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CIVILTA' COSTITUZIONALE

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CHIRAC, alzheimer e cammina - DOPO AVER EVITATO I PROCESSI IN QUANTO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA (IN FRANCIA FUNZIONA COSÌ), IL 78ENNE JACQUES MOSTREREBBE EVIDENTI SEGNI DEL MORBO DI ALZHEIMER - DA MESI SI ALTERNANO MOMENTI DI LUCIDITÀ AD ALTRI DI SPAESAMENTO - E SONO POCHE LE POSSIBILITÀ CHE POSSA PRESENTARSI IN AULA IL PROSSIMO 7 MARZO

Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera"

 

Certe volte ripete come un disco rotto: «E adesso, che fa Fillon?», senza ricordare che è primo ministro. Oppure chiede della moglie, «Dov'è Bernadette?», per dieci volte di fila. Alla vigilia del processo del 7 marzo che lo vede imputato per gli impieghi fittizi al comune di Parigi, Jacques Chirac, 78 anni, non sta bene. L'uomo che fu presidente della Repubblica dal 1995 al 2007 alterna momenti di lucidità a fasi di spaesamento.

 

E la moglie Bernadette avrebbe esplicitamente evocato il morbo di Alzheimer con un amico di famiglia. «Bernadette ha raccontato, davanti a me e a mia moglie, che tenuto conto dell'ischemia cerebrale del 2005 e dei suoi problemi di memoria, potrebbe trattarsi di Alzheimer», ha confidato un uomo dell'entourage di Chirac al Journal du Dimanche. Il settimanale ha evocato ieri per la prima volta la malattia che già colpì Ronald Reagan come una possibile ragione per risparmiare all'indebolito ex presidente l'apparizione al Palazzo di Giustizia di Parigi.

 

Sarebbe la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, ma a mano a mano che la data si avvicina la presenza di Chirac appare sempre meno probabile. L'ex presidente avrebbe dovuto già comparire in aula per difendere il suo ex ministro dell'Interno Charles Pasqua nel processo per il traffico d'armi con l'Angola, ma ha preferito rinunciare. «Credo che fisicamente non sia in grado di presentarsi - ha detto Pasqua il 21 gennaio scorso -. Mi dispiace, ma capisco».

 

Negli ultimi mesi si sono susseguiti i momenti di difficoltà. La prima défaillance in pubblico risale al 25 gennaio 2010, quando al teatro Marigny Jacques Chirac, in compagnia della moglie e dei finanzieri Bernard Arnault e François Pinault, assistette a un concerto della celebre violinista Anne Sophie Mutter. Dopo mezz'ora delle sonate di Brahms, Chirac si è alzato in piedi chiedendo «che ci faccio qui?», e domandando più volte e ad alta voce chi fosse questa «Mademoiselle Moutarde».

 

Una settimana fa, nel suo discorso di auguri per il 2011, l'ex presidente ha letto per due volte lo stesso paragrafo, e qualche giorno dopo è apparso stanco e assente durante l'inaugurazione a Orléans di un memoriale per i bambini ebrei deportati nella Germania nazista. 31-01-2011]

 

 

 Volete sbirciare il villino che fu la casa del potere de' noantri, alias la dimora sul cucuzzolo di Trinità dei Monti di Maria Angiolillo buonanima? Basta andare sul sito di Sotheby's: http://bit.ly/gNW1X1  01-02-2011]

 

 

 

 

A CARMEN è DEBOLE E GAD è INFEDELE - BEI TEMPI QUANDO LA VEDOVA MORAVIA LICENZIAVA LIBRI PRURIGINOSI E SCOPPIETTANTI DI GOSSIP - VI RICORDATE IL MITOLOGICO "DIARIO DELL’ASSENZA"? UN TRIANGOLO EROTICO FORMATO DA CARMEN A LETTO CON un "ebreo comunista sposato", "circonciso", nato a Beirut, giornalista TV sull’asse Roma-Milano, e di nome Gad (LERNER?); e l’altro un "politico", alto, "magrissimo", tormentato, con "gli slip sovietici", di nome "F." (Fassino?)... Luigi Mascheroni per Il Giornale

 

All'ondata moralizzatrice che increspa la politica italiana immersa nel «caso Ruby» non si sono sottratte neppure le signore che, l'altra sera, erano ospiti di Gad Lerner, su La7. Ilaria D'Amico, Carmen Llera Moravia e Lucrezia Lante della Rovere si sono legittimamente indignate per l'uso indecente del corpo della donna e per il modello vergognoso di femminilità che esce dall'intera vicenda. Possiedono, è ovvio, i titoli per farlo.

Avessero anche mostrato, in passato, atteggiamenti sessualmente o moralmente riprorevoli, non sono certo bisimabili. Perché non hanno mai ricoperto alte cariche istituzionali. E perché «comunque noi eravamo intellettuali», come ha fatto notare la charmant au caviar Carmen Llera Moravia. La quale, fra tutte le donne presenti in studio, è stata quella che più di ogni altra, più delle stesse ragazze dell'Olgettina, ha sollecitato l'immaginario erotico dei telespettatori.

 

Molti dei quali l'hanno in quel momento ricordata per almeno un paio di motivi. Il primo quando, bellissima e disinvolta venticinquenne, divenne prima l'amante del vecchio e potentissimo Alberto Moravia, che all'epoca andava per i 73 anni, quasi quanto Berlusconi - relazione che solo i maliziosi pensano possa esser stata in qualche modo utile alla sua carriera di scrittrice -, e il secondo quando, ne gossippari e post-edonistici anni Novanta, esplose un pruriginoso «scandalo letterario» in cui c'erano di mezzo un «io», una «cosa» e ben due «lui».

 

Ossia il triangolo sessuale al centro del romanzo autobiografico ''Diario dell'assenza'' uscito nel 1996 da Bompiani. L'«io» era la ancora bellissima Carmen Llera Moravia, che firmava il libro; la «cosa» era la sua «cosa»; e i due «lui» erano il «coso» di un «ebreo comunista sposato», «circonciso», nato a Beirut, giornalista televisivo sull'asse Roma-Milano, e di nome Gad, che occupa tutta la prima parte del libro (60 pagine circa); e l'altro il «coso» di un «politico», alto, «magrissimo», tormentato, con «gli slip sovietici», di nome «F.», che occupa la seconda parte del libro (40 pagine circa).

 

Il secondo «lui» si guadagna la dedica - Scrivo per essere amata, a F. - e fu identificato con Piero Fassino. Il primo invece si guadagna l'incipit - «Sono gi'0à cinque giorni che non sfioro il tuo sesso circonciso. Non so dire se mi manca, credo di no (...) Le mot Gad deux lettres hébraiques: guimel et dalet...» - e fu smascherato come, appunto, Gad. Lerner.

Quando nel luglio 2000 ottenne la direzione del TG1, Dagospia, che pur essendo appena nato era già all'avanguardia, pubblicò un abstract del libro di Carmen Llera in cui si descrivono le doti amatorie e il membro circonciso del protagonista «che sa di mandorle bianche, dolce».

 

Il pezzo fu ripreso dal Barbiere della sera e da lì girò per i salotti letterari, politici e giornalistici... La scrittrice, successivamente, smentì qualsiasi rapporto tra il Gad del libro e il Gad della realtà, spiegando in un'intervista a Cesare Lanza (che per caso era in studio proprio insieme a lei l'altra sera) che Gad nella sua lingua significa «cactus» (in castigliano? in catalano? in basco?...), ma tant'è.

Tutti si buttarono a leggere il libro, in cui trovarono una coppia che nel peggiore stile radical-chic non fa altro che (non stiamo scherzando) bere champagne rosé, mangiare vegetariano, bere thé verde, vedere i film di Tavernier, leggere Kundera - persino ascoltare Mahler mentre ci si masturba nella vasca da bagno leggendo il Diario di Anna Frank! (pag. 38)- e soprattutto «scopare, scopare, scopare» (pag. 50): «con nessuna hai scopato come con me. Nessuno amerà il tuo corpo sgraziato come me» (pag. 19),

 

«So che la mia bocca non potrà più divertirsi e giocare con un sesso come faceva con te» (pag. 22), «Mi prendi subito contro il tavolo dell'ingresso» (pag. 27), «Mi prendi contro il muro e godi, lo sperma scende lentamente lungo le cosce. Usciamo per andare al ristorante» (pag. 30), «Mi schizzi in bocca» (pag. 31), «Ci divertiamo e mi penetri a lungo prima di incularmi. E dopo gioco per ore con il tuo sesso circonciso» (e siamo soltanto a pagina 35...).

Di tutto questo naturalmente Gad Lerner (che per caso era in studio proprio insieme a lei l'altra sera) non ha parlato. Acqua passata. Del resto, la stessa Carmen l'aveva già detto nel 1996 quando, dopo averlo chiamato «Adorabile infedele..» (proprio così: «Infedele»...), dice - pagina 103 - «Che senso ha? Non ho più stimoli né sessuali né mentali, mon juif (mio giudeo, ndr) hai distrutto tutto».

 28-01-2011]

 

CAFONALINO SVIZZERO - UNO CORRISPONDENZA HORROR DA SAINK MORITZ CHE FA VENIRE SOLO VOGLIA DI FAR RINASCERE LE BRIGATE ROSSE - RICCHI E SCEMI, SFACCENDATI E SFACCIATI, Francesca Versace e Margherita Missoni CHE si sfidano a giochi senza frontiere con lo slittino: 50 euro a cranio per ruzzolare nella neve a meno venti gradi....

Januaria Piromallo www.bellaedannata.com

 

50 euro a cranio per ruzzolare nella neve a meno venti gradi. Francesca Versace e Margherita Missoni si sfidano a giochi senza frontiere con lo slittino. Gabriella Dompè in stile sciura infagottata con pelliccia spazza-marciapiede. Al Cresta run per i più scavezzacollo in palio vampiresche bare d'argento.

Al Dracula di Sainkt Moritz (caccia all'ultimo membro per farsi sponsorizzare) ce l'ha fatta pure Ferdinando Brachetti Peretti a farsi member for the eternity. Padrone di casa il vegliardo Gunther Sachs, ex play boy, ex marito di Brigitte Bardot, ed ex un mucchio di altre cose. Qui si balla sui tavoli il Bunga/Bunga fino all'alba. Dress code molto fetisch: leather, feather, e lattex ( pelle, piume e lattice).

 

Un cartoncino d'invito che sembra il gotha della nobiltà mitteleuropea con altisonanti cognomi che fanno parte del comitato d'onore: Albert Thurn and Taxis, Heinrich von Donnermarck, Bianca Brandolini d'Adda, Eugenie Niarchos, Georg von Opel, Michel de Jugoslavia, Rolf Sachs e altri.

 

Metà di mille di invitati in quel di St. Moritz per una estenuante due giorni che cominciava con cocktail da Polo Ralph Lauren, quattro salti al Chesa Veglia, winter games a gogò, e finiva con ricchi premi e cotilions alla cena del Palace. L'obolo di partecipazione era una sciocchezza, 350 euro a cranio, da dare in beneficenza al Sovrano Ordine di Malta, che ne ha tanto bisogno. Madrine della serata princesse Milana Furstenberg e Valentina Ostrowsky, ex femme di Arun Nayar ( appena scaricato da Elisabeth Hurley per un giocatore di hockey. Chi la fa l'aspetti! ).

 

A dare una mano Domitilla Clavarino, Marzia di Carpegna, Fabrizia Ruffo di Calabria, Emanuela Cordero di Montezemolo. Una gara di slalom che ha visto vincitori Cedric Notz e Francesco d'Urso, al terzo posto Margherita Puri. La gelida temperatura di dieci gradi sotto zero ha messo a dura prova le sciure milanesi che la mattina si sono infagottate in piumini anti/gelo e moon boot griffati e scintillanti, il pomeriggio a bordo pista di pattinaggio del Kulm Hotel sfoggiavano invece pelliccione in stile Yeti e manicotti di pelo (Pizzi dov'eri?).

 

Francesca Versace e Margherita Missoni prima ruzzolavano sullo slittino e poi saettavano sul ghiaccio portando in bilico un vassoio con bicchieri stracolmi di vin brule', squalificate se facevano traboccare una sola goccia. Al dopo/Palace ci ha pensato Rolf Sachs che ha trasferito comitiva e bagatelle al suo Dracula. Danze e scatenamenti da bunga/bunga sui tavoli fino alle 6 del mattino. Qui i paparazzi sono visti come la croce per i vampiri. Ma anche digitali e IPhone degli invitati sono tenuti nascosti (ndr. a chi scrive è stata sequestrata villanamente la macchina fotografica da un cameriere, con modi da Gestapo).

 

Rolf, bon viveur di notte e designer nel tempo libero, ha appena completato la ristrutturazione (nientepodimeno che) dello stadio olimpico (chissene..).Solo se si e' ammessi alla corte dei Cresta riders si può assaggiare il sanguinolento Bloody Mary preparato dal vecchio barman, Enzo, un istituzione da 45 anni.

 

Siamo al Cresta Run, dicono il club più esclusivo ad alta quota, dicono. Qui, non basta il pedigree, quello ce l'hanno tutti, occorre un mix di palle e coraggio per buttarsi a testa in giu' sulla pista di ghiaccio dove sono scesi Gianni Agnelli, Gunther Sachs e teste coronate da oltre un secolo. L'appuntamento e' all'alba quando il ghiaccio e' come cristallo. La sera si festeggia a casa del vampiro, ossia al Dracula Club, fra i members for eternity ( ndr. membri a vita).

 

Tutti vogliono conoscerne uno per farsi invitare (quelli di piu' vecchia data sono Hugh Malim, il ceo della Barclays, Matteo Thun, Luca Simoni, Norman Foster, Andrea Bonomi, Spyros Niarchos, Ernst Hannover e altri) o almeno spendere il suo nome all'ingresso. Il clou della stagione e' la cena con premiazione del night riding, con la pista illuminata a fiaccole, in palio una bara d'argento in miniatura.

 

I must per la vestizione dei soci ( e se non ce li hai non sei uno del giro) sono: giacca di velluto nero con interno rosso vampiro, realizzate in esclusiva da Shanghai Tang, sciarpone lunga fino ai piedi, tessuta in Transilvania, il paese di Dracula, e le babbucce, anche loro vellutate, con il logo del pipistrello, da portare spaiate, una rossa e l'altra nera ( sono poi le stesse copiate dal Briatore).

 

P.S. ConsigIi per le buone frequentazioni ad alta quota: sgomitare per farsi invitare nel salotto dell'indiano Lakshmi Mittal, il re dell'acciao, o almeno in quello della sua vicina di casa Ester van Hulst. Ultima opzione: la magione di Georg von Opel a La Punt per pallosissimi concerti di musica da camera seguiti da cena ipergourmet.

 04-02-2011]

 

A STRATEGIA DEL TACCAGNO - IL GENIO HA IL "BRACCINO CORTO" - L’ARTISTA MILIONARIO DAMIEN HIRST CERCA UN ASSISTENTE: OFFRE 20 MILA STERLINE L’ANNO - Michelangelo teneva sotto il letto un cofano pieno di monete d’oro, ché non si fidava dei banchieri - Alberto Sordi, Quando erano a carico suo, faceva telefonate di pochissimi secondi - COME DISSE IL POETA: VISSERO INFELICI PERCHé COSTAVA DI MENO

Armando Torno per il "Corriere della Sera"

 

Non desideriamo discutere di un artista come Damien Hirst, le cui opere lasciano sovente perplessi, ma della sua avarizia. Se possiede una fortuna stimata intorno ai 215 milioni di sterline, sta ora cercando un collaboratore dalla «pennellata forte e decisa» , ben informato sulla «teoria dei colori» e con «competenze da disegnatore e da pittore» . In altre parole, un professionista. E cosa offre? Ventimila sterline l'anno. Che dire? Innanzitutto che ha il «braccino corto» .

Come Paperon de' Paperoni o l'arido e tirchio Ebenezer Scrooge prima della conversione in A Christmas Carol di Charles Dickens. Oppure come Totò nel film 47 morto che parla, tratto dall'omonima commedia di Ettore Petrolini. Gli avari si sprecano, tanto da creare un genere letterario. Se il loro patrono resta Giuda, il più geniale fu Michelangelo Buonarroti che si teneva sotto il letto un cofano pieno di monete d'oro, ché non si fidava dei banchieri. Un avaro simpatico? Alberto Sordi. Quando erano a carico suo, faceva telefonate di pochissimi secondi.

 

Un taccagno di qualità, invece, era il filosofo Arthur Schopenhauer, incapace di amare il prossimo, anzi ne visse sempre provando disgusto. Avara suo malgrado, costretta per risanare il bilancio di famiglia, fu la mamma di Giacomo Leopardi, quell'Adelaide Antici che accettava dai contadini solo uova grosse, tanto che aveva un cerchio per misurale e respingeva le sottodimensionate. Codesto vizio è un tema mitologico con re Mida, il quale per avidità giunse a non potersi neppure sfamare, giacché i cibi che toccava si trasformavano subito in oro.

 

Insomma Hirst, nonostante tutto, è in buona compagnia. Se fosse vissuto al tempo del commediografo latino Plauto rischiava di finire nell'Aulularia, magari dipinto come Euclione, taccagno che trovò una pentola colma di monete e consumava i giorni nel costante terrore che gli venisse sottratta. Sarebbe finito anche negli aspetti comici dell'opera, nella quale l'affanno ridevole della custodia del tesoro suscita continue ilarità. Forse meglio che diventare un ospite del VII canto dell'Inferno di Dante dove, sotto l'influenza del senso cristiano di tale peccato, «questi resurgeranno del sepolcro/col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi» .

Voltaire scrisse nel Dizionario filosofico che «gli uomini odiano coloro che chiamano avari solo perché non ne possono cavar nulla» , mentre Confucio nella sua saggezza lancia loro un appiglio e nei Colloqui scrive: «Il prodigo è arrogante, l'avaro è meschino. La meschinità è meglio dell'arroganza» . Se San Gregorio nei Moralia pone l'avarizia tra i vizi spirituali, giacché si consuma nel piacere e nella percezione dell'anima e non della carne, una battuta del film Arabesque (1966) proferita dal petroliere Alan Badel a Gregory Peck ricorda che sovente questo vizio diventa componente necessaria della prudenza: «Signor Pollock, i beduini hanno l'abitudine di dire agli ospiti: tutto ciò che posseggo è tuo. Io non arrivo a tanto» .

 

Eppure bisogna temerla, come insegna Shakespeare con Shylock nel Mercante di Venezia; o va tenuta lontano, giacché Philip Massinger ci ricordò nel Nuovo modo di pagare i vecchi debiti (la stampa è del 1632) che sovente finisce in pazzia. Ma forse il Seicento ci ha consegnato con Arpagone nell'Avare di Molière il ritratto più acuto: nell'avarizia il senso del ridicolo si unisce alla vergogna e alla coscienza del proprio difetto, anche se è rifiutato con sdegno, come se si vivesse una rivolta della vanità contro la tendenza dell'anima, custodita e difesa con gelosia.

Inoltre è possibile parlare di santa e disperata avarizia, come prova Giovanni Verga nella novella La roba o in Mastro don Gesualdo. L'urlo di Mazzarò, quando gli ricordano che è tempo di pensare alle cose celesti, «Roba mia, vientene con me!» , rappresenta il fallimento della religione dell'accumulo.

 

Il lettore italiano può informarsi del problema di Damien Hirst con due saggi: di Phyllis A. Tickle (Raffaello Cortina, 2006) e di Stefano Zamagni (Il Mulino, 2009): entrambi sono intitolati Avarizia.

Tra le altre letture ci sono l'Eugénie Grandet di Balzac, ma soprattutto Il cavaliere avaro di Aleksandr Sergeevic Puškin, del 1830 (una traduzione italiana nelle Opere di Mursia). In tal caso il vizio capitale diventa contemplazione dell'infinito potere racchiuso nelle ricchezze accumulate: ma un simile vagheggiamento non si trasforma in volontà di dominio, bensì in una sorta di faustianesimo invertito, una gioia sadica nel fermare il volgere delle stagioni impedendo lo scoppio delle energie racchiuse nel denaro. Allora l'avarizia si muta in potenza metafisica. È il dramma dei ricchi non generosi. Oggi in aumento.

 24-01-2011]

 

 

 

 

2. DNA, 60 MAGISTRATI PER QUATTRO POSTI...
Ci sono quattro posti vuoti tra i 20 sostituti procuratori della Direzione nazionale antimafia. Lavorare a Roma, accanto al superprocuratore Piero Grasso l, è incarico ambito e prestigioso e al Consiglio superiore della magistratura sono arrivati da tutta Italia i curricula di 60 candidati. Fra gli aspiranti all'ufficio di via Giulia ci sono siciliani come il pm della Dda di Palermo Giuseppe Fici, che ha collaborato con Gian Carlo Caselli e lo stesso Grasso, e il giudice Vincenzo Panebianco di Siracusa; il napoletano, ormai veneziano d'adozione, Carlo Mastelloni; e tanti pugliesi.

 

A febbraio la commissione competente farà una prima scrematura, selezionando i magistrati più qualificati per l'incarico. E a metà marzo è attesa la scelta dei quattro da inviare alla Dna. (A.M.G.)21-01-2011]

 

 

3. CANDID CAMERA PER CHI SPORCA...
La moda l'ha lanciata il sindaco di Bari, Michele Emiliano, pubblicando su Facebook le foto dei netturbini fannulloni. A Napoli però le strade, più che sporche, sono trasformate in un immondezzaio; e le pause extra dei netturbini non le nota nessuno. Lavorino o no, la spazzatura resta ovunque. Perché chi più ne ha più ne mette. I residenti sono specializzati nel lancio del sacchetto fuori orario, le ditte disseminano rifiuti speciali.

 

E i commercianti sono maestri nell'abbandono indifferenziato di cartoni e imballaggi. Tendenza non nuova, si dirà. Ma al prossimo sgarro la foto finisce sul web. Sull'esempio pugliese, i «paparazzi» di un'associazione s'indignano con Rosa Russo Iervolino. E gli scatti
inviati al sindaco sono personalizzati dalla dedica: «Zero controlli. I trasgressori ringraziano!» Firmato «No comment» (è il nome dell'associazione). Maria Pirro

 21-01-2011]

 

UN TESORO DI MOGLIE - LEILA BEN ALI È SOLO L’ULTIMA DELLA LUNGA LISTA DI CONSORTI DI DITTATORI CHE SCAPPA COL MALLOPPO - SUHA ARAFAT L’ACCUSAVA DI DEPREDARE IL PATRIMONIO DELLA TUNISIA, MA PER MOLTI, PROPRIO LA MOGLIE DEL LEADER OLP SI GODREBBE LA “CASSA DI GUERRA” LASCIATA DAL MARITO IN DIVERSE BANCHE EUROPEE - DA IMELDA MARCOS, A MICHÈLE BENNETT (LADY DUVALIER), FINO ALLA SIGNORA PINOCHET. AL MOMENTO DELLA FUGA IL PRIMO PENSIERO È PER LA CASSAFORTE

Monica Ricci Sargentini per il "Corriere della Sera"

 

Nei momenti di disgrazia il primo pensiero va sempre alla cassa. A quel tesoro da far sparire in un batter d'occhio. Leila Ben Ali non è la prima e non sarà l'ultima ad aver pensato al vile denaro. La moglie del presidente tunisino, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe stata previdente: avrebbe stipato l'aereo che l'ha portata verso la salvezza con 1,5 tonnellate di lingotti d'oro per un valore di 45 milioni di euro.

 

Lui, il marito, era un po' restio ad autorizzare il prelievo dalla Banca Centrale (che smentisce la notizia), ma poi avrebbe ceduto al pragmatismo della consorte che, chiaramente, ha a cuore il suo futuro e quello dei tre figli (la maggiore, Nesrin, partorirà tra qualche settimana in Canada).

D'altra parte che Leila avesse in pugno la situazione l'aveva rivelato, nei cablogrammi diffusi da Wikileaks poche settimane fa, la vedova di un altro leader potente, Suha Arafat: «Il presidente - aveva detto in una conversazione telefonica che risale al 2007 con l'allora ambasciatore americano in Tunisia Robert Godec - fa solo quello che la moglie gli ordina; Leila Ben Ali e la sua famiglia stanno depredando il patrimonio della nazione; i parenti possono fare quel che vogliono impunemente» .

 

Parole «profetiche» dettate dall'irritazione della donna per l'inaspettata revoca della cittadinanza tunisina. Ma da che pulpito: Suha è un'altra moglie sospettata di aver pensato molto al patrimonio. Cristiana, di buona famiglia, sposò Arafat nel 1990 quando lei aveva 27 anni e lui 61. Alla morte del presidente dell'Anp molti l'hanno accusata di aver ereditato dal marito centinaia di milioni di dollari sparsi in diverse banche europee, una sorta di «cassa di guerra» creata da Arafat nel corso degli anni.

 

E che dire di Imelda Marcos, un'altra icona del lusso sfrenato: quando fuggì da Palazzo Malacanang si lasciò dietro una collezione di 3.000 paia di scarpe, 1.000 borse, 508 abiti da sera e 15 pellicce di visone. Il marito, Ferdinand Marcos, presidente delle Filippine tra il 1965 al 1986, avrebbe rubato al suo Paese tra i 4 e gli 8 miliardi di euro, e lei attingeva al salvadanaio segreto. Nel 1998 la Svizzera restituì a Manila 600 milioni di dollari di quel tesoro nonostante Imelda abbia sempre sostenuto che il patrimonio era del marito «ricchissimo prima di assumere il potere» .

 

Indimenticabile è Michèle Bennett, un tempo moglie dell'ex dittatore haitiano Jean-Claude Duvalier. Quando lasciarono Port au Prince, nel 1986, i due coniugi avevano già ammassato all'estero tra i 300 e i 900 milioni di dollari. Che fossero spendaccioni era noto. Il loro matrimonio è passato alla storia per il suo costo spropositato: 3 milioni di dollari di cui 100 mila solo per i fuochi d'artificio. Le cronache narrano di una donna crudele, vorace, dedita allo shopping compulsivo.

 

Quando i poliziotti francesi perquisirono la villa Duvalier per indagare sul famoso «bottino», la signora cercò di buttare nel water un taccuino su cui erano annotate le spesucce degli ultimi mesi: 270 mila dollari in gioielli, 168 mila in vestiti e novemila per due selle da cavallo di Hermes comprate per i figli. Si dice che quando il marito le chiese il divorzio nel 1990 lei gli ridusse di molto il tenore di vita.

Nell'elenco non può mancare Lucia Hiriart, moglie di Augusto Pinochet, accusata insieme ai suoi figli di aver trasferito illegalmente, durante il regno del dittatore, 27 milioni di dollari su 115 conti esteri. E per finire c'è Raghad, la figlia di Saddam Hussein, oggi in esilio in Giordania: avrebbe trafugato oltre un miliardo di dollari in gioielli, gemme e altri preziosi. È il bottino che il marito, Hussein Kamal, era riuscito a nascondere nel regno hashemita prima di essere trucidato per ordine del Raìs. 18-01-2011]

 

 

 

L´impero americano per dieci anni nelle mani di un malato d´Alzheimer? - CONFESSIONE SHOCK Del figlio di ronald REAGAN in un libro in uscita, "My father at 100": "probabilmente se i medici gli avessero diagnosticato il male mio padre si sarebbe dimesso" - era già malato quando Nel marzo del 1983 Reagan pronunciò lo storico discorso in cui predisse il collasso del comunismo. dunque, non tutto il male vien per nuocere...

Angelo Aquaro per "la Repubblica"

 

Nel marzo del 1983 Ronald Reagan pronunciò lo storico discorso in cui predisse il collasso del comunismo. Est e Ovest erano all´apice della guerra fredda. L´invasione dell´Afghanistan - quella sovietica - aveva spinto agli Usa a dimostrare tutta la loro forza. Il dispiegamento dei missili Cruise aveva creato proteste in mezza Europa. L´Italia si spaccò sulla base di Sigonella. Eppure quello che allora sarebbe potuto collassare davvero era proprio lui. Il presidente di cui il 6 febbraio ricorre il centenario confessò con una lettera alla nazione di soffrire d´Alzheimer più di dieci anni dopo: nell´agosto 1994.

 

Ma adesso suo figlio Ron rivela che Ronald era già malato: «Nel terzo anno della sua elezione cominciai a vedere i primi segni di preoccupazione». La situazione peggiora quando - è il 1984 - «guardando il dibattito tv con Walter Mondale cominciai a provare quel senso di nausea che avverti sentendo che un cattivo sogno si sta realizzando». L´impero americano nelle mani di un malato? Nello stesso libro in uscita, My father at 100, il figlio sottolinea: probabilmente se i medici gli avessero diagnosticato il male mio padre si sarebbe dimesso.

 

Apriti cielo. La Ronald Reagan Foundation ha subito preso le distanze: «Ron ha scritto un libro affettuosamente caloroso. Ma sull´Alzheimer sia i medici del presidente sia quelli che l´hanno curato dopo hanno stabilito che i segni della malattia apparvero solo quando lasciò la Casa Bianca».

 

Vietato ledere l´immagine dell´uomo che sopravvisse a un attentato e ridiede fiducia all´America. E chi se ne importa se le associazioni dei malati ringraziano Ron per il coraggio della denuncia. «Quando eleggiamo i presidenti» scrive Reagan jr «eleggiamo esseri umani con tutte le loro debolezze». Una bestemmia per questa nazione di Supermen. 17-01-2011]

 

 

DOPO IL PROCESSO BREVE, ARRIVA IL PRECARIO BREVISSIMO - GRAZIE AL “COLLEGATO LAVORO” VOLUTO DALLO (SCOLLEGATO) MINISTRO SACCONI, ARRIVA IL MAXI REGALO DEL GOVERNO ALLE AZIENDE CHE SFRUTTANO COCOPRO E COCOCO E FINTE PARTITE IVA: TERMINI PER I RICORSI DI LAVORO RIDOTTI A SOLI 60 GIORNI (PRIMA NON C’ERA SCADENZA), E DA LUNEDI’ SANATORIA TOMBALE SUI VECCHI CONTRATTI - CAMUSSO, DOVE SEI? VENDOLA? NON PERVENUTO. QUALCUNO LI INFORMI CHE POMIGLIANO PIU’ MIRAFIORI OCCUPANO 34.000 ADDETTI, MENTRE I PRECARI FREGATI DA QUESTA LEGGE SONO 150.000

Lorenzo Galeazzi e Federico Mello per "ilFattoQuotidiano.it"

 

Chi ha avuto esperienze professionali precarie sa bene che avere buoni rapporti con i propri principali è fondamentale. Mi rinnoveranno il contratto? Me lo prolungheranno? Mi assumeranno a tempo indeterminato? Prima, poi o mai? Sono alcune delle domande che affliggono quotidianamente il lavoratore atipico. Adesso, però, chi si trova nel limbo temporale tra un contratto scaduto e uno che forse arriverà - co.co.pro, di collaborazione, o tempo determinato - è davanti a un bivio. Entra oggi in vigore la legge 183 del 2010, più nota come "Collegato lavoro".

 

COM'ERA. La vecchia normativa garantiva anni di tempo a chi intendeva fare causa al suo ex-datore di lavoro (il caso più classico, per i precari, è quello in cui si viene utilizzati come "collaboratori" anche se si fa un lavoro da dipendenti a tutti gli effetti). Con il Collegato lavoro, l'arco di tempo entro il quale si può fare causa al proprio datore di lavoro diventa di 60 giorni: o ci si muove per tempo, o dopo non si può più rivendicare nessun diritto (era una disposizione già prevista per i contratti a tempo determinato ora allargate anche agli altri contratti).

CHI PUO' FARE CAUSA. Per tutti i rapporti di lavoro terminati prima del novembre 2010 (oggi), quindi, si potrà fare causa entro il 23 gennaio. Per i contratti che scadranno in futuro, si avranno sempre e comunque solo 60 giorni di tempo, e poco importa se, magari, si aspetta un nuovo contratto proprio dal datore di lavoro che si vuole portare in tribunale.

 

RICATTO CERTIFICATO. "La Legge 183 chiude il cerchio perverso che si era aperto nel 1997 con il Paccheto Treu". Ne è convinto Massimo Laratro, uno degli avocati del lavoro del pool legale di San Precario, il collettivo che da più di 10 anni si occupa di diritti e precarietà. "Treu aveva introdotto le prime forme di lavoro flessibile e interinale nel 1997; Marco Biagi, con la Legge 30 del 2003 aveva codificato la precarietà con una serie di forme contrattuali atipiche; oggi, con il collegato lavoro, il legislatore va a colpire i precari anche sul piano processuale. Il ricatto cui era sottoposto il lavoratore atipico prima era implicito, oggi è certificato".

 

Secondo gli avvocati di San Precario, la nuova legge rende quasi impossibile per i lavoratori fare causa alle aziende quando le condizioni contrattuali sono ritenute non corrette. E' un vero rosario - di cavilli, eccezioni, tempistica, sproporzione delle forze in campo - quello da sgranare per vedersi riconoscere i propri diritti.

I PERIODI DI NON LAVORO. "Oggi ero in tribunale per due cause di lavoro e, alla luce delle novità legislative, sono state entrambe rinviate", dice Matteo Paulli, uno dei legali del pool. "Ci vogliono mesi, addirittura anni, per sapere se un contratto di lavoro è impugnabile". E chiarisce: "I precari fra una collaborazione e l'altra possono avere dei periodi di non lavoro ben superiori a due mesi - continua Paulli - Un datore di lavoro può dire al suo dipendente che gli rinnova il contratto, lascia passare i famosi 60 giorni e al 61esimo non glie lo rinnova. A quel punto per il precario è finita, si trova cornuto e mazziato".

 

CONTRATTISTI MULTIPLI. Non solo, c'è una trappola anche per i contrattisti "multipli": "Se un lavoratore ha avuto con la stessa azienda un numero elevato di collaborazioni, ad esempio cinque contratti nell'ultimo anno, potrà impugnarli sempre che i famosi 60 giorni non siano trascorsi. E' ovvio che quindi potrà impugnare solo l'ultimo. E avrà molte meno possibilità di vincere", sottolinea Massimo Laratro. Insomma, è la parola del dipendente contro quella del principale. "Dato che durante l'udienza il datore di lavoro deve dimostrare la ‘temporaneità' del rapporto di lavoro, se la causa riguarda un solo contratto di due mesi anziché cinque o sei collaborazioni, avrà la strada spianata".

 

INSIDIE PRIMA DI FIRMARE. Le insidie non finiscono qua. Le altre due novità particolarmente indigeste ai legali di San Precario sono la "certificazione del rapporto di lavoro" e la "clausola del ricorso all'arbitrato" in caso di impugnazione. Presso le camere del lavoro verranno istituite delle "commissioni certificatrici" che avranno il compito di apporre il loro sigillo sulla validità di un determinato rapporto di lavoro. "Io ti assumo con un contratto a progetto, mi rivolgo alla commissione che timbra il contratto come legittimo e tu non potrai mai fare più causa contro di me - dice Laratro - Così facendo si certifica non solo il rapporto, ma anche la volontà del lavoratore che evidentemente non è nella condizione di rifiutare perché magari sta cercando un'occupazione da mesi".

ARBITRATO. L'arbitrato invece dà la possibilità al datore di lavoro di inserire nel contratto una clausola che dice che in caso di problemi il dipendente si rivolgerà a una commissione arbitrale invece che ai giudici. "Con questa norma si vuole azzerare il ricorso all'autorità giudiziaria" dicono gli avvocati.

 

INDENNITA' PREGRESSA. Infine c'è la questione dell'indennità. Prima della Legge 183 se un lavoratore vinceva la causa contro il suo datore di lavoro, lui era obbligato a "riconoscergli il mancato guadagno", e cioè a corrispondergli tutti gli stipendi in cui era rimasto a casa. Ora, nel caso l'azienda perdesse in tribunale sarà tenuta solo a versare un'indennità all'ex dipendente che andrà da un minimo di 2,5 a un massimo di 12 mensilità. "E se il processo va avanti per tre anni e il lavoratore in tutto il periodo rimane a casa?" Chiedono gli avvocati di San Precario.

 

LICENZIAMENTO ORALE. E ancora, l'ultima gabola. C'è il licenziamento "orale". Per la legge il licenziamento deve essere comunicato in forma scritta: se comunicato oralmente, non è valido. Ma ora il termine dei 60 giorni varrà anche per i "licenziamenti orali". Se un datore di lavoro sosterrà che il licenziamento c'è stato prima della data indicata dal lavoratore (e ben prima dei sessanta giorni a disposizione), basterà trovare dei testimoni compiacenti per bloccare il processo.

 

LA CGIL: ASSISTENZA' STRAORDINARIA. La Cgil si è attivata in tutti i modi contro il collegato lavoro. Non solo è impegnata da settimana per distribuire materiale informativo, ha lanciato anche un appello ai principali organi di informazione. Assicura, inoltre, che "tutti gli uffici legali della confederaizone, tutti gli sportelli immigrati, tutte le strutture di categoria della Camera del lavoro, saranno impegnate nei prossimi sessanta giorni in un'iniziativa di straordinaria consulenza e tutela". Un impegno che i militanti dello sportello San Precario giudicano tardivo. "Il provvedimento è in Parlamento da due anni. Dov'era la Cgil in tutto questo periodo?", chiede Massimo Laratro.

NESSUN DIRITTO. il colpo finale ai precari e alla loro dignità è ormai sferrato. Si parla da anni di "flexsecurity", di garantire sostegno e stato sociale anche ai lavoratori precari. Alla fine, invece, si è chiuso il ciclo aperto da Treu: neanche i tribunali potranno garantire i diritti violati dei lavoratori atipici.

21-01-2011]

 

 

BOLOGNA LA ROTTA - COLPO DI SCENA, PARLA IL PADRE DEL BAMBINO: "Non è vero che viviamo in strada. Abbiamo una casa in affitto, 460 euro per un buco, abbiamo difficoltà economiche e facciamo i salti mortali ma non siamo dei pazzi che tengono due neonati al gelo senza curarsene" - "Nel 2007 abbiamo fatto richiesta per la casa popolare e stavamo preparando quella per l’assegno. Ma più di questo no, perché avevamo paura che ci togliessero i bimbi. Ma dalla morte di Devid nessuno dal Comune si è fatto vivo

1- PARLA IL PADRE: «MACCHÈ CLOCHARD. NON CHIEDEVAMO SUPPORTO? CI AVREBBERO TOLTO I PICCOLI»
Gianluca Rotondi per il "Corriere di Bologna"

 

«Non è vero che viviamo in strada, che siamo dei vagabondi. Abbiamo una casa in affitto, 460 euro per un buco in via delle Tovaglie, abbiamo difficoltà economiche e facciamo i salti mortali ma non siamo dei pazzi che tengono due neonati al gelo senza curarsene». Sergio Berghi, 43 anni, se ne sta seduto fuori dal Gozzadini e fuma l'ennesima sigaretta. È furente, arrabbiato col mondo e disperato.

È alla pediatria del Sant'Orsola che si è consumato il suo dramma e quello della compagna Claudia, 36 anni, cinque figli avuti da tre uomini diversi e una vita segnata dalle difficoltà. Qui è venuto al mondo e se ne è andato dopo soli venti giorni Devid, uno dei due gemelli nati il 13 dicembre e morto in ospedale il 4 gennaio dopo essere stato raccolto da un'ambulanza in piazza Maggiore.

Non respirava quasi più quando è arrivato al Sant'Orsola. Il padre, un passato difficile a Firenze e un presente fatto di lavoretti per sbarcare il lunario, ha seppellito Devid alla Certosa da nemmeno un'ora ed è tornato al Gozzadini dove sono ricoverati l'altro gemellino, la compagna e la figlia di un anno e mezzo della donna. Stanno bene e presto andranno in una struttura protetta.

«Sono pronto a togliermi il pane da bocca per i figli ma non c'è lavoro. Claudia faceva assistenza agli anziani ma quando ha avuto la bimba ha smesso - dice Sergio - A novembre ho fatto un lavoretto ma mi sono rimasti cento euro. I problemi ci sono ma non siamo barboni, abbiamo una casa dove stare».

In quella casa alle spalle del tribunale in realtà ufficialmente ci vive Claudia col marito, un magrebino che ha sposato a maggio su due piedi. I vicini e i negozianti, che raccontano di difficoltà economiche e litigi, giurano di averli visti traslocare a settembre. Ma per andare dove? Ogni tanto dalla nonna, poi chissà. Lui è stato per qualche tempo in una struttura del Giovanni XXIII° a Funo. Li hanno visti in giro in città, alla stazione, in Sala Borsa e in via Capo di Lucca. Non chiedevano né soldi né aiuto e hanno tenuto nascosta la gravidanza della donna fino al parto.

Poi il dramma: «Abbiamo mangiato dalla mamma di Claudia e poi ci siamo avviati a piedi verso casa - racconta - Ci siamo fermati in piazza Maggiore a salutare un amico e abbiamo visto che Devid era viola e giallo e respirava a fatica. Sono stato io a chiamare l'ambulanza. Nessun dottore ha parlato di freddo e stenti, ci hanno detto che è morto perché aveva il latte nella trachea», dice con rabbia: «Siamo tornati a casa ma a mezzanotte ci hanno chiamato perché era gravissimo».

 

Ma perché non avete chiesto aiuto? «Nel 2007 abbiamo fatto richiesta per la casa popolare e stavamo preparando quella per l'assegno. Ma più di questo no, perché avevamo paura che ci togliessero i bimbi. Ma dalla morte di Devid nessuno dal Comune si è fatto vivo. Ora vorrei la casa popolare».

Era già successo, sia a lui che a Claudia, quando i loro destini non si erano ancora incrociati. Incapacità genitoriale, sintetizzano i servizi sociali. Chiamati a mettere in fila le tappe di una vicenda dolorosissima che interroga tutti. Sergio la risposta non ce l'ha ma precisa: «Sono nati di sette mesi, seguivano una terapia ma ci hanno detto che stavano bene. Poi le solite raccomandazioni, tenerli al caldo e avere cura che mangiassero. Secondo noi invece dovevano tenerli di più in ospedale».

2- GELO E INDIFFERENZA, MUORE A 20 GIORNI...
Franco Giubilei per "La Stampa"

Per giorni hanno cercato rifugio in Sala Borsa, la biblioteca che si affaccia su piazza del Nettuno, nel cuore di Bologna. Padre, madre, due figli gemelli di soli venti giorni e una bimba di un anno e mezzo, una famiglia italiana senza casa che viveva di espedienti. Poi il 4 gennaio qualcuno ha finalmente chiamato il 118 e i sanitari sono venuti a prendersi i bambini in piazza Maggiore perché uno dei due gemellini stava malissimo.

Per Devid Berghi però era troppo tardi: il piccolo è morto nel reparto di rianimazione dell'ospedale Sant'Orsola. Si parla di crisi respiratoria e per avere la risposta definitiva sulle cause bisognerà aspettare gli esiti dell'autopsia, ma l'ipotesi più verosimile è che il neonato non abbia retto al freddo e agli stenti. Il gemellino e la sorella, ricoverati in Pediatria, fortunatamente ora stanno bene. Una vicenda incredibile che ha come teatro i portici e le piazze del centro di Bologna, dove i cinque hanno vagato per giorni.

Adesso in città è tutto un rincorrersi di dichiarazioni incredule e sgomente per il clima di indifferenza in cui è maturata la tragedia, ma è la ricostruzione dei fatti a rendere l'idea di quel che è accaduto: «Ho fatto entrare il padre al caldo, in negozio, ma non era lucido, la madre stava fuori e piangeva - racconta il dipendente della farmacia comunale di piazza Maggiore, a due passi da Palazzo D'Accursio, che ha dato i primi soccorsi -. Lui invece continuava a tenere in braccio questo bimbo, che sembrava già morto. Era bluastro, non respirava più».

Era il pomeriggio del 4 gennaio, poco dopo le 15: a pochi metri la gente di passaggio si era accorta che c'era qualcosa che non andava. «Una collega mi ha descritto la scena dicendomi che era già stata chiamata un'ambulanza - aggiunge il farmacista -. Sono uscito e ho visto un capannello di persone intorno a questi genitori. Il padre non era lucido, con lui non si riusciva a interagire».

 

A questo punto, visto che i soccorsi ancora non arrivavano, l'uomo col neonato è stato fatto entrare in farmacia e il dipendente ha richiamato il 118: «Quando ho telefonato mi hanno detto che l'ambulanza era appena arrivata. Poi si è presentato un signore dicendo di essere il nonno, con una carrozzina vuota, e ci ha chiesto se potevamo custodirla noi».

Il procuratore aggiunto di Bologna Valter Giovannini ha aperto un fascicolo, l'inchiesta è stata affidata al pm Alessandra Serra, che ha disposto l'acquisizione di tutta la documentazione riguardante la famiglia di Devid. Critiche al funzionamento dei servizi sociali sono venute dal direttore della Caritas diocesana, che conosceva i genitori anche se «da non molto tempo: è una carenza dei servizi sociali, ci sono lacune non piccole. A questa città manca un vero padre di famiglia. I servizi dovrebbero avere la possibilità di valutare le situazioni, senza rimandarle alle calende greche. Questa vicenda fa capire cosa sono le nuove povertà».

Il commissario straordinario di Bologna Anna Maria Cancellieri, che rimpiazza il sindaco da quando si dimise Delbono, ha replicato: «La madre aveva sempre rifiutato aiuti e assistenza». In passato aveva avuto altri due figli che le erano stati tolti dai servizi sociali e dati in affido. Dal 2001 avrebbe avuto cinque bambini da tre uomini diversi. «In occasione di un pranzo di solidarietà l'ultimo dell'anno era stata avvicinata da due operatori che le hanno chiesto se aveva bisogno, ma lei non ha chiesto nulla», dice la Cancellieri.

Neanche quando i figli sono stati dimessi e trasferiti in una struttura protetta la madre ha voluto seguirli. Ai servizi sociali specificano che il 31 dicembre era stato offerto un posto per dormire, «ma loro hanno risposto di avere una casa. La donna, che era seguita dal servizio sociale di Santo Stefano, non aveva mai riferito di non averla». Il padre, originario dell'Aretino, in passato era stato ospite di strutture di accoglienza a Bologna, ma da tempo viveva per la strada. 11-01-2011]

 

 

Da "Panorama"

1. POCHI SOLDI, CHIUDONO 13 DOMUS DI POMPEI...
Non c'è pace per gli Scavi di Pompei. È saltato infatti, per mancanza di copertura finanziaria, il rinnovo dell'accordo sindacale che, nel 2008, permise alla soprintendenza archeologica l'apertura di 13 domus, che da inizio gennaio ritornano così inaccessibili ai visitatori. Fra i siti chiusi le case degli Amorini dorati, dei Casti amanti, della Fontana piccola e il Termopolio. Intanto l'Osservatorio patrimonio culturale degli Scavi di Pompei lancia l'allarme sul futuro del complesso: l'80 per cento degli edifici della città romana è a rischio crollo.

«Quotidianamente, anche se le cronache non lo registrano, dai muri delle domus si staccano ampi pezzi di intonaco decorato» accusa il responsabile dell'osservatorio, Antonio Irlando. (Simone Di Meo)07-01-2011]

 

 

 

 

 APPALTI: BANKITALIA, SISTEMA ESPOSTO A RISCHI COLLUSIONE E CORRUZIONE...
(Adnkronos) - Il sistema degli appalti pubblici in Italia e' esposto a rischi di collusione e corruzione oltre a mostrare carenze sul piano della progettazione. E questo nonostante le numerose riforme che hanno interessato il settore, volte a migliorare il disegno delle procedure di aggiudicazione e ad assicurare il rispetto dei principi di pubblicita', di trasparenza e parita' di trattamento dei contraenti privati. Sono queste le patologie e le criticita' messe in luce dallo studio di Bankitalia sul tema 'L'affidamento dei lavori pubblici in Italia: un'analisi dei meccanismi di selezione del contraente privato'.

'Nonostante le numerose riforme che hanno interessato il settore degli appalti pubblici negli ultimi anni, il sistema italiano e' caratterizzato- sottolinea l'indagine di Bankitalia- da un'elevata frammentazione ed esposto in misura considerevole ai rischi di collusione, corruzione e rinegoziazioni successive con gli aggiudicatari dei contratti. Carenze sono, inoltre, presenti sul piano della progettazione degli interventi'.

28-12-2010]

 

 

UN CALCIO NEI COGLIONI DEI BARONI - DITE QUELLO CHE VOLETE DELLA RIFORMA GELMINI, MA È L’EQUIVALENTE DI UNA CASTRAZIONE CHIMICA PER GLI ATTUALI PADRONI DELLE UNIVERSITÀ: DA ROMA A TORINO, DA MESSINA A FIRENZE, TUTTE LE DINASTIE, CON NOMI E COGNOMI, CHE DA OGGI NON POTRANNO PIÙ PIAZZARE EREDI (PERÒ MARITI E MOGLI POTRANNO CONTINUARE A ASSUMERSI A VICENDA) - ECCO LE NOVITÀ E LE CRITICHE: RICERCATORI A TERMINE, BORSE DI STUDIO PER MERITO E NON PER REDDITO, TAGLIO DELLE SEDI…

1 - NO-GELMINI: I VERI INFILTRATI SONO I BARONI...
Daniele Martini per "il Fatto Quotidiano"

Tutto, piuttosto che perdere un privilegio antico: la cattedra familiare. Tutto, compreso l'impensabile, cioè confondersi per una volta tanto con quei casinisti degli studenti, infiltrarsi nei cortei, magari turandosi ben bene il naso, dando l'impressione di essere stati folgorati sulla via di Damasco, nella speranza che la riforma Gelmini dell'Università si infranga sugli scogli della protesta.

 

Devono aver pensato questo i baroni che, dopo una vita passata nella torre eburnea dei loro istituti, inaspettatamente una mattina si sono svegliati contestatori. Perché quella riforma piena di pecche, prima tra tutte la stravagante pretesa di rinnovare le università statali affamandole con i tagli, un merito ce l'avrebbe, un pregio che, però, per loro baroni, suona come una campana a martello: spuntare le unghie proprio ai professoroni delle università in una faccenda a cui tengono quanto al bene della vista, le assunzioni in famiglia.

Da questo punto la legge è perentoria (anche se c'è chi ne mette in dubbio la costituzionalità): assunzione vietata nello stesso dipartimento per i parenti legati fino al quarto grado ai professori in cattedra. Con una vistosa incongruenza, però: il tassativo divieto non vale, chissà perché, tra marito e moglie.

 

Per cui anche in futuro nessuno potrebbe aver niente da ridire se ricapitasse un caso come quello svelato ieri dal Corriere della Sera che riguarda la facoltà di Scienze della Sapienza di Roma. Protagonista una coppia sposata, appunto: lui, Paolo De Bernardis, astro-fisico di livello internazionale, e lei, Silvia Masi, laureata a pieni voti, sollevata dal purgatorio dei ricercatori a vita e assunta nel cielo degli associati, giudicata idonea nel concorso per un posto nel dipartimento del marito.

 

Ma, se per assurdo, la legge Gelmini entrasse in funzione con valore retroattivo, gli atenei italiani si svuoterebbero di colpo. Perché in questi decenni le facoltà sono state uno degli incubatori più accoglienti della mala pianta del nepotismo. Vista dalle cattedre baronali, la riforma fa così paura che perfino i magnifici rettori hanno deciso di sfidare in questi giorni il pubblico ludibrio aggirandola in contropiede. Il caso più clamoroso è quello romano, dove due magnifici su tre hanno piazzato parenti in zona Cesarini.

 

Luigi Frati, emerito della Sapienza e preside di Medicina, già bersaglio di critiche per casi di favoritismi familiari, è entrato di nuovo nel vortice delle accuse perché proprio due giorni fa in facoltà, dipartimento di Scienze e Biotecnologie, è arrivato un altro di casa sua, Giacomo, il secondogenito. Prima di lui era stata la volta dell'altra figlia, Paola, ordinaria di Scienze anatomiche, e della moglie, Luciana Rita Angeletti, Storia della Medicina. Con l'ingresso di Paolo i Frati, insomma, hanno fatto poker.

Idem a Tor Vergata: il rettore, Renato Lauro, anche lui preside di Medicina, ma ex, ha assistito soddisfatto alla decisione del consiglio di facoltà di far assurgere al ruolo di associato la nuora, Paola Rogliani. Prima dei due rettori attuali, un altro magnifico romano, Renato Guarini, era finito sotto inchiesta per abuso d'ufficio, sospettato di uno scambio di favori con un docente di Estimo ad Architettura, che secondo l'accusa avrebbe agevolato la carriera della figlia del primo, Maria Rosa.

 

Anche a Siena, ateneo prestigioso, ma ben protetto dalle critiche e forse per questo poco indagato, i rettori che si sono succeduti dagli anni Ottanta fin quasi ad oggi sono sospettati di avere avuto un occhio di riguardo per quelli di casa. Luigi Berlinguer, ai tempi in cui era ministro dell'Istruzione con il centrosinistra, ebbe la soddisfazione di vedere il figlio Aldo vincitore della cattedra di professore associato in Diritto privato comparato all'Università di Cagliari ad appena 29 anni, ancor prima di concludere il dottorato.

Ora Aldo insegna nell'ateneo toscano dove il padre fu rettore. Il successore di Berlinguer, Piero Tosi, già presidente della Conferenza dei rettori, ordinario di Anatomia e Patologia, ha visto con soddisfazione il figlio Gian Marco calcare le sue orme nella stessa facoltà, vincitore di un concorso per ricercatore per le malattie dell'apparato visivo.

Da Torino a Messina gli alberi dinastici in facoltà sono così tanti che solo per citarli ci vorrebbero i volumi dell'elenco telefonico. Alla Federico II di Napoli due anni fa un gruppo di studenti presentò una ricerca secondo la quale "almeno il 15 per cento di professori è imparentato", con punte nella facoltà di Economia (32 casi). A Messina un anno fa il rettore Franco Tomasello è finito davanti ai giudici assieme ad altri 23 tra docenti e ricercatori con svariate accuse, dall'abuso d'ufficio in concorso a tentata truffa.

 

Dalle indagini venne fuori che a Veterinaria dei 63 docenti 23 erano parenti, a Medicina e Chirurgia su 531 professori i parenti erano poco meno di un centinaio, a Giurisprudenza 27 su 75. Anche nell'ateneo di Cosenza un ex rettore, Giuseppe Frega, si è messo in mostra nell'ambito dei giochi familiari, con il figlio Nicola, ricercatore nella stessa facoltà di Ingegneria che era stata la casa del padre. A Lettere l'ex preside Franco Crispini prima di andare in pensione volle lasciare un'impronta passando il testimone alla due figlie, Ines e Alessandra.

A Catania si sono imposte all'attenzione le dinastie mediche degli Zanghì e dei Basile. Nella prima accanto al padre Michelangelo, si sono fatti avanti i figli Antonino e Guido; nella seconda il chirurgo Attilio ha generato tre figli ordinari, Francesco, Guido e Filadelfio, i primi due luminari medici come il padre, il terzo professore di Agraria ed ex senatore di Forza Italia.

A Firenze ha fatto epoca il caso del rettore, Augusto Marinelli, che ebbe la fortuna di avere il figlio, Nicola, promettente ricercatore nell'ambito della stessa materia paterna, Economia agraria. A Bari, facoltà di Economia, ai tre Massari fondatori della dinastia accademica, Lanfranco, Giansiro e Gilberto, si sono affiancati altri 7 familiari. I Dell'Atti, invece, sono solo quattro.

 

In Basilicata nella facoltà di Agraria, Francesco e Bruno Basso, padre e figlio, hanno lavorato fianco a fianco nello stesso dipartimento come ordinario e associato. A Scienza delle produzioni animali l'impronta l'hanno data i Langella, Michele padre e professore, Emilia, ricercatrice. Un censimento nell'ateneo di Palermo ha individuato a Medicina 24 famiglie di professori e 58 parenti, a Ingegneria 18 famiglie e 38 parenti, a Scienze 11 famiglie e 25 parenti.


2 - LA NUOVA LEGGE AI RAGGI X...
A cura di Flavia Amabile per "La Stampa"

 

RICERCATORI - ASSUNTI SOLTANTO PER UN MASSIMO DI SEI ANNI...
I ricercatori non avranno più contratti a tempo indeterminato. Saranno assunti soltanto con contratti a tempo determinato per una durata massima di sei anni. Se al termine verranno assunti diventeranno professori associati altrimenti dovranno lasciare l'insegnamento e trovare un'occupazione diversa. Gli anni trascorsi come ricercatori potranno rappresentare un titolo valido in caso di concorsi pubblici o come esperienza da inserire in un curriculum.

Chi protesta avverte che la quantità di ricercatori da assumere a questo punto dipende non solo dalla performance dei ricercatori ma anche dai soldi a disposizione delle università che i tagli hanno drasticamente ridotto. E, poi, che fine faranno i ricercatori a tempo indeterminato che sono stati assunti prima della riforma? Si creerà una guerra tra poveri perché gli atenei potrebbero preferire per motivi economici assegnare il posto da associato a un precario, anziché a un ricercatore con più anzianità.

 

I CONCORSI - I PROF. SCELTI DA UNA LISTA DI ABILITAZIONE...
Anzichè sostenere un concorso i futuri nuovi docenti associati e ordinari dovranno innanzitutto essere inseriti sulla base dei loro titoli e pubblicazioni in una lista di abilitazione scientifica nazionale. Sarà valida per quattro anni e realizzata da una commissione composta da quattro professori scelti su sorteggio. La selezione vera e propria avverrà in una seconda fase da parte delle singole università che sceglieranno il candidato ideale all'interno dei nomi presenti in lista.

Chi protesta sostiene che in realtà le università potranno così scegliere liberamente i docenti e non ci sarà alcun ordine basato sul merito. L'abilitazione verrà concessa indiscriminatamente, senza limiti numerici (non previsti dalla legge). Tutti i posti saranno assegnati solo ed esclusivamente tramite chiamata diretta, e la commissione delegata a fare ciò sarà composta da 4 membri del dipartimento che ha richiesto il nuovo docente.

 

BORSE DI STUDIO - PREMIO AL MERITO A PRESCINDERE DAL REDDITO...
Le borse di studio saranno affiancate da una novità: il fondo per il merito. Il fondo permetterà di premiare coloro che lo meriteranno ma a prescindere dal reddito. Si dovrà superare un test nazionale che servirà a verificare la reale capacità di comprensione della lingua scritta, di ragionare e risolvere i problemi. Ogni anno saranno scelti i migliori 1.000 studenti giunti alla fine delle superiori e offerte loro generose borse di studio per andare a studiare nella università migliori anche se lontane da casa, afferma il governo.

Chi critica la riforma sa che si tratta finora di una promessa priva di fondi. Per stanziarli sarà necessario un provvedimento ad hoc oppure, come spera il governo, anche un finanziamento da parte delle aziende, probabilmente le stesse che saranno entrate a far parte del cda. Inoltre, semrpe secondo i critici, sono stati tagliati gran parte dei fondi delle borse di studio che invece vengono date a chi ha un rendimento scolastico buono ma anche reddito basso.

CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE - SU 11 MEMBRI ALMENO TRE SARANNO ESTERNI...
Cambiano i vertici delle università. Il Senato accademico avrà poteri molto più limitati: avanzerà proposte di carattere scientifico, sarà invece il consiglio di amministrazione ad avere piena responsabilità per le assunzioni e delle spese. All'interno del cda ci saranno almeno 3 membri esterni su 11. Il presidente potrà essere un esterno.

 

Il governo intende in questo modo rendere più ricca l'offerta degli atenei, gli studenti hanno reagito bocciando la riforma perché si tratta di una privatizzazione. Infatti - dicono - il Senato accademico (organo elettivo, dove siedono rappresentati di tutte le categorie che operano all'interno dell'università) viene esautorato di gran parte dei propri poteri e viene posto al di sotto del cda dove la rappresentanza esterna può assumere un peso determinante. Il ddl prevede infatti l'ingresso obbligatorio non semplicemente facoltativo di un numero minimo di componenti esterni, in rappresentanza degli interessi privati.

NEI DIPARTIMENTI - STOP A CHIAMATE DEI PARENTI FINO AL QUARTO GRADO...
Esiste un solo limite alle chiamate dirette di futuri docenti dalla lista nazionale. Non potranno essere scelti parenti fino al quarto grado, ovvero fino ai cugini, di chi lavora all'interno dello stesso dipartimento di un ateneo. All'interno di una stessa università invece non potranno essere assunti i parenti del rettore, del direttore generale e dei componenti del cda.

 

Chi protesta ricorda che non sono stati previsti limiti per un altro tipo di parentopoli molto diffusa, quella tra marito e moglie. E che comunque i parenti assunti nello stesso dipartimento sono una parte limitata del fenomeno. Quella più diffusa prevede accordi incrociati per sistemare i rispettivi raccomandati in altre sedi. Oltretutto i rettori sono del tutto deresponsabilizzati. Potranno rimanere in carica un solo mandato: chi vuole fare giochi di potere non ha nemmeno il problema della rielezione a creare un eventuale limite.

 

FACOLTÀ E CORSI DI STUDIO - DRASTICO TAGLIO ALLE SEDI, ATENEI SPINTI A FONDERSI...
Diminuiranno drasticamente università, facoltà e corsi di studio. E' una delle norme su cui il governo punta per ridurre gli sprechi e liberare risorse da destinare al merito. Potranno unirsi università vicine in modo da limitare i costi. E diminuiranno i settori scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 alla metà (consistenza minima di 50 ordinari per settore). E le facoltà che potranno essere al massimo 12 per ateneo.

 

In realtà gli addetti al settore sostengono che gli atenei vengono solo invitati a fondersi, che i settori scientifico-disciplinari sono i codici attribuiti ai diversi esami e che quindi la loro riduzione non porterà grosse modifiche. Il limite sulle facoltà può essere aggirato con un forte accentramento delle facoltà ed il mantenimento delle diverse discipline come dipartimenti. Anche in questo caso il risultato finale potrebbe non essere molto diverso.

 

SALARIO - GLI SCATTI LEGATI ANCHE AI RISULTATI...
Finora lo stipendio aumentava secondo gli scatti di anzianità dunque indipendentemente dal merito. La riforma invece introduce gli scatti di merito sia per gli associati che per gli ordinari. La valutazione di chi premiare sarà effettuata da nuclei formati da professori interni ed esterni che avranno il compito di giudicare il lavoro di ricerca dei docenti. Per questo scopo ci sono 18 milioni per il 2011, 50 per il 2012 e altrettanti per il 2013. In caso di valutazione negativa si perde lo scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai concorsi.

 

I critici sostengono che su questa misura è tutto affidato ai decreti attuativi ancora da emanare e che quindi non è chiaro sulla base di quali criteri verranno realizzate le valutazioni. Si passa quindi da elementi obiettivi e validi per tutti come quello dell'anzianità, ad altri del tutto soggettivi e rispetto ai quali finora è tutto ancora indefinito.

24-12-2010]

 

 

 

RETTORE FRATI, UNA FAMIGLIA DI GENIETTI...
Spettacolare intervista di Antonello Caporale al sindaco morale della Capitale, Luigi Frati. Il rettore della Sapienza, uno che anche Alè-magno gli fa una pippa, rivendica con orgoglio: "Assumo i miei parenti? Se lo meritano. Nessuno della mia famiglia ha avuto ciò che non meritava. Mia moglie, mia figlia, mio figlio, sono bravissimi". Poi il colpo d'ala finale: "Scrivi che voi. Poi leggo e decido se passare dall'avvocato" (Repubblica, p. 17) 24-12-2010]

 

- La moglie. Poi la figlia. Quindi, ma in extremis, il figlio. La famiglia di Luigi Frati, rettore della Sapienza di Roma, si ritrova all’università – “Non posso farci niente se Giacomo è tra i primi cinque, nella classifica dei vincitori di un concorso vecchio di due anni. La vergogna semmai è per gli altri. Giacomo mio figlio s’è fatto un culo come un paiolo” - Sua moglie insegna Storia della medicina ma non è medico. “Embè? È’ storico

Antonello Caporale per la Repubblica

La moglie. Poi la figlia. Quindi, ma in extremis, il figlio. La famiglia di Luigi Frati, rettore della Sapienza di Roma, si ritrova all'università. Ognuno con i suoi pensieri e con le sue fatiche.

«E il merito, ahò il merito dove lo metti?».

Questo è giusto, c'è il merito.
«Non posso farci niente se Giacomo è tra i primi cinque, nella classifica dei vincitori di un concorso vecchio di due anni. La vergogna semmai è per gli altri. Giacomo mio figlio s'è fatto un culo come un pajolo».

 

Giacomo è bravissimo.
«Parliamo del punteggio? Lui ha 21. Artioli, per esempio, 14. Che ce posso fa?».

 

Rettore, le danno del barone al cubo.
«Num me frega nulla. Quello che voglio di' è che nessuno della mia famiglia ha avuto ciò che non meritava».

Bisogna specificarlo bene, perché il nome di Frati...
«Ho mandato in pensione mia moglie, togliendole la collaborazione compensativa. Lo sa?».

Purtroppo contro di lei se ne dicono di tutti i colori.
«Forse perché sono vicino agli studenti? Forse perché giro senza auto blu, forse perché mi faccio un mazzo così?».

Il linguaggio crudo rivela comunque un vivido spirito del fare.
«D'Ubaldo parla di me come futuro sindaco di Roma. Ma io non tradisco, ho da completare il mandato di rettore».

 

Vuole bene all'università, e si vede. Anche il banchetto nuziale di sua figlia l'ha fatto tenere al campus.
«Fregnaccia, fregnaccia. Banchetto a Trevignano, rinfreschetto all'università. L'aranciatina, la coca cola. Un gesto di cortesia per gli amici e i colleghi. E ho pagato trecentomila lire, causale: matrimonio di mia figlia. E da lì è nata la fregnaccia».

Queste cose non si sanno, e si favoleggia.
«Forse sono odiato dai potenti forse, ma dagli studenti amatissimo»

Però è bellissimo avere i figli con questa carriera luminosa. Li avrà condotti per mano, e accuditi, sollecitati.
«Ma che stai a dì? (Certo, vedendo mamma e papà che pure alla domenica studiano, ti viene lo sghiribizzo di emularli)».

 

Complimenti.
«Ti dico: io sono figlio di un minatore, mi sono fatto un culo così».

Estrazione popolare, alterità evidente dal circuito del potere.
«La Gelmini forse ce l'ha con me. E però chiedo: e se Tizio, il professore Tizio ha l'amante Caio? La nuova legge vieta a Caio di divenire professore ordinario?».

Sua moglie insegna Storia della medicina ma non è medico.
«Embè? È storico».

 

Corretto.
«E mia figlia è laureata in Giurisprudenza e fa Medicina legale. Angeletti, e non lo dico io, è tra le più brave d'Italia».

Angeletti è sua moglie.
«Io ho 41 come indice».

Capperi.
«Scrivi che voi. Poi io leggo e decido se passare dall'avvocato». 25-12-2010]

 

 

 

ORA D'ARIA...
"Tettamanzi fra i rom "Prego per il miracolo che il campo chiuda". Visita del cardinale di Milano: soluzione più umana" (Stampa, p. 31)

 24-12-2010]

 

 

"LA RISSA" OGGI È “LA RUSSA”, PALADINO DELLE FORZE DELL’ORDINE E DELLA LEGALITÀ - MA IERI ERA UN “FASCIO CON LA BAVA ALLA BOCCA” CHE ORGANIZZÒ LA MANIFESTAZIONE (VIETATA DALLA QUESTURA) IN CUI MORÌ IL POLIZIOTTO ANTONIO MARINO, COLPITO DA UNA BOMBA A MANO IN PIENO PETTO - L’ATTUALE MINISTRO NON SI ESPONEVA, AGIVA NELL’OMBRA, E IL SUO POTERE DERIVAVA DA QUELLO DEL PADRE, SENATORE MISSINO, AMICO DI CUCCIA E GRANDE MANOVRATORE DELLA FORTUNA DEL COMPAESANO TOTÒ LIGRESTI, CHE DA ALLORA NON HA MAI DIMENTICATO LA FAMIGLIA LA RUSSA

Gianni Barbacetto per "il Fatto Quotidiano"

 

I suoi camerati d'un tempo, quelli che erano al suo fianco nel fuoco degli anni Settanta, non riescono a crederci. Proprio non ce lo vedono, Ignazio La Russa, nei panni del difensore della legalità contro la violenza, dei poliziotti contro i giovani in piazza. "Fu proprio lui a volere più d'ogni altro la manifestazione del 12 aprile 1973 in cui fu ammazzato l'agente Antonio Marino", ricorda Tomaso Staiti di Cuddia, camerata ed ex parlamentare del Msi.

Allora Ignazio era un giovane dirigente missino, segretario regionale del Fronte della gioventù e leader a Milano di quella destra che si presentava davanti alle scuole e nelle piazze armata di catene e coltelli. Il 1973 fu l'anno più duro della "strategia della tensione". "A Milano il Msi da tempo non riusciva a fare una manifestazione all'aperto, con corteo", racconta Staiti.

 

"Così La Russa s'impuntò: il 12 aprile dovevamo riuscirci. A tutti i costi. Man mano che la data s'avvicinava, diventava chiaro a tutti che sarebbe stato un massacro. Alla fine il corteo fu vietato dalla questura. Ma Ignazio continuò a insistere: dovevamo scendere in piazza. E così fu".

 

Quel pomeriggio gli scontri con la polizia furono durissimi. Era arrivato a Milano da Reggio Calabria anche Ciccio Franco, il caporione dei "boia chi molla". Durante la manifestazione ("Contro la violenza rossa", diceva il manifesto che la convocava), furono lanciate perfino due bombe a mano Srcm. Una distrusse un'edicola in largo Tricolore.

L'altra, in via Bellotti, uccise il poliziotto Antonio Marino, 22 anni, a cui fu tirata in pieno petto. Di quel giorno, resta una foto che ritrae La Russa, capelli lunghi, occhi luciferini, assieme a Ciccio Franco, al senatore missino Franco Servello e a tutti i caporioni del Msi milanese. "Ma non aspettatevi di trovarlo direttamente coinvolto in azioni violente", racconta un altro camerata che chiede di non fare il suo nome.

 

"Ignazio restava nell'ombra, le cose le faceva fare agli altri. Era già un politico. E poi diciamolo: non è mai stato un cuor di leone. Dopo quel pomeriggio di sangue, Giorgio Almirante, che non amava quel ragazzotto con i capelli troppo lunghi e gli occhi spiritati, sciolse la federazione milanese del Msi e il Fronte della gioventù. Ma La Russa ricostruì, anzi aumentò, il suo influsso sul partito a Milano, di cui divenne pian piano il padrone.

 

"A parole era tutt'altro che un moderato: un fascista con la bava alla bocca", racconta Staiti. "Quando divenni deputato del Msi, tentò di emarginarmi. Alle riunioni della segreteria provinciale non m'invitava. Io partecipavo ugualmente e lui cominciava così: ‘Saluto i camerati e anche Staiti che non è stato invitato'. Alla quarta volta mi alzai e gli allungai quattro ceffoni: ‘Io l'invito me lo sono preso, e tu ti tieni le sberle'".

In quei turbolenti anni Settanta, Ignazio s'impossessò di Radio University, un'emittente di destra che trasmetteva da Milano. In quella "radio libera" lavorava una ragazza di nome Amina Fiorillo. Ignazio la presentò a un camerata di Roma, Maurizio Gasparri, che poi divenne suo marito. "Il potere che Ignazio aveva nel Msi non gli derivava però dalla militanza, ma dalla famiglia", continua Staiti.

 

Il padre, Antonino La Russa, ex federale fascista di Paternò e poi senatore missino, era arrivato a Milano dalla Sicilia con una dote di rapporti pesanti. Con Michelangelo Virgillito innanzitutto, suo compaesano, cognato e grande corsaro di Borsa. E con Raffaele Ursini, l'uomo che ereditò da Virgillito il gruppo Liquigas. "Il vecchio patriarca Antonino era invisibile, ma potentissimo nel partito: era lui a trovare i soldi per finanziarlo".

 

È anche l'uomo che pilota le eredità. Convogliando rapporti, soldi, affari e azioni verso un giovane di bottega, arrivato anch'egli da Paternò, che diventa, non senza qualche conflitto, l'erede del potere dei La Russa-Virgillito-Ursini: è Salvatore Ligresti. Don Totò è cresciuto insieme con Ignazio, tra busti del duce e scorribande in Borsa. E non dimentica la fonte del suo potere e della sua ricchezza, tanto da riservare sempre ai La Russa qualche poltrona nei consigli d'amministrazione delle sue aziende.

 

"Con Almirante", dice Staiti, "Ignazio ricucì il rapporto quando fece dare a un figlio di donna Assunta, che aveva fatto fallire la sua concessionaria d'automobili, la gestione di un'agenzia romana della Sai, la compagnia d'assicurazioni di Ligresti". Oggi Ignazio vive a Milano in un palazzo che, di notte, sembra uscito dalla Gotham City di Batman, con le luci che si proiettano dritte sulla geometrica facciata anni Trenta.

 

La leggenda dice che La Russa abbia ristrutturato l'appartamento dove viveva Mussolini. Nostalgie private. In pubblico, però, oggi prevale il senso pratico di Ignazio, amico di Ligresti, sostenitore di Berlusconi, ministro della Repubblica e ospite pirotecnico dei talk-show. 21-12-2010]

 

 

 

 

SE LA ROMA DI ALE-MAGNO PIANGE, LA FIRENZE DI FRATELLONE RENZI NON RIDE - LA PARENTOPOLI DA 12 MLN € DELL’OBAMA DI SANTA MARIA NOVELLA CHE AMA LE GITE AD ARCORE - LA CORTE DEI CONTI LO PROCESSA PER LE ASSUNZIONI FATTE QUAND’ERA ALLA PROVINCIA, POI E’ PASSATO AL COMUNE DOVE HA RISERVATO POLTRONE A DUE EX ASSESSORI, ALLA FIGLIA DEL DIRETTORE DEL CORRIERE FIORENTINO, A UNA CANDIDATA PD NON ELETTA, AL PORTAVOCE DEL SUO AVVERSARIO ALLE PRIMARIE, A UNA GIOVANE DIRIGENTE DELPARTITO, EX SCOUT, AMICI

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Renziopoli. Spese facili, folli, fantasmagoriche. Gli inciampi di «parentopoli» non danno certo lustro al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, incarnazione del nuovo che avanza in casa Pd. La procura della corte dei conti della Toscana ha mandato sotto processo il «piccolo Obama fiorentino» (il copyright del soprannome del primo cittadino è dell'esponente pdl locale Giovanni Donzelli) e la sua ex giunta provinciale per l'assunzione di una ventina di «esterni» che non avrebbero avuto i titoli per occupare le ambite poltrone. I giudici hanno calcolato un danno erariale di oltre due milioni di euro.

 

Situazione analoga al Comune di Firenze dove gli sprechi dell'amministrazione rossa, secondo uno studio dei consiglieri comunali del centrodestra, lieviterebbero a 10 milioni di euro con le assunzioni mirate negli uffici d'interesse del sindaco e della sua giunta: nell'elenco stilato dal consigliere comunale Donzelli figurano due ex assessori, l'ex portavoce di Lapo Pistelli (avversario politico alle primarie di Renzi), la figlia del direttore del Corriere fiorentino, una candidata del Pd non eletta, una giovane dirigente del partito, amici di famiglia, ex scout etc. Poi c'è il Tar che ha da poco revocato l'assunzione nel corpo dei vigili urbani della figlia di un direttore generale che, coincidenza, è stato capo dei vigili urbani ed è attualmente il responsabile di una società partecipata.

 

Ma andiamo per gradi. E cominciamo dai posti assegnati in Provincia. Stando alle accuse dei magistrati contabili sarebbero state fatte una ventina di assunzioni con modalità non proprio cristalline con un danno erariale di 2 milioni e 155mila euro. Alcuni dei fortunati vincitori dell'impiego pubblico non avrebbero avuto i titoli, altri sarebbero sprovvisti della laurea, altri ancora sarebbero andati a occupare posti già occupati.

Le persone assunte a tempo determinato entrarono a far parte dello staff personale di Renzi e delle segreterie particolari dei componenti della giunta, ed è per questo che una trentina di persone sono finite «a giudizio», a cominciare da Renzi e dall'ex assessore Andrea Barducci, già vice di Renzi, attuale presidente dell'amministrazione provinciale fiorentina.

 

La «parentopoli gigliata» è sollevata ovviamente dal Pdl ma anche dalla sinistra. Per dire. Andrea Calò, capogruppo di Rifondazione comunista, rispetto all'avvio del «processo» presso la Corte dei conti, è arrivato addirittura a sollecitare l'istituzione di una apposita commissione d'inchiesta per fare luce «sulla corretta finalizzazione dell'uso delle risorse pubbliche sulle politiche del personale». Achille Totaro, senatore Pdl, ancora si chiede se era proprio necessario, nel 2004, buttare 2 milioni di euro dopo aver sperperato milioni «per iniziative, allegri banchetti, eventi e uno staff degno del suo livello».

A difesa di Renzi parla il suo avvocato, Alberto Bianchi, che al Giornale rivendica la correttezza dell'operato di quella giunta a cui la legge, spiega, consentiva l'assunzione degli uffici a supporto dell'azione politica del presidente e degli assessori, e dunque, «vi è stata un'applicazione corretta delle norme che regolano la materia».

ssando dalla Provincia al Comune, il risultato non cambia. Renzi s'è ritrovato a fare i conti col medesimo problema. Solo che qui, a dar retta all'interrogazione del solito Donzelli, i milioni sperperati sarebbero dieci spalmati in cinque anni per coprire ben quaranta assunzioni, ufficio stampa escluso.

 

A detta del consigliere comunale Pdl, più che sui curriculum e sulle competenze specifiche, la scelta sarebbe stata fatta basandosi sull'«intuito personale» di Renzi o di chi gli sta vicino. Con i quaranta nuovi assunti «esterni» per cinque anni, si legge in un'interpellanza al sindaco, «si sfiorano i 10 milioni di euro l'anno, cifra che viene altamente superata se consideriamo che in questo conteggio sono esclusi i premi di produzione e gli straordinari».

Tutto ciò, conclude Donzelli insieme al collega Sabatini, «senza dimenticare che il Comune conta 5.250 dipendenti interni, con capacità e competenze specifiche, ergo, 10 milioni di euro è una cifra da Superenalotto, uno schiaffo alla crisi, alle tasche dei fiorentini e ai 5250 dipendenti interni del Comune di Firenze».

Settantotto persone solo per lo staff del sindaco portano gli esponenti del Pdl a ironizzare sulla considerazione che il primo cittadino avrebbe di sé: «Davvero crede di essere come Obama e di doversi creare uno staff da presidente degli Stati Uniti...». Il Comune ha risposto a tono ricordando che il numero degli impiegati è lo stesso dell'entourage del predecessore di Renzi a Palazzo Vecchio. «Bugia - ridacchia Donzelli - l'ex sindaco Leonardo Domenici aveva attinto quasi tutto il personale dal Comune, Renzi in grandissima parte da fuori!». 21-12-2010]

 

 

 

Spiato mezzo governo alla ricerca della P4 (a proposito, che fine ha fatto la p3?) - la versione de "il giornale" alla nuova bombastica inchiesta di woodcock scodellata ieri da "il fatto" - "La procura di Napoli assedia il Pdl. L’ultima inchiesta vede intercettati, pedinati e fotografati ministri e parlamentari - L’indagine vuol dimostrare l’esistenza di una fantomatica loggia segreta, starring lavitola - L’obiettivo? l’entourage di Gianni Letta - Interrogati il ministro Carfagna, il capo degli ispettori Miller e lo 007 Santini"... –

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica per Il Giornale

 

Spiato mezzo Esecutivo. Spiati parlamentari e magistrati. Spiati carabinieri. Spiati giornalisti. Spiati asseriti massoni. C'è una procura che notoriamente brilla poco per le inchieste sul centrosinistra (laddove lo stesso centrosinistra governa ininterrottamente da vent'anni) e che in questo momento, attraverso alcuni fascicoli, è invece in grado di lavorare a tempo pieno sul Pdl locale, nazionale e di governo.

 

Questa procura ha sede nel centro direzionale di Napoli, alle spalle della stazione, e vede alcune sue toghe impegnate in indagini delicatissime, l'ultima delle quali - anticipata ieri da Repubblica e dai sempre attenti giornalisti del Fatto Quotidiano - riguarderebbe due filoni paralleli nati dagli accertamenti svolti su un carabiniere napoletano che, secondo l'ipotesi d'accusa formulata dai pm Woodcock e Curcio (coordinati dal procuratore Greco), avrebbe intrattenuto rapporti con il direttore del quotidiano l'Avanti, Walter Lavitola (quello delle e-mail caraibiche sull'affaire Tulliani-Fini-Montecarlo) e con il parlamentare del centrodestra, Alfonso Papa, membro della commissione Giustizia della Camera.

Come sempre avviene in inchieste predestinate ad avere più successo in edicola che nelle aule dei tribunali, le ultime intercettazioni a «strascico» avvenute su utenze intestate a terze persone (Papa avrebbe la colpa di aver acquistato due apparecchi da un negoziante amico che abita nel suo stesso palazzo) avrebbero colpito, direttamente o indirettamente, parlamentari e ministri di questo governo.

E non solo. Intersecandosi con altri procedimenti già avviati o in fase di definizione (parliamo di vicende legate all'eolico, ai filoni su Nicola Cosentino e sul presidente della Provincia Cesaro) i magistrati campani starebbero cercando di chiudere il cerchio su una P4 campana, dove massoneria, politica e appalti sarebbero il collante della presunta associazione segreta.

C'è da chiedersi, come se lo chiede il deputato Papa nell'intervista qui a fianco, se non siano state lese le prerogative parlamentari di deputati e senatori a vario titolo «investigati». Perché sembra certo che Papa, assieme a magistrati e politici, sia stato a lungo intercettato, pedinato e fotografato persino in piazza Montecitorio. La sua foto sarebbe stata mostrata dai pm a un ministro interrogato (Mara Carfagna).

Esibita a funzionari delle forze dell'ordine. A politici di medio livello ascoltati per questioni varie di affari e politica campana. Informazioni su Papa e sui suoi contatti istituzionali sono state chieste, sempre a verbale, a funzionari del ministero della Giustizia (a cominciare da Arcibaldo Miller, capo degli ispettori di via Arenula, da anni molto legato al pm Woodcock).

 

Non è invece chiaro come mai sia stato costretto a sfilare in procura il direttore dei servizi segreti militari, generale Adriano Santini. Per non dire della spasmodica ricerca di riscontri a contatti telefonici che convergerebbero su Gianni Letta e sul suo entourage. Qui il ramo d'indagine è quello dell'affaire Marcegaglia culminato con le perquisizioni al Giornale di Sallusti e Porro, e Letta sarebbe stato «attenzionato» indagando sul numero due di Confindustria, Cesare Trevisani al quale i magistrati campani arrivano con l'inchiesta sull'ex moglie di Gianni De Michelis (condannata per truffa) nella quale si finì per monitorare un incontro a cui parteciparono quattro ministri, cinque parlamentari, lo stesso Trevisani e altri big.

 18-12-2010]

 

 

1- DE GENNARO DEPISTÒ LE INDAGINI PER COPRIRE L’INSUCCESSO DELLA POLIZIA A GENOVA - 2- PUBBLICATA LA SENTENZA DELLA CORTE D’APPELLO: "DELITTO CONTRO L’ATTIVITÀ GIUDIZIARIA" - 3- L’EX CAPO DELLA POLIZIA - E ATTUALE DIRETTORE DELL’ASI, L’ORGANISMO CHE COORDINA I SERVIZI SEGRETI DELL’AISI E DELL’AISE "AVEVA CON EVIDENZA L’INTERESSE A NON FARE TRAPELARE UN SUO DIRETTO COINVOLGIMENTO NELLA VICENDA DIAZ" - 4- LO SCORSO 17 GIUGNO è STATO CONDANNATO AD UN ANNO E 4 MESI DI RECLUSIONE 5- SECONDO I GIUDICI GENOVESI, DE GENNARO DOVETTE ALTERARE «L’ACCERTAMENTO DEI FATTI, DELLE LORO MODALITÀ E DELLE RESPONSABILITÀ POLITICHE E PENALI, DEI FATTI POSTI IN ESSERE DURANTE L’IRRUZIONE ALLA SCUOLA DIAZ DEL 20 LUGLIO 2001" -

Corriere.it

- L'ex Capo della polizia - e attuale direttore dell'Asi, l'organismo che coordina i servizi segreti dell'Aisi e dell'Aise - Gianni De Gennaro, durante il G8 di Genova «aveva con evidenza l'interesse a non fare trapelare un suo diretto coinvolgimento nella vicenda Diaz».

Lo scrivono nella motivazione della sentenza i giudici della Corte d'Appello di Genova (Maria Rosaria D'Angelo e Raffaele Di Napoli) che lo scorso 17 giugno condannarono De Gennaro ad un anno e 4 mesi di reclusione con pena sospesa e non menzione sulla fedina penale.

 

Insieme a lui fu condannato anche l'ex capo della Digos di Genova all'epoca del G8 Spartaco Mortola, che ebbe 14 mesi. Secondo i giudici genovesi, De Gennaro dovette alterare «l'accertamento dei fatti, delle loro modalità e delle responsabilità politiche e penali, dei fatti posti in essere durante quell'operazione», ovvero durante l'irruzione alla scuola Diaz del 20 luglio 2001.

 

I giudici sottolineano come l'intero servizio di ordine pubblico si rivelò un «insuccesso»: morì Carlo Giuliani, nella scuola Diaz non furono trovati i black bloc. Erano dunque necessari depistaggi. De Gennaro avrebbe freddamente ordinato all'ex questore di Genova Francesco Colucci di ritrattare le sue dichiarazioni al processo Diaz, così da scagionare completamente l'allora capo della polizia. E questo, secondo la Corte d'Appello di Genova, fu un «delitto contro l'attività giudiziaria».

ABUSO - I depistaggi emersero per puro caso: intercettando funzionari e artificieri, i giudici si sono imbattuti nelle telefonate di preparazione della testimonianza del questore Colucci. Da quelle telefonate emerse che «il capo avrebbe ordinato a Colucci di rivedere le precedenti dichiarazioni sulla presenza sul campo del portavoce del capo della Polizia Sgalla per aiutare i colleghi imputati nel processo per l'irruzione nella scuola Diaz».

Questa strategia sarebbe stata messa a punto in una riunione privata tra Colucci e De Gennaro a Roma, un faccia a faccia che l'ex questore di Genova avrebbe evitato di menzionare al processo, «ulteriore conferma», si legge nelle motivazioni, «della consapevolezza e volontà dell'imputato De Gennaro della portata istigatrice e di suggerimento di una versione dei fatti al teste Colucci contrastante dalle precedenti dichiarazioni e con la realtà».

CARRIERE - «Bisogna che aggiusti un pò il tiro» è la frase che Colucci riferì all'ex capo della Digos Mortola dopo il colloquio con De Gennaro. Secondo i giudici d'appello, dunque, «la richiesta espressa ed esplicita di ritrattare» conteneva una minaccia: ripercussioni sulla carriera di Colucci «che proprio in quel periodo era in fase di valutazione per la progressione di carriera». De Gennaro, dunque, per il giudice «abusò anche della funzione pubblica esercitata e connessa al suo ruolo di Direttore generale del dipartimento della Pubblica Sicurezza».18-12-2010]

 

 

brunetta family! - TOH, RISPUNTA URBANI. grazie a BRUNETTA, L’EX MINISTRO TROVA POSTO A DIGITPA, il superente che deve digitalizzare la pubblica amministrazione - e renatino, tanto per non farsi mancare niente, NOMINA ANCHE IL SUO COMMERCIALISTA Canio Zampaglione e fino a qualche tempo fa presidente della brunettiana Free Foundation - Un think tank, quest’ultimo, del quale è direttrice Oriana Zampaglione, figlia di Canio e oggi capo del personale della medesima DigitPa....

Stefano Sansonetti e Alessandra Ricciardi per Italia Oggi

Un pacchetto di nomine piuttosto corposo. A contribuire al suo perfezionamento è stato il ministero della funzione pubblica guidato da Renato Brunetta. Tra i vari nomi in ballo, quello che spicca di più appartiene all'ex ministro dei beni culturali Giuliano Urbani, che è anche stato tra i fondatori di Forza Italia.

Ebbene, Urbani ha trovato posto nel consiglio direttivo di DigitPa, il superente nato dalle ceneri dell'ex Cnipa con l'obiettivo di digitalizzare la pubblica amministrazione. Per lui, in questa veste, ci sarà un gettone lordo annuo di circa 200 mila euro. Novità anche per la poltrone di presidente di DigitPa.

 

Qui si siederà Francesco Beltrame, professore all'unversità di Genova e direttore del Dipartimento Ict del Cnr. È solo questione di giorni, visto che l'insediamento ci sarà in seguito alla registrazione del decreto di nomina da parte della Corte dei conti e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Beltrame vanta un curriculum denso che ha indotto le competenti commissioni parlamentari a esprimere parere favorevole a larga maggioranza. Dagli archivi delle camere di commercio, però, risulterebbe tutt'ora titolare di una partecipazione del 20% in una società informatica genovese che si chiama Interyes. Interpellato da ItaliaOggi sul punto, Beltrame ha spiegato di aver ceduto «la partecipazione già da diverso tempo».

 

Chiudono le nomine nel collegio direttivo di DigitPa anche Fabio Pistella, fino a qualche tempo commissario dell'ente (e già a capo del Cnr dal quale proviene proprio Beltrame), e l'avvocato Giuliano Sala.

Un'altra infornata, questa volta precedente, ha riguardato l'Agenzia per l'innovazione, istituita per diffondere nuove tecnologie all'interno di pmi e distretti industriali. Alla sua presidenza era già stato nominato Davide Giacalone (vedi ItaliaOggi del 28 maggio 2010), che Brunetta aveva tentato inutilmente di mettere a capo di DigitPa (operazione stroncata dalla bocciatura del parlamento).

Come presidente del collegio dei revisori dell'Agenzia, invece, troviamo Canio Zampaglione, commercialista del ministro e fino a qualche tempo fa presidente della brunettiana Free Foundation. Un think tank, quest'ultimo, del quale è direttrice Oriana Zampaglione, anche lei comercialista, figlia di Canio e oggi capo del personale della medesima DigitPa. 17-12-2010]

 

 

 

SFRATTIAMO I COLONNELLI...
Si chiama Obiettivo 9 e sta facendo tremare i polsi a circa 4.500 militari di professione. Lo Stato Maggiore della Difesa ha infatti deciso di portare alle stelle i canoni degli appartamenti dove da anni vivono i graduati ormai in pensione, perciò indicati come "senza titolo". Obiettivo 9, appunto: "Rendere critico il prosieguo della locazione" attraverso l'applicazione di un moltiplicatore virtuale del reddito degli affittuari (anche di tre-quattro volte) al quale viene parametrato l'eventuale nuovo canone. In pratica, un avviso di sfratto collettivo concentrato soprattutto nelle aree di Roma, Milano e Napoli, che il ministro Ignazio La Russa si appresta a ufficializzare firmando l'ennesimo dietrofront in materia.

 

Il ministro Tremonti, nel 2003, aveva addirittura inviato ai militari le lettere di prelazione alla vendita, poi cancellate dal governo Prodi. E nel 2005 lo stesso La Russa firmò per primo un'interrogazione parlamentare che intimava la "sospensione di tutte le azioni di recupero forzoso" completando invece "il previsto processo di vendita ai militari". Ora, invece, vuole vederli sventolare bandiera bianca. M. F.10-12-2010]



7. BASI NATO - INTRIGO NUCLEARE...
Sono in arrivo in Italia 200 testate nucleari? Nel vertice Nato di Lisbona del 19 e 20 novembre si è raggiunta l'intesa di smantellare le testate nucleari substrategiche presenti oggi in Italia, Germania, Olanda, Belgio e Turchia. Tranquillizzante, sulla carta, ma in realtà? Queste armi rimarranno fino a che altri Paesi disporranno dello stesso arsenale, e potrebbero essere concentrate in due basi Usa: una a Incirlik in Turchia, l'altra ad Aviano in Friuli.

 

Lo scrivono quattro parlamentari del Pd in una interrogazione al ministro della Difesa, primo firmatario Carlo Pegorer. Si parla di una "misura grave e pericolosa per il nostro Paese, mentre il governo si troverebbe nella condizione di contraddire l'impegno a sostenere una progressiva riduzione delle stesse armi nucleari". E ad Aviano molti abitanti cominciano a temere la fregatura. P. T.

10-12-2010]

 



8. MAMMA LI RUSSI...
Brutta avventura per Massimo Giletti a Mosca. Il conduttore tv stava andando all'aeroporto col pulmino dei giornalisti, dopo la presentazione del calendario Pirelli. La comitiva era intrappolata nel traffico. Non volendo perdere l'aereo, Giletti è sceso e si è improvvisato vigile urbano per far defluire le auto. Grandi gesti, grida onomatopeiche: "Block, block!". Fino all'arrivo di una limousine di un oligarca. Le guardie del corpo hanno abbassato il finestrino e gli hanno puntato un Kalashnikov in faccia. Il povero Giletti, a braccia alzate, è subito risalito sul pulmino; poco dopo l'ingorgo si è sciolto. Non ha perso il volo, ma lo spavento gli è rimasto. E. At.

 

 

10-12-2010]

 



9. A MICHELA PIACE L'ELICOTTERO...
Roberto Della Seta, senatore del Pd, ha denunciato in Parlamento l'uso spropositato dei voli di Stato da parte del ministro del Turismo Michela Brambilla. I rendiconti delle spese di viaggio del 2009 evidenziano come il ministro preferisca l'elicottero per i suoi spostamenti, che sono costati 157 mila euro, ben oltre il budget stimato di 27 mila. Per legge l'uso dei voli di Stato è consentito solo per motivi istituzionali e quando non sia possibile utilizzare nessun altro mezzo.

 

Per volare a spese pubbliche serve l'approvazione dell'ufficio voli del Consiglio dei ministri. Della Seta ha chiesto alla presidenza del Consiglio di verificare i comportamenti del ministro e di rendere pubblici tutti i dati sui voli di Stato (interrogazione S.4/04055). a cura dell'Associazione Openpolis. 10-12-2010]

 



10. VENDETTA CINESE CONTRO IL SINDACO...
Ora le carte scottanti del gruppo Sasch, azienda di abbigliamento del sindaco di Prato Roberto Cenni, circa 400 dipendenti, sono in mano all'assessore al Lavoro della Regione Gianfranco Simoncini. Sasch è in crisi per un indebitamento, 170 milioni, al quale Cenni ha fatto sapere di non essere in grado di far fronte. Uno smacco non da poco per il sindaco, amico di Giorgio Panariello, amato in Curia e con amicizie trasversali, che due anni fa, alla guida di una coalizione di centrodestra ha conquistato Prato, dopo 60 anni di giunte di sinistra.

 

Cenni ha vinto anche per la sua immagine di imprenditore di successo e sull'onda di una rivolta dei pratesi nei confronti della presenza dei cinesi (circa 35 mila). Che, in qualche misura, ora si vendicano. L'azienda che ha presentato istanza di fallimento del gruppo Sasch è infatti cinese, la X.B. srl di Agliana, una ditta terzista, che vanta un credito di 200 mila euro. M. La.10-12-2010]

11. CASO EPOLIS, NICHI NON È SOLIDALE...
Uscito dalla scena editoriale il gruppo E Polis, travolto da debiti per 108 milioni di euro, i 114 giornalisti delle 19 testate locali attendono che l'editore Alberto Rigotti onori almeno gli impegni assunti con la Federazione nazionale della stampa: pagare gli stipendi arretrati e le liquidazioni ai dipendenti. La speranza in una ripresa delle pubblicazioni ha indotto per ora i creditori, compresi i redattori, a non presentare istanze di fallimento.

 

Tutti meno uno: Nichi Grauso, l'inventore di E Polis, che tre anni fa ha battuto in ritirata davanti all'insuccesso dell'iniziativa. L'ex patron di Video on Line, oggi immobiliarista, ha sfrattato la testata sarda del gruppo dalla sede di viale Trieste, a Cagliari. E poi ha chiesto al giudice di dichiarare il fallimento della sua creatura per 300 mila euro di affitti non pagati. Quando si dice la solidarietà. M. Lis.


10-12-2010]






17. RICORDANDO VASSALLO...
Non dimenticare Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, ucciso dalla camorra il 5 settembre scorso. Per questo "La Città", quotidiano di Salerno, gli ha dedicato un calendario che ne ripercorre la vita con foto inedite. Il ricavato della vendita sarà interamente devoluto a Legambiente.
 

 10-12-2010]

 

 

 

 

3. BACCINI AIUTA SANTO DOMINGO...
In visita nella repubblica Dominicana, il presidente del comitato nazionale italiano per il microcredito Mario Baccini, ha incontrato il capo dello stato Leonel Fernandez Reina, formalizzando il primo memorandum d'intesa per la creazione di un fondo di garanzia da destinare ad attività di microcredito nell'area di Santo Domingo.

 

Le attività legate alle azioni di microcredito verranno seguite e coordinate dal comitato italiano, che si impegna a sostenere le politiche locali trasferendo know-how per la formazione del personale tecnico, per l'istruzione e il sostegno dei futuri imprenditori, nonché per le attività di studio e promozione della cultura del microcredito. Per quanto riguarda il fondo di garanzia che verrà costituito dal governo dello stato caraibico sarà di almeno 5 milioni di dollari. (Donato de' Bardi)

 07-12-2010]

 

 

 

 

DOPO CASA TULLIANI E CASA BONDI, NUOVA TELENOVELA CON CASA FINOCCHIARO? - MASSIMO RUSSO, ASSESSORE SICILIANO ALLA SANITÀ DELL’MPA (OGGI ALLEATO CON IL PD ALLA REGIONE), VUOLE UN INDAGINE SUI 350MILA EURO DATI SENZA GARA DI APPALTO ALLA SOCIETÀ DI MICHELE FIDELBO, MARITO DI ANNA - MA IN REALTÀ HA GIÀ EMESSO IL SUO VERDETTO: “NON SI PUÒ DEROGARE ALLA LEGGE CHE PRESCRIVE PROCEDURE DI EVIDENZA PUBBLICA. MI SA CHE A GIARRE È STATO FATTO UN PASTICCIO

Emanuele Lauria per "la Repubblica"

 

Alla fine l´assessore-sceriffo con dichiarate simpatie di sinistra ha dovuto inviare gli ispettori negli uffici dell´azienda sanitaria di Catania. E senza grande entusiasmo Massimo Russo, l´ex magistrato che ha sposato la causa dell´Mpa, ha annunciato di volere «fare chiarezza» sul caso che sta mettendo in imbarazzo Anna Finocchiaro e metà del Pd siciliano: un appalto da 350 mila euro che l´azienda guidata da un fedelissimo del governatore Raffaele Lombardo ha affidato alla società di Melchiorre Fidelbo, ginecologo e marito della capogruppo dei democratici al Senato.

Russo vuole capire com´è possibile che l´appalto, quello per l´informatizzazione dell´ospedale di Giarre, sia stato assegnato senza gara.

 

«Non si può derogare alla legge che prescrive procedure di evidenza pubblica», ha detto l´assessore anticipando nei fatti il giudizio. Lui, Russo, si limita a segnalare possibili irregolarità nei passaggi amministrativi. Ma ogni giorno di più la vicenda assume contorni politici, sollevando ulteriori sospetti sul già discusso accordo isolano fra Lombardo - che ha messo alla porta gli ex alleati del Pdl - e il Pd che dopo aver perso le elezioni è entrato in maggioranza per scelta del governatore.

In realtà il progetto di una «casa della salute» a Giarre fu presentato da un consorzio di cui faceva parte la società di Fidelbo già nel novembre del 2007, e approvato a tempo di record dall´amministrazione regionale allora guidata da Cuffaro. C´era, a quel tempo, un´occasione da cogliere al volo: quella dei fondi statali messi in Finanziaria dall´allora ministro diessino Livia Turco.

 

 

Ma l´iniziativa, rimasta in naftalina nel 2008 degli appuntamenti elettorali (a Roma come in Sicilia), è stata rispolverata alla fine dell´anno scorso. Il progetto è stato aggiornato e, sulla base di una ripartizione dei fondi fatta dall´assessore Russo, l´azienda sanitaria di Catania guidata da Giuseppe Calaciura - già segretario dell´Mpa nel piccolo Comune di Biancavilla - ha approvato l´intero incartamento. Stipulando a luglio una convenzione con la società di Fidelbo.

A settembre l´ultima tappa: l´inaugurazione del presidio ospedaliero. A tagliare il nastro Russo, la Finocchiaro, il manager dell´azienda sanitaria e l´ex ministro Livia Turco. Poco lontano il dottor Fidelbo. Quella foto, pubblicata da giornali e siti internet, ha alimentato la polemica e dato fiato ai nemici dell´»inciucio» siciliano.

Antonello Cracolici, il leader dei democratici siciliani pro-Lombardo, grida al «complotto». E Russo, l´assessore-magistrato, si allinea e parla di «strumentalizzazioni». Ma a denti stretti ammette: «Mi sa che a Giarre è stato fatto un pasticcio».

03-12-2010]

 

 

 

UN BON-BON (BONDI-BONEV) PER LA CORTE DEI CONTI - APERTA UN’INCHIESTA SUI SOLDI SPESI PER OSPITARE LA DELEGAZIONE BULGARA DURANTE LA PREMIAZIONE FARLOCCA DI “GOODBYE MAMA”, IL FILMONE DI DRAGOMIRA BONEV CHE NESSUNO HA VISTO - IL MINISTRO BULGARO IN UNA LETTERA UFFICIALE AVEVA PARLATO DI 400MILA € SPESI DALL’ITALIA - L’ACQUISTO DEI DIRITTI DEL FILM PER UN MILIONE VIENE SCARICATO DA BONDI SU MASI E DA QUESTO SULLA D’AMICO DI RAI-CINEMA - TUTTI USANO LA DIFESA-NORIMBERGA: “HO RICEVUTO UNA SEGNALAZIONE E HO ESEGUITO”…

Malcom Pagani e Carlo Tecce per "il Fatto Quotidiano"

 

Quando scivola in trincea, Mauro Masi si volta dall'altra parte. Il direttore generale risponde con candore a precisa domanda del consigliere Nino Rizzo Nervo, a margine di un Cda teso come sempre: "Chi ha suggerito a Rai Cinema l'acquisto dei diritti di Goodbye mama di Michelle Bonev?".

 

Masi chiama in causa Bondi e i bulgari: "Ho ricevuto una segnalazione dal ministero dei Beni culturali e dall'ambasciata bulgara in Italia. Ho seguito la prassi e come molte altre volte, girato l'indicazione a Rai Cinema che, in piena autonomia, ha investito sul film. Poteva anche rifiutarsi". In un sol colpo, con una mossa che appare più disperata che meditata, Masi scarica Rai Cinema e Bondi.

Tradito dal nervosismo esagera, perché il ministro dei Beni culturali, tirato nell'agone, a metà pomeriggio si infuria. Medita una risposta durissima. A quel punto il professor Masi, equilibrista delle parole, detta un comunicato in serata all'Ansa: "Mi riferivo esclusivamente alle istituzioni bulgare" che appiana momentaneamente i contrasti tra l'ex segretario generale di Palazzo Chigi e il titolare del Mibac, chiude un fronte ma lascia aperte molte altre questioni.

 

Nemmeno a Rai Cinema, lo scarico di responsabilità ha lasciato indifferenti i vertici. Sul documento d'acquisto per un milione di euro tra Rai Cinema e la Romantica Entertainment dell'attrice e produttrice Bonev per Goodbye mama c'è la firma dell'allora amministratore delegato, Caterina D'Amico. L'ex ad ripete di aver soltanto recepito una sollecitazione di viale Mazzini: "La richiesta ufficiale era molto circostanziata - dice al Fatto Quotidiano - L'ho già detto: volevano che partecipassimo a una coproduzione con i bulgari. Ho tenuto la barra dritta e autorizzato la spesa esclusivamente per i diritti di trasmissione".

 

Un milione di euro per un film d'esordio sono una cifra spropositata, dunque Beppe Giulietti (portavoce di Articolo 21) e il senatore Vincenzo Vita (Pd) annunciano un'interrogazione parlamentare e attaccano frontalmente Bondi: "I chiarimenti del ministro sono tutt'altro che soddisfacenti. Non ha ancora spiegato chi e per quale ragione ha imposto a Rai Cinema l'acquisto del misterioso film bulgaro di Michelle Bonev. Hanno deciso loro o c'è agli atti una lettera della direzione generale? Perché tanta urgenza e tanta generosità? Non si tratta di domande inutili in un'azienda che annuncia tagli e non può finanziare ben altri film".

 

La Rai detiene il full right di Goodbye mama per le sale cinematografiche, il digitale terrestre, il satellite e il teatro. L'azienda del servizio pubblico ha ritenuto che l'opera di Dragomira fosse un gioiello da custodire bene: nonostante le rassicurazioni di Rai Cinema, nessuno ha provveduto alla distribuzione del film che dopo l'appunto surreale di Masi in Cda: "Vigilerò che il film abbia un buon esito. È costato troppo per destinarlo all'insuccesso", costerà alla controllata Rai almeno mezzo milione di euro.

 

Di Bondi si occupano anche in Laguna, là dove tutta la vicenda ebbe inizio. A Venezia, il procuratore della Corte dei Conti, Carmine Scarano, ha aperto un fascicolo per accertare chi abbia pagato per ospitare durante il Festival la Bonev e l'ampia delegazione bulgara di 32 persone tra il 3 e il 6 settembre.

 

Cene e soggiorno prolungato per festeggiare Dragomira premiata con la targa patacca - omaggiata dai ministri Giancarlo Galan e Mara Carfagna - per il fuori concorso "Action for woman". L'attrice giura di aver saldato personalmente i conti. I bulgari hanno presentato documenti ufficiali che rimandano al governo italiano.

La Corte dei Conti farà chiarezza: "È una fase ancora esplorativa per capire cosa è successo - precisa il procuratore - e accertare se la somma è stata pagata e da chi. Stiamo procedendo per gradi". Il magistrato contabile ha incaricato la Guardia di Finanza di requisire i documenti necessari. In Bulgaria, dove il ministro della Cultura Rashidov è nei guai con l'opposizione scatenata e a Roma, qualcuno aspetta la verità.

 [02-12-2010]

 

 

. GOVERNO DI DESTRA...
"Non è vero che con la riforma dell'università ci rimettono tutti. C'è qualcuno che ci guadagna: sono gli atenei "telematici", le università che laureano a distanza, le quali potranno accedere alla quota di fondi destinata agli istituti non statali". Sul Corriere, Sergio Rizzo racconta "Gli aiutini a Mister Cepu" (p.1). 02-12-2010]

 

COLPO GROSSO" FOREVER! - UN GENIO L’INVENTORE DI MAURIZIA PARADISO: “CHI HA UN’UTENZA ELETTRICA PAGHI IL CANONE RAI, ALTRIMENTI DIMOSTRI DI NON AVERE UNA TV” - L’IDEA MERAVIGLIOSA: dopo l’inversione dell’onere della prova, l’inversione dell’onere del cervello! - IL MINISTRO DEL BLOCCO DELLO SVILUPPO: “LA FIAT? NON È IN CRISI

Enrico Marro per il "Corriere della Sera"

 

Tra i vari provvedimenti che il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, annuncia in questa intervista c'è anche la riforma del canone Rai: «A tutti i titolari di un contratto di fornitura di elettricità, siano essi famiglie o pubblici esercizi o professionisti, verrà chiesto di pagare il canone, perché, ragionevolmente, se uno ha l'elettricità ha anche l'apparecchio tv. Chi non ha la televisione dovrà dimostrarlo e solo in quel caso non pagherà».

La riforma, aggiunge il ministro, sarà presentata o col decreto milleproroghe o comunque entro l'anno e servirà ad azzerare la grande evasione: «Circa il 30% di chi dovrebbe pagare il canone non lo fa». Per questo, garantisce Romani, anche se il canone per il 2011 dovesse subire un aumento per adeguarlo all'inflazione («ma io sono contrario»), dall'anno successivo l'importo si ridurrà «secondo il principio che se pagano tutti, pagano meno».

 

La proposta di Romani prevede infatti che «metà delle nuove risorse incassate vada alla Rai e metà a decremento del canone». Il provvedimento «è pronto e presto sarà presentato, forse col decreto milleproroghe».

Ministro, partiamo dalla grave congiuntura economica e finanziaria. In Italia anche la situazione politica è instabile. Inoltre la ripresa stenta e ci sono almeno 600 mila persone in cassa integrazione. Confindustria e sindacati chiedono al governo di fare di più.
«Il nostro Paese ha bisogno di essere governato e noi vogliamo farlo fino in fondo. Chi da destra e sinistra pensa di indebolirci facendo giochi di palazzo, deve sapere che fa gli interessi degli speculatori internazionali. Abbiamo fatto una legge di stabilità molto rigorosa in tempi non sospetti. Ma anche molte cose per lo sviluppo».

 

Se il governo non dovesse avere la fiducia il 14 dicembre?
«Io resto ottimista e sereno. La sfiducia, per le cose che dicevo prima, sarebbe un grave atto di irresponsabilità e probabilmente interromperebbe in anticipo la legislatura, perché non credo proprio che la soluzione potrebbe essere quella di attivare altri governi o governicchi».

Lei parlava di provvedimenti per lo sviluppo. Quando presenterà in Consiglio dei ministri la riforma degli incentivi per le imprese?
«La prossima settimana. Oggi abbiamo 100 tipi di incentivi nazionali e più di 1.400 regionali. Col decreto legislativo verranno eliminate 30 leggi e gli incentivi vengono riordinati in tre categorie: automatici (fiscali o col voucher), bandi per finanziare programmi completi, negoziati per i grandi progetti».

 

Ci saranno risorse aggiuntive?
«No, sarà una riforma di metodo a costo zero. Semplificando le procedure le imprese avranno però finanziamenti certi e rapidi».

 

La Confindustria chiede interventi concreti, in particolare per la ricerca e l'innovazione.
«Confindustria tiene moltissimo al progetto "industria 2015": bene, ci sono tre bandi per complessivi 770 milioni che attivano 2 miliardi di investimenti su tre aree: efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove tecnologie per il made in Italy.
Inoltre, ci sono stati gli incentivi ai consumi e la proroga del 55% per l'ecobonus e infine per il credito agevolato c'è un fondo centrale di garanzia che dal 2009 ha fatto 65 mila operazioni garantendo con 7 miliardi finanziamenti complessivi per 12 miliardi».

Quando presenterà la legge annuale sulla concorrenza?
«Entro la fine dell'anno. Punteremo anche qui sulla semplificazione, ma non posso anticipare altro».

 

A proposito di concorrenza non crede che sugli avvocati il Parlamento stia tornando indietro reintroducendo, per esempio, le tariffe minime?
«Questa è una piccola-grande guerra tra le corporazioni, detto nel senso positivo per carità, e i processi di liberalizzazione. Personalmente penso che sarebbe meglio rimanere col vecchio regime».

Cioè con la riforma Bersani?
«Sì, esatto».

Torniamo alla crisi. Presso il suo ministero ci sono 170 tavoli aperti su altrettante crisi aziendali...
«E 92 amministrazioni straordinarie. Dedico quasi la metà del mio tempo alle crisi, per essere vicino alle aziende e ai lavoratori coinvolti, circa 100 mila. Stiamo trovando soluzioni per ridare loro una prospettiva, o attraverso investitori esteri o con ristrutturazioni industriali».

 

Perché però non avete aperto un tavolo sulla Fiat?
«Perché la Fiat non è in crisi. Vuole invece investire 20 miliardi in Italia e passare da 685 mila auto prodotte a 1,4 milioni. Ci saranno quindi anche assunzioni. Vedo con soddisfazione che Fiat e sindacati si incontreranno venerdì su Mirafiori. Detto questo, il governo resta vigile».

Ministro che sta facendo il governo per far pagare meno l'energia a famiglie e imprese rispetto ai Paesi nostri concorrenti?
«In Italia l'energia si paga il 37% in più. Dobbiamo arrivare al 50% di energia prodotta dal combustibile fossile, il 25% dal nucleare e il 25% da fonti rinnovabili. Intanto, con collegamenti internazionali, tipo quello previsto dall'accordo firmato ieri col Montenegro per un cavo che porta mille megawatt, riusciremo a ridurre il costo della bolletta».

25-11-2010]

 

 

1- CROCE VERDE! "IO, IN QUANTO A POPOLARITÀ, STO TRA PAPA GIOVANNI XXIII E GINO BARTALI" - CERCASI IL GENIO COMICO CHE SCRIVE I TESTI DI MICHELLE BONEV, L’ULTIMA MIRACOLATA - 2- L’INCORONAZIONE DI DRAGOFIGA E I 32 BULGARI OSPITI A VENEZIA. CHI HA PAGATO? NOI! - 3- "IO, QUEL PREMIO, ME LO SONO MERITATO. PERCHÉ IL MIO FILM, "GOODBYE MAMA", È UN FILM GRANDIOSO. PUNTO E BASTA! IO NEMMENO LO CONOSCO IL MINISTRO BONDI. FUI PREMIATA DAL MINISTRO CARFAGNA CHE MI DISSE CHE IL FILM L’AVEVA COMMOSSA" - 4- BONDI MESSO AL BANDO! IL FIGLIO DELLA COMPAGNA MANUELA REPETTI, DEPUTATESSA DEL PDL, LAVORA AL MINISTERO. IL SUO EX MARITO È TRA I BENEFICIARI DEL FUS, FONDO DELLO SPETTACOLO, PER 25 MILA €. TRA I BENEFICIATI C’È ANCHE LA BANDA MUSICALE DI NOVI, DOVE VIVE LA REPETTI. LA COMPAGNIA TEATRALE DI MARIANO ANAGNI, VICINA A FIVIZZANO, PAESE DI BONDI, INCASSA 285 MILA EURO DI FINANZIAMENTI

1- L'INCORONAZIONE DI DRAGOFIGA BONEV E I 32 BULGARI OSPITI A VENEZIA. CHI HA PAGATO? NOI!
Malcom Pagani per "il Fatto Quotidiano"

 

Chi ha visto, sostiene che insensibili alle tristezze lagunari, in realtà si siano divertiti molto. Tre giorni veneziani, alberghi a cinque stelle, cene e pranzi da Pantagruel per un'allegra comitiva di trentadue persone.

 

La delegazione bulgara in visita al Festival del Cinema al seguito di Michelle-Dragomira Bonev, del suo "Goodbye Mama" e del finto premio del ministero dei Beni culturali ideato in tutta fretta a metà estate nel feudo di Sandro Bondi, non segnalato sul programma ufficiale fino al giorno prima e poi tirato improvvisamente fuori in un colpo di teatro napoletano nelle ore precedenti alla proiezione, si è trattenuta al Lido dal 3 al 6 dicembre.

 

Sbarcati non da un volo di linea, ma da un charter della compagnia tedesca Private wings flugcharter GmbH , decine di migliaia di euro da aggiungere a vitto, alloggio e sostentamento in una delle città più costose del mondo. La notizia in Bulgaria polarizza l'attenzione da settimane, in Parlamento e sui giornali.

A Sofia, non piace l'idea che con i soldi pubblici si sia consentito al ministro della Cultura locale Vejdi Rashidov, all'amica del premier bulgaro ma soprattutto di Berlusconi, l'attrice e produttrice Bonev e al resto della truppa di permanere nel lusso per 72 ore al seguito di un film che non figurava né in concorso né in alcuna sezione parallela.

 

 

E opposizione e giornali d'inchiesta, mentre in Italia si stendeva una coltre di silenzio sull'operazione Dragomira, ne hanno chiesto ragione in patria al diretto interessato. Prima un'indagine della giornalista Vladimirova del settimanale 168 ore, una sorta di Espresso bulgaro, poi l'interrogazione parlamentare di settembre in cui Vejdi Rashidov, messo alle strette dall'opposizione dichiarò davanti al Parlamento che a mandare un aereo per trasportare le persone a Venezia "era stato il ministero dei Beni culturali italiano".

 

Dopo le smentite italiane di rito, Rashidov, impegnato a parare colpi, insisteva rincarando: "L'importante è che non abbiamo pagato noi. Tutto è in regola. Paga chi è più ricco. Il valore annuale del loro settore cultura è il 3% del PIL, il nostro di del solo 0,3%". Alla sua testimonianza, si aggiungeva la dichiarazione del portavoce del sodale di Putin, il primo ministro bulgaro Borisov, lo stesso che molto amichevolmente aveva incontrato Berlusconi a Palazzo Chigi a poco più di tre mesi dal Festival di Venezia.

 

Parole confirmatorie, nette: "Tutte le spese incluso il viaggio sono state a carico di chi ci ha ricevuto". Terminato il secondo affondo da Est, dall'Italia non si sono più levate controrepliche. Il Fatto è in grado di produrre però una lettera di invito ufficiale del ministro Bondi al suo omologo bulgaro. È datata 25 agosto.

 

Nell'eloquio Bondi si supera. Un elogio alla famiglia tradizionale: "Sono lieto di invitarLa alla cerimonia di consegna del premio speciale ‘Action for Woman' (in realtà tutt'altra cosa, ndr),il film è stato scelto per l'attenta e inedita esplorazione (sic), da parte dell'universo femminile, delle dinamiche di una realtà in rapida trasformazione". In coda, la perla: "Suggerendo come i rapporti all'interno della cellula familiare siano alla base di una nuova società aperta e attenta alla difesa dei diritti umani. In attesa di incontrarLa(...)".

Com'è noto, accadde già a Cannes a causa di Draquila, a Venezia Bondi non si recò. Se oggi cerchi il suo capo di gabinetto, Salvo Nastasi, il telefono squilla a vuoto. Quando risponde, è solo per attaccare immediatamente. Dalla Biennale, dopo un lungo inseguimento, fanno sapere "che nessuna spesa è stata affrontata per il film della signora Bonev".

 

E qualcuno sostiene che all'Hotel Cipriani (dove si è svolta l'etilica cena di gala per l'opera della Bonev) e in altre strutture del Lido (32 erano troppi per essere ospitati tutti alla Giudecca), abbia pagato tutto il facoltoso fidanzato della Bonev, un attempato imprenditore italiano. Nebbia. Chiedere al vice di Bondi, Francesco Giro di raccontare la trama di "Goodbye Mama" e la notte del premio fasullo è come aprire un rubinetto.

L'eloquio è senza controllo: "Le dico la verità, immaginavo peggio. Della Bulgaria purtroppo conosciamo altro, però il film, anche se ne ho visto solo metà, non è male. Molto meglio di tante porcherie italiane viste a Venezia, a iniziare dall'ignobile film di Placido su Vallanzasca". Si è divertito? "Una storia sui manicomi, non tanto". Dell'ambito ludico, si occupa un ministero nel caos che rinnova ogni giorno, il proprio spettacolo.

2- BONDI AL BANDO!
Alessandro Trocino per il Corriere della Sera

 

Il giorno della mozione di sfiducia dell'opposizione contro Sandro Bondi, lunedì 29 novembre, si avvicina e si moltiplicano i fronti d'attacco: il crollo di Pompei, ma anche la protesta nel mondo del cinema, l'accusa di favoritismi e le bacchettate dai giornali amici. Il ministro della Cultura replica: «È una caccia all'uomo come non se ne vedevano da decenni». Intervenendo al question time, ieri ha aggiunto: «Sono sotto accusa perché ho cercato di rinnovare e proporre riforme».

 

Nei giorni scorsi si è venuto a sapere che il figlio della compagna Manuela Repetti lavora al ministero. E che l'ex marito della Repetti è tra i beneficiari del Fus, il Fondo unico per lo spettacolo, per 25 mila euro. Bondi ha replicato al Fatto quotidiano: «Sono intervenuto solo per risolvere due casi umani. Una storia privata». Così non è parso a Filippo Facci, che ne ha scritto su un quotidiano vicino al centrodestra, Libero: «Bondi sta sistemando i suoi casini familiari a spese nostre».

 

Ieri il Secolo XIX ha raccontato che tra i beneficiati dal Fus c'è anche la banda musicale di Novi, dove vive la compagna. E che la compagnia teatrale di Mariano Anagni, vicina a Fivizzano, paese di Bondi, incassa 285 mila euro di finanziamenti. Il Fatto ha raccontato anche un'altra storia. Il ministro Bondi avrebbe chiamato il direttore generale del ministero dei Beni culturali, Nicola Borrelli, per chiedergli di «inventare un premio» a Venezia per Michelle Bonev, «un'amica molto cara al primo ministro bulgaro e a Berlusconi».

 

Fatto sta che la Bonev si presenta a Venezia con «Goodbye Mama», opera prima, e vince un «Premio speciale della Biennale», assegnato da «Action for Women». Alla cerimonia partecipano due ministri, un sottosegretario e una deputata. Tra loro c'è il ministro Giancarlo Galan: «Berlusconi mi ha dato un incarico preciso: salutare con calore e affetto Michelle Bonev». La Bonev era già stata al centro di uno scandalo: secondo le intercettazioni sarebbe stata «imposta» al Dopofestival di Sanremo da Agostino Saccà, ex direttore generale Rai.

Il ministro Bondi smentisce la ricostruzione su Venezia: «È una storia completamente inventata, sono fantasie, frutto di imbarbarimento. Il Fatto ne risponderà in tribunale». Deborah Bergamini, deputata pdl, è la promotrice di «Action for Women»: «Un concorso per corti di una bellezza strepitosa, un lavoro di sensibilizzazione sul tema della violenza sulle donne». E la Bonev? «"Action for Women" si svolse anche nel 2009 e anche allora fu affiancato da un film, "Scheherazade, Tell me a story". Che, nel palmarès, risulta vincitore di un altro premio, il "Lina Mangiacapre"».

 

Continua la Bergamini: «Anche quest'anno abbiamo scelto un film in tema». Abbiamo chi? «Il film mi è stato segnalato forse da Borrelli forse da Salvo Nastasi: comunque dal ministero della Cultura. Hanno deciso loro. Comunque era un bel film, anche se non mi intendo di cinema». E le presunte pressioni di Bondi? «Mi sopravvaluta, non ne ho idea». Parla Francesco Giro, sottosegretario alla Cultura presente alla premiazione: «Chi l'ha scelto? Era un premio della Biennale, chiedete a loro. Non ci accusate sempre di ingerenza?». Le è piaciuto? «Ho visto solo il primo tempo. Non male: comunque meglio del "Vallanzasca" di Placido».

 

3- MICHELLE: "NESSUN REGALO IL MIO È UN FILM GRANDIOSO - "NON CONOSCO IL MINISTRO. COMPLIMENTI DAL PREMIER" -IL FILM NON ERA ANCORA DEL TUTTO PRONTO. IL PREMIO ME LO CONSEGNÒ LA CARFAGNA, DISSE CHE S'ERA COMMOSSA"
Fabrizio Roncone per Corriere della Sera

- «Cosaaa?». Signora Michelle Bonev, mi spiace, ma...
«No, guardi: non me la ripeta neppure quella domanda, capito?». Si calmi, parliamone. «Uff!... è assurdo, orrendo... Io sono una produttrice, un'attrice, una sceneggiatrice, una scrittrice! Merito rispetto, va beneee?».

 

Signora, la prego, non faccia così.
«Cosa vuol sapere, eh? Vuol sapere se me lo hanno regalato, quel premio? No, no e ancora no! Io, quel premio, me lo sono meritato. Perché il mio film, "Goodbye Mama", è un film grandioso. Punto e basta!... Tra l'altro, io...». Tra l'altro cosa? «Io nemmeno lo conosco il ministro Bondi».

Però il ministro avrà visto il suo film.
«Non lo so. Ignoro la prassi ministeriale. Immagino comunque che qualcuno, se hanno deciso di premiarmi, il film lo abbia visto».

Quando ha appreso che sarebbe stata premiata?
«Una settimana prima della cerimonia... pensi che il film non era ancora del tutto pronto e...».

 

Scusi: ma se il film non era pronto, cosa hanno visto al ministero?
«Senta, mi ascolti: io ho capito che qui vogliono fare fuori Bondi, vogliono sfiduciarlo... ma non accadrà attraverso di me. Okay?».

Chi le ha comunicato di aver vinto quel premio?
«Mi è stato recapitato un invito. C'era scritto che il ministro Bondi non sarebbe potuto intervenire e che, al suo posto, avrebbe inviato una persona di sua fiducia».

Chi le consegnò, poi, il premio?
«Il ministro Mara Carfagna».

E cosa le disse?
«Che il film l'aveva commossa».

 

Commossa?
«Guardi che il film racconta un dramma familiare, la vita di una madre, due figlie, una nonna...».

Va bene, però...
«Non le interessa, vero?».

Al contrario, signora.
«Sa qual è il problema? Il problema è che qui in Italia quelli che fanno il cinema si lamentano in continuazione... chiedono fondi, soldi... ma nessuno che ammetta: sono vent'anni che faccio film e nessuno viene a vederli... Io invece...».

Lei?
«Qualcuno che andrà a vedere la mia opera, quando uscirà a primavera, ci sarà... perché io, in quanto a popolarità, sto tra Papa Giovanni XXIII e Gino Bartali».

Non la seguo.
«La mia fiction, "L'uomo che sognava con le aquile", nel 2006, ebbe un successo di pubblico superiore a quella sul famoso ciclista e secondo solo a quella sul Papa Buono».

 

Sempre su Raiuno.
«Dove vuole arrivare?».

Lei lo sa, credo.
« Ad Agostino Saccà ? Ancoraaa...».

Nel 2003, lei condusse il Dopofestival di Sanremo e Pippo Baudo non nascose il suo fastidio. Il direttore generale dell'epoca era, appunto, Agostino Saccà.
«E volevano cacciarlo. Così inventarono la storia che fosse lui ad avermi raccomandata... e adesso, ecco, accidenti, la storia si ripete: ora siccome vogliono fare fuori Bondi e magari pure Berlusconi, tirate fuori il dubbio che quella targa di Venezia sia mezza falsa...».

Signora, il titolo del suo film non era neppure inserito nel programma ufficiale del Festival...
«E allora? Un Festival non può fare una sorpresa al suo grande pubblico?».

 

Dopo la premiazione ricevette i complimenti da Berlusconi?
«Oh, certo.. Me li fece pervenire attraverso il ministro Galan...».

(Dragomira Bonev, in arte Michelle Bonev, è nata a Bourgas, in Bulgaria, nel 1971. «Arrivai in Italia a 18 anni, scappavo dal comunismo con venti dollari in tasca e un paio di scarpe gialle. Vidi molte vetrine addobbate, e rimasi sorpresa: mi spiegarono che era il 14 febbraio, la festa degli innamorati. In quel momento capii che l'Italia era il Paese giusto per me...») .

 25-11-2010]

 

 

PREVITI, SE LO CONOSCI LO condanni - LA CASSAZIONE HA BOCCIATO LA CAUSA INTENTATA DALL’EX MINISTRO CONTRO L’ESPRESSO tredici anni fa - secondo la corte è stato implicato in vicende giudiziarie "così gravi" che non ha in alcun modo danneggiato la sua reputazione il fatto che, in un articolo del 1997 sia stato indicato come "rinviato a giudizio" mentre era ancora solo "indagato

Alfonso Cuntera per "L'Espresso"

 

La sostanza conta più della forma. E di fronte al coinvolgimento di importanti figure politiche in pesanti scandali di collusione, il cavillo può passare in secondo piano. Per questo la Cassazione ha bocciato la causa intentata da Cesare Previti contro "L'espresso" tredici anni fa.

L'ex ministro della Difesa ed ex parlamentare di Forza Italia, che ha perso il seggio alla Camera dopo la condanna definitiva all'interdizione perpetua dai pubblici uffici nel processo Imi-Sir, è stato implicato in vicende giudiziarie "così gravi" che non ha in alcun modo danneggiato la sua reputazione il fatto che, in un articolo comparso sul nostro settimanale nel 1997, sia stato indicato come "rinviato a giudizio" mentre era ancora solo "indagato".

 

 

La sentenza della Suprema corte introduce un principio importante, che va a pesare la realtà della situazione e in qualche maniera esprime anche una valutazione sull'operato della stampa alla luce dell'evoluzione dei fatti: perché quello che nel 1997 era solo un indagato, poi è stato effettivamente rinviato a giudizio, processato e condannato con sentenza definitiva.

Oggi, dopo avere scontato una pena dorata tra il suo attico nel centro di Roma e i circoli esclusivi della capitale grazie al meccanismo dell'affidamento ai servizi sociali, l'ex braccio destro di Silvio Berlusconi si è allontanato dalla scena politica, anche se la scorsa estate una plateale visita del premier ne ha in qualche modo segnato la riabilitazione.

 

Ma la sentenza 23468 della Cassazione non si limita a giudicare quello che era già accaduto nel 1997, spingendosi nella valutazione di un eventuale danno ad esaminare la fine della storia: secondo i giudici, Previti non ha nulla di cui lamentarsi poiché "il giudizio negativo indotto nel lettore era conseguenza delle vicissitudini giudiziarie da tempo in corso a suo carico e non dell'inesattezza terminologica nella quale era incorso l'autore dell'articolo".

 

In altre parole, spiega ancora la Cassazione, la gravità delle indagini alle quali era sottoposto Previti e gli elevati incarichi istituzionali rivestiti, non avrebbero evitato che anche '"se espresso in termini piu' precisi, il riferimento al parlamentare sarebbe stato lo stesso assai disdicevole".

Infine, i supremi giudici ritengono che Previti non abbia ricevuto nessuna lesione dell'onore dall'uso di altre espressioni contenute nell'articolo come ''politicamente morto'', ''rischia la galera'' e ''primo accusatore di Di Pietro''. D'altronde, il testo pubblicato tredici anni fa da "L'espresso" non era una cronaca giudiziaria, ma il capitolo di una rassegna di personaggi caduti in qualche modo nella polvere in quella stagione: da Michele Santoro a Irene Pivetti, da Pippo Baudo a Alba Parietti, da Ambra Angiolini a Leoluca Orlando, da Arrigo Sacchi ad Alessandra Mussolini.

 

Poche frasi, che descrivevano la situazione paradossale dell'indagato e ipotizzavano lo scenario che poi si è concretamente realizzato. "Pallone sgonfiato? Insomma. È un rinviato a giudizio per fatti gravi che riceve i giornalisti nella sua villa all'Argentario sorseggiando Taittinger brut sopra un gran mare dove beccheggia il celebre yacht "Barbarossa".

 

Ad ogni modo: era l'avvocato principe di Berlusconi, il ministro della Difesa del suo governo, il primo accusatore di Di Pietro. Oggi, dopo il caso Squillante e soprattutto l'affare Imi-Sir, con la parcella da 67 miliardi pagata dalla famiglia Rovelli a Previti e altri due avvocati del Foro di Roma per corrompere i giudici, come sostiene l'accusa, politicamente è un uomo morto. E da cittadino rischia la galera".

 

Con la bocciatura del ricorso inoltrato in Cassazione, e firmato dalla figlia Carla Previti, anche lei avvocato, l'ex parlamentare e legale della Fininvest è stato condannato a pagare 3400 euro di spese di giustizia. Sia la Corte di Appello di Roma, che i giudici di primo grado, avevano già respinto la richiesta di risarcimento. E dopo tredici anni, almeno in questo caso, c'è stata una parola chiara sulla libertà di informare e fare critica.

 [24-11-2010]

 

 

 

Travaglio MASTELLIZZA CLEMENTE! - carte giudiziarie (pesanti) alla mano, impallina il redivivo martire di ceppaloni. Pressioni, voti parlamentari, bruno vespa: tutti gli ostacoli per chi vuole processare il compagno di merende di della valle e montezemolo - Il gip Marotta racconta: “Mi avvicinò una collega amica dell’imputato e mi consigliò di assolverlo. ‘Clemente ha molti amici e sta tornando in sella’ - il “supertestimone”? E’ Pietro Funaro, portavoce campano dell’Udeur, indagato assieme ai coniugi Mastella

 

Marco Travaglio per "Il Fatto Quotidiano"

Dunque, come abbiamo raccontato ieri, il processo a Clemente Mastella e ai suoi cari (una cinquantina di coimputati, fra cui la moglie, il consuocero, il cognato e mezza Udeur), non s'ha da fare. Il 19 novembre la Camera, su richiesta dell'europarlamentare Pdl imputato per quattro concussioni, tre abuso d'ufficio, un'associazione per delinquere, un peculato, una truffa e un'appropriazione indebita, ha sollevato conflitto d'attribuzione alla Consulta contro i giudici di Napoli che osano processarlo senza il permesso preventivo (non richiesto, anzi esplicitamente escluso dalla legge) del Parlamento.

 

Motivo: i reati di cui è accusato Mastella sarebbero "ministeriali", cioè collegati alle funzioni di Guardasigilli del governo Prodi dal 2006 al 2008 (falso: Mastella è imputato "in qualità di segretario nazionale del partito politico Udeur" e alcuni reati li avrebbe commessi prima e dopo aver fatto il ministro).

Ora spetta al Gip decidere se procedere con l'udienza preliminare, ormai agli sgoccioli, o congelarla per un paio d'anni in attesa della sentenza della Consulta. Nel secondo caso, il processo nascerebbe praticamente morto, e non solo a carico di Mastella, ma anche degli altri 50 coimputati che si sono affrettati ad associarsi alla sua richiesta di sospensione sine die.


Ma che il processo a Mastella non s'abbia da fare non è una novità. Un'incredibile campagna mediatica, alimentata anche da Porta a Porta e dal Corriere della Sera, martella da anni che Mastella sarebbe stato inquisito a Santa Maria Capua Vetere nel gennaio 2008 per rovesciare per via giudiziaria il governo Prodi, dopodiché tutte le accuse sarebbero finite nel nulla. Così del processo di Napoli nessuno si occupa perché quasi tutti pensano che non esista. Altri, invece, sanno benissimo che esiste e si prodigano perché non esista più.

 

Il 1° luglio 2009, durante l'udienza preliminare della prima tranche del processo (quella nata a Santa Maria Capua Vetere e poi passata per competenza a Napoli), il gip che la conduce, Sergio Marotta, viene avvicinato da una collega della Corte d'appello di Napoli, Tina Cardone, che gli consiglia caldamente di prosciogliere Mastella. Marotta la lascia dire, poi la denuncia.

E racconta ai colleghi, a verbale, il 23 settembre 2009: "In data 1.07.2009 venni telefonicamente raggiunto da una collega, Tina Cardone, che io conoscevo bene in quanto seppure adesso è in servizio presso la Corte d'Appello di Napoli, anni fa ha ricoperto la funzione di Presidente aggiunto dei Gip di Napoli. Dunque è stata mio superiore gerarchico... La Cardone, senza specificarmene la ragione, mi chiese un appuntamento per il giorno successivo ed io non ebbi difficoltà ad accordarglielo invitandola a venire nel mio ufficio".

 

La giudice però preferisce un luogo più appartato. Marotta rimane "un poco sorpreso per questa strana cautela", ma accetta di vedere la collega l'indomani alle 8.30 "presso l'edicola dei giornali della piazza coperta del Tribunale". E lì scopre finalmente il motivo della convocazione: "Non appena ci vedemmo cominciò a parlare della sua amicizia con Clemente Mastella", che aveva fatto tanto per lei. Che cosa? "Quando era ministro di Giustizia l'aveva chiamata al Ministero dandole un incarico".

Lei aspirava a un ruolo direttivo, ma Mastella le spiegò che quello era riservato ad Augusta lannini, moglie di Bruno Vespa. "Mi disse che lei disciplinatamente aveva condiviso questa scelta poiché si rendeva conto da sola che un incarico alla moglie del Vespa significava per Mastella avere maggiori opportunità di frequentare il talk show condotto dal predetto".

In ogni caso la Cardone è "contenta" per il posto ministeriale conquistato e continua a "frequentare con la solita assiduità casa Mastella a Ceppaloni", anche dopo l'arresto della moglie Sandra Lonardo e l'indagine per concussione e altri reati a carico dell'ormai ex ministro.

"Era particolarmente fiera di questa sua fedeltà in quanto a suo dire molti amici di Mastella, fra cui anche la moglie del Vespa, dopo le disavventure giudiziarie del 2008, avevano un poco preso le distanze da lui". Poi finalmente la giudice mastelliana viene al punto: "Mi disse - racconta Marotta che era stata di recente presso la villa di Ceppaloni e che Mastella le aveva chiesto un intervento presso di me per `spuntare' una sentenza di non luogo a procedere".

 

E lei ha subito aderito, avvicinando il gip: "Per perorare nel modo più incisivo possibile la causa del Mastella, mi spiegò che sarebbe stata inutile una mia resistenza alle sue sollecitazioni in quanto il Mastella, con tutte la amicizie che aveva mantenuto, prima o poi, nei vari gradi del procedimento, avrebbe comunque trovato qualche giudice sensibile alle sue segnalazioni o a quelle di suoi amici".

Non è solo una richiesta, dunque, quella della giudice al collega. È anche -secondo Marotta - una velata minaccia: "Sempre con riferimento alle amicizie del Mastella vantate dalla Cardone, a detta di quest'ultima mi conveniva tener conto della sua segnalazione perché lo stesso Mastella nel corso degli anni aveva dimostrato che con gli amici era molto generoso, mentre era vendicativo con chi gli sbarrava la strada".

Insomma, meglio farselo amico, per evitare rappresaglie. Marotta racconta che la Cardone non si fermò neppure lì, ma aggiunse pure che Mastella, "dopo un periodo di sbandamento dovuto all'indagine giudiziaria, già da molti mesi stava ricominciando a tessere la sua tela, a rinsaldare le vecchie amicizie ed a costituirne di nuove. Usò l'espressione Clemente sta tornando in sella', dicendomi insomma che il potere di Mastella si stava ricostituendo". Non a caso, dopo un anno di assenza dal Parlamento italiano, aveva agguantato un posto sicuro a Bruxelles nelle liste del Pdl.

 

E poi aveva mantenuto ottimi rapporti con Antonio Bassolino, governatore uscente della Campania, e con Nicola Mancino, vicepresidente del Csm. Bassolino lo aveva rassicurato che né lui (vittima, secondo l'accusa, di una tentata concussione di Mastella) né la regione Campania si sarebbero costituiti parte civile nel procedimento dinanzi al gip Marotta ("in effetti - osserva il gip - il giorno dopo e cioè il 3.07.2009, ho constatato che né Bassolino, parte offesa in un capo di imputazione, né la Regione Campania si sono costituiti parte civile").

Quanto a Mancino, Marotta ha buon gioco a fingersi interessato a saperne di più, visto che pende sul suo capo un procedimento disciplinare dinanzi al Csm: "Proprio per accertare a cosa specificamente alludesse la Cardone quando mi parlava di favori che potevo ottenere, avendo intuito che assai verosimilmente voleva riferirsi ad amicizie anche interne al Csm poiché attualmente pende a mio carico un procedimento disciplinare, chiesi se per caso Nicola Mancino era fra quelli che erano rimasti ancora amici di Mastella. Lei disse che Mancino era una delle persone che non aveva mai voltato le spalle a Mastella".

 

A quel punto Marotta liquida la collega senza prometterle nulla e corre dal presidente del Tribunale e dal Procuratore generale a denunciare l'illecita pressione della collega per conto di Mastella. La Cardone, dal canto suo, ammette di essere una vecchia amica dei Mastella (Sandra Lonardo presentò addirittura una mostra di quadri della giudice pittrice) e di aver incontrato Marotta, ma nega recisamente di averlo voluto influenzare. Sui fatti, pare, indaga la competente Procura di Roma, oltre naturalmente al Csm.

Ma non è finita, perché la sera del 20 ottobre 2009, poche ore dopo che la Procura di Napoli ha ottenuto nuove misure cautelare per Sandra Lonardo (il divieto di dimora in Campania) e per altri esponenti dell'Udeur campana e contesta nuove accuse al marito e ad altri 60 indagati, entra puntualmente in scena Bruno Vespa, marito di cotanta moglie nominata da Mastella direttore degli Affari di giustizia del ministero. E allestisce una puntata di Porta a Porta per difendere la famiglia reale di Ceppaloni dai nuovi guai giudiziari. Il titolo è già tutto un programma: "Cupola o persecuzione?". Ospite d'onore lui, Clemente Mastella.

 

 

A un certo punto, il conduttore dà la parola a un supertestimone col volto oscurato, ma non abbastanza, per "spiegare come vanno le cose": Vespa lo chiama "dirigente" e lo presenta come fonte anonima, riservata, ma - par di capire - esperto e attendibile. Mister X naturalmente fa a pezzi l'inchiesta, che definisce "una cacata giuridica".

"Il fatto - aggiunge il supertestimone rivolto al giornalista come a te non sfuggirà, è tutto di carattere politico. Dei 60 indagati, fatta eccezione per 15 o 16, tutto il resto sai per che cosa sono inquisiti? Concorso in abuso d'ufficio. Una cacata giuridica. È niente, è zero. Solo che dovevano gonfiare la cosa. Allora bu-bum, l'Italia sana si è mossa: 63 inquisiti. Se arrestavano il solito Mastella, la solita moglie, il solito capogruppo regionale, non c'era nessuna novità... allora hanno dovuto riempire. Ti è tutto chiaro?". Si scopre poi che Mister X altri non era se non Pietro Funaro, portavoce campano dell'Udeur, indagato assieme ai coniugi Mastella.

I giudici l'hanno subito riconosciuto e identificato con tanto di perizia fonica comparativa. Un coindagato dei Mastella giurava sull'innocenza dei Mastella e dei loro coindagati camuffato da supertestimone di Vespa, il tutto in un programma del "servizio pubblico" (chissà se l'Ordine dei giornalisti, la Rai, la Vigilanza, l'Agcom e tutto il cucuzzaro si occuperanno mai di questa solennissima patacca che Vespa, interpellato in maggio dal Fatto Quotidiano, ha comprensibilmente rifiutato di commentare).

Del resto quella tranche dell'inchiesta era nata proprio dalla denuncia di 13 giovani, aspiranti tecnici e impiegati dell'Arpac campana: prima di partecipare al concorso erano stati contattati da candidati alle elezioni provinciali ed europee che promettevano aiuto in cambio di voti. I nomi dei futuri assunti - sostengono i denuncianti - erano già decisi. E, tra questi, c'era anche "la figlia di Pietro Funaro". Quello della "cacata giuridica".

 

Ma i bastoni fra le ruote del processo Mastella non finiscono qui. Perché nel primo filone del processo, quello dell'udienza preliminare affidata al gip Marotta, quasi tutti gli imputati sono stati rinviati a giudizio, ma la posizione dell'ex ministro è stata stralciata (cioè congelata).

Motivo: il Senato deve ancora pronunciarsi pro o contro l'autorizzazione all'uso delle intercettazioni telefoniche indirette (su telefoni di indagati che parlavano con l'allora ministro Guardasigilli), dopo che la Consulta ha dichiarato inammissibile l'eccezione di incostituzionalità sollevata dai giudici di Napoli contro la legge Boato-Schifani del 2003 che vieta di usarle senza l'ok del Parlamento.

Intanto Mastella ha denunciato al Parlamento europeo una persecuzione ai suoi danni da parte della Procura di Napoli, che avrebbe fatto addirittura perquisire abusivamente la sua abitazione romana. L'Europarlamento ha subito avviato una pratica a sua tutela.

Venerdì, la ciliegina sulla torta: il conflitto di attribuzioni sollevato dal Senato alla Consulta contro i giudici che osano processare Mastella come se fosse un comune cittadino. Aveva ragione quella giudice premurosa: chi processa Mastella cerca rogne.

24-11-2010]

 

 

MISTERI D’ITALIA - ESISTE LA “SUB-ORGANIZZAZIONE DI ALLEANZA NAZIONALE” PAVENTATA A “REPORT” DA CARLO TAORMINA, CHE AVREBBE CANDIDATO DI GIROLAMO AL SENATO? - PER METTERE IN LISTA “NIC ER FATTURA” FU SACRIFICATO ENZO FRAGALÀ, POI UCCISO A BASTONATE A PALERMO - ED È UN CASO CHE IL LEGALE DEL TESTE CHIAVE CONTRO MOKBEL SIA STATO GAMBIZZATO? - UNA DELLE MISSIONI “POLITICO-AFFARISTICHE” DI DI GIROLAMO SAREBBE STATA QUELLA DI AGEVOLARE L’ACQUISIZIONE DI ALCUNI PEZZI DI FINMECCANICA DA PARTE DI ALCUNI PRIVATI, SOSPETTATI D’ESSERE TROPPO VICINI (IN AFFARI) CON IL BOSS della ’ndrangheta FRANCO PUGLIESE

Ruggiero Capone per "L'Opinione"

 

Le società di telecomunicazioni Fastweb, Telecom Italia Sparkle e Swisscom hanno chiesto di costituirsi parte civile nell'ambito del processo su un maxi riciclaggio di due miliardi di euro e che vede imputate 27 persone, tra cui gli ex ad Silvio Scaglia e Stefano Mazzitelli e l'imprenditore Gennaro Mokbel.

Oltre alle due società hanno chiesto di costituirsi parte civile anche la Presidenza del Consiglio, il ministero degli Interni, quello dell'Economia e l'agenzia delle Entrate. E mentre le questioni preliminari sembra possano essere risolte nelle udienze fissate per l'11, 18 e 21 dicembre, molti beninformati continuano a porsi numerosi interrogativi (con oscuri risvolti penali) circa gli ultimi anni di manovre politiche di Gennaro Mokbel.

 

Manovre a cui difficilmente potrà rispondere la classe politica, incline più del solito a farsi blob in certe circostanze. Blob, appunto, quella massa priva di forma e consistenza, ben descritta nel film "Blob-Fluido mortale". E perché ad oggi gli inquirenti non sembrano ancora riuscire a dar un nome a chi ha assassinato a bastonate Enzo Fragalà (ex deputato di An, morto a Palermo) come al misterioso killer che ha ucciso a picconate Sergio Calore (nero pentito, che forse potrebbe aver chiesto un aiutino a gente vicina ad An, recentemente sgozzato in un casolare vicino Roma, a Guidonia) e poi solo sospetti senza forma su chi ha gambizzato l'avvocato Piergiorgio Manca a Roma (in via Ruggero Fauro, nel cuore dei Parioli). Tre episodi di sangue solo apparentemente scollegati?

E poi a chi andrebbe imputata la responsabilità politica dell'esclusione dalle liste alle passate consultazioni nazionali di Enzo Fragalà ed Enzo Trantino per far posto alla candidatura (con elezione certa nella circoscrizione estera) di Nicola Di Girolamo? Misteri su cui dovrebbero fare piena luce solo e soltanto gli inquirenti, quelle stesse istituzioni giudiziarie in cui non possiamo che confidare.

 

E perché chiunque pensasse di fare indagini per proprio conto potrebbe imbattersi nella stessa signora dalle dita secche (metafora pasoliniana) che ha recentemente teso più agguati. E vale la pena rammentare che un professionista romano è stato gambizzato sotto il portone del suo ufficio, e che due uomini a volto coperto si sono dileguati in fretta verso le otto, e che i Carabinieri giunti in via Ruggero Fauro hanno trovato a terra Manca (64 anni) avvocato con alle spalle processi importanti ed eclatanti: il processo Pecorelli, quello alla banda della Magliana e, ultimamente, difensore del teste chiave del caso Mokbel.

Non è la prima volta che Manca è vittima di un agguato: nell'aprile scorso era stato ferito al braccio da un colpo di pistola, sempre in via Fauro. Manca negli ultimi tempi sarebbe stato oggetto di minacce. E, come nel caso Fragalà, anche per Manca gli investigatori ritengono possibile che l'attentato abbia a che fare con la professione dell'avvocato.

Manca e Fragalà, due avvocati con importanti cause nei fori di Palermo e Roma. Due uomini di legge. Il primo difensore del teste chiave del caso Mokbel, ed il secondo escluso dalle liste per far posto a Nicola Di Girolamo. Quest'ultimo è l'ex senatore eletto nella circoscrizione estera (grazie anche a "gli italiani nel mondo") poi arrestato perché accusato d'essere arrivato a Palazzo Madama grazie ai voti dell'ndrangheta.

 

Il caso è stato affrontato nella trasmissione Report di lunedì scorso, che ha esaminato la truffa Telecom-Fastweb, che ha coinvolto Di Girolamo ed il suo sponsor (Gennaro Mokbel).

Allora, cari inquirenti, chi chiese ad An di togliere dalle liste Trantino e Fragalà per inserire Di Girolamo? L'avvocato Carlo Taormina, legale di Di Girolamo, è stato intervistato da Report ed ha parlato di "una sub-organizzazione di Alleanza Nazionale che operava su Roma e che ha avuto un ruolo importante nella candidatura di Nicola Di Girolamo nella ripartizione estera Europa".

Nella puntata di Report è stato ribadito che Di Girolamo (detto anche "Nic er fattura") era il tesoriere-faccendiere di Gennaro Mokbel. Allora si potrebbe agevolmente sospettare che sia stato Mokbel a trattare con un piano oscuro della segreteria nazionale della vecchia An per fare spazio a Di Girolamo? E forse Fragalà e Trantino non sono stati ricandidati perché, da buoni avvocati, avrebbero messo il naso negli affari segreti della "sub-organizzazione"? E poi non dimentichiamo che una delle missioni "politico-affaristiche" di Di Girolamo sarebbe stata agevolare l'acquisizione di alcuni pezzi di Finmeccanica da parte di alcuni privati, sospettati d'essere troppo vicini (in affari) con il boss della 'ndrangheta Franco Pugliese.

 

Emerge che le vicende sono tanto vicine ma anche troppo grandi per non essere inquadrate in una strategia più ampia, appunto politica. Quindi in grado di coinvolgere i vertici internazionali dell'ndrangheta come d'un partito che è stato di governo (An appunto), e poi un livello d'affari che esula dalla dimensione locale poiché tira in ballo Fastweb, Telecom Italia Sparkle e Swisscom.. e soprattutto Finmeccanica ed i dirigenti degli istituti bancari che sapevano dei movimenti di valuta di Mokbel e compari. Forse s'è trattato di semplici casualità, ma sarebbe bello che a dimostrarcelo ci fossero indagini puntigliose, scientifiche.

 24-11-2010]

 

 

DI CHE COLORE POLITICO è LA MONNEZZA? NERA, ROSSA O NAPOLETANA? - "IL GIORNALE" INCARTA "SAVIANO IL FAZIO-SO" CHE SALVA ANCORA UNA VOLTA IL PD DALLE INCHIESTE SUI RIFIUTI PARTENOPEI E PARTE-NOSTRI - IL TELEPREDICATORE SINISTRO SI DIMENTICA DI QUELLE INDAGINI CHE HANNO TRAVOLTO IL PARTITO DI BERSANI IN CAMPANIA E CHE VEDONO INDAGATI O SOTTO PROCESSO I VERTICI DEL CENTROSINISTRA - E POI, DICE CHE SE NE VUOLE ANDARE PERCHE’ A DESTRA DICONO CHE E’ DI SINISTRA E A SINISTRA DICONO CHE E’ DI DESTRA (MA CHI LO DICE

 

 

Gian Marco Chiocci per il Giornale

La più bella battuta di «Vieni via con me» non appartiene a Corrado Guzzanti ma a Roberto Saviano: «Vado via perché quelli di sinistra dicono che sono di destra e quelli di destra che sono di sinistra». Per l'ennesima volta, infatti, l'autore di Gomorra s'è dimostrato per quello che è: dichiaratamente di parte, Fazio-so, omertoso sulle malefatte del Pd.

 

Dopo aver parlato dei nemici di Falcone (evitando di dire che erano a sinistra), e dopo aver detto che la ‘ndrangheta flirta con la Lega (scordandosi delle inchieste sulle cosche calabresi in Lombardia con esponenti del Pd coinvolti), nel concedere il tris in tv Saviano non s'è smentito parlando di rifiuti e di inchieste politiche: gli unici riferimenti sono stati per il centrodestra, con l'immancabile Cosentino. E sul centrosinistra? Niente.

 

Solo un vago, vaghissimo accenno, riferito però all'incapacità politica delle istituzioni napoletane di risolvere l'emergenza rifiuti. Le cose, però, ancora una volta non stanno come ce le racconta il TelePredicatore casalese. L'8 novembre scorso l'ex governatore della Campania del Pd, Antonio Bassolino, finisce sotto inchiesta, insieme al sindaco collega di partito Rosa Russo Iervolino (più 36 persone) per epidemia colposa e omissione d'atti d'ufficio. Secondo gli esperti epidemiologi nominati dal pm, fra il novembre 2007 e il gennaio 2008, quando i rifiuti impedivano l'accesso in strada, le malattie gastrointestinali e della pelle si sono infatti moltiplicate.

 

Bassolino, nella veste di commissario straordinario per l'emergenza rifiuti, è poi sotto processo dal 2008 per truffa aggravata ai danni dello Stato e frodi in pubbliche forniture insieme ad altre 27 persone. Dal marzo scorso sempre l'ex governatore è alla sbarra anche per peculato perché, secondo i pm partenopei, i vertici del commissariato ai rifiuti da lui presieduto avrebbero erogato indebitamente somme di denaro a un avvocato. Sul punto Giuseppe Fusco, legale di Bassolino, precisa al Giornale che «in realtà il rinvio a giudizio è stato annullato dal tribunale per un vizio di forma e ora siamo in attesa della nuova decisione del gip (...)».

 

Saviano dovrebbe sapere che anche il presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile, Pd, è indagato per roba di monnezza: quale docente e membro della commissione collaudo viene arrestato (e posto ai domiciliari) il 3 giungo con alcuni collaudatori degli impianti di stoccaggio. Secondo l'accusa fu attestata sia l'idoneità degli impianti quando questi erano sotto sequestro, che la conformità del prodotto del combustibile da rifiuti a un contratto che in realtà non esisteva.

 

C'è poi l'inchiesta «Normandia 1» dove spunta il consigliere regionale Pd Enrico Fabozzi, ex sindaco di Villa Literno. Il suo nome lo fa ai magistrati il pentito casalese Emilio Di Caterino, nome che a Saviano dovrebbe dire qualcosa. È stato il collaborante a spedire a Fabozzi una testa di maiale mozzata «perché il clan Bidognetti - ha riferito - voleva incontrare il sindaco per alcuni appalti (...). Il sindaco però fece sapere di essere disponibile per le richieste ma di non voler incontrare nessuno (...). Questa risposta dette fastidio al clan che decise (...) di spedire la testa di suino al sindaco (...). Dopo l'avvertimento Fabozzi immediatamente si mobilitò (...) e fece sapere che anche in relazione ai successivi appalti sarebbe stato a disposizione del clan Bidognetti».

 

Fabozzi nega tutto e si autosospende. Nel luglio scorso, invece, in una maxi inchiesta sulla sanità pugliese i pm ammanettano dirigenti Asl e imprenditori. Punto centrale dell'indagine sono tre appalti sui rifiuti presumibilmente pilotati: tutto ruota intorno alla figura di Alberto Tedesco, ex assessore pugliese alla Sanità già indagato eppoi promosso senatore del Pd. La procura di Bari aveva chiesto l'arresto anche di Elio Rubino e Mario Malcangi, genero e braccio destro di Tedesco. Rifiuti, politica, inchieste. Perché una persona che a sinistra dicono essere di destra (e viceversa) si è dedicato solo ed esclusivamente a Nicola Cosentino?

 24-11-2010]

 

 

 

SGARBI IN GONDOLETA - NEANCHE SI È INSEDIATO SOPRINTENDENTE CHE GIÀ LO RIBUTTANO GIÙ DAL PONTE DEI SOSPIRI - costretto ad uno stop da un intervento della Corte dei Conti sulle procedure seguite dal ministero di bondi per la sua nomina, verrà "rinominato" il 1 dicembre - Ma anche questa nuova nomina, avverte il sindacato, potrebbe essere bocciata dal tribunale amministrativo, perché in lizza per quel posto c’era un altro candidato interno

1 - VENEZIA. SGARBI TORNA SOPRINTENDENTE - UIL: NOMINA A RISCHIO, PUÒ SALTARE ANCORA...
Da "il Gazzettino.it"

 

Nuovo incarico a Vittorio Sgarbi per la soprintendenza speciale di Venezia. Lo annuncia la Uil dei beni culturali, anticipando che il critico ferrarese, costretto ad uno stop da un intervento della Corte dei Conti sulle procedure seguite dal ministero per la sua nomina, verrà "rinominato" il 1 dicembre.

 

Ma anche questa nuova nomina, avverte il sindacato, potrebbe essere bocciata dal tribunale amministrativo, perché in lizza per quel posto c'era un altro candidato interno, il soprintendente pugliese Fabrizio Vona, la cui domanda non sarebbe stata inizialmente presa in considerazione. «Ancora una volta viene penalizzata la città di Venezia - accusa il sindacato -: non si valuta la grave situazione del patrimonio culturale di una città unica al mondo, che sta pagando e pagherà nei prossimi mesi questa insistenza».

 

Da subito contrario alla nomina di Sgarbi per la guida del polo museale speciale di Venezia, il sindacato, dopo l'intervento della Corte dei Conti, aveva sostenuto che il ministero «stava operando per spianare la strada a Sgarbi, promuovendo gli altri due candidati al polo veneziano», Fabrizio Magani (da qualche settimana direttore regionale in Abruzzo) e Isabella Lapi Ballerini (nominata direttore regionale in Puglia).

Il Mibac, nota oggi la Uil, «non aveva fatto i conti però con un imprevisto, venuto fuori l'8 novembre», quando il soprintendente Fabrizio Vona ha chiesto notizie della sua domanda per Venezia. «Al ministero si sono affrettati a rintracciare la domanda e, dopo una valutazione comparativa, l'incarico è stato affidato a Sgarbi», rivela il sindacato, convinto che anche questa nuova nomina non andrà in porto: «È del tutto evidente ed è noto anche allo stesso Mibac - conclude la Uil - che anche il nuovo provvedimento di incarico a Sgarbi sarà bocciato dalla Corte dei Conti che su tale questione si è pronunciata due volte peraltro facendo riferimento ad un orientamento costante della stessa Corte che risale al 2006».


2 - LA DELIBERA DELLA CORTE DEI CONTI DEL 16 SETTEMBRE, CHE GIÀ AVEVA STRONCATO SGARBONE...
Dal Comunicato Stampa UIL MIBAC del 23 novembre 2010

Deliberazione n. SCCLEG/18/2010/PREV REPUBBLICA ITALIANA la Corte dei conti
Sezione centrale di controllo di legittimità su atti del Governo e delle Amministrazioni dello Stato nell'adunanza del 16 settembre 2010

 

L'attività del Mibac "crea una frattura alla trasparenza dell'azione amministrativa"

Il conferimento dell'incarico al dott Sgarbi non è comprensibile poiché , dice la Corte "la ratio della norma che appare tesa, da una parte, a limitare, per ragioni di contenimento della spesa pubblica, il ricorso a contratti al di fuori dei ruoli dirigenziali eludendo le norme sul blocco delle assunzioni, dall'altra, a non mortificare le aspettative dei dirigenti interni che aspirino a ricoprire quel posto (che, nel caso di specie, risulta tra quelli di remunerazione superiore).

 

Nel proposito legislativo, sempre più la norma sembra ispirata a consentire il ricorso ad "esterni" solo -in casi eccezionali- per fornire alle amministrazioni quelle professionalità indispensabili, delle quali esse siano carenti: conseguentemente, nel caso di specie, ancor più ingiustificabile appare il reperimento di un "esperto" nel settore artistico/culturale, quando nei ruoli del Ministero dei beni culturali figurano proprio dirigenti archeologi e storici dell'arte".

E infine la Corte ricorda come "La questione peraltro non è nuova a questa Sezione di controllo, avendo già affrontato caso analogo conclusosi con il diniego di visto espresso con delibera n. 10/2006 ove, sul punto, si legge che "..non può non cogliersi l'irragionevolezza di ricorrere alla provvista di professionalità all'esterno, pur essendone stata accertata le disponibilità tra il personale interno...".

23-11-2010]

 

 

BONDI SI È FERMATO A NOVI - SANDRO E MANUELA STORIA D’AMORE E DI INTERESSI A NOVI LIGURE - NUOVA PUNTATA DEL “TENGO FAMIGLIA” DEL MINISTRO, CHE OLTRE AL FIGLIASTRO, HA PIAZZATO ANCHE L’EX MARITO DELLA COMPAGNA - LE SPIEGAZIONI MEJO DELLE COMICHE: “SONO INTERVENUTO SOLO PER RISOLVERE DUE CASI UMANI”. SÌ, VICENDA PRIVATA, MA I SOLDI SONO PUBBLICI - IL MINISTRO AFFONDA E I MINISTERIALI FANNO GIÀ LA GARA PER MOLLARE IL LORO CAPO: DAL DIRETTORE GENERALE BORRELLI AL CAPO DI GABINETTO NASTASI: “LA MIA FIRMA? SOLO FORMALE”...

REPETTI

1 - E BONDI SISTEMÒ ANCHE L'EX MARITO DELLA COMPAGNA...
Malcom Pagani e Luca Telese per "Il Fatto Quotidiano"

A tarda sera, dopo una giornata di dinieghi, scarichi di responsabilità e panico diffuso nel ministero, chiama anche il ministro: "Posso dare una spiegazione". E sono parole sofferte: "Non ho violato nessuna legge. Sono solo intervenuto per risolvere due casi umani. È la tragedia di un uomo che era disoccupato e senza lavoro". Il ministro Sandro Bondi sta parlando a Il Fatto dell'ultima vicenda di cui siamo venuti a conoscenza.

 

Nascosta in una delle pieghe della relazione di spesa del Fus 2009, i fondi per lo spettacolo che ironia della sorte sono stati il bersaglio dei tagli di Tremonti e di tutte le polemiche contro il ministro, c'è una voce di spesa. Piccola, rispetto all'entità della cifra, ma enorme per il significato simbolico. 25 mila euro in un anno, per una consulenza assegnata al "signor Roberto Indaco". La voce di spesa, a pagina 673 della relazione, è la più sintetica (curiosamente enigmatica) fra tutte. I cinque nomi segnalati dilungano le competenze allo spasimo. Quella di Indaco recita solo: "Teatro e moda".

 

Il vero problema, non riassumibile nell'algida sinteticità di quella tabella, è che il signor Indaco è l'ex marito dell'onorevole Repetti, compagna del ministro (attualmente, guardacaso, in attesa di divorzio). Il secondo problema è che anche il figlio del signor Indaco e dell'onorevole Repetti - Fabrizio - come abbiamo raccontato nei giorni scorsi, lavora (scrivania e telefono) per il ministero dei Beni culturali, alla direzione generale per il cinema. Una mutua bondiana, di difficile giustificazione davanti a un mondo dello spettacolo, in sciopero costante per una politica di tagli che non conosce redenzione o riscatto. Brunetta diceva: "tanto paga Pantalone", ma i benefattori in questo caso, sono nelle stanze ministeriali.

 

Per tutto il giorno il Fatto insegue nelle pieghe dei documenti, e nelle testimonianze (estremamente imbarazzate) dei loro estensori, i 25mila euro del signor Indaco. La relazione, per esempio, è firmata dal dottor Nicola Borrelli, uno dei direttori generali del ministero, quello della sezione cinema. A Il Fatto Borrelli spiega: "Sì, è vero, anche quella tabella è formalmente firmata da me. Ma in realtà è predisposta, in tutte le sue voci, dal dottor Nastasi, braccio destro di Bondi".

Dopo un lungo inseguimento e qualche tentativo di mettersi in comunicazione rabbiosamente interrotto, si manifesta anche il capo di gabinetto, il vice di Bondi, Salvo Nastasi. Tono cortese, da grand commis d'etat: "E' vero, quella sezione è di mia competenza. Ma si tratta, come in tutti i ministeri, di fondi che sono di esclusiva prerogativa del ministro. Noi non facciamo altro che riportare la lista dei nomi delle consulenze che lui ci fornisce e il giustificativo di spesa".

Chiamiamo allora per la prima volta il ministro, ma il telefonino squilla a vuoto. Cerchiamo allora l'onorevole Repetti. "Dottoressa, come vede, ci risentiamo". Le chiediamo come stia, ricevendone un eloquente: "Insomma, ho passato momenti migliori". Ma è la rivelazione della scoperta della consulenza erogata all'ex marito a lasciarla catatonica, silente, per oltre dieci lunghissimi secondi. Dopo, c'è spazio solo per la frustrazione.

Clic. Recide violentemente il colloquio e all'ulteriore richiesta di un commento via sms, spedisce sei righe agre tra il disperato e l'indignato: "Purtroppo ho compreso che qualunque cosa io dicessi, verrebbe ignorata o distorta. Questa non è informazione nè giornalismo, ma una campagna strumentale e pretestuosa di diffamazione per colpire unicamente il mio compagno Sandro Bondi".

E' lo stesso ministro, alla fine, a chiamarci sul cellulare: "Guardi, io voglio spiegare tutto, voglio chiarire. E vorrei che deste spazio alla mia replica". Senza dubbio. Il ministro prosegue: "Nel caso del signor Indaco, io non ho fatto altro che aiutare una persona che si trovava in una drammatica difficoltà. Aveva le competenze professionali per usufruire della consulenza, quindi non ho violato leggi, nè norme".

A Novi Ligure, il signor Indaco abita in Via Lovadino in un appartamento nella stessa palazzina dell'ex moglie. Fino al 2009 ha avuto una sua società, che poi ha chiuso. Possedeva quote di un albergo della famiglia Repetti. Si è occupato anche di barche. Chiediamo al ministro come spiega che sia il figlio della compagna, sia suo marito, siano pagati con fondi ministeriali: "Si tratta di importi molto modesti. Nel caso di Roberto Indaco, al netto delle trattenute, poco più di... 1000 euro al mese". Non si tratta di nepotismo? Bondi prende un lungo respiro. Si trova in macchina con Repetti: "Desidererei rispetto, anche da un giornale che fa il suo lavoro. Si tratta di una vicenda molto dolorosa. Di una storia amara, ma anche del tutto personale e privata". Sì, sicuramente è vero. La vicenda è assolutamente privata. Ma i soldi sono pubblici.

2 - SANDRO E MANUELA STORIA D'AMORE E DI INTERESSI - A NOVI MALIGNITÀ SUL FIGLIO DELLA REPETTI...
Francesco Bonazzi per "Il Secolo XIX"

Sandro Bondi si è fermato a Novi. Forse per sempre, visto che vi ha appena preso la residenza e ad Arcore mantiene giusto il diritto alla sepoltura nel mausoleo privato di Silvio Berlusconi. Per l'anagrafe, l'ex segretario personale del Cavaliere ora abita in una villetta al fondo di via San Giovanni Bosco insieme a Manuela Repetti, la biondissima deputata del Pdl con la quale si sposerà nell'autunno del 2012, appena il ministro avrà ottenuto il divorzio. E già corre voce che due anni dopo sarà proprio lui, il politico che più somiglia al mitico "Patsy", il segretario di Nick Carter, a candidarsi come sindaco di Novi Ligure. Oppure sarà Donna Manuela.

Ma è un dettaglio da poco, perché i due ormai sono una cosa sola e qui a Novi ci passano ormai tutto il tempo libero.

«Siamo una famiglia», aveva sentenziato lui già un anno e mezzo fa in un'intervista. E al dicastero che dirige, quello dei Beni culturali, lo hanno toccato con mano: il figlio ventenne di Manuela lavora a contratto per una società del ministero. Polemiche a non finire, la settimana scorsa, quando la faccenda è finita sui giornali. Saldi o veleni di fine stagione, secondo i punti di vista. Certo, dopo il crollo di Pompei, per il ministro non ci voleva proprio questa scivolata sul terreno del familismo amorale.

Oltre a tutto, alla vigilia della votazione di una mozione di sfiducia individuale. Certo, bisognerà vedere come va a finire in Parlamento, prima di affermare che anche il ministro della Cultura ha trovato i suoi Tulliani, ovvero una famiglia acquisita che rischia di stroncargli la carriera. Ma basta salire in valle Scrivia per capire che qualche solido indizio già c'è.

«La storia del figlio della Repetti? Il primo caso di nepanettismo», scherza un ex collega di consiglio comunale. Per capire la battuta bisogna sapere che a Novi "Panetto" è il soprannome di Giovanni Repetti. E "Panetta" è anche il nomignolo affibbiato a questa sua figlia, donata alla patria come legislatore.

Perché Repetti senior è uno che viene da lontano: partito come fornaio comunista, con i "rossi" che da sempre governano Novi ha saputo trasformarsi prima in piccolo costruttore e poi nel primo immobiliarista della zona. Negli anni Ottanta, nell'unico quinquennio in cui il vecchio Psi diede vita a un pentapartito con la Dc, si è un po' allontanato dai vecchi compagni.

Proprio come il "genero" Sandro, che della sua Fivizzano è stato sindaco comunista. Qualcuno giura perfino di aver visto "Panetto" ad alcuni comizi della Lega Nord, ma poi, nel'94, ha trovato un sicuro ancoraggio politico in Forza Italia. E del partito berlusconiano, Repetti è un generosissimo finanziatore. L'anno scorso, insieme a Manuela, ha provato anche a piazzare un sindaco di centrodestra, puntando sul giornalista Gigi Moncalvo. Ma gli è andata male perché hanno vinto i «soliti compagni» e Lorenzo Robbiano ha ottenuto la riconferma con il 57% dei voti.

 

C'è che alla fine Repetti senior è dovuto restare un po' nelle retrovie perché è sotto processo per un grosso abuso edilizio. Manuela ha la stessa pasta del padre: sveglia e determinata. Quando entra in politica, all'inizio si fa notare più che altro per le abissali scollature e il risparmio di tessuto sulle gonne.

"Panetta" si fa un mandato da consigliere d'opposizione nel quale lascia poche tracce: le sue presenze sfiorano il 40% e non certo perché da queste parti il gettone ammonti a miseri 20 euro. Il fatto è che con quella famiglia alle spalle, niente marito e un figlio già grandicello, avuto a 17 anni mentre faceva il liceo, Manuela aspira a qualcosa di più. Vuole Roma. Già alle Politiche del 2006 il suo nome sembra tra quelli destinati a finire nelle liste azzurre.

Poi non se ne fa niente, ma impara la lezione. Una volta i maggiorenti piemontesi del partito la portano giù a Roma per un'assemblea al teatro Capranica, dove c'è anche Berlusconi. Alla fine, si perdono "la Manu". Leggenda vuole che a fine comizio fosse riuscita a infilarsi chissà come sulla macchina del Cavaliere. In ogni caso, diventa "intima" del coordinatore Bondi e nel 2008 viene eletta deputato, anche se stranamente non la mettono in lista nel collegio di residenza.

 

Per i primi tempi, la vedono quasi più al ministero da Bondi che non a Montecitorio. Ed è dalle stanze del Collegio Romano che, lo scorso inverno, i due vergano un'indimenticabile lettera di congratulazioni a Barack Obama per l'approvazione della riforma sanitaria. Il bello è che la firma anche lei. Un giorno, la troveranno negli archivi della Casa Bianca. E gli storici Usa s'interrogheranno. Ma Obama a parte, iI vero amore che condividono è per Berlusconi.

Se le dimostrazioni tangibili del sentimento provato da Bondi sono ormai consegnate perfino ai libri di poesie, va detto che la Repetti è più sobria. A parte quella volta, era il maggio scorso, che a Roma il marito inaugurava il nuovo museo d'arte moderna e lei, al microfono, si fece prendere un po' la mano: «Sarebbe giusto che, come è accaduto in Francia dove hanno dedicato il maggior centro d'arte contemporanea a Pompidou, anche il Maxxi fosse dedicato al presidente Berlusconi».

 

Ben più segretamente, l'anno scorso, la figlia di "Panetto"ha dimostrato la propria sensibilità per l'arte andando da una brava corniciaia-pittrice di Novi. Le ha commissionato un bel ritrattone di Berlusconi, prontamente finito sotto l'albero di Natale del premier.

Ora, il prossimo Natale a casa Bondi-Repetti non si presenta dei più sereni. Lui è sotto tiro, anche perché la mozione di sfiducia che deve fronteggiare può diventare un modo per puntare al bersaglio grosso: la caduta dell'intero governo Berlusconi. Lei è nell'occhio del ciclone per la storia del figlio. Ci manca giusto una condanna del padre e la frittata è completa. Ma a Novi, nel fine settimana, è tutta un'altra storia. Li vedi insieme al supermercato e lui gira senza scorta, magari in compagnia di Grisby.

Bondi se lo è portato dietro perfino al viaggio inaugurale del Freccia Rossa, beccandosi un'ingenerosa interrogazione parlamentare perché non sarebbe stato consentito portarsi il cane sul treno. Ma era il cane dell'amore. Un amore in qualche modo storico. Perché dopo il "tradimento" di Gianfranco Fini, va detto che alla fine l'unico frutto imperituro del "partito dell'amore" potrebbe essere proprio questo: il legame tra Sandro e Manuela. Chiunque dei due sia destinato, al prossimo giro, a indossare la fascia di primo cittadino novese. "Comunisti" permettendo.

 23-11-2010]

 

 

1 - BONDI MINISTRO DELLA FAMIGLIA ALLARGATA...
E' ufficiale: abbiamo il ministero per la Famiglia Allargata. Per non far incazzare troppo la Cei, lo hanno chiamato ministero dei beni culturali e ambientali e lo hanno affidato all'uomo più buono che c'è nel governo: Sandro Bondi. Il Cetriolo Quotidiano, con l'implacabile Malcom Pagani, scopre che anche Roberto Indaco è riuscito a strappare una consulenza (25.000) euro dal ministero. Casualmente è il papà di Fabrizio, il ventenne figlio dell'onorevole Manuela Repetti, compagna del signor ministro.

Fabrizio, l'hanno già beccato venerdì, anche lui con il suo bel contrattino del ministero della Famiglia Allargata. Al telefono con Luca Telese, dopo una giornata in cui gli alti dirigenti del ministero hanno scaricato tutto su di lui, Cireneo Bondi ha scolpito: "Desidererei rispetto, anche da un giornale che fa il suo lavoro. Si tratta di una vicenda molto dolorosa. Di una storia amara, ma anche del tutto personale e privata".

 

Pagani e Telese registrano e, giustamente, chiosano: "Sì, sicuramente è vero. La vicenda è assolutamente privata. Ma i soldi sono pubblici" (CQ, p. 9). Come ha scritto ieri il Secolo XIX, anche Bondi ha i suoi Tulliani.23-11-2010]

 

 

UN’AUTOSTRADA DI RISARCIMENTI - LA CUCCAGNA APPENA STANZIATA (900 MLN €) PER LA ROMA-LATINA, RISCHIA DI SERVIRE A PAGARE INDENNIZZI DA CAPOGIRO - I PRIVATI (AUTOSTRADE, MPS, CALTA, SALABÈ) MESSI IN CAMPO DA STORACE (2001) E SFANCULATI DA MARRAZZO E DI PIETRO (2006), RICORRONO ALL’ARBITRATO: LO STATO RISCHIA UNA PENALE DOPPIA RISPETTO AL PONTE DI MESSINA - E GLI AUTOMOBILISTI CONTINUERANNO A RISCHIARE LA PELLE SULLA PONTINA…

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella per il "Corriere della Sera"

 

I soldi vanno spesi per l'asfalto o gli avvocati? Direte che è una domanda assurda. Se devi fare un'autostrada è ovvio che i soldi vanno spesi in lavori e non in cause giudiziarie. Eppure prima ancora che sia dato un solo colpo di badile, i denari appena stanziati per la Roma-Latina sono già ipotecati da due risarcimenti da capogiro per quasi un miliardo di euro. Sui quali destra e sinistra mantengono uno sconcertante silenzio.

 

Ma cominciamo dall'inizio. Siamo nel 2001. Dopo anni di denunce sulla pericolosità omicida della Pontina, di sospiri e maledizioni per gli ingorghi giganteschi, di bla-bla-bla sulla necessità di costruire finalmente una nuova arteria almeno a 4 corsie per far fronte a un traffico cresciuto a dismisura, la Regione Lazio governata dal centrodestra e presieduta da Francesco Storace decide di sbloccare finalmente la tanto attesa Roma-Latina.

 

Come? La risposta è nella formula magica: una joint-venture tra il pubblico e il privato. Viene costituita una società concessionaria destinata a progettare, costruire e gestire l'opera. Si chiama Arcea Lazio. Il 51% è in mano alla Regione Lazio, il 49% a un raggruppamento privato assolutamente trasversale, secondo i soliti schemi: un po' a me, un po' a te, un po' a lui...

Ne fanno parte la società Autostrade, il Monte dei Paschi e il Consorzio Duemilacinquanta. Il quale a sua volta tiene insieme una compagnia allargata. Dalla So.Co.Stra.Mo. di Erasmo Cinque (costruttore considerato vicino alla destra romana) alla «cooperativa rossa» Ccc, dalla stessa società Autostrade (attraverso la Spea) alla Ingegneri associati di Mario Salabè, fratello dell'architetto Adolfo Salabè coinvolto anni fa in una faccenda poi prescritta di fondi neri del Sisde.

Non basta. Anche se non figurano tra i soci, hanno un piedino nel consiglio di amministrazione del Consorzio anche le «Condotte» con Duccio Astaldi e il gruppo Caltagirone con il manager Pasquale Alcini.

Il tempo di mettere a punto i dettagli societari, definiti il 21 maggio 2003, e via all'operazione. Con l'incarico alla Spea di fare gli studi preliminari. Appena lo viene a sapere, Bruxelles pianta la prima grana. Secondo la Commissione europea l'Arcea avrebbe violato le norme comunitarie. Le quali consentono di affidare direttamente i lavori senza gare d'appalto solo alle società «in house». Cioè interamente controllate dall'ente pubblico. Cosa che la Spea, appartenente come dicevamo alla Società Autostrade, non è.

La Regione Lazio non fa una piega. Anzi. Il 19 maggio 2004, in barba alle obiezioni di Bruxelles, l'Arcea incarica il Consorzio Duemilacinquanta, il raggruppamento privato che è suo azionista, di fare il progetto dell'opera. Un incesto amministrativo ribadito. E stavolta con un secondo contratto ancora più oneroso. Nell'indifferenza per gli eventuali contraccolpi legali.

 

Non è finita. Vinte le elezioni dell'aprile 2005, in Regione si installa la giunta di centrosinistra di Pietro Marrazzo. L'anno dopo, il centrosinistra subentra anche a Palazzo Chigi. E nel settembre 2006 il nuovo ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro annuncia che da Arcea escono i privati e subentra lo Stato: «Stiamo studiando le modalità per fare entrare l'Anas». Obiettivo: 60% alla Regione, 40% all'Anas. Spiega il governatore: «Questa proposta arriva dopo che l'Unione europea e l'Autorithy sulla concorrenza hanno negato all'Arcea il ruolo di società concessionaria a causa della presenza di privati».

Ma le cose, evidentemente, non sono così semplici. Fatto sta che due anni dopo, a cavallo della caduta di Prodi, la giunta Marrazzo decide di azzerare tutto. Meglio, il 4 marzo 2008 fa un'altra società: la «Autostrade del Lazio spa». Non più con le Autostrade, ma con l'Anas. Stavolta le quote sono paritetiche: 50% ciascuno.

A questo punto la Regione si ritrova con due società per fare la stessa Roma-Latina, una con le Autostrade e una con l'Anas. Un pallonetto alzato a chi avesse voglia di piantare grane. Cosa che puntualmente accade. Appena il centrodestra vince le elezioni politiche, pura coincidenza, parte la prima richiesta di arbitrato. Quella specie di giustizia parallela con corsia prioritaria più volte abolita e più volte ripristinata.

 

Il Consorzio Duemilacinquanta pretende un risarcimento danni di 674 milioni. Nessuno fa una piega e i tre arbitri vengono insediati di comune accordo. Sono l'avvocato di Erasmo Cinque, Federico Tedeschini, per la società privata e l'ex ministro Angelo Piazza per la Regione. Che insieme scelgono come presidente del collegio l'amministrativista Arturo Cancrini.

La faccenda però, di rinvio in rinvio, va a rilento. Come mai? Mancano i soldi? Inoltre c'è un problemino: le clausole contrattuali prevedono che a innescare un eventuale arbitrato non possa essere il Consorzio, ma l'Associazione temporanea di imprese dei privati, cioè il raggruppamento che ha in mano il 49% delle azioni dell'Arcea. Quindi anche le Autostrade e il Montepaschi. Autostrade non si fa pregare. E a sua volta, a gennaio di quest'anno, promuove un secondo arbitrato, chiedendo alla Regione altri 185 milioni di danni.

Totale dei due arbitrati: 859 milioni e spiccioli, ovviamente senza considerare le parcelle (astronomiche) degli arbitri. Più del doppio delle penali che lo Stato avrebbe dovuto pagare cancellando il Ponte di Messina. Una somma pazzesca. Tanto più che l'intera autostrada (senza considerare l'«allegata» Cisterna-Valmontone) dovrebbe già costare, Iva esclusa, 1.668 milioni di euro. Per 55 chilometri: cioè 30 milioni e 327mila euro al chilometro, il triplo dei costi francesi o spagnoli. Quasi otto volte più di quanto costò in valuta attuale l'Autosole.

 

Un incubo. Le statistiche infatti non lasciano dubbi sul modo in cui vanno a finire queste cose. Nei primi nove mesi del 2009, per esempio, furono depositati 132 lodi arbitrali: nel 98% dei casi perse lo Stato. Tanto, non paga Pantalone? Nei 279 arbitrati fra il 2005 e il 2007 non era andata poi diversamente: 15 vittorie per lo Stato, 264 (pari al 94,6%) per i privati.

Un andazzo tale da far scrivere dalla fondazione «Italiadecide» che le imprese si sono dotate di «apparati legali spesso più forti e attrezzati di quelli tecnico-operativi. Il principale ris ultato negativo è una sorta di indifferenza al risultato».

Domanda: siamo sicuri che i 468 milioni che solo giovedì scorso, tra gioiose dichiarazioni di sollievo, sono stati finalmente sbloccati dal Cipe, finiranno in ghiaia, massicciate e asfalto e non verranno prosciugati dai risarcimenti?

È quello che chiede, pressoché solitario, Giuseppe Rossodivita, il capogruppo dei Radicali in Regione che da settimane tempesta il Consiglio di interrogazioni. Rimaste tutte, misteriosamente, senza risposta...

 22-11-2010]

 

 

LO SCANDALO DELLE TELECOM MINACCIA IL PREMIER INDIANO
http://on.wsj.com/aruoLb

- Manmohan Singh è un politico dalla reputazione immacolata. Ma la prima crepa in questa reputazione l'ha fatta la Corte Suprema, affermando che il primo ministro non si è mosso subito per lanciare un'indagine sull'assegnazione delle licenze per la telefonia mobile, che sarebbe stata gestita in modo illegittimo tale da danneggiare lo stato.

 

 


3 - LE FIGARO

 

ECCO IL PROGETTO DELLA NATO DI DIFESA ANTIMISSILE
http://bit.ly/cSp4Cz


4 - LE MONDE

QANTAS RIVELA: L'ESPLOSIONE DEL MOTORE AVREBBE POTUTO FAR ESPLODERE L'INTERO AEREO
http://bit.ly/8Y8kz919-11-2010]

 

TRE DIPENDENTI LICENZIATI PER AVER CRITICATO I CAPI SU FACEBOOK. IL TRIBUNALE HA DATO RAGIONE ALL'AZIENDA
http://bit.ly/djIR5H19-11-2010]

 

 

 

 

 

 

TENGO CINE-FAMIGLIA! - IL Ministero DI BONDI SCUCE 3,5 milioni alle opere prime e seconde - A CHI è FINITO Il contributo più sostanzioso, 450MILA €? a Mariantonia Avati, figlia di Pupi - E qui sorge un primo interrogativo, perché la Avati ha già diretto due lungometraggi (nel 2003 e nel 2006) e quindi questa è la sua opera terza. Tanto più che la Avati aveva già, legittimamente, ricevuto un contributo ministeriale per la sua reale opera seconda...

 

Franco Grattarola e Giuseppe Pollicelli per Libero

L'articolo 28 della legge n. 1213 del 1965, in vigore fino al 1994, convogliava i finanziamenti statali all'industria cinematografica. Soldi spesso concessi senza controlli preventivi né verifiche finali. Dopo una lunga fase di disinteresse, la magistratura cominciò a indagare sulla cinematografia assistita negli anni convulsi di Tangentopoli: le inchieste giudiziarie e giornalistiche scoperchiarono un vaso di Pandora che conteneva di tutto, dall'ex giovane promessa che sbarcava il lunario incassando soldi per film esistenti solo sulla carta allo sconosciuto filmaker che aveva prodotto e diretto una sequela di titoli mai approdati nelle sale.

 

In seguito la legge n. 1213 è stata abolita e il meccanismo dei finanziamenti statali ha subito modifiche sostanziali. La normativa attuale prevede che lo Stato finanzi pellicole di interesse culturale nazionale e che una parte dei fondi sia destinata alle "opere prime e seconde". Ferme restando le promesse del ministro Sandro Bondi di aumentare i finanziamenti destinati al cinema, le commissioni ministeriali seguitano a erogare migliaia di euro ai film in possesso dei requisiti richiesti dalla legge.

 

Grazie a una delibera del 16 settembre 2010 sono stati distribuiti 5,7 milioni di euro a film riconosciuti di "interesse culturale con contributo". Nell'elenco delle produzioni beneficiate troviamo opere che saranno dirette da mostri sacri come Ermanno Olmi (un milione di euro per Il villaggio di cartone) e Giuliano Montaldo (900.000 euro per L'industriale), da registi di buona notorietà come Mimmo Calopresti (600.000 euro per Uno per tutti) e Maurizio Ponzi (600.000 euro per Ci vediamo a casa) e da una pletora di cineasti meno famosi i quali si aggiudicano somme che vanno dai 200.000 ai 600.000 euro. Con simili cifre difficilmente si produce un lungometraggio ma i contributi sono comunque utili a supportare film d'autore dai costi contenuti.

Diverso è il discorso per le cosiddette opere prime e seconde. In questo caso le somme erogate vanno da un massimo di 450.000 a un minimo di 200.000 euro, che sarebbero state forse sufficienti, a suo tempo, per realizzare un film di serie B o di genere.

 

Ai nostri giorni, invece, si tratta più che altro di laute mance che lo Stato generosamente concede a produzioni non sempre bisognose. Illuminante, a tal proposito, è la delibera del 12 ottobre scorso, con cui (come si ricava dalle informazioni pubblicate sul sito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, si veda la tabella a corredo del presente articolo) sono stati elargiti 3,5 milioni di euro alle opere prime e seconde.

 

Il contributo più sostanzioso, 450.000 euro, è andato a Mariantonia Avati, figlia di Pupi, per Una lunga scia di stelle (produce la Duea Film, società che fa capo al padre e allo zio Antonio). E qui sorge un primo interrogativo, perché la Avati ha già diretto due lungometraggi (Anime nel 2003 e Per non dimenticarti nel 2006) e quindi questa è a tutti gli effetti la sua opera terza. Tanto più che la Avati aveva già, legittimamente, ricevuto un contributo ministeriale per la sua reale opera seconda (Per non dimenticarti).

Nell'elenco troviamo un altro figlio d'arte, Toni D'Angelo, primogenito del celebre cantante Nino, che si aggiudica 350.000 euro per Clara. D'Angelo in precedenza aveva diretto un lungometraggio (Una notte, 2008) e un cortometraggio (Poeti, 2009), quindi, non volendo considerare quest'ultimo, il film finanziato dovrebbe effettivamente essere la sua opera seconda.

 

DAI FIGLI D'ARTE AI FRATELLI D'ARTE - A Carlo Virzì, fratello di Paolo e autore in proprio di un unico film (L'estate del mio primo bacio, 2005), la commissione ha concesso 400.000 euro per I più grandi di tutti, prodotto dalla Motorino Amaranto (la società del fratello) e dalla Indiana Production Company.

 

Altra parentela, altro finanziamento: Claudio Insegno, fratello del comico Pino, incassa 350.000 euro per Treddimovie in 3D, la sua opera seconda. La società che ha richiesto il contributo pubblico per il film di questo ennesimo "parente d'arte" è la Due P.T. Cinematografica. Una casa di produzione, a quanto sembra, tenuta in gran considerazione dalle commissioni ministeriali: su quattro film prodotti, ben tre hanno beneficiato del contributo pubblico.

Alla luce di questi dati, sarebbe interessante conoscere in maniera più approfondita i reali criteri con cui le commissioni ministeriali giudicano meritevole di sostegno un'opera cinematografica.

19-11-2010]

 

 

1. IMPEGNO UMANITARIO: EMERGENCY È QUI...
Emergency Italia. È qui il nuovo fronte di guerra dell'associazione umanitaria fondata da Gino Strada. Da affiancare ai vari Sudan, Cambogia, Afganistan, Iran, Iraq e gli altri Paesi in cui opera da tempo. L'arco dei bisognosi di una prima visita o di un aiuto a orientarsi nelle strutture ospedaliere si sta allargando: non solo immigrati, regolari o meno, ma anche italiani in difficoltà.

Parte così da Marghera un piano di nuovi poliambulatori Emergency; a seguire, Puglia e Calabria, ma anche Torino e Milano (dove già operano, per esempio, le unità mobili di Medici volontari italiani). Punti caldi dove sono di più gli stagionali in nero, i clandestini, i rom e gli italiani poveri.

 

Un salto di qualità rispetto all'avamposto attivato quattro anni fa a Palermo per gli sbarchi clandestini. In più, a breve, entreranno in funzione anche due Polibus per arrivare velocemente nelle zone disastrate. L'obiettivo non è di sostituirsi allo Stato ma di costringerlo a fare quello che spesso non fa: compresa la "schedatura" dei pazienti che Emergency centralizzerà on line. E poiché serve personale, medico e non, è in partenza anche una campagna tv di recruiting ideata dall'agenzia Now Available, protagonista Francesco Montanari, l'attore di "Romanzo criminale". Vi. P.

2. DELL'UTRI, BUONGOVERNO CON SPONSOR...
Marcello Dell'Utri ha molti amici. Anche dopo essere stato condannato in appello a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, in pochi gli hanno girato le spalle. Anche le aziende continuano ad appoggiare il suo Circolo del Buongoverno. Tra gli sponsor del movimento politico del senatore troviamo un po' di tutto: ci sono studi professionali di avvocati famosi e meno noti, marchi come Riso Scotti e Fema, azienda di forniture ospedaliere.

La parte del leone la fanno però imprese energetiche e civili che spesso lavorano con appalti pubblici: c'è Siram e Veolia ("abbiamo acquistato spazi pubblicitari sul sito e sul giornale di Dell'Utri per 12mila euro, niente di illecito"), la Cogei (lavorano soprattutto in Veneto, Lombardia e Sicilia), la Compagnia Petrolifera Piemontese, Malpensa Service, la Wte (ingegneria civile) e la Zanardo (servizi logistici). Nella lista c'era pure la Giochi Preziosi, ma ora sul sito il suo logo è scomparso. Pare che la condanna non c'entri nulla: Enrico Preziosi è anche proprietario del Genoa Calcio, che da sempre ha una tifoseria "rossa". Gli ultrà, così si narra, avrebbero mal digerito il finanziamento all'amico di Berlusconi.
E. F. e M. Pr.

9. LAGO DI COMO, LE RUSPE DI IGOR...
Tre giorni dopo aver dato la notizia su "L'espresso" (Riservato, n. 45) ecco che a Laglio sul lago di Como, il regno della quiete di George Clooney violata dai russi, si sono materializzati i tank del banchiere di Putin, Igor Kogan. Villa Melograno è stata rasa al suolo in tutta fretta, prima che la Soprintendenza e il ministero dei Beni Culturali potessero fare appello contro la sentenza del Tar che ha accolto i ricorsi del sindaco di Laglio e del magnate, smaniosi di avere le mani libere dai vincoli paesaggistici. Le ruspe hanno colpito duro.

 

Per fare cosa? Come si vede dalle immagini che "L'espresso" pubblica in esclusiva, l'abbattimento della ex filanda settecentesca dovrebbe lasciare il posto a tre piscine e a un colonnato in finto stile impero che non ha pari sul Lario. Mentre il Comune si prepara a incassare 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, le associazioni ambientaliste insorgono. Chiedono a Clooney di ripetere il miracolo di due anni fa, quando firmando petizioni aiutò a sventare la cementificazione delle sponde. "Deve diventare sindaco", azzarda un drappello di estimatori. Ma è inverno, e George è lontano... T. Ma.

10. MISTER ANTIFRODE ARRIVA DALL'ITALIA...
Da alto commissario italiano per la contraffazione a direttore dell'Olaf, l'ufficio europeo per la lotta antifrode. L'ex magistrato Giovanni Kessler è in pole position per assumere la carica di commissario antifrode in Europa. L'indicazione è arrivata dalla commissione del Parlamento europeo per la verifica dei bilanci, presieduta dall'italiano Luigi De Magistris. Kessler, già procuratore antimafia, deputato Pd (famoso il suo scontro con l'avvocato Carlo Taormina nella commissione parlamentare d'inchiesta Telekom-Serbia), deve ottenere ancora il via libera dei 27 Stati membri e successivamente di José Manuel Barroso.

 

Kessler dovrebbe contrastare il mercato illegale e salvaguardare i prodotti di qualità europei. Se passasse il suo nome, sarebbe un piccolo successo italiano a Bruxelles, un fatto ormai raro. P. T.



12. CASO IPLOM. A BUSALLA I GUAI NON FINISCONO MAI...
Il processo per l'incendio alla raffineria di Busalla inizierà il 13 gennaio e vedrà alla sbarra cinque dirigenti della Iplom, la società della famiglia Profumo. Il gip di Genova Silvia Carpanini ha rinviato a giudizio per incendio colposo Gianluigi Ratto, ex direttore Iplom, Valter Mantelli, direttore dello stabilimento, i tecnici Valter Olivieri, Giovanni Ardossi ed Eraldo Parodi. L'incendio divampò nella raffineria adiacente l'autostrada Milano-Serravalle il 31 luglio 2008 e solo l'intervento delle squadre interne antincendio e dei vigili del fuoco scongiurò una tragedia.

 

Secondo l'accusa, sarebbe stata la scarsa manutenzione sui serraggi dei tiranti a causare l'uscita degli idrocarburi. Archiviata la posizione dell'ad Giorgio Profumo. Del caso Busalla si occupò anche "L'espresso" (n. 51, 2008). Ora il Comune si è costituito parte civile. Chissà che non riparta la battaglia per chiedere alla Iplom lo stesso gesto illuminato della Erg dei Garrone, che accettarono di trasferire la raffineria da una Bolzaneto troppo urbanizzata? F. B.

 

 19-11-2010]

 

 

L “FATTO”: IL FIGLIO DELLA COMPAGNA DI DON AB-BONDI, MANUELA REPETTI, LAVORA PER IL MINISTERO DEL TENERO SANDRO - IL GIOVIN VIRGULTO HA UN CONTRATTO INTERINALE (IN SCADENZA) COL CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA, MA AFFIANCA LA DIREZIONE GENERALE PER LA PIATTAFORMA ON LINE DELLE DOMANDE DI FINANZIAMENTO - CORE DE MAMMÀ: “SI MANTIENE AGLI STUDI E IL CSC È UNA FONDAZIONE PRIVATA NON C’ENTRA COL MIBAC” (MA RICEVE 10MLN L’ANNO) - IL PD: “BONDI NON RITIENE SCANDALOSO ASSUMERE, CON I FINANZIAMENTI DEL FUS DECURTATO DEL 36,6% IL FIGLIO DI UN DEPUTATO?” –

 

1 - LADY BONDI & FIGLIO MINISTERI DI FAMIGLIA...
Malcom Pagani per "Il Fatto Quotidiano"

 

Possibile che Fabrizio Indaco, figlio di Manuela Repetti, deputata del Pdl e compagna di Sandro Bondi, lavori per il ministero dei Beni culturali nella direzione generale del cinema in Piazza S. Croce in Gerusalemme a Roma? E possibile, come si sussurra, che rassicuri i giovani produttori, prometta felici finalizzazioni di progetti, spenda la parentela per farsi strada in quella giungla che è il mondo del cinema romano? Per verificare l'ipotesi, una commistione di lunare nepotismo e inopportunità feudale, basta chiamarlo nel tardo pomeriggio al telefono del Mibac a lui intestato.

 

Risponde al secondo squillo: "È lei Fabrizio Indaco?" "Certo", "Volevamo chiederle se è davvero figlio dell'onorevole Repetti". È qui, che il giovane Indaco, laureando in Architettura (corso iniziato nel 2002, qualche lentezza nel percorso), viene assalito da un'amnesia, la sindrome Scajola: "Stavo proprio per andare via, se vuole ne parliamo domani". Insistiamo: "Indaco, ci aiuti a non scrivere inesattezze".

 

Balbetta qualcosa e poi in un lampo, tronca a tradimento la conversazione. Ci viene qualche dubbio che proviamo a fugare parlando con la donna che gli ha dato i natali. In Parlamento è una giornata uggiosa. Votazioni, truppe asserragliate. Nonostante questo Manuela Repetti da Novi Ligure, non si nasconde. "Fabrizio è mio figlio certo". Come mai lavora nel ministero diretto dal suo compagno?".

 

Qualche secondo di pausa: "Eh, come mai, ci lavora, ecco". Sbanda ma non crolla, Repetti. Ha fiducia nel prossimo: "Ha un contratto interinale, in scadenza, se vuole qualche informazione in più lo chiedo direttamente a lui". "Con noi non ha voluto parlare", spieghiamo: "Eh vabbè poverino, va capito, cerchi di comprendere".

 

Con tutta l'umana empatia del caso, non possiamo fare a meno di domandare ancora: "Onorevole, per quale ragione un ragazzo laureato in Architettura lavora alla direzione generale cinema, non le sembrano campi d'applicazione inconciliabili?". Repetti dice di parlare come una qualunque madre preoccupata per il futuro della propria prole. "Non si è laureato, ha finito gli esami, sta preparando la tesi e come tutti i ragazzi, prova a fare qualche cosa. Il suo contratto al centro sperimentale di cinematografia, che è un ente autonomo, sta per scadere".

 

Il Csc, vive grazie ai soldi del Fus. Quasi 10 milioni di euro l'anno, non proprio un ente autonomo dal ministero, in ogni caso. "Non so quanto duri l'assunzione temporanea e forse era sua intenzione tornare a Novi Ligure e cercare un mestiere nel suo ramo. Mentre studia, cerca di guadagnare qualcosa, non c'è niente da nascondere".

 

Si irrigidisce, Repetti, solo se le parli di etica: "Non mi ponga domande come se mi trovassi davanti all'inquisizione". La rassicuriamo: "Le pare appropriato, mentre il suo compagno dirige il ministero, offrire nello stesso un posto di lavoro a suo figlio? Milioni di ragazzi, un regalo simile non lo avranno mai" e lei traballa: "Bè, ma intanto non sarebbe opportuno se lui non lavorasse, ma mio figlio trotta, come potrebbe essere per tanti ragazzi nella sua posizione, non ci vedo nulla di male o di strano. Se non facesse nulla o approfittasse della situazione (sic) sarebbe grave. Non penso abbia potuto avere facilitazioni".

 

Il ministro non si è mai preoccupato? "Non vedo come una stranezza che un ragazzo lavori". Pausa: "Ho capito che è il ministero suo (sic), ma è una combinazione, non è vietato, non vedo sinceramente non capisco, è uno studente come tanti altri, ha fatto una sua esperienza lavorativa, tutto qui". È affranta. Stesso tono di voce quando a tarda sera interloquiamo con Nicola Borrelli, direttore generale del ministero, sezione cinema.

"Indaco lavora fisicamente da noi, ha un contratto con il centro sperimentale di cinematografia, con loro abbiamo una convenzione e gli chiediamo una serie di servizi. Con le difficoltà di personale che abbiamo non ce la facciamo. Alcune attività specifiche sono nella mani di ragazzi come Indaco". Quali esattamente, direttore? "Fabrizio affianca i servizi della direzione generale per la realizzazione della piattaforma on line per la presentazione delle domande di finanziamento che sarà messa in Rete entro fine mese".

Trasecoliamo. Presentazione delle domande? Magari di film sulla ricostruzione de L'Aquila o invisi al governo? Si parla di soldi erogati dallo Stato, di fondi di garanzia? "Esattamente, per accedere ai vari contributi e alle istanze amministrative".

Anche a Borrelli, chiediamo della opportunità: "Le devo dire la verità, io gestisco le persone che arrivano dal centro sperimentale e se le dicessi che non sapevo nulla della parentela di Indaco, sarei ridicolo. Il centro sperimentale è una nostra eccellenza e nell'apporto a questo progetto, lavorano in parallelo Fabrizio e un'altra persona. il suo lavoro è stato prezioso, però non ha questo grandissimo contratto e le preannuncio che dopo aver rilevato l'Eti, non rinnoveremo la convenzione con i ragazzi del Centro Sperimentale". Un'altra buona notizia, per una realtà che lentamente, sta morendo.

2 - REPETTI, MIO FIGLIO NON ASSUNTO. SI MANTIENE A STUDI...
(AGI) - "E' vergognosa la richiesta dell'Idv di dimissioni al ministro Bondi per avere, secondo loro, assunto mio figlio al Mibac. Si informino meglio, perche' mio figlio non e' mai stato assunto al Mibac". Lo afferma la deputata Pdl Manuela Repetti, compagna nella vita di Sandro Bondi, sottolineando che "in realta' si tratta di un lavoro interinale, con un contratto a tempo determinato che mio figlio ha con il Centro Sperimentale di Cinematografia, che e' una Fondazione privata".

Pizzi

"Resta dunque il fatto, e l'unico che conta, che mio figlio - sottolinea la deputata - non ha alcun contratto col ministero della Cultura. E' un ragazzo come tanti altri che, in attesa di laurearsi a breve, sta lavorando con un semplice contratto a tempo determinato per mantenersi gli studi. Si vergognino dunque - conclude - tutti quei personaggi da 4 soldi che strumentalizzano anche fatti non veri per meschini fini politici".

 

3 - PD A REPETTI, SCANDALOSO ANCHE CONTRATTO INTERINALE...
(ANSA) - 'La deputata Repetti non se la prenda, non ce nulla di personale: e' una questione etica, di buona amministrazione della cosa pubblica e di buon gusto'.
Cosi' la deputata del Pd, componente della commissione Cultura della Camera, Emilia De Biasi, commenta l'articolo pubblicato oggi da 'Il fatto quotidiano'.

'Ed e' per questo - aggiunge De Biase - che abbiamo appena depositato un'interpellanza urgente al ministro Bondi per sapere se non ritenga eticamente inammissibile un commistione fra legami privati e incarichi pubblici non importa se stabili o temporanei, quali azioni intenda intraprendere per impedire che vi possano essere sospetti di canali privilegiati di accesso ai finanziamenti per il cinema, quali sono le ragioni che portano all'interruzione della convenzione con il Centro sperimentale di cinematografia visto che il personale Eti si e' sempre occupato di teatro, se non ritenga scandaloso assumere, con i finanziamenti del Fus decurtato del 36,6% per il 2011, il figlio di un deputato'. 18-11-2010]

 

 

LA LEGA DELLA Monnezza! - Sono 15 anni che in Campania c’è l’emergenza rifiuti: per i napoletani affogare nella spazzatura è diventato la normalità. Nel 1994 Ciampi dichiara la prima emergenza Sud. Confermata dai governi Dini 1996, D’Alema 1999, Berlusconi 2001, Prodi 2007, di nuovo Berlusconi 2008, per arrivare al 2010. Miliardi su miliardi del contribuente sono stati buttati nei cassonetti - La pasionaria del Fai Borletti Buitoni: “Avviare la raccolta e lo smaltimento come avviene in tutta Italia è chiedere troppo?”. Evidentemente sì

 

Ilaria Borletti Buitoni (Pres. Fai) per "Il Sole 24 Ore"

I roghi dei rifiuti bruciano il Sud d'Italia. E se la pioggia non intende dare tregua al Paese, il nostro meridione si limita a galleggiare nell'immondizia. Dalla Campania alla Sicilia, la situazione è ormai insostenibile per gli abitanti, per il territorio, per l'economia locale. Per tutti noi italiani. Perchè questo è divenuto un problema nazionale: sia per i danni al patrimonio naturale e culturale del paese e, quindi, del turismo; sia per l'economia che, di emergenza in emergenza, sta costringendo tutti noi a pagare costi enormi.

 

Facciamo insieme un ripasso di storia: correva l'anno 1994, prima crisi dei rifiuti in Campania. Il governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi dichiara lo stato di emergenza. Sembra ieri. Era l'anno in cui ci commuovevamo per l'elezione di Nelson Mandela a presidente del Sudafrica e l'Italia sportiva si avviliva per il rigore sbagliato di Baggio ai mondiali.

La crisi dei rifiuti inizia quell'anno. Nel 1996 è la volta del Governo Dini che riesce a fare approvare il Piano Regionale per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani che prevedeva la costruzione di due termovalorizzatori. Ma al Sud non basta, e nel 1999 viene decretata l'emergenza rifiuti anche in Sicilia. Tanti soldi spesi, tanti incarichi assegnati, pochi cambiamenti e, soprattutto, niente differenziata e nessuno termovalorizzatore.

 

Nel 2001 riesplode l'emergenza in Campania. Il paese fa sistema e regioni come la Toscana, l'Umbria, l'Emilia Romagna si offrono di smaltire i rifiuti del Sud. Eppure non basta; una parte di quella immondizia prende la strada della Germania. Siamo al 2008, al governo di Romano Prodi: le discariche pubbliche e private sono sature e chi rispunta? Di nuovo la crisi dei rifiuti. Ricominciano i viaggi della monnezza in Germania.

 

Passano pochi mesi, maggio 2008, il governo di Silvio Berlusconi appena insediato, tiene il suo primo Consiglio dei Ministri a Napoli e approva la costruzione di ben quattro inceneritori. Si stabilisce la fine dell'emergenza per il 31 dicembre 2009. Oggi, a poche settimane dal 2011, si parla di nuovo governo e sempre della stessa emergenza rifiuti. Fine del ripasso.

E' il momento che, dopo anni di emergenza, ci si fermi a riflettere, e chi ha sbagliato si faccia da parte. E' ora di trovare insieme un compromesso virtuoso che tuteli la salute, il patrimonio naturale ed artistico e ridia splendore e onore al nostro Sud, avviando la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, come avviene in tutta Italia. E' chiedere troppo?

 

Magari, pensando anche a una rete di impianti e discariche più piccoli, evitando così di trasformare piccoli centri in metropoli dei rifiuti altrui. Rispettando le aree destinate al parco, come quella vesuviana. Certo, la camorra, si dice; la mano della criminalità organizzata.

Eppure, penso che lo stato, tutti noi, possiamo uscirne senza imporre arroganti provvedimenti tampone che durano il tempo che durano per poi ripiombare nell'emergenza. Ci vogliono soluzioni semplici, concertate, risposte praticabili, come la differenziata fatta sul serio e una cintura di micro-impianti. Troppo facile. Si può fare?

19-11-2010]

 

NESSUN COLPEVOLE - TUTTI ASSOLTI GLI IMPUTATI DELLA STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA (28 MAGGIO 1974) - REVOCATA LA MISURA CAUTELARE PER L’EX ORDINE NUOVO DELFO ZORZI, CHE DA ANNI VIVE E LAVORA IN GIAPPONE - LA PROCURA AVEVA CHIETO L’ERGASTOLO PER LUI, CARLO MARIA MAGGI (ORDINE NUOVO), PER IL COLLABORATORE DEI SERVIZI TRAMONTE E PER IL GENERALE DEI CARABINIERI DELFINO. PER PINO RAUTI ERA STATA CHIESTA L’ASSOLUZIONE - INSUFFICIENZA DI PROVE, DICONO I GIUDICI…

 

Radiocor - I cinque imputati nel processo per la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 sono stati tutti assolti oggi dai giudici del la Corte d'assise di Brescia. Vi furono otto morti e oltre cento feriti. La sentenza si basa sulla insufficienza di prove. E' stata revocata la misura cautelare nei confronti di Delfo Zorzi, ex esponente di Ordine Nuovo, che vive in Giappone. L'inchiesta era cominciata nel 1993.

 

La Procura aveva chiesto l'ergastolo per Zorzi e Carlo Maria Maggi (Ordine Nuovo), per il collaboratore dei servizi segreti Maurizio Tramonte e per il generale dei carabinieri Francesco Delfino. Per l'ex segretario dell'Msi Pino Rauti era stata chiesta l'assoluzione.

 16-11-2010]

 

 

 

THE NEW YORK TIMES

7 RINVIATI A GIUDIZIO PER IL TRAFFICO DI ORGANI ATTRAVERSO IL KOSOVO
http://nyti.ms/d7Db6d  16-11-2010]

 

 

SCEMPI POMPEIANI - PER RESTAURARE NON C’È UN EURO, MA GUARDA CASO SPUNTANO SPRECHI E SPESE GONFIATE (FALSI CORSI PER I DIPENDENTI E IL BUDGET DEL TEATRO CHE PASSA DA 500 MILA A 5 MLN!) - POCHI MESI FA BONDI DICEVA: “CHI SI RECHERÀ A POMPEI SI RENDERÀ CONTO DEGLI STRAORDINARI LAVORI CHE SONO STATI COMPIUTI, GRAZIE A QUESTO GOVERNO” (OGGI NEGA OGNI RESPONSABILITÀ) - LA PROCURA INDAGA E SOSPETTA CHE SIA STATA “ALIMENTATA UNA CAMPAGNA STAMPA CONTRO IL DEGRADO PER IMPORRE LA GESTIONE COMMISSARIALE DELLA PROTEZIONE CIVILE” (A CACCIA DI BERTOLASO

Guido Ruotolo per "La Stampa"

 

Per il momento, il fascicolo sul crollo della casa dei Gladiatori, avvenuto il 6 novembre, è contro ignoti. L'ipotesi di reato è quello previsto dall'articolo 434 del Codice penale: «Chiunque commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa, ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva un pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque anni». A indagare è la procura di Torre Annunziata che ha sequestrato l'intera area degli scavi archeologici.

Il procuratore aggiunto Lello Marino si limita a commentare: «Dobbiamo verificare se vi è stata una responsabilità omissiva che ha determinato il crollo della Schola Armaturarum. Quanto prima procederemo all'espletamento di una perizia».

Responsabilità omissiva? Nel fascicolo della Procura è già stata acquisita agli atti una circolare spedita dal direttore degli Scavi di Pompei, Antonio Varone, il 25 febbraio scorso, al direttore dell'ufficio tecnico, al soprintendente archeologico, al commissario delegato, agli assistenti dell'ufficio Scavi della Soprintendenza archeologica.

«E' ben noto - si legge nella lettera - come un notevole numero degli edifici di Pompei antica versino in condizioni di degrado statico dovuto alle malte "stanche" che li cementano e alle intemperie che ne sfaldano ancora di più la coesione, come frequenti rilevazioni hanno potuto appurare. Si ravvisa, tuttavia, la necessità, a breve, di provvedere per l'incolumità del pubblico e per la salvaguardia stessa del bene archeologico, all'identificazione di murature a immediato pericolo di dissesto statico, onde procedere all'eliminazione dei pericoli richiamati, anche in relazione alla criticità della stagione».

 

Era stato un crollo premonitore - «una muratura fatiscente della Domus degli Augustali» - a spingere il direttore Varone a spedire l'allarmata circolare. Tutti sapevano della situazione critica in cui versavano decine di edifici della Pompei antica. L'ultimo studio aggiornato sugli edifici a rischio risaliva al 2005.

Abbiamo cercato il direttore dell'Ufficio scavi, Antonio Varone, ma ci hanno rimandato all'ufficio stampa della Sovrintendenza. Il clima, ovviamente, non è sereno. Anche perché sono tre le inchieste della Procura di Torre Annunziata che riguardano la gestione degli Scavi di Pompei: gli appalti sotto la gestione commissariale della Protezione civile; i falsi concorsi interni e, infine, il crollo della casa dei Gladiatori.

L'inchiesta giunta in dirittura d'arrivo riguarda 170 indagati, nei confronti dei quali la Procura sta per spedire l'avviso di conclusione indagini. Si tratta della partecipazione di 160 dipendenti degli Scavi di Pompei a dei corsi per ottenere l'equivalente delle indennità per il personale che erano state abolite. Tra gli indagati, l'ex city manager di Pompei, Luigi Crimaco.

Ricordate l'indignazione del ministro per i Beni culturali e ambientali, Sandro Bondi, per la richiesta dell'opposizione (e dei finiani) delle sue dimissioni?. Era appena il 16 giugno scorso e Bondi, in Parlamento, rispondeva a una interpellanza urgente sull'appalto scandaloso per i lavori per il teatro centrale di Pompei in questi termini: «Chi si recherà questa sera a Pompei per ascoltare il concerto del maestro Muti e chi vi si recherà, anche nei prossimi giorni o nei prossimi mesi, per visitare una delle aree archeologiche più importanti del mondo si renderà conto, di persona, degli straordinari lavori che sono stati compiuti, grazie a questo Governo, dal momento in cui la stampa ha denunciato lo stato di degrado vergognoso in cui si trovava l'area archeologica di Pompei».

 

Cinque mesi dopo Bondi si è difeso così, a proposito del crollo della casa dei gladiatori: «È comodo addossare responsabiltà a me o al governo per i pochi investimenti. Chiedere le mie dimissioni non sarebbe politicamente e moralmente giusto, non lo merito, sarebbe un segno di incattivimento della lotta politica in Italia». Verrebbe da chiedere a Bondi se rifarebbe con il senno di poi lo stesso discorso fatto cinque mesi prima.

Ma il problema è un altro: quei lavori che lui esaltò sono sotto inchiesta della Procura di Torre Annunziata. Una inchiesta che nei fatti si occupa degli appalti - stiamo parlando di opere per 110 milioni di euro, e appalti che sono stati aggiudicati anche con ribassi del 40% - in particolare quello per i lavori al teatro centrale (altri sono stati archiviati per il «decesso del reo»), e più in generale della gestione commissariale dell'area degli Scavi della Protezione civile.

 

Il sospetto della Procura è che «fu artatamente alimentata una campagna stampa contro il degrado per imporre la gestione commissariale di Pompei da parte della Protezione civile». La Corte dei conti ha espresso dubbi sul fatto che la struttura di Guido Bertolaso sia intervenuta sulla base di una «emergenza», ovvero sulla presa d'atto del «Vesuvio che è ancora attivo». L'appalto del teatro. Doveva limitarsi a un budget di 800 mila euro.

Alla fine, è costato sei milioni e passa. La Procura ha sequestrato i bilanci della gestione commissariale di Pompei (2008- giugno 2010). E l'ipotesi più inquietante è che sono stati fatti lavori che non hanno rispettato i parametri storici. Secondo l'Osservatorio del patrimonio culturale, gli interventi «hanno stravolto l'assetto naturale dell'area, in particolare la cavea che, rispetto ad una qualsiasi foto o disegno di diversi momenti della vita degli scavi, risultata completamente costruita ex novo con mattoni in tufo di moderna fattura».16-11-2010]

 

 

O LA BORSA O LAVITOLA! - SPADACCINI, EX FORNITORE DEI CANADAIR DELLA PROTEZIONE CIVILE, RIVELA (DALLA PRIGIONE, DOVE SI TROVA PER EVASIONE FISCALE): “HO DATO MILIONI ALLA SOCIETÀ DI VALTER LAVITOLA, EDITORE-DIRETTORE DELL’ ‘AVANTI!’, PERCHÉ GRAZIE A LUI HO MANTENUTO L’APPALTO QUANDO BERTOLASO VOLEVA FARMI FUORI, NEL 2003” - 130 PARLAMENTARI DI AN E FORZA ITALIA HANNO FIRMATO A SUO FAVORE. PRIMO FIRMATARIO: CICCHITTO, SOCIO FONDATORE DELL’ “AVANTI!” - I PILOTI ERANO FATTURATI DA UNA SOCIETÀ DI MADEIRA, PARADISO FISCALE PORTOGHESE…

Giuseppe Caporale per "la Repubblica"

 

Un milione e duecentomila euro già pagati. Un altro milione e ottocento ancora da saldare. Ammonta complessivamente a tre milioni di euro la «gratitudine nei confronti di Valter Lavitola» da parte dell´imprenditore - e fornitore della Protezione Civile - Giuseppe Spadaccini, ora in carcere per una evasione fiscale da 90 milioni. É lo stesso imprenditore, durante l´ultimo interrogatorio, a spiegare, proprio in questi termini, i continui e ingenti versamenti negli ultimi anni sul conto della International Press, società amministrata da Lavitola e proprietaria del giornale L´Avanti.

 

«Perché lei dava a questo giornale cifre così ingenti?» chiede il magistrato della Procura di Pescara Mirvana Di Serio nel corso del colloquio avvenuto a Regina Coeli il 5 novembre.

«Per gratitudine nei confronti di Valter Lavitola - risponde l´imprenditore - . Avevo ottenuto l´appalto dalla Protezione Civile per i Candair (commessa da 50 milioni-ndr). Ma Guido Bertolaso (il capo della Protezione Civile-ndr) voleva farmi fuori. Voleva revocarmi l´affidamento. Sono convinto lo facesse per avvantaggiare la società Cai nella quale il fratello (Antonio Bertolaso, colonnello dell´Aeronautica ora in forza ai servizi segreti-ndr) all´epoca era direttore generale. Bertolaso non mi metteva in pagamento le fatture... Aveva anche fatto inserire nella Finanziaria 2003 una norma per revocare gli appalti in corso. Una specie di norma ad personam, contro di me. Mi dovevo difendere... Allora chiesi aiuto a Lavitola. Riuscimmo ad ottenere una raccolta di firme di 200 parlamentari a mio favore. Senza Lavitola sarei sparito prima. Il suo intervento è stato fondamentale».

In effetti, le cronache raccontano che a difesa dell´appalto della Sorem (la società di Spadaccini accusata di non possedere i requisiti per l´appalto anche dalla Corte dei Conti) scesero in campo 130 parlamentari di Forza Italia e An, con una lettera indirizza a Silvio Berlusconi per denunciare «intenzioni discriminatorie nei confronti della Sorem». Primo firmatario Fabrizio Cicchitto, socio fondatore de L´Avanti di Lavitola.

 

La International Press è una società già nota alla Procura di Pescara che - dal 2006 - indaga sulle tangenti nella pubblica amministrazione. Questo nome spunta nelle indagini sull´onorevole del Pdl Sabatino Aracu (tra i firmatari della petizione pro-Spadaccini) indagato per corruzione nell´inchiesta sulla sanità privata.

 

Lo stesso Aracu era diventato socio di una delle aziende di Spadaccini, con una quota "fantasma" di 50 mila euro. Soldi di cui la guardia di Finanza non ha trovato traccia. «Ho chiesto io ad Aracu di entrare in una delle mie società - dice l´imprenditore - . Aracu mi ha tutelato sempre contro Bertolaso».

 

Sullo sfondo resta la vicenda per evasione fiscale. Erano fatturate da una società portoghese le prestazioni dei piloti che guidavano i Canadair della Protezione Civile. I soldi dell´appalto della Sorem finivano in un paradiso fiscale.

Secondo la procura, Spadaccini avrebbe organizzato «un´associazione a delinquere finalizzata all´evasione fiscale internazionale», attraverso il meccanismo della cosiddetta "estero vestizione", ovvero la fittizia localizzazione della residenza fiscale di società in territori diversi dall´Italia - dove il soggetto in realtà risiede - allo scopo di sottrarsi agli obblighi fiscali del Paese d´appartenenza (in questo caso la zona franca dell´arcipelago di Madeira, in Portogallo). Cuore delle operazioni finanziarie, la fornitura del lavoro dei piloti. Tutti italiani, ma "fatturati" da una società portoghese, che "vendeva" i piloti alla Sorem.

 

Questa società, a sua volta, li "rivendeva" alla Protezione Civile. Obiettivo: evadere il fisco. Scrive la procura di Pescara: «Il lavoro dei piloti dei Canadair della Protezione Civile costava 1.243,00 euro al giorno». Un prezzo ritenuto eccessivo, perché «un pilota italiano ha una tariffa giornaliera di 817,19 euro».

 15-11-2010]

 

 

LA MANGIATOIA DI POMPEI (MENTRE I MURI CROLLANO) - TUTTE LE SPESE PAZZE DELLA GESTIONE AFFIDATA AGLI UOMINI DI BERTOLASO E BONDI - 60MILA € PER PREPARARE LA VISITA DI BERLUSCONI (CHE NON AVVERRÀ MAI), 12 MILA PAGATI PER RIMUOVERE 19 PALI DELLA LUCE, FONDI ALLE SOCIETà DI GIULIA MINOLI E ALAIN ELKANN (LETTA BENEDICE) - DALLE DIVISE DEGLI AUTISTI DEL COMMISSARIO AGLI STIPENDI RECORD DEL SUO STAFF, DAI TELEFONINI AGLI SCHERMI LCD, DAGLI SHOW AI SONDAGGI, UNA CRICCA PEGGIO DEL VESUVIO…

Emilano Fittipaldi e Claudio Pappaianni per "L'espresso", in edicola domani

«Per Pompei le risorse ci sono, si tratta di saperle spendere», affermava due anni fa Sandro Bondi, annunciando che il 28 ottobre 2008 Berlusconi avrebbe visitato il sito archeologico più famoso del mondo. Chissà se il ministro per i Beni culturali sapeva che per quella visita il commissariato straordinario voluto da lui medesimo stava bruciando un pacco di soldi.

«Sessantamila euro per la visita del presidente del Consiglio», recita la voce della contabilità del commissariato, cui vanno aggiunti 11 mila euro per la «pulizia delle aree di visita del Presidente del Consiglio» e 9.600 euro per «l'accoglienza». Giustificazione dell'uscita: promozione culturale. Lavoro e migliaia di euro sperperati, visto che il Cavaliere a Pompei non ci metterà mai piede.

 

I soldi destinati alla visita del premier non sono gli unici, incredibili "investimenti" che i due commissari straordinari voluti da Bondi (prima il prefetto Renato Profili, poi Marcello Fiori della Protezione civile) hanno autorizzato durante la loro gestione per rilanciare il sito. "L'espresso" ha trovato l'elenco di (quasi) tutte le spese effettuate dalla struttura, denaro che forse sarebbe stato meglio utilizzare nella manutenzione e nel restauro dei templi e delle Domus degli scavi.

«Ora è tardi, la scuola dei Gladiatori è crollata e non si può tornare indietro», dice un tecnico che chiede l'anonimato: «È una roba vergognosa, pazzesca, ha ragione il presidente Napolitano».

 

Tra stipendi da record, consulenze, operazioni di marketing e bizzarrie in odore di Cricca, a Pompei ci hanno mangiato in tanti. La lista comprende di tutto: ci sono 12 mila euro pagati per rimuovere 19 pali della luce; 100 mila per il «potenziamento dell'illuminazione» delle strade esterne al sito; 99 mila finiti a una ditta che ha rifatto «le transenne». Oltre 91 mila euro sono andati a un Centro di ricerche musicali per l'installazione di planofoni (strumenti per la diffusione del suono nello spazio), e 665 euro sono serviti a cambiare le serrature di un punto di ristoro.

 

Quasi 47 mila euro sono serviti per metter in piedi l'evento "Torna la vite"; 185 mila per il progetto PompeiViva: soldi dati alla onlus romana CO2 Crisis Opportunity fondata da Giulia Minoli, figlia di Gianni e Matilde Bernabei, che ha avuto Gianni Letta come testimone di nozze. Lo sposo? Salvo Nastasi, direttore generale del ministero dei Beni culturali. Al piano di valorizzazione è stata chiamata anche Wind: importo previsto, 3,1 milioni di euro.

Le convenzioni, a Pompei, costano caro: 547 mila euro sono stati spesi per un progetto intitolato "Archeologia e Sinestesia" curato dall'Istituto per la diffusione delle Scienze naturali, altri 72 mila sono state dati all'associazione Mecenate 90 (presidente onorario il solito Gianni Letta, presidente Alain Elkann) per un'indagine conoscitiva sul pubblico, e ben 724 mila all'Università di Tor Vergata «per lo sviluppo di tecnologie sostenibili».

Qualche maligno sostiene che ci possa essere un conflitto d'interessi: Fiori, si legge nel suo curriculum, è stato docente universitario del corso "Pianificazione degli interventi per la sicurezza del territorio" proprio a Tor Vergata. Supermarcellino, come lo chiamano gli amici, fedelissimo di Guido Bertolaso, ex vice-capogabinetto di Rutelli, è l'uomo-chiave degli ultimi 18 mesi, l'esperto che afferma di aver speso il 90 per cento dei 79 milioni di euro a disposizione «per la tutela e la messa in sicurezza».

 

Sarà, ma sono molte le spese che stonano. Passi per i 1.668 euro per i nuovi arredi del suo ufficio, ma forse i 1.700 euro per la divisa del suo autista o i 4 mila per la sua «parete attrezzata» poteva risparmiarli. Come i 10 mila per un altro ufficio presso l'Auditorium, i 113 mila per lo spettacolo "Pompei in scena" o i 955 mila per il «progetto multimediale» alla casa di Polibio.

A sei giorni dai crolli, sulle pietre della scuola dei Gladiatori sgambettano tre cani randagi, nonostante la Protezione civile abbia deciso di dare alla Lav ben 102 mila euro per «l'arresto dell'incremento» dei quadrupedi.

Negli ultimi due anni il luminare che si è affaccendato intorno al lettino del malato è stato Bondi, l'uomo che ha accettato, senza fiatare, i tagli-monstre imposti da Giulio Tremonti. «Vorrei vivere», diceva un mese fa «in un Paese dove un uomo pubblico viene giudicato per quello che fa. L'idea di affidare a un commissario straordinario della Protezione civile la rinascita di Pompei ha perfettamente funzionato». Infatti. La Corte dei Conti, già ad agosto, aveva criticato la decisione di consegnare gli scavi al dipartimento di Bertolaso («Pompei non è un'emergenza»).

 

Ora, i dati scovati da "L'espresso" indicano, forse, che non ci si è impegnati a dovere sulle priorità. La mostra "Pompei e il Vesuvio" promossa da Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia (uno degli imprenditori del settore più amati dai Bertolaso boys, che gli concedono spesso incarichi senza gara) è costata oltre 600 mila euro, mentre per l'illuminazione della casa di Bacco sono stati usati 1,2 milioni.

Con l'avvento di Fiori la struttura commissariale, inoltre, è lievitata come un pan di Spagna. Dai cinque uomini di staff che affiancavano Profili (260 mila euro in tutto, il 20 per cento al prefetto) si passa a dodici. Viene pure incrementata, con un'ordinanza, la percentuale di risorse dedicata alla "copertura degli oneri della struttura commissariale". La dotazione prevista passa da 200 mila a 800 mila euro, ma non basta.

A fine missione, la voce "funzionamento" sul bilancio del commissariato segna una spesa complessiva di oltre 2milioni e 300 mila euro. Numeri alla mano, si va dai 149 mila euro per Fiori, risorse che si aggiungono al suo già profumato stipendio da dirigente apicale del ministero, ai 125 mila per quattro co.co.co. di fiducia, ai 250 mila per il personale distaccato. Per tutti, il 22 ottobre 2009 il commissario autorizzava la ricarica di carte di credito "superflash" per "rimborsi spese di missione" per un importo pari a 185 mila euro.

La Uil Beni Culturali è da mesi che attacca la gestione commissariale. Lo scorso luglio il segretario generale Gianfranco Cerasoli ha presentato persino un esposto alle procure di Napoli e di Torre Annunziata. Il sindacalista, oltre alla questione stipendi, ha duramente criticato anche i lavori di restauro effettuati da Fiori. «In primis quelli per il Teatro Grande, dove la cavea è stata ricostruita con mattoni di tufo che nulla c'entrano, e dove si è lavorato con martelli pneumatici, scavatori e bobcat, in una zona dove bisognerebbe camminare a piedi nudi», spiega Cerasoli.

 

L'impresa affidataria è la Caccavo srl di Pontecagnano (Salerno): Profili chiude con loro un appalto da 449 mila euro, ma dopo un anno Fiori affida a loro altre "opere complementari al progetto" per 4,8 milioni. A cui vanno aggiunti altri incarichi, per un totale di 16 milioni di commesse in due anni. Altre presenze fisse nei lavori sono la ditta Maioli di Ravenna, quella di Vincenzo Vitiello (pare assai vicino alla curia) e di Alessandra Calvi, che ha lavorato vicino alla scuola crollata.

In pochi la conoscono. «Io dico pure che dei 79 milioni che avevano i due commissari, l'importo destinato agli interventi di messa in sicurezza è pari appena al 52 per cento del totale», ragiona il sindacalista: «Mentre a tutti gli interventi di valorizzazione e comunicazione, su cui procura e Corte dei Conti dovrebbero guardare con attenzione, è andato il 48 per cento, pari a 38,2 milioni».

Bondi e Fiori fanno spallucce. Siamo gli unici, dicono, che hanno destinato 2 milioni alla manutenzione ordinaria. Verissimo. Ma a questi si sarebbero potuti aggiungere i 500mila euro destinati ai servizi per la stagione teatrale 2010-2011 (il San Carlo ne prende altri 142 mila, sempre giustificati dalla dicitura "messa in sicurezza"), i 275 mila girati a Legambiente per «la formazione di volontari», i 42 mila spesi per alcuni volumi di storia, o i 17 mila investiti in televisioni Lcd. Senza dimenticare i mille euro usati «per sfoltire» un pino vicino agli uffici della sovrintendenza. I rami, forse, impedivano la vista del panorama a qualche dirigente.

 11-11-2010]

 

 

VOLI DI STATO SALMONATI - LA ROSSA BRAMBILLATA USA L’ELICOTTERO DEI CARABINIERI PER ANDARE A INCONTRARE I COMITATI DEI SUOI ELETTORI - PARTE DALL’ELIPORTO SOTTO CASA E SVOLAZZA IN GIRO PER L’ITALIA IN MISSIONI CHE NON SEMBRANO NÉ URGENTI NÉ DA COMPIERE SOLO IN ELICOTTERO (DUE-ORE-DUE DI AUTO BLU SI POSSON ANCHE SOPPORTARE) - MA DA ROMA APPROVANO TUTTO, E IL MINISTERO DEL TURISMO (SENZA PORTAFOGLIO) NEL 2009 SPENDE 157 MILA € SOLO PER GLI SPOSTAMENTI, QUANDO IL BUDGET PREVISTO ERA DI 27 MILA…

Fabio Amato per "il Fatto Quotidiano"

 

Per i suoi spostamenti Michela Vittoria Brambilla preferisce l'elicottero: di Stato e pagato dai contribuenti. Già animatrice dei "Circoli", ora "Promotori", della libertà, il ministro e presidente in pectore dell'Organizzazione mondiale del turismo vantava già nel 2009 un piccolo record: 157mila euro di spesa viaggi - per un dicastero senza portafogli - a fronte di un budget previsto di 27mila. Ora forse è possibile capire il perché.

 

È il 9 dicembre dello scorso anno, il ministro compie in auto (blu) i quattro chilometri e mezzo che separano la sua abitazione di Calolziocorte, nel Lecchese, dalla Aviosuperficie Kong di Levata, piccola frazione del comune di Monte Marenzo sulla statale 639. A quel punto i cittadini hanno già speso 500 euro per il solo uso dell'auto (questa la tariffa rivelata dall'Espresso nel settembre del 2009 per il noleggio del mezzo).

Ad attenderla, dalle nove del mattino, ci sono almeno una ambulanza, inviata dai volontari del soccorso di Calolziocorte su richiesta della centrale 118 di Lecco e un mezzo dei vigili del fuoco. Già, perché quando il ministro si sposta, tutte le forze convergono a prevenire problemi. Quando finalmente l'ambulanza torna in sede sono le 11.20. Due ore dopo, però, il mezzo esce nuovamente per attendere il rientro dell'elicottero dei Carabinieri, sul quale viaggia il ministro. Da verbale torna in sede un'ora più tardi.

IL CAMPO DA GOLF? AFFARE DI STATO - La scena si ripete uguale almeno un'altra volta nel corso del 2010, da quanto il Fatto Quotidiano è riuscito a documentare. Il 13 marzo, nel giorno in cui il ministro è a Rimini, prima per incontrare il comitato elettorale del Pdl, poi per partecipare ad un incontro pubblico con gli operatori economici locali. E un altro servizio di lì ad un mese risulta prenotato ed annullato all'ultimo momento.

Il 16 ottobre, poi, a Caiolo, Valtellina, il ministro è atteso per l'inaugurazione di un campo da golf, ma l'elicottero - scrivono allora i giornali locali - non parte per colpa delle condizioni meteorologiche e la Brambilla è costretta a dare forfait. Ogni volta la segnalazione dello spostamento arriva qualche giorno prima.

In questo modo tutti i mezzi necessari possono essere allertati. I rimborsi poi vengono scaricati sui contribuenti. Nel caso specifico della ambulanza, ad esempio, l'uscita è pagata dalla convenzione tra 118 e Regione Lombardia.

PER LA PREFETTURA È "TUTTO A POSTO" - Il numero dei viaggi, in ogni caso, potrebbe essere maggiore. Alla Aviosuperficie Kong, piccola striscia d'asfalto privata tra le montagne e il margine di una palude, infatti, ammettono senza problemi di non sapere sempre il nome dei passeggeri degli elicotteri che chiedono di usare la pista. "A mia memoria saranno tre o quattro viaggi in un anno - spiega Nadia Ferrari - ma a volte è direttamente il pilota a contattarci".

Del resto, dice ancora la dirigente della Kong, ad utilizzare la pista, normalmente destinata agli ultraleggeri, sono in tanti e quasi sempre noti. Dagli elicotteri della Ferrari ai vociferati viaggi dell'ex ministro Roberto Castelli, che abita più o meno cinque chilometri a Est ed è oggetto delle discussioni locali al pari della vicina Brambilla.

Ma chi paga per tutto questo e su quali basi? Dalla prefettura di Lecco non confermano e non smentiscono "nel merito". Ma precisano che è "tutto a posto". Per il gabinetto del prefetto, infatti, gli spostamenti del ministro sono approvati direttamente dall'ufficio voli della presidenza del Consiglio. Cioè pagati da noi.

La stessa spiegazione arriva dal nucleo elicotteri dei carabinieri di Orio al Serio, il più vicino (27km) dall'aviosuperficie di Levata. Il colonnello Margini, che comanda il nucleo, conferma che se di voli si tratta - e l'ufficiale non conferma - questi devono essere autorizzati da Roma. Quanto allo spiegamento di mezzi di soccorso, è "buona norma. Siamo più tranquilli se ci sono".

Anche se da Roma non arrivano risposte - l'ufficio voli di Stato "non è aperto al pubblico, non possiamo rispondere a questo tipo di domande" - non è difficile credere che tutto sia effettivamente in regola.

E allora guardiamola la regola. Perché quale che sia la versione ufficiale, è difficile comprendere su quali motivazioni il ministro possa volare sugli elicotteri dei Carabinieri a spese dei cittadini. La normativa sui voli di Stato, varata pochi mesi dopo l'insediamento dell'esecutivo di Berlusconi, prevede infatti due soli ragioni, che devono intervenire contestualmente, per concedere il privilegio ai ministri della Repubblica.

LE FUNZIONI ISTITUZIONALI - Si legge infatti nella direttiva del 25 luglio 2008 che per autorizzare il volo devono sussistere "comprovate ed inderogabili esigenze di trasferimento connesse all'efficace esercizio delle funzioni istituzionali". E soprattutto che devono non essere "disponibili voli di linea né altre modalità di trasporto compatibili con l'efficace svolgimento di dette funzioni".

È questo il caso? Il nove dicembre scorso, ad esempio, il ministro è a Piazzola sul Brenta, provincia di Padova. Navigatore alla mano, per un comune automobilista sono due ore e 20 di tragitto. Molto meno con un lampeggiante sul tetto dell'auto. Abbastanza per giustificare il volo di un elicottero?

Per non dire dell'incontro a Rimini del 13 marzo. Valgono un elicottero di Stato l'incontro con il proprio comitato elettorale e la partecipazione ad un incontro pubblico?

Del resto, che il ministro si senta importante - una "capopopolo", disse di se stessa a Vanity Fair - a Calolziocorte è oggetto di qualche seccatura e molta ironia. In tanti ricordano parcheggi improvvisati dell'auto blu, fughe dal parrucchiere con salto della fila, multe che appaiono e scompaiono.

Fino al punto di creare una divertente aneddotica sul gran premio di Monza, che già costò caro a Rutelli e Mastella, rei di esserci arrivati con un volo di Stato nel 2007. Due anni dopo la premiazione è toccata al ministro Brambilla e qualcuno dice che per la fregola dell'elicottero il ministro sia arrivato a destinazione venti minuti prima della sua stessa auto. E che per una volta abbia dovuto aspettare. 09-11-2010]

 

 

VEDI LA MONNEZZA DI NAPOLI E POI MUORI - MENTRE LA BELLA STEFY LITIGA CON TREMONTI SUI SOLDI, IL TAR LE ASSESTA UN COLPO DA KO - I GIUDICI SI ACCORGONO CHE LA PRESTIGIACOMO, PER FARE UN FAVORE ALLE LOBBY DEL RICICLO, HA LICENZIATO DI NASCOSTO TUTTI I VERTICI DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE SUI RIFIUTI - RISULTATO: DA OLTRE UN ANNO LA VIGILANZA SU TUTTA LA MONNEZZA ITALIANA È SENZA PERSONALE - CHE FINE HANNO FATTO I SOLDI DEI PRIVATI PER FINANZIARE L’ENTE?…

Sandro Iacometti per Libero

 

L'Osservatorio nazionale sui rifiuti torna in campo. La notizia può sembrare bizzarra, visto che l'organismo interministeriale non è mai stato sciolto. Tuttora, nella sezione "comitati e commissioni" del sito del ministero dell'Ambiente, si può leggere che l'Onr "vigila sulla gestione dei rifiuti, degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio; provvede all'elaborazione e all'aggiornamento permanente di criteri e specifici obiettivi d'azione, nonché di un quadro di riferimento sulla prevenzione e gestione dei rifiuti; verifica i costi di recupero e smaltimento; verifica i livelli di qualità dei servizi erogati; predispone un rapporto annuale sulla gestione dei rifiuti, ecc. ecc.".

 

Compiti mica da ridere, soprattutto mentre Napoli è sommersa dalla "monnezza" e l'Europa è pronta ad aprire una procedura d'infrazione contro l'Italia proprio sui rifiuti. Ebbene, cos'ha fatto negli ultimi mesi l'Osservatorio? Nulla. Più di un anno fa, per la precisione da ottobre 2009, il decreto di riorganizzazione del ministero dell'Ambiente ha stabilito l'immediata decadenza dei suoi membri per esigenze di riduzione della spesa pubblica e di riassetto dell'organismo stesso. Il problema è che i sostituti non sono mai arrivati. E l'Onr è praticamente chiuso da 13 mesi.

Difficile dire quanto sarebbe andata avanti la situazione. Sta di fatto che il 18 ottobre scorso, con una clamorosa sentenza resa nota solo in questi giorni, il Tar del Lazio ha deciso di annullare il provvedimento del ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e di reintegrare "senza indugio"i funzionari dell'Onr. Diversi i motivi che hanno spinto i giudici a censurare il governo.

 

In primo luogo, l'Osservatorio è finanziato dai soggetti (privati) vigilati e quindi non può rientrare in alcun progetto di riduzione della spesa pubblica. In secondo luogo, l'organismo non ha subito alcun riassetto tale da giustificare la decadenza automatica dei suoi membri.

Ma il punto più grave è quello che, ipotizzando con un po' di generosità la buona fede del ministero, si può definire un pasticcio burocratico. In sintesi, il testo del provvedimento sottoposto all'esame del Parlamento e del Consiglio di Stato non coincide con quello pubblicato in Gazzetta. La parte mancante, inutile dirlo, è proprio quella relativa all'azzeramento dell'Onr.

 

La notizia della decisione del Tar è stata rivelata ieri dallo stesso vicepresidente dell'Onr, Fabrizio Clementi, durante un convegno alla Fiera Ecomondo di Rimini organizzato dal Consorzio Carpi per illustrare un progetto innovativo (Plastic Eco Village) di tracciabilità e certificazione della filiera italiana della plastica. Clementi si è limitato ad annunciare una conferenza stampa per lunedì prossimo in cui si spiegheranno tutti i particolari della vicenda. Ma sono in molti a ritenere che il "congelamento" dell'Onr sia legato in qualche modo proprio al Consorzio Carpi.

Il gruppo di imprenditori trevigiani, in collaborazione con la società Aliplast, gestisce, infatti, da circa un anno un sistema autonomo di raccolta e riciclo di rifiuti plastici (il Pari). Un'attività che sta dando ottimi risultati sia per le imprese aderenti sia per i consumatori sia per l'ambiente, ma che poco piace ai consorzi nazionali obbligatori aderenti al Conai, che controllano di fatto un sistema monopolistico, imponendo ai produttori di materiali da imballaggio onerosi balzelli che vengono poi scaricati sull'utente finale.

 

Cosa c'entra l'Onr? E' stato proprio l'Osservatorio, applicando le direttive comunitarie e le leggi italiane e rispondendo ai numerosi allarmi dell'Antitrust sui rischi per il settore dovuti alla mancanza di concorrenza e alla natura monopolistica dei consorzi nazionali, a riconoscere e autorizzare il sistema autonomo Pari. Da allora l'organismo non ha avutovita facile. Ai ricorsi al Tar (ancora pendenti) presentati dai consorzi Conai e Corepla si è affiancata un'attività lobbistica che alla fine, dopo vari tentativi, ha azzoppato l'Onr. 08-11-2010]

 

 

ERICA JONG E LA FOLLIA DELLE MADRI: PERCHÉ LA MATERNITÀ È DIVENTATA UNA PRIGIONE PER LE DONNE MODERNE
http://on.wsj.com/96rSXL

 

SI AVVICINA IL RINVIO A GIUDIZIO PER I SOSPETTATI ASSASSINI DI HARIRI, EX PRIMO MINISTRO LIBANESE
http://on.wsj.com/9t5vhQ

- La Commissione dell'ONU che si sta occupando delle indagini sull'omicidio Hariri sarebbe pronta a rinviare a giudizio tra i 2 e i 6 membri del gruppo militante di Hezbollah. Questo potrebbe riaccendere gli scontri tra le fazioni libanesi.

LE ELEZIONI BIRMANE CRITICATE DA TUTTI: NON SAREBBERO NÉ LIBERE NÉ GIUSTE
http://on.wsj.com/cl0Kgi

- È cominciato lo spoglio delle schede delle prime elezioni a Myanmar in 20 anni. Il presidente Obama ha dichiarato che le elezioni non si sono svolte in modo "né libero né giusto", e ha esortato la giunta militare a liberare Aung San Suu Kyi, il premio Nobel leader dell'opposizione, e gli altri 2.100 prigionieri politici.

 

 

 

16.11.10

 

LA CASTA DI ALE-DANNO! - LE MANI DELLA DESTRA ALEMANNIANA SUI CLUB SPORTIVI DI ROMA. IL FILO ROSSO CHE CONGIUNGE IL CAPO SEGRETERIA DEL SINDACO, ANTONIO LUCARELLI, CON L’EX FASCIO GENNARO MOKBEL (IL FACCENDIERE DI TELECOM-SPARKLE-FINMECCANICA) - I RAPPORTI TRA LA FAMIGLIA LUCARELLI, L’INGEGNER MORO, GIANCARLO SCAROZZA (COGNATO DI MOKBEL) E SILVIO FANELLA, IL CASSIERE DI MOKBEL - NEGLI ANNI ’90 LUCARELLI ERA DENTRO L’AFFARE DEI “PUNTI VERDI QUALITÀ” CON LA SOCIETÀ MONDO VERDE SAS, OGGI SE NE OCCUPA COME DELEGATO DI ALEMANNO…

 

Corrado Zunino per "La Repubblica - Roma"

1 - LE MANI DELLA DESTRA SUI CLUB SPORTIVI ROMANI: IL FILO ROSSO CHE LEGA IL CAPO SEGRETERIA DI ALEMANNO A MOKBEL

L'ultimo affare della destra romana si chiama "Punti verdi qualità". Sono gli spazi ludico-sportivi con le piscine per i ragazzini e i chioschetti per il caffè che da 17 anni cinque amministrazioni della città tentano di portare nelle profonde periferie. Oggi di questo esperimento pubblico-privato solo undici progetti (su 67 varati) sono stati portati a compimento. Trentanove cantieri restano aperti. I piccoli imprenditori radunati nell'"associazione assegnatari" denunciano di aver finito le risorse.

 

Ma, tra coloro che hanno rifiutato di consorziarsi e gestiscono i 32 terreni restanti, si scoprono dodici Punti verdi che - sostiene una denuncia presentata in Procura il 14 ottobre dal consigliere regionale del Pd, Enzo Foschi - sono riconducibili a parenti e amici d'area politica di Antonio Lucarelli, capo segreteria della Giunta Alemanno, nelle ultime due riunioni delegato dal sindaco a gestire questa complicata questione amministrativa. "Chiediamo alla Procura di valutare se ci sono gli estremi di eventuali reati nella condotta delle persone indicate nella documentazione allegata", scrive il denunciante Foschi.

 

Nel 1995 Lucarelli, imprenditore e consigliere nel V Municipio, fonda con i cugini Emiliano e Giampaolo la Mondo Verde sas e nel dicembre 1996 - quando la Giunta Rutelli approverà la delibera 4480 sui Punti verdi - la società di famiglia otterrà due terreni: la Torraccia (in via Bonifacio) e il Nomentano-San Basilio (via Casal di San Basilio). Alla fine degli anni Novanta, con i progetti avviati, Antonio Lucarelli lascia la Mondo Verde.

I cugini si sfilano tra il '99 e il 2000 e amministratore della società diventa Silvio Fanella, l'uomo che l'inchiesta Telecom-Sparkle considera il cassiere di Gennaro Mokbel, destrissimo imprenditore romano in carcere per riciclaggio. Nella primavera del 2006 la Mondo verde, capace di acquisire altre due aree (Ponte di Nona e il Parco di Villa Veschi), diventa proprietà dell'ingegner Fabrizio Moro. Ecco, Moro. È un amico della prima ora dell'attuale capo di gabinetto.

 

L'ipotesi dell'esposto - da verificare - è che tutt'oggi dietro l'ingegner Moro e i suoi terreni assegnati dal Comune ci sia il capo di gabinetto del sindaco Alemanno. Alcuni indizi supporterebbero l'ipotesi. La Mondo Verde, per esempio, per due volte ha cambiato sede legale. In un primo tempo è stata spostata in via di Nomentana 1100, dove è allocata un'altra storica società di famiglia: la "Lucky Service" del cugino Giampaolo. Quindi è approdata in via Ezio 19, a Prati: lì ha sede la "Green Gest" di cui è stato amministratore fino al 2008 proprio Antonio Lucarelli. Come certificano i verbali delle riunioni alla commissione Ambiente, il capo di gabinetto ha partecipato in nome del sindaco alle audizioni su Punti verdi qualità e ha offerto indicazioni sui nuovi progetti, ne ha frenato altri, in alcuni casi scontrandosi con l'assessore all'Ambiente Fabio De Lillo.

Il giro è largo, nell'affare della destra. In tre aree gestite oggi dall'amico Moro - Torraccia, Nomentano-San Basilio e Ponte di Nona - il direttore dei lavori è stato Giancarlo Scarozza. Bene, lo stesso Scarozza, uomo considerato vicino sia al capo di gabinetto che all'ingegner Moro, con due società diverse ha ottenuto anche l'assegnazione dei Punti verdi di Castel Giubileo e Forte Ardeatino. L'architetto Scarozza è, tra l'altro, il marito della sorella di Mokbel.

Nella grande inchiesta del pm Capaldo si può rintracciare una telefonata tra Mokbel e lo stesso Scarozza sui Punti verdi romani. L'imprenditore vuole aiutare il boss di Ostia, Carmine Fasciani, e chiede: "Ma è possibile acciuffà quello sulla Colombo?". Il cognato risponde: "No, quello è di Salabè, un operatore dei servizi segreti".

 

Dicevamo la sorella di Mokbel, Lucia. Lei, con Gianfranco Ziccaro, oggi gestisce l'area di Parco Feronia, via dei Monti Tiburtini. E seguendo l'esposto si trovano altri imprenditori d'area: Massimo Dolce e Patrizia Allegri. Hanno ottenuto vantaggi grazie alle cosiddette "aree dislocate", spostate dopo una prima scelta: Torrevecchia 2, Parco Casa Calda, Parco di Spinaceto, gli Emicicli di Valadier di via Principessa Clotilde e viale Portuense. Dai terreni ex M2 dell'Alitalia è stata allontanata la Fonopoli di Renato Zero: si doveva recuperare lì, a tutti i costi, un prezioso "Punto verde".

2 - LUCARELLI: "SE CONOSCO SCAROZZA, IL COGNATO DI MOKBEL? NON LO RICORDO"

"Non c'entro più con quelle società, con la Mondo Verde, con l'ingegner Fabrizio Moro. Sono uscito alla fine degli anni Novanta".

Dal 1999, capo di segreteria Antonio Lucarelli, lei non si occupa più dei Punti verdi qualità?
"No, il recupero degli spazi dismessi e la gestione delle aree verdi sono una mia antica passione, una professionalità acquisita. E, infatti, nel 2005 sono stato chiamato come consulente per gestire alcune strutture".

Chi le chiese la consulenza?
"L'ingegner Fabrizio Moro".

Quindi, l'amministratore della Mondo verde che lei ha fondato.
"La Mondo verde che ho fondato con i miei cugini carnali e poi ho lasciato".

Oggi è in mano a un suo amico.
"Conosco l'ingegner Fabrizio Moro da tempo, per motivi professionali, ma oggi tra noi non c'è alcun rapporto. Nella primavera 2008, entrato nella Giunta Alemanno, ho abbandonato ogni attività imprenditoriale. Ho lasciato anche la Green Gest, che si occupava della cura dei Punti verdi".

Moro è stato con lei nella prima Forza nuova romana?
"No, non c'era".

C'è una denuncia che ipotizza che ci sia lei dietro quattro terreni assegnati dal Comune alla Mondo Verde e che per altri otto abbia aiutato imprenditori della sua area politica.
"Un falso. I terreni alla Mondo Verde sono stati assegnati dalle precedenti amministrazioni. Del resto, non so di che si parli".

Oggi, però, è stato delegato dal sindaco sulla questione.
"In virtù delle mie conoscenze, nelle ultime due riunioni, sono stato convocato dal presidente della commissione Ambiente, Andrea De Priamo. Ma non interverrò più: non ho competenza amministrativa, rischio di trovarmi in difficoltà".

Conosce Silvio Fanella? E' stato l'amministratore della Mondo Verde subito dopo i Lucarelli. È considerato il cassiere di Mokbel.
"Non ho idea di chi sia".

E l'ingegner Scarozza cognato di Mokbel? È stato direttore dei lavori in tre terreni assegnati alla Mondo Verde.
"Non lo ricordo".

Perché tra il 22 e il 23 luglio scorsi sei diverse aree sono state assegnate da Paolo Giuntarelli, dirigente del X Dipartimento?
"Un errore, queste assegnazioni devono passare dal Consiglio comunale".

L'associazione assegnatari denuncia un giro di imprenditori che lavora per far fallire i loro progetti e comprare le aree a prezzi stracciati.
"Non ho mai avuto questa percezione".

 02-11-2010]

 

 

CASINI PER CESA, INDAGATO PER FRODE - LA PROCURA DI ROMA SEQUESTRA UN MILIONE € IN BENI DEGLI AZIONISTI DELLA DIGITALTECO, DI CUI IL SEGRETARIO DELL’UDC È SOCIO FONDATORE - LA FABBRICA AVREBBE DOVUTO PRODURRE CD IN CALABRIA MA, INTASCATI I CONTRIBUTI EUROPEI, È STATA VENDUTA DA CESA E SOCI, ANCHE LORO INDAGATI (TRA QUESTI, SCHETTINI, SEGRETARIO DI FRATTINI, E L’EX AN PAPELLO), CON ANCORA I MACCHINARI IMBALLATI - TUTTO NASCE DALL’INCHIESTA POSEIDON DI DE MAGISTRIS, MA CESA ASSICURA: “STORIA VECCHIA, ATTO DOVUTO”… Adelaide Pierucci per "Lettera43"

 

Il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, è indagato a Roma per frode comunitaria. La notizia è trapelata dal palazzo di giustizia dopo che il gip Rosalba Liso, su richiesta del pm Maria Cristina Palaia, ha disposto nei giorni scorsi il sequestro di beni (immobili e non) per oltre 1 milione di euro ricollegabili agli azionisti della Digitaleco Optical Disc srl, l'azienda con sede legale a Roma di cui Cesa è socio fondatore.

La società ha ottenuto circa 1,5 milioni di euro di finanziamento dall'Unione europea per fabbricare compact disc in Calabria, sulla Sila.

Ad eseguire l'ordine del giudice per le indagini preliminari di Roma sono stati i carabinieri di Catanzaro. Qui è iniziata l'inchiesta, scaturita da un filone dell'indagine Poseidone di Luigi De Magistris (ex magistrato e ora europarlamentare per l'Idv), poi arrivata nella capitale per competenza territoriale.

L'azienda (che ha cambiato varie denominazioni) ha incassato fondi, ma da tempo è dismessa dopo aver avviato le procedure per gli ammortizzatori sociali per i propri dipendenti.

LO STABILIMENTO COLLAUDATO PRIMA DI ESSERE TERMINATO
La sede legale di via Tivoli, a Roma, è chiusa. Come anche lo stabilimento di Piano Lago a Mangone, località di un migliaio di abitanti in provincia di Cosenza. Al telefono non risponde nessuno. In paese definiscono l'azienda «una fabbrichetta che ha lavorato solo qualche anno».

Gli ultimi 12 operai hanno ottenuto la cassa integrazione in deroga per il 2009 con un costo di 152 mila euro in parte finanziati dalla Regione Calabria.
Tra il 2001 e il 2006 l'Unione europea ha riversato sulla Calabria 1 miliardo e 100 milioni di euro a cui vanno aggiunti 4 miliardi di incentivi alle imprese stanziati dal governo e dalla Regione.

Alcuni casi macroscopici di aziende aperte e chiuse nel giro di pochi mesi hanno messo in moto le procure che per alcuni episodi hanno ipotizzato i reati di concussione, corruzione e truffa.

De Magistris, quando era pm a Catanzaro, aveva puntato gli occhi sulla Digitaleco. Tra gli azionisti della prima ora, alla fine degli anni Novanta, c'erano quattro persone legate alla politica: l'attuale segretario dell'Udc Lorenzo Cesa; il capo della segreteria di Franco Frattini, Fabio Schettini; l'ex responsabile dell'emergenza rifiuti in Calabria in quota An, Giovan Battista Papello (considerato factotum di Altiero Matteoli); e Silvio Grandinetti, subito uscito dall'affare, in quota Pd, figlio di Giulio Grandinetti, segretario del consigliere regionale Nicola Adamo (gruppo misto).

 

De Magistris è convinto che la Digitaleco sia coinvolta in giri poco chiari, anche perché - per esempio - lo stabilimento avrebbe superato il collaudo quando era ancora in costruzione. L'iscrizione di Cesa nel registro degli indagati risale al marzo 2006: l'inchiesta dell'ex magistrato però, era più ampia e vi sono coinvolte decine di nomi tra cui militari, parlamentari, industriali. Sono i cento filoni dell'indagine Poseidone.

Quando Schettini, Papello e Cesa vendettero la Digitaleco, chi la rilevò rimase sorpreso: la fabbrica era ancora in fase di costruzione, mancava addirittura una parte del tetto, eppure aveva già il collaudo.

I macchinari, pagati con i soldi dell'Unione europea, invece erano imballati in un angolo. Per questo il segretario dell'Udc è stato indagato anche dall'Olaf, l'Ufficio antifrode europeo che si è occupato di lui anche in qualità di ex europarlamentare e membro della commissione di controllo sul Bilancio, proprio quella che aveva competenza sulle truffe alla Ue e di cui, dal 2009, è presidente proprio De Magistris.

SEI INDAGATI CON IL SEQUESTRO DI BENI PER 1 MILIONE
Dopo le traversie dell'inchiesta Poseidone, la scelta del magistrato di lasciare la toga, i rimbalzi di competenza (il gip del Tribunale di Catanzaro, dopo che il pm Salvatore Curcio al quale era passata l'iniziativa aveva presentato una richiesta di sequestro beni per 2,5 milioni di euro) e le procedure giudiziarie, l'inchiesta sulla Digitaleco Optical Disc srl è sbarcata a Roma.

Nella capitale, insieme con il segretario dell'Udc sono state iscritte nel registro degli indagati altre cinque persone.

Gli indagati sono sei: oltre a Cesa ci sono Fabio Schettini, già segretario del ministro degli Esteri Franco Frattini quand'era vicepresidente della Commissione europea; Giovan Battista Papello, ex subcommissario per l'emergenza rifiuti in Calabria e sua moglie Maria Assunta Lanzetta; Stefano Bencivenga e Augusto Pelliccia.

 

Qualcuno è coivolto per le cariche societarie ricoperte quancun altro in qualità di azionista di Scarabeo Dvd Srl, Optical Disc srl e quindi di Digitaleco Optical Disc srl. Tutti sono accusati, in concorso, dell'articolo 640 bis del codice penale, ossia di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.

L'estate scorsa, mentre si avviava alla chiusura delle indagini, il pm Palaia ha chiesto il sequestro di beni per 1 milione di euro riconducibili agli uomini coinvolti nella gestione dell'azienda. Il gip Liso, nei giorni scorsi, lo ha accordato.

PARLA CESA: «È UN ATTO DOVUTO PER UNA STORIA VECCHIA»
«Rispetto della legalità e completa fiducia nella magistratura: questi sono i miei principi ispiratori a cui non intendo venire meno», ha commentato Cesa, interpellato da Lettera43.it. «Il provvedimento che mi è stato notificato oggi riguarda fatti di circa dieci anni fa, già chiariti in sede europea, archiviati da parte dell'Olaf (Ufficio europeo per la lotta anti-frode) e chiariti anche ai magistrati italiani successivamente all'emissione, perché la contestazione mi viene mossa solo in quanto azionista con il 2% della società in questione. Ritengo pertanto che si tratti semplicemente di un atto dovuto».

 

Originario di Arcinazzo Romano, un paesino dell'alta Valle dell'Aniene in provincia di Roma, il 59enne Lorenza Cesa ha mosso i primi passi nei movimenti giovanili della Democrazia cristiana dove ha stretto il legame con Pierferdinando Casini.
Nel 1993, quando era consigliere comunale a Roma, l'esponente politico è stato arrestato dopo due giorni di latitanza perché accusato di essere uno dei cassieri del ministro dei Lavori pubblici Gianni Prandini.

Nel 2001 è arrivata una condanna in primo grado a 3 anni e 3 mesi di reclusione per corruzione aggravata. Una sentenza annullata l'anno successivo dalla Corte d'Appello per una questione procedurale: il pm del processo aveva svolto anche le funzione di gup. Così il gip, dopo aver dichiarato gli atti "inutilizzabili", aveva stabilito il non luogo a procedere.
Nel frattempo, dal 1994 Cesa aveva aderito al Ccd di Casini e Clemente Mastella passando poi all'Udc.
Negli anni ha effettuato investimenti in imprese a Roma, come la Global Media, e in Calabria: nella Digitaleco.

 04-11-2010]

 

 

EX SEGRETARIO GENERALE FIFA RIPRESO DA UNA TELECAMERA MENTRE AFFERMA DI SAPERE CHI SONO I MEMBRI CORRUTTIBILI
http://bit.ly/9tWAb9

- Michel Zen-Ruffinen ha affermato di sapere quali membri possono essere corrotti per ottenere un voto sulla sede dei mondiali 2018 e 2022. Ha parlato della Spagna che ha fatto un accordo segreto con il Qatar, di un membro del comitato che è "il più grande gangster sulla Terra, il cui voto costa almeno mezzo milione di dollari".

30.10.10

 

DITE A "LA STAMPA" E A "L'ESPRESSO", CHE HANNO SEMPRE LEGNATO LA GELMINI, CHE QUANDO INTERVISTANO L'EX BOSS MCKINSEY ROGER ABRAVANEL STANNO INTERVISTANDO ANCHE IL SUPERCONSIGLIERE DELLA MINISTRA DELL'ISTRUZIONE
La Roma che conta si prepara all'appuntamento di martedì nella sala della Regina a Montecitorio dove sarà presentato il libro "Regole" scritto dal padre di tutti i McKinsey, Roger Abravanel, e Luca D'Agnese.

 

L'appuntamento è per le 18 e il parterre si presenta sontuoso perché oltre alla Marcegaglia e ai pallidi Vittorio Grilli e Enrico Letta, arriveranno anche Gianfranco Fini e la ministra dell'Istruzione Maria Stella Gelmini. Si stenta francamente a capire la ragione per cui tutti questi personaggi debbano mobilitarsi per omaggiare il manager di origine libica che a 21 anni era già ingegnere e per 35 anni ha guidato la società di consulenza McKinsey.
Il libro è già stato presentato alla Bocconi da Corradino Passera, Francesco Micheli e Flebuccio De Bortoli, ma la replica romana avrà un'eco almeno pari alle ambizioni dell'autore.

 

Abravanel sostiene da tempo che bisogna innescare nell'economia un circolo virtuoso delle regole, e che il merito sia un valore da difendere non solo per ragioni etiche. Queste idee le ha maturate negli anni coltivando una batteria di manager che vanno da Colao, Scaroni, Passera, Nicastro, Mario Greco, Capuano e i due "incidentati" Alessandro Profumo e Silvio Scaglia. Per capire la ragione della kermesse di martedì nella sala della Regina di Montecitorio bisogna tener conto che il superconsulente è diventato superconsigliere della ministra dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini.

 

Le sue prestazioni sono a titolo gratuito, ma la difesa dei progetti della signora che sta facendo incazzare gli studenti e i professori è appassionata. Non a caso in un'intervista della settimana scorsa al quotidiano "La Stampa" il papà di tutti i McKinsey ha sparato contro il mondo accademico accusando le lobby dei professori e dei rettori di rovinare i piani da lui suggeriti alla povera Gelmini.

23.10.10

 

CORALLO GETTATO IN PADELLA(RO) - I LEGALI INGLESI DELLA “PERSONA CHIAVE” DELLE SLOT MACHINES, SOTTO INCHIESTA DELLA CORTE DEI CONTI (PER 98 MILIARDI DI EURO) INTIMANO AL “FATTO QUOTIDIANO” DI SMETTERLA DI PARLARE DI FRANCESCO CORALLO E “GIOCOLEGALE” - PECCATO CHE NON DICANO IN COSA IL GIORNALE STIA SBAGLIANDO, LIMITANDOSI A CHIEDERE RISARCIMENTI, FIRME E GIURAMENTI CON SU SCRITTO “PROMETTO CHE NON LO FACCIO PIÙ” - “FORSE I MAGISTRATI POSSONO PORSI LA DOMANDA SE SIA LECITO CHE UN CONCESSIONARIO DI SERVIZI PUBBLICI INVII LETTERE SIMILI

Antonio Padellaro per "il Fatto Quotidiano"

 

Il 6, 8 e 9 ottobre abbiamo pubblicato tre servizi concernenti gli affari che girano intorno alle slot machine e tutte e tre le volte la società BPLUS GIOCOLEGALE ci ha inviato lettere nelle quali, lamentando una diffamazione nei confronti "del signor Francesco Corallo" definito dai suoi legali, "la persona chiave dell'organizzazione della Bplus, maggiore concessionario operante nel settore delle new slot", ci comunicava l'"avvio di denunzia penale e richiesta di risarcimento danni".

In nessuna delle tre lettere veniva specificato quale falsità vi fosse nei tre servizi e pur volendo dare notizia di questa manifestata intenzione, non siamo stati in grado di dar conto in cosa avremmo sbagliato o quale notizia fosse non rispondente al vero, oppure quale non avesse un interesse per la pubblica opinione e, infine, se si fosse travalicato in qualche modo il limite della correttezza formale nell'esporre le tematiche affrontate.

 

Il 15 ottobre, una lettera di uno studio legale di Londra (ovviamente scritta in lingua inglese) speditaci via fax, riprendeva il discorso della diffamatorietà e, dopo aver riassunto brevemente l'indicazione dei tre servizi pubblicati, aggiungeva: "Il nostro cliente nutre il grande timore che vi stiate accingendo a pubblicare gli stessi articoli o articoli simili contenenti materiale diffamatorio identico o analogo. Qualsivoglia ulteriore pubblicazione dello stesso materiale e/o di materiale analogo riguardante il nostro cliente costituirebbe, ai sensi della legge inglese, un ulteriore caso di diffamazione a mezzo stampa consentendo di avanzare un'altra richiesta di risarcimento per i danni subiti".

 

Anche questo studio legale non faceva minimamente menzione di fatti, circostanze, situazioni che potessero in qualche maniera essere considerate diffamanti o, comunque, illecite.

La parte più bizzarra (non sapremmo definirla diversamente) riguarda la conclusione di questa lettera: "Sia la precedente pubblicazione che qualsivoglia eventuale e futura pubblicazione di tali articoli contenente materiale diffamatorio sono inaccettabili per il nostro cliente e, stando così le cose, è necessario che voi vi impegniate, sottoscrivendo l'allegato modulo che deve esserci restituito entro le 16 del 18 ottobre 2010, a non riferire, pubblicare o mettere in circolazione alcun precedente o nuovo articolo contenente lo stesso materiale e/o materiale analogo a quello già pubblicato in relazione al nostro cliente".

L'"allegato modulo", poi, è qualcosa di difficile qualificazione. "Il legale rappresentate del Fatto Quotidiano" dovrebbe sottoscrivere una Dichiarazione di Impegno con la quale, premesso che la pubblicazione dei tre servizi in questione è diffamatoria della BPLUS GIOCOLEGALE e/o dei suoi dirigenti, direttori e/o dipendenti o qualsivoglia altra persona, per evitare un'azione legale per il risarcimento dei danni conseguenti alla pubblicazione dei servizi giornalistici in questione, si impegna:

a) a non pubblicare né ora né in futuro materiale dello stesso e/o analogo contenuto...;

 

b) a consegnare entro e non oltre il 23 ottobre tutte le copie degli articoli diffamatori e tutti i documenti in nostro possesso custodia o controllo relativi al contenuto dello stesso articolo;

c) a ritirare entro il 23 ottobre tutte le copie degli articoli che abbiamo distribuito;

d) a far avere entro il 23 ottobre una dichiarazione giurata sottoscritta da un rappresentante legalmente autorizzato che attesti l'adempimento delle richieste relative ai punti che precedono;

e) a corrispondere in misura ragionevole le spese legali sostenute.

Neppure questa lettera del legale inglese conteneva un pur minimo cenno a "fatti" falsi e/o diffamatori, né specificava cosa non avremmo dovuto più pubblicare. Il che equivale a dire "Guai a voi se vi permettete di rifare il nome di Francesco Corallo o quello della BPLUS GIOCOLEGALE".

 

Abbiamo difficoltà a fare, nel nostro paese, libera informazione e c'è chi vuole approvare leggi che la rendano ancora più difficile. Se ci si mettono anche avvocati inglesi che nemmeno vogliono dirci in cosa avremmo sbagliato, siamo - come suol dirsi - alla frutta. I giornali, però, vengono letti anche da alcuni Procuratori della Repubblica e dall'Aams, l'ente statale che ha il compito di controllare il gioco e del quale la Bplus è concessionario.

Forse i dirigenti dell'Aams e i magistrati possono porsi la domanda se sia lecito inviare lettere del tipo di quelle da noi ricevute da parte di un concessionario dello Stato italiano per la riscossione dei tributi erariali. Se qualcuno di loro volesse leggerle nella loro interezza, siamo pronti a farglielo fare.21-10-2010]

 

 

COSE DA MATTI, ANZI DA MATTEOLI! - AL SALONE NAUTICO DI GENOVA IL MINISTRO DEI TRASPORTI BACCHETTA I CONTROLLI DELLA FINANZA AI PROPRIETARI DI IMBARCAZIONI - CHE COINCIDENZA, POCHI GIORNI PRIMA ERA TOCCATO AI SUOI FIGLI - “NESSUNA RELAZIONE, INVITAVO AL BUON SENSO”, SOSTIENE L’ALTERO ALTERATO: “CHE DEVE FARE UN MINISTRO PER VIVERE IN PACE? NON FARE FIGLI?” - LA CURIOSA ASSUNZIONE ALL’ALITALIA DEL GIOVANE FEDERICO MATTEOLI…

Ferruccio Sansa per "Il Fatto Quotidiano"

 

La Guardia di Finanza svolge un lavoro senza precedenti per combattere maxi-yacht che evadono le tasse: è di ieri il clamoroso sequestro del Blue Eyes, il 60 metri degli industriali Tabacchi, proprietari della Salmoiraghi&Viganò. Intanto, però, il ministro dei Trasporti interviene al Salone Nautico di Genova e invece di sostenere i finanzieri li redarguisce. Basterebbe questo per sollevare un caso.

Ma oggi ecco l'ultimo capitolo: si scopre che pochi giorni prima di quel discorso proprio la Finanza aveva controllato lo yacht dei figli del ministro. E qualche maligno mette in relazione i due episodi: il sorprendente intervento di Altero Matteoli e i controlli compiuti sulla barca di Federico e Federica Matteoli.

Il ministro Altero Matteoli, sentito dal Fatto Quotidiano, sbotta: "Cazzate". Cuore di babbo, verrebbe da dire, ma se il papà è ministro, il caso merita di essere approfondito. Partiamo da Genova. Siamo all'inaugurazione del Salone Nautico. Arriva il ministro dei Trasporti. Il clima è quello delle grandi occasioni, ma con qualche polemica: quest'anno Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate hanno dichiarato guerra all'evasione fiscale nel settore della nautica.

 

Centinaia di vip sono proprietari di yacht con bandiere delle Cayman, magari intestati a società di noleggio fasulle. Già, mentre il governo tira la cinghia e taglia spese e stipendi, c'è chi evade un miliardo di euro l'anno. Indagini che fanno tremare il bel mondo, dopo il sequestro del Force Blue di Briatore e, proprio ieri, del Blue Eyes dei Tabacchi, fermato dalle Fiamme Gialle genovesi nel porto di La Spezia. Un gioiello anche per la galleria di quadri (Picasso compresi) che porta a bordo. Addirittura lo yacht sequestrato era stato esposto con orgoglio al Salone nautico, sotto gli occhi di centinaia di migliaia di persone.

Una guerra sotterranea, con i vip e i cantieri che protestano per i controlli. Mentre la Finanza e l'Agenzia delle Entrate cercano di fare il loro dovere, nonostante pressioni fortissime perché si molli la presa. Così ecco che le orecchie sono attente alle parole di Matteoli: "La Guardia di Finanza svolge il suo lavoro, ma se lo fa con un minimo di buonsenso è meglio perché in alcuni casi questo non c'è stato", esordisce il ministro.

E lungo la schiena dei finanzieri, che si aspettavano parole di incoraggiamento, scende un brivido di gelo. Non basta, Matteoli è un tipo sanguigno: "In alcuni porti si sono spaventati anche coloro che venivano da fuori Italia. Non tutta la Finanza, però, si è mossa nel modo che è stato denunciato. Un richiamo al buon senso mi sento di doverlo fare". Applausi scroscianti dai padroni degli yacht. Imbarazzo dei finanzieri.

 

Ma quelle parole non sono passate inosservate e sui moli della Toscana si è diffusa una voce: "Non sarà che il ministro ha attaccato i finanzieri perché poche settimane prima gli avevano controllato i figli?".

Matteoli parte in quarta: "I controlli sono sacrosanti, ma in alcuni casi i militari si sono comportati con poca civiltà, con un po' di arroganza". Si riferisce a episodi specifici? "Non parlo tanto delle verifiche ai maxi-yacht, ma di controlli su barche normali, magari ferme nei porti dove sono state compiute delle operazioni a tappeto".

Sembra esattamente la descrizione dei controlli subiti dai suoi figli in Toscana... "Basta, accidenti. Non ne posso più di queste cazzate. Ma che cosa deve fare un ministro per vivere in pace? Non deve avere figli?". Ammetterà che la coincidenza colpisce: il suo intervento al Salone è avvenuto pochi giorni dopo i controlli. E adesso lei descrive episodi uguali a quelli avvenuti ai suoi figli... "Federico e Federica hanno una barca normale di undici metri ormeggiata in Toscana. La Finanza è venuta in porto e ha controllato tutte le barche del molo, compresa la nostra. Ma si sono comportati in modo civile. Niente da dire". Matteoli aggiunge: "Quando ho parlato al Salone non sapevo ancora niente dei controlli ai miei figli".

Ma allora come l'ha saputo? E qui Matteoli rischia di pestare una buccia di banana: "Non me l'ha detto mio figlio. Mi ha avvertito un ufficiale della Finanza". Ma allora perché a Genova ha criticato i controlli? "Altre persone mi avevano raccontato di comportamenti un po' arroganti da parte di alcuni finanzieri".

 

Povero Matteoli, è la seconda volta che gli si chiedono chiarimenti sui figli. Era il 2002 quando l'Alitalia assunse Federico. E scoppiò un caso. Niente da dire sulle qualità del ragazzo, "è un giovane gentile, un'ottima persona e un pilota capace", dicono i colleghi. Ma quelli erano tempi duri: dopo l'11 settembre 2001, Alitalia aveva adottato la procedura prevista dalla legge 223 che disciplina la mobilità e il blocco delle assunzioni. Una misura drastica, tanto che, raccontano in Alitalia, "alcuni piloti che erano in lista d'attesa per l'assunzione furono messi sotto contratto come steward".

Con una sola eccezione: il 19 marzo 2002 nell'organico dell'azienda in crisi entra Federico Matteoli, classe 1973, pilota di Md 80. Ma come è potuto succedere? All'epoca dei fatti i colleghi di Matteoli jr la spiegarono così: "Federico e un suo collega erano dipendenti della compagnia Eurofly. Alitalia decise di ‘affittarli', cioè di assumerli a tempo determinato per fare fronte a necessità temporanee. Alla scadenza del contratto, come è previsto in questi casi, il collega ha ricevuto una lettera da Alitalia che non rinnovava il suo rapporto".

E Matteoli? "Per un disguido, a quanto pare, la lettera che rescindeva il rapporto è arrivata in ritardo. Così, come previsto dal contratto Alitalia, il pilota è stato considerato assunto a tempo indeterminato". Macché raccomandazione, quindi, solo un ritardo. [20-10-2010]

 

 

 

LA POLIZIA DIETRO L’ATTENTATO A FALCONE! - Gianmarco Piazza, il fratello del poliziotto che salvò la vita di Falcone: “Dopo l’Addaura Emanuele mi disse: in quell’attentato c’entra la polizia” - I poliziotti che trovarono l’esplosivo erano due e ’casualmente’ hanno fatto una brutta fine - Nino Agostino venne ucciso in un agguato insieme alla moglie Ida un mese e mezzo dopo il fallito attentato - Emanuele Piazza viene prelevato nove mesi dopo in casa e strangolato - Le indagini si orientano subito sulle piste “passionali

Attilio Bolzoni e Francesco Viviano per "la Repubblica"

 

Cosa le ha confidato Emanuele? «Mio fratello mi ha detto che ad organizzare il fallito attentato contro il giudice Falcone non era stata la mafia, ma era coinvolta la polizia. Ricordo ancora le sue parole: "C´entra la polizia"... «. E perché ha tenuto nascosto tutto questo per tanto tempo? «Perché avevo paura, perché quello che sapevo avrei dovuto riferirlo proprio alla polizia che indagava sul fallito attentato e sull´uccisione di mio fratello».

Nella sua bella casa di Palermo Gianmarco Piazza, avvocato civilista, quarantasei anni, uno dei quattro fratelli di Emanuele - l´agente dei servizi scomparso nel marzo del 1990 mentre cercava di scoprire cosa era accaduto all´Addaura - in quest´intervista con Repubblica svela per la prima volta un segreto su quei candelotti di dinamite piazzati nel giugno del 1989 davanti alla villa di Giovanni Falcone.

 

Emanuele sapeva molto anche sull´uccisione di Vincenzo Agostino, il poliziotto assassinato con sua moglie Ida neanche tre mesi dopo il fallito attentato. Sia Piazza che Agostino - secondo le ultime inchieste - sarebbero stati colpiti perché avevano salvato Falcone da chi lo voleva morto. L´avvocato Gianmarco Piazza, un paio di settimane fa, ha consegnato una memoria ai procuratori di Palermo sui misteri dell´Addaura. Nei prossimi giorni sarà interrogato anche dai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi.

Avvocato, Emanuele le disse proprio quelle parole: c´entra la polizia...

«Con Emanuele avevo un rapporto molto stretto, avevamo vissuto insieme dal 1986 al 1988 in quella casa di Sferracavallo dove lui viveva quando è scomparso. Fra la fine di giugno e l´inizio di luglio del 1989, a Palermo si parlava tanto del fallito attentato contro Falcone, ne parlavamo naturalmente anche a casa, tra noi fratelli, con mio padre. Sulla vicenda Emanuele mi raccontò che lui era sicuro che non era stata Cosa Nostra a fare quell´attentato».

E lei gli chiese chi era stato?

«Prima lui lasciò intendendere che quella notizia l´aveva appresa per motivi di servizio. Poi, quando gli feci la domanda, rispose secco, senza fare altri commenti: "C´entra la polizia, c´entra qualcuno della polizia...". Io lo sapevo che Emanuele era un collaboratore del Sisde, che era a conoscenza di tante cose... «.

Non le disse altro Emanuele?

«Non mi disse altro. Io non ho mai saputo un nome o un cognome, sono vent´anni che penso a quella frase di Emanuele sulla polizia, mi arrovello, mi tormento».

 

Quella confidenza non l´ha mai comunicata a nessuno, perché? Solo per paura?
«Dopo la scomparsa di Emanuele, tutti i rapporti fra noi e la polizia li ha tenuti mio padre. Dal 1990 nessuno mi ha mai chiesto niente, né sulla scomparsa di mio fratello né sull´attentato all´Addaura. Io, fin dal primo momento, non ho voluto raccontare queste cose agli inquirenti semplicemente perché non avevo fiducia in loro. Come potevo avere fiducia di un commissario - Salvatore D´Aleo - che per scoprire gli assassini di mio fratello seguiva una pista passionale? Come potevo avere fiducia quando un altro poliziotto, grande amico di mio fratello - Vincenzo Di Blasi - dopo la scomparsa di Emanuele non venne mai a trovarci. Mio fratello era legatissimo a lui, non venne a salutarci neanche una volta. A volte, per capire, bastano pochi dettagli. E quello fu un dettaglio che a me diceva tutto. L´unico di cui si fidava mio padre - e ci fidavamo tutti - era Falcone».

Furono in molti che cominciarono a depistare, a sviare le indagini sulla morte di suo fratello?

«Cominciarono con me, qualche ora dopo la scomparsa di Emanuele. Mi accorsi che qui, vicino a casa mia, un´agente donna mi seguiva e mi stava fotografando con un teleobiettivo. Ero sconcertato. Perché seguivano me? Perché cominciavano le indagini proprio da me? Perché non cercavano invece di salvare Emanuele, che in quei giorni di marzo forse era ancora vivo? Poi, per anni, a casa nostra siamo stati tempestati di telefonate, qualcuno faceva squillare il telefono e poi non rispondeva mai. É come se ci volessero avvertire perennemente. E non erano certo mafiosi».

Lei ha idea di cosa avesse scoperto Emanuele sul fallito attentato all´Addaura?

 

«Io so soltanto che dal giorno dell´Addaura mio fratello era diventato sempre più taciturno. E poi, dall´autunno del 1989, sempre più cupo. Era preoccupatissimo. Passava quasi tutti i giorni da casa di mio padre, arrivava di umore nero e di umore nero se ne andava. Poi fece due stranissimi viaggi, lui che non amava viaggiare, gli piaceva stare a Palermo. Nell´estate del 1989 partì per la Tunisia. Ritornò in Tunisia anche nel dicembre di quell´anno. Io credo che abbia fatto quei viaggi per allontanarsi da qui».

Torniamo agli amici di Emanuele: perché quel poliziotto, così legato a suo fratello, secondo lei non venne mai a trovare voi familiari dopo la scomparsa?

 

«Fin dall´inizio della sua collaborazione con i servizi segreti, Emanuele naturalmente non parlava molto del suo lavoro. Si limitava a dirci con chi era in contatto. Ci parlava di un capitano dei carabinieri e di due angeli custodi, così li chiamava lui... uno era quel poliziotto, Enzo Di Blasi, con il quale erano stati compagni in palestra, facevano lotta libera a 18 anni. E poi si ritrovarono tutti e due a Roma in polizia. Mio fratello gli voleva bene, ma lui - dopo la scomparsa di Emanuele - non lo abbiamo più visto».

Lei sostiene di non avere mai avuto fiducia negli inquirenti. Ci sono stati altri episodi che l´hanno spinta a non dire niente in tutti questi anni?

 

«Molti. E soprattutto uno. Dopo la scomparsa di Emanuele è sparito anche un vigile del fuoco molto amico suo, Gaetano Genova. Si vedevano sempre con Emanuele. Una sera venne a casa mia un giovanissimo poliziotto per cercare di capire cosa sapevo io del loro rapporto. Anche in quella occasione sentii di non fidarmi. Non gli dissi nulla».

Perché oggi ha deciso di raccontare quello che sa?

«Perché stano affiorando frammenti di verità sulla morte di Emanuele e sull´Addaura. Perché, vent´anni fa, a parte la sfiducia nei confronti degli inquirenti, non potevo sapere che la morte di mio fratello potesse essere in qualche modo collegata al fallito attentato contro il giudice Falcone».

20-10-2010]

 

NO, NON ODIAMO WIKILEAKS
http://bit.ly/9sWLC1

- Julien Assange, fondatore dell'associazione Wikileaks, specializzata nel rivelare documenti e rapporti segreti dei governi di tutto il mondo, ha risposto alle indiscrezioni sui nuovi documenti che saranno rilasciati la settimana prossima (di cui abbiamo parlato nella rassegna di ieri, NdDago). Si è parlato di 400.000 file sulla guerra in Iraq.

- Su Twitter, Assange ha smentito la fonte originaria delle indiscrezioni, ''Wired'', attaccando i media in generale per come hanno ripreso una notizia da un "tabloid blog", che "sparge disinformazione su Wikileaks" e che ha avuto "un ruolo attivo nell'arresto dell'esperto di intelligence Bruce Manning". "Noi lo abbiamo criticato e da allora ci fanno opposizione".

- Chiaramente ''Wired'' ha risposto per le rime al permaloso Assange. Oltre a sottolineare l'integrità giornalistica del sito, i metodi di ricerca delle notizie e il fatto che ''Wired'' è stato sia critico sia favorevole nei confronti di Wikileaks, l'autore dell'articolo fornisce la vera chiave della polemica: il sito di Wikileaks è "chiuso per manutenzione" da settembre, e finché non lo avranno rimesso in sesto, Assange non può divulgare nulla.

- Per questo non è una sorpresa che il biondo Julien abbia annunciato che la data della pubblicazione rivelata da Wired è sbagliata, e forse ha voluto mascherare il fatto di non essere ancora pronti, con il presunto astio della storica rivista di tecnologia.

23.10.10

 

GLI ARTIGLI DELLA PALOMBA - "Sono una vittima del fango mediatico di destra, di sinistra, di centro. E sono ancora qui ( i fanghi fanno bene? Comunque temprano i caratteri). Solidale con tutte le Marcegaglia, i Boffo, i Berlusconi, la famiglia Bertolaso, l’Ezio Mauro degli assegni fotocopiati per comprare l’attico ai Parioli, i figli del fu principe Caracciolo, sono vicina a tutti gli intercettati sulle vite private (da Sircana a Marrazzo, passando per le vallettopoli dei direttori di giornale che la sera andavano da Lele Mora e al mattino moraleggiavano liberamente

Barbara Palombelli per "Il Foglio"

 

Sono fortunata. Ho buona memoria e ottimi avvocati. E una assoluta fiducia nei magistrati e nella giustizia italiana, un po' lenta ma sicura. Mi hanno accusato di avere parcheggi, parcometri, aziende di servizi di pulizia delle scuole, perfino di avere intestato la luce di casa al Campidoglio (fu una deliziosa collega del Corsera, scambiò la stufetta con cui si scaldava la scorta dei vigili di Rutelli, da me ospitati di notte in una stanzina al pianterreno, con il contatore familiare), ovviamente era tutto falso e ho vinto già diversi risarcimenti.

Ho sempre e soltanto fatto la giornalista, e mi pare già di lavorare abbastanza. Ho denunciato diversi siti internet, vincendo sempre, e così con Libero, Il Giornale e altri. L'Espresso pubblicò diversi articoli anonimi, nell'estate in cui mio marito era candidato a leader dell'opposizione, in cui venivo danneggiata (e si sa, gli editori sono sempre all'oscuro, Cdb mi invitò a cena per dire: io che c'entro? Per fortuna, siamo rimasti amici).

 

In un recente libro di Marco Travaglio, collega stimato e considerato più o meno come la corte di Cassazione, sono scritte più di una dozzina di clamorose falsità sul mio conto e il procedimento è in corso (il saggio era edito da Rcs, azienda per cui scrivevo, nessuno verificò, era facilissimo...). Ultimamente, qualcuno mi ha tirato in ballo anche per un sms in cui giravo alla segreteria di mio marito una richiesta legittima, cui peraltro non credo fu mai dato seguito (in 31 anni di matrimonio con un politico, un sms! wow). Potrei continuare per pagine e pagine, ma credo il senso sia già chiaro.

 

Sono una calunniata, una vittima del fango mediatico di destra, di sinistra, di centro. E sono ancora qui ( i fanghi fanno bene? Comunque temprano i caratteri). Solidale con tutte le Marcegaglia di ieri e di oggi, i Boffo, i Berlusconi, la famiglia Bertolaso, l'Ezio Mauro degli assegni fotocopiati per comprare l'attico ai Parioli, i figli del fu principe Caracciolo, sono vicina a tutti gli intercettati sulle vite private (quelle legittime e quelle scandalose, da Sircana a Marrazzo, passando per le vallettopoli dei direttori di giornale che la sera andavano da Lele Mora e al mattino moraleggiavano liberamente).

 

Noi, i calunniati-intercettati, gli aggrediti a vario titolo, osserviamo il grande dibattito in corso sulle inchieste e i dossier. Un po' rassicurati, della serie - come diciamo a Roma - a chi tocca non s'ingrugna, prima o poi ci passano tutti. Ma sono anche solidale con i giornalisti: guai a limitare inchieste e controlli, anzi. Quando il fango arriva, ci sono gli avvocati, ci sono le leggi e chi ha la coscienza a posto non ha niente da temere. Certo, la vita delle persone - notturna, sentimentale, familiare, figli e amanti - andrebbe preservata.

 

Non ho mai scritto una riga sulla moglie di Francesco Cossiga, sulle notti di Bettino Craxi, sui figli dei vari diccì o sulle inclinazioni omo di tanti ministri bacchettoni. Rivendico il disinteresse nei confronti delle varie bigamie dei grandi giornalisti (curioso che siano stati o siano tuttora tutti bi-sposati), le manie di grandezza di manager e imprenditori, i figli deboli dei padri eterni (per mesi dialogai, da Panorama, per esempio, con il giovane Edoardo Agnelli, mai una riga scritta).

 

Ecco, un limite alla pubblicazione dovrebbe - forse - stabilirlo il nostro ordine professionale. Un nuovo patto fra editori e giornalisti potrebbe farci uscire da questa palude.

  [13-10-2010]

 

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La casta di Retromanno (Quel pasticciaccio brutto dell’Atac) - Dopo averlo nominato solo otto mesi fa, Ale-danno caccia con lauta buonuscita l’ad Bertucci, artefice delle assunzioni facili (tra cui la sua) e del super passivo di oltre 90 milioni di euro - Per cercare il sostituto, il sindaco si affida alla società di cacciatori di teste “Spencer Stuart”. Che gli indica, indovinate un po’, il suo capo di gabinetto Maurizio Basile! - Altro doppio incarico, Comune e Atac: “controllore e controllato”. Ma la Corte dei Conti esiste ancora

Claudio Marincola per "Il Messaggero - Roma"

Un dirigente d'azienda, esperto in privatizzazioni e risanamenti per tirare fuori dal "rosso" l'Atac spa, il gigante nato dalla fusione del trasporto pubblico romano La scelta del Campidoglio, «dopo lunga e attenta verifica», è caduta su Maurizio Basile, 62 anni, napoletano, capo di gabinetto del Comune di Roma. Prenderà il posto di Adalberto Bertucci, dimissionario, al quale è stata concesso, dopo soli 8 mesi di lavoro, l'onore delle armi, cioè una onorevole uscita di scena.

 

Trovare il sostituto di Bertucci non è stato semplice. Il compito è stato affidato da Alemanno alla Spencer Stuart, società di selezione del personale. Dopo aver esaminato ed escluso altre candidature, "i cacciatori di teste" hanno suggerito il nome Basile. Un manager collaudato e di alto profilo: dal 2006 al 2008 ad e direttore generale di Aeroporti di Roma, passato attraverso Sofm Spa, Aviofer Breda, Finsider, Alitalia, Eti Spa e Anas. Nel 2000 l'attuale capo di gabinetto, che conserverà il doppio incarico, ha gestito la privatizzazione dell'ente Tabacchi, prima di approdare nel 2004 alle Ferrovie dello Stato.

Uno dei nodi in futuro sarà proprio quello del doppio incarico. L'Avvocatura non ha rilevato infatti elementi di incompatibilità o conflitti di interesse, nonostante a legare Atac Spa e il suo principale azionista siano un oneroso contratto di servizio e alcuni contenziosi che si trascinano da anni.

Basile, che rinuncerà al compenso di capo di gabinetto, dovrà traghettare l'azienda romana fuori dal guado. Ma sarà solo un passaggio per uscire dall'empasse oppure sarà lui a gestire il percorso di liberalizzazione del Trasporto pubblico locale e di rilancio del trasporto pubblico locale?

 

«Il dottor Basile è un manager molto noto in tutti gli ambienti delle società a capitale pubblico e con un'esperienza e capacità manageriale universalmente riconosciuta - si dice nella nota diffusa ieri pomeriggio dal sindaco Alemanno - Per questo, pur mantenendo il ruolo di capo di gabinetto, gli ho chiesto di gestire questa fase di importante trasformazione della società unica di trasporto pubblico romano».

 

La nota si conclude con un «ringraziamento» a Bertucci, «per il duro lavoro svolto» e per «aver resto l'azienda competitiva a livello europeo». Sullo stesso tono l'assessore ai Trasporti Sergio Marchi che rivendica la scelta di Basile e annuncia «una seconda fase».

 

In realtà, la breve gestione di Bertucci, un manager "politico", è stata molto tormentata. Arrivato a fusione quasi ultimata, l'ex ad è finito in fuorigioco con la presentazione del bilancio 2009 approvato a giugno. La perdita d'esercizio pari a 91,2 milioni di euro e l'aumento del costo del personale avevano fatto risuonare l'allarme. Stesso dicasi per il Mol, il margine operativo lordo sceso da 97,5 milioni a 60,5 (con previsioni di budget disastrose 8-172 milioni).

 

Valutazioni che già nell'aprile del 2009 avevano portato gli analisti di Standard & Poor's a modificare il giudizio sulle prospettive da stabili in negative. Alemanno è corso ai ripari ma la ricerca del manager non è stata semplice. Qualcuno, viste le difficoltà della situazione, dopo averci riflettuto bene si è fatto da parte.

Massimiliano Valeriani, pd, parla di «operazione grottesca»: «L'azienda di fatto è stata commissariata dal sindaco che ha chiamato il suo capo di gabinetto a guidarla. Questo conferma che la situazione è molto grave».

Incertezze anche sul futuro: «Siamo curiosi di capire ora come proseguirà questa farsa: con le dimissioni di Basile da capo di gabinetto e quindi una ulteriore nomina in quel ruolo (sarebbe la quarta in 2 anni)? Oppure quello a Basile è soltanto un incarico a tempo?».

 11-10-2010]

 

 

UN CONSOLATO PER CORALLO JR! - PERCHÉ MAI LA SEGRETERIA GENERALE DELLA FARNESINA CHIEDE CON INSISTENZA AL CONSOLE ITALIANO A MIAMI LA NOMINA A CONSOLE ONORARIO PER IL RE DELLE SLOT MACHINE ATLANTIS E FIGLIO DEL PREGIUDICATO TANINO? - CHE STRANO/1: IL CONSOLE RIFIUTA E SUBISCE UN ATTENTATO - CHE STRANO/2: SUA FIGLIA È RAPPRESENTANTE DI 5 SOCIETÀ CHE HANNO SEDE NELLA STESSA SUITE DELLA CORPAG GROUP, QUELLA DI WALFENZAO - FRATTINI SMENTISCE: QUANDO ABBIAMO CAPITO CHI ERA IL PADRE ABBIAMO MOLLATO TUTTO

1 - UN CONSOLATO AI CARAIBI PER CORALLO JUNIOR - LE MAIL DELLA FARNESINA NELLA MONTECARLO STORY...
Daniele Mastrogiacomo per "la Repubblica"

L´affaire Montecarlo è nato a Miami. Lì è stato concepito e sempre lì, alla fine, è approdato. Secondo indiscrezioni della Procura romana, nei giorni scorsi sarebbe stato acquisito un rapporto della Dea statunitense, collegata all´Interpol, nel quale si segnala una serie di pressioni per far ottenere la carica di console onorario italiano presso l´isola di San Marteen, altro paradiso fiscale dei Caraibi vicino a Santa Lucia, a Francesco Corallo.

Si tratta del figlio del più noto Tanino, legato al boss catanese Nitto Santapaola, già latitante e condannato a sette anni di carcere per associazione a delinquere. Il nome di Francesco Corallo sarebbe stato suggerito in tre occasioni. Le segnalazioni via mail, con il tempo diventate quasi un ordine, sarebbero partite dalla Segreteria generale della Farnesina nel maggio scorso, due mesi prima che il caso Montecarlo scoppiasse sui giornali.

Destinatario delle pressioni il console italiano di Miami, Marco Rocca.
Nel rapporto della Dea sarebbero state allegate le mail scambiate tra alcuni alti funzionari del ministero degli Esteri italiano e il nostro rappresentante in Florida.

Rocca, stando alle indiscrezioni raccolte, avrebbe sottolineato subito le sue perplessità ad una nomina così poco opportuna. E davanti alle reiterate insistenze della Farnesina avrebbe alla fine opposto un secco rifiuto. Non sappiamo se si tratta di una casualità. Ma leggendo le cronache di Miami si scopre che proprio in quei giorni il console italiano è rimasto vittima di un misterioso attentato. La sua auto è stata avvolta dalla fiamme e la moglie che si trovava alla guida si è salvata per miracolo.

Nei giorni successivi sarebbero giunte al suo telefono altre minacce. A prescindere dalla necessità di nominare un nostro diplomatico sull´isola di San Marteen, non si capisce sulla base di quali valutazioni si sia proposto il nome di un imprenditore noto alle cronache per essere il primo azionista della Atlantis World Nv, società con base alle Antille olandesi, poi trasformata in Betplus, concessionaria al 30 per cento del mercato delle slot machines (introiti di 30 miliardi l´anno) grazie ad un accordo con lo Stato italiano.

Francesco Corallo ha la fedina immacolata. Non ha subito mai una condanna e non è mai stato indagato in alcuna inchiesta. Ma il suo nome è collegato all´affaire Montecarlo. La società di cui è azionista maggioritario è rappresentata a Miami da James Walfenzao. Avvocato e broker internazionale con altre società e referenze altissime a Monaco, Antille olandesi e a Panama, Walfenzao è anche amministratore della Corpag group, cui fanno riferimento la Printemps ltd e Timara ltd, ufficialmente proprietarie dell´appartamento lasciato in eredità ad An e rappresentate a Santa Lucia dall´avvocato Michael Gordon.

L´interesse della magistratura nasce anche dalla mail che Valter Lavitola, direttore dell´Avanti, ha pubblicato sul suo giornale. Nella missiva, l´avvocato Gordon si lamentava con Walfenzao del chiasso italiano nato attorno alle due società che rappresenta e suggeriva di parlarne con il loro cliente «la cui sorella sembra avere forti legami con uno dei due uomini politici coinvolti nello scontro». Il collegamento con Giancarlo Tulliani e quindi con il presidente Fini era evidente.

Talmente evidente da far nascere forti dubbi agli stessi inquirenti sulla genuinità della mail. E´ l´originale o qualcuno l´ha modificata? Gli inquirenti ipotizzano uno scenario diverso su cosa sia accaduto nell´affaire Montecarlo. Per entrare in possesso della casa di Montecarlo in modo discreto, qualcuno degli ambienti del presidente della Camera, non necessariamente "finiano", si affida a Francesco Corallo, già molto vicino all´esponente del Pdl, ex Alleanza nazionale, Amedeo Laboccetta.

Corallo si rivolge a un suo uomo di fiducia, James Walfenzao, il quale costituisce due società off-shore che acquistano e si vendono l´appartamento. Il premio per il lavoro svolto da Corallo è la sua nomina a console onorario di San Marteen.

Nomina che alla fine viene scartata. Con l´ennesima coincidenza in questo giallo: la figlia del console Marco Rocca, Giada, è rappresentante di cinque società che hanno sede nella stessa suite della Corpag group, quella di Walfenzao.


2 - FARNESINA, SBAGLIATA RICOSTRUZIONE ANNOZERO SU CONSOLATO ST.MARTEEN...
(Adnkronos) - E' sbagliata la ricostruzione fatta dalla trasmissione 'Annozero' di Michele Santoro su un possibile Consolato onorario a St Marteen. E' quanto si legge in un comunicato diffuso dal ministero degli Esteri. "Alla Farnesina - si legge - si fa rilevare come le ricostruzioni fornite ieri sera da 'Annozero' e stamane da alcuni organi di stampa in merito all'eventuale istituzione di un Consolato Onorario in St. Marteen non siano corrette e cio' anche a seguito del lavoro di verifica disposto immediatamente dal Ministro Frattini".

Nella nota si sottolinea che "il Ministro Frattini ha chiesto di poter acquisire nei tempi piu' rapidi possibili gli atti inviati all'Ispettorato Generale del Ministero dal Console Generale a Miami relativi agli incidenti e alle minacce subite. Si precisa anzitutto che la nomina dei consoli onorari non avviene su designazione del Ministro degli Esteri, il quale non ne firma neppure la nomina, e non coinvolge in nessun modo il livello politico, bensi' segue un iter amministrativo interno attraverso i competenti uffici della Farnesina e la sede della rete diplomatico-consolare al quale il consolato onorario appartiene territorialmente".

Nel caso specifico, prosegue il comunicato della Farnesina, "la procedura amministrativa non e' mai neppure stata formalmente avviata". In particolare, al consolato Generale in Miami, competente territorialmente era stata avanzata dagli Uffici della Segreteria Generale del Ministero una richiesta informale di elementi e valutazioni sull'opportunita' di istituire un Ufficio Consolare onorario in St. Marteen e di nominarvi il Sig. Francesco Corallo. Quest'ultimo si era reso disponibile ad assumere tale incarico, attraverso una segnalazione pervenuta - come spesso accade in casi analoghi - ai suddetti Uffici del Ministero".

A seguito della risposta, del pari informale, fatta pervenire dal citato Consolato Generale in Miami - si legge ancora nel comunicato diffuso dalla Farnesina - facente stato di elementi di inopportunita' al riguardo. legati all'esistenza di precedenti penali del padre dell'interessato, ogni ulteriore seguito e' stato immediatamente cessato".

"Di conseguenza - conclude la nota del ministero degli Esteri - non risulta vero che vi siano state richieste successive 'imperative' di nominare il Signor Corallo come console onorario a St. Marteen, cosi' come non risulta vero che quest'ultimo sia stato mai nominato".08-10-2010]

 

 

IN CONSIGLIO DEI MINISTRI. VELOCI, SI VOTA...
Può il Consiglio dei ministri in soli 25 minuti discutere e approvare un disegno di legge, cinque decreti legislativi, due schemi di decreto legislativo, uno schema di disegno di legge, due decreti presidenziali e quattro nomine? Sì, a leggere i verbali delle sedute. È successo il 24 settembre, e a giudicare dalla durata media delle ultime riunioni del governo è tutt'altro che un'eccezione.

Nell'ultimo mese le riunioni di Palazzo Chigi non hanno mai superato i 25 minuti, fatta eccezione per quella del 17 settembre, quando in soli 40 minuti sono stati esaminati e approvati sette punti all'ordine del giorno, tra i quali due disegni di legge di riforma del settore postale e della difesa, il decreto legislativo su Roma capitale, oltre alle solite quattro nomine. A settembre il consiglio dei ministri ha lavorato in tutto 105 minuti, con una media di 26 minuti a seduta. Giusto il tempo di votare. O. F.

20.10.10

 

 

 

LIU XIABO QUESTO E’ CORAGGIO VERO , QUELLO CHE TI TRASMETTONO UOMINI CHE METTONO GLI IDEALI PRIMA DEI LORO INTERESSI PERSONALI INFATTI I MARCHYAKY MI HANNO QUERELATO PER AVER DETTO IL 27,04.2008 BASTA AFFARI CON LA CINA CHE HA LE MANI INSANGUINATE. Mb

C’ERA LIU - CHI HA OGGI IL CORAGGIO DI SFANCULARE LA CINA, ORMAI PADRONA DELL’OCCIDENTE, A PARTIRE DAL FU IMPERO AMERICANO? è RIMASTA L’AUTOSUFFICIENTE, ECONOMICAMENTE PARLANDO, SVEZIA CON IL SUO PREMIO NOBEL PER LA PACE - IL DEMOCRATICO COMMENTO DI PECHINO SUL DISSIDENTE PREMIATO PARLA DI "OSCENITà" - LA LETTERA SU “INTERNATIONAL HERALD TRIBUNE” DI VACLAV HAVEL...

- LA LETTERA SULL' "INTERNATIONAL HERALD TRIBUNE" DI VACLAV HAVEL, DANA NEMCOVA E DEL VESCOVO VACLAV MALY A SOSTEGNO DELLA CANDIDATURA DI LIU XIAOBO (20 SETTEMBRE 2010)...
http://nyti.ms/cuBpZy

2 - NOBEL A UN DISSIDENTE, SCHIAFFO ALLA CINA...
Dal "Corriere.it"

Il premio Nobel per la pace va al dissidente cinese Liu Xiaobo. Confermate dunque le previsioni della vigilia, nonostante le pressioni di Pechino. Del resto, prima dell'annuncio ufficiale, lo stesso comitato norvegese aveva affermato che si sarebbe trattato di una «scelta da difendere». Secondo le motivazioni che hanno accompagnato la decisione, Liu rappresenta «il simbolo della campagna per il rispetto e l'applicazione dei diritti umani fondamentali» in Cina.

Non si è fatta attendere la reazione di Pechino: la polizia si è subito recata nell'abitazione di Liu, per impedire alla moglie di rilasciare dichiarazioni alla stampa, e le trasmissioni della Bbc sull'annuncio del Nobel sono state interrotte. Poco dopo, è arrivato anche il commento ufficiale del governo, che parla di «oscenità». Secondo il ministero degli Esteri, Liu Xiaobo è «un criminale» che è stato condannato «dalla giustizia cinese». La decisione, prosegue la nota, è destinata a «nuocere alle relazioni tra la Cina e la Norvegia».

I COMMENTI - Tra le prime reazioni internazionali alla notizia c'è quella della Francia: il ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, ha chiesto l'immediata liberazione del dissidente. Anche Berlino si «augura» che Liu Xiaobo sia rimesso in libertà e possa ricevere il premio Nobel per la pace assegnato. L'Unione europea si felicita per l'assegnazione del Nobel, ma non chiede esplicitamente la sua liberazione.

Per il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, il riconoscimento a Liu Xiaobo è un premio a quanti nel mondo «lottano per la libertà e i diritti della persona». Significativa anche la dichiarazione del Dalai Lama: «Premiare con il Nobel per la pace Liu Xiaobo è il riconoscimento della comunità internazionale all'innalzamento della voce tra il popolo cinese per premere la Cina attraverso riforme politiche, legali e costituzionali».

LE MOTIVAZIONI - «Durante gli ultimi decenni - si legge nelle motivazioni del Comitato per il Nobel - la Cina ha fatto enormi progressi economici, forse unici al mondo, e molte persone sono state sollevate dalla povertà. Il Paese ha raggiunto un nuovo status che implica maggiore responsabilità nella scena internazionale, che riguarda anche i diritti politici. L'articolo 35 della Costituzione cinese stabilisce che i cittadini godono delle libertà di associazione, di assemblea, di manifestazione e di discorso, ma queste libertà in realtà non vengono messe in pratica».

Per oltre due decenni, continua il Comitato del Nobel, «Liu è stato un grande difensore dell'applicazione di questi diritti, ha preso parte alla protesta di Tienanmen nell '89, è stato tra i firmatari e i creatori del Manifesto 08 della democrazia in Cina. Liu ha costantemente sottolineato questi diritti violati dalla Cina. La campagna per il rispetto e l'applicazione dei diritti umani fondamentali è stata portata avanti da tanti cinesi e Liu è diventato il simbolo principale di questa lotta».

LA POLIZIA- Dopo l'annuncio del Nobel, davanti all'abitazione di Liu si è subito radunata una folla di giornalisti e cameraman. Anche la polizia si è recata nell'abitazione del premio Nobel. Gli agenti avrebbero impedito a Liu Xa, la moglie del neo premio Nobel, di parlare con i giornalisti. La donna però è stata raggiunta telefonicamente dall'Agence France Press: «Sono felicissima, non so che dire - ha detto - Voglio ringraziare tutti coloro che sostengono Liu Xiaobo. Voglio ringraziare il comitato del Nobel, Vaclav Havel, il Dalai Lama e tutti coloro che hanno sostenuto Liu Xiaobo».

«Chiedo con insistenza al governo cinese di liberarlo», ha aggiunto. Nella telefonata, la signora Liu ha detto che la polizia ha detto che intende accompagnarla nella provincia di Liaoning, dove il marito è in carcere, così che possa dargli la notizia del premio. Come affermato anche dal Comitato per il Nobel, infatti, Liu Xiaobo non è stato ancora informato.

IL PROFILO- Liu Xiaobo sta scontando una condanna ad 11 anni di carcere per «istigazione alla sovversione». L'intellettuale, che già aveva trascorso lunghi periodi in galera, è stato accusato di essere tra i promotori di Carta08, il documento favorevole alla democrazia che è stato firmato da oltre duemila cittadini cinesi. Liu era stato arrestato alla fine del 2008 ma la condanna gli fu inflitta nel giorno di Natale del 2009, probabilmente nella speranza di ridurre la copertura dei mezzi d'informazione occidentali.

3 - NOBEL AL DISSIDENTE LIU XIAOBO: SOLO LA CINA VOTA CONTRO...
Claudia Astarita per "Panorama.it"
Pubblicato il 5 febbraio 2010

Gli Stati Uniti non sono i soli ad aver deciso di cambiare la "strategia cinese". Sta forse per finire l'era dei compromessi perché l'Occidente vuole tornare in prima linea anche nella battaglia per il rispetto dei diritti umani in Cina?

Difficile rispondere, ma quando alla scelta di Barack Obama di incontrare il Dalai Lama a Washington si aggiungono le proposte di vari gruppi per assegnare il premio Nobel per la Pace al dissidente cinese Liu Xiaobo diventa molto più facile propendere per il sì.

Liu Xiaobo è un professore universitario noto in occidente essenzialmente come uno dei promotori della Carta 08, un documento con cui 300 attivisti e più di 8.000 simpatizzanti hanno chiesto a Pechino di rilanciare il dibattito e l'interesse per quelle riforme politiche che, a differenza di quelle economiche, non sono mai state avviate.
Ma Liu Xiaobo, per i cinesi, non rappresenta solo il leader della Carta 08.

Liu Xiaobo è senza dubbio il dissidente più famoso al mondo, erede del movimento del 4 maggio. Come critico letterario fece parlare di se' per la prima volta nel 1986, quando in un articolo definì la letteratura di cicatrice, la corrente cinese che ha cercato di riflettere sugli anni più bui della storia del Paese, quelli della Rivoluzione culturale, un movimento non indipendente ma plagiato dal partito. Venne soprannominato "cavallo nero", e i più giovani amano ricordarlo perché, nell'aprile dell'89, dagli Stati Uniti ritornò a Pechino per sostenere il movimento studentesco. Il 3 giugno lanciò uno sciopero della fame contro la repressione violenta a Tiananmen, e dopo la mezzanotte dello stesso giorno negoziò con i militari l'evacuazione degli studenti dalla Piazza.

Quella stessa notte venne arrestato, e trascorse poi venti mesi in prigione senza che venisse mai formalizzata un'esplicita condanna contro la sua persona. A un certo punto venne liberato, ma i due anni di carcere non servirono a dissuaderlo dal pubblicare (questa volta solo sulle riviste di Hong Kong) le sue riflessioni sul regime cinese.

Nel '95 venne di nuovo sottoposto a otto mesi di arresti domiciliari per aver promosso una petizione che richiedeva la liberazione dei prigionieri politici cinesi, e nel '96 fu spedito in un campo di rieducazione tramite il lavoro per aver sostenuto una seconda petizione. Vi rimase fino al '99, ma anche dopo questa esperienza non ha rinunciato all'attivismo politico. Dopo la vicenda di Carta 08 è rimasto rinchiuso in un albergo-prigione alla periferia di Pechino, fino al 25 dicembre scorso, data in cui è stata formalizzata la sua condanna a 11 anni di carcere con l'accusa di "sovversione anti-statale".

Liu Xiaobo rappresenta il legame tra tutte le generazioni dei dissidenti cinesi: gli anziani lo stimano, e anche i giovani lo sentono vicino. All'estero, i suoi sostenitori si stanno attivando per fare in modo che il professore cinese riceva il premio Nobel che merita. Il Dalai Lama, Vaclav Havel e Desmond Tutu hanno pubblicato una lettera aperta indirizzata al comitato norvegese per il Nobel in cui è stato sottolineato che "l'impegno di Liu per portare la democrazia in Cina è, soprattutto, teso al beneficio della popolazione cinese. Il suo coraggio e il suo esempio possono aiutare a far sorgere una nuova alba di partecipazione della Cina negli affari internazionali, grazie a una società civile e indipendente".

Il gruppo Pen, che si batte da tempo per far rispettare le libertà di espressione nel mondo, ha presentato a Stoccolma una richiesta simile con il sostegno, tra gli altri, di Kwame Appiah, Salman Rushdie, Philip Roth e Ha Jin in cui ha sostenuto che "onorare [Liu] con il Nobel sarebbe un modo perfetto per sottolineare che i diritti che chiede a Pechino sono incastonati nel diritto internazionale".

La Cina, è scontato scriverlo, non è d'accordo: "sarebbe un errore assegnare il Nobel per la Pace ad una persona del genere", ha commentato lapidario il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Ma Zhaoxu.
È evidente che il Nobel assegnato a Liu Xiaobo rappresenterebbe per Pechino uno schiaffo particolarmente difficile da dimenticare.

 08-10-2010]

 

 

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CINQUE TERRE E UN CASINO - DALL’INCHIESTA CHE HA PORTATO IN CELLA IL PRESIDENTE PD DEL PARCO UNO SPACCATO DEL BELPAESE TRA SEGGI SCIPPATI, TRADIMENTI E "CORVI", CARTE FALSE E AMANTI - BONANINI NON OTTIENE IL SEGGIO IN REGIONE E SI SFOGA CONTRO BURLANDO: "MI HANNO FREGATO" - LA SEGRETARIA CHE LO AIUTAVA AD AGGIRARE LA CONTABILITÀ: "GLI DICEVO SEMPRE SÌ. ERO INNAMORATA"...

Guido Mattioni per "il Giornale"

 

A differenza dei travagli, dei d'avanzi e di tanti altri democratici colleghi, mancati grandi inquisitori - nati, ahiloro, in un secolo sbagliato! - noi del Giornale non amiamo veder finire la gente in cella e inorridiamo al tintinnio degli schiavettoni. Solidarizzando anzi per istinto, in base alla sacrosanta ovvietà che nessuno è colpevole fino all'ultimo grado di giudizio, con chi si ritrova nel tritacarne giudiziario. Solidarietà accresciuta se un indagato è in carcere, pur se in infermeria, con seri problemi di salute.

 

È storia ricorrente. È storia anche di questi giorni. Pare siano infatti ben più che serie le condizioni di Franco Bonanini, ex presidente del Parco delle Cinque Terre ed esponente del Pd ligure, rinchiuso da lunedì scorso nel centro clinico del penitenziario di Pisa come indagato numero uno, primo di una lista di 25 persone, nell'inchiesta che ha portato alla luce un oggettivo malaffare, un verminaio che ha come sfondo - ironia della legge del contrasto - proprio uno dei più bei paesaggi d'Italia. E che avrebbe arrecato allo Stato un danno da un milione di euro.

Come amano dichiarare alle telecamere gli ipocriti, e ripetere a pappagallo quelli che guardano troppa tivù, concediamo pure noi ritualmente che «la giustizia faccia il suo corso». Resta il fatto che questo pasticciaccio brutto di Riomaggiore si presti forse di più - in attesa appunto di giudizio - a essere raccontato in altro modo.

 

Come una storia squisitamente italiana, grassamente di provincia, ormonalmente da strapaese. Vicenda in cui le ambizioni sproporzionate di uomini e donne in fondo piccoli, finiscono per intrecciarsi come in un romanzetto d'appendice con banali avidità e pulsioni ben più personali, personalissime, di quelle che si sfogano su un letto cigolante. Vicenda insomma più degna di essere scritta sulla carta grossolana del salumiere che non su quella dei mattinali o dei protocolli bollati. Non è un caso che proprio «Mani unte» - a volte anche gli inquirenti sorridono - sia il nomignolo affibbiato all'indagine.

A prescindere da quelli che saranno oppure no i reati accertati, dalle pagine di questo fumettone in salsa ligure scaturiscono un solo protagonista e tante comparse. Su tutti, per ruolo raggiunto e per mire ancora insoddisfatte, spicca proprio Bonanini, uomo di sinistra stimato anche a destra per tutto ciò che ha fatto di buono per le Cinque Terre. Pur se ben piazzato nel ruolo di vertice di un ente del genere, senza dubbio anche chic, che vanta perfino la benedizione dell'Unesco, lui non si accontenta. Divorato da una fregola di onnipotenza che gli ha procurato il nomignolo di «Faraone», il nostro sgomita e si affanna. Punta al Parlamento italiano e non ce la fa.

 

Sogna quello europeo e il seggio a Strasburgo, che in prima battuta sembrava conquistato, gli svanisce da sotto le natiche il giorno dopo, per una stramaledetta riconta dei voti. Ripiega allora sulla Regione Liguria, ma manca anche quella per un pugno di voti a suo dire scomparsi - e se ne lagna imprudentemente con tutti, cani e porci, «Claudio mi ha fregato» - per colpa del governatore in carica Claudio Burlando, suo compagno di partito. Col che oggi, ragionando sulla sua recente caduta in disgrazia, si potrebbe anche azzardare un pensierino malizioso.

Ma non volano soltanto le invettive. Da questa storia italiana giunge anche l'eco di ansiti e gemiti. Inequivocabili. Nella gestione del parco, il Faraone avrebbe fatto materialmente carte false proprio grazie alla relazione con Francesca Truffello, 45 anni - volevate mancasse il cherchez la femme? - responsabile del protocollo al Comune di Riomaggiore, paese del quale Bonanini era sindaco-ombra. In pratica, migliaia di pagine che la fedelissima lasciava in bianco perché poi lui potesse retrodatare i mandati di spesa quando arrivavano i fondi pubblici.

 

«Ero innamorata, gli dicevo sempre sì», si giustifica ora lei, capace di missioni impossibili come recuperare chissà mai dove, nell'inverno 2010, una marca da bollo del 2007 - più introvabile di un Gronchi rosa! -, indispensabile per coprire gli artifizi amministrativi.

Quanto ai comprimari, quelli con i quali Bonanini comunicava in modo maniacale attraverso pizzini puntualmente conclusi dall'intimazione «fallo sparire subito», spulciando la lista degli indagati emerge in verità un solo nome di spicco, quello di un alto funzionario della Regione, Enrico Bonanni, sospettato di essere la «talpa» rivelatrice delle indagini in corso. Gli altri? Autentici signori nessuno: qualche commercialista revisore di conti, due o tre geometri e amministrativi comunali, un comandante dei vigili. Nomi da timbri, da scrivanie polverose, da giustificazioni del tipo «no, è fuori stanza». Una stanza da travet, ma che aveva una splendida vista mare.

 

 

[04-10-2010]

 

 

 

Milena Gabanelli scrive una lettera al Corriere sulla nomina del Mostro Sacro Veronesi alla guida dell’agenzia per la sicurezza del nucleare - Con classe, lo fa a pezzi, ricordando che ha 85 anni e che vuole un incarico che ne dura altri sette. Che è già senatore e "forse ha troppi impegni’ per essere uno che accettò il laticlavio "a patto di non togliere troppo tempo ai suoi pazienti


1 - "DIRE BASTA"
Da "la Repubblica" - "L'Italia sana deve dire basta". Sotto questo titolo lo spagnolo "El Pais" dedica un articolo a Milena Gabanelli. "L'opposizione è inesistente e ilpopolo si fa sentire poco. C'è chi delinque, chi evade - dice la giornalista di "Report" - ma anche chi vede e non dice nulla pure essendo persone perbene".

 


2 - «CARO VERONESI, TROPPI IMPEGNI»
Lettera al "Corriere Della Sera"

Caro direttore, premetto che non ho interesse per le preferenze politiche del Prof. Veronesi; è un oncologo di fama e mi aspetto che faccia tutto quello che può per curare il cancro. Da un paio d'anni è anche senatore, carica che ha accettato a patto che non gli porti via tempo per i suoi pazienti. Intento nobile verso i pazienti, meno verso i cittadini che, pagando un lauto stipendio ai senatori, si aspettano che dedichino le loro energie alla gestione politica del Paese.

Ora è stato proposto il suo nome come Presidente dell'Agenzia per la Sicurezza del Nucleare, nomina che accetterebbe volentieri, di nuovo a condizione che non sottragga tempo ai suoi pazienti. Ovvero, bisognerebbe adattare le necessità di un'agenzia così delicata e fondamentale agli impegni del candidato presidente. Intanto venerdì scorso in Senato è stato approvato un decreto che gli consentirebbe, se volesse, di andare in deroga alla legge che vieta a chi ha incarichi politici di presiedere un'authority.

 

Riguardo invece alla sua competenza in materia, scrive: «Sono un appassionato di fisica, non a caso ho ricevuto la laurea honoris causa». Nuclearista convinto, cita la Francia come modello di qualità di vita per noi italiani. Partendo dal presupposto che l'agenzia non sia un bluff ma qualcosa di straordinariamente serio, non è affatto rassicurante l'idea che venga diretta (nei ritagli di tempo) per 7 anni, da un uomo che oggi ne ha 85, anche se è il più bravo oncologo del pianeta.

 

Presiedere l'agenzia per il nucleare vuol dire affrontare problemi di carattere tecnico, elaborare i regolamenti insieme ai commissari, dare il parere sui progetti, verificare il rispetto delle regole e prescrizioni a cui sono sottomesse le installazioni. Un lavoro certamente a tempo pieno, meglio se subordinato a una competenza specifica, più che a una passione.

Siccome il Prof. Veronesi cita il modello francese, saprà che la loro agenzia (ASN) è diretta da Jean Christophe Niel, 49 anni (laureato in fisica teorica che ha ricoperto incarichi di vertice nel controllo sul ciclo del combustibile e dei rifiuti, ed è stato per anni capo del dipartimento per la sicurezza dei materiali radioattivi). Il presidente è Andrè-Claude Lacoste, 69 anni, ingegnere, da 17 anni con incarichi direttivi nel settore sicurezza nucleare.

 

Il Prof. Veronesi ha poi espresso un'opinione sul fattore rischio («oggi calcolato quasi vicino allo zero»), che sembra non tener conto dei cosiddetti piccoli incidenti quotidiani, riportati da tutte le Agenzie, che si verificano proprio in Francia; per non parlare delle basse emissioni permanenti degli impianti, come dimostra lo studio del Prof. Hoffman ordinato dalla Cancelliera Merkel.