor del movimento politico del senatore troviamo un
po' di tutto: ci sono studi professionali di avvocati
famosi e meno noti, marchi come Riso Scotti e Fema,
azienda di forniture ospedaliere.
La
parte del leone la fanno però imprese energetiche e
civili che spesso lavorano con appalti pubblici: c'è
Siram e Veolia ("abbiamo acquistato spazi pubblicitari
sul sito e sul giornale di Dell'Utri per 12mila euro,
niente di illecito"), la Cogei (lavorano soprattutto in
Veneto, Lombardia e Sicilia), la Compagnia Petrolifera
Piemontese, Malpensa Service, la Wte (ingegneria civile)
e la Zanardo (servizi logistici). Nella lista c'era pure
la Giochi Preziosi, ma ora sul sito il suo logo è
scomparso. Pare che la condanna non c'entri nulla:
Enrico Preziosi è anche proprietario del Genoa Calcio,
che da sempre ha una tifoseria "rossa". Gli ultrà, così
si narra, avrebbero mal digerito il finanziamento
all'amico di Berlusconi.
E. F. e M. Pr.
9. LAGO DI COMO, LE RUSPE DI IGOR...
Tre giorni dopo aver dato la notizia su "L'espresso"
(Riservato, n. 45) ecco che a Laglio sul lago di Como,
il regno della quiete di George Clooney violata dai
russi, si sono materializzati i tank del banchiere di
Putin, Igor Kogan. Villa Melograno è stata rasa al suolo
in tutta fretta, prima che la Soprintendenza e il
ministero dei Beni Culturali potessero fare appello
contro la sentenza del Tar che ha accolto i ricorsi del
sindaco di Laglio e del magnate, smaniosi di avere le
mani libere dai vincoli paesaggistici. Le ruspe hanno
colpito duro.
Per fare cosa? Come si vede dalle immagini che
"L'espresso" pubblica in esclusiva, l'abbattimento della
ex filanda settecentesca dovrebbe lasciare il posto a
tre piscine e a un colonnato in finto stile impero che
non ha pari sul Lario. Mentre il Comune si prepara a
incassare 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, le
associazioni ambientaliste insorgono. Chiedono a Clooney
di ripetere il miracolo di due anni fa, quando firmando
petizioni aiutò a sventare la cementificazione delle
sponde. "Deve diventare sindaco", azzarda un drappello
di estimatori. Ma è inverno, e George è lontano... T.
Ma.
10. MISTER ANTIFRODE ARRIVA DALL'ITALIA...
Da alto commissario italiano per la contraffazione a
direttore dell'Olaf, l'ufficio europeo per la lotta
antifrode. L'ex magistrato Giovanni Kessler è in pole
position per assumere la carica di commissario antifrode
in Europa. L'indicazione è arrivata dalla commissione
del Parlamento europeo per la verifica dei bilanci,
presieduta dall'italiano Luigi De Magistris. Kessler,
già procuratore antimafia, deputato Pd (famoso il suo
scontro con l'avvocato Carlo Taormina nella commissione
parlamentare d'inchiesta Telekom-Serbia), deve ottenere
ancora il via libera dei 27 Stati membri e
successivamente di José Manuel Barroso.
Kessler dovrebbe contrastare il mercato illegale e
salvaguardare i prodotti di qualità europei. Se passasse
il suo nome, sarebbe un piccolo successo italiano a
Bruxelles, un fatto ormai raro. P. T.
12. CASO IPLOM. A BUSALLA I GUAI NON FINISCONO
MAI...
Il processo per l'incendio alla raffineria di Busalla
inizierà il 13 gennaio e vedrà alla sbarra cinque
dirigenti della Iplom, la società della famiglia
Profumo. Il gip di Genova Silvia Carpanini ha rinviato a
giudizio per incendio colposo Gianluigi Ratto, ex
direttore Iplom, Valter Mantelli, direttore dello
stabilimento, i tecnici Valter Olivieri, Giovanni
Ardossi ed Eraldo Parodi. L'incendio divampò nella
raffineria adiacente l'autostrada Milano-Serravalle il
31 luglio 2008 e solo l'intervento delle squadre interne
antincendio e dei vigili del fuoco scongiurò una
tragedia.
Secondo l'accusa, sarebbe stata la scarsa manutenzione
sui serraggi dei tiranti a causare l'uscita degli
idrocarburi. Archiviata la posizione dell'ad Giorgio
Profumo. Del caso Busalla si occupò anche "L'espresso"
(n. 51, 2008). Ora il Comune si è costituito parte
civile. Chissà che non riparta la battaglia per chiedere
alla Iplom lo stesso gesto illuminato della Erg dei
Garrone, che accettarono di trasferire la raffineria da
una Bolzaneto troppo urbanizzata? F. B.
19-11-2010]
|
|
L
“FATTO”: IL FIGLIO DELLA COMPAGNA DI DON AB-BONDI,
MANUELA REPETTI, LAVORA PER IL MINISTERO DEL TENERO
SANDRO - IL GIOVIN VIRGULTO HA UN CONTRATTO INTERINALE
(IN SCADENZA) COL CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA,
MA AFFIANCA LA DIREZIONE GENERALE PER LA PIATTAFORMA ON
LINE DELLE DOMANDE DI FINANZIAMENTO - CORE DE MAMMÀ: “SI
MANTIENE AGLI STUDI E IL CSC È UNA FONDAZIONE PRIVATA
NON C’ENTRA COL MIBAC” (MA RICEVE 10MLN L’ANNO) - IL PD:
“BONDI NON RITIENE SCANDALOSO ASSUMERE, CON I
FINANZIAMENTI DEL FUS DECURTATO DEL 36,6% IL FIGLIO DI
UN DEPUTATO?” –
1
- LADY BONDI & FIGLIO MINISTERI DI FAMIGLIA...
Malcom Pagani per "Il
Fatto Quotidiano"
Possibile che Fabrizio Indaco, figlio di Manuela
Repetti, deputata del Pdl e compagna di Sandro Bondi,
lavori per il ministero dei Beni culturali nella
direzione generale del cinema in Piazza S. Croce in
Gerusalemme a Roma? E possibile, come si sussurra, che
rassicuri i giovani produttori, prometta felici
finalizzazioni di progetti, spenda la parentela per
farsi strada in quella giungla che è il mondo del cinema
romano? Per verificare l'ipotesi, una commistione di
lunare nepotismo e inopportunità feudale, basta
chiamarlo nel tardo pomeriggio al telefono del Mibac a
lui intestato.
Risponde al secondo squillo: "È lei Fabrizio Indaco?"
"Certo", "Volevamo chiederle se è davvero figlio
dell'onorevole Repetti". È qui, che il giovane Indaco,
laureando in Architettura (corso iniziato nel 2002,
qualche lentezza nel percorso), viene assalito da
un'amnesia, la sindrome Scajola: "Stavo proprio per
andare via, se vuole ne parliamo domani". Insistiamo:
"Indaco, ci aiuti a non scrivere inesattezze".
Balbetta qualcosa e poi in un lampo, tronca a tradimento
la conversazione. Ci viene qualche dubbio che proviamo a
fugare parlando con la donna che gli ha dato i natali.
In Parlamento è una giornata uggiosa. Votazioni, truppe
asserragliate. Nonostante questo Manuela Repetti da Novi
Ligure, non si nasconde. "Fabrizio è mio figlio certo".
Come mai lavora nel ministero diretto dal suo
compagno?".
Qualche secondo di pausa: "Eh, come mai, ci lavora,
ecco". Sbanda ma non crolla, Repetti. Ha fiducia nel
prossimo: "Ha un contratto interinale, in scadenza, se
vuole qualche informazione in più lo chiedo direttamente
a lui". "Con noi non ha voluto parlare", spieghiamo: "Eh
vabbè poverino, va capito, cerchi di comprendere".
Con tutta l'umana empatia del caso, non possiamo fare a
meno di domandare ancora: "Onorevole, per quale ragione
un ragazzo laureato in Architettura lavora alla
direzione generale cinema, non le sembrano campi
d'applicazione inconciliabili?". Repetti dice di parlare
come una qualunque madre preoccupata per il futuro della
propria prole. "Non si è laureato, ha finito gli esami,
sta preparando la tesi e come tutti i ragazzi, prova a
fare qualche cosa. Il suo contratto al centro
sperimentale di cinematografia, che è un ente autonomo,
sta per scadere".
Il
Csc, vive grazie ai soldi del Fus. Quasi 10 milioni di
euro l'anno, non proprio un ente autonomo dal ministero,
in ogni caso. "Non so quanto duri l'assunzione
temporanea e forse era sua intenzione tornare a Novi
Ligure e cercare un mestiere nel suo ramo. Mentre
studia, cerca di guadagnare qualcosa, non c'è niente da
nascondere".
Si
irrigidisce, Repetti, solo se le parli di etica: "Non mi
ponga domande come se mi trovassi davanti
all'inquisizione". La rassicuriamo: "Le pare
appropriato, mentre il suo compagno dirige il ministero,
offrire nello stesso un posto di lavoro a suo figlio?
Milioni di ragazzi, un regalo simile non lo avranno mai"
e lei traballa: "Bè, ma intanto non sarebbe opportuno se
lui non lavorasse, ma mio figlio trotta, come potrebbe
essere per tanti ragazzi nella sua posizione, non ci
vedo nulla di male o di strano. Se non facesse nulla o
approfittasse della situazione (sic) sarebbe grave. Non
penso abbia potuto avere facilitazioni".
Il
ministro non si è mai preoccupato? "Non vedo come una
stranezza che un ragazzo lavori". Pausa: "Ho capito che
è il ministero suo (sic), ma è una combinazione, non è
vietato, non vedo sinceramente non capisco, è uno
studente come tanti altri, ha fatto una sua esperienza
lavorativa, tutto qui". È affranta. Stesso tono di voce
quando a tarda sera interloquiamo con Nicola Borrelli,
direttore generale del ministero, sezione cinema.
"Indaco lavora fisicamente da noi, ha un contratto con
il centro sperimentale di cinematografia, con loro
abbiamo una convenzione e gli chiediamo una serie di
servizi. Con le difficoltà di personale che abbiamo non
ce la facciamo. Alcune attività specifiche sono nella
mani di ragazzi come Indaco". Quali esattamente,
direttore? "Fabrizio affianca i servizi della direzione
generale per la realizzazione della piattaforma on line
per la presentazione delle domande di finanziamento che
sarà messa in Rete entro fine mese".
Trasecoliamo. Presentazione delle domande? Magari di
film sulla ricostruzione de L'Aquila o invisi al
governo? Si parla di soldi erogati dallo Stato, di fondi
di garanzia? "Esattamente, per accedere ai vari
contributi e alle istanze amministrative".
Anche a Borrelli, chiediamo della opportunità: "Le devo
dire la verità, io gestisco le persone che arrivano dal
centro sperimentale e se le dicessi che non sapevo nulla
della parentela di Indaco, sarei ridicolo. Il centro
sperimentale è una nostra eccellenza e nell'apporto a
questo progetto, lavorano in parallelo Fabrizio e
un'altra persona. il suo lavoro è stato prezioso, però
non ha questo grandissimo contratto e le preannuncio che
dopo aver rilevato l'Eti, non rinnoveremo la convenzione
con i ragazzi del Centro Sperimentale". Un'altra buona
notizia, per una realtà che lentamente, sta morendo.
2
- REPETTI, MIO FIGLIO NON ASSUNTO. SI MANTIENE A
STUDI...
(AGI) - "E' vergognosa la richiesta
dell'Idv di dimissioni al ministro Bondi per avere,
secondo loro, assunto mio figlio al Mibac. Si informino
meglio, perche' mio figlio non e' mai stato assunto al
Mibac". Lo afferma la deputata Pdl Manuela Repetti,
compagna nella vita di Sandro Bondi, sottolineando che
"in realta' si tratta di un lavoro interinale, con un
contratto a tempo determinato che mio figlio ha con il
Centro Sperimentale di Cinematografia, che e' una
Fondazione privata".
Pizzi
"Resta dunque il fatto, e l'unico che conta, che mio
figlio - sottolinea la deputata - non ha alcun contratto
col ministero della Cultura. E' un ragazzo come tanti
altri che, in attesa di laurearsi a breve, sta lavorando
con un semplice contratto a tempo determinato per
mantenersi gli studi. Si vergognino dunque - conclude -
tutti quei personaggi da 4 soldi che strumentalizzano
anche fatti non veri per meschini fini politici".
3
- PD A REPETTI, SCANDALOSO ANCHE CONTRATTO INTERINALE...
(ANSA) - 'La deputata Repetti non se la
prenda, non ce nulla di personale: e' una questione
etica, di buona amministrazione della cosa pubblica e di
buon gusto'.
Cosi' la deputata del Pd, componente della commissione
Cultura della Camera, Emilia De Biasi, commenta
l'articolo pubblicato oggi da 'Il fatto quotidiano'.
'Ed e' per questo - aggiunge De Biase - che abbiamo
appena depositato un'interpellanza urgente al ministro
Bondi per sapere se non ritenga eticamente inammissibile
un commistione fra legami privati e incarichi pubblici
non importa se stabili o temporanei, quali azioni
intenda intraprendere per impedire che vi possano essere
sospetti di canali privilegiati di accesso ai
finanziamenti per il cinema, quali sono le ragioni che
portano all'interruzione della convenzione con il Centro
sperimentale di cinematografia visto che il personale
Eti si e' sempre occupato di teatro, se non ritenga
scandaloso assumere, con i finanziamenti del Fus
decurtato del 36,6% per il 2011, il figlio di un
deputato'. 18-11-2010]
|
LA
LEGA DELLA Monnezza! - Sono 15 anni che in Campania c’è
l’emergenza rifiuti: per i napoletani affogare nella
spazzatura è diventato la normalità. Nel 1994 Ciampi
dichiara la prima emergenza Sud. Confermata dai governi
Dini 1996, D’Alema 1999, Berlusconi 2001, Prodi 2007, di
nuovo Berlusconi 2008, per arrivare al 2010. Miliardi su
miliardi del contribuente sono stati buttati nei
cassonetti - La pasionaria del Fai Borletti Buitoni:
“Avviare la raccolta e lo smaltimento come avviene in
tutta Italia è chiedere troppo?”. Evidentemente sì
Ilaria Borletti Buitoni (Pres. Fai) per "Il
Sole 24 Ore"
I roghi dei rifiuti bruciano il Sud d'Italia. E se la
pioggia non intende dare tregua al Paese, il nostro
meridione si limita a galleggiare nell'immondizia. Dalla
Campania alla Sicilia, la situazione è ormai
insostenibile per gli abitanti, per il territorio, per
l'economia locale. Per tutti noi italiani. Perchè questo
è divenuto un problema nazionale: sia per i danni al
patrimonio naturale e culturale del paese e, quindi, del
turismo; sia per l'economia che, di emergenza in
emergenza, sta costringendo tutti noi a pagare costi
enormi.
Facciamo insieme un ripasso di storia: correva l'anno
1994, prima crisi dei rifiuti in Campania. Il governo
guidato da Carlo Azeglio Ciampi dichiara lo stato di
emergenza. Sembra ieri. Era l'anno in cui ci
commuovevamo per l'elezione di Nelson Mandela a
presidente del Sudafrica e l'Italia sportiva si avviliva
per il rigore sbagliato di Baggio ai mondiali.
La
crisi dei rifiuti inizia quell'anno. Nel 1996 è la volta
del Governo Dini che riesce a fare approvare il Piano
Regionale per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani
che prevedeva la costruzione di due termovalorizzatori.
Ma al Sud non basta, e nel 1999 viene decretata
l'emergenza rifiuti anche in Sicilia. Tanti soldi spesi,
tanti incarichi assegnati, pochi cambiamenti e,
soprattutto, niente differenziata e nessuno
termovalorizzatore.
Nel 2001 riesplode l'emergenza in Campania. Il paese fa
sistema e regioni come la Toscana, l'Umbria, l'Emilia
Romagna si offrono di smaltire i rifiuti del Sud. Eppure
non basta; una parte di quella immondizia prende la
strada della Germania. Siamo al 2008, al governo di
Romano Prodi: le discariche pubbliche e private sono
sature e chi rispunta? Di nuovo la crisi dei rifiuti.
Ricominciano i viaggi della monnezza in Germania.
Passano pochi mesi, maggio 2008, il governo di Silvio
Berlusconi appena insediato, tiene il suo primo
Consiglio dei Ministri a Napoli e approva la costruzione
di ben quattro inceneritori. Si stabilisce la fine
dell'emergenza per il 31 dicembre 2009. Oggi, a poche
settimane dal 2011, si parla di nuovo governo e sempre
della stessa emergenza rifiuti. Fine del ripasso.
E'
il momento che, dopo anni di emergenza, ci si fermi a
riflettere, e chi ha sbagliato si faccia da parte. E'
ora di trovare insieme un compromesso virtuoso che
tuteli la salute, il patrimonio naturale ed artistico e
ridia splendore e onore al nostro Sud, avviando la
raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, come avviene in
tutta Italia. E' chiedere troppo?
Magari, pensando anche a una rete di impianti e
discariche più piccoli, evitando così di trasformare
piccoli centri in metropoli dei rifiuti altrui.
Rispettando le aree destinate al parco, come quella
vesuviana. Certo, la camorra, si dice; la mano della
criminalità organizzata.
Eppure, penso che lo stato, tutti noi, possiamo uscirne
senza imporre arroganti provvedimenti tampone che durano
il tempo che durano per poi ripiombare nell'emergenza.
Ci vogliono soluzioni semplici, concertate, risposte
praticabili, come la differenziata fatta sul serio e una
cintura di micro-impianti. Troppo facile. Si può fare?
19-11-2010]
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NESSUN COLPEVOLE - TUTTI ASSOLTI GLI IMPUTATI DELLA
STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA (28 MAGGIO 1974) -
REVOCATA LA MISURA CAUTELARE PER L’EX ORDINE NUOVO DELFO
ZORZI, CHE DA ANNI VIVE E LAVORA IN GIAPPONE - LA
PROCURA AVEVA CHIETO L’ERGASTOLO PER LUI, CARLO MARIA
MAGGI (ORDINE NUOVO), PER IL COLLABORATORE DEI SERVIZI
TRAMONTE E PER IL GENERALE DEI CARABINIERI DELFINO. PER
PINO RAUTI ERA STATA CHIESTA L’ASSOLUZIONE -
INSUFFICIENZA DI PROVE, DICONO I GIUDICI…
Radiocor
-
I cinque imputati nel processo per la strage di piazza
della Loggia del 28 maggio 1974 sono stati tutti assolti
oggi dai giudici del la Corte d'assise di Brescia. Vi
furono otto morti e oltre cento feriti. La sentenza si
basa sulla insufficienza di prove. E' stata revocata la
misura cautelare nei confronti di Delfo Zorzi, ex
esponente di Ordine Nuovo, che vive in Giappone.
L'inchiesta era cominciata nel 1993.
La
Procura aveva chiesto l'ergastolo per Zorzi e Carlo
Maria Maggi (Ordine Nuovo), per il collaboratore dei
servizi segreti Maurizio Tramonte e per il generale dei
carabinieri Francesco Delfino. Per l'ex segretario
dell'Msi Pino Rauti era stata chiesta l'assoluzione.
16-11-2010]
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THE NEW YORK TIMES
7
RINVIATI A GIUDIZIO PER IL TRAFFICO DI ORGANI ATTRAVERSO
IL KOSOVO
http://nyti.ms/d7Db6d
16-11-2010]
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SCEMPI POMPEIANI - PER RESTAURARE NON C’È UN EURO, MA
GUARDA CASO SPUNTANO SPRECHI E SPESE GONFIATE (FALSI
CORSI PER I DIPENDENTI E IL BUDGET DEL TEATRO CHE PASSA
DA 500 MILA A 5 MLN!) - POCHI MESI FA BONDI DICEVA: “CHI
SI RECHERÀ A POMPEI SI RENDERÀ CONTO DEGLI STRAORDINARI
LAVORI CHE SONO STATI COMPIUTI, GRAZIE A QUESTO GOVERNO”
(OGGI NEGA OGNI RESPONSABILITÀ) - LA PROCURA INDAGA E
SOSPETTA CHE SIA STATA “ALIMENTATA UNA CAMPAGNA STAMPA
CONTRO IL DEGRADO PER IMPORRE LA GESTIONE COMMISSARIALE
DELLA PROTEZIONE CIVILE” (A CACCIA DI BERTOLASO
Guido Ruotolo per "La
Stampa"
Per il momento, il fascicolo sul crollo della casa dei
Gladiatori, avvenuto il 6 novembre, è contro ignoti.
L'ipotesi di reato è quello previsto dall'articolo 434
del Codice penale: «Chiunque commette un fatto diretto a
cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di
essa, ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto
deriva un pericolo per la pubblica incolumità, con la
reclusione da uno a cinque anni». A indagare è la
procura di Torre Annunziata che ha sequestrato l'intera
area degli scavi archeologici.
Il
procuratore aggiunto Lello Marino si limita a
commentare: «Dobbiamo verificare se vi è stata una
responsabilità omissiva che ha determinato il crollo
della Schola Armaturarum. Quanto prima procederemo
all'espletamento di una perizia».
Responsabilità omissiva? Nel fascicolo della Procura è
già stata acquisita agli atti una circolare spedita dal
direttore degli Scavi di Pompei, Antonio Varone, il 25
febbraio scorso, al direttore dell'ufficio tecnico, al
soprintendente archeologico, al commissario delegato,
agli assistenti dell'ufficio Scavi della Soprintendenza
archeologica.
«E' ben noto - si legge nella lettera - come un notevole
numero degli edifici di Pompei antica versino in
condizioni di degrado statico dovuto alle malte
"stanche" che li cementano e alle intemperie che ne
sfaldano ancora di più la coesione, come frequenti
rilevazioni hanno potuto appurare. Si ravvisa, tuttavia,
la necessità, a breve, di provvedere per l'incolumità
del pubblico e per la salvaguardia stessa del bene
archeologico, all'identificazione di murature a
immediato pericolo di dissesto statico, onde procedere
all'eliminazione dei pericoli richiamati, anche in
relazione alla criticità della stagione».
Era stato un crollo premonitore - «una muratura
fatiscente della Domus degli Augustali» - a spingere il
direttore Varone a spedire l'allarmata circolare. Tutti
sapevano della situazione critica in cui versavano
decine di edifici della Pompei antica. L'ultimo studio
aggiornato sugli edifici a rischio risaliva al 2005.
Abbiamo cercato il direttore dell'Ufficio scavi, Antonio
Varone, ma ci hanno rimandato all'ufficio stampa della
Sovrintendenza. Il clima, ovviamente, non è sereno.
Anche perché sono tre le inchieste della Procura di
Torre Annunziata che riguardano la gestione degli Scavi
di Pompei: gli appalti sotto la gestione commissariale
della Protezione civile; i falsi concorsi interni e,
infine, il crollo della casa dei Gladiatori.
L'inchiesta giunta in dirittura d'arrivo riguarda 170
indagati, nei confronti dei quali la Procura sta per
spedire l'avviso di conclusione indagini. Si tratta
della partecipazione di 160 dipendenti degli Scavi di
Pompei a dei corsi per ottenere l'equivalente delle
indennità per il personale che erano state abolite. Tra
gli indagati, l'ex city manager di Pompei, Luigi
Crimaco.
Ricordate l'indignazione del ministro per i Beni
culturali e ambientali, Sandro Bondi, per la richiesta
dell'opposizione (e dei finiani) delle sue dimissioni?.
Era appena il 16 giugno scorso e Bondi, in Parlamento,
rispondeva a una interpellanza urgente sull'appalto
scandaloso per i lavori per il teatro centrale di Pompei
in questi termini: «Chi si recherà questa sera a Pompei
per ascoltare il concerto del maestro Muti e chi vi si
recherà, anche nei prossimi giorni o nei prossimi mesi,
per visitare una delle aree archeologiche più importanti
del mondo si renderà conto, di persona, degli
straordinari lavori che sono stati compiuti, grazie a
questo Governo, dal momento in cui la stampa ha
denunciato lo stato di degrado vergognoso in cui si
trovava l'area archeologica di Pompei».
Cinque mesi dopo Bondi si è difeso così, a proposito del
crollo della casa dei gladiatori: «È comodo addossare
responsabiltà a me o al governo per i pochi
investimenti. Chiedere le mie dimissioni non sarebbe
politicamente e moralmente giusto, non lo merito,
sarebbe un segno di incattivimento della lotta politica
in Italia». Verrebbe da chiedere a Bondi se rifarebbe
con il senno di poi lo stesso discorso fatto cinque mesi
prima.
Ma
il problema è un altro: quei lavori che lui esaltò sono
sotto inchiesta della Procura di Torre Annunziata. Una
inchiesta che nei fatti si occupa degli appalti - stiamo
parlando di opere per 110 milioni di euro, e appalti che
sono stati aggiudicati anche con ribassi del 40% - in
particolare quello per i lavori al teatro centrale
(altri sono stati archiviati per il «decesso del reo»),
e più in generale della gestione commissariale dell'area
degli Scavi della Protezione civile.
Il
sospetto della Procura è che «fu artatamente alimentata
una campagna stampa contro il degrado per imporre la
gestione commissariale di Pompei da parte della
Protezione civile». La Corte dei conti ha espresso dubbi
sul fatto che la struttura di Guido Bertolaso sia
intervenuta sulla base di una «emergenza», ovvero sulla
presa d'atto del «Vesuvio che è ancora attivo».
L'appalto del teatro. Doveva limitarsi a un budget di
800 mila euro.
Alla fine, è costato sei milioni e passa. La Procura ha
sequestrato i bilanci della gestione commissariale di
Pompei (2008- giugno 2010). E l'ipotesi più inquietante
è che sono stati fatti lavori che non hanno rispettato i
parametri storici. Secondo l'Osservatorio del patrimonio
culturale, gli interventi «hanno stravolto l'assetto
naturale dell'area, in particolare la cavea che,
rispetto ad una qualsiasi foto o disegno di diversi
momenti della vita degli scavi, risultata completamente
costruita ex novo con mattoni in tufo di moderna
fattura».16-11-2010]
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O
LA BORSA O LAVITOLA! - SPADACCINI, EX FORNITORE DEI
CANADAIR DELLA PROTEZIONE CIVILE, RIVELA (DALLA
PRIGIONE, DOVE SI TROVA PER EVASIONE FISCALE): “HO DATO
MILIONI ALLA SOCIETÀ DI VALTER LAVITOLA,
EDITORE-DIRETTORE DELL’ ‘AVANTI!’, PERCHÉ GRAZIE A LUI
HO MANTENUTO L’APPALTO QUANDO BERTOLASO VOLEVA FARMI
FUORI, NEL 2003” - 130 PARLAMENTARI DI AN E FORZA ITALIA
HANNO FIRMATO A SUO FAVORE. PRIMO FIRMATARIO: CICCHITTO,
SOCIO FONDATORE DELL’ “AVANTI!” - I PILOTI ERANO
FATTURATI DA UNA SOCIETÀ DI MADEIRA, PARADISO FISCALE
PORTOGHESE…
Giuseppe Caporale per "la
Repubblica"
Un
milione e duecentomila euro già pagati. Un altro milione
e ottocento ancora da saldare. Ammonta complessivamente
a tre milioni di euro la «gratitudine nei confronti di
Valter Lavitola» da parte dell´imprenditore - e
fornitore della Protezione Civile - Giuseppe Spadaccini,
ora in carcere per una evasione fiscale da 90 milioni. É
lo stesso imprenditore, durante l´ultimo interrogatorio,
a spiegare, proprio in questi termini, i continui e
ingenti versamenti negli ultimi anni sul conto della
International Press, società amministrata da Lavitola e
proprietaria del giornale L´Avanti.
«Perché lei dava a questo giornale cifre così ingenti?»
chiede il magistrato della Procura di Pescara Mirvana Di
Serio nel corso del colloquio avvenuto a Regina Coeli il
5 novembre.
«Per gratitudine nei confronti di Valter Lavitola -
risponde l´imprenditore - . Avevo ottenuto l´appalto
dalla Protezione Civile per i Candair (commessa da 50
milioni-ndr). Ma Guido Bertolaso (il capo della
Protezione Civile-ndr) voleva farmi fuori. Voleva
revocarmi l´affidamento. Sono convinto lo facesse per
avvantaggiare la società Cai nella quale il fratello
(Antonio Bertolaso, colonnello dell´Aeronautica ora in
forza ai servizi segreti-ndr) all´epoca era direttore
generale. Bertolaso non mi metteva in pagamento le
fatture... Aveva anche fatto inserire nella Finanziaria
2003 una norma per revocare gli appalti in corso. Una
specie di norma ad personam, contro di me. Mi dovevo
difendere... Allora chiesi aiuto a Lavitola. Riuscimmo
ad ottenere una raccolta di firme di 200 parlamentari a
mio favore. Senza Lavitola sarei sparito prima. Il suo
intervento è stato fondamentale».
In
effetti, le cronache raccontano che a difesa
dell´appalto della Sorem (la società di Spadaccini
accusata di non possedere i requisiti per l´appalto
anche dalla Corte dei Conti) scesero in campo 130
parlamentari di Forza Italia e An, con una lettera
indirizza a Silvio Berlusconi per denunciare «intenzioni
discriminatorie nei confronti della Sorem». Primo
firmatario Fabrizio Cicchitto, socio fondatore de
L´Avanti di Lavitola.
La
International Press è una società già nota alla Procura
di Pescara che - dal 2006 - indaga sulle tangenti nella
pubblica amministrazione. Questo nome spunta nelle
indagini sull´onorevole del Pdl Sabatino Aracu (tra i
firmatari della petizione pro-Spadaccini) indagato per
corruzione nell´inchiesta sulla sanità privata.
Lo
stesso Aracu era diventato socio di una delle aziende di
Spadaccini, con una quota "fantasma" di 50 mila euro.
Soldi di cui la guardia di Finanza non ha trovato
traccia. «Ho chiesto io ad Aracu di entrare in una delle
mie società - dice l´imprenditore - . Aracu mi ha
tutelato sempre contro Bertolaso».
Sullo sfondo resta la vicenda per evasione fiscale.
Erano fatturate da una società portoghese le prestazioni
dei piloti che guidavano i Canadair della Protezione
Civile. I soldi dell´appalto della Sorem finivano in un
paradiso fiscale.
Secondo la procura, Spadaccini avrebbe organizzato
«un´associazione a delinquere finalizzata all´evasione
fiscale internazionale», attraverso il meccanismo della
cosiddetta "estero vestizione", ovvero la fittizia
localizzazione della residenza fiscale di società in
territori diversi dall´Italia - dove il soggetto in
realtà risiede - allo scopo di sottrarsi agli obblighi
fiscali del Paese d´appartenenza (in questo caso la zona
franca dell´arcipelago di Madeira, in Portogallo). Cuore
delle operazioni finanziarie, la fornitura del lavoro
dei piloti. Tutti italiani, ma "fatturati" da una
società portoghese, che "vendeva" i piloti alla Sorem.
Questa società, a sua volta, li "rivendeva" alla
Protezione Civile. Obiettivo: evadere il fisco. Scrive
la procura di Pescara: «Il lavoro dei piloti dei
Canadair della Protezione Civile costava 1.243,00 euro
al giorno». Un prezzo ritenuto eccessivo, perché «un
pilota italiano ha una tariffa giornaliera di 817,19
euro».
15-11-2010]
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LA
MANGIATOIA DI POMPEI (MENTRE I MURI CROLLANO) - TUTTE LE
SPESE PAZZE DELLA GESTIONE AFFIDATA AGLI UOMINI DI
BERTOLASO E BONDI - 60MILA € PER PREPARARE LA VISITA DI
BERLUSCONI (CHE NON AVVERRÀ MAI), 12 MILA PAGATI PER
RIMUOVERE 19 PALI DELLA LUCE, FONDI ALLE SOCIETà DI
GIULIA MINOLI E ALAIN ELKANN (LETTA BENEDICE) - DALLE
DIVISE DEGLI AUTISTI DEL COMMISSARIO AGLI STIPENDI
RECORD DEL SUO STAFF, DAI TELEFONINI AGLI SCHERMI LCD,
DAGLI SHOW AI SONDAGGI, UNA CRICCA PEGGIO DEL VESUVIO…
Emilano
Fittipaldi e Claudio Pappaianni per "L'espresso",
in edicola domani
«Per Pompei le risorse ci sono, si tratta di saperle
spendere», affermava due anni fa Sandro Bondi,
annunciando che il 28 ottobre 2008 Berlusconi avrebbe
visitato il sito archeologico più famoso del mondo.
Chissà se il ministro per i Beni culturali sapeva che
per quella visita il commissariato straordinario voluto
da lui medesimo stava bruciando un pacco di soldi.
«Sessantamila euro per la visita del presidente del
Consiglio», recita la voce della contabilità del
commissariato, cui vanno aggiunti 11 mila euro per la
«pulizia delle aree di visita del Presidente del
Consiglio» e 9.600 euro per «l'accoglienza».
Giustificazione dell'uscita: promozione culturale.
Lavoro e migliaia di euro sperperati, visto che il
Cavaliere a Pompei non ci metterà mai piede.
I
soldi destinati alla visita del premier non sono gli
unici, incredibili "investimenti" che i due commissari
straordinari voluti da Bondi (prima il prefetto Renato
Profili, poi Marcello Fiori della Protezione civile)
hanno autorizzato durante la loro gestione per
rilanciare il sito. "L'espresso" ha trovato l'elenco di
(quasi) tutte le spese effettuate dalla struttura,
denaro che forse sarebbe stato meglio utilizzare nella
manutenzione e nel restauro dei templi e delle Domus
degli scavi.
«Ora è tardi, la scuola dei Gladiatori è crollata e non
si può tornare indietro», dice un tecnico che chiede
l'anonimato: «È una roba vergognosa, pazzesca, ha
ragione il presidente Napolitano».
Tra stipendi da record, consulenze, operazioni di
marketing e bizzarrie in odore di Cricca, a Pompei ci
hanno mangiato in tanti. La lista comprende di tutto: ci
sono 12 mila euro pagati per rimuovere 19 pali della
luce; 100 mila per il «potenziamento dell'illuminazione»
delle strade esterne al sito; 99 mila finiti a una ditta
che ha rifatto «le transenne». Oltre 91 mila euro sono
andati a un Centro di ricerche musicali per
l'installazione di planofoni (strumenti per la
diffusione del suono nello spazio), e 665 euro sono
serviti a cambiare le serrature di un punto di ristoro.
Quasi 47 mila euro sono serviti per metter in piedi
l'evento "Torna la vite"; 185 mila per il progetto
PompeiViva: soldi dati alla onlus romana CO2 Crisis
Opportunity fondata da Giulia Minoli, figlia di Gianni e
Matilde Bernabei, che ha avuto Gianni Letta come
testimone di nozze. Lo sposo? Salvo Nastasi, direttore
generale del ministero dei Beni culturali. Al piano di
valorizzazione è stata chiamata anche Wind: importo
previsto, 3,1 milioni di euro.
Le
convenzioni, a Pompei, costano caro: 547 mila euro sono
stati spesi per un progetto intitolato "Archeologia e
Sinestesia" curato dall'Istituto per la diffusione delle
Scienze naturali, altri 72 mila sono state dati
all'associazione Mecenate 90 (presidente onorario il
solito Gianni Letta, presidente Alain Elkann) per
un'indagine conoscitiva sul pubblico, e ben 724 mila
all'Università di Tor Vergata «per lo sviluppo di
tecnologie sostenibili».
Qualche maligno sostiene che ci possa essere un
conflitto d'interessi: Fiori, si legge nel suo
curriculum, è stato docente universitario del corso
"Pianificazione degli interventi per la sicurezza del
territorio" proprio a Tor Vergata. Supermarcellino, come
lo chiamano gli amici, fedelissimo di Guido Bertolaso,
ex vice-capogabinetto di Rutelli, è l'uomo-chiave degli
ultimi 18 mesi, l'esperto che afferma di aver speso il
90 per cento dei 79 milioni di euro a disposizione «per
la tutela e la messa in sicurezza».
Sarà, ma sono molte le spese che stonano. Passi per i
1.668 euro per i nuovi arredi del suo ufficio, ma forse
i 1.700 euro per la divisa del suo autista o i 4 mila
per la sua «parete attrezzata» poteva risparmiarli. Come
i 10 mila per un altro ufficio presso l'Auditorium, i
113 mila per lo spettacolo "Pompei in scena" o i 955
mila per il «progetto multimediale» alla casa di
Polibio.
A
sei giorni dai crolli, sulle pietre della scuola dei
Gladiatori sgambettano tre cani randagi, nonostante la
Protezione civile abbia deciso di dare alla Lav ben 102
mila euro per «l'arresto dell'incremento» dei
quadrupedi.
Negli ultimi due anni il luminare che si è affaccendato
intorno al lettino del malato è stato Bondi, l'uomo che
ha accettato, senza fiatare, i tagli-monstre imposti da
Giulio Tremonti. «Vorrei vivere», diceva un mese fa «in
un Paese dove un uomo pubblico viene giudicato per
quello che fa. L'idea di affidare a un commissario
straordinario della Protezione civile la rinascita di
Pompei ha perfettamente funzionato». Infatti. La Corte
dei Conti, già ad agosto, aveva criticato la decisione
di consegnare gli scavi al dipartimento di Bertolaso
(«Pompei non è un'emergenza»).
Ora, i dati scovati da "L'espresso" indicano, forse, che
non ci si è impegnati a dovere sulle priorità. La mostra
"Pompei e il Vesuvio" promossa da Comunicare
Organizzando di Alessandro Nicosia (uno degli
imprenditori del settore più amati dai Bertolaso boys,
che gli concedono spesso incarichi senza gara) è costata
oltre 600 mila euro, mentre per l'illuminazione della
casa di Bacco sono stati usati 1,2 milioni.
Con l'avvento di Fiori la struttura commissariale,
inoltre, è lievitata come un pan di Spagna. Dai cinque
uomini di staff che affiancavano Profili (260 mila euro
in tutto, il 20 per cento al prefetto) si passa a
dodici. Viene pure incrementata, con un'ordinanza, la
percentuale di risorse dedicata alla "copertura degli
oneri della struttura commissariale". La dotazione
prevista passa da 200 mila a 800 mila euro, ma non
basta.
A
fine missione, la voce "funzionamento" sul bilancio del
commissariato segna una spesa complessiva di oltre
2milioni e 300 mila euro. Numeri alla mano, si va dai
149 mila euro per Fiori, risorse che si aggiungono al
suo già profumato stipendio da dirigente apicale del
ministero, ai 125 mila per quattro co.co.co. di fiducia,
ai 250 mila per il personale distaccato. Per tutti, il
22 ottobre 2009 il commissario autorizzava la ricarica
di carte di credito "superflash" per "rimborsi spese di
missione" per un importo pari a 185 mila euro.
La
Uil Beni Culturali è da mesi che attacca la gestione
commissariale. Lo scorso luglio il segretario generale
Gianfranco Cerasoli ha presentato persino un esposto
alle procure di Napoli e di Torre Annunziata. Il
sindacalista, oltre alla questione stipendi, ha
duramente criticato anche i lavori di restauro
effettuati da Fiori. «In primis quelli per il Teatro
Grande, dove la cavea è stata ricostruita con mattoni di
tufo che nulla c'entrano, e dove si è lavorato con
martelli pneumatici, scavatori e bobcat, in una zona
dove bisognerebbe camminare a piedi nudi», spiega
Cerasoli.
L'impresa affidataria è la Caccavo srl di Pontecagnano
(Salerno): Profili chiude con loro un appalto da 449
mila euro, ma dopo un anno Fiori affida a loro altre
"opere complementari al progetto" per 4,8 milioni. A cui
vanno aggiunti altri incarichi, per un totale di 16
milioni di commesse in due anni. Altre presenze fisse
nei lavori sono la ditta Maioli di Ravenna, quella di
Vincenzo Vitiello (pare assai vicino alla curia) e di
Alessandra Calvi, che ha lavorato vicino alla scuola
crollata.
In
pochi la conoscono. «Io dico pure che dei 79 milioni che
avevano i due commissari, l'importo destinato agli
interventi di messa in sicurezza è pari appena al 52 per
cento del totale», ragiona il sindacalista: «Mentre a
tutti gli interventi di valorizzazione e comunicazione,
su cui procura e Corte dei Conti dovrebbero guardare con
attenzione, è andato il 48 per cento, pari a 38,2
milioni».
Bondi e Fiori fanno spallucce. Siamo gli unici, dicono,
che hanno destinato 2 milioni alla manutenzione
ordinaria. Verissimo. Ma a questi si sarebbero potuti
aggiungere i 500mila euro destinati ai servizi per la
stagione teatrale 2010-2011 (il San Carlo ne prende
altri 142 mila, sempre giustificati dalla dicitura
"messa in sicurezza"), i 275 mila girati a Legambiente
per «la formazione di volontari», i 42 mila spesi per
alcuni volumi di storia, o i 17 mila investiti in
televisioni Lcd. Senza dimenticare i mille euro usati
«per sfoltire» un pino vicino agli uffici della
sovrintendenza. I rami, forse, impedivano la vista del
panorama a qualche dirigente.
11-11-2010]
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VOLI DI STATO SALMONATI - LA ROSSA BRAMBILLATA USA
L’ELICOTTERO DEI CARABINIERI PER ANDARE A INCONTRARE I
COMITATI DEI SUOI ELETTORI - PARTE DALL’ELIPORTO SOTTO
CASA E SVOLAZZA IN GIRO PER L’ITALIA IN MISSIONI CHE NON
SEMBRANO NÉ URGENTI NÉ DA COMPIERE SOLO IN ELICOTTERO
(DUE-ORE-DUE DI AUTO BLU SI POSSON ANCHE SOPPORTARE) -
MA DA ROMA APPROVANO TUTTO, E IL MINISTERO DEL TURISMO
(SENZA PORTAFOGLIO) NEL 2009 SPENDE 157 MILA € SOLO PER
GLI SPOSTAMENTI, QUANDO IL BUDGET PREVISTO ERA DI 27
MILA…
Fabio Amato per "il
Fatto Quotidiano"
Per i suoi spostamenti Michela Vittoria Brambilla
preferisce l'elicottero: di Stato e pagato dai
contribuenti. Già animatrice dei "Circoli", ora
"Promotori", della libertà, il ministro e presidente in
pectore dell'Organizzazione mondiale del turismo vantava
già nel 2009 un piccolo record: 157mila euro di spesa
viaggi - per un dicastero senza portafogli - a fronte di
un budget previsto di 27mila. Ora forse è possibile
capire il perché.
È
il 9 dicembre dello scorso anno, il ministro compie in
auto (blu) i quattro chilometri e mezzo che separano la
sua abitazione di Calolziocorte, nel Lecchese, dalla
Aviosuperficie Kong di Levata, piccola frazione del
comune di Monte Marenzo sulla statale 639. A quel punto
i cittadini hanno già speso 500 euro per il solo uso
dell'auto (questa la tariffa rivelata dall'Espresso nel
settembre del 2009 per il noleggio del mezzo).
Ad
attenderla, dalle nove del mattino, ci sono almeno una
ambulanza, inviata dai volontari del soccorso di
Calolziocorte su richiesta della centrale 118 di Lecco e
un mezzo dei vigili del fuoco. Già, perché quando il
ministro si sposta, tutte le forze convergono a
prevenire problemi. Quando finalmente l'ambulanza torna
in sede sono le 11.20. Due ore dopo, però, il mezzo esce
nuovamente per attendere il rientro dell'elicottero dei
Carabinieri, sul quale viaggia il ministro. Da verbale
torna in sede un'ora più tardi.
IL
CAMPO DA GOLF? AFFARE DI STATO - La scena si ripete
uguale almeno un'altra volta nel corso del 2010, da
quanto il Fatto Quotidiano è riuscito a documentare. Il
13 marzo, nel giorno in cui il ministro è a Rimini,
prima per incontrare il comitato elettorale del Pdl, poi
per partecipare ad un incontro pubblico con gli
operatori economici locali. E un altro servizio di lì ad
un mese risulta prenotato ed annullato all'ultimo
momento.
Il
16 ottobre, poi, a Caiolo, Valtellina, il ministro è
atteso per l'inaugurazione di un campo da golf, ma
l'elicottero - scrivono allora i giornali locali - non
parte per colpa delle condizioni meteorologiche e la
Brambilla è costretta a dare forfait. Ogni volta la
segnalazione dello spostamento arriva qualche giorno
prima.
In
questo modo tutti i mezzi necessari possono essere
allertati. I rimborsi poi vengono scaricati sui
contribuenti. Nel caso specifico della ambulanza, ad
esempio, l'uscita è pagata dalla convenzione tra 118 e
Regione Lombardia.
PER LA PREFETTURA È "TUTTO A POSTO" - Il numero dei
viaggi, in ogni caso, potrebbe essere maggiore. Alla
Aviosuperficie Kong, piccola striscia d'asfalto privata
tra le montagne e il margine di una palude, infatti,
ammettono senza problemi di non sapere sempre il nome
dei passeggeri degli elicotteri che chiedono di usare la
pista. "A mia memoria saranno tre o quattro viaggi in un
anno - spiega Nadia Ferrari - ma a volte è direttamente
il pilota a contattarci".
Del resto, dice ancora la dirigente della Kong, ad
utilizzare la pista, normalmente destinata agli
ultraleggeri, sono in tanti e quasi sempre noti. Dagli
elicotteri della Ferrari ai vociferati viaggi dell'ex
ministro Roberto Castelli, che abita più o meno cinque
chilometri a Est ed è oggetto delle discussioni locali
al pari della vicina Brambilla.
Ma
chi paga per tutto questo e su quali basi? Dalla
prefettura di Lecco non confermano e non smentiscono
"nel merito". Ma precisano che è "tutto a posto". Per il
gabinetto del prefetto, infatti, gli spostamenti del
ministro sono approvati direttamente dall'ufficio voli
della presidenza del Consiglio. Cioè pagati da noi.
La
stessa spiegazione arriva dal nucleo elicotteri dei
carabinieri di Orio al Serio, il più vicino (27km)
dall'aviosuperficie di Levata. Il colonnello Margini,
che comanda il nucleo, conferma che se di voli si tratta
- e l'ufficiale non conferma - questi devono essere
autorizzati da Roma. Quanto allo spiegamento di mezzi di
soccorso, è "buona norma. Siamo più tranquilli se ci
sono".
Anche se da Roma non arrivano risposte - l'ufficio voli
di Stato "non è aperto al pubblico, non possiamo
rispondere a questo tipo di domande" - non è difficile
credere che tutto sia effettivamente in regola.
E
allora guardiamola la regola. Perché quale che sia la
versione ufficiale, è difficile comprendere su quali
motivazioni il ministro possa volare sugli elicotteri
dei Carabinieri a spese dei cittadini. La normativa sui
voli di Stato, varata pochi mesi dopo l'insediamento
dell'esecutivo di Berlusconi, prevede infatti due soli
ragioni, che devono intervenire contestualmente, per
concedere il privilegio ai ministri della Repubblica.
LE
FUNZIONI ISTITUZIONALI - Si legge infatti nella
direttiva del 25 luglio 2008 che per autorizzare il volo
devono sussistere "comprovate ed inderogabili esigenze
di trasferimento connesse all'efficace esercizio delle
funzioni istituzionali". E soprattutto che devono non
essere "disponibili voli di linea né altre modalità di
trasporto compatibili con l'efficace svolgimento di
dette funzioni".
È
questo il caso? Il nove dicembre scorso, ad esempio, il
ministro è a Piazzola sul Brenta, provincia di Padova.
Navigatore alla mano, per un comune automobilista sono
due ore e 20 di tragitto. Molto meno con un lampeggiante
sul tetto dell'auto. Abbastanza per giustificare il volo
di un elicottero?
Per non dire dell'incontro a Rimini del 13 marzo.
Valgono un elicottero di Stato l'incontro con il proprio
comitato elettorale e la partecipazione ad un incontro
pubblico?
Del resto, che il ministro si senta importante - una
"capopopolo", disse di se stessa a Vanity Fair - a
Calolziocorte è oggetto di qualche seccatura e molta
ironia. In tanti ricordano parcheggi improvvisati
dell'auto blu, fughe dal parrucchiere con salto della
fila, multe che appaiono e scompaiono.
Fino al punto di creare una divertente aneddotica sul
gran premio di Monza, che già costò caro a Rutelli e
Mastella, rei di esserci arrivati con un volo di Stato
nel 2007. Due anni dopo la premiazione è toccata al
ministro Brambilla e qualcuno dice che per la fregola
dell'elicottero il ministro sia arrivato a destinazione
venti minuti prima della sua stessa auto. E che per una
volta abbia dovuto aspettare. 09-11-2010]
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VEDI LA MONNEZZA DI NAPOLI E POI MUORI - MENTRE LA BELLA
STEFY LITIGA CON TREMONTI SUI SOLDI, IL TAR LE ASSESTA
UN COLPO DA KO - I GIUDICI SI ACCORGONO CHE LA
PRESTIGIACOMO, PER FARE UN FAVORE ALLE LOBBY DEL
RICICLO, HA LICENZIATO DI NASCOSTO TUTTI I VERTICI
DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE SUI RIFIUTI - RISULTATO: DA
OLTRE UN ANNO LA VIGILANZA SU TUTTA LA MONNEZZA ITALIANA
È SENZA PERSONALE - CHE FINE HANNO FATTO I SOLDI DEI
PRIVATI PER FINANZIARE L’ENTE?…
Sandro Iacometti per
Libero
L'Osservatorio nazionale sui rifiuti torna in campo. La
notizia può sembrare bizzarra, visto che l'organismo
interministeriale non è mai stato sciolto. Tuttora,
nella sezione "comitati e commissioni" del sito del
ministero dell'Ambiente, si può leggere che l'Onr
"vigila sulla gestione dei rifiuti, degli imballaggi e
dei rifiuti di imballaggio; provvede all'elaborazione e
all'aggiornamento permanente di criteri e specifici
obiettivi d'azione, nonché di un quadro di riferimento
sulla prevenzione e gestione dei rifiuti; verifica i
costi di recupero e smaltimento; verifica i livelli di
qualità dei servizi erogati; predispone un rapporto
annuale sulla gestione dei rifiuti, ecc. ecc.".
Compiti mica da ridere, soprattutto mentre Napoli è
sommersa dalla "monnezza" e l'Europa è pronta ad aprire
una procedura d'infrazione contro l'Italia proprio sui
rifiuti. Ebbene, cos'ha fatto negli ultimi mesi
l'Osservatorio? Nulla. Più di un anno fa, per la
precisione da ottobre 2009, il decreto di
riorganizzazione del ministero dell'Ambiente ha
stabilito l'immediata decadenza dei suoi membri per
esigenze di riduzione della spesa pubblica e di
riassetto dell'organismo stesso. Il problema è che i
sostituti non sono mai arrivati. E l'Onr è praticamente
chiuso da 13 mesi.
Difficile dire quanto sarebbe andata avanti la
situazione. Sta di fatto che il 18 ottobre scorso, con
una clamorosa sentenza resa nota solo in questi giorni,
il Tar del Lazio ha deciso di annullare il provvedimento
del ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e di
reintegrare "senza indugio"i funzionari dell'Onr.
Diversi i motivi che hanno spinto i giudici a censurare
il governo.
In
primo luogo, l'Osservatorio è finanziato dai soggetti
(privati) vigilati e quindi non può rientrare in alcun
progetto di riduzione della spesa pubblica. In secondo
luogo, l'organismo non ha subito alcun riassetto tale da
giustificare la decadenza automatica dei suoi membri.
Ma
il punto più grave è quello che, ipotizzando con un po'
di generosità la buona fede del ministero, si può
definire un pasticcio burocratico. In sintesi, il testo
del provvedimento sottoposto all'esame del Parlamento e
del Consiglio di Stato non coincide con quello
pubblicato in Gazzetta. La parte mancante, inutile
dirlo, è proprio quella relativa all'azzeramento
dell'Onr.
La
notizia della decisione del Tar è stata rivelata ieri
dallo stesso vicepresidente dell'Onr, Fabrizio Clementi,
durante un convegno alla Fiera Ecomondo di Rimini
organizzato dal Consorzio Carpi per illustrare un
progetto innovativo (Plastic Eco Village) di
tracciabilità e certificazione della filiera italiana
della plastica. Clementi si è limitato ad annunciare una
conferenza stampa per lunedì prossimo in cui si
spiegheranno tutti i particolari della vicenda. Ma sono
in molti a ritenere che il "congelamento" dell'Onr sia
legato in qualche modo proprio al Consorzio Carpi.
Il
gruppo di imprenditori trevigiani, in collaborazione con
la società Aliplast, gestisce, infatti, da circa un anno
un sistema autonomo di raccolta e riciclo di rifiuti
plastici (il Pari). Un'attività che sta dando ottimi
risultati sia per le imprese aderenti sia per i
consumatori sia per l'ambiente, ma che poco piace ai
consorzi nazionali obbligatori aderenti al Conai, che
controllano di fatto un sistema monopolistico, imponendo
ai produttori di materiali da imballaggio onerosi
balzelli che vengono poi scaricati sull'utente finale.
Cosa c'entra l'Onr? E' stato proprio l'Osservatorio,
applicando le direttive comunitarie e le leggi italiane
e rispondendo ai numerosi allarmi dell'Antitrust sui
rischi per il settore dovuti alla mancanza di
concorrenza e alla natura monopolistica dei consorzi
nazionali, a riconoscere e autorizzare il sistema
autonomo Pari. Da allora l'organismo non ha avutovita
facile. Ai ricorsi al Tar (ancora pendenti) presentati
dai consorzi Conai e Corepla si è affiancata un'attività
lobbistica che alla fine, dopo vari tentativi, ha
azzoppato l'Onr. 08-11-2010]
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ERICA JONG E LA FOLLIA DELLE MADRI: PERCHÉ LA MATERNITÀ
È DIVENTATA UNA PRIGIONE PER LE DONNE MODERNE
http://on.wsj.com/96rSXL
SI
AVVICINA IL RINVIO A GIUDIZIO PER I SOSPETTATI ASSASSINI
DI HARIRI, EX PRIMO MINISTRO LIBANESE
http://on.wsj.com/9t5vhQ
-
La Commissione dell'ONU che si sta occupando delle
indagini sull'omicidio Hariri sarebbe pronta a rinviare
a giudizio tra i 2 e i 6 membri del gruppo militante di
Hezbollah. Questo potrebbe riaccendere gli scontri tra
le fazioni libanesi.
LE
ELEZIONI BIRMANE CRITICATE DA TUTTI: NON SAREBBERO NÉ
LIBERE NÉ GIUSTE
http://on.wsj.com/cl0Kgi
-
È cominciato lo spoglio delle schede delle prime
elezioni a Myanmar in 20 anni. Il presidente Obama ha
dichiarato che le elezioni non si sono svolte in modo
"né libero né giusto", e ha esortato la giunta militare
a liberare Aung San Suu Kyi, il premio Nobel leader
dell'opposizione, e gli altri 2.100 prigionieri
politici.
16.11.10 |
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LA
CASTA DI ALE-DANNO! - LE MANI DELLA DESTRA ALEMANNIANA SUI
CLUB SPORTIVI DI ROMA. IL FILO ROSSO CHE CONGIUNGE IL CAPO
SEGRETERIA DEL SINDACO, ANTONIO LUCARELLI, CON L’EX FASCIO
GENNARO MOKBEL (IL FACCENDIERE DI
TELECOM-SPARKLE-FINMECCANICA) - I RAPPORTI TRA LA FAMIGLIA
LUCARELLI, L’INGEGNER MORO, GIANCARLO SCAROZZA (COGNATO DI
MOKBEL) E SILVIO FANELLA, IL CASSIERE DI MOKBEL - NEGLI ANNI
’90 LUCARELLI ERA DENTRO L’AFFARE DEI “PUNTI VERDI QUALITÀ”
CON LA SOCIETÀ MONDO VERDE SAS, OGGI SE NE OCCUPA COME
DELEGATO DI ALEMANNO…
Corrado
Zunino per "La
Repubblica - Roma"
1 - LE MANI DELLA DESTRA SUI CLUB SPORTIVI ROMANI:
IL FILO ROSSO CHE LEGA IL CAPO SEGRETERIA DI ALEMANNO A
MOKBEL
L'ultimo affare della destra romana si chiama "Punti verdi
qualità". Sono gli spazi ludico-sportivi con le piscine per
i ragazzini e i chioschetti per il caffè che da 17 anni
cinque amministrazioni della città tentano di portare nelle
profonde periferie. Oggi di questo esperimento
pubblico-privato solo undici progetti (su 67 varati) sono
stati portati a compimento. Trentanove cantieri restano
aperti. I piccoli imprenditori radunati nell'"associazione
assegnatari" denunciano di aver finito le risorse.
Ma,
tra coloro che hanno rifiutato di consorziarsi e gestiscono
i 32 terreni restanti, si scoprono dodici Punti verdi che -
sostiene una denuncia presentata in Procura il 14 ottobre
dal consigliere regionale del Pd, Enzo Foschi - sono
riconducibili a parenti e amici d'area politica di Antonio
Lucarelli, capo segreteria della Giunta Alemanno, nelle
ultime due riunioni delegato dal sindaco a gestire questa
complicata questione amministrativa. "Chiediamo alla Procura
di valutare se ci sono gli estremi di eventuali reati nella
condotta delle persone indicate nella documentazione
allegata", scrive il denunciante Foschi.
Nel
1995 Lucarelli, imprenditore e consigliere nel V Municipio,
fonda con i cugini Emiliano e Giampaolo la Mondo Verde sas e
nel dicembre 1996 - quando la Giunta Rutelli approverà la
delibera 4480 sui Punti verdi - la società di famiglia
otterrà due terreni: la Torraccia (in via Bonifacio) e il
Nomentano-San Basilio (via Casal di San Basilio). Alla fine
degli anni Novanta, con i progetti avviati, Antonio
Lucarelli lascia la Mondo Verde.
I
cugini si sfilano tra il '99 e il 2000 e amministratore
della società diventa Silvio Fanella, l'uomo che l'inchiesta
Telecom-Sparkle considera il cassiere di Gennaro Mokbel,
destrissimo imprenditore romano in carcere per riciclaggio.
Nella primavera del 2006 la Mondo verde, capace di acquisire
altre due aree (Ponte di Nona e il Parco di Villa Veschi),
diventa proprietà dell'ingegner Fabrizio Moro. Ecco, Moro. È
un amico della prima ora dell'attuale capo di gabinetto.
L'ipotesi dell'esposto - da verificare - è che tutt'oggi
dietro l'ingegner Moro e i suoi terreni assegnati dal Comune
ci sia il capo di gabinetto del sindaco Alemanno. Alcuni
indizi supporterebbero l'ipotesi. La Mondo Verde, per
esempio, per due volte ha cambiato sede legale. In un primo
tempo è stata spostata in via di Nomentana 1100, dove è
allocata un'altra storica società di famiglia: la "Lucky
Service" del cugino Giampaolo. Quindi è approdata in via
Ezio 19, a Prati: lì ha sede la "Green Gest" di cui è stato
amministratore fino al 2008 proprio Antonio Lucarelli. Come
certificano i verbali delle riunioni alla commissione
Ambiente, il capo di gabinetto ha partecipato in nome del
sindaco alle audizioni su Punti verdi qualità e ha offerto
indicazioni sui nuovi progetti, ne ha frenato altri, in
alcuni casi scontrandosi con l'assessore all'Ambiente Fabio
De Lillo.
Il
giro è largo, nell'affare della destra. In tre aree gestite
oggi dall'amico Moro - Torraccia, Nomentano-San Basilio e
Ponte di Nona - il direttore dei lavori è stato Giancarlo
Scarozza. Bene, lo stesso Scarozza, uomo considerato vicino
sia al capo di gabinetto che all'ingegner Moro, con due
società diverse ha ottenuto anche l'assegnazione dei Punti
verdi di Castel Giubileo e Forte Ardeatino. L'architetto
Scarozza è, tra l'altro, il marito della sorella di Mokbel.
Nella
grande inchiesta del pm Capaldo si può rintracciare una
telefonata tra Mokbel e lo stesso Scarozza sui Punti verdi
romani. L'imprenditore vuole aiutare il boss di Ostia,
Carmine Fasciani, e chiede: "Ma è possibile acciuffà quello
sulla Colombo?". Il cognato risponde: "No, quello è di
Salabè, un operatore dei servizi segreti".
Dicevamo la sorella di Mokbel, Lucia. Lei, con Gianfranco
Ziccaro, oggi gestisce l'area di Parco Feronia, via dei
Monti Tiburtini. E seguendo l'esposto si trovano altri
imprenditori d'area: Massimo Dolce e Patrizia Allegri. Hanno
ottenuto vantaggi grazie alle cosiddette "aree dislocate",
spostate dopo una prima scelta: Torrevecchia 2, Parco Casa
Calda, Parco di Spinaceto, gli Emicicli di Valadier di via
Principessa Clotilde e viale Portuense. Dai terreni ex M2
dell'Alitalia è stata allontanata la Fonopoli di Renato
Zero: si doveva recuperare lì, a tutti i costi, un prezioso
"Punto verde".
2 - LUCARELLI: "SE CONOSCO SCAROZZA, IL COGNATO DI
MOKBEL? NON LO RICORDO"
"Non c'entro più con quelle società, con la Mondo Verde, con
l'ingegner Fabrizio Moro. Sono uscito alla fine degli anni
Novanta".
Dal
1999, capo di segreteria Antonio Lucarelli, lei non si
occupa più dei Punti verdi qualità?
"No, il recupero degli spazi dismessi e la gestione delle
aree verdi sono una mia antica passione, una professionalità
acquisita. E, infatti, nel 2005 sono stato chiamato come
consulente per gestire alcune strutture".
Chi le
chiese la consulenza?
"L'ingegner Fabrizio Moro".
Quindi, l'amministratore della Mondo verde che lei ha
fondato.
"La Mondo verde che ho fondato con i miei cugini carnali e
poi ho lasciato".
Oggi è
in mano a un suo amico.
"Conosco l'ingegner Fabrizio Moro da tempo, per motivi
professionali, ma oggi tra noi non c'è alcun rapporto. Nella
primavera 2008, entrato nella Giunta Alemanno, ho
abbandonato ogni attività imprenditoriale. Ho lasciato anche
la Green Gest, che si occupava della cura dei Punti verdi".
Moro è
stato con lei nella prima Forza nuova romana?
"No, non c'era".
C'è
una denuncia che ipotizza che ci sia lei dietro quattro
terreni assegnati dal Comune alla Mondo Verde e che per
altri otto abbia aiutato imprenditori della sua area
politica.
"Un falso. I terreni alla Mondo Verde sono stati assegnati
dalle precedenti amministrazioni. Del resto, non so di che
si parli".
Oggi,
però, è stato delegato dal sindaco sulla questione.
"In virtù delle mie conoscenze, nelle ultime due riunioni,
sono stato convocato dal presidente della commissione
Ambiente, Andrea De Priamo. Ma non interverrò più: non ho
competenza amministrativa, rischio di trovarmi in
difficoltà".
Conosce Silvio Fanella? E' stato l'amministratore della
Mondo Verde subito dopo i Lucarelli. È considerato il
cassiere di Mokbel.
"Non ho idea di chi sia".
E
l'ingegner Scarozza cognato di Mokbel? È stato direttore dei
lavori in tre terreni assegnati alla Mondo Verde.
"Non lo ricordo".
Perché
tra il 22 e il 23 luglio scorsi sei diverse aree sono state
assegnate da Paolo Giuntarelli, dirigente del X
Dipartimento?
"Un errore, queste assegnazioni devono passare dal Consiglio
comunale".
L'associazione assegnatari denuncia un giro di imprenditori
che lavora per far fallire i loro progetti e comprare le
aree a prezzi stracciati.
"Non ho mai avuto questa percezione".
02-11-2010]
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CASINI
PER CESA, INDAGATO PER FRODE - LA PROCURA DI ROMA SEQUESTRA
UN MILIONE € IN BENI DEGLI AZIONISTI DELLA DIGITALTECO, DI
CUI IL SEGRETARIO DELL’UDC È SOCIO FONDATORE - LA FABBRICA
AVREBBE DOVUTO PRODURRE CD IN CALABRIA MA, INTASCATI I
CONTRIBUTI EUROPEI, È STATA VENDUTA DA CESA E SOCI, ANCHE
LORO INDAGATI (TRA QUESTI, SCHETTINI, SEGRETARIO DI
FRATTINI, E L’EX AN PAPELLO), CON ANCORA I MACCHINARI
IMBALLATI - TUTTO NASCE DALL’INCHIESTA POSEIDON DI DE
MAGISTRIS, MA CESA ASSICURA: “STORIA VECCHIA, ATTO DOVUTO”…
Adelaide Pierucci per "Lettera43"
Il
segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, è indagato a Roma per
frode comunitaria. La notizia è trapelata dal palazzo di
giustizia dopo che il gip Rosalba Liso, su richiesta del pm
Maria Cristina Palaia, ha disposto nei giorni scorsi il
sequestro di beni (immobili e non) per oltre 1 milione di
euro ricollegabili agli azionisti della Digitaleco Optical
Disc srl, l'azienda con sede legale a Roma di cui Cesa è
socio fondatore.
La
società ha ottenuto circa 1,5 milioni di euro di
finanziamento dall'Unione europea per fabbricare compact
disc in Calabria, sulla Sila.
Ad
eseguire l'ordine del giudice per le indagini preliminari di
Roma sono stati i carabinieri di Catanzaro. Qui è iniziata
l'inchiesta, scaturita da un filone dell'indagine Poseidone
di Luigi De Magistris (ex magistrato e ora europarlamentare
per l'Idv), poi arrivata nella capitale per competenza
territoriale.
L'azienda (che ha cambiato varie denominazioni) ha incassato
fondi, ma da tempo è dismessa dopo aver avviato le procedure
per gli ammortizzatori sociali per i propri dipendenti.
LO
STABILIMENTO COLLAUDATO PRIMA DI ESSERE TERMINATO
La sede legale di via Tivoli, a Roma, è chiusa. Come anche
lo stabilimento di Piano Lago a Mangone, località di un
migliaio di abitanti in provincia di Cosenza. Al telefono
non risponde nessuno. In paese definiscono l'azienda «una
fabbrichetta che ha lavorato solo qualche anno».
Gli
ultimi 12 operai hanno ottenuto la cassa integrazione in
deroga per il 2009 con un costo di 152 mila euro in parte
finanziati dalla Regione Calabria.
Tra il 2001 e il 2006 l'Unione europea ha riversato sulla
Calabria 1 miliardo e 100 milioni di euro a cui vanno
aggiunti 4 miliardi di incentivi alle imprese stanziati dal
governo e dalla Regione.
Alcuni
casi macroscopici di aziende aperte e chiuse nel giro di
pochi mesi hanno messo in moto le procure che per alcuni
episodi hanno ipotizzato i reati di concussione, corruzione
e truffa.
De
Magistris, quando era pm a Catanzaro, aveva puntato gli
occhi sulla Digitaleco. Tra gli azionisti della prima ora,
alla fine degli anni Novanta, c'erano quattro persone legate
alla politica: l'attuale segretario dell'Udc Lorenzo Cesa;
il capo della segreteria di Franco Frattini, Fabio
Schettini; l'ex responsabile dell'emergenza rifiuti in
Calabria in quota An, Giovan Battista Papello (considerato
factotum di Altiero Matteoli); e Silvio Grandinetti, subito
uscito dall'affare, in quota Pd, figlio di Giulio
Grandinetti, segretario del consigliere regionale Nicola
Adamo (gruppo misto).
De
Magistris è convinto che la Digitaleco sia coinvolta in giri
poco chiari, anche perché - per esempio - lo stabilimento
avrebbe superato il collaudo quando era ancora in
costruzione. L'iscrizione di Cesa nel registro degli
indagati risale al marzo 2006: l'inchiesta dell'ex
magistrato però, era più ampia e vi sono coinvolte decine di
nomi tra cui militari, parlamentari, industriali. Sono i
cento filoni dell'indagine Poseidone.
Quando
Schettini, Papello e Cesa vendettero la Digitaleco, chi la
rilevò rimase sorpreso: la fabbrica era ancora in fase di
costruzione, mancava addirittura una parte del tetto, eppure
aveva già il collaudo.
I
macchinari, pagati con i soldi dell'Unione europea, invece
erano imballati in un angolo. Per questo il segretario
dell'Udc è stato indagato anche dall'Olaf, l'Ufficio
antifrode europeo che si è occupato di lui anche in qualità
di ex europarlamentare e membro della commissione di
controllo sul Bilancio, proprio quella che aveva competenza
sulle truffe alla Ue e di cui, dal 2009, è presidente
proprio De Magistris.
SEI
INDAGATI CON IL SEQUESTRO DI BENI PER 1 MILIONE
Dopo le traversie dell'inchiesta Poseidone, la scelta del
magistrato di lasciare la toga, i rimbalzi di competenza (il
gip del Tribunale di Catanzaro, dopo che il pm Salvatore
Curcio al quale era passata l'iniziativa aveva presentato
una richiesta di sequestro beni per 2,5 milioni di euro) e
le procedure giudiziarie, l'inchiesta sulla Digitaleco
Optical Disc srl è sbarcata a Roma.
Nella
capitale, insieme con il segretario dell'Udc sono state
iscritte nel registro degli indagati altre cinque persone.
Gli
indagati sono sei: oltre a Cesa ci sono Fabio Schettini, già
segretario del ministro degli Esteri Franco Frattini
quand'era vicepresidente della Commissione europea; Giovan
Battista Papello, ex subcommissario per l'emergenza rifiuti
in Calabria e sua moglie Maria Assunta Lanzetta; Stefano
Bencivenga e Augusto Pelliccia.
Qualcuno è coivolto per le cariche societarie ricoperte
quancun altro in qualità di azionista di Scarabeo Dvd Srl,
Optical Disc srl e quindi di Digitaleco Optical Disc srl.
Tutti sono accusati, in concorso, dell'articolo 640 bis del
codice penale, ossia di truffa aggravata per il
conseguimento di erogazioni pubbliche.
L'estate scorsa, mentre si avviava alla chiusura delle
indagini, il pm Palaia ha chiesto il sequestro di beni per 1
milione di euro riconducibili agli uomini coinvolti nella
gestione dell'azienda. Il gip Liso, nei giorni scorsi, lo ha
accordato.
PARLA
CESA: «È UN ATTO DOVUTO PER UNA STORIA VECCHIA»
«Rispetto della legalità e completa fiducia nella
magistratura: questi sono i miei principi ispiratori a cui
non intendo venire meno», ha commentato Cesa, interpellato
da Lettera43.it. «Il provvedimento che mi è stato notificato
oggi riguarda fatti di circa dieci anni fa, già chiariti in
sede europea, archiviati da parte dell'Olaf (Ufficio europeo
per la lotta anti-frode) e chiariti anche ai magistrati
italiani successivamente all'emissione, perché la
contestazione mi viene mossa solo in quanto azionista con il
2% della società in questione. Ritengo pertanto che si
tratti semplicemente di un atto dovuto».
Originario di Arcinazzo Romano, un paesino dell'alta Valle
dell'Aniene in provincia di Roma, il 59enne Lorenza Cesa ha
mosso i primi passi nei movimenti giovanili della Democrazia
cristiana dove ha stretto il legame con Pierferdinando
Casini.
Nel 1993, quando era consigliere comunale a Roma,
l'esponente politico è stato arrestato dopo due giorni di
latitanza perché accusato di essere uno dei cassieri del
ministro dei Lavori pubblici Gianni Prandini.
Nel
2001 è arrivata una condanna in primo grado a 3 anni e 3
mesi di reclusione per corruzione aggravata. Una sentenza
annullata l'anno successivo dalla Corte d'Appello per una
questione procedurale: il pm del processo aveva svolto anche
le funzione di gup. Così il gip, dopo aver dichiarato gli
atti "inutilizzabili", aveva stabilito il non luogo a
procedere.
Nel frattempo, dal 1994 Cesa aveva aderito al Ccd di Casini
e Clemente Mastella passando poi all'Udc.
Negli anni ha effettuato investimenti in imprese a Roma,
come la Global Media, e in Calabria: nella Digitaleco.
04-11-2010]
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|
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EX
SEGRETARIO GENERALE FIFA RIPRESO DA UNA TELECAMERA
MENTRE AFFERMA DI SAPERE CHI SONO I MEMBRI CORRUTTIBILI
http://bit.ly/9tWAb9
-
Michel Zen-Ruffinen ha affermato di sapere quali membri
possono essere corrotti per ottenere un voto sulla sede
dei mondiali 2018 e 2022. Ha parlato della Spagna che ha
fatto un accordo segreto con il Qatar, di un membro del
comitato che è "il più grande gangster sulla Terra, il
cui voto costa almeno mezzo milione di dollari".
30.10.10 |
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DITE A "LA STAMPA" E A "L'ESPRESSO", CHE HANNO SEMPRE
LEGNATO LA GELMINI, CHE QUANDO INTERVISTANO L'EX BOSS MCKINSEY ROGER ABRAVANEL STANNO INTERVISTANDO ANCHE IL
SUPERCONSIGLIERE DELLA MINISTRA DELL'ISTRUZIONE
La Roma che conta si prepara all'appuntamento di martedì
nella sala della Regina a Montecitorio dove sarà
presentato il libro "Regole" scritto dal padre di tutti
i McKinsey, Roger Abravanel, e Luca D'Agnese.
L'appuntamento è per le 18 e il parterre si presenta
sontuoso perché oltre alla Marcegaglia e ai pallidi
Vittorio Grilli e Enrico Letta, arriveranno anche
Gianfranco Fini e la ministra dell'Istruzione Maria
Stella Gelmini. Si stenta francamente a capire la
ragione per cui tutti questi personaggi debbano
mobilitarsi per omaggiare il manager di origine libica
che a 21 anni era già ingegnere e per 35 anni ha guidato
la società di consulenza McKinsey.
Il libro è già stato presentato alla Bocconi da
Corradino Passera, Francesco Micheli e Flebuccio De
Bortoli, ma la replica romana avrà un'eco almeno pari
alle ambizioni dell'autore.
Abravanel sostiene da tempo che bisogna innescare
nell'economia un circolo virtuoso delle regole, e che il
merito sia un valore da difendere non solo per ragioni
etiche. Queste idee le ha maturate negli anni coltivando
una batteria di manager che vanno da Colao, Scaroni,
Passera, Nicastro, Mario Greco, Capuano e i due
"incidentati" Alessandro Profumo e Silvio Scaglia. Per
capire la ragione della kermesse di martedì nella sala
della Regina di Montecitorio bisogna tener conto che il
superconsulente è diventato superconsigliere della
ministra dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini.
Le
sue prestazioni sono a titolo gratuito, ma la difesa dei
progetti della signora che sta facendo incazzare gli
studenti e i professori è appassionata. Non a caso in
un'intervista della settimana scorsa al quotidiano "La
Stampa" il papà di tutti i McKinsey ha sparato contro il
mondo accademico accusando le lobby dei professori e dei
rettori di rovinare i piani da lui suggeriti alla povera
Gelmini.
23.10.10 |
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CORALLO GETTATO IN PADELLA(RO) - I LEGALI INGLESI DELLA
“PERSONA CHIAVE” DELLE SLOT MACHINES, SOTTO INCHIESTA
DELLA CORTE DEI CONTI (PER 98 MILIARDI DI EURO) INTIMANO
AL “FATTO QUOTIDIANO” DI SMETTERLA DI PARLARE DI
FRANCESCO CORALLO E “GIOCOLEGALE” - PECCATO CHE NON
DICANO IN COSA IL GIORNALE STIA SBAGLIANDO, LIMITANDOSI
A CHIEDERE RISARCIMENTI, FIRME E GIURAMENTI CON SU
SCRITTO “PROMETTO CHE NON LO FACCIO PIÙ” - “FORSE I
MAGISTRATI POSSONO PORSI LA DOMANDA SE SIA LECITO CHE UN
CONCESSIONARIO DI SERVIZI PUBBLICI INVII LETTERE SIMILI
Antonio
Padellaro per "il
Fatto Quotidiano"
Il
6, 8 e 9 ottobre abbiamo pubblicato tre servizi
concernenti gli affari che girano intorno alle slot
machine e tutte e tre le volte la società BPLUS
GIOCOLEGALE ci ha inviato lettere nelle quali,
lamentando una diffamazione nei confronti "del signor
Francesco Corallo" definito dai suoi legali, "la persona
chiave dell'organizzazione della Bplus, maggiore
concessionario operante nel settore delle new slot", ci
comunicava l'"avvio di denunzia penale e richiesta di
risarcimento danni".
In
nessuna delle tre lettere veniva specificato quale
falsità vi fosse nei tre servizi e pur volendo dare
notizia di questa manifestata intenzione, non siamo
stati in grado di dar conto in cosa avremmo sbagliato o
quale notizia fosse non rispondente al vero, oppure
quale non avesse un interesse per la pubblica opinione
e, infine, se si fosse travalicato in qualche modo il
limite della correttezza formale nell'esporre le
tematiche affrontate.
Il
15 ottobre, una lettera di uno studio legale di Londra
(ovviamente scritta in lingua inglese) speditaci via
fax, riprendeva il discorso della diffamatorietà e, dopo
aver riassunto brevemente l'indicazione dei tre servizi
pubblicati, aggiungeva: "Il nostro cliente nutre il
grande timore che vi stiate accingendo a pubblicare gli
stessi articoli o articoli simili contenenti materiale
diffamatorio identico o analogo. Qualsivoglia ulteriore
pubblicazione dello stesso materiale e/o di materiale
analogo riguardante il nostro cliente costituirebbe, ai
sensi della legge inglese, un ulteriore caso di
diffamazione a mezzo stampa consentendo di avanzare
un'altra richiesta di risarcimento per i danni subiti".
Anche questo studio legale non faceva minimamente
menzione di fatti, circostanze, situazioni che potessero
in qualche maniera essere considerate diffamanti o,
comunque, illecite.
La
parte più bizzarra (non sapremmo definirla diversamente)
riguarda la conclusione di questa lettera: "Sia la
precedente pubblicazione che qualsivoglia eventuale e
futura pubblicazione di tali articoli contenente
materiale diffamatorio sono inaccettabili per il nostro
cliente e, stando così le cose, è necessario che voi vi
impegniate, sottoscrivendo l'allegato modulo che deve
esserci restituito entro le 16 del 18 ottobre 2010, a
non riferire, pubblicare o mettere in circolazione alcun
precedente o nuovo articolo contenente lo stesso
materiale e/o materiale analogo a quello già pubblicato
in relazione al nostro cliente".
L'"allegato modulo", poi, è qualcosa di difficile
qualificazione. "Il legale rappresentate del Fatto
Quotidiano" dovrebbe sottoscrivere una Dichiarazione di
Impegno con la quale, premesso che la pubblicazione dei
tre servizi in questione è diffamatoria della BPLUS
GIOCOLEGALE e/o dei suoi dirigenti, direttori e/o
dipendenti o qualsivoglia altra persona, per evitare
un'azione legale per il risarcimento dei danni
conseguenti alla pubblicazione dei servizi giornalistici
in questione, si impegna:
a)
a non pubblicare né ora né in futuro materiale dello
stesso e/o analogo contenuto...;
b)
a consegnare entro e non oltre il 23 ottobre tutte le
copie degli articoli diffamatori e tutti i documenti in
nostro possesso custodia o controllo relativi al
contenuto dello stesso articolo;
c)
a ritirare entro il 23 ottobre tutte le copie degli
articoli che abbiamo distribuito;
d)
a far avere entro il 23 ottobre una dichiarazione
giurata sottoscritta da un rappresentante legalmente
autorizzato che attesti l'adempimento delle richieste
relative ai punti che precedono;
e)
a corrispondere in misura ragionevole le spese legali
sostenute.
Neppure questa lettera del legale inglese conteneva un
pur minimo cenno a "fatti" falsi e/o diffamatori, né
specificava cosa non avremmo dovuto più pubblicare. Il
che equivale a dire "Guai a voi se vi permettete di
rifare il nome di Francesco Corallo o quello della BPLUS
GIOCOLEGALE".
Abbiamo difficoltà a fare, nel nostro paese, libera
informazione e c'è chi vuole approvare leggi che la
rendano ancora più difficile. Se ci si mettono anche
avvocati inglesi che nemmeno vogliono dirci in cosa
avremmo sbagliato, siamo - come suol dirsi - alla
frutta. I giornali, però, vengono letti anche da alcuni
Procuratori della Repubblica e dall'Aams, l'ente statale
che ha il compito di controllare il gioco e del quale la
Bplus è concessionario.
Forse i dirigenti dell'Aams e i magistrati possono porsi
la domanda se sia lecito inviare lettere del tipo di
quelle da noi ricevute da parte di un concessionario
dello Stato italiano per la riscossione dei tributi
erariali. Se qualcuno di loro volesse leggerle nella
loro interezza, siamo pronti a farglielo
fare.21-10-2010]
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COSE DA MATTI, ANZI DA MATTEOLI! - AL SALONE NAUTICO DI
GENOVA IL MINISTRO DEI TRASPORTI BACCHETTA I CONTROLLI
DELLA FINANZA AI PROPRIETARI DI IMBARCAZIONI - CHE
COINCIDENZA, POCHI GIORNI PRIMA ERA TOCCATO AI SUOI
FIGLI - “NESSUNA RELAZIONE, INVITAVO AL BUON SENSO”,
SOSTIENE L’ALTERO ALTERATO: “CHE DEVE FARE UN MINISTRO
PER VIVERE IN PACE? NON FARE FIGLI?” - LA CURIOSA
ASSUNZIONE ALL’ALITALIA DEL GIOVANE FEDERICO MATTEOLI…
Ferruccio Sansa per "Il
Fatto Quotidiano"
La
Guardia di Finanza svolge un lavoro senza precedenti per
combattere maxi-yacht che evadono le tasse: è di ieri il
clamoroso sequestro del Blue Eyes, il 60 metri degli
industriali Tabacchi, proprietari della
Salmoiraghi&Viganò. Intanto, però, il ministro dei
Trasporti interviene al Salone Nautico di Genova e
invece di sostenere i finanzieri li redarguisce.
Basterebbe questo per sollevare un caso.
Ma
oggi ecco l'ultimo capitolo: si scopre che pochi giorni
prima di quel discorso proprio la Finanza aveva
controllato lo yacht dei figli del ministro. E qualche
maligno mette in relazione i due episodi: il
sorprendente intervento di Altero Matteoli e i controlli
compiuti sulla barca di Federico e Federica Matteoli.
Il
ministro Altero Matteoli, sentito dal Fatto Quotidiano,
sbotta: "Cazzate". Cuore di babbo, verrebbe da dire, ma
se il papà è ministro, il caso merita di essere
approfondito. Partiamo da Genova. Siamo
all'inaugurazione del Salone Nautico. Arriva il ministro
dei Trasporti. Il clima è quello delle grandi occasioni,
ma con qualche polemica: quest'anno Guardia di Finanza e
Agenzia delle Entrate hanno dichiarato guerra
all'evasione fiscale nel settore della nautica.
Centinaia di vip sono proprietari di yacht con bandiere
delle Cayman, magari intestati a società di noleggio
fasulle. Già, mentre il governo tira la cinghia e taglia
spese e stipendi, c'è chi evade un miliardo di euro
l'anno. Indagini che fanno tremare il bel mondo, dopo il
sequestro del Force Blue di Briatore e, proprio ieri,
del Blue Eyes dei Tabacchi, fermato dalle Fiamme Gialle
genovesi nel porto di La Spezia. Un gioiello anche per
la galleria di quadri (Picasso compresi) che porta a
bordo. Addirittura lo yacht sequestrato era stato
esposto con orgoglio al Salone nautico, sotto gli occhi
di centinaia di migliaia di persone.
Una guerra sotterranea, con i vip e i cantieri che
protestano per i controlli. Mentre la Finanza e
l'Agenzia delle Entrate cercano di fare il loro dovere,
nonostante pressioni fortissime perché si molli la
presa. Così ecco che le orecchie sono attente alle
parole di Matteoli: "La Guardia di Finanza svolge il suo
lavoro, ma se lo fa con un minimo di buonsenso è meglio
perché in alcuni casi questo non c'è stato", esordisce
il ministro.
E
lungo la schiena dei finanzieri, che si aspettavano
parole di incoraggiamento, scende un brivido di gelo.
Non basta, Matteoli è un tipo sanguigno: "In alcuni
porti si sono spaventati anche coloro che venivano da
fuori Italia. Non tutta la Finanza, però, si è mossa nel
modo che è stato denunciato. Un richiamo al buon senso
mi sento di doverlo fare". Applausi scroscianti dai
padroni degli yacht. Imbarazzo dei finanzieri.
Ma
quelle parole non sono passate inosservate e sui moli
della Toscana si è diffusa una voce: "Non sarà che il
ministro ha attaccato i finanzieri perché poche
settimane prima gli avevano controllato i figli?".
Matteoli parte in quarta: "I controlli sono sacrosanti,
ma in alcuni casi i militari si sono comportati con poca
civiltà, con un po' di arroganza". Si riferisce a
episodi specifici? "Non parlo tanto delle verifiche ai
maxi-yacht, ma di controlli su barche normali, magari
ferme nei porti dove sono state compiute delle
operazioni a tappeto".
Sembra esattamente la descrizione dei controlli subiti
dai suoi figli in Toscana... "Basta, accidenti. Non ne
posso più di queste cazzate. Ma che cosa deve fare un
ministro per vivere in pace? Non deve avere figli?".
Ammetterà che la coincidenza colpisce: il suo intervento
al Salone è avvenuto pochi giorni dopo i controlli. E
adesso lei descrive episodi uguali a quelli avvenuti ai
suoi figli... "Federico e Federica hanno una barca
normale di undici metri ormeggiata in Toscana. La
Finanza è venuta in porto e ha controllato tutte le
barche del molo, compresa la nostra. Ma si sono
comportati in modo civile. Niente da dire". Matteoli
aggiunge: "Quando ho parlato al Salone non sapevo ancora
niente dei controlli ai miei figli".
Ma
allora come l'ha saputo? E qui Matteoli rischia di
pestare una buccia di banana: "Non me l'ha detto mio
figlio. Mi ha avvertito un ufficiale della Finanza". Ma
allora perché a Genova ha criticato i controlli? "Altre
persone mi avevano raccontato di comportamenti un po'
arroganti da parte di alcuni finanzieri".
Povero Matteoli, è la seconda volta che gli si chiedono
chiarimenti sui figli. Era il 2002 quando l'Alitalia
assunse Federico. E scoppiò un caso. Niente da dire
sulle qualità del ragazzo, "è un giovane gentile,
un'ottima persona e un pilota capace", dicono i
colleghi. Ma quelli erano tempi duri: dopo l'11
settembre 2001, Alitalia aveva adottato la procedura
prevista dalla legge 223 che disciplina la mobilità e il
blocco delle assunzioni. Una misura drastica, tanto che,
raccontano in Alitalia, "alcuni piloti che erano in
lista d'attesa per l'assunzione furono messi sotto
contratto come steward".
Con una sola eccezione: il 19 marzo 2002 nell'organico
dell'azienda in crisi entra Federico Matteoli, classe
1973, pilota di Md 80. Ma come è potuto succedere?
All'epoca dei fatti i colleghi di Matteoli jr la
spiegarono così: "Federico e un suo collega erano
dipendenti della compagnia Eurofly. Alitalia decise di
‘affittarli', cioè di assumerli a tempo determinato per
fare fronte a necessità temporanee. Alla scadenza del
contratto, come è previsto in questi casi, il collega ha
ricevuto una lettera da Alitalia che non rinnovava il
suo rapporto".
E
Matteoli? "Per un disguido, a quanto pare, la lettera
che rescindeva il rapporto è arrivata in ritardo. Così,
come previsto dal contratto Alitalia, il pilota è stato
considerato assunto a tempo indeterminato". Macché
raccomandazione, quindi, solo un ritardo. [20-10-2010]
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LA
POLIZIA DIETRO L’ATTENTATO A FALCONE! - Gianmarco
Piazza, il fratello del poliziotto che salvò la vita di
Falcone: “Dopo l’Addaura Emanuele mi disse: in
quell’attentato c’entra la polizia” - I poliziotti che
trovarono l’esplosivo erano due e ’casualmente’ hanno
fatto una brutta fine - Nino Agostino venne ucciso in un
agguato insieme alla moglie Ida un mese e mezzo dopo il
fallito attentato - Emanuele Piazza viene prelevato nove
mesi dopo in casa e strangolato - Le indagini si
orientano subito sulle piste “passionali
Attilio Bolzoni e Francesco Viviano per "la
Repubblica"
Cosa le ha confidato Emanuele? «Mio fratello mi ha detto
che ad organizzare il fallito attentato contro il
giudice Falcone non era stata la mafia, ma era coinvolta
la polizia. Ricordo ancora le sue parole: "C´entra la
polizia"... «. E perché ha tenuto nascosto tutto questo
per tanto tempo? «Perché avevo paura, perché quello che
sapevo avrei dovuto riferirlo proprio alla polizia che
indagava sul fallito attentato e sull´uccisione di mio
fratello».
Nella sua bella casa di Palermo Gianmarco Piazza,
avvocato civilista, quarantasei anni, uno dei quattro
fratelli di Emanuele - l´agente dei servizi scomparso
nel marzo del 1990 mentre cercava di scoprire cosa era
accaduto all´Addaura - in quest´intervista con
Repubblica svela per la prima volta un segreto su quei
candelotti di dinamite piazzati nel giugno del 1989
davanti alla villa di Giovanni Falcone.
Emanuele sapeva molto anche sull´uccisione di Vincenzo
Agostino, il poliziotto assassinato con sua moglie Ida
neanche tre mesi dopo il fallito attentato. Sia Piazza
che Agostino - secondo le ultime inchieste - sarebbero
stati colpiti perché avevano salvato Falcone da chi lo
voleva morto. L´avvocato Gianmarco Piazza, un paio di
settimane fa, ha consegnato una memoria ai procuratori
di Palermo sui misteri dell´Addaura. Nei prossimi giorni
sarà interrogato anche dai magistrati di Caltanissetta
che indagano sulle stragi.
Avvocato, Emanuele le disse proprio quelle parole:
c´entra la polizia...
«Con Emanuele avevo un rapporto molto stretto, avevamo
vissuto insieme dal 1986 al 1988 in quella casa di
Sferracavallo dove lui viveva quando è scomparso. Fra la
fine di giugno e l´inizio di luglio del 1989, a Palermo
si parlava tanto del fallito attentato contro Falcone,
ne parlavamo naturalmente anche a casa, tra noi
fratelli, con mio padre. Sulla vicenda Emanuele mi
raccontò che lui era sicuro che non era stata Cosa
Nostra a fare quell´attentato».
E
lei gli chiese chi era stato?
«Prima lui lasciò intendendere che quella notizia
l´aveva appresa per motivi di servizio. Poi, quando gli
feci la domanda, rispose secco, senza fare altri
commenti: "C´entra la polizia, c´entra qualcuno della
polizia...". Io lo sapevo che Emanuele era un
collaboratore del Sisde, che era a conoscenza di tante
cose... «.
Non le disse altro Emanuele?
«Non mi disse altro. Io non ho mai saputo un nome o un
cognome, sono vent´anni che penso a quella frase di
Emanuele sulla polizia, mi arrovello, mi tormento».
Quella confidenza non l´ha mai comunicata a nessuno,
perché? Solo per paura?
«Dopo la scomparsa di Emanuele, tutti i rapporti fra noi
e la polizia li ha tenuti mio padre. Dal 1990 nessuno mi
ha mai chiesto niente, né sulla scomparsa di mio
fratello né sull´attentato all´Addaura. Io, fin dal
primo momento, non ho voluto raccontare queste cose agli
inquirenti semplicemente perché non avevo fiducia in
loro. Come potevo avere fiducia di un commissario -
Salvatore D´Aleo - che per scoprire gli assassini di mio
fratello seguiva una pista passionale? Come potevo avere
fiducia quando un altro poliziotto, grande amico di mio
fratello - Vincenzo Di Blasi - dopo la scomparsa di
Emanuele non venne mai a trovarci. Mio fratello era
legatissimo a lui, non venne a salutarci neanche una
volta. A volte, per capire, bastano pochi dettagli. E
quello fu un dettaglio che a me diceva tutto. L´unico di
cui si fidava mio padre - e ci fidavamo tutti - era
Falcone».
Furono in molti che cominciarono a depistare, a sviare
le indagini sulla morte di suo fratello?
«Cominciarono con me, qualche ora dopo la scomparsa di
Emanuele. Mi accorsi che qui, vicino a casa mia,
un´agente donna mi seguiva e mi stava fotografando con
un teleobiettivo. Ero sconcertato. Perché seguivano me?
Perché cominciavano le indagini proprio da me? Perché
non cercavano invece di salvare Emanuele, che in quei
giorni di marzo forse era ancora vivo? Poi, per anni, a
casa nostra siamo stati tempestati di telefonate,
qualcuno faceva squillare il telefono e poi non
rispondeva mai. É come se ci volessero avvertire
perennemente. E non erano certo mafiosi».
Lei ha idea di cosa avesse scoperto Emanuele sul fallito
attentato all´Addaura?
«Io so soltanto che dal giorno dell´Addaura mio fratello
era diventato sempre più taciturno. E poi, dall´autunno
del 1989, sempre più cupo. Era preoccupatissimo. Passava
quasi tutti i giorni da casa di mio padre, arrivava di
umore nero e di umore nero se ne andava. Poi fece due
stranissimi viaggi, lui che non amava viaggiare, gli
piaceva stare a Palermo. Nell´estate del 1989 partì per
la Tunisia. Ritornò in Tunisia anche nel dicembre di
quell´anno. Io credo che abbia fatto quei viaggi per
allontanarsi da qui».
Torniamo agli amici di Emanuele: perché quel poliziotto,
così legato a suo fratello, secondo lei non venne mai a
trovare voi familiari dopo la scomparsa?
«Fin dall´inizio della sua collaborazione con i servizi
segreti, Emanuele naturalmente non parlava molto del suo
lavoro. Si limitava a dirci con chi era in contatto. Ci
parlava di un capitano dei carabinieri e di due angeli
custodi, così li chiamava lui... uno era quel
poliziotto, Enzo Di Blasi, con il quale erano stati
compagni in palestra, facevano lotta libera a 18 anni. E
poi si ritrovarono tutti e due a Roma in polizia. Mio
fratello gli voleva bene, ma lui - dopo la scomparsa di
Emanuele - non lo abbiamo più visto».
Lei sostiene di non avere mai avuto fiducia negli
inquirenti. Ci sono stati altri episodi che l´hanno
spinta a non dire niente in tutti questi anni?
«Molti. E soprattutto uno. Dopo la scomparsa di Emanuele
è sparito anche un vigile del fuoco molto amico suo,
Gaetano Genova. Si vedevano sempre con Emanuele. Una
sera venne a casa mia un giovanissimo poliziotto per
cercare di capire cosa sapevo io del loro rapporto.
Anche in quella occasione sentii di non fidarmi. Non gli
dissi nulla».
Perché oggi ha deciso di raccontare quello che sa?
«Perché stano affiorando frammenti di verità sulla morte
di Emanuele e sull´Addaura. Perché, vent´anni fa, a
parte la sfiducia nei confronti degli inquirenti, non
potevo sapere che la morte di mio fratello potesse
essere in qualche modo collegata al fallito attentato
contro il giudice Falcone».
20-10-2010]
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NO, NON ODIAMO WIKILEAKS
http://bit.ly/9sWLC1
-
Julien Assange, fondatore dell'associazione Wikileaks,
specializzata nel rivelare documenti e rapporti segreti
dei governi di tutto il mondo, ha risposto alle
indiscrezioni sui nuovi documenti che saranno rilasciati
la settimana prossima (di cui abbiamo parlato nella
rassegna di ieri, NdDago). Si è parlato di 400.000 file
sulla guerra in Iraq.
-
Su Twitter, Assange ha smentito la fonte originaria
delle indiscrezioni, ''Wired'', attaccando i media in
generale per come hanno ripreso una notizia da un
"tabloid blog", che "sparge disinformazione su Wikileaks"
e che ha avuto "un ruolo attivo nell'arresto
dell'esperto di intelligence Bruce Manning". "Noi lo
abbiamo criticato e da allora ci fanno opposizione".
-
Chiaramente ''Wired'' ha risposto per le rime al
permaloso Assange. Oltre a sottolineare l'integrità
giornalistica del sito, i metodi di ricerca delle
notizie e il fatto che ''Wired'' è stato sia critico sia
favorevole nei confronti di Wikileaks, l'autore
dell'articolo fornisce la vera chiave della polemica: il
sito di Wikileaks è "chiuso per manutenzione" da
settembre, e finché non lo avranno rimesso in sesto,
Assange non può divulgare nulla.
-
Per questo non è una sorpresa che il biondo Julien abbia
annunciato che la data della pubblicazione rivelata da
Wired è sbagliata, e forse ha voluto mascherare il fatto
di non essere ancora pronti, con il presunto astio della
storica rivista di tecnologia.
23.10.10 |
GLI ARTIGLI DELLA PALOMBA - "Sono una vittima del fango
mediatico di destra, di sinistra, di centro. E sono
ancora qui ( i fanghi fanno bene? Comunque temprano i
caratteri). Solidale con tutte le Marcegaglia, i Boffo,
i Berlusconi, la famiglia Bertolaso, l’Ezio Mauro degli
assegni fotocopiati per comprare l’attico ai Parioli, i
figli del fu principe Caracciolo, sono vicina a tutti
gli intercettati sulle vite private (da Sircana a
Marrazzo, passando per le vallettopoli dei direttori di
giornale che la sera andavano da Lele Mora e al mattino
moraleggiavano liberamente
Barbara Palombelli per "Il
Foglio"
Sono
fortunata. Ho buona memoria e ottimi avvocati. E una
assoluta fiducia nei magistrati e nella giustizia
italiana, un po' lenta ma sicura. Mi hanno accusato di
avere parcheggi, parcometri, aziende di servizi di
pulizia delle scuole, perfino di avere intestato la luce
di casa al Campidoglio (fu una deliziosa collega del
Corsera, scambiò la stufetta con cui si scaldava la
scorta dei vigili di Rutelli, da me ospitati di notte in
una stanzina al pianterreno, con il contatore
familiare), ovviamente era tutto falso e ho vinto già
diversi risarcimenti.
Ho sempre e soltanto fatto la giornalista, e mi pare già
di lavorare abbastanza. Ho denunciato diversi siti
internet, vincendo sempre, e così con Libero, Il
Giornale e altri. L'Espresso pubblicò diversi articoli
anonimi, nell'estate in cui mio marito era candidato a
leader dell'opposizione, in cui venivo danneggiata (e si
sa, gli editori sono sempre all'oscuro, Cdb mi invitò a
cena per dire: io che c'entro? Per fortuna, siamo
rimasti amici).
In un recente libro di Marco Travaglio, collega stimato e
considerato più o meno come la corte di Cassazione, sono
scritte più di una dozzina di clamorose falsità sul mio
conto e il procedimento è in corso (il saggio era edito
da Rcs, azienda per cui scrivevo, nessuno verificò, era
facilissimo...). Ultimamente, qualcuno mi ha tirato in
ballo anche per un sms in cui giravo alla segreteria di
mio marito una richiesta legittima, cui peraltro non
credo fu mai dato seguito (in 31 anni di matrimonio con
un politico, un sms! wow). Potrei continuare per pagine
e pagine, ma credo il senso sia già chiaro.
Sono una calunniata, una vittima del fango mediatico di
destra, di sinistra, di centro. E sono ancora qui ( i
fanghi fanno bene? Comunque temprano i caratteri).
Solidale con tutte le Marcegaglia di ieri e di oggi, i
Boffo, i Berlusconi, la famiglia Bertolaso, l'Ezio Mauro
degli assegni fotocopiati per comprare l'attico ai
Parioli, i figli del fu principe Caracciolo, sono vicina
a tutti gli intercettati sulle vite private (quelle
legittime e quelle scandalose, da Sircana a Marrazzo,
passando per le vallettopoli dei direttori di giornale
che la sera andavano da Lele Mora e al mattino
moraleggiavano liberamente).
Noi, i calunniati-intercettati, gli aggrediti a vario
titolo, osserviamo il grande dibattito in corso sulle
inchieste e i dossier. Un po' rassicurati, della serie -
come diciamo a Roma - a chi tocca non s'ingrugna, prima
o poi ci passano tutti. Ma sono anche solidale con i
giornalisti: guai a limitare inchieste e controlli,
anzi. Quando il fango arriva, ci sono gli avvocati, ci
sono le leggi e chi ha la coscienza a posto non ha
niente da temere. Certo, la vita delle persone -
notturna, sentimentale, familiare, figli e amanti -
andrebbe preservata.
Non ho mai scritto una riga sulla moglie di Francesco
Cossiga, sulle notti di Bettino Craxi, sui figli dei
vari diccì o sulle inclinazioni omo di tanti ministri
bacchettoni. Rivendico il disinteresse nei confronti
delle varie bigamie dei grandi giornalisti (curioso che
siano stati o siano tuttora tutti bi-sposati), le manie
di grandezza di manager e imprenditori, i figli deboli
dei padri eterni (per mesi dialogai, da Panorama, per
esempio, con il giovane Edoardo Agnelli, mai una riga
scritta).
Ecco, un limite alla pubblicazione dovrebbe - forse -
stabilirlo il nostro ordine professionale. Un nuovo
patto fra editori e giornalisti potrebbe farci uscire da
questa palude.
[13-10-2010]
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La
casta di Retromanno (Quel pasticciaccio brutto dell’Atac)
- Dopo averlo nominato solo otto mesi fa, Ale-danno
caccia con lauta buonuscita l’ad Bertucci, artefice
delle assunzioni facili (tra cui la sua) e del super
passivo di oltre 90 milioni di euro - Per cercare il
sostituto, il sindaco si affida alla società di
cacciatori di teste “Spencer Stuart”. Che gli indica,
indovinate un po’, il suo capo di gabinetto Maurizio
Basile! - Altro doppio incarico, Comune e Atac:
“controllore e controllato”. Ma la Corte dei Conti
esiste ancora
Claudio Marincola per "Il Messaggero - Roma"
Un dirigente d'azienda, esperto in privatizzazioni e
risanamenti per tirare fuori dal "rosso" l'Atac spa, il
gigante nato dalla fusione del trasporto pubblico romano
La scelta del Campidoglio, «dopo lunga e attenta
verifica», è caduta su Maurizio Basile, 62 anni,
napoletano, capo di gabinetto del Comune di Roma.
Prenderà il posto di Adalberto Bertucci, dimissionario,
al quale è stata concesso, dopo soli 8 mesi di lavoro,
l'onore delle armi, cioè una onorevole uscita di scena.
Trovare il sostituto di Bertucci non è stato semplice. Il
compito è stato affidato da Alemanno alla Spencer
Stuart, società di selezione del personale. Dopo aver
esaminato ed escluso altre candidature, "i cacciatori di
teste" hanno suggerito il nome Basile. Un manager
collaudato e di alto profilo: dal 2006 al 2008 ad e
direttore generale di Aeroporti di Roma, passato
attraverso Sofm Spa, Aviofer Breda, Finsider, Alitalia,
Eti Spa e Anas. Nel 2000 l'attuale capo di gabinetto,
che conserverà il doppio incarico, ha gestito la
privatizzazione dell'ente Tabacchi, prima di approdare
nel 2004 alle Ferrovie dello Stato.
Uno dei nodi in futuro sarà proprio quello del doppio
incarico. L'Avvocatura non ha rilevato infatti elementi
di incompatibilità o conflitti di interesse, nonostante
a legare Atac Spa e il suo principale azionista siano un
oneroso contratto di servizio e alcuni contenziosi che
si trascinano da anni.
Basile, che rinuncerà al compenso di capo di gabinetto,
dovrà traghettare l'azienda romana fuori dal guado. Ma
sarà solo un passaggio per uscire dall'empasse oppure
sarà lui a gestire il percorso di liberalizzazione del
Trasporto pubblico locale e di rilancio del trasporto
pubblico locale?
«Il dottor Basile è un manager molto noto in tutti gli
ambienti delle società a capitale pubblico e con
un'esperienza e capacità manageriale universalmente
riconosciuta - si dice nella nota diffusa ieri
pomeriggio dal sindaco Alemanno - Per questo, pur
mantenendo il ruolo di capo di gabinetto, gli ho chiesto
di gestire questa fase di importante trasformazione
della società unica di trasporto pubblico romano».
La nota si conclude con un «ringraziamento» a Bertucci,
«per il duro lavoro svolto» e per «aver resto l'azienda
competitiva a livello europeo». Sullo stesso tono
l'assessore ai Trasporti Sergio Marchi che rivendica la
scelta di Basile e annuncia «una seconda fase».
In realtà, la breve gestione di Bertucci, un manager
"politico", è stata molto tormentata. Arrivato a fusione
quasi ultimata, l'ex ad è finito in fuorigioco con la
presentazione del bilancio 2009 approvato a giugno. La
perdita d'esercizio pari a 91,2 milioni di euro e
l'aumento del costo del personale avevano fatto
risuonare l'allarme. Stesso dicasi per il Mol, il
margine operativo lordo sceso da 97,5 milioni a 60,5
(con previsioni di budget disastrose 8-172 milioni).
Valutazioni che già nell'aprile del 2009 avevano portato
gli analisti di Standard & Poor's a modificare il
giudizio sulle prospettive da stabili in negative.
Alemanno è corso ai ripari ma la ricerca del manager non
è stata semplice. Qualcuno, viste le difficoltà della
situazione, dopo averci riflettuto bene si è fatto da
parte.
Massimiliano Valeriani, pd, parla di «operazione
grottesca»: «L'azienda di fatto è stata commissariata
dal sindaco che ha chiamato il suo capo di gabinetto a
guidarla. Questo conferma che la situazione è molto
grave».
Incertezze anche sul futuro: «Siamo curiosi di capire ora
come proseguirà questa farsa: con le dimissioni di
Basile da capo di gabinetto e quindi una ulteriore
nomina in quel ruolo (sarebbe la quarta in 2 anni)?
Oppure quello a Basile è soltanto un incarico a tempo?».
11-10-2010]
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UN
CONSOLATO PER CORALLO JR! - PERCHÉ MAI LA SEGRETERIA
GENERALE DELLA FARNESINA CHIEDE CON INSISTENZA AL
CONSOLE ITALIANO A MIAMI LA NOMINA A CONSOLE ONORARIO
PER IL RE DELLE SLOT MACHINE ATLANTIS E FIGLIO DEL
PREGIUDICATO TANINO? - CHE STRANO/1: IL CONSOLE RIFIUTA
E SUBISCE UN ATTENTATO - CHE STRANO/2: SUA FIGLIA È
RAPPRESENTANTE DI 5 SOCIETÀ CHE HANNO SEDE NELLA STESSA
SUITE DELLA CORPAG GROUP, QUELLA DI WALFENZAO - FRATTINI
SMENTISCE: QUANDO ABBIAMO CAPITO CHI ERA IL PADRE
ABBIAMO MOLLATO TUTTO
1 - UN CONSOLATO AI CARAIBI PER CORALLO JUNIOR - LE MAIL DELLA
FARNESINA NELLA MONTECARLO STORY...
Daniele Mastrogiacomo per "la
Repubblica"
L´affaire Montecarlo è nato a Miami. Lì è stato concepito
e sempre lì, alla fine, è approdato. Secondo
indiscrezioni della Procura romana, nei giorni scorsi
sarebbe stato acquisito un rapporto della Dea
statunitense, collegata all´Interpol, nel quale si
segnala una serie di pressioni per far ottenere la
carica di console onorario italiano presso l´isola di
San Marteen, altro paradiso fiscale dei Caraibi vicino a
Santa Lucia, a Francesco Corallo.
Si tratta del figlio del più noto Tanino, legato al boss
catanese Nitto Santapaola, già latitante e condannato a
sette anni di carcere per associazione a delinquere. Il
nome di Francesco Corallo sarebbe stato suggerito in tre
occasioni. Le segnalazioni via mail, con il tempo
diventate quasi un ordine, sarebbero partite dalla
Segreteria generale della Farnesina nel maggio scorso,
due mesi prima che il caso Montecarlo scoppiasse sui
giornali.
Destinatario delle pressioni il console italiano di
Miami, Marco Rocca.
Nel rapporto della Dea sarebbero state allegate le mail
scambiate tra alcuni alti funzionari del ministero degli
Esteri italiano e il nostro rappresentante in Florida.
Rocca, stando alle indiscrezioni raccolte, avrebbe
sottolineato subito le sue perplessità ad una nomina
così poco opportuna. E davanti alle reiterate insistenze
della Farnesina avrebbe alla fine opposto un secco
rifiuto. Non sappiamo se si tratta di una casualità. Ma
leggendo le cronache di Miami si scopre che proprio in
quei giorni il console italiano è rimasto vittima di un
misterioso attentato. La sua auto è stata avvolta dalla
fiamme e la moglie che si trovava alla guida si è
salvata per miracolo.
Nei giorni successivi sarebbero giunte al suo telefono
altre minacce. A prescindere dalla necessità di nominare
un nostro diplomatico sull´isola di San Marteen, non si
capisce sulla base di quali valutazioni si sia proposto
il nome di un imprenditore noto alle cronache per essere
il primo azionista della Atlantis World Nv, società con
base alle Antille olandesi, poi trasformata in Betplus,
concessionaria al 30 per cento del mercato delle slot
machines (introiti di 30 miliardi l´anno) grazie ad un
accordo con lo Stato italiano.
Francesco Corallo ha la fedina immacolata. Non ha subito
mai una condanna e non è mai stato indagato in alcuna
inchiesta. Ma il suo nome è collegato all´affaire
Montecarlo. La società di cui è azionista maggioritario
è rappresentata a Miami da James Walfenzao. Avvocato e
broker internazionale con altre società e referenze
altissime a Monaco, Antille olandesi e a Panama,
Walfenzao è anche amministratore della Corpag group, cui
fanno riferimento la Printemps ltd e Timara ltd,
ufficialmente proprietarie dell´appartamento lasciato in
eredità ad An e rappresentate a Santa Lucia
dall´avvocato Michael Gordon.
L´interesse della magistratura nasce anche dalla mail che
Valter Lavitola, direttore dell´Avanti, ha pubblicato
sul suo giornale. Nella missiva, l´avvocato Gordon si
lamentava con Walfenzao del chiasso italiano nato
attorno alle due società che rappresenta e suggeriva di
parlarne con il loro cliente «la cui sorella sembra
avere forti legami con uno dei due uomini politici
coinvolti nello scontro». Il collegamento con Giancarlo
Tulliani e quindi con il presidente Fini era evidente.
Talmente evidente da far nascere forti dubbi agli stessi
inquirenti sulla genuinità della mail. E´ l´originale o
qualcuno l´ha modificata? Gli inquirenti ipotizzano uno
scenario diverso su cosa sia accaduto nell´affaire
Montecarlo. Per entrare in possesso della casa di
Montecarlo in modo discreto, qualcuno degli ambienti del
presidente della Camera, non necessariamente "finiano",
si affida a Francesco Corallo, già molto vicino
all´esponente del Pdl, ex Alleanza nazionale, Amedeo
Laboccetta.
Corallo si rivolge a un suo uomo di fiducia, James
Walfenzao, il quale costituisce due società off-shore
che acquistano e si vendono l´appartamento. Il premio
per il lavoro svolto da Corallo è la sua nomina a
console onorario di San Marteen.
Nomina che alla fine viene scartata. Con l´ennesima
coincidenza in questo giallo: la figlia del console
Marco Rocca, Giada, è rappresentante di cinque società
che hanno sede nella stessa suite della Corpag group,
quella di Walfenzao.
2 - FARNESINA, SBAGLIATA RICOSTRUZIONE ANNOZERO
SU CONSOLATO ST.MARTEEN...
(Adnkronos) - E' sbagliata la
ricostruzione fatta dalla trasmissione 'Annozero' di
Michele Santoro su un possibile Consolato onorario a St
Marteen. E' quanto si legge in un comunicato diffuso dal
ministero degli Esteri. "Alla Farnesina - si legge - si
fa rilevare come le ricostruzioni fornite ieri sera da 'Annozero'
e stamane da alcuni organi di stampa in merito
all'eventuale istituzione di un Consolato Onorario in
St. Marteen non siano corrette e cio' anche a seguito
del lavoro di verifica disposto immediatamente dal
Ministro Frattini".
Nella nota si sottolinea che "il Ministro Frattini ha
chiesto di poter acquisire nei tempi piu' rapidi
possibili gli atti inviati all'Ispettorato Generale del
Ministero dal Console Generale a Miami relativi agli
incidenti e alle minacce subite. Si precisa anzitutto
che la nomina dei consoli onorari non avviene su
designazione del Ministro degli Esteri, il quale non ne
firma neppure la nomina, e non coinvolge in nessun modo
il livello politico, bensi' segue un iter amministrativo
interno attraverso i competenti uffici della Farnesina e
la sede della rete diplomatico-consolare al quale il
consolato onorario appartiene territorialmente".
Nel caso specifico, prosegue il comunicato della
Farnesina, "la procedura amministrativa non e' mai
neppure stata formalmente avviata". In particolare, al
consolato Generale in Miami, competente territorialmente
era stata avanzata dagli Uffici della Segreteria
Generale del Ministero una richiesta informale di
elementi e valutazioni sull'opportunita' di istituire un
Ufficio Consolare onorario in St. Marteen e di nominarvi
il Sig. Francesco Corallo. Quest'ultimo si era reso
disponibile ad assumere tale incarico, attraverso una
segnalazione pervenuta - come spesso accade in casi
analoghi - ai suddetti Uffici del Ministero".
A seguito della risposta, del pari informale, fatta
pervenire dal citato Consolato Generale in Miami - si
legge ancora nel comunicato diffuso dalla Farnesina -
facente stato di elementi di inopportunita' al riguardo.
legati all'esistenza di precedenti penali del padre
dell'interessato, ogni ulteriore seguito e' stato
immediatamente cessato".
"Di
conseguenza - conclude la nota del ministero degli
Esteri - non risulta vero che vi siano state richieste
successive 'imperative' di nominare il Signor Corallo
come console onorario a St. Marteen, cosi' come non
risulta vero che quest'ultimo sia stato mai
nominato".08-10-2010]
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IN CONSIGLIO DEI MINISTRI. VELOCI, SI VOTA...
Può il Consiglio dei ministri in soli 25 minuti
discutere e approvare un disegno di legge, cinque
decreti legislativi, due schemi di decreto legislativo,
uno schema di disegno di legge, due decreti
presidenziali e quattro nomine? Sì, a leggere i verbali
delle sedute. È successo il 24 settembre, e a giudicare
dalla durata media delle ultime riunioni del governo è
tutt'altro che un'eccezione.
Nell'ultimo mese le riunioni di Palazzo Chigi non hanno
mai superato i 25 minuti, fatta eccezione per quella del
17 settembre, quando in soli 40 minuti sono stati
esaminati e approvati sette punti all'ordine del giorno,
tra i quali due disegni di legge di riforma del settore
postale e della difesa, il decreto legislativo su Roma
capitale, oltre alle solite quattro nomine. A settembre
il consiglio dei ministri ha lavorato in tutto 105
minuti, con una media di 26 minuti a seduta. Giusto il
tempo di votare. O. F.
20.10.10 |
LIU
XIABO
QUESTO E’ CORAGGIO VERO , QUELLO CHE TI TRASMETTONO
UOMINI CHE METTONO GLI IDEALI PRIMA DEI LORO INTERESSI
PERSONALI INFATTI I MARCHYAKY MI HANNO QUERELATO PER
AVER DETTO IL 27,04.2008 BASTA AFFARI CON LA CINA CHE HA
LE MANI INSANGUINATE. Mb
C’ERA
LIU - CHI HA OGGI IL CORAGGIO DI SFANCULARE LA CINA,
ORMAI PADRONA DELL’OCCIDENTE, A PARTIRE DAL FU IMPERO
AMERICANO? è RIMASTA L’AUTOSUFFICIENTE, ECONOMICAMENTE
PARLANDO, SVEZIA CON IL SUO PREMIO NOBEL PER LA PACE -
IL DEMOCRATICO COMMENTO DI PECHINO SUL DISSIDENTE
PREMIATO PARLA DI "OSCENITà" - LA LETTERA SU
“INTERNATIONAL HERALD TRIBUNE” DI VACLAV HAVEL...
- LA LETTERA SULL' "INTERNATIONAL HERALD TRIBUNE" DI VACLAV HAVEL,
DANA NEMCOVA E DEL VESCOVO VACLAV MALY A SOSTEGNO DELLA
CANDIDATURA DI LIU XIAOBO (20 SETTEMBRE 2010)...
http://nyti.ms/cuBpZy
2 - NOBEL A UN DISSIDENTE, SCHIAFFO ALLA CINA...
Dal "Corriere.it"
Il premio Nobel per la pace va al dissidente cinese Liu
Xiaobo. Confermate dunque le previsioni della vigilia,
nonostante le pressioni di Pechino. Del resto, prima
dell'annuncio ufficiale, lo stesso comitato norvegese
aveva affermato che si sarebbe trattato di una «scelta
da difendere». Secondo le motivazioni che hanno
accompagnato la decisione, Liu rappresenta «il simbolo
della campagna per il rispetto e l'applicazione dei
diritti umani fondamentali» in Cina.
Non si è fatta attendere la reazione di Pechino: la
polizia si è subito recata nell'abitazione di Liu, per
impedire alla moglie di rilasciare dichiarazioni alla
stampa, e le trasmissioni della Bbc sull'annuncio del
Nobel sono state interrotte. Poco dopo, è arrivato anche
il commento ufficiale del governo, che parla di
«oscenità». Secondo il ministero degli Esteri, Liu
Xiaobo è «un criminale» che è stato condannato «dalla
giustizia cinese». La decisione, prosegue la nota, è
destinata a «nuocere alle relazioni tra la Cina e la
Norvegia».
I COMMENTI -
Tra le prime reazioni internazionali alla notizia c'è
quella della Francia: il ministro degli Esteri, Bernard
Kouchner, ha chiesto l'immediata liberazione del
dissidente. Anche Berlino si «augura» che Liu Xiaobo sia
rimesso in libertà e possa ricevere il premio Nobel per
la pace assegnato. L'Unione europea si felicita per
l'assegnazione del Nobel, ma non chiede esplicitamente
la sua liberazione.
Per il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini,
il riconoscimento a Liu Xiaobo è un premio a quanti nel
mondo «lottano per la libertà e i diritti della
persona». Significativa anche la dichiarazione del Dalai
Lama: «Premiare con il Nobel per la pace Liu Xiaobo è il
riconoscimento della comunità internazionale
all'innalzamento della voce tra il popolo cinese per
premere la Cina attraverso riforme politiche, legali e
costituzionali».
LE MOTIVAZIONI
-
«Durante gli ultimi decenni - si legge nelle motivazioni
del Comitato per il Nobel - la Cina ha fatto enormi
progressi economici, forse unici al mondo, e molte
persone sono state sollevate dalla povertà. Il Paese ha
raggiunto un nuovo status che implica maggiore
responsabilità nella scena internazionale, che riguarda
anche i diritti politici. L'articolo 35 della
Costituzione cinese stabilisce che i cittadini godono
delle libertà di associazione, di assemblea, di
manifestazione e di discorso, ma queste libertà in
realtà non vengono messe in pratica».
Per oltre due decenni, continua il Comitato del Nobel,
«Liu è stato un grande difensore dell'applicazione di
questi diritti, ha preso parte alla protesta di
Tienanmen nell '89, è stato tra i firmatari e i creatori
del Manifesto 08 della democrazia in Cina. Liu ha
costantemente sottolineato questi diritti violati dalla
Cina. La campagna per il rispetto e l'applicazione dei
diritti umani fondamentali è stata portata avanti da
tanti cinesi e Liu è diventato il simbolo principale di
questa lotta».
LA POLIZIA-
Dopo l'annuncio del Nobel, davanti all'abitazione di Liu
si è subito radunata una folla di giornalisti e
cameraman. Anche la polizia si è recata nell'abitazione
del premio Nobel. Gli agenti avrebbero impedito a Liu Xa,
la moglie del neo premio Nobel, di parlare con i
giornalisti. La donna però è stata raggiunta
telefonicamente dall'Agence France Press: «Sono
felicissima, non so che dire - ha detto - Voglio
ringraziare tutti coloro che sostengono Liu Xiaobo.
Voglio ringraziare il comitato del Nobel, Vaclav Havel,
il Dalai Lama e tutti coloro che hanno sostenuto Liu
Xiaobo».
«Chiedo con insistenza al governo cinese di liberarlo»,
ha aggiunto. Nella telefonata, la signora Liu ha detto
che la polizia ha detto che intende accompagnarla nella
provincia di Liaoning, dove il marito è in carcere, così
che possa dargli la notizia del premio. Come affermato
anche dal Comitato per il Nobel, infatti, Liu Xiaobo non
è stato ancora informato.
IL PROFILO-
Liu Xiaobo sta scontando una condanna ad 11 anni di
carcere per «istigazione alla sovversione».
L'intellettuale, che già aveva trascorso lunghi periodi
in galera, è stato accusato di essere tra i promotori di
Carta08, il documento favorevole alla democrazia che è
stato firmato da oltre duemila cittadini cinesi. Liu era
stato arrestato alla fine del 2008 ma la condanna gli fu
inflitta nel giorno di Natale del 2009, probabilmente
nella speranza di ridurre la copertura dei mezzi
d'informazione occidentali.
3 - NOBEL AL DISSIDENTE LIU XIAOBO: SOLO LA CINA
VOTA CONTRO...
Claudia Astarita per "Panorama.it"
Pubblicato il 5 febbraio 2010
Gli Stati Uniti non sono i soli ad aver deciso di
cambiare la "strategia cinese". Sta forse per finire
l'era dei compromessi perché l'Occidente vuole tornare
in prima linea anche nella battaglia per il rispetto dei
diritti umani in Cina?
Difficile rispondere, ma quando alla scelta di Barack
Obama di incontrare il Dalai Lama a Washington si
aggiungono le proposte di vari gruppi per assegnare il
premio Nobel per la Pace al dissidente cinese Liu Xiaobo
diventa molto più facile propendere per il sì.
Liu Xiaobo è un professore universitario noto in
occidente essenzialmente come uno dei promotori della
Carta 08, un documento con cui 300 attivisti e più di
8.000 simpatizzanti hanno chiesto a Pechino di
rilanciare il dibattito e l'interesse per quelle riforme
politiche che, a differenza di quelle economiche, non
sono mai state avviate.
Ma Liu Xiaobo, per i cinesi, non rappresenta solo il
leader della Carta 08.
Liu Xiaobo è senza dubbio il dissidente più famoso al
mondo, erede del movimento del 4 maggio. Come critico
letterario fece parlare di se' per la prima volta nel
1986, quando in un articolo definì la letteratura di
cicatrice, la corrente cinese che ha cercato di
riflettere sugli anni più bui della storia del Paese,
quelli della Rivoluzione culturale, un movimento non
indipendente ma plagiato dal partito. Venne
soprannominato "cavallo nero", e i più giovani amano
ricordarlo perché, nell'aprile dell'89, dagli Stati
Uniti ritornò a Pechino per sostenere il movimento
studentesco. Il 3 giugno lanciò uno sciopero della fame
contro la repressione violenta a Tiananmen, e dopo la
mezzanotte dello stesso giorno negoziò con i militari
l'evacuazione degli studenti dalla Piazza.
Quella stessa notte venne arrestato, e trascorse poi
venti mesi in prigione senza che venisse mai
formalizzata un'esplicita condanna contro la sua
persona. A un certo punto venne liberato, ma i due anni
di carcere non servirono a dissuaderlo dal pubblicare
(questa volta solo sulle riviste di Hong Kong) le sue
riflessioni sul regime cinese.
Nel '95 venne di nuovo sottoposto a otto mesi di arresti
domiciliari per aver promosso una petizione che
richiedeva la liberazione dei prigionieri politici
cinesi, e nel '96 fu spedito in un campo di rieducazione
tramite il lavoro per aver sostenuto una seconda
petizione. Vi rimase fino al '99, ma anche dopo questa
esperienza non ha rinunciato all'attivismo politico.
Dopo la vicenda di Carta 08 è rimasto rinchiuso in un
albergo-prigione alla periferia di Pechino, fino al 25
dicembre scorso, data in cui è stata formalizzata la sua
condanna a 11 anni di carcere con l'accusa di
"sovversione anti-statale".
Liu Xiaobo rappresenta il legame tra tutte le generazioni
dei dissidenti cinesi: gli anziani lo stimano, e anche i
giovani lo sentono vicino. All'estero, i suoi
sostenitori si stanno attivando per fare in modo che il
professore cinese riceva il premio Nobel che merita. Il
Dalai Lama, Vaclav Havel e Desmond Tutu hanno pubblicato
una lettera aperta indirizzata al comitato norvegese per
il Nobel in cui è stato sottolineato che "l'impegno di
Liu per portare la democrazia in Cina è, soprattutto,
teso al beneficio della popolazione cinese. Il suo
coraggio e il suo esempio possono aiutare a far sorgere
una nuova alba di partecipazione della Cina negli affari
internazionali, grazie a una società civile e
indipendente".
Il gruppo Pen, che si batte da tempo per far rispettare
le libertà di espressione nel mondo, ha presentato a
Stoccolma una richiesta simile con il sostegno, tra gli
altri, di Kwame Appiah, Salman Rushdie, Philip Roth e Ha
Jin in cui ha sostenuto che "onorare [Liu] con il Nobel
sarebbe un modo perfetto per sottolineare che i diritti
che chiede a Pechino sono incastonati nel diritto
internazionale".
La Cina, è scontato scriverlo, non è d'accordo: "sarebbe
un errore assegnare il Nobel per la Pace ad una persona
del genere", ha commentato lapidario il portavoce del
ministero cinese degli Esteri, Ma Zhaoxu.
È evidente che il Nobel assegnato a Liu Xiaobo
rappresenterebbe per Pechino uno schiaffo
particolarmente difficile da dimenticare.
08-10-2010]
|
CINQUE TERRE E UN CASINO - DALL’INCHIESTA CHE HA PORTATO
IN CELLA IL PRESIDENTE PD DEL PARCO UNO SPACCATO DEL
BELPAESE TRA SEGGI SCIPPATI, TRADIMENTI E "CORVI", CARTE
FALSE E AMANTI - BONANINI NON OTTIENE IL SEGGIO IN
REGIONE E SI SFOGA CONTRO BURLANDO: "MI HANNO FREGATO" -
LA SEGRETARIA CHE LO AIUTAVA AD AGGIRARE LA CONTABILITÀ:
"GLI DICEVO SEMPRE SÌ. ERO INNAMORATA"...
Guido Mattioni per "il
Giornale"
A
differenza dei travagli, dei d'avanzi e di tanti altri
democratici colleghi, mancati grandi inquisitori - nati,
ahiloro, in un secolo sbagliato! - noi del Giornale non
amiamo veder finire la gente in cella e inorridiamo al
tintinnio degli schiavettoni. Solidarizzando anzi per
istinto, in base alla sacrosanta ovvietà che nessuno è
colpevole fino all'ultimo grado di giudizio, con chi si
ritrova nel tritacarne giudiziario. Solidarietà
accresciuta se un indagato è in carcere, pur se in
infermeria, con seri problemi di salute.
È
storia ricorrente. È storia anche di questi giorni. Pare
siano infatti ben più che serie le condizioni di Franco
Bonanini, ex presidente del Parco delle Cinque Terre ed
esponente del Pd ligure, rinchiuso da lunedì scorso nel
centro clinico del penitenziario di Pisa come indagato
numero uno, primo di una lista di 25 persone,
nell'inchiesta che ha portato alla luce un oggettivo
malaffare, un verminaio che ha come sfondo - ironia
della legge del contrasto - proprio uno dei più bei
paesaggi d'Italia. E che avrebbe arrecato allo Stato un
danno da un milione di euro.
Come amano dichiarare alle telecamere gli ipocriti, e
ripetere a pappagallo quelli che guardano troppa tivù,
concediamo pure noi ritualmente che «la giustizia faccia
il suo corso». Resta il fatto che questo pasticciaccio
brutto di Riomaggiore si presti forse di più - in attesa
appunto di giudizio - a essere raccontato in altro modo.
Come una storia squisitamente italiana, grassamente di
provincia, ormonalmente da strapaese. Vicenda in cui le
ambizioni sproporzionate di uomini e donne in fondo
piccoli, finiscono per intrecciarsi come in un
romanzetto d'appendice con banali avidità e pulsioni ben
più personali, personalissime, di quelle che si sfogano
su un letto cigolante. Vicenda insomma più degna di
essere scritta sulla carta grossolana del salumiere che
non su quella dei mattinali o dei protocolli bollati.
Non è un caso che proprio «Mani unte» - a volte anche
gli inquirenti sorridono - sia il nomignolo affibbiato
all'indagine.
A
prescindere da quelli che saranno oppure no i reati
accertati, dalle pagine di questo fumettone in salsa
ligure scaturiscono un solo protagonista e tante
comparse. Su tutti, per ruolo raggiunto e per mire
ancora insoddisfatte, spicca proprio Bonanini, uomo di
sinistra stimato anche a destra per tutto ciò che ha
fatto di buono per le Cinque Terre. Pur se ben piazzato
nel ruolo di vertice di un ente del genere, senza dubbio
anche chic, che vanta perfino la benedizione
dell'Unesco, lui non si accontenta. Divorato da una
fregola di onnipotenza che gli ha procurato il nomignolo
di «Faraone», il nostro sgomita e si affanna. Punta al
Parlamento italiano e non ce la fa.
Sogna quello europeo e il seggio a Strasburgo, che in
prima battuta sembrava conquistato, gli svanisce da
sotto le natiche il giorno dopo, per una stramaledetta
riconta dei voti. Ripiega allora sulla Regione Liguria,
ma manca anche quella per un pugno di voti a suo dire
scomparsi - e se ne lagna imprudentemente con tutti,
cani e porci, «Claudio mi ha fregato» - per colpa del
governatore in carica Claudio Burlando, suo compagno di
partito. Col che oggi, ragionando sulla sua recente
caduta in disgrazia, si potrebbe anche azzardare un
pensierino malizioso.
Ma
non volano soltanto le invettive. Da questa storia
italiana giunge anche l'eco di ansiti e gemiti.
Inequivocabili. Nella gestione del parco, il Faraone
avrebbe fatto materialmente carte false proprio grazie
alla relazione con Francesca Truffello, 45 anni -
volevate mancasse il cherchez la femme? - responsabile
del protocollo al Comune di Riomaggiore, paese del quale
Bonanini era sindaco-ombra. In pratica, migliaia di
pagine che la fedelissima lasciava in bianco perché poi
lui potesse retrodatare i mandati di spesa quando
arrivavano i fondi pubblici.
«Ero innamorata, gli dicevo sempre sì», si giustifica
ora lei, capace di missioni impossibili come recuperare
chissà mai dove, nell'inverno 2010, una marca da bollo
del 2007 - più introvabile di un Gronchi rosa! -,
indispensabile per coprire gli artifizi amministrativi.
Quanto ai comprimari, quelli con i quali Bonanini
comunicava in modo maniacale attraverso pizzini
puntualmente conclusi dall'intimazione «fallo sparire
subito», spulciando la lista degli indagati emerge in
verità un solo nome di spicco, quello di un alto
funzionario della Regione, Enrico Bonanni, sospettato di
essere la «talpa» rivelatrice delle indagini in corso.
Gli altri? Autentici signori nessuno: qualche
commercialista revisore di conti, due o tre geometri e
amministrativi comunali, un comandante dei vigili. Nomi
da timbri, da scrivanie polverose, da giustificazioni
del tipo «no, è fuori stanza». Una stanza da travet, ma
che aveva una splendida vista mare.
[04-10-2010]
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Milena Gabanelli scrive una lettera al Corriere sulla
nomina del Mostro Sacro Veronesi alla guida dell’agenzia
per la sicurezza del nucleare - Con classe, lo fa a
pezzi, ricordando che ha 85 anni e che vuole un incarico
che ne dura altri sette. Che è già senatore e "forse ha
troppi impegni’ per essere uno che accettò il laticlavio
"a patto di non togliere troppo tempo ai suoi pazienti
1 - "DIRE BASTA"
Da "la
Repubblica" - "L'Italia sana deve dire
basta". Sotto questo titolo lo spagnolo "El Pais" dedica
un articolo a Milena Gabanelli. "L'opposizione è
inesistente e ilpopolo si fa sentire poco. C'è chi
delinque, chi evade - dice la giornalista di "Report" -
ma anche chi vede e non dice nulla pure essendo persone
perbene".
2 - «CARO VERONESI, TROPPI IMPEGNI»
Lettera al "Corriere
Della Sera"
Caro direttore, premetto che non ho interesse per le
preferenze politiche del Prof. Veronesi; è un oncologo
di fama e mi aspetto che faccia tutto quello che può per
curare il cancro. Da un paio d'anni è anche senatore,
carica che ha accettato a patto che non gli porti via
tempo per i suoi pazienti. Intento nobile verso i
pazienti, meno verso i cittadini che, pagando un lauto
stipendio ai senatori, si aspettano che dedichino le
loro energie alla gestione politica del Paese.
Ora è stato proposto il suo nome come Presidente
dell'Agenzia per la Sicurezza del Nucleare, nomina che
accetterebbe volentieri, di nuovo a condizione che non
sottragga tempo ai suoi pazienti. Ovvero, bisognerebbe
adattare le necessità di un'agenzia così delicata e
fondamentale agli impegni del candidato presidente.
Intanto venerdì scorso in Senato è stato approvato un
decreto che gli consentirebbe, se volesse, di andare in
deroga alla legge che vieta a chi ha incarichi politici
di presiedere un'authority.
Riguardo invece alla sua competenza in materia, scrive:
«Sono un appassionato di fisica, non a caso ho ricevuto
la laurea honoris causa». Nuclearista convinto, cita la
Francia come modello di qualità di vita per noi
italiani. Partendo dal presupposto che l'agenzia non sia
un bluff ma qualcosa di straordinariamente serio, non è
affatto rassicurante l'idea che venga diretta (nei
ritagli di tempo) per 7 anni, da un uomo che oggi ne ha
85, anche se è il più bravo oncologo del pianeta.
Presiedere l'agenzia per il nucleare vuol dire
affrontare problemi di carattere tecnico, elaborare i
regolamenti insieme ai commissari, dare il parere sui
progetti, verificare il rispetto delle regole e
prescrizioni a cui sono sottomesse le installazioni. Un
lavoro certamente a tempo pieno, meglio se subordinato a
una competenza specifica, più che a una passione.
Siccome il Prof. Veronesi cita il modello francese,
saprà che la loro agenzia (ASN) è diretta da Jean
Christophe Niel, 49 anni (laureato in fisica teorica che
ha ricoperto incarichi di vertice nel controllo sul
ciclo del combustibile e dei rifiuti, ed è stato per
anni capo del dipartimento per la sicurezza dei
materiali radioattivi). Il presidente è Andrè-Claude
Lacoste, 69 anni, ingegnere, da 17 anni con incarichi
direttivi nel settore sicurezza nucleare.
Il
Prof. Veronesi ha poi espresso un'opinione sul fattore
rischio («oggi calcolato quasi vicino allo zero»), che
sembra non tener conto dei cosiddetti piccoli incidenti
quotidiani, riportati da tutte le Agenzie, che si
verificano proprio in Francia; per non parlare delle
basse emissioni permanenti degli impianti, come dimostra
lo studio del Prof. Hoffman ordinato dalla Cancelliera
Merkel. | |