CIVILTA' COSTITUZIONALE
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E' mia intenzione dare la mia disponibilità a raccogliere le deleghe per le prossime assemblee degli azionisti in Italia , chi e' intenzionato a darmele mi invii email cosi cominciamo a conoscerci :

 ideeconomiche@pec.it

 

 

LA MAPPA DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio di:

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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondati da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

 

NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE

2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...

3) TELELAVORO

4) Commercio equo-solidale.

5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN

6 ) NO TETRAPAC 

 

 

TEMI STORICI :

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 2 PARTE 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRi SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

 

 

Thanks again,

Jennifer

 

 

 

 

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 17.11.12 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 <http://rassegna.governo.it/> .

DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL PRESIDENTE DELLA CAMERA

PDF -

http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

Imposta su google : www.treasury.gov/initiatives/financial-stability/investment-programs/aifp/Pages e leggi contratto FIAT CHRYSLER

 

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Der Spiegel e Times accusano: «L'Italia truccò i conti per entrare nell'euro ma Kohl ignorò gli avvertimenti»

 

L'Italia truccò i conti per entrare nell'euro, Helmut Kohl lo sapeva ma "ignorò gli avvertimenti sul rischio Italia" perché era convinto che la moneta unica fosse "il destino dell'Europa". Der Spiegel ha scagliato il sasso e il Times volentieri lo rilancia. Der Spiegel ha avuto accesso a centinaia di pagine di documenti del governo tedesco del 1997 e 1998 da cui trae la conclusione che l'allora cancelliere Helmut Kohl "era perfettamente informato della situazione di bilancio" italiana e consapevole che "l'Italia non aveva i conti in regola per entrare nell'euro", ma per motivi politici non volle trarne le conseguenze.

  • "Operazione autoinganno", scrive il settimanale tedesco, che rivela i retroscena dell'ingresso italiano nell'euro nel numero in edicola questa settimana, in un servizio di cinque pagine basato sui rapporti dell'ambasciata tedesca a Roma, su note interne dell'esecutivo e su verbali di colloqui avuti dal cancelliere. A decidere sull'ingresso dell'Italia "non furono criteri economici, ma considerazioni politiche", osserva Der Spiegel. "In questo modo – denuncia – si creò il precedente per una decisione sbagliata ancora maggiore presa due anni dopo, l'ingresso nell'euro della Grecia".

La polemica rimbalza sul Times di Londra. Il corrispondente da Berlino David Charter scrive che gli esponenti governativi tedeschi lanciarono numerosi "warning" avvertendo che l'Italia non era pronta a entrare nell'euro. Avvertimenti "ignorati" da Kohl, secondo quanto risulta dalle carte segrete rivelate grazie alla legge sulla libertà dell'informazione.

L'Italia – si legge sul Times - rappresentava un "rischio speciale" per l'euro, fin dal suo inizio nel 1999, poiché "continuava a rifiutarsi di ridurre il suo enorme debito", avvertì un memorandum "profetico" inviato a Kohl nove mesi prima del lancio della moneta unica. Kohl fu avvisato che l'Italia usava trucchi contabili per mostrare sulla carta che faceva progressi, mentre in realtà il suo debito cresceva. Kohl trascurò le allerte e insistette che l'Italia doveva entrare nella prima ondata, dicendo che sentiva "il peso della storia" sulle sue spalle. Il Times riferisce la conclusione dello Spiegel: "I documenti dimostrano quello che finora si supponeva soltanto". "L'Italia non avrebbe mai dovuto essere accettata" nell'eurozona.

All'inizio del 1997, esponenti del ministero delle Finanze tedesco dissero a Kohl che a Roma "importanti misure strutturali di risparmio dei costi venivano quasi completamente omesse per considerazioni di consenso sociale". Il negoziatore capo sull'euro, Horst Koehler, che poi divenne presidente della Germania, mandò a Kohl nel marzo del 1998 uno studio che concludeva che l'Italia non aveva rispettato le condizioni "per una riduzione permanente e sostenibile del deficit e del debito". Kohl replicò che era fiducioso che tutti i governi avrebbero fatto le necessarie riforme strutturali "nei prossimi anni". Joachim Bitterlich, ex consulente di politica estera di Kohl, ha affermato ieri: "Non senza gli italiani, per favore. Era questa la parola d'ordine politica".

In una nota del gennaio 1998, Bitterlich disse che la riduzione del deficit dell'Italia era basata principalmente sull'incerta tassa per l'Europa e su tassi d'interesse insolitamente bassi. Poche settimane dopo, prosegue il Times, esponenti governativi olandesi dissero a Kohl: "Senza misure aggiuntive da parte dell'Italia che diano prova credibile della longevità del consolidamento, l'accettazione dell'Italia nell'eurozona è attualmente inaccettabile". Kohl rispose loro che il governo francese lo aveva avvertito che si sarebbe ritirato se l'Italia fosse stata esclusa.

Poche settimane prima del lancio della moneta unica, si legge ancora sul Times, Stephan Freiherr von Stenglin, attaché finanziario dell'ambasciata tedesca a Roma, mandò un messaggio "drammatico": "Sorge la domanda se un paese con un rapporto di indebitamento estremamente alto non rischi di mettere a rischio il successo dei suoi sforzi di consolidamento, danneggiando di conseguenza non solo se stesso, ma anche l'unione monetaria". Conclude il Times: "Era un altro avvertimento inascoltato da parte del cancelliere tedesco".

 

CHIRAC, alzheimer e cammina - DOPO AVER EVITATO I PROCESSI IN QUANTO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA (IN FRANCIA FUNZIONA COSÌ), IL 78ENNE JACQUES MOSTREREBBE EVIDENTI SEGNI DEL MORBO DI ALZHEIMER - DA MESI SI ALTERNANO MOMENTI DI LUCIDITÀ AD ALTRI DI SPAESAMENTO - E SONO POCHE LE POSSIBILITÀ CHE POSSA PRESENTARSI IN AULA IL PROSSIMO 7 MARZO

Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera"

 

Certe volte ripete come un disco rotto: «E adesso, che fa Fillon?», senza ricordare che è primo ministro. Oppure chiede della moglie, «Dov'è Bernadette?», per dieci volte di fila. Alla vigilia del processo del 7 marzo che lo vede imputato per gli impieghi fittizi al comune di Parigi, Jacques Chirac, 78 anni, non sta bene. L'uomo che fu presidente della Repubblica dal 1995 al 2007 alterna momenti di lucidità a fasi di spaesamento.

 

E la moglie Bernadette avrebbe esplicitamente evocato il morbo di Alzheimer con un amico di famiglia. «Bernadette ha raccontato, davanti a me e a mia moglie, che tenuto conto dell'ischemia cerebrale del 2005 e dei suoi problemi di memoria, potrebbe trattarsi di Alzheimer», ha confidato un uomo dell'entourage di Chirac al Journal du Dimanche. Il settimanale ha evocato ieri per la prima volta la malattia che già colpì Ronald Reagan come una possibile ragione per risparmiare all'indebolito ex presidente l'apparizione al Palazzo di Giustizia di Parigi.

 

Sarebbe la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, ma a mano a mano che la data si avvicina la presenza di Chirac appare sempre meno probabile. L'ex presidente avrebbe dovuto già comparire in aula per difendere il suo ex ministro dell'Interno Charles Pasqua nel processo per il traffico d'armi con l'Angola, ma ha preferito rinunciare. «Credo che fisicamente non sia in grado di presentarsi - ha detto Pasqua il 21 gennaio scorso -. Mi dispiace, ma capisco».

 

Negli ultimi mesi si sono susseguiti i momenti di difficoltà. La prima défaillance in pubblico risale al 25 gennaio 2010, quando al teatro Marigny Jacques Chirac, in compagnia della moglie e dei finanzieri Bernard Arnault e François Pinault, assistette a un concerto della celebre violinista Anne Sophie Mutter. Dopo mezz'ora delle sonate di Brahms, Chirac si è alzato in piedi chiedendo «che ci faccio qui?», e domandando più volte e ad alta voce chi fosse questa «Mademoiselle Moutarde».

 

Una settimana fa, nel suo discorso di auguri per il 2011, l'ex presidente ha letto per due volte lo stesso paragrafo, e qualche giorno dopo è apparso stanco e assente durante l'inaugurazione a Orléans di un memoriale per i bambini ebrei deportati nella Germania nazista. 31-01-2011]

 

 

 Volete sbirciare il villino che fu la casa del potere de' noantri, alias la dimora sul cucuzzolo di Trinità dei Monti di Maria Angiolillo buonanima? Basta andare sul sito di Sotheby's: http://bit.ly/gNW1X1  01-02-2011]

 

 

 

 

A CARMEN è DEBOLE E GAD è INFEDELE - BEI TEMPI QUANDO LA VEDOVA MORAVIA LICENZIAVA LIBRI PRURIGINOSI E SCOPPIETTANTI DI GOSSIP - VI RICORDATE IL MITOLOGICO "DIARIO DELL’ASSENZA"? UN TRIANGOLO EROTICO FORMATO DA CARMEN A LETTO CON un "ebreo comunista sposato", "circonciso", nato a Beirut, giornalista TV sull’asse Roma-Milano, e di nome Gad (LERNER?); e l’altro un "politico", alto, "magrissimo", tormentato, con "gli slip sovietici", di nome "F." (Fassino?)... Luigi Mascheroni per Il Giornale

 

All'ondata moralizzatrice che increspa la politica italiana immersa nel «caso Ruby» non si sono sottratte neppure le signore che, l'altra sera, erano ospiti di Gad Lerner, su La7. Ilaria D'Amico, Carmen Llera Moravia e Lucrezia Lante della Rovere si sono legittimamente indignate per l'uso indecente del corpo della donna e per il modello vergognoso di femminilità che esce dall'intera vicenda. Possiedono, è ovvio, i titoli per farlo.

Avessero anche mostrato, in passato, atteggiamenti sessualmente o moralmente riprorevoli, non sono certo bisimabili. Perché non hanno mai ricoperto alte cariche istituzionali. E perché «comunque noi eravamo intellettuali», come ha fatto notare la charmant au caviar Carmen Llera Moravia. La quale, fra tutte le donne presenti in studio, è stata quella che più di ogni altra, più delle stesse ragazze dell'Olgettina, ha sollecitato l'immaginario erotico dei telespettatori.

 

Molti dei quali l'hanno in quel momento ricordata per almeno un paio di motivi. Il primo quando, bellissima e disinvolta venticinquenne, divenne prima l'amante del vecchio e potentissimo Alberto Moravia, che all'epoca andava per i 73 anni, quasi quanto Berlusconi - relazione che solo i maliziosi pensano possa esser stata in qualche modo utile alla sua carriera di scrittrice -, e il secondo quando, ne gossippari e post-edonistici anni Novanta, esplose un pruriginoso «scandalo letterario» in cui c'erano di mezzo un «io», una «cosa» e ben due «lui».

 

Ossia il triangolo sessuale al centro del romanzo autobiografico ''Diario dell'assenza'' uscito nel 1996 da Bompiani. L'«io» era la ancora bellissima Carmen Llera Moravia, che firmava il libro; la «cosa» era la sua «cosa»; e i due «lui» erano il «coso» di un «ebreo comunista sposato», «circonciso», nato a Beirut, giornalista televisivo sull'asse Roma-Milano, e di nome Gad, che occupa tutta la prima parte del libro (60 pagine circa); e l'altro il «coso» di un «politico», alto, «magrissimo», tormentato, con «gli slip sovietici», di nome «F.», che occupa la seconda parte del libro (40 pagine circa).

 

Il secondo «lui» si guadagna la dedica - Scrivo per essere amata, a F. - e fu identificato con Piero Fassino. Il primo invece si guadagna l'incipit - «Sono gi'0à cinque giorni che non sfioro il tuo sesso circonciso. Non so dire se mi manca, credo di no (...) Le mot Gad deux lettres hébraiques: guimel et dalet...» - e fu smascherato come, appunto, Gad. Lerner.

Quando nel luglio 2000 ottenne la direzione del TG1, Dagospia, che pur essendo appena nato era già all'avanguardia, pubblicò un abstract del libro di Carmen Llera in cui si descrivono le doti amatorie e il membro circonciso del protagonista «che sa di mandorle bianche, dolce».

 

Il pezzo fu ripreso dal Barbiere della sera e da lì girò per i salotti letterari, politici e giornalistici... La scrittrice, successivamente, smentì qualsiasi rapporto tra il Gad del libro e il Gad della realtà, spiegando in un'intervista a Cesare Lanza (che per caso era in studio proprio insieme a lei l'altra sera) che Gad nella sua lingua significa «cactus» (in castigliano? in catalano? in basco?...), ma tant'è.

Tutti si buttarono a leggere il libro, in cui trovarono una coppia che nel peggiore stile radical-chic non fa altro che (non stiamo scherzando) bere champagne rosé, mangiare vegetariano, bere thé verde, vedere i film di Tavernier, leggere Kundera - persino ascoltare Mahler mentre ci si masturba nella vasca da bagno leggendo il Diario di Anna Frank! (pag. 38)- e soprattutto «scopare, scopare, scopare» (pag. 50): «con nessuna hai scopato come con me. Nessuno amerà il tuo corpo sgraziato come me» (pag. 19),

 

«So che la mia bocca non potrà più divertirsi e giocare con un sesso come faceva con te» (pag. 22), «Mi prendi subito contro il tavolo dell'ingresso» (pag. 27), «Mi prendi contro il muro e godi, lo sperma scende lentamente lungo le cosce. Usciamo per andare al ristorante» (pag. 30), «Mi schizzi in bocca» (pag. 31), «Ci divertiamo e mi penetri a lungo prima di incularmi. E dopo gioco per ore con il tuo sesso circonciso» (e siamo soltanto a pagina 35...).

Di tutto questo naturalmente Gad Lerner (che per caso era in studio proprio insieme a lei l'altra sera) non ha parlato. Acqua passata. Del resto, la stessa Carmen l'aveva già detto nel 1996 quando, dopo averlo chiamato «Adorabile infedele..» (proprio così: «Infedele»...), dice - pagina 103 - «Che senso ha? Non ho più stimoli né sessuali né mentali, mon juif (mio giudeo, ndr) hai distrutto tutto».

 28-01-2011]

 

CAFONALINO SVIZZERO - UNO CORRISPONDENZA HORROR DA SAINK MORITZ CHE FA VENIRE SOLO VOGLIA DI FAR RINASCERE LE BRIGATE ROSSE - RICCHI E SCEMI, SFACCENDATI E SFACCIATI, Francesca Versace e Margherita Missoni CHE si sfidano a giochi senza frontiere con lo slittino: 50 euro a cranio per ruzzolare nella neve a meno venti gradi....

Januaria Piromallo www.bellaedannata.com

 

50 euro a cranio per ruzzolare nella neve a meno venti gradi. Francesca Versace e Margherita Missoni si sfidano a giochi senza frontiere con lo slittino. Gabriella Dompè in stile sciura infagottata con pelliccia spazza-marciapiede. Al Cresta run per i più scavezzacollo in palio vampiresche bare d'argento.

Al Dracula di Sainkt Moritz (caccia all'ultimo membro per farsi sponsorizzare) ce l'ha fatta pure Ferdinando Brachetti Peretti a farsi member for the eternity. Padrone di casa il vegliardo Gunther Sachs, ex play boy, ex marito di Brigitte Bardot, ed ex un mucchio di altre cose. Qui si balla sui tavoli il Bunga/Bunga fino all'alba. Dress code molto fetisch: leather, feather, e lattex ( pelle, piume e lattice).

 

Un cartoncino d'invito che sembra il gotha della nobiltà mitteleuropea con altisonanti cognomi che fanno parte del comitato d'onore: Albert Thurn and Taxis, Heinrich von Donnermarck, Bianca Brandolini d'Adda, Eugenie Niarchos, Georg von Opel, Michel de Jugoslavia, Rolf Sachs e altri.

 

Metà di mille di invitati in quel di St. Moritz per una estenuante due giorni che cominciava con cocktail da Polo Ralph Lauren, quattro salti al Chesa Veglia, winter games a gogò, e finiva con ricchi premi e cotilions alla cena del Palace. L'obolo di partecipazione era una sciocchezza, 350 euro a cranio, da dare in beneficenza al Sovrano Ordine di Malta, che ne ha tanto bisogno. Madrine della serata princesse Milana Furstenberg e Valentina Ostrowsky, ex femme di Arun Nayar ( appena scaricato da Elisabeth Hurley per un giocatore di hockey. Chi la fa l'aspetti! ).

 

A dare una mano Domitilla Clavarino, Marzia di Carpegna, Fabrizia Ruffo di Calabria, Emanuela Cordero di Montezemolo. Una gara di slalom che ha visto vincitori Cedric Notz e Francesco d'Urso, al terzo posto Margherita Puri. La gelida temperatura di dieci gradi sotto zero ha messo a dura prova le sciure milanesi che la mattina si sono infagottate in piumini anti/gelo e moon boot griffati e scintillanti, il pomeriggio a bordo pista di pattinaggio del Kulm Hotel sfoggiavano invece pelliccione in stile Yeti e manicotti di pelo (Pizzi dov'eri?).

 

Francesca Versace e Margherita Missoni prima ruzzolavano sullo slittino e poi saettavano sul ghiaccio portando in bilico un vassoio con bicchieri stracolmi di vin brule', squalificate se facevano traboccare una sola goccia. Al dopo/Palace ci ha pensato Rolf Sachs che ha trasferito comitiva e bagatelle al suo Dracula. Danze e scatenamenti da bunga/bunga sui tavoli fino alle 6 del mattino. Qui i paparazzi sono visti come la croce per i vampiri. Ma anche digitali e IPhone degli invitati sono tenuti nascosti (ndr. a chi scrive è stata sequestrata villanamente la macchina fotografica da un cameriere, con modi da Gestapo).

 

Rolf, bon viveur di notte e designer nel tempo libero, ha appena completato la ristrutturazione (nientepodimeno che) dello stadio olimpico (chissene..).Solo se si e' ammessi alla corte dei Cresta riders si può assaggiare il sanguinolento Bloody Mary preparato dal vecchio barman, Enzo, un istituzione da 45 anni.

 

Siamo al Cresta Run, dicono il club più esclusivo ad alta quota, dicono. Qui, non basta il pedigree, quello ce l'hanno tutti, occorre un mix di palle e coraggio per buttarsi a testa in giu' sulla pista di ghiaccio dove sono scesi Gianni Agnelli, Gunther Sachs e teste coronate da oltre un secolo. L'appuntamento e' all'alba quando il ghiaccio e' come cristallo. La sera si festeggia a casa del vampiro, ossia al Dracula Club, fra i members for eternity ( ndr. membri a vita).

 

Tutti vogliono conoscerne uno per farsi invitare (quelli di piu' vecchia data sono Hugh Malim, il ceo della Barclays, Matteo Thun, Luca Simoni, Norman Foster, Andrea Bonomi, Spyros Niarchos, Ernst Hannover e altri) o almeno spendere il suo nome all'ingresso. Il clou della stagione e' la cena con premiazione del night riding, con la pista illuminata a fiaccole, in palio una bara d'argento in miniatura.

 

I must per la vestizione dei soci ( e se non ce li hai non sei uno del giro) sono: giacca di velluto nero con interno rosso vampiro, realizzate in esclusiva da Shanghai Tang, sciarpone lunga fino ai piedi, tessuta in Transilvania, il paese di Dracula, e le babbucce, anche loro vellutate, con il logo del pipistrello, da portare spaiate, una rossa e l'altra nera ( sono poi le stesse copiate dal Briatore).

 

P.S. ConsigIi per le buone frequentazioni ad alta quota: sgomitare per farsi invitare nel salotto dell'indiano Lakshmi Mittal, il re dell'acciao, o almeno in quello della sua vicina di casa Ester van Hulst. Ultima opzione: la magione di Georg von Opel a La Punt per pallosissimi concerti di musica da camera seguiti da cena ipergourmet.

 04-02-2011]

 

A STRATEGIA DEL TACCAGNO - IL GENIO HA IL "BRACCINO CORTO" - L’ARTISTA MILIONARIO DAMIEN HIRST CERCA UN ASSISTENTE: OFFRE 20 MILA STERLINE L’ANNO - Michelangelo teneva sotto il letto un cofano pieno di monete d’oro, ché non si fidava dei banchieri - Alberto Sordi, Quando erano a carico suo, faceva telefonate di pochissimi secondi - COME DISSE IL POETA: VISSERO INFELICI PERCHé COSTAVA DI MENO

Armando Torno per il "Corriere della Sera"

 

Non desideriamo discutere di un artista come Damien Hirst, le cui opere lasciano sovente perplessi, ma della sua avarizia. Se possiede una fortuna stimata intorno ai 215 milioni di sterline, sta ora cercando un collaboratore dalla «pennellata forte e decisa» , ben informato sulla «teoria dei colori» e con «competenze da disegnatore e da pittore» . In altre parole, un professionista. E cosa offre? Ventimila sterline l'anno. Che dire? Innanzitutto che ha il «braccino corto» .

Come Paperon de' Paperoni o l'arido e tirchio Ebenezer Scrooge prima della conversione in A Christmas Carol di Charles Dickens. Oppure come Totò nel film 47 morto che parla, tratto dall'omonima commedia di Ettore Petrolini. Gli avari si sprecano, tanto da creare un genere letterario. Se il loro patrono resta Giuda, il più geniale fu Michelangelo Buonarroti che si teneva sotto il letto un cofano pieno di monete d'oro, ché non si fidava dei banchieri. Un avaro simpatico? Alberto Sordi. Quando erano a carico suo, faceva telefonate di pochissimi secondi.

 

Un taccagno di qualità, invece, era il filosofo Arthur Schopenhauer, incapace di amare il prossimo, anzi ne visse sempre provando disgusto. Avara suo malgrado, costretta per risanare il bilancio di famiglia, fu la mamma di Giacomo Leopardi, quell'Adelaide Antici che accettava dai contadini solo uova grosse, tanto che aveva un cerchio per misurale e respingeva le sottodimensionate. Codesto vizio è un tema mitologico con re Mida, il quale per avidità giunse a non potersi neppure sfamare, giacché i cibi che toccava si trasformavano subito in oro.

 

Insomma Hirst, nonostante tutto, è in buona compagnia. Se fosse vissuto al tempo del commediografo latino Plauto rischiava di finire nell'Aulularia, magari dipinto come Euclione, taccagno che trovò una pentola colma di monete e consumava i giorni nel costante terrore che gli venisse sottratta. Sarebbe finito anche negli aspetti comici dell'opera, nella quale l'affanno ridevole della custodia del tesoro suscita continue ilarità. Forse meglio che diventare un ospite del VII canto dell'Inferno di Dante dove, sotto l'influenza del senso cristiano di tale peccato, «questi resurgeranno del sepolcro/col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi» .

Voltaire scrisse nel Dizionario filosofico che «gli uomini odiano coloro che chiamano avari solo perché non ne possono cavar nulla» , mentre Confucio nella sua saggezza lancia loro un appiglio e nei Colloqui scrive: «Il prodigo è arrogante, l'avaro è meschino. La meschinità è meglio dell'arroganza» . Se San Gregorio nei Moralia pone l'avarizia tra i vizi spirituali, giacché si consuma nel piacere e nella percezione dell'anima e non della carne, una battuta del film Arabesque (1966) proferita dal petroliere Alan Badel a Gregory Peck ricorda che sovente questo vizio diventa componente necessaria della prudenza: «Signor Pollock, i beduini hanno l'abitudine di dire agli ospiti: tutto ciò che posseggo è tuo. Io non arrivo a tanto» .

 

Eppure bisogna temerla, come insegna Shakespeare con Shylock nel Mercante di Venezia; o va tenuta lontano, giacché Philip Massinger ci ricordò nel Nuovo modo di pagare i vecchi debiti (la stampa è del 1632) che sovente finisce in pazzia. Ma forse il Seicento ci ha consegnato con Arpagone nell'Avare di Molière il ritratto più acuto: nell'avarizia il senso del ridicolo si unisce alla vergogna e alla coscienza del proprio difetto, anche se è rifiutato con sdegno, come se si vivesse una rivolta della vanità contro la tendenza dell'anima, custodita e difesa con gelosia.

Inoltre è possibile parlare di santa e disperata avarizia, come prova Giovanni Verga nella novella La roba o in Mastro don Gesualdo. L'urlo di Mazzarò, quando gli ricordano che è tempo di pensare alle cose celesti, «Roba mia, vientene con me!» , rappresenta il fallimento della religione dell'accumulo.

 

Il lettore italiano può informarsi del problema di Damien Hirst con due saggi: di Phyllis A. Tickle (Raffaello Cortina, 2006) e di Stefano Zamagni (Il Mulino, 2009): entrambi sono intitolati Avarizia.

Tra le altre letture ci sono l'Eugénie Grandet di Balzac, ma soprattutto Il cavaliere avaro di Aleksandr Sergeevic Puškin, del 1830 (una traduzione italiana nelle Opere di Mursia). In tal caso il vizio capitale diventa contemplazione dell'infinito potere racchiuso nelle ricchezze accumulate: ma un simile vagheggiamento non si trasforma in volontà di dominio, bensì in una sorta di faustianesimo invertito, una gioia sadica nel fermare il volgere delle stagioni impedendo lo scoppio delle energie racchiuse nel denaro. Allora l'avarizia si muta in potenza metafisica. È il dramma dei ricchi non generosi. Oggi in aumento.

 24-01-2011]

 

 

 

 

2. DNA, 60 MAGISTRATI PER QUATTRO POSTI...
Ci sono quattro posti vuoti tra i 20 sostituti procuratori della Direzione nazionale antimafia. Lavorare a Roma, accanto al superprocuratore Piero Grasso l, è incarico ambito e prestigioso e al Consiglio superiore della magistratura sono arrivati da tutta Italia i curricula di 60 candidati. Fra gli aspiranti all'ufficio di via Giulia ci sono siciliani come il pm della Dda di Palermo Giuseppe Fici, che ha collaborato con Gian Carlo Caselli e lo stesso Grasso, e il giudice Vincenzo Panebianco di Siracusa; il napoletano, ormai veneziano d'adozione, Carlo Mastelloni; e tanti pugliesi.

 

A febbraio la commissione competente farà una prima scrematura, selezionando i magistrati più qualificati per l'incarico. E a metà marzo è attesa la scelta dei quattro da inviare alla Dna. (A.M.G.)21-01-2011]

 

 

3. CANDID CAMERA PER CHI SPORCA...
La moda l'ha lanciata il sindaco di Bari, Michele Emiliano, pubblicando su Facebook le foto dei netturbini fannulloni. A Napoli però le strade, più che sporche, sono trasformate in un immondezzaio; e le pause extra dei netturbini non le nota nessuno. Lavorino o no, la spazzatura resta ovunque. Perché chi più ne ha più ne mette. I residenti sono specializzati nel lancio del sacchetto fuori orario, le ditte disseminano rifiuti speciali.

 

E i commercianti sono maestri nell'abbandono indifferenziato di cartoni e imballaggi. Tendenza non nuova, si dirà. Ma al prossimo sgarro la foto finisce sul web. Sull'esempio pugliese, i «paparazzi» di un'associazione s'indignano con Rosa Russo Iervolino. E gli scatti
inviati al sindaco sono personalizzati dalla dedica: «Zero controlli. I trasgressori ringraziano!» Firmato «No comment» (è il nome dell'associazione). Maria Pirro

 21-01-2011]

 

UN TESORO DI MOGLIE - LEILA BEN ALI È SOLO L’ULTIMA DELLA LUNGA LISTA DI CONSORTI DI DITTATORI CHE SCAPPA COL MALLOPPO - SUHA ARAFAT L’ACCUSAVA DI DEPREDARE IL PATRIMONIO DELLA TUNISIA, MA PER MOLTI, PROPRIO LA MOGLIE DEL LEADER OLP SI GODREBBE LA “CASSA DI GUERRA” LASCIATA DAL MARITO IN DIVERSE BANCHE EUROPEE - DA IMELDA MARCOS, A MICHÈLE BENNETT (LADY DUVALIER), FINO ALLA SIGNORA PINOCHET. AL MOMENTO DELLA FUGA IL PRIMO PENSIERO È PER LA CASSAFORTE

Monica Ricci Sargentini per il "Corriere della Sera"

 

Nei momenti di disgrazia il primo pensiero va sempre alla cassa. A quel tesoro da far sparire in un batter d'occhio. Leila Ben Ali non è la prima e non sarà l'ultima ad aver pensato al vile denaro. La moglie del presidente tunisino, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe stata previdente: avrebbe stipato l'aereo che l'ha portata verso la salvezza con 1,5 tonnellate di lingotti d'oro per un valore di 45 milioni di euro.

 

Lui, il marito, era un po' restio ad autorizzare il prelievo dalla Banca Centrale (che smentisce la notizia), ma poi avrebbe ceduto al pragmatismo della consorte che, chiaramente, ha a cuore il suo futuro e quello dei tre figli (la maggiore, Nesrin, partorirà tra qualche settimana in Canada).

D'altra parte che Leila avesse in pugno la situazione l'aveva rivelato, nei cablogrammi diffusi da Wikileaks poche settimane fa, la vedova di un altro leader potente, Suha Arafat: «Il presidente - aveva detto in una conversazione telefonica che risale al 2007 con l'allora ambasciatore americano in Tunisia Robert Godec - fa solo quello che la moglie gli ordina; Leila Ben Ali e la sua famiglia stanno depredando il patrimonio della nazione; i parenti possono fare quel che vogliono impunemente» .

 

Parole «profetiche» dettate dall'irritazione della donna per l'inaspettata revoca della cittadinanza tunisina. Ma da che pulpito: Suha è un'altra moglie sospettata di aver pensato molto al patrimonio. Cristiana, di buona famiglia, sposò Arafat nel 1990 quando lei aveva 27 anni e lui 61. Alla morte del presidente dell'Anp molti l'hanno accusata di aver ereditato dal marito centinaia di milioni di dollari sparsi in diverse banche europee, una sorta di «cassa di guerra» creata da Arafat nel corso degli anni.

 

E che dire di Imelda Marcos, un'altra icona del lusso sfrenato: quando fuggì da Palazzo Malacanang si lasciò dietro una collezione di 3.000 paia di scarpe, 1.000 borse, 508 abiti da sera e 15 pellicce di visone. Il marito, Ferdinand Marcos, presidente delle Filippine tra il 1965 al 1986, avrebbe rubato al suo Paese tra i 4 e gli 8 miliardi di euro, e lei attingeva al salvadanaio segreto. Nel 1998 la Svizzera restituì a Manila 600 milioni di dollari di quel tesoro nonostante Imelda abbia sempre sostenuto che il patrimonio era del marito «ricchissimo prima di assumere il potere» .

 

Indimenticabile è Michèle Bennett, un tempo moglie dell'ex dittatore haitiano Jean-Claude Duvalier. Quando lasciarono Port au Prince, nel 1986, i due coniugi avevano già ammassato all'estero tra i 300 e i 900 milioni di dollari. Che fossero spendaccioni era noto. Il loro matrimonio è passato alla storia per il suo costo spropositato: 3 milioni di dollari di cui 100 mila solo per i fuochi d'artificio. Le cronache narrano di una donna crudele, vorace, dedita allo shopping compulsivo.

 

Quando i poliziotti francesi perquisirono la villa Duvalier per indagare sul famoso «bottino», la signora cercò di buttare nel water un taccuino su cui erano annotate le spesucce degli ultimi mesi: 270 mila dollari in gioielli, 168 mila in vestiti e novemila per due selle da cavallo di Hermes comprate per i figli. Si dice che quando il marito le chiese il divorzio nel 1990 lei gli ridusse di molto il tenore di vita.

Nell'elenco non può mancare Lucia Hiriart, moglie di Augusto Pinochet, accusata insieme ai suoi figli di aver trasferito illegalmente, durante il regno del dittatore, 27 milioni di dollari su 115 conti esteri. E per finire c'è Raghad, la figlia di Saddam Hussein, oggi in esilio in Giordania: avrebbe trafugato oltre un miliardo di dollari in gioielli, gemme e altri preziosi. È il bottino che il marito, Hussein Kamal, era riuscito a nascondere nel regno hashemita prima di essere trucidato per ordine del Raìs. 18-01-2011]

 

 

 

L´impero americano per dieci anni nelle mani di un malato d´Alzheimer? - CONFESSIONE SHOCK Del figlio di ronald REAGAN in un libro in uscita, "My father at 100": "probabilmente se i medici gli avessero diagnosticato il male mio padre si sarebbe dimesso" - era già malato quando Nel marzo del 1983 Reagan pronunciò lo storico discorso in cui predisse il collasso del comunismo. dunque, non tutto il male vien per nuocere...

Angelo Aquaro per "la Repubblica"

 

Nel marzo del 1983 Ronald Reagan pronunciò lo storico discorso in cui predisse il collasso del comunismo. Est e Ovest erano all´apice della guerra fredda. L´invasione dell´Afghanistan - quella sovietica - aveva spinto agli Usa a dimostrare tutta la loro forza. Il dispiegamento dei missili Cruise aveva creato proteste in mezza Europa. L´Italia si spaccò sulla base di Sigonella. Eppure quello che allora sarebbe potuto collassare davvero era proprio lui. Il presidente di cui il 6 febbraio ricorre il centenario confessò con una lettera alla nazione di soffrire d´Alzheimer più di dieci anni dopo: nell´agosto 1994.

 

Ma adesso suo figlio Ron rivela che Ronald era già malato: «Nel terzo anno della sua elezione cominciai a vedere i primi segni di preoccupazione». La situazione peggiora quando - è il 1984 - «guardando il dibattito tv con Walter Mondale cominciai a provare quel senso di nausea che avverti sentendo che un cattivo sogno si sta realizzando». L´impero americano nelle mani di un malato? Nello stesso libro in uscita, My father at 100, il figlio sottolinea: probabilmente se i medici gli avessero diagnosticato il male mio padre si sarebbe dimesso.

 

Apriti cielo. La Ronald Reagan Foundation ha subito preso le distanze: «Ron ha scritto un libro affettuosamente caloroso. Ma sull´Alzheimer sia i medici del presidente sia quelli che l´hanno curato dopo hanno stabilito che i segni della malattia apparvero solo quando lasciò la Casa Bianca».

 

Vietato ledere l´immagine dell´uomo che sopravvisse a un attentato e ridiede fiducia all´America. E chi se ne importa se le associazioni dei malati ringraziano Ron per il coraggio della denuncia. «Quando eleggiamo i presidenti» scrive Reagan jr «eleggiamo esseri umani con tutte le loro debolezze». Una bestemmia per questa nazione di Supermen. 17-01-2011]

 

 

DOPO IL PROCESSO BREVE, ARRIVA IL PRECARIO BREVISSIMO - GRAZIE AL “COLLEGATO LAVORO” VOLUTO DALLO (SCOLLEGATO) MINISTRO SACCONI, ARRIVA IL MAXI REGALO DEL GOVERNO ALLE AZIENDE CHE SFRUTTANO COCOPRO E COCOCO E FINTE PARTITE IVA: TERMINI PER I RICORSI DI LAVORO RIDOTTI A SOLI 60 GIORNI (PRIMA NON C’ERA SCADENZA), E DA LUNEDI’ SANATORIA TOMBALE SUI VECCHI CONTRATTI - CAMUSSO, DOVE SEI? VENDOLA? NON PERVENUTO. QUALCUNO LI INFORMI CHE POMIGLIANO PIU’ MIRAFIORI OCCUPANO 34.000 ADDETTI, MENTRE I PRECARI FREGATI DA QUESTA LEGGE SONO 150.000

Lorenzo Galeazzi e Federico Mello per "ilFattoQuotidiano.it"

 

Chi ha avuto esperienze professionali precarie sa bene che avere buoni rapporti con i propri principali è fondamentale. Mi rinnoveranno il contratto? Me lo prolungheranno? Mi assumeranno a tempo indeterminato? Prima, poi o mai? Sono alcune delle domande che affliggono quotidianamente il lavoratore atipico. Adesso, però, chi si trova nel limbo temporale tra un contratto scaduto e uno che forse arriverà - co.co.pro, di collaborazione, o tempo determinato - è davanti a un bivio. Entra oggi in vigore la legge 183 del 2010, più nota come "Collegato lavoro".

 

COM'ERA. La vecchia normativa garantiva anni di tempo a chi intendeva fare causa al suo ex-datore di lavoro (il caso più classico, per i precari, è quello in cui si viene utilizzati come "collaboratori" anche se si fa un lavoro da dipendenti a tutti gli effetti). Con il Collegato lavoro, l'arco di tempo entro il quale si può fare causa al proprio datore di lavoro diventa di 60 giorni: o ci si muove per tempo, o dopo non si può più rivendicare nessun diritto (era una disposizione già prevista per i contratti a tempo determinato ora allargate anche agli altri contratti).

CHI PUO' FARE CAUSA. Per tutti i rapporti di lavoro terminati prima del novembre 2010 (oggi), quindi, si potrà fare causa entro il 23 gennaio. Per i contratti che scadranno in futuro, si avranno sempre e comunque solo 60 giorni di tempo, e poco importa se, magari, si aspetta un nuovo contratto proprio dal datore di lavoro che si vuole portare in tribunale.

 

RICATTO CERTIFICATO. "La Legge 183 chiude il cerchio perverso che si era aperto nel 1997 con il Paccheto Treu". Ne è convinto Massimo Laratro, uno degli avocati del lavoro del pool legale di San Precario, il collettivo che da più di 10 anni si occupa di diritti e precarietà. "Treu aveva introdotto le prime forme di lavoro flessibile e interinale nel 1997; Marco Biagi, con la Legge 30 del 2003 aveva codificato la precarietà con una serie di forme contrattuali atipiche; oggi, con il collegato lavoro, il legislatore va a colpire i precari anche sul piano processuale. Il ricatto cui era sottoposto il lavoratore atipico prima era implicito, oggi è certificato".

 

Secondo gli avvocati di San Precario, la nuova legge rende quasi impossibile per i lavoratori fare causa alle aziende quando le condizioni contrattuali sono ritenute non corrette. E' un vero rosario - di cavilli, eccezioni, tempistica, sproporzione delle forze in campo - quello da sgranare per vedersi riconoscere i propri diritti.

I PERIODI DI NON LAVORO. "Oggi ero in tribunale per due cause di lavoro e, alla luce delle novità legislative, sono state entrambe rinviate", dice Matteo Paulli, uno dei legali del pool. "Ci vogliono mesi, addirittura anni, per sapere se un contratto di lavoro è impugnabile". E chiarisce: "I precari fra una collaborazione e l'altra possono avere dei periodi di non lavoro ben superiori a due mesi - continua Paulli - Un datore di lavoro può dire al suo dipendente che gli rinnova il contratto, lascia passare i famosi 60 giorni e al 61esimo non glie lo rinnova. A quel punto per il precario è finita, si trova cornuto e mazziato".

 

CONTRATTISTI MULTIPLI. Non solo, c'è una trappola anche per i contrattisti "multipli": "Se un lavoratore ha avuto con la stessa azienda un numero elevato di collaborazioni, ad esempio cinque contratti nell'ultimo anno, potrà impugnarli sempre che i famosi 60 giorni non siano trascorsi. E' ovvio che quindi potrà impugnare solo l'ultimo. E avrà molte meno possibilità di vincere", sottolinea Massimo Laratro. Insomma, è la parola del dipendente contro quella del principale. "Dato che durante l'udienza il datore di lavoro deve dimostrare la ‘temporaneità' del rapporto di lavoro, se la causa riguarda un solo contratto di due mesi anziché cinque o sei collaborazioni, avrà la strada spianata".

 

INSIDIE PRIMA DI FIRMARE. Le insidie non finiscono qua. Le altre due novità particolarmente indigeste ai legali di San Precario sono la "certificazione del rapporto di lavoro" e la "clausola del ricorso all'arbitrato" in caso di impugnazione. Presso le camere del lavoro verranno istituite delle "commissioni certificatrici" che avranno il compito di apporre il loro sigillo sulla validità di un determinato rapporto di lavoro. "Io ti assumo con un contratto a progetto, mi rivolgo alla commissione che timbra il contratto come legittimo e tu non potrai mai fare più causa contro di me - dice Laratro - Così facendo si certifica non solo il rapporto, ma anche la volontà del lavoratore che evidentemente non è nella condizione di rifiutare perché magari sta cercando un'occupazione da mesi".

ARBITRATO. L'arbitrato invece dà la possibilità al datore di lavoro di inserire nel contratto una clausola che dice che in caso di problemi il dipendente si rivolgerà a una commissione arbitrale invece che ai giudici. "Con questa norma si vuole azzerare il ricorso all'autorità giudiziaria" dicono gli avvocati.

 

INDENNITA' PREGRESSA. Infine c'è la questione dell'indennità. Prima della Legge 183 se un lavoratore vinceva la causa contro il suo datore di lavoro, lui era obbligato a "riconoscergli il mancato guadagno", e cioè a corrispondergli tutti gli stipendi in cui era rimasto a casa. Ora, nel caso l'azienda perdesse in tribunale sarà tenuta solo a versare un'indennità all'ex dipendente che andrà da un minimo di 2,5 a un massimo di 12 mensilità. "E se il processo va avanti per tre anni e il lavoratore in tutto il periodo rimane a casa?" Chiedono gli avvocati di San Precario.

 

LICENZIAMENTO ORALE. E ancora, l'ultima gabola. C'è il licenziamento "orale". Per la legge il licenziamento deve essere comunicato in forma scritta: se comunicato oralmente, non è valido. Ma ora il termine dei 60 giorni varrà anche per i "licenziamenti orali". Se un datore di lavoro sosterrà che il licenziamento c'è stato prima della data indicata dal lavoratore (e ben prima dei sessanta giorni a disposizione), basterà trovare dei testimoni compiacenti per bloccare il processo.

 

LA CGIL: ASSISTENZA' STRAORDINARIA. La Cgil si è attivata in tutti i modi contro il collegato lavoro. Non solo è impegnata da settimana per distribuire materiale informativo, ha lanciato anche un appello ai principali organi di informazione. Assicura, inoltre, che "tutti gli uffici legali della confederaizone, tutti gli sportelli immigrati, tutte le strutture di categoria della Camera del lavoro, saranno impegnate nei prossimi sessanta giorni in un'iniziativa di straordinaria consulenza e tutela". Un impegno che i militanti dello sportello San Precario giudicano tardivo. "Il provvedimento è in Parlamento da due anni. Dov'era la Cgil in tutto questo periodo?", chiede Massimo Laratro.

NESSUN DIRITTO. il colpo finale ai precari e alla loro dignità è ormai sferrato. Si parla da anni di "flexsecurity", di garantire sostegno e stato sociale anche ai lavoratori precari. Alla fine, invece, si è chiuso il ciclo aperto da Treu: neanche i tribunali potranno garantire i diritti violati dei lavoratori atipici.

21-01-2011]

 

 

BOLOGNA LA ROTTA - COLPO DI SCENA, PARLA IL PADRE DEL BAMBINO: "Non è vero che viviamo in strada. Abbiamo una casa in affitto, 460 euro per un buco, abbiamo difficoltà economiche e facciamo i salti mortali ma non siamo dei pazzi che tengono due neonati al gelo senza curarsene" - "Nel 2007 abbiamo fatto richiesta per la casa popolare e stavamo preparando quella per l’assegno. Ma più di questo no, perché avevamo paura che ci togliessero i bimbi. Ma dalla morte di Devid nessuno dal Comune si è fatto vivo

1- PARLA IL PADRE: «MACCHÈ CLOCHARD. NON CHIEDEVAMO SUPPORTO? CI AVREBBERO TOLTO I PICCOLI»
Gianluca Rotondi per il "Corriere di Bologna"

 

«Non è vero che viviamo in strada, che siamo dei vagabondi. Abbiamo una casa in affitto, 460 euro per un buco in via delle Tovaglie, abbiamo difficoltà economiche e facciamo i salti mortali ma non siamo dei pazzi che tengono due neonati al gelo senza curarsene». Sergio Berghi, 43 anni, se ne sta seduto fuori dal Gozzadini e fuma l'ennesima sigaretta. È furente, arrabbiato col mondo e disperato.

È alla pediatria del Sant'Orsola che si è consumato il suo dramma e quello della compagna Claudia, 36 anni, cinque figli avuti da tre uomini diversi e una vita segnata dalle difficoltà. Qui è venuto al mondo e se ne è andato dopo soli venti giorni Devid, uno dei due gemelli nati il 13 dicembre e morto in ospedale il 4 gennaio dopo essere stato raccolto da un'ambulanza in piazza Maggiore.

Non respirava quasi più quando è arrivato al Sant'Orsola. Il padre, un passato difficile a Firenze e un presente fatto di lavoretti per sbarcare il lunario, ha seppellito Devid alla Certosa da nemmeno un'ora ed è tornato al Gozzadini dove sono ricoverati l'altro gemellino, la compagna e la figlia di un anno e mezzo della donna. Stanno bene e presto andranno in una struttura protetta.

«Sono pronto a togliermi il pane da bocca per i figli ma non c'è lavoro. Claudia faceva assistenza agli anziani ma quando ha avuto la bimba ha smesso - dice Sergio - A novembre ho fatto un lavoretto ma mi sono rimasti cento euro. I problemi ci sono ma non siamo barboni, abbiamo una casa dove stare».

In quella casa alle spalle del tribunale in realtà ufficialmente ci vive Claudia col marito, un magrebino che ha sposato a maggio su due piedi. I vicini e i negozianti, che raccontano di difficoltà economiche e litigi, giurano di averli visti traslocare a settembre. Ma per andare dove? Ogni tanto dalla nonna, poi chissà. Lui è stato per qualche tempo in una struttura del Giovanni XXIII° a Funo. Li hanno visti in giro in città, alla stazione, in Sala Borsa e in via Capo di Lucca. Non chiedevano né soldi né aiuto e hanno tenuto nascosta la gravidanza della donna fino al parto.

Poi il dramma: «Abbiamo mangiato dalla mamma di Claudia e poi ci siamo avviati a piedi verso casa - racconta - Ci siamo fermati in piazza Maggiore a salutare un amico e abbiamo visto che Devid era viola e giallo e respirava a fatica. Sono stato io a chiamare l'ambulanza. Nessun dottore ha parlato di freddo e stenti, ci hanno detto che è morto perché aveva il latte nella trachea», dice con rabbia: «Siamo tornati a casa ma a mezzanotte ci hanno chiamato perché era gravissimo».

 

Ma perché non avete chiesto aiuto? «Nel 2007 abbiamo fatto richiesta per la casa popolare e stavamo preparando quella per l'assegno. Ma più di questo no, perché avevamo paura che ci togliessero i bimbi. Ma dalla morte di Devid nessuno dal Comune si è fatto vivo. Ora vorrei la casa popolare».

Era già successo, sia a lui che a Claudia, quando i loro destini non si erano ancora incrociati. Incapacità genitoriale, sintetizzano i servizi sociali. Chiamati a mettere in fila le tappe di una vicenda dolorosissima che interroga tutti. Sergio la risposta non ce l'ha ma precisa: «Sono nati di sette mesi, seguivano una terapia ma ci hanno detto che stavano bene. Poi le solite raccomandazioni, tenerli al caldo e avere cura che mangiassero. Secondo noi invece dovevano tenerli di più in ospedale».

2- GELO E INDIFFERENZA, MUORE A 20 GIORNI...
Franco Giubilei per "La Stampa"

Per giorni hanno cercato rifugio in Sala Borsa, la biblioteca che si affaccia su piazza del Nettuno, nel cuore di Bologna. Padre, madre, due figli gemelli di soli venti giorni e una bimba di un anno e mezzo, una famiglia italiana senza casa che viveva di espedienti. Poi il 4 gennaio qualcuno ha finalmente chiamato il 118 e i sanitari sono venuti a prendersi i bambini in piazza Maggiore perché uno dei due gemellini stava malissimo.

Per Devid Berghi però era troppo tardi: il piccolo è morto nel reparto di rianimazione dell'ospedale Sant'Orsola. Si parla di crisi respiratoria e per avere la risposta definitiva sulle cause bisognerà aspettare gli esiti dell'autopsia, ma l'ipotesi più verosimile è che il neonato non abbia retto al freddo e agli stenti. Il gemellino e la sorella, ricoverati in Pediatria, fortunatamente ora stanno bene. Una vicenda incredibile che ha come teatro i portici e le piazze del centro di Bologna, dove i cinque hanno vagato per giorni.

Adesso in città è tutto un rincorrersi di dichiarazioni incredule e sgomente per il clima di indifferenza in cui è maturata la tragedia, ma è la ricostruzione dei fatti a rendere l'idea di quel che è accaduto: «Ho fatto entrare il padre al caldo, in negozio, ma non era lucido, la madre stava fuori e piangeva - racconta il dipendente della farmacia comunale di piazza Maggiore, a due passi da Palazzo D'Accursio, che ha dato i primi soccorsi -. Lui invece continuava a tenere in braccio questo bimbo, che sembrava già morto. Era bluastro, non respirava più».

Era il pomeriggio del 4 gennaio, poco dopo le 15: a pochi metri la gente di passaggio si era accorta che c'era qualcosa che non andava. «Una collega mi ha descritto la scena dicendomi che era già stata chiamata un'ambulanza - aggiunge il farmacista -. Sono uscito e ho visto un capannello di persone intorno a questi genitori. Il padre non era lucido, con lui non si riusciva a interagire».

 

A questo punto, visto che i soccorsi ancora non arrivavano, l'uomo col neonato è stato fatto entrare in farmacia e il dipendente ha richiamato il 118: «Quando ho telefonato mi hanno detto che l'ambulanza era appena arrivata. Poi si è presentato un signore dicendo di essere il nonno, con una carrozzina vuota, e ci ha chiesto se potevamo custodirla noi».

Il procuratore aggiunto di Bologna Valter Giovannini ha aperto un fascicolo, l'inchiesta è stata affidata al pm Alessandra Serra, che ha disposto l'acquisizione di tutta la documentazione riguardante la famiglia di Devid. Critiche al funzionamento dei servizi sociali sono venute dal direttore della Caritas diocesana, che conosceva i genitori anche se «da non molto tempo: è una carenza dei servizi sociali, ci sono lacune non piccole. A questa città manca un vero padre di famiglia. I servizi dovrebbero avere la possibilità di valutare le situazioni, senza rimandarle alle calende greche. Questa vicenda fa capire cosa sono le nuove povertà».

Il commissario straordinario di Bologna Anna Maria Cancellieri, che rimpiazza il sindaco da quando si dimise Delbono, ha replicato: «La madre aveva sempre rifiutato aiuti e assistenza». In passato aveva avuto altri due figli che le erano stati tolti dai servizi sociali e dati in affido. Dal 2001 avrebbe avuto cinque bambini da tre uomini diversi. «In occasione di un pranzo di solidarietà l'ultimo dell'anno era stata avvicinata da due operatori che le hanno chiesto se aveva bisogno, ma lei non ha chiesto nulla», dice la Cancellieri.

Neanche quando i figli sono stati dimessi e trasferiti in una struttura protetta la madre ha voluto seguirli. Ai servizi sociali specificano che il 31 dicembre era stato offerto un posto per dormire, «ma loro hanno risposto di avere una casa. La donna, che era seguita dal servizio sociale di Santo Stefano, non aveva mai riferito di non averla». Il padre, originario dell'Aretino, in passato era stato ospite di strutture di accoglienza a Bologna, ma da tempo viveva per la strada. 11-01-2011]

 

 

Da "Panorama"

1. POCHI SOLDI, CHIUDONO 13 DOMUS DI POMPEI...
Non c'è pace per gli Scavi di Pompei. È saltato infatti, per mancanza di copertura finanziaria, il rinnovo dell'accordo sindacale che, nel 2008, permise alla soprintendenza archeologica l'apertura di 13 domus, che da inizio gennaio ritornano così inaccessibili ai visitatori. Fra i siti chiusi le case degli Amorini dorati, dei Casti amanti, della Fontana piccola e il Termopolio. Intanto l'Osservatorio patrimonio culturale degli Scavi di Pompei lancia l'allarme sul futuro del complesso: l'80 per cento degli edifici della città romana è a rischio crollo.

«Quotidianamente, anche se le cronache non lo registrano, dai muri delle domus si staccano ampi pezzi di intonaco decorato» accusa il responsabile dell'osservatorio, Antonio Irlando. (Simone Di Meo)07-01-2011]

 

 

 

 

 APPALTI: BANKITALIA, SISTEMA ESPOSTO A RISCHI COLLUSIONE E CORRUZIONE...
(Adnkronos) - Il sistema degli appalti pubblici in Italia e' esposto a rischi di collusione e corruzione oltre a mostrare carenze sul piano della progettazione. E questo nonostante le numerose riforme che hanno interessato il settore, volte a migliorare il disegno delle procedure di aggiudicazione e ad assicurare il rispetto dei principi di pubblicita', di trasparenza e parita' di trattamento dei contraenti privati. Sono queste le patologie e le criticita' messe in luce dallo studio di Bankitalia sul tema 'L'affidamento dei lavori pubblici in Italia: un'analisi dei meccanismi di selezione del contraente privato'.

'Nonostante le numerose riforme che hanno interessato il settore degli appalti pubblici negli ultimi anni, il sistema italiano e' caratterizzato- sottolinea l'indagine di Bankitalia- da un'elevata frammentazione ed esposto in misura considerevole ai rischi di collusione, corruzione e rinegoziazioni successive con gli aggiudicatari dei contratti. Carenze sono, inoltre, presenti sul piano della progettazione degli interventi'.

28-12-2010]

 

 

UN CALCIO NEI COGLIONI DEI BARONI - DITE QUELLO CHE VOLETE DELLA RIFORMA GELMINI, MA È L’EQUIVALENTE DI UNA CASTRAZIONE CHIMICA PER GLI ATTUALI PADRONI DELLE UNIVERSITÀ: DA ROMA A TORINO, DA MESSINA A FIRENZE, TUTTE LE DINASTIE, CON NOMI E COGNOMI, CHE DA OGGI NON POTRANNO PIÙ PIAZZARE EREDI (PERÒ MARITI E MOGLI POTRANNO CONTINUARE A ASSUMERSI A VICENDA) - ECCO LE NOVITÀ E LE CRITICHE: RICERCATORI A TERMINE, BORSE DI STUDIO PER MERITO E NON PER REDDITO, TAGLIO DELLE SEDI…

1 - NO-GELMINI: I VERI INFILTRATI SONO I BARONI...
Daniele Martini per "il Fatto Quotidiano"

Tutto, piuttosto che perdere un privilegio antico: la cattedra familiare. Tutto, compreso l'impensabile, cioè confondersi per una volta tanto con quei casinisti degli studenti, infiltrarsi nei cortei, magari turandosi ben bene il naso, dando l'impressione di essere stati folgorati sulla via di Damasco, nella speranza che la riforma Gelmini dell'Università si infranga sugli scogli della protesta.

 

Devono aver pensato questo i baroni che, dopo una vita passata nella torre eburnea dei loro istituti, inaspettatamente una mattina si sono svegliati contestatori. Perché quella riforma piena di pecche, prima tra tutte la stravagante pretesa di rinnovare le università statali affamandole con i tagli, un merito ce l'avrebbe, un pregio che, però, per loro baroni, suona come una campana a martello: spuntare le unghie proprio ai professoroni delle università in una faccenda a cui tengono quanto al bene della vista, le assunzioni in famiglia.

Da questo punto la legge è perentoria (anche se c'è chi ne mette in dubbio la costituzionalità): assunzione vietata nello stesso dipartimento per i parenti legati fino al quarto grado ai professori in cattedra. Con una vistosa incongruenza, però: il tassativo divieto non vale, chissà perché, tra marito e moglie.

 

Per cui anche in futuro nessuno potrebbe aver niente da ridire se ricapitasse un caso come quello svelato ieri dal Corriere della Sera che riguarda la facoltà di Scienze della Sapienza di Roma. Protagonista una coppia sposata, appunto: lui, Paolo De Bernardis, astro-fisico di livello internazionale, e lei, Silvia Masi, laureata a pieni voti, sollevata dal purgatorio dei ricercatori a vita e assunta nel cielo degli associati, giudicata idonea nel concorso per un posto nel dipartimento del marito.

 

Ma, se per assurdo, la legge Gelmini entrasse in funzione con valore retroattivo, gli atenei italiani si svuoterebbero di colpo. Perché in questi decenni le facoltà sono state uno degli incubatori più accoglienti della mala pianta del nepotismo. Vista dalle cattedre baronali, la riforma fa così paura che perfino i magnifici rettori hanno deciso di sfidare in questi giorni il pubblico ludibrio aggirandola in contropiede. Il caso più clamoroso è quello romano, dove due magnifici su tre hanno piazzato parenti in zona Cesarini.

 

Luigi Frati, emerito della Sapienza e preside di Medicina, già bersaglio di critiche per casi di favoritismi familiari, è entrato di nuovo nel vortice delle accuse perché proprio due giorni fa in facoltà, dipartimento di Scienze e Biotecnologie, è arrivato un altro di casa sua, Giacomo, il secondogenito. Prima di lui era stata la volta dell'altra figlia, Paola, ordinaria di Scienze anatomiche, e della moglie, Luciana Rita Angeletti, Storia della Medicina. Con l'ingresso di Paolo i Frati, insomma, hanno fatto poker.

Idem a Tor Vergata: il rettore, Renato Lauro, anche lui preside di Medicina, ma ex, ha assistito soddisfatto alla decisione del consiglio di facoltà di far assurgere al ruolo di associato la nuora, Paola Rogliani. Prima dei due rettori attuali, un altro magnifico romano, Renato Guarini, era finito sotto inchiesta per abuso d'ufficio, sospettato di uno scambio di favori con un docente di Estimo ad Architettura, che secondo l'accusa avrebbe agevolato la carriera della figlia del primo, Maria Rosa.

 

Anche a Siena, ateneo prestigioso, ma ben protetto dalle critiche e forse per questo poco indagato, i rettori che si sono succeduti dagli anni Ottanta fin quasi ad oggi sono sospettati di avere avuto un occhio di riguardo per quelli di casa. Luigi Berlinguer, ai tempi in cui era ministro dell'Istruzione con il centrosinistra, ebbe la soddisfazione di vedere il figlio Aldo vincitore della cattedra di professore associato in Diritto privato comparato all'Università di Cagliari ad appena 29 anni, ancor prima di concludere il dottorato.

Ora Aldo insegna nell'ateneo toscano dove il padre fu rettore. Il successore di Berlinguer, Piero Tosi, già presidente della Conferenza dei rettori, ordinario di Anatomia e Patologia, ha visto con soddisfazione il figlio Gian Marco calcare le sue orme nella stessa facoltà, vincitore di un concorso per ricercatore per le malattie dell'apparato visivo.

Da Torino a Messina gli alberi dinastici in facoltà sono così tanti che solo per citarli ci vorrebbero i volumi dell'elenco telefonico. Alla Federico II di Napoli due anni fa un gruppo di studenti presentò una ricerca secondo la quale "almeno il 15 per cento di professori è imparentato", con punte nella facoltà di Economia (32 casi). A Messina un anno fa il rettore Franco Tomasello è finito davanti ai giudici assieme ad altri 23 tra docenti e ricercatori con svariate accuse, dall'abuso d'ufficio in concorso a tentata truffa.

 

Dalle indagini venne fuori che a Veterinaria dei 63 docenti 23 erano parenti, a Medicina e Chirurgia su 531 professori i parenti erano poco meno di un centinaio, a Giurisprudenza 27 su 75. Anche nell'ateneo di Cosenza un ex rettore, Giuseppe Frega, si è messo in mostra nell'ambito dei giochi familiari, con il figlio Nicola, ricercatore nella stessa facoltà di Ingegneria che era stata la casa del padre. A Lettere l'ex preside Franco Crispini prima di andare in pensione volle lasciare un'impronta passando il testimone alla due figlie, Ines e Alessandra.

A Catania si sono imposte all'attenzione le dinastie mediche degli Zanghì e dei Basile. Nella prima accanto al padre Michelangelo, si sono fatti avanti i figli Antonino e Guido; nella seconda il chirurgo Attilio ha generato tre figli ordinari, Francesco, Guido e Filadelfio, i primi due luminari medici come il padre, il terzo professore di Agraria ed ex senatore di Forza Italia.

A Firenze ha fatto epoca il caso del rettore, Augusto Marinelli, che ebbe la fortuna di avere il figlio, Nicola, promettente ricercatore nell'ambito della stessa materia paterna, Economia agraria. A Bari, facoltà di Economia, ai tre Massari fondatori della dinastia accademica, Lanfranco, Giansiro e Gilberto, si sono affiancati altri 7 familiari. I Dell'Atti, invece, sono solo quattro.

 

In Basilicata nella facoltà di Agraria, Francesco e Bruno Basso, padre e figlio, hanno lavorato fianco a fianco nello stesso dipartimento come ordinario e associato. A Scienza delle produzioni animali l'impronta l'hanno data i Langella, Michele padre e professore, Emilia, ricercatrice. Un censimento nell'ateneo di Palermo ha individuato a Medicina 24 famiglie di professori e 58 parenti, a Ingegneria 18 famiglie e 38 parenti, a Scienze 11 famiglie e 25 parenti.


2 - LA NUOVA LEGGE AI RAGGI X...
A cura di Flavia Amabile per "La Stampa"

 

RICERCATORI - ASSUNTI SOLTANTO PER UN MASSIMO DI SEI ANNI...
I ricercatori non avranno più contratti a tempo indeterminato. Saranno assunti soltanto con contratti a tempo determinato per una durata massima di sei anni. Se al termine verranno assunti diventeranno professori associati altrimenti dovranno lasciare l'insegnamento e trovare un'occupazione diversa. Gli anni trascorsi come ricercatori potranno rappresentare un titolo valido in caso di concorsi pubblici o come esperienza da inserire in un curriculum.

Chi protesta avverte che la quantità di ricercatori da assumere a questo punto dipende non solo dalla performance dei ricercatori ma anche dai soldi a disposizione delle università che i tagli hanno drasticamente ridotto. E, poi, che fine faranno i ricercatori a tempo indeterminato che sono stati assunti prima della riforma? Si creerà una guerra tra poveri perché gli atenei potrebbero preferire per motivi economici assegnare il posto da associato a un precario, anziché a un ricercatore con più anzianità.

 

I CONCORSI - I PROF. SCELTI DA UNA LISTA DI ABILITAZIONE...
Anzichè sostenere un concorso i futuri nuovi docenti associati e ordinari dovranno innanzitutto essere inseriti sulla base dei loro titoli e pubblicazioni in una lista di abilitazione scientifica nazionale. Sarà valida per quattro anni e realizzata da una commissione composta da quattro professori scelti su sorteggio. La selezione vera e propria avverrà in una seconda fase da parte delle singole università che sceglieranno il candidato ideale all'interno dei nomi presenti in lista.

Chi protesta sostiene che in realtà le università potranno così scegliere liberamente i docenti e non ci sarà alcun ordine basato sul merito. L'abilitazione verrà concessa indiscriminatamente, senza limiti numerici (non previsti dalla legge). Tutti i posti saranno assegnati solo ed esclusivamente tramite chiamata diretta, e la commissione delegata a fare ciò sarà composta da 4 membri del dipartimento che ha richiesto il nuovo docente.

 

BORSE DI STUDIO - PREMIO AL MERITO A PRESCINDERE DAL REDDITO...
Le borse di studio saranno affiancate da una novità: il fondo per il merito. Il fondo permetterà di premiare coloro che lo meriteranno ma a prescindere dal reddito. Si dovrà superare un test nazionale che servirà a verificare la reale capacità di comprensione della lingua scritta, di ragionare e risolvere i problemi. Ogni anno saranno scelti i migliori 1.000 studenti giunti alla fine delle superiori e offerte loro generose borse di studio per andare a studiare nella università migliori anche se lontane da casa, afferma il governo.

Chi critica la riforma sa che si tratta finora di una promessa priva di fondi. Per stanziarli sarà necessario un provvedimento ad hoc oppure, come spera il governo, anche un finanziamento da parte delle aziende, probabilmente le stesse che saranno entrate a far parte del cda. Inoltre, semrpe secondo i critici, sono stati tagliati gran parte dei fondi delle borse di studio che invece vengono date a chi ha un rendimento scolastico buono ma anche reddito basso.

CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE - SU 11 MEMBRI ALMENO TRE SARANNO ESTERNI...
Cambiano i vertici delle università. Il Senato accademico avrà poteri molto più limitati: avanzerà proposte di carattere scientifico, sarà invece il consiglio di amministrazione ad avere piena responsabilità per le assunzioni e delle spese. All'interno del cda ci saranno almeno 3 membri esterni su 11. Il presidente potrà essere un esterno.

 

Il governo intende in questo modo rendere più ricca l'offerta degli atenei, gli studenti hanno reagito bocciando la riforma perché si tratta di una privatizzazione. Infatti - dicono - il Senato accademico (organo elettivo, dove siedono rappresentati di tutte le categorie che operano all'interno dell'università) viene esautorato di gran parte dei propri poteri e viene posto al di sotto del cda dove la rappresentanza esterna può assumere un peso determinante. Il ddl prevede infatti l'ingresso obbligatorio non semplicemente facoltativo di un numero minimo di componenti esterni, in rappresentanza degli interessi privati.

NEI DIPARTIMENTI - STOP A CHIAMATE DEI PARENTI FINO AL QUARTO GRADO...
Esiste un solo limite alle chiamate dirette di futuri docenti dalla lista nazionale. Non potranno essere scelti parenti fino al quarto grado, ovvero fino ai cugini, di chi lavora all'interno dello stesso dipartimento di un ateneo. All'interno di una stessa università invece non potranno essere assunti i parenti del rettore, del direttore generale e dei componenti del cda.

 

Chi protesta ricorda che non sono stati previsti limiti per un altro tipo di parentopoli molto diffusa, quella tra marito e moglie. E che comunque i parenti assunti nello stesso dipartimento sono una parte limitata del fenomeno. Quella più diffusa prevede accordi incrociati per sistemare i rispettivi raccomandati in altre sedi. Oltretutto i rettori sono del tutto deresponsabilizzati. Potranno rimanere in carica un solo mandato: chi vuole fare giochi di potere non ha nemmeno il problema della rielezione a creare un eventuale limite.

 

FACOLTÀ E CORSI DI STUDIO - DRASTICO TAGLIO ALLE SEDI, ATENEI SPINTI A FONDERSI...
Diminuiranno drasticamente università, facoltà e corsi di studio. E' una delle norme su cui il governo punta per ridurre gli sprechi e liberare risorse da destinare al merito. Potranno unirsi università vicine in modo da limitare i costi. E diminuiranno i settori scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 alla metà (consistenza minima di 50 ordinari per settore). E le facoltà che potranno essere al massimo 12 per ateneo.

 

In realtà gli addetti al settore sostengono che gli atenei vengono solo invitati a fondersi, che i settori scientifico-disciplinari sono i codici attribuiti ai diversi esami e che quindi la loro riduzione non porterà grosse modifiche. Il limite sulle facoltà può essere aggirato con un forte accentramento delle facoltà ed il mantenimento delle diverse discipline come dipartimenti. Anche in questo caso il risultato finale potrebbe non essere molto diverso.

 

SALARIO - GLI SCATTI LEGATI ANCHE AI RISULTATI...
Finora lo stipendio aumentava secondo gli scatti di anzianità dunque indipendentemente dal merito. La riforma invece introduce gli scatti di merito sia per gli associati che per gli ordinari. La valutazione di chi premiare sarà effettuata da nuclei formati da professori interni ed esterni che avranno il compito di giudicare il lavoro di ricerca dei docenti. Per questo scopo ci sono 18 milioni per il 2011, 50 per il 2012 e altrettanti per il 2013. In caso di valutazione negativa si perde lo scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai concorsi.

 

I critici sostengono che su questa misura è tutto affidato ai decreti attuativi ancora da emanare e che quindi non è chiaro sulla base di quali criteri verranno realizzate le valutazioni. Si passa quindi da elementi obiettivi e validi per tutti come quello dell'anzianità, ad altri del tutto soggettivi e rispetto ai quali finora è tutto ancora indefinito.

24-12-2010]

 

 

 

RETTORE FRATI, UNA FAMIGLIA DI GENIETTI...
Spettacolare intervista di Antonello Caporale al sindaco morale della Capitale, Luigi Frati. Il rettore della Sapienza, uno che anche Alè-magno gli fa una pippa, rivendica con orgoglio: "Assumo i miei parenti? Se lo meritano. Nessuno della mia famiglia ha avuto ciò che non meritava. Mia moglie, mia figlia, mio figlio, sono bravissimi". Poi il colpo d'ala finale: "Scrivi che voi. Poi leggo e decido se passare dall'avvocato" (Repubblica, p. 17) 24-12-2010]

 

- La moglie. Poi la figlia. Quindi, ma in extremis, il figlio. La famiglia di Luigi Frati, rettore della Sapienza di Roma, si ritrova all’università – “Non posso farci niente se Giacomo è tra i primi cinque, nella classifica dei vincitori di un concorso vecchio di due anni. La vergogna semmai è per gli altri. Giacomo mio figlio s’è fatto un culo come un paiolo” - Sua moglie insegna Storia della medicina ma non è medico. “Embè? È’ storico

Antonello Caporale per la Repubblica

La moglie. Poi la figlia. Quindi, ma in extremis, il figlio. La famiglia di Luigi Frati, rettore della Sapienza di Roma, si ritrova all'università. Ognuno con i suoi pensieri e con le sue fatiche.

«E il merito, ahò il merito dove lo metti?».

Questo è giusto, c'è il merito.
«Non posso farci niente se Giacomo è tra i primi cinque, nella classifica dei vincitori di un concorso vecchio di due anni. La vergogna semmai è per gli altri. Giacomo mio figlio s'è fatto un culo come un pajolo».

 

Giacomo è bravissimo.
«Parliamo del punteggio? Lui ha 21. Artioli, per esempio, 14. Che ce posso fa?».

 

Rettore, le danno del barone al cubo.
«Num me frega nulla. Quello che voglio di' è che nessuno della mia famiglia ha avuto ciò che non meritava».

Bisogna specificarlo bene, perché il nome di Frati...
«Ho mandato in pensione mia moglie, togliendole la collaborazione compensativa. Lo sa?».

Purtroppo contro di lei se ne dicono di tutti i colori.
«Forse perché sono vicino agli studenti? Forse perché giro senza auto blu, forse perché mi faccio un mazzo così?».

Il linguaggio crudo rivela comunque un vivido spirito del fare.
«D'Ubaldo parla di me come futuro sindaco di Roma. Ma io non tradisco, ho da completare il mandato di rettore».

 

Vuole bene all'università, e si vede. Anche il banchetto nuziale di sua figlia l'ha fatto tenere al campus.
«Fregnaccia, fregnaccia. Banchetto a Trevignano, rinfreschetto all'università. L'aranciatina, la coca cola. Un gesto di cortesia per gli amici e i colleghi. E ho pagato trecentomila lire, causale: matrimonio di mia figlia. E da lì è nata la fregnaccia».

Queste cose non si sanno, e si favoleggia.
«Forse sono odiato dai potenti forse, ma dagli studenti amatissimo»

Però è bellissimo avere i figli con questa carriera luminosa. Li avrà condotti per mano, e accuditi, sollecitati.
«Ma che stai a dì? (Certo, vedendo mamma e papà che pure alla domenica studiano, ti viene lo sghiribizzo di emularli)».

 

Complimenti.
«Ti dico: io sono figlio di un minatore, mi sono fatto un culo così».

Estrazione popolare, alterità evidente dal circuito del potere.
«La Gelmini forse ce l'ha con me. E però chiedo: e se Tizio, il professore Tizio ha l'amante Caio? La nuova legge vieta a Caio di divenire professore ordinario?».

Sua moglie insegna Storia della medicina ma non è medico.
«Embè? È storico».

 

Corretto.
«E mia figlia è laureata in Giurisprudenza e fa Medicina legale. Angeletti, e non lo dico io, è tra le più brave d'Italia».

Angeletti è sua moglie.
«Io ho 41 come indice».

Capperi.
«Scrivi che voi. Poi io leggo e decido se passare dall'avvocato». 25-12-2010]

 

 

 

ORA D'ARIA...
"Tettamanzi fra i rom "Prego per il miracolo che il campo chiuda". Visita del cardinale di Milano: soluzione più umana" (Stampa, p. 31)

 24-12-2010]

 

 

"LA RISSA" OGGI È “LA RUSSA”, PALADINO DELLE FORZE DELL’ORDINE E DELLA LEGALITÀ - MA IERI ERA UN “FASCIO CON LA BAVA ALLA BOCCA” CHE ORGANIZZÒ LA MANIFESTAZIONE (VIETATA DALLA QUESTURA) IN CUI MORÌ IL POLIZIOTTO ANTONIO MARINO, COLPITO DA UNA BOMBA A MANO IN PIENO PETTO - L’ATTUALE MINISTRO NON SI ESPONEVA, AGIVA NELL’OMBRA, E IL SUO POTERE DERIVAVA DA QUELLO DEL PADRE, SENATORE MISSINO, AMICO DI CUCCIA E GRANDE MANOVRATORE DELLA FORTUNA DEL COMPAESANO TOTÒ LIGRESTI, CHE DA ALLORA NON HA MAI DIMENTICATO LA FAMIGLIA LA RUSSA

Gianni Barbacetto per "il Fatto Quotidiano"

 

I suoi camerati d'un tempo, quelli che erano al suo fianco nel fuoco degli anni Settanta, non riescono a crederci. Proprio non ce lo vedono, Ignazio La Russa, nei panni del difensore della legalità contro la violenza, dei poliziotti contro i giovani in piazza. "Fu proprio lui a volere più d'ogni altro la manifestazione del 12 aprile 1973 in cui fu ammazzato l'agente Antonio Marino", ricorda Tomaso Staiti di Cuddia, camerata ed ex parlamentare del Msi.

Allora Ignazio era un giovane dirigente missino, segretario regionale del Fronte della gioventù e leader a Milano di quella destra che si presentava davanti alle scuole e nelle piazze armata di catene e coltelli. Il 1973 fu l'anno più duro della "strategia della tensione". "A Milano il Msi da tempo non riusciva a fare una manifestazione all'aperto, con corteo", racconta Staiti.

 

"Così La Russa s'impuntò: il 12 aprile dovevamo riuscirci. A tutti i costi. Man mano che la data s'avvicinava, diventava chiaro a tutti che sarebbe stato un massacro. Alla fine il corteo fu vietato dalla questura. Ma Ignazio continuò a insistere: dovevamo scendere in piazza. E così fu".

 

Quel pomeriggio gli scontri con la polizia furono durissimi. Era arrivato a Milano da Reggio Calabria anche Ciccio Franco, il caporione dei "boia chi molla". Durante la manifestazione ("Contro la violenza rossa", diceva il manifesto che la convocava), furono lanciate perfino due bombe a mano Srcm. Una distrusse un'edicola in largo Tricolore.

L'altra, in via Bellotti, uccise il poliziotto Antonio Marino, 22 anni, a cui fu tirata in pieno petto. Di quel giorno, resta una foto che ritrae La Russa, capelli lunghi, occhi luciferini, assieme a Ciccio Franco, al senatore missino Franco Servello e a tutti i caporioni del Msi milanese. "Ma non aspettatevi di trovarlo direttamente coinvolto in azioni violente", racconta un altro camerata che chiede di non fare il suo nome.

 

"Ignazio restava nell'ombra, le cose le faceva fare agli altri. Era già un politico. E poi diciamolo: non è mai stato un cuor di leone. Dopo quel pomeriggio di sangue, Giorgio Almirante, che non amava quel ragazzotto con i capelli troppo lunghi e gli occhi spiritati, sciolse la federazione milanese del Msi e il Fronte della gioventù. Ma La Russa ricostruì, anzi aumentò, il suo influsso sul partito a Milano, di cui divenne pian piano il padrone.

 

"A parole era tutt'altro che un moderato: un fascista con la bava alla bocca", racconta Staiti. "Quando divenni deputato del Msi, tentò di emarginarmi. Alle riunioni della segreteria provinciale non m'invitava. Io partecipavo ugualmente e lui cominciava così: ‘Saluto i camerati e anche Staiti che non è stato invitato'. Alla quarta volta mi alzai e gli allungai quattro ceffoni: ‘Io l'invito me lo sono preso, e tu ti tieni le sberle'".

In quei turbolenti anni Settanta, Ignazio s'impossessò di Radio University, un'emittente di destra che trasmetteva da Milano. In quella "radio libera" lavorava una ragazza di nome Amina Fiorillo. Ignazio la presentò a un camerata di Roma, Maurizio Gasparri, che poi divenne suo marito. "Il potere che Ignazio aveva nel Msi non gli derivava però dalla militanza, ma dalla famiglia", continua Staiti.

 

Il padre, Antonino La Russa, ex federale fascista di Paternò e poi senatore missino, era arrivato a Milano dalla Sicilia con una dote di rapporti pesanti. Con Michelangelo Virgillito innanzitutto, suo compaesano, cognato e grande corsaro di Borsa. E con Raffaele Ursini, l'uomo che ereditò da Virgillito il gruppo Liquigas. "Il vecchio patriarca Antonino era invisibile, ma potentissimo nel partito: era lui a trovare i soldi per finanziarlo".

 

È anche l'uomo che pilota le eredità. Convogliando rapporti, soldi, affari e azioni verso un giovane di bottega, arrivato anch'egli da Paternò, che diventa, non senza qualche conflitto, l'erede del potere dei La Russa-Virgillito-Ursini: è Salvatore Ligresti. Don Totò è cresciuto insieme con Ignazio, tra busti del duce e scorribande in Borsa. E non dimentica la fonte del suo potere e della sua ricchezza, tanto da riservare sempre ai La Russa qualche poltrona nei consigli d'amministrazione delle sue aziende.

 

"Con Almirante", dice Staiti, "Ignazio ricucì il rapporto quando fece dare a un figlio di donna Assunta, che aveva fatto fallire la sua concessionaria d'automobili, la gestione di un'agenzia romana della Sai, la compagnia d'assicurazioni di Ligresti". Oggi Ignazio vive a Milano in un palazzo che, di notte, sembra uscito dalla Gotham City di Batman, con le luci che si proiettano dritte sulla geometrica facciata anni Trenta.

 

La leggenda dice che La Russa abbia ristrutturato l'appartamento dove viveva Mussolini. Nostalgie private. In pubblico, però, oggi prevale il senso pratico di Ignazio, amico di Ligresti, sostenitore di Berlusconi, ministro della Repubblica e ospite pirotecnico dei talk-show. 21-12-2010]

 

 

 

 

SE LA ROMA DI ALE-MAGNO PIANGE, LA FIRENZE DI FRATELLONE RENZI NON RIDE - LA PARENTOPOLI DA 12 MLN € DELL’OBAMA DI SANTA MARIA NOVELLA CHE AMA LE GITE AD ARCORE - LA CORTE DEI CONTI LO PROCESSA PER LE ASSUNZIONI FATTE QUAND’ERA ALLA PROVINCIA, POI E’ PASSATO AL COMUNE DOVE HA RISERVATO POLTRONE A DUE EX ASSESSORI, ALLA FIGLIA DEL DIRETTORE DEL CORRIERE FIORENTINO, A UNA CANDIDATA PD NON ELETTA, AL PORTAVOCE DEL SUO AVVERSARIO ALLE PRIMARIE, A UNA GIOVANE DIRIGENTE DELPARTITO, EX SCOUT, AMICI

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Renziopoli. Spese facili, folli, fantasmagoriche. Gli inciampi di «parentopoli» non danno certo lustro al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, incarnazione del nuovo che avanza in casa Pd. La procura della corte dei conti della Toscana ha mandato sotto processo il «piccolo Obama fiorentino» (il copyright del soprannome del primo cittadino è dell'esponente pdl locale Giovanni Donzelli) e la sua ex giunta provinciale per l'assunzione di una ventina di «esterni» che non avrebbero avuto i titoli per occupare le ambite poltrone. I giudici hanno calcolato un danno erariale di oltre due milioni di euro.

 

Situazione analoga al Comune di Firenze dove gli sprechi dell'amministrazione rossa, secondo uno studio dei consiglieri comunali del centrodestra, lieviterebbero a 10 milioni di euro con le assunzioni mirate negli uffici d'interesse del sindaco e della sua giunta: nell'elenco stilato dal consigliere comunale Donzelli figurano due ex assessori, l'ex portavoce di Lapo Pistelli (avversario politico alle primarie di Renzi), la figlia del direttore del Corriere fiorentino, una candidata del Pd non eletta, una giovane dirigente del partito, amici di famiglia, ex scout etc. Poi c'è il Tar che ha da poco revocato l'assunzione nel corpo dei vigili urbani della figlia di un direttore generale che, coincidenza, è stato capo dei vigili urbani ed è attualmente il responsabile di una società partecipata.

 

Ma andiamo per gradi. E cominciamo dai posti assegnati in Provincia. Stando alle accuse dei magistrati contabili sarebbero state fatte una ventina di assunzioni con modalità non proprio cristalline con un danno erariale di 2 milioni e 155mila euro. Alcuni dei fortunati vincitori dell'impiego pubblico non avrebbero avuto i titoli, altri sarebbero sprovvisti della laurea, altri ancora sarebbero andati a occupare posti già occupati.

Le persone assunte a tempo determinato entrarono a far parte dello staff personale di Renzi e delle segreterie particolari dei componenti della giunta, ed è per questo che una trentina di persone sono finite «a giudizio», a cominciare da Renzi e dall'ex assessore Andrea Barducci, già vice di Renzi, attuale presidente dell'amministrazione provinciale fiorentina.

 

La «parentopoli gigliata» è sollevata ovviamente dal Pdl ma anche dalla sinistra. Per dire. Andrea Calò, capogruppo di Rifondazione comunista, rispetto all'avvio del «processo» presso la Corte dei conti, è arrivato addirittura a sollecitare l'istituzione di una apposita commissione d'inchiesta per fare luce «sulla corretta finalizzazione dell'uso delle risorse pubbliche sulle politiche del personale». Achille Totaro, senatore Pdl, ancora si chiede se era proprio necessario, nel 2004, buttare 2 milioni di euro dopo aver sperperato milioni «per iniziative, allegri banchetti, eventi e uno staff degno del suo livello».

A difesa di Renzi parla il suo avvocato, Alberto Bianchi, che al Giornale rivendica la correttezza dell'operato di quella giunta a cui la legge, spiega, consentiva l'assunzione degli uffici a supporto dell'azione politica del presidente e degli assessori, e dunque, «vi è stata un'applicazione corretta delle norme che regolano la materia».

ssando dalla Provincia al Comune, il risultato non cambia. Renzi s'è ritrovato a fare i conti col medesimo problema. Solo che qui, a dar retta all'interrogazione del solito Donzelli, i milioni sperperati sarebbero dieci spalmati in cinque anni per coprire ben quaranta assunzioni, ufficio stampa escluso.

 

A detta del consigliere comunale Pdl, più che sui curriculum e sulle competenze specifiche, la scelta sarebbe stata fatta basandosi sull'«intuito personale» di Renzi o di chi gli sta vicino. Con i quaranta nuovi assunti «esterni» per cinque anni, si legge in un'interpellanza al sindaco, «si sfiorano i 10 milioni di euro l'anno, cifra che viene altamente superata se consideriamo che in questo conteggio sono esclusi i premi di produzione e gli straordinari».

Tutto ciò, conclude Donzelli insieme al collega Sabatini, «senza dimenticare che il Comune conta 5.250 dipendenti interni, con capacità e competenze specifiche, ergo, 10 milioni di euro è una cifra da Superenalotto, uno schiaffo alla crisi, alle tasche dei fiorentini e ai 5250 dipendenti interni del Comune di Firenze».

Settantotto persone solo per lo staff del sindaco portano gli esponenti del Pdl a ironizzare sulla considerazione che il primo cittadino avrebbe di sé: «Davvero crede di essere come Obama e di doversi creare uno staff da presidente degli Stati Uniti...». Il Comune ha risposto a tono ricordando che il numero degli impiegati è lo stesso dell'entourage del predecessore di Renzi a Palazzo Vecchio. «Bugia - ridacchia Donzelli - l'ex sindaco Leonardo Domenici aveva attinto quasi tutto il personale dal Comune, Renzi in grandissima parte da fuori!». 21-12-2010]

 

 

 

Spiato mezzo governo alla ricerca della P4 (a proposito, che fine ha fatto la p3?) - la versione de "il giornale" alla nuova bombastica inchiesta di woodcock scodellata ieri da "il fatto" - "La procura di Napoli assedia il Pdl. L’ultima inchiesta vede intercettati, pedinati e fotografati ministri e parlamentari - L’indagine vuol dimostrare l’esistenza di una fantomatica loggia segreta, starring lavitola - L’obiettivo? l’entourage di Gianni Letta - Interrogati il ministro Carfagna, il capo degli ispettori Miller e lo 007 Santini"... –

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica per Il Giornale

 

Spiato mezzo Esecutivo. Spiati parlamentari e magistrati. Spiati carabinieri. Spiati giornalisti. Spiati asseriti massoni. C'è una procura che notoriamente brilla poco per le inchieste sul centrosinistra (laddove lo stesso centrosinistra governa ininterrottamente da vent'anni) e che in questo momento, attraverso alcuni fascicoli, è invece in grado di lavorare a tempo pieno sul Pdl locale, nazionale e di governo.

 

Questa procura ha sede nel centro direzionale di Napoli, alle spalle della stazione, e vede alcune sue toghe impegnate in indagini delicatissime, l'ultima delle quali - anticipata ieri da Repubblica e dai sempre attenti giornalisti del Fatto Quotidiano - riguarderebbe due filoni paralleli nati dagli accertamenti svolti su un carabiniere napoletano che, secondo l'ipotesi d'accusa formulata dai pm Woodcock e Curcio (coordinati dal procuratore Greco), avrebbe intrattenuto rapporti con il direttore del quotidiano l'Avanti, Walter Lavitola (quello delle e-mail caraibiche sull'affaire Tulliani-Fini-Montecarlo) e con il parlamentare del centrodestra, Alfonso Papa, membro della commissione Giustizia della Camera.

Come sempre avviene in inchieste predestinate ad avere più successo in edicola che nelle aule dei tribunali, le ultime intercettazioni a «strascico» avvenute su utenze intestate a terze persone (Papa avrebbe la colpa di aver acquistato due apparecchi da un negoziante amico che abita nel suo stesso palazzo) avrebbero colpito, direttamente o indirettamente, parlamentari e ministri di questo governo.

E non solo. Intersecandosi con altri procedimenti già avviati o in fase di definizione (parliamo di vicende legate all'eolico, ai filoni su Nicola Cosentino e sul presidente della Provincia Cesaro) i magistrati campani starebbero cercando di chiudere il cerchio su una P4 campana, dove massoneria, politica e appalti sarebbero il collante della presunta associazione segreta.

C'è da chiedersi, come se lo chiede il deputato Papa nell'intervista qui a fianco, se non siano state lese le prerogative parlamentari di deputati e senatori a vario titolo «investigati». Perché sembra certo che Papa, assieme a magistrati e politici, sia stato a lungo intercettato, pedinato e fotografato persino in piazza Montecitorio. La sua foto sarebbe stata mostrata dai pm a un ministro interrogato (Mara Carfagna).

Esibita a funzionari delle forze dell'ordine. A politici di medio livello ascoltati per questioni varie di affari e politica campana. Informazioni su Papa e sui suoi contatti istituzionali sono state chieste, sempre a verbale, a funzionari del ministero della Giustizia (a cominciare da Arcibaldo Miller, capo degli ispettori di via Arenula, da anni molto legato al pm Woodcock).

 

Non è invece chiaro come mai sia stato costretto a sfilare in procura il direttore dei servizi segreti militari, generale Adriano Santini. Per non dire della spasmodica ricerca di riscontri a contatti telefonici che convergerebbero su Gianni Letta e sul suo entourage. Qui il ramo d'indagine è quello dell'affaire Marcegaglia culminato con le perquisizioni al Giornale di Sallusti e Porro, e Letta sarebbe stato «attenzionato» indagando sul numero due di Confindustria, Cesare Trevisani al quale i magistrati campani arrivano con l'inchiesta sull'ex moglie di Gianni De Michelis (condannata per truffa) nella quale si finì per monitorare un incontro a cui parteciparono quattro ministri, cinque parlamentari, lo stesso Trevisani e altri big.

 18-12-2010]

 

 

1- DE GENNARO DEPISTÒ LE INDAGINI PER COPRIRE L’INSUCCESSO DELLA POLIZIA A GENOVA - 2- PUBBLICATA LA SENTENZA DELLA CORTE D’APPELLO: "DELITTO CONTRO L’ATTIVITÀ GIUDIZIARIA" - 3- L’EX CAPO DELLA POLIZIA - E ATTUALE DIRETTORE DELL’ASI, L’ORGANISMO CHE COORDINA I SERVIZI SEGRETI DELL’AISI E DELL’AISE "AVEVA CON EVIDENZA L’INTERESSE A NON FARE TRAPELARE UN SUO DIRETTO COINVOLGIMENTO NELLA VICENDA DIAZ" - 4- LO SCORSO 17 GIUGNO è STATO CONDANNATO AD UN ANNO E 4 MESI DI RECLUSIONE 5- SECONDO I GIUDICI GENOVESI, DE GENNARO DOVETTE ALTERARE «L’ACCERTAMENTO DEI FATTI, DELLE LORO MODALITÀ E DELLE RESPONSABILITÀ POLITICHE E PENALI, DEI FATTI POSTI IN ESSERE DURANTE L’IRRUZIONE ALLA SCUOLA DIAZ DEL 20 LUGLIO 2001" -

Corriere.it

- L'ex Capo della polizia - e attuale direttore dell'Asi, l'organismo che coordina i servizi segreti dell'Aisi e dell'Aise - Gianni De Gennaro, durante il G8 di Genova «aveva con evidenza l'interesse a non fare trapelare un suo diretto coinvolgimento nella vicenda Diaz».

Lo scrivono nella motivazione della sentenza i giudici della Corte d'Appello di Genova (Maria Rosaria D'Angelo e Raffaele Di Napoli) che lo scorso 17 giugno condannarono De Gennaro ad un anno e 4 mesi di reclusione con pena sospesa e non menzione sulla fedina penale.

 

Insieme a lui fu condannato anche l'ex capo della Digos di Genova all'epoca del G8 Spartaco Mortola, che ebbe 14 mesi. Secondo i giudici genovesi, De Gennaro dovette alterare «l'accertamento dei fatti, delle loro modalità e delle responsabilità politiche e penali, dei fatti posti in essere durante quell'operazione», ovvero durante l'irruzione alla scuola Diaz del 20 luglio 2001.

 

I giudici sottolineano come l'intero servizio di ordine pubblico si rivelò un «insuccesso»: morì Carlo Giuliani, nella scuola Diaz non furono trovati i black bloc. Erano dunque necessari depistaggi. De Gennaro avrebbe freddamente ordinato all'ex questore di Genova Francesco Colucci di ritrattare le sue dichiarazioni al processo Diaz, così da scagionare completamente l'allora capo della polizia. E questo, secondo la Corte d'Appello di Genova, fu un «delitto contro l'attività giudiziaria».

ABUSO - I depistaggi emersero per puro caso: intercettando funzionari e artificieri, i giudici si sono imbattuti nelle telefonate di preparazione della testimonianza del questore Colucci. Da quelle telefonate emerse che «il capo avrebbe ordinato a Colucci di rivedere le precedenti dichiarazioni sulla presenza sul campo del portavoce del capo della Polizia Sgalla per aiutare i colleghi imputati nel processo per l'irruzione nella scuola Diaz».

Questa strategia sarebbe stata messa a punto in una riunione privata tra Colucci e De Gennaro a Roma, un faccia a faccia che l'ex questore di Genova avrebbe evitato di menzionare al processo, «ulteriore conferma», si legge nelle motivazioni, «della consapevolezza e volontà dell'imputato De Gennaro della portata istigatrice e di suggerimento di una versione dei fatti al teste Colucci contrastante dalle precedenti dichiarazioni e con la realtà».

CARRIERE - «Bisogna che aggiusti un pò il tiro» è la frase che Colucci riferì all'ex capo della Digos Mortola dopo il colloquio con De Gennaro. Secondo i giudici d'appello, dunque, «la richiesta espressa ed esplicita di ritrattare» conteneva una minaccia: ripercussioni sulla carriera di Colucci «che proprio in quel periodo era in fase di valutazione per la progressione di carriera». De Gennaro, dunque, per il giudice «abusò anche della funzione pubblica esercitata e connessa al suo ruolo di Direttore generale del dipartimento della Pubblica Sicurezza».18-12-2010]

 

 

brunetta family! - TOH, RISPUNTA URBANI. grazie a BRUNETTA, L’EX MINISTRO TROVA POSTO A DIGITPA, il superente che deve digitalizzare la pubblica amministrazione - e renatino, tanto per non farsi mancare niente, NOMINA ANCHE IL SUO COMMERCIALISTA Canio Zampaglione e fino a qualche tempo fa presidente della brunettiana Free Foundation - Un think tank, quest’ultimo, del quale è direttrice Oriana Zampaglione, figlia di Canio e oggi capo del personale della medesima DigitPa....

Stefano Sansonetti e Alessandra Ricciardi per Italia Oggi

Un pacchetto di nomine piuttosto corposo. A contribuire al suo perfezionamento è stato il ministero della funzione pubblica guidato da Renato Brunetta. Tra i vari nomi in ballo, quello che spicca di più appartiene all'ex ministro dei beni culturali Giuliano Urbani, che è anche stato tra i fondatori di Forza Italia.

Ebbene, Urbani ha trovato posto nel consiglio direttivo di DigitPa, il superente nato dalle ceneri dell'ex Cnipa con l'obiettivo di digitalizzare la pubblica amministrazione. Per lui, in questa veste, ci sarà un gettone lordo annuo di circa 200 mila euro. Novità anche per la poltrone di presidente di DigitPa.

 

Qui si siederà Francesco Beltrame, professore all'unversità di Genova e direttore del Dipartimento Ict del Cnr. È solo questione di giorni, visto che l'insediamento ci sarà in seguito alla registrazione del decreto di nomina da parte della Corte dei conti e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Beltrame vanta un curriculum denso che ha indotto le competenti commissioni parlamentari a esprimere parere favorevole a larga maggioranza. Dagli archivi delle camere di commercio, però, risulterebbe tutt'ora titolare di una partecipazione del 20% in una società informatica genovese che si chiama Interyes. Interpellato da ItaliaOggi sul punto, Beltrame ha spiegato di aver ceduto «la partecipazione già da diverso tempo».

 

Chiudono le nomine nel collegio direttivo di DigitPa anche Fabio Pistella, fino a qualche tempo commissario dell'ente (e già a capo del Cnr dal quale proviene proprio Beltrame), e l'avvocato Giuliano Sala.

Un'altra infornata, questa volta precedente, ha riguardato l'Agenzia per l'innovazione, istituita per diffondere nuove tecnologie all'interno di pmi e distretti industriali. Alla sua presidenza era già stato nominato Davide Giacalone (vedi ItaliaOggi del 28 maggio 2010), che Brunetta aveva tentato inutilmente di mettere a capo di DigitPa (operazione stroncata dalla bocciatura del parlamento).

Come presidente del collegio dei revisori dell'Agenzia, invece, troviamo Canio Zampaglione, commercialista del ministro e fino a qualche tempo fa presidente della brunettiana Free Foundation. Un think tank, quest'ultimo, del quale è direttrice Oriana Zampaglione, anche lei comercialista, figlia di Canio e oggi capo del personale della medesima DigitPa. 17-12-2010]

 

 

 

SFRATTIAMO I COLONNELLI...
Si chiama Obiettivo 9 e sta facendo tremare i polsi a circa 4.500 militari di professione. Lo Stato Maggiore della Difesa ha infatti deciso di portare alle stelle i canoni degli appartamenti dove da anni vivono i graduati ormai in pensione, perciò indicati come "senza titolo". Obiettivo 9, appunto: "Rendere critico il prosieguo della locazione" attraverso l'applicazione di un moltiplicatore virtuale del reddito degli affittuari (anche di tre-quattro volte) al quale viene parametrato l'eventuale nuovo canone. In pratica, un avviso di sfratto collettivo concentrato soprattutto nelle aree di Roma, Milano e Napoli, che il ministro Ignazio La Russa si appresta a ufficializzare firmando l'ennesimo dietrofront in materia.

 

Il ministro Tremonti, nel 2003, aveva addirittura inviato ai militari le lettere di prelazione alla vendita, poi cancellate dal governo Prodi. E nel 2005 lo stesso La Russa firmò per primo un'interrogazione parlamentare che intimava la "sospensione di tutte le azioni di recupero forzoso" completando invece "il previsto processo di vendita ai militari". Ora, invece, vuole vederli sventolare bandiera bianca. M. F.10-12-2010]



7. BASI NATO - INTRIGO NUCLEARE...
Sono in arrivo in Italia 200 testate nucleari? Nel vertice Nato di Lisbona del 19 e 20 novembre si è raggiunta l'intesa di smantellare le testate nucleari substrategiche presenti oggi in Italia, Germania, Olanda, Belgio e Turchia. Tranquillizzante, sulla carta, ma in realtà? Queste armi rimarranno fino a che altri Paesi disporranno dello stesso arsenale, e potrebbero essere concentrate in due basi Usa: una a Incirlik in Turchia, l'altra ad Aviano in Friuli.

 

Lo scrivono quattro parlamentari del Pd in una interrogazione al ministro della Difesa, primo firmatario Carlo Pegorer. Si parla di una "misura grave e pericolosa per il nostro Paese, mentre il governo si troverebbe nella condizione di contraddire l'impegno a sostenere una progressiva riduzione delle stesse armi nucleari". E ad Aviano molti abitanti cominciano a temere la fregatura. P. T.

10-12-2010]

 



8. MAMMA LI RUSSI...
Brutta avventura per Massimo Giletti a Mosca. Il conduttore tv stava andando all'aeroporto col pulmino dei giornalisti, dopo la presentazione del calendario Pirelli. La comitiva era intrappolata nel traffico. Non volendo perdere l'aereo, Giletti è sceso e si è improvvisato vigile urbano per far defluire le auto. Grandi gesti, grida onomatopeiche: "Block, block!". Fino all'arrivo di una limousine di un oligarca. Le guardie del corpo hanno abbassato il finestrino e gli hanno puntato un Kalashnikov in faccia. Il povero Giletti, a braccia alzate, è subito risalito sul pulmino; poco dopo l'ingorgo si è sciolto. Non ha perso il volo, ma lo spavento gli è rimasto. E. At.

 

 

10-12-2010]

 



9. A MICHELA PIACE L'ELICOTTERO...
Roberto Della Seta, senatore del Pd, ha denunciato in Parlamento l'uso spropositato dei voli di Stato da parte del ministro del Turismo Michela Brambilla. I rendiconti delle spese di viaggio del 2009 evidenziano come il ministro preferisca l'elicottero per i suoi spostamenti, che sono costati 157 mila euro, ben oltre il budget stimato di 27 mila. Per legge l'uso dei voli di Stato è consentito solo per motivi istituzionali e quando non sia possibile utilizzare nessun altro mezzo.

 

Per volare a spese pubbliche serve l'approvazione dell'ufficio voli del Consiglio dei ministri. Della Seta ha chiesto alla presidenza del Consiglio di verificare i comportamenti del ministro e di rendere pubblici tutti i dati sui voli di Stato (interrogazione S.4/04055). a cura dell'Associazione Openpolis. 10-12-2010]

 



10. VENDETTA CINESE CONTRO IL SINDACO...
Ora le carte scottanti del gruppo Sasch, azienda di abbigliamento del sindaco di Prato Roberto Cenni, circa 400 dipendenti, sono in mano all'assessore al Lavoro della Regione Gianfranco Simoncini. Sasch è in crisi per un indebitamento, 170 milioni, al quale Cenni ha fatto sapere di non essere in grado di far fronte. Uno smacco non da poco per il sindaco, amico di Giorgio Panariello, amato in Curia e con amicizie trasversali, che due anni fa, alla guida di una coalizione di centrodestra ha conquistato Prato, dopo 60 anni di giunte di sinistra.

 

Cenni ha vinto anche per la sua immagine di imprenditore di successo e sull'onda di una rivolta dei pratesi nei confronti della presenza dei cinesi (circa 35 mila). Che, in qualche misura, ora si vendicano. L'azienda che ha presentato istanza di fallimento del gruppo Sasch è infatti cinese, la X.B. srl di Agliana, una ditta terzista, che vanta un credito di 200 mila euro. M. La.10-12-2010]

11. CASO EPOLIS, NICHI NON È SOLIDALE...
Uscito dalla scena editoriale il gruppo E Polis, travolto da debiti per 108 milioni di euro, i 114 giornalisti delle 19 testate locali attendono che l'editore Alberto Rigotti onori almeno gli impegni assunti con la Federazione nazionale della stampa: pagare gli stipendi arretrati e le liquidazioni ai dipendenti. La speranza in una ripresa delle pubblicazioni ha indotto per ora i creditori, compresi i redattori, a non presentare istanze di fallimento.

 

Tutti meno uno: Nichi Grauso, l'inventore di E Polis, che tre anni fa ha battuto in ritirata davanti all'insuccesso dell'iniziativa. L'ex patron di Video on Line, oggi immobiliarista, ha sfrattato la testata sarda del gruppo dalla sede di viale Trieste, a Cagliari. E poi ha chiesto al giudice di dichiarare il fallimento della sua creatura per 300 mila euro di affitti non pagati. Quando si dice la solidarietà. M. Lis.


10-12-2010]






17. RICORDANDO VASSALLO...
Non dimenticare Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, ucciso dalla camorra il 5 settembre scorso. Per questo "La Città", quotidiano di Salerno, gli ha dedicato un calendario che ne ripercorre la vita con foto inedite. Il ricavato della vendita sarà interamente devoluto a Legambiente.
 

 10-12-2010]

 

 

 

 

3. BACCINI AIUTA SANTO DOMINGO...
In visita nella repubblica Dominicana, il presidente del comitato nazionale italiano per il microcredito Mario Baccini, ha incontrato il capo dello stato Leonel Fernandez Reina, formalizzando il primo memorandum d'intesa per la creazione di un fondo di garanzia da destinare ad attività di microcredito nell'area di Santo Domingo.

 

Le attività legate alle azioni di microcredito verranno seguite e coordinate dal comitato italiano, che si impegna a sostenere le politiche locali trasferendo know-how per la formazione del personale tecnico, per l'istruzione e il sostegno dei futuri imprenditori, nonché per le attività di studio e promozione della cultura del microcredito. Per quanto riguarda il fondo di garanzia che verrà costituito dal governo dello stato caraibico sarà di almeno 5 milioni di dollari. (Donato de' Bardi)

 07-12-2010]

 

 

 

 

DOPO CASA TULLIANI E CASA BONDI, NUOVA TELENOVELA CON CASA FINOCCHIARO? - MASSIMO RUSSO, ASSESSORE SICILIANO ALLA SANITÀ DELL’MPA (OGGI ALLEATO CON IL PD ALLA REGIONE), VUOLE UN INDAGINE SUI 350MILA EURO DATI SENZA GARA DI APPALTO ALLA SOCIETÀ DI MICHELE FIDELBO, MARITO DI ANNA - MA IN REALTÀ HA GIÀ EMESSO IL SUO VERDETTO: “NON SI PUÒ DEROGARE ALLA LEGGE CHE PRESCRIVE PROCEDURE DI EVIDENZA PUBBLICA. MI SA CHE A GIARRE È STATO FATTO UN PASTICCIO

Emanuele Lauria per "la Repubblica"

 

Alla fine l´assessore-sceriffo con dichiarate simpatie di sinistra ha dovuto inviare gli ispettori negli uffici dell´azienda sanitaria di Catania. E senza grande entusiasmo Massimo Russo, l´ex magistrato che ha sposato la causa dell´Mpa, ha annunciato di volere «fare chiarezza» sul caso che sta mettendo in imbarazzo Anna Finocchiaro e metà del Pd siciliano: un appalto da 350 mila euro che l´azienda guidata da un fedelissimo del governatore Raffaele Lombardo ha affidato alla società di Melchiorre Fidelbo, ginecologo e marito della capogruppo dei democratici al Senato.

Russo vuole capire com´è possibile che l´appalto, quello per l´informatizzazione dell´ospedale di Giarre, sia stato assegnato senza gara.

 

«Non si può derogare alla legge che prescrive procedure di evidenza pubblica», ha detto l´assessore anticipando nei fatti il giudizio. Lui, Russo, si limita a segnalare possibili irregolarità nei passaggi amministrativi. Ma ogni giorno di più la vicenda assume contorni politici, sollevando ulteriori sospetti sul già discusso accordo isolano fra Lombardo - che ha messo alla porta gli ex alleati del Pdl - e il Pd che dopo aver perso le elezioni è entrato in maggioranza per scelta del governatore.

In realtà il progetto di una «casa della salute» a Giarre fu presentato da un consorzio di cui faceva parte la società di Fidelbo già nel novembre del 2007, e approvato a tempo di record dall´amministrazione regionale allora guidata da Cuffaro. C´era, a quel tempo, un´occasione da cogliere al volo: quella dei fondi statali messi in Finanziaria dall´allora ministro diessino Livia Turco.

 

 

Ma l´iniziativa, rimasta in naftalina nel 2008 degli appuntamenti elettorali (a Roma come in Sicilia), è stata rispolverata alla fine dell´anno scorso. Il progetto è stato aggiornato e, sulla base di una ripartizione dei fondi fatta dall´assessore Russo, l´azienda sanitaria di Catania guidata da Giuseppe Calaciura - già segretario dell´Mpa nel piccolo Comune di Biancavilla - ha approvato l´intero incartamento. Stipulando a luglio una convenzione con la società di Fidelbo.

A settembre l´ultima tappa: l´inaugurazione del presidio ospedaliero. A tagliare il nastro Russo, la Finocchiaro, il manager dell´azienda sanitaria e l´ex ministro Livia Turco. Poco lontano il dottor Fidelbo. Quella foto, pubblicata da giornali e siti internet, ha alimentato la polemica e dato fiato ai nemici dell´»inciucio» siciliano.

Antonello Cracolici, il leader dei democratici siciliani pro-Lombardo, grida al «complotto». E Russo, l´assessore-magistrato, si allinea e parla di «strumentalizzazioni». Ma a denti stretti ammette: «Mi sa che a Giarre è stato fatto un pasticcio».

03-12-2010]

 

 

 

UN BON-BON (BONDI-BONEV) PER LA CORTE DEI CONTI - APERTA UN’INCHIESTA SUI SOLDI SPESI PER OSPITARE LA DELEGAZIONE BULGARA DURANTE LA PREMIAZIONE FARLOCCA DI “GOODBYE MAMA”, IL FILMONE DI DRAGOMIRA BONEV CHE NESSUNO HA VISTO - IL MINISTRO BULGARO IN UNA LETTERA UFFICIALE AVEVA PARLATO DI 400MILA € SPESI DALL’ITALIA - L’ACQUISTO DEI DIRITTI DEL FILM PER UN MILIONE VIENE SCARICATO DA BONDI SU MASI E DA QUESTO SULLA D’AMICO DI RAI-CINEMA - TUTTI USANO LA DIFESA-NORIMBERGA: “HO RICEVUTO UNA SEGNALAZIONE E HO ESEGUITO”…

Malcom Pagani e Carlo Tecce per "il Fatto Quotidiano"

 

Quando scivola in trincea, Mauro Masi si volta dall'altra parte. Il direttore generale risponde con candore a precisa domanda del consigliere Nino Rizzo Nervo, a margine di un Cda teso come sempre: "Chi ha suggerito a Rai Cinema l'acquisto dei diritti di Goodbye mama di Michelle Bonev?".

 

Masi chiama in causa Bondi e i bulgari: "Ho ricevuto una segnalazione dal ministero dei Beni culturali e dall'ambasciata bulgara in Italia. Ho seguito la prassi e come molte altre volte, girato l'indicazione a Rai Cinema che, in piena autonomia, ha investito sul film. Poteva anche rifiutarsi". In un sol colpo, con una mossa che appare più disperata che meditata, Masi scarica Rai Cinema e Bondi.

Tradito dal nervosismo esagera, perché il ministro dei Beni culturali, tirato nell'agone, a metà pomeriggio si infuria. Medita una risposta durissima. A quel punto il professor Masi, equilibrista delle parole, detta un comunicato in serata all'Ansa: "Mi riferivo esclusivamente alle istituzioni bulgare" che appiana momentaneamente i contrasti tra l'ex segretario generale di Palazzo Chigi e il titolare del Mibac, chiude un fronte ma lascia aperte molte altre questioni.

 

Nemmeno a Rai Cinema, lo scarico di responsabilità ha lasciato indifferenti i vertici. Sul documento d'acquisto per un milione di euro tra Rai Cinema e la Romantica Entertainment dell'attrice e produttrice Bonev per Goodbye mama c'è la firma dell'allora amministratore delegato, Caterina D'Amico. L'ex ad ripete di aver soltanto recepito una sollecitazione di viale Mazzini: "La richiesta ufficiale era molto circostanziata - dice al Fatto Quotidiano - L'ho già detto: volevano che partecipassimo a una coproduzione con i bulgari. Ho tenuto la barra dritta e autorizzato la spesa esclusivamente per i diritti di trasmissione".

 

Un milione di euro per un film d'esordio sono una cifra spropositata, dunque Beppe Giulietti (portavoce di Articolo 21) e il senatore Vincenzo Vita (Pd) annunciano un'interrogazione parlamentare e attaccano frontalmente Bondi: "I chiarimenti del ministro sono tutt'altro che soddisfacenti. Non ha ancora spiegato chi e per quale ragione ha imposto a Rai Cinema l'acquisto del misterioso film bulgaro di Michelle Bonev. Hanno deciso loro o c'è agli atti una lettera della direzione generale? Perché tanta urgenza e tanta generosità? Non si tratta di domande inutili in un'azienda che annuncia tagli e non può finanziare ben altri film".

 

La Rai detiene il full right di Goodbye mama per le sale cinematografiche, il digitale terrestre, il satellite e il teatro. L'azienda del servizio pubblico ha ritenuto che l'opera di Dragomira fosse un gioiello da custodire bene: nonostante le rassicurazioni di Rai Cinema, nessuno ha provveduto alla distribuzione del film che dopo l'appunto surreale di Masi in Cda: "Vigilerò che il film abbia un buon esito. È costato troppo per destinarlo all'insuccesso", costerà alla controllata Rai almeno mezzo milione di euro.

 

Di Bondi si occupano anche in Laguna, là dove tutta la vicenda ebbe inizio. A Venezia, il procuratore della Corte dei Conti, Carmine Scarano, ha aperto un fascicolo per accertare chi abbia pagato per ospitare durante il Festival la Bonev e l'ampia delegazione bulgara di 32 persone tra il 3 e il 6 settembre.

 

Cene e soggiorno prolungato per festeggiare Dragomira premiata con la targa patacca - omaggiata dai ministri Giancarlo Galan e Mara Carfagna - per il fuori concorso "Action for woman". L'attrice giura di aver saldato personalmente i conti. I bulgari hanno presentato documenti ufficiali che rimandano al governo italiano.

La Corte dei Conti farà chiarezza: "È una fase ancora esplorativa per capire cosa è successo - precisa il procuratore - e accertare se la somma è stata pagata e da chi. Stiamo procedendo per gradi". Il magistrato contabile ha incaricato la Guardia di Finanza di requisire i documenti necessari. In Bulgaria, dove il ministro della Cultura Rashidov è nei guai con l'opposizione scatenata e a Roma, qualcuno aspetta la verità.

 [02-12-2010]

 

 

. GOVERNO DI DESTRA...
"Non è vero che con la riforma dell'università ci rimettono tutti. C'è qualcuno che ci guadagna: sono gli atenei "telematici", le università che laureano a distanza, le quali potranno accedere alla quota di fondi destinata agli istituti non statali". Sul Corriere, Sergio Rizzo racconta "Gli aiutini a Mister Cepu" (p.1). 02-12-2010]

 

COLPO GROSSO" FOREVER! - UN GENIO L’INVENTORE DI MAURIZIA PARADISO: “CHI HA UN’UTENZA ELETTRICA PAGHI IL CANONE RAI, ALTRIMENTI DIMOSTRI DI NON AVERE UNA TV” - L’IDEA MERAVIGLIOSA: dopo l’inversione dell’onere della prova, l’inversione dell’onere del cervello! - IL MINISTRO DEL BLOCCO DELLO SVILUPPO: “LA FIAT? NON È IN CRISI

Enrico Marro per il "Corriere della Sera"

 

Tra i vari provvedimenti che il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, annuncia in questa intervista c'è anche la riforma del canone Rai: «A tutti i titolari di un contratto di fornitura di elettricità, siano essi famiglie o pubblici esercizi o professionisti, verrà chiesto di pagare il canone, perché, ragionevolmente, se uno ha l'elettricità ha anche l'apparecchio tv. Chi non ha la televisione dovrà dimostrarlo e solo in quel caso non pagherà».

La riforma, aggiunge il ministro, sarà presentata o col decreto milleproroghe o comunque entro l'anno e servirà ad azzerare la grande evasione: «Circa il 30% di chi dovrebbe pagare il canone non lo fa». Per questo, garantisce Romani, anche se il canone per il 2011 dovesse subire un aumento per adeguarlo all'inflazione («ma io sono contrario»), dall'anno successivo l'importo si ridurrà «secondo il principio che se pagano tutti, pagano meno».

 

La proposta di Romani prevede infatti che «metà delle nuove risorse incassate vada alla Rai e metà a decremento del canone». Il provvedimento «è pronto e presto sarà presentato, forse col decreto milleproroghe».

Ministro, partiamo dalla grave congiuntura economica e finanziaria. In Italia anche la situazione politica è instabile. Inoltre la ripresa stenta e ci sono almeno 600 mila persone in cassa integrazione. Confindustria e sindacati chiedono al governo di fare di più.
«Il nostro Paese ha bisogno di essere governato e noi vogliamo farlo fino in fondo. Chi da destra e sinistra pensa di indebolirci facendo giochi di palazzo, deve sapere che fa gli interessi degli speculatori internazionali. Abbiamo fatto una legge di stabilità molto rigorosa in tempi non sospetti. Ma anche molte cose per lo sviluppo».

 

Se il governo non dovesse avere la fiducia il 14 dicembre?
«Io resto ottimista e sereno. La sfiducia, per le cose che dicevo prima, sarebbe un grave atto di irresponsabilità e probabilmente interromperebbe in anticipo la legislatura, perché non credo proprio che la soluzione potrebbe essere quella di attivare altri governi o governicchi».

Lei parlava di provvedimenti per lo sviluppo. Quando presenterà in Consiglio dei ministri la riforma degli incentivi per le imprese?
«La prossima settimana. Oggi abbiamo 100 tipi di incentivi nazionali e più di 1.400 regionali. Col decreto legislativo verranno eliminate 30 leggi e gli incentivi vengono riordinati in tre categorie: automatici (fiscali o col voucher), bandi per finanziare programmi completi, negoziati per i grandi progetti».

 

Ci saranno risorse aggiuntive?
«No, sarà una riforma di metodo a costo zero. Semplificando le procedure le imprese avranno però finanziamenti certi e rapidi».

 

La Confindustria chiede interventi concreti, in particolare per la ricerca e l'innovazione.
«Confindustria tiene moltissimo al progetto "industria 2015": bene, ci sono tre bandi per complessivi 770 milioni che attivano 2 miliardi di investimenti su tre aree: efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove tecnologie per il made in Italy.
Inoltre, ci sono stati gli incentivi ai consumi e la proroga del 55% per l'ecobonus e infine per il credito agevolato c'è un fondo centrale di garanzia che dal 2009 ha fatto 65 mila operazioni garantendo con 7 miliardi finanziamenti complessivi per 12 miliardi».

Quando presenterà la legge annuale sulla concorrenza?
«Entro la fine dell'anno. Punteremo anche qui sulla semplificazione, ma non posso anticipare altro».

 

A proposito di concorrenza non crede che sugli avvocati il Parlamento stia tornando indietro reintroducendo, per esempio, le tariffe minime?
«Questa è una piccola-grande guerra tra le corporazioni, detto nel senso positivo per carità, e i processi di liberalizzazione. Personalmente penso che sarebbe meglio rimanere col vecchio regime».

Cioè con la riforma Bersani?
«Sì, esatto».

Torniamo alla crisi. Presso il suo ministero ci sono 170 tavoli aperti su altrettante crisi aziendali...
«E 92 amministrazioni straordinarie. Dedico quasi la metà del mio tempo alle crisi, per essere vicino alle aziende e ai lavoratori coinvolti, circa 100 mila. Stiamo trovando soluzioni per ridare loro una prospettiva, o attraverso investitori esteri o con ristrutturazioni industriali».

 

Perché però non avete aperto un tavolo sulla Fiat?
«Perché la Fiat non è in crisi. Vuole invece investire 20 miliardi in Italia e passare da 685 mila auto prodotte a 1,4 milioni. Ci saranno quindi anche assunzioni. Vedo con soddisfazione che Fiat e sindacati si incontreranno venerdì su Mirafiori. Detto questo, il governo resta vigile».

Ministro che sta facendo il governo per far pagare meno l'energia a famiglie e imprese rispetto ai Paesi nostri concorrenti?
«In Italia l'energia si paga il 37% in più. Dobbiamo arrivare al 50% di energia prodotta dal combustibile fossile, il 25% dal nucleare e il 25% da fonti rinnovabili. Intanto, con collegamenti internazionali, tipo quello previsto dall'accordo firmato ieri col Montenegro per un cavo che porta mille megawatt, riusciremo a ridurre il costo della bolletta».

25-11-2010]

 

 

1- CROCE VERDE! "IO, IN QUANTO A POPOLARITÀ, STO TRA PAPA GIOVANNI XXIII E GINO BARTALI" - CERCASI IL GENIO COMICO CHE SCRIVE I TESTI DI MICHELLE BONEV, L’ULTIMA MIRACOLATA - 2- L’INCORONAZIONE DI DRAGOFIGA E I 32 BULGARI OSPITI A VENEZIA. CHI HA PAGATO? NOI! - 3- "IO, QUEL PREMIO, ME LO SONO MERITATO. PERCHÉ IL MIO FILM, "GOODBYE MAMA", È UN FILM GRANDIOSO. PUNTO E BASTA! IO NEMMENO LO CONOSCO IL MINISTRO BONDI. FUI PREMIATA DAL MINISTRO CARFAGNA CHE MI DISSE CHE IL FILM L’AVEVA COMMOSSA" - 4- BONDI MESSO AL BANDO! IL FIGLIO DELLA COMPAGNA MANUELA REPETTI, DEPUTATESSA DEL PDL, LAVORA AL MINISTERO. IL SUO EX MARITO È TRA I BENEFICIARI DEL FUS, FONDO DELLO SPETTACOLO, PER 25 MILA €. TRA I BENEFICIATI C’È ANCHE LA BANDA MUSICALE DI NOVI, DOVE VIVE LA REPETTI. LA COMPAGNIA TEATRALE DI MARIANO ANAGNI, VICINA A FIVIZZANO, PAESE DI BONDI, INCASSA 285 MILA EURO DI FINANZIAMENTI

1- L'INCORONAZIONE DI DRAGOFIGA BONEV E I 32 BULGARI OSPITI A VENEZIA. CHI HA PAGATO? NOI!
Malcom Pagani per "il Fatto Quotidiano"

 

Chi ha visto, sostiene che insensibili alle tristezze lagunari, in realtà si siano divertiti molto. Tre giorni veneziani, alberghi a cinque stelle, cene e pranzi da Pantagruel per un'allegra comitiva di trentadue persone.

 

La delegazione bulgara in visita al Festival del Cinema al seguito di Michelle-Dragomira Bonev, del suo "Goodbye Mama" e del finto premio del ministero dei Beni culturali ideato in tutta fretta a metà estate nel feudo di Sandro Bondi, non segnalato sul programma ufficiale fino al giorno prima e poi tirato improvvisamente fuori in un colpo di teatro napoletano nelle ore precedenti alla proiezione, si è trattenuta al Lido dal 3 al 6 dicembre.

 

Sbarcati non da un volo di linea, ma da un charter della compagnia tedesca Private wings flugcharter GmbH , decine di migliaia di euro da aggiungere a vitto, alloggio e sostentamento in una delle città più costose del mondo. La notizia in Bulgaria polarizza l'attenzione da settimane, in Parlamento e sui giornali.

A Sofia, non piace l'idea che con i soldi pubblici si sia consentito al ministro della Cultura locale Vejdi Rashidov, all'amica del premier bulgaro ma soprattutto di Berlusconi, l'attrice e produttrice Bonev e al resto della truppa di permanere nel lusso per 72 ore al seguito di un film che non figurava né in concorso né in alcuna sezione parallela.

 

 

E opposizione e giornali d'inchiesta, mentre in Italia si stendeva una coltre di silenzio sull'operazione Dragomira, ne hanno chiesto ragione in patria al diretto interessato. Prima un'indagine della giornalista Vladimirova del settimanale 168 ore, una sorta di Espresso bulgaro, poi l'interrogazione parlamentare di settembre in cui Vejdi Rashidov, messo alle strette dall'opposizione dichiarò davanti al Parlamento che a mandare un aereo per trasportare le persone a Venezia "era stato il ministero dei Beni culturali italiano".

 

Dopo le smentite italiane di rito, Rashidov, impegnato a parare colpi, insisteva rincarando: "L'importante è che non abbiamo pagato noi. Tutto è in regola. Paga chi è più ricco. Il valore annuale del loro settore cultura è il 3% del PIL, il nostro di del solo 0,3%". Alla sua testimonianza, si aggiungeva la dichiarazione del portavoce del sodale di Putin, il primo ministro bulgaro Borisov, lo stesso che molto amichevolmente aveva incontrato Berlusconi a Palazzo Chigi a poco più di tre mesi dal Festival di Venezia.

 

Parole confirmatorie, nette: "Tutte le spese incluso il viaggio sono state a carico di chi ci ha ricevuto". Terminato il secondo affondo da Est, dall'Italia non si sono più levate controrepliche. Il Fatto è in grado di produrre però una lettera di invito ufficiale del ministro Bondi al suo omologo bulgaro. È datata 25 agosto.

 

Nell'eloquio Bondi si supera. Un elogio alla famiglia tradizionale: "Sono lieto di invitarLa alla cerimonia di consegna del premio speciale ‘Action for Woman' (in realtà tutt'altra cosa, ndr),il film è stato scelto per l'attenta e inedita esplorazione (sic), da parte dell'universo femminile, delle dinamiche di una realtà in rapida trasformazione". In coda, la perla: "Suggerendo come i rapporti all'interno della cellula familiare siano alla base di una nuova società aperta e attenta alla difesa dei diritti umani. In attesa di incontrarLa(...)".

Com'è noto, accadde già a Cannes a causa di Draquila, a Venezia Bondi non si recò. Se oggi cerchi il suo capo di gabinetto, Salvo Nastasi, il telefono squilla a vuoto. Quando risponde, è solo per attaccare immediatamente. Dalla Biennale, dopo un lungo inseguimento, fanno sapere "che nessuna spesa è stata affrontata per il film della signora Bonev".

 

E qualcuno sostiene che all'Hotel Cipriani (dove si è svolta l'etilica cena di gala per l'opera della Bonev) e in altre strutture del Lido (32 erano troppi per essere ospitati tutti alla Giudecca), abbia pagato tutto il facoltoso fidanzato della Bonev, un attempato imprenditore italiano. Nebbia. Chiedere al vice di Bondi, Francesco Giro di raccontare la trama di "Goodbye Mama" e la notte del premio fasullo è come aprire un rubinetto.

L'eloquio è senza controllo: "Le dico la verità, immaginavo peggio. Della Bulgaria purtroppo conosciamo altro, però il film, anche se ne ho visto solo metà, non è male. Molto meglio di tante porcherie italiane viste a Venezia, a iniziare dall'ignobile film di Placido su Vallanzasca". Si è divertito? "Una storia sui manicomi, non tanto". Dell'ambito ludico, si occupa un ministero nel caos che rinnova ogni giorno, il proprio spettacolo.

2- BONDI AL BANDO!
Alessandro Trocino per il Corriere della Sera

 

Il giorno della mozione di sfiducia dell'opposizione contro Sandro Bondi, lunedì 29 novembre, si avvicina e si moltiplicano i fronti d'attacco: il crollo di Pompei, ma anche la protesta nel mondo del cinema, l'accusa di favoritismi e le bacchettate dai giornali amici. Il ministro della Cultura replica: «È una caccia all'uomo come non se ne vedevano da decenni». Intervenendo al question time, ieri ha aggiunto: «Sono sotto accusa perché ho cercato di rinnovare e proporre riforme».

 

Nei giorni scorsi si è venuto a sapere che il figlio della compagna Manuela Repetti lavora al ministero. E che l'ex marito della Repetti è tra i beneficiari del Fus, il Fondo unico per lo spettacolo, per 25 mila euro. Bondi ha replicato al Fatto quotidiano: «Sono intervenuto solo per risolvere due casi umani. Una storia privata». Così non è parso a Filippo Facci, che ne ha scritto su un quotidiano vicino al centrodestra, Libero: «Bondi sta sistemando i suoi casini familiari a spese nostre».

 

Ieri il Secolo XIX ha raccontato che tra i beneficiati dal Fus c'è anche la banda musicale di Novi, dove vive la compagna. E che la compagnia teatrale di Mariano Anagni, vicina a Fivizzano, paese di Bondi, incassa 285 mila euro di finanziamenti. Il Fatto ha raccontato anche un'altra storia. Il ministro Bondi avrebbe chiamato il direttore generale del ministero dei Beni culturali, Nicola Borrelli, per chiedergli di «inventare un premio» a Venezia per Michelle Bonev, «un'amica molto cara al primo ministro bulgaro e a Berlusconi».

 

Fatto sta che la Bonev si presenta a Venezia con «Goodbye Mama», opera prima, e vince un «Premio speciale della Biennale», assegnato da «Action for Women». Alla cerimonia partecipano due ministri, un sottosegretario e una deputata. Tra loro c'è il ministro Giancarlo Galan: «Berlusconi mi ha dato un incarico preciso: salutare con calore e affetto Michelle Bonev». La Bonev era già stata al centro di uno scandalo: secondo le intercettazioni sarebbe stata «imposta» al Dopofestival di Sanremo da Agostino Saccà, ex direttore generale Rai.

Il ministro Bondi smentisce la ricostruzione su Venezia: «È una storia completamente inventata, sono fantasie, frutto di imbarbarimento. Il Fatto ne risponderà in tribunale». Deborah Bergamini, deputata pdl, è la promotrice di «Action for Women»: «Un concorso per corti di una bellezza strepitosa, un lavoro di sensibilizzazione sul tema della violenza sulle donne». E la Bonev? «"Action for Women" si svolse anche nel 2009 e anche allora fu affiancato da un film, "Scheherazade, Tell me a story". Che, nel palmarès, risulta vincitore di un altro premio, il "Lina Mangiacapre"».

 

Continua la Bergamini: «Anche quest'anno abbiamo scelto un film in tema». Abbiamo chi? «Il film mi è stato segnalato forse da Borrelli forse da Salvo Nastasi: comunque dal ministero della Cultura. Hanno deciso loro. Comunque era un bel film, anche se non mi intendo di cinema». E le presunte pressioni di Bondi? «Mi sopravvaluta, non ne ho idea». Parla Francesco Giro, sottosegretario alla Cultura presente alla premiazione: «Chi l'ha scelto? Era un premio della Biennale, chiedete a loro. Non ci accusate sempre di ingerenza?». Le è piaciuto? «Ho visto solo il primo tempo. Non male: comunque meglio del "Vallanzasca" di Placido».

 

3- MICHELLE: "NESSUN REGALO IL MIO È UN FILM GRANDIOSO - "NON CONOSCO IL MINISTRO. COMPLIMENTI DAL PREMIER" -IL FILM NON ERA ANCORA DEL TUTTO PRONTO. IL PREMIO ME LO CONSEGNÒ LA CARFAGNA, DISSE CHE S'ERA COMMOSSA"
Fabrizio Roncone per Corriere della Sera

- «Cosaaa?». Signora Michelle Bonev, mi spiace, ma...
«No, guardi: non me la ripeta neppure quella domanda, capito?». Si calmi, parliamone. «Uff!... è assurdo, orrendo... Io sono una produttrice, un'attrice, una sceneggiatrice, una scrittrice! Merito rispetto, va beneee?».

 

Signora, la prego, non faccia così.
«Cosa vuol sapere, eh? Vuol sapere se me lo hanno regalato, quel premio? No, no e ancora no! Io, quel premio, me lo sono meritato. Perché il mio film, "Goodbye Mama", è un film grandioso. Punto e basta!... Tra l'altro, io...». Tra l'altro cosa? «Io nemmeno lo conosco il ministro Bondi».

Però il ministro avrà visto il suo film.
«Non lo so. Ignoro la prassi ministeriale. Immagino comunque che qualcuno, se hanno deciso di premiarmi, il film lo abbia visto».

Quando ha appreso che sarebbe stata premiata?
«Una settimana prima della cerimonia... pensi che il film non era ancora del tutto pronto e...».

 

Scusi: ma se il film non era pronto, cosa hanno visto al ministero?
«Senta, mi ascolti: io ho capito che qui vogliono fare fuori Bondi, vogliono sfiduciarlo... ma non accadrà attraverso di me. Okay?».

Chi le ha comunicato di aver vinto quel premio?
«Mi è stato recapitato un invito. C'era scritto che il ministro Bondi non sarebbe potuto intervenire e che, al suo posto, avrebbe inviato una persona di sua fiducia».

Chi le consegnò, poi, il premio?
«Il ministro Mara Carfagna».

E cosa le disse?
«Che il film l'aveva commossa».

 

Commossa?
«Guardi che il film racconta un dramma familiare, la vita di una madre, due figlie, una nonna...».

Va bene, però...
«Non le interessa, vero?».

Al contrario, signora.
«Sa qual è il problema? Il problema è che qui in Italia quelli che fanno il cinema si lamentano in continuazione... chiedono fondi, soldi... ma nessuno che ammetta: sono vent'anni che faccio film e nessuno viene a vederli... Io invece...».

Lei?
«Qualcuno che andrà a vedere la mia opera, quando uscirà a primavera, ci sarà... perché io, in quanto a popolarità, sto tra Papa Giovanni XXIII e Gino Bartali».

Non la seguo.
«La mia fiction, "L'uomo che sognava con le aquile", nel 2006, ebbe un successo di pubblico superiore a quella sul famoso ciclista e secondo solo a quella sul Papa Buono».

 

Sempre su Raiuno.
«Dove vuole arrivare?».

Lei lo sa, credo.
« Ad Agostino Saccà ? Ancoraaa...».

Nel 2003, lei condusse il Dopofestival di Sanremo e Pippo Baudo non nascose il suo fastidio. Il direttore generale dell'epoca era, appunto, Agostino Saccà.
«E volevano cacciarlo. Così inventarono la storia che fosse lui ad avermi raccomandata... e adesso, ecco, accidenti, la storia si ripete: ora siccome vogliono fare fuori Bondi e magari pure Berlusconi, tirate fuori il dubbio che quella targa di Venezia sia mezza falsa...».

Signora, il titolo del suo film non era neppure inserito nel programma ufficiale del Festival...
«E allora? Un Festival non può fare una sorpresa al suo grande pubblico?».

 

Dopo la premiazione ricevette i complimenti da Berlusconi?
«Oh, certo.. Me li fece pervenire attraverso il ministro Galan...».

(Dragomira Bonev, in arte Michelle Bonev, è nata a Bourgas, in Bulgaria, nel 1971. «Arrivai in Italia a 18 anni, scappavo dal comunismo con venti dollari in tasca e un paio di scarpe gialle. Vidi molte vetrine addobbate, e rimasi sorpresa: mi spiegarono che era il 14 febbraio, la festa degli innamorati. In quel momento capii che l'Italia era il Paese giusto per me...») .

 25-11-2010]

 

 

PREVITI, SE LO CONOSCI LO condanni - LA CASSAZIONE HA BOCCIATO LA CAUSA INTENTATA DALL’EX MINISTRO CONTRO L’ESPRESSO tredici anni fa - secondo la corte è stato implicato in vicende giudiziarie "così gravi" che non ha in alcun modo danneggiato la sua reputazione il fatto che, in un articolo del 1997 sia stato indicato come "rinviato a giudizio" mentre era ancora solo "indagato

Alfonso Cuntera per "L'Espresso"

 

La sostanza conta più della forma. E di fronte al coinvolgimento di importanti figure politiche in pesanti scandali di collusione, il cavillo può passare in secondo piano. Per questo la Cassazione ha bocciato la causa intentata da Cesare Previti contro "L'espresso" tredici anni fa.

L'ex ministro della Difesa ed ex parlamentare di Forza Italia, che ha perso il seggio alla Camera dopo la condanna definitiva all'interdizione perpetua dai pubblici uffici nel processo Imi-Sir, è stato implicato in vicende giudiziarie "così gravi" che non ha in alcun modo danneggiato la sua reputazione il fatto che, in un articolo comparso sul nostro settimanale nel 1997, sia stato indicato come "rinviato a giudizio" mentre era ancora solo "indagato".

 

 

La sentenza della Suprema corte introduce un principio importante, che va a pesare la realtà della situazione e in qualche maniera esprime anche una valutazione sull'operato della stampa alla luce dell'evoluzione dei fatti: perché quello che nel 1997 era solo un indagato, poi è stato effettivamente rinviato a giudizio, processato e condannato con sentenza definitiva.

Oggi, dopo avere scontato una pena dorata tra il suo attico nel centro di Roma e i circoli esclusivi della capitale grazie al meccanismo dell'affidamento ai servizi sociali, l'ex braccio destro di Silvio Berlusconi si è allontanato dalla scena politica, anche se la scorsa estate una plateale visita del premier ne ha in qualche modo segnato la riabilitazione.

 

Ma la sentenza 23468 della Cassazione non si limita a giudicare quello che era già accaduto nel 1997, spingendosi nella valutazione di un eventuale danno ad esaminare la fine della storia: secondo i giudici, Previti non ha nulla di cui lamentarsi poiché "il giudizio negativo indotto nel lettore era conseguenza delle vicissitudini giudiziarie da tempo in corso a suo carico e non dell'inesattezza terminologica nella quale era incorso l'autore dell'articolo".

 

In altre parole, spiega ancora la Cassazione, la gravità delle indagini alle quali era sottoposto Previti e gli elevati incarichi istituzionali rivestiti, non avrebbero evitato che anche '"se espresso in termini piu' precisi, il riferimento al parlamentare sarebbe stato lo stesso assai disdicevole".

Infine, i supremi giudici ritengono che Previti non abbia ricevuto nessuna lesione dell'onore dall'uso di altre espressioni contenute nell'articolo come ''politicamente morto'', ''rischia la galera'' e ''primo accusatore di Di Pietro''. D'altronde, il testo pubblicato tredici anni fa da "L'espresso" non era una cronaca giudiziaria, ma il capitolo di una rassegna di personaggi caduti in qualche modo nella polvere in quella stagione: da Michele Santoro a Irene Pivetti, da Pippo Baudo a Alba Parietti, da Ambra Angiolini a Leoluca Orlando, da Arrigo Sacchi ad Alessandra Mussolini.

 

Poche frasi, che descrivevano la situazione paradossale dell'indagato e ipotizzavano lo scenario che poi si è concretamente realizzato. "Pallone sgonfiato? Insomma. È un rinviato a giudizio per fatti gravi che riceve i giornalisti nella sua villa all'Argentario sorseggiando Taittinger brut sopra un gran mare dove beccheggia il celebre yacht "Barbarossa".

 

Ad ogni modo: era l'avvocato principe di Berlusconi, il ministro della Difesa del suo governo, il primo accusatore di Di Pietro. Oggi, dopo il caso Squillante e soprattutto l'affare Imi-Sir, con la parcella da 67 miliardi pagata dalla famiglia Rovelli a Previti e altri due avvocati del Foro di Roma per corrompere i giudici, come sostiene l'accusa, politicamente è un uomo morto. E da cittadino rischia la galera".

 

Con la bocciatura del ricorso inoltrato in Cassazione, e firmato dalla figlia Carla Previti, anche lei avvocato, l'ex parlamentare e legale della Fininvest è stato condannato a pagare 3400 euro di spese di giustizia. Sia la Corte di Appello di Roma, che i giudici di primo grado, avevano già respinto la richiesta di risarcimento. E dopo tredici anni, almeno in questo caso, c'è stata una parola chiara sulla libertà di informare e fare critica.

 [24-11-2010]

 

 

 

Travaglio MASTELLIZZA CLEMENTE! - carte giudiziarie (pesanti) alla mano, impallina il redivivo martire di ceppaloni. Pressioni, voti parlamentari, bruno vespa: tutti gli ostacoli per chi vuole processare il compagno di merende di della valle e montezemolo - Il gip Marotta racconta: “Mi avvicinò una collega amica dell’imputato e mi consigliò di assolverlo. ‘Clemente ha molti amici e sta tornando in sella’ - il “supertestimone”? E’ Pietro Funaro, portavoce campano dell’Udeur, indagato assieme ai coniugi Mastella

 

Marco Travaglio per "Il Fatto Quotidiano"

Dunque, come abbiamo raccontato ieri, il processo a Clemente Mastella e ai suoi cari (una cinquantina di coimputati, fra cui la moglie, il consuocero, il cognato e mezza Udeur), non s'ha da fare. Il 19 novembre la Camera, su richiesta dell'europarlamentare Pdl imputato per quattro concussioni, tre abuso d'ufficio, un'associazione per delinquere, un peculato, una truffa e un'appropriazione indebita, ha sollevato conflitto d'attribuzione alla Consulta contro i giudici di Napoli che osano processarlo senza il permesso preventivo (non richiesto, anzi esplicitamente escluso dalla legge) del Parlamento.

 

Motivo: i reati di cui è accusato Mastella sarebbero "ministeriali", cioè collegati alle funzioni di Guardasigilli del governo Prodi dal 2006 al 2008 (falso: Mastella è imputato "in qualità di segretario nazionale del partito politico Udeur" e alcuni reati li avrebbe commessi prima e dopo aver fatto il ministro).

Ora spetta al Gip decidere se procedere con l'udienza preliminare, ormai agli sgoccioli, o congelarla per un paio d'anni in attesa della sentenza della Consulta. Nel secondo caso, il processo nascerebbe praticamente morto, e non solo a carico di Mastella, ma anche degli altri 50 coimputati che si sono affrettati ad associarsi alla sua richiesta di sospensione sine die.


Ma che il processo a Mastella non s'abbia da fare non è una novità. Un'incredibile campagna mediatica, alimentata anche da Porta a Porta e dal Corriere della Sera, martella da anni che Mastella sarebbe stato inquisito a Santa Maria Capua Vetere nel gennaio 2008 per rovesciare per via giudiziaria il governo Prodi, dopodiché tutte le accuse sarebbero finite nel nulla. Così del processo di Napoli nessuno si occupa perché quasi tutti pensano che non esista. Altri, invece, sanno benissimo che esiste e si prodigano perché non esista più.

 

Il 1° luglio 2009, durante l'udienza preliminare della prima tranche del processo (quella nata a Santa Maria Capua Vetere e poi passata per competenza a Napoli), il gip che la conduce, Sergio Marotta, viene avvicinato da una collega della Corte d'appello di Napoli, Tina Cardone, che gli consiglia caldamente di prosciogliere Mastella. Marotta la lascia dire, poi la denuncia.

E racconta ai colleghi, a verbale, il 23 settembre 2009: "In data 1.07.2009 venni telefonicamente raggiunto da una collega, Tina Cardone, che io conoscevo bene in quanto seppure adesso è in servizio presso la Corte d'Appello di Napoli, anni fa ha ricoperto la funzione di Presidente aggiunto dei Gip di Napoli. Dunque è stata mio superiore gerarchico... La Cardone, senza specificarmene la ragione, mi chiese un appuntamento per il giorno successivo ed io non ebbi difficoltà ad accordarglielo invitandola a venire nel mio ufficio".

 

La giudice però preferisce un luogo più appartato. Marotta rimane "un poco sorpreso per questa strana cautela", ma accetta di vedere la collega l'indomani alle 8.30 "presso l'edicola dei giornali della piazza coperta del Tribunale". E lì scopre finalmente il motivo della convocazione: "Non appena ci vedemmo cominciò a parlare della sua amicizia con Clemente Mastella", che aveva fatto tanto per lei. Che cosa? "Quando era ministro di Giustizia l'aveva chiamata al Ministero dandole un incarico".

Lei aspirava a un ruolo direttivo, ma Mastella le spiegò che quello era riservato ad Augusta lannini, moglie di Bruno Vespa. "Mi disse che lei disciplinatamente aveva condiviso questa scelta poiché si rendeva conto da sola che un incarico alla moglie del Vespa significava per Mastella avere maggiori opportunità di frequentare il talk show condotto dal predetto".

In ogni caso la Cardone è "contenta" per il posto ministeriale conquistato e continua a "frequentare con la solita assiduità casa Mastella a Ceppaloni", anche dopo l'arresto della moglie Sandra Lonardo e l'indagine per concussione e altri reati a carico dell'ormai ex ministro.

"Era particolarmente fiera di questa sua fedeltà in quanto a suo dire molti amici di Mastella, fra cui anche la moglie del Vespa, dopo le disavventure giudiziarie del 2008, avevano un poco preso le distanze da lui". Poi finalmente la giudice mastelliana viene al punto: "Mi disse - racconta Marotta che era stata di recente presso la villa di Ceppaloni e che Mastella le aveva chiesto un intervento presso di me per `spuntare' una sentenza di non luogo a procedere".

 

E lei ha subito aderito, avvicinando il gip: "Per perorare nel modo più incisivo possibile la causa del Mastella, mi spiegò che sarebbe stata inutile una mia resistenza alle sue sollecitazioni in quanto il Mastella, con tutte la amicizie che aveva mantenuto, prima o poi, nei vari gradi del procedimento, avrebbe comunque trovato qualche giudice sensibile alle sue segnalazioni o a quelle di suoi amici".

Non è solo una richiesta, dunque, quella della giudice al collega. È anche -secondo Marotta - una velata minaccia: "Sempre con riferimento alle amicizie del Mastella vantate dalla Cardone, a detta di quest'ultima mi conveniva tener conto della sua segnalazione perché lo stesso Mastella nel corso degli anni aveva dimostrato che con gli amici era molto generoso, mentre era vendicativo con chi gli sbarrava la strada".

Insomma, meglio farselo amico, per evitare rappresaglie. Marotta racconta che la Cardone non si fermò neppure lì, ma aggiunse pure che Mastella, "dopo un periodo di sbandamento dovuto all'indagine giudiziaria, già da molti mesi stava ricominciando a tessere la sua tela, a rinsaldare le vecchie amicizie ed a costituirne di nuove. Usò l'espressione Clemente sta tornando in sella', dicendomi insomma che il potere di Mastella si stava ricostituendo". Non a caso, dopo un anno di assenza dal Parlamento italiano, aveva agguantato un posto sicuro a Bruxelles nelle liste del Pdl.

 

E poi aveva mantenuto ottimi rapporti con Antonio Bassolino, governatore uscente della Campania, e con Nicola Mancino, vicepresidente del Csm. Bassolino lo aveva rassicurato che né lui (vittima, secondo l'accusa, di una tentata concussione di Mastella) né la regione Campania si sarebbero costituiti parte civile nel procedimento dinanzi al gip Marotta ("in effetti - osserva il gip - il giorno dopo e cioè il 3.07.2009, ho constatato che né Bassolino, parte offesa in un capo di imputazione, né la Regione Campania si sono costituiti parte civile").

Quanto a Mancino, Marotta ha buon gioco a fingersi interessato a saperne di più, visto che pende sul suo capo un procedimento disciplinare dinanzi al Csm: "Proprio per accertare a cosa specificamente alludesse la Cardone quando mi parlava di favori che potevo ottenere, avendo intuito che assai verosimilmente voleva riferirsi ad amicizie anche interne al Csm poiché attualmente pende a mio carico un procedimento disciplinare, chiesi se per caso Nicola Mancino era fra quelli che erano rimasti ancora amici di Mastella. Lei disse che Mancino era una delle persone che non aveva mai voltato le spalle a Mastella".

 

A quel punto Marotta liquida la collega senza prometterle nulla e corre dal presidente del Tribunale e dal Procuratore generale a denunciare l'illecita pressione della collega per conto di Mastella. La Cardone, dal canto suo, ammette di essere una vecchia amica dei Mastella (Sandra Lonardo presentò addirittura una mostra di quadri della giudice pittrice) e di aver incontrato Marotta, ma nega recisamente di averlo voluto influenzare. Sui fatti, pare, indaga la competente Procura di Roma, oltre naturalmente al Csm.

Ma non è finita, perché la sera del 20 ottobre 2009, poche ore dopo che la Procura di Napoli ha ottenuto nuove misure cautelare per Sandra Lonardo (il divieto di dimora in Campania) e per altri esponenti dell'Udeur campana e contesta nuove accuse al marito e ad altri 60 indagati, entra puntualmente in scena Bruno Vespa, marito di cotanta moglie nominata da Mastella direttore degli Affari di giustizia del ministero. E allestisce una puntata di Porta a Porta per difendere la famiglia reale di Ceppaloni dai nuovi guai giudiziari. Il titolo è già tutto un programma: "Cupola o persecuzione?". Ospite d'onore lui, Clemente Mastella.

 

 

A un certo punto, il conduttore dà la parola a un supertestimone col volto oscurato, ma non abbastanza, per "spiegare come vanno le cose": Vespa lo chiama "dirigente" e lo presenta come fonte anonima, riservata, ma - par di capire - esperto e attendibile. Mister X naturalmente fa a pezzi l'inchiesta, che definisce "una cacata giuridica".

"Il fatto - aggiunge il supertestimone rivolto al giornalista come a te non sfuggirà, è tutto di carattere politico. Dei 60 indagati, fatta eccezione per 15 o 16, tutto il resto sai per che cosa sono inquisiti? Concorso in abuso d'ufficio. Una cacata giuridica. È niente, è zero. Solo che dovevano gonfiare la cosa. Allora bu-bum, l'Italia sana si è mossa: 63 inquisiti. Se arrestavano il solito Mastella, la solita moglie, il solito capogruppo regionale, non c'era nessuna novità... allora hanno dovuto riempire. Ti è tutto chiaro?". Si scopre poi che Mister X altri non era se non Pietro Funaro, portavoce campano dell'Udeur, indagato assieme ai coniugi Mastella.

I giudici l'hanno subito riconosciuto e identificato con tanto di perizia fonica comparativa. Un coindagato dei Mastella giurava sull'innocenza dei Mastella e dei loro coindagati camuffato da supertestimone di Vespa, il tutto in un programma del "servizio pubblico" (chissà se l'Ordine dei giornalisti, la Rai, la Vigilanza, l'Agcom e tutto il cucuzzaro si occuperanno mai di questa solennissima patacca che Vespa, interpellato in maggio dal Fatto Quotidiano, ha comprensibilmente rifiutato di commentare).

Del resto quella tranche dell'inchiesta era nata proprio dalla denuncia di 13 giovani, aspiranti tecnici e impiegati dell'Arpac campana: prima di partecipare al concorso erano stati contattati da candidati alle elezioni provinciali ed europee che promettevano aiuto in cambio di voti. I nomi dei futuri assunti - sostengono i denuncianti - erano già decisi. E, tra questi, c'era anche "la figlia di Pietro Funaro". Quello della "cacata giuridica".

 

Ma i bastoni fra le ruote del processo Mastella non finiscono qui. Perché nel primo filone del processo, quello dell'udienza preliminare affidata al gip Marotta, quasi tutti gli imputati sono stati rinviati a giudizio, ma la posizione dell'ex ministro è stata stralciata (cioè congelata).

Motivo: il Senato deve ancora pronunciarsi pro o contro l'autorizzazione all'uso delle intercettazioni telefoniche indirette (su telefoni di indagati che parlavano con l'allora ministro Guardasigilli), dopo che la Consulta ha dichiarato inammissibile l'eccezione di incostituzionalità sollevata dai giudici di Napoli contro la legge Boato-Schifani del 2003 che vieta di usarle senza l'ok del Parlamento.

Intanto Mastella ha denunciato al Parlamento europeo una persecuzione ai suoi danni da parte della Procura di Napoli, che avrebbe fatto addirittura perquisire abusivamente la sua abitazione romana. L'Europarlamento ha subito avviato una pratica a sua tutela.

Venerdì, la ciliegina sulla torta: il conflitto di attribuzioni sollevato dal Senato alla Consulta contro i giudici che osano processare Mastella come se fosse un comune cittadino. Aveva ragione quella giudice premurosa: chi processa Mastella cerca rogne.

24-11-2010]

 

 

MISTERI D’ITALIA - ESISTE LA “SUB-ORGANIZZAZIONE DI ALLEANZA NAZIONALE” PAVENTATA A “REPORT” DA CARLO TAORMINA, CHE AVREBBE CANDIDATO DI GIROLAMO AL SENATO? - PER METTERE IN LISTA “NIC ER FATTURA” FU SACRIFICATO ENZO FRAGALÀ, POI UCCISO A BASTONATE A PALERMO - ED È UN CASO CHE IL LEGALE DEL TESTE CHIAVE CONTRO MOKBEL SIA STATO GAMBIZZATO? - UNA DELLE MISSIONI “POLITICO-AFFARISTICHE” DI DI GIROLAMO SAREBBE STATA QUELLA DI AGEVOLARE L’ACQUISIZIONE DI ALCUNI PEZZI DI FINMECCANICA DA PARTE DI ALCUNI PRIVATI, SOSPETTATI D’ESSERE TROPPO VICINI (IN AFFARI) CON IL BOSS della ’ndrangheta FRANCO PUGLIESE

Ruggiero Capone per "L'Opinione"

 

Le società di telecomunicazioni Fastweb, Telecom Italia Sparkle e Swisscom hanno chiesto di costituirsi parte civile nell'ambito del processo su un maxi riciclaggio di due miliardi di euro e che vede imputate 27 persone, tra cui gli ex ad Silvio Scaglia e Stefano Mazzitelli e l'imprenditore Gennaro Mokbel.

Oltre alle due società hanno chiesto di costituirsi parte civile anche la Presidenza del Consiglio, il ministero degli Interni, quello dell'Economia e l'agenzia delle Entrate. E mentre le questioni preliminari sembra possano essere risolte nelle udienze fissate per l'11, 18 e 21 dicembre, molti beninformati continuano a porsi numerosi interrogativi (con oscuri risvolti penali) circa gli ultimi anni di manovre politiche di Gennaro Mokbel.

 

Manovre a cui difficilmente potrà rispondere la classe politica, incline più del solito a farsi blob in certe circostanze. Blob, appunto, quella massa priva di forma e consistenza, ben descritta nel film "Blob-Fluido mortale". E perché ad oggi gli inquirenti non sembrano ancora riuscire a dar un nome a chi ha assassinato a bastonate Enzo Fragalà (ex deputato di An, morto a Palermo) come al misterioso killer che ha ucciso a picconate Sergio Calore (nero pentito, che forse potrebbe aver chiesto un aiutino a gente vicina ad An, recentemente sgozzato in un casolare vicino Roma, a Guidonia) e poi solo sospetti senza forma su chi ha gambizzato l'avvocato Piergiorgio Manca a Roma (in via Ruggero Fauro, nel cuore dei Parioli). Tre episodi di sangue solo apparentemente scollegati?

E poi a chi andrebbe imputata la responsabilità politica dell'esclusione dalle liste alle passate consultazioni nazionali di Enzo Fragalà ed Enzo Trantino per far posto alla candidatura (con elezione certa nella circoscrizione estera) di Nicola Di Girolamo? Misteri su cui dovrebbero fare piena luce solo e soltanto gli inquirenti, quelle stesse istituzioni giudiziarie in cui non possiamo che confidare.

 

E perché chiunque pensasse di fare indagini per proprio conto potrebbe imbattersi nella stessa signora dalle dita secche (metafora pasoliniana) che ha recentemente teso più agguati. E vale la pena rammentare che un professionista romano è stato gambizzato sotto il portone del suo ufficio, e che due uomini a volto coperto si sono dileguati in fretta verso le otto, e che i Carabinieri giunti in via Ruggero Fauro hanno trovato a terra Manca (64 anni) avvocato con alle spalle processi importanti ed eclatanti: il processo Pecorelli, quello alla banda della Magliana e, ultimamente, difensore del teste chiave del caso Mokbel.

Non è la prima volta che Manca è vittima di un agguato: nell'aprile scorso era stato ferito al braccio da un colpo di pistola, sempre in via Fauro. Manca negli ultimi tempi sarebbe stato oggetto di minacce. E, come nel caso Fragalà, anche per Manca gli investigatori ritengono possibile che l'attentato abbia a che fare con la professione dell'avvocato.

Manca e Fragalà, due avvocati con importanti cause nei fori di Palermo e Roma. Due uomini di legge. Il primo difensore del teste chiave del caso Mokbel, ed il secondo escluso dalle liste per far posto a Nicola Di Girolamo. Quest'ultimo è l'ex senatore eletto nella circoscrizione estera (grazie anche a "gli italiani nel mondo") poi arrestato perché accusato d'essere arrivato a Palazzo Madama grazie ai voti dell'ndrangheta.

 

Il caso è stato affrontato nella trasmissione Report di lunedì scorso, che ha esaminato la truffa Telecom-Fastweb, che ha coinvolto Di Girolamo ed il suo sponsor (Gennaro Mokbel).

Allora, cari inquirenti, chi chiese ad An di togliere dalle liste Trantino e Fragalà per inserire Di Girolamo? L'avvocato Carlo Taormina, legale di Di Girolamo, è stato intervistato da Report ed ha parlato di "una sub-organizzazione di Alleanza Nazionale che operava su Roma e che ha avuto un ruolo importante nella candidatura di Nicola Di Girolamo nella ripartizione estera Europa".

Nella puntata di Report è stato ribadito che Di Girolamo (detto anche "Nic er fattura") era il tesoriere-faccendiere di Gennaro Mokbel. Allora si potrebbe agevolmente sospettare che sia stato Mokbel a trattare con un piano oscuro della segreteria nazionale della vecchia An per fare spazio a Di Girolamo? E forse Fragalà e Trantino non sono stati ricandidati perché, da buoni avvocati, avrebbero messo il naso negli affari segreti della "sub-organizzazione"? E poi non dimentichiamo che una delle missioni "politico-affaristiche" di Di Girolamo sarebbe stata agevolare l'acquisizione di alcuni pezzi di Finmeccanica da parte di alcuni privati, sospettati d'essere troppo vicini (in affari) con il boss della 'ndrangheta Franco Pugliese.

 

Emerge che le vicende sono tanto vicine ma anche troppo grandi per non essere inquadrate in una strategia più ampia, appunto politica. Quindi in grado di coinvolgere i vertici internazionali dell'ndrangheta come d'un partito che è stato di governo (An appunto), e poi un livello d'affari che esula dalla dimensione locale poiché tira in ballo Fastweb, Telecom Italia Sparkle e Swisscom.. e soprattutto Finmeccanica ed i dirigenti degli istituti bancari che sapevano dei movimenti di valuta di Mokbel e compari. Forse s'è trattato di semplici casualità, ma sarebbe bello che a dimostrarcelo ci fossero indagini puntigliose, scientifiche.

 24-11-2010]

 

 

DI CHE COLORE POLITICO è LA MONNEZZA? NERA, ROSSA O NAPOLETANA? - "IL GIORNALE" INCARTA "SAVIANO IL FAZIO-SO" CHE SALVA ANCORA UNA VOLTA IL PD DALLE INCHIESTE SUI RIFIUTI PARTENOPEI E PARTE-NOSTRI - IL TELEPREDICATORE SINISTRO SI DIMENTICA DI QUELLE INDAGINI CHE HANNO TRAVOLTO IL PARTITO DI BERSANI IN CAMPANIA E CHE VEDONO INDAGATI O SOTTO PROCESSO I VERTICI DEL CENTROSINISTRA - E POI, DICE CHE SE NE VUOLE ANDARE PERCHE’ A DESTRA DICONO CHE E’ DI SINISTRA E A SINISTRA DICONO CHE E’ DI DESTRA (MA CHI LO DICE

 

 

Gian Marco Chiocci per il Giornale

La più bella battuta di «Vieni via con me» non appartiene a Corrado Guzzanti ma a Roberto Saviano: «Vado via perché quelli di sinistra dicono che sono di destra e quelli di destra che sono di sinistra». Per l'ennesima volta, infatti, l'autore di Gomorra s'è dimostrato per quello che è: dichiaratamente di parte, Fazio-so, omertoso sulle malefatte del Pd.

 

Dopo aver parlato dei nemici di Falcone (evitando di dire che erano a sinistra), e dopo aver detto che la ‘ndrangheta flirta con la Lega (scordandosi delle inchieste sulle cosche calabresi in Lombardia con esponenti del Pd coinvolti), nel concedere il tris in tv Saviano non s'è smentito parlando di rifiuti e di inchieste politiche: gli unici riferimenti sono stati per il centrodestra, con l'immancabile Cosentino. E sul centrosinistra? Niente.

 

Solo un vago, vaghissimo accenno, riferito però all'incapacità politica delle istituzioni napoletane di risolvere l'emergenza rifiuti. Le cose, però, ancora una volta non stanno come ce le racconta il TelePredicatore casalese. L'8 novembre scorso l'ex governatore della Campania del Pd, Antonio Bassolino, finisce sotto inchiesta, insieme al sindaco collega di partito Rosa Russo Iervolino (più 36 persone) per epidemia colposa e omissione d'atti d'ufficio. Secondo gli esperti epidemiologi nominati dal pm, fra il novembre 2007 e il gennaio 2008, quando i rifiuti impedivano l'accesso in strada, le malattie gastrointestinali e della pelle si sono infatti moltiplicate.

 

Bassolino, nella veste di commissario straordinario per l'emergenza rifiuti, è poi sotto processo dal 2008 per truffa aggravata ai danni dello Stato e frodi in pubbliche forniture insieme ad altre 27 persone. Dal marzo scorso sempre l'ex governatore è alla sbarra anche per peculato perché, secondo i pm partenopei, i vertici del commissariato ai rifiuti da lui presieduto avrebbero erogato indebitamente somme di denaro a un avvocato. Sul punto Giuseppe Fusco, legale di Bassolino, precisa al Giornale che «in realtà il rinvio a giudizio è stato annullato dal tribunale per un vizio di forma e ora siamo in attesa della nuova decisione del gip (...)».

 

Saviano dovrebbe sapere che anche il presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile, Pd, è indagato per roba di monnezza: quale docente e membro della commissione collaudo viene arrestato (e posto ai domiciliari) il 3 giungo con alcuni collaudatori degli impianti di stoccaggio. Secondo l'accusa fu attestata sia l'idoneità degli impianti quando questi erano sotto sequestro, che la conformità del prodotto del combustibile da rifiuti a un contratto che in realtà non esisteva.

 

C'è poi l'inchiesta «Normandia 1» dove spunta il consigliere regionale Pd Enrico Fabozzi, ex sindaco di Villa Literno. Il suo nome lo fa ai magistrati il pentito casalese Emilio Di Caterino, nome che a Saviano dovrebbe dire qualcosa. È stato il collaborante a spedire a Fabozzi una testa di maiale mozzata «perché il clan Bidognetti - ha riferito - voleva incontrare il sindaco per alcuni appalti (...). Il sindaco però fece sapere di essere disponibile per le richieste ma di non voler incontrare nessuno (...). Questa risposta dette fastidio al clan che decise (...) di spedire la testa di suino al sindaco (...). Dopo l'avvertimento Fabozzi immediatamente si mobilitò (...) e fece sapere che anche in relazione ai successivi appalti sarebbe stato a disposizione del clan Bidognetti».

 

Fabozzi nega tutto e si autosospende. Nel luglio scorso, invece, in una maxi inchiesta sulla sanità pugliese i pm ammanettano dirigenti Asl e imprenditori. Punto centrale dell'indagine sono tre appalti sui rifiuti presumibilmente pilotati: tutto ruota intorno alla figura di Alberto Tedesco, ex assessore pugliese alla Sanità già indagato eppoi promosso senatore del Pd. La procura di Bari aveva chiesto l'arresto anche di Elio Rubino e Mario Malcangi, genero e braccio destro di Tedesco. Rifiuti, politica, inchieste. Perché una persona che a sinistra dicono essere di destra (e viceversa) si è dedicato solo ed esclusivamente a Nicola Cosentino?

 24-11-2010]

 

 

 

SGARBI IN GONDOLETA - NEANCHE SI È INSEDIATO SOPRINTENDENTE CHE GIÀ LO RIBUTTANO GIÙ DAL PONTE DEI SOSPIRI - costretto ad uno stop da un intervento della Corte dei Conti sulle procedure seguite dal ministero di bondi per la sua nomina, verrà "rinominato" il 1 dicembre - Ma anche questa nuova nomina, avverte il sindacato, potrebbe essere bocciata dal tribunale amministrativo, perché in lizza per quel posto c’era un altro candidato interno

1 - VENEZIA. SGARBI TORNA SOPRINTENDENTE - UIL: NOMINA A RISCHIO, PUÒ SALTARE ANCORA...
Da "il Gazzettino.it"

 

Nuovo incarico a Vittorio Sgarbi per la soprintendenza speciale di Venezia. Lo annuncia la Uil dei beni culturali, anticipando che il critico ferrarese, costretto ad uno stop da un intervento della Corte dei Conti sulle procedure seguite dal ministero per la sua nomina, verrà "rinominato" il 1 dicembre.

 

Ma anche questa nuova nomina, avverte il sindacato, potrebbe essere bocciata dal tribunale amministrativo, perché in lizza per quel posto c'era un altro candidato interno, il soprintendente pugliese Fabrizio Vona, la cui domanda non sarebbe stata inizialmente presa in considerazione. «Ancora una volta viene penalizzata la città di Venezia - accusa il sindacato -: non si valuta la grave situazione del patrimonio culturale di una città unica al mondo, che sta pagando e pagherà nei prossimi mesi questa insistenza».

 

Da subito contrario alla nomina di Sgarbi per la guida del polo museale speciale di Venezia, il sindacato, dopo l'intervento della Corte dei Conti, aveva sostenuto che il ministero «stava operando per spianare la strada a Sgarbi, promuovendo gli altri due candidati al polo veneziano», Fabrizio Magani (da qualche settimana direttore regionale in Abruzzo) e Isabella Lapi Ballerini (nominata direttore regionale in Puglia).

Il Mibac, nota oggi la Uil, «non aveva fatto i conti però con un imprevisto, venuto fuori l'8 novembre», quando il soprintendente Fabrizio Vona ha chiesto notizie della sua domanda per Venezia. «Al ministero si sono affrettati a rintracciare la domanda e, dopo una valutazione comparativa, l'incarico è stato affidato a Sgarbi», rivela il sindacato, convinto che anche questa nuova nomina non andrà in porto: «È del tutto evidente ed è noto anche allo stesso Mibac - conclude la Uil - che anche il nuovo provvedimento di incarico a Sgarbi sarà bocciato dalla Corte dei Conti che su tale questione si è pronunciata due volte peraltro facendo riferimento ad un orientamento costante della stessa Corte che risale al 2006».


2 - LA DELIBERA DELLA CORTE DEI CONTI DEL 16 SETTEMBRE, CHE GIÀ AVEVA STRONCATO SGARBONE...
Dal Comunicato Stampa UIL MIBAC del 23 novembre 2010

Deliberazione n. SCCLEG/18/2010/PREV REPUBBLICA ITALIANA la Corte dei conti
Sezione centrale di controllo di legittimità su atti del Governo e delle Amministrazioni dello Stato nell'adunanza del 16 settembre 2010

 

L'attività del Mibac "crea una frattura alla trasparenza dell'azione amministrativa"

Il conferimento dell'incarico al dott Sgarbi non è comprensibile poiché , dice la Corte "la ratio della norma che appare tesa, da una parte, a limitare, per ragioni di contenimento della spesa pubblica, il ricorso a contratti al di fuori dei ruoli dirigenziali eludendo le norme sul blocco delle assunzioni, dall'altra, a non mortificare le aspettative dei dirigenti interni che aspirino a ricoprire quel posto (che, nel caso di specie, risulta tra quelli di remunerazione superiore).

 

Nel proposito legislativo, sempre più la norma sembra ispirata a consentire il ricorso ad "esterni" solo -in casi eccezionali- per fornire alle amministrazioni quelle professionalità indispensabili, delle quali esse siano carenti: conseguentemente, nel caso di specie, ancor più ingiustificabile appare il reperimento di un "esperto" nel settore artistico/culturale, quando nei ruoli del Ministero dei beni culturali figurano proprio dirigenti archeologi e storici dell'arte".

E infine la Corte ricorda come "La questione peraltro non è nuova a questa Sezione di controllo, avendo già affrontato caso analogo conclusosi con il diniego di visto espresso con delibera n. 10/2006 ove, sul punto, si legge che "..non può non cogliersi l'irragionevolezza di ricorrere alla provvista di professionalità all'esterno, pur essendone stata accertata le disponibilità tra il personale interno...".

23-11-2010]

 

 

BONDI SI È FERMATO A NOVI - SANDRO E MANUELA STORIA D’AMORE E DI INTERESSI A NOVI LIGURE - NUOVA PUNTATA DEL “TENGO FAMIGLIA” DEL MINISTRO, CHE OLTRE AL FIGLIASTRO, HA PIAZZATO ANCHE L’EX MARITO DELLA COMPAGNA - LE SPIEGAZIONI MEJO DELLE COMICHE: “SONO INTERVENUTO SOLO PER RISOLVERE DUE CASI UMANI”. SÌ, VICENDA PRIVATA, MA I SOLDI SONO PUBBLICI - IL MINISTRO AFFONDA E I MINISTERIALI FANNO GIÀ LA GARA PER MOLLARE IL LORO CAPO: DAL DIRETTORE GENERALE BORRELLI AL CAPO DI GABINETTO NASTASI: “LA MIA FIRMA? SOLO FORMALE”...

REPETTI

1 - E BONDI SISTEMÒ ANCHE L'EX MARITO DELLA COMPAGNA...
Malcom Pagani e Luca Telese per "Il Fatto Quotidiano"

A tarda sera, dopo una giornata di dinieghi, scarichi di responsabilità e panico diffuso nel ministero, chiama anche il ministro: "Posso dare una spiegazione". E sono parole sofferte: "Non ho violato nessuna legge. Sono solo intervenuto per risolvere due casi umani. È la tragedia di un uomo che era disoccupato e senza lavoro". Il ministro Sandro Bondi sta parlando a Il Fatto dell'ultima vicenda di cui siamo venuti a conoscenza.

 

Nascosta in una delle pieghe della relazione di spesa del Fus 2009, i fondi per lo spettacolo che ironia della sorte sono stati il bersaglio dei tagli di Tremonti e di tutte le polemiche contro il ministro, c'è una voce di spesa. Piccola, rispetto all'entità della cifra, ma enorme per il significato simbolico. 25 mila euro in un anno, per una consulenza assegnata al "signor Roberto Indaco". La voce di spesa, a pagina 673 della relazione, è la più sintetica (curiosamente enigmatica) fra tutte. I cinque nomi segnalati dilungano le competenze allo spasimo. Quella di Indaco recita solo: "Teatro e moda".

 

Il vero problema, non riassumibile nell'algida sinteticità di quella tabella, è che il signor Indaco è l'ex marito dell'onorevole Repetti, compagna del ministro (attualmente, guardacaso, in attesa di divorzio). Il secondo problema è che anche il figlio del signor Indaco e dell'onorevole Repetti - Fabrizio - come abbiamo raccontato nei giorni scorsi, lavora (scrivania e telefono) per il ministero dei Beni culturali, alla direzione generale per il cinema. Una mutua bondiana, di difficile giustificazione davanti a un mondo dello spettacolo, in sciopero costante per una politica di tagli che non conosce redenzione o riscatto. Brunetta diceva: "tanto paga Pantalone", ma i benefattori in questo caso, sono nelle stanze ministeriali.

 

Per tutto il giorno il Fatto insegue nelle pieghe dei documenti, e nelle testimonianze (estremamente imbarazzate) dei loro estensori, i 25mila euro del signor Indaco. La relazione, per esempio, è firmata dal dottor Nicola Borrelli, uno dei direttori generali del ministero, quello della sezione cinema. A Il Fatto Borrelli spiega: "Sì, è vero, anche quella tabella è formalmente firmata da me. Ma in realtà è predisposta, in tutte le sue voci, dal dottor Nastasi, braccio destro di Bondi".

Dopo un lungo inseguimento e qualche tentativo di mettersi in comunicazione rabbiosamente interrotto, si manifesta anche il capo di gabinetto, il vice di Bondi, Salvo Nastasi. Tono cortese, da grand commis d'etat: "E' vero, quella sezione è di mia competenza. Ma si tratta, come in tutti i ministeri, di fondi che sono di esclusiva prerogativa del ministro. Noi non facciamo altro che riportare la lista dei nomi delle consulenze che lui ci fornisce e il giustificativo di spesa".

Chiamiamo allora per la prima volta il ministro, ma il telefonino squilla a vuoto. Cerchiamo allora l'onorevole Repetti. "Dottoressa, come vede, ci risentiamo". Le chiediamo come stia, ricevendone un eloquente: "Insomma, ho passato momenti migliori". Ma è la rivelazione della scoperta della consulenza erogata all'ex marito a lasciarla catatonica, silente, per oltre dieci lunghissimi secondi. Dopo, c'è spazio solo per la frustrazione.

Clic. Recide violentemente il colloquio e all'ulteriore richiesta di un commento via sms, spedisce sei righe agre tra il disperato e l'indignato: "Purtroppo ho compreso che qualunque cosa io dicessi, verrebbe ignorata o distorta. Questa non è informazione nè giornalismo, ma una campagna strumentale e pretestuosa di diffamazione per colpire unicamente il mio compagno Sandro Bondi".

E' lo stesso ministro, alla fine, a chiamarci sul cellulare: "Guardi, io voglio spiegare tutto, voglio chiarire. E vorrei che deste spazio alla mia replica". Senza dubbio. Il ministro prosegue: "Nel caso del signor Indaco, io non ho fatto altro che aiutare una persona che si trovava in una drammatica difficoltà. Aveva le competenze professionali per usufruire della consulenza, quindi non ho violato leggi, nè norme".

A Novi Ligure, il signor Indaco abita in Via Lovadino in un appartamento nella stessa palazzina dell'ex moglie. Fino al 2009 ha avuto una sua società, che poi ha chiuso. Possedeva quote di un albergo della famiglia Repetti. Si è occupato anche di barche. Chiediamo al ministro come spiega che sia il figlio della compagna, sia suo marito, siano pagati con fondi ministeriali: "Si tratta di importi molto modesti. Nel caso di Roberto Indaco, al netto delle trattenute, poco più di... 1000 euro al mese". Non si tratta di nepotismo? Bondi prende un lungo respiro. Si trova in macchina con Repetti: "Desidererei rispetto, anche da un giornale che fa il suo lavoro. Si tratta di una vicenda molto dolorosa. Di una storia amara, ma anche del tutto personale e privata". Sì, sicuramente è vero. La vicenda è assolutamente privata. Ma i soldi sono pubblici.

2 - SANDRO E MANUELA STORIA D'AMORE E DI INTERESSI - A NOVI MALIGNITÀ SUL FIGLIO DELLA REPETTI...
Francesco Bonazzi per "Il Secolo XIX"

Sandro Bondi si è fermato a Novi. Forse per sempre, visto che vi ha appena preso la residenza e ad Arcore mantiene giusto il diritto alla sepoltura nel mausoleo privato di Silvio Berlusconi. Per l'anagrafe, l'ex segretario personale del Cavaliere ora abita in una villetta al fondo di via San Giovanni Bosco insieme a Manuela Repetti, la biondissima deputata del Pdl con la quale si sposerà nell'autunno del 2012, appena il ministro avrà ottenuto il divorzio. E già corre voce che due anni dopo sarà proprio lui, il politico che più somiglia al mitico "Patsy", il segretario di Nick Carter, a candidarsi come sindaco di Novi Ligure. Oppure sarà Donna Manuela.

Ma è un dettaglio da poco, perché i due ormai sono una cosa sola e qui a Novi ci passano ormai tutto il tempo libero.

«Siamo una famiglia», aveva sentenziato lui già un anno e mezzo fa in un'intervista. E al dicastero che dirige, quello dei Beni culturali, lo hanno toccato con mano: il figlio ventenne di Manuela lavora a contratto per una società del ministero. Polemiche a non finire, la settimana scorsa, quando la faccenda è finita sui giornali. Saldi o veleni di fine stagione, secondo i punti di vista. Certo, dopo il crollo di Pompei, per il ministro non ci voleva proprio questa scivolata sul terreno del familismo amorale.

Oltre a tutto, alla vigilia della votazione di una mozione di sfiducia individuale. Certo, bisognerà vedere come va a finire in Parlamento, prima di affermare che anche il ministro della Cultura ha trovato i suoi Tulliani, ovvero una famiglia acquisita che rischia di stroncargli la carriera. Ma basta salire in valle Scrivia per capire che qualche solido indizio già c'è.

«La storia del figlio della Repetti? Il primo caso di nepanettismo», scherza un ex collega di consiglio comunale. Per capire la battuta bisogna sapere che a Novi "Panetto" è il soprannome di Giovanni Repetti. E "Panetta" è anche il nomignolo affibbiato a questa sua figlia, donata alla patria come legislatore.

Perché Repetti senior è uno che viene da lontano: partito come fornaio comunista, con i "rossi" che da sempre governano Novi ha saputo trasformarsi prima in piccolo costruttore e poi nel primo immobiliarista della zona. Negli anni Ottanta, nell'unico quinquennio in cui il vecchio Psi diede vita a un pentapartito con la Dc, si è un po' allontanato dai vecchi compagni.

Proprio come il "genero" Sandro, che della sua Fivizzano è stato sindaco comunista. Qualcuno giura perfino di aver visto "Panetto" ad alcuni comizi della Lega Nord, ma poi, nel'94, ha trovato un sicuro ancoraggio politico in Forza Italia. E del partito berlusconiano, Repetti è un generosissimo finanziatore. L'anno scorso, insieme a Manuela, ha provato anche a piazzare un sindaco di centrodestra, puntando sul giornalista Gigi Moncalvo. Ma gli è andata male perché hanno vinto i «soliti compagni» e Lorenzo Robbiano ha ottenuto la riconferma con il 57% dei voti.

 

C'è che alla fine Repetti senior è dovuto restare un po' nelle retrovie perché è sotto processo per un grosso abuso edilizio. Manuela ha la stessa pasta del padre: sveglia e determinata. Quando entra in politica, all'inizio si fa notare più che altro per le abissali scollature e il risparmio di tessuto sulle gonne.

"Panetta" si fa un mandato da consigliere d'opposizione nel quale lascia poche tracce: le sue presenze sfiorano il 40% e non certo perché da queste parti il gettone ammonti a miseri 20 euro. Il fatto è che con quella famiglia alle spalle, niente marito e un figlio già grandicello, avuto a 17 anni mentre faceva il liceo, Manuela aspira a qualcosa di più. Vuole Roma. Già alle Politiche del 2006 il suo nome sembra tra quelli destinati a finire nelle liste azzurre.

Poi non se ne fa niente, ma impara la lezione. Una volta i maggiorenti piemontesi del partito la portano giù a Roma per un'assemblea al teatro Capranica, dove c'è anche Berlusconi. Alla fine, si perdono "la Manu". Leggenda vuole che a fine comizio fosse riuscita a infilarsi chissà come sulla macchina del Cavaliere. In ogni caso, diventa "intima" del coordinatore Bondi e nel 2008 viene eletta deputato, anche se stranamente non la mettono in lista nel collegio di residenza.

 

Per i primi tempi, la vedono quasi più al ministero da Bondi che non a Montecitorio. Ed è dalle stanze del Collegio Romano che, lo scorso inverno, i due vergano un'indimenticabile lettera di congratulazioni a Barack Obama per l'approvazione della riforma sanitaria. Il bello è che la firma anche lei. Un giorno, la troveranno negli archivi della Casa Bianca. E gli storici Usa s'interrogheranno. Ma Obama a parte, iI vero amore che condividono è per Berlusconi.

Se le dimostrazioni tangibili del sentimento provato da Bondi sono ormai consegnate perfino ai libri di poesie, va detto che la Repetti è più sobria. A parte quella volta, era il maggio scorso, che a Roma il marito inaugurava il nuovo museo d'arte moderna e lei, al microfono, si fece prendere un po' la mano: «Sarebbe giusto che, come è accaduto in Francia dove hanno dedicato il maggior centro d'arte contemporanea a Pompidou, anche il Maxxi fosse dedicato al presidente Berlusconi».

 

Ben più segretamente, l'anno scorso, la figlia di "Panetto"ha dimostrato la propria sensibilità per l'arte andando da una brava corniciaia-pittrice di Novi. Le ha commissionato un bel ritrattone di Berlusconi, prontamente finito sotto l'albero di Natale del premier.

Ora, il prossimo Natale a casa Bondi-Repetti non si presenta dei più sereni. Lui è sotto tiro, anche perché la mozione di sfiducia che deve fronteggiare può diventare un modo per puntare al bersaglio grosso: la caduta dell'intero governo Berlusconi. Lei è nell'occhio del ciclone per la storia del figlio. Ci manca giusto una condanna del padre e la frittata è completa. Ma a Novi, nel fine settimana, è tutta un'altra storia. Li vedi insieme al supermercato e lui gira senza scorta, magari in compagnia di Grisby.

Bondi se lo è portato dietro perfino al viaggio inaugurale del Freccia Rossa, beccandosi un'ingenerosa interrogazione parlamentare perché non sarebbe stato consentito portarsi il cane sul treno. Ma era il cane dell'amore. Un amore in qualche modo storico. Perché dopo il "tradimento" di Gianfranco Fini, va detto che alla fine l'unico frutto imperituro del "partito dell'amore" potrebbe essere proprio questo: il legame tra Sandro e Manuela. Chiunque dei due sia destinato, al prossimo giro, a indossare la fascia di primo cittadino novese. "Comunisti" permettendo.

 23-11-2010]

 

 

1 - BONDI MINISTRO DELLA FAMIGLIA ALLARGATA...
E' ufficiale: abbiamo il ministero per la Famiglia Allargata. Per non far incazzare troppo la Cei, lo hanno chiamato ministero dei beni culturali e ambientali e lo hanno affidato all'uomo più buono che c'è nel governo: Sandro Bondi. Il Cetriolo Quotidiano, con l'implacabile Malcom Pagani, scopre che anche Roberto Indaco è riuscito a strappare una consulenza (25.000) euro dal ministero. Casualmente è il papà di Fabrizio, il ventenne figlio dell'onorevole Manuela Repetti, compagna del signor ministro.

Fabrizio, l'hanno già beccato venerdì, anche lui con il suo bel contrattino del ministero della Famiglia Allargata. Al telefono con Luca Telese, dopo una giornata in cui gli alti dirigenti del ministero hanno scaricato tutto su di lui, Cireneo Bondi ha scolpito: "Desidererei rispetto, anche da un giornale che fa il suo lavoro. Si tratta di una vicenda molto dolorosa. Di una storia amara, ma anche del tutto personale e privata".

 

Pagani e Telese registrano e, giustamente, chiosano: "Sì, sicuramente è vero. La vicenda è assolutamente privata. Ma i soldi sono pubblici" (CQ, p. 9). Come ha scritto ieri il Secolo XIX, anche Bondi ha i suoi Tulliani.23-11-2010]

 

 

UN’AUTOSTRADA DI RISARCIMENTI - LA CUCCAGNA APPENA STANZIATA (900 MLN €) PER LA ROMA-LATINA, RISCHIA DI SERVIRE A PAGARE INDENNIZZI DA CAPOGIRO - I PRIVATI (AUTOSTRADE, MPS, CALTA, SALABÈ) MESSI IN CAMPO DA STORACE (2001) E SFANCULATI DA MARRAZZO E DI PIETRO (2006), RICORRONO ALL’ARBITRATO: LO STATO RISCHIA UNA PENALE DOPPIA RISPETTO AL PONTE DI MESSINA - E GLI AUTOMOBILISTI CONTINUERANNO A RISCHIARE LA PELLE SULLA PONTINA…

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella per il "Corriere della Sera"

 

I soldi vanno spesi per l'asfalto o gli avvocati? Direte che è una domanda assurda. Se devi fare un'autostrada è ovvio che i soldi vanno spesi in lavori e non in cause giudiziarie. Eppure prima ancora che sia dato un solo colpo di badile, i denari appena stanziati per la Roma-Latina sono già ipotecati da due risarcimenti da capogiro per quasi un miliardo di euro. Sui quali destra e sinistra mantengono uno sconcertante silenzio.

 

Ma cominciamo dall'inizio. Siamo nel 2001. Dopo anni di denunce sulla pericolosità omicida della Pontina, di sospiri e maledizioni per gli ingorghi giganteschi, di bla-bla-bla sulla necessità di costruire finalmente una nuova arteria almeno a 4 corsie per far fronte a un traffico cresciuto a dismisura, la Regione Lazio governata dal centrodestra e presieduta da Francesco Storace decide di sbloccare finalmente la tanto attesa Roma-Latina.

 

Come? La risposta è nella formula magica: una joint-venture tra il pubblico e il privato. Viene costituita una società concessionaria destinata a progettare, costruire e gestire l'opera. Si chiama Arcea Lazio. Il 51% è in mano alla Regione Lazio, il 49% a un raggruppamento privato assolutamente trasversale, secondo i soliti schemi: un po' a me, un po' a te, un po' a lui...

Ne fanno parte la società Autostrade, il Monte dei Paschi e il Consorzio Duemilacinquanta. Il quale a sua volta tiene insieme una compagnia allargata. Dalla So.Co.Stra.Mo. di Erasmo Cinque (costruttore considerato vicino alla destra romana) alla «cooperativa rossa» Ccc, dalla stessa società Autostrade (attraverso la Spea) alla Ingegneri associati di Mario Salabè, fratello dell'architetto Adolfo Salabè coinvolto anni fa in una faccenda poi prescritta di fondi neri del Sisde.

Non basta. Anche se non figurano tra i soci, hanno un piedino nel consiglio di amministrazione del Consorzio anche le «Condotte» con Duccio Astaldi e il gruppo Caltagirone con il manager Pasquale Alcini.

Il tempo di mettere a punto i dettagli societari, definiti il 21 maggio 2003, e via all'operazione. Con l'incarico alla Spea di fare gli studi preliminari. Appena lo viene a sapere, Bruxelles pianta la prima grana. Secondo la Commissione europea l'Arcea avrebbe violato le norme comunitarie. Le quali consentono di affidare direttamente i lavori senza gare d'appalto solo alle società «in house». Cioè interamente controllate dall'ente pubblico. Cosa che la Spea, appartenente come dicevamo alla Società Autostrade, non è.

La Regione Lazio non fa una piega. Anzi. Il 19 maggio 2004, in barba alle obiezioni di Bruxelles, l'Arcea incarica il Consorzio Duemilacinquanta, il raggruppamento privato che è suo azionista, di fare il progetto dell'opera. Un incesto amministrativo ribadito. E stavolta con un secondo contratto ancora più oneroso. Nell'indifferenza per gli eventuali contraccolpi legali.

 

Non è finita. Vinte le elezioni dell'aprile 2005, in Regione si installa la giunta di centrosinistra di Pietro Marrazzo. L'anno dopo, il centrosinistra subentra anche a Palazzo Chigi. E nel settembre 2006 il nuovo ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro annuncia che da Arcea escono i privati e subentra lo Stato: «Stiamo studiando le modalità per fare entrare l'Anas». Obiettivo: 60% alla Regione, 40% all'Anas. Spiega il governatore: «Questa proposta arriva dopo che l'Unione europea e l'Autorithy sulla concorrenza hanno negato all'Arcea il ruolo di società concessionaria a causa della presenza di privati».

Ma le cose, evidentemente, non sono così semplici. Fatto sta che due anni dopo, a cavallo della caduta di Prodi, la giunta Marrazzo decide di azzerare tutto. Meglio, il 4 marzo 2008 fa un'altra società: la «Autostrade del Lazio spa». Non più con le Autostrade, ma con l'Anas. Stavolta le quote sono paritetiche: 50% ciascuno.

A questo punto la Regione si ritrova con due società per fare la stessa Roma-Latina, una con le Autostrade e una con l'Anas. Un pallonetto alzato a chi avesse voglia di piantare grane. Cosa che puntualmente accade. Appena il centrodestra vince le elezioni politiche, pura coincidenza, parte la prima richiesta di arbitrato. Quella specie di giustizia parallela con corsia prioritaria più volte abolita e più volte ripristinata.

 

Il Consorzio Duemilacinquanta pretende un risarcimento danni di 674 milioni. Nessuno fa una piega e i tre arbitri vengono insediati di comune accordo. Sono l'avvocato di Erasmo Cinque, Federico Tedeschini, per la società privata e l'ex ministro Angelo Piazza per la Regione. Che insieme scelgono come presidente del collegio l'amministrativista Arturo Cancrini.

La faccenda però, di rinvio in rinvio, va a rilento. Come mai? Mancano i soldi? Inoltre c'è un problemino: le clausole contrattuali prevedono che a innescare un eventuale arbitrato non possa essere il Consorzio, ma l'Associazione temporanea di imprese dei privati, cioè il raggruppamento che ha in mano il 49% delle azioni dell'Arcea. Quindi anche le Autostrade e il Montepaschi. Autostrade non si fa pregare. E a sua volta, a gennaio di quest'anno, promuove un secondo arbitrato, chiedendo alla Regione altri 185 milioni di danni.

Totale dei due arbitrati: 859 milioni e spiccioli, ovviamente senza considerare le parcelle (astronomiche) degli arbitri. Più del doppio delle penali che lo Stato avrebbe dovuto pagare cancellando il Ponte di Messina. Una somma pazzesca. Tanto più che l'intera autostrada (senza considerare l'«allegata» Cisterna-Valmontone) dovrebbe già costare, Iva esclusa, 1.668 milioni di euro. Per 55 chilometri: cioè 30 milioni e 327mila euro al chilometro, il triplo dei costi francesi o spagnoli. Quasi otto volte più di quanto costò in valuta attuale l'Autosole.

 

Un incubo. Le statistiche infatti non lasciano dubbi sul modo in cui vanno a finire queste cose. Nei primi nove mesi del 2009, per esempio, furono depositati 132 lodi arbitrali: nel 98% dei casi perse lo Stato. Tanto, non paga Pantalone? Nei 279 arbitrati fra il 2005 e il 2007 non era andata poi diversamente: 15 vittorie per lo Stato, 264 (pari al 94,6%) per i privati.

Un andazzo tale da far scrivere dalla fondazione «Italiadecide» che le imprese si sono dotate di «apparati legali spesso più forti e attrezzati di quelli tecnico-operativi. Il principale ris ultato negativo è una sorta di indifferenza al risultato».

Domanda: siamo sicuri che i 468 milioni che solo giovedì scorso, tra gioiose dichiarazioni di sollievo, sono stati finalmente sbloccati dal Cipe, finiranno in ghiaia, massicciate e asfalto e non verranno prosciugati dai risarcimenti?

È quello che chiede, pressoché solitario, Giuseppe Rossodivita, il capogruppo dei Radicali in Regione che da settimane tempesta il Consiglio di interrogazioni. Rimaste tutte, misteriosamente, senza risposta...

 22-11-2010]

 

 

LO SCANDALO DELLE TELECOM MINACCIA IL PREMIER INDIANO
http://on.wsj.com/aruoLb

- Manmohan Singh è un politico dalla reputazione immacolata. Ma la prima crepa in questa reputazione l'ha fatta la Corte Suprema, affermando che il primo ministro non si è mosso subito per lanciare un'indagine sull'assegnazione delle licenze per la telefonia mobile, che sarebbe stata gestita in modo illegittimo tale da danneggiare lo stato.

 

 


3 - LE FIGARO

 

ECCO IL PROGETTO DELLA NATO DI DIFESA ANTIMISSILE
http://bit.ly/cSp4Cz


4 - LE MONDE

QANTAS RIVELA: L'ESPLOSIONE DEL MOTORE AVREBBE POTUTO FAR ESPLODERE L'INTERO AEREO
http://bit.ly/8Y8kz919-11-2010]

 

TRE DIPENDENTI LICENZIATI PER AVER CRITICATO I CAPI SU FACEBOOK. IL TRIBUNALE HA DATO RAGIONE ALL'AZIENDA
http://bit.ly/djIR5H19-11-2010]

 

 

 

 

 

 

TENGO CINE-FAMIGLIA! - IL Ministero DI BONDI SCUCE 3,5 milioni alle opere prime e seconde - A CHI è FINITO Il contributo più sostanzioso, 450MILA €? a Mariantonia Avati, figlia di Pupi - E qui sorge un primo interrogativo, perché la Avati ha già diretto due lungometraggi (nel 2003 e nel 2006) e quindi questa è la sua opera terza. Tanto più che la Avati aveva già, legittimamente, ricevuto un contributo ministeriale per la sua reale opera seconda...

 

Franco Grattarola e Giuseppe Pollicelli per Libero

L'articolo 28 della legge n. 1213 del 1965, in vigore fino al 1994, convogliava i finanziamenti statali all'industria cinematografica. Soldi spesso concessi senza controlli preventivi né verifiche finali. Dopo una lunga fase di disinteresse, la magistratura cominciò a indagare sulla cinematografia assistita negli anni convulsi di Tangentopoli: le inchieste giudiziarie e giornalistiche scoperchiarono un vaso di Pandora che conteneva di tutto, dall'ex giovane promessa che sbarcava il lunario incassando soldi per film esistenti solo sulla carta allo sconosciuto filmaker che aveva prodotto e diretto una sequela di titoli mai approdati nelle sale.

 

In seguito la legge n. 1213 è stata abolita e il meccanismo dei finanziamenti statali ha subito modifiche sostanziali. La normativa attuale prevede che lo Stato finanzi pellicole di interesse culturale nazionale e che una parte dei fondi sia destinata alle "opere prime e seconde". Ferme restando le promesse del ministro Sandro Bondi di aumentare i finanziamenti destinati al cinema, le commissioni ministeriali seguitano a erogare migliaia di euro ai film in possesso dei requisiti richiesti dalla legge.

 

Grazie a una delibera del 16 settembre 2010 sono stati distribuiti 5,7 milioni di euro a film riconosciuti di "interesse culturale con contributo". Nell'elenco delle produzioni beneficiate troviamo opere che saranno dirette da mostri sacri come Ermanno Olmi (un milione di euro per Il villaggio di cartone) e Giuliano Montaldo (900.000 euro per L'industriale), da registi di buona notorietà come Mimmo Calopresti (600.000 euro per Uno per tutti) e Maurizio Ponzi (600.000 euro per Ci vediamo a casa) e da una pletora di cineasti meno famosi i quali si aggiudicano somme che vanno dai 200.000 ai 600.000 euro. Con simili cifre difficilmente si produce un lungometraggio ma i contributi sono comunque utili a supportare film d'autore dai costi contenuti.

Diverso è il discorso per le cosiddette opere prime e seconde. In questo caso le somme erogate vanno da un massimo di 450.000 a un minimo di 200.000 euro, che sarebbero state forse sufficienti, a suo tempo, per realizzare un film di serie B o di genere.

 

Ai nostri giorni, invece, si tratta più che altro di laute mance che lo Stato generosamente concede a produzioni non sempre bisognose. Illuminante, a tal proposito, è la delibera del 12 ottobre scorso, con cui (come si ricava dalle informazioni pubblicate sul sito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, si veda la tabella a corredo del presente articolo) sono stati elargiti 3,5 milioni di euro alle opere prime e seconde.

 

Il contributo più sostanzioso, 450.000 euro, è andato a Mariantonia Avati, figlia di Pupi, per Una lunga scia di stelle (produce la Duea Film, società che fa capo al padre e allo zio Antonio). E qui sorge un primo interrogativo, perché la Avati ha già diretto due lungometraggi (Anime nel 2003 e Per non dimenticarti nel 2006) e quindi questa è a tutti gli effetti la sua opera terza. Tanto più che la Avati aveva già, legittimamente, ricevuto un contributo ministeriale per la sua reale opera seconda (Per non dimenticarti).

Nell'elenco troviamo un altro figlio d'arte, Toni D'Angelo, primogenito del celebre cantante Nino, che si aggiudica 350.000 euro per Clara. D'Angelo in precedenza aveva diretto un lungometraggio (Una notte, 2008) e un cortometraggio (Poeti, 2009), quindi, non volendo considerare quest'ultimo, il film finanziato dovrebbe effettivamente essere la sua opera seconda.

 

DAI FIGLI D'ARTE AI FRATELLI D'ARTE - A Carlo Virzì, fratello di Paolo e autore in proprio di un unico film (L'estate del mio primo bacio, 2005), la commissione ha concesso 400.000 euro per I più grandi di tutti, prodotto dalla Motorino Amaranto (la società del fratello) e dalla Indiana Production Company.

 

Altra parentela, altro finanziamento: Claudio Insegno, fratello del comico Pino, incassa 350.000 euro per Treddimovie in 3D, la sua opera seconda. La società che ha richiesto il contributo pubblico per il film di questo ennesimo "parente d'arte" è la Due P.T. Cinematografica. Una casa di produzione, a quanto sembra, tenuta in gran considerazione dalle commissioni ministeriali: su quattro film prodotti, ben tre hanno beneficiato del contributo pubblico.

Alla luce di questi dati, sarebbe interessante conoscere in maniera più approfondita i reali criteri con cui le commissioni ministeriali giudicano meritevole di sostegno un'opera cinematografica.

19-11-2010]

 

 

1. IMPEGNO UMANITARIO: EMERGENCY È QUI...
Emergency Italia. È qui il nuovo fronte di guerra dell'associazione umanitaria fondata da Gino Strada. Da affiancare ai vari Sudan, Cambogia, Afganistan, Iran, Iraq e gli altri Paesi in cui opera da tempo. L'arco dei bisognosi di una prima visita o di un aiuto a orientarsi nelle strutture ospedaliere si sta allargando: non solo immigrati, regolari o meno, ma anche italiani in difficoltà.

Parte così da Marghera un piano di nuovi poliambulatori Emergency; a seguire, Puglia e Calabria, ma anche Torino e Milano (dove già operano, per esempio, le unità mobili di Medici volontari italiani). Punti caldi dove sono di più gli stagionali in nero, i clandestini, i rom e gli italiani poveri.

 

Un salto di qualità rispetto all'avamposto attivato quattro anni fa a Palermo per gli sbarchi clandestini. In più, a breve, entreranno in funzione anche due Polibus per arrivare velocemente nelle zone disastrate. L'obiettivo non è di sostituirsi allo Stato ma di costringerlo a fare quello che spesso non fa: compresa la "schedatura" dei pazienti che Emergency centralizzerà on line. E poiché serve personale, medico e non, è in partenza anche una campagna tv di recruiting ideata dall'agenzia Now Available, protagonista Francesco Montanari, l'attore di "Romanzo criminale". Vi. P.

2. DELL'UTRI, BUONGOVERNO CON SPONSOR...
Marcello Dell'Utri ha molti amici. Anche dopo essere stato condannato in appello a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, in pochi gli hanno girato le spalle. Anche le aziende continuano ad appoggiare il suo Circolo del Buongoverno. Tra gli sponsor del movimento politico del senatore troviamo un po' di tutto: ci sono studi professionali di avvocati famosi e meno noti, marchi come Riso Scotti e Fema, azienda di forniture ospedaliere.

La parte del leone la fanno però imprese energetiche e civili che spesso lavorano con appalti pubblici: c'è Siram e Veolia ("abbiamo acquistato spazi pubblicitari sul sito e sul giornale di Dell'Utri per 12mila euro, niente di illecito"), la Cogei (lavorano soprattutto in Veneto, Lombardia e Sicilia), la Compagnia Petrolifera Piemontese, Malpensa Service, la Wte (ingegneria civile) e la Zanardo (servizi logistici). Nella lista c'era pure la Giochi Preziosi, ma ora sul sito il suo logo è scomparso. Pare che la condanna non c'entri nulla: Enrico Preziosi è anche proprietario del Genoa Calcio, che da sempre ha una tifoseria "rossa". Gli ultrà, così si narra, avrebbero mal digerito il finanziamento all'amico di Berlusconi.
E. F. e M. Pr.

9. LAGO DI COMO, LE RUSPE DI IGOR...
Tre giorni dopo aver dato la notizia su "L'espresso" (Riservato, n. 45) ecco che a Laglio sul lago di Como, il regno della quiete di George Clooney violata dai russi, si sono materializzati i tank del banchiere di Putin, Igor Kogan. Villa Melograno è stata rasa al suolo in tutta fretta, prima che la Soprintendenza e il ministero dei Beni Culturali potessero fare appello contro la sentenza del Tar che ha accolto i ricorsi del sindaco di Laglio e del magnate, smaniosi di avere le mani libere dai vincoli paesaggistici. Le ruspe hanno colpito duro.

 

Per fare cosa? Come si vede dalle immagini che "L'espresso" pubblica in esclusiva, l'abbattimento della ex filanda settecentesca dovrebbe lasciare il posto a tre piscine e a un colonnato in finto stile impero che non ha pari sul Lario. Mentre il Comune si prepara a incassare 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, le associazioni ambientaliste insorgono. Chiedono a Clooney di ripetere il miracolo di due anni fa, quando firmando petizioni aiutò a sventare la cementificazione delle sponde. "Deve diventare sindaco", azzarda un drappello di estimatori. Ma è inverno, e George è lontano... T. Ma.

10. MISTER ANTIFRODE ARRIVA DALL'ITALIA...
Da alto commissario italiano per la contraffazione a direttore dell'Olaf, l'ufficio europeo per la lotta antifrode. L'ex magistrato Giovanni Kessler è in pole position per assumere la carica di commissario antifrode in Europa. L'indicazione è arrivata dalla commissione del Parlamento europeo per la verifica dei bilanci, presieduta dall'italiano Luigi De Magistris. Kessler, già procuratore antimafia, deputato Pd (famoso il suo scontro con l'avvocato Carlo Taormina nella commissione parlamentare d'inchiesta Telekom-Serbia), deve ottenere ancora il via libera dei 27 Stati membri e successivamente di José Manuel Barroso.

 

Kessler dovrebbe contrastare il mercato illegale e salvaguardare i prodotti di qualità europei. Se passasse il suo nome, sarebbe un piccolo successo italiano a Bruxelles, un fatto ormai raro. P. T.



12. CASO IPLOM. A BUSALLA I GUAI NON FINISCONO MAI...
Il processo per l'incendio alla raffineria di Busalla inizierà il 13 gennaio e vedrà alla sbarra cinque dirigenti della Iplom, la società della famiglia Profumo. Il gip di Genova Silvia Carpanini ha rinviato a giudizio per incendio colposo Gianluigi Ratto, ex direttore Iplom, Valter Mantelli, direttore dello stabilimento, i tecnici Valter Olivieri, Giovanni Ardossi ed Eraldo Parodi. L'incendio divampò nella raffineria adiacente l'autostrada Milano-Serravalle il 31 luglio 2008 e solo l'intervento delle squadre interne antincendio e dei vigili del fuoco scongiurò una tragedia.

 

Secondo l'accusa, sarebbe stata la scarsa manutenzione sui serraggi dei tiranti a causare l'uscita degli idrocarburi. Archiviata la posizione dell'ad Giorgio Profumo. Del caso Busalla si occupò anche "L'espresso" (n. 51, 2008). Ora il Comune si è costituito parte civile. Chissà che non riparta la battaglia per chiedere alla Iplom lo stesso gesto illuminato della Erg dei Garrone, che accettarono di trasferire la raffineria da una Bolzaneto troppo urbanizzata? F. B.

 

 19-11-2010]

 

 

L “FATTO”: IL FIGLIO DELLA COMPAGNA DI DON AB-BONDI, MANUELA REPETTI, LAVORA PER IL MINISTERO DEL TENERO SANDRO - IL GIOVIN VIRGULTO HA UN CONTRATTO INTERINALE (IN SCADENZA) COL CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA, MA AFFIANCA LA DIREZIONE GENERALE PER LA PIATTAFORMA ON LINE DELLE DOMANDE DI FINANZIAMENTO - CORE DE MAMMÀ: “SI MANTIENE AGLI STUDI E IL CSC È UNA FONDAZIONE PRIVATA NON C’ENTRA COL MIBAC” (MA RICEVE 10MLN L’ANNO) - IL PD: “BONDI NON RITIENE SCANDALOSO ASSUMERE, CON I FINANZIAMENTI DEL FUS DECURTATO DEL 36,6% IL FIGLIO DI UN DEPUTATO?” –

 

1 - LADY BONDI & FIGLIO MINISTERI DI FAMIGLIA...
Malcom Pagani per "Il Fatto Quotidiano"

 

Possibile che Fabrizio Indaco, figlio di Manuela Repetti, deputata del Pdl e compagna di Sandro Bondi, lavori per il ministero dei Beni culturali nella direzione generale del cinema in Piazza S. Croce in Gerusalemme a Roma? E possibile, come si sussurra, che rassicuri i giovani produttori, prometta felici finalizzazioni di progetti, spenda la parentela per farsi strada in quella giungla che è il mondo del cinema romano? Per verificare l'ipotesi, una commistione di lunare nepotismo e inopportunità feudale, basta chiamarlo nel tardo pomeriggio al telefono del Mibac a lui intestato.

 

Risponde al secondo squillo: "È lei Fabrizio Indaco?" "Certo", "Volevamo chiederle se è davvero figlio dell'onorevole Repetti". È qui, che il giovane Indaco, laureando in Architettura (corso iniziato nel 2002, qualche lentezza nel percorso), viene assalito da un'amnesia, la sindrome Scajola: "Stavo proprio per andare via, se vuole ne parliamo domani". Insistiamo: "Indaco, ci aiuti a non scrivere inesattezze".

 

Balbetta qualcosa e poi in un lampo, tronca a tradimento la conversazione. Ci viene qualche dubbio che proviamo a fugare parlando con la donna che gli ha dato i natali. In Parlamento è una giornata uggiosa. Votazioni, truppe asserragliate. Nonostante questo Manuela Repetti da Novi Ligure, non si nasconde. "Fabrizio è mio figlio certo". Come mai lavora nel ministero diretto dal suo compagno?".

 

Qualche secondo di pausa: "Eh, come mai, ci lavora, ecco". Sbanda ma non crolla, Repetti. Ha fiducia nel prossimo: "Ha un contratto interinale, in scadenza, se vuole qualche informazione in più lo chiedo direttamente a lui". "Con noi non ha voluto parlare", spieghiamo: "Eh vabbè poverino, va capito, cerchi di comprendere".

 

Con tutta l'umana empatia del caso, non possiamo fare a meno di domandare ancora: "Onorevole, per quale ragione un ragazzo laureato in Architettura lavora alla direzione generale cinema, non le sembrano campi d'applicazione inconciliabili?". Repetti dice di parlare come una qualunque madre preoccupata per il futuro della propria prole. "Non si è laureato, ha finito gli esami, sta preparando la tesi e come tutti i ragazzi, prova a fare qualche cosa. Il suo contratto al centro sperimentale di cinematografia, che è un ente autonomo, sta per scadere".

 

Il Csc, vive grazie ai soldi del Fus. Quasi 10 milioni di euro l'anno, non proprio un ente autonomo dal ministero, in ogni caso. "Non so quanto duri l'assunzione temporanea e forse era sua intenzione tornare a Novi Ligure e cercare un mestiere nel suo ramo. Mentre studia, cerca di guadagnare qualcosa, non c'è niente da nascondere".

 

Si irrigidisce, Repetti, solo se le parli di etica: "Non mi ponga domande come se mi trovassi davanti all'inquisizione". La rassicuriamo: "Le pare appropriato, mentre il suo compagno dirige il ministero, offrire nello stesso un posto di lavoro a suo figlio? Milioni di ragazzi, un regalo simile non lo avranno mai" e lei traballa: "Bè, ma intanto non sarebbe opportuno se lui non lavorasse, ma mio figlio trotta, come potrebbe essere per tanti ragazzi nella sua posizione, non ci vedo nulla di male o di strano. Se non facesse nulla o approfittasse della situazione (sic) sarebbe grave. Non penso abbia potuto avere facilitazioni".

 

Il ministro non si è mai preoccupato? "Non vedo come una stranezza che un ragazzo lavori". Pausa: "Ho capito che è il ministero suo (sic), ma è una combinazione, non è vietato, non vedo sinceramente non capisco, è uno studente come tanti altri, ha fatto una sua esperienza lavorativa, tutto qui". È affranta. Stesso tono di voce quando a tarda sera interloquiamo con Nicola Borrelli, direttore generale del ministero, sezione cinema.

"Indaco lavora fisicamente da noi, ha un contratto con il centro sperimentale di cinematografia, con loro abbiamo una convenzione e gli chiediamo una serie di servizi. Con le difficoltà di personale che abbiamo non ce la facciamo. Alcune attività specifiche sono nella mani di ragazzi come Indaco". Quali esattamente, direttore? "Fabrizio affianca i servizi della direzione generale per la realizzazione della piattaforma on line per la presentazione delle domande di finanziamento che sarà messa in Rete entro fine mese".

Trasecoliamo. Presentazione delle domande? Magari di film sulla ricostruzione de L'Aquila o invisi al governo? Si parla di soldi erogati dallo Stato, di fondi di garanzia? "Esattamente, per accedere ai vari contributi e alle istanze amministrative".

Anche a Borrelli, chiediamo della opportunità: "Le devo dire la verità, io gestisco le persone che arrivano dal centro sperimentale e se le dicessi che non sapevo nulla della parentela di Indaco, sarei ridicolo. Il centro sperimentale è una nostra eccellenza e nell'apporto a questo progetto, lavorano in parallelo Fabrizio e un'altra persona. il suo lavoro è stato prezioso, però non ha questo grandissimo contratto e le preannuncio che dopo aver rilevato l'Eti, non rinnoveremo la convenzione con i ragazzi del Centro Sperimentale". Un'altra buona notizia, per una realtà che lentamente, sta morendo.

2 - REPETTI, MIO FIGLIO NON ASSUNTO. SI MANTIENE A STUDI...
(AGI) - "E' vergognosa la richiesta dell'Idv di dimissioni al ministro Bondi per avere, secondo loro, assunto mio figlio al Mibac. Si informino meglio, perche' mio figlio non e' mai stato assunto al Mibac". Lo afferma la deputata Pdl Manuela Repetti, compagna nella vita di Sandro Bondi, sottolineando che "in realta' si tratta di un lavoro interinale, con un contratto a tempo determinato che mio figlio ha con il Centro Sperimentale di Cinematografia, che e' una Fondazione privata".

Pizzi

"Resta dunque il fatto, e l'unico che conta, che mio figlio - sottolinea la deputata - non ha alcun contratto col ministero della Cultura. E' un ragazzo come tanti altri che, in attesa di laurearsi a breve, sta lavorando con un semplice contratto a tempo determinato per mantenersi gli studi. Si vergognino dunque - conclude - tutti quei personaggi da 4 soldi che strumentalizzano anche fatti non veri per meschini fini politici".

 

3 - PD A REPETTI, SCANDALOSO ANCHE CONTRATTO INTERINALE...
(ANSA) - 'La deputata Repetti non se la prenda, non ce nulla di personale: e' una questione etica, di buona amministrazione della cosa pubblica e di buon gusto'.
Cosi' la deputata del Pd, componente della commissione Cultura della Camera, Emilia De Biasi, commenta l'articolo pubblicato oggi da 'Il fatto quotidiano'.

'Ed e' per questo - aggiunge De Biase - che abbiamo appena depositato un'interpellanza urgente al ministro Bondi per sapere se non ritenga eticamente inammissibile un commistione fra legami privati e incarichi pubblici non importa se stabili o temporanei, quali azioni intenda intraprendere per impedire che vi possano essere sospetti di canali privilegiati di accesso ai finanziamenti per il cinema, quali sono le ragioni che portano all'interruzione della convenzione con il Centro sperimentale di cinematografia visto che il personale Eti si e' sempre occupato di teatro, se non ritenga scandaloso assumere, con i finanziamenti del Fus decurtato del 36,6% per il 2011, il figlio di un deputato'. 18-11-2010]

 

 

LA LEGA DELLA Monnezza! - Sono 15 anni che in Campania c’è l’emergenza rifiuti: per i napoletani affogare nella spazzatura è diventato la normalità. Nel 1994 Ciampi dichiara la prima emergenza Sud. Confermata dai governi Dini 1996, D’Alema 1999, Berlusconi 2001, Prodi 2007, di nuovo Berlusconi 2008, per arrivare al 2010. Miliardi su miliardi del contribuente sono stati buttati nei cassonetti - La pasionaria del Fai Borletti Buitoni: “Avviare la raccolta e lo smaltimento come avviene in tutta Italia è chiedere troppo?”. Evidentemente sì

 

Ilaria Borletti Buitoni (Pres. Fai) per "Il Sole 24 Ore"

I roghi dei rifiuti bruciano il Sud d'Italia. E se la pioggia non intende dare tregua al Paese, il nostro meridione si limita a galleggiare nell'immondizia. Dalla Campania alla Sicilia, la situazione è ormai insostenibile per gli abitanti, per il territorio, per l'economia locale. Per tutti noi italiani. Perchè questo è divenuto un problema nazionale: sia per i danni al patrimonio naturale e culturale del paese e, quindi, del turismo; sia per l'economia che, di emergenza in emergenza, sta costringendo tutti noi a pagare costi enormi.

 

Facciamo insieme un ripasso di storia: correva l'anno 1994, prima crisi dei rifiuti in Campania. Il governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi dichiara lo stato di emergenza. Sembra ieri. Era l'anno in cui ci commuovevamo per l'elezione di Nelson Mandela a presidente del Sudafrica e l'Italia sportiva si avviliva per il rigore sbagliato di Baggio ai mondiali.

La crisi dei rifiuti inizia quell'anno. Nel 1996 è la volta del Governo Dini che riesce a fare approvare il Piano Regionale per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani che prevedeva la costruzione di due termovalorizzatori. Ma al Sud non basta, e nel 1999 viene decretata l'emergenza rifiuti anche in Sicilia. Tanti soldi spesi, tanti incarichi assegnati, pochi cambiamenti e, soprattutto, niente differenziata e nessuno termovalorizzatore.

 

Nel 2001 riesplode l'emergenza in Campania. Il paese fa sistema e regioni come la Toscana, l'Umbria, l'Emilia Romagna si offrono di smaltire i rifiuti del Sud. Eppure non basta; una parte di quella immondizia prende la strada della Germania. Siamo al 2008, al governo di Romano Prodi: le discariche pubbliche e private sono sature e chi rispunta? Di nuovo la crisi dei rifiuti. Ricominciano i viaggi della monnezza in Germania.

 

Passano pochi mesi, maggio 2008, il governo di Silvio Berlusconi appena insediato, tiene il suo primo Consiglio dei Ministri a Napoli e approva la costruzione di ben quattro inceneritori. Si stabilisce la fine dell'emergenza per il 31 dicembre 2009. Oggi, a poche settimane dal 2011, si parla di nuovo governo e sempre della stessa emergenza rifiuti. Fine del ripasso.

E' il momento che, dopo anni di emergenza, ci si fermi a riflettere, e chi ha sbagliato si faccia da parte. E' ora di trovare insieme un compromesso virtuoso che tuteli la salute, il patrimonio naturale ed artistico e ridia splendore e onore al nostro Sud, avviando la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, come avviene in tutta Italia. E' chiedere troppo?

 

Magari, pensando anche a una rete di impianti e discariche più piccoli, evitando così di trasformare piccoli centri in metropoli dei rifiuti altrui. Rispettando le aree destinate al parco, come quella vesuviana. Certo, la camorra, si dice; la mano della criminalità organizzata.

Eppure, penso che lo stato, tutti noi, possiamo uscirne senza imporre arroganti provvedimenti tampone che durano il tempo che durano per poi ripiombare nell'emergenza. Ci vogliono soluzioni semplici, concertate, risposte praticabili, come la differenziata fatta sul serio e una cintura di micro-impianti. Troppo facile. Si può fare?

19-11-2010]

 

NESSUN COLPEVOLE - TUTTI ASSOLTI GLI IMPUTATI DELLA STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA (28 MAGGIO 1974) - REVOCATA LA MISURA CAUTELARE PER L’EX ORDINE NUOVO DELFO ZORZI, CHE DA ANNI VIVE E LAVORA IN GIAPPONE - LA PROCURA AVEVA CHIETO L’ERGASTOLO PER LUI, CARLO MARIA MAGGI (ORDINE NUOVO), PER IL COLLABORATORE DEI SERVIZI TRAMONTE E PER IL GENERALE DEI CARABINIERI DELFINO. PER PINO RAUTI ERA STATA CHIESTA L’ASSOLUZIONE - INSUFFICIENZA DI PROVE, DICONO I GIUDICI…

 

Radiocor - I cinque imputati nel processo per la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 sono stati tutti assolti oggi dai giudici del la Corte d'assise di Brescia. Vi furono otto morti e oltre cento feriti. La sentenza si basa sulla insufficienza di prove. E' stata revocata la misura cautelare nei confronti di Delfo Zorzi, ex esponente di Ordine Nuovo, che vive in Giappone. L'inchiesta era cominciata nel 1993.

 

La Procura aveva chiesto l'ergastolo per Zorzi e Carlo Maria Maggi (Ordine Nuovo), per il collaboratore dei servizi segreti Maurizio Tramonte e per il generale dei carabinieri Francesco Delfino. Per l'ex segretario dell'Msi Pino Rauti era stata chiesta l'assoluzione.

 16-11-2010]

 

 

 

THE NEW YORK TIMES

7 RINVIATI A GIUDIZIO PER IL TRAFFICO DI ORGANI ATTRAVERSO IL KOSOVO
http://nyti.ms/d7Db6d  16-11-2010]

 

 

SCEMPI POMPEIANI - PER RESTAURARE NON C’È UN EURO, MA GUARDA CASO SPUNTANO SPRECHI E SPESE GONFIATE (FALSI CORSI PER I DIPENDENTI E IL BUDGET DEL TEATRO CHE PASSA DA 500 MILA A 5 MLN!) - POCHI MESI FA BONDI DICEVA: “CHI SI RECHERÀ A POMPEI SI RENDERÀ CONTO DEGLI STRAORDINARI LAVORI CHE SONO STATI COMPIUTI, GRAZIE A QUESTO GOVERNO” (OGGI NEGA OGNI RESPONSABILITÀ) - LA PROCURA INDAGA E SOSPETTA CHE SIA STATA “ALIMENTATA UNA CAMPAGNA STAMPA CONTRO IL DEGRADO PER IMPORRE LA GESTIONE COMMISSARIALE DELLA PROTEZIONE CIVILE” (A CACCIA DI BERTOLASO

Guido Ruotolo per "La Stampa"

 

Per il momento, il fascicolo sul crollo della casa dei Gladiatori, avvenuto il 6 novembre, è contro ignoti. L'ipotesi di reato è quello previsto dall'articolo 434 del Codice penale: «Chiunque commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa, ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva un pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque anni». A indagare è la procura di Torre Annunziata che ha sequestrato l'intera area degli scavi archeologici.

Il procuratore aggiunto Lello Marino si limita a commentare: «Dobbiamo verificare se vi è stata una responsabilità omissiva che ha determinato il crollo della Schola Armaturarum. Quanto prima procederemo all'espletamento di una perizia».

Responsabilità omissiva? Nel fascicolo della Procura è già stata acquisita agli atti una circolare spedita dal direttore degli Scavi di Pompei, Antonio Varone, il 25 febbraio scorso, al direttore dell'ufficio tecnico, al soprintendente archeologico, al commissario delegato, agli assistenti dell'ufficio Scavi della Soprintendenza archeologica.

«E' ben noto - si legge nella lettera - come un notevole numero degli edifici di Pompei antica versino in condizioni di degrado statico dovuto alle malte "stanche" che li cementano e alle intemperie che ne sfaldano ancora di più la coesione, come frequenti rilevazioni hanno potuto appurare. Si ravvisa, tuttavia, la necessità, a breve, di provvedere per l'incolumità del pubblico e per la salvaguardia stessa del bene archeologico, all'identificazione di murature a immediato pericolo di dissesto statico, onde procedere all'eliminazione dei pericoli richiamati, anche in relazione alla criticità della stagione».

 

Era stato un crollo premonitore - «una muratura fatiscente della Domus degli Augustali» - a spingere il direttore Varone a spedire l'allarmata circolare. Tutti sapevano della situazione critica in cui versavano decine di edifici della Pompei antica. L'ultimo studio aggiornato sugli edifici a rischio risaliva al 2005.

Abbiamo cercato il direttore dell'Ufficio scavi, Antonio Varone, ma ci hanno rimandato all'ufficio stampa della Sovrintendenza. Il clima, ovviamente, non è sereno. Anche perché sono tre le inchieste della Procura di Torre Annunziata che riguardano la gestione degli Scavi di Pompei: gli appalti sotto la gestione commissariale della Protezione civile; i falsi concorsi interni e, infine, il crollo della casa dei Gladiatori.

L'inchiesta giunta in dirittura d'arrivo riguarda 170 indagati, nei confronti dei quali la Procura sta per spedire l'avviso di conclusione indagini. Si tratta della partecipazione di 160 dipendenti degli Scavi di Pompei a dei corsi per ottenere l'equivalente delle indennità per il personale che erano state abolite. Tra gli indagati, l'ex city manager di Pompei, Luigi Crimaco.

Ricordate l'indignazione del ministro per i Beni culturali e ambientali, Sandro Bondi, per la richiesta dell'opposizione (e dei finiani) delle sue dimissioni?. Era appena il 16 giugno scorso e Bondi, in Parlamento, rispondeva a una interpellanza urgente sull'appalto scandaloso per i lavori per il teatro centrale di Pompei in questi termini: «Chi si recherà questa sera a Pompei per ascoltare il concerto del maestro Muti e chi vi si recherà, anche nei prossimi giorni o nei prossimi mesi, per visitare una delle aree archeologiche più importanti del mondo si renderà conto, di persona, degli straordinari lavori che sono stati compiuti, grazie a questo Governo, dal momento in cui la stampa ha denunciato lo stato di degrado vergognoso in cui si trovava l'area archeologica di Pompei».

 

Cinque mesi dopo Bondi si è difeso così, a proposito del crollo della casa dei gladiatori: «È comodo addossare responsabiltà a me o al governo per i pochi investimenti. Chiedere le mie dimissioni non sarebbe politicamente e moralmente giusto, non lo merito, sarebbe un segno di incattivimento della lotta politica in Italia». Verrebbe da chiedere a Bondi se rifarebbe con il senno di poi lo stesso discorso fatto cinque mesi prima.

Ma il problema è un altro: quei lavori che lui esaltò sono sotto inchiesta della Procura di Torre Annunziata. Una inchiesta che nei fatti si occupa degli appalti - stiamo parlando di opere per 110 milioni di euro, e appalti che sono stati aggiudicati anche con ribassi del 40% - in particolare quello per i lavori al teatro centrale (altri sono stati archiviati per il «decesso del reo»), e più in generale della gestione commissariale dell'area degli Scavi della Protezione civile.

 

Il sospetto della Procura è che «fu artatamente alimentata una campagna stampa contro il degrado per imporre la gestione commissariale di Pompei da parte della Protezione civile». La Corte dei conti ha espresso dubbi sul fatto che la struttura di Guido Bertolaso sia intervenuta sulla base di una «emergenza», ovvero sulla presa d'atto del «Vesuvio che è ancora attivo». L'appalto del teatro. Doveva limitarsi a un budget di 800 mila euro.

Alla fine, è costato sei milioni e passa. La Procura ha sequestrato i bilanci della gestione commissariale di Pompei (2008- giugno 2010). E l'ipotesi più inquietante è che sono stati fatti lavori che non hanno rispettato i parametri storici. Secondo l'Osservatorio del patrimonio culturale, gli interventi «hanno stravolto l'assetto naturale dell'area, in particolare la cavea che, rispetto ad una qualsiasi foto o disegno di diversi momenti della vita degli scavi, risultata completamente costruita ex novo con mattoni in tufo di moderna fattura».16-11-2010]

 

 

O LA BORSA O LAVITOLA! - SPADACCINI, EX FORNITORE DEI CANADAIR DELLA PROTEZIONE CIVILE, RIVELA (DALLA PRIGIONE, DOVE SI TROVA PER EVASIONE FISCALE): “HO DATO MILIONI ALLA SOCIETÀ DI VALTER LAVITOLA, EDITORE-DIRETTORE DELL’ ‘AVANTI!’, PERCHÉ GRAZIE A LUI HO MANTENUTO L’APPALTO QUANDO BERTOLASO VOLEVA FARMI FUORI, NEL 2003” - 130 PARLAMENTARI DI AN E FORZA ITALIA HANNO FIRMATO A SUO FAVORE. PRIMO FIRMATARIO: CICCHITTO, SOCIO FONDATORE DELL’ “AVANTI!” - I PILOTI ERANO FATTURATI DA UNA SOCIETÀ DI MADEIRA, PARADISO FISCALE PORTOGHESE…

Giuseppe Caporale per "la Repubblica"

 

Un milione e duecentomila euro già pagati. Un altro milione e ottocento ancora da saldare. Ammonta complessivamente a tre milioni di euro la «gratitudine nei confronti di Valter Lavitola» da parte dell´imprenditore - e fornitore della Protezione Civile - Giuseppe Spadaccini, ora in carcere per una evasione fiscale da 90 milioni. É lo stesso imprenditore, durante l´ultimo interrogatorio, a spiegare, proprio in questi termini, i continui e ingenti versamenti negli ultimi anni sul conto della International Press, società amministrata da Lavitola e proprietaria del giornale L´Avanti.

 

«Perché lei dava a questo giornale cifre così ingenti?» chiede il magistrato della Procura di Pescara Mirvana Di Serio nel corso del colloquio avvenuto a Regina Coeli il 5 novembre.

«Per gratitudine nei confronti di Valter Lavitola - risponde l´imprenditore - . Avevo ottenuto l´appalto dalla Protezione Civile per i Candair (commessa da 50 milioni-ndr). Ma Guido Bertolaso (il capo della Protezione Civile-ndr) voleva farmi fuori. Voleva revocarmi l´affidamento. Sono convinto lo facesse per avvantaggiare la società Cai nella quale il fratello (Antonio Bertolaso, colonnello dell´Aeronautica ora in forza ai servizi segreti-ndr) all´epoca era direttore generale. Bertolaso non mi metteva in pagamento le fatture... Aveva anche fatto inserire nella Finanziaria 2003 una norma per revocare gli appalti in corso. Una specie di norma ad personam, contro di me. Mi dovevo difendere... Allora chiesi aiuto a Lavitola. Riuscimmo ad ottenere una raccolta di firme di 200 parlamentari a mio favore. Senza Lavitola sarei sparito prima. Il suo intervento è stato fondamentale».

In effetti, le cronache raccontano che a difesa dell´appalto della Sorem (la società di Spadaccini accusata di non possedere i requisiti per l´appalto anche dalla Corte dei Conti) scesero in campo 130 parlamentari di Forza Italia e An, con una lettera indirizza a Silvio Berlusconi per denunciare «intenzioni discriminatorie nei confronti della Sorem». Primo firmatario Fabrizio Cicchitto, socio fondatore de L´Avanti di Lavitola.

 

La International Press è una società già nota alla Procura di Pescara che - dal 2006 - indaga sulle tangenti nella pubblica amministrazione. Questo nome spunta nelle indagini sull´onorevole del Pdl Sabatino Aracu (tra i firmatari della petizione pro-Spadaccini) indagato per corruzione nell´inchiesta sulla sanità privata.

 

Lo stesso Aracu era diventato socio di una delle aziende di Spadaccini, con una quota "fantasma" di 50 mila euro. Soldi di cui la guardia di Finanza non ha trovato traccia. «Ho chiesto io ad Aracu di entrare in una delle mie società - dice l´imprenditore - . Aracu mi ha tutelato sempre contro Bertolaso».

 

Sullo sfondo resta la vicenda per evasione fiscale. Erano fatturate da una società portoghese le prestazioni dei piloti che guidavano i Canadair della Protezione Civile. I soldi dell´appalto della Sorem finivano in un paradiso fiscale.

Secondo la procura, Spadaccini avrebbe organizzato «un´associazione a delinquere finalizzata all´evasione fiscale internazionale», attraverso il meccanismo della cosiddetta "estero vestizione", ovvero la fittizia localizzazione della residenza fiscale di società in territori diversi dall´Italia - dove il soggetto in realtà risiede - allo scopo di sottrarsi agli obblighi fiscali del Paese d´appartenenza (in questo caso la zona franca dell´arcipelago di Madeira, in Portogallo). Cuore delle operazioni finanziarie, la fornitura del lavoro dei piloti. Tutti italiani, ma "fatturati" da una società portoghese, che "vendeva" i piloti alla Sorem.

 

Questa società, a sua volta, li "rivendeva" alla Protezione Civile. Obiettivo: evadere il fisco. Scrive la procura di Pescara: «Il lavoro dei piloti dei Canadair della Protezione Civile costava 1.243,00 euro al giorno». Un prezzo ritenuto eccessivo, perché «un pilota italiano ha una tariffa giornaliera di 817,19 euro».

 15-11-2010]

 

 

LA MANGIATOIA DI POMPEI (MENTRE I MURI CROLLANO) - TUTTE LE SPESE PAZZE DELLA GESTIONE AFFIDATA AGLI UOMINI DI BERTOLASO E BONDI - 60MILA € PER PREPARARE LA VISITA DI BERLUSCONI (CHE NON AVVERRÀ MAI), 12 MILA PAGATI PER RIMUOVERE 19 PALI DELLA LUCE, FONDI ALLE SOCIETà DI GIULIA MINOLI E ALAIN ELKANN (LETTA BENEDICE) - DALLE DIVISE DEGLI AUTISTI DEL COMMISSARIO AGLI STIPENDI RECORD DEL SUO STAFF, DAI TELEFONINI AGLI SCHERMI LCD, DAGLI SHOW AI SONDAGGI, UNA CRICCA PEGGIO DEL VESUVIO…

Emilano Fittipaldi e Claudio Pappaianni per "L'espresso", in edicola domani

«Per Pompei le risorse ci sono, si tratta di saperle spendere», affermava due anni fa Sandro Bondi, annunciando che il 28 ottobre 2008 Berlusconi avrebbe visitato il sito archeologico più famoso del mondo. Chissà se il ministro per i Beni culturali sapeva che per quella visita il commissariato straordinario voluto da lui medesimo stava bruciando un pacco di soldi.

«Sessantamila euro per la visita del presidente del Consiglio», recita la voce della contabilità del commissariato, cui vanno aggiunti 11 mila euro per la «pulizia delle aree di visita del Presidente del Consiglio» e 9.600 euro per «l'accoglienza». Giustificazione dell'uscita: promozione culturale. Lavoro e migliaia di euro sperperati, visto che il Cavaliere a Pompei non ci metterà mai piede.

 

I soldi destinati alla visita del premier non sono gli unici, incredibili "investimenti" che i due commissari straordinari voluti da Bondi (prima il prefetto Renato Profili, poi Marcello Fiori della Protezione civile) hanno autorizzato durante la loro gestione per rilanciare il sito. "L'espresso" ha trovato l'elenco di (quasi) tutte le spese effettuate dalla struttura, denaro che forse sarebbe stato meglio utilizzare nella manutenzione e nel restauro dei templi e delle Domus degli scavi.

«Ora è tardi, la scuola dei Gladiatori è crollata e non si può tornare indietro», dice un tecnico che chiede l'anonimato: «È una roba vergognosa, pazzesca, ha ragione il presidente Napolitano».

 

Tra stipendi da record, consulenze, operazioni di marketing e bizzarrie in odore di Cricca, a Pompei ci hanno mangiato in tanti. La lista comprende di tutto: ci sono 12 mila euro pagati per rimuovere 19 pali della luce; 100 mila per il «potenziamento dell'illuminazione» delle strade esterne al sito; 99 mila finiti a una ditta che ha rifatto «le transenne». Oltre 91 mila euro sono andati a un Centro di ricerche musicali per l'installazione di planofoni (strumenti per la diffusione del suono nello spazio), e 665 euro sono serviti a cambiare le serrature di un punto di ristoro.

 

Quasi 47 mila euro sono serviti per metter in piedi l'evento "Torna la vite"; 185 mila per il progetto PompeiViva: soldi dati alla onlus romana CO2 Crisis Opportunity fondata da Giulia Minoli, figlia di Gianni e Matilde Bernabei, che ha avuto Gianni Letta come testimone di nozze. Lo sposo? Salvo Nastasi, direttore generale del ministero dei Beni culturali. Al piano di valorizzazione è stata chiamata anche Wind: importo previsto, 3,1 milioni di euro.

Le convenzioni, a Pompei, costano caro: 547 mila euro sono stati spesi per un progetto intitolato "Archeologia e Sinestesia" curato dall'Istituto per la diffusione delle Scienze naturali, altri 72 mila sono state dati all'associazione Mecenate 90 (presidente onorario il solito Gianni Letta, presidente Alain Elkann) per un'indagine conoscitiva sul pubblico, e ben 724 mila all'Università di Tor Vergata «per lo sviluppo di tecnologie sostenibili».

Qualche maligno sostiene che ci possa essere un conflitto d'interessi: Fiori, si legge nel suo curriculum, è stato docente universitario del corso "Pianificazione degli interventi per la sicurezza del territorio" proprio a Tor Vergata. Supermarcellino, come lo chiamano gli amici, fedelissimo di Guido Bertolaso, ex vice-capogabinetto di Rutelli, è l'uomo-chiave degli ultimi 18 mesi, l'esperto che afferma di aver speso il 90 per cento dei 79 milioni di euro a disposizione «per la tutela e la messa in sicurezza».

 

Sarà, ma sono molte le spese che stonano. Passi per i 1.668 euro per i nuovi arredi del suo ufficio, ma forse i 1.700 euro per la divisa del suo autista o i 4 mila per la sua «parete attrezzata» poteva risparmiarli. Come i 10 mila per un altro ufficio presso l'Auditorium, i 113 mila per lo spettacolo "Pompei in scena" o i 955 mila per il «progetto multimediale» alla casa di Polibio.

A sei giorni dai crolli, sulle pietre della scuola dei Gladiatori sgambettano tre cani randagi, nonostante la Protezione civile abbia deciso di dare alla Lav ben 102 mila euro per «l'arresto dell'incremento» dei quadrupedi.

Negli ultimi due anni il luminare che si è affaccendato intorno al lettino del malato è stato Bondi, l'uomo che ha accettato, senza fiatare, i tagli-monstre imposti da Giulio Tremonti. «Vorrei vivere», diceva un mese fa «in un Paese dove un uomo pubblico viene giudicato per quello che fa. L'idea di affidare a un commissario straordinario della Protezione civile la rinascita di Pompei ha perfettamente funzionato». Infatti. La Corte dei Conti, già ad agosto, aveva criticato la decisione di consegnare gli scavi al dipartimento di Bertolaso («Pompei non è un'emergenza»).

 

Ora, i dati scovati da "L'espresso" indicano, forse, che non ci si è impegnati a dovere sulle priorità. La mostra "Pompei e il Vesuvio" promossa da Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia (uno degli imprenditori del settore più amati dai Bertolaso boys, che gli concedono spesso incarichi senza gara) è costata oltre 600 mila euro, mentre per l'illuminazione della casa di Bacco sono stati usati 1,2 milioni.

Con l'avvento di Fiori la struttura commissariale, inoltre, è lievitata come un pan di Spagna. Dai cinque uomini di staff che affiancavano Profili (260 mila euro in tutto, il 20 per cento al prefetto) si passa a dodici. Viene pure incrementata, con un'ordinanza, la percentuale di risorse dedicata alla "copertura degli oneri della struttura commissariale". La dotazione prevista passa da 200 mila a 800 mila euro, ma non basta.

A fine missione, la voce "funzionamento" sul bilancio del commissariato segna una spesa complessiva di oltre 2milioni e 300 mila euro. Numeri alla mano, si va dai 149 mila euro per Fiori, risorse che si aggiungono al suo già profumato stipendio da dirigente apicale del ministero, ai 125 mila per quattro co.co.co. di fiducia, ai 250 mila per il personale distaccato. Per tutti, il 22 ottobre 2009 il commissario autorizzava la ricarica di carte di credito "superflash" per "rimborsi spese di missione" per un importo pari a 185 mila euro.

La Uil Beni Culturali è da mesi che attacca la gestione commissariale. Lo scorso luglio il segretario generale Gianfranco Cerasoli ha presentato persino un esposto alle procure di Napoli e di Torre Annunziata. Il sindacalista, oltre alla questione stipendi, ha duramente criticato anche i lavori di restauro effettuati da Fiori. «In primis quelli per il Teatro Grande, dove la cavea è stata ricostruita con mattoni di tufo che nulla c'entrano, e dove si è lavorato con martelli pneumatici, scavatori e bobcat, in una zona dove bisognerebbe camminare a piedi nudi», spiega Cerasoli.

 

L'impresa affidataria è la Caccavo srl di Pontecagnano (Salerno): Profili chiude con loro un appalto da 449 mila euro, ma dopo un anno Fiori affida a loro altre "opere complementari al progetto" per 4,8 milioni. A cui vanno aggiunti altri incarichi, per un totale di 16 milioni di commesse in due anni. Altre presenze fisse nei lavori sono la ditta Maioli di Ravenna, quella di Vincenzo Vitiello (pare assai vicino alla curia) e di Alessandra Calvi, che ha lavorato vicino alla scuola crollata.

In pochi la conoscono. «Io dico pure che dei 79 milioni che avevano i due commissari, l'importo destinato agli interventi di messa in sicurezza è pari appena al 52 per cento del totale», ragiona il sindacalista: «Mentre a tutti gli interventi di valorizzazione e comunicazione, su cui procura e Corte dei Conti dovrebbero guardare con attenzione, è andato il 48 per cento, pari a 38,2 milioni».

Bondi e Fiori fanno spallucce. Siamo gli unici, dicono, che hanno destinato 2 milioni alla manutenzione ordinaria. Verissimo. Ma a questi si sarebbero potuti aggiungere i 500mila euro destinati ai servizi per la stagione teatrale 2010-2011 (il San Carlo ne prende altri 142 mila, sempre giustificati dalla dicitura "messa in sicurezza"), i 275 mila girati a Legambiente per «la formazione di volontari», i 42 mila spesi per alcuni volumi di storia, o i 17 mila investiti in televisioni Lcd. Senza dimenticare i mille euro usati «per sfoltire» un pino vicino agli uffici della sovrintendenza. I rami, forse, impedivano la vista del panorama a qualche dirigente.

 11-11-2010]

 

 

VOLI DI STATO SALMONATI - LA ROSSA BRAMBILLATA USA L’ELICOTTERO DEI CARABINIERI PER ANDARE A INCONTRARE I COMITATI DEI SUOI ELETTORI - PARTE DALL’ELIPORTO SOTTO CASA E SVOLAZZA IN GIRO PER L’ITALIA IN MISSIONI CHE NON SEMBRANO NÉ URGENTI NÉ DA COMPIERE SOLO IN ELICOTTERO (DUE-ORE-DUE DI AUTO BLU SI POSSON ANCHE SOPPORTARE) - MA DA ROMA APPROVANO TUTTO, E IL MINISTERO DEL TURISMO (SENZA PORTAFOGLIO) NEL 2009 SPENDE 157 MILA € SOLO PER GLI SPOSTAMENTI, QUANDO IL BUDGET PREVISTO ERA DI 27 MILA…

Fabio Amato per "il Fatto Quotidiano"

 

Per i suoi spostamenti Michela Vittoria Brambilla preferisce l'elicottero: di Stato e pagato dai contribuenti. Già animatrice dei "Circoli", ora "Promotori", della libertà, il ministro e presidente in pectore dell'Organizzazione mondiale del turismo vantava già nel 2009 un piccolo record: 157mila euro di spesa viaggi - per un dicastero senza portafogli - a fronte di un budget previsto di 27mila. Ora forse è possibile capire il perché.

 

È il 9 dicembre dello scorso anno, il ministro compie in auto (blu) i quattro chilometri e mezzo che separano la sua abitazione di Calolziocorte, nel Lecchese, dalla Aviosuperficie Kong di Levata, piccola frazione del comune di Monte Marenzo sulla statale 639. A quel punto i cittadini hanno già speso 500 euro per il solo uso dell'auto (questa la tariffa rivelata dall'Espresso nel settembre del 2009 per il noleggio del mezzo).

Ad attenderla, dalle nove del mattino, ci sono almeno una ambulanza, inviata dai volontari del soccorso di Calolziocorte su richiesta della centrale 118 di Lecco e un mezzo dei vigili del fuoco. Già, perché quando il ministro si sposta, tutte le forze convergono a prevenire problemi. Quando finalmente l'ambulanza torna in sede sono le 11.20. Due ore dopo, però, il mezzo esce nuovamente per attendere il rientro dell'elicottero dei Carabinieri, sul quale viaggia il ministro. Da verbale torna in sede un'ora più tardi.

IL CAMPO DA GOLF? AFFARE DI STATO - La scena si ripete uguale almeno un'altra volta nel corso del 2010, da quanto il Fatto Quotidiano è riuscito a documentare. Il 13 marzo, nel giorno in cui il ministro è a Rimini, prima per incontrare il comitato elettorale del Pdl, poi per partecipare ad un incontro pubblico con gli operatori economici locali. E un altro servizio di lì ad un mese risulta prenotato ed annullato all'ultimo momento.

Il 16 ottobre, poi, a Caiolo, Valtellina, il ministro è atteso per l'inaugurazione di un campo da golf, ma l'elicottero - scrivono allora i giornali locali - non parte per colpa delle condizioni meteorologiche e la Brambilla è costretta a dare forfait. Ogni volta la segnalazione dello spostamento arriva qualche giorno prima.

In questo modo tutti i mezzi necessari possono essere allertati. I rimborsi poi vengono scaricati sui contribuenti. Nel caso specifico della ambulanza, ad esempio, l'uscita è pagata dalla convenzione tra 118 e Regione Lombardia.

PER LA PREFETTURA È "TUTTO A POSTO" - Il numero dei viaggi, in ogni caso, potrebbe essere maggiore. Alla Aviosuperficie Kong, piccola striscia d'asfalto privata tra le montagne e il margine di una palude, infatti, ammettono senza problemi di non sapere sempre il nome dei passeggeri degli elicotteri che chiedono di usare la pista. "A mia memoria saranno tre o quattro viaggi in un anno - spiega Nadia Ferrari - ma a volte è direttamente il pilota a contattarci".

Del resto, dice ancora la dirigente della Kong, ad utilizzare la pista, normalmente destinata agli ultraleggeri, sono in tanti e quasi sempre noti. Dagli elicotteri della Ferrari ai vociferati viaggi dell'ex ministro Roberto Castelli, che abita più o meno cinque chilometri a Est ed è oggetto delle discussioni locali al pari della vicina Brambilla.

Ma chi paga per tutto questo e su quali basi? Dalla prefettura di Lecco non confermano e non smentiscono "nel merito". Ma precisano che è "tutto a posto". Per il gabinetto del prefetto, infatti, gli spostamenti del ministro sono approvati direttamente dall'ufficio voli della presidenza del Consiglio. Cioè pagati da noi.

La stessa spiegazione arriva dal nucleo elicotteri dei carabinieri di Orio al Serio, il più vicino (27km) dall'aviosuperficie di Levata. Il colonnello Margini, che comanda il nucleo, conferma che se di voli si tratta - e l'ufficiale non conferma - questi devono essere autorizzati da Roma. Quanto allo spiegamento di mezzi di soccorso, è "buona norma. Siamo più tranquilli se ci sono".

Anche se da Roma non arrivano risposte - l'ufficio voli di Stato "non è aperto al pubblico, non possiamo rispondere a questo tipo di domande" - non è difficile credere che tutto sia effettivamente in regola.

E allora guardiamola la regola. Perché quale che sia la versione ufficiale, è difficile comprendere su quali motivazioni il ministro possa volare sugli elicotteri dei Carabinieri a spese dei cittadini. La normativa sui voli di Stato, varata pochi mesi dopo l'insediamento dell'esecutivo di Berlusconi, prevede infatti due soli ragioni, che devono intervenire contestualmente, per concedere il privilegio ai ministri della Repubblica.

LE FUNZIONI ISTITUZIONALI - Si legge infatti nella direttiva del 25 luglio 2008 che per autorizzare il volo devono sussistere "comprovate ed inderogabili esigenze di trasferimento connesse all'efficace esercizio delle funzioni istituzionali". E soprattutto che devono non essere "disponibili voli di linea né altre modalità di trasporto compatibili con l'efficace svolgimento di dette funzioni".

È questo il caso? Il nove dicembre scorso, ad esempio, il ministro è a Piazzola sul Brenta, provincia di Padova. Navigatore alla mano, per un comune automobilista sono due ore e 20 di tragitto. Molto meno con un lampeggiante sul tetto dell'auto. Abbastanza per giustificare il volo di un elicottero?

Per non dire dell'incontro a Rimini del 13 marzo. Valgono un elicottero di Stato l'incontro con il proprio comitato elettorale e la partecipazione ad un incontro pubblico?

Del resto, che il ministro si senta importante - una "capopopolo", disse di se stessa a Vanity Fair - a Calolziocorte è oggetto di qualche seccatura e molta ironia. In tanti ricordano parcheggi improvvisati dell'auto blu, fughe dal parrucchiere con salto della fila, multe che appaiono e scompaiono.

Fino al punto di creare una divertente aneddotica sul gran premio di Monza, che già costò caro a Rutelli e Mastella, rei di esserci arrivati con un volo di Stato nel 2007. Due anni dopo la premiazione è toccata al ministro Brambilla e qualcuno dice che per la fregola dell'elicottero il ministro sia arrivato a destinazione venti minuti prima della sua stessa auto. E che per una volta abbia dovuto aspettare. 09-11-2010]

 

 

VEDI LA MONNEZZA DI NAPOLI E POI MUORI - MENTRE LA BELLA STEFY LITIGA CON TREMONTI SUI SOLDI, IL TAR LE ASSESTA UN COLPO DA KO - I GIUDICI SI ACCORGONO CHE LA PRESTIGIACOMO, PER FARE UN FAVORE ALLE LOBBY DEL RICICLO, HA LICENZIATO DI NASCOSTO TUTTI I VERTICI DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE SUI RIFIUTI - RISULTATO: DA OLTRE UN ANNO LA VIGILANZA SU TUTTA LA MONNEZZA ITALIANA È SENZA PERSONALE - CHE FINE HANNO FATTO I SOLDI DEI PRIVATI PER FINANZIARE L’ENTE?…

Sandro Iacometti per Libero

 

L'Osservatorio nazionale sui rifiuti torna in campo. La notizia può sembrare bizzarra, visto che l'organismo interministeriale non è mai stato sciolto. Tuttora, nella sezione "comitati e commissioni" del sito del ministero dell'Ambiente, si può leggere che l'Onr "vigila sulla gestione dei rifiuti, degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio; provvede all'elaborazione e all'aggiornamento permanente di criteri e specifici obiettivi d'azione, nonché di un quadro di riferimento sulla prevenzione e gestione dei rifiuti; verifica i costi di recupero e smaltimento; verifica i livelli di qualità dei servizi erogati; predispone un rapporto annuale sulla gestione dei rifiuti, ecc. ecc.".

 

Compiti mica da ridere, soprattutto mentre Napoli è sommersa dalla "monnezza" e l'Europa è pronta ad aprire una procedura d'infrazione contro l'Italia proprio sui rifiuti. Ebbene, cos'ha fatto negli ultimi mesi l'Osservatorio? Nulla. Più di un anno fa, per la precisione da ottobre 2009, il decreto di riorganizzazione del ministero dell'Ambiente ha stabilito l'immediata decadenza dei suoi membri per esigenze di riduzione della spesa pubblica e di riassetto dell'organismo stesso. Il problema è che i sostituti non sono mai arrivati. E l'Onr è praticamente chiuso da 13 mesi.

Difficile dire quanto sarebbe andata avanti la situazione. Sta di fatto che il 18 ottobre scorso, con una clamorosa sentenza resa nota solo in questi giorni, il Tar del Lazio ha deciso di annullare il provvedimento del ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e di reintegrare "senza indugio"i funzionari dell'Onr. Diversi i motivi che hanno spinto i giudici a censurare il governo.

 

In primo luogo, l'Osservatorio è finanziato dai soggetti (privati) vigilati e quindi non può rientrare in alcun progetto di riduzione della spesa pubblica. In secondo luogo, l'organismo non ha subito alcun riassetto tale da giustificare la decadenza automatica dei suoi membri.

Ma il punto più grave è quello che, ipotizzando con un po' di generosità la buona fede del ministero, si può definire un pasticcio burocratico. In sintesi, il testo del provvedimento sottoposto all'esame del Parlamento e del Consiglio di Stato non coincide con quello pubblicato in Gazzetta. La parte mancante, inutile dirlo, è proprio quella relativa all'azzeramento dell'Onr.

 

La notizia della decisione del Tar è stata rivelata ieri dallo stesso vicepresidente dell'Onr, Fabrizio Clementi, durante un convegno alla Fiera Ecomondo di Rimini organizzato dal Consorzio Carpi per illustrare un progetto innovativo (Plastic Eco Village) di tracciabilità e certificazione della filiera italiana della plastica. Clementi si è limitato ad annunciare una conferenza stampa per lunedì prossimo in cui si spiegheranno tutti i particolari della vicenda. Ma sono in molti a ritenere che il "congelamento" dell'Onr sia legato in qualche modo proprio al Consorzio Carpi.

Il gruppo di imprenditori trevigiani, in collaborazione con la società Aliplast, gestisce, infatti, da circa un anno un sistema autonomo di raccolta e riciclo di rifiuti plastici (il Pari). Un'attività che sta dando ottimi risultati sia per le imprese aderenti sia per i consumatori sia per l'ambiente, ma che poco piace ai consorzi nazionali obbligatori aderenti al Conai, che controllano di fatto un sistema monopolistico, imponendo ai produttori di materiali da imballaggio onerosi balzelli che vengono poi scaricati sull'utente finale.

 

Cosa c'entra l'Onr? E' stato proprio l'Osservatorio, applicando le direttive comunitarie e le leggi italiane e rispondendo ai numerosi allarmi dell'Antitrust sui rischi per il settore dovuti alla mancanza di concorrenza e alla natura monopolistica dei consorzi nazionali, a riconoscere e autorizzare il sistema autonomo Pari. Da allora l'organismo non ha avutovita facile. Ai ricorsi al Tar (ancora pendenti) presentati dai consorzi Conai e Corepla si è affiancata un'attività lobbistica che alla fine, dopo vari tentativi, ha azzoppato l'Onr. 08-11-2010]

 

 

ERICA JONG E LA FOLLIA DELLE MADRI: PERCHÉ LA MATERNITÀ È DIVENTATA UNA PRIGIONE PER LE DONNE MODERNE
http://on.wsj.com/96rSXL

 

SI AVVICINA IL RINVIO A GIUDIZIO PER I SOSPETTATI ASSASSINI DI HARIRI, EX PRIMO MINISTRO LIBANESE
http://on.wsj.com/9t5vhQ

- La Commissione dell'ONU che si sta occupando delle indagini sull'omicidio Hariri sarebbe pronta a rinviare a giudizio tra i 2 e i 6 membri del gruppo militante di Hezbollah. Questo potrebbe riaccendere gli scontri tra le fazioni libanesi.

LE ELEZIONI BIRMANE CRITICATE DA TUTTI: NON SAREBBERO NÉ LIBERE NÉ GIUSTE
http://on.wsj.com/cl0Kgi

- È cominciato lo spoglio delle schede delle prime elezioni a Myanmar in 20 anni. Il presidente Obama ha dichiarato che le elezioni non si sono svolte in modo "né libero né giusto", e ha esortato la giunta militare a liberare Aung San Suu Kyi, il premio Nobel leader dell'opposizione, e gli altri 2.100 prigionieri politici.

 

 

 

16.11.10

 

LA CASTA DI ALE-DANNO! - LE MANI DELLA DESTRA ALEMANNIANA SUI CLUB SPORTIVI DI ROMA. IL FILO ROSSO CHE CONGIUNGE IL CAPO SEGRETERIA DEL SINDACO, ANTONIO LUCARELLI, CON L’EX FASCIO GENNARO MOKBEL (IL FACCENDIERE DI TELECOM-SPARKLE-FINMECCANICA) - I RAPPORTI TRA LA FAMIGLIA LUCARELLI, L’INGEGNER MORO, GIANCARLO SCAROZZA (COGNATO DI MOKBEL) E SILVIO FANELLA, IL CASSIERE DI MOKBEL - NEGLI ANNI ’90 LUCARELLI ERA DENTRO L’AFFARE DEI “PUNTI VERDI QUALITÀ” CON LA SOCIETÀ MONDO VERDE SAS, OGGI SE NE OCCUPA COME DELEGATO DI ALEMANNO…

 

Corrado Zunino per "La Repubblica - Roma"

1 - LE MANI DELLA DESTRA SUI CLUB SPORTIVI ROMANI: IL FILO ROSSO CHE LEGA IL CAPO SEGRETERIA DI ALEMANNO A MOKBEL

L'ultimo affare della destra romana si chiama "Punti verdi qualità". Sono gli spazi ludico-sportivi con le piscine per i ragazzini e i chioschetti per il caffè che da 17 anni cinque amministrazioni della città tentano di portare nelle profonde periferie. Oggi di questo esperimento pubblico-privato solo undici progetti (su 67 varati) sono stati portati a compimento. Trentanove cantieri restano aperti. I piccoli imprenditori radunati nell'"associazione assegnatari" denunciano di aver finito le risorse.

 

Ma, tra coloro che hanno rifiutato di consorziarsi e gestiscono i 32 terreni restanti, si scoprono dodici Punti verdi che - sostiene una denuncia presentata in Procura il 14 ottobre dal consigliere regionale del Pd, Enzo Foschi - sono riconducibili a parenti e amici d'area politica di Antonio Lucarelli, capo segreteria della Giunta Alemanno, nelle ultime due riunioni delegato dal sindaco a gestire questa complicata questione amministrativa. "Chiediamo alla Procura di valutare se ci sono gli estremi di eventuali reati nella condotta delle persone indicate nella documentazione allegata", scrive il denunciante Foschi.

 

Nel 1995 Lucarelli, imprenditore e consigliere nel V Municipio, fonda con i cugini Emiliano e Giampaolo la Mondo Verde sas e nel dicembre 1996 - quando la Giunta Rutelli approverà la delibera 4480 sui Punti verdi - la società di famiglia otterrà due terreni: la Torraccia (in via Bonifacio) e il Nomentano-San Basilio (via Casal di San Basilio). Alla fine degli anni Novanta, con i progetti avviati, Antonio Lucarelli lascia la Mondo Verde.

I cugini si sfilano tra il '99 e il 2000 e amministratore della società diventa Silvio Fanella, l'uomo che l'inchiesta Telecom-Sparkle considera il cassiere di Gennaro Mokbel, destrissimo imprenditore romano in carcere per riciclaggio. Nella primavera del 2006 la Mondo verde, capace di acquisire altre due aree (Ponte di Nona e il Parco di Villa Veschi), diventa proprietà dell'ingegner Fabrizio Moro. Ecco, Moro. È un amico della prima ora dell'attuale capo di gabinetto.

 

L'ipotesi dell'esposto - da verificare - è che tutt'oggi dietro l'ingegner Moro e i suoi terreni assegnati dal Comune ci sia il capo di gabinetto del sindaco Alemanno. Alcuni indizi supporterebbero l'ipotesi. La Mondo Verde, per esempio, per due volte ha cambiato sede legale. In un primo tempo è stata spostata in via di Nomentana 1100, dove è allocata un'altra storica società di famiglia: la "Lucky Service" del cugino Giampaolo. Quindi è approdata in via Ezio 19, a Prati: lì ha sede la "Green Gest" di cui è stato amministratore fino al 2008 proprio Antonio Lucarelli. Come certificano i verbali delle riunioni alla commissione Ambiente, il capo di gabinetto ha partecipato in nome del sindaco alle audizioni su Punti verdi qualità e ha offerto indicazioni sui nuovi progetti, ne ha frenato altri, in alcuni casi scontrandosi con l'assessore all'Ambiente Fabio De Lillo.

Il giro è largo, nell'affare della destra. In tre aree gestite oggi dall'amico Moro - Torraccia, Nomentano-San Basilio e Ponte di Nona - il direttore dei lavori è stato Giancarlo Scarozza. Bene, lo stesso Scarozza, uomo considerato vicino sia al capo di gabinetto che all'ingegner Moro, con due società diverse ha ottenuto anche l'assegnazione dei Punti verdi di Castel Giubileo e Forte Ardeatino. L'architetto Scarozza è, tra l'altro, il marito della sorella di Mokbel.

Nella grande inchiesta del pm Capaldo si può rintracciare una telefonata tra Mokbel e lo stesso Scarozza sui Punti verdi romani. L'imprenditore vuole aiutare il boss di Ostia, Carmine Fasciani, e chiede: "Ma è possibile acciuffà quello sulla Colombo?". Il cognato risponde: "No, quello è di Salabè, un operatore dei servizi segreti".

 

Dicevamo la sorella di Mokbel, Lucia. Lei, con Gianfranco Ziccaro, oggi gestisce l'area di Parco Feronia, via dei Monti Tiburtini. E seguendo l'esposto si trovano altri imprenditori d'area: Massimo Dolce e Patrizia Allegri. Hanno ottenuto vantaggi grazie alle cosiddette "aree dislocate", spostate dopo una prima scelta: Torrevecchia 2, Parco Casa Calda, Parco di Spinaceto, gli Emicicli di Valadier di via Principessa Clotilde e viale Portuense. Dai terreni ex M2 dell'Alitalia è stata allontanata la Fonopoli di Renato Zero: si doveva recuperare lì, a tutti i costi, un prezioso "Punto verde".

2 - LUCARELLI: "SE CONOSCO SCAROZZA, IL COGNATO DI MOKBEL? NON LO RICORDO"

"Non c'entro più con quelle società, con la Mondo Verde, con l'ingegner Fabrizio Moro. Sono uscito alla fine degli anni Novanta".

Dal 1999, capo di segreteria Antonio Lucarelli, lei non si occupa più dei Punti verdi qualità?
"No, il recupero degli spazi dismessi e la gestione delle aree verdi sono una mia antica passione, una professionalità acquisita. E, infatti, nel 2005 sono stato chiamato come consulente per gestire alcune strutture".

Chi le chiese la consulenza?
"L'ingegner Fabrizio Moro".

Quindi, l'amministratore della Mondo verde che lei ha fondato.
"La Mondo verde che ho fondato con i miei cugini carnali e poi ho lasciato".

Oggi è in mano a un suo amico.
"Conosco l'ingegner Fabrizio Moro da tempo, per motivi professionali, ma oggi tra noi non c'è alcun rapporto. Nella primavera 2008, entrato nella Giunta Alemanno, ho abbandonato ogni attività imprenditoriale. Ho lasciato anche la Green Gest, che si occupava della cura dei Punti verdi".

Moro è stato con lei nella prima Forza nuova romana?
"No, non c'era".

C'è una denuncia che ipotizza che ci sia lei dietro quattro terreni assegnati dal Comune alla Mondo Verde e che per altri otto abbia aiutato imprenditori della sua area politica.
"Un falso. I terreni alla Mondo Verde sono stati assegnati dalle precedenti amministrazioni. Del resto, non so di che si parli".

Oggi, però, è stato delegato dal sindaco sulla questione.
"In virtù delle mie conoscenze, nelle ultime due riunioni, sono stato convocato dal presidente della commissione Ambiente, Andrea De Priamo. Ma non interverrò più: non ho competenza amministrativa, rischio di trovarmi in difficoltà".

Conosce Silvio Fanella? E' stato l'amministratore della Mondo Verde subito dopo i Lucarelli. È considerato il cassiere di Mokbel.
"Non ho idea di chi sia".

E l'ingegner Scarozza cognato di Mokbel? È stato direttore dei lavori in tre terreni assegnati alla Mondo Verde.
"Non lo ricordo".

Perché tra il 22 e il 23 luglio scorsi sei diverse aree sono state assegnate da Paolo Giuntarelli, dirigente del X Dipartimento?
"Un errore, queste assegnazioni devono passare dal Consiglio comunale".

L'associazione assegnatari denuncia un giro di imprenditori che lavora per far fallire i loro progetti e comprare le aree a prezzi stracciati.
"Non ho mai avuto questa percezione".

 02-11-2010]

 

 

CASINI PER CESA, INDAGATO PER FRODE - LA PROCURA DI ROMA SEQUESTRA UN MILIONE € IN BENI DEGLI AZIONISTI DELLA DIGITALTECO, DI CUI IL SEGRETARIO DELL’UDC È SOCIO FONDATORE - LA FABBRICA AVREBBE DOVUTO PRODURRE CD IN CALABRIA MA, INTASCATI I CONTRIBUTI EUROPEI, È STATA VENDUTA DA CESA E SOCI, ANCHE LORO INDAGATI (TRA QUESTI, SCHETTINI, SEGRETARIO DI FRATTINI, E L’EX AN PAPELLO), CON ANCORA I MACCHINARI IMBALLATI - TUTTO NASCE DALL’INCHIESTA POSEIDON DI DE MAGISTRIS, MA CESA ASSICURA: “STORIA VECCHIA, ATTO DOVUTO”… Adelaide Pierucci per "Lettera43"

 

Il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, è indagato a Roma per frode comunitaria. La notizia è trapelata dal palazzo di giustizia dopo che il gip Rosalba Liso, su richiesta del pm Maria Cristina Palaia, ha disposto nei giorni scorsi il sequestro di beni (immobili e non) per oltre 1 milione di euro ricollegabili agli azionisti della Digitaleco Optical Disc srl, l'azienda con sede legale a Roma di cui Cesa è socio fondatore.

La società ha ottenuto circa 1,5 milioni di euro di finanziamento dall'Unione europea per fabbricare compact disc in Calabria, sulla Sila.

Ad eseguire l'ordine del giudice per le indagini preliminari di Roma sono stati i carabinieri di Catanzaro. Qui è iniziata l'inchiesta, scaturita da un filone dell'indagine Poseidone di Luigi De Magistris (ex magistrato e ora europarlamentare per l'Idv), poi arrivata nella capitale per competenza territoriale.

L'azienda (che ha cambiato varie denominazioni) ha incassato fondi, ma da tempo è dismessa dopo aver avviato le procedure per gli ammortizzatori sociali per i propri dipendenti.

LO STABILIMENTO COLLAUDATO PRIMA DI ESSERE TERMINATO
La sede legale di via Tivoli, a Roma, è chiusa. Come anche lo stabilimento di Piano Lago a Mangone, località di un migliaio di abitanti in provincia di Cosenza. Al telefono non risponde nessuno. In paese definiscono l'azienda «una fabbrichetta che ha lavorato solo qualche anno».

Gli ultimi 12 operai hanno ottenuto la cassa integrazione in deroga per il 2009 con un costo di 152 mila euro in parte finanziati dalla Regione Calabria.
Tra il 2001 e il 2006 l'Unione europea ha riversato sulla Calabria 1 miliardo e 100 milioni di euro a cui vanno aggiunti 4 miliardi di incentivi alle imprese stanziati dal governo e dalla Regione.

Alcuni casi macroscopici di aziende aperte e chiuse nel giro di pochi mesi hanno messo in moto le procure che per alcuni episodi hanno ipotizzato i reati di concussione, corruzione e truffa.

De Magistris, quando era pm a Catanzaro, aveva puntato gli occhi sulla Digitaleco. Tra gli azionisti della prima ora, alla fine degli anni Novanta, c'erano quattro persone legate alla politica: l'attuale segretario dell'Udc Lorenzo Cesa; il capo della segreteria di Franco Frattini, Fabio Schettini; l'ex responsabile dell'emergenza rifiuti in Calabria in quota An, Giovan Battista Papello (considerato factotum di Altiero Matteoli); e Silvio Grandinetti, subito uscito dall'affare, in quota Pd, figlio di Giulio Grandinetti, segretario del consigliere regionale Nicola Adamo (gruppo misto).

 

De Magistris è convinto che la Digitaleco sia coinvolta in giri poco chiari, anche perché - per esempio - lo stabilimento avrebbe superato il collaudo quando era ancora in costruzione. L'iscrizione di Cesa nel registro degli indagati risale al marzo 2006: l'inchiesta dell'ex magistrato però, era più ampia e vi sono coinvolte decine di nomi tra cui militari, parlamentari, industriali. Sono i cento filoni dell'indagine Poseidone.

Quando Schettini, Papello e Cesa vendettero la Digitaleco, chi la rilevò rimase sorpreso: la fabbrica era ancora in fase di costruzione, mancava addirittura una parte del tetto, eppure aveva già il collaudo.

I macchinari, pagati con i soldi dell'Unione europea, invece erano imballati in un angolo. Per questo il segretario dell'Udc è stato indagato anche dall'Olaf, l'Ufficio antifrode europeo che si è occupato di lui anche in qualità di ex europarlamentare e membro della commissione di controllo sul Bilancio, proprio quella che aveva competenza sulle truffe alla Ue e di cui, dal 2009, è presidente proprio De Magistris.

SEI INDAGATI CON IL SEQUESTRO DI BENI PER 1 MILIONE
Dopo le traversie dell'inchiesta Poseidone, la scelta del magistrato di lasciare la toga, i rimbalzi di competenza (il gip del Tribunale di Catanzaro, dopo che il pm Salvatore Curcio al quale era passata l'iniziativa aveva presentato una richiesta di sequestro beni per 2,5 milioni di euro) e le procedure giudiziarie, l'inchiesta sulla Digitaleco Optical Disc srl è sbarcata a Roma.

Nella capitale, insieme con il segretario dell'Udc sono state iscritte nel registro degli indagati altre cinque persone.

Gli indagati sono sei: oltre a Cesa ci sono Fabio Schettini, già segretario del ministro degli Esteri Franco Frattini quand'era vicepresidente della Commissione europea; Giovan Battista Papello, ex subcommissario per l'emergenza rifiuti in Calabria e sua moglie Maria Assunta Lanzetta; Stefano Bencivenga e Augusto Pelliccia.

 

Qualcuno è coivolto per le cariche societarie ricoperte quancun altro in qualità di azionista di Scarabeo Dvd Srl, Optical Disc srl e quindi di Digitaleco Optical Disc srl. Tutti sono accusati, in concorso, dell'articolo 640 bis del codice penale, ossia di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.

L'estate scorsa, mentre si avviava alla chiusura delle indagini, il pm Palaia ha chiesto il sequestro di beni per 1 milione di euro riconducibili agli uomini coinvolti nella gestione dell'azienda. Il gip Liso, nei giorni scorsi, lo ha accordato.

PARLA CESA: «È UN ATTO DOVUTO PER UNA STORIA VECCHIA»
«Rispetto della legalità e completa fiducia nella magistratura: questi sono i miei principi ispiratori a cui non intendo venire meno», ha commentato Cesa, interpellato da Lettera43.it. «Il provvedimento che mi è stato notificato oggi riguarda fatti di circa dieci anni fa, già chiariti in sede europea, archiviati da parte dell'Olaf (Ufficio europeo per la lotta anti-frode) e chiariti anche ai magistrati italiani successivamente all'emissione, perché la contestazione mi viene mossa solo in quanto azionista con il 2% della società in questione. Ritengo pertanto che si tratti semplicemente di un atto dovuto».

 

Originario di Arcinazzo Romano, un paesino dell'alta Valle dell'Aniene in provincia di Roma, il 59enne Lorenza Cesa ha mosso i primi passi nei movimenti giovanili della Democrazia cristiana dove ha stretto il legame con Pierferdinando Casini.
Nel 1993, quando era consigliere comunale a Roma, l'esponente politico è stato arrestato dopo due giorni di latitanza perché accusato di essere uno dei cassieri del ministro dei Lavori pubblici Gianni Prandini.

Nel 2001 è arrivata una condanna in primo grado a 3 anni e 3 mesi di reclusione per corruzione aggravata. Una sentenza annullata l'anno successivo dalla Corte d'Appello per una questione procedurale: il pm del processo aveva svolto anche le funzione di gup. Così il gip, dopo aver dichiarato gli atti "inutilizzabili", aveva stabilito il non luogo a procedere.
Nel frattempo, dal 1994 Cesa aveva aderito al Ccd di Casini e Clemente Mastella passando poi all'Udc.
Negli anni ha effettuato investimenti in imprese a Roma, come la Global Media, e in Calabria: nella Digitaleco.

 04-11-2010]

 

 

EX SEGRETARIO GENERALE FIFA RIPRESO DA UNA TELECAMERA MENTRE AFFERMA DI SAPERE CHI SONO I MEMBRI CORRUTTIBILI
http://bit.ly/9tWAb9

- Michel Zen-Ruffinen ha affermato di sapere quali membri possono essere corrotti per ottenere un voto sulla sede dei mondiali 2018 e 2022. Ha parlato della Spagna che ha fatto un accordo segreto con il Qatar, di un membro del comitato che è "il più grande gangster sulla Terra, il cui voto costa almeno mezzo milione di dollari".

30.10.10

 

DITE A "LA STAMPA" E A "L'ESPRESSO", CHE HANNO SEMPRE LEGNATO LA GELMINI, CHE QUANDO INTERVISTANO L'EX BOSS MCKINSEY ROGER ABRAVANEL STANNO INTERVISTANDO ANCHE IL SUPERCONSIGLIERE DELLA MINISTRA DELL'ISTRUZIONE
La Roma che conta si prepara all'appuntamento di martedì nella sala della Regina a Montecitorio dove sarà presentato il libro "Regole" scritto dal padre di tutti i McKinsey, Roger Abravanel, e Luca D'Agnese.

 

L'appuntamento è per le 18 e il parterre si presenta sontuoso perché oltre alla Marcegaglia e ai pallidi Vittorio Grilli e Enrico Letta, arriveranno anche Gianfranco Fini e la ministra dell'Istruzione Maria Stella Gelmini. Si stenta francamente a capire la ragione per cui tutti questi personaggi debbano mobilitarsi per omaggiare il manager di origine libica che a 21 anni era già ingegnere e per 35 anni ha guidato la società di consulenza McKinsey.
Il libro è già stato presentato alla Bocconi da Corradino Passera, Francesco Micheli e Flebuccio De Bortoli, ma la replica romana avrà un'eco almeno pari alle ambizioni dell'autore.

 

Abravanel sostiene da tempo che bisogna innescare nell'economia un circolo virtuoso delle regole, e che il merito sia un valore da difendere non solo per ragioni etiche. Queste idee le ha maturate negli anni coltivando una batteria di manager che vanno da Colao, Scaroni, Passera, Nicastro, Mario Greco, Capuano e i due "incidentati" Alessandro Profumo e Silvio Scaglia. Per capire la ragione della kermesse di martedì nella sala della Regina di Montecitorio bisogna tener conto che il superconsulente è diventato superconsigliere della ministra dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini.

 

Le sue prestazioni sono a titolo gratuito, ma la difesa dei progetti della signora che sta facendo incazzare gli studenti e i professori è appassionata. Non a caso in un'intervista della settimana scorsa al quotidiano "La Stampa" il papà di tutti i McKinsey ha sparato contro il mondo accademico accusando le lobby dei professori e dei rettori di rovinare i piani da lui suggeriti alla povera Gelmini.

23.10.10

 

CORALLO GETTATO IN PADELLA(RO) - I LEGALI INGLESI DELLA “PERSONA CHIAVE” DELLE SLOT MACHINES, SOTTO INCHIESTA DELLA CORTE DEI CONTI (PER 98 MILIARDI DI EURO) INTIMANO AL “FATTO QUOTIDIANO” DI SMETTERLA DI PARLARE DI FRANCESCO CORALLO E “GIOCOLEGALE” - PECCATO CHE NON DICANO IN COSA IL GIORNALE STIA SBAGLIANDO, LIMITANDOSI A CHIEDERE RISARCIMENTI, FIRME E GIURAMENTI CON SU SCRITTO “PROMETTO CHE NON LO FACCIO PIÙ” - “FORSE I MAGISTRATI POSSONO PORSI LA DOMANDA SE SIA LECITO CHE UN CONCESSIONARIO DI SERVIZI PUBBLICI INVII LETTERE SIMILI

Antonio Padellaro per "il Fatto Quotidiano"

 

Il 6, 8 e 9 ottobre abbiamo pubblicato tre servizi concernenti gli affari che girano intorno alle slot machine e tutte e tre le volte la società BPLUS GIOCOLEGALE ci ha inviato lettere nelle quali, lamentando una diffamazione nei confronti "del signor Francesco Corallo" definito dai suoi legali, "la persona chiave dell'organizzazione della Bplus, maggiore concessionario operante nel settore delle new slot", ci comunicava l'"avvio di denunzia penale e richiesta di risarcimento danni".

In nessuna delle tre lettere veniva specificato quale falsità vi fosse nei tre servizi e pur volendo dare notizia di questa manifestata intenzione, non siamo stati in grado di dar conto in cosa avremmo sbagliato o quale notizia fosse non rispondente al vero, oppure quale non avesse un interesse per la pubblica opinione e, infine, se si fosse travalicato in qualche modo il limite della correttezza formale nell'esporre le tematiche affrontate.

 

Il 15 ottobre, una lettera di uno studio legale di Londra (ovviamente scritta in lingua inglese) speditaci via fax, riprendeva il discorso della diffamatorietà e, dopo aver riassunto brevemente l'indicazione dei tre servizi pubblicati, aggiungeva: "Il nostro cliente nutre il grande timore che vi stiate accingendo a pubblicare gli stessi articoli o articoli simili contenenti materiale diffamatorio identico o analogo. Qualsivoglia ulteriore pubblicazione dello stesso materiale e/o di materiale analogo riguardante il nostro cliente costituirebbe, ai sensi della legge inglese, un ulteriore caso di diffamazione a mezzo stampa consentendo di avanzare un'altra richiesta di risarcimento per i danni subiti".

 

Anche questo studio legale non faceva minimamente menzione di fatti, circostanze, situazioni che potessero in qualche maniera essere considerate diffamanti o, comunque, illecite.

La parte più bizzarra (non sapremmo definirla diversamente) riguarda la conclusione di questa lettera: "Sia la precedente pubblicazione che qualsivoglia eventuale e futura pubblicazione di tali articoli contenente materiale diffamatorio sono inaccettabili per il nostro cliente e, stando così le cose, è necessario che voi vi impegniate, sottoscrivendo l'allegato modulo che deve esserci restituito entro le 16 del 18 ottobre 2010, a non riferire, pubblicare o mettere in circolazione alcun precedente o nuovo articolo contenente lo stesso materiale e/o materiale analogo a quello già pubblicato in relazione al nostro cliente".

L'"allegato modulo", poi, è qualcosa di difficile qualificazione. "Il legale rappresentate del Fatto Quotidiano" dovrebbe sottoscrivere una Dichiarazione di Impegno con la quale, premesso che la pubblicazione dei tre servizi in questione è diffamatoria della BPLUS GIOCOLEGALE e/o dei suoi dirigenti, direttori e/o dipendenti o qualsivoglia altra persona, per evitare un'azione legale per il risarcimento dei danni conseguenti alla pubblicazione dei servizi giornalistici in questione, si impegna:

a) a non pubblicare né ora né in futuro materiale dello stesso e/o analogo contenuto...;

 

b) a consegnare entro e non oltre il 23 ottobre tutte le copie degli articoli diffamatori e tutti i documenti in nostro possesso custodia o controllo relativi al contenuto dello stesso articolo;

c) a ritirare entro il 23 ottobre tutte le copie degli articoli che abbiamo distribuito;

d) a far avere entro il 23 ottobre una dichiarazione giurata sottoscritta da un rappresentante legalmente autorizzato che attesti l'adempimento delle richieste relative ai punti che precedono;

e) a corrispondere in misura ragionevole le spese legali sostenute.

Neppure questa lettera del legale inglese conteneva un pur minimo cenno a "fatti" falsi e/o diffamatori, né specificava cosa non avremmo dovuto più pubblicare. Il che equivale a dire "Guai a voi se vi permettete di rifare il nome di Francesco Corallo o quello della BPLUS GIOCOLEGALE".

 

Abbiamo difficoltà a fare, nel nostro paese, libera informazione e c'è chi vuole approvare leggi che la rendano ancora più difficile. Se ci si mettono anche avvocati inglesi che nemmeno vogliono dirci in cosa avremmo sbagliato, siamo - come suol dirsi - alla frutta. I giornali, però, vengono letti anche da alcuni Procuratori della Repubblica e dall'Aams, l'ente statale che ha il compito di controllare il gioco e del quale la Bplus è concessionario.

Forse i dirigenti dell'Aams e i magistrati possono porsi la domanda se sia lecito inviare lettere del tipo di quelle da noi ricevute da parte di un concessionario dello Stato italiano per la riscossione dei tributi erariali. Se qualcuno di loro volesse leggerle nella loro interezza, siamo pronti a farglielo fare.21-10-2010]

 

 

COSE DA MATTI, ANZI DA MATTEOLI! - AL SALONE NAUTICO DI GENOVA IL MINISTRO DEI TRASPORTI BACCHETTA I CONTROLLI DELLA FINANZA AI PROPRIETARI DI IMBARCAZIONI - CHE COINCIDENZA, POCHI GIORNI PRIMA ERA TOCCATO AI SUOI FIGLI - “NESSUNA RELAZIONE, INVITAVO AL BUON SENSO”, SOSTIENE L’ALTERO ALTERATO: “CHE DEVE FARE UN MINISTRO PER VIVERE IN PACE? NON FARE FIGLI?” - LA CURIOSA ASSUNZIONE ALL’ALITALIA DEL GIOVANE FEDERICO MATTEOLI…

Ferruccio Sansa per "Il Fatto Quotidiano"

 

La Guardia di Finanza svolge un lavoro senza precedenti per combattere maxi-yacht che evadono le tasse: è di ieri il clamoroso sequestro del Blue Eyes, il 60 metri degli industriali Tabacchi, proprietari della Salmoiraghi&Viganò. Intanto, però, il ministro dei Trasporti interviene al Salone Nautico di Genova e invece di sostenere i finanzieri li redarguisce. Basterebbe questo per sollevare un caso.

Ma oggi ecco l'ultimo capitolo: si scopre che pochi giorni prima di quel discorso proprio la Finanza aveva controllato lo yacht dei figli del ministro. E qualche maligno mette in relazione i due episodi: il sorprendente intervento di Altero Matteoli e i controlli compiuti sulla barca di Federico e Federica Matteoli.

Il ministro Altero Matteoli, sentito dal Fatto Quotidiano, sbotta: "Cazzate". Cuore di babbo, verrebbe da dire, ma se il papà è ministro, il caso merita di essere approfondito. Partiamo da Genova. Siamo all'inaugurazione del Salone Nautico. Arriva il ministro dei Trasporti. Il clima è quello delle grandi occasioni, ma con qualche polemica: quest'anno Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate hanno dichiarato guerra all'evasione fiscale nel settore della nautica.

 

Centinaia di vip sono proprietari di yacht con bandiere delle Cayman, magari intestati a società di noleggio fasulle. Già, mentre il governo tira la cinghia e taglia spese e stipendi, c'è chi evade un miliardo di euro l'anno. Indagini che fanno tremare il bel mondo, dopo il sequestro del Force Blue di Briatore e, proprio ieri, del Blue Eyes dei Tabacchi, fermato dalle Fiamme Gialle genovesi nel porto di La Spezia. Un gioiello anche per la galleria di quadri (Picasso compresi) che porta a bordo. Addirittura lo yacht sequestrato era stato esposto con orgoglio al Salone nautico, sotto gli occhi di centinaia di migliaia di persone.

Una guerra sotterranea, con i vip e i cantieri che protestano per i controlli. Mentre la Finanza e l'Agenzia delle Entrate cercano di fare il loro dovere, nonostante pressioni fortissime perché si molli la presa. Così ecco che le orecchie sono attente alle parole di Matteoli: "La Guardia di Finanza svolge il suo lavoro, ma se lo fa con un minimo di buonsenso è meglio perché in alcuni casi questo non c'è stato", esordisce il ministro.

E lungo la schiena dei finanzieri, che si aspettavano parole di incoraggiamento, scende un brivido di gelo. Non basta, Matteoli è un tipo sanguigno: "In alcuni porti si sono spaventati anche coloro che venivano da fuori Italia. Non tutta la Finanza, però, si è mossa nel modo che è stato denunciato. Un richiamo al buon senso mi sento di doverlo fare". Applausi scroscianti dai padroni degli yacht. Imbarazzo dei finanzieri.

 

Ma quelle parole non sono passate inosservate e sui moli della Toscana si è diffusa una voce: "Non sarà che il ministro ha attaccato i finanzieri perché poche settimane prima gli avevano controllato i figli?".

Matteoli parte in quarta: "I controlli sono sacrosanti, ma in alcuni casi i militari si sono comportati con poca civiltà, con un po' di arroganza". Si riferisce a episodi specifici? "Non parlo tanto delle verifiche ai maxi-yacht, ma di controlli su barche normali, magari ferme nei porti dove sono state compiute delle operazioni a tappeto".

Sembra esattamente la descrizione dei controlli subiti dai suoi figli in Toscana... "Basta, accidenti. Non ne posso più di queste cazzate. Ma che cosa deve fare un ministro per vivere in pace? Non deve avere figli?". Ammetterà che la coincidenza colpisce: il suo intervento al Salone è avvenuto pochi giorni dopo i controlli. E adesso lei descrive episodi uguali a quelli avvenuti ai suoi figli... "Federico e Federica hanno una barca normale di undici metri ormeggiata in Toscana. La Finanza è venuta in porto e ha controllato tutte le barche del molo, compresa la nostra. Ma si sono comportati in modo civile. Niente da dire". Matteoli aggiunge: "Quando ho parlato al Salone non sapevo ancora niente dei controlli ai miei figli".

Ma allora come l'ha saputo? E qui Matteoli rischia di pestare una buccia di banana: "Non me l'ha detto mio figlio. Mi ha avvertito un ufficiale della Finanza". Ma allora perché a Genova ha criticato i controlli? "Altre persone mi avevano raccontato di comportamenti un po' arroganti da parte di alcuni finanzieri".

 

Povero Matteoli, è la seconda volta che gli si chiedono chiarimenti sui figli. Era il 2002 quando l'Alitalia assunse Federico. E scoppiò un caso. Niente da dire sulle qualità del ragazzo, "è un giovane gentile, un'ottima persona e un pilota capace", dicono i colleghi. Ma quelli erano tempi duri: dopo l'11 settembre 2001, Alitalia aveva adottato la procedura prevista dalla legge 223 che disciplina la mobilità e il blocco delle assunzioni. Una misura drastica, tanto che, raccontano in Alitalia, "alcuni piloti che erano in lista d'attesa per l'assunzione furono messi sotto contratto come steward".

Con una sola eccezione: il 19 marzo 2002 nell'organico dell'azienda in crisi entra Federico Matteoli, classe 1973, pilota di Md 80. Ma come è potuto succedere? All'epoca dei fatti i colleghi di Matteoli jr la spiegarono così: "Federico e un suo collega erano dipendenti della compagnia Eurofly. Alitalia decise di ‘affittarli', cioè di assumerli a tempo determinato per fare fronte a necessità temporanee. Alla scadenza del contratto, come è previsto in questi casi, il collega ha ricevuto una lettera da Alitalia che non rinnovava il suo rapporto".

E Matteoli? "Per un disguido, a quanto pare, la lettera che rescindeva il rapporto è arrivata in ritardo. Così, come previsto dal contratto Alitalia, il pilota è stato considerato assunto a tempo indeterminato". Macché raccomandazione, quindi, solo un ritardo. [20-10-2010]

 

 

 

LA POLIZIA DIETRO L’ATTENTATO A FALCONE! - Gianmarco Piazza, il fratello del poliziotto che salvò la vita di Falcone: “Dopo l’Addaura Emanuele mi disse: in quell’attentato c’entra la polizia” - I poliziotti che trovarono l’esplosivo erano due e ’casualmente’ hanno fatto una brutta fine - Nino Agostino venne ucciso in un agguato insieme alla moglie Ida un mese e mezzo dopo il fallito attentato - Emanuele Piazza viene prelevato nove mesi dopo in casa e strangolato - Le indagini si orientano subito sulle piste “passionali

Attilio Bolzoni e Francesco Viviano per "la Repubblica"

 

Cosa le ha confidato Emanuele? «Mio fratello mi ha detto che ad organizzare il fallito attentato contro il giudice Falcone non era stata la mafia, ma era coinvolta la polizia. Ricordo ancora le sue parole: "C´entra la polizia"... «. E perché ha tenuto nascosto tutto questo per tanto tempo? «Perché avevo paura, perché quello che sapevo avrei dovuto riferirlo proprio alla polizia che indagava sul fallito attentato e sull´uccisione di mio fratello».

Nella sua bella casa di Palermo Gianmarco Piazza, avvocato civilista, quarantasei anni, uno dei quattro fratelli di Emanuele - l´agente dei servizi scomparso nel marzo del 1990 mentre cercava di scoprire cosa era accaduto all´Addaura - in quest´intervista con Repubblica svela per la prima volta un segreto su quei candelotti di dinamite piazzati nel giugno del 1989 davanti alla villa di Giovanni Falcone.

 

Emanuele sapeva molto anche sull´uccisione di Vincenzo Agostino, il poliziotto assassinato con sua moglie Ida neanche tre mesi dopo il fallito attentato. Sia Piazza che Agostino - secondo le ultime inchieste - sarebbero stati colpiti perché avevano salvato Falcone da chi lo voleva morto. L´avvocato Gianmarco Piazza, un paio di settimane fa, ha consegnato una memoria ai procuratori di Palermo sui misteri dell´Addaura. Nei prossimi giorni sarà interrogato anche dai magistrati di Caltanissetta che indagano sulle stragi.

Avvocato, Emanuele le disse proprio quelle parole: c´entra la polizia...

«Con Emanuele avevo un rapporto molto stretto, avevamo vissuto insieme dal 1986 al 1988 in quella casa di Sferracavallo dove lui viveva quando è scomparso. Fra la fine di giugno e l´inizio di luglio del 1989, a Palermo si parlava tanto del fallito attentato contro Falcone, ne parlavamo naturalmente anche a casa, tra noi fratelli, con mio padre. Sulla vicenda Emanuele mi raccontò che lui era sicuro che non era stata Cosa Nostra a fare quell´attentato».

E lei gli chiese chi era stato?

«Prima lui lasciò intendendere che quella notizia l´aveva appresa per motivi di servizio. Poi, quando gli feci la domanda, rispose secco, senza fare altri commenti: "C´entra la polizia, c´entra qualcuno della polizia...". Io lo sapevo che Emanuele era un collaboratore del Sisde, che era a conoscenza di tante cose... «.

Non le disse altro Emanuele?

«Non mi disse altro. Io non ho mai saputo un nome o un cognome, sono vent´anni che penso a quella frase di Emanuele sulla polizia, mi arrovello, mi tormento».

 

Quella confidenza non l´ha mai comunicata a nessuno, perché? Solo per paura?
«Dopo la scomparsa di Emanuele, tutti i rapporti fra noi e la polizia li ha tenuti mio padre. Dal 1990 nessuno mi ha mai chiesto niente, né sulla scomparsa di mio fratello né sull´attentato all´Addaura. Io, fin dal primo momento, non ho voluto raccontare queste cose agli inquirenti semplicemente perché non avevo fiducia in loro. Come potevo avere fiducia di un commissario - Salvatore D´Aleo - che per scoprire gli assassini di mio fratello seguiva una pista passionale? Come potevo avere fiducia quando un altro poliziotto, grande amico di mio fratello - Vincenzo Di Blasi - dopo la scomparsa di Emanuele non venne mai a trovarci. Mio fratello era legatissimo a lui, non venne a salutarci neanche una volta. A volte, per capire, bastano pochi dettagli. E quello fu un dettaglio che a me diceva tutto. L´unico di cui si fidava mio padre - e ci fidavamo tutti - era Falcone».

Furono in molti che cominciarono a depistare, a sviare le indagini sulla morte di suo fratello?

«Cominciarono con me, qualche ora dopo la scomparsa di Emanuele. Mi accorsi che qui, vicino a casa mia, un´agente donna mi seguiva e mi stava fotografando con un teleobiettivo. Ero sconcertato. Perché seguivano me? Perché cominciavano le indagini proprio da me? Perché non cercavano invece di salvare Emanuele, che in quei giorni di marzo forse era ancora vivo? Poi, per anni, a casa nostra siamo stati tempestati di telefonate, qualcuno faceva squillare il telefono e poi non rispondeva mai. É come se ci volessero avvertire perennemente. E non erano certo mafiosi».

Lei ha idea di cosa avesse scoperto Emanuele sul fallito attentato all´Addaura?

 

«Io so soltanto che dal giorno dell´Addaura mio fratello era diventato sempre più taciturno. E poi, dall´autunno del 1989, sempre più cupo. Era preoccupatissimo. Passava quasi tutti i giorni da casa di mio padre, arrivava di umore nero e di umore nero se ne andava. Poi fece due stranissimi viaggi, lui che non amava viaggiare, gli piaceva stare a Palermo. Nell´estate del 1989 partì per la Tunisia. Ritornò in Tunisia anche nel dicembre di quell´anno. Io credo che abbia fatto quei viaggi per allontanarsi da qui».

Torniamo agli amici di Emanuele: perché quel poliziotto, così legato a suo fratello, secondo lei non venne mai a trovare voi familiari dopo la scomparsa?

 

«Fin dall´inizio della sua collaborazione con i servizi segreti, Emanuele naturalmente non parlava molto del suo lavoro. Si limitava a dirci con chi era in contatto. Ci parlava di un capitano dei carabinieri e di due angeli custodi, così li chiamava lui... uno era quel poliziotto, Enzo Di Blasi, con il quale erano stati compagni in palestra, facevano lotta libera a 18 anni. E poi si ritrovarono tutti e due a Roma in polizia. Mio fratello gli voleva bene, ma lui - dopo la scomparsa di Emanuele - non lo abbiamo più visto».

Lei sostiene di non avere mai avuto fiducia negli inquirenti. Ci sono stati altri episodi che l´hanno spinta a non dire niente in tutti questi anni?

 

«Molti. E soprattutto uno. Dopo la scomparsa di Emanuele è sparito anche un vigile del fuoco molto amico suo, Gaetano Genova. Si vedevano sempre con Emanuele. Una sera venne a casa mia un giovanissimo poliziotto per cercare di capire cosa sapevo io del loro rapporto. Anche in quella occasione sentii di non fidarmi. Non gli dissi nulla».

Perché oggi ha deciso di raccontare quello che sa?

«Perché stano affiorando frammenti di verità sulla morte di Emanuele e sull´Addaura. Perché, vent´anni fa, a parte la sfiducia nei confronti degli inquirenti, non potevo sapere che la morte di mio fratello potesse essere in qualche modo collegata al fallito attentato contro il giudice Falcone».

20-10-2010]

 

NO, NON ODIAMO WIKILEAKS
http://bit.ly/9sWLC1

- Julien Assange, fondatore dell'associazione Wikileaks, specializzata nel rivelare documenti e rapporti segreti dei governi di tutto il mondo, ha risposto alle indiscrezioni sui nuovi documenti che saranno rilasciati la settimana prossima (di cui abbiamo parlato nella rassegna di ieri, NdDago). Si è parlato di 400.000 file sulla guerra in Iraq.

- Su Twitter, Assange ha smentito la fonte originaria delle indiscrezioni, ''Wired'', attaccando i media in generale per come hanno ripreso una notizia da un "tabloid blog", che "sparge disinformazione su Wikileaks" e che ha avuto "un ruolo attivo nell'arresto dell'esperto di intelligence Bruce Manning". "Noi lo abbiamo criticato e da allora ci fanno opposizione".

- Chiaramente ''Wired'' ha risposto per le rime al permaloso Assange. Oltre a sottolineare l'integrità giornalistica del sito, i metodi di ricerca delle notizie e il fatto che ''Wired'' è stato sia critico sia favorevole nei confronti di Wikileaks, l'autore dell'articolo fornisce la vera chiave della polemica: il sito di Wikileaks è "chiuso per manutenzione" da settembre, e finché non lo avranno rimesso in sesto, Assange non può divulgare nulla.

- Per questo non è una sorpresa che il biondo Julien abbia annunciato che la data della pubblicazione rivelata da Wired è sbagliata, e forse ha voluto mascherare il fatto di non essere ancora pronti, con il presunto astio della storica rivista di tecnologia.

23.10.10

 

GLI ARTIGLI DELLA PALOMBA - "Sono una vittima del fango mediatico di destra, di sinistra, di centro. E sono ancora qui ( i fanghi fanno bene? Comunque temprano i caratteri). Solidale con tutte le Marcegaglia, i Boffo, i Berlusconi, la famiglia Bertolaso, l’Ezio Mauro degli assegni fotocopiati per comprare l’attico ai Parioli, i figli del fu principe Caracciolo, sono vicina a tutti gli intercettati sulle vite private (da Sircana a Marrazzo, passando per le vallettopoli dei direttori di giornale che la sera andavano da Lele Mora e al mattino moraleggiavano liberamente

Barbara Palombelli per "Il Foglio"

 

Sono fortunata. Ho buona memoria e ottimi avvocati. E una assoluta fiducia nei magistrati e nella giustizia italiana, un po' lenta ma sicura. Mi hanno accusato di avere parcheggi, parcometri, aziende di servizi di pulizia delle scuole, perfino di avere intestato la luce di casa al Campidoglio (fu una deliziosa collega del Corsera, scambiò la stufetta con cui si scaldava la scorta dei vigili di Rutelli, da me ospitati di notte in una stanzina al pianterreno, con il contatore familiare), ovviamente era tutto falso e ho vinto già diversi risarcimenti.

Ho sempre e soltanto fatto la giornalista, e mi pare già di lavorare abbastanza. Ho denunciato diversi siti internet, vincendo sempre, e così con Libero, Il Giornale e altri. L'Espresso pubblicò diversi articoli anonimi, nell'estate in cui mio marito era candidato a leader dell'opposizione, in cui venivo danneggiata (e si sa, gli editori sono sempre all'oscuro, Cdb mi invitò a cena per dire: io che c'entro? Per fortuna, siamo rimasti amici).

 

In un recente libro di Marco Travaglio, collega stimato e considerato più o meno come la corte di Cassazione, sono scritte più di una dozzina di clamorose falsità sul mio conto e il procedimento è in corso (il saggio era edito da Rcs, azienda per cui scrivevo, nessuno verificò, era facilissimo...). Ultimamente, qualcuno mi ha tirato in ballo anche per un sms in cui giravo alla segreteria di mio marito una richiesta legittima, cui peraltro non credo fu mai dato seguito (in 31 anni di matrimonio con un politico, un sms! wow). Potrei continuare per pagine e pagine, ma credo il senso sia già chiaro.

 

Sono una calunniata, una vittima del fango mediatico di destra, di sinistra, di centro. E sono ancora qui ( i fanghi fanno bene? Comunque temprano i caratteri). Solidale con tutte le Marcegaglia di ieri e di oggi, i Boffo, i Berlusconi, la famiglia Bertolaso, l'Ezio Mauro degli assegni fotocopiati per comprare l'attico ai Parioli, i figli del fu principe Caracciolo, sono vicina a tutti gli intercettati sulle vite private (quelle legittime e quelle scandalose, da Sircana a Marrazzo, passando per le vallettopoli dei direttori di giornale che la sera andavano da Lele Mora e al mattino moraleggiavano liberamente).

 

Noi, i calunniati-intercettati, gli aggrediti a vario titolo, osserviamo il grande dibattito in corso sulle inchieste e i dossier. Un po' rassicurati, della serie - come diciamo a Roma - a chi tocca non s'ingrugna, prima o poi ci passano tutti. Ma sono anche solidale con i giornalisti: guai a limitare inchieste e controlli, anzi. Quando il fango arriva, ci sono gli avvocati, ci sono le leggi e chi ha la coscienza a posto non ha niente da temere. Certo, la vita delle persone - notturna, sentimentale, familiare, figli e amanti - andrebbe preservata.

 

Non ho mai scritto una riga sulla moglie di Francesco Cossiga, sulle notti di Bettino Craxi, sui figli dei vari diccì o sulle inclinazioni omo di tanti ministri bacchettoni. Rivendico il disinteresse nei confronti delle varie bigamie dei grandi giornalisti (curioso che siano stati o siano tuttora tutti bi-sposati), le manie di grandezza di manager e imprenditori, i figli deboli dei padri eterni (per mesi dialogai, da Panorama, per esempio, con il giovane Edoardo Agnelli, mai una riga scritta).

 

Ecco, un limite alla pubblicazione dovrebbe - forse - stabilirlo il nostro ordine professionale. Un nuovo patto fra editori e giornalisti potrebbe farci uscire da questa palude.

  [13-10-2010]

 

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La casta di Retromanno (Quel pasticciaccio brutto dell’Atac) - Dopo averlo nominato solo otto mesi fa, Ale-danno caccia con lauta buonuscita l’ad Bertucci, artefice delle assunzioni facili (tra cui la sua) e del super passivo di oltre 90 milioni di euro - Per cercare il sostituto, il sindaco si affida alla società di cacciatori di teste “Spencer Stuart”. Che gli indica, indovinate un po’, il suo capo di gabinetto Maurizio Basile! - Altro doppio incarico, Comune e Atac: “controllore e controllato”. Ma la Corte dei Conti esiste ancora

Claudio Marincola per "Il Messaggero - Roma"

Un dirigente d'azienda, esperto in privatizzazioni e risanamenti per tirare fuori dal "rosso" l'Atac spa, il gigante nato dalla fusione del trasporto pubblico romano La scelta del Campidoglio, «dopo lunga e attenta verifica», è caduta su Maurizio Basile, 62 anni, napoletano, capo di gabinetto del Comune di Roma. Prenderà il posto di Adalberto Bertucci, dimissionario, al quale è stata concesso, dopo soli 8 mesi di lavoro, l'onore delle armi, cioè una onorevole uscita di scena.

 

Trovare il sostituto di Bertucci non è stato semplice. Il compito è stato affidato da Alemanno alla Spencer Stuart, società di selezione del personale. Dopo aver esaminato ed escluso altre candidature, "i cacciatori di teste" hanno suggerito il nome Basile. Un manager collaudato e di alto profilo: dal 2006 al 2008 ad e direttore generale di Aeroporti di Roma, passato attraverso Sofm Spa, Aviofer Breda, Finsider, Alitalia, Eti Spa e Anas. Nel 2000 l'attuale capo di gabinetto, che conserverà il doppio incarico, ha gestito la privatizzazione dell'ente Tabacchi, prima di approdare nel 2004 alle Ferrovie dello Stato.

Uno dei nodi in futuro sarà proprio quello del doppio incarico. L'Avvocatura non ha rilevato infatti elementi di incompatibilità o conflitti di interesse, nonostante a legare Atac Spa e il suo principale azionista siano un oneroso contratto di servizio e alcuni contenziosi che si trascinano da anni.

Basile, che rinuncerà al compenso di capo di gabinetto, dovrà traghettare l'azienda romana fuori dal guado. Ma sarà solo un passaggio per uscire dall'empasse oppure sarà lui a gestire il percorso di liberalizzazione del Trasporto pubblico locale e di rilancio del trasporto pubblico locale?

 

«Il dottor Basile è un manager molto noto in tutti gli ambienti delle società a capitale pubblico e con un'esperienza e capacità manageriale universalmente riconosciuta - si dice nella nota diffusa ieri pomeriggio dal sindaco Alemanno - Per questo, pur mantenendo il ruolo di capo di gabinetto, gli ho chiesto di gestire questa fase di importante trasformazione della società unica di trasporto pubblico romano».

 

La nota si conclude con un «ringraziamento» a Bertucci, «per il duro lavoro svolto» e per «aver resto l'azienda competitiva a livello europeo». Sullo stesso tono l'assessore ai Trasporti Sergio Marchi che rivendica la scelta di Basile e annuncia «una seconda fase».

 

In realtà, la breve gestione di Bertucci, un manager "politico", è stata molto tormentata. Arrivato a fusione quasi ultimata, l'ex ad è finito in fuorigioco con la presentazione del bilancio 2009 approvato a giugno. La perdita d'esercizio pari a 91,2 milioni di euro e l'aumento del costo del personale avevano fatto risuonare l'allarme. Stesso dicasi per il Mol, il margine operativo lordo sceso da 97,5 milioni a 60,5 (con previsioni di budget disastrose 8-172 milioni).

 

Valutazioni che già nell'aprile del 2009 avevano portato gli analisti di Standard & Poor's a modificare il giudizio sulle prospettive da stabili in negative. Alemanno è corso ai ripari ma la ricerca del manager non è stata semplice. Qualcuno, viste le difficoltà della situazione, dopo averci riflettuto bene si è fatto da parte.

Massimiliano Valeriani, pd, parla di «operazione grottesca»: «L'azienda di fatto è stata commissariata dal sindaco che ha chiamato il suo capo di gabinetto a guidarla. Questo conferma che la situazione è molto grave».

Incertezze anche sul futuro: «Siamo curiosi di capire ora come proseguirà questa farsa: con le dimissioni di Basile da capo di gabinetto e quindi una ulteriore nomina in quel ruolo (sarebbe la quarta in 2 anni)? Oppure quello a Basile è soltanto un incarico a tempo?».

 11-10-2010]

 

 

UN CONSOLATO PER CORALLO JR! - PERCHÉ MAI LA SEGRETERIA GENERALE DELLA FARNESINA CHIEDE CON INSISTENZA AL CONSOLE ITALIANO A MIAMI LA NOMINA A CONSOLE ONORARIO PER IL RE DELLE SLOT MACHINE ATLANTIS E FIGLIO DEL PREGIUDICATO TANINO? - CHE STRANO/1: IL CONSOLE RIFIUTA E SUBISCE UN ATTENTATO - CHE STRANO/2: SUA FIGLIA È RAPPRESENTANTE DI 5 SOCIETÀ CHE HANNO SEDE NELLA STESSA SUITE DELLA CORPAG GROUP, QUELLA DI WALFENZAO - FRATTINI SMENTISCE: QUANDO ABBIAMO CAPITO CHI ERA IL PADRE ABBIAMO MOLLATO TUTTO

1 - UN CONSOLATO AI CARAIBI PER CORALLO JUNIOR - LE MAIL DELLA FARNESINA NELLA MONTECARLO STORY...
Daniele Mastrogiacomo per "la Repubblica"

L´affaire Montecarlo è nato a Miami. Lì è stato concepito e sempre lì, alla fine, è approdato. Secondo indiscrezioni della Procura romana, nei giorni scorsi sarebbe stato acquisito un rapporto della Dea statunitense, collegata all´Interpol, nel quale si segnala una serie di pressioni per far ottenere la carica di console onorario italiano presso l´isola di San Marteen, altro paradiso fiscale dei Caraibi vicino a Santa Lucia, a Francesco Corallo.

Si tratta del figlio del più noto Tanino, legato al boss catanese Nitto Santapaola, già latitante e condannato a sette anni di carcere per associazione a delinquere. Il nome di Francesco Corallo sarebbe stato suggerito in tre occasioni. Le segnalazioni via mail, con il tempo diventate quasi un ordine, sarebbero partite dalla Segreteria generale della Farnesina nel maggio scorso, due mesi prima che il caso Montecarlo scoppiasse sui giornali.

Destinatario delle pressioni il console italiano di Miami, Marco Rocca.
Nel rapporto della Dea sarebbero state allegate le mail scambiate tra alcuni alti funzionari del ministero degli Esteri italiano e il nostro rappresentante in Florida.

Rocca, stando alle indiscrezioni raccolte, avrebbe sottolineato subito le sue perplessità ad una nomina così poco opportuna. E davanti alle reiterate insistenze della Farnesina avrebbe alla fine opposto un secco rifiuto. Non sappiamo se si tratta di una casualità. Ma leggendo le cronache di Miami si scopre che proprio in quei giorni il console italiano è rimasto vittima di un misterioso attentato. La sua auto è stata avvolta dalla fiamme e la moglie che si trovava alla guida si è salvata per miracolo.

Nei giorni successivi sarebbero giunte al suo telefono altre minacce. A prescindere dalla necessità di nominare un nostro diplomatico sull´isola di San Marteen, non si capisce sulla base di quali valutazioni si sia proposto il nome di un imprenditore noto alle cronache per essere il primo azionista della Atlantis World Nv, società con base alle Antille olandesi, poi trasformata in Betplus, concessionaria al 30 per cento del mercato delle slot machines (introiti di 30 miliardi l´anno) grazie ad un accordo con lo Stato italiano.

Francesco Corallo ha la fedina immacolata. Non ha subito mai una condanna e non è mai stato indagato in alcuna inchiesta. Ma il suo nome è collegato all´affaire Montecarlo. La società di cui è azionista maggioritario è rappresentata a Miami da James Walfenzao. Avvocato e broker internazionale con altre società e referenze altissime a Monaco, Antille olandesi e a Panama, Walfenzao è anche amministratore della Corpag group, cui fanno riferimento la Printemps ltd e Timara ltd, ufficialmente proprietarie dell´appartamento lasciato in eredità ad An e rappresentate a Santa Lucia dall´avvocato Michael Gordon.

L´interesse della magistratura nasce anche dalla mail che Valter Lavitola, direttore dell´Avanti, ha pubblicato sul suo giornale. Nella missiva, l´avvocato Gordon si lamentava con Walfenzao del chiasso italiano nato attorno alle due società che rappresenta e suggeriva di parlarne con il loro cliente «la cui sorella sembra avere forti legami con uno dei due uomini politici coinvolti nello scontro». Il collegamento con Giancarlo Tulliani e quindi con il presidente Fini era evidente.

Talmente evidente da far nascere forti dubbi agli stessi inquirenti sulla genuinità della mail. E´ l´originale o qualcuno l´ha modificata? Gli inquirenti ipotizzano uno scenario diverso su cosa sia accaduto nell´affaire Montecarlo. Per entrare in possesso della casa di Montecarlo in modo discreto, qualcuno degli ambienti del presidente della Camera, non necessariamente "finiano", si affida a Francesco Corallo, già molto vicino all´esponente del Pdl, ex Alleanza nazionale, Amedeo Laboccetta.

Corallo si rivolge a un suo uomo di fiducia, James Walfenzao, il quale costituisce due società off-shore che acquistano e si vendono l´appartamento. Il premio per il lavoro svolto da Corallo è la sua nomina a console onorario di San Marteen.

Nomina che alla fine viene scartata. Con l´ennesima coincidenza in questo giallo: la figlia del console Marco Rocca, Giada, è rappresentante di cinque società che hanno sede nella stessa suite della Corpag group, quella di Walfenzao.


2 - FARNESINA, SBAGLIATA RICOSTRUZIONE ANNOZERO SU CONSOLATO ST.MARTEEN...
(Adnkronos) - E' sbagliata la ricostruzione fatta dalla trasmissione 'Annozero' di Michele Santoro su un possibile Consolato onorario a St Marteen. E' quanto si legge in un comunicato diffuso dal ministero degli Esteri. "Alla Farnesina - si legge - si fa rilevare come le ricostruzioni fornite ieri sera da 'Annozero' e stamane da alcuni organi di stampa in merito all'eventuale istituzione di un Consolato Onorario in St. Marteen non siano corrette e cio' anche a seguito del lavoro di verifica disposto immediatamente dal Ministro Frattini".

Nella nota si sottolinea che "il Ministro Frattini ha chiesto di poter acquisire nei tempi piu' rapidi possibili gli atti inviati all'Ispettorato Generale del Ministero dal Console Generale a Miami relativi agli incidenti e alle minacce subite. Si precisa anzitutto che la nomina dei consoli onorari non avviene su designazione del Ministro degli Esteri, il quale non ne firma neppure la nomina, e non coinvolge in nessun modo il livello politico, bensi' segue un iter amministrativo interno attraverso i competenti uffici della Farnesina e la sede della rete diplomatico-consolare al quale il consolato onorario appartiene territorialmente".

Nel caso specifico, prosegue il comunicato della Farnesina, "la procedura amministrativa non e' mai neppure stata formalmente avviata". In particolare, al consolato Generale in Miami, competente territorialmente era stata avanzata dagli Uffici della Segreteria Generale del Ministero una richiesta informale di elementi e valutazioni sull'opportunita' di istituire un Ufficio Consolare onorario in St. Marteen e di nominarvi il Sig. Francesco Corallo. Quest'ultimo si era reso disponibile ad assumere tale incarico, attraverso una segnalazione pervenuta - come spesso accade in casi analoghi - ai suddetti Uffici del Ministero".

A seguito della risposta, del pari informale, fatta pervenire dal citato Consolato Generale in Miami - si legge ancora nel comunicato diffuso dalla Farnesina - facente stato di elementi di inopportunita' al riguardo. legati all'esistenza di precedenti penali del padre dell'interessato, ogni ulteriore seguito e' stato immediatamente cessato".

"Di conseguenza - conclude la nota del ministero degli Esteri - non risulta vero che vi siano state richieste successive 'imperative' di nominare il Signor Corallo come console onorario a St. Marteen, cosi' come non risulta vero che quest'ultimo sia stato mai nominato".08-10-2010]

 

 

IN CONSIGLIO DEI MINISTRI. VELOCI, SI VOTA...
Può il Consiglio dei ministri in soli 25 minuti discutere e approvare un disegno di legge, cinque decreti legislativi, due schemi di decreto legislativo, uno schema di disegno di legge, due decreti presidenziali e quattro nomine? Sì, a leggere i verbali delle sedute. È successo il 24 settembre, e a giudicare dalla durata media delle ultime riunioni del governo è tutt'altro che un'eccezione.

Nell'ultimo mese le riunioni di Palazzo Chigi non hanno mai superato i 25 minuti, fatta eccezione per quella del 17 settembre, quando in soli 40 minuti sono stati esaminati e approvati sette punti all'ordine del giorno, tra i quali due disegni di legge di riforma del settore postale e della difesa, il decreto legislativo su Roma capitale, oltre alle solite quattro nomine. A settembre il consiglio dei ministri ha lavorato in tutto 105 minuti, con una media di 26 minuti a seduta. Giusto il tempo di votare. O. F.

20.10.10

 

 

 

LIU XIABO QUESTO E’ CORAGGIO VERO , QUELLO CHE TI TRASMETTONO UOMINI CHE METTONO GLI IDEALI PRIMA DEI LORO INTERESSI PERSONALI INFATTI I MARCHYAKY MI HANNO QUERELATO PER AVER DETTO IL 27,04.2008 BASTA AFFARI CON LA CINA CHE HA LE MANI INSANGUINATE. Mb

C’ERA LIU - CHI HA OGGI IL CORAGGIO DI SFANCULARE LA CINA, ORMAI PADRONA DELL’OCCIDENTE, A PARTIRE DAL FU IMPERO AMERICANO? è RIMASTA L’AUTOSUFFICIENTE, ECONOMICAMENTE PARLANDO, SVEZIA CON IL SUO PREMIO NOBEL PER LA PACE - IL DEMOCRATICO COMMENTO DI PECHINO SUL DISSIDENTE PREMIATO PARLA DI "OSCENITà" - LA LETTERA SU “INTERNATIONAL HERALD TRIBUNE” DI VACLAV HAVEL...

- LA LETTERA SULL' "INTERNATIONAL HERALD TRIBUNE" DI VACLAV HAVEL, DANA NEMCOVA E DEL VESCOVO VACLAV MALY A SOSTEGNO DELLA CANDIDATURA DI LIU XIAOBO (20 SETTEMBRE 2010)...
http://nyti.ms/cuBpZy

2 - NOBEL A UN DISSIDENTE, SCHIAFFO ALLA CINA...
Dal "Corriere.it"

Il premio Nobel per la pace va al dissidente cinese Liu Xiaobo. Confermate dunque le previsioni della vigilia, nonostante le pressioni di Pechino. Del resto, prima dell'annuncio ufficiale, lo stesso comitato norvegese aveva affermato che si sarebbe trattato di una «scelta da difendere». Secondo le motivazioni che hanno accompagnato la decisione, Liu rappresenta «il simbolo della campagna per il rispetto e l'applicazione dei diritti umani fondamentali» in Cina.

Non si è fatta attendere la reazione di Pechino: la polizia si è subito recata nell'abitazione di Liu, per impedire alla moglie di rilasciare dichiarazioni alla stampa, e le trasmissioni della Bbc sull'annuncio del Nobel sono state interrotte. Poco dopo, è arrivato anche il commento ufficiale del governo, che parla di «oscenità». Secondo il ministero degli Esteri, Liu Xiaobo è «un criminale» che è stato condannato «dalla giustizia cinese». La decisione, prosegue la nota, è destinata a «nuocere alle relazioni tra la Cina e la Norvegia».

I COMMENTI - Tra le prime reazioni internazionali alla notizia c'è quella della Francia: il ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, ha chiesto l'immediata liberazione del dissidente. Anche Berlino si «augura» che Liu Xiaobo sia rimesso in libertà e possa ricevere il premio Nobel per la pace assegnato. L'Unione europea si felicita per l'assegnazione del Nobel, ma non chiede esplicitamente la sua liberazione.

Per il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, il riconoscimento a Liu Xiaobo è un premio a quanti nel mondo «lottano per la libertà e i diritti della persona». Significativa anche la dichiarazione del Dalai Lama: «Premiare con il Nobel per la pace Liu Xiaobo è il riconoscimento della comunità internazionale all'innalzamento della voce tra il popolo cinese per premere la Cina attraverso riforme politiche, legali e costituzionali».

LE MOTIVAZIONI - «Durante gli ultimi decenni - si legge nelle motivazioni del Comitato per il Nobel - la Cina ha fatto enormi progressi economici, forse unici al mondo, e molte persone sono state sollevate dalla povertà. Il Paese ha raggiunto un nuovo status che implica maggiore responsabilità nella scena internazionale, che riguarda anche i diritti politici. L'articolo 35 della Costituzione cinese stabilisce che i cittadini godono delle libertà di associazione, di assemblea, di manifestazione e di discorso, ma queste libertà in realtà non vengono messe in pratica».

Per oltre due decenni, continua il Comitato del Nobel, «Liu è stato un grande difensore dell'applicazione di questi diritti, ha preso parte alla protesta di Tienanmen nell '89, è stato tra i firmatari e i creatori del Manifesto 08 della democrazia in Cina. Liu ha costantemente sottolineato questi diritti violati dalla Cina. La campagna per il rispetto e l'applicazione dei diritti umani fondamentali è stata portata avanti da tanti cinesi e Liu è diventato il simbolo principale di questa lotta».

LA POLIZIA- Dopo l'annuncio del Nobel, davanti all'abitazione di Liu si è subito radunata una folla di giornalisti e cameraman. Anche la polizia si è recata nell'abitazione del premio Nobel. Gli agenti avrebbero impedito a Liu Xa, la moglie del neo premio Nobel, di parlare con i giornalisti. La donna però è stata raggiunta telefonicamente dall'Agence France Press: «Sono felicissima, non so che dire - ha detto - Voglio ringraziare tutti coloro che sostengono Liu Xiaobo. Voglio ringraziare il comitato del Nobel, Vaclav Havel, il Dalai Lama e tutti coloro che hanno sostenuto Liu Xiaobo».

«Chiedo con insistenza al governo cinese di liberarlo», ha aggiunto. Nella telefonata, la signora Liu ha detto che la polizia ha detto che intende accompagnarla nella provincia di Liaoning, dove il marito è in carcere, così che possa dargli la notizia del premio. Come affermato anche dal Comitato per il Nobel, infatti, Liu Xiaobo non è stato ancora informato.

IL PROFILO- Liu Xiaobo sta scontando una condanna ad 11 anni di carcere per «istigazione alla sovversione». L'intellettuale, che già aveva trascorso lunghi periodi in galera, è stato accusato di essere tra i promotori di Carta08, il documento favorevole alla democrazia che è stato firmato da oltre duemila cittadini cinesi. Liu era stato arrestato alla fine del 2008 ma la condanna gli fu inflitta nel giorno di Natale del 2009, probabilmente nella speranza di ridurre la copertura dei mezzi d'informazione occidentali.

3 - NOBEL AL DISSIDENTE LIU XIAOBO: SOLO LA CINA VOTA CONTRO...
Claudia Astarita per "Panorama.it"
Pubblicato il 5 febbraio 2010

Gli Stati Uniti non sono i soli ad aver deciso di cambiare la "strategia cinese". Sta forse per finire l'era dei compromessi perché l'Occidente vuole tornare in prima linea anche nella battaglia per il rispetto dei diritti umani in Cina?

Difficile rispondere, ma quando alla scelta di Barack Obama di incontrare il Dalai Lama a Washington si aggiungono le proposte di vari gruppi per assegnare il premio Nobel per la Pace al dissidente cinese Liu Xiaobo diventa molto più facile propendere per il sì.

Liu Xiaobo è un professore universitario noto in occidente essenzialmente come uno dei promotori della Carta 08, un documento con cui 300 attivisti e più di 8.000 simpatizzanti hanno chiesto a Pechino di rilanciare il dibattito e l'interesse per quelle riforme politiche che, a differenza di quelle economiche, non sono mai state avviate.
Ma Liu Xiaobo, per i cinesi, non rappresenta solo il leader della Carta 08.

Liu Xiaobo è senza dubbio il dissidente più famoso al mondo, erede del movimento del 4 maggio. Come critico letterario fece parlare di se' per la prima volta nel 1986, quando in un articolo definì la letteratura di cicatrice, la corrente cinese che ha cercato di riflettere sugli anni più bui della storia del Paese, quelli della Rivoluzione culturale, un movimento non indipendente ma plagiato dal partito. Venne soprannominato "cavallo nero", e i più giovani amano ricordarlo perché, nell'aprile dell'89, dagli Stati Uniti ritornò a Pechino per sostenere il movimento studentesco. Il 3 giugno lanciò uno sciopero della fame contro la repressione violenta a Tiananmen, e dopo la mezzanotte dello stesso giorno negoziò con i militari l'evacuazione degli studenti dalla Piazza.

Quella stessa notte venne arrestato, e trascorse poi venti mesi in prigione senza che venisse mai formalizzata un'esplicita condanna contro la sua persona. A un certo punto venne liberato, ma i due anni di carcere non servirono a dissuaderlo dal pubblicare (questa volta solo sulle riviste di Hong Kong) le sue riflessioni sul regime cinese.

Nel '95 venne di nuovo sottoposto a otto mesi di arresti domiciliari per aver promosso una petizione che richiedeva la liberazione dei prigionieri politici cinesi, e nel '96 fu spedito in un campo di rieducazione tramite il lavoro per aver sostenuto una seconda petizione. Vi rimase fino al '99, ma anche dopo questa esperienza non ha rinunciato all'attivismo politico. Dopo la vicenda di Carta 08 è rimasto rinchiuso in un albergo-prigione alla periferia di Pechino, fino al 25 dicembre scorso, data in cui è stata formalizzata la sua condanna a 11 anni di carcere con l'accusa di "sovversione anti-statale".

Liu Xiaobo rappresenta il legame tra tutte le generazioni dei dissidenti cinesi: gli anziani lo stimano, e anche i giovani lo sentono vicino. All'estero, i suoi sostenitori si stanno attivando per fare in modo che il professore cinese riceva il premio Nobel che merita. Il Dalai Lama, Vaclav Havel e Desmond Tutu hanno pubblicato una lettera aperta indirizzata al comitato norvegese per il Nobel in cui è stato sottolineato che "l'impegno di Liu per portare la democrazia in Cina è, soprattutto, teso al beneficio della popolazione cinese. Il suo coraggio e il suo esempio possono aiutare a far sorgere una nuova alba di partecipazione della Cina negli affari internazionali, grazie a una società civile e indipendente".

Il gruppo Pen, che si batte da tempo per far rispettare le libertà di espressione nel mondo, ha presentato a Stoccolma una richiesta simile con il sostegno, tra gli altri, di Kwame Appiah, Salman Rushdie, Philip Roth e Ha Jin in cui ha sostenuto che "onorare [Liu] con il Nobel sarebbe un modo perfetto per sottolineare che i diritti che chiede a Pechino sono incastonati nel diritto internazionale".

La Cina, è scontato scriverlo, non è d'accordo: "sarebbe un errore assegnare il Nobel per la Pace ad una persona del genere", ha commentato lapidario il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Ma Zhaoxu.
È evidente che il Nobel assegnato a Liu Xiaobo rappresenterebbe per Pechino uno schiaffo particolarmente difficile da dimenticare.

 08-10-2010]

 

 

www.mondialedeigiovani.org

 

CINQUE TERRE E UN CASINO - DALL’INCHIESTA CHE HA PORTATO IN CELLA IL PRESIDENTE PD DEL PARCO UNO SPACCATO DEL BELPAESE TRA SEGGI SCIPPATI, TRADIMENTI E "CORVI", CARTE FALSE E AMANTI - BONANINI NON OTTIENE IL SEGGIO IN REGIONE E SI SFOGA CONTRO BURLANDO: "MI HANNO FREGATO" - LA SEGRETARIA CHE LO AIUTAVA AD AGGIRARE LA CONTABILITÀ: "GLI DICEVO SEMPRE SÌ. ERO INNAMORATA"...

Guido Mattioni per "il Giornale"

 

A differenza dei travagli, dei d'avanzi e di tanti altri democratici colleghi, mancati grandi inquisitori - nati, ahiloro, in un secolo sbagliato! - noi del Giornale non amiamo veder finire la gente in cella e inorridiamo al tintinnio degli schiavettoni. Solidarizzando anzi per istinto, in base alla sacrosanta ovvietà che nessuno è colpevole fino all'ultimo grado di giudizio, con chi si ritrova nel tritacarne giudiziario. Solidarietà accresciuta se un indagato è in carcere, pur se in infermeria, con seri problemi di salute.

 

È storia ricorrente. È storia anche di questi giorni. Pare siano infatti ben più che serie le condizioni di Franco Bonanini, ex presidente del Parco delle Cinque Terre ed esponente del Pd ligure, rinchiuso da lunedì scorso nel centro clinico del penitenziario di Pisa come indagato numero uno, primo di una lista di 25 persone, nell'inchiesta che ha portato alla luce un oggettivo malaffare, un verminaio che ha come sfondo - ironia della legge del contrasto - proprio uno dei più bei paesaggi d'Italia. E che avrebbe arrecato allo Stato un danno da un milione di euro.

Come amano dichiarare alle telecamere gli ipocriti, e ripetere a pappagallo quelli che guardano troppa tivù, concediamo pure noi ritualmente che «la giustizia faccia il suo corso». Resta il fatto che questo pasticciaccio brutto di Riomaggiore si presti forse di più - in attesa appunto di giudizio - a essere raccontato in altro modo.

 

Come una storia squisitamente italiana, grassamente di provincia, ormonalmente da strapaese. Vicenda in cui le ambizioni sproporzionate di uomini e donne in fondo piccoli, finiscono per intrecciarsi come in un romanzetto d'appendice con banali avidità e pulsioni ben più personali, personalissime, di quelle che si sfogano su un letto cigolante. Vicenda insomma più degna di essere scritta sulla carta grossolana del salumiere che non su quella dei mattinali o dei protocolli bollati. Non è un caso che proprio «Mani unte» - a volte anche gli inquirenti sorridono - sia il nomignolo affibbiato all'indagine.

A prescindere da quelli che saranno oppure no i reati accertati, dalle pagine di questo fumettone in salsa ligure scaturiscono un solo protagonista e tante comparse. Su tutti, per ruolo raggiunto e per mire ancora insoddisfatte, spicca proprio Bonanini, uomo di sinistra stimato anche a destra per tutto ciò che ha fatto di buono per le Cinque Terre. Pur se ben piazzato nel ruolo di vertice di un ente del genere, senza dubbio anche chic, che vanta perfino la benedizione dell'Unesco, lui non si accontenta. Divorato da una fregola di onnipotenza che gli ha procurato il nomignolo di «Faraone», il nostro sgomita e si affanna. Punta al Parlamento italiano e non ce la fa.

 

Sogna quello europeo e il seggio a Strasburgo, che in prima battuta sembrava conquistato, gli svanisce da sotto le natiche il giorno dopo, per una stramaledetta riconta dei voti. Ripiega allora sulla Regione Liguria, ma manca anche quella per un pugno di voti a suo dire scomparsi - e se ne lagna imprudentemente con tutti, cani e porci, «Claudio mi ha fregato» - per colpa del governatore in carica Claudio Burlando, suo compagno di partito. Col che oggi, ragionando sulla sua recente caduta in disgrazia, si potrebbe anche azzardare un pensierino malizioso.

Ma non volano soltanto le invettive. Da questa storia italiana giunge anche l'eco di ansiti e gemiti. Inequivocabili. Nella gestione del parco, il Faraone avrebbe fatto materialmente carte false proprio grazie alla relazione con Francesca Truffello, 45 anni - volevate mancasse il cherchez la femme? - responsabile del protocollo al Comune di Riomaggiore, paese del quale Bonanini era sindaco-ombra. In pratica, migliaia di pagine che la fedelissima lasciava in bianco perché poi lui potesse retrodatare i mandati di spesa quando arrivavano i fondi pubblici.

 

«Ero innamorata, gli dicevo sempre sì», si giustifica ora lei, capace di missioni impossibili come recuperare chissà mai dove, nell'inverno 2010, una marca da bollo del 2007 - più introvabile di un Gronchi rosa! -, indispensabile per coprire gli artifizi amministrativi.

Quanto ai comprimari, quelli con i quali Bonanini comunicava in modo maniacale attraverso pizzini puntualmente conclusi dall'intimazione «fallo sparire subito», spulciando la lista degli indagati emerge in verità un solo nome di spicco, quello di un alto funzionario della Regione, Enrico Bonanni, sospettato di essere la «talpa» rivelatrice delle indagini in corso. Gli altri? Autentici signori nessuno: qualche commercialista revisore di conti, due o tre geometri e amministrativi comunali, un comandante dei vigili. Nomi da timbri, da scrivanie polverose, da giustificazioni del tipo «no, è fuori stanza». Una stanza da travet, ma che aveva una splendida vista mare.

 

 

[04-10-2010]

 

 

 

Milena Gabanelli scrive una lettera al Corriere sulla nomina del Mostro Sacro Veronesi alla guida dell’agenzia per la sicurezza del nucleare - Con classe, lo fa a pezzi, ricordando che ha 85 anni e che vuole un incarico che ne dura altri sette. Che è già senatore e "forse ha troppi impegni’ per essere uno che accettò il laticlavio "a patto di non togliere troppo tempo ai suoi pazienti


1 - "DIRE BASTA"
Da "la Repubblica" - "L'Italia sana deve dire basta". Sotto questo titolo lo spagnolo "El Pais" dedica un articolo a Milena Gabanelli. "L'opposizione è inesistente e ilpopolo si fa sentire poco. C'è chi delinque, chi evade - dice la giornalista di "Report" - ma anche chi vede e non dice nulla pure essendo persone perbene".

 


2 - «CARO VERONESI, TROPPI IMPEGNI»
Lettera al "Corriere Della Sera"

Caro direttore, premetto che non ho interesse per le preferenze politiche del Prof. Veronesi; è un oncologo di fama e mi aspetto che faccia tutto quello che può per curare il cancro. Da un paio d'anni è anche senatore, carica che ha accettato a patto che non gli porti via tempo per i suoi pazienti. Intento nobile verso i pazienti, meno verso i cittadini che, pagando un lauto stipendio ai senatori, si aspettano che dedichino le loro energie alla gestione politica del Paese.

Ora è stato proposto il suo nome come Presidente dell'Agenzia per la Sicurezza del Nucleare, nomina che accetterebbe volentieri, di nuovo a condizione che non sottragga tempo ai suoi pazienti. Ovvero, bisognerebbe adattare le necessità di un'agenzia così delicata e fondamentale agli impegni del candidato presidente. Intanto venerdì scorso in Senato è stato approvato un decreto che gli consentirebbe, se volesse, di andare in deroga alla legge che vieta a chi ha incarichi politici di presiedere un'authority.

 

Riguardo invece alla sua competenza in materia, scrive: «Sono un appassionato di fisica, non a caso ho ricevuto la laurea honoris causa». Nuclearista convinto, cita la Francia come modello di qualità di vita per noi italiani. Partendo dal presupposto che l'agenzia non sia un bluff ma qualcosa di straordinariamente serio, non è affatto rassicurante l'idea che venga diretta (nei ritagli di tempo) per 7 anni, da un uomo che oggi ne ha 85, anche se è il più bravo oncologo del pianeta.

 

Presiedere l'agenzia per il nucleare vuol dire affrontare problemi di carattere tecnico, elaborare i regolamenti insieme ai commissari, dare il parere sui progetti, verificare il rispetto delle regole e prescrizioni a cui sono sottomesse le installazioni. Un lavoro certamente a tempo pieno, meglio se subordinato a una competenza specifica, più che a una passione.

Siccome il Prof. Veronesi cita il modello francese, saprà che la loro agenzia (ASN) è diretta da Jean Christophe Niel, 49 anni (laureato in fisica teorica che ha ricoperto incarichi di vertice nel controllo sul ciclo del combustibile e dei rifiuti, ed è stato per anni capo del dipartimento per la sicurezza dei materiali radioattivi). Il presidente è Andrè-Claude Lacoste, 69 anni, ingegnere, da 17 anni con incarichi direttivi nel settore sicurezza nucleare.

 

Il Prof. Veronesi ha poi espresso un'opinione sul fattore rischio («oggi calcolato quasi vicino allo zero»), che sembra non tener conto dei cosiddetti piccoli incidenti quotidiani, riportati da tutte le Agenzie, che si verificano proprio in Francia; per non parlare delle basse emissioni permanenti degli impianti, come dimostra lo studio del Prof. Hoffman ordinato dalla Cancelliera Merkel.

Parlare invece di nucleare come «l'alternativa più valida al petrolio» è solo suggestivo, poiché il petrolio serve soprattutto a far muovere le macchine e solo in minima parte ad alimentare le centrali elettriche. Infatti in Francia, Paese più nuclearizzato d'Europa, il consumo procapite di petrolio è più alto rispetto a quello italiano. Succede di essere approssimativi quando ci si occupa di troppe cose.
Milena Gabanelli

27-07-2010]

 

 

IL TRIBUNALE DI LA MADDALENA VUOLE PROCESSARE LELE MORA PER “LESIONI PERSONALI”, MA NON LO TROVA, QUATTRO UDIENZE SALTATE - A CAVALLO IN CORSICA DISARCIONATO IL ’RESTAURATORE’ ESTETICO GASPAROTTI - VUOI DIVENTARE BUTTAFUORI E PICCHIARE LA GENTE? DEVI AVERE IL PATENTINO, ISCRIVITI AL PRIMO CORSO A NUORO - ALL’AEROPORTO DI OLBIA NON SANNO CHI è BELEN - NON DITE A VESPA E BERLUSCONI CHE LA MURGIA SARà L’OPINIONISTA DI DARIA BIGNARDI A “LE INVASIONI BARBARICHE”...

Luciano Verre da Porto Cervo e Porto Rotondo per Dagospia

 

1- Se incontrate Lele Mora per strada o in un camerino TV o nella dependance di una disco, luoghi a lui tanto cari, comunicategli che il giudice di pace del tribunale di La Maddalena lo sta cercando da 5 anni per processarlo, ma non lo trova, risulta "irreperibile" o "sconosciuto" o "decedeuto" (sic!).

 

Le notifiche vanno a vuoto. Il manager è accusato di "lesioni personali" nei confronti di una bambina. Ecco la spy-story. Nell'estate del 2005 la "L.M. Iniziative speciali srl" (di proprietà di Lele Mora) prese in gestione l'hotel I Fenicotteri di Cala del Faro. Il 13 luglio una bambina (Bendetta B., 5 anni, laziale) si tuffò nella piscina e venne risucchiata da una potente idrovora per la pulizia della vasca lasciata in funzione dagli addetti alla manutenzione e rischiò di annegare.

Lele Mora fu rinviatio a giudizio, ma a tutto oggi ben quattro udienze sono saltate per l'impossibilità dell'ufficiale giudiziario di rintracciare il più che presenzialista manager di veline & affini. In viale Monza a Milano, dove ha sede l'ufficio storico di Mora, nessuno ritira gli atti giudiziari perché "il capo non c'è, è residente in Svizzera, cercatelo là". L'altra mattina alla quarta udienza maddalenina l'imputato era ancora assente.

 

E così, altro rinvio, questa volta a marzo 2011. Ma il giudice maddalenino ora pare seriamente... incazzato. Intende ricorrere agli 007 internazionali del Ministero di Grazia e Giustizia. "Una situazione che sa dell'incredibile e anche del ridicolo", dice l'avvocato della famiglia della bambina ferita "quattro udienze saltate e nessuno riesce a trovare il Mora che pure vediamo spesso in tv, mah!". Eppure Mora questa estate era spesso a Porto Cervo, mah!

 

2- Qui Porto Rotondo a voi Cavallo in Corsica, Francia. Questa estate Marco Gasparotti, medico spacializzato in operazioni di chiurgia plastica, estetica e ricostruttiva, lifiting facciali e rinoplastica e chi più ne ha più ne metta (di euro), è stato richiamato più volte dalla gendarmeria di Cavallo, l'isola dei ricchi di tutto il mondo, perché il figlio minorenne, un vero discolo, ne combinava di tutti i colori, "rompeva la quiete dei vacanciers, ha rischiato di essere allontano dall'isola", ha detto un residente.

 

3-Forse non lo sapevate, ma dal 1 gennaio 2011 i "buttafuori" che vediamo davanti ai locali o quelli che scortano i divi, dovranno essere dotati di un regolare patentino ed essere registrati nelle Prefetture. Ecco dunque la prima scuola per "buttafuori" e sapete dove? A Nuoro, piena Sardegna. Tanti gli iscritti, sardi e continentali. Novanta ore con docenti universitari, forze dell'ordine, piscologi, vigili del fuoco, vigili urbani, avvocati. Insomma una cosa seria. Con la Costa Smeralda a due passi, il lavoro è assicurato, puoi menare ma devi avere il patentino.

4- Anche le celebrità nel loro piccolo si incazzano. E' capitato a Belen Rodriguez durante un fine settimana bollente (ma non con Fabrizio Corona) a Porto Cervo. Al rientro ha presentato all'aeroporto Costa Smeralda di Olbia un biglietto scaduto. Apriti cielo. Lei non sa chi sono io (Belen). Lo so chi è lei ma non parte lo stesso (la hostess). Allora chiamo i carabinieri (Belen).

 

Li chiami faccia lei (hostess). Alla fine la diva è salita sul volo strapieno ma si è seduta su uno "sgabellino" con accanto un bambino rompipalle che ripeteva: "Mamma mamma, guarda la ragazza dei telefoni". Pare sia stato un errore della nuova segretaria della Rodriguez, la simpatica Paola Benegas, che ha rischiato licenziamento in tronco.

5- Stasera tornano "Le invasioni barbariche" su La7 (dopo essere stati per un anno su Raidue) e Daria Bignardi non sta nella pelle. Al suo fianco, come opinionista, avrà Michela Murgia, la scrittrice sarda vincitrice dell'ultimo Campiello con il romanzo "Accabadora" (che tradotto dal sardo vuol dire: donna che nell'antichità uccideva con colpo secco di martello alla tempia i vecchi che duravano troppo in agonia). Daria le ha concesso carta bianca, può dire e disdire, fare e disfare. E la Murgia minaccia: "Farò l'accabadora con i politici, li ammazzo tutti". Silvio, sei avvisato!01-10-2010]

 

 

INDAGINE SUL PIRATA NAPOLETANO DEI CARAIBI CHE VUOLE DETRONIZZARE FINI - ISCRITTO A UNA LOGGIA MASSONICA DI NAPOLI, GRANDE AMICO DI CICCHITTO E DI DE GREGORIO, COME è RIUSCITO IL DIRETTORE-EDITORE DELL’"AVANTI", IN POCO PIÙ DI UN ANNO, A SOSTITUIRE TARANTINI IN TUTTO E PER TUTTO NEL CUORE DELL’ARCONTE DI ARCORE - "L’ESPRESSO" FA RUOTARE LA PUBBLICAZIONE DELLA FATIDICA "NOTA CONFIDENZIALE" E LE DICHIARAZIONI DEL GOVERNO DI SANTA LUCIA SUL CASO FINI-TULLIANI AL RAPPOIRTO STRETTO CHE LEGA LAVITOLA E BERLUSCONI AL PRESIDENTE DI PANAMA RICARDO MARTINELLI

Emiliano Fittipaldi per "L'espresso"

 


Lavitola, chi era costui? Mezza Italia da una settimana si fa questa domanda. Lavitola, indicato dai finiani come il faccendiere che ha brigato per produrre dossier sulla casa di Montecarlo abitata da Giancarlo Tulliani, è l'uomo del momento. Difficile catalogarlo: direttore ed editore dell'"Avanti", imprenditore ittico, nato a Salerno ma residente in Basilicata, iscritto a una Loggia massonica di Napoli (come ha scoperto due anni fa "La voce delle voci") con numero progressivo 13.462, grande amico di Fabrizio Cicchitto e di Sergio De Gregorio, di sicuro in poco più di un anno è riuscito a diventare "il preferito" di Silvio Berlusconi.

 

"Nel cuore del premier", racconta una fonte vicina a Palazzo Chigi, "Lavitola ha sostituito Giampaolo Tarantini in tutto e per tutto. Insieme passano molte serate a Tor Crescenza", il castello affittato dal presidente del Consiglio, posto fantastico lontano dal centro di Roma e da occhi indiscreti.

Valter si vanta della sua amicizia, ma non è un mitomane: è talmente vicino al premier che qualche mese fa alcuni imprenditori friulani, conoscendo la sua passione per la caccia, prima di invitarlo a una battuta si sono premuniti di comprare dei cervi dalla vicina Slovenia, in modo da fargli trovare prede adeguate al suo nuovo rango di favorito del sultano.

Nel cerchio ristretto di Silvio il nome circolava da tempo, accompagnato spesso da smorfie che dissimulano invidia e, soprattutto, preoccupazione. Gianni Letta, Paolo Bonaiuti, Niccolò Ghedini e Valentino Valentini non lo amano troppo, ma Berlusconi, si sa, fa di testa sua. Così il nome di Lavitola spunta per la prima volta a fine giugno, quando il capo del governo è in Brasile in visita di Stato. I giornali locali lo identificano come il "rappresentante della presidenza del Consiglio per Brasile e Panama", e come organizzatore di un festino in onore del Cavaliere. Protagoniste assolute sette ballerine di lap dance.

 

Due mesi e mezzo di silenzio, poi la nuova ribalta a causa delle accuse di Italo Bocchino, (pare) supportate da prove raccolte da un investigatore privato che per conto dei finiani ha fatto una controinchiesta sul campo.

Nessuno sa se il capo di Futuro e Libertà ha in mano documenti schiaccianti sulle attività di dossieraggio di Valter, che ha già annunciato querela. "L'espresso" ha però contattato due autorevoli fonti vicine al Cavaliere, che fanno notare come Lavitola, per sua stessa ammissione, negli ultimi mesi ha viaggiato tra Brasile, Santa Lucia e Panama. Proprio lo staterello dell'istmo sarebbe lo snodo fondamentale della presunta connection. "In Centroamerica Berlusconi e Lavitola arrivano il 30 giugno, il giorno dopo la festa nell'albergo di San Paolo: il premier doveva inaugurare i lavori d'ampliamento del Canale", un affare miliardario dove sono riusciti a entrare anche le italiane Impregilo e Finmeccanica.

 

"Sia Lavitola che Berlusconi conoscono bene il presidente di Panama Ricardo Martinelli", raccontano all'unisono le fonti, che chiedono di rimanere anonime. "Martinelli è un imprenditore italo-panamense che ha fatto i soldi nella grande distribuzione, un conservatore che ha buoni rapporti con il governo della vicina isola di Santa Lucia".

 

Impossibile dire oggi, chiosano le fonti, "se Lavitola abbia chiesto a Martinelli di fare pressioni sul governo del paradiso fiscale per scrivere la lettera che incastrerebbe Giancarlo Tulliani e Gianfranco Fini, ma nella storia non s'è mai visto un documento così insolito".

Come è insolito il comportamento tenuto negli ultimi giorni da Lavitola e dal ministro Francis, autore della nota sull'effettivo beneficiario (che sarebbe Tulliani) delle due società (la Timara e la Printemps) che hanno comprato la casa di Montecarlo: entrambi, parlando di una e-mail di James Walfenzao (il gestore delle società) che avrebbe dato il via all'inchiesta, si sono ingarbugliati sulle date in cui ne sarebbero venuti in possesso.

 

Lavitola prima ha dichiarato di averla avuta a giugno, poi si è corretto e ha parlato di agosto, mentre Francis ha spiegato di avere iniziato l'inchiesta, grazie anche all'e-mail, tra marzo e giugno. Nella missiva, ha scritto proprio Lavitola sull'"Avanti", Walfenzao avrebbe scritto di essere preoccupato per "uno scontro tra Fini e Berlusconi basato sulla proprietà di un immobile": peccato che il caso sia scoppiato molto più tardi, il 28 luglio.

 

L'imprenditore, nonostante le voci e le contraddizioni, è tranquillo. Il giorno successivo le accuse di Bocchino, è andato a caccia, in seguito è stato ricevuto dall'amico Silvio a Palazzo Grazioli. Chi lo conosce da tempo non si aspettava da lui una scalata al potere così repentina.

Nato nel 1966, figlio di uno psicologo che fu anche perito del boss Raffaele Cutolo (Valter racconta che il padre definiva il camorrista "un vero e proprio pazzo"), laureato in scienze politiche alla Sapienza, iscritto ai Giovani socialisti e chiamato da De Michelis "Valterino", Lavitola riesce nel 1996 a comprarsi la testata "Avanti" (senza L) insieme a De Gregorio.

 

Un colpaccio: il giornale, quasi clandestino, prende circa 2,5 milioni di contributi statali l'anno. All'inizio ci scrivono socialisti e pezzi da novanta come Brunetta, Boniver e Cicchitto, ma "dopo un po'" ricorda Giuliano Cazzola "Lavitola ha mandato via tutto il comitato direttivo. Un tipo strano, voleva comandare lui". La sua chance politica se la gioca nelle Europee 2004, quando è primo dei non eletti per Forza Italia al Sud, mentre nel 2009 non riesce a farsi mettere in lista.

 

Poco male, Lavitola ha mille risorse. Oltre alle attività di import-export in Sudamerica e a quelle di editore, il rampante che vanta l'amicizia di Bettino Craxi è stato negli anni amministratore e socio di 14 società, che spaziano dall'immobiliare all'agricoltura (La Beccaccia), dalla silvicoltura al tessile: nel 2003 l'imprenditore ha messo in piedi un consorzio per partecipare alla gara del ministero della Difesa per la fornitura di vestiti e stivali dell'esercito.

 

L'ultima avventura è di giugno, poco prima della partenza per il Brasile: Lavitola ha fondato una società di consulenza, la VL Consulting, di cui è socio unico e amministratore. Ora, è "difficile accettare che Valterino sia il centro di un complotto che fa traballare un governo e un partito". spiega l'ex sottosegretario socialista Mauro De Bue, che ben conosce Lavitola. "Non so neppure se i suoi rapporti con i Servizi di cui si è sempre vantato corrispondano a verità. Ma se fosse così, è proprio il caso di affermare: siamo proprio caduti in basso".

 01-10-2010]

 

 

 - PRESENTATE LE CORREZIONI PER LO "SCUDO" CHE MIRA A SOSPENDERE I PROCESSI AL PREMIER...
Liana Milella per "la Repubblica"

Con il lodo marcia allo scoperto, con la nuova legge ad personam e ad aziendam per bloccare il risarcimento Mondadori cammina sotto traccia. Sul primo ha dato ordine di ridurre al minimo ogni possibile conflitto ripiegando su un mini-scudo, sulla seconda sa che il colpo è grosso e i margini di trattativa del tutto esigui.

 

E sa soprattutto che, se vuole raggiungere l´obiettivo, ha bisogno di un decreto che gli faccia da contenitore. In caso contrario, la norma che tenta di vendere come necessaria per smaltire i processi civili, ma che in realtà gli serve per azzerare il conflitto Cir-Finivest, non arriverà mai in tempo. Considerato che il caso ormai è in appello.

Due pesi e due misure. Una cruna dell´ago assai smilza. Una regia in cui non si può sbagliare una mossa perché su un piatto della bilancia ci sono 500 milioni di euro e sull´altro l´obiettivo di veder bloccati i tre processi milanesi fino al termine della legislatura. Berlusconi ci prova. Ecco le mosse, a partire dai processi civili. Ci ha già provato una volta. Era il 7 luglio, e il Guardasigilli Angelino Alfano presentò al Senato una modifica alla manovra che calzava a pennello per la Mondadori.

 

Nella manovra, dunque per decreto. Cinque pagine, una quella strategica. Parola magica, come per il penale, garantire «la ragionevole durata del processo»: il giudice utilizza un ausiliario (un avvocato, un notaio, un professore) per affidargli la causa ritardataria. Sei mesi di rinvio (per Cir-Finivest si guadagnerebbe tempo). L´ausiliario elabora una via d´uscita. Se la parte accetta, il dibattimento si chiude, altrimenti se va avanti rischia di pagare tutto se alla fine il giudice adotta la soluzione dell´ausiliario. Naturalmente la legge si applica «anche ai giudizi pendenti».

«La soluzione è sempre questa» confermano fonti di via Arenula. Quella bloccata a luglio dal centrosinistra che costrinse Alfano al ritiro. Ma il 22 agosto, al primo consiglio utile, il premier riparte: «I processi civili sono talmente lenti da essere un ostacolo insormontabile per chi vuole investire in Italia». Serve «un piano straordinario per il rapido smaltimento delle cause civili pendenti». Come ieri in aula.

 

Pd e Idv non hanno cambiato idea. Felice Casson (Pd): «Per fare un favore al presidente non possono pensare di cancellare decine di migliaia di processi». Cinque milioni. «È consigliato male, ci metteremo di traverso». Donatella Ferranti: «Pensavamo che avesse abbandonato la strada delle norme ammazza-processi e invece torna a sventolare quella per eliminare l´arretrato civile. Dopo luglio pensavano che ormai fosse in decomposizione in qualche discarica».

Il dipietrista Luigi Li Gotti: «Tutti gli avvocati sono contrari. È una riforma assurda e costosa che privatizza di fatto la giustizia».

Il premier insiste, vuole la legge. Senza sconti.

 

Quelli fatti per il micro-scudo. Il relatore Carlo Vizzini, politico di lunga esperienza dai tempi della segreteria del Psdi, degli equilibri del pentapartito, della "primavera" di Palermo, ha prodotto un nuovo testo. Che smina il precedente. Non ci sono più i ministri. Sacrificati. Il che potrebbe far presagire una modifica del legittimo impedimento, dove invece i ministri ci sono. Soppressi perché «non sono dei pari grado del premier».

Garanzia che il lodo copre solo i dibattimenti. Un lodo «a richiesta», perché il capo dello Stato o del governo possono rinunciare. Con il vaglio del Parlamento che «entro 90 giorni» decide sulla richiesta del magistrato. Un lodo che vale per i reati commessi «prima» dell´assunzione della carica. E che, legato alla funzione e non alla persona, può essere utilizzato più di una volta, anche consecutiva. Per questo Pd e Idv lo bocceranno.

 

Il Cavaliere lo mette nel conto. Col nuovo testo è sicuro di non avere problemi con Fini e con Casini. Con loro, adesso, vuole mandare avanti la partita dei processi civili. Rischiando di azzerarne cinque milioni pur di far fuori il suo, quello da 500 milioni di euro.

2 - ALL IBERIAN, PALAZZO CHIGI CHIEDE IL CONTO A MILLS...
Da "la Repubblica"


Palazzo Chigi sta tentando di presentare il conto all´avvocato inglese David Mills. Così si legge la mossa della Presidenza del Consiglio che, nei giorni scorsi, ha chiesto all´avvocatura dello Stato di Milano copia delle sentenze di primo e secondo grado del processo in cui Mills è stato condannato a 4 anni e 6 mesi di reclusione (caso poi chiuso dalla Cassazione con l´intervenuta prescrizione ma con l´obbligo per l´imputato di risarcire 250 mila euro a Palazzo Chigi, che si era costituita parte civile sotto il governo di Romano Prodi).

 

Mills, processato per corruzione in atti giudiziari, aveva scritto alla Presidenza del Consiglio spiegando che non avrebbe pagato perché non riconosce la validità della condanna. Palazzo Chigi, però, ha deciso di rivolgersi per via diplomatica alle autorità inglesi e per questo ha chiesto le sentenze. Si tratta di copie con «visto di certificazione» che permetterà di utilizzarle formalmente anche all´estero.

Attraverso il ministero della Giustizia e quello degli Esteri, le carte saranno poi trasmesse a Londra per avviare l´iter che dovrebbe portare Mills a risarcire l´Italia per la vicenda dei 600 mila dollari incassati da emissari di Silvio Berlusconi al fine di favorire il fondatore della Fininvest dichiarando il falso nei processi All Iberian e tangenti alla Gdf.

30-09-2010]

 

 

Ricorda qualcuno? - Sono stati gli accertamenti sul rustico comprato DA Renato Brunetta a far scattare l’inchiesta LIGURE alle Cinque Terre - Brunetta (che non è indagato nell’inchiesta) ha, secondo i pm, comprato quel rustico pagando, nei fatti, solo il valore dei lavori effettuati. Secondo una stima di esperti del settore, un immobile di quelle dimensioni in quella zona potrebbe valere non meno di 300 mila euro - L’IRA DEL MINISTRO...

Marco Menduni per "Il Secolo XIX"

 

Sono stati gli accertamenti sul rustico comprato dal ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta a far scattare l'inchiesta alle Cinque Terre. Un rustico comprato dal ministro per quarantamila euro: questa la cifra rivelata dal presidente del Parco Franco Bonanini al Secolo XIX il 19 agosto scorso. Ma, come ha rivelato l'indagine, quello è solo il valore dei lavori di ristrutturazione fatti eseguire dal precedente proprietario prima di consegnarlo al ministro.

Il suo nome è Stefano Pecunia. È lui che nei mesi scorsi viene denunciato per alcune violazioni edilizie. Ed è lui che, di fronte agli inquirenti, spiega che presto la casetta passerà di mano: c'è già stata la firma del compromesso e il compratore è proprio il ministro.

 

Brunetta (che non è indagato nell'inchiesta) ha, secondo i pm, comprato quel rustico nelle Cinque Terre pagando, nei fatti, solo il valore dei lavori effettuati. Secondo una stima di esperti del settore, un immobile di quelle dimensioni in quella zona potrebbe valere non meno di 300 mila euro. E gran parte dell'inchiesta si snoda, da quella scoperta in poi, su una traccia.

Comprendere se la particolare generosità del proprietario sia stata poi "ricompensata" in qualche modo da Franco Bonanini, vecchio amico del ministro (nonostante la militanza su sponde opposte della politica) e, soprattutto, con quale denaro.

La genesi dell'inchiesta nel maggio scorso. Quando gli echi dell'affaire romano che ha coinvolto l'ex ministro Claudio Scajola e della casa con vista sul Colosseo induce la polizia giudiziaria a effettuare un controllo sul rustico di Brunetta.

Quando gli agenti arrivano sul sentiero dei Santuari, vicino a quello di Montenero, trovano intento al lavoro l'edile Daniele Carpanese. Cosa dichiara? Spiega di essere intento ad eseguire la ristrutturazione del rustico di proprietà di Stefano Pecunia: «È in fase di ultimazione, mancano solo gli scarichi e alcune rifiniture».

La polizia gli chiede se è già stato pagato. Lui risponde: «Ho effettuato lavori per circa 40mila euro, non ho alcun alcun contratto o computometrico con il proprietario e non ho ricevuto alcun compenso. Ho persino anticipato sia le spese per i materiali, sia quelle dell'elicottero per trasportarli in cantiere, perché si trova in una zona particolarmente impervia».

 

Scrivono i magistrati: «Quanto meno singolare sembra il fatto che Carpanese avesse dato il via ai relativi lavori senza sottoscrivere alcun contratto e senza un'apparente garanzia».

Come può essere giustificato questo comportamento? C'è una sola spiegazione, scrivono i pm: «Ed è in relazione al contenuto delle conversazioni intercettate, dal tenore delle quali si comprendeva come il presidente Bonanini e Tarabugi (il capo dell'uffico tecnico del Comune di Riomaggiore, ndr) fossero di fatto i garanti dell'operazione». E come si proponenevano, Bonanini e il suo collaboratore, di finanziare quei lavori? «Utilizzando anche i fondi pubblici derivanti dell'erogazione dal finanziamento al sito Canneto». Cioè finanziamenti per lavori che dovevano essere effettuati in una delle più incantevoli baie delle Cinque Terre. E che con la casa di Brunetta c'entravano poco.

Ma quali sono le intercettazioni che, sempre secondo la procura, «mettono in relazione il nome di Brunetta con il finanziamento dell'operazione del Canneto»?

Affiora un frammento di conversazione tra il geometra Tarabugi e Laura Vestito, architetto in Comune.

 

Tarabugi: «Giochi con i soldi di Brunetta e ha ragione. Chi glieli dà adesso?».

Vestito: «Se va in porto quella fattura di Canneto...omissis».

Altre intercettazioni rivelano «ulteriori conversazioni attinenti il rustico di Stefano Pecunia e una strana contrattazione che gli interlocutori volevano tenere segreta».

Perché? Ipotizza la procura: «Una possibile spiegazione di tante disponibilità verso Stefano Pecunia potrebbe essere riconducibile alle notizie apparse sugli organi di stampa, dai quali si evince che il rustico sarebbe stato acquistato da Brunetta, e di conseguenza l'attività degli dagli indagati sembrerebbe il tentativo di aggraziarsi il ministro e acquisire così, nei confronti dello stesso "debito di riconoscenza"».

 

Insomma: bisogna ripagare Pecunia, che ha concesso a "buon prezzo" il rustico al ministro. Come? Altra intercettazione. Bonanini parla ancora dei finanziamenti del Canneto: «Tra l'altro qui potremmo recuperare su con Stefano...». Conferma Tarabugi: «Sicuro, resta qualcosa. Copri Pecunia, Stefano...così portandola a 90 si arriva a 250».

Ce n'è tanto da far ipotizzare «una falsa rendicontazione del finanziamento del Canneto utilizzato per coprire un intervento per conto di Stefano Pecunia».

 


COMUNICATO STAMPA

Dichiarazione del Ministro Renato Brunetta:

"Ho appreso, come tutti con particolare sconcerto, dell'arresto di Franco Bonanini, presidente del Parco Nazionale delle Cinque Terre. Mi unisco alle numerose e qualificate manifestazioni di stima e di considerazione per la persona: un uomo che ha dato moltissimo alla sua terra. Mi auguro che esca in breve e al meglio da questa vicenda, per il bene di tutti. Leggo anche che il mio nome viene evocato nell'ambito di una vicenda cui sono totalmente estraneo, come è stato chiarito in maniera inequivocabile dagli stessi inquirenti. Per questo non permetterò che la mia persona venga in alcun modo strumentalizzata".


Vittorio Pezzuto
Portavoce del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione
[29-09-2010]

 

FARE-MATTONE! STREPITOSA INCHIESTA SUGLI AFFARI IMMOBILIARI DEL VICEMINISTRO URSO - I PARENTI DEL FINIANO ACQUISTANO UN EX MONASTERO A TERNI. LA LEGGENDA LO VUOLE INFESTATO DAGLI SPIRITI MA, GRAZIE A UNA VARIANTE, DIVERRÀ UN ALBERGO A CINQUE STELLE - LANCIATO DA DAGOSPIA, "IL FATTO" SI È GIÀ OCCUPATO DELL’ACQUISTO RECENTE DELL’ATTICO E DEL SUPERATTICO CON VISTA SUL CUPOLONE DA PARTE DI URSO E DI SUO FIGLIO. IN QUELL’ARTICOLO NOTAVAMO CHE IL PREZZO DICHIARATO (3 MILIONI IN TUTTO) ERA ALTO IN ASSOLUTO MA BASSO RISPETTO ALLE QUOTAZIONI DEL MERCATO. URSO CI HA CITATI IN GIUDIZIO CHIEDENDO MEZZO MILIONE DI EURO DI DANNI. COSE CHE SUCCEDONO IN ITALIA DOVE I POLITICI NON SONO ABITUATI A RENDERE CONTO SULLE PROPRIETÀ, SUI PREZZI PAGATI E SULLE RISORSE USATE, COME ACCADE NEI PAESI CIVILI

 

Marco Lillo per "il Fatto Quotidiano"

 

Al Bar Belli sul valico della Somma gira una leggenda: "Il monastero dello Schioppo porta sfiga!". Figli, fratello e amici del viceministro Urso, incuranti della diceria che echeggia sulle montagne tra Terni e Spoleto, hanno comprato nel 2005 l'intera proprietà composta da palazzi, casali e terreni che valgono più di due milioni di euro.

Il Fatto Quotidiano si è già occupato dell'acquisto recente dell'attico e del superattico con vista sul Cupolone da parte del viceministro al Commercio internazionale Adolfo Urso e di suo figlio.

In quell'articolo notavamo che il prezzo dichiarato (3 milioni in tutto) era alto in assoluto ma basso rispetto alle quotazioni del mercato. Il viceministro ci ha citati in giudizio chiedendo mezzo milione di euro di danni.

Cose che succedono in Italia dove i politici non sono abituati a rendere conto sulle proprietà, sui prezzi pagati e sulle risorse usate, come accade nei paesi civili.

Per questo torniamo ad occuparci degli acquisti di Urso e della sua famiglia. Grazie a tre atti consecutivi conclusi a Roma tra il 2009 e il 2010 Adolfo Urso e il figlio Dario possiedono un attico e un superattico con terrazza di rappresentanza in pieno centro storico. Al notaio, il padre ha dichiarato un prezzo di 2 milioni di euro per l'appartamento più grande e le terrazze mentre il figlio ha dichiarato un milione, per l'appartamento più piccolo. Entrambi hanno coperto la spesa per l'80 per cento con mutui bancari.

 

GLI INQUILINI E IL PREZZO DOPPIO - I due appartamenti romani, prima dell'acquisto, erano stati proposti in vendita a un prezzo doppio agli inquilini degli appartamenti ex Ina ceduti prima alla Pirelli e poi alla società Colonna Prima che ha venduto agli Urso. La famiglia Di Clavio, che abitava l'appartamento più piccolo, dichiara al Fatto: "La società Colonna prima ci ha chiesto tre milioni e mezzo di euro per comprare nel 2008".

Mentre la famiglia Andreucci, che occupava quello più grande comprato dal vice ministro per due milioni racconta: "Ci hanno chiesto 3 milioni di euro nel 2005-2006".A questi prezzi (6,5 milioni complessivi) bisogna aggiungere il valore delle terrazze condominiali da 220 metri cedute a Urso, come annesso incluso nel prezzo.

 

Il vice-ministro, a differenza di altri politici, accetta le domande e spiega così la differenza tra il prezzo dichiarato e quello preteso dalla società da terzi: "Dopo il 2008 c'è stato un crollo delle valutazioni e so che nel palazzo tutti hanno pagato quel prezzo al metro quadrato". Il problema - per il politico - non è fiscale. Se Urso e il figlio avessero dichiarato nell'atto - per esempio - un prezzo di 6 milioni di euro, non avrebbero pagato più tasse. Sarebbe stata la società venditrice a scontare il 27,5 per cento sulla plusvalenza milionaria.

Nello stesso periodo in cui Urso comprava a Roma, una seconda società dei suoi familiari e amici, chiedeva e otteneva il cambiamento del piano regolatore di Terni per realizzare nella tenuta dello Schioppo un hotel a cinque stelle con piscina. La tenuta in questione si estende per 455 ettari ed è impreziosita da un antico monastero che in zona chiamano "Il Castello". È intestata alla Società Agricola Lo Schioppo Srl,che possiede anche un antico palazzo a Spoleto.

 

"Leggenda vuole", spiegano al bar Belli, "che il Monastero sia abitato dai fantasmi". Incuranti della storia poco incoraggiante dello Schioppo, parenti e amici di Urso hanno comprato la tenuta dagli eredi di Stefano Patacconi, l'imprenditore romagnolo, primo editore di Libero con Vittorio Feltri, che si è ucciso il 3 ottobre del 2001 schiantandosi contro il Pirellone con il suo aereo.

Nel 2005 la vedova e il figlio diciassettenne vendono le quote della Agricola San Renzano Srl (che deteneva la tenuta e un palazzo a Spoleto) alla neocostituita Società Agricola Lo Schioppo Srl di Vincenzo Rota (80percento) e Paolo Urso, fratello del viceministro (20 percento). Rota è un ex militante del Fuan che fa parte dell'Osservatorio parlamentare di Adolfo Urso ed è socio di Paolo Urso nella Agriprogetto Srl che si occupa di coltivazioni agricole.

FARE UMBRIA E FARE FUTURO - L'osservatorio era il braccio operativo della corrente di Urso con sede nel prestigioso palazzo di via del Seminario che ospita oggi FareFuturo. Dal 2001 al 2005, l'Osservatorio - per la sua intensa attività culturale - ha goduto di contributi ministeriali per 360 mila euro. Rota, amico da 30 anni di Urso, è il motore dell'acquisizione ma vende le quote nel 2008. Oggi la società dello Schioppo appartiene per il 40 per cento al fratello e ai figli di Urso mentre il 10 per cento è di un amico di Urso, l'imprenditore Rosario Cancila, membro di FareFuturo.

 

Il restante 50 per cento è di Enzo Poli, un imprenditore alberghiero romano. Il 5 ottobre del 2006 Lavinia Di Gianvito sul Corriere della Sera raccontava la storia del suo "attico abusivo da 200 metri abbattuto in via Margutta". Nell'articolo si elencavano altre gesta del socio degli Urso: "Il Comune gli ha abbattuto due case costruite ex novo nel parco dell'Appia Antica; la procura militare lo ha denunciato per il furto di un terreno appartenente al Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

Un curriculum coerente, se non fosse per un mistero: una valigia di banconote vere e in facsimile trovata sulla sua auto dalla Mobile dopo che una banda milanese in trasferta l'aveva speronato". A sentire il viceministro Urso, sarà proprio Poli il protagonista della trasformazione dello Schioppo in relais.

"Io non c'entro nulla", spiega il viceministro al Fatto "qualche volta ci sono stato ma solo come ospite dei proprietari: mio fratello e i miei figli oltre all'amico Cancila e a Poli, un imprenditore serio. Per i particolari dovete chiedere a lui". Urso non comprende le ragioni dell'interesse sul patrimonio familiare: "Dovreste premiarci per la trasparenza. Le case di Roma le abbiamo dichiarate e pagate grazie ai mutui (2,4 milioni di euro, ndr) di cui avete scritto già. Gli Urso sono una famiglia con una storia: mio padre aveva un'azienda da 120 dipendenti".

Difficile dire quanto valga oggi la tenuta. Nel 2004 il Tribunale di Rimini, quando ha autorizzato la vendita delle quote di Patacconi jr, ha valorizzato il patrimonio sociale 2 milioni di euro. L'8 maggiodel2005lasocietàdelfratello del viceministro, Paolo Urso, e del suo amico, Vincenzo Rota,ha pagato 2 milioni e 30 mila euro.

 

Nel patrimonio della società, oltre alla tenuta da 450 ettari c'era anche un palazzo di tre piani a Piazza del Mercato a Spoleto, a cento metri dal Duomo, composto di tre negozi e sette appartamenti. Nell'ultimo trasferimento di quote dai soci Giancarlo Lanna e Vincenzo Rota all'entrante Poli,nell'ottobre del 2008, il 50 per cento della società è stato valutato solo 125 mila euro.

PIANO REGOLATORE PER L'HOTEL A 5 STELLE - Giancarlo Lanna, come Fini e Urso, è un importante membro del Consiglio e del Comitato esecutivo dell'associazione Farefuturo. Anche lui, per alcuni mesi del 2008, è stato socio del fratello e dei figli di Urso nello Schioppo. Nello stesso periodo in cui era presidente di una società controllata dal ministero del Commercio internazionale retto da Adolfo Urso: la Simest che si occupa di incentivare gli investimenti italiani all'estero.

Un posto di prestigio al quale Lanna è stato nominato nel 2005 e confermato nel 2008 grazie alla fiducia del ministro Urso. Il nome di Lanna era uscito sui giornali quando l'avvocato napoletano si era occupato degli aspetti legali dello sbarco in Italia di Atlantis World e di Francesco Corallo, il re dei casinò e delle slot machines, amico di Amedeo Laboccetta e dei finiani. Dopo aver venduto il suo 10 per cento dello Schioppo, Lanna ha investito ancora in Umbria.

 

Oggi l'avvocato finiano possiede il 33,3 per cento della Borgo Le Mustaiole Srl, che ha comprato e ristrutturato un vecchio borgo ricavandone 14 appartamenti a pochi chilometri da Spoleto. "Si tratta di un investimento privato che ho fatto con il gruppo Riccardi di Napoli", spiega Lanna precisando che: "FareFuturo e il mio ruolo pubblico non c'entrano nulla né con questa storia né con lo Schioppo nel quale sono stato socio per una piccola quota e per poco tempo".

L'Umbria rossa dovrebbe essere una terra inospitale per la destra, invece i cuori neri hanno fatto breccia nel Cuore verde d'Italia. Il comune di Terni ha approvato una variante ad hoc al piano regolatore in modo da permettere alla società Lo Schioppo di ristrutturare i vecchi fabbricati e di edificare un nuovo stabile di tre livelli per complessivi 4 mila e 800 metri cubi, più una piscina con vista mozzafiato.

L'assessore all'urbanistica di Terni del Pd, Marco Malatesta spiega "abbiamo approvato la variante per Lo Schioppo perché riteniamo che il turismo vada incoraggiato. Per noi è un bel progetto e basta. Non sapevo nemmeno che i soci fossero familiari e amici di Urso".

 21-09-2010]

 

 

NON DITE AGLI ARABI CHE IL PENTAGONO LI GUARDA (DALLA SICILIA) - A SIGONELLA ARRIVANO GLI AEREI SENZA PILOTA CHE SORVEGLIANO ELETTRONICAMENTE GLI INTERESSI USA NEL MONDO (E I CAMPI DI BATTAGLIA) - LA BASE SICILIANA DIVENTERÀ IL CENTRO PER IL CONTROLLO DEL MEDIO ORIENTE - UN MEGA-ACCORDO POLITICO MILITARE CHE L’ITALIA FA DI TUTTO PER NASCONDERE (E A WASHINGTON LA COSA NON FA PIACERE

Maurizio Molinari per "La Stampa"

 

I primi droni Global Hawk sono atterrati pochi giorni fa nella base americana di Sigonella dando inizio ad un dispiegamento destinato a fare della Sicilia una postazione avanzata per la sorveglianza elettronica di un'area geografica molto vasta, da Gibilterra all'Afghanistan, coprendo l'intero continente africano fino all'Oceano Indiano.

Se l'accordo fra Italia e Stati Uniti sui super-droni risale a circa due anni fa, a dare l'annuncio dell'arrivo dei droni a Sigonella è stato William Fraser, responsabile dell'Air Combat Command del Pentagono, spiegando che i tempi coincidono con un analogo dispiegamento nell'isola di Guam, territorio americano nell'Oceano Pacifico, e il primario intento è adoperarli per «sostenere le operazioni delle truppe in Iraq e Afghanistan».

 

I Global Hawk RQ-4 non sono armati - a differenza dei Predator - e sono considerati i più avanzati aerei spia nell'arsenale del Pentagono dalla realizzazione dell'U2 negli Anni Cinquanta per sorvegliare l'allora Unione Sovietica. Ogni esemplare ha un costo stimato di circa 183 milioni di dollari e i sensori che possiedono sono in grado di identificare qualsiasi obiettivo in movimento - in cielo, terra e mare - in un raggio di 100 km trasmettendo a terra immagini molto nitide di qualsiasi tipo di superficie a prescindere dall'ora del giorno e dalle condizioni atmosferiche.

Un'autonomia di 42 ore, un raggio di 25.928 km e strumenti avveniristici - la cui origine è fra i segreti più gelosamente custoditi dal Darpa, il laboratorio di ricerca del Pentagono - consentono a ogni Global Hawk di perlustrare almeno 100 mila kmq ogni 24 ore con la possibilità per i militari che li guidano da terra di analizzare i dati raccolti in tempo reale, potendo decidere se continuare o modificare il piano di volo originale.

Finora la principale base dei super-droni è stata quella di Edwards, in California, da dove raggiungono l'Afghanistan passando per il Canada e attraversando il Pacifico per dirigersi verso l'Oceano Indiano, ma disponendo di Guam e Sigonella le operazioni si facilitano di molto, consentendo di accorciare i tempi di volo, facilitando l'opera di manutenzione e soprattutto aumentando l'area di osservazione, che può adesso estendersi a gran parte del pianeta.

 

L'operazione appena iniziata a Sigonella è pianificata per svolgersi in più fasi. I primi arrivi di Global Hawk danno inizio ad una fase di test al termine della quale arriverà il resto dello squadrone destinato, in un secondo momento, ad essere seguito da velivoli dotati non solo di capacità di osservazione elettronica ma anche del Battlefield Airborne Communications Node ovvero di strumentazioni in grado di far comunicare fra loro le truppe durante le operazioni belliche.

La fase dei test, che si svilupperà nelle prossime settimane, servirà per perfezionare i collegamenti fra i droni e le due stazioni a terra create nella base: la Mce e la Lre, che si suddividono le responsabilità di comando e controllo, pianificazione della missione, funzionamento dei sensori e comunicazioni.

 

I Global Hawk sono stati costruiti dall'azienda Northop Grumman, il cui vicepresidente George Guerra assicura che «la nostra intenzione è far volare regolarmente i droni da Sigonella e Guam a partire dalla fine di quest'anno» consentendo così al Pentagono di «poter operare in qualsiasi angolo del pianeta», ovvero non solamente per sostenere le truppe impegnate nei conflitti in corso ma anche per osservare gli scenari più differenti: dai movimenti delle sospette cellule di Al Qaeda in Yemen alle attività del pirati nelle acque del Corno d'Africa, dai traffici illegali che attraversano il Sahel fino al movimento di navi sospettate di trasportare materiali proibiti da o verso Iran e Corea del Nord.

Fra le qualità dei velivoli senza pilota di base a Sigonella vi è infatti anche la capacità di sorvegliare il traffico marittimo, consentendo di rafforzare la sicurezza del Mediterraneo.

 

Per avere un'idea dell'ampia gamma di operazioni che potranno essere svolte, basti pensare che negli ultimi 24 mesi il Pentagono è ricorso ai Global Hawk anche per monitorare i danni causati dal terremoto sull'isola di Haiti e per sostenere la lotta al traffico di droga in America Latina.

Ciò significa che nella sala operazioni costruita a Sigonella confluiranno informazioni, suoni e immagini relativi a quanto avviene sui maggiori scenari di crisi e questo comporta per il Pentagono un consolidamento del rapporto di alleanza strategica con il nostro Paese.

«Aver scelto Sigonella per i Global Hawks indica la determinazione degli Stati Uniti a mantenere una presenza visibile non solo nel Mediterraneo Orientale ma molto più in là», spiega Dov Zakheim, ex vicecapo del Pentagono. Da qui la sorpresa, che trapela da ambienti militari a Washington, per il basso profilo finora dimostrato dalle autorità italiane che non hanno dato risalto all'arrivo dei droni. 20-09-2010]

 

 

MANDARE DEI GIOVANI A MORIRE AMMAZZATI IN IRAQ SERVE. SERVE ALL’IMPREGILO DEL TREMONTINO PONZELLINI PER AVERE IL CONTRATTO PER LA COSTRUZIONE DEL NUOVO MAGGIOR PORTO IRACHENO - Con il Ponte di Messina che mai si farà, Impregilo (AZIONISTI GLI AMICI DEGLI AMICI: BENETTON, GAVIO, LIGRESTI) ha più chanche di compiere una grande opera in Iraq che nell’Italia ballerina

Chmagazine.it

 

"Nuovo colpaccio per Massimo Ponzellini, stavolta in Iraq", annuncia Chmagazine.it, il sito del mensile diretto da Oscar Giannino.

"Non siamo andati in Iraq con gli americani per niente. E Massimo Ponzellini, il presidente della Popolare di Milano ex assistente di Prodi ma oggi amico di Tremonti e di Bossi, mette a segno un nuovo colpaccio.

 

Come presidente di Impregilo, la grande impresa di building controllata in IGLI dai tre storici azionisti Ligresti, Benetton tramite Autostrade per l'Italia e Gavio tramite Argo. Fresca di successo per l'ampliamento del canale di Panama, Impregilo porta a casa il contratto per la progettazione esecutiva del nuovo maggior porto iracheno.

Si chiamerà Gran Faw e sorgerà sull'omonima penisola alla foce del Tigri. Sarà dotato di un terminal petrolifero e per la movimentazione di merci diverse, e di un terminal container in acque profonde, con potenzialità di 4,4 milioni di teu.

 

Sarà l'unico grande porto iracheno a entrare direttamente in concorrenza con Suez, come via privilegiata per le merci asiatiche ai mercati europei ma con 10 giorni di navigazione in meno.

 

Da Gran Faw partirà una nuova linea ferroviaria e un tracciato autostradale destinato ad attraversare il paese da sud a nord, via Bagdad, Tikrit, Mosul, fino alla Turchia. Nel porto Bagdad conta di investire 6 miliardi di dollari, 60 sulle ferrovie anch'esse nel mirino di società italiane.

La progettazione esecutiva è stata affidato al consorzio italiano Iecaf guidato da Impregilo e composto da Fincosit (controllata dal patron veronese Alessandro Mazzi), Condotte (che fa capo a Paolo Bruno), Todini, e Bonatti (guidata da Carlo Ghirelli, incorpora anche la Carlo Gavazzi di Milano). Progettisti sono Technital, Progetti Europa, Sina e Sarno group. Il consorzio, grazie alla progettazione, mira anche ad assicurarsi la successiva costruzione.

 

Entro 15 mesi bisognerà produrre il progetto preliminare dell'opera, che presenta enormi difficoltà di bonifica e scavo.

Con il Ponte di Messina che mai si farà, Impregilo ha più chanche di compiere una grande opera in Iraq che nell'Italia ballerina". 14-09-2010]

 

- "IL SALVATAGGIO DI SINDONA DOVEVA ESSERE FATTO ATTRAVERSO MEDIOBANCA E LE MINACCE PESANTI A CUCCIA AVEVANO SORTITO I LORO EFFETTI, APPUNTO SINO A SPINGERE IL CAPO DI MEDIOBANCA A RECARSI A NEW YORK PER INCONTRARE SINDONA. IN SOSTANZA, DOVEVA AVVENIRE UNA SORTA DI CONCORDATO STRAGIUDIZIALE PER RIMETTERE LE BANCHE IN BONIS. UN’OPERAZIONE IMPOSSIBILE, ALLA QUALE AMBROSOLI SI OPPOSE FIN DAL SUO DELINEARSI. E FU PROPRIO QUESTO RIFIUTO CHE LO CONDANNÒ" - 2- PAOLO PANERAI SVELA LA VERITà SOTTO LA BATTUTACCIA DEL GOBBO ("SE L’ANDAVA CERCANDO"): L’AVVOCATO MILANESE OPPONENDOSI AI DUE "MAFIOSI" FIRMò LA SUA FINE - 3- NELLA LISTA DEI 500 CLIENTI DELLA BANCA SVIZZERA DI SINDONA IL NOME DI GIOVANNI LEONE - 4- L’EDITORE DI "MILANO FINANZA" SI TOGLIE ANCHE UN SASSOLINO DALLE SCARPE: "POCHI MESI PRIMA DEL CRACK, SINDONA ERA STATO CARINAMENTE INTERVISTATO DA ENZO BIAGI PER IL CORRIERE CON DICHIARAZIONI, NON CONTROBATTUTE, SECONDO CUI IL SUO IMPERO ERA DI UNA SOLIDITÀ GRANITICA. SAPENDO CHE SAPEVO, BIAGI HA TENTATO SUCCESSIVAMENTE PIÙ VOLTE DI OSTACOLARE LA MIA CARRIERA GIORNALISTICA"

 

Paolo Panerai per Milano Finanza

Se 'La Storia siamo noi', come dice la bella trasmissione di Giovanni Minoli, allora permettetemi di rivelare frammenti di una storia che proprio l'ultima puntata del programma televisivo ha riportato di attualità, con la tremenda battuta in romanesco di un uomo saggio e accorto come il pluripresidente del consiglio, Giulio Andreotti.

 

Secondo il senatore a vita, le grane (e fin qui la battuta sarebbe stata meno schifosa), ma in realtà la morte, l'avvocato Giorgio Ambrosoli se la sarebbe andata a cercare. In che modo se la sarebbe andata a cercare, secondo la cinica battuta di colui che in realtà è stato uno dei protagonisti principali del crack di Michele Sindona, con il successivo ignobile omicidio del giovane liquidatore della Banca privata italiana? In un solo modo: facendo fino in fondo il suo dovere.

Ambrosoli è stato ribattezzato da una certa corrente radical Un eroe borghese, titolo anche del film a lui dedicato. In realtà Ambrosoli è stato un Eroe tout court. Borghese, per lui che era monarchico, stona. Mentre l'attributo di eroe è forse insufficiente. Ma ecco i frammenti della storia da rivelare.

 

Per molto tempo sono stato il giornalista che sapeva di più di Sindona e del suo crack. Avevo rivelato su Panorama il finanziamento di 3 miliardi di lire di Sindona alla Dc (nelle mani del segretario amministrativo Filippo Micheli) perché il segretario politico, Amintore Fanfani, spingesse il Banco di Roma a nominare un terzo amministratore delegato (struttura non prevista nelle banche dell'Iri) nella persona dell'avvocato Mario Barone, vecchio amico di Sindona dai tempi della Guerra mondiale quando insieme giocavano a poker a Messina (il padre di Barone era ammiraglio), ma anche strettamente legato ad Andreotti.

 

E così il Banco di Roma finanziò Sindona con 100 milioni di dollari nel tentativo di salvare la banca americana, Franklin National bank, ventunesimo istituto del Paese, di cui l'avvocato siciliano aveva acquistato il controllo nonostante lo stato comatoso in cui si trovava.

A darmi le informazioni dettagliate (compreso il particolare che a portare i 3 miliardi alla sede della Dc, in una valigetta, era stato Silvano Pontello, che poi si riscatterà rendendo grande la Banca Antonveneta) era stato, dal rifugio in Svizzera, Carlo Bordoni, un tempo braccio destro di Sindona come amministratore delegato della Banca Unione (poi confluita nella Privata).

 

Bordoni sostenne con me che rivelava tutto perché Sindona lo aveva umiliato tentando di possedere sua moglie Virginia durante un soggiorno all'Hotel St. Regis di New York. Poi, a crack avvenuto, e quando per i giudici italiani Sindona era latitante, fui il primo giornalista a intervistarlo sul fallimento a New York, nell'appartamento 1112 dell'Hotel Pierre, dove l'avvocato finanziere se ne stava tranquillo, protetto da omertà e tutela di alcune autorità americane, visto che era stato uno dei maggiori finanziatori della campagna elettorale di Richard Nixon, in precedenza suo avvocato tramite lo studio Alexander.

 

In realtà, pochi mesi prima del crack, Sindona era stato carinamente intervistato da Enzo Biagi per la terza pagina del Corriere della Sera con dichiarazioni, non controbattute, secondo cui il suo impero era di una solidità granitica. Sapendo che sapevo, Biagi ha tentato successivamente più volte di ostacolare la mia carriera giornalistica.

 

Dopo Sindona, e dopo il libro 'Il Crack' che ho scritto con Maurizio De Luca, intervistai Bordoni, finito nel carcere modello di Caracas, dove era riparato, per aver frodato le autorità venezuelane per ottenerne la cittadinanza. Bordoni fece le rivelazioni fondamentali perché il procuratore John J. Kenney di Manhattan, con il giudice Thomas Griesa (che ora sta perseguendo il governo argentino per i tango bond non pagati), potesse incarcerare Sindona.

Bordoni rivelò per mio tramite che quanto Sindona aveva dichiarato alla Sec relativamente all'origine dei capitali per comprare la Franklin era falso: i soldi non erano suoi ma delle banche italiane che controllava e se ne era impossessato con prestiti fiduciari. Quella confessione è valsa a Bordoni eterna protezione di tre marshall e il cambiamento dei connotati nel programma dei collaboratori di giustizia.

Per questa mia attività giornalistica, ero in costante contatto con il giudice istruttore Ovilio Urbisci ed ero diventato buon amico del liquidatore Ambrosoli, nonché dei suoi collaboratori, con in primo piano il maresciallo della Guardia di finanza, Silvio Novembre.

 

Il rapporto di fiducia con Ambrosoli era assoluto e del resto ci accumunavano anche le minacce da parte di Sindona tramite un suo familiare. Fu così, che proprio per parlare delle minacce comuni, che un giorno andai a trovare Ambrosoli negli uffici della banca in via Boito.

Come al solito, Ambrosoli era sorridente e con il volto sereno, nonostante lo stress del lavoro di 16 ore al giorno. «Ho qualcosa da mostrarti», mi disse Giorgio. «Visto che loro alzano il tiro, è giusto che la verità emerga». E mi mostrò la lista cosiddetta dei 500 perché conteneva i nomi e i conti cifrati di 500 italiani presso la banca svizzera di Sindona, la Finabank di Ginevra.

«Ma voglio che tu ti trascriva un solo nome: eccolo». Il martedì dopo, giorno di chiusura de Il Mondo, di cui ero diventato direttore, passai in tipografia una finta copertina a colori. All'ultimo minuto, prima che iniziasse la stampa, passai la foto del presidente della Repubblica, Giovanni Leone, con lo strillo «Lista dei 500 - C'è anche lui».

 

Angelo Rizzoli, presidente della casa editrice, era molto amico di Mauro Leone, il figlio del presidente, ma quando uscì il giornale e io gli portai la prima copia, con la lettera di dimissioni in tasca, da vero editore il nipote del fondatore non fece una piega. Era turbato, ma non mi disse una parola negativa.

La lista dei 500, che nessuno aveva voluto vedere (il vicepresidente del Banco di Roma, Ferdinando Ventriglia, era addirittura fuggito quando gliela volevano mostrare), dimostrava inequivocabilmente la profondità dei rapporti politici di Sindona, non solo negli Usa ma anche in Italia, e anche oltre al noto legame con Andreotti. Ma nessuno di questi rapporti era così stretto come quello con il pluripresidente del Consiglio.

 

L'encomio che Andreotti fece a Sindona, definendolo in una cena americana «salvatore della lira» (lira che lo stesso Sindona aveva attaccato attraverso Bordoni, il re dei cambisti, e i legami di quest'ultimo con la banca centrale ungherese), era niente. Andreotti fece di tutto per salvare Sindona anche dopo il crack, quando Ambrosoli ne metteva a nudo le malefatte.

 

L'operazione, che coinvolse Enrico Cuccia fino all'incontro americano fra questi e Sindona, passava attraverso Franco Evangelisti, che a sua volta operava attraverso l'avvocato Rodolfo Guzzi, l'unico che ha seguito Sindona sino alla fine.

Il salvataggio doveva essere fatto attraverso Mediobanca e le minacce pesanti a Cuccia avevano sortito i loro effetti, appunto sino a spingere il capo di Mediobanca a recarsi a New York per incontrare Sindona. In sostanza, doveva avvenire una sorta di concordato stragiudiziale per rimettere le banche in bonis. Un'operazione impossibile, alla quale Ambrosoli si oppose fin dal suo delinearsi. E fu proprio questo rifiuto che lo condannò.

 

Lei, Senatore Andreotti, conosce perfettamente quei fatti. Sa anche che Cuccia tacque alle autorità le palesi minacce di cui Sindona stesso gli aveva parlato contro l'avvocato Ambrosoli. Lei sa bene che il suo più diretto collaboratore, Evangelisti, esercitò ogni forma di potere per salvare Sindona. Ma né Lei, che pure conosceva benissimo il clima che si era creato, né Cuccia (che sorprendente combinazione!) faceste niente per salvare un Eroe, come Ambrosoli.

E ora è riuscito perfino, alla sua tenera età, a farsi scappare quella schifosa battuta. Non cerchi di spiegarsi. Si vergogni e basta, chiedendo perdono a Dio perché solo lui potrà perdonarlo. Non certo gli uomini né men che meno Umberto Ambrosoli e sua madre, Annalori.

 11-09-2010]

 

UN UOMO DI VALORE IN UN PAESE DI PROSTITUTI
A Pollica-Acciaroli, nel Cilento, c'è un sindaco che di nome fa Vassallo (Angelo), ma di fatto è un uomo libero e un amministratore onesto e coraggioso. Si è opposto a quel cemento selvaggio che è la vergogna dell'Italia, da Ventimiglia fino a Gela. Ha riparato personalmente il depuratore e ha ottenuto per il suo paese le cinque vele di Legambiente.

Non voleva il porticciolo privato "che prende tutto e non lascia un euro allo Stato". Domenica sera gli hanno sparato nove colpi di pistola e lo hanno tolto di mezzo. In un paese come l'Italia - l'unico, forse, in tutto il G20 dove si spara a un sindaco onesto - Vassallo era decisamente fuori luogo.

 

Ora sarebbe bello un giorno di silenzio da parte di tutti quei sindaci, magari nel frattempo diventati onorevole o ministro, che NON hanno frenato le speculazioni edilizie, NON hanno fatto funzionare il depuratore e NON hanno lottato per il bene comune e per la legalità. Un giorno in cui chiedersi perché chi è vivo è vivo e chi è morto è morto. La notizia vale la prima pagina (e due ampi reportage dentro) su Repubblica e Corriere.

 

Sulla Stampa, Mario Calabresi sente il dovere di dedicarvi il primo sfoglio (pp.1-3) e fa slittare più indietro i vari Bossi, Banana e compagnia cenante (ad Arcore). Una scelta di valori, oltre che di valore. E che dire del Giornale di Paolo Berlusconi, che nasconde la notizia a pagina 20?

08.09.10

 

fu CHURCHILL a decidere di far fuori MUSSOLINI – PIERRE MILZA, massimo storico francese del fascismo, FA VENIRE UN TRAVASO DI BILE ALL’ASSOCIAZIONE PARTIGIANI - FAN DEL DUCE DELLA PRIMA ORA, IL PRIMO MINISTRO BRITANNICO NE ORDINÒ L’ASSASSINIO PER EVITARE CHE VENISSERO RESE NOTE LE LETTERE DI AMMIRAZIONE CHE INDIRIZZÒ al duce PRIMA DELLA GUERRA – SIR WINSTON, A conflitto FINITo, ABITÒ PER UN PERIODO SUL LAGO DI COMO PROPRIO PER FAR SPARIRE L’IMBARAZZANTE EPISTOLARIO

Giampiero Gramaglia per "Il Fatto quotidiano"

 

Fu Churchill a decidere l'uccisione di Mussolini, per evitare che saltassero fuori scambi di lettere imbarazzanti. Pierre Milza, massimo storico francese del fascismo, ha indagato sulla fine del Duce e ne ha tratto un libro appena pubblicato in Francia, "Les derniers jours de Mussolini", che dà spessore a una tesi non nuova, ma finora affidata a ricostruzioni e testimonianze di dubbia affidabilità.

 

I fatti di Dongo del 28 aprile 1945 sono uno dei tanti misteri della storia italica: di certo, il lavoro di Milza non sarà una pietra tombale su ipotesi e polemiche, anzi ne alimenterà altre. Ma il libro, basato su documenti e ricerche che nulla hanno a che vedere con i Diari farlocchi di Marcello Dell'Utri, cattura l'attenzione in Gran Bretagna e in Francia. The Telegraph titola senza riserve "Churchill ordinò l'assassinio di Mussolini".

Le Figaro ci mette un punto di domanda: "Churchill fece uccidere Mussolini?". Milza non dubita, "a giudicare dalle dichiarazioni pubbliche" fatte fino all'inizio degli Anni Trenta che "Churchill fosse un fan del Duce (anche Roosevelt lo era)". Ma lo storico va oltre e avalla la tesi che Churchill volle la morte di Mussolini "perché non venissero alla luce alcune lettere piene di ammirazione che gli aveva scritto prima dello scoppio" della guerra.

 

Il mistero è alimentato da un viaggio in Italia di Churchill poco dopo il conflitto: "Cosa venne a fare Churchill sul lago di Como nel settembre del 1945? Viaggiava sotto le spoglie del ‘colonnello Warden' e si era stabilito nel paese dove Mussolini era stato catturato e ucciso dai partigiani. Perché?". 06-09-2010]

 

 

Diversi da chi?

 

Gentile On. Pier Luigi Bersani siamo colpiti dalle parole e dai toni che sta usando per differenziarsi dall'attuale maggioranza, ma sinceramente non riusciamo a capire quale sia la differenza tra voi e l'attuale governo.

 

Lei si è sempre dichiarato contrario al Nucleare ma quando era Ministro dello Sviluppo Economico ha tuonato contro la Federazione regionale Emilia Romagna dell'Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri che chiedeva di non procedere più alla concessione del nulla osta per la costruzione di nuovi inceneritori, Onorevole Bersani Lei non ha difeso il diritto dei Cittadini alla Salute, sancito dall'articolo 32 della Costituzione, la stessa che adesso dice di voler difendere, ma ha difeso gli interessi dei costruttori di inceneritori paventando il rischio di un approvvigionamento energetico per l'intera Nazione.

La invitiamo a visitare il nostro Blog e si renderà conto che basterebbe eliminare inutili sprechi ed aumentare l'efficienza per sopperire al fabbisogno energetico dell'intera Nazione, altrimenti chieda alla nostra amministrazione e si comporti esattamente all'opposto. 

Gentile Onorevole Pier Luigi Bersani la Costituzione si difende tutta non solo la parte che può far comodo,per questo le Chiediamo di invitare tutti i Sindaci che fanno capo al suo partito di impedire la costruzione di inceneritori, partendo da quello di Torino, che oltre ad essere molto costosi sono portatori di Morte.

 

Restiamo a sua disposizione per un confronto aperto e costruttivo

 

 

Felice Giornata

 

Animo Nichelino
Pensiamo solo al futuro

 

http://animonichelino.blogspot.com/
facebook  ANIMO NICHELINO

 

Contatti:
e-mail: animo.nichelino@email.it

 

 

 

 

se Berlusconi stravince le elezioni è anche perché la sinistra è zeppa di teste di chicco – grasso bollente su chicco testa: “prima combatte l’energia nucleare e poi è presidente dell’Enel. poi è deputato per due legislazioni nelle file del Pci e del Pds; poi è presidente dell’Acea, l’azienda comunale dell’energia di Roma; poi Managing Director di Rothschild…- L’ultima sua uscita è stata contro la sinistra snob che vuole il vino buono solo per i ricchi. Sinistra snob? Ma da che pulpito…

Aldo Grasso per Sette-Corriere della Sera

 

Essere Chicco Testa. Non la persona (che non conosciamo), ma il personaggio, così come si manifesta nei media. L'ultima sua uscita è stata contro la sinistra snob, elitaria, che vuole il vino buono solo per i ricchi. Sinistra snob? Ma se c'è uno che sembra l'esponente tipico della sinistra snob o radical chic o gauche caviar è proprio Chicco Testa, frequentatore di Capalbio, grande amico di Francesco Rutelli (che lo ha spesso sponsorizzato per cariche prestigiose), socio del Circolo Aniene, quello presieduto da Giovanni Malagò. L'ultima intervista al Corriere, a Fabrizio Roncone, l'ha rilasciata mentre andava a cavallo, da Manciano verso il mare. Altro che Maremma maiala: Maremma cavalla!

 

Chicco Testa se l'è presa con un articolo di Carlin Petrini che paventava i pericoli di una sovrapproduzione di barolo, liquidando le argomentazioni come chiacchiere: «Hai prodotto tanto vino buono? Be', fammelo bere subito e fammelo pagare poco. Punto e basta».

Se invece di andare a cavallo, Testa facesse un giro nelle cantine del Monferrato scoprirebbe che sono stracolme di buona barbera, invenduta almeno dal 2005, nonostante il prezzo: 0,50 euro al litro! L'intervento di Petrini, a difesa soprattutto dei piccoli vignerons, non faceva una grinza e solo la non conoscenza della materia (mercato, disciplinare, invecchiamento ecc.) ha permesso a Testa di scrivere un sacco di corbellerie.

 

I giramenti di Testa: prima combatte l'energia nucleare e poi se ne fa promotore. Prima è presidente di Lega Ambiente e se la prende con l'Enel e la centrale di Montalto di Castro; poi è deputato per due legislazioni nelle file del Pci e del Pds; poi è presidente dell'Acea, l'azienda comunale dell'energia di Roma; poi è presidente dell'Enel (la sua ossessione); poi Managing Director di Rothschild, poi presidente di Telit; poi azionista e presidente di EVA, società che costruisce impianti idroelettrici e fotovoltaici.

 

Il sospetto è che l'attacco al barolo nasca da un precedente articolo di Petrini contro i pannelli solari che stanno invadendo le campagne: "Il fotovoltaico rischia di fare danni quali erosione dei suoli, perdita di fertilità, di terreni agricoli, di biodiversità, cibi e sovranità alimentare". Tu chiamalo, se vuoi, conflitto d'interesse.

 27-08-2010]

 

 

Anna superstronza - dopo un romanzo (‘Il diavolo veste Prada’), il docu-film “September Issue” per la gloria iperitura della zarina di “vogue” anna wintour – una capace di trasformare lo stronzismo senza limitismo in “stile”, “allure”, “touch” - venerata, detestata e soprattutto temuta, dice cose esagerate, in quanto milioni di persone ignorano il suo mondo, autoreferenziale e superbo talvolta sino all´allucinazione….

Natalia Aspesi per La Repubblica

"Le persone dicono cose degradanti su di noi perché si sentono escluse. Perché nella moda c´è qualcosa che fa innervosire. Ma portare un bel vestito di Carolina Herrera invece di una cosa qualsiasi non vuol dire essere stupidi». Grazioso viso senza tempo di sessantenne in grado, col suo imperio, di terrorizzare anche gli anni che passano.

 

Celebre taglio di capelli con frangetta che neppure un tornado riuscirebbe a scomporre, voce armoniosa da gran signora british, persino sorriso timido e solo gli occhi un po´ stanchi: Anna Wintour, da ventidue anni impervia direttrice di Vogue America, venerata, detestata e soprattutto temuta, dice cose esagerate, in quanto milioni di persone ignorano il suo mondo, autoreferenziale e superbo talvolta sino all´allucinazione.

Frettolosamente definita "la donna più importante d´America" (e allora Hillary Clinton, e Nancy Pelosi e Michelle Obama e Ophrah Winfrey? Mah!), di solito appare, dietro immensi occhialoni neri e un po´ di cincillà da qualche parte, e tace, impenetrabile, alimentando l´inquietudine, i complessi di inferiorità, le genuflessioni di chi la circonda.

 

Quindi che abbia aperto bocca, quale oracolo fashion, può considerarsi una vittoria del regista R. J. Cutler, che è pure riuscito a farle togliere gli occhialoni e a carpire quindi il mistero dello sguardo miope e inaspettatamente dolce: ed è con quel discorsetto che trancia il mondo in due, quelli che contano (perché si vestono Herrera o chissà chi) e quelli che non contano (perchè non si vestono Herrera o chissà chi) che comincia September Issue, il documentario dedicato alla signora, dopo un romanzo (Il diavolo veste Prada), il film che ne è stato tratto con gran successo, e una ricca biografia, "Front Row", Prima Fila, l´agognato e inaccessibile regno alle sfilate, riservato alle massime Crudelie della moda di cui Anna Wintour è la superregina (nel film la definiscono anche papa), quasi sempre attesa invano e col cuore inutilmente in gola dagli stilisti e dai gelidi nuovi padroni dei marchi in affanno, i fondi finanziari.

 

Il documentario esce finalmente in Italia, in un cofanetto Feltrinelli, che contiene il dvd e un volume di 120 pagine con preziosi testi d´autore. Diciamo finalmente perché il film è stato distribuito nei cinema americani un anno fa, dopo aver vinto il gran premio della giuria per la fotografia al Sundance Film Festival: ed è stato girato nel 2007, quando lo spensierato e opulento continente-moda era in pieno scricchiolio, vittima come tutti della crisi. Si sussurrò che in questa grave situazione ci avrebbe rimesso pure la mitica Wintour, che avrebbe potuto essere sostituita da una più giovane e innovativa rivale, con meno pretese di limousine e abiti alta moda sulla nota spese.

 

Diabolica, la signora solitamente molto schiva anche per mancanza di argomenti al di fuori della sua rivista, accettò di sottomettersi all´incognita Cutler: consentendogli di girare otto mesi nella redazione di Vogue e attorno a lei, nel tempo cruciale in cui numerosi suoi schiavi ammutoliti dalla stanchezza e scavati dalla nevrosi, preparano il famoso ‘september issue´, il numero più glorioso dell´anno, in cui per apparire con la propria pubblicità, le aziende di abbigliamento si accoltellano (o accoltellavano?) rischiando la bancarotta.

Quel numero del 2007 fu un record, un apoteosi, una sfida dell´industria globale della moda, dell´imperio del lusso, del potere dell´eleganza, della forza della frivolezza, contro lo spettro funebre della recessione anche vestimentaria: 840 pagine, di cui 727 di pubblicità, (buona parte italiana), in copertina la contraffazione di un´attrice giovane e bella, la candida e bionda Sienna Miller, fotografata a Roma da Mario Testino con Riccardo Scamarcio, vestita italiano (Alberta Ferretti) tutta ritoccata come son sempre le foto che contribuiscono a far sentire orribili tutti gli altri umani, se non si adeguano a quel rossetto o a quelle piume. Di quel numero furono venduti 9 milioni di copie, oggi su e-bay costa più di cento euro.

 

Il September issue documentario, girato con grande maestria, ammirazione ed ironia verso il mondo chiuso, asfittico e geniale della massima rivista di moda, racconta una vera storia, a volte drammatica, a volte divertente, a volte irritante, sempre interessante. C´è il continuo scontro elegante tra la Wintour e quella che risulta essere la vera star del film, Grace Coddington, art director, 70 anni, di origine gallese, lunghi capelli rossi, lungo corpo di ex bellissima modella anni ‘60 dentro una tunica nera, viso scavato dalla passione per il suo mestiere.

 

Lei crea fiabeschi servizi, Wintour sentenzia glaciale, «no black», oppure «non è texture», o «troppo perfetto», e giù la mannaia, quella foto, costosissima opera di divi assoluti dell´obbiettivo, viene buttata: non sempre, perché se Coddington ne è innamorata, osa disubbidire, e la rimette nel servizio. Si sente la quotidiana tensione, l´insicurezza, la paura di tutte quelle ragazze intristite, sfiancate da un superlavoro durissimo e costrette alla magrezza: mai uno sguardo di Wintour le raggiunge, solo secche parole, quasi sempre di rifiuto, mai di apprezzamento. Quando una tremando sussurra a voce bassa, «Vuole vederci adesso», è come se fosse stata enunciata una sentenza di morte.

La macchina da presa si aggira lungo i corridoi della redazione tra paradisi di scarpe e abiti firmati, si sposta da New York a Parigi, dall´atelier della star nascente del momento, il tailandese Thakoon (già tramontato) a quello dell´italiano Stefano Pilati che crea per il marchio Yves Saint Laurent, dall´agitazione dissennata delle sfilate ai set fantasiosi creati dalla geniale Coddington.
Il documentario riesce in un compito ritenuto impossibile: rende umana la signora Wintour.

 

Ecco il ricordo del padre giornalista, ex direttore del quotidiano inglese Evening Standard, che le aveva predetto la carriera e che aveva pubblicamente sentenziato: «l´associazione giornalisti ha la spina dorsale di una medusa». Eccola in casa con la figlia Bee che la snobba detestando la moda, eccola raccolta in sé, rimpicciolita nella enorme limousine, dove è sempre sola, in silenzio evanescente, eccola infastidita alle sfilate da domande scemissime e a perder tempo da stilisti impreparati e a bere solitaria un cappuccino (solo la schiuma, dice la leggenda) in un qualsiasi caffè Starbuck, muovendosi in un tripudio perfetto di golfetti, gonne, abiti stampati, le cui griffe, esaltate dal suo corpo sottile e armonioso, frutto di una crudele alimentazione da trappista, aumentano i fatturati.

 

Soprattutto lavoratrice indefessa: poche parole, mai la voce alta, nessun dialogo, nessuna discussione, decisionismo irremovibile, non un solo minuto perso in chiacchiere, nessuna democrazia di rapporti, una proficua tirannia. Il sospetto è che se fosse un uomo, il suo gelo operoso susciterebbe ammirazione.

Intanto è uscito il "September Issue 2010" di Vogue America, e si capisce che da quello del film sono passati tre anni e tre numeri: meno pagine, 726, meno pubblicità, 542 pagine, certe grandi firme italiane scomparse, più inserzionisti americani soprattutto di abbigliamento popolare. In copertina ancora una bellissima attrice, però di colore, come non accadeva alla rivista dal 1989 (c´era Naomi Campbell, allora la bellezza più celebre della moda). Halle Berry, vestita patriotticamente americano (Ralph Lauren), ma ancora fotografata da Mario Testino. Editoriale di Anna Wintour sulla persistente recessione (che ha assottigliato la rivista) e sulla filantropia cui la rivista ma anche la Berry e la Wintour, si dedicano.

 27-08-2010]

 

 

LA BELLA POLITICA - approvati alla chetichella prima della pausa estiva quattro decreti a firma dei Presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani, che assegnano 286 milioni di euro di rimborsi elettorali ai partiti politici - Tra le righe del bilancio di Alleanza Nazionale, Il guadagno fatto da An sulla “dismissione di un residuo cespite immobiliare del lascito col leoni” è stato di appena 67 mila 445 euro…

Gabriele Mastellarini per "Il Mondo"

 

Sono stati approvati alla chetichella prima della pausa estiva quattro decreti a firma dei Presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, che assegnano 286 milioni di euro di rimborsi elettorali ai partiti politici.

Ogni anno si cumulano i contributi relativi a diverse tornate elettorali: regionali, europee, rinnovo della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Un meccanismo che fa incassare soldi anche a formazioni politiche ormai scomparse: la Rosa nel Pugno (Radicali più Sdi), ad esempio, continua a percepire 1,2 milioni di rimborsi annui per le elezioni dell'aprile 2006 alla Camera.

Premiate anche le liste scese in campo nella sola circoscrizione estero: alle "Associazioni italiane in Sud America" sono stati appena attribuiti quasi 200 mila euro (quota annua) per le tornate 2006 e 2008 alla Camera e al Senato. Passano alla cassa anche il "Movimento Associativo degli Italiani all'Estero" (100 mila) e "Per l'Italia nel mondo con Mirko Tremaglia" (71 mila).

 

La Lista Consumatori ha avuto dal Senato più di 400 mila euro negli ultimi cinque anni, per un'apparizione alla consultazione del 2006. Soldi pubblici anche alle cosiddette liste "civette": i Verdi-Verdi presenti alle ultime elezioni regionali avranno rimborsi per oltre 300 mila euro complessivi.

Per le europee del 2009 sono solo sei partiti che hanno portato loro candidati a Strasburgo si dividono i relativi 46 milioni: 18,979 al Pdl, 14 al Pd, 5,5 alla Lega Nord, 4,3 per l'Idv-Lista Di Pietro, 3,5 per l'Udc e 252 mila al Sudtiroler Volkspartei.

 

La maxitorta dei rimborsi viene assegnata per tutta la durata della legislatura anche in caso di elezioni anticipate. Di questo si dovrà tener conto in casa Pdl anche alla luce della scrittura privata del 27 febbraio del 2008 tra il leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini e quello di Forza Italia Silvio Berlusconi.

Documento con cui i due partiti si sono divisi la torta dei contributi: 25 per cento ad An, pari a 41,3 milioni di euro, e 75 per cento a Fi per un totale superiore ai 123 milioni, che sarà erogato anno per anno.

Della scrittura privata Fini-Berlusconi si fa cenno nel bilancio di Alleanza Nazionale al 31 dicembre 2008. Tra le righe dello stesso rendiconto spunta anche il valore della plusvalenza incassata da An per la cessione dell'appartamento a Montecarlo, che il partito aveva ricevuto in eredità dalla nobildonna Colleoni e poi finito nella disponibilità di Giancarlo Tulliani. Il guadagno fatto da An sulla «dismissione di un residuo cespite immobiliare del lascito Colleoni» è stato di appena 67 mila 445 euro.

 27-08-2010]

 

 

GASPARRI E IL PICCIOTTO...
Alle elezioni del 2001 la 'ndrangheta si stava organizzando per far votare Maurizio Gasparri, capolista di An in Calabria. Lo si apprende dalle informative dei carabinieri agli atti del processo contro la cosca Mancuso di Limbadi. È il 21 aprile 2001 quando Giuseppe Corsaro, un picciotto del boss Pantaleone Mancuso, zio Luni, racconta alla fidanzata nella sua auto che l'indomani avrebbe incontrato il deputato (che non è indagato): "Lo devo andare a prendere (a Vibo Valentia, ndr) alle 9 e portarlo a Limbadi, poi mangia a casa dello zio Luni...".

Sono previsti un comizio e un pranzo, sostiene Corsaro, i cui colloqui intercettati hanno fornito elementi per smantellare la cosca. Secondo gli investigatori, "effettivamente l'onorevole Gasparri il 22 aprile 2001 alloggiava presso l'Hotel 501" di Vibo , a pochi chilometri da Limbadi, pur avendo "impegni elettorali a Crotone". Cioè, a 140 km di distanza. Così come è sicuro che Corsaro, sempre intercettato, ha più volte fatto cenno all'incontro che avrebbe avuto con Gasparri. Non ci sono riscontri, invece, sul pranzo con il boss, le iniziative a Limbadi e la presenza a Vibo dello stesso picciotto. C. P

28.08.10

 

 

ANNIVERSARI - NON C'È PACE PER DE GASPERI...
Che brutta figura per la vecchia Dc. Giovedì 19 agosto, anniversario della morte di Alcide De Gasperi, al cospetto di due democristiani purosangue come Gianni Letta e Oscar Luigi Scalfaro, padre Egidio Menicucci, chiamato a celebrare la messa di commemorazione nella basilica di San Lorenzo fuori le mura a Roma, ha rivelato un episodio inedito. Poiché la moglie di De Gasperi aveva chiesto che fosse sepolto a Roma, la bara dello statista fu portata nella basilica e parcheggiata nella cripta, coperta da un drappo nero; accanto alla tomba, venerata dai fedeli, di San Lorenzo.

 

E lì rimase tre anni, in attesa che qualcuno trovasse per lui un posto dove riposare in pace. Un giorno venne a Roma in visita Hans Fuerler, che aveva sostituito De Gasperi alla presidenza della Ceca (la Comunità europea per il carbone e l'acciaio) e chiese di far visita al suo predecessore scomparso. Lo portarono nella cripta della basilica. Fuerler, scandalizzato per la trascuratezza della sepoltura di De Gasperi, si precipitò da Amintore Fanfani, allora capo del governo, e diede sfogo a tutta la sua indignazione. Fanfani, paonazzo, si attaccò al telefono e diede ordine di trovare una soluzione più adeguata. Che si trovò costruendo l'attuale sepolcro, collocato in bella vista proprio all'ingresso di San Lorenzo. L. I.
 

28.08.10

DE GASPERI ERA PROPRIO UNA PERSONA PER BENE ! PECCATO CHE ABBIA INTRODOTTO IN POLITICA LO SPONSOR DI SINDONA : ANDREOTTI !

 

 

L' Aquila

Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata.Ammutolisce

Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere.Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a postoMi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinataRicorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di CollemaggioE mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovoPoi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccioLe racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia, quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbatiLe racconto dei palazzi lasciati lì a morireLe racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruireE che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivereLe racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l'ICI ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprileChe lo stato non versa ai cittadini senza casa, che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affittoChe i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo. Che io pago, in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un appartamento in via Giulia, a RomaLa sento respirare pesantemente.Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz'anima.Senza neanche un giornalaio, un bar.  Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra. Lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via.Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo.Le racconto di una città che muore. E lei mi risponde, con la voce che le trema: "Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi.
Dovete
dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo."

 

10.08.10

ECCO LE FOTO DELLA PISCINA ABUSIVA DI LUCA BARBARESCHI NELLA VILLA DI FILICUDI - IERI, LA SMENTITA DI BARBARESCHI RECITAVA COSÌ: “È SOLO UNA CISTERNA D’ACQUA...” - IL SINDACO DI FILICUDI MARIANO BRUNO LO DETESTA. LUCA NON HA MAI FATTO NIENTE PER LE EOLIE E AVEVA FATTO TANTE PROMESSE QUANDO ERA IN COMMISSIONE TRASPORTI - IL SINDACO, PIDIELLINO TENDENZA SCHIFANI AMICO DI CARLO VIZZINI, IN QUESTE ORE GODE - L’IRA DI BARBARESCHI VERSUS IL BANANA? NO ALLE SUE FICTION DA MEDIASET DI PIERSILVIO - ORA C’È IN BALLO UN ALTRO SOGNO E BISOGNO DI BARBARESCHI. DIVENTARE IL SOPRINTENDENTE DEL MAGGIORE TEATRO DELLA CAPITALE, IL TEATRO ARGENTINA. IN PASSATO FU ‘DIMISSIONATO’ DALLA DIREZIONE DEL TEATRO ELISEO. PURTROPPO IL SINDACO (PER MANCANZA DI PROVE) ALE-DANNO SI È SCHIERATO DALLA PARTE DEL BANANA DI ARCORE

 

1 - FILICUDI - ECCO LE FOTO DELLA PISCINA ABUSIVA DI LUCA BARBARESCHI NELLA VILLA PANORAMICA, DI LOCALITÀ "GUARDIA".
http://notiziariodelleeolie.myblog.it

 

Nell'accertamento eseguito il 5 agosto scorso dai carabinieri di Filicudi e dai tecnici del Comune di Lipari, oltre alla piscina di 40 metri quadri costruita al posto di un terrapieno destinato a giardino e confinante con la strada pubblica, come anticipato, è stato anche realizzato un vano tecnico con due finestre non previste in progetto, una diversa destinazione del vano scala munito di finestra e una porta che permetteva l'accesso sulla strada comunale.

Il tutto senza concessione edilizia del Comune di Lipari, senza i pareri della Sopritendenza, del Genio Civile (zona sismica), mentre i movimenti di terra con scavo sono stati eseguiti senza il parere della Forestale in un'area sottoposta a vincolo idrogeologico. Per gli abusi edilizi, una denuncia è stata inviata alla procura della Repubblica di Barcellona, mentre dal Comune sta per partire l'ordinanza di demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi.

 

2 - IERI, LA SMENTITA DI BARBARESCHI RECITAVA COSÌ: "È SOLO UNA CISTERNA D'ACQUA..."
Ansa- "E' vero, dal 1964 esiste una cisterna d'acqua, un manufatto di 40 mq, di due metri x 60 x 3,20 cm d'altezza. Compro quando sono qua 2 camion di acqua per essere autonomo a questo punto posso o innaffiarci il mio giardino di ulivi o berli tutti. Recentemente per tre metri ho fatto anche un muretto a secco con le pietre": risponde all'ANSA con rassegnata ironia l'on. Luca Barbareschi sulla questione della presunta piscina abusiva nella sua casa a Filicudi nelle Eolie.

"Non ho mai ricevuto alcuna denuncia, dunque mai fatto ricorso al Tar. Ora dopo queste indiscrezioni che smentisco verranno a controllare. Se riceverò denuncia ricorrerò al Tar", aggiunge il finiano Barbareschi gustando una granita ad Alicudi e spiegando di non volersi "rovinare i 20 giorni di vacanza l'anno con questa vicenda che guardacaso mi riguarda in questi giorni".

"Sono sereno - conclude - vicende così sono nel conto della politica attuale. L'assurdo è che esiste un hotel a Filicudi con piscina olimpionica e che si parli di questa cisterna che c'é da sempre in una paese dove la cementificazione selvaggia e gli ecomostri non importano a nessuno".

 

3 - PISSI PISSI
Provate a indovinare il motivo principale dell'ira di Barbareschi versus Berlusconi. Secondo gli "addetti ai livori" televisivi il "problem" tra i due giace nel fatto che mai una fiction proposta dal finissimo Luca è mai stata accettata da Mediaset.

 

- Ora c'è in ballo un altro sogno e bisogno di Barbareschi. Diventare il soprintendente del maggiore teatro della capitale, il Teatro Argentina. In passato fu ‘dimissionato' dalla direzione del Teatro Eliseo. Ed il sindaco Ale-danno si è schierato dalla parte del Banana...

 

Il sindaco di Filicudi Mariano Bruno lo detesta. Luca non ha mai fatto niente per le eolie e aveva fatto tante promesse quando era in commissione trasporti. Il sindaco è Forza Italia tendenza Schifani amico di Carlo Vizzini. In queste ore gode... 23-08-2010]

 

 

 

ECCO LE FOTO DELLA PISCINA ABUSIVA DI LUCA BARBARESCHI NELLA VILLA DI FILICUDI - IERI, LA SMENTITA DI BARBARESCHI RECITAVA COSÌ: “È SOLO UNA CISTERNA D’ACQUA...” - IL SINDACO DI FILICUDI MARIANO BRUNO LO DETESTA. LUCA NON HA MAI FATTO NIENTE PER LE EOLIE E AVEVA FATTO TANTE PROMESSE QUANDO ERA IN COMMISSIONE TRASPORTI - IL SINDACO, PIDIELLINO TENDENZA SCHIFANI AMICO DI CARLO VIZZINI, IN QUESTE ORE GODE - L’IRA DI BARBARESCHI VERSUS IL BANANA? NO ALLE SUE FICTION DA MEDIASET DI PIERSILVIO - ORA C’È IN BALLO UN ALTRO SOGNO E BISOGNO DI BARBARESCHI. DIVENTARE IL SOPRINTENDENTE DEL MAGGIORE TEATRO DELLA CAPITALE, IL TEATRO ARGENTINA. IN PASSATO FU ‘DIMISSIONATO’ DALLA DIREZIONE DEL TEATRO ELISEO. PURTROPPO IL SINDACO (PER MANCANZA DI PROVE) ALE-DANNO SI È SCHIERATO DALLA PARTE DEL BANANA DI ARCORE

 

1 - FILICUDI - ECCO LE FOTO DELLA PISCINA ABUSIVA DI LUCA BARBARESCHI NELLA VILLA PANORAMICA, DI LOCALITÀ "GUARDIA".
http://notiziariodelleeolie.myblog.it

 

Nell'accertamento eseguito il 5 agosto scorso dai carabinieri di Filicudi e dai tecnici del Comune di Lipari, oltre alla piscina di 40 metri quadri costruita al posto di un terrapieno destinato a giardino e confinante con la strada pubblica, come anticipato, è stato anche realizzato un vano tecnico con due finestre non previste in progetto, una diversa destinazione del vano scala munito di finestra e una porta che permetteva l'accesso sulla strada comunale.

Il tutto senza concessione edilizia del Comune di Lipari, senza i pareri della Sopritendenza, del Genio Civile (zona sismica), mentre i movimenti di terra con scavo sono stati eseguiti senza il parere della Forestale in un'area sottoposta a vincolo idrogeologico. Per gli abusi edilizi, una denuncia è stata inviata alla procura della Repubblica di Barcellona, mentre dal Comune sta per partire l'ordinanza di demolizione e il ripristino dello stato dei luoghi.

 

2 - IERI, LA SMENTITA DI BARBARESCHI RECITAVA COSÌ: "È SOLO UNA CISTERNA D'ACQUA..."
Ansa- "E' vero, dal 1964 esiste una cisterna d'acqua, un manufatto di 40 mq, di due metri x 60 x 3,20 cm d'altezza. Compro quando sono qua 2 camion di acqua per essere autonomo a questo punto posso o innaffiarci il mio giardino di ulivi o berli tutti. Recentemente per tre metri ho fatto anche un muretto a secco con le pietre": risponde all'ANSA con rassegnata ironia l'on. Luca Barbareschi sulla questione della presunta piscina abusiva nella sua casa a Filicudi nelle Eolie.

"Non ho mai ricevuto alcuna denuncia, dunque mai fatto ricorso al Tar. Ora dopo queste indiscrezioni che smentisco verranno a controllare. Se riceverò denuncia ricorrerò al Tar", aggiunge il finiano Barbareschi gustando una granita ad Alicudi e spiegando di non volersi "rovinare i 20 giorni di vacanza l'anno con questa vicenda che guardacaso mi riguarda in questi giorni".

"Sono sereno - conclude - vicende così sono nel conto della politica attuale. L'assurdo è che esiste un hotel a Filicudi con piscina olimpionica e che si parli di questa cisterna che c'é da sempre in una paese dove la cementificazione selvaggia e gli ecomostri non importano a nessuno".

 

3 - PISSI PISSI
Provate a indovinare il motivo principale dell'ira di Barbareschi versus Berlusconi. Secondo gli "addetti ai livori" televisivi il "problem" tra i due giace nel fatto che mai una fiction proposta dal finissimo Luca è mai stata accettata da Mediaset.

 

- Ora c'è in ballo un altro sogno e bisogno di Barbareschi. Diventare il soprintendente del maggiore teatro della capitale, il Teatro Argentina. In passato fu ‘dimissionato' dalla direzione del Teatro Eliseo. Ed il sindaco Ale-danno si è schierato dalla parte del Banana...

 

Il sindaco di Filicudi Mariano Bruno lo detesta. Luca non ha mai fatto niente per le eolie e aveva fatto tante promesse quando era in commissione trasporti. Il sindaco è Forza Italia tendenza Schifani amico di Carlo Vizzini. In queste ore gode... 23-08-2010]

 

 

L’INVIATO DEL CORRIERE DELLA SERA CARLO VULPIO SBOTTA SUL VULNUS FINI-TULLIANI - “DOPO LA RICATTATRICE PATRIZIA D’ADDARIO – ESCORT PER SUA SCELTA - IL BUON TRAVAGLIO PROPONE CHE A DIVENTARE EROINA DELLA SINISTRA E DEL FEMMINISMO SIA ELISABETTA TULLIANI, COMPAGNA DI UN SIGNORE CHE È LA TERZA CARICA DELLO STATO, E QUINDI PERFETTAMENTE RIENTRANTE IN QUELLA NOZIONE DI “PERSONAGGIO PUBBLICO” CONSOLIDATA DA UNA COPIOSA GIURISPRUDENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE - “TRAVAGLIO INVOCA UNA PRIVACY CHE A TUTTI GLI ALTRI PERSONAGGI PUBBLICI I MASS MEDIA (GIUSTAMENTE) NON RICONOSCONO E DI CUI PROPRIO LUI NON HA MAI TENUTO CONTO” - “ANCORA UNA VOLTA, VOGLIAMO “FARE GLI AMERICANI”, CON LA LIBERTÀ DI STAMPA, SOLO QUANDO CI CONVIENE. SECONDO UNO SFACCIATO DOPPIOPESISMO CHE PRIMA O POI CI SEPPELLIRÀ TUTTI, COLPEVOLI E INNOCENTI, BELLI E BRUTTI, MIGNOTTE E NON…”

Riceviamo e pubblichiamo:

Dago,
dopo Patrizia D'Addario, il buon Travaglio propone che a diventare eroina della sinistra e del femminismo sia Elisabetta Tulliani. A me, questo pare una solenne stupidaggine.
La D'Addario - escort per sua scelta, nessuno le ha imposto nulla - si è comportata da ricattatrice pur di raggiungere i suoi obiettivi (per giunta di molto dubbia legittimità, come il cambio di destinazione di un edificio già condonato in un'area vincolata).

 

Per la signora (e per l'interminabile corteo di donne pronte a tutto pur di scalare posizioni di denaro e potere senza saper far nulla) vale ciò che sostiene Massimo Fini nel suo "Dizionario erotico": è il principio del "Fica power" il motore primo, altro che la versione angelicata della donna-oggetto costretta a subire l'odioso ricatto di natura sessuale (che esiste, certo, ma riguarda le molte donne lavoratrici "oscurate" dai mass media, non le escort o le mignotte in carriera).

Non solo. Continuare a pensare, o fingere di pensare, come fa Travaglio, che la visita della D'Addario a palazzo Grazioli sia stata una zingarata di un'allegra combriccola di cocainomani e non anche una "missione teleguidata" da una parte dei servizi segreti coinvolti nella stessa "guerra sporca" che oggi viene vede protagonista, suo malgrado, Elisabetta Tulliani, significa offendere l'intelligenza propria e l'altrui.

Perché questo è esattamente ciò che sta avvenendo: cosche contrapposte che si sputtanano a vicenda con tutti i mezzi a disposizione e tirano fuori scheletri grandi e piccoli da tutti gli armadi. Insomma, "a la guerre comme a la guerre" e si salvi chi può.

Non capisco poi perché per Elisabetta Tulliani, compagna di un signore che è la terza carica dello Stato, e quindi perfettamente rientrante in quella nozione di "personaggio pubblico" consolidata da una copiosa giurisprudenza della Corte di Cassazione, Travaglio invochi una privacy che a tutti gli altri personaggi pubblici i mass media (giustamente) non riconoscono e di cui proprio lui (non sempre giustamente) non ha mai tenuto conto.

Ancora una volta, vogliamo "fare gli americani", con la libertà di stampa e con tutto il resto, solo quando ci conviene. Secondo uno sfacciato doppiopesismo che prima o poi ci seppellirà tutti, colpevoli e innocenti, belli e brutti, mignotte e non.
Grazie per l'ospitalità. Saluti.
Carlo Vulpio

 24-08-2010]

 

 

Fare immobili! - non solo un intero piano nel centro storico di Roma, La Urso Real Estate controlla un tesoretto immobiliare! - inchiesta de “Il fatto quotidiano” che, nella fretta, dimentica di sottolineare che urso è un tipino fini a capo della fondazione fare futuro: sì proprio quella che ieri si vergognava di vent’anni di fascismo e oggi si vergogna di vent’anni di berlusconismo…

Marco Lillo per Il Fatto

Tutti smentiscono l'indagine penale ma la storia di casa Urso merita un'indagine giornalistica. Il viceministro del commercio estero e suo figlio hanno comprato per tre milioni di euro un patrimonio immobiliare nel centro storico di Roma che - secondo le testimonianze raccolte nel palazzo - era stato offerto in precedenza a un prezzo doppio.

Dopo la pubblicazione da parte del sito Dagospia dell'indiscrezione su una presunta convocazione in Procura del viceministro (come testimone) per chiarire alcuni dubbi sulla compravendita, ieri sono piovute le smentite. In via ufficiosa la Procura di Roma fa sapere che non c'è nessuna inchiesta e Urso annuncia querele. Una scena già vista quando Dagospia, nel 2009, fu il primo a mettere nel mirino i Tulliani.

 

Mentre il titolare del sito, Roberto D'Agostino, promette che presto pubblicherà la data della convocazione dei pm, in attesa di vedere chi ha ragione, Il Fatto ha approfondito la storia delle case della famiglia. La Urso Real Estate controlla un tesoretto immobiliare composto di una decina di unità catastali tra il quarto e il sesto piano di un palazzo storico che affaccia sul Tevere a due passi da piazza Cavour.

Sono intestati a Urso e al figlio due appartamenti, tre terrazzi e una mezza dozzina di annessi, cantine, lastrici e magazzini. Il viceministro e il figlio Dario con tre atti consecutivi hanno incrementato considerevolmente il patrimonio familiare nel 2009-2010.

 

L'appartamento più grande, comprato da Adolfo Urso il 28 maggio del 2009, è composto di cinque camere, disimpegni cucina, due bagni, veranda e terrazza al quarto piano più magazzino, doppio ripostiglio al quinto e cantina al primo. La metratura è ampia: 214 metri quadrati coperti, più 90 metri quadrati di terrazza più 14 metri di veranda, 22 metri di magazzini e 35 metri di cantina.

Non basta: nell'atto la società venditrice, Colonna Prima Srl, si impegna a dare gratis a Urso le terrazze condominiali che fanno schizzare il valore del complesso alle stelle. Dall'alto di quello che catastalmente è definito "lastrico solare" si vede un panorama mozzafiato.

 

Puntualmente: il 19 aprile 2010, la società Colonna prima Srl compra le terrazze dai proprietari per 53 mila euro e le gira gratuitamente, come era nei patti iniziali, al viceministro. Stiamo parlando di 120 metri quadri al quinto piano più altri 110 al sesto piano più il vano scala. Riepilogando, per una proprietà a due passi da Ponte Cavour con vista mozzafiato su Roma e composta di 250 metri coperti più 320 scoperti più 35 di cantina, il viceministro Urso dichiara nel maggio 2009 un prezzo di 2 milioni di euro , reperiti grazie a un mutuo a tasso variabile trentennale di un milione e 600 mila euro contratto con il Banco di Napoli, che applica un tasso favorevole ai parlamentari. La Urso Real Estate non si ferma.

 

Allo stesso livello dello stesso palazzo il figlio trentenne Dario Urso compra dalla stessa società e nello stesso periodo un secondo appartamento di 7 vani catastali (che si può stimare in 120 metri quadrati circa più 28 metri quadrati di magazzini) al prezzo di un milione di euro. Anche in questo caso l'esborso è coperto per l'80 per cento con un mutuo ventennale di 800 mila euro del Banco di Napoli, garantito dallo stipendio di papà Adolfo.

Ieri sui quotidiani si discuteva del prezzo troppo alto pagato dal politico e dal figlio ma nel palazzo vicino a piazza Cavour, al contrario, in molti erano sorpresi perché le cifre pubblicate sono molto più basse rispetto a quelle di mercato e soprattutto rispetto a quelle richieste allora. Prima di essere comprato da Urso, dicono nel palazzo, l'appartamento del viceministro era stato offerto alla moglie di un leader del centrosinistra e a due stiliste famose a un prezzo doppio.

La società immobiliare che ha ceduto le case alla famiglia Urso è la Colonna prima Srl, amministrata da Vito Fusillo, 54 anni, un imprenditore barese con interessi che spaziano dall'editoria (Gazzetta del Mezzogiorno) agli alberghi (hotel delle Nazioni di Bari), dalle costruzioni agli ipermercati. Colonna Prima Srl ha rilevato l'intero palazzo dove abita Urso da una società che a sua volta lo aveva comprato dal gruppo Pirelli quando l'ex patrimonio dell'Ina è stato messo in vendita da Marco Tronchetti Provera e Carlo Puri Negri.

Il patrimonio delle assicurazioni pubbliche, finito sul mercato dopo la privatizzazione e l'acquisto dell'Unim da parte di Pirelli, conteneva molti gioielli. E iI viceministro Urso aveva cominciato la sua fiorente attività immobiliare romana proprio comprando un'altra casa che aveva fatto la trafila Ina-Pirelli.

In una delle strade più prestigiose di Roma, in via Po, al civico 72, il politico compra nell'agosto 2004 un quarto piano di sei camere e accessori per 690 mila euro. Il prezzo, molto buono, è coperto con un mutuo di 600 mila euro, ventennale. A vendere è la società Gepa, di proprietà dei figli del notaio Antonio Bianchi, che aveva comprato decine e decine di case dal gruppo Pirelli a un prezzo stracciato e che le rivendeva per prezzi abbastanza bassi. Per un caso, il figlio del notaio Bianchi abita nel palazzo vicino a ponte Cavour dove nel 2009 ha comprato Urso. La casa di via Po, a maggio del 2005, nove mesi dopo l'acquisto è stata ceduta da Urso con una plusvalenza di appena 10 mila euro.

 

Inarrestabile la Urso Real estate torna in azione il 12 maggio 2006 e si sposta in periferia: il politico e la moglie (ora separata) comprano a Ponte di Nona, per 215 mila euro un quinto piano. Quando il viceministro avvista le case di ponte Cavour per sé e per il figlio Dario, cede la seconda casa di Ponte di Nona all'altro figlio.

 

Urso è irritato dall'interesse della stampa sulla sua attività immobiliare: "Non c'è nessuna inchiesta penale e non c'è nessun caso. Io sono stato trasparente. Ho dichiarato tutto e ho comprato con un mutuo alla mia portata. I prezzi sono reali e se qualcuno prima del mio acquisto ha chiesto cifre superiori, non mi stupisce. Il mercato è crollato dopo il 2007".21-08-2010]

 

 

CONTRO L’ITALIA POLITICA CHE COSTRUISCE! DOPO TULLIANI, URSO, ORA TOCCA A BARBARESCHI - IL TIPINO FINO CHE HA SCOVATO PER FINI IL NOME “FUTURO E LIBERTà” è STATO DENUNCIATO DALLA PROCURA DELLE EOLIE PER UNA PISCINA ABUSIVA NELLA SUA VILLA DI FILICUDI - (NELLE EOLIE TRA I TANTI VINCOLI È VIETATO REALIZZARE PISCINE NELLE VILLE PRIVATE) - E LA TULLIANI ATTACCA GAUCCI E STAMPA: “FALSITÀ E DISCREDITO PER RAGIONI POLITICHE”

 


http://notiziariodelleeolie.myblog.it

 

Filicudi - Piscina abusiva per Luca Barbareschi e denuncia alla procura della Repubblica di Barcellona. L'accertamento è stato eseguito a Filicudi nella villa del regista-produttore-attore e parlamentare nazionale, dai carabinieri e dai tecnici del Comune di Lipari. Alla stazione dei cc della piccola isola delle Eolie è giunta una segnalazione su presunti lavori edilizi abusivi nella villa di 200 metri quadri, situata in località "Guardia", in uno dei punti piu' panoramici di Filicudi.

I militari dell'arma, al comando del maresciallo Giuseppe Mosca e dell'appuntato Antonino Saltalamacchia, con al seguito il capo dell'ufficio tecnico comunale Claudio Beninati e l'ingegnere Antonio Fiore hanno eseguito una ricognizione e hanno accertato la realizzazione della piscina di circa 40 metri quadri realizzata abusivamente (nelle Eolie per i tanti vincoli che vi sono è vietato realizzare piscine nelle ville private; si possono realizzare solamente nelle strutture turistico-alberghiere).

Inoltre sono state accertate difformità ad un locale tecnico che rispetto al progetto approvato dagli organismi preposti era piu' grande di circa 3 metri quadri. Per Barbareschi ora è in arrivo dal Comune una ordinanza di demolizione con il relativo invito entro novanta giorni a ripristinare lo stato dei luoghi. Il "villeggiante-vippaiolo" comunque avrà facoltà di appellarsi al tar di Catania e al presidente della Regione.

 

Per Barbareschi l'arrivo dei carabinieri e dei tecnici comunali è stata una vera "tegola" perché il "produttore", tra un bagno e l'altro, stava già lavorando per realizzare due films alle Eolie. Il primo dedicato alla storia d'amore tra "Edda Ciano, la figlia del duce e il comunista di Lipari" con Stefania Rocca e Alessandro Preziosi e il secondo dedicato a "Le amanti del Vulcano", il triangolo d'amore tra Ingrid Bergman, Roberto Rossellini e Anna Magnani. Alle due storie il giornalista Marcello Sorgi ha dedicato i suoi due ultimi libri. TULLIANI ATTACCA GAUCCI E STAMPA, FALSITÀ E DISCREDITO PER RAGIONI POLITICHE
(ANSA) -
'E' intollerabile che Gaucci finga di ignorare la realta'' e che 'certa stampa' amplifichi le sue bugie, tuona Elisabetta Tulliani. In una nota, la compagna di Gianfranco Fini prende posizione non solo sulla vicenda della vincita all'Enalotto ma anche sulla legittima proprieta' della sua abitazione e di quella dei suoi genitori. E annuncia di aver gia' dato mandato ai suoi legali per agire 'nei confronti di Luciano Gaucci, del settimanale Panorama e dei quotidiani Libero e Il Giornale'. 22-08-2010]

 

 

 

Auto blu

CI COSTANO 4 MILIARDI DI EURO

Pubblicata il 15/07/2010

Le auto blu sono 90 mila e costano ai contribuenti 4 miliardi di euro all'anno. Lo ha annunciato il ministro della pubblica amministrazione, Renato Brunetta, spiegando che dal censimento sono escluse le vetture con targhe speciali e quelle utilizzate per finalità di sicurezza e vigilanza e che non hanno partecipato al monitoraggio la presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale e le presidenze di Camera e Senato.

Auto di rappresentanza. Di queste 90 mila macchine, solo 25-30 mila, si fa per dire, sono propriamente auto blu: 7-10 mila di rappresentanza politico/istituzionale a disposizione di autorità e alte cariche dello Stato e delle amministrazioni locali e altre 18-20.000 di servizio a disposizione di dirigenti pubblici. Vi sono poi 60-65 mila auto "grigie", cioè senza autista a disposizione degli uffici per attività strettamente operative (visite ispettive, controlli, manutenzioni, sopralluoghi).

Costi esorbitanti. Il censimento ministeriale ha rivelato che la gestione di questo enorme parco auto costa alla pubblica amministrazione, cioè a tutti i cittadini, 4 miliardi di euro l'anno, cioè, in media, più di 44 mila euro per ogni macchina censita. Ma il costo medio sale a 142 mila euro se si considerano solo le auto "blu-blu", cioè le 25-30 mila di rappresentanza a disposizione di autorità, alte cariche e dirigenti. Il costo comprende tutto, cioè acquisto, gestione e, soprattutto, la spesa per gli autisti (40 mila) e per il personale addetto al parco auto (20 mila).
 
Spesa pubblica. Questa voce, in particolare, incide per il 75% sulla spesa complessiva dello stato e delle amministrazioni periferiche. "Sessantamila autisti su 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici sono troppi", ha commentato il ministro. Brunetta, peraltro, ha ricordato che alcune amministrazioni hanno annunciato misure di razionalizzazione. "Penso che si possa spendere la metà facendo le stesse cose", ha sottolineato. Il ministro, infine, ha annunciato di avere chiesto al governo di valutare l'abolizione di alcune norme contenute all'interno del Regio decreto del 1927 che consente particolari esenzioni dalla registrazione al Pubblico Registro Automobilistico, come ha denunciato "Quattroruote" nel numero di luglio.

Mario Rossi 

 

 

LE DEPORTAZIONI ROM DI SARKOZY E LE RETATE DI IMMIGRATI ILLEGALI DI OBAMA: QUAL è LA DIFFERENZA? LA PRIMA FA NOTIZIA… – FINORA IL PRESIDENTE Più LIBERAL DEGLI STATI UNITI è STATO Più severo di Bush: rimpatriatI 265 mila clandestini - Parola del segretario Usa alla Sicurezza interna Janet Napoletano…

colloquio con Janet Napolitano di Eve Conant - "Newsweek" - "L'espresso"

Per certi aspetti, in materia di immigrazione illegale, il presidente Obama si è rivelato più fermo del suo predecessore. Il governo Obama ha ampliato i programmi che regolano l'espulsione degli immigrati illegali che si macchiano di reati. E la sua azione contro le attività che impiegano lavoratori senza documenti è stata estesa e decisa.

Mentre da una parte è aumentato il numero degli immigrati illegali individuati dalle autorità, dall'altra l'amministrazione Obama si è pronunciata con forza contro la nuova dura legge adottata dallo Stato dell'Arizona (peraltro parzialmente bocciata anche da un giudice di Phoenix) che permette alle forze dell'ordine di fermare le persone potenzialmente sospettate di trovarsi nel Paese senza documenti.

In questa intervista il segretario del Dipartimento della Sicurezza Interna Janet Napolitano racconta quali sono gli obiettivi dell'amministrazione Obama in materia.

In che cosa differisce il suo approccio da quello del governo Bush?
"Le nostre priorità si sono discostate da quelle del governo precedente. Ci siamo concentrati sugli immigrati illegali che hanno commesso reati, e in particolare su quelli che sono già stati condannati. Poi, sul versante del lavoro, intendiamo procedere legalmente contro i datori di lavoro che assumono illegali.

La legge riguardante il lavoro degli illegali deve essere aggiornata perché non ha la valenza di deterrente che noi vorremmo che avesse. È necessario che le multe siano più alte. Altri elementi di questa legge sono inutilmente complicati se l'obiettivo è quello di individuare e punire chi assume manodopera illegale in maniera continuativa e consapevole".

Che cosa succederà politicamente se i dati dell'anno fiscale corrente dimostreranno che voi avete rimpatriato meno illegali?
"Il problema non si pone perché è un dato più alto, significativamente più alto".

Secondo i dati, avete rimpatriato soltanto 265 mila immigrati illegali finora, ben al di sotto dei 400 mila del governo Bush.
"A mio avviso, ciò che è importante è il numero di illegali deportati che avevano commesso reati o che erano già stati condannati. Se non ricordo male, nel 2009 abbiamo battuto il record rispetto al 2008 e nel 2010 lo batteremo rispetto al 2009".

E tutti gli altri rimpatri?
"In molti più casi abbiamo avviato azioni contro i datori di lavoro. Anche il numero delle persone catturate tra i fuggitivi rei di delitti gravi credo sia in aumento. Il dato statistico che sicuramente è salito in maniera significativa è quello dei procedimenti amministrativi contro chi ha assunto lavoratori illegali. E, inoltre, a quei lavoratori non abbiamo concesso alcuna amnistia".

Parliamo della percezione generale: durante l'epoca di Bush, le retate della polizia erano una notizia onnipresente in televisione e si aveva l'impressione che Bush fosse molto fermo con l'immigrazione. L'impressione ora è che il suo governo faccia retate più limitate, senza telecamere. È una decisione quella di non pubblicizzare il vostro sforzo?
"Non la metterei così. Direi che la nostra azione è stata guidata dall'approccio che avrebbe un pubblico ministero, sulla base dei risultati e non sulla base di ciò che fa notizia per i media".

La preoccupa la percezione generale che Obama non sia abbastanza duro con l'immigrazione illegale?
"Sì. Qualsiasi pubblico ministero le dirà che parte del lavoro consiste nell'individuare delle priorità, nel saper valutare innanzitutto in prima persona i risultati".

La causa contro l'Arizona rafforza quest'idea. Quando pensa che questa percezione cambierà?
"La causa contro l'Arizona riguarda un aspetto molto differente: se si avranno 50 leggi per l'immigrazione o una sola. Questo non significa ovviamente che il Congresso non debba, in maniera bipartisan, sedersi al tavolo dei negoziati per aggiornare e migliorare le leggi".

Con Obama avete discusso della necessità di ridurre le retate tipo quelle di Bush?
"Le uniche conversazioni che abbiamo avuto in merito hanno riguardato il fine del nostro lavoro che è quello di imporre la legge, anche se il presidente ha parlato già allora della necessità di aggiornare e di migliorare la legislazione in materia".

 

 

[20-08-2010]

 

 

AHÒ, TUTTI CON LO STESSO VIZIO IMMOBILIARE I TIPINI FINI DI "FUTURO E LIBERTÀ"!!! - DOPO IL TORMENTONE MONEGASCO TULLIANI-FINI, ORA TOCCA AL VICE MINISTRO URSO - 1- IL DEMIURGO DI ‘FARE FUTURO’ AI PRIMI DI SETTEMBRE SARÀ GENTILE OSPITE DELLA PROCURA A ROMA PER FORNIRE ALCUNE DELUCIDAZIONI RIGUARDO L’ACQUISTO DEL SUO PRESTIGIOSO ATTICO A PONTE CAVOUR (20 MILA EURO DI MUTUO AL MESE) DOTATO DI UN VASTO TERRAZZO DI 500 MQ CON VISTA MOZZAFIATO SU ROMA. NELL’ATTO IL TERRAZZO VIENE EDUCATAMENTE DESCRITTO COME – UDITE! UDITE! - "LASTRICO SOLARE" - 2- IN ATTESA DI ESSERE INTERROGATO SEMBRA PROPRIO DAL PM CAPALDO - UN PRIMO APPUNTAMENTO È GIÀ SLITTATO – ADOLFO URSO FAREBBE BENE AD EVITARE, COME HA FATTO OGGI, DI DIRAMARE AGENZIE SCANDALIZZATE SULL’"AFFAIRE MONTECARLO". FORSE ANCHE LUI È BENE CHE CHIEDA UDIENZA ALL’AVVOCATESSA GIULIA BONGIORNO PER QUALCHE SUGGERIMENTO IN VISTA DELL’INCONTRO RAVVICINATO IN PROCURA…

Ahò, tutti con lo stesso vizio immobiliare quelli di "Futuro e Libertà". Mejo, "Futuro e Locazione". Dopo il tormentone Tulliani-Fini, ora si apre la botola per il vice ministro per lo Sviluppo Economico Adolfo Urso. Il demiurgo di Fare Futuro sarà gentile ospite della Procura a Roma per fornire alcune delucidazioni riguardo la vicenda legata all'acquisto del suo prestigioso attico a ponte Cavour.

 

La convocazione è prevista per i primi giorni di settembre nell'ambito di un filone d'inchiesta sulle case dei potenti.

La casetta di Urso sembrerebbe acquistata ad un prezzo inferiore a quello di mercato dalla società immobiliare gruppo Refin. Per far fronte all'acquisto, secondo quanto risulterebbe alla Guardia di Finanza, il vice ministro ha anche acceso un mutuo milionario di due milioni e mezzo il cui rimborso costa circa 20 (venti) mila euro al mese, una cifra davvero record per un parlamentare con famiglia a carico.

 

Ma come se non bastasse, poco dopo lo scandalo che ha visto protagonista il suo ministro Sciaboletta Scaiola, Adolfo Urso si è visto assegnare un vasto terrazzo di circa 500 metri quadri con vista mozzafiato su Roma ladrona. Nell'atto il terrazzo viene educatamente descritto come - udite, udite - "lastrico solare"...

Segretario Generale di "Fare Futuro" Urso vive e convive conuna doppia personalità: di giorno si professa fedele al governo Berlusconi e di notte architetta con gli amici di "Fare Futuro" le peggiori bordate contro l'esecutivo dei ‘dossier e dei ricatti', killeraggi compresi.

Di "Fare Futuro", l'Ursachiotto si occupa anche del reperimento fondi poiché la Fondazione costa cara se si pensa solo all'affitto della prestigiosissima sede in via del Seminario, alle spalle di piazza del Pantheon, a quattro passi da Montecitorio.

In attesa di essere interrogato sembra proprio dal pm Capaldo - un primo appuntamento è già slittato - Urso farebbe bene ad evitare, come ha fatto oggi, di diramare agenzie scandalizzate sull'"affaire Montecarlo". Forse anche lui è bene che vada dall'avvocatessa Giulia Bongiorno per qualche suggerimento in vista dell'incontro ravvicinato in Procura.

 

 

[19-08-2010]

 

 

 

GATTOSARDO PER SEMPRE - GUZZANTI: “COSSIGA fece carte false e penso assai poco onorevoli pur di salvarlo. Per questo quando Moro venne ammazzato ebbe un trauma. Dolore, certo ma forse anche vergogna perché quel che fece, non da solo, non servì a salvare Moro: fu beffato e per questo ebbe il trauma che lo fece incanutire in un attimo” - ROMITI: “PER IL DIVORZIO SOFFRÌ MOLTISSIMO” - MANIFESTO-CHOC: "È MORTO UN ASSASSINO"…

1 - MANIFESTO-CHOC: "È MORTO UN ASSASSINO"
La Repubblica - «È morto un assassino». All´ingresso di un centro sociale di Cremona ieri è apparso un manifesto con questo titolo e con una foto dell´ex presidente Francesco Cossiga mentre fa il saluto militare. Il manifesto utilizza la vecchia dicitura degli anni di piombo che mette le "SS" naziste nella parola "assassino" e conclude con «Kossiga Boia».

 

La firma è del centro autogestito Kavarna. «Politicanti e telegiornali - si legge - non smentiscono la loro natura classista elogiando un criminale di Stato. Impegnati nella spettacolarizzazione della sua morte, nessuno vuole ricordare le sue vittime: Francesco Lorusso e Giorgiana Masi».

2 - ROMITI: "PER IL DIVORZIO SOFFRÌ MOLTISSIMO"
Paolo Conti per Corriere della Sera - "Fin qui il Cossiga politico. Ma come uomo, dottor Romiti, cosa ricorda? «Un momento di grande angoscia personale, in cui mi confidò un immenso dolore. Un giorno mi telefonò. Volle vedermi. Mi guardò: "Sai, Cesare, cosa mi succede? Mia moglie mi fa causa per avere il divorzio". Cossiga era profondamente cattolico, per lui il legame era indissolubile. Per quel divorzio soffrì moltissimo, lo posso testimoniare».

 

3 - GUZZANTI: "UN VISIONARIO CHE SAPEVA MOLTO"
Giulia Cerino per http://espresso.repubblica.it/dettaglio/guzzanti-un-visionario-che-sapeva-molto/2132244//0

"Cossiga, un uomo solo" è il titolo del libro che Paolo Guzzanti, giornalista e parlamentare (oggi nel Pli ma eletto con il Pdl) ha dedicato nel 1991 all'ex presidente della Repubblica. Guzzanti di Cossiga era amico e studioso. A lui abbiamo quindi chiesto un ricordo-ritratto dello statista appena deceduto.

In che rapporti era con Cossiga?
«Provavo grande affetto e amicizia per lui. Vivemmo una stagione drammatica. Io lo so perché ero il giornalista di cui più si fidava. Diceva tutto prima a me e io lo dicevo alle televisioni. Gli volevo bene. Ne abbiamo passate tante. L'ultima volta che l'ho sentito è stato perché Sabina voleva intervistarlo per il suo ultimo film. 'Ma certo venite vi aspetto', ci disse. Poi però abbiamo avuto dei ritardi e l'intervista non è più andata in porto. Peccato, l'avrei rivisto».

Cossiga è stato un uomo dai mille volti. Come e per cosa sarà ricordato?
«Ognuno ne ricorderà un aspetto. Il mio ricordo è di un uomo onesto, fantasioso, un cavaliere errante pieno di visioni fantastiche che ha unito letteratura e poesia. Io non ho mai creduto fosse matto. Quando "La Stampa" per cui lavoravo e "L'espresso" hanno tirato in ballo l'idea che fosse malato e andasse sostituito da un comitato di garanti io non ero d'accordo.

 

Cossiga non è mai stato matto. Lui lo sapeva e anzi si è fatto furbo, ha usato questo suo 'stile' bizzarro come strumento di comunicazione e come mezzo per giustificare molte sue azioni stravaganti e discutibili. Come quando decise che avrebbe picconato il sistema politico. Non era follia, quella. Ma un'intuizione. Sapeva che il sistema era malato ed i partiti pure. Era convinto che il sistema politico di allora fosse legato alla guerra fredda e che, una volta finita, i partiti politici italiani sarebbero crollati. Disse qualcosa che non piaceva ai suoi nemici e nemmeno agli amici. Si sbagliava? L'attualità politica dice di no».

Nel suo libro lei lo disegna come un "uomo solo". Cosa vuole dire?
«L'ho sempre visto come un solitario, un don Chisciotte visionario e in questo mi sento simile a lui. Messi insieme eravamo due matti da legare. L'hanno lasciato solo perché diceva qualcosa che faceva paura. La sua era una solitudine politica, ma anche morale, intellettuale. Solo pochi hanno capito che dietro le sue 'picconature' c'era una visione del mondo politico italiano e hanno avuto il fegato di sostenere le sue idee. Cossiga era un uomo solo e 'forte' della sua solitudine».

Ma oltre che 'solo', quali aggettivi userebbe oggi per ricordarlo?
«Intuitivo fino alla genialità: aveva capito che il regime italiano si muoveva verso il presidenzialismo e gridava che bisognava guidare quel processo in senso democratico e parlamentare. Ma i partiti stavano ffondando e non vollero sentire: oggi abbiamo un presidenzialismo di fatto che calpesta la Costituzione proprio perché Cossiga non è stato ascoltato.

 

Il secondo aggettivo è Incorruttibile (ma non so se non fosse ricattabile per la vicenda Moo) e il terzo: un gran pasticcione. Cossiga era un casinaro quando si metteva in testa di sapere cose di cui invece sapeva poco e male. Dopo la strage del 2 agosto 1980 a Bologna, come nel caso di Ustica, sostenne tutto e il contrario di tutto rincorrendo ipotesi e voci che raccoglieva. A me chiese disperato se io potevo dargli la dritta giusta e gli dissi quel che pensavo di Ustica: bomba araba, nessun missile. Ma lui tirò in ballo francesi, americani, complotti bizzarri e sempre così, a cavolo, senza uno straccio di pezza d'appoggio.

L'amara verità è che lo "spione Cossiga" di servizi segreti non ha mai capito niente. Era un 'orecchiante'. A lui piaceva parlare con i cellulari di ultima generazione. Forse qualche volta, davanti allo specchio, si sarà anche atteggiato a barba finta, a 007. Ma era in materia di intelligence era un amateur dalle molte conoscenze».

Ora le riporto delle frasi tratte da "Fotti il Potere - manuale sul potere politico", scritto dallo stesso Cossiga e lei mi risponde che cosa ne pensa. Pronto? Cominciamo; 'La bomba di piazza Fontana fu opera degli americani'.
«Balla sesquipedale, ma di gran moda da decenni».

 

'La politica è una droga che non prevede disintossicazioni'.
«Una frase stupida. Anche Omero sonnecchia, figurati Cossiga».

'Governare è far credere'.
«Dipende da chi governa. Obama e Sarkozy, per fare due esempi politicamente opposti, si sono presentati agli elettori con un grande appeal sia politico che personale: dietro al fascino c'era anche un programma di governo».

'I politici sono marionette nelle mani dei banchieri'.
«Credo di no. Ma se lui ne ha fatto esperienza nel suo partito allora vuol dire che è vero. Ma insomma, ognuno parli per sé».

'Non c'è leader politico che non possa essere arrestato per tangenti'.
«Dipende da in quale epoca ci troviamo. Berlusconi di certo non le ha mai prese. Semmai le paga».

'La mafia ci appartiene, tanto vale accettarla'.
«Orrendo. Ecco, vedete, Cossiga ha questi lati oscuri. Come quando diceva di accettare l'integralismo islamico e di essere d'accordo sul fatto che le donne islamiche in Italia devono andare in giro col burka solo perché lo dice la loro religione»

'Oltre all'Fbi, fu il mondo economico a mettere in piedi Mani Pulite'.
«Ah bé, se lo dice lui. Avrebbero fatto comodo, anche qui, le pezze d'appoggio. Pasticcione.

'Esistono tradimenti doverosi e persino morali'.
«Questa è una frase tipicamente cossighiana. Forse si riferiva al caso Moro».

A proposito di Moro: perché si dimise dopo l'uccisione del presidente della Dc?
«Perché fece carte false e penso assai poco onorevoli pur di salvarlo. Per questo quando Moro venne ammazzato ebbe un trauma. Dolore, certo ma forse anche vergogna perché quel che fece, non da solo, non servì a salvare Moro: fu beffato e per questo ebbe il trauma che lo fece incanutire in un attimo e coprire di vitiligine, la malattia psicosomatica della pelle.

Purtroppo si porterà con sé questa e altre verità nella tomba: io avevo sperato fino all'ultimo che prima di morire raccontasse al Paese la verità vera, a lui piaceva giocare a fare il Talleyrand, mentire in nome dello Stato. Ancora oggi, a distanza di più di vent'anni, rievocare il caso Moro vuol dire entrare in un tunnel di segreti e vergogne, benché la verità sia accessibile, come ho potuto dimostrare nella Commissione Mitrokhin, cosa che ha scatenato anche contro di me l'inferno».

 

Torniamo agli anni '70. Sui muri di certe città si leggono ancora oggi scritte contro Cossiga, provocatoriamente scritto con la K. Ma a lui piaceva essere ricordato così. Perché?
«Per civetteria. Negli anni settanta, a causa di un film intitolato "L'AmeriKano", venne la moda di mettere il kappa per alludere alla Cia. A lui questo piaceva, era il suo giocattolo. Ma gli americani sfruttarono questa sua passione americana, che condivido anch'io, come dimostra il fatto che quando gli Usa gli chiesero di portare D'Alema alla presidenza del Consiglio, lui lo fece organizzando lo sgambetto del 9 ottobre 1998 a Prodi. Così Clinton poté fare la guerra contro la Serbia usando le basi italiane senza timore di blocchi organizzati dall'ex Pci contro le basi e la guerra. Missione compiuta, ma non ne andrei così fiero. Però, avendo sponsorizzato D'Alema a Palazzo Chigi, batté Scalfari e si riqualificò a sinistra. Anche questo era Cossiga».

Se potesse, cosa direbbe Cossiga della transizione in atto, di Fini contro Berlusconi?
«Non lo so, ma posso raccontarle una cena dell'aprile del 1993 al Grand Hotel di Roma. Cossiga spinse personalmente Berlusconi alla politica intervenendo a quella cena a cui partecipavano anche Agnelli, Rossignolo, il segretario del Pli Altissimo, il professor Scognamiglio, e naturalmente Berlusconi. Lo scopo era sbarrare la strada ad Occhetto e alla sua pretesa ‘gioiosa macchina da guerra'.

 

Cossiga sosteneva Berlusconi ma era incazzato nero perché poi Berlusconi rifiutava di farsi guidare da lui. A quei tempi sosteneva anche Fini e anzi fu proprio lui a sdoganarlo, prima di Berlusconi. Mentre per la sinistra italiana Fini, antagonista di Rutelli al Comune di Roma, era sempre solo un fascista, mica come oggi che è l'eroe della resistenza al nuovo duce. Quelle di oggi sono le conseguenze delle azioni di 10-15 anni fa. Cossiga sapeva che in Italia sarebbe andata a finire così. E lo sapeva perché era intuitivo e incorruttibile, ma sempre un gran casinaro, un pasticcione, l'anima del pastore sardo nel corpo di uno statista bizzarro».

 

 

[19-08-2010]

 

 

COSSIGA PER ME - DAGO: "È STATO IL GRANDE TESTIMONE DELLA MORTE DELLA POLITICA E DEL PASSAGGIO AI PARTITI COME SONO OGGI, COMITATI D’AFFARI COMANDATI DA ENTITÀ ECONOMICHE" - "MI APRÌ GLI OCCHI SUL FATTO CHE ORMAI L’ECONOMIA AVEVA PRESO IL SOPRAVVENTO SULLA POLITICA. MI FECE CAPIRE CHE IL POTERE NON È QUELLO VISIBILE. - QUELLI CHE VEDI AL TG DELLE 20 SONO SOLO I BURATTINI, IL POTERE NON CE L’HA CHI DIRIGE LA BANCA O GUIDA LA RAI, MA CHI LO HA MESSO LÌ"....

Paola Setti per Il Giornale

Roberto D'Agostino. E adesso?
«Eh. Adesso son morto. Francesco Cossiga era tutto per me. Un padre, una guida spirituale. E lo dico fuori dalla retorica».

Fuori dalla retorica e dentro all'irriverenza, era una fonte preziosa per Dagospia.
«Fonteee?? Lui era Dagospia!».

 

Ti dava le notizie.
«Mi dettava i pezzi. E faceva l'aiutante».

Il presidente emerito.
«Se chiami tu per verificare una notizia o se chiama Cossiga è diverso».

«Pronto sono Cossiga», sì, fa un certo effetto.
«Gli facevo l'elenco delle domande, dalle mosse di Ricucci col Corsera all'assegnazione dei ministeri. Lui chiamava, chiedeva, mi riferiva. E io facevo gli scoop»

Correva l'anno Duemila, Dagospia te l'eri appena inventato.
«Lui lo leggeva divertito. Fu Barbara Palombelli a portarmi a casa sua. Mi accompagnò nel campo misterioso della finanza».

 

Misterioso e minato.
«Mi aprì gli occhi sul fatto che ormai l'economia aveva preso il sopravvento sulla politica. Mi fece capire che il potere non è quello visibile, ma quello che sta sotto».

O magari sopra.
«Esatto. Quelli che vedi al Tg delle 20 sono solo i burattini, il potere non ce l'ha chi dirige la banca o guida la Rai, ma chi lo ha messo lì».

Tu iniziasti a parlare dei burattinai.
«Erano i tempi della guerra ai vertici di Mediobanca, Cossiga si batté molto per Vincenzo Maranghi, perdendo. Mi chiamava al mattino e mi dettava articoli su Mediobanca, Banca Intesa, Unicredit, io a volte nemmeno riuscivo a capirli».

Ma perché scelse te?
«Pare strano a vedermi, con le mani macchiate di anelli, vero?».

Diciamo che il suo stile sempre impeccabile non si accorda granché con il tuo che è, come dire, kitsch?
«Il nostro feeling nacque per una vicinanza culturale».

Non avevi paura a pubblicare cose di cui non capivi un'acca?
«Gli dissi: "Non ho le spalle abbastanza larghe per fare certi attacchi"».

 

Risposta?
«"Sanno benissimo che devono cercare me"».

E come lo sapevano?
«Il suo stile era la sua firma: pugno sardo in guanto democristiano. Del resto fu lui a cambiare il linguaggio della politica, cambiandone pure la sostanza».

Le famose picconate?
«C'è un prima e un dopo Cossiga. Con lui scomparve il "pastone" in politichese, perché lui colpiva l'avversario dritto in testa. Diede il "la" a un grande cambiamento epocale: il passaggio dalla politica dei partiti e degli ideali, a quella delle facce. Oggi se uno ti è antipatico non lo voti».

 

Nel 1994 Silvio Berlusconi gli chiese di entrare in politica. Lui rifiutò
«Diceva: "Non è la mia faccia che può rappresentare uno schieramento politico". Cossiga è stato il grande testimone della morte della politica e del passaggio ai partiti come sono oggi, comitati d'affari comandati da entità economiche, cosa che lui considerava esecrabile».

Ricapitolando: uccise a picconate la politica, per poi rimpiangerla. Non è un paradosso?
«No, perché gli ideali erano già in soffitta, il sistema marcio. Il cambiamento fu tale che solo grazie a lui, un ex democristiano, Massimo D'Alema, un ex comunista, divenne premier».

C'è un doppio Cossiga: l'uomo di Stato che ha affrontato momenti bui come l'omicidio di Aldo Moro e l'amante del gossip.
«No, c'è un solo Cossiga. Quello che sapeva benissimo cosa voleva e come raggiungerlo, e che in Dago aveva trovato un veicolo non per fare gossip, ma per comunicare quello che pensava, soprattutto sui Servizi segreti».

Cossiga e le donne?
«Era pazzo per le donne, gli piaceva averle intorno. Finito il matrimonio con Giuseppa, però, non ha più avuto una compagna».

 

Tutto qui?
«Ho avuto un grande rapporto con lui proprio perché non ho mai detto una parola in più, se mai due in meno. Non si scherza coi sardi».

Lo chiamavi Gattosardo. Perché?
«Per l'assonanza col Gattopardo, il romanzo di Tomasi di Lampedusa. E perché era un gattone».

Cossiga gattone.
«Affettuosissimo. E furbissimo. Infatti sai cosa? Io credo che abbia deciso lui di lasciarci. Soffriva di depressione, si sa. Credo che questa volta si fosse stancato».

 

 

[18-08-2010]

 

 

1- "L´HO SEMPRE ACCUSATO DI NASCONDERE LA VERITÀ. PENSO CHE ABBIA TRATTATO CON I VERI RAPITORI, PER DARE LORO DOCUMENTI E SEGRETI MILITARI. IN QUEI GIORNI SPARIRONO DELLE CARTE DALLA CASSAFORTE DEL MINISTRO DELLA DIFESA. POI VENNE FREGATO. MORO MORÌ E LUI SI FECE IN QUATTRO PERCHÉ I BRIGATISTI FOSSERO MESSI IN LIBERTÀ E SU DI LORO NON CALASSE IL SOSPETTO CHE FOSSERO ETERODIRETTI..." - 2- GUZZANTI SU MORO E COSSIGA HA RAGIONE DA VENDERE. PERCHÈ IL PICCONATORE "BARATTÒ" CON LE BR I PIANI SEGRETI DI GLADIO CON LA VITA DELL’ALDISSIMO DEMOCRISTIANO - 3- ECCO LA PROVA: NEL 2001 L’ EX CAPO DEL SISMI FULVIO MARTINI, IN UN’INTERVISTA AL CORRIERE DELLA SERA, RIVELÒ CHE NELL’ APRILE 1978, POCHI MESI DOPO IL RAPIMENTO DI MORO, SCOPRÌ CHE DALLA CASSAFORTE DEL MINISTERO DELLA DIFESA ERA SCOMPARSO UN DOCUMENTO SU GLADIO (STRUTTURA SEGRETA, COLLEGATA ALLA NATO) - (FU DOPO QUELL’INTERVISTA CHE SI RUPPE MALAMENTE L’AMICIZIA TRA COSSIGA E MARTINI)

1 - PAOLO GUZZANTI "TRATTÒ COI VERI RAPITORI GLI DIEDE SEGRETI MILITARI"
Mauro Favale per La Repubblica

Magari in quelle quattro lettere ci fosse la rivelazione di qualche mistero e non un banale arrivederci. In ogni caso farei attenzione. Cossiga era un uomo unico, ma anche un gran visionario. E, in tutta sincerità, di intelligence non capiva un granché».

 

Paolo Guzzanti, giornalista, deputato, biografo del presidente emerito. È stato interlocutore privilegiato del "picconatore".
«Allora mi insultavano in tanti, mi dicevano che ero il suo aedo, ma io facevo solo il mio mestiere».

Che fa, smonta il mito di Cossiga custode dei maggiori segreti della storia della Repubblica?
«Io dico solo che lui si atteggiava a grande master spy, ma in realtà era un orecchiante. Su Ustica, sulla strage di Bologna ha sostenuto tutto e il contrario di tutto, brancolava nel buio. Io mi fido solo delle cose che ha vissuto in prima persona da ministro degli Interni e da presidente della Repubblica».

Moro, per esempio.
«L´ho sempre accusato di nascondere la verità. Penso che abbia trattato con i veri rapitori, per dare loro documenti e segreti militari. In quei giorni sparirono delle carte dalla cassaforte del ministro della Difesa. Poi venne fregato. Moro morì e lui si fece in quattro perché i brigatisti fossero messi in libertà e su di loro non calasse il sospetto che fossero eterodiretti».

 

Era dunque un uomo di misteri.
«Voleva essere come Talleyrand, un uomo di Stato pronto a tollerare intrighi e azioni segrete».

Nel suo libro l´ha definito «un uomo solo».
«Era solissimo. Nella vita privata, con la perdita della moglie per la quale soffrì tantissimo e anche nella vita politica».

Nonostante suo cugino Enrico Berlinguer?
«"Coi cugini si mangia l´agnello, non si fa politica", così gli diceva Berlinguer. Eppure Cossiga era convinto di far parte del Pci. Il suo era un anticomunismo di facciata. Basta vedere come si comportò con D´Alema».

2 - 2001, ODISSEA NEI SEGRETI DEL GATTOSARDO - L' EX CAPO DEL SISMI MARTINI: "LE CARTE SU GLADIO SPARIRONO DAL MINISTERO - DURANTE IL CASO MORO NON LE TROVAI NELLA CASSAFORTE DELLA DIFESA"
Maria Antonietta Calabro' - Corriere della Sera del 01/03/2001

 

Questa sera il pm Giovanni Salvi sarà ascoltato in seduta segreta dalla Commissione stragi sui possibili collegamenti tra il caso Gladio e il sequestro Moro e sugli ultimi sviluppi delle indagini della Procura di Roma sull' assassinio dello statista dc. Mentre una relazione del giudice Bonfigli, depositata ieri, mette nuovamente in luce il ruolo del direttore d' orchestra russo Igor Markevitch.

L' ex direttore del Servizio segreto militare, ammiraglio Fulvio Martini, rivela al Corriere un episodio assolutamente inedito di quei terribili 55 giorni. E fornisce per la prima volta una testimonianza diretta di un possibile legame tra Gladio e il caso Moro. Durante il sequestro dello statista, Martini, incaricato dal governo di stabilire se Moro era a conoscenza di segreti vitali per la sicurezza dello Stato, si accorse che nella cassaforte del ministro della Difesa non c' era un documento riguardante Gladio.

E' possibile che quelle carte, uscite dalla cassaforte di Palazzo Baracchini, siano finite nelle mani delle Brigate rosse come possibile «merce di scambio» con lo statista prigioniero? Sono quelle carte «l' altro ostaggio» ipotizzato dal presidente della Commissione, Giovanni Pellegrino, che apparati dello Stato cercarono di recuperare mentre era in corso la trattativa per la salvezza del presidente della Dc?

 

Ammiraglio, ci spieghi come andò.
«In pratica ero il numero due del Sismi, diretto dal generale Santovito, ed ero anche caporeparto operativo per l' estero. Era l' aprile del 1978, durante il sequestro di Aldo Moro, ero stato incaricato dal governo di fare un' inchiesta per cercare di capire se Moro, sotto interrogatorio da parte delle Brigate Rosse, potesse essere in grado di svelare segreti di Stato relativi alla politica estera o alla sicurezza militare.

Ebbi un' assicurazione scritta dalla Farnesina e dal ministero della Difesa che Moro non era a conoscenza di grandi segreti e quindi, anche se avesse parlato, non avrebbe potuto portare gravi danni. Nel corso di questa stessa inchiesta (siamo nella primavera del ' 78) mi dissero che Moro non era mai stato "indottrinato" sull' esistenza di Stay Behind (che era uno degli argomenti specifici che io dovevo appurare), cioè che non era stato mai informato ufficialmente della presenza in Italia della struttura segreta della Nato».

E allora come mai nel memoriale di Moro c' è un' indicazione abbastanza precisa su Gladio?
«Quando, nell' autunno ' 90, furono ritrovate le carte del covo di via Montenevoso, il pm di Roma Franco Ionta mi fece vedere una delle carte di Moro trovate a Milano in cui accennava ad un' organizzazione segreta della Nato che avrebbe potuto essere identificata con Stay Behind, e mi chiese se, secondo me, Moro si riferiva alla Gladio.
Risposi che probabilmente poteva essere così, perché, forse, ne era stato informato da qualcuno del suo partito».

 

Il ministro della Difesa dell' epoca, Attilio Ruffini, sapeva di Stay Behind?
«Certamente. Ma quando feci l' indagine, nel ' 78, riscontrai che il documento di passaggio delle consegne tra lui e il suo precedessore, il ministro Lattanzio, in relazione all' organizzazione Gladio non era nella sua cassaforte».

E cosa avvenne allora?
«In una riunione al Viminale, presente il ministro dell' Interno, Francesco Cossiga, e altri 6-7 testimoni, riferii quello che risultava sulle conoscenze di Moro e consegnai le dichiarazioni del segretario generale della Farnesina, Malfatti, e del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Viglione. Feci anche notare a Ruffini che nella sua cassaforte mancava il documento di passaggio di consegne sulla Gladio. Era un particolare che non era irrilevante, ma che non c' entrava niente con gli accertamenti in relazione a Moro».

 

Forse questa valutazione poteva valere all' epoca, ma non dopo le scoperte di Montenevoso. Come doveva essere questo documento? Un foglio, venticinque fogli?
«Non lo so perché non l' ho visto. So solo che doveva trattare l' argomento Stay Behind».

 

Lei pochi mesi dopo quell' episodio, in agosto, lasciò il Sismi.
«Sì, avevo avuto quello scontro con il ministro e poi c' erano stati altri episodi che mi indussero a cambiare aria. Giurai a me stesso che non avrei più rimesso piede nel Servizio. Non fu così perché venni nominato direttore del Sismi nell' 84, ma andarmene allora fu una scelta saggia: mi mise al riparo da un certo numero di problemi che di lì a poco coinvolsero il servizio».

 

 

 

[18-08-2010]

 

Eolico, l’altra cricca (di sinistra) - una tangente da 2,4 milioni di euro pagata dagli imprenditori interessati ai parchi eolici, in particolare il colosso italo-spagnolo dell’energia Erg-Cesa, Nomi di spicco del Pd (da Nicola Adamo, ex parlamentare Pd ed ex vicepresidente della giunta calabrese all’ex governatore della Calabria Agazio Loiero) – la digos elenca società e istituti di credito su cui sarebbe transitata la mazzetta e ‘lavanderie’ utilizzate per ripulirla…

 

Nomi di spicco del Pd, alcuni imprenditori e qualche magistrato. Sono i protagonisti coinvolti nell'inchiesta sull'eolico in Calabria. Lo rivela il settimanale Panorama in edicola oggi, venerdì 6 agosto. Il teste chiave, l'ex presidente del Cosenza calcio, Mauro Nucaro (definito il testimone alfa), il 2 agosto scorso ha incontrato per la seconda volta nell'ultimo mese il pm di Catanzaro Carlo Villani, titolare del fascicolo. Panorama riporta brani dell'informativa finale della Digos di Cosenza, in cui si parla di una tangente da 2,4 milioni di euro pagata dagli imprenditori interessati ai parchi eolici, in particolare il colosso italo-spagnolo dell'energia Erg-Cesa.

Il documento elenca 32 personaggi «tutti indagati, in stato di libertà, del delitto di associazione per delinquere». Fra i nomi, mai resi pubblici, ci sono quelli di Nicola Adamo, ex parlamentare Pd ed ex vicepresidente della giunta calabrese, di sua moglie Vincenza Bruno Bossio, dell'ex governatore della Calabria Agazio Loiero, dell'ex assessore regionale all'Ambiente Diego Tommasi.

Oltre a quelli degli imprenditori che avrebbero partecipato all'affare. Ci sono anche, scrive Panorama, Giancarlo D'Agni, definito dalla polizia la «testa di legno» di Adamo e il romano Giampiero Rossetti, dirigente della Erg-Cesa Calabria; c'è Roberto Baldetti, che, scrive la polizia, «fungeva da tramite con la multinazionale Erg spa di Roma, alla quale Nucaro (con la sua Cesp, ndr) doveva vendere le autorizzazioni uniche alla realizzazione dei parchi in questione».

Nell'informativa, la Digos scrive che «è stata riscontrata la traccia seguita dal denaro» indicata dal testimone alfa. Il passaggio dei soldi sarebbe stato accertato dalla consulenza tecnica eseguita dai funzionari dell'Unità di informazione finanziaria della Banca d'Italia. Sono elencati società e istituti di credito su cui sarebbe transitata la mazzetta e vengono citate anche le presunte «lavanderie» utilizzate per ripulirla. 06-08-2010]

 

SOLIDARIETÀ AGLI INTERVISTATORI DI TREMONTI - TUTTI QUESTI SFIGATI CULODOTATI CHE SNIFFANO COCA E INGOLLANO CIALIS PER CREDERSI UN TALENTO - IL PERIODO NERO DEL VECCHIO Hefner: “Dire che Playboy abbia trasformato la donna in oggetto sessuale è ridicolo. Le donne sono degli oggetti sessuali (?) ecco perché si mettono il rossetto e le minigonne

1 - TUTTI QUESTI SFIGATI CHE SNIFFANO COCA PER CREDERSI UN TALENTO
Roberto Alessi per "Diva e donna"

 

C'è il "figlio di" che è talmente fatto da menare la fidanzata. C'è la showgirl romana che assilla gli amici senza riserve, vero e proprio stalking perché non sa darsi tregua e chiede, chiede, chiede. C'è il conduttore tv arrivato a spintonare due anziane solo perché gli si erano parate davanti per un autografo («ma toglietevi dalle scatole») e c'è il segretario richiestissimo alle cene (se c'è lui c'è il resto).

*Non ci sono solo Belen, Fiorello, Morgan (rei confessi e sinceramente pentiti). Una marea di sfigati è rasa di bianca, di bamba, di coca. Ci hanno rotto alla grande. Non ne abbiamo mai voluto parlare in questa rubrica per non sdoganare qualcosa che, di fatto, lo è già anche nel mondo dello spettacolo foderato d'ipocrisia. *La verità? Chi compra droga finanzia la mafia, ma i vip (vip?) non se lo vogliono sentir dire: sono pure bugiardi. E che non ci venissero a citare Walter Chiari (morto comunque solo come un cane). Lui, a differenza degli altri, era un artista. Gli altri la usano per credere in un talento mai nato.

2 - IL PERIODO NERO DEL VECCHIO PLAYBOY
R.Fi. per Sole 24 Ore

A suo modo, il fondatore di Playboy, Hugh Hefner, ha contribuito alla rivoluzione sessuale dell'occidente ma arrivato all'età di ottantatre anni sembra avere bisogno di riposo.

 

Il gruppo Playboy, su cui Hefner sta lanciando un'Opa insieme al private equity Rizvi Traverse Management, è da tempo in declino - i ricavi sono tracollati negli ultimi tre anni da 339 milioni di dollari a 240 milioni, i profitti (4,9 milioni di dollari nel 2007) si sono trasformati in perdite (51 milioni nel 2009) - e, per simpatia, anche il vecchio Hefner sembra perdere colpi: per tentare di attirare un po' d'attenzione su Playboy è costretto a rilasciare dichiarazioni stravaganti, paragonandosi al Picasso del «periodo rosa».

 

Henfer, che sarebbe stato definito uno sporcaccione da Henry Miller, non ha mai avuto il senso del pudore- ora è nel «periodo biondo» - ma è grave che abbia perso il senso del buon gusto: «Dire che Playboy abbia trasformato la donna in oggetto sessuale è ridicolo. Le donne sono degli oggetti sessuali (?) ecco perché si mettono il rossetto e le minigonne». Insomma, è nel periodo nero.

3 - SOLIDARIETÀ AGLI INTERVISTATORI DI TREMONTI
Da Il Fatto Quotidiano


Potesse, si scriverebbe da solo le risposte, le domande, i titoli, i sommari e le introduzioni. Ed essendo il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti talvolta una qualche influenza ce l'ha. Anche quando l'intervistatore ci prova, si impegna, lo incalza, cerca di portare il professore sul terreno dell'attualità, di censurargli il greco, limitare il latino, ridimensionare i riferimenti al Medioevo, al Rinascimento, a Colbert e all'ancien régime, ecco, anche nella remota ipotesi che questo impertinente intervistatore riesca a dribblare l' "economia sociale e di mercato" e l'ordo-liberalismo, alla fine vince sempre lui. Tremonti.

Basta leggere l'intervista che il "Sole 24 Ore" - il giornale che lo proclamò "uomo dell'anno" nel 2009 - gli ha dedicato ieri. Il povero Fabrizio Forquet ci prova a portare il discorso sul governo tecnico, sulla necessità di un'altra manovra in autunno (ormai certa, basta vedere le stime sulla crescita diffuse ieri da Standard&Poor's), ma niente. "Parliamo di economia", lo zittisce Tremonti.

Solo che di economia non parla molto, giusto qualche accenno al settore immobiliare e - come sempre - al libro bianco sulla famosa riforma fiscale (che però è stato prudentemente rimosso dal sito del Tesoro). Perché l'intervista a Tremonti si sta ormai configurando come un genere giornalistico preciso, di quelli che - come le corrispondenze dal fronte di guerra - talvolta giustificano un'indennità supplementare.

Come ammise una volta perfino in tv da Lilli Gruber ("Questa domanda non era concordata"), Tremonti concede interviste giusto perché non è educato che il ministro scriva direttamente intere paginate di giornale. Ma poco cambia. Teme i registratori, auspica amanuensi che si affannano per registrare citazioni, decodificare metafore. Poi rilegge, corregge, sindaca le domande più delle risposte, in una fatica di Sisifo che se non fosse per i vincoli tipografici (prima o poi il giornale deve andare in stampa), continuerebbe ad libitum, nel tentativo ri-raggiungere quella perfezione che solo i saggi pubblicati da Mondadori, ontologicamente tremontiani, hanno agli occhi del ministro.

Lì nessuno contesta, nessuno chiede su quali basi (e dati) si fondino le analogie storiche e le profezie di Voltremont, come lo sbertucciano gli economisti di noisefromamerika.org   che hanno fatto le pulci ai suoi libri. Nelle interviste le domande risultano più che altro una variazione cromatica per rendere leggibile la pagina. Gli sforzi degli intervistatori si scontrano contro un muro di tremontiano aplomb.

 [06-08-2010]

 

 

naomi e mia, due donne, due vite, due culture – al Tribunale Internazionale dell’Aja, la farrow era sempre sicurissima, prototipo di educazione anglosassone che ravvisa nei tribunali non una minaccia ma una tutela mentre la ‘pantera nera’, star di scenate e villanate e scatti aggressivi e intemperanze virulente con segretarie e governanti, viziatissima, era letteralmente annichilita, tremante, appena un fil di voce le usciva di bocca

Maria Giulia Minetti per la Stampa

Quello che più colpisce, dopo le deposizioni largamente contraddittorie di Naomi Campbell e Mia Farrow al Tribunale Internazionale dell'Aja, che le ha chiamate a deporre al processo contro Charles Taylor, non è tanto la differenza tra la testimonianza dell'una e dell'altra. Ma ciò che le testimonianze dicono delle due donne, e delle culture che rappresentano.

Sono due star, si capisce, la modella bellissima, la «pantera nera» delle passerelle e delle foto di moda, dei capricci clamorosi e dei compagni danarosi, e l'attrice sempre meno sugli schermi e sempre più in giro per il mondo con organizzazioni umanitarie, la diva che si è eclissata dagli schermi dopo la separazione dall'ultimo marito, Woody Allen, mai perdonato per il tradimento con la figlia adottiva di lei Sun Yi (e gliel'ha fatta pagare sottraendogli per sempre il figlio, che oggi lo odia e neppure porta il suo cognome). Sono due star, certo, ma quanto poco omologate dal loro status comune.

 

La magnifica Naomi, testimoniano i cronisti, era letteralmente annichilita, tremante, appena un fil di voce le usciva di bocca, quando basta parlare con chiunque frequenti il mondo della moda e del glamour internazionale per sentir racconti di scenate e villanate e scatti aggressivi e intemperanze virulente, una cafonaccia, insomma, arrogante con le segretarie e le governanti, viziatissima.

 

E però per Naomi, figlia senza padre d'una ballerina londinese d'origine giamaicana, scoperta appena quindicenne e subito famosa, la legge e i tribunali sono qualcosa di pauroso, nelle ossa le è rimasto il timore antico dei déplacé, l'incertezza del proprio diritto. Certo non l'ha aiutata nemmeno l'ignoranza (la scuola non è stata di sicuro prioritaria nella sua vita di adolescente in perpetuo pellegrinaggio tra Parigi, Londra, New York).

Mia Farrow, invece! Mia Farrow del proprio diritto è stata sempre sicurissima, incarna un prototipo di educazione anglosassone che ravvisa nei tribunali non una minaccia ma una tutela, e chi l'avesse vista, nel 1992, seduta calma, implacabile, misurata, precisa nell'aula del tribunale di New York dove si dibatteva la sua separazione da Allen, non potrebbe che ritrovare la donna di allora nella donna di oggi.

L'ho ascoltata, con la sua voce bassa, tanto bassa che il giudice a volte le faceva ripetere le frasi, accusare il compagno (lei e Woody non si sono mai sposati) di intimità sospette con la figlia Dylan, una bambina di pochi anni, ho visto Allen irrigidirsi impietrito, ma lei è andata avanti: s'avvertiva l'urgenza di un dovere, nella sua voce, sempre controllata.

Da quel lontano 1997 che vide riuniti, invitati a pranzo da Nelson Mandela, personaggi dello spettacolo e dello smart set e leader africani - Charles Taylor era appena salito al potere, l'infausto Strategic Commodity Act che gli avrebbe assicurato una gestione incontrollata di tutte le risorse dello Stato liberiano sarebbe stato promulgato due anni più tardi, rivelando in pieno la sua nefandezza - è passato molto tempo.

Mentre non c'è dubbio che la signora Farrow, dedita a iniziative benefiche internazionali, abbia seguito con raccapriccio l'avventura assassina del dittatore liberiano, appare assai probabile che Naomi Campbell ne abbia perso le tracce. Quando quel passato tanto remoto è tornato a galla, sollecitato dalla convocazione del tribunale dell'Aja, che vuole incastrare il dittatore sul traffico di diamanti e ha visto la possibilità di usare la modella come un grimaldello, Naomi deve avere finalmente saputo cosa aveva fatto, che crimini commesso l'uomo che le aveva donato «due o tre pietruzze sporche» (la sua versione), «un diamante favoloso» (la versione di Mia Farrow, che dice di averlo sentito descrivere direttamente da lei).

Naomi, l'intimorita Naomi che abbiamo visto in tribunale, nega addirittura di avere mai saputo che quelle pietre arrivassero da Charles Taylor, dice di essersene subito liberata, dice che non sapeva neppure che fossero diamanti. Al confronto di tanta spudorata ingenuità, persino le affermazioni del nostrano ex ministro Scajola sull'appartamento pagato a sua insaputa appaiono più credibili. Ma Naomi bisogna anche capirla: non solo ha paura dei tribunali, anche Taylor adesso le fa paura. Nel profondo del suo cuore serba il terrore dei malviventi che hanno i bambini vissuti in ambienti insicuri. Mente, probabilmente. Ma fa anche un po' pena.

 

 

[10-08-2010]

 

 

 

MILANO / 17-01-2010

INFLUENZA H1N1, NOVARTIS / Altreconomia racconta il supersegreto e chiacchierato contratto plurimilionario riguardante vaccino Influenza a H1N1

 

 

 

 

Apprendiamo da Altreconomia e riportiamo una notizia  relativa al contratto tra la casa farmaceutica Norvartis e il Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali. Un contratto che riguarda l'acquisto di 24 milioni - al costo di 184 milioni di euro, iva inclusa - di dosi di vaccino contro l'influenza A, che pochi o nessuno hanno voluto utilizzare fino a oggi.

Nell'articolo di Altreconomia viene inoltre citata la Corte dei Conti, che lamentava il fatto che "la scrittura privata tra il ministero della Salute e la multinazionale farmaceutica Novartis fosse di fatto coperta da segreto. Non solo, sempre la Corte dei Conti aveva parlato di condizioni troppo favorecoli a Novartis, fra i quali l'assenza di penali, l'acquisizione da parte del ministero dei rischi e il risarcimento alla multinazionale per eventuali perdite".

E' possibile scaricare il contratto, purtroppo ricco di omissis, qui
   
Per scaricare il commento della Corte dei Conti, clicca qui



- Uno Notizie - Milano -

 

 

 

LECCE / 30-09-2009

ENZO TORTORA / politica, mafia, servizi segreti e camorra: Copasir indaghi su ruolo servizi segreti nel caso Tortora

Ricordando Enzo Tortora, un uomo solo fra troppi poteri: ora il Copasir indaghi sul ruolo dei servizi segreti che hanno avuto nella vicenda - A ventuno anni dalla morte di Enzo Tortora, ci sembra giusto ed opportuno ricordarlo ricostruendo la sua allucinante vicenda giudiziaria, che, anche a distanza di tanto tempo, resta una pagina davvero amara per la giustizia e per la democrazia italiana. Quattro anni di calvario, e poi la celebre sortita televisiva del rientro: «Dove eravamo rimasti?» si limitò a dire commosso alla prima puntata del nuovo Portobello. Ma non arriverà felice nemmeno al primo Natale dopo la fine dell'incubo: un tumore, certamente scatenato dall’assurda ingiustizia subita, lo divorò in pochi mesi, e il 18 maggio del 1988 ENZO TORTORA tolse il disturbo senza potersi dedicare alla causa della «giustizia giusta», che per lui era diventata qualcosa di più della sua stessa causa. A distanza di anni, è giusto che si possa finalmente comprendere in quale clima politico s'inscriva l'"affaire" Tortora.

Nella Democrazia Cristiana era al potere l'irpino Ciriaco De Mita, con il capo doroteo napoletano Antonio Gava determinante a sostenere la maggioranza di governo, in palese difficoltà per il «caso Cirillo». Brutte vicende di terrorismo, camorra e riscatti legate al rapimento di un ras politico locale di Gava, l'assessore regionale Ciro Cirillo. In questo contesto, «L'arresto di Tortora e contemporaneamente di altri presunti 855 camorristi prova che non è vero che in questo paese non cambia nulla, non è vero che le leggi o sono sbagliate o se sono giuste non vengono applicate, non è vero che esistono gli intoccabili» (così recita l’editoriale de “Il Giorno” a firma del direttore Zucconi.

Al giovane cronista di allora restano altri due confidenze da rivelare. Ed infatti la vicenda presenta degli aspetti oscuri, che oggi meritano di esser chiariti, per ridare piena dignità alla memoria del presentatore, ingiustamente infangata per meccanismi ai quali egli era totalmente estraneo.

E se è vero che tutta l’operazione può esser nata da un equivoco, da un nome scritto in maniera tale da poter esser interpretato come “Tortora” su di un’agendina di un camorrista arrestato nel corso di un’operazione in vasta scala contro la camorra a Lecce, è anche vero che ai margini della vicenda si muovono figure inquietanti, come quella di un non meglio identificato alto ufficiale dei Carabinieri che lasciò intendere di essere un pezzo grosso dei servizi segreti e propose a Tortora di fare qualche ammissione in cambio di impunità, o quella della madre del boss Turatelo, che forse per vendetta verso uno degli accusatori di Tortora, Pasquale Barra, detto “’o animale” proprio per aver barbaramente ucciso il boss Francis Turatelo ed infierito sul suo corpo.

Sono tanti, dunque, i misteri anche del caso Tortora che rimangono aperti:  i testimoni ancora vivi potrebbero finalmente parlare. Perché un ministro volle passare l'informazione in modo che Tortora fosse avvertito il giorno prima? Magari per farlo scappare o spingerlo a qualche altro gesto inconsulto che sarebbe poi stato facilmente interpretabile come prova della colpevolezza? Perché i servizi segreti provarono a trattare? Che cosa è successo tra la camorra di Cutolo e il potere politico? E che ruolo svolsero i servizi segreti nel caso Cirillo? In quei decenni fitti di pagine inquietanti il quadro politico era dominato dalla Dc, che occupava i settori più delicati dello Stato, e i servizi segreti erano emanazione di un potere neanche tanto occulto, in mano alle varie correnti dello Scudocrociato.

OGGI, A TANTI ANNI DI DISTANZA, OCCORRE RIDARE DIGNITA’ ALLA PRINCIPALE VITTIMA DI QUESTA INCREDIBILE VICENDA, FACENDO CHIAREZZA IN MODO TOTALE SULLA VICENDA STESSA E RENDENDO EVIDENTE NON SOLO L’ASSOLUTA ESTRANEITA’ DI TORTORA, MA ANCHE I VERI MOTIVI DEL SUO COINVOLGIMENTO; OCCORRE RIDARE DIGNITA’ E CREDIBILITA’ ALLE ISTITUZIONI, CHIARENDO IL VERO RUOLO SVOLTO DAI SERVIZI SEGRETI E DIMOSTRANDO CHE SI TRATTO’ DI UN SEMPLICE EPISODIO, ESTRANEO ALLA VERA NATURA DEI SERVIZI E  RIMASTO ISOLATO. E’ ORA CHE IL COPASIR FACCIA CHIAREZZA: lo deve alla memoria di Enzo Tortora ed ai cittadini italiani.
  
Giovanni D’AGATA
Componente dipartimento Tematico Nazionale
“Tutela dei Consumatori”

 

L'AQUILA / 07-03-2010

TERREMOTO L'AQUILA, G8 ED APPALTI / italiani che oggi non ridono: immagini video proteste terremotati L'Aquila
Terremoto L'Aquila, ultime notizie Abruzzo - Non è tutto oro quello che luccica. I proclami di successo assoluto fatti dal Governo, soprattutto tramite le televisioni, a proposito della questione terremoto a L'Aquila, lasciano spazio alla triste realtà dei fatti.
La protesta rabbiosa dei molti aquilani che hanno forzato il posto di blocco per entrare nella zona rossa è un chiaro esempio che in tutta la vicenda del terremoto in Abruzzo, c'è più di un qualcosa che non è andato per il verso giusto.

Dopo mesi di attese e promesse non mantenute alcune centinaia di  cittadini esasperati, come ricorderete, hanno forzato il posto di blocco mostrando cartelli con su scritto 'Io non ridevo' e 'Riprendiamoci la nostra citta', lamentandosi per la lentezza con la quale si procede nella ricostruzione del cuore della città de L'Aquila, facendo ovviamente anche riferimento alla questione appalti dell'ultimo G8 ed alle intercettazioni che coinvolgono alcuni personaggi senza scrupoli, da molti definiti i veri sciacalli del terremoto in Abruzzo.

Le forze dell'ordine preposte a presidiare l'accesso alla zona rossa non hanno opposto molta resistenza, per evitare disordini peggiori, e così i manifestanti sono riusciti ad entrare nella zona rossa de L'Aquila.

I cittadini, dopo aver rivendicato il desiderio e il diritto di poter tornare a vivere nella propria città, hanno raccolto  una pietra delle macerie ancora presenti nel centro storico e l'hanno portata via con sè, dimostrando simbolicamente il loro amore ed attaccamento alla loro L'Aquila, che non lasceranno morire.

 

 

 

IL FISCO BUSSA ALLA PORTA DEL QUIRINALE - l’Agenzia delle entrate Chiede chiarimenti sulla dichiarazione 2008 di Napolitano su alcune detrazioni di spesa – il presidente non ha battuto ciglio e ha fornito tutti i documenti del caso – sul traghetto per Stromboli anche marrazzo - Ora la marescialla Clio se la deve vedere non solo con gli schiamazzi dance dei berluschini Dolce & Gabbana, ma anche con il celeberrimo frequentatore di trans…

1 - IL FISCO BUSSA ALLA PORTA DEL QUIRINALE
Stefano Sansonetti per Italia Oggi

Raccontano che Giorgio Napolitano non ha battuto ciglio e ha fornito tutti i documenti del caso. Eppure non è cosa di tutti giorni veder recapitare al presidente della repubblica una richiesta di chiarimenti fiscali. È proprio quello che è successo qualche settimana fa al capo dello stato, raggiunto da una lettera dell'Agenzia delle entrate.

Tecnicamente, nel gergo dei tributaristi, si chiama controllo da «36 ter», dal nome dell'articolo del dpr 600/73 che riguarda l'uso delle detrazioni di spesa effettuato dal contribuente. Si pensi, tanto per fare un esempio, alle spese mediche. Il documento inviato dall'Agenzia a Napolitano, di cui ItaliaOggi è in possesso, ha chiesto appunto conto di alcune detrazioni e ha invitato il presidente a fornire la relativa documentazione.

Il tutto premettendo il tipo di operazione portata avanti dal Fisco. «L'ufficio», si legge nella lettera, «sta effettuando il controllo formale della dichiarazione modello Unico presentata nell'anno 2008 per il periodo d'imposta 2007». Per questo, prosegue il documento, «la Sua collaborazione consentirà di verificare la corrispondenza tra i dati esposti in dichiarazione e quelli risultanti dalla relativa documentazione da Lei conservata». A tal fine, dice la carta dell'Agenzia delle entrate verso la conclusione, «è necessario che Lei trasmetta a questo ufficio, entro 30 giorni dal ricevimento della presente, la documentazione, anche in copia fotostatica».

Insomma, toni decisi quelli dell'amministrazione finanziaria, dello stesso tenore di quelli utilizzati per qualsiasi altro contribuente. Del resto l'Agenzia delle entrate, guidata da Attilio Befera, ha sempre affermato che nei controlli contro eventuali evasioni fiscali non si devono fare sconti a nessuno. E così è stato anche per Napolitano.

Il presidente della repubblica ha fornito nei giorni scorsi tutta la documentazione, ha confermato a ItaliaOggi lo staff del Quirinale, il quale ha ricondotto l'operazione dell'Agenzia delle entrate nell'alveo di una procedura normale: «Si è trattato di un controllo di routine, il presidente ha fornito tutti i chiarimenti e l'amministrazione finanziaria ha chiuso la questione».

Insomma, Napolitano ha trasmesso le carte e l'Agenzia ha archiviato tutto riconoscendo la regolarità della posizione del presidente. Il punto è che la vicenda, forse, non è poi tanto di routine, dal momento che il destinatario della procedura è il capo dello stato. E in effetti si racconta che i piani alti dell'Agenzia delle entrate, tra cui la direzione accertamento di Luigi Magistro e quella audit guidata da Stefano Crociata, abbiano reagito con qualche preoccupazione nel momento in cui sono venuti a conoscenza dell'iniziativa di un ufficio locale delle Entrate nei confronti di Napolitano. Probabilmente il sistema avrebbe dovuto segnalare prima, e meglio, che il «bersaglio» scaturito da quel controllo automatizzato ex art. 36 ter era proprio il presidente della repubblica.

Napolitano, dal canto suo, non ha fatto una piega e con grande trasparenza e disponibilità ha fornito ogni chiarimento. Sarebbe soltanto curioso sapere come avrebbe reagito qualche suo illustre predecessore, in genere abituato a dare «picconate» per vicende anche minori.

2 - NAPOLITANO A STROMBOLI, GIUNTO SU TRAGHETTO DI LINEA
Ansa - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e la moglie signora Clio, sono giunti stamane alle 6.20 sull'isoletta vulcanica di Stromboli, nelle Eolie, per trascorrere un periodo di relax. Il capo dello Stato era partito ieri sera da Napoli, imbarcandosi sul traghetto di linea della Siremar 'Laurana'.

Ospite di amici, la coppia presidenziale dovrebbe rientrare pochi giorni prima di Ferragosto. Ad accoglierlo sul molo dell' isoletta preferita e' stato il sindaco di Lipari, Mariano Bruno. Sul pontile c'erano anche circa 50 persone che hanno applaudito il presidente. Bruno ha donato un mazzo di fiori alla signora Clio augurandole vacanze serene e ha consegnato al presidente il volume 'Edda e il comunista' di Marcello Sorgi.
Il presidente Napolitano ha augurato buone vacanze a tutti ringraziando il sindaco, che lo ha accolto sull'isola per la terza volta.

''Sono felice - ha detto Bruno - che il presidente sia venuto anche stavolta a trascorrere parte delle vacanze alle Eolie. E' un segnale importante il fatto che abbia viaggiato su una nave di linea, mostra il suo attaccamento alla gente e la sua umilta', soprattutto in un momento di crisi generale''.

3 - DAGOREPORT
Tra i passeggeri del traghetto presidenziale, oltre a una ventina di agenti di scorta, alcuni turisti non hanno potuto fare a meno di avvistare la presenza di Marrazzo in compagnia della figlia. Ora la marescialla Clio, una volta sbarcata nella villetta di Stromboli, se la deve vedere non solo con gli schiamazzi dance dei berluschini Dolce & Gabbana, ma anche con il celeberrimo frequentatore di trans Marrazzo. Aggiungere che sull'isolotto vulcanico, passa la villeggiatura a caccia di capperi anche Lidia Ravera, e il cerchio del caos si chiude.

 

 

[04-08-2010]

 

 

LA ‘COCATA’ FRANCESCA LODO RACCONTA IL SUO RUZZOLONE ALL’INFERNO DEI CELEBRO-LESI - 1- “NON È STATA UNA CHIACCHIERATA, MA UN VERO INTERROGATORIO: “LEI PUÒ STARE QUI DIECI MINUTI COME SETTE ORE, DIPENDE DA LEI. IL SUO TELEFONO È SOTTO CONTROLLO DA SEI MESI. HA MAI FATTO USO DI COCAINA?”. COSÌ HA COMINCIATO A PARLARMI IL PM WOODCOCK. COSÌ HO CONFESSATO DI AVERLO FATTO CON BELÉN. DOPO DI CHE MI È CROLLATO IL MONDO ADDOSSO. NELL’AMBIENTE C’ERA MOLTA OMERTÀ. IL FATTO DI AVERE PARLATO MI HA CONDANNATO A ESSERE ESCLUSA DAL GRUPPO” - 2- “NELLE DISCOTECHE NON È DIFFICILE PROCURARSI DROGA. UN ITALIANO SU DIECI SNIFFA COCAINA. IN CASA, AL RISTORANTE, NEL PARCHEGGIO. STUPIRSI NON È SOLO IPOCRITA, SIGNIFICA FAR PASSARE L’IDEA CHE SI TRATTA DI UN FENOMENO MARGINALE, CIRCOSCRITTO. PER TANTI, PURTROPPO, È LA NORMALITÀ. AMMETTERLO È IL PRIMO PASSO PER CAMBIARE LE COSE. STUPIRSI È FACILE, MA NON SERVE A NULLA…”

da Vanity Fair in edicola dal 4 agosto di Giovanni Audiffredi

"Altri hanno avuto una seconda possibilità. Perchè io no?". Tre anni dopo Vallettopoli il suo nome è tornato sui giornali legato all'inchiesta sulla cocaina nelle discoteche milanesi. Lei non ci sta. E a Vanity Fair, dopo un lungo silenzio, racconta la sua verità.

È il novembre del 2006. Francesca Lodo sta promuovendo ‘Olé', cinepanettone con Massimo Boldi e Vincenzo Salemme, regia di Carlo Vanzina. Sarà l'apice della sua carriera, iniziata come Miss nei concorsi di bellezza, proseguita in Tv come Letterina di Passaparola, poi come Meteorina al Tg4 e personaggio del reality show La fattoria.

La sua love story con il calciatore Francesco Coco le ha fatto guadagnare punti anche sul fronte del gossip. È una delle «puledre di razza» della scuderia dell'agente dello spettacolo più potente del momento, Lele Mora. Insomma, la Lodo va forte: «Non ero mai stata così felice. Il sogno di una vita nello spettacolo si stava avverando».

Finché, una sera, Francesca torna a casa e si trova i carabinieri alla porta, con un mandato di comparizione davanti ai magistrati dell'inchiesta Vallettopoli, partita a giugno dello stesso anno. È accusata di qualcosa? No. Deve comparire come persona informata dei fatti, e per questo viene sentita senza avvocato al seguito.

In pochi mesi verrà chiamata tre volte. Nell'ultima audizione, a marzo 2007, si parla del filone dell'inchiesta che riguarda il giro di droga nei locali notturni di Milano. Francesca non ha commesso nessun reato, quindi non sarà mai indagata. Ma la sua deposizione le costerà tutto.

L'indagine riemerge in questi giorni, a distanza di quasi tre anni. Gli agenti della Squadra mobile di Milano, coordinati dal pubblico ministero Frank Di Maio, mettono i sigilli alle discoteche Hollywood e The Club, ed eseguono cinque arresti: Davide Guglielmini, Alberto Baldaccini e Andrea Gallesi, amministratori e soci delle società che gestiscono i locali, Aldo Centonze, dipendente dell'ufficio del demanio del Comune di Milano, e Rodolfo Citterio, presidente milanese del sindacato locali da ballo.

Le accuse vanno dall'agevolazione dell'uso di droga alla concussione, corruzione, falsità materiale. Al momento ci sono poi 19 indagati, compresi spacciatori e dipendenti di Comune e Regione che avrebbero ricevuto illeciti favori. Nelle cronache finiscono nuovamente i nomi di Belén Rodriguez, Elisabetta Canalis, Alessia Fabiani, Fernanda Lessa. E soprattutto Francesca Lodo. Che solo qui, solo per voi, accetta di parlare della vicenda. «Il mio non è mai finito. Ho pagato a caro prezzo quella testimonianza. Avevo la mia identità, il mio lavoro, i sacrifici fatti per arrivare a quel minimo di successo. Tutto cancellato in un istante. E adesso, dopo tre anni passati a fare i conti con la mia coscienza e con la mia famiglia, sono cambiata, cresciuta. Non è giusto ritrovarmi al punto di partenza, sbattuta sui giornali».

Ammetterà di avere sbagliato.
«Certo, e non cerco giustificazioni. Ma non è un gesto comune, mi creda. Ho vinto le crisi d'ansia, il timore di essere bollata ogni volta che facevo un colloquio di lavoro. Ho accettato di fare un passo indietro. E, dopo l'illusione di esserne uscita, questa è una punizione terribile. Perché non posso avere la seconda possibilità che altri hanno avuto?».

Il magistrato di Vallettopoli era Henry John Woodcock. Che cosa gli ha raccontato?
«Non è stata una chiacchierata, ma un vero interrogatorio: "Lei può stare qui dieci minuti come sette ore, dipende da lei. Il suo telefono è sotto controllo da sei mesi. Ha mai fatto uso di cocaina?". Così ha cominciato a parlarmi».

E lei che cosa ha risposto?
«La verità. Avevo paura, temevo che tutto mi stesse crollando addosso. Sette anni di lavoro - dal 1999 - bruciati in un istante. Mi sentivo in colpa, avevo usato droga in un paio di occasioni. E l'ho confessato. Ho confessato di averlo fatto con la mia amica del cuore, Belén Rodriguez».

Perché parlare anche di lei?
«Non ho fatto lo scaricabarile. Mi sono autoaccusata. Gli altri nomi li hanno fatti loro: sapevano già tutto. Volevo solo essere creduta: la cosa migliore era essere sincera».

Che cosa è successo con Belén?
«Eravamo molto unite. Mi è dispiaciuto che la nostra amicizia sia andata in frantumi. Io non l'ho mai accusata: semplicemente siamo state due stupide, due ragazzine gasate dalla notorietà. Ci hanno offerto cocaina e noi - fra l'euforia e qualche bicchiere di troppo - ci siamo cascate. Sembrava una bravata. Invece è stato un terribile errore».

Ha preso il vizio?
«Mai. Posso sottopormi a qualsiasi esame del sangue, lo dissi anche allora ai magistrati. Non sono una drogata. Ho sbagliato. Ho fatto del male a me stessa - di questo si tratta - ed è successo solo due volte. Ma non ho mai comprato droga, né ho mai proposto droga a nessuno. Infatti, l'indagine mi ha infamata, ma non sono mai stata inquisita».

Quando ha sniffato la prima volta, non ha avuto esitazioni?
«C'era un freno di fronte a qualcosa che poteva farmi sballare completamente, ma è durato pochi secondi. Eppure la persona che ce la proponeva, lo sapevo, aveva questo vizio. Ribadisco: ho sbagliato».

Nelle prime due audizioni davanti al magistrato, a Roma, di che cosa avevate parlato?
«La prima volta di fotoricatti, la seconda di pagamenti in nero. Non avevo nulla da nascondere. Loro ce l'avevano con Lele Mora, il mio agente, e con Fabrizio Corona».

Che rapporto aveva con Corona?
«Odio e amore. Lui, con le campagne pubblicitarie, faceva lavorare tutte le ragazze dell'agenzia di Mora. Poi però ci faceva fotografare dai suoi paparazzi, e se bevevamo un caffè con nostro cugino quello diventava il fidanzato, il tradimento, la storiella da vendere ai giornali. Era esasperante».

Dopo la confessione, che cosa è accaduto?
«Mi è crollato il mondo addosso. Non me l'hanno perdonata. Nell'ambiente che frequentavo c'era molta omertà. Il fatto di avere parlato mi ha condannato a essere esclusa dal gruppo».

Che ricordi ha di quel periodo?
«Terribili. Tutte le clienti di Lele Mora venivano "marchiate" e buttate fuori dalle Tv. In Rai stracciavano i contratti. C'erano liste nere. Eravamo tutte uguali, tutte poco di buono. L'agenzia che era sempre stata il paradiso diventava, improvvisamente, l'inferno. Mora avrà commesso i suoi errori, ma la droga non c'era. Droga, alla sua corte, era una parola vietata. Guai se uno dei suoi artisti si faceva anche solo una canna».

Eppure lei ha trasgredito. E non solo lei.
«Vero. Ma solo in quelle occasioni, e mai davanti a Mora. Mai al suo tavolo, nel famigerato privé dell'Hollywood di cui in questi giorni tanto si favoleggia».

Che cosa succedeva?
«Quello che accade in tutti i locali alla moda. Noi arrivavamo come le fatine su una carrozza. Tutti amici, tutti pronti a far festa, alla fine di una bella cena. Si ballava, si beveva qualche drink. E c'era chi, in quella bolgia, andava oltre. Ma la mia testa di ragazzina non ci vedeva niente di particolarmente torbido».

Tutto normale, quindi, secondo lei?
«Nelle discoteche non è difficile procurarsi droga. Un italiano su dieci sniffa cocaina. In casa, al ristorante, nel parcheggio. Stupirsi non è solo ipocrita, significa far passare l'idea che si tratta di un fenomeno marginale, circoscritto. Per tanti, purtroppo, è la normalità. Ammetterlo è il primo passo per cambiare le cose. Stupirsi è facile, ma non serve a nulla».

Adesso com'è la sua vita?
«Da un anno ho un fidanzato. Non lo voglio perdere. Non voglio che la sua famiglia mi giudichi male per una macchia che cerco disperatamente di lasciarmi alle spalle. Non sono ipocrita: mi manca quella vita veloce, mi manca l'emozione del successo. Però non mi arrendo, sono sarda, sono tosta: i miei sogni non me li hanno rubati. Quello che è intollerabile è che mi facciano passare per una drogata. Non me lo merito, davvero».

3- COSA HANNO IN COMUNE CARFAGNA E LODO? UN SOCIO DI LELE MORA, MARCO CARBONI, IL RAMPOLLO DI FLAVIO!

M. A. per "Novella 2000"

Esplode oggi, con accuse incrociate tra Belen Rodriguez e l'ex meteorina del Tg4 Francesca Lodo ma la bomba risale al 2007, quando un troncone dell'inchiesta Vallettopoli, del pubblico ministero potentino Henry John Woodcock, approda a Milano, dal collega Frank Di Maio. Oggi Di Maio ha ottenuto gli arresti domiciliari per cinque persone, ne ha indagate altre 19 e ha messo i sigilli alle due discoteche-simbolo della movida milanese, l'Hollywood e il The Club. Lì, secondo l'accusa, girava tanta droga quanti erano i mojitos. A confermarlo, tanti Vip.

Oltre alla modella e dj Fernanda Lessa («giravano coca, exctasy, Mdma») c'è Belen («si pippava nei bagni»), che ammette pure di aver consumato cocaina, in due occasioni, a casa di Francesca Lodo. Accusandola, così, di cessione di stupefacenti. La Lodo annuncia querela, ma il nodo è un altro.

A quei tempi all'Hollywood giravano anche voci di un triangolo, quello tra Fabrizio Corona, allora in crisi con Nina Moric, che coltivava tenere amicizie sia con Belen sia con la Lodo. Se fosse vero, le parole del 2007 di Belen sarebbero condite in salsa di gelosia. Agli amanti di dettagli e coincidenze ricorderemo che quando Fabrizio fu arrestato a Potenza, nell'ambito di Vallettopoli, finì in cella (poi assolto) anche Marco Carboni, noto per essere il figlio del Flavio di cui si parla oggi a proposito della P3, ma anche per esser stato socio di Lele Mora.

Alla fine degli Anni 90, Marco fu anche fidanzato del ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, con cui conviveva. Per inciso, quando la Carfagna divenne ministro, Carboni dichiarò che lei non sapeva cucinare né badare alla casa. Speriamo che non abbia a ripetere tanta gentilezza anche con un'altra bellezza con cui si è accompagnato fino a poco tempo fa. Curiosi di sapere chi è? Ma Francesca Lodo, che domande...

 

 

[03-08-2010]

 

 

“PREPARATEVI O POPOLO! È INIZIATO IL COUNT DOWN DELLE PROSSIME BOMBE DI STATO” - LO SPIONE GENCHI AVVISA: “QUESTA VOLTA IL BRACCIO ARMATO NON SARÀ PIÙ LA MAFIA. I BOMBAROLI POTREBBERO CONTARE SULL’APPOGGIO DI MANINE MILITARI E DEI SERVIZI” - E AVVERTE: “L’INCHIESTA DI ‘PANORAMA’ È UN SEGNALE ALLA LOBBY OMOSEX DEL VATICANO” - E SPARA: “P3 COINVOLGE MOLTISSIMI MAGISTRATI (ANCHE CSM) E SBIRRI, NESSUN MINISTRO” - FINI PULITO, MA TIRERANNO FUORI ALTRE “CASE”. È UN ATTACCO CHE ARRIVA DALL’INTERNO - CASO FORMIGONI: “QUESTA COMUNIONE E LIBERAZIONE, CHE SI È TRASFORMATA IN “COMUNIONE E FATTURAZIONE”, COMINCIA A ESSERE FORSE QUALCOSA DI PIÙ SERIO” - IL MITICO CHIAPPE D’ORO NON HA SEGUITO FINI, È RIMASTO COL PDL. INDOVINATE CHI E’?

- Testo dell'intervista a Gioacchino Genchi, ospite del programma televisivo "KlausCondicio", condotto da Klaus Davi, in onda su YouTube.

 

1 - TEMO IL RISCHIO DI NUOVE STRAGI MA IL BRACCIO ARMATO NON SARà LA MAFIA
"Più che una fase di dossier selvaggi su sesso e appartamenti, temo che il rischio che corre il nostro Paese è che a breve ci sia un altro "segnale" (un attentato come la strage di Bologna, ndr.), uno dei tanti che hanno costellato tragicamente la nostra storia. Spero ovviamente che questo non accada, che non ci siano nuovi elementi destabilizzanti.

Ritengo, però, che, se dovessero accadere, il braccio armato non sarà la mafia, che ha preso una lezione nel '92-‘93. Allora era funzionale a un cambio radicale di stagione politica. Credo che l'anno chiave sia stato il 1990, quando una legge ignobile come la Mammì consenti a un solo uomo di controllare tutta l'informazione. La mafia non si presterà agli stessi errori fatti nel '92".

2- ADDESTRATORI DEI "TERRORISTI" FORSE SOGGETTI INTERNI ALLO STATO
"Non si improvvisa una nuova strage, non è cosi semplice. Ci vogliono persone esperte. In tanti possono decidere di fare i terroristi. Però per imbracciare un mitra, una pistola, prendere la mira, sparare e avere il coraggio di uccidere ci vuole gente che sia abituata e collaudata a farlo. Poi c'è un aspetto da non sottovalutare, che è l'uso degli esplosivi. Un esplosivo non è facile da innescare, trasportare e far esplodere".

 

E alla domanda di Klaus Davi "Un mercato c'è?", Genchi ha risposto: "Sì, specie se qualcuno appartenente all'ambito militare o dei servizi segreti dà l'aiutino. Se c'è qualcuno negli ambienti dello Stato che dà questo tipo di supporto, diventa più facile fare fuochi di artificio".

 

3- STRAGE BOLOGNA: LA MAFIA AVEVA CONTATTI CON TERRORISTI NERI
"Le dichiarazioni di Fioravanti sull'eventuale coinvolgimento dei Palestinesi nella strage di Bologna non mi risultano verificate né confermate dal Presidente Cossiga. Stare a sentire quello che uno dice, specie se ha interesse a dirlo, specie quando è stato condannato in via definitiva, è una cosa che lascia il tempo che trova. Se quella persona ha informazioni, la si interroghi con parametri di approfondimento, con un vero interrogatorio e non consentendole di esternare le verità che le sono più comode. Anche i mafiosi che vengono intervistati appaiono come pecorai, dopodiché sono attori di fatti gravissimi".

 

In merito alla sentenza, che definisce "esemplare", Genchi puntualizza: "Probabilmente sarebbe stata letta in modo diverso, se il processo non fosse stato a Bologna, ma in un'altra città meno coinvolta. Quanto alla mafia, come appurò lo stesso Falcone, aveva contatti con terroristi neri, ma non credo che c'entrino nulla con la strage di Bologna. Come credo che, se c'è stato qualche utilizzo di terroristi internazionali, sia necessario partire dall'Italia, dagli interessi nazionali".

4 - STRAGE BOLOGNA, IMPUTATI DECISI A FARSI CONDANNARE
"Quello che mi preoccupa di più della sentenza sulla strage di Bologna è stata la strategia difensiva degli imputati. Una strategia che mirava a far sì che venissero condannati. Nei processi, ai fini della formulazione della condanna, vale anche la strategia difensiva dell'imputato oltre alla ricostruzione fattuale dell'accusa, perché un imputato che postula delle ipotesi alternative, che poi si rilevano totalmente false, porta a maturare un convincimento nel giudice. Quindi, il più grosso contributo a rileggere in modo falsato la strage lo hanno dato proprio gli imputati: è questo che colpisce di più di quella sentenza".

5 - P3? MOLTISSIMI MAGISTRATI (ANCHE CSM) E FORZE DELL'ORDINE ISCRITTI, NO MINISTRI
"I magistrati individuati sono solo alcuni. Si scoprirà che quelli aderenti alla P3 sono molto molto più numerosi di quelli usciti. Quello che è venuto fuori ammonta al 2%. Solo dai dati in mio possesso, fin quando ho avuto la possibilità di fare indagini sulle persone coinvolte, emergono elementi molto, ma molto più gravi, che riguardano anche i protagonisti di questa vicenda".

 

E alla domanda di Klaus Davi "Anche esponenti del CSM?", la risposta di Genchi è stata: "Certo, anche e non solo. Già allora avevamo intercettazioni di queste stesse persone che stavamo controllando, anche con specifico riferimento alle stesse vicende attenzionate dalla Procura di Roma". "Ministri?", chiede ancora Klaus Davi. "No, magistrati con incarichi ministeriali sì", aggiunge Genchi. E alla ulteriore domanda di Davi "Forze dell'ordine?", l'ex consulente informatico della Procura della Repubblica di Palermo risponde: "Polizia no, carabinieri no, può darsi la Guardia di Finanza".

 

6 - P3, GIA' DAL 2007 PROVATI RAPPORTI FRA MILLER E LOMBARDI
"Esistono report importanti sui rapporti di Pasquale Lombardi, e non solo di lui. C'è una mia relazione a de Magistris, datata luglio 2007, che è agli atti del processo Why Not e che la Procura generale di Catanzaro si è ben guardata dal prendere in considerazione, così come quella di Roma, che pure l'ha acquisita.

Se ho preso in esame il tabulato di Arcibaldo Miller, non l'ho fatto per un'inimicizia personale. Io nemmeno sapevo che esistesse una persona di nome Miller Arcibaldo, però questa persona è implicata nei rapporti con Valerio Carducci, il costruttore da cui parte l'indagine sulla Protezione Civile per gli appalti del maresciallo dei carabinieri di Firenze, e con quello stesso circuito di persone collegate a servizi segreti, apparati istituzionali e tutto quell'altro mondo importante della Compagnia delle Opere e di Comunione e Liberazione, che rappresenta per me uno dei più grossi problemi non solo dal punto di vista politico e giudiziario, ma anche sotto l'aspetto imprenditoriale".

 

"Questa Comunione e Liberazione, che si è trasformata in "Comunione e Fatturazione", comincia a essere forse qualcosa di più serio, per cui mi aspetto -continua Genchi- che non solo la Procura di Roma, ma anche altre, dell'Emilia Romagna e della Lombardia, comincino ad aprire gli occhi".

7 - FINI PULITO, MA TIRERANNO FUORI ALTRE "CASE". È ATTACCO CHE ARRIVA DALL'INTERNO
"Premesso che ritengo Fini totalmente estraneo ai fatti denunciati da Il Giornale, mi sembra acclarato che la casa di Montecarlo non sia riconducibile a lui; inoltre, si tratta di un rogito di trecentomila euro e non di sessantasettemila. Ci saranno altre "Montecarlo", ma ho dei grossi dubbi che possano compromettere la sua figura.

 

Fini è un politico puro, non è attaccato al denaro. Prevedo però altri sviluppi conseguenti al fatto che il tesoro di AN è cospicuo. Sono attacchi che arrivano sicuramente dall'interno del partito, dalla certezza che non sia la sola operazione probabilmente sospetta. Nel PDL ci sono persone che stavano in Alleanza Nazionale che conoscono perfettamente queste cose. Ma poi rappresentano una questione rilevante dal punto di vista della legge? Non credo proprio. Credo che al massimo possano essere oggetto di censura. Uno strumento di gossip politico. Non scalfiscono Fini con queste cose. Probabilmente non hanno null'altro in mano".

 

8 - GENCHI: "CHIAPPE D'ORO" NON È ANDATO VIA CON FINI
"Nella guerra dei dossier le proveranno tutte e andranno a raschiare i fondi dei barili. Magari nel gioco dei dossier incrociati si ritireranno fuori i trans e il misterioso "Chiappe d'oro". Però onestamente credo che la gente se ne freghi delle abitudini sessuali dei politici. Quanto a "Chiappe d'oro", non credo che sia andato nel FLI, almeno in base ai nomi che giravano".

9 - INCHIESTA SU PRETI GAY? UN SEGNALE ALLA LOBBY OMOSEX OLTRETEVERE
"L'inchiesta di Panorama sui preti gay è in primo luogo un'operazione riuscita di rilancio di un settimanale. Ma è anche un segnale alla lobby dei prelati gay in Vaticano. Il giornalista che ha indagato, Carmelo Abbate, è bravo e rigoroso. Credo che il materiale sia molto molto superiore a quanto pubblicato. E' come se qualcuno avesse voluto dire: "sappiamo". C'è stata l'inchiesta di Abbate e c'è stato il best seller di Nuzzi".

 

10 - BERLUSCONI, SE AVESSE FATTO RIFORMA CSM, AVREBBE AVUTO VOTI DI IDV
"L'elezione di Vietti rappresenta una grave sconfitta del sistema della giustizia e un consolidamento delle logiche correntizie che, non ultime, hanno qualche responsabilità anche nei recenti avvenimenti riguardanti la P3. Se Berlusconi, invece di occuparsi di legittimo impedimento e di intercettazioni, avesse portato avanti la riforma del CSM, sposando il sistema del sorteggio dei membri, probabilmente avrebbe avuto anche i voti dell'IDV e del PD. In questo modo avrebbe smontato il controllo sul CSM delle lobby, che sono collegate alle correnti e che fanno delle cariche merce di scambio".

 

 

[04-08-2010]

 

 

RUBARE SU TUTTO, SEMPRE
Passate la retorica patriottarda e la commozione post-terremoto, si torna alle antiche tradizioni. "Abruzzo, tangenti post-terremoto. Quattro arresti. Regali in cambio di appalti. Si dimette un assessore regionale" (Stampa, p.17). Sono finiti dentro Ezio Stati, ex assessore già in manette per Tangentopoli; Vincenzo Angeloni, ex deputato di Forza Italia, e Sabatino Stornelli, amministratore delegato di Selex Service ed ex ad di Telespazio (gruppo Finmeccanica). Piove sempre sul bagnato. 10.08.10

 

 

 

9 -  La Stampa - Forse papà Rudy non le ha spiegato bene la filosofia della tolleranza zero: Caroline Giuliani, figlia ventenne dell'ex sindaco newyorchese dal pugno di ferro Rudy Giuliani è stata arrestata perché ha rubato in un negozio di cosmetici. Caroline è stata sorpresa mentre stava rubando cosmetici in un negozio della Sephora, nell'Upper East Side di Manhattan. Per la lotta contro la criminalità a New York, Giuliani era diventato famoso in tutto il mondo.

10La Stampa - Il presidente degli Stati Uniti, nato a Honolulu il 4 agosto del 1961, per i suoi 49 anni non ha avuto intorno a sè né la moglie Michelle, né le figlie Sasha e Malia, in vacanza a Marbella. Obama ha trascorso il suo compleanno affrontando una normale giornata di lavoro: briefing al mattino, colloquio con i consiglieri, discorso ai sindacati, pranzo con alcuni senatori. Le sue guardie del corpo gli hanno vietato di gustare un dolce che gli era stato offerto da una potente organizzazione sindacale, per ragioni di sicurezza.
Stati Uniti

11 La Stampa - Quaranta miliardari americani si sono impegnati a donare almeno metà della propria fortuna a organizzazioni caritative. A lanciare l'iniziativa sono stati il fondatore di Microsoft Bill Gates e il finanziere Warren Buffett, rispettivamente il secondo e il terzo uomo più ricco del mondo, stando alla rivista Forbes. Tra gli altri ricchi filantropi figurano il sindaco di New York Michael Bloomberg, il cofondatore di Oracle Larry Ellison e il fondatore di Cnn Ted Turner.

 

 

[05-08-2010]

 

Ciao Dago, ieri sera alle 19.30 presso il casello autostradale di Serravalle Scrivia (AL) ho incontrato una Croma blu (senza insegne di stato e con targa automobilistica "comune") con un bel lampeggiante blu (quello delle auto di stato) sopra la cocuzza dell'autista. Incuriosito, l'ho sorpassata e a fianco all'autista c'era "l'omone", questo è il soprannome col quale viene chiamato a Novi Ligure e a Pozzolo Formigaro, luogo di nascita e residenza, del pluri poltronato Fabrizio Palenzona.
Mi son chiesto: 20 anni fa a Tomba è stato fatto un mazzo tanto perchè aveva lampeggiante e paletta in macchina. Palenzona, che diritto ha a godere del privilegio del lampeggiante? mica è uomo di Stato...06.08.10

 

 

BENIGNI POLITICS - La faccia di Ghedini? “Più falsa del bilancio di un’azienda di Berlusconi” - Bossi paciere è come titolare un asilo a Erode - Tremonti ha detto che in Italia siamo cresciuti poco e Brunetta si è incazzato per la battuta cretina. A Follonica, a un semaforo, un marocchino mi ha lavato i vetri io ho aperto il finestrino e lui ha dato un euro a me”….

Elisabetta Reguitti per Il Fatto

"Le cose belle della vita? L'amore di una donna, il sorriso di un bambino una poesia di Bondi". Pillole dell'intervento di Roberto Benigni a Bolghieri in provincia di Livorno. Niente di personale, solo voci che il comico ha raccolto tra la gente. "Dicano, ma non sono mica d'accordo, che adesso Bossi è il mediatore tra Fini e Berlusconi. Siamo messi male perché se si titola la poltrona di paciere a Bossi è come titolare un asilo a Erode".

 

La faccia di Ghedini? "Più falsa del bilancio di un'azienda di Berlusconi". Dicano che siamo messi male ma molto molto male anche sulla giustizia. "La giustizia è una cosa difficile molto difficile non si viene a capo di nulla. "Prendi il caso Mills che è stato corrotto da un dipendente di Berlusconi con i soldi di Berlusconi su di un processo in cui sennò veniva condannato Berlusconi. Ma non si trova il mandante".

 

Siamo messi male molto male anche sulle intercettazioni se il primo ministro dice che: "Non è normale che in un Paese si intercetti il presidente del Consiglio. No, ma non è normale che chi intercetti intercetti trovi sempre il presidente del Consiglio. Vedi che quando c'era Prodi o Ciampi non li intercettavano mai. Ma guarda tu!".

 

Berlusconi si crede un po' come dio. "Dicano che dopo che ha vinto le elezioni ha detto che ringraziava tutti quelli che hanno creduto in lui. Ma anche gli atei" e ad un colloquio con il Papa le parole sono state: "Cosa posso fare per lei Santità? Che però era il papa a dirlo a Berlusconi. Ma io non ci credo". Poi quella frase che ha fatto il giro di Internet e sui giornali: "Berlusconi vuole restare nella storia. Vuole un appellativo per sempre: Togliatti era il Migliore, Prodi il Professore ora Berlusconi è il Trombatore".

L'economia non va meglio. "Tremonti ha detto che in Italia siamo cresciuti poco e Brunetta si è incazzato per la battuta cretina. A Follonica , a un semaforo, un marocchino mi ha lavato i vetri io ho aperto il finestrino e lui ha dato un euro a me. Sempre Tremonti poi ha detto che la Puglia è un po' come la Grecia e pure la Grecia si è incazzata".

Siamo messi male e "io mi sento un po' come Gasparri al Senato. Fuori luogo".

In casa Lega poi: "Dicano che proprio l'altro giorno c'è stata una riunione di Bossi con Calderoli. Una riunione ufficiale. Calderoli stava con calzoncini corti con una palla di fori. Suvvia ministro o tutte dentro o tutte fuori. Mica si sta solo con una palla che poi è pure molto scomodo".

 

 

[03-08-2010]

 

SCENATE DA UN MATRIMONIO – L’EX MOGLIE DI DON AB-BONDI MASSACRA IL MINISTRO BERLUSCONIANO: “AVEVA ‘AMICHE’ INFREQUENTABILI E LASCIAVA CONTINUE TRACCE DELLE SUE RELAZIONI” – SUCCUBE DEI GENITORI PRIMA, DELLA REPETTI OGGI – MI PRESI A SCHIAFFI - NON VEDE DA MESI IL FIGLIO 12ENNE – È LUI IL ’PESCIOLINO ROSSO’ DEL LIBRO DELLA GENISI? “DICIAMO CHE NE RICONOSCO I GUSTI E LE ABITUDINI SESSUALI”… Marianna Aprile per "Novella 2000"

Questa intervista inizia due anni fa con una telefonata andata male. Nell'agosto 2008 Maria Gabriella Podestà, dal 1994 moglie del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, rientrava in Italia dopo cinque anni a Boston. Lasciava un incarico all'università del Massachusetts per fare la preside al liceo Fermi di Salò, sul Lago di Garda.

 

Non si era quasi mai vista accanto al marito e le voci di un flirt del ministro con una collega di partito - che poi diventerà l'attuale compagna Manuela Repetti - erano insistenti, benché non confermate. Perciò proponemmo alla signora Podestà un'intervista. Lei declinò, ritenendo di non dover dividere il suo privato coi giornali. Di lì a poco, la rottura del suo matrimonio divenne pubblica e il 6 luglio del 2009 è stata sancita al Tribunale di Monza la separazione consensuale.

Poche settimane dopo Bondi ufficializzò il rapporto con l'onorevole Manuela Repetti, scrivendo a "Novella2000": «È la persona che amo e con la quale desidero formare una famiglia». Da allora molte cose sono cambiate. Anche per questo, la signora Podestà ha deciso di raccontare la sua vita, prima, durante e dopo il suo matrimonio. Il piglio è sicuro, ma spesso la voce trema. Quando accade, la signora sospira, socchiude le palpebre e solo allora ricomincia.

Il suo tormento traspare dalla piega amara delle labbra. Questa donna dalla pelle chiara e dall'intelligenza vispa ha a lungo riflettuto prima di decidere di dare il suo privato e, in taluni passaggi, il suo privatissimo, in pasto agli altri. La sua, ovviamente, è la ricostruzione di una madre risentita e preoccupata per il rapporto che suo figlio ha col padre, una moglie che proprio per questo ha appena depositato in Tribunale un ricorso contro l'ex consorte.

 

Ovviamente, "Novella 2000" ha offerto al ministro la possibilità di un'intervista, ma Bondi ha declinato l'invito. E ci siamo anche chiesti quanto simili fatti fossero di interesse pubblico.

Nel chiedercelo ci siamo imbattuti in una sfilza di dichiarazioni, esternazioni, interviste video e stampa del ministro, spesso accompagnato dalla Repetti, compresa una lettera aperta dei due a Barack Obama a firma congiunta e un'intervista a SkyTg24, mano nella mano. Questa intervista è, in fondo, il tassello mancante di una storia che da un paio d'anni tiene banco sulle cronache politiche e rosa. Mentre racconta, la signora Podestà si fa seria: «Parlo anche per tutelarmi, per difendermi. Nel silenzio è più facile subire la prepotenza del potere», dice.

Poi il suo i-Phone squilla e il viso di Maria Gabriella cambia. «Popo, amore». Si scioglie. È il figlio di 12 anni - che noi chiameremo Mario - che ha avuto da Bondi e che la chiama reclamandola per sé. Lei prende tempo, dice che sarà a casa tra poco, chiude e dice, orgogliosa: «È come avere un fidanzato, solo più invadente. È meraviglioso e molto maturo per la sua età.

Somiglia a lei o al padre?
«Ha i miei occhi, il mio carattere, solare, affettuoso, un bel bambino. È stato desiderato, viviamo in simbiosi».

 

Perché ha deciso di raccontare?
«Sono incazzata nera, con tutti, ma soprattutto col ministro».

Lo chiama ministro?
«Preferirei non chiamarlo. Ma, dovendomi riferire a lui, preferisco farlo in modo... istituzionale».

Cosa la fa arrabbiare?
«Con me si è comportato malissimo, e va bene, ci sono abituata. Ma non posso tollerare che lo faccia con nostro figlio. Vuole un mondo di bene al padre, ma ora i loro rapporti sono tesi: dallo scorso 23 maggio il ministro non lo vede, non lo chiama, gli ha giusto inviato qualche sms, qualche mail. Proprio per questo l'avevo già querelato, lo scorso 6 febbraio. Non ottempera agli impegni sottoscritti in sede di separazione».

LA MIA VITA CON BONDI
Maria Gabriella e Sandro erano in classe insieme al liceo scientifico di Villafranca, in Lunigiana: «Ma allora non ci filavamo: lui faceva già politica e io per la politica non ho mai provato interesse. Dopo il liceo, ci siamo persi di vista. Nel 1993 ci siamo rincontrati e fidanzati».

 

Lei lo amava?
«Sì. Sono stata innamorata di lui».

Di cosa si è innamorata?
«Era perfetto, romantico, pieno di attenzioni. Abbiamo passato il nostro anno da fidanzati in un sogno. Avevamo in comune la passione per arte, cultura, viaggi. Le nozze ci sembrarono la cosa più naturale, e furono celebrate in chiesa, il 14 maggio del 1994, il suo compleanno. Sembrava tutto troppo bello per esser vero. Infatti non lo era. I problemi sono iniziati subito. Giurò che non avrebbe più fatto politica ma due settimane dopo le nozze si trasferì a Roma, dove non mi volle, a lavorare al centro Studi di Forza Italia. Rimase lì due anni, tornando nel weekend, perché non poteva star lontano dai genitori: era dipendente da loro. Poi il Centro Studi chiuse e per un anno lui fu disoccupato».

Come vivevate?
«Col mio stipendio di insegnante. Lui continuò a dividersi tra Roma e la Toscana e, dopo un anno, entrò nella segreteria personale di Silvio Berlusconi».

Questo cambiò la vostra vita?
«No. È cambiata quando nel luglio del 1998 lui ha deciso di trasferirsi ad Arcore, dove arrivai nel settembre dello stesso anno, per insegnare a Monza. Con la nascita del bimbo avevo sentito l'esigenza di porre un freno alla invadenza dei suoi genitori in casa nostra. Mia suocera ha sempre pensato che io non fossi all'altezza di suo figlio e non ne ha mai fatto mistero con nessuno. Mi attaccavano e il ministro non ha mai preso le mie difese davanti a loro. Interruppi i rapporti e il ministro decise che per questo dovevo essere punita».

 

In che senso "punita"?
«Mi metteva sotto il naso indizi di possibili storie extraconiugali, tipo scontrini di regali; storie che poi negava, dandomi della pazza. Per me, una tortura psicologica. Litigavamo a bestia. A un certo punto, provammo con la terapia di coppia dal professor Fulvio Scaparro. La situazione non migliorò, la interrompemmo, lui non volle riprenderla, mi diceva con disprezzo "vacci tu". E le sue punizioni continuavano».

Ma perché questi atteggiamenti lei li chiama "punizioni"?
«Giudichi lei. Nel 2001 gli proposi una vacanza in America. Lui però aveva accettato l'invito in Cilento di una sua amica milanese. Come sempre, capitolai e lo seguii. La signora faceva l'amica con me, ma era palpabile la grande intimità che c'era tra lei e il ministro, tanto a suo agio da girar per casa in mutande».

Fraintendere è facile, specie se il rapporto già scricchiola...
«Sarà... Ma la signora aveva preparato una camera matrimoniale e una singola per nostro figlio. Il bimbo da solo non dormiva, allora prese a coricarsi nel lettone con me, e il ministro a dormire nella cameretta. Una notte mi sono alzata e, quando sono uscita dalla mia stanza, c'è stato un fuggi fuggi generale. Ovviamente, si erano alzati per andare in bagno... Ma lui ha fatto anche di peggio: una me l'ha messa in casa».

 

In che senso, scusi?
«Aveva conosciuto un tizio e abbiamo iniziato a uscire con lui e sua moglie. Poi il ministro è diventato molto amico della signora, che ha preso a frequentare in modo assiduo casa nostra, anche in vacanza. Ho chiesto spiegazioni, e mio marito ha risposto che avevo bisogno di un'amica. L'America mi ha salvato la vita, creda. Qui, sarei finita in manicomio. Io non sono sempre stata così...».

Così come?
«Così... abbondante. Ero una bella ragazza, ma ho la tendenza a mangiare, quando sono stressata o sotto pressione».

Perché non si è separata prima?
«Da un lato non avevo sufficienti risorse economiche per andarmene, dall'altro lui mi lasciava capire, neanche velatamente, che mi avrebbe tolto il bambino. Avevo paura. E poi ho sempre pensato che un bimbo debba averlo, un padre. Il mio è morto quando avevo sette anni e mi manca ancora».

Quando ha capito che era finita?
«Il mio matrimonio è finito il 26 settembre del 1998. Quel giorno lui mi ha preso a schiaffi per la prima volta».

È un'accusa grave.
«Lo so, ma è la verità. Mi ha preso a schiaffi, glieli ho restituiti. Lui reagì in un modo che oggi mi fa quasi sorridere».

 

Come?
«Disse che se glieli avevo resi allora non lo amavo. Disse di aver visto uomini picchiare le mogli e quelle abbracciarli un momento dopo. Non furono i soli schiaffi tra noi».

E lei non reagì?
«Ho provato a chiedere aiuto a chi gli stava vicino, al suo testimone di nozze, che consideravo amico. Fu inutile».

Come mai è partita per Boston?
«Ho partecipato a un concorso, non pensavo di poterlo vincere. E invece...».

Suo marito ha provato a fermarla?
«No. Non riteneva concepibile che io lo lasciassi, lo vide come un affronto mortale. Non mi ha fermata né ha provato a dirmi di lasciare qui il bambino».

A Boston cosa è successo?
«Ho ritrovato la serenità, imparato che valevo qualcosa, dopo anni di umiliazioni. Ho dimostrato al ministro che senza di lui non solo vivevo, ma vivevo meglio».

 

Lì ha avuto un nuovo amore?
«No. Ho sempre il timore che il ministro usasse una mia relazione contro di me».

Ma siete separati, lui ha un'altra...
«Ha bisogno di me come capro espiatorio, per non ammettere di esser stato un pessimo marito e un padre manchevole. Lui ha questo bisogno, disperato, di apparire perfetto».

Cosa le rimprovera il ministro?
«Tante cose... di sobillare mio figlio contro di lui e contro la sua compagna».

Non è vero?
«Mettiamola così: mio figlio ha un cellulare suo, anche fosse vero che voglio separarli non potrei certo impedirgli di chiamarlo. Invece non si sentono da due mesi. Mi rimprovera anche di non dare un'adeguata educazione religiosa a Mario, di non avergli fatto fare la comunione. E invece, anche se il ministro non lo sa, il ragazzo l'ha fatta il 30 maggio scorso ma non l'ha invitato per timore che si presentasse con la Repetti. E poi questo attaccamento ai sacramenti è nuovo: per me anche questa sua religiosità è una recita».

Mi conceda una domanda frivola, in tanti discorsi seri. Suo marito le ha mai dedicato una poesia delle sue?
«All'inizio. Ma non mi piacciono, non sono spontanee. Per un po' ho acquistato il settimanale che le pubblica. Ho smesso quando ne lessi una dedicata "al figlio che non abbiamo avuto". Ho pensato: mio figlio ha 12 anni... Due anni prima della nascita di Mario ho perso un bimbo; il ministro disse di essersi riferito a quello. Ma creda, non era la verità».

Lei e la Repetti vi conoscete?
«No. Ma dicono sia una sorta di tutor del ministro, che dipenderebbe da lei in tutto e che gli fa da filtro con chiunque. È verosimile, lui ha bisogno di qualcuno che lo guidi. Prima erano i genitori, ora la compagna».

 

Lei lo ha mai "guidato"?
«Non è proprio nella mia indole».

È mai stata gelosa di suo marito?
«Mi accusava di esserlo, ma non lo sono mai stata. Esigevo rispetto, questo sì. E con la gelosia il rispetto non c'entra».

Se davvero lui sposasse la Repetti?
«Glielo auguro. Se lo merita il ministro».

È mai stata gelosa della devozione di Bondi per il premier?
«Una sudditanza di cui io non sarei capace. Vederlo così devoto ha accresciuto il mio disprezzo nei suoi confronti. Mio marito ha sempre cercato il potere, Berlusconi glielo ha dato. Se glielo avessero offerto a sinistra, sarebbe tornato lì».

Potrete mai riconciliarvi?
«Le rispondo con un aneddoto. Una volta guardavo Chi vuol esser milionario, e uno dei concorrenti si era fatto accompagnare dall'ex moglie e a lei Gerry Scotti ha chiesto quando fosse diventata, dopo il divorzio, amica del suo ex. E lei: "Quando ha ricominciato a ragionare". Ecco. Aspetto che il ministro prenda a ragionare e rispettare me e suo figlio».

C'è posto, oggi, per un altro uomo?
«Non mi sento libera di rifarmi una vita, anche se nel mio cuore vorrei, e mi pento di aver rifiutato chi mi ha corteggiato in questi anni. Avrei potuto aggrapparmi a loro, non l'ho fatto. Ora potrebbe essere il momento di ricominciare».

 

CARTE BOLLATE TRA EX
Il 6 febbraio scorso la signora Podestà ha querelato il ministro Bondi: «Non rispetta gli accordi sottoscritti in sede di separazione consensuale», dice, riferendosi in particolare a una clausola che imporrebbe al ministro di frequentare suo figlio in assenza di estranei e di persone alle quali sia legato da rapporti sentimentali. La querela è stata archiviata dal pubblico ministero e lo scorso 16 luglio l'avvocato della signora Podestà ha presentato un'opposizione.

Quali sono gli impegni che il ministro ignorerebbe?
«Avevo accettato una separazione consensuale pur di metter fine al mio matrimonio nel più breve tempo possibile e voltare pagina. Non ho chiesto soldi per me, ho rinunciato alla mia metà della casa che nel 1998 prendemmo ad Arcore. Ho avuto 3.500 euro al mese per mio figlio, e abbiamo stabilito una cifra (seimila euro l'anno) che mio marito avrebbe dovuto versare nel caso in cui io fossi tornata a lavorare negli Stati Uniti».

Perché non ha chiesto alimenti?
«A ridosso dell'accordo, il ministero per gli Affari Esteri mi ha proposto un lavoro al consolato italiano a New York. Mio marito disse che avrei avuto uno stipendio tale da rendere ingiusti gli alimenti».

Quindi tornerà in America?
«Non lo so. Ho scoperto che quel contratto è revocabile in qualsiasi momento su decisione del ministro degli Esteri, quindi rischierei di trovarmi senza lavoro. E poi quando a dicembre scorso, decisa a partire per l'America, gli chiesi di iniziare a versare quei seimila euro, il ministro mi ha accusata di volerlo svenare. Per quello ho rimandato la decisione.

 

Ma il problema vero è che non vede suo figlio, neanche nei due week end al mese concordati. Inoltre nell'accordo di separazione il mio avvocato di allora, Cesare Rimini, aveva inserito una clausola che stabiliva che questi incontri dovessero avvenire in assenza di persone estranee al nucleo familiare».

Par di capire che non è così.
«È comprensibile che il ragazzo voglia suo padre tutto per sé, quando sono insieme, e fino alla vacanza a Forte dei Marmi dello scorso agosto è stato così. Dopo, il ministro ha costantemente tentato di imporre la presenza della sua compagna. E il risultato è stato che ha riportato indietro il bambino dopo poche ore, o minuti».

Sono problemi comuni in caso di separazione. Magari col tempo...
«Vede, quando sono andata a lavorare a Boston, Mario aveva 5 anni ed è venuto via con me. Siamo stati fuori 5 anni e mio figlio ha visto il padre solo quando facevamo ritorno in Italia, ad agosto e a Natale. Il ministro ha il terrore degli aerei e solo una volta è salpato a bordo della Queen Elizabeth e ci ha fatto visita. Ora i due avevano la possibilità di costruire un rapporto vero. Ma così non è stato: se il ragazzo non accetta di vedere la sua compagna, il ministro si rifiuta di vedere lui».

 

Lei cosa si augura?
«Che mio figlio sia sereno e che gli sia dato il tempo e il modo di accettare le nuove presenze nella vita di suo padre».

Stando alle cronache, il ministro e l'onorevole Repetti vivono insieme dal 2008. Lei è tornata in Italia nell'estate di quell'anno. Qual è stata la tempistica della vostra separazione?
«Al mio ritorno ho appreso dell'esistenza della Repetti e ne ho chiesto conto. Lui la definì una storiella senza importanza, diceva di essere confuso, di non avere voglia di convivere e, testuale, "Dio non voglia sposarmi di nuovo"».

Ma viveva con lei o con la Repetti?
«Stava dal lunedì al venerdì a Roma. Tornava da noi per il weekend, ad Arcore o a Salò. Facevamo la famigliola modello, come piace a lui, che ama dare di sé un'immagine perfetta. Addirittura faceva il marito trascurato quando, stufa delle bugie, lo tenevo a distanza».

Quando è arrivata la rottura?
«Il 5 dicembre 2008. Mi ha inviato una mail per comunicarmi che aveva trovato il vero amore della sua vita, che quella donna lo aveva "salvato", perché gli stava vicino e gli voleva bene "indipendentemente dal ruolo politico e dai difetti"».

Le chiese anche la separazione?
«No, è stato più subdolo, ha detto a me di decidere. Allora ho chiamato la mia avvocatessa, che mi ha consigliato di rivolgermi a Cesare Rimini. Volevo che tutto si svolgesse in fretta. Pensavo di far anche cosa gradita a lui, che aveva una nuova compagna».

 

E a luglio 2009 arriva l'accordo consensuale.
«Già. Ma ora sono intenzionata a impugnarlo e a procedere per via giudiziale. E a quel punto si rivedrà tutto, compreso il mio assegno di mantenimento».

Rivuole anche la sua metà della casa di Arcore?
«Quella può tenersela, per me Arcore è legata a ricordi orribili, l'ho subìta».

Ma è vero che dal terrazzo si vede Villa San Martino, la residenza di Berlusconi?
«Una baggianata. Non si vede, e le assicuro che il sole sorge lo stesso».

Torniamo alla separazione. Non è che lei ha fatto inserire la clausola sulla visita esclusiva del padre per evitare che suo figlio frequentasse l'onorevole Repetti?
«Le ragioni di quella postilla sono molteplici, ma allora non pensavo in particolare alla Repetti. Piuttosto a una serie di personaggi della famiglia del ministro, non certo i nonni paterni. E anche al genere di donne che mio marito frequentava prima della mia partenza per Boston. Non avrei mai pensato che avrebbe instaurato una relazione normale».

Ne fa un tombeur de femmes.
«Aveva "amiche" a mio avviso infrequentabili. E lasciava in giro per casa scontrini dei regalini che faceva loro, tipo lo Chanel numero 5. Magari per darmi della visionaria quando mi arrabbiavo per la mancanza di rispetto».

 

Non è che ha davvero frainteso?
«Fa le cose in modo plateale, sfacciato, e nega dicendo che, se fossero vere, le nasconderebbe...».

Lei, oggi, come si sente?
«Ho l'impressione di combattere contro i mulini a vento. Per questo mi sono rivolta a un altro avvocato, Cristina Morelli».

La stessa che assiste la signora Lario nel divorzio dal premier?
«Proprio lei. Mi ha semplicemente consigliato di mettere l'oceano tra me e il ministro. Ma io non credo che l'oceano rappresenti la soluzione».

LO STRANO CASO DEL PESCE ROSSO
L'incontro con la signora Podestà è anche l'occasione per chiedere un parere su un piccolo giallo che ha tenuto banco nell'estate del 2009, quando la scrittrice barese Gabriella Genisi ha pubblicato "Il pesce rosso non abita più qui". Il romanzo narra della storia d'amore e sesso tra una cassiera e un politico del governo Berlusconi, Salvo Toscani. In lui, a molti parve di riconoscere il ministro Bondi, ma la Genisi ha sempre affermato fosse un personaggio della sua fantasia, sostenuta dallo stesso Bondi.

Prendiamo l'argomento, e la signora Podestà sorride e tira fuori dalla borsa proprio una copia del libro, sottolineato in più parti.

 

Cosa sono quelle sottolineature?
«I punti in cui in cui Salvo Toscani ricorda il ministro».

Sarà suggestione, la sua.
«Sì, certo, coincidenze. La Genisi descrive alla perfezione la casa romana di mio marito, nello stesso palazzo in cui vive Denis Verdini (e nel libro c'è un Loris) e in cui Fabrizio Cicchitto trascorre gran parte delle sue serate (e nel libro c'è un Maurizio). La casa coniugale di Genova, nel romanzo, è uguale alla nostra di Arcore: arredamento squallido e deprimente... È vero, la comprammo da una anziana signora e per un periodo tenemmo i suoi mobili. E pensi un po': il quadro di Santa Caterina appeso sul letto di cui scrive la Genisi è uguale a uno del ministro».

Da dove viene questo quadro?
«È di un pittore lunigianese, Loris Ricci. Il ministro lo comprò quando era sindaco di Fivizzano. Vuole altre coincidenze? Nel libro si parla di saponi a forma di limoni di Positano e foto autografate di Silvio Berlusconi esposte in casa. Limoni uguali li ho qui con me, guardi, regalo di un'amica. Quanto alle foto del premier, che io ricordi ce n'era solo una. Ma, se vogliamo immaginare che il protagonista sia lui, può essere che, per la visita della signora, ne abbia tirate fuori altre per far bella figura». (ride)

 

Ci sono altre coincidenze?
«Ho riconosciuto i gusti musicali del ministro in quelli di Salvo Toscani: Gigi D'Alessio, Fiorella Mannoia, Franco Battiato... E quelli letterari: anche il ministro adora Hannah Arendt».

Nel libro, Toscani confessa di adulare Berlusconi in pubblico ma di odiarlo in privato. Non mi dica che...
«Il ministro ha avuto un solo momento di astio profondo e di rancore nei confronti del premier, e proprio nella circostanza descritta dalla Genisi nel libro, quando si parlava di Michela Brambilla come del futuro coordinatore unico del Pdl. Lui non lo accettava, era depresso».

Nel libro la reazione del protagonista è un tentativo di suicidio.
«Quel goffo episodio ha i tratti dei gesti teatrali tipici del ministro. Ma non ho informazioni in questo senso».

 

Il clamore suscitato dal libro mi costringe a una domanda insolente. La Genisi si sofferma su abitudini e gusti sessuali del protagonista. Non le chiedo i dettagli, ma...
«Mi limito a dirle che riconosco il ministro in quelle pagine».

Le ha fatto male leggere quel libro?
«Beh, piacevole non è stato... Ma sa cosa mi ha ferita di più? La protagonista ha capito in 20 mesi quel che io ho compreso solo dopo 15 anni».

30-07-2010]

 

 

VITA DA ESCORT – SI CONFESSA AL “CORRIERE” UNA RAGAZZA DEL GIRO “PROSTITUTE E COCA” DEI LOCALI MILANESI NEL MIRINO DELLA PROCURA: “LO GIURO L’HO FATTO PER POCHI MESI ERO SENZA LAVORO, OGGI SONO MADRE” - “PASSAVO DAI TAVOLI DEL PRIVÉ AL LETTO DI UN HOTEL. MA SPESSO LORO PIPPAVANO, PIPPAVANO, E ALLA FINE NON CE LA FACEVANO…” A. Galli e E. Serra per "il Corriere della Sera"

Non sono più una prostituta, dice, non chiamatemi più come vi piace, mi sono ripresa il mio nome, la mia vita, e tutto il resto. Sicura? «Ho paura. Rimango chiusa in casa. Chiameranno di nuovo, i magistrati? Mi faranno altre domande? Dimmi, cosa succederà? Ti giuro, ne sono uscita. Ho fatto le mie cazzate. Ho pagato. Basta».

 

Prendeva ottanta euro per una serata da ragazza immagine, in discoteca, e dopo la discoteca gliene davano duecentocinquanta, dice e ripete, per «non far niente, se non guardare». Davvero: «Dopo la discoteca, domandavano se mi andava di salire su, in qualche casa. Avevo bisogno di soldi. Ci andavo. Passavano il tempo a pippare, pippavano, pippavano, pippavano. Stavo lì, guardavo, e nient'altro. Bello no? Era come se mi regalassero i soldi. Quando si accorgevano di me, quando ci provavano, non riusciva niente, non ce la facevano».

Ha tra i 20 e i 30 anni, A., è stata a Milano e al The Club, «pochi mesi, pochi mesi soltanto e mi hanno distrutta», è andata via, lontano, allora chiediamo com'è adesso, cosa fa, e lei dice: «Sono mamma». Al magistrato, nel 2008, aveva raccontato: «Capitava di concedermi sessualmente a qualcuno dei clienti al tavolo ricevendone un corrispettivo».

 

Premessa: «Non credere, era semplicemente così. Non riuscivo a stare in pari con l'affitto. Cercavo altri lavori. Non li trovavo. Io ho lavorato anche in uffici, in società. Non trovavo niente, in quel periodo. Ma pochi mesi soltanto, l'ho fatto pochi mesi soltanto».

Proseguiva quel verbale: «Le serate, dapprima come ragazza immagine e poi con attività di meretricio, le ho fatte sempre grazie alla collaborazione di... sia al The Club sia al...». E la droga? «... lo spacciatore ci raggiungeva a casa la droga veniva comprata» da lui, il cliente, o dagli altri «clienti con i quali proseguiva la serata iniziata in discoteca». Uno, più d'uno.

 

«Tutti concentrati sulla cocaina. Avevano in testa solo quella. Non gli bastava mai». E tu? Avevi detto, in quell'interrogatorio: «Facevo uso di sostanza stupefacente del tipo cocaina in maniera più massiccia dopo le serate in discoteca; adesso la cosa è più saltuaria anche se mi capita di fumare qualche canna. La droga me la passava... che era solito detenerla addosso in misura limitata e in maniera più consistente a casa sua».

 

Chi erano? Sorriso, silenzio. Chi erano? L'età, la professione, la faccia, il portafogli, le richieste, la dipendenza: chi erano, dicci, racconta? «Erano ragazzi, uomini». Fa una domanda: «Mi porteranno via la bambina?». E perché, sono cose passate, due anni fa, è tutto finito, non credi? «No. Ho paura che tornino a farsi sotto». Chi? «Quelli che fanno l'indagine».

Hai qualcosa da nascondere? «No». Al magistrato avevi raccontato che ti vendevi perché mancavano i soldi, perché ti servivano soldi; è vero? «Verissimo. Quando finivo una festa, e tornavo a casa la mattina, mi mettevo a mandare le email. Leggevo le inserzioni di lavoro, mandavo il curriculum. La prostituzione, l'ho fatta per pochi mesi, ripeto. Quanta prostituzione c'è in giro, per strada?».

C'era un tizio, aveva detto la ragazza al magistrato, che al locale «patteggiava il prezzo col cliente e poi me lo comunicava ed io ero libera di decidere anche se quasi sempre andava bene. Questo avveniva sia nelle serate ai tavoli dei privé sia al di fuori delle discoteche poiché lo stesso era solito chiamarmi per questi servizi a qualsiasi ora del giorno e anche la notte mentre dormivo.

 

Peraltro io non ho mai avuto un mio giro personale di clienti, io non ho mai adescato nessuno... Talvolta arrivavo anche a 1.500 euro. Fu... a propormi di prostituirmi mi pare meno di un anno fa nel senso che mi fece chiaramente intendere che la serata ai tavoli poteva proseguire perché lui mi indicava il cliente, anzi era proprio lui che faceva da intermediario assumendo l'iniziativa di proporre a quella persona la prestazione sessuale con me».

La telefonata dura una mezz'ora. «Perché voi giornalisti mi state cercando? Cosa volete? Perché non cercate le altre, le straniere, che beate loro sono andate via dall'Italia?».

 

 [29-07-2010]

 

 

 

LE VERITÀ INDICIBILI SONO ALMENO ALTRE TRE. IL CDR DI ’REPUBBLICA’ NON DIEDE ALLA FUSANI LA POSSIBILITÀ DI DIFENDERSI DAL PROCESSO SEGRETO, INTENTATOLE DAI ’COMMISSARI’ BONINI E DAVANZONI AI TEMPI DEL POMPA-GATE. GIULIANONE FERRARA, EX SOCIO ’INFOGLIATO’ DI VERDINI, PROPRIO IN QUEI GIORNI FECE OUTING CONFESSANDO DI AVER PRESO SOLDI DALLA CIA “CHE MI VENIVANO CONSEGNATI IN UNA BUSTA GIALLA”. I GIORNALISTI CHE PRENDEVANO NOTIZIE AVARIATE DA PIO POMPA, “L’ORECCHIO DI POLLARI”, ERANO PIÙ D’UNO IN TUTTO IL GRUPPO ESPRESSO. ALCUNI SONO STATI SALVATI, ALTRI SOMMERSI - 2 - ’REPUBBLICA’ CI CAMBIA LA GIORNATA CON LA BATTUTA DEL BANANA: “CI SONO RIMASTO MALE QUANDO HO SAPUTO CHE BOCCHINO ERA UN DEPUTATO E NON UN PUNTO DEL NOSTRO PROGRAMMA” - 3- SOSTENIAMO TUTTI LA DURISSIMA LOTTA DI MARPIONNE PER PORTARE ANCHE IN ITALIA LE ASPRE CONDIZIONI DI LAVORO, I BASSI SALARI, L’ASSENZA DI DIRITTI DEI PAESI EMERGENTI –

 

A cura di Minimo Riserbo e Falbalà (special guest: La Marmora Style)

 


Nel giorno in cui Finmeccanica fa sapere che farà causa a tutti i giornali che hanno osato riportare brani di interrogatori coperti dal segreto istruttorio, su Repubblica Maria Elena Vincenzi fa il proprio dovere di "violatore professionale di segreti" (definizione di giornalista data dall'immenso Oreste Flamminii Munuto).

 

"Finmeccanica, i regali dello scandalo. Borse griffate e dodici Rolex d'oro. "Così Cola ringraziò Guarguaglini per l'affare Drs". Se dai presunti fondi neri siamo passati agli orologi, siamo a posto. Ma un sommarietto dell'articolo è geniale: "Sugli EX vertici le rivelazioni di Iannilli, uomo di fiducia del superconsulente".

E la chiusa del pezzo lo è ancora di più: "Iannilli non è stato in grado di fornire particolari dettagliati sul percorso del denaro, ma si è impegnato a portare agli inquirenti la documentazione e le ricevute dei bonifici nella prossima istruttoria, in programma ad agosto" (p.17).
Forse quel refuso sugli EX vertici ha un suo perché.

 

3 - IL PADRONE IN REDAZIONE...
"Ecco perché sono disposto ad andare all'estero". La libera Repubblica di Tropea e dintorni sbatte in pagina un pezzo firmato Sergio Marchionne (p.10). E' una lettera al direttore Eziolo Mauro? No, "uno stralcio dell'intervento dell'amministratore delegato Fiat". Di quelli che ogni ufficio stampa sogna di piazzare su un quotidiano senza la cosiddetta mediazione giornalistica.

 

Per fortuna che ci sono ancora la testa pensante e la schiena dritta di Luciano Gallino, che Repubblica può spendere per alimentare la propria singolare politica dei due forni. Scrive Gallino: "Anziché battersi per portare anche da noi le aspre condizioni di lavoro, i bassi salari, l'assenza di diritti dei paesi emergenti, Fiat avrebbe potuto battersi per addivenire ad accordi internazionali intesi a portare gradualmente in questi ultimi condizioni di lavoro, salari e diritti vigenti nei nostri paesi. Non è roba da fantapolitica. In molti settori, dall'abbigliamento all'industria mineraria, accordi del genere sono stati sottoscritti" (p.1-27).

 

Stessa scelta su Illustrato Fiat, in questi giorni abbinato alla Stampa: "Aspetto una risposta. O sì o no", "sintesi del discorso pronunciato ieri da Sergio Marchionne a Torino" (pp. 2-3). Solo che poi loro non hanno nessun Gallino.

 

4 - DUE ANNI AL MINISTRO CHE NON C'ERA...
Aldino Brancher, sgravato dal legittimo impedimento e da quella fastidiosa poltrona da ministro al Nonsisabeneche, è libero di prendersi una condanna a due anni di reclusione. "Caso Antonveneta, l'ex ministro Brancher condannato a due anni. Accuse di ricettazione e appropriazione indebita" (p.10). Condannato o accusato?

 

5 - ULTIME DAL PDL, PARTITO DELLA LIBERTA' VIGILATA...
"P3, la difesa-show di Verdini (Repubblica, p. 6). "Sono stato associato a questa fantomatica P3. Sono considerato colpevole del nulla. La P3 non esiste, non ne so nulla non c'entro niente". "Dimettermi? Non capisco perché dovrei". Ecco, il problema è proprio questo: non capisce.

 

Prova a rispiegarglielo Paolo Colonnello sulla Stampa: "Denis inciampa in un mucchio di assegni. Quattro operazioni bancarie sospette. E Carboni incalzava: "Ci serve grana!" (p. 11).

 

6 - IL FESTIVAL DELL'IPOCRISIA...
Si straccia le vesti Repubblica, l'ex giornale della Fusani: "La cronista chiede dei soldi di Carboni. A Ferrara e Stracquadanio saltano i nervi. Assalto verbale alla giornalista dell'Unità: "Lei dice cazzate" (p.7). Ma nella titolazione la frase peggiore non c'è. Ed è quella starnazzata dall'elefantino barbuto prima di abbandonare la sala: "Perché non chiedete a lei come mai è passata da Repubblica a Unità in condizioni ancora da chiarire? La Fusani che ci dà lezioni di moralità? Siamo in uno Stato di polizia!".

 

Le verità indicibili sono almeno altre tre. Il cdr di Repubblica non diede alla Fusani la possibilità di difendersi dal processo segreto, intentatole dalla polizia politica interna dei commissari Bonini e Davanzoni ai tempi del Pompa-gate. Giulianone Ferrara, ex socio di Verdini, proprio in quei giorni fece outing confessando di aver preso soldi dalla Cia "che mi venivano consegnati in una busta gialla". I giornalisti che prendevano notizie avariate da Pio Pompa, "l'orecchio di Pollari", erano più d'uno in tutto il gruppo Espresso. Alcuni sono stati salvati, altri sommersi.

 

7 - IO BANANA, TU PIEGARTI...
"Berlusconi minaccia espulsioni. Verso un documento di "censura politica" del cofondatore". Fini sfodera il coraggio che lo rese famoso già nei valorosi anni Settanta: "Evitiamo il mattatoio nel Pdl" e prova a dettare 5 condizioni (Repubblica, pp.2-3). Le condizioni della sua resa. Sulla Stampa, Fabio Martini spiega bene "le due mosse che hanno messo i finiani all'angolo. Attacco mediatico e campagna acquisti di Silvio" (p.8).

 

8 - MONTECARLO, IL GRAN PREMIO DEL COGNATINO...
Altra purga a mezzo stampa per Gianmenefrego Fini, aspirante padrino della nuova questione morale. Vittorione Feltri lo azzanna ancora in prima pagina, come da contratto: "Il paladino della legalità. Adesso Fini spieghi il mistero di quella casa a Montecarlo. Era stata donata ad An da una simpatizzante "per la buona battaglia". Come mai invece ci abita il "cognato" del presidente della Camera?

 

E Gian Marco Chiocci inizia così la seconda puntata: "Da Monterotondo a Montecarlo. Il gran premio immobiliare Colleoni-Fini-Tulliani prende il via nel lontano 1999 allorchè.... (p.1-2-3). Tutta da leggere. Come il pezzo di Stefano Filippi: "La giornata dell'inquilino. Tulliani rinchiuso a finestre sprangate: minaccia querele e si nasconde ai cronisti".

 

9 - LO STATO MAGGIORE INFORMA (LE PAROLE CHE UCCIDONO)...
Muoiono altri due soldati italiani in Afghanistan e come sempre si scatena la peggior retorica. "I cacciatori di bombe innamorati del sole di Herat" (Corriere, p.3). Non prima di aver sancito in modo apodittico: "Il ritiro è già nei piani Nato: l'Italia non deve anticiparlo" (p.2). S'illustra anche la Stampa: "Gli angeli custodi. "Hanno disinnescato decine di ordigni" (p.6)

 

10 - COME TI SBAGLI...
"Bersani impegna il Pd: "Noi pronti alla transizione". Il segretario democratico: disponibili a un governo per fare la nuova legge elettorale" (Repubblica, p. 5). Sono quasi vent'anni che la sinistra le chiama "prove di responsabilità", ma sono solo prove di inciucio. Che per giunta, quando non sfociano in uno di quei bei governi inzeppati di tecnici (della spoliazione nazionale), sono solo certificazioni di debolezza.

11 - BETTINO ALL'ASTA (AGENZIA RI-PUBBLICA)...
"Cimeli garibaldini. Va all'asta il "tesoro" di Craxi". Repubblica taglia-copia-incolla a pagina 16. E come sempre, dimentica di citare la fonte: un pezzone sulla prima pagina del Secolo X12 di ieri. La classe non è acqua. Il Corriere della Sera, per dire, almeno ci aggiunge qualcosa di suo (p.9). 

 [29-07-2010]

 

 

Una notizia sul Sole! Infatti la mettono sul supplemento romano: "Quei mille poliziotti per le scorte. Oltre 200 politici e vip protetti a Roma per una spesa di 40 milioni l'anno". Marco Ludovico fa anche molti nomi. Tutto da leggere. Del resto, "il Paese ci chiede sicurezza". E loro, debitamente scortati, delinquono di meno. 31.07.10

 

viperetta news - UNA ESPLOSIVA INCHIESTA della procura SULLA VENDITA DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE DEL COMUNE DI ROMA: tre palazzine vendute nel 2005 PER 15 milioni, entro la fine dell’anno saranno acquistate al quintuplo del loro valore: 50 MILIONI - GLI IMMOBILI DI VIA MARCIO RUTILIO sono DI PROPRIETÀ DELLA FARVEM SRL DI MASSIMO viperetta FERRERO...

Giovanna Vitale per "la Repubblica-Roma"

 

Vendute nel 2005 a una società privata per 15 milioni di euro, entro la fine dell´anno saranno acquistate dal Comune di Roma al quintuplo del loro valore: 50 milioni. Una cifra calcolata in base alle attuali stime immobiliari, che nel frattempo hanno subìto una flessione media del 20%, con picchi negativi in periferia: perciò le tre palazzine a Torre Spaccata comprate a 15 milioni cinque anni fa, ora varrebbero meno di 12.

 

Sono questi i termini della maxi-operazione immobiliare iscritta nel bilancio capitolino per fronteggiare l´emergenza abitativa. Che se sulla carta ha una logica - entrare in possesso del comprensorio di via Marcio Rutilio anziché continuare a spendere due milioni di affitto l´anno per ospitare 178 famiglie "senza casa" - «in realtà assomiglia a una gigantesca speculazione dai contorni oscuri», denuncia il consigliere democratico Dario Nanni, autore di un´interrogazione urgente al sindaco.

 

Il perché è presto detto: per comprare le tre palazzine tra la Casilina e la Togliatti, la giunta Alemanno ha stanziato 49 milioni 665mila euro. Un´enormità se si considera che nel 2005 lo stesso complesso residenziale è stato venduto alla "Farvem real estate srl" per 15 milioni e poi locato al Campidoglio a 850mila euro l´anno. Canone progressivamente lievitato fin quasi al triplo. Da qui la decisione: acquisire gli immobili per abbattere il caro affitti.

E qui viene il bello. Perché la "Farvem", società venditrice, dalle visure catastali risulta per metà di proprietà dell´imprenditore Massimo Ferrero, soprannominato "viperetta", gestore di linee aeree, fresco titolare dell´Adriano (rilevato dal fallimento Cecchi Gori) e produttore cinematografico: colui che lanciò l´attore Lorenzo Balducci, figlio di Angelo, lambito pure lui dall´inchiesta sugli appalti del G8, affittuario di Propaganda Fide, amico personale del dg Rai Masi e si dice protetto dal coordinatore romano del Pdl Gianni Sammarco, cognato di Previti.

 

Tuttavia, coincidenze a parte, non tornano i conti. Le tre palazzine in questione sono infatti divise in 178 appartamenti, con garage e soffitte, per un totale di 12mila metri quadri. Anche tenendosi al massimo della stima - ossia comprando ogni singolo alloggio «a 3mila euro al metro quadro, senza calcolare la cessione in blocco che abbatte il prezzo del 30%» spiega Riccardo Fratini, titolare dell´agenzia "Professione Casa" sulla Togliatti - si arriva a non più di 36 milioni (che scendono a 25 se si computa lo sconto per la vendita a corpo). E sarebbe comunque un calcolo inesatto. Osserva Carlo Parente, consulente di Tecnocasa: «Dal 2005 al 2010, a eccezione del centro, i prezzi a Roma hanno registrato un ribasso di circa il 20%».

 

Perciò il Pd vuole vederci chiaro. «Il sindaco spieghi perché bisogna spendere 50 milioni per tre palazzine malmesse, anziché costruire direttamente gli alloggi», insiste il consigliere Nanni. «Un pool di architetti da me incaricati per capire quanti se ne possono realizzare con quella cifra ne ha stimati tra 300 e 350, nuovi e con gli stessi standard di edilizia popolare di Via Marcio Rutilio. Il doppio di quelli che Alemanno intende comprare».

 [23-07-2010]

 

 

CAMERA DECIDE TAGLIO STIPENDI DEPUTATI...


(Adnkronos) - Sara' di mille euro netti al mese il taglio allo stipendio dei deputati. E' quanto ha deciso l'ufficio di presidenza della Camera. La riduzione, conseguente alle norme contenute nella manovra economica, prevede il taglio di 500 euro dalla diaria di soggiorno e 500 dalle spese per il rapporto eletto/elettori.

Per i deputati, dunque, l'ufficio di presidenza ha stabilito il taglio di mille euro netti al mese nel trienno 2011-2013. Mentre per quanto riguarda i dipendenti di Montecitorio si e' stabilita una riduzione del 5 per cento delle retribuzioni sopra i 90mila euro e del 10 per cento di quelle sopra i 150mila euro negli anni 2011, 2012, 2013. Inoltre, la sospensione nel medesimo trienno dei meccanismi di adeguamento automatico delle retribuzioni.

 

Nella nota diffusa al termine della riunione dell'ufficio di presidenza si spiega che, come era stato annunciato dai presidenti della Camera e del Senato, in occasione della manovra "le Camere avrebbero partecipato responsabilmente al contenimento della spesa pubblica reso necessario dall'attuale situazione economico-finanziaria".

4 - ANCHE PER SENATORI TAGLI DI 1000 EURO AL MESE...
(ANSA) - Fra qualche ora l'Ufficio di presidenza del Senato delibererà sui tagli alle indennità dei senatori. Saranno misure assolutamente in linea con quelle adottate dalla Camera, dal momento che i rispettivi uffici sono stati costantemente in contatto per varare misure uniformi. Anche a Palazzo Madama, quindi, la scure o il bisturi, a seconda dei punti di vista, andrà a incidere per 500 euro sulla diaria di soggiorno e per i restanti 500 sulla somma destinata al "rapporto eletto-elettore".

31.07.10

 

 

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELL’EXPO - FORMIGONI CONTRO LA MORATTI, TREMONTI CONTRO TUTTE E DUE (non è disposto a tirar fuori i soldi senza avere voce in capitolo) - Fondazione Fiera Milano e il gruppo Cabassi, proprietari dei terreni, non hanno alcuna intenzione di uscirne senza una valorizzazione adeguata degli stessi -A QUESTO PUNTO L’UNICO CHE PUÒ SBLOCCARE I LAVORI È BERLUSCONI…

Fabio Tamburini per "il Sole 24 Ore"

 

Il giorno della nomina Giuseppe Sala, neo-direttore generale della società di gestione dell'Expo 2015, si era sbilanciato, annunciando «l'impegno di arrivare a una soluzione entro lunedì 5 luglio ». E, sempre in quei giorni, Carlo Sangalli, presidente della Camera di commercio di Milano, l'ente che esprime il presidente della società di gestione dell'evento, l'imprenditore Diana Bracco, aveva confermato la necessità «di fare in fretta». Quasi un mese dopo il problema di come procedere per quanto riguarda i terreni su cui realizzare il progetto rimane senza soluzione.

 

Non solo. L'accordo tra i protagonisti risulta lontano e, ogni giorno che passa, la matassa tende ad aggrovigliarsi piuttosto che a dipanarsi. Il clima è quello di tutti contro tutti, in una partita giocata all'interno dello schieramento di centro-destra. Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, è su posizioni molto diverse dal sindaco di Milano, Letizia Moratti, e dal presidente della Provincia, Guido Podestà.

 

Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, non è disposto a tirar fuori i soldi senza avere voce in capitolo. Fondazione Fiera Milano e il gruppo Cabassi, proprietari dei terreni, hanno sensibilità diverse ma non hanno alcuna intenzione di uscirne senza una valorizzazione adeguata degli stessi.

La disputa viene presentata come ideologica: i terreni vanno acquistati oppure utilizzati in comodato d'uso, cioè lasciandoli alle proprietà attuali che non incasserebbero nulla, dovrebbero investire negli oneri di urbanizzazione e nelle infrastrutture, ma otterrebbero in cambio la possibilità d'investimenti immobiliari rilevanti dopo la conclusione dell'evento?
La verità è diversa in quanto, come spesso accade, lo scontro risulta di puro potere. Formigoni è pronto all'acquisto dei terreni che l'Agenzia del territorio ha stimato di valore intorno a 180-190 milioni.

 

La Moratti, per i vincoli economici derivanti dal rispetto del patto di stabilità, non può permettersi investimenti di tale entità. E Podestà, che peraltro ha da tempo rapporti eccellenti con i Cabassi, potrebbe farlo soltanto rinunciando ad almeno parte di altre attività, per esempio nelle autostrade.

 

Entrambi non hanno alcuna intenzione di dare via libera alla Regione Lombardia in quanto convinti che troverebbe applicazione una delle massime citate spesso da Enrico Cuccia, il fondatore di Mediobanca, che di affari se ne intendeva: «Articolo quinto chi mette i soldi ha vinto», amava ricordare.

Il sospetto del Comune e della Provincia è che la seconda mossa di Formigoni sia di far scendere in campo il braccio della Regione nei grandi lavori: la Infrastruttura lombarde spa, guidata da Antonio Rognoni e pronta ad assumere un ruolo dominante nella gestione degli investimenti dell'Expo 2015. Esattamente quanto intende evitare il ministero dell'Economia,che pretende un ruolo almeno corrispondente all'impegno economico.

 

Un interrogativo diffuso, fra l'altro, è sul ritorno effettivo degli investimenti nell'Expo. Il rischio, alla resa dei conti,è che il bilancio economico dell'iniziativa si riveli più che deludente. In più, sia pure dietro le quinte, pesa l'opposizione strisciante della Lega Nord, che sta alla finestra incassando subito un dividendo non di poco conto: il logoramento degli alleati. Per questo l'opinione prevalente è che l'immobilismo finisca per prevalere. A meno che non si assista al classico colpo di scena: la versione meneghina del "ghe pensi mi" berlusconiano, con il premier che decide d'intervenire e sblocca la situazione.

 

 [27-07-2010]

 

 

QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELL’EXPO - FORMIGONI CONTRO LA MORATTI, TREMONTI CONTRO TUTTE E DUE (non è disposto a tirar fuori i soldi senza avere voce in capitolo) - Fondazione Fiera Milano e il gruppo Cabassi, proprietari dei terreni, non hanno alcuna intenzione di uscirne senza una valorizzazione adeguata degli stessi -A QUESTO PUNTO L’UNICO CHE PUÒ SBLOCCARE I LAVORI È BERLUSCONI…

Fabio Tamburini per "il Sole 24 Ore"

 

Il giorno della nomina Giuseppe Sala, neo-direttore generale della società di gestione dell'Expo 2015, si era sbilanciato, annunciando «l'impegno di arrivare a una soluzione entro lunedì 5 luglio ». E, sempre in quei giorni, Carlo Sangalli, presidente della Camera di commercio di Milano, l'ente che esprime il presidente della società di gestione dell'evento, l'imprenditore Diana Bracco, aveva confermato la necessità «di fare in fretta». Quasi un mese dopo il problema di come procedere per quanto riguarda i terreni su cui realizzare il progetto rimane senza soluzione.

 

Non solo. L'accordo tra i protagonisti risulta lontano e, ogni giorno che passa, la matassa tende ad aggrovigliarsi piuttosto che a dipanarsi. Il clima è quello di tutti contro tutti, in una partita giocata all'interno dello schieramento di centro-destra. Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, è su posizioni molto diverse dal sindaco di Milano, Letizia Moratti, e dal presidente della Provincia, Guido Podestà.

 

Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, non è disposto a tirar fuori i soldi senza avere voce in capitolo. Fondazione Fiera Milano e il gruppo Cabassi, proprietari dei terreni, hanno sensibilità diverse ma non hanno alcuna intenzione di uscirne senza una valorizzazione adeguata degli stessi.

La disputa viene presentata come ideologica: i terreni vanno acquistati oppure utilizzati in comodato d'uso, cioè lasciandoli alle proprietà attuali che non incasserebbero nulla, dovrebbero investire negli oneri di urbanizzazione e nelle infrastrutture, ma otterrebbero in cambio la possibilità d'investimenti immobiliari rilevanti dopo la conclusione dell'evento?
La verità è diversa in quanto, come spesso accade, lo scontro risulta di puro potere. Formigoni è pronto all'acquisto dei terreni che l'Agenzia del territorio ha stimato di valore intorno a 180-190 milioni.

 

La Moratti, per i vincoli economici derivanti dal rispetto del patto di stabilità, non può permettersi investimenti di tale entità. E Podestà, che peraltro ha da tempo rapporti eccellenti con i Cabassi, potrebbe farlo soltanto rinunciando ad almeno parte di altre attività, per esempio nelle autostrade.

 

Entrambi non hanno alcuna intenzione di dare via libera alla Regione Lombardia in quanto convinti che troverebbe applicazione una delle massime citate spesso da Enrico Cuccia, il fondatore di Mediobanca, che di affari se ne intendeva: «Articolo quinto chi mette i soldi ha vinto», amava ricordare.

Il sospetto del Comune e della Provincia è che la seconda mossa di Formigoni sia di far scendere in campo il braccio della Regione nei grandi lavori: la Infrastruttura lombarde spa, guidata da Antonio Rognoni e pronta ad assumere un ruolo dominante nella gestione degli investimenti dell'Expo 2015. Esattamente quanto intende evitare il ministero dell'Economia,che pretende un ruolo almeno corrispondente all'impegno economico.

 

Un interrogativo diffuso, fra l'altro, è sul ritorno effettivo degli investimenti nell'Expo. Il rischio, alla resa dei conti,è che il bilancio economico dell'iniziativa si riveli più che deludente. In più, sia pure dietro le quinte, pesa l'opposizione strisciante della Lega Nord, che sta alla finestra incassando subito un dividendo non di poco conto: il logoramento degli alleati. Per questo l'opinione prevalente è che l'immobilismo finisca per prevalere. A meno che non si assista al classico colpo di scena: la versione meneghina del "ghe pensi mi" berlusconiano, con il premier che decide d'intervenire e sblocca la situazione.

 

 [27-07-2010]

 

 

MI PIACE CALPESTARE I BASTARDI” – CHI è JULIAN ASSANGE, FONDATORE DI WIKILEAKS CHE IN POCHI ANNI HA RACCOLTO ATTORNO A SÉ UN POPOLO ANONIMO CHE OGNI GIORNO INVIA AL SITO DIECIMILA FASCICOLI SCOTTANTI. GUERRA, DROGA, SESSO, TORTURE: “ESISTE LA LEGITTIMITÀ PER IL SEGRETO, MA SFORTUNATAMENTE CHI COMMETTE CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ PUÒ FIN TROPPO FACILMENTE ABUSARNE

Andrea Malaguti per "La Stampa"

1 - WIKILEAKS, UNO SCOOP E TANTI MISTERI...
Con la sorprendente fretta di chi è costretto a compiere un atto che nessuna forza può impedire, mosso da un senso di giustizia dal sapore robespierriano, ormai diventato una figura mitica a metà tra Robin Hood e il Kaiser Soze de «I soliti sospetti», Juliane Assange, indecifrabile fondatore di Wikileaks, sito libero e senza censure capace di collezionare in meno di quattro anni oltre un milione di documenti segreti e di illuminare a giorno il lato oscuro della guerra in Afghanistan, punta diritto allo sconvolgimento del potere mondiale.

 

Così, dopo avere rovesciato sul tavolo della politica internazionale 92 mila file (e 15 mila sono ancora nel suo cassetto) che potrebbero riscrivere la storia del conflitto esploso dopo l'11 settembre, ora è pronto a difendere con i propri avvocati l'onore e il destino del soldato Bradley Manning, 22enne analista militare rinchiuso in una cella d'isolamento in Kuwait con l'accusa di avere girato proprio a lui, prima i filmati passati alla cronaca come «Collateral Murder» e poi i documenti dello scandalo emerso in queste ore.

Siamo di fronte a un grande complotto contro l'America e il suo presidente o a una rivoluzionaria battaglia per la libertà di essere informati su ogni passo, scelta e crimine degli uomini più potenti del pianeta?

Il 12 luglio 2007 un elicottero americano Apache sorvola il cielo di Baghdad e apre il fuoco, apparentemente senza motivo, su dodici civili. Li uccide tutti. Due, si scoprirà poi, sono giornalisti della Reuters. I militari ridono, l'Apache si allontana, il filmato della mattanza - Collateral Murder - finisce miracolosamente a Manning, che dalla sua postazione afghana riesce a violare e a saccheggiare i computer del Pentagono. Il soldato bambino si confida - chissà perché - con l'hacker Adrian Lemo.

 

«Ho consegnato tutti i file rubati a Wikileaks, non potevo reggere da solo questo peso». Errore imperdonabile. Lemo lo denuncia, i militari dell'Army Criminal Investigators lo arrestano e Julian Assange diventa ufficialmente un nemico pubblico. Ma è possibile immaginare che un piccolo analista militare - e dunque potenzialmente tutti i suoi anonimi colleghi sparsi per il mondo - sia stato in grado di violare il segreto più protetto del pianeta? O è più facile, come fanno alcuni commentatori inglesi, pensare a una battaglia all'interno del Pentagono?

Le ipotesi sull'obiettivo si sprecano. La necessità di spostare in Pakistan lo scontro militare e la voglia di mettere in difficoltà un presidente che ha preteso la pubblicazione dei verbali di Guantanamo, sono le più gettonate.

Julian Assange, nato a Townsville, nel Queensland, figlio di attori teatrali, costretto a una vita nomade, ex hacker del gruppo «International Subersives», cultore di Orazio da cui ha mutuato il primo soprannome «Mendax» («Bugiardo, ma nel senso dello splendido bugiardo delle Odi»), ha fondato il sito che oggi può contare su 800 collaboratori, sui fondi di finanziatori anonimi e volontari - nell'ultimo anno sono arrivati 650 mila dollari - e che ha Noam Chomsky come amministratore del gruppo su Facebook, all'inizio del 2006.

 

Da allora, scampando a un tentativo di omicidio in Kenya, ha svelato i segreti di governi, banche e politici americani, svizzeri, africani e ha affrontato scontri legali con Sarah Palin e Scientology. Ha raccolto attorno a sé un popolo anonimo che ogni giorno invia al sito diecimila fascicoli scottanti. Guerra, droga, sesso, torture.

Come se Assange avesse risvegliato un antico bisogno di giustizia universale. Il suo amico Ben Laure che lo ospita a Londra nei viaggi a sorpresa dice di lui: «Julian ha la testa piena di complotti e di ossessioni. Ma ha cuore, forza e ideali. È un genio, insomma, un genio del bene». Un pazzo, forse buono, deciso a cambiare il mondo.

"ORA BASTA BUGIE. IL MONDO DOVRÀ APRIRE GLI OCCHI"...
Frontline club di Londra, 13 di Norfolk Place, a pochi passi dalla stazione di Paddington, è qui che il fantasma prende corpo e voce per rispondere alle domande della stampa. Due ore filate, senza pause. La sala con i mattoni rossi è piena di giornalisti, registratori e telecamere, ma c'è un silenzio da cerimonia funebre. Anche le domande arrivano sottovoce.

Julian Assange si presenta a mezzogiorno. È alto, forse un metro e novanta, magro, carismatico, ha capelli bianchi e il volto allungato, liscio. Pare che abbia 39 anni, qualcuno dice 37, ma anche su questo rimane il mistero.

 

Indossa una giacca blu e una camicia chiara con i primi due bottoni slacciati. I capelli bianchi, da druido, sono pettinati con la riga da una parte, precisa, gli occhi sono scuri, tra il nero e il marrone, rapidi, diffidenti. Resta in piedi dietro un leggio su cui appoggia il computer, alle sue spalle una foto di Donald McCullin: Vietnam, 1968, un soldato americano con gli occhi sbarrati, sotto choc, il volto pieno di polvere, guarda angosciato il nulla stringendo tra le dita la canna di un fucile. «Se adesso ci attaccano vuole dire che abbiamo fatto un lavoro come si deve. Il buon giornalismo è controverso per natura».

 

Mr Assange, la Casa Bianca vi accusa di aver messo in pericolo la vita dei soldati in Afghanistan.
«Il materiale che abbiamo pubblicato fa riferimento al periodo che va dal 2004 al 2009. L'ultimo file è relativo a sette mesi fa. Lo scenario è cambiato. Non abbiamo messo in pericolo la vita di nessuno. Anzi, abbiamo scartato 15 mila file proprio perché avevamo il dubbio che potessero danneggiare singoli esseri umani. Esiste la legittimità per il segreto e anche per la trasparenza, ma sfortunatamente chi commette crimini contro l'umanità o va contro la legge può fin troppo facilmente abusare del legittimo segreto».

 

Ci sono testimonianze di crimini di guerra?
«Molte. Ad esempio le operazioni della Task Force 373, uno squadrone della morte che ha assassinato almeno 7 bambini. La vera storia di una guerra non è fatta dai grandi eventi, ma dai piccoli orrori quotidiani. La morte dei ragazzini, dei civili, dei soldati. E noi abbiamo solo grattato la superficie».

Perché avete deciso di pubblicare? E perché lei, personalmente, ha fatto questa scelta?
«Per fare luce sulla brutalità e sul sudiciume quotidiano della guerra. Magari queste testimonianze faranno cambiare la posizione di chi ha influenza politica e diplomatica e modificheranno l'atteggiamento dell'opinione pubblica non solo sull'Afghanistan, ma su tutte le guerre moderne. Io? Viviamo tutti una sola volta, dobbiamo fare buon uso del tempo che abbiamo».

 

Cosa farete per il soldato Bradley Manning, accusato di avervi consegnato i file di «Collateral Murder»?
«Gli daremo tutto il nostro appoggio legale».

Anche questi documenti arrivano da lui?
«Non parlo delle fonti del nostro lavoro».

L'ultima domanda è mutuata da una intervista rilasciata a Der Spiegel ieri mattina. Signor Assange, ha paura per la sua vita?
«No, mi piace calpestare i bastardi».

Il fondatore di Wikileaks adesso chiude il computer, si gira verso la foto di McCullin e scivola via come è arrivato. All'improvviso, come un gioco di prestigio. Sono le tre del pomeriggio. Sparisce. Ha tutto il mondo alle calcagna.

 27-07-2010]

 

 

 

PARTITO MIO FATTI CAPANNA – ALLA FACCIA DELLA CRISI E DELLA TRASPARENZA, ECCO QUANTO CI COSTA LA SECONDA REPUBBLICA: 3 MLD € A LORSIGNORI TRA RIMBORSI ELETTORALI, FONDI AI GIORNALI E ALTRI MILLE RIVOLI - COSÌ DA 16 ANNI INGANNANO IL NO DEI CITTADINI ALLE SOVVENZIONI PER I POLITICI… Primo di Nicola per "L'espresso" (ha collaborato Francesco Giurato)

 


Tre miliardi di euro. Una cifra stratosferica, equivalente a quasi seimila miliardi delle vecchie lire. Sono i soldi pubblici che i partiti italiani hanno incassato in sedici anni: il tesoro nascosto della Seconda Repubblica. Una cascata di denaro prelevato dalle tasche dei cittadini e trasferito nei forzieri che sostengono la macchina politica del nostro paese. E stiamo parlando soltanto dei fondi elargiti dallo Stato a partire dal fatidico 1994, anno di svolta dopo la tempesta di Tangentopoli, segnato dall'introduzione del sistema maggioritario.

 

"L'espresso" ha ricostruito i mille rivoli di questo fiume di denaro, che si è modificato secondo gli assetti della politica e delle maggioranze, con formazioni che scompaiono e coalizioni in continua metamorfosi. In questo inseguirsi di sigle e simboli, dalla contabilità bizantina, resta però un punto fermo, che ha il sapore di una truffa ai danni della cittadinanza. Perché nell'aprile 1993 il referendum per l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti era stato approvato con una maggioranza bulgara.

 

L'iniziativa promossa dai Radicali di Marco Pannella aveva ottenuto il 90,3 dei consensi e avrebbe dovuto decretare la fine delle trasfusioni a vantaggio dei segretari amministrativi di movimenti grandi e piccoli. Invece no: nonostante quel voto, i cittadini hanno continuato a pagare per sovvenzionare la politica. Nel disprezzo della volontà popolare espressa dal referendum, la corsa all'oro di Stato è proseguita ed addirittura aumentata.

Sommando al denaro per gli organigrammi di partito quello per i loro organi: fondi a go-go erogati a favore dei cosiddetti giornali organi di partito, come la cara vecchia "Unità" del Pci-Pds-Ds, il "Campanile nuovo" dell'Udeur di Clemente Mastella, la "Padania" di Umberto Bossi, il "Foglio" di Giuliano Ferrara e le altre decine di testate di partiti e movimenti spesso fantasma o appositamente creati che, nello stesso periodo, da soli, secondo una stima de "L'espresso" , in quella torta di tre miliardi valgono circa 600 milioni di euro. Davvero un bel bottino.

 

Caccia al tesoro È quella scatenata dai partiti per mettere le mani sul tesoretto pubblico dei rimborsi: ben 2 miliardi 254 milioni di euro stando al calcolo fatto recentemente dalla Corte dei conti fino alle elezioni politiche del 2008, cui vanno però aggiunti un altro centinaio di milioni maturati nel 2009 grazie alle ultime europee. Come è stato possibile trasferire tanto denaro nonostante il plebiscito del referendum? Aggirando il veto al finanziamento pubblico con una nuova formula: il meccanismo dei rimborsi elettorali.

 

Sempre pubblici, sempre pingui ma formalmente giustificati dalla volontà di tutelare la competizione democratica. Sulla carta, però, il risarcimento a carico della collettività avrebbe dovuto coprire soltanto i costi sostenuti nella campagna. Ma i furbetti del partitino hanno subito inserito un primo trucco: come per magia, i rimborsi volano lontano dalle regole dell'economia e si plasmano su quelle della politica, per dilatarsi e lievitare. Non si calcolano sulla base dei soldi effettivamente investiti e spesi per spot, comizi e manifesti, ma in proporzione ai voti ricevuti. Quanto per l'esattezza? Una cifra che si è gonfiata senza sosta e senza vergogna, in un'autentica corsa al rialzo.

 

Nelle politiche del 1994, le prime dopo il referendum blocca finanziamenti che segnarono la vittoriosa discesa in campo di Silvio Berlusconi, il fondo a disposizione è stato alimentato con una formula magica: 1.600 lire per ogni cittadino, non tantissimo perché all'epoca un quotidiano costava 1.300 lire ma che fatti i calcoli produce una cifra monstre. In totale, per Camera e Senato, il contributo toccò la cifra di 90 miliardi 845 milioni di lire. Un bel gruzzolo, non c'è che dire.

 

La torta che lievita Ma, si sa, l'appetito vien mangiando, ed ecco negli anni successivi gli alchimisti parlamentari scendere in aiuto dei tesorieri di partito. I maestri del ritocchino si danno da fare e nel 1999 il contributo triplica e passa a 4 mila lire per abitante. E come è accaduto in tutte le botteghe, nel 2002 l'euro ha offerto un'occasione ghiotta per scatenare aumenti selvaggi e poco chiari. Si prevede un 1 euro per ciascun anno di legislatura: in pratica 5 euro per ogni cittadino italiano.

Certo, parallelamente si cancella quel 4 per mille che dal 1997 per due anni ha dato ai cittadini la possibilità di destinare ai partiti questa percentuale dell'imposta sul reddito fino a un totale massimo di 56 milioni 810 mila euro. E poi si era ridotto il fattore di moltiplicazione: non più il totale dei cittadini ma solo il numero degli iscritti nelle liste elettorali della Camera.

 

Anche le modalità di pagamento degli agognati rimborsi subiscono modifiche: non più tutti e subito ma rateizzati nei cinque anni di durata della legislatura. Con una fondamentale postilla: il blocco in caso di scioglimento anticipato. Niente più parlamento, niente più quattrini. Una misura ispirata dalla frequenza delle elezioni nostrane, che viene però considerata troppo severa dalle segreterie di partito. E difatti nel 2002 aboliscono l'interruttore: il finanziamento si incassa anche se i parlamentari decadono prima.

Una farcitura a doppio strato: consente alle rate dei vecchi rimborsi milionari di sovrapporsi a quelle altrettanto ricche portate in dote dalla nuova legislatura. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, con effetti paradossali. Come bene dimostrano i rimborsi della quindicesima legislatura aperta nel 2006 e finita nel 2008 che continueranno ad essere incassati dai partiti fino al 2011 e si sommeranno a quelli della sedicesima che dovrebbe durare fino al 2013. Ci sono partiti, come i Verdi, Rifondazione, i Comunisti italiani che non sono più in Parlamento ma vengono ancora sovvenzionati dagli italiani.

Di astuzia in cavillo, le coalizioni hanno divorato oltre 2 miliardi 300 milioni di euro, frutto non solo dei rimborsi per le elezioni di Camera, Senato e Parlamento europeo, ma anche per quelle regionali. La Finanziaria del 2008 ha promesso le forbici: un taglio del dieci per cento su questi fondi. Che però si fatica a seguire nella loro destinazione finale, soprattutto da quando la competizione è tra blocchi di alleanze.

 

Chi ha incassato di più? Secondo la stima che "L'espresso" ha elaborato spulciando i piani di ripartizione stilati dalla Tesoreria della Camera e i bilanci annuali delle forze politiche, a fare la parte del leone è stato proprio colui che da sempre sostiene di essere sceso in campo per affrancare gli italiani dai partiti-parassiti: l'attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La creatura da lui fondata nel 1994, Forza Italia, risulta infatti in testa alla lista dei beneficiati con oltre 638 milioni di euro di rimborsi elettorali incassati, pari a mille 235 miliardi di lire. Il calcolo è semplificato dal fatto che nel Pdl i conti restano separati: Fi e An si spartiscono le elargizioni pubbliche in modo netto.

Più complesso decifrare le geometrie finanziarie della sinistra. In tre anni il Partito Democratico ha maturato ben 253 milioni di euro, frutto soprattutto delle ultime politiche. In più ci sono quelli del Pds-Ds con 184 milioni di euro alla voce "contributi dello Stato per rimborso delle spese elettorali". Troppo poco, è evidente, ma a questa cifra ci sono da aggiungere le quote Ds nei fondi per le coalizioni di centrosinistra e soprattutto per l'Ulivo: ma i rami della pianta di sinistra sono così intricati che nessuno riesce a distinguerne i colori.

Anche la tesoreria del partito ha replicato alla richiesta de "L'espresso" allargando le braccia. E che si tratti di cifre considerevoli lo testimoniano le posizioni di assoluto rililevo conquistate nella nostra graduatoria dalle coalizioni di centrosinistra come L'Ulivo e L'Ulivo per l'Europa (vedere tabella) che insieme hanno totalizzato oltre 260 milioni. In casa Fini prima delle ultime turbolenze era invece facile fare i calcoli: 237 milioni.

 

Al settimo posto c'è poi l'Udc di Pier Ferdinando Casini con i suoi quasi 114 milioni, seguita da Rifondazione comunista che, a dispetto delle traballanti fortune elettorali che l'hanno vista sparire dalla scena parlamentare nel 2008, in tre lustri ha raccolto 105 milioni di euro, mentre Lega e Margherita vantano rispettivamente 102 e 85 milioni di euro.

 

Cifre ragguardevoli che si attestano sopra i 72 milioni iscritti nei bilanci dell'Italia dei valori e che doppiano i 35 dei Verdi, altri desaparecidos in Parlamento. Si può infatti anche non avere rappresentanti alle Camere ma, incredibilmente, riscuotere lo stesso i rimborsi pubblici. Se per farsi eleggere serve più del 4 per cento dei suffragi, per incassare è sufficiente un modesto 1 per cento. Come è capitato alla Destra di Francesco Storace e Daniela Santanché che, nonostante sia restata fuori con il 2,4 per cento dei voti, sta intascando oltre 6 milioni di euro.

Viva la differenza Fondare un partito e presentarlo alle elezioni è infatti sempre un grande affare. Il denaro impegnato in spese elettorali è un investimento sensazionale. Qualche cifra: a fronte dei 2 miliardi e 254 milioni di euro di rimborsi erogati dal 1994 al 2008, secondo l'indagine della Corte dei conti le forze politiche hanno speso solo 579 milioni di euro. In pratica ci hanno guadagnato 1600 milioni: il che vuol dire (vedere tabella) che i soldi investiti nella campagna elettorale hanno avuto un rendimento di oltre il 389 per cento, con punte massime del 959 registrate alle politiche del 2001. Con qualche partito più bravo di altri.

Il Pdl che nel 2008 ha dichiarato spese elettorali per 68 milioni 475 mila euro ha maturato rimborsi per più di 200 milioni di euro con un guadagno di oltre il 200 per cento. Mentre il Pd che ha speso 18 milioni 418 mila euro, riscuoterà 180 milioni con un guadagno di circa il 1.000 per cento. Un vero record.

 

Dati choc che smascherano l'effettiva natura di quelle erogazioni: altro che rimborsi, è sempre quel finanziamento dei partiti tout court che è sopravvissuto al referendum. Lo sottolinea la Corte dei conti nel dossier sui consuntivi delle spese delle forze politiche per le elezioni del 2008. Queste cifre, hanno sentenziato i magistrati contabili, dimostrano "che quello che viene normalmente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento".

Prelievo quotidiano È quello per tanti anni consumato da molti dei cosiddetti organi di partito. Un altro pozzo senza fondo alimentato dal dipartimento per l'Editoria della presidenza del Consiglio e che secondo i dati disponibili sul sito di palazzo Chigi e analizzati da "L'espresso" in sedici anni ha elargito finanziamenti per un totale di 598 milioni di euro. A chi sono andati? In testa alla lista c'è "l'Unità" con quasi 100 milioni di euro. A sorpresa, al secondo posto, con oltre 50 milioni, rifulge la "Padania" dei leghisti di Umberto Bossi, grandi fustigatori della "Roma ladrona", ma non quando si tratta di incamerare pubbliche provvidenze.

Seguono "Liberazione" (48 milioni), voce di Rifondazione comunista e "Il Secolo d'Italia", di An (quasi 40 milioni). Dov'è lo scandalo? Anche nel fatto che a ramazzare questi denari ci sono testate di quotidiani e periodici che difficilmente comparirebbero se lo spirito della legge fosse stato correttamente rispettato.

 

Tra i grandi foraggiati, con oltre 35 milioni c'è "Il Foglio": fondato da Giuliano Ferrara, ha tra gli azionisti pure Veronica Lario, moglie del presidente Berlusconi prossima al divorzio. C'è "Il Denaro" (18 milioni), giornale napoletano diretto da Alfonso Ruffo; "Il Riformista" (14 milioni) fondato dall'ex senatore Antonio Polito ma edito dalla famiglia Angelucci, tra i maggiori imprenditori della sanità privata, il cui capostipite Antonio è stato eletto deputato nel Pdl. E c'è "Libero", altra testata della famiglia Angelucci, che ha incassato circa una ventina di milioni.

 

Anche in questo caso, una legislazione ambigua e volutamente sprecona ha permesso di confondere alti principi democratici e bassi interessi privati. Nel 1990 si stabilisce che per ottenere i fondi basta essere organi di partito o di un movimento con almeno due rappresentanti eletti in Parlamento; poi via via si introducono regole nuove e strambi cavilli come l'apparentamento con almeno un gruppo parlamentare, anche a Strasburgo; o la trasformazione in cooperativa giornalistica.

Le regole sono oscure, il fine è chiaro: mettere i soldi in tasca. Come l'ultima trovata del 2006 che ha totalmente abolito il requisito del collegamento con una rappresentanza parlamentare per i giornali che in passato sono comunque stati organo di partito. In pratica, il privilegio è immortale.

GENITORI DI DUE GEMELLI

È proprio grazie a questi "aggiustamenti" che "Il Foglio" ha potuto attingere ai finanziamenti in quanto organo della "Convenzione per la giustizia", creatura dell'ex presidente forzista del Senato Marcello Pera e del verde Marco Boato. Il "Denaro" invece ha fatto bingo in quanto bandiera di "Europa mediterranea", un'associazione che allineava l'ex ministro Antonio Marzano e l'ex parlamentare Claudio Azzolini.

Ma il caso più eclatante resta quello di "Libero", quotidiano fondato nel 2000 da Vittorio Feltri. Questo giornale per accedere ai fondi per l'editoria di partito, a cominciare dal 2003 ha preso in affitto il bollettino "Opinioni nuove"che già riceveva modeste provvidenze in quanto organo del movimento Monarchico italiano. Questo supplemento coronato ha portato in dote a "Libero" i fondi pubblici riservati agli organi di partito. Avanti Savoia, tutto serve per fare cassa. 23-07-2010]

 

GARA DI FILANTROPIA TRA GATES E ALLEN...
R. Fi. per "il Sole 24 Ore" -
Gara di filantropia in casa Microsoft. Rispondendo all'appello di Bill e Melinda Gates e Warren Buffett ai miliardari d'America, Paul Allen, co-fondatore del colosso dell'informatica Microsoft, ha promesso che devolverà in beneficenza metà del suo patrimonio. Se non fosse che, nel marzo scorso, la rivista Forbes gli ha attribuito una fortuna pari a 13,5 miliardi di dollari, quanto basta per piazzare Paul Allen al 37esimo posto della classifica degli uomini più ricchi al mondo.

 

e Gates è da anni una sorta di icona della filantropia, Allen finora ha preferito lavorare in sordina. Assecondando il suo interesse verso la ricerca scientifica, l'arte e l'istruzione, ha destinato oltre in miliardo di dollari, finanziando in particolare la fondazione «Allen Institute for Brain Science » e il Museo della Musica e della fantascienza di Seattle, disegnato da Frank Gehry. Ora la decisione di pubblicizzare le sue attività. Magari pensando che così altri miliardari saranno stimolati a fare lo stesso.

23.07.10

 

Christies! il banana ha messo in vendita Villa Certosa? - quote latte: Qualcuno sta ricattando bossi? - expo, una bomba ad orologeria - milano senza palette e fischietti - paolo b. in chiesa col cell - rolex cardia - PADELLARO: NELLA RASSEGNE STAMPA NON SI CITA ’IL FATTO’ PERCHE’ HA TITOLI FORCAIOLI - “UOMINI E DONNE”: MALEDIZIONE? - scrocconi a portofino - un cappuccio per belen...

 

1 - Christie! non sarà in vendita Villa Certosa? "Tenuta presidenziale in Costa Smeralda. In un esclusivo quartiere a pochi minuti dalla Marina di Porto Rotondo, questa magnifica proprietà immobiliare di 19.000 metri quadrati composta da 4 ville, con vista su un mare cristallino. Pur trovandosi nel cuore della Costa Smeralda, questa tenuta presidenziale è circondata da un grande parco, e offre privacy assoluta. Ideale per un ritiro aziendale o per riunioni di famiglia. Sarebbe perfetta per ospitare celebrità quali Mecenate, zar, e statisti".http://www.christiesgreatestates.com/greatest_estates/view_32467/#

 

2 - Una pagina intera dedicata allo scandalo delle quote latte e, alla fine, quasi nascoste, tre righe succosissime nelle quali il Corriere di sabato riporta una dichiarazione di Enrico Morando (PD): "Cosa induce un partito serio come la Lega a sputtanarsi in questo modo per 76 persone? Dietro ci deve essere qualcosa di enorme. Qualcuno la sta ricattando, altrimenti non si spiega. E quel qualcuno ha a che fare con CrediEuroNord". Morando si riferisce alla banca della Lega salvata dal fallimento dalla Banca Popolare di Lodi di Fiorani. E cosa c'entra con le quote latte? Ah, saperlo.

 

3 - Il mitico Renato Mannheimer, con il suo IPSO, ha scoperto che i milanesi contrari all'Expo sono passati dal 49% dello scorso anno, al 59% del giugno scorso. E Marco Travaglio, Piero Colaprico, Gianni Barbacetto si preparano ad inchieste su un evento che assomiglia sempre più ormai ad una bomba ad orologeria.

4 - A Milano mancherebbero ben duecentocinquanta palette e decine di fischietti per la Polizia Municipale, ma il Comune ha scovato un milione di euro per la manutenzione del Duomo. E poi dicono che c'è l'8 per mille...

 

5 - La domenica mattina presso la parrocchia di San Nicolò a Vaprio d'Adda (MI), durante la Messa grande, è facile imbattersi in personaggi come Paolo Berlusconi, rigorosamente in pantaloncini, e Sergio Motta, già conosciuto come macellaio del più famoso dei fratelli Berlusconi! Paolo, residente nell'elegantissima zona Castelbarco, è molto affaccendato col cellulare anche durante la funzione religiosa...

6 - Carlo Cinelli e Federico De Rosa per il "CorrierEconomia" - È il classico regalo che ricevono i ferrovieri a fine carriera: un bell'orologio svizzero. Stavolta, però, il dono è arrivato per l'inizio della nuova carriera al ferroviere «di lusso», Lamberto Cardia, neo presidente delle Ferrovie.

A farglielo non è stato però il nuovo datore di lavoro ma i vecchi colleghi della Consob, che si sono autotassati per comprargli un prezioso Rolex. Premio-ricordo per i 14 anni, di cui sette da presidente, passati da Cardia a vigilare sui furbetti della Borsa.

 
 

12-07-2010]

 

 

MENO MALE CHE FINI C’È (A MONTECITORIO) – IL PRESIDENTE DELLA CAMERA S’ERGE COME UN SOL’UOMO CONTRO IL VIL ATTACCO DELLA CORTE DEI CONTI AI DIPENDENTI DELLA CAMERA CHE TIMBRAVANO IL CARTELLINO E USCIVANO PER I CAZZI LORO – GUARDA UN PO’, TRA QUESTI ANCHE UNA SUA SEGRETARIA! – AI MAGISTRATI CONTABILI GIAN-MENEFREGO DICE: LA DOTAZIONE È MIA E GUAI A CHI ME LA TOCCA…

 

Franco Bechis per "Libero"

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini ha alzato uno scudo civile simile a quello previsto dal lodo Alfano per il governo per proteggere la sua segretaria e altri 16 dipendenti della Camera dei deputati dalla procura generale della Corte dei Conti. Il 9 aprile scorso infatti il viceprocuratore generale della sezione giurisdizionale per il Lazio della Corte dei Conti aveva scritto al segretario generale della Camera, Ugo Zampetti, per ottenere informazioni dettagliate sui 17 furbetti di Montecitorio che avevano usato irregolarmente i propri badge risultando presenti al lavoro anche quando se ne stavano a casa o in vacanza.

 

La procura della Corte dei Conti aveva infatti intenzione di aprire un fascicolo sui 17 per responsabilità amministrativa per danno erariale.

 

I fannulloni di Montecitorio erano stati pizzicati nel gennaio scorso proprio dalla segreteria generale della Camera dei deputati a cui erano giunte alcune denunce anonime. Con alcuni controlli a campione all'inizio erano stati identificati 15 dipendenti che utilizzavano irregolarmente i badge di entrata risultando presenti anche quando erano assenti ore.

Tutti erano stati sospesi dal servizio e denunciati alla procura della Repubblica di Roma dalla stessa amministrazione di Montecitorio, dove è stato aperto dal pm Ilaria Calò un fascicolo di reato ipotizzando la truffa aggravata ai danni dello Stato. Unica concessione ai dipendenti, fino all'esito della vicenda penale, il mantenimento dello stipendio sia pure in misura ridotta di un terzo. Successivamente si è scoperto che altri due dipendenti avevano compiuto le stesse irregolarità dei 15, e la notizia (subito segretata) ha creato più di un imbarazzo a Montecitorio.

 

Perché nell'elenco finale figurava anche Orietta Di Mario, componente della segreteria del presidente della Camera, da lunghi anni dipendente dell'istituzione e da molti di più conosciuta da Fini, essendo stata la Di Mario segretaria dell'ex deputato missino Alfredo Pazzaglia, scomparso nel 1997 (ed eletto nel Csm dal 1994). Naturalmente l'indiscrezione sulla segretaria del presidente pizzicata insieme agli altri fannulloni è passata di bocca in bocca fra i dipendenti gran lavoratori del palazzo, che sono la schiacciante maggioranza.

 

Ma si è cercato di blindare la notizia all'interno del corpo, proprio per non creare problemi al presidente della Camera, che in ogni caso anche per la Di Mario ha chiesto si procedesse con la denuncia alla procura come per tutti gli altri (non ci sarebbe stata alternativa). Nelle indagini interne si è poi fatta anche luce sul meccanismo utilizzato dai fannulloni per gabbare l'ufficio del personale di Montecitorio.

Sono stati utilizzati- non si sa con quanta consapevolezza del reato che si stava commettendo- alcuni ex dipendenti della Camera ormai andati in pensione. Per pratiche amministrative varie e per diritto a loro è concesso l'ingresso nel palazzo, ma prima di entrare raccoglievano il badge dalle mani dei colleghi fannulloni che risultavano in uscita, e timbravano facendo certificare così un fasullo immediato ingresso, come fossero solo andati in pausa caffè al di fuori delle mura di Montecitorio.

Di fronte al fascicolo della procura (che il 24 maggio scorso ha depositato tutti gli atti di fine indagine preparandosi a chiedere il rinvio a giudizio dei 17) la procura generale della Corte dei Conti del Lazio si è mossa come in mille altri casi. Ma si è trovata un muro di fronte.

Curiosamente è stato lo stesso Fini a svolgere in ufficio di presidenza della Camera una luna e dotta dissertazione giuridica, zeppa di pronunce della Corte Costituzionale, per spiegare che la Corte dei Conti deve ritirarsi in buon ordine e che né la sua segretaria né i suoi colleghi fannulloni possono essere chiamati a risarcire un solo centesimo all'erario.

"Alla Camera dei deputati", ha esordito Fini, "è riconosciuta autonomia finanziaria e contabile, come affermato dalla consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale. In tale quadro la Camera è titolare di una dotazione finanziaria sulla cui gestione gli altri poteri non possono in alcun modo esercitare forme di sindacato". Insomma, la "dotazione è mia e guai a chi me la tocca", anche se quei soldi vengono direttamente dalle tasche- e dalle tasse- di tutti gli italiani.

Ma che c'entra l'immunità per la segretaria di Fini e i suoi colleghi? C'entra: "Dai suddetti principi della Corte Costituzionale", ha continuato il presidente dell'assemblea di Montecitorio, "discende che i dipendenti della Camera dei deputati sono sottratti alla giurisdizione contabile della Corte dei Conti anche con riferimento al giudizio di responsabilità per danno erariale".

Dunque, cari magistrati contabili, giù le zampe dai portafogli della segretaria di Fini e colleghi. Anche perché "la responsabilità erariale è intimamente connessa con il rapporto di servizio. Ed è noto in proposito- ha concluso Fini- che tale rapporto per i dipendenti della Camera non è soggetto alla giurisdizione ordinaria bensì all'autodichìa, anche recentemente oggetto di pronunce giurisdizionali che ne hanno riconosciuto la piena legittimità".

15-07-2010]

 

 

SALVA-LIBRIDINE – ERA L’ULTIMA “REMAINDERS” RIMASTA, L’ULTIMA LIBRERIA DOVE SI POTEVANO SCOVARE A PREZZI BASSISSIMI I LIBRI INVENDUTI CHE GLI EDITORI GETTAVANO AL MACERO - UNA MINIERA DI CARTA CHE HA FATTO FELICE PER DECENNI LETTORI SQUATTRINATI E BIBLIOFILI INCALLITI - STROZZATA DALL’AFFITTO, SFRATTATA DAL CENTRO DI ROMA, SALVATA DA ALEMANNO E CROPPI: ASILO IN LOCALI DEL COMUNE....

1 - POLITICI, ATTORI, ARTISTI E SCRITTORI DA QUESTI SCAFFALI SON PASSATI TUTTI
Chiara Buoncristiani
per "Libero"

 

C'è un silenzio lungo qualche secondo tra il messaggio e la risposta. Rodolfo Giammona, il proprietario della libreria Remainders di piazza San Silvestro a Roma spalanca gli occhi e prende fiato. Prima immagina uno scherzo, poi comincia a crederci. La libreria è salva. «Il 31 luglio chiudiamo bottega perché non ce la facciamo a pagare l'affitto», aveva ammesso il 12 luglio Rodolfo. «Dopo una trattativa pesante lo scorso anno avevamo accettato un aumento della locazione. Speravamo che potesse esserci anche un aumento di fatturato che però non si è verificato».

 

Quello che Giammona non aveva invece sperato era la reazione che il suo annuncio avrebbe sortito: prima l'appello su "Libero" di Simonetta Bartolini, poi le decine di telefonate di sostegno che sono arrivate e, infine, l'impegno dell'assessore alla Cultura Umberto Croppi a salvare Remainders. D'accordo con il sindaco Alemanno, Croppi, che ci tiene a far sapere di essere «uno di quelli che da Remainders ci sono cresciuti», si è messo al lavoro per individuare dei locali di proprietà del Comune che possano ospitare la libreria.

Ora Rodolfo non si tiene più, parla solo al superlativo: «È una notizia bellissima, io sono stracontento perché proprio non me lo aspettavo». Eppure come l'assessore, in tantissimi, non solo a Roma, considerano Remainders una specie di istituzione culturale, l'ultima incarnazione di un'idea folle e geniale, quella di salvare dal macero titoli invenduti e proporli a metà prezzo o addirittura a un quarto del costo.

 

Dei 127 negozi avviati da Biagio Melloni all'inizio degli anni Sessanta, la libreria romana resta l'ultimo esemplare. In piazza San Silvestro, tra gli scaffali di questo Remainders inaugurato nel 1965 (il giorno dell'apertura fu necessario l'intervento dei carabinieri, per la troppa folla), sono passati molti nomi noti. Rodolfo entrò da commesso e poi divenne il titolare.

Tra i clienti storici ricorda attori, registi, scrittori, ma anche persone comuni: «Nella nostra libreria creammo subito una sala di lettura, per favorire gli studenti e coloro che cercavano qualcosa di particolare. Ho venduto libri ad Alberto Sordi, Pupi Avati, Ingrid Bergmann, Federico Fellini, Vittorio Gassman, Alberto Arbasino, Pablo Neruda Carmelo Bene, Giancarlo Giannini, Pupi Avati. Giorgio Manganelli e Alberto Moravia erano frequentatori abituali».

Senza contare i politici, visto che Remainders è a due passi dal Parlamento: Spadolini e Craxi «cercavano sempre libri sul Risorgimento», Ugo La Malfa «spulciava tutto da lettore onnivoro», Berlinguer «era gentile e discreto». Anche molti politici attuali non mancano nella lista: Rutelli, Veltroni, Cicchitto e, tra gli altri, «il ministro Carfagna, che di solito arriva senza scorta». Una volta entrò il presidente Pertini e cominciò a dialogare con la gente, gettando nel panico i guardaspalle ».

2 - L'ULTIMA REMAINDERS D'ITALIA TROVERÀ ASILO IN LOCALI DEL COMUNE DI ROMA. UNA BUONA NOTIZIA, MA SONO TROPPI I PICCOLI LIBRAI COSTRETTI AD ARRENDERSI DINANZI AD AFFITTI IMPOSSIBILI
Giampiero Mughini per "Libero"

 

Meno male che per una volta c'è il lieto fine. Che la "Libreria Remainders" di Piazza San Silvestro a Roma, che il prossimo 31 luglio verrà sloggiata dai locali dov'era da vent'anni, meta abituale di pellegrinaggio da parte di noi meschini che amiamo i libri specie se rari e desueti, resusciterà nei locali di proprietà del Comune che il sindaco Gianni Alemanno s'è impegnato a trovare al più presto.

La morte di quella libreria sarebbe stata una ferita simbolica per la capitale. E del resto le cose sono purtroppo molto semplici. Vendere libri è il mestiere economicamente più sciagurato al mondo.

E perché vendi una merce quantitativamente poco appetita e perché hai su quella merce un ricarico miserrimo, il 26 per cento netto una volta tolte le spese, e sempre che tu non faccia uno sconto al cliente affezionato. Impossibile per chi vende libri sopportare i raddoppi di affitto richiesti da proprietari delle mura che quegli aumenti li ottengono facilmente da chi sbatte in vetrina jeans sui quali il ricarico è a dir poco del 100%. In Italia succede a ogni momento, che le piccole librerie storiche alzino bandiera bianca.

A Milano s'è fatta drammatica la situazione della "Milano libri", una delle più belle librerie italiane, quella dov'era nata la leggendaria rivista di fumetti "Linus". Ancora a Milano aveva provocato una sollevazione della cultura cittadina la richiesta fatta dal Comune, proprietario delle mura, a una libreria indispensabile a chi segue le vicende dell'arte contemporanea, quella piccola ma formidabile "Libreria Bocca" che nemmeno in sogno potrebbe pagare un affitto annuo che da circa 30mila euro dovrebbe passare a poco meno di 70mila.

A Roma la libreria "Al ferro di cavallo" ha sloggiato dai suoi storici locali di via Ripetta, dove tra anni Cinquanta e Ottanta ha fatto tutt'uno con la più vitale cultura romana, e ci trovavi libri di fotografia o d'arte che non avresti trovato da nessun'altra parte: adesso s'è spostata in locali molto più umili in via del Governo Vecchio.

Così come s'è spostato da Corso Rinascimento, e per fortuna solo di un centinaio di metri, Giorgio Mosci, la cui libreria "Coliseum" è una delle migliori d'Italia per chi cerca libri editi nel secondo dopoguerra e oggi fuori catalogo.

Spieghiamoci meglio, per farvi capire perché librerie come la"Remainders" sono indispensabili e tanto più in una città come Roma che di librerie antiquarie non ne ha nemmeno dieci contro le circa 400 di Parigi. Succede di fatti che l'80 o forse il 90% dei libri editi in Italia dopo sei mesi scompaia dalle librerie. E poco importa che talvolta siano dei libri di valore, talvolta indispensabili. Il fatto è che non sono andati bene commercialmente e dunque spariscono. Per un autore di libri andare in una libreria "Remainder's" era una sorta di rischio. Se ci trovavi un tuo libro, voleva dire che l'editore se n'era sbarazzato. Era un verdetto, commercialmente, di morte.

 

Ecco perché ci trovavi libri bellissimi che non avevano avuto una gran fortuna, libri piccini editi da Scheiwiller, libri del declinante Vallecchi degli anni Cinquanta, eccellenti saggi rossi della Einaudi che alla prima botta avevano venduto sì e no 1.000 copie, o magari i libri di un grande scrittore come Antonio Pizzuto che Roberto Lerici aveva avuto il coraggio di pubblicare e che non vendevano neppure una copia: per anni i frequentatori della "Remainders"li hanno comprati a metà prezzo e oggi hanno valutazioni mica da ridere in antiquariato.

Libri rari, preziosi. E che troverete rarissimamente nei siti. Provate a cercare un libro edito dieci o vent'anni fa di cui abbiate bisogno per motivi di lavoro o di studio. Non lo troverete. È un mercato "altro"e arduo rispetto alle librerie correnti, dove trovi novità e best-seller.

E tanto per farvi un esempio. Ho appena finito di leggere una chicca einaudiana del 2008, in cui erano raccolte le lettere inviate dal grande Federico Zeri alla redazione dell'Einaudi al tempo in cui era nata la collaborazione del grande critico con la casa editrice torinese. Zeri cita a bizzeffe libri mirabili editi nei '60 e divenuti introvabili.

A un certo punto racconta il suo entusiasmo per un volume del 1961 di Raffaello Giolli, lo storico e critico d'arte morto nel gennaio 1945, il libro che Einaudi aveva edito nel 1961 col titolo "La disfatta dell'Ottocento". È un libro di cui lo so da tempo quanto sia importante, ma che purtroppo non ho. Ho subito telefonato al mio amico Mosci per chiederglielo. S'è messo a ridere. Perché è un libro divenuto rarissimo, «un fantasma», e figuratevi se un editore di adesso lo ripubblica. E comunque mi ha detto che farà di tutto per trovarmelo. Meno male che Mosci c'è. 15-07-2010]

 

 

A SAN CIRIACO HANNO FATTO LA GRAZIA – TRATTATIVA IN DIRITTURA D’ARRIVO PER L’ACQUISTO DA PARTE DI DE MITA DEL SUPERATTICO DI FONTANA DI TREVI IN CUI VIVE DAL 1988 – DOPO ANNI DI CAUSE LEGALI CON INPDAI E INPS, L’EX LEADER DC NON RINUNCIA A NESSUN VANTAGGIO POSSIBILE: DAL MAXISCONTO ALL’ASCENSORE PRIVATO, FINO ALLA EX PORTINERIA E SI AVVIA A COMPRARE PER 3,4 MLN €. PECCATO CHE IL PREZZO DI MERCATO SIA ALMENO IL TRIPLO

Anna Maria Greco per "Il Giornale"

Ciriaco De Mita sta per concludere uno dei più grossi affari della sua vita. Compra la casa-simbolo del potere della casta, quella dei tanti misteri che, dopo anni di cause e inchieste giudiziarie nessuno è riuscito completamente a svelare.

È il famoso attico e superattico in via in Arcione, a due passi da Fontana di Trevi, in pieno centro storico di Roma. Delle dimensioni esatte non si è mai riusciti a sapere, anche perché dal 1988 quando fu occupato dalla famiglia De Mita sono stati fatti diversi lavori e probabilmente chiuse delle zone del terrazzo: sarebbero circa 550 metri coperti e 200 aperti.

 

L'ex-presidente del Consiglio vuole pagare 3 milioni e 400 mila euro all'Inps, che ne è attuale proprietario. Otterrebbe così un immobile di pregio a meno di 5mila euro a metro quadro, quando il mercato ne pretende sui 15mila. La trattativa sarebbe praticamente conclusa, ma De Mita tira sul prezzo.

Vuole ottenere tutti i vantaggi possibili oltre all'appartamento in sé. Da sempre ha monopolizzato uno dei due ascensori, che per uno speciale congegno si ferma esclusivamente al quarto piano, il suo. E per salire sull'unico rimasto fanno ogni mattina la fila i quasi 100 dipendenti della Commissione di vigilanza del fondo pensioni, che occupa un altro appartamento nel palazzo.

 

Ma a De Mita non basta, prima di comprare vuole definire la pertinenza di una serie di ampi spazi utilizzati negli anni dalla famiglia: da 2 cosiddette «cantine» di circa 40 metri quadri al mezzanino con belle finestre nel cortile (dove troneggiano enormi e rumorosi impianti di condizionatori d'aria), ad un ampio ex negozio su 3 piani usato come «magazzino», fino agli 80 metri quadrati di portineria una volta usati come alloggio dei domestici di casa De Mita e ora vuoti.

 

La splendida casa è nata dalla fusione di ben 3 appartamenti e ha 11 finestre su via in Arcione più 5 su via del Traforo del Tritone, con un superattico che è un appartamento in sé e sui 4 lati l'enorme terrazzo che vede il Torrino del Quirinale da una parte e Palazzo Chigi dall'altra.

Il tutto restaurato ad arte e superblindato con vetri anti­proiettile, solidi pannelli contro gli sguardi indiscreti e porte d'acciaio, oltre che impreziosito da marmi, maioliche, parquet e rifiniture di grande pregio, secondo gli ordini dei De Mita. Proprio per questi lavori il politico della prima Repubblica finì negli anni '90 di fronte al Tribunale dei ministri, che lo rinviò a giudizio con l'accusa di aver utilizzato fondi neri del Sisde.

Il boss di Nusco si trasferì nell'autunno dell'88 nel palazzo settecentesco appena ristrutturato a suon di miliardi di lire dall'Inpdai (allora proprietario), lasciando la ben più modesta e periferica abitazione di cooperativa sulla via Ardeatina.

 

Da allora, l'ex presidente della Dc attualmente eurodeputato dell'Udc, ha resistito ad ogni scandalo, causa, inchiesta giudiziaria, interrogazione parlamentare pur di rimanervi. D'altronde, per decenni De Mita ha usufruito di un affitto a dir poco agevolato. L'ammontare del canone è sempre rimasto un «segreto di famiglia», ma il rinnovo del contratto di locazione del 2000, l'ultimo consultabile con mille difficoltà all'Ufficio del Registro, parla di 71.562.540 lire annue ed evidentemente è poi stato prorogato in attesa dell'acquisto. All'inizio, assi¬curano fonti ben informate, l'affitto era attorno ai 50 milioni l'anno.

 

Un canone mensile tra i 2 e i 3mila euro al mese, quello che oggi si chiede per un appartamento di soli 80-100 metri quadri nel quartiere chic dei Parioli. Adesso l'ex premier sta per coronare il suo sogno, rendendo finalmente sua la casa sulle cui maniglie d'ottone ha già da tanto tempo impresso le sue iniziali stilizzate e intrec¬ciate come in un blasone nobiliare: «DM».

La svolta c'è stata nel 2002, quando gli enti previdenziali hanno messo all'asta gli immobili, compresi quelli di pregio dell'Inpdai. Tra questi, casa De Mita. E qui nasce un altro piccolo giallo: sui giornali fu pubblicato il bando che includeva solo l'appartamento. Poco dopo, un errata corrige includeva anche altri spazi «di pertinenza», quelli oggetto di molte diatribe.

 

Nel 1997 l'Inpdai aveva fatto causa all'illustre inquilino per aver occupato abusivamente le cantine e alcuni locali al piano terra, chiedendo anche i danni. Ma ottenne la restituzione solo di questi ultimi, nel 2003.

 

Intanto, il resto del palazzo era stato acquistato da privati per 8,2 milioni di euro e De Mita aveva esercitato il diritto di prelazione per casa sua. Ma il prezzo non gli piaceva e iniziò una lunga battaglia legale con l'Inpdai e poi con l'Inps per far scendere la cifra e avere garanzie sull'uso degli spazi esterni all'appartamento. Ora, la trattativa sarebbe arrivata a conclusione. Ed è vicina la realizzazione di un sogno da 3 milioni e 400 mila euro.

 [13-07-2010]

 

 

UN PANZER CONTRO GANZER - IL TRIBUNALE DI MILANO CONDANNA IL COMANDANTE DEL ROS A 14 ANNI (7 A OBINU) E INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI – L’ACCUSA ERA TRAFFICO DI DROGA E PECULATO IN OPERAZIONI ANTI-DROGA – I PM AVEVANO CHIESTO 27 ANNI MA L’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE NON È STATA RICONOSCIUTA DAI GIUDICI AL GENERALE DEI CARABINIERI

- TRIBUNALE MILANO CONDANNA GANZER A 14 ANNI...
(Adnkronos) - I giudici dell'ottava sezione penale del tribunale di Milano hanno condannato nel pomeriggio il comandante del Ros, generale Giampaolo Ganzer, a 14 anni di reclusione e a 65mila euro di multa. Il tribunale ha poi condannato Mauro Obinu, ex colonnello del Ros ora all'Aise, a sette anni e dieci mesi.

 

2 - GANZER INTERDETTE IN PERPETUO DA PUBBLICI UFFICI...
(Adnkronos) - Oltre a condannarlo a 14 anni di reclusione, i giudici del tribunale di Milano, hanno deciso che il capo del Ros, il generale Giampaolo Ganzer, sia interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. Analoga limitazione e' stata inflitta dai giudici milanesi anche a Mauro Obinu, ex colonnello del Ros ora all'Aise.

3 - TRIBUNALE MILANO ASSOLVE IMPUTATI DA ACCUSA DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE...
(Adnkronos) - I giudici dell'ottava sezione penale del tribunale di Milano, nel condannare diversi ex ufficiali e attuali ufficiale dei Ros dei Carabinieri, ha pero' assolto tutti gli imputati dall'accusa che era stata mossa dalla Procura, di associazione a delinquere.

I motivi, i giudici, li spiegheranno in sentenza. Ma l'impressione generale e' che il tribunale non abbia riconosciuto che a monte delle presunte irregolarita' delle operazioni antidroga finite nel mirino del Pm, vi sia stata una 'regia'. In altre parole, quelle operazioni erano illegittime ma non il frutto di un sistema.

Diversi sono gli episodi contestati che i giudici hanno ritenuto prescritti. Il tribunale ha anche deciso diverse assoluzioni di singoli contestazioni a carico di 18 imputati. Per il generale dei Ros, il pm Luisa Zanetti, aveva chiesto 27 anni di reclusione. [12-07-2010]

 

radicali liberi - Finisce con urla e pugni sul tavolo, qualche "vaffanculo" e un po’ di "stronzo" (tutti di parte pannelliana) e con pochi margini di recupero il primo, veemente match in diretta radiofonica, e con tanto di telecamere del Tg5, tra Pannella e Bordin -potendo contare su contributi pubblici sia come organo di partito che come servizio pubblico dal Parlamento, la direzione di radio radicale fa gola a tanti...

Laura Cesaretti per "il Giornale"

 

Finisce con urla e pugni sul tavolo, qualche «vaffanculo» e un po' di «stronzo» (tutti di parte pannelliana) e con pochi margini di recupero il primo, veemente match in diretta radiofonica, e con tanto di telecamere del Tg5, tra Marco Pannella e il (quasi) ex direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin.

Visto che non si è riusciti a evitare che la notizia della «rottura» scoppiasse, tanto vale parlarne a microfoni aperti, ha deciso Pannella. Bordin, in diretta, tiene fermo il punto: le sue dimissioni dalla ventennale guida dell'emittente sono irrevocabili, «non ce la faccio più, non mi va più», troppe manifestazioni di «sfiducia» da parte dell'editore (Pannella medesimo) e troppe intrusioni interessate dei caporali di partito nella gestione della radio.

 

Che, va ricordato, oltre ad essere tribuna autorevole è tuttora un'impresa redditizia (assai più del Pr), potendo contare su contributi pubblici sia come organo di partito che come servizio pubblico dal Parlamento, e per questo la sua direzione forse vacante fa gola a qualche dirigente restato disoccupato, come l'ex parlamentare Marco Cappato, giù autore di una (noiosissima) rassegna stampa domenicale, o a giornalisti pannelliani doc come Walter Vecellio.

Pannella, fosse per lui, si terrebbe Bordin direttore tutta la vita (continuando a torturarlo in pubblico ogni domenica, nella trasmissione a due voci, e in privato più spesso) pur di evitare il clamore dell'addio di uno «che ormai è più popolare di me e di Emma Bonino messi insieme», come dice acidulo.

Ma Bordin non ne vuole sapere: è più che disposto a continuare a fare la rassegna stampa del mattino e le sue rubriche di politica estera e giudiziaria, ma Pannella e i suoi se li sorbisca qualcun altro, ogni giorno. Il leader radicale ha allora ingaggiato un braccio di ferro: trattiamo sulla rassegna stampa, ma solo se lavori con noi ad una successione indolore.

Bordin a dare il proprio imprimatur a un direttore-funzionario di partito, Cappato o Vecellio che sia, non ci pensa proprio: «Dei futuri organigrammi della radio non si occupa un direttore dimissionario». Pannella si infuria, lo accusa di non «amare» Radio Radicale, di essere «influenzato dal contesto politico» nella sua decisione di abbandonarla, di non capire «la gravità del momento» per i radicali («Ma è sempre grave il momento per i radicali!», si spazientisce Bordin), di volersi mettere «sul mercato» grazie alla visibilità datagli dalla rottura.

E in effetti, da ieri, qualche autorevole direttore ha iniziato a farsi vivo per «prenotare» la rassegna stampa, magari da mettere on-line. Niente di definito, ma il «mercato» c'è, ed era un Bordin più rincuorato e deciso a non mollare quello che si è presentato ieri al fatidico appuntamento col capo radicale. Con addosso una t-shirt rossa su cui campeggiava una parodia: «Dubitare, disobbedire, trattare», anziché il mussoliniano «credere, obbedire, combattere». Ironica provocazione, forse finale.

 12-07-2010]

 

 

’IL MANIFESTO’ GETTA SUI CARBONI ARDENTI L’EX MINISTRO DELL’INTERNO BEPPE PISANU - 2- NON FA PIÙ PARTE DEL CIRCOLO BERLUSCONIANO, BORDEGGIA FINI E ADESSO CHE PRESIEDE LA COMMISSIONE ANTIMAFIA PARE MOLTO INTERESSATO A FARE LUCE SUI MISTERI DELLA REPUBBLICA. ADESSO. NEL GENNAIO 1983 PISANU DOVETTE DIMETTERSI DALL’INCARICO DI SOTTOSEGRETARIO AL TESORO PER I SUOI RAPPORTI CON CARBONI - 3- PISANU CONOSCE CALVI SULLA BARCA DI CARBONI DOVE È STATO OSPITE ANCHE BERLUSCONI. NELL’82 PISANU, SOTTOSEGRETARIO AL TESORO, INCONTRA CALVI NEI GIORNI PRECEDENTI LA SUA FUGA, FATALE, A LONDRA - 4- CALVI SI VANTAVA DI AVER MANOVRATO PISANU IN PARLAMENTO E CHE IL SOTTOSEGRETARIO AVEVA RICEVUTO IN CAMBIO 800 MILIONI DAL PIDUISTA CARBONI –

 

Andrea Fabozzi per il manifesto

 

Non si può non citare Francesco Cossiga, in quanto sardo e in quanto frequentatore dei misteri delle Repubblica. Un po' per scherzo un po' per profezia, nel 2003 l'ex presidente della Repubblica annunciò: «Forza Italia sta per nominare un vice coordinatore in Sardegna, Flavio Carboni». Non andò così, ma sette anni dopo ecco Carboni a braccetto con Forza Italia, nel frattempo Popolo della libertà, sorpreso secondo le accuse nella fondazione di un nuovo comitato d'affari assieme al coordinatore del Pdl Denis Verdini.

 

Allora l'obiettivo dell'ironia di Cossiga era il numero uno di Forza Italia in Sardegna, il lombardo Romano Comincioli, spedito nel 2002 dal suo illustre compagno di classe Silvio Berlusconi a mettere ordine nel partito sardo. Comincioli alla fine degli anni Settanta era stato il tramite dell'amicizia tra Berlusconi e Carboni. E anche lui, Comincioli, nel frattempo senatore, quest'estate è tornato: è il «nuovo» coordinatore dei berlusconiani sardi.

Eppure sull'isola il più alto in carica del gruppo, nonostante le difficoltà della sua giunta, resta Ugo Cappellacci, anche lui coinvolto nell'inchiesta sull'eolico. Ugo il governatore è il figlio di Giuseppe Cappellacci, uno che ha frequentato molto quel gruppo di amici negli anni Settanta: Berlusconi, Confalonieri, Comincioli e Carboni.

 

Fu proprio il padre del presidente della regione in carica, commercialista in Cagliari, a preparare le carte del progetto immobiliare Olbia 2. Quel sogno in costa Turchese per il cavaliere è finito male, il modello brianzolo della città satellite non è stato esportato in Gallura. Ma di quelle estati in barca - un'imbarcazione più modesta del 22 metri che Carboni avrebbe comprato solo qualche anno più tardi - il cavaliere conserva il ricordo, materializzatosi nella villa La Certosa che acquistò proprio da Carboni (allora era molto più modesta, bastarono tre miliardi di lire) con l'intermediazione di Cappellacci senior.

Un altro sardo che conosce molto bene Flavio Carboni è l'ex ministro dell'interno Beppe Pisanu. Non fa più parte del circolo berlusconiano, anzi bordeggia l'arcinemico Gianfranco Fini, e adesso che presiede la commissione antimafia pare molto interessato a fare luce sui misteri della Repubblica. Adesso. Nel gennaio 1983 Pisanu dovette dimettersi dall'incarico di sottosegretario al Tesoro per i suoi rapporti con Flavio Carboni. Rapporti che intratteneva, spiegò al magistrato che indagava sul fallimento del banco Ambrosiano, in quanto considerava Carboni «un interlocutore valido per le forze politiche di ispirazione cattolica».

Andò così: Pisanu conosceva benissimo Carboni, anzi ne proteggeva l'attività di imprenditore in quanto, spiegò ancora al magistrato, «mi disse di essere in affari col signor Berlusconi» e in definitiva era un «sardo che intendeva operare in Sardegna e che mostrava di avere vari interessi e vari contatti con persone qualificate».

 

Attraverso Carboni, Pisanu fa la conoscenza di Roberto Calvi, lo incontra sulla barca di Carboni dove è stato ospite anche Berlusconi. Nell'82 Pisanu, sottosegretario al Tesoro, incontra Calvi nei giorni precedenti la sua fuga, fatale, a Londra. Le opposizioni lo chiamano in parlamento e Pisanu minimizza: spiega che non ci sono rischi per il banco Ambrosiano che invece in capo a una settimana viene dichiarato insolvente dal governo.

 

Pisanu, dopo le dimissioni, fu ascoltato dalla commissione P2 e disse di aver «sottovalutato» la delicatezza della sua amicizia con Calvi e Carboni. In realtà Angelo Rizzoli, allora formalmente proprietario del Corriere della Sera che era controllato dalla P2, testimoniò alla commissione P2 che Calvi si vantava di aver manovrato Pisanu in parlamento e che il sottosegretario aveva ricevuto in cambio 800 milioni da Carboni.

Flavio Carboni è stato arrestato molte volte, indagato e processato per una serie assortita di reati, ma è stato quasi sempre assolto, al di là della condanna definitiva a otto anni e sei mesi per il crack dell'Ambrosiano. È stato assolto in secondo grado anche due mesi fa (quando era di nuovo sui giornali per gli affari dell'eolico) dall'accusa di aver fatto uccidere Calvi in associazione con la mafia e la banda della Magliana.

 

Era stato assolto anche in primo grado. Sui suoi rapporti con la banda della Magliana Carboni è dovuto tornare a febbraio di quest'anno, quando è stato interrogato dai magistrati che indagano sul sequestro di Manuela Orlandi. Quanto ai rapporti con la mafia, era stato Carboni stesso a metterli in piazza quando si offrì alla Democrazia cristiana per collaborare alla soluzione del sequestro Moro.

Da imprenditore Carboni era stato amico anche dell'editore e fondatore di Repubblica, Carlo Caracciolo, come ha ricordato ieri sul Foglio Giuliano Ferrara. Aveva comprato delle quote del quotidiano La Nuova Sardegna, ma anche quella storia gli andò male, un altro processo (e alla fine un altro proscioglimento). [10-07-2010]

 

IL RIDICOLO è IL MIO MESTIERE - PRECISAZIONE DI Lucio Malan, senatore del Pdl, "DA PUBBLICARE ai sensi della legge sulla stampa": "la dott.ssa Maria Termini (mia moglie) non è mai stata assunta da me presso il Senato, ma è stata semplicemente distaccata temporaneamente presso la mia segreteria dal gruppo parlamentare PDL - nessun privilegio per mia moglie, semmai una razionalizzazione di risorse lavorative già esistenti in Senato"...

Alla C.A. del Direttore- sito internet Dagospia
Dott. Roberto D'Agostino

 

Egregio Direttore D'Agostino, in relazione alla notizia apparsa su Dagospia il 24 giugno 2010, preciso che la dott.ssa Maria Termini (mia moglie) non è mai stata assunta da me presso il Senato, ma è stata semplicemente distaccata temporaneamente presso la mia segreteria dal gruppo parlamentare PDL, presso il quale lavorava da prima che io la conoscessi, su autorizzazione del Presidente del gruppo stesso.

Nessuna violazione, dunque, della disciplina dei collaboratori parlamentari "portaborse", e nessun privilegio per mia moglie, semmai una razionalizzazione di risorse lavorative già esistenti in Senato.
Chiedo, pertanto, anche ai sensi della legge sulla stampa, di voler pubblicare le precisazioni formulate.
Ringraziando per l'attenzione,

 

Sen. Lucio Malan


IL PISSI INCRIMINATO - Nuova chicca di Lucio Malan, senatore del Pdl per mancanza di indizi, noto sul web soprattutto per aver assunto la propria moglie come segretaria particolare presso il Senato alla faccia della regolamentazione dei portaborse. Ora ha proposto in Parlamento, seguito soltanto dai radicali, la liberalizzazione e tassazione della prostituzione.

 [09-07-2010]

 

 

LA MANOVRA COSTRINGE I COMMISSARIATI A CHIUDERE ALLE NOVE DI SERA, MA IL SINDACATO DI POLIZIA ACCUSA: PER RISPARMIARE 600 MLN BASTAVA TOGLIERE TUTTE LE SCORTE INUTILI - OTTO PERSONE PER SCAJOLA E CARLO VIZZINI. MARIO BACCINI E MARCO MINNITI DISPONGONO DI 5 ANGELI PROTETTORI, MENTRE L’AVVOCATO DI COGNE, CARLO TAORMINA, CAMMINA CON 4 POLIZIOTTI AL SUO FIANCO. 5 UOMINI PER PANNOLONE COSTANZO, VENTI PER SCHIFANI (DUE PER IL FIGLIO) E SEMBRA CHE IL VIMINALE ABBIA AUTORIZZATO LA PROTEZIONE DI 2 AGENTI "AL FIGLIO DI SCHIFANI E PAOLO BERLUSCONI" - INTANTO BRUNETTA PROMETTE: LA SCURE CALERÀ SULLE 90MILA AUTO BLU (COSTANO AI CONTRIBUENTI 4 MILIARDI). VOGLIAMO COMINCIARE DA QUELLA DELLA SUA SEGRETARIA?

 

Dago Report - Il ministro Brunetta ha appena detto che le auto blu sono 90mila e costano ai contribuenti almeno 4 miliardi. Mentre si aspetta di sapere se la scure calera' anche sull'auto della sua segretaria, il sindacato di polizia Consap rivela dettagli sconcertanti sull'abuso delle scorte ai cosiddetti Vip.

 

Nell'elenco pubblicato oggi da Repubblica si legge che l'ex-ministro e bagnino, Mario Baccini e Marco Minniti dispongono di 5 angeli protettori, mentre l'avvocato di Cogne, Carlo Taormina, cammina con 4 poliziotti al suo fianco. E sembra che il Viminale abbia autorizzato la protezione di 2 agenti "al figlio di Schifani e Paolo Berlusconi".

LA MANOVRA "TAGLIA" I COMMISSARIATI "MA RESTANO TUTTE LE SCORTE INUTILI" -
Federica Angeli
e Giovanna Vitale per "la Repubblica - Roma"

La manovra finanziaria si abbatte sulla questura di Roma. Diciannove commissariati su 38 chiuderanno alle 20 per «ottimizzare le risorse umane e finanziarie che, come noto, vanno progressivamente riducendosi», è scritto in una circolare datata 7 luglio del questore Giuseppe Caruso. Ma secondo il Consap, sindacato di polizia, per far fronte al taglio di seicento milioni di euro basterebbe davvero poco.

 

Un esempio? Ridurre il servizio scorte. «Quando 19 commissariati sono costretti a chiudere alle 20, impedendo ai cittadini di sporgere denunce dopo quell´orario - dichiara Giorgio Innocenzi, segretario generale nazionale della Consap - ci domandiamo il senso di impiegare 3.500 poliziotti ogni giorno a Roma nel servizio di scorta a personaggi che potrebbero o farne a meno o comunque usufruirne in numero ridotto».

 

La lista delle scorte "inutili" a vip, secondo la confederazione sindacale autonoma della polizia, è lunga. «L´ex ministro Scajola, tanto per fare un esempio - spiega Innocenzi - si avvale di otto persone, così come sono sotto tutela della polizia il capogruppo della Lega al Senato Bricolo, che ha 4 uomini, il presidente della Commissione Difesa del Senato Gianpiero Cantoni che ne ha 2».

 

E ancora: «Il presidente del Senato Schifani, è vero che ricopre un ruolo importante, ma ha venti uomini al seguito - osserva ancora il segretario generale nazionale della Consap - il senatore Carlo Vizzini 8, l´onorevole Mario Baccini 5, il giornalista Maurizio Costanzo 5, l´ex presidente della regione Calabria Agazio Loiero 3, l´avvocato Carlo Taormina 4, l´onorevole Marco Minniti ne ha 5. Quando poi vengono a Roma il figlio di Schifani e Paolo Berlusconi, il Viminale ha dato l´ok perché abbiano due agenti di scorta al giorno».

Da una verifica dei dati la Consap ha studiato la possibilità di un recupero di circa 15 equipaggi di volante per turno nella capitale se venissero ridimensionate le scorte. Oltre a un risparmio consistente ci sarebbe anche un recupero di agenti da mettere in strada e magari anche nei 19 commissariati - Castro Pretorio, Celio, Sant´Ippolito, Borgo, Montemario, Torpignattara, Vescovio, Trastevere, Porta Pia, Appio Nuovo, Colombo, Rai, Tuscolano, Esquilino, Università, Spinaceto, Flaminio Nuovo, Palazzo di Giustizia, Villa Glori - che invece, dal 7 luglio chiudono alle 20.

«Il ministro leghista Maroni, invece di offendere Roma, guardi agli sprechi veri - rincara la dose Michele Baldi, leader del Movimento per Roma - e da questi tragga spunto per risolvere i problemi legati ai fondi per Roma Capitale».

 16-07-2010]

 

 

PD, ECCO NORMA SOSPENDI-PROCESSO FININVEST-CIR...
(ANSA) - Nell'emendamento presentato ieri dal governo alla Manovra che introduce la figura dell'ausiliario del giudice spunta una norma che potrebbe di fatto sospendere il processo Fininvest-Cir per nove mesi. La norma, destinata a far discutere, è contenuta nel comma 18 dell'emendamento 48.0.1000. A confermare l'ipotesi è il capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti che ribattezza la previsione del governo come "anti-Mesiano" dal nome del giudice "duramente attaccato dalle reti tv della famiglia Berlusconi per aver firmato la sentenza che obbliga la Fininvest a risarcire la Cir di 750 milioni per l'affare Mondadori".10.07.10

 

LA VOGLIAMO CHIAMARE PARENTOPOLI? - CI SCRIVE L’ASSESSORE ROMANO Francesco Lollobrigida E AMMETTE: "Arianna, sorella di Giorgia, è la madre delle mie figlie e mia compagna di vita. MA ho iniziato a far politica a 13 anni, quando Giorgia Meloni frequentava la terza elementare" - IL GRANDE CIRCO PDL DEI PARENTI CANDIDATI: Rampelli, Marsilio, Mazzocchi. E lady Alemanno...

1 - LETTERA DI LOLLOBRIGIDA
Riceviamo e pubblichiamo:

Caro Dago, leggo su Dagospia.it notizie che mi coinvolgono. Vorrei fare delle precisazioni che se riterrai opportuno potrai pubblicare per amore di verità. L'on. Barbato ha insinuato che il ministro Giorgia Meloni, con la quale condivido una grande amicizia, avrebbe in qualche modo avvantaggiato il sottoscritto con l'approvazione della legge sulle comunità giovanili in quanto suo parente (Arianna, sorella di Giorgia, è la madre delle mie figlie e mia compagna di vita).

 

Prima questione. Io sono assessore ai Trasporti e Mobilità della Regione Lazio e, anche mettendoci tutta la fantasia necessaria, non si capisce proprio come potrei gestire le risorse provenienti da questa legge. A meno che queste comunità giovanili non vogliano costituirle sui treni!

 

Secondo punto. Rispetto alle "parentopoli", ho iniziato a far politica a 13 anni, quando Giorgia Meloni frequentava la terza elementare. Sono stato eletto, quasi sempre con preferenza, in tutti gli organismi rappresentativi, dal consiglio d'istituto, al Cobar militare, al consiglio comunale di Subiaco (il mio paese).

Sono stato consigliere provinciale, regionale (12.500 preferenze circa) e assessore comunale. Ancora, sono stato presidente provinciale di Roma dell'organizzazione giovanile, poi di Alleanza Nazionale e ora del Popolo della Libertà. Insomma, credo di avere un curriculum politico, discutibile come tutto, ma che mi permette di avere un ruolo non conquistato "per parentele".

 

Terzo, sono convinto, io come tutti quelli che in buona fede giudicano il Ddl Meloni sulle Comunità giovanili, che si tratti di un progetto rivoluzionario. Fa parte delle proposte storiche della destra, ma negli anni le comunità giovanili sono state giudicate interessanti anche da osservatori e amministratori di tutt'altra provenienza.

Ringraziandoti per lo spazio che vorrai concedermi, ti porgo cordiali saluti
FRANCESCO LOLLOBRIGIDA
ASSESSORE POLITICHE DELLA MOBILITA' E TRASPORTO PUBBLICO LOCALE

 

2 - IL GRANDE CIRCO PDL DEI PARENTI CANDIDATI
Per la Polverini una folla di aspiranti consiglieri tutti sponsorizzati. Trai nomi in pista Rampelli, Marsilio, Mazzocchi. E lady Alemanno conferma: per me incarico istituzionale


Giovanna Vitale per la Repubblica (30 gennaio 2010)

Più che una coincidenza sembra un sistema. Che puntuale si ripropone a ogni scadenza elettorale: alla vigilia, quando c´è da formare le liste; oppure dopo, quando da comporre sono le giunte. È allora che gli uomini forti del Pdl entrano in azione e, con un paio di colpi ben assestati, lanciano in pista o nei governi - di regione, province e città - sorelle e fratelli, mogli e mariti, figli e compagni, persino cognati o cugini, se proprio serve qualcuno di fidato. Una casta. Destinata a perpetuarsi all´insegna del "tengo famiglia": più parenti riesci a piazzare, più conti e conterai in futuro.

 

Un giochetto che nel 2008, data della storica presa di Roma, ad Alemanno riuscì alla perfezione. E nel quale ora si esercita anche Renata Polverini: neppure a una sola delle candidature proposte dai suoi "padrini" l´aspirante governatrice ha saputo o potuto dire no.

 

Le sue liste? Un monumento a Parentopoli. Cominciamo dai consiglieri uscenti in corsa per la riconferma. E da quello più sponsorizzato, Pietro Di Paolo, marito dell´avvenente deputata ex An Barbara Saltamartini, entrambi assai vicini ad Alemanno, che è pure stato testimone delle loro nozze. Figlio d´arte, si fa per dire, è invece Erder Mazzocchi, che i più velenosi fra gli ex "camerati" dicono non sarebbe mai riuscito a far politica se non avesse avuto alle spalle il padre: il mitico Tonino, questore della Camera e parlamentare di esperienza.

 

Anche se è il biondo Francesco Lollobrigida a poter vantare la parentela più illustre, sebbene non proprio in linea retta: Arianna, sua compagna di vita, è la sorella del ministro Giorgia Meloni. «Ma loro stanno insieme da bambini», protesta un amico della coppia, «Giorgia è diventata famosa dopo».

 

E dunque, forse almeno questa, sarà una coincidenza. Come non può esserla, però, il posto nel listino di quello che tutti chiamano "il terzo fratello De Lillo": il primo, Stefano, è senatore Pdl; il secondo, Fabio, è assessore comunale all´Ambiente; l´ultimo, Giuseppe, ex legionario di Cristo, assunto per chiamata diretta nella segreteria di Alemanno, rappresenterà la famiglia in consiglio regionale. Considerando che la stirpe è formata di sette fratelli, c´è ancora tanto da fare. E non è che l´Udc sia da meno: specializzata in rampolli illustri come Pietro Sbardella, erede dello "squalo" dc, e l´uscente Aldo Forte, figlio di quel Michele sindaco di Formia, nonché presidente del consiglio provinciale di Latina. Fin qui le certezze. È infatti nel campo degli spifferi che fioccano le candidature di "consanguinei & affini". Si vocifera per esempio che l´onorevole Fabio Rampelli, uno dei motori del comitato Polverini, potrebbe indicare nel listino la sorella Emanuela. Lui smentisce secco («Non esiste, anche se lei, come me, fa politica sin da piccola»), ma non sarebbe una novità: il marito di Emanuela, cioè suo cognato, è quel Marco Scurria appena eletto al Parlamento europeo. A soffiarle il posto potrebbe tuttavia essere Pier Paolo Terranova, marito stavolta dell´assessore alla Scuola Laura Marsilio, sorella di Marco, deputato Pdl e sodale di Rampelli. «Ma i due sono alternativi», dice un bene informato: «Se entra uno, esce l´altra». Accadde già nel 2008: Alemanno cercava una donna da mettere in giunta, il derby tra sorelle lo vinse la Marsilio. Tuttavia ce n´è soprattutto una, di candidatura, il cui semplice sospetto fa rumore: quella di Isabella Rauti. Lei muore dalla voglia; lui, il sindaco, invece frena. Secondo i pronostici avrà la peggio. «Per una questione di opportunità legata al ruolo di mio marito in Comune, eviterei di assumere incarichi di governo, mentre potrei assumere incarichi istituzionali come la presidenza del consiglio o di una commissione» ha annunciato ieri la first lady. Il suo manifesto elettorale.

 

 

08-07-2010]

 

 

VEDI I CONTI DI NAPOLI E MUORI (SPRECHI/2) - L’AVVOCATO RECORD DI BASSOLINO: 1.610 CONSULENZE IN 3 MESI – FINANZIATA LA COSTRUZIONE DI 126 OSPEDALI, MA NON NE È STATO REALIZZATO NEANCHE UNO – SPESI 2,5MLN PER 20 CARRI-GRU TROPPO GROSSI PER ENTRARE NEI GARAGE - 40MILA EURO PER LE NUOVE DIVISE DEGLI AUTISTI DELLA GIUNTA (MA TUTTE LE TAGLIE SONO SBAGLIATE)…

Gabriele Villa per "Il Giornale"

Dunque, vediamo un po'. Se Berlusconi, ha provato, citiamo testualmente «un profondo brivido alla schiena dopo aver messo, in questi giorni, il naso nelle spese delle Regioni» non resta altro che richiamare in servizio Totò col suo celebre «e io pago! » per fare conversazione tra noi sugli sprechi-simbolo di una regione simbolo dello spreco come la Campania del principe Antonio De Curtis.

E visto che, nel caso specifico è imbarazzante persino decidere da dove cominciare, lasciamo che a cominciare sia una voce autorevole, quella del presidente del Consiglio regionale Paolo Romano che qualche giorno fa ha ammesso che sono «troppi, davvero troppi» quegli oltre due milioni che il Consiglio regionale spende per l'affitto fitto di tredici piani della Torre F8 al Centro direzionale.

 

La macchina governativa campana, d'altra parte, è un pozzo senza fondo da sempre. Elenchiamo in ordine sparso: 120mila euro per il noleggio e l'acquisto di auto; 60mila euro per traslochi e facchinaggio; 110mila per le spese di carburante; 30mila euro per la biblioteca; 500mila euro per informazioni giornalistiche; 120mila euro per l'acquisto di materiale di cancelleria; 15mila euro per la riparazione di mobili e arredi; 1 milione e 400mila euro per la gestione informatica dell'aula; 2 milioni e 300mila per i fitti; 180mila euro per la buvette.

 

Se volete sorridere, amaramente bene inteso, allora potete sfogliare altre note di pagamento. All'associazione degli ex consiglieri regionali (l'Arec) va un contributo di 40mila euro oltre a 10mila euro per le convenzioni autostradali. Per l'istituzione del Forum della gioventù sono stanziati 50mila euro; altrettanti per la Consulta regionale femminile e la Commissione Pari opportunità.

Corre l'obbligo di comunicareche se in Lombardia c'è un dipendente regionale ogni 1.800 abitanti in età lavorativa in Campania sono il quadruplo, ovvero uno ogni 472. Così il costo maggiore riguarda il personale: tra stipendi e assegni fissi la spesa è di 9 milioni e 400mila euro. Per le consulenze la spesa prevista è di 362mila euro. Per convegni e congressi si prevedono 20mila euro (40mila in meno del 2010). Poi, ci sono varie indennità: 70mila euro al difensore civico; 43mila euro al Garante dell'infanzia; 43mila euro al Garante dei detenuti; 368mila euro per il Corecom.

 

Niente male, no? D'altra parte se la Campania di Bassolino è passata alla storia, ingloriosa, degli sprechi con quel corso di formazione per future veline che, nel 2001, costò l'orrenda cifra di un milione e 280mila euro, il vizio di sprecare da allora non l'ha mai abbandonata. Altri esempi illuminanti sono i 40mila euro sborsati dalla Regione per le nuove divise degli autisti della giunta. Peccato però che tutte le taglie sono risultate sbagliate.

 

E che dire dei 20 carri gru comprati per consentire ai vigili urbani di rimuovere le auto in doppia o tripla fila? Dopo aver speso 2 milioni e mezzo di euro ci si è accorti che i carri erano troppo larghi per entrare nel deposito. In tema di mobilità prendete nota di quest'altra perla: l'Anm, Azienda napoletana mobilità ha buttato via 22 milionidi euro acquistando trenta filobus e tre avveniristici tram Sirio per scoprire, naturalmente solo e sempre dopo, che la rete elettrica locale non li può reggere.

I numeri non quadrano dunque. Come i piagnistei davanti a Berlusconi, perché complessivamente per far funzionare il Consiglio regionale campano è prevista per il 2010 una spesa di 104 milioni e 154mila euro; per gli uffici regionali (presidenza, giunta, assessorati) la spesa è di oltre 632 milioni. In totale, i costi complessivi sfiorano i 740 milioni.

 

I sessanta consiglieri regionali costano oltre 27 milioni l'anno. Il bilancio prevede inoltre 20mila euro per le missioni, 120mila euro per convenzioni autostradali (10mila in più rispetto al 2009); 14 milioni per gli assegni vitalizi. Le spese di rappresentanza ammontano a 120mila euro e per il funzionamento dei gruppi consiliari in bilancio ci sono 4 milioni 256mila euro: un milione e 55mila euro per gli uffici; un milione e 890mila per il fondo assistenza attività istituzionali; 50milaeuro per il rappresentante dell'opposizione; un milione e 260mila euro per la comunicazione.

 

Per i propri dipendenti il Consiglio regionale ha stanziato 37 milioni e 375mila euro mentre per i servizi è prevista una spesa complessiva di 13 milioni e 368mila euro. Per le utenze telefoniche fisse 530mila euro e per la telefonia mobile 130mila. Elettricità, gas e acqua costano invece 500mila euro l'anno. Il servizio di pulizia costa 1 milione 150mila euro, mentre per i servizi di portierato e di vigilanza si spendono complessivamente 2 milioni 290mila euro.

 

Amaro e costosissimo il capitolo sanità campana che per il suo deficit finanziario rischia di non pagare gli stipendi ai dipendenti. In compenso l'Asl Napoli 2 Nord dispone la costituzione di una sedicente Commissione di Lavoro, che finirà per costare ai contribuenti circa 200mila euro all'anno.

La denuncia è arrivata in questi giorni dall'assessore all'Urbanistica Marcello Taglialatela che ha tuonato: «Non curanti dei bilanci in rosso, in pratica, manager e commissari straordinari delle Asl nominati da Bassolino per risanare i conti continuano a caratterizzare anche gli ultimi giorni della propria gestione con sprechi, clientele e inefficienze. Clamoroso il caso di un avvocato a libro paga della Asl Napoli 5 che in tre mesi ha ottenuto 1.610 incarichi di consulenza ».

Peggio della sanità c'è la sanità incompiuta: fa ancora più rabbia constatare che in Campania sono 126 gli ospedali approvati e finanziati ma rimasti ancora da realizzare. Primo fra tutti il Centro oncologico pediatrico di Avellino, cominciato nel 1992, costato fino ad oggi 6 milioni di euro e non ancora completato. Il resto, trattandosi di Napoli e dintorni è lasciato alla libera inventiva di un popolo che non mette limiti alla fantasia. Anche negli sprechi.

 

 

[01-07-2010]

 

LA QUERCIA? C’È ANCORA E LOTTA INSIEME A NOI (ANCHE SE HA 180 MLN€ DI DEBITI E 130 PERSONE STIPENDIATE) – COME I CUGINETTI DELLA MARGHERITA GLI EX COMUNISTI DEL PD NON TIRANO GIÙ LA SARACINESCA - ADESSO SI OCCUPANO DI CATALOGARE FOTOGRAFIE DELLE FESTE DELL’UNITÀ E DEL VECCHIO PCI - CHIUDONO I CONTI CON 9 MLN€ DI ATTIVO, MA SONO PESANTEMENTE ESPOSTI CON LE BANCHE…

Antonio Signorini per "il Giornale"

 

I Democratici di sinistra sono vivi, magari non lottano insieme a noi, però fanno dei bei «profitti» e si danno da fare come possono, catalogando foto del Partito comunista italiano e raccogliendo materiale sulle feste dell'Unità. Se ne sono accorti i lettori di Unità e di Europa, che ieri si sono ritrovati di fronte a otto pagine tra il ragionieristico e il nostalgico. Titolo: «Relazione sulla gestione del rendiconto al 31 dicembre 2009».

La ditta in questione sono appunto i Ds il cui logo, quercia e rosa del socialismo europeo, campeggia su tutte le pagine. In sostanza si tratta il bilancio del partito fondato da D'Alema e sciolto con la nascita del Partito democratico, firmato dal mitico Ugo Sposetti, tesoriere che ha tirato fuori dal pantano dei debiti gli eredi del Pci, con operazioni a dir poco spericolate.

Il bello è che il 2009 è stato un anno ottimo per il partito-fantasma, con oltre 9 milioni di euro, non avendo dovuto sostenere le spese di un'attività politica vera e propria. Restano i debiti pregressi verso le banche che sono altissimi e salgono addirittura a 180 milioni rispetto ai 176 del 2008. Il buon risultato è dovuto alle entrate che per il 2009 assommano a 24.082.279 euro, in massima parte rimborsi elettorali.

 

Ma c'è anche spesa corrente, in particolare per il personale. Perché se i Ds non esistono più come partito politico, la Quercia dà ancora lavoro a 38 funzionari, 79 impiegati e 16 collaboratori. Dovrebbero passare gradualmente al Pd, ma in periferia è difficile imporre l'assunzione di funzionari Pci-Pds-Ds. E così la riduzione dell'organico va a rilento e sempre seguendo - assicura Sposetti - l'impegno preso a suo tempo da Walter Veltroni: «La nascita del Pd non deve creare problemi e angoscia neanche a una sola persona in tutto il partito».

 

Chi pensa però che i Ds siano una scatola vuota si sbaglia. Il dalemiano Sposetti, che è entrato in polemica durissima con il Pd ed è stato a sua volta attaccato dai responsabili contabili del nuovo partito, fa capire che una funzione la Quercia ce l'ha ancora. C'è la archiviazione «in duplice copia» degli archivi Ds, di tutto quello che c'era nelle 250 postazioni di lavoro degli ex funzionari, che fa tanto Ddr.

C'è persino la digitalizzazione - affidata a una società esterna - di un mega archivio di 70 mila fotografie che appartenevano al vecchio Pci; la classificazione dei fondi bibliotecari. Poi la memoria delle feste dell'Unità. In giro per l'Italia ci sono emissari Ds che stanno intervistando e raccogliendo materiale sulle feste estive del Pci. Nostalgia del Pci? No, assicura Sposetti. Le feste «sono un fenomeno di massa talmente forte e significativo da sopravvivere al partito e alla cultura politica che lo ha generato».

 

 

[01-07-2010]

 

 

 

VOLETE FARE SOLDI E LAVORARE PURE POCO? FACILE: FONDATE UN PARTITO! - COME SI EVINCE DAL CASO DI PIETRO, il meccanismo DEi rimborsi è UNA VERGOGNOSA CUCCAGNA: i partiti sono tenuti a portare le pezze d’appoggio delle spese affrontate, ma i pagamenti avvengono in relazione ai voti conquistati - Al punto che a fronte di spese riconosciute per 600 milioni di euro sono stati erogati contributi per due miliardi 253 milioni....

Marcello Sorgi per "la Stampa"

 

La querelle irrisolta tra Antonio Di Pietro e il suo vecchio socio fondatore di «Italia dei valori» Elio Veltri, che lo accusa di aver organizzato una truffa sui rimborsi elettorali, appropriandosi di una parte di quel che lo Stato ha versato al suo partito per interessi personali, non accenna a finire. Ma al di là delle responsabilità che toccherà alla magistratura accertare (Di Pietro si dice sicuro anche stavolta, come in precedenza, di un'archiviazione), il caso ha messo in evidenza un aspetto non secondario della crisi della politica.

In Italia, in altre parole, è diventato conveniente fondare un partito. Si guadagna bene. E questo spiega perché, ad onta dei meccanismi maggioritari che, escluse le europee, funzionano per qualsiasi tipo di elezione, nell'approssimarsi della data per la presentazione dei simboli, si moltiplichino liste senza quasi alcuna altra ragione sociale che quella di concorrere alla ricca torta dei rimborsi.

Sangiorgi

Basti solo un dato, pubblicato, al termine di un'approfondita ricerca, in un piccolo e prezioso pamphlet di Giuseppe Sangiorgi, («Rivoluzione Quirinale», Gaffi editore): nel 1993, ultimo anno prima che il finanziamento pubblico venisse abolito da un referendum, lo Stato versò ai partiti poco più di 80 miliardi delle vecchie lire, pari a meno di 45 milioni di euro di oggi. Nel 2008 i rimborsi elettorali assegnati ai nuovi partiti per le elezioni politiche sono stati più di 503 milioni di euro, dieci volte di più.

A ciò si aggiunga il fatto che hanno diritto a prenotare i rimborsi tutti i partiti che abbiano partecipato almeno alle elezioni regionali eleggendo un consigliere, e quelli che hanno raggiunto l'uno per cento dei voti (più o meno 450mila) alle elezioni politiche. Un siffatto partito può conquistare, non solo la fetta di torta che riguarda la competizione in cui s'è presentato, ma anche quella delle altre elezioni, con l'unico limite, stabilito nel 2009, che per farsi rimborsare le europee dovrà aver raggiunto il 4 per cento dei voti.

 

Del tutto inspiegabile - e la Corte dei Conti lo ha più volte sanzionato - è poi il meccanismo che sovrintende ai rimborsi: i partiti sono tenuti a portare le pezze d'appoggio delle spese affrontate, ma i pagamenti avvengono in relazione ai voti conquistati, con un moltiplicatore che è andato sempre in crescendo dal '93 al 2008. Al punto che a fronte di spese riconosciute per 600 milioni di euro sono stati erogati contributi per due miliardi 253 milioni, un miliardo e 670 milioni in più di quanto speso. Un campo lasciato intatto dalla manovra di Tremonti.

 

 

[30-06-2010]

 

 

 

L PAESE DI PULCINELLA è MARCIO E MARCISCE INSIEME A NOI (E VIENE DAVVERO VOGLIA DI VOTARE LEGA) - Dopo l’Auditorium di Ravello, anche il MUSEO Madre rischia di chiudere - VERSO IL DISTACCO DELLE UTENZE. E LE OPERE RISCHIANO IL DEPERIMENTO - AVEVA RAGIONE LUCIO AMELIO: "Napoli oggi è una città alla deriva, una barca senza timone. Una città con un grande cuore, ma senza una testa"....

Vincenzo Trione per il "Corriere della Sera"

 

Cronaca di una morte annunciata. Un nuovo capitolo dell'infinita storia dei mali culturali italiani? Miope attacco a uno tra i pochi momenti felici di una città segnata spesso da speranze infrante? Dopo l'Auditorium di Ravello, anche il Madre rischia di chiudere. I fatti, innanzitutto. Il 9 giugno, poco dopo l'insediamento della nuova giunta regionale, viene presentato un report, che esamina le attività del museo d'arte contemporanea di Napoli nel biennio 2007-2009. Un documento che descrive uno straordinario (ma dispendioso) fervore di eventi, tra mostre, spettacoli, proiezioni; e indica strade per un possibile sviluppo, proponendo netti tagli dei costi: una scelta obbligata, in una stagione di austerity.

 

Intanto, diventano pressanti le emergenze relative all'amministrazione ordinaria e alla programmazione espositiva. Il direttore, Eduardo Cicelyn, il 22 giugno invia al neopresidente della Campania, Stefano Caldoro, una lettera. Precisa che il Madre - di proprietà della Regione Campania - è gestito da una società per azioni, Scabec, che cura struttura e servizi.

 

Inoltre, Cicelyn dice di aver ricevuto il 17 giugno dall'amministratore delegato di Scabec, Giovanna Barni, una comunicazione nella quale si annuncia l'impossibilità di proseguire nelle anticipazioni di spesa per le iniziative del museo. Immediate, le conseguenze. Viene cancellata Il ventre di Napoli, collettiva di giovani artisti (prevista per l'8 luglio): non ci sono risorse per pagare viaggi, ospitalità, allestimento. «Perché questo disastro?» si chiede Cicelyn. Nessuna risposta.

 

Qualche giorno dopo. La situazione si fa più difficile. Cicelyn scrive nuovamente a Caldoro, riportando una nota dove la Scabec annuncia che «non sarà più in grado neppure di assicurare i pagamenti delle utenze del museo e che pertanto potrebbe verificarsi il distacco delle utenze stesse entro la prima decade del mese di luglio». A rischio non è più una mostra, ma la sopravvivenza stessa del Madre.

«Questa indecisione potrebbe portare al sicuro danneggiamento del patrimonio delle nostre opere» afferma Cicelyn. Se si dovesse verificare la sospensione della fornitura di energia in piena estate, infatti, oltre all'impossibilità di garantire l'apertura delle sale al pubblico, si assisterebbe al deperimento per il caldo di quadri, sculture e installazioni, provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private.

 

Una vicenda tragica e, insieme, grottesca. Stiamo varcando la soglia del comico, ha detto Cicelyn nella conferenza stampa di ieri. La questione è drammatica. E rivela evidenti approssimazioni e responsabilità politiche. Com'è stato possibile arrivare a questo punto?

In qualsiasi contesto europeo, scenari analoghi sarebbero impensabili. Pur se con alcuni eccessi e qualche spreco (forse indispensabile in una fase di start-up), siamo dinanzi a una realtà culturale che, in quattro anni, è diventata tra le più vivaci a livello europeo, come attestano i giudizi di autorevoli media internazionali.

 

Dal 2006, qui si sono tenute antologiche di sicura qualità critica (dedicate, tra gli altri, a Kounellis, a Fabro, a Boetti, a Clemente, a West), oltre a esposizioni tematiche stimolanti (come Barock). Si tratta di una realtà che ha raccolto e sviluppato l'eredità del lavoro svolto, sin dagli anni sessanta, da galleristi come Amelio, Rumma, Morra, Trisorio e Caròla, i quali ebbero il coraggio di portare il «nuovo» in una Napoli ancora conservatrice, sopperendo a un vuoto istituzionale.

Sulle orme di queste esperienze, il Madre sembra aver anticipato la moda dei musei d'arte contemporanea sempre più diffusa nel nostro Paese: esemplare il caso di Roma, con il Macro e il Maxxi. Siamo di fronte a un modello, unico nel panorama attuale. Non un cenotafio (per dirla con Jean Clair) né un involucro spettacolare. Ma una cattedrale bianca, disegnata con eleganza da Alvaro Siza, capace di saldare rigore della cornice e qualità delle opere presentate. Un edificio che ospita la collezione permanente, installazioni site specific, mostre temporanee.

 

Determinante per questa avventura è stato il sostegno dell'ex governatore, Antonio Bassolino. A circa 100 giorni dall'elezione di Caldoro, appare del tutto incerto il destino di questo spazio, diventato anche un significativo presidio sociale, con l'intento di valorizzare una zona piuttosto difficile e popolare del centro di Napoli, sul modello di quanto ha fatto il Macba di Barcellona, alle spalle delle Ramblas.

Ma la domanda è più radicale: questo spazio avrà un destino? Certo, è auspicabile un ridimensionamento della grandeur che ha contraddistinto il biennio 2007-09. Si potrà anche immaginare un turn over, che porti alla sostituzione del direttore: è una consuetudine diffusa un po' ovunque in Europa.

 

Ma la Regione ha un dovere etico: difendere questo museo. Considerarlo non come la «casa di Bassolino», ma come un bene comune, frutto di sforzi economici e di energie intellettuali. Non ridimensionarne le ambizioni, trasformandolo in un contenitore con prospettive localistiche. Né giudicarlo solo come un «peso» improduttivo. Non attutirne lo slancio (è quanto sta avvenendo al Castello di Rivoli e al Mambo di Bologna). Anzi, provare a razionalizzarne orientamenti, spese. Insomma, potenziare ulteriormente questo che è un tassello importante nella valorizzazione dei linguaggi contemporanei. Occorre un indirizzo chiaro: subito.

Non vorremmo dare ragione a Lucio Amelio il quale, in una delle sue ultime interviste (del 1993), lamentando l'indifferenza della classe politica partenopea nei confronti della cultura e dell'arte, disse: «Napoli oggi è una città alla deriva, un bateau ivre, una barca senza timone. Una città con un grande cuore, ma senza una testa».

 

 

[30-06-2010]

 

 

SEGNATEVI QUESTO NOME: MASSIMO FERRERO, NOMIGNOLATO DAI CAZZARI ’VIPERETTA’ - UN COATTISSIMO PRODUTTORE CINEMATOGRAFICO, MA ANCHE PADRONE DI UNA COMPAGNIA AEREA, CHE VALE DIECI "SCARFACE", CENTO "MONNEZZA" E MILLE "STRACULT" - STRAPARLA COSÌ: "CHI RUBA A FERRERO, CHI PROVA A FREGARLO, DEVE MORIRE. RUBARE È UNA COSA IMPORTANTE E CI VUOLE GENTE SERIA. VOI SAPETE SOLO LAVORARE" - "NON SO COSA SIGNIFICHI LA PAROLA TANGENTE. PERÒ SE QUALCUNO MI FA UN REGALO IO NON LO RESTITUISCO" - "C’È CHI HA LA MANGIATOIA A PORTATA DI BOCCA: IO MI DEVO CHINARE FINO A TERRA PER MANGIARE" - "mando affanculo chiunque, anche se di cognome fa berlusconi" - "IL CINEMA SONO IO

 

 

Malcom Pagani e Silvia Truzzi per "Il Fatto Quotidiano"

DI EMANUELE FUCECCHI PER IL FATTO

Prevedere, prevenire, provvedere. Il Vangelo secondo Ferrero è un manifesto appeso distrattamente alle pareti di un ufficio labirintico a un passo da Porta Pia. Al centro, il profilo poco british di Massimo Ferrero. Milleduecento dipendenti, due compagnie aeree, la Livingston e Lauda Air, multiplex sparsi in tutta la Penisola, lo storico cinema Adriano rilevato pochi mesi fa da Cecchi Gori. Produzioni cinematografiche e televisive di cui il capo incontrastato è un indemoniato signore di 60 anni. Capelli bianchi e intercalare romanesco, riflesso dell'adolescenza ruvida, dei tempi lontani in cui nel quartiere, a suo dire, l'unica legge che valesse era quella del menga: "Chi ce l'ha al culo se lo tenga, je piace?"

Dicono sia cattivissimo. Spietato. Carattere difficile, generosità inattese alternate a scatti d'ira. Nell'ambiente lo detestano. Lo hanno soprannominato Viperetta. "Creo posti di lavoro, disturbo". Lui salta, imita, canta, spiega, ribatte. Guarda sempre negli occhi e quando accade, rimane la sensazione che non sia per gioco. "Sono nato povero e morirò da povero ricco. Non temo nessuno, non scendo a compromessi e mando affanculo chiunque, anche se di cognome fa Berlusconi". Lo temono, fanno bene. Massimo Ferrero ha fame. Non gli è mai passata.

 

Lei è amico di Mauro Masi?

Era meglio se alla Rai non fosse andato. Dite al signor Masi che io non voglio essere amico del direttore generale, ma dopo aver fatto 120 film in 40 anni, esigo che mi rispetti come produttore. Voglio essere trattato come tutti. Da quando è alla Rai non ho fatto un solo minuto di fiction. Avevo dei lavori in ballo prima che arrivasse. Qui giocano con la vita di tante famiglie. Io respiro solo ostruzionismo.

 

Non ci crediamo.

Fate male. Riferite a quel cornuto di giornalista che ha scritto ‘Ferrero è una gallina delle uova d'oro' che io le uova non le ho neanche di plastica. Mi impediscono di lavorare perché ho la fortuna di essere in buoni rapporti con Masi.

Ferrero il perseguitato?

No, non soffro di manie. Non frequento i salotti, non ho padrini.

Però ha un attico in Piazza Navona.

 

E' una grandissima stronzata. Abito in affitto, dalle parti di Via Barberini. A Piazza Navona andavo da bambino per farmi il bagno nella fontana del Bernini e quando uscivo, i vigili mi sequestravano i vestiti e mi inseguivano.

Come ha fatto uno come lei a lavorare con Bertolucci?

 

Bernardo mi adora. Allo snob manca Ferrero e a Ferrero, forse, manca lo snob. Siamo complementari, di complemento, come i militari.

Torniamo a Masi, quando va in viale Mazzini, raccontano, lui si illumina.

Magari sono comico. Cerco di ridere. È un reato? Da quando è alla Rai, Masi lavora 18 ore al giorno. Mi avrà ricevuto tre volte. Perché invece di descrivermi come Calimero, non guardano al comportamento dei suoi predecessori?

 

Si spieghi.

Ci sono miei colleghi cui la tv di Stato ha garantito contratti quadro da 30-40 milioni di euro, ma nessuna anima bella dice nulla. Avverto tutti: sto iniziando a stancarmi. La tv si limiti a comprare il cinema indipendente. C'è un contratto nazionale che dice che il canone deve essere reinvestito. Carta morta.

Quindi Masi la danneggia.

 

Tra un po' alla Rai faccio causa. Dovevo fare tre fiction, a iniziare da ‘Il terremoto di Messina'. Prodi e Napolitano mi diedero l'ok.  

Mischia le carte?

 

Prima mi stendevano i tappeti, ora alla Rai non mi fanno neanche entrare. Conosco tanta gente, ho 60 anni, ho incontrato Agnelli, Fidel Castro mi vuole bene. Vi faccio vedere una cosa (si alza, mobilita l'ufficio, escono campagne per i bambini down, foto con il leader di Cuba, con il Papa, con cardinali del passato e del presente; quella con Berlusconi è vicina al suo tavolo, accanto a un cartello: ‘Se porti un problema e non hai la soluzione sei parte del problema' ndr).

 

Rapporti con il premier?

L'ho visto una volta. Se lo facessero lavorare, potrebbe fare grandi cose per il Paese.

Già sentita. Vota per lui?

Sono di sinistra, ho fatto il '68. Alle manifestazioni per i morti di Battipaglia io e i miei amici facemmo a botte con la polizia. Ventotto, ne mandammo a terra, Oggi come idea, voto D'Alema.

Invece i rapporti con Balducci? Sulla connessione con il commercialista Gazzani, lei è stato anche ascoltato dalla Guardia di Finanza.

È tutto a verbale. Ci sono fatture, tasse e Iva pagate, iscrizioni al collocamento. Hanno controllato. Tutto in regola.  

Qualcuno ha ipotizzato che quella versatale da Gazzani, (un milione e centomila euro, ndr)  fosse una tangente.

Non so cosa significhi la parola tangente. Con quel denaro è stato coprodotto un film con Anna Maria Barbera: "Ma l'amore sì". Però una cosa ve la posso dire: se qualcuno mi fa un regalo io non lo restituisco. Sia chiaro.

Come giudica Balducci?

Una persona squisita, ma non è mio fratello. Ho conosciuto anche il figlio. Un bravissimo attore, ora dilaniato. L'ho incontrato per caso a un Festival, è distrutto. Quando facciamo un casting, non interroghiamo. Il tenente Sheridan lo trovate in tv.

Tra le persone coinvolte nell'inchiesta, qualcuno è stato intercettato al telefono mentre si rallegrava per il sisma in Abruzzo.

Se è vero e lo dico da cittadino, sono delle merde. Uno che ride di una tragedia devastante, non merita l'arresto, ma l'impiccagione.

Brutale.

Ad Haiti sono stato anche io. Ho messo a disposizione un Airbus di mia proprietà pieno di medicinali e di volontari. Un'ora di volo costa 12.800 euro. Per andare e venire, Livingston sulla tratta Haiti/Malpensa ha speso quasi un milione di euro.

Però.

Gli unici che mi hanno dato retta sono stati Formigoni, Bossi, Berlusconi e il ministro Frattini. La burocrazia si era messa di mezzo. Ho portato via 12 bambini malati e li ho trasferiti in strutture adeguate in Lombardia. Creature tornate a casa loro con i miei aerei. Questo è il Viperetta che tutti temono.

Tutto bellissimo. Non le dispiacerà se ritorniamo ai suoi rapporti con Masi, La sua ex fidanzata, Susanna Smith, è la protagonista di un film da lei prodotto recentemente: "Piazza Giochi".

 L'ho conosciuta prima che diventasse la donna di Masi. Per me Susanna è una sorellina.

 

Però Masi ha un'altra.

Non mi risulta. Si amano.

E che dice dei suoi colleghi produttori?

Miracolati. Li amo tutti.

Anche quelli come Tozzi e Procacci?

Soprattutto. (sorride, ndr) Sono più bravi di me e sono facilitati perché dietro hanno le major.  

"Piazza Giochi" è stato un flop.

Ho perso 1.250.000 euro per raccontare che i ragazzi non sono tutti zozzoni o drogati. Naturalmente non riesco a venderlo alla tv. Mi chiamo Ferrero e ho sempre operato con dignità anche se non ho la mangiatoia alta.

 

Prego?

 

C'è chi ha la mangiatoia a portata di bocca e chi si deve chinare fino a terra per mangiare: io sono tra loro. E ne sono orgoglioso. Sono nato a Testaccio: mio padre faceva il controllore dell'Atac, mia madre l'ambulante a Piazza Vittorio. Di studiare non mi fregava niente, poi uscì la legge dell'obbligatorietà e a scuola iniziai ad andare con la camionetta dei Carabinieri.

Il Cinema?

Il cinema sono io. A otto anni scappavo di casa per andare a Cinecittà, amavo l'atmosfera zingaresca. Facevo piccole parti, apparizioni anche brevissime. Vita dura. Un giorno vedo Gianni Morandi: ‘Mi dia un consiglio, qui non mi prende nessuno'. Fu gentile. Mi insegnò una formula civile. ‘Buongiorno, sono Massimo Ferrero, mi piacerebbe lavorare con lei, mi metta alla prova'.

E lei?

Ero selvatico. Mi scordavo la parte. ‘Buongiorno, sono Massimo Ferrero, me pija a lavorà? Non so fa un cazzo'.

 

Un po' diverso.

Infatti mi cacciavano regolarmente. Ma avevo due figli, ero senza lavoro e a Testaccio, stare a galla non era uno scherzo.

Il primo mentore?

Blasetti, il regista dei telefoni bianchi. Avevo appena preso in prestito una bici e correvo verso gli studi di Safa Palatino per ottenere una comparsata.

Presa in prestito?

 

Anche se non fosse stata proprio mia, non sarebbe il caso di sottilizzare. Il reato è in prescrizione, sono passati 50 anni. Non avevo diritto a una bici anch'io? Quindi sudo, pedalo e mi accorgo di essere seguito da una 1100 nera.

Chi era?

Blasetti. Mi urla: ‘Dove corri, ragazzo?'. Girava "Io lei e gli altri". Mi provò.

Ruolo?

 

Un fornaio. Da quel giorno non mi sono più fermato. Ho fatto il segretario, l'organizzatore, tutto. Poi ho voluto fare il coglione e ho iniziato a finanziare i film. Papà me lo diceva sempre: ‘Bisogna avere credito, non denaro. I soldi non servono, se hai credibilità vai ovunque'.

Però aiutano.

Non giro mai senza soldi (tira fuori un rotolo dalla tasca, sono pezzi da 500, ndr). La gente con cui tratto lo sa. Da me non vogliono le firme, solo la mia parola. Se la do, sono disposto a morire.

Non esageri.

Giuro. Però vi dico una cosa. Chi ruba a Ferrero, chi prova a fregarlo, deve morire.

 

Sembra un racconto di Scorsese.

Invece è un film di Ferrero. Rubare è una cosa importante e ci vuole gente seria. Voi sapete solo lavorare.  

Scorrettezze?

 

Tante. È un mondo difficile. Per gli altri (ride, ndr). Svoltai nel ‘75, grazie a Piero Lazzari (mentre lo nomina si fa il segno della croce, ndr) organizzatore per un film di Fondato. "A mezzanotte va la ronda del piacere".

Un cast importante.

Sul set lavoravano Claudia Cardinale, Gassman, Pozzetto. Un giorno passando in macchina vidi i camion del Cinema e mi fermai. Disturbavo. Ero anche un po' aggressivo, questione di carattere. Comunque mi infilo con una scusa e ascolto un brandello di conversazione.

Indiscreto.

Dio mi ha dato la rapidità. L'attore Silvio Spaccesi chiedeva di andare all'Eliseo e non trovava nessuno che ce lo portasse. Nella pausa mi avvicino. ‘Scusi, deve andare al Teatro Eliseo?' ‘Sì', ‘Ce la porto io, sono della produzione'.

Un'altra bicicletta?

No, ho preso al volo una 500, parcheggiata vicino ai camerini. Ero senza patente, non mi sono formalizzato. Arrivati all'Eliseo, quelli del set si accorgono dell'assenza di Spaccesi. Lo cercano, lo trovano, sento le urla dall'altro capo del filo.  

 

E lei che fa, sparisce?

 

Macché. Gli dico una cosa gentile: ‘Se mi denunci, te meno'. Poi accendo il motore e punto verso il set. Dopo un km, la macchina si ferma. È senza benzina. Io e Spaccesi spingiamo.

La arrestarono?

No, perché avrebbero dovuto? Avevo 18 anni e cercavo solo di portare a casa la pagnotta. Ma arrivati sul set, lo chiudo in una camera e tolgo la chiave. ‘Le faccio da segretario, mi assume?'

Un sequestro di persona...

Ma no, voi siete matti. Gli ho soltanto detto di aspettare. Non c'ho avuto mai un papà che mi dicesse: ‘Ti compro la merendina'.Me la sono dovuta guadagnare, ogni giorno.  

Perché decise di fare il salto in proprio?

 

Per presunzione. Pensavo di riposare, sbagliavo. Bondi toglie soldi al cinema, non avendo nessuna competenza. Blandini, il suo predecessore nel settore, era anche peggio. Eppure la soluzione sarebbe semplice.

Quale?

Leggi adeguate per far lavorare tutti, chi non ha i rapporti giusti in Italia agonizza.

Le rimane la ditta di import-export casearia di sua moglie. Fa miliardi.

 

Un'altra bella leggenda metropolitana. Quando iniziai a fare il produttore, peccai di megalomania. Sette film, tutti insieme. Bertolucci Jr, Castellitto, nomi importanti. Ai miei colleghi rodeva il culo. Fu allora, dall'invidia, che nacque la leggenda di "Viperetta". Il nome in realtà me lo affibbiò Monica Vitti, perché fui rapido a dare uno schiaffo a un signore che la molestava. Monica senza di me non girava, ero una clausola del suo contratto.

Va bene, ma le mozzarelle di sua moglie?

Per non farmi rompere i coglioni inventai che avevo sposato una miliardaria, proprietaria di una grande industria di formaggi che finanziava i miei film. Mio suocero produce Pecorino romano in realtà, a carattere familiare.

 

Ingegnoso.

Tutti a dire: ‘Che culo che ha avuto Ferrero, ha trovato la miliardaria'. Creai una storiella, e Radiocinema, puntuale, fece aumentare l'invidia.  

Lei ha un bizzarro concetto della verità.

Ne esistono tre. Quella vera, quella processuale, quella documentale. Ma se le carte sono a posto, non ti fotte nessuno.

È vero che sta vendendo la sua compagnia aerea?

 

Me la vogliono scippare. Ho letto un messaggio sul telefonino di un mio avversario: ‘Stressate Ferrero'. Primo: sono nato stressato. Poi un altro: ‘Stancate Ferrero': sono già nato stanco. Per fregarmi hanno assoldato una sporca dozzina, ma hanno dimenticato i cannoni di Navarone.

Male che vada, può sempre scappare con l'autista. Dicono non lo paghi mai.

Bugie. Lo pago. Magari ogni tanto, ma lo pago. Amo l'Italia, ma odio i tanti cazzari che perdono tempo a parlare male di me. 29-06-2010]

 

 

PISCICELLI E I SUOI SCIACALLI – A ROMA RISCHIA GIÀ DI CROLLARE UNA DELLE PISCINE DEI MONDIALI! - COSTATA 30MLN€ E NON È MAI STATA FINITA – CORRADO ZUNINO SCODELLA UN LIBRO IN CUI RACCONTA unO SCANDALO che fa acqua da tutte le parti - DALL’INAUGURAZIONE AL "QUI ANDIAMO TUTTI A REGINA COELI" DETTO AL COMMISSARIO DAL RESPONSABILE SICUREZZA NEL CANTIERE …

 

 Da "la Repubblica"

Pubblichiamo una anticipazione del libro "Sciacalli" di Corrado Zunino (Editori Riuniti)

 

Il costruttore Francesco Maria De Vito Piscicelli, conosciuto nella saga dello scandalo Anemone come "lo sciacallo" - le notti del terremoto, le risate - è il direttore di Opere pubbliche e ambiente spa, la società del Consorzio Novus che per i Mondiali di nuoto del luglio 2009 ha realizzato il polo natatorio di Valco San Paolo. Sono tre piscine open e indoor più foresterie e oggi, undici mesi dopo l´inaugurazione, non sono disponibili. Nessuno ci ha mai nuotato, nessuno ci si avvicina.

Imprenditore edile vicino alla vecchia Alleanza nazionale, il 24 novembre Piscicelli viene intercettato mentre chiama la Camera dei Deputati: la segretaria particolare di Gianfranco Fini, Rita Marino. «Senta, dottoressa, avevo bisogno di vederla un minuto per una cosa vitale... Domani mattina va bene?». La questione è lo sblocco dei pagamenti per Valco San Paolo: «Non ci dormo la notte, non ce la faccio più».

Il cantiere nell´autunno 2009 è già in ritardo di otto mesi, i suoi costi cresciuti di sei milioni. Arriveranno a trenta, quattro volte il preventivo iniziale. Ecco, Piscicelli ha bisogno di sbloccare le rate del Comune di Roma, guidato dal sindaco Alemanno, e si rivolge alla segretaria di Fini.

 

Il 15 dicembre i Ros avvistano il costruttore all´interno della gioielleria Bonanno di via della Croce, centro di Roma: deve scegliere un «bel regalo per Rita», raccontano le intercettazioni. Nella stessa maison un anno prima aveva acquistato tre orologi per tre funzionari dei "Grandi eventi". L´ultimo regalo è connesso allo sblocco dei finanziamenti per Valco San Paolo: «Devo andare da Rita di corsa pure per questo».

Il 20 gennaio 2010 il primo bonifico del Comune - 1,7 milioni - parte. Il 2 marzo Piscicelli ha i soldi in tasca, eppure non è tranquillo. Il suo sguardo ora è rivolto verso il soffitto dell´impianto: «C´è una spaccatura... Proprio sul pilastro, sotto la guaina c´è una lunghissima crepa». Già nel maggio del 2009 il tetto-giardino della struttura si era abbassato di trenta centimetri schiacciando i sostegni: «Non riesco a sfilare i puntelli», spiegava il capocantiere, «se li vedi sono tutti storti. È impressionante, ma storti di tanto».

Piscicelli non vorrebbe consegnare la struttura per i Mondiali di nuoto: «Il professor Frasca ha fatto i calcoli del c... E´ meglio che si fanno i Mondiali solo all´esterno e all´interno si fottono». Anche la piscina esterna, però, ha seri problemi: «Bisogna smontare la vasca esterna e rifarla visto che un lato è venuto più lungo di 8 centimetri».

 

Il giorno dell´inaugurazione, è il 9 luglio 2009, buffet con tartine al caviale, il commissario straordinario Claudio Rinaldi definisce Valco San Paolo «un impianto di assoluto prestigio». Sei mesi dopo è al telefono con Piscicelli: «Ti devo dire un cosa mia, sono tanto preoccupato per la copertura». Il costruttore si preoccupa, piuttosto, di «coprire la crepa con una colla» e poi «farci una pezza di guaina, tanto da sotto non si vede niente».

Il geometra Alfredo De Rosa illustra: «C´è il pericolo di un cedimento delle torri... Stanno piegando, e non di poco, dobbiamo aiutare a farlo scendere ‘sti 10 centimetri, 15, 16, 18, quelli che sono non lo sappiamo... Questo sopporta, ma quando vanno in crisi collassano e saltano». Il responsabile della sicurezza del cantiere, Giampaolo Gandola, è terrorizzato: «Non c´è un ponteggio a norma, non c´è proprio un c... Io non bloccherò mai quel cantiere, ma a Rinaldi ho detto: "Figlio mio, qui non andiamo in Procura, andiamo a Regina Coeli"».
(ha collaborato vittorio romano) 28-06-2010]

 

 

UNA FORMICA (RINO) VOLA SU USTICA – "Vanno sempre sotto la tenda di gheddafi E non si fanno mai spiegare nulla. Sia pure all’orecchio, come si dice in linguaggio massonico, dato che sono tutti massoni, a destra e a sinistra. sò tutti dei girella" - “STO ALLE OSSERVAZIONI DI COSSIGA. HA DETTO: I FRANCESI”..

 

 

.. Maurizio Caprara per il "Corriere della Sera"

 

A sentire Rino Formica, il socialista che era ministro dei Trasporti nel governo guidato da Francesco Cossiga quando precipitò il Dc9 dell'Itavia, i casi sono due. O la verità sulle 81 persone morte nel volo su Ustica si trova in archivi italiani, e allora il personale che ha governato l'Italia dopo la fine della Prima Repubblica, «proveniente dall'estrema destra all'estrema sinistra», non è stato in grado di rivelarla per volontà o inadeguatezza. Oppure la verità sul 27 giugno 1980 è all'estero, e l'incapacità di ottenerla dimostra che il nostro Paese non è autorevole a livello internazionale come molti di quegli stessi politici lo descrivono.

Sarebbe interessante una sua intervista su Ustica...
«Mi vergogno a parlarne», è la prima risposta di Formica, 83 anni, al Corriere.

Di che cosa si vergogna?
«Parlarne dopo 30 anni e dire alle famiglie che c'è ancora da scavare sulla verità è, per il Paese, un segno di impotenza o di ipocrisia». Dovuto a che cosa? «Questo è un sistema politico che non conta niente. Quando si rideva della storia del missile (la tesi che fosse stato un missile ad abbattere l'aereo, ndr), fui il primo al Senato, di fronte a tutti i gruppi parlamentari che accettavano la teoria del "cedimento strutturale", ad affermare: attenti, potrebbe esser stato qualcosa di esterno. C'era la tesi del generale Rana».

Era stato il generale Saverio Rana, presidente del Registro aeronautico italiano, a dirle che il Dc9 poteva essere stato colpito da un missile.
«Valutando i dati dei radar, Rana lo riteneva razionalmente possibile. Siccome è escluso si trattasse di un missile di batteria italiana, e deve essere straniero, dovremmo ricavarne un paio di elementi».

Quali? «Dopo 30 anni, il Paese non riesce ad avere spiegazioni da Stati non nemici. Alleati. Allora è un Paese che accetta di poter essere preso per i fondelli. E siccome in 30 anni non c'è forza politica che non abbia governato e messo mano negli archivi, se ne deve dedurre che la verità è in archivi non in questo Paese. Hanno governato tutti, pure extraparlamentari di destra e sinistra...».

 

Quando Rana le parlò di missile, il ministro della Difesa Lelio Lagorio, Psi, non diede seguito.
«Nel dire "cosa un po' fantasiosa", doveva reggersi sullo stato maggiore. Che poteva dire?». E lei? «Io non disponevo di alcun elemento certo, ma della valutazione di uno del quale avevo grande fiducia. Di Rana mi fidavo del tutto, non solo perché era stato il pilota di Pietro Nenni, anche perché lo conoscevo come uomo specchiato, onesto, impastato della storia dell'Aeronautica. Rana escludeva il collasso strutturale, non stabiliva chi era l'esecutore. Il problema era che, vista l'assenza del collasso...».

 

Formica, ma lei che idea si è fatto? Chi buttò giù il Dc9?
«Sto alle osservazioni di Cossiga. Ha detto: i francesi».

La strage di Ustica dimostra la scarsa sovranità dell'Italia.
«Il problema non è quanto è avvenuto fino agli anni '80, quando la sovranità era determinata dalla divisione del mondo in blocchi, ma dopo».

 

Questo non è un palleggio? Al governo c'era lei, allora.
«No, non lo è. Perché tutti quelli al governo dopo si sciacquano la bocca sul fatto che la Prima Repubblica era assoggettata all'estero. Scusi, Obama se non sa che fare non chiede consiglio a Berlusconi? Putin non sa da qui i calzini da mettere? Non daremmo tanti consigli? Tanti consigli, tanti pernacchi. E Gheddafi? Vanno sempre sotto la sua tenda. E non si fanno mai spiegare nulla. Sia pure all'orecchio, come si dice in linguaggio massonico, dato che sono tutti massoni, a destra e a sinistra. Senta, sò tutti dei girella».28-06-2010]

 

 

VERDINI: CHI TROVA CARBONI TROVA UN TESORO ...
"Eolico, otto milioni da Carboni per Verdini. Si indaga su una maxi transazione sospetta". Su Repubblica (p.16), Francesco Viviano fa lo slalom tra milioni e grembiulini. Istruttivo anche il pezzo del Secolo XIX: "Nella banca di Verdini il tesoretto di Flavio Carboni. Secondo i pm, oltre 10 milioni di euro sarebbero riconducibili al faccendiere" (Francesco Bonazzi, p.9 e non P2, fare attenzione).

 

4- IL TRISTE VALZER DEI BOIARDI SENZA STATO ...
"Innocenzi lascia l'Agcom. Berlusconi gli ordinò di chiudere Annozero. E' indagato per favoreggiamento del premier" (Repubblica, p.15). Verrà presto "ricoperto" con adeguata poltrona pubblica. Intanto, sempre con l'occhio a curriculum e competenze, il governo prepara il giro delle quattro cadrèghe: "Cardia alle Fs, Catricalà verso la Consob e per l'Antitrust spunta l'ipotesi Masi" (Corriere, p.1). Il Paese segue con il fiato sospeso. Mentre il Vaticano sogna la promozione di Lorenza Lei a direttore generale di quel che resta della Rai. Ma chi è il regista delle nomine? Lippi?

26.06.10

 

 

UNA POLTRONA PER SCHIFANI JUNIOR...
A casa Schifani il fatto che ci possa essere in famiglia un solo politico sta stretto al presidente del Senato. Per questo motivo la seconda carica dello Stato ha messo in moto una macchina organizzativa per portare il figlio Roberto (che svolge la professione forense a Palermo e si occupa di cause civili e tributarie) nelle fila del Pdl. Come ha fatto Umberto Bossi con il suo "Trota", facendolo partire dal basso, anche Renato Schifani vorrebbe per suo figlio un piccolo incarico per cominciare: quello di sindaco di un paese del Palermitano.

 

La scelta sarebbe caduta su Castelbuono che fra un anno e mezzo va alle elezioni: dove Roberto Schifani ha sposato una ragazza originaria di questo comune situato ai piedi delle Madonie. Nella zona ha avuto in passato una discreta influenza elettorale la senatrice Simona Vicari (Pdl), segretario della presidenza del Senato e amica di famiglia, che potrebbe mettere a disposizione del legale il suo elettorato. Ma qualcuno nel Pdl, vicino a Gianfranco Micciché, ha già fatto sapere di non gradire questa imposizione e tantomeno il nome di Schifani. I giochi sono aperti. (L.A.)

4 - L'AQUILA - IMPRESE MA CHI LE PAGA?...
Le imprese che hanno lavorato per la Protezione civile all'Aquila rischiano di finire anch'esse terremotate. Hanno terminato i lavori ma nessuno le paga. Lo denunciano l'Ance dell'Aquila e il deputato del Pd Giovanni Lolli. L'Associazione costruttori segnala il pericolo di chiusura per molte aziende aquilane impegnate nella ricostruzione. Mentre Lolli rivela che "i general contractors del progetto Case sono stati pagati, ma il pagamento dei lavori subappaltati ha subito grandissimi ritardi o non è mai avvenuto.

Tutto ciò crea una crisi di liquidità che rischia di portare al fallimento le aziende locali". Il pericolo potrebbe irradiarsi in altre regioni. L'impresa trentina Cosbau, aggiudicataria di due dei 30 lotti per la costruzione di 12 palazzine a tre piani e un importo di 25,6 milioni, è stata messa in vendita per mancanza di liquidità. La Cosbau ha completato i lavori da mesi, ma per ora sono arrivati solo acconti per meno di 12 milioni. Degli altri 14 nessuna notizia dalla Protezione civile di Guido Bertolaso. (P.T.)

5 - AVVOCATO & PRESTIGIATORE...
Per difendere la "cricca" un penalista non basta: meglio un prestigiatore. Remo Pannain, uno degli avvocati di Fabio De Santis, ex Provveditore alle opere pubbliche toscane, ama la magia. Da sette anni organizza a Roma il Supermagic, l'unico festival di magia italiano, dove si esibiscono i migliori prestigiatori del mondo. Quest'anno il Supermagic era al teatro Olimpico di Roma e ha fatto il pienone per una settimana.

Tra gli ospiti, Christopher Hart, meglio noto come la Mano dei film sulla "Famiglia Addams". Durante il festival Pannain si esibisce con garbo, facendo (bene) sempre lo stesso numero: quello delle corde che si spezzano, si annodano, tornano intere... (A.C.P.)

6 - ARCHISTAR IN AUDI...
Le tre tedesche si sono spartite bene il mercato dell'arte. La Bmw da anni sponsorizza il progetto artistico Bmw Art Car. Daimler, invece, con le sfilate del concorso Premium Fashion, punta sulla moda. E Audi da quest'anno ha scelto di sostenere l'architettura. Alla prossima Biennale di Architettura il gruppo di Ingolstadt presenterà a Venezia Urban Future Award. Un concorso, spiega il presidente Audi Rupert Stadler, "per premiare le migliori idee per la mobilità urbana nel 21 secolo".

La sfida è inventarsi, oltre a nuove auto, le nuove metropoli ove, dal 2050, vivrà il 75 per cento della popolazione mondiale. Tra gli architetti invitati a Venezia dal 25 agosto a presentare soluzioni, archistar del calibro di Diller, Scofidio e Renfro di New York. Ma anche giovani emergenti, come il berlinese Jürgen Meyer o lo studio Allison Brooks di Londra. Nella giuria note firme come Fuksas o Rahul Mehrotra dello studio Rma di Mumbai. (S.Vas.)

7 - PARLAMENTO 1 / VIOLENZE, DUE VOLTE VITTIME...
Ammontano a 57 mila euro le risorse destinate per il 2010 al Fondo per il risarcimento delle vittime di reati violenti, che prevede indennizzi da parte dello Stato qualora i responsabili delle violenze si sottraggano alla giustizia o siano inadempienti per altri motivi. Secondo le disposizioni dell'Avvocatura dello Stato, il provvedimento riguarda le vittime di terrorismo, reati di mafia, usura, del disastro di Ustica e della Banda della Uno Bianca.

Marianna Madia (Pd) ha richiesto ulteriori stanziamenti e che l'accesso al Fondo sia garantito per tutte le vittime di reati violenti, e non solo per le categorie individuate dall'Avvocatura, fra le quali ad esempio non figurano i reati sessuali (interrogazione C.4/07564). (O.P.)

8 - PARLAMENTO 2 / CACCIA AI FALSI DENTISTI...
Per iniziativa di Giorgio Jannone (Pdl) si discute alla Camera di come contrastare l'abusivismo medico in ambito odontoiatrico (interrogazione C.4/07548). Infatti è in aumento il numero di chi svolge la professione di dentista senza i titoli di studio necessari, incoraggiato anche dalla esiguità delle sanzioni: una multa di 500 euro.

Il maggior numero di infrazioni riscontrate riguarda falsi diplomi di laurea comprati in copisteria oppure lauree ottenute in università sudamericane e poi riconosciute in Spagna per ottenere abilitazioni a livello europeo. Ma, molto più banalmente, molti falsi dentisti sono semplici odontotecnici che praticano tariffe basse e che dichiarano la loro situazione ai pazienti. Si prevedono maggiori controlli e pene più severe. (O.P.)

9 - CASO ENGLARO, VENDETTE IN ARRIVO...
Su Eluana tira aria di vendette. A poco più di un anno dalla morte, alla Quiete di Udine, la presidente della clinica Ines Domenicali s'è dimessa in rotta con il Pd che non la vuole confermare. E ha revocato anche il suo vice, l'ex Dc Stefano Gasparin, in aria di sostituirla.

Una guerra fra democratici, divisi fra favorevoli e contrari al caso Englaro, su cui marcia anche il Pdl che tira in ballo Chiesa e valori, ma ha come obiettivo quello di piazzare un suo uomo: Pietro Commessatti, già trombato nella corsa a sindaco. L'Udc non sta certo a guardare. E medita di promuovere segretario il neurologo di Cl, Gian Luigi Gigli, che guidò la battaglia (poi fallita) per impedire il ricovero di Eluana, scalzando il deputato Angelo Compagnon. (T.C.)

10 - ECOMOSTRI, ALIMURI NON SI TOCCA...
Un accordo discutibile e, per giunta, disatteso. È quello stipulato tre anni fa dall'allora ministro per i Beni Culturali Francesco Rutelli con la Regione Campania, col Comune di Vico Equense e con la Sa.An., proprietaria dell'ecomostro di Alimuri. Prevedeva l'abbattimento dello scheletro di cemento entro il 31 ottobre 2007, ma concedeva ai privati l'opportunità di edificare a Vico un albergo della stessa grandezza: 18 mila metri cubi.

Ministero e Regione si accollavano oltre la metà del costo per l'eliminazione del rudere, un milione. Quell'intesa a molti apparve troppo a favore della società, nel cui organigramma figura Anna Normale, la moglie di Andrea Cozzolino, all'epoca assessore regionale del Pd, oggi eurodeputato. Trentasei mesi più tardi l'ecomostro è ancora lì, pericoloso trampolino di tuffi. Antonio Palagiano, dell'Idv, in una interrogazione ai ministri dell'Ambiente e dei Beni culturali, chiede quali iniziative intendano intraprendere per garantire la demolizione e se non si debba rivedere il patto del 2007. (F.Ge.)

11 - TRENTINO ALTO ADIGE, POTERE ZERO BUROCRAZIA TANTA...
Ormai nelle riunioni le parole si perdono nel vuoto, perché le competenze della Regione Trentino Alto Adige non esistono più, con il passaggio di deleghe e soldi alle due Province autonome. Resta l'apparato burocratico: 321 dipendenti, sette dirigenti generali, 20 direttori. E ognuno dei dirigenti guadagna in media più di 120 mila euro l'anno.

Ma le riunioni del consiglio regionale, come quelle della giunta, sono sporadiche. Il consiglio, che riunisce i due consigli provinciali di Trento e Bolzano, dovrebbe mantenere il sottile legame che unisce il Trentino all'Alto Adige. Diversa è la situazione per la giunta e l'amministrazone, privi di competenze e lavoro. (T.M.)

12 - REGIONE TOSCANA, MONACI CONTRO L'UNITÀ...
Per la toscana direttrice de "l'Unità" Concita De Gregorio una brutta notizia viene dalla sua regione. E dal Pd. Il presidente del parlamentino toscano Alberto Monaci (Pd) ha invitato infatti a non comprare i giornali "che si dilettano a dare certe notizie...". Notizie sgradite al Partito democratico? No. Monaci si riferisce soprattutto a "l'Unità", che ha scritto di una sorta di Parentopoli di centrodestra in riva all'Arno. Alcuni dipendenti del gruppo del Pdl in Regione sarebbero infatti mogli e nipoti di esponenti del partito.

E mentre anche il leader dei finiani, Massimiliano Simoni, se la prende con il parlamentare Maurizio Bianconi, ex An, accusato di aver piazzato la moglie (replica: "Ho conosciuto mia moglie in Regione, dove lavorava e continua a lavorare"), a sorpresa in difesa del Pdl è sceso in campo Monaci, rimbrottato dall'Ordine dei giornalisti e dall'associazione stampa. Che scrivono: "Stupisce che un esponente autorevole di un partito che si mobilita contro la legge bavaglio si spinga a ipotizzare il boicottaggo dei giornali a seconda delle notizie che vengono pubblicate". (M.La.)

 

[25-06-2010]

 

 

L’ODISSEA DI CASA ANGIOLILLO - la celeberrima abitazione DOVE SI ATTOVAGLIAVA IL POTERE ROMANO era stata acquistata dalla famiglia Angelucci - A pochissimi mesi dalla conquista dell’ambitissimo immobile, i re delle cliniche e dell’editoria (proprietari dei quotidiani Libero ed il Riformista) hanno deciso di rimettere la casa in vendita. CHISSà PERCHé

Da Il Mondo in edicola domani

 

Strano destino quello di casa Angiolillo, una delle più splendide dimore romane, affacciata sulla scalinata di Trinità dei Monti a piazza di Spagna e sede, fino alla scomparsa della vedova del fondatore del quotidiano Il Tempo, Renato, di uno dei salotti più importanti della capitale che contendeva alla trasmissione di Bruno Vespa "Porta a Porta" la definizione di "terza Camera" della Repubblica.

 

Morta meno di un anno fa all'età di 91 anni, Maria Angiolillo, che ne dimostrava una decina di meno, aveva lasciato molti orfani: i potenti della Prima e della Seconda Repubblica che si trovavano a colazione o a cena nella sua splendida abitazione; il sito di gossip Dagospia che, con maniacale puntualità, immortalava gli ospiti mentre scendevano le scale della Rampa Mignanelli per entrare dal portoncino del numero 8;

tutti coloro, insomma, che contavano sull'impareggiabile arte della padrona di casa di mettere insieme l'imprenditore che voleva conoscere il presidente della Regione, il parlamentare che voleva un contatto con il direttore di giornale, l'illustre esponente dell'opposizione che cercava un'occasione apparentemente casuale per trovarsi seduto allo stesso tavolo del suo omologo della maggioranza.

 

Poco dopo la scomparsa di Maria Angiolillo la celeberrima abitazione era stata acquistata dalla famiglia Angelucci, i re delle cliniche e dell'editoria (proprietari dei quotidiani Libero ed il Riformista).

 

A pochissimi mesi dalla conquista dell'ambitissimo immobile per il quale si erano fatti avanti in tanti, soprattutto tra i frequentatori più assidui del salotto della signora Maria (come il costruttore Francesco Caltagirone Bellavista), gli Angelucci hanno deciso di rimettere la casa in vendita.

Tra i motivi di questa improvvisa decisione, dicono fonti bene informate, vi sarebbero anche le recenti vicissitudini che hanno investito il gruppo (ad esempio la richiesta della Corte dei Conti di un sequestro cautelativo per 6 cliniche della famiglia per un presunto danno erariale di oltre 130 milioni di euro).

Il prezzo richiesto? Stando a quanto ha saputo Il Mondo, si tratterebbe di 8 milioni di euro. D'altronde, nel pieno centro storico di Roma le quotazioni degli appartamenti più prestigiosi superano anche i 20 mila euro a metro quadrato.

Tanti soldi, comunque, in un mercato immobiliare ancora difficile come quello attuale dove l'offerta di pezzi pregiati è scarsissima mentre la domanda è elevatissima. Ma davvero pochi se si considera la location assolutamente unica e, soprattutto, il fatto che in quei salotti si è fatta molta della storia recente di questo Paese. 24-06-2010]

 

 

SPACCAMAREMMA - PER LA LIVORNO-CIVITAVECCHIA, LA ATLANTIA DEI BENETTON CHIAMA NUOVI ALLEATI (GAVIO, LE COOP E CALTAGIRONE) MA QUANDO A GIORNI LEGGERANNO LE PRESCRIZIONI DELLA RAGIONERIA generale dello stato SCAPPERANNO A GAMBE LEVATE - PALENZONA (AISCAT) ATTACCA TREMONTI PERCHÈ NON SBLOCCA LE CONVENZIONI MA SA BENE CHE GIULIETTO HA SCOPERTO IL TRUCCO E SE DOVESSE PARLARE I CONCESSIONARI AUTOSTRADALI FAREBBERO BENE A TROVARSI SUBITO DEI BRAVI PENALISTI…

1 - SPACCAMAREMMA E ALTRE CONCESSIONI AUTOSTRADALI
Palenzona (Aiscat) di fronte a Letta che gode attacca Tremonti perchè non sblocca le convenzioni autostradali ma sa bene che Giulietto ha scoperto il trucco e non vuole che lo Stato si indebiti a convenzioni scadute.

 

Il caso emblematico della Tirrenica - Quando Gavio e Caltagirone leggeranno a giorni le prescrizioni della Ragioneria scapperanno a gambe levate. Matteoli in caduta libera non giustifica una marchetta cosi' onerosa con Bis di Banca Intesa che si sta defilando.

"Se ci sono aspetti che non vanno nella gestione delle convenzioni che siano dichiarati alla luce del sole. Chi deve parlare parli apertamente oppure ci lasci lavorare. Non si puo' continuare con la tattica dell'imboscata".

 

Ma a Palenzona nessuno ha detto che se veramente parla Tremonti i concessionari autostradali farebbero bene a trovarsi subito dei bravi penalisti? La denuncia di Mauro Coletta direttore della vigilanza dell'Anas: registrate 4863 segnalazioni di non conformità ed oltre 1000 miliardi di lavori non eseguiti rispetto agli impegni assunti...

2 - SANTA ALLEANZA TIRRENICA
Gianfrancesco Turano per "L'espresso"

Che grana i vip. Chiedere a Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Atlantia-Autostrade (Benetton). Chissà chi glielo ha fatto fare di accollarsi la nuova Tirrenica in una zona infestata da resti etruschi, agriturismi radical chic e territori di pregio. Così, venerdì 11 giugno, il manager ha presentato in consiglio la sua proposta per rinnovare l'azionariato della Sat, la concessionaria incaricata del progetto Livorno-Civitavecchia-Grosseto oggi controllata al 94 percento da Atlantia.

 

La nuova squadra prevede quattro quote paritarie divise fra la stessa Atlantia, le coop rosse, il gruppo Gavio e, in anteprima nazionale, Francesco Gaetano Caltagirone, che troverebbe il debutto nelle concessionarie dopo un lungo inseguimento.

 

Da parte dei Benetton, soci di Caltagirone nelle Generali, non è una fuga ma un poco ci assomiglia. Ovvio che per ora c'è solo un accordo di massima e che, mentre si concretizza l'intesa finanziaria, Atlantia continua ad avere il controllo dell'opera. L'idea è, però, di condividere l'impegno in una zona che la squadra di Castellucci non considera strategica e di concentrarsi sull'esercizio della rete principale sull'asse nord-sud. Anche perché lungo l'Aurelia i problemi non mancano. Soprattutto dopo che il voltafaccia di Giulio Tremonti, anticipato da "L'espresso", ha fatto saltare un delicato equilibrio politico-economico.

In sintesi, si tratta di questo. La convenzione fra Anas e Sat, firmata oltre un anno fa, non è operativa finché il Cipe non dà via libera. Il 13 maggio si attendeva l'approvazione di un piano che prevedeva l'allungamento della concessione alla Sat di 36 anni in cambio di un investimento stimato in 3,7 miliardi di euro interamente a carico di Atlantia. La proposta originale includeva un valore di subentro pari alla somma spesa. Se lo Stato avesse voluto riprendersi il tracciato nel 2046, avrebbe dovuto versare 3,7 miliardi ad Atlantia.

 

Tremonti non ha gradito. E il Cipe, coordinato da Gianfranco Miccichè, ha recepito portando a zero il valore di subentro. Per recuperare l'investimento, secondo il ministro dell'Economia, bastano e avanzano i pedaggi. Atlantia si è allineata e fonti del ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli hanno attribuito a mero errore materiale la polizza da 3,7 miliardi che sarebbe scattata nel 2046.

 

Peccato che la cifra fosse in realtà il frutto di un complesso accordo istituzionale, come ha ammesso off the records Antonio Bargone, che veste il doppio abito di numero uno della Sat e di commissario governativo della Tirrenica. Il prezzo di subentro avrebbe garantito ad Atlantia margini confortevoli. In cambio, gli enti locali avrebbero ricevuto la loro fetta. I comuni avrebbero incassato una serie di lavori per la viabilità a corto raggio. E, fra i municipi interessati, c'è Orbetello il cui sindaco è Matteoli.

La rossa Regione Toscana, da parte sua, avrebbe senz'altro ottenuto via libera alla richiesta di esentare dal pedaggio i residenti attraverso un sistema di free-flow con controllo elettronico delle targhe simile a quello del Telepass. Legambiente è già soddisfatta dalla progettazione che prevede lavori in sede, ossia all'interno del corridoio dell'Aurelia, senza troppi sconfinamenti.

 

Contento anche un vacanziero capalbiese dei più combattivi, Franco Bassanini. L'attuale presidente della Cassa depositi e prestiti (Cdp) appena quattro anni fa, sotto il governo Prodi, aveva organizzato un micidiale fronte anti-Tirrenica con Alberto Asor Rosa, Vittorio Emiliani, Nicola Caracciolo, Pancho Pardi, Achille Occhetto, Fulco Pratesi e Carlo Ripa di Meana.

 

La Cdp di Bassanini è fra i candidati a finanziare l'opera di Atlantia-Autostrade ma dopo lo stop del Cipe il quadro è cambiato in modo sostanziale. Il piano di subentro a zero euro comporterà di sicuro tariffe più alte e un investimento più basso. Quanto più basso non è ancora possibile stabilire, finché non ci sarà il progetto definitivo, atteso tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011. Dal tracciato definitivo dipende anche il piano finanziario. Per adesso, si ipotizza una cifra molto superiore ai 2 miliardi, ma anche sensibilmente lontana dai 3,7 miliardi di euro bloccati al Cipe.

Matteoli, vero motore dell'infrastruttura, ha già tagliato il primo nastro a dicembre con l'inaugurazione (la sua diciottesima nell'anno solare 2009) del primo lotto tra Vada e Palazzi, ben 4 chilometri sui 206 complessivi del tracciato. Il tempo di realizzazione previsto per i 4 chilometri è di circa 500 giorni.

 

Matteoli si gioca indubbiamente faccia ed elettorato sul buon esito della Tirrenica. Ma questo non è un fatto nuovo. Il vero aspetto inedito della vicenda sta proprio nella santa alleanza fra imprenditori che scendono in campo per salvare il libro dei sogni infrastrutturali del governo. In sostanza, Atlantia ha detto a Tremonti di suonare le sue trombe che loro suoneranno le loro campane. Niente subentro a 3,7 miliardi? Benissimo. Atlantia non è lì per beneficenza. E la legge del 2008 sull'adeguamento automatico dei pedaggi con il recupero dell'inflazione gli basta. Oggi la concessionaria dei Benetton non ha alcun interesse reale a stendere cemento nuovo e vuole concentrarsi sull'esercizio, che rende soldi certi.

 

Quindi le nuove opere, e la Tirrenica nel caso, si fanno se il rischio è ben distribuito. Il nuovo quartetto in pista per la Sat è una sorta di cartello della buona volontà. C'è Beniamino Gavio, erede di un gruppo che già presidia l'asse tirrenico a nord e che, a differenza di Atlantia, ha le sue imprese edili da fare lavorare in house. Ci sono le coop, raccolte attorno al consorzio Ccc, che in Toscana giocano in casa da oltre mezzo secolo. E c'è Caltagirone.

Per l'ingegnere romano vale la doppia ambizione di procurare lavori alla Vianini e di entrare nel mercato delle concessioni, dopo la fine del sogno dell'autostrada Orte-Venezia in società con l'eurodeputato Pdl Vito Bonsignore. È una spartizione, insomma, fra concorrenti che non vogliono pestarsi troppo i piedi. il mercato è già abbastanza difficile senza Tremonti e gli intellettuali di Capalbio. 24-06-2010]

 

 

I CONTI DEL MINISTERO-BRANCHER PD: CI COSTERÀ UN MILIONE DI EURO...
Ernesto Menicucci per "la Repubblica"
- «Se anche Bossi è contrario alla nomina di Brancher, qual è logica con la quale è stato fatto un ministero che costerà un milione di euro? Berlusconi dovrà chiarire. Insomma, a pensar male si fa peccato ma alle volte ci si azzecca»: Enrico Letta, vicesegretario del Pd, contesta la nomina del nuovo ministro per l´attuazione del federalismo Aldo Brancher. Critica anche Emma Bonino: «Parlano di tagli e designano un ministro in più». Il ministro dell´Interno Roberto Maroni non si dice stupito: «Va bene tutto ciò che serve a realizzare il federalismo in modo più rapido ed efficiente possibile». 28.06.10

 

IL PARADISO FISCALE DE’ NOANTRI? MONTECITORIO! - I NOSTRI DEPUTATI INTASCANO OGNI MESE 15.027,81 €, MA AL FISCO VERSANO SOLO IL 20,60% (E UN OPERAIO CHE PRENDE 800 EURO PAGA IL 23% DI ALIQUOTA!) – GIAN MENEFREGO VUOLE TAGLIARE LE SPESE DEL 10%, MA ANCHE LO FACESSE NON CAMBIEREBBE NULLA: INVECE DI 15 MILA PRENDEREBBERO 14.500 € AL MESEFranco Bechis per "Libero"

A un operaio che porta a casa 800 euro al mese il fisco italiano prende il 23 per cento dei suoi guadagni. A un insegnante che ne guadagna poco più di mille, il fisco chiede il 27 per cento. A chiunque superi i 3.500 euro netti al mese viene applicata l'aliquota fiscale del 43%. Così in tutta Italia.

In quasi tutta, perché la regola non vale in un solo posto nel cuore di Roma: a Palazzo, nelle buste paga di chi viene eletto al Senato e alla Camera dei deputati. Basta fare una visitina all'ufficio paghe di Montecitorio. La maggiore parte dei deputati mette in tasca ogni mese 15.027,81 euro. Per loro al fisco viene girato un assegno mensile di 3.899,75 euro.

È il 20,60% del lordo complessivo, l'aliquota sulle persone fisiche più bassa d'Italia. Benvenuti a Montecitorio, l'ultimo paradiso fiscale sopravvissuto all'offensiva internazionale che si è scatenata con l'ultima crisi finanziaria. È venuto giù il muro delle Cayman e delle Isole Vergini, la Svizzera non è più l'Eden bancario di un tempo, perfino la fortezza di San Marino è stata sgretolata dalle picconate di Giulio Tremonti.

Ma qui, nel regno di Gianfranco Fini (e in quello di Renato Schifani che è a due passi) nessuno conosce gli artigli delle Finanze e la grinta degli esattori dell'Agenzia delle Entrate. Non possono nemmeno entrare, perché qui vige il celebre regime dell'extraterritorialità.

È nel cuore della capitale di Italia, ma è come non fosse Italia. È il Palazzo che mette in riga gli italiani, li schiaffeggia a colpi di manovra, ordina di frugare nelle loro tasche, scatena con leggi e leggine la caccia all'untore, ma alle stesse norme si sottrae, come fossero tutti protetti dalla convenzione di Ginevra sui diritti umani.

Altro che immunità parlamentare, tutti e 630 i deputati e 315 senatori si sono aggiunti nemmeno per legge, ma per prassi consolidata un'altra immunità, una sorta di scudo fiscale ad personam. Ne gode chiunque a Palazzo, anche chi tuona contro scudi del genere come Antonio Di Pietro e la sua squadra di giannizzeri sempre a caccia del malcostume pubblico.

Anche loro prendono ogni mese 15.027,81 euro dopo averne lasciati al fisco appena 3.899,75. Anche loro godono dello scudo fiscale tanto contestato quando è stato concesso agli altri italiani. Dei 15 mila euro messi in tasca ogni mese solo un terzo è rappresentato dalla cosiddetta indennità parlamentare, quella che da settimane Fini dice di dovere tagliare e ancora non ha tagliato di quel misero 10 per cento.

Anche lo facesse non cambierà un granché. Invece di 15 mila i deputati metteranno in tasca 14.500 euro al mese. Diranno di avere ridotto del 10 per cento i loro proventi e invece si tratterà al massimo di una limatina di unghie (uno sconto del 3,63%). I due terzi delle entrate mensili di un parlamentare vengono da rimborsi spese a forfait spesso un po' fasulli.

Sulla carta - lo abbiamo visto in questi giorni - ricevono 4.003,11 euro al mese di diaria, che dovrebbe rimborsare il loro soggiorno a Roma per un massimo di 15 notti al mese. Siccome la ricevono anche 200 parlamentari che a Roma vivono da sempre e lì sono residenti, non si tratta di rimborso, ma di stipendio. Del tutto esentasse.

Altri 4.190 euro al mese netti (al Senato di più) sono rimborso per le spese sostenute per tenere il rapporto fra eletto ed elettore. Un tempo era così: uno veniva eletto nel collegio, doveva guadagnarsi le preferenze e una volta eletto coltivarsi gli elettori. Effettivamente aveva delle spese per la sua attività politica.

Ma ora che la legge elettorale non impegna nessuno in collegio, perché si è scelti dal leader e la propria elezione è decisa a tavolino prima delle urne, quali spese ci sono? Poche o nessuna, e mai rendicontate. Quei 4.190 euro sono diventati puro stipendio per tutti. Esentasse.

Come i 1.107,9 euro al mese di rimborso taxi. Qualcuno venendo a Roma ogni settimana li spende davvero, o almeno ci arriva vicino. Quelli che vivono a Roma, no. E sono duecento. Quelli che hanno l'auto blu a disposizione, no. E sono altri duecento. Insomma per mezzo palazzo anche il rimborso taxi non è rimborso, ma stipendio.

Unica spesa vera rimborsata è quella delle bollette del telefonino: 258 euro al mese, e forse sono anche pochi. Ma il resto no, per gran parte del palazzo è stipendio. Si trattasse anche di benefit (dalla casa all'auto) per tutti gli altri italiani sarebbero tassati. Per i papaveri di Montecitorio no: stare lì dentro è come essere alle Cayman dei bei tempi. [14-06-2010]

 

 

DEL TURCO HOT LINE - IL PM TRIFUOGGI TIRA FUORI DAL CILINDRO LE INTERCETTAZIONI HARD DELL’EX GOVERNATORE D’ABRUZZO: “SESSO TELEFONICO SULLE LINEE DELLA REGIONE”, “UFFICI TRASFORMATI IN ALCOVA”, “AMANTI STIPENDIATE COME CONSULENTI” – L’IMPUTATO E IL LEGALE LASCIANO L’AULA: “NON HANNO PIÙ ARGOMENTI D’ACCUSA E PASSANO AL DILEGGIO PERSONALE” – I PM NON ESCLUDONO DI APRIRE UN PROCEDIMENTO A PARTEGiuseppe Caporale per "la Repubblica"

«Sesso telefonico sulle linee della Regione», «uffici dell´ente trasformati in alcova», «amanti stipendiate come consulenti della giunta», viaggi di piacere in alberghi a cinque stelle con i soldi pubblici. E l´imprenditore della sanità Vincenzo Angelini che «pagava tangenti». Tutto questo mentre «la regione sprofondava nel debito sanitario».
«Funzionava così, con Ottaviano Del Turco governatore dell´Abruzzo...».

Questo racconta il procuratore della Repubblica di Pescara Nicola Trifuoggi, quando prende la parola per la requisitoria durante l´udienza preliminare per la Sanitopoli abruzzese.

E, appena comincia a citare - in modo esplicito - le intercettazioni a luci rosse (telefoniche e ambientali) di Del Turco e di altri componenti del suo staff, per spiegare la «strumentalizzazione dell´ufficio pubblico per usi privati» (e quindi l´accusa di associazione a delinquere), scoppia il caos in aula. E così, la terza udienza per l´indagine che - due anni fa - portò all´arresto dell´allora governatore (e di gran parte della sua giunta) si trasforma in una bagarre. Con l´ex ministro delle Finanze che assieme al suo legale, Giandomenico Caiazza, abbandona l´aula per protesta.

«Quando non si hanno molti argomenti per dimostrare un´accusa così rilevante come quella che mi è stata mossa - ha protestato Del Turco- si ricorre al dileggio personale».

«Non potevamo tollerare oltre, il disprezzo della privacy del mio assistito - ha spiegato Caiazza - abbiamo interrotto la partecipazione ad un´udienza in cui si parla di fatti privatissimi, dei quali non sappiamo ancora nulla. Con il deposito di indagini suppletive di oggi (ieri, ndr) ci saremmo aspettati che finalmente si fornisse qualche documento, uno straccio di prova di riscontro delle accuse di Angelini. Invece dobbiamo ascoltare pettegolezzi poco commendevoli: ci alziamo e ce ne andiamo. Quando il processo ritornerà a essere un processo, noi saremo di nuovo qui».

Certo è, che i documenti consegnati ieri dai tre magistrati - Giampiero Di Florio, Giuseppe Bellelli e Trifuoggi - che dal 2006 indagano sullo scandalo, hanno in qualche modo colto di sorpresa gli avvocati di Del Turco. Perché secondo gli inquirenti le intercettazioni etichettate dalla difesa «pruriginose» «contribuiscono a definire il quadro del sistema messo in piedi da Del Turco».

Ecco perché anche i contratti di collaborazione di presunte «amanti» e telefonate erotiche sono entrate nell´inchiesta. E la Procura non esclude che queste indagini «suppletive» non diventino un procedimento penale a parte.

I magistrati ieri in aula hanno prodotto anche verbali delle deposizioni dell´attuale presidente della Regione Gianni Chiodi e dell´ex commissario ad acta per la sanità Gino Redigolo; nonché l´ordinanza di custodia cautelare a carico di Vincenzo Angelini (arrestato circa un mese fa).

Cioè il principale accusatore di Del Turco, il titolare della clinica Villa Pini di Chieti, che rivelò ai magistrati di aver pagato 15 milioni di euro di tangenti ad alcuni amministratori regionali in cambio di favori. In totale 35 imputati, tra cui l´ex giunta di centrodestra e il pdl Sabatino Aracu.

 [15-06-2010]

 

 

VAGABONDO” CHE NON SONO ALTRO – TERZO TRASLOCO PER IL PD: DOPO IL LOFT VELTRONIANO E IL NAZARENO, IL PARTITO DI CULATELLO BERSANI SI PREPARA ALL’ENNESIMO CAMBIO DI QUARTIER GENERALE - FORSE NELL´EX SEDE DELLE COMPAGNIE AEREE ESTERE A VIA BARBERINI (SI PENSA AD UN MUTUO PER L’ACQUISTO) - IL TESORIERE MISIANI CONFERMA: “STIAMO CERCANDO UNA SISTEMAZIONE PER UNIFICARE GLI UFFICI”…

Goffredo De Marchis per "la Repubblica"

La Democrazia cristiana e Piazza del Gesù sono stati sinonimi per quasi 50 anni, dal 1944 al 1993, allorchè sparì lo storico simbolo. Ma i frammenti Dc continuarono a occupare Palazzo Cenci Bolognetti ancora per un po´. Il Partito comunista ha "abitato" a Via delle Botteghe oscure 4 dalla seconda metà degli anni ´40, quando Togliatti chiese al costruttore Marchini di erigere il severo palazzone del Pci, al 2000, quando Veltroni trasferì i Ds con i conti in rosso al mai amato indirizzo di Via Nazionale 75, il "botteghino".

Dal 2007, invece, il neonato Pd ha già cambiato due sedi e si appresta a un nuovo trasloco. Una sede l´anno, solida metafora di una più ampia e difficile ricerca d´identità. «Siamo un partito da costruire», ripete sempre Bersani. Anche sulla toponomastica regna una certa confusione. Tra i vertici democratici si mantiene un comprensibile riserbo sulla futura collocazione. L´annuncio dell´ennesimo trasloco rischia l´effetto "anime in pena".

Ma il tesoriere Antonio Misiani, uno dei volti nuovi lanciati da Bersani, ammette: «Stiamo cercando una sistemazione per unificare tutti gli uffici. Non è una delle priorità. Diciamo che è un problema di medio termine». In realtà qualche sopralluogo c´è già stato. In uno stabile nei pressi di Via Rasella. In un altro immobile in Via dei Giubbonari.

In un edificio sfitto di Via Barberini, sul lato dei numeri civici dispari, che prima del 2001, l´anno delle Torri gemelle, ospitava le compagnie aeree di tutto il mondo. Su questa soluzione ci si è riservati una pausa di riflessione. È troppo grande per le esigenze del Pd. L´attuale sede di Via Sant´Andrea delle Fratte 16, chiamata il Nazareno, è invece piccola per ospitare tutti i dirigenti e i dipendenti del partito. Già oggi alcuni di loro sono stati trasferiti in due appartamenti affittati nella vicina Via del Tritone.

L´intenzione comunque è quella di acquistare accendendo un corposo mutuo e cancellando gli affitti (600 mila euro a Sant´Andrea delle Fratte, 250 mila al loft). Per questo i tempi potrebbero allungarsi. Il Pd del futuro ha bisogno di 4000-4500 metri quadri e di una sala conferenze. Al Nazareno i metri quadri sono 3000, insufficienti. Soprattutto ha bisogno di una sede definitiva perché questo vagare per Roma sta diventando un segno di instabilità. Il loft del Circo Massimo, inaugurato nel 2007, fu un efficace colpo d´immagine di Walter Veltroni, ma non piaceva a nessuno.

Angusto e troppo distante dai palazzi del potere romano. Lo stesso Veltroni preferiva usare la stanza da leader dell´opposizione a Montecitorio. Con Franceschini segretario il Pd traslocò al Nazareno, nella vecchia sede della Margherita. A un passo dalla Camera. Ma la convivenza ha funzionato a corrente alternata come dimostrò la clamorosa guerra delle targhe all´ingresso. Il tesoriere di allora Agostini decise di togliere quella della Margherita, il cassiere dei Dl Luigi Lusi si ribellò: «Finchè non paghi l´affitto non hai nessun diritto».

Oggi i rapporti tra Lusi e Misiani sono ottimi e si è trovata una soluzione per onorare il subaffitto dei locali al Nazareno. Nel "caso trasloco" è stato tirato in ballo Ugo Sposetti, tesoriere dei Ds e custode dei 2500 immobili del Pci. Gli è stato attribuito un ruolo nella segnalazione di un palazzo della famiglia Angelucci fra Via Boncompagni e Via Veneto. Lui replica: «Io non ci metto becco. Posso solo dare un consiglio a Bersani: bisogna assolutamente trovare una sede identificabile e duratura, un simbolo». Come Piazza del Gesù. O come il Bottegone, il luogo che gli ex comunisti non smettono di rimpiangere.

[18-06-2010]

 

 

 

PARADISI CRIMINALI - SCENARI APOCALITTICI EMERGONO DAL RAPPORTO ONU SUL CRIMINE ORGANIZZATO: CI SONO INTERE AREE DEL MONDO FUORI CONTROLLO (CINA, INDIA E AFRICA IN PRIMIS) - I NARCOS COMPRANO NAZIONI E PRESIDENTI – FARMACI TOSSICI IN GHANA - 140MILA VITTIME DELLO SFRUTTAMENTO SESSUALE SOLO IN EUROPA - L’AFRICA È SULL’ORLO DEL COLLASSO PER SFRUTTAMENTO ILLEGALE DI RISORSE NATURALI – IN RUSSIA 40MILA GIOVANI MUOIONO OGNI ANNO DI DROGA…

Francesco Grignetti per "la Stampa"

I numeri sono spaventosi: solo in Europa sono circa 140.000 le vittime della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, con un ricavato annuale da parte dei loro sfruttatori di 3 miliardi di dollari. Per quanto riguarda il traffico di migranti, le due rotte principali vanno dall'Africa all'Europa e dall'America Latina agli Stati Uniti: quest'ultima rotta coinvolge dai 2 ai 3 milioni di migranti ogni anno, generando per i contrabbandieri un profitto di 6,6 miliardi di dollari. Un fiume di droga, poi, inonda l'Europa, generando un mercato di 20 miliardi di dollari solo in eroina.

Attualmente è la Russia il Paese maggiormente colpito (si stimano 70 tonnellate di eroina consumata), con trenta-quarantamila giovani russi uccisi dalla droga ogni anno. Il fortissimo calo nel consumo di cocaina in America, invece, sta scatenando la guerra tra le gang messicane e l'apertura di nuove rotte che investono l'Africa.

Scenari apocalittici, quelli che emergono dal 1° Rapporto sul crimine organizzato transnazionale a cura di Unodc, l'ufficio specializzato delle Nazioni Unite, diretto dall'italiano Antonio Maria Costa, e presentato a New York ai ministri dell'Interno e della Giustizia di tutto il mondo.

Il quadro è preoccupante. Si vanno consolidando intere aree del mondo che sfuggono al controllo degli Stati e si autoorganizzano come paradisi criminali. L'Africa è sull'orlo del collasso. Lo sfruttamento illegale di risorse naturali e il contrabbando di specie selvatiche stanno distruggendo ecosistemi fragili e portando alcune specie all'estinzione.

La Cina, poi, che ha messo le mani su ricchissimi giacimenti di materie prime africane, da quelle parti inonda anche i mercati di merci contraffatte. Fino alla metà dei medicinali testati in Africa (e nel Sud-Est asiatico) sono contraffatti e di qualità scadente. Oltre il danno, la beffa: ad acquistare quei farmaci taroccati aumentano, anziché diminuire, i rischi per la salute.

«Purtroppo c'è una ricca aneddotica - si legge nel Rapporto dell'Onu - che dimostra quanto il problema sia serio. È stata condotta una ricerca su 581 farmacie della Nigeria. È risultato che il 48% dei prodotti di cura alle infezioni conteneva principio attivo fuori dai limiti accettabili». Un altro studio, minore, condotto in Ghana su 17 prodotti farmaceutici, ha mostrato che solo sei avrebbero superato i test della farmacopea internazionale e solo tre avrebbero rispettato i parametri europei.

Contraffazione cinica: addirittura in sette Paesi africani i prodotti contro la malaria, quelli contenenti clorochina, erano spesso contraffatti e inutili a battere la malattia. Qualcosa gli Stati fanno: in Tanzania c'è stata un'operazione di polizia chiamata «Mamba», qualcosa di simile in Uganda.

Si lamenta Dora Akunyili, ex direttore generale dell'Agenzia per il controllo di cibo e droghe in Nigeria: «La maggior parte dei sanitari falsificati ci arriva da India e Cina». E qualcosina comincia a funzionare: dalla Nigeria nel giugno 2009 hanno girato alle autorità cinesi dei farmaci antimalarici contraffatti, con false etichette di «made in India», e contenenti sostanze nocive. «Il governo cinese ha preso la questione molto seriamente», annota il Rapporto. Ci sono state condanne a morte per sei cittadini cinesi.

«Il principale mercato dei farmaci contraffatti cinesi è la Cina stessa», segnala l'Onu. È un flagello che colpisce le province più povere e remote. Ma da qualche tempo queste medicine taroccate hanno cominciato a viaggiare per il mondo. Se ne trovano molte tracce su Internet e anche a casa nostra i Nas hanno scoperto qualche caso di medicinali contraffatti comprati incautamente on-line.

Ma per fortuna il nostro sistema farmaceutico nazionale, e quelli europei, sono indenni da questa truffa. Non altrettanto si può dire per Paesi poverissimi e dalle strutture statuali minime come quelli africani. Perciò l'Organizzazione mondiale si Sanità denuncia che il 67% delle tavolette di clorochina vendute in Ghana sono contraffatte, il 57% nello Zimbabwe, il 47% in Mali, il 43% in Kenia.

Si rischia la catastrofe sanitaria. Nel novembre 2009, si è scoperta una società di Mumbai, in India, che importava immunoglobuline di produzione umana dalla Cina e le re-impacchettava con false etichette che riproducevano i marchi di una famosa multinazionale. Il tutto è finito sul mercato nero con uno sconto del 25% sul prezzo ufficiale. Inutile dire che le immunoglobuline del prodotto non erano all'altezza. E che erano finite in normali farmacie di città africane.

ANTONIO MARIA COSTA DELL'UNODC: "I NARCOS COMPRANO NAZIONI E PRESIDENTI..."
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il consesso a numero chiuso dove siedono i Paesi che governano le grandi questioni del mondo, si è occupato di crimine organizzato in Afghanistan, Congo, Centro America, Somalia e Africa occidentale. L'Onu è allarmata dallo strapotere delle gang criminali che stanno destabilizzando interi Paesi del Terzo Mondo. E le conclusioni sono esplicite: il problema è stato finora sottovalutato, le risposte nazionali sono inadeguate, occorre ben altro.

Racconta Antonio Maria Costa, direttore esecutivo di Unodc, l'Ufficio Droga & Crimine delle Nazioni Unite: «Abbiamo verificato, dati alla mano, che il problema si va spostando geograficamente. L'offerta di droga nel mondo s'è fermata; era cresciuta in maniera drammatica per tutti gli Anni 90, ora c'è un forte declino per eroina, coca e oppio nel Mondo occidentale e così i narcotrafficanti si stanno guardando attorno per trovare nuovi mercati. Gli ultimi flussi investono il Terzo Mondo.

Sono mercati immensi dal punto di vista demografico. Abbiamo visto che le nuove rotte della cocaina e dell'eroina attraversano l'Africa. Lo stesso accade in America: c'è un flusso inedito verso il Brasile. Ciò suscita in noi grande preoccupazione. Nei prossimi dieci-quindici anni la droga sarà sempre meno presente nei Paesi ricchi e sempre più nei Paesi poveri».

E il Terzo Mondo rischia di uscirne definitivamente schiantato.
«Immaginate l'effetto in uno Stato dove non ci sono adeguate strutture di repressione. Dove c'è collusione e corruzione e non ci sono strutture mediche, sanitarie e farmaceutiche per lottare contro il problema».

Il risultato sarà agghiacciante: nel vuoto statuale potranno crescere a dismisura i cartelli criminali.
«Indubbiamente. Ormai i cartelli della criminalità organizzata, finanziatisi in gran parte dalla droga, ma non solo, hanno una potenza economica e di fuoco, militare quasi, che eccedono la capacità di molti Stati di difendersi. Abbiamo visto che nell'Africa occidentale e in quella orientale, e nel Sahel, alcuni Paesi stanno soccombendo: le strutture militari e di polizia sono passate di mano, acquistate di peso dai trafficanti, che hanno comprato terre, elezioni, gerarchie, intere famiglie presidenziali.

Di qui l'interesse del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: di solito non si occupa di droga o di criminalità organizzata, ma nella misura in cui il crimine diventa una minaccia alla sicurezza, anche il Consiglio se ne deve occupare».

Emblematico, il cambio di agenda.
«Sì, il simbolo della potenza stessa che questi cartelli hanno acquisito».

In tutto ciò, l'Afghanistan resta un buco nero.
«Rappresenta ciò che noi riteniamo inevitabile quando non c'è controllo del territorio, non c'è uno Stato, e non c'è partecipazione politica dei cittadini. Ma non c'è solo l'Afghanistan: gli effetti della perdita di controllo del territorio li vediamo anche nella Birmania orientale dove il governo di Rangoon non c'è. O in Colombia occidentale, nelle varie province dove gli insorti gestiscono i traffici».

L'Afghanistan però ci tocca più da vicino perché è il rubinetto dell'eroina ed è una sfida ingaggiata dalla Nato. Ci sono sul campo anche i nostri soldati.
«In Afghanistan abbiamo visto che in effetti gli insorti si finanziano attraverso il traffico di droga. Io sono lontano dal dire che la droga sia il problema principale dell'Afghanistan, ma è altrettanto vero che i problemi non si possono risolvere se non si risolve il problema della droga»

[18-06-2010]

 

CITYLIFE, LA MANHATTAN DEI MATTI MENEGHINI – DOPO LA CRISI IMMOBILIARE, LO SKYLINE GRATTACIELATO E MOSTRIFICATO DALLE ARCHISTAR, POTREBBE SALVARSI GRAZIE ALL’EXPO - UNA PARTE DELLA DISCUSSA TORRE LIBESKIND SARÀ DESTINATA AD ALBERGO DI LUSSO E SARÀ PRONTA GIUSTO PER IL 2015 – IN PROGETTO ANCHE SUPER APPARTAMENTI PER RICCONI, E SEMPRE MENO UFFICILuca Pagni per "Affari & Finanza - Repubblica"

Dovrebbe essere il progetto destinato cambiare il volto di Milano. L'intervento urbanistico che sancisce la vittoria del partito dei grattacieli. Di tutti coloro politici, architetti, immobiliaristi che spingono per trasformare la metropoli in una selva di torri al pari di una città statunitense. Per sfruttare in altezza un territorio di proporzioni ridotte come quello del capoluogo lombardo e per di più già tutto edificato.

«Milano avrà finalmente un nuovo skyline», ebbe modo di dichiarare l'ex sindaco Gabriele Albertini magnificando il nuovo quartiere per abitazioni di pregio e uffici esclusivi da oltre 200mila metri quadrati al posto della vecchia Fiera Campionaria disegnato attorno alle tre "torri" firmate da altrettanti archistar internazionali: Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind. Ma Albertini, come tanti, era convinto delle magnifiche sorti e progressive di uno sviluppo edilizio che solo poche stagioni fa sembrava finanziariamente invincibile.

Ma a sei anni dalla presentazione ufficiale (luglio 2004), Citylife il progetto immobiliare più ambizioso della Milano degli anni Zero vive il suo momento più complicato. Sulla carta tutto prosegue: il cantiere è partito, dopo stagioni di battaglie a colpi di carte bollate con i comitati dei cittadini della zona Fiera che hanno cercato di opporsi «alla colata di cemento», ma sono stati sconfitti in tribunale. La macchina per la vendita degli appartamenti di lusso a novediecimila euro al metro quadro, seppur a fatica, si è messa in moto e a quanto risulta una prima parte delle nuove abitazioni sarebbe già stato venduto.

Inoltre, non si può dire che il Comune non abbia fatto la sua parte per il successo dell'operazione, concedendo i permessi, destinandovi la sede del nuovo Museo di Arte Contemporanea (disegnato da Libeskind), spostando il percorso della nuova linea del metrò più a ridosso delle nuove case. Aumentando il verde del parco pubblico fino a 160mila metri quadrati; anche se i comitati dei cittadini della Fiera sostengono che molte zone verdi sono a ridosso delle case, molto frammentate e quindi poco utilizzabili se non dai residenti. E soprattutto spostando da Rogoredo alla Fiera la costruzione del nuovo centro congressi.

Nonostante tutto ciò, i giorni in cui il consorzio Citylife si presentava alla città nei padiglioni della vecchia Fiera Campionaria dopo aver sbaragliato la concorrenza a colpi di milioni appaiono di un'altra epoca. Alcuni soci (come spieghiamo nell'articolo qui a fianco) non vedono l'ora di farsi da parte e lasciare che se la sbrighino Generali e Allianz. Che saranno anche colossi del settore assicurativo nonché ricchi di liquidità, ma che all'inizio dell'avventura non avrebbero mai pensato di trovarsi in questa situazione.

Perché le abitazioni già acquistate sulla carta riguarderebbe gli attici e i piani alti. E il progetto continua a rivelare una serie di incognite; a cominciare dalla quota da destinare al terziario. Se nel 2004 i promotori erano convinti che si sarebbe fatto a botte per avere un ufficio in una delle tre torri delle archistar, ora si è arrivati al punto di chiedere la trasformazione di uno dei tre grattacieli in un albergo di lusso e di una parte degli altri due in abitazioni.

Ma cosa è accaduto e perché siamo arrivati a questa situazione? Perché il mondo è cambiato, soprattutto nell'immobiliare. Nel 2004, quando il consorzio Citylife vinse la gara bandita l'anno prima dalla Fondazione Fiera per aggiudicarsi il vecchio recinto a ridosso del centro storico (la cui gestione era diventata insostenibile e ridondante dopo l'inaugurazione del nuovo polo di RhoPero), nessuno aveva sentore che da lì a poco sarebbe scoppiata la bolla legata ai mutui subprime.

Con l'orizzonte economico stravolto, andrebbero riconsiderati sotto una nuova luce tutti i numeri dell'operazione. Citylife si è aggiudicata l'area pagando 523 milioni di euro, su una base d'asta di 310 milioni e staccando di una sessantina di milioni il secondo classificato, la cordata guidata da Pirelli Real Estate il cui progetto edilizio era stato affidato alla matita di Renzo Piano (e che in molti avevano giudicato urbanisticamente più interessante).

Il piano economico prevede un investimento complessivo di poco più di due miliardi di euro (di cui un quarto per l'acquisto dell'area e il resto in opere edilizie e oneri di urbanizzazione) con un guadagno a lavori conclusi di oltre un miliardo. Ma la crisi ha fatto lievitare i costi e rivedere i conti.

Di sicuro, non hanno aiutato il consorzio Citylife le polemiche sollevate contro la costruzione dei tre grattacieli. Persino Silvio Berlusconi subito dopo l'elezione di Letizia Moratti a sindaco del centrodestra aveva tuonato contro, definendoli una bruttura che nulla avrebbe a che fare con lo stile e la storia urbanistica di Milano e dichiarando che si sarebbe opposto alla loro costruzione in tutti i modi possibili. Scavalcato da Vittorio Sgarbi, allora assessore alla Cultura, e dal leghista Roberto Calderoli che avevano proposto un referendum, in particolare contro la torre "storta" di Libeskind.

Inutile dire che non si è fatto nulla di tutto ciò, anche perché Sgarbi nel frattempo ha "divorziato" dalla giunta Moratti.
Scampato alle polemiche iconoclaste del centrodestra, il progetto Citylife nulla ha potuto contro la crisi. E se rimangono vuoti centinaia di vani destinati a uffici in pieno centro a ridosso della Borsa e della City milanese della finanza, come pensare che questo non avvenga anche al quartiere Fiera? Una domanda che si è posto anche il nuovo manager chiamato a rilanciare il progetto.

Claudio Artusi guarda caso ex amministratore delegato di Fiera Milano spa solo poche settimane fa ha dovuto arrendersi all'evidenza e spiegare alla città, agli operatori e alla comunità economica, di aver cambiato obiettivi e aspettative: «Inizialmente si pensava di destinare un 55 per cento della metratura complessiva di Citylife al residenziale e un 45 per cento circa a uffici e terziario. Ora, in seguito alla crisi, la proporzione e' cambiata: un 70 per cento per gli appartamenti e un 30 per cento per uffici e attività commerciali».

Un'inversione di tendenza che agli operatori appare come un tentativo di rimediare in extremis a una situazione che si va compromettendo. Ma allo stesso tempo, è il tentativo di lanciare una nuova tendenza abitativa. Artusi lo ha spiegato così ai giornali: «Sarebbe sbagliato irrigidirsi per creare degli uffici che rimangono vuoti.

Detto questo, anche se ce ne sono diversi esempi in America e in Asia, sarebbe la prima volta nel mercato immobiliare italiano che si propone di andare a vivere in un grattacielo solo residenziale». In queste ultime settimane, gli operatori di Citilife stanno tastando il terreno per capire se la moda del vivere "tra le nuovole" potrebbe prendere piede.

L'ultimo ausilio al rilancio del progetto Citilife potrebbe arrivare dall'Expo. Tanto che una parte della discussa torre Libeskind sarà destinata ad albergo di lusso. Che avrà come clientela anche quella dell'adiacente Centro congressi. Si lavora, non a caso, perché la torre sia pronta per il 2015, giusto per l'inaugurazione dell'Esposizione universale di Milano e l'arrivo dei primi visitatori stranieri.

 

 

 [15-06-2010]

 

 

PROCESSO ALLA CRICCA: PALAZZO CHIGI PARTE CIVILE - NO DELLA CORTE UE AL RICORSO MEDIASET: DEVE RIFONDERE I CONTRIBUTI CHE SI ERA AUTOASSEGNATO SUI DECODER DEL DT - DDL INTERCETTAZIONI, BONDI BACCHETTA BOCCHINO: “ARGOMENTI RISIBILI” – QUAGLIARIELLO: “CHI CAMBIA IDEA FA UN ALTRO PARTITO” – LA MARCEGAGLIA E BILL EMMOTT (“TIMES) PAZZI PER VENDOLA – ZAVOLI, NOMINATO ALLA VIGILANZA DAL PD, HA LA FACCIA DI DICHIARARE: "LIBERARE LA RAI DALLE TUTELE DEI PARTITI" (BENE, POTREBBE DARE IL BUON ESEMPIO E DIMETTERSI

1- ANTITRUST: SI' RIFORMA COSTITUZIONE MA SUBITO DDL CONCORRENZA ...
(Adnkronos)
- Si' alle riforme costituzionali 'utili' a conseguire l'obiettivo di apertura dei mercati e a riattivare il processo delle liberalizzazioni: ma intanto si proceda subito a varare il ddl sulla concorrenza che doveva essere approvato gia' alla fine di maggio.

E' il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricala', a insistere nella Relazione annuale al Parlamento sulla necessita' di dare via libera 'senza ulteriore indugio' al disegno di legge governativo che, sulla scorta delle segnalazioni della stessa Autorita', proporra' le norme per lo sviluppo della concorrenza e la tutela dei consumatori. 'Accogliamo con favore - afferma Catricala' - le recenti dichiarazioni del Governo sulla volonta' di aprire una nuova stagione di liberalizzazioni.

Ben vengano le riforme costituzionali utili al fine'. 'Condividiamo la necessita' di anticiparne gli effetti con legge ordinaria, che garantisca a chiunque il diritto di intraprendere senza oneri burocratici. C'e' anche l'urgenza di consentire alle nuove imprese e a quelle gia' esistenti di crescere e produrre ricchezza. Va quindi riformato il contesto di mercato oggi ostile al pieno esercizio dell'iniziativa economica'. 'Lo strumento c'e', le idee non mancano, occorre tradurle senza ulteriore indugio in norme e fatti concreti', sottolinea il presidente dell'Autorita' nel suo discorso di fronte alla platea della Sala della Lupa a Montecitorio.

2- CATRICALA', "ALL'ANTITRUST TUTELA SU RITARDI PAGAMENTI P.A." ...
(Adnkronos) -
Tutelare le piccole e medie imprese da 'prassi illecite', come la mora dei pagamenti, praticate dalle pubbliche amministrazioni e le grandi aziende. E' questo il compito che l'Antitrust, che gia' da tempo chiede di ampliare il proprio raggio di intervento a favore delle pmi, si dice pronto a ricoprire. Ad affermarlo e' il presidente dell'Authority, Antonio Catricala' , nella relazione annuale presentata in Parlamento.

'Per di piu' questi operatori sono costretti a tollerare prassi illecite di grandi aziende e di pubbliche amminsitrazioni, come la mora nei pagamenti. I tempi della giustizia civile non consentono una tutela immediata contro i ritardi. Il problema non e' di stabilire scadenze certe, gia' previste dall'ordinamento, ma di farle rispettare con efficacia. L'Autorita'- sottolinea Catricala'- e' in grado di dare tutele tempestiva a questo settore caratterizzante la nsotra economia'

18.06.10

 

BAVAGLIO RIMANDATO A SETTEMBRE
L'Arconte di Arcore sbotta: "Basta, siamo tutti spiati". E c'è proprio da crederci se lo dice colui che godeva ascoltando i nastri - neppure trascritti - delle telefonate tra Consorte e Fassino. Ma intanto il compagno GianMenefrego Fini trama nell'ombra dei calendari e allora "Spunta l'ipotesi del voto a settembre" sulla legge-bavagliuolo (Corriere, p.3).

PALERMO, ITALIA?
il sindaco più abbronzato d'Italia, l'avvocato Diego Cammarata, è un uomo felice e sempre sorridente. Sono anni che amministra dal suo circolo di tennis una città giardino come Palermo e i concittadini lo votano in massa. Quindi non è un buon sindaco. E' un ottimo sindaco. Poi succede che si goda un po' di meritata vacanza andando a tifare per la Patria ai mondiali del Sudafrica e il Corriere, ingrato, ci monta su uno scandalo: "Palermo tra i rifiuti, il sindaco in Sudafrica" (p.15). A noi non risulta che Palermo sia "invasa dai rifiuti". Guardiamo i telegiornali Raiset tutte le sere e non ci risulta un bel niente.

NELLE MANI GIUSTE
"I boss brindano, ma io collaborerò ancora". Spatuzza ai pm dopo il no alla protezione. Il Viminale: ha taciuto troppo a lungo" (Repubblica, p. 10). Bisognava tacere per sempre.

NELLE NARI GIUSTE
altra storia meravigliosa da Palermo: "L'auto blu del politico per comprare la cocaina". Il deputato regionale Salvatore Cintola sospeso dall'Udc (Unione dei c....). La sua difesa: tutto falso. Però Lorenzo Cesa lo sospende subito dal partito, perchè il sospetto di una sniffata è più grave dell'amicizia con la mafia, par di capire. Moderata la reazione dell'anziano Cintola: "Forse sono uno dei pochi del mio partito a non aver fatto uso di droga e Cesa è solo un portaborse di Casini e dovrebbe espellere se stesso per le cose ignobili che ha fatto" (Corriere, p.27).

I modesti curatori di questa rassegna seguono da anni le gesta del mitico Totò Cintola, impareggiabile assessore al bilancio delle giunte Cuffaro. Cintola ci ha sempre affascinato perché peserà 40 chili scarsi ed è un grande lavoratore dalla faccia patibolare che sembra uscito da una giara di Pirandello. Lo vedi così e sembra un vecchietto sfigato. Invece ha due palle di cemento e custodisce molti segreti. Ma questo l'imprudente Cesa ancora non lo sa.

GIORNALISTI DUAL-USE
"Il reporter-spia è tornato a lavorare" come gionalista. Succede in Italia, a Roma per la precisione. E allora l'ottimo Maurizio Caprara solleva lo scandalo sul Corriere (p.21) con un pezzo sacrosanto. Oh, ma non è l'agente Betulla, che avete capito? E' un tizio con passaporto iraniano. Monito del Pdl: "Non s'illuda anche lui di essere candidato al Senato". Ha sbagliato fronte, par di capire.

AGENZIA MASTIKAZZI
"Mentana: "Su La7 posso parlare a milioni di persone" (Stampa, p.14)

ULTIME DAL VENTENNIO A COLORI
"Abolire tutti i prefetti? Inutile, costano il 4% di una sola provincia". Prosegue la meravigliosa campagna nascondi-sacrifici del Giornale (p.6).

[17-06-2010]

 

 

 

CDM, PIENA E COMPLETA FIDUCIA A GIANNI DE GENNARO...
(ANSA)
- "Il Consiglio ha collegialmente confermato all'unanimità piena e completa fiducia al dottor Gianni De Gennaro, il quale aveva correttamente e con alto senso dello Stato messo a disposizione del Presidente del Consiglio il proprio incarico. Il Consiglio, manifestando vivo apprezzamento e plauso per il lavoro finora svolto, ha invitato il Prefetto De Gennaro ha proseguire con lo stesso spirito e con lo stesso impegno nel suo incarico al vertice dei Servizi di Informazione e Sicurezza". E' quanto si legge in una nota di palazzo Chigi trasmessa al termine del Consiglio.

 

5 - ZANDA, CON BRANCHER BERLUSCONI HA ACCONTENTATO BOSSI...
(Adnkronos) -
"La nomina di Aldo Brancher a ministro per l'attuazione del federalismo merita una valutazione politica". Lo dichiara Luigi Zanda, vice presidente dei senatori del Pd che spiega: "In primo luogo e' la conferma che la dipendenza di Berlusconi da Bossi sta diventando sempre piu' stringente. Bossi, fingendo di dimenticare di aver lui la delega per il federalismo, ha voluto un ministro ad hoc e ha voluto che fosse un suo amico fidato. Berlusconi lo ha subito accontentato". In secondo luogo, "prima di proporre la nomina di nuovi ministri, Berlusconi dovrebbe far sapere al Parlamento quanto costera' e chi paghera' il federalismo fiscale

25.06.10

 

LE RIVELAZIONI DELL’AMBASCIATORE USA nell’Italia degli anni di piombo - "DISSI NO ALLA CIA CHE VOLEVA INFILTRARE LE BR - Moro non voleva i comunisti nel governo. Li prese nella maggioranza, senza dare loro ministeri, per farli corresponsabili in scelte impopolari. L’obiettivo era quello di logorarli. E ci riuscì: nel 1979 il Pci cominciò il suo calo elettorale e il suo declino - quattro incontri segreti con napolitano - Chi lo avrebbe mai immaginato: un ex comunista Presidente dell’Italia e un afroamericano Presidente degli Usa"...

Michele Brambilla per "La Stampa"

L'uomo che ci riceve nella lobby del grande albergo milanese è insieme un pezzo di storia americana e un pezzo di storia italiana. Si chiama Richard Gardner e ha 83 anni. È stato ambasciatore degli Usa in Italia sotto la presidenza del democratico Jimmy Carter, dal 1977 al 1981: anni difficili, Brigate Rosse e sequestro Moro, crisi economica e Pci che avanzava. Ancora oggi Gardner è molto vicino alla Casa Bianca; e sua figlia è animatrice degli «Americans in Italy for Obama».

Nei prossimi giorni sarà a Roma e vedrà due vecchi amici: Giorgio Napolitano e Gianni Letta. Il Presidente è stato il primo comunista italiano a ottenere un visto per gli States: glielo fece avere Gardner, e fu l'inizio di uno storico dialogo. «Mi sono commosso - ci dice - quando il mese scorso ho visto Napolitano a Washington da Obama. Chi lo avrebbe mai immaginato: un ex comunista Presidente dell'Italia e un afroamericano Presidente degli Usa».

Continua: «Il discorso che ha fatto quel giorno Napolitano è il più brillante e il più eloquente che io abbia mai sentito da un esponente politico italiano. Ha parlato di nuove relazioni fra Usa ed Europa. Una settimana dopo la Casa Bianca ha pubblicato un documento in cui dice che gli Usa devono incoraggiare l'Unione Europea. In questo Obama è del tutto differente dall'amministrazione Bush, che trattava con i singoli Paesi e cercava di dividere l'Europa. Per Obama l'Europa resta il principale alleato dell'America per tutti e quattro i grandi temi: economia, clima, blocco della proliferazione delle armi, lotta al terrorismo».

Da grande diplomatico previene un'imbarazzante domanda: «Il fatto che ci sia questo feeling con Napolitano non deve farvi pensare che manchiamo di fiducia nei confronti di Silvio Berlusconi, che consideriamo un nostro grande amico. Credo che la stampa americana non apprezzi sufficientemente il contributo che dà l'Italia alle missioni internazionali».

Che cosa ricorda dei suoi anni italiani?

«Quando arrivai, marzo 1977, trovai una situazione incredibile. Con l'amministrazione Nixon-Kissinger un ambasciatore Usa non poteva incontrare un esponente comunista. Anche i visti erano proibiti. Io trovai assurdo tutto questo. Nel giugno del 1976 il Pci aveva ottenuto il 34,4%: come potevamo ignorare quella realtà? Dissi a Carter e al suo consigliere Brzenzinski di cambiare quelle regole. Chiesi di poter incontrare dei comunisti. Loro accettarono».

Dovette farlo di nascosto?

«Sì. Non dovevamo dare l'impressione che gli Usa volessero l'ingresso del Pci al governo. Era inconcepibile per molti italiani ma anche per noi. Se avessi incontrato Berlinguer in pubblico sarebbe stato uno scandalo. Studiai per trovare una persona che non fosse legata all'Urss, un uomo equilibrato e possibilmente amico dell'America.

Sapevo che con Cossutta e con Ingrao, tanto per fare due nomi, non sarebbe stato possibile. Scelsi Napolitano. Ebbi con lui quattro incontri segreti, il primo a casa di Cesare Merlini, che era presidente dell'Istituto per gli affari internazionali. Capii subito che Napolitano era un potenziale amico. Gli feci avere un visto e lo invitai negli Usa per una serie di conferenze. Tornò entusiasta».

Lei si fece la fama di amico dei comunisti. Come se la fece Aldo Moro.

«Ma era assurdo. Io sono un anticomunista viscerale. E anche Moro non voleva i comunisti nel governo. Lui era molto furbo. Li prese nella maggioranza, senza dare loro ministeri, per farli corresponsabili in scelte impopolari. L'obiettivo era quello di logorarli. E ci riuscì: nel 1979 il Pci cominciò il suo calo elettorale e il suo declino».

Lei sa che, invece, secondo una certa vulgata la Cia avrebbe favorito l'assassinio di Aldo Moro.

«Una follia il solo pensarlo. Moro era un nostro grande amico e un nostro grande alleato».

Alan Campbell, ambasciatore inglese nei suoi stessi anni, dice che lei era ossessionato dai comunisti. E che considerava comunisti perfino Eugenio Scalfari e Piero Ottone.

«Non ho mai pensato che Scalfari e Ottone fossero comunisti. Ma filocomunisti sì. Volevano il Pci al governo. Invitai a colazione Scalfari e lui mi disse: lei deve incontrare Berlinguer e offrirgli di entrare nel governo. Gli risposi: ma come, proprio lei che denuncia tante ingerenze americane, vorrebbe che noi facessimo un'ingerenza del genere? Sono gli italiani a dover decidere del proprio destino».

In passato gli Usa avevano finanziato partiti italiani?

«Sì certo. La Dc. Ma posso capirlo: dal 1946 fino al 1980 il Pci riceveva molto denaro dall'Unione Sovietica. Kissinger finanziò anche il generale Vito Miceli, che comandava i servizi segreti e si candidò nel Msi: e questo per me fu invece intollerabile. Con Carter finirono comunque tutti gli aiuti ai partiti. Anche noi non volevamo il Pci al governo, ma avevamo un'altra strategia, volevamo dialogare con il Pci per influenzarlo. La stampa italiana non capì. Anche Montanelli, per il quale avevo grande ammirazione, mi accusava di essere filocomunista. Ma la nostra tattica ha funzionato, tanto che pure Reagan non la cambiò».

Ebbe contatti con Craxi?

«Un giorno avevamo appuntamento. La mattina vidi che sull'Avanti! c'era un attacco contro di me: diceva che finanziavo la Dc. Quando incontrai Craxi gli dissi: ma è falso! Lui mi rispose: lo so, ma io voglio denaro per il partito. E io: l'amministrazione Carter ha chiuso con i finanziamenti ai partiti. E lui: non è necessario che i soldi vadano al partito, basta che risultino versati al nostro mensile, Critica sociale».

C'era qualcuno dietro le Brigate Rosse?

«No. Furono un fenomeno nato e cresciuto in Italia. Lo hanno riconosciuto anche i loro capi ai processi».

La Cia non infiltrò nessuno nelle Br?

«Me lo propose dopo il sequestro Moro. Ma rifiutai: se se ne fosse scoperto uno, si sarebbe alimentata la teoria del complotto, che già circolava. Berlinguer è considerato molto puro e "molto etico", ma non posso perdonargli di aver insinuato nel 1979, in un discorso a Genova, che dietro all'assassinio di Moro c'era la Cia».

Anche per piazza Fontana si sospettano aiuti della Cia. Lo sostiene pure qualche giudice.

«Nel 1969 c'erano Nixon e Kissinger. Ma per quanto io abbia criticato Kissinger, non posso pensare che abbia finanziato le stragi. E poi perché avrebbe dovuto farlo? La stampa italiana interpretò quasi subito piazza Fontana come una strage di destra».

Noi italiani siamo troppo dietrologi?

«Ho grande ammirazione per l'Italia, ma se avete un difetto è quello di cercare sempre di addossare all'estero la responsabilità dei vostri guai».

 

 

[15-06-2010]

 

 

Firenze amara per Matteoli - Fra pochi giorni sulla graticola in Tribunale per rispondere alle domande imbarazzanti degli Avvocati della cricca sulla Scuola dei Carabinieri - E un assessore regionale all’urbanistica Anna Marson spara a zero sull’Autostrada Spacca Maremma – Il Cipe non licenzia ancora le prescrizioni per il via libera del rinnovo della concessione ANAS-SAT e la Corte dei Conti pronta a fare dei rilievi - Il giallo delle cifre scoperte dagli sceriffi di Tremonti – Per Matteoli solo un errore. Per le Casse dello Stato un danno grave

 

DAGOREPORT)
Ci voleva una donna coraggiosa ed esperta a bloccare i sogni di grandezza del Ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli sulla sua autostrada tirrenica più conosciuta ormai come Spacca Maremma. Anna Marson, 50 anni, assessore all'urbanistica della Regione Toscana, professoressa di tecnica e pianificazione urbanistica una grande esperienza all'estero tra Amsterdam e Berlino, ha così tuonato:

 

 

"Non c'è dubbio che l'autostrada, rispetto alla superstrada, soprattutto nel tratto da Grosseto a Civitavecchia, ha un impatto molto pesante sul paesaggio rurale e storico e introduce un elemento di frattura forte tra area costiera e centri retrostanti". Tradotto significa: non buttiamo i soldi dalla finestra, non roviniamo la Valle d'Oro, evitiamo gallerie e devastazioni e procediamo per il raddoppio dell'Aurelia. Esattamente quello che chiede l'Anas e tutti gli ambientalisti e non intenzionati a salvaguardare il territorio e le zone archeologiche della Maremma.

 

Previsto per le prossime settimane un incontro tra la Marson e il Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali Andrea Carandini da sempre fautore dell'importanza archelogica della Valle d'Oro dove è previsto lo studio di un nuovo tracciato.

Le parole della Marson, che se ne strafrega del rapporto incestuoso tra lo stesso Matteoli ed una parte del Pd, si incrociano con le difficoltà del Cipe di definire i dettagli sul rinnovo della convenzione, per alcuni illegittimo, tra Anas e Sat.Su questo punto, dopo il Cipe, dovrà dire la sua anche la Corte dei Conti preoccupata di aver dato il via ai 5 chilometri di autostrada nella zona di Rosignano che proprio lunedì Matteoli è andato a supervisionare.

 

Sul piano finanziario le pesanti prescrizioni della Ragioneria dello Stato hanno raffreddato l'entusiasmo della BIS di Banca Intesa di finanziare l'opera sul mercato internazionale. E lo stesso Franco Caltagirone chiamato in soccorso non pare più tanto propenso ad infilarsi in una querelle infinita e passare per quello che ha contribuito a devastare la Maremma.

2 - AUTOSTRADE NEL MIRINO
da L'espresso

Un errore materiale. A chi non capita? L'errore però non valeva pochi euro ma 3,7 miliardi di denaro pubblico. E' successo con la Sat, la concessionaria per l'autostrada Tirrenica presieduta da Antonio Bargone, ex sottosegretario dalemiano ai Lavori Pubblici, e controllata da Atlanta (gruppo Benetton). La Sat deve realizzare il nuovo tracciato lungo l'Aurelia fra Lazio e Toscana.

 

E' un'opera molto cara ad Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture nonché sindaco di
Orbetello. E stava per costare carissima a Giulio Tremonti, ministro dell'Economia e
maestro d'ascia alle prese con la manovra. L'investimento per la nuova infrastruttura, pari a 3,7 miliardi, è a carico del Gruppo Benetton che, in cambio, riceve una proroga della concessione dal 2008 al 2046. L'accordo risale al marzo 2009 ed è già firmato da Matteoli. Non da Tremonti.

Il 13 maggio, al Cipe si attendeva il via libera definitivo. Ma l'accordo sottoposto al comitato diretto da Gianfranco Miccichè risulta che, alla scadenza della convenzione il valore di subentro è pari a 3,7 miliardi di euro. In altre parole, se lo Stato vuole riprendersi l'autostrada tirrenica fra 36 anni, deve versare l'intero costo dell'investimento sostenuto da Sat. Che nel frattempo intascherebbe decenni di pedaggi indicizzati con l'inflazione, secondo il meccanismo introdotto due anni fa dal governo, che è l'ultima scala mobile dell'economia planetaria.

 

Qui è scattato lo stop di Tremonti che ha suggerito a Sat di sostituire i 3,7 miliardi inseriti per mero errore (è la tesi di Matteoli) con un valore di subentro il più possibile vicino allo zero. La schermaglia su Sat cambia l'intero scenario. Due anni fa il governo aveva anche sdoganato le vecchie concessioni bloccate da Antonio Di Pietro e messo per iscritto che pareri e prescrizioni del Cipe, del Nars e anche del Parlamento, erano ininfluenti.

Così è stato fino alla Finanziaria 2010 dove un articoletto passato inosservato (202a) ha rimesso in vigore l'approvazione del Cipe, "ai fini dell'invarianza di effetti sulla finanza pubblica, fatti salvi gli schemi di convenzione già approvati". Significa che Tremonti si riprende i pieni poteri su ogni convenzione rischiosa per l'equilibrio finanziario. Sotto la nuova norma, oltre alla Sat, sono finiti i rinnovi per Salt, Rav, Autofiori, Autoparchi, Torino-Savona, Sitaf, Tangenziale di Napoli e Sam. 08-06-2010]

 

INTERNET SCIOGLIE IL BAVAGLIO – APPROVATA LA LEGGE, TROVATO L’INGANNO – GRAZIE AL WEB LE INTERCETTAZIONI VIETATE IN ITALIA POTRANNO ESSERE PUBBLICATE ALL’ESTERO E RIPRESE DALLA STAMPA NOSTRANA – IL COSTITUZIONALISTA ONIDA: “UNA VOLTA APPARSA SU SITI ESTERI, I GIORNALI ITALIANI POSSONO DARE LA NOTIZIA, UNA NORMA CHE VIETASSE DI DARLA SAREBBE INCOSTITUZIONALEFederico Mello per il "Fatto Quotidiano"

Approvata la legge sulle intercettazioni, parlamentari e uomini di governo adesso possono iscriversi a un bel corso di informatica. Sarà in Rete che troveranno spazio notizie e documenti vietati dal bavaglio italiano.

Silvio Berlusconi, che voleva una norma ancora più dura, "non sa navigare sul Web" - come ha confessato il fido Mario Valducci - e non ha messo in conto che nell'epoca della comunicazione digitale, è impossibile imprigionare informazioni dentro confini geografici. Come potrà la Rete venire in aiuto a organi di stampa e blog che vogliono informare? Tutto è affidato a siti internazionali che potranno pubblicare intercettazioni e atti d'indagine.

 

Gli organi d'informazione e i blog italiani potranno linkare documenti e, avvalendosi del diritto di cronaca, dare le notizie.

APRIRE UN SITO. Aprire un sito Internet è un'operazione ormai alla portata di tutti. È sufficiente acquistare o affittare spazio su un server e installare un apposito software per la pubblicazione di pagine Web. In Italia si può naturalmente scegliere anche un server straniero: dall'India alla California sono migliaia le aziende che con un centinaio di euro all'anno offrono assistenza h24 e spazio illimitato.

 

SITI WEB ALL'ESTERO. Non è sufficiente che il server di un sito sia all'estero per non dover sottostare alla legislazione italiana. Come indicato dalla direttiva europea sul Commercio elettronico, fa fede invece la residenza dell'editore (o del singolo) a cui è intestato lo spazio sul server e il nome di dominio (ovvero l'indirizzo Web).

INTERCETTAZIONI ALL'ESTERO. L'editore di un sito (cittadino o società) di uno Stato estero che ha i server ubicati fuori dall'Italia, non deve sottostare alla legge sulle intercettazioni. Singoli blogger, testate online, portali Web di quotidiani non italiani, potranno tranquillamente pubblicare intercettazioni e atti di inchieste italiane.

 

COSA RIPORTARE. Cosa possono riportare le testate italiane di un'intercettazione vietata in Italia e pubblicata da un sito Web all'estero? Se per esempio, il blocco delle intercettazioni fosse già in vigore, i giornali cosa avrebbero potuto raccontare degli imprenditori della Cricca che ridevano la notte del terremoto?

"Se fosse apparsa su siti esteri, i giornali italiani avrebbero potuto dare la notizia - ci dice Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale - La stampa ha il diritto di informare, una norma che vietasse di dare la notizia, sarebbe incostituzionale".

Per fare un altro esempio, ipotizzando un nuovo caso Scajola, con intercettazioni pubblicate all'estero si potrebbe scrivere: "Il tale portale di news, riporta che secondo un'intercettazione telefonica la casa del tale uomo politico sarebbe stata pagata da terzi".

 

COME COLLEGARSI DALL'ITALIA. Nel mare magno della Rete potrebbero proliferare in maniera esponenziale atti e intercettazioni italiane pubblicati all'estero. Per districarsi in questa selva oscura bisogna affidarsi all'attendibilità di testate giornalistiche o blog, che potranno linkare pagine Web dove sono pubblicati documenti che interessano ai propri lettori. Un link, infatti, non è una "pubblicazione" ma una "segnalazione telematica" non vietata dalla legge appena approvata.

 

BLOCCARE UN SITO DALL'ITALIA. Attualmente la magistratura può imporre ai fornitori di servizi in Italia (quelli che ci portano la connessione a casa) di inibire l'accesso a siti specifici. Ma, come spiega l'avvocato Guido Scorza, esperto di legislazione digitale "si possono rendere non reperibili singoli siti Web solo per reati di pedopornografia e di giochi d'azzardo".

 

La pratica di oscuramento, inoltre, agisce su interi domini: se la magistratura decidesse di bloccare, per esempio, una singola pagina del Paìs, dovrebbe inibire dall'Italia l'accesso all'intero portale del quotidiano spagnolo.

ANCHE WIKILEAKS. C'è infine il caso di siti Web che si sono dati come missione la pubblicazione di documenti considerati top-secret e la strenua difesa delle loro fonti. È il caso di Wikileaks (definita "la Cia del Popolo") che lo scorso aprile pubblicò il video di un attacco americano contro civili a Baghdad: morirono in 12 e le immagini del massacro fecero il giro del mondo.

 

Raggiunto dal Fatto Quotidiano il fondatore Julian Assange promette: "Nel caso la legge sulle intercettazioni venisse approvata definitivamente, possiamo aiutare l'informazione italiana pubblicandole anche noi". Come lui, anche Francois Julliard, segretario di Reporter sans Frontières, ha dato la disponibilità a ospitare documenti italiani. 11-06-2010]

 

 

 

ACCOGLIENZA DA EROE ...
Poi succede che la cronaca vada oltre la retorica del martirio ed ecco come è tornato a casa monsignor Padovese. "I turchi trattano il prete martire come un pacco. La salma di monsignor Padovese, assassinato in Turchia, è arrivata alla Malpensa su un cargo senza che nessuno si degnasse di segnalarla alle autorità" (Giornale, p. 19). Autorità in vero piuttosto distratte, se perfino il Giornale non può fare a meno di notare che ad accogliere la salma c'era solo un frate cappuccino.

Chissà il dispiacere aeroportuale, oggi, per il buon Palenzona. Che nella lettera al Corriere si firma, con apprezzabile under statement, solo come presidente di Adr.

 

10.06.10

 

IN ITALIA, ANCHE I TERREMOTI TENGONO FAMIGLIA! – SCOSSA ED ERUZIONI NON SI POTRANNO PREVEDERE, MA CHI SARÀ IL PROSSIMO ASSUNTO ALL’ISTITUTO DI GEOFISICA SÌ – NEL REGNO DI ENZO BOSCHI, AL VERTICE DA BEN 27 ANNI, UNA SEQUENZA LUNGA QUANTO UNO SCIAME SISMICO DI FIGLI, MOGLI, MARITI, NIPOTI… Stefania Maurizi per "L'espresso" in edicola domani

È il mantra che ripetono dal giorno del sisma che ha distrutto L'Aquila e fatto 300 vittime. I terremoti non si possono prevedere. Ma c'è un campo in cui si possono azzardare vaticini: è quello delle assunzioni all'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il centro di ricerca di riferimento per lo studio dei terremoti in Italia.

 

Parenti eccellenti, figli, mogli, mariti e nipoti. Basta prendere l'elenco del personale Ingv e la "meccanica" dei posti di lavoro non sarà un'impresa impossibile come la previsione delle scosse.

Franco Barberi, Enzo Boschi, Gian Michele Calvi, Giulio Selvaggi, Claudio Eva, Bernardo De Bernardinis e Mauro Dolce. Sono questi i nomi finiti sul registro degli indagati per il mancato allarme a L'Aquila: i primi cinque sono le eminenze grigie dell'Ingv di cui è presidente Boschi, mentre De Bernardinis e Dolce sono ai vertici della Protezione civile di Bertolaso.

 

Un migliaio di dipendenti tra precari e stabilizzati, fondi per una novantina di milioni di euro, di cui una grande fetta elargita dalla Protezione civile (21,5 milioni all'anno), l'Istituto è guidato da Enzo Boschi da ben 27 anni. Perfino il presidente della Repubblica dopo sette anni decade, ma il presidente dell'Ingv no: lui regna.

Dato per finito in ognuno dei mille e passa riordini ministeriali dell'Istituto e poi puntualmente riconfermato, intelligente quanto basta da circondarsi anche di ricercatori brillanti, inserito in partnership importanti (come quella con Selex Communications del gruppo Finmeccanica) Boschi sa navigare nelle acque tempestose della politica e del sottopotere accademico.

 

E la mappa delle parentele all'Ingv lo dimostra. Maria Luisa Carapezza, primo ricercatore in sismologia, è la moglie di Franco Barberi, presidente vicario della Commissione grandi rischi e membro del Consiglio di valutazione scientifica dell'Ingv. Elena Eva, ricercatrice al Centro nazionale terremoti di Genova, è la figlia di Claudio Eva, della Commissione grandi rischi nonché rappresentante della presidenza del Consiglio nel direttivo dell'Istituto ed ex candidato a sindaco di Genova per Forza Italia. Stefano Solarino, primo ricercatore al centro nazionale terremoti di Genova, è il genero di Claudio Eva: il marito di Elena.

 

Fedora Quattrocchi, dirigente della sezione di sismologia che ha gestito importanti consulenze per Eni ed Enel, è parente del presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, nonché nipote di un importante cattedratico: il professor Enrico Bonatti. Maurizio Pignone, tecnologo del centro sismologico a Grottaminarda, in Irpinia, è il nipote di Raffaele Pignone, responsabile del servizio geologico e sismico della Regione Emilia Romagna. Stefano Chiappini, tecnologo della sezione geomagnetismo, è il fratello di Massimo Chiappini, dirigente dell'Istituto.

 

Del potente direttore generale, Tullio Pepe (che, due mesi prima della bufera degli avvisi di garanzia, è andato fino alla Camera per far conoscere il lavoro dell'Ingv ai deputati e alla governatrice del Lazio, Renata Polverini) si conta, nell'organico, almeno un cugino (Gianclaudio Franceschelli). La parentopoli tocca tutti i ceti sociali: dai rampolli dei diplomatici (Floriana Paparo, figlia dell'addetto scientifico dell'Ambasciata d'Italia in Argentina) a quelli dei sindacalisti (Monia Maresci e Iolanda Cesarino, figlie dei segretari della Uil e Cisl Ricerca) fino ai parenti delle guardie giurate. Tutti alla ricerca di un posto fisso a prova di scosse.

 

 

 [10-06-2010]

 

 BRUTI LIBERATI E’ IL NUOVO PROCURATORE DI MILANO – DI PAOLO COMANDANTE GDF (IL PRIMO APPARTENENTE AL CORPO) – FIDUCIA OK SUL DECRETO INTERCETTAZIONI E LA FNSI LANCIA IL BLACK OUT INFORMAZIONE PER IL 9 LUGLIO (ANCHE I CDR MEDIASET A SOSTEGNO) – DI PIETRO: COMMISSIONE D’INCHIESTA SUL NASTRO FASSINO-CONSORTE - ZAPATERO DA RATZINGA…E INTANTO IL TAGLIO ALLE MINI-PROVINCE. 1 - BRUTI LIBERATI E' IL NUOVO PROCURATORE DI MILANO...
(Adnkronos)
- Edmondo Bruti Liberati e' il nuovo procuratore di Milano. Lo ha deciso a larga maggioranza il plenum del Csm: 21 voti sono andati all'ex presidente dell'Anm in uno dei periodi piu' duri dello scontro tra toghe e politica. Mentre soltanto quattro preferenze sono andate a Ferdinando Pomarici.

 

Per Pomarici hanno votato i togati del Movimento per la Giustizia Ciro Riviezzo, Dino Petralia, Mario Fresa e il togato di Magistratura Indipendente Giulio Romano. Bruti Liberati, esponente di spicco di Magistratura democratica, la corrente di sinistra delle toghe, ha 65 anni e ha sempre lavorato negli uffici giudiziari milanesi. Qui e' stato giudice penale, magistrato di sorveglianza, sostituto procuratore, sostituto pg e infine dal 2006 procuratore aggiunto.

 

E' stato anche alla guida del dipartimento specializzato nei reati societari e tributari, seguendo da questo ruolo inchieste, come quella sulla scalata di Antonveneta e Bnl. E ancora, e' stato consigliere del Csm dall' '81 all' '86, negli anni segnati dallo scontro con l'allora presidente della Repubblica, e' stato anche componente dell'Olaf (l'ufficio europeo antifrodi) ed e' considerato tra i massimi esperti in ordinamento giudiziario. Succedera' a Manlio Minale, che il 21 giugno prossimo prendera' possesso del suo nuovo incarico di procuratore generale di Milano.

 

2 - IL GENERALE NINO DI PAOLO E' IL NUOVO COMANDANTE GENERALE...
(Adnkronos) -
Sara' il generale di Corpo d'Armata Nino Di Paolo il nuovo comandante generale della Guardia di Finanza. E' quanto deciso oggi dal Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro dell'Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, di concerto con il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Alla delibera odierna seguira' la nomina con Decreto del Presidente della Repubblica.

Abruzzese, 63 anni, nel corso della sua carriera ha svolto incarichi operativi di primissimo piano in diverse sedi del territorio nazionale e di Stato Maggiore presso il Comando Generale del Corpo, dove ha rivestito il ruolo di capo di Stato Maggiore e attualmente ricopre quello di comandante in seconda. La nomina del generale Di Paolo segue di pochi giorni l'approvazione della legge n. 79/2010, votata all'unanimita' dal Parlamento, che ha dato al governo la facolta' di nominare un generale di Corpo d'Armata della Guardia di Finanza al vertice del Corpo.

 

"Sono lieto di passare il testimone al generale Di Paolo, del quale ho potuto in questi anni apprezzare il profondo senso istituzionale e le grandi qualita' umane e professionali. La Guardia di Finanza meritava questa attenzione e sono onorato di averla accompagnata a questo storico traguardo", sono state le prime dichiarazioni dell'attuale comandane generale, il generale Cosimo D'Arrigo. "Ringrazio il governo -ha commentato il generale Di Paolo- per la fiducia accordata alla Guardia di Finanza, con la nomina di un comandante proveniente dalle sue fila".

 

3 - GOVERNO INCASSA FIDUCIA, DDL INTERCETTAZIONI ALLA CAMERA...
(ANSA) -
Il governo incassa la fiducia sul ddl intercettazioni con 164 sì,5 no. Il Pd non ha partecipato alla votazione. Il provvedimento torna alla Camera in terza lettura.

4 - FNSI, BLACK OUT INFORMAZIONE 9 LUGLIO...
(ANSA)
- Sara' il 9 luglio la 'giornata del silenzio per la stampa italiana con lo sciopero generale contro il ddl intercettazioni'. Lo annuncia all'Ansa il segretario Fnsi Franco Siddi.
'Dovra' coincidere con la giornata finale di discussione del ddl - spiega Siddi - quindi se sara' altrimenti cambieremo la data'.

5 - 'FAREFUTURO', DELUSIONE SI POTEVA FARE DI PIU' E MEGLIO...
(Adnkronos)
- Una 'lettera aperta' per esprimere la delusione sulla legge sulle intercettazioni. Il periodico della Fondazione 'Farefuturo' prende cosi' posizione sul ddl: "Si poteva fare di piu' e di meglio.Tanto e' cambiato: e' vero. Ma tanto forse poteva ancora cambiare. Ed e' inutile nasconderla, questa delusione. Inutile nasconderla questa insofferenza -scrive il direttore Filippo Rossi- verso se stessi. Verso un ruolo difficile, di persone che vogliono mettere in campo tutta la propria capacita' di moderazione, di dialogo, di compromesso per fare qualcosa di buono per il proprio paese dalla posizione in cui si trovano".

 

6 - CDR MEDIASET, SOSTEGNO A TUTTE LE INIZIATIVE FNSI CONTRO DDL...
(Adnkronos)
- I comitati di redazione del Tg5, del Tg4, di Studio Aperto, di News Mediaset, di Sport Mediaset e di Videonews esprimono "pieno sostegno a tutte le forme di lotta che la Federazione Nazionale della Stampa vorra' promuovere contro il disegno di legge sulle intercettazioni'.

 

'Tali norme -si legge in una nota- impedirebbero ai giornalisti di dare alcune informazioni, a volte anche per anni, perche' vietano la pubblicazione della cronaca giudiziaria fino alla conclusione delle indagini preliminari. E questa sarebbe -secondo i comitati di redazione di Mediaset - una limitazione al diritto di cronaca, alla liberta' d'informazione e dunque al diritto di tutti i cittadini di essere informati".

7- DI PIETRO IN AULA SU NASTRO FASSINO, IDV PER COMMISSIONE INCHIESTA...
(Adnkronos) -
"Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, oggi illustrera' in Aula alla Camera un'interpellanza urgente alla presidenza del Consiglio dei ministri per chiedere spiegazioni sull'intercettazione sul dialogo fra Fassino e Consorte che sarebbe giunta in modo illecito, tramite Fabrizio Favata, al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi". Si annuncia in una nota dell'ufficio stampa Idv che, inoltre, ha presentato ieri una proposta di legge per l'istituzione di una commissione d'inchiesta sul caso Unipol.

 

8 - 'GENERAZIONE ITALIA', MAGGIORANZA SOTTO PER COLPA DOPPI INCARICHI...
(Adnkronos)
- "E anche oggi alla Camera la maggioranza e' andata sotto. Una situazione inaccettabile, che mette a repentaglio l'attivita' del Governo e rallenta inevitabilmente l'iter di approvazione dei provvedimenti. All'inizio hanno provato a far credere a Berlusconi che il problema fosse Fini e i suoi deputati presunti sabotatori, ma la realta' dei fatti smentisce questa illazione priva di fondamento. In questi ultimi giorni, la maggioranza e' andata sotto pur con tutti i 'finiani' allineati e coperti in Aula". Lo scrive il direttore di 'Generazione Italia', Gianmario Mariniello, sul sito dell'associazione.

"Il problema e' sostanzialmente uno solo. Ed e' un problema di certo non imputabile a chi ha il gravoso compito di condurre in solitudine il gruppo. Il problema si chiama incompatibilita'. Sono troppi i deputati del Pdl che fanno gli assessori regionali, i consiglieri regionali, i Sindaci, i Presidenti di Provincia. C'e' addirittura chi fa l'amministratore delegato di Expo 2015", aggiunge.

 

"E' una situazione inaccettabile sia politicamente che moralmente. I problemi vanno affrontanti nelle sedi opportune, come nel caso del ddl intercettazioni. L'Ufficio di Presidenza del Pdl deve decidere nel merito di una questione delicata, spinosa ma cruciale per l'attivita' di Governo da qui alla fine della Legislatura. E sia chiaro: i 'finiani' -conclude- in aula ci sono e ci saranno".

9 - PM DI MATTEO, CUFFARO PER ACCRESCERE POTERE POLITICO CERCO' COSA NOSTRA...
(Adnkronos) -
"Nel 1991, in occasione delle elezioni regionali, "Salvatore Cuffaro si era rivolto ad Angelo Siino per chiedere voti. Altroche' slogan come 'La mafia fa schifo' a cui Cuffaro e' ricorso quando e' pesata sulle sue spalle l'accusa di mafia. Cuffaro ha cercato il contatto con l'organizzazione criminale di Cosa nostra per vincere le elezioni". E' un altro passaggio della lunga requisitoria dei pm di Palermo al processo, che si celebra con il rito abbreviato, all'ex presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

CARDINALE ZOELLITSCH

"Cuffaro -ha detto il pm Antonino Di Matteo- in piu' occasioni per acquisire consenso e accrescere il suo potere politico ha cercato esponenti di Cosa nostra". E ha fatto riferimento ad una intercettazione da cui si evince che il senatore Cuffaro avrebbe avuto rapporti con il boss mafioso Francesco Bonura. Secondo il pm Di Matteo, il processo a Salvatore Cuffaro "andava celebrato prima" perche' "la contestazione di concorso esterno in associazione mafiosa doveva essere mossa gia' nel primo procedimento, quello in cui invece venne eccepito il favoreggiamento aggravato. Questo non e' avvenuto e oggi ci troviamo qui".

 

10 - MEZZ'ORA DI COLLOQUIO FRA PAPA E ZAPATERO...
(Adnkronos) -
Si e' svolto questa mattina in Vaticano l'incontro fra Benedetto XVI e il premier spagnolo Jose' Luis Rodriguez Zapatero. L'incontro e' durato mezz'ora, Zapatero e' stato ricevuto anche in qualita' di presidente di turno dell'Unione europea. I colloqui sono stati molto cordiali e si sono svolti nella biblioteca privata del Pontefice, il seguito del capo del governo spagnolo era composto da 9 persone fra le quali il ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos e l'ambasciatore di Madrid presso la Santa Sede, Francisco Vazquez.

11 - SALTA TAGLIO MINI-PROVINCE (ANSA) - Salta il taglio delle mini-province inserito nella carta delle autonomie. Il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera e relatore del provvedimento, Donato Bruno, secondo quanto spiegano diversi esponenti dell'opposizione, ha presentato un emendamento soppressivo dell'articolo 14 del provvedimento che prevedeva, appunto, la cancellazione delle province sotto i 200 mila abitanti.

 10-06-2010]

 

 

RIFONDAZIONE” CAPALBIO – PRONTO SOCCORSO ROSSO PER "L’ULTIMA SPIAGGIA" DELLA SINISTRA RADICAL CHIC, ARENILE SPARITO E TERRAZZA CROLLATA PER COLPA DEI MAROSI - IL COMUNE (DE SINISTRA) HA DECRETATO LA “SOMMA URGENZA” E LA ROSSA TOSCANA HA RISPOSTO ALL’APPELLO SGANCIANDO 200MILA € PER RECUPERARE LA COSTA PERDUTA... Giacomo Susca per "il Giornale"

 

Che volete, sono calamità naturali. Sposti l'accento e scopri che la calamita naturale della sinistra chic da quella notte di maggio non è più la stessa. Anzi, Capalbio non c'è più. Erosa, sprofondata, sparita. La catastrofe per i leader di tutte le stagioni rosse non è il naufragio dei consensi, una volta tanto, semmai un fenomeno che avanza altrettanto inesorabile da lustri.

Colpa del mare che si divora il tratto di costa preferito dai lettori vip dell'Unità. E come se non bastasse, due settimane orsono, ha fatto crollare pure la terrazza delle chiacchiere imbevute di champagne, sopra il mitico stabilimento «Ultima spiaggia», ironia della sorte.

 

La questione andava affrontata con la massima tempestività: in ballo c'erano le ferie di Rutelli e consorte Palombelli, le letture al sole del professor Asor Rosa; la prova costume di Veltroni e Fassino e un'occhiata fugace al topless della Gruber, le pedalate sudate del Romano nazionale (Prodi); le sieste sul bagnasciuga di Claudio Petruccioli; addirittura un faccia a faccia in sdraio con Victoria Cabello che t'intervista a modo suo Jovanotti e magari riesce pure a spalmargli la crema solare...

 

Scenari da leggenda metropolitan-balneare inabissatisi per colpa del tempaccio di questa primavera: «c'è mare grosso, governo ladro!», avrebbero considerato i vacanzieri di cui sopra. L'incubo di venire liquidati perfino dai paparazzi. Perciò la giunta comunale del sindaco Luigi Bellumori ha ravvisato gli estremi della «somma urgenza».

All'allarme ha risposto la Regione Toscana del democratico Enrico Rossi, che ha aperto la borsa e sganciato 200mila euro necessari ai lavori di recupero del litorale del Chiarone, si badi bene «con un'intesa Regione-Provincia di Grosseto, permettendo di superare il vincolo imposto dal patto di stabilità con un allungamento enorme delle tempistiche di liquidazione dell'intervento».

Per gli amministratori nelle terre del cinghiale tale procedura d'emergenza è giustificata dallo «stato di pericolo esistente alla balneazione e alle strutture turistico ricettive». Peccato che gli avventori vip di Capalbio, meno avvezzi a sgusciare ostriche con i piedini smaltati affondati nella sabbia rispetto alle first lady del gotha progressista, non riconoscano affatto il clima da codice rosso.

 

Infatti - spiegano - si potrebbe fare il bagno tranquillamente anche dagli scogli, oppure basta una passeggiata e si trova un pezzo di spiaggia ancora integro, senza stare a fare troppo i raffinati. Appunto. Nulla da fare, la conferenza di servizio di lunedì tra enti locali e soprintendenze per il paesaggio ha messo in moto il cantiere.

Tra le soluzioni prospettate da Comune, Regione e Provincia per salvare la tintarella del potere post-sessantottino c'è la messa in posa di un geotubo sommerso a riva per «preservare il sistema dunale» come scrivono i tecnici, oltre al riversamento di 10mila metri cubi di materiale sabbioso così da ripristinare ombrelloni e lettini.

 

Quanto alla famosa terrazza sprofondata ai livelli del Pd di Bersani, l'idea guarda un po' è di «rifondare» l'Ultima spiaggia ricostruendo la terrazza da rotocalco in posizione più protetta e riparata dai marosi, meno protesa di prima verso il temibile Tirreno.

La vista non sarà più quella dei tempi d'oro, ma conviene accontentarsi. Via libera allora alle dissertazioni sugli equilibri democratici tra una mano di burraco e una sfida a bocce. Il reality di Capalbio anche quest'anno potrà cominciare, direbbe Santoro, peccato che lui se la spassi in costiera amalfitana.

 

E proprio i big della sinistra, che nel clou dello scandalo sulla protezione civile urlavano nei salotti televisivi contro certa abitudine italica a scivolare nello «stato d'emergenza», adesso devono ringraziare chi ha decretato la «somma urgenza» per restituirle la sede estiva. Perché avviati i lavori sul set della Maremma, mito ormai sgualcito come quei teli dimenticati in balia della salsedine, in «dieci giorni» tutto sarà pronto - assicurano gli architetti. Niente ostruzionismi qui, ci mancherebbe, non siamo mica in Parlamento. Gli onorevoli in valigia hanno già le infradito. 10-06-2010]

 

 

1- QUEL CANILE DIVENTATO UNA VILLA ABUSIVA NEL CUORE DI CASTEL PORZIANO (OASI PROTETTA) - 2- "IL FATTO" SCODELLA UNA TOSTA INCHIESTA SUL "COLLE DEL DISONORE" (COSÌ LOR SIGNORI IMPARANO A NON INVITARE IL DIRETTORE PADELLARO ALLA FESTA DEL 2 GIUGNO) - 3- A METTERE NEI GUAI GAETANO GIFUNI, IL POTENTISSIMO SEGRETARIO GENERALE CHE HA GODUTO PER 20 ANNI DELLA PIENA FIDUCIA DI TRE CAPI DI STATO, È STATO IL CARO NIPOTINO LUIGI TRIPODI, PER TRE LUSTRI SEGRETARIO DEL SERVIZIO TENUTE E GIARDINI DI CASTEL PORZIANO, ACCUSATO DI AVER “CRESTATO” IN SEI ANNI PIÙ DI QUATTRO MILIONI - 4- FULMINATO ANCHE IL ’PADRE DELLA PATRIA’ CARLETTO CIAMPI: "NEL 2006, IN VISTA DELL’ARRIVO DEL PRESIDENTE NAPOLITANO, GIFUNI HA CHIESTO DI ABBANDONARE LA GUIDA DELLA GRANDE MACCHINA DEL QUIRINALE, MA IL PRESIDENTE CIAMPI LO HA NOMINATO SEGRETARIO GENERALE EMERITO. UN INCARICO A VITA CHE GLI CONSENTE DI CONTINUARE A GODERE DI POTERI E PRIVILEGI, COME FOSSE ANCHE LUI UN EX CAPO DI STATO" - 



Rita Di Giovacchino per Il Fatto

Una villa abusiva nel cuore di Castel Porziano, che per chi non lo sapesse è oasi protetta, e più di quattro milioni "crestati" dalle casse della tenuta presidenziale in sei anni. L'inchiesta della procura di Roma, si è conclusa pochi giorni fa con la richiesta di rinvio a giudizio di Gaetano Gifuni, il potente Segretario generale che negli ultimi venti anni ha goduto della piena fiducia di tre capi di Stato.

 

A metterlo nei guai è stato il nipote Luigi Tripodi, per tre lustri segretario del Servizio tenute e giardini. Prima del suo arrivo di Castel Porziano, San Rossore e villa Rosebery si occupava il Servizio patrimoni. Tripodi è stato arrestato nel dicembre scorso dal pm Sergio Colajocco, con l'accusa di abusivismo edilizio, peculato, falso, truffa e altro ancora, poi gli sono stati concessi gli arresti domiciliari. - Copyright Pizzi

Il più illustre zio risponde soltanto del reato di falso, ma tanto basta ad offuscare la sua fama di eterno vicerè. Nel 2006, in vista dell'arrivo del presidente Napolitano, Gifuni ha chiesto di abbandonare la guida della grande macchina del Quirinale, ma il presidente Ciampi lo ha nominato Segretario generale emerito. Un incarico a vita che gli consente di continuare a godere di poteri e privilegi, come fosse anche lui un ex capo di Stato.

 

Una volta tanto al Porto delle nebbie va il merito di aver aperto uno squarcio sul sistema di gestione del Quirinale e sui suoi conti, su cui c'è sempre stata molta riservatezza. Qualcuno pensava che la notizia sarebbe esplosa come una bomba, invece non ha fatto neppure il rumore di un petardo. Eppure la storia del canile trasformato in villa, gli ammanchi e le ruberie compiute nell'ufficio che si occupa delle residenze del Presidente meritano un po' più di attenzione.

Proviamo a raccontarla. A partire da qualche dato acquisito dalla procura di Roma, non senza difficoltà perché alla richiesta di informazioni il Quirinale ha risposto con documenti fitti di omissis su tutto ciò che riguarda spese e regolamenti di controllo. Anche se va detto che è stata proprio la Presidenza della Repubblica alla fine del 2009 a presentare "con grande rammarico" un esposto alla Procura sugli esiti dell'inchiesta interna.

 

Nelle casse del Servizio tenute e giardini confluiscono ogni anno 2 milioni e 700 mila euro, poca cosa rispetto ai 228 milioni del bilancio annuo del Quirinale che, con i suoi 976 amministrativi e i 903 militari distaccati ai servizi di sicurezza, si trova a sostenere spese di rappresentanza tra le più alte d'Europa. Somme, comunque rilevanti che, a Castel Porziano passavano nelle mani di un gruppo ristretto di persone, che facevano capo a Tripodi, che aveva mano libera grazie al prestigio dello zio.

 

Racconta il cassiere Gianni Gaetano, il "pentito" dell'inchiesta, che la presenza di Gifuni li faceva sentire protetti: "Tripodi diceva: ‘Come se ne va mio zio io me la squaglio' ...invece lo zio è rimasto e lui ha viaggiato tranquillo". Nell'estate 2009 c'erano state le prime proteste per mancati pagamenti da parte di ditte appaltatrici. Gaetano aveva dato l'allarme. "Non ci sono più entrate, bisogna stare attenti a spendere".

Gli accertamenti partono da una somma modesta, 500mila euro che la vendita di fascine e selvaggina pregiata non era riuscita ad ammortizzare. Poi si è scoperto che gli ammanchi di cassa erano ben più corposi e l'indagine si è estesa al direttore della tenuta di Castelporziano Alessandro De Michelis e ai cassieri Gaetano e Paolo Di Pietro. I primi due sono ormai in pensione, l'ultimo è stato trasferito ad altro ufficio.

A conti fatti tra il 2002 e il 2008 sono scomparsi dalle casse 4 milioni e 300mila euro, in media 50-60 mila euro al mese, ma la procura sospetta che il denaro sparito sia molto di più. Al cassiere Gaetano Di Pietro il pm ha sequestrato tre milioni e 200 mila euro, somma che gli introiti non giustificano. Anche se i funzionari del Quirinale sono tra i pubblici dipendenti quelli che guadagnano di più.

Il direttore della tenuta di Castel Porziano gode di uno stipendio di 15mila euro al mese, mentre Tripodi - che ha beneficiato di una liquidazione di 800mila euro - ora percepisce 13mila euro al mese di pensione. Che tuttavia non bastano a spiegare come l'ex segretario, appena andato in pensione, abbia comprato a Roma un'altra casa per più di un milione di euro.

Poi è venuto fuori l' "alloggio di servizio". Il vecchio canile, usato dal nucleo cinofilo dei carabinieri, tra il 2006 e il 2007 si era d'incanto trasformato in una villa a due piani di 180 metri quadri, con tettoia coperta per le auto e duemila metri quadri di giardino. Tripodi ci si era installato con la famiglia e non intendeva lasciarla neppure dopo essere andato in pensione.

Sosteneva di averla costruita a sue spese, tutto in regola pur trattandosi di zona vincolata. In effetti il via libera c'era stato, ma a firmare era stato soltanto Gifuni. Per favorire il nipote, sostiene la Procura, il Segretario generale aveva falsamente sottoscritto che la commissione alloggi nella seduta del 20 luglio 2005 aveva approvato la trasformazione del canile in villa.

Dai verbali risulta invece soltanto una dichiarazione del vicesegretario generale De Curtis sull'opportunità di assegnare un alloggio al direttore del Servizio. Ipotesi su cui la commissione non si era mai pronunciata.

Ma i soldi, si sa, non bastano mai. Gaetano ha confessato di aver prelevato ogni anno dai 30 ai 45 mila euro "per aiutare il figlio disoccupato e per pagare i lavori realizzati nel suo centro ippico". Tripodi, a suo dire, avrebbe invece investito parte del denaro nella villa. E qui si aprono altri scenari, perché dall'indagine emerge che gli stessi operai di Castelporziano, nel tempo libero, avrebbero ristrutturato anche due case a Roma.

Quella sua e quella dello zio. Tutto per 240mila euro, villa compresa, un prezzo davvero stracciato. Forse l'impresa si è rifatta con gli appalti che Tripodi le faceva ottenere. Tutto è cominciato nel 2002. Racconta Gaetano: "All'inizio ci muovevamo in modo più leggero...poi man mano...alla fine del mese c'era la contabilità da mandare a Roma e non è che ci volesse chissà che per capire che qualcosa non andava. Non se ne parlava... era una cosa come posso dire... tacita".

La costruzione della villa era cominciata quando Gifuni era ancora in carica, ma è finita che c'era già il nuovo Segretario generale Donato Marra nominato da Napolitano. "Marra non sapeva quando è arrivato...la villa non era finita. ...e quindi è arrivato su qualcuno, si è fatto delle domande...insomma non so cosa gli è stato detto. Qualche volta Tripodi mandava la figlia a prelevare denaro dalla cassa...mi puoi anticipare i soldi? Lasciava un biancosegno (un foglietto su cui veniva segnata la cifra ndr). Diciamo che il discorso era sotto gli occhi di tutti...non era tutto sto' segreto".

Eppure neppure i revisori dei conti se n'erano accorti. Il funzionario addetto al controllo fu poi promosso ad alto incarico. Quanto alla villa nessuno ha il coraggio di buttarla giù. Il Quirinale chiede che sia destinata ad attività istituzionali.

 

 

10-06-2010]

 

 

BUFERA ISRAELIANA SULL’AGENZIA REUTERS CHE HA TAGLIATO E CANCELLATO IL SANGUE E IL COLTELLO DA almeno tre immagini degli scontri A BORDO DELLA MAVI MARMARA - E non su dettagli di poco conto: proprio omettendo le armi E il sangue che secondo il governo Netanyahu spiegano la violenta reazione dei soldati - LA REPLICA, PEGGIO DEL BUCO: nessuna censura, solo un malaugurato errore - E per contrastare LE POLPETTE AVVELENATE DI Al Jazeera, potrebbe NASCERE Al Judaea...

Francesco Battistini per "il Corriere della Sera"

Blow-Up. Una rapida manina e zac, il coltello non c'è più. Un po' di photoshop e via, sparisce pure la pozza di sangue. Come in un film di Antonioni: la verità è in uno scatto, la bugia in un ingrandimento. Da dieci giorni, dalla strage dei pacifisti turchi sulla nave Marmara, nel mare dell'informazione s'è scatenata la guerra mediatica che regolarmente precede, accompagna e segue qualsiasi cosa riguardi Israele.

L'ultimo siluro arriva a una delle più grandi, antiche e credibili agenzie d'informazione mondiale: la Reuters. Che prima un blogger indipendente (Little Green Footballs), poi due giornali israeliani ( Haaretz e Yedioth Ahronot), infine il governo Netanyahu accusano d'aver violato un sacro comandamento del giornalismo. Tagliando e ritoccando almeno tre immagini degli scontri di quella notte.

E non su dettagli di poco conto: proprio omettendo i particolari (le armi, il sangue) che secondo Israele spiegano la violenta reazione dei soldati. Gli stessi scatti sono stati pubblicati dal quotidiano turco Hurryet: peccato che su questo si veda (e sulle foto Reuters no) un soldato israeliano circondato dai pacifisti turchi, uno dei quali brandisce un coltello; peccato che sul giornale compaia (e su Reuters no) una pozza di sangue, sangue perduto dal soldato.

Immagini & indagini: ci vuol molto meno, di solito, a insospettire il governo israeliano. Che già considera ostile gran parte della stampa straniera. E già ha un conto aperto con l'agenzia inglese: nel 2006, in piena guerra del Libano, Reuters fu incolpata d'avere reso un po' troppo «sexy» la foto d'una casa libanese bombardata da Tsahal, aggiungendovi del fumo che non c'era.

«Vorremmo che la direzione ci spiegasse meglio la situazione», è la protesta ufficiale del ministro dell'Informazione, Yuli Edelstein: «Quali sono le ragioni che hanno spinto la redazione a diffondere queste immagini tagliate?».

Da Londra, la risposta arriva quasi subito: nessuna censura, solo un malaugurato errore, peraltro subito riparato. Ma è stata una polpetta avvelenata fornita dai pacifisti del' Ihh, che in questi giorni si sono distinti anche nel diffondere un certo numero di bufale? « Reuters s'impegna a diffondere le sue notizie in maniera accurata e aderente ai fatti- dice una nota -. Tutte le immagini trasmesse dal nostro servizio vengono sottoposte a un severo processo di valutazione e selezione editoriale.

Le immagini provenivano da Istanbul e, secondo la normale pratica redazionale, sono state preparate per la trasmissione, in un procedimento che include anche il taglio dei bordi. Quando si è accorta che un pugnale era stato inavvertitamente tagliato dalle immagini, Reuters ha sostituito le immagini con quelle originali sul suo intero servizio». E la chiazza di sangue? Chi l'ha cancellata? No comment.

Che tre foto scatenino tanta bufera, spiega l'atmosfera: a Gerusalemme c'è nervosismo. L'aria di chi si sente, a torto o a ragione, assediato dall'opinione pubblica internazionale. S'aspetta l'okay americano, che non arriva, sulla commissione mista (esperti israeliani, più due giuristi stranieri, ma nessun turco) che il governo Netanyahu vorrebbe nominare un po' in fretta, se non altro per placare le proteste internazionali sulla strage: al momento, un'intesa non sembra all'orizzonte.

L'inchiesta internazionale può attendere. E allora comincia a lavorare la commissione militare, guidata dal generale Giora Eiland, che però dovrà limitarsi a valutare eventuali errori giuridici e tecnici dell'operazione militare, tralasciando questioni più complesse.

Dall'altra parte, non c'è fretta: l'Iran sta preparando le sue tre navi di pasdaràn, dicendo che il blocco verrà rotto passando dalle acque egiziane; la freedom Flotilla promette una nuova spedizione di 20 navi e 5mila volontari a settembre; Amr Moussa, il leader della Lega araba, annuncia che per la prima volta (proprio così) tenterà di mettere piede pure lui a Gaza.

«Dobbiamo prepararci a un'offensiva anche mediatica», dice il ministro Edelstein. Anche per questo, a Gerusalemme stanno pensando a una tv all news, per propalare le verità del governo israeliano e "cominciare a vincere, se non per ko, almeno qualche round, e poi un altro round, e alla fine vincere ai punti». Il canale andrà via satellite o su internet. E per contrastare Al Jazeera, il colosso arabo, potrebbe trovarsi un nome che è tutto un programma: Al Judaea.

 

[09-06-2010]

 

 

PIERCAZZEGGIANDO CASINI (TRAVAGLIO IN MISSIONE DI LESO SCIACALLAGGIO SULL’INTOCCABILE DI PIETRO) - "nel 2007 sfilò al Family Day essendo molto affezionato alla famiglia al punto da averne due. Quanto alle case, acquistò assieme all’ex moglie un intero palazzo “a prezzi di saldo” - NELL’UDC, il SUO braccio destro è Lorenzo Cesa, arrestato Nel ’93 per le mazzette che incassava per conto del ministro Prandini. IL SERBATOIO ELETTORALE SI CHIAMA Totò Cuffaro, condannato in appello per favoreggiamento alla mafia".... Marco Travaglio per "il Fatto Quotidiano"

 

Ancora nulla di fatto per la seconda puntata della serie "Silenzi e ambiguità dell'onorevole..." inaugurata dal Corriere apposta per Di Pietro, chiamato a discolparsi per le case che non ha affittato e non ha abitato, ma soprattutto per essersi laureato in quattro anni invece di andare fuoricorso e per aver segnalato il luogo e i protettori della latitanza del faccendiere Pazienza alle Seychelles anziché farsi i fatti suoi.

 

In compenso, al dossier del Corriere si appiglia un noto statista, già portaborse di Bisaglia e Forlani, poi assurto nientemeno che alla presidenza della Camera e ora finto oppositore del governo: Pier Ferdinando Casini. "Di Pietro - dice Piercasinando - è uno sciacallo che costruisce la sua fortuna politica sulle disgrazie del Paese e su un moralismo che non mi piace. Ci ha spiegato per anni, quando si parlava degli altri, che un conto sono le verità processuali, un conto la necessità che un politico sia al di sopra di ogni sospetto.

Valuti Di Pietro se il suo comportamento da magistrato e da politico è stato al di sopra di ogni sospetto". Casomai Di Pietro volesse un aiutino per valutare il suo comportamento da magistrato, ecco quel che gli scriveva sulla Stampa un certo Casini il 24 marzo 1995: "Caro Di Pietro, i tuoi articoli rivelano passione civile e senso dell'opinione pubblica e mi inducono a darti un caloroso benvenuto.

 

Ho trovato nelle tue parole qualche assonanza con lo sforzo che stiamo facendo per moderare i toni della contesa e superare le derive ideologiche... Il mio benvenuto, perciò, è ancora più caloroso. Da parte mia ti esprimo consenso soprattutto per il tuo rifiuto ‘della politica urlata, insultata, violentata'. L'insieme delle tue considerazioni segnala quanto sia indispensabile un lavoro comune per riportare lo scontro politico su binari meno rissosi.

 

Spero sia l'inizio di un percorso. Noi del Ccd l'abbiamo avviato da tempo. Se è lo stesso, ci incontreremo. Se sarà diverso, vale almeno la constatazione di esserci trovati in sintonia sull'interesse generale". E il 4 aprile ‘95: "Spero che Di Pietro in politica contribuisca a saldare il rapporto incrinato tra opinione pubblica e i suoi rappresentanti". E il 14 aprile '95: "Per Di Pietro ci vuole un ruolo di primo piano nell'alleanza di centrodestra, la sua collocazione più naturale. Dovrebbe essere uno dei leader della coalizione".

Ma Piercazzeggiando è un tipo spiritoso: nel 2007 sfilò al Family Day essendo molto affezionato alla famiglia al punto da averne due. Quanto alle case, il Corriere potrebbe dedicare un bel servizio a quel che scoprì L'espresso tre anni fa: Casini aveva acquistato assieme all'ex moglie un intero palazzo in una delle zone più prestigiose di Roma, intestando gli appartamenti alla sua prima signora, all'ex suocera e alle due figlie di primo letto, il tutto "a prezzi di saldo".

 

Volendo, poi, si potrebbe dare un'occhiata a quel tabernacolo di moralità che è l'Udc. In Sicilia, per dire, il suo uomo è Totò Cuffaro, condannato in appello per favoreggiamento alla mafia: nel 2006 Casini disse che non avrebbe candidato "nessun inquisito tranne Cuffaro" perché "sulla sua innocenza garantisco io". Siccome porta pure bene, Cuffaro fu condannato in primo grado per favoreggiamento semplice e in secondo per favoreggiamento mafioso.

 

Ma il "garante" della sua innocenza è sempre lì a pontificare. Lui che, da presidente della Camera, fece sapere urbi et orbi che aveva telefonato a Dell'Utri "i sensi più profondi di stima e amicizia" mentre il Tribunale di Palermo era in Camera di consiglio per giudicarlo per mafia: fu poi condannato a 9 anni. Poi c'è Lorenzo Cesa, il braccio destro di Pier.

 

Nel '93 fu arrestato per le mazzette che incassava per conto del ministro Prandini, detto "Prendini". Appena giunto a Regina Coeli, firmò un verbale da far impallidire Pietro Gambadilegno: "Intendo svuotare il sacco". Appena l'ha saputo, Casini l'ha promosso deputato e segretario dell'Udc. E poi rieccolo a fare la morale agli incensurati. Come diceva Longanesi, "credono che la morale sia la conclusione delle favole".

 

[09-06-2010]

 

I COLLEZIONISTI DI POLTRONE - ALTRO CHE PARLAMENTARI! MEJO BANCHE, GIORNALI, TEATRI, CINEMA, SANITÀ, UNIVERSITÀ E UN PIZZICO DI MATTONE - 68 SOCIETÀ QUOTATE SU 71 (SENZA QUINDI CONTARE le NON QUOTATE, ASSOCIAZIONI E FONDAZIONI) CONDIVIDONO UN CONSIGLIERE! – DALLO SCARPARO A PALLINI AL BERLUSCONE ERMOLLI, AI SIGNORI DEL CEMENTO PESENTI - MA ANCHE MOLTI ’FIGLI DI’ (JOHN ELKANN, LE SORELLE LIGRESTI, PIERSILVIO E MARINA) – L’ELENCO COMPLETO DELLE CARICHE…

 

Giovanna Lantini per "il Fatto Quotidiano"

 

Banche, giornali, teatri, cinema, sanità, università e un pizzico di mattone. Sono le passioni più diffuse tra i consiglieri di amministrazione italiani. Che, carte alla mano, non mancano certo di una spiccata versatilità. Secondo l'Osservatorio Board Index Spencer Stuart Italia, su 71 grandi imprese del listino principale di Piazza Affari, ben 68 hanno un amministratore in comune.

 

Dalle ultime rilevazioni della Consob sull'applicazione in Borsa della normativa 2008 sul cumulo degli incarichi, poi, emerge che pur essendoci stata una recente riduzione del numero di poltrone pro capite, c'è sempre un 4% di amministratori e sindaci che hanno più di 30 incarichi (nel 2007 era il 20,5%), con un numero massimo di poltrone che nel 2009 ha raggiunto quota 62 (108 nel 2007) e un valore medio di 12,5 mandati (19,2 nel 2007). Tutto questo naturalmente senza contare poltrone anche in società non quotate, associazioni e fondazioni.

 

UN POSTO IN CDA PER I FIGLI SI TROVA SEMPRE
In questo scenario di incarichi incrociati contro cui si sono espresse anche Bankitalia e Antitrust, ci sono manager, imprenditori e superconsulenti che cumulano numerose poltrone di prestigio. Anche fra gli astri nascenti e i "figli di" dell'imprenditoria del Paese. Un esempio fra tanti è quello di John Elkann che, oltre agli incarichi al vertice delle società della galassia Fiat, che includono "La Stampa" e la controllante Itedi, coltiva una spiccata passione per i media internazionali.

 

L'erede di Gianni Agnelli siede infatti nei consigli di amministrazione di Rcs Mediagroup, Le Monde e The Economist. Cariche che vanno aggiunte alle poltrone in Banca Leonardo, Confindustria e Fondazione Italia-Cina, senza contare la vicepresidenza dell'Italian Aspen Institute e della Fondazione Giovanni Agnelli, la guida del forum delle imprese italo-francesi e la vicepresidenza di Italia 70, la società a capo del consorzio italiano che parteciperà alla prossima Volvo Ocean Race, la più importante regata d'altura intorno al mondo che partirà da Alicante nel 2011.

 

Sarà forse il retaggio della cultura trasmessa dall'ex presidente del Lingotto, Luca Cordero di Montezemolo, in passato in vetta alla classifica dei più poltronati d'Italia e oggi relegato "solo" alla presidenza della Ferrari, oltre che al ruolo di consigliere della società dell'amico Diego Della Valle, Tod's, nonché di amministratore indipendente nel board del gruppo francese del lusso Ppr e di consigliere delle aziende di famiglia, tra cui il futuro concorrente delle Ferrovie, la Nuovo Trasporto Viaggiatori.

 

Poltrone cui vanno aggiunti gli incarichi in Telethon Italia, in Citigroup, nel gruppo editoriale d'Oltralpe Le Monde e, da pochissimo, nel consiglio di amministrazione di Rcs Quotidiani. Oltre, ovviamente, alla presidenza della Fondazione Italia Futura.

Sarà forse l'effetto della fama legata a Confindustria, del resto anche l'attuale numero uno dell'associazione degli imprenditori, Emma Marcegaglia, cumula diversi incarichi: amministratore delegato dell'omonimo gruppo di famiglia, ha appena lasciato i consigli di amministrazione della Indesit Company dei Merloni e della Italcementi dei Pesenti, ma siede nel board della Bracco, della Gabetti Property solutions e della Siderfactor.

 

È presidente di Mita Resort, società che gestisce il Forte Village di Santa Margherita di Pula (Cagliari) e della Società Turismo & Immobiliare. È vicepresidente di Italia Turismo e presidente della Fondazione Aretè Onlus per il sostegno dell'attività dell'Università Vita-Salute San Raffaele di don Verzé. Quanto ai giornali, non va dimenticato che alla Confindustria fa capo il quotidiano economico più diffuso in Europa, "Il Sole 24 Ore".

Tornando ai "figli di", tra i più attivi accanto al giovane Elkann e a Matteo Cordero di Montezemolo, spiccano le sorelle Ligresti. Jonella è presidente delle società di famiglia Fondiaria-Sai e di Sai holding Italia, vicepresidente del marchio di lusso della sorella Giulia, Gilli e della finanziaria Premafin, oltre che consigliere di Assonime, Finadin, Italmobiliare (gruppo Pesenti), Mediobanca, Milano Assicurazioni e Rcs Mediagroup.

 

Quanto a Giulia Maria, oltre che nelle società di casa Ligresti, siede nel consiglio di amministrazione di Pirelli & C e nel blasonato cda dell'Orchestra Filarmonica della Scala di Milano. Passando alla prole di Carlo De Benedetti, Rodolfo e Marco, il primo cumula 12 mandati (oltre alle imprese di famiglia ci sono la ginevrina Banque Syz e dell'assicuratrice Allianz), mentre il secondo lo segue con 10 incarichi e, complice il ruolo di numero uno in Italia del fondo di private equity Carlyle, siede nei consigli di Parmalat e Moncler.

Più defilati, invece, i due Berlusconi junior, Marina e Piersilvio, che sono concentrati su Mondadori, Mediaset e affini (fra cui Telecinco, Medusa, Publitalia‘80, Fininvest). Salvo poi riservarsi comunque un posto, per Marina, nel salotto buono di Mediobanca, la banca d'affari che decide le sorti delle più importanti imprese del Paese.

 

I GRANDI NOMI CON IL DONO DELL'UBIQUITÀ

Fra gli imprenditori multincarico, uno dei più attivi è Diego Della Valle, 15 poltrone tra cui un brillante posto, da indipendente, anche nel cda del gruppo del lusso francese Lvmh. Il numero uno di Tod's, è presidente d'onore della Fiorentina, amministratore delle Generali, della Rcs Quotidiani e della Compagnia Immobiliare azionaria, società del mattone che fa capo all'editore del secondo quotidiano finanziario del Paese, Mf-Milano Finanza.

 

Senza contare le numerose società personali e di famiglia tra le quali non manca una Fondazione Della Valle Onlus, l'imprenditore marchigiano è anche membro del Comitato di sostegno della Fondazione Umberto Veronesi, amministratore di Le Monde Europe e membro dei patti di sindacato di Mediobanca ed Rcs. Della Valle è anche socio di Piaggio, Bialetti e Cinecittà, oltre a condividere, insieme all'amico Montezemolo il cda della Ferrari e della Nuovo Trasporto Viaggiatori.

Degno di nota anche il sedicente pensionato Carlo De Benedetti, 21 incarichi, che oltre alle poltrone nelle proprie aziende e in svariati club esclusivi e università internazionali, occupa una delle seggiole del consiglio di sorveglianza della Compagnie Financière Edmond de Rothschild Banque.

 

Il fratello Franco ha invece diversificato e oltre che nelle società di famiglia, ha una presenza più variegata in aziende come Piaggio, Iride, Banca Popolare Milano e China Milano equity exchange. In calo rispetto al passato, ma pur sempre ricca di impegni anche l'agenda del vicepresidente di Mediobanca, Marco Tronchetti Provera. L'ex numero uno di Telecom Italia è presidente della Pirelli & C, della controllante Camfin e del Gruppo Partecipazioni industriali.

 

Presidente e socio accomandatario della Marco Tronchetti Provera Sapa, amministratore dell'Inter e dell'Alitalia, nonché presidente della Fondazione Silvio Tronchetti Provera per la promozione della ricerca scientifica, consigliere di amministrazione dell'Università Bocconi di Milano e presidente onorario italiano del Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti.

I signori del cemento Pesenti padre e figlio, invece, si dividono i ruoli: oltre alle aziende di famiglia Franco Tosi, Italmobiliare e Italcementi - il cui codice di autodisciplina prevede che "sia compatibile con un efficace svolgimento della carica ricoprire non più di 5 incarichi come amministratore esecutivo e 10 come non esecutivo o indipendente o sindaco" - Giampiero è presidente del patto che controlla Rcs, siede nei board di Rcs Quotidiani, di Pirelli & C, della Mittel di Giovanni Bazoli, dell'assicurazione Allianz, di una banca off-shore, la Compagnie Monegasque banque e della Finter Bank Zurich. Il figlio Carlo, invece, fa parte anche dei cda di Unicredit, Mediobanca e Rcs.

 

Per il patron dei freni Brembo e vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, invece, oltre al Chilometro rosso c'è spazio anche per la ex Autostrade per l'Italia dei Benetton, Atlantia, per Italcementi, per gli pneumatici di Pirelli & C, i fiori di Ciccolella e i treni della Nuovo Trasporto Viaggiatori di Montezemolo.

I RECORD DELLE CARICHE VA AI SUPER CONSULENTI
Dove poi la mano diretta dell'imprenditore non può o non vuole arrivare, largo a consulenti e uomini di comprovata fiducia. Primato indiscutibile nella prima sottocategoria a Massimo Cremona, associato e fondatore dell'apprezzato studio milanese di fiscalisti Pirola Pennuto Zei, che assomma sotto di sè ben 49 incarichi.

Professore a contratto all'università Cattolica di Milano, è consulente di "importanti gruppi italiani ed esteri con particolare riferimento alle attività finanziarie, bancarie e assicurative". Tra le numerose poltrone, accanto a quella nel consiglio di amministrazione della Compagnia Finanziaria De Benedetti, che attraverso Cir controlla L'Espresso, ne ha una nel collegio sindacale di Rcs Periodici e Rcs Digital e, per restare in tema Editoriale, un'altra nell'editrice Abitare Segesta (sempre Rcs).

 

Ottimamente piazzato anche Bruno Ermolli, che oltre a sedere nelle principali società della famiglia Berlusconi, Fininvest, Mediaset, Arnoldo Mondadori, Mondadori France e Mediolanum, è presidente di Promos, l'azienda speciale della Camera di Commercio di Milano dedicata alle attività internazionali delle piccole e medie imprese locali, consigliere e membro di giunta della Camera stessa e, quindi, vicepresidente della Fondazione Teatro alla Scala, consigliere dell'Università Bocconi e del Politecnico di Milano, nonché consigliere, fresco di riconferma, della potente Fondazione Cariplo e membro dello European advisory council della banca d'affari americana Jp Morgan.

Per restare vicino ad Arcore, se Ermolli si dà alla musica, il numero uno di Mediaset, Fedele Confalonieri, peraltro noto appassionato di pianoforte, preferisce l'editoria e i media con un posto nel consiglio del Il Giornale cui affianca una sedia nel direttivo della Confindustria milanese, Assolombarda, oltre alla presidenza della Federazione nazionale delle imprese televisive, all'incarico di consigliere della Fondazione Biblioteca di via Senato e alla poltrona nella giunta di Assonime.

Tornando ai consulenti, un cenno merita Berardino Libonati, presidente di Telecom Italia Media, amministratore di Telecom Italia, Rcs, Esie Pirelli&C., oltre che numero uno dell'Istituto Internazionale per l'unificazione del diritto privato internazionale. Tra gli uomini di fiducia, non bisogna trascurare Massimo Pini, vicepresidente di Rcs Periodici, carica nata proprio con il suo ingresso nel consiglio della divisione del gruppo editoriale all'interno del quale rappresenta la famiglia Ligresti.

 

Il craxiano Pini è anche consigliere e membro del comitato esecutivo di Milano Assicurazioni, carica che riveste anche per l'Istituto europeo di Oncologia di Milano per conto di Unicredit, consigliere della finanziaria dei Ligresti Finadin, consigliere e vicepresidente, nonché membro del comitato esecutivo, di Immobiliare Lombarda, consigliere e vicepresidente di Aeroporti di Roma fresco di riconferma e, infine, vicepresidente e membro del comitato esecutivo di Fondiaria Sai.

Tra coloro che godono della piena fiducia di De Benedetti senior spicca invece Massimo Segre, 30 incarichi complessivi, tra i quali, solo per gli editori di Repubblica, il ruolo di consigliere di Cir, Cofide, Romed, Management & Capitali, Marco De Benedetti Consulting e di una delle ultime creature di casa De Benedetti che si occupa di noleggio di mezzi di trasporto aereo, La Farfalletta.

 

Incarichi cui si aggiungono, tra gli altri, quello di consigliere di Borsa Italiana, di vicepresidente del travagliato gruppo immobiliare Ipi, già dell'immobiliarista Danilo Coppola, di sindaco della holding dei Pininfarina, la Pincar, nonché ovviamente, quella di socio amministratore dello Studio Segre.

 

I GRAND COMMIS TRA STATO E MERCATO
Fra i dirigenti, da segnalare il forte impegno di Enrico Cucchiani, numero uno di Allianz in Italia che, oltre ad avere una decina di incarichi per conto del proprio gruppo in Italia e all'estero, è anche consigliere di Pirelli & C, di Illycaffé, della Editoriale FVG - Divisione Il Piccolo (Gruppo L'Espresso), presidente della Mib Schhol of Management, membro dell'advisory council della Stanford University, membro della Trilateral commission, dell'Aspen Institute, del consiglio relazioni Usa-Italia, dell'Istituto per gli studi di politica internazionale Ispi, del foro di dialogo italo-tedesco, dell'advisory council della Bocconi International, delle Associazioni Civita e Intercultura e dell'Ania.

Buon collezionista, poi, il neo presidente del patto di sindacato di Mediobanca Angelo Casò, che ricopre 14 incarichi. Si va dalla presidenza del collegio sindacale di Indesit Company (Merloni), Benetton Group, Vittoria Assicurazioni, Bracco, Bracco Imaging, Edizione (gruppo Benetton), Fiditalia (Société Générale) e Vestar Capital alla poltrona di sindaco del fondo di private equity Barclays.

 

Pochi ma buoni, invece, per il presidente della banca del Papa, Ettore Gotti Tedeschi, numero uno dello Ior dal 2009, che è anche consigliere di Unifin, presidente di F2I, il fondo italiano perle infrastrutture guidato da Vito Gamberalee sponsorizzato tra gli altri dalla CdP, consigliere della Cassa depositi e prestiti e della società di gestione del risparmio della Cassa cui fa capo il fondo nazionale per l'edilizia sociale, Cdp Investimenti, nonché rappresentante del Banco Santander in Italia.

Massima analoga per Massimo Ponzellini, presidente sia della Banca Popolare di Milano che della multinazionale delle costruzioni Impregilo, consigliere e membro del comitato esecutivo dell'Istituto europeo di oncologia, vicepresidente di Ina Assitalia e consigliere e membro del comitato di gestione del Fondo interbancario di tutela dei depositi. L'avvicinarsi del 78esimo compleanno non frena poi l'attivismo di Franco Tatò presente in almeno 20 società italiane.

 

Fresco di uscita dall'immobiliare Ipi e di nomina a liquidatore del gruppo Viaggi del Ventaglio, il marito di Sonia Raule è anche presidente del gruppo di marketing e comunicazione integrata quotato in Borsa Fullsix, amministratore delegato dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani, presidente e amministratore delegato della Mikado Film, presidente della banca d'affari milanese La Compagnia Finanziaria e della Lauda Air srl. Un capitolo a parte, infine, meriterebbe Fabrizio Palenzona.

Il vicepresidente del gruppo Unicredit, trova tempo anche per i cda di Mediobanca, nonché per gli impegni in qualità di presidente di Assaeroporti, di Aeroporti di Roma, di Aviva Italia (assicurazioni), di Faiservice (autotrasporto), dell'Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori, di Conftrasporto, della Fondazione Slala - Sistema logistico del Nord Ovest d'Italia, oltre che per i cda dell'Associazione bancaria italiana, della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e del comitato esecutivo della giunta degli Industriali di Roma.

L'elenco completo delle poltrone e delle società su www.ilfattoquotidiano.it07-06-2010]

 

METTI IL PAPARAZZO SOTTO IL MATERAZZO – ZAPPADU CHE OSò ZAPPARE NELL’HAREM BERLUSCONE DI VILLA CERTOSA SI è DATO LA ZAPPA SUI COJONI: lascia l´Italia e chiede asilo politico al governo spagnolo - "Sono stato licenziato dal gruppo E-Polis per il quale lavoravo come fotoeditor a Cagliari, avevo messo in conto che in questa partita con Berlusconi sarei finito nel tritacarne. Ora ne ho la certezza

Paolo Berizzi per "la Repubblica"

 

Antonello Zappadu lascia l´Italia e chiede asilo politico al governo spagnolo. Il fotoreporter protagonista, con i suoi scatti, dello scandalo delle fotografie di Berlusconi a villa Certosa annuncia la sua decisione a un anno esatto dal sequestro, disposto dalla procura di Roma, dei computer contenenti migliaia di immagini, una parte delle quali ritraevano il presidente del Consiglio e i suoi ospiti nella residenza di Porto Rotondo.

 

«È ancora tutto in mano ai magistrati - spiega Zappadu - nonostante tre richieste di dissequestro presentate dai miei avvocati, e nonostante un pm e un gip abbiano già stabilito che non c´è stata violazione di domicilio».

Zappadu parla al telefono dalla Colombia, dove trascorre la maggior parte del tempo. «Me ne vado dall´Italia perché mi sento perseguitato politicamente per motivi giornalistici» (è questa la motivazione riportata sui documenti che i legali invieranno al governo di Zapatero).

Paradosso? Ironia della sorte? Nemesi o contrappasso? «Lo so, qualcuno sorriderà, visto che è proprio Berlusconi che dice da sempre di sentirsi perseguitato dai giudici. Ma non mi importa. Berlusconi, nonostante le "persecuzioni", è ancora presidente del Consiglio. Al sottoscritto, solo perché ho documentato certe abitudini del capo del governo, hanno fatto terra bruciata intorno».

Denunciato dal premier per tentata truffa (reato archiviato), violazione della privacy e violazione di domicilio (la Cassazione ha accettato il ricorso dei legali di Berlusconi contro la richiesta di archiviazione del gip), il fotografo sardo è amareggiato e preoccupato: «Sono stato licenziato dal gruppo E-Polis per il quale lavoravo come fotoeditor a Cagliari, avevo messo in conto che in questa partita con Berlusconi sarei finito nel tritacarne. Ora ne ho la certezza».31-05-2010]

 

 LOTTA DI CASSA TRA COMPAGNI: QUEI 30MILA€ SCOMPARSI AL PDCI - LA GENEROSA MUSSOLINI STACCA LA IERVOLINO - PER TRAVAGLIO DIVIETO D’ACCESSO AL TEATRO ANTICO DI TAORMINA – LE AMMISSIONI DEL SINDACO IDV: “HO FATTO USO DI DROGA” - L’AMICO DI FALCONE STRONCA L’ANTIMAFIA DI PISANU & C

Dal "Giornale"

 

- I COMPAGNI ESPROPRIANO I COMPAGNI: QUEI 30MILA EURO SCOMPARSI AL PDCI...
Per carità, il vil denaro non interessa. Loro sono compagni, duri e soprattutto puri. Però quando c'è di mezzo una cassa vuota e un conto tanto rosso che può servire solo da sfondo per la bandiera, beh, le cose cambiano un po'. E ci sta anche di rivolgersi a quell'autorità costituita così spesso contestata. I compagni furiosi sono quelli del Pdci, dei Comunisti italiani. O meglio, quelli rimasti dopo l'ennesima scissione. E la loro battaglia stavolta non la fanno al centrodestra o al padrone che affama gli operai.

 

Enrico Vesco, segretario regionale ligure, Tirreno Bianchi, segretario provinciale e Giorgio Devoto, assessore alla Provincia di Genova hanno chiesto agli avvocati di denunciare i compagni Roberto Delogu e Guido Ricci, rispettivamente segretario cittadino e tesoriere del partito fino a un anno fa. Fino a quando cioè, tra una scissione e una nuova federazione, la sinistra aveva vissuto l'ennesimo terremoto.

Delogu e Ricci avevano lasciato il Pdci non senza polemiche. E soprattutto non senza il fondo cassa. Trentamila euro, secondo quanto spiegato nell'esposto preparato dall'avvocato Sabrina Franzone e finito sulla scrivania del pm Francesco Cardona Albini. Che per gli attuali dirigenti stavolta non ci sia da pensare al colpo dei soliti ignoti è confermato anche dal materiale allegato alla denuncia.

 

Per far capire al magistrato che i compagni hanno preso i soldi, alla denuncia è allegata tutta una dettagliata documentazione secondo la quale sul conto sarebbero rimasti solo 700 euro, mentre nelle casse della Sinistra popolare sono arrivati versamenti cospicui, mentre a Delogu sarebbero stati versati 5mila euro come rimborsi di spese elettorali. Tutte spese e bonifici effettuati prima che il neosegretario Vesco riuscisse a bloccare il conto corrente sul quale non aveva la firma. La causa è aperta. L'obiettivo è che stavolta i compagni che sbagliano, paghino.

4- ASSISTENZA AI MINORI, LA MUSSOLINI STACCA LA IERVOLINO...
Tre bonifici bancari, due da tremila euro e uno da duemila, ad altrettanti istituti scolastici che assistono i minori a rischio di Napoli. La donazione arriva dalla deputata Pdl Alessandra Mussolini, che ha così devoluto la sua indennità di neoeletta consigliere regionale della Campania (ruolo incompatibile con la carica di parlamentare) a tre strutture che fanno capo all'Uneba (Unione degli Istituti di Assistenza Sociale), presieduta dal professore Lucio Pirillo.

 

Si tratta però solo di una boccata d'ossigeno per i semiconvitti (il don Guanella di Scampia, il cardinale Corrado Ursi di Forcella e un centro laico) visto che tutti e tre gli istituti rischiano la chiusura: l'amministrazione Iervolino è infatti loro debitrice di 20 milioni. «Peccato che il gesto della Mussolini sia solitario e non venga seguito da altri politici. Perché non lo fanno anche Bassolino e la Iervolino?», domanda Pirillo.

 

5- PER TRAVAGLIO DIVIETO D'ACCESSO A TEATRO...
Di solito le critiche più feroci alle opere dell'intelletto arrivano dagli stessi autori, i peggiori critici di loro stessi. Di solito. Con Marco Travaglio non accade: in questo caso il grillo parlante guru degli anti Cav giudica le sue opere molto meglio di quanto non facciano altri, ad esempio il soprintendente ai Beni Culturali di Messina.

 

Un esterrefatto e indignato Travaglio ha lanciato ieri strali («è una cosa che si commenta da sola») contro la decisione della soprintendenza siciliana di vietargli l'utilizzo del teatro antico di Taormina per il suo spettacolo «Promemoria». Gli iter delle autorizzazioni per l'uso dei teatri antichi prevedono del resto «ove sussistano perplessità sulla validità culturale delle manifestazioni», anche il parere del «comitato tecnico consultivo». E visto l'esito della vicenda, non è difficile immaginare che verdetto abbia dato il consulto.

 

6- IL SINDACO IDV: «HO FATTO USO DI DROGA»...
Poteva succedere solo a Racalmuto, il paese siciliano che ha dato in natali a Leonardo Sciascia. Il sindaco Salvatore Petrotto, ha ammesso in tv di aver fatto uso di droga nel 2007, all'inizio del suo mandato. «So di aver fatto una porcata e mi scuso, ma ora sono pulito e non accetterò altre speculazioni». L'outing potrebbe non essere sufficiente a salvare la poltrona del docente di Lettere, eletto con l'Idv e passato con l'Mpa dopo l'esordio in politica con la Rete di Leoluca Orlando: un suo assessore era stato arrestato in un blitz antidroga dei carabinieri.

 

7- L'AMICO DI FALCONE STRONCA PISANU & C. «L'ANTIMAFIA? INUTILE»...
«La Commissione antimafia? È inutile». Così Giuseppe Ayala, ex pm antimafia, accusatore numero uno al maxiprocesso di Palermo e amico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ha stroncato la commissione presieduta dall'ex ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu. Seduto in una poltrona viola, sabato scorso a Chiari (Brescia), davanti a un'assemblea di studenti, Ayala non ha concesso sconti: i vertici istituzionali del biennio '92-93 scandito dalla morte dei due magistrati e dagli attentati di Milano, Firenze e Roma, lanciano messaggi sugli strani rapporti che schegge di Stato avrebbero avuto con servizi segreti, massonerie e mafia? «Giovanni (Falcone, ndr) fu il primo a capirlo. Se la mafia si è infiltrata nello Stato, ha i suoi uomini anche nei servizi segreti... Conosco benissimo il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, che se ne sta occupando. È una persona per bene, serissima e bravissima, ma si troverà davanti un muro di gomma».01-06-2010]

 

 

- ALEMANNO STACCA UN ASSEGNO DI 280MILA EURO (PIÙ 30MILA PER LE SPESE DI VIAGGIO) IN CAMBIO DI UN RAPPORTO DEL BOLLITO RIFKIN SULLA "TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE". LA COMUNITÀ SCIENTIFICA CONSIDERA RIFKIN UNA RUOTA SGONFIA E SONO IN MOLTI A PENSARE CHE IL GURU CAMPI DI RENDITA IN NOME DI UN'UTOPIA IMPROBABILE E INAPPLICABILE
Non è un male se un sindaco non parla inglese e quando incontra personalità straniere utilizza un traduttore.

 

Così è avvenuto alla fine della settimana scorsa quando nei saloni di Palazzo Colonna il sindaco dalle scarpe ortopediche, Gianni Alemanno, ha incontrato i manager dell'Ibac, una specie di compagnia di giro di stampo rotariano che ogni anno si riunisce in qualche capitale del mondo.

Ciò che invece appare poco digeribile è il retaggio di provincialismo che sta alle spalle di molte iniziative altisonanti di cui si conosce sin dall'inizio l'assoluta inutilità. Ieri se ne è avuto un esempio durante al conferenza stampa di due ore in cui il primo cittadino del Campidoglio ha presentato il Masterplan sull'Ambiente del guru americano Jeremy Rifkin.

 

Costui è un economista di 67 anni che dopo aver partecipato alle battaglie degli ambientalisti, ha scritto un'infinità di libri in cui si parla di entropia, empatia, alchimia, alghemia. La sua visione da vegetariano doc che combatte gli eccessi della tecnologia e del petrolio, ha affascinato il buon Alemanno che sei mesi fa ha staccato un assegno di 280mila euro (più 30mila per le spese di viaggio) in cambio di un rapporto sulla "terza rivoluzione industriale".

La comunità scientifica considera Rifkin una ruota sgonfia e sono in molti a pensare che il guru campi di rendita in nome di un'utopia improbabile e inapplicabile. La pensano così anche i giornalisti stranieri che ieri durante la conferenza stampa hanno massacrato il Masterplan di Rifkin dove si legge che nel centro di Roma dovrebbero sorgere un'infinità di piccoli giardini mentre in altri 80mila ettari sottoutilizzati si dovrebbe ridar vita alla produzione di pomodori per la dieta mediterranea.

 

Così mentre decine di romani cadono ogni giorno nelle buche delle strade, ecco che arriva Rifkin con il suo Masterplan da 280mila euro. Il sindaco è contento, la traduzione dall'inglese è perfetta e la fattura del guru è già in pagamento.

 

06-06-10

 

 SAN BERTOLASO CI TIENE SEMPRE ALLEGRI: “QUELL’APPARTAMENTO DI VIA GIULIA L’HO AVUTO DA UN AMICO CHE NON È NÉ ANEMONE NÉ ZAMPOLINI: NON DICO CHI È PER NON ESPORLO ALLA MACELLERIA MEDIATICA IN ATTO”. LUI INVECE IERI SI È ESPOSTO AL RITO MEDIATICO DEL BACIO E ABBRACCIO CON GIANNI LETTA - 3- “FINMECCANICA, L’INCHIESTA ORA PUNTA SUL VIMINALE”: IL VICECAPO DELLA POLIZIA DAI PM - 4- IL QUARTIER GENERALE (BANCARIO) INFORMA A MEZZO CORRIERE CHE PER CORRADINO PASSERA “PER LE RIFORME DEI MERCATI BASTA UNA PAGINETTA”. LA PAGINETTA CE LA MANDA POI LUI, QUANDO HA FINITO LA GITA A SHANGAI CON GRATI CRONISTI AL SEGUITO. - 5- IL PEDATORE ANTI-SAVIANO BORRIELLO, EX TROMBADOR DI BELEN E FIGLIO DI UN "BOSS" DELLA CAMORR, MERITA DI DIRITTO UN BEL POSTO DA PARLAMENTARE BERLUSCONE

 

A cura di Minimo Riserbo e Falbalà

- MA FACCE RIDE!
In tutto ciò, Super-Guido Bertolaso ci tiene sempre allegri: "L'ho detto e lo confermo; quell'appartamento di via Giulia l'ho avuto da un amico che non è né Diego Anemone né Angelo Zampolini: Non dico chi è per non esporlo alla macelleria mediatica in atto" (Corriere, p.9). Lui invece ieri si è esposto al rito mediatico del bacio e abbraccio con Gianni Letta.

 

- L'ORO DI NAPOLI E' LA SICUREZZA...
"Il vicecapo della Polizia dai pm". Si chiama Nicola Izzo e questo sì che è un pezzo grosso. Sul Sole 24 Ore di oggi (p.20) Marco Ludovico, vero homo sapiens di Viminale e dintorni, semina il panico tra le barbe vere e le barbe finte della nostra polizia con un pezzo pieno di notizie.

Titolo secco anche sulla Stampa: "Appalti polizia. In procura il vice di Manganelli" (p. 19). Il pezzo di Guido Ruotolo contiene un riferimento assai interessante a un certo Lucio Gentile, che a Napoli avrebbe fatto lobby per Finmeccanica. Forse è lui ad aver tirato in ballo l'ex questore di Napoli Oscar Fioriolli e la nostra mitica Lady Selex, alias Marina Grossi Guargagliova.

 

Fioriolli allora esce allo scoperto e parla con il Secolo X12 ("Finmeccanica, l'inchiesta ora punta sul Viminale", p. 8). L'attuale capo della polizia stradale e di quella postale si chiama fuori: "Un questore individua solo le esigenze tecnico-logistiche, ma non mette le mani nelle gare e negli appalti". Infatti lo chiamano come testimone. Cioè, deve raccontare che hanno combinato gli altri.

- IL COLONNELLO ARRAPAHO VA AL CIME DI RAPA-GATE...
Una "ragazza immagine" e tre giornaliste a caccia di notizie. Sarebbero questi gli oggetti delle smisurate attenzioni telefoniche del colonnello della Gdf Salvatore Paglino, ai domiciliari per peculato e stalking. Secondo i pm, che lo tenevano sotto controllo per le fughe di notizie sul caso D'Addario-Tarantini, il colonnello "avrebbe importunato Terry De Nicolò". Sul Corriere, Giusy Fasano racconta la storia e rivendica che "c'è voluto uno scoop del Corriere e un'indagine sulla fuga di notizie perché la procura, a caccia della talpa, scoprisse come il finanziere usava il telefono di servizio" (p.21).

 

Ma anche il Giornale, e giustamente, rivendica lo scoop sulla fantastica svolta dell'inchiesta barese. Anche perché qualche giorno fa aveva intervistato per primo Terry De Nicolò. Lo fa con un bel pezzo di Massimo Malpica, che per il momento non risulta molestato da nessun colonnello. "Finisce agli arresti l'accusatore del premier.

Nei guai il tenente colonnello della Gdf che si è occupato del giro di escort gestito da Tarantini e DELL'INDAGINE DI TRANI SULL'AGCOM: è indagato dai pm per rivelazione di segreti d'ufficio, peculato e stalking" (p.5). Capito che c'è un filone meno pecoreccio, ma molto più interessante? E' quello sulle fughe di notizie di Trani. Ne vedremo delle bellissime.

 

 

- UN RE IN ASCOLTO...
L'uomo che godeva ascoltando i nastri "rubati" delle telefonate tra Fassino e Consorte prepara la versione finale della porcatona anti-intercettazioni. "Legge-bavaglio, il Pdl tratta. Napolitano: sia più accettabile. Berlusconi: ma non la stravolgo" (Repubblica, p.1). Eziolo Mauro, che è un fine stratega, dedica un sobrio editoriale al Banana intitolato "La menzogna". E Massimo Giannini gli dà il resto con un bel paginone così costruito: "Evasione, processi e condoni: la favola fiscale del Cavaliere" (p.6).

Noi modesti curatori di questa nefanda rassegna, invece, siamo più colpiti dalle coraggiose parole del Panama Napolitaner. Dire "sia più accettabile" di fronte a un bel piatto di merda fumante è davvero impareggiabile. Ma la domanda è: qual è la soglia di accettabilità oltre la quale l'uomo del Colle rimanderebbe indietro il piatto con la sullodata pietanza marrone? Così, solo per sapere (e prepararci).

 

- NELLE MANI GIUSTE...
Bello scoop di Ruotolone nostro sulla Stampa (p.9): "Così fallì la trattativa tra Ros e Cosa nostra. I verbali dei colloqui di Vito Ciancimino con i magistrati, iniziati dopo il suo arresto". Segue intervista al procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, per il quale "l'emendamento sul segreto di Stato ostacola le indagini". Come da consolidata tradizione della Repubblica.

 

 

 .

 

 

5- BRUNETTA AVREBBE DECISO DI LIBERARSI DI UNA DELLE SETTE VETTURE IN DOTAZIONE AL SUO MINISTERO E ATTUALMENTE UTILIZZATA DALLA SEGRETARIA
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che il ministro Renatino Brunetta è rimasto profondamente scosso dalle notizie sulle 623mila auto blu che pesano sul bilancio dello Stato.

Secondo il quotidiano "Il Fatto" il figlio dell'ambulante veneto avrebbe deciso di liberarsi di una delle sette vetture in dotazione al suo ministero e attualmente utilizzata dalla segretaria".

02.06.10

 

 

1- ZAMPOLINI HA FINALMENTE UNA FACCIA. I NOMI DEI 30 VIP DEL "PIANO CASA" ANCORA NO - 2- CAMORRA ROSSO POMODORO. QUANTO COSTA A TUTTI ESSERE LA PATRIA DELLE MAFIE -

Minimo Riserbo e Falbalà

 

CHAPEAU!
Se volete una descrizione perfetta del nostro stato di putrefazione, dovete seguire le avventure di un ciliegino. Le racconta alla perfezione Attilio Bolzoni su Repubblica (pp. 26-27): "Viaggio del pomodorino nelle mani delle mafie e alla fine il prezzo è triplicato. Duemila chilometri andata e ritorno per "gonfiare" i costi. Il produttore è strangolato, il consumatore ingannato. E le cosche ingrassano: il giro d'affari è di 7,5 miliardi. E il re dell'illecita concorrenza in Italia è un camorrista".

Dal pizzo al mercato di Fondi, alla stecca per l'ufficio acquisti della grande distribuzione. Fino alla mafia dell'autotrasporto (inutile) che intasa le nostre autostrade. Raramente, leggendo un'inchiesta, si ha la prova così nitida di quanto costi a tutti quanti essere la patria delle mafie. E conviverci in modo tanto distratto.

 

PIANO CASA PER TUTTI
Nell'ora dei sacrifici (altrui) per la patria (off-shore), il pubblico pagante segue con sempre maggior divertimento la telenovela di Berto-liso e Dieguito Anemone. "Bertolaso, quattro anni nella casa di Via Giulia". Zampolini: pagavo io in nero. Nuovi interrogatori: Di Pietro sarà ascoltato martedì". "Anemone, il giallo della seconda lista. Trenta nomi vip nel pc di un suo collaboratore. Verifiche in corso dopo il sequestro. Accanto alle cifre, c'è anche la moglie di un alto ufficiale dei carabinieri" (Repubblica, p. 15).

 

E alla fine, nel silenzio di De Magistris, Di Pietro sbrocca e s'imbanana un po': "La rabbia di Di Pietro contro i giornali: ora basta soldi pubblici. Carra lo punge: parla come Berlusconi" (Corriere, p.17).

AZZO? NO IZZO!
Seppure con mille cautele e cento scuse agli "stimati dirigenti", i giornali cominciano ad accorgersi che a Napoli il Viminale ha un problemino con la magistratura. "Indagato il vicecapo della polizia per il maxi-appalto a Finmeccanica". Nicola Izzo sarà sentito domani (Repubblica, p.17). Mentre il neo-prefetto dell'Aquila, Giovanna Iurato, ha un'alzata d'ingegno e si nomina lo stesso avvocato di Flavio Carboni.

 

I curatori di questa modesta rassegna scommettono che alla fine della fiera, e prima della sentenza d'appello per la macelleria della Diaz, l'ottimo Gianni De Gennaro lascerà la guida dei servizi segreti per prendere il posto di Guarguaglino Guarguaglini alla presidenza della Finmeccanica. Con un manager capellone come amministratore delegato.

 

 

 

 

 

 

 

TIRO AL GIFUNI - ACCUSATO DI PECULATO L’EX POTENTISSIMO SEGRETARIO GENERALE DEL QUIRINALE (DA SCALFARO A CIAMPI) – PER L’AMATO NIPOTE LUIGI TRIPODI UN CANILE DI CASTELPORZIANO TRASFORMATO IN VILLA CON MEGA GIARDINO IN BARBA A VINCOLI E MANCANZA DI PERMESSI – A TRIPODI E ALTRI FUNZIONARI VIENE CONTESTATA ANCHE LA SPARIZIONE DI 4,5 MLN € DALLA TENUTA PRESIDENZIALE…

Lavinia di Gianvito per il "Corriere della Sera"

 

Abuso d'ufficio, peculato e falso. Sono i reati contestati all'ex segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni, a cui la procura di Roma ha inviato l'avviso di chiusura dell'inchiesta su Castelporziano, un atto che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio. Al centro dell'indagine, la sparizione di quattro milioni e mezzo di euro, tra il 2002 e il 2008, dalla cassaforte della tenuta presidenziale.

Ma l'ex segretario generale non è finito sotto accusa per gli ammanchi: il pm Sergio Colaiocco ipotizza che abbia aiutato, con una firma, il nipote Luigi Tripodi, già capo del servizio Tenute e giardini del Quirinale, a ottenere un alloggio di servizio all'interno di Castelporziano.

 

Un canile trasformato in una villa da 180 metri quadrati (e duemila di giardino) nonostante i vincoli e la mancanza di permessi. L'abuso edilizio sarebbe riuscito grazie al fatto che Tripodi, l'ex direttore Alessandro De Michelis e un funzionario, Giorgio Calzolari, avrebbero forzato le direttive e le norme sugli appalti.

Zio e nipote, dal canto loro, avrebbero anche usato legname acquistato dalla tenuta per realizzare alcuni mobili e una tettoia «all'interno dell'appartamento privato di Gifuni in via Valadier», a Roma. Lavori realizzati da sei operai di Castelporziano, su richiesta dell'ex segretario generale, in orari di servizio.

 

A Tripodi inoltre, destinatario di un'ordinanza di custodia ai domiciliari poi annullata, l'accusa contesta anche gli ammanchi. Avrebbe sottratto il denaro destinato a Castelporziano insieme all'ex direttore De Michelis e ai cassieri Gianni Gaetano e Paolo Di Pietro.

 

 

[04-06-2010]

 

 

ZAMPOLINI METTE NEI CASINI - SI FA SEMPRE PIÙ COMPLICATA LA POSIZIONE DI SUPER GUIDO SULL´USO DEL PIED-À-TERRE DI VIA GIULIA – ZAMPO: “PAGAVO IO IN NERO. L’HA USATA PER 4 ANNI” - SI INDAGA ANCHE SUI 50MILA € CHE LADY BERTOLASO HA RICEVUTO DA ANEMONE PER UNA CONSULENZA SUI GIARDINI DEL SALARIA SPORT VILLAGE – E DI PIETRO annuncia "una circostanziata querela per diffamazione e calunnia"...

Francesco Viviano per "la Repubblica"

 

Un confronto indiretto, fatto a distanza di pochi giorni. Due interrogatori separati, quello dell´architetto Angelo Zampolini e quello di Raffaele Curi. Lo stesso risultato: si fa sempre più complicata la posizione di Guido Bertolaso sull´uso del pied-à-terre di via Giulia 189 a Roma.

«Fu affittato nel 2003, l´ho trovato grazie a un annuncio su un giornale», ha dichiarato a verbale il professionista factotum di Anemone. Tempi e modalità confermati anche dal proprietario dell´immobile, Curi: «Incontrai l´architetto Zampolini nel 2003. Ha avuto in uso la casa fino al 2007. Sin dall´inizio mi era stato detto che ad abitarlo sarebbe stato proprio il capo della Protezione civile».

 

Insomma, i due verbali sono chiari: il sottosegretario avrebbe utilizzato il piccolo appartamento per quattro anni, dal 2003 al 2007. E l´affitto sarebbe stato sempre pagato da Zampolini per conto dell´imprenditore. Curi agli inquirenti ha detto che i soldi dell´affitto (in nero) li ritirava spesso nell´ufficio di Zampolini in corso Vittorio Emanuele a Roma. Altre volte, avrebbe raccontato, gli venivano recapitati dall´architetto dentro delle buste.

È a queste accuse, assolutamente concordi, che dovrà rispondere il numero uno di via Ulpiano quando, nei prossimi giorni, sarà di nuovo seduto davanti ai pm. Un incontro per chiarire questi e altri punti oscuri, taciuti nel primo interrogatorio reso ai magistrati di Perugia. Si partirà proprio dal pied-à-terre che il sottosegretario aveva detto di avere avuto solo per poco tempo e in prestito da un amico di cui non poteva fare il nome.

 

Nel mirino degli inquirenti anche i 50mila euro che la moglie di Bertolaso ricevette da Anemone per una consulenza sui giardini del Salaria Sport Village, lo stesso club in cui il sottosegretario si fece fare anche alcuni massaggi. Quesiti a cui, questa volta, Bertolaso dovrà rispondere. Non come durante il primo interrogatorio quando, davanti ai pm, il sottosegretario glissò su molte questioni.

 

Ma l´agenda dei pm Alessia Tavernesi e Sergio Sottani è fitta di impegni: nei prossimi giorni, probabilmente martedì a Roma, ascolteranno anche il leader dell´Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, chiamato in causa dalle dichiarazioni di Zampolini.

Secondo l´architetto, l´ex magistrato, grazie all´intercessione del presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, Angelo Balducci, avrebbe avuto due appartamenti in affitto da "Propaganda Fide" (ente immobiliare del Vaticano), uno in via della Vite e l´altro in via Quattro Fontane. Ipotesi che Di Pietro ha smentito più volte in questi giorni. E ieri ha annunciato che sta preparando «una circostanziata querela per diffamazione e calunnia» da presentare alla procura umbra.

 

Intanto, anche a Firenze si continua a lavorare. I pm che si occupano dell´appalto per la Scuola dei Marescialli, hanno messo a disposizione degli avvocati degli imputati (Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovanpaola e Diego Anemone) un brogliaccio di migliaia di pagine che contengono oltre 120mila "contatti" telefonici emersi dall´inchiesta. Non vere intercettazioni: solo i numeri telefonici, data e ora delle conversazioni. Ma anche gli sms di tutti i personaggi che, a vario titolo, sono finiti nel mirino degli inquirenti toscani.

 

[04-06-2010]

 

 

AZZO, C’è IZZO! (FINMECCANICA COLPISCE ANCORA!) – LE INDAGINI SUGLI APPALTI DEL PIANO SICUREZZA ARRIVANO AI PIANI ALTI DEL VIMINALE: indagato IL VICECAPO DELLA POLIZIA NICOLA IZZO - DOMANI SARÀ INTERROGATO DAI PM SULLA GARA PER LA REALIZZAZIONE DEL CENTRO DATI CEN DI NAPOLI (IZZO è STATO questore DELLA CITTà DI TOTò)...

Dario Del Porto per "la Repubblica"

 

Arriva a uno dei piani più alti del Viminale l´inchiesta della Procura di Napoli sugli appalti del piano sicurezza. Domani sarà interrogato dai magistrati il vicecapo della polizia Nicola Izzo. Ma l´esperto e stimato dirigente non è stato convocato dagli inquirenti nella veste di testimone, bensì di indagato nel capitolo centrale dell´inchiesta, quello che prende in esame l´iter della gara per la realizzazione del centro dati Cen, aggiudicata nel luglio scorso a un raggruppamento d´imprese guidato Elsag-Datamat, comparto Finmeccanica.

Prima di Izzo, e con riferimento alla stessa vicenda, era stata sentita il prefetto dell´Aquila Giovanna Maria Iurato, chiamata dai pubblici ministeri per aver guidato l´ufficio tecnico-logistico del ministero dell´Interno e iscritta nel registro degli indagati in seguito alla lunga audizione svoltasi in procura lunedì sera.

 

Nel caso del prefetto Izzo, come per il prefetto Iurato, l´iscrizione rappresenta innanzitutto un atto "a garanzia", indispensabile per condurre gli accertamenti imposti da questa delicatissima fase dell´inchiesta senza limitare le prerogative della difesa, e non va dunque interpretato come un´affermazione di responsabilità.

I pm Vincenzo D´Onofrio, Raffaello Falcone, Pierpaolo Filippelli coordinati dal procuratore aggiunto Rosario Cantelmo, hanno aperto il fascicolo con l´ipotesi di turbativa d´asta ritenendo che la commessa per il Cen, una sorta di banca dati delle immagini filmate per ragioni di ordine e sicurezza pubblica, sia stata conferita in violazione delle norme sugli appalti pubblici.

 

Tesi che il prefetto Iurato, sentita per oltre quattro ore negli uffici al nono piano del grattacielo del Centro direzionale, ha respinto con energia. Ma sulla quale la Procura è determinata ad andare a fondo anche in considerazione del parere negativo che era stato espresso durante la procedura da una commissione tecnica.

L´appalto, del valore di 37 milioni di euro, rientra fra le opere varate nel 2007 dal governo Prodi per far fronte all´emergenza criminalità nel territorio napoletano. Secondo la procura la gara per il Cen e almeno un altro capitolo del piano, la costruzione del nuovo commissariato Decumani, sarebbero stati affidati in maniera illegittima.

In questi giorni di attività istruttoria sono stati sentiti altri quattro testimoni, tutti dirigenti del ministero che si sono occupati in tempi e modi diversi dell´appalto sotto inchiesta. Da qui la scelta di interrogare anche Izzo, al quale fa riferimento l´autorità di gestione dei fondi Pon e in quanto tale gradino immediatamente superiore a quello del prefetto Iurato.

Davanti ai magistrati Izzo, che è stato anche questore di Napoli, sarà pertanto affiancato da un difensore di fiducia e potrà replicare alle argomentazioni degli inquirenti. Anche il prefetto Iurato ha nominato due legali: sono gli avvocati Claudio Botti e Renato Borzone. Ieri non ha voluto commentare la notizia del suo coinvolgimento nell´indagine. Gli uffici della prefettura dell´Aquila, dove la dirigente ha da pochi giorni preso il posto del prefetto Gabrielli, hanno fatto garbatamente da filtro a tutte le sollecitazioni dei cronisti.

 

[04-06-2010]

 

 

SPUNTA UNA NUOVA E PISTA USA: OCCHI PUNTATI SULL’ACQUISTO NEL 2008, PER OLTRE 3 MILIARDI DI EURO, DELLA DRS TECHNOLOGIES, TERZA INDUSTRIA MILITARE PIÙ IMPORTANTE DEL MONDO (IL "FACILITATORE" COLA E I RAPPORTI CON LA FAMIGLIA GUAGLIARINI) - 2- È STATO L’EX SENATORE DEL PDL NICOLA DI GIROLAMO, ELETTO SECONDO L’ACCUSA CON I VOTI DELLA ’NDRANGHETA, UNO DEGLI ARCHITETTI DEL (PRESUNTO) BUSINESS FRA MOKBEL E LA FINMECCANICA (FONDI NERI A SINGAPORE E HONG KONG PER LE TANGENTI) -

1 - ACQUISIZIONI E INSIDER TRADING: SPUNTA UNA NUOVA PISTA USA -
IL RUOLO DI COLA E I RAPPORTI CON LA FAMIGLIA GUAGLIARINI - OCCHI PUNTATI SULL'ACQUISTO NEL 2008, PER OLTRE 3 MILIARDI DI EURO, DELLA DRS TECHNOLOGIES, TERZA INDUSTRIA MILITARE PIÙ IMPORTANTE DEL MONDO
Carlo Bonini per La Repubblica

In principio, il 2005, furono gli elicotteri del Presidente George W. Bush (una commessa da 6 miliardi di dollari, cresciuta fino a 13, per poi essere annullata da un Barack Obama appena insediato). Ma poi venne dell'altro. E che altro. Una seconda, cruciale acquisizione di Finmeccanica sul mercato statunitense che entra ora nell'orizzonte dell'inchiesta sui fondi neri all'estero.

 

Perché, come la prima, ha le stimmate di Lorenzo Cola, il "facilitatore" in tre continenti (Asia, Africa, Nord America) del presidente e amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini, il "consulente" che sappiamo commensale e socio in affari del "nero" Gennaro Mokbel. Parliamo dell'acquisizione della "Drs Technologies Inc". E di un anno, il 2008, in cui alla banda Mokbel vengono aperte le porte della terza industria militare più importante al mondo.

La "Drs Technologies Inc.", con sede a Parsippany, in New Jersey, è uno dei principali contractor della Difesa americana (10 mila dipendenti e un fatturato che viaggia sui 3 miliardi di dollari l'anno). Quotata alla borsa di New York, produce e sviluppa sistemi d'arma e di elettronica destinati all'esercito statunitense e all'intelligence. E in quel 2008, Finmeccanica la compra per 5 miliardi e 200 milioni di dollari (3 miliardi e 400 milioni di euro).

 

La cifra è molto importante. Ma ancora più importante è che, per la prima volta nella storia americana, una società strategica nel comparto della Difesa e dell'intelligence viene acquisita da una azienda europea. Lorenzo Cola è della partita. Ma con quale ritorno? E a fronte di che tipo di lavoro? E soprattutto: cosa e chi si muove intorno a quell'operazione?

È un fatto, magari solo una curiosa coincidenza, che sul "merge" Finmeccanica-Drs, la Sec, nel maggio del 2008, avvia un'azione per insider trading nei confronti di un giovanissimo ingegnere meccanico guarda caso italiano: tale Cristian De Colli, 28 anni, per giunta residente a Roma.

E che il 22 ottobre di quell'anno, il giudice distrettuale del Southern District di New York, Paul A. Crotty, condanna De Colli a restituire il gruzzolo che ha portato a casa trafficando sul titolo Drs (ha comprato azioni ordinarie e opzioni call) prima della acquisizione di Finmeccanica grazie a informazioni privilegiate di cui "non vuole o non può - si legge nella sentenza americana - indicare la fonte".

RIBBENTROP

Parliamo di due milioni e 600 mila dollari. Vale a dire, i 400 mila che il ragazzo ha investito per comprare titoli Drs (una somma consistente per un ventottenne) più i 2 milioni e 200 mila che ha realizzato di plusvalenza rivendendoli a fusione avvenuta. Non esattamente un colpo da dilettante.

Ma torniamo a Lorenzo Cola. Nel suo comunicato di ieri, Finmeccanica del suo consulente e "facilitatore" non fa alcuna menzione. Resta, in questa storia, un convitato di pietra. Che tuttavia, si scopre ora, lavorava anche per la signora Guarguaglini. Come spiegano oggi fonti qualificate vicine all'azienda, Cola non era infatti di casa soltanto negli uffici di piazza Montegrappa, a Roma (la sede di Finmeccanica), ma anche in quelli della "Selex sistemi integrati", controllata Finmeccanica, di cui Marina Grossi, moglie di Guarguaglini, è amministratore delegato dal 2005.

 

"Il suo contatto in azienda - aggiungono le stesse fonti - è stato ed è il vicedirettore della società, Letizia Colucci. Ma i rapporti con i Guarguaglini sono diretti, familiari, e arrivano anche a una delle figlie".

Dicono che Cola eviti da qualche tempo l'Italia e abbia scelto il sud della Francia come residenza europea quando non è a Washington. È facile immaginare che i suoi conti esteri, ammesso non siano già stati individuati e abbiano dunque già "parlato", possano dire molto della sua rete di rapporti, del suo lavoro.

Certo, il suo legame con i coniugi Guarguaglini e il suo ruolo cruciale nelle operazioni di Finmeccanica negli Stati Uniti si confermano uno dei punti di faglia di questa storia. A tal punto che, ieri sera, più di una fonte vicina all'azienda riferiva che Marina Grossi stia pensando in queste ore alle dimissioni.

2 - FINMECCANICA, NESSUN COINVOLGIMENTO NELLA CREAZIONE DI FONDI NERI - DI GIROLAMO DAI PM: VERIFICHE SUI CONTI ALL'ESTERO -
Lavinia Di Gianvito per Corriere.it

 

È stato l'ex senatore del Pdl Nicola Di Girolamo, eletto secondo l'accusa con i voti della 'ndrangheta, uno degli architetti del (presunto) business fra il gruppo di Gennaro Mokbel e Finmeccanica.

dellaprile a sinistra con la giacca chiara Gennaro Mokbel LEspresso

Nell'intercettazione del 12 febbraio 2008, da cui la nuova inchiesta è partita, «Nic» spiega agli altri: «Questa holding consentirà a tutti di fare un salto di qualità, è ineccepibile, tecnicamente perfetta, è lo strumento più asettico e qualificato per sedersi a qualsiasi tavolo. Attraverso quest'operazione di Finmeccanica, che è il fiore all'occhiello che potremmo rivenderci domani mattina, che solo con una holding del genere potevi entrare in Finmeccanica, anzi addirittura Finmeccanica ha chiesto una partecipazione attraverso un fondo lussemburghese».

Di Girolamo, che nei prossimi giorni sarà interrogato dai magistrati, si riferisce all'investimento di otto milioni, fatto nel 2007, per acquistare la Digint: attraverso la Rhuna Investment e la controllata Hagal Capital, il gruppo di Mokbel ha rilevato il 51% dalla lussemburghese Financial Lincoln, mentre l'altro 49% era di Finmeccanica.

«Abbiamo acquisito la società lussemburghese nei termini in cui loro ci avevano chiesto», spiega Marco Toseroni. E aggiunge: la Digint «è 'na scatola vuota, è una partecipazione dove apparentemente c'è una "delega" da parte di Finmeccanica per la cessione del 51%».

L'organizzazione aveva progettato di rivendere la sua quota al colosso pubblico dell'armamento a 550 milioni in tre o quattro anni, invece già a ottobre 2008, precisa il gruppo, «la Hagal e il suo rappresentante, dopo una permanenza di soli dieci mesi, sono stati estromessi dalla Financial Lincoln».

 

Per il momento sono tre, fra cui Mokbel, gli indagati dell'inchiesta sui presunti fondi neri che Finmeccanica avrebbe costituito a Singapore e Hong Kong per distribuire tangenti e ottenere appalti. Ma nell'intercettazione spuntano anche i nomi del commercialista Vincenzo Sanguigni e di Lorenzo Cola, definito da Mokbel «il capoccione», consulente del presidente di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini. Mokbel: «A un certo punto Marco Iannilli mi ha fatto: "Di' al tuo Lorenzo di andare in Inghilterra... e lui vi fa avere il mandato come agenzia Finmeccanica per tutto il centro Africa"».

 

L'ipotesi dei fondi neri viene smentita «categoricamente» da Finmeccanica: «Le società del gruppo hanno adottato organizzazioni e codici etici diretti a prevenire e impedire condotte non conformi a una corretta gestione. Si rende noto che nessun provvedimento è stato notificato a società e dirigenti del gruppo. Finmeccanica è pronta a fornire alle autorità competenti qualsiasi chiarimento e informazione possa risultare utile».

 

Nonostante la decisa presa di posizione il titolo ha chiuso con una perdita del 3,19%. La Procura di Roma, intanto, precisa di non aver disposto «alcuna attività di indagine invasiva (perquisizione o acquisizione atti) nei confronti del gruppo Finmeccanica o della società Selex» e che le rogatorie in Asia hanno riguardato soltanto Mokbel e altri indagati della sua organizzazione.

 [29-05-2010]

 

 

- OGGI NON È SOLO MISTER GUARGUAGLIONE E LA SUA LADY SELEX A RISCHIARE IL POSTO: L’INCHIESTA DE "L’ESPRESSO", DOMANI IN EDICOLA: "SUL SISTEMA FINMECCANICA INDAGANO BEN CINQUE PROCURE, E LE INCHIESTE COINVOLGONO NOMI IMPORTANTI DELL’IMPERO MILITARE" - 2- L’INCHIESTA DI TRAPANI SUGLI APPALTI CHIAMA IN CAUSA DUE UOMINI DI PUNTA DI GUARGUA - 3- LE INDAGINI SONO DECOLLATE SULLA SPINTA DEL NUCLEO VALUTARIO, IL REPARTO DELLA FINANZA SPECIALIZZATO NELLE INCHIESTE INTERNAZIONALI, GUIDATO DA UNO DEGLI UFFICIALI CHE 14 ANNI FA CONDUSSE L’ISTRUTTORIA DI LA SPEZIA SU MASSONERIA, BANCHE E TANGENTI PER CUI FU LUNGAMENTE INTERCETTATO E BREVEMENTE ARRESTATO LO STESSO GUARGUAGLINI, POI SCAGIONATO CON FORMULA PIENA - 4- DICONO CHE TREMONTI, DAVANTI AL CROLLO DELL’IMPERO DEL GUARGUAGLIONE, SIA SEMPRE RIMASTO ALLA FINESTRA. SI RACCONTA CHE DA QUANDO SCAJOLA SI È DIMESSO E LE RIVELAZIONI GIUDIZIARIE HANNO COMINCIATO AD ASSEDIARE MATTEOLI, SI SIA BEN GUARDATO DAL RISPONDERE ALLE INSISTENTI TELEFONATE DI GUARGUAGLINI -

Gianluca Di Feo ed Emiliano Fittipaldi per "L'espresso", in edicola domani

 

C'era una volta l'America. L'elicottero della Casa Bianca era di Finmeccanica, l'aereo da trasporto per le guerre dell'Us Army era di Finmeccanica, persino uno dei grandi fornitori del Pentagono era diventato di Finmeccanica. Ma in due anni, con l'arrivo di Obama, molti business a stelle e striscie sono andati in fumo o si stanno rivelando un pessimo affare.

Senza dimenticare l'Eldorado degli Emirati, con un contratto da 2 miliardi di dollari che si è trasformato in farsa perché Finmeccanica aveva fatto promesse che non poteva mantenere.

 

Così per il colosso italiano degli armamenti da 18 miliardi di euro di ricavi l'anno l'orizzonte è diventato grigio. Mentre Washington si allontanava e alleati storici come Lockheed diventavano nemici pronti a tutto, l'azienda guidata da Pier Francesco Guarguaglini ha puntato su paesi instabili o dichiaratamente nemici degli Usa: Russia, Libia, Kazhakistan e persino la Bielorussia di Lukashenko, ultimo dittatore d'Europa. Per non parlare degli aerei senza pilota Falco, la versione tricolore dei droni dei conflitti futuri, ceduti ai generali pachistani, mossa che ha fatto inferocire gli yankees.

 

Le inchieste giudiziarie e le polemiche patrie colpiscono Finmeccanica in un momento di transizione che comincia ad avere il sapore della crisi, dopo un decennio di crescita inarrestabile. L'acquisto negli Usa di Drs assomiglia al passo più lungo della gamba: il posto sbagliato nel momento sbagliato.

Il gruppone americano, lievitato in fretta dal 2001 grazie ai fondi stratosferici di George W. Bush inglobando una miriade di ditte diverse, è stato pagato a caro prezzo: oltre 5 miliardi di dollari, pochi mesi prima che la crisi del 2008 divorasse i mercati e che il nuovo presidente amputasse le spese del Pentagono.

 

Ma non basta. Anche i militari di casa nostra cominciano a mostrare insofferenza verso la gestione Guarguaglini, a partire dall'Aeronautica, il principale cliente di Finmeccanica, schierata apertamente con la Lockheed nella partita per il futuro supercaccia Jsf .

PROCURE ALL'ATTACCO
Se per Finmeccanica le cose andavano male da un po', per Guarguaglini e i suoi la situazione è precipitata tre mesi fa, quando "L'espresso" ha pubblicato una serie di intercettazioni che collegavano il colosso militare alla banda di riciclatori guidata da Gennaro Mokbel e dal senatore Nicola De Girolamo.

 

I nemici del presidente non attendevano altro: gli americani, Giulio Tremonti e pure la Lega, che vuole da tempo più potere nelle scelte aziendali, hanno cominciato a diffondere la voce che Guarguaglini fosse «al capolinea», mentre Emma Marcegaglia ha subito bloccato la sua nomina (data per certa) a vicepresidente di Confindustria.

 

Ma oggi non è solo il Grande Capo a rischiare il posto: ormai sono ben cinque le procure che stanno indagando sul sistema Finmeccanica, e le inchieste coinvolgono nomi importanti dell'impero militare. Indagini che hanno trovato spinta con l'entrata in campo del nucleo valutario, il reparto della Finanza specializzato nelle inchieste internazionali, guidato da uno degli ufficiali che 14 anni fa condusse l'istruttoria di La Spezia su massoneria, banche e tangenti per cui fu lungamente intercettato e brevemente arrestato lo stesso Guarguaglini, poi scagionato con formula piena.

 


Andiamo in ordine cronologico. La procura che sta lavorando da più tempo su Finmeccanica è quella di Trapani. Come "L'espresso" è in grado di rivelare, i pm siciliani e la squadra mobile della questura, sezione criminalità organizzata, dal 2005 hanno messo nel mirino gli appalti per la sicurezza e la video sorveglianza del porto e della città, che ha ospitato la Louis Vuitton Cup.

 

Un'indagine che ha prodotto un'informativa corposa piena di intercettazioni e nomi di spicco: dirigenti del ministero dell'Interno, imprenditori, politici, prefetti. L'accusa ipotizza che un sodalizio abbia tentato di pilotare la gara, per spartirsi la torta milionaria.

L'occasione è ghiotta: la competizione velistica tenutasi nel 2008-2009, il primo Grande evento gestito da Guido Bertolaso. La turbativa d'asta sarebbe stata organizzata grazie alla complicità dei progettisti, che «sulla base di accordi di corruttela», si legge nell'informativa, «si prestava a redigere il capitolato tecnico del bando di gara seguendo le direttive dei responsabili del gruppo imprenditoriale interessato fin dall'inizio a condizionare l'assegnazione dell'incanto».

 

La contropartita erano promesse di «ingenti dazioni di denaro» calcolate in percentuale sull'importo dei lavori, di beni mobili «di rilevante valore», di finti incarichi di consulenza strapagati. Al centro dell'affare non solo società locali come la CM Consit spa, ma ecco il punto - pure la Elsag Datamat controllata da Finmeccanica, società che decide, quando si sente odore di inchiesta, di «ritirarsi dall'accordo».

Gli investigatori fanno nomi e cognomi: «Del sodalizio fanno farte alcuni responsabili del noto gruppo imprenditoriale Finmeccanica spa, come Francesco Subbioni e Carlo Gualdaroni», al tempo rispettivamente responsabile della divisione Servizi e direttore generale di Elsag. Un'azienda che fattura centinaia di milioni di euro e vince appalti a raffica in Italia e all'estero.

 

Per fare qualche esempio recente, all'Aquila le sue apparecchiature hanno vigilato sui lavori del G8, a Torino ha vinto la gestione dei i biglietti elettronici dei mezzi pubblici, a Taranto la marina si allena sui suoi simulatori, in Grecia la polizia usa i suoi sistemi per leggere le targhe dei veicoli sospetti.

 

Nella vicenda spuntano anche i nomi del senatore ed ex sottosegretario all'Interno Antonio D'Alì (oggi indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, secondo i poliziotti avrebbe incontrato Gualdaroni per discutere dell'appalto), del viceprefetto trapanese Valerio Valenti, vicinissimo a D'Alì e agli imprenditori della Cm Consit (da loro, dicono gli inquirenti, avrebbe avuto in regalo una Bmw Cabriolet), di ufficiali corrotti che avrebbero preso soldi in cambio di favori, dello stesso Guarguaglini citato più volte dagli imprenditori ignari di essere ascoltati.

ALL'OMBRA DEL VESUVIO
Gualdaroni, uomo di fiducia di Guarguaglini, è un nome di peso dell'universo Finmeccanica. Diventato amministratore delegato di Elsag, qualche giorno fa è passato al comando di Telespazio, specializzata nel campo satellitare. Invece Subbioni, che per la polizia trapanese era il soggetto che controllava da vicino l'appalto del porto, è il nome che collega l'inchiesta siciliana con quella della Direzione investigativa antimafia di Napoli.

Gli uomini di Raffaele Falcone, Vincenzo D'Onofrio e Pierpaolo Filippelli che studiano dal 2007 un altro appalto sospetto lo hanno iscritto nel registro degli indagati. Si tratta, stavolta, della gara per la creazione di una cittadella della polizia e del Cen, un centro di elaborazione dove far confluire tutte le immagini delle telecamere di sicurezza installate in città.

 

Un bando da 37 milioni vinto l'anno scorso dalla capogruppo Elsag (pure la Selex doveva partecipare, alla fine si ritirò) e da altre quattro consociate, e non ancora realizzato: anche qui i reati ipotizzati dai pm sono pesanti, compreso associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d'asta. I pm stanno ascoltando vari dirigenti del Viminale che finanziava la gara, in primis il prefetto dell'Aquila Giovanna Iurato, sposata con un dirigente della Elsag.

 

DA TARANTINI A MOKBEL
I pm di Napoli negli ultimi tempi hanno lavorato gomito a gomito con i colleghi di Bari, quelli impegnati sui presunti appalti truccati della sanità. In qualche intercettazione "pugliese" spuntano infatti uomini di Finmeccanica intenti a parlare d'affari con imprenditori e dirigenti pubblici finiti poi agli arresti, come Giampaolo Tarantini e l'ex direttore dell'Asl barese Lea Cosentino.

Per vederci più chiaro, dopo aver sentito Mautone e Bertolaso, lo scorso novembre i pm partenopei hanno interrogato come persona informata sui fatti proprio Tarantini, che senza tanti fronzoli aveva dichiarato qualche settimana prima di essere stato introdotto in Finmeccanica da Bertolaso in persona. «Volevo che il mio amico Enrico Intini» si legge in un verbale «potesse esporre allo stesso Bertolaso le competenze del suo gruppo industriale nella prospettiva di poter lavorare con la Protezione civile».

Finmeccanica e Bertolaso hanno subito smentito qualsiasi affare con l'amico del presidente del Consiglio, ma è certo che Tarantini conosce bene un altro uomo chiave dell'azienda, Salvatore Metrangolo, per gli amici Rino. Nato a Guagnano vicino Lecce, commerciante di moto e ciclomotori, "Rino" è non solo procuratore generale della Selex Service e della Seicos, ma anche presidente del cda della Space Software Italia, società controllata dalla Elsag.

 

È un fatto che a gennaio 2009 il manager sia stato registrato da una cimice della Guardia di finanza nel privé dell'Hotel De Russie a Roma, mentre insieme a Tarantini, l'amico Intini, la Cosentino e l'imprenditore Cosimo Catalano discute animatamente su un bando da una cinquantina di milioni di euro per alcuni servizi da gestire negli ospedali regionali.

Ora alla matassa giudiziaria che sta imbrigliando Finmeccanica si è aggiunta l'inchiesta della procura di Roma, che non ha nulla a che fare con appalti e simili. I magistrati stanno infatti indagando sui legami tra il colosso militareeil faccendiereMokbel, arrestato a febbraio con l'accusa di aver riciclato 2 miliardi di euro, tra cui denaro delle 'ndrine calabresi di Capo Rizzuto. Otto milioni di euro sarebbero stati infatti investiti per comprare quote della Digint, società controllata da Finmeccanica Group Services e dalla Financial Lincoln, una società anonima del Lussemburgo creata nel 2006.

 

Le nuove intercettazioni che pubblichiamo a pagina 45 e 46 sul coinvolgimento del consulente di Guarguaglini Lorenzo Cola spiegano fino a che punto le trattative con Mokbel e soci fossero andate avanti. La Procura di Roma sta cercando riscontri, e sta puntando pure sulla pista di presunti fondi neri costituiti all'estero, ma molti si chiedono ormai se la dirigenza non debba lasciare subito.

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE
Guarguaglini e sua moglie non ci pensano proprio. «Non esistono fondi neri di Finmeccanica », ha chiosato ai giornalisti il presidente dopo le ultime indiscrezioni di stampa. Ed infatti l'attenzione degli investigatori si sta concentrando su un meccanismo diverso: una galassia di società schermo, esterne o con una piccola partecipazione della holding di piazza Montegrappa, che vengono usate per concludere contratti in Italia o all'estero e poi solo in secondo momento acquisite da Finmeccanica. È la stessa operazione che, stando alle intercettazioni, viene proposta alla consorteria di Mokbel.

 

Ed è il motivo per cui attività delicatissime vengono affidate a personaggi esterni come Lorenzo Cola o Marco Iannilli: le responsabilità formali restano fuori dalla porta del colosso. Tra fornitori, consulenti e partecipate i magistrati dovrebbero passare in rassegna migliaia di sigle che fanno capo ai quasi 400 poli del gruppo Finmeccanica sparsi in cinque continenti. Se le responsabilità d'impresa vengono divise, il rapporto con la politica invece è tutto nelle mani di Guarguaglini e del suo collaboratore più fidato: Lorenzo Borgogni, direttore delle relazioni istituzionali, al suo fianco da quasi un decennio.

A nessun altro, racconta un ex top manager, viene permesso di tenere relazioni con uomini di governo o di partito. Il vertice della holding per un terzo appartiene al Tesoro ed è ovviamente sensibilissimo agli assetti della politica. Fino all'inizio dell'anno pesava l'influenza di Gianni Letta e le amicizie del numero uno con Altero Matteoli, livornese come Guarguaglini, e Claudio Scajola, che con il suo ministero dello Sviluppo Industriale ha stanziato oltre un miliardo di euro per l'acquisto di armamenti e benedetto i piani nucleari dell'Ansaldo, una delle aziende di Finmeccanica.

Nel consiglio d'amministrazione siedono altri uomini importanti come Piergiorgio Aliberti, designato da Mediobanca, e soprattutto il potente Franco Bonferroni, senatore e sottosegretario nel tramonto della prima Repubblica, esponente Udc, evocato nel processo Parmalat e finito nel calderone degli indagati di Luigi De Magistris, da cui è uscito sempre senza conseguenze penali. Nelle stanze romane invece il potere di Finmeccanica si è costruito smistando consulenze (finite praticamente a tutti gli ex capi delle Forze armate) e assumendo figli, mogli e I legami del presidente con settori della politica e grandi banche.

 

E la "freddezza" di Tremonti mariti di chi poteva renderne più serena la crescita: si dice che il documento più segreto del gruppo sia proprio l'elenco dei dipendenti, ricco di cognomi eloquenti. Come quello di Marco Forlani, figlio dell'ex segretario Dc Arnaldo e direttore degli Affari internazionali. Se i rapporti con le grandi banche sono buoni, l'istituto preferito è la Finnat, la banca della famiglia Nattino, crocevia della finanza capitolina più sensibile al Vaticano.

Hanno avuto un ruolo chiave nell'ultima operazione finanziaria da un miliardo di euro per disinnescare la bomba dei debiti accumulati nell'acquisto di Drs. E legami indiretti tra l'arcipelago Finnat e alcune società usate da Cola e Iannilli sono già balzati agli occhi degli investigatori romani, che tentano di capire come hanno fatto ditte minuscole ad accumulare in pochi anni fatturati record.

 

LA FINE DELL'IMPERO
Ora la Finmeccanica targata Guarguaglini potrebbe avere le ore contate. Dicono che Giulio Tremonti sia sempre rimasto alla finestra, osservando con distacco le mosse del gruppo. Si racconta che da quando Scajola si è dimesso e le rivelazioni giudiziarie hanno cominciatoad assediare Matteoli, si sia ben guardato dal rispondere alle insistenti telefonate di Guarguaglini.

Adesso però potrebbe essere lui a decidere il futuro dell'azienda, che ha stabilimenti in zone chiave del nuovo potere leghista (Agusta ed Aermacchi sono concentrate a Varese, Alenia in Piemonte dove dovrebbe sorgere la linea di montaggio del supercaccia Jsf , Aeronavali è a Venezia, Ansaldo ed Elsag in Liguria): il ministro dell'Economia ha già inserito nel cda Dario Galli, undici anni in Parlamento con la Lega e oggi presidente della provincia di Varese.

 

Ma sul tavolo ci sono anche le questioni strategiche. Dopo dieci anni di crescita attraverso acquisizioni continue, Finmeccanica si trova con moltissimi doppioni che faticano a fare sinergia. Ci sono tre differenti compagnie che producono velivoli senza pilota, i drone destinati a dominare i mercati del futuro prossimo. Alenia e Aermacchi fanno aerei in parallelo.

 

Nel settore dell'elettronica, poi, l'arrivo di Drs ha moltiplicato le sovrapposizioni. Il tutto in un mondo dove le spese di ricerca sono altissime quanto la competitività internazionale, giocata direttamente dai capi di Stato. I precedenti governi Berlusconi poi avevano rotto gli storici legami con l'industria aeronautica europea puntando tutto sull'asse con gli Usa, una scelta confermata anche durante l'esecutivo Prodi. Ma Finmeccanica non riesce più a trovare partner oltreoceano.

Con Boeing i rapporti sono gelidi da anni. Lockheed l'alleato che aveva imposto l'elicottero Aw 101 alla Casa Bianca e il biturbina C27J all'Us Army adesso si è schierato contro Finmeccanica in entrambe le gare ed è ai ferri corti anche per la partecipazione italiana al supercaccia Jsf. I mezzi sono considerati ottimi, manca il sostegno finanziario e quello politico.

 

Perché il gruppo di Guarguaglini è lo Stato, non solo per la quota pubblica, ma per il ruolo strategico che ha nel settore degli armamenti. Lo ha teorizzato il ministro degli Esteri Franco Frattini: «Finmeccanica sta costruendo con noi una nuova diplomazia, fatta in modo da mostrare al mondo un'Italia coerente e che funziona».

Ed è anche per questo che i magistrati sanno che non sarà facile andare a fondo nelle inchieste. Non a caso, come ha scritto "L'espresso", Finmeccanica è già azionista di molte delle società che fanno le intercettazioni per conto delle procure ed è l'unico candidato a gestire la futura centrale nazionale di tutti gli ascolti. Guarguaglini poi non è tipo da mollare facilmente: un mese fa in un'intervista al "Financial Times" ha ricordato la lezione tenuta dal ct inglese Fabio Capello nell'ultima convention dei manager Finmeccanica. «Cosa ci ha consigliato? Combattere, combattere, combattere e non arrendersi mai».

SOCIETÀ, MILIONI E UNA GIRANDOLA DI AFFARI - IN UN DIALOGO INTERCETTATO DAGLI INQUIRENTI, MOKBEL E I SUOI PARLANO DI UN INCONTRO CON RAPPRESENTANTI DI FINMECCANICA E DI BUSINESS FUTURI. ECCO IL TESTO DELLA CONVERSAZIONE

Emiliano Fittipaldi per "L'espresso" in edicola domani

Guarguaglini è stato categorico: «Noi Mokbel non lo conosciamo: sono entrati nella Lincoln, poi sono stati buttati fuori». Né lui, dunque, né il suo vice Giorgio Zappa li hanno mai visti. Sarà. Ma chi con Mokbel ha una certa intimità sono di sicuro «Lorenzo Cola e Marco Iannilli, indicati dai sodali» scrivono i carabinieri del Ros, «come importanti consulenti del gruppo industriale».

Attraverso i loro buoni uffici, Mokbel infatti sogna di fare business a sei zeri con Finmeccanica. Guarguaglini ha continuato a smentire, ma non ha negato il suo legame con il misterioso Cola. Persino Mokbel sa che i due sono ottimi amici: «Lorenzo, che è uno psicopatico, pare uno psicopatico... ma per farvi capi': diciamo che è il primo consigliere di Guarguaglini» ripete come un mantra nelle intercettazioni.

Mentre il 6 febbraio 2008 a tal Sergio Licheri Mokbel dice, parlando di Cola, che «ieri sera sono stato a cena con uno dei capoccioni di Finmeccanica... vive a Washington, è quello che ha firmato l'accordo di sei miliardi... per gli Stati Uniti».

In quell'occasione il consulente della terza impresa militare del mondo avrebbe offerto al presunto riciclatore «di aprire una loro agenzia per tutto il centro Asia per la vendita di prodotti militari, elicotteri e via dicendo».

Secondo gli inquirenti, in effetti, Mokbel e compagni attraverso Finmeccanica non solo volevano riciclare denaro sporco, ma costituire una joint venture per lanciarsi su altri business. Punto di partenza, la Digint: sarebbero Cola e Iannilli a proporre a Mokbel e soci l'investimento da 8,2 milioni di euro per comprare quote della società. Gli inquirenti sono sulle tracce di un bonifico fatto verso una banca di Hong Kong ad agosto del 2007, soldi poi tornati in gran parte un anno dopo a San Marino.

Ma la Digint è solo il punto di partenza, una «scatola vuota» da riempire di contratti, in modo da lavorare direttamente con il colosso militare.

Il 12 febbraio 2008 il gruppo Mokbel è riunito in un ufficio ai Parioli. I sodali si sono appena incontrati con Cola e «asseriti rappresentanti», scrivono ancora i Ros, «di Finmeccanica». «Sono cinque mesi che abbiamo tirato fuori i soldi» si lamenta Mokbel ignaro di essere intercettato «ma non abbiamo visto uno straccio di contratto».

Iannilli tenta di spiegare che si tratta di un investimento a lungo termine, e i due cominciano a leggere un documento, dal quale si delinea il vero progetto: lanciarsi nel settore militare e della meteorologia.

Mokbel: «Lo voglio leggere ad alta voce! La GE sistemi ha assunto la denominazione di Italia Sistemi e Soluzioni, dopo aver rilevato... la partecipazione del 49 per cento, c'abbiamo il 100 per 100. L'esercizio si è chiuso con un fatturato di poco superiore ai quattro milioni e mezzo di euro».

Mokbel e Iannilli parlano di società esistenti, degli affari di GE Elettronica, con redditività milionarie, e di investimenti fatti nell'hardware. Il senatore Di Girolamo sembra soddisfatto: «Solo attraverso una holding del genere potevi entra' in Finmeccanica, anzi addirittura Finmeccanica ha chiesto, fronte di quello, una partecipazione attraverso un fondo lussemburghese».

Il 3 marzo 2008 Mokbel e Iannilli parlano dei soldi che si possono guadagnare grazie a Cola: Mokbel: «Io non capisco perché Lollo (Lorenzo Cola, ndr) vuole fa' questo passo... Cioè, lui ha preso la Digint, per arriva' dove?».

Iannilli: «Per pemettere a Finmeccanica...». Mokbel: «Pe' soldi?». Iannilli: «Anche per un discorso di soddisfazione personale, costruisci una cosa dal niente, la pompi, te la rivendi...». Mokbel «Allora lo fa pe' soldi». Iannilli: «Ma certo, poi alla fine pe' soldi...».

Mokbel: «...fra 3,4 anni, secondo voi dove pensate d'arrivà?». Iannilli: «Parli della Digint o in generale? Io penso che la Digint possa arriva' a vale' 550 milioni». Mokbel: «Se gliela vende a Finmeccanica... Certo si deve impegna' Lollo... ci dobbiamo impegna' a sta con le scadenze». Iannilli: «Poi 150 milioni di euro, ti gira i contratti per 150 milioni. A me non me ne frega un cazzo...».

I pm hanno chiesto rogatorie all'estero per ricostruire le operazioni. Resta la domanda che si fanno in molti: possibile che Cola non avesse mai parlato a Guarguaglini della Digint e dei suoi nuovi amici?

 

[03-06-2010]

 

 

 

LA PORTI UNa anti-INTERCETTAZIONE A FIRENZE – NELLA PROCURA TOSCANA è PRONTA LA “STANZA DEI SEGRETI”: UNA SALETTA AD HOC DOVE LE DIFESE DI BALDUCCI & C. POTRANNO ASCOLTARE (MA NON FARNE COPIA, NEPPURE IN FORMA D’APPUNTI) TUTTE LE INTERCETTAZIONI CHE L’ACCUSA RITIENE IRRILEVANTI – I GIUDICI: “VOLEVAMO EVITARE CHE SI INSTAURASSE IN AULA UN MECCANISMO SIMILE A QUELLO DI CALCIOPOLI”…

Marco Imarisio per il "Corriere della Sera"

 

La stanza dei segreti è quasi pronta. All'ultimo piano della vecchia procura circondariale, nello stesso edificio dove lavorano due dei tre magistrati titolari dell'inchiesta sulle Grandi opere. L'arredamento sarà spartano. Un tavolo, un computer, un ufficiale di Polizia giudiziaria, ad aiutare e sorvegliare.

L'ascolto delle intercettazioni segrete sarà possibile solo qui, in una saletta con vista sui tetti di Firenze. A partire da domani, gli avvocati di Angelo Balducci, Fabio De Santis, Francesco Piscicelli e Guido Cerruti, una fetta importante del presunto «sistema gelatinoso» che secondo l'accusa comandava sugli appalti pubblici, potranno entrare uno alla volta, e ascoltare i nastri «proibiti».

 

Ascoltare soltanto, senza alcuna possibilità di riprodurli ed eventualmente portarli all'esterno. La sala d'ascolto, questa la denominazione ufficiale, è una conseguenza pratica del decreto con il quale il giudice per le indagini preliminari ha respinto le istanze dei legali di Balducci e De Santis, che volevano accedere a tutte le registrazioni, in vista del processo ai loro assistiti che comincerà il prossimo 15 giugno.

L'accusa si era opposta, ritenendo «inopportuna» la divulgazione di intercettazioni telefoniche che non erano state ritenute importanti ai fini dell'inchiesta. «Volevamo evitare che si instaurasse in aula un meccanismo simile a quello del processo di Calciopoli» sostengono in procura, tratteggiando un parallelo con il dibattimento napoletano dove intere udienze vengono dedicate alla lettura di telefonate non trascritte ai tempi delle indagini.

 

Non è certo un mistero che questa vicenda sia decisamente più delicata di quella napoletana. Nel librone dei «dati di traffico telefonico» che da oggi sarà a disposizione delle difese sono comprese oltre 110mila conversazioni. Nessun nome, solo la traccia, ovvero il numero dell'utenza chiamante e di quella ricevente.

Ma alcuni di questi numeri appartengono alle più alte cariche dello Stato. Agli atti della procura di Firenze vi sono infatti le intercettazioni di tutti i personaggi coinvolti nell'inchiesta su Grandi opere e G8 alla Maddalena, anche di quelli la cui posizione è stata stralciata e inviata per competenza a Perugia. Era impossibile fare una divisione soggetto per soggetto, ci sarebbero voluti mesi e il tempo stringe.

 

Così, nel calderone dal quale gli avvocati difensori sceglieranno di ascoltare - per una volta soltanto- i file audio delle telefonate che giudicheranno di loro interesse, vi sono ad esempio anche le conversazioni di Guido Bertolaso con i vertici delle nostre istituzioni nei giorni seguenti al terremoto dell'Aquila. Sia ben chiaro, colloqui del tutto ininfluenti al fine dell'indagine, e lo stesso si può dire delle molte telefonate che nel periodo 2007-2009 Balducci fa o riceve con politici di ogni ordine e genere.

«Per tutelare la privacy dei soggetti non coinvolti- sostengono in procura - basta applicare la legge: si possono sentire tutte le telefonate ma non farne copia, neppure in forma d'appunti».

Solo così, con queste regole, gli eventuali segreti rimarranno chiusi in una stanza. Mentre fuori continueranno illazioni e sussurri.

 

[04-06-2010]

 

 

AYALA CI ILLUMINA SULLE STRAGI DEL ’92-’93 - IL PM al primo maxiprocesso RICORDA “FALCONE SAPEVA CHE NON ERA SOLO LA MAFIA A VOLERLO MORTO. COINVOLTI settori dei servizi segreti” - Ricordo che Paolo disse: “finché c’è il maxiprocesso in piedi la mafia non ci tocca”. Il maxi fu pendente fino al 30 gennaio ’92. A marzo poi venne ucciso Lima, a maggio Falcone e a luglio Borsellino...”

Ninni Andriolo per "l'Unità"

 

La verità sulle stragi? Si potrà conoscere se la politica ne favorirà unitariamente la ricerca". Giuseppe Ayala fece parte, assieme a Falcone e Borsellino, del pool antimafia di Palermo. Pubblico ministero al primo maxiprocesso, venne eletto deputato nel '92. Dal 2006 è rientrato in magistratura. Attualmente è consigliere presso la Corte di Appello all'Aquila.

Giancarlo De Cataldo, un suo collega, la pensa più o meno come lei e ripropone la Commissione d'inchiesta sulle stragi...

"Ho molto apprezzato un passaggio della sua intervista a "Repubblica". Ha ricordato che lui, come altri, riteneva che Falcone e Borsellino fossero dei "protagonisti" e non quei grandi magistrati che sono stati. Il fatto che lo abbia affermato pubblicamente, a differenza di molti, è segno di grande onestà intellettuale. Non so se la strada più efficace possa essere quella della commissione parlamentare, ma la politica deve dare un grande contributo alla ricerca della verità".

 

 Il procuratore Grasso parla di "interessi trasversali" che armarono la mafia....

"Che nelle stragi del '92 e '93 fossero coinvolti, accanto a Cosa nostra, settori dei servizi segreti, è cosa che in molti abbiamo pensato e detto. Oggi - limitatamente al fallito attentato dell'Addaura e alla strage Borsellino, che io sappia almeno - si è aperto questo capitolo anche dal punto di vista giudiziario. Ma, al momento, assegno a queste indagini una bassa percentuale di riuscita. E questo con tutto il rispetto che si deve ai colleghi di assoluta qualità che se ne stanno occupando. A cominciare dal procuratore di Caltanissetta, il mio amico Sergio Lari. Mi auguro di essere smentito, naturalmente"

 

Perché questo pessimismo?

"Perché sbattiamo contro un muro di gomma. Posso fare un esempio paradossale che rende l'idea?"

Prego...

 

"Ma quanti agenti con la "faccia di mostro" ci sono nei servizi segreti italiani? E come mai i servizi non hanno ancora collaborato con l'autorità giudiziaria dando identità alla "faccia di mostro" che lavora ancora lì dentro? Sarei indotto a pensare che se non hai quelle caratteristiche non puoi fare lo 007..."

Dopo l'Addaura Falcone parlò di "menti raffinatissime"...

"Usando quella espressione non si riferiva alla mafia. A scanso di equivoci collegò quelle "menti raffinatissime", testualmente, a "centri occulti di potere capaci di orientare le scelte di Cosa nostra". Nella stessa intervista, poi, nel descrivere "lo scenario" dentro il quale tentarono di ucciderlo, fece un parallelo con l'omicidio del generale Dalla Chiesa. Io non sono depositario di verità infallibili, ma essendo Falcone un magistrato cautissimo, che si intendeva di queste cose come nessun altro, qualcuno mi deve spiegare perché mai quello "scenario" doveva cambiare nel '92 e nel '93. Stragi, tra l'altro, ancora più significative da questo punto di vista".

In che senso, consigliere?

 

"Perché Cosa nostra nel '93, per la prima volta, esportò gli attentati fuori dalla Sicilia. E perché quelle stragi, a differenza della tradizione mafiosa, dovevano palesemente comportare vittime innocenti. Si scelsero metodi di tipo terroristico. E'come se qualcuno avesse voluto mettere la firma..."

Il messaggio a chi era rivolto?

"Il messaggio era: "abbiamo la mafia, ma ti facciamo capire che ci siamo anche noi". In questo Paese accade sempre, quando la politica vive un momento di grande debolezza e nel '92-'93 era così, che emergano per un verso gli interessi e per l'altro le logiche degli apparati. Non possiamo fare di ogni erba un fascio, però. Nei servizi la stragrande maggioranza è composta da gente fedele alle istituzioni"

 

Si parla di stragi congegnate ad hoc per favorire nuovi referenti politici...

"Non ho elementi per suffragare questa tesi. Ne prendo atto con molto rispetto perché viene, tra l'altro, da Piero Grasso di cui conosco senso di responsabilità ed equilibrio. Detto questo aggiungo una notazione polemica che non vale per i magistrati. Spesso sento parlare di mafia e di stragi da gente che non ne capisce nulla. Io, purtroppo, una certa memoria storica la conservo...".

Si può far risalire all'omicidio Dalla Chiesa la trattativa tra mafia e Stato?

"C'è troppa gente che parla di trattativa. Aspetto dati concreti e non ne vedo ancora. Non che la cosa mi scandalizzerebbe. Basti pensare ad altre epoche. All'uccisione di Giuliano, per esempio".

Dopo l'Addaura nel pool antimafia avevate la sensazione di un salto di qualità senza ritorno?

"Non riferisco, naturalmente, quello che ci dicemmo in privato con Giovanni. Posso dire quello che dissi io ai colleghi. Nel 1984 ci trovavamo con Falcone e Borsellino a Rio de Janeiro. Una sera - lo chiamammo scherzando il "ragionamento di Copacabana" per via dell'albergo - il discorso cadde sulla nostra sicurezza personale. Ricordo che Paolo, in sintesi, disse: "finché c'è il maxiprocesso in piedi la mafia non ci tocca". Condividemmo questa analisi. Il maxi, come è noto, fu pendente fino al 30 gennaio '92. A marzo poi venne ucciso Lima, a maggio Falcone e a luglio Borsellino..."

Prima però venne l'Addaura..

"Sì e quel fallito attentato mi portò a fare con loro questa osservazione: "l' Addaura allora e' in contraddizione con la "polizza d'assicurazione" del maxiprocesso - così la chiamava Paolo che era sempre pronto alla battuta - ...anche questo ci deve far pensare che non si tratta solo di mafia". Falcone poi parlò di menti raffinatissime".

Dopo le stragi del '93 anche lei ha temuto un colpo di Stato?

"Ebbi nettissima questa sensazione. Nel '92 ero stato eletto alla Camera e avevo un osservatorio diverso da quello della procura di Palermo. Eravamo in molti ad essere allarmati. Pensai a una strategia terroristica che aveva una finalità politica".

 

[03-06-2010]

 

 

UN PAESE COLPITO DA ALZHEIMER O UNO STATO CHE HA FATTO SUO IL CODICE MAFIOSO? - PASSI PER UN TIPINO FINO COME MASSIMO CIANCIMINO CHE DOPO BEN 25 ANNI SI È SVEGLIATO PER RICORDARSI DI COSA NOSTRA A CASA SUA. QUELLO CHE COLPISCE È CHE CI SONO VOLUTI BEN DICIOTTO ANNI PER NONNO CIAMPI PER RIVELARE CHE DIETRO LE STRAGI DI MAFIA DEL ‘92-‘93, ANNO IN CUI CARLO AZEGLIO RICOPRIVA LA CARICA DI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, EBBE "PAURA CHE FOSSIMO A UN PASSO DAL COLPO DI STATO” - MICA È FINITA. PRIMA DI CIAMPI, BEN DUE DECADI HANNO IMPIEGATO IL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA PIETRO GRASSO E WALTER- VELTRONI, MEMBRO DELL’ANTIMAFIA, PER SCOPRIRE CHE LE STRAGI DEL 1992-’93 FURONO “SUBAPPALTATE A COSA NOSTRA” PER SPIANARE LA STRADA A “UNA NUOVA FORZA POLITICA” (GRASSO), A UNA “ENTITÀ ESTERNA” (UÒLTER): UN MODO DI DIRE BERLUSCONI E FORZA ITALIA, SENZA AVER IL CORAGGIO DI DIRLO - EPPOI: QUALSIASI GOLPE, SCANDALO O MISTERO, DA BALDUCCI A FINMECCANICA, DA BERTOLASO A CONTRADA, DA TELECOM ALLO IOR, SBUCANO I SERVIZI SEGRETI, CHE ORMAI NON SONO PIù DEVIATI, ERA ’STRAGE DI STATO’, MA PIRANDELLAMENTE "UNO, NESSUNO, CENTOMILA" -

1 - SCUSATE IL RITARDO
Marco Travaglio per il Fatto

Con la dovuta calma, una decina d'anni di ritardo non di più, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e l'on. Walter Veltroni, membro dell'Antimafia, scoprono che le stragi del 1992-'93 furono "subappaltate  Cosa Nostra" per spianare la strada a "una nuova forza politica" (Grasso), a una "entità esterna" (Uòlter): una roba talmente misteriosa che l'ha intuita persino Cicchitto. E tutti a meravigliarsi, a scandalizzarsi, ad accapigliarsi sulla sconvolgente novità. Chi scrive lo disse in tv a Satyricon nel 2001 e lo scrisse con Elio Veltri ne L'odore dei soldi, mentre decine di altri libri, in Italia e all'estero, giungevano alle stesse conclusioni.

Piero Grasso e Angelino Alfano

Per avermi consentito di dirlo, da 9 anni Daniele Luttazzi non può più lavorare in tv, né sotto la destra né sotto la sinistra. Intanto Grasso, da procuratore di Palermo, assieme al Csm estrometteva dal pool antimafia tutti i pm che indagavano su quella pista. E Veltroni, segretario Pd nel 2007-2009, elogiava Berlusconi "interlocutore indispensabile sulle riforme", rivendicava il dovere di "non attaccarlo più" e poneva fine all'"éra dell'antiberlusconismo" (peraltro mai iniziata).

carlo azeglio ciampi in barca

2 - I TIMORI DI CIAMPI: "EBBI PAURA DI UN POSSIBILE COLPO DI STATO"
Il Fatto -
Dopo diciotto anni, sulle colonne di Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi ritorna sul tema delle stragi di mafia del ‘92-‘93, anno in cui ricopriva la carica di presidente del Consiglio. Ricordando la sera del 27 luglio del 1993 afferma: "Oggi non esito a dirlo, ebbi paura che fossimo a un passo dal colpo di Stato". Nella notte delle bombe a Milano e a Roma, il presidente emerito della Repubblica ricostruisce la concitazione di quelle ore e rilancia: il Paese "ha diritto a sapere chi ordinò quelle stragi" per "evitare che quella stagione si ripeta" e perché "senza verità non c'è democrazia".

Quelle parole non potevano non avere una eco nel dibattito politico, con il centrodestra che attacca. Osvaldo Napoli domanda: "Se la vita della Repubblica ha versato in così grave pericolo, perché mai esso è stato taciuto per 18 lunghi e interminabili anni?". E Cicchitto parla di "intenzionalità politica che è molto lontana da un'oggettiva ricerca della verità". Dal Pd Veltroni ripete: "Quelle non sono state solamente stragi di mafia".

3 - NOVEMBRE '93 NUOVI PARTITI ALL'OMBRA DI UN GOLPE - È IL MESE DEL "NON CI STO" DETTO DAL PRESIDENTE SCALFARO E DEL NUOVO PARTITO DEL CAPO DELLA FININVEST

Santoro e Antonio di Pietro a Il raggio verde Ansa a sinistra Bush padre jpeg

Il Fatto - Pubblichiamo un estratto del libro "L'agenda nera della seconda
repubblica" di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, che sarà in libreria per Chiarelettere dal 10 giugno.

Località segreta, 1 novembre ‘93
Il pentito Salvatore Cancemi racconta ai pm di Caltanissetta che a metà di maggio del '92, di ritorno da una riunione con altri soggetti di Cosa nostra, si era trovato a discutere con il boss della Noce Raffaele Ganci dell'imminente attentato a Falcone. In quell'occasione, Ganci gli spiegò che Riina aveva avuto un incontro "con persone molto importanti, insieme alle quali aveva deciso di mettere la bomba a Falcone". "Queste persone importanti - aveva aggiunto Ganci - hanno promesso allo zio Totò che devono rifare il processo nel quale lui è stato condannato all'ergastolo". Secondo Cancemi, la strage sarebbe avvenuta otto-dieci giorni dopo.

Roma, 2 novembre ‘93
Nel corso del programma Uno contro tutti, condotto da Maurizio Costanzo su Canale5, il direttore del Tg5 Enrico Mentana nega che Berlusconi stia creando un partito: "Si tratta di prove tecniche di fiancheggiamento elettorale" dice. Vittorio Sgarbi interrompe Mentana e sostiene che il partito di Berlusconi esiste eccome e che sia Mentana sia Costanzo lo sanno benissimo, avendo partecipato a riunioni riservate con il Cavaliere. Specifica poi Sgarbi: "Il nuovo partito non sarà rappresentato da Segni, Amato o Costa. Occorrono uomini nuovi".

Milano, 2 novembre ‘93
Marcello Dell'Utri, numero uno di Publitalia, incontra almeno due volte (il 2 e il 30 novembre) Vittorio Mangano a Milano, come risulta dalle sue agende. Di cosa parlano? Il senatore, impegnato in quei mesi nella costruzione del nuovo partito Forza Italia, non lo spiega. Dice solo che "di tanto in tanto" Mangano lo andava a trovare "per motivi personali". È il periodo in cui sono in corso le manovre per l'organizzazione di Forza Italia e Cosa nostra prepara il cambio di rotta verso la nascente forza politica. È in questo momento che, come rivela il pentito Antonino Giuffrè, Provenzano fa sapere agli altri capimafia di aver trovato in Dell'Utri un nuovo referente "affidabile".

Roma, 3 novembre ‘93
"Non ci sto!". Dopo le bombe e lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il presidente della Repubblica Scalfaro sente il bisogno di indirizzare un messaggio alla nazione e va in onda per sette minuti in diretta televisiva sulle reti pubbliche e private. Il presidente, visibilmente indignato, parla a braccio, consultando ogni tanto alcuni fogli di appunti. Scalfaro denuncia agli italiani un tentativo di "lenta distruzione dello Stato" in atto nel paese e sostiene che occorre difendere le istituzioni. (...) Ma cosa temeva Scalfaro in quella fine del '93? «Parlerei di un intreccio di interessi sovrapposti... Esprimevo ciò che stavo vivendo in prima persona, dopo aver assistito a veri e propri atti di guerra (le bombe mafiose), e dopo aver colto da certi ambienti (contigui alla politica, ma non solo) diversi segnali di intimidazione". (...)

Anche Carlo Azeglio Ciampi, in quel periodo a capo del governo, ricostruisce il clima teso di quei giorni e i timori di un attacco alle istituzioni democratiche. "Ricordo perfettamente quei giorni del '93. Ero da poco stato eletto presidente del Consiglio in un momento non facile. C'era un clima molto teso dopo le bombe di Firenze, Milano, Roma. [...] Ricordo l'entusiasmo del '93 per l'accordo sul costo del lavoro. Poi la lunga serie di attentati in nottata. Ero a Santa Severa, rientrai con urgenza a Roma, di notte.

DALL'UCCIARDONE - CON IL FIGLIO MASSIMO

Accadevano strane cose. Io parlavo al telefono con un mio collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra. Al largo dalla mia casa di Santa Severa, a pochi chilometri da Roma, incrociavano strane imbarcazioni. Mi fu detto che erano mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere duro. Chissà, forse lo volevano morbido, il carcere".

Alla domanda sullo spettro di un colpo di Stato pronto a scattare in Italia, Ciampi risponde: "In quelle settimane davvero si temeva un colpo di Stato. I treni non funzionavano, i telefoni erano spesso scollegati. Lo ammetto: io temetti il peggio dopo tre o quattro ore a Palazzo Chigi col telefono isolato. Di quelle giornate, quel che ricordo ancora molto bene furono i sospetti diffusi di collegamento con la P2".

Ma c'è stato davvero il rischio di un colpo di Stato piduista durante la stagione dello stragismo dei primi anni Novanta? "I piduisti ebbero a che fare con la strategia della tensione" risponde l'ex procuratore nazionale Piero Luigi Vigna. (...) Perché Ciampi pensò proprio a un colpo di Stato? "Quando il 28 luglio scoppiò l'autobomba davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro, avvisai Ciampi, che si trovava nella sua casa al mare. E mentre stava al telefono sentì dalla conversazione telefonica il secondo boato dell'ordigno esploso a San Giovanni in Laterano.

Le comunicazioni caddero. Lui si precipitò a Roma, ma le linee del Quirinale rimasero isolate per alcune ore. Bombe e interruzioni telefoniche lo indussero a pensare che qualcosa di grave stesse succedendo, un colpo di Stato. Facemmo perizie e consulenze dalle quali risultò che non ci fu alcuna manomissione esterna. Si trattò di un accumulo di comunicazioni, che aveva determinato il blackout telefonico". (...)

Palermo, 3 novembre ‘93
Enzo Scarantino compare per la prima volta in un'aula di giustizia per difendersi dall'accusa di spaccio di droga. "Mi rifornivo da Scarantino negli anni '85-86" ha detto il pentito Salvatore Augello. "Compravo da lui cento-centocinquanta grammi ogni dieci-quindici giorni. Cento grammi li pagavo diciotto milioni". Intervistato dai cronisti, Scarantino ha negato ogni suo coinvolgimento nella strage di via D'Amelio. "Sono tutte falsità - ha detto l'imputato - e non è vero neanche che ho tentato di togliermi la vita in cella".

Roma, primi di novembre ‘93
Giuliano Urbani manda alle stampe un libretto di trentacinque pagine intitolato Alla ricerca del buon governo - Appello per la costruzione di un'Italia vincente. Il volume verrà dato in omaggio e indicato come riferimento ideologico a tutti coloro che si iscriveranno ai club Forza Italia.

Roma, 5 novembre ‘93
La Procura di Roma, sospettando che le «dichiarazioni» destabilizzanti siano state concordate, aggrava l'accusa contro i tre dirigenti del Sisde (Malpica, Broccoletti e Galati) che avevano tirato in ballo il presidente della Repubblica: l'ipotesi di reato è ora quella di "attentato agli organi costituzionali". Intanto, voci false su imminenti dimissioni del capo dello Stato scatenano la speculazione internazionale sulla lira facendone precipitare le quotazioni; ma in giornata la moneta recupera.

Roma, 9 novembre ‘93
Nel dibattito in Parlamento sullo scandalo Sisde, il presidente del Consiglio Ciampi illustra le misure restrittive messe in atto dal governo sull'uso dei fondi dei servizi segreti e dice che "le bande di malfattori dentro lo Stato non mineranno la democrazia". » (...)

Milano, 10 novembre ‘93
In viale Isonzo, cominciano i provini televisivi per i 650 personaggi
candidabili usciti dallo screening di Publitalia. (...)

Roma, 12 novembre '93
La Procura di Roma scagiona il ministero dell'Interno Mancino: non ha preso nessun fondo nero dal Sisde; gli ex ministri Antonio Gava ed Enzo Scotti vengono invece rinviati al Tribunale dei ministri con l'accusa di peculato.

Parigi, 12 novembre '93
A Parigi, in una saletta dell'Assemblea nazionale (il Parlamento francese), Angelo Codignoni riceve dalle mani di Giulia Ceriani, collaboratrice del semiologo ed esperto di marketing Jean-Marie Floch, lo Screening X. Si tratta di un rapporto di quattrocento pagine per verificare lo spazio di una nuova formazione politica di centro-destra. Floch suggerisce anche le due chiavi utili per vincere: il dovere ("Devo bere l'amaro calice") e il sapere ("Io ho la competenza").

Roma, 16 novembre ‘93
L'apposita commissione ministeriale accerta che i ministri dell'Interno dal 1987 al 1992 (quindi anche Gava e Scotti) non si sono appropriati di fondi segreti del Sisde.

Roma, 21 novembre ‘93

Primo turno delle elezioni amministrative (...) I dati generali danno vincenti tre grandi forze: la sinistra (raccolta in un'Alleanza democratica e progressista guidata dal Pds), la Lega nord e il Movimento sociale; seccamente sconfitti, invece, la Dc, il Psi e in generale i partiti di governo.

Palermo, fine ‘93
Secondo Nino Giuffrè questo è il momento in cui all'interno di Cosa nostra si discute dell'imminente discesa in campo di Silvio Berlusconi. "Tutte le persone che avevano notizie di questo movimento che stava per nascere - dirà Giuffrè - trasmettevano le informazioni all'interno di Cosa nostra. Provenzano, in modo particolare, ne valutava l'affidabilità. Iniziò un lungo periodo di discussione e di indagine per vedere se era un discorso serio che poteva interessare a Cosa nostra, per poter curare quei mali che avevano provocato danni all'organizzazione.

bologna d'annata

Abbiamo fatto anche delle riunioni per discutere, fino a quando lo stesso Provenzano ci disse che potevamo fidarci, che eravamo in buone mani. E nel momento in cui lui ci dà queste informazioni, e queste sicurezze, ci mettiamo in cammino per portare avanti all'interno di Cosa nostra, e poi successivamente all'esterno, il discorso di Forza Italia".

Torino, 22 novembre '93
Berlusconi rilascia un'intervista a La Stampa commentando il risultato del primo turno delle amministrative. "Li avevo previsti da tempo e centrati in pieno con proiezioni sulle elezioni di giugno". E poi: "Sono in molti a chiedere un mio impegno: gente comune, colleghi imprenditori, politici. Se dicessi di sì dovrei tirarmi da parte come editore: sarebbe per me una decisione gravosa. Anzi, se mi consente l'aggettivo, una decisione eroica. Mi auguro che quanto succederà nelle prossime settimane possa allontanare da me questa decisione, questo amaro calice". (...)

Bologna, 23 novembre ‘93

Al mattino un Berlusconi ancora in tuta da ginnastica sale sull'aereo che lo porta a Casalecchio di Reno, vicino a Bologna, per inaugurare un ipermercato. Dopo la cerimonia tiene una conferenza stampa al termine della quale, su specifica domanda, dice che se dovesse votare nel ballottaggio a Roma sceglierebbe "senza esitazioni Fini, esponente di quell'area moderata che si è unita e può garantire un futuro al paese". (...)

Milano, 27 novembre ‘93
Alle 14 su Rete4, al posto della prevista puntata della soap opera Sentieri viene trasmessa integralmente la conferenza stampa tenuta il giorno prima da Berlusconi. Alle 22.40 anche Canale5 cancella il film Donna d'onore, con Serena Grandi, per mettere in onda l'intero faccia a faccia del Cavaliere con i giornalisti stranieri. Sono le prime prove tecniche30-05-2010]

 

 

 

MA CHE BEL CURRICULUM HA IL NUOVO PREFETTO DELL’AQUILA! - Giovanna Iurato NON SOLO compare nella "lista Anemone" MA DEVE ESSERE interrogatA lunedì mattina per l’assegnazione delle commesse ALla Elsag datamat (PARTECIPATA FINMECCANICA), scelta per gestire i sistemi informatici durante il G8 che si è svolto proprio in Abruzzo la scorsa estate - Iurato dovrà spiegare i criteri per la designazione, soprattutto tenendo conto che uno dei dirigenti dell’azienda è il suo attuale marito... Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera

Sono almeno sei le società collegate a Finmeccanica che avrebbero gestito gli appalti serviti ad occultare riserve di fondi neri. L'indagine avviata dai magistrati romani si intreccia con quella dei pubblici ministeri napoletani che ha già svelato la rete di contatti attivata per l'assegnazione delle commesse.

 

E punta in particolare su due aziende: la Selex, amministrata dall'ingegner Marina Grossi, moglie dell'amministratore delegato della holding Pierfrancesco Guarguaglini; e la Elsag datamat, specializzata nei sistemi informatici. Mentre nella capitale ci si concentra sui conti esteri, da Napoli partono gli avvisi a comparire per le persone che hanno seguito la procedura di aggiudicazione delle gare.

 

Tra loro spicca il nome del nuovo prefetto dell'Aquila Giovanna Iurato, fino a qualche settimana fa direttore del reparto tecnico-logistico del ministero dell'Interno, che si è insediata tre giorni fa. Il provvedimento le è stato notificato nei giorni scorsi e il suo interrogatorio è stato fissato per lunedì mattina.

L'alto funzionario del Viminale dovrà chiarire le procedure seguite per la realizzazione del Cen, il centro elettronico nazionale del capoluogo partenopeo della polizia di Stato. La società affidataria è proprio la Elsag datamat, scelta anche per gestire i sistemi informatici durante il G8 che si è svolto proprio in Abruzzo la scorsa estate.

Iurato dovrà spiegare i criteri per la designazione, soprattutto tenendo conto che uno dei dirigenti dell'azienda è il suo attuale marito. L'intreccio di interessi ha insospettito gli inquirenti e rischia di rivelarsi il secondo infortunio nella carriera del prefetto, la cui nomina era stata bloccata la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri quando si è scoperto che il suo appartamento era inserito nella cosiddetta «lista Anemone», l'elenco dei lavori di ristrutturazione compiuti dalle aziende che fanno capo a Diego Anemone, l'imprenditore accusato di far parte della «cricca» che ha ottenuto numerosi appalti per i «Grandi Eventi».

 

L'attenzione dei magistrati romani si concentra sulle fatture emesse da alcune imprese controllate da Finmeccanica - prima fra tutte proprio Selex - per la fornitura di apparecchiature di alta tecnologia.

Il sospetto è che in alcuni casi siano state emesse senza ottenere contropartita, oppure per cifre molto al di sopra dei prezzi di mercato. Il sistema avrebbe consentito l'accantonamento di provviste occulte poi spostate su conti correnti all'estero. Gli accertamenti riguardano svariati depositi e si parla di trasferimenti di denaro per centinaia di milioni di euro. Soldi utilizzati soprattutto per favorire Finmeccanica nell'aggiudicazione di commesse all'estero.

Lo spunto per l'avvio delle verifiche è arrivato quando si è scoperto che Gennaro Mokbel - il faccendiere arrestato con l'accusa di aver organizzato un'associazione a delinquere finalizzata, tra l'altro, al riciclaggio - aveva versato otto milioni di euro per l'acquisto della società Digint. Nelle conversazioni intercettate si faceva riferimento proprio ai possibili affari da concludere con Finmeccanica e al ruolo di Lorenzo Cola che di Guarguaglini era uno dei collaboratori più stretti.

L'accertamento effettuato attraverso le rogatorie internazionali avrebbe poi consentito di individuare le tracce dei depositi bancari che fanno capo al colosso specializzato nei sistemi di Difesa e negli armamenti, oltre alla tecnologia aeronautica di cui è uno dei leader mondiali. Quel denaro si sarebbe quindi rilevato soltanto una parte della provvista portata fuori dai confini. Ora si va avanti.

Ai carabinieri del Ros e ai reparti specializzati della Guardia di Finanza sono stati affidati nuovi controlli sulla documentazione contabile e sui flussi dei finanziamenti ottenuti negli ultimi anni. Un fiume di soldi che potrebbe portare a nuove scoperte, mettendo nell'angolo l'attuale dirigenza, oltre ai manager e ai consulenti che negli ultimi anni si sono occupati degli affari più grossi.

 29-05-2010]

 

 

GAZA, UN MARE DI SANGUE - Almeno quindici persone della flotta internazionale formata da sei imbarcazioni di attivisti pro-palestinesi che si dirigeva verso Gaza sono rimasti uccisi durante l’assalto di un commando israeliano - La ’flottiglia’ organizzata da diverse Ong internazionali per portare aiuti umanitari nella striscia di Gaza, sfidando l’embargo imposto da Israele, era partita ieri pomeriggio da Cipro - PER HAMAS E’ TERRORISMO DI STATOA nsa

Almeno quindici persone della flotta internazionale formata da sei imbarcazioni di attivisti pro-palestinesi che si dirigeva verso Gaza sono rimasti uccisi durante l'assalto di un commando israeliano. Lo ha annunciato la catena televisiva privata israeliana '10'. La radio pubblica ha riferito che alcuni militari israeliani sono stati feriti.
Secondo i media israeliani tra le vittime ci sarebbero nove cittadini turchi.

La 'flottiglia' organizzata da diverse Ong internazionali per portare aiuti umanitari nella striscia di Gaza, sfidando l'embargo imposto da Israele, era partita ieri pomeriggio da Cipro. A bordo delle sei navi con circa 700 attivisti, secondo gli organizzatori, ci sono 10.000 tonnellate di aiuti, tra cui 100 case prefabbricate e attrezzature mediche.

Alcune navi della flottiglia battono bandiera turca e una Ong turca sarebbe uno dei principali organizzatori dell'intera operazione di invio di una flottiglia di aiuti a Gaza sotto assedio. Israele, che nega che a Gaza sia in atto una crisi umanitaria, aveva ripetutamente avvertito che avrebbe impedito alla flottiglia di arrivare a Gaza ma si era offerto di far pervenire a destinazione gli aiuti, dopo ispezione, tramite un valico terrestre. Per Israele, perciò, l'intera operazione è una "provocazione" studiata con l'intento di diffamare la sua immagine agli occhi del mondo.

"Le immagini non sono certo piacevoli. Posso solo esprimere rammarico per tutte le vittime" ha detto il ministro israeliano per il Commercio e l'Industria, Binyamin Ben-Eliezer, alla radio dell'esercito.

ITALIANI A BORDO, NON COINVOLTI IN SPARATORIA - Ci sono anche alcuni italiani, almeno cinque, fra gli attivisti della flottiglia che stamani cercava di recarsi a Gaza e che e' stata bloccata dalle forze israeliane. E' quanto riferisce la Farnesina interpellata sulla vicenda.

Le fonti del ministero degli Esteri italiano riferiscono anche che non risultano italiani coinvolti nella sparatoria che ha provocato morti e feriti. L'ambasciata italiana in Israele ha comunque inviato alcuni funzionari ad Haifa, dove la flottiglia verra' scortata dalle
forze israeliane, per verificare la situazione sul posto.

ABU MAZEN CONDANNA 'MASSACRO' - Il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) ha condannato stamane il "massacro" degli attivisti filopalestinesi nel corso dell' abbordaggio delle loro navi da parte della marina militare israeliana e ha decretato tre giorni di lutto nei territori palestinesi. In Israele intanto forze armate e polizia sono state poste in stato di massima allerta.

UE CHIEDE A ISRAELE APERTURA INCHIESTA - L'Unione europea chiede alle autorità israeliane di aprire un'inchiesta sull'attacco alle navi che trasportavano aiuti umanitari a Gaza. Attacco che ha provocato diverse vittime. Lo ha detto un portavoce del ministro degli esteri della Ue, Catherine Ashton, sottolineando inoltre come Israele deve garantire il libero flusso di aiuti umanitari diretti alla Striscia di Gaza.

"L'Alto Rappresentante per la politica estera della Ue - afferma il portavoce - esprime profondo rammarico per le vittime e le violenze avvenute e chiede che venga aperta un'approfondita inchiesta che chiarisca le circostanze in cui sono avvenuti i fatti". Ashton, inoltre, richiama le autorità israeliane al rispetto del libero transito delle flottiglie che trasportano aiuti umanitari, chiedendo "un'immediata e incondizionata riapertura del passaggio per il trasporto di beni e persone da e verso Gaza".

ISRAELE CONFERMA MORTI, FUOCO CONTRO DI NOI - Un portavoce militare israeliano ha confermato stamane che un numero non precisato di passeggeri della navi di attivisti filo-palestinesi sono stati uccisi e che altri sono stati feriti nel corso dell' operazione di abbordaggio delle navi. Ha detto che viaggiatori hanno fatto uso di armi da fuoco e da taglio e opposto resistenza violenta ai soldati. Più di quattro militari sono stati feriti, alcuni in modo grave.

TURCHIA, A RISCHIO RELAZIONI CON ISRAELE - La Turchia ha duramente condannato oggi l'assalto armato da parte della marina militare israeliana contro la flottiglia di attivisti filo-palestinesi che si recavano a Gaza con aiuti umanitari ed ha sottolineato che "questo sfortunato evento, avvenuto in mare aperto in violazione della legge internazionale, può condurre a irreparabili conseguenze nelle nostre relazioni bilaterali" con Israele. La condanna è contenuta in un comunicato diffuso ad Ankara dal ministero degli Esteri turco, in cui si sottolinea inoltre che "i militari israeliani hanno usato la forza contro civili, tra cui donne, bambini e vecchi di vari Paesi che volevano portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza".

"Israele - prosegue il comunicato - colpendo civili innocenti, ha ancora una volta dimostrato di ignorare del tutto la vita umana e le iniziative di pace e noi condanniamo con forza tale inumano trattamento da parte di Israele". "A parte le iniziative intraprese dall'ambasciata di Turchia a Tel Aviv, l'ambasciatore d'Israele ad Ankara è stato convocato al ministero per spiegazioni urgenti. Qualunque siano le ragioni di Israele - conclude il documento - è impossibile accettare tale azione contro civili che conducono attività pacifiche. Israele dovrà sopportare le conseguenze di questa violazione della legge internazionale".

FLOTTIGLIA, PER HAMAS ARREMBAGGIO E' TERRORISMO DI STATO - Hamas ha denunciato stamane a Gaza l'arrembaggio della flottiglia di aiuti umanitari e di attivisti filopalestinesi da parte della marina israeliana, affermando che si tratta di "terrorismo organizzato di stato".
Hamas ha invocato oggi "una intifada (rivolta) dinanzi alle ambasciate israeliane. A parlarne è stato Ahmad Yusef, uno degli esponenti della fazione islamico radicale palestinese a Gaza. Altri portavoce del movimento hanno definito l'accaduto "un crimine internazionale", invitando l'Onu e la comunità mondiale a reagire e ad avviare una inchiesta affinché "i colpevoli siano puniti". A Gaza City, intanto, la gente si sta radunando in strada per una dimostrazione di protesta convocata sia da Hamas sia da altri gruppi radicali come la Jihad Islamica. Fonti locali non escludono un'immediata recrudescenza di attacchi o lanci di razzi verso Israele.

GRECIA ATTIVA UNITA' DI CRISI - Il ministero degli Esteri greco ha attivato l'Unità di crisi in seguito all'assalto israeliano contro la 'Flottiglia per Gaza', della quale facevano parte due unità battenti bandiera ellenica, il cargo 'Liberta' del Mediterraneò e la passeggeri 'Sfendoni', a bordo delle quali si trovavano cittadini greci e palestinesi. Atene ha indicato di non avere finora notizie ufficiali su quanto accaduto e sulla sorte dei propri concittadini. Secondo attivisti greci a bordo delle unità, citati dalla radio Skai, gli israeliani avrebbero dato l'arrembaggio con elicotteri e gommoni ed avrebbero fatto uso di "proiettili veri".

Atene, riferiscono fonti del ministero degli Esteri, ha chiesto al governo israeliano chiarimenti e spiegazioni sull'assalto alla 'Flottiglia', attraverso l'ambasciata greca. Il ministero degli Esteri ha inoltre contattato l'ambasciatore israeliano ad Atene per chiedergli informazioni dettagliate e assicurazioni sulla salute e la sicurezza dei cittadini greci che si trovavano a bordo della 'Flottiglia'.

TENSIONE FRA ARABI IN ISRAELE - La polizia israeliana ha elevato lo stato di allerta nelle zona del Wadi Ara (60 chilometri a nord di Tel Aviv), dopo che nella città di Um el-Fahem si è sparsa la voce - finora non confermata - che nell'attacco della marina israeliana alla flotta di attivisti filo-palestinesi diretti a Gaza sia stato ferito dai militari lo sceicco Raed Sallah, leader del Movimento islamico nel Nord di Israele, che vive a Um el-Fahem. La radio militare aggiunge che i vertici della polizia israeliana hanno condotto stamane una seduta di emergenza e che continuano a seguire da vicino l'evolversi della situazione nella popolazione araba.

La polizia israeliana ha deciso di chiudere al traffico, per motivi prudenziali, alcune arterie in Israele che passano attraverso zone popolate da arabi, fra cui nel Wadi Ara. In questa zona la tensione è molto elevata dopo che si è diffusa la notizia che un leader islamico locale, sceicco Raed Sallah, sarebbe rimasto ferito in modo grave negli incidenti verificatisi nella 'Flottiglia Ong'. La polizia israeliana ha inoltre deciso di isolare la zona della Spianata delle Moschee a Gerusalemme. 31-05-2010]

 

 

Ricciardi per "Italia Oggi" - Alla fine l'ha spuntata. Se non è la DigitPa, è l'Agenzia per l'innovazione. Davide Giacalone, giornalista, collaboratore di vari ministri ed ex consigliere d'amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società Sip, Italcable e Telespazio, è alla guida dell'Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l'innovazione. Una struttura di supporto alle imprese vigilata dal ministro della funzione pubblica, Renato Brunetta. Il ministro ne ha firmato il decreto di nomina nei giorni scorsi.

 

SUPER CONSIGLIERI...
L'occasione è ghiotta e la casta è sempre in agguato, anche quando, a parole, tutti concordano sulla necessità di ridurne i privilegi. La riforma federalista di recente approvazione ha riconosciuto a Roma lo status di ente territoriale a sé stante, sintetizzato nella formula "Roma capitale". A volerlo furono i vertici dell'allora Alleanza nazionale che così compensarono le ansie federaliste della Lega. L'idea di Roma capitale è ispirata allo status di Berlino in Germania e di Washington negli Stati Uniti, con un autogoverno svincolato dalle regioni di appartenenza.

E ora, del nuovo impianto istituzionale per la città guidata da Gianni Alemanno, qualcuno già tenta di approfittare. I consiglieri comunali capitolini, navigando sott'acqua, lavorano affinché venga loro riconosciuto una condizione pari a quella dei consiglieri regionali.

Significherebbe passare da un'indennità di poche migliaia di euro, legata alla partecipazione alle sedute consiliari e di commissione, a un ghiotto stipendio di 11 mila euro al mese netti più assicurazione sanitaria e contribuzione previdenziale capace di far scattare una pensione a fine mandato. Come accade in questi casi, si tenterà di nascondere il riconoscimento all'interno dei decreti attuativi sul federalismo. In tempi di risparmi non male. (G.S.)

2 - IL PD CERCA DI NUOVO CASA...
Il Partito Democratico cerca casa. Dismesso il Loft veltroniano, è tempo di lasciare anche il Collegio del Nazareno, attuale sede in via di Sant'Andrea delle Fratte a Roma. La parte del Collegio occupata dal Pd costa in subaffitto ben 600 mila euro l'anno. In origine, Francesco Rutelli lo prese in affitto dal gruppo Scarpellini, cui è riconducibile la proprietà del palazzo, per la Margherita.

E ora che il Pd vuole investire nel mattone i primi rimborsi elettorali, Ugo Sposetti, già tesoriere dei Ds, sta trattando l'acquisto di un immobile tra via Veneto e via Bissolati con la Tosinvest degli Angelucci. Gli stessi che nel 2003 rilevarono 37 immobili di proprietà dei Ds, allora in crisi di liquidità. E gli stessi che in queste settimane starebbero trattando l'acquisto dell'"Unità". (C.C.)

CICALA E IL DOSSIER RISERVATO...
Si tinge di giallo la vicenda di Sergio Cicala, il "turista" siciliano rapito, insieme alla moglie Philomene Kaboure, da Al Qaeda in Mauritania e liberato ad aprile grazie a una lunga trattativa condotta dall'intelligence militare. Cicala da oltre 15 anni fa la spola tra la Sicilia e l'Africa. Nel 1994, durante un viaggio in Ciad, la sua jeep saltò su una mina. In quell'incidente morì Kristina Ylitalo, all'epoca sua compagna. Episodi finiti in un dossier riservato dei servizi segreti militari.

A sequestro concluso, la sezione ricerche dell'Aise cerca ancora di fare chiarezza sulle attività africane di Cicala. Un primo filone di indagini sul siciliano, sospettato di traffico d'armi, data alla fine degli anni Novanta.
Il rapporto della Digos di Palermo lo chiamava in causa per una triangolazione tra Sicilia, Roma e stati del Nord Africa. (M.G)

 

GOVERNO-UDC, SPUNTA VIETTI AL CSM ...
Sono aperte le danze per il rinnovo dei membri del Consiglio superiore della magistratura. Il Parlamento in seduta comune è convocato il 1° luglio per eleggere gli otto membri laici di sua competenza, mentre i magistrati voteranno il 4 e 5 luglio per scegliere i 16 rappresentanti togati. Alla maggioranza parlamentare spettano cinque membri, all'opposizione tre.

Secondo le voci, in pole position per la vicepresidenza c'è Gaetano Pecorella del Pdl. Ma avanza sottotraccia la candidatura di Michele Vietti dell'Udc, gradito anche al Partito democratico (è lui l'artefice del sostegno elettorale del suo partito a Mercedes Bresso in Piemonte). Soprattutto, la nomina di un esponente centrista ufficializzerebbe il recente riavvicinamento politico fra Silvio Berlusconi e Pier Ferdinando Casini.

L'alternativa udc a Vietti sarebbe Francesco D'Onofrio, più indirizzato verso la Corte costituzionale. Per il Pd, in qualità di componenti, circolano invece i nomi di Guido Calvi e Giovanni Maria Flick, mentre Antonio Di Pietro sembra orientato a non chiedere rappresentanti. Però le elezioni potrebbero slittare di sei mesi se i giudici decidessero di attendere una nuova legge elettorale. (C.V.)

IL GENERO KAZACO CHE PIEGA LA NURBANK...
G. Ve. Per "il Sole 24 Ore" - In Kazakhstan la banca è un fattore di famiglia. Nello Stato asiatico ricchissimo di risorse naturali, il presidente Nursultan Nazarbayev e i suoi congiunti hanno, insieme a quella per il potere, una smisurata passione per gli affari e le banche. Tuttavia alcune recenti mosse finanziarie della famiglia preoccupano non poco il settore del credito: la figlia del presidente Dariga ha infatti annunciato la vendita del 56% di Nurbank, uno dei maggiori istituti del paese.

Le ragioni dell'operazione sono legate allo scandalo scoppiato in seguitoalla fuga dell'ex genero del capo di stato,Rakhat Aliev.Dall'esilio Aliev ha denunciato una trama di corruzione con al centro proprio Nurbank che ha fatto traballare la famiglia presidenziale. La vicenda ora minaccia di avere pesanti ricadute finanziarie: secondo gli analisti, senza l'appoggio dei Nazarbayev, la banca rischia infatti una brusca caduta del titolo e un impatto negativo sulle prossime emissioni obbligazionarie. La vicenda non è chiara. Ed è difficile dire a chi dare credito nella vicenda. Così, nel dubbio, pesa la parola dell'esiliato Alliev.

TUTTO IL POTERE AL GENERALISSIMO GERO-VITAL (NON DITELO A "REPUBBLICA") - è LO STESSO AMMINISTRATORE DELEGATO DEL LEONE CICCIO PERISSINOTTO A INFORMARE CHE ’Il nostro presidente GERONZI ci rappresentera’ nel Patto di sindacato di Pirelli e Rcs e sara’ il rappresentante nell’assemblea del Patto di Mediobanca" (COSA VUOI DI PIù DA ASSICURAZIONE VITA?)... Radiocor - 'Il nostro presidente ci rappresentera' nel Patto di sindacato di Pirelli e Rcs e sara' il rappresentante nell'assemblea del Patto di Mediobanca. E' una delibera portata da me in consiglio e gia' approvata nell'ultimo cda della compagnia di qualche giorno fa'. Lo ha detto il ceo di Generali Giovanni Perissinotto confermando l'ingresso di Cesare Geronzi nei patti delle maggiori partecipate italiane del gruppo triestino. 'Mi sembra che siano posizioni che competono proprio al presidente', ha commentato Perissinotto. [28-05-2010]

 

 

 

ARRESTATA “LADY COCAINE”, TUTTA SFILATE, SESSO E NARCOTRAFFICO - Miss Colombia a vent’anni, in Messico era diventata l’amante di un boss che l’aveva introdotta nel giro - A Buenos Aires Angie Sanclemente era a capo di un giro di avvenenti ragazze che portavano valigie di droga in Europa SOLLAZZANDO FUNZIONARI DOGANALI (OGNUNO HA I SUOI TARANTINI).. Emiliano Guanella per "La Stampa"

I poliziotti che l'hanno trovata nella camera 102 del K-Lodge, modesto ostello per giovani studenti stranieri nel centro di Buenos Aires, sono rimasti delusi: speravano di trovare l'impattante modella ritratta dalle foto che da mesi circolano su Internet e invece Angie Sanclemente Valencia è apparsa sciupata, i capelli tinti di biondo, forse anche qualche chilo in più, se è vero, come ha detto malignamente una studentessa brasiliana vicina di stanza, che passava tutto il giorno a mangiare, da sola, senza uscire quasi mai.

DA SOLA IN UN MISERO OSTELLO
La «Narco-modella», come è stata soprannominata, che viene accusata di essere la coordinatrice di una rete internazionale di traffico di droga, è caduta nella rete dell'Interpol dopo mesi di ricerche e pedinamenti. Trentun anni compiuti proprio questa settimana, Angie era arrivata in Argentina agli inizi di dicembre dell'anno scorso assieme all'inseparabile cagnolina Lulù, proveniente dal Messico. Inviata, secondo gli inquirenti, da un cartello della droga per vigilare su uno schema di «mule», giovani e belle ragazze da mandare a Cancun e poi da lì con un charter in Europa, piene di droga.

L'avvenenza delle ragazze e la compiacenza di funzionari doganali corrotti (la droga viaggiava nelle valigie senza particolari accorgimenti) avrebbe garantito un carico di cinque chili almeno di cocaina al giorno, tutti i giorni. Ad ogni ragazza spettava un compenso di cinquemila dollari. La rete è stata smantellata a metà dicembre quando una delle portatrici ha preferito consegnarsi alla polizia e ha rivelato alcuni nomi. Da lì è iniziata una caccia all'uomo, con la cattura di tre componenti della banda ed è uscito il nome della modella.

Originaria di Bogotà, Angie Sanclemente ha iniziato giovanissima nel mondo della moda, a vent'anni ha vinto l'ambitissimo titolo di Regina del caffè, una specie di Miss Colombia: dopo appena 2 giorni, però, ha dovuto rinunciare perché gli organizzatori hanno scoperto che era stata sposata (divorziò subito dopo), condizione proibita dal regolamento. Approda allora in Messico, dove le viene attribuita una relazione con un pericoloso narcotrafficante della zona di Cancun, detto il «Mostro». Secondo gli inquirenti è grazie a questa frequentazione che si familiarizza con il business della droga. Di nuovo single, conosce Nicolas, giovane modello argentino che l'avrebbe convinta ad entrare nel business delle «mule».

LE FOTOGRAFIE SU FACEBOOK
Profuga da cinque mesi, ha continuato a pubblicare foto da Buenos Aires nel suo profilo di Facebook. Il suo avvocato spiegava che la ragazza voleva collaborare ma aveva paura a consegnarsi per il terrore di essere violentata in carcere. «La sua bellezza sarebbe un pericolo in un penitenziario argentino». Al momento della cattura aveva solo una trentina di dollari in tasca e due valigie di vestiti.

Sostiene di essere innocente, di non aver nulla a che fare con gli affari di Nicolas. Gli inquirenti non si spiegano perché una persona braccata dalla polizia è finita in un ostello pieno di gente, dando generalità false, sperano ora negli interrogatori incrociati tra le persone arrestate.

Su Youtube, dopo la notizia dell'arresto e la diffusione in Rete delle foto della giovane, impazza un video di un'intervista rilasciata da Angie al momento dello scandalo per il titolo di reginetta revocato. «Non capisco - spiega candidamente - perché si parla tanto di una cosa così piccola, del sogno innocente di una ragazza che ha commesso un piccolo errore e non si dice niente invece dei problemi gravissimi che affliggono la nostra amata Colombia, a iniziare dalla guerra e soprattutto dal narcotraffico». Forse neanche lei avrebbe immaginato che, dieci anni dopo, sarebbe stata proprio la droga a farla diventare famosa in tutto il mondo. [28-05-2010]

 

– LA DENUNCIA DI TERRY-bile DE NICOLÒ (UNA DELLE GIANPY GIRLS CHE FINIRONO A PALAZZO GRAZIOLI: “PEDINATA E MOLESTATA DA UN COLONNELLO DELLA FINANZA” - SALVATORE PAGLINO, IL FINANZIERE CHE A BARI INDAGÒ SU BERLUSCONI, si era attizzato: “MI CHIAMAVA 30 VOLTE AL GIORNO, CITOFONAVA, MI SEGUIVA. INSISTEVA: VOLEVA SALIRE DA ME”… Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica per "Il Giornale"

Appuntamento sul lungomare. Dopo molte insistenze vince la curiosità. Terry De Nicolò, protagonista suo malgrado dell'inchiesta che ha finito per portare in carcere l'ex vice di Vendola, Sandro Frisullo, una delle ragazze che Gianpi Tarantini aveva invitato alle feste a Palazzo Grazioli per ingraziarsi il premier, arriva su un'utilitaria rossa. Accosta, scende dall'auto, lo sguardo nascosto da un paio di occhiali scuri.

«Di che cosa si tratta, 'sta volta?». Le diciamo un nome, quello del tenente colonnello Salvatore Paglino, l'uomo che indagò su Berlusconi e la D'Addario, l'ufficiale che poi, a Trani, ha condotto l'inchiesta sul caso Agcom, che vedeva il premier indagato. Avrebbe tempestato di messaggi e chiamate alcune testimoni dell'inchiesta barese. E la procura avrebbe indagato su quell'episodio. Terry si stringe nelle spalle. «Sì, ero io la destinataria. E non credo d'essere l'unica. Ne ho già parlato mesi fa ai magistrati».

L'inchiesta ora è chiusa. Ci racconta com'è andata?
«Maggio 2009, un anno fa. Gli investigatori di Bari che indagavano sulla vicenda Tarantini-D'Addario mi convocano. Incontro per la prima volta quel colonnello che poi avrei ritrovato sempre accanto al pm Scelsi, e non solo lì».

E quindi?
«Ho fatto altri interrogatori, si era nel pieno dell'inchiesta Tarantini e il colonnello Paglino era sempre lì, tranne forse una volta, a far domande sulle feste a palazzo Grazioli e tutto il resto. Terminate le deposizioni il colonnello inizia con gli sms».

Prego?
«Mi tempesta di messaggini, mi chiama. Con insistenza sempre maggiore, fino a settembre, poi una tregua, e a novembre ricomincia. Devo dire la verità: all'inizio era gentile, quasi formale, pensavo fosse una strategia per carpirmi chissà quali segreti. Ma davvero non avevo altro da dire. Ma ho capito quasi subito che puntava ad altro. Anche perché non mi spiegavo tutte quelle chiamate, frequentissime, ossessive».

Quanto frequenti? Quanto ossessive?
«Un'infinità, centinaia di sms, molti dei quali conservo ancora, piovuti a tutte le ore, fino a trenta telefonate al giorno. E se non rispondevo, lui continuava, insisteva, non mollava mai. Cominciava in tarda mattinata e andava avanti per ore, anche fino a notte, qualche volta».

Cosa scriveva, messaggi attinenti all'inchiesta?
«Macché. "Dai vediamoci", oppure, "sono sotto, fammi salire a casa", roba così. Io prendevo tempo, gli dicevo che ero col fidanzato o con mia madre, anche se non era vero. Quando non sapevo come uscirne gli proponevo di vederci in luoghi pubblici, tipo al bar.

Una volta mi ha raggiunto in un bar, sospetto che mi avesse seguita fino lì. Ma invece di parlare dell'inchiesta si guardava intorno e parlava di questioni personali. A parte quella volta, i miei tentativi di dirottare lontano da casa le sue richieste di incontro sono andati sempre falliti.

Lui diceva "no, meglio di no, se ci vedono è pericoloso. A casa tua è meglio". Faceva anche le poste sotto casa. Avevo crisi di panico appena vedevo le macchine della Guardia di finanza. E quando gli chiedevo conto di quegli appostamenti, si giustificava dicendo che aveva accompagnato un magistrato, o che si trovava a passare da lì perché andava in una caserma lì vicino. Se fosse vero o no, io non lo so. Di certo l'ho visto spesso aggirarsi intorno a casa mia».

E alla fine l'ha fatto salire?
«No. Non è mai salito da solo, ma non è stato facile tenerlo fuori dalla porta. Inventavo sempre scuse. Più di una volta mi ha detto, seccato, che non mi credeva, che era impossibile che non fossi mai sola in casa nell'arco della giornata. È capitato anche che citofonasse, per fortuna avevo il video, sapevo che era lui e non rispondevo. Insomma, era un'ossessione, e io ero in preda all'ansia».

Lo ha denunciato?
«No».

E perché, scusi?
«Ma come perché? Ero terrorizzata. Vivevo un incubo in quel periodo. Tutti mi tartassavano: giornalisti, finanzieri, amici, avvocati, magistrati. Non si parlava d'altro che del premier, delle serate a palazzo Grazioli a cui anche io avevo partecipato. Avete idea di quanti vostri colleghi insistevano perché raccontassi particolari piccanti su Berlusconi, sulle feste, sugli altri politici? Che cosa avrei dovuto fare? Denunciare quello che per me era il capo degli investigatori della procura?

Di chi avrei dovuto fidarmi? E a chi avrebbero creduto, a me, che mi chiamavano escort, e mi dipingevano per quello che non ero, o a lui? E poi grazie al cielo ero riuscita a tenerlo lontano da casa, non è che mi avesse mai messo le mani addosso. Dovevo dire che mi tormentava? Era la parola del capo degli inquirenti contro la mia. Speravo solo che finisse».

Lei però poi ne ha parlato a verbale.
«Certo che ne ho parlato, ma non spontaneamente. Me l'hanno chiesto loro. Il nome del colonnello me lo hanno fatto loro. I pm».

Quando?
«Il pomeriggio del 13 novembre, un venerdì, mi presento in procura perché avevo ricevuto un mandato di comparizione dai magistrati di Bari. Pensavo all'ennesimo interrogatorio su Tarantini. Una volta lì capisco che qualcosa non torna. Di Gianpi (Tarantini, ndr) i pm non parlano. Si informano su chi frequento, chiedono se ho problemi con qualcuno, e con chi avessi continui contatti telefonici...».

E lei?
«Dico loro che non capisco, ed era vero. Ma insistono, mi mostrano un numero di cellulare. "Le dice niente questo?". Lì per lì non lo riconosco. Insistono: "Ci sono centinaia di chiamate e messaggi che lei ha ricevuto da questo numero". A quel punto sudo freddo, ma ancora non pensavo fosse lui. Così lo digito sul telefonino e, chiamandolo, vedo quel nome salvato in rubrica: "Colonnello". Capisco e sbianco».

Che cosa aveva capito?
«Che i pm sapevano già tutto. Degli sms, delle telefonate, delle insistenze. Di fronte all'evidenza, e alle loro domande dettagliate, non ho potuto più evitare di dire quel che mi era capitato. A dirla tutta mi sono tolta un bel peso. E alla fine sono stata fortunata, perché mi è sembrato di capire che non sono stata la sola ragazza a essere stata oggetto di attenzioni particolari. Ho capito allora che avevo fatto molto bene a non farlo mai salire a casa».

Da allora l'ha più sentito?
«Sì, dopo l'interrogatorio. Quando i magistrati mi chiesero di controllare quel numero, involontariamente feci partire uno squillo. Il colonnello se ne sarà accorto perché, nei giorni successivi, ricominciò a chiamare insistentemente. Non so se sospettasse qualcosa o se fosse solo tornato alla carica...». «Non so come sia proseguita questa vicenda, che fine abbiano fatte le indagini. So che mi fidavo di un inquirente che di questa fiducia ha sicuramente abusato. È possibile che una testimone si ritrovi marcata stretta da un ufficiale che l'ha interrogata, manco fosse uno spasimante ossessivo? Stalking, molestie. Io non lo so, non sta a me giudicare. So solo che non auguro a nessuno di provare quel che è toccato a me. A nessuno». [28-05-2010]

 

 

AUTO BLU, MI PIACI solo TU - LO SCANDALO TUTTO ITALIANO DELLE AUTO DI RAPPRESENTANZA, ENNESIMO RECORD DEGLI SPRECHI ITALICI: ABBIAMO SUPERATO QUOTA 620MILA (5 ANNI FA ERANO “SOLO” 200MILA) E CI COSTA 21 MLD € - FELTRUSCONI LO SPARA IN PRIMA AVVISANDO: “ADESSO CI PENSANO BRUNETTA E TREMONTI!” – MA “L’ESPRESSO” SCOPRE CHE LE GARE PER AUMENTARE LA FLOTTA PROSEGUONO INDISTURBATE E LE ASSEGNA LA CONSIP, LA SPA DEL MINISTERO DELL’ECONOMIA, CIOè TREMONTI…

1 - LO SCANDALO DELLE AUTO BLU. IN ITALIA SONO 620MILA...
Gabriele Villa
per "Il Giornale"

Il ministro Brunetta ha già cominciato a contarle una ad una. E sarà un appello che non prevederà appello. Perché le tante, troppe auto blu, in uso alla casta di Stato, saranno inesorabilmente tagliate. La potatura dei privilegi a quattro ruote è, nell'ambito della manovra finanziaria targata Tremonti, forse una di quelle accolte con maggior sollievo e soddisfazione dalla gente, esasperata e nauseata da anni di uso e abuso smodato da parte dei politici di una comodità esagerata e costosa.

Ma quante sono le auto blu in Italia? Allacciate le cinture dell'indignazione per affrontare con noi i dati dell'ultimo censimento utile, aggiornato al primo trimestre del 2010.

Oggi come oggi le vetture in circolazione con a bordo un politico o un boiardo di Stato sono 629.120, una discreta impennata rispetto al 2009 quando erano 607.918. Un'inguardabile sterzata, rispetto a tre anni fa, quando erano 574mila e a cinque anni fa quando erano «soltanto» 198.596.

Sommando gli stipendi degli autisti, i rifornimenti di carburante e i pedaggi autostradali di queste auto, secondo l'Associazione dei contribuenti, che ogni anno nel suo studio prende in esame sia le auto di proprietà delle amministrazioni che quelle in leasing, in noleggio operativo e noleggio lungo termine, in carico a Stato, Regioni, Province, Comuni, municipalità, Asl, comunità montane, enti pubblici, enti pubblici non economici, società misto pubblico-private e società per azioni a totale partecipazione pubblica, la spesa annua legata a questo antistorico privilegio motorizzato supera i 21 miliardi di euro.

Ma d'altra parte è così che si conquistano i record. Sì, perché se l'austera Gran Bretagna ha deciso di mandare tutti i suoi politici a lavorare con i mezzi pubblici, è anche vero che l'Italia del buonismo e della comodità è al primo posto al mondo nella classifica delle macchine di Palazzo. Le auto blu sono infatti 73mila negli Usa, 65mila in Francia, 55mila nel Regno Unito e 54mila in Germania, 44mila in Spagna, 35mila in Giappone, 34mila in Grecia, che ha già i suoi bei problemi che sappiamo, e 23mila in Portogallo, fanalino di coda nella top ten.

«Dopo il censimento, che si concluderà a metà giugno - ha annunciato Brunetta - pensiamo a forme di razionalizzazione come il car sharing o l'auto blu collettiva verificandone l'uso, i consumi di carburante, la manutenzione, l'impiego degli autisti, etc...». Così, secondo Brunetta, si potranno ottenere enormi risparmi: «Il 50 per cento di quello che si spende attualmente».

Al resto ci penserà la scure Tremonti. In effetti se ci sono o ci sono stati casi limite, come per esempio nella Regione Campania della gestione Bassolino con autisti pagati fino a 3mila euro netti, una flotta di vetture con cento guidatori, per un costo di 5 milioni di euro l'anno, anche il traffico a quattro ruote di chi lavora per la presidenza del Consiglio rischia di venir sconvolto. In quest'ambito il servizio automobilistico cosiddetto «dedicato» conta circa 200 addetti, e rappresenta una spesa di circa 5 milioni e 700mila euro l'anno di soli stipendi.

L'altro, quello che viene definito di «reperibilità e pronto impiego», ha un costo medio di 250 euro a singolo «accompagnamento», e comporta un esborso di circa 3 milioni di euro l'anno. Naturalmente i costi salgono o scendono in questo caso in base al numero degli «accompagnamenti» annui effettuati. Nell'ultimo semestre del 2009 sono stati 6.777 (circa 18 al giorno, per una cifra di 4.500 euro spesi quotidianamente solo per far spostare gli uomini della presidenza).

Complessivamente il servizio «a chiamata» ha toccato una spesa annua di 3 milioni e 329mila euro nel 2009. A questi milioni di euro vanno aggiunti i costi dell'affitto dei veicoli (467mila euro nel 2009), del carburante (128mila euro nel 2009) e di parcheggi e manutenzioni (95mila euro nel 2009). In tutto sono poco più di 9 milioni di euro l'anno. Costose, superflue, odiate dalla gente comune, è tempo che le auto blu finiscano definitivamente in parcheggio. Anche se per sistemarle tutte e 629mila servirebbero 1.200 campi di calcio. Ingombranti, no?

2 - ESPRESSO, 624 MILA AUTO BLU E ALTRE GARE IN CORSO...
(Ansa) - "Mentre il governo annuncia tagli e misure di contenimento della spesa, le gare per acquistare berline e ammiraglie di Stato continuano. E si allargano agli enti locali". E' quanto afferma L'Espresso, domani in edicola, che ha dato un'anticipazione dell'inchiesta "Scandalo auto blu".

"Sono stati spesi oltre 100 milioni solo per gli ultimi lotti, appaltati dalla Consip, la società che gestisce le gare per il ministero dell'Economia. E un'altra assegnazione è ancora in corso", scrive il settimanale spiegando che "intanto, però, i numeri crescono ogni anno. A colpi di milioni di euro per le casse dello Stato.

Le ultime gare assegnate dalla Consip, la Spa del ministero dell'Economia, assegnano una decina di forniture comprese fra i 5 e i 33 milioni di euro l'una. Senza contare la gara per le auto più grandi, che è ancora in corso ed elenca una serie di optional di lusso che vanno dal satellitare ultima generazione ai sedili in pelle chiara".

"Secondo la stima dell'associazione Contribuenti italiani nel 2010 s'è toccata quota 624.330, con un incremento del 2,7 per cento proprio negli ultimi mesi. Fra proprietà e leasing lo Stato, le Regioni, le Province, le Asl e i Comuni battono ogni record, surclassando i grandi della Terra. Un confronto è sufficiente per verificarlo: negli Stati Uniti non si arriva a 73 mila auto di servizio, in Francia sono meno di 63 mila, in Gran Bretagna appena 56 mila".

"Nel 2007 si sforò per la prima volta quota 500 mila e furono varati altri tagli. Rimasti anche stavolta sulla carta, prosegue l'inchiesta del settimanale, visto che solo il ministero dell'Ambiente ridusse davvero il parco macchine in cortile. Alle vetture romane si aggiungono le abbuffate degli enti locali. Già prima dell'ultimo raid nelle concessionarie, le Regioni avevano a disposizione 52 mila vetture, 51 mila le Province, 72 mila i Comuni", conclude la nota.

3 - MENTRE IL GOVERNO ITALIANO FA FINTA DI TAGLIARE, IN EUROPA LE FORBICI LE USANO PER DAVVERO.
Da "Nomfup.wordpress.com"

In tempi di crisi nera e di tagli diffusi in tutta Europa le auto blu, si dirà, non fanno la differenza. Benaltrismo a parte, però, i partner UE le forbici sul benefit per antonomasia le stanno usando, in Italia mica tanto Tra le misure contenute nella prossima Finanziaria del governo Berlusconi si parla di un generico "giro di vite" sull'utilizzo di vetture di rappresentanza da parte di ministri e ministeri.

In Gran Bretagna, invece, il governo liberalconservatore ha annunciato un taglio netto <http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/magazine/8702883.stm> sulle auto blu - le mitiche Jaguar, utilizzate come un vanto nazionale - invitando i componenti dell'esecutivo ad usare i mezzi pubblici. In Francia il rigore ha colpito il parco macchine perfino della Difesa, dove - secondo il Figaro - le Renault di ordinanza da 80 che erano sono diventate solo 20.

Occhio, quindi, una volta approvata la manovra firmata da Giulio Tremonti, allo sbandierato giro di vite sulle auto blu. Che, peraltro, da noi sono per lo più le teutoniche, lussuose Audi (macchine sopra i 60mila euro, senza aggiungere i costi della blindatura, e senza considerare che per i ministri viaggiano in scorta), e non le Renault della flotta transalpina o le Jaguar britanniche (la più costosa viaggia poco sopra i 40mila euro).

Si vedrà, a regime, quanti saranno i ministri italiani a preferire non diciamo il mezzo pubblico come in Gran Bretagna, ma almeno una italianissima vettura - e ce ne sono - alle blindate tedesche che li scarrozzano per ogni dove, come se fossero Angela Merkel.

 

 [27-05-2010]

 

 

LA CASTA SI FA LO SCONTO – E TE PAREVA CHE SUI SOLDI AI PARTITI NON FACEVANO I FURBI? PASSO INDIETRO (BIPARTISAN) DEL GOVERNO – NELLA SECONDA VERSIONE DELLA MANOVRA IL TAGLIO DEI CONTRIBUTI SCENDE DAL 50% AL 10% - SU 130 MLN €, QUASI 120 RESTANO AL SICURO NELLE CASSE DI PDL, PD, IDV, UDC - ANCHE I SOLDI GIÀ INTASCATI DALLE FORZE SCONFITTE ALLE ELEZIONI NON VENGONO TOCCATI - ESULTA LA SINISTRA ARCOBALENO (DITELO A BERTINOTTIFrancesco De Dominicis per "Libero"

Probabilmente si sarebbe trattato di un contributo simbolio. Circa 65 milioni di euro in tutto per l'intero arco costituzionale. Ecco perché il passo indietro compiuto dal governo, nella versione finale della manovra sui conti pubblici, è ancora più fastidioso. Una nota stonata in un mix di misure con le quali l'esecutivo ha chiesto a molte categorie (a cominciare dai lavoratori statali) un sacrificio per mettere l'Italia al riparo dal rischio crac. La questione ruota attorno al taglio dei rimborsi elettorali. Taglio che in prima battuta era al 50% e alla fine, come per magia, si è ridotto drasticamente ad appena il 10%.

Qualcuno lo ha già ribattezzato «lo sconto della Casta». Poca roba, forse, se si guardano i 24 miliardi di euro complessivi della manovra messa a punto dal ministro Giulio Tremonti per il biennio 2011-2012. Del resto, se si considerano i 130 milioni di euro incassati dai partiti lo scorso anno - in parte per le elezioni politiche del 2008 e in parte per le europee del 2009 - la cura dimagrante sarebbe stata pari a 65 milioni se fosse rimasta in piedi la prima versione della dieta (50%).

Ma il governo ha preferito asciugare il conto portando il taglio al 10%, che si traduce in una riduzione pari ad appena 13 milioni di euro. Calcolatrice alla mano, vuol dire che i partiti si sono assicurati, in buona sostanza, una dote in più di circa 52 milioni di euro.

Non male, in tempi di crisi, che certamente costringono i tesorieri delle forze politiche ai salti mortali per far quadrare i conti e i bilanci. Fatto sta che i vertici di Pdl, Pd, Idv possono dormire sogni tranquilli. Una mossa bipartisan che di sicuro non troverà ostacoli durante il prescritto iter a palazzo Madama e a Montecitorio.

In pratica restano intatti i rimborsi già arrivati in cassa. In ballo, esattamente, ci sono 130 milioni 793 mila 692 euro la cifra. Ecco i dettagli. In particolare il Popolo delle libertà ha ottenuto 19 milioni 55 mila 284 euro per il Senato, 16 milioni 850 mila 346 per la Camera e 17 milioni 644 mila 530 per le Europee, per complessivi 53 milioni, 550 mila 160. Al Partito democrativo sono andati invece 16 milioni 354 mila 288 euro al Senato, 14 milioni 980 mila 975 alla Camera e 13 milioni 72 mila 439 al Senato, che fanno un totale di 44 milioni 407 mila 702 euro.

Alla Lega di Umberto Bossi sono stati assicurati, invece, per le elezioni del Senato 3 milioni 506 mila 516 euro, per quelle della Camera 3 milioni 688 mila 651 euro e per le Europee 5 milioni 108 mila 685 euro. Il Carroccio, globalmente, ha ricevuto ben 12 milioni 303 mila 852. L'Udc di Pierferdinando Casini al Senato prende un milione 948 mila 994 euro, alla Camera 2 milioni 553 mila 288, per Strasburgo un milione 995 mila 21 euro, arrivando a 7 milioni 762 euro 469.

All'Italia dei Valori di Tonino Di Pietro sono andati un milione 788 mila 755 euro per il Senato, un milione 975 204 per la Camera, 4 milioni 4 mila 747 per le Europee, con un totale di 7 milioni 768 mila 706. Alle minoranze linguistiche, tra le quali la Svp è l'unica che prende il contributo per le Europee (dove i soldi vanno solo ai partiti che ottengono seggi), vengono attributi complessivamente 800 mila 927 euro.

E non è tutto. Perché la Casta non ha il braccio corto. Al punto che assicura un obolo pure a chi dalle cabine elettorali è uscito con le ossa rotte. Pochi giri di parole. Soldi per la corsa al Senato e alla Camera vengono assegnati regolarmente anche ai partirti che si sono presentati alle elezioni, ma non hanno ottenuto seggi.

Questi i dettagli dei rimborsi fantasma: un milione 615 mila 383 euro alla Sinistra arcobaleno di Fausto Bertinotti e un altro milione 78 mila 446 alla Destra di Francesco Storace. Soldi e seggi, invece, per il Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo: 330 mila 266 euro al Senato e 500 mila 249 euro alla Camera, che fanno un totale di 830 mila 515 euro. Poi gli spiccioli: 151 mila 294 euro tra palazzo Madama e Montecitorio ripartiti tra Associazioni italiane in Sud America e il Movimento associativo italiani all'estero. 28-05-2010]

 

 

SALLUSTI CONTRO I BELLIMBUSTI - IL VICE DRACULA DI FELTRI CHE HA FATTO IMBUFALIRE IL MAGO DALEMIX ("VADA A FARSI FOTTERE!") HA QUALCHE STORIELLA CARINA DA RACCONTARE - "Agnelli contava molto più di un premier: aveva il controllo diretto del Corriere della sera, della Stampa e della Gazzetta dello sport e, indiretto, attraverso la famiglia De Benedetti, di Repubblica. Per cui anche questa è una grande ipocrisia. E poi chi è servo lo è anche senza padroni" - "la Maserati? un regalo di Feltri. E di Mieli".... Azzurra della Penna per "Panorama"  

 

 Prima di ricevere l'insulto «Vada a farsi fottere», detto con labiale per non udenti da Massimo D'Alema, quando partecipava alle trasmissioni tv gli sbagliavano il nome sul sottopancia. Dopo quella fantastica apparizione a "Ballarò", tutti l'hanno imparato: Alessandro Sallusti.

E i soprannomi sono stati semplice conseguenza. Nei blog lo definiscono Nosferatu, Dart Fener, Coniglio Mannaro... Lui è il condirettore del "Giornale", classe 1957, nato a Como, lo stesso giorno di James Joyce e Farrah Fawcett, il 2 febbraio. Prima Sallusti ha lavorato per 12 o 13 testate, non ricorda bene. "Il Corriere della sera" è compreso, "Il Sabato", giornale di Comunione e liberazione, pure, «da qui la mia fama di ciellino». Il suo sodalizio con Vittorio Feltri nasce quando insieme con Renato Farina fondano "Libero": «Ne parlammo una notte intera davanti a delle bottiglie di whisky».

 

E senza whisky?

Quel giornale non sarebbe mai nato, non c'era motivo.

Giorgio Bocca ha detto che quando la vede in tv si spaventa e cambia canale.

Non è l'unico.

C'è pure D'Alema nella lista adesso?

Quel famoso duetto a "Ballarò" è durato molto più di quello che s'è visto. Lui è andato avanti a insultare, la regia ha mandato in onda un pezzo non annunciato, intanto Giovanni Floris diceva: «Non siete più in onda». La mia sensazione è stata un po' di tristezza, perché vedere un politico di quel livello, che ha la presunzione di essere uno statista, scendere così in basso, lo dico senza arroganza, mi ha fatto un po' pena. Ragionandoci su, poi, quelle frasi «sei pagato da Berlusconi»...

Il suo editore è Paolo Berlusconi. Lei è pagato da lui.

 

E secondo me non abbastanza. Invece D'Alema è pagato da me, ha vissuto di politica e il suo stipendio glielo pago io come milioni di italiani. E poi mi chiedo: perché non ha mai detto a Paolo Mieli «a te ti paga Agnelli », a Ferruccio de Bortoli «a te ti paga Bazoli», o a Gianni Riotta «a te ti paga la Marcegaglia»?

Se al posto di D'Alema ci fosse stato Ignazio La Russa e al suo posto ci fosse stato Marco Travaglio?

Ci sarebbe stata una mobilitazione generale della categoria un po' cialtrona dei giornalisti.

Magari la fama di ciellino non attira le simpatie?

 

Io? Non lo dico come vanto, ma come dato di fatto, l'ultima volta che ho preso dei sacramenti è stata quando mi sono sposato la prima volta, nel 1981.

Perché, quante volte si è sposato, fratello?

Due. E la seconda non ho, ovviamente, preso i sacramenti.

Feltri le ha detto: «Divorzi? Allora vuol dire che sei ricco »? È un suo classico.

No, mai, io sono di Como e lui di Bergamo: abbiamo tutti e due caratteri un po' chiusi.

Figli?

Uno: ha 22 anni, è l'unico mio vanto, sta finendo ingegneria al Politecnico.

Riscatta lei che invece all'università...

Mi ero iscritto a economia, ho dato due esami, credo. Prima ho fatto la scuola per periti tecnici e andavo malissimo, sognavo di fare il giornalista già a 10 anni, scrivevo a mano il giornalino della mia via a Como.

 

In provincia si sogna di più. Sono sogni comaschi anche la sua Porsche e la sua Maserati?

È bizzarro che io abbia queste due macchine: sono incompatibili con la mia denuncia dei redditi. A me sono sempre piaciute le auto, per la Porsche, di seconda mano, ho fatto un leasing.

E la Maserati?

Quella è stato un regalo di Feltri. E di Mieli.

Questa la racconti bene.

 

Quando nasce "Libero", la testata viaggia sulle 40 mila copie, siamo in grande difficoltà economica perché si suicida l'editore, Stefano Patacconi. Un giorno, in mezzo a questa valle di lacrime, a Vittorio arriva la brochure della nuova Maserati. Lui me la lancia sulla scrivania e dice: «Te la regalo». E io: «No, mi regali quella vera». E lui rilancia: «Guarda, a 100 mila copie ti regalo una Maserati». Come dire, non te la comprerò mai. Il giornale, poi, in qualche modo comincia a crescere e un giorno d'estate arrivano le famose 100 mila copie: c'era un pezzo di Oriana Fallaci in prima pagina. Andai da Feltri a battere cassa.

Le ha comprato la Maserati?

No, ha tentato un'ultima, disperata difesa. Ha detto: «Io intendevo la media di 100 mila, almeno la mensile». "Libero" viaggiava intorno a 70-80 mila copie.

 

E Mieli che c'entra?

 Ci arrivo. In primavera si vota e Paolo Mieli scrive il fondo «Voto Prodi». Il giorno dopo 60 mila lettori del "Corriere" passano a "Libero". A quel punto Feltri aveva fondato il giornale della sua vita e mi regalò la Maserati. Non finirò mai di ringraziare Mieli.

Nell'estate 2006 lei però lasciò «Libero», dicono che avesse litigato con Feltri, è vero?

Litigato? No. In quel periodo a Libero c'erano un mucchio di guai, il più evidente è che Farina finisce nel casino di Betulla, agente del Sismi. Il meno evidente è che l'editore, Angelucci, si ritrova con un giornale che viaggiava sulle 140 mila copie. Decide che vuole fare l'editore e cominciano ad arrivare le sue telefonate. Alla fine Angelucci decide che Sallusti non va più bene.

Perché?

Non l'ho ancora capito.

A Feltri non l'ha chiesto?

No, siamo uno comasco e l'altro di Bergamo. Però, capisco che mettermi di traverso avrebbe fatto schierare Feltri, e gli dico che è venuto il momento di realizzare il mio sogno: riaprire 2L'Ordine". Pochi mesi dopo l'ho fatto. Tornare nella mia città è stato emozionante.

 

Al di là delle emozioni, fermiamoci proprio sulle pressioni degli editori. «Il Giornale » è stato nel mezzo del ciclone, in questo senso...

Io ho fatto sei anni al Corriere della sera e lì le telefonate dell'allora proprietà, l'avvocato Agnelli e Cesare Romiti, per intenderci, erano intense e imbarazzanti. Una volta osammo mettere in prima pagina il Pendolino che si fermava sempre in mezzo alla campagna. Il Pendolino, però, lo costruiva la Fiat. Il giorno dopo dovemmo fare una pagina dicendo che, insomma, la campagna italiana era impervia. Ma da noi esiste un giornale che non fa capo a un gruppo di potere?

Silvio Berlusconi è il presidente del Consiglio.

Agnelli contava molto più di un premier: aveva il controllo diretto del Corriere della sera, della Stampa e della Gazzetta dello sport e, indiretto, attraverso la famiglia De Benedetti, di Repubblica. Per cui anche questa è una grande ipocrisia. E poi chi è servo lo è anche senza padroni.

E riguardo alla campagna che ha messo su Gianfranco Fini? Anche su quella siete stati molto attaccati.

Anche lì. Il caso Boffo era in fase discendente ed erano diversi giorni che si parlava di Fini, stava esternando in maniera conflittuale. Feltri dice: «Ma sai che io, quasi quasi, faccio un pezzo su Fini?». Se quel giorno ci fosse stata un'altra notizia, non l'avremmo fatto. E aggiungo una cosa: dopo quattro giorni da quel famoso titolo: «Il compagno Fini», m'è capitato di sentire il presidente del Consiglio su un'altra vicenda, mi ha detto: «Chiederei una cortesia, se può dirlo anche al direttore Feltri, se per un paio di giorni allentate un po' con questi articoli su Fini, sa perché qui mi sta cadendo il governo, così magari riesco a sistemare un po' le cose».

 

E che cosa avete fatto?

Non abbiamo smesso di parlare di Fini.

Ma lei, giunto al «Corriere della sera», non si sentiva già come un pilota arrivato alla Ferrari?

Lo sognavo da quando avevo 10 anni. Ma erano anni difficili, c'era stato il sorpasso di "Repubblica", il direttore era Ugo Stille e lui ha ucciso il mio sogno.

Scusi?

Io avevo immaginato tutto: il corridoio Albertini, la stanza del direttore con la scrivania di pelle... A mezzogiorno aspetto di vederlo e lui arriva con due sacchi della spesa dell'Esselunga. L'ho odiato. Stille mi esorta: «Vieni, vieni». È entrato nella sua stanza e ha messo le due buste sulla scrivania di pelle. E io avrei voluto dire: «Rifacciamo tutto, ti prego, torno domani». [24-05-2010]

 

 

Carissimo Pd! - Il fine settimana alla Fiera di Roma per l’ennesima tregua interna (quanto durerà?) tra dalemiani e veltroniani è costato al partito Democratico la bellezza di 350mila euro: 15mila euro l’ora, notte compresa, 250 euro al minuto, 4 euro al secondo. “80mila solo per affitto e vettovaglie” - “La cifra la confida al ’Giornale’ un esponente della minoranza del Pd: "Si parla di crisi e poi tutta questa spesa... " - Alla faccia dell’unità... Emanuele Fontana per "Il Giornale"

«Non si vede uno straccio di manovra». Pagheranno «i ceti medio bassi». Il governo non è in grado di arginare la crisi economica, pensa a un «megacondono». Parlava così, sabato all'assemblea programmatica del Pd, il segretario Pier Luigi Bersani. Da che pulpito, verrebbe da dire.

Sì perché il palco tricolore dal quale l'ex ministro ha arringato la platea dei delegati del Partito democratico alla Fiera di Roma, con il gioco di vele bianche a rinfrescare la scenografia, con l'affitto del padiglione e il catering (una cena e due pranzi), l'allestimento tricolore come sfondo agli oratori, sarebbe costato la bellezza di 350mila euro. La cifra la confida al Giornale un esponente della minoranza del Pd: «Si parla di crisi e poi tutta questa spesa... ». Per cosa poi?

 

Settecento milioni delle vecchie lire per fare la pace. Due giorni di discorsi e di complimenti. Veri o falsi che siano: Franceschini, D'Alema e Bersani, all'apparenza amici. Non era meglio un caminetto, una cena, un loft, per fare quattro chiacchiere e stringersi la mano? La domanda non se la pone Il Giornale, ma qualche voce critica interna, naturalmente coperta da stretto anonimato.

 

Affitto e vettovaglie sarebbero costate da sole 80mila euro. All'assemblea programmatica di Roma hanno partecipato mille delegati, e certo andavano sfamati e accolti. Ma dal fronte avversario, per fare un paragone recente, raccontano che il Congresso fondativo del Pdl dello scorso anno, evento all'apparenza più sfarzoso, quantomeno perché epocale dato che si creava un nuovo partito, e più lungo (tre giorni), svolto nello stesso luogo, ossia la Fiera di Roma, costò 450mila euro.

 

La parte maggiore delle spese nel weekend romano di cessazione delle ostilità nel Partito democratico sarebbe confluita nella stretta organizzazione della kermesse. Scenografia, nuovo logo (Pd open), costi tecnici e ospitalità. Il tutto è durato in realtà poco più di ventiquattr'ore: dal pranzo del venerdì al pranzo del sabato. E se fosse davvero confermata la cifra indicata, significherebbe che il Pd ha speso circa 15mila euro l'ora, notte compresa, 250 euro al minuto, 4 euro al secondo, per l'assemblea della Fiera romana che ha sancito, sulla carta, l'«unità».

 

Perché è stato sostanzialmente questo il messaggio (cerchiamo di non litigare più) del dispendioso evento ai padiglioni della capitale, oltre alle critiche al governo sulla manovra e sulla malagestione della crisi. Qualcuno nel Pd fa notare che è stato affittato, in fondo, un solo padiglione e non due.

Addirittura che la moquette sarebbe quella riciclata dell'assemblea di novembre, come il tendaggio color avorio. Si sarebbe tentato, in fondo, di risparmiare, vista la crisi. Ma il conto della pace rimane comunque salato.

 

L'ultimo rendiconto economico del Pd, anno 2008, dice che il partito, inteso come sede nazionale, quell'anno spese quasi 9 milioni di euro per la cosiddetta propaganda, di cui 969.493, ossia quasi un milione, per «l'organizzazione di manifestazioni in luoghi pubblici o aperti al pubblico».

Ma quello fu l'anno delle elezioni e della manifestazione al Circo Massimo organizzata da Walter Veltroni. «Abbiamo cambiato sette leader del centrosinistra - ha ricordato proprio l'ex segretario sabato alla Fiera di Roma - mentre nel centrodestra c'è sempre lo stesso. Bisogna toglierselo questo vizio del centrosinistra di impallinare personalmente chi ha la responsabilità di guidare». E chissà che cambiando meno segretari, il Pd ne tragga benefici anche per la cassa. 24-05-2010]

 

 

Dalla "Stampa" - Varato ieri ad Ancona presso i cantieri della Crn, il nuovo yacht da 37 metri «Custom Line 124» di proprietà di Pier Silvio Berlusconi, figlio del premier e vicepresidente di Mediaset. Lo yacht è stato pagato 18 milioni di euro al Gruppo Ferretti. Può ospitare 10 persone oltre l'equipaggio di 6 membri, è dotato di quattro suite e di una sala fitness. Per Pier Silvio Berlusconi si tratta del secondo yacht, dopo quello varato tre anni fa.

 

Su Chi in edicola l'incontro a Fregene tra Luca Cordero di Montezemolo e Gianfranco Fini. Scrive il settimanale di Alfonsina la pazza: "In un caldo pomeriggio di primavera si trovano a sorpresa in uno stabilimento balneare... Per Fini un po' di relax... al suo fianco Elisabetta Tulliani.

 

ONOREVOLI DIMORE – QUANTO PAGANO I PARLAMENTARI PER LE LORO CASE? “OGGI” LO HA CHIESTO VIA MAIL A TUTTI E 945 DISGRAZIATI - AL SONDAGGIO HANNO RISPOSTO SOLO IN 80 (1 SU 10!) - CASINI VIVE DALLA MOGLIE, GASPARRI IN AFFITTO, FASSINO HA APPENA FINITO DI PAGARE UN MUTUO – MOLTI VIVONO IN CONDIVISIONE O IN MONOLOCALI - CAMPIONI DI TRASPARENZA (SUL WEB) I RADICALI, I SOLITI POVERACCI

www.oggi.it

Per gentile concessione di Rcs Periodici pubblichiamo stralci dell'inchiesta dell'inviato speciale, Mauro Suttora, uscito oggi sul settimanale "Oggi". Dopo il reportage della scorsa settimana sulle case dei ministri, Suttora ha chiesto (per e-mail) a tutti i 945 parlamentari informazioni sul loro alloggio a Roma. Onore agli alfieri della trasparenza, che però sono stati pochi: ha risposto meno del dieci per cento del totale. Si vede che la maggioranza dei politici non ritiene di dovere queste informazioni ai propri elettori.

 

Mauro Suttora per "Oggi" - Da "Libero"

Pier Ferdinando Casini è sintetico: «Abito in una casa di proprietà di mia moglie (Azzurra Caltagirone, ndr) nel quartiere Parioli». Stringato anche Francesco Rutelli: «Vivo nell'unica casa che possiedo. È di mia proprietà, ereditata da mio padre, architetto, che l'ha progettata e realizzata negli anni ‘60».

Maurizio Gasparri, presidente dei senatori Pdl, appare un po' irritato: «Come tutti i parlamentari deposito la dichiarazione dei redditi presso il Parlamento e quindi è facilmente riscontrabile non solo il mio reddito, ma qualsiasi notizia relativa alla mia persona. Voglio comunque rispondere, a puro titolo di cortesia: non posseggo alcuna abitazione a Roma, dove vivo in una casa in affitto pagando circa 2.000 euro al mese alla proprietaria. Non ho mai avuto a disposizione case di enti di qualsiasi tipo».

 

AFFITTI NON PUBBLICI
Ci permettiamo di ricordare al senatore che i parlamentari devono dichiarare le loro proprietà, ma non il prezzo d'acquisto e i canoni d'affitto. Esaustivo invece Piero Fassino (Pd, già segretario Ds): «Abito in un appartamento nel centro di Roma, acquistato nel ‘96 in comproprietà con mia moglie. Per coprire le spese di acquisto e ristrutturazione ho contratto un mutuo che ho terminato di pagare nel dicembre scorso.

Sono proprietario di un appartamento a Torino, acquistato da mio padre nel 1962 e ricevuto in eredità nel ‘66. In comproprietà con mia moglie ho acquistato nel 2004 un casale in Toscana per il quale ho contratto un mutuo. Tutti i contratti di acquisto sono stati registrati per l'intero ammontare».

 

Visto l'interesse suscitato dalla nostra inchiesta della scorsa settimana sulle case dei ministri (dopo le dimissioni di Claudio Scajola per questioni immobiliari), abbiamo chiesto (per e-mail) a tutti i 945 parlamentari informazioni sul loro alloggio a Roma. Ha risposto meno del dieci per cento (80 parlamentari su 945). Si vede che la maggioranza dei politici non ritiene di dovere queste informazioni ai propri elettori.

Fra gli alfieri della trasparenza, invece, oltre a Fassino si distinguono i radicali: «Affitto un bilocale da un privato per 1.200 euro in zona Campo de' Fiori», ci ha risposto la senatrice Donatella Poretti, «ma tutte le informazioni su di noi si trovano nel sito dell'Anagrafe pubblica degli eletti: http://www.radicali.it/ape/eletti/parlamento ».

 

Così il senatore Marco Perduca, che aggiunge particolari curiosi: «Sto in trenta mq scarsi al terzo piano a Trastevere per 1.250 euro al mese. Non uso riscaldamento né acqua calda (neanche in inverno)». E il deputato Matteo Mecacci: «Affitto in zona Foro romano con la mia compagna un appartamento parzialmente arredato di 90 mq. Il canone mensile di 2.700 euro più 118 di oneri condominiali». (...)

 

ZACCARIA CHEZ MONICA
I senatori che si dichiarano proprietari di casa a Roma sono solo tre. Barbara Contini (Pdl): «Lo scorso novembre ho comprato 75 mq in zona Pinciano accendendo un mutuo 15ennale con rata mensile di 2.700 euro». Elio Lannutti (Idv): «Vivo a casa di mia moglie nel quartiere Cinecittà, acquistata nel 1982 dal padre con il 50 per cento di mutuo Italfondiario al tasso del 16 per cento e pagata 76 milioni di lire».

Roberto Zaccaria (Pd, già presidente Rai): «Vivo a Roma, dove ho recentemente trasferito la mia residenza. La casa è di proprietà della mia compagna (l'attrice Monica Guerritore, ndr) ed è stata acquistata nel febbraio 2009. Su questa casa, in zona Roma Nord, ho l'usufrutto, avendo concorso all'acquisto con mutuo ventennale di 400 mila euro». In albergo vanno i senatori Fabrizio Di Stefano (Pdl, da Chieti, che sta all'hotel Imperiale in via Veneto) e Vanni Lenna (Pdl, da Udine): «Spendo 1.500 euro al mese».

 

Guido Galperti (Pd, da Brescia) preferisce un residence vicino al Senato, a 1.100 euro mensili. Gli altri in affitto. Cristiano de Eccher (Pdl, da Trento): «Pago, con contratto depositato e bonifico bancario, 1.100 euro più circa cento euro di spese per un monolocale in piazza Rondanini, vicino al Senato». (...) Fra i deputati, prodigo di particolari è il romano Roberto Giachetti (Pd): «Da quando mi sono separato (2002) vivo in affitto in un appartamento di 90 mq nel quartiere Monteverde, per cui pago 1.650 euro, avendo lasciato l'abitazione ereditata da mia madre ai miei figli e alla mia ex moglie.

 

Questo gennaio l'ho venduta, comprando per loro una casa di 120 mq. a Monteverde a 630 mila euro ed una casa per me, sempre a Monteverde, di 79 mq che ho pagato 550 mila euro con mutuo di 300 mila euro». (...) Luisa Gnecchi (Pd, da Bolzano) è fra i pochi a sentirsi privilegiati: «Affitto con regolare contratto una stanza con angolo cottura e bagno. È piccola, ma molto comoda perchè vicino alla Camera. Pago molto, 1.200 euro al mese, una cifra che nessuna persona con un normale stipendio potrebbe pagare».

 

Giorgio Jannone (Pdl, da Bergamo) si dichiara esente da tentazioni: «Pago 1.600 euro al mese per l'affitto registrato di 50 mq in piazza del Parlamento. Ricopro la carica di Presidente della Commissione Bicamerale di Controllo degli Enti Previdenziali, ossia di tutti gli enti di previdenza che possiedono solo a Roma qualche decina di migliaia di appartamenti. Non mi sono certo mancate opportunità di acquisto o di locazione ..."agevolata"! Non intendo auto elogiarmi, ma voglio evidenziare che esistono molti politici che non meritano essere accomunati a luoghi comuni che generalizzano e offendono».

 

(...) Orgoglioso il ricchissimo avvocato Maurizio Paniz (Pdl, da Belluno): «Sono parlamentare dal 2001. A Roma ho abitato in albergo (hotel De Petris) fino al 2003 (pagavo 270/250 euro a notte); poi ho acquistato un appartamento di 50 mq. in via del Corso, vicino a piazza del Popolo, pagandolo 635 mila euro, somma integralmente dichiarata.

Non ho ricorso a mutui perchè la mia dichiarazione dei redditi, che mi vede tra quelli che denunciano cifre elevate [964 mila euro nel 2009, ndr] mi permetteva di avere l'importo a disposizione». Ce l'ha con le agenzie romane Marco Pugliese (PdI, da Avellino): «Visti i costi eccessivi degli alberghi in centro (130 euro al giorno nei tre stelle) ho affittato un miniappartamento di 55 mq.

 

Pago 2.000 euro al mese più condominio e utenze. Anche se dimoro in zona Pantheon, mi sembra un po' eccessivo. Tra l'altro, si deve anche subire l'arroganza di agenti immobiliari e dei titolari di case». (...) Si lamenta Alessandro Montagnoli (Lega Nord, da Verona): «Sto in hotel vicini al parlamento, spesso diversi, e sinceramente la qualità non è sempre buona. Si va dai 90 a 130 euro per notte». (...)

 

CAZZOLA E CASTAGNETTI
Molti deputati che vivono a Roma da tempo hanno comprato. Enzo Carra (Udc): «Ho acquistato nel 1980 per 57 milioni di lire, in parte con mutuo ventennale dell'Istituto di previdenza giornalisti ». Giuliano Cazzola (Pdl): «Lavoro da venticinque anni a Roma. La casa l'ho acquistata prima di diventare deputato due anni fa. È di 40 mq». Pierluigi Castagnetti: «Ho acquistato con mia moglie nel 2003 un minialloggio in centro per 250 mila euro, con mutuo del Banco di Napoli».

Marco Causi (Pd): «Ho acquistato per 800 milioni di lire nel ‘98 un appartamento in zona Marconi/ piazzale della Radio». Giuseppe Giulietti (Pd): «Ho comprato alla fine degli anni Ottanta 65 mqin zona Prati con mutuo Inpgi da tempo estinto». (...) Il milanese Antonio Palmieri (Pdl) abita invece in una casa di religiosi, nei pressi del Vaticano, dall'estate 2001. E Giuseppe Ruvolo (Udc), da Agrigento: «Vivo da dieci anni presso il Collegio del Sacro cuore di Gesù in corso Rinascimento 23, pagando 700 euro al mese per una cameretta più bagno».

 

Anche Alessandra Siragusa (Pd), da Palermo, preferisce istituti di suore o bed and breakfast. (...) Maurizio Lupi (Pdl), da Milano, vicepresidente della Camera, divide l'affitto: «Risiedo in un appartamento condiviso di circa 80 mq in zona centro storico, la cui rata mensile di affitto è di 3.000 euro». E così Raffaella Mariani (Pd), da Lucca, e Marina Sereni (Pd): «Dividiamo un appartamento in affitto a mille euro a testa. Sono due camerette e un soggiorno più i servizi, al terzo piano senza ascensore. Siamo però vicine alla Camera, e non occorrono mezzi per raggiungerla».(...)

Salendo, ecco Leoluca Orlando, Idv («Affitto un bivani di circa 35mq in centro per 1.150 euro»), Erminio Quartiani (Pd) da Lodi («Appartamento ammobiliato di 50 mq. nel quartiere San Saba a 1.281 euro più spese condominiali» e il pavese Carlo Nola (Pdl): «Monolocale con servizi in centro: 36 mq, 1.300 euro al mese più spese».

 

Stesso canone di Eugenio Minasso (Pdl), da Imperia, per i suoi 45mq vicino alla Camera. A 1.400 sta Maino Marchi (Pd), da Reggio Emilia, e a 1.500 due nomi noti: il giornalista Pdl Giancarlo Mazzuca («Monolocale con servizi di 35 mq vicino al Senato») e l'ex segretario Cisl Savino Pezzotta, Udc, che quando scende dalla sua Bergamo sta in un due stanze di zona Trevi. (...) Sandro Biasotti (Pdl), già governatore della Liguria, vive in un appartamento di 42 mq in centro per 1.700 più spese. Luigi Nicolais (Pd) paga 2.037 euro.

 

Andrea Sarubbi (Pd): «Affitto una casa di 135 mq in zona villa Pamphilj per 2.050 euro al mese. Ho anche una casa di proprietà a Garbatella che do in locazione a 1.300 euro mensili ». Fabio Porta (Pd), eletto nella circoscrizione America Latina: «Vivo con la famiglia per 2.300 euro in 90 mq nel quartiere Africano».

E Benedetto Della Vedova (Pdl): «In affitto da un privato a 2.500 mensili, zona Monti». Infine la romana Barbara Mannucci, 28 anni, Pdl): «Vivo con i miei genitori in una casa sullla quale c'è un mutuo 25ennale preso da mio padre. Pago una rata di 1190 euro al mese». Il mutuo, ora che può, lo paga lei. Il contrario di una «bambocciona ». [19-05-2010]

 

 

CERCHI CASA E SEI POTENTE? CHIAMA SUBITO L’IMMOBILIARE LIGRESTI! CASE BELLE, PREZZI STRACCIATI – UNICO INTRALCIO? FAR SLOGGIARE I VECCHI INQUILINI - IL CASO DELLA VEDOVA DI RENATO RASCEL COSTRETTA AD ANDARSENE: “BOCCHINO PAGA 4MILA € PER 230 MQ? BEATO LUI, A ME CHIESERO CIFRE DA CAPOGIRO E LASCIAI” - ORA LÌ, OLTRE ITALO, CI SONO LE FIGLIE DI GERONZI, BRUNETTA, ALFANO, MASI, GENERALI DEI SERVIZI, ETC – E ALLA BALDUINA ANCHE ALE-DANNO È IN AFFITTO DA DON SALVATORE: Ultimo piano, vista panoramica, circa 200mq. Circa 3mila euro al meseMariagrazia Gerinatutti per "L'Unità.it"

 

«Davvero Bocchino paga 4mila euro al mese per un appartamento di 230 mq in via delle Tre Madonne? Beato lui, a me chiesero cifre da capogiro, non ho voglia di ripescare le carte, ma so che la cifra era così alta che me ne andai», si lascia sfuggire ancora amarezza Giuditta Saltarini, che in via delle Tre Madonne ha abitato per vent'anni, insieme a suo marito, Renato Rascel.

Il loro appartamento era proprio nella palazzina dove abita l'ex capogruppo del Pdl: una casa di 230 mq, occupata al momento dal personale che lavora nelle case di Benedetta e Chiara Geronzi, figlie del presidente delle Generali, alloggiate rispettivamente al primo e all'ultimo piano più attico della palazzina affianco. Ma per un periodo - ricordano i vicini - quello è stato anche lo studio del marito di Chiara, Fabrizio Lombardo, e di Stefano Ricucci.

 

Un tempo il condominio dei famosi non era così, racconta Giuditta. Brunetta, le sorelle Geronzi. «C'erano i pini, che ora hanno tagliato, e non c'erano tutti quei vip, gli inquilini erano ragionieri, avvocati, sì c'era anche Buttiglione, ma era ancora un professore, abitava nell'appartamento proprio sotto di me...».

 

A parte Buttiglione, che da poco ha lasciato via delle Tre Madonne per passare a miglior magione, gli altri, per lo più, sono stati costretti ad andarsene. La vedova Rascel non ha nemmeno aspettato che lo sfratto fosse eseguito. «Una volta terminato il vecchio contratto, cominciarono a chiedere affitti astronomici e fui costretta ad andarmene, forse se ci fosse stato ancora mio marito avrei combattuto, ma non volevo restare lì a dispetto dei santi», racconta l'attrice, che malvolentieri torna su quella vicenda, in cui i santi si chiamano Milano Assicurazioni, ovvero Salvatore Ligresti, e prima ancora Pirelli Real Estate, ovvero Tronchetti Provera, che con il nuovo millennio, proprio mentre Le Generali lanciavano l'Opa sull'Ina, aveva messo le mani sul suo patrimonio immobiliare.

 

IL PATRIMONIO INA
Trecentocinquantamila appartamenti costruiti su impulso del piano casa. Un patrimonio da oltre 4700 miliardi di vecchie lire. Con alcuni fiori all'occhiello, come le palazzine di via delle Tre Madonne, da trasformare in dimore vip, per ora in affitto, un giorno chissà. Unico intralcio: i vecchi inquilini, a cui nessuna delle società per cui è transitato (in blocco) quel patrimonio, ha riconosciuto il diritto di prelazione.

«Per noi vecchi inquilini non è stata certo una bella storia: quando si cominciò a parlare di dismissione, pensammo di potercela comprare quella casa in cui avevamo abitato tutta la vita, facemmo domanda per esercitare il nostro diritto di prelazione, poi tutto andò a carte quarantotto: ci hanno preso in giro, volevano solo buttarci fuori», racconta la vedova di Renato Rascel, che non si fa illusioni.

 

«Lo so che non otterremo niente di niente, loro hanno uno stuolo di avvocati e sotto ci sono giochi di altissimo livello, ma la causa ho deciso di portarla avanti lo stesso, perché, non ci conto, ma vorrei essere risarcita per il danno che mi hanno fatto».

 

Un pessimismo giustificato da quanto è accaduto alla sua vicina di un tempo, la signora Vicenzi, che, a novant'anni, suo malgrado, è diventata l'emblema di questa vicenda fatta di ascese e discese, dolorosissime. In cui nemmeno quando la giustizia ti dà ragione sei al riparo. Lei infatti la guerra (o almeno la prima battaglia) con i «santi» l'aveva già vinta quando sono venuti a portarle via la casa con la forza pubblica, concessa nonostante la moratoria sugli sfratti.

E nonostante la sentenza emessa dal giudice Mario Casavola, in cui si ribadisce «il diritto di prelazione a favore degli inquilini degli immobili appartenenti alle società a prevalente partecipazione pubblica, alle società privatizzate e a quelle controllate anche in caso di vendita in blocco».

Con tanto di condanna per i «convenuti» (Pirelli e Milano Assicurazioni) a pagare alla signora Vincenzi 1,6 milioni di danni. L'unica a pagare, però, finora è stata lei: sentenza sospesa e appello rinviato al 2014, è stata costretta a togliere il disturbo. Con una sentenza analoga alla sua intanto anche l'avvocato Antonio Jezzi, che ha tutt'ora lo studio nella palazzina di Bocchino, si è visto riconoscere dal giudice Casavola il diritto di prelazione e al risarcimento. Anche nel suo caso, è partito il ricorso.

 

2 - ANCHE IL SINDACO ALEMANNO IN AFFITTO DA LIGRESTI...
Dall'"Unità"

Tra i vip dimorati presso Ligresti c'è un altro nome eccellente. Quello di Gianni Alemanno. Il sindaco di Roma, che pure nel 2007 ha acquistato ai Parioli 140mq ex Inail per 533mila euro, dal 2004, paga infatti l'affitto all'Immobiliare Lombarda. Non che sia entrato a far parte dell'esclusivo condominio di via delle Tre Madonne. Ma anche la palazzina in cui abita, in una silenziosa via della Baldunia, fa parte del patrimonio Ina e ha seguito tutta la trafila delle palazzine vip. Ultimo piano, vista panoramica, circa 200mq. Affitto 9.132 euro a trimestre. Circa 3mila euro al mese. 19-05-2010]

 

 

ANEMÒPOLI – DA ACHILLE TORO IN PROCURA A SETTORI DELLA GUARDIA DI FINANZA: GRAZIE A COPERTURE ECCELLENTI IN GRADO DI INSABBIARE LE INDAGINI, LA CRICCA HA POTUTO PROSPERARE PER ANNI - DOCUMENTI SCOMPARSI, DEPISTAGGI, INTERROGATORI AMICHEVOLI – MA LE ORECCHIE DEI CARABINIERI DEL NOE (TUTELA AMBIENTE) ASCOLTAVANO TUTTOLirio Abbate per "L'Espresso"

di interessi di Sergio Rizzo cover

La saletta del ristorante è appartata, nascosta agli sguardi dei clienti che prendono posto attorno a tavoli rotondi apparecchiati con raffinatezza. È una sera di ottobre di due anni fa, e mentre fuori piove, nella zona riservata di un locale di Roma due imprenditori stringono accordi "scellerati" con un ufficiale della Guardia di finanza.

Seduti davanti ai piatti ci sono tre persone: un pezzo della "cricca" formato da Diego Anemone e Piero Murino e un finanziere. Anemone è una delle figure chiave, il fulcro delle inchieste condotte dalle Procure di Firenze e Perugia sugli appalti per i Grandi eventi: dai Mondiali di nuoto di Roma al G8 della Maddalena, fino alle opere per i 150 anni dell'Unità d'Italia.

Murino è uno degli imprenditori inseriti negli appalti della Maddalena. I due sono amici e condividono lo stesso linguaggio cifrato: chiamano "brochure" le buste che contengono le mazzette di banconote destinate alle tangenti. Ed entrambi per proteggere le loro attività illecite si affidano a investigatori infedeli, a cui versano grosse somme di denaro. Sembra di vederli i tre seduti a tavola che mangiano, bevono e ogni tanto sorridono alle battute che fa l'ufficiale.

 

È proprio indagando su Anemone che i carabinieri del Ros scoprono questo convivio molto riservato, ma ignorano chi sia il terzo uomo. Solo in un secondo momento le intercettazioni svelano la qualifica del commensale: è un finanziere, uno di quelli importanti che avrebbe un ruolo di coordinamento operativo nella capitale, ma di cui non viene fatto mai il nome.

 

Adesso sono state avviate indagini per scoprire l'identità di questo ufficiale: gli inquirenti ritengono che sia un tassello fondamentale nell'inchiesta dei pm di Firenze e Perugia. Un'istruttoria nella quale affiorano finanzieri corrotti che spifferano notizie riservate o sono pronti a pilotare indagini, tutto con un unico obiettivo: tutelare gli affari di Anemone.

Perché le coperture di questo imprenditore che fatturava 85 milioni di euro all'anno, eseguendo in gran parte lavori tutelati dal segreto di Stato, erano vastissime. Al punto da impedire che una verifica fiscale di routine, avviata il 14 ottobre 2008, creasse problemi al costruttore e agli altri componenti della "cricca".

 

I documenti sequestrati due anni fa dai finanzieri incaricati di quel controllo tributario dimostrerebbero il coinvolgimento di politici, investigatori infedeli e funzionari dello Stato in casi di corruzione. Già all'epoca, ben prima che i cantieri della Maddalena venissero ultimati, si sarebbe potuto scoprire che la moglie di Guido Bertolaso, il capo della Protezione civile indagato a Perugia, e suo cognato, Francesco Piermarini, incassavano somme di denaro dal gruppo Anemone.

E lo avevano fatto a partire dal 2004, creando una sorta di conflitto di interessi, visto che molti lavori sono stati affidati dalla Protezione civile all'imprenditore indagato. Negli archivi sequestrati dai finanzieri in quell'ispezione fiscale sono state trovate le fatture della famiglia Bertolaso: ma questi documenti sono stati recuperati solo due anni dopo l'inizio della verifica tributaria e subito dopo il trasferimento dell'inchiesta sulla "cricca" da Firenze a Perugia.

 

Nelle carte sequestrate nel 2008 c'era già tutto. Le Fiamme gialle avrebbero avuto pure la possibilità di far luce sulle operazioni bancarie sospette, quelle che ora hanno permesso di scoprire gli assegni usati per acquistare la casa di Claudio Scajola, i due appartamenti di un generale della Finanza adesso al servizio segreto civile, quello del figlio dell'ex ministro Pietro Lunardi e un altro della figlia del braccio destro del ministro Altero Matteoli.

E nei faldoni rimasti chiusi negli armadi ci sono le tracce di decine di conti correnti ancora da esaminare, con bonifici e pagamenti che potrebbero svelare nuovi casi di corruzione.
Insomma, una bomba che già nell'autunno 2008 avrebbe potuto mettere in crisi il neonato governo Berlusconi, coinvolgendo ministri di punta.

Adesso gli inquirenti che indagano sul "terzo commensale" in uniforme hanno il sospetto che l'inchiesta possa essere stata ostacolata dall'esterno e deviata su altre strade per evitare che raggiungesse il cuore della ragnatela creata da Anemone. Un sistema di malaffare difeso da un cordone di protezione così potente da impedire anche un'istruttoria dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico, l'unità guidata dal colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come il capitano Ultimo che mise le manette ai polsi di Totò Riina.

 

Due anni fa i militari dell'Arma avevano avviato indagini in Sardegna su Diego Anemone, Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Dellagiovanpaola, ma vennero bloccati - secondo i magistrati di Perugia - dall'allora procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, oggi in pensione dopo che i pm lo hanno accusato di essere stato la talpa di Balducci & c.

Il Noe chiese più volte alla Procura di poter intercettare gli imprenditori per proseguire l'indagine, ma la richiesta non ebbe alcuna risposta. Poco tempo dopo Achille Toro affidò alla Finanza l'indagine e le Fiamme gialle si limitarono ad effettuare verifiche fiscali e societarie, alcune delle quali non vennero mai chiuse e così l'inchiesta si arenò.

Forse perché al servizio di Anemone c'era il finanziere Mario Pugliese che lavorava in un ufficio del Comando generale della Guardia di finanza, il maresciallo Marco Piunti, o il generale Francesco Pittorru, adesso nell'intelligence. Tutti avrebbero ottenuto qualcosa dalla banda, tutti sono stati intercettati con Anemone.

Ma c'erano anche militari della Fiamme gialle disposti a condurre interrogatori amichevoli ai collaboratori di Anemone chiamati a rendere dichiarazioni sulle verifiche fiscali, "intrattenendoli" negli uffici investigativi solo "con qualche barzelletta", senza fare domande scomode. Tutti questi retroscena sono stati registrati dai carabinieri del Ros di Firenze che hanno avviato l'indagine sulla cricca.

I microfoni degli investigatori hanno intercettato anche il momento in cui il 14 ottobre 2008 i finanzieri scoprivano in un computer di Anemone la lista con i 412 casi in cui l'impresa è intervenuta per eseguire lavori nelle abitazioni di politici, investigatori (molti ufficiali della Finanza), funzionari dello Stato e giornalisti.

 

L'elenco dei nomi è comparso solo adesso ed è stato lanciato sulle pagine di molti giornali mettendo insieme situazioni sospette con quelle regolari: nella lista ci sono ospiti di alloggi di servizio ristrutturati a carico dell'istituzione di appartenenza o personalità che hanno pagato per l'intervento dell'impresa edile. Una fuga di notizie apparsa particolarmente anomala: gli investigatori sospettano che si tratti di "un'operazione mediatica per tirare dentro un po' tutti".

Un sospetto condiviso dal procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo. Che in un'intervista a "Libero" ha poi allargato l'analisi: "Il dato più preoccupante è che ci sono profondi contrasti tra maggioranza e maggioranza, contrasti molto forti che portano alla luce situazioni da accertare penalmente e che se fossero vere sarebbero molto preoccupanti".

Come le indagini insabbiate negli scorsi anni, anche la bufera mediatica viene letta dagli inquirenti come un metodo per depistare e proteggere il nocciolo duro del sistema di corruzione. Perché di sicuro alle squadre di investigatori che cercano di far luce sui reati si oppongono altri uomini dello Stato che hanno operato e forse operano per evitare che l'istruttoria vada avanti. Lo fanno per proteggere i propri interessi o per coprirne altri. Ma è proprio per questo che i pm ora puntano a identificare questi "complici istituzionali". Prima che riescano ancora una volta a fermare l'inchiesta o a farla affondare in un calderone di sospetti. 21-05-2010]

 

Affittopoli in Campidoglio! - Non solo Propaganda Fide: il Comune di Roma regala a prezzi stracciati 160 mq in Prati per l’ufficio di segreteria di un fedelissimo di Ale-Danno - Potito Salatto, eletto europarlamentare coi voti del sindaco e nel cda della sua fondazione “Nuova Italia”, paga solo 600 euro invece di 3000 - AFFITTO Calcolato non già da una Tecnocasa qualsiasi, bensì dall´Ufficio Stime del Campidoglio sulla base della "banca dati quotazioni immobiliari" dell´Agenzia del Territorio. Diretta - ironia della sorte - dalla sorella del sindaco, Gabriella Alemanno...

 

1 - L'IMMOBILE COMUNALE SCONTATO PER SALATTO. GLI AFFITTI "ALLEGRI" DI ALEMANNO
Giovanna Vitale per "La Repubblica - Roma"

È possibile trovare in affitto, nel cuore del quartiere Prati, un appartamento di circa 160 metri quadri alla modica cifra di 615 euro al mese? No, se sei un comune mortale. Ma se ti chiami Potito Salatto, di mestiere fai l´eurodeputato Pdl e appartieni all´inner circle del sindaco Alemanno, l´impresa può diventare un gioco da ragazzi.

A denunciare l´assegnazione dell´elegante dimora posta al secondo piano di via Sabotino 4 è il presidente della Commissione Trasparenza Massimiliano Valeriani (Pd). Che in un´interrogazione urgente al primo cittadino ha chiesto conto dell´ordinanza 46 del 6 agosto 2009 con la quale l´immobile di proprietà del Campidoglio, già sede del XX municipio, è stato locato - a canone sociale - all´associazione culturale Assoforum.

 

Di che si tratta? Di un cartello piccole sigle, alcune delle quali dichiaratamente politiche come "Il comitato multietnico del Popolo delle Libertà" e "Cuore azzurro". Chi lo guida? L´onorevole Salatto, ovviamente, l´ex democristiano di lungo corso che è riuscito a staccare un biglietto quinquennale per Bruxelles proprio grazie al sostegno di Alemanno.

E i soci, chi sono i soci? Tutti politici di centrodestra, guarda il caso: il vicepresidente vicario è Pierluigi Borghini (già sfidante del secondo Rutelli nella corsa a sindaco, ora numero uno di Eur spa), Bruno Prestagiovanni (ex assessore regionale di Storace) è l´altro vice, mentre nel consiglio direttivo ecco Stefano De Lillo (senatore Pdl).

 

Ma ciò che più scandalizza il consigliere Valeriani è il danno, oltre alla beffa, dal momento che quell´appartamento - per tipologia e ubicazione - avrebbe potuto fruttare oltre 3mila euro al mese, anziché i 600 versati dall´Assoforum con un abbattimento dell´80% rispetto al canone di mercato. Calcolato non già da una Tecnocasa qualsiasi, bensì dall´Ufficio Stime del Campidoglio sulla base della "banca dati quotazioni immobiliari" dell´Agenzia del Territorio. Diretta - ironia della sorte - dalla sorella del sindaco Gabriella Alemanno.

 

Tutto legale, in teoria. Quando gli immobili comunali vengono concessi a uso sociale lo sconto infatti è regolare. «Peccato che di sociale o culturale questa Assoforum abbia ben poco: la verità è che via Sabotino 4 è diventata la sede di rappresentanza politica dell´onorevole Salatto», tuona l´esponente democratico. La prova? I bigliettini da visita distribuiti urbi et orbi dall´eurodeputato: in alto la bandiera Ue con la scritta "Parlamento europeo"; al centro il suo nome e cognome; sotto l´indirizzo completo (via Sabotino 4) con tanto di telefono fisso e telefonino personale. Della sigla Assoforum, nessuna traccia.

 

2 - SALATTO NEL CDA DELLA FONDAZIONE POLITICA DEL SINDACO DI ROMA
Il legame di Potito Salatto con Alemanno è cementato anche da un altro elemento: l'europarlamentare fa parte del consiglio di amministrazione di "Nuova Italia", la fondazione politica presieduta proprio dal sindaco di Roma, dove siedono tutti i suoi fedelissimi, dal capo di gabinetto del Campidoglio Sergio Gallo ai vertici delle municipalizzate come Franco Panzironi (Ama) fino alla moglie Isabella Rauti.

 

 [21-05-2010]

 

 

ONOREVOLI SENZATETTO, ONOREVOLI STRAMUTUATI – TRA MINISTRI E PARLAMENTARI C’è ANCHE CHI NON è PROPRIETARIO DI CASE: SPICCA SACCONI, ZERO ABITAZIONI TRA LUI E LA MOGLIE (BOSS DI CONFINDUSTRIA) – IL TIPINO FINO RONCHI L’HA DONATA ALLA FIGLIA ED è ANDATO IN AFFITTO – IL RE DEI MUTUI è ADOLFO URSO: BEN DUE (UNO PER IL FIGLIO). 2,4 MLN CHE DOVRà PAGARE FINO A 90 ANNI (PROVATE VOI A CHIEDERLO IN BANCA DOPO I 40)… 1 - SACCONI SENZATETTO, ROMANI PERÒ CONQUISTA LA PALESTRINA...
Franco Bechis
per "Libero"

 

Nel governo c'è anche qualcuno che non segue le indicazioni della casa madre. Qualcuno che non ha investito sul mattone per seguire l'esempio del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. A ribellarsi (o almeno a celare diabolicamente la proprietà dei propri investimenti) anche un pezzo da novanta come il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.

Nessuna casa è ufficialmente intestata a lui in alcuna parte di Italia, e altrettanto dicasi della gentile graziosa consorte, che fa il direttore generale di Confindustria. Insomma, o il ministro preferisce stare in affitto o ha gabbato noi e le banche dati del catasto con qualche trucco. Come lui pochi altri nel governo: non ci sono immobili intestati al ministro Andrea Ronchi, ma la spiegazione qui l'ha offerta il diretto interessato: la casa c'era, da poco però è stata donata alla figliola che ne aveva più bisogno di papà, pronto ad arrangiarsi in affitto.

 

Nessuna casa riconducibile a un vecchio professionista della politica, come Enzo Scotti, che oggi è ancora sottosegretario agli Esteri, e nessuna riportabile direttamente al sottosegretario al Tesoro, Luigi Casero. Due buchi perfino ai Trasporti, dove risultano senza casa di proprietà i sottosegretari Bartolomeo Giachino, detto Mino e il suo collega Giuseppe Maria Reina.

Se un gruppetto di ministri e vice dichiara zero mattoni, c'è in compenso chi nelle fila del governo ha pensato non solo a casa, ma a qualche affare immobiliare alternativo. Lo ha fatto da pochissimo il viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani, che oggi è in pole position per sostituire alle attività Produttive Claudio Scajola, che proprio la casa si è portato via.

 

Romani si è comprato una palestra privata a Cusano Milanino: 67 metri quadrati e un po' di terreno intorno, un bell'affare. Che però non deve essere piaciuto molto al fisco italiano. Nel gennaio scorso come un avvoltoio è zompata lì sopra Equitalia Esatri (concessionaria di Milano) iscrivendo ipoteca legale per un contenzioso con il viceministro da 26.292,52 euro. Lui appena se ne è accorto ha messo mano al portafoglio e saldato da gran signore il debito. Così l'ipoteca è stata cancellata del tutto lo scorso 4 marzo.

2 - URSO RE DEL MUTUO: NE HA DUE DA 2,4 MILIONI DI EURO...
Franco Bechis
per "Libero"

Adolfo Urso, viceministro del Commercio estero e segretario della Fondazione fare futuro, ha stabilito nel 2009 un primato assoluto. E' il parlamentare sulle cui spalle grava il mutuo casa più alto della storia. Ne ha due: uno per sé e un altro per uno dei due figli. Entrambi accesi con il Banco di Napoli di Montecitorio per l'80 per cento del valore dell'immobile acquistato. Due alloggi centralissimi, uno il doppio dell'altro, a Prati, due passi dal Palazzaccio. Il primo mutuo trentennale è da 1,6 milioni di euro.

 

Quello per il figlio nella stessa casa è da 800 mila euro. In tutto fanno 2,4 milioni di euro. Il prezzo ufficiale per l'acquisto dei due appartamenti è stato di 3 milioni di euro. Una bella somma. Chiedendo alle principali banche italiane ieri (attraverso mutui on line) di farci una proposta di finanziamento per quell'acquisto, abbiamo trovato molte porte sbarrate.

Dichiarando la stessa età del viceministro Urso (53 anni), il primo problema è stato trovare chi finanziasse un acquisto così rilevante. Hanno detto di no 8 banche su 14. Le altre sei hanno invece detto di no alla durata del mutuo: per avere l'ammortamento in 30 bisognerebbe avere meno di 45 anni. Uniche proposte arrivate: rimborso in 20 anni con rate fra 11 e 12 mila euro al mese. Circa il doppio dell'indennità parlamentare ufficialmente dichiarata. Come ha fatto allora Urso?

L'unica è stata chiederlo al diretto interessato. Che non si è tirato indietro, anzi. E' stato prodigo di particolari. All'inizio ha protestato: "Ma come? Io seguo la linea di Fedele Confalonieri e facendo il viceministro ho comprato casa con un regolare mutuo, come chiede lui, e proprio sulla mia casa venite ad indagare?".

Ma poi cortesemente spiega tutto: "Primo, io ho due figli di cui sono orgoglioso che da quando hanno 18 anni si sono messi a lavorare regolarmente. Anche mia moglie, da cui sono separato, ha sempre lavorato. Secondo: ho cercato casa a lungo, e poi ho trovato quella che mi piaceva, sia per me che per uno dei miei figli. Una è il doppio dell'altra. Zona prestigiosa, certo. Quarto piano, ma non è un attico: affaccio sull'interno. Non dico che è brutta, l'ho comprata perché mi piaceva: ma penso di avere pagato il prezzo giusto: circa due milioni per una, circa un milione per l'altra. Nel 2009 dopo il boom del mercato immobiliare, i prezzi hanno iniziato a scendere un po'".

 

E il mutuo? "Tutto trasparente. Finanziato l'80 per cento del valore dell'immobile. Contratto trentennale a tasso variabile, ho anche l'accordo per estenderlo a 40 anni!", Beh, non capita tutti i giorni di trovare una banca che scommetta di trovarti ancora lì a pagare le tue belle rate oltre i 90 anni... A proposito, quanto pesano queste rate? "Vado a memoria: 5.600 euro al mese per la mia casa e 2.800 euro al mese per quella di mio figlio".

Fanno 8.400 euro al mese. Ma è sicuro di poterseli permettere sempre? "Ah", sorride Urso, "certo senza lo stipendio da parlamentare e l'indennità da viceministro avrei qualche difficoltà a pagare le rate. Ma io ho fatto una scommessa sulla durata lunga del governo di Silvio Berlusconi, e anche il mio mutuo è lì a testimoniarlo".

Già, perché se il governo cade, dovrà pensarci Fare Futuro a quelle rate... "Ma no, che dice? Fare futuro mai. Non si mischia così pubblico e privato. Per altro è sempre stata la mia linea. Sono orgoglioso di non avere mai chiesto finanziamenti pubblici per la mia rivista politica e di avere fatto la stessa cosa con la fondazione Fare futuro: solo sostegni privati. Ma poi glielo ho detto: il governo durerà a lungo, il rischio non c'è. E in ogni caso i miei figli lavorano duro e sono proprio bravi". [17-05-2010]

 

 

LA CARITÀ CHE UCCIDE – È UN SUCCESSO MONDIALE IL LIBRO “DEAD AID”: CON DAMBISA MOYO, L’AFROCAPITALISMO HA TROVATO IL SUO LEADER - GLI AIUTI OCCIDENTALI AL CONTINENTE NERO SONO UN RIMEDIO PEGGIORE DEL MALE: MEGLIO INVESTIRE, COME FA LA CINA, CHE DARE QUALCOSA (ALLE ELITE) IN CAMBIO DI NIENTE – MAI PIÙ ATTUALE IL MOTTO DI LORD BAUER, PER IL QUALE IL FOREIGN AID ERA “RUBARE AI POVERI DEI PAESI RICCHI, PER DARE AI RICCHI DEI PAESI POVERI”… Alberto Mingardi per "Il Sole 24 Ore"

Alla sua autrice è valso un posto fra le cento personalità più influenti al mondo secondo «Time», entusiastici articoli su «Wired» e «Le Monde», l'ammirazione di Oprah Winfrey. Ma Dead Aid di Dambisa Moyo, che in Italia arriva per Rizzoli con l'abrasivo titolo La carità che uccide, è più di un saggio che ha scalato la bestseller list del «New York Times».

 

È un libro il cui tempo è finalmente venuto, è uscito al momento giusto dopo una gestazione collettiva di mezzo secolo. Mezzo secolo nel quale gli aiuti di stato sono apparsi all'Occidente il modo migliore per sgravarsi la coscienza, dopo il trauma della decolonizzazione.

La carità che uccide è debitore di una scuola di pensiero minoritaria nel mondo degli studi, e che tuttavia col tempo ha alimentato una prospettiva originale e solida. Il libro è non a caso dedicato alla memoria di Lord Bauer, che ne fu il punto pivotale. Per Bauer, il foreign aid era «rubare ai poveri dei paesi ricchi, per dare ai ricchi dei paesi poveri».

 

Gli aiuti in denaro verrebbero regolarmente stornati dalla classe politica locale a proprio vantaggio, perpetuando nel tempo un circolo vizioso, indebolendo lo sviluppo economico e impedendo il formarsi delle istituzioni fondamentali per lo sviluppo. L'afflusso di denaro dall'estero, erogato a fondo perduto, svilupperebbe una sorta di dipendenza.

L'élite locale si abituerebbe ad alimentarsene, concentrando sempre maggiori risorse in una burocrazia che soffoca il rachitico corpo di un'economia privata senza la forza di crescere. Il fatto che sia chi è al governo a gestire un simile "bottino" comporterebbe, a sua volta, che le persone più istruite e ambiziose, anziché dedicarsi a un percorso imprenditoriale, prendano la via di una carriera all'ombra dello stato. È per questo che i fondi stanziati dalle grandi agenzie internazionali continuano a non arrivare ai bisognosi per i quali sono pensati: l'aspettativa che ne arrivino altri basta a perpetuare una classe dirigente a vocazione parassitaria.

 

Le critiche ai meccanismi di erogazione degli aiuti allo sviluppo hanno nel tempo fatto breccia, portando le grandi istituzioni internazionali a sviluppare strumenti per vincolarli il più possibile al raggiungimento di obiettivi e a riforme istituzionali. Ma, nell'opinione pubblica occidentale, l'idea che aiutare i paesi in via di sviluppo voglia dire non fare affari con loro, non commerciare, non scambiare, ma dargli un'elemosina, è radicata. Così come lo è l'idea che gli unici attori con la potenza di fuoco necessaria a farlo con successo siano i governi.

 

I saggi di Bauer sono usciti troppo presto, quello di Dambisa Moyo è stato pubblicato al momento giusto. Dopo che le grandi parate del «Live Aid» (cui fa il verso il titolo originale) hanno generato clamore mediatico: produzione di appelli a mezzo di appelli. Soprattutto, dopo che il privato, e non il pubblico, ha dimostrato al giro di boa degli anni Duemila di sapere fare dello sradicamento della povertà un obiettivo.

Pensiamo al ruolo che stanno giocando realtà come la Fondazione Bill e Melinda Gates. O a Mohamed Yunus e alla sua Grameen Bank. Oppure a realtà meno conosciute, il microcredito online di «Kiva», o il venture capital sociale di imprenditori come il malesiano Kim Tan. Non è questione di corporate social responsibility.

 

È che avvicinando i paesi del mondo la globalizzazione ha scovato nuove opportunità di profitto. Alcune si trovano in quello che una volta si chiamava «Terzo mondo». E la possibilità di fare profitto attira investimenti.

Dambisa Moyo è nata a Lukasa, in Zambia, paese col quale mantiene un rapporto vivo e non di maniera. Ha preso un master a Harvard e un dottorato a Oxford. Dopo un breve passaggio in Banca mondiale, per quasi dieci anni ha lavorato come analista a Goldman Sachs: a seconda dei punti di vista, la più grande investment bank del mondo o il vero villain della crisi finanziaria.

Quel che conta, per Miss Moyo e i suoi lettori, è che l'esperienza in Goldman la porta a essere attenta non solo alla dimensione istituzionale, ma anche al giro del fumo degli affari. È per questo che, mentre biasima«sessant'anni,un miliardo di dollari di aiuti all'Africa e non molti risultati positivi da mostrare», Moyo guarda con interesse alla partita che in Africa sta giocando la Cina. Perché i cinesi non versano oboli, fanno investimenti.

 

«L'errore dell'Occidente è stato dare qualcosa in cambio di niente», ha scritto, mentre gli investitori cinesi pretendono di guadagnare, di fare profitto. È così che si appicca il fuoco della crescita economica, a vantaggio anche degli africani. Il punto di vista di Moyo è meno eccentrico di quanto si creda. Poche settimane fa il «Wall Street Journal» definiva il ruandese Paul Kagame «a supply-sider in East Africa », alla stregua di un consigliere di Reagan. Il presidente ugandese Yoweri Museveni ha chiesto in più di un'occasione «trade not aid»: opportunità di scambio, rimozione delle barriere doganali, non «aiuti» in moneta.

 

Il presidente della Camera della Costa d'Avorio, Mamadou Koulibaly, conduce una difficile battaglia per sviluppare nel suo paese il catasto, in modo da garantire la certezza dei titoli di proprietà, primo mattone di un'economia di mercato. Ecco che Dambisa Moyo, quando riflette sulla performance dei mercati obbligazionari africani e sullo sviluppo del private equity, quando spiega che ridurre le barriere al commercio inter-africane è un passo essenziale per creare opportunità per tutti, quando si preoccupa per quella statolatria che è il lascito avvelenato degli aiuti, non è solo un'anticonformista di successo,un animale da talk show, una provocatrice che sa vendere libri. È la profetessa di un'idea il cui tempo è venuto.L'afrocapitalismo. [10-05-2010]

 

 

 

IL GUGLIOTTA PESTATO - "Un alto funzionario della polizia ha presentato le scuse alla madre su quanto avvenuto a Stefano. Le ha presentate a nome del Questore di Roma e del commissariato Prati" - IL CAPO RELAZIONI ESTERNE MASCIOPINTO: “UN SINGOLO EPISODIO NON MINA RAPPORTO TRA POLIZIA E CITTADINI .Se su un campo di calcio avviene un episodio di violenza non si puo’ dire che il calcio e’ malato”… 1 - STEFANO GUGLIOTTA: IO URLAVO E LORO MI COLPIVANO...
(ANSA) -
"Io urlavo le mie ragioni ma loro mi menavano, mi colpivano: saranno stati sette o otto, sono pieno di lividi". Cosi Stefano Gugliotta, ancora visibilmente scosso, ricorda quanto avvenuto la sera del 5 maggio quando fu arrestato nel dopo partita di Inter-Roma.

 

Gugliotta, nel corso di una affollata conferenza stampa, ha, inoltre raccontato di aver dormito solo poche ore questa notte. "Mi sono addormentato attorno alle tre e mezza, ho letto i giornali e ho ripensato a tutto quello che ho vissuto". Stefano Gugliotta, scarcerato ieri sera ma ancora indagato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, ha ricostruito quanto accaduto il 5 maggio scorso. "Ero a bordo del mio motorino -ha detto- quando si è avvicinato un agente intimandomi l'alt, io mi sono fermato e lui mi ha colpito con un pugno alla bocca".

"Dimenticare è difficile ma proverò a tornare alla vita di tutti i giorni, lasciandomi alle spalle quanto successo".

"Il carcere è una esperienza tremenda, non sei nessuno. Ieri ho iniziato uno sciopero della fame perché non ce la facevo più". Il giovane ha voluto quindi ringraziare tutte le persone che, in questi giorni, sono stati vicini alla famiglia e in particolare Alfredo, che lui definisce "un angelo" che è la persona che "ha effettuato il video nel quale si vedono le fasi dell'arresto e il pugno sferrato da un agente"

2 - LEGALE: DA FUNZIONARIO PS SCUSE QUESTURA...
(ANSA)
- "Un alto funzionario della polizia ha presentato le scuse alla madre su quanto avvenuto a Stefano. Le ha presentate a nome del Questore di Roma e del commissariato Prati". Lo ha annunciato l'avvocato Cesare Piraino, legale di Stefano Gugliotta nel corso di una conferenza stampa. "Per la famiglia questo rappresenta un gesto importante, un segnale positivo da parte delle nostre istituzioni - ha proseguito -.

 

In merito all'ipotesi di eventuali richieste di risarcimento decideremo, in base al comportamento che gli agenti avranno durante il processo: se saranno corretti non faremo nulla, altrimenti siamo pronti a denunciarli per calunnia". Piraino ha poi affermato che Gugliotta è incensurato.

"Non ha carichi pendenti - ha proseguito - solo una denuncia quando era minorenne per il furto di un cellulare ad un compagno di scuola. Questo processo, però, si è concluso positivamente. C'é stato poi il ritiro della patente ma nessun precedente su uso o detenzione di sostanze stupefacenti".

 

3 - MASCIOPINTO: UN SINGOLO EPISODIO NON MINA RAPPORTO TRA POLIZIA E CITTADINI...
(Adnkronos) -
"Non ho bisogno di difendere la Polizia o le altre forze dell'ordine, ci sono le statistiche ufficiali, i sondaggi che dimostrano come dopo il Presidente della Repubblica, le istituzioni nel cuore degli italiani sono le forze dell'ordine. Ci sara' un motivo". Lo ha affermato Maurizio Masciopinto, capo relazioni esterne del Dipartimento di sicurezza del ministero dell'Interno a margine dalla presentazione della cerimonia di domani per il 158° anniversario della fondazione della polizia in riferimento alla vicenda di Stefano Gugliotta.

 

"Se su un campo di calcio avviene un episodio di violenza non si puo' dire che il calcio e' malato, assolutamente no - ha sottolineato Masciopinto - I singoli episodi non inquinano questo rapporto, perche' e' un rapporto troppo solido. 158 anni di storia non si cancellano con un singolo episodio, 158 anni di legami, sono legami di generazioni".

"I nostri genitori quando cominciarono ad usare le automobili vedevano la polizia al loro fianco, questo ha creato un rapporto. I giovani di oggi sul web incontrano i nostri poliziotti, anche questo crea un rapporto. Questi rapporti - ha continuato Masciopinto - non vengono assolutamente minati da singoli episodi, di cui dispongono i singoli e a cui questa amministrazione sempre piu' con pareti di cristallo e' pronta a rispondere guardandosi dentro e dando risposte ai cittadini che le meritano". [13-05-2010]

 

 

MEZZAROMA, MEZZA SIENA, MEZZA LAZIO E UNA CARFAGNA TUTTA INTERA (COSA VUOI DI PIÙ?) - L’AMORUCCIO COATTO DELLA MINISTRA PIÙ BELLA DEL REAME HA UN COGNOME CHE NON GLI RENDE GIUSTIZIA, PERCHÉ MARCO MEZZAROMA NE HA PIÙ DI MEZZA, DI ROMA - DA OSTIA AL CUORE DI ROMA, LA STORIA IRRESISTIBILE DI UNA DINASTIA DI PALAZZINARI - E OGGI LA CARFAGNA SCODELLA UN’INTERVISTA A "CHI" PER ANNUNCIARE LE SUE PROSSIME NOZZE E DI AVER ROTTO LA VECCHIA AMICIZIA CON L’ANTIBERLUSCONE BOCCHINO

1 - BOCCHINO ADDIO
Mara Carfagna intervistata da Giulia Cerasoli per "Chi"

Parliamo invece del suo amico Italo Bocchino. Eravate amici e confidenti: dopo il suo exploit anti-premier avete litigato?
Non rinnego un'amicizia. A volte ci si scontra e si hanno opinioni diverse: è normale. Ma non sono affatto d'accordo con Italo. Dopo la sua presa di posizione, siamo su due fronti opposti, lo dico chiaramente. Quello che è successo dimostra che il Pdl non è una caserma né un partito padronale. È un grande partito che rappresenta il 40% dell'elettorato. Al suo interno ci sono sensibilità diverse, ma l'obiettivo unico deve essere governare al meglio il paese. Il dissenso non deve logorare né mettere in dubbio la leadership.

La vostra amicizia dunque è finita.
Anche Gianfranco Fini ha ammesso che il Lazio l'ha vinto Berlusconi. Non esiste al di fuori di lui chi possa coalizzare così il consenso.

 

2 - MEZZAROMA, MEZZA SIENA, MEZZA LAZIO E UNA CARFAGNA TUTTA INTERA (COSA VUOI DI PIÙ?)

Mezzaroma, mezza Siena, mezza Lazio e una Carfagna tutta intera. L'amoruccio suo della ministra più bella del reame ha un cognome che non gli rende giustizia, perché Marco Mezzaroma ne ha più di mezza, di Roma, avendo costruito (non lui, ma il padre e i due zii) una bella fetta di Cinecittà, Tor Bella Monaca, San Basilio, Torrino, Dragoncello e la parte nuova dell' Eur.

Il costruttore figlio di costruttori che la Carfy sposerà presto (lo annuncia oggi su "Chi") e da cui (ipsa dixit) avrà "almeno due figli", non è affatto un pollo ma un bel rampollo, palestrato e tatuato (vedasi foto gossippare di qualche estate fa) come si conviene a una donna di potere quale ormai è l'ex soubrette di Guardì, Magalli e Mengacci.

Una perfetta coppia da salotto romano, lei prediletta del Cav, lui figlio di cotanti palazzinari con parecchi liquidi e molti solidi, purchè edificabili. Marco segue le orme paterne coltivando una visione imperiale della mission aziendale: "Le radici che legano Marco Mezzaroma e la Mezzaroma Costruzioni a Roma ed alla sua storia millenaria - si legge in un sobrio comunicato della società - affondano nella passione per le opere e per i segni di grande civiltà che resistono nel tempo, le stesse che ci hanno spinto ad interessarci a questo progetto che è di grande importanza per la storia che unisce questa città al suo luminoso passato". Finendo con uno slogan alla Ben Hur: "Per durare nel tempo. Come le insegne imperiali".

Il mattone, una passione comune alle ministre pidielline che, come da programma di governo, badano molto al concreto e alle grandi opere (soprattutto alle loro). Dopo il matrimonio della Gelmini con l'immobiliarista Patelli, ecco le prossime nozze della Mara con l'immobiliarista Mezzaroma (oh, mai che queste si innamorino di un impiegato delle poste. ...).

Papà e figlio, i suddetti Mezzaroma, stanno insieme nel "board" della Mezzaroma Costruzioni Srl, società di sviluppo immobiliare nata nel 1989, dove il "Dott. Marco" occupa la poltrona di Ad, mentre il Commendatore Gianni, padre e futuro suocero della Carfagna, quella di direttore generale. L'imprenditore quarantenne porta in dote una rete di parentele notevole, impressionante se si va avanti e indietro nell'albero genealogico della famiglia.

Dunque il padre, storico costruttore romano, ma anche lo zio, Pietro, altrettanto storico palazzinaro de Roma, detto "er Texano" perché paragonato ai milionari di Dallas. Fratelli e coltelli, però, con la rottura consumata dopo il fallimento di una società comune, la Impreme, patrimonio di 235 miliardi, per un'insolvenza di dieci miliardi e mezzo di lire, la lite senza fine con richiesta di danni tra i fratelli, con Gianni che pubblicamente apostrofò Pietro: "Sei peggio di Gei Ar".

"Nel suo giardino della villa all'Eur - raccontò il "Corriere della Sera" anni fa -, Pietro ha costruito la baracca-ufficio da cui ha sempre gestito affari miliardari. Con un solo vanto: quello di non aver completato nemmeno le elementari. Gianni, altro autodidatta, si occupava dei cantieri; Roberto, il laureato, delle pubbliche relazioni.

Ma di pubbliche relazioni i fratelli Mezzaroma non ne facevano molte. Soltanto rapporti con la Dc romana e con il Vaticano. Niente vita mondana, niente interviste. Fino al ' 93, quando Pietro salì agli onori della cronaca per aver salvato la Roma rilevando la quota di Ciarrapico".

La Dinasty Mezzaroma era cominciata, come si conviene alle grandi epopee, nella miseria, con l'umile lavoro nella falegnameria del padre Amerigo. "Poi arrivarono il boom edilizio, gli infissi in legno e i soldi. Alla fine degli anni Cinquanta il primo terreno e le prime case, a Ostia". E da Ostia al cuore di Roma, con un piede nel calcio e un altro nella politica (il terzo fratello Roberto, zio di Marco, sarebbe poi stato europarlamentare di Forza Italia, colpito da "' na passionaccia per la politica", come raccontò l'altro zio).

Fin qui la Dinasty familiare (derivata da tre fratelli con otto figli e dozzine di nipoti), ma siccome non bastava, se ne aggiungono altre, tramite acquisizioni e sposalizi, a breve quello della ministra, altri già sono arrivati.

Per esempio Claudio Lotto, il presidente della Lazio, che ha sposato Cristina, una delle figlie di Gianni Mezzaroma (che Lotito chiama "er socero"), cioè la sorella del fidanzato della Carfagna, che sarà dunque imparentata con Mezzaroma ma anche con mezza Lazio. E siccome allo stadio, tra un fuorigioco e un intervallo c'è anche tempo per chiacchierare, c'è pure tempo per fare un po' di business.

Per dirne uno, tra parentele e incastri societari, quello della Gasoltermica Laurentina spa, società creata nel 1996 dove "nello staff di vertice - scrisse La Voce delle voci - compare Lotito, e al timone, in qualità di amministratore delegato, siede Marco Mezzaroma".

Non è tutto. Mezzaroma (Massimo) è anche il nome del presidente del Siena calcio, è non è un omonimo, ma un altro parente, esattamente il figlio di "Gei Ar" Pietro Mezzaroma, zio di Marco, fidanzato e prossimo marito della ministra berlusconiana. Che dunque avrà mezza Roma, mezza Lazio e - per pari opportunità - pure mezza Siena. 05-05-2010]

 

 

 E NICHI FINISCE NELLA FATTORIA DEGLI ANIMALI SBAGLIATA...
"Vendola nella masseria del banchiere. Primi esami da leader. Serata nella casa pugliese di Guido Roberto Vitale. Tra i 100 ospiti, Fabiano Fabiani, Mario D'Urso e Franco Debenedetti". Il Corriere delle Elite corrucciate spiffera tutto, per la gioia del governatore che si è fatto esaminare dal lato più sinistro del PMU. Tentativo abbastanza smaccato di mettere il cappello su Vendola, con fuga di notizie incorporata. Avranno parlato di Acquedotto pugliese? Era pure la sera del primo maggio. Per Nichi, errore doppiamente drammatico.

10-05-10

 

COMUNE MILANO: REVISORI, DIVIDENDI A2A E ATM A INVESTIMENTI...
Radiocor - I revisori dei conti bacchettano il Comune di Milano sulla distribuzione di riserve, sotto forma di dividendi, da parte delle partecipate. Nella relazione del collegio dei revisori ai conti 2009 e al preventivo 2010 relativi, consultata da Radiocor, c'e' un richiamo a destinare i proventi delle cedole 'ove possibile a finanziamenti per investimenti' anziche' per la spesa corrente.

Nel 2009, il Comune aveva raggiunto il pareggio di bilancio incassando un dividendo straordinario Atm per 65 milioni prelevati dalla riserva utili non distribuiti. A2A, controllata insieme con il Comune di Brescia, dal 2007 a oggi ha prelevato dalle riserve circa mezzo miliardo per distribuire le cedole.

01.05.10

 

- Tre giovani giornalisti (27, 26, 20 anni) prendono a loro spese un aereo e vanno in Sudafrica, a Johannesburg, a intervistare un vecchio generale del servizio segreto militare italiano - ED ECCO UN LIBRO SULLA STRAGE DI STATO DI PIAZZA FONTANA CON RIVELAZIONI INEDITE DEL GENERALE DEL SID MALETTI SU come i carabinieri “ripulirono” il deposito da cui proveniva l’esplosivo americano usato a Milano e probabilmente a Brescia...

1 - STRAGE CONTINUA
Gianni Barbacetto dal "Fatto Quotidiano"

Tre giovani giornalisti (27, 26, 20 anni) prendono a loro spese un aereo e vanno in Sudafrica, a Johannesburg, a intervistare un vecchio generale del servizio segreto militare italiano. I tre sono Andrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato. Il generale è Gian Adelio Maletti, numero due del Sid negli anni della bomba di piazza Fontana (1969), del tentato golpe Borghese (1970), della strage di Brescia (1974), della strategia della tensione. Per tre giorni interrogano l'agente segreto, l'ufficiale rimasto (finora) il più alto in grado a sopportare tutto il peso dei depistaggi di Stato sulle stragi.

Maletti risponde. Racconta. Non ricorda. Spiega. Nega. Rivela. In maniera obliqua e parziale, ma a suo modo illuminante, ricostruisce la trama della guerra segreta combattuta in Italia in quegli anni. Protagonisti, gli esecutori neofascisti di Ordine nuovo e di Avanguardia nazionale, i loro protettori dentro gli apparati di Stato italiani, le ombre atlantiche.

Il lungo colloquio diventa ora un libro e un dvd, "Piazza Fontana, noi sapevamo", prefazione di Paolo Biondani, edito da Aliberti. Qui ne presentiamo un brano. (e stralci dell'intervista da oggi saranno visualizzabili sul nostro sito, www.antefatto.it ). In esso, il generale Maletti parla di un informatore del Sid infiltrato nel gruppo veneto di Ordine nuovo, Gianni Casalini, fonte "Turco".

Spiega come il Sid gli impedì di rivelare alla magistratura quello che aveva visto sugli attentati del 1969. E (fatto inedito) di come i carabinieri "ripulirono" il deposito da cui proveniva l'esplosivo americano usato in piazza Fontana a Milano e probabilmente in piazza della Loggia a Brescia. Proprio domani, Maletti sarà interrogato, in videoconferenza, al processo in corso sulla strage di piazza della Loggia, l'ultima occasione giudiziaria per tentare di far quadrare i conti tra verità storica (ormai largamente acquisita) e verità processuale.


PIAZZA FONTANA "QUELL'ARSENALE RIPULITO DAI CARABINIERI"...
Da "Piazza Fontana, noi sapevamo" di Andrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato (Aliberti ed.)
Dal "Fatto Quotidiano"

Sei anni dopo piazza Fontana, accadde un piccolo episodio che la vide protagonista. Era il 5 giugno 1975. Lei prese un foglio, e scrisse questo breve appunto: «Colloquio con il signor caposervizio. Caso Padova: Casalini si vuol scaricare la coscienza. Ha cominciato ad ammettere che lui ha partecipato agli attentati sui treni nel 1969 e ha portato esplosivo; il resto, oltre ad armi, è conservato in uno scantinato di Venezia. Il Casalini parlerà ancora e già sta portando sua mira su altri gr. Padovano + delle Chiaie + Giannettini. Afferma che operavano convinti appg. Sid. Trattazione futura, chiudere entro giugno. Colloquio con M.D. prospettando tutte le ripercussioni. Convocare D'Ambrosio. Incaricare gr. Cc (Del Gaudio) di procedere». Se ne ricorda?

Se dovessi ricordarmi di tutte le annotazioni che ho fatto, allora sarei un'enciclopedia vivente. Comunque sì, ricordo qualcosa. L'appunto si riferisce a un colloquio con il capo del Sid, che ai tempi era l'ammiraglio Mario Casardi. Lo scrissi piuttosto frettolosamente, come si può notare. Probabilmente, ero nel mio studio, a Forte Braschi, e c'era la macchina che mi aspettava fuori.

Il documento fu scoperto nel 1980, durante una perquisizione a casa sua. Di Gianni Casalini abbiamo già parlato: era un militante del gruppo padovano. Lavorò per il Sid, con il nome in codice "Turco", dal 1972 al 1975: fino a quando, cioè, lei dispose la chiusura della fonte. Poco fa, lei ci ha detto una cosa importantissima: Casalini, durante la sua collaborazione, vi rivelò un grande segreto. Parlò dell'esplosivo di piazza Fontana, disse che le bombe venivano dalla Germania, che erano di provenienza americana, e che erano state consegnate ai neofascisti veneti. Tutte informazioni che rimasero misteriosamente riservate, almeno per lamagistratura.Poi,nel1975,comese non bastasse, lei prese questa decisione: chiudere la fonte. Perché?

Guardate, la decisione non fu presa da me. Fu presa dell'ammiraglio Casardi, che all'epoca era direttore del Sid. (...) Non solo non l'ha denunciato: ha cercato di evitare che dicesse altre cose. Cose piuttosto scottanti.

Sul suo appunto c'è scritto: «Casalini si vuol scaricare la coscienza».

LA RIUNIONE DEL GRUPPO NEOFASCISTA
Comunque, cari ragazzi, questo non è più un colloquio amichevole: questo è un tribunale, e io sono l'imputato. E invece non sono imputato.

Ma no, generale, noi non le imputiamo nulla.
No, mi piace mettere le cose a posto. Non voglio che mi si perseguiti con domande alle quali chiaramente io non posso rispondere: non per cattiva volontà, ma per mancanza di agganci mnemonici.

Non si preoccupi. Quand'è così, cercheremo di fornirle qualche nuovo appiglio. Casalini, nel 2008, ha detto molte altre cose. Il 18 aprile 1969, si svolse a Padova una misteriosa riunione: vi parteciparono i massimi esponenti del gruppo neofascista. C'era Franco Freda, Giovanni Ventura, Pozzan, Toniolo e Balzarini. E c'erano due altri personaggi, arrivati da Roma, la cui identità non è mai stata svelata. Fu stabilita ogni cosa: le bombe, gli attentati. Casalini riferì tutto al Sid. E il Sid? Che cosa fece il Sid?

Guardate, non ne ho idea. Sono passati quattro decenni. (...)

LO SCANTINATO DI VENEZIA
Continuiamo a leggere. Più avanti, sempre nell'appunto, viene citato il nome di Manlio Del Gaudio, capitano dei carabinieri: «Incaricare gr. Cc (Del Gaudio) di procedere». Del Gaudio era il comandante del gruppo carabinieri di Padova.(...) Era amico del padre di Casalini, Mario.

Secondo il giudice Salvini, avrebbe dovuto intercedere presso la famiglia del militante neofascista per convincerlo a starsene buono . Cioè a non parlare. Anche questa direttiva fu impartita da Casardi. Comunque sia: io non sapevo nulla di questa amicizia. Se fosse vero, ciò spiegherebbe molte cose. Scusi, generale, in che senso? Che cosa spiegherebbe? Spiegherebbe, tra l'altro, che al padre di Casalini fu ordinato di ripulire alla svelta uno scantinato, un sottoscala.

Quale scantinato?
Lo scantinato di Venezia, no? Lo stesso del quale parlo nel mio appunto...

LA STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA

Generale, ci spieghi tutto con calma.
Ok, ragazzi. One should never say never, mai dire mai. Procediamo con ordine: vi spiegherò ogni cosa, una volta per tutte. Io, come dicevo, telefonai al centro di Padova, ordinando che la fonte venisse chiusa.Ordinai,inoltre,che venisse informato il comando dei carabinieri di Padova, per le incombenze del caso. (...) C'era da occuparsi, per esempio, del celebre deposito di esplosivo. (...) Chi abbia materialmente svuotato l'arsenale ha ben poca importanza. Costoro, a mio giudizio, non ebbero alcun timore di essere sorpresi sul fatto.

È un episodio gravissimo, generale. Le forze dell'ordine coprirono l'operazione, e i neofascisti riuscirono a farla franca. Ma cosa c'era, in quell'arsenale? (...) I tir carichi di esplosivo, quelli che giunsero dalla Germania, fecero tappa a Mestre, alle porte di Venezia. A bordo c'erano varie casse di tritolo, provenienti da un deposito americano in Germania: ce lo ha detto lei. È possibile, dunque, che quelle casse fossero conservate nel deposito del quale abbiamo appena parlato ?
Certo, direi di sì. È un'ipotesi attendibile.

Nell'arsenale di Venezia, insomma, c'era l'esplosivo di piazza Fontana, l'esplosivo americano. Era stato Casalini, del resto, a indicarne la provenienza: è logico che ne conoscesse anche la destinazione. Questo spiegherebbe tutto: quelle bombe non dovevano essere rinvenute: l'intera strategia statunitense fu sul punto di essere smascherata. È una rivelazione pesantissima...
Io, però, non posseggo alcuna prova.

Certo, generale. Ma c'è un'altra cosa, a questo punto, che vorremmo chiederle. Il deposito restò in funzione per almeno sei anni: dal 1969 al 1975. Nel 1974, ci fu la strage di piazza della Loggia, a Brescia. Secondo le tesi dei giudici, l'eccidio sarebbe stato organizzato dallo stesso gruppo che agì a piazza Fontana: gli ordino visti veneti. È possibile, a suo parere, che anche l'esplosivo di piazza della Loggia provenisse da quell'arsenale?
Non mi sembra un'ipotesi peregrina. Ma, ripeto, restiamo nel campo delle supposizioni. Non esistono prove.

DEL GAUDIO E I VERTICI DEL SID
Quello che lei non sta smentendo è uno scenario inedito, e decisamente inquietante. Ma ci dica: Del Gaudio agì di sua spontanea volontà? Sappiamo che era un membro della P2, così come i vertici della divisione Pastrengo, che fecero scomparire i rapporti su Casalini. I registi dell'operazione, molto probabilmente, si trovavano in alto: molto più in alto...
Non lo so, non lo so. So solo questo: l'ordine di svuotare l'arsenale non partì dai vertici del Sid. Non sono in grado di dire altro.

[22-04-2010] 

 

 

AEROPORTI DE NOANTRI - ALLE PORTE DEL CUPOLONE, NEL SILENZIO GENERALE, PARTE LA PIù GRANDE CEMENTIFICAZIONE - ALE-DANNO E LA PRESTIGIACOMO DOVE SONO? E LA POLVERINI CHE FARà? - ALL’INTERNO DI ADR GIà DIVAMPA LA BATTAGLIA TRA IL NUOVO AD GIULIO MALECI E IL DG FRANCO GIUDICE - E MENTRE I DUE SI FANNO LA GUERRA L’ENAC DI RIGGIO MINACCIA SANZIONI PERCHé PER I BAGAGLI SI PREVEDE UNA ENNESIMA ESTATE DI FUOCO - SE CONTINUA COSI’ GIULIETTO TREMENDINO NON HA ALCUNA INTENZIONE DI SBLOCCARE LE TARIFFE...

Alessandro Ferrucci per "Il Fatto Quotidiano"

DELL'AEROPORTO DI FIUMICINO

TERRA. ARIA. ACQUA...
Manca il fuoco, per completare i quattro elementi. Ma ci sono i soldi. Tanti, tantissimi, forse come non se ne sono mai visti prima. Anche oltre i 6,3 miliardi stanziati per il "Ponte di Messina". No, quelli non bastano per raddoppiare l'Aeroporto di Fiumicino. Ce ne vorranno almeno 10. Eppure nessuno ne parla. Silenzio. Dagli imprenditori coinvolti, agli organi di Stato, fino a gran parte della politica. Zitti tutti. Gli unici pronti ad alzare la voce sono uno sparuto gruppo di cittadini di Maccarese e Fregene, frazioni di Fiumicino, alle porte di Roma. Sono loro a gridare "aiuto, vogliono cementificare le nostre vite".

 

Quindi ecco la terra: per realizzare l'opera sono necessari 1.300 ettari; aria: la motivazione data da Aeroporti di Roma è che il traffico aereo sulla Capitale raggiungerà, da qui al 2044, i 100 milioni di passeggeri, rispetto agli attuali 36. Acqua: la zona prescelta è a un chilometro, in linea d'aria, dal litorale, zona bonificata negli anni '20 da contadini veneti e ora dedita ad agricoltura.

LA "MACCARESE SPA" E GLI IMPRENDITORI DI TREVISO...
Agricoltura specializzata. In mano, per oltre il 98 percento, alla "Maccaresespa", società nata negli anni '30, di proprietà prima della "Banca Commerciale" e poi del gruppo "Iri", ma nel 1998 acquistata dalla famiglia Benetton per circa 93 miliardi "con l'impegno di mantenere la destinazione agricola e l'unitarietà del fondo", come recita l'accordo.

 

Già, a meno di un esproprio. "Se l'Enac (il braccio operativo del ministero dei Trasporti, ndr) dovesse decidere che quella zona è necessaria per realizzare un'opera fondamentale per la collettività, allora verrebbero avviate le pratiche per ottenere le terre", spiega una fonte di AdR. Tecnicismi, che nascondono ben altro. Proviamo l'equazione: la "Maccarese spa" è di Benetton. Gemina possiede il 95 per cento di Adr. Gemina è di Benetton. Cai, quindi la nuova Alitalia, sta concentrando sulla Capitale quasi tutto il suo traffico aereo nazionale e internazionale.

I Benetton, dopo Air France, il gruppo Riva e Banca Intesa, sono i quarti azionisti di Cai con l'8 e 85 per cento. Insomma gli "united colors" rivenderebbero allo Stato, quello che dallo Stato hanno acquistato, per poi ottenere i finanziamenti utili a realizzare un qualcosa da loro gestito e sul quale lavoreranno direttamente quanto indirettamente.

 

"Questione di lobby, di business sulla testa delle persone - spiega Enzo Foschi, consigliere regionale del Lazio per il Pd -. Perché vede, non c'è alcuna necessità di raddoppiare, nessuna. Basterebbe organizzare meglio l'aeroporto e nell'attuale sedime. Anche così il ‘Leonardo da Vinci' sarebbe in grado di sopportare il raddoppio di passeggeri".

Invece "si uccideranno le prospettive di un territorio - continua Foschi - vocato all'agricoltura, al turismo e all'archeologia, per le necessità di pochi, di pochissimi. È una vergogna". Una vergogna "silenziosa". Come detto, il Fatto ha più volte contattato gran parte della politica laziale per avere delle risposte. Dai big, come il neopresidente Renata Polverini, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, fino a consiglieri e assessori. Niente da fare. O al massimo un "sì, leggiamo e vedremo se intervenire. Grazie".

 

"Sono mesi che poniamo interrogativi, sempre inevasi - spiega Marco Mattuzzo del ‘Comitato fuoripista' -. Siamo choccati da tanto silenzio, ci sentiamo soli e inermi. Abbiamo interpellato tutti, compreso l'Enac per capire. Risultato? Non volevano darci neanche le informazioni di cui abbiamo diritto". Almeno per capire dove e quando.

Tutto nasce nell'ottobre del 2009. Conferenza stampa convocata da AdR. Toni pacati, sorrisi grandi. Pacche sulle spalle e l'atteggiamento di chi dice: siamo alla svolta, chi non lo capisce è fuori dal mercato. È fuori tempo. L'occasione è presentare a governo ed Enac il piano di sviluppo. Il presidente di AdR, Fabrizio Palenzona, spiega: "Sono previsti investimenti per 3,6 miliardi di euro fino al 2020, nell'ottica di un progetto che punta a una capacità di 55 milioni di passeggeri nel 2020 e di 100 milioni nel 2040".

 

Attenzione alle cifre: i 3,6 miliardi sono solo per arrivare ai 55 milioni; per toccare quota 100 c'è chi osa sparare quel numero iperbolico: 10 miliardi ("Basta moltiplicare il costo per il numero di passeggeri" ci spiega la nostra fonte in Adr). E per questo è necessario "un grande patto tra investitori e istituzioni - continua Palenzona - attraverso un quadro certo di regole e tariffe per consentire un così ingente piano di investimenti privati: un piano che ha il sostegno di imprenditori che rischiano, mettono soldi nel mercato, ma hanno bisogno di certezze".

"Tariffe", la parola magica. Come conferma Gilberto Benetton: "Il tutto è vincolato nella prima fase all'ottenimento di un aggiornamento delle tariffe, nella seconda fase a una nuova convenzione che preveda anche un ritorno sugli investimenti futuri". Dichiarazione rilasciata sempre a ottobre, poco prima di un incontro ufficiale a Villa Madama, Roma. Presente anche il responsabile divisione corporate e investment banking di Intesa Sanpaolo, Gaetano Miccichè. Guarda caso "Intesa" è il terzo socio di maggioranza in Cai.

 

LA PREOCCUPAZIONE DELLE BANCHE E LE CONDIZIONI...
I soldi ci sono. Eccoli. Loro chiedono un adeguamento. L'adeguamento c'è. Dalla legge finanziaria presentata il 23 dicembre del 2009, si legge: "È autorizzata, a decorrere dall'anno 2010, e antecedentemente al solo periodo contrattuale, un'anticipazione tariffaria dei diritti aeroportuali per l'imbarco di passeggeri in voli all'interno e all'esterno del territorio dell'Unione europea, nel limite massimo di 3 euro per passeggero, vincolata all'effettuazione di un autofinanziamento di nuovi investimenti infrastrutturali urgenti".

Più urgenti di un raddoppio? C'è un "però": AdR ha ottenuto un incremento di imbarco pari all'inflazione programmata del 2009 (l'1,5 per cento, quindi da 5,17 euro a 7,57). Ma secondo quanto riportato il 6 aprile da il Sole 24 Ore a firma Laura Serafini, AdR non ritiene di essere in grado di finanziare l'opera con le norme attualmente vigenti sulle tariffe.

 

"Lo potrà fare solo con un nuovo sistema, tutto da negoziare con l'Enac entro la fine del 2010, che secondo quanto già dichiarato dai vertici di AdR dovrebbe riconoscere allo scalo la stessa convenzione data ad Autostrade, che dunque garantirebbe aumenti per i prossimi 34 anni (la concessione AdR scade infatti nel 2044)".

Da qui lo scoglio: manca la garanzia che il ministero dell'Economia, chiamato ad approvare quel contratto assieme al ministero dei Trasporti dia il via libera a questo tipo di contratto. E le banche non vogliono rischiare. Vogliono vedere "nero su bianco". Per questo AdR pretende che il calcolo dell'inflazione parta dal 2001. "Quindi il raddoppio lo paghiamo noi cittadini-interviene Marco Mattuzzo -. Eppoi c'è qualcuno che vuole venderci la storia che conviene a tutti avere un aeroporto del genere. Anche a chi vedrà la propria casa rasa al suolo. Lo sa una cosa? Ora nessuno comprerebbe una casa ‘condannata'.

A meno che non sappia niente del piano. Quindi il danno lo subiamo già ora". Non solo case, anche aziende. Nella zona interessata (nella pagina accanto c'è la piantina) vivono duecento famiglie e operano venti aziende, alcune delle quali affittuarie della "Maccarese Spa". Gente che da anni lavora la terra, investe, cresce, offre primizie al mercato romano. Percorrere le tante stradine che costeggiano i campi è come fare un viaggio nelle "quattro stagioni": da una parte i prodotti dell'inverno, poi ecco i primi frutti della primavera. E così via.

 

"Noi siamo qui dal 1987 - interviene il signor Caramadre, dell'omonima cooperativa -, e ci occupiamo di orticoltura biologica. Se sono disposto ad andarmene? Ma lei si rende conto quanto tempo ci vuole per mettere in piedi un'azienda del genere? Cosa vuol dire piantare e aspettare i frutti? Non siamo mica una fabbrica che compra i componenti e li mette in funzione. Per noi i periodi diventano anni, dai dieci ai quindici".

Quindi di vendere non se ne parla "anche perché non ci darebbero mai la cifra necessaria per aprire una nuova attività - continua -. Così siamo all'interno di una forma ricattatoria: o cedi alla cifra che decidiamo, o vai in giudizio civile. Quindi 7-8 anni per arrivare a sentenza. E nel frattempo mi hanno raso tutto al suolo".

WWF, VASCHE, NATURA E INQUINAMENTO...
Secondo il master plane presentato a ottobre da AdR simile se non identico a quello studiato dall'Iri negli anni '60, dei 1300 ettari, l'8,2 per cento verrebbe destinato a hotel, centri commerciali, uffici, congressi e ancora. Ben 106,6 ettari, "1.066.000 metri cubi di nuove costruzioni" come denunciano dal comitato.

E non importa se nella zona esistono due riserve del Wwf, un Parco Romano, se sotto alcune "zolle" sono stati ritrovati degli importanti reperti archeologici. Non importa se non lontano, in linea d'aria, incide una delle discariche più grandi d'Europa, quella di Malagrotta. Non importa se già adesso la qualità della vita è complicata per gli abitanti della zona, investiti da alti livelli di inquinamento acustico, elettromagnetico, oltre che ambientale.

 

Secondo uno studio realizzato dalla dottoressa Antonella Litta, referente per la provincia di Viterbo dell'Associazione italiana medici per l'ambiente, "esistono evidenze sempre più consistenti, legate al traffico aereo, di come numerosi inquinanti, introdotti nel corpo umano, inducano processi infiammatori cronici che determinano uno stress cellulare progressivo a carico di organi e tessuti, aprendo la strada a patologie gravi come aterosclerosi e cancro".

Sarà un caso, le due persone che ci hanno guidato tra i campi di Maccarese, sono sotto chemioterapia. E la Asl competente non ha ancora realizzato uno screening specifico per valutare la situazione della zona. Interpellati i responsabili, ci hanno spiegato che esistono solo dei dati ricavabili da altri studi, quelli di routine.

"Sì, è tutto molto sconcertante - afferma Filiberto Zaratti, ex assessore all'Ambiente della giunta precedente -. Emerge con chiarezza il classico investimento immobiliare, nel quale potranno intervenire i soliti ‘paperoni'. A prescindere dalla reale utilità, che non c'è. Inoltre parlano di aumento dell'occupazione. Ma siamo seri, prenda quanti sono attualmente impiegati al Leonardo da Vinci e li rapporti al traffico passeggeri. Poi veda".

Bene, ecco qui: "A 36 milioni di traffico, corrispondono 2623 dipendenti, di cui circa 635 a tempo determinato - spiegano da Fuoripista. Quindi 80 occupanti ogni milione di passeggeri. Al contrario AdR parla di mille addetti ogni milione. Al 2044 sarebbero 100 mila posti di lavoro diretti". Il Fatto ha cercato di sentire tutte le parti. Ha chiamato Gemina, ha interpellato l'Enac. Per capire. Anche con loro, niente da fare.

L'Ente nazionale ha risposto che i "tecnici stanno ancora valutando, quindi è presto". Gli uomini di Benetton si sono chiusi dietro un inespressivo no comment. E chi lavora con loro ci ha parlato a voce bassa e sotto una promessa: "Mi raccomando, io non vi ho detto niente. Non fate mai il mio nome altrimenti mi licenziano". Già, l'importante è tenere la voce bassa. Anche se in ballo ci sono 10 miliardi di euro. 27-04-2010] 

 

2 - FINI CHIEDE "PIÙ CORAGGIO" SU RIFORME. BOSSI: NO A VOTO ANTICIPATO...
(Apcom) - Niente elezioni, servono le riforme. Dopo che per una settimana la prospettiva del voto anticipato è stata al centro del dibattito politico, oggi è un coro di inviti alla stabilità per permettere all'Italia di avviare e portare a termine le riforme: prima Gianfranco Fini, poi Luca Cordero di Montezemolo, infine Umberto Bossi, proprio colui che per primo aveva apertis verbis evocato il ricorso alle urne.

Il leader della Lega è netto: "Se non le vuole la Lega", non c'è il rischio di elezioni anticipate. E la Lega non le vuole: "No, voglio solo fare il federalismo". In particolare "serve il federalismo fiscale, altrimenti l'Italia fa la fine della Grecia". Necessità su cui sarebbe d'accordo lo stesso Fini, 'sondato' ieri dagli emissari di Bossi: "Penso di sì, sotto sotto", dice Bossi intervistato da Radio Radicale. "Adesso è tutto preso a cercare di tamponare le beghe avvenute con Berlusconi e quindi si lascia andare a ragionamenti ai quali non crede nemmeno lui, sa anche lui che occorre fare il federalismo fiscale", assicura il leader leghista.

E in effetti solo qualche ora prima, ospite di un convegno della Luiss, Fini aveva invitato a "intraprendere con maggiore coraggio la via delle riforme", anche se il presidente di Montecitorio si riferisce non solo a quelle istituzionali ma anche a quello economiche e sociali. La classe politica deve "mettere in campo strategie e non indugiare nella tattica", evitando di rincorrere il "consenso immediato" ma guardando al lungo periodo.

 

Solo così, è il ragionamento del Presidente della Camera, l'Italia potrà tornare "a competere con gli altri Paesi e a vincere la sfida, tornando ai livelli di crescita che avevamo prima della crisi". E la crisi della Grecia domina anche i pensieri di Fini: "Nessun Paese si può sentire al di sopra o al riparo da questa onda lunga che può mettere in ginocchio l'economia. E' indispensabile un rigido controllo della spesa, un rigoroso controllo dei conti", dice il Presidente della Camera, invitando a taglia della spesa "selettivi" e investimenti su settori strategici come la ricerca.

 

Subito dopo Fini, e dallo stesso podio, anche l'ex presidente della Fiat e attuale presidente della Luiss, Luca Cordero di Montenzemolo, si unisce al coro: "Non c'è più tempo. Questa legislatura ha davanti tre anni e tantissime cose da fare". E soprattutto "nessuna nazione può crescere andando a votare una volta l'anno". Le cose da fare "sono chiare a tutti", non hanno connotati politici ma sono "solo di buon senso".

 

Due esempi: "Lotta all'evasione fiscale e riduzione delle tasse, e riduzione dei costi stratosferici della politica". L'importante è non sprecare questi tre anni, "liberarci dalle divisioni e dagli egoismi e ritrovare il gusto della sfida". Perchè "sono ormai quindici anni che sentiamo parlare ad intermittenza di dialogo e riforme salvo poi essere costretti ad assistere a campagne elettorali sempre violente e deludenti". Montezemolo assicura però che la prossima campagna elettorale non lo vedrà protagonista: "Potrei scendere in politica se vincessi dieci Gran premi di fila e il Mondiale. La vedo purtroppo difficile...".

3 - FINI E IL PARTITO DELLA RIVINCITA
Giovanni Fasanella per "Panorama"

Dev'essere cominciato il 6 dicembre 2007. Attorno a un tavolo imbandito, secondo le migliori e più antiche tradizioni della politica e del potere. Sì, quel giorno Luca Cordero di Montezemolo, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini si incontrarono a pranzo nella foresteria romana della Confindustria e stabilirono che «tutto è in movimento». E da allora, in effetti, continue scosse telluriche hanno investito la vita interna dei partiti, provocando movimenti che hanno toccato il culmine, per ora, fra sabato 17 e martedì 20 aprile.

Con tre avvenimenti apparentemente slegati ma in realtà prodotti dello stesso sciame sismico, i cui effetti sono destinati a proiettarsi nell'arco dell'intera legislatura, e probabilmente anche dopo: la crepa apertasi all'interno del Pdl con la nascita di una corrente finiana ostile al premier; il mancato processo nella direzione del Pd a Pier Luigi Bersani, dopo la sonora sconfitta nelle ultime elezioni regionali; le dimissioni di Montezemolo dalla carica di presidente della Fiat.

Tre fatti legati da un unico filo, a sentire non solo i boatos da Transatlantico, ma anche molte e concordanti confidenze private. E cioè, l'inizio della «fase operativa » di una manovra a tenaglia contro Silvio Berlusconi. Con l'obiettivo di estrometterlo dalla scena politica, aprendo la strada a una «leadership costituente » capace di coagulare le forze «moderate» di entrambi gli schieramen ti e avviare il Paese verso la Terza repubblica.

Nessuno osa dirlo pubblicamente, ma il nuovo capo taumaturgo della politica italiana sarebbe proprio Montezemolo, provvidenzialmente spogliato della carica imprenditoriale. E la testa d'ariete dell'operazione sarebbe proprio il presidente della Camera. Intorno e dietro il quale si è formata una nutrita e assortita squadra di addetti alla spinta. Una compagnia di «perdenti di successo», secondo la sprezzante definizione di fedelissimi del Cavaliere, pronta a tentare l'assalto alla fortezza del Pdl.

 

Di Casini e Montezemolo si è già detto. Ma molti altri nomi importanti, personalità che hanno già subito l'onta di diverse sconfitte nei rispettivi campi, ora sono pronti a tentare una rivincita. Primo fra tutti Massimo D'Alema, presidente del Comitato parlamentare di controllo sull'attività dei servizi segreti, nonché principale artefice dell'ascesa di Bersani alla segreteria del Pd.

Evoca apertamente una «costituente democratica» e parla della necessità, per il suo partito, di «trovare interlocutori a tutto campo» per sconfiggere il progetto berlusconiano di un «presidenzialismo plebiscitario». Ed è pronto a offrire una sponda per «liberare chi si sente prigioniero dall'altra parte». Con Casini, D'Alema ha già un antico sodalizio. E negli ultimi tempi i suoi rapporti anche con Fini si sono fatti talmente stretti che in ogni occasione pubblica in cui compaiono insieme i due fanno a gara a chi è più d'accordo con l'altro, scherzando sul fatto se è «più di destra D'Alema» o «più di sinistra Fini».

 

Tra coloro che guardano con molto interesse alle azioni di disturbo dell'ex leader di An nei confronti del premier c'è anche Francesco Rutelli, con la sua neonata Alleanza per l'Italia. Ex leader della Margherita e poi cofondatore del Pd, da quando è uscito dal partito prosegue senza soste la sua marcia di avvicinamento verso il centro.

Progetta una fusione con l'Udc di Casini. E lancia con sempre più insistenza messaggi ammiccanti all'indirizzo di Fini. «Lo aspetto» dichiara senza infingimenti «per costruire insieme un nuovo schieramento politico». Sponsor dell'operazione, dicono, proprio Montezemolo. Ma a spingere dietro la testa d'ariete antiberlusconiana c'è anche il centrosinistra mediatico in tutte le sue articolazioni. Anzitutto quella più moderata, che fa capo a Paolo Mieli, ex direttore del "Corriere della sera", oggi presidente della Rcs libri e da sempre sodale di Montezemolo.

È stato lui a volere fortemente la pubblicazione dalla Rcs del libro Il futuro della libertà, in cui Fini getta le basi politico-teoriche della sua azione futura. Poi quella decisamente antiberlusconiana, che fa capo al «partito» di Repubblica. Il cui fondatore Eugenio Scalfari, domenica 18 aprile, ha firmato un editoriale dal titolo illuminante: «Che cosa farà Fini quando sarà grande».

Con l'immancabile consiglio ad abbandonare l'ammiraglia berlusconiana, perché «non ha alcun futuro dentro il Pdl». E infine, persino quella giustizialista. Il conduttore di Annozero, Michele Santoro, in privato, dicono, non perde occasione per elogiare il comportamento del presidente della Camera. E Fini, in una neoversione «santorista », lo ha ricambiato inviando alla manifestazione bolognese del 25 marzo, promossa per protesta contro la decisione del governo di chiudere i talk-show televisivi durante la campagna elettorale, uno dei suoi giovani e più promettenti intellettuali, Filippo Rossi, presidente della Fondazione Farefuturo.

 

Anche la spalla di Santoro ad "Annozero", Marco Travaglio, dopo avere espresso pubblicamente la propria preferenza elettorale per Fini, di recente ha scritto sul "Fatto" che «Gianfranco ci serve vivo nei prossimi anni». Beh, sembrano esserci proprio tutti, dietro quella testa d'ariete. Ma lui, l'oggetto dei desideri di gran parte del centrosinistra, che cosa vorrà davvero fare, da grande? Intanto, chi si aspettava che uscisse dal Pdl è rimasto deluso.

Il presidente della Camera sa benissimo che fuori da quel partito, o comunque dal centrodestra, andrebbe incontro a un inevitabile destino di marginalizzazione. Com'è capitato ai tanti che in passato hanno scelto di seguire questa strada. Resta dunque nel partito, per ora, saldamente abbarbicato alla rete logistica costruita da Berlusconi. Con una sua corrente di minoranza, sperando di crescere nell'attesa del dopo. Ma che cosa riservi davve58 ro quel dopo è difficile dirlo.

 

Intanto, Fini ha annunciato che farà «ballare » il Cavaliere. Però Berlusconi, lo si è visto anche nelle ultime elezioni regionali, è un osso piuttosto duro. Dato per sconfitto alla vigilia del voto, si è gettato a capofitto nella campagna elettorale spendendosi personalmente e riuscendo a ribaltare il pronostico.

 

Difficile che assista senza reagire alla guerriglia del suo antagonista interno. Certamente sarà una partita molto dura. Che potrebbe portare davvero all'uscita di scena del premier, ma anche a un esito paradossale, che pochi sembrano aver messo nel conto: Berlusconi eletto al Quirinale con l'appoggio di Fini; e Fini eletto premier del centrodestra con la benedizione del centrosinistra. La politica italiana, la storia di questo ventennio lo ha dimostrato, sa essere creativa e beffarda.

 

01.05.10

 

 

 

JET ONOREVOLI – C’ERA UNA VOLTA LA MODA DEI VOLI LOW-COST (PERCHÉ IL RIMBORSO ERA FORFETTARIO, MICA SCEMI). ORA GLI EURODEPUTATI (DI DESTRA E SINISTRA) SI SONO ROTTI LE SCATOLE E SCELGONO AEREI PRIVATI PER ANDARE A STRASBURGO (1.400 € ANDATA E RITORNO) – ROSARIO CROCETTA (PD), “È NECESSARIO A CAUSA DELLA MANCANZA DI ALTRI VOLI DIRETTI” (MA NON C’ERANO NEANCHE NELLA SCORSA LEGISLATURA)…

Giulia Cerino per "L'espresso"

E la moda della legislatura 2009-2014: voli di lusso per la trasferta a Strasburgo. Sono un bel numero gli eurodeputati italiani che per raggiungere ogni mese il Parlamento Ue utilizzano un jet-taxi privato: l'Embraer E120, un giocattolino di 12 metri di lunghezza. Partenza da Ciampino (Roma) arrivo a Strasburgo e ritorno per 1.400 euro. Una scelta fastosa che segna una inversione di rotta rispetto al passato. Fino allo scorso anno, infatti, erano gettonatissimi aerei di linea e voli low cost. E sulle poltroncine di Ryanair si affollavano gli onorevoli italici prestati all'Europa.

 

"Viaggiare con questo aereo", spiega uno dei passeggeri, Rosario Crocetta (Pd), "è necessario a causa della mancanza di altri voli diretti". Crocetta è al suo primo mandato europeo e non è tenuto a saperlo, ma i voli diretti per Strasburgo mancavano anche nella scorsa legislatura.

Quello che nel frattempo è cambiato, però, sono le regole per il pagamento delle spese di viaggio. Fino alla passata estate infatti, gli europarlamentari ricevevano un rimborso forfettario: circa mille euro indipendentemente dal biglietto acquistato.

Vale a dire, sia che si scegliesse per esempio l'AirFrance, via Lione o via Nizza, costo 700 euro, piuttosto che Lufthansa, 415 euro via Francoforte, oppure Ryanair, con prezzi all'osso. Poiché il calendario delle sessioni è fissato in anticipo, comprando i biglietti per tempo, di rado si spende più di 90 euro. Cioè 900 in meno del vecchio rimborso europeo.

Ma con il nuovo regolamento l'indennizzo non è più forfettario bensì corrisponde al prezzo del biglietto acquistato, da documentare esibendo carta d'imbarco e ricevuta di pagamento. E qui sorge un problema: la carta di imbarco viene rilasciata solo per voli di linea e charter e non per i voli privati come quello che i nostri deputati prendono ogni mese. Una soluzione la fornisce però Mustfly, l'agenzia che gestisce i trasferimenti Roma-Strasburgo. 'L'espresso' li ha interpellati al telefono e, fingendo di chiamare per conto di un eurodeputato, ha chiesto come si poteva ottenere il rimborso.

"Si tratta di un jet privato camuffato", ha spiegato al telefono il responsabile marketing Biagio Coppolino, "sulla fattura lo qualifichiamo formalmente come volo charter. Per quelli privati, infatti, il regolamento non prevede rimborso... Il boarding pass verrà consegnato a posteriori, per ottenere l'indennizzo".

E, sempre secondo Coppolino, non solo "avviene regolarmente" che l'importo della fattura sia ritoccato all'insù rispetto al prezzo pagato, ma che venga addebitato anche il passaggio aereo di amici e parenti: "Mettiamo tutto su un unico biglietto o su più biglietti. Qui lo dico e qui lo nego: il deputato può attribuire il costo del biglietto a un terzo che non ha viaggiato. La natura dei parlamentari fa sì che si possano cambiare le regole".

La storia, sempre secondo il responsabile marketing, va avanti da fine 2009, grazie all'accordo tra l'ideatore del servizio di jet taxi, Giuseppe Spadaccini, già patron della compagnia aerea passeggeri Itali Airlines (sigla con cui è marchiata la carta d'imbarco) e l'europarlamentare del Pd Guido Milana che, a detta di Coppolino, "ha preso contatti con l'agenzia". Una ricostruzione che Milana nega, pur difendendo a spada tratta l'uso del jet privato: "È la cosa più utile, economica e intelligente da fare finché non ci saranno voli diretti".

Nel volo dell'8 marzo erano occupati solo sette dei 30 posti dell'Embraer. Tra i passeggeri: Andrea Cozzolino (Pd), Guido Milana (Pd), Barbara Matera (Pdl), Salvatore Iacolino (Pdl) e Roberto Gualtieri (Pd). Nei mesi scorsi hanno viaggiato anche Silvia Costa (Pd) e Luigi De Magistris (Idv), mentre sul jet partito il 23 novembre i passeggeri erano 17, tra cui: Giovanni Pittella (Pd), Rosario Crocetta (Pd), Giovanni La Via (Pdl), Sergio Silvestris (Pdl), Sonia Alfano (Idv), e Roberta Angelilli (Pdl) che, ormai al secondo mandato, è tra quanti hanno cambiato abitudini: dal low cost della scorsa legislatura al jet-taxi di oggi. n

 

[16-04-2010]

 

 

pirellone moscio per woodcock -Le intercettazioni dell’inchiesta della Procura di Potenza che ipotizzava tangenti negli appalti da 185 milioni di euro per il grattacielo più alto d’Italia e nuova sede della Regione Lombardia? Tutte inutilizzabili! - milano non si tocca...

Luigi Ferrarella per il "Corriere Della Sera"

Le intercettazioni dell'inchiesta della Procura di Potenza che ipotizzava tangenti negli appalti da 185 milioni di euro per il grattacielo più alto d'Italia e nuova sede della Regione Lombardia? Tutte inutilizzabili, colpite al cuore dal «vizio insanabile» di autorizzazioni poco o mal motivate dal giudice. Al punto che, addirittura, quelle intercettazioni nemmeno avrebbero mai dovuto essere iniziate.

E che, adesso, la magistratura milanese si vede costretta a buttarle nel cestino, archiviando tutte e 9 le persone (dirigenti della società regionale «Infrastrutture Lombarde» come il direttore generale Antonio Rognoni, e manager del gigante privato «Impregilo» come l'amministratore delegato Alberto Rubegni) indagate nel gennaio 2009 a Potenza.

 

Chieste dal pm Henry John Woodcock e autorizzate dal gip Rocco Pavesi in una più ampia inchiesta sull'estrazione del petrolio in Basilicata, le intercettazioni operate dai carabinieri del «Noe» del colonnello Sergio De Caprio (il «capitano Ultimo» che a Palermo nel 1992 con un pugno di suoi uomini individuò e catturò Totò Riina) erano spuntate agli atti potentini di un Tribunale del Riesame sul ruolo locale della «Total», ed erano poi state trasmesse per competenza territoriale alla Procura di Milano con ipotesi di reato che andavano dalla concussione alla corruzione, dalla turbativa d'asta alla truffa, fino all'associazione per delinquere.

 

Qui i pm Paola Pirotta e Frank Di Maio, che già si occupavano di un imprenditore indagato per un subappalto dei lavori di smaltimento di detriti contaminati, per non interrompere la captazione delle conversazioni avviata a Potenza avevano domandato al gip di Milano la continuazione di alcune delle intercettazioni. Ma il gip Giorgio Barbuto aveva chiesto ai pm di recuperare gli originari decreti della «considerevole e prolungata attività di intercettazione», allo scopo di poter soppesare la gravità degli indizi.

E qui è affiorata «l'assoluta nullità delle pregresse autorizzazioni», sia «all'inizio delle intercettazioni» sia «alla loro proroga». Perché? Perché, scrivono i pm, «i decreti emessi dal gip di Potenza sono totalmente privi di adeguata motivazione in ordine alla sussistenza degli elementi indiziari di reato», così come «manca una valutazione della loro gravità».

 

Addirittura, per i pm milanesi «non è possibile cogliere», dalla lettura dei decreti di Potenza, «alcuna argomentazione logico giuridica che induca a comprendere il percorso seguito da quel Giudicante (il gip Pavesi, ndr) nella valutazione del compendio probatorio proposto dal pm» ( Woodcock, ndr).

Sempre dalle carte della richiesta di archiviazione milanese, che risulta accolta il 29 dicembre 2009 dal gip milanese Chiara Valori, si capisce che i pm Pirotta e Di Maio, pur di rianimare gli spunti d'indagine trasmessi da Potenza, hanno provato a resuscitarli in ogni modo: ma anche i carabinieri del Comando provinciale di Milano, «incaricati del riascolto delle conversazioni eventualmente utili a ridare vigore probatorio alla richiesta» di intercettazioni, «hanno risposto con le informative agli atti, senza riuscire a enucleare elementi utili a un approfondimento investigativo».

 

Allora i pm hanno tentato di ripescare in extremis l'indagine provando a basarsi sui documenti sequestrati, ma anche «la disamina dei documenti non ha sortito effetto migliore». Così ai magistrati milanesi non è rimasto che arrendersi: la « sostanziale inutilizzabilità delle intercettazioni, originate da provvedimenti autorizzativi inficiati da vizio di nullità insanabile», determina «l'impossibilità anche di ricorrere ad altri e attuali strumenti investigativi», insomma non c'è neanche lo spunto proceduralmente corretto per attivare da zero nuove intercettazioni.

 

Nell'archiviazione c'è anche una valutazione di merito sul tenore delle conversazioni intercettate da Potenza, che per i pm milanesi «non evidenziano modalità comportamentali tali da» far pensare a «rapporti di corruttela». Al contrario, per i pm «i dialoghi in particolare tra Rubegni e gli interlocutori di Impregilo appaiono anzi finalizzati a dare una soluzione utile all'accelerazione dei tempi di realizzo del nuovo palazzo della Regione Lombardia aMilano», in effetti inaugurato il 22 gennaio scorso in linea con il calendario di 3 anni di lavoro di 500 operai 24 ore su 24 per 7 giorni su 7.

 

[12-04-2010]

 

 

IL CARRO CISTERNA CHE CAUSÒ IL DISASTRO DELLA STAZIONE DI VIAREGGIO DEL 29 GIUGNO SCORSO (32 VITTIME) ERA FORSE GIÀ DERAGLIATO UNA SETTIMANA, SULLA LINEA FIRENZE-BOLOGNA. LO AFFERMA UN EX TECNICO VERIFICATORE DELLE FERROVIE - LETTERA AI GIORNALI: "AL 99 PER CENTO È LO STESSO CARRO CISTERNA DI VIAREGGIO. SE L’AVESSERO VERIFICATO SUBITO, LA TRAGEDIA DI VIAREGGIO SAREBBE STATA EVITATA" - secca smentita delle ferrovie: "deduzioni totalmente prive di senso e fondamento. i due carri appartenevano a due ditte private distinte..."

 

La smentita delle Fs. "Si si tratta di deduzioni totalmente prive di senso e fondamento". Le Fs smentiscono la ricostruzione del loro ex tecnico: "I due carri appartenevano a due ditte private distinte, e anche le tipologie di carro sono completamente diverse: il primo era un carro a due assi, mentre il secondo è un carro a carrelli e quindi aveva quattro assi ed era di dimensioni circa doppie, come noto, diverso. Stupisce e colpisce il fatto che a sbagliare in modo cosi grossolano sia stato un ex ferroviere (il quale parla addirittura di fantomatici dispositivi 'ultrasuoni laser': un concetto impossibile anche dal punto di vista fisico)". Repubblica.it

ll carro cisterna che causò il disastro della stazione di Viareggio del 29 giugno scorso (32 vittime) era forse già deragliato una settimana prima a Vaiano, sulla linea Firenze-Bologna. Lo afferma il signor Marco Menchini un ex tecnico verificatore delle ferrovie.

Menchini, reduce di una lunga malattia, è venuto da poco in possesso di una foto del piccolo incidente di Vaiano (che passò quasi inosservato) e, in base ad una serie di elementi e alla sua esperienza, dice oggi: "Al 99 per cento è lo stesso. Se l'avessero verificato subito, la tragedia di Viareggio sarebbe stata evitata".

Menchini ha messo nero su bianco le sue riflessioni e ha scritto ai giornali. La sua denuncia, ovviamente, va affidata alle verifiche più attente dei tecnici Fs, ma è giusto renderla nota proprio perché si possa controllare e, eventualmente, scartare l'ipotesi.

"Sono un ex operaio e tecnico verificatore delle ferrovie - scrive Menchini -. Questa testimonianza è a favore delle vittime e dei familiari della strage di Viareggio avvenuta il 29. 06. 09. Il carro cisterna che ha causato la strage, era deragliato il 22.06.09 a Vaiano sulla linea Firenze-Bologna. Se lo stesso fosse stato controllato sul posto o inviato alla squadra rialzo più vicina (officina) mediante ultrasuoni laser (tecnologia gia esistente 40 anni fa) si sarebbe appurato che l'asse aveva subito dei danni e sarebbe stato sostituito, in 30 minuti di lavoro.

Questa era la prassi di 40 anni fa, oggi la tecnologia ha fatto passi da gigante, treni alta velocità (Roma-Milano) in 3 ore. Ciò e giusto per le esigenze moderne, anche la riduzione di personale può essere accettata, però non a scapito della sicurezza ferroviaria; infatti il settore merci e stato quasi dimenticato: carri obsoleti con oltre 40, 50, 60 anni, non sottoposti a misure preventive di controllo, oltretutto cisterne che trasportano liquidi pericolosissimi che possono esplodere. 32 morti a Viareggio, decine di persone col 60, 70 80, 95% di bruciature su tutti il corpo".

"Sono entrato in ferrovia il 15.06.1970 come operaio qualificato nel deposito locomotori a Livorno, già allora veniva un ingegnere da Firenze e controllava gli assi, ogni 1-2 anni venivano fatti questi controlli programmati, oppure se il locomotore o carro aveva subito anche un piccolo deragliamento, magari nel parco merci.

Poi sono diventato verificatore, e se succedeva quanto sopra, io fermavo il carro e se non c'era pericolo lo inviavo alla squadra rialzo (officina fs) più vicina per il controllo generale. Il mio compito era di controllare i treni in arrivo e soprattutto in partenza e fare la prova dei freni, poi emettevo un nulla osta chiamato tv 40 che facevo firmare al macchinista in doppia copia , una a me una a lui, poi il capostazione dava il via libera".

In stazione vi era un assistenze di stazione, oggi formatore, che insieme alla squadra di manovra formavano il treno in base al peso, lunghezza, destinazione, etc; poi l'assistente scriveva tutti i numeri dei carri sulle sponde e in altre parti, poi emetteva in doppia copia (M18) che faceva firmare al capotreno o macchinista, una copia rimaneva agli atti in stazione di partenza e una alla stazione di arrivo o di smistamento.

Perciò anche se il carro ha preso fuoco rimane il cartaceo o sul computer del numero dei carri. Quando un carro deraglia a volte ci vogliono dei km prima che il treno si fermi, perciò specialmente se il carro è carico è moltissimo sollecitato e gli assi sono i primi a soffrire perché le ruote battono sulle traversine di cemento.

Alcuni testimoni hanno visto il treno della strage che emetteva forti scintilli a circa 20 km da Viareggio, senz'altro il carro era frenato e il surriscaldamento per tanti km, per induzione ha fatto si che l'asse già deteriorato per torsione si rompesse (si nota bene dalla foto). La quasi certezza che il carro della strage era lo stesso deragliato a Vaiano e che a Viareggio era il primo di testa, mentre a Vaiano era l'ultimo di coda, questi tipi di treni sono a composizione bloccata, quando arrivano alla stazione d'arrivo vanno allo scarico o carico , poi il locomotore va in deposito e quando deve ripartire la testa diventa coda e viceversa".

"Ho visto personalmente più volte dei carri rimasti frenati essere fermati in stazioni successive a quella dove è stata notata tale anomalia; oggi purtroppo le stazioni sono deserte per la riduzione del personale. Bastava che sulla linea ci fossero rilevatori di calore o telecamere collegate col 'Dcò e il treno sarebbe stato fermato in tempo evitando la strage. Faccio solo adesso questa denuncia perché sono venuto in possesso delle foto del carro deragliato a Vaiano solo 15 giorni fa".

Fin qui il testo della lettera. Menchini, dunque, deduce che il carro possa essere lo stesso a partire dalla foto e dalla sua esperienza in materia di composizione di questo tipo di convogli. Poi, denuncia il fatto che, oggi, un carro protagonista di un piccolo incidente non viene controllato e viene rimesso in servizio in tutta fretta. Questo per risparmiare tempo e denaro.

Per la precisione va detto che il carro della tragedia del merci 50325 Trecate-Gricignano (immatricolato dalle ferrovie polacche, proprietario dell'austriaca Kvg, società del megagruppo Usa GATX) era effettivamente il primo di 14 vagoni cisterna agganciati al convoglio. L'incidente fu causato dal cedimento del carrello della cisterna che deragliò trascinandosi dietro altri carri.

L'esplosione devastante avvenne in seguito alla fuoriuscita del gas Gpl che, al contatto con l'aria e innescato dalle scintille provocate dallo sfregamento sui binari esplose in un'enorme palla di fuoco che provocò morte e distruzione nella vicina via Ponchielli dove abitavano quasi tutte le vittime e i 25 feriti.

[18-04-2010]

 

#1- NICOLETTI CHE REALIZZò IL SOGNO DELLA BANDA DELLA MAGLIANA: PRENDERSI ROMA - #2- "NEGLI ANNI '80 ERO IL PIÙ IMPORTANTE. I CALTAGIRONE? MA NON LI GUARDAVO NEMMENO" - #3- "TUTTI ERANO A MIA DISPOSIZIONE, PERCHÉ ERO IL PIÙ LIQUIDO. QUANDO A REBIBBIA HO CONOSCIUTO RENATINO DE PEDIS LUI SI È MESSO A DISPOSIZIONE. MI FACEVA IL CAFFÈ, MI LAVAVA I CALZINI: MI ASCOLTAVA COME SE FOSSI UN ORACOLO” - #4- "ANDREOTTI? IO SONO STATO LA SUA SALVEZZA. HANNO FATTO DI TUTTO PER CONVINCERMI AD ACCUSARLO, A DIRE COSE FALSE. QUANDO STAVA A PALAZZO CHIGI MI AVEVA DATO LIBERO ACCESSO: ENTRAVO DA DIETRO E L'ASPETTAVO IN UFFICIO" - #5- "MORO? SE M'AVESSERO CHIESTO AVREI TIRATO FUORI QUALUNQUE SOMMA PER LIBERARLO. QUANDO M'HANNO DOMANDATO AIUTO PER IL RISCATTO DI CIRILLO (IL PRESIDENTE DC CAMPANIA RAPITO DALLE BR) MI SONO MESSO SUBITO A DISPOSIZIONE" - #6 - "SONO STATO RICEVUTO IN UDIENZA PIÙ VOLTE DA WOJTYLA , HA CRESIMATO MIA FIGLIA" - #7- "UN UOMO D'ONORE IN CASA COME HA FATTO BERLUSCONI CON IL BOSS MANGANO? "E CHE SO SCEMO! POI TE SE MAGNANO: VOGLIONO COMANDARE LORO”

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Colloquio con Enrico Nicoletti
Gianluca di Feo e Gianni Perrelli per "l'Espresso"

BANDA DELLA MAGLIANA

Andreotti? "Sa che io sono stato la sua salvezza. Hanno fatto di tutto per convincermi ad accusarlo, a dire cose false contro di lui. E so che mi vuole bene. Lui era amico già di mio padre e quando stava a Palazzo Chigi mi aveva dato libero accesso: entravo da dietro e l'aspettavo in ufficio. Quando nel 1991 diventò senatore a vita però scelsi di schierarmi con Vittorio Sbardella, un vero amico, e lui non me lo perdonò. Mandava Franco Evangelisti a pregarmi: "Devi stare con noi, non ci mollare. Giulio non lo merita: sei nel suo cuore". Mica je credevo. Io Andreotti lo conosco: ride ma non sorride, non dà il cuore a nessuno, manco alla moglie".

Enrico Nicoletti racconta un altro film. Non 'Romanzo Criminale', dove la figura del 'Secco' che ricicla miliardi è ricalcata sulle sue vicende giudiziarie, ma un nuovo capitolo de 'Il Divo' di Paolo Sorrentino. L'epopea di un palazzinaro venuto dal Frusinate, "che trovava sempre aperte tutte le porte della Dc e di qualunque politico: socialisti, comunisti. Perché sapevano che non li deludevo...".

Un costruttore che si prende Roma: "Negli anni '80 ero il più importante. I Caltagirone? Non li guardavo nemmeno. Ho costruito milioni di metri cubi, ho fatto girare migliaia di miliardi di lire, ho pagato tasse a palate. Altro che nullatenente! Ho tirato su due università, ero il numero uno".

Prendersi Roma, il sogno della Banda della Magliana. Lui c'era riuscito, prima di loro. Aveva mucchi di case, fiumi di soldi e 400 auto nella sua concessionaria: il triangolo magico che nella Capitale garantisce il successo. A 74 anni, sempre libero nonostante due condanne definitive, nel salotto della sua casa parla come un sovrano in esilio.

In vestaglia, con la metà destra del corpo semiparalizzata, ricorda quando era il re degli affari capitolini. La sua versione, ripetuta in tutte le aule e che non lo ha salvato dalle sentenze: "Io non sono mai stato il cassiere della banda della Magliana. Nelle condanne non c'è scritto e adesso persino il procuratore generale se l'è rimangiato. Non avevo bisogno di loro. Quando a Rebibbia ho conosciuto Renatino De Pedis lui si è messo a disposizione".

"Mi faceva il caffè, mi lavava i calzini: mi ascoltava come se fossi un oracolo. Ma tutti a Roma erano a mia disposizione, perché ero il più liquido: solo sul conto di mio figlio hanno sequestrato 69 miliardi di lire. Se c'era un affare, venivano da me: non li dovevo cercare. Quando si è trattato di costruire la seconda università è stato Evangelisti a chiamarmi, per conto di Andreotti: 'C'hanno un problema, aiutali tu...'".

Già, ma lei a uno incontrato in carcere come De Pedis, il 'Dandi', poi gli ha dato un sacco di milioni. "Gli ho prestato 250 milioni per comprare un ristorante a Trastevere, poi ha preso il mutuo e li ha restituiti al mio notaio. Per me quelle erano briciole". Si sarà reso conto che stava facendo affari con il boss della Magliana: "E che ne sapevo? All'epoca mica si conoscevano queste cose".

 

Quando l'hanno arrestata assieme a Ciro Maresca però lei non poteva ignorare chi fosse: sua madre, Pupetta Maresca, era una sorta di eroina della camorra: "Quel Maresca me lo sono ritrovato nell'autosalone, manco lo conoscevo. Infatti mi hanno assolto". Insistere in queste domande porta a scontrarsi con un muro di dichiarazioni consolidate in trent'anni di interrogatori.

Invece Nicoletti ama ricordare quando dettava legge a Roma: elenca una lista sterminata di condomini che ha costruito, di immobili che ha venduto, di politici che ha sostenuto. "Perché ero io a decidere. Evangelisti mi chiese di inserire Giuseppe Ciarrapico nelle convenzioni dell'università. Io invece me ne fregai. Potevo comprarmi il 'Messaggero' quando i Perrone volevano liberarsene, ma lasciai stare: non c'avevo tempo per i giornali, davo lavoro a 1.500 persone".

I suoi incontri erano sempre lontani dai riflettori. "Al ristorante, negli uffici, nei palazzi del governo. Quando abbiamo firmato i contratti per l'università di Tor Vergata ero a tavola con il rettore Geraci, 'na brava persona, il sindaco Vetere e la responsabile amministrativa messa lì dal Pci. M'hanno dato molti più miliardi di quello che pensavo".

Niente mondanità: "Io sono uno di famiglia, sono sempre stato religioso. Anche adesso vado a messa". Mostra un attestato di benedizione pontificia con la foto e il sigillo autografo di papa Ratzinger: 'A Enrico Nicoletti per i cinquant'anni di matrimonio': "Non è vero che avevo rapporti con il cardinale Poletti, frequentavo tanti altri monsignori. Wojtyla mi ha voluto bene: sono stato ricevuto in udienza più volte, ha cresimato mia figlia".

Il Vaticano. Inevitabile chiedergli del mistero di Emanuela Orlandi. Risposta scontata: "E che ne sapevo io!". E per Aldo Moro, ha fatto qualcosa? "Il professore? Era così affettuoso". Anche Moro? "E certo! Quante volte l'ho incontrato il professore, pure a Palazzo Chigi". E non ha fatto nulla per liberarlo? "Se m'avessero chiesto avrei tirato fuori qualunque somma. Quando m'hanno domandato aiuto per il riscatto di Cirillo (il presidente dc della Regione Campania rapito dalle Br) mi sono messo subito a disposizione".

La palazzina anonima in un comprensorio immerso nella periferia estrema di Roma non ha misure di sicurezza: non si notano vetri blindati, né allarmi. C'è solo un massiccio doberman. "Non ho paura. Negli anni Settanta, ai tempi dei sequestri, quando volevano rapire mia figlia ho comprato tre Mercedes blindate. La scorta me la facevano i carabinieri, venivano da me quando smontavano dal servizio".

Non poteva assumere qualche uomo d'onore, come ha fatto Berlusconi? "E che so scemo! Se te li metti in casa, poi te se magnano: vogliono comandare loro. Io sono un ex carabiniere, non mi fidavo. Anche i banditi mi guardavano con sospetto e disprezzo: dicevano che ero ''na guardia'".

Nicoletti si dichiara vittima della magistratura, che ha arrestato più volte lui e i suoi figli. Un paradosso, perché buona parte del suo impero è stato costruito grazie alle aste giudiziarie dove riusciva ad assicurarsi gli immobili migliori. Per vent'anni i giudici lo hanno reso ricco, poi gli hanno confiscato beni e conti con centinaia di miliardi di lire. "Colpa dei pm comunisti!", sbotta. Ma come, proprio lei che quando al Campidoglio c'era il Pci ha fatto affari d'oro... Si illumina: "Certo! Quelli però sono in lotta tra loro..."

E la Roma del 2010? Chi conosce tra i nuovi immobiliaristi furbetti? Gli investigatori hanno documentato rapporti indiretti con Danilo Coppola, che ha una casa a pochi metri da qui. "E chi sono? Mai visti, né lui, né gli altri. M'hanno raccontato che Coppola era un morto di fame, che nella borgata Finocchio chiedeva le sigarette perché non aveva i soldi nemmeno per fumare".

Umberto Morzilli però aveva lavorato per lei: è stato assassinato due anni fa, l'ultimo delitto di stampo mafioso avvenuto nella capitale, l'ultimo legato alla Banda della Magliana. "Sempre 'sta storia della Magliana! Morzilli era un meccanico che da giovane ogni tanto faceva delle cose nel mio autosalone. E allora? Vendevamo migliaia di macchine l'anno, hanno lavorato per noi centinaia di persone".

Oggi con la politica che rapporti ha? Nicoletti sorride sornione: "Bussano ancora alla mia porta, anche per queste elezioni. Ma io non li voglio più vedere, m'hanno rotto...". Cosa cercano da Enrico Nicoletti i candidati alle regionali? "Quello che i politici vogliono sempre...". E mima un gesto eloquente con la mano sinistra, come a mettere dei soldi sul tavolo: il segreto del suo potere.

[02-04-2010]

 

 

ASINO ITALIA OVER THE WORLD! – E POI DICONO DI PAPI SILVIO, SI LAMENTANO DI M'ARRAZZO O DI DELBONO, MA TUTTO IL MONDO è IMMONDO - SPULCIANDO I BILANCI DEL PARTITO REPUBBLICANO USA, SPUNTANO I RIMBORSI PER LE FESTE AD UN CLUB SADOMASO – RISULTANO ANCHE DECINE DI MIGLIAIA DI DOLLARI IN JET, LIMOUSINE E ALBERGHI DI LUSSO E 13MILA$ IN LECCA LECCA (NON BASTANO LE ESCORT!)…

Massimo Gaggi per "la Repubblica"

«Va bene che Michael Steele ha detto di voler spingere a votare repubblicano anche i ragazzi delle cinture sub-urbane che amano lo stile hip-hop, ma il partito della destra religiosa e dei valori sacri della famiglia che spende duemila dollari in un sex club sadomaso specializzato in bondage è un po' troppo» ironizza il columnist Dana Milbank sul Washington Post, mentre decine di blogger democratici riempiono la rete di commenti assai più pepati.

Michael Steele

Il capo del partito conservatore, il primo afroamericano a guidare il Republican National Committee, è di nuovo nella bufera per l'uso assai discutibile dei fondi raccolti per la campagna elettorale in vista del voto di mid term a novembre: solo nel mese di febbraio sono stati spesi 17.500 dollari per l'affitto di aerei privati e 15 mila per quello di limousine, più parecchie decine di migliaia di dollari per alberghi di lusso - dal W di Washington al Beverly Hills Hotel di Los Angeles, ai Four Seasons di Filadelfia e della località sciistica di Jackson Hole - passando per i 13.622 dollari lasciati al Dylan's Candy Bar, tempio newyorchese dei lecca-lecca.

Michael Steele

Ma, a suscitare le reazioni scandalizzate dei conservatori e l'ilarità dei democratici sono soprattutto i 1.946 dollari pagati dal partito al Voyeur di West Hollywood, descritto dal Los Angeles Times come un club nel quale vengono mimati atti sessuali su reti sospese a mezz'aria e «orge in maschera » ispirate al film di Stanley Kubrick «Eyes Wide Shut».

Lingresso del sex club Voyeur Afp

Il portavoce dei repubblicani ha chiarito che Steele non c'entra nulla con l'episodio. Ha addirittura precisato che, mentre Erik Brown, un attivista repubblicano della Orange County, se la spassava al Voyeur pagando il conto poi prontamente rimborsato dal partito, il suo leader era in volo da Honolulu alla volta di Los Angeles. Una replica puntigliosa che si spiega con le accuse già da tempo piovute su Steele, uno spendaccione che non piace ai conservatori e che ha già reso assai meno generosi alcuni tradizionali finanziatori del partito. Altro dettaglio imbarazzante: Brown sarebbe un intimo di Steele col quale è andato qualche volta anche allo stadio.

Il caso, in qualche modo, è anche il prodotto del buon funzionamento del sistema di controllo della politica Usa e di media che fanno il loro mestiere indipendentemente dall'appartenenza politica: le dettagliate informazioni sulle spese dei repubblicani, dal sesso alle caramelle, sono contenute nel rapporto mensile sugli esborsi elettorali che, in base alla legge, è stato presentato dallo stesso partito alla Federal Election Commission.

Michael Steele

E a spulciare i numeri fino alla scoperta del caso Voyeur è stato il Daily Caller, un sito web conservatore. Che ha anche raccontato che Steele in passato ha proposto, senza ottenerlo, l'acquisto di un jet privato per i suoi viaggi e che la sua trasferta alle Hawaii per un raduno di partito è costato 43 mila dollari più altri 9000 spesi dal suo team durante la sosta in un lussuoso hotel di Los Angeles.

Nel partito crescono rabbia e imbarazzo per lo stile disinvolto di Steele, uno stile che sta contagiando anche altri funzionari. E che, come detto, allontana i finanziatori proprio quando, sull'altro fronte, i democratici stanno facendo il pieno. Quando si insediò, nelle casse repubblicane Steele trovò 22 milioni di dollari.

Oggi ce ne sono 9. Il leader, che è anche considerato un pessimo organizzatore e ha un'immagine televisiva appannata, è stato già invitato, mesi fa, a farsi da parte. Ma i repubblicani non hanno, oggi, un leader con la forza di imporre una virata. Steele lo sa e ha reagito con durezza: «Se volete la mia poltrona venite a prenderla. Finché non ci riuscite state zitti e fate un passo indietro».

Fin qui il partito è stato davvero zitto, anche perché i repubblicani- più per gli errori dei democratici e la reazione dei radicali dei «tea party» - nei mesi scorsi hanno colto successi elettorali insperati in Virginia, New Jersey e Massachusetts. Ora, però, la misura sembra essere colma.

[31-03-2010]

 

 

CHI TROMBA CHI - URNE CRUDELI PER IL BALLERINO RAFFAELE PAGANINI, IL FIGLIO DI GAVA, SGARBI - VITTORIA PER SANDRA MASTELLA, ISABELLA RAUTI, MARA CARFAGNA (LA PIù VOTATA) - LA DUCIONA MUSSOLINI CE L'HA FATTA PER IL ROTTA DELLA CUFFIA - In Campania eletto Roberto Conte, condannato in primo grado a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa - In Puglia ha fatto centro Tato Greco, come Mazzarano indagato nell’inchiesta sulle tangenti della sanità pugliese...

Lorenzo Salvia per il Corriere della Sera

Aveva deciso di ritirare la candidatura quando il suo nome, una settimana fa, era finito nel registro degli indagati per l'inchiesta sulle tangenti nella sanità pugliese. Ma durante l'ultimo comizio, un minuto appena nella piazza di Massafra, la folla gli aveva detto che lo avrebbe votato lo stesso. Così è stato, anche perché i tempi tecnici per fare marcia indietro non c'erano più. Michele Mazzarano, l'ex numero due del Pd in Puglia, entra in consiglio regionale con 6.340 preferenze. Non è l'unica sorpresa nel day after elettorale.

 

Come ogni volta va in scena un grande show nazionalpopolare fatto di trombati eccellenti e recordman di preferenze. Qualche scena in ordine sparso. Bocciato Angelo Gava, figlio del viceré di Napoli Antonio, e finora conosciuto soprattutto per il suo matrimonio con torta di panna da 200 chili. Promosso Ruggiero Mennea, pro-cugino di Pietro, che implorava di non toccare la pista di Barletta «teatro del record mondiale sui 200 al livello del mare», (indovinate ad opera di chi?).

 

Bocciata pure l'étoile Raffaele Paganini che di conseguenza già oggi sarà all'Europauditorium di Bologna con il suo spettacolo «Ho 50 anni e ballo il sirtaki». E brindisi in casa di Maruska Piredda, l'hostess precaria dell'Alitalia che, dopo la protesta in piazza, al confessionale del Grande fratello ha preferito il listino di Burlando in Liguria. A scorrere candidati e preferenze viene fuori passato, presente e (forse) futuro dell'Italia 2010. Mescolando con sapienza figli e intellettuali, nipoti e portaborse. Anche stavolta il capitolo più corposo è proprio quello dei parenti.

 

Non c'è solo Renzo Bossi, il figlio di Umberto che a Brescia ha preso una valanga di voti. Diventano consiglieri regionali anche Marco Scajola, nipote di Claudio, Ettore Zecchino, figlio dell'ex ministro Ortensio, Pietro Sbardella, figlio dello «squalo» Vittorio, Romano La Russa, fratello di Ignazio, ed Elisabetta Fatuzzo che a 42 anni rappresenta il Partito pensionati, fondato dal padre Carlo.

 

Resta consigliere Sandra Mastella con festa in tono minore davanti ad una villa di Ceppaloni vuota, causa divieto di dimora per l'inchiesta sulle assunzioni in Campania. Vittoria anche per Isabella Rauti, moglie del sindaco Alemanno e figlia di Pino. Ma alla voce parenti c'è anche chi ha lasciato lo spumante in frigo. Come Andrea Tremaglia, nipote dell'ex ministro Mirko che correva in Lombardia, oppure Piera Levi Montalcini, la nipote del premio Nobel Rita, bocciata in Piemonte. E come Mario Cito, discendente di Giancarlo. Il nome non vi dice niente? È stato il primo dei sindaci sceriffo, ed anche il più esagerato: a Taranto ricordano ancora bene la sua immagine con il mitra in mano. Conta il fatto che ebbe qualche guaio con la giustizia? Non è detto.

 

In Campania, nella lista Alleanza di Popolo, è stato eletto Roberto Conte, condannato in primo grado a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. In Puglia ha fatto centro Tato Greco, come Mazzarano indagato nell'inchiesta sulle tangenti della sanità pugliese. Nel Lazio il più votato è stato Claudio Fazzone che si è opposto ferocemente allo scioglimento del consiglio comunale di Fondi per infiltrazioni mafiose.

 

Mentre la prima seduta del parlamentino lombardo sarà guidata da Gian Carlo Abelli, il marito di Rosanna Gariboldi che solo due mesi fa, accusata di riciclaggio, ha patteggiato una condanna a due anni. Per rimanere al ramo giustizia in Puglia è stato eletto anche Lorenzo Nicastro, l'ex magistrato messo in lista da Di Pietro, con una scelta criticata pure dall'Associazione dei magistrati.

Nel day after nazionalpopolare anche lo sport ha sempre avuto la sua parte. Ma stavolta non è andata bene. Bocciato il ciclista Gianni Bugno (era nel listino di Penati in Lombardia), bisogna accontentarsi di Angelo Peruzzi tra i pali del consiglio comunale di Blera e di Giuseppe Bruscolotti, eletto nella sua Sassano. Altrimenti non resta che sedersi in panchina, vicino all'ex medico sociale della Roma Ernesto Alicicco (bocciato nel Lazio), oppure al suo successore Mario Brozzi, tra gli eletti nella lista Polverini.

Magari con la supervisione di Giorgio Puricelli, il fisioterapista del Milan sbarcato direttamente nel listino vincente di Formigoni. Servirebbe una pagina intera, invece, per mettere in fila collaboratori e portaborse. Nel Lazio entrano Ernesto Irmici, portavoce di Cicchitto, e Carlo De Romanis, assistente di Tajani. In Piemonte diventano consiglieri Angelo Mastrullo, capo di gabinetto del sottosegretario Crosetto, e Cristiano Bussola, a capo dell'ufficio stampa del Pdl. In Umbria entra Oliviero Dottorini, a lungo portavoce di Pecoraro Scanio. E adesso sbarcato nel partito di Antonio Di Pietro.

2 - LAZIO, IN CONSIGLIO ARMATA NEOFITI E POCHI NOTI: ELETTI HACK, E STORACE: FUORI SGARBI E ALCUNI E ASSESSORI MARRAZZO
(Diana A. Formaggio e Paola Lo Mele per l'ANSA) -
Un'armata di neofiti della politica che si prepara ad affrontare cinque anni di legislatura con un governo di centrodestra - che subentra a quello del centrosinistra - guidato da Renata Polverini. Cosi' si presenta il nuovo Consiglio regionale del Lazio che aumenta anche nel numero dei consiglieri, passando da 71 a 73.

 

Presidente di Giunta esclusa. Un 'parlamentino' che c'e' gia' chi aspira, forte dei consensi da record ottenuti, a presiedere, come per esempio Claudio Fazzone, che pero' sarebbe costretto a scegliere tra la Pisana e Palazzo Madama dove siede come senatore. Pochi i volti noti; l'astrofisica Margherita Hack, Francesco Storace che ritorna cosi' in Regione, Mario Brozzi, l'ex medico della Roma.

 

Bocciato Vittorio Sgarbi. Entra il figlio di Vittorio Sbardella, Pietro. E molti dell'ex giunta Marrazzo. Ma i piu' sono debuttanti: professionisti, ex vigili del fuoco, espressione della societa' civile. Se nulla e' ancora deciso sulla presidenza, appare piu' scontato chi, per l'opposizione, potrebbe sedersi sulla scranno della vice presidenza. Il nome piu' gettonato e' quello del Presidente uscente Bruno Astorre, primo eletto del Pd e gia' assessore ai Lavori pubblici della Giunta di centrosinistra. Una carica alla quale potrebbe pero' aspirare anche Esterino Montino, secondo degli eletti e che ha retto le sorti della giunta regionale dopo la 'caduta' di Piero Marrazzo.

 

Il centrodestra ha conquistato la Regione, ma per le note ragioni di mancata ammissione della lista romana del Pdl, non ha potuto riportare nell'emiciclo della Pisana alcuni degli storici consiglieri che in questi anni hanno rappresentato i punti di forza dell' opposizione all'esecutivo guidato da Marrazzo prima e, negli ultimi mesi, da Esterino Montino.
Molti di loro, alcuni dei quali con alle spalle anche una esperienza di assessori, come Donato Robilotta (oggi escluso) e Francesco Saponaro confermato tra gli eletti della Lista Polverini, saranno comunque protagonisti della nuova legislatura e non solo alla Pisana.
Tra i navigati della politica che tornano a sedere nel Consiglio regionale invece ci sono gli assessori uscenti ricandidati in blocco e quasi tutti riconfermati a queste elezioni.

[31-03-2010]

 

Scoop in prima pagina di Luigi Ferrarella sul Corriere. "Scandalo sul prezzo dei farmaci. Indagato un senatore del Pdl. Il pm: soldi a Cursi quando era vice alla Salute". La procura di Milano contesta una tangente da 100 mila euro "stanziata nel 2005 dal colosso farmaceutico svizzero Ferring per un mediatore e per un senatore, Cesare Cursi, allora sottosegretario alla Salute nel secondo governo Berlusconi" e oggi, naturalmente, responsabile nazionale per la Sanità del primo partito italiano. Che bella scoperta, eh? Ma l'ex portaborse di Amintore Fanfani nega con decisione di aver preso i soldi e scarica sul "mediatore".

30.03.10

 

 

RETROMANNO ALLA CANNA DEL GAS - PER LA CAPITALE ARRIVANO I SOLDI DI ARABI E CINESI - IL SINDACO DI ROMA E' SENZA SOLDI E HA UN BUCO DI 12 MILIARDI DI EURO - IL CAMPIDOGLIO BUSSA AI FONDI SOVRANI PER FINANZIARE IL GRAN PREMIO E LE OLIMPIADI DEL 2020 - ALL'OMBRA DEL COLOSSEO STA PER NASCERE UNA FONDAZIONE CON L'OBIETTIVO DI PROMUOVERE I PROGETTI E RASTRELLARE DENARO IN GIRO PER IL MONDO...

Francesco De Dominicis per "Libero"

 

Soldi stranieri - ma non solo - per finanziare i progetti di Roma. Come il Gran premio di Formula 1 o le Olimpiadi del 2020. Questo l'obiettivo della nuova Fondazione che il sindaco della Capitale, Gianni Alemanno, potrebbe varare nelle prossime settimane per rastrellare in giro per il mondo denaro fresco da investire in iniziative locali.

Una svolta nella strategia finanziaria di Alemanno e di Roma, che deve fare i conti con un bilancio con la coperta sempre corta e una inevitabile austerity. Nel mirino del primo cittadino, che deve vedersela con un debito di oltre 10 miliardi di euro, ci sono, in particolare, i fondi sovrani di investimento.

Vale a dire gli strumenti pubblici, direttamente controllati dagli stati ai quali appartengono, che raccolgono e investono i proventi derivanti dalla vendita di materie prime (principalmente gas e petrolio). I più importanti sono quelli di Abu Dhabi, Norvegia, Arabia Saudita, Cina, Singapore, Kuwait, Russia, Libia e Qatar. Realtà finanziarie con enormi capacità di investimento: i primi 15 gestiscono quasi 4mila miliardi di dollari, vale dire oltre due volte il prodotto interno lordo (Pil) dell'Italia.

 

Insomma, si tratta di vere e proprie potenze di fuoco finanziarie. E sui "numeri" i privati non competono. Ma in ogni caso nessun veto: la Fondazione di Roma potrebbe coinvolgere anche soggetti non publici, comprese banche, assicurazioni e fondi pensione. Porte aperte, perciò, a chiunque volgia scommettere sulla Capitale. I dettagli dell'iniziativa di Roma ancora non si conoscono.

Stando a indiscrezioni, i primi progetti individuati dai tecnici del Campidoglio sono il Gran Premio di Formula 1 e la candidatura per le Olimpiadi del 2020. Tutte da mettere a punto, poi, anche le modalità di partecipazione agli investimenti, che ovviamente non sarebbero "a perdere". Ai fondi stranieri, insomma, che cercano investimenti sicuri e non speculazione, va garantita una buona remunerazione.

 

Compito che sarebbe della Fondazione, chiamata ad affiancare finanziariamente l'amministrazione comunale nella realizzazione e promozione degli investimenti più importanti.

Per Roma si aprirebbero propettive interessanti. Che, indirettamente, potrebbe portare benefici anche nelle opere pubbliche. Formula 1 e Olimpiadi, in effetti, prevedono realizzare e ammodernare servizi di trasporto, strade, parcheggi, metropolitane e altre grandi infrastrutture.

Le intenzioni del Comune circolano fra gli addetti ai lavori. E le "voci" sull'operazione sono rimbalzate al ministero degli Esteri. Del resto, alla Farnesina da tempo hanno puntato i fari sui fondi sovrani. Ed è il vicesindaco, Mauro Cutrufo, a confermare a Libero l'esistenza del dossier "Fondazione Roma": «Ci stiamo pensando da circa un mese e mezzo» dice Cutrufo.

Che, pur non essendo direttamente coinvolto nella partita, in qualche modo ha fatto da apripista nella caccia ai soldi stranieri. A luglio del 2009 il numero due di Alemanno era andato in missione ad Abu Dhabi, dove si trova proprio uno dei fondi d'investimento statali più importanti a livello mondiale.

 

Il denaro dei giganti pubblici fa gola. E non solo alle grandi città o ai piccoli enti locali. Perfino il Tesoro, attraverso il suo braccio finanziario - la Cassa depositi e prestiti (Cdp) - ha avviato contatti formali con fondi sovrani, come quello della Cina, per portare dentro i nostri confini nuove risorse necessarie a finanziarie le grandi opere pubbliche.

Il coinvolgimento di istituzioni statali straniere in progetti pubblici italiani - come potrebbe essere un'infrastruttura stradale o la rete telefonica - pone alcuni interrogativi sia sul fronte della sicurezza sia per l'equilibrio dei rapporti diplomatici tra governi.

Alemanno sembra voler evitare, però, il rapporto diretto con i fondi. La Fondazione potrebbe fare da filtro contro il rischio di eventuali ingerenze nella gestione degli affari della Capitale. Fatto sta le casse sono a secco. E il bilancio del Campidoglio, come accennato, non consente ampi spazi di manovra.

Quello del 2008 era stato archiviato con un rosso di 9,7 miliardi di euro. Buco che nel 2009 è cresciuto ancora: prime stime dicono che il deficit sarebbe salito a quota 12 miliardi. Servono soldi e la soluzione per nuovi investimenti è vicina.

[23-03-2010] 

EX TERRORISTA DEI NAR CON 6 ANNI DI GALERA LAVORA A FIANCO DEL COMMISSARIO ROCCA - "E CHI SI METTE DI TRAVERSO ALLA DIRIGENZA, È SPACCIATO. PERCHÉ QUI OGGI COMANDANO LORO, I FASCISTI. È UNA ASSURDA FOLLIA PER UN ENTE SINONIMO DI NON VIOLENZA" - IERI VOLONTARI, OGGI MILIONARI - CON 160 MILIONI L'ANNO IN PANCIA DI FINANZIAMENTO STATALE, NON STUPISCE CHE IN ITALIA, UNICO CASO IN OCCIDENTE, L'ENTE INVECE DI ESSERE INDIPENDENTE È SOTTO IL CONTROLLO FERREO DEI PARTITI. CHE DA SEMPRE USANO LA CROCE ROSSA PER FARE ASSUNZIONI DI MASSA - IL RUOLO DELLA LETTA SISTER

 

Emiliano Fittipaldi e Monica Soldano per "L'espresso"


Il veterano della Croce Rossa lo ripete due volte. "Guardi io non ho nulla contro gli ex terroristi, né per quelli di destra né per quelli di sinistra. Ma che vengano a lavorare alla Croce Rossa, ecco, mi sembra quantomeno inopportuno".

Il militare ne ha viste tante, in questi ultimi trent'anni passati nell'associazione. Ma la sua pazienza (e quella dei colleghi) si è esaurita quando nei corridoi ha cominciato a incrociare Paolo Pizzonia, ex membro dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari.

L'ex 'duro di Sommacampagna', che si è fatto sei anni di galera per banda armata e altri reati gravissimi (incendio in concorso, lesione personale, porto illegale di armi), da qualche mese è diventato il braccio destro di Francesco Rocca, il commissario straordinario che lo ha voluto dentro la sua segreteria. Ora vuole diventare ufficiale, e qualcuno sta facendo opposizione. "Ma chi si mette di traverso alla dirigenza, è spacciato. Perché qui oggi comandano loro, i fascisti. È un paradosso assurdo".

Croce ROssa

Di sicuro, una bizzarria, dal momento che la Cri dovrebbe essere sinonimo di solidarietà e non violenza, una congregazione fatta, nell'immaginario collettivo, da migliaia di volontari e infermieri che con sprezzo del pericolo aiutano chi ne ha bisogno in tempo di pace e di guerra. L'ente dal 1866 è anche la casa degli ausiliari del Corpo militare, una componente centrale della Cri adibita al primo soccorso durante le emergenze. È un maresciallo, che chiede l'anonimato, a protestare per andazzo dell'ultimo periodo.

TUTTI CONTRO TUTTI
Forse esagera, ma certamente la Croce Rossa resta un gigante malato che la politica non riesce a guarire. Centocinquantamila volontari e soci attivi, oltre 5 mila dipendenti tra personale civile, infermieri e dipendenti del Corpo, 10mila tra ambulanze, autobus e mezzi di soccorso, la gestione del 118 in molte Regioni.

Soprattutto, 160 milioni l'anno in pancia di finanziamento statale, sommando il denaro girato dalle Asl e dai ministeri competenti. Non stupisce che in Italia, unico caso in Occidente, l'ente invece di essere indipendente è sotto il controllo ferreo dei partiti. Che da sempre usano la Croce rossa per fare assunzioni di massa (migliaia di precari militari e civili sono stati chiamati senza concorso e senza criteri): le emergenze e le calamità sono eventi secondari. I bilanci non vengono approvati dal 2005, e i commissari straordinari vanno e vengono nemmeno fossimo alla stazione centrale.

L'ultimo nominato è l'avvocato Rocca, 44 anni da Roma, subentrato durante una guerra senza esclusioni di colpi tra il Comitato centrale che tutto decide e il Corpo militare. Un conflitto cominciato nel 2008, quando un'ispezione del ministero dell'Economia (invocata, dicono i soldati, dai loro nemici interni) stilò una lista di ben 54 rilievi che denunciavano gravi irregolarità degli ausiliari: promozioni illegittime, benefici economici non dovuti, sprechi senza fine. I militari hanno risposto alle accuse, e invocato l'intervento del ministero della Difesa.

Che lo scorso anno ha spedito i suoi, di ispettori. Le conclusioni sono state assai diverse: la relazione segreta che 'L'espresso' ha potuto leggere mette in evidenza, per il periodo che va dal 2005 al 2009, tutte le storture della gestione di presidenti e commissari: 17 milioni destinati dalla Difesa per le esigenze del Corpo (medicinali, automezzi, attrezzature da campo) non sarebbero stati mai spesi, le esposizioni con le banche sarebbero "ormai stabilmente sopra i 55 milioni di euro nelle sue punte massime", mentre oltre 15 milioni di euro avuti dalla Cri per l'operazione Antica Babilonia in Iraq sono "ancora da impegnare".

In tutto ci sarebbero risorse finanziarie per 40 milioni di euro. Denaro mai speso. "I soldi che spettano a noi", spiega il maresciallo, "vengono usati per diminuire il debito e far apparire il bilancio in ordine. Ma in realtà non c'è un euro: lo sa che ad Haiti non abbiamo potuto nemmeno portare un ospedale da campo chirurgico?".

Svolta a destra Mentre civili e militari se le davano di santa ragione, il commissario mandato da Berlusconi ha compiuto una rivoluzione. L'associazione si è spostata a destra: indipendente e neutrale per statuto, vigilata dal ministero della Salute, da quello di Giulio Tremonti e dalla Difesa, la società pubblica ha assunto come portavoce Tommaso Della Longa, fedelissimo di Rocca ed ex dirigente di Azione giovani.

Un giornalista professionista (gira su Internet un suo pezzo che definisce 'capri espiatori' i terroristi neri condannati per la strage di Bologna del 2 agosto 1980) che nei ritagli di tempo tifa per la Roma: simpatizzante dell'Irish Clan, prima di appassionarsi all'assistenza sanitaria esaltava gli ultras, gente "con i propri riti, le proprie battaglie, fatte di feriti e prigionieri, il proprio codice d'onore fatto di regole non scritte", persone con il "germe della ribellione che sta dalla parte giusta".

Il giornalista lavora spalla a spalla con Stefano Schiavi, oggi alla Cri di Roma ma nel 2007 direttore de 'ladestranews.it', quotidiano on line di Storace che Teodoro Bontempo definì "la voce di chi esprime il dolore e la solitudine delle periferie urbane". Una china sorprendente, visto che Rocca entrò in Croce Rossa spiegando che "la casta che teneva i fili dell'ente" non sarebbe stata più tollerata.

Invece, dopo aver chiamato un po' di vecchi camerati, ha assunto anche Leonardo Carmenati, oggi capodipartimento e team leader della Cri ad Haiti, ieri dirigente all'ospedale Sant'Andrea: l'avvocato se lo ricorda con affetto, visto che è stato direttore generale del nosocomio.

Il commissario ha poi chiamato lo storaciano Alessandro Ridolfi per presiedere la Sise, una società della Croce Rossa siciliana. Dove ha trovato casa, tra i sindaci revisori, pure l'ex amministratore della Ciak servizi: una srl immobiliare di cui Francesco Rocca, alla faccia del conflitto di interessi, risulta proprietario del 99 per cento delle quote.

VOLONTARI O MILIONARI?
La nuova squadra non lavora gratis. Se decine di migliaia di volontari si adoperano senza prendere un euro, Rocca guadagna oltre 200 mila euro l'anno, e ha a disposizione circa 120 mila euro per le missioni. I tre capidipartimento in busta paga superano i 150 mila, a cui vanno aggiunti i premi di produzione. Il direttore generale prende, invece, 200 mila l'anno.

Per il ruolo, a sorpresa, il commissario ha chiamato a fine 2008 Patrizia Ravaioli, che lavorava nella Lega italiana per la lotta contro i tumori. Sposata con il direttore del 'Riformista' Antonio Polito, la Ravaioli è anche presidente dell'associazione Pimby, fondata insieme a Chicco Testa e Paolo Messa.

In tutto, cinque persone costano tra stipendi e spese legate all'incarico oltre un milione di euro l'anno, mentre i dipendenti in media non arrivano a 2 mila euro al mese. Alle critiche Rocca, amico di Storace e La Russa, con una rete che spazia da Gianni Alemanno ad Andrea Augello fino a Gianni Letta, ha risposto che nel 2009 non ci sarebbero state "assunzioni di personale senza un regolare concorso pubblico".

È vero: Rocca e i suoi hanno preferito fare contratti da consulente. Ben 23 in 12 mesi, tra addetti stampa, legali, capimissione e 'coadiuvatori' di varia specie. A questi vanno aggiunti i 'co.co.co.' e 'comandati', cioè quelli spostati da altre amministrazioni. Tra loro spiccano dirigenti provenienti dal ministero del Lavoro e dalla Provincia di Roma, l'ex Nar (che è impiegato regionale) e uno degli autisti personali che l'avvocato si è portato dal Sant'Andrea. Già: quando si parla di enti pubblici, le auto blu non mancano mai.

UN AFFARE DI FAMIGLIA
Bilanci fuori controllo, sprechi, dipendenti trasferiti d'ufficio, malcontento diffuso. La Cri traballa paurosamente, ma i capi dell'associazione sembrano avere altro a cui pensare. Rocca ha stretto prima dello scandalo degli appalti truccati un patto di ferro con Guido Bertolaso, e anche se il decreto sulla Protezione civile spa è stato affossato, l'idea di portare la Croce rossa direttamente sotto il controllo del Dipartimento (e quindi della presidenza del Consiglio) non è ancora tramontata. Anche i Letta ci sperano ancora: sia Gianni - che dall'epoca dell'ex commissario Maurizio Scelli sulla struttura ha sempre avuto grande influenza - sia sua sorella Maria Teresa, da tutti indicata come la donna forte dell'ente.

Temuta e omaggiata, la vulcanica presidente della Cri di Avezzano negli ultimi anni ha allargato il suo potere, diventando presidente pure della Cri Abruzzo e commissario ad Acta per l'emergenza terremoto. Oggi non si muove una foglia che la Letta non voglia. Gli aiuti per la popolazione, la gestione dei campi, la costruzione delle casette, perfino il grande magazzino della Protezione civile di Avezzano (dentro c'è di tutto: dalle televisioni alle coperte, dai casalinghi all'intimo femminile di marca), ogni cosa viene gestita da lei.

Qualcuno non ha gradito: dentro la Cri le imputano troppo decisionismo, mentre un maresciallo del Corpo militare, Vincenzo Lo Zito, l'ha persino denunciata per presunte irregolarità contabili. "Ho scoperto che la Letta gestiva un conto corrente intestato alla Cri, insieme a una dipendente di fiducia, tal Giuseppina Angelino", spiega Lo Zito: "È contro il regolamento. Le due signore hanno firmato pure vari mandati di pagamento, cosa che può fare solo il direttore regionale che funge da organo controllore. L'ho denunciato a una dozzina di procure, nessuno ha fatto nulla".

Qualcuno, in verità, si è mosso. Dopo che la signora Letta ha chiesto al superiore di Lo Zito l'allontanamento dello scocciatore ("Le ricordo", scrive la presidentessa nella lettera, "che ad una richiesta di mio intervento a favore di un militare della Cri da lei segnalatomi, la mia risposta è stata concreta ed immediata!") il maresciallo è stato trasferito d'autorità ad Assisi.

Non solo: visto che il soldato petulante ha continuato a protestare, il 30 dicembre scorso la Croce Rossa ha chiesto ai militari di avviare un "provvedimento disciplinare di Stato" contro il contestatore. Chi ha firmato l'ordinanza? Il commissario straordinario Francesco Rocca.

 [19-03-2010] 

 

LEGA LADRONA (SI CHIAMA LUCA ZAIA, MA SEMBRA BISAGLIA) – IL PROSSIMO FUTURO GOVERNATORE DEL VENETO HA COSTRUITO UN SISTEMA DI POTERE CHE SOMIGLIA NON POCO A QUELLO DEL MITICO RAS DC DEGLI ANNI ’70: DAL LIBRETTO ELOGIATIVO A SPESE DEL MINISTERO AI RICCHI INCARICHI AL CLAN DI TREVISO - BOOM DI EVENTI PER IL CUOCO DI FIDUCIA...

Marco Damilano per "L'espresso"

Si vanta di aver preparato il prosecco per George Clooney e il baccalà per Werner Herzog, ha gestito catering alla Mostra del cinema di Venezia e alle Olimpiadi di Vancouver, ma nessuno è profeta in patria e di Tino Vettorello, in Veneto, sanno ben poco.

"Ciao a tutte le sposine! Ho sentito parlare del catering Tino Eventi di Treviso, ma non ho trovato informazioni. Qualcuna lo conosce?", si informa la futura sposa Chiara sul forum Matrimonio.it. Passa qualche settimana e risponde Chivan: "Ho lavorato con loro. Da fuori tutto appare ben curato, il servizio al tavolo, l'insieme armonioso. E invece non hanno una grande organizzazione e neppure un grande rispetto per le persone".

Conclude Chiara: "Ci hanno fatto perdere un mese. Trattano male i dipendenti e anche i clienti". A meno che non ti chiami Luca Zaia e di mestiere fai il ministro delle Politiche agricole. Perché Tino, incontentabili queste ragazze, è il ristorante preferito dove il ministro della Lega ama mangiare e ricevere.

Ed è un tassello importante del suo sistema. Quello che ha trasformato lo sconosciuto Vettorello, macellaio di San Polo di Piave con locale a Ormelle, in una macchina da soldi. E che ora gira a pieno regime per raggiungere l'obiettivo della vita: portare l'ex ragazzo di Godega alla conquista del Veneto, tramutarlo nel Doge del Carroccio.

"Par el so' 'vivo interessamento'/casca la neve, cresse el frumento/nasce i putini, more i porsei, canta la lòdola, se mucia i schei...", recitava una filastrocca degli anni Settanta quando il bello e il cattivo tempo in regione lo faceva Antonio 'Toni' Bisaglia, il padrone della Dc, gran intenditore di grappe, una montagna di preferenze.

Sul frumento e sui porsei, i suini, ci siamo, gli schei non mancano. Rispetto alla ricetta degli antichi maestri dorotei, che non amavano l'apparire, Zaia il giovane ha introdotto due novità: la cura ossessiva della propria immagine. E l'attenzione privilegiata per la sua provincia, il trevigiano, e per i suoi sodali. Ben ricompensati per la fedeltà.

Una settimana fa, con la Lega che in Veneto vola nei sondaggi, quasi dieci punti sopra il Pdl, la Procura di Venezia ha chiesto di saperne di più sull'opuscolo 'Il Welfare dell'Italia'. Stampato a spese del ministero, fa parte dell'accordo tra Buonitalia e Federsanità per "promuovere la dieta mediterranea". Costo: 3 milioni di euro. Il libretto, 32 pagine, 500 mila copie in italiano e in inglese, si legge nel contratto, sarà diffuso "con distribuzione di massa in Italia e in America".

Per ora è arrivato in massa nelle case delle famiglie venete, in piena campagna elettorale. Copertina: Zaia in gessato scuro e fazzoletto verde di ordinanza, che brinda con un calice di vino. Titolo: 'La salute vien mangiando'. E siccome viene anche l'appetito, ecco le foto del ministro tra forme di parmigiano, tartufi, frutta e salumi. Altro che dieta mediterranea, un'abbuffata di voti, si spera. Grazie all'involontario contribuente.

Il ministro nega indignato ogni responsabilità e reclama chiarimenti. Non sarà difficile averne, dato che il libretto è stato prodotto in casa. La Federsanità è presieduta da Angelo Lino Del Favero, direttore generale dell'Asl 7 Veneto Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, un feudo del ministro-candidato. E il committente del progetto è il presidente di Buonitalia Walter Brunello. Trevigiano doc anche lui, naturalmente. Come il radicchio. E come Zaia.

Doppiezza padana: in Veneto sbraitano contro Roma ladrona, nella capitale non disdegnano le delizie di Roma godona. Macchine ad alta cilindrata, appartamenti in centro, stipendi da favola, voli in business class. Favori, regalie, elargizioni agli amici degli amici. Viva il campanile, a spese dello Stato.

Buonitalia, società del ministero delle Politiche agricole interamente pubblica, nata nel 2002 per valorizzare l'agroalimentare made in Italy, è il cuore del sistema Z. Il motore, la centrale operativa.

Il primo anello della catena clientelare, pardon alimentare. Perfino il sito della società, a lungo oscurato, è stato ristrutturato un mese fa, giusto in tempo per le elezioni, affidato alla City Center, agenzia di Treviso, che cura la comunicazione della gloria locale, indovinate chi. Se clicchi sopra il credit ti rimandano direttamente al sito di Zaia, così non si perde tempo. E Brunello, il presidente di Buonitalia, è un perfetto esemplare della nuova razza padana, il leghista di lotta e di sottogoverno.

Una carriera all'ombra di Zaia: con Luca vice-presidente del Veneto, è il responsabile dell'azienda regionale di promozione turistica. E quando il suo padrino in camicia verde approda al ministero di via XX settembre, nel 2008, Brunello lo segue a Buonitalia. A Paese, il centro del trevigiano dove risiede, tiene parcheggiata o a disposizione della moglie l'auto di servizio, una Bmw X3 bianco latte ("Come quella del ministro", raccontano).

A Roma, dove guadagna 160 mila euro l'anno più l'affitto di una casa in centro, si sente un novello Marco Polo sulla via della Seta e si allarga: l'ultima assunzione è il leghista tirolese Franz Mitterrutzner, nominato direttore con un contratto di quattordici mensilità e quasi 8 mila euro al mese per non meglio precisati incarichi ("Assistere il presidente sia in fase preparatoria che durante lo svolgimento delle riunioni di lavoro...").

E può contare su una formidabile leva economica a sua disposizione: 50 milioni di euro per progetti di promozione dell'agroalimentare, stanziati già nel 2005 dal ministero dell'Agricoltura insieme all'Economia e mai spesi, in attesa dei bandi di gara.

Con Zaia e Brunello la musica cambia e partono i finanziamenti. Sponsorizzazioni. Tour promozionali. Contributi a pioggia, su cui arrivano le interrogazioni del deputato Pd Emanuele Trappolino. Progetti per lo più gestiti dall'Aicg, l'associazione che raggruppa alcuni consorzi alimentari, dove gli uomini di Zaia sono ben rappresentati: ai rapporti istituzionali c'è il trevigiano Luca Giavi, l'uomo del radicchio, a occuparsi dei progetti Buonitalia il direttore del consorzio prosciutto di San Daniele, Mario Cicchetti.

Un pacchetto che si ripete: affidamento del progetto, società e agenzie per allestimento e catering, quasi sempre le stesse. La veneta Publitour cura gli allestimenti, per esempio. Ma il vero beneficiario di Buonitalia, nella quasi totalità dei casi, è lui, il cuoco di Odelle, il Vissani della Lega, il ruspante Vettorello. La sua Tino, nata nel 2007 con un unico socio, Vettorello, e appena sette dipendenti, nel 2008 quando Zaia diventa ministro decolla. È lui che cura i pacchi dono del ministero a Natale.

Ed è lui, soprattutto, che fa il pieno degli eventi targati Buonitalia: catering degli stand ai Mondiali di nuoto (insieme alla Relais di Stefano Ottaviani, genero di Gianni Letta), della Mostra del cinema di Venezia, degli Internazionali di tennis e del giro d'Italia. Solo nell'ultimo mese una tripletta: i suoi camerieri con il logo Tino Eventi hanno sfamato gli atleti italiani alle Olimpiadi a Vancouver, i visitatori della Bit a Milano e della fiera internazionale del biologico a Norimberga. Povero Tino, non ha più tempo per organizzare neppure un matrimonio come si deve. Per fortuna alla guida della regione sta per arrivare l'amico Zaia. E allora sai che tavolate.

[19-03-2010] 

 

 

VESPA INCIAMPA SU UNA FIGLIA...
In 'Donne di cuori' Bruno Vespa ne fa una grossa. A p. 413 scrive che i figli di Andreotti sono tre, Lamberto, Serena, Stefano, e non quattro, dimenticando Marilena. Per un vate andreottiano per eccellenza, è una caduta sui fondamentali. C'è da preoccuparsi? No, difficilmente la conta dei figli di Berlusconi sarà sbagliata. D. P.
25.03.10

 

Eia Eia, Mavalà! - La Presidenza del Consiglio fa uno spot per promuovere il Premio Matteotti, ma dell’omicidio Matteotti nemmeno l’ombra! - Nessun riferimento a Mussolini e al fascismo, si parla invece di Africa, alluvione a Firenze, Muro di Berlino… - Regista: Renzo Cerbo, ex autore Mediaset, ha lavorato per Forza Italia e Fiera di Milano…

 

Da "Nomfup.wordpress.com"

Da qualche giorno in televisione gira lo spot della Presidenza del Consiglio sulla sesta edizione del Premio intitolato a Giacomo Matteotti.
Tra le immagini di "forte impatto emotivo", come avverte il sito di Palazzo Chigi, scelte a corredo del video, però, neanche una che riguardi il fascismo o Mussolini.
Piuttosto scene dalla caduta del Muro di Berlino, con sovrimpressa la scritta "Libertà"; poi immagini dall'Africa per commentare la "giustizia sociale" e dalla Firenze allagata nel 1966, con gli angeli del fango all'insegna della "fratellanza tra i popoli".

 

Delle squadracce che rapirono e uccisero il parlamentare antifascista non c'è traccia, così come del celebre discorso di Matteotti in Parlamento o della autodifesa di Mussolini fra le "aule sorde e grigie".
Regista dello spot Renzo Cerbo, un passato come autore Mediaset, che oggi lavora con la Melros production (tra i loro clienti varie emittenti televisive, la Fiera di Milano e Forza Italia).
http://www.melros.com/homeita.html

Il link allo spot:
http://video.palazzochigi.it/spot_matteotti_2009.asx (Windows Media Player)
http://video.palazzochigi.it/spot_matteotti_2009.ram (Real Player)

 

 

[18-03-2010] 

 

Eia Eia, Mavalà! - La Presidenza del Consiglio fa uno spot per promuovere il Premio Matteotti, ma dell’omicidio Matteotti nemmeno l’ombra! - Nessun riferimento a Mussolini e al fascismo, si parla invece di Africa, alluvione a Firenze, Muro di Berlino… - Regista: Renzo Cerbo, ex autore Mediaset, ha lavorato per Forza Italia e Fiera di Milano…

 

Da "Nomfup.wordpress.com"

Da qualche giorno in televisione gira lo spot della Presidenza del Consiglio sulla sesta edizione del Premio intitolato a Giacomo Matteotti.
Tra le immagini di "forte impatto emotivo", come avverte il sito di Palazzo Chigi, scelte a corredo del video, però, neanche una che riguardi il fascismo o Mussolini.
Piuttosto scene dalla caduta del Muro di Berlino, con sovrimpressa la scritta "Libertà"; poi immagini dall'Africa per commentare la "giustizia sociale" e dalla Firenze allagata nel 1966, con gli angeli del fango all'insegna della "fratellanza tra i popoli".

 

Delle squadracce che rapirono e uccisero il parlamentare antifascista non c'è traccia, così come del celebre discorso di Matteotti in Parlamento o della autodifesa di Mussolini fra le "aule sorde e grigie".
Regista dello spot Renzo Cerbo, un passato come autore Mediaset, che oggi lavora con la Melros production (tra i loro clienti varie emittenti televisive, la Fiera di Milano e Forza Italia).
http://www.melros.com/homeita.html

Il link allo spot:
http://video.palazzochigi.it/spot_matteotti_2009.asx (Windows Media Player)
http://video.palazzochigi.it/spot_matteotti_2009.ram (Real Player)

 

 

[18-03-2010] 

PAPPAMENTO O PARLAMENTO? - I LUSSI DEI DEPUTATI COSTANO 138 MILIONI - 46,5 milioni di euro solo per l’affitto di Palazzo Marini del gruppo Scarpellini - Una serie di immobili DA 9 MILA EURO AL MESE dislocati tra via del Tritone e piazza San Silvestro che nel 2007, denuncia il segretario dei Radicali, Mario Staderini, "costavano 30 milioni di euro"...

Carlo Bertini da "la Stampa"

Se a una cena tra amici qualcuno vi raccontasse che la Camera dei deputati spende circa nove mila euro al mese per pagare l'affitto di un ufficio per ogni deputato probabilmente non ci credereste. «Forse a quel prezzo sarebbe meglio affittare una stanza al Grand Hotel», scherza, ma non troppo Rita Bernardini, la deputata radicale che si è battuta per avere l'elenco di convenzioni, consulenze e fornitori della Camera fino a minacciare uno sciopero della fame.

A darle pronta soddisfazione, facendole trasmettere subito i conti segreti del Palazzo ci ha pensato Gianfranco Fini, «il primo presidente della storia sensibile a queste vicende», lo ha definito Marco Pannella, che ieri ha squadernato con i suoi compagni di partito questa sfilza di numeri: «Carte che parlano da sole, dal cui studio è impossibile che non venga fuori roba da codice penale».

Dalla gran mole di dati spunta fuori pure una convenzione tra la Camera e il Centro Diagnostico Pantheon, non a carico del bilancio di Montecitorio (è finanziata con una quota di 800 euro al mese che ogni singolo deputato versa ad un Fondo di Solidarietà) ma che consente agli onorevoli e ai loro familiari (anche se coppie di fatto) di ricevere rimborsi per interventi di chirurgia plastica e di accedere ad una serie di prestazioni: cura del sonno a 516,46 euro, shiatsuterapia a 75 euro, elettroscultura o ginnastica passiva a 75 euro, balneoterapia con 1860 euro di plafond annuo e 3100 euro l'anno per la psicoterapia.

Copyright Pizzi

Ma la voce più significativa che incide direttamente sui 138 milioni e passa di euro che la Camera spende per fornitori e contratti vari è proprio quella degli uffici, con un versamento alla società «Milano 90 srl» del gruppo Scarpellini di 46,5 milioni di euro solo per l'affitto di Palazzo Marini: una serie di immobili dislocati tra via del Tritone e piazza San Silvestro che nel 2007, denuncia il segretario dei Radicali, Mario Staderini, «costavano 30 milioni di euro e su questo ho bisogno di risposte da parte della Camera.

Montecitorio e il Senato hanno in locazione da privati o dal demanio ben 22 immobili per un totale di 204 mila metri quadri, mentre il museo del Louvre ne ha solo 60 mila. E gran parte di questi 204 mila metri quadri sono ripartiti nelle strutture di palazzo Marini destinate agli uffici dei deputati». Uffici che, a sentire la Bernardini, «non servono a nessuno, io ci ho messo piede solo un paio di volte».

Scorrendo i dati messi on line sul sito dei Radicali si scopre poi che la «Milano 90 srl» fornisce alla Camera non solo la locazione degli uffici, ma anche servizi di ristorazione delle mense di via del Seminario e di Palazzo Marini (2.670.480 euro annui), mentre la ristorazione per deputati e dipendenti di Montecitorio è fornita dalla «Compass Grup Italia spa», che secondo il bilancio di previsione, riceverà nel 2010 3.857.712 euro.

E non sono poche le voci che superano il milione di euro: per l'affitto di posti auto e moto vengono pagati 787 mila euro alla «Colonna srl», oltre 112 mila euro alla «Edilcrispi srl», 222.196 euro alla «Saba Italia spa», mentre per il lavaggio e la custodia delle vetture, la «Co.pisa.scrl» riceve 418 mila euro all'anno. Per la manutenzione della tappezzeria e falegnameria e per l'acquisto di arredi, la Camera versa 1.214.400 euro alla «Troiani srl», mentre i servizi di pulizia nel 2010 costeranno circa 5 milioni di euro.

[24-03-2010] 

 

 

TANGENTI BOLLENTI (LA CRICCA USAVA LA FICA) - UNA VAGONATA DI 350 ZOCCOLE A UNA MEDIA DI 500-700 € A BOTTA (QUALCUNA ARRIVAVA ANCHE A 5 MILA) PER COMPRARSI FUNZIONARI DELLO STATO ED ESPONENTI POLITICI ED ECONOMICI (A NOI NIENTE) – SONO STATI INTERCETTATI I COMMENTI DEI "BENE-FICATI": “UNA È UNA TOPA DA PAURA” – “AHO, QUELLA È ’NA ROBETTA DA TANGENZIALE”…

Gian Marco Chiocci per "il Giornale"

Trecentocinquanta escort a una media di 500-700 euro «a botta», per dirla con uno degli indagati dell'inchiesta sugli appalti del G8. Tante sono le prostitute d'alto bordo collegate all'organizzazione di Angelo Balducci finite agli atti del procedimento fiorentino. Squillo contattate via internet, attraverso ambienti definiti «sicuri» dagli inquisiti, oppure nel giro che conta della Roma bene frequentato da politici, calciatori, imprenditori, attori. Ragazze italiane soprattutto. Poi russe, centroamericane, cubane, brasiliane o dell'est Europa. Signorine per tutti i gusti, e le misure espressamente richieste.

Comprate per comprarsi funzionari dello Stato. A pagare - e questa è la novità - non sarebbe stato solo e sempre Diego Anemone, il deus ex machina del gruppo interessato a fare business coi soldi pubblici. Ma anche «qualcun altro», vicinissimo a Balducci, sostengono gli investigatori, «e agli ambienti politico-economici di ben precisi personaggi finiti sott'inchiesta».

Dal Messaggero

Al filone bis della prostituzione si è arrivati seguendo le «gesta» erotiche di Fabio De Santis, il pluriraccomandato provveditore alle opere pubbliche della Toscana, sorpreso - in pedinamenti e intercettazioni - a intrattenersi di continuo con giovani e avvenenti fanciulle a pagamento. Per lui, ad esempio, si prodiga l'imprenditore Guido Ballari che organizza un incontro con una squillo in un appartamento al quartiere romano della Balduina. L'indomani, al telefono, i due commentano divertiti.

Giovampaola (Dal Giornale)

Fino a quando Ballari, con una battuta, non gela l'amico De Santis: «Ehi Fabio, non sai quanto sei stato fortunato. Cinque minuti dopo che sei uscito dall'appartamento è rientrato il marito», ovviamente all'oscuro del doppio lavoro dell'amata consorte. Il nuovo rivolo d'indagine va a confluire nel mare di intercettazioni che hanno portato alla luce l'esistenza di una sorta di «fondo cassa» riconducibile ad Anemone dal quale attingere, a mo' di bancomat del sesso, fino a 5mila euro per accompagnatrici di gran classe, con cui fare bella figura ai ricevimenti, e divertirsi dopo.

Com'è capitato sempre con De Santis e con Mauro Della Giovampaola, funzionari del Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo, intercettati a Venezia dov'erano andati per il festival del cinema, e protagonisti della famosa telefonata in cui si lamentavano della qualità della «lucciola» rimediata dai compari di giro («aho, quella è 'na robetta da tangenziale»).

In quell'occasione Daniele Anemone, fratello di Diego, al telefono fa presente che a Simone Rossetti (il collaboratore di Diego Anemone protagonista del giallo dei massaggi a Guido Bertolaso al Salaria Sport Village) servono non meno di 4mila euro per prendersi cura della «confortevole permanenza» a Venezia di De Santis e Della Giovampaola («senti tu forse mi devi passare da Simone... gli servono un po' di soldi... gli servono 2 o 3 mila euro, anche 4»).

Rossetti si mette subito all'opera. Chiama qua, telefona di là. Alla fine invia un sms a un amico: «Due zoccole per Venezia si rimediano». Sempre Daniele Anemone si raccomanda con Rossetti che le ragazze da portare in camera dei due funzionari non diano troppo nell'occhio («mi raccomando, vestite normali»).

Rossetti è scientifico nella richiesta: «Ok calcola che a me me ne servono due ... io le faccio dormire al Gran Palace di Venezia costa 1.500 euro al giorno solo la stanza e poi in più si beccano 1.500 cadauno». E ancora: «Una è una topa da paura... c'avrà 22-23 anni.. è una russa... occhi azzurri, capelli biondi. Una non è la Schiffer però è una che col cavolo... cioè hai capito ... poi parlano poco perché comunque son russe non sono... non sono tipe che sbroccano e fanno casino».

[11-03-2010]

 

 

GNAZIO LA RUSSA, MINISTRO DELLA DIFESA (SÌ, A DIFESA DI BERLUSCONI) - CONFERENZA STAMPA, UN CRONISTA FREELANCE CHIEDE L'INOSABILE, PORRE DELLE DOMANDE AL BANANA. MA IL MICROFONO NON GLI VIENE CONSEGNATO E ALLORA PROVA DIRETTAMENTE ALZANDO LA VOCE. BERLUSCONI REPLICA INFASTIDITO: "LEI È UN MALEDUCATO, ASPETTI IL SUO TURNO" AGGIUNGENDO BATTUTE SCEME SUI CAPELLI. A QUESTO PUNTO INTERVIENE, MANESCO, IL BODY-GUARD SICULO CHE SI SPACCIA PER MINISTRO DELLA DIFESA MA DENTRO DI SÉ SI RISVEGLIA IL VECCHIO FASCIO DI SAN BABILA - (UN VIDEO DA GETTARSI PER TERRA DAL RIDERE CHE SFANCULA TUTTE LE PAR CONDICIO)

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(UN VIDEO DA GETTARSI PER TERRA DAL RIDERE CHE SFANCULA TUTTE LE PAR CONDICIO)

VIDEO- http://tv.repubblica.it/copertina/berlusconi-parapiglia-con-un-contestatore/43712?video

La Russa e il contestatore

1 - BERLUSCONI A CONTESTATORE, SI VERGOGNI, QUESTA E' SINISTRA - A CONFERENZA STAMPA FINALE CONVULSO, LA RUSSA BLOCCA CARLOMAGNO...
- (Apcom) - Duro scontro, che diventa anche fisico, tra un sedicente giornalista freelance, da un lato, e Silvio Berlusconi e Ignazio La Russa, dall'altro. Durante la conferenza stampa del premier nella sede del partito, Rocco Carlo Magno (questo il nome del freelance) chiede di porre delle domande. Ma il microfono non gli viene consegnato e allora prova direttamente alzando la voce. Berlusconi replica infastidito: "Lei è un maleducato, aspetti il suo turno".

Ma il piú determinato è Ignazio La Russa, presente nella sala stampa. Il ministro della Difesa si va a sedere accanto a Carlo Magno, gli intima di tacere, e alla fine lo prende per il bavero provando a trascinarlo, sotto gli occhi delle telecamere che riprendono l'intera scena.

La Russa e il contestatore

- ANSA - Finale convulso di conferenza stampa, nella sede del Pdl a Via dell'Umiltà, quando per la terza volta consecutiva Rocco Carlomagno, sedicente giornalista, interrompe il premier Silvio Berlusconi. "Si vergogni, questa è la sinistra" è sbottato Berlusconi, mentre il coordinatore del Pdl Ignazio La Russa, che già in un primo momento aveva raggiunto l'uomo seduto tra i giornalisti, si è nuovamente avvicinato a Carlomagno e dopo averlo energicamente invitato a parole a smetterla, gli ha poggiato la mano sulla testa.

A questo punto l'uomo ha iniziato ad accusare il premier e il governo, mentre Berlusconi lasciava la sala, visibilmente irritato. All'uscita, il 'disturbatore' è stato preso di mira dai militanti del Pdl, che manifestavano fuori dal palazzo, diventando l'ultima 'attrazione' di telecamere e giornalisti.

La Russa e il contestatore

2 - CONTESTATORE, DENUNCERO' LA RUSSA PER AGGRESSIONE...
(Ansa) - "Mi chiamo Rocco Carlomagno e querelerò il ministro Ignazio La Russa per aggressione perché la libertà di stampa si difende anche così". Lo ha detto il giornalista freelance, come lui stesso si è definito, quando finita la conferenza stampa del premier Silvio Berlusconi è stato portato all'esterno della sede del pdl in via dell'Umiltà dalla security del Pdl.

Rispondendo a chi gli chiedeva cosa fosse successo ha spiegato: "Quando La Russa si è accorto che volevo fare domande diverse da quelle preconfezionate fatte fino a quel momento ha cercato di chiudermi la bocca, èvenuto subito a sedersi vicino a me per impedirmi di parlare e ha alzato le mani su di me".

== FINI:CONDIVIDO MANIFESTAZIONE? NON RISPONDO, E' UNA SIGNORA... = (AGI) - Roma, 10 mar - Gianfranco Fini non partecipera' alla manifestazione del 20 marzo indetta da Silvio Berlusconi. Nel ribad irlo ai giornalisti a Montecitorio, il presidente della Camera risponde anche ironicamente a una giornalista chi gli chiedeva se almeno condivideva l'iniziativa. "Non le dico cosa penso di questa domanda - ha tagliato corto Fini - solo perche' e' una signora...".(AGI) Lam 101224 MAR 10

contestazione

3 - ROCCO CARLO MAGNO UN GIORNO DA PECORA SU RADIO2 :VERDINI MI HA CHESTO DI NON QUELERARE LA RUSSA.
"Verdini mi ha pregato di non querelare la russa e mi ha detto facciamo che la cosa finisce qui."
Rocco Carlomagno il freelance che ha contestato il premier Berlusconi alla conferenza stampa di oggi ha raccontato in collegamento telefonico con il programma di radio2 "Un giorno da pecora"la richiesta di Denis Verdini uno dei tre coordinatori nazionali del Pdl. E ha poi aggiunto: "Non si puo' tappare la bocca alla gente". I due conduttori Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro gli hanno fatto notare che non era il suo turno. "Per loro non è mai il nostro turno di parlare". E poi: "Il ministro La Russa mi ha dato due pugni nello sterno. Del resto lui era un picchiatore".

4 - CARLOMAGNO IL 'CONTESTATORE', ANCHE PANNELLA LO MANDO' A QUEL PAESE - NEL SUO PEDIGREE ANCHE INTERRUZIONI A VIOLANTE E D'ALEMA..
(Adnkronos) - Se anche Marco Pannella ha perso la pazienza, evidentemete il 'pedigree' di disturbatore di Rocco Carlomagno e' di primo piano. Il giovane, che ha interrotto oggi Silvio Berlusconi nella conferenza stampa a via dell'Umilta', non sembra affatto essere alle prime armi.

Un paio di anni fa riusci' a far sbottare Pannella nel corso di una conferenza stampa dei Radicali: "Toglietegli quel microfono!", disse il leader Radicale. Di volta in volta leader del 'Coordinamento nazionale di lotta contro i siti di stoccaggio nucleare', iscritto al Pd in Basilicata o del circolo San Lorenzo di Roma, simpatizzante del Popolo viola, Carlomagno si e' presentato a svariati appuntamenti pubblici senza resistere alla tentazione di 'disturbare'.

Uno degli episodi piu' recenti ha coinvolto Luciano Violante e Massimo D'Alema. In occasione di un convegno sul processo penale organizzato da Italianieuropei, Carlomagno si alzo' in piedi interrompendo l'intervento di Violante e criticando l'ex presidente della Camera sul tema dell'immunita' parlamentare.

 

[10-03-2010]

 

 

TRA UN VOTO DESTRA O UN VOTO SINISTRA, "LA STAMPA" PREFERISCE UN EX VOTO A MONTEZEMOLO (SARà FELICE YAKI) CALABRESI PROMUOVE L'ASTENSIONISMO " - (E ieri in prima pagina c'era Irene Tinagli, la pensatrice della fondazione di Luchino)...

Jacopo Iacoboni per "la Stampa"

Per Palmiro Togliatti non andare alle urne era «un vizio da piccolo-borghesi». E quando Bettino Craxi nel ‘91 rivolse il celebre appello anti-referendario «andate al mare», la scelta astensionista fu connotata - anche lessicalmente - con le stigmate del disimpegno fru fru. Oggi no, tutto è diverso. Oggi si astengono trentenni colti, motivati, non di rado benestanti. Ma vagheggia l'astensione - e ne parla al cliente - anche la proprietaria del bar, la commessa, la piccola partita iva. L'astensione, che un tempo si credeva mirata solo a far male a sinistra, appare uno spettro trasversale, e popolare. È diventata un argomento di dibattito fuori dai salotti disillusi.

«Io penso che sì, mai come oggi l'astensione può rappresentare una precisa opzione politica, un'opzione non demonizzabile», analizza Marco Tarchi, scienziato della politica a Firenze, da sempre privo di dogmatismi su questa materia spesso offuscata dal politically correct.

Astenersi è sempre un male? «Naturalmente per ottenere un effetto significativo l'astensione dovrebbe superare un livello di guardia psicologico, raggiungere, diciamo, un terzo dell'elettorato. Se avessimo un risultato del 65 per cento di votanti, o anche qualcosa in meno, ecco, credo che le leadership dei due blocchi dovrebbero cominciare a interrogarsi». È uno scenario possibile?

Sostiene Renato Mannheimer che, al momento, «sul partito dell'astensione i dati oscillano anche di molto, tra il 20 e il 30 per cento dell'elettorato. Il problema è che molti elettori dicono di sentirsi delusi, sfiduciati, di non credere più a questa classe politica, ma magari nell'ultima settimana decidono di votare comunque».

Tra l'altro i dati sull'astensione (certa o possibile) sono nazionali, e in una consultazione regionale potrebbero venir ridimensionati. Non si vota per esempio in regioni dove un astensionismo fisiologico - non di scelta - è assai alto, per esempio le isole. In Italia è anche solo concepibile un effetto-Francia, il 53 per cento di disertori delle urne? Mannheimer: «Sì, stavolta un'alta astensione è una possibilità reale. Non di dimensioni francesi, magari; ma mai così alta prima da noi».

Qualcosa di culturale è mutato nella percezione italiana. Alle politiche del ‘53 o del ‘58 votarono il 93,8 per cento degli italiani. Ma dalla svolta maggioritaria del ‘93 in poi è iniziato un calo costante, culminato col 35% di astensioni alle ultime europee. A San Salvario, quartiere torinese esposto a grandi dinamiche migratorie ma anche a una progressiva urbanizzazione da parte di ceti colti, giovani, abbienti, la Lega (con Borghezio) ha avviato una campagna anti-astensionista per sostenere Roberto Cota alle Regione, casa per casa, banchetto per banchetto.

Segno che il rischio c'è, e uno dei pochi partiti ancora radicati ha le antenne per capirlo. A Milano, sull'opposta sponda politica, Giovanni Colombo, consigliere comunale del Pd tra i fondatori della Rete negli anni novanta, ha lanciato un'iniziativa pro astensione: «Non possiamo ribaltare i rapporti di forza per Formigoni, allora io dico: togliamogli l'ossigeno.

Se va a votare poco più del 50 per cento degli elettori sarà un segnale molto forte, per un Formigoni dimezzato, ma anche per una sinistra che dovrà finalmente cambiare il proprio cavallo». Cosa curiosa, le più disposte ad aderire all'appello astensionista, nel suo sondaggio su 15 mila persone, sapete chi sono state? Le donne.

Prima il partito dell'astensione coincideva con elettori di sinistra delusi, magari intellettuali. Oggi no, di astensione puoi sentir dibattere in un mercato, o tra artigiani elettori classici del centrodestra. Silvio Berlusconi ieri ha rassicurato, «da noi non ci sarà un'astensione alla francese». Eppure, da rabdomante qual è, quattro giorni fa aveva spedito un videomessaggio ai suoi «promotori della libertà» in cui dice «quello dell'astensione dal voto è un pericolo che dobbiamo contrastare con la verità dei fatti».

Il pasticcio delle liste ha inciso, e molto. Prendete il caso-Lazio. Racconta il politologo Roberto D'Alimonte che in assenza di una lista Pdl «la maggior parte degli elettori della Polverini voterebbe altre liste del centrodestra ma una parte non andrebbe a votare, e questi sono molto probabilmente i voti che fanno la differenza in più a favore della Bonino».

«Italiafutura», think tank fondato da Luca Cordero di Montezemolo che ha contribuito a riaprire la discussione con un articolo di Andrea Romano e Carlo Calenda, ha riportato un sondaggio Swg che fornisce non solo un dato generale (il 25% degli italiani è «favorevole» all'astensione e il 17% risponde «dipende»), ma un elemento notevole: tra i più giovani (gli under trenta) i favorevoli salgono al 32, e un 19 è tentato di non votare. «Sarebbe un'astensione civica, non qualunquista», dice Romano mentre pranza con un panino e un bicchiere di coca-cola. E ieri, sul sito di «Italiafutura», Michele Ainis ragionava, da costituzionalista, di una «astensione come forma di obiezione di coscienza».

Un popolo di outsider sbuffa, non ne può più. Manda a dire ai partiti: avete stufato. L'elettorato italiano rimane restio a travasi destra-sinistra o viceversa. Colpisce, però, che a sinistra l'emorragia dal Pd a Di Pietro si sia fermata, se proprio Tonino oggi preconizza: «La politica non si rinnova, anche dal punto di vista generazionale, credo che purtroppo i cittadini daranno la maggioranza relativa al partito dell'astensione». E, attenzione, «non a favore di questo o quel partito», anche perché, dice, «bisognerebbe andare a cercare con il lanternino chi ne è fuori». Già, ormai chi ne è fuori? Altro che andare al mare, non votare potrebbe essere la prima scelta pubblica di questo popolo pop.

[16-03-2010]

 

 

PIù NEURO, MENO EURO - METTI UNA CENA A NEW YORK CON I PRINCIPALI GESTORI DI HEDGE FUND, compresi gli emissari dei più ricchi e potenti del mondo: George Soros, John Paulson e Steven Cohen - L’IDEA: AFFONDARE L’EURO E FARE UNA MONTAGNA DI SOLDI TOGLIENDONE NON POCHI DALLE NOSTRE TASCHE - DALLE CHIACCHIERE ALLE STRATEGIE FINANZIARIE. ED È PARTITO IL PIÙ GRANDE ATTACCO VALUTARIO DEGLI ULTIMI ANNI....

Pino Buongiorno e Marco De Martino per "Panorama"

La cena si è tenuta alla Townhouse, una sala privata ed esclusiva creata dal ristorante Park avenue winter al numero 100 sulla 63ª strada di Manhattan, quasi all'incrocio con Park avenue. In questa fascia dell'Upper east side, il quartiere prediletto dai miliardari newyorkesi, la sera si vedono solo domestici che portano a spasso cani che annusano le limousine nere parcheggiate in doppia fila.

 

Fuori si annuncia una tempesta di neve che, da lì a poche ore, immobilizzerà New York, ma dentro quella palazzina si progetta la tempesta finanziaria che nelle prossime settimane potrebbe sconvolgere ancora una volta l'economia globale.

Neppure Tom Wolfe, che nel Falò delle vanità fu il primo a raccontare i vezzi e la spietatezza dei raider di borsa americani, «i padroni dell'universo», come li chiamava lui, avrebbe mai potuto immaginare una cena come quella dello scorso lunedì 8 febbraio a New York.

Sulle sedie color cioccolata siedono le migliori menti speculative americane, compresi gli emissari dei tre gestori di hedge fund più ricchi e potenti del mondo: George Soros, John Paulson e Steven Cohen. Ed è della loro prossima scommessa miliardaria che si discute mentre i camerieri fanno circolare lo champagne Krug e lo chef Craig Koketsu prepara il suo menu con pollo al limone e filet mignon.

 

Stavolta l'obiettivo è più grande del mercato immobiliare distrutto nel 2008. Per colpire la nuova preda nel mirino, l'euro, la moneta unica europea che tanti successi ha ottenuto durante la crisi internazionale contro il biglietto verde americano, ci vuole una strategia più sofisticata che permetta di giocare non solo sulla crisi della Grecia (300 miliardi di euro di debito sovrano e un deficit del 12,7 per cento rispetto al pil), ma anche su paesi di maggiore peso economico che i convitati giudicano vulnerabili. Il Portogallo, sì, ma è piccolo. L'Irlanda, va bene, ma siamo sempre lì.

 

La Spagna, certo, quella andrebbe bene. Già, sono i Pigs, maiali da mandare al macello, ridacchia qualcuno. E, perché no?, perché non provare ad azzannare addirittura l'Italia? Un paese finanziariamente più solido degli altri, ricorda uno dei commensali, ma politicamente così diviso che sarebbe facile da spolpare grazie a molti appoggi interni. Lì per lì, si inventa un nuovo acronimo Piigs (la doppia I sta per Irlanda e Italia). Già due giorni dopo, se ne approprierà la Cnn nel suo programma dedicato alla finanza.

Ai tavoli, dove, per accompagnare il filet mignon con costolettine brasate e verdure grigliate, è stato scelto un Montrachet d'annata, si approfondiscono strategie finanziarie come l'«Hong Kong double play». Sempre alla ricerca di riferimenti alle proprie imprese passate, i manager degli hedge fund si riferiscono alla doppia scommessa che tentarono durante la crisi delle economie asiatiche a cavallo tra il 1997 e il 1998.

 

Quella volta i raider fecero due scommesse contemporanee: una contro la borsa e l'altra contro il dollaro di Hong Kong, che sembrava resistere meglio alla crisi mentre, con effetto domino, si svalutavano tutte le monete della regione. Molti però ricordano bene che solo un intervento particolarmente tempestivo delle autorità di Hong Kong aveva sventato il loro tentativo di fare soldi abbattendo anche quella moneta.

Per portare l'euro alla parità col dollaro dalla soglia massima di dicembre di 1,51 euro contro 1 dollaro, in una discesa vertiginosa che potrebbe rappresentare il colpaccio di una vita, ristabilendo il primato finanziario degli Stati Uniti, dovrà essere usata una versione riveduta e aggiornata di quella stretta mortale. I lavori, per la verità, sono già in corso da tempo: a novembre i mercati davano la possibilità di una tale discesa del dollaro a 33 a 1.

 

Oggi le puntate vengono accettate a 14 a 1. Quello che agli occhi dei comuni mortali potrebbe sembrare un complotto, nel linguaggio dei manager degli hedge fund ha un nome molto più rispettabile: «Idea dinner», una sorta di brain storming della speculazione. Abbattere la moneta unica europea è infatti solo uno di 23 possibili spunti d'investimento messi nel menù della serata: si parla anche di scommettere sul rialzo del dollaro canadese e della Philip Morris, e di trafiggere con «put» al ribasso la Bank of America e la Wells Fargo.

 

Ma che la distruzione dell'euro non rappresenti un'idea qualunque lo dimostra il fatto che, una settimana dopo la cena, raccontata per la prima volta dal Wall Street Journal, il dipartimento della Giustizia americano ha chiesto ad alcuni dei fondi presenti di non distruggere alcuna transazione delle loro scommesse contro l'euro. Non si tratta ancora dell'apertura di un'indagine formale, ma quasi. A differenza di quel che si pensa, infatti, i raider degli hedge fund adorano scambiarsi informazioni, perlomeno quelle che non violano i segreti più inconfessati li, come gli algoritmi che governano i loro computer.

 

Il consenso, quasi sempre transatlantico fra Wall Street e la City londinese, può essere persino utile perché porta a un effetto cartello che aumenta in modo esponenziale le possibilità di guadagno. Tutti sanno che la vera bravura non sta nell'identificare il bersaglio, ma nel colpirlo e affondarlo.

Si fa presto a determinare che scommettendo sul ribasso dell'euro si può fare l'affare della propria vita, ma l'importante è come costruire la propria puntata e quando metterla sul tavolo. Che la finanza ad alto rischio sia un grande casinò nessuno lo sa meglio dei presenti, a partire da Andy Monness, fondatore della boutique della finanza Monness, Crespi, Hardt and Co., che ha organizzato la cena.

 

Lui che negli anni Settanta è stato addirittura costretto a dichiarare bancarotta dopo un azzardo clamorosamente sbagliato sulla Levitz, un gruppo produttore di mobili, ora è resuscitato tanto da chiamare a raccolta i titani delle borse. Ci sono gli emergenti come Donald Morgan di Brigade capital e David Einhorn, il quarantenne presidente di Greenlight capital: fu lui che, a fine 2008, intuì che la Lehman Brothers aveva scarse possibilità di sopravvivere e quindi scommise sulla discesa del titolo, accelerandone il fallimento.

A un tavolo, dove la scelta è caduta soprattutto sul pollo arrosto al profumo di limone, troneggiano gli uomini della Sac capital di Steven Cohen, 52 anni, l'eccentrico finanziere che tiene il suo trading floor alla temperatura costante di 21 gradi per impedire che qualcuno dei suoi 180 broker possa appisolarsi. Tra i maggiori collezionisti d'arte moderna, Cohen è famoso per avere comprato lo squalo in formaldeide di Damien Hirst, che ora ha prestato al Metropolitan Museum di New York. Tutt'altro stile è quello di John Paulson, il minuto ed enigmatico fondatore del Paulson and Co.

 

Dopo avere creato il suo fondo con 2 milioni di dollari nel 1994, Paulson lo ha portato a 12,5 miliardi all'inizio del 2007, che si sono trasformati in 32 miliardi ora: non c'è altro finanziere al mondo che abbia saputo approfittare meglio della recente grande crisi, anche grazie ai consigli del finanziere italiano Paolo Pellegrini, che fu il primo a prevedere l'imminente crollo del mercato immobiliare. Ora Paulson ha un patrimonio personale stimato attorno a 7 miliardi di dollari.

 

Ma gli occhi degli invitati sono tutti puntati sul manager che rappresenta George Soros, il quale ha sicuramente più dimestichezza di tutti nelle scommesse sulle valute: l'attacco del finanziere di origine ungherese alla sterlina nel 1992 gli portò in tasca 1 miliardo di dollari e costrinse la Gran Bretagna a ritirarsi temporaneamente dallo Sme, il sistema monetario europeo. Nessuno crede realisticamente che Soros possa ripetere l'impresa con l'euro, la cui forza sul mercato è ben maggiore rispetto a quella della sterlina: circa 1.200 miliardi vengono scambiati ogni giorno nella moneta comune europea.

Ma nella Banca centrale europea di Francoforte preoccupa, e non poco, la campagna di stampa che il vecchio finanziere sta conducendo contro l'euro (nello schema qui sopra i possibili effetti sui cittadini). In mancanza di una riforma politica, ha scritto Soros di recente sul Financial Times, ovvero se non si crea un Tesoro unico capace di agire sul piano fiscale a fianco della Bce, il dissolvimento della moneta unica europea è quasi certo.

 

Cosa che non significa necessariamente che lui punti per forza sul dollaro. Mentre a Davos, al World economic forum, parlava pubblicamente a fine gennaio dell'imminente bolla speculativa dell'oro, si è scoperto che nell'ultimo trimestre Soros ha raddoppiato le sue posizioni sul metallo giallo. Andy Cowen, il manager della Sac, è il primo a intervenire durante la cena dicendo che, secondo i suoi analisti, in qualsiasi modo finisca la crisi greca, l'euro è destinato comunque a uscirne indebolito.

Molti dei presenti hanno già fatto centinaia di milioni di dollari di guadagno sulla crisi di Atene comprando cds, i credit default swap (riquadro a pag. 27), che rappresentano un'assicurazione sulla possibilità di bancarotta della Grecia. Ora quasi tutti hanno chiuso la loro esposizione sotto il Partenone e sono passati alla fase successiva della campagna di distruzione dell'economia europea, concentrandosi sulle incursioni contro l'euro.

 

«Voglio capire... voglio sapere chi ha fatto che cosa» ha detto al Financial Times il commissario Ue Michel Barnier. Pochi giorni dopo la cena alla Townhouse i future contro l'euro raggiungevano la cifra di 60 mila, la più alta mai toccata dal 1999. Ma nell'ultima settimana di febbraio anche quel record era già infranto. I future sono già più di 70 mila.

È guerra aperta: i fondi speculativi contro i governi dell'Eurozona. Più si fortificano le difese dell'Ue, più sfrontata diventa la sfida degli squali di Wall Street e della City londinese. Come nei conflitti armati vengono messi in azione per la prima vol- ta anche i servizi segreti.

Prima, l'Eyp greco, che svela la manovra congiunta degli hedge fund Brevan Howard, con sede a Londra, e di quelli americani Moore capital, Fidelity international, Pimco e soprattutto Paulson & Co. Anche a Madrid il governo socialista di José Luis Zapatero incarica il Cni di scoprire e neutralizzare chi punta a destabilizzare la Spagna. Suona l'allarme pure in largo Santa Susanna, a Roma, negli uffici romani del Dis, il dipartimento delle informazioni per la sicurezza.

 

Proprio nell'ultima relazione al Parlamento sulle attività dell'intelligence italiana, resa nota a fine febbraio, il prefetto Gianni De Gennaro, direttore generale del Dis, ha messo nero su bianco a pagina 99: «Il dispositivo di intelligence sul versante economico-finanziario è stato significativamente potenziato, traducendosi in un volume di produzione informativa e di analisi secondo solo a quello sul terrorismo internazionale».

E mentre a Parigi il ministro del Tesoro Christine Lagarde afferma che «i derivati dovrebbero essere vigorosamente regolati o addirittura vietati», e in Lussemburgo il primo ministro Jean-Claude Junker, responsabile anche dell'Eurogruppo, minaccia di usare «strumenti di tortura» contro gli speculatori, a Berlino Angela Merkel ( che ha promesso di non dare neppure un euro alla Grecia) è fuori di sé dalla rabbia perché è convinta che anche le fughe di notizie sui progetti franco-tedesco- olandesi per salvare la Grecia (da 30 a 40 miliardi di euro) siano state pilotate dalle centrali speculative per mettere sotto pressione il governo tedesco portando nuovi soldi ai soliti noti.

A Roma, nei maestosi corridoi del ministero del Tesoro, nessuno sottovaluta le intenzioni degli speculatori tanto più che proprio Giulio Tremonti è stato il primo a sollevare già nel G8 di Osaka del 2008 la questione dei contratti speculativi richiedendo meccanismi obbligatori di controllo e di riequilibrio temporale delle posizioni di perdite e di guadagno così da limitare la formazione di bolle.

Ma a confortare il governo sono i più recenti rapporti delle grandi banche di affari e delle agenzie di rating che esprimono giudizi positivi sulla tenuta dei conti italiani. Non solo: contro coloro che agiscono per affossare l'euro Tremonti fa valere quello che ripete spesso in questi giorni: «Sulla base delle mie informazioni non esiste affatto una strategia imperiale del dollaro contro l'euro. Semmai una precisa strategia di Barack Obama contro le banche». Come dire che quella cena prima o poi potrebbe risultare più che indigesta.

[08-03-2010]

MENTRE GALOPPA DISOCCUPPAZIONE E CASSA INTEGRAZIONE, I PAPERONI D'ITALIA SONO SEMPRE PIÙ RICCHI – GRAZIE ALLA BORSA, ALLO SCUDO TREMONTIANO E SOPRATTUTTO AL PATRIMONIO IMMOBILIARE, LA RICCHEZZA È SALITA COMPLESSIVAMENTE DEL 19% ...

Mara Monti per "Il Sole 24 Ore"

 

La crisi sembra ormai alle spalle. Almeno per i più ricchi, quelli appartenenti alla categoria degli High net worth individual, coloro che possono contare su patrimoni superiori ai 500 mila euro investiti in attività finanziarie (depositi e liquidità, titoli obbligazionari, azioni quotate, fondi comuni, polizze vita e fondi pensioni) ad esclusione degli immobili: in un anno, la ricchezza delle 640mila famiglie appartenenti al campione è salita del 19%, raggiungendo circa 882 miliardi di euro potendo contare su un portafoglio medio di 1,38 milioni di euro. Il livello è superiore a quello raggiunto prima della crisi finanziaria del 2007 quando erano stati toccati 829 miliardi di euro.

 

Dai risultati dell'Osservatorio permanente sulla gestione del risparmio delle famiglie europee, curato da Pricewaterhouse-Coopers (PwC) e dall'università di Parma emerge come i "Paperoni" italiani, per rimanere tali, hanno potuto contare sul buon andamento delle Borse, con un effetto performance del 7,3% e sullo scudo fiscale con 85 miliardi di euro rimpatriati (il 60% circa provenienti dalla Svizzera), la metà al momento parcheggiati in liquidità. Un trend destinato a confermarsi anche quest'anno, con la ricchezza dei "Paperoni" stimata in crescita del 5,3% (circa 48 miliardi), solo in parte riconducibile allo scudo fiscale ( 10 miliardi).

Più in generale, la ricchezza delle famiglie italiane è fortemente legata al patrimonio immobiliare, salito in un anno del 4,5% raggiungendo così il massimo storico di 9.480 miliardi di euro, in recupero dal declino registrato nel 2008. La crescita va di pari passo con l'aumento del debito delle famiglie che secondo gli ultimi dati della Banca d'Italia sfiorano 500 miliardi di euro, saliti in un anno del 5,4 per cento.

 

Pesano i prestiti per l'acquisto dell'abitazione, arrivati a superare 282 miliardi (erano 264 miliardi nel 2009), mentre per il credito al consumo i debiti delle famiglie toccano 57 miliardi dai 54 miliardi del gennaio 2009.

Se crescono gli acquisti di immobili, cala del 5 per cento il peso delle attività finanziarie nel portafoglio delle famiglie italiane, passate dal 42% del 2003 al 37% del 2009, attestandosi a 3.480 miliardi di euro tornando ai livelli del 2005- suddivisa nel 27% in prodotti di risparmio gestito e nel 73% in risparmio amministrato e circolante.

 

La ricerca della PwC e dell'università di Parma ha messo in evidenza come in Italia gli investimenti diversi dalle azioni rappresentino circa il 20% del totale delle attività finanziare, un peso superiore rispetto a quello di altri paesi (negli Usa è l'8 per cento, in Gran Bretagna l'1 per cento, in Germania il 7 per cento), confermando la bassa propensione al rischio delle famiglie italiane, ancora inclini ad investire in titoli di Stato nonostante gli scarsi rendimenti. L'Italia batte gli altri paesi anche quando confronta la ricchezza finanziaria al Pil che si attesta al 294%, contro il 252% della Francia, il 235% della Germania e il 197% della Spagna.

 

Il trend negativo dei fondi comuni non ha aiutato a sostenere la ricchezza delle famiglie che tra fondi, gestioni e assicurazioni valgono 1.466 miliardi di euro, con prodotti sottoscritti per circa il 35% alla clientela istituzionale e per il 65% alle famiglie. Ad aiutare il settore saranno gli impieghi attesi dal rientro delle attività finanziarie con lo scudo fiscale che si prevede verranno veicolati verso prodotti di risparmio gestito.

«La crisi finanziaria senza precedenti ha evidenziato alcune aree di miglioramento nel sistema bancario - ha commentato Giacomo Neri, Partner PwC - tuttavia il settore della gestione del risparmio ha dimostrato di essere considerevolmente più robusto. I cambiamenti nella normativa e i mutamenti delle preferenze degli investitori apriranno una gamma di opportunità e di minacce che nessun operatore di asset management potrà permettersi di ignorare ».

[10-03-2010] 

 

IL MAGO DALEMIX LESSA L'EMINENZA AZZURRINA RIFIUTANDO DI BLINDARE I SERVIZIETTI DEL SISMI, DAL SEQUESTRO DI ABU OMAR AI PAGAMENTI STRATOSFERICI A CONSULENTI COME EDWARD LUTTWAK, TRAPASSANDO GLI AFFARI IMMOBILIARI TRA IL SISMI DI POLLARI E IL SAN RAFFAELE DEI DON VERZÉ E TRA QUEST’ULTIMO E POLLARI STESSO - E BERLUSCONI SI INCAZZA: FU PROPRIO LETTA A SPONSORIZZARE BAFFINO PER IL DOPO-RUTELLI AL COPASIR. IL BANANA DI ARCORE NON LO VOLEVA VEDERE NEMMENO IN FOTOGRAFIA

Marco Lillo per Il Fatto

Alla fine il metodo "bicamerale" che piaceva tanto a Gianni Letta e Massimo D'Alema si è rivelato una pia illusione. Ieri il Copasir, il Comitato di controllo per i Servizi segreti, dopo un anno e mezzo di idillio si è arenato su una classica divisione tra maggioranza e opposizione, anomala nella terra degli inciuci, ma normale in qualsiasi democrazia.

La ragione del contendere è ovviamente il segreto di Stato opposto dal premier Silvio Berlusconi per tutelare i funzionari coinvolti nei due processi contro il Sismi (il servizio segreto militare) dell'epoca in cui era guidato da Nicolò Pollari.

La Procura di Perugia che indaga sui dossier raccolti dal braccio destro di Pollari, Pio Pompa, nell'archivio illegale di via Nazionale e la Procura di Milano che ha indagato Marco Mancini per il sequestro dell'imam egiziano Abu Omar da parte della Cia, avevano chiesto alla Presidenza del consiglio di negare ai funzionari coinvolti nelle due vicende il privilegio del segreto.

 

Il Copasir di fronte alle lettere inviate al comitato da Silvio Berlusconi prima di Natale, aveva discusso a lungo sul da farsi. La nuova legge sui servizi segreti offriva all'organismo tre strade: opporsi all'unanimità alla scelta del Governo sollecitando così una discussione in Parlamento; oppure votare (a maggioranza) un documento che criticava il Governo senza investire il Parlamento; oppure ancora non fare nulla.

 

Ieri, per chiarire la posizione del Governo, è stato sentito il sottosegretario Letta, che ha la delega ai servizi. E il presidente Massimo D'Alema, alla sua prima prova del fuoco dopo il subentro in corsa al predecessore Rutelli, si è subito trovato di fronte alla negazione del "metodo bicamerale " che Letta stesso (propugnatore insieme a D'Alema delle riforme condivise sin dal 1996) aveva sostenuto pubblicamente.

marco mancini

Non più tardi di due mesi fa proprio Letta aveva pubblicato un articolo che eleggeva il Copasir a modello dei rapporti tra i due schieramenti. Per il sottosegretario, l'armonia tra Pd e Pdl che aveva permesso la riforma dell'organismo e che vi regnava nell'era Rutelli era "un esempio da imitare sotto molti profili", visto che "l'ampio consenso politico ha saputo infatti tradursi in un intervento riformatore di grande portata".

 

Peccato che, come sempre accade nell'Italia berlusconiana, l'armonia tra i poli funziona solo quando si fanno le cose gradite a chi comanda davvero. Appena è stato chiesto di opporsi alla scelta del Governo Berlusconi di salvare Pollari e compagni con il segreto, la maggioranza si è schierata come un sol uomo a difesa dei suoi interessi.

 

Il vicepresidente Esposito, del Pdl, ha sostenuto che l'ultima parola spetta al premier e a nulla è valsa la relazione di minoranza del senatore Achille Passoni: il segreto resta. La battaglia però non è finita. Sempre che il Pd e l'Idv intendano combatterla davvero. Nonostante il segreto, il Copasir potrebbe acquisire le carte del procedimento di Perugia che sono pubbliche.

 

Lì si trovano i documenti pubblicati da 'Il fatto' sulla gestione scandalosa dei fondi del Sismi, sui pagamenti stratosferici a consulenti come Edward Luttwak e sugli affari immobiliari tra il Sismi di Pollari e il San Raffaele dei Don Verzé e tra quest'ultimo e Pollari stesso.

Quelle carte potrebbero essere oggetto di una bella inchiesta del Comitato. In fondo il controllo delle deviazioni dei servizi è compito del Copasir e, solo in seconda battuta, dei magistrati.

[10-03-2010] 

 

1 - IL VINCITORE DELLA VECCHIA COME DELLA NUOVA TANGENTOPOLI PUÒ FINALMENTE USCIRE DALL’ANGOLO IN CUI LO AVEVANO CACCIATO BERLUSCONI E LETTA E LANCIARE PROPOSTE GENEROSE: “LA BANDA ULTRALARGA CON TELECOM, RAI E MEDIASET. BERNABÈ PROPONE UN’ALLEANZA, MA GARIMBERTI E CONFALONIERI FRENANO” (I PADRONI BANCARI DELLA TELECOM, CHE SOGNAVANO PARISI AL POSTO DI BERNABÉ, NON HANNO GRADITO LA BANDA BEBÉ E “IL CORRIERE” PUBBLICA 20 RIGHE INVISIBILI) - #2 - MANI IMPUNITE. SUI GIORNALI MODERATI DEL PMU (POTERE MARCIO UNIFICATO) FINISCONO NEI TITOLI PARTICOLARI QUASI ININFLUENTI MA MOLTO DEMAGOGICI (“CON I SOLDI DEL G8 BALDUCCI PAGÒ LE STOFFE DELLA CASA DEL FIGLIO”), CHE HANNO IL MERITO DI TRADIRE CIÒ CHE SI PREPARA: LA NUOVA SPALLATA DI TANGENTOPOLI DUE - (ALLA FINE, SE LETTA E FINI VANNO NEI CASINI, A PALAZZO GRAZIOLI GODONO E BASTA) - 

 

A cura di Minimo Riserbo e Falbalà

1- LA BANDA LARGA DEL PMU (Potere Marcio Unificato) ...
Il vincitore della vecchia come della nuova Tangentopoli può finalmente uscire dall'angolo in cui lo avevano cacciato Berlusconi e Letta e lanciare proposte generose: "La banda ultralarga con Telecom, Rai e Mediaset. Bernabè propone un'alleanza, ma Garimberti e Confalonieri frenano" (Repubblica, p.29). Non hanno ancora avuto istruzioni dal Padrone Unico.

 

I padroni bancari della Telecom (che sognavano Stefano Parisi al posto di Bernabé) non hanno gradito e "il Corriere" di Don Flebuccio, quello che tornò sul luogo del relitto al grido di "Notizie, notizie, notizie!", pubblica 20 righe invisibili a pagina 28, sotto un servizio così titolato: "Vestiti adatti e vita attiva. L'autostima dopo i 70 anni". Satira sui padroni Bazoli, Geronzi, Bernheim?

 

2- MANI IMPUNITE ...
Sui giornali moderati finiscono nei titoli particolari quasi ininfluenti, ma molto demagogici e che hanno il merito di tradire ciò che si prepara: la nuova spallata di Tangentopoli Due. "Con i soldi del G8 Balducci pagò le stoffe della casa del figlio". "Fusi e il favore al "pezzo grosso della polizia stradale" (Corriere, p.11).

La notizia del giorno la capisce bene "la Stampa" di Marione Calabresi: "Balducci: trasferite l'inchiesta. Gli avvocati chiedono lo spostamento a Roma" (p.15). A Roma è tutto più confortevole anche se, certo, il fondo spese dell'avvocato professor Franco Coppi ne risentirà un po'. La ignora e butta la palla nel campo avverso "il Giornale": "Quel pressing per Di Girolamo che imbarazza An" (p.11). Alla fine, se Letta e Fini vanno nei casini, a Palazzo Grazioli godono e basta.

 

Si complica anche la posizione del mitico Pennisi, il presidente della Commissione urbanistica del comune di Milano videoripreso mentre intascava una stecca: "Milano, nove pratiche sospette e nuove indagini sul caso Pennisi" (Repubblica, p.15). Scaricato troppo in fretta dal Pdl, può travolgere tutti?

 

[09-03-2010]

- ESPRESSO: CEDE PER 15 MLN ROTOSUD AL GRUPPO FARINA...
(Adnkronos) - Gruppo Espresso ha ceduto a Ilte spa del gruppo Farina, la controllata Rotosud, societa' che provvede alla stampa in rotocalco dei suoi periodici. La vendita, si legge in una nota, riguarda l'intero capitale sociale di Rotosud e il corrispettivo e' stato fissato in 15 milioni di euro. L'accordo prevede che il gruppo Espresso continui ad avvalersi dei servizi di Rotosud.

Per il gruppo Espresso la cessione alla Ilte spa, fornitore da sempre di servizi di stampa al gruppo, si inquadra nel piano di riorganizzazione in corso che prevede, tra gli altri interventi, un profondo riassetto della struttura industriale. La cessione dello stabilimento rotocalco, conclude la nota, 'permettera' di aumentarne i carichi di lavoro e garantire pertanto la riduzione del costo delle pubblicazioni'.

- EDISON, INTESA SU GASDOTTO GRECIA...
Da "La Stampa" - La società energetica bulgara Beh e Igi Poseidon, controllata di Edison e della società greca del gas Depa, hanno finalizzato l'intesa per costituire la società che realizzerà il nuovo gasdotto Igb fra Grecia e Bulgaria. Gli investimenti complessivi previsti sono 140 milioni. Intanto secondo la classifica di Fortune, per l'Italia Edison, per il secondo anno consecutivo, si afferma come l'azienda con la migliore reputazione a livello internazionale.

- BERNHEIM, NON HO RICEVUTO ALCUNA PROPOSTA SU PRESIDENZA GENERALI...
Radiocor - 'Non ho ricevuto alcuna proposta'. Cosi' Antoine Bernheim sul suo futuro alla presidenza delle Generali a margine dei lavori della confer enza dell'Aspen Institute Italia a Venezia. Nei giorni scorsi il finanziere francese Vincent Bollore' non aveva escluso l'ipotesi di estendere di un anno la permanenza di Bernheim alla presidenza della compagnia

TELECOM: PASSERA, GUARDIAMO A INIZIATIVE MANAGEMENT CON GRANDE INTERESSE...
(Adnkronos) -
'Quello che fara' Telecom Italia dipendera' dal suo management e noi guarderemo queste iniziative con grande interesse'. Lo ha affermato Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, a margine di un convegno sulle Pmi in corso a Milano, rispondendo a chi gli chiedeva se le ultime vicende di Telecon Italia potrebbero indurre l'istituto a modificare la propria posizione in Telco. A chi gli chiedeva se la scorsa settimana avesse incontrato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi sullo scorporo della rete di Telecom, Passera ha risposto che 'i piani li fanno le aziende, non gli azionisti'.

- BANKITALIA: IL TAEG SUI MUTUI SOTTO IL 3% A GENNAIO...
(AGI) -
I tassi sui mutui in gennaio risultano ancora in discesa, con il Taeg sotto la soglia del 3%. Secondo quanto rileva il supplemento al Bollettino statistico della Banca d'Italia, il Taeg (il tasso annuo effettivo globale che dovrebbe rappresentare nel modo piu' completo ed esatto il costo del finanziamento) e' sceso al 2,89% dal 3,01% di dicembre. Scende anche il tasso nominale: dal 2,88% di dicembre al 2,75% di gennaio 2010.

 

- ITALCEMENTI: NEL 2010 RISPARMI PER 100 MLN, VENDITE STABILI O IN LIEVE AUMENTO ...
(Adnkronos) -
Italcementi prevede di raggiungere risparmi per 100 milioni di euro nel corso dell'anno. Inoltre, nonostante la scarsa visibilita' e lo scenario difficile, Italcementi prevede per il 2010 volumi di vendita stabili o leggermente in aumento. E' quanto emerge dalle slide di presentazione del bilancio 2009 del gruppo.

EDISON: LISTA NOMINE TDE PER CDA, PROGLIO E CALVEZ CANDIDATI...
Radiocor -
Transalpina di Energia, holding che controlla il 61,2% di Edison e che fa capo pariteticamente alla francese Edf e all'italiana Delmi (51% A2a ), ha depositato, secondo quanto risulta a Radiocor, la lista per le nomine al Cda in vista dell'assemblea dei soci del 23 marzo. Tde propone Henri Proglio, numero uno di Edf, e Didier Calvez, membro del cda di Edf Energy, gia' cooptati in febbraio al posto di Daniel Camus e Pierre Gadonneix.

- INTESA SANPAOLO: PASSERA, SU SPORTELLI A CREDIT AGRICOLE TUTTO E' APERTO...
(Adnkronos) -
Su una eventuale cessione di sportelli del gruppo Intesa Sanpaolo al Credit Agricole, 'tutto e' aperto'. Lo ha affermato Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, a margine di un convegno sulle Pmi in corso a Milano, sulla cessione di sportelli del Gruppo agli azionisti del Credit Agricole per la discesa nel capitale della banca da parte del gruppo francese. A chi gli chiedeva se nelle cessioni fosse compresa anche Cassa della Spezia, Passera ha risposto 'queste cose prima si fanno e poi si annunciano'.

15- AZIENDE CHI È VACCINATO CONTRO LA CORRUZIONE...
Da "Corriere Economia" -
Le più diligenti hanno addirittura messo in piedi una direzione anti-mazzette. Ma in generale i consigli di amministrazione delle aziende quotate europee e americane non fanno ancora abbastanza per sgretolare il potenziale e pericoloso convitato di pietra di tutti gli affari: la corruzione. Negli ultimi due anni, infatti, il 15% dei big industriali e finanziari d'Occidente è stato oggetto di almeno un'accusa di comportamento scorretto.

PARADOSSI
Mentre il Parlamento italiano si appresta ad esaminare un nuovo disegno di legge e il nostro Paese risulta al 63
˚ posto (dopo Macao, Cuba e la Turchia) nella percezione della corruzione pubblica calcolata da Transparency international, una ricerca di Vigeo - la prima società europea che assegna alle aziende un rating di responsabilità sociale - fotografa il panorama italiano ed internazionale dal punto di vista della corporate

Quanti anticorpi hanno fabbricato le aziende del mondo Occidentale per contrastare il gioco sporco? Solo un terzo delle società europee si distingue per un concreto impegno di formazione interna nella prevenzione della corruzione, mentre negli Stati Uniti si sale a due terzi. Il campione è di 772 aziende, il 4% delle quali sono italiane.

Nella classifica finale della virtù, quella dove si quantificano gli impegni e il lavoro per raggiungerli, il primo posto è del gruppo minerario britannico BHP Billiton (86 punti su 100) seguito da Allianz, Axa, Ericsson, Sap, Abb, Banco Santander. Due i nomi italiani nelle prime trenta posizioni: Terna (20ª) e Atlantia (24ª). Spiega Cristina Daverio, analista italiana di Vigeo: «Oltre ai sistemi di controllo interni, presenti in entrambi i casi, Terna organizza corsi di formazione per la maggior parte del personale. Le due società non risultano coinvolte in controversie».

Nell'elenco delle migliori iniziative internazionali, invece, c'è una nota di merito per Enel, che - pur non figurando nella magnifica trentina - nel 2006 ha formalizzato un «Piano di tolleranza zero contro la corruzione».

CONFRONTO
«Osservando le 212 aziende europee che avevano già partecipato alle due precedenti edizioni della ricerca - dice Daverio - si osserva un piccolo miglioramento. L'impegno cresce e ci sono alcuni settori, le assicurazione e l'editoria per esempio, che in Europa si confermano tra i più diligenti nella prevenzione» .

Accorpando i punteggi ottenuti dalle singole società, il report ha stilato poi una classifica per Paese dove, forse un po' a sorpresa, l'Italia si piazza sopra la media, subito dopo gli Stati Uniti e addirittura meglio di Germania e Francia. Le più vaccinate contro le mazzette e i giri loschi, invece, risultano le aziende dei Paesi Bassi e del Canada.

Fin qui le notazioni positive. Quelle critiche cominciano là dove la ricerca sottolinea che la lotta alla corruzione - definita da Vigeo come un costo sociale che riduce l'efficienza del mercato e aggrava le diseguaglianze sociali - non è ancora una priorità «spontanea» per i vertici delle aziende. Molto dipende dal settore di appartenenza: non a caso tra le più attive spiccano le aziende petrolifere e dell'energia, che svolgono un'attività a forte rischio di trattative illegali.

E molto dipende, ovviamente, dalla pressione legislativa. Che è più organizzata e meno frammentata negli Stati Uniti. Il 32% delle aziende europee ha dichiarato di non avere dispositivi per il controllo del rischio di corruzione, mentre negli Stati Uniti solo il 9% si è mostrato impreparato. E ancora: negli Stati Uniti ben il 64% degli interpellati ha istituito una gestione centralizzata dei piani di battaglia, in Europa ci è arrivato solo il 41%.

[08-03-2010] 

 

ROCK TA-ROCK-ATO - SECONDO LA BBC, L’ETIOPIA AVREBBE RICEVUTO SOLO IL 5% DEI MILIONI RACCOLTI PER IL CONCERTO “LIVE AID” DEL 1985 – TUTTO IL RESTO SAREBBE FINITO IN ARMI PER LA GUERRIGLIA – E BOB GELDOF, IL ROCKER DI SERIE B CHE HA INVENTATO L’INIZIATIVA BENEFICA, MINACCIA: “FUORI LE PROVE O QUERELO” (QUERELA CHE è MEGLIO)…

Fausto Biloslavo per "il Giornale"

 

Una montagna di soldi in beneficenza per salvare l'Etiopia dalla fame, a metà anni Ottanta, è finita nelle mani dei guerriglieri di allora, oggi al potere, per comprarsi le armi. Lo denuncia la radio della Bbc grazie alle testimonianze di due ex capi ribelli. Dall'inchiesta della storica testata inglese saltano fuori i sotterfugi per accaparrarsi i contanti dalle organizzazioni umanitarie occidentali facendo finta che servissero ad aiutare gli affamati.

 

Tutto ha inizio nel 1984 con le drammatiche immagini che giungono dall'Etiopia piagata dalla fame. I guerriglieri eritrei e del Tigrai combattono una guerra spietata contro Menghistu Hailè Mariam, il dittatore sostenuto dall'Unione Sovietica. Lo stesso Menghistu si fregava gli aiuti e li dirottava dalle aree controllate dai ribelli affamando parte del suo popolo. La rock star Bob Geldof rimase talmente impressionato che organizzò prima un disco per Natale con Band Aid e poi Live Aid, un mega concerto nell'estate del 1985. L'obiettivo è raccogliere fondi contro la fame in cinque Paesi africani, a cominciare dall'Etiopia.

Grazie al rock arrivarono in beneficenza 250 milioni di dollari. Un successo enorme, che le grandi organizzazioni umanitarie non governative, a cominciare da Christian Aid, utilizzarono nel Corno d'Africa. A causa del conflitto in Etiopia le Ong distribuirono cibo attraverso il Sudan, ma portarono anche grandi somme in contanti nella zona del Tigrai, roccaforte della ribellione piagata dalla fame.

 

I soldi servivano a comprare grano o beni di prima necessità per le popolazioni affamate. Peccato che all'insaputa dei volontari i mercanti che "trattavano" erano spesso dei guerriglieri del Fronte di liberazione popolare del Tigrai. «Mi avevano dato dei vestiti per apparire come un commerciante musulmano, ma era solo un tranello per le Ong», ha raccontato alla Bbc Gebremedhin Araya, a quel tempo comandante dei ribelli.

Una fotografia in bianco e nero dell'epoca lo ritrae, sotto mentite spoglie, mentre conta mazzette di banconote portate da un emissario delle Ong. Non solo: in alcuni casi il comandante guerrigliero avrebbe "venduto" sacchi di grano in realtà pieni di sabbia. Il gruzzolo incassato grazie alla fame serviva a comprare armi.

 

Aregawi Berhe, un altro ex comandante guerrigliero che oggi vive in esilio in Olanda, conferma la storia e si spinge più in là. Alla Bbc spiega che «i volontari occidentali erano imprudenti» e non si rendevano conto che i ribelli avevano messo in piedi «una commedia» per fregarli. «Con i soldi degli aiuti abbiamo comprato le armi - sostiene Berhe -. Il 95% dei 100 milioni di dollari per gli aiuti, passati per il territorio ribelle, sono stati utilizzati diversamente».
Gran parte del denaro, che finiva nelle casse dei guerriglieri, veniva versato da gruppi "umanitari" affiliati come la Relief society del Tigrai. Secondo i rendiconti del grande show rockettaro del 1984-85, 11 milioni di dollari sono stati ufficialmente versati a organizzazioni vicine ai ribelli.

 

Talvolta i soldi in contanti della beneficenza occidentale arrivavano, alla fine del percorso truffaldino, nelle mani di Meles Zenawi, il capo dei guerriglieri che diventerà primo ministro nel 1991, dopo aver cacciato Menghistu. Oggi è ancora al potere e il suo Paese continua a ricevere ingenti aiuti umanitari dall'Occidente.

Il governo etiope accusa la Bbc di dar credito a storie assurde, mentre Bob Geldof si scatena: dalla testata inglese vuole le prove, altrimenti è pronto a querelare. L'emittente conferma tutto e nonostante le indignate proteste anche dalle Ong coinvolte trapela qualche spiraglio di verità. Nick Guttmann, direttore per le operazioni di emergenza di Christian Aid, ha ammesso che nell'Etiopia degli anni Ottanta «sia i ribelli che il governo usavano i civili innocenti per raggiungere i loro obiettivi politici».

Gli americani appoggiavano i guerriglieri del Tigrai in funzione antisovietica. Un rapporto della Cia dell'epoca denunciava che «una parte dei fondi che le organizzazioni degli insorti raccolgono per l'assistenza alla popolazione, grazie alla mobilitazione mondiale, sono quasi certamente dirottati per scopi militari».
www.faustobiloslavo.eu

 

 

[10-03-2010] 

 

 

PASOLINI RACCONTA L’ENI – DOPO I DIARI “SÒLA” DI MUSSOLINI, DELL’UTRI ANTICIPA UN INEDITO DI PASOLINI: “SARA' SVELATO ALLA MOSTRA DEL LIBRO ANTICO” – “PARLA DEI MISTERI DELL'ENI, DI CEFIS, DI MATTEI E SI LEGA ALLA STORIA DEL NOSTRO PAESE. È INQUIETANTE” – PER IL SENATORE BIBLIOFILO “È STATO RUBATO DAL SUO STUDIO”…

(Ansa) - Il senatore del Pdl e noto bibliofilo Marcello Dell'Utri ha annunciato una scoperta che sarà svelata all'apertura della XXI mostra del libro antico di Milano: un dattiloscritto scomparso di Pierpaolo Pasolini («inquietante per l'Eni» ha commentato il parlamentare) e che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo incompiuto Petrolio. «L'ho letto ma non posso ancora dire nulla - ha affermato Dell'Utri - è uno scritto inquietante per l'Eni, parla di temi e problemi dell'Eni, parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese e di Mattei».

 

Pur non volendo anticipare il contenuto del capitolo, Dell'Utri non ha esitato a parlare di «giallo» a proposito del destino del dattiloscritto. «Credo - si è limitato a dire - che sia stato rubato dallo studio di Pasolini». Allo scrittore e poeta, di cui quest'anno ricorre il 35/o anniversario della morte, la mostra del libro antico che si terrà al Palazzo della Permanente a Milano dal 12 al 14 marzo dedicherà una retrospettiva con fotografie inedite e con tutte le prime edizioni delle sue opere.

 

E proprio all'interno di questa sezione sarà esposto il misterioso dattiloscritto. Accanto a questo giallo, solamente anticipato da Dell'Utri, la mostra riserverà come da tradizione grandi sorprese per i bibliofili italiani e stranieri: tra i gioielli in esposizione ci sono alcune stampe rare, come la «ventisettana» del Decameron di Boccaccio, la prima edizione italiana di Don Chisciotte risalente al 1622, una Grammaire Turque del 1730 che costituisce il primo esemplare di incunabolo in caratteri latini stampato a Istanbul.

 

[02-03-2010] 

IL COMUNE DI ROMA HA UN BUCO DI 12 MLD € MA STA PER ASSUMERE 2MILA NUOVI DIPENDENTI A FINE MARZO ED ENTRO IL 2012 SARANNO OLTRE 3MILA” - PIZZINO TREMONTIANO: “STOP ALLE SPESE O NIENTE AIUTI DAL TESORO”…

Andrea Cuomo per "Il Giornale"

Architetti. Ingegneri. Dietisti. Geologi. Statistici. Restauratori. Insegnanti. Vigili urbani. E poi: storici dell'arte, bibliotecari, esperti in controllo gestionale, funzionari dei processi comunicativi e informativi, istruttori amministrativi. Il Campidoglio assume. Un'imbarcata come da tempo non si vedeva. Al punto che negli ultimi giorni del 2009, quando al termine di una trattativa estenuante fu concluso l'accordo tra il Comune di Roma e i sindacati, qualcuno parlò di «momento storico».

 

Di certo i numeri sono importanti: 1995, duemila posti meno cinque. Che saranno assegnati tramite concorsi pubblici. C'è già la data di scadenza per la presentazione delle domande ai 22 bandi: il prossimo 25 marzo. Ed è solo il primo - anche se il più grande - passo: da qui al 2012 infatti il Campidoglio darà posto a 3396 persone, 2070 assunte tramite concorso e 1326 tra liste di collocamento e scorrimenti di graduatorie. Questa infornata di assunzioni, secondo il sindaco Gianni Alemanno, non dovrebbe portare a un aumento di dipendenti: tra pensionamenti e stabilizzazione di precari la pianta organica del Campidoglio resterebbe a 24.500 unità.

 

Ma di certo la caccia allo stipendio all'ombra del Marco Aurelio mal si concilia con il clima di austerità che dovrebbe informare l'azione amministrativa della giunta Alemanno. Il condizionale è d'obbligo.

Ma è d'obbligo anche ricordare che un piano di rigore finanziario è la condizione che il ministro per l'Economia, Giulio Tremonti avrebbe chiesto allo stesso Alemanno perché il governo si accolli parte del maxidebito che grava sul Campidoglio, maturato per buona parte durante le amministrazioni di centrosinistra, e che veleggia verso i 12 miliardi di euro, secondo le stime elaborate dal Sole 24 Ore sulla base di dati forniti dallo stesso Campidoglio e da Standard&Poor's.

 

E che ha spinto il governo a infilare nel maxiemendamento al decreto legge sugli enti locali sul quale chiederà la fiducia alle Camere anche misure straordinarie che riguardano la capitale: prima di tutto la netta separazione tra la gestione ordinaria del Campidoglio e quella straordinaria per il ripianamento del debito «ereditato» da Alemanno, che comprenderebbe quindi tutti i «buchi» del periodo antecedente al 28 aprile 2008, quando entrò in carica lo stesso Alemanno.

 

E poi la nomina di un commissario straordinario per la gestione straordinaria - attualmente ricoperta dallo stesso Alemanno - che procederà a una definitiva ricognizione della massa attiva e di quella passiva, primo passo per il piano di rientro. Insomma, il governo ci mette la buona volontà. Ma forse Alemanno potrebbe fare altrettanto, evitando di innaffiare e concimare la sua «pianta organica».

 

 

[04-03-2010] 

 

JARDIN DE LETTÀ – VITA, APPALTI E MIRACOLI DELLA RELAIS DE JARDIN, LA SOCIETÀ DEL GENERO DI GIANNI LETTA CHE IMMANCABILMENTE DA ANNI VINCE LE GARE PER SUMMIT INTERNAZIONALI COME PER I MONDIALI DI NUOTO - SPESSO IN SIMBIOSI CON LA TRIUMPH DI MARIA CRISCUOLO, NON C'È EVENTO CHE LA FAMIGLIA LETTA-OTTAVIANI NON FACCIA SUO. AGLI ALTRI CONCORRENTI NON RESTANO CHE LE BRICIOLE…

Emiliano Fittipaldi per "L'espresso"

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Era il 23 settembre 2003, il vertice Nato di Pratica di Mare s'era chiuso più di un anno prima. Le vene dell'ex ministro della Giustizia Filippo Mancuso, da poco uscito da Forza Italia, sono gonfie di rabbia. Ha appena ascoltato la risposta alla sua interrogazione da parte del governo. Una risposta che non gli piace.

I colleghi deputati lo guardano attoniti, lui parte. "Si può mentire anche tacendo! Voi non avete risposto al mio interrogativo: nei rapporti con la società Relais le jardin, anzi con i soggetti interessati a tale società, quali confidenze, quali attinenze ha il sottosegretario Letta? La società Relais le jardin, glielo rammento signor sottosegretario, è quella che ha vinto l'appalto per le forniture del G8... Questo 'giardino' è una putredine che nasconde un deserto di amoralità, finora impunito. Ma solo finora".

Le domande di Mancuso, dopo sette anni e zero risposte, tornano attualissime. Perchè la Relais de jardin - seppure non appare nelle 20 mila pagine dell'inchiesta della Procura di Firenze sul sistema Bertolaso - sembra giocare un ruolo importante negli appalti assegnati negli ultimi anni dalla Protezione civile.

 

La Relais è famosa per essere una big del catering del Lazio, da sempre in mano alla famiglia Ottaviani. Stefano Renato, uno dei figli del patriarca Amedeo, ha sposato Marina Letta. La figlia di Gianni, potente sottosegretario della presidenza del Consiglio e grande sponsor di Guido Bertolaso, oggi lavora con il marito, collabora alla direzione commerciale e ai rapporti istituzionali, insieme al cognato Roberto.

Ecco: non c'è evento, non c'è appalto, non c'è gara pubblica che la famiglia Letta-Ottaviani non faccia suo. Agli altri concorrenti, nomi illustri del settore come Chef Express, Nicolai, Autogrill, La Fenice, Palombini, non restano che le briciole.

 

Il boom della Relais va di pari passo con quella della Triumph, la società di Maria Criscuolo che spesso opera come general contractor negli eventi organizzati dalla Protezione civile. Quando l'appalto non viene vinto o affidato direttamente alla Relais, è la Criscuolo (madrina di uno dei figli di Roberto) a passare la commessa agli amici.

La Relais ha fatto mangiare gli ospiti del G8 di Genova, quelli convenuti a Pratica di Mare, quelli della Conferenza intergovernativa di Roma (2003), i leader arrivati per la firma dei Trattati europei, tutti coloro che hanno partecipato ai congressi del semestre di presidenza italiana della Ue, Obama e i Grandi intervenuti al G8 dell'Aquila.

 

La Protezione civile ha sganciato alla Relais un milione e 65 mila euro per far mangiare il presidente americano e gli altri capi di Stato. Non si sa se Obama abbia gradito: dopo aver assaggiato il menu tricolore (pennette al pomodoro, ai quattro formaggi e al pesto) ha chiesto un cheeseburger con maionese e senape.

"La Criscuolo è molto vicina a Umberto Vattani, perciò vince tutto", protestano maligni i nemici. Forse sono solo dicerie. Di sicuro Vattani, ex segretario generale del ministero degli Esteri e oggi presidente dell'Ice, alle Esposizioni universali di Aichi (2005), di Saragozza (2008) e in quella che verrà di Shanghai (2010) ha degustato e degusterà le prelibatezze servite dagli Ottaviani: nel padiglione italiano, finanziato dal ministero e dall'Ice, c'è sempre un ristorante della Relais.

 

 

Il nome è invitante: La Dolce Italia. Dolce soprattutto per gli affari della Relais: i ricavi della società gestita dal genero di Letta in pochi anni hanno superato i 20 milioni di euro l'anno. Tutti sanno che i proprietari sono gli Ottaviani, ma le quote societarie oggi sono in mano alla Immobiliare Villa Miani 90, dal nome del palazzo di via Trionfale che ospita congressi dei politici di ogni schieramento. Impossibile sapere di chi è la società: si finisce in un dedalo di sigle anonime del Lussemburgo e di altri paradisi fiscali come Tortola e le Bahamas.

Sappiamo però che i Letta e gli Ottaviani hanno allargato la loro influenza ovunque. Nel cda della società partecipata dal comune di Roma, Alta Roma, siede Marina Letta: spesso i servizi catering degli eventi vengono affidati alla Relais. Gianni Letta siede nel cda dell'Auditorium: i servizi dei sei bar sono stati affidati alla Relais. Il primo ad dell'Auditorium, ricordiamolo, è stato Maurizio Pucci, oggi direttore della Protezione Civile del Lazio. La Relais fa mangiare anche il sindaco Alemanno (rifornisce la bouvette) e organizza i servizi del cerimoniale del Comune.

 

Visto che non gli basta, ha partecipato alla gara d'appalto per il catering e la caffetteria dei musei capitolini. Base d'asta per il canone annuo 75 mila euro, rilancio 80 mila: Ottaviani e consorte vincono ancora. Zetema - che gestisce le gallerie del Campidoglio - è amministrata da Albino Ruberti, anche segretario generale di Civita, società di cui Gianni Letta è presidente onorario.

 

La lista delle commesse pubbliche continua. "Sì, Relais è uno dei nostri fornitori", fanno sapere dalla nuova Fiera di Roma, ma il gruppo Ottaviani gestisce pure il Bar del Tennis del Foro Italico del Coni. Non poteva mancare l'appalto per i Mondiali di nuoto del 2009, né il servizio catering delle Scuderie del Quirinale del comune romano. Anche per il Palaexpo c'è un via vai di dirigenti da e verso la Protezione civile: Maurizio D'Amore, ex direttore operativo delle Scuderie, è diventato il responsabile grandi eventi di Bertolaso e compagni.

Per puro caso anche Beatrice Guerra, grande amica della Criscuolo e sua vecchia collaboratrice, è diventata una girl di ferro del gruppo Bertolaso: alla Maddalena era la responsabile delle operazioni logistiche del G8. Ma il suo estro va oltre: sembra sia stata lei a disegnare il logo della Protezione civile, quello che ricorda la A di Acrobat Reader.

 

Possibile mai che sia così difficile trovare qualcun altro, oltre a Ottaviani e alla Criscuolo, capace di organizzare un party a Roma e far mangiare gli ospiti dei meeting? Pare proprio di sì. I famigli di Letta sono i ras del settore, e gestiscono pure i servizi dell'Ippodromo delle Capannelle, la ristorazione della tribuna d'onore dello stadio Olimpico. Per il futuro, si parla di altri appalti a cinque e sei zeri in arrivo: quello del Villaggio Fifa che dovrebbe essere messo in piedi al Circo Massimo durante i Mondiali di calcio in Sudafrica, e i servizi per i Mondiali di pallavolo 2010, che si terranno ad ottobre al Palalottomatica.

"C'è la possibilità che i parenti di Letta facciano il pieno, e si aggiudichino anche gli appalti del Gran Premio di Formula 1 all'Eur e quelli delle Olimpiadi 2020", sussurra un concorrente forse troppo pessimista, visto che i due eventi non sono nemmeno organizzati sulla carta.

Poco male: "La dottoressa Maria Criscuolo, presidente del Gruppo Triumph", è scritto sul sito della signora degli eventi e dei salotti, "è stata inserita da Eduardo Montefusco, vicepresidente dell'Unione industriali di Roma, nel comitato tecnico di Expo 2015". L'altro vicepresidente dell'Unione industriali capitolina si chiama Giampaolo Letta, il figlio di Gianni. Non è impossibile che a Milano ci scappi qualche commessa per la Relais e la famiglia del sottosegretario.

[01-03-2010] 

IL MESSAGGERO - In apertura: "Roma e Milano, ricorsi bocciati". Editoriale di Oscar Giannino "La crisi e l'Europa. Perché ci conviene aiutare la Grecia". Al centro: "Di Girolamo, dimissioni e poi subito in carcere. Lite sugli applausi in Senato", "I Ros: onorevoli pdl in società con gli indagati e Fusi pagava le vacanze al figlio di Verdini", "Serriamo le file, basta guerre fratricide", "Liti sul lavoro e licenziamenti, ora si potrà scegliere l'arbitrato" e "Allarme alcol, si beve già a 11 anni". In basso: "Onda anomala contro la nave, muore un italiano in crociera" e "Pari col Camerun, l'Italia delude". 08.03.10

 

 

 

GERONTOCRAZIA - che succede se al PROCESSO CirIo o a quello sulle acque Ciappazzi (un nome, un programma) fallite e "spintaneamente" vendute a Parmalat, contribuendone al dissesto, il Banchiere di Marino fosse condannato per bancarotta? - - Tutta la business community fra Milano e Roma sa che il tema è rovente, ma la sordina giornalistica fa finta di ignorarlo, salvo rare eccezioni. Non è mica un Berlusconi qualunque... -

Bankomat per Dagospia

 

Consiglio per far carriera. Fatevi processare, possibilmente più volte, per reati societari. Questo aiuterà la vostra candidatura alla presidenza di una grande Assicurazione. Ma non dovete chiamarvi berlusconi, perché altrimenti i giornali ne parleranno.

Se a Berlusconi Cav.Silvio venisse in mente di candidarsi alla presidenza di una delle prime Società di Assicurazioni del mondo qualcuno ricorderebbe che è protagonista di svariate indagine e dibattimenti per reati molto attinenti al mondo degli affari ?

 

Ovvio che sì, su Berlusconi si può e si deve scrivere. Del resto solo lui pensa che le sue vicende giudiziarie siano puro frutto di accanimento giudiziario, in qualunque Paese normale lo avrebbero mgià messo ai margini della comunità politica e finanziaria.

Ma Berlusconi ha un alibi: per altri suoi colleghi finanzieri, industriali e VIP non sempre si usa lo stesso metro. Prendete ad esempio Geronzi, un potente vero, mica di quelli che periodicamente si fanno eleggere o mandare a casa dal popolo.

Geronzi oggi sia sul "Sole", sia su "La Stampa", sia su "Il Giornale" è - tanto per cambiare - al centro di visotsi articoli apparentemente informativi sulle manovre per i nuovi vertici di Generali e quindi anche di Mediobanca. Dovrebbe andare alla presidenza di Generali? Dimettersi da Mediobanca? Anche dalla presidenza del Patto di azionisti Mediobanca? Ci sono altri candidati?

 

Insomma, temi non propriamente di bassa cucina, non stiamo parlando della bocciofila e o del consiglio di istituto di un liceo di provincia, ma di alcune delle venti poltrone che contano nella mappa del potere italiano. Per le Generali, anche europeo.

Ebbene, crederete mica che qualche impavido giornalista ricordi, anche solo per cronaca, le disavventure giudiziarie pendenti di Geronzi? E il fatto che tutti si chiedano nei salotti che contano se e quando sarà condannato? Silenzio assordante. Uno dei fattori chiave delle manovre in corso bellamente ignorato.

Eppure l'ottimo Luca Piana su l'Espresso di questa settimama l'ha ricordato: che succede se al dibattimento Cirio o a quello sulle acque Ciappazzi (un nome, un programma) fallite e "spintaneamente" vendute a Parmalat, contribuendone al dissesto, il Banchiere di Marino fosse condannato per bancarotta?
State tranquilli. Niente.

Tutta la business community fra Milano e Roma sa che il tema è rovente, ma la sordina giornalistica fa finta di ignorarlo, salvo rare eccezioni. Non è mica un Berlusconi qualunque.

 

[03-03-2010]

SOTTO IL CUPOLONE SI È SCATENATA LA GUERRA TRA PROFUMO E IL MONTE DEI PASCHI DI CALTA - FANNO GOLA I CREDITI ALLE IMPRESE E IL PIL DEL LAZIO CHE RESISTE MEGLIO ALLA CRISI - MPS LANCIA L’ASSALTO CON UNA STRUTTURA AD HOC PER SUPPORTARE LE AZIENDE - UNICREDIT REPLICA PUNTANDO SUI VECCHI MARCHI (BANCA DI ROMA, EX CAPITALIA) - E SANT’INTESA SI INVENTA GLI ACCORDI CON L’UNIONE INDUSTRIALE DI AURELIO REGINA - LUIGINO ABETE NON STA GUARDARE E BNL-PARIBAS SCONFESSA I FRANCESI LANCIANDO UNA MASSICCIA APERTURA DI AGENZIE PER LE VIE DELLA CAPITALE…

 

Francesco De Dominicis per "Libero"

 

L'ultima è stata inaugurata ieri. In via Nomentana è stata aperta una delle 27 nuove filiali con cui la Bnl (Banca nazionale del lavoro) vuole rilanciare la sua presenza a Roma. Il piano per il 2010 dell'istituto di credito presieduto da Luigi Abete è ambizioso.

Del resto, sulla Capitale si è improvvisamente scatenata una vera e propria guerra tra banche. E la mossa della Bnl-Bnp Paribas è in qualche modo la risposta all'assalto lanciato da altri gruppi creditizi, a cominciare dal Monte dei paschi di Siena. Roma, insomma, è al centro degli interessi del gotha della finanza. Ma non c'è da sorprendersi più di tanto. Calcolatrice alla mano, si scopre che il contributo di Roma al Pil nazionale è secondo solo a Milano ed è superiore alla quota di Torino.

 

E l'intera regione Lazio (nonostante il boom di fallimenti) ha retto all bufera finanziaria meglio del resto del Paese: il Pil regionale 2009 ha registrato una caduta del 4,2% più contenuta del 5% nazionale. Il che, tra altro, spiega l'attenzione degli istituti per una realtà dove vive un tessuto produttivo fatto di imprese, non solo piccole, e di qualche polo industriale, come Pomezia, in parte ridimensionato dalla crisi economica degli ultimi due anni.

 

Più che con i conti correnti delle famiglie, insomma, gli appetiti dei colossi del credito sono orientati al business dei finanziamenti alle imprese. Fari puntati sui costruttori, che del denaro delle banche non possono mai fare a meno. Così Mps ha impiantato nella Capitale una struttura ad hoc per supportare le esigenze delle aziende. Una scelta, quella della banca senese, che trova la sua ragion d'essere in una strategia più complessa in cui gioca un ruolo decisivo il suo vicepresidente e azionista di peso, vale a dire l'imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone.

 

Quanto alla Bnl, nelle scorse settimane il presidente Abete ha difeso proprio il ruolo dell'istituto su Roma. Nonostante sia passata in mani francesi, in effetti, la banca è, tra le grandi realtà, l'unica ad avere il ponte di comando nella nostra città. Ma gli altri big non mollano. Senza dimenticare gli istituti più piccole, come la Banca di credito cooperativo di Roma. Sulla Capitale vale la pena investire.

E in questi giorni, un altro colosso del settore, Unicredit, ha rialzato la testa, promettendo che lo storico marchio Banca di Roma (ex Capitalia) non scomparirà dalle agenzie capitoline, anche se il quartier generale è ormai a piazza Cordusio, a Milano.

 

Nella inedita "arena bancaria" sono scesi in tanti. E pure IntesaSanpaolo non sta a guardare. La prima banca italiana punta, in particolare, sugli accordi con le associazioni di categoria. Come quello siglato pochi giorni fa con l'Unione industriali di Roma e volto a concedere finanziamenti "aggiuntivi" alle imprese che non riescono a rimborsare altri prestiti.

 

E poi prestiti indirizzati al rafforzamento patrimoniale. Una sorta di corsia preferenziale quella costruita su misura per le imprese che aderiscono alla Uir presieduta da Aurelio Regina: sul piatto 300 milioni di euro. Che si aggiungono al denaro già messo a disposizione degli associati Uir da Bnl e Unicredit. E a giorni, potrebbe arrivare anche Mps.

La battaglia sui crediti alle imprese è aperta. E lo spazio per conquistare quote di mercato non manca. Nonostante l'economia regionale goda di discreta salute, infatti, le imprese locali hanno dovuto fare i conti con una robusta stretta ai finanziamenti bancari (-3,2%), più alta delle media nazionale. Un'inversione di tendenza è a portata di mano.

[04-03-2010] 

 

FIRENZE, VIOLA E VIOLATA - BLITZ DEi carabinieri del Ros PER I LAVORI AI NUOVI UFFIZI, PERQUISITO L’UFFICIO DI DE SANTIS - ISPEZIONE DELLA BANCA D’ITALIA ALL’ISTITUTO DI CREDITO GUIDATO DA VERDINI - INCONTRO TRA I MAGISTRATI DI FIRENZE E PERUGIA - ALFANO DÀ IL VIA LIBERA PENSIONE ANTICIPATA PER TORO...

1- ALFANO DÀ IL VIA LIBERA PENSIONE ANTICIPATA PER TORO...
Dal "Corriere Della Sera"

L'atto porta la firma del ministro della Giustizia, Angelino Alfano: la delibera con cui si dà via libera al «pensionamento» anticipato dell'ormai ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro. Il giudice che ha dato l'addio alla magistratura dopo il suo coinvolgimento nell'inchiesta sui grandi appalti. Lo si apprende da fonti del ministero di via Arenula.

L'ultima parola spetta ora al Csm, che si pronuncerà sul caso la prossima settimana. Un via libera scontato: le dimissioni di un magistrato possono essere respinte solo nel caso in cui sia sottoposto a procedimento disciplinare, segnalato dal Guardasigilli. E non è il caso di Achille Toro.

2- BLITZ PER I LAVORI AI NUOVI UFFIZI PERQUISITO L'UFFICIO DI DE SANTIS...
Dal "Corriere della Sera"

Ieri mattina i carabinieri del Ros si sono presentati un'altra volta al numero 15 di via de' Servi, vicino al Duomo. Dagli uffici del Provveditorato alle opere pubbliche della Toscana e dell'Umbria, i militari hanno portato via nuovi documenti che si aggiungono ai già numerosi atti dell'inchiesta sugli appalti. L'ufficio è quello guidato da Fabio De Santis, una delle quattro persone arrestate il 10 febbraio scorso.

Le carte portate via dai carabinieri riguardano i lavori per i Nuovi Uffizi, il raddoppio del museo per il quale era stato nominato «soggetto attuatore» (cioè responsabile) Mauro Della Giovampaola, un altro degli arrestati.

Ed il cantiere per la scuola marescialli di Firenze, un appalto prima affidato alla Btp dell'indagato Riccardo Fusi e poi finito al centro di una serie di ricorsi che di fatto ha bloccato l'opera. Inoltre, secondo quanto si apprende, la Banca d'Italia ha predisposto un accertamento ispettivo presso il Credito cooperativo fiorentino e sta collaborando con i magistrati. Si tratta dell'istituto guidato da Denis Verdini, coordinatore del Pdl, anche lui finito nel registro degli indagati.

Sono proprio questi i filoni che rimarranno di competenza della procura fiorentina. Il resto dell'inchiesta è stato trasferito a Perugia, visto il coinvolgimento dell'ormai ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro.

Proprio ieri i magistrati di Firenze che coordinano l'inchiesta si sono incontrati con i loro colleghi umbri per perfezionare il trasferimento dei fascicoli. Prima, però, il pool fiorentino che si occupa dei reati contro la pubblica amministrazione ha fatto il punto sulla parte di propria competenza. Il procuratore capo Giuseppe Quattrocchi dribbla le domande sulle altre ordinanze pendenti da giorni: «Stiamo lavorando su altre cose, da tempo. Vedremo quali sbocchi avranno i novi esiti investigativi».

E preferisce smussare gli spigoli con la procura di Roma, dopo lo scontro dei giorni scorsi, sostenendo che «si è recuperato il clima di rispetto, stima e collaborazione reciproca che c'è sempre stato». Sempre ieri a Firenze è andata praticamente deserta l'udienza al tribunale del riesame. L'unico ad aver presentato ricorso e a non fare poi marcia indietro è stato proprio il provveditore alle opere pubbliche De Santis.

Ma dalle carte depositate emerge qualche altro dettaglio sugli interrogatori di garanzia del 12 febbraio scorso. Angelo Balducci e Diego Anemone sostengono che i viaggi a Berlino e Madrid non erano una fuga all'estero ma una vacanza programmata da tempo.

Mentre Della Giovampaola chiama di nuovo in causa Guido Bertolaso facendo mettere a verbale che «tutte le imprese al G8 hanno avuto rapporti» con il capo della Protezione civile. Dovrebbe arrivare entro venerdì la decisione del gip umbro sulla richiesta di rinnovo della custodia cautelare per i quattro arrestati. A loro i pm perugini contestano solo il reato di concorso in corruzione, mentre per l'ex procuratore Toro l'accusa è di corruzione, favoreggiamento e rivelazione del segreto d'ufficio.

Nei giorni scorsi anche la procura dell'Aquila aveva chiesto a Firenze gli atti dell'inchiesta. In Abruzzo i fascicoli non sono ancora arrivati. «Ma siamo sicuri- dice il procuratore Alfredo Rossini- che manterranno la parola data».

 

 

[24-02-2010]

UCCI UCCI! BALDUCCI utilizzava fra le altre una scheda telefonica pagata dA Anemone e intestata a UN UOMO DEI SERVIZI SEGRETI IN FORZA AL SISDE - CONSULENZE AI FIGLI DI TORO MENTRE IL PADRE INDAGAVA. La procura di Perugia ritiene quindi che Achille Toro abbia violato i suoi doveri e passato informazioni agli indagati in cambio di un lavoro per il figlio Camillo - NON DIRE SAN MARINO INVANO!...

Franca Selvatici e Francesco Viviano per "la Repubblica"

L´ingegner Angelo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, dal 10 febbraio in carcere per corruzione nell´inchiesta sugli appalti del G8, utilizzava fra le altre una scheda telefonica pagata dall´imprenditore Diego Anemone e intestata a un poliziotto in forze al Sisde.

È una delle numerose sorprese che emergono dall´inchiesta avviata dalla procura di Firenze e trasmessa per competenza a Perugia, dove si attende di ora in ora la decisione del gip Paolo Micheli sulla richiesta di rinnovo delle misure cautelari nei confronti di Balducci, dei suoi colleghi Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola e dell´imprenditore Diego Anemone.

Altra stranezza. Angelo Balducci era in rapporti di amicizia con il direttore generale della Rai Mauro Masi, fino al 2 aprile 2009 segretario generale presso la presidenza del Consiglio. I carabinieri del Ros hanno notato che in numerosi contatti telefonici i due evitavano di chiamarsi direttamente ma passavano attraverso il centralino di Palazzo Chigi. «Triangolavano», secondo gli investigatori.

Uno degli episodi più grotteschi riguarda la laboriosa trasferta a San Marino della madre di Claudio Rinaldi, il commissario delegato per i Mondiali di Nuoto. È il 17 ottobre 2008. La signora, 72 anni, viene prelevata dall´autista dell´imprenditore Diego Anemone. A San Giustino, in provincia di Perugia, l´autista viene fermato dalla polizia stradale.

C´è il limite di 90 km all´ora e lui va a 160. Gli tolgono la patente. Quando chiama il principale per riferirgli l´inconveniente si lascia sfuggire che comunque può guidare fino a San Marino. Diego Anemone si infuria, si lascia sfuggire una bestemmia. «Non di´...». San Marino non doveva essere pronunciato.

A Firenze i carabinieri del Ros hanno scoperto poi che l´ingegner Fabio De Santis, dal febbraio 2009 provveditore alle opere pubbliche della Toscana, aveva già dato la sua impronta all´ufficio. Il 22 giugno 2009 il provveditorato ha consegnato all´impresa Ciotola di Roma i lavori per la realizzazione delle centrali tecnologiche a servizio della Villa Salviati e degli archivi storici della Comunità Europea, a Firenze, dove ha sede l´Istituto universitario europeo.

Nel marzo precedente De Santis e la moglie avevano trascorso una deliziosa vacanza all´Hotel Cristallo di Cortina alla modica cifra di quasi 4000 euro, interamente a carico di Gaetano Ciotola. Alcuni mesi fa il provveditorato toscano ha bandito un appalto da due milioni e mezzo per la sicurezza del cantiere abbandonato della Scuola Marescialli dei Carabinieri. La gara è stata vinta dalla Ecosfera Spa di Roma, una società riconducibile a Ezio Gruttadauria, imprenditore in rapporti con Diego Anemone, su richiesta del quale nel settembre 2008 aveva assunto uno dei figli di Angelo Balducci, Filippo, e la sua fidanzata

A proposito di figli, negli uffici del provveditorato di Firenze i carabinieri del Ros hanno trovato il curriculum di Stefano Toro, uno dei figli dell´ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, coinvolto nell´inchiesta sul G8 e indagato per rivelazione di segreti d´ufficio e corruzione perché sospettato di aver avvisato Balducci e Anemone dell´indagine della procura di Firenze e delle intercettazioni in atto. A Firenze Stefano Toro risulta aver ricevuto dall´ingegner De Santis un incarico di consulenza legale in materia paesaggistica, relativo ai lavori in corso all´Istituto universitario europeo.

L´importo della consulenza è di 40 mila euro, il contratto non risulta ancora formalizzato. Non sembra l´unica consulenza ottenuta da Stefano Toro. In una telefonata del 25 novembre 2009 l´avvocato Edgardo Azzopardi, ben introdotto in ambienti ministeriali, si compiace con lui: «Mi dicono che stai facendo un sacco di lavoro e che stai lavorando molto bene, e sono contento, non avevo dubbi, mi dicono che a Firenze già puoi fatturare il 70% e mi dicono che sul resto... comincia a fatturare il 50%».

I carabinieri annotano che in quel periodo, nel dipartimento della Ferratella, il capo struttura Mauro Della Giovampaola stava liquidando i compensi per i consulenti e per le imprese impegnate nei Grandi Eventi. Lo stesso Azzopardi, avvocato imprenditore titolare di una società di progettazione, risulta aver ricevuto da Della Giovampaola incarichi di consulenza per il Nuovo Palazzo del Cinema di Venezia e per il Teatro della Musica di Firenze, per un totale di 200 mila euro.

Azzopardi si è prodigato per assicurare all´altro figlio di Achille Toro, Camillo, un impiego alla Acea. Al tempo stesso sollecitava il giovane a "monitorare" il padre, e cioè - secondo le accuse - a chiedergli informazioni sull´inchiesta romana e poi su quella fiorentina sui lavori per il G8 alla Maddalena, per i Mondiali di Nuoto, e per i 150 Anni dell´Unità d´Italia. Ed era lui a informare degli sviluppi delle indagini Angelo Balducci e Diego Anemone. La procura di Perugia ritiene quindi che Achille Toro abbia violato i suoi doveri e passato informazioni agli indagati in cambio di un lavoro per il figlio Camillo

 

 

[25-02-2010]

SPESO OLTRE MEZZO MILIARDO PER SOLI TRE GIORNI DI RIUNIONI, APPALTI AFFIDATI AI SOLITI AMICI (CRISCUOLO, OTTAVIANI-LETTA, CATALANO) E MOLTI CONTI CHE NON TORNANO – 512 milioni è la somma finale pagata dagli italiani per quel summit trasferito a L'Aquila dall'8 al 10 luglio 2009 - “ LA DECISIONE DI ORGANIZZARE IL VERTICE A LA MADDALENA È DEL GOVERNO PRODI. STANZIAMENTO PREVISTO: 611,5 MLN €”…

1 - UN G8 DA 500 MILIONI...
Primo Di Nicola
per "L'espresso"

Il vertice G8 più caro della storia: oltre mezzo miliardo di euro per soli tre giorni di riunioni. Una follia mediatica per assicurare una platea tra i grandi della Terra al capo del governo Silvio Berlusconi nel momento di massima crisi per lo scandalo Noemi. Cinquecentododici milioni 474 mila euro, per la precisione, è la somma finale pagata dagli italiani per quel summit trasferito a L'Aquila dall'8 al 10 luglio 2009.

E, mentre i terremotati abruzzesi soffrivano nell'afa delle tendopoli, gli uomini di Guido Bertolaso spendevano 24 mila euro in asciugamani, 22 mila 500 euro in ciotoline Bulgari d'argento, altri 350 mila per televisori Lcd e al plasma e 10 mila euro per i bolliacqua del the. Alla faccia degli intenti frugali, che avevano convinto a rinunciare alle strutture della Maddalena per testimoniare la solidarietà dei Grandi alle vittime del sisma, non si è risparmiato su nulla.

IL GRAN BANCHETTO
Eppure per dotare l'isola sarda di alberghi, sale conferenze, porti e giardini erano già stati bruciati 327 milioni 500 mila euro. Fondi che ora gli atti dell'inchiesta della Procura di Firenze rileggono in una chiave diversa, descrivendoli come il banchetto di una 'cricca' tutta presa dalla spartizione di appalti senza concorrenza e senza trasparenza.

I magistrati hanno arrestato i protagonisti di quelle opere: Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, ai vertici della struttura di Bertolaso che ha gestito l'affare, e il costruttore rampante Diego Anemone, dominus di queste opere. Ma lo stesso numero uno della Protezione civile è sotto inchiesta, come altri tecnici e imprenditori impegnati nei cantieri sardi.

Tutte le opere della Maddalena sono diventate inutili quando il premier ha deciso di cambiare scenario e spostare la riunione internazionale all'Aquila, tra le macerie e i senzatetto. Una mossa di grande effetto mediatico, che ha ridotto a zero il rischio di manifestazioni no global e ha anche azzerato l'agenda dei lavori, sottraendo in nome del lutto il premier al rischio di insuccessi diplomatici o di imbarazzi per lo scandalo di escort e festini presidenziali. Il tutto a carissimo prezzo: altri 184 milioni 974 mila euro bruciati per le tre giornate abruzzesi.

In tutto, appunto, oltre mezzo miliardo: il tributo dei contribuenti italiani al vertice più folle, costoso e inutile della storia recente.

E come nell'assegnazione delle opere della Maddalena, anche scorrendo la lista dei lavori per l'Aquila le sorprese abbondano. Ci sono anzitutto i soliti noti del ristretto giro di Palazzo Chigi e che tra i clienti privilegiati di tutti gli eventi internazionali non mancano mai.

Come Relais le jardin che per oltre un milione di euro si è aggiudicata la fornitura del servizio di catering per i banchetti organizzati per i capi di Stato. Solo che Relais non è una società qualsiasi: appartiene alla famiglia di Stefano Ottaviani, sposato con Marina Letta, figlia di Gianni, l'onnipotente sottosegretario alla presidenza del Consiglio. O come la Triumph dell'immancabile Maria Criscuolo, incaricata dei materiali per giornalisti e delegazioni estere e del servizio di interpretariato con un compenso di un milione 250 mila euro.

COLPO GROSSO
Altro caso in cui i legami con la presidenza del Consiglio contano eccome è quello di Mario Catalano. Famoso come scenografo di 'Colpo grosso', la prima scollacciatissima trasmissione andata in onda sulle tv private negli anni Ottanta, Catalano è già stato premiato dal Cavaliere a inizio legislatura con una ricca consulenza a Palazzo Chigi dove cura l'immagine del premier e gli eventi pubblici in cui è coinvolto.

Ma evidentemente la prebenda non basta ed ecco infatti Catalano accorrere tra le macerie dell'Aquila per le performance del presidente. Con l'incarico di verificare, vai a capire perché proprio lui, la piena applicazione della legge 626 che regola la sicurezza sul lavoro. Il tutto per altri 92 mila euro.

Chi invece ha conquistato a sorpresa la vetrina del G8 è Giulio Pedicone, titolare della Pedicone Holding e della Las Mobili, azienda abruzzese che fabbrica attrezzature per uffici. Imprenditore venuto dal niente, Pedicone ha visto la sua carriera coronata dal vertice dove la Las è stata chiamata direttamente e senza alcuna gara a fornire mobili per circa 300 mila euro. Gli uomini di Bertolaso non ammettono dubbi sul fatto che ciò è avvenuto "dopo un'approfondita indagine di mercato".

Altrettanto sicuro però è che della Pedicone Holding, titolare del 64 per cento della Las, dal 2007 è sindaco supplente Gianni Chiodi, commercialista con studio a Teramo in società con Carmine Tancredi (a sua volta cugino di Paolo, senatore del Pdl), ma soprattutto presidente della Regione Abruzzo dal dicembre 2008 e commissario delegato all'emergenza terremoto e alla ricostruzione.

IN ALTO LE BANDIERINE Il legame con il governatore è solo una delle note singolari in una lista della spesa sterminata. Dei circa 185 milioni divorati dal summit, 52 milioni 666 mila euro sono stati utilizzati da Bertolaso in parte per investimenti in "infrastrutture tecnologiche" e il resto in "spese di funzionamento" ossia per forniture e servizi, dalla ristorazione alle bandierine per le auto.

Altri 43 milioni 807 mila euro se ne sono andati invece per rimborsare gli interventi fatti da altre amministrazioni, come la Guardia di Finanza che ha ospitato la sede del G8, o il Provveditorato alle opere pubbliche per il Lazio, Abruzzo e Sardegna che ha curato l'adeguamento della scuola sottufficiali e del minuscolo aeroporto di Preturo assieme alla realizzazione della strada per Coppito. Infine ulteriori 88 milioni 500 mila euro sono stati stanziati dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti ai dicasteri della Difesa e degli Interni, oltre alle Capitanerie di porto, per finanziare la cupola protettiva che ha difeso quei tre giorni di incontri: una triplice barriera di sicurezza in cielo, mare e terra.

Immergersi nella lunga catena di 145 fatture saldate dalla Protezione civile per l'evento fa scoprire più di una nota stonata. Lussi e sprechi che poco si addicono a un vertice spostato tra i terremotati in nome della sobrietà e della solidarietà. In una regione che aveva pianto almeno 308 morti per il sisma e doveva restituire una vita dignitosa a 80 mila senzatetto, i gadget delle grandi occasioni paiono affronti.

Trascurando le ciotoline d'argento Bulgari gentile omaggio per i capi di Stato, si va dalle 60 penne 'edizione unica' fornite da Museovivo al costo di 26 mila euro e utilizzate dai leader solo per apporre il loro prezioso autografo sui trattati. Ci sono poi la fornitura di poltrone Frau per le sedute di quei tre giorni e costate 373 mila euro; gli addobbi floreali per 63 mila euro; la pellicola protettiva per il rivestimento degli ascensori (9 mila); i portablocchi notes forniti dalla rinomata Pineider al prezzo di 78 mila euro. PREMIER IN PRIMO PIANO


E non è finita. Si possono forse trascurare le grosse commesse nelle quali primeggiano Selex e Seicos (Finmeccanica) per le forniture tecnologiche relative alla sicurezza (oltre 18 milioni di euro) con la centrale di coordinamento delle forze schierate, Telecom per gli apparati telefonici (12 milioni) e Limelite per la realizzazione dell'area-giornalisti (altri 2 milioni)?

E poi: Studio Ega per l'accoglienza e prenotazioni alberghiera delle delegazioni (2 milioni e mezzo); Tecnarr per l'allestimento della sala conferenze (quasi 2 milioni); Semeraro per gli arredi (1 milione 700 mila euro); Composad per i frigoriferi e altri arredamenti (1 milione 500 mila euro); Jumbo grandi eventi per le prenotazioni e il trasporto delle delegazioni (1 milione 200 mila euro). Per non parlare della D and d lighting & truck, sponsorizzatissima a Palazzo Chigi per soddisfare tutte le esigenze sceniche e televisive del premier: al G8 è stata premiata con una commessa di un milione 700 mila euro per la fornitura di attrezzature tecniche.

Insomma, una vera abbuffata. Nella quale si sommano pure le spese per il logo della manifestazione (22 mila euro); le prese elettriche; i pennoni portabandiere e le bandiere (155 mila); 30 distruggi-documenti come nei film di 007 (13 mila euro); asciugamani elettrici; stampe (126 mila); tessuto e divise per steward e hostess (18 mila euro); altre divise non meglio specificate (54 mila euro) e persino la fornitura di tessuto e adesivi per personalizzare le transenne dentro e fuori la caserma di Coppito e i contenitori per la raccolta differenziata. Altra follia da oltre 20 mila euro.

Ma gli aspetti suggestivi non sono finiti. Una 'spesa infrastrutturale' di Bertolaso viene considerata la copertura (anche con fondi extra budget G8, non è chiaro) di una lacuna da sempre lamentata dai guidatori sull'autostrada Roma-Aquila-Pescara da anni gestita in concessione da Carlo Toto, l'ex proprietario di AirOne. Il problema? Su questa autostrada era pressoché impossibile ascoltare Isoradio, la rete Rai con le notizie in tempo reale sul traffico. Ma alla vigilia del G8 ecco entrare in azione Bertolaso.

Certo ai pendolari abruzzesi costretti a fare la spola con la capitale pesava viaggiare senza le informazioni sul traffico. E qualcuno deve avere pensato che anche i cortei blindati dei Grandi avevano bisogno dei bollettini sulle code lanciati da Onda verde: così Isoradio è stata installata lungo tutta l'autostrada dalle cento gallerie a spese della Protezione civile. Un regalo a Toto che vanifica l'accordo tra Rai e società autostradali che pure obbligherebbe la prima a reperire le frequenze e le seconde a garantire l'acquisizione e la manutenzione degli impianti.

SCUOLA MODELLO
Singolare anche la sorte dei quasi 29 milioni rimborsati dalla Protezione civile per le spese di 'investimento' eseguite da altre amministrazioni pubbliche. Ben 23 milioni se ne sono andati per gli interventi nella scuola sottufficiali delle Fiamme Gialle. In questa caserma serrata da alte mura che si sviluppano su oltre due chilometri per 45 ettari si sono concentrati i lavori per creare gli ambienti del vertice inclusa la ristrutturazione di 1.090 stanze nelle quali hanno soggiornato i leader e i loro staff.

Sono stati ritinteggiati la decina di edifici che la compongono; è stata installata una rete in fibra ottica; sono stati sistemati oltre 120 mila metri quadrati di verde; piantati alberi ad alto fusto; le camere sono state arredate al top, dotandole di tv, telefoni e ogni altro tipo di comfort (di cui adesso godrebbero i senzatetto del sisma).

Ma ci sono stati pure i lavori radicali negli impianti: l'adeguamento della rete di distribuzione dell'energia elettrica, la manutenzione delle apparecchiature da cucina e persino la messa a punto della pressione dell'acqua. Soldi ben spesi? I restauri in genere valorizzano gli investimenti immobiliari.

Ma qui è diverso. La caserma non è di proprietà dello Stato: con le cartolarizzazioni volute dal vecchio governo Berlusconi per reperire denaro fresco per le casse pubbliche, è stata venduta nel 2004 e appartiene ora a un pool di banche e istituzioni finanziarie come Immobiliare Sgr spa, Imi, Barclays Capital, Royal Bank of Scotland e persino Lehman Brothers.

A loro lo Stato paga ogni anno 13 milioni di euro di affitto. Un canone ragguardevole, che nel 2009 si è arricchito anche dei vantaggi conseguenti ai faraonici lavori di adeguamento pretesi dall'impresa B&B Berlusconi-Bertolaso sulla struttura. Opere dispendiose a fronte delle quali la proprietà non si è lasciata intenerire. Il pool ha preteso dalla Protezione civile due regali polizze assicurative. Una per la completa copertura dei rischi infortuni dei partecipanti al vertice (Ati Willis spa, 50 mila euro): non fosse mai che Obama scivolasse dalle scale.

L'altra polizza per risarcire gli eventuali attacchi terroristici alla caserma nonostante caccia supersonici, missili terra-aria e migliaia di uomini in armi. Non solo, a G8 terminato hanno ottenuto il totale ripristino dei luoghi, ossia il ritorno delle sale da summit al loro compito di scuola militare costato altri 4 milioni di euro. Con tanti saluti ai terremotati aquilani che continuano a protestare per le carenze della ricostruzione e vogliono rimuovere da soli le macerie.

2 - G8 MADDALENA: PROTEZIONE CIVILE , QUESTI I COSTI REALI...
(Agi) - Sulle notizie diffuse da alcuni organi di informazione sui costi del Vertice del G8, che hanno destato tanto scalpore, la Protezione Civile fa alcune precisazioni. La decisione di organizzare il Vertice G8 a La Maddalena e' stata assunta dal Governo Prodi, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21 settembre 2007, allo scopo di favorire il rilancio socioeconomico dell'Arcipelago di La Maddalena attraverso un'importante opera di bonifica ambientale e di riqualificazione dell'ex Arsenale militare.

Nell'ambito degli stanziamenti previsti per l'organizzazione del Vertice G8 a La Maddalena erano previsti 611, 5 milioni di euro complessivi, cosi' suddivisi: interventi infrastrutturali e di riqualificazione 327,5 milioni di euro; costi per l'organizzazione dell'evento 97 milioni di euro; costi per la sicurezza dell'evento e per le attivita' del Ministero degli Affari Esteri 187,1 milioni di euro.

Lo spostamento del Vertice G8, che a seguito del terremoto del 6 aprile scorso Abruzzo si e' tenuto all'Aquila dall'8 al 10 luglio 2009, ha determinato una forte riduzione degli oneri previsti per l'organizzazione e per la sicurezza dell'evento, fermo restando l'impegno economico assunto per gli interventi infrastrutturali realizzati sull'isola di La Maddalena:

un'opera imponente di bonifica ambientale e riqualificazione complessiva territoriale portata a termine a tempi di record attraverso gli stanziamenti per il Vertice G8 e che, pur non avendo poi ospitato il Summit, resta patrimonio della comunita' maddalenina, fornendo le basi per una rinascita dell'area dopo la dismissione da parte della marina statunitense e delle basi presenti sul'arcipelago.

Un sito militare molto degradato e' stato trasformato, a seguito degli interventi sotto il profilo paesaggistico e infrastrutturale, in un polo nautico e convegnistico d'eccezione che, il prossimo mese di maggio, ospitera' la tappa europea del circuito della Louis Vuitton Cup. I costi del Vertice all'Aquila sono stati infatti pari a 184,897 milioni di euro complessivi, con un risparmio di spesa di circa 99 milioni di euro, oltre il 50% del totale previsto inizialmente per il Vertice di La Maddalena.

A titolo esemplificativo e' utile evidenziare che, secondo fonti di stampa, il Vertice G8 2008, a Hokkaido in Giappone, ha avuto un costo pari a oltre 60 miliardi di yen (350 milioni di euro circa) di cui oltre la meta' per le misure di sicurezza; piu' economico il Vertice G8 tenuto nel 2007 ad Heiligendamm in Germania, il cui costo dichiarato e' stato di circa 100 milioni di euro, di cui la massima parte e' stata assorbita anche in questo caso dagli oneri derivanti dalla sicurezza; 10,7 miliardi di rubli (oltre 300 milioni di euro) era invece il costo del Vertice G8 di San Pietroburgo, nel 2006.

Vale la pena ricordare che in tutti questi casi il Summit fu ospitato in strutture alberghiere gia' esistenti. Il vertice piu' costoso risulta in ogni caso essere il Vertice di Okinawa, che nel 2000 costo' circa 680 milioni di euro. Dei 184 milioni di euro spesi per il Vertice dell'Aquila, circa 96 milioni di euro sono gli interventi realizzati dal Commissario delegato.

Di questi, quasi il 60% del totale costituiscono investimenti, riconducibili a interventi infrastrutturali eseguiti nel Comune dell'Aquila, nell'Aeroporto dei Parchi di Preturo e nella Scuola della Guardia di Finanza di Coppito, nuova sede del Vertice, dove si sono svolti tutti i lavori congressuali e che nei tre giorni del Vertice, oltre ai 27 Capi di Stato e di Governo ha ospitato 40 delegazioni, 1.550 delegati e un media center per oltre 4.000 giornalisti.

Al termine dell'evento, le 1.114 stanze ristrutturate per ospitare le delegazioni del G8 sono state destinate ad accogliere oltre 1.300 persone rimaste senza casa a seguito del terremoto e provenienti dalle varie tendopoli, oltre al personale della macchina organizzativa dei soccorsi e della Guardia di Finanza, con evidenti risparmi di spesa rispetto ai costi necessari per una sistemazione alternativa di medio periodo.

Allo stesso modo, gli arredi, cosi' come asciugamani, lenzuola, televisori e altre suppellettili acquisiti per il Vertice G8, sono utilizzati all'interno delle stanze assegnate alle famiglie aquilane che hanno perduto la propria abitazione a seguito del sisma, oppure sono utilizzati nelle case di nuova costruzione realizzate in questi mesi, cosi' come sempre sostenuto dal Capo Dipartimento della Protezione Civile.

Allorquando non saranno piu' necessari per l'ospitalita' della popolazione colpita dal sisma questi beni saranno messi all'asta allo scopo di destinare i proventi a vantaggio della collettivita' abruzzese. Una sintesi dei costi per le opere infrastrutturali alla Maddalena e per l'organizzazione del Vertice G8 all'Aquila e' consultabile, gia' da alcuni giorni, sul sito ufficiale del G8 e sul sito della protezione civile nazionale.

 

 

[26-02-2010]

 

 

 

BALDASSARRE INDAGATO PER MILLANTATO CREDITO - L'EX PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE ED EX NUMERO UNO DEL CDA RAI DURANTE IL SECONDO GOVERNO BERLUSCONI CHE SPILLÒ DALLE TASCHE DI DAGO CENTOMILA EURO (POI RIDOTTE A 50 MILA, ORA IN CASSAZIONE PERCHÉ LE RIVUOLE INDIETRO!) SOTTOPOSTO A DIECI ORE DIECI DI INTERROGATORIO DALLA PROCURA GENOVA - L'ACCUSA: AVREBBE ASSICURATO DI AGGIUSTARE I CONTROLLI DELLA FINANZA SU UNA MAXI EVASIONE FISCALE - "CI PENSA ANTONIO, STAI TRANQUILLO", COSÌ UNA PROMESSA HA INGUAIATO IL "PROF" - L'INCONTRO PER ARRIVARE A UN COLONNELLO E IL GIALLO DEL LODO MILIONARIO -

 

Graziano Cetara e Matteo Indice per "Il Secolo XIX"

 

1 - TASSE E FAVORI, BALDASSARRE INDAGATO...
I favori, presunti o millantati, a un vecchio amico socialista gli sono costati un avviso di garanzia e un interrogatorio di dieci ore. Antonio Baldassarre, uno dei più noti giuristi italiani, ex presidente della Corte costituzionale ed ex numero uno del cda Rai durante il secondo governo Berlusconi, è il "big" indagato dalla Procura di Genova in una storia di mazzette pagate da un imprenditore genovese per dribblare controlli fiscali.

Ascoltato giovedì scorso nel capoluogo ligure - alla presenza di due pm, della Finanza e dei suoi legali - al momento è accusato di «concorso in millantato credito», ma gli accertamenti sono in piena evoluzione.

Baldassarre paga la conoscenza con Silvano Nizzoli, ex assessore a Reggio Emilia. Nizzoli è finito in carcere il 15 dicembre nell'inchiesta su Paolo e Leone Giani, commercianti all'ingrosso di formaggio fra la Liguria e l'Emilia Romagna. Secondo i sostituti procuratori Paola Calleri e Walter Cotugno, i Giani si sarebbero attivati per "pilotare" una serie di accertamenti fiscali, chiedendo aiuto ad appartenenti alle forze dell'ordine (un poliziotto e un finanziere a loro volta finiti in manette) e a Nizzoli. Il quale avrebbe assicurato di muoversi tramite Baldassarre per agganciare «direttamente» un colonnello delle Fiamme Gialle.

 

Nelle carte vi è traccia di un incontro a tre, fra Paolo Giani , Silvano Nizzoli e lo stesso Baldassarre, avvenuto l'11 ottobre 2008 a Bellaria (provincia di Rimini). E poi c'è una telefonata sospetta in cui Nizzoli, parlando con un conoscente, assicura che Baldassarre si è speso in prima persona, per risolvere favorevolmente un arbitrato che non c'entra nulla con la storia dei Giani.

In ballo c'è insomma un gioco di pressioni a catena per risolvere varie questioni legali o fiscali, nelle quali sono impelagati personaggi talvolta non in contatto fra loro, ma "legati" dalla comune conoscenza con Nizzoli.

E quest'ultimo usa sempre l'amicizia con l'ex presidente della Consulta come jolly, da spendere su più tavoli per accreditarsi. A questo punto l'accusa segue due percorsi: Baldassarre ha detto di essersi prodigato in favore di qualcuno, senza in realtà averlo fatto (ipotesi di millantato credito)? Oppure si è mosso davvero, aspetto che complicherebbe inevitabilmente la sua posizione?

Durante l'interrogatorio - un confronto serratissimo con due pm specializzati in inchieste sulla corruzione - ha respinto ogni addebito. È tuttavia un fatto che una settimana era stato interrogato Nizzoli. Ed è un fatto che, a distanza di sette giorni, Antonio Baldassarre si è ritrovato iscritto nel registro degli indagati.

 

2 - «CI PENSA ANTONIO, STAI TRANQUILLO» - COSÌ UNA PROMESSA HA INGUAIATO IL "PROF"...
"Ci pensa Antonio", amava ripetere agli interlocutori di cui voleva conquistarsi la fiducia, Silvano Nizzoli, 53 anni, ex assessore socialista di Reggio Emilia , finito in carcere a metà dicembre con l'accusa di millantato credito. "Antonio" è il professor Baldassarre, ex presidente della Corte costituzionale per un certo periodo alla guida del consiglio d'amministrazione Rai.

I verbali nei quali ricorre il nome del giurista raccontano di un incontro «realmente avvenuto» tra un imprenditore che voleva dribblare il fisco, Nizzoli e lo stesso Baldassarre. Quest'ultimo viene contattato mentre si trova al Centro congressi di Bellaria, vicino a Rimini. È l'ottobre 2008. Ed ecco la conversazione tra Paolo e Leone Giani, padre e figlio, commercianti all'ingrosso di formaggio desiderosi di pilotare gli accertamenti sulle tasse.

 

Dice Paolo: "Sono andato là, ho incontrato ‘sto personaggio (Nizzoli), domani combinazione ha un incontro con uno che conta (Baldassarre). E lui mi ha detto che glielo chiede: se mi dice che può bene, sennò no, comunque lo fa.... glielo chiede .È uno che conta... sai un ex Corte...". Risponde Leone: "Proviamole tutte".

Nelle carte si adombra pure la possibilità di un passaggio di denaro tra Nizzoli e Baldassarre. Ma dopo il primo e unico abboccamento, gli inquirenti hanno la certezza che il politico emiliano, intercettato, «millanti» il buon esito della commissione al solo scopo di mettere le mani su 10mila euro promessi dai Giani.

 

Scrive il giudice Massimo Cusatti: «Agli atti non ci sono elementi idonei ad affermare che Baldassarre fosse consapevole e partecipe del disegno criminoso millantatorio di Nizzoli». Rimarcando la «negativa personalità» di quest'ultimo, Cusatti richiama un'altra situazione in cui Nizzoli e Baldassarre sono coinvolti insieme.

C'è un'azienda di Reggio, la Itn, che si appresta a rescindere un contratto con la Garboli spa, società di costruzioni. La quale si affida a un collegio arbitrale per ottenere un risarcimento. Le intercettazioni telefoniche, insiste il giudice Cusatti, dimostrerebbero come «Baldassarre si sia speso per la tutela degli interessi di Giovanni Melioli (amministratore delegato della Itn che stava partecipando alla vertenza) o almeno che abbia detto a Nizzoli di averlo fatto».

 

La conversazione chiave, captata dagli investigatori, è del 24 marzo 2009, tra il solito Nizzoli e un certo Mario Cornegliani: il primo comunica di aver informato Melioli e la sua Itn sul buon esito dell'arbitrato, come comunicatogli da Baldassarre: "Perché io so.... sono stato informato da Antonio che si è conclusa la cosa come si doveva chiudere..."

Nizzoli si atteggia nei confronti di Melioli come persona in grado d'influire in maniera determinante, carpendo i favori di un componente chiave (Baldassarre), la decisione di un collegio arbitrale. Il gip censura questo comportamento: «È un po' come se un giudice preparasse la sentenza di concerto con una sola delle parti». Parole che, lette oggi, sembrano il preludio dell'avviso di garanzia all'ex presidente emerito della Consulta.

 

PRESIDENTE CONSULTA BALDASSARRE INDAGATO A GENOVA IPOTESI REATO E' CONCORSO IN MILLANTATO CREDITO
(ANSA) -
L'ex presidente della Corte Costituzionale e della Rai Antonio Baldassarre e' indagato dalla Procura della Repubblica di Genova per concorso in millantato credito in un'inchiesta su tangenti pagate da due commercianti genovesi all'ingrosso di formaggio, padre e figlio, per evitare accertamenti fiscali. Lo rivela stamani il Secolo XIX nel dare anche la notizia che Baldassarre, assistito dai suoi legali, e' stato interrogato giovedi' scorso da due pm ed ha respinto ogni addebito.

 

L'inchiesta ha portato in carcere il 15 dicembre scorso nove persone tra le quali i commercianti Paolo e Leone Giani, un agente di polizia, un militare della Guardia di Finanza e l'imprenditore ed ex assessore comunale di Reggio Emilia Silvano Nizzoli. Sarebbe stato quest'ultimo - scrive il quotidiano genovese - ad assicurare ai due commercianti l'intervento di Baldassarre su un colonnello della Guardia di Finanza per addomesticare le verifiche fiscali.

''Nelle carte - scrive il giornale - vi e' traccia di un incontro a tre, tra Paolo Giani , Silvano Nizzoli e lo stesso Baldassarre, avvenuto l'11 ottobre 2008 a Bellaria, in provincia di Rimini. E poi c'e' una telefonata sospetta in cui Nizzoli, parlando con un conoscente, assicura che Baldassarre si e' speso in prima persona, per risolvere favorevolmente un arbitrato che non c'entra nulla con la storia dei Giani''.

 

 

[23-02-2010]



 

Spacca Maremma, si spacca il fronte -L’ex sindaco di Orbetello e braccio destro oggi di Altero Matteoli non vuole l’autostrada con il tracciato attuale che “devasta poderi ed imprese" - Caltagirone forse si tira indietro e non finanzia più la Sat che non trova i soldi - "Terra di Maremma" pronta a dare battaglia contro la devastazione di centinaia di ettari...

Rolando Di Vincenzo, ex sindaco di Orbetello e attuale uomo forte della giunta presieduta dal ministro nero Altero Matteoli non ci sta e spara a zero contro il tracciato costiero della Spacca Maremma riaprendo il dibattito. Di Vincenzo oggi assessore all'urbanistica dice chiaro e tondo a Il Tirreno: "io ho sempre sostenuto il tracciato collinare quello costiero ce l'hanno imposto Provincia e Regione".

La presa di posizione di Di Vincenzo mette in grande imbarazzo il ministro Matteoli dal momento che il progetto definitivo del tracciato non è stato ancora approvato dal Cipe. Nonostante ciò alcuni lavori stanno iniziando sulla zona di Rosignano con uno svincolo molto contestato di 5 chilometri .

Mentre aumentano i ricorsi pare che Franchino Caltagirone ci stia ripensando ad entrare con la SAT per finanziare l'opera visto che Bis di Banca Intesa trova difficoltà nei mercati internazionali. Per Franchino troppe polemiche e troppe incognite, ma soprattutto uno schiaffo all'immagine che si sta costruendo di costruttore illuminato che poco si addice con il progetto Spacca Maremma.

Anche da Capalbio si alzano gridi d'allarme. Il coordinatore del comitato "Terra di Maremma", Valentino Podesta, denuncia la devastazione di oltre 100 ettari , l'abbattimento di più di 100 fabbricati e 47 aziende agricole.
E intanto si aspettano le sentenze del Tar e del Consiglio di Stato....

 

[25-02-2010]

 

 

 

ALTRO CHE IL "FREDDO". IL "DANDY O IL "LIBANESE": DA URLO LE INTERCETTAZIONI DELLA BANDACCIA DEL SENATORE DI GIROLAMO: “ALLORA TOCCA DA’ 24 MILIONI AR SOMARO, DIECI AR GIRAFFA E CICCIO, SETTE AR DORCE” - “AHO, ME SO ‘ COMPRATOI 15 MIJONI DE SERCI (DIAMANTI, NDR)” - “CHE VOI FA? ME VOI SPARA’? ME VOI MANNA’ I KILLER DELLA MAGLIANA? ME VOI MANNA’ MAGNAFUOCO? ER BASSETTO, ER ROSCIO, E I NICOLETTI? QUANNO TU ME VOI FA QUESTO, FAMMELO. HAI DETTO TROPPPE ZOZZERIE, SEI IMBUFALITO CO LI SORDI” - “COI GRIGI (LA FINANZA, NDR) TE COPRO, MA COI NERI (I CARABINIERI, NDR) NUN SE PO’, SO BRUTTI, QUANNO SO ARIVATI S’E’ CACATO SOTTO, LETTERALMENTE, NELLE MUTANDE” - E IN QUESTO CASINO C’E’ POSTO ANCHE PER FINI

 

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per il Giornale

Lo slang dei protagonisti dell'inchiesta Fasteb-Teleccom è da Romanzo Criminale, o da Wall Street. Manager della telefonia o maniscalchi della razzia da centinaia di milioni di euro. I traffici di pietre preziose che emergono dalle intercettazioni ricordano le gesta di Leonardo Di Caprio in Blood Diamond. Così gli ordini impartiti ai politici rimandano al Padrino.

E che dire dei contorni internazionali della frode tricolore più grande del secolo consumata fra giganteschi flussi di denaro sporco che appaiono e scompaiono fra San Marino e Londra, Managua e Hong Kong, passando per le Cayman e finendo il giro dell'oca nelle anonime filiali degli istituti di credito romani? Sono a metà strada fra La Stangata con Paul Newman e il 'Genio della truffa' con Nicholas Cage.

Purtroppo, però, non è un film quello che per anni sarebbe andato in onda grazie a finanziere d'assalto e e a un gruppo di spalloni supportati da divise infedeli, mafiosi calabresi, politici eletti al solo scopo di servire l'organizzazione. Per avere un'idea di quello che per i pm è un capolavoro delinquenziale da 2 miliardi e mezzo di euro riciclati basta scorrere i titoli di coda. Qua sotto

1 - "SAI CHI M'HA CHIAMATO? GIANFRANCO FINI"
Appena Di Girolamo viene eletto, Franco Pugliese, per i magistrati esponente del clan Arena che aveva «lavorato» per il successo del candidato, chiama Gennaro Mokbel e si lamenta di non essere stato informato. Mokbel gli risponde che l'ha appena chiamato Fini. Poi spiega che in realtà non ha chiamato lui, ma il neosenatore. Mokbel: «Oh, Franco!». Pugliese: «Ah bello mio... io da sabato che non dormo... ho perso la voce pe ste cazz e votazion... e voi non mi chiamate manco a dirmi "fratello mio tutto apposto"».

M: «No! T'ha chiamato Paolo (Colosimo) m'ha detto!!». P: «Eh! Lo so! Ma non basta solo Paolo (Colosimo)...». M: «No! Ma io non ci sto... io sto a fa un cul... tu 'nsai che... poi te spiego... mi ha chiamato Fini... stamattina, Fini... Gianfranco Fini...». P: «T'ha chiamato Fini? Gianfranco Fini». M: «Ha chiamato Nicola... e l'ha convocato... mo nun se sa quando esce questo... Fra'!!... Pe cui... io sto come un coglione in un ufficio... pieno de persone... aa... aa... Roma...». P: «E lo so, lo so...». M: «No! No! Nun te lo immagini... Franco!».

2 - I QUADRI DI VESPIGNANI, IL RAGGIRO ALLA VEDOVA
Nei business ideati da Mokbel, per il tramite di Di Girolamo, anche una partita di opere d'arte del pittore Vespignani. Mokbel: «Vieni con Luchino a via del Babuino presso la fondazione dell'archivio della scuola romana dell'Arte per contattare la vedova dell'artista Vespignani, se po' fa un'operazione che la prendiamo noi... una megaoperazione, so... 80 quadri!».

3 - LA SPARTIZIONE DEGLI UTILI A «GIRAFFA» E «AR SOMARO»
Mokbel definisce con la moglie la spartizione degli utili ai soci dell'organizzazione. «Allora, 43 milioni è il totale che abbiamo incassato, è questo, di questi 24 per il Somaro (Focarelli Carlo, ndr) trenta e... dieci al Giraffa (Panozzo Dario, ndr) dieci dipendenti, poi ce stanno i dieci per Ciccio (Murri Augusto, ndr) sette per Dolce e Braghi, seimila a Kieram, 4mila a Nic (Di Girolamo, ndr)».

4 - DIAMANTI E PIETRE PREZIOSE DIVENTANO SOLO «SERCI»
Molte conversazioni tra gli indagati vicini a Mokbel fanno riferimento all'acquisto di «serci», locuzione dialettale romana per indicare diamanti e pietre preziose. Mokbel: «Vi ho rubato 40 milioni di euro a te e Ciccio». Arigoni: «Be' ma allora non sta bene con la capoccia». M: «Perché io mi so' comprato 15 milioni de serci!».

Altro riferimento in una telefonata tra Luca Breccolotti e Silvio Fanella, col primo che chiede: «Senti, ti ricordi che c'erano due cose gemelle? Quei due sercetti gemelli?». In un'altra telefonata Mokbel e Massoli parlano dei diamanti di Hong Kong, custoditi nelle cassette di sicurezza. Mokbel: «So salvi i diamanti?». Massoli: «No, manca un milione e sei». Mokbel: «In che senso?». Massoli: «61 pietre mancano dall'inventario, pietre grosse, certificate (...)».

5 - «ME VOI MANNA' I KILLER DELLA MAGLIANA?»
Discutendo animatamente con Fabio Arigoni, Gennaro Mokbel parla di soldi e amicizie. M: «Sentimi bene, io da domani mi prendo i soldi da Paolo, mantieniti tu la tua famiglia perché a me non mi interessa. Non è una questione di soldi, è di principio, li regalo a qualcuno». Arigoni: «Vabbe'». M: «Me voi mena'? Me voi da' na capocciata in bocca?».

A: «Ma io non voglio mena' nessuno». M: «Me voi spara'? Me voi manna' i killer? Me voi sobilla' Magnafoco?». A: «Ma a chi? A chi?» M: «Er Rosso? I Nicoletti? Er bassetto che stava lì da voi? Er vecchio?». A: «Ma falla finita». M: «Quanno tu me voi fare questo, fammelo. Hai detto troppe zozzerie, troppa merda hai buttato, sei cattivo nell'anima, sei troppo imbufalito sui soldi. Tu pe' li quatrini non guardi in faccia a nessuno».

6 - «VI PARIAMO IL CULO CON I GRIGI, NO COI NERI»
L'organizzazione godeva di coperture istituzionali, pubblici ufficiali infedeli tra i «grigi», uomini della Guardia di finanza. Mokbel: «Noi vi pariamo il culo con i grigi, fino al momento in cui però non arrivano i neri, quelli brutti, che mo stanno rompendo il cazzo». Il riferimento ai neri è ai carabinieri che hanno iniziato a indagare. L'inchiesta prosegue e uno degli indagati dice: «Quei brutti so arrivati stamattina alle sei e mezza. E quello s'è dovuto anna' a cambiare le mutande, non è una battuta, s'è fatto mezzo chilo di merda sotto».

7 - IL TESORO È NASCOSTO SULL'ISOLA CARAIBICA
Fanella dice a Toseroni che arrivano soldi «da un isola caraibica». Fanella: «Ti confermo, allora che ti faccio quel coso». Toseroni: «Sì». F: «Da quell'isola, te la mando sulla tua... solita, la piccoletta (Ricci Giorgia, ndr) sa, da quell'isola arrivano, da quella dell'Anziano (Arigoni, ndr)». T: «Sì». F: «D'Anti', capito? (Antigua, ndr)». T: «Perfetto». F: «Da un'isola caraibica ti arriva due punto cinque (2.500.000,00 euro, ndr), te lo faccio fare lunedì, martedì o mercoledì».

8 - I SOLDI NON RIPARTONO: «CE STANNO L'ALLARMI»
Mokbel, Fanella e Arigoni hanno problemi a far rientrare una somma da Antigua a causa della stretta dei controlli delle Fiamme gialle. M: «Senti 'na cosa, me spieghi perché per ricevere sti soldi è stata così facile e per farli ripartì non è così facile?». A: «Eh, ci stanno difficoltà perché hanno messo l'allarmi». M: «Hanno messo?». A: «L'allarmi». M: «Senti, i soldi stanno a Antigua?». A: «I soldi stanno tutti là, dalla A alla zeta». M: «Ecco allora prendi i soldi, i soldi della gente e li spedisci, er Bilaro non po' venì perché ce l'hanno tutti appresso (...). Qui bisogna mandare questi cazzo di soldi (...) ti mando la Contessa (Barbara Murri, ndr), e gli fai bonificà a nome suo da ‘ndo stai te, e poi lei da là sa dove te manna i soldi... va bene così?».

9 - VOTO PORTA A PORTA? NO, SCHEDE A PORTAR VIA
Il gruppo di Mokbel investe un'ingente somma economica per la pubblicità del candidato Di Girolamo, ma soprattutto è inquietante l'accordo preso con soggetti legati alla 'ndrangheta di Crotone, la famiglia Arena , che determina in maniera evidente la raccolta illecita di voti tra gli immigrati calabresi.

In uno di questi incontri due appartenenti del gruppo andato in missione, uno romano e uno calabrese, raccontano: «... Siamo entrati in una casa di disperati italiani, con il cane che abbaiava, la ragazzina che cacava, ci siamo presi una ventina di voti, ma io non ci ho voluto mettere piede in quella casa perché mi faceva schifo. È entrato er sor Giovanni con la sua verve calabrese, si è preso i voti e se ne semo annati. Er Sor Giovanni, qui, è er capo della direzione germanica

10 - UNO YACHT DI LUSSO PER RICAMBIARE IL FAVORE
Franco Pugliese, referente degli Arena, il 23 marzo 2008 chiede a Colosimo e Mokbel un favore in cambio del servizio elettorale svolto in Germania: ha bisogno di un prestanome che si intesti la barca che sta per ritirare dal cantiere Stabile di Trapani. Mokbel: «Dobbiamo intestare 'na barca a zi' Franco». Di Girolamo: «Va bene, ma quella che si è comprato adesso?». M: «Certo. E ogni mese gliela affitti».
Poi il senatore chiama Pugliese e gli dice che è tutto ok: «T'ho telefonato perché il nostro comune amico mi ha detto che per l'intestazione di questa non ti preoccupare, risolviamo tutto noi».

11 - IL CLUB DEI TIFOSI DELL'INTER RACCOGLIE VOTI PER IL CLAN
«Nella corsa al procacciamento di voti in Germania con il reperimento delle schede in bianco avvenute attraverso il pagamento di somme in denaro o di minacce implicite o esplicite - scrive il Ros - emerge il controllo capillare del territorio anche all'estero che la famiglia Arena è in grado di esercitare. Un componente dell'organizzazione spiega: «Stanno scendendo da tutta Stoccarda, da Francoforte, abbiamo fatto un punto di raccolta qui al club dell'Inter, stanno venendo dappertutto, dappertutto, dappertutto».

12 - I SOLDI ALL'ESTERO? NASCOSTI DA HARROD'S
Insiste il Ros: «Grazie al monitoraggio degli indagati è stata individuata la disponibilità da parte degli stessi di alcune cassette di sicurezza financo all'interno dei magazzini Harrod's di Londra. L'autorità giudiziaria britannica procedeva cautelativamente al sequestro del loro contenuto corrispondente a una somma di 888.675,00 sterline inglesi». Le cassette erano intestate a Fanella, Breccolotti e Cherubini. Che si ritrovano coinvolti in un procedimento civile avviato dalle autorità britanniche. «Allo stato ancora pendente», annotano i carabinieri del Ros.

12 - I CONTI A HONG KONG «AMO', SO PEDINATO»
Dopo il sequestro di Londra, Breccolotti e D'Ascenzo volano a Hong Kong per prelevare altri capitali nascosti. I due però si accorgono di essere pedinati, e cominciano a girare a vuoto avanti e indietro nella lobby del Central building dell'Oriental hotel della città cinese per confondere gli agenti. Una volta capito di essere pedinato, si muove con attenzione e cautela. Telefona alla sua fidanzata Maria Vittoria: «Ho passato una brutta mattinata amore, poi ti spiego a voce, sai com'è, ci avevo delle persone che mi facevano compagnia... ».

13 - SINGAPORE, BLOCCO DEI CONTI E CACCIA AL «CUCUZZARO»
Di Girolamo parla con Fanella e si dice preoccupato del fatto che Augusto Murri aveva bloccato i conti da lui aperti a «sing sing», ossia Singapore. Fanella a Briccolotti. F: «C'è una cosa grave». B: «Eh...?». F: «Rintraccia quello al volo, subito, fuori, mandagli un messaggio, "mi chiami, ce dovemo vede' subito", che er conte giovane, Murri, sta a fa' na caciara. È ito a mettere mano sul cucuzzaro». B: «Vabbe', io sto a anna' a prende er ginecologo». F: «Fatte spiega' bene la situazione, fatte richiama', perché è 'na caciara, mamma mia. Io non vorrei che mo quello che è successo a noi dipende da quel pezzo di merda, infame lurido... ».

14 - LA COPERTURA PER I SOLDI SEQUESTRATI DA HARROD'S
Per evitare l'incriminazione per riciclaggio degli intestatari delle cassette di sicurezza di Harrod's (Fanella, Breccolotti e Cherubini), Toseroni contatta i suoi referenti a Hong Kong e Singapore per «reperire un soggetto - scrivono i Ros - che dietro lauto compenso fosse disposto anche a farsi arrestare per riciclaggio dalle autorità inglesi qualora non avessero creduto alle sue dichiarazioni relative alla paternità e provenienza di questo denaro». Toseroni contatta un certo mr. Lee, parlando di due associati di un fantomatico cliente a cui hanno sequestrato i soldi.

Il «cliente», spiega Toseroni, teme che il Soca (Serious organized crime office) possa incriminarli, e così sarebbe disposto a pagare 600mila euro a qualcuno «che vada davanti al Soca - dice il Ros - in Uk e specifichi che il denaro è stato dato da lui a queste due persone per investimenti». Toseroni: «Il mio cliente mi dice: "Se sei in grado di trovare qualcuno che sia disposto anche ad andare in galera per uno o tre anni o qualsiasi cosa, sono disponibile a pagare 600mila euro"».

Ma i soldi non sono solo per il capro espiatorio, come spiega a mr. Lee Toseroni: «Fondamentalmente c'è da trovare qualcuno che sia disposto per esempio a prendere 100mila o 200mila, due persone dalla Cina a cui noi daremmo 200mila euro e che sia disposta a rischiare di andare in galera, e noi terremmo la differenza, non so, 200, 300mila, e noi ne terremmo la metà, tre quarti o quello che sia».

15 - «QUI FAREMO LA FINE DI COPPOLA E FIORANI»
Marco Castiglioni chiama Di Girolamo e gli rappresenta le difficoltà provocate da alcuni dirigenti di Egobank in merito ad alcuni finanziamenti. DG: «Quindi a sto punto è n'attimo, perché c'hanno l'arma del ricatto in mano, perché poi non ti dico, anzi te lo dico quando ti vedo a voce, perché se poi lei non lo fa a questo punto è una problematica». C: «Porca troia!».

DG: «Quindi è costretto per lei e poi è anche un problema per l'avvocato, cioè è tutta una situazione a catena». C: «Madonna mia!». DG: «Che cazzo fai? Allora quello mi guarda come pe dì, ma che m'hai portato uno prima che è ok, m'ha detto è ok, tutto a posto, mo ariva quest'altro e mi fa così, io ne ho visti tanti così. Oddio va a finì come Coppola o come Fiorani o come uno di questi».

16 - I MANCATI CONTROLLI DI FASTWEB E TELECOM
Scrivono i pm: «Il coinvolgimento a livello apicale della dirigenza delle due società nonché l'assenza o l'assoluta insufficienza dei modelli di controllo adottati ( la Beverly Farrow per Fastweb riferiva del suo passaggio all'Audit interno soltanto in occasione del controllo richiesto dal comitato di controllo interno, in quanto prima del 2003 Fastweb non aveva un servizio di controllo interno precostituito, mentre per Telecom Italia Sparkle emerge con evidenza che il servizio Audit interno della controllante Telecom Italia Spa si è mosso soltanto a seguito degli accessi disposti dal pm presso la società) rende superfluo anche il riferimento all'ultimo comma dell'articolo 6 dello stesso d.lgs n° 231/2001».

17 - NEI CONTI DELL'ANCONA SPUNTA UN AGENTE DEL SISDE
Intercettando un maggiore delle Fiamme gialle, Luca Berriola, che era sotto inchiesta per una presunta estorsione ai danni dell'Ancona calcio in seguito a una verifica fiscale (l'ipotesi era la sottrazione di una pen drive con la contabilità «in nero»), salta fuori che il finanziere contatta il legale del presidente della squadra Pieroni utilizzando un cellulare intestato a un certo Aiese, con precedenti per truffa.

«A specifica domanda su come mai utilizzasse l'utenza (...) riferiva che in quel periodo utilizzava un'utenza che gli fu data da un funzionario del Sisde, "...del quale posso solo riferire il nome di battesimo, Alessandro", da utilizzare in casi in cui non riteneva di usare la sua utenza personale».

Ma Berriola dice di più: in occasione di un incontro con l'avvocato di Pieroni racconta di esserci andato con «lo stesso Alessandro, funzionario del Sisde, e tale Daniele anche lui persona vicina ai servizi segreti, di cui non poteva riferire né i loro cognomi né procedere alla loro identificazione. Inoltre, l'autovettura utilizzata per andare all'incontro, venne procurata dallo stesso funzionario del Sisde, anche se fu lui a pagare le relative spese».

 

 

[25-02-2010]

DI GIROLAMO STOLTO – AFFARI E LUSSI DELL’AVVOCATO TRIBUTARISTA CON LA PASSIONE PER LA NAUTICA DIVENTATO SENATORE GRAZIE ALLA ‘NDRANGHETA: FERRARI, JAGUAR, SUPERYACHT LA VITA DORATA E LE CONSULENZE IN SVIZZERA - È ROMANO (E PARE MOLTO RELIGIOSO) MA, DAI SALOTTI ALLE SEDI DI PARTITO, BEN POCHI L’HANNO VISTO – DE GREGORIO È L’ULTIMO GIAPPONESE CHE LO DIFENDE: “È QUEL MOKBEL CHE L’HA INGUAIATO”…

Fabrizio Caccia per il "Corriere della Sera"

Ora il senatore Nicola Di Girolamo se ne sta chiuso, in attesa di sviluppi, nella sua bella casa del quartiere Prati, circondato solo dagli affetti più cari, la moglie Antonella , i figli Francesco e Alessandro - di 19 e 16 anni - e il piccolo cane Teo, dal pelo bianco, che abbaia ogni volta che squilla il telefono.

Perciò, in queste ore, Teo abbaia spesso. «Se c'è una cosa che più di tutte mi dispiace - confessa Di Girolamo a uno dei pochi con cui ha ancora voglia di parlare - è la sofferenza indicibile che sto facendo provare a loro». Indica la moglie e i due figli. «Prima di entrare in politica stavo benissimo, questa è la verità, adesso invece ecco il prezzo che pago», si sfoga.

Certo, il quadro della sua vita privilegiata all'improvviso è cambiato. Da giorni la Jaguar e la Ferrari del senatore - eletto dai voti della 'ndrangheta, secondo l'accusa - sono malinconicamente ferme nel garage. Anche la barca «Indiana», uno yacht di 54 piedi da un milione e mezzo di euro, rimarrà ormeggiato ancora per chissà quanto nelle acque di Porto Ercole, all'Argentario, dove pure Di Girolamo risulta possedere una discreta dimora.

Due anni fa, quando arrivò la prima richiesta d'arresto, il senatore del Pdl si svegliò presto quella mattina - dicono sia molto religioso - e andò a pregare alla messa delle 7 davanti alla tomba di Papa Wojtyla, in Vaticano. Non si sa se riconfermerà il rito anche stavolta: all'epoca, di sicuro, gli portò bene.

I suoi colleghi di Palazzo Madama dicono che Di Girolamo è romano, sì, ma in giro si vede poco. Niente salotti, feste, ristoranti. Non frequenta neppure le sedi del partito. Un fantasma. È tifoso della Roma ma non si vede nemmeno all'Olimpico, nessuno lo ricorda in tribuna Monte Mario la domenica in mezzo ai vip. Uno dei suoi pochissimi amici rimasti (pare che fossero Zacchera e Gasparri un tempo gli «aennini» più vicini a lui) oggi invece è il senatore Sergio De Gregorio, presidente della delegazione italiana presso l'assemblea parlamentare della Nato.

Il quale, però, giura che la situazione economica del collega non è affatto così florida come sembra: «Gli hanno pignorato lo stipendio di senatore e anche la casa, per 270 mila euro, dopo che è fallita una società che costruiva barche e che lui aveva deciso di finanziare». Già. Perché la nautica è la sua vera passione. L'ultima vacanza è stata una crociera, quest'estate, in barca da Punta Ala alle Eolie, via Ischia, con moglie e figli impegnati a spazzare il ponte di «Indiana».

L'equipaggio erano loro: lei, Antonella, siciliana d'origine, fa la casalinga; Francesco il figlio più grande studia Giurisprudenza all'università; Alessandro il più piccolo va al liceo classico. La casa di Prati, poi, si trova a due passi dalla bottega, cioè lo studio legale di via Filippo Corridoni che condivide con l'avvocato Giacomo Straffi e un'altra quarantina di dottori commercialisti. Di Girolamo era a Lugano, due giorni fa, quando si è scatenata la tempesta: avvocato tributarista, è infatti anche consulente di una banca d'affari in Svizzera.

«Quel Mokbel che l'ha inguaiato - chiosa in ultimo De Gregorio - era un cliente del suo studio romano, l'ha conosciuto là». Vicepresidente della Fondazione «Italiani nel Mondo» (di cui è presidente lo stesso De Gregorio) e presidente dell'Associazione parlamentare di amicizia Italia-Turchia, si sa davvero poco del senatore adesso inquisito «con l'aggravante mafiosa». Con la sua fondazione, in passato, avrebbe donato due minibus per portatori di handicap ai Frati cappuccini di San Gennaro a Pozzuoli e alle Suore degli Angeli di Napoli. «In fondo, è un uomo mite», conclude De Gregorio.

 

 

[25-02-2010]

PERCHÉ DUE GIGANTI COME TELECOM E FASTWEB AVREBBERO DOVUTO RICORRERE AI CAROSELLI DI FATTURE FALSE PER OLTRE 2 MILIARDI DI EURO come fossero evasori di terz'ordine? – GONFIARE i bilanci, FAR BELLA FIGURA IN BORSA, FREGARE IL FISCO E TRUFFARE GLI AZIONISTI…

Andrea Di Biase e Fabrizio Massaro per "MF"

Per quale motivo due società importanti e sotto i riflettori della borsa come Fastweb, già eBiscom, e il braccio internazionale di Telecom Italia , TI Sparkle, avrebbero dovuto ricorrere ai caroselli di fatture per servizi inesistenti come fossero evasori di terz'ordine?

Secondo gli inquirenti, perché erano il modo più rapido per far crescere il margine operativo, rimpolpare l'utile (o attenuare le perdite), abbellire i bilanci e presentarsi in borsa come società in buona salute (nel caso di Fastweb) e con i target centrati.

Il senso finanziario della presunta truffa è riassunto dal gip Aldo Morgigni in un passaggio dell'ordinanza di custodia cautelare emessa martedì contro 56 persone per associazione a delinquere e riciclaggio.

Tra le motivazioni che ha«nno portato il top management a vedere con favore, indipendentemente dalla sua effettività sostanziale» lo schema usato, c'è «l'aumento di fatturato che le due suddette operazioni realizzavano, sia per l'effetto tonico che aveva sui bilanci da presentare alle banche ed agli analisti, sia per l'effetto sulla quotazione del titolo in borsa».

Ma il gioco valeva la candela? I numeri possono aiutare a dare una risposta. L'associazione criminale, scrive il gip, ha messo in circolazione fatture per 2,2 miliardi di euro per la compravendita fittizia di servizi telefonici. Da questa montagna di denaro, effettivamente transitata sia in entrata sia in uscita dalle società Fastweb e TI Sparkle, gli indagati avrebbero provocato un danno allo Stato di 370 milioni, derivante dal mancato versamento dell'Iva.

Questo enorme giro di operazioni, avviato nel 2003 dalla sola Fastweb, interrotto nel 2004, e ripreso nel triennio 2005-2007 da tutte e due le società, ha determinato «l'incremento fittizio di fatturati, ricavi e utili» per le due compagnie, nonché fittizi crediti Iva.

Secondo i calcoli del nucleo valutario della Guardia di Finanza, oltre ai 370,41 milioni di Iva non pagata (297,89 milioni Sparkle e 72,52 Fastweb) ci sono 95 milioni di margini da spalmare negli anni nei bilanci delle due società. Nel primo anno, il 2003, il sistema è attivo solo per Fastweb che commercializzava le cosiddette «phuncards», ovvero schede prepagate che consentivano l'accesso a siti internet con contenuti protetti dal diritto d'autore, come film e musica.

Un sistema messo in piedi dal consulente d'impresa Carlo Focarelli, considerato la mente dell'organizzazione. La società allora guidata da Silvio Scaglia ha ricavato 12,7 milioni di margini da un giro di fatture per 220 milioni circa. Nella contabilità però non sono stati segnati i costi e i ricavi della compravendita delle schede ma solo i margini, che in quell'esercizio hanno pesato per l'11% sull'intero mol di 110,7 milioni.

Questo è accaduto perché Fastweb, che era intermediario tra la prima società «cartiera» italiana e il soggetto inglese acquirente del servizio, operava con il meccanismo giuridico del mandato senza rappresentanza. Il non registrare costi e ricavi, ma solo i margini, ha consentito di elevare la redditività del gruppo. E questo, secondo la tesi d'inchiesta, era il vero obiettivo di Fastweb, che ai tempi era ancora una start-up e perdeva 331 milioni.

La fetta più consistente dei margini è stata però realizzata nel triennio 2005-2007 e ha visto principale protagonista non tanto Fastweb, su cui in questi giorni si è concentrata la maggiore attenzione mediatica, ma la società del gruppo Telecom Italia.

TI Sparkle, ai tempi guidata da Riccardo Ruggiero, che era anche amministratore delegato della capogruppo, ha ottenuto oltre 72 milioni di margine aggiuntivo in tre anni, utilizzando in gran parte il meccanismo contabile dei costi e ricavi, gonfiando così anche le due voci di bilancio, e in minima parte quello del mandato senza rappresentanza, già sperimentato da Fastweb.

TI Sparkle non commercializzava schede prepagate bensì fittizio traffico telefonico sulla rete internazionale (numeri a prefisso 688), sempre attraverso il sistema della «frode carosello». Nel 2006 c'è stato il boom di margini ottenuti dalla vendita di questi servizi. Secondo i calcoli della Gdf sono ammontati a 46,85 milioni, pari al 15,2% del mol di quell'anno (307 milioni). Nel 2005 e nel 2007 i margini aggiuntivi per Sparkle sono stati pari a 12,17 milioni nel 2005 (4,8% del mol) e 13,2 milioni nel 2007 (4,1% del mol).

C'è poi un terzo livello di arricchimento nel sistema messo in piedi dall'organizzazione criminale individuata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, dalla Gdf e dal Ros dei Carabinieri, che non riguarda le due società di tlc ma il reticolo di faccendieri, mediatori e riciclatori, anche legati alla 'ndrangheta, che ha fatto sparire in mille rivoli oltre 275 milioni in quattro anni, attraverso società inglesi, panamensi, svizzere, lussemburghesi, finlandesi, cipriote e di Hong Kong.

Da dove arrivavano quei soldi? Sono semplicemente la differenza tra l'Iva incassata, ma non versata allo Stato, dalle varie società cartiere, e i 95 milioni di margini trattenuti da Fastweb e Sparkle, ricavati proprio dalla reimmissione nel flusso finanziario dell'Iva che avrebbe dovuto essere girata all'erario.

 

 

[25-02-2010]

 

DE GREGORIO, il guardiano del pretorio - Una sigla politica? Un impero economico? Una potentissima lobby? Di tutto un po'. in un arcipelago di sigle, tutte targate “Italiani nel mondo”: reti televisive, servizi immobiliari, casa editrice - l'ex giornalista d'assalto che ebbe il suo momento di gloria nel 1995. Allora, “molto causalmente”, De Gregorio scoprì a bordo della nave da crociera “Monterey” Tommaso Buscetta...

Enrico Fierro per "il Fatto Quotidiano"

Cinque uomini su un manifesto. Abbigliamento da Blues Brothers, neri come le "jene", un po' ridicoli come i "Soprano's". Sono gli italiani nel mondo: Basilio Giordano, Amato Berardi, Juan Esteban Caselli, Nicola Di Girolamo e in mezzo lui: Sergio De Gregorio, la mente della fondazione-partito. Una sigla politica? Un impero economico? Una potentissima lobby? Di tutto un po'.

Basta dare una occhiata agli archivi della camera di commercio di Napoli, patria di De Gregorio, e perdersi in un arcipelago di sigle, tutte targate "Italiani nel mondo": reti televisive, servizi immobiliari, editrice, Channel, socio sempre De Gregorio e sua moglie Maria Di Palma.

La passione per le tv e l'editoria ha creato qualche problema a De Gregorio per una storia di contributi statali alle tv private che nel 2008 vide coinvolto Giovanni Lucianelli, all'epoca suo capoufficio stampa. Storie e problemi che non hanno mai fatto arretrare di un millimetro l'ex giornalista d'assalto che ebbe il suo momento di gloria nel 1995. Allora, "molto causalmente", De Gregorio scoprì a bordo della nave da crociera "Monterey" Tommaso Buscetta. Scoppiò il finimondo.

Per rallegrare don Masino il futuro leader di "Italiani nel mondo" amava esibirsi nella celebre "Guapparia". Altra musica, invece, 14 anni dopo, quando all'Auditorium della Conciliazione a Roma, De Gregorio e i suoi "blues brothers" presentano a Roma "Italiani nel mondo". "Un movimento rivolto a tutti gli italiani che credono nella bandiera, nella lingua, nella cultura e nella Patria", dice il fondatore. Si commuove anche Susanna Petruni, la "farfallina" del Tg1 che quella sera fa da madrina d'onore.

Sergio De Gregorio tiene molto ai suoi meeting. Quando tre anni prima, nel 2006, presenta il movimento a Palermo la sala dell'Hotel Parco dei Principi è gremita. Sono venuti anche da New York ad applaudire e a portare la promessa di soldi. C'è la principessa Josephine Borghese e Maria Pia Dell'Utri, la ex moglie del fratello gemello di Marcello. Fratelli d'Italia sparsi per il mondo , la vera forza di De Gregorio.

Lui sì un vero emigrante. Non ha girato continenti, ma partiti. Ex socialista craxiano, poi affascinato dalla Dc di Rotondi, simpatizzante di Forza Italia, infine senatore grazie a Di Pietro, prima di ritornare nelle braccia di Berlusconi. E qualche guaio giudiziario. Quello brutto a Reggio Calabria, dove la procura antimafia lo imputa di concorso esterno in associazione mafiosa per aver favorito la cosca Ficara nell'acquisto di una caserma dismessa.

Scoppiano polemiche, il senatore grida al complotto. Il 27 maggio dell'anno scorso un decreto di archiviazione lo scagiona da ogni accusa. Ora De Gregorio è pronto per lanciare il suo movimento e farlo confluire nel Pdl di Berlusconi. I suoi uomini di punta sono quelli del manifesto in nero. Nicola Paolo Di Girolamo, il politico di riferimento del clan Arena di Isola Capo Rizzuto.

Nelle carte dell'inchiesta che ha coinvolto i vertici di "Fastweb" c'è un particolare che racconta il legame del senatore con i vertici della 'ndrangheta crotonese. Franco Pugliese, il riciclatore della cosca Arena, è un appassionato di barche di lusso, per 200mila euro compra uno yacht "Franck One" da una ditta di Trapani, il senatore lo aiuta ad intestarlo alla "Adv & Partners", una società romana.

Amato Berardi è stato eletto negli Usa, presidente del "Niapac" - National american committee -, è responsabile di un fondo in grado di gestire 60 miliardi di dollari. "Se necessario - promise nella kermesse palermitana - interverremo per la costruzione del Ponte sullo Stretto".

Sulla testa di Basilio Giordano - calabrese emigrato a Montreal "perché mi innamorai di mia moglie" - pende un ricorso del primo dei non eletti. Juan Esteban Caselli è stato eletto nella circoscriszione latino-americana. Tanti voti in Argentina, dove conta di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2011, tantissimi in Venezuela. C'è una contestazione sulle schede che lo hanno portato in Parlamento, stessa calligrafia, stesso inchiostro, sospetti e una inchiesta aperta.

Perché in Venezuela all'epoca delle elezioni si mise all'opera Aldo Micciché, un faccendiere calabrese da anni riparato nel paese sudamericano che in Italia dovrebbe scontare 25 anni di galera. Amico stretto di Dell'Utri, alla vigilia delle elezioni i due si parlano spesso, come accerta una inchiesta della Dda di Reggio Calabria.

"Presto si vota e ci dobbiamo preparare", dice Micciché. "Lo misi in contatto con Barbara Contini che si occupava del voto degli italiani all'estero", la replica del senatore. Il 26 marzo 2007 Micchiché è in prima fila alla presentazione dei candidati del Pdl a Caracas.

 

 

 

[25-02-2010]

 

 

MOBILITAZIONE PER LA COSTITUZIONE...
Allarme per lo stato di calamità Costituzionale: è quello che parte da Bologna, dai Comitati Dossetti, nati dopo l'appello lanciato nell'aprile del 1994 da don Giuseppe Dossetti, a difesa della Costituzione.

Riuniti a Bologna nei giorni scorsi, i Comitati, sorti in tutta Italia, hanno espresso preoccupazione per le ferite cui è sottoposto l'ordinamento democratico e lo Stato di diritto: dall'attacco alla Magistratura da parte dell'esecutivo, diretto a impedire il controllo di legittimità a ogni livello, all'avvilimento del Parlamento attraverso la decretazione d'urgenza; dalla degenerazione populista del sistema politico con la pretesa incarnazione della volontà popolare nella volontà di un suo unico leader all'abbandono dei valori di giustizia, eguaglianza e pace.

I Comitati Dossetti (che nell'occasione hanno eletto Raniero La Valle presidente, il prof Luigi Ferrajoli vicepresidente e Alessandro Baldini, Francesco Di Matteo, Maurizio Serofilli alla segreteria) hanno deciso di promuovere una serie di iniziative da svolgere soprattutto nelle scuole. L. Q

26.02.10

 

ABBIAMO RIPESCATO LA GRANDE INTERVISTA CHE PAOLO GUZZANTI FECE A AL BRACCIO DESTRO DI ANDREOTTI, FRANCO EVANGELISTI, PASSATA ALLA STORIA CON LA MITICA FRASE "a Fra', che ti serve?" (BY CALTAGIRONE) - "se uno voleva fare il furbo, mica andava a incassare un assegno. Uno, se sa che sta facendo un'operazione illecita, chiede i soldi in contanti e in valigia e manda a ritirarli da un terzo"....

Da "Giornalismo Italiano 1968-2001" (ed. Mondadori")

Con l'occhiello Il ministro Franco Evangelisti parla dei suoi rapporti col finanziere dello scandalo Italcasse e il sottotitolo «Sono amico di Gaetano da vent'anni e i quattrini che mi ha dato sono serviti per finanziare la corrente, la mia campagna elettorale e il partito», in "da Repubblica", 28 febbraio 1980. Ripubblicato, con il titolo "La confessione di Evangelisti", in «la Repubblica» dieci anni. 1980. Il trionfo di Reagan, a cura di Giorgio Dell'Arti, supplemento a "da Repubblica" n. 59 dell'll marzo 1986, pp. 7-8.  

 

Ministro Evangelisti, lei ha preso soldi dai Caltagirone?  

«Sì, da Gaetano. lo sono amico di Gaetano Caltagirone, gli altri fratelli quasi non li conosco.»

Quanti soldi?  

«E chi se lo ricorda. Ci conosciamo da vent'anni e ogni volta che ci vedevamo lui mi diceva: "a Fra', che ti serve?"»

 

Così'? Caltagirone tirava fuori il libretto e scriveva?  

«Sì, così. E senza nessuna malizia. Chi ci pensava a questi scandali? Chi pensava di fare qualcosa di male? Non le pare?»

Non mi pare, che cosa?  

«No, dico: se uno voleva fare il furbo, mica andava a incassare un assegno. Uno, se sa che sta facendo un'operazione illecita, chiede i soldi in contanti e in valigia e manda a ritirarli da un terzo. Non crede?»

E lei che faceva?  

 

«lo? Niente. Pigliavo la penna e ci mettevo sopra il mio nome a stampatello, perché Gaetano il nome non lo metteva: lo lasciava sempre in bianco.»

E questi soldi a che cosa le servivano?  

«Per finanziare la corrente. Per finanziare le mie campagne elettorali, per finanziare il partito.»

Anche dopo l'entrata in vigore della legge sul finanziamento pubblico?

«Be', certo. Che vuoI dire? Quella legge, d'altra parte,non è che proprio vieti ... »

 

Caltagirone finanziava soltanto lei?  

«No, no. Finanziava tanta gente.»

Per adesso si conosce soltanto il suo nome e quelli di Caiati e Sinesio.  

«A me risulta che Caltagirone, così come ha la nostra finanziato la nostra corrente, nello stesso modo ha dato soldi anche alla corrente fanfaniana, ai dorotei e a Forze Nuove."

E al partito?  

«Certo: e al partito.»

Si rende conto della gravità di queste sue ammissioni?

«Io facendo quest'intervista è come se parlassi davanti al Parlamento: non posso dire il falso e non voglio tacere il vero. E nel vero c'è anche questo: che mai c'è stata la minima interferenza, la più piccola sovrapposizione fra l'affare dell'Italcasse e noi. Per "noi" intendo la corrente andreottiana.»

Scusi, lei da dove pensava che venissero tutti i milioni che Gaetano Caltagirone tanto generosamente le metteva a disposizione?  

«E che dovevo sapere io? lo pensavo che fossero soldi suoi, roba sua propria. Io non sapevo niente di tutte quelle società di Gaetano e neppure sapevo che l'Italcasse avesse erogato 205 miliardi a un solo uomo. Ma andiamo! Che cosa ci stavano a fare gli organismi di vigilanza?»

 

Che cosa le chiedeva Caltagirone in cambio dei suoi versamenti?  

«Gaetano? Niente. Lui era, anzi è, un amico. Un amico della DC e non soltanto amico mio. Anzi, è amico di tanta altra gente che non è neppure democristiana. In fondo, a parte la provenienza dei soldi, di cui io non so niente, dove sta lo scandalo?»

Già: secondo lei dove sta lo scandalo?  

«Posso dire? Guardi, me lo metta fra virgolette: io ero stasicuro che la questione sarebbe esplosa durante il congresso e che sarebbe stata strumentalizzata. È chiaro che qualcuno ha tirato fuori le carte e le ha fatte avere ai giornali. Ed è chiaro che è stato violato il segreto istruttorio e anche altri segreti. lo però vorrei sapere una cosa.»

Dica.  

 

«lo vorrei sapere perché, quando non ci sono di mezzo degli amici di Andreotti, non si va mai a fondo. Vorrei che finalmente si conoscessero i nomi dei 500 esportatori di capitali all'estero. Sugli altri non si rivela mai niente. E qui con la storia Caltagirone l'unico nome che esce fuori è il mio. Evidentemente gli altri o sono protetti, opppure sono nomi che non fanno cronaca.»

Chi sono gli amici di Caltagirone?  

«Sono tanti. Ecco, io con Gaetano sono sempre andato d'accordo tranne quando ha insistito tanto per avere il cavalierato del lavoro e quando si è fatto il jet personale. Insomma! Un po' di decenza: due fratelli, due jet.»

Parlavamo degli amici di Caltagirone.  

«Ah, sì. Dunque, Gaetano ha voluto per forza fare una grande festa a casa sua, per inaugurare la casa. Anche lì non m'è piaciuto, ha voluto strafare: c'erano tutti. Ministri e politici di primissimo piano, il fior fiore dei magistrati, giornalisti di grido e i comandanti dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.»

E poi?  

«E poi non mi ricordo. Ma a casa di Gaetano trovavi la gente più diversa e di diversa estrazione politica. Insomma, allora Caltagirone non faceva schifo a nessuno e credo che neppure i suoi soldi, facessero schifo, a giudicare ~ecorrenti della DC che finanziava.»

Lei ha detto che il suo nome è uscito fuori per una sorta di congiura. Adesso lei chiama in causa dorotei, fanfaniani, Forze Nuove. E poi che cosa succederà?  

«Niente: se la faccenda di Caltagirone si chiuderà così, con una composizione bancaria, allora vorrà dire che soltanto io avrò avuto una pubblicità negativa. Ma se il procedimento della bancarotta andrà avanti, allora anche tutti i prestanome usciranno fuori e dai prestanome si arriverà direttamente ai destinatari. Ma io mi auguro, nell'interesse di Caltagirone e delle banche creditrici, che si possa trovare un punto d'incontro. La sua è una bancarotta per modo di dire, perché non ha lasciato dietro di sé soltanto debiti, ma anche palazzi, immobili che hanno un valore. Comunque in me resta 1'amarezza di un'Italia delle mezze verità e delle compiacenti coperture.»

 

 
[19-02-2010]

 

 

 

“CLANDESTINO”?!? MA chiamatelo "glande-stino"! - SOTTO AL “CAMPANILE” DI MASTELLIANA MEMORIA SI CELA L’ENNESIMA AVVENTURA DELL’IMPRENDITORE DI “DIECI”, IL QUOTIDIANO SPORTIVO FALLITO – LA COOPERATIVA di fabo caso OTTIENE I SOLDI DEL DEFUNTO UDEUR, MA QUALCOSA NON FUNZIONA: PARENZO E DIACULO FUGGITI DALLA DIREZIONE, LIQUIDITÀ NON CONFERMATE IN NICARAGUA E L’ABITUDINE DI COMPRARE E “SALVARE” TESTATE IN DIFFICOLTÀ…

Alfredo Faieta per " Il Fatto Quotidiano"

Managua o Ceppaloni poco importa se si tratta di business. A Giandomenico e Fabio Caso, padre e figlio editori del giovanissimo quotidiano Il Clandestino, la fine dell'Udeur di Clemente Mastella è parsa subito una grossa opportunità economica, più che la disfatta di un progetto politico. Fatti due conti, con i sodali Ambrogio e Luigi Crespi (il sondaggista che ispirò il "contratto con gli italiani" di Silvio Berlusconi), non si sono fatti sfuggire l'affare.

 

Ovvero l'acquisto della cooperativa editrice de Il Campanile Nuovo, già organo del partito di Mastella che nel 2008 aveva incassato 1,15 milioni di euro circa di finanziamento pubblico per l'editoria, riferibili al 2007. E che anche nel 2009 sarebbe passata alla cassa, dato che il finanziamento all'editoria è stato confermato (sul 2010 ci sono ancora incertezze). Ma allo stesso Mastella, una volta sfumato quel progetto politico, anche quel chiacchieratissimo l'organo di stampa non sarebbe più servito .

 

I FINANZIAMENTI
Al Clandestino, 25 mila copie di tiratura dichiarate da Fabio Caso, che si occupa dell'amministrazione della società, i soldi del finanziamento facevano invece gola, almeno stando alle voci alle voci che si raccolgono tra coloro che sono transitati per il quotidiano. D'altronde la diffusione già allora probabilmente non brillava, sia per l'oggettiva difficoltà di trovarlo in edicola, sia per l'evidenza dei tanti resi che proprio gli edicolanti notificavano e notificano ancor oggi. Se la necessità impellente era la liquidità, il Campanile era la risposta più veloce a disposizione.

Detto fatto, se non fosse per un particolare: i giornalisti del Clandestino sarebbero dovuti diventare essi stessi soci della nuova società, dato che per continuare a ricevere il finanziamento la nuova entità nata dalla integrazione sarebbe dovuta restare una cooperativa di giornalisti.

 

Un passaggio che sembra non sia piaciuto a Pierluigi Diaco, l'ultimo direttore della testata che dopo neanche un mese di conduzione del giornale si è dimesso lasciando dietro di sé solo uno scarno comunicato nel quale si accenna a differenti vedute circa lo sviluppo e la gestione del progetto. Prima di lui anche David Parenzo, il primo direttore della testata, aveva fatto le valigie dopo tre mesi di reggenza: due direttori fuggiti dopo neanche sei mesi è un record anche per la malconcia stampa italiana.

 

IL PRECEDENTE
Ma forse c'è qualcosa in più nella scelta dei due ex direttori di abbandonare il giornale velocemente. La storia dei Caso come editori non è costellata di successi. Al contrario, sembrano essere più le ombre, a partire dal fallimento del quotidiano Dieci, partito nel 2007 con a fianco dei Caso l'editore Alberto Donati, e Ivan Zazzaroni alla direzione.

Una trentina di giornalisti, alcuni dei quali alla prima esperienza, che hanno visto sfumare tutto dopo appena tre mesi di uscite, stipendi pagati in forte ritardo, il fallimento dell'editrice Dieci, dove gli avvocati che avevano presentato in tribunale i decreti ingiuntivi relativi ai crediti vantati dai dipendenti, non hanno trovato nulla. Liquidità e attività inesistenti, e impossibilità di soddisfare i creditori.

 

D'altronde, a sentire Donati, le disponibilità finanziarie che i Caso avrebbero dovuto apportare per sostenere il progetto si sono rilevate evanescenti. Due milioni di euro in obbligazioni del Nicaragua, la cui capitale è Managua dove avevano sede due società riferibili ai Caso, la Mediterranea sa e al Centrale America adventures sa.

Le obbligazioni sono risultate poi senza valore ad una verifica prodotta dal Monte dei Paschi, e sono state alla base della decisione dello stesso Donati di abbandonare la società. Le accuse per la verità sono reciproche, perché Fabio Caso ha riferito al Fatto Quotidiano di aver perso nel progetto, per una cattiva gestione proprio di Donati, 2,3 milioni di euro, causando un buco complessivo ben sette milioni di euro. Nel mezzo la rabbia dei giornalisti e dipendenti, beffati nonostante i nomi altisonanti alla direzione e Roberto Baggio come testimonial, anch'esso in causa per centinaia di migliaia di euro.

 

VERSO IL ROMANISTA.
Anche l'avventura con i periodici acquistati da Peruzzo editore è finita, per il momento, in tribunale. Dallo storico editore italiano, i Caso hanno acquistato il settimanale DiTutto, e i mensili Top Salute e La Mia Casa , in difficoltà, per 1,5 milioni di euro.

Soldi pagati solo in parte perché ritenuti eccessivi rispetto al valore delle testate. Non solo: la principale finanziaria dei caso, la Hopit controllata dalle due società nicaraguensi che Caso ha dichiarato di avere ora dismesso, è fallita dopo un'ingiunzione di pagamento di 35 mila euro nonostante dichiarasse un capitale versato di 50 milioni di euro.

Circola un rumor ultimamente: ovvero che i Caso siano interessati al quotidiano sportivo il Romanista, in difficoltà. E la battuta che fanno alcuni dei suoi dipendenti è questa: "Allora non è proprio un caso".

[19-02-2010]  

 

 

È LOTITO O NON È LOTITO? – SETTEMBRE 2005, UN SIGNORE ESCE DALL’AUTO GRIGIA CON LAMPEGGIANTE E SCAGLIA A TERRA IL CELLULARE DI UNA DONNA CON LA QUALE HA AVUTO UN INCIDENTE – LEI PRENDE LA TARGA: È L’AUTO DEL PATRON DELLA LAZIO – OGGI SI VA A PROCESSO (SONO PASSATI OLTRE 4 ANNI!) E IL PRESIDENTE PRESENTA I SUOI TESTIMONI: “ERA ALTROVE” – MA UN MOTOCICLISTA RICONOBBE LOTITO (SARÀ STATO ROMANISTA?)…

Da "Il Messaggero"

Avrebbe strappato il telefonino dalle mani di una donna scagliandolo in terra, al termine di una discussione nata in seguito ad un incidente stradale.

Una prepotenza che avrebbe commesso la sera del 29 settembre del 2005 il patron della Lazio, Claudio Lotito, per finire sotto processo solo adesso, con l'accusa di violenza privata. E ora, a distanza di cinque anni, il presidente della società biancoceleste si difende - testimoni alla mano - sostenendo di non essere mai stato coinvolto nello scontro avvenuto la sera del 29 settembre del 2005 alle 19.00 sul raccordo anulare all'altezza dell'uscita della Magliana.

Lui a quell'ora si sarebbe trovato a Formello per discutere di vicende societarie. E a confermare le sue parole sono intervenuti, davanti al giudice monocratico Elena Scozzarella, tre testimoni che hanno affermato di aver visto il presidente nella sede della società all'ora dell'incidente. Si tratta del suo autista, del direttore amministrativo della Lazio, Marco Cavaliere, e del vice presidente consigliere di sorveglianza dell'epoca, Sergio Scibetta.

«E' un banale errore, un equivoco - afferma l'avvocato Gian Michele Gentile, difensore di Claudio Lotito - Forse la signora deve aver preso un numero di targa sbagliato».

Eppure non era ancora buio alle 7 di sera di quel 29 settembre, quando la donna, che stava per imboccare uno svincolo per la Magliana, sente nettamente l'urto sulla parte posteriore della sua vettura. Secondo il racconto della signora, rappresentata dall'avvocato Fabio Sanandrea, dopo l'impatto la signora si avvicinò alla macchina grigia con il lampeggiante sul tetto per chiedere di compilare un Cid e chiudere amichevolmente la faccenda.

A quel punto sarebbe sorta una discussione e quando la signora pensò di chiamare qualcuno, dalla vettura sarebbe uscito l'uomo seduto nel sedile posteriore che, pieno di rabbia, avrebbe afferrato il cellulare della signora scagliando in terra. A quel punto i due uomini sarebbero rientrati in auto andando via.

La scena avvenne davanti ad un motociclista, che si era fermato pensando che ci fosse bisogno di soccorso. E che confermò alla signora che l'autore del gesto era proprio il presidente della Lazio, Claudio Lotito. Di lì la decisione di rivolgersi alla magistratura.

[18-02-2010]

 

 

 

FIAMME GIALLE, LA VENDETTA DI POLLARI E SPECIALE - FRA QUALCHE GIORNO, PARTITà UN VERTIGINOSO WALZER DI NOMINE gdf CHE VEDE IN PRIMA FILA ALCUNI FEDELISSINI DEI DUE GENERALI DEFENESTRATI: CARBONE ALL'INTELLIGENCE, BURATTI ALLE OPERAZIONI - "DEMINUTIO" PER Andrea De Gennaro, fratello dell'ex capo della polizia Gianni, ora nei servizi segreti alla guida del Dis, CHE perde il comando provinciale di Roma...

Stefano Sansonetti per "Italia Oggi"

È questione di giorni. Di certo quello che sta per partire è un vorticoso valzer di poltrone alla Guardia di Finanza. A essere interessato è un drappello di generali, tutti pezzi da novanta delle Fiamme Gialle. Le caselle, in questi momenti, sono in via di definizione. Ma lo scenario che sta emergendo, e che "ItaliaOggi" è in grado di anticipare, di fatto porta alla ribalta Nicolò Pollari, ex capo del Sismi e generale della Gdf (coinvolto nelle inchieste sull'archivio Sismi e sul rapimento di dell'imam Abu Omar), e Roberto Speciale, oggi deputato del Pdl e comandante generale del corpo fino al giugno del 2007, quando venne sostituito da Cosimo D'Arrigo (dopo un braccio di ferro con l'allora viceministro dell'economia, Vincenzo Visco, che approdò anche sul tavolo della procura).

I cambiamenti su cui si lavora, in effetti, sembrano destinati a far salire alcuni fedelissimi dei due generali.

Tra gli spostamenti in cantiere spicca quello di Michele Carbone, già capo della segreteria di Speciale e teste d'accusa nei confronti di Visco, al quale all'epoca vennero imputate pressioni sullo stesso Speciale per azzerare i vertici della Gdf in Lombardia. Ebbene Carbone, che oggi è capo ufficio del comandante generale, andrà a guidare lo strategico II reparto, quello da cui dipende tutta l'intelligence. Qui, se l'operazione andrà in porto, prenderà il posto di Renato Russo.

Altro movimento importante dovrebbe riguardare Bruno Buratti, attualmente capo ufficio di Nino Di Paolo, comandante in seconda della Gdf, particolarmente stimato da Pollari. Buratti prenderebbe il posto di Giuseppe Vicanolo al comando del III reparto operazioni.

Una poltrona di rilievo è in serbo anche per Vito Augelli, che oggi dirige il nucleo di polizia tributaria di Roma e che in passato ha ricevuto la bellezza di 16 encomi da Speciale. Augelli si dovrebbe sistemare a capo del V reparto relazioni esterne e comunicazione, ora guidato da Rosario Lorusso.

Quest'ultimo, che Visco rimosse dal nucleo regionale Lombardia della polizia tributaria, è in predicato di andare a dirigere l'Accademia di Bergamo. Novità in arrivo anche alla Scuola di polizia tributaria. In pole position per la sua direzione è Giorgio Toschi, che ora guida il comando regionale della Toscana.

Alla Scuola Toschi subentrerebbe a Saverio Capolupo, mentre il comando regionale della Toscana è destinato a Vicanolo, come detto in uscita dal III reparto operazioni. Spostamento in vista anche per Fabrizio Carrarini, che ha lavorato proprio con Vicanolo al III reparto e che è destinato alla guida degli affari giuridici e legislativi della Fiamme Gialle.

Tra i vari spostamenti sembra prepararsi qualche «deminutio». Andrea De Gennaro, fratello di Gianni De Gennaro (ex capo della polizia e ora nei servizi segreti alla guida del Dis), sta per perdere il comando provinciale di Roma. Sembra che per lui si stia pensando a un corso annuale di qualificazione. Si tratta di una procedura che sulla carta dovrebbe preludere all'assegnazione di un incarico di prestigio, ma di fatto la lettura che se ne dà è del tutto diversa.

Al suo posto, a Roma, è in procinto di arrivare Ignazio Gibilaro, ora a capo del comando provinciale di Catania. Gibilaro, molto stimato da Pollari, anni fa condusse anche un'indagine sul leader dell'Idv, Antonio Di Pietro. Destinato a perde terreno anche Giovanni Mainolfi, già vicecapo di gabinetto del ministro dell'economia, Giulio Tremonti (prima che l'incarico venisse ricoperto dal generale Vincenzo Delle Femmine). Anche per Mainolfi, che oggi guida il comando provinciale di Napoli, si prepara un corso di qualificazione.

Dettaglio non secondario: le nomine stanno passando per le mani di Giuseppe Zafarana, oggi alla guida del reparto della Gdf che si occupa di personale e in passato capo dell'ufficio di Speciale.

[18-02-2010]

 

 

 

MILANO CONNECTION – LA TELECAMERA UTILIZZATA DALL’IMPRENDITORE BASSO PER INCASTRARE PENNISI ERA DEL FOTOGRAFO CHE SCATTÒ LA FOTO DI LAPO SOTTO CASA DI UN TRANS (E CHE NON FU MAI PAGATO) – PUO’ ESSERE STATO IL PAPARAZZO DI RICATTOPOLI A “SPINGERE” BASSO AD ANDARE IN PROCURA VISTO CHE AVEVA LE IMMAGINI?...

Antonella Mascali per "il Fatto Quotidiano"

 

Resta in carcere Milko Pennisi, l'ormai ex presidente della commissione urbanistica del Comune di Milano e consigliere del Pdl. Arrestato subito dopo aver preso una mazzetta, secondo il gip Luerti - che ha convalidato l'arresto per concussione - deve rimanere a San Vittore perché può inquinare le prove.

Ritiene che potrebbe aver chiesto tangenti anche ad altri imprenditori, oltre a Mario Basso, che lo ha denunciato: "Non appare completamente affidabile quando afferma di essere stato colto nella flagranza dell'unico delitto commesso. L'insieme delle circostanze evidenziate rivela piuttosto la necessità di proseguire le indagini... che l'atteggiamento ambivalente dell'indagato mette obiettivamente in pericolo". Pennisi ha cercato di convincere gli inquirenti che i soldi a Basso (che ha fatto da esca per farlo arrestare), non li ha chiesti lui, ma glieli ha offerti l'imprenditore. Insomma non ci sarebbe stata la concussione.

 

Ma il gip, invece, ha creduto a Basso, che ha rivelato come Pennisi abbia giustificato la tangente per sbloccare la sua pratica edilizia: era necessario "essere riconoscenti" a 2, 3 membri della commissione su cui poteva contare. Scrive il gip: "Non si comprende perché mai, dopo avere deliberatamente intrapreso una iniziativa illecita", l'imprenditore, "avrebbe dovuto incastrare il politico da cui aveva ottenuto un importante favore a buon prezzo, rischiando personalmente in modo inutile".

Dunque Basso è stata una vittima. Questa storia di mazzette - ha ricostruito "Il Fatto" - si intreccia con Lapo Elkann, suo malgrado, per via di un'agenzia di comunicazione legata alla vittima e per via del fotografo che gli presta la mini-telecamera "a bottone", che è tra i protagonisti dell'inchiesta su "Ricatto-poli". Mario Basso aveva rapporti d'affari con le agenzie di comunicazione "Rayproduction" e "Pinkopallino", il cui amministratore è Romano Berneri.

 

Per queste agenzie lavora dalla primavera all'autunno 2009 il paparazzo Fabrizio Pensa, detto "Bicio", accusatore dell'inchiesta milanese sui fotoricatti e imputato per estorsione a Torino, insieme a Fabrizio Corona, per la vicenda Trezeguet. Berneri e Basso, in buoni rapporti con il fotografo, tra settembre e ottobre gli chiedono in prestito la telecamera. Basso filma Pennisi mentre paga la prima mazzetta.

Poi restituisce la telecamera a "Bicio". Il fotografo vede il filmato e se ne "dimentica". Fino a quando, dicono fonti vicine alla difesa di "Bicio", il 26 gennaio "il Corriere della Sera" pubblica un'anticipazione di "Oggi" che intervista Fabrizio Corona e mostra le foto della Ferrari gialla di Elkann davanti alla casa milanese, a quanto pare, di una transessuale, acquistate per 10.500 euro. "Bicio" va su tutte le furie, perché quegli scatti li aveva fatti lui e un altro fotografo.

 

L'agenzia "Rayproduction" - dicono le stesse fonti - non gli aveva dato un soldo per la vendita del servizio. Il paparazzo, chiama Basso e gli dice che se non l'avessero pagato per quelle foto (20, 30mila euro, racconta l'imprenditore ai magistrati), avrebbe tirato fuori il video con Pennisi. Basso, che si è tenuto il filmato per 5 mesi, va in Procura, denuncia il politico e parla anche di "Bicio".

L'avvocato del fotografo, Carlo Maffeis, ci dice che non c'è stata alcuna tentata estorsione: "Il signor Pensa voleva portare il video ai carabinieri. Si è lasciato andare a qualche frase di troppo perché, per l'ennesima volta si è visto sottrarre dei soldi che gli spettavano per le sue foto". Dalla "Rayproduction", dopo l'arresto di Pennisi, "Bicio" ha ottenuto per le foto di Elkann 2.250 euro più iva.

[16-02-2010] 

 

 

"A FRA', CHE TTE SERVE?" - E' morto oggi, all'eta' di 80 anni, un arcitaliano: Gaetano Caltagirone - coinvolto nello scandalo Italcasse, il seguace dell'andreottismo senza limitismo (celebre la sua frase a Franco Evangelisti), dopo diversi anni di logoranti procedimenti giudiziari, nel 1988 cè l'assoluzione piena da ogni accusa, la revoca del fallimento ed il risarcimento dei danni...

(Adnkronos) - E' morto oggi, all'eta' di 80 anni, l'imprenditore Gaetano Caltagirone. Nel 1977, appena quarantottenne, Caltagirone venne nominato cavaliere del lavoro insieme a Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli. Poi pero' viene coinvolto in un'inchiesta giudiziaria, lo scandalo Italcasse, e l'8 febbraio del 1980 nei suoi confronti viene emesso un mandato di cattura a cui seguira' la revoca della onereficenza.

 

Seguono diversi anni di logoranti procedimenti che si concludono solo nel 1988 con l'assoluzione piena da ogni accusa, la revoca del fallimento ed il risarcimento dei danni. Caltagirone decide tuttavia di restare nella sua villa in Francia, tra la passione per la Roma e il tennis e l'amore per le figlie ed i nipoti. Solo pochi mesi fa lo Stato Italiano gli ha restituito, dopo 28 anni, il Cavalierato del lavoro.

 

[16-02-2010] 

 

 

Denis Verdini indagato (come dago-anticipato, oggi ore 18.10) - il potentissimo coordinatore del Pdl, nonché azionista de "Il Foglio", E' accusato di concorso in corruzione - Dalle intercettazioni nel rapporto dei Ros emergono i nomi dei parlamentari del Pdl Denis Verdini e Altero Matteoli - verdini nero: "Sono totalmente estraneo ai fatti"...

Alessandra Bravi per Corriere.it

Denis Verdini, coordinatore del Pdl, è indagato dalla procura di Firenze per il reato di concorso in corruzione nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti, imprenditori e Protezione Civile.

Lo ha reso noto lo stesso Verdini, aggiungendo di aver dimostrato la sua «più totale estraneità all'accusa» durante l'interrogatorio in procura. In serata infatti, Verdini era stato sentito dai magistrati per un'ora e mezzo.

 

Era andato accompagnato dal suo avvocato Marco Rocchi. Le telefonate dell'imprenditore toscano Riccardo Fusi della Btp (uno degli indagati) con l'onorevole Denis Verdini, oltre a una chiamata al ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli vengono riportate in un'informativa dei carabinieri del Ros di Firenze, che consta di oltre ventimila pagine, in parte pubblicate dal Corriere della Sera.

L'inchiesta sugli appalti, imprenditori e Protezione Civile coinvolge così anche i politici. Il nome di Verdini compare in molte intercettazioni nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti per i grandi eventi.

UN'ORA E MEZZO IN PROCURA - L'onorevole del Pdl è stato in procura un'ora e mezza, poi è andato via in auto; la vettura è uscita dal passo carraio della procura, davanti alla quale erano in attesa i giornalisti. Il parlamentare era arrivato negli uffici di viale Lavagnini poco dopo le 18.30, uscendone alle 20.10. Verdini era uscito poi senza fermarsi con i giornalisti su una Toyota Yaris partita a velocità piuttosto spedita.

 

IL COMUNICATO DI VERDINI - In tarda serata Denis Verdini ha poi scritto un comunicato dicendo di essere indagato: «Dopo aver letto che il mio nome compariva per fatti marginali nell'inchiesta condotta dalla procura di Firenze in merito agli appalti per le opere emergenziali affidate alla gestione della Protezione civile - scrive l'onorevole Pdl - e dopo aver saputo dai giornali che il mio telefono era stato intercettato indirettamente, per una serie di colloqui con gli indagati, uno dei quali, Riccardo Fusi, è un mio carissimo amico da molti anni, ho chiesto al mio avvocato di verificare i fatti presso la magistratura. In questo modo ho appreso di essere stato iscritto nel registro degli indagati per il reato di corruzione».

 

«SONO TOTALMENTE ESTRANEO ALLE ACCUSE» - «La vicenda che mi veniva contestata - ha aggiunto il coordinatore del Pdl - riguardava solo ed esclusivamente la segnalazione per la nomina di Fabio De Santis a Provveditore delle opere pubbliche per Toscana, Umbria e Marche. Ho quindi chiesto e ottenuto la disponibilità del procuratore della Repubblica di Firenze ad essere ascoltato quanto prima, cosa che è avvenuta nel pomeriggio di fronte ai pubblici ministeri Giuseppina Mione e Giulio Monferini, titolari dell'inchiesta, ai quali ho fornito serenamente e con la massima trasparenza le informazioni richieste, illustrando le motivazioni del mio intervento come unicamente riconducibili al tentativo di risolvere il problema del danno erariale conseguente all'appalto per la realizzazione della scuola Marescialli e carabinieri a Firenze. Ho quindi dimostrato - ha concluso Verdini - la mia più totale estraneità all'accusa».

 

IL PROCURATORE - Nelle stanze dei magistrati si era tenuto il più stretto riserbo per tutta la giornata. «Non intendo fare i nomi delle persone indagate, di nessuno». Così il procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi aveva risposto ai giornalisti che gli chiedevano se ci fossero politici indagati per l'inchiesta sugli appalti per le grandi opere. Quattrocchi aveva poi precisato che «da questo ufficio non esce una virgole, un foglio di carta. Tutto quello che esce non esce da questa procura, ma dai destinatari degli atti che ne fanno un uso di cui io non discuto».

 

I LEGAMI CON FUSI - Secondo la procura, Riccardo Fusi cercava l'aiuto dell'onorevole Denis Verdini, già esponente di spicco di Forza Italia e ora coordinatore del Popolo della libertà. Le telefonate tra lui e Fusi sono decine. In un'occasione - riferiscono gli investigatori - il deputato si vanta con l'imprenditore fiorentino di aver contribuito a far nominare Provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis, uno dei quattro finiti in carcere nei giorni scorsi. Il 3 marzo 2008, Fusi e Verdini parlano del «coinvolgimento in una comune operazione dell'imprenditore parmense Pizzarotti».

Il 28 marzo discutono invece di un'operazione bancaria condotta sul Credito cooperativo fiorentino, di cui Verdini è presidente. Il 24 aprile del 2008, parlando della composizione del nuovo governo Berlusconi, a Fusi che chiedeva se poteva stare tranquillo Verdini risponde di sì.

Ancora nell'estate 2008 Fusi sollecita a Verdini un incontro con Matteoli per discutere della scuola Marescialli di Firenze. Il 5 agosto Fusi parla direttamente con Matteoli: gli chiede se «ci si può vedere un minuto». La risposta di Matteoli è negativa perchè il ministro sta per andare in vacanza: «No, io me ne vado stanotte e torno il 27 a Roma».

[15-02-2010]

BIANCO, ROSSO E VERDINI - COME è RIUSCITO IL TOSCANACCIO DENIS VERDINI DA FIVIZZANO A SCALARE IL POTERE BERLUSCONISSIMO? - SEMPLICE, DICONO GLI 'ADDETTI AI LIVORI': BASTA POSSEDERE UN "COMPASSO" VELOCE E GREMBIULINO PULITO (Voci velenose DI MASSONERIA, SEMPRE smentite dal diretto interessato con l’annuncio di querele)...

Sergio Rizzo per il Corriere della Sera

 

Ricco, è ricco. Qualche anno fa Denis Verdini ha fatto irruzione con 846 mila euro nella top ten dei deputati più facoltosi guidata da Silvio Berlusconi, dietro a Nicolò Ghedini, Giulio Tremonti, Gaetano Pecorella... I fedelissimi, insomma.

Come abbia fatto a entrare nella guardia pretoriana del Cavaliere è presto detto. Ce lo ha portato il suo compaesano Sandro Bondi. Com'è andata ha spiegato lo stesso Verdini: un giorno del 2002 si sono ritrovati vicini di banco per una vicenda assolutamente fortuita.

Il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini l'aveva espulso dall'aula incolpandolo di aver votato anche per il suo collega di partito Sabatino Aracu. E quando è rientrato è finito al primo banco. Con il risultato che adesso Fivizzano, paese di 9.174 abitanti in Provincia di Massa Carrara, può vantarsi di aver dato i natali a ben due dei tre coordinatori del Popolo della libertà.

 

Entrare però è un conto, restarci un altro. E se Verdini non soltanto ci è rimasto, ma è diventato sempre più ingombrante, un motivo ci sarà.

I soprannomi si sprecano. Alberto Statera ha raccontato su Repubblica che lo chiamavano anche «il berluschino toscano » . Ma a quanto pare è più conosciuto come «il gioioso tagliatore di teste». Avendo l'ingrato compito di scremare candidature e poltrone, dentro il partito di Berlusconi non si è fatto molti amici, prima e dopo le elezioni. Almeno però, come ha detto lui stesso un giorno, è riuscito a mettere il cento dentro il dieci. Come ha fatto?

 

Semplice: usando l'edizione aggiornata e corretta del vecchio manuale attribuito al democristiano Massimiliano Cencelli, che per almeno trent'anni aveva regolato la lottizzazione, dai posti di governo agli strapuntini di sottogoverno. Ribattezzato, per questo, nientemeno che «manuale Verdini».

E pazienza se per quel manuale qualcuno che aspirava a un ministero s'è dovuto accontentare di un semplice posto da sottosegretario. Aggiungete che è stato l'inventore dei gazebo e ha dato un contributo fondamentale a far passare le liste bloccate, il meccanismo elettorale in base al quale deputati e senatori non sono eletti ma nominati, e capirete perché oggi Verdini per il Cavaliere sia imprescindibile.

C'è da dire che non veniva dal nulla. È l'editore dell'inserto toscano del Giornale della famiglia Berlusconi. Alla fine degli anni Novanta è diventato anche azionista al 15 per cento del Foglio di Giuliano Ferrara, una quota inferiore soltanto a quella del 38 per cento posseduta dalla moglie del premier Veronica Lario, al secolo Miriam Bartolini.

Da vent'anni, poi, è ai vertici del Credito cooperativo fiorentino di Campi Bisenzio. E a molti sarebbe passata la voglia, dopo quello che gli è capitato. Un'accusa di molestie a una cliente, dalla quale l'onorevole Verdini (nel 2001 era già deputato) è stato prontamente scagionato: i testimoni confermarono che si trovava in chiesa, a un funerale.

Soprattutto, però, dalla sua ci sono i meriti politici acquisiti sul campo. Perché quelli nessuno glieli può togliere. Certo, non si può dire che sia uno stakanovista di Montecitorio. Dall'inizio della legislatura ha marinato addirittura il 57% delle votazioni. Senza provare eccessivi rimorsi. «Non brillo per presenze», ha ammesso. Ma sul territorio è un vero mastino. A Siena, per esempio, ha scavato gallerie più abilmente di una talpa nel tentativo di far franare il potere diessino.

 

Quando il precedente sindaco ex Pci Pierluigi Piccini si è ripresentato nel 2006 contro il suo vecchio partito, con una lista civica che prendeva il nome del circolo culturale la Mongolfiera insieme all'ex capo del Sisde Vittorio Stelo, è corsa la voce che dietro di lui ci fosse proprio Verdini.

«Piccini, con Tremonti e soprattutto con Berlusconi, ha un obiettivo chiaro: scalare la città e il Monte dei Paschi», insinuava il segretario della Quercia Franco Ceccuzzi, futuro deputato. Piccini smentiva ma la voce correva. E più smentiva, più correva. Anche perché qualcun altro la lasciava correre.

Voci velenose, come quelle che lo indicavano come un personaggio legato ad ambienti della massoneria, anche queste smentite dal diretto interessato con l'annuncio di querele. Fra veleni e sospetti, il potere diessino alla fine ha retto. Ma nella rossissima Siena qualcosa il plenipotenziario azzurro ha portato comunque a casa.

Un posticino nella fondazione del Monte dei Paschi, ossia la scatola che controlla la grande banca senese, per Enrico Bosi, ex giornalista della Nazione ed ex consigliere regionale di Forza Italia. Se non ci fosse il manuale Verdini...

[16-02-2010] 

C’È CHI SI RICORDA NEI SACRI PALAZZI CHE FU UN TALE ANGELO BALDUCCI - ALLORA PROVVEDITORE ALLE OPERE PUBBLICHE DEL LAZIO - APPENA NOMINATO DAL CARDINALE CRESCENZIO SEPE “CONSULTORE” DELLA CONGREGAZIONE DI PROPAGANDA FIDE A CACCIARE LE 16 SUORE DI SAN PAOLO DALL’APPARTAMENTO CHE AFFITTAVANO IN VIA LIBERIANA - L’INTERA SCALA “A” DEL PALAZZO DIVENTÒ LA SEDE ROMANA DELLA COMPAGNIA DELLE OPERE (COMUNIONE & LIBERAZIONE) CHE ENTRAVA NEI LUOGHI PAGANDO UN AFFITTO INFINITAMENTE INFERIORE A QUELLO RICHIESTO ALLE SUORE: SI PARLÒ DI 5-7 EURO AL MESE BREAKING NEWS! LA COMPAGNIA DELLE OPERE HA LIBERATO ALLA CHETICHELLA L’APPARTAMENTO, PROPRIO IN QUESTI GIORNI, DANDO A TUTTI L’IMPRESSIONE DI UNA FUGA -

 

DAGO-REPORT
C'è chi si ricorda nei Sacri Palazzi che fu un tale Angelo Balducci -allora provveditore alle opere pubbliche del Lazio- appena nominato dal cardinale Sepe "consultore" della Congregazione di propaganda Fide a cacciare le Suore di San Paolo dall'appartamento del palazzo che le 16 suore, addette all'adorazione eucaristica nella Basilica di Santa Maria Maggiore, affittavano a Via Liberiana 17.

 

Nella loro cappella, dove Pio XII era stato ordinato sacerdote, il Beato Giacomo Alberione aveva fondato "L'Apostolato liturgico", benemerita istituzione ecclesiastica ancora presente in varie diocesi italiane. Con l'arrivo dell'amministrazione Balducci-Sepe, le suore furono avvertite che l'affitto avrebbe avuto un aumento siderale: si parlò di 25 mila euro mensili.

 

E di fronte alle loro perplessità, nei Sacri Palazzi qualcuno ricorda la gentilezza con la quale l'amministrazione Sepe-Balducci risolse i timidi ricorsi alle autorità superiori tentati dalle suorine: «o ve ne andate da sole, o ve ne andate con i carabinieri».

 

Nei sacri palazzi molti ricordano lo stupito silenzio con il quale venne accolta la notizia che, cacciate le suore, l'intera scala "A" del palazzo diventava la sede romana della Compagnia delle Opere che entrava nei luoghi pagando un affitto infinitamente inferiore a quello richiesto alle suore: si parlò di 5-7 euro al mese.

Nei sacri palazzi sono in molti ad aver riso per la seguente notizia: la Compagnia delle Opere ha liberato alla chetichella l'appartamento, proprio in questi giorni, dando a tutti l'impressione di una fuga. E ha lasciato non pagati gli ultimi sei mesi di pigione. Un altro effetto del "caso Balducci", gentiluomo di Sua Santità e consultore della congregazione di Propaganda Fide?

 

[16-02-2010] 

TROVATE UN LAVORO AL GIOVANE FIGLIO DI BALDUCCI – DA ANEMONE AD IMPRESE ACCUSATE DI MAFIA, È UNA GARA A RIMEDIARE 5500 EURO AL MESE PER IL RAMPOLLO TRENTENNE - “NON VOGLIO FARE BRUTTE FIGURE. DOBBIAMO MANTENERE LO STESSO STIPENDIO, PER GLI EQUILIBRI GENERALI" – IL CONFLITTO D’INTERESSE DI BERTO-RASO: COMPENSI AGGIUNTIVI PER OGNI NOMINA A COMMISSARIO E INCOMPATIBILITÀ TRA SOTTOSGRETARIATO E CAPO DELLA PC…

1 - DALLE IMPRESE ACCUSATE DI MAFIA 5500 EURO AL MESE A BALDUCCI JR...
Marino Bisso per "la Repubblica"

- Diego Anemone e Maudo della Giovampaola (Dal Giornale)

Neppure gli imprenditori in "odore" di mafia potevano permettersi il lusso di non pagare uno stipendio d´oro per un posto da apprendistato a Filippo, il figlio trentenne di Angelo Balducci. E anche Ezio Gruttadauria, costruttore di Caltanissetta, era pronto a mettere mano al portafoglio.

È l´8 settembre 2008 Ezio Gruttadauria telefona a Diego Anemone:

Ezio: «Ti volevo chiedere una cosa perché non voglio fare brutte figure. Una domanda tra me e te, però. Ma il giovane Filippo, siccome devo fare un passaggio dalle mie parti, come è retribuito da te?».
Diego:«Ma lui o la fidanzata?».

 

Ezio:«L´altra è già a posto».
Diego:«Lui ha un contratto da apprendistato

Ezio:«Però quello che volevo capire e non voglio fare brutte figure. Siccome lui mi ha detto dei numeri che non c´entrano che mi sembrano strani per quel tipo di contratto».
Diego: «Quanto ti ha detto lui?».

 

Ezio: «Credo 3000-3500»
Diego: «Tre va bene».

Ezio: «Più che altro capisci bene che non possiamo andare indietro, quanto meno dobbiamo mantenere...Almeno mantenere lo stesso stipendio anche se per una figura così giovane da noi qualche problema lo crea, non tanto per l´entità, quanto per gli equilibri generali...».

 

Il nome degli imprenditori Gruttaduria, all´inizio degli anni ´90, era al centro di un´inchiesta della Direzione Antimafia di Palermo che aveva trovato due numeri telefonici con l´indicazione «ingegnere Gruttadauria» sopra alcune rubriche sequestrate nell´ambito della maxi indagine sulla spartizione degli appalti pubblici in Sicilia sotto il controllo di Cosa Nostra. Proprio in questa inchiesta, assieme ad altri costruttori finiti in carcere, era stato indagato Dino Anemone, (poi prosciolto nel 2004), il padre dei due imprenditori romani Daniele e Diego Anemone "patron" del Salaria Sport Village.

 

«Il giovane Filippo», come è soprannominato nelle telefonate intercettate dai carabinieri del Ros di Firenze, prima di accaparrarsi un contratto sicuro come «assistente del sovrintendente, all´Accademia di Santa Cecilia» aveva guadagnato anche di più «fino a 5500 euro al mese solo per lavorare come apprendista presso la società Salaria Sport Village» il maxi impianto realizzato dal gruppo Anemome, sulle rive del Tevere.

 

Ma nell´inchiesta del Ros emergono anche i rapporti con i Casalesi. L´uomo chiave è Antonio Di Nardo, il funzionario del ministero delle Infrastrutture indagato per gli appalti del G8. «Nardo Antonio - clan Casalesi». È il titolo dell´informativa che riferisce d due note della direzione investigativa Antimafia di Napoli, una del 14 marzo 2003 e una dell´8 luglio 2003.

«La società "Soa nazionale costruttori organismo di attestazione spa" con sede a Sondrio è di fatto occultamente riconducibile a Antonio Di Nardo ».

Tra i soci della società figurano tra gli altri, il parlamentare del Pdl Paolo Russo e Giuseppe Mastrominico. «Quest´ultimo - scrivono i carabinieri - è cugino di Pasquale Mastrominico che, a sua volta, è cognato di Rachele Iovine, sorella del boss dei casalesi Antonio Iovine detto ‘o Ninno´». La Direzione antimafia di Napoli descrive anche i legami tra Antonio Di Nardo e Carmine Diana, titolare della "Impregica Costruzioni srl".

 

«Diana - si legge nell´informativa - è ritenuto legato al noto Francesco Bidognetti, esponente dei casalesi». E ancora: «Di Nardo è l´imprenditore che gestisce occultamente il ‘Consorzio Stabile Novus´, che ha sede a Napoli e che è associato alla ‘Opere Pubbliche e Ambiente Spa´ di Francesco Maria De Vito Piscicelli», l´imprenditore che rideva la notte del terremoto. Per i pm fiorenti, Di Nardo «fa anche da intermediario tra De Vito Piscicelli e un certo Rocco Lamino, per la restituzione di un prestito da usura di 100mila euro». Di Nardo, e Lamino, sono definiti in un´intercettazione dello stesso De Vito Piscicelli, «soggetti pericolosi. Da quella gente che è meglio che ci stai lontano. Se si sgarra è la fine...».

 

2 - QUEI COMPENSI AGGIUNTIVI AL COMMISSARIO E IL PD PUNTA IL DITO SUL CONFLITTO DI INTERESSI...
Da "la Repubblica"

Oltre 400 ordinanze di Protezione civile dal 2001 ad oggi. Molte delle quali hanno previsto la nomina di un commissario. In più di un´occasione lo stesso Guido Bertolaso. E al commissario è andato «quasi sempre» un compenso aggiuntivo. «Già oggi, anche grazie alle retribuzioni straordinarie, il capo della Protezione civile si è garantito una pensione da 1 milione di euro l´anno». Lo afferma il senatore pd Mario Gasbarri, per anni responsabile protezione civile per i Ds, ora al lavoro col suo gruppo a un dossier sulla «Bertolaso spa» che sarà presentato nei prossimi giorni.

 

Il paradigma della gestione degli ultimi anni sarebbe l´ordinanza con cui la presidenza del Consiglio, «su proposta del capo della Protezione civile, nomina commissario» lo stesso Bertolaso per la gestione in «emergenza» del Congresso eucaristico in programma ad Ancona dal 4 all´11 settembre 2011. E «per l´espletamento delle attività previste - si legge nell´ordinanza - al commissario è attribuito un compenso mensile lordo pari al 3,75 per cento del suo trattamento economico complessivo».

 

Secondo il Pd non sarebbe questa la sola ordinanza che preveda «extra». Il decreto legge sulla Protezione civile spa che ora il governo sta modificando, fissa in 330 mila euro l´indennità annua del vertice.

Ma non è solo una questione di retribuzioni. Il vicecapogruppo Pd al Senato, Luigi Zanda, torna sul Bertolaso che ieri su Repubblica ha sostenuto la compatibilità tra le sue due cariche (capo del dipartimento e sottosegretario), dal momento che lui non sarebbe sottosegretario alla Protezione civile.

«Ma secondo il decreto che la Camera sta esaminando e lo stesso sito della Presidenza del Consiglio - sottolinea il senatore pd - Bertolaso è sottosegretario alla Protezione civile in ambito europeo. E incompatibile lo è ai sensi della legge Frattini del 2004 sul conflitto di interessi», che all´articolo 2 vieta la concomitanza tra incarichi di governo e altri uffici pubblici. «Non a caso - fa notare Zanda - il premier ha inserito nel decreto una deroga in favore di Bertolaso»

 

 

[16-02-2010] 

 

 

 

DAI MASSAGGI AI MESSAGGI (IN CODICE) - A un certo punto, Bertolaso dice: “Sapesse quante volte ho detto no... a Bersani che da ministro mi chiedeva di organizzare il consiglio mondiale dell’energia... O a Di Pietro, che poi brontolava con me, che non lo accontentavo mai” - Un modo per lanciare due messaggi: guardate che io non solo sono stato l’uomo più vicino a Rutelli, ma anche l’interlocutore privilegiato del centrosinistra...

RIVELAZIONI A OROLOGERIA: PERCHÉ NON MOLLA? - IL CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE ADESSO, PARLA SOLO DEI SUOI RAPPORTI A SINISTRA. E, IL PD SI AMMORBIDISCE: L'OMBRA DELL'"ACCORDICCHIO"...

 

Luca Telese per "il Fatto Quotidiano"

Il borsino delle sue dimissioni, ormai, sale e scende con la velocità di un termometro. Due giorni fa giornata terribile, coronata dalla ricostruzione a tre voci (sia pure intercettate) delle serate al Salaria sport village, con tanto di particolari, bikini, ipotesi e preservativi. Ieri, invece, una tappa di assestamento. Guido Bertolaso dice ancora una volta che non vuole mollare.

"Ormai è solo questione di tempo - azzardava ieri, con il suo sorriso ineffabile Pasquale Laurito alias "Velina Rossa", vecchia volpe di Montecitorio - quando il suo padrone lo molla lui getta la spugna". Ma intanto fino a quel fatidico momento, sembra che il numero uno della Protezione civile intenda continuare a combattere, e mille segnali dicono che non si è ancora arreso. Su che cosa conta? Nella giornata di ieri si sono combinati molti indizi e un cambio di linea del Pd che danno adito a ipotesi diverse.

 

MESSAGGI IN BOTTIGLIA
Bertolaso arriva a Montecitorio di prima mattina, accompagnato dalla voce che farà un annuncio clamoroso. Entra in commissione (senza circuito chiuso) non rilascia dichiarazioni, e poi - una volta in seduta - parla.

 

Ma molto più delle sue parole dentro contano quelle consegnate all'intervista di Paolo Rumiz su Repubblica. Le parole che catalizzano l'attenzione di tutti gli addetti ai lavori, sono le staffilate "in codice". A un certo punto, infatti, Bertolaso dice: "Sapesse quante volte ho detto no... a Bersani che da ministro mi chiedeva di organizzare il consiglio mondiale dell'energia... O a Di Pietro, che poi brontolava con me, che non lo accontentavo mai".

GRAND COMMIS E CENTROSINISTRA
Qui bisogna fermarsi un attimo, per decrittare il messaggio. Bertolaso, che in queste ore viene dipinto come l'uomo-simbolo del governo Berlusconi cosa fa? Cita soltanto due ministri e - guarda caso - tutti e due di centrosinistra. Un modo per lanciare due messaggi: guardate che io sono un grand commmis d'etat che ha offerto i suoi servizi in modo bipartisan, e non certo una bandiera politica.

 

Ma anche: guardate che io non solo sono stato l'uomo più vicino a Francesco Rutelli, ma anche l'interlocutore privilegiato del centrosinistra. Secondo punto interrogativo. A chi lo sta lanciando questo messaggio in bottiglia Bertolaso? Ai magistrati? Al centrosinistra? O a qualcuno nel centrosinistra? Bertolaso sta cercando di capire se c'è lo spazio per un compromesso onorevole?

LA PALOMBELLI QUERELA
Prima di rispondere a questa domanda il quadro della rassegna stampa mattutina si chiude con un altro segnale. Qualcuno prova a tirare dentro l'inchiesta Barbara Palombelli. Il sospetto sulla first lady lo getta un articolo di Libero, dal titolo inequivocabile: "Lady Rutelli si raccomanda a Balducci per far assumere alcuni amici". Nel pomeriggio, su Dagospia, lo scambio di fendenti è deflagrante: "Ho querelato Libero", spiega con un sms laconico a chi scrive.

Dopodiché, sul sito di D'Agostino, ci mette il carico sopra: "Conosco e stimo Guido Bertolaso - ha dichiarato la giornalista in una nota - ma non ho mai frequentato i personaggi cui si fa riferimento su Libero con riferimento all'inchiesta in corso" . Il terzo colpo è per Walter Veltroni. Il nostro quotidiano (ma anche Il Giornale) rivela che nel fascicolone delle intercettazioni c'è anche il nome di Walter Veltroni, tirato in ballo in una disputa fra architetti: "Era tutto... a nostro favore. È arrivata la telefonata di Veltroni, eh! Capito?". Gli uomini del suo staff ribattono: "Non sappiamo di cosa si parli".

 

SCHIZZI A 360 GRADI
Ma è qui che il cerchio si chiude. In meno di 24 ore, diversi segnali hanno fatto capire che dal ventilatore dell'inchiesta Protezione civile possono arrivare schizzi a 360 gradi. Così si torna a quei due messaggi in bottiglia che il sottosegretario della Protezione civile ha consegnato a Repubblica. Molti diversi fra loro, per altro. Bersani è citato come uno che chiede e corteggia. Di Pietro come uno che rompe le scatole.

DI PIETRO: "NESSUN RAPPORTO"
Il leader dell'Italia dei Valori conferma a "Il Fatto": "Abbiamo avuto rapporti ufficiali quando io ero alle Infrastrutture. Cose come Buongiorno-e-buonasera, Nessuna simpatia, nessun rapporto personale, anche perché, come è noto, a lui piaceva fare le cose a modo suo, e a me a modo mio". E infatti, nelle sue dichiarazioni conferma la linea: "Bertolaso si deve dimettere".

ASCIA SOTTERRATA
E così, a ben vedere, resta quell'accenno al leader del Pd. Anche la posizione del suo partito, in queste ultime ore sembra cambiata. Due giorni fa, quando Fini ha derubricato il voto sul progetto della cosiddetta Spa c'è stato un cambio di intensità.

Luigi Zanda, che per giorni aveva chiesto le dimissioni (l'ultima volta lunedì sera, da Gad Lerner, all'Infedele) ieri sembrava avere cambiato passo. E interrogato rispondeva: "No, basta, di Bertolaso preferisco non parlare più. Ho detto di tutto, adesso taccio". Legittimo, per carità.

Ma se il vortice dell'inchiesta e i rapporti bipartisan di Bertolaso avessero ispirato ai protagonisti un piccolo meraviglioso inciucetto? Il Pd porta a casa una vittoria parlamentare, l'archiviazione del progetto nefasto della Spa, e intanto sotterra l'ascia di guerra contro Bertolaso. Solo i giornali di domani, e il termometro, potranno dire se può funzionare.

[17-02-2010]


THE DARK SIDE OF BERTOLASO STORY - MILIONI & GREMBIULONI, SULLA “CUPOLA DI FIRENZE” L’OMBRA DELLA MASSONERIA - LA GUERRA TRA LE PROCURE DI FIRENZE E ROMA E QUELLE “SOFFIATE” INTERNE - L’INCHIESTA PASSA A PERUGIA, ROMA BEFFATA. IL RUOLO DEL PM ACHILLE TORO...

1 - LA GUERRA TRA PROCURE E QUELLE "SOFFIATE" INTERNE
L'INCHIESTA PASSA A PERUGIA, ROMA BEFFATA. IL RUOLO DEL PM ACHILLE TORO
Rita Di Giovacchino per "il Fatto Quotidiano"

A Perugia. Gli atti delle varie inchieste sul "sistema gelatinoso" del Bertolaso-gate sono destinati a finire nello stretto imbuto della procura umbra. A partire dal processo Andreotti, da tempo su questo tribunale di provincia finiscono per rovesciarsi grandi indagini e grandi processi. Sempre per colpa del comportamento poco trasparente di un magistrato romano.

 

Questa volta si tratta di una soffiata, a risponderne è il numero due della Procura di Roma, Achille Toro, responsabile fino a pochi giorni fa di tutte le inchieste sulla Pubblica amministrazione, dunque supervisore degli atti di indagine sui Grandi appalti, dal G8 a La Maddalena, all'Unità d'Italia, fino ai Mondiali di Nuoto. La notizia non è ufficiale, ma il destino sembra già scritto.

Una decisione difficile da digerire per i magistrati fiorentini, costretti ad abbandonare l'inchiesta proprio nel momento in cui stava approdando ai piani alti delle Protezione civile. Quasi umiliante, per i pm romani che ieri hanno vissuto una cattiva giornata. In particolare Sergio Colaiocco e Assunta Cocomello che erano partiti di prima mattina portandosi carte da mostrare ai colleghi e anche qualche colpo messo a segno nelle ultime ore, come una perquisizione della Gdf nell'ufficio di Diego Anemone più volte visitato negli ultimi mesi dal Ros.

 

Forse un tentativo in extremis di dimostrare un certo attivismo. Invece le cose si sono messe subito male. Da un lato i pm toscani che non oppongono resistenza di fronte all'eventualità di abbandonare l'inchiesta, anzi appoggiano la tesi che il caso Toro trascina con sé l'intero malloppo. Poi il colpo gobbo.

Di fatto la Procura di Perugia ha subito aperto l'inchiesta sul caso Toro ascoltando i pm come "persone informate dei fatti", ovvero testimoni del comportamento presumibilmente illecito del procuratore aggiunto. Difficile sostenere che la parte più importante dell'inchiesta, relativa al G8, possa proseguire a Roma in un clima di veleni e sospetti, anche se Toro si è immediatamente dimesso dall'incarico. Il procuratore Ferrara fino a tarda sera ha tentato di svelenire il clima: "Abbiamo consegnato gli atti, sarà Perugia a decidere se ci sono o no connessioni".

 

Ma a Perugia la partita romana è data per persa. C'è un antefatto che trapela da Firenze e basta a spiegare la guerra sotterranea tra procure. All'inizio della scorsa estate un articolo di Fabrizio Gatti su "L'espresso" rivela che la Procura di Firenze indaga sull'abbandono dei cantieri del G8. E ciò, a quanto emerge dalle intercettazioni del Ros, crea notevole apprensione.

Diego Anemone telefona a Balducci, seguono contatti frenetici tra i carbonari della Ferratella, tesi a individuare il canale che possa offrire informazioni su quanto sta accadendo sul fronte giudiziario. Alla fine viene individuato in Edgardo "Edy" Azzopardi, vecchio amico di Toro, la persona giusta. Poco tempo dopo, anche la Procura di Roma si attiva presso i colleghi di Firenze per sapere cosa sta accadendo, offre la propria collaborazione.

Da Firenze nessun problema: "Abbiamo disposto delle intercettazioni, volete farle voi?". Va bene. Passano due o tre mesi, non succede niente. Il Ros procede per conto di Firenze monitorando tutti i contatti che accompagnano il tentativo di scoprire notizie sulle indagini che li riguardano. Subito si capisce che Azzopardi è in contatto con un "padre e con un "figlio".

 

Ancora un giro di telefonate ed è chiaro che si tratta di Achille Toro e del figlio Camillo. Il vecchio Azzopardi va spesso a trovarlo, preme per parlare direttamente con il magistrato. "No, papà lascialo perdere", scongiura il giovane che ha un problema di riconoscenza nei confronti dell'avvocato che gli ha trovato lavoro. Poi arrivano le telefonate con Toro che lo ringrazia del "formaggio" che gli ha mandato per Natale.

Il procuratore è sui carboni accesi, i congiurati nel frattempo scoprono di essere intercettati e decidono di comunicare via Skype. In una delle ultime telefonate il messaggio di Edy è chiarissimo: "Come va". "Eh ...piove... pesantemente... piove parecchio? "Madonna mia!!". "Piove tanto... speriamo che non ti piova dentro casa".

 

2 - MILIONI & GREMBIULONI, SULLA "CUPOLA DI FIRENZE" L'OMBRA DELLA MASSONERIA -

Rita Di Giovacchino per "il Fatto Quotidiano"

Il 5 marzo 2008 il commercialista palermitano Pietro Di Miceli telefona all'imprenditore toscano Riccardo Fusi. Non lo trova, ma appena il professionista torna allo studio si precipita a richiamarlo. "Professore... sono Fusi, la disturbo? Mi dica". Non si conoscono, a suggerire il nome di Fusi al commercialista è stato un imprenditore milanese, Mauro Mancini, amministratore unico della Multi Development.

 

Ma poco importa perché i due, lontani per età, ambiente, geografia cominciano a discutere di appalti, progetti, incontri politici come vecchi amici o almeno soci in affari. Fanno parte di uno stesso mondo, per Fusi non c'è necessità di chiedere al "professore" chi sia e perché mai si fosse rivolto a lui per proporgli la costruzione dell'aeroporto di Frosinone e un mega Centro di accoglienza a Roma o di appalti in Turchia e agganci a Bruxelles.

Da quel momento, per almeno un anno, non si perdono di vista e "poco importa che nessuno dei tanti progetti vedrà mai la luce", scrivono i carabinieri della sezione anticrimine di Firenze, perché il rapporto tra l'imprenditore toscano e il commercialista siciliano scava in profondità nella Cupola fiorentina degli appalti, di cui Fusi è protagonista, e ne rivela i legami obliqui.

 

Come emerge anche da altri capitoli delle 20 mila pagine delle informative del Ros che accompagnano l'ordinanza. Indagini ancora in atto che rischiano di coinvolgere altri funzionari e altri politici. Per quel che riguarda Miceli, più di 90 pagine, si va dal presidente della Provincia Lazio Francesco Scalia all'ex governatore Marrazzo.

Nessuno lo conosce, eppure il commercialista ha una storia che merita di essere raccontata. Il suo nome fu tirato in ballo da pentiti come Siino, Galliano, Anzelmo, motivo per il quale è stato più volte indagato per mafia, anche se poi è stato assolto. Un nome legato al periodo delle stragi e a quel "tavolino" dove si incontravano mafiosi e imprenditori per discutere di appalti.

Secondo Siino, Di Miceli era in rapporti d'affari con Raffaele Ganci, capo mandamento della Noce ed era stato quest'ultimo a chiedergli di presentare al commercialista tutti gli imprenditori del Nord "perché era in grado di intromettersi nell'assegnazione degli appalti e garantiva la messa a posto".

 

Ganci è uno dei boss condannati per la strage di Capaci. Lo scontro tra Siino e Di Miceli finì per innervosire Totò Riina che alla fine si schierò con Di Miceli. È sempre Siino a raccontarlo. Ma c'è di più. Nella lettera dell'"anonimo istituzionale" che dopo la morte di Falcone illustrò la strategia stragista della mafia, annunciando anche l'eliminazione di Borsellino e Ignazio Salvo, Di Miceli veniva descritto come tramite tra mafia, massoneria, ambienti politici ed imprenditoriali nella sua qualità di componente del Cesme e cavaliere dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro.

 

La massoneria. Ecco potrebbe essere questo il canale che lega il siciliano ai toscani. A quello strano consorzio che vede insieme l'imprenditore Fusi, il socio Bartolomei, il portavoce Leonardo Benvenuti, Denis Verdini ma anche i napoletani con il loro seguito di imprese in odor di camorra. Capofila Antonio Di Nardo, funzionario della Ferratella, legato a filo doppio con quel Rocco Lamino del prestito da 100mila euro a Francesco De Vito Piscicelli (quello che rideva la notte del terremoto).

Uno che se la faceva sotto solo a pensarci a Lamino, soprattutto da quando il tasso di interesse era salito dal 5 al 10%. Ebbene tutti costoro, manovrando protezioni politiche e promesse economiche, erano riusciti a far nominare Fabio De Sanctis Provveditore delle opere pubbliche in Toscana. Un miracolo. Il primo ad esserne stupito fu lui come si evince dalla telefonata alla moglie. "Silvia è fatta, fatta... fatta. Non era mai successo che un semplice funzionario fosse nominato Provveditore. Mai"

[17-02-2010] 

 

 

 

a ciascuno il suo (Dopo Silvio, 10 domande a d'alema) - Perché, una volta al governo, non avete regolamentato il conflitto d´interessi? - Perché non c´è un reale interesse e capacità nell´usare i nuovi media? - Avete un Obama capace di sfidare Berlusconi in carisma e popolarità, ma di creare una visione un sogno per gli elettori? - Quali sono i vostri principali valori politici al di là dell´antiberlusconismo?...

La Repubblica

Dieci domande all´opposizione. Sulla scia delle dieci domande presentate l´estate scorsa da Repubblica a Berlusconi, un convegno di italianisti, accademici e giornalisti britannici lancia un decalogo al centro-sinistra italiano. L´idea nasce dalla conferenza "Berlusconi e oltre: prospettive per l´Italia", organizzata ieri a Birmingham da Geoff Andrews, italianista della Open University. Molti i partecipanti, tra cui Bill Emmott, ex-direttore dell´Economist, che sta scrivendo un libro sul nostro paese.

 

Ed ecco la lista delle domande, stimolo alla ricerca di una via d´uscita dalla crisi italiana. 1) Quali sono i vostri principali valori politici al di là dell´antiberlusconismo? 2) Perché quando avete avuto l´opportunità di governare non avete regolamentato il conflitto d´interessi? 3) Che visione avete della società italiana del futuro e per quale tipo di giustizia sociale vi schierate? 4) Quale è la vostra visione della globalizzazione e come vedete l´Italia in essa?

 

5) Come pensate di aumentare le possibilità dei giovani e che risposta date alla lettera di Celli che invitava il figlio a lasciare l´Italia? 6) Sarete in grado di apportare serie riforme in termini di numero dei parlamentari, immunità legali, costi della politica? 7) E´ possibile che l´inesistenza di un governo ombra comunichi agli elettori l´assenza di un governo alternativo e quindi la non presenza di un´opposizione ufficiale in Italia?

8) Perché non c´è un reale interesse e capacità nell´usare i nuovi media? 9) Se aveste un miliardo di euro di risorse extra, come le utilizzereste? 10) Avete un Obama capace di sfidare Berlusconi in carisma e popolarità, ma di creare una visione un sogno per gli elettori? Ora Andrews aspetta le risposte.
(e.f.)

 

[14-02-2010] 

 

 

TUTTI SPUTTANATI, TUTTI CRIMINALIZZATI, TUTTI NELLA MERDA! - BARBARA CONTRO 'LIBERO': "STIMO BERTOLASO MA MAI FREQUENTATO QUEI PERSONAGGI" - PAOLO PALOMBELLI, FRATELLO, CONTRO 'REPUBBLICA': "MAI AVUTO COMPENSI DA ANEMONE" - "LIBERO" MA SOPRATTUTTO IGNORANTE COME UNA CAPRA! VOLETE SAPERE CHI è L'"AMICO RACCOMANDATO" A BALDUCCI DA LADY RUTELLI? è MARCO DELOGU, UNO DEI PIù PRESTIGIOSI ARTISTI DELLA SCENA INTERNAZIONALE (ULTIME MOSTRE: AL WARBUG INSTITUTE DI LONDRA E RETROSPETTIVA ALL'ACCADEMIA DI FRANCIA DI VILLA MEDICI!)

 

1 - BARBARA PALOMBELLI CONTRO 'LIBERO': STIMO BERTOLASO MA MAI FREQUENTATO QUEI PERSONAGGI
(ANSA) -
La giornalista Barbara Palombelli ha dato mandato al suo legale di fiducia "di tutelare la sua immagine gravemente diffamata dal quotidiano Libero con un titolo in prima pagina e un articolo all'interno, in ogni sede, penale e civile". "Conosco e stimo Guido Bertolaso - ha dichiarato la giornalista in una nota- ma non ho mai frequentato i personaggi cui si fa riferimento su Libero con riferimento all'inchiesta in corso".

 

2 - PAOLO PALOMBELLI CONTRO REPUBBLICA: MAI AVUTO COMPENSI DA ANEMONE
(ANSA) -
Il commercialista Paolo Palombelli, cognato del senatore Francesco Rutelli, ha annunciato che intende procedere nei confronti del quotidiano 'Repubblica' per essere stato "arbitrariamente associato - si legge in una nota diffusa dal suo legale Titta Madia - alla 'cricca' del signor Anemone", l'imprenditore arrestato per i presunti illeciti legati al G8 della Maddalena.

 

"E ciò - prosegue la nota - sulla base di intercettazioni telefoniche, irrilevanti penalmente e illegittimamente propalate. Per questo ho dato incarico al mio avvocato di procedere nelle sedi competenti per la offensività della notizia e l'abusività della pubblicazione di telefonate insignificanti e assolutamente ordinarie per la mia professione di commercialista. Intendo inoltre sottolineare che non ho mai avuto, dal predetto Anemone, alcun compenso economico".

)

2 - E LADY RUTELLI SI RACCOMANDA A BALDUCCI PER FARGLI ASSUMERE ALCUNI AMICI
Roberta Catania per "Libero"

Un anno per uno, un amico a testa e ciascuno con il proprio metodo. Marito e moglie si muovevano con approcci differenti, ma avevano il medesimo obiettivo: raccomandare l'assunzione di una persona cara. Nel dossier sugli appalti delle Grandi opere ci sono anche Francesco Rutelli e Barbara Palombelli, ex premier lui e nota giornalista televisiva lei, entrambi risucchiati dal vortice delle intercettazioni della procura di Firenze.

 

La «segnalazione» dell'ex ministro dei Beni culturali arriva tramite Ilaria (forse una collaboratrice), che contatta l'inge - gnere Angelo Balducci. Lo scopo è di «ricordare » al presidente del Comitato superiore lavori pubblici il nome di un «fotografo da far lavorare», stando a quanto scrivono gli inquirenti.

La donna, che il 2 febbraio 2009 telefona da un'utenza intestata alla sede romana de La Margherita, esordisce con una presentazione inequivocabile: «Ingegner Balducci, Francesco mi chiedeva di contattarla perché ha ricevuto una comunicazione da parte di un fotografo che aveva presentato. Non so... (inc) e dice che comunque s'è tutto bloccato e chiedeva appunto come la cosa potesse in qualche modo andare avanti...».

 

Balducci ricorda bene la "pratica" cal - deggiata dal suo ex capo. «Guarda ti dico subito», risponde infatti a Ilaria, «la settimana prossima si riprende con una riunione proprio sugli Eventi, quindi io ce l'ho ben presente questa del fotografo. Insomma... che è un artista, Marco De Logu, e quindi sarà cura mia proprio riprendere i contatti con lui. Informo anche te, ovviamente, però sappi che insomma era ben, diciamo, ben messo in evidenza».

Ilaria se ne compiace e conclude: «Bene, mi faccia sapere, così lo riferisco a Francesco». È invece diquasiunanno prima l'intervento della moglie di Rutelli, che la sera del 14 maggio 2008 invia un sms a Vincenzo Spadafora (appartenente alla segreteria del marito, all'epoca senatore) affinché il collaboratore si faccia da tramite con il solito Balducci. E lui non perde tempo, tanto che appena ricevuto l'sms dalla telegiornalista, ne invia uno al funzionario della Protezione civile.

«Ti giro un sms appena arrivatomi dalla Palomb.», annuncia sinteticamente Spadafora. E infatti, «dopo solo 40 secondi», sottolinea la procura, segue il testo: «Il famoso contratto di Luca Imperiali non è stato ancora mai firmato. Ci dobbiamo preoccup.?». Il significato del messaggio è abbastanza esplicito, dunque Balducci delega Fabio De Santis a fare una telefonata per tranquillizzare la signora Rutelli attraverso il tramite che lei stessa aveva scelto.

 

«Vincenzo, sono De Santis», si presenta quindi il numero due dei cantieri, «senti volevo avvisarti di quella cosa di Luca (...) che sono 4 da 10 ognuno... e che domani ne sottoscrive 3 dei 4. Il capo mi ha pregato di mandarti 'sto messaggio. È tutto secondo i piani, insomma».

Spadafora non coglie appieno il proprio ruolo di intermediario, tanto da distaccarsi per un attimo dalla vicenda: «Ah bè», è la prima reazione, «ma io manco so chi è lui, io ho mandato a Angelo un sms perché mi è arrivato da un'altra persona».

Poi forse ci riflette e capisce che l'interlocutore gli sta chiedendo di far tornare la lieta novella al mittente e, perciò, Spadafora conclude: «Va bene, mando un messaggio a lei».

 

È comunque ricercato Spadafora, tanto che lo vorrebbe come tramite per arrivare a Rutelli anche Diego Anemone. Infatti l'imprenditore chiama Paolo Palombelli per avere il nuovo recapito del segretario di fiducia. Nel 2008, Paolo, «cognato del senatore», come scrive il pm, contatterà due volte l'uomo d'affari finito in carcere. In quale veste, però, non è stato chiarito.

3 - CHI È MARCO DELOGU (AD USUM DI ROBERTA CATANIA DI "LIBERO")
Da www.marcodelogu.com -
Marco Delogu è nato a Roma, dove vive e lavora, nel 1960.
La sua ricerca si concentra su ritratti di gruppi di persone con esperienze o linguaggi in comune.

Negli ultimi anni i suoi progetti si sono maggiormente concentrati sulla natura, nelle differenti declinazioni di un'attenzione che si sposta dall'uomo a ciò che lo circonda.
Ha pubblicato oltre venti libri. Ha esposto in Italia e all'estero (Accademia di Francia,Villa Medici a Roma, Galleria Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Palazzo delle Esposizioni a Roma, Warburg Institute a Londra, Henry Moore Foundation a Leeds, IRCAM, Centre George Pompidou a Parigi, Museé de l'Elysee a Losanna, PhotoMuseum, Mosca; ecc.).

 

Nell'autunno del 2008 si è svolta all'Accademia di Francia Villa Medici, una sua grande retrospettiva dal titolo "Noir et Blanc".
Il 18 febbraio 2010 alla Randall Scott Gallery di New York, si apre la sua personale, mentre il 16 marzo lo Studio Stefania Miscetti, Roma, presenterà il suo lavoro dal titolo "Soli Neri".

 

Affianca all'attività di fotografo, quella di editore e curatore di mostre. Nel 2002 ha ideato FotoGrafia, festival internazionale di Roma di cui è il direttore artistico. Nel 2003 ha fondato la casa editrice Punctum.

Come curatore ha all'attivo oltre 50 mostre con i nomi più importanti della fotografia mondiale, quali Josef Koudelka (Mercati di Traiano, Roma 2003), Sally Mann (Galleria Karsten Greve, Parigi 2004) Olivo Barbieri (Mercati di Traiano, Roma 2004), Don McCullin (Mercati di Traiano, Roma 2004), Anders Petersen (Musei Capitolini, Roma 2005), Martin Parr (Musei Capitolini, Roma 2006), Graciela Iturbide (Tempio di Adriano, Roma 2007), Guy Tillim (Palazzo delle Esposizioni, Roma 2009), Lee Miller (Scuderie del Quirinale, Roma 2009) e molti altri.

[16-02-2010] 

 

 

Le emergenze d´oro, in Italia, non finiscono mai (come funziona il sistema "gelatinoso") - La protezione civile è una multinazionale da 700 dipendenti che nei nove anni sotto la guida del suo potentissimo capo-dipartimento ha gestito dieci miliardi - dagli scavi di Pompei ai festeggiamenti per il 400esimo anniversario della nascita di San Giuseppe da Cupertino, dalle piscine dei mondiali di Nuoto fino la riesumazione delle sacre spoglie di Padre Pio...

Ettore Livini per la Repubblica

 

Emergenza continua. Per L´Aquila - devastata dal terremoto - come per le bufale campane ammalate di brucellosi. Per la drammatica esplosione di un vagone carico di gas alla stazione di Viareggio ma anche per il Congresso europeo delle famiglie numerose o per le regate della Louis Vuitton Cup. La protezione civile dell´era Bertolaso è una multinazionale da 700 dipendenti che nei nove anni sotto la guida del suo potentissimo capo-dipartimento ha cambiato volto e moltiplicato la sua potenza di fuoco. Le catastrofi e le loro conseguenze restano, se così si può dire, il suo core business.

 

Ma un´escalation di ordinanze della presidenza del Consiglio - 330 del Governo Berlusconi dal 2001 al 2006, 46 dell´esecutivo Prodi e più di 250 dal ritorno del Cavaliere a Palazzo Chigi - ha portato sotto il cappello del super-commissario degli appalti tricolori un po´ di tutto: i lavori per mettere in sicurezza gli scavi di Pompei come i festeggiamenti per il quattrocentesimo anniversario della nascita di San Giuseppe da Cupertino, le piscine dei mondiali di Nuoto e persino la riesumazione delle sacre spoglie di Padre Pio.

 

La fabbrica delle emergenze, vere o presunte, muove soldi. Stanziamenti totali in due lustri: 10 miliardi. Si tratta solo di una stima, visto che solo il 22% delle ordinanze governative quantifica gli stanziamenti pubblici. Denaro speso a pioggia. Senza troppi controlli. Spesso in deroga, in nome della cultura emergenziale, a piani regolatori e a norme di trasparenza degli appalti.

Sotto lo scudo spaziale della protezione civile - insieme a opere necessarie come le case de L´Aquila e alle cattedrali nel deserto della Maddalena (327 milioni ad oggi gettati al vento) - sono finite così le iniziative più esotiche: i provvedimenti necessari per sistemare il traffico a Napoli, i rifiuti di Palermo, il via vai di gondole e vaporetti a Venezia, l´anno giubilare paolino, le rotonde per i Mondiali di ciclismo a Varese.

Milioni su milioni capaci di creare autentiche fortune private quasi dal nulla. Prendiamo i bilanci delle società i cui nomi sono emersi nell´inchiesta di Firenze. La Anemone di Grottaferrata - che ha costruito il palazzo delle conferenze per il mancato G8 sardo e alcune piscine per i mondiali - ha visto il suo giro d´affari decollare dai 10 milioni del 2007 ai 37 del 2008 «in forza - spiega la relazione di gestione del gruppo - di appalti della pubblica amministrazione».

 

La fiorentina Giafi del gruppo Carducci, battuta sul filo di lana da una società di Anemone nel maxi appalto da 62 milioni per il Parco della Musica nell´ambito delle celebrazioni per i 150 anni d´Italia (altra pseudo-catastrofe a gestione protezione civile) si è consolata con i lavori per l´albergo ricavato per il G-8 dall´ex ospedale della Maddalena. I suoi ricavi sono raddoppiati in due anni a 88 milioni. E il bilancio racconta bene di chi è il merito: «Il governo in carica - recita testuale - mostra di aver preso coscienza del fatto che bisogna colmare il gap infrastrutturale del paese».

Un´emergenza che, come tale, va trattata dalla Protezione civile. Con tutto il decisionismo e la disinvoltura usciti dalle intercettazioni telefoniche di questi giorni. Un boom di entrate (+50% in due anni) hanno realizzato pure la Igit - cui la Bertolaso Spa ha affidato la ristrutturazione dell´aeroporto perugino di Sant´Egidio (25 milioni) e quella (da 58 milioni e secretata) del carcere di Sassari - e la Archea associati, lo studio fiorentino dell´architetto Marco Casamonti, dalle cui telefonate è partita l´inchiesta della magistratura

Proprio l´inchiesta ha cominciato a delineare lo scenario di intrecci tra gli alti burocrati delle opere pubbliche e alcune imprese che sono entrate in un sistema "gelatinoso" come lo ha definito il gip nell´ordinanza: quello che ha assicurato appalti facili e ha permesso di gonfiare i costi dei lavori. La diversificazione ha finito però per drenare un po´ della liquidità destinata alla gestione delle emergenze reali. Bertolaso negli ultimi nove anni ha dovuto occuparsi dei viaggi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, del congresso eucaristico di Osimo e dei giochi del Mediterraneo.

I suoi attuatori finali come Angelo Balducci hanno dovuto mettere la firma sotto note spese che con l´affare delle catastrofi naturali, in apparenza, hanno ben poco a vedere. A Pratica di Mare, per realizzare la scenografia un po´ kitsch necessaria al successo del summit Nato-Russia del 2002, la protezione civile ha speso 36 milioni, tra cui 74mila euro per "facchini e trasporto statue", un milione per spuntare a regola d´arte prati e siepi e 42mila euro per i cartelli necessari alla viabilità.

Il risultato paradossale è che a furia di emergenze farlocche rischiano di venir meno - complice lo stato dei conti pubblici - i soldi per quelle reali. Bertolaso ha già messo nero su bianco i suoi dubbi. Lo stanziamento per il suo dipartimento nel 2009 è stato "solo" di 1,6 miliardi di euro.

«Soldi che non bastano per prevenire e gestire le emergenze del futuro», assicura il bilancio dell´ente, lamentando il taglio del 18% dagli 1,9 miliardi disponibili l´anno precedente. All´orizzonte incombono l´Expo 2015 in odore di commissariamento, le Olimpiadi 2020, il Gran Premio d´Italia di Formula 1 a Roma. Servono nuovi soldi pubblici. Le emergenze d´oro, in Italia, non finiscono mai.

[14-02-2010] 

GIOCATE CON NOI AL GIOCO DEI QUATTRO CANTONI! (TE LO DO IO IL BERTOLASO-MISTERY) - LETTA TEMEVA LO STRAPOTERE DI BERTOLASO - BERTO-LISO ERA NEL CUORE DEL CAVALIERE - SILVIO SOGNAVA PER BERTO-LESO UN FUTURO DA LETTA-LETTA - ALLORA IL 72 ENNE GIANNI DECIDE CHE LA 'PROTEZIONE SPA', TANTO CARA A "SO-FARE-TUTTO-IO", NON ANDASSE COSÌ PROTETTA - E L'EMINENZA AZZURRINA NON INTRALCIA L'INCHIESTA FIORENTINA CHE FA VIOLA BERTO-RASO - MA IL SOTTOPANCIA DI SILVIO SOTTOVALUTA DI AVERE AL SUO FIANCO IL SUO NEMICO PIÙ INTIMO (TREMONTI) E DIMENTICA CHE DOPO 40 ANNI DI POTERE INDISCUSSO, LE PATRIE LIBRERIE, UN BEL GIORNO DEL 2009, AVEVANO RICEVUTO UNA NOVITÀ INTITOLATA COSÌ: "GIANNI LETTA, BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA"..

 

C'è GIANNI LETTA NEL MIRINO...

Francesco Verderami per "il Corriere Della Sera"

Foto di Umberto Pizzi alla prima di "Mi ricordo di Anna Frank"

 

È sembrata una sorta di prova generale, una simulazione di quanto potrà accadere nel centrodestra dopo Berlusconi. Perché sull'affaire Bertolaso il Pdl non solo si è diviso, ma ha soprattutto disvelato la competizione tra i potenziali successori del Cavaliere.

 

Era già accaduto in altre occasioni, ma non in modo così manifesto, se è vero che per la prima volta Gianni Letta è uscito allo scoperto, schierandosi a difesa del capo della Protezione civile, mentre Fini non si è fatto velo di avversare pubblicamente il disegno che avrebbe reso più potente l'uomo delle emergenze, e Bossi ha dato voce all'ostilità di Tremonti, rivendicando alla Lega il radicale cambiamento del decreto e sottolineando come avesse «ragione» il ministro dell'Economia ad osteggiarlo.

 

Letta, Fini e Tremonti: il catalogo è questo, al momento. Nel senso che oggi non si scorgono all'orizzonte altri potenziali sfidanti, e dunque restano loro i «pezzi da novanta» che in futuro potrebbero raccogliere l'eredità di Berlusconi. Perciò non è un caso se il Cavaliere in pochi giorni ha dovuto correggere il tiro, mostrarsi più prudente: lo scontro interno- unito agli sviluppi dell'inchiesta sul G8 - lo ha costretto a cambiar linea.

 

E ci sarà qualche fondamento nella tesi illustrata sul Giornale dal fedelissimo del premier, Bondi, e cioè che il «bersaglio» dell'offensiva giudiziaria è Berlusconi, e che siccome l'attacco frontale non ha sortito effetti, ora si mira a lavorarlo ai fianchi. Ma politicamente il «fianco» scoperto del Cavaliere oggi non è Bertolaso, è Letta. E tutti nel Palazzo pensano ciò che Casini sussurra, «c'è Gianni nel mirino». Ecco spiegato il motivo per cui il leader dell'Udc ha rotto il fronte dell'opposizione: sostenendo che il responsabile della Protezione civile non deve dimettersi, ha offerto una mano al grand commis di palazzo Chigi che si trova sulla linea di tiro.

 

Se Bertolaso è stato finora per Berlusconi il braccio operativo del «governo del fare», a capo dell'unico vero centro di spesa, Letta è il braccio gestionale oltre che diplomatico del premier, snodo essenziale nel disbrigo quotidiano di tutti i dossier dell'esecutivo, così come punto di riferimento indispensabile nelle relazioni Oltre Tevere, con il Quirinale e con i gangli più importanti della Pubblica amministrazione. A lui fa capo un formidabile sistema di relazioni che gli ha sempre garantito stima e apprezzamento, al punto che- ai tempi di Prodi a palazzo Chigi - il leader della Cgil Epifani disse: «Letta è l'uomo che prenderei a Berlusconi e porterei al governo».

 

Il problema quindi non è se la figura di Bertolaso esce politicamente ridimensionata dall'inchiesta, se - come ha sottolineato ieri - «resto perché mi è stato chiesto di restare», in attesa che le Regionali portino al rimpasto. Non era certo lui un potenziale successore del Cavaliere.

 

Dietro l 'affaire che ha colpito il capo della Protezione civile, piuttosto, si scorge la partita che coinvolge Letta, il presidente della Camera e il ministro dell'Economia. E Letta non è persona che lasci tradire le proprie emozioni. Ieri ha scherzato al telefono con Casini, a cui è legato da sincero affetto: «Pier, ho visto i vostri manifesti, ho letto lo slogan. Dite di sostenere i candidati migliori. Allora è un peccato che non mi sia candidato...».

 

Nella partita del futuro, Tremonti per un lato e Fini per un altro possono vantare di aver messo a segno un gol in questi giorni, sebbene la sfida resti lunga, visto che il Cavaliere - tra il serio e il faceto - giorni fa ha detto di non aver ancora pensato al «dopodomani», «non so cosa farò nel 2020», e l'altra sera - davanti ad alcuni industriali - ha ripetuto di vedere Gianni Letta «al Quirinale».

 

A parte il fatto che il dopo Berlusconi si porta appresso l'incognita sulla tenuta del Pdl, nel centrodestra oggi regna l'incertezza sul risultato delle Regionali, per via di un evidente calo nei sondaggi legato al voto d'opinione. E colpisce come, a fronte delle nuove emergenze in Calabria e Sicilia, Bertolaso ieri non fosse lì in maglione a prestar soccorso, ma fosse costretto in giacca e cravatta a Montecitorio.

 

Mancano ancora tre anni alla fine della legislatura, eppure non passa giorno senza che il gioco delle nomination si arricchisca di candidati al «dopo Silvio»: Formigoni si è fatto avanti per tempo, la Carfagna ha lanciato Fini, mentre il premier continua a insistere sui «giovani» e in particolare sul Guardasigilli Alfano. A meno che non abbia ragione il siciliano Lo Presti, pidiellino tendenza An, convinto - nonostante tutte le smentite - che «dopo Berlusconi ci sarà un altro Berlusconi. Marina».

[17-02-2010] 

ucci ucci, sento odor di Balducci (anche in vaticano!) - In quindici anni da Gentiluomo di Sua Santità, il «cursus honorum» del vice berto-leso svaria dalla supervisione sulle infrastutture giubilari e del decennale, al sistematico inserimento di eventi religiosi nelle grandi opere della Protezione civile - in mezzo, i momenti bui a metà dell’ultimo decennio, come l’allontanamento dalla Curia per la mancata realizzazione della Pinacoteca di 'Propaganda Fide' a piazza di Spagna....

Giacomo Galeazzi per La Stampa

Balducci e il museo che non c'è. In quindici anni da Gentiluomo di Sua Santità, il «cursus honorum» di Angelo Balducci svaria come un ottovolante tra le stagioni d'oro della supervisione sulle infrastutture giubilari e del decennale, sistematico inserimento di eventi religiosi nelle grandi opere della Protezione civile e i passeggeri momenti bui a metà dell'ultimo decennio, come l'allontanamento dalla Curia per la mancata realizzazione della Pinacoteca di «Propaganda Fide» a piazza di Spagna.

 

In virtù di una ragnatela di legami saldissimi al Palazzo Apostolico e nei dicasteri d'Oltretevere, Balducci costruisce il suo successo nei Sacri Palazzi sulla nomina nel 2001 a consultore del ministero delle Missioni. La sua forza, come già durante l'Anno Santo, è saper essere «vaticano con gli italiani e italiano con i vaticani».

Amico di lunga data del cerimoniere pontificio monsignor Francesco Camaldo (che adesso lealmente commenta: «Sono molto addolorato, è una persona di assoluta limpidezza morale, conosciuta e stimata in Vaticano da tanti anni, sono certo che dimostrerà la sua completa estraneità alle accuse»), nel fermento dei preparativi giubilari Balducci stringe un patto d'acciaio con il capo della macchina organizzativa Crescenzio Sepe da cui riceve poi incarichi di prim'ordine quando il cardinale prende in mano l'influente Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli.

 

I buoni uffici di Balducci (nominato Gentiluomo di Sua Santità 10 anni prima di Gianni Letta) e la preziosa interlocuzione da «grand commis» nei palazzi della politica, aprono porte che, dopo i finanziamenti a pioggia per l'Anno Santo, rischiano di restare chiuse.

 

E' così che arriva il cospicuo stanziamento statale per la ristrutturazione del cinquecentesco palazzo di «Propaganda Fide» a piazza di Spagna, possedimento extraterritoriale della Santa Sede. Il progetto è faraonico. Due piani vengono interamente restaurati e adattati a museo a spese dello Stato, parzialmente anche sotto forma di risarcimento per i danni provocati dagli scavi per la metropolitana di Roma.

 

Lo storico dell'arte Francesco Buranelli, attuale ispettore della Pontificia commissione di archeologia sacra ed ex capo dei Musei Vaticani, è il direttore designato della futura megapinacoteca, nella quale deve confluire l'immenso patrimonio di opere d'arte sparse tra le innumerevoli proprietà immobiliari della Congregazione.

Nella primi Anni Duemila, a «Propaganda Fide» non c'è cantiere o intervento sul patrimonio che non ricada di fatto sotto l'autorità di Balducci. Qualcosa però si inceppa, il museo non diventa realtà e ancora oggi non ce n'è traccia. Anzi ormai quei costosi lavori sono completamente vanificati dal cambio di destinazione: invece della pinacoteca ospitano uffici amministrativi.

EVALDO BIASINI

Sepe si infuria e Balducci cade in disgrazia, ma resta fermo solo un giro. Nel 2006, infatti, il cardinale viene trasferito all'arcidiocesi di Napoli e nel nuovo corso dell'indiano Ivan Dias Balducci torna a «Propaganda Fide» nella pienezza dei suoi poteri.

Intanto, sotto il controllo del ministero vaticano delle Missioni, opera anche un altro influente personaggio del mondo cattolico finito ora nell'inchiesta sugli appalti della Protezione civile. L'economo per l'Italia dei missionari del Preziosissimo Sangue, don Evaldo Biasini, raccoglie offerte per opere benefiche per l'Africa, ma al tempo stesso mette mano alla borsa per la costruzione e la manutenzione in Italia degli immobili della congregazione.

 

Ad Albano Laziale dove abita, don Biasini entra in contatto con il costruttore di Grottaferrata Diego Anemone (quello che nelle intercettazioni chiede al sacerdote 50 mila euro di tangente). Affida lavori alla sua impresa, mentre al Salaria Sport Village si moltiplicano iniziative promozionali e tornei per raccogliere offerte destinate alle missioni in Africa.

[14-02-2010]

BERTOLASO ALLA RISCOSSA! SAN GUIDO SUPERA IL GIORNO PIÙ LUNGO: SOPRAVVIVE AL VOTO IN COMMISSIONE (SENZA SPA), TIENE NEI SONDAGGI, ESPUGNA 'BALLARÒ' DOVE LA TRAPPOLA NON RIESCE E A SCALFARI CADE LA LINEA - DI PIETRO UNO E BINO: AL “FATTO” PARLA DI “NESSUNA SIMPATIA” PER IL CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE MA DA FLORIS FLIRTA CON LUI CON TANTO DI “MANO SULLA MANO”...

 

1. IL LUNGO GIORNO DI GUIDO, DALLA CAMERA A BALLARO'
Mattia Feltri
per "La Stampa"

Alla Camera, fuori dall'aula della commissione Ambiente, si sfiora il feticismo. I cronisti incrociano le informazioni e compilano il consuntivo: Guido Bertolaso è andato a fare pipì due volte. Succede perché non appena un deputato esce dalla Commissione, qualcuno gli chiede di Bertolaso: come sta? Cosa fa? Eppure le linee sono contraddittorie. Gabriele Cimadoro, dell'Italia dei Valori, ha visto un Bertolaso «tosto, combattivo». Ermete Realacci, del Partito democratico, lo ha visto «un po' provato».

 

Sono giorni così. Si scannerizza la giornata di Bertolaso, fra i lavori in Commissione, le visite al premier e fino a sera, con la battaglia di Ballarò. Ha deciso di andare in televisione, dicono i suoi, perché non c'era alternativa. Non c'era alternativa? Insomma, i magistrati fiorentini si sono già dichiarati incompetenti.

L'inchiesta dovrebbe passare a Roma e poi subito a Perugia, visto che fra gli indagati c'è anche un giudice della capitale. E così, non avendo un pm davanti al quale spiegare le proprie ragioni, Bertolaso va a spiegarle da Giovanni Floris. Una che la sa lunga ci mette sopra una lapide: «Anche questo è un segno dei tempi».

 

E così, dopo cinque ore e mezzo in Commissione (dove si è discusso del decreto sulla Protezione civile e dove Bertolaso ha fatto il punto del governo, un punto concordato in mattinata con Gianni Letta), il sottosegretario è uscito e al termine di un veloce summit fra cronisti si è giunti alla sintesi: stanco ma non piegato. E stanco di certo, e non da ieri e non soltanto per le inchieste.

Nel 2009 provò pure a mettersi a riposo e quasi ci stava riuscendo: profittando di una norma della legge anti fannulloni di Renato Brunetta, formulò la domanda di prepensionamento e, nel cumulo di lavoro, Letta la firmò senza badarci, e quando se ne rese conto richiamò Bertolaso e gli chiese se per caso era diventato matto. Bertolaso, che era già d'accordo di impiegarsi col Cuamm Medici per l'Africa, dovette rinunciare.

 

E' stanco perché rivolgersi a Bertolaso era diventata una moda, ogni giorno qualcuno se ne inventava una, e i collaboratori di Bertolaso tirano fuori le carte, c'è il presidente del municipio XVII di Roma (quartiere Prati) che chiede l'intervento della Protezione civile perché edifichi un asilo provvisorio in legno: per quello definitivo in calce e mattoni manca la delibera.

E' purissima storia d'Italia, questa. Tutta un'indispensabilità che ora è diventata ingerenza. O ingratitudine. O invidia. Sono queste le definizioni che girano. E insomma, pare davvero di capire - i suoi lo giurano - che Bertolaso davvero prenderebbe su per l'Africa, e non alla Walter Veltroni, se soltanto il governo lo liberasse.

 

Alle 15,30 era tutto finito, in Commissione, e Bertolaso si è fermato a rispondere a un paio di domande, e poi è filato a Palazzo Grazioli. Ancora un breve incontro con Letta, quindi uno più lungo con Silvio Berlusconi, dieci minuti per concordare la difesa televisiva, altri dieci perché Bertolaso uscisse dalla chiacchierata con la convinzione che davvero sarà lui, ancora per un po', il Capo della Protezione civile.

E così Berlusconi è sempre al suo fianco, la moglie (qui però siamo alle spifferate di amici degli amici), dopo un po' di scombussolamento iniziale, ha giurato di credere all'innocenza del marito, e non soltanto nelle questioni d'interesse pubblico, ma anche in quelle d'interesse più strettamente privato.

Insomma, ieri sono successe cose più importanti del previsto. Non per niente, a Ballarò, Bertolaso ha esordito sostenendo che la determinazione con cui si era dimesso, quando saltò fuori lo scandalo, si era già trasformata in determinazione ad andare avanti, sempre che l'esecutivo lo sostenga (e lo sosterrà).

 

Non per niente, notano gli interpreti più accreditati della «bertolasità», aveva trascorso la giornata - fra Montecitorio, Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli - in abito blu e cravatta, e davanti alle telecamere si è presentato con l'amata divisa: maglioncino coi bordi tricolore.

 

E infine gli avversari più duri, come Antonio Di Pietro, che alza la voce e tira fuori gli occhi dalle orbite, urla, arresterebbe questo e quello ma, conclusa la requisitoria televisiva, al sottosegretario concede l'onore delle armi, gli manifesta stima, gli appoggia la mano sulla mano sorridendogli. E' quasi notte, e quelli di Bertolaso dicono: è ora di ripartire.


2. DA FLORIS LA TRAPPOLA NON SCATTA, E BERTOLASO FLIRTA CON DI PIETRO...

Alla fine a "Ballarò" la trappola non riesce a scattare. Bertolaso espugna l'arena di Giovanni Floris, preparata per arrostirlo, con il conduttore insolitamente pugnace. Mario Baldassarri, il finiano che ha votato contro la Protezione civile Spa, invece di menare fendenti contro il sottosegretario come da copione, si lancia in un'intemerata contro dipietrismo e giustizialismo.

 

Eugenio Scalfari, chiamato a intervenire per telefono per dare l'affondo finale su San Guido, mentre parla perde la linea telefonica e la vis polemica affonda nello smarrimento di Floris ("...è ancora in linea?"). E a sorpresa a dare manforte al tecnico preferito da Gianni Letta è proprio colui cha sarebbe dovuto essere il suo principale accusatore: Tonino Di Pietro. I due flirtano, parlano sottovoce, fino al momento del "mano sulla mano" colto anche da Mattia Feltri sulla "Stampa".

Alla fine della puntata, dopo una battagliera tirata di Concita De Gregorio, Tonino interviene addirittura in difesa del suo vicino di poltrona. Immagine ben diversa da quella che il leader dell'Italia dei Valori concede al "Fatto Quotidiano". Sui suoi rapporti con Bertolaso, Di Pietro dice Luca Telese: "Abbiamo avuto rapporti ufficiali quando io ero alle Infrastrutture. Cose come Buongiorno-e-buonasera. Nessuna simpatia, nessun rapporto personale, anche perché, come è noto, a lui piaceva fare le cose a modo suo, a me a modo mio".

E a favore della tenuta di Bertolaso c'è anche il sondaggio di Piepoli sulla "Stampa" di oggi: la fiducia nel capo della Protezione civile è ancora superiore alla sfiducia, 49 a 41 per cento.

 

 

[17-02-2010]

GRAN PREMIO BALDUCCI - LA “CRICCA” STAVA PREPARANDO L'ASSALTO ANCHE AL GP DI ROMA - DOPO NUOTO, CICLISMO E VELA, VOLEVANO METTERE LE MANI SUL NUOVO BUSINESS DELLA ROMA ALE-MAGNANA: LA F1 – RINALDI (COMMISSARIO DEI MONDIALI DI NUOTO IN SUCCESSIONE A BALDUCCI) SI ERA GIÀ FATTO AVANTI CON LA GIUNTA: “CI VUOLE UN COMMISSARIO D'ESPERIENZA, LAVORI VELOCI, SENZA SPRECHI”…

Corrado Zunino per "la Repubblica"

Solo per i Mondiali di nuoto il presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Angelo Balducci arrestato per corruzione, aveva 261 milioni di euro pronta cassa. Soldi pubblici, da distribuire in opere a corredo dell'evento. La Città dello sport più grande d'Europa, a Tor Vergata, disegnata dall'architetto Calatrava. Quindi i tre impianti in città con tre vasche a testa, il rifacimento del Centrale del tennis.

 

La cifra fa capire perché l'ala imprenditoriale della "cupola gelatinosa", il gruppo di costruttori spregiudicati di Firenze e Roma, Napoli e Trapani, abbia colto negli eventi sportivi il business del presente e del futuro e nella Protezione civile infedele il grimaldello con cui ottenere finanziamenti e mutui veloci e deroghe ai Piani regolatori.

 

La "cricca" era pronta a lanciarsi sul prossimo Gran Premio di Formula Uno: nel 2012, a Roma.

I Mondiali di nuoto si sono mostrati presto un evento di molte violazioni e pessime opere. Il costruttore Francesco De Vito Piscicelli, l'uomo che rideva nella notte del terremoto dell'Aquila, in una telefonata con l'alto funzionario Fabio De Santis (anche lui arrestato) si lamenta dei costi da affrontare: «Io sto ancora dolorante per il nuoto, a furia di nuotare mi sono stirato i muscoli». De Santis lo tranquillizza: «A settembre si recupera».

 

Angelo Balducci, per recuperare a sua volta un ruolo con la politica, cerca e trova un contatto con il sottosegretario Gianni Letta: una lettera, una telefonata, quindi un incontro personale.

«Letta mi vuole come suo interlocutore unico», spiegherà agli amici. Ma quando a Roma l'inchiesta sugli abusi delle piscine private esplode, l'ingegner Patrizio Cuccioletta (Protezione civile) urla a De Santis: «... Cazzi per il culo, a Fabiè, tu aspetta la fine dei Mondiali e poi la senti la uallera. Stavo a parlà con l'assessore Corsini l'altro giorno...

 

Rinaldi per pararsi il culo ha detto al magistrato come andava tutta la musica. Ma lo sai che hanno chiuso tutti i circoli a Roma? Che hanno un albergo all'Aniene? Un albergo, ma che sono matti?». Ancora Cuccioletta: «Quando vengono a sapere del progetto Calatrava, neppure metà ne hanno fatto...». E De Santis: «Quello costa 600 milioni».

In Italia, solo nel 2009, si sono organizzati 45 eventi sportivi di livello europeo o mondiale, un diluvio: Europei di atletica indoor a Torino, Mondiali di beach tennis a Roma, i Mondiali di baseball in sedici città. Tutti con finanziamenti pubblici. I palazzinari della Protezione civile hanno attaccato e divorato i Mondiali di ciclismo di Varese del 2008, voluti dalla Lega Nord.

I giudici di Varese hanno appena riaperto l'inchiesta: il commissario Guido Bertolaso a sei mesi dai Mondiali aveva autorizzato la costruzione di un albergo in riva al Lago, progettato dal vicesindaco Giorgio De Wolf, Pdl, contro il parere di Comune e Provincia. La placida regata della Louis Vuitton Cup è un altro evento da denaro a catinelle. Inspiegabile.

 

Nel 2005 l'allora sottosegretario all'Interno, Antonio D'Alì, Forza Italia, convogliò su Trapani 82 milioni: il centro storico cambiò volto grazie anche alle aziende vicine al boss di mafia Vincenzo Virga. Un ingegnere capo del Comune di Trapani, arrestato, confessò sei episodi di corruzione.

 

Commissario attuatore della "Vuitton" era ancora Bertolaso. La prossima regata griffata sarà comunque alla Maddalena, il 20 maggio: la Protezione civile ha già messo a disposizione le strutture abbandonate dal G8.

Era stata infine individuata la gara del futuro, l'affare sportivo del decennio. Ecco il Gran Premio di Formula Uno, probabile a Roma nell'agosto 2012, un miliardo di ricavi ipotizzati, due sottopassi da realizzare più paddock e nuove strutture sportive tra i parchi dell'Eur, quelli vincolati dalla Soprintendenza. Claudio Rinaldi, commissario dei Mondiali di nuoto in successione a Balducci, una Smart ricevuta in dono dal giro Anemone, alcune «società intestate alla madre da far sparire», si era fatto avanti per tempo con la giunta Alemanno. «Per la Formula Uno ci vuole un commissario d'esperienza, lavori veloci, senza sprechi».

[17-02-2010] 

UN URLO DAL COMA SULLA PRIMA PAGINA DEL 'CORRIERE': “APPALTI E POLITICI, ECCO LE CARTE" - (DELLE DUE L’UNA. O IL CORRIERE DELLE ÉLITE SI È UFFICIALMENTE ROTTO DELLA CLASSE POLITICA E QUINDI S’È DECISO DI SPAZZARLA VIA. OPPURE HA PENSATO BENE DI MANDARE IN VACCA UN’INCHIESTA CHE INVECE POTREBBE TOCCARE IL CUORE DEL SISTEMA - (ALLE SPALLE DI BERTO-RASO C’È ANCORA UN GIRO FANTA-CATTOLICO COL GREMBIULINO CHE ASSICURA PROTEZIONI DI VARIO GENERE, ANCHE SUI GIORNALI UN TEMPO PIÙ “LAICI”) -!

 

A cura di Minimo Riserbo e Falbalà

 

AVVISI AI NAVIGATI
"Appalti e politici, ecco le carte. Anche i nomi di Matteoli, Verdini, Pepe e Viceconte nelle telefonate del caso Bertolaso". Un urlo dal coma sulla prima pagina del Corriere. Tenendo presente che a certi livelli è difficile che si parli solo di un appuntamento con il ragionier Pestalozzi e di una macchina da ritirare presso l'elettrauto Cecioni Renato, delle due l'una.

 

O il Corriere delle élite si è ufficialmente rotto della classe politica alla quale si erano momentaneamente affidati i suoi multiformi padroni, e quindi s'è deciso di spazzarla via il più rapidamente possibile. Oppure ha pensato bene di mandare in vacca, tra brogliacci gelatinosi e chiamate di correo un tanto al chilo, un'inchiesta che invece potrebbe toccare veramente il cuore di Palazzo Chigi e dei suoi sistemi. Vedremo nei prossimi giorni.

Intanto, come conseguenza inevitabile dello scandalo, "Protezione Civile, stop di Letta sul decreto" (Corriere, p.5). Ben svegliata, Eminenza Azzurrina. Grande vittoria dell'inedito asse Bossi-Tremonti-Scajola-Fini-Baldassarri?

lettere bersani alla protezione civile

Anche la Stampa coglie il dividendo di potere della faccenda e introduce l'elemento dimissioni: "Protezione civile mai Spa". Letta frena: non sarà privata. Cambiano le norme contestate. Bertolaso: mi dimetto se me lo chiede il premier" (p1). Siamo a posto. Scoop del Messaggero: "Regali anche per la rotatoria del Salaria. E per spiare i cronisti spunta l'uomo della Global Service, indagata per Telecom (p.2). E il complotto si fa interstellare.

Me per fortuna passa l'ineffabile Feltrusconi che rimette tutte le cose al loro posto: "Bersani chiese aiuto a Bertolaso. Le lettere che imbarazzano il segretario Pd" (Giornale,p.1). Mo' era tutta colpa dell'opposizione, notoriamente guidata da gente con i cotiledoni (non sono manco capaci a rubare).

SpaccaMaremmA, SPACCamaroni! - non solo bertolaso: Dalle carte dell’inchiesta di Firenze sbuca la fretta per far partire i lavori - Ma il Cipe perché fa finta di nulla? - L’Antitrust, La Ue, gli ambientalisti e le banche internazionali contro i rinnovi di concessione senza gara - 2000 ettari di Maremma cementificati - La rabbia degli agricoltori...

Forse dall'inchiesta di Firenze su appalti e mignotte si capirà presto perché c'è tanta fretta per far partire i lavori dell'autostrada Tirrenica prima ancora che il Cipe abbia approvato il progetto definitivo. E su questo sembra che anche il sottosegretario Gianfranco Miccichè voglia vederci chiaro.

Di questo si parla ormai nelle assemblee che da Rosignano a Civitavecchia si moltiplicano in questa settimana contro la Spacca Maremma. E forse a questo punto il ministro Altero Matteoli che ne dovrà rispondere comincia a preoccuparsi.

A poco, anzi a niente, sono servite le giustificazioni addotte da Ruggero Borgia, amministratore delegato di Sat e Luigi Massa, direttore tecnico, che si sono trovati di fronte un muro insuperabile di contestazioni.

Alla Sat cominciano a pensare, vista anche la piega che sta prendendo l'inchiesta fiorentina, che forse è meglio aspettare l'approvazione del progetto integrale dal Cipe prima di partire con gli espropri e con piccoli tratti lavori nei pressi di Rosignano e Civitavecchia.

La posizione della Sat anche per venire incontro alle pesanti critiche mosse dall'Antitrust in materia di durata di concessioni autostradali. E' in atto infatti a Bruxelles una istruttoria preliminare sul rinnovo senza gara della concessionaria tra Sat e Società Autostrade per l'Italia, circostanza che preoccupa molto BIS di Banca Intesa che deve trovare i finanziamenti per l' opera.

Sul Banco degli accusati in Maremma oltre al sindaco Altero Matteoli è finito l'assessore Ronaldo di Vincenzo. I rappresentati del Comitato "Salviamo la Maremma" da Fonteblanda all'Albenga, Daniele Zauli e Jacopo Colozza, denunciano che l'autostrada distruggerà duemila ettari prevalentemente coltivati ad ulivi in una delle ultime zone incontaminate d'Italia.

[15-02-2010] 

 

 

 

A CHI IL LISIPPO? A NOI! - DOPO UN’INFINITA BATTAGLIA LEGALE ITALIA-USA, IL GIP DI PESARO ORDINA IL RIENTRO DEL CAPOLAVORO RUBATO ED ESPOSTO AL GETTY DI LOS ANGELES. ESULTA RUTELLI, EX MINISTRO TOMBAROLO. E UNA VOCE AFFONDA DON AB-BONDI: L’AVVOCATO FIORILLI AVREBBE SEGUITO IL PROCESSO A SUE SPESE, SENZA INDENNITÀ DAL MINISTERO…

1 - UNA VOCE AFFONDA DON AB-BONDI: L'AVVOCATO FIORILLI AVREBBE SEGUITO IL PROCESSO A SUE SPESE
Aridatece Lisippo! Il Gip di Pesaro stamattina ha chiesto la confisca della statua dell'atleta attribuita al leggendario scultore greco, oggi custodita al museo Getty di Los Angeles. Il capolavoro è al centro di un braccio di ferro decennale tra Italia e Stati Uniti, una storia rocambolesca di tombaroli e carte bollate che forse arriva adesso a un punto di svolta.

 

Esulta Cicciobullo Rutelli che, da ministro, veniva visto dai musei USA come un castigamatti. Afasico, invece, Sandro "Don" Ab-Bondi: anzi, pare che il povero avvocato Maurizio Fiorilli, infaticabile paladino del rientro delle opere d'arte in Italia, si sia dovuto sorbire tutto il processo di Pesaro a proprie spese. Senza indennità di missione da parte del Ministero dei Beni Culturali.

2 - LISIPPO: GIP PESARO ORDINA CONFISCA. VA SEQUESTRATA AL GETTY MUSEUM O OVUNQUE SI TROVI...
(ANSA) -
Il gip del Tribunale di Pesaro Lorena Mussoni ha disposto la confisca della statua bronzea dell'Atleta Vittorioso, attribuita allo scultore greco Lisippo, il piu' importante bene archeologico conteso fra Italia e Usa.

La statua era stata ripescata nel 1964 al largo di Fano (Pesaro Urbino), forse in acque internazionali, ed era poi finita dieci anni anni dopo al Paul Getty Museum di Malibu. La sentenza del gip dispone il sequestro della scultra 'attualmente al Getty Museum o ovunque essa si trovi'. Seguono poi 37 pagine di motivazioni.

La trattativa tra Italia e Usa per l'Atleta del Lisippo, a lungo al centro del braccio di ferro tra Italia e Getty che ha portato alla restituzione di 40 capolavori esportati illegalmente, era stata all'epoca sospesa proprio in attesa del giudizio del tribunale italiano. Il museo californiano ha sempre sostenuto che non ci sarebbero prove dell'appartenenza all'Italia.

 

La vicenda e' approdata al tribunale di Pesaro per un esposto presentato il 4 aprile 2007 dall'associazione culturale 'Le Cento Citta' alla procura di Pesaro per violazione delle norme doganali e contrabbando. E' stato il pm Silvia Cecchi ha chiedere la confisca della statua, sanzione accessoria applicabile anche quando il reato e' prescritto. Dopo un primo diniego del gip, il pubblico ministero ha fatto ricorso con l'Avvocatura dello Stato. Il 9 giugno 2009 il nuovo gip Lorena Mussoni aveva dichiarato il bronzo bene 'patrimonio indisponibile dello Stato', decidendo di far andare avanti il procedimento. Secondo il presidente delle 'Cento Citta' Alberto Berardi 'e' una vittoria storica, ma soprattutto e' il successo della legalita' e della moralita' contro la forza del denaro'.

 

3 - RUTELLI, SODDISFAZIONE PER CONFISCA A GETTY...
(AGI) - Francesco Rutelli ha espresso la sua grande gioia e soddisfazione per la decisione del GIP del Tribunale di Pesaro che ha disposto la confisca dell'atleta di Fano, oggi al museo Getty. "Si tratta di una decisione di importanza storica, che mette fine alla vecchia stagione del saccheggio del nostro patrimonio archeologico", sottolinea l'ex-ministro dei beni culturali. "In base all'accordo che ho firmato nel settembre 2007 con il museo Getty - che ha gia' consentito il ritorno di decine di capolavori nel nostro Paese ed alla fine di quest'anno della "Venere" di Morgantina in Sicilia - le due parti hanno affidato ad una decisione "terza", quella della magistratura, la destinazione finale del capolavoro dell'atleta vittorioso ripescato al largo di Fano", prosegue Rutelli. "Con la confisca decisa oggi il museo Getty dovra' dare applicazione al nostro accordo e questa statua di incomparabile bellezza dovra' tornare in Italia, a Fano", conclude Rutelli.

 

"Voglio ringraziare per questo grande successo l'avv. Maurizio Fiorilli che ha scrupolosamente e con alta professionalita' difeso l'interesse nazionale in rappresentanza dell'Avvocatura dello Stato, dando seguito alla intransigente linea di condotta stabilita dalla nostra amministrazione. E un ringraziamento va ai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio, guidati dal generale Nistri, che con le indagini e gli accertamenti svolti nel 2007 hanno smontato la tesi di un acquisto in buona fede di quel capolavoro da parte del museo californiano".

4 - LISIPPO; 46 ANNI DI MISTERI E BATTAGLIE LEGALI...
(ANSA) -
Il 'Getty Bronze', la statua dell'Atleta di Fano attribuita allo scultore greco Lisippo, e' da 46 anni al centro di un giallo di archeologia subacquea, ed e' anche il piu' importante bene archeologico conteso fra Italia e Stati Uniti. Queste le principali tappe della vicenda.

 

LA PESCA MIRACOLOSA - E' un venerdi' del settembre 1964 quando il peschereccio 'Ferruccio Ferri' di Romeo Pirani, un pescatore fanese morto nel 2004, ripesca la statua. Forse al largo di Fano, forse in acque internazionali. Con i compagni Pirani sotterra il bronzo in un campo di cavoli, e mette in circolazione una fotografia. 'A gennaio - racconto' poi - si presento' un signore di cui non so il nome, che lo compro' per tre milioni e mezzo di lire. Che ci siamo spartiti fra noi'.

ANTIQUARI, SACERDOTI, CONTRABBANDIERI - Quattro processi, di cui uno annullato, nessuna verita' giudiziaria. Attorno al Lisippo si commettono vari reati, che restano impuniti. Il 18 maggio 1966 il Tribunale di Perugia assolve per insufficienza di prove tre commercianti di Gubbio, Pietro, Fabio e Giacomo Barbetti, e un prete, don Giovanni Nagni, imputati per la ricettazione del bronzo e favoreggiamento. La loro condanna in appello del 27 gennaio 1967 viene annullata dalla Cassazione nel maggio 1968. Nuovo processo e assoluzione di secondo grado a Roma il 18 novembre 1970. Impossibile, concludono i giudici, accertare l'interesse artistico, storico e archeologico della statua, nel frattempo scomparsa, ne' se sia stata ritrovata in acque territoriali o internazionali.

L'ATLETA VARCA L'OCEANO, NEL 1974 RICOMPARE AL GETTY - Il Museo Getty espone per la prima volta la statua di Lisippo nel 1974. L 'ha pagata 3,9 milioni di dollari, ma come sia entrata a far parte della sua collezione resta un mistero. Secondo lo storico fanese Alberto Berardi l'Atleta lascio' Gubbio con una spedizione di forniture mediche inviate in Brasile ad un missionario parente dei Barbetti. Poi fu acquistato dal consorzio internazionale d'arte Artemis e, nel 1971, spedito al Dorner Institut di Monaco per il restauro. L'allora direttore del Metropolitan Museum Thomas Hoving esamina il bronzo nel 1972 a Monaco ma non conclude l'acquisto per i troppi dubbi sulla provenienza. Anche Paul Getty rinuncia, ma alla sua morte l'operazione va in porto.

UN FRAMMENTO RIAPRE LA CACCIA - Nel 1990 il ministero dei Beni culturali italiano segnala a quello degli Esteri che un nuovo frammento del Lisippo e' stato dissotterrato dal campo di cavoli di Carrara di Fano. Ma la trattativa Italia-Usa si riapre solo in seguito, con il ministro Rocco Buttiglione e poi con il successore e vice premier Francesco Rutelli, che vince un braccio di ferro con il Getty per la restituzione di 39 opere esportate illegalmente, fra cui la Venere di Morgantina.

L'Atleta di Fano pero' e' troppo importante per il museo californiano. E l'ex direttore Michael Brand insiste: non c'e' alcuna prova che appartenga all'Italia.

L'ESPOSTO DELLE CENTO CITTA' E LA RICHIESTA DI CONFISCA - Fano e le Marche non si arrendono. Il 4 aprile 2007 l 'associazione culturale 'Le Cento Citta' presenta un esposto alla procura di Pesaro per violazione delle norme doganali e contrabbando. Il pm Silvia Cecchi chiede al gip dell'epoca, Daniele Barberini, la confisca della statua: una sanzione accessoria, applicabile anche quando il reato e' prescritto.

Il 19 novembre il gip rigetta la richiesta. Il pm e le Cento citta' fanno ricorso, con il sostegno dell'Avvocatura dello Stato, e il 12 giugno 2009 il nuovo gip Lorena Mussoni dichiara il bronzo bene 'patrimonio indisponibile dello Stato'. Essendo stata ripescata da una nave italiana, e sbarcata a Fano, la statua era soggetta a obbligo di denuncia e lo Stato avrebbe dovuto poter esercitare un diritto di prelazione o di acquisto coattivo.

L'attuale responsabile della collezione Getty Stephen Clark viene interrogato il 21 dicembre 2009 a Pesaro, produce documenti sulla presunta buona fede del museo , ma il gip Mussoni ha deciso per la confisca, con una sentenza depositata oggi.

[11-02-2010]

 

 

 

DAGOSPIA HA RAGIONE, È UN “FATTO” – SORPRESA! IL GARANTE PARLA SOLO DEL VIDEO DELLA TULLIANI CON GAUCCI PASSATO A SUO TEMPO DA “STRISCIA”, NESSUN RIFERIMENTO AD ALTRO MATERIALE FOTOGRAFICO (E COMUNQUE NESSUN OBBLIGO) - “SE VOLESSIMO SPIEGARE TUTTA LA VICENDA ALL ’ESTERO, LA COMPAGNA DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA, HA DATO MANDATO AL SUO LEGALE DI STRAVOLGERE UN PROVVEDIMENTO DEL GARANTE PER LA PRIVACY” – E ORA CHI E’ IL BUFFONE?…

Federico Mello per "il Fatto Quotidiano"

 

Una persona in vista come Elisabetta Tulliani, compagna dell'attuale presidente della Camere Gianfranco Fini - terza carica della Repubblica - dovrebbe scegliere meglio i suoi legali. Nella vicenda della rimozione dal Web delle foto che la vedevano con l'ex compagno Luciano Gaucci, infatti, il suo avvocato Michele Giordano ha stravolto del tutto la nota del Garante della Privacy emessa dopo il reclamo presentato dalla stessa Tulliani; poi quando la vicenda è diventata pubblica, ha dato del buffone a Roberto D'Agostino per le notizie pubblicate su Dagospia, anche se nel torto sembra essere proprio l'avvocato.

I fatti. Nello scorso luglio Michele Giordano, legale con studio a Roma, si rivolge al Garante della Privacy per chiedere la rimozione dal Web di un video (e non di foto o notizie) che vede protagonisti la sua assistita Elisabetta Tulliani e Luciano Gaucci, uniti negli scorsi anni da una relazione. Il video in questione venne mandato in onda da "Striscia la Notizia" nel 2007, durante un'aspra polemica tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi (polemica poi spazzata via dall'annuncio di Berlusconi dal predellino della sua Mercedes). Nel video i due fidanzati Gaucci e Tulliani chiacchierano tra loro e passeggiano mano nella mano.

Il Garante della Privacy, risponde alla richiesta dell'avvocato lo scorso 24 dicembre con una nota, che fornisce indicazioni di carattere generale (e non con un provvedimento, che invece ha valore prescrittivo). Nella nota, che " il Fatto Quotidiano" ha potuto visionare, il Garante "non contesta la liceità" del video in questione in quanto la vicenda è "riferibile a personaggi pubblici e a fatti resi noti direttamente dagli stessi interessati".

 

Il Garante riconosce all'avvocato che il video in questione, possa "esulare dal contesto che all'epoca poteva aver giustificato l'iniziale diffusione", e per questo indica come "fondata" una "istanza di opposizione di trattamento" del video. Tradotto: la Tulliani può chiedere ai siti Internet che hanno pubblicato il video di non renderlo reperibile ai motori di ricerca (per mettere in atto questa misura deve intervenire il singolo web-master; i motori di ricerca in questi casi non intervengono mai).

Il motivo è presto spiegato: "La riproposizione del video oggetto - spiega ancora il Garante - della segnalazione attraverso la selezione operata dai motori di ricerca (...) contrasta con l'interesse della segnalante in quanto espressione del diritto all'identità personale". Dopo la nota del Garante la palla passa all'avvocato Giordano, legale della Tulliani. Questi scrive a numerosi blogger, stravolgendo però il senso della nota emersa dal Garante. "L'autorità garante per la Protezione dei dati personali - scrive il legale nella missiva - ha accolto il reclamo presentato alla mia assistita".

 

Poi si rivolge direttamente ai blogger: "Da una ricerca effettuata è emerso che è possibile risalire, grazie all'indicizzazione dei motori di ricerca, al vostro sito sul quale appaiono le notizie/immagini in questione. In forza del provvedimento del Garante - continua l'avvocato - vi chiedo di voler provvedere a non rendere più indicizzabile attraverso i motori di ricerca notizie e immagini riguardanti la mia assistita". Non solo, nella missiva l'avvocato chiede anche di aver conferma dell'avvenuta cancellazione "entro e non oltre il termine perentorio di cinque giorni dalla data di ricevimento della presente". E informa anche che copia della lettera è stata spedita per conoscenza alla polizia postale.

 

Ciò che era un'indicazione non prescrittiva del Garante - e riguardante solo un video - nella lettera dell'avvocato è diventato un provvedimento con "termine perentorio" che riguarda "notizie e immagini" che in generale riguardano la Tulliani.

 

I fatti precipitano sabato, " il Fatto Quotidiano" riferisce della missiva dell'avvocato arrivata ai blogger, e la notizia è ripresa da Dagospia che nei giorni successivi continua a seguire la vicenda. Ieri , l'avvocato della Tulliani, scrive al sito di D'Agostino, e non le manda a dire: dopo aver dottamente illustrato la definizione di "buffone" secondo Wikipedia, scrive: "Se aveste letto fin da subito il dispositivo del Garante, anziché preoccuparvi di vomitare insulti, avreste pure osservato - senza neppure tanto sforzo ‘grigio' - in quanto chiaramente scritto, che il dispositivo obbliga unicamente a fare in modo che i motori di ricerca non indicizzino più le immagini con Gaucci. Pertanto, nessuno ha mai inteso vietare o censurare alcuna informazione.

 

Ad eccezione ‘de voantri' che pure di istigare e provocare disinformazione, vi dimenate in pretestuosità prive di argomentazioni". L'avvocato chiude con un guanto di sfida a Dagospia: "Caro Dago, questa è la vera ‘sfida': fare cronaca e non continuare a recitare da buffoni. Avv. Michele Giordano".

Questo scrive l'avvocato. Ma le carte dicono altro. Se volessimo spiegare tutta la vicenda all'estero, potremmo riassumere: la compagna del presidente della Camera, ha dato mandato al suo legale di stravolgere un provvedimento del Garante per la Privacy, per far togliere da Web e siti di news, foto e notizie che invece riguardano il legittimo diritto di cronaca.

[10-02-2010]

 

 

 

SEX & THE ANP – TUTTO IL MONDO È PAESE! ANCHE ABU MAZEN E’ NEI GUAI – IL SUO BRACCIO DESTRO, RAFIK HUSSEINI, E’ STATO RIPRESO NUDO CON UNA SEGRETARIA – CI SAREBBERO IN GIRO ANCHE MOLTISSIME PROVE SULLA CORRUZIONE AI VERTICI DEL GOVERNO – MA PER I FEDELISSIMI: “E’ UNA MANOVRA ORCHESTRATA DAGLI ISRAELIANI”…

Francesco Battistini per "il Corriere Della Sera"

Fosse per lui, resterebbe in Giappone. Dall'altra parte del mondo. Abu Mazen sorseggiava il sake in un grande albergo di Tokyo, dov'è in visita ufficiale, quando gliel'hanno detto: a una tv israeliana, Canale 10, è arrivato quel famoso dvd. E si vede tutto. E i fotogrammi stanno per andare in onda.

 

E c'è anche un'anonima intervista con un riconoscibilissimo intervistato. E sta per sgorgare un fiume di fango sull'Autorità palestinese. Perché, nell'ordine: 1) le immagini rivelano l'adulterio flagrante di Rafik Husseini, uno stretto collaboratore del presidente, ripreso nudo in un appartamento di Gerusalemme Est mentre fa sesso con una segretaria;

2) l'intervista, a un ex capo dell'intelligence palestinese, rivela che ci sono in giro «migliaia di documenti» come prova della «spaventosa corruzione ai vertici dell'Anp»; 3) il messaggio dell'operazione, neanche tanto velato, è che Abu Mazen deve far piazza pulita di chi lo circonda. Pena uno scandalo che travolgerà lui e tutta la sua dirigenza.

 

Si riaccendono le luci rosse sulla Muqata. Riesplode il sexgate che, qualche mese fa, s'era faticosamente riusciti a insabbiare. È la vendetta di Tawfiq Tirawi e di Fahmi Shabana, i due ex capi del Mukhabarat, i grandi burattinai degli 007 palestinesi.

 

Un intrigo d'intifada: la primavera scorsa, quando scattò la trappola dell'alcova a Husseini e il dvd dello scandalo arrivò ad Abu Mazen in persona, un giornale israeliano raccontò che a girare le immagini erano stati Tirawi e Shabana, arcinemici di Husseini, e che proprio per questo erano stati provvidenzialmente arrestati dalla polizia israeliana e, altrettanto provvidenzialmente, erano stati accusati dallo stesso Abu Mazen d'intelligence col nemico e perciò dimissionati.

La faccenda sembrava chiusa lì. Finché dopo mesi di silenzio, sotto i riflettori di Canale 10, Shabana non è rispuntato dall'ombra in cui era finito. Con le immagini nude del rivale. E col pesante ricatto: o il leader di Ramallah caccia finalmente Husseini o qualcuno mostrerà le prove di milioni di dollari che, donati dall'Europa e dai Paesi arabi e dagli Usa alla causa palestinese, sarebbero invece finiti nelle tasche dei vertici Anp.

 

La gola profonda non accusa direttamente Abu Mazen, né il premier Fayyad. Ma è come se lo facesse: «Hanno lasciato che queste cose accadessero, senza toccare i colpevoli». Cornuti e corrotti. Interessati più ai tradimenti che agl'insediamenti. Accuse del genere, a proposito dell'Autorità palestinese, le lanciano di solito da Hamas o dalla destra israeliana. Uno come il ministro Uzi Landau, per esempio: «Non c'è nessuna differenza tra Arafat e Abu Mazen - è stato il suo delicato commento di ieri -: uno è Jack lo Squartatore e l'altro è lo Strangolatore di Boston. Uno spargeva sangue, l'altro ammazza in silenzio. Ma il risultato è lo stesso».

Ora però la grana è seria: Tirawi, fedelissimo di Arafat, per dieci anni depositario dei segreti di Ramallah, è disposto a dispensare altro sesso e a svelare altre bugie. Shabana è pronto a fornire nuovi videotape. In uno, si vedrebbe Husseini a letto con la signora che, per inciso, è pure un'amica di Abu Mazen: «Me l'hanno mandata apposta per incastrarmi», ha tentato di giustificarsi il fedifrago. Il capo gli aveva creduto, alla fine del primo tempo.

E cerca di ricredergli, mentre va in onda il secondo: «Questa manovra è orchestrata dagli israeliani - dicono l'agenzia Maan e il sito Al Watani, entrambi vicini al leader dell'Anp -: vogliono colpire in alto». O in basso, a seconda dei punti di vista.

[11-02-2010] 

 

 

BERTO-WORLD! (LE FINANZE ALLEGRE DEL MANAGER DI DIO) - DON BIASINI E’ UN CLONE ECCLESIASTICO DI BERTO-LESO: DOVE C’È UN’EMERGENZA UMANITARIA LUI C’È – IL SUO PRESTIGIO HA FATTO SÌ CHE NESSUNO METTESSE IN DISCUSSIONE I SUOI MOVIMENTI – SPIEGANO IN VATICANO: “ANEMONE CHIEDE I SOLDI A DON BIASINI PERCHÉ SA CHE HA TRA LE DISPONIBILITÀ I FONDI DA LUI PERSONALMENTE PORTATI ALLE MISSIONI AFRICANE”…

Giacomo Galeazzi per "La Stampa"

In Vaticano il coinvolgimento di don Evaldo Biasini non piomba come un fulmine a ciel sereno. Negli uffici finanziari e missionari della Santa Sede era «ben noto» che l'economo d'Italia agiva «in modo fin troppo autonomo e disinvolto» rispetto alle indicazioni ricevute dalla Congregazione del Preziosissimo Sangue. Oltre a «prendere decisioni indipendenti dall'effettiva volontà dei superiori dell'ordine», da tempo la Curia era allarmata per la «fiducia incautamente accordata a personaggi discutibili che poi lo hanno tratto in inganno». Don Biasini non è un prete qualunque, bensì un «manager di Dio», un gigante della solidarietà cattolica nel Terzo Mondo.

Al suo nome sono legate opere missionarie tra le più importanti in Africa. In Paesi devastati dalla povertà come la Tanzania, don Evaldo è un pezzo da novanta e conta di più di vescovi che spesso non sono in condizione neppure di mantenere una mensa accanto alla chiesa.

E' lui che apre o chiude i cordoni della borsa. Ovunque ci sia un'emergenza umanitaria, quasi fosse una clone ecclesiastico di Bertolaso, è lui a imbracciare la valigia e mettere in piedi ospedali da campo, scuole, campi profughi. Tra gli economi degli ordini religiosi è proverbiale la sua abilità nel «fund raising» e la rara capacità di coniugare carisma missionario «dal basso» e peso specifico «in alto», cioè nelle stanze in cui si delibera insindacabilmente dove indirizzare il flusso degli aiuti.

«Anemone chiede a don Biasini i soldi perché sa che ha tra le disponibilità i fondi da lui personalmente portati alle missioni africane», spiegano in Vaticano. Gli accertamenti condotti nei Sacri Palazzi su quel giro di soldi consentivano ieri sera di stabilire la «gestione di somme di denaro all'insaputa dei superiori della provincia italiana». Don Biasini non si limita a finanziare attività di beneficenza. Nei decenni spesi ad estendere la rete missionaria del suo ordine, si è guadagnato spazi di eccezionale autonomia rispetto ai vertici religiosi.

Un'assoluta libertà di manovra che nessuno ha mai messo apertamente in discussione, ma che cominciava a suscitare malumori dentro e fuori la congregazione. Quando ieri in Vaticano si sono tirate le fila della vicenda, le informazioni raccolte concordavano nel tracciare un identikit «di potere esercitato in maniera disinvolta, ingenua poco prudente».

Ad un personaggio con un prestigio indiscusso guadagnato sul campo, i confratelli non rivolgevano le domande che invece nei competenti dicasteri della Santa Sede avevano iniziato a farsi.

La personalità coinvolgente e l'affabilità «on the road» di don Biasini avevano sempre fatto apparire inopportuna la minima verifica dei superiori. Ora alla Provincia d'Italia , nel quartiere Appio Tuscolano (dove don Biasini ha il suo ufficio), crea imbarazzo la sostanza (i 50 mila euro di tangente), ma anche il tono consuetudinario, familiare delle intercettazioni. «Senti Evà scusa se ti scoccio solo per rotture di coglioni, devo vedere una persona come stai messo?», chiede Anemone. Risponde don Biasini: «Di soldi per l'Africa qui ad Albano ce n'ho 10 soltanto, giù a Roma potrei darteli».

[12-02-2010]

 

 

 

BALDUCCI SPORT VILLAGE – C’ERANO UNA VOLTA DUE PISCINE E DUE BARETTI SUL FIUME ANIENE, PROPRIETÀ DAL 2004 DI UNA SOCIETÀ FONDATA DA ANEMONE E BALDUCCI JR (L'ALTRO FIGLIO FA L’ATTORE) – ANCHE LE MOGLI DEI DUE SONO IN SOCIETÀ – POI GRAZIE A PAPARINO L’AREA (A RISCHIO ESONDAZIONE) VIENE SCELTA PER I MONDIALI E PER MAGIA SI TRASFORMA IN UN CENTRO ULTRA-CHIC DA 28MILA MQ…

1 - IL SISTEMA ANEMONE RAGAZZE E MASSAGGI
Mattia Feltri per "La Stampa"

Il Salaria Sport Village non è soltanto il luogo nel quale - secondo le intercettazioni telefoniche e le deduzioni investigative - Guido Bertolaso andava a ritemprarsi dalle fatiche emergenziali. Il Salaria Sport Village, se peccato c'è, è il peccato originale.

Balducci

Il primo a raccontare di questo centro sportivo, del benessere, dello svago e della baldoria è stato Fabrizio Gatti sull'Espresso e la questione è stata ripresa qui e là da giornaletti locali romani. Ma, insomma, i protagonisti e la cronologia dei fatti incuriosiscono perché i protagonisti sono i Balducci (padre e figlio) e gli Anemone (famiglia), bruscamente coinvolti nella faccenda-Bertolaso, e perché la cronologia insospettisce.

Ebbene, quattro anni fa, il 29 dicembre del 2005, il premier Silvio Berlusconi nomina Angelo Balducci (padre) commissario straordinario per i Mondiali di nuoto. Angelo Balducci è uno di fama. Ha già girato i governi e guadagnato la fiducia, per esempio, di Francesco Rutelli e Antonio Di Pietro.

Nel nuovo ruolo, Balducci deve individuare (all'inizio in collaborazione con gli amministratori locali, poi un'ordinanza governativa gli concede poteri illimitati) aree romane in cui costruire gli impianti per le competizioni del 2009. Balducci le individua. Individua, in particolare, il Salaria Sport Village che è una cosina, due piscine e due baretti, e che si potrebbe ampliare. Così, almeno, pensa Balducci. E infatti, nel febbraio 2007, il Village avanza la candidatura.

bertolaso

Il Salaria Sport Village era nato nel dicembre del 2004, fondato dalla Stube Spa e dalla Fidear Srl, due fiduciarie costituite da Filippo Balducci (figlio di Angelo) e da Diego Anemone, uno degli arrestati dell'altro giorno. Balducci jr e Anemone avevano comprato nel 2004 l 'ex centro sportivo della Banca di Roma a Settebagni (Nord di Roma), ne avevano ceduto le quote alla Stube e alla Fidear, la Stube e la Fidear avevano costituito il Salaria Sport Village e qualche anno dopo sarebbe arrivato Balducci padre a farne una piccola capitale dei Mondiali di nuoto, per la gran fortuna di Balducci figlio e soci.

In realtà l'ultimo atto non è di Balducci sr, ma di Claudio Rinaldi, che nel giugno del 2008 prende il posto di Balducci sr nel ruolo di Commissario delegato per i Mondiali di nuoto. In cinque giorni Rinaldi chiude la pratica e il Salaria Sport Village può farsi grande, nonostante Italia nostra sostenga che lì non si possa costruire, perché è un'area di sfogo per le esondazioni del fiume Aniene. A sostegno della tesi, Italia nostra porta il Piano regolatore e altri corposi incartamenti che tuttavia non suscitano curiosità.

- La protezione Civile al tempo di Bertolaso - Manuele Bonaccorsi - Ed Alegre - Copertina

Oggi il Village occupa quasi 28 mila metri quadrati di terreno, ha due piscine olimpiche coperte (lì si allenò la squadra cinese), un'altra piscina più piccola, dodici campi da tennis, il campo da golf, la Club House eccetera eccetera ed è lì che sverna Luciano, il capostipite degli Anemone. E' stato lui (originario di Grottaferrata, provincia di Roma) a mettere in piedi la fortuna di famiglia costruendo e ristrutturando mezza Settebagni, e adesso si riposa gestendo il Village e la tenuta in Umbria, colture e allevamenti biologici per le cucine del centro sportivo, e lasciando ai figlioli la gestione delle imprese.

Adesso il Village è un posto dove ci si fa vedere volentieri. D'estate le piscine hanno una densità di frequentazione tipo piazza Venezia in un comizio del '36. Si fanno le serate a tema, la serata del merengue, la serata sudamericana, e durante il fine settimana l'happy hour attira centinaia di persone sedotte dalla compagnia e dall'open bar, la consumazione illimitata.

E' il regno dei giovani Anemone - Diego e Daniele - che come tutti i trentenni danarosi amano e ostentano le berline di lusso; è anche il regno di Balducci jr (sua moglie e la moglie di Diego Anemone sono in società) e insomma lì i ragazzi brindavano alle recenti fortune. Arrivavano per i massaggi e per l'aperitivo uomini di governo e della maggioranza.

Arrivava don Evaldo Biasini, buon amico di famiglia, che compare nelle intercettazioni e che è l'economo provinciale della Congregazione dei missionari del preziosissimo sangue, ruolo di sostanza e di rispetto nel quale, forse, avrà fatto la conoscenza di Bertolaso. Ed ecco, quindi, che se peccato c'è, il Village fu il peccato originale, il primo grande affare, di tanti grandi affari, di famiglia e di famigli.

2 - BALDUCCI JR. È ATTORE A BERLINO...
Da "La Stampa" -
Il figlio di Angelo Balducci, l'ex collaboratore di Bertolaso alla protezione Civile arrestato nell'ambito dell'inchiesta G8, è oggi protagonista al festival di Berlino con «Due vite per caso». È l'attore Lorenzo Balducci che sulla vicenda paterna ha replicato con un secco «No comment».

«Due vite per caso» è l'opera prima di Alessandro Aronadio, regista siciliano 24enne. Racconta del disagio dei giovani, della loro cronica precarietà e fa esplicitamente eco a un film come «Sliding doors» e anche, in modo sfumato, alle tragiche vicende del G8 del luglio 2001 di Genova.

[12-02-2010]

 

 

 

PER GENCHI CARTELLINO ROSSO DALLA PS? ...
Potrebbero costare care a Gioacchino Genchi le esternazioni sull'attentato subito da Silvio Berlusconi a dicembre con il lancio di un modellino del Duomo. «Qualcosa di quel lancio non può essere vera» ha detto il perito informatico al congresso dell'Idv, alludendo a «una pantomima che provvidenzialmente lo ha salvato da dimissioni imminenti».

Frasi da cui si è dissociato pure Antonio Di Pietro. Genchi, vicequestore della Polizia, è già stato sospeso dal servizio due volte: per un'intervista e un intervento sul suo blog, considerati «lesivi delle istituzioni». Episodi che, rispetto alle nuove esternazioni, sembrerebbero quasi inoffensivi. Un'altra sanzione parrebbe inevitabile. Solo che alla terza sospensione dalla polizia si viene destituiti. Per sempre. (A.R.)

borghezio pugno

5- E SASSOLI FA LEGA ...
Strana alleanza a Strasburgo (ma con flop annunciato) fra il pd David Sassoli e il leghista Mario Borghezio. I due, con i pdl Mario Mauro e Sergio De Silvestris e l'udc Magdi Cristiano Allam, hanno presentato il 23 novembre al Parlamento europeo una dichiarazione a favore dell'esposizione del crocefisso nei luoghi pubblici, vietato da una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo il 3 novembre del 2009. Per essere approvato il documento ha bisogno di 369 firme entro l'11 marzo, finora ne ha ricevute 109.

VIA AI PIGNORAMENTI PER L'EX MINISTRO ...
L'ex ministro dei Lavori pubblici Giovanni Prandini è stato condannato in via definitiva a risarcire allo Stato 5 milioni di euro per il danno erariale causato dall'affidamento degli appalti dell'Anas, nel periodo compreso tra il 1989 e il 1992, non con gare pubbliche, ma attraverso la trattativa privata. Tale condotta ha provocato allo Stato un danno quantificato in 320 miliardi di lire. Così la sentenza di appello della Corte dei conti ha condannato Prandini al pagamento di 5 milioni di euro più interessi e ha disposto l'immediato pignoramento dei beni a copertura del pagamento. (C.V.)

 

 

RAI, LIMITI A MEDIASET - PATTO MERKEL-SARKOZY: L’EUROPA SALVERÀ LA GRECIA - IRAN TRA PIAZZA E SANZIONI - A PALERMO PAGATI DALL’ENTE CHE NON C’È…

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: "Ecco tutte le accuse a Bertolaso", "Il sottosegretario: servo lo Stato resto fiducioso" e "La difesa di Letta e le tensioni con Tremonti". Editoriale di Sergio Romano: "Emergenza e regole". Al centro: "Le mille Haiti intorno a noi", "Patto Merkel-Sarkozy: l'Europa salverà la Grecia", "Intervista a Padoa-Schioppa: Né lasciar naufragare né interventi gratis", "Serve il Fondo monetario. L'illusione di fare da soli".

Di spalla: "Premier all'attacco su programmi Rai, pentiti e magistrati" e "E la chiamano informazione". In basso: "Donare gli organi: la scelta nella carta d'identità", "Milano. Il giudice e la sentenza pronta prima del processo" e "Il Leone di Trieste. Le quattro incognite del caso Generali".

LA REPUBBLICA - In apertura: "Corruzione, indagato Bertolaso" e "Stop ai talk show. Bufera sulla Rai, limiti a Mediaset". Editoriale: di Giovanni Valentini "Il diktat del silenzio". Di spalla: "Se la donazione degli organi va sulla carta d'identità".

Al centro: "I burocrati del Cavaliere", "E l'imprenditore rise: Che affari a L'Aquila", "Il Grande regno dell'emergenza", "Industria, crollo record giù i redditi familiari" e "Via libera alle centrali nucleari, regioni e comuni in rivolta". In basso: Il garante accusa: spiato chi scarica dalla rete" e "Un dolore può davvero spezzare il cuore".

LA STAMPA - In apertura: "Appalti, indagato Bertolaso", "Cancellati anni di lavoro" e "L'uomo con il mito del fare". Editoriale: di Michele Brambilla "Diteci che non è vero". Al centro: "L'onda verde sfida il regime", "Il premier: in tv basta con i pollai", "Nasce il par silentium", "Aiuti all'industria. Senza incentivi tornerà la Cig" e "Milleproroghe. Sui documenti il sì ai trapianti". Di spalla: "A Palermo pagati dall'Ente che non c'è". In basso: Il buongiorno di Massimo Gramellini: "Indipendenti pubblici".

IL GIORNALE - In apertura:"Arresti e avvisi per gli appalti. Terremoto giudiziario per Bertolaso". Al centro: "Berlusconi: Io, Veronica e la escort...", "Il candidato della sinistra in Campania. L'alleato di Tonino? Indagato. Come la moglie". Di spalla: "I pensieri proibiti del conformismo" e "I morti della foibe? Vittime di serie B". In basso: "Lucci è una iena: provate a intervistarlo..." e "Dopo la Toyota, ora l'Honda. In Giappone è crollato il mito dell'auto perfetta".

IL MESSAGGERO - In apertura: "Appalti, Bertolaso indagato". Editoriale di Paolo Savona: "La crisi della Grecia. L'Europa non deve restare a guardare". Fotonotizia: "Il giallo di Viterbo. Marcella, uno sfregio sessuale porta all'assassino. Sequestrate 70 paia di scarpe".

Al centro: "L'uomo in maglioncino che sconfigge i terremoti", "Espianti, la scelta sulla carta d'identità" e "Par condicio, Rai verso lo sciopero". In basso: "L'Inter frena, solo un punto" e "Le nuove frontiere del Noir".

IL TEMPO - In apertura: "Olimpiadi di tiro su Roma" e "Proiettti: A noi i cinque cerchi a loro i ministeri". L'editoriale di Giuseppe Pennisi: "Una Serenissima bocciatura". Al centro fotonotiozia con Bertolaso con in braccio un bimbo di Haiti: "Bertolaso indagato. Se questo è un corrotto. Il vero furto è quello dell'innocenza".

In basso: "G8 in Sardegna. Appalti pilotati. Quattro arresti e un pm nei guai" e "Governo. Il premier respinge le dimissioni del sottosegretario". Di spalla: "Berlusconi: Il Lazio è già nostro" e "Quell'incontro galeotto da Gagosian".

IL SOLE 24 ORE - In apertura: "Parigi e Berlino aiutano Atene", "Indagine per corruzione. Avviso di garanzia a Bertolaso per i lavori al G-8. Berlusconi respinge subito le dimissioni" e "Il premier: non c'è un veto tedesco per Draghi alla Bce". Editoriale: di Carlo Bastasian "Il vertice europeo. L'euro ha paura del calcio di rigore".

Al centro: "Marcegaglia: positive le scelte del governo su incentivi e ricerca" e "Vancouver. Olimpiadi hi-tech". Di spalla: "Pessimi i saldi allo shopping delle regole finanziarie". In basso: "Centenario Confidustria: gli award e il premio Pininfarina. L'impresa nella storia italiana: vedi alla voce eccellenza".

AVVENIRE - Apertura: "Grandi eventi nel mirino". Editoriale di Antonio Maria Mira: "La logica dell'emergenza. Ottima macchina ma non bacchetta magica". Al centro: "La rivoluzione del low-cost nelle piccole città", "Pakistan, un vescovo tutela in tribunale una famiglia cristiana" e "Da Obama sanzioni contro l'Iran. Il regime stringe sugli oppositori".

Di spalla: "Stop ai talk politici sulle reti Rai. Il premier: sì, è pollaio", "Ok al salvaprocessi. Berlusconi apre alla riforma sui pentiti", "La Caritas: fermare per l'inverno gli sgombri dei rom" e "Fiat. Senza gli incentivi 350mila auto in meno e cassa integrazione".

ITALIA OGGI - In apertura: "I conti esteri alla gogna". Al centro: "Revisione, il registro resta ai commercialisti. E la riforma non crea una nuova professione" e "Fini mostra i muscoli con una nuova fondazione aperta ai soli An". In basso: "Studi, la clientela si può cedere".

L'UNITA' - In apertura foto notizia con Bertolaso: "Ultime notizie. Scandalo Protezione civile. Ovazione del governo al commissario". In basso: "La giornata nera dell'informazione. Giornali a rischio", "Tutta la pubblicità alle tv. L'italia un caso europeo" e "Elezioni, bavaglio alla Rai. I dibattiti diventano ‘pollai'".

LA PADANIA - In apertura: "La Ue non ferma l'immigrazione" e "Londra pesca voti stranieri". Al centro: "I mafiosi restano in carcere". In basso: "Cota: Torino resti capitale dell'industria" e "La cara storia del Lingotto".

IL FATTO QUOTIODIANO - In apertura: "Protezione & Corruzione. Scandalo annunciato". Di spalla: "Sua Feltrità e Giuliano l'Aprostata". Al centro: "Calcio e politica. Gli ultrà della Lazio minacciano: non la votiamo. La Polverini ha bisogno di questi voti". In basso: "Con la scusa par condicio imbavagliano la Rai".

IL FOGLIO - In apertura: "La trappola della Maddalena. Indagato e confermato. Così Bertolaso resiste all'ultima emergenza". Al centro: "Tre presidenti un euro". Di spalla: "Iran tra piazza e sanzioni. Il regime sempre più isolato prepara la tomba della sedizione".

[11-02-2010]  

 

 

ERAN TRECENTO, GIOVANE E... BALDUCCI (IL GRANDE CRAC DELLA BERTOLASO 'INTASK' FORCE) - IL GIP DI FIRENZE RACCONTA LA CORRUZIONE CHE HA GOVERNATO GLI APPALTI DELLA MADDALENA E LA RICOSTRUZIONE A L'AQUILA. LE ESCORT DI BERTO-LESO E GLI IMPRENDITORI CHE LA NOTTE DEL 6 APRILE RIDONO PENSANDO AGLI APPALTI DA PORTARSI A CASA - DEFINITI: "VERI BANDITI", "GENTE CHE RUBA TUTTO IL RUBABILE", "PERSONE DA CARCERARE" -

 

Carlo Bonini per La Repubblica

 

Una "cricca dei banditi". Il gip di Firenze racconta la corruzione che ha governato gli appalti della Maddalena e la ricostruzione a L'Aquila. Le escort di Bertolaso e gli imprenditori che la notte del 6 aprile ridono pensando agli appalti.

 

Il sistema, scrive il gip Rosario Lupo, funzionava così: "Angelo Balducci e Fabio De Santis, pubblici ufficiali presso il Dipartimento per lo Sviluppo e la competitività del turismo della Presidenza del Consiglio dei ministri, incaricati della gestione dei "grandi eventi" (Mondiali di nuoto di Roma 2009, G8 della Maddalena, 150° anniversario dell'Unità d'Italia) insieme a Mauro Della Giovanpaola, pubblico ufficiale della struttura di missione per il G8 della Maddalena hanno asservito la loro funzione pubblica (alquanto delicata, attesi gli enormi poteri a loro concessi e i rilevantissimi importi di denaro e risorse a carico della collettività) in modo totale e incondizionato agli interessi dell'imprenditore Diego Anemone (e non solo).
Tale asservimento veniva ben retribuito con vari benefit di carattere economico e non, anche di grande rilevanza patrimoniale: utilità indirizzate o direttamente ai tre pubblici ufficiali o a loro parenti o a soggetti a loro amici (in particolare Anemone e i suoi collaboratori si mettevano a disposizione dei tre, in particolare di Balducci per risolvere loro qualsiasi tipo di esigenza, anche la più banale)".

 

E il sistema, scrive ancora il gip, aveva un nome: "Gelatinoso". "Il caso in questione che ben potrebbe essere definito "storia di ordinaria corruzione" viene qui definito "gelatinoso". E non dagli investigatori ma dagli stessi protagonisti di tale inquietante vicenda di malaffare in una delle tante conversazioni telefoniche intercettate: "Il mio ragionamento è questo... Loro evidentemente stanno immersi in un liquido gelatinoso che è al limite dello scandalo" (...). Ma "sistema gelatinoso" non è l'unica definizione del Dipartimento per lo Sviluppo e la competitività del turismo della Presidenza del Consiglio dei ministri.

 

Infatti la struttura cosiddetta della Ferratella (luogo dove ha sede il Dipartimento e di cui fanno parte Balducci, De Santis e Della Giovanpaola) viene definito - senza mezzi termini - dalle molto istruttive conversazioni telefoniche intercettate: "Cricca di banditi", "Banda di banditi", "Task force unita e compatta", "squadra collaudatissima", "combriccola", e i suoi componenti "bulldozer", "veri banditi", "gente che ruba tutto il rubabile", "persone da carcerare"".

 

Anche l'imprenditore Diego Anemone, del resto, a giudizio del gip, si dimostrava all'altezza della qualità della corruzione assicurata dal sistema in ragione del suo network di rapporti, a cominciare da quello con il Capo della Protezione civile e sottosegretario Guido Bertolaso: "È alquanto inquietante - si legge - che sussistano rapporti di collusione (che definire sospetti è mero eufemismo retorico) tra l'introdottissimo (nonostante la giovane età) Diego Anemone e il potente sottosegretario e capo della Protezione civile Guido Bertolaso (coinvolto nella gestione economica degli appalti aggiudicati con la normativa cosiddetta dei "grandi eventi") che, come risulta inequivocabilmente dalle intercettazioni telefoniche, frequenta spesso e volentieri Anemone e le sue strutture, per così dire, di "relax"".

 

Gli appalti e il prezzo della corruzione. Nell'elenco che ne fa il gip , sono almeno cinque gli appalti pilotati da Balducci e la sua "combriccola" della Protezione civile : "Lo stadio centrale del tennis del Foro Italico (Mondiali di nuoto Roma 2009); il Nuovo museo dello sport italiano di Tor Vergata (Mondiali di nuoto); il completamento dell'Aeroporto internazionale dell'Umbria Sant'Egidio di Perugia (Celebrazioni 150 anni Unità d'Italia); la realizzazione Palazzo della conferenza e area delegati (G8 Maddalena); la residenza dell'Arsenale (G8 Maddalena)". Il prezzo della corruzione sono ristrutturazioni di immobili, auto di lusso a sbafo, assunzioni di domestici e figli, favori sessuali con pagamento di escort a domicilio.

 

Scrive il gip: "Angelo Balducci: utilizzo di due utenze cellulari; personale di servizio nella proprietà di Montepulciano; uso di autovettura Bmw serie 5; messa a disposizione di Rosanna Thau (moglie di Balducci) di una Fiat 500; fornitura di mobili (un divano e due poltrone) per la proprietà di Montepulciano; esecuzione di lavori di manutenzione e riparazione negli immobili di Roma e Montepulciano; assunzione di Filippo Balducci (figlio di Angelo e della sua compagna Elena Petronela Buchila);

messa a disposizione di Filippo Balducci di autovettura Bmw del valore di 71mila euro; lavori di ristrutturazione per l'appartamento di Filippo Balducci in via Latina a Roma con fornitura di materiali di arredo in legno e tessuti; viaggi a bordo di aerei privati; numerosi soggiorni su sua richiesta all'hotel Pellicano di Porto Santo Stefano; assunzione, su sua richiesta, di Anthony Smith e messa a disposizione di un'abitazione.

"Fabio De Santis: affidamento di lavori pubblici in subappalto a Marco De Santis; utilizzo di un'utenza cellulare; fornitura di mobili destinati alla sua abitazione; prestazioni sessuali a pagamento a Venezia (17 ottobre e 28 agosto 2008) e Roma (13 novembre 2008).

 

"Mauro della Giovanpaola: prestazioni sessuali a pagamento a Venezia tra il 17 e il 18 ottobre 2008; uso di un immobile con personale di servizio all'isola della Maddalena; messa a disposizione di tre autovetture Bmw; fornitura di mobili per la sua abitazione".

l'Unità d'Italia (sotto) - Dal Corriere

Bertolaso, il giovane Anemone, i contanti e i favori sessuali. L'iscrizione di Guido Bertolaso al registro degli indagati per concorso in corruzione ha - a giudizio del gip - un fondamento probatorio evidente. "Sono emerse dalle intercettazioni telefoniche conversazioni nelle quali il Bertolaso viene menzionato o è uno degli interlocutori (...)

È emerso che lo stesso Bertolaso intrattiene rapporti diretti con l'imprenditore Diego Anemone con il quale si incontra spesso di persona e in previsione dei quali Anemone di attiva di persona alla ricerca di denaro contante, tanto che gli investigatori ritengono abbia una certa fondatezza supporre che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna di somme di denaro a Bertolaso".

 

Il 23 settembre 2008 Anemone si sbatte per cercare 50mila euro in contanti in vista dell'incontro con il capo della Protezione civile , previsto per quella stessa sera. È l'unica traccia dell'ordinanza su un possibile passaggio di denaro. Ma non è chiaro, o quantomeno, gli investigatori non sono riusciti ad accertarlo, se effettivamente i due si vedano e se ci sia o meno consegna di contanti.

È certo al contrario che Guido Bertolaso goda dei favori sessuali messi a disposizione da Anemone. Il 21 novembre 2008 Bertolaso è al telefono con Simone Rossetti (il lenone di Anemone): ""Sono Guido, buongiorno... Sono atterrato in quest'istante dagli Stati Uniti, se oggi pomeriggio, se Francesca potesse... io verrei volentieri... una ripassata". "Perfetto". "Perché so che è sempre molto occupata... siccome oggi pomeriggio sono abbastanza libero, ti richiamo fra un quarto d'ora"". L'appuntamento viene fissato per le 16.

 

Una seconda prestazione sessuale è del 14 dicembre 2008 e ha luogo nel centro sportivo che è riconducibile Anemone ed è stato aggiudicatario della fetta più importante degli appalti per i Mondiali di nuoto 2009. "Tale prestazione - scrive il gip - è comprovata da intercettazioni con dialoghi del tutto espliciti e fortemente eloquenti e ha avuto luogo con una ragazza brasiliana presso il centro Salaria Sport Village".

Il 17 febbraio 2009, dalle 15 alle 16, Bertolaso è ancora allo Sport Village, per "fare terapia con Francesca", "per riprendermi un pochettino", "per uno dei soliti massaggi". Anemone lo aspetta fuori dalla cabina e al telefono si lamenta con il suo lenone perché il capo della Protezione civile tarda a congedarsi dalla massaggiatrice: "Mannaggia sto a morì de freddo".

 

Anemone, Balducci e la ricostruzione dell'Aquila. Le indagini - documenta l'ordinanza - accertano che Anemone "è di casa all'interno della Ferratella, dove oltre a Balducci, De Santis e Della Giovanpaola, ha rapporti con altri funzionari di rango minore che pure hanno piena consapevolezza dell'esistenza del "sistema gelatinoso": Maria Pia Forleo, Francesco Pintus e Fabrizio Ciotti. Fino al punto di alimentare una sorta di "cassa comune" per le piccole spese di rappresentanza".

Naturalmente c'è dell'altro. A cominciare - scrive il gip - dai rapporti che si intrecciano tra Anemone e Balducci nella Erretifilm srl, società di produzione cinematografica che - come aveva scoperto un'inchiesta firmata da Fabrizio Gatti sull'Espresso del gennaio 2009 - vede come soci la moglie di Balducci (Rossana Thau) e la moglie di Anemone (Vanessa Pascucci).

L'11 aprile 2009, a pochi giorni dal sisma che ha devastato L'Aquila, Balducci, in una lunga conversazione con Anemone " fa pesare il fatto che si è fatto promotore per l'inserimento delle imprese di Anemone nei lavori post terremoto ("Ti rendi conto? Chi oggi al posto mio si sarebbe mosso?") ed esce allo scoperto pretendendo in cambio che il figlio Filippo goda di qualche ulteriore beneficio ("Tra qualche giorno compie 30 anni e io mi chiedo come padre: che ho fatto per lui? Un cazzo")". Filippo troverà una sistemazione.

D'altro canto, già il 6 aprile, in una conversazione tra gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli, direttore tecnico dell'impresa Opere pubbliche e ambiente Spa di Roma, associata al consorzio Novus di Napoli e il cognato Gagliardi si capisce che c'è attesa per le mosse di Balducci sugli appalti: "Alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito, non è che c'è un terremoto al giorno". "Lo so", e ride. "Per carità, poveracci". "Va buò". "Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto".
Nelle intercettazioni della primavera 2009 Anemone e Balducci discutono con grande preoccupazione delle inchieste di Fabrizio Gatti e dell'interesse di Annozero e di Milena Gabanelli (Report). Per provare a contenerle - si legge nell'ordinanza - muovono tale "Patrizio La Bella, amico del giornalista Gatti", che a sua insaputa li informa di quello che il cronista ha in animo di fare. Ma "i contatti tra gli indagati si fanno frenetici e fitti il 28 gennaio 2010, quando il quotidiano "La Repubblica" pubblica un'inchiesta a firma di Paolo Berizzi e Fabio Tonacci".

Gli indagati si muovono anche con Camillo Toro, commercialista e figlio del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, responsabile del pool dei reati contro la pubblica amministrazione (entrambi sono indagati). Il contatto con il magistrato e suo figlio è l'avvocato Edgardo Azzopardi ("Devo parlare con lui", dice a Camillo, che risponde: "Lascialo perdere che ce la vediamo noi"). Azzopardi il 17 dicembre 2009 parla con Toro e fissa un incontro di persona. Il 10 gennaio scorso parla con il figlio Camillo e lo esorta: "Assumi informazioni". Il 30 gennaio l'avvocato, al telefono, sembra aver avuto le informazioni: "Ci sono grossi problemi giudiziari in arrivo".
Il giovane Anemone rendeva felice anche Carlo Malinconico, in quel momento segretario generale alla presidenza del Consiglio e poi presidente della Fieg. "Su richiesta di Angelo Balducci l'imprenditore contribuiva all'organizzazione e pagamento di più soggiorni vacanza presso l'hotel "Il Pellicano" di Porto Santo Stefano". Naturalmente Malinconico non deve pagare un euro: "Mi raccomando, non è che si distraggono e gli fanno il conto". Anemone asseconda anche le richieste di Balducci perché assuma tale Anthony Smith, un tipo di Anacapri che Mauro Masi, direttore generale della Rai, gli aveva chiesto di sistemare.

[11-02-201

 

 

A ROMA NON C’È GARA!(TRA DESTRA E SINISTRA, mejo il CENTRO-TAVOLA: che MAGNA MAGNA!)NEL SOLO 2009 IL CAMPIDOGLIO DI ALE-DANNO HA EROGATO UNA CIFRA IMPRESSIONANTE: 99 MILIONI DI LAVORI COMMISSIONATI (DI CUI 9 PER 'SOMMA URGENZA') SENZA LO STRACCIO DI UN BANDO, SENZA PASSARE SOTTO L'OFFERTA PUBBLICA - (SE I TEMPI ASSEGNATI ALLE IMPRESE SONO SEMPRE DILATATI, DOV’E’ L’“URGENZA”?) - SUCCEDE A ROMA, SUCCEDE IN OGNI DOVE. E LA FARSA PRENDE IL POSTO DELLA TRAGEDIA -

 

Anna Maria Liguori per "la Repubblica - Roma"

Zero gare ma tantissimi appalti, a "trattativa privata" e per motivi di "somma urgenza". Nel solo 2009 il Campidoglio ha erogato una cifra impressionante: 99 milioni di euro di lavori commissionati (di cui 9 per somma urgenza) senza lo straccio di un bando, senza passare sotto l'egida dell'offerta pubblica.

Una procedura che, pur avendo lacci e lacciuoli, è arrivata ogni volta in porto. Tanto che il presidente della Commissione trasparenza del Comune Massimiliano Valeriani ha richiesto al Dipartimento XII gli atti relativi agli appalti erogati nel 2009 e con un'interrogazione del 2 febbraio scorso ha chiesto al sindaco Alemanno «se è al corrente di tale situazione e se la ritiene normale».

Il nodo sta proprio nella "trattativa privata". L'affidamento a questa procedura è previsto, dice la legge, per lavori di importo complessivo non superiore a 500 mila euro. Ma il limite economico viene facilmente oltrepassato: il sindaco può intervenire con un'ordinanza che alza il budget, il tetto è fissato a 5 milioni e 200 mila euro.

«Eppure la trattativa privata può essere autorizzata - spiega Valeriani - nel caso di ripristino di opere già esistenti e funzionanti, danneggiate e rese inutilizzabili da eventi calamitosi o da urgenze incompatibili con il ricorso ad altre procedure di affidamento degli appalti». Invece si è proceduto, in maniera continuativa, all'uso di questo strumento «soprattutto - continua Valeriani - negli interventi di completamento di opere strutturali o in quelli di manutenzione straordinaria».

E nell'uso smisurato di questo iter, con impegni di spesa così rilevanti, il Dipartimento XII non specifica i motivi per i quali si ricorre alla procedura negoziata. Qualche esempio per tutti. Un edificio in via Casilina Vecchia: 800 mila euro per un impianto di rilevazione incendi, non si sa perché e vengono dati 5 mesi all'impresa per realizzarlo.

E ancora la manutenzione straordinaria Via Casale di San Basilio: 2.058.639 pur essendo elevato l'importo vengono assegnati 80 giorni per realizzarlo solo da qui si evince l'urgenza dell'intervento. Poi c'è la manutenzione straordinaria di Via Collatina: 3.392.000, contrasti fra tempi e modalità di affidamento e 200 giorni per la realizzazione.

Quindi i tempi assegnati alle imprese per la realizzazione delle opere sono molto dilatatie non adeguati alle procedure di urgenza a cui si fa riscorso. Questa dilatazione rappresenta un vantaggio soprattutto per le imprese e non certo per il committente. E rimane da valutare anche la trasparenza della "somma urgenza" attivata a parere insindacabile del tecnico comunale che ha effettuato il sopralluogo sull'area in cui intervenire.

E' lui che sceglie la ditta che effettuerà i lavori. «Rispetto alla norma generale - afferma l'assessore capitolino ai Lavori pubblici Fabrizio Ghera - si è scelta una misura più restrittiva per cui le imprese vengono selezionate all'interno dell'Albo fornitori del Comune. In ogni caso verrà istituita, insieme alla Ragioneria, una unità di controllo, peraltro per la prima volta adottata proprio dal Campidoglio, che verifichi i presupposti della somma urgenza».

[11-02-2010]

 

 

 

IL PIÙ PULITO SI CURA LA ROGNA NELLE SUE CLINICHE - INCHIESTA VECCHIO STILE DELL’"ESPRESSO" SUI RAPPORTI TRA GLI IMPRENDITORI DELLA SANITÀ E LE ELEZIONI REGIONALI – MA IL SETTIMANALE TRA ROTELLI E GLI ANGELUCCI SI SCORDA DI CITARE IL SUO EDITORE: CON LA KOS DE BENEDETTI È PRESENTE IN MEZZA ITALIA E "IL RIFORMISTA" DEGLI ANGELUCCI SCOPRE L’ALTARINO

 

Da "Il Riformista"

 

Su L'espresso di venerdì scorso c'è un articolo ricco e documentato sul partito della sanità in Italia, sul ruolo che l'imprenditoria sanitaria avrà nell'elezioni regionali di marzo, e che analizza una per una le situazioni in Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Puglia e Calabria.

Cita molte imprese del settore, dal gruppo San Donato di Giuseppe Rotelli, molto attivo in Lombardia, «che controlla anche l'11 per cento di Rcs-Corriere della Sera», fino al gruppo Tosinvest della famiglia Angelucci «proprietario anche del quotidiano Libero», scrive L'espresso, e proprietario anche della testata del Riformista, aggiungiamo noi.

 

Inchiesta dunque interessante ed esaustiva con un'eccezione significativa. Non è riportato l'impegno nella sanità della Kos (già HSS) che è presente - notizie tratte dal sito della società controllante - in Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Trentino, Lazio e Sicilia. I due azionisti principali di Kos sono Morgan Stanley che la partecipa con il 16,4 per cento e Cir che la controlla con il 65,4 per cento.

 

Cir è la holding controllata dalla famiglia De Benedetti (che ne detiene circa il 52 per cento del capitale) e che tiene in pancia anche il gruppo L'espresso, di cui il settimanale L'espresso è per l'appunto la testata storica, sebbene poco propensa a misurare il peso della Kos nel partito sanità.

[09-02-2010]

 

 

NEL MIRINO DELLA PROCURA DI ROMA I LEGAMI TRA ANGELO BALDUCCI (EX NUMERO DUE DEL RAS DELLA PROTEZIONE CIVILE) E UN’IMPRESA CHE SI ERA AGGIUDICATA I LAVORI PER IL G8 SARDO ALLA MADDALENA (POI SPOSTATO A L'AQUILA) - COME MAI LA SOCIETÀ DEL FRATELLO DI GIAN MICHELE CALVI (BRACCIO DESTRO DI GUIDO) SI COMPRA PER 300 MILA € (DEBITI ESCLUSI) LA TECNOHOSPITAL DI GIAMPY TARANTINI, L’UOMO CHE PORTÒ LA D’ADDARIO DA SILVIO?

 

1 - L'AZIENDA IN CRISI DI TARANTINI ACQUISTATA DAL FRATELLO DEL BRACCIO DESTRO DI BERTOLASO
Antonio Massari
per "
Il Fatto Quotidiano"

 

L'azienda di Tarantini salvata da un uomo molto vicino alla Protezione civile. E' questo il lato interessante della parabola di Tecnohospital, la società di Gianpi Tarantini, l'uomo che portò Patrizia D'Addario da Silvio Berlusconi. "Gianpi" ha sempre tenuto fuori il premier dalla vicenda escort, sottolineando a più riprese che i soldi versati alle donne, per essere accondiscendenti con il premier, erano sempre stati versati, da lui stesso, all'insaputa di Berlusconi.

 

La sua verità ha risparmiato al presidente del Consiglio parecchi imbarazzi, dopo averne creati altrettanti, per avergli presentato una donna che ha registrato Berlusconi fin dentro la camera da letto.

Ma perchè Tarantini aveva tanta premura di presentare belle donne al premier? Tarantini, pochi mesi fa, dichiarò agli inquirenti che intendeva avvicinare la Protezione Civile: era quello - ha dichiarato - uno degli scopi per i quali aveva avvicinato Berlusconi. Oggi scopriamo che nella compravendita della società di Tarantini, un incrocio con la Protezione Civile - o meglio: con una persona considerata il "braccio destro" del suo capo, Guido Bertolaso - c'è. Seppure incidentalmente.

 

La Tecnohospital, azienda di Tarantini, che commerciava protesi sanitarie, aveva fatto affari con tutta la Puglia, incassando milioni di euro dalla sanità pubblica.

La stessa Tecnohospital è finita poi nel ciclone delle indagini, condotte dalla Procura di Bari, sulla corruzione nell'ambito della sanità pubblica, inchiesta che sta facendo tremare molti colletti bianchi della regione. Un'azienda che scotta, quindi, vista la mole di sospetti che la riguardano. Un'azienda che potrebbe avere parecchi problemi a restare sul mercato, considerata la pessima pubblicità ottenuta dalle vicende giudiziarie. Eppure c'è qualcuno che l'ha acquistata. Per 300 mila euro. Nonostante l'azienda abbia debiti per circa 6 milioni di euro.

 

L'acquirente si chiama Gian Luca Calvi, amministratore della società Myrmex spa, che si occupa dello stesso ramo - commercializzazione delle protesi - e lo fa ad alti livelli. Myrmex acquista la Tecnohospital (nel frattempo passata nelle mani della madre di Tarantini, Maria Giovanna Tattoli, - così recita il contratto, stipulato il 22 dicembre 2009, e protocollato il 12 gennaio 2010 - senza acquisirne i debiti, i crediti e le giacenze. Non si accolla quindi i sei milioni di debito. Tra i quali, peraltro, compaiono anche debiti della stessa Tecnohospital con la Myrmex.

 

L'azienda della famiglia Tarantini resta comunque in vita e, almeno, può recuperare 300 mila euro in un momento di grossa crisi finanziaria. Un salvataggio perfettamente riuscito. Il fatto interessante, però, è che la ciambella sia partita proprio da Gian Luca Calvi, fratello di Gian Michele Calvi, presidente della Eucentre, organismo - senza scopo di lucro, si legge nella home page - fondata proprio dalla Protezione Civile. E soprattutto referente, per la protezione civile, del progetto C.A.S.E., a l'Aquila, per la ricostruzione post terremoto. Gian Michele Calvi è definito da molti, ormai, una sorta di braccio destro di Bertolaso.

Torniamo alla compravendita. Con una premessa necessaria: Myrmex e Tecnohospital si "conoscevano" da tempo. Myrmex s'impegna ad acquistare - è scritto nel contratto - "alcuni beni aziendali come immobili, mobili e le attrezzature, software, diritto di utilizzare l'immobile adibito a sede sociale". I 300 mila euro saranno versati "quando il tribunale di Bari stabilirà con decreto di ammissione al concordato preventivo".

 

Il concordato preventivo è un passaggio giudiziario delle procedure fallimentari. Ulteriore segno che la società versa in gravi condizioni. Altro punto interessante del contratto è il seguente: la Myrmex, che acquista la società di Tarantini, è creditrice, proprio dalla Tecnohospital, di ben 1 milione e 603 mila euro.

E il salvataggio dell'azienda - leggendo quest'ultimo particolare - si fa ancora più interessante. È vero che la Tecnohospital ha chiuso in questi anni contratti per milioni di euro con la pubblica amministrazione pugliese. Ed è vero che Tarantini dovrebbe incassare ancora parecchi di questi soldi.

Ma è anche vero che la Myrmex non ne avrà diritto: l'azienda di Calvi, infatti, comprando per 300 mila euro, rinuncia sia ai debiti, sia ai crediti. In serata Gian Luca Calvi non ha voluto rispondere telefonicamente alle domande del Fatto nè sull'acquisto della società nè sulla parentela con Gian Michele.

 

2 - APPALTI D´ORO ALLA MADDALENA INDAGINE SUI LAVORI DEL G8 MANCATO...
Marino Bisso
per "
la Repubblica"

Gli appalti d´oro e gli intrecci d´affari per il G8 della Maddalena. Sulle opere da 300 milioni mai terminate per il summit dei potenti del pianeta, che doveva svolgersi a luglio 2009, in Sardegna ora indaga la procura di Roma. Tra le ipotesi di reato al vaglio, abuso d´ufficio e corruzione. Nel mirino dell´inchiesta sono finite le procedure firmate dall´allora commissario straordinario, l´ingegnere Angelo Balducci, ex numero due della Protezione Civile, l´uomo più potente dopo Guido Bertolaso, poi promosso presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

Il fascicolo è ancora contro ignoti. Ma presto potrebbero essere iscritti i primi indagati. L´inchiesta, coordinata dal procuratore Giovanni Ferrara e dal sostituto Sergio Colaiocco, vuole fare luce su rapporti d´affari e legami più o meno diretti tra Balducci, suoi familiari e le società di costruzione che avrebbero dovuto trasformare l´ex base Nato in un villaggio a cinque stelle, in occasione del vertice, prima che venisse trasferito a L´Aquila.

 

La nuova indagine dei pm romani potrebbe anche assorbire, per competenza territoriale, il filone fiorentino nato dalle intercettazioni dei carabinieri del Ros sugli appalti a favore del costruttore Ligresti e quello di Tempio Pausania sul recupero, mai eseguito, dei fari sugli isolotti di Razzoli e Santa Maria. Sulle opere fantasma alla Maddalena, dopo l´inchiesta di Repubblica, sono state presentate interrogazioni parlamentari e una denuncia alla Corte dei conti.

L´inchiesta dei pm romani, affidata alla Finanza, ha preso avvio invece dagli accertamenti sulle presunte irregolarità commesse dai commissari straordinari nominati per i Mondiali di nuoto e il G8. In entrambi i casi l´ingegnere Balducci ne sarebbe stato un protagonista con il gruppo Anemone che, oltre a essersi accaparrato la riconversione dell´ex arsenale della Maddalena (un appalto da 100 milioni), aveva messo le mani su uno dei poli natatori privati più importanti della capitale, il Salaria Sport Village, ampliato per i Mondiali proprio grazie alle deroghe urbanistiche concesse dai commissari.

 

Un ampliamento lungo le rive del Tevere, in un´area a rischio esondazione, che ha permesso di edificare tre piscine, di cui una olimpionica. Ma per la procura di Roma il maxi impianto sarebbe fuorilegge e per questa ragione, nei mesi scorsi, sono stati indagati per abuso d´ufficio l´ex commissario Balducci e il suo successore, Claudio Rinaldi.

Ora i pm vogliono vederci chiaro anche sulla società che ha usufruito delle deroghe e che vantava tra i soci, oltre a Filippo Balducci (figlio dell´ex commissario), Diego Anemone, della famiglia di costruttori romani.

Ma c´è un´altra azienda al centro degli accertamenti: è la Erretifilm srl che ha sede allo stesso indirizzo dove si trova l´Anemone Costruzioni. L´amministratore è Rosanna Thau, moglie di Angelo Balducci. Parte del capitale societario dell´impresa apparterebbe, invece, a Vanessa Pascucci che figura nella Redim 2002, legata al gruppo Anemone, e nell´Arsenale scarl, impegnata nel maxi cantiere dell´ex arsenale alla Maddalena per il G8.

[08-02-2010]


SALVATE IL SOLDATO BERTOLASO – IL CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE INDAGATO DALLA PROCURA DI FIRENZE PER I LAVORI AL G8 DELLA MADDALENA - ARRESTATO ANGELO BALDUCCI (DOPO UN’INTERCETTAZIONE) E ALTRE 3 PERSONE PER CORRUZIONE - PERQUISITA LA SEDE ROMANA DELLA PROTEZIONE CIVILE…

1 - APPALTI ALLA MADDALENA, INDAGATO ANCHE BERTOLASO...
(Adnkronos) - Anche il sottosegretario alla Protezione Civile, Guido Bertolaso, risulta indagato nell'ambito dell'inchiesta della procura di Firenze sugli appalti per i lavori del G8 che si sarebbero dovuti svolgere alla Maddalena, e che poi vennero spostati a L'Aquila. Nell'inchiesta e' coinvolto anche Angelo Balducci, presidente del Consiglio Superiore dei lavori Pubblici, arrestato stamattina. Sono in corso in questo momento perquisizioni del Ros nella sede della Protezione Civile a Roma, per acquisire materiale e documenti.

Bertolaso

2 - ARRESTO BALDUCCI DOPO INTERCETTAZIONE TELEFONICA...
Da Corriere.it - L'indagine che ha portato all'arresto di Balducci in merito agli appalti del G8 alla Maddalena, e' partita da un'intercettazione telefonica disposta nell'ambito di un'altra indagine della procura di Firenze, relativa alla trasformazione urbanistica dell'area di Castello a Firenze, che ha coinvolto tra gli altri Salvatore Ligresti e due ex assessori della vecchia giunta comunale.

3 - 4 ARRESTI, CORRUZIONE TRA I REATI
(Ansa) - Sono quattro - Angelo Balducci ed altre tre - le persone nei riguardi delle quali è stata emessa ordinanza di custodia cautelare dalla magistratura di Firenze per gli appalti del G8 alla Maddalena. Secondo quanto si è appreso, tra i reati contestati agli arrestati e ad alcuni indagati a piede libero vi è la corruzione. I carabinieri del Ros di Firenze - che hanno eseguito gli arresti - sono tuttora impegnati in attività investigative.

4 - APPALTI MADDALENA; REALIZZATI INTERVENTI PER 327 MILIONI...
(ANSA) - Per ospitare nel 2009 alla Maddalena il G8 dei Grandi - poi spostato a L'Aquila a causa dell' incompatibilita' tra lo sfarzo della costa Smeralda e il terremoto abruzzese - sono stati spesi in meno di un anno (dal luglio del 2008 al maggio scorso) fondi pubblici per 327 milioni di euro: la somma e' stata in gran parte utilizzata per ristrutturare l'ex Arsenale militare abbandonato da decenni e ridotto a discarica di amianto e idrocarburi.

 

Gli interventi realizzati sono stati piu' volte oggetto di polemiche, ma sono stati 'difesi' di recente dal capo della protezione civile Guido Bertolaso. Quei soldi non sono stati buttati, ha detto Bertolaso incontrando i giornalisti sull'isola: le strutture nate per ospitare i Grandi saranno l'occasione per il rilancio turistico, economico e anche occupazionale - ha spiegato - non solo della Maddalena, ma dell'intera Gallura.

Alla Maddelena, ha spiegato il capo della Protezione Civile, e' stata fatta innanzitutto la 'la piu' grande bonifica di sempre', che ha permesso di trasformare un luogo che era 'una fogna' in qualcosa che sara' occasione di vanto per l'isola.

Dall'area dell'ex arsenale sono state raccolte 62mila tonnellate di rifiuti e il 21% di quanto e' stato portato via era composto da amianto, idrocarburi e metalli. Ed e' stato realizzato un porto in grado di ospitare 600 imbarcazioni.

 

5 - ANGELO BALDUCCI,UNA LUNGA CARRIERA NEI LAVORI PUBBLICI...
(ANSA) - Ingegnere civile, sposato, due figli, Angelo Balducci, esecutore per le opere del G8 alla Maddalena, ha alle spalle una lunga carriera nei Lavori Pubblici, da quando nel 1976 vinse un concorso al Ministero.

Ha lavorato per il Commissario delle zone terremotate in Friuli; negli anni '80 come Ingegnere Capo per per il programma di realizzazione delle Capitanerie di Porto italiane. Diventa successivamente provveditore alle opere pubbliche del Piemonte e Valle d'Aosta, poi della Lombardia e successivamente del Lazio.

Per il ministero degli Esteri e' stato incaricato della realizzazione e manutenzione di ambasciate e istituti di cultura all'estero. E' stato responsabile per le zone terremotate dell'Umbria e delle Marche. Ha avuto incarichi legati al 150/0 anniversario dell'Unita' d'Italia e per la ricostruzione del teatro Petruzzelli di Bari. Dopo l'incarico per l'esecuzione dei lavori alla Maddalena, e' stato nominato Commissario straordinario per la realizzazione degli interventi per i mondiali di nuoto 'Roma 2009'.

[10-02-2010]

C’È UN BUCO IN PISCINA – I MONDIALI DI NUOTO FINISCONO IN ROSSO E INVECE DEGLI ORGANIZZATORI PAGA PANTALONE - IL GOVERNO COPRE IL PASSIVO DI 8 MLN € DEL COMUNE DI ROMA CHE ATTENDE ALMENO ALTRETTANTI SOLDI DAI PRIVATI CHE SI SONO COSTRUITI FIOR DI CIRCOLI SPORTIVI – IL SOLO SALARIA SPORT VILLAGE (ANCORA SOTTO SEQUESTRO) NE DEVE NOVE – LO SCONTRO TRA MALAGÒ (COMITATO ORGANIZZATORE) E BARELLI (FIN)…

Lavinio Di Gianvito per il "Corriere della Sera - Roma"

GIOVANNI MALAGO

I Mondiali di nuoto dell'estate scorsa sono costati più del previsto. Il bilancio di Roma 2009, alla fine, si è chiuso in rosso. Ma a pagare non saranno gli organizzatori o gli imprenditori che hanno costruito le piscine finite nell'inchiesta della Procura. Saranno i cittadini, perché i soldi ce li metterà lo Stato.

Il mezzo individuato per tappare il buco è il decreto milleproroghe. Un emendamento all'articolo 1 aggiunge un nuovo comma, il 23 bis, che stabilisce: «È fissato al 31 marzo 2010 il termine per il trasferimento al Comune di Roma della somma di otto milioni di euro per le esigenze connesse alle attività del Comitato organizzatore dei Mondiali di nuoto Roma 2009».

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La cifra destinata per legge al Campidoglio copre la maggior parte del disavanzo del Comitato organizzatore, pari a 9,7 milioni di euro. A carico della collettività. Ma il Comune vanterebbe crediti molto più consistenti dagli imprenditori privati: gli oneri concessori che le piscine dovrebbero versare in proporzione alle cubature tirate su. Per il solo Salaria Sport Village, il circolo che ha costruito di più (e ancora sequestrato perché avrebbe violato un vincolo ambientale), il conto ammonterebbe a nove milioni di euro. Soldi destinati alle casse del Campidoglio, che però devono essere riscossi.

 

La questione del buco nel bilancio dei Mondiali è esplosa a dicembre, quando il direttore generale, Roberto Diacetti, ha presentato la relazione in base a cui, al 31 ottobre 2009, il disavanzo era salito a 9,7 milioni di euro. In quella seduta il Comune e la Federazione italiana nuoto, i due soci del Comitato organizzatore (guidato da Giovanni Malagò), hanno votato contro l'approvazione del consuntivo. E hanno deciso di rivedersi a gennaio.

 

In un comunicato, la spiegazione della Federnuoto: «La decisione è stata presa alla luce della relazione del collegio dei revisori dei conti della Fin, che all'unanimità ha definito non idonee le relazioni approntate dal Comitato "Roma09", recante una lievitazione di costo da giugno a luglio di 9,7 milioni». Sullo sfondo, uno scontro tra il presidente della Fin, Paolo Barelli, e Giovanni Malagò: proprio all'inizio di giugno il primo aveva chiesto le dimissioni dell'altro.

[09-02-2010]

PRIMAVERA D'ORO PER MAURO MORETTI ALLA PROTEZIONE CIVILE SPA. CON UNA BUONUSCITA DI 3,6 MILIONI...
Gli uscieri del palazzo-obitorio delle Ferrovie dello Stato sono particolarmente inquieti.
A preoccuparli è il futuro di Mauro Moretti, il manager di Rimini che in questi anni è riuscito con la sua efficienza a risvegliarli dal torpore e a dare un senso al loro destino. Da quando Dagospia nella sua infinita miseria ha anticipato due settimane fa che l'ex-sindacalista Cgil sarebbe andato alla Protezione Civile Spa (il mostro che dovrà gestire 60 miliardi per tutte le emergenze) gli uscieri non hanno chiuso occhio.

 

Poi ieri hanno trovato su "Repubblica" la conferma di questa notizia che aveva qualcosa di incredibile. Dalla bocca di Moretti non è uscita invece una parola. Dopo la storica gaffe sui panini e le coperte indirizzata ai passeggeri dell'Alta Velocità prima di Natale, l'ingegnere si è barricato nel suo ufficio e anche gli ultimi quattro collaboratori che gli sono rimasti fedeli, hanno difficoltà a capirlo.

Nemmeno ieri di fronte all'attacco del leghista Roberto Castelli che durante un convegno in Assolombarda ha dichiarato la sua delusione per la Frecciarossa, il Capo delle Ferrovie non ha replicato. Quello di Castelli, sottosegretario alle Infrastrutture, è un brutto segnale che si aggiunge alle polemiche innescate dal ministro Matteoli e dimostra che nei confronti di SuperMauro tira un'aria pesante.

 

Nei corridoi del palazzo-obitorio di Porta Pia ritengono che il silenzio di Moretti sia legato alla certezza di andare al vertice della nuova Protezione Civile. D'altra parte l'ha confidato lui stesso a dicembre agli ultimi quattro dirigenti fedeli che da Palazzo Chigi aveva ricevuto l'assicurazione di lasciare la faticosa esperienza sulle rotaie per prendere il timone dalle mani di Bertolaso. E c'è chi addirittura continua a dire che in un cassetto della sua scrivania ci sarebbe una lettera firmata dal sottosegretario Paolo Bonaiuti che confermerebbe il nuovo incarico.

Da quel momento gli uscieri hanno preso a fare i conti e hanno calcolato a occhio e croce che la liquidazione di Moretti dovrebbe aggirarsi intorno a 3,6 milioni di euro. A questa cifra si arriva sommando tre anni di stipendio più un anno di "non competition", cioè di impegno da parte di Moretti di non lavorare in una società concorrente.

Non si sa se i numeri sono esatti, ma qualcuno sostiene che prima del Consiglio dei ministri in cui si discusse la stupida clausola che voleva porre un tetto agli stipendi dei manager pubblici, l'ex-sindacalista Cgil avrebbe fatto "passare" in Consiglio di amministrazione la sua polizza di buonuscita. È probabile che si tratti soltanto di chiacchiere, ma gli uscieri si stanno già chiedendo chi entrerà nel grande ufficio che per tre anni è stata la plancia di comando dell'Alta Velocità.

 

Su un punto convergono tutti: il prossimo Capo delle Ferrovie avrà una forte connotazione politica e sarà pescato nella prateria della Padania dove intorno a Berlusconi e alla Lega non mancano i candidati. Costui assommerà probabilmente su di sé la carica di presidente e amministratore delegato e avrà il compito di traghettare in Borsa Trenitalia, l'infrastruttura portante delle Ferrovie. Se queste ipotesi sono vere si chiuderà la parentesi di Moretti e probabilmente anche quella di Innocenzo Cipolletta che appare estraneo al centrodestra e rimane in corsa per la presidenza della Camera di Commercio.

 

Nel palazzo-obitorio delle Ferrovie agli uscieri non rimarrà che rimpiangere le scenate e gli urli del manager di Rimini, l'uomo tuttofare che si occupava delle carrozze e delle salviette.

2 - E' L'ORA DEL MONTE CALTA DI SIENA?
Alla Mostra d'Oltremare di Napoli stanno preparando la kermesse di sabato quando a viale Kennedy entreranno i banchieri per l'appuntamento annuale del Forex.

 

A questo rito non è mai mancato il Governatore della Banca d'Italia e molti ricordano le passeggiate di Antonio Fazio quando al termine dell'Assemblea passeggiava sotto i portici con l'amico Fiorani. Oltre a Mario Draghi che aprirà i lavori poco prima di mezzogiorno, arriveranno i big del credito italiano. E tra loro ci sarà anche Francesco Gaetano Caltagirone, il costruttore-editore proprietario del "Mattino" e vicepresidente del MontePaschi di Siena. Quella del Calta non sarà una presenza casuale perché molti segnali indicano che il 67enne imprenditore sta attraversando una mutazione genetica. È chiaro infatti che quest'uomo, classificato tra i più liquidi d'Italia, ha capito la lezione della crisi economica prima di altri e con il suo fiuto che lo ha portato a costruire un impero, ha diversificato in modo lento ma costante la geometria dei suoi interessi.

 

La "primavera" dell'imprenditore romano è sempre più legata alle attività finanziarie e questa scelta strategica, che non significa affatto l'abbandono del core business edilizio, si è manifestata sull'asse Siena-Trieste. Nella città mitteleuropea il Calta è pronto a giocare la partita delle Generali mettendo sul piatto il pacchetto delle sue azioni che, secondo alcuni, supera di gran lunga il 2%. E lo farà certamente per favorire l'arrivo dell'amico Cesarone Geronzi.

 

Questo però è soltanto un tassello della nuova strategia perché in questo momento le sue energie sembrano concentrate soprattutto sul MontePaschi, la più antica banca italiana dove stanno avvenendo movimenti importanti. Il primo riguarda il futuro di Giuseppe Mussari, il boccoluto presidente calabrese che Caltagirone di intesa con Passera e Profumo vuole portare alla presidenza dell'Abi, l'Associazione dei banchieri guidata dall'anziano Faissola.

Se l'operazione riuscirà - e ci sono tutte le condizioni perché questo avvenga - nella banca di Siena si apre il problema di sostituire il suo direttore finanziario e vicedirettore generale, Marco Morelli. Costui è stato scelto da IntesaSanPaolo per ricoprire la carica di capo della Banca dei Territori, quella guidata un tempo da Pietro Modiano e oggetto di scontri furibondi tra i torinesi del SanPaolo e i longobardi di Intesa.

 

 

RIFKIN E LA PARCELLA DA 280 MILA EURO...
Dal "Corriere della Sera - Roma" -
«Il compenso - si legge nel documento del 21 gennaio- è relativo alla partecipazione al workshop e alla stesura del masterplan che verrà presentato agli stati generali del 18 e 19 maggio». Rifkin, a dicembre, era l'ospite d'onore. E il professore americano, aveva teorizzato «una Roma sostenibile, con un Colosseo ad impatto zero, il lavoro su dieci borgate e sui palazzi».

E il compenso? Alemanno rispose: «Lo stiamo quantificando, ma contribuiranno anche degli sponsor privati». Sarà così? «Quei soldi - spiega il portavoce del sindaco, Simone Turbolente - li spenderà il Comune. Ma il compenso è relativo a tutto lo staff di Rifkin, quaranta persone, e coprirà il lavoro per presentare il master plan». L'opposizione è sul piede di guerra. Valeriani, che ha presentato un'interrogazione, aggiunge: «A Roma Energia, che dovrebbe applicare i progetti di Rifkin, si licenziano i dipendenti. E l'economista prende 280 mila euro. Dov'è l'errore?».

20-01-10

 

SACCONI A GLAXO: NON ACCETTIAMO IMPOSIZIONI UNILATERALI...
(ANSA) -
"Siamo determinati a non accettare imposizioni unilaterali": Lo ha detto il ministro del Welfare Maurizio Sacconi al termine dell'incontro nella Prefettura di Verona con le organizzazioni sindacali sul futuro del centro ricerche di Glaxosmithkline, il cui smantellamento è stato annunciato dalla multinazionale farmaceutica. "E' vero che ciascuno ha un proprio ambito di libertà - ha sottolineato Sacconi - però a questa libertà si unisce la responsabilità - Anche noi abbiamo gli spazi di libertà, che va esercitata con responsabilità, e anche noi abbiamo degli spazi di reazione". "Quindi a buon intenditor - ha aggiunto - valga la regola che stiamo adottando con tutte le compagnie, anche multinazionali, di non accettare decisioni unilaterali. Non è nella tradizione di questo Paese - ha concluso il ministro - non è nella prassi consolidata che si fonda sul dialogo sociale".

 

SEMPRE PIÙ CARO È QUELL’ERMO COLLE - NEL 2010 IL QUIRINALE SPENDERÀ 228 MLN €: CIRCA 60 MLN IN PIÙ RISPETTO A 10 ANNI FA – E QUEST’ANNO SONO PREVISTI CONCORSI PER INGAGGIARE NUOVO PERSONALE (NON NE BASTANO 1879) – IN FRANCIA SI SPENDONO SOLO 112 MLN PER 1000 PERSONE E IN UK 60 MLN CON 310 DIPENDENTI…

Andrea Scaglia per "Libero"

Ed eccoci qui, signore e signori, a presentare e commentare come ogni anno i numeri relativi alle spese direttamente o indirettamente legate al nostro primo cittadino per antonomasia, che poi è il presidente della Repubblica (più che altro nel senso d'istituzione, ovviamente). Un appuntamento fisso, che mai manca di strappare una smorfia d'istintivo e anche un po' populista fastidio. Intendiamoci, sarà pur vero - come sottolinea esultante la nota diffusa dal Quirinale - che il bilancio di previsione per il 2010 è in calo rispetto a quello degli ultimi anni, -3,5 milioni di euro se confrontato con il 2008, - 4,7 paragonandolo al 2007. E che anche il personale è diminuito.

 

E che, insomma, Napolitano e il suo entourage cercano di tener fede al progetto di riduzione dei costi, che peraltro negli anni avevano raggiunto livelli ingiustificabili e insopportabili. In ogni caso, sapere che la nota spese per il 2010 è stata impostata «sulla base di una richiesta di dotazione a carico del bilancio dello Stato pari a 228 milioni di euro», ecco, lascia comunque sbigottiti. Soprattutto considerando che nel 2000, il "carissimo Quirinale" - così era intitolato un servizio dell'Espresso dell'epoca - spendeva 264 miliardi di lire.

 

Riconvertiti in euro, fanno 136 milioni 344mila e rotti. Poi bisogna però considerare l'inflazione, e allora l'equivalente attuale di quei 264 miliardi diventa 163 milioni e 272mila euro. Significa che in dieci anni il conto complessivo è comunque salito di quasi 65 milioni, euro più euro meno.

 

CARRIERE DI CONCETTO
Si diceva del personale. Nella sua "nota di bilancio", il segretario generale del Quirinale Donato Marra spiega che sono 976, i "civili" impiegati al Colle e che evidentemente si dividono il lavoro fra Roma e le altre due sedi della presidenza della Repubblica, Castelporziano e Villa Rosebery di Napoli. Di questi 976 funzionari, 879 sono inquadrati come personale "di ruolo", mentre ci sono poi altre 97 persone fra personale "comandato" - cioè distaccato da altri enti - e a contratto.

Per quanto riguarda gli assunti, vengono fornite anche le specifiche: 74 appartenenti alla carriera direttiva, 109 alla carriera di concetto, 213 alla carriera esecutiva, 483 alla carriera ausiliaria. Come detto - e certo lasciando perdere la scontata ironia sulla carriera di concetto - viene rimarcato che, rispetto al dicembre 2006, la dotazione è diminuita di 108 unità. E va bene. Ma trattasi comunque di un migliaio di persone. Scusate se sembran troppe. E sembran troppe anche e soprattutto considerando che, a queste, va sommato il personale specificamente incaricato della sicurezza.

Ecco, qui si parla di altre 903 persone, fra militari e personale di Polizia. Compresi i 259 corazzieri, i mitici marcantoni da uno e novanta in su che vigilano sul palazzo e sul capo dello Stato. E comunque, anche qui è vero che nel corso del 2009 ne sono stati "tagliati" complessivamente una ventina, di addetti alla sicurezza. Ma resta il fatto che, sommando personale civile e militare, il Quirinale impiega complessivamente 1879 persone. Milleottocentosettantanove.

 

Cioè, dài, va bene che nei palazzi della presidenza della Repubblica ci sono da salvaguardare opere d'arte che son tesori dell'umanità e che anche la gestione amministrativa è diversamente impostata rispetto ad altre amministrazioni estere simili per grado e prestigio, e che insomma sarebbero impropri i confronti, concetto rimarcato ancora ieri dai funzionari quirinalizi.

Ma l'istintivo e un po' populista fastidio riappare comunque, nel ricordare che la presidenza francese spende 112,3 milioni di euro l'anno, impiegando 1.031 persone (359 per la sicurezza). E che la monarchia d'Inghilterra - che il bilancio annuale diffonde con ogni genere di specifica - di milioni ne spende una sessantina l'anno, con 310 dipendenti. Trattasi peraltro di paragoni già sentiti e strasentiti, ma fan sempre effetto. Anche perché la differenza resta paradossale.

 

ORGANICO «SOFFERENTE»
E c'è sempre questa smorfia di fastidio populista che viene e va. Molto precisa è infatti la presidenza della Repubblica nel sottolineare ancora che «il personale complessivamente a disposizione dell'ammini - strazione si è ridotto rispetto al 31 dicembre 2006 di ben 302 unità». Ma l'espressione di compiacimento si trasforma in perplessa nell'ap - prendere, immediatamente dopo, che «il processo di riduzione del personale di ruolo non può proseguire indefinitamente», e che già oggi «i posti vacanti ammontano a 264», e che accidenti «iniziano a manifestarsi sofferenze in alcuni comparti».

E dunque, «si procederà nel corso del 2010 a un'attenta verifica dei fabbisogni, che verranno coperti attraverso un limitato e mirato programma di concorsi pubblici». Cioè: il Quirinale torna ad assumere. Regolarmente, con tutti i crismi e i concorsi e i controlli e quant'altro, ne siamo certi, ma comunque imbarca altre persone. Quasi duemila cristiani a disposizione, e si manifestano «sofferenze». Un'ultima cosa. Sempre dalla nota quirinalizia, s'apprende che «per la naturale dinamica dei pensionamenti » nel 2010 salirà la spesa per pagare le pensioni di chi al Quirinale ha lavorato in passato.

Si parla di 83 milioni di euro, che corrisponde al 35,1 per cento del bilancio complessivo. «Deve dunque rilevarsi - così scrivono i funzionari del Colle - che ben più di un terzo della spesa complessiva è assorbito dalla corresponsione di trattamenti pensionistici anche risalenti nel tempo». Giusto. Ma, a forza di assumere, tal problema non può che perpetuarsi. Con tanti saluti ai buoni propositi.

 

 

[08-02-2010] 

 

 

Creata per decreto la scatola societaria Protezione civile servizi Spa (in via di conversione alle Camere), ecco spuntare la vera smoking gun, l’ordinanza che permette al braccio operativo di Palazzo Chigi e a Guido Bertolaso di commissariare e gestire, se del caso, Expo 2015. alla faccia di moratti, di formigoni e di stanca. APPUNTAMENTO A Dopo le Regionali…

Marco Alfieri per Sole 24

 

Creata per decreto la scatola societaria Protezione civile servizi Spa (in via di conversione alle Camere), ecco spuntare la vera smoking gun, l'ordinanza che permette al braccio operativo di Palazzo Chigi e a Guido Bertolaso di commissariare e gestire, se del caso, Expo 2015.

La pistola fumante si nasconde nelle pieghe di una Opcm (n. 3.840) del 19 gennaio 2010, passata inosservata e pubblicata in Gazzetta ufficiale settimana scorsa. In apparenza il titolo è evasivo: Disposizioni concernenti la realizzazione del "grande evento" Expo 2015, emanate dal presidente del Consiglio dei ministri su proposta del capo del dipartimento della Protezione civile. In realtà scavando tra una messe di commi e articoli spunta nero su bianco la sagoma di un dispositivo che permette, «ove necessario», di andare in deroga a ben 15 normative ordinarie e ad un regolamento del comune di Milano.

 

E che normative: si spazia infatti dalle «procedure di valutazione di impatto ambientale (modalità, controlli e sanzioni)» al delicatissimo risiko degli espropri (evidente l'attinenza con la partita sull'acquisto delle aree dove sorgerà il sito espositivo, al centro di un negoziato tra la società di gestione guidata da Lucio Stanca e i proprietari Fondazione fiera e Gruppo Cabassi): «competenza, vincoli derivanti da piani urbanistici e da atti diversi dai piani urbanistici generali, atti che comportano la dichiarazione di pubblica utilità e occupazione temporanea di aree non soggette ad esproprio».

E ancora: dalle «procedure sulle bonifiche» nientemeno che al codice degli appalti («procedure di scelta degli offerenti e del contraente, garanzie a corredo dell'offerta per fare contratti con enti pubblici, criterio del prezzo più basso, sub-appalti, direzione lavori, avvisi e inviti alla gara»). Passando per «il codice dei beni culturali e del paesaggio (vigilanza, ispezione, procedure edilizie, conferenza dei servizi e pianificazione paesaggistica)» e il «piano parcheggi».

 

Su tutti questi temi, l'ordinanza (dopo l'inserimento di Expo tra i "grandi eventi" sottoposti potenzialmente alla giurisdizione della Pro.Civ) permette di agire in deroga integrale. Insomma «è il cerchio che si chiude», commenta il deputato Pd, Vinicio Peluffo. «Prima l'anno perso per la costituzione della società di gestione e l'incertezza sui finanziamenti, poi l'ultima finanziaria che non concede a Milano e al sindaco Moratti la deroga al Patto di stabilità per gli investimenti Expo», poi ancora la bocciatura degli emendamenti al Milleproroghe (marginali ma utili alla gestione ordinaria della SoGe) e la nascita di Protezione civile spa che per statuto potrà acquistare aree e immobili, appaltare opere e fare assunzioni dirette operando in forma privata. Adesso, infine, l'ordinanza del governo. «Un grande scippo - prosegue Peluffo - a dimostrazione che palazzo Chigi ha tutta l'intenzione di commissariare l'evento, esautorando la società guidata da Stanca e gli enti locali».

L'operazione potrebbe scattare, con la scusa dei ritardi, dopo le regionali o in autunno, appena conclusa la registrazione del progetto al Bie. A quel punto insieme alla scatola societaria pienamente operativa, l'ordinanza governo-Protezione civile, che autorizza il commissario delegato a muoversi in deroga (non è detto che sia il commissario straordinario Letizia Moratti), offrirà materialmente anche la strumentazione operativa.

 

Non bastasse, il provvedimento arriva insieme all'avvio dei tavoli tematici Expo organizzati dalla Camera di Commercio ambrosiana di Carlo Sangalli e Bruno Ermolli. Un evidente lavoro di tutoring all'attività ordinaria della società operativa. L'obbiettivo è in fondo simile: sveltire una macchina che procede a passo di lumaca. Anche a costo di svuotare di funzioni la società di gestione, creando ulteriori malumori.

 

 

[05-02-2010] 

 

 

INCHIESTA SU SEQUESTRO RATA BOND REGIONE, PALESE QUERELA DUE QUOTIDIANI...
(Adnkronos) - Il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Puglia, Rocco Palese, preannuncia 'di aver dato mandato' ai suoi avvocati di avviare azioni legali a tutela della sua immagine in merito ai titoli e ai contenuti degli articoli pubblicati oggi dai quotidiani L'Unita', La Repubblica e La Repubblica Bari, relativi all'inchiesta sul bond sottoscritto dalla Regione Puglia con la banca d'affari Merril Lynch nel 2003 e nel 2004.

Ieri la Guardia di Finanza, su disposizione del gip del Tribunale di Bari, ha sequestrato la rata che il 6 febbraio la Regione avrebbe dovuto versare nel sinking fund e come differenziale dello swap (circa 30 milioni di euro). Palese, all'epoca della sottoscrizione del bond, era assessore al Bilancio 05.02.10

 

 

 

A IERVOLINO QUERELA LA PDL PASCALE...
Dal "Corriere della Sera" -
Il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino ha annunciato ieri una querela nei confronti di Francesca Pascale, consigliere provinciale del Pdl e promotrice del gruppo di sostegno al premier «Meno male che Silvio c'è», per quanto affermato l'altro ieri a proposito del primo cittadino nel corso della puntata de l'Infedele di Gad Lerner, su La7.

«Mi hanno informata che una ex velina, pare di "Telecafone" e fondatrice del Club "Meno male che c'è Silvio", tale Francesca Pascale - si legge in un comunicato -, aveva parlato male di me in tv. Essendo impegnata in cose ben più serie, fra cui la giunta e il Consiglio comunale, non ho dato importanza alla cosa anche per non fare ulteriore pubblicità alla signora velina».

 

«Vedendo poi il testo di quanto andato in onda nella trasmissione di Gad Lerner - ha proseguito la prima cittadina -, mi sono accorta che si tratta di un consigliere provinciale di Napoli e che l'accusa è quella di essere stata eletta con imbrogli elettorali. La questione da comica diventa seria, anche perché detta in una trasmissione ad ampia diffusione da persona che siede nelle istituzioni ed allora ho dato mandato al mio avvocato di sporgere immediata querela per il reato di diffamazione aggravata».05.02.10

 

 

POLVERINI DI STELLE – LA PAROLA D’ORDINE DELLA CANDIDATA ALLA REGIONE LAZIO È “TRASPARENZA”, MA LA SUA GESTIONE DELL’UGL (A PROPOSITO, NON SI È ANCORA DIMESSA) È FATTA DI BILANCI MAI RESI PUBBLICI (AL CONTRARIO DI CIGL, CISL E UIL) – NEL SINDACATO DI DESTRA MANCA IL TESORIERE, TUTTO PASSA PER LE MANI DI RENATA (SI PARLA DI 20 MLN €)…

Gianni Del Vecchio per "Europa Quotidiano"

«Voglio costruire, con te, una nuova storia per la nostra regione per farla diventare, tra cinque anni, quella in cui si vive meglio in Italia. L'obiettivo è eccellere per trasparenza e partecipazione, puntando sul lavoro di squadra».

Quotidiano - e L atto della casa di San Saba All EUR (Foto Ansa)

La frase campeggia, ben in vista, sulla homepage del nuovo sito di Renata Polverini.
Una dichiarazione d'intenti molto "boniniana", visto che vengono utilizzate parole d'ordine molto care alla candidata radicale alla regione Lazio. Peccato però che le buone intenzioni della sfidante Pdl cozzino con la sua storia recente. Nei quattro anni da segretaria generale Ugl (giova ricordare che lo è ancora, non essendosi mai dimessa nonostante ciò che va dicendo), Renata Polverini non ha certo brillato per trasparenza e collegialità.

 

Anzi. Il suo stile di gestione della "macchina" è stato opaco e accentratore. Nessun bilancio è stato reso pubblico dal 2006 ad oggi, così come non esiste nell'Ugl la figura del tesoriere: le entrate vengono gestite personalmente dal segretario generale. Cioè dalla Polverini.

Anche il sindacato di destra, come tutti gli altri, ha l'obbligo di compilare ogni anno un rendiconto economico-finanziario.

 

Lo stesso statuto dell'Ugl prevede che venga preparato dalla segreteria e approvato dal Consiglio nazionale. Tuttavia, si tratta di due operazioni che sono sempre state compiute nel massimo riserbo, senza la benché minima pubblicità.
Come rivela una fonte interna che vuole restare anonima, negli ultimi quattro anni non c'è traccia di bilanci pubblicati.

Unica eccezione, «il consiglio nazionale del 2008 a Chianciano, dove un rendiconto fu letto frettolosamente al microfono da un incaricato». Dall'Ugl si giustificano con il fatto che non esiste nessun obbligo legislativo che impone di rendere pubblici i documenti contabili.

Vero. Tuttavia, nonostante il legislatore li abbia lasciati liberi, tutti i sindacati (almeno quelli più grandi) hanno deciso di non nascondere i loro costi e i loro ricavi.

Cgil, Cisl e Uil li mettono ogni anno sul sito internet e li pubblicano nei rispettivi house organ, come Rassegna sindacale per l'organizzazione di Epifani e Conquiste del lavoro per quella di Bonanni. Invece dall'Ugl niente: niente sul sito, niente sul mensile interno, La meta sociale. Una scelta di trasparenza negata, che la sigla di destra ribadisce ancora oggi, appositamente interpellata da Europa.

A questo punto, è lecito chiedersi il perché di tanta riservatezza, visto che strutture ben più grandi e complesse come Cgil, Cisl e Uil non hanno timore a mettere in piazza le loro entrate. Il fatto è che l'altra faccia della medaglia dell'opacità è la gestione personalistica delle risorse da parte della Polverini.

Nell'Ugl non esiste, infatti, la figura del segretario amministrativo (ossia colui che in un sindacato è addetto alla gestione della cassa) ma tutto passa direttamente fra le mani della leader ugiellina. Cosa, questa, sancita peraltro dallo statuto, secondo cui tocca esclusivamente al segretario generale «dirigere la gestione del patrimonio confederale».

Anche stavolta però l'Ugl si distingue dagli altri: la Uil, ad esempio, ha un tesoriere, la Cisl un segretario amministrativo, la Cgil un amministratore alle dirette dipendenze del segretario organizzativo. Invece a via Margutta c'è una donna sola al comando: Renata. È lei che gestisce circa 20 milioni di euro all'anno: a tanto ammonterebbero le entrate, secondo un articolo del Mondo mai smentito (neppure ieri) dal sindacato della Polverini.

Venti milioni che, secondo fonti Ugl, verrebbero così ripartiti: il 40 per cento resta al centro, il 30 per cento va agli enti di categoria e l'altro 30 alle strutture territoriali. Il che significa che ogni anno Renata può gestire almeno otto milioni di euro per tenere in piedi la sede nazionale, fra affitto e stipendi dei dipendenti. Una valutazione, questa, prudenziale, visto che altre stime parlano di un "tesoretto" che andrebbe dai 10 ai 12 milioni l'anno. In ogni caso, una bella somma nella piena discrezionalità della sindacalista dalla giacca rossa. Quanto basta per capire il suo amore sfrenato per la riservatezza.

[05-02-2010] 

 

 

 

 

VELARDI, LA HOLDING DEI DUE MONDI (DAL MATERAZZO ALLE RETI!) - Come l'ex consigliere di D'Alema, con il gruppo Reti, costruisce le trame delle elezioni regionali Polverini (Pdl) e De Luca (Pd)- Ma come fa L'EX LOTHAR a pianificare una strategia comunicativa per il centrodestra e a doversene poi inventare un'altra per il centrosinistra? - tutti dallo spin doctor da 5 mln di euro...

Stefano Sansonetti per ITALIA OGGI

 

Le si potrebbero chiamare «Reti trasversali». Di certo nei palazzi della politica c'è già chi ironizza a più non posso. E fa notare che Claudio Velardi, ex consigliere dalemiano ed ex assessore bassoliniano, di mattina cura la comunicazione di Renata Polverini, candidata del Pdl alla regione Lazio; di sera si occupa dell'immagine di Vincenzo De Luca, candidato del Pd alla poltrona di governatore della Campania.

Ma come fa lo spin doctor a pianificare una strategia comunicativa per il centrodestra e a doversene poi inventare un'altra per il centrosinistra? È qui che arriviamo alle «Reti trasversali». Già, perché si dà il caso che Velardi sia tra i fondatori della Reti spa, di cui ancora oggi è consigliere di amministrazione, ormai un gruppo tuttofare in grado di fatturare 5,3 milioni di euro, peraltro senza risentire dell'effetto della crisi.

Particolare curioso: la sede della società è a Roma, a palazzo Grazioli, ovvero proprio il quartier generale del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Che il gruppo sia tuttofare è confermato dalla relazione sulla gestione allegata all'ultimo bilancio approvato.

Vi si legge che «il gruppo Reti in questi 10 anni di attività è cresciuto nel lobbying e nel public affairs, nella ricerca socio-culturale e sui consumi, nella comunicazione politica, nei rapporti con i media, nelle attività di marketing politico-culturale, nella comunicazione e nella formazione di alto livello».

 

Certo, negli ultimi tempi la struttura ha dovuto subire qualche aggiustamento. A partire dal gennaio del 2009, la società ha cominciato a ristrutturarsi, avviando una fase di acquisizioni che l'hanno portata a mettersi in pancia Running srl, Reti Espana srl, Makno srl e Reti Media Affairs. L'ultimo fatturato, quello al 31 dicembre del 2008, parla di 5.287.991 euro, addirittura in lieve aumento rispetto ai 5.286.743 euro dell'anno precedente.

 

Insomma, si capisce perché da destra e da sinistra tutti facciano appello a Velardi per rifarsi l'immagine politica, per funzionare meglio, per bucare lo schermo. Ultimo in ordine di tempo, a essersi rivolto all'ex consigliere di Massimo D'Alema, è stato il candidato alla regione Campania Vincenzo De Luca (Pd).

Poco prima di lui era approdata alla corte del «grande comunicatore» Renata Polverini, candidata del pdl alla regione Lazio. Velardi, però, nel corso del tempo ha diversificato il suo business. È stato, infatti anche fondatore della Paypermoon Italia srl, di cui è consigliere di amministrazione. Si tratta di una società di produzioni cinematografiche che si è distinta, in tempi recenti, per la produzione della serie «Raccontami», andata in onda su Raiuno.

Senza contare, si apprende dall'ultimo bilancio, che la società a suo tempo acquisì la titolarità del 50% dei diritti di utilizzazione e sfruttamento e relativi proventi netti delle prime due serie di «Raccontami». Più tutta una serie di progetti, che aiutano a capire perché la Paypermoon abbia messo a segno un fatturato 2008 di 10.450.672 euro, praticamente il doppio dell'anno precedente (5.234.843 euro).

Infine gli interessi nell'agricoltura. Velardi è socio al 50% del figlio Federico Velardi nella Ki, una società agricola a Sorbo Serpico, in provincia di Avellino.

[04-02-2010] 

 

 

Riceviamo pubblichiamo:
31 gennaio 2010. Roma, piazza Cavour. Sono le 22.15. Davanti al cinema Adriano una Bmw serie 1 con tre donne a bordo tenta di parcheggiare in divieto di sosta davanti alla fermata di un'autobus in uno spazio visibilmente stretto. L'auto forza la mano e riga entrambe le auto limitrofe. Un gruppo di ragazzi fermi alla fermata del bus tenta di far notare l'accaduto alle responsabili e per tutta risposta la donna passeggero seduta sul sedile anteriore manda poco elegantemente a quel paese i giovani con aria spocchiosa.

Solo quando scende chi ha assistito alla scena si accorge della sua identità: Lady Mastella ovvero Sandra Lonardo Mastella, moglie di Clemente. Morale. L'esperienza giudiziaria e il pubblico ludibrio non hanno purtroppo portato a più miti e umili consigli. In compenso i giovani davanti alla fermata dell'autobus se ne sono andati senza riconoscere l'"infamosa" passeggera dell'auto. C'è ancora speranza per questo Paese.
Un dago-affezionato  

02.02.10

 

ENERGIA VIA COL VENTO PER I FIGLI DI PAPA’ (INSIDE JOB!)- Mentre il governo decide sugli incentivi, Il fotovoltaico fa gola ai rampolli di Scajola, La Loggia e Tabacci - tra gli azionisti della Sibaris ci sono Concetta Caldara (5%), già collaboratrice di La Loggia - GLI INTRECCI DI Maria Elena Woodrow, che altri non è che la moglie di La Loggia...

Stefano Sansonetti e Roberto Gagliardini per ITALIA OGGI

 

La parola magica è fotovoltaico. Il termine indica tutto quel mondo di impianti che sfruttano l'energia solare per produrre elettricità. Ma a essere magico, almeno in prospettiva, è soprattutto il business che il settore è in grado di innescare. A essersene accorti sono in molti, in particolare dalle parti della politica.

 

Qui c'è drappello di figli di ministri, ex ministri e parlamentari che si trova sulla tolda di comando di diverse aziende che hanno proprio nel fotovoltaico il loro core business. Il tutto mentre il governo sta lavorando a un decreto nel quale verrà stabilita l'entità degli incentivi a un settore che oggi vale poco più di 1 miliardo di euro. E che, secondo le proiezioni di I-Com (Istituto per la competitività), se rimanessero le attuali condizioni di mercato, da qui al 2020 potrebbe avere un impatto sul pil di circa 22 miliardi di euro.

Che potrebbero addirittura arrivare a 110 miliardi (creando 210 mila nuovi posti di lavoro) nel caso in cui riuscisse a imporsi una filiera nazionale. Qualche esempio di rampollo Vip? Si prenda Pier Carlo Scajola. Si dà il caso che il figlio trentenne del ministro dello sviluppo economico, Claudio Scajola, sia consigliere delegato della Agena, società che ha nel suo oggetto sociale, tra le altre cose, «la realizzazione di impianti e apparecchiature fotovoltaiche».

 

Ma c'è di più, perché Pier Carlo è anche azionista al 50% della Agena, dove l'altro socio è Daniele Santucci. È appena il caso di notare che proprio il dicastero dello sviluppo economico, insieme a quello dell'ambiente, dovrà predisporre il decreto sugli incentivi.

Questi, in sostanza, sono diretti alle imprese che decidono di montare i pannelli, operazione che però va a beneficiare indirettamente anche le aziende che producono gli impianti. Ovvero le imprese dei figli di papà. Tra queste spicca la Sunray Italy, una srl controllata al 100% da una società di diritto maltese che si chiama Sunray Renewable Energy Ltd.

Nella controllata italiana, come consigliere di amministrazione, c'è Giuseppe La Loggia, 34 anni, figlio dell'ex ministro degli affari regionali Enrico La Loggia. Come si apprende dalla nota integrativa all'ultimo bilancio approvato, «il gruppo Sunray è attivo in tutte le fasi di sviluppo del progetto, dalla compilazione e ottenimento dei permessi locali sino alla costruzione degli interi parchi fotovoltaici».

 

Nello stesso documento si legge che l'impresa, qualche tempo fa, «ha costituito 10 società in forma di srl destinate alla costruzione e conduzione di impianti fotovoltaici a fronte di progetti autorizzati». Insomma, si tratta di un autentico gruppo. Un collegamento indiretto all'ex ministro La Loggia, tra l'altro, può essere individuato anche nella Sibaris New Energy.

Parliamo di una società di Reggio Calabria che, come si può leggere nell'oggetto sociale, tra le varie cose si occupa della «realizzazione e commercializzazione, sia in Italia che all'estero, di impianti fotovoltaici». Ebbene, tra gli azionisti della Sibaris ci sono Francesco Massa (23%), un ex dirigente dell'Enel molto stimato dall'ex ministro, e Maria Concetta Caldara (5%), già collaboratrice di La Loggia.

Nella società, ancora, figurano Alessandra Marini, con un altro 5% del capitale, e Adelaide Marini, come sindaco effettivo. Le due donne, coincidenza curiosa, risultano detenere l'8% di una società di trasporto milanese, la Orizzonti srl (in liquidazione dal 28 settembre 2009), nel cui capitale, con una partecipazione del 30%, c'è Maria Elena Woodrow, che altri non è che la moglie di La Loggia.

A puntare molto sul fotovoltaico è anche la Alerion Energie Rinnovabili srl. Nel suo consiglio di amministrazione siede Simone Tabacci, figlio trentasettenne del deputato ex Dc e ora Udc Bruno Tabacci. La società, che fa capo al 100% alla Alerion Clean Power spa, «si occupa della realizzazione di progetti connessi allo sfruttamento di fonti energetiche alternative (eoliche e fotovoltaiche), sia direttamente (tramite l'impianto fotovoltaico di San Marco in Lamis) sia tramite l'acquisizione di partecipazioni titolari dei suddetti progetti».

Lo si apprende dall'ultimo bilancio approvato. Così come dallo stesso documento emerge che la Alerion Energie Alternative vanta partecipazioni in 20 aziende, tra imprese controllate e joint-venture. Si tratta in quasi tutti i casi di imprese attive nell'eolico.

 

 

[02-02-2010] 

 

 

FASSINO: RETICENZA SBAGLIATA DOPO PAROLE CRAXI SU FINANZIAMENTI...
(Adnkronos) - "Nessuno poteva misconoscere quanto detto da Craxi alla Camera nel '92'. Lo dice Piero Fassino in una intervista pubblicata sul numero di febbraio del magazine free press 'Pocket'.

'Di fronte a quel discorso -sottolinea l'ex segretario dei Ds- sarebbe stato giusto non essere reticenti. Ma e' sbagliato oggi santificare o demonizzare Craxi. Dimostro' di avere grandi intuizioni, fece scelte coraggiose, ma commise anche gravi errori che lo condussero a Tangentopoli e alla sconfitta. Che la politica si sia valsa di finanziamenti privati, registrati e non, e' innegabile. Ma finanziamenti non registrati e tangenti sono due cose diverse'.  

02.02.10

 

LA FURBETTA DEL PALAZZO - LA POLVERINI CONTRO "IL FATTO" AMMETTE IL FATTACCIO: “FORSE HO EVASO LE TASSE MA VI QUERELO LO STESSO” - Per aggirare l’imposta di registro sulla seconda casa aveva fatto la donazione della sua prima casa alla mamma pochi giorni prima dell’acquisto - FORSE “UNA PRESUNTA IRREGOLARITÀ FISCALE” MA DOVUTA A “UN DISGUIDO"...

1- POLVERINI: "FORSE HO SBAGLIATO MA NON È REATO"...
Lettera a "il Fatto Quotidiano"

- e L atto della casa di San Saba All EUR (Foto Ansa)

"Ho letto l'articolo de "Il Fatto" di oggi nel quale si torna a parlare dell'acquisto della casa in cui vivo. Il tema su cui è costruito l'intero pezzo riguarda una presunta irregolarità fiscale che - in ogni caso- non avrebbe alcuna rilevanza penale. L'episodio in questione risale a circa otto anni fa, e avvenne in una fase di avvicendamento dei consulenti che seguivano la mia attività; suppongo sia questa la causa del disguido. In queste ore sto verificando se davvero le persone che mi aiutavano nelle questioni amministrative possono in qualche modo avermi indotto in errore.

Errore di cui, comunque, mi assumerei ogni responsabilità. Come si vede, rispondo con serenità e trasparenza sul tema posto. Con la stessa serenità e con la dovuta fermezza, sottolineo che c'è un limite alla polemica politica e al sacrosanto diritto di critica e di cronaca.

 

Quando il limite si varca - come è avvenuto nei pezzi offensivi e scandalistici costruiti contro di me - le persone perbene devono difendere la propria onorabilità. Per questo ho dato mandato ai miei legali di procedere nei riguardi de "Il Fatto".
Renata Polverini

 

2- LA CANDIDATA PDL AMMETTE L'EVASIONE...
Marco Lillo
per "il Fatto Quotidiano"

Renata Polverini, tra mille distinguo, alla fine ammette quello che "Il Fatto Quotidiano" ha scritto ieri: il candidato presidente della Regione Lazio del Pdl è un evasore fiscale. La segretaria dell'Ugl condisce l'ammissione del suo errore, che lei chiama "disguido" con un'incoerente minaccia di querela finalizzata a ridurne l'impatto mediatico negativo.

Quello che conta, al di là della formula di rito sul "mandato ai legali" è che nel dicembre del 2002 la candidata a guidare una regione che ha il compito di far pagare le tasse ai suoi cittadini, non ha pagato le imposte dovute su un acquisto di una casa.

 

Nell'atto, che ieri abbiamo pubblicato in fotocopia, Renata Polverini chiede "di avvalersi delle agevolazioni fiscali previste dall'articolo 1 della Tariffa", cioé l'agevolazione prima casa che abbatte l'aliquota dal 10 al 3 per cento. Per ottenere il risparmio di circa 19mila euro, dichiara al notaio Giancarlo Mazza: "di non essere titolare esclusiva di diritti di proprietà su un'altra abitazione acquistata con le agevolazioni previste".

Peccato che l'allora vicesegretario dell'Ugl avesse comprato 9 mesi prima un altro appartamento con la medesima agevolazione. Dopo l'uscita della notizia sul nostro giornale, ieri, nessun politico della maggioranza e nemmeno dell'opposizione ha proferito verbo.

Solo il consigliere regionale Enzo Foschi del Pd ha avuto una reazione da paese normale: "Polverini deve dire se è vero quanto riferito da ‘Il Fatto Quotidiano'. Ossia, ha realmente evaso le imposte sulla casa per un ammontare di circa 19 mila euro in merito all'acquisto di un appartamento, dopo aver goduto di prezzi a dir poco agevolati sull'acquisto di immobili che sulla carta valgono molto di piu?'".

Al mattino Renata Polverini è stata in silenzio. Ironia della sorte era impegnata in un convegno sull'emergenza abitativa dove ha dichiarato che la sua ricetta per risolvere il problema è "fare incontrare il pubblico con il privato per dare risposte a chi ha bisogno di casa". Un incontro certamente redditizio nel suo caso, non c'è dubbio, visti i prezzi spuntati dall'Inpdap e dal Vaticano.

 

Nel pomeriggio è giunta a "Il Fatto" la sua lettera che pubblichiamo. Il tono è cortese e bisogna darne atto alla candidata del Pdl. Anche l'approccio si mostra sincero laddove ammette l'errore e si impegna ad assumersene la responsabilità. Meno dove scarica la colpa sui consulenti.

Una posizione indifendibile visto che la signora ha firmato di suo pugno la richiesta delle agevolazioni per il secondo acquisto della casa nel quartiere di San Saba (dalla banca del Vaticano) e non è possibile che non sapesse di essere già proprietaria di una prima casa all'Eur (comprata con lo sconto dall'Inpdap).

Inoltre, proprio nell'acquisto della prima casa all'Eur, Renata Polverini aveva dimostrato di conoscerne benissimo la disciplina fiscale. Per aggirare l'imposta di registro sulla seconda casa aveva fatto la donazione della sua prima casa alla mamma pochi giorni prima dell'acquisto. Invece di querelare, la Polverini dovrebbe andare avanti con più decisione sulla strada della trasparenza. Magari restituendo quei 19 mila euro mancanti all'erario.

 

 

[27-01-2010] 

M’ARRAZZO D’AUTO – TRA LE TANTE PASSIONI COSTOSE DI PIERINO C’ERA ANCHE QUELLA DELLE AUTO BLU DA 4MILA € AL MESE – UN PARCO MACCHINE RINNOVATO COME SE FOSSE UNA COLLEZIONE DI ALTA MODA - DURANTE IL SUO MANDATO HA VIAGGIATO SU 7 AUTO DIVERSE (2 DURANTE LO SCANDALO) A SPESE DELLA REGIONE …

Marco Morello per "il Giornale"

 

Una scorpacciata di lusso a motore oliato con i soldi pubblici, un parco macchine fin troppo ballerino, rinnovato come se fosse una collezione di alta moda. Nei suoi quattro anni e mezzo di presidenza della Regione Lazio, Piero Marrazzo ha usato ben sette auto blu, tutte stracariche di optional e generose di cilindrata.

 

Le ultime in ordine di tempo, due sfavillanti Audi A6 di colore simil argento, le aveva volute per l'ultimo giro, la parata trionfale prima del requiem alla poltrona: sono state infatti noleggiate a maggio dello scorso anno, pochi mesi prima dello scandalo che lo ha costretto alle dimissioni e, comunque, poco prima della fine naturale del mandato.

Due vetture e non una, si badi bene, perché quando pagano i cittadini pare non ci siano remore a esagerare. La spesa è di oltre 1.860 euro al mese ciascuna, dunque 3.700 e rotti ogni 30 giorni per entrambe, come si legge nella determinazione che impegna le cifre necessarie per soddisfare il capriccio dell'ex governatore.

Il totale è di circa 540mila euro spalmati in due anni, per noleggiare, oltre alle due berline di rappresentanza, anche 17 Volkswagen Passat nere destinate agli assessori, che spesso, a pioggia, hanno usufruito dei benefici elargiti dal grande capo. Loro però sono 16, dunque pure in questo caso c'è l'aggravio della vettura in più, della riserva che fa rima con spreco.

 

La denuncia è del consigliere Fabio Desideri del Pdl, vicepresidente della commissione Urbanistica: «Dalle carte - commenta - emerge il profilo cupo di un presidente che ha tenuto un comportamento incoerente, che costringe a una spesa extra gli abitanti del Lazio, ai quali sono stati già imposti balzelli ai massimi livelli e tagli all'assistenza ospedaliera».

 

Insomma una beffa in piena regola, che fa a pugni con gli annunci ufficiali, con il codice etico propagandato già a giugno del 2006 e che prescriveva un carattere sobrio ed ecologico per le vetture di servizio, specificando che avrebbero dovuto essere tutte a metano.

La storia inizia ad aprile 2005, dopo l'elezione di Marrazzo, che eredita una signora macchina, un'Alfa 166 con appena un anno di vita e costata 28mila euro. La rifiuta (ma resta a sua disposizione), e fa comprare una Lancia Thesis 3.2 Emblema per 45mila euro, più altri 260 per un comodo e indispensabile bracciolo con telefono incorporato.

Nell'attesa rinnova il noleggio di un'altra Thesis, da aprile a novembre 2005, per 15mila euro. Poi ne prende un'altra ancora, sempre dello stesso modello, per quasi 60mila euro da dicembre 2005 fino a novembre 2008.

 

E, secondo indiscrezioni, non si fa mancare qualche giro pure su un'Alfa 166 a disposizione degli assessori: aveva i vetri oscurati, dicono che gli piacessero particolarmente. «Aggiungiamo le due Audi - aggiunge Desideri - e il quadro è completo. L'ex mezzobusto di Mi manda Raitre ha proprio esagerato».

[27-01-2010] 

VERBALI DELL'INTERROGATORIO DEL GIORNALISTA DI "CHI" GABRIELE PARPIGLIA - ACCUSATO DI ESSERE "STATO MESSO DENTRO IL SETTIMANALE DI SIGNORINI DA MORA E CORONA”, PARPIGLIA SI TIRA FUORI DA TUTTO E Spara su CORONA: “Fabrizio millanta stronzate ventiquattr’ore su ventiquattro. mi ricordo che lui diceva che c’era questo mercato oscuro dei servizi fotografici dove se il servizio fosse particolarmente delicato veniva offerto all’interessato stesso oppure lo stesso interessato si metteva d’accordo con il direttore di un giornale per ritirare il servizio"...

Gian Marco Chiocci per "il Giornale"

 

Ecco il verbale del giornalista Gabriele Parpiglia, rimasto a lungo secretato a Potenza, e poi trasmesso dal pm Woodcock al collega Frank Di Maio titolare del procedimento su Vallettopoli 2. Oltre a essere persona un tempo legata a Corona attraverso il padre direttore di Star tv, ha poi lavorato con Signorini, Parpiglia avrebbe rapporti con la Spy one, agenzia al centro della nuova inchiesta sui presunti ricatti ai vip.

Secondo uno dei supertestimoni di quest'ultimo procedimento, il fotografo Pensa detto «Bicio» della scuderia Corona, Parpiglia sarebbe l'anima nera del traffico delle foto scottanti ritirate dal mercato. A verbale, Bicio dice, per esempio, che «Parpiglia è uno di quelli che deve procurare... che è stato messo dentro il settimanale "Chi" appositamente da Lele Mora e da Corona». Nel faccia a faccia col pm, però, Parpiglia si tira fuori da tutto e scarica Corona.

 

"IO PRODUCO GOSSIP"
Parpiglia: «Ho conosciuto Corona perché lavoravo con la moglie Nina Moric che conduceva la trasmissione "Sheick" dove io facevo l'autore (...). Poi ho collaborato con "Star Tv" diretto dal padre di Fabrizio Corona (...). Corona, come lui dice, produce gossip (...). Ma quello millanta storie, Fabrizio millanta storie ventiquattr'ore su ventiquattro (...). Di chiacchiere sui servizi che lui vendeva agli stessi interessati io ne ho sentite parecchie (...).

 

E lo disse anche in un'intervista (...) poi lui personalmente, diceva cose testuali, che produceva gossip, che aveva le talpe, gli informatori e che i fotografi sapevano dove andare, che a volte erano gli stessi artisti che gli dicevano dove e come muoversi e che c'era un mercato oscuro dei servizi che si apriva a varie possibilità: come vendere allo stesso interessato, laddove lo scoop era abbastanza delicato e di conseguenza, appunto, ritirare il servizio".

Pm: «E questo... credo che l'interessato fosse d'accordo prima (...) ha interesse a toglierla dal mercato, non credo che l'interessato stesso sia...». Parpiglia: «Sì, compiacente (...). Il mio compito è solo quello di portare al giornale e fare gli interessi di Roberto Alessi, il mio direttore di Star Tv che è al corrente...».

 

LO SCOOP DA SFASCIAFAMIGLIE
Parpiglia: «E mi ricordo che appunto lui diceva che c'era questo mercato oscuro dei servizi fotografici dove se il servizio fosse particolarmente delicato veniva offerto all'interessato stesso oppure lo stesso interessato si metteva d'accordo con il direttore di un giornale per ritirare il servizio.

E poi diceva che uno scoop da sfasciafamiglie valeva 50mila euro, mentre uno scoop con neofidanzati ne valeva 30mila». Pm: «(...) Quelle che vengono ritirate dal commercio sono storie vere, anche quelle scabrose sono storie vere, no, voglio dire...». Parpiglia: «No, guardi, io sulla veridicità delle cose non ci metterei la mano sul fuoco».

 

LE FOTO DI ADRIANO? PROPOSTE ALL'INTER
Pm: «Adriano (l'ex calciatore dell'Inter, ndr) vi era stato proposto?». Parpiglia: «A noi?». Pm: «Eh...». Parpiglia: «Adriano, sì ci era stato proposto a noi». Pm: «Ma da chi era stato proposto?». Parpiglia: «Adriano c'era stato proposto da Fabrizio Corona, dalla sua agenzia (...). La cosa di Adriano mi ha lasciato perplesso, come la storia che mi aveva detto di Ana Laura Ribas che era stata con Cassano (...). Comunque Adriano è stato offerto al nostro giornale e poi è finito su un giornale».

Pm: «C'è stata, che lei sappia, una trattativa tra Corona e Adriano?». Parpiglia: «Io non li ho visti, ma non nego che lui avrà potuto offrire tranquillamente il servizio all'interessato (...)». Pm: «Ma le sue intenzioni, Corona, le ha manifestate a lei? Le ha detto, guarda che ho intenzione di proporlo ad Adriano?».

 

Parpiglia: «Sì, sì (...).Perché, per lui, come... quando sono andato a prendere le foto per farle vedere al mio direttore... non ad Adriano, all'Inter. All'Inter, non ad Adriano! So che voleva proporle all'Inter». Pm. «Gliel'ha detto Corona?». Parpiglia: «Quando mi ha dato le foto io ho sentito che parlava con il venditore e che diceva che queste foto potevano essere vendute all'Inter».

LE FOTO COI TRANS E I CALCIATORI
Pm: «Ma neanche un nome si ricorda?». Parpiglia: «Le ho risposto, Adriano». Pm: «Coco, per esempio? Coco?». Parpiglia: «Coco c'era stato offerto». Pm: «L'avete comprato o no?». Parpiglia: «No, non l'abbiamo comprato perché il mio direttore non riteneva adeguate le fotografie. Dicevano che c'erano le foto di Coco con un trans, il mio direttore ha visto le foto, mi ha chiamato in ufficio e mi ha detto: "Ci è arrivato questo servizio, che ne pensi?". Gli faccio, io: "Secondo me non è un trans". E il direttore, dice: rispediamole al mittente. Quelle foto non le ha pubblicate nessuno». Pm: «Perché le ha comprate Coco». Parpiglia: «Ecco».

 

IL MISTERO GILARDINO
Pm: «Ci pensi bene...». Parpiglia: «Guardi, io non so che fine fanno questi servizi. A me una volta mi aveva detto che aveva un servizio di Gilardino con una...». Pm: «Eh...». Parpiglia: «Poi quel servizio non l'ho più visto». Pm: «Sparito il servizio». Parpiglia: «Ehm...». Pm: «(...) Faccia qualche altro nome e cognome». Parpirglia: "Ma gliel'ho detto, cioè di Gilardino me lo ricordo. Ma siccome sono tante le stronzate che mi viene a dire lui che sinceramente non me li ricordo tutti».

[27-01-2010] 

ROSI GRECO APPARECCHIA PER IL NUOVO 'ANIMALE' DEI TIPINI FINI UN PARTY BI-CAFONAL - DA PAOLO BONAIUTI A GIOVANNI SARTORI, DA BEATROCE BORROMEO A CHARLOTTE ROSSELLA, DA MARTA DASSU A GIANLUCA COMIN. DA PIGI BATTISTA A IVONNE SCIò(D'URSO VIA CELL!) - E LA POLVERINI È STATA SUBITO RICAMBIATA DALLA INEFFABILE INDIFFERENZA DE' NOANTRI - ECHISSENEFREGA! MA GUARDA CHI C'È! MIELI CON LA NUOVA FIDANZATA, LA GALLERISTA CAMILLA GRIMALDI, LUISA TODINI E IL PETROL-BOY BRACHETTI DE-MATRIMONIALIZZATI!!!

 

foto di Umberto Pizzi da Zagarolo

Quanto è stronza Roma quando si fa sera e apparecchia ammucchiate elettorali. Tutti si scapicollano per vedere il "nuovo animale" finito nella gabbia e poi, una volta davanti alla new entry, nemmeno una nocciolina o una patatina. Niente. Guardano e sghignazzano di capitolino cinismo ben temperato: una smorfia e riprendono a inciuciarsi, cinguettando i beati cazzi loro.

 

L'altra sera, nella splendida casa di Rosi Greco a Santi Apostoli, totalmente de-elkannizzata dalle tracce dell'ex marito Alain (una volta c'era la completa antologia dei suoi libri anche sopra il cesso), ha fatto la sua apparizione Renatona Polverini, scortata da due 'badanti' che formavano una buffa "il": una era alta come una cestista rumena, con gambe lunghe e distese accompagnate da un fondoschiena collinare, l'altra piccolina, invisibile ad occhio nudo. Finché sono rimaste sedute, nessuno le ha mirate, poi la pennellona ha squadernato le leve per agguantare i buffet e i maschietti hanno approvato.

 

E così, una volta scodellata davanti alla Roma Godona, la candidata dei Tipini Fini non è stata filata da nessuno, rimanendo in balia di sole tre persone, a partire dall'imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone, scortato dalla quieta fidanzata Beatrice Parodi, che sta preparando una gran festa per il prima mattone del nuovo porto di Fiumicino.

 

A seguire la popputissima giornalista del "Foglio" Marina Valensise ha svolto le funzioni di dama di compagnia per passare infine il testimone alla vispa Luisa Todini, che ha chiuso il matrimonio con Luca Josi, e si è presentata con minigonna e nuova pettinatura per la gioia degli occhi spermatozoici di Charlotte Rossella, in dolcevita da playboy in disarmo.

Indifferenza totale da parte degli agnelloidi che sono rimasti legati a Rosi ex Elkann - hanno timbrato il cartellino Marellina Caracciolo (con l'imponente marito Sandro Chia) e Samaritana Rattazzi e da quelle fanciulle in fiore che si chiamano Veronica Sgaravatti (fiancée di Matteo Marzotto) in comagnia della sua baby-amica Gabrielle. Due sventoline bon ton che rivaleggiavano con il fascino incantevole della vispa Ivonne Sciò e di Cristina Mazzantini, architetto operante presso la Camera dei Deputati. Corteggiatissima.

 

Anche le sorelle Borromeo, Bea-troce (giunta con il giornalista de "Il Fatto" Stefano Feltri ed Isabella (con il marito Ugo Brachetti Peretti), lampeggiavano di grazia e avvenenza tra la politologa aspen-dalemiana Marta Dassù, Natalie Rucellai, l'ex vamp Vittoria Amati, la salottista bipartisan di Milano Chicca Olivetti, l'aristo-dama Maria Pace Odescalchi coniugata Recchi.

Rosi Greco e il CDP Massimo Varazzani

Party per tutti. Da una parte, il maggiordomo di Silvio, Paolino Bonaiuti, attovagliato con la consorte Daniela; dall'altra il politologo che sogna Berlusconi al forno con patatine, il mitico Vanni Sartori, arrivato sormontato dalla sua bombastica fidanzata, la pittrice fiorentina Isabella Gherardi, che ha preso il posto lasciato libero dalla volatile marchesa Sandra Verusio.

Tra gli arrivi e partenze, va segnalata la presenza solinga del petrol-boy Ferdinando Brachetti Peretti che avrebbe chiuso la partita matrimoniale con Mafalda d'Assia. E sopratutto lui, anzi Lui: nascosto tra le colonne sbucava Paolino Mieli francobollato dalla sua nuova fiamma, la fiammeggiante gallerista romana Camilla Grimaldi, presentata dalla Greco agli astanti con parole agiografiche: tre gallerie tre, bella, simpatica eccetera (tutto vero).

 

Come potete constatare non ci sono immagini della nuova coppia Mieli-Grimaldi (in realtà filano da almeno sei mesi) nel cafonal. Un favore del generosissimo Pizzi (non siamo poi sempre così stronzi). Accanto a Paolino, il solito 'badante' mielista: un ciccionissimo Pigi Battista che ha chiacchierato affabile anche con i muri, rivaleggiando con la lingua cachemire doppio filo di Charlotte Rossella.

 

Pur interrotto dalle sventagliata di telefonate di quel rompicojoni di Marione D'Urso da Monaco di Baviera ("Sono con l'editore Burda", trillava e la risposta era sempre la goliardica: "Allora, Burda la pasta!"), Carlito ha rintronato la pasionaria de "Il Fatto" Bea-troce Borromeo: "Berlusconi è il più grande uomo politico al mondo! E' bello, alto e canta bene. Lo devi scrivere e rompere il muro del giustizialismo sul tuo giornale!"

 

All'inizio, incredibile a dirsi, l'ex cocca di Santoro e Travaglio l'aveva preso sul serio ma il crescendo rossiniano di Rossella era talmente scemo e paradossale che sono scoppiati a ridere insieme incocciando i bicchiari colmi di champagne Paul Roger (Charlotte chiosava con brivido: "E' lo stesso champagne che beveva Winston Churchill sotto le bombe naziste...").

 

E, intanto, nel bordellone, che fine ha fatto la Polverini? Lady Ugl ripeteva come un disco rotto a tutti, con dizione perfettamente in linea con la Magliana: "Speriamo de farcela, speriamo de farcela...". E le due 'badanti" lo rincuoravano: "ce la fai, ce la fai!". Il calcio dell'asino è arrivato dal solito Charlotte che ha alzato il calicino verso i presenti indifferenti e ha cinguettato alla Polverini di stelle: "Sei la candidata perfetta!".

[27-01-2010]

- ARCURI: "NON HO MAI PRESO UN CENTESIMO PER STARE CON QUALCUNO". E REPLICA ALL'EX COLLABORATORE DI CORONA: "COME SI PERMETTE DI CALUNNIARMI DAVANTI A UN PM? NEANCHE LO CONOSCO"
Eleonora Barbieri per "Il Giornale"

 

Fabrizio «Bicio» Pensa ha fatto anche il suo nome al pm Woodcock, in quei verbali che hanno dato il via alla cosiddetta «Vallettopoli-bis». Manuela Arcuri «che aveva preso tipo 40-50mila euro per stare con Buti un mese». «Tutte assurdità» dice l'attrice. «Ora non ne posso davvero più».

Ma che cosa è successo?
«Sono senza parole... Sentire delle assurdità del genere da parte di questo fotografo, che non so neanche chi sia. Ci sono rimasta male».

Insomma è tutto falso?
«Ma io non ho mai ricevuto soldi per frequentare un uomo o per fidanzarmi. E mai lo farò nella mia vita. È una cosa che mi fa orrore, se esco con qualcuno è solo per mia volontà. Mi dispiace che queste dichiarazioni siano finite sui giornali. Oltretutto non è la prima volta che sono citata in queste vicende, sono proprio stanca: mi mettono in mezzo dove non c'entro».

 

E perché Pensa ha nominato proprio lei?
«Perché ho un cognome noto, pesante. Che attrae il pubblico. Ma essere usata così non mi va: basta. Voglio mettere un punto a questa faccenda. Poi in un fatto così squallido...»

Le accuse di Pensa sono pesanti...
«Pesantissime. Ma è impazzito, come si permette di dire così? Io faccio un appello: non è possibile che una persona vada da un pm e racconti cose del genere, in tutta libertà, tirando in ballo un personaggio noto come me. Non è giusto. Ha pure specificato prezzi, cifre. È assurdo: io non ho mai preso neanche un centesimo per stare con qualcuno. Certo non posso sapere se le persone accanto a me abbiano pagato».

 

In che senso scusi?
«Pensa dice anche che c'era chi pagava per stare seduto accanto a me a cena, beh io questo non lo escludo... Voglio dire, visto lo squallore che c'è in giro. Ma io non ho mai preso niente».

Ma Pensa lo conosce?
«Bicio? Solo di nome, come paparazzo di Milano».

E Corona?
«L'ho incontrato ai tempi in cui avevo una relazione con l'agenzia di Lele Mora, peraltro solo per le ospitate nei locali, perché poi con il mio lavoro vero, la recitazione e la tv, non c'entravano nulla. Tutto qui. È la mia unica pecca. E da lì ho avuto solo guai».

 

Che tipo di guai?
«Mi hanno sempre citata e tirata in mezzo nei loro problemi, ma ora basta. Sono stufa. Troppo facile nominare la Arcuri».

Ma ha mai provato a contattare Pensa, a chiedergli una spiegazione?
«No, non voglio avere niente a che fare con lui. Come si permette di dichiarare queste cose a un pm?».

blog di Novella 2000

Ma il sistema degli scoop esiste davvero?
«Sì, certo, ne ero a conoscenza. Tanti chiamano per farsi paparazzare fuori dal locale: per loro è visibilità».

E lei l'ha mai fatto?
«No, per fortuna non ne ho bisogno. Ho la mia carriera. Anche se sono comunque paparazzata: basta che esca con un amico e mi fotografano subito. E non ho mai pagato per nascondere qualcosa: non ho niente da nascondere, faccio tutto alla luce del sole. Non mi importa, fa parte del lavoro. Ma non ho mai contrattato».

Insomma non è mai stata vittima del sistema?
«No, mai, per fortuna. Però mi dà fastidio che mi nominino continuamente».

Novella 2000

E quando è successo, di recente, come ha reagito?
«Ci sono rimasta molto male. Mi sono sentita ferita nella mia dignità di donna, di attrice, di persona. Faccio il mio lavoro in modo pulito: essere accusata di prendere soldi per fidanzarmi, non esiste nella mia vita».

 

E non è stata coinvolta soltanto lei...
«Ha nominato pure Tommaso Buti, un mio ex di tanti anni fa. La storia è durata poco, ma per una nostra decisione: non certo per un contratto a tempo determinato, come ha dichiarato il fotografo... Ma quell'uomo gioca con le persone, non si rende conto».

Ma all'epoca di quella storia lei era già famosa?
«Sì, sì, lavoravo già da tempo. È stato sette anni fa e da allora siamo rimasti amici. Insomma in buoni rapporti».

E come mai Pensa ha citato proprio Buti?
«Non saprei. Forse perché la nostra storia è durata poco, meno rispetto ad altre. È stato un flirt. Così ha detto: è durata solo qualche mese, giusto il tempo di finire sui giornali. Ma è assurdo. Quando ho letto quelle cose ci sono rimasta malissimo».

 

Pensa quelle cose le ha dette al pm Woodcock...
«Peggio ancora. Non puoi inventare una storia del genere: se non hai certezze, se non hai prove, non puoi».

E perché l'ha fatto secondo lei? Per vendetta?
«Non credo, non ho mai avuto a che fare con lui. L'ha fatto per attirare l'attenzione. Ma non deve permettersi. E non deve nemmeno andare dal pm a raccontare altre bugie... Facile buttare lì un nome, in mezzo agli altri, e poi la gente pensa chissà che».

[28-01-2010]

 

 

 

OGNI SANTO GIORNO SI CELEBRA IN ITALIA IL MORTO QUOTIDIANO: LA NOTIZIA - DOPO AVER RAZZOLATO GAUDENTE TRA I RIFIUTI DI TANGENTOPOLI E DI VALLETTOPOLI, NELLA DISCARICADI PAPARAZZOPOLI C'È FINITO PURE LUI, PAOLINO MIELI - DAL TERZISMO (IN POLITICA) AL TRIANGOLO (AMOROSO): CHI RITIRÒ LE FOTO CHE IMMORTALEREBBERO "EL DRITTO' CON DARIA BIGNARDI E CON UNA GIOVANE DONNA? - CASO CRAXI, LA SPINELLI S'ARRAMPICA SULLE VELE-BUCATE DEL BRAGANTINI IN ROTTA - GIOVANNI STABILINI, COMPAGNO DI BAMBI PARODI, EX MOGLIE DI MIELI, INDAGATO PER LO SCANDALO MEDIASET-DIRITTI TV. TEMA: COSA AVREBBERO SCRITTO I QUOTIDIANI DIRETTI DA DE BORTOLI, EZIO MAURO E MARIO CALABRESI, CHE ALLA VICENDA HANNO DEDICATO BEN DUE PAGINE A TESTA(TA) SE TRA GLI INDAGATI FIGURAVA, CHE SO? LA MOGLIE DEL FIGLIO DI MASTELLA O LA NIPOTE DI POMICINO?

 

"Chi ci salverà
da questi
cuochi della realtà"
(Ennio Flaiano)

Pizzi

1 - SABATO 23 GENNAIO. Dopo l'immoralità e il doppiopesismo mielesco sulla vicenda Paparazzopoli, esplode sulle prime pagine dei grandi quotidiani lo "scandalo" dei diritti tv. Sott'accusa per appropriazione indebita (34 milioni di dollari) i vertici di Mediaset. Dal premier-azionista, Silvio Berlusconi, al figlio Piersilvio fino a Fedele Confalonieri. Ma tra gli indagati di seconda classe c'è anche Giovanni Stabilini, alto dirigente di Mediatrade.

 

Ma poiché il suo nome non appartiene alla "casta" dei politici, nessun cronista ha la curiosità di ricordare ai lettori che il dottor Stabilini è l'attuale compagno di Bambi Parodi Delfino. La gagliarda inviata di Tg5 nonché ex moglie del direttore del "Corriere della Sera", Paolo Mieli. En passant, Bambi è stata legata pure al presidente della Fiat, Luca Cordero di Montezemolo, da cui ha avuto una figlia, Clementina.

Ora ve lo immaginate cosa avrebbero scritto i quotidiani diretti da Flebuccio de Bortoli (Corriere), Ezio Mauro (la Repubblica) e Mario Calabresi (la Stampa), che alla vicenda hanno dedicato ben due pagine a testa(ta) se tra gli indagati figurava, che so? la moglie del figlio di Mastella o una cugina di Paolo Cirino Pomicino. Giriamo la domanda alla Casta diva, Giannantonio Stella.

daria bignardi

2 - DOMENICA 24 GENNAIO. Su "la Stampa" che fu di Giulio De Benedetti, oggi è diretta dal pennellone del new janduism al cacao, Mario Calabresi, la fluviale e soave Barbara Spinelli affronta con un editoriale un tema che sta a cuore Dagospia: la memoria e il caso Craxi. E alla prima aspirata della Spinelli si rischia l'estasi: "La memoria in Italia rischiara poco il passato e per nulla il presente: è una memoria ancillare, e quasi sempre emiplegica. Ancillare - osserva la commentatrice - perché asservita a questa o a quella forza politica (...) Emiplegica (paralisi della metà destra o sinistra del corpo, ndr), perché chi la strumentalizza fa salire in superficie solo i frammenti di passato che gli permettono di evitare e tradire, l'esame di coscienza".

Roba da stropicciarsi gli occhi per la goduria intellettuale, accendere il grammofono e parodiare, appunto, una canzoncina fine anni Sessanta: "Che bello un giradischi acceso e una Spinella...".

 

Ma giunta al punto di guardare alla vicenda Craxi, pure la testa lucida della Santabarbara esplode nella sindrome emiplegica, appena enunciata e castigata. E per dimostrare che anche in economia "Craxi non fu modernizzatore" cita, senza approfondire, l'emiplegico con il mal di Pil, Salvatore Bragantini.

 

Sul Corrierone del 14 gennaio l'allievo di Federico Caffè in realtà non aveva fatto i conti con Bankitalia (e non soltanto) nel valutare appieno, isolandolo tra l'altro dagli anni Settanta e tirando in ballo senza ragione De Mita, l'operato in economia di Craxi a palazzo Chigi (1983-87). E la Spinelli, forse per emiplegia accademica, l'ha seguito nell'errore di valutazione di quella tormentata stagione.

E per stare alle fonti autorevoli (o ritenute tale da tutti gli opinionisti della materia, almeno fino a ieri) non fu soltanto l'allora governatore Ciampi (citato ampiamente da Dagospia) a "promuovere" sul campo (anche se non a pieni voti) il governo di Bettino (considerazioni di Bankitalia, aprile 1987).

Craxi e Ciriaco De Mita

In un recente saggio di due dirigenti dell'Ufficio Studi di Bankitalia, Eugenio Gaiotti e Salvatore Rossi, proprio sulla "svolta" degli anni Ottanta, viene rilevato nelle loro conclusioni: "Tra il 1980 e il 1987 l'inflazione in Italia cade da oltre il 21% a meno del 5% (...) Il prodotto interno lordo torna a crescere, in media annua, del 3% fra il 1984 e il 1988 (...) La disinflazione è stata compiuta senza che si verificasse la deindustrializzazione temuta (...) per effetto della politica monetaria... (adesione allo Sme, ndr)".

Insomma, tra condanne senza appello e tentativi di riabilitazione, si rischia di restare tutti, compresa la Spinelli e il Bragantini, vittime di luoghi comuni e d'interpretazioni abborracciate. Con i secondi, i fans di Bettino, a ricordare che fu Craxi premier a superare l'Inghilterra nella classifica tra nazioni più sviluppate. E con i primi, i negazionisti alla Bragantini, a dare i numeri, spesso a casaccio.

 

Nessuno, però, può mettere in dubbio, ad esempio, che in quegli anni Ottanta la Productivity Commision dell'università Mit di Boston elogerà l'esperienza dei distretti industriali italiani come punto di riferimento per le nuove vie d'industrializzazione. Magari a Boston si sbagliava come a Roma la Banca d'Italia. O come l'insospettabile professor Paul Ginsborg, non certo tenero sul ruolo tenuto dall'Italia nella costruzione dell'Europa, che scrive: "Gli anni Ottanta videro invece uno sforzo imponente (Craxi e Andreotti, ndr) per mantenere l'Italia al centro della scena europea...".

 

4 - LUNEDI' 25 GENNAIO. Dopo dieci giorni di silenzio e dopo aver messo fuori strada Flebuccio de Bortoli e Barbara Spinelli, il professor Salvatore Bragantini torna sul luogo del delitto: il caso Craxi. E stavolta lo fa in punta di piedi nella rubrica "Interventi&Repliche" a pagina 29 del "Corriere".

Incalzato da un lettore, che su Bettino economista cita una ricerca approfondita e documentata del prof. Cipolla, l'amaro Bragantini delle rinomate distillerie di Imola prende un po' d'aceto. E si corregge a denti stretti, ovviamente, senza farsene accorgere dal povero lettore:

"Che Craxi avesse ragione su diversi punti l'ho scritto (quando e dove? ndr)... Che fosse l'artefice della ricostruzione post bellica m'era sfuggito (ma nessuno degli autori citati l'ha mai sostenuto, ndr)... ma i conti pubblici si risanarono dopo, dalla feroce manovra di Amato in poi... (feroce, ma non decisiva se oggi il debito pubblico è più alto che ai tempi di Craxi, ndr). Che dire? Il professor Bragantini sembra appartenere alla scuola protestante di Jacob Burckhardt, che sosteneva come la storia "è ciò che un'epoca giudica utile osservare di un'altra".

 

4 - MARTEDI' 26 GENNAIO. Il Surgelato della Sera anticipa le foto, che il settimanale "Oggi" diretto da Andrea Monti aveva messo prudentemente in frigorifero (un vizietto della casa Rcs-Corriere: era già successo con gli scatti proibiti del portavoce di Prodi, Silvio Sircana) con Lapo Elkan che scende dalla sua Ferrari color canarino per introdursi in un palazzo della periferia milanese abitato (sembra) da un transessuale.

Ma la notizia più ghiotta è nella cronaca giudiziaria del quotidiano di via Solferino sui fotoricatti, avviata dalla magistratura milanese.
Tra le vittime illustri spicca il nome di Paolino Mieli, che nel 2007 è stato "beccato" attovagliato con la giornalista Daria Bignardi. Altre foto immortalerebbero l'ex direttore del Corriere con una giovane donna seduto al ristorante. Solo peccati gola?

 

Così, dopo aver razzolato gaudente tra i rifiuti di Tangentopoli e di Vallettopoli, nella discarica dell'informazione c'è finito pure lui, Paolino el dritto. Passato dal terzismo (in politica) al triangolo (amoroso).

[27-01-2010] 

 

 

 

BONDI SCHERZA COL FUOCO DEL CALTAGIRONE INFERNALE – L’ARIA DA PRETE SPRETATO DEL MINISTRO DEI BENI CULTURALI NASCONDE LA FURBIZIA DI UNA FAINA: METTE IL VINCOLO SULL’AGRO ROMANO E MANDA SU TUTTE LE FURIE CALTA – E IL GENERO PIERFURBY COSTRETTO AL DIETROFRONT RIVEDE LE MOSSE PER LE REGIONALI. BERLUSCA RIAPRE LA PORTA (E FA UN MONUMENTO A BONDI)…

Antonio Calitri per "Italia Oggi"

Una geniale strategia politica azzoppata dalla vendetta immobiliare. Una rapida scansione di avvenimenti apparentemente indipendenti tra loro è avvenuta alle spalle di Pierferdinando Casini che dopo essersi trasformato in spietato killer del Pdl è stato poi costretto a ritrattare a causa della marcatura stretta di Sandro Bondi. Che usando la parolina «vincolo» odiata dal suocero e imperatore romano Francesco Gaetano Caltagirone e da tutti i costruttori della capitale, sembra aver inferto un duro colpo proprio al leader dell'Udc.

 

Tanto che Casini ha ripreso le trattative con il Pdl, ha congelato il patto col Pd in Liguria e ragiona sulla Puglia. Che tra Bondi e Casini non corresse buon sangue lo avevano visto tutti qualche settimana fa a «Porta a Porta» quando il coordinatore del Pdl diede del furbastro a Casini per la strategia dei tre forni. All'indomani delle primarie pugliesi più che darsi per sconfitto e correre in ritirata, Casini si è inventato il terzo forno con la Poli Bortone, capace di indebolire il Pdl e garantire la vittoria a Vendola.

Nello stesso giorno e forse proprio mentre Casini annunciava sorridendo la sua nuova strategia, in via del Collegio Romano, sede del ministero dei beni culturali, Bondi firmava il decreto per mettere il vincolo all'Agro Romano. Una notizia diffusa dal sottosegretario Francesco Giro ma passata in sordina. Tanto che lo stesso Bondi ha sentito l'esigenza di scrivere una lettera alla cronaca romana del Corriere della Sera per illustrare la sua coraggiosa azione.

 

Fatto sta che di colpo tra Campidoglio, regione, costruttori si sono inseguite le telefonate per capire il da farsi. Il vincolo posto dal ministro non è poca cosa e va ancora capito bene se si tratta di una chiusura totale o di un vincolo elastico. Fatto sta che la procedura che è partita dallo scorso luglio per mano della sovrintendente ai beni architettonici di Roma Federica Galloni potrebbe bloccare la costruzione di un milione di metri cubi tra via Laurentina e via Ardeatina.

 

Una zona che è stata a lungo oggetto del contendere nel piano regolatore di Walter Veltroni e che prevede un grande insediamento a Tor Marancia. Non solo, secondo molte voci raccolte, in quella zona ci sarebbero diversi terreni di proprietà proprio di Caltagirone. Non è il solo ad avere proprietà in quell'area che si pensava di grande espansione. Ci sarebbero tanti altri costruttori ma il leader è solo uno. E anzi, alcuni suoi colleghi costruttori lo avrebbero anche incolpato di essere il suocero del responsabile di quel blocco.

 

Che si siano telefonati suocero e genero non è dato sapere. Ma che a Casini sia arrivato alle orecchie il malcontento della famiglia acquisita e della grossa fetta di costruttori che rappresentano uno dei grandi poteri romani, questo è certo. Così da una parte il comune ha deciso di ricorrere al Tar.

 

Dal Campidoglio ieri l'assessore all'urbanistica Marco Corsini ha annunciato che «in esito a un'approfondita valutazione dell'iter seguito dal ministero dei beni culturali per giungere all'apposizione dei vincoli decisi dal ministro, il comune ha deciso di far valere le sue censure avanti all'autorità giudiziaria».

Dall'altra il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa si è incontrato con Berlusconi per valutare la possibilità di trovare accordi e il suo capo ha annunciato di voler verificare ancora le condizioni di un'alleanza con il Pdl. E in segno di buona volontà, Casini ha congelato l'accordo in Liguria con Burlando. Un dietrofront che intanto è valso a Bondi i complimenti del Cavaliere.

[28-01-2010] 

VITA GENETICAMENTE MODIFICATA – LA ZARINA GIULIA MARIA CRESPI: “AL GOVERNO E’ ARRIVATO IL DOSSIER SUGLI EFFETTI DEGLI OGM: SONO PERICOLOSI E DANNOSI. LE MULTINAZIONALI STANNO CORROMPENDO IL MONDO. ECCO PERCHÉ È STATO DECISO LO STOP” - UN DOCENTE SPECIALIZZATO REPLICA: “NON CI SONO PROVE SUL PERICOLO. CI SONO PROVE DEI BENEFICI”…

 

1 - «PERICOLOSI E DANNOSI PERCHÉ È STATO DECISO LO STOP SUGLI OGM»...

 

Sergio Rizzo per "il Corriere della Sera"

Ne ha per tutti, Giulia Maria Crespi. Per le multinazionali, «più potenti dei petrolieri» che con gli organismi geneticamente modificati «stanno corrompendo il mondo». Per Luca Zaia, ministro di un'agricoltura «al collasso». E per la Chiesa, che starebbe diventando, secondo il presidente onorario del Fondo per l'ambiente italiano, il cavallo di Troia dei terribili Ogm.

Però Zaia li ha fermati. Non è contenta?

«Già. Nessuno ha detto il vero motivo per cui l'ha fatto».

 

Lei lo sa?

"Certamente. Perché lo stesso giorno in cui doveva essere ratificato l'accordo con le Regioni che avrebbe dovuto diventare operativo da domani 28 gennaio la Monsanto, una delle grandi multinazionali che producono gli Ogm, è stata costretta a pubblicare un dossier riservato da cui risultava che animali nutriti con mais geneticamente modificato avevano subìto gravi danni al fegato e ai reni. Ecco la verità».

Resta il fatto che gli Ogm in Italia sono fermi, al contrario di quanto sembra accadere in Europa.

«Resta il fatto che l'agricoltura italiana è al completo collasso. E agricoltura vuol dire turismo, occupazione, difesa idrogeologica. Diciamolo: finora Zaia è stato un disastro. Si cura soltanto di prendere il posto di Giancarlo Galan. Non si è minimamente occupato di aiutare le aziende agricole». Come, come? «Senta, l'unica cosa che ha fatto è stato aumentare le quote latte, facendo un favore ai suoi leghisti».

 

Questo non è aiutare le aziende?

«Bell'aiuto. Così anche i Paesi europei hanno preteso di aumentarle e ora più che mai c'è un dramma italiano, perché la concorrenza produce a minor costo. Infatti in Italia si stanno chiudendo stalle a più non posso. Me lo ha detto Zaia quando è venuto a trovarmi, con due auto blu e la scorta della Forestale. Lui è molto gentile, simpatico, un conoscitore dell'arte. Ma mi pare che i politici non si rendano conto della situazione».

È davvero arrabbiata.

«Sento delle cose che non vanno bene. Anche Pier Luigi Bersani dice: va bene la sperimentazione sugli Ogm, ma con prudenza. Con prudenza? E che cosa vuol dire? Se il mio vicino ha il mais geneticamente modificato, come posso impedire che la mia coltura venga inquinata dal polline? Lo sa che il polline viene portato dai venti? Che con il polline si arriva a contaminare anche le erbe selvatiche della stessa famiglia, diminuendo la biodiversità? E che in questo modo viene impoverito anche l'ambiente?».

 

Se le cose stanno così, non è strano che un luminare come Umberto Veronesi abbia dichiarato che gli Ogm «miglioreranno l'umanità»?

«Miglioreranno l'umanità? Intanto sappiamo che in Argentina grandissime superfici coltivate con gli Ogm sono diventate sterili. E che la Food and drugs administration statunitense ha dato un giudizio negativo. Per quanto riguarda Veronesi, ha detto davanti a me che con gli Ogm si può fare agricoltura biologica, dimenticando che se così si eliminano certi insetti come la piralide, poi ci vogliono anche i diserbanti, i concimi, gli anticrittogamici...»

Ma l'uomo? Che prove esistono che facciano male alla nostra salute?

«Per saperlo con esattezza ci vorranno trenta o quarant'anni, ne ho parlato con gli esperti. Per il momento si privatizza un bene comune, perché il contadino che vuole utilizzare le sementi Ogm deve pagare una royalty a chi le produce, cioè le grandi multinazionali. Anni fa in India ci sono stati molti suicidi di contadini falliti perché si erano indebitati per questo e poi la siccità aveva compromesso i raccolti. Il contadino diventa dipendente delle potenti multinazionali, questo è il dramma».

 

Veronesi, ma anche Rita Levi Montalcini. C'è chi sostiene che battaglie come la sua sono contro il progresso. Molte scoperte mediche e scientifiche sono avvenute forzando la natura.

«Non la insospettisce che anche la Chiesa stia aprendo agli Ogm organizzando convegni?»

Dovrebbe?

 

«Senta qua. E Dio disse: la terra produca germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie, e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie».

Cos'è?

«La Genesi. Edizione critica ufficiale a cura di Civiltà cattolica presentata da Carlo Maria Martini. Ora, gli Ogm che cosa sono, se non la negazione di quel principio "secondo la propria specie", che la Genesi attribuisce a Dio? Non so se tutti hanno chiaro che si uniscono specie diverse: specie vegetali con specie animali, insetti. È una cosa completamente diversa dai cosiddetti ibridi. Si manipola la natura, e alla lunga la natura si ribella».

Ma allora perché la Chiesa sarebbe favorevole agli Ogm?

«Dice che contribuisce a risolvere il problema della fame nel mondo».

Non lo dice soltanto la Chiesa.

«Mi pare una tesi un po' fasulla. Per ora gli Ogm fanno prosperare soltanto le multinazionali. Alcuni anni fa la scienziata ambientalista indiana Vandana Shiva ci ha raccontato come le multinazionali sono riuscite a imporre il brevetto sul golden rice, che era il loro cibo. La conseguenza è che tutti adesso devono pagare le royalty. Si stanno appropriando di brevetti in tutto il mondo».

 

1- «NON C'È PROVA DEI RISCHI PER GLI UOMINI»...

Lettera al direttore del "Corriere della Sera"  da Gilberto Corbellini, Docente di storia della medicina

Caro direttore, di tanto in tanto riemergono nel dibattito politico italiano i famigerati Ogm. Di cui però si discute piuttosto nel modo che illustrava bene Totò. Cioè, «a prescindere». In particolare, dai fatti. Non è mia intenzione ribadire puntigliosamente alcuni dati oggettivi di cui regolarmente non tengono conto i denigratori di una tecnologia agricola che è sicura e conveniente, e che può convivere benissimo con le coltivazioni tradizionali e con quelle cosiddette biologiche.

I fatti più veritieri sugli Ogm sono largamente accessibili a chiunque non sia accecato da furore antiscientifico e antimoderno o da interessi economici e politici. Chi volesse conoscerli può leggere per esempio il libro di Dario Bressanini, «Ogm tra leggenda e realtà» (Zanichelli, Bologna, 2009). Libro che non è stato scritto da un dipendente di Monsanto, ma da un docente universitario di chimica.

Il ruolo dei docenti universitari nel dibattito pubblico e nelle scelte politiche su questioni di natura tecnico-scientifica. Ecco il punto su cui vorrei svolgere una pacata riflessione. In quanto anch'io sono docente universitario e ogni anno insegno a oltre trecento studenti che, alla fine del corso, valuto per quello che hanno appreso. Una parte di questi studia medicina e una parte biotecnologie. Ora, la mia università mi paga uno stipendio per insegnare quello che è stato dimostrato scientificamente valido e che non solo in Italia ma in tutto il mondo democratico e sviluppato si pensa servirà per affrontare e risolvere meglio diversi problemi.

Premesso che non faccio ricerche né insegno materie per cui posso avere un interesse personale a parlare bene degli Ogm, tuttavia agli studenti spiego, fornendo i dati, che non ci sono prove che gli Ogm siano pericolosi per la salute e l'ambiente. E che ci sono, invece, abbondanti prove del contrario. Ricordo loro che un'ingente superficie del pianeta è ormai coltivata a Ogm, senza che ci siano state conseguenze negative, bensì solo vantaggi documentabili.

Spiego, inoltre, che la Costituzione dice che non si può vietare un'attività economica se non ci sono prove che mette a rischio persone o cose. E se non è contraria alla moralità pubblica. Questo criterio, cioè la libertà d'impresa, è stato peraltro uno dei motori del progresso economico in occidente. Insegnare a degli studenti, in merito agli Ogm, cose che vengono avversate ideologicamente o politicamente, anche con grande enfasi mediatica, è un'esperienza particolare.

Gli studenti chiedono come mai, se le cose stanno come io dico e soprattutto come pretendo che mi riportino all'esame, altrimenti non lo passano, i ministri del governo italiano e quasi tutti gli opinion maker, che scrivono sui giornali e vanno in tv, possono affermare il contrario. E avverto che a qualcuno non va giù, soprattutto se si è fatto una sua idea dell'argomento, di dovermi riportare i fatti e non le sue opinioni personali. L'esperienza appena descritta a proposito degli Ogm non è qualcosa di eccezionale per chi fa ricerca e insegna in Italia.

Da noi si pagano (poco rispetto agli altri Paesi occidentali) migliaia di persone per fare studi internazionalmente competitivi, e insegnare ciò che è scientificamente valido. E ciò allo scopo di sviluppare capacità utili per promuovere lo sviluppo economico e sociale. Ma poi chi governa ignora, quasi regolarmente, i risultati e le indicazioni di questa attività. Anzi, non raramente decide in direzione opposta.

[28-01-2010] 

VALORI ROMANI - MODESTA PRESENTAZIONE DA PARTE DEL PAPALINO Gotti Tedeschi DEL NUOVO libro di ELIA Valori: “Una enciclica laica, la seconda enciclica del 2009 dopo quella del Papa” - IL DIRETTORE DI RADIOCOR FABIO TAMBURINI PRESENTA IL SUO LIBRO CON CUNEO E RICICCIA Valori: "Fare speculazioni finanziarie è apparentemente piu’ facile che fare il mestiere di banchiere. Anche perchè l’economia in nero, sommata a quella in grigio, ha dimensioni davvero imponenti: ogni anno rappresenta circa la stessa massa di liquidità del sistema petrolifero"....

Giancarlo Elia Valori in gran forma alla presentazione del libro "Wall Street: la stangata", che si è tenuta a Roma, presso il ristorante Margutta. Valori e Fabio Tamburini, direttore dell'agenzia di stampa Radiocor, autore del volume insieme a Gianfilippo Cuneo, consulente d'impresa e gestore di fondi di private equity, si sono scambiati i ruoli nel giro di pochi giorni.

VAlori - Celebrazione Premiazione di Napolitano -

Tamburini ha presentato lunedì a Parma l'ultimo libro di Valori, "Il futuro è già qui". Valori, personaggio eclettico e ben conosciuto, presidente di Sviluppo Lazio, ha ricambiato la cortesia il giorno dopo, durante la serata romana. A Parma erano presenti come relatori, oltre a Tamburini, il presidente della banca vaticana Ior, il presidente di Allianz Enrico Cucchiani, il presidente di Banca Imi Emilio Ottolenghi, il presidente degli industriali di Parma Daniele Pezzoni, il sostituto procuratore del Tribunale di Parma Lucia Russo (quella che si occupa dei processi Parmalat). La presentazione si è tenuta a Palazzo Soragna, presso l'Unione parmense degli industriali.

Parma è stata l'occasione per parlare di geopolitica, etica e crisi economica. Da segnalare almeno tre battute. Cucchiani ha detto: "Elia Valori è l'unico in grado di affrontare trasversalmente argomenti globali ottenendo quella sintesi efficace che sola può dare vita ad una nuova strategia". Secco il giudizio di Gotti Tedeschi sul libro di Valori: "Una enciclica laica, la seconda enciclica del 2009 dopo quella del Papa": Per Tamburini "Elia Valori va considerato l'antesignano dei rapporti tra la Cina e l'Italia".

 

A Roma, invece, alla presentazione del libro di Cuneo e Tamburini erano presenti, oltre a un numeroso gruppo di giornalisti un po' di tutte le testate, Massimo Calearo (imprenditore e parlamentare del Partito democratico) e Celestina Tinelli (avvocato di Reggio Emilia, esponente laico del Consiglio superiore della Magistratura in quota al Partito democratico).

O

"I banchieri devono tornare a fare il loro mestiere vero che non e' quello di emettere e collocare titoli a copertura dei loro rischi da rifilare a clienti ingenui oppure troppo furbi ma di prestare denaro alle imprese", ha detto Valori, cogliendo l'occasione per bacchettare le banche. Nel corso dell'incontro conviviale, organizzato dal Cenacolo, gli appuntamenti mensili promossi da Marco Antonellis, e' emerso come, dopo la stangata numero uno, quella andata in scena a partire dal luglio 2007, e' prevedibile una stangata numero due.

Lo hanno detto sia Tamburini sia Cuneo, secondo cui la ragione e' semplice: dopo la grande paura l'intero sistema finanziario, a partire dagli Stati Uniti, e' tornato a funzionare esattamente come prima. "Sono di nuovo in corso operazioni finanziarie e speculative su larga scala" ha detto Tamburini, sottolineando il ruolo delle tre grandi banche d'affari americane superstiti, e cioe' Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan Stanley.

 

E Cuneo ha aggiunto: "E' esploso il mercato delle obbligazioni ad alto rischio e a rendimenti altrettanto elevati. E' un mercato che non ha senso e, se non sara' in grado di assorbire i titoli in circolazione, arrivera' una nuova, grande crisi". Lanfranco Pace (del Foglio) gli ha chiesto previsioni sui tempi. Domanda a cui Cuneo ha dato una risposta non reticente: "Puo' essere questione perfino di pochi mesi", ha detto.

Interessante una battuta di Valori: "Fare speculazioni finanziarie e' apparentemente piu' facile che fare il mestiere di banchiere. Anche perche' l'economia in nero, sommata a quella in grigio, ha dimensioni davvero imponenti: ogni anno rappresenta circa la stessa massa di liquidita' del sistema petrolifero".

[28-01-2010] 

 

 

ANDREOTTI, SONO IN SENATO E ... IN BUONA SALUTE
(ANSA) -
"Leggo con stupore la notizia di un mio presunto ricovero in ospedale. Ma in questo momento sono in Senato e compatibilmente con l'anagrafe ... in buona salute": é la smentita del senatore a vita Giulio Andreotti, condita con la consueta ironia, alle voci che lo avrebbero voluto ricoverato in ospedale 29-02-10

 

LETTERE, SMENTITE & PRECISAZIONI - l'Ambasciatore Giuliomaria Terzi di Sant'Agata CI SCRIVE: "La lettera richiamata e pubblicato all'interno della notizia apparsa sui Portale Dagospia.com a far data dallo scorso 22 gennaio 2010 contiene fatti distorti ed infondati nonché falsità e menzogne nei confronti del sottoscritto ed è pertanto stata oggetto di una denuncia-querela per diffamazione, ingiuria e calunnia"...

Riceviamo e pubblichiamo:

Oggetto: Ambasciatore Giuliomaria Terzi di Sant'Agata - Notizia del 22 gennaio 2010 Precisazioni

Gentilissimo Direttore,

Le scrivo con riferimento alle notizie apparse a decorrere dal 22 gennaio 2010 sul Suo Portale giornalistico, per significarLe che l'Ambasciatore Giuliomaria Terzi di Sant'Agata intende, per il mio tramite, formulare le seguenti precisazioni riguardo ai contenuti ivi riportati, ponendoLe gentile richiesta di una pubblicazione in merito:

"La lettera richiamata e pubblicato all'interno della notizia apparsa sui Portale Dagospia.com a far data dallo scorso 22 gennaio 2010 contiene fatti distorti ed infondati nonché falsità e menzogne nei confronti del sottoscritto ed è pertanto stata oggetto di una denuncia-querela per diffamazione, ingiuria e calunnia, da me presentata il 16 novembre 2009 - non appena sono venuto a conoscenza della suddetta missiva - nei confronti della Signora Gianna Gori (indicata nell'articolo come Marchesa Terzi di Sant 'Agata) e dell'avvocato della medesima.
Nella querela ho ampiamente documentato che:

- sin dal 2004 sono separato di fatto dalla suddetta Gianna Gori;

- ho intrapreso da ben quattro anni una procedura di separazione giudiziale, sulla quale il Tribunale di Roma si è espresso sin dal luglio 2006, mentre è in corso di emissione il provvedimento finale, a definizione della causa;

- risiedo a Washington - e già prima a New York e a Roma - per svolgere le mie funzioni istituzionali, con i miei figli nati il 21 aprile 2008 e la loro mamma,

- infine, tale situazione è stata da me sempre rappresentata, in piena trasparenza, in tutti gli atti pubblici e privati.

Aggiungo che il procedimento penale avviato a mezzo della surriferita denuncia-querela è già al vaglio della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma.

Sentitamente.

Giulio Terzi di Sant'Agata"

Certa che vorrà tener conto di quanto sopra precisato dal mio assistito, La saluto cordialmente,

Avv. Nuccia Colosimo

RISPOSTA
Prendiamo atto delle suddette considerazioni e precisazioni e provvediano a eliminare dall'archivio del sito l'articolo in oggetto riguardante.

 

 

[27-01-2010]

 

 

 

CORONA DI SPINE - "QUESTO PROCESSO POTREBBE FARE STRAGE DI AGENZIE FOTOGRAFICHE E GIORNALISTI, DIMOSTRA CHE QUELLA DEI “RITIRI” DI IMMAGINI SCOTTANTI ERA UNA PRATICA SEGUITA DA MOLTI, NON UN METODO CRIMINALE BREVETTATO DAL SOTTOSCRITTO" - "IL 29 DICEMBRE SCORSO HO MANDATO A DE BORTOLI DUE PAGINE IN CUI RACCONTAVO LE AVVENTURE PARIGINE DI LAPO E IL SALVATAGGIO DI SIGNORINI, UNO DEI PIÙ IMPONENTI RITIRI NELLA STORIA DEL GIORNALISMO GOSSIPPARO ITALIANO"....


Giuseppe Fumagalli-Alessandro Penna per Oggi - edizione in edicola da mercoledì

Quando, alle ore 18 di mercoledì 20 gennaio, Fabrizio Corona entra nella redazione di Oggi, fai fatica a riconoscerlo. È rilassato, lucido, in forma e di un'allegria misurata, senza tracce di sfrontatezza. Apprende in diretta, insieme con noi, di essere stato prosciolto dall'accusa di associazione a delinquere che ancora pendeva a Potenza, ultimo strascico della madre di tutte le Vallettopoli.

Ma non è un processo che si chiude a metterlo di buonumore. È un processo che si apre. A Milano, e «guidato» dallo stesso Pm che per lui aveva chiesto 7 anni e due mesi di carcere per estorsione: Frank Di Maio. Sotto la lente del magistrato i tre tasselli che componevano il «metodo Corona»: vip, foto sconvenienti, ricatti per non farle uscire sui giornali. Solo che, in questo caso, Fabrizio non ha la parte dell'imputato. «Diciamo che sono una persona molto informata sui misfatti», gongola lui.

«NON SONO UN PENTITO»
«In molti hanno scritto che mi sono presentato spontaneamente nell'ufficio di Di Maio. È una bugia messa in giro da chi vuole farmi passare per ciò che non sono: un pentito. Però non nego di essere felicissimo di aver fatto due chiacchiere con il magistrato. Perché questo processo, che potrebbe fare strage di agenzie fotografiche e giornalisti, dimostra che quella dei "ritiri" di immagini scottanti era una pratica seguita da molti, non un metodo criminale brevettato dal sottoscritto.

Con una differenza: io vendevo foto, e quindi facevo il mio lavoro sia se le piazzavo ai giornali sia quando le offrivo alle "vittime" per farle sparire. Al centro di questo nuovo casino giudiziario ci sono tante agenzie che lavoravano esattamente come me. Ma ci sono anche direttori di giornale, come per esempio Alfonso Signorini. Il loro lavoro imporrebbe un'alternativa secca: pubblicare o non pubblicare certe immagini. Invece c'è chi le trattiene, le usa per rafforzare il suo potere e fare un favore agli amici».

INTANTO IN PROCURA...
Mentre Corona inizia la sua «requisitoria», al quinto piano del Tribunale di Milano davanti all'ufficio numero 28 della Procura della Repubblica c'è ressa. Hanno già sfilato due noti paparazzi romani, Maurizio Sorge e Max Scarfone. È passata Carmen Masi, titolare dell'omonima agenzia fotografica. Ha deposto Massimiliano Fullin, imprenditore già coinvolto nella Vallettopoli potentina. Sono i primi quattro indagati di un'inchiesta che lievita di ora in ora. Sulla scrivania del pubblico ministero Di Maio ci sono una ventina di fascicoli: casi di «ritiri» di foto imbarazzanti scattate a personaggi del mondo dello spettacolo e della politica.

Per molti di questi scoop, mai pubblicati, sono state pagate cifre astronomiche. Tra i reati in ballo: estorsione e ricettazione. Dalla Procura non filtra niente. Ma fonti attendibili indicano a Oggi la probabile sequenza delle indagini: per prime (e molto presto) verranno inquisite le agenzie fotografiche. Poi potrebbe toccare ai direttori di giornale. Il passo successivo, se ci sarà, punterà più in alto ancora, nel mondo della politica e del business. I tempi potrebbero essere brevi.

L'inchiesta non è «giovane»: è nata nel gennaio 2008, per caso, come costola di un'inchiesta su un giro di coca nella Milano bene. Per un paio d'anni ha avanzato a tentoni, «dormicchiato». Poco dopo Natale, l'accelerata. Proprio per «colpa» di Corona...

QUEL SERVIZIO DI LAPO
Corona, cosa c'entra lei con questa storia? Perché Di Maio l'ha chiamata?
«Per due ragioni. La prima: il 26 dicembre scorso intercetta una telefonata tra me e il fotografo Maurizio Sorge. Io sono in vacanza a Cortina con Belen, lui è furibondo. Mi grida: "Fabbrì, è uno scandalo. Signorini [direttore di Chi e Tv Sorrisi e Canzoni, ndr] ha ritirato le foto di Lapo". Poi mi dice quanto avrebbe scucito, Lapo, per quelle foto: 300 mila euro».

Di che immagini si tratta?
«Sono foto scattate al Bois de Boulogne, il parco di Parigi. Ritraggono il solito soggetto e il solito vizio: Lapo che va a trans. Non ha mai smesso di andarci, è per questo che la cugina l'ha lasciato».

Chi ha scattato quelle foto?
«I paparazzi di un'agenzia francese, che poi le ha passate alla Unopress, il cui titolare, Tonino Di Filippo, è un grande amico di Signorini. E Signorini quelle immagini non le ha nemmeno fatte passare dal suo giornale. Le ha bloccate e ha avvisato Lapo della loro esistenza. Lo schema è semplice: Lapo paga, l'agenzia incassa, e anche Signorini ha il suo tornaconto: come minimo fa una gran figura con il piccolo Elkann, che poi magari gli concede un'intervista esclusiva. Uno schema ripetuto altre volte. Quasi un sistema. Il "metodo Corona", in confronto, è roba da educande».

Si rende conto della gravità di queste affermazioni? Ha le prove di quello che dice?
«Ce le ho, io. E ce le ha anche la procura. Usciranno al momento giusto».

Copyright Pizzi

Non ci ha detto la seconda ragione della visita al pubblico ministero Di Maio.
«A Di Maio era giunta voce che avessi scritto una lettera al Corriere della Sera. Voce fondata. Il 29 dicembre scorso ho mandato al direttore Ferruccio de Bortoli due pagine in cui raccontavo le avventure parigine di Lapo e il salvataggio di Signorini, uno dei più imponenti ritiri nella storia del giornalismo gossipparo italiano. E facevo una riflessione».

Quale?
«Mi chiedevo come mai il "testimone" Signorini, che nel processo a mio carico aveva detto di non conoscere e di non aver mai usato la pratica dei "ritiri", potesse usare il "metodo Corona" senza finire nel mirino della giustizia. E lo stesso vale per giornalisti e agenzie che hanno sostenuto la medesima versione. Mi chiedevo perché io sia stato sbattuto in carcere e condannato a quasi 4 anni di galera e loro vengano invece glorificati, godano di vantaggi e di potere, passeggino liberi e incensurati. Alla lettera, poi, allegavo l'offerta di un servizio fotografico: Lapo che va a trans a Milano, in Ferrari gialla. Sono scatti che hanno una storia interessante».

I DUBBI DEL "CORRIERE"
Il racconto di Corona è confermato. Il Corriere della Sera ha ricevuto la lettera il 30 dicembre scorso. A quella data ancora nulla era trapelato dell'inchiesta del pubblico ministero Di Maio.
Dal quotidiano di via Solferino, in ossequio alle regole del miglior giornalismo, hanno risposto che la lettera poteva essere pubblicata solo dopo aver dato la parola anche agli altri protagonisti della vicenda: Lapo Elkann e Alfonso Signorini. Oppure in presenza di un esposto alla Procura della Repubblica.
In pratica: solo se quella lettera fosse diventata una notizia verificabile e «dibattuta». Fabrizio rifiuta, il Corriere della Sera non pubblica.

IL RUOLO DI "CHI"
Corona, ci spieghi perché ci teneva tanto a far uscire questa storia.

«Quando Sorge mi ha parlato del ritiro delle foto di Lapo Elkann mi è sembrato di sognare. Avrei voluto lanciare un messaggio alla nazione a reti unificate. Scrivere una lettera al più importante quotidiano italiano era il minimo che potevo fare. Dopo tutte le menzogne che sono state dette sul mio conto, volevo che si sapesse come vanno davvero le cose».

Ce l'aveva con qualcuno?
«Certo che ce l'ho con qualcuno. Come faccio a non avercela con Lapo? Con una condanna a sette anni di galera che mi pendeva sulla testa, è venuto in tribunale a dire che avevo mercificato la sua tragedia. E l'agenzia che lo ha beccato a Parigi, allora? Quella non ha mercificato perlomeno la sua imprudenza? Lì però Lapo non ha fatto una piega. Zitto, zitto, ha scucito 300 mila euro e ha ritirato le foto».

E come la mette con Alfonso Signorini?
«Non ce l'ho con Signorini, perché allo stesso modo si comportavano molti altri. Ma quello che lui ha detto in tribunale non sta né in cielo né in terra. Mai fatto un ritiro, ha detto. Ragazzi, che coraggio! E adesso il suo nome salta fuori per il video di Piero Marrazzo, poi sul caso Lapo e su tutta una serie di scoop pagati e fatti sparire dalla circolazione».

ALL'ATTACCO
Già, il caso Marrazzo è davvero esemplare. Il video dell'ex governatore del Lazio con una trans era stato rifiutato da alcuni giornali, tra i quali Oggi. Ma poi, il 5 ottobre, è stato portato a Chi. E Signorini, trattenendone una copia, ha cominciato a «gestirlo», telefonando a destra e a manca, prima di essere interrotto dall'intervento dei Ros dei carabinieri (tutto risulta a verbale dalle parole dei testimoni).

Corona è all'attacco, durissimo e determinatissimo. Ma Frank Di Maio procede coi piedi di piombo. Fonti del Palazzo di giustizia di Milano dicono che il peso e il ruolo di Signorini è ancora tutto da definire. Aggiungono, però, che è sicuramente rilevante per chiarire la dinamica dei fatti (Signorini, dal canto suo, ha dichiarato la sua «assoluta estraneità» e ha rivendicato «totale trasparenza e correttezza»).

 

LE VITTIME VIP
Su una ventina di scoop al vaglio del magistrato, pare che il direttore di Chi sia ben informato almeno su una buona metà.
Nei fascicoli di Di Maio, comparirebbero fra gli altri come possibili vittime di intrusioni nel privato: il vicepresidente del Milan Adriano Galliani; la signora Briatore, Elisabetta Gregoraci e Stefano Bettarini; la showgirl Simona Ventura; il tronista Francesco Arca; il ministro della Giustizia Angelino Alfano; il regista Leonardo Pieraccioni; il finanziere Stefano Ricucci; e anche la conduttrice di Verissimo e fidanzata di Pier Silvio Berlusconi, Silvia Toffanin, per la quale si parla addirittura di tre servizi.

Corona, tutti servizi passati sul tavolo di Signorini?
«Non mi meraviglierei. Signorini, attraverso il suo giornale, è quello che paga più di tutti e tutto passa sul suo tavolo. Il fotografo o l'agenzia che hanno uno scoop prima lo portano a lui. Al centro del sistema c'è lui e attorno a lui ruota tutto il gossip. E non è un semplice interesse editoriale. Oggi Signorini è il burattinaio del teatrino che forse più diverte e appassiona Berlusconi. Ed è questo il nocciolo della questione. Al centro della nuova Vallettopoli non ci sono ritiri ed estorsioni. C'è il gossip come mezzo di controllo della vita del Paese. Dalla politica all'economia, se hai in mano delle foto importanti puoi controllare tutto quello che vuoi».

IN TRIBUNA D'ONORE
Va giù pesante, Corona. Dopo l'assoluzione di Potenza, non le converrebbe concentrarsi sul processo d'appello, per cancellare anche la condanna in primo grado a 3 anni e 8 mesi?

«Non ce la faccio. È una questione di principio. So di essere innocente. Ma a questo punto sarei anche disposto ad andare in galera. Però come vicini di cella voglio i fotografi, i proprietari di agenzie e i giornalisti, che hanno partecipato al tiro al bersaglio su di me per coprire le loro magagne».

Non teme di danneggiare la carriera televisiva della sua fidanzata Belen Rodriguez?
«Belen è un'artista affermata e una grande professionista. Non saranno le mie vicende a danneggiarla. Io vado avanti. Hanno cercato in tutti i modi di distruggermi. Non ce l'hanno fatta. Sono stato assolto a Potenza e lo sarò anche a Milano. Quel che ho sempre sostenuto adesso è sotto gli occhi di tutti. Lo spettacolo è appena cominciato e intendo godermelo fino in fondo. Ho un posto in tribuna d'onore e faccio il tifo per Frank Di Maio».

 

 "OGGI" SQUADERNA L'INFOJATO TRANS-LAPO IN AZIONE A MILANO (IN PIENO GIORNO!) - IL PORTFOLIO MAI PUBBLICATO DI MAX SCARFONE: NEL 2007 A ROMA SCATTÒ FOTO DELL’ALLORA DIRETTORE DEL CORRIERE DELLA SERA MIELI IN COMPAGNIA DI UNA GIOVANE DONNA. IN UN ALTRO SERVIZIO PAOLINO È CON DARIA BIGNARDI. NEL 2008 CI SONO LE FOTO DI MICHELE SANTORO CHE VIENE "PAPARAZZATO" CON BEATRICE BORROMEO

 

1 - LAPO VA A TRANS IN FERRARI GIALLA
Umberto Brindani
per Oggi - edizione in edicola da mercoledì

Le immagini che vedete in queste pagine rappresentano alcuni scatti, i più significativi, dell'ormai famoso servizio fotografico su Lapo Elkann in viale Monza a Milano. Una paparazzata di cui giornali, Tg e siti vari parlano (e favoleggiano) da giorni. Si tratta di foto assolutamente inedite. Qui di seguito cerchiamo di spiegare perché, avendole rifiutate qualche mese fa, ora abbiamo deciso che era necessario acquisirle e pubblicarle.

Tutto comincia nel giugno dell'anno scorso, quando si presenta in redazione, accompagnato da un collaboratore, il titolare di una piccola agenzia fotografica. Ha l'aria del gatto che ha mangiato il topo. «Lapo ci è ricascato», dice. E spiattella sul tavolo una trentina di foto. Esterno giorno: vi si vede il portone di un palazzo della periferia milanese, a pochi passi dal quale è parcheggiata una incongrua e vistosissima Ferrari F430 colore giallo canarino.

Poi ci sono scatti mossi e sfuocati di un paio di personaggi che vanno e vengono («Sono transessuali»). Scale interne, porte di appartamenti, abitanti del condominio che mostrano trionfanti foto della fuoriserie sul telefonino. Alla fine, in notturna, l'uscita precipitosa e la fuga in Ferrari di un personaggio che, sì, sembra proprio Lapo. È vestito "da Lapo", con tanto di cappelluccio. È Lapo.

Secondo i due venditori, la scenetta risale al giorno prima. Raccontano che nel palazzo c'è l'appartamento di un trans che il giovane Elkann frequenterebbe da mesi, tanto che tutto il condominio ne sarebbe al corrente (di qui le foto sui cellulari). È uno scoop, che documenterebbe la «ricaduta» dell'imprenditore nelle frequentazioni del 2005. I due vogliono vendere il servizio, per una cifra né modica né esagerata.

Noi ci riflettiamo e decidiamo di non farne niente. Oggi è un settimanale familiare, le storie inutilmente scabrose non fanno per noi. Quelle foto, in quel momento, nulla aggiungono a ciò che già si sa di un uomo e delle sue debolezze. Non c'è nessuna rilevanza sociale o di denuncia, sarebbe solo un'indebita intrusione nella privacy di una persona. Oltretutto sono foto che, di per sé, non dimostrano assolutamente nulla, se non che Lapo Elkann possiede una Ferrari gialla ed esce da un portone. O almeno così pensiamo.

Restituiamo il servizio all'agenzia fotografica, senza farne copia e senza farne successivamente parola con nessuno, come riteniamo sia nostro dovere in casi come questo. Ci siamo comportati nello stesso modo con il video di Marrazzo, ci comportiamo sempre così: questa direzione o pubblica o «dimentica», senza «usare» in modi impropri i materiali o le notizie di cui viene a conoscenza.

Passa il tempo. Pochi giorni fa sbuca da noi in redazione Fabrizio Corona. Fra le altre cose, dice di aver portato al Pm Frank Di Maio, che indaga sul nuovo filone di Vallettopoli, il servizio su viale Monza di cui nel frattempo è entrato in possesso (perché uno degli autori ha ricominciato a collaborare con lui). E ce lo offre di nuovo.

A questo punto le circostanze cambiano, e cadono le ragioni che mesi fa ci convinsero a non pubblicare. La notizia dell'esistenza di queste foto (oltre a quelle che ritrarrebbero Lapo a Parigi e che non abbiamo mai visto) è diventata di dominio pubblico, anche se non risulta che esse siano state usate a fini di estorsione.

La magistratura indaga e ora, con ogni evidenza, tutte le foto sono diventate una notizia. Ci sembra ovvio che, stavolta, non possiamo esimerci dal mostrarne alcune, se non altro per completezza dell'informazione e per sgombrare il campo da possibili strumentalizzazioni. Le «misteriose» immagini di cui si parla da giorni sono queste: ai lettori il giudizio sulla loro rilevanza.Foto e ricatti,

2 - IL PORTFOLIO MAI PUBBLICATO DI MAX SCARFONE: NEL 2007 A ROMA SCATTÒ FOTO DELL'ALLORA DIRETTORE DEL CORRIERE DELLA SERA MIELI IN COMPAGNIA DI UNA GIOVANE DONNA. IN UN ALTRO SERVIZIO PAOLINO È CON DARIA BIGNARDI. POI C'È SANTORO CHE VIENE "PAPARAZZATO" CON LA BEATRICE BORROMEO
Giuseppe Guastella per il Corriere della Sera

Riparte dai testimoni e dalle vittime delle presunte estorsioni a colpi di clic l'inchiesta sui fotoricatti. Ieri, il sostituto procuratore Frank Di Maio ha sentito un teste in un luogo riservato dopo la decisione di sottrarre le indagini ai riflettori della stampa. Al via le convocazioni dei protagonisti, a cominciare dal direttore del settimanale «Chi» Alfonso Signorini che è al centro di alcuni ritiri di foto sotto inchiesta.

Tra i possibili testimoni, ci sono giornalisti, imprenditori, registi e attrici che avrebbero beneficiato di ritiri. Sorpresi in situazioni imbarazzanti dai paparazzi, non sono finiti sui giornali. A volte pagando, altre no. A parlare di loro è Fabrizio Pensa, il paparazzo Bicio grande accusatore di Corona, il quale ha ripetuto e arricchito dichiarazioni già fatte al pm di Potenza Woodcock. Verbale che ha causato per Corona l'accusa di corruzione per i 4.000 euro dati a un agente che, quando era a San Vittore, gli consegnò in cella una macchina fotografica.

Di Maio affronta subito l'argomento ritiro, pratica usuale per Corona, sostiene Pensa. Ma Corona, anche nel processo Vallettopoli in cui è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per tre estorsioni tentate e una riuscita, ha sempre sostenuto di aver ritirato foto per fare favori agli amici. Secondo Bicio, Corona aveva un archivio dei ritiri, con i files e la documentazione dei pagamenti, che considerava la sua pensione per la vita e che sarebbe sfuggito alla magistratura. «Nessun archivio nascosto, tutto è stato sequestrato. Non ci sono segreti», ribatte Giuseppe Lucibello, l'avvocato che oggi difenderà Corona a Torino nell'udienza (imputato anche Pensa) per la presunta estorsione ai danni del calciatore Trezeguet.

Fu Massimiliano Scarfone, il paparazzo della Photo Masi (indagato) a scattare tra settembre e ottobre 2007 a Roma foto dell'allora direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli in compagnia in un ristorante di una giovane donna. Pensa dichiara di non sapere se ci fu un tentativo di vendita o no. In un altro servizio il giornalista è fotografato con la collega Daria Bignardi. Poi c'è il conduttore di Annozero Michele Santoro che nella primavera 2008 viene «paparazzato» da Scarfone a Roma con la collega Beatrice Borromeo, nulla di pubblicato.

Quindi, nello stesso periodo, Lapo Elkann con Arianna Matteuzzi, ex di Valentino Rossi, di fronte a un ristorante milanese. Elkann avrebbe voluto acquistare in loco e al doppio le foto, ma non ci riuscì. Le immagini furono proposte dalla Photo Masi a una serie di testate, ma nessuna le accettò o comunque le pubblicò. Altro ritiro riguarda Stefano Ricucci. L'immobiliarista romano sfrecciava per Milano su un'auto munita di lampeggiante con l'attrice Natalia Bush.

Pensa voleva da «Chi» 40.000 euro. Non ebbe nulla. Propose le foto all'interessato in cambio di un servizio «posato » e di un'intervista che furono pubblicati da un settimanale. Quindi il servizio mai uscito su Barbara Berlusconi, figlia minore del Premier, che nel marzo 2007 incontrava un giovane che in passato era stato arrestato per droga. Pensa riferisce di aver venduto le foto per 10 mila euro a «Chi», ma sul settimanale il giovane fu descritto solo come un amico. Infine, torna la storia delle foto di Leonardo Pieraccioni e Laura Torrisi immortalati alle Maldive. Fu pubblicato un servizio «posato» che, sospetta Pensa, sostituì audaci foto rubate.

[26-01-2010]

 

Sputtanopoli s’ingrossa! - Saltano fuori pure le foto di Ale-danno con lo showgirl Eleonora Daniele, fatte sparire con la spesa di “una cifra ragguardevole” - Il sindaco ribatte: “Balla colossale. La Daniele collaborava con me al ministero dell’Agricoltura e continua a farlo al Comune” - La trans-ferta parigina di Lapo costata 220mila euro e non 300. 200mila euro per salvare la piersilvia Toffanin - corona consuma la sua vendetta contro signorini:....

Davide Carlucci per "La Repubblica"

«Ci sono direttori di giornali, come per esempio Alfonso Signorini: il loro lavoro imporrebbe un'alternativa secca, pubblicare o non pubblicare certe immagini. Invece c'è chi le trattiene, le usa per rafforzare il suo potere e fare un favore agli amici».

L'attacco di Fabrizio Corona al direttore di "Chi" e "Sorrisi e Canzoni Tv" è diretto. Affidato a un'intervista, pubblicata dal settimanale "Oggi", in edicola da stamattina, nella quale è riportato anche un altro passaggio, per il quale Signorini annuncia querela nei confronti di Corona e del settimanale.

Quello in cui Corona dice, a proposito del ritiro delle foto di Lapo a Parigi in compagnia di una trans, che «Signorini quelle foto non le ha nemmeno fatte passare dal suo giornale. Le ha bloccate e ha avvisato Lapo della loro esistenza». In realtà, assicurano fonti vicine a Signorini, la Mondadori sarebbe stata, in questa come in altre occasioni, messa a conoscenza di tutto.

Lo scontro tra Corona e Signorini avviene in un momento in cui si moltiplicano le voci su nuovi ritiri dal mercato del gossip di foto imbarazzanti. Tra le vittime illustri ci sarebbero il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e Adriano Galliani. Nel primo caso, in particolare, per far sparire immagini compromettenti dalle pagine dei giornali sarebbe sfata pagata una cifra ragguardevole per evitare la pubblicazione di foto che lo ritraevano con la showgirl Eleonora Daniele.

«È una balla colossale, non so di che cosa si stia parlando - replica Alemanno - Non ho mai pagato neanche un euro, perché non mi sono state mai offerte foto del genere, che non potevano esistere. Non sono mai stato ricattato. Conosco la Daniele, che collaborava con me quando ero ministro dell'Agricoltura per la presentazione di alcune iniziative ed ha continuato a farlo al Comune di Roma in manifestazioni di solidarietà. Tutto il resto è una diceria, come ce ne sono tante».

Sarebbe costata 220mila euro, invece - e non 300mila - la somma pagata da Lapo Elkann per neutralizzare lo scandalo parigino. Per Silvia Toffanin, l'attuale compagna di Pier Silvio Berlusconi, ne sarebbero stati pagati 200mila. E, secondo il racconto dei testimoni - tutto da verificare - l'operazione sarebbe stata gestita dall'imprenditore veneto Massimiliano Fullin, il quarto indagato nell'inchiesta aperta dal pm Frank Di Maio.

L'avvocato che lo assiste, Renato Alberini, non vuole entrare nel merito di nessuna delle ipotesi che circolano in questi giorni. E ieri ha chiesto al pm la fissazione dell'interrogatorio. La procura di Milano sembra voler proteggere la sua indagine dal clamore mediatico e dal rischio che alimenti un gossip al cubo, inquinando le prove e minacciando la reputazione delle persone coinvolte.

Gli investigatori, insomma, non vogliono «inseguire voci» ma solo basarsi su un numero limitato di casi concreti da verificare: negli interrogatori di questi giorni, infatti, si è parlato anche di ritiri dei quali i paparazzi non sarebbero stati testimoni diretti. Per questo i magistrati vogliono prendere una pausa per valutare gli atti raccolti finora.

Dalle Maldive, dove si trova, Corona vive però questo come il momento della sua rivalsa: «Da quel che sta emergendo in quest'indagine - dice - ci sono almeno tre buoni motivi per chiedere la custodia cautelare in carcere, per evitare la reiterazione del reato, di diverse persone. Come hanno fatto per me». Quanto all'"archivio segreto" è «pronto a consegnarlo» al pm. Ieri Corona non si è presentato per l'interrogatorio nel processo di Torino che lo vede imputato per estorsione ai danni di Trezeguet.

 

[27-01-2010]

 

 

 

 

AL PARTY ELETTORALE IN ONORE DELLA POLVERINI, STARRING IL MINISTRO LA RISSA - TRASFORMANDO MANGANELLO E OLIO DI RICINO IN PAROLE DI FUOCO, COSì SI è SCAGLIATO VERSO I FRATELLI PIZZI: "DOVETE FOTOGRAFARE QUANDO LO DICO IO!” - (VA PRECISATO CHE I NOSTRI PIZZI NON ERANO VESTITI DA MILITARI Né 'EMBEDDED') - " IL FATTO " ROVESCIA LA POLVERINI E SI RITROVA DAVANTI ALLA FURBETTA DEL PALAZZO - LADY UGL HA MENTITO IN UN ATTO PUBBLICO ED EVASO 19MILA NELL’ACQUISTO DELLA CASA - DICEVA: “A DIFFERENZA DELLA BONINO, SONO L’UNICA A RISCHIARE L’UNICA POLTRONA” - INVECE LA FURBETTA RENATA È ANCORA SEGRETARIA DELL’UGL E, SE VOLESSE, POTREBBE ESSERLO ANCHE NEI PROSSIMI QUATTRO ANNI -

 

1 - FOTO E LETTERA DI UMBERTO E MARIO PIZZI DA ZAGAROLO
Caro Dago, ci risiamo. Un nostro ministro (per mancanza di prove) della nostra beneamata Republica, il signor Ignazio La Russa, detto La Rissa, visto il modo di comportarsi con la stampa ed in special modo con i fotografi, non ha perso l'occasione di farsi riconoscere.

L'altra sera in casa del boss della farmacie romane Vincenzo Crimi, in occasione di una cena elettorale in onore di Renata Polverini, al suo arrivo, scortato da Claudio Lotito, così 'Gnazio strazio si è rivolto verso di noi. Rovesciando gli occhi da pazzo, drizzando la barbetta luciferina, ha sibilato queste esatte parole: "Voi dovete fotografare quando lo dico io!". Eppure non eravamo militarizzati in tuta mimetica né embedded alla sua corte. Ma la legge della Casa delle Libertà così detta:
si deve fotografare unicamente dietro suo ordine.

Sembra di esser tornati nel Gran Ventennio, altro che libertà di stampa. Con sicofanti, come quel noto leccasuole di origine partenopea presente al party, che ha avvertito La Russa della nostra presenza, agendo come il servizio di sicurezza militare

A mezzanotte come nelle favole, il Cenerentolo alla rovescia, è arrivato. E si è subito scagliato contro di noi. Con quei modi e quei toni che hanno sostituito l'olio di ricino e il manganello. In fondo, toccato il fondo, di fotografare Il ministro Ignazio La Rissa, se ne puo fare anche a meno.
Ciao Umberto e Mario Pizzi

2 - LA POLVERINI NON MOLLA L'UGL. È ANCORA SEGRETARIA
Gianni Del Vecchio per "Europaquotidiano.it"
(http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/116043/la_polverini_non_molla_lugl_e_ancora_segretaria)

«Io, a differenza della Bonino, sono l'unica a rischiare l'unica poltrona che aveva. D'altra parte, la norma che vieta ai rappresentanti della mia organizzazione sindacale di candidarsi a cariche istituzionali l'ho introdotta io nel momento in cui sono diventata segretario». Così Renata Polverini, candidata Pdl alla regione Lazio.

Tuttavia, a quanto risulta a Europa (ma si può verificare sul sito dell'Ugl), la sindacalista è ancora segretaria della sua organizzazione e lo sarà fino al prossimo congresso, fissato una settimana prima delle elezioni, a meno di un probabile slittamento. Infatti, secondo lo statuto Ugl, l'incompatibilità vale solo per chi si candida (o viene eletto) al parlamento nazionale ed europeo e per chi ha cariche nei partiti. Nessun limite invece per chi si candida a governatore. Quindi: la Polverini è ancora a capo dell'Ugl e, se volesse, potrebbe esserlo anche nei prossimi quattro anni.

2- LA FURBETTA DEL PALAZZO ...
Marco Lillo per "il Fatto Quotidiano"

L'abolizione della tassa sulla seconda casa è la carta segreta di Renata Polverini. Non se ne trova traccia nel programma, ma il leader dell'Ugl ha già realizzato il sogno di milioni di elettori sorpassando a destra il Cavaliere proprio sul terreno fiscale.

E' solo un problema di comunicazione. Tutti sanno che il Cavaliere ha abolito l'Ici sulla prima casa , nessuno sa invece che la leader sindacale, senza tanto baccano, ha abolito le tasse di registro sulla seconda casa. Il taglio dell'odiosa aliquota del 10 per cento è avvenuto (caso unico nella storia) prima ancora di diventare presidente e risale addirittura al 2002. Polverini ha preferito non dirlo in giro per la semplice ragione che l'imposta l'ha tagliata solo per sé, mentendo al fisco, mentre gli altri italiani hanno continuato a pagarla fino all'ultimo euro.

Dopo avere consultato i numerosi atti di compravendita del candidato presidente, Il Fatto Quotidiano, ha scoperto che Renata Polverini ha mentito in un atto pubblico e ha evaso le imposte per circa 19 mila euro. Non solo: per risparmiare altri 10 mila euro in un secondo acquisto ha architettato una doppia donazione con la mamma, realizzando un risparmio fiscale che puzza di elusione.

Siamo di fronte al classico esempio di beffa dopo il danno: in entrambi i casi gli appartamenti erano stati acquistati a prezzi di saldo, il primo dall'Inpdap e il secondo dal Vaticano. Per capire l'inghippo bisogna partire dall'inizio. Nel 2001, Renata Polverini compra la casa del portiere di uno stabile in cortina vicino a villa Pamphili. Nel frattempo le capita un affarone.

Già dalla fine degli anni Novanta è inquilina di "Affittopoli". Ha ottenuto dall'Inpdap un grande appartamento al Torrino, vicino all'Eur. La casa è dell'ente previdenziale nel quale l'Ugl e gli altri sindacati sono presenti in consiglio per tutelare le pensioni dei lavoratori e non, come spesso accade, per accaparrarsi le case più belle. Come da copione quella affittata (chissà in base a quali criteri) dall'ente governato dai sindacati all'allora vicesegretario Ugl finisce in vendita a marzo del 2002 e lei compra per un prezzo stracciato: 148 mila e 583 euro per sette vani e un box. Un terzo del valore attuale, metà del prezzo di mercato dell'epoca.

Polverini però non vuole pagare nemmeno le tasse sulla seconda casa pari al 10 per cento del valore. Così, pochi giorni prima del secondo acquisto dall'Inpdap dona alla mamma la prima casa di Monteverde. L'atto è registrato il 28 marzo. Così, lo stesso giorno, Polverini si può presentare al fisco come una nullatenente per pagare l'aliquota del 3 per cento, risparmiando circa 10 mila euro di tasse. Ovviamente , dopo 5 anni la mamma le restituisce la casa di Monteverde. E quella del Torrino finisce a un altro appartenente alla casta: il segretario confedera-le della Ugl, Rolando Vicari che dichiara di pagarla 234 mila euro nel 2007.

Se, quando compra dall'Inpdap, Polverini si limita al trucchetto della donazione, quando compra dallo Ior passa del tutto il guado dell'evasione fiscale. Il 17 dicembre del 2002, 9 mesi dopo l'acquisto della casa dell'Eur dall'Inpdap, Renata Polverini non si fa sfuggire un'altra grande occasione. Le offrono un primo piano di ampia metratura a San Saba, vicino all'Aventino a un prezzo imperdibile.

Anche stavolta il venditore non è un privato qualsiasi ma lo Ior, la famigerata banca del Vaticano. L'avvocato Gabriele Liuzzo, in rappresentanza dello Ior diretto da Angelo Caloia, le cede sei stanze, tre bagni, due box e tre balconi al prezzo ridicolo di 272 mila euro. Stavolta Polverini dovrebbe pagare il 10 per cento di aliquota, ma fa la furba e dichiara al notaio Giancarlo Mazza "di non essere titolare esclusiva di diritti di proprietà di altra casa nel comune di Roma".

Le carte del catasto però la smentiscono: Renata Polverini è stata proprietaria della casa dell'Eur fino all'aprile del 2007. Se la sindacalista non ha corretto con una dichiarazione successiva o un condono la sua posizione, è ancora debitrice verso l'Erario di circa 19 mila euro, cioè la differenza tra il 3 e il 10 per cento di 272 mila euro. Anche se non ha più nulla da temere perché è scaduto il termine per l'accertamento.

E non si può nemmeno dire che l'allora vicesegretario dell'Ugl non avesse dimestichezza con le regole: è stata azionista di una serie di società della galassia Ugl che si occupavano di tasse: da Consulfisco Telematica a Servizi telematici fiscali. Né si può dire che le mancavano i soldi per pagare l'Erario. Meno di due anni dopo era pronta a comprare un altro mega appartamento gemello con i soliti doppi ingressi e tre bagni, nello stesso palazzo di San Saba. Il Fatto Quotidiano ha contattato lo staff di Renata Polverini per avere una spiegazione. La candidata ha preferito non replicare.

 

[26-01-2010]

 

 

E’ STATO PRODI A DECAPITARE DELBONO - SECONDO IL PROF È RISULTATA DEVASTANTE L'ULTIMA APPARIZIONE NEI TG - DEL RESTO, È stato il prode Prodi ad imporre il suo Delbono al Pd bolognese e ad un Bersani recalcitrante - Di conseguenza, se Delbono si fosse fatto rosolare a fuoco lento, con lui sarebbe rimasto rosolato anche Prodi. Cosa che al mortadella non è mai piaciuta...

Pierre de Nolac per ItaliaOggi.

Come mai, nel giro di sole 24 ore , il sindaco di Bologna, cioè l'economista di scuola rigorosamente prodiana doc, Flavio Delbono, si è fragorosamente dimesso dalla carica di primo cittadino della città felsinea dopo aver affermato, davanti ai microfoni di tutti i Tg: «Non mi dimetterò neanche nel caso di un rinvio a giudizio. Io non sono ricattabile. Non farò la fine di Del Turco»?

Che cosa è successo di tanto irreparabile, visto che il sindaco di Bologna, dimettendosi, manda a casa anche l'intero consiglio comunale e quindi i bolognesi, pochi mesi dopo una difficile e combattuta elezione comunale, debbono di nuovo tornare alle urne per rieleggere un nuovo primo cittadino?

Non solo. Con le dimissioni di Delbono e quindi con le inevitabili nuove elezioni comunali, il Pd rischia, adesso, non solo di uscire sfracellato dalle elezioni regionali un po' dappertutto in Italia, ma rischia pure di perdere la sua città-faro, Bologna, la città dei Dozza, degli Zangheri, dei Prodi e delle Coop.

E siccome Delbono è stato a lungo il vice di Vasco Errani che per la terza volta, fra un paio di mesi, si presenterà alle urne per la conferma alla presidenza della Regione Emilia Romagna, anche questa icona del Pci-Pds- Ds-Pd rischia di appannarsi, dato che gli schizzi della vicenda Delbono potrebbero inzaccherarlo, anche se, nel suo caso, lo zoccolo duro del voto ex comunista ed ex sinistra dc sembra essere ancora solido a livello di quella che è stata, da sempre, la regione più rossa d'Italia, non a caso è quella di Peppone e don Camillo.

Allora se le dimissioni di Delbono suscitano un tale tornado politico, perché Delbono si è dimesso? Italia Oggi è in grado di spiegare che lo ha deciso Romano Prodi che, di Delbono, è stato il padrino e, fino a pochi giorni fa, l'indomito supporter. È stato Prodi infatti che ha imposto Delbono al Pd bolognese e ad un Bersani che, su questo nome, era più che recalcitrante.

È stato Prodi, soprattutto attraverso la sua portavoce, l'onorevole Sandra Zampa,detta la «Zarina del presidente» per la foga con la quale ne difende le tesi e le posizioni, che ha difeso Delbono anche quando (e dopo) che l'affaire tra Delbono con la signora Cinzia Cracchi, con il seguito di Bancomat e soggiorni esotici detti di studio, venne denunciato, nel corso di un infuocato dibattito tv dal suo antagonista Alfredo Cazzola: l'attacco fu allora definito «immondo» dalla stessa Zampa, non si sa bene se riferito a del Bono o a Cazzola. Anche se tutti hanno capito che lei voleva riferirsi al secondo, sia pure sbagliando.

Nessuno è perfetto, per carità. Ancora domenica scorsa la Zampa, incline a una soluzione porno-soft della vicenda, la gettava sul patetico, dicendo, liquorosa: «Flavio dovrà farsi perdonare da questa città, questa storia...».

Romano Prodi che è un animale di potere come pochi altri in Italia (e non solo fra i viventi) ha subito fiutato, dopo aver ascoltato le dichiarazioni di Delbono nei Tg di domenica sera, che Delbono sarebbe caduto, non solo ben presto ma anche in malo modo.

Delbono infatti si è presentato davanti agli italiani che domenica sera stavano facendo il ruttino del dopocena, con i lineamenti tirati di un ciclista dopo una fuga solitaria di 250 chilometri , in chiaro debito di ossigeno, con gli occhi esoftalmi che cercavano di appoggiarsi a qualcosa che non trovavano, con il naso già lungo di suo ma che, adesso, sembrava voler uscire dagli schermi tv, la barba non fatta da almeno un paio di giorni («Poteva farsi almeno questa» ha commentato, scorata, la Zampa, vedendo in tv, nell'ora di massimo ascolto, quelle immagini di uomo braccato da se stesso).
Prodi, a quel punto, per salvare se stesso, ha detto: «Delbono deve dimettersi. Ma subito. Senza se e senza ma».

Delbono, che deve tutto a Romano Prodi, non solo sul piano politico ma anche su quello accademico, non ha potuto che accettare. Prodi, nel chiedere l'immediata resa di Delbono, aveva infatti la certezza che tutti, nel partito, gli avrebbero rinfacciato quella candidatura taroccata anche se da lui garantita come, non solo buona, ma anche inossidabile.

«È un valore aggiunto» ripeteva, bofonchiando, Prodi. Di conseguenza, se Delbono si fosse fatto rosolare a fuoco lento, con lui sarebbe rimasto rosolato anche Prodi. Cosa che a Prodi non è mai piaciuta. Né ora, né in passato e tanto meno in futuro...

La speranza di Prodi, adesso, è che, tolto brutalmente di mezzo Delbono, la vicenda possa rapidamente sgonfiarsi, consentendo così a Prodi stesso di togliersi dagli impiccci. Non si sa però se le dimissioni di Delbono basteranno.

Ormai, il centro sinistra bolognese è pieno zeppo di «fratelli coltelli» che, se debbono sacrificare uno, non pensano certo di ridimensionare Delbono (già, questo, senza il sostegno di Prodi, non stava in piedi da solo nemmeno prima del caso della signora Cinzia Cracchi) ma vogliono far fuori, o almeno ridimensionare, Prodi che non ha più nemmeno la possibilità di appoggiarsi a una balla diffusa dalla Zampa, accreditata da Prodi con il suo autorevole silenzio-assenso e avallata acriticamente dai grandi media italiani.

La balla è che Prodi sarebbe il «delegato dell'Onu per l'Africa». Prodi invece, questa è la verità, è stato nominato solo capo di una delegazione di quattro sconosciuti del Terzo mondo che sono incaricati di rivedere i conti delle missioni Onu in Africa. Un capo contabile, insomma. Una carica che non lo porta certo lontano. Ci mancava solo Delbono, adesso.

[26-01-2010]

 

 

 

D'ALEMA CHI? E LA VOCE UMBERTO ECO RIMBOMBÒ DI UN'ECO SINISTRO E TOMBALE: "CHE FIGURA DA CIOCCOLATAI HANNO FATTO A BARI QUESTI DIRIGENTI DEL PD. NON ERA DIFFICILE PREVEDERE LA VITTORIA DI VENDOLA, NO? D'ALEMA NON NE HA INDOVINATA UNA DA QUARANT'ANNI, SI PRESENTA COME IL PIÙ ESPERTO DI TUTTI, IN REALTÀ LE HA SEMPRE SBAGLIATE TUTTE. NON NE INDOVINA UNA DA QUANDO NON FINÌ IL CORSO DI LAUREA ALLA NORMALE. DA LÌ È STATO UN SUSSEGUIRSI DI ERRORI. D’ALEMA, È CONVINTO DI ESSERE UNO STRATEGA, IN REALTÀ HA DISTRUTTO TUTTO QUELLO CHE HA TOCCATO. CHECCHÉ NE DICA, D'ALEMA HA GRANDI RESPONSABILITÀ ANCHE NELLA CADUTA DEL GOVERNO DI CENTROSINISTRA" - E LA JENA BARENGHI AGGIUNGE LA SUA ZAMPATA: "DOPO LA SCONFITTA PUGLIESE D’ALEMA SI OCCUPERÀ DEI SERVIZI SEGRETI, A RISCHIO LA SICUREZZA DEL PAESE" -

 

1 - RISCHI
Jena per La Stampa
- Dopo la sconfitta pugliese D'Alema si occuperà dei servizi segreti, a rischio la sicurezza del Paese.

2 - CHE FIGURA DA CIOCCOLATAI HANNO FATTO A BARI QUESTI DIRIGENTI DEL PD...
Jacopo Iacoboni per La Stampa

Che figura da cioccolatai hanno fatto a Bari questi dirigenti del Pd...». Sono le 11,50 e Umberto Eco è nel caffè al piano terra del museo di Punta della Dogana, il gioiello restaurato da Tadao Ando tra Canal Grande e Canale della Giudecca. Il più importante scrittore italiano, con un gruppetto che lo accompagna, ha appena finito un caffè e si dirige verso l'ascensore.

È a Venezia perché tra poche ore presenterà, a Palazzo Grassi, il suo ultimo libro, «Vertigine della lista». Naturalmente, non di liste elettorali si parla nel brillante saggio, ma il giorno dopo le primarie del centrosinistra la tentazione di sapere come la pensa è troppo forte. Parlare di altre, liste.

E lui non si sottrae allo scambio di battute. Non è un'intervista, chiarisce, «questa chiacchierata». Nondimeno l'analisi è come al solito acuminata. «A Bari hanno fatto una figura da cioccolatai, non era difficile prevedere la vittoria di Vendola, no?», sospira mentre, giacca pesante di lana verde, scarpe robuste, bastone anti-mal di schiena alla mano, sta uscendo dall'ascensore e sale l'ultima rampa di scale che conduce al Belvedere interno.

Gli illustrano l'unica opera collocata lassù, un elefante di polistirolo espanso appeso al soffitto a cassettoni, «Man on the Moon» di Mark Handforth. Non è la cosa più bella che ci sia qui dentro, ma il grande semiologo è come sempre curiosissimo.

Verrebbe da chiedergli se anche i dirigenti del Pd non vivano un po' sulla luna; specie quelli che si ritengono unici professionisti della politica. D'Alema si era speso molto, professor Eco, per la candidatura di Francesco Boccia contro Nichi Vendola, il risultato non gli dà ragione, lei che impressione aveva stamattina leggendo i giornali?

Mentre ridiscende le scale Eco accenna un sorriso amaro: «D'Alema non ne ha indovinata una da quarant'anni, si presenta come il più esperto di tutti, in realtà le ha sempre sbagliate tutte». Giudizio che arricchisce con un stoccata: «Non ne indovina una da quando non finì il corso di laurea alla Normale. Da lì è stato un susseguirsi di errori».

In «Vertigine della lista» Eco enumera una gran quantità di liste letterarie. Spesso sono elenchi compilati per il puro, caotico gusto della cantabilità della lista. Il caos, insomma, ha un senso paradossale. In politica, però, sarebbe meglio evitarlo.

Perché il Pd continua a incappare in vicende come quella pugliese? «D'Alema, è convinto di essere uno stratega, in realtà ha distrutto tutto quello che ha toccato», e mentre lo dice Eco rotea un po' nell'aria il bastone, quasi minaccioso. «Io ero tra quelli riuniti a Gargonza, e ricordo benissimo com'è andata la storia successiva. Checché ne dica, D'Alema ha grandi responsabilità anche nella caduta del governo di centrosinistra».

Scorrono opere a volte solo bizzarre, altre volte toccanti. L'intellettuale che più ha studiato i meccanismi della citazione si sofferma divertito dinanzi a un grande campo di calcio verde (al posto dei giocatori, omini in divisa militare, o in abito arabo) sovrastato da un meteorite enorme, appeso al soffitto.

Si chiama «A Football Match of June 14th», è opera di un cinese, Huang Yong Ping, che aveva letto due notizie disparate e le aveva messe insieme. Di nuovo il grande filo del caos della postmodernità. Mentre sta per arrivare all'ultima sala, Eco confida «è molto bello il lavoro fatto da Tadao Ando».

A dispetto delle tante polemiche anti-Cacciari in laguna. C'è il tempo per un'ultima domanda, nutre qualche residua speranza nel Pd? «Lo dissi subito, fin dalla nascita, che non ci credevo, la fusione è nata fredda, e non laica. Com'è andata lo vediamo. Occorrerà trovare qualcos'altro. Io non so cosa», sospira.

Non vuole parlare, invece, di come s'evolve il berlusconismo. Intorno i suoi accompagnatori stanno prenotando al molo di Madonna della Salute il taxi dell'acqua. Anche questa visita, come forse una stagione della sinistra, è finita.

[26-01-2010]

 

 

 

I TRUCIDISSIMI VERBALI DEL PAPARAZZO DI CORONA, FRANCESCO PENSA, DETTO 'BICIO' - "MORIC? UNA PSICOPATICA RIFATTA ROVINATA DAL MARITO - LA YESPICA CHE CI FACEVA SULLO YACHT CON 4 ARABI? COME TANTE, FACEVA PROPRIO LAVORO A PROSTITUTE - 5MILA EURO PER ATTOVAGLIARSI VICINO ALLA ARCURI, 40-50 MILA PER STARE CON MANUELONA UN MESE - UNA VOLTA CORONA MI HA FATTO PROPRIO LA BATTUTA: “GUARDA, FAMMI QUESTO SERVIZIO E DIMMI CHI TI VUOI TROMBARE”. GLI HO DETTO: “GUARDA, L’AIDA MI VORREI TROMBARE”. FA: “VABBÈ, MI COSTA CARO MA TE LA DO”

Gian Marco Chiocci per il Giornale

Ecco la seconda parte dell'interrogatorio di Francesco "Bicio" Pensa al pm di Potenza Woodcock che l'ha trasmesso al pm milanese Frank Di Maio, titolare di Vallettopoli-bis. Le rivelazioni di Bicio sono oggetto di approfondimento.


Pm Woodcock «... nel pagamento che fa il giornale, nella specifica, lui paga semplicemente 20.000 euro a Corona? Oppure specifica quello che va a Corona e quello che va al fotografo?».

Pensa: «Noi non sappiamo quello che l'agenzia, quello che la redazione paga a Corona. Noi vediamo solo questi fogli, che possono essere facilmente falsificabili. Infatti, Lelio è presente, molti dei miei buoni che sono stati fatti negli ultimi cinque anni, a volte ci sono degli ammanchi di 5-6-7-8mila euro.

Le faccio un esempio: due copertine fatte a Lapo, a New York, da dei fotografi romani, fatti su due buoni, ok? Su uno c'era scritto 60mila, sull'altro 50mila. Corona cosa ha fatto? Ci ha messo 50 su due servizi, ne ha fatti risultare due al posto di uno e ha rubato 60mila a questi poveri cristi. E dei 50mila gli è arrivato il 50% di provvigione. Questo l'ha fatto per 5 anni, immagini il business, soldi che Corona rubava ai fotografi».

1 - «NINA MORIC SAPEVA TUTTO»
Pm:«Invece i rapporti con la Moric lei non sa quali siano? Cioè il ruolo che svolge e ha svolto, appunto, la Moric...».

Pensa: «Allora, la Moric la vedo come una psicopatica che è stata rovinata dal marito, totalmente rifatta. A me fa un po' pena la Moric. Però, lei, sicuramente, sia lei che la madre sapevano tutto di quello che faceva Corona, secondo me».

2 - «FU GILARDINO A CHIAMARE»
Avvocato: «Cioè, Gilardino sostiene di essere stato ricattato però nonostante questo fa avvisare, sembrerebbe abbia avvisato, infatti è stato indagato per favoreggiamento, sembrerebbe che poi abbia avvisato Corona che c'erano indagini su di lui. Però pare un po' strano e contraddittorio che prima uno...».

Pensa: «Apparentemente è stato Gilardino a chiamare Corona».
Pm: «Eh?».
Pensa: «Apparentemente... perché conosco il fotografo che ha fatto quelle foto, che tra l'altro non ha visto neanche una lira, povero Mauro, che apparentemente sia stato Gilardino dopo... che mi ha detto la Sonia che... "È stato Giardino a chiamarmi", se non sbaglio. Poi vabbè, non ricordo».

3 - AIDA IN BARCA CON 4 ARABI...
Pensa: «Poi c'è un'altra parte...».
Pm: «Un'altra parte?».
Pensa: «Secondo me c'è un fatto che ha a che fare con la prostituzione all'interno. Cioè, tipo, ci sono già dei personaggi di Lele Mora, una è Aida Yespica, noi l'avevamo pubblicata su Star Tv facente parte di questo sito tra le vip porno (...). Io ero a Formentera, e Corona mi dice. "Bicio, c'è l'Aida che è stata pagata, è in barca con quattro arabi, se la (...) - scusi l'espressione - fai le foto. Non l'ho mai trovata. Però la Yespica, come tante, faceva proprio lavoro a prostitute».

CINQUEMILA EURO E STAI VICINO ALLA ARCURI
Pensa: «Per far sì che tu diventi amico delle aziende, cioè come, insomma, praticamente tu porti delle persone con il cash e le fai sedere accanto a una Aida Yespica e gli dici: "Guarda che se vuoi ti ci puoi divertire, dipende da lei", insomma... Cioè Corona si affittava i posti a sedere a 5mila euro».

Pm: «Dove, alla...».
Pensa: «Posto a sedere vicino alla Arcuri? 5mila. Posto a sedere vicino alla Aida? 2mila euro. Poi se vuoi l'extra sono cavoli vostri, ti metti tu d'accordo con loro (...)».
Pm: «Mi interessa l'operazione evento, il posto a sedere accanto alla Yespica e l'extra».

Pensa:«Tante persone, tanti stupidi ciccioni, pieni di soldi, pagavano per sedersi vicino alla Yespica o per magari andarci a cena o per essere pubblicati, come Guru o Tommaso Buti. Uscì, con le foto che ho fatto io, a mia insaputa. E mi fa : "Guarda devi andare là, fidati, quando questi escono dal ristorante si danno un bacio". E questi si sono fidanzati e si sono dati il bacio. Ho detto: "Che cacchio hai, è proprio un mago?".

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E poi ho iniziato a capire com'è. Che l'Arcuri, comunque, aveva preso tipo 40-50mila euro per stare con Buti un mese. Dopo un mese è andato con un'altra. So cose che sono più alte di me, ma io sono una persona che osserva, com'è che la Nora sta una settimana con uno e...».

Pm: «La?». Pensa: "Nora Amaral, quella di Pupe e Secchioni (Nora Amile, ndr). O una Natia Bush (Natasha Bush, ndr), una settimana con uno, tre settimane dopo con un altro. E quindi Corona...».
Pm: «Ma lei dice che questi, in realtà, appunto poi prendono soldi per andarci a letto?». Pensa: «Secondo me, sì. Poi le dico: una volta Corona mi ha fatto proprio la battuta: "Guarda, fammi questo servizio e dimmi chi ti vuoi trombare". Gli ho detto: "Guarda, l'Aida mi vorrei trombare". Fa: "Vabbè, mi costa caro ma te la do"».

LA PORNOSTAR IN PREMIO
Pensa: «Queste cose diceva. Io... sapevo perché me l'aveva detto Filippo, dice: "Bicio, non sai cosa abbiamo fatto? L'ufficio ha chiuso perché Corona ci ha fatto un regalo". Si sono fatti mandare una donna Schicchi, che gli ha fatto lo spogliarello ed è stata con loro un'ora. Queste erano cose che succedevano».

Pm: «Cioè lei dice che tutte queste che erano dell'agenzia di Mora».
Pensa: «Secondo me sì».
Pm: «Venivano messe a disposizione per questi eventi...».
Pensa: «Sì, sì. E Corona si vendeva a 5mila euro il posto al ristorante, piuttosto che... (...). Poteva essere il ristorante, ogni personaggio ha il suo prezzo. Ma si vendevano proprio il pacchetto servizio».
Pm: «Pacchetto-servizio che comprendeva, appunto, il dopocena, rapporti...».
Pensa: «Sì, perché questi ci andavano in vacanza insieme, poi noi non vedevamo cosa succedeva...».

[25-01-2010]

 

 

 

 

GLI ESPLOSIVI VERBALI DEL PAPARAZZO 'BICIO' IN CUI SVELA AL PM TRASHOPOLI - CORONA GLI OFFRÌ BELEN DOPO UNO SCOOP - MATERAZZI LO FA PICCHIARE DAGLI ULTRAS - PIERACCIONI FA SESSO IN MARE (IL SUO MIGLIOR FILM!) - "LELE MORA HA AVUTO IL POTERE DOPO CHE ANNI FA È STATO ARRESTATO PER COPRIRE LE MAGANELLE DEL FIGLIO DI UN POLITICO" - "250MILA EURO E GLI SCATTI HARD DELLA SIMONA VENTURA CON GIORGIO GORI SCOMPAIONO E NON ME LI PAGANO: COSI LO DICO A BETTARINI CHE MI PORTA DA 'NOVELLA 2000', TIE'!" - IL BACIO DI MORA ALLO STILISTA CHE FA LE SCARPE - CORONA, FOTO ANCHE IN GALERA (5 MILA € ALLA GUARDIA) - GIORNALISTI E DIRETTORI A LIBRO PAGA DI CORONA -

 

Gian Marco Chiocci per il Giornale

Ecco alcuni stralci dell'interrogatorio del fotografo Fabrizio Pensa, detto Bicio, reso fuori tempo massimo al pm potentino Henry Jhon Woodcock (ovvero dopo l'avviso di concusione delle indagini di Vallettopoli) e subito trasmesso per competenza territoriale al pm Frank Di Maio.

E' proprio da questo verbale che parte l'inchiesta-bis sui vip, con il coinvolgimento di altre agenzie, il ruolo dei giornalisti a libro paga di Corona, le immagini più compromettenti fatte sparire dal mercato, storie di ricatti e di vendette. le dichiarazioni di "Bicio" sono ovviamente da prendere con le pinze perché tutte da verificare.

Coinvolgono personaggi della politica, dello spettacolo, dello sport, dell'imprenditoria. Gettano una luce più sinistra sull'operato di Corona (faceva un milione di nero l'anno) che però è stato recentemente assolto.

VERBALI
Pensa: «Signor giudice, le voglio far vedere di quanti soldi mi ha rubato a me Corona, una valanga. Non ho visto una lira di 76mila euro, a me Corona mi ha lasciato nella merda (...). Corona psicologicamente ti uccideva, ho perso la moglie perché lui mi ha cambiato la vita, vivevo ed ero succube di Corona. L'ha fatto anche con Lele Mora, l'ha distrutto (...). Lui aveva delle persone che ipnotizzava, soprattutto donne, come una giornalista...».

SCATTI HARD PER LA VENTURA
Pensa: «Li sta rovinando tutti. Le posso dire che Corona, tre settimane fa, ha ricattato ancora la Ventura che era stata beccata con un altro tipo, con Francesco, di una discoteca là, lui con la maglietta, senza maglietta, a lei che gli è caduto il reggiseno, insomma il fotografo ha fatto le foto, sono state messe su Chi, ma effettivamente quelle che erano veramente scandalose sono sparite. Corona quello che faceva prima lo continua a fare». Pm: «Cioè, è andato sotto la Ventura e si è fatto dare...». Pensa: «No, lei ha chiamato i giornali, la Ventura ha chiamato le redazioni chiedendo di non pubblicarle (...)».

«GIORNALISTI A LIBRO PAGA»
«Corona aveva una forte conoscenza giornalistica e redazionale (...). C'erano anche giornalisti di tutte le redazioni che erano sulla busta paga in modo che quando noi avevamo dei servizi, quelli che a lui servivano per pubblicare i loghi delle magliette, andava e glieli dava. Praticamente c'era (...) che era direttore e si prendeva 2.500 euro mentre (...) ne prendeva 3.400 ed è diventato improvvisamente direttore».

IL PATTO SEGRETO CON BETTARINI
«Feci io il lavoro con la Ventura e Gori, quando stava divorziando da Bettarini. Dopo due mesi Corona però mi dice: "Ah, sono troppo scandalose, la Ventura è di Lele, mi hanno bloccato. Ce l'ha già Oggi, però le foto sono troppo pericolose da pubblicare".

Casualmente incontrai Bettarini, mi spiega che aveva dei problemi con la moglie, così gli dissi: "Guarda io ho delle foto che non me le vogliono pubblicare, Gori che esce di notte da casa di tua moglie". E lui. "cazzo, ma allora esistono veramente?". "Sì, non me le ha comprate nessuno". E Bettarini: "Vieni con me", mi ha portato da Novella, il giorno dopo hanno pubblicato tutto per 26mila euro (...). Corona mi ha subito chiamato. "Vieni qua cazzo!" Una volta là, "tu sei un pezzo di merda, hai fatto un casino. Lele Mora le aveva comprate a 250mila». Pm. «Per tutelare la Ventura ?». Pensa: «Per tutelare la Ventura ».

«MATERAZZI E LA RISSA ULTRÀ
Pensa: «Tre settimane fa, per tutelare altri fotografi, sono stato praticamente massacrato di botte, da tre ultrà della Curva perché ho fatto delle foto a Materazzi, questo si è incazzato come una mina, esce dal ristorante, inizia a riempirmi di epiteti. "Deficiente a te e la tua famiglia". E io. "Deficiente a me? Hai sbagliato un rigore, hai fatto una figura di merda davanti a 80mila persone".

Questo cosa fa? Chiama tre della Curva, sono arrivati con caschi e mazze, io ho iniziato a difendermi, sono intervenute altre persone. Non ho fatto la denuncia sa perché? Perché l'indomani, davanti lo stadio, hanno picchiato due fotografi. Noi fotografi siamo diventati i capri espiatori di tutto».

SESSO IN MARE CON PIERACCIONI
Pensa: «Becchiamo Pieraccioni con la Torrisi alle Maldive, non so se avete visto quel servizio, bello, posati con il bacio. Il servizio vero, però, è stato fatto da altre agenzie, loro che fanno sesso in acqua, lei totalmente nuda. Signorini chiama loro alle Maldive e fa. "Cavoli ragazzi, ho delle foto vostre. Ma che bel seno che ha la Torrisi". "Ah, ma veramente ci hanno fatto le foto?". "Guarda se vuoi ti mando un fotografo, fammi subito il posato, sennò le pubblico". Lei mi dica, questo è un ricatto?». Pm: «E certo che è un ricatto».

«C'E' IL FIGLIO DEL POLITICO...»
Pensa. «Lele Mora ha avuto il potere dopo che anni fa è stato arrestato per coprire le maganelle di qualcuno (...). Si è fatto la galera per coprire una persona e da lì è stato messo al suo posto (...). Si parlava di un politico, il figlio di un politico...».

FOTO ANCHE DENTRO IL CARCERE
Pm: «Cioè, chi ha pagato chi?». Pensa: «Ha pagato la guardia per portare la macchina e fargli fare le foto». Pm: «In carcere? In galera a Corona?». Pensa: «Sì (...). Ben 5mila euro gli hanno dato alla guardia. Oltre a Potenza anche a San Vittore».

IL BACIO DI MORA ALLO STILISTA
Pensa: «La cassaforte di Mora è piena di foto "ritirate" perché protegge i propri personaggi. Erano una valanga (i 250mila per la Ventura , ndr), li ha sborsati a Corona che ricattava anche Lele Mora: una volta è andato a una festa di compleanno, i 50 anni in questo locale marocchino, abbiamo dato una macchina a Corona che era dentro e ha beccato Lele Mora con questo stilista, che è un uomo sposato, che fa le scarpe, uno coi capelli bianchi, che gli ha dato un bacio in bocca. Poi Mora gli ha detto: "Che fai, vieni ai miei eventi, mi fai le foto e le vendi a me?". Per farvi capire a che livello era Corona».

UN'OFFERTA MOLTO GENEROSA
Pm: «Credo che il signor Pensa conosca cose che noi non conosciamo». Avv: «Io mi riferisco...». Pensa: «Io conosco cose che lei non conosce perché me le sono viste davanti, dottore» (...). Pm: «E che donna le voleva mettere a disposizione il Corona?». Pensa: «Guardi... no... se avessi dovuto scegliere avrei preso la Belain, le dico però la Belain era...». Pm. «Comunque gliel'ha offerta?». Pensa: «Sì, sì, l'ha offerta».

[23-01-2010]

 

 

 

Occhio al parlamentare! - Il nuovo stracult Web 2.0 del Regno Unito si chiama EyeSpy.MP: un sito twitter al quale chiunque può inviare anonimamente messaggini su politici visti e ripresi qua e là. Pochi minuti e il tweet è subito in rete (Intorno a Montecitorio tremano) – Ci voleva il guru-web De Kerckhove per stroncare Facebook: “Perché devo far sapere a tutti notizie private sulla mia vita?”...

1 - EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp), un sito che aggrega foto o messaggini relativi a politici visti e ripresi qua e là, preferibilmente dalle parti di Westminster.
Il blogger conservatore Guido Fawkes è in estasi e magnifica il pettegolo "crowdsourcing" per cui ognuno, armato di videofonino, può contribuire in perfetto anonimato a pedinare elettronicamente un parlamentare, mandare il suo tweet e vederselo online dopo pochi istanti in automatico. Sarà il fenomeno elettorale dei prossimi mesi, c'è da scommetterci.
Democrazia 2.0, Grande Fratello, stalking o gogna mediatica nella terra della privacy?

2 - IL GURU DE KERCKHOVE STRONCA FACEBOOK: "PERCHE? DEVO FAR SAPERE A TUTTI NOTIZIE PRIVATE SULLA MIA VITA?"
Ci voleva il guru dei mass media Derrick de Kerckhove, erede di Marshall McLuhan come lo definisce "Affari & Finanza" di "Repubblica", per bastonare finalmente Facebook, il social network osannato da tutti indistintamente come la panacea della nuova rete.

Intervistato dall'inserto del quotidiano di Ezio Mauro, il professore boccia senza appello lo strumento caro a Walter Veltroni (ma non al Pd, che lo ha bandito nella sua sede): "Facebook? Ma perché devo spiegare un sacco di fatti miei a dei privati che non so che uso ne faranno?". Gli spioni di tutti il mondo sono avvertiti...

[25-01-2010]

 

 

 

SMANI DI POSSEDERE UN BEL GIORNO UNA CASA DA SOGNO E NON HAI UN BECCO DI QUATTRINO? - TRANQUILLO, LA STRADA GIUSTA È FARSI SINDACALISTA E LE PORTE DEL SIGNORE SI APRIRANNO - È 'CIUCCESSO' IERI AD EPIFANI (9 VANI,'LIBERO'). OGGI TOCCA A POLVEROZZA POLVERINI - 'IL FATTO' SCODELLA I GRANDI AFFARI IMMOBILIARI DI LADY UGL CON LA DEVOTA 'PARTECIPAZIONE' DELLO IOR, LA MITOLOGICA BANCA DEL VATICANO CHE, DA SINDONA A CALVI, SEMPRE SI è DISTINTA PER ANDARE IN SOCCORSO DELLA POVERA GENTE SENZA ARTE Né TETTO -

 

Marco Lillo per Il Fatto

La prima scena consegnata ai biografi immortala la piccola Polverini nella sua modesta casa romana. Renata si è appena diplomata all'istituto di ragioneria della Magliana. La sua materia preferita è l'educazione fisica e vorrebbe iscriversi all'Isef.

Mamma Giovanna, umile sindacalista della vecchia Cisnal (il sindacato di destra che oggi si chiama Ugl) deve dirle di no. Rimasta vedova quando Renata aveva due anni, è stanca di tirare la carretta da sola. Guarda la figlia con gli occhi rossi e per la prima volta la tratta da donna: "Renata, non ce lo possiamo permettere".

In quell'istante, racconterà poi lady Ugl a Vittorio Zincone sulMagazine, "realizzai che le cene di mamma a base di pane e tè non erano solo una tecnica per restare leggeri". La scena finale è ritratta da Giovanna Vitale su Repubblica: "47 anni, da 4 alla guida dell'Ugl, il piccolo sindacato di destra che lei ha portato al tavolo dei grandi, corteggiatissima dai talk show e frequentatrice della Roma bene che ama ricevere nel suo salotto sull'Aventino".

Il passaggio dalla Magliana al salotto dell'Aventino sembra la declinazione immobiliare del "sogno italiano". Il catasto parla chiaro: Renata Polverini possiede due appartamenti (con quattro ingressi) per complessivi 16,5 vani catastali più tre box e due cantine in un palazzo non lussuoso ma incastonato nel verde della collina di San Saba, tra Aventino e Testaccio.

Come ha fatto ad accumulare un patrimonio che vale oggi circa 1,5 milioni di euro? La leader sindacale nel 2002 ha acquistato una delle sue case a prezzo stracciato dallo Ior, la banca del Vaticano. Mentre la seconda è arrivata (a prezzo più alto) da una società vicina allo Ior, la Marine Sud Investimenti, intestata per il 99 per cento a una società anonima.

Non solo: la leader sindacale ha comprato con lo sconto un appartamento all'Eur dell'Inpdap, l'ente nel quale l'Ugl è rappresentato o sovrarappresentato (vedi box). Non c'è nulla di illecito ma è bene chiarire tutto. Renata Polverini è sostenuta dalla Chiesa contro l'abortista Emma Bonino. Ma, per risanare la sanità laziale dovrà intervenire anche sulle cliniche del Vaticano.

E poi c'è la questione dei soldi. Ogni volta la sindacalista ha acceso un mutuo per comprare ma le rate sono state onorate grazie a uno stipendio rilevante per una sindacalista. Al Magazine, disse di guadagnare "solo" 3 mila euro al mese. Ma nella classifica delle dichiarazioni dei redditi pubblicate nel 2008 risultava davanti agli altri leader sindacali con 140 mila euro lordi annui.

Evidentemente i numeri (degli iscritti e dei redditi) non sono il suo forte. Per fortuna va meglio con gli affari. Il 28 marzo del 2002 compra dall'Inpdap vicino all'Eur, al Torrino, un secondo piano di sette vani catastali più box e cantina. Sono i palazzi abitati anche da sindacalisti e politici raccomandati, quelli descritti dal Giornale di Vittorio Feltri nel 1995.

Evidentemente Affittopoli non riguardava solo i sindacati di centrosinistra. Dopo quella campagna, alla fine degli anni novanta, l'allora rampante sindacalista ottiene un appartamento appena costruito in affitto. Poco dopo lo compra, grazie allo sconto riservato a tutti gli inquilini e pari al 40 per cento, al prezzo stracciato di 148 mila e 583 euro.

La casa sarà poi venduta il 4 aprile del 2007 per un prezzo dichiarato di 234 mila euro, 150 mila in contanti e il resto come accollo del mutuo. Il prezzo non è giusto nemmeno stavolta. Basti dire che il settimo piano dello stesso palazzo, molto più piccolo (4 vani contro sette) e senza box viene comprato all'asta negli stessi giorni a 256 mila euro. Il fatto è che Polverini vende al segretario confederale dell'Ugl (suo amico e sostenitore) Rolando Vicari.

Ancora più interessante è la storia dell'abitazione di San Saba. Polverini compra dallo Ior, la banca del Vaticano coinvolta in tanti scandali, il 17 dicembre del 2002 un primo piano con doppi ingressi, 5 camere, cameretta più tre bagni, cucina e tre balconi, più due box e cantina, al prezzo di 272 mila euro, un vero affare. Il prezzo di mercato è il doppio.

"Non c'è stato nessuno sconto dello Ior", dice oggi Renata Polverini, "ho seguito la stessa trafila degli altri acquirenti di appartamenti nel palazzo. Ho comprato tramite un'agenzia". Meno di due anni dopo, nel 2004, il leader Ugl compra un secondo appartamento gemello al piano terreno dalla Marine Sud Investimenti amministrata da Michele D'Adamo.

Il piano terra costa 666 mila euro, più del doppio, e ha solo un box. Le ipotesi sono due: lo Ior ha fatto un prezzo basso alla Polverini oppure ha dichiarato meno del pagamento reale. Comunque la sindacalista non si ferma. E subito dopo vende una delle stanze per poter pagare il mutuo. La vicina sgancia 50 mila euro. Per un solo vano.

[23-01-2010]

 

 

LA MODELLA E L’ATTRICE – IL DITTATORE LIBERIANO CHARLES TAYLOR DONÒ A NAOMI CAMPBELL UN DIAMANTE GREZZO CHE AVREBBE DOVUTO FINANZIARE UN TRAFFICO D´ARMI - MIA FARROW CONFERMA: “NAOMI ME LO CONFIDò” – DOV’è IL DIAMANTE ORA? E GLI ALTRI DIAMANTI CHE FINE HANNO FATTO?…

Marlise Simons per la Repubblica" (2010 New York Times-la Repubblica - traduzione di Luis E. Moriones)

 

Nel processo iniziato la scorsa settimana contro l´ex signore della guerra Charles Taylor, le testimonianze sembrano appartenere più a un film poliziesco di Hollywood che a un processo per crimini di guerra, con un cast di personaggi come Naomi Campbell e Mia Farrow, e una storia che parla, tra l´altro, di un traffico d´armi in cambio di diamanti.

 

Gli intrighi per i diamanti sono al centro del processo di Taylor, l´ex-presidente liberiano su cui pendono 11 capi d´accusa per crimini di guerra e contro l´umanità relativi ai conflitti degli anni Novanta. Il pubblico ministero accusa Taylor di essersi recato in una mezza dozzina di Paesi africani nel 1997, portando con sé diamanti grezzi con l´intenzione di venderli o scambiarli con armi.

Nell´udienza di giovedì scorso al tribunale dell´Aja si è appunto parlato di cosa fece con questi diamanti. Secondo l´accusa, all´inizio di questo viaggio, nel 1997, Taylor diede un grande diamante grezzo alla modella inglese Naomi Campbell. Glielo fece consegnare alcune ore dopo averla conosciuta a una cena di beneficenza offerta dal presidente del Sudafrica, Nelson Mandela. L´accusa è stata confermata da una deposizione firmata dell´attrice americana Mia Farrow, anche lei invitata alla stessa cena.

 

La storia di questo regalo può sembrare frivola in un processo per crimini che hanno comportato la morte o la mutilazione di decine di migliaia di persone, ma l´accusa l´ha presentata per mettere in discussione la credibilità dell´imputato. Taylor infatti ha ripetutamente dichiarato di non aver mai portato, posseduto, acquistato o venduto diamanti in cambio di armi, una questione che sta al centro dell´accusa contro di lui. Gli unici diamanti che abbia mai posseduto, ha detto ai giudici, erano quelli incastonati in qualche suo gioiello personale. Nel controinterrogatorio di Taylor, l´accusa ha cercato di dimostrare che ha mentito su numerosi argomenti mentre deponeva sotto giuramento.

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Quattro giudici di diverse nazioanlità del Tribunale speciale per la Sierra Leone stanno processando Taylor, che oggi ha 61 anni, con l´accusa di aver armato e guidato una forza ribelle per le sue ambizioni di potere e di ricchezza, come il tentativo di impadronirsi di una parte dei giacimenti diamantiferi della Sierra Leone. Per l´accusa, Taylor è responsabile di molte delle atrocità dei ribelli.

Il viaggio di cui si è discusso in tribunale la settimana scorsa, cominciò in Sudafrica nel settembre del 1997, un mese dopo l´insediamento di Taylor alla presidenza della Liberia. Taylor ha dichiarato che, al suo arrivo in Sudafrica, ricevette 500mila dollari in contanti dal governo libico, somma, a suo dire, destinata a far fronte a delle «spese mediche». L´accusa ritiene invece che quel denaro servisse a comprare armi.

 

Secondo l´americana Brenda Hollis, già avvocato militare e ora pubblico ministero in questo caso, i diamanti che Taylor aveva con sé, e che aveva avuto dai ribelli della Sierra Leone, dovevano anch´essi servirgli per procurarsi armi durante il suo viaggio africano. Nell´udienza di giovedì, la Hollis ha ricordato la serata di beneficenza organizzata da Mandela, tra i cui ospiti, oltre a Taylor, figuravano diverse celebrità, come il produttore musicale Quincy Jones, Mia Farrow e Naomi Campbell. Dopo la cena, ha detto la Hollis, Taylor mandò i suoi uomini a consegnare il diamante alla Campbell, che stava dormendo in camera sua. «Dopo aver partecipato alla cena, ordinò ai suoi uomini di recarsi nella stanza della signora Campbell per consegnarle un grande diamante grezzo», ha detto la Hollis.

 

«È così, non è vero, signor Taylor?».
«Non è assolutamente vero», ha replicato Taylor.
«Eppure, signor Taylor», ha proseguito la Hollis, «i suoi uomini la svegliarono e le consegnarono un grande diamante grezzo».
«È totalmente falso», ha detto Taylor.

 

Secondo l´accusa, il mattino dopo la Campbell raccontò a Mia Farrow di essere stata svegliata dagli uomini di Taylor. La Farrow ha consegnato all´accusa una dichiarazione firmata in cui conferma la storia della Campbell. Debora Cunha, una portavoce di Naomi Campbell, ha detto di non poter dire nulla sulla storia del diamante o su che fine abbia fatto. «Se ne stanno occupando gli avvocati», ha detto. «Naomi ha collaborato con il procuratore speciale per quanto ha potuto, ma oltre a questo non ha altro da aggiungere»

[19-01-2010]

 

 

 

CRAXIANA - Parla la segretaria: "Ho lavorato con Bettino per trent’anni e sa com’è finita? Con la gente che mi inseguiva per le strade di Milano gridandomi: “Ladra, tu stai con i ladri" - "Ogni tanto entrava qualche dirigente del partito e diceva: “Porto di là. Buste. Valigette. Borse. Passava il tesoriere Balzamo e provvedeva. I partiti avevano bisogno di soldi, tutti i partiti, dalla Dc al Pci. Poi tutti hanno fatto finta di non sapere, che ipocrisia"...

Stefano Zurlo per "il Giornale"

«Ho lavorato con Bettino per trent'anni e sa com'è finita? Con la gente che mi inseguiva per le strade del centro di Milano, lungo corso Monforte, gridandomi: "Ladra, tu stai con i ladri". Una tizia, sarà stato il ' 94, mi rincorse fin dentro il negozio di un panettiere. Che paura. E che pena». Enza Tomaselli parla con distacco, senza enfasi, quasi in modo impersonale di quella vita tagliata via dalla ghigliottina di Mani pulite.

 

Tomaselli è stata la segretaria dell'uomo forse più potente d'Italia, poi è finita in carcere, è stata condannata, ma non è cambiata, non ha abiurato, è sempre se stessa. Anche in questi giorni di celebrazioni e polemiche, per il decennale della morte: oggi e domani una folta delegazione socialista sarà ad Hammamet, sulla tomba di Craxi. Lei no, è rimasta a Milano.

 

Come conobbe Craxi?
«Lavoravo nella segreteria di Aniasi, iniziava anche a Milano la stagione luminosa del centrosinistra. C'era un clima nuovo, molti ideali e qualche illusione. Bettino mi disse: "Ho bisogno di una segretaria". E io gli risposi: "Mi metta alla prova". Andò bene, siamo rimasti insieme fino al '94 e alla sua partenza per Hammamet».

Come era Craxi nel lavoro?
«Stava in ufficio anche per dieci ore. Fumava orribili sigarette al mentolo e beveva acqua minerale. Sulla sua scrivania si ammonticchiavano dossier su dossier, in un caos indescrivibile. Posso raccontarle un episodio?».

 

Prego.
«Bettino era burbero, aveva degli scatti d'ira che mascheravano la sua timidezza. Dunque, un giorno cercava un documento importante di cui non sapevo assolutamente nulla».

Dunque?
«S'incavolò perché questa carta non saltava fuori e con una manata fece franare quel mare di carte per terra».

Lei?
«Me ne andai nel mio ufficio. Poi rientrai per dargli notizia di una telefonata internazionale».

 

Lui?
«Era accovacciato per terra, stava raccogliendo i fogli».

Quando vi siete trasferiti in piazza Duomo?
«Quasi subito, al civico 19, quarto piano. Craxi era segretario della federazione milanese del partito, poi col Midas diventò segretario nazionale, e poi negli anni Ottanta presidente del Consiglio. Gli uffici erano di proprietà del Comune che li aveva affittati al Centro europeo di studi sociali. Si facevano pubblicazioni, libri, ma il grosso era rappresentato dalle attività di Craxi. Craxi stava a Milano dal venerdì pomeriggio al martedì mattina e quei locali erano meta di un pellegrinaggio incessante».

 

Chi ricorda?
«Ricordo una visita segreta di Henry Kissinger, organizzata da Margherita Boniver. Ricordo le visite di un avversario politico come Giorgio Almirante, ricordo il presidente Napolitano e ricordo Berlusconi. Il Cavaliere arrivava accompagnato da un assistente che dispensava regali. Il fattorino apriva la porta e subito l'assistente gli dava in omaggio un orologio. Io conservo ancora un orologino di Berlusconi».

 

Ancora?
«I dissidenti dell'Est. Ho avuto l'onore di incontrare Vaclav Havel; del resto in piazza Duomo 19 aveva sede anche la rivista del dissenso cecoslovacco Listy e pure, nel periodo dei colonnelli greci, allo stesso indirizzo c'era la rappresentanza dell'Unione di Centro, un partito greco. Un giorno suonarono il campanello tre strani figuri, capimmo in seguito che erano dei servizi segreti di Atene».

Com'erano i rapporti con la nomenklatura del Psi?
«Spiace dirlo, ma molti dirigenti millantavano una consuetudine che non avevano. Facevano anticamera, ma Bettino non li riceveva, loro uscivano e inventavano: "Bettino ha detto...". Lui amava dire: "Gli ho dato del lungo"».

 

Chi erano questi dirigenti?
«Mah. Finetti, Manzi, Chiesa».

Strano: proprio Mario Chiesa, il "mariuolo" che provocò la valanga di Tangentopoli?
«So che oggi può sembrare una scusa, ma Craxi non aveva rapporti con Chiesa. Semmai, l'ingegnere si intortava Bobo».

Craxi ammise il finanziamento illecito del partito.
«Ogni tanto entrava qualche dirigente del partito e diceva: "Porto di là"».

 

Che cosa?
«Buste. Valigette. Borse».

Lei apriva?
«Mai. Passava il tesoriere Vincenzo Balzamo e provvedeva. I partiti avevano bisogno di soldi, tutti i partiti, dalla Dc al Pci. Poi tutti hanno fatto finta di non sapere, che ipocrisia».

Mai pensato che fosse reato?
«Pensavo che il partito avesse bisogno di risorse, molte risorse».

Anche gli imprenditori portavano contributi?
« Mai successo. Erano sempre gli uomini del partito: facevano la gara a dare, come poi l'hanno fatta a tradire».

 

Chi era il più assiduo?
«Più d'uno».

Più d'uno chi?
«Per esempio Silvano Larini. Uno che si era autoproclamato guardia del corpo di Bettino, che veniva ad ogni comizio in camicia rossa e si piazzava dietro Craxi. Poi quando mi hanno arrestata e abbiamo fatto il confronto, mi ha messo la mano sulla spalla e mi ha sussurrato: "Ciao". Bettino lo considerava un amico eppure Silvano non ha esitato a voltargli le spalle e ad accusarlo».

 

Quando è finita a San Vittore?
«Mi hanno prelevato due ufficiali dei carabinieri, fra l'altro due bei ragazzi, nell'ufficio di piazza Duomo a febbraio '94. Alle nove di sera ero a San Vittore. In una cella strettissima: c'erano due letti quasi attaccati. Uno era occupato da una tossicodipendente tunisina e l'altro da una madre accusata di aver fatto prostituire le figlie minorenni. A me fu assegnato il letto della tunisina e lei dovette accontentarsi di un materasso per terra».

Quanti giorni rimase in cella?
«Quindici. Fui interrogata da Di Pietro, Davigo, Colombo, Ielo. Tutte le domande vertevano su Craxi. Per fortuna mi avevano accordato la loro protezione alcune detenute politiche, forse delle Br. Mi salutavano, s'informavano sulle mie condizioni, mi davano libri da leggere. Ricordo un tomo alto così: la storia della Cina».

 

Craxi?
«In quel periodo mi ripeteva: "Stai tranquilla, se succede qualcosa vieni con me in Tunisia". Ma si capiva che quel sistema stava finendo e poi lui all'inizio aveva sottovalutato Mani pulite».

Non fu l'unico.
«Rimasi tre mesi ai domiciliari. Alle due di notte venivano i carabinieri a controllare che fossi in casa. C'era un clima infame. Quando mi hanno liberata, sono stata inseguita, fra urla e insulti. Ho passato gli anni successivi a cancellare, questa è la prima volta che mi sforzo di ricordare».

Però non mi dica che nessuno intascava le tangenti nel Psi.
«Per carità, c'erano i ras che si arricchivano. Certi casi erano lampanti».

Tipo?
«Ho in mente un dirigente milanese il nome non glielo dico perché è morto, che era un tipo scialbo, con la moglie brutta e stracciona. Un giorno lo rivedo trasformato: "Sai, per problemi di salute pasteggio solo con champagne e mangio solo filetto". Quelli sì che erano ladri. Ma c'erano anche tante persone perbene. Come Gabriele Cagliari che si è ucciso in carcere per non perdere la propria dignità».
Ed Enza Tomaselli, che ha parlato due ore senza un'interruzione, tira fuori un fazzolettino di carta e si asciuga le lacrime.

Hammamet?
«Ci sono stata tante volte. Ma non mi ci sono mai abituata, né quando Bettino era in vita né dopo. Quella tomba così modesta, così straniante, non mi appartiene. Tu preghi e senti la voce del muezzin. Che pena. E poi dicono che Bettino era il padrone di Milano».

 

[20-01-2010]

 

 

 

SEX-GATE AL RAGù - L’EX COMPAGNA ACCUSA IL SINDACO DI BOLOGNA, IL PRODE PRODINO DELBONO – IL GIALLO DEL BANCOMAT (ORA IN MANO ALLA DIGOS) INTESTATO A UN AMICO DEL PRIMO CITTADINO: “FLAVIO MI OFFRÌ SOLDI. VOLEVA CHE GLIELO RESTITUISSI” – PER L’ACCUSA LA COPPIA GIRAVA IL MONDO E LUI PAGAVA CON LA CARTA DI CREDITO DELLA REGIONE…

Biagio Marsiglia per il "Corriere della Sera"

 

«Vado a letto e mi chiedo, ogni sera... ma ce la farò mai a vedere la fine di questa storia? Mi rendo conto che sono una donna sola e so di avere scelto la strada più difficile... Ho rifiutato quella della corruzione e ho deciso di percorrere quella della giustizia. Spero soltanto, a questo punto, di non restarne stritolata... È pesante per le mie spalle gestire tutta questa vicenda da sola, ho la mia figliola di dodici anni da proteggere... ah, se ci fosse ancora mio marito...».

 

Cinzia Cracchi, l'ex compagna del sindaco di Bologna Flavio Delbono, va alla guerra. Teneva nel cassetto, ben conservata, una carta bancomat che le aveva dato il sindaco quando ancora sindaco non era, quando i due giravano qua e là per il mondo e Delbono, vicepresidente della Regione Emilia Romagna - come ipotizza la Procura felsinea che indaga per peculato e abuso d'ufficio- pagava i conti d'albergo con la carta di credito della Regione. I due, innamorati, sono stati a New York e a Parigi, in Messico, Israele e Santo Domingo, a Londra e Pechino... Poi lui ha cambiato donna.

 

Ora, quel bancomat Cinzia l'ha messo nelle mani della Digos di Bologna e per Flavio Delbono l'imbarazzo è schizzato alle stelle. Quella carta data in uso all'amica risulta intestata a un amico, tale Mirko Divani, 60 anni, uno che adesso collabora col Cup, dove installa computer, uno che è nato operaio iscritto al Pci ed è andato in pensione come direttore generale di Farmacom, ditta specializzata in servizi online per le farmacie. Ha tanti amici che contano, sotto le Due Torri.

«Flavio voleva che glielo rendessi, questo bancomat oramai bloccato- confida Cinzia, già una volta interrogata dal pm Morena Plazzi e che probabilmente sarà risentita nelle prossime ore - . Da quando ha saputo di essere indagato, come del resto indagata sono io, ci siamo incontrati diverse volte. La prima volta a Capodanno, l'ultima giovedì scorso, due giorni prima che la procura mi chiamasse per l'interrogatorio.

Mi ha promesso aiuto economico, mi ha promesso una consulenza in Comune, e siccome sa che ultimamente sono rimasta a piedi per due volte con la mia vecchia auto si è anche offerto di comperarmi una nuova automobile... ma lo ripeto, ho scelto la mia strada e non sono tornata indietro». Il suo avvocato, Guido Clausi Schettini, la sostiene come fosse un amico di sempre. Quello del sindaco, invece, Paolo Trombetti, getta acqua sul fuoco, invita tutti alla prudenza e regala un pensierino. «Ma non potrebbe essere stata lei, Cinzia, a chiedere di incontrare il sindaco?». Cercherà di capirlo la Digos.

 

Vicenda strana, il «Cinzia-gate». Passata da una scivolosa richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Bologna e respinta dal gip nel novembre scorso- come anticipato dal Corriere della Sera - a una inchiesta bis che viaggia a gonfie vele, anche attraverso le analisi di alcuni conti correnti. E non solo di quelli intestati alla Regione. C'è da capire anche perché mai Delbono abbia messo nelle mani della sua compagna una carta bancomat intestata a quello che lui definisce «un caro amico».

Cosa nasconde questo giro di denaro che passa sui conti di Farbanca, piccolo istituto di credito con sede legale in via Irnerio, nel cuore di Bologna, rivolto principalmente al mondo delle farmacie e della sanità e che fa parte del gruppo Banca popolare di Vicenza? E perché Delbono andava sempre in Bulgaria? Per il sindaco di Bologna è tutto semplice e legale, da scoprire non c'è nulla. Per Mirko Divani, poi, non c'è proprio niente da dire: «Non sapevo che il bancomat intestato ame fosse finito nella borsetta di questa Cinzia. Se la procura mi chiamerà, risponderò». E che lo chiamerà, prima o poi, c'è da giurarci.

Cinzia e Flavio, due ex col dente avvelenato, si erano incontrati anche nel giugno scorso, poco prima delle elezioni, quando il rivale di Delbono per lo scranno di primo cittadino, Alfredo Cazzola, aveva già tirato le orecchie al candidato del centro sinistra, già raccontato in televisione degli strani viaggi della coppia di innamorati, e già incaricato l'avvocato di fiducia Bruno Catalanotti per difendersi dall'accusa di diffamazione che gli era ricaduta addosso.

«In quei giorni - ricorda ancora Cinzia Cracchi - Flavio mi diceva di stare tranquilla, che quando sarebbe diventato sindaco mi avrebbe sistemato in Comune o in Regione...». Erano i giorni di una Bologna assolata e distratta che nulla sapeva. Mica come oggi, che fa un freddo micidiale e la densa nebbia della campagna è diventata fitta anche a palazzo d'Accursio. E la gente mormora e vuole sapere.

[20-01-2010]

 

 

 

SCUSATE, MA CHI è IL SINDACO DI FIRENZE, UN TALE DELLA VALLE O MATTEO RENZI? - L'ASSESSORE ALLO SPORT, BARBARA CAVANDOLI, SI DIMETTE CONTRO LO SCARPARO - IN BALLO LA CONTROVERSA EDIFICAZIONE DELLA CITTADELLA DELLO SPORT BY DIEGUITO - "LA FIORENTINA HA DISATTESO GLI ACCORDI PRESI" – I VIOLA: "LA VERITÀ È UN'ALTRA" -

 

Ilaria Ulivelli per "La Nazione"

Tutto in un addio. Che arriva a sorpresa ma non inaspettato (sebbene il cancan politico dichiari il contrario). Mentre il sindaco Renzi prende il volo per Washington, la lettera di dimissioni del suo assessore allo sport, Barbara Cavandoli, deflagra su internet. Un caso? Difficile da credere. Alle 14 di ieri il vice di Renzi, Dario Nardella, è chiamato a gestire la patata bollente.

In Palazzo Vecchio si riuniscono, con lui, il capogruppo del Pd Francesco Bonifazi e Bruno Cavini, portavoce del sindaco. Sconcertati. Atterraggio duro in terra d'America, per Renzi. Alle 21,30 italiane, il sindaco si attacca al telefono e detta la linea al suo vice: tocca a lui assumere l'interim allo sport, fino al rientro di Renzi dagli Usa.

Già oggi Nardella si metterà in contatto con la Fiorentina per riprendere la trattativa sulla convenzione, laddove è stata lasciata da Cavandoli. Un rimpasto di giunta a orologeria, la cui prima fase finirà sabato. Ore con le mani sudate. Una fila di pretendenti alla poltrona che, sfacciatamente, comincia farsi avanti: una sfilza di nomi e cognomi. Chiamano, chiedono, si offrono. Mentre Cavandoli si estrae dalla giuta.

La lettera dell'assessore allo sport è un mix di zucchero e veleno per il «caro Matteo». Sentimenti e amarezze. Entusiasmi e delusioni di una donna che «ha perso l'accesso alla finale», le parole sono sue. Una lettera lunghissima dove Cavandoli fa il punto, sviscerando le questioni legate alla sua decisione, maturata all'indomani della bufera con la Fiorentina sulla questione della convenzione: il rinnovo del contratto per la gestione dei campini e dei servizi allo stadio e per il realizzando centro sportivo per l'allenamento dei viola, andato a carte quarantotto. Con tanto di scambi al cianuro fra il patron della Fiorentina Diego Della Valle e le scuse mai date dal sindaco Matteo Renzi.

«Ho fatto il massimo. E visto che la firma della convezione potrà arrivare solo modificando l'impostazione fin qui sostenuta, io non posso essere l'interlocutore giusto», scrive l'assessore dimissionario. Che relega il suo addio in un ‘post scriptum' con accusa: «Mi accorgo solo ora - si legge - di non aver mai scritto la parola dimissioni. Non vorrei che il dietrologico mondo della politica pensasse che si tratta solo di uno sfogo. No, questa è una lettera di dimissioni». Punto.

Troppo poco per decidere di mollare? Scelte personali. Fors'anche poco condivisibili. Pur sempre scelte. Le dimissioni di Cavandoli erano già nell'aria lunedì. Quando un nuovo capitolo sportivo ha rivoltato Palazzo Vecchio. La candidatura dello stadio di Firenze per gli Europei 2016, poi approvato di corsa dal consiglio proprio lunedì, nell'ultimo giorno utile. Cavandoli assente, è stato il sindaco a rimediare, illustrando il documento, peraltro corretto all'ultimo tuffo con l'inserimento della cittadella viola. La goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Cavandoli nella notte decide di non aspettare il ritorno del sindaco dal viaggio negli Usa. Sulla questione convenzione «tu, Matteo, sei dovuto scendere in campo e io ne devo inevitabilmente uscire», scrive. E' dura con la società viola: «Credevo avessimo una meta comune, far sognare Firenze».

Invece è arrivato «un boccone amaro: il testo della convenzione scritto da Fiorentina che disattende gli accordi da me presi». «Non ho molto da rimproverarmi se non quello di essermi fidata troppo dei miei interlocutori». Poi Cavandoli ringrazia il sindaco con un abbraccio: «E' stato bello, bellissimo». E il triplice fischio chiude la partita dopo sei mesi.

RENZI SU DIMISSIONI ASSESSORE SPORT, VICENDE SI CHIARIRANNO AL MIO RIENTRO...
(Adnkronos) - 'Penso che le vicende fiorentine si chiariranno al rientro'. Lo scrive su Facebook il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che interviene cosi' per la prima volta da ieri sulla questione delle dimissioni dell'assessore allo Sport, Barbara Cavandoli. Renzi si trova negli Usa, per un viaggio istituzionale, e rientrera' a Firenze domenica mattina. 'Per adesso - scrive il sindaco nel mesaaggio su Facebook - lavoro per Firenze negli Stati Uniti. Oggi chiudiamo con National Geographic un accordo che porta 250.000 dollari al bilancio del Comune di Firenze. Non male, no?'.

[20-01-2010]

 

 

 

REPUBBLICA: "VENDOLA INDAGATO DA DUE MESI". MA LA NOTIZIA ESCE A CINQUE GIORNI DALLE PRIMARIE CONTRO BOCCIA
Da quanto tempo Vendola è indagato? La notizia è uscita a cinque giorni dalle primarie pugliesi ma risalirebbe ad alcune settimane fa. Su "Repubblica" Gabriella de Matteis e Giuliano Foschini scrivono che "l'iscrizione risale a due mesi fa". Su "Libero", che aveva anticipato la notizia (smentito dalla Procura), Roberta Catania riferisce che "l'iscrizione del presidente della Regione è un «atto dovuto» che risale a un paio di settimane fa e che, probabilmente, finirà per essere archiviato".

 

Sul "Fatto Quotidiano" Antonio Massari scrive che "l'indiscrezione circola da settimane, da quando un rapporto dei carabinieri aveva ipotizzato, per il governatore pugliese Nichi Vendola, un coinvolgimento nelle inchieste sulla malasanità" e "ieri ha trovato le prime conferme". Intanto, dopo i carabinieri, spunta pure la massoneria.

2 - E NELL'INCHIESTA SULLA SANITA' PUGLIESE SPUNTA PURE LA MASSONERIA
Carmine Festa per "La Stampa"


Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola è indagato per concussione. Il suo nome è stato iscritto nel registro generale della procura barese per le pressioni che nel 2008 il governatore pugliese avrebbe esercitato sull'ex assessore alla sanità Alberto Tedesco (oggi senatore del Pd) per la nomina di un primario all'ospedale "Miulli" di Acquaviva delle Fonti. Si tratta del professor Giancarlo Logroscino, barese, esperto di epidemiologia tornato in Puglia dagli Stati Uniti dove è stato docente alla Harvard School di Boston.

 

Vendola lo avrebbe voluto primario all'ospedale di Acquaviva e di questa nomina avrebbe discusso con l'ex assessore Tedesco in conversazioni telefoniche che sono state intercettate dagli inquirenti che già indagavano sull'assessore regionale alla sanità. In una di queste Vendola avrebbe detto di aver saputo che per contrastare la nomina di Logroscino al "Miulli" si era mossa anche la massoneria.

E avrebbe chiesto a Tedesco se la mancata scelta di Logroscino fosse dovuta proprio all'allora assessore alla sanità che, al professore tornato dagli Usa, avrebbe preferito un altro primario.

 

Tedesco replica che la scelta di un altro nominativo era stata dettata esclusivamente dalla valutazione dei titoli professionali del concorrente di Logroscino. Aggiunge inoltre di aver subito molte pressioni per il docente di Harvard e se ne lamenta con il governatore. Toni animati tra i due, ma la conversazione si conclude con Tedesco che dice di aver trovato la soluzione. Logroscino in Puglia si sarebbe occupato di Sla (Sclerosi laterale amiotrofica).

Ma sono stati soprattutto i riferimenti a presunte pressioni della Massoneria sulle nomine dei primari negli ospedali pugliesi ad attirare l'attenzione della procura barese. Per questo motivo Nichi Vendola nel luglio scorso fu sentito in procura dalla pm Desirée Digeronimo. Il colloquio tra i due durò quattro ore. E qualche giorno dopo fu seguito dalla lettera aperta che il governatore pugliese scrisse alla magistrata sui temi della sanità pugliese e le indagini che aveva provocato.

 

L'iniziativa di Vendola scatenò la polemica politica. E non solo. Lo stesso Consiglio superiore della Magistratura intervenne a tutela dell'inquirente barese, criticando l'uscita pubblica del presidente della Regione. Ora la vicenda di presunte pressioni di Nichi Vendola per la nomina del primario torna prepotentemente alla ribalta.

Il governatore pugliese commenta così la notizia di una indagine a suo carico: "Sono notiziole che danzano nell'aria e che provano ad assediare la mia vita, ma sono notizie usate continuamente come inquinamento della lotta politica. Nel caso di Logroscino - aggiunge - se sono davvero iscritto nel registro degli indagati, non vedo quali reati potrei aver commesso.

 

Anzi, dovrei essere premiato per aver capovolto l'andazzo italiano che porta avanti le persone non per meritocrazia, ma per fedeltà politica. Ho l'orgoglio di aver chiesto di tornare in Puglia ad un associato di Harvard, presidente mondiale dell'associazione delle scienze neurovegetative. Direi che in questo caso ho difeso il primato del diritto alla salute. Faccio fatica a credere ad una ipotesi di reato a mio carico. Se fosse così, sarebbe una ipotesi stravagante".

Domenica prossima il centrosinistra pugliese sceglierà attraverso le primarie il candidato presidente della Regione. Nichi Vendola, governatore uscente e leader nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà, affronterà Francesco Boccia, deputato del Pd.

Fin qui la campagna elettorale è stata tormentata. Il centrosinistra non è riuscito a fare sintesi sul nome del candidato unico e arriva diviso alle urne. Ora alla polemica politica, allo scontro tutto interno che la coalizione ha consumato in queste ultime settimane, si aggiunge il caso giudiziario. Quando al voto mancano cinque giorni.

[19-01-2010]

 

 

 

È PROPRIO VERO CHE BASTAVA COSTRUIRE MEGLIO – A PORT AU PRINCE E NELLA HAITI PIÙ DERELITTA LE CASE SI SONO SBRICIOLATE E I MORTI ACCERTATI SONO ORMAI 75 MILA – MA SULLA COLLINA DEI RICCHI IL SISMA NON È ARRIVATO: TRA VILLE, SUV E MERCATI DI FIORI LA VITA VA AVANTI COME PRIMA - AL RESORT SULLA SPIAGGIA LO STAFF IN DIVISA SERVE CHAMPAGNE DA 153 $ A BOTTIGLIA…

Paolo Foschini per il "Corriere della Sera"

La fortuna ha sempre buona mira. Perché non è vero, alla fine, che il più tremendo terremoto della storia di Haiti l'ha distrutta tutta: un pezzettino della capitale Port-au-Prince si è salvato. Al cento per cento. Come ci fosse un vetro antiurto in mezzo: fin qui macerie, morte e distruzione ovunque; poi giri un angolo, e da lì in poi niente. Non nel senso che non ci sono vittime: non è caduta una tegola.

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I bar stile coloniale sono aperti, i ristoranti pure, persino il sottilissimo campanile della chiesa di Saint Pierre è intatto fino alla cima. E i più fortunati tra i fortunati continuano ad aprire il cancello ai visitatori mandando avanti un gentile cameriere in divisa: né più né meno che prima di una settimana fa.

Benvenuti nella «upper» Petionville: quella dei ricchi, degli stranieri, delle ville col parco e dei Suv. Sotto di loro, a perdita d'occhio in fondo alla valle, Port-au-Prince è una tendopoli con mezzo milione di disperati in cerca di vita. Ma nella Petionville alta no: qui la vita continua. Senza scosse.

Non è stata questione di edilizia ricca o povera: altri quartieri se non altro benestanti della capitale, per esempio la upper Turgeau, la loro razione di distruzione l'hanno democraticamente ricevuta. E la parte bassa della stessa Petionville, una collina che in pratica chiude la città a sud-est, è sbriciolata come tutto il resto. È proprio che il sisma, per un gioco orografico dei suoi, sembra essere rimbalzato indietro prima di arrivare in cima: e così, lassù, tutti salvi.

 

Uno di loro è un italiano con una sua storia. Si chiama Edilio Cipriani, ha settant'anni, e a Port-au-Prince arrivò nel '98 con due soci per mettere a frutto, dopo disavventure familiari complesse, la sua esperienza precedente coi gelati: la sua vecchia ditta italiana è quella che forniva la miscela, a suo tempo, per fare la panna del più popolare cornetto del mondo. Adesso divide la proprietà della più grande gelateria dietro Place Saint Pierre: il Fior di Latte.

«Ne avevo appena aperta una uguale anche giù in basso, all'inizio di Petionville. Ma quella è rimasta sotto le macerie: questa qui invece non ha un graffio. Una bella fortuna». Non gli era andata sempre così: sua figlia, che lo aveva raggiunto qualche anno fa, si è vista ammazzare un amico di fianco nel 2004 ed è scappata da Haiti il giorno dopo. «Allora - dice Cipriani - erano cose all'ordine del giorno anche quassù. Adesso va molto meglio. Peccato per tutti quei poveretti rimasti sotto il terremoto...».

 

Il grande giardino della piazza è occupato da una folla che solo apparentemente è simile all'umanità dolente di tutta l'altra Port-au-Prince: certo, dai quartieri vicini sono venuti in molti per cercare anche in questo grande spiazzo un posto dove stare, e accendere un fuoco. Ma la connotazione complessiva resta quella di prima: un mercato. La bancarella più grande vende mazzi di fiori. Bellissimi. Diversi li comprano.

 

Anche il grande complesso di La Clos, su un altro fronte della vallata, se l'è cavata un po' meglio di altri: anche se la serie di ville del parco, come mostra il proprietario Frantz Liautaud, avrà bisogno di qualche ristrutturazione. Ingegnere civile nato a Haiti ma cresciuto tra Europa e Usa, è uno di quelli che pur avendone tutti i mezzi non se ne andrà: «Forse questo disastro, per quanto doloroso, era l'unico modo per dare ad Haiti un futuro. Ora è tabula rasa: c'è una chance di ripartire».

 

Nel parco, tra i campi da tennis e la piscina, sono accampati altri che abitavano appena più giù, e che la casa l'hanno persa. Come Joseph Slow, giovane economista della Soge Bank: «Per Haiti è finita - dice - almeno per i prossimi anni».

 

Fuori da Port-au-Prince, costeggiando il mare, anche i piccoli villaggi della pianura si succedono al ritmo di uno ogni dieci-quindici chilometri, con le loro puntuali case distrutte: dove esistevano case e non baracche. Fino a Kaliko Beach, il resort extralusso - per gli standard di qui - dove i funzionari dell'Onu e gli stranieri venivano a rilassarsi tra un impegno e l'altro: neanche un graffio neppure quello, anche il Veuve Clicquot è lì al suo posto, per 153 dollari la bottiglia, così come staff e concierge in divisa. «Da martedì scorso però- spiega il manager Joel Thebaud- i clienti sono effettivamente pochi. Se non cambia qualcosa dovremo chiudere».

 

[20-01-2010]

 

 

 

SEXY-GATE AL RAGÙ - SINDACO, SOLDI E SESSO E BOLOGNA ZOZZONA ROSSA E GRASSA VA IN PROCURA - S’INDAGA SUI VIAGGI DELL'ALLORA VICEGOVERNATORE DELBONO, OGGI SINDACO SPONSORIZZATO DAL PIO PRODI, E DELLA SUA SEGRETARIA-AMANTE CINZIA E SU UN MISTERIOSO BANCOMAT - NUOVE ACCUSE DELLA EX FIDANZATA AL DELBONO (A NIENTE MA CAPACE DI TUTTO): MI HA OFFERTO SOLDI PER TACERE…

Giulia Testi per "Il Fatto Quotidiano"

Era cominciata con le auto blu e le missioni a spese della regione Emilia-Romagna, con la fidanzata-segretaria al seguito, da Pechino a Parigi e a New York. Poi sono venuti fuori i viaggi in Messico e Santo Domingo.

Era cominciata con le auto blu e le missioni all'estero a spese della Regione Emilia-Romagna, con la fidanzata-segretaria al seguito, da Pechino a Parigi e a New York. Poi sono venuti fuori anche i viaggi in Messico e a Santo Domingo, gli aumenti di stipendio ottenuti (e conservati) dalla stessa segretaria-fidanzata, un misterioso bancomat intestato a un amico-prestanome affidato alla donna e le ripetute trasferte in Bulgaria, dove la Regione Emilia-Romagna ha un ufficio di rappresentanza: ma forse non basta a spiegare ben sedici missioni del vicepresidente tra il 2003 e il 2008. Flavio Delbono, 52 anni, professore prodiano di economia, ex numero due della Regione più rossa d'Italia e sindaco di Bologna dal giugno scorso, dopo l'addio di Sergio Cofferati, non se la passa bene.

Delbono è indagato per abuso d'ufficio e peculato sulla base delle rivelazioni di una donna che è stata per sette anni la sua compagna, Cinzia Cracchi. A Bologna lo chiamano "Cinzia-Gate". La signora Cracchi era una dipendente comunale, lavorava negli uffici di un esponente dell'allora Asinello finché Delbono non l'ha portata in Regione, nella sua segreteria. Intanto lei ha lasciato il marito.

Ma quando l'attuale sindaco ha lasciato lei, nel luglio 2008, lui l'ha spedita al Cup, la società partecipata che gestisce le prenotazioni per conto delle Asl della Regione. Si è ritrovata al centralino e non ci ha visto più (anche se ha mantenuto l'aumento di 800 euro che aveva avuto in Regione). "Rivoglio il mio lavoro" e ha cominciato a fare il giro dei politici considerati ostili all'ex compagno per raccontare tutto quello che sa, a cominciare dai viaggi in giro per il mondo.

Lei era in ferie, Delbono in missione, con tanto di diaria e carta di credito aziendale (cioè regionale) con la quale avrebbe pagato, secondo l'ipotesi di reato formulata dal procuratore aggiunto Massimiliano Serpi e dalla pm Morena Plazzi, anche le spese della signora, facendole figurare talvolta come "spese di rappresentanza".

E non è finita: ieri Cracchi, indagata anche lei, è tornata in Procura dopo aver dichiarato al Corriere di Bologna che Delbono le ha offerto "aiuto economico e una consulenza da 1.500 euro al mese" per ammorbidire le sue dichiarazioni davanti ai magistrati. L'interrogatorio, durato diverse ore, è stato secretato. Ma la signora sembra aver confermato tutto, il che significa che probabilmente la posizione del sindaco si aggraverà, con l'aggiunta di un'altra ipotesi di reato: intralcio alla giustizia.

La vicenda è venuta fuori il 15 giugno, a pochi giorni dal ballottaggio delle Comunali. Alfredo Cazzola - ex patron del Bologna calcio, della Virtus e del Motorshow e all'epoca candidato a sindaco per il Pdl - durante un faccia a faccia radiofonico ha affondato il colpo: "Le porto i saluti della signora Cinzia, la sua ex compagna che ha molto da dire sulla sua moralità...". Delbono ha querelato l'avversario per diffamazione e la Procura ha aperto un fascicolo per abuso d'ufficio e peculato a carico del candidato Pd.

Poi Delbono è stato eletto e a settembre la Procura ha chiesto l'archiviazione: "Non sono emerse irregolarità", concludevano il procuratore Serpi e il pm Luigi Persico, mentre gli avvocati di Cazzola e di Delbono firmavano pubblicamente l'armistizio con il ritiro della querela e la relativa accettazione del querelato.

Ma il 4 dicembre il presidente dei gip Giorgio Floridia ha negato l'archiviazione dell'inchiesta sui presunti abusi e ha ordinato nuove indagini. In Procura nel frattempo era arrivato il nuovo capo, Roberto Alfonso, siciliano, una vita nella Direzione nazionale antimafia, ben lontano dall'ambiente giudiziario bolognese che il centrodestra accusa da tempo di eccessiva tenerezza nei confronti delle istituzioni locali.

L'ultima polemica aperta in Regione riguarda la consulenza sulla penetrazione mafiosa sul territorio affidata dalla giunta di Vasco Errani al predecessore di Alfonso, l'ex procuratore Enrico Di Nicola che è andato in pensione nel luglio 2007. L 'inchiesta su Delbono è ripartita a fine dicembre. Primo atto, l'iscrizione del sindaco nel registro degli indagati e la convocazione come teste di Alfredo Cazzola, uscito poi dalla Procura con aria trionfale: "Finalmente mi sento trattato come un cittadino di serie A".

Poi è toccato a Cinzia Cracchi. Ora la Digos sta spulciando le missioni all'estero e gli estratti-conto della carta di credito di Delbono e del bancomat affidato alla ex fidanzata, intestato a un suo amico. Delbono inizialmente ha scelto il silenzio, poi ha assicurato di non aver usato fondi regionali per scopi privati e per denunciare l'aggressione del Pdl.

"E' una montatura", dice. Ma solo da qualche giorno, tramite il suo avvocato Paolo Trombetti, il sindaco chiede con insistenza di sostenere l'interrogatorio. Dovrebbe essere fissato a giorni. Si indaga, anche se non risultano specifiche contestazioni, anche sui viaggi in Bulgaria, Paese in cui Delbono avrebbe imprecisati interessi economici: "Del tutto legittimi - avverte Trombetti -.

Ma comunque, se è andato a spese della Regione, sarà stato in occasione di regolari missioni". Per spiegare nel dettaglio i singoli viaggi e la storia del bancomat, l'avvocato attende di trovarsi di fronte ai pm. Intanto, il palazzo del Comune trema.

[21-01-2010]

 

 

 

È STATO PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE E HA GUIDATO LA RAI QUANDO C’ERA BISOGNO DI UNA FIGURA "DI GARANZIA". MA TUTTO QUESTO NON HA RISPARMIATO AD ANTONIO BALDASSARRE QUALCHE SOSPETTO E LE CENSURE DEGLI EX COLLEGHI MAGISTRATI - "È COME SE UN GIUDICE PREPARASSE LA SENTENZA DI CONCERTO CON UNA SOLA DELLE PARTI" - NELLE CONVERSAZIONI, REGISTRATE DAGLI INQUIRENTI, SI PARLA DI UN PAGAMENTO DI 100 MILA EURO. IL GIUDICE CHIOSA: "NON PUÒ ESCLUDERSI CHE LA SALATA PARCELLA CORRISPOSTA DA MELIOLI A BALDASSARRE CONCERNESSE LEGITTIMI ONORARI PER UNA QUALCHE LECITA PRESTAZIONE PROFESSIONALE DI CUI SFUGGE, AL MOMENTO, LA NATURA: PERÒ RESTEREBBE OSCURO, SE SI TRATTASSE DI UN’ATTIVITÀ LEGITTIMA, IL MOTIVO PER IL QUALE VI SIA STATA NECESSITÀ DI UNA MEDIAZIONE" - (BALDA NEGA TUTTO) -

 

Giacomo Amadori per "Panorama"

È stato presidente della Corte costituzionale e ha guidato la Rai quando c'era bisogno di una figura «di garanzia». Ma tutto questo non ha risparmiato ad Antonio Baldassarre qualche sospetto e le censure degli ex colleghi magistrati. Il suo nome compare diverse volte, quasi come un convitato di pietra, in un'ordinanza di custodia cautelare firmata a metà dicembre dal gip Massimo Cusatti, del tribunale di Genova, contro nove persone (tra queste gli imprenditori liguri Paolo e Leone Giani, attivi nella produzione e commercializzazione del grana padano e del parmigiano reggiano) accusate di frode fiscale e altri reati.

A Panorama Baldassarre giura di non saperne nulla, ma puntualizza: «Ho sempre osservato le leggi e non mi risulta ci siano indagini su di me. Se ci fossero, riterrei la cosa scandalosa e mi batterei perché questo emergesse». A collegare Baldassarre all'inchiesta sono i suoi rapporti con Silvano Nizzoli, ex assessore socialista di Reggio Emilia, oggi consulente, finito in carcere con l'accusa di millantato credito, anche se i due pm che conducono l'inchiesta, Paola Calleri e Walter Cotugno, non escludono l'ipotesi della corruzione. Secondo gli inquirenti, Nizzoli avrebbe promesso ai Giani di pilotare un controllo fiscale nei confronti della loro azienda grazie a conoscenze altolocate, e in particolare a Baldassarre.

Che di Nizzoli parla così: «L'ho conosciuto a Tel Aviv due o tre anni fa a una festa in onore di Simon Peres. Mi sembrava una persona perbene e l'ho aiutato in vicende assolutamente lecite». Nizzoli, grazie alle sue presunte millanterie, avrebbe ricevuto dai Giani 10mila euro. «Quei soldi non rappresentano un illecito» ribatte l'avvocato Liborio Cataliotti, difensore dell'ex assessore, «sono serviti per pagare un'inserzione pubblicitaria e un'intervista sulla rivista Nuova diplomazia: Baldassarre è vicepresidente del comitato scientifico ed è intuibile che ci sia stato un suo coinvolgimento in quella operazione». Baldassarre però smentisce questa ricostruzione: «Non so niente di quel denaro e non mi sono mai occupato di questioni gestionali per la rivista».

Almeno conosce i Giani? «Nizzoli mi presentò uno dei due fratelli ai margini di un convegno » risponde l'ex presidente della Consulta «mi disse che si trattava di una questione legale urgente concernente un'ispezione fiscale, però io spiegai di non essere un tributarista e dissi che non potevo intervenire, anche perché c'era un accertamento in corso».

Il giudice Cusatti, per ora, scagiona Baldassarre: «Non ci sono elementi per affermare, a oggi, se abbia anch'egli personalmente garantito a Paolo Giani , in occasione dell'incontro a tre svoltosi l'11 ottobre 2008 a Bellaria, di poter influire sulla verifica fiscale in corso grazie alle proprie conoscenze con personaggi "che contano" e se abbia ricevuto almeno parte della somma di 10 mila euro versata da Paolo Giani a Nizzoli».

Per sottolineare la «negativa personalità » di quest'ultimo, Cusatti cita un altro episodio in cui, ancora una volta, Nizzoli e Baldassarre sono coinvolti insieme. Nel 2007 un'azienda di Reggio Emilia, la Itn, rescinde un contratto con la Garboli spa, azienda di costruzioni del gruppo Pizzarotti. Che ricorre a un collegio arbitrale per ottenere un risarcimento. «Sì» riconosce Baldassarre «Giovanni Melioli, amministratore delegato della Itn, stava cercando un arbitro di prestigio e Nizzoli gli presentò me».

Le intercettazioni telefoniche, sottolinea però il giudice Cusatti, dimostrano come «Baldassarre si sia speso per la tutela degli interessi di Melioli, o almeno che abbia detto a Nizzoli di averlo fatto ». Il gip censura questo comportamento: «È un po' come se un giudice preparasse la sentenza di concerto con una sola delle parti». Baldassarre replica: «Io non parlavo con una delle parti, ma con Nizzoli, un amico che mi aveva presentato un cliente. Ci sono state telefonate con l'avvocato di Melioli per acquisire gli elementi necessari al giudizio».

Nelle conversazioni, registrate dagli inquirenti, si parla di un pagamento di 100 mila euro. Il giudice chiosa: «Non può escludersi che la salata parcella corrisposta da Melioli a Baldassarre concernesse legittimi onorari per una qualche lecita prestazione professionale di cui sfugge, al momento, la natura: però resterebbe oscuro, se si trattasse di un'attività legittima, il motivo per il quale vi sia stata necessità di una mediazione».

A quanto risulta a Panorama, per l'incarico gli arbitri ottennero dalle parti, come onorario, un anticipo di 100 mila euro a testa, cifra che raddoppiò al deposito della decisione. «Il lodo si è svolto alla luce del sole e alla fine le parti si sono messe d'accordo» conclude Baldassarre. Che trova un aiuto dalla Pizzarotti. Il capo dell'ufficio legale, Marco Tarantino, dichiara: «Per me non ci fu nulla di sospetto, quello era un lodo ben motivato anche se a noi piuttosto sfavorevole».

[21-01-2010]

 

 

 

NON SOLO PUGLIA, IL CORRIERE LANCIA UN MISSILE SUL MIX SANITÀ & POLITICA DEL PD - IL PARTITO DI BERSANI BOICOTTA E FA SALTARE A BOLOGNA UNA NOMINA MEDICA PER IGNAZIO MARINO, LUMINARE DELLA CURA AL FEGATO REO DI ESSERE SCESO IN CAMPO ALLE PRIMARIE CONTRO CULATELLO. LE INTERCETTAZIONI DI UN COMMERCIALISTA DI SIENA: “HANNO FATTO IL VOLTA FACCIA I VERTICI REGIONALI, CHE COME TU SAI SI SONO SCHIERATI CON BERSANI, E QUINDI MARINO NON È PIÙ GRADITO QUA. AVEVA IN MANO UN CONTRATTO CHE DOVEVA SOLO ESSERE CONTROFIRMATO. E SI È FERMATO TUTTO...” -  
L'attività di chirurgo di Ignazio Marino sarebbe stata ostacolata quando decise di candidarsi alla segreteria del Partito democratico in concorrenza con Pierluigi Bersani e Dario Franceschini. È quanto emerge da alcune intercettazioni telefoniche di un'inchiesta giudiziaria calabrese su tutt'altri temi.

 

Alcuni dirigenti del Servizio sanitario regionale dell'Emilia Romagna avrebbero montato un'azione di boicottaggio ai danni del senatore Pd, chirurgo notissimo, uno dei maestri del trapianto di fegato. L'obiettivo (raggiunto) era sbarrargli le porte del S.Orsola-Malpighi, policlinico universitario nel cuore di Bologna con un reparto all'avanguardia nei trapianti di fegato.

 

Con il S.Orsola, struttura pubblica, il medico aveva già raggiunto un'intesa. «Marino arriva al S.Orsola», titolavano i giornali bolognesi a fine aprile 2009. E c'era l'ok dell'assessore regionale alla Sanità, Giovanni Bissoni (Pd). Poi, a luglio, la candidatura alle primarie del Pd. A quel punto che cosa succede?

 

Lo raccontano le intercettazioni captate in un'inchiesta mille chilometri più a sud. Il pm Pierpaolo Bruni della Procura di Crotone indagando su presunti illeciti nella realizzazione di due centrali termoelettriche incappa nelle conversazioni «bolognesi», ritenute potenzialmente «apprezzabili» sotto il profilo penale.

Dunque potrebbe essere aperta un'inchiesta specifica. «Le conversazioni mettono in risalto - scrive la procura crotonese - le azioni ostruzionistiche che alcuni dirigenti dell'Azienda sanitaria di Bologna avrebbero posto in essere nei confronti del senatore Ignazio Marino, candidato alle primarie del Pd. In particolare non gli sarebbero stati perfezionati i contratti che lo avrebbero legato, quale chirurgo, al policlinico S. Orsola di Bologna, per essersi contrapposto all'onorevole Luigi Bersani nella corsa all'elezione di segretario del Pd».

DORMIENTE

Il telefono intercettato è quello di Giuseppe Carchivi, commercialista originario di Crotone ma con studio in provincia di Siena. È un professionista molto quotato e con relazioni politiche ad alto livello. Il 25 agosto lo chiama un «professore » (omettiamo il nome) chirurgo al S.Orsola.

GIUSEPPE CARCHIVI: «Io penso che sia rimasto molto male (Marino, ndr) per la questione di Bologna»
PROFESSORE: «Sì, bè, non è che poi han detto no ...L'han rimandata, capito? Però sono quei rinvii ... Lui c'è poco da fare, s'è schierato da un'altra parte di dove stanno questi». La mattina del 20 agosto 2009 e in altre occasioni il commercialista riceve telefonate da un numero interno del S. Orsola. È un altro medico amico (identificato negli atti), sempre chirurgo del policlinico, a stretto contatto con l'équipe del professor Antonio Daniele Pinna direttore della chirurgia dei trapianti di fegato e multiorgano, quella dove Ignazio Marino avrebbe dovuto operare.

 

CHIRURGO (C): «... Ti volevo raccontare una cosa, successa la settimana scorsa ... dopo lo schieramento politico di Marino ».
GIUSEPPE (G): «Eh Eh». C: «Hanno fatto il volta faccia (...) in sostanza i vertici regionali, che come tu sai si sono schierati con Bersani, e quindi Marino non è più gradito qua ... il mio direttore generale Cavina (Augusto Cavina dg del S.Orsola, ndr) lo ha chiamato dicendogli "sa...abbiamo difficoltà di sala operatoria, problemi di consiglio di facoltà, sa che c'è un centrodestra molto forte a Bologna", pensa che cazzate che gli ha raccontato ... io l'ho ascoltata la telefonata: insomma, conclusione, gli ha detto che al momento non se ne fa niente. E lui (Marino, ndr) m'ha detto: "ma allora adesso come faccio, io ho i miei pazienti da operare...". Insomma lui è rimasto a piedi, non ha una sala operatoria, con i pazienti da operare. Allora mi ha detto: "Mi devi aiutare a trovare un'altra soluzione". Io che cazzo di soluzione gli trovo, Giuseppe? Dove lo faccio operare, a casa mia? Non so come aiutarlo perché, capisci, ha fatto una scelta politica che lo ha messo in una certa luce con l'entourage di questa zona».

 

G: «Che tristezza».
C: «Eh, che tristezza, lo so però così è andata la storia. Ti ripeto, in realtà ufficialmente non è mai stato detto questo. Ufficialmente è stato detto che abbiamo problemi di sala operatoria, che le sale operatorie sono troppo piene che ... insomma tutte cazzate, ovviamente, tutte minchiate ...».
G: «A Siena potrei aiutarlo, ma Siena è come Bologna ... E Pinna (direttore reparto trapianti, ndr), che dice?».
C: «Pinna ha detto che (Marino, ndr) ha fatto una mossa che gli ha tagliato le gambe, Bissoni (assessore regionale alla Sanità, ndr) era favorevolissimo all'operazione ».
G: «Ma come si può nella sanità italiana andare avanti?»
C: «Però è così, Giuseppe ... questo è uno che, si potrà dire tutto, ma sicuramente il fegato lo sa trattare. Oh, e questi lo tagliano perché, capito?, per fare le vendette trasversali. (...) È un'assurdità che un chirurgo di quella portata non abbia una sala operatoria ... che c'ha i malati che aspettano... Marino aveva in mano un contratto che doveva solo essere controfirmato. E si è fermato tutto».

G: «E se lo controfirmasse?»
C: «Marino me l'ha detto: se devo venire al S.Orsola che c'è una guerra nei miei confronti ... io mi troverò un altro posto ...Tra l'altro non chiedeva manco un cazzo di soldi: s'era fatto un contratto da 1.500 euro... tu calcola che ogni ritenzione epatica che faceva Marino, il S. Orsola intascava 25.000 euro e gliene dava 1.500...» (...)
G: «Renditi conto che qui siamo al paradosso ... andare ad aiutare il Presidente della commissione d'inchiesta (sulla sanità pubblica, ndr), uno dei migliori chirurghi al mondo, a trovare una sala operatoria. (...) Io ne parlo con Ignazio, sarei per fare una rivoluzione ... questo è uno scandalo nazionale».

 

[20-01-2010]

 

 

SCANDALO NOVARTIS, ENNESIMA CONFERMA DEL MOSTRUOSO GROVIGLIO DI INTERESSI CHE RUOTANO INTORNO ALLA SANITÀ (LA COPPIA SACCONI-GIORGETTI NON HA NULLA DA DIRE?)
C'è un uomo che ha trascorso un brutto weekend. Si chiama Fabrizio Oleari, è nato a Mantova 60 anni fa e ha sempre avuto le mani in pasta nella Sanità dove fin dal 1978 ha cominciato a operare presso l'università di Milano come specialista in malattie infettive.

La sua carriera lo ha portato nel corso degli anni a ricoprire vari incarichi presso aziende per i servizi sanitari e al ministero della Salute dove è sbarcato nel 1997.

Qui si è sempre mosso sul fronte della prevenzione sanitaria ed è lui l'uomo che il 21 agosto dell'anno scorso ha firmato il contratto di acquisto dei vaccini contro la pandemia. La sua firma appare in calce al documento di 11 pagine insieme a quella di Francesco Gulli, un manager che ha studiato al Politecnico di Milano e all'università di Pisa ed è diventato amministratore delegato di Novartis Vaccines.

Sono loro i due personaggi sui quali si sono accesi i riflettori per lo scandaloso contratto tra il ministero del Welfare e la multinazionale svizzera. Adesso le pagine di quel contratto per il quale Novartis ha incassato 184 milioni di euro girano sui siti internet, ma ci sono voluti parecchi mesi prima che qualcuno si accorgesse della mostruosa forzatura prevista nell'accordo segreto.

Anche Dagospia aveva richiamato l'articolo apparso il 5 gennaio sul sito www.lavoce.info in cui la professoressa sarda Nerina Dirindin faceva a pezzi il comportamento incredibile del ministero che in nome dell'emergenza terroristica ha affidato senza gara il "pacco" alla Novartis. Un pacco che, oltre ad essere una bufala è pieno di soldi, e sembra destinato a esplodere come il "caso dell'anno".

È l'ennesima conferma del mostruoso groviglio di interessi che ruotano intorno alla Sanità, il pozzo nero dove si ritrovano le vergini baresi di Tarantini e riappaiono i fantasmi di Francesco De Lorenzo (l'ex-ministro della Salute) e lady Poggiolini.

Qualcuno comincia a chiamare in causa le responsabilità politiche del ministro Sacconi, uno degli esponenti che ieri insieme a Frattini e Brunetta ha lacrimato sulla tomba di Hammamet. E c'è anche chi in modo malizioso collega il politico con la sua compagna di vita, Enrica Giorgetti, la donna che ha cominciato a sgambettare in Montedison nell'82 poi ha lavorato in Confindustria e in Autostrade fino a diventare nel luglio di quattro anni fa direttore generale di Farmindustria.

Non saranno loro i capri espiatori di questa bufala che ha eccitato i magistrati della Corte dei Conti. C'è da scommettere che nei prossimi giorni sarà fatto un taglio netto tra le responsabilità politiche e quelle tecniche dove in prima linea si trova il direttore generale del ministero Fabrizio Oleari

 

20.01.10


LA MANNAIA SU MANNINO - ARRESTATO E TRITURATO DALLA GIUSTIZIA (9 MESI DI CARCERE E 13 DI ARRESTI DOMICILIARI) E DOPO 19 ANNI VENIR ASSOLTO IN CASSAZIONE! (ORA CHI PAGA UNA VITA DISTRUTTA?) - DOPO LA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO (CHE LO SALVARONO DA UN PENTITO “PILOTATO”), COMINCIA IL CALVARIO GIUDIZIARIO DELL’EX MINISTRO DC, ACERRIMO NEMICO DI VITO CIANCIMINO – INIZIÒ LA PROCURA DI CASELLI...

Felice Cavallaro per "il Corriere della Sera"

 

Per capire il calvario giudiziario di Calogero Mannino, assolto ieri in Cassazione dall'accusa di concorso esterno alla mafia dopo 19 anni di indagini e processi, basta ascoltare il suo primo commento: «Hanno portato via un pezzo della mia vita».

Ma forse per mettere a fuoco lo psicodramma politico-giudiziario bisognerebbe ripartire da quei manifesti giganti che, per le elezioni del 1991, tappezzarono tutta la Sicilia con una sorta di sfida lanciata dalla grassa e inquinata Democrazia Cristiana alla mafia dei Corleonesi, di Riina e Provenzano, già latitanti da trent'anni.

Perché su quei proclami voluti dall'ex ministro poi finito in cella si leggeva per la prima volta a caratteri cubitali «Contro la mafia, costi quel che costi». Firmato Mannino, allora segretario regionale del partito, leader della sinistra interna, deciso a isolare «don» Vito Ciancimino, in buoni rapporti con Giovanni Falcone e, allora, appena salvato da Paolo Borsellino che aveva bloccato le insinuazioni di un pentito pilotato.

 

Eppure, morti Falcone e Borsellino, due anni dopo le grandi stragi, nel febbraio '94, a un anno dalla discussa cattura di Riina, fu notificato l'avviso di garanzia e nel febbraio '95 maturò l'arresto di Mannino, triturato dal pool della Procura dove era arrivato un nuovo capo, Giancarlo Caselli, indifferente a quei manifesti che debbono essergli sembrati la prova del paradosso siciliano di chi dice una cosa per farne intendere un'altra.

Fatto sta che quel tentativo di sganciare almeno un pezzo della vecchia Dc dalle trame mafiose abortì con la stessa fine del partito e con il terremoto giudiziario di Mannino, additato come l'interlocutore diretto dello Stato con l'antistato.

 

Per dirla con quello che Caselli, i sostituti Vittorio Teresi e Teresa Principato, indicarono come il «Buscetta della politica», tal Gioachino Pennino, un amico di Ciancimino, per dieci anni considerato un pentito attendibile, poi mollato, adesso ritenuto da tanti magistrati un bluff. Smentito via via perfino da altri boss come Leoluca Bagarella che definì Mannino «un carabiniere» e Giovanni Brusca, il pentito che rivelò il progetto di uccidere l'ex ministro «perché aveva avversato pubblicamente Cosa Nostra».

 

Sono cadute una dopo l'altra le accuse, un processo dopo l'altro. I giudici di primo grado si convinsero dell'insussistenza delle prove. Di qui la prima assoluzione, dopo sei anni di dibattimento, nove mesi a Rebibbia, due anni ai domiciliari e un carcinoma. Fu immediato il ricorso al secondo grado chiesto e ottenuto dalla Procura. Lasciando sul banco d'accusa lo stesso pm frattanto nominato sostituto procuratore generale, Teresi. Un nuovo processo concluso nel 2004 con una condanna a 5 anni e 4 mesi.

Cominciò allora il ping pong fra Palermo e Roma. Con la difesa che ricorse in Cassazione dove il procuratore generale chiese l'assoluzione dell'imputato. La corte preferì ordinare un nuovo processo, ma esprimendo un giudizio severo per il lavoro compiuto in secondo grado. E i nuovi giudici d'appello a Palermo ne tennero conto. A fine 2008 la nuova assoluzione che demolì l'ipotesi di un presunto patto politico-elettorale con la mafia, ritenuto «evanescente, dunque insussistente».

 

Poteva finire lì il «calvario», come lo chiama Mannino pensando alla moglie, Giusi Burgio, al figlio Toto, a tutti i familiari. E invece la procura generale ci provò di nuovo. «Prendendo una sberla dalla Cassazione», commentano euforici gli avvocati Salvo Riela e Grazia Volo. Perché la Suprema Corte ieri ha rigettato il ricorso ritenendolo «inammissibile».

Corriere della Sera

Molti sono convinti che quella Dc, anche la Dc di Mannino, deve avere avuto le sue colpe per i compromessi con la mafia. E continueranno le polemiche politiche, mentre esultano Casini, Buttiglione, Cesa, il suo «pupillo» Totò Cuffaro e non solo i leader dell'Udc, partito di cui Mannino è deputato a Montecitorio.

Ma l'epilogo giudiziario evidenzia più di un paradosso. Perché Mannino era il nemico di Ciancimino. O meglio Ciancimino non lo tollerava, con lo stesso atteggiamento covato contro i big della sinistra Dc che lo avevano isolato sin dal 1983, al congresso di Agrigento.

)

Ma paradossalmente da qualche tempo i pubblici accusatori di Palermo auspicavano una condanna definitiva di Mannino, mentre corre sulla strada accidentata di una ipotetica e complessa riabilitazione il rampollo di don Vito. È la partita aperta di una Palermo dove Mannino è il primo a non volere fare un uso strumentale del verdetto, pur convinto che «non c'è una giustizia da cambiare», ma «da cambiare sono le regole di funzionamento dell'accusa, questo è il vero problema».

[15-01-2010] 

 

 

SPIONI DENTRO L’ANTIMAFIA! - Tutto parte l'estate scorsa, quando la Dia partenopea scopre che in un'area non protetta del sistema informatico è stata creata una cartellina con all'interno dei file riguardanti l’inchiesta Magnanapoli, che rivelò i rapporti tra l'imprenditore Alfredo Romeo e diversi esponenti della giunta comunale di Napoli - DOSSIER SISMI: IL 2 MARZO POLLARI DAL GUP…

1- DOSSIER SISMI: IL 2 MARZO POLLARI DAL GUP...
Da "La Stampa"

È stato fissato per il 2 marzo prossimo l'inizio dell'udienza preliminare davanti al gup di Perugia a carico dell'ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e dell'ex funzionario dello stesso servizio segreto Pio Pompa per la vicenda relativa al presunto archivio riservato trovato a Roma negli uffici di via Nazionale. La procura del capoluogo umbro ha chiesto nei giorni scorsi il rinvio a giudizio dei due ipotizzando, tra l'altro, il reato di peculato. Secondo il pm Sergio Sottani, infatti, risorse dell'organismo sarebbero state utilizzate per realizzare decine di dossier su magistrati, giornalisti e politici, quindi a fini considerati non istituzionali.

 

2- GLI SPIONI DENTRO L'ANTIMAFIA...
Antonio Salvati per "la Stampa"

Adesso sarà interessante capire chi veniva spiato, perché e soprattutto per conto di chi. Perché dell'esistenza di una struttura all'interno della Direzione investigativa antimafia di Napoli in grado di raccogliere informazioni sulla vita privata di alcune persone i magistrati sospettavano da tempo. E con le perquisizioni ordinate ieri gli inquirenti della Procura di Napoli hanno ottenuto già i primi riscontri.

Tutto parte l'estate scorsa, esattamente il 14 agosto, quando uno degli uomini in servizio alla Dia partenopea scopre che in un'area non protetta del sistema informatico è stata creata una cartellina con all'interno dei file riguardanti le nuove indagini nate dall'inchiesta Magnanapoli, che rivelò i rapporti tra l'imprenditore Alfredo Romeo e diversi esponenti della giunta comunale di Napoli.

 

Le notizie coperte da segreto erano relative a presunte irregolarità negli appalti inseriti nel cosiddetto Piano Sicurezza a Napoli e in provincia. Per l'amministratore del sistema informatico ricostruire il percorso dei dati fu un gioco da ragazzi. Venne individuato anche il computer e il giorno in cui fu avviato quel tipo di lavoro. E in quella data era in servizio un sostituto commissario, 45 anni, allontanato qualche mese prima proprio dal gruppo ribattezzato Fedra, che indagava appunto sulla vicenda Global Service.

Facciamo un passo indietro: Giorgio Nugnes, l'assessore comunale morto suicida nel 2008 dopo essere stato coinvolto nell'inchiesta nata in seguito agli scontri scoppiati dopo l'apertura della discarica di Pianura, fece alcune confidenze a un colonnello dell'Arma. L'uomo politico temeva di essere finito nel mirino della magistratura che indagava su una delibera per l'appalto della manutenzione delle strade cittadine. Parlò di un impiegato comunale in rapporti con un uomo della Dia in grado di fargli ascoltare anche le intercettazioni telefoniche a suo carico.

 

Le forze dell'ordine indagarono sul dipendente del Comune di Napoli e scoprirono che un appartamento intestato a quest'uomo venne affittato in passato proprio al sostituto commissario in servizio alla Dia che, a scanso di equivoci, fu allontanato dal gruppo investigativo che si occupava di quella delicata inchiesta.

Poi la scoperta dei file segreti violati e i magistrati Falcone, D'Onofrio e Filippelli decisero di convocarlo e di sottoporlo ad interrogatorio, alla fine del quale fu arrestato e accusato di accesso abusivo ai sistemi informatici della Procura per acquisire informazioni riservate sulle indagini in corso.

 

Ma già all'epoca i magistrati ebbero la sensazione dell'esistenza di una più ampia rete di soggetti coinvolti in quella vicenda. Da qui alle perquisizioni di ieri il passo è breve: l'ipotesi investigativa è che all'interno della Dia ci fosse una vera e propria centrale di spionaggio in grado di operare in maniera stabile per conto di chiunque potesse mettersi in contatto con essa. Un sodalizio composto da alcuni agenti che acquisivano notizie riservate e svolgevano attività di investigazioni illecite per conto di privati.

Con tanto di foto, video e pedinamenti. Che naturalmente avevano un costo, visto che durante i controlli sarebbe stato sequestrato una sorta di «tariffario» che era in possesso di uno degli agenti coinvolti nell'inchiesta.

Si farebbe riferimento anche a una tariffa di 50 euro all'ora relativa a un pedinamento. Gli inquirenti ipotizzano il reato di associazione per delinquere finalizzata alla interferenza illecita nella vita privata e all'accesso abusivo al sistema informatico. E fino a tarda sera negli uffici del procuratore aggiunto Rosario Cantelmo sono state interrogate le quattro persone che hanno subito le perquisizioni: si tratta di un altro sostituto commissario della Dia di Napoli, di un agente di polizia e di due cittadini.

[14-01-2010] 

 

 

QUELLA COMMISSIONE È A RISCHIO...
Un'inchiesta parlamentare sulla Commissione nazionale grandi rischi, massimo organo di consultazione scientifica del dipartimento della Protezione civile, in relazione al sisma che ha colpito l'Aquila. Dopo la pubblicazione su 'L'espresso' del carteggio tra il presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) Enzo Boschi e il capo della Protezione civile Guido Bertolaso (n. 52, 2009), la chiede il deputato Idv Augusto Di Stanislao.

Criticabili per Di Stanislao sono soprattutto i comunicati rassicuranti diramati dalla commissione prima del terremoto e che parevano escludere scosse di particolare pericolosità. Di Stanislao non è il primo a porre sotto accusa il comportamento della commissione presieduta da Giuseppe Zamberletti e dal suo vice Franco Barberi: alla procura dell'Aquila è stata addirittura presentata una denuncia penale con l'accusa di omicidio colposo plurimo. 

15.01.01

 

 

VIENI “AVANTI!” VILLETTI – ECCO PERCHÉ BETTINO FU CONTENTO DI ACCETTARE LE DIMISSIONI DELL’ALLORA DIRETTORE DEL QUOTIDIANO SOCIALISTA – “IN SOLI TRE ANNI (89-92) LA PERDITA DI GESTIONE BALZò DA 7 A 19 MLD” - COLLABORAZIONI A PESO D’ORO, RISTRUTTAZIONI INUTILI: TUTTE LE SPESE FOLLI DI UN GIORNALE AL COLLASSO…

Filippo Facci per LIbero

Tra le carte craxiane setacciate da "Libero" spunta anche una lunghissima relazione sulla gestione dell'Avanti! da parte di Roberto Villetti - poi divenuto parlamentare dello Sdi sino alla scorsa legislatura - il quale diresse il quotidiano socialista dal 1989 al 1992. Non è dato verificare l'esattezza di tutto quanto contenuto, ma resta il fatto che Bettino Craxi è l'uomo che ben volentieri nell'autunno 1992 accettò le dimissioni di Villetti su richiesta pressante della redazione: e se credette al rapporto, non è difficile immaginare perché. Il contenuto, infatti, va oltre ogni immaginazione.

 

«In soli tre anni», si legge, «la perdita di gestione balza da 7 miliardi e 800 milioni nell'89 a 19 miliardi e 800 milioni nel '92. L'indebitamento, per il raddoppio dei costi di fornitori e banche, supera i 40 miliardi. Il capitale crolla da 950 milioni a meno 3 miliardi e 800 milioni... la sede del giornale è stata ristrutturata senza motivo da cima a fondo con una spesa di tre miliardi: pavimenti e parquet, arredo rinnovato da architetti con scrivanie da cinque milioni l'una, bagni rifatti due volte nel giro di un mese comprese le piastrellature. Per il direttore un nuovo ufficio staccato dalla redazione, bagno personale con doccia e telefono e una cucina con dispensa sempre rifornita e utilizzata anche dagli amministratori: spesa per approvvigionamento, quattro milioni al mese.

 

Il borderò per i collaboratori ha sfondato il tetto di un miliardo e mezzo. Tra le firme eccellenti, quella dell'attuale segretario del Psi, Ottaviano Del Turco, con un compenso di 400.000 lire per ogni corsivo di trenta righe (lo stipendio mensile di un operaio era di circa un milione di lire, ndr). E ancora: Gerosa (300.000 lire), Talamona, 500.000), Baget Bozzo (500.000), Larizza (400.000), Francesco Forte (400.000), Bonito Oliva (500.000)... A ogni collaboratore, inoltre, Villetti disponeva di fornire un fax personale e l'Avanti! si fa carico delle spese telefoniche anche per l'estero...

Decine di carte di credito sono state distribuite in redazione per eventuali trasferte da inviato, ma ogni redattore è sempre rimasto in possesso della carta di credito - anziché riconsegnarla in segreteria mentre era in sede - e alla fine del 1992, secondo la relazione dell'amministratore ai soci, i rimborsi spesa hanno raggiunto la cifra di duecento milioni in 12 mesi. .. Villetti non dimenticava, per Natale, di regalare a ogni dipendente, giornalista e poligrafico, tre bottiglie di Veuve Cliquot... Nel solo 1992 la spesa per l'acquisto di metà dei giornali utilizzati (l'altra metà è costituita da copie in cambio, quindi gratuite) è stata di 205 milioni pari a circa venti testate per ogni giornalista.

 

Per tutto il periodo della guerra del Golfo, Villetti ha preteso la ribattuta dopo la chiusura per non perdere nemmeno un missile. E nella consueta attesa serale del bombardamento, venti persone con gli occhi puntati sulla Cnn hanno quotidianamente cenato nella sala riunioni appositamente imbandita dal ristorante «Arancio d'oro» con tovaglie bianche, stoviglie, antipasti, dessert, scelta tra vini bianchi e rossi. Abitudine, quella della cena per le ribattute, frequantatissima anche in tempo di pace...

Nel 1991 Villetti decide di cambiare la veste grafica del giornale realizzata quattro anni prima da Ruffolo... Il progetto viene pagato sessanta milioni... La vicenda dell'introduzione del nuovo sistema editoriale in sostituzione della vecchia fotocomposizione lascia dietro sè il sapore del dolo. Quando entra in funzione il nuovo sistema, la smobilitazione della tipografia è ancora da avviare.

 

Risultato: doppi costi per almeno un anno. E un anno dopo una fattura record da parte dello stampatore di oltre sei miliardi per il solo 1992... I preventivi di marchi prestigiosi come Crossfield e Macintosh sono bocciati anche se, rispettivamente, di un miliardo e duecento milioni e settecento milioni. Viene preferita la Nica, una società allora sull'orlo del fallimento (e fallita quest'anno) il cui presidente è amico dell'amministratore delegato. La Nica non ha mai operato nel campo dell'editoria...

Il suo preventivo è di un miliardo e mezzo, ma dopo soli tre mesi non riesce ad andare avanti con i lavori... Sempre sotto il coordinamento di Villetti, subentrano Apis Niger, Lasermaker, Ntg... Un esercito di tecnici e di consulenti è all'opera in redazione... alcuni di essi sono stati giungere da Nottingham e sono ospitati al Plaza a spese del giornale. Villetti fa comprare tutto quel che esiste sul mercato.

Ogni accessorio è suo. La spesa conclusiva sarà di ben sei miliardi per un sistema che era necessario a quaranta giornalisti e che in nessuna parte del mondo sarebbe costato più di un miliardo e mezzo. Molto materiale, del resto, è anche sparito come tutta una prima serie di personal computer che è stato letteralmente necessario riacquistare da capo... il sistema è stato giudicato sovradimensionato del cento per cento da una società di analisi industriale inviata dall'ex segretario del Psi, Bettino Craxi, per un chek-up del giornale ormai in procinto del collasso... gli stipendi non sono stati pagati per la seconda volta nel mese di ottobre.

In un'infuocata assemblea viene votata la sfiducia a Villetti e si chiede al segretario del Psi, Craxi, di intervenire per rimuoverlo... (a metà novembre 1992, ndr) Craxi rende noto di aver ricevuto una lettera di dimissioni di Villetti che si dissociava da alcune scelte politiche, e di averle accettate. Da allora, comunque, ha continuato a percepire ogni mese lire 12 milioni nette di stipendio».

 

***

Di Filippo Facci

Dopo 18 anni, nel leggere la relazione pubblicata qui sopra, capisco tante cose. E fanno ancora male. Mi ero sposato a 23 anni, e dopo aver collaborato con e "l'Unità" e con Repubblica, una volta finito i militare, ero rimasto disoccupato. L'unico contatto che riuscii a procurarmi fu con la redazione milanese dell'"Avanti!", dove per un paio d'anni avrei lavorato da abusivo. A me importava solo di fare il giornalista e mi diedi da fare.

Per pura disgrazia, una delle prime cose che mi diedero da fare fu intervistare Antonio Di Pietro con la testuale premessa che era «amico nostro». Era il dicembre 1991 e poi ci fu Mani pulite: e io seguii quella. "L'Avanti!" era ritenuto il giornale dei ladri, avevano mandato avanti me anche perché secondo il mio caporedattore ero un cosiddetto «cane sciolto»: ma un cronista dell'Avanti!, al tempo, aveva poche alternative tra l'essere considerato un cane sciolto o l'essere considerato un cane.

Mi ricordo quando entrai nella sala stampa del palazzo di giustizia e tutti uscirono, come capitò anche a un cronista del Secolo d'Italia. Ricordo quando davanti a una clinica privata, dove un famoso finanziere era agli arresti ospedalieri, il gruppetto dei cronisti cambiava marciapiede a seconda della mia posizione. Quando anche a me capitò di pubblicare dei verbali d'interrogatorio, che guastarono i piani di chi scriveva in pool, un collega mi disse a brutto muso che secondo lui i miei verbali erano falsi.

Un altro cronista mise in relazione la fuga notturna di un dirigente socialista con una mia possibile spiata. Lo scrisse pure. In tutto questo la situazione si era fatta ancora più complicata perché la sede romana dell'Avanti! vedeva nella redazione milanese un avamposto craxiano - ciò che era - e man mano che decresceva il potere di Craxi cresceva anche il tentativo di isolarci e di toglierci peso.

Io formalmente, poi, neppure esistevo: non avrei potuto neanche stare in redazione; il direttore di allora, Roberto Villetti, ogni tanto telefonava da Roma per sincerarsi che io fossi rimasto a casa o scrivessi comunque da fuori, quando invece in redazione praticamente ci dormivo. A un certo punto, in un periodo in cui peraltro non arrivava più una lira perché le tangenti erano finite - questo l'avrei appreso poi - Villetti prese a togliermi anche la firma dagli articoli: ma neanche sempre, a giorni alterni, quando capitava.

Pensai di aggirare l'ostacolo ricorrendo alla doppia firma col mio caporedattore milanese, Stefano Carluccio, un amico, ma a un certo punto il direttore risolse togliendo solo la mia firma e lasciando solo quella di Carluccio a margine di articoli che però avevo scritto io. Nell'insieme, lavoravo da abusivo per il giornale dei ladri, disprezzato dai colleghi e da chiunque in quel periodo sapesse dove scrivevo, completamente gratis, senza in teoria poter entrare in redazione e che sotto i miei articoli c'era la firma di un altro: però c'era la salute. Avessi letto la relazione sull'Avanti! di cui sopra, forse, avrei perduto anche quella.

[12-01-2010] 

“HITLER SEDEVA COL CAPO RECLINATO, SULLA TEMPIA DESTRA ERA VISIBILE IL FORO D´INGRESSO DELLA PALLOTTOLA. Eva Braun giaceva sul divano…” - RITROVATE LE TESTIMONIANZE DELLE GUARDIE DEL CORPO DEL FÜHRER – IMPORTANTISSIME: Dopo la vittoria, servizi segreti americani, britannici e sovietici dubitarono che i due cadaveri cremati trovati dai russi fuori dal Bunker fossero quelli di Hitler e della Braun: si temeva che il tiranno fosse fuggito con un U-Boot, e fosse ancora vivo in fattorie-comunità naziste in Argentina o altrove in Sudamerica...

Andrea Tarquini per "la Repubblica"

 

«Hitler sedeva col capo reclinato, sulla tempia destra era visibile il foro d´ingresso della pallottola, largo più o meno come una moneta da dieci centesimi. Eva Braun giaceva sul divano...». Così le voci dei due supertestimoni di allora narrarono quel pomeriggio fatidico del 30 maggio 1945 nel Bunker della Cancelleria del Reich, a Berlino dove divampavano gli ultimi combattimenti tra la Wehrmacht e l´Armata rossa.

Voci segrete fino a ieri. Otto Günsche, aiutante personale del tiranno, e Heinz Linge, cameriere personale, entrambi guardie del corpo e persone di fiducia scelti dallo RSHA, l´Ufficio Centrale per la sicurezza del Reich, raccontarono tutto. Oggi per la prima volta la loro viva voce, restituitaci dai nastri BASF dei magnetofoni degli anni Cinquanta, ci riporta a quei momenti. Spiegel online e Spiegel tv li hanno trovati e resi pubblici.

 

I nastri giacevano nel Muenchner Staatsarchiv, l´archivio statale di Monaco. Nella capitale bavarese - appena giunti in Germania dopo anni di prigionia e di duri interrogatori in Unione Sovietica - Günsche e Linge furono convocati dalla magistratura.

Il tribunale di Berchtesgaden (dove Hitler aveva la sua residenza di riposo) nel 1952 aveva aperto un´inchiesta per verificare se esistessero gli estremi per dichiarare morto quell´uomo nato in Austria che aveva gettato nell´abisso la Germania e il mondo intero. E loro due, gli attendenti più fidati, furono i testimoni decisivi. Solo il 25 ottobre 1956, ascoltatili in ogni dettaglio, i giudici dichiararono ufficialmente morto «Hitler, Adolf, nato a Braunau».

 

I nastri restaurati ci fanno ascoltare le due voci. Due versioni quasi identiche, poche differenze nei ricordi, ma unanimi nella conferma assoluta che il Führer si tolse la vita insieme a Eva Braun, l´amante appena sposata nel Bunker.

Racconta Linge: «Quando io entrai, Hitler sedeva a sinistra, alla mia sinistra, all´angolo sinistro del divano. La testa era ripiegata un po´ in avanti, sulla tempia destra vidi il punto d´ingresso della pallottola, largo circa come una moneta da dieci centesimi».

 

Viene poi la voce della testimonianza di Günsche, un minimo diversa: «Hitler sedeva su una poltrona, il capo reclinato sulla spalla destra, la spalla stessa posante sul bracciolo, la mano destra pendeva inerte. Sulla tempia destra, il foro del proiettile». Eva Braun «giaceva sul divano, non erano visibili segni di ferita d´arma da fuoco». Probabilmente si dette la morte col veleno.

 

Il documento è eccezionale, perché fa giustizia una volta per tutte su ogni dubbio sul luogo e il momento della morte di Hitler. Dopo la vittoria alleata, media e servizi segreti americani, britannici e sovietici dubitarono che i due cadaveri cremati trovati dai russi fuori dal Bunker fossero quelli di Hitler e della Braun, e seguirono ogni voce: si temeva che il tiranno fosse fuggito con un U-Boot, e fosse ancora vivo in fattorie-comunità naziste in Argentina o altrove in Sudamerica. O nell´Antartide, nella base di ricerche scientifiche tedesca.

Soprattutto Stalin ci teneva a sapere tutto sulla morte del Führer. Günsche e Linge furono portati dalla NKVD a Mosca, e interrogati per anni. Il "piccolo padre", come inseguito da incubi, voleva prove sicure, e diffidava dei due prigionieri ma anche degli agenti speciali che strappavano loro confessioni. Günsche e Linge tornarono in Germania dopo il disgelo tra Kruscev e il padre della democrazia di Bonn, Konrad Adenauer: egli volò a Mosca col suo Constellation, concesse all´Urss crediti, tecnologie e aiuti a valanga, riportò a casa decine di migliaia di prigionieri di guerra. Per quei due, però, gli interrogatori continuarono in patria.

 

 

[12-01-2010] 

 

 

L SEGRETO SULLE TESSERE DELLA POLVERINI SI CHIAMA "SOLUZIONE DIECI PER CENTO": - DIECI ISCRITTI VERI DIVENTANO CENTO NEGLI ELENCHI DEL SINDACATO UGL BY POLVERINI - E COSÌ SI SPALANCANO LE PORTE DEI CONSIGLI D’AMMINISTRAZIONE DI CNEL, INPS, INPDAP - IL NOME DI CLAUDIO FAZZONE VI DICE NULLA? FORZISTA RECORDMAN DELLE PREFERENZE NEL LAZIO, RAS DI LATINA E IN PARTICOLARE DI FONDI, L’UOMO CHE È RIUSCITO A DIFENDERE ANCHE CONTRO IL VIMINALE QUEL CONSIGLIO COMUNALE INFILTRATO DALLA CAMORRA. CON LA POLVERINI DIVENTEREBBE ASSESSORE ALLA SANITÀ: IL LUPO A GUARDIA DELLE PECORE. È LA SOCIETÀ CIVILE D’ULTIMA GENERAZIONE

 

1 - IL SEGRETO SULLE TESSERE DELLA POLVERINI
http://democrats.ilcannocchiale.it/

Benvenuti nella nuova politica. Vi ci porta una campionessa della società civile accolta con entusiasmo bipartisan. Appena qualcuno (Libero, non Europa che ha aperto il caso e non mollerà l'osso) ha rivolto a Renata Polverini una domanda che a Ballarò non le hanno mai fatto («È vero che il tesseramento dell'Ugl è gonfiato?»), lei ha risposto come mai s'era sentito fare né da un candidato nuovista né da un sindacalista: «Non intendo rispondere a queste domande nell'interesse dei lavoratori italiani, dovrei dire cose che non posso rivelare».

 

Alla faccia della trasparenza, ci si nasconde perfino dietro l'interesse dei lavoratori per giustificare una pratica che immaginiamo quali frutti darebbe, se applicata alla Regione Lazio.

La risposta della Polverini ci ha preoccupato, anche perché arrivava nello stesso giorno di una amichevole intervista di Epifani all'Unità, piena di carinerie verso la collega scesa in politica. Vuoi vedere che «le cose indicibili» della Polverini riguardano un malcostume che coinvolge tutto il mondo sindacale, anche per questo solidale con la collega?

 

Per fortuna non è così. Per esempio la puntata di oggi dell'inchiesta di Europa si basa proprio sulla denuncia di altre confederazioni - comprese Cisl e Uil - rispetto al tesseramento Ugl. L'abbiamo chiamata «soluzione dieci per cento»: dieci iscritti veri diventano cento negli elenchi del sindacato "modernizzato" dalla Polverini. E così si spalancano, a danno di altri più rappresentativi, le porte dei consigli d'amministrazione di Cnel, Inps, Inpdap...

Si potrebbe dire: cose del passato. Non è molto rassicurante neanche il presente, però. Per esempio ha il nome di Claudio Fazzone, forzista recordman delle preferenze nel Lazio, ras di Latina e in particolare di Fondi, l'uomo che è riuscito a difendere anche contro il Viminale quel consiglio comunale infiltrato dalla camorra. Con la Polverini diventerebbe assessore alla sanità: il lupo a guardia delle pecore. È la società civile d'ultima generazione.

2 - DUE MILIONI? NO, 200MILA. LA VERA FORZA DELLA POLVERINI - I DATI CISL, UIL E CONFSAL SVELANO IL BLUFF UGL: TESSERE GONFI ATE DI 10 VOLTE
Gianni Del Vecchio per Europa quotidiano

 

Dieci volte tanto. Come se il Partito democratico dichiarasse otto milioni di tessere invece delle 800mila ufficiali. Il bluff di Renata Polverini sul numero degli iscritti all'Ugl pian piano si sta svelando in tutta la sua interezza. E le proporzioni lasciano di stucco.

Cominciamo dai numeri che il sindacato di destra ha dichiarato ai ricercatori del Censis. Nell'ultimo rapporto dell'istituto di ricerca, gli iscritti del 2008 si attestano poco sopra i due milioni. Per l'esattezza due milioni e 54mila tessere. Un numero, questo, dieci volte più grande rispetto al dato che emerge da un lavoro fatto dalla Cisl assieme a Uil e Confsal.

 

Secondo gli altri sindacati, infatti, gli iscritti Ugl non supererebbero le 203 mila unità, lasciando l'organizzazione della Polverini lontana anni luce da Cgil (5 milioni e 734 mila), Cisl (4 milioni e mezzo) e Uil (2 milioni e 100mila). E non solo: con poco più di 200mila tessere l'Ugl si fermerebbe al settimo posto nella classifica delle sigle italiane, dietro alla Cisal, a Confsal e addirittura ai Cobas.

Per avere un'idea più precisa di quanto poco rappresentativo sia il sindacato di via Margutta, basta spulciare il documento della Cisl nella parte in cui fornisce le cifre divise per categoria. A partire dai metalmeccanici, che messi assieme fanno circa un milione e mezzo di lavoratori. In questo settore la Fiom-Cgil la fa da padrone con 360mila iscrizioni mentre Fim e Uilm assieme arrivano attorno alle 300mila.

E l'Ugl? Più o meno 4.200 iscritti e 150 delegati di fabbrica. Stesso andamento marginale se dagli altoforni si passa ai cantieri. Qui il sindacato della Polverini è presente solamente in quattro casse edili sulle cento totali che sorgono in quasi ogni provincia italiana. Altri numeri sparsi confermano tutti i limiti dell'Ugl: fra gli elettrici conta 215 iscritti, 1.716 nel settore delle telecomunicazioni, 6.279 in agricoltura e 4.809 fra i bancari. E ancora: 500 fra gli assicurativi, altrettanti nel credito cooperativo, 7.500 fra i postali , 400 fra i lavoratori autonomi (soprattutto tassisti) e solo 20 nel comparto innovazione e ricerca.

 

Questo per quanto riguarda tutti quei settori privati in cui è possibile avere dei numeri solo grazie al lavoro dei sindacati, perché non esiste nessun meccanismo di certificazione ufficiale degli iscritti. Ma le cose non cambiano neanche quando si vanno a prendere i numeri ufficiali nel settore dei pensionati e del pubblico impiego. I dati Inps 2008 ci dicono che l'Ugl ha 62mila deleghe di chi è in pensione, in calo di duemila rispetto all'anno precedente. Cosa che la pone come quattordicesimo sindacato.

 

Nel pubblico impiego l'organizzazione guidata dalla Polverini è ancora più in difficoltà.
Secondo le stime della Confsal conterebbe solo per lo 0,7 per cento. Infatti, sui dieci comparti pubblici è riuscita a superare la soglia del 5 per cento (tetto che divide i sindacati rappresentativi da quelli marginali) solo nella presidenza del consiglio.

Tanto da intimare all'Aran, l'ente che certifica il peso sindacale nella pubblica amministrazione, di non divulgare i dati su deleghe e voti presi alle ultime elezioni delle Rsu.

[12-01-2010] 

 

 

DOPO LO SCANDALO TELECOM, EMERGE UNA NUOVA INQUIETANTE VICENDA DI SPIONAGGIO - IN DIVERSE COOP IN LOMBARDIA SONO STATE PIAZZATE TELECAMERE NASCOSTE E MICROSPIE TELEFONICHE PER SPIARE LA VITA PRIVATA DI DECINE E DECINE DI DIPENDENTI - CENTINAIA E CENTINAIA DI CONVERSAZIONI VENIVANO ASCOLTATE, FILTRATE E VAGLIATE. DA QUELLE INNOCENTI SULL’INFLUENZA DEI FIGLI DEI DIPENDENTE SINO ALLE STORIE DI AMORI E AMANTI TRA COLLEGHI, DI SCONTRI TRA CORDATE AVVERSE DI MANAGER -

 

Gianluigi Nuzzi per Libero

 

Direttori di supermercati, manager, sindacalisti e poi giù sino a cassieri e persino i magazzinieri. Dopo lo scandalo Telecom, dei dossier predisposti sui dipendenti, emerge una nuova inquietante vicenda di microspie nei luoghi dove si lavora. In diverse coop in Lombardia sono state piazzate telecamere nascoste e sistemi di registrazioni audio per spiare i movimenti, le parole, i segreti, la vita privata di decine e decine di dipendenti. Occhi nascosti,piazzati negli uffici, nei box office, nei punti vendita, persino ai piani nobili della direzione centrale di Coop Lombardia.

Ma non solo filmati sui dipendenti. Venivano installati anche impianti di intercettazione nei centralini dei supermercati che registravano ogni telefonata. Centinaia e centinaia di conversazioni che venivano ascoltate, filtrate e vagliate. Da quelle innocenti sull'influenza dei figli di qualche dipendente sino alle storie di amori e amanti tra colleghi, di scontri tra cordate avverse di manager.

 

'Libero' ha raccolto prove di quanto accaduto. Ha sentito quasi un migliaio di file audio, visionato decine di filmati girati da telecamere nascoste in numerosi punti vendita. Il materiale inevitabilmente sarà a disposizione dell'autorità giudiziaria che vorrà valutare la rilevanza penale di quanto accaduto, sempre che qualche inchiesta non sia già avviata.

Individuare chi ha autorizzato, organizzato e predisposto questo monitoraggio sui dipendenti delle coop. Chi ne era a conoscenza ed ha avvallato la rete clandestina d'ascolto. E, quindi capire soprattutto i motivi di questa attività d'ingerenza, i riflessi operativi che la raccolta informativa permetteva nei rapporti con dirigenti, quadri, maestranze sino a figure più sensibili come i sindacalisti.

A noi, quindi, interessa soprattutto far luce su questo scandalo d'incursioni nella vita e nei segreti dei dipendenti di una grande azienda. Incursioni che fanno carta straccia dei diritti minimi dei lavoratori e di qualsiasi prerogativa sindacale.

 

POLITICI IN BALLO
Da quanto Libero è in grado di ricostruire l'idea di monitorare l'attività dei dipendenti con ricognizioni audio e video risale agli inizi del 2004. All'epoca, da quanto affermano tre diversi testimoni, l'allora responsabile sicurezza di Coop Lombardia, Massimo Carnevali, avrebbe contattato un'azienda di intercettazioni dell'hinterland milanese per predisporre un progetto pilota affinché tutte le conversazioni venissero registrate.

L'idea di partenza era quella di estendere poi l'iniziativa a tutti i 50 punti vendita della regione. In modo che rimanessero custodite tutte le conversazioni che passavano dai centralini. Il primo progetto cadde sulla coop di Vigevano, alle porte di Pavia. Nel maggio del 2004 venne installata la prima centrale occulta d'ascolto.

L'operazione avvenne di notte con gli operai della ditta specializzata che entrarono nella coop dopo che i responsabili sicurezza del supermercato avevano disinserito l'allarme. La centrale rimase attiva tre settimane e vennero raccolte oltre 800 telefonate. Nei mesi successivi vennero filtrate e ripulite da rumori e brusii di sottofondo.

 

Dove queste siano finite ancora non è chiaro. Di sicuro il cd rom con tutte le conversazioni venne consegnato, alla presenza di testimoni, alla direzione centrale di Coop Lombardia di viale Famagosta: all'incontro avrebbe partecipato anche Daniele Ferré, già vice sindaco di Busto Arsizio in quota Pds poi arrestato per concussione durante Mani pulite, uno dei dirigenti di rilievo del colosso della distribuzione in regione.

Ferrè nel 2004 uscì assolto dalle accuse, veltroniano, oggi ricopre un incarico di primo piano nel mondo delle cooperative: è direttore sviluppo e affari istituzionali di Coop Lombardia, nella direzione di Legacoop Lombardia e partecipa all'assemblea regionale del Pd.

 

I file audio raccontano storie di varia umanità che all'orecchio di chiunque possono sembrare persino innocenti. Figli ammalati, litigi tra coniugi tra le conversazioni private ma anche storie segrete di amori nascosti tra dipendenti che avevano la doppia vita tra amante e famiglia. Debolezze, umanità che forse potevano interessare a chi doveva mettere in atto giochi di forza.

Mentre era allo studio il progetto delle intercettazioni audio, la stessa società venne coinvolta in altri delicatissimi incarichi. L'installazione di telecamere nascoste sia all'ipercoop "la Torre" di Milano, ad esempio, con la giustificazione di riprendere eventuali dipendenti sleali, sia alla direzione generale, nel dicembre del 2007. Nel frattempo entra in azione un'altra telecamera nascosta in direzione generale.

Stavolta l'obiettivo si allarga su E.A. che si occupa di qualità e di rapporti con i clienti. Per settimane, a sua insaputa, viene registrato ogni movimento in ufficio. La dipendente è una figura sensibile visto che ricopre anche la carica di sindacalista. Il perché di questa azione non è chiaro. Non si capisce se qualcuno all'interno di coop abbia voluto creare un dossier sulla donna o se ci fossero dei motivi particolari a stringere lo zoom sui suoi movimenti. La voce all'interno di coop, seccamente smentita dall'interessata, è che violasse la corrispondenza di un collega. Fosse anche così non è una giustificazione per filmarne i movimenti.

 

DIETRO I QUADRI
Che non si tratti di episodi isolati ma di scelte strategiche nei rapporti con i dipendenti in modo da conoscerne ogni lato e sapersi comportare di conseguenza lo si evince dal numero di telecamere nascoste piazzate negli ultimi anni. Da quanto è in grado di ricostruire Libero, limitandosi agli episodi certi e documentati con materiale video, il Grande Fratello era presente anche alle coop di Bonola e in quella di via Palmanova.

Riprese sulle cassiere, nei magazzini, con l'occhio vigili nascosto dietro a quadri e orologi. Telecamere abusive quindi che venivano installate all'insaputa dei dipendenti e che filmavano con inquadrature e angolature diverse rispetto a quelle predisposte per la sicurezza della coop.

[13-01-2010] 

 

 

A DOMANDA NON RISPONDE! LA POLVERINI HA GONFIATO GLI ISCRITTI DEL SUO SINDACATO! - GABANELLIACCUSA: "I PENSIONATI CHE PAGANO LA QUOTA ASSOCIATIVA UGL MEDIANTE TRATTENUTA INPS SONO 66.000 RISPETTO AL 558.000 DICHIARATI DA VOI E I DIPENDENTI PUBBLICI CERTIFICATO DAI MINISTERI SONO 44.000, CONTRO I 171.000 DICHIARATI DA VOI” - DOPO 'REPORT', ANCHE 'EUROPA' INDAGA SULL’UGL (GLI ALTRI GIORNALI CHE ASPETTANO?) - “RICORSO AL TAR. DICHIARATI PIÙ ISCRITTI PER AVERE POLTRONE ALL’INPS, INPDAP, CNEL” - RENATONA-ONA: “CI SONO COSE CHE NON POSSO RIVELARE, NELL’INTERESSE DEI LAVORATORI” - (è LA VERA EREDITà DEL DUO GENIALE FLORIS-RUFFINI. GRAZIE A LORO IL LAZIO è PERSO)

 

1 - EUROPA INDAGA SUGLI ISCRITTI DELL'UGL: "CIFRE GONFIATE PER AVERE POLTRONE NEGLI ENTI PREVIDENZIALI"
Gianni Del Vecchio per "Europa Quotidiano"


Gonfiare i dati sui propri iscritti per avere più posti nei comitati di vigilanza degli enti previdenziali. Anche grazie a questo meccanismo Renata Polverini è riuscita nel miracolo di far diventare in poco più di tre anni, almeno nel sentire comune dei palazzi romani, la sua Ugl il quarto sindacato italiano.

 

Perché i posti negli organismi di Inps, Inpdap e compagnia bella, per i sindacati si traducono automaticamente in una specie di attestato di esistenza da esibire nei confronti di questo o quell'altro leader politico. O, per dirla in sindacalese, nel fatto di essere una organizzazione rappresentativa, cioè capace di avere un seguito reale nel paese.

 

Il sistema tramite il quale l'Ugl taroccherebbe le proprie tessere è illustrato nei minimi particolari in un ricorso al Tar presentato dalla Confsal lo scorso maggio. Gli avvocati del sindacato autonomo contestano il fatto che il ministero del lavoro abbia assegnato al sindacato della Polverini tre posti nei comitati di vigilanza dell'Inpdap contro solo uno della Confsal, nonostante quest'ultima abbia un seguito più ampio nel settore del pubblico impiego. Un "errore" che deriverebbe dal fatto che i tecnici di Sacconi si sono affidati esclusivamente alle cifre autodichiarate dagli uomini della Polverini.

 

Cifre, però, molto più alte se confrontate con quelle ufficiali dell'Aran, organismo che ha il compito di certificare la rappresentatività delle sigle presenti nella pubblica amministrazione. Qualche esempio per far capire la sproporzione fra i numeri: per quanto riguarda gli statali, l'Ugl ha comunicato al ministero 12.887 iscritti contro i 6mila che si ricavano dalle tabelle dell'Aran; per i dipendenti degli enti locali, la forbice è ancora più grossa, 54.309 contro 16.400; per il settore della sanità, infine, la differenza maggiore, 42.124 contro 3.600.

 

Insomma, due realtà completamente diverse, per una divaricazione che addirittura potrebbe essere ancora più evidente. I dati dell'Aran infatti non riguardano solo l'Ugl ma anche la Cisal. E questo perché queste due organizzazioni sono le sole che non hanno dato l'autorizzazione alla pubblicazione dei propri iscritti. Gli avvocati della Confsal infatti hanno calcolato quelle cifre sottraendo dal totale degli iscritti quelle che tutti gli altri sindacati non hanno avuto problemi a dichiarare.

Numeri striminziti, quindi, nonostante riguardino due sindacati: non a caso, come già ieri rivelato da Europa, il sindacato della Polverini conterebbe nella pubblica amministrazione solo per lo 0,7 per cento.

 

C'è da dire che il ricorso non è stato ancora discusso dal tribunale amministrativo.
Quindi bisogna aspettare il pronunciamento dei magistrati per accertare la verità giudiziaria.

Tuttavia ad avvalorare la tesi per cui l'Ugl avrebbe un rapporto "conflittuale" con i dati sui propri iscritti è una sentenza del Tar del 2006. Anche in quel caso la questione era molto simile a quella attuale: la contestazione della nomina di un rappresentante della Polverini nel consiglio di indirizzo e vigilanza dell'Inps. Ma quella volta l'Ugl si superò.

Invitata a fornire i numeri che riguardano la propria rappresentatività, «non risponde alla richiesta di dati aggiornati», scrivevano i giudici amministrativi. E quindi, si legge nella sentenza di accoglimento del ricorso, l'impossibilità di valutarne la consistenza «avrebbe dovuto portare alla sospensione di ogni giudizio circa l'ascrivibilità dell'Ugl alle associazioni sindacali maggiormente rappresentative ».

Insomma, secondo la sentenza del Tar prima e il ricorso della Confsal poi, l'Ugl blufferebbe sulla propria forza per avere più posti nei consigli e nei comitati degli enti previdenziali.

 

Perché questo bluff? Non tanto per far intascare ai propri dirigenti il gettone di presenza previsto per le riunioni di questi organismi, ma per avere cittadinanza e rilevanza nel mondo sindacale. Sedere all'Inps o all'Inpdap, così come nel Cnel, permette ai sindacati di autodefinirsi rappresentativi.

Un sistema approssimativo contro cui la Confsal lotta da anni, rivendicando una maggiore trasparenza (magari istituendo un ente terzo che certifichi la forza delle singole sigle) e invocando l'attuazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione, di fatto mai applicati dal 1948 a questa parte.

LA POLVERINI A DOMANDA NON RISPONDE: "CI SONO COSE CHE NON POSSO RIVELARE, NELL'INTERESSE DEI LAVORATORI ITALIANI"
Dall'intervista di Barbara Romano a Renata Polverini per "Libero"


Domanda: "Report ha documentato che i pensionati che pagano la quota associativa Ugl mediante trattenuta Inps sono 66.000 rispetto al 558.000 dichiarati da voi e i dipendenti pubblici certificato dai ministeri sono 44.000, contro i 171.000 dichiarati da voi".

 

Risposta: "Non voglio che il sindacato sia coinvolto nella mia campagna elettorale, anche perché dovrei dire cose che non posso rivelare, nell'interesse dei lavoratori italiani. Quindi non intendo rispondere a queste domande, perché non è giusto nei confronti dell'Ugl e dell'onestà di questo sindacato".

 

 

 

[10-01-2010] 

 

 

Andreotti sta molto male; sono due settimane che non esce di casa...da DAGOSPIA 08.01.10

 

IL “CORRIERE DI CRAXI” – A DIVIDERSI LE AZIONI DEL QUOTIDIANO DI VIA SOLFERINO CI SONO VECCHI AMICI DI BETTINO E MOLTI CHE GLI DOVEVANO PIÙ DI UN FAVORE: DA LIGRESTI A MARINA B., DA GERONZI A ROTELLI, FINO ALLA FIAT – E L’ARIA DA “TANGENTOPOLI DUE” CHE TIRA A MILANO SPIEGA FORSE L’ONDEGGIARE “PALLIDO E ASSORTO” DEL CORRIERE INTORNO ALLA SUA “SANTIFICAZIONE”…

Francesco Bonazzi per "Il Fatto Quotidiano"

 

Ai bei tempi, i compagni genovesi si stupivano della passione di Craxi per i garofani. In Liguria, quei fiori si portano ai morti e nei prossimi giorni ne partiranno parecchi per il "santuario" di Hammamet. Ma se c'è un santuario del potere dove il profumo di garofano aleggia ancora, questo è il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera.

Sul tavolo del consiglio di amministrazione, nel patto di sindacato, tra gli azionisti diretti e indiretti di via Solferino, ci sono tante persone, tante famiglie, tante fortune imprenditoriali che hanno incrociato Craxi e che in molti casi gli devono molto.

Ligresti, Berlusconi, Ben Ammar, Doris e perfino Rotelli potrebbero tranquillamente inserire un fiore di garofano reciso nelle asole dei loro doppiopetti. E a Geronzi, Pesenti e Romiti toccherebbe almeno una prece. Anche perché a Milano tira da settimane una gelida aria da "Tangentopoli due", e forse anche questo spiega l'ondeggiare "pallido e assorto" del Corriere intorno alla santificazione di quella che è stata la vittima politica più celebre di Mani Pulite.

 

L'onore di aprire il Pantheon vivente del potere post-craxiano non può che spettare a Salvatore Ligresti, e non solo perché nel 1992 il costruttore siciliano si fece ben 112 giorni di galera senza fiatare (nel senso che proprio non parlò).

Ligresti ha sempre foraggiato l'ascesa dell'amico Bettino e il suo cognome ancora oggi è associato al ricordo del sacco urbanistico di Milano. Attraverso Fondiaria-Sai, "don Salvatore" controlla il 5,2% di Rcs, fa parte del patto di sindacato che governa (con il 65%) i destini di via Solferino ed "esprime" la figlia Jonella nel cda. Il primo azionista del Corriere resta però sempre quella Mediobanca (13,7%) dove al posto di Enrico Cuccia, che poco amava i politici e tantomeno Craxi, oggi regna Cesare Geronzi, che invece i politici li tratta e li "gestisce" da sempre.

 

Ai tempi di Craxi imperante, Geronzi era ancora un andreottiano e quindi un semplice alleato. Il "dopo" però, ha visto Geronzi nel ruolo di un traghettatore che avrebbe strappato il suo plauso. Nel '93-'94, quando Fininvest rischia di affogare nei debiti, il capo della Banca di Roma diventa il regista dello sbarco in Borsa della Mediaset. In poche parole, assieme ad altre banche come Monte dei Paschi e Bnl, Geronzi salva dal baratro Silvio Berlusconi, orfano di Bettino.

E oltre dieci anni dopo, mentre l'ultimo governo Prodi fronteggia una lunga agonia, il banchiere di Marino conduce Marina Berlusconi nel santuario di Mediobanca, dove già l'aveva preceduta Ennio Doris, socio storico di "Papi" Silvio in Mediolanum. Un'operazione gestita insieme con un altro antico sodale del premier come Tarak Ben Ammar.

Il finanziere franco-tunisino è un altro snodo fondamentale nella marcia di avvicinamento di Berlusconi su via Solferino. Ben Ammar ha un passato di tutto rispetto nella prima Tangentopoli. La sua indisponibilità a farsi interrogare dal pool milanese ha dato una bella mano alla Fininvest, sotto inchiesta per i fondi ai partiti (Psi in testa, ovviamente). Ma prima ancora, il nipote del mitico Bourghiba era stato anello di congiunzione tra Craxi e l'Olp di Arafat.

 

Con Berlusconi, il rapporto risale almeno dal 1984, come ha raccontato lo stesso Tarak parlando della "comune passione per le belle ragazze" che univa, in Tunisia, lui, Silvio e Bettino. Più seriamente, i vecchi amici di Craxi si raccontano spesso che fu proprio "l'esule di Hammamet" ad affidare Ben Ammar a Berlusconi. O viceversa.

Ma nelle retrovie di Rcs Mediagroup si muove con discrezione un altro ex socialista di nome Giuseppe Rotelli. Alla guida del colosso della sanità privata "Gruppo San Donato", l'avvocato pavese custodisce il secondo pacchetto azionario (12%), ma non può entrare nel patto di sindacato perché la sua quota renderebbe una farsa la quotazione in Borsa del titolo.

 

Come risarcimento, Rotelli è in corsa per la presidenza di Rcs in aprile, nonostante una fastidiosa inchiesta della Procura di Milano sui rimborsi gonfiati della sanità lombarda che lo vede invischiato come presidente del San Donato (in base alla nuova legge sulla responsabilità penale delle aziende).

Rotelli è uomo di cultura che oggi si atteggia molto a liberale, ma viene da lontano e pochi sanno che ha un passato "politico" in senso lato: a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta è stato tra gli ideatori della riforma sanitaria lombarda ed è in quella veste che aveva stretto buoni rapporti con Craxi.

 

Più complessi, invece, i rapporti con il mondo Fiat. Craxi e Gianni Agnelli non si piacevano, ma al momento di finanziare "la partitocrazia" neppure Torino andava troppo per il sottile. E se a metà degli anni Ottanta l'Alfa Romeo non finì alla Ford, il "merito" politico va tutto a Craxi.

Però i vecchi socialisti non dimenticano che, all'esplodere di Mani Pulite, gli Agnelli e Cesare Romiti non lesinarono l'appoggio di Stampa e Corriere ai magistrati di Milano. Non sarebbero storie da ricordare, se il terzo azionista di via Solferino non fosse sempre il Lingotto, con Franzo Grande Stevens e John Elkann schierati nel cda del primo giornale d'Italia. Quello che anche nel 2010 si chiede come saldare i conti con l'eredità di Craxi.

 

 

[05-01-2010]

FACCI SCODELLA ALTRE LETTERE SLURP-SLURP A CRAXI (PARE CHE A "LIBERO" NE ABBIANO 729) - "SE SERVO, CI SONO", QUANDO MINOLI S’INGINOCCHIAVA DA RE BETTINO (A PROPOSITO: LA VIDEOINTERVISTA A CRAXI, QUELLA PROSSIMAMENTE ALLEGATA A PANORAMA, FU COMPRATA PROPRIO DA MIXERINO MINOLI CHE LA IMBOSCO’ SINO A FARNE SCADERE I DIRITTI) - AVANTI GIULIANO AMATO CHE ASSICURA "NON APPARTENGO AL PARTITO DI REPUBBLICA" - ECCO CARLO RIPA DI MEANA CHE OSSESSIONA CRAXI PER FARSI DARE SOLDI DA BERLUSCONI PER LA MOGLIE MARINA. E ANCORA: IL TENERO TELEGRAMMA DI SRGIO ZAVOLI LE COLTELLATE DI GIACOMO MANCINI CHE PORTARONO AL PRIMO AVVISO DI GARANZIA PER IL CINGHIALONE -

 

Filippo Facci su Libero - Molte delle foto qui presenti sono di Umberto Cicconi, che ringraziamo per la gentilezza.

 

Selezionare tra 729 lettere e documenti e fascicoli craxiani - materiale in mano a Libero - non è proprio roba da cinque minuti. Ci sono missive, tuttavia, che saltano all'occhio subito alla luce del fuggi-fuggi che vi fu durante il tramonto craxiano del 1992.

«SE SERVO, CI SONO»
Questa lettera di Gianni Minoli è datata 3 maggio 1989: «Caro Bettino... In questi ultimi dieci anni ho prodotto molti dei programmi che hanno avuto più successo come Aboccaperta, Piccoli Fans, Blitz, o di immagine come Sì però, Soldi soldi soldi, Quelli della notte, e Mixer... Come capostruttura ho anche determinato molte delle scelte di fondo del palinsesto... Non sono come forse ti hanno fatto cedere solo "quello che fa Mixer" ma un Dirigente della Rai che ha fatto molte, delle non moltissime scelte qualificanti di Rai 2...

 

Per questo ritengo che avrei potuto essere considerato un interlocutore nel momento dell'ennesima difficilissima scelta circa il destino della Rete 2. Dico difficilissima perché il tempo degli errori è finito, i soldi della Rete anche, e l'egemonia del Pci e della Dc realizzata con un alto tasso di contenuto professionale qui in Rai è cosa fatta, e non contrastabile in modo approssimativo... Non sono mai stato capace di spendere tempo nelle manovre di corridoio e nelle chiacchiere (scrive proprio così, stiamo parlando di Minoli, ndr) ... Io credo di essere fatto così. Se servo, ci sono.... Con affetto».

 

La lettera di Minoli è un meraviglioso spaccato di come funzionava e funziona la Rai - tra le lettere spicca anche un beneaugurante telegramma di Sergio Zavoli, attuale presidente di Viale Mazzini. Minoli - già martelliano, veltroniano, prodiano, ultimamente berlusconiano non richiesto a Rai Tre - incarnò l'essenza catodica del craxismo sino a disimpegnarsi a velocità supersonica quando le cose si misero male.

 

Alla fine degli anni Novanta, già direttore di Rai Tre, acquistò lo stesso documentario su Craxi che il 15 gennaio sarà allegato a Panorama (e che sarà presentato alla presenza di Berlusconi) e in questa maniera, a spese del contribuente, lo tolse dal commercio: cosicché, dopo 5 anni di non-programmazione, ne scadettero i diritti che tornarono all'attuale proprietario, Luca Josi.

Ora, ricambiata un po' l'aria, si prepara a estrarre dal cappello un'ennesima intervista craxiana e a trasmetterla a mo' di sveltina anticipatoria la sera dell'11 gennaio, su Raidue. L'intervista conterrebbe - secondo Il Riformista - una parte «inedita» con Berlusconi che lascia l'Hotel Raphael il 3 luglio 1992, ma è un doppio errore: non si sa se del Riformista o direttamente di Minoli; la data, infatti, era il 29 aprile 1993 e la parte con Berlusconi non è inedita per niente.

 

Comparve su Raitre e su blob - noinché in una recente biografia su Di Pietro - e ivi Berlusconi disse: «Sono amico di Bettino da vent'anni, e da amico, personalmente, sono contento per lui: mi sembra che basti. Che rispetto potrei avere di me stesso, se dovessi voltargli le spalle nel momento della cattiva sorte?». Curioso che Paolo Bonaiuti, futuro uomo-ombra di Berlusconi, nello stesso giorno scrivesse un violentissimo editoriale contro Craxi sulla prima pagina del Messaggero.

AMATO DA CHI
Si continua con Giuliano Amato. Era il 27 luglio 1989 quando scrisse a Bettino Craxi la seguente: «Caro Presidente... Cancella l'idea che io sia legato al giro di Repubblica. E' infondata. Solo con i loro giornali economici, come con quelli degli altri, ho avuto rapporti da Ministro del Tesoro... sai che ho incrociato Scalfari a qualche rara cena, quasi sempre, e cioè due o tre volte a casa di Elisa Olivetti. Non c'è altro. E chiunque capisce che Scalfari, dopo avermi bistrattato quando ero al Tesoro, ha ora usato disinvoltamente la mia uscita per criticare te. Pensa che anche Rodotà mi si è ridiventato improvvisamente amico... Malindi. Non ho altro da dire su un problema inesistente. Ti auguro solo di avere dagli altri la lealtà assoluta che hai sempre avuto da me... Tuo Giuliano».

 

Estraneo al giro di Repubblica, disse: e ce ne voleva, di coraggio. Amato dovette a Craxi incarichi continuativi e prestigiosi (sottosegretario, ministro, vicesegretario del Psi, vicepresidente del Consiglio, presidente del Consiglio) ma dopo i primi avvisi di garanzia a Craxi, che lo aveva designato, lo mollò completamente spingendosi a non nominarlo praticamente mai.

Da Londra, in visita ufficiale da Capo del governo, dichiarò che Craxi era politicamente finito. Nel 1992, nominato commissario milanese del Psi subito dopo l'esplosione di Mani pulite, disse: «Se il rinnovamento non sarà effettivo, mi ritirerò a vita privata entro una settimana». Nel 1993, da presidente del Consiglio, disse che presto si sarebbe ritirato dalla politica.

 

Successivamente, nel libro di Enzo Biagi 'La disfatta' (Rizzoli) si espresse nello stesso modo. A Giuliano Amato, in primis, Craxi dedicherà una serie di litografie titolate «I becchini». dedicate a «traditori ed extraterrestri». E' per questo, probabilmente, che Giuliano Amato non ritenne di andare mai ad Hammamet neppure nel giorno dei funerali di Craxi.

TIRO MANCINI
Giacono Mancini era una nobile e storica figura del partito socialista. Alle elezioni del 5 aprile 1992 non venne rieletto alla Camera e il suo successivo atteggiamento nei confronti di Craxi parve conciliante. Lo testimonia questa lettera scritta in data 29 aprile 1992, a Mani pulite iniziata: «Caro Bettino, ti ringrazio per le frasi che hai pronunziato in direzione per la mia mancata elezione. Mi hanno fatto piacere. In realtà sono stato vittima di un'aggressione premeditata organizzata e protetta dai mancati interventi degli organi centrali... Ti auguro successo anche se qualche mossa non l'ho compresa».

Lo stesso Mancini, pochi giorni dopo, il 9 maggio, rilasciò un'intervista a Lino Jannuzzi e dichiarò: «Le dico subito, io sto con Craxi... Dobbiamo difendere Craxi perché c'è un obiettivo preciso: mettere fuori gioco Craxi e il Partito Socialista».

- Copyright Pizzi

Mani pulite era iniziata. Dopo l'estate, però, Mancini rilasciò un'intervista al Corriere della Sera (8 novembre 1992) e disse che i flussi di finanziamento del Psi «non sono certamente passati da Balzamo, non sono stati registrati. Li conosceva solo Craxi».

Il 18 novembre venne interrogato da Antonio Di Pietro e da Gherardo Colombo: mise a verbale che molti fondi andavano direttamente a Craxi. Morale: il 15 dicembre 1992, alle 13,04, l'agenzia Ansa batterà un dispaccio che annuncerà il primo avviso di garanzia a Bettino Craxi: «A determinare la svolta sarebbero state le dichiarazioni rese alcune settimane fa, come testimone, dall'ex segretario del Psi, Giacomo Mancini». Il quale, va detto, morì l'8 aprile 2002 - a 86 anni - dopo aver riconosciuto a Craxi l'onore che era di Craxi.

L'APPELLO DI RIPA DI MEANA IN DIFESA DELLA MOGLIE MARINA, OFFESA DA UNA FICTION DI CANALE5
Nel giorno dell'inizio ufficiale di Mani pulite, il 17 febbraio 1992, a Craxi toccavano ancora seccature imbarazzanti come la seguente. Lo sceneggiato «Piazza di Spagna» andato in onda su Canale 5 - che aveva come protagonista una contessa affarista e incline alla mazzetta - offese a parte Marina Ripa di Meana, moglie di Carlo Ripa di Meana.

 

Da qui i solleciti rivolti al leader socialista: «Caro Bettino, io sono, naturalmente, a completa disposizione per collaborare alla campagna elettorale. Ora due parole sulla vicenda di Marina e mia. Dopo l'ordinanza del Pretore di Roma e le scuse di Berlusconi, la morbosa curiosità del pubblico con tutta la sua scia di fastidi e pericoli non è diminuita. Al contrario, con le altre due puntate trasmesse si è accentuata...

Gianni Letta, che rappresenta Silvio Berlusconi, si è limitato a caracollare con telefonate senza seguito. Ti sarò grato se vorrai consigliare una conclusione sollecita e giusta ». Esattamente un mese dopo, altra lettera: «Caro Bettino, so bene quanto ti impegni la campagna elettorale e mi dispiace quindi tornare sul caso Marina-Fininvest. Purtroppo i tempi processuali stanno maturando... ».

Amico di Craxi dal 1952, Carlo Ripa di Meana doveva a lui la sua intera carriera politica. Sabato scorso, 2 gennaio, è stato intervistato da Corriere della Sera e si è scagliato contro «i lillupuziani che blaterano contro Craxi» con ciò dimenticando di averne però fatto parte.

 

Ne fece ampia descrizione, nell'estate 1992, Giuliano Ferrara su Micromega: «Carlo Ripa di Meana, per esempio, in una giornata di sole d'estate, a Sabaudia, ha scritto ad Antonio Di Pietro tutto il suo dolore per i corsivi intimidatori scagliati contro di lui da Bettino Craxi, licenziando subito la lettera per la prima pagina di Repubblica e subito rituffandosi in mare.

 

Non ha scritto a Craxi, pur conoscendo persino il suo indirizzo di Hammamet, per censurarlo... ha preferito scrivere a Di Pietro e a Scalfari, fra gli applausi dell'Italia perbene... il suo comportamento di quel mattino d'estate ha funzionato per me come i revulsivi funzionano con gli ammalati di stomaco».

Fece eco Margherita Boniver: «Io non so se Ripa di Meana abbia una professione, so che per tutta la vita gli è piovuta in testa la fortuna di essere amico di Bettino». Sono gli anni in cui Vittorio è appunto accompagnato da Marina Punturieri ex Lante della Rovere neo Ripa di Meana, la cui professione invece era a tutti più nota.

 

 

[05-01-2010]


il più pulito ha la rogna (E LA MAGISTRATURA DALLA SUA PARTE) - PANSA: CHI CRAXI E CHI PRESE IL TAXI! - "È un fatto storico che Mattei, il presidente dell’Eni, finanziasse anche il Pci. Lo stesso fece il suo successore, Cefis - Per concludere con l’Urss una trattativa sulla fornitura all’Eni di gas siberiano, nel dicembre 1969 Cefis si accordò su una tangente per il Pci di 12 milioni di dollari. Su un conto cifrato in Svizzera...

Giampaolo Pansa per "Il Riformista"

 

Nelle prime settimane del 2010 si parlerà a lungo di Bettino Craxi, per il decennale della scomparsa. Si è già cominciato a farlo e in due modi opposti. Il primo considera il leader del Psi soltanto un ladro e un latitante. Il secondo sostiene che il giudizio su di lui deve essere più ampio, non limitato alla sola vicenda di Tangentopoli. Anche perché, insieme al Psi, altri partiti vissero sul sistema delle mazzette o del finanziamento illecito.

A cominciare dall'avversario più tenace di Craxi: il Pci, poi diventato Pds. È innegabile che lo tsunami di Mani Pulite iniziò in casa socialista, il 17 febbraio 1992. Il primo politico arrestato fu Mario Chiesa, 47 anni, ingegnere, presidente del Pio Albergo Trivulzio, l'ospizio per vecchi a Milano. Al momento di essere pizzicato in ufficio, Chiesa teneva nel cassetto una mazzetta appena incassata: 7 milioni di lire in contanti. Una seconda tangente più robusta, 37 milioni, riuscì a gettarla nel water presidenziale.

 

Per il grande pubblico, Chiesa era uno sconosciuto. Pochi sapevano che era uno dei padroni del Psi ambrosiano. Controllava intere sezioni del Garofano e possedeva un pacchettone di tessere. Craxi commise l'errore di definirlo soltanto "un mariuolo". Poi fece subito un altro passo falso. Parlando a Milano il 27 febbraio, disse: «Di fronte a episodi di corruzione come questo, mi viene un gran sconforto. Il fatto è grave, ma non può deturpare l'immagine socialista. A volte i partiti si trovano in difficoltà proprio come certe famiglie quando scoprono che c'è un ragazzo poco di buono».

Ma il pool dei magistrati non si fermò. A Milano cadde il Muro di Bettino, come lo chiamai sull'Espresso. La Sacra Famiglia Craxiana andò a gambe all'aria. E l'inchiesta si allargò ad altri partiti. Alla metà del giugno 1992 i politici indagati o arrestati nell'inchiesta milanese erano già trentanove, così suddivisi: 16 socialisti, 14 democristiani, 7 del Pds, 2 repubblicani. Di questi trentanove, i parlamentari in qualche modo coinvolti risultavano nove: 4 democristiani, 3 socialisti, uno del Pds e uno del Pri.

 

Il team giudiziario di Mani Pulite seguitò a marciare come un rullo compressore. Alla fine dell'agosto 1992, i politici arrestati o indagati erano diventati sessantuno. Ripartiti così: 26 democristiani, 23 socialisti, 8 del Pds, 2 del Pri e 2 del Psdi. Anche il numero dei parlamentari inguaiati crebbe a quattordici: 7 della Dc, 5 socialisti, uno del Pds e uno del Pri. Già questi numeri ci ricordano quanto stava emergendo nella sola Milano, in un anno terribile segnato dagli omicidi di Lima, di Falcone e di Borsellino. Tangentopoli era il luogo della corruzione interpartitica.

 

Alla fine, gli unici partiti estranei al sistema del finanziamento illecito risultarono il Msi e i radicali. Non certo il Partitone Rosso, ovvero il Pci-Pds, allora guidato da Achille Occhetto. In seguito, per anni e anni, i dirigenti di quel partito, e i giornali che li sostenevano, si affannarono a convincerci che le Botteghe Oscure e le loro strutture periferiche erano più bianche del bianco. Ma non era vero. Il Pci aveva sempre vissuto anche di fondi neri. Non alludo soltanto ai continui finanziamenti dall'Unione Sovietica. Parlo di vere e proprie mazzette, spesso molto consistenti.

È un fatto storico che Enrico Mattei, il presidente dell'Eni, finanziasse anche il Pci. Lo stesso fece il suo successore, Eugenio Cefis. Per concludere con l'Urss una trattativa sulla fornitura all'Eni di gas siberiano, nel dicembre 1969 Cefis si accordò su una tangente per il Pci di 12 milioni di dollari. Dopo un versamento al Bottegone di un milione e 200 mila dollari, il resto fu pagato dall'Eni in rate annuali. Su un conto cifrato in Svizzera.

 

Come vedremo, la faccenda dei conti elvetici del Bottegone emergerà di nuovo con Mani Pulite. Ma prima vennero a galla le tangenti incassate dal Pds per la Metropolitana milanese, mazzette da centinaia di milioni. Poi quelle pagate dalla Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi per ottenere un appalto che riguardava l'Enel. Un miliardo e 250 milioni alla Dc e idem per il Psi. A quel punto anche il Pds pretese lo stesso bottino. E ricevette una prima rata di 621 milioni. Versata in Svizzera su un conto cifrato, con un nome in codice dal sapore domestico: "Gabbietta".

Antonio Di Pietro chiese al capo della Calcestruzzi chi gli avesse indicato la banca e il conto cifrato. Lui rispose: Primo Greganti, già segretario amministrativo della federazione torinese del Pci e poi funzionario dell'amministrazione centrale del partito. Greganti, "il signor G", venne arrestato, ma negò sempre: il conto Gabbietta era suo, non del Pds. In seguito si scoprirono altri conti elvetici cifrati, maneggiati da dirigenti del Pci-Pds: il conto "Idea" e il conto "Sorgente".

 

Ma il Partitone Rosso fece orecchie da mercante. Nel febbraio 1993 Occhettò gridò: «Smentisco nel modo più categorico. Non abbiamo mai avuto conti in Svizzera!». Lo stesso sostenne Max D'Alema il 28 febbraio: «Niente conti in Svizzera. E non ci risulta in nessun modo che noi abbiamo chiesto o fatto chiedere tangenti ad alcuno o che ne abbiamo intascate». Poi D'Alema, per una volta fantasioso, parlò di provocazione e tirò in ballo i sempiterni servizi segreti nostrani.

Potrei continuare, ma il Bestiario ha uno spazio obbligato. Spero che le pochissime cose qui raccontate ci rammentino un vecchio detto: il più pulito ha la rogna. E ci aiutino a dare di Bettino Craxi un giudizio sereno. Non possiamo ritenerlo dannato per sempre.

 

 

[05-01-2010]

 

 

 

L PIù PULITO HA LA ROGNA - Parte dal bar Doney, via veneto, la Tangentopoli del Carrocio, quando Alessandro Patelli, tesoriere leghista, nel marzo del 1992, ricevette una “bustarella” di 200 milioni per il partito dALLA Montedison - MA, A DIFFERENZA DI QUELLA DI CRAXI, LA CARRIERA POLITICA Di bossi NON DAVA FASTIDIO A LOR SIGNORI E NON SUBì CONSEGUENZE - OGGI LUI TACE, E CON LUI TUTTI I VERTICI DEL CARROCCIO...

Alessandro Da Rold per "il Riformista"

Il bar Doney di via Veneto a Roma non passerà alla storia solo per Giuseppe Graviano e Gaspare Spatuzza, che lì si incontrarono per discutere di attentati e presunti accordi politici con Silvio Berlusconi. Quello che fu uno dei locali storici della Dolce Vita di Fellini, compare anche nelle cronache tutte lombarde della Lega Nord di Umberto Bossi.

Partono da qui, infatti, dal Doney, i problemi giudiziari sotto Tangentopoli del Carrocio, quando il grande e grosso Alessandro Patelli, idraulico da Bergamo, ex tesoriere leghista, nel marzo del 1992, ricevette una "bustarella" di 200 milioni per il partito dal gruppo Montedison.

Stiamo parlando dell'ormai nota tangente Enimont e di quella "sindrome Patelli" che quattro anni fa, nei giorni del processo ad Antonveneta, tornò a spaventare i corridoi di via Bellerio. Una storia che in un modo o nell'altro ritorna di attualità in queste settimane, in cui si discute dell'intitolazione a Bettino Craxi di una via a Milano a dieci anni dalla morte. Proposta, quella del sindaco Letizia Moratti, che ha scatenato più di qualche polemica, innestando, tra le fila del Carroccio, la sola dichiarazione contraria di Matteo Salvini, consigliere meneghino da sempre dedito a parlare alla pancia leghista: Umberto Bossi e i colonnelli al momento tacciono.

Un silenzio definito «imbarazzante » da alcuni quotidiani e politici, ma invece «dovuto e di rito» per i vertici leghisti. Perché i militanti di Alberto Da Giussano, quelli del pratone di Pontida,un'idea in merito se la sono già fatta. Basta ascoltare Radio Padania o leggersi qualche commento sui forum di riferimento: «La Moratti propone questa bestemmia e il Pdl fa quadrato. Ma sono questi i nostri alleati? Vergogna!», scrive Fedegia. «Dopo Craxi ci sarà Riina», le fa eco Luigi.

«Meglio dedicarne una a Gianfranco Miglio e pensare ai problemi della gente», insiste Giovanni. Pensieri non troppo dissimili da quelli che fioccavano negli anni di Mani Pulite, quando i leghisti soffiavano sulle inchieste del finanziamento illecito ai partiti, lodando il lavoro dei magistrati. Il deputato Luca Orsenigo passò alla storia per aver sventolato un cappio in Parlamento il 16 marzo del '93. E il 29 aprile, a Montecitorio, la Lega Nord votò a favore dell'autorizzazione a procedere per Craxi.

Bossi, in una notte d'estate dello scorso anno, confidò ad alcuni cronisti fidati di voler riabilitare Craxi. «Mi chiese aiuto - si legge nella ricostruzione di Repubblica - Ma io non intervenni, non feci nulla. All'epoca Craxi era un nemico, e i miei non avrebbero capito, mi avrebbero dato del matto». E forse qualche insulto se lo beccherebbe pure adesso, il leader della Lega.

Tanto da scatenare il silenzio dei ministri leghisti sulla dedica di una strada per un politico da molti definito come il simbolo di un sistema malato. «Se non ci diamo una mano a vicenda, finirà che ci faranno fuori a tutti e due», disse Craxi a Bossi. Ma il secondo prese un'altra strada. E ora il suo partito veleggia elettoralmente nelle regioni del Nord, tanto da insidiare in Veneto e Lombardia la leadership del Popolo della Libertàdi Silvio Berlusconi e a sostituirsi a quel tessuto economico politico un tempo spartito tra Dc e Psi. Pronto a conquistare palazzo Balbi con Luca Zaia e a insidiare il sistema di potere di Roberto Formigoni al grattacielo Pirelli, il Carroccio evita di riabilitare ufficialmente «il Cinghialone», come lo definivano i giornalisti milanesi prima e dopo Tangentopoli. Bossi e Craxi, va detto, si conoscevano bene, tanto che a metà degli anni '80, ricordano vecchi politici meneghini, il Psi pare avesse dato più di un aiuto economico al Senatùr.

Poi l'esplosione di Mani Pulite. Piergianni Prosperini, tra i leghisti più agguerriti in quegli anni, ora si ritrova in carcere, per presunte tangenti. Altri tempi. Altri tipi di mazzette. Eppure anche quei 200 milioni che Patelli prese in consegna al Doney servirono al partito e alla sua comunicazione radiotelevisiva. Fu Sergio Portesi, segretario di Carlo Sama, ai vertici del gruppo Ferruzzi, a consegnargliela personalmente e a raccontare la vicenda ad Antonio Di Pietro , all'epoca magistrato del pool milanese di Mani Pulite.

Portesi, all'attuale leader dell'Italia dei Valori, disse molto altro: «Bossi voleva che la Montedison si impegnasse per un aiuto alla Lega e lui stesso mi parlò dell'opportunità di una presenza pubblicitaria dei prodotti della società del gruppo Montedison su emittenti radiotelevisive collegate alla Lega». Ma Sama preferiva versamenti privati, così che in breve tempo «fu inserita nell'elenco dei politici da sovvenzionare anche la Lega Nord, proprio in virtù dei primi incontri e della prima apertura che ci aveva dato Bossi e successivamente dei ripetuti colloqui tra me e Patelli».

Per questa vicenda il grande e grosso tesoriere leghista fu condannato a otto mesi di carcere. Dieci anni dopo, alla fine degli anni '90, Patelli, allontanato dalla Lega, fu sul punto di correre con lo stesso Di Pietro. Il Senatùr, dopo aver restituito i soldi, ricevette una condanna a otto mesi in Cassazione per violazione del finanziamento pubblico ai partiti. Bossi ha sempre definito quella tangente «una donazione».

[08-01-2010]

 

 

 

Forze armate e privatizzate - Tutta la gestione della Difesa passa in mano a una società per azioni. Che spenderà oltre 3 miliardi l'anno agli ordini di La Russa - Così, in un assordante silenzio, tutte le spese della Difesa diventeranno un affare privato, nelle mani di un consiglio d'amministrazione e di dirigenti scelti soltanto dal ministro in carica, senza controllo del Parlamento, senza trasparenza…

Gianluca Di Feo per L'espresso

Le forze armate italiane smettono di essere gestite dallo Stato e diventano una società per azioni. Uno scherzo? Un golpe? No: è una legge, che diventerà esecutiva nel giro di poche settimane. La rivoluzione è nascosta tra i cavilli della Finanziaria, che marcia veloce a colpi di fiducia soffocando qualunque dibattito parlamentare.

Così, in un assordante silenzio, tutte le spese della Difesa diventeranno un affare privato, nelle mani di un consiglio d'amministrazione e di dirigenti scelti soltanto dal ministro in carica, senza controllo del Parlamento, senza trasparenza. La privatizzazione di un intero ministero passa inosservata mentre introduce un principio senza precedenti. Che pochi parlamentari dell'opposizione leggono chiaramente come la prova generale di un disegno molto più ampio: lo smantellamento dello Stato. "Ora si comincia dalla Difesa, poi si potranno applicare le stesse regole alla Sanità, all'Istruzione, alla Giustizia: non saranno più amministrazione pubblica, ma società d'affari", chiosa il senatore pd Gianpiero Scanu.

Stiamo parlando di Difesa Servizi Spa , una creatura fortissimamente voluta da Ignazio La Russa e dal sottosegretario Guido Crosetto: una società per azioni, con le quote interamente in mano al ministero e otto consiglieri d'amministrazione scelti dal ministro, che avrà anche l'ultima parola sulla nomina dei dirigenti. Questa holding potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di euro senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali.

FORZE...ARMATE - GUARGUAGLINI E MOGLIE MARINA GROSSI

In più si metterà nel portafogli un patrimonio di immobili 'da valorizzare' pari a 4 miliardi. Sono cifre imponenti, un fatturato da multinazionale che passa di colpo dalle regole della pubblica amministrazione a quelle del mondo privato. Ma questa Spa avrà altre prerogative abbastanza singolari. Ed elettrizzanti. Potrà costruire centrali energetiche d'ogni tipo sfuggendo alle autorizzazioni degli enti locali: dal nucleare ai termovalorizzatori, nelle basi e nelle caserme privatizzate sarà possibile piazzare di tutto.

Bruciare spazzatura o installare reattori atomici? Signorsì! Segreto militare e interesse economico si sposeranno, cancellando ogni parere delle comunità e ogni ruolo degli enti locali. Comuni, province e regioni resteranno fuori dai reticolati con la scritta 'zona militare', utilizzati in futuro per difendere ricchi business. Infine, la Spa si occuperà di 'sponsorizzazioni'. Altro termine vago. Si useranno caccia, incrociatori e carri armati per fare pubblicità? Qualunque ditta è pronta a investire per comparire sulle ali delle Frecce Tricolori, che finora hanno solo propagandato l'immagine della Nazione. Ma ci saranno consigli per gli acquisti sulle fiancate della nuova portaerei Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv?

Lo scippo. Quali saranno i reali poteri della Spa non è chiaro: le regole verranno stabilite da un decreto di La Russa. Perché dopo oltre un anno di dibattiti, il parto è avvenuto con un raid notturno che ha inserito cinque articoletti nella Finanziaria. "In diciotto mesi la maggioranza non ha mai voluto confrontarsi. Noi abbiamo tentato il dialogo fino all'ultimo, loro hanno fatto un blitz per imporre la riforma", spiega Rosa Villecco Calipari, capogruppo Pd in commissione Difesa: "I tagli alla Difesa sono un dato oggettivo, dovevano essere la premessa per cercare punti di convergenza. La tutela dello Stato non può avere differenze politiche, invece la destra ha tenuto una posizione di scontro fino a questo scippo inserito nella Finanziaria".

Non si capisce nemmeno quanti soldi verranno manovrati dalla holding. Difesa Servizi gestirà tutte le forniture tranne gli armamenti, che rimarranno nelle competenze degli Stati maggiori. Ma cosa si intende per armamenti? Di sicuro cannoni, missili, caccia e incrociatori. E gli elicotteri? E i camion? E i radar e i sistemi elettronici? Quest'ultima voce ormai rappresenta la fetta più consistente dei bilanci, perché anche il singolo paracadutista si porta addosso una serie di congegni costosissimi.

La definizione di questo confine permetterà anche di capire se questa privatizzazione può configurare un futuro ancora più inquietante: una sorta di duopolio bellico. Finmeccanica, holding a controllo statale che ingaggia legioni di ex generali, oggi vende circa il 60 per cento dei sistemi delle forze armate. E a comprarli sarà un'altra spa: due entità alimentate con soldi pubblici che fanno affari privati. Con burattinai politici che ne scelgono gli amministratori.

All'orizzonte sembra incarnarsi un mostro a due teste che resuscita gli slogan degli anni Settanta. Ricordate? 'L'imperialismo del complesso industriale-militare'. Un fantasma che improvvisamente si materializza nell'opera del governo Berlusconi.

[03-01-2010]

 

 

 

"CARO BETTINO, GRAZIE DAL PROFONDO CUORE PER QUELLO CHE HAI FATTO. TUO SILVIO" - PER L’IMMORTALE SERIE, “I MORTI AGGREDISCONO I VIVI”, LE CARTE SEGRETE DI CRAXI - NAPOLITANO, MIELI, OCCHETTO, SCALFARI, L’ITALIA IN GINOCCHIO DAL ‘CINGHIALONE’ - E POI DOSSIER SCALFARO-SISDE E NICOLA MANCINO, GLI ASSEGNI DI GALEAZZO CIANO A MONTANELLI PER L’ARTICOLO “IL NUOVO EROISMO”, CARTEGGI SUI FINANZIAMENTI ESTERI DEL PCI (LA MISTERIOSA FINANZIARIA MALTESE SAPRI BROKER), IL PASSATO "CINESE" DEL PM FRANCESCO GRECO, UNA MISSIVA SIBILLINA IN DATA 1979 DI COSSIGA A LICIO GELLI, L’OPERAZIONE DI CARLO DE BENEDETTI NEL 1989 QUANDO LA SUA OLIVETTI INCORPORÒ LA SRL SYSTEM DI ROMA CHE DI FATTO ERA UNA COOPERATIVA INFORMATICA LEGATA AL PCI... -

Filippo Facci per ‘Libero'

Carte, appunti, fascicoli, informative, soprattutto lettere. Bettino Craxi spesso non le leggeva neanche, talvolta neppure le apriva: resta che ne riceveva a tonnellate. E' ben chiaro che le missive fossero proporzionali, per numero e spesso per l'adorazione che promanavano, al potere che il leader socialista deteneva prima di schiantarsi: ecco perché sono centinaia e perché ne faremo se va bene un sommario.

 

Come detto, non è solo posta più o meno confidenziale: ci sono lettere di portata storica - quella di Ronald Reagan, per esempio - più altre non meno importanti come quelle dei principali leader europei.

Ci sono carte e informative e dossier: roba interessante mischiata a spazzatura. C'è un dossier sull'allora Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro circa i suoi rapporti col Sisde e coll'imprenditore Valerio Valetto. C'è una lettera autografa di Indro Montanelli in cui, il 31 luglio 1934, dichiara di ricevere 150 lire dall'Ufficio stampa del Capo del governo per l'articolo «Il nuovo eroismo»; allegato, anche il tagliando dell'assegno intestato a Galeazzo Ciano e girato a favore di Montanelli.

Segue, poi, una ricevuta emessa dal sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda: riguarda «lire 200», in data 30 settembre 1934, per l'articolo «Necessità dello stile»; un'ultima ricevuta, il 9 febbraio 1935, vede Montanelli ricevere altre 200 lire per l'articolo «La famiglia»: Indro, di suo pugno, si scusa per il ritardo con cui accusa ricevuta.

Molte le carte sul caso Moro e sui rapporti Brigate Rosse-camorra. Di altre carte non sapremmo che dire: si passa da infiniti carteggi sui finanziamenti esteri del Pci (in particolare sulla misteriosa finanziaria Maltese Sapri broker, dove convivevano il cassiere Pci Renato Pollini e quel Renato Castellari morto suicida in circostanze misteriosissime nel 1993) sino al noto schema detto «canestrino» che permetteva al Pool di Milano, durante Mani pulite, di scegliersi il giudice;

una serie di inquietanti informative riguardano poi Nicola Mancino - ex Dc, oggi vicepresidente del Csm - e alcune indagini del 1985 condotte dal pm Francesco Misiani per concussione aggravata e poi archiviate a Roma da Domenico Sica; altre carte, peraltro note, riguardano il passato extraparlamentare del pm Francesco Greco e alcuni suoi imbarazzanti interventi per inneggiare alla superiorità della giustizia cinese.

Una serie di appunti riguardano poi un'operazione che Carlo De Benedetti avrebbe compiuto nel 1989 quando la sua Olivetti incorporò la srl System di Roma (via del Colosseo 9) che di fatto era una cooperativa informatica legata al Pci.

Le lettere di Francesco Cossiga a Craxi sono infinite e copiosissime, mentre non è chiaro il significato di una missiva di Cossiga indirizzata presumibilmente a Licio Gelli: «Caro Licio, ho ricevuto la tua segnalazione e mi sono mosso nel senso da te indicato...». Eccetera. E' datata 5 aprile 1979.

In parte da decifrare, nondimeno, una scrittura autografa datata 27 novembre 1984 e così denominata: «Verbale di intesa tra i signori Silvio Berlusconi e Calisto Tanzi. Nell'ipotesi di operatività economicamente equilibrata delle imprese televisive private oggi esistenti si conviene quanto segue...». Nelle pagine successive si parla dell'impegno di Berlusconi nell'assicurare adeguata copertura pubblicitaria a Euro tv (70 miliardi di lire dal 1985 al 1987) mentre Tanzi si impegna ad acquistare l'intero capitale sociale della Sedit spa per un totale di due miliardi di lire.

Senza data, per contro, una missiva privata e autografa di Silvio Berlusconi: «Caro Bettino, grazie di cuore per quello che hai fatto. So che non è stato facile e che hai dovuto mettere sul tavolo e la tua credibilità. Spero di avere il modo di contraccambiarti... Ancora grazie, dal profondo del cuore. Tuo Silvio». Non è noto se sia stata scritta a margine del «decreto Craxi» (che impedì l'oscuramento alla reti Fininvest il 20 ottobre 1984) o a margine di altre faccende. L'amicizia tra Craxi e Berlusconi del resto non è mai stata un mistero.

Ci sono anche lettere o bigliettini di magistrati. Ce n'è uno del procuratore generale presso la Cassazione Vittorio Sgroi (28 marzo 1987) e un altro in cui il procuratore generale di Milano Giulio Catelani, il 5 marzo 1992, ringrazia vivamente per «il buon ricordo di una piacevole serata in cui ho avuto l'occasione e il privilegio di conoscerla». Normale: ma va detto che in quel periodo l'alba di Mani pulite era già sorta.

Meno di un anno dopo Catelani smetterà di spedire ai politici non solo le missive, ma pure gli inviti per l'inaugurazione dell'Anno giudiziario. E nella primavera del 1993, un anno dopo, dirà: «La nostra è una rivoluzione legale e saggia che dura da poco più di un anno, ricordatevi che quella francese è iniziata nel 1788 ma è finita solo nel 1794».

Tra le carte craxiane spunta anche una lunghissima lettera di Adoldo Beria di Argentine (eccellente ex procuratore generale di Milano, padre della giornalista Chiara) che in data 11 aprile 1990 delucida Craxi sulla questione Cir-Mondadori-Fininvest: «Oggi sono sempre più convinto di essere stato nel giusto a sostenere che era meglio che la vicenda venisse risolta in sede arbitrale e non fosse portata davanti alla magistratura milanese con provvedimenti cautelari ed urgenti. Con viva cordialità, tuo affezionatissimo».

Va da sé che la parte del leone la facciano le lettere e i messaggi e le suppliche dei vari politici. Infinite le personalità internazionali - dalla Thatcher a Buthros Ghali - e numerosi gli scambi epistolari con Marco Pannella, Armando Cossutta, Emma Bonino, una lettera di Mario Segni, altre più datate di Loris Fortuna, in sostanza tutti i segretari dei partiti di allora.

Compare anche una lunga lettera di Umberto Bossi all'allora presidente del Consiglio Giuliano Amato (25 giugno 1992, Mani pulite furoreggiava) in cui il senatur commenta le linee programmatiche del governo.

Molti i bigliettini di cordiale scambio con Giorgio Napolitano: sia che fossero scritti da semplice parlamentare del Pci (ala migliorista, già accusata di intelligenza col nemico socialista) oppure da presidente della Camera quale fu dal 1992 al 1994. Questo bigliettino è dell'11 marzo 1988: «Caro Bettino, Ci terremmo, e ci terrei, al tuo intervento. Potrebbe essere una buona occasione di dialogo e convergenza. Posso contarci?».

Altri messaggi volanti: «Parlerà ora Capanna, e poi io, E riprenderò il tema di una possibile missione europea, su cui Andreotti non ha detto nulla». Quando invece Napolitano gl'inviò la seguente, ed è interessante, era il 4 agosto 1992 e in teoria Craxi si era già avviato a divenire un appestato politico: «Desidero informarla di averla chiamata a far parte della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali». Notare che Napolitano è passato al «Lei».

Anche Francesco Rutelli, da radicale, è piuttosto assiduo. Nel luglio 1991 scrive a Craxi per lamentarsi che una sua lettera non è stata pubblicata dall'Avanti!: «Non è stata pubblicata domenica, né martedì né mercoledì. Oggi abbiamo addirittura appreso che il direttore Villetti se l'è persa!». Terribile. Sarà per questo che nell'autunno 1993, durante la campagna elettorale per le amministrative di Roma (ballottaggio Fini-Rutelli), l'ex radicale e neo progressista dichiarerà a tutti i giornali, di Craxi, che «sognava di vederlo consumare il rancio in carcere».

Ci sono anche un paio di testimonianze della politica che fu e dei galantuomini che l'abitavano: altro che casta. Questa lettera-ricevuta è datata 31 dicembre 1945 ed è scritta su carta intestata dell'Avanti!: «Riceviamo dal compagno Pietro Nenni la somma di lire 350.000 quale rimborso del prestito che gli era stato fatto dall'amministrazione del Giornale Avanti! in occasione dell'acquisto da lui fatto della macchina Lancia, cedutagli a prezzo speciale dai compagni di Torino».

Quest'altra invece è datata 4 aprile 1985, ed è su carta intestata del Quirinale, firmata Sandro Pertini: «Caro Craxi, mi è stato sottoposto per la firma il disegno di legge di rivalutazione dell'assegno personale e della dotazione della Presidenza della Repubblica... Riconosco che un adeguamento delle voci, dopo circa 20 anni dall'ultima rivalutazione, è necessario... (tuttavia auspico che) la decorrenza della corresponsione della nuova misura dell'assegno sia fissata in una data successiva alla scadenza del mio mandato. A questo fine, ti restituisco il disegno di legge perché sia emendato in senso suddetto».

Le lettere di varia estrazione, infine, non si contano. Dal politologo Gianfranco Pasquino (1989) a un Romano Prodi in versione boiardo dell'Iri. Dal professor Umberto Veronesi (natale del 1985) a Sabina Ciuffini, alle sorelle Fendi (5 maggio 1984, incoraggiamento e stima) sino addirittura a Toni Negri. E scambi politici con Norberto Bobbio, altri appena diversi con Sandra Milo, con Francesco Alberoni, Nicola Trussardi, mezzo mondo. Prima della pioggia, ovviamente.

I giornalisti non mancano mai e i direttori di Repubblica e della Stampa furono per esempio accomunati dal proposito di non irritare troppo Bettino. Il 10 dicembre 1984, per esempio, Eugenio Scalfari scrive al leader socialista: «Con riferimento alla querela proposta da lei contro Repubblica... prendiamo atto di quanto affermato e precisato nei comunicati diffusi dalla stampa in data 20 settembre 1981 dal Psi e in data 1 ottobre 1981 (cioè anni prima, ndr)... Diamo atto di non avere ragione per ritenere infondate le affermazioni contenute in predetti comunicati». Traduzione: Bettino, non querelare.

In una lettera dell'8 maggio 1992, invece, Paolo Mieli (poi al Corriere della Sera e assai ostile al leader socialista) chiede venia: «Caro Craxi, ti prego di scusarmi dello spiacevole incidente di stamattina. Voglio subito precisarti che la responsabilità della pubblicazione è interamente mia e non di Minzolini... Mi hanno indotto in errore due circostanze...» eccetera. Mieli in passato era stato legato alla famiglia Craxi, mentre Augusto Minzolini frequentava l'Hotel Raphael e l'adiacente «avvelenatore», una pizzeria poi chiusa, e non di rado carpiva informazioni da chiacchierate informali.


Non male, per capire l'aria che tirava, anche due lettere dell'«editore» Cesare Romiti (Fiat, quindi La Stampa e il Corriere) spedite il 21 gennaio e l'11 marzo del 1991: «Gentile Presidente, La ringrazio ancora per avermi ricevuto a Milano. In merito a un argomento da Lei sollevato, mi sono fatto portare il numero arretrato del Corriere della Sera e come Lei potrà vedere dalla copia che Le invio; l'importante incarico affidatoLe dal Segretario Generale dell'ONU era stato riportato in forma molto evidente sia nella prima pagina del giornale, sia alla pagina 9 dello stesso. Tanto mi premeva di segnalarle. Con la massima stima».

Poi, come detto, c'è di tutto. Da missive di Cesare Lanza per disegnare strategie e direzioni editoriali (31 gennaio 1984) a un affettuoso bigliettino di Maria Giovanna Maglie sino a una lettera di Giordano Bruno Guerri - allora alla Mondadori - che aveva inviato a Craxi una biografia su Ghino di Tacco. Illeggibili e impegnativissime le letterone di Rossana Rossanda del manifesto.

cap88 mieli craxi

Le lettere spedite a Craxi da Achille Occhetto, come segretario nazionale del Pci, sono impressionanti anche per chi sia decisamente abituato al cinismo della politica. La seguente è del 5 agosto 1992: «Caro Craxi, come sai il Congresso dell'internazionale Socialista esaminerà la domanda di adesione del Partito Democratico della Sinistra. Noi pensiamo che l'accoglimento del Pds nell'internazionale socialista sia la logica e naturale conclusione dell'iter avviato un anno fa... Auspichiamo che da parte Tua - nella qualità di Vicepresidente dell'Internazionale Socialista - e da parte del Psi vi sia il necessario consenso all'adesione del Pds all'Internazionale Socialista. In ogni caso noi siamo a tua completa disposizione... Con amicizia».

Cioè: Che la politica avesse una morale pubblica e una privata (a somma zero) era ben noto, ma qui si sfiora la schizofrenia. In quel periodo Craxi riceveva attacchi furibondi soprattutto da sinistra (per Mani pulite) e tuttavia riteneva di dover fare alla sinistra un'apertura clamorosa: invitò il Pds - che appunto aveva richiesto l'adesione all'Internazionale - a convergere col Psi per definire una piattaforma comune che affrontasse problemi politici e istituzionali. Occhetto rispose a Craxi, pubblicamente, che la sua era la «logica della riproduzione del vecchio sistema e della vecchia nomenkatura»; privatamente, invece, spediva missive come la suddetta.

Notare come nella sua missiva a Craxi Occhetto non citi neppure di sfuggita la famosa questione morale: eppure, sempre pubblicamente, il Pds disconosceva a Craxi ogni legittimità governativa e talvolta politica.

Craxi aveva già pronunciato il primo dei suoi famosi discorsi parlamentari (una chiamata in correità per tutti i partiti) e però la risposta di Occhetto era stata questa: «Craxi a Milano aveva i suoi amici, io i miei nemici». In seguito, Craxi aiutò il Pds (che entrò nell'internazionale) e poi andò ad Hammamet.

Il Pds prese, poi, tutto o quasi ciò che restava del socialismo italiano. E lo sparpagliò nell'oceano insapore della sinistra tutta.

 

[03-01-2010]

 

 

 

SCIACALLISMI SOCIALI - “Il 15% del ricavato delle vendite sarà devoluto a XXX“ - COME LA MALEFICENZA HA ECLISSATO LA BENEFICENZA –QUALSIASI BUONA CAUSA è PERFETTA PER DIVERTIRSI E FARSI UN PO’ DI PUBBLICITà ALLE SPALLE DEI POVERACCI - sulle migliaia di onlus di assistenza sociale e sanitaria registrate in Italia su un totale complessivo di 50mila, quelle di cui si sa davvero parecchio, compreso il bilancio, sono meno di 20…

Fabiana Giacomotti per Il Foglio

Ci sono certe volte in cui avresti voglia di rispondere come Ebenezer Scrooge del Canto di Natale, a chi ti chiede un penny per i poveri. Tale quale: "Se vi dessi un penny per i poveri, non ci sarebbero più poveri, e voi rimarreste senza lavoro. Vi prego, signori, non chiedetemi di lasciarvi in mezzo a una strada proprio oggi".

Ipocrita, crudele e sfacciato, e senza un'oncia di rimorso. Charles Dickens doveva aver già ben presenti le derive della beneficenza upper class dagli anni in cui, operaio minorenne nella fabbrica di lucido da scarpe dove mamma Dickens l'aveva lasciato prima di seguire il marito in carcere per debiti (un girone infernale in cui la cura delle scarpe altrui andava di pari passo con lo spaccio di oppio) era stato costretto a sorbirsi lo sfoggio di spirito cristiano delle fanciulle bennate che la morale a corrente alternata del Vittorianesimo costringeva a farsi il bagno in camicia ma nel contempo a dedicarsi ad opere di carità in quartieri dove, oggettivamente, i loro occhi virginali sarebbero stati esposti a quadretti un po' più forti della visione delle proprie pudenda.

Ecco, va detto che le Piccole Donne effettivamente ci andavano, a visitare i poveri e a curare gli afflitti purché non ci fosse un'epidemia in corso, magari di malaria che era la tipica malattia dei poveri costretti a vivere in dieci in un tugurio umido, ed è il pensiero che ti coglie al trentasettesimo (non è un numero buttato a caso) biglietto d'invito alla cena-cocktail-vendita natalizia di beneficenza della prestigiosa boutique filettato in oro e impresso a secco.

"Il 15% del ricavato delle vendite (talvolta perfino meno, ndr) sarà devoluto a XXX", essendo nel 90% dei casi l'XXX equivalente della sigla nn che marchiava i trovatelli di un tempo: nomen nescio, ovvero un'associazione perfettamente sconosciuta e dagli scopi confusi quanto i suoi contorni geografici.

Si tratta di una condizione possibilissima anche se non si è stati fatti a viver come bruti, perché sulle migliaia di onlus di assistenza sociale e sanitaria registrate in Italia su un totale complessivo di 50mila, come segnalava di recente il direttore di "Vita", Giuseppe Frangi, quelle di cui si sa davvero parecchio, compreso il bilancio che viene pubblicato sul web e che se proprio ci si dovesse far cogliere dall'uzzolo si può verificare in un secondo, sono meno di 20.

Questa serie A, questa prima fila del charity in cui militano e/o si mostrano aristocrazia o quel che ne rimane, sportivi et similia, attori o sedicenti tali, comici comunque, fa indubbiamente un gran lavoro, soprattutto al nord e nella Milan in tutta evidenza e sempre col coeur in man, se si considera che la Lombardia provvede per il 50% delle donazioni dell'intera penisola a fronte di un indirizzario contenuto al migliaio di nomi per le cifre medio-importanti, che significa battere cassa sempre sui soliti.

Per le altre associazioni, si va sulla fiducia, sull'intenerimento per le cofane delle signore patronesse, che vorrai mica giochino doppio con tutto il peso della lacca e dei posticci che già devono portarsi sulla testa, e da questa stagione sull'evidenza che, essendosi magari ripresa un pochino l'economia in generale ma la moda in particolare quasi niente, anzi e solo ai livelli più bassi dell'offerta, è umanamente comprensibile che i direttori dei negozi delle grandi maison, controllate da multinazionali costrette a rendere conto ogni tre mesi alle Borse e tutte falcidiate dalla crisi del desiderio consumistico, giochino invece la carta della generosità natalizia per generare quello che, in gergo e anche nelle speranze, si chiama "traffico". Kenzo, Fendi, Altai.

Qualche mese fa, a Londra, si è assistito allo speech di un generale in pensione sui rischi psicologici a cui vanno incontro i reduci di guerra, ma anche i pensionati, sorseggiando Moet in mezzo a sandali da mille sterline al paio. Un calice di champagne, ma in tempi di ristrettezze va molto anche il prosecco, per liquefare il senso di colpa del benessere. Un vol au vent per digerire l'ipocrisia di voler ricorrere a questi mezzi per fare festa, e un po' di cassa, quando i sansculottes sono già ai cancelli e agitano i forconi.

L'amico Cesare con cui per anni si è stilata una classifica delle signore meglio e peggio vestite d'Italia che ancora, al passaggio, ci procura sguardi intimoriti e/o rancorosi, la definisce "la cumulativa dei save the children": tre-quattro biglietti tutti insieme, confusi, spesso infilati nella stessa busta dalla pr, villaggi-scuola e ospedali per l'infanzia e per carità, ci mancherebbe altro, ma mai una volta che l'oro della stampante di questi cartoncini griffati riuscisse ad imprimere sul biglietto nomi angosciosamente noti a Milano come l'Opera di San Francesco davanti a cui si vedono barboni in fila alle 7 del mattino per una tazza di latte caldo e una fetta di pane ma si passa frettolosamente, incitando il tassista, lungo la strada che dal quadrilatero collega Linate.

L'infanzia equivale a un foglio bianco ancora da scrivere, ogni possibilità aperta, gli occhi brillanti; l'opera di San Francesco, l'associazione SOS e quelle come loro sono un monito, e alla moda che vende giovinezza, non vestiti, è ovvio che non piacciano granché.

Le signore che praticano il charity più oscuro e difficile, che fanno beneficenza di sé, regalando tempo e cure e carezze negli ospedali e nelle case di cura, sono raramente le stesse che sfoggiano parure di brillanti e sorrisi davanti ai fotografi: Tana Ruffo di Calabria, Patrizia Schmid, la marchesa Brivio Sforza madre, the dowager marchioness come direbbero gli inglesi, che la sera imbocca le ospiti del Pio Albergo Trivulzio cofondato dalla famiglia e curiosamente sempre al centro di qualche vicenda disdicevole.

Un numero appena più numeroso si tiene lontano dall'azione manuale ("gli ospedali mi atterriscono, mi intristiscono, mi deprimono"), ma dimostra una certa pratica di quella economica, tanto che le rutilanti mises di Marinella Di Capua passano in second'ordine rispetto alla sua leggendaria capacità di raccolta fondi: il record ammonta a centomila euro in cinque giorni per dotare una sala operatoria di una singola, sofisticatissima apparecchiatura.

Le altre, tantine, transumano da una cena a un té, da un cocktail a un'esposizione di oggetti d'antiquariato nel chiostro della chiesa del centro infilando la busta per le offerte nella borsa senza mai riconsegnarla. La filantropia totalizzante alla Joséphine Baker, finita in miseria per sostenere la sua "famiglia arcobaleno", dodici bambini adottati in tutto il mondo e ospitati nel castello di Milandes, in Dordogna, ormai suona eccentrica come il gonnellino di banane che indossava nella Revue Nègre: persino i Brangelina, Brad Pitt e Angelina Jolie, adottano con più giudizio.

"Duole dirlo, a me che sono napoletana, poi, parecchio, ma in Italia la beneficenza si ferma al Po" osserva Marta Brivio Sforza, nuora dell'attivista di cui sopra, ex-avvocato ora consigliere dell'Airc. Qualche giorno fa Umberto Pizzi, il paparazzo-sociologo del Tempo ma soprattutto di Dagospia, ha fotografato una di queste adunate di dame in una bottega di lusso del centro di Roma: loro tutte dentro, la bocca pittata deformata dallo sforzo di ingoiare le tartine per intero e gli occhi ostinatamente rivolti alle amiche, fosse mai che il direttore del negozio invitasse a prendere visione dei capi/scarpe/gioielli in esposizione, che sono un bene superfluo e questo sarà un Natale di sobrietà; fuori, seduta accanto alla sua vita raccolta in un sacco di plastica blu, una clocharde dal volto serio e simpatico sotto il cappellino di lana calato sugli occhi.

Non era una sanguigna di Daumier, la foto di Pizzi; neanche un Grosz, nonostante quei visi tumefatti dal botox; al limite occhieggiava a De Sica. Di certo, faceva impressione: "Fra tutte, quella provvista di maggiore dignità era la bag lady", ha scandito Pizzi prima di appostarsi altrove per un nuovo Cafonal, una nuova "vendita promozionale natalizia", un "Christmust" come ha voluto definirlo qualcuno, crasi persino più burina che blasfema con quel voluto mescolare Natività e richiami da accendino di Cartier, una nuova cena con agghiaccianti centrotavola imbrillantinati pure in loro in vendita o una nuova asta col panettone per San Patrignano che lascia tre quarti della sala di cattivo umore per non essere stata accomodata in sufficiente prossimità della signora sindaco, perché da quello si misura il grado di potere dell'invitato e soprattutto le opportunità che potrà sviluppare con l'Expo.

E' incredibile quanto si mangi, a queste cene. Quanto e quanto male e inutilmente ricco: mozzarelle in carrozza grondanti olio e gamberi di ammoniacale antichità e risotti mantecati e filanti e carré di vitello coi contorni, e frutta e gran buffet di dolci, tutti debitamente a sfoglia e farciti.

Il pranzo del César Birotteau di Balzac, il profumiere arricchito che alla fine collassa di debiti; totalmente fuori tempo e disponibilità gastrica massima per chi non abbia superato i sessanta infischiandosene dell'apporto calorico e non possa dedicare la mattina successiva alla cura del proprio fegato.

Te li giri fra le mani, quegli inviti spessi tre dita distribuiti in qualche centinaio di esemplari, e ti domandi perché non ti abbiano piuttosto spedito una mail con l'avvertenza di "non stampare se non assolutamente necessario" (apodittico, ma efficace), oppure uno di quegli sms con cui, quando c'è da promuovere un cliente che paga e controlla le spese, ti intasano il box del cellulare: a occhio e croce, fra carta, pr e calicini-tartine, l'ammontare complessivo dei soli extra di una di queste serate permetterebbe di vaccinare qualche migliaio di bambini nel centro Africa (2 euro circa a vaccino, pari al costo del solo biglietto), oppure di costruire una nuova scuola in qualche regione del sud est asiatico su cui di solito si evitano informazioni troppo circostanziate per continuare a visitarle senza preoccupazioni, protetti nelle jeep con autista, soprattutto sotto Natale che è la stagione migliore per andarci.

A onor del vero, non mancano gli esempi all'opposto: i Benetton, oppure Gucci, ma anche Imelde e Stefano Cavalleri, meglio noti come "i Pinco Pallino", abbigliamento per bambini, che per Natale usano inviare ai propri referenti privilegiati (azionisti, fornitori, distributori, giornalisti, sciure) un bigliettino di auguri che argomenta come il budget per i consueti sprechi, scatole di cioccolatini e borsette comprese, sia stato destinato all'associazione XY, aggiungendo in calce il codice della donazione fatta in nome e per conto del destinatario, e accogliendo con spirito cristiano le rimostranze di chi fa sapere quanto avrebbe preferito scegliere in autonomia la onlus da beneficiare: nel novanta per cento dei casi, sono quelli che in realtà avrebbero preferito i cioccolatini e le borsette.

E' il dannato, insopprimibile risvolto ipocrita del no profit che nelle "relazioni pericolose" Pierre Choderlos de Laclos aveva affidato, per maggior spregio, alla penna della sua castissima madame de Tourvel, destinataria ingenua delle macchinazioni di Valmont per sedurla, non ultima una generosa donazione in presenza di testimoni a favore. "Sia stata fatta per caso o volutamente, si tratta sempre di un'azione onesta e lodevole" scrive la sventurata a madame de Volanges che sul marchese, avendolo avuto anni prima per amante, non si fa certo illusioni, "....E quando gliene ho parlato ...Si è schermito, ...tanto che la sua modestia ne raddoppiava il merito".

Modesti ce ne sono ancora, anonimi che dispongono lasciti testamentari anche fino a un milione di euro e contro cui i parenti nulla possono anche ne venissero mai a conoscenza, a dispetto della nota massima di Henry James secondo cui la carità, come il patriottismo, cominciano in casa propria. E se poi lo sfoggio, la parure di brillanti e lo scatto del fotografo diventano un incentivo alla partecipazione e alla firma sull'assegno, pazienza.

Anzi, tanto meglio, come dice Matteo Marzotto, che per raccogliere denaro a favore dell'Associazione contro la fibrosi cistica, fondata dopo la scomparsa della sorella Annalisa,va, dichiaratamente, ovunque "possa tirar su un po' di soldi": sagre di paese, corse in bici o in moto (e capita che si rompa qualcosa, perché a dispetto dello sguardo e della postura e della fama di buonissimo partito, ragazzino non è più tanto nemmeno lui), aperture di negozi e centri commerciali.

Poche sere fa, per la presentazione milanese della sua autobiografia, "Volare alto", diciassette euro a copia che la Mondadori girerà direttamente nelle casse dell'associazione, ha posato con tutte le signore, signorine, nonne e zie che si sono presentate. Due sere dopo accoglieva fino a tarda notte la Roma più variopinta sulla gradinata della White Gallery, l'ex razionalissimo Palazzo dell'Arte Moderna dell'Eur trasformato in un multistore di 5mila metri quadrati. Quando ci si crede, diventa una missione. E allora accade che nessuno pretenda il calicino di champagne in cambio.

[04-01-2010]

 

 

 

Fini fa sparire le case come Di Pietro - Dal patrimonio di An sono spariti gli immobili: trasferiti a società parallele come hanno fatto l’x pm e i Ds” - La Terza carica (della Celere) si mette di traverso sul rimpasto di governo e il Giornale di Feltruskaider gli ricorda chi comanda in ditta…

Gian Maria De Francesco per Il Giornale

Gianfranco Fini come Antonio Di Pietro ? Gianfranco Fini come Piero Fassino? Non sono paradossi, ma è la realtà. La gestione degli immobili della «vecchia» Alleanza nazionale, evidenzia il rendiconto 2008, assomiglia parecchio a quella dell'Italia dei Valori e dell'ultima fase dei Ds. Il trend è quello seguito oramai da parecchi partiti: far confluire in società ad hoc il patrimonio immobiliare per poterlo gestire meglio.

È singolare, tuttavia, che il secondo pilastro del Pdl, alla vigilia del matrimonio con Forza Italia, abbia seguito un percorso simile a quello di due formazioni del centrosinistra spostando gli attivi su un ramo parallelo. Una strada già seguita dalla formazione dell'ex magistrato che affitta i «suoi» appartamenti all'Idv. L'affinità maggiore è però con i Democratici di Sinistra che, prima delle nozze con la Margherita, hanno fatto confluire l'ingente patrimonio immobiliare dell'ex Pci in fondazioni, alcune delle quali affittano i locali proprio al Pd. Una strada che si appresta a seguire pure An.

Fusione fredda/1. Alla nascita del Popolo della libertà i due sposi, Fi e An , non sono arrivati nelle stesse condizioni. I «finiani», che hanno elargito al nuovo partito 6 milioni, chiudono con un avanzo di 10,3 milioni, una liquidità di 30,6 milioni di euro (la maggiore tra tutti i partiti italiani) e un patrimonio netto positivo per 38 milioni.

Formalmente non risultano immobili perché sono confluiti dai tempi dell'Msi in tre società: Italimmobili, Immobiliare Nuova Mancini e Isve. Le prime due contano circa 5 milioni di euro immobilizzati in terreni e fabbricati. Sono le storiche sezioni che la Fiamma comprava perché nessuno gliele affittava. E 5 milioni non sono pochi, perché i cespiti sono iscritti a costo storico. Denaro e immobili passeranno alla nuova Fondazione An, guidata dal finiano di ferro Donato Lamorte, che ha prolungato il tesseramento a marzo 2010.

La formazione berlusconiana ha investito pesantemente, contribuendo con 40 milioni al nuovo partito. Nel rendiconto 2008 sono riportati i 161 milioni di ricavi per competenza che dovrebbero ritornare dai rimborsi della legislatura. Il debito bancario sfiora i 106 milioni e il patrimonio netto è positivo per 6 milioni grazie alla favorevole computazione dei ricavi.

Non sorprende che Sandro Bondi nell'ultima relazione inviti tutti quanti a un «percorso condiviso» per rafforzare «l'autonomia» del Pdl. A via della Scrofa non avranno sentito.
Fusione fredda/2. D'altronde anche il Pd è nato da un'esperienza simile. I Ds, accusavano i detrattori margheritini, hanno messo le mani sul patrimonio.

E infatti il Pd si regge sui suoi rimborsi e non ha immobili a disposizione, mentre 2.400 immobili dei Ds - del valore di almeno 500 milioni - sono finiti nelle varie fondazioni messe su in fretta e furia dal tesoriere diessino Ugo Sposetti. Ai vecchi Ds, nel 2008, era rimasto solo un milione e mezzo di immobili a fronte di un debito bancario di 172 milioni. Curioso che i due ex partiti alla fine del 2008 potessero contare su oltre 30 milioni di liquidità mentre il Pd aveva a disposizione solo 900mila euro. In questo caso a via della Scrofa hanno tenuto le orecchie aperte.

Politica spa. Questi fenomeni continueranno a essere possibili fino a quando «Politica spa» sarà una delle aziende più prolifiche del panorama «imprenditoriale» italiano, un'impresa la cui redditività non dipende direttamente dalla sua capacità di stare sul mercato, ma dalle elargizioni dello Stato, cioè dei cittadini, nei suoi confronti.

Solo in questo modo si possono spiegare i circa 121 milioni di euro «rastrellati» sotto forma di rimborsi dalle otto principali formazioni che hanno partecipato alle elezioni politiche del 2008. Il totale poi supera i 160 milioni se si considerano i singoli partiti, che due anni fa si presentarono in coalizione o confluirono nelle due maggiori formazioni, Pdl e Pd. E che continuano a incassare i rimborsi delle elezioni 2006 e delle varie amministrative.

Certo, finché i partiti continueranno a ricevere il quintuplo di ciò che effettivamente spendono, come segnalato recentemente dalla Corte dei Conti , questa tendenza è destinata a proseguire. Non è tuttavia edificante che le associazioni politiche, anche in un anno di crisi come il 2008, abbiano potuto sedersi su una montagna di liquidità, denaro sonante immediatamente disponibile, di oltre cento milioni di euro, circa 200 miliardi di vecchie lire. Somme che in alcuni casi vengono utilizzate per acquistare titoli di Stato con il beffardo effetto che la Repubblica paga i partiti due volte: con i rimborsi e con gli interessi su Bot e Cct.

Un fiume di soldi. Ai soldi pubblici si aggiungono quelli più o meno privati. Le contribuzioni di singoli e società ai partiti sono ammontate nel 2008 a oltre 100 milioni di euro. Quaranta volte più delle quote associative, che si sono fermate a 2,5 milioni di euro. In alcuni casi i finanziamenti provengono da deputati, senatori o dai gruppi parlamentari che a loro volta li ricevono dalle rispettive Camere.

In altri sono frutto di lobbying: imprese metalmeccaniche che finanziano tanto Fi quanto il Pd, televisioni private come Sei tv che elargiscono finanziamenti a Fi, Lega e Idv. Tanto, fino a 103mila euro si può detrarre il 19% dei finanziamenti. La politica conviene, ai cittadini un po' meno.

[04-01-2010]

 

 

 

SI SCRIVE UDC, SI LEGGE “Unione dei Caltagirone”! - Altro che partito personale: partito familiare! Figli, mogli, società del gruppo di famiglia: tutta la galassia di Calta finanzia l’Udc - Centomila euro a testa, per oltre 2 milioni: è il 94% dei fondi pubblici del partito - E Calta-LEONE SPADRONEGGIA negli affari e nelle decisioni. Vedi le trattative per le candidature in Lazio e Puglia, regioni chiave del SUO impero…

Massimiliano Scafi per "Il Giornale"

Si fa presto a dire Udc. Magari pronunciandola U-dc, staccando leggermente la vocale dalle consonanti e facendo tornare a galla così, per assonanza, la sua vecchia origine democristiana. Udc sta ufficialmente per Unione di Centro, ma in realtà potrebbe significare «Unico donatore Caltagirone», oppure «Unione dei Caltagirone».

Sfogliando infatti la documentazione sul finanziamento ai partiti politici nel 2008, pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale, si scopre che la quasi totalità delle sottoscrizioni ricevute dai centristi sono arrivate da privati o società legate in qualche modo al gruppo del costruttore romano.

Certo, non c'è nulla di scorretto: si tratta di elargizioni regolarmente segnalate. E in fondo, come si dice in gergo giornalistico, non c'è nemmeno «la notizia». Pier Ferdinando Casini è il marito di Azzurra Caltagirone, con la quale ha avuto due figli, ed è il genero di Francesco Gaetano.

E il giornale di famiglia, il Messaggero, intervista spesso e volentieri l'ex presidente della Camera, concedendogli sempre adeguato spazio. Insomma, che ci fosse un legame stretto non è una novità. Ma adesso ci sono nero su bianco, le cifre di questo rapporto parental-politico-editoriale.

Basta appunto dare un'occhiata ai finanziamenti del 2008. In quell'anno l'Udc ha ricevuto quattro milioni e 400mila euro: la metà sono irrintracciabili, perché la legge prevede che siano rese pubbliche solo le sottoscrizioni superiori ai cinquantamila euro. Ebbene, sui 2.272.832 euro restanti, 2.150.000 - cioè il 94 per cento - sono giunti dai Caltagirone.

Contributi a titolo personale da centomila euro ciascuno sono registrati in entrata da Alessandro, Francesco, Gaetano e Francesco Gaetano Caltagirone. Altri centomila arrivano da Luisa Farinon, moglie di Francesco Gaetano. Mentre il resto delle sovvenzioni risultano erogate da società tutte in qualche maniera legate alla galassia.

L'elenco è lungo. Ci sono l'azienda Servizi Italia 2005, la compagnia Gestione Immobiliare, la Costedil, la Fincal, la Finspar, la Gamma srl, l'Immobiliare Caltagirone, la Pantheon 2000, la Porto Torre, la Progecal 2005, la Quarta Iberica, la San Marco finanziaria, l'Unione Generale Immobiliare, la VM 2008 srl, la WXIII/IE Commercial 4 srl.

Quest'ultima società, tra l'altro, ebbe un ruolo nella vicenda della controversa acquisizione da Assitalia di una palazzina di via Clitumno a Roma, i cui inquilini lamentarono di non aver potuto esercitare il proprio diritto di prelazione.

Tutte queste sottoscrizioni sono di centomila euro, tranne la San Marco finanziaria spa, che di euro all'Udc ne ha versati 150mila. E nella lista, gli unici contributi arrivati ai centristi di Casini da soggetti diversi sono i sessantamila euro versati dall'impresa Donati spa e i 62.832 di Michele Vietti: il vicesegretario del partito.

 

[04-01-2010]

SOLDI & PARTITI – BOSSI E DI PIETRO UNITI DALLA FINANZA “VIRTUOSA” – LA LEGA E L’IDV HANNO I CONTI IN ATTIVO: IL CARROCCIO ACCUMULA 17,5 MLN € (E 12 MLN IN IMMOBILI) – IL MOVIMENTO DELL’EX PM FA FORTUNA COI TITOLI DI STATO E LE SEDI SONO TUTTE DI TONINO ATTRAVERSO L’IMMOBILIARE AN.TO.CRI (NEL 2008 AVANZO DI 14,6 MLN E UN PATRIMONIO DI 28)…

Gian Maria De Francesco per "Il Giornale"

Per quanto politicamente diversi, Umberto Bossi e Antonio Di Pietro hanno una caratteristica in comune: l'ottimo andamento economico dei rispettivi partiti. Una circostanza che non si desume solo dai conti del 2008, ma dalla notevole liquidità accumulata dal Carroccio e dall'Italia dei Valori. La Lega, infatti, ha in cassa circa 17,5 milioni di euro, quasi tutti su conti correnti bancari.

Il partito dell'ex Pm, oltre ad avere una disponibilità di 3,3 milioni, può contare su immobilizzazioni finanziarie per 2,5 milioni. Queste ultime non rappresentano quote societarie come per la maggior parte dei partiti, ma sono rappresentate da 2 milioni di Buoni ordinari del Tesoro e da 400mila euro di obbligazioni del Sanpaolo e da quote di fondi. Un investimento simile lo aveva effettuato pure il Partito Democratico, che nel 2008 aveva messo oltre 19 milioni al sicuro in titoli di Stato. L'ex segretario Dario Franceschini decise di ricorrere a quella «discreta» somma per le Europee e le amministrative dell'anno scorso.

Chi ha soldi in cassa cerca sempre il rendimento sicuro. Lo hanno fatto pure la Margherita (380mila euro in gestioni patrimoniali Ras) e il comunistissimo Pdci, che nel 2008 ha dovuto liquidare causa rovesci elettorali 1,1 milioni di fondi di investimento conservando solo 225mila euro.

Insomma, Tonino Di Pietro quando si tratta di denari non ha nulla da imparare. Anzi, se si considera che - eccezion fatta per la sede romana di via di Santa Maria in Via (appartenente a Inarcassa) - le sedi Idv di Milano e di Bergamo sono di proprietà dell'ex Pm, si può comprendere come il partito, in fondo, sia una fonte di reddito anche per il presidente.

Infatti, nei 195mila euro di spese per godimento di beni di terzi (voce alla quale si computano i canoni di locazione) c'è sicuramente anche l'affitto dell'appartamento di via Casati a Milano, che funge da sede nazionale ed è intestato alla An.To.Cri., l'immobiliare di Di Pietro intitolata con le iniziali dei nomi dei tre figli.Per la sede di Bergamo, il tesoriere Silvana Mura, fedele braccio destro del leader unico, ha ribadito nel rendiconto quanto sia «diventata ancor più necessaria a causa del rilevante numero di parlamentari della Lombardia».

Malumore di qualche iscritto? Può darsi, visto che quasi nessun partito nei propri bilanci giustifica la scelta di una sede o di una sezione locale. Comunque Di Pietro & C. hanno chiuso il 2008 con un avanzo di gestione di 14,6 milioni e un patrimonio di 28 milioni. È terminato con una redditività del 50% il penultimo esercizio caratterizzato dal vecchio statuto con il quale «associazione» (dei fondatori dipietristi) e «partito» si mescolavano. Dal mese scorso il nuovo statuto è un po' meno «familista» anche se per la fedelissima Mura c'è sempre la possibilità di restare tesoriera a vita.

Discorso diverso per la Lega Nord. Come altri partiti tradizionali, ha riunito le proprietà immobiliari in una società-veicolo ad hoc con un nome che più bossiano non si può. È la Pontida Fin che tra le immobilizzazioni materiali ha registrato terreni e fabbricati per oltre 12 milioni di euro. Anche se ha chiuso con una modesta perdita, Pontida Fin valorizza i propri immobili e ha registrato ricavi per oltre 900mila euro. A differenza delle società immobiliari di An che fino al 2008 hanno concesso le sedi in comodato gratuito ai circoli (ma con la Fondazione An tutto cambierà). Non solo gestione oculata per il Carroccio, ma anche tanti mattoni sui quali costruire un solido futuro.

[04-01-2010]

DAGO LO PENSA, PIRANI LO SCRIVE, E BENE: “TUTTA LA VITA ITALIANA ERA CONDIZIONATA DAI COSTI "IMPROPRI" DELLA DEMOCRAZIA: LA DC IMPONEVA TANGENTI PUBBLICHE, IL PCI RICEVEVA I SOLDI PRIMA DALL´URSS E POI DELLE COOPERATIVE. MA IL MARCHIO DELL´IMMORALITÀ È FINITO SOLO SU CRAXI - SENZA AUTONOMIA E PESO AUTONOMO DEL PSI NEL GOVERNO DI CENTRO-SINISTRA, NON CI SAREBBE STATA LA SVOLTA STORICA DELLA SCALA MOBILE E L´INVERSIONE DI UNA INFLAZIONE DEVASTANTE. PER FAR QUESTO OCCORREVA UN PARTITO DOTATO ANCHE DI AUTONOMIA ECONOMICA. DI QUI LA SCELTA ROVINOSA DELLE TANGENTI, GLI ARRICCHIMENTI, GLI SCANDALI NEL CLIMA DI CINISMO REALPOLITIK INALBERATO DAL CAPO”

Mario Pirani per Repubblica

La diatriba toponomastica a dieci anni dalla morte di Craxi andrebbe messa da parte. Svilisce un dibattito ineludibile perché grava ancora sulle nostre attuali vicende e seguiterà a pesare fino a quando le reciproche accuse non saranno metabolizzate.

Basterebbe por mente al fatto, ai limiti di un paradosso mai davvero esplorato, che l´ultima scissione all´interno della sinistra, a partire da quella del 1921, è stata quella che ha visto una grossa aliquota di dirigenti e di elettorato socialista passare in blocco nelle file di Forza Italia.

Per chi, come il sottoscritto, ha da sempre giudicato del tutto stravolgente e inaccettabile l´entrata nell´arena politica del padrone delle Tv, sarebbe fin troppo facile unirsi al coro e bollare la deriva socialista come l´esito di una propensione antropologica al "tradimento" di classe, ad una conversione al berlusconismo, ad un "mutamento genetico" derivante per naturale ascendenza dal craxismo.

E chiuderla ancora una volta qui. Senza mai fare i conti con l´altrettanto naturale e permanente antisocialismo che i comunisti e i postcomunisti, si portano dentro la pancia da sempre, con zoologica continuità: da quando disprezzavano Turati e appellavano Pietro Nenni di "social-fascista", fino alle recenti trasformazioni (Cosa uno e due, Pds e Pd) che ha visto svalutato e irriso ogni apporto socialista restato fedele alla sinistra, impersonato, per ricordare qualche nome, da Giuliano Amato e Giorgio Ruffolo, da Rino Formica e Giorgio Benvenuto, fino ai sindacalisti della Uil che aderirono al Pds, e così via.

Sprezzati e messi da canto per una ragione di fondo: la permanenza di una scelta che respingeva il nome stesso di "socialismo", (passaporto per l´Europa poi, smarrito per strada) ma impronunciabile per denominare il "nuovo" partito in Italia. La spiegazione esiste: la scelta, da Berlinguer ad oggi, è rimasta sempre quella di privilegiare l´alleanza, fino alla fusione (!), con la sinistra cattolica e respingere l´unità con il socialismo democratico.

Questo ha portato ad un riformismo azzoppato, timoroso di ogni ostilità sulla sinistra, da quella di Di Pietro a quella della Fiom, e, soprattutto, lo ha amputato della sua indispensabile funzione a difesa del laicismo, nello Stato e nella società. Come non capire che anche tutto questo ha contribuito alla deriva di milioni di socialisti verso la sponda d´approdo berlusconiana?

La questione di Craxi s´intreccia con tutto ciò. Non ho spazio per approfondirla qui. Annoto solo: l´intuizione storica di una riconquista di uno spazio autonomo del Psi, succubo fino al 76 della preminenza comunista, avvalorata dal consociativismo berlingueriano con la sinistra dc, era una necessità per l´Italia. Anche la dilatazione del deficit pubblico fu spinta dal consociativismo e dalla invadenza sindacale che ne derivava.

Senza autonomia e peso autonomo del Psi nel governo di centro-sinistra, non ci sarebbe stata la svolta storica della scala mobile e l´inversione di una inflazione devastante, così come non ci sarebbe stata una scelta europeista epocale, quando Craxi, al Vertice di Milano dell´85 impose il voto a maggioranza contro la Thatcher per passare al Mercato unico; così come fu decisivo il suo intervento per permettere contro il Pci, l´installazione degli euromissili in Italia a fronte di quelli installati da Breznev, puntati sull´Europa per ricattarla.

Per far questo occorreva un partito dotato anche di autonomia economica. Di qui la scelta rovinosa delle tangenti, gli arricchimenti, gli scandali nel clima di cinismo realpolitik inalberato dal Capo. Il giudizio, però, si è squilibrato da una parte sola: tutta la vita italiana era condizionata dai costi "impropri" della democrazia: la Dc imponeva tangenti pubbliche, il Pci riceveva i soldi prima dall´Urss e poi delle cooperative. Ma il marchio dell´immoralità è finito solo su Craxi. Il codardo insulto sfiorò persino i "miglioristi" del Pci, accusati di "filo-craxismo". Una ingiustizia storica che duole ancora.

[04-01-2010]

 

 

 

CHE FORZA QUEL TOSI...
Che cosa non si fa per una donna: Stefania Villanova è la consorte del sindaco di Verona Flavio Tosi. Nel 2007, poco dopo l'elezione del marito, venne promossa, senza concorso e senza laurea, da semplice impiegata a dirigente nel settore Sanità. Lo stipendio balzò da 25 mila euro lordi l'anno a 70 mila. Ma chi era l'assessore regionale alla Sanità fino a poco prima? Il marito. E chi era il successore, autore della promozione? Francesca Martini, attuale sottosegretario alla Sanità, leghista e veronese pure lei.

Il consigliere regionale del Pd Franco Bonfante scrisse allora che "la promozione della signora Tosi sarebbe stata la contropartita per la rinuncia del marito a correre per la carica di segretario regionale della Lega in Veneto". La signora querelò il consigliere, ma pochi giorni fa il Tribunale di Verona ha disposto l'archiviazione. (P.T.)

04.01.10

 

DA SALÒ A MANHATTAN...
Febbrile eccitazione al Consolato generale d'Italia a New York. Arriva il nuovo esperto culturale. È Gabriella Podestà, l'ex moglie del ministro Sandro Bondi. Ultima posizione ricoperta: preside al liceo scientifico Fermi di Salò. Un bel salto.
31.12.09

 

 

SORPRESA! LA BEFANA DI TREMONTI riempie di soldini la calza dei membri del Consiglio superiore della Magistratura

Franco Bechis per http://fbechis.blogspot.com/

La vera sorpresa è arrivata l'ultima settimana a palazzo dei Marescialli. Ai membri del Consiglio superiore della Magistratura, a poche ore dal Natale, è stato il segretario generale dell'organo a rilevanza costituzionale, Carlo Visconti, a portare la buona novella: "Giulio Tremonti ha cambiato idea. Arrivano due milioni di euro in più in cassa".

Un vero e proprio regalo di Natale in anticipo per Nicola Mancino & c, che ormai vi disperavano: nonostante i tagli draconiani imposti fin dal suo primo giro davanti alle Camere dalle tabelle di bilancio allegate alla finanziaria, il durissimo Tremonti si è fatto commuovere dai magistrati.

Loro chiedevano una integrazione di bilancio di 5 milioni di euro, le porte sembravano chiuse, ma alla fine la notizia dei due milioni di euro in arrivo ha fatto sorridere tutti. Forse almeno per Natale i magistrati saranno un po' più buoni con il governo che tanta generosità ha mostrato nei loro confronti.

Tanta, anche perché quella del Csm non è proprio una storia di povertà alla San Francesco di Assisi. Basti pensare che per fare funzionare il parlamentino dei giudici togati e non togati che con cuore assai tenero controllano e puniscono (praticamente mai) le malefatte della categoria nel 2001 bastavano 18,9 milioni di euro. La cifra è lievitata nel bilancio di previsione 2009 (solo contributo pubblico, perché di entrate ce ne sono altre) a 29,6 milioni di euro, con un aumento percentuale del 56,7%.

Insomma, non erano gli alti papaveri della magistratura i primi a doversi lamentare per la rigidità della crisi, tanto più che per loro tirare un po' la cinghia non sarebbe stato un dramma: il grosso del bilancio- a parte gli stipendi- se ne va a pagare spese di viaggio e "formazione" di componenti e dipendenti. Ma proprio il loro caso segnala la svolta natalizia del ministro Tremonti.

La trasformazione dell'arcigno custode dei conti e forzieri pubblici in un Babbo Giulio Natale è stata per altro più che evidente in Senato in occasione dell'approvazione in terza lettura della legge finanziaria. A palazzo Madama il governo non ha messo la fiducia nel testo, anche se non ha concesso alcun tipo di modifica per non dovere tornare alla Camera per la quarta lettura.

Qualche maldipancia più nella maggioranza che nell'opposizione è sbucato fuori qua e là. In commissione difesa anche più di un maldipancia, con un intervento assai pesante da parte del relatore Luigi Ramponi (Pdl- ex An) molto critico sulla decisione di spostare fondi dei militari a tamponare i problemi di bilancio di Gianni Alemanno al comune di Roma.

Ma in mezzo alle baruffe e pur dovendo spostare ogni decisione concreta all'anno prossimo, è arrivata la strenna natalizia del vice-Tremonti, Giuseppe Vegas. E' stato l'uomo della finanziaria nella commissione Bilancio ad accettare- come mai era avvenuto in questi anni- tutti gli ordini del giorno di maggioranza e opposizione, perfino quelli bocciati in altre commissioni proprio per la perplessità del governo.

Un dono di Natale (gli ordini del giorno impegnano il governo formalmente se non sono accettati come semplice raccomandazione) inatteso ai più. Anche perché nella lista delle richieste che il governo ha detto "esaudirò, non subito, ma esaudirò", c'è davvero di tutto, e non proprio di poco conto: riforma dell'Irpef, limatura dal 2010 di un po' di Irap, revisione di quegli studi di settore che da anni sono diventati un incubo per le partite Iva, estensione della cedolare secca sugli affitti -che in finanziaria è prevista per la sola provincia de L'Aquila- in via sperimentale già nel 2010 su tutto il territorio nazionale con una prima possibilità di detrazione delle spese sostenute per il canone di locazione della prima casa.

 

E come capita con i regali di Natale, il governo promettendo di esaudire non ha separato letterina da letterina, accettando davvero di tutto: dalla richiesta di rimettere qualche soldarello nel Fondo unico per lo spettacolo, a quella di finanziare la partecipazione delle scuole ai prossimi giochi della Gioventù, fino alla assicurazione che l'anno prossimo verranno integrati i fondi delle associazioni combattentistiche. Una rivoluzione copernicana per Tremonti. Che ha commosso tutti, con questo suo cuore improvvisamente grande come un melone. Ma chissà quanto durerà...

 

 

[26-12-2009]

 

 

 

SI CHIAMA POLLARI MA NON è UN POLLO - l’archivio riservato del Sismi gestito dall’analista Pio Pompa, fedelissimo dell’allora direttore Niccolò Pollari, è da ritenersi “autorizzato dal presidente del Consiglio dei ministri” - SEGRETO DI STATO! Il che consente a Pollari e Pompa di rifiutarsi di rispondere al magistrato….

Marco Travaglio per Il Fatto

pompa corriere

Schedare e spiare giornalisti, magistrati e politici di opposizione è fra le attività "indispensabili alle finalità istituzionali" dei servizi segreti, dunque il reato è coperto dalla "speciale causa di giustificazione" che, secondo la legge 124 del 2007, "si applica quando le condotte sono poste in essere nell'esercizio o a causa di compiti istituzionali dei servizi di informazione per la sicurezza" e "indispensabili e proporzionate al conseguimento degli obiettivi dell'operazione non altrimenti perseguibili".
SEGRETO DI STATO
Insomma l'archivio riservato del Sismi sequestrato il 5 luglio 2006 dalla Digos su mandato della Procura di Milano nell'ufficio segreto di via Nazionale 230 a Roma e gestito dall'analista Pio Pompa, fedelissimo dell'allora direttore Niccolò Pollari, è da ritenersi "autorizzato dal presidente del Consiglio dei ministri". Il che consente a Pollari e Pompa di rifiutarsi di rispondere al magistrato. Lo ha comunicato lo stesso Silvio Berlusconi due settimane fa alla Procura di Perugia, che il 27 aprile scorso ha ereditato per competenza da quella di Roma il fascicolo sulle deviazioni del Sismi.

Fra i magistrati spiati, infatti, ce n'erano alcuni in servizio nella Capitale. Un mese fa il pm umbro Sergio Sottani ha concluso le indagini e depositato gli atti a disposizione delle parti: un atto che prelude alle richieste di rinvio a giudizio.

Gravi i due reati contestati all'ex direttore e al funzionario: il peculato per aver distratto, appropriandosene e usandole, "somme di denaro, risorse umane e materiali" per fini diversi da quelli istituzionali, come la redazione di "analisi sulle presunte opinioni politiche, sui contatti e sulle iniziative di magistrati, funzionari dello Stato, associazioni di magistrati anche europei, giornalisti e parlamentari";

e l'indebita intrusione nella vita privata delle persone schedate, con la "violazione, sottrazione e soppressione della corrispondenza elettronica dell'associazione di magistrati Medel", l'"accesso abusivo al sistema informatico dell'associazione", la "violazione della privacy".

Per la seconda imputazione il pm romano aveva chiesto l'archiviazione (prima che il gip e il gup si dichiarassero incompetenti), ma quello di Perugia è di diverso avviso e intende processare Pollari e Pompa anche per quello.

Alla notifica degli atti, i due indagati han chiesto di essere interrogati. E, assistiti dagli avvocati Franco Coppi e Titta Madia, hanno opposto il segreto di Stato.

Il pm Sottani è caduto dalle nuvole e s'è rivolto a Palazzo Chigi, che per legge è l'unico depositario del top secret, con due distinte richieste per Pollari e per Pompa: ai fini dell'indagine, gli serve sapere chi pagava l'affitto dell'ufficio di via Nazionale, a chi erano intestate le utenze telefoniche e soprattutto chi impartiva le direttive a Pompa e Pollari.

Berlusconi ha già risposto per Pollari: tutte le questioni poste sono coperte da segreto di Stato. La risposta per Pompa è attesa per i primi del 2010 e ben difficilmente si discosterà dall'altra.

Se ne deduce che lo spionaggio su vasta scala messo in atto dal Sismi a partire dal 2001 contro i supposti nemici non dello Stato, ma di Berlusconi, era autorizzato, se non addirittura ordinato dal secondo governo, il Berlusconi-2.

IL PRIMO SALVATAGGIO.
Il segreto di Stato (opposto sia dal governo Prodi sia dal governo Berlusconi) ha già salvato Pollari da un altro processo, quello a Milano per il sequestro di Abu Omar, per cui sono stati condannati in primo grado una ventina di agenti e dirigenti della Cia e, per favoreggiamento, Pio Pompa (3 anni) e il giornalista prezzolato Renato Farina, alias "agente Betulla" (ha patteggiato 6 mesi prima di entrare alla Camera come deputato del Pdl).

Ora il top secret potrebbe salvare Pollari e Pompa anche nel processo per le schedature ad personam gentilmente offerte al Cavaliere, del quale entrambi sono devotissimi, pur mantenendo eccellenti rapporti anche col centrosinistra, in particolare con l'area dalemiana.

Memorabile il fax che Pompa inviò al suo spirito-guida il 21 novembre 2001: "Signor Presidente, sul foglio che ho davanti stento ad affidarmi a frasi di rito per esprimerLe la mia gratitudine nell'aver approvato... il mio inserimento, quale consulente, nello staff del Direttore del Sismi... Sarò, se Lei vorrà, anche il Suo uomo fedele e leale... Desidero averLa come riferimento e esempio ponendomi da subito al lavoro...

Avendo quale ispiratore e modello di vita don Luigi Verzé, posso solo parlarLe con il cuore: insieme a don Luigi voglio impegnarmi a fondo, com'è nella tradizione contadina della mia famiglia, nella difesa della Sua straordinaria missione... La Divina Provvidenza mi ha concesso di sperimentare la possibilità di poter lavorare per Lei...".

Ben altri toni, da maccartista anni Cinquanta, quelli usati nelle veline trovate nel suo ufficio. Veline anonime che additavano gli avversari del premier da "disarticolare", "neutralizzare", "ridimensionare" e "dissuadere", anche con "provvedimenti" e "misure traumatiche".

Fra questi, i pm milanesi Bruti Liberati, Boccassini, De Pasquale, Borrelli, Davigo, Taddei, D'Ambrosio, Greco, Ichino, Carnevali, Colombo e Napoleone; i romani Loris D'Ambrosio, Almerighi, Salvi, Cesqui, Sabella; i palermitani Ingroia, Principato, Natoli e l'ex procuratore Caselli; e altri noti magistrati come i fratelli Mancuso, Monetti, Melillo, Perduca, Casson, Lembo, Vaudano, più il francese Barbe e lo spagnolo Garzòn.

E poi giornalisti e intellettuali: Furio Colombo, Arlacchi, Flores d'Arcais, Santoro, Ruotolo, Pennarola, Cinquegrani, Giulietti, Serventi Longhi, Giulietto Chiesa, Eric Jozsef, Gomez, Barbacetto e Travaglio; D'Avanzo e Bonini di Repubblica sarebbero addirittura stati pedinati.

E ancora, fra gli schedati, l'editore De Benedetti e politici come Violante, Brutti, Veltri, Visco, Leoluca Orlando e Di Pietro. Ora soltanto il Copasir potrebbe ribaltare il segreto di Stato, con una relazione motivata al Parlamento. Ma il candidato più accreditato a presiederlo, dopo le dimissioni di Rutelli, è proprio Massimo D'Alema, che ha sempre molto apprezzato Pollari. L'uomo giusto al posto giusto.

 

 

[24-12-2009]

 

 

 

Qualcuno ci protegga dalla protezione (civile) -Berto-liso, in cambio del ritiro delle sue annunciate dimissioni, ha ottenuto dall’amico Letta la trasformazione della protezione civile in società per azioni - Così ci saranno ancora meno controlli su forniture, contratti, progetti per centinaia e centinaia di milioni di euro all'anno, e su assunzioni e consulenze, che non dovranno più passare sotto la lente della trasparenza pubblica – che cuccagna per gli imprenditori. Basta leggere i bilanci della società di maria criscuolo…

Fabrizio Gatti per L'espresso

Aiuto, qualcuno protegga i nostri soldi da Guido Bertolaso. Ora che la Protezione civile diventa una società per azioni nessuno potrà più chiedere conto al governo su appalti ed eventuali spese allegre. Pochi giorni fa, il 17 dicembre, Gianni Letta ha fatto approvare al Consiglio dei ministri il decreto studiato e voluto dal Guido più amato dagli italiani, e da Silvio Berlusconi, in cambio del ritiro delle sue annunciate dimissioni.

Un'altra mossa che toglie di mezzo il Parlamento. Il passaggio chiave è scritto in poche parole: "Il rapporto di lavoro dei dipendenti della società è disciplinato dalle norme di diritto privato". Scende così un ulteriore velo di riservatezza su forniture, contratti, progetti per centinaia e centinaia di milioni di euro all'anno, e su assunzioni e consulenze, che non dovranno più passare sotto la lente della trasparenza pubblica.

Una scorciatoia che unita alle ordinanze di urgenza e ai poteri di emergenza di cui gode la Protezione civile , trasformerà Bertolaso, 60 anni il 20 marzo prossimo, in un vicerè dalle mani d'oro a completo servizio del presidente del Consiglio di turno. Come già succede ora, ma con meno obblighi da rispettare.

La questione non riguarda soltanto la rapidità di intervento dopo terremoti, frane o alluvioni. Prendete il tentativo di Berlusconi, per adesso soltanto rinviato, di scippare il Tfr agli italiani, la liquidazione di milioni di lavoratori dipendenti. Quei soldi il governo li voleva trasferire al fondo Grandi eventi di Palazzo Chigi. Cioè la cassaforte affidata in questi anni proprio a Bertolaso per organizzare summit, party esclusivi, adunate religiose, gare sportive attraverso procedure d'urgenza e poteri straordinari.

Da quando nel 2001 diventa capo e indossa la famosa maglietta blu, fior di ingegneri e tecnici vengono dirottati a occuparsi di serate di gala, piscine e trampolini (Roma, mondiali di nuoto 2009), alberghi, aiuole e parcheggi (La Maddalena e L'Aquila, vertice G8 2009), asfaltatura di strade e rotonde (Varese, mondiali di ciclismo 2008). Risorse e professionalità che così non possono essere dedicate a tempo pieno ai veri pericoli naturali che minacciano l'Italia.

Negli armadi della Protezione civile in via Ulpiano e in via Vitorchiano a Roma vengono infatti tenute segrete previsioni da paura. Sono le "Proiezioni rischio sismico XXI secolo": in base a quanto è avvenuto negli ultimi 200 anni, è scritto nel rapporto riservato, nei prossimi 90 anni in Italia bisogna aspettarsi tra i 50 mila e i 200 mila morti e feriti per terremoti, con danni tra i 100 e i 200 miliardi di euro.

È fine novembre quando a Palazzo Chigi si studia come inserire nella legge finanziaria il prelievo del Tfr da destinare ai grandi eventi. Proprio in quei giorni a Rivoli, vicino a Torino, si ricorda il primo anniversario dalla morte di Vito Scafidi, 17 anni, lo studente del liceo scientifico Darwin ucciso dal crollo del soffitto della classe, collassato senza nemmeno la spintarella di una scossa sismica.

I miliardi del trattamento di fine rapporto potrebbero servire a rendere più sicuri scuole e ospedali. Ma nel governo pensano a tutt'altro. Il primo dei grandi eventi che potrebbe entrare nel calendario della nuova Protezione civile spa è l'Expo 2015 a Milano: dove i ritardi, ormai sospetti, nella progettazione stanno creando le condizioni per la solita ordinanza d'urgenza.

Oppure la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020: con la possibilità di usare le procedure in deroga sugli appalti come grimaldello per scardinare il piano regolatore e, sul modello dei Mondiali di nuoto, costruire centri sportivi e villaggi residenziali nella campagna intorno alla capitale. Altri contratti potrebbero arrivare con il trasferimento del gran premio di Formula 1 a Roma, oltre agli interventi collaterali che accompagneranno le grandi opere considerate strategiche per il futuro, come il ponte sullo Stretto o le centrali nucleari.

Bertolaso ha trasformato la Protezione civile in una macchina per creare consenso. Anche tra gli imprenditori. Basta leggere i bilanci della società privata che dal 2001 in poi ha vinto tutti i principali appalti per l'organizzazione finale dei grandi eventi. È una srl con appena 35 mila euro di capitale. Si chiama Gruppo Triumph e ha sede a Monte Mario a Roma. A capo del gruppo c'è una ex interprete dell'ambasciatore Usa in Vaticano, Maria Criscuolo, 47 anni, ben addentro al potere.

Dal centrodestra al centrosinistra. Da Gianni Letta a Walter Veltroni. E anche nella Santa Sede. Maria Criscuolo guadagnava bene già nel 1994, con un fatturato in lire equivalente a 632 mila euro. Spiccioli rispetto a quanto fattura ora: 28 milioni 32 mila 705 euro, secondo i bilanci 2008 delle sue società a responsabilità limitata.

Guido Bertolaso non bada a spese quando c'è da fare bella figura. Per il vertice Nato-Russia del 27 maggio 2002 a Pratica di Mare, alle porte di Roma, la Triumph di Maria Criscuolo incassa dalla Protezione civile 7 milioni 45 mila euro soltanto per le attività connesse all'organizzazione, gli allestimenti, la ristorazione, le fotocopiatrici, gli interpreti. Per preparare i due giorni di incontri, a cui partecipano Vladimir Putin e George Bush, il dipartimento di Bertolaso firma contratti per 36 milioni 284 mila euro.

E nel resoconto non mancano cifre curiose. Come i 74 mila euro per il "facchinaggio da Pratica a Castelnuovo e trasporto statue": 69 chilometri al costo di 1.072 euro a chilometro. Oppure il milione di euro per il taglio di prato e siepi, i 662 mila per la "riqualificazione del circolo ufficiali", i 21 mila per la "pedana per giornalisti", i 457 mila per la "consultazione dei notiziari di agenzia", i 42 mila per gli "annunci viabilità", i 17 mila per la stampa di menù e inviti.

Nel settore Maria Criscuolo ha la stessa fama di Michael Schumacher. Continua a vincere. Sono consulenze che pagano bene. Firmano contratti con lei ministri ed ex: Roberto Maroni, Franco Frattini, Antonio Martino, Altero Matteoli, Gianni Alemanno, Rocco Buttiglione, Giuliano Urbani, oltre al presidente dell'Istituto per il commercio estero, l'ambasciatore Umberto Vattani con cui allestisce il G8 di Genova. Il 7 dicembre 2007 un alto ufficiale delle forze armate che lavora a Palazzo Chigi scrive su due fogli e sigilla in due buste i nomi di chi vincerà l'appalto per l'organizzazione del G8 2009.

È una specie di scommessa tra colleghi. Berlusconi è all'opposizione e in quel periodo il presidente del Consiglio, Romano Prodi, vuole portare il vertice alla Maddalena. Bertolaso fa propria l'idea. Anche se la sua nomina viene firmata da Berlusconi il 7 settembre 2001, la sua formazione professionale cresce nel centrosinistra come vicecommissario per il Giubileo del 2000, accanto a Francesco Rutelli, commissario e sindaco di Roma. Ma il suo padrino politico è Giulio Andreotti.

Come ripete più volte ai suoi collaboratori, Bertolaso è diventato Bertolaso grazie agli insegnamenti dell'anziano leader democristiano che il capo della Protezione civile chiama pubblicamente "zio Giulio". Un rapporto nato quando Andreotti era presidente del Consiglio e Guido, laureato in medicina, un giovane assistente del suo seguito.

Tra il 2008 e il 2009 la Protezione civile indice le gare e assegna gli appalti per il G8 dell'estate scorsa. Le buste sigillate con le previsioni sui vincitori non hanno nessun valore legale. Ma l'alto ufficiale e i suoi colleghi, che chiedono l'anonimato, indovinano con mesi di anticipo. Il contratto ultramilionario e riservato per il vertice della Maddalena, poi trasferito a L'Aquila, lo vince ancora una volta la Triumph. E dal 23 settembre scorso, sul sito Internet della società già si guarda avanti: "La dottoressa Maria Criscuolo, presidente del Gruppo Triumph", è scritto, "è stata inserita da Eduardo Montefusco, vicepresidente dell'Unione industriali di Roma, nel comitato tecnico di Expo 2015".

Le scommesse a Palazzo Chigi azzeccano anche chi sarà il coordinatore del G8 per la Protezione civile. È Marcello Fiori, 50 anni il mese prossimo, promosso dirigente generale della presidenza del Consiglio con un salto in avanti di diverse posizioni. Fiori ha una laurea in lettere e nessuna esperienza con alluvioni e terremoti. Un passato di portavoce dell'Acea, l'Azienda elettrica di Roma, nel 2007 è segretario generale del ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni.

Il suo nome appare il 22 marzo 1999 in una lettera di raccomandazione firmata da Francesco Rutelli, di cui allora è vice capo di gabinetto. Il sindaco-commissario per il Giubileo chiede al segretario generale della presidenza del Consiglio, Paolo De Ioanna, di affidare a Fiori l'incarico "di coordinare le attività nell'azione di lotta al degrado ambientale, ai fini della salvaguardia del decoro nella città di Roma".

Sospinto da Rutelli e Bertolaso, farà strada. Fino ai rifiuti di Napoli. Prima però Fiori diventa responsabile dell'ufficio emergenze della Protezione civile. La notte del 26 dicembre 2004 la sala operativa di via Vitorchiano lo sveglia per avvertirlo del fortissimo terremoto registrato dai sismografi di tutto il mondo e del successivo maremoto. Dove? In Indonesia, rispondono dalla sala operativa. Va bene, buona notte. Qualche ora dopo Gianni Letta, chiamato dal ministero degli Esteri, butta giù dal letto Bertolaso che ancora non sa nulla.

La regola prevede che sia il capodipartimento ad informare il governo. Questa volta succede il contrario. Ci sono migliaia di turisti italiani ed europei di cui non si hanno più notizie. Bertolaso vuole fare tutto da solo. Gestisce i soccorsi e i 16 milioni e 156 mila euro raccolti dagli italiani con l'idea degli sms. Snobba perfino il ministro degli Esteri.

Il capo della Protezione civile fa decollare due Canadair del servizio antincendio, Can 23 e Can 24. Sono aerei inadatti alle operazioni di lungo raggio. Non superano i 365 chilometri orari di velocità e le 6 ore di autonomia. Quanto tempo impiegano per arrivare in Sri Lanka lo racconta una scheda sul sito della presidenza del Consiglio: "Partiti dall'Italia il 31 dicembre e arrivati a destinazione dopo quattro giorni di volo".

L'aereo è progettato per scaricare acqua. Non ha spazio per trasportare materiali. Così a ogni missione vengono recapitate soltanto 6 tende. Alla fine i piloti accumulano 452 ore di volo di cui 59 ore per distribuire soltanto 250 tende. Al costo di esercizio di un Canadair: 14 mila euro l'ora.

Guido Bertolaso non parla mai più del dovuto. Quando davanti al consiglio comunale della Maddalena un rappresentante del Pdl critica i metodi di affidamento degli appalti, lui lo interrompe: "Lei è pregato di misurare le parole... Io posso anche fare direttamente degli esposti alle autorità competenti, per le affermazioni ingiuriose nei confronti di un rappresentante del governo. Sia ben chiaro".

Così nemmeno in quell'occasione il capo spiega perché la Protezione civile abbia invitato alle gare per il G8 e per i mondiali di nuoto proprio la famiglia di un imprenditore, Diego Anemone, 38 anni, in società con Filippo Balducci, 30 anni, figlio di Angelo: cioè il soggetto attuatore degli appalti che dal 2003, dall'emergenza Gran Sasso, al 2008 fa coppia fissa con Bertolaso nell'applicazione delle ordinanze di urgenza.

La sua Protezione civile si occupa nel frattempo della canonizzazione di padre Pio (2002), di quella del fondatore dell'Opus Dei, Josemarìa Escrivà de Balaguer (2002), dell'incontro nazionale di Azione cattolica a Loreto con il papa (2004), dei funerali del papa (2005), della regata Vuitton Cup a Trapani (2007), dell'incontro a Loreto con il nuovo papa (2007), dei mondiali di ciclismo a Varese (2008), dei Giochi del Mediterraneo a Pescara (2009) e del 150 anniversario dell'Unità d'Italia (da celebrare fino al 2011). Tra feste e raduni, nonostante l'Abruzzo sia tra i territori più aggiornati nel censimento degli edifici pubblici a rischio sismico, il protocollo di prevenzione tra Regione e Protezione civile viene lasciato scadere (2008). E il 6 aprile a L'Aquila abbiamo visto come è andata a finire.

Meglio affidare la prevenzione delle catastrofi ai collaboratori esterni? Sembra di sì: infatti sono passati dai 113 del 2008 ai 199 di quest'anno. Quasi il doppio. Un po' per la ricostruzione a L'Aquila, un po' per le voci che prevedono un'infornata di trecento assunzioni nella nuova Protezione civile servizi spa. Ma anche loro devono dividersi. Come Flaminia Lais, messa per metà del tempo a lavorare sulle frane del 2007 in provincia di Messina e l'altra metà sui grandi eventi.

Nel 2008 l 'emergenza messinese può contare anche su Gilda Miele, Fabrizia Spirito e Maria Anna Tortora. Quattro donne, 24 mila euro a testa Quest'anno i collaboratori per Messina e provincia salgono a quota sette. Cinque però hanno il compito di "far fronte ai problemi del traffico". Gli altri due possono dedicarsi agli "eccezionali eventi atmosferici" del 2007: nessuno però verifica che l'allerta meteo dell'ottobre 2009 nella stessa zona sia tradotta in uno sgombero preventivo di Giampilieri, Scaletta Zanclea e Altolia. Sei mesi dopo l'allarme mancato in Abruzzo, altri trentasei morti. E questo è nulla rispetto agli scenari custoditi negli armadi del dipartimento.

Esistono modelli in grado di stabilire il numero delle vittime di un terremoto, in base al materiale e all'anno di costruzione di case, uffici, scuole e ospedali. Se oggi si ripetesse il sisma di Avezzano del 1915, i morti e i feriti sarebbero 22.448. Gli sfollati 385.784. E i danni supererebbero i 20 miliardi. Nel caso di un terremoto e un maremoto a Messina come nel 1908, ci sarebbero 112.312 morti e feriti, 399.675 senzatetto, 25 miliardi di danni.

Con onde che distruggerebbero il porto ed entrerebbero nella città per 350 metri . Sulle pagine di questi rapporti riservati, una piccola nota spiega che il danno economico è stato calcolato in base a un costo di ricostruzione di 820 euro al metro quadro. Per gli alberghi del G8 mancato alla Maddalena, gli uomini di Guido Bertolaso hanno invece autorizzato costi di costruzione di 4.345 euro al metro quadro. Ecco la differenza tra una e l'altra Protezione civile.

 

 

[27-12-2009]

 

 

 

UN ‘CORRIERE’ PER SUA SANITÀ – PRIMO IMPRENDITORE DELLE CLINICHE PRIVATE IN ITALIA. SECONDO AZIONISTA DI RCS. PRONTO PER DIVENTARE PRESIDENTE - STRETTI LEGAMI CON I SODALI DI BERLUSCONI: DURANTE I QUINDICI ANNI DI “REGNO” BY FORMIGONI è DIVENTATO L’ASSO PIGLIATUTTO DELLA LOMBARDIA…

Vittorio Malagutti per "L'espresso"

E allora provaci tu, devono avergli detto gli altri soci. Gente che si chiama Salvatore Ligresti, Marco Tronchetti Provera, Diego Della Valle e poi la Fiat e Mediobanca. Visto che critichi tanto la gestione, che non condividi le strategie, allora prendi tu il comando e vediamo che succede.

 

È nata così, quasi come una provocazione, la candidatura di Giuseppe Rotelli alla presidenza di Rcs quotidiani, cioè, in pratica, del "Corriere della Sera". Lui, secondo azionista del gruppo editoriale con una quota dell'11 per cento, finora è rimasto a bordo campo: fuori dal patto di sindacato che governa l'azienda e con un solo rappresentante nel consiglio di amministrazione della holding.

Ma dalla prossima primavera si cambia. Salvo sorprese e ribaltoni, peraltro sempre possibili, Rotelli prenderà il posto del notaio Piergaetano Marchetti. Una manovra che sembra nata con l'imprimatur del banchiere Cesare Geronzi di Mediobanca e certo non è sgradita al governo berlusconiano.

 

Per il più grande imprenditore della sanità in Italia, ai primi posti anche in Europa, un tipo che ama descriversi come un intellettuale prestato al business, un uomo di cultura con il pallino degli affari, dev'essere una bella soddisfazione. Anche se il diretto interessato, parlando con gli amici, taglia corto sull'argomento.

Si limita a dire che quando gli verrà chiesto saprà che cosa rispondere. Come dire: non c'è ancora nulla di deciso. Il fatto è che l'alta finanza e la sua raffinata diplomazia non sembrano proprio l'habitat naturale di Rotelli. E non solo perché il suo pacchetto di titoli Rcs, comprati ai massimi del mercato, gli sta già costando perdite potenziali per 200 milioni e più. Quasi trent'anni fa toccò a suo padre Luigi Rotelli pagar cara l'ambizione di sedersi al tavolo dei grandi banchieri. Nel 1980 il fondatore del gruppo ospedaliero San Donato entrò nel consiglio di amministrazione dell'Ambrosiano di Roberto Calvi, travolto due anni dopo da un crack che fece epoca.

 

Quell'esperienza si chiuse nel peggiore dei modi. Con una perdita miliardaria (in lire) e il contorno delle grane giudiziarie legate al dissesto. Il processo però non arrivò a sentenza, perché Rotelli senior, da tempo gravemente malato, morì nel 1992. Intanto, il figlio si era già fatto strada a modo suo. Avvocato, docente universitario, infine esperto di programmazione ospedaliera per la giunta della regione Lombardia. Senza trascurare le amicizie giuste in politica, a cominciare da quella con i socialisti craxiani, un legame che in quella fase apriva molte porte.

 

Oltre alle aziende ospedaliere, il rampante Rotelli, classe 1945, eredita dal padre anche il consulente fiscale Pietro Strazzera, pure lui legato all'Ambrosiano di Calvi dove era stato direttore centrale per l'area tributaria. E proprio Strazzera, che ha ormai passato le redini del suo studio ai figli Anna e Livio, da più di un ventennio sovrintende alla complicata architettura di società finanziarie disegnata intorno al gruppo San Donato. Niente holding nei paradisi fiscali, salvo un paio di trascurabili sigle lussemburghesi. Nessun paravento off shore. Piuttosto un reticolo di partecipazioni, spesso incrociate, composto da italianissime società quasi tutte con sede negli uffici degli Strazzera.

 

I quali sono tutt'altro che sconosciuti negli ambienti della Borsa. Legati all'Italcementi dei Pesenti, al gruppo Pirelli e un tempo in ottimi rapporti anche con la Popolare Lodi di Gianpiero Fiorani, questi professionisti con base a Milano, ma originari di Trapani in Sicilia, si sono fatti la fama di riservatissimi gestori di fortune miliardarie. Anche Rotelli, quantomeno fino all'incursione al "Corriere della Sera", ha sempre preferito viaggiare sottotraccia. La moglie Gilda Gastaldi risiede da tempo a Montecarlo insieme ai figli Paolo (20 anni), Marco (16) e Giulia (15). Ma, d'altra parte, chi possiede 18 ospedali, di cui cinque nella sola Milano e gli altri in Brianza, a Pavia, Bergamo, Brescia e Como, e dipende quindi dai rimborsi pubblici per oltre l'80 per cento del suo giro d'affari, non può fare a meno di amicizie e buoni consigli.

 

È noto il legame di Rotelli con il consulente Bruno Ermolli, da sempre ascoltatissimo anche dalla famiglia Berlusconi. Lavora alle sue dipendenze, ed è sposata con un top manager del gruppo, l'europarlamentare Licia Ronzulli, tra le preferite del premier. Ottimi anche i rapporti con l'ex assessore lombardo e parlamentare Pdl, Giancarlo Abelli, originario di Pavia come Rotelli. Ma è durante i 15 anni di regno del governatore Roberto Formigoni che il patron del gruppo San Donato diventa l'asso pigliatutto degli ospedali.

 

Le ricette formigoniane trasformano la Lombardia nel paradiso della sanità privata, promuovendo la concorrenza tra gestori privati e quelli pubblici, tutti finanziati dal denaro del contribuente. Partito nel 1957 con la Casa di Cura di Pavia a cui si è aggiunto alcuni anni dopo il San Donato, il gruppo controllato dal secondo azionista del "Corriere" ha più che raddoppiato il giro d'affari negli ultimi otto-nove anni, superando nel 2008 quota 750 milioni. Contando su una liquidità in apparenza inesauribile, Rotelli ha saputo approfittare anche delle difficoltà dei suoi concorrenti.

Antonino Ligresti, fratello del più celebre Salvatore, finisce all'angolo dopo il tragico incidente nella camera iperbarica del Galeazzi di Milano (dieci morti nel 1997)? Ecco un'offerta targata San Donato per rilevare tutte le cliniche del gruppo in difficoltà, comprese alcune molto note nel capoluogo lombardo, come la Madonnina. Giuseppe Poggi Longostrevi (suicida nel 2000) viene messo fuori causa da un'indagine della magistratura per tangenti e affini? Di nuovo è Rotelli a rilevare le attività messe in vendita per cause di forza maggiore. L'anno scorso era tutto pronto per lo sbarco oltrefrontiera. Obiettivo: gli ospedali del gruppo francese Vitalia. Alla fine, però, l'operazione, studiata con l'appoggio di Banca Intesa, non è andata in porto.

 

Poco male. I bilanci del gruppo San Donato grondano profitti. Non ci sono debiti e gli utili vengono puntualmente reinvestiti in azienda. Su un fatturato, come detto, di oltre 750 milioni, gli ospedali del gruppo producono una settantina di milioni di utili lordi, tenendo conto di ammortamenti e accantonamenti vari. E il conto economico marcia a questa velocità ormai da diversi anni. Logico allora che non manchino le risorse finanziarie per allargare i confini dell'impero e realizzare imponenti investimenti, dell'ordine delle decine di milioni, sulle strutture ospedaliere.

Rotelli ama vantare l'eccellenza tecnologica dei suoi reparti, meta di frequenti viaggi di studio di specialisti americani e del nord Europa. Certo è che la strategia di concentrarsi sulle specialità a più elevato contenuto tecnologico, e quindi anche a maggior rimborso pubblico, ha finito per rivelarsi molto redditizia pure per il conto economico. Sarà forse anche per questo che mentre gli Stati Uniti, mecca della sanità privata, stanno facendo (a fatica) marcia indietro, il patron del gruppo San Donato predica corpose iniezioni di liberismo anche nel mondo ospedaliero.

 

Fosse per lui anche le strutture pubbliche dovrebbero trasformarsi in società per azioni governate secondo la ferrea logica del conto economico. E sarebbe poi la legge della domanda e dell'offerta a determinare i livelli di rimborso per le diverse prestazioni, comprese quelle notoriamente meno profittevoli come, per esempio, il pronto soccorso. I critici, in verità molto numerosi, bollano questi progetti come l'ultimo e definitivo colpo per affossare la presenza pubblica in campo sanitario. Rotelli però tira diritto. Dalle colonne del quotidiano di Confindustria "Il Sole 24 Ore" ha predicato in alcuni interventi l'efficacia del suo modello di gestione.

E una lunga intervista rilasciata a "Panorama" si intitolava non a caso "La mia ricetta contro gli sprechi". Su questo tema, in verità, non sembra essere del tutto d'accordo la Procura di Milano che lunedì 14 dicembre ha chiuso l'inchiesta sui rimborsi gonfiati nelle cliniche del gruppo San Donato, in particolare il Galeazzi di Milano. La truffa al servizio sanitario sarebbe stata realizzata attraverso la falsificazione di cartelle cliniche e di schede di dimissione ospedaliera.

L'indagine dei pm, che ha individuato presunte malversazioni per un valore di circa 6,7 milioni, vede indagati una settantina di dirigenti e medici. Mentre Rotelli è finito sotto inchiesta come rappresentante legale delle società per la violazione della legge 231, quella sulla responsabilità penale delle aziende. Tutto regolare, obiettano i portavoce del re degli ospedali lombardi. E comunque quei 6 milioni sono soltanto una goccia nel mare di un giro d'affari che nei tre anni presi in considerazione dai magistrati ha superato i 2 miliardi. Insomma, poca cosa. Nessun problema. Anche perché, sul grande business di Rotelli vigila la politica.

La prova? Bastava dare un'occhiata al palco delle autorità il giorno dell'inaugurazione del nuovo policlinico San Donato, il 19 maggio scorso. C'erano il sindaco di Milano Letizia Moratti, il governatore lombardo Roberto Formigoni e il premier Silvio Berlusconi. Tutti a lodare il modello vincente della sanità privata.

 

 

[23-12-2009]

   

 

 

TUTTE LE MANCE NATALIZIE NELLA FINANZIARIA - CHIESE, STRADE E PRODOTTI TIPICI UNA PIOGGIA DI EURO DA 105 MILIONI - la prima cosa che si scopre è un torrente di denaro che arriva alla Chiesa, già finanziata dallo Stato con l’otto per mille - Un alone di mistero circonda i 400.000 euro in una sola tranche assegnati alla Fondazione nazionale “Carmignani” di Livorno…

Stefano Feltri per "Il Fatto Quotidiano"

"Fare ironia su questi micro interventi significa non avere il senso della democrazia", ha detto ieri il ministro dell'Economia Giulio Tremonti nella conferenza stampa di fine anno. Eppure gli interventi previsti dalla Finanziaria - ormai noti come "legge mancia" - sono micro nei singoli importi, ma sommati valgono un massimo di 165 milioni di euro in tre anni, 105 subito relativi al 2009 (di questi ne vengono impiegati circa 103), poi 30 e 30 nel 2010 e 2011.

CHIESA TERREMOTATA

Regali di Natale, ciascuno di poche decine di migliaia di euro, che secondo Tremonti sono in perfetta sintonia con lo spirito della manovra e, anche se decisi dall'alto a Roma, con la tensione leghista al federalismo, visto che "i soldi vanno ai loro territori". La trasparenza non è il punto di forza di questa "legge mancia": si parte dalla legge Finanziaria, si arriva a 165 milioni di fondi stanziati nel 2008 che si frammentano in decine e decine di interventi la cui lista completa è stata appena pubblicata sul sito della Camera dei deputati, come allegato ai lavori della commissione Bilancio della seduta del 22 dicembre.

OPERE DI BENE. Una volta arrivati alla lista degli interventi, la prima cosa che si scopre è un torrente di denaro che arriva alla Chiesa, già finanziata dallo Stato con altre voci della spesa pubblica come l'otto per mille. Il primo intervento religioso che si incontra scorrendo le 47 pagine di tabelle riguarda l'arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo (la terra di padre Pio), a cui finiscono 400 mila euro nel 2009 per il "recupero ambientale degli immobili della curia vescovile" (integrati da 50.000 all'anno per i successivi due anni). Arrivano poi altri 100.000 in tre anni per la ma "manutenzione straordinaria di immobili e arredi della parrocchia Madonna del Carmine di Manfredonia".

Qualche pagina dopo ci sono 100.000 euro per il "recupero ambientale e ristrutturazione della chiesa di san Francesco finalizzata allo sviluppo turistico" nel comune di Aversa (in provincia di Caserta). L'aggettivo "ambientale" si spiega con la necessità di giustificare il ricorso a un fondo che, almeno nella sua origine, doveva servire a finanziare la tutela dell'ambiente e la promozione del territorio.

L'elenco del sostegno a edifici in senso lato religiosi è lunghissimo: dalla chiesa medievale di Centola, a Salerno, dove servono 50.000 euro per "incremento flussi turistici", al seminario diocesano San Giovanni Bosco di Castellamare di Stabia a cui ne toccano 110.000 per i "lavori di ristrutturazione ostello della gioventù Monte Faito per la formazione dei ragazzi".

OPERE VARIE. Spiegare in meno di dieci parole come spendere parecchie migliaia di euro richiede una capacità di sintesi rara nella pubblica amministrazione. Ma molte delle giustificazioni di stanziamenti sono comunque un po' troppo vaghe. Prendiamo il comune di Ziano Piacentino, a Piacenza, che avrà diritto nel 2010 e nel 2011 rispettivamente a 40.000 e 42.000 euro. La ragione? "Opere viarie". In altri casi le informazioni sono appena più precise. Il comune di Castellaneta (Taranto) ha bisogno di 160.000 euro in tre anni per un "percorso ricreativo di fruizione per paesaggio della gravina di Castellaneta".

Un alone di mistero circonda anche le necessità della Croce rossa italiana che come causale per 160.000 euro indica un "progetto per la diffusione della cultura della donazione Comitato regionale dell'Umbria". Molto dettagliata la spiegazione per i 400.000 euro in una sola tranche assegnati alla Fondazione nazionale "Giuliana Carmignani" di Livorno che ne ha bisogno come "contributo per la costruzione di un soggetto consortile multidisciplinare volto a sviluppare attività di supporto operativo ed informativo delle attività professionali italiane".

La fiscalità generale assegna anche 120.000 euro in tre anni alla non famosissima Scuola del gusto del comune di Torrecuso (Benevento) come "finanziamento per adeguamento ambientale e messa in sicurezza".

OPERE STRANE. Il governo che invoca il federalismo leghista ma toglie l'Ici ai comuni (risarciti con oltre 1.7 miliardi in Finanziaria), combina decisionismo centrale con la ricaduta locale. Ci sono centinaia e centinaia di migliaia di euro per marciapiedi, piste ciclabili, messa in sicurezza di strade, parcheggi e aiuole. Perfino per la "realizzazione di un campo di calcio a sette nel comune di Torino", un intervento da 50.000 euro.


Da Roma, nella commissione Bilancio, hanno ritenuto opportuno provvedere con 80.000 euro anche per un "impianto di valorizzazione e smaltimento delle vinacce" a Offida (Ascoli Piceno). Il comune di Monza, per citarne uno come esempio, ottiene 133.000 euro per la "sistemazione del nodo viabilistico di largo Mazzini", un grosso incrocio con una piccola aiuola al centro che, a giudicare da Google Maps, non sembra aver bisogno di grandi interventi.

Se queste opere sono soltanto alla lontana coerenti con le misure del Fondo che eroga i soldi, altri soggetti hanno chiesto soldi per progetti davvero collegati all'ambiente e al territorio. Ono San Pietro, in provincia di Brescia, ottiene 70.000 euro per la promozione dei "prodotti tipici e delle attività alimentari".

Più criptica la cittadina salernitana di Perdifumo: 200.000 euro per la "realizzazione ecomuseo vichiano per valorizzazione e sviluppo dei luoghi vichiani in Vatolla". Roma, forse per la vicinanza ai centri decisionali, riesce ad aggiudicarsi molti soldi. Per esempio quasi mezzo milione (450.000 euro) per un "programma di azioni finalizzate allo sviluppo economico del tessuto produttivo della capitale" e ben 210.000 per sostenere la rete dei "farmers's market" del comune, coltivatori che vendono direttamente al pubblico saltando la mediazione dei negozi.

 

 

[24-12-20

 

 

L'ASSESSORA DEL MISTERO: LADY PAVAROTTI NASCONDE I BILANCI DEL VEGLIONE...
Da "Il Giornale" - Una festa carica di mistero quella che il comune di Bologna sta organizzando per Capodanno. Non tanto per il programma dei festeggiamenti, che anzi è stato ampliamente promosso e pubblicizzato, quanto per la gestione dei fondi pubblici stanziati dall'amministrazione pd per realizzare il super veglione. La mente alla base del progetto, che prevede una sorta di «gemellaggio festaiolo» con l'amministrazione (anche questa pd) di Firenze, e del mistero stesso, è quella dell'assessore bolognese alla Promozione culturale Nicoletta Mantovani, ex «Lady Pavarotti».

La Mantovani, 40 anni, che ha messo a disposizione del Comune di Bologna l'esperienza maturata come organizzatrice dei concerti di Big Luciano, ha affidato i 100mila euro stanziati da Palazzo D'Accursio a «Bologna Fiere Servizi».

Un «pacco regalo» però i cui dettagli - dai cachet per gli artisti alle spese di allestimento, dai costi pubblicitari ai servizi - rimangono ignoti; allo stesso modo la convenzione stessa con la Fiera resta segreta nei termini e, in realtà, nemmeno si sa se sia stata davvero firmata. Intanto il sindaco bolognese Flavio Delbono difende a spada tratta l'iniziativa, parlando di «evento straordinario per chi non ha i mezzi per andare a Cortina», e nella riunione di giunta di questa settimana le bocche, a partire da quella della Mantovani alla quale pochi giorni fa lo stesso gruppo del Pd in consiglio ha chiesto «trasparenza», sono rimaste cucite.

Di fronte al mutismo di sindaco e assessore al presidente della commissione Bilancio comunale, Galeazzo Bignami (Pdl), non è rimasto altro che formalizzare una richiesta di accesso agli atti e minacciare un esposto alla Corte dei Conti. « Il Comune ha messo 100mila euro dei nostri soldi nelle mani di Bologna Fiere Servizi - ha denunciato Bignami -. La giunta deve dirci come le risorse saranno impiegate».  

 

 

CAPODANNO DI ALEMANNO COSTA UN MILIONE (E CROPPI SCHIANTA SCHINTU)
Come aveva annunciato Dagospia pochi giorni fa, potrebbero esserci scintille tra Umberto Croppi , Assessore alla cultura del comune di Roma, e Mario Schintu, "l'osso duro" voluto da Alemanno a dirigere il dipartimento comunicazione della Capitale.
E saranno scintille di godimento da parte di Croppi che sta con il fucile puntato nei confronti del nuovo collaboratore del sindaco dalle scarpe ortopediche.

Schintu,"l'osso duro" di Alemanno ha gestito la sua prima iniziativa: l'organizzazione del concerto di Capodanno di Venditti. Costato oltre 1 milione di euro, l'evento ha già suscitato le critiche degli esperti del settore. Con quella cifra, o anche con molto meno, si sarebbero potuti scritturare artisti meno datati e molto più graditi al target prevalentemente giovanile, da Laura Pausini a Eros Ramazzotti. E qualcuno comincia a rimpiangere l'organizzazione dei concerti di veltroniana memoria in grado di riempire le piazze con centinaia di migliaia di persone.

Croppi gongola, forte del gradimento personale dichiarato dai sondaggi, effettuati dopo le sue iniziative e gode nell'attesa di un memorabile flop.  

18.12.09

 

TE LA DO IO LA GIUSTIZIA! L’EX PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE E DAGO-QUERELANTE, ANTONIO BALDASSARRE, VERSO IL RINVIO A GIUDIZIO PER AGGIOTAGGIO! - (UN REATO CHE PREVEDE PENE DA DUE A 18 ANNI CON SANZIONE DA 20 A 5 MILIONI DI EURO) - SECONDO IL CAPO DI IMPUTAZIONE LA LETTERA DELL'UBS, PRESENTATA DA BALDASSARRE NEL 2008 PER ACQUISIRE L’ALITALIA, CON CUI LA BANCA ATTESTAVA UN DEPOSITO DI 500 MILIONI DI EURO PRESSO UNA FLILIALE DELLA STESSA BANCA, ERA ’FALSA’ - NON SOLO: LE STRANE ACQUISIZIONI FATTE DA ALITALIA QUANDO ERA ORMAI AL COLLASSO E ’DECOTTA’: COMPRO’ LE SOCIETA’ ’VOLARE GROUP’ E CEDETTE LA ’EUROFLY’ -

 

(Ansa) - Due delle cordate per l'acquisto di quote Alitalia dal Tesoro - la prima capeggiata dall'ex presidente della Consulta, Antonio Baldassarre, la seconda da un gruppo che sosteneva falsamente di rappresentare la Singapore Airlines - erano, secondo le accuse, due cordate manifestamente fasulle, senza ne' reali offerte di denaro ne' volonta' effettiva di acquisire la quota azionaria della compagnia di bandiera.

Ma al di la' della ipotesi della manipolazione del mercato contestata e del reale effetto sul titolo in borsa, le due false proposte avrebbero influito in modo negativo proprio nella delicata fase - come era quella del dicembre del 2008 - della stessa trattativa per la cessione ai privati della quota del Tesoro, trattativa che dopo il default della compagnia di bandiera ha visto prevalere alla fine il consorzio Cai.

E' questo il senso di uno dei passaggi del doppio decreto di chiusura delle indagini, e contestuale deposito degli atti che di norma e' propedeutico ad una richiesta di rinvio a giudizio, delle due inchieste parallele della procura di Roma che hanno avuto come oggetto nei mesi scorsi alcune tra le offerte per l' acquisizione del pacchetto azionario di Alitalia, appunto quelle fatte rispettivamente dalla cordata capeggiata dall'ex giudice della Corte Costituzionale, ed ex presidente Rai, Antonio Baldassarre, e da un gruppo che sosteneva, falsamente, di rappresentare la prestigiosa compagnia aerea asiatica 'Singapore Airlines'.

La chiusura delle indagini per l'ipotesi di reato di aggiotaggio (un reato che prevede pene da due a 18 anni con una sanzione pecuniaria da 20 a cinque milioni di euro), che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, riguarda per la prima inchiesta Antonio Baldassarre; per la seconda tranche sono coinvolti un commercialista di Milano Luigi Pezzoni e il finanziere americano Arun Savkur, direttore del fondo Evergeen Found che presentarono una manifestazione di interesse proprio nel giorno del Cda di Alitalia, comunicandola nel contempo alla Presidenza del Consiglio all'epoca di Romano Prodi.

Le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dai pm Stefano Pesci, Maria Francesca Loy e Gustavo De Marinis, e delegate al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza di Roma, hanno consentito di ricostruire entrambe le vicende. Secondo il capo di imputazione la lettera dell'Ubs, presentata da Baldassarre il sei dicembre del 2008 all'ex amministratore delegato di Alitalia, Maurizio Prato, con cui la banca attestava un deposito di 500 milioni di euro presso una fliliale della stessa Banca svizzera, era 'falsa'. Baldassarre spiego' di essere rappresentante di una 'cordata' che comprendeva la societa' Lorerive.

Le rogatorie chieste ed eseguite dalla procura di Roma in Svizzera hanno consentito di appurare che gia' a dicembre, quando presento' l'offerta, Baldassarre sarebbe stato a conoscenza che la lettera di garanzia dell'Ubs era falsa, ma presento' ugualmente l'offerta facendo dichiarazioni ad organi di stampa. L'ex presidente della Corte Costituzionale, interrogato nel mesi scorsi, aveva spiegato di aver presentato successivamente una denuncia perche' egli stesso vittima di un presunto illecito compiuto da una societa' di diritto svizzero aderente alla cordata.

Nella inchiesta sulla cordata attribuita falsamente a Singapore Airlines, che smenti' ufficialmente di aver avanzato una offerte per l'acquisizione delle quote del Tesoro di Alitalia, i pm hanno appurato che la manifestazione di interesse venne affidata a due advisor rispettivamente Vincenzo De Bustis, ad di Deutsche Bank Italia, e per la parte legale all'avvocato milanese Pietro Tantalo rappresentante dello studio legale inglese Orrick. I due non sono indagati avendo spiegato alla procura, che li ha sentiti come persone informate dei fatti, di aver fornito una mera prestazione professionale.

La lettera di manifestazione di interesse - elaborata nel corso di una conference call Da Pezzoni era firmata S.A. Limited, con una chiara e fallace analogia dell'acronimo con quello di Singapore Airlines. Su Alitalia c'e' una seconda inchiesta per bancarotta che vede indagate gli ex presidenti e ex amministratori delegati dal 2000 al 2007, ossia alla viglia della cessione a Cai del pacchetto azionario.

Secondo quanto si e' appreso sarebbero in fase di ultimazione decine di consulenze chieste dai pm in particolare per alcune acquisizioni fatte da Alitalia quando la compagnia di bandiera, ormai al collasso e 'decotta' con il titolo crollato e richiesta di ingenti finanziamenti erogati dallo Stato, compro' le societa' 'Volare group' e cedette la societa' 'Eurofly'.

 

 

[14-12-2009] 

 

 

SOTTO ACCUSA L’IMPERO ROTELLI - CHE SMACCO PER IL FUTURO PRESIDENTE RCS - OLTRE 1.500 CARTELLE CLINICHE FALSIFICATE, DECINE DI RICOVERI INUTILI. E RIMBORSI GONFIATI DALLA REGIONE LOMBARDIA, PER ALMENO 6 MILIONI E MEZZO € IN TRE ANNI - ROTELLI BOCCIÒ IL MODELLO OLANDESE RICORDANDO CHE L’ITALIA NON HA “UNA TRADIZIONE DI CORRETTEZZA E TRASPARENZA CHE LA PONGA TRA I PRIMI PAESI AL MONDO”. E SI CONCESSE IL LUSSO, QUASI EVERSIVO NELL’ITALIA DI OGGI, DI CITARE NIENTEMENO CHE “L’INDICE DELLA CORRUZIONE DI TRANSPARENCY INTERNATIONAL” -

 

Francesco Bonazzi per "Il Fatto Quotidiano"

Oltre millecinquencento cartelle cliniche falsificate, decine di ricoveri inutili. E soprattutto, rimborsi gonfiati dalla regione Lombardia, la patria della sussidiarietà sanitaria, per almeno 6 milioni e mezzo di euro in tre anni. La procura di Milano ha chiuso ufficialmente le indagini sullo scandalo della sanità lombarda e si prepara, nell'arco dei prossimi venti giorni, a chiedere una raffica di rinvii a giudizio per truffa aggravata ai danni dello Stato e falso in atto pubblico.

Nel mirino dei pm Sandro Raimondi e Maria Teresa Mannella, c'è il gruppo ospedaliero privato Policlino San Donato, presieduto da Giuseppe Rotelli. Il sessantaquattrenne avvocato pavese, che è anche il secondo maggior azionista della Rizzoli Corriere della Sera ed è in predicato di diventarne il presidente, non risulta indagato personalmente, ma in quanto legale rappresentante del San Donato e in forza della nuova legge sulla responsabilità penale delle aziende (la cosiddetta "231").

La notizia della chiusura delle indagini era nell'aria da una settimana e il passo formale delle notifiche è stato ritardato di un paio di giorni per un banalissimo problema materiale: l'enorme quantità di carta che serviva per stampare gli atti d'indagine. Ieri mattina gli uomini della Guardia di Finanza di Milano hanno infatti notificato la bellezza di 68 avvisi di chiusura indagini nei confronti dei vertici amministrativi e di molti medici degli ospedali Galeazzi, Sant'Ambrogio e San Donato, tutti parte del Gruppo Ospedaliero San Donato.

Secondo gl'inquirenti, i tre ospedali avrebbero realizzato, dal gennaio 2004 al dicembre 2007, profitti illeciti per circa 6,5 milioni di euro, falsificando cartelle cliniche e schede di dimissione, richiedendo rimborsi superiori al dovuto al Sistema sanitario lombardo. Nell'ultimo anno e mezzo i finanzieri, con l'aiuto di alcuni consulenti tecnici della Procura, hanno spulciato qualcosa come 68 mila cartelle cliniche ritenute sospette.

E alla fine di un lavoro certosino avrebbero trovato "profitti illeciti" in almeno 1.560 casi, visto che l'unica cifra per ora filtrata è quella che riguarda la sola San Donato. Nelle carte depositate ieri dalla Procura, si legge anche che gl'indagati avrebbero attestato "falsamente" che una serie di pazienti "necessitavano di specifico ricovero per necessità diagnostiche, terapeutiche e assistenziali", mentre gli interventi in realtà "erano stati erogati in regime ambulatoriale".

Emblematico il caso di alcuni nei asportati in regime di day-hospital, anzichè ambulatorialmente. In altre circostanze, poi, sempre secondo i pm, sarebbe stata indicata nei moduli di rimborso "una degenza di durata superiore a quella prevista per la patologia o per l'intervento effettivamente riscontrati".

E se è vero che la percentuale delle presunte irregolarità è piuttosto bassa per un gruppo che nel 2008 ha fatturato 750 milioni di euro, l'accusa è comunque piuttosto imbarazzante per chi un domani potrebbe essere il legale rappresentante del secondo gruppo editoriale italiano, ovvero quella Rcs Media Group che è anche quotata in Borsa.

Giuseppe Rotelli è una persona piuttosto schiva e riservata, fiero di aver trasformato il San Donato in un gruppo di 18 "ospedali privati" (non ama che le si chiami cliniche) e con una cultura decisamente superiore alla media di molti suoi colleghi che negli ultimi anni si sono più o meno improvvisati "reucci" della sanità sovvenzionata.

Cultura che lo ha portato ad amare l'editoria e a prendersi lo sfizio, talvolta, di pubblicare articoli su quale dovrebbe essere un giusto modello di sanità "nell'interesse dei cittadini". Memorabile quello scritto il 25 settembre del 2008 sul "Sole 24 Ore", in risposta a chi proponeva il modello olandese di assicurazione sanitaria obbligatoria, largamente sussidiato dallo Stato (50% della spesa).

Rotelli lo bocciò ricordando che l'Italia, a differenza dell'Olanda, non ha "una tradizione di correttezza e trasparenza che la ponga tra i primi Paesi al mondo". E si concesse il lusso, quasi eversivo nell'Italia di oggi, di citare nientemeno che "l'indice della corruzione di Transparency International".

[15-12-2009]  

 

 

INVECE DI RITIRARE LE TRUPPE DALL'AFGHANISTAN OBAMA RITIRA IL NOBEL PER LA PACE – NON ENTRA TRA I GANDHI DELLA TERRA - CHI GLI HA ASSEGNATO IL NOBEL ANDREBBE ARRESTATO PER ABUSO DELLA CREDULITÀ POPOLARE!...

Riceviamo e pubblichiamo:

Lettera 1
Caro Dago, i membri del comitato che ha assegnato il Nobel per la Pace a Barack Obama andrebbero arrestati tutti per abuso della credulità popolare!
Oli

Lettera 3
Caro Dago, visto l'invio di 30.000 soldati in Afghanistan, da Alfred Nobel, più che il premio per la Pace , Barack Obama meriterebbe ricevere una fornitura di dinamite...
Die Nadel

Lettera 4
Caro Dago, dopo tanti anni di stronzate Fidel Castro ha detto una cosa giusta: "Se Barack Obama accetta il Nobel per la Pace è un cinico". F.L.

Lettera 5
Caro Dago, oggi Obama si presenta a Oslo per ricevere il Nobel per la pace e dice: "Il premio non lo ritiro perchè buffon non Fo e non son...". Allora sì che si comporterebbe da signore!
P&T

Lettera 6
Caro Dago, con il il Nobel per la Pace Obama non entra tra i Gandhi della Terra...
Ugo Lati

Lettera 7
Da oggi, col ritiro del Nobel, è ufficiale: la missione in Afganistan è una missione di "pace".
alfredo mandolfo (St Cloud)

Lettera 8
Caro Dago, Obama rovesci il banco e umili i "Mercanti del Tempio": rifiuti il Nobel per la Pace ingiustamente assegnatoli!
Ad.Bu.

Lettera 9
Mondo boia: invece di ritirare le truppe dall'Afghanistan Obama ritira il Nobel per la Pace! Ticas Tigo

Lettera 10
Caro Dago, oggi, per la prima volta da quando è stato eletto, Barack Obama ha la possibilità di fare un figurone: rifiutare il premio Nobel per la pace facendo così sentire piccolo piccolo chi glielo ha ingiustamente (come lui stesso ha ammesso) assegnato. Se il Presidente farà questo gesto sarò in prima fila ad applaudirlo.
Fritz Kreisler

Lettera 11
Caro Dago, è un bene che Obama riceva oggi il Nobel per la pace, così almeno non potranno paragonarlo a Ghandi che il premio non lo ha mai preso.
Coccolino

Lettera 12
Caro Dago, se ritira il Nobel per la Pace Obama si dimostra peggiore del peggiore dei bianchi e totalmente privo di dignità.
M.Tauri

Lettera 13
Caro Dago, oggi il presidente Barack Obama dovrebbe ritirare il Nobel per la Pace. Dico dovrebbe perchè da uno come lui mi aspetto che si presenti all'appuntamento dicendo: "Vi ringrazio, ma per rispetto di quelli che mi hanno votato non lo posso accettare. Non lo merito...".
Salvo

Lettera 14
Caro Dago, dopo la presa per il culo del Nobel per la Pace a Barack Obama mi dimetto dal genere umano...
S.C.

Lettera 15
Caro Dago, a Oslo c'è un bellissimo parco, il Parco di Vigeland dove sono esposte permanentemente tantissime sculture in granito e in ferro battuto. Ognuna di quelle statue ha fatto molto più di Barack Obama per meritarsi il Nobel per la Pace...

 

 

[10-12-2009]

 

 

 

Raffaele Fitto è soddisfatto della sentenza emessa oggi dal Gup di Bari, che lo ha rinviato a giudizio per i reati di corruzione e illecito finanziamento ai partiti in concorso con Giampaolo Angelucci - il ministro per i Rapporti con le Regioni aveva detto che "se l'accusa fosse vera sarei il primo politico al mondo ad aver ricevuto una tangente con bonifico bancario"....

(Apcom) - Raffaele Fitto, ministro per i Rapporti con le Regioni, è soddisfatto della sentenza emessa oggi dal Gup di Bari, Rosa Calia Di Pinto, che lo ha rinviato a giudizio per i reati di corruzione e illecito finanziamento ai partiti in concorso con l'imprenditore ed editore romano Giampaolo Angelucci, prosciogliendolo però da altri reati come l'associazione a delinquere per corruzione e concussione. I fatti si riferiscono al periodo in cui Fitto era presidente della Regione Puglia.

"La sentenza del Gup di Bari rende finalmente giustizia. Fa crollare completamente l`originario impianto accusatorio nei miei confronti, che oggi si conferma essere stato fin dall`inizio puramente persecutorio - commenta in una nota Fitto - Il Gup ha dichiarato il non luogo a procedere per le accuse più gravi e infamanti, quelle di concussione e falso ma, soprattutto, quella di associazione a delinquere. Nel giugno del 2006 i pubblici ministeri arrivarono addirittura a chiedere il mio arresto e qualcuno osò paragonarmi ad un mafioso".

2 - FITTO: "SMONTATO IL CASTELLO DI ACCUSE"
Ansa -
"La sentenza del gup di Bari rende finalmente giustizia. Fa crollare completamente l'originario impianto accusatorio nei miei confronti, che oggi si conferma essere stato fin dall'inizio puramente persecutorio". Lo ho detto il ministro Fitto a proposito della decisione del gup di Bari che lo ha rinviato a giudizio per corruzione prosciogliendolo da altre accuse.

"Il gup - afferma Fitto in una nota - ha dichiarato il non luogo a procedere per le accuse più gravi e infamanti, quelle di concussione e falso ma, soprattutto, quella di associazione a delinquere. Nel giugno del 2006 i pubblici ministeri arrivarono addirittura a chiedere il mio arresto e qualcuno osò paragonarmi a un mafioso.

Oggi invece - afferma ancora - viene chiarito che non esiste l'associazione a delinquere, tutti coloro che hanno chiesto il rito abbreviato sono stati assolti, la gara sull'affidamento delle Rsa è stata definita regolare, la commissione che la aggiudicò non è mai stata messa sotto inchiesta. I reati minori che resterebbero a mio carico - ha aggiunto - riguarderebbero ora una presunta estensione dell'affidamento in gestione di quelle Rsa, estensione che non c'è mai stata".

"Resterebbe poi l'accusa di corruzione per la quale lo stesso gup scrive nel dispositivo odierno che al momento vi è una insufficienza di elementi di prova che l'accusa dovrebbe eventualmente superare nel corso del processo".

3 - MINISTRO FITTO A GIUDIZIO PER CORRUZIONE, PROSCIOLTO CONCUSSIONE
(Reuters)
- Il ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, è stato rinviato a giudizio per due episodi di corruzione, abuso d'ufficio, peculato e illecito finanziamento al partito. Lo ha deciso il gup di Bari Rosa Calia, secondo quanto riferito da fonti giudiziarie.

I fatti risalgono al periodo in cui Fitto era presidente della Regione Puglia. L'accusa è di aver ottenuto, durante la campagna elettorale per le Regionali del 2005, una tangente da 500mila euro che sarebbe stata versata dall'imprenditore romano Giampaolo Angelucci, anch'egli rinviato a giudizio.

Fitto, che ha sempre respinto le accuse, è stato invece prosciolto dall'accusa di associazione a delinquere, concussione e tre episodi di falso, relativi ad attestazioni di spese di rappresentanza.

L'avvocato di Fitto e parlamentare del Pdl Francesco Paolo Sisto ha commentato: "Questa è la degna sentenza di un degno giudice della Repubblica Italiana. Una sentenza che condivisa o non condivisa bisogna accettare con la massima serenità. L'impostazione accusatoria risulta demolita".

Secondo l'accusa la somma di denaro sarebbe stata versata al movimento "La Puglia prima di tutto", fondato dall'ex governatore della Regione Puglia, a sostegno della campagna elettorale. In cambio, sostiene l'accusa, le società di Angelucci si sarebbero aggiudicate l'appalto per la gestione delle Rsa, residenze sanitarie assistite pugliesi.

Fitto si era già difeso davanti al gup lo scorso 17 novembre, negando ogni addebito. Parlando con i giornalisti, inoltre, Fitto aveva detto che "se l'accusa fosse vera sarei il primo politico al mondo ad aver ricevuto una tangente con bonifico bancario".

Tra i 77 imputati nel procedimento, denominato "La Fiorita", c'era anche Mario Morlacco, ex direttore dell'Ares di Puglia e oggi sub commissario alla Sanità del Lazio. Morlacco è stato assolto oggi dall'accusa di falso perché il fatto non sussiste.

 

 

[11-12-2009]

 

 

 

VIENI AVANTI COSENTINO – LA CAMERA GRAZIA IL SOTTOSEGRETARIO ACCUSATO DI LEGAMI CON LA CAMORRA ( 360 A 226) – BACI E ABBRACCI DOPO IL VOTO – NEL POMERIGGIO LE MOZIONI DI SFIDUCIA: “DOVESSERO PASSARE MI DIMETTEREI ALL’ISTANTE”…

1 - COSENTINO, LA CAMERA NEGA L'ARRESTO ...
(Agi) - La Camera ha detto no all'arresto per il sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino (Pdl). Il risultato della votazione a scrutinio segreto e' stato di 360 voti per respingere la richiesta della magistratura napoletana contro 226.

2 - SOTTOSEGRETARIO IN AULA E DOPO IL VOTO BACI E ABBRACCI...
(Dire) - Baci e abbracci per il sottosegretario Nicola Cosentino in Aula, dopo che la Camera ha respinto la richiesta di arresto nei suoi confronti. Il coordinatore del Pdl campano, seduto nella fila piu' alta dell'emiciclo, ha accolto con un largo sorriso il voto dei deputati che respinge l'arresto.

Dopo la proclamazione del voto, una processione di onorevoli si e' messa in fila davanti a Cosentino per congratularsi. Al momento del voto erano presenti in Aula i ministri Alfano, Bossi, Brambilla, Brunetta, Carfagna, Fitto, Gelmini, La Russa, Meloni, Prestigiacomo, Ronchi, Rotondi. Per il governo c'erano anche i sottosegretari Menia, Brancher, Bonaiuti, Martini, Crimi, Vito, Giro.

3 - COSENTINO: NON AVEVO DUBBI SU VOTO, MA SE SFIDUCIATO MI DIMETTO...
(Agi) - Contento no, dice, perche' "nessuno e' contento di difendersi da accuse tanto infamanti". Ma Nicola Cosentino ha di che essere soddisfatto del no della Camera alla richiesta del suo arresto arrivata dalla procura di Napoli. "Il voto e' andato molto al di la' della stretta maggioranza che governa il paese", ha sottolineato il sottosegretario all'Economia conversando con i cronisti. E su questo, ha aggiunto, "ero sicuro che vi sarebbe stato un voto che andava al di la' della maggioranza".

Il prossimo scoglio sono le mozioni di sfiducia che Montecitorio esaminera' nel pomeriggio. "Se dovesse passare non esiterò un minuto soltanto a dimettermi", ha assicurato.

 

 

[10-12-2009]

 

 

 

Nessuna guerra e' buona caro Mr.Obama, io l'ho imparato da Papa Giovanni Paolo II , e lei lo avrebbe dovuto imparare dal Vietnam, ma cosa piu' derivare di buono da una  cosa cattiva come la dinamite ? Gli uomini che si portano l'inferno anche dopo la propria morte.

12.12.09

 

 

MA CIAMPI, IL GRANDE MORALIZZATORE DELLA VITA POLITICA BERLUSCONA, NON HA PROPRIO NULLA DA DIRE SULLE "PRODEZZE" DEL SUO SEGRETARIO GENERALE GIFUNI? - TANA PER GAETANO: AVREBBE DATO IL VIA LIBERA A QUEL DECRETO GRAZIE AL QUALE IL NIPOTE, LUIGI TRIPODI, AVREBBE TRASFORMATO UN CANILE IN UNA VILLA ABUSIVA A DUE PIANI - LA BELLA CURA DI GIFUNI AL QUIRINALE: SPESE RADDOPPIATE IN 15 ANNI, HA PORTATO I COSTI DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA DAI 107 MILIONI DEL 1992 AI 224 DEL 2007 - OGNI MESE DALLA CASSA DI CASTELPORZIANO VENIVANO PRELEVATI 30/40MILA EURO - ALLA LUCE UN'APPROPRIAZIONE INDEBITA DI QUATTRO MILIONI € DALLE CASSE DEL COLLE -

 

1 - IL "NEPOTISTA" DEL COLLE
Mattias Mainiero per "Libero"

Sembrava un'entità metafisica, incarnazione astratta del potere: c'era, gestiva, comandava. E non c'era. Un gran cerimoniere impalpabile, il maestro di palazzo che accomodava, ricuciva, limava nell'ombra. E poi salta fuori una sua firma, netta, tangibile, nero su bianco. Gaetano Gifuni, oggi segretario generale onorario del Quirinale, ieri segretario generale e basta, avrebbe dato il via libera a quel decreto grazie al quale il nipote, Luigi Tripodi, avrebbe trasformato un canile in una villa abusiva a due piani.

Centottanta metri quadrati e duemila metri di giardino diventati la sua residenza nel cuore di Castelporziano. Tripodi, all'epoca capo del servizio Tenute e giardini del Quirinale, è agli arresti. Gli contestanoanchedi essersi appropriato di quattro milioni di euro della presidenza della Repubblica. Don Gaetano è indagato per falso.

Una carriera felpata, felpatissima, tutta costruita all'insegna dell'accortezza e della sagacia, del silenzio. Non per nulla l'aveva - no soprannominato "Prudenzano". E la firma sulla carta del reato. Piccolo (ma mica tanto) enigma nel grande enigma del potere. Ma tant'è: questa è la vita di un uomo invisibileeppure palesementecontroverso, un cerimoniere che all'occorrenza non disdegna, dice chi lo conosce bene, i modi bruschi, un grigio gran commis che non rinuncerebbe per nulla al mondo alle sue bretelle e neppure ai salotti romani, al cinema e al teatro.

A gennaio, se vi trovate a Roma, andatea CampoMarzio. Lì, con un po' di fortuna, troverete don Gaetano Prudenzano tranquillamente in fila dinanzi ad un negozio dalle sfavillanti vetrine. Il negozio è quello del sarto Davide Cenci, uno dei più apprezzati di Roma. Gennaio è il mese dei saldi, e a Gifuni piace risparmiare. Curiosa figura, davvero, don Gaetano.

Ve ne racconto una: quando era con Carlo Azeglio Ciampi, anno2004, il suo ufficio fu ristrutturato. Per un breve periodo, Gifuni fu costretto a traslocare in fondo a quella che al Quirinale chiamano «la Manica lunga», un corridoio quasi chilometrico. Per andare dal presidente avrebbe dovuto percorrere un bel tragitto. E avrebbe dovuto percorrerlo anche parecchie volte al giorno. E fu così che il più silenzioso, riservato, misurato e fors'anche invisibile uomo del Quirinale si fece comprare un monopattino.

In giacca, cravatta e completo grigio di Davide Cenci, sfrecciava per i corridoi come un ragazzino in blue jeans. A modo suo, però: ai commessi aveva dato l'ordine di chiudere tutte le porte che affacciano sul corridoio. E continuò ad essere invisibile.

Curiosissima figura. Pugliese di Lucera (25 giugno 1932), passa per napoletano, proprio come il suo amico Renzo Arbore. Diplomatico, è da tutti descritto come un sanguigno. Attentissimo alle forme, se vuole sa essere sboccato. Liberale (quella del Pli è l'unica tessera che abbia mai avuto), crociano figlio di un crociano (il padre, Giambattista, era in confidenza con Croce e anche con Giustino Fortunato), è pure cattolico. Non s'è perso un solo appuntamento con l'annuale pellegrinaggio al santuario della Madonna dell'Incoronata, nei pressi di Foggia.

Cattolico, è però anche superstiziosissimo. Infinita la su collezione di amuleti, fra i quali spicca un cornetto rosso che gli donò Rino Formica e che da allora è appeso al suo orologio da tasca.

Ma forse curioso è dir poco. Quand'era segretario generale (14 anni di fila con Scalfaro e poi Ciampi) uno dei suoi crucci quotidiani era una gatta nera che assieme ad altri compagni e compagne felini bazzicava per i giardini del Quirinale. Gli autisti di Gifuni avevano ricevuto l'ordine di bloccare l'auto al passaggio della micia. Alberto Gozzi, direttore delle cucine, fu costretto a fare di più: prese un piccolo pennello e disegnò una macchia bianca sul collo della micia, che smise di essere l'incubo gifuniano.

Una superstizione come poche altre. E cosa ti va a capitare? Seguite la cronologia. C'è sul serio da fare gli scongiuri. Prima Gifuni è stato per diciassette anni alto funzionario di Palazzo Madama. Poi, per altri diciassette anni, segretario generale del Senato, al fianco di Fanfani, Spagnoli, Morlino, Vittorino Colombo, Malagodi, Cossiga e Spadolini. Poi, dopo una breve parentesi governativa (ministro per i Rapporti con il Parlamento nel Fanfani VI), nel 1992 approda al Quirinale. E qui, come segretario generale e poi segretario generale onorario, rimane altri diciassette anni.

E al diciassettesimo arriva l'inchiesta sul nipote. Il cornetto di Formica deve aver lavorato male. Nel frattempo, Gifuni ha lavorato alacremente. È lui l'uomo che ha riconciliato Ciampi e Cossiga. Lui ha fatto da cuscinetto fra Berlusconi presidente del Consiglio e ben due capi di Stato. Ed è sempre lui l'uomo sotto la cui direzione le spese del Quirinale sono salite alle stelle.

4mod14 gaet gifuni ciampi

Nel 1992, quando Gifuni è arrivato al Quirinale, il Colle costava 107 milioni di euro. Nel 1997, in piena era gifuniana, i costi erano già saliti a 177 milioni. Dieci anni dopo, con Gifuni appena andato via, i milioni di euro erano 224. Nel decennio d'oro ('97-2007) aumento del 91 per cento (e oltre il 100 per cento a partire dal '92). Al netto dell'inflazione, 61 per cento in dieci anni. Numeri da capogiro. Nel 2000, sempre in piena epoca gifuniana, il Quirinale aveva 931 dipendenti diretti, più altri 928 distaccati. Poliziotti, carabinieri e uomini di scorta ammontavano alla bella cifra di 704. Sei anni dopo, quando Gifuni andò via, i dipendenti diretti erano 1.072. Poliziotti, carabinieri e uomini di scorta erano 1.086.

E il Gabinetto di Gifuni era affollatissimo: 63 persone. Un bel record, che non è l'unico, perchè Gaetano Gifuni è anche il primo segretario generale onorario del Colle. Numero uno in assoluto, nominato con decreto di Ciampi tre giorni prima che lo stesso Ciampi lasciasse il posto a Giorgio Napolitano. In soldoni significa questo: il pluripensionato Gifuni non ha più 63 persone alle sue dirette dipendenze. Però ha un ufficio (con l'ascensore riservato) a palazzo Sant'Andrea, due segretarie e gli immaginabili comfort e servizi accessori.

Non c'è più Gifuni, eppure continua ad esserci. Ve l'abbiamo detto, don Gaetano "il Flauto magico"(per i consigli sussurrati alle orecchie dei presidenti) è ricco di contraddizioni. È un lavoratore infaticabile, e non ha mai rinunziato al riposino quotidiano. È un liberale, ma la carriera lampo la deve ad un cavallo di razza della Dc, Amintore Fanfani. È, come abbiamo visto, anche un po' spilorcio. E il Quirinale, prima dei tagli di Napolitano, ci costava più del doppio di quanto costava all'arrivo di Gifuni.

Poi la firma del decreto e il nipote con la villa a Castelporziano, il nero su bianco di un uomo che non si è mai sbilanciato nella sua vita. Ma questa è un'altra storia, che dovranno scrivere i giudici. A noi solo il compito di raccontarvi don Gaetano Gifuni, il Flauto Magico che suonò la musica che più di ogni altra piacque a tanti dipendenti del Quirinale: agganciò, don Gaetano Sparagnino, gli stipendi del Colle a quelli del Senato. E tutti, compreso lui, finirono per guadagnare di più. Sparagnino, ma mica tanto. Del resto, se le spese arrivano alle stelle e il Quirinale finisce per costare il doppio dell'Eliseo e otto volte più della presidenza tedesca, un motivo ci deve pur essere.

2 - I FURBETTI DEL QUIRINALE! OGNI MESE DALLA CASSA DI CASTELPORZIANO VENIVANO PRELEVATI 30/40MILA EURO
Augusto Parboni per "Il Tempo"

Era «normale» prelevare soldi dai fondi del Quirinale. Un comportamento definito «tacito» da chi è stato travolto nell'inchiesta partita dalla costruzione di una villa abusiva all'interno della tenuta presidenziale di Castelporziano. Si tratta di una vicenda che ha già portato agli arresti domiciliari l'ex dirigente Luigi Tripodi, che dal 1992 al 2006 è stato capo del servizio tenute e giardini del Quirinale. E che ha fatto finire nei guai anche il direttore di Castelporziano, Alessandro De Michelis e i cassieri Gianni Gaetano e Paolo Di Pietro.

Indagine che ha fatto venire alla luce un'appropriazione indebita di quattro milioni di euro dalle casse del Quirinale. Non solo. Nell'inchiesta è finito anche Gaetano Gifuni, segretario generale emerito del Quirinale, accusato dalla procura di Roma di falso per aver messo la firma sul documento che avrebbe consentito a Luigi Tripodi, suo nipote, ora ai domiciliari, l'assegnazione della villa come alloggio di servizio: inizialmente quella struttura era adibita a canile, dove vivevano sette-otto animali. I prelievi di denaro dalla cassaforte del Quirinale sono iniziati nel 2002, quando cioè è stato effettuato l'ultimo controllo, e sono andati avanti fino al 2008.

 

«Più o meno abbiamo cominciato...adesso non mi ricordo com'era il discorso, ma diciamo in modo più leggero...poi man mano», ha dichiarato l'indagato Gianni Gaetano durante un interrogatorio eseguito davanti al pm il 19 ottobre scorso. E ancora: «Il discorso è questo...alla fine del mese va fatta la contabilità e va mandata a Roma - continua l'indagato - per cui alla fine del mese c'era la necessità di far quadrare i conti...e non è che ci volesse chissà che cosa per vedere che c'era qualcosa che non andava in quei conti...il discorso era sotto gli occhi di tutti...non era tutto sto' segreto». Quando il magistrato gli chiede se ne avesse mai parlato con qualcuno, Gaetano ha risposto: «Parlato...diciamo, beh sì, inizialmente sì poi...cioè quando abbiamo cominciato a operare in questo senso...eravamo sempre solo noi...ne ho parlato con il direttore, parlavo con Di Pietro...ma non è che abbiamo fatto un discorso specifico, era una cosa quasi, come posso dire...tacita. Quest'anno è venuto fuori tutto perché a metà dell'anno c'era carenza di contante, io ho denunciato questo discorso, ho detto guardate che qui non ci sono entrate, non c'è cosa, bisogna stare attenti a spendere e a prelevare».

Secondo quanto accertato dagli inquirenti, ogni mese venivano prelevati 30/40mila euro al mese. Il canile che è stato trasformato in villa di 180 metri quadri, su due livelli, fino al 2003 era adibito a ricovero per gli animali a quattro zampe in forza al Nucleo cinofilo dei carabinieri presso la Tenuta presidenziale. Gianni Gaetano, che ha spiegato e ammesso ai magistati di aver prelevato denaro, ha fornito agli inquirenti, il procuratore capo Giovanni Ferrara e il pm Sergio Colaiocco, molti particolari sulle attività di Luigi Tripodi.

«Marra (Donato Marra, attuale segretario generale del Quirinale, ndr.) non sapeva quando è arrivato...la villa...non era finita. La sua paura qual era? Che la villa è finita dopo che lo zio (Gaetano Gifuni, zio di Tripodi) se ne è andato. I lavori - ha detto ai magistrati Gaetano - sono quindi proseguiti con il nuovo Presidente per diversi mesi...e quindi è arrivato su qualcuno, si è fatto delle domande...insomma non so cosa gli è stato detto...ma me ricordo 'sta battuta (attribuita a Tripodi): "Come va via zio me ne vado pure io".

Per cui sapeva benissimo di essere...come posso dire, in pericolo». In base alle indagini della procura di Roma, Tripodi avrebbe mandato anche la figlia a prelevare denaro dalla cassa: «Non so se era un discorso suo legato alla villa o meno - ha detto Gaetano - lui veniva qui, qualche volta ad esempio mandava la figlia, dice - mi puoi anticipare dei soldi? - a volte lasciava un biancosegno» (un foglietto sul quale veniva segnata la cifra prelevata ndr). Intanto domani mattina sarà interrogato Tripodi dai magistrati romani. «Si tratta di accuse false - ha detto l'avvocato Mario De Caprio, legale di Tripodi - è stato il mio cliente a denunciare tutto ciò. L'alloggio è stato ristrutturato regolarmente».

 

 

[03-12-2009]

 

 

 

QUIRINAL TANFO - GIFUNI, il potente segretario generale della presidenza della Repubblica dal ‘92 al 2006, è indagato per falso: "FAVORÌ IL NIPOTE PER LA VILLA" - È LO ZIO DI TRIPODI AGLI ARRESTI DOMICILIARI PER GLI ABUSI NELLA TENUTA DI CASTELPORZIANO…

Marino Bisso per "la Repubblica"

Gifuni gnam - Copyright Pizzi

Ora si punta alle coperture e alle parentele eccellenti che avrebbero consentito ruberie e sperperi dei fondi destinati dal Quirinale alla gestione della tenuta di Castelporziano. E oltre a Luigi Tripodi, agli arresti domiciliari con l´accusa di peculato, verrà interrogato Gaetano Gifuni: il potente segretario generale della presidenza della Repubblica dal ‘92 al 2006, è indagato per falso. Intanto la polizia giudiziaria ha perquisito le sedi delle ditte che avrebbero effettuato lavori nel parco presidenziale alle porte di Roma.

L´ex segretario generale verrà ascoltato in relazione alla carica istituzionale e alla parentela con Tripodi. Gifuni infatti è lo zio del dirigente di Castelporziano accusato di essersi appropriato di denaro destinato alla manutenzione del parco per ristrutturare un immobile del valore di un milione di euro. Al capo del servizio giardini è contestato di aver trasformato abusivamente un canile in una accogliente villa su due piani dove poi è andato ad abitare.

 

L´indagine, coordinata dal procuratore Giovanni Ferrara e dal sostituto Sergio Colaiocco, si concentra su un ammanco di 4 milioni di euro nel periodo 2002-2008, scoperto su un conto della presidenza della Repubblica. Tra gli indagati figurano anche Alessandro De Michelis, direttore di Castelporziano e Paolo Di Pietro, contabile della tenuta presidenziale. Reo confesso e grande accusatore è invece Gianni Gaetano, il tesoriere della tenuta: a maggio la procura gli ha sequestrato beni per oltre tre milioni di euro.

Nelle diciotto pagine dell´ordinanza di custodia cautelare, il gip Roberta Palmisano fa riferimento all´assegnazione della villa, ricavata dalla ristrutturazione di un ex canile della tenuta di Castelporziano, nella quale si era trasferito Tripodi. I pm vogliono accertare se Gifuni abbia adottato provvedimenti per favorire il nipote.

 

«Sussistono gravi indizi di colpevolezza dell´indagato - scrive il giudice - in concorso con il Segretario Generale che firmò il decreto in data 23 febbraio 2006, in relazione alla falsa affermazione del rilascio del parere favorevole della commissione alloggi».

«Non ho ricevuto avvisi di garanzia. Sono tranquillo perché ho agito nel pieno rispetto delle leggi come ho sempre fatto nei cinquantuno anni di cui mi sono onorato di servire lo Stato - spiega Gaetano Gifuni - Per quanto riguarda l´alloggio di servizio assegnato a mio nipote ritengo che sia stata seguita la normale procedura prevista per i funzionari».

 

E ancora: «Mio nipote per entrare alla presidenza della Repubblica ha superato un concorso nel ‘72. Allora non lavoravo al Quirinale ma ero un semplice funzionario del Senato. Anche i fatti al centro dell´inchiesta riguarderebbero fatti successivi alla mie dimissioni da segretario generale».

 

Sulle presunte coperture vantate dal Tripodi parla, invece, Gianni Gaetano, il tesoriere della tenuta di Castelporziano: «Tripodi poteva attingere alla cassa. Stava sempre nella tenuta anche se non ci doveva stare; ci ha fatto anche l´ufficio, poi ha voluto la villa. Se non c´era lo zio quando diventava direttore del servizio? Diceva quando se ne va via lo zio anch´io mi squaglio... «.

Pizzi

«Accuse false - replicano Mario De Caprio e Marisa Sciscio, avvocati di Tripodi - E´ stato Tripodi ad aver denunciato otto mesi fa le irregolarità che aveva scoperto nella gestione dei fondi. Ora, invece, si trova lui ad essere accusato. Gli si contesta inoltre di aver occupato un alloggio di servizio ristrutturato regolarmente. Forse chi l´ha accusato l´ha fatto per la sua parentela con Gifuni, un legame che potrebbe aver dato fastidio a molte persone».

 

 

[02-12-2009]

   

 

 

LA SORELLINA DI ALE-DANNO HA TROVATO UN TESORO: NON SOLO LA DIREZIONE DELL'AGENZIA DEL TERRITORIO MA ANCHE LA DOVIZIOSA OSPITALITà DAL VITTORIANO PER UNA MOSTRA SULLE MAPPE DEGLI ULTIMI TRE SECOLI - ORA UN'AGENZIA CHE SI OCCUPA DI INFORMATICA CHE C'ENTRA CON LE CARTINE GEOGRAFICHE? BOH...

Da "Il Tempo"

 

Far conoscere al grande pubblico una risorsa straordinaria del nostro Paese: l'Agenzia del territorio e le sue professionalità, le sue conoscenze, il suo patrimonio. Questo l'obiettivo della mostra «Un tesoro ritrovato. Dal rilievo alla rappresentazione» inaugurata ieri al Complesso del Vittoriano.

BRIGANTE

Una mostra che «nasce dalla consapevolezza e dalla presenza di un patrimonio cartografico che l'Agenzia del Territorio aveva su tutto il territorio nazionale - spiega Gabriella Alemanno, direttrice dell'Agenzia del Territorio - Abbiamo messo insieme mappe, strumenti raccolti da tutti gli uffici dell'Agenzia distribuiti in tutta Italia e che abbiamo voluto valorizzare per dare proprio un senso del passato, delle origini, delle tradizioni di questa agenzia che oggi si occupa di servizi informatici, ma che è importante - continua la direttrice - che non possa dimenticare che esiste anche un passato fatto di saperi, competenze e professionalità che si sono sviluppate negli anni e nei secoli».

CARRARO E GABRIELLA BERTINOTTI

Mappe prodotte nell'arco degli ultimi tre secoli, cabrei, atlanti, strumenti scientifici per il rilievo, filmati, documenti, registri e atti notarili insieme a fotografie del territorio raccontano la storia del nostro Paese e l'attività del catasto attraverso i secoli.

Uno studio che consente di «ripercorrere le conoscenze e ricostruire il progresso tecnologico della società», sottolinea Louis Godart Consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del Patrimonio Artistico, che aggiunge: «Attraverso questa mostra possiamo avere una idea dell'evoluzione delle società umane che si sono succedute fino ai nostri giorni».

 

Accolti da Alessandro Nicosia, Presidente di Comunicare Organizzando, sono intervenuti, tra gli altri, l'Assessore alla Cultura del Comune di Roma Umberto Croppi, Franco e Sandra Carraro, Lella Bertinotti, le cognate e amiche Isabella Rauti e Gabriella Alemanno, Andrea Monorchio con la figlia Anna e la fidanzata Ghitte Andersen. Oltre alla coppia di giovani chic Allegra Dolphus e Camillo Caltagirone. La serata si è conclusa con un rinfresco sulle Terrazze del Vittoriano.

 

 

[01-12-2009]  

 

 

PIZZI S'IMBATTE IN UNA BARBONA ACCUCCIATA COI SUOI CARTONI DAVANTI A UN NEGOZIO DOVE SI INAUGURA UNA COLLEZIONE DI FAVOLOSI PRODOTTI BACCARAT - UNA VOLTA DENTRO, PIZZI RIMANE BASITO DAVANTI A UN ASSALTO CONCETRICO A TARTINE, DOLCI E CHAMPAGNINI DEL BUFFET AD OPERE DELLE DOVIZIOSE DAMAZZE ROMANE - "TRA TUTTE LE PERSONE INCONTRATE NELLA SERATA, LA PIÙ DIGNITOSA ERA LA BAG LADY" -

 

Foto e testo di Umberto Pizzi da Zagarolo

 

Caro Dago, anche ieri è stato celebrato il rito dei bevoni e magnaccioni della società moderna.

Innumerevoli erano gli avvenimenti in vari punti di Roma, ma purtroppo sono ancora privo del dono dell'ubiquità e ho scelto una delle zone più belle della Capitale: il Ghetto.

 

Appena arrivato, mi sono fermato nell'antica Via del Foro, quella che porta al Piscario in uno scenario favoloso che comprende il teatro Marcello. Stavo parcheggiando il mio Cavallo di Ferro quando al mio fianco ho notato una dignitosa Bag Lady seduta in mezzo a cianfrusaglie e cartoni che stava consumando il suo lauto pasto fatto di una bustina con non so cosa dentro.

 

Poi ho proseguito. Il lavoro mi ha portato dentro un favoloso negozio dei Limentani che esponeva gli altrettanto favolosi prodotti Baccarat. Qui, con la scusa di vedere le cose che la maggior parte delle persone non potrà mai permettersi di acquistare, è cominciato l'attacco concentrico alle tartine, ai dolci e ai bicchieri di champagne.

Neanche con la Panzer division si sarebbe riusciti a far schiodare alcuni invitati dal posto di buffet conquistato con tanta fatica. Tra gorgoglii e rumori molesti si è continuato a chiacchierare sino alla fine delle vettovaglie. E poi tutti alla ricerca di un nuovo buffet da assaltare.

 

Al termine sono tornato dal mio cavallo di ferro e ho notato che la Bag Lady si era infilata tra i cartoni per trascorrere la notte. Ma tra tutte le persone che ho incontrato nella serata, la più dignitosa era proprio lei.
Umberto Pizzi

 

 

[27-11-2009]

 

 

 

INCASSARE STIPENDI NON STANCA! - IL CAPO DELL’EXPÒ LUCIO STANCA NON VUOLE SAPERNE DI MOLLARE I DUE COMPENSI, DA PARLAMENTARE E DA AD (CI SAREBBE UNA LEGGE CHE LO VIETA, MA TANT’È) - ANCHE LA LEGA LO ATTACCA - DA QUANDO È STATO NOMINATO A MILANO, ALLA CAMERA NON L’HANNO PIÙ VISTO - (LA CASTA NON TIRA PIÙ, IL “CORRIERE” DEBORTOLIZZATO E DEMIELIZZATO CI FA APPENA UN COMMENTINO A PAG 14)…

Alessia Gallione e Oriana Liso per "La Repubblica"

Doppio incarico con doppio stipendio? Altissimo tasso di assenze in Parlamento? Su questi temi l'amministratore delegato di Expo2015, il deputato Pdl Lucio Stanca, ha le idee chiare: «Devo rispondere ai miei elettori e al gruppo Pdl, non certo a Repubblica». Una replica secca, arrivata ieri mattina, a margine di un'occasione ufficiale.

 

L'onorevole Stanca ha risposto così a chi gli chiedeva delle sue presenze in Parlamento, drasticamente calate dopo che, in aprile, era stato nominato al vertice della società che gestisce l'Esposizione universale. Da inizio legislatura e fino ad allora, infatti, Stanca era stato un deputato-modello (con tassi di partecipazione al voto fino al 98,26 per cento). Dopo, raccontano i dati ufficiali della Camera, tutto è cambiato: ad aprile - in contemporanea con la nomina in Expo - Stanca ha partecipato solo al 13,54 per cento delle votazioni. A ottobre il tasso di assenze è stato del 95,78 per cento.

 

Insomma, man mano che crescono gli impegni nella società con sede a Milano, cala la presenza in aula a Roma (ma in tutta la legislatura l'onorevole non ha mai fatto interventi, interrogazioni o interpellanze). Il suo nome è anche finito nell'elenco dei deputati Pdl da "richiamare all'ordine" per l'assenza ingiustificata del 2 ottobre, quando il governo ha rischiato di essere battuto sullo scudo fiscale.
Il sito di approfondimento Openpolis, misurando la sua "attività parlamentare", lo classifica al 58esimo posto (su 630 deputati).

 

Sul doppio incarico di Stanca la polemica è aperta da tempo. Poco dopo la sua nomina - voluta da Berlusconi e accolta dal sindaco Morata - il Consiglio comunale, a maggioranza, gli aveva chiesto di scegliere tra le due poltrone. «Sono convinto non vi sia incompatibilità», aveva risposto Stanca. Una posizione rinsaldata quando, il mese scorso, la giunta per le elezioni di Montecitorio, con i voti di Pdl e Lega, ha deciso di considerare compatibili le due cariche.

Ma un attacco, su questo, arriva dall'europarlamentare e consigliere comunale leghista Matteo Salvini: «La Lega ha già sottolineato che l'ad di un evento come Expo dovrebbe fare solo quello: se anche Stanca fosse sempre presente in aula sarebbe opportuno si facesse da parte».

Resta ancora un nodo: quello del doppio stipendio. A quello da parlamentare (oltre 13mila euro mensili), si somma quello da amministratore delegato e consigliere di Expó: 330mila euro lordi l'anno, più altri 150mila come parte variabile (per il 2009 Stanca ha rinunciato a questa seconda quota). Ma, attacca il deputato del Pd Vinicio Peluffo, «il problema rimane: l'articolo 3 della legge 1261/1965 vieta di percepire due stipendi».

Quella legge, mai abrogata, recita: «con l'indennità parlamentare non possono cumularsi assegni o indennità [...] derivanti da incarichi di carattere amministrativo conferiti dallo Stato, da enti pubblici, da enti privati con azionariato statale e da enti privati aventi rapporti di affari con lo Stato, le regioni, le province e i comuni». Commenta Peluffo: «Anche se l'onorevole Stanca non risponde alle domande scomode, la realtà resta la stessa».

 

 
[24-11-2009]

 

 

 

CAVE PATELLIM – CHI È, CHI NON È, CHI SI CREDE DI ESSERE GIORGIO PATELLI, IL FUTURO SPOSO DELLA GELMINI È UOMO CHIAVE NELL’INCHIESTA SULLA BONIFICA MONTECITY SANTAGIULIA CHE SCUOTE IL PIRELLONE – I PM SI INTERESSANO A LUI IN QUANTO SOCIO DELLA TECNO.GEO. DAL ’96 HA INCARICHI ALLA REGIONE – L’ANTICA AMICIZIA COL COSTRUTTORE CAVALLERI...

Alessandro Da Rold per "Il Riformista"

C'è una fotografia del settembre dello scorso anno che vale la pena rammentare. Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione, è a cena sul Lago di Garda, a Desenzano, insieme ai vertici del Popolo della libertà lombardo. Insieme a lei, c'è il futuro marito Giorgio Patelli, padre del figlio che aspetta.

L'imprenditore bergamasco, immobiliarista, esperto in estrazione di cave, ascolta interessato i convitati. «Tra un risotto e un branzino alla brace», come riportano le cronache del Giornale di allora, si fa più di un accenno alle elezioni regionali del 2010. Al tavolo ci sono Giancarlo Abelli con la moglie Rosanna Gariboldi , Guido Podestà, attuale presidente della provincia di Milano, Massimo Ponzoni, assessore all'Ambiente in regione Lombardia e Adriano Paroli, sindaco di Brescia.

Manca il governatore Roberto Formigoni. Ma proprio di lui si parla, perché i quotidiani il giorno dopo scriveranno di «un patto sulle elezioni regionali: dopo Formigoni c'è Gelmini», con il presidente ciellino in partenza verso Roma. La cena, però, non è solo occasione per discutere del futuro politico del Pirellone, di cui tanto si parla in questi mesi, tra malumori leghisti e dell'area laica del Pdl.

E' una delle prime cene ufficiali per Patelli, imprenditore cinquantenne che riscuote successo tra le donne, balzato agli onori delle cronache in poche occasioni, spesso non particolarmente esaltanti. Il suo nome è saltato fuori dall'interrogatorio di dieci ore cui è stato sottoposto Ponzoni, il sette novembre scorso, nell'ambito dell'inchiesta sulla bonifica Montecity-Santa Giulia che vede coinvolto il re della bonifiche Giuseppe Grossi.

Gli inquirenti vogliono approfondire il suo ruolo quando era socio della Tecno.Geo, società di consulenza nel settore ambiente, che nel 2006 fece parte del comitato tecnico regionale chiamato a presentare le valutazioni di impatto ambientale richieste per la realizzazione di nuove cave. Patelli non è un nome di rilievo in Lombardia. Lo è tra la bergamasca e il bresciano. E' grande amico dei costruttori che contano in quelle zone. Ha intrecciato relazioni con tutti. Ed è fidanzato con il ministro dell'Istruzione dalla primavera del 2008.

Le sue entrate nel mondo imprenditoriale della bergamasca sono dovute all'ottimo rapporto che lo lega a Ottavio Cavalleri, titolare dell'omonima impresa edile, appaltatrice di numerose infrastrutture lombarde. Il nome di Patelli salta per la prima volta fuori in consiglio regionale il 14 gennaio del 2002.

I consiglieri di centrosinistra chiedono un'interrogazione urgente all'assessore Nicoli Cristiani, per l'autorizzazione rilasciata dallo stesso per la cava in località "Crodello" di Pontoglio in provincia di Brescia riguardante un'opera stradale in ValSeriana, subappaltata in parte alla ditta Cavalleri.

Nel comunicato di allora si legge: «Rilevato che il dott. Giorgio Patelli, risulta concedente del terreno messo giuridicamente a disposizione della ditta Cavalleri ed è componente del Comitato Tecnico Consultivo regionale per le attività estrattive che è chiamato ad esprimere parere sull'autorizzazione delle attività estrattive stesse, come peraltro il Comitato ha fatto il 12/7/01», i consiglieri chiedevano se la giunta «non ritenga opportuno verificare l'esistenza di eventuali analoghe situazioni riguardanti l'operato del dott. Patelli, nella duplice qualità di operatore del settore e componente di un Comitato che si esprime sulle autorizzazioni».

Ne nacque un processo per tangenti. Cavalleri fu condannato per aver falsificato alcuni documenti dell'Anas per giustificare le estrazioni. E Patelli fu sentito come testimone, per aver autorizzato la coltivazione della cava. Disse che non aveva partecipato a quella riunione. Dopo sette anni, Patelli, che è nel comitato tecnico in regione Lombardia ormai sin dal 1996, ritorna d'attualità. In seguito, infatti, allo scoppio dell'inchiesta sul Piano Cave di Bergamo.

Un'indagine spinosa, in cui perde il posto Cinzia Secchi, per quasi vent'anni direttore generale dell'assessorato all'Ambiente. E la Secchi e Patelli si conoscono bene. All'epoca, tra i corridoi del Pirelli si parlò che la scelta di trasferire il direttore generale fosse una mossa preventiva di Formigoni, in attesa di seguire l'evolversi dell'inchiesta sul piano Cave, ora di nuovo sotto i riflettori della procura di Milano, dopo l'inchiesta su Grossi.

 

 

[19-11-2009]

 

 

 

FURIBONDO CON EBREI E PIO XI, SPAVALDO NELLE FANTASIE EROTICHE: LE CONFESSIONI DEL DUCE ALLA SUA AMANTE
Antonio Carioti per il Corriere della Sera

Avete presente il Benito Mussolini descritto nei ricordi di seguaci e parenti, o quello che emerge dai suoi pretesi «diari» acquistati da Marcello Dell'Utri, di cui gli storici negano l'autenticità? Un uomo bonario, attaccato alla famiglia, diffidente verso i nazisti, ossequioso nei riguardi del Papa, generoso con gli ebrei e dubbioso sulle leggi razziali.

 

Ebbene, dai diari della sua amante, Claretta Petacci, esce un ritratto opposto in tutto e per tutto: un Duce ferocemente antisemita, che rivendica il suo razzismo di lunga data, sprezzante verso la moglie, insofferente dei Savoia, ammaliato dalla potenza del Terzo Reich, furibondo con Pio XI per le sue parole in difesa degli ebrei.

Le eloquenti confidenze del Duce, trascritte dalla Petacci e qui anticipate, provengono dal volume Mussolini segreto (Rizzoli, pp. 521, € 21), in uscita dopodomani, nel quale Mauro Suttora ha raccolto una sintesi dei diari di Claretta dal 1932 al 1938. Per i primi anni si tratta di biglietti e brevi annotazioni, ma dall'ottobre 1937 il resoconto diventa fluviale.

Naturalmente non tutto il contenuto dei diari può essere preso per oro colato. Sulla sincerità dei proclami di amore eterno, delle recriminazioni di Mussolini verso la moglie (afferma di essere stato tradito per lungo tempo) o di certe vanterie erotiche (sostiene che Maria José di Savoia, moglie del principe Umberto, avrebbe tentato di sedurlo) è lecito nutrire dubbi. Ma non si vede perché il Duce avrebbe dovuto alterare i suoi giudizi politici parlando con Claretta.

Oggetto di un lungo contenzioso tra lo Stato e la famiglia Petacci, che non ha mai smesso di rivendicarli, ma ha visto respingere le sue richieste, i diari si trovano all'Archivio di Stato, «la cui lunga custodia di questi documenti - sottolinea Suttora - ne garantisce l'autenticità».

 

Dopo il primo blocco, altre annate saranno desecretate «allo scadere dei settant'anni dalla loro compilazione». E secondo Ferdinando Petacci, nipote e oggi unico erede di Claretta, potrebbero contenere novità esplosive, tali da far ritenere che l'amante del Duce fosse in qualche modo collegata a Winston Churchill. Ma anche se l'ipotesi si rivelasse infondata, il contributo di queste carte alla conoscenza dell'uomo Mussolini resta indiscutibile.

2 - DIARIO: LE CONFIDENZE DEL DUCE A CLARETTA

 

- 5 gennaio 1938. Mussolini riceve l'amante a Palazzo Venezia. Tenero e appassionato, ricorda la serata precedente. E lei riporta così le sue parole.
«Lo sai amore che ieri sera a teatro ti ho spogliata tre volte almeno? Quando mi sono alzato in piedi dietro a mia moglie sentivo di prenderti. Avevo un folle desiderio di te. Mi dicevo: 'Il suo piccolo corpo, la sua carne di cui io sono folle, domani sarà mia'. Ti vedevo, e quando sei salita su ti sei accorta che ti spogliavo. Ti guardavo, ti svestivo e ti deside-ravo come un folle. Dicevo: 'Il suo corpicino delizioso è mio, è tutto mio. Io la prendo, vibra per me, è un tutt'uno con il mio corpo'. Vieni, ti adoro. Come puoi pensare che io, schiavo della tua carne e del tuo amore, pensi ad altre».

 

- 19 febbraio 1938 . Al monte Terminillo, Claretta amareggiata rinfaccia a Mussolini le scappatelle con altre donne. Lui si scusa.
«Sì amore, faccio male, tanto più che ti amo sempre di più, e sento che mi sei necessaria più di ogni cosa. Ti adoro e sono uno sciocco. Non ti devo far soffrire, anche perché questa tua sofferenza si riversa su di me, perché io soffro di ciò che soffri»

- 17 luglio 1938. Mussolini e Claretta sono al mare, a Ostia. Lei riferisce un suo sfogo.
«Ah, questi italiani, io li conosco bene, li vedo nelle viscere. E so che sto sullo stomaco a molti. L'entusiasmo è un'apparenza. La verità è che sono stanchi di me, che li faccio marciare»

- 4 agosto 1938. I due amanti sono in barca. Venti giorni prima è uscito il Manifesto della razza.
«Io ero razzista dal '21. Non so come possano pensare che imito Hitler, non era ancora nato. Mi fanno ridere. (...) Bisogna dare il senso della razza agli italiani, che non creino dei meticci, che non guastino ciò che c'è di bello in noi».

 

- 28 agosto 1938. Sono insieme sulla spiaggia. Mussolini legge, poi scatta.
«Ogni volta che ricevo il rapporto dell'Africa ho un dispiacere. Anche oggi cinque arrestati perché convivevano con le negre. (...) Ah! Questi schifosi d'italiani, distruggeranno in meno di sette anni un impero. Non hanno coscienza della razza».

 

- 1 ottobre 1938. Il Duce racconta all'amante i retroscena della conferenza di Monaco, nella quale Francia e Gran Bretagna hanno accettato le pretese di Hitler sulla Cecoslovacchia.
«Le accoglienze di Monaco sono state fantastiche, e il Führer molto simpatico. Hitler è un sentimentalone, in fondo. Quando mi ha veduto aveva le lagrime agli occhi. Mi vuole veramente bene, molto. (...) Ma ha degli scatti di una violenza che solo io riuscivo a frenare. Faceva faville, fremeva, si conteneva con sforzo. Io invece, l'imperturbabile. (...)

«Ormai le democrazie devono cedere il passo alle dittature. Noi eravamo una forza sola, avevamo un significato, rappresentavamo un'idea e un popo lo. Lui con la camicia bruna, io in camicia nera. Loro così, umiliati e soli. Ti sarebbe piaciuto davvero, essere lì a vedere. (...)

«La vittoria è ormai delle dittature. Questi regimi vecchio stile non vanno più, sono creatori di disordine. Uno solo deve essere al timone, e comandare. Oggi la Germania è la più grande potenza del mondo. Sono ottanta milioni di uomini che bisogna pensarci, prima di attaccarli. (...)

Dovevi vedere con che affetto, simpatia e devozione mi hanno accolto ovunque lungo la strada. Hanno compreso anche là che l'artefice della pace, l'unico che poteva far desi-stere Hitler da qualsiasi movimento, ero io. Lo smacco della politica rossa è insormontabile. No, è falso, non abbiamo mai mangiato insieme a Daladier e a Chamberlain. Sempre fra nazisti e fascisti, e mi sono trovato benissimo».

 

- 8 ottobre 1938. Mussolini è indignato con Pio XI, che ha dichiarato «spiritualmente siamo tutti semiti» e chiede di riconoscere la validità dei matrimoni religiosi misti tra ebrei e cattolici.
«Tu non sai il male che fa questo papa alla Chiesa. Mai papa fu tanto nefasto alla religione come questo. Ci sono cattolici profondi che lo ripudiano. Ha perduto quasi tutto il mondo. La Germania completamente. Non ha saputo tenerla, ha sbagliato in tutto. Oggi siamo gli unici, sono l'unico a sostenere questa religione che tende a spegnersi. E lui fa cose indegne. Come quella di dire che noi siamo simili ai semiti. Come, li abbiamo combattuti per secoli, li odiamo, e siamo come loro. Abbiamo lo stesso san gue! Ah! Credi, è nefasto.

«Adesso sta facendo una campagna contraria per questa cosa dei matrimoni. Vorrei vedere che un italiano si sposasse con un negro. Abbiamo vedu to che anche i matrimoni con i bianchi stranieri por tano, in caso di guerra, alla disgregazione delle fa miglie. Perché l'uno e l'altro coniuge si sentono in quell'attimo assolutamente per la propria Patria. Perché l'hanno nel sangue. Di qui naturalmente l'impossibilità d'accordo, e le famiglie a rotoli. Lui dia pure il permesso, io non darò mai il consenso. (...) Ha scontentato tutti i cattolici, fa discorsi cattivi e sciocchi. Quello dice: 'Compiangere gli ebrei', e dice: 'Io mi sento simile a loro'... È il colmo».

 

-11 ottobre 1938. Al mare con Claretta, il Duce si scaglia contro gli ebrei.
«Questi schifosi di ebrei, bisogna che li distrug ga tutti. Farò una strage come hanno fatto i turchi. Ho confinato 70 mila arabi, potrò confinare 50 mila ebrei. Farò un isolotto, li chiuderò tutti là dentro. (...) Sono carogne, nemici e vigliacchi. Non hanno un po' di gratitudine, di riconoscenza, non una lette ra di ringraziamento. La mia pietà era viltà, per lo ro. Dicono che abbiamo bisogno di loro, dei loro denari, del loro aiuto, che se non potranno sposare le cristiane faranno cornuti i cristiani. Sono gente schifosa, mi pento di non aver pesato troppo la ma no. Vedranno cosa saprà fare il pugno d'acciaio di Mussolini. (...) È l'ora che gli italiani sentano che non devono più essere sfruttati da questi rettili».

 

- 10 novembre 1938. Il governo approva il decreto legge sulla razza che entrerà in vigore una settima na dopo. Benito ne parla a Claretta.
«Oggi abbiamo trattato la questione degli ebrei. Certamente sua Santità solleverà delle proteste, per ché non riconosceremo i matrimoni misti. Se la Chiesa vorrà farne, faccia pure. Però noi, Stato, non li riconosceremo, e saranno come amanti. Di conse guenza, nemmeno i figli. Tutti quelli che si sono fat ti cattolici fino ad oggi, e quindi i figli, rimarranno come adesso. Dalla data stabilita in poi non si am metteranno più. Diversamente si farebbero tutti cat tolici pur di potersi sposare, e allora la questione della razza non avrebbe ragion d'essere. Questo il Papa non lo vuol capire, quindi faccia come crede».

 

- 16 novembre 1938. Nuovo sfogo contro Pio XI.
«Ah no! Qui il Vaticano vuole la rottura. Ed io romperò, se continuano così. Troncherò ogni rap porto, torno indietro, distruggo il patto. Sono dei miserabili ipocriti. Ho proibito i matrimoni misti, e il papa mi chiede di far sposare un italiano con una negra. Solo perché questa è cattolica. Ah no! A co sto di spaccare il muso a tutti».

 
[16-11-2009]

 

 

 

PAESE CHE VAI, INCIUCIO CHE TROVI – AL VERTICE DELLE MAGGIORI AZIENDE EUROPEE CI SONO BANCHIERI ONNIPRESENTI, FINANZIERI, INDUSTRIALI INCROCIATI CON GLI EX CAPI DI GOVERNO – DA SCHRÖDER A DEHAENE, DALLA SHELL A TELÉFONICA A BNP PARIBAS, UN CONFLITTO DI INTERESSI PER TUTTI…

Giuseppe Sarcina per "il Corriere della Sera"

Cumulo di incarichi, reti trasversali, conflitti di interesse non sono solo una specialità italiana. In Europa la concentrazione di poltrone strategiche nelle mani di poche persone sta diventando un segno distintivo della struttura politico- economica. È il risultato delle partecipazioni incrociate tra le aziende, ma anche del cosiddetto «interlocking directorship». Un modo per stabilire relazioni amichevoli, se non veri e propri cartelli tra imprese.

Punto di partenza è la Germania, dove il rapporto tra grandi banche e industria resta l'architrave del sistema. Non a caso, dunque, al presidente di Deutsche Bank, Josef Ackermann fa capo una fitta rete di posti negli organi di sorveglianza di altre società, da Siemens a Royal Dutch Shell.

La figura del banchiere onnipresente si ritrova anche in Spagna, dove Isidre Fainé Casas , presidente della finanziaria Criteria Caixa Corporation di Barcellona, partecipa ai consigli di amministrazione di Abertis (costruzioni), Telefónica (di cui è vice presidente) e Repsol (gas e petrolio).

I leader aziendali costituiscono gli altri passaggi obbligati nella rete di relazioni. Due esempi, ancora dalla Germania. Manfred Schneider , presidente del gruppo chimico Bayer, guida o fa parte del comitato di sorveglianza («supervisory board») di Linde (energia), Rwe (gas ed elettricità), Daimler (veicoli) e Tui (viaggi e turismo).

Gerhard Cromme presiede contemporaneamente il comitato di sorveglianza di Siemens (dove ritrova Ackermann)e di ThyssenKrupp (siderurgia). Ancora più fitto l'intreccio francese.

Jean-Louis Beffa, presidente del gruppo chimico Saint-Gobain siede, tra l'altro, nel board di Bnp Paribas. E, viceversa, Michel Pébereau , numero uno della stessa banca, fa parte del consiglio di Saint-Gobain (oltre che di Axa e Total).

Amaury de Sèze , presidente di Carrefour, partecipa agli organi di gestione di altre nove società, da Dassault (industria aeronautica) alla canadese Power Corporation (servizi finanziari). Tanto che il settimanale «Le Nouvel Observateur » lo ha collocato al vertice di una speciale classifica dei «manager accumulatori» («le cumulards » ) .

Seguono Louis Schweitzer , presidente del Consiglio di sorveglianza del quotidiano «Le Monde » (da Bnp Paribas a Veolia) e via via gli altri, tra cui merita la segnalazione Jean-Cyril Spinetta , presidente di Air France-Klm (partner di Alitalia), presente in Alcatel (telecomunicazioni), Gdf-Suez (energia), le Poste francesi e Saint-Gobain.

Anche nella «libera» Olanda contano molto network e alleanze. Qui il prototipo del collezionista di caselle strategiche oggi sembra essere l'americana Nancy McKinstry , alla guida di Wolster Kluver, società editrice specializzata nella sanità. Nella lista di McKinstry figurano presenze nei Cda di Ericsson (telecomunicazioni) e di MortgageIt (finanziaria controllata da Deutsche Bank). Un'altra manager americana opera più o meno nello stesso modo, ma nel Regno Unito.

Si chiama Cynthia Carroll , amministratore delegato della società anglo-americana Plc (platino e altri metalli). Per la rivista «Forbes» è la quarta donna più potente del mondo, con un lungo elenco di posizioni, tra cui la presidenza del comitato di manager anglo-americani. C'è poi l'incrocio con la politica. Il caso di scuola è quello dell'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, chiamato da Vladimir Putin a guidare Nord Stream, il gasdotto progettato da Gazprom.

È curioso notare come l'avversario sul mercato dell'ex cancelliere sarà Joschka Fischer , all'epoca suo ministro degli Esteri e oggi consulente del Nabucco, il tracciato rivale di Nord Stream. Anche l'ex premier spagnolo José Aznar si è riproposto nei territori dell'economia e dell'impresa. È consulente del Fondo europeo di investimenti Centaurus Capital. Inoltre Rupert Murdoch lo ha voluto nel Consiglio di amministrazione della sua News Corporation.

Ma è interessante osservare anche il livello intermedio. Sempre in Spagna Manuel Pizarro ha compiuto un percorso inverso, accumulando prima una serie di poltrone nel mondo della finanza (presidente della Borsa di Madrid, poi di Ibercaja e infine di Endesa) per approdare, nel 2008, al Partito popolare, abbandonando tutti gli incarichi, compreso il posto da consigliere in Telefónica.

Insomma prima la politica, poi l'economia. Uno schema che vale anche in Olanda, dove il premier Jan Balkenende ha scelto il suo ex ministro delle Finanze, Gerrit Zalm come vice-presidente della banca Abn-Amro, appena nazionalizzata. Nel vicino Belgio, l'ex commissario europeo Étienne Davignon rappresenta, invece, una delle fusioni più evidenti (e per certi versi inquietanti) tra potere politico ed economico.

Si va dalla presidenza di Sn Brussels Airlines a quella del Bilderberg Group, un «gruppo di riflessione» tra potenti a livello mondiale. Anche Jean-Luc Dehaene , già primo ministro belga, è stato catapultato, tra l'altro, alla presidenza delle assicurazioni Dexia.

Più difficile da classificare, invece, la posizione di Alan Sugar. Ha fondato Amstrad nel 1968 (rivendendola nel 2007) ed è stato presidente del Tottenham, una delle squadre di calcio di Londra, fino a diventare il popolare protagonista di un reality show («The Apprentice », l'apprendista) trasmesso dal 2005 al 2009 dalla Bbc. Nel giugno del 2009 il premier laburista Gordon Brown lo ha «assunto», tra le polemiche, come «consigliere per l'imprenditoria».

 
[16-11-2009]

 

 

 

QUEI DOCUMENTI SEGRETI DEL ´78 "GLI USA VOLEVANO DIVIDERE IL PCI" - - - ATTENTI ALLE DATE! - 23 GENNAIO 1978: WASHINGTON VALUTA L´IDEA DI "SPACCARE" IL PARTITO COMUNISTA TEMENDO LA PARTECIPAZIONE DI BERLINGUER AL GOVERNO ANDREOTTI. IDEA CHE POI VIENE SCARTATA - 16 MARZO 1978: LE BRIGATE ROSSE RAPISCONO MORO CHE STAVA PREPARANDO IL GOVERNO CON IL PCI.... -

Filippo Ceccarelli per "la Repubblica"

In tempi che si vorrebbero di trasparenza fa effetto consultare un documento diplomatico di 31 anni fa e ritrovarselo censurato: una pecetta nera, venti parole al massimo. E tanto più colpisce l´immaginazione, questa micro eclissi testuale, in quanto ottenebra quanto accaduto un passaggio decisivo; ma anche perché fa riferimento a qualcosa di segreto, "a covert action", un´operazione segreta ai danni del Pci. Che fu scartata, ma in linea teorica superava la soglia entro cui normalmente scorrono gli eventi di quella turbinosa stagione.

Tra le carte del Foreign Office che Mario J. Cereghino ha recuperato nell´archivio di Kew Gardens (oggi disponibili presso l´Archivio Casarrubea di Partinico, Palermo, al sito www. casarrubea. wordpress. com) c´è una nota, ovviamente segreta, che il 23 gennaio del 1978 Michael E. Pike, funzionario dell´ambasciata britannica a Washington, invia al ministero degli Esteri di Sua Maestà.

Il tema è la genesi e il senso del pronunciamento attraverso cui il 12 gennaio 1978 il Dipartimento di Stato ha comunicato che la nuova amministrazione Usa non avrebbe per nulla gradito la partecipazione del Pci di Berlinguer al governo di Giulio Andreotti, proprio in quei giorni entrato in crisi. Il report conferma l´estrema preoccupazione di Washington e spiega che, lungi dall´essere "premeditato", l´autorevole monito fu emesso soprattutto sulla spinta dei "cupi rapporti" dell´ambasciatore americano a Roma Richard Gardner.

Ma l´aspetto più sorprendente della missiva di Mr Pike arriva al punto 3: «L´idea di mettere in campo un´operazione segreta per spaccare (letteralmente: "to split") il Pci è stata certamente una delle opzioni prese in considerazione durante gli incontri di alto livello, ai quali Gardner era presente. Ma fonti autorevoli ci hanno comunicato che tale idea è stata scartata. Il Dipartimento di Stato si è espresso contro. E non vi sono prove che altre agenzie governative fossero entusiaste».

Nel suo libro di memorie, Mission: Italy (Mondadori, 2004), l´ambasciatore Gardner non fa cenno all´eventualità di favorire una scissione del Pci. Racconta, piuttosto, che poco prima della riunione del National Security Council (Nsc) ebbe insieme con il suo amico Brzezinski un breve incontro con Carter. Questi gli confermò la nuova linea che marcava una netta diversità con le "interferenze" del periodo di Kissinger: «Interpretai le sue parole - scrive Gardner - nel senso che bisognava evitare di fare finanziamenti a partiti e tentare manipolazioni di eventi politici». In tale contesto venne dunque esclusa l´ipotesi di qualche "lavoretto" made in Usa per fomentare divisioni nel Pci.

Ora, tutto può essere. Ma chi abbia vissuto quegli anni ricorda come il monolitismo di quel partito, pure tonificato dal centralismo democratico, fosse proprio una delle cause che ne sconsigliavano la partecipazione al governo. Non solo, ma a parte qualche composto dissenso (Longo, peraltro ammalato, e Terracini e una certa freddezza da parte di Cossutta) la politica di Berlinguer non sembrava avere alternative praticabili; né il gruppo dirigente, compresi i futuri miglioristi, appariva diviso.

"Etiam nunc regredi possumus", anche ora possiamo tornare indietro, aveva solennemente proclamato l´anno prima il capogruppo Natta, citando Giulio Cesare. Ha scritto Miriam Mafai che il Pci varcò il Rubicone «con una tranquillità e una disinvoltura che alla luce degli avvenimenti successivi appare davvero eccessiva».

Insomma: più che "covert operations" d´oltreoceano è da Mosca, semmai, che Berlinguer poteva temere "misure attive" nel corpo del partito. Secondo il diplomatico britannico il tono di relativa durezza della nota del Dipartimento di Stato si spiega da una parte come un "contentino" che il Nsc ha offerto alla lobby politica italo-americana, nota per il suo anticomunismo; e dall´altra per parare il fianco alla nuova amministrazione dalle critiche della destra repubblicana che già l´accusava di essere «esageratamente compiacente nei confronti dell´avanzata comunista nell´Europa occidentale».

Il documento restituisce il clima della Guerra fredda pure nei suoi aspetti meno prevedibili. Così si apprende che gli americani erano piuttosto sfiduciati sull´efficacia di quell´avvertimento che invece qui in Italia destò mille infuocate reazioni: lo stesso Moro ne scrisse in un articolo per il Giorno che però non venne mai pubblicato «per motivi di opportunità».

Mr Pike sospetta che molte delle teste d´uovo di Washington ritengano quella presa di posizione un gesto «inutile» o «un segno di disperazione», senza che l´una cosa escluda l´altra. Si chiede: cosa può fare il governo degli Stati Uniti per aiutare Andreotti? E si risponde: «Molto poco». Certo, potrebbe sempre influenzare le decisioni del Fondo Monetario. Ma a parte l´inopportunità di trascinare il Fmi nell´agone, «i risultati potrebbero produrre l´effetto opposto».

A questo punto si ritorna sulla o su una "covert action". Testualmente: «Sembra che anche un´operazione segreta sia da escludere, almeno per il momento». Ma è proprio qui che la missiva è interrotta da quelle due righe rese illeggibili. Quindi prosegue: «Da un punto di vista politico più generale, le difficoltà associate ad azioni di questo genere non hanno bisogno di essere enfatizzate.

Inoltre qualsiasi proposta di operazione segreta dovrebbe essere esaminata da almeno otto commissioni del Congresso degli Stati Uniti. Di conseguenza la possibilità di mantenerla segreta sarebbe minima. Se si verificasse una fuga di notizie, anche in maniera confusa - deduce Pike - le reazioni sarebbero feroci e dannose sia qui che in Italia. Infine da nessuna fonte si evincono pressioni in tal senso sull´amministrazione Carter».

Risultato: «Ci si rende ben conto, anche tra i falchi, che attività di questo genere in un paese membro della Nato producono effetti scarsi, e che possono ritorcersi contro i loro artefici». La previsione è che tutto continuerà allo stesso modo, e nessuno «ha di meglio da suggerire». Classica conclusione aperta agli sviluppi storici.

Sennonché tra i guai delle cose censurate c´è da mettere nel conto che in questo modo diventa irresistibile immaginare, magari anche a rischio di abbaglio, che cosa si vuol tenere nascosto. E siccome non è che nel 1978 in Italia andò proprio tutto liscio, intanto il documento di Kew Gardens resta agli atti della storia: piccolo grande tassello di un mosaico che prima o poi finirà per manifestarsi nel suo chissà quanto ancora comprensibile significato sacrificale.

 

 

[12-11-2009]

 

 

 

TU VUO’ FA O’ MERICANO – SHOWDOWN PER NICOLA COSENTINO. O LA REGIONE O LA GALERA: “QUANTE ORE DI LIBERTÀ MI DATE?” - I PM ACCUSANO: FAVORI AL CLAN DEI CASALESI PER I RIFIUTI – “IL PARTITO IN CAMPANIA VINCE GRAZIE A ME. LA CANDIDATURA NON LA POSSONO SCEGLIERE I FROCETTI DI ROMA” – LA GUERRA CON ITALO BOCCHINO…

Conchita Sannino per "la Repubblica"

 

«Ma perché dovrei rinunciare. Per fare un favore a qualcuno?». Ineffabile, impassibile, Nicola Cosentino puntava su Palazzo Santa Lucia a qualunque costo. E da Napoli continuava a condurre, quasi fosse una partita a scacchi con gli imprimatur ora solenni ora confusi di Roma, la sua silenziosa campagna elettorale. Paese per paese, cerimonia per cerimonia, un pezzo di regione alla volta.

Fino a ieri pomeriggio, il sottosegretario all´Economia e leader regionale del Pdl in Campania, ormai ufficialmente sospettato di aver favorito gli interessi, ed in particolare il business dei rifiuti della cosca mafiosa dei Casalesi, ha dato ordini ai suoi sodali: «Andiamo avanti, non disperdiamoci. Chi sono questi pentiti? Chi lo dice che mi devono arrestare? Non c´è motivo per fermarmi. La gente mi conosce, mi voterà».

 

L´ultima sfida l´aveva lanciata sabato scorso: «Allora, quante ore mi date ancora, di libertà?» domandava tra lampi di ironia e prevedibili esorcismi. Era seduto su un divano rosso capitonné, l´altra mattina: e aveva appena chiuso un convegno nella sala di rappresentanza di un mega-centro di scuole private, in un comune dell´hinterland vesuviano, Poggiomarino, dove il corteo di notabili era in coda per stringergli la mano e assicurare appoggio.

Aveva un bel dire, o´ Mericano, che la sua partita doveva giocarsela ormai fino in fondo. Il soprannome gli deriva dagli affari che suo padre strinse con gli statunitensi, dopo la guerra, nella vendita di petrolio. Ora i fratelli di Cosentino guidano un colosso nella distribuzione di gas. Qualcuno è anche imparentato con esponenti di spicco dei Casalesi.
Motivi non sufficienti a fermare le ambizioni di Nicola: già giovane avvocato nello studio prestigioso del professor Gasparrini a Napoli; poi impegnato in politica, nei socialdemocratici; infine uomo di punta di Forza Italia nel Casertano.

 

Non poteva mollare proprio adesso, Nicola, a cinquant´anni. Doveva battersi. Contro tutti i tentativi di fronda. Contro il "partito" trasversale della questione morale. Ora che il giudice per le indagini preliminari di Napoli ha depositato alla Camera una richiesta di custodia in carcere con l´infamante accusa di "concorso esterno in associazione mafiosa", ne fa le spese non solo la sua corsa come candidato governatore del centrodestra - proposta, peraltro, avversata solo dal presidente della Camera Fini, mai da Berlusconi , né dai tre coordinatori del partito. «Può restare sottosegretario, un politico gravato da tali sospetti?», è il tema che lancia ora, dalla Commissione parlamentare antimafia, l´esponente del Pd Luisa Bossa.

Ora che il gip ha inviato la sua decisione a Montecitorio, assumono un suono sinistro le parole pronunciate da Cosentino in quel 27 settembre nel salone sontuoso del Reggia Palace di Caserta, unico moto di stizza. «La candidatura? Non la possono scegliere i frocetti di Roma», si lasciò sfuggire il sottosegretario quel giorno, aprendo ufficialmente le ostilità con il suo "nemico" Italo Bocchino.

Sei pentiti di camorra hanno fornito il materiale su cui il giudice di Napoli ha fondato la sua richiesta di arresto, dopo l´accurato lavoro del pool antimafia della Procura. Ma Cosentino, da questo orecchio, non ha voluto mai sentire. «Io so soltanto che non ho ricevuto avviso di garanzia, e che, dopo le indiscrezioni giudiziarie di un anno fa, ho chiesto ai magistrati di essere ascoltato. Vanamente».

 

Ha sempre preferito un altro linguaggio, Cosentino: quello dei consensi, del riscontro nelle urne. «Il partito è cresciuto in Campania grazie a me. Vinciamo da quando ci sono io, abbiamo 137 sindaci, tre Province e questo è un fatto. A Roma non possono non tenerne conto», aveva sempre obiettato ai nemici interni ed esterni al partito, giustificando così l´inelegante uscita contro Bocchino.

Tetragono, il sorriso immutabile dietro gli occhiali leggeri, un self control esibito in queste settimane con particolare solerzia. «Io vado avanti», è stato lo slogan del politico nato a Casal di Principe, comunità che ha contribuito all´elezione, alle ultime politiche, di altri due parlamentari casalesi.

«Ma contro di me c´è un pregiudizio etnico» si è ribellato Cosentino. L´ultima chiamata alle armi è di ieri mattina, quando il segretario regionale ha convocato una riunione nella sede del Pdl di piazza Borsa, a Napoli - la stessa dove, un mese fa, misteriosi teppisti scaricarono sulla porta del Pdl una notevole quantità di liquami. E per placare le voci dirompenti sulla richiesta del carcere ha rassicurato i parlamentari: «Passerà tutto, sono sereno. Vedrete, anche Fini si calmerà. E noi staremo tranquilli»

 

 

[10-11-2009]

 

 

 

ELARGIVA STIPENDI D'ORO ORA L'EX RETTORE DEVE 100MILA EURO ALLO STATO...
L'ex rettore della Sapienza Renato Guarini è stato condannato dalla Corte dei conti a risarcire all'erario la somma di centomila euro (più interessi e rivalutazione monetaria) e spese legali (317,72 euro). Si tratta di una cifra che, secondo i giudici della contabili della Sezione giurisdizionale per la regione Lazio , quantifica il danno arrecato alle casse pubbliche dallo stipendio riconosciuto al direttore generale del Policlinico Umberto I Ubaldo Montaguti, che superava di gran lunga il tetto stabilito dalla legge.

 

In realtà Guarini aveva segnalato l'anomalia al presidente della Regione Marrazzo, chiarendo che il contratto quinquennale prevedeva uno stipendio di 240mila euro l'anno più il 20 per cento di indennità al raggiungimento del risultato (il tetto massimo era di 154mila euro). Marrazzo ridusse leggermente lo stipendio (207mila) ma aumentò le indennità al 30 per cento.

   

11.11.09

 

l fratello di Walter-ego non paga le tasse (Avrebbe dovuto scendere lui in politica lui!) - valerio Veltroni compra con la manodestra da Veltroni valerio che con la mano sinistra ripaga Veltroni che così presta alla destra di Veltroni i soldi per ricomprare dalla mano sinistra di Veltroni - Il fratello di Walter è un po’ come la dea Kalì, e di mani ne ha in abbondanza...

Franco Bechis per Libero

Alla fine non se la sono sentita di chiudere gli occhi e passare le carte. Così i revisori contabili della Tunda investimenti Italia di Valerio Veltroni, fratello maggiore di Walter, il fondatore del Pd, hanno preso carta e penna e scritto quel che nemmeno il fisco italiano aveva osato: «Guarda che le tasse bisogna proprio pagarle». Già, perché nella Tunda investimenti Italia (Tunda II) versare il dovuto al fisco da anni era considerato un optional. E alla fine si sono accumulati debiti con l'erario per oltre 500mila euro. Di questi quelli semplicemente relativi al 2008 erano appena 30mila, quindi il vezzo andava avanti da un bel po'.

 

Come scrive il collegio sindacale "la società ha omesso diversi versamenti di imposta, seppure in una situazione di difficoltà di liquidità. Tali omissioni sono reiterate e alcune riguardano anche gli esercizi precedenti. Il collegio sindacale sulla base dei debiti fiscali al 31 dicembre 2008, ha chiesto espressamente l'iscrizione in bilancio delle sanzioni derivanti dai ritardati pagamenti delle imposte, dei contributi e delle ritenute fiscali".

Una mitragliata messa nero su bianco sul bilancio della società. Che ha costretto Veltroni sr. a tentare anche lui una difesa nero su bianco, sostenendo che la società è stata costretta a non pagare le tasse per la celebre crisi internazionale che si è trasformata in crisi di liquidità anche per alcuni clienti della Tunda II.

In sostanza, visto che i clienti non pagavano Veltroni senior, lui si vendicava con il fisco. Ma nel 2009- ha promesso il fratello dell'ex sindaco di Roma, la musica sarebbe cambiata. «Tunda II», ha spiegato, «è entrata a fare parte di un gruppo che fa capo a San crispino Holding srl e che ha visto nel 2008 costruirsi attorno alla finanziaria del gruppo e alla controllata Tundafin spa una serie di investimenti nel settore immobiliare, finanziario e nelle attività industriali».

 

Aria nuova, che riguarda perfino le politiche di bilancio vecchie, ha spiegato Veltroni sr.: «È risultato purtroppo confermato l'errore di valutazione dell'impostazione della politica fiscale che ha generato quel debito fiscale che riportiamo a bilancio 2008 e che costituisce una priorità nelle politiche dell'esercizio 2009». Non solo, pronta anche la svolta nel business: «Ci impegneremo», ha assicurato il fratello di Walter, «nel campo degli investimenti per l'energia rinnovabile. Tale scelta è derivata inoltre da una analisi della situazione generale economica di contesto che ha spinto la società verso settori nuovi e di consistente prospettiva...».

 

A sentire parlare Valerio Veltroni c'è da restare incantati più che a un comizio del fratello Walter. Avrebbe dovuto scendere lui in politica lui. Ma il metodo di famiglia è lo stesso: prendi due vecchi arnesi, li ridipingi con classe e hai lì un bel partito modernissimo e nuovissimo o qui un bel gruppo imprenditoriale che sembra rinato. Ma il difetto è proprio lo stesso. Cambiata la proprietà della Tunda II? Oh, certo. Prima gli azionisti erano due società presiedute da Veltroni Valerio e ora l'azionista è uno solo di quel due, la San Crispino holding guidata da Valerio Veltroni.

 

E per altro proprio nell'anno in cui questo passaggio di proprietà la società controllata di Veltroni sr. che si dimentica di pagare le tasse (la Tunda II) presta alla società che diventa sua unica azionista (la San Crispino Holding) 3 milioni di euro, cifra che la San Crispino in parte utilizza per acquistare la Tunda II (197.140 euro) e un'altra finanziaria del gruppo, la Tundafin (3,56 milioni di euro), anche questa manco a dirlo a guida Valerio Veltroni. La incredibile partita di giro si chiude con un'altra operazione infragruppo: la Tundafin appena acquistata dalla San Crispino grazie ai soldi prestati dalla Tunda II (che per fare questo per l'ennesima volta manda in bianco il fisco italiano), restituisce il favore, e compra per 3,8 milioni di euro la quarta società del gruppo, la Tunda orange immobiliare (e chi la guida? Sorpresa: Valerio Veltroni).

giampaolo mattei

Grazie a questa operazione la Tunda II (che era azionista di maggioranza della Tunda orange immobiliare) incassa 2,076 milioni di euro che le consentono di sistemare i guai chiudendo perfino il bilancio 2008 con un utile di 2,047 milioni di euro. È venuto il mal di testa a leggere? In fondo è semplice. Veltroni compra con la manodestra da Veltroni che con la mano sinistra ripaga Veltroni che così presta alla destra di Veltroni i soldi per ricomprare dalla mano sinistra di Veltroni. Il fratello di Walter è un po' come la dea Kalì, e di mani ne ha in abbondanza.

 

Tutto questo giro naturalmente non è piaciuto al collegio sindacale, che ha rimarcato "l'incongruenza della gestione finanziaria dei crediti infragruppo, non procedendo la società energicamente nei confronti dei debitori aziendali, ma addirittura, anche nel 2009, erogando prestiti ed anticipazioni ad altre aziende del gruppo già debitrici nei suoi confronti".

Le mani della dea Kalì-Veltroni sono dunque ancora in azione anche se nessuna si sporge per dare al fisco il dovuto. Nel frattempo al cda guidato da Valerio Veltroni è arrivata una ultima tirata di orecchi: "Il collegio rileva altresì come eccessive le spese sostenute dal cda per rappresentanza ed esorta lo stesso ad adottare specifiche procedure che documentino puntualmente l'inerenza di tali oneri".

 

 

[01-11-2009]

   

 

PAROLA PER PAROLA, ECCO LA VERITA’ DEI QUATTRO RICATTATORI “BENEMERITI” MARRAZZO COLTO SUL FALLO PIANGE E PREGA I CARRAMBA: "IO HO UNA MIA DIGNITÀ E LA MIA POSIZIONE... VI PREGO AIUTATEMI... SAPRÒ RICOMPENSARVI, VI AIUTERÒ NELL’ARMA" - MA QUANTI VIDEO CI SONO? SBUCA UN MISTERIOSO ACQUIRENTE MA IL ROS SI FA BECCARE - "NEL VIDEO DI CAFASSO IL TRANS ERA BIONDO" - NEL VIDEO PERSONE CHE VANNO TUTELATE" - CHI ROSICA E CHI ROS. DA SIGNORINI A BELPIETRO, POI MONTI E BRINDANI. C’E’ PURE MULE’ (E MAI FELTRI). COLPI BASSI E MIGNOTTATE TRA GIORNALISTI PER AVERE IL VIDEO CHOC: “QUELLO PAGA DI PIU’”. “NO ASPETTA, PANORAMA SALE COL PREZZO”. “LO VUOLE LIBERO”...

 

Gian Marco Chiocci e Patricia Tagliaferri per 'Il Giornale'

Interrogato dai Ros, il maresciallo Nicola Testini vuota il sacco: «Ho immediatamente compreso le ragioni per cui voi siete qua. (...) A luglio un confidente, tale Cafasso Gianguarino, che girava nel mondo dei trans (...), di recente deceduto, disse a me, Tagliente e Simeone che aveva un video che ritraeva il presidente della Regione Lazio con un trans».

 

«HO UN VIDEO CON MARRAZZO C'È UN TRANS E TANTI SOLDI»
«Cafasso ci chiese di aiutarlo a venderlo, se conoscessimo qualcuno a cui poteva interessare. Gli dicemmo che avremmo visto se potevamo aiutarlo. Poi lui è morto. Quindi abbiamo continuato da soli. Ho visto il video a casa del collega Simeone, sul suo pc ed effettivamente ritraeva il presidente Marrazzo vestito solo con una camicia, un trans, vicino a un tavolo ove vi erano tanti soldi ed una striscia di sostanza bianca che ritengo fosse cocaina (...).

 

Simeone, che si mosse più degli altri per la gestione della fase di vendita, parlò con il collega Tamburrino che ha un fratello fotografo inserito nell'ambiente delle riviste di gossip. Tamburrino (...) ha iniziato una trattativa con un'agenzia di Milano. Due referenti dell'agenzia, tale Carmen e il marito di costei, si sono anche recati a Roma ove (...) si incontrarono con Tagliente che gli fece visionare il video. (...)».

 

«IL CD CON L'ONOREVOLE È UN ALTRO, PIÙ LUNGO»
«Da quel momento in poi è andata avanti la trattativa, con un altro incontro tra Carmen, il marito, Simeone e Tamburrino. (...). Avevamo intenzione di chiedere 60mila euro di compenso per la vendita del video ma loro ci offrirono 50mila euro. Il provento lo avremmo diviso equamente noi tre. Non so chi abbia fatto il video, so solo che era a spezzoni e molto mosso. Non conosco il trans, so che si chiama Natalie, ma non so dove eserciti la professione.

Nel video si sente il trans che dice di essere Natalie. Il video da me visionato aveva una durata di circa 13 minuti. (...) come vi ho già detto, ritraeva l'onorevole Marrazzo nelle modalità suddette e ricordo che, dall'audio, si sentiva che lo stesso proferiva le seguenti parole «Io sono il presidente e ci sono dei giornalisti». Mi sembrava un fotomontaggio poiché il video si fermava e riprendeva».

«VOI DEL ROS CI SEGUIVATE E CI AVETE INSOSPETTITO»
«(...) Il video lo abbiamo distrutto circa 5-6 giorni fa perché il pomeriggio di circa un mese fa avevamo notato un collega che sapevo facesse servizio presso il Ros. Lo stesso si trovava davanti al bar Vanni con una ragazza. Ciò mi insospettì. In un'altra occasione, di pochi giorni dopo, notai un altro ragazzo, a bordo di uno scooter, che sembrava osservarmi. Mi avvicinai e gli chiesi i documenti. Appuravo fosse un collega e lo stesso mi riferiva essere del reparto operativo di Roma (...). Da quel momento sentivamo di essere sempre seguiti e osservati e la cosa destò la nostra preoccupazione, soprattutto la mia. Più volte tentai di convincere gli altri a distruggere il video e a tirarci fuori dalla vicenda. Ero, infatti, sicuro che avremmo avuto guai (...)».

«UN'OPERAZIONE DI ROUTINE MA IN CASA C'ERA QUEL VIP»
Tocca al carabiniere scelto Carlo Tagliente: «Nei primi giorni di luglio 2009, credo, se non ricordo male, fosse il 3, unitamente al mio collega Simeone Luciano, ho avuto un contatto con un confidente legato al mondo dei transessuali, tale Cafasso Gianguarino. Preciso che quest'ultimo era un confidente del maresciallo Testini Nicola, ma (...) è diventato anche mio confidente. Come vi dicevo quel giorno ci chiamò, non ricordo come e su quale utenza, noi (io e Simeone) andammo all'appuntamento e lui ci disse che (...) si stava svolgendo un festino con dei trans all'interno di un appartamento di Roma, via Gradoli (...).

Ivi giunti, nella tarda mattinata - primo pomeriggio (ora di pranzo), bussammo alla porta dell'appartamento qualificandoci come carabinieri. Aprì un viados di pelle scura, moro di capelli. Noi entrammo e ci trovammo di fronte una persona di sesso maschile che riconoscemmo subito essere il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. Alla vista di questa personalità ci trovammo in gravissimo imbarazzo anche perché indossava solo una maglia intima e le mutande per cui non sapemmo veramente cosa fare.

 

Lui ci pregò con gli occhi lucidi di non fare nulla perché ci diceva «io ho una mia dignità e la mia posizione... vi prego aiutatemi... saprò ricompensarvi, vi aiuterò nell'Arma». Quindi ci disse che avrebbe potuto aiutarci se volessimo un trasferimento. Io purtroppo devo dirvi che ho una grave situazione familiare, perché ho un nipote di 5 anni in gravissime condizioni. La voglia quindi di cercare di rendermi utile alla mia famiglia mi ha fatto ritenere che veramente avrebbe potuto aiutarmi».

PRIMA CHE ANDASSIMO VIA MI CHIESE IL CELLULARE»
«Noi (...) non avevamo individuato nessuna cosa pertinente a qualunque tipo di reato, per cui anche perché non sapevamo veramente cosa fare, abbiamo deciso di andarcene senza fare nulla per timore della personalità. Io prima di andarmene, su sua richiesta, gli lasciai l'utenza che io utilizzavo normalmente per i contatti con i confidenti necessari al mio lavoro.

Devo precisare che questa utenza io l'ho dismessa circa 10 giorni dopo perché ero intimorito, imbarazzato dalla possibilità che lui potesse chiamarmi. (...) Circa 15 giorni dopo questo evento (...) verso la fine del mese di luglio, (...) Cafasso (...) ci disse che era entrato in possesso, senza specificare come, di un video che ritraeva il citato presidente Marrazzo mentre si trovava in compagnia di un trans in atteggiamenti ambigui. Ci chiese (...) di aiutarlo a ricavare qualcosa da questo video. In termini di soldi, intendo».

 

«NEL VIDEO DI CAFASSO IL TRANS ERA BIONDO»
«(...) Andammo quindi con lui in zona Cassia e a bordo della sua auto ci fece vedere il video su un suo pc portatile. Effettivamente il video conteneva il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo che si trovava in un luogo chiuso in compagnia di un trans biondo, questa volta, vicino a un tavolo ove vi era un piatto con delle strisce di una sostanza bianca polverosa. Alla fine del video, che peraltro era molto mosso e frammentato tanto da farci inizialmente pensare a un fotomontaggio, vi era anche un'autovettura tipo Lancia Thesis a mia memoria di colore scuro, ripresa lungo una strada.

In quella occasione, poiché noi palesammo l'idea di aiutarlo senza però dargli alcuna rassicurazione, Cafasso ci diede il video in un cd rom o dvd (...) che io e Simeone nascondemmo in una zona di campagna sulla via Trionfale vicino al Ponte Nuovo. Preciso che il video da me visto durava 2-3 minuti ed era comunque breve. (...) a settembre di quest'anno Cafasso morì d'infarto in un albergo sulla via Salaria. (...) Ci trovammo quindi con la copia del filmato in mano e pensammo di proseguire nel tentativo di venderlo».

«LA TRATTATIVA PER LA VENDITA SU DUE DIVERSI CANALI»
«(...) nel frattempo Simeone, tenendoci comunque al corrente, aveva instaurato rapporti finalizzati alla vendita su due diversi canali: il primo con tale Riccardo, un imprenditore che a me non è mai piaciuto, che per quanto di mia conoscenza fu presentato a Luciano da un suo confidente, tale Ottavio. Voglio precisare fin d'ora che questa situazione non ha portato a nulla anche se Riccardo con tale Massimo (...) ebbero modo di visionare il filmato sotto casa di Luciano attraverso un pc di un coinquilino dell'epoca di Luciano stesso. (...)

 

Sempre su di loro, per quanto mi disse Luciano, posso dire che non erano loro i diretti acquirenti del video ma stavano agendo per conto di altri che non conosco. Prima di concludere questo aspetto della vicenda devo dirvi che Luciano e Testini durante un incontro con Riccardo - non so dirvi quando perché non ero presente - notarono un maresciallo del Ros che stava con una ragazza davanti al bar Vanni per cui si insospettirono. Questo fu un primo campanello di allarme (...); il secondo canale fu attraverso Tamburrino, ossia un carabiniere della stazione Roma-Trionfale che Luciano attivò sapendo che aveva un parente fotografo».

 

«L'AGENZIA CI ASSICURAVA UNA COMPRAVENDITA LEGALE»
«(...) la trattativa è stata incanalata verso un'agenzia di Milano di cui poi io ho avuto modo di conoscere tali Max, una donna e il marito di quest'ultima (...). Feci vedere nell'occasione il video alla donna e all'uomo in sua compagnia. I due vennero all'appuntamento con il carabiniere Tamburrino e tale Max. Questi ultimi due, in questa circostanza, non hanno assistito alla visione del video avvenuto a bordo della mia autovettura Mercedes Classe B.

Attraverso questo canale ci è stato offerto il compenso di 50mila euro. Noi valutammo positivamente l'offerta perché ci fu assicurato che questa agenzia avrebbe potuto commercializzare il video in modo assolutamente legale. Poi però un giorno, non vi posso dire quando con esattezza, ma posso dirvi che era successivo all'incontro del bar Vanni dove fu visto un maresciallo del Ros conosciuto da Testini, durante un servizio di ocp avemmo modo di notare un uomo a bordo di un motociclo tipo T-Max fermo di fronte al ristorante bar «Al Cocomerino» di via Cortina d'Ampezzo.

 

Credendo che fosse un soggetto che si doveva incontrare con uno dei nostri indagati lo fermammo e il maresciallo Testini gli chiese i documenti. Questa persona glieli diede e il maresciallo Testini gli chiese se fosse un collega. Ricevuta risposta positiva e avendo appreso che stava lì per un servizio poiché lui ci disse «o ci stiamo noi o voi, non possiamo starci in due», noi decidemmo di andare via per non dare fastidio.

Tuttavia riflettendoci successivamente la cosa sembrò strana e ci fece preoccupare ancor di più, io quindi pregai gli altri di lasciar perdere, ma solo 5-6 giorni fa decidemmo di distruggere il video (...). Non so veramente spiegare come possa essermi trovato in una posizione tale, è stata una debolezza imperdonabile.

Feci d'accordo con i miei colleghi una copia del video attraverso il masterizzatore del mio pc portatile (...). Entrambe le copie furono distrutte da me Luciano e Testini 5 o 6 giorni fa spaccandoli in più pezzi e gettandoli in un bidone dell'immondizia vicino alla caserma sede della compagnia Trionfale (...)».

Ecco poi il verbale di Luciano Simeone. «(...)Vi dico subito che il video che voi sicuramente state cercando lo abbiamo distrutto circa 5/6 giorni fa. (...) ci siamo trovati con questa copia di cd di circa tre minuti che dopo una visione ritraeva una persona che sembrava il presidente della Regione Lazio con un trans e della polvere bianca su un tavolo.

Non so chi abbia fatto il video, so solo che era a spezzoni ed era molto mosso. (...) tutto è naufragato poiché ci siamo spaventati e abbiamo deciso di distruggere il video 5,6 giorni fa, quando abbiamo capito che avevamo fatto una cosa sbagliata. Lo abbiamo capito anche quando abbiamo notato uno di voi al bar Vanni e anche al bar Cocomerino, che era conosciuto da Testini Nicola».

IL «MISTERIOSO» RICCARDO E GLI ACQUIRENTI MANCATI
«In quell'occasione stavamo incontrando un imprenditore tale Riccardo presentatoci da un mio conoscente tale Gramazio Ottavio per vedere se conoscesse qualche agenzia interessata. Anche in questo caso non abbiamo fatto niente. Un'altra persona conosceva la vicenda del video, ossia tale Pietro Colabianchi, un imprenditore edile che ha delle case in Sardegna ove io sono andato in vacanza questa estate. Non so se abbia fatto qualcosa per venderlo. (...)

Lo avevamo nascosto dentro una custodia sotterrato sotto un ponte nella zona di La Storta. Cafasso aveva un'altra copia ma non so dove la tenesse (...)». Antonio Tamburrino: «A inizio luglio son stato contattato dai miei colleghi Simeone Luciano, Tagliente Carlo e Testini Nicola i quali mi chiedevano se conoscevo qualche giornalista appartenente a testate scandalistiche. Suppongo mi abbiano avvicinato a causa del fatto che ho delle amicizie nel citato ambito giornalistico. Preciso che in quella occasione non mi venne specificato il motivo per il quale mi chiedevano se conoscessi qualche giornalista.

«TANTI GIORNALISTI AMICI HANNO VISTO IL MATERIALE»
Alla richiesta dei tre colleghi rispondevo che avrei fatto loro sapere qualcosa. Dopo una decina di giorni ho incontrato presso il locale "Cacio e Pepe" sito in Roma nel quartiere Prati, da me occasionalmente frequentato, tal Max Scarfone, che sapevo essere un paparazzo, al quale dicevo che alcuni miei amici erano intenzionati a fargli vedere un qualcosa che poteva essere d'interesse per il suo lavoro. (...) dopo qualche giorno mi sono incontrato con Scarfone nei pressi di piazzale Clodio e (...) siamo giunti in una casa sita nei pressi della via Cassia dove ad attenderci c'era Tagliente Carlo. (...)

C'era inoltre un pc portatile attraverso il quale il Tagliente ha fatto visionare a Scarfone un filmato (...) che ritraeva una donna, presumibilmente un transessuale, e un uomo che mi sembrava essere il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. (...) Si notavano inoltre banconote di vario taglio. (...) Scarfone chiese informazioni circa la effettiva durata del video, nello specifico se quella visionata fosse solo una parte o l'intero filmato. Il Tagliente rispose che c'era un'altra parte del video, ma che non poteva essere vista in quanto c'erano delle parti che dovevano essere tagliate poiché erano riprese delle persone che dovevano, a suo dire, essere tutelate».

 

«NELLE RIPRESE PERSONE CHE VANNO TUTELATE».
«Non ricordo se questa specificazione fu fatta in quella sede o successivamente mi fu fatta dal Simeone. (...)Verso la fine di settembre la signora Carmen venne nuovamente a Roma (...) chiese (...) da chi fosse stato girato. Simeone rispose che era stato girato da un altro trans il quale lo aveva poi a loro consegnato. (...) Ricordo di essere partito il 5 ottobre (...) mi sono recato nell'ufficio della signora Carmen e del marito Mimmo, a Milano, in viale Monza (...).

 

Non so cosa la signora Carmen abbia fatto con il video, mi disse però che lo aveva fatto visionare alla Mondadori e aggiunse che i dirigenti avrebbero riferito del contenuto del video al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. (...) Proposi quindi di fissare un incontro per stabilire il prezzo di vendita. (...) lo Scarfone ed il Simeone in tale occasione si accordarono per la somma di 55mila euro che doveva essere consegnata in contanti a Milano. (...). Nulla so dire circa le modalità della consegna in quanto sarebbe dovuta avvenire nella giornata del 21-10-2009 e non abbiamo avuto il tempo di accordarne i modi (...)».

PARLA LA SIGNORA PHOTOMASI. DA SIGNORINI A BELPIETRO, POI MONTI E BRINDANI., C'E' PURE MULE' (E MAI FELTRI). COLPI BASSI E MIGNOTTATE TRA COLLEGHI PER AVERE IL VIDEO CHOC: "QUELLO PAGA DI PIU'". "NO ASPETTA, PANORAMA SALE COL PREZZO". "LO VUOLE LIBERO". E ANGELUCCI SI VEDE E RIVEDE IL VIDEO DEL GRAN NEMICO ATTOVAGLIATO AL TRANS
di Carmen Pizzuti dell'Agenzia Photomasi. «Considerando l'appetibilità del filmato proposto dal freelance Scarfone, contattavo Umberto Brindani, coordinatore di Oggi che mi fissava un appuntamento (...) con il direttore Andrea Monti(...). Mi proponevano di recarmi a Roma insieme al giornalista Giangavino Sulas (...) con il quale vidi il filmato a casa di un uomo di carnagione scura(...).

 

Dopo dieci giorni Brindani con Monti mi riferivano che non erano disposti ad acquistare il video (...). Fallita la trattativa con Rizzoli (Oggi) contattavo a ottobre Mondadori. Ad Alfonso Signorini proposi il filmato senza specificarne il contenuto, poi l'ho incontrato qualche giorno dopo a Mediaset a Cologno. Signorini diceva che poteva interessare ma doveva consultarsi e che era necessaria la visione (...).

Il 5 ottobre incontriamo Antonio che ci consegnava un cd (...) quindi siamo andati a Segrate da Mondadori dove ci attendeva Signorini che data la sua riservatezza e per il fatto che non conosco il direttore di Panorama, Mulè, rappresentava per me il tramite più affidabile per entrature in Mondadori.

Signorini alla fine è riuscito a visionare il tutto. Ci ha chiesto di lasciargli il cd per consentire la visione ad altri membri della Mondadori (...). Acconsentivo a che si copiassero il filmato facendomi rilasciare una ricevuta firmato da Signorini.

ANGELUCCI

Tornavo da Antonio al quale ribadivo (...) che la richiesta sarebbe stata intorno ai 100mila euro (70% a loro) però per concludere dovevamo avere fisicamente il filmato qui a Milano, visto che avevo nascosto ad Antonio il fatto di aver fatto fare copia del filmato a Signorini. Antonio acconsentiva, mio figlio faceva una copia(...).

Dopo qualche giorno, Signorini mi ha richiamato dicendo che ci poteva essere un interesse da parte di Libero, con compenso di 100mila euro, chiaramente con pubblicazione del tutto (...). Scarfone rispondeva che i soggetti non erano più interessati a concludere ma provavo a convincerlo a chiudere la trattativa (...).

Chiamavo Signorini, che mi diceva che Belpietro, direttore di Libero, mi avrebbe contattato (...). Il 10 ottobre verso le 19,30 mi ha telefonato Belpietro che mi invitava il 12 ottobre, alle 15,00, nella redazione di Libero. Belpietro esordiva dicendomi che avevo qualcosa da fargli vedere, cosa che non potevo fare perché non avevo con me il cd (...).

 

Diceva di essere a conoscenza che a Roma da circa tre settimane girava la voce che esisteva un video ritraente Marrazzo mostrandomi tra l'altro un sms ricevuto da (...) giornalista, con il quale lo informava dell'esistenza del filmato in parola, e se non ha capito male con due trans e il noto personaggio, ed in vendita a 20mila euro (...). Dopo ulteriore telefonata con Signorini, dovevo incontrare il 14 ottobre, l'editore del quotidiano.

Il 14 ottobre, verso le 12,00, l'editore Angelucci (che smentisce, ndr) è venuto qui alla PhotoMasi, ha visionato il filmato dimostrandosi interessato, con indicazione di una risposta entro le ore 19,00 della stessa sera (...). Poi mi ha contattato Signorini dicendo di fermare tutto perché Panorama era molto interessato al tutto e dovevano decidere chi doveva pubblicare. Alle 19,00 mi ha chiamato Angelucci a cui ho detto che per il momento dovevamo fermarci.

Il 19 ottobre Signorini mi ha telefonato dicendomi che mi avrebbe chiamato Marrazzo perché la cosa, per ovvi motivi, interessava direttamente lui. Il 19 ottobre mi contattava una persona che si presentava come Piero Marrazzo e, dopo un attimo di silenzio, gli dicevo «mi dica», senza ricevere risposta, dopo chiedevo «ci dobbiamo vedere?» e mi rispondeva di sì (...).

 

A questo punto precisavo che l'incontro si sarebbe dovuto svolgere alla presenza del mio legale, ricevendo come risposta il suo assenso e che entro mercoledì mi avrebbe fatto chiamare da un suo rappresentante (...). Ieri 20 ottobre, alle 19,14 ho ricevuto una telefonata: «... buonasera, dottor Marrazzo», l'interlocutore maschile mi rispondeva di non essere il Marrazzo ma la persona incaricata dallo stesso di venire a Milano (...). Subito contattavo il soggetto concordando l'incontro per le 20 di oggi. Da quel momento non ho più avute notizie».

 

 

[31-10-2009]

 

 

IL VERO SCANDALO? QUELLO ESTETICO - IL CONTRASTO FRA LA BELLEZZA DELLA MOGLIE DI M’ARRAZZO E LA BRUTTEZZA DEI TRANS È LANCINANTE – DUE GROTTESCHI MASCHERONI CHE NON SAREBBERO ANDATI BENE NEPPURE PER LA ROMA DEL SATYRICON FELLINIANO – SE TI CAPITA EVA ROBIN’S È COMPRENSIBILE UN ABBAGLIO. MA la BRENDONA…

Stefano Lorenzetto per "Il Giornale"

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Un aspetto del penosissimo caso Marrazzo turba più d'ogni altro ed è quello estetico. Ma li avete visti i transessuali brasiliani con cui pare fosse solito accompagnarsi, a pagamento, il presidente della Regione Lazio? C'è Natalie, un'ibridazione fra un dittatore di qualche isola della Sonda e una Nina Moric con sei taglie in più. C'è Brenda, soprannominata dai colleghi la Brendona, con le orecchie a sventola, le mani da manovale e la barba che affiora dal fard, perché le prolungate cure ormonali possono fare tanto ma non tutto.

 

Due grotteschi mascheroni che non sarebbero andati bene neppure per la Roma del Satyricon felliniano, anche se là era la malfamata Suburra, babelico serraglio di relitti umani fra il Celio e l'Esquilino, mentre qui è l'elegante Cassia, con le sue pretese di raffinatezza. L'unico elemento in comune fra una donna e i due prostituti brasiliani sono i seni, peraltro interamente costruiti col silicone.

Poi guardi le foto di Roberta Serdoz, che di Piero Marrazzo è la legittima consorte, e lo sconcerto aumenta. Il contrasto fra la bellezza della moglie e la bruttezza dei trans è lancinante. Evidentemente alla carinissima telegiornalista della Rai manca qualcosa rispetto agli altri competitor che avevano ammaliato il marito.

Non andò diversamente nel precedente caso di un Vip scoperto in compagnia di un transessuale. Mi riferisco a Lapo Elkann, che uscì in coma dall'appartamento torinese di Patrizia, all'anagrafe Donato Brocco, un travestito pugliese di un quarto di secolo più anziano di lui e che ciò nonostante il nipote di Gianni Agnelli preferiva talvolta all'avvenente attrice Martina Stella. Inspiegabile.

Personalità femminili imprigionate dentro corpi maschili, e viceversa, ce ne sono sempre state e sempre ce ne saranno: si chiama Dig, disturbo identità di genere, ed è riportato nei manuali diagnostici di psichiatria (anche se i legislatori dell'Unione europea sono alacremente al lavoro per promuovere l'ideologia del «gender», che vorrebbe trasformare la genetica, e quindi i due sessi, in un fatto culturale, una condizione sociale, un dato modificabile, in modo che eterosessualità, omosessualità, lesbismo, bisessualità e transessualità diventino semplici variabili del comportamento umano).

Così come ci sono sempre stati e sempre ci saranno uomini che a un certo punto della loro vita si sottopongono a una correzione, prima farmacologica e poi chirurgica, per far coincidere le loro inclinazioni psichiche col sesso biologico di cui la natura per errore li ha provvisti. Non è il caso dei viados frequentati da Marrazzo, che modificano malamente il loro aspetto con la prima terapia per rendersi desiderabili come femmine ma evitano accuratamente la seconda, che li priverebbe per sempre della dotazione più richiesta da questo tipo di prostituzione e quindi li lascerebbe senza lavoro.

Dev'essere un patologico istinto all'abbruttimento e all'autopunizione che induce uomini di potere, gratificati dalla notorietà e da ogni altro genere di soddisfazioni, a cercare l'estasi in siffatte simildonne. Spiace rilevarlo, ma certi personaggi pubblici del passato avevano molto più gusto in materia. Le leggende di Palazzo narrano della spiccata predilezione bipartisan per la bellezza androgina di Eva Robin's, al secolo Roberto Maurizio Coatti, attore e showman bolognese di aspetto e voce femminili ma dotato di genitali maschili, il quale ebbe per amante un famoso politico della prima Repubblica («non democristiano», ci tenne a precisare in un'intervista).

 

Nell'agosto scorso, inviato dal Giornale a Ponza, ho stentato a riconoscere Roberto in Eva, che insieme a un corpulento accompagnatore dai tratti assai virili (amico? fidanzato? marito?) aveva preso posto davanti a me sull'aliscafo salpato da Anzio e poi era stata ospitata dal tassista, data la penuria di auto pubbliche sull'isola, a bordo della 600 Multipla dove già mi ero seduto io. Nel breve percorso dal porto all'hotel Santa Domitilla, ogni tanto Eva Robin's fischiettava come un capomastro, quasi tradisse un certo imbarazzo, e questo è stato l'unico indizio di mascolinità che ho potuto osservare in lei.

Per il resto, ho compreso perché un mio amico sciupafemmine, che s'era ritirato a vivere a Lampedusa, nel periodo del rampantismo dilagante avesse perso la testa per questo trans che ospitò un'estate nel suo dammuso: anche oggi, a quasi 51 anni, rimane una donna affascinante. Insomma, comprensibile un abbaglio.

Ma nel caso Marrazzo siamo al trionfo dello sconcio, a un qualcosa che, avvenendo sui colli fatali, assomiglia maledettamente alla decadenza, alla corruzione e all'immoralità che decretarono il crollo dell'Impero romano d'Occidente. I tempi presenti volgono inesorabili verso il brutto in tutte le sue forme, c'è poco da fare. È un declino inarrestabile fatto di brutte case, brutti monumenti, brutte chiese, brutta arte, brutta musica, brutti film, brutti programmi tv, brutta gente, brutte carriere, brutti amori.

eva robins nuda

Brutti tempi, appunto. Anzi bruttissimi, se persino accanto al Papa continua ad apparire, in veste di cerimoniere pontificio, un monsignore perfidamente soprannominato Jessica, che il fotografo Umberto Pizzi immortalò insieme con Amanda Lear e variopinte drag queen a un ricevimento dello stilista Gai Mattiolo, un nome un destino, poi arrestato per bancarotta fraudolenta. E il reverendo non si limitava a benedire l'eterodosso salotto bensì, come documenta il libro Cafonal (Mondadori), si divertiva a riprendere la festa trash con la fotocamera del suo cellulare.

Intendiamoci, non mi scandalizzo più di tanto. De gustibus non est disputandum. Da che mondo è mondo, i costumi tralignano sempre verso il peggio. Ero un cronista alle prime armi quando un maresciallo dei carabinieri mi spiegò con una rozza ma efficace perifrasi che anche lì in provincia, dov'ero andato ad aprire una redazione del quotidiano locale, i maschietti cominciavano a rivolgersi a meretrici d'importazione «attrezzate per la ricezione su primo, secondo e terzo canale».

 

Ora è stata aggiunta l'antenna e Raitre riscuote l'audience più alta. Resta il fatto che 10 milioni d'italiani in cerca di rapporti mercenari ogni notte (e anche di giorno, come si sospetta facesse Marrazzo con l'autoblù di servizio) costituiscono un sicuro presagio dell'imminente dissoluzione dell'impero.

Mi torna in mente ciò che mi disse nel 2003 un profeta inascoltato, don Oreste Benzi: «Ci sono deputati, calciatori e industriali che pagano 1.000 euro a notte per avere una donna italiana di alto livello». (Marrazzo fino a 5.000, si ipotizza, o comunque cifre che non trovavano giustificazione alcuna, né di sesso, né di nazionalità, né di livello).

«E dov'è che vanno a prendere i soldi? I parlamentari non sono forse pagati con le tasse degli artigiani e degli operai? Ma lo sa che quando uno prende quel vizietto lì, ci deve andare almeno due volte a settimana?». (E puntualmente La Stampa ha parlato della «frequentazione costante, almeno un paio di volte a settimana, di Marrazzo con diversi trans»).

Concludeva don Benzi: «Sono tutti ladri, tutti ladri. Si fanno a nostre spese la prima casa e la seconda casa, la prima macchina e la seconda macchina, la prima donna e la seconda donna». Sant'uomo, s'ingannava solo sul sesso ondivago delle concubine.

Questo è lo spettacolo che va in scena sotto gli occhi dei nostri figli. Ora si capisce meglio perché lo scrittore Marco Lodoli, che non ha mai smesso di fare anche il professore di lettere, abbia fotografato così la generazione che incontra ogni mattina nelle aule di scuola: «A 14 anni sono saturi di tutto quello che hanno visto e sentito: la cosa più difficile per me è trovare un vuoto. Loro sono già colmi come bignè di crema andata a male». Dio ci salvi dai pasticcieri.

 
[29-10-2009]

CORONA RISORGE COME LA FENICE (SRL) - IL TESORETTO DA 1,5 MLN DELL’IDOLO DI VALLETTOPOLI – MALGRADO LE DISAVVENTURE GIUDIZIARIE, LA SOCIETÀ CHE ORGANIZZA SPETTACOLI E SFILATE DI MODA, RESTA UNA MACCHINA DA SOLDI - ECCO I CONTI BANCARI E IL DENARO DELLA SRL DEL FOTOGRAFO CHE DA IERI RISCHIA 7 ANNI DI GALERA…

Stefano Sansonetti per "Italia Oggi"

 

Il pubblico ministero che ne ha chiesto la condanna a 7 anni, nell'ambito del processo per i presunti «fotoricatti» ad alcuni vip, lo ha definito «accecato dal denaro». E ha sostenuto, nella requisitoria, che Fabrizio Corona avrebbe agito come un'autentica «macchina da soldi». Accecato o non accecato, e comunque in attesa dell'esito del processo, un dato sembra certo: Corona, nonostante le disavventure giudiziarie, continua a far soldi, tanti soldi. Se n'è accorta ItaliaOggi, andando a spulciare nei conti delle società che ancora oggi fanno capo al fotografo, in particolare la Fenice srl, costituita nell'aprile del 2007 a Milano.

 

Si tratta di una società, come si apprende dalla nota integrativa dell'ultimo bilancio di esercizio chiuso al 31 dicembre 2008, che si occupa di «fornitura di attività di consulenza, progettazione, organizzazione, e realizzazione di spettacoli, manifestazioni, rappresentazioni, mostre e sfilate nel campo della pubblicità, dell'arte e della moda». Il suo amministratore unico è proprio Corona, che ne detiene anche il 99% del capitale (il restante 1% è in mano al legale del fotografo, ovvero Tommaso Delfino).

Diciamo subito che la Fenice, nome che evoca il concetto di rinascita, ha accusato nel 2008 il periodo di crisi. Le sue performance, seppure in calo, stanno però a testimoniare che gli affari del fotografo hanno comunque tenuto. Il fatturato è stato di 1.317.392 euro (in calo rispetto ai 2.141.594 del 2007) e l'utile di 224.769 euro (anche questo in calo rispetto agli 865.224 dell'anno precedente).

 

Dalle pieghe del bilancio, tra l'altro, viene fuori un patrimonio netto di quasi 1,1 milioni, con utili portati a nuovo (ed eventualmente distribuibili) per 863 mila euro. La cifra che però salta di più all'occhio è proprio quella delle disponibilità liquide. Parliamo, per la precisione, della bellezza di 1.566.914 euro, più che raddoppiati rispetto ai già cospicui 755.531 dell'anno precedente. Nel dettaglio, la nuova liquidità è composta per 1.556.934 euro da depositi bancari e per 9.880 euro da denaro in cassa.

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Insomma, si può dire che la Fenice-Corona abbia trovato il tempo di risorgere dalle ceneri di vicissitudini giudiziarie e non. Vicende che, tra l'altro, hanno portato al crepuscolo quello che un tempo era il gioiello del fotografo, ovvero l'agenzia Corona's, in fallimento dal 4 dicembre del 2008. Peraltro gli affari di Corona non si esauriscono soltanto alla Fenice srl.

Il fotografo, infatti, vanta anche il 100% della Toy Boy, una società a responsabilità limitata nata il 13 novembre del 2008. La srl, che risulta attiva ma è troppo giovane per poter essere valutata nelle sue performance societarie, opera nel settore dell'abbigliamento. Il suo amministratore unico, invece, è Marco Bonato, fido collaboratore di Corona sin dai tempi dell'agenzia fotografica. Anche Bonato è stato coinvolto nell'affaire dei presunti fotoricatti ai vip, ma ieri ne è stata chiesta l'assoluzione da parte del pubblico ministero Frank Di Maio.

 
[30-10-2009]

 

 

 

L GRANDE VECCHIO Delle brigate rosse SE N’È ANDATO COME IL FU MATTIA PASCAL: in silenzio e in un giorno imprecisato del 2008, lontano dallo sguardo indiscreto del mondo – LA BIOGRAFIA AVVENTUROSA DI CORRADO SIMIONI: TRA BR E STUDI PIRANDELLIANI CREÒ IL SUPERCLAN SEGRETO CON MORETTI - LA SCUOLA “HYPERION” PER MOLTI IL PUNTO DI COLLEGAMENTO TRA TERRORISMO INTERNAZIONALE E SERVIZI…

Miguel Gotor per "Il Sole 24 Ore"

Se è vero che è morto, è uscito di scena come ci saremmo aspettati, imitando un personaggio pirandelliano, ad esempio Il fu Mattia Pascal: in silenzio e in un giorno imprecisato del 2008, nel cuore della campagna francese ove abitava da molti anni, lontano dallo sguardo indiscreto del mondo. Lo ha scoperto il giornalista Giovanni Fasanella che voleva entrare in contatto con lui per intervistarlo, ma al telefono una voce impastata di ferma cortesia gli ha risposto: «No, mi spiace, Corrado Simioni è deceduto».

Ai più il suo nome non dice nulla e in effetti poco si sa di lui anche se visse un momento di celebrità nell'aprile 1980 quando Bettino Craxi, alludendo all'esistenza di un "grande vecchio" delle Brigate rosse che sarebbe stato in grado di tirare i fili della sovversione armata in Italia, delineò un ritratto che gli calzava a pennello. Il segretario socialista infatti disse che andava cercato «tra quei personaggi che avevano cominciato a fare politica con noi e poi erano scomparsi e magari sono a Parigi a lavorare per il partito armato».

Si racconta che Simioni si risentì di questa improvvisa accusa e che fra i due vecchi amici e compagni di lotta politica nella Milano socialista e autonomista della prima metà degli anni 70 fosse avvenuto un chiarimento in cui Craxi spiegò che non aveva voluto alludere alla sua persona. Eppure è bastato quest'episodio per alimentare un motore che in Italia - quando si parla di terrorismo e non solo - tende a girare a pieno regime, quello della dietrologia.

 

Va detto che Simioni, con la sua avventurosa biografia, forniva alcuni appigli, o meglio degli acuminati spunzoni di roccia, che lo studioso di storia farebbe bene a non afferrare con leggerezza quando prova a scalare a mani nude le ripidi pareti della cosiddetta verità storica. Di certo Simioni fu tra i fondatori nel '69 del Collettivo politico metropolitano insieme con Renato Curcio, un compagno di strada da cui avrebbe presto separato il suo destino.

 

È Curcio ad avere raccontato che Simioni partecipò, nell'estate del '70, al convegno di Pecorile, l'atto di fondazione delle Br. Secondo la testimonianza di Curcio proprio in quell'occasione Simioni si contraddistinse per il suo radicalismo ideologico e per il progetto di alzare da subito il livello dello scontro armato. A quanto sembra fu messo in minoranza e si allontanò dal nucleo originario con il suo " Super clan", di cui facevano parte anche Prospero Gallinari e Mario Moretti, che qualche tempo dopo avrebbero compiuto il percorso inverso per rientrare nelle Br.

Simioni, invece, sarebbe rimasto nel "Super clan" con i suoi amici Vanni Mulinaris, Duccio Berio e Françoise Tuscher, nipote dell'Abbé Pierre, con l'obiettivo di creare una struttura chiusa e sicura, super clandestina appunto, che potesse condizionare dall'esterno la lotta armata in Italia.

Ex br come Michele Galati e Antonio Savasta hanno raccontato che Moretti, negli anni 70, mantenne i rapporti con Simioni e i suoi amici che nel frattempo si erano trasferiti a Parigi ove avevano aperto una scuola di lingue chiamata "Hyperion" con succursali aperte e subito chiuse anche Roma, il caso vuole proprio durante il sequestro Moro.

 

È vero anche che nel 1965 Simioni fu allontanato dal Psi,viaggiò per l'Europa, in particolare in Germania, dedicandosi a studi di teologia e lavorò per qualche anno presso la Mondadori. Della sua attività editoriale interessa soprattutto lo studio dell'opera di Luigi Pirandello di cui ha curato, fra l'altro, libri dai titoli significativi come "I vecchi e i giovani" e "Sei personaggi in cerca d'autore".

Non sappiamo se Simioni sia stato il "grande vecchio" della lotta armata nel nostro paese come adombrato da Craxi, anzi dubitiamo che quel tragico fenomeno abbia avuto bisogno di simili semplificazioni, ma certo in questa storia molto italiana non poteva mancare Pirandello: così è, se vi pare.

 
[29-10-2009]

 

 

 

N morte di Stefano Cucchi - quel viso, quel corpo massacrati noi li mostriamo a voi perchè non c’è legge, regola o procedura che possano giustificarlo. Perchè non si può vivere, e morire, così...

Vitantonio Lopez per "il Fatto Quotidiano"

La camera di sicurezza di una caserma dei carabinieri certo non è il posto più confortevole dove passare la notte. Così il comandante della compagnia dei carabinieri ci spiega perchè Stefano Cucchi è arrivato con gli occhi pesti in tribunale. Dove, comunque, assicura, "nessuno ha avuto niente da dire". Dopo quella notte in caserma, il passaggio in tribunale e quello in carcere, è finito in un letto d'ospedale, ha agonizzato per cinque giorni ed è morto con i genitori tenuti fuori della porta, senza poterlo vedere, senza sapere delle sue condizioni.

Stefano Cucchi

Non fosse stato per la battaglia lunga anni della madre, poco o nulla si sarebbe saputo pure sulla morte di Federico Aldrovandi, ammazzato di botte a 19 anni per strada da quattro poliziotti. E Aldo Branzino, falegname di 44 anni, arrestato per un po' di marijuana e trovato cadavere nella cella trentasei ore dopo. Quando chiedi, per Federico, per Aldo, per Stefano, ti senti sempre rispondere che nell'arresto, in carcere, le regole sono state rispettate, che le procedure sono queste.

Stefano Cucchi

E' per questo, per rompere questo muro di cinica indifferenza che i genitori e la sorella di Stefano hanno dovuto darci quelle foto. Ci hanno messo sotto gli occhi quel viso, quel corpo massacrati e noi li mostriamo a voi perchè non c'è legge, regola o procedura che possano giustificarlo. Perchè non si può vivere, e morire, così.

Stefano Cucchi

 

 
[30-10-2009]

NAPOLI, DIMENTICATA DA DIO - IL VESUVIO ERUTTA LA LEGGE DELLA CAMORRA: SANGUE E SILENZIO - IMMAGINI CHOC DI Un'ammazzatina “normale”: di giorno, davanti a un bar affollato, con tante gente che passava. Decine di occhi hanno guardato. Ma non hanno visto il killer a volto scoperto sparare e andar via. Le bocche sono mute...

Enrico Fierro da "Il Fatto Quotidiano"

Omicidio Napoli 1

Un omicidio avvenuto a maggio. Un'ammazzatina "normale" nella Napoli-Baghdad di sei mesi fa. Sei mesi di silenzio. Hanno ucciso di giorno, davanti a un bar affollato, con tante gente che passava. Decine di occhi hanno guardato. Ma non hanno visto il killer a volto scoperto sparare e andar via. Le bocche sono mute. Ora la procura antimafia della citttà spera che diffondendo il video dell'omicidio numero 32, qualcuno si faccia avanti. Offra un indizio. Merce rarissima sotto il Vesuvio dell'omertà. Basta vedere le immagini.

Omicidio Napoli 2

Siamo alla Sanità. Era il quartiere di Totò, ma ora tra questi vicoli, con i banchi delle sigarette di contrabbando che vengono dalla Polonia, le bancarelle cinesi di "Dolce & Gabbana" finte, nessuno ride più. Le voci non sono più le stesse (una volta i vicoli avevano una loro musica). Le facce sono cattive. E i bar non si chiamano più così, ma tutti "antica caffetteria" anche quando sono lerci e il caffé fa schifo. Nei retrobottega si consuma la vita con le slot machine, fuori si spendono chiacchiere.

Omicidio Napoli 3

L'11 maggio, e sono da poco passate le quattro del pomeriggio, Mariano Bacioterracciano passa la sua "controra" fumando davanti alla "caffetteria", ovviamente antica, della Sanità. È appoggiato ad una cassa di acque minerali a vedere la gente che passa. Un uomo dal volto scoperto si appoggia al muro poco distante. Camicia bianca, occhiali. Dicono che sia il "palo". Il suo "lavoro" è quello di indicare l'obiettivo al killer. La camorra a Napoli ha una rigida divisione dei compiti.

Omicidio Napoli 4

La tecnica del "palo" è semplice, quando passa il killer deve lanciargli uno sguardo. Mariano continua a fumare e non vede entrare quell'uomo col cappellino nero in testa e il bomber abbottonato fino al collo. L'uomo fa un giro rapido nel retrobottega e non guarda neppure quelli che giocano a poker alle macchinette. Fuori, una donna tenta la sorte con una gratta e vinci. Il killer esce, la donna è andata via, il venditore di sigarette no. Si apposta alle spalle della sua vittima, spara un colpo, poi altri tre. Velocemente. L'ultimo alla nuca. Con la destra.

Omicidio Napoli 5

Con la sinistra fa le corna. L'ultimo sfregio al morto. Poi va via. Ora il cadavere è sul marciapiede, un pezzo di Napoli dove la vita scorre come prima. Indifferente al morto e ai colpi sparati. Il venditore raccoglie le sue sigarette e se ne va. Un papà passa velocemente con la figlia in braccio. Una donna si avvicina al "muort'accise", gli tira su il volto prendendolo per la camicia, forse per accertarsi che la vittima non sia cosa sua, non gli appartenga. Non lo conosce. Si tranquillizza e lascia ricadere la testa dell'uomo sul marciapiede. Dal bar la gente esce di fretta. Neppure uno sguardo.

Omicidio Napoli 6

Napoli ha perso la pietà. Il resto è cronaca dell'indifferenza. Nessuno ha visto, nessuno ha segnalato. Mariano Bacioterraccino, uomo del clan di Peppe Misso, "'o lione", è stato ucciso per una vendetta, forse per una donna che non doveva toccare. Non è questo che conta. Conta Napoli, città senza speranza. Groviglio di un popolo dolente (duemila abitanti per km quadrato, la più alta densità abitativa d'Italia, tra le più alte d'Europa) che non riesce più a coniugare il suo futuro.

Omicidio Napoli 7

Comanda la camorra. Nei quartieri-stato della città, nelle enclave di Casal di Principe e del Nolano. Detta legge, con la violenza esercita il controllo del territorio, impone tasse e fa politica, sceglie candidati e se li elegge. È facile immaginare come reagirà a questo video il mondo politico napoletano. Tutti si indigneranno, tutti invocheranno il civismo degli abitanti di partenope.

Gli stessi che a Castellammare non hanno visto che il loro partito, il Pd, tesserava camorristi e malacarne, gli stessi che fanno finta di non sapere che cinque pentiti di camorra indicano come referente dei clan Luigi Cosentino, l'uomo che il Pdl si appresta a far eleggere governatore della Campania. Gli stessi che hanno posato gli occhi su Gomorra. Ma non hanno visto.

 

 
[30-10-2009]

Omicidio Napoli 8

 

 

 

PONZELLINI, L'EMBLEMATICA STORIA DI UN BANCHIERE A SUO AGIO CON I TEMPI - A sinistra negli anni del potere prodiano come a destra in epoca berluscona, fino all’ultima trasformazione: banchiere di riferimento dell’entourage tremontian-leghista - non solo: Ponzo oggi è uno dei consiglieri più ascoltati da Perissinotto, ad delle Generali, così come lo è stato in passato di Maranghi....

Gianluca Ferraris e Ilaria Molinari per Economy, in edicola domani

Chi gli è stato vicino nelle settimane più calde della trattativa, garantisce che a Massimo Ponzellini del Gratta e Vinci importa poco. E che della cordata messa in piedi per strappare dalle mani di Lottomatica la concessione della redditizia lotteria istantanea (9,6 miliardi di raccolta annua) la sua Banca popolare di Milano sarebbe stata un semplice finanziatore.

A scorrere i nomi dei partner, in realtà, non sembra campata in aria la voce di Palazzo che continua a dipingere quella cordata come un diversivo sponsorizzato dalla maggioranza, in particolare dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti e dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti (quota Lega), per agitare le acque in vista della ricca asta e spingere i veri contendenti a sparare più alto.

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Insieme alla Bpm c'erano infatti le Poste di Massimo Sarmi, l'Istituto Poligrafico, che tra il 2006 e il 2007 fu guidato proprio da Ponzellini, e la società di giochi Atlantis World, rappresentata in Italia da Amedeo Laboccetta, deputato Pdl ed ex An.

Alla fine lo squadrone si è dissolto l'11 ottobre, la notte precedente alla presentazione delle offerte, forse proprio a causa di un mancato accordo sulle modalità con cui Bpm avrebbe dovuto mettere a disposizione una linea di credito tra i 400 e gli 800 milioni di euro.

Ma poco importa, perché l'azzardo non è mai stato la passione di Ponzellini, 59 anni, metà dei quali trascorsi nelle stanze più importanti del potere pubblico e privato. Al contrario, sono state la concretezza e la capacità di risolvere i problemi, doti che anche i (pochi) nemici dichiarati gli riconoscono, a distinguerlo.

A sinistra negli anni del potere prodiano come a destra in epoca più recente, fino all'ultima trasformazione: banchiere di riferimento dell'entourage tremontian-leghista.

A parlare chiaro sono due eventi e una candidatura, tutti negli ultimi 30 giorni. Venerdì 9 ottobre, mentre a Vergiate (Varese) il trio Tremonti-Giorgetti-Bossi si confrontava con una folla di artigiani e piccoli imprenditori padani sul tema del credit crunch, Ponzellini sedeva al loro fianco sul palco, sottolineando il ruolo della sua Bpm come alfiere del credito «buono» e strappando applausi ai sindaci in pochette verde schierati in prima fila.

Stesso copione lunedì 19, questa volta nell'ovattata sede di Bpm. Mentre si stringeva l'alleanza con la francese Credit Mutuel per il polo italo-francese della bancassurance, nella sala a fianco si discuteva di «azionariato dei lavoratori nelle banche» davanti a una platea più bipartisan ma certo non meno rappresentativa dei poteri forti: dal solito Tremonti ai vertici confindustriali e sindacali di ieri e di oggi.

Nel frattempo, Ponzellini ha trovato il tempo anche per candidarsi al comitato promotore della nuova Banca per il Mezzogiorno, creatura del duo Tremonti-Scajola e che, guarda caso, avrà come protagonista le Poste di Massimo Sarmi.

La chiusura del cerchio ideale per un cammino iniziato oltre 30 anni fa da Bologna e sempre coltivato non troppo vicino ai riflettori né troppo lontano dalle stanze che contano.

Il «debutto in società» di Ponzellini risale al 1978, come giovane assistente del suo concittadino bolognese Romano Prodi al ministero dell'Industria e poi all'Iri. La corsia preferenziale è assicurata dal rapporto che sin dagli anni Trenta lega suo padre Giulio, industriale di successo e in seguito influentissimo membro del Consiglio superiore di Bankitalia, ai genitori del futuro premier.

Seguendo passo dopo passo l'evoluzione del Professore, Ponzellini approda a Nomisma (è una leggenda la sua presenza tra i fondatori, ma è vero che fu tra i primissimi membri), dove conosce Gianni Pecci, futuro ideologo dell'Ulivo, con il quale nel 2001 condividerà il primo tentativo di rilancio dell'Unità sollecitato da Walter Veltroni.

Sono sempre in orbita prodiana gli incarichi collezionati fino al 1991 nel mondo delle partecipazioni statali: da Alitalia a Finmeccanica (con un posto in entrambi i consigli di amministrazione) passando per Sofin, la finanziaria napoletana dell'Iri alla quale, oltre all'incarico di amministratore delegato ricoperto tra il 1986 e il 1990, si deve la sua infatuazione per la vita partenopea.

Parlata brillante e modi da tombeur de femmes, Ponzellini ha il vezzo degli occhiali modello Ona, che vuol dire Onassis, perché la montatura nera e pesante è identica a quella sfoggiata dal defunto armatore greco, prodotti dalla maison parigina di François Pinton. A tavola, ha la passione più scontata per un bolognese doc: i tortellini.

Si deve a lui l'originale trasformazione del primo piatto in un elemento di trattativa. Si racconta che in occasione di almeno un paio di vertenze sindacali ad alta tensione (alla fine degli anni Settanta all'Iri e nel 1990 all'Alitalia) sia riuscito a stemperare il clima facendo materializzare dal nulla - e pagando di tasca sua, come pare faccia spesso - catering emiliano per tutti.

L'ultimo episodio è più recente, e riguarda un piccolo imprenditore in sciopero della fame per protestare contro la mancata concessione di un fido da parte di Unicredit. Ponzellini, intervistato dal Corriere della Sera, ha commentato: «Ma venga a mangiare un piatto di tortellini. I tortellini significano cordialità e fiducia. Proprio quello che ci vuole».

Tortellini ma anche un buon caffè, perché nella Bologna che conta Ponzellini ha anche trovato moglie: lei è Maria Segafredo, dell'omonima azienda di torrefazione, che gli ha dato due figlie. Lui ne porta il nome tatuato sul braccio sinistro.I

Alla fine degli anni Ottanta Bologna comincia a stargli stretta. Così, quando nel 1991 arriva la chiamata di Jacques Attali, presidente della Bers (la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), Ponzellini non ci pensa due volte e fa i bagagli per Parigi.

L'istituzione non è blasonata come altre e neppure il suo ruolo è di primissimo piano, ma gli consente comunque di dedicarsi a ciò che sa fare meglio: tessere rapporti. Come fa da subito con Lamberto Dini che nel 1994, fresco di nomina al Tesoro nel primo governo Berlusconi, lo aiuterà a spiccare il volo verso la più importante Bei (la Banca europea per gli investimenti) come vicepresidente responsabile dei finanziamenti.

Qualche anno dopo lo stesso Dini sarà, insieme al bolognese Pier Ferdinando Casini e all'ideatore del berlusconiano contratto con gli italiani Luigi Crespi, uno dei principali sponsor dell'avvicinamento ponzelliniano al centrodestra.
Intanto, nei suoi anni più cosmopoliti, l'uomo affina frequentazioni e abitudini.

Dalla passione per le Ferrari e le ore piccole passa al collezionismo di penne e monete antiche. La numismatica si rivelerà il suo vero asso nella manica: oltre a regalargli, pare, discrete plusvalenze (ama setacciare personalmente fiere e antiquari e gli viene attribuito un gran talento per la compravendita), gli ha consentito di rafforzare i suoi legami con un altro grande appassionato di conii, Francesco Gaetano Caltagirone. Che è diventato uno dei suoi più grandi estimatori.

Il costruttore romano è in buona compagnia: Ponzellini oggi è uno dei consiglieri più ascoltati - non solo sulle questioni di interesse comune - da Giovanni Perissinotto, amministratore delegato delle Generali, così come lo è stato in passato di Vincenzo Maranghi.

Tanto che, pur non avendo mai ricoperto ruoli formali in Mediobanca, per anni in piazzetta Cuccia il manager ha avuto a disposizione un ufficio di rappresentanza: riconoscimenti così, nella storia ultrasessantennale della banca d'affari milanese, si contano davvero sulle dita di una mano.

Dopo la parentesi europea, l'avvicinamento di Ponzellini al centrodestra si realizza in pieno con la nomina, nel 2001, di Giulio Tremonti al ministero dell'Economia. Appena insediato, Tremonti vorrebbe il manager alla testa del Dipartimento delle politiche per lo sviluppo di via XX Settembre: uno degli uffici di maggiore peso, visto che da esso dipendono la Cassa depositi e prestiti e la gestione delle quote azionarie.

Ma alla nomina si oppone Gianfranco Fini, che non ha ancora mandato giù il sostegno finanziario che Ponzellini anni prima riservò alla campagna elettorale del suo avversario Francesco Rutelli a sindaco di Roma. Poco male, perché il ministro ha già in serbo per lui un'altra sistemazione: la poltrona di amministratore delegato della Patrimonio spa.

Questa volta, però, l'esperienza si dimostrerà insoddisfacente. La società doveva portare avanti due importanti progetti: la costituzione di un fondo per gli immobili pubblici e il finanziamento della costruzione di nuove carceri tramite la controllata Dike Aedifica.

Il fondo è capitolato sotto la nascita di Patrimonio uno, suo omologo creato direttamente dal ministero per l'Economia. Quanto a Dike, la società ha ricevuto in dotazione 11 vecchie carceri da vendere ma poi, causa inattività, è stata liquidata.

DALLA ZECCA AL PONTE. Poche tracce, nonostante la passione per la numismatica, ha lasciato anche l'ultimo incarico pubblico affidatogli da Tremonti nel 2006, dopo la parentesi di Domenico Siniscalco: la presidenza dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, che lascerà un anno dopo per rientrare trionfalmente nel settore privato.

La penultima identità ricoperta da Ponzellini è quella di presidente di Impregilo, dove il compito è impegnativo: sostituire Cesare Romiti e gestire tre dossier ad alta influenza politica come gli appalti per il termovalorizzatore di Acerra, la Salerno-Reggio Calabria e quel Ponte sullo stretto di Messina del quale lui stesso, solo pochi anni prima, metteva in dubbio l'utilità.

Anche in questo caso il copione si replica: compito eseguito, nuovi rapporti intrecciati e dopo breve tempo assalto a una nuova poltrona. Questa volta, però, l'incarico richiede il massimo delle capacità negoziali: Ponzellini sfida Roberto Mazzotta per la presidenza della Banca popolare di Milano, sponsor ancora una volta Giulio Tremonti al quale per l'occasione si affianca Gianni Letta.

Vince a mani basse, trasloca di nuovo a Milano (dove può tornare a farsi barba e capelli dal suo coiffeur di fiducia all'hotel Et de Milan) e non dimentica chi lo ha sostenuto: così la Bpm riceve 500 milioni di Tremonti-bond, la cui sottoscrizione sembra essere diventata il biglietto da visita per accreditarsi come «banca buona» agli occhi del governo.

Lui, del resto, l'etichetta di «banchiere buono» se l'era già guadagnata fin dagli anni della Bei, quando insieme ad Attali e al premio Nobel Muhammad Yunus ha fondato PlaNet Finance, la prima società che si occupava di microcredito. E l'ha rafforzata quando, due mesi fa, è stato nominato dal cardinale Giovanni Lajolo tra i quattro consulenti del governatorato dello Stato del Vaticano per la gestione del portafoglio titoli, insieme a Pellegrino Capaldo (cavaliere del lavoro, ex Dc), Ettore Gotti Tedeschi (neopresidente dello Ior) e Carlo Fratta Pasini (presidente del Banco Popolare). Questa sì, una poltrona davvero benedetta.

 
[22-10-2009]

 

 

 

MILANO FA CRACK! – “ASSO PIGLIATUTTO” GROSSI IN MANETTE, MATTONE ZUNINO NEI GUAI E LA MOGLIE DEL DEPUTATO PDL DIETRO LE SBARRE – ORA TUTTO LA MILANO CHE CONTA TREMA: NEL '92 IL CAPRONE ESPIATORIO FURONO I SOCIALISTI E I DEMOCRISTI, QUESTA VOLTA A CHI TOCCA? ALLE BANCHE? IMPOSSIBILE...

Da "il Fatto Quotidiano"

1- CHOC LOTTIZZAZIONI, TREMA LA MILANO BENE...
Di Peter Gomez

Era amico di tutti quelli che nel nord contano qualcosa. Frequentava il presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni. Faceva coppia fissa con il potentissimo deputato pavese Giancarlo Abelli, la cui moglie, Rosanna Gariboldi, adesso è in carcere accusata di riciclaggio. Con Mario Resca, uno dei manager più apprezzati dal ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi, c'era poi un rapporto speciale.

Ma pure ad Arcore, l'imprenditore Giuseppe Grossi, 67 anni, asso pigliatutto delle bonifiche ambientali e proprietario di uno sterminato patrimonio immobiliare, non se la cavava male. Con Silvio Berlusconi, infatti, si vedeva spesso, anche perché per Grossi, suo fratello Paolo era un vecchio compagno di bisbocce. Non deve insomma stupire se da ieri in molti a Milano trattengono il fiato.

 

Grossi è in manette, arrestato dalla Guardia di Finanza. Il suo nume tutelare Luigi Zunino, l'immobiliarista piemontese che all'ombra della Madonnina faceva concorrenza a Salvatore Ligresti, è sotto inchiesta. E con Grossi sono finiti in prigione anche la sua segretaria personale, Maria Ruggiero, e Cesarina Ferruzzi e Paolo Ttta, due amministratori di aziende della Green Holding, il gruppo del "re delle bonifiche", controllato da società lussemburghesi, che governa pure la Sadi quotata in Borsa.

Tutti e quattro sono accusati dalla procura di Milano di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale, all'appropriazione indebita, alla truffa, il riciclaggio e alla corruzione. Rosanna Gariboldi, 64 anni, assessore provinciale a Pavia e moglie di Abelli, il politico Pdl da sempre considerato il vero ras della sanità lombarda, deve invece spiegare come mai su un suo conto chiamato "Associati" e acceso presso la Banque J. Safra di Montecarlo, tra il 2001 e il 2008 siano stati bonificati da Grossi e i suoi uomini quasi due milioni e 400 mila euro, poi in parte (circa un milione e 300 mila) restituiti con altre rimesse dirette a istituti di credito svizzeri.

Un bel problema non solo per la donna. Su quel conto, dove ci sono ancora più di 600mila euro, anche Abelli agiva come procuratore. E adesso a Palazzo di Giustizia ci si chiede da dove provengano le centinaia di migliaia di euro che a Montecarlo risultano essere stati versati in contanti e che cosa si scoprirà su un altro deposito aperto dalla coppia in Svizzera.

Quando sui giornali erano uscite le prime notizie sui soldi nascosti all'estero, l'assessore Gariboldi, con gli occhi lucidi si era difesa nella sala del consiglio provinciale pavese. "Sono certa di poter guardare negli occhi tutte le persone che ci sono in questa stanza" aveva detto tra gli applausi scroscianti del centrodestra.

 
[21-10-2009]

Sia Grossi sia Abelli sono vicini a COMUNIONE E FATTURAZIONE; il secondo, in particolare, è uno dei principali collaboratori dEL GOVERNATORE - Abbandonata l’idea, o la speranza, di diventare un leader nazionale, ROBERTINO PUNTA AL RINNOVO DELLA CARICA PER EVITARE NUOVE "OMBRE" sulla gestione di politica e affari in Lombardia...

Michele Brambilla per "La Stampa"

Milano un'inchiesta giudiziaria - l'ennesima - rischia di sollevare un polverone politico: l'ennesimo. Il motivo è presto detto. L'inchiesta ha portato in carcere (anche) alcuni personaggi vicini a Comunione e Liberazione. E a Milano, o meglio in Lombardia, Comunione e Liberazione in politica vuol dire Roberto Formigoni e il suo governo della Regione.

Un governo che i nemici - ma anche alcuni alleati, la Lega in primis - chiamano sprezzantemente «un sistema di potere». Ecco perché non pochi, pure nel centrodestra, sono alla finestra per vedere se ancora una volta la magistratura potrà sparigliare le carte, e riaprire i giochi perfino sulle prossime regionali.

Le indagini sul «progetto Santa Giulia» - la riqualificazione di un quartiere di periferia - hanno portato all'arresto, tra gli altri, dell'imprenditore Giuseppe Grossi e di Rosanna Gariboldi, moglie di Giancarlo Abelli, parlamentare del Pdl ma soprattutto uomo-chiave della sanità lombarda.

Sia Grossi sia Abelli sono vicini a Cl; il secondo, in particolare, è uno dei principali collaboratori di Formigoni. L'impressione, o il sospetto a seconda dei punti di vista, è che le successive mosse della Procura potrebbero gettare altre ombre sulla gestione di politica e affari in Lombardia.

Non è un mistero che in questa Regione la bilancia degli equilibri politici, anche all'interno del centrodestra che da sempre vince le elezioni a mani basse, penda a favore dell'ala cattolica dell'ex Forza Italia, il cui dominus indiscusso, qui, è Formigoni. Abbandonata l'idea, o la speranza, di diventare un leader nazionale (con Berlusconi al timone c'è poco spazio), Formigoni ha deciso ormai da tempo che è meglio essere primi in Gallia che secondi a Roma, e ha fatto della Lombardia il suo regno, avviandosi addirittura al quarto mandato.

Dispone di una rete di fedelissimi, scelti perlopiù dal mondo dal quale proviene, che è appunto quello di Cl. Ciellini sono il segretario generale Nicola Sanese, gli assessori Raffaele Cattaneo e Giulio Boscagli, il consigliere Mario Sala. Ma ciellini sono anche e soprattutto molti direttori sanitari, amministratori di enti, insomma «gestori» della macchina regionale sul territorio.

Da qui la reiterata accusa secondo la quale in Lombardia non muove foglia che Cl non voglia. Cl e, operativamente, la Compagnia delle Opere, associazione che da Cl ha preso lo spunto e che raggruppa circa 34 mila imprese in tutta Italia. La Regione Lombardia privilegia la Compagnia delle Opere? Questa è l'accusa.

Qualcuno la muove con toni violenti. L'anno scorso Eugenio Scalfari disse che «nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere». La Compagnia delle Opere gli replicò invitandolo a «visitare personalmente le nostre sedi e le nostre realtà imprenditoriali» per verificare quanti servizi e quale contributo alla società fornissero.

Cl, in questi casi, dice sempre che non può essere ritenuta responsabile di ciò che fa nel lavoro o in politica ciascun suo singolo aderente. Ma al di là di questa precisazione, c'è una visione del cattolicesimo diversa da quella di altre anime della Chiesa. Tutto cominciò molti anni fa, quando l'Azione Cattolica dichiarò, con Giuseppe Lazzati, la «scelta religiosa», una sorta di separazione tra fede e impegno politico e sociale. Cl, che è nata da una costola dell'Azione Cattolica, crede invece che il cattolico debba «sporcarsi le mani» stando nel mondo. Per il ciellino non c'è nulla di male nell'occupare posti di potere: è un servizio all'uomo anche quello.

Il punto è come si interpreta il ruolo in politica, se per servire o per fare disinvolti affari. I nemici di Cl parlano di un'egemonia esagerata e anche nel mondo cattolico le perplessità non mancano: il timore è che seguendo la logica della concretezza si sia finito con l'imbarcare di tutto, compreso qualcuno che può dare scandalo.

Ma Cl ritiene che eventuali errori non possano sporcare un impegno complessivo che è anche quello che ha portato la Lombardia ad avere una delle sanità migliori d'Italia; che è anche quello delle aziende no profit che danno lavoro e speranza a immigrati e handicappati; che è anche quello del Banco Alimentare per sfamare i poveri; che è anche quello delle adozioni a distanza. Cose di cui sui giornali si parla poco.

E che poco interessano a chi attende di vedere a che cosa porterà questa inchiesta. Gli appetiti non mancano. La Lega già nel 2005 scatenò, su La Padania, un'offensiva durissima contro il «sistema di potere» di Formigoni. E ora cerca di capire se può strappare al Cavaliere anche l'irraggiungibile Lombardia.

 
[22-10-2009]

 

 

 

CRACK MADOFF: DEMINOR CONTRO UBS...
Antonella Olivieri per "il Sole 24 Ore" - Deminor contro Ubs per la frode Madoff. Contro la banca svizzera, la società di consulenza europea ha avviato tre giorni fa in Lussemburgo la prima causa per risarcimento danni, nell'ambito delle diverse iniziative avviate a tutela di 800 investitori caduti nella trappola del broker newyorkese, che complessivamente hanno sofferto una perdita di 220 milioni di euro.

«Riteniamo di avere elementi sufficienti per sostenere che Ubs non è stata trasparente con le autorità di vigilanza del Lussemburgo », ha spiegato in videoconferenza da Bruxelles Erik Bomans, managing partner di Deminor, che ieri ha fatto il punto della situazione a quasi un anno dal crack. Sotto accusa nello specifico è il ruolo di banca depositaria di Ubs per il fondo Luxalpha che, basato nel Gran Ducato, riversava tutta la sua raccolta nelle mani di Madoff.

 UNA 'CUPOLA' UDEUR GESTIVA ARPA CAMPANIA...
(AGI) - L'indagine su una 'cupola' ai vertici della quale ci sono, per i magistrati, i coniugi Mastella, che insieme ad altri 25 indagati hanno costituito un'associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, turbativa d'asta, falso in atto pubblico continuato e concussione, ha avuto inizio nell'ufficio inquirente napoletano nel gennaio 2008, contestualmente all'investitura, per ragione di competenza territoriale, di quella incardinata al tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e vi si sono aggiunti ulteriori filoni investigativi precedenti, come quello in mano dal 2007 al Nucleo di Polizia Tributaria della Gdf di Napoli. Ai Mastella, nella cupola, si aggiungevano professionisti e imprenditori, per ottenere vantaggi economici, consenso elettorale e posizioni di comando.

 

LA REPUBBLICA - In apertura: "Corruzione, terremoto a Napoli". Editoriale di Curzio Maltese: "Tangentopoli è ancora qui". Di spalla: "Il ragazzo che vide la caduta di Ceausescu". Al centro: "In 12 mila su Facebook: uccidiamo Berlusconi. Alfano: ‘Pericolo grave'. Indaga la procura", "L'antipolitica del rancore", "Mutui, rate sospese alle famiglie in crisi" e "Il lavoro a scadenza". In basso: "Il prof alla Sapienza: l'Olocausto non esiste" e "Roma, panchine con la sbarra per scacciare i senza tetto".

 

Oggi in Cda approda il faraonico nuovo contratto di Vespa: 400 mila euro in più di compensi minimi, per un totale di 2 milioni all’anno - I regali delle trasmissioni speciali, come i 6mila euro da presidente di giuria di “Ballando con le stelle”...

Alberto Fontanarosa per "La Repubblica"

La Rai prepara un piano "lacrime e sangue" per fronteggiare un deficit mostruoso: 600 milioni di buco - si teme - entro il 2012. Ma i tagli non riguarderanno Bruno Vespa, almeno a giudicare dall´ipotesi di rinnovo del suo contratto che arriva davanti ai consiglieri di amministrazione.

Finora il contratto di Bruno Vespa gli assicurava un "minimo garantito" di un milione 187 mila euro l´anno come «ideatore, autore dei testi e conduttore» delle puntate ordinarie della sua creatura, Porta a Porta. Il nuovo contratto prevede invece un compenso "minimo" di oltre 1,6 milioni.

Ma Vespa ha incassato soldi anche per trasmissioni speciali: nel 2004, ad esempio, il programma inchiesta sul voto americano gli procurò quasi 31.000 euro. Ed altri 6.000 arrivarono dall´apparizione a Ballando sotto le stelle, presidente della giuria.

Questo meccanismo degli speciali e delle apparizioni è riproposto dal nuovo contratto che - alla fine dei conti - ipotizza compensi complessivi per oltre 2 milioni annui. Cifre importanti e crescenti che richiedono il via libera del consiglio di amministrazione della Rai.

MORETTI, LITE CON IL MINISTRO FRANCESE...
A. Bac. per il "Corriere della Sera" - Botta e risposta al veleno tra l'ad di Ferrovie, Mauro Moretti, e il ministro francese dei Trasporti, Dominique Bussereau, sulla liberalizzazione ferroviaria.

Entrambi ospiti di una tavola rotonda alla Conferenza di Napoli «Ten-T days 2009», i due si sono affrontati sul mancato arrivo, alle Ferrovie, dell'autorizzazione ad operare sulla rete francese. «Nel 2011 ¬ha attaccato Moretti - un operatore privato, Ntv, entrerà in Italia e il 20% del suo capitale è dei francesi. Peccato che noi invece abbiamo grandi difficoltà a entrare nel mercato francese». Pronta la replica del ministro del governo Sarkozy: «Non abbiamo assolutamente niente in contrario: ci sono problemi di tipo tecnico».

«Nessun problema tecnico. È solo una questione di liberalizzazione», ha replicato Moretti. Il ministro Altero Matteoli ha cercato di smorzare i toni: «La volontà di entrambi i Paesi è per la liberalizzazione».

 

PASSERA FRENA SULL'ACQUISIZIONE DI DELTA, PROFUMA ACCELERA SULL VANEDITA DI PIONEER
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che dai piani alti di IntesaSanPaolo e Unicredit trapelano due notizie interessanti.

La prima riguarda la frenata che la banca di Corradino Passera ha fatto rispetto all'acquisizione di Delta, il gruppo bancario di Bologna che è finito nel mirino della giustizia e della Banca d'Italia.
La seconda notizia si riferisce ad Alessandro Profumo e all'intenzione di accelerare la vendita di "Pioneer Investments", la società di asset management del gruppo Unicredit".

6 - "CIELO", MA È MURDOCH!
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che James Murdoch sarebbe pronto per fine anno o inizio 2010 a sbarcare sul digitale terrestre per contrabbattere all'invasione pay-tv - attraverso Mediaset Premium - by Piersilvio. Fonti ben informate sussurrano che - chiuse le porte de La7 (Berlusconi vigila stretto su Bernabé) - l'ospitalità arriverebbe da Carletto De Benedetti che ha la proprietà del canale All Music. I canali si chiameranno "Cielo" e ospiteranno il mejo della piattaforma.

 
[22-10-2009]

IL PRINCIPE VENDE CASA...
Le ultime deleghe le ha firmate, a metà ottobre, davanti a un diplomatico dell'ambasciata italiana di Riad. Il principe Al-Waleed bin Talal Alsaud, 54 anni (22° uomo più ricco del mondo, patrimonio personale di 13,3 miliardi di dollari), ha ufficializzato la vendita di Villa Ceriana, la sontuosa dimora sulle colline di Castagneto Po, a 25 chilometri da Torino, che era della famiglia di Carla Bruni.

Acquistato per 17,5 milioni di euro il 19 maggio dell'anno scorso, il castello di 40 stanze, su una superficie di 1.500 metri quadrati, non ha mai ospitato Al-Waleed, che solo una volta si è fatto vedere di sfuggita dal custode assieme al presidente francese Nicolas Sarkozy. E allora perché è stato comprato e ora, dopo poco più di un anno, ceduto?

Anche per troncare i pettegolezzi il principe ha fatto discretamente sapere che ha acquistato l'immobile solo per fare un favore a Sarkozy, che nel corso di un banchetto a Riad, il 13 gennaio 2008, gli aveva parlato con tanto entusiasmo di quel castello messo in vendita dalla moglie. Detto, fatto. Qualche mese dopo Sarkozy ha insignito il principe con una delle più prestigiose onorificenze francesi: la nuova médaille du président de la République Française, in precedenza assegnata a Papa Benedetto XVI.

 

 

 

FAR WEST FAVELA – TRA CIRCA SEI ANNI OSPITERÀ LE OLIMPIADI (E TRA QUATTRO I MONDIALI DI CALCIO), MA PER ORA RIO DE JANEIRO È UN CAMPO DI BATTAGLIA CHE FA PIÙ MORTI DELL STRISCIA DI GAZA – POLIZIA E GANG DEL NARCOTRAFFICO SI AFFRONTANO COME IN UNA GUERRA CIVILE…

Paolo Manzo per "La Stampa"

Scontri tra gang e polizia a Rio de Janeiro

Sembra non cessare l'improvvisa impennata di violenza che sta mettendo in ginocchio Rio de Janeiro. Non è bastato, infatti, l'annuncio dell'assegnazione delle Olimpiadi del 2016 per smorzare quella che è la piaga della città, che ogni giorno per fatti legati a criminalità e narcotraffico produce più morti della Striscia di Gaza.

Due morti e quattro feriti, tutti narcotrafficanti, questo è il bilancio dell'ultimo conflitto a fuoco tra polizia e gang che si è aggiunto al bilancio dell'altro ieri di 12 morti, due dei quali poliziotti abbattuti mentre sorvolavano con l'elicottero l'area degli scontri. A trasformarsi in poche ore in un vero e proprio Far West è stata la favela di Villa Isabel, nella zona settentrionale della città.

Rio bruciano i bus dopo la battaglia gang polizia

All'origine di tutto, quello che in gergo criminale i narcos chiamano «sforamento». Alcuni membri del Comando Vermelho, tra le gang più feroci attive nella città carioca, con base nella favela del Morro Sao Joao, hanno invaso il vicino Morro dos Macacos, controllato invece dagli Amigos dos Amigos. Una vera e propria guerra civile tra criminali che ha visto l'intervento massiccio di più di 150 uomini delle truppe speciali di assalto della polizia militare. Poi, dopo che le gang hanno abbattuto l'elicottero con un bazooka, la polizia militare si è ritirata, gesto questo festeggiata dai narcos con l'incendio di nove autobus in diversi punti della città.

Lula Brasile

«Non abbiamo mai visto niente di simile» hanno raccontato disperati gli abitanti del Morro dos Macacos. Due di loro sono rimasti uccisi da pallottole vaganti e sei, tra cui un bambino, feriti gravemente. Chi si trovava in favela si è barricato in casa, chi era fuori non è più riuscito ad entrarvi. I negozi sono rimasti chiusi. Per far fronte all'emergenza la polizia di Rio ha richiamato tutti i suoi agenti e ha potenziato le sue truppe con altri 4500 uomini.

Uno schieramento di forze con l'obiettivo di difendere i 6 milioni di abitanti dall'onda impazzita di violenza di queste ultime ore ma anche di proteggere l'immagine della città a livello internazionale, soprattutto in vista delle Olimpiadi del 2016. E per quanto il segretario alla sicurezza della città José Beltrame si sia affrettato a dichiarare che «il problema riguarda solo quella parte della città che non è la vera Rio de Janeiro».

Sono in molti adesso a ricordare scontri simili che nel 2006 ebbero come teatro l'altra grande megalopoli brasiliana, San Paolo. Per settimane i suoi abitanti si barricarono in casa mentre in strada i narcos combattevano con la polizia. Oltre 150 i morti. A salvare la situazione in quel caso fu un accordo mai confermato ufficialmente tra il governatore e la gang del PCC, accordo che in tanti, anche se solo a mezza bocca, adesso invocano per Rio.

 
[19-10-2009]

 

 

IL PARTITO DEMOCRATICO RISCHIA DI FINIRE IN POLVERE? E I TAPINI DOVE FINIRANNO, SOTTO I PONTI DEL TEVERE? - DORMITE TRANQUILLI: SEDI, DIPENDENTI E SOLDI, DS E DL ESISTONO ANCORA - ANZI, "La Margherita sta continuando ad anticipare tutte le spese necessarie per la vita della sede nazionale del Pd”...

Caterina Perniconi e Paola Zanca per "il Fatto"

"Una mattina siamo arrivati a via Nazionale e abbiamo visto la bandiera rossa appesa al balcone grande, quello su cui affacciava la stanza di Fassino. Pensavamo a uno scherzo...". E invece, quello che i dipendenti dell'ex partito dei Democratici di sinistra pensavano opera di un burlone, non era uno scherzo. La metà "nobile" del botteghino - storica sede del partito dopo l'abbandono di Botteghe Oscure - è stata dismessa e restituita al proprietario, che ha affittato l'immobile all'Ente del turismo cinese.

E per qualche giorno, passando di fronte al famoso ingresso, si vedeva sventolare la bandiera a cinque stelle, fino a quando è stato fatto notare ai nuovi inquilini che il luogo era storicamente inadatto. Infatti i Ds stanno razionalizzando uffici e debiti per preparare la chiusura definitiva prevista a luglio 2011. Nel frattempo, il vecchio partito continua ad esistere e lavora per una ricollocazione delle forze che non disperda uomini e mezzi, guardando ad un futuro in cui politicamente tutto può succedere.

Un lato del Botteghino, quello che si affaccia su via Palermo, è ancora in uso. Quattro piani all'interno dei quali lavorano metà dei 54 dipendenti Ds rimasti in carico al partito. "Beh, lavorare è una parola grossa..." ci raccontano a via Palermo, "siamo fermi ormai da più di un anno. La settimana scorsa però, abbiamo festeggiato i 60 anni di Piero Fassino, al quarto piano c'erano 100 persone, tutti quelli che hanno lavorato con lui, e D'Alema. Anche per lui organizzammo una festa. E una per Riechlin".

A via Palermo un atrio non c'è mai stato, come fece notare Giò Pomodoro, scultore dell'ingresso di Botteghe Oscure che capì subito irreplicabile la sua opera. Il piano terra raccoglie ciò che resta delle società satellite del partito e in parte è diventato un magazzino per i pezzi più importanti della collezione del Pci. Nell'ufficio di Ugo Sposetti, storico tesoriere, sono custodite due opere del Guttuso "militante": un grande ritratto di Lenin e un disegno del delitto Moro.

I restanti dipendenti sono stati spostati nella ex sede della federazione romana, a via Sebino. Lì sorgerà l'archivio storico, e i numerosi scatoloni ammucchiati nel salone centrale lo confermano. Forse sarà questa la sede operativa della Fondazione nazionale, non ancora nata, che servirà da coordinamento per quelle sul territorio, che si stanno formando in ordine sparso con nomi e simbologia diversi, amministrativamente autonome per statuto e che quindi necessitano di un legame politico e informatico con Roma.

Viva e vegeta anche la ex Margherita. Ha chiuso il bilancio 2008 con un avanzo di un milione e 665 mila euro, ha il suo giornale di partito, Europa, paga 40 stipendi e porta sulle spalle anche una parte consistente delle spese del Pd. A cominciare dalla sede di Sant'Andrea delle Fratte.

Lì, nel pieno centro di Roma, al civico 16 c'è la sede storica del partito di Rutelli: l'affitto - 864mila euro e rotti, a cui ne vanno sommati altrettanti per la vigilanza, le riparazioni, la reception, l'assicurazione, la pulizia dei locali - è totalmente a carico degli ex Dl.

Il Pd, che ha traslocato nel 2008, sta lì a sbafo: "La Margherita - lamenta il tesoriere Luigi Lusi - sta continuando ad anticipare tutte le spese necessarie per la vita della sede nazionale del Pd". I margheritini si sono tenuti una parte del piano nobile. Tre stanzette distinte dal resto del palazzo: un videocitofono privato separa dal corridoio la stanza dell'amministrazione, quella della segretaria del senatore Lusi, e lo studio del tesoriere stesso.

Rutelli una stanza ce l'ha al secondo piano, quello ufficialmente occupato dal Pd. Marini, come ex presidente del Senato, sta a palazzo Giustiniani. Parisi, invece, a Sant'Andrea delle Fratte non ha trovato posto e se n'è tornato a piazza Santi Apostoli, l'ex quartier generale dell'Ulivo.

E se lo tiene stretto: "L'affitto scade nel 2011 - spiega Renato Cambursano, tesoriere de I Democratici che nel frattempo è passato all'Idv - ma potremmo chiedere una proroga, dipende da come si evolveranno le cose politicamente". Nel suo rendiconto di fine anno Lusi usa toni minacciosi nel denunciare i debiti del Pd e nel lamentarsi delle assunzioni che non arrivano.

L'anno scorso la Margherita ha speso due milioni e 657 mila euro in stipendi. Il nodo è sempre lo stesso: quaranta dipendenti sono pagati da Dl, anche se lavorano per il Pd. Resta da capire che fine faranno dopo il 2011, quando la vita della Margherita cesserà definitivamente.

 
[20-10-2009]

 

 

MILANO A PERDERE – CITYLIFE, IL NUOVO QUARTIERE CON I GRATTACIELI A FORMA DI CAZZO, rischia di naufragare - I COSTI SONO LIEVITATI OLTRE IL PREVISTO E ALCUNI SOCI SONO PRONTI A USCIRE - TOCCHERÀ ALLE BANCHE TENTARE IL SALVATAGGIO SBLOCCANDO I FINANZIAMENTI RILEVANDO LA QUOTA DEI TEDESCHI IN USCITA…

Vittorio Malagutti per "L'Espresso"

Si è già mossa la Mediobanca di Cesare Geronzi. E di recente è sceso in pista con grande impegno anche Massimo Ponzellini, l'amico del ministro Giulio Tremonti che guida la Popolare di Milano. Ma nonostante il gran via vai di manager e banchieri, tra negoziati e incontri segreti, il caso Citylife si sta facendo di giorno in giorno più complicato da risolvere.

 

A questo punto, prevedono i sempre più numerosi pessimisti, il quartiere simbolo della Milano che verrà, con i suoi grattacieli sghembi, il grande parco e il nuovo museo di arte contemporanea, rischia di essere ridimensionato se non addirittura di naufragare. Un flop clamoroso. E non solo per il valore del progetto, ben superiore ai 2 miliardi di euro.

Il contraccolpo d'immagine sarebbe pesantissimo su una metropoli che naviga con fatica verso l'Expo 2015 e deve già fare i conti con il rovinoso declino dell'immobiliarista (ex)rampante Luigi Zunino e dei suoi sogni di gloria, primo tra tutti la lussuosa cittadella di Santa Giulia.

 

La sostanza del problema si riassume in poche parole. I costi del progetto Citylife, già molto elevati in partenza, sono aumentati strada facendo. Da 1,7 miliardi previsti inizialmente (anno 2005) si è arrivati a quota 2,1 miliardi. Chi paga? I quattro partner del progetto si muovono in ordine sparso. Solo le Generali, che possiedono una quota del 26,6 per cento, hanno fin qui inviato qualche timido segnale di disponibilità. Gli altri invece frenano.

E se il gruppo assicurativo tedesco Allianz, forte di un altro 26,6 per cento, preferisce chiamarsi fuori in attesa di una decisione condivisa, sono i due soci costruttori a puntare i piedi. Cioè Salvatore Ligresti (26,6 per cento) e la Lamaro della famiglia Toti di Roma (20,2 per cento). Anzi, fonti vicine alla trattativa confermano che entrambi (soprattutto i Toti) sarebbero pronti a sfilarsi dall'impresa cedendo le loro azioni.

 

Niente da fare: di compratori nemmeno l'ombra. E allora toccherebbe alle banche metter mano al portafoglio. In effetti, in base al budget di partenza, la costruzione del quartiere avrebbe dovuto essere finanziata per l'80 per cento, cioè 1,4 miliardi, grazie a una linea di credito garantita da un pool di banche di cui fanno parte i tedeschi di Eurohypo (come capofila) insieme a Intesa, Mediobanca, Popolare Milano, Unicredit e i francesi di Calyon.

La situazione di stallo è ben descritta nel verbale di una riunione del consiglio di amministrazione di Generali properties che risale al maggio scorso. "Dal giugno 2008", si legge nel documento della società immobiliare del gruppo assicurativo, "le banche finanziatrici hanno sospeso l'erogazione del finanziamento (a Citylife, ndr) e non si sono rese disponibili a finanziare l'importo finanziato pur a fronte delle modifiche intervenute sul progetto". Traduzione: niente soldi fino a nuovo ordine.

 

A dire il vero, gli unici davvero decisi a lasciar perdere sono i capi di Eurohypo, che nei mesi scorsi ha rischiato il fallimento ed è stata salvata con i soldi pubblici. Scottati dai subprime e da un'esposizione sconsiderata nel settore immobiliare, ora i tedeschi battono in ritirata. Le altre banche delle cordata, invece, fin qui hanno fatto melina. Temono di impegnarsi troppo in un progetto dal destino incerto, senza contare che alcune di loro, in primo luogo Intesa, ma anche Unicredit, hanno già il loro da fare per gestire la patata bollente di Zunino.

 

A fine maggio il pool di finanziatori ha dato un segnale di disponibilità versando 22 milioni di euro. Briciole. Servirebbe un'intesa nuova di zecca che assicuri sostegno finanziario fino al termine dei lavori previsto, nella migliore delle ipotesi, entro dicembre 2014. Non c'è tempo da perdere. Senza mezzi freschi i cantieri nell'area della vecchia Fiera, non lontano dal centro città, rischiano di fermarsi.

 

Lo sanno bene Maurizio Dallocchio e Claudio Artusi, la coppia di vertice di Citylife. Il primo, un professore bocconiano molto gradito a Ligresti, siede sulla poltrona di presidente, mentre Artusi, manager di area Comunione e liberazione, a fine maggio è diventato amministratore delegato.

Così, nel pieno dell'estate, è partito il pressing dei manager di Mediobanca e del banchiere Ponzellini della Popolare di Milano. Quest'ultimo, mentre affianca Tremonti e Umberto Bossi negli incontri con i piccoli imprenditori del varesotto schiantati dalla crisi (a Vergiate venerdì 9 ottobre), si trova a suo agio anche al tavolo con i tradizionali poteri forti, da Geronzi a Ligresti. Il negoziato dura ormai da mesi e resta molto complicato, ma in questi giorni sembra che si vada profilando un primo compromesso.

 

Le banche, in sostanza, sarebbero pronte a sbloccare i finanziamenti rilevando anche la quota dei tedeschi in uscita. Il fabbisogno finanziario, però, dovrà essere rivisto al ribasso e quindi è facile prevedere che Citylife verrà ridimensionata rispetto al progetto di partenza.

Un progetto, nato e studiato ai tempi della bolla immobiliare e del denaro facile, che ora stenta a tenere il passo con i tempi nuovi. Il più disponibile ad appoggiare concretamente il piano di rilancio è sembrato proprio Ponzellini. E tra i suoi colleghi non c'è chi ha mancato di far notare che la Popolare di Milano è l'unico tra gli istituti coinvolti ad aver fatto ricorso ai Tremonti bond per 500 milioni.

Adesso una parte di questi soldi andrebbe a finanziare un affare immobiliare sponsorizzato dall'alta finanza invece dei piccoli imprenditori messi alle strette dalla recessione. Tutto il contrario di quanto auspicato pubblicamente dal ministro dell'Economia nelle sue sparate contro le banche.

Progetto Citylife Milano

Sui numeri e sui dettagli dell'ipotetico compromesso con i creditori per il momento nessuno si sbilancia. Di certo, con il mercato immobiliare ancora nel tunnel della crisi, sembra poco praticabile la soluzione d'emergenza messa a punto nei mesi scorsi.

Per limitare al massimo i nuovi esborsi sotto forma di capitale di rischio o di prestiti bancari, i manager di Citylife contavano di finanziare almeno in parte i cantieri con la prevendita degli appartamenti, tutte abitazioni signorili con prezzi superiori agli 8 mila euro al metro quadro. La parte residenziale dovrebbe infatti essere ultimata, e quindi messa sul mercato, prima di quella destinata a uffici e negozi.

citylife

"L'iniziativa potrebbe finanziarsi tramite le prevendite", si legge in un (ottimistico) documento interno di Citylife che risale a pochi mesi fa. Facile a dirsi. In realtà lo sboom del mattone ha reso tutto più difficile. Nonostante l'ottimismo di facciata dei venditori, a fine settembre erano stati siglati contratti solo per una cinquantina delle circa trecento residenze già messe in vendita su un totale di oltre mille che verranno realizzate.

In attesa che il mercato riparta diventa quindi sempre più urgente l'intervento delle banche. Lo chiedono i manager di Citylife. Ma anche la politica locale segue con preoccupazione la vicenda. Per la giunta milanese guidata da Letizia Moratti in parte è una questione di prestigio. L'eventuale tracollo del progetto non sarebbe certo un bel biglietto da visita per una Milano che si prepara a ospitare l'Expo del 2015 già ridimensionata rispetto ai faraonici piani di partenza.

Poi ci sono i soldi, molti soldi. I soci di Citylife si sono infatti impegnati a finanziare la stazione della metropolitana da costruire all'interno del quartiere. La lista del regali alla città comprende anche il nuovo museo di arte contemporanea. Dopo discussioni e polemiche, l'anno scorso il progetto è stato affidato all'architetto Daniel Libeskind.

Il nuovo palazzo, rivestito di marmo di Candoglia, avrà un design a dir poco originale ('la torsione di un volume a base quadrata in un corpo dal perimetro circolare' spiegano gli addetti ai lavori). Costo previsto dell'opera: almeno quaranta milioni di euro. Anche questi garantiti da Ligresti e soci. "Apriremo il museo entro il 2011", disse il sindaco Moratti a marzo dell'anno scorso. Ma non aveva fatto i conti con i guai di Citylife.

 
[20-10-2009]

 

 

 

DOLCE È LA VITA DEI MINISTRI AL VOLANTE – LA BRAMBILLA NOLEGGIA MERCEDES E AUTISTA (PAGATI DA NOI) E PRENDE UNA MULTA CHE VIENE CESTINATA “PER MOTIVI ISTITUZIONALI” – LA GELMINI PER "IMPEGNI ISTITUZIONALI IMPROROGABILI" SUPERA IL LIMITE SUL CAVALCAVIA E SI FA TOGLIERE LA MULTA…

Thomas Mackinson per "L'Espresso"

I semafori non contano, gli autovelox possono aspettare, l'ecopass non li riguarda: tanto la multa non si paga. E non si paga nemmeno l'auto: è tutto a carico dei contribuenti. Alla Prefettura di Milano, un tempo capitale morale, si sono abituati alle istanze di parlamentari e ministri per chiedere l'annullamento delle sanzioni.

Da Michela Vittoria Brambilla a Mariastella Gelmini, dall'onorevole pdl Maurizio Bernardo a Pietro Lunardi: basta una lettera su carta intestata per far sparire tutto. E magari, dietro quella multa c'è altro. Ad esempio il caso della Brambilla, che ha fatto spendere 500 euro al giorno per noleggiare una Mercedes con autista, incaricata di accompagnarla da casa al lavoro, 80 chilometri in tutto.

A rivelarlo è una multa per un semaforo non rispettato presa a Milano il 19 febbraio scorso e prontamente cestinata 'per motivi istituzionali'. Il verbale viene notificato qualche mese più tardi al titolare della concessionaria che ricorre al prefetto, chiedendo l'annullamento: "La vettura è adibita al trasporto dell'onorevole Brambilla".

Per dimostrarlo allega copia della fattura e del contratto di servizio con la prefettura di Lecco. Da questi documenti emerge il costo per il contribuente: l'auto è rimasta a disposizione di MVB per 19 ore consecutive, i chilometri percorsi sono stati 210 in più rispetto al pattuito e alla consegna il conto è di 530 euro per un solo giorno.

A farsi condonare le multe ci provano davvero tutti. Maurizio Bernardo, il deputato del Pdl che tra mille polemiche ha riscritto le regole della magistratura contabile in senso restrittivo, ha sfruttato il suo status per evitare una multa da 74 euro.

L'onorevole, nato a Palermo ma eletto in Lombardia, a febbraio ha percorso in motorino la via di casa riservata ai bus: ma quando è arrivata la notifica dell'infrazione, ha chiesto di non pagare "in qualità di parlamentare lombardo e titolare di pass rilasciato dal Comune che autorizza a transitare nelle corsie preferenziali e nelle Ztl". Peccato che i pass valgano solo per le auto e non siano nominali ma legati sempre alla targa. E non si è ancora visto uno scooter di Stato...

Il ministro Mariastella Gelmini invece passava sul cavalcavia Monteceneri a cento all'ora a bordo della sua Bmw. Difficile farla franca. Il viale è telecontrollato e falcidia migliaia di milanesi. E infatti il 24 ottobre 2008 il ministro riceve il suo verbale. La Gelmini prende carta intestata e scrive al prefetto. Nella comunicazione adduce "impegni istituzionali improrogabili" e la multa è già un ricordo.

Solo qualche mese prima era toccato al padre della patente a punti, l'ex ministro Pietro Lunardi. Stavolta l'immunità è pretesa per un divieto di sosta da 36 euro. Il 5 marzo 2008, in piena campagna elettorale, la sua auto viene multata perché staziona senza autorizzazione in un parcheggio destinato ai residenti.

Lunardi impugna la solita carta intestata alla Camera e fa battere il seguente testo per il prefetto: "Il sottoscritto in carica per la XVI Legislatura, fa presente che l'auto veniva da lui utilizzata ed era in possesso di regolare permesso di libera sosta nel Comune di Milano". Ma libera sosta non significa lasciare l'auto nel posto riservato ad altri cittadini.

 
[19-10-2009]

 

 

 

BENITO LA SPIA – LONDRA LO ASSOLDÒ NEL 1917 PER FARE PROPAGANDA ANTI-PACIFISTA – MISSIONE: EVITARE L’USCITA DELL’ITALIA DALLA GUERRA - DAGLI ARCHIVI DEL CAPO DELL´MI5 SBUCANO LE RICEVUTE: 100 STERLINE A SETTIMANA PER FINANZIARE “IL POPOLO D’ITALIA” DI CUI IL SOCIALISTA MUSSOLINI ERA DIRETTORE…

Enrico Franceschini per "la Repubblica"

Il curriculum vitae di Benito Mussolini finora elencava tre professioni: giornalista, uomo politico, dittatore. Adesso ne è saltata fuori una quarta: agente segreto al servizio di Sua Maestà britannica. Nel 1917, mentre dirigeva il quotidiano Popolo d´Italia, il futuro capo del fascismo fu reclutato dall´MI5, il servizio di spionaggio britannico, che gli passava 100 sterline alla settimana per i suoi servigi: una grossa somma di denaro per quell´epoca, equivalente a circa 6.000 sterline d´oggi, e pari a circa 25 mila euro odierni al mese.

Il suo lavoro consisteva nel fare opera di propaganda a favore dell´interventismo, ovvero assicurare che l´Italia, alleato di Regno Unito e Francia nella Prima guerra mondiale, non cedesse alle pressioni pacifiste, ritirandosi dal conflitto. Mussolini si impegnò ad adempiere il compito in due modi: pubblicando sul suo giornale articoli favorevoli allo stato di belligeranza; e offrendo di mandare i suoi "ragazzi" a "persuadere" i dimostranti a restare a casa, in occasione di manifestazioni pacifiste contro la guerra.

A scoprire il suo ruolo di agente dell´MI5 è stato un autorevole storico britannico, Peter Martland, docente della Cambridge University, rovistando negli archivi personali di sir Samuel Hoare, capo del servizio segreto di Sua Maestà a Roma negli anni del primo conflitto mondiale.

Hoare aveva 100 agenti alle sue dipendenze in Italia in quel periodo. In un libro di memorie pubblicato nel 1954 accennò al reclutamento di Mussolini, ma in mancanza di prove documentate l´affermazione non ricevette rilievo. Le ha trovate ora Martland: le ricevute dei pagamenti a favore di Benito Mussolini.

«Dopo l´abbandono della guerra da parte della Russia, nel 1917 l´Italia era l´alleato di cui la Gran Bretagna si fidava di meno», commenta lo storico, interpellato dal quotidiano Guardian di Londra. «Mussolini fu pagato 100 sterline alla settimana dall´autunno del ‘17, per almeno un anno, per condurre una campagna pro-guerra».

La sua disponibilità a usare le maniere forti, oltre agli articoli di giornale, per far restare a casa i pacifisti, osserva il Guardian, sembrava una prova generale per lo squadrismo delle camice nere che sarebbe seguito qualche anno dopo. «L´ultima cosa che la Gran Bretagna voleva erano scioperi pacifisti che tenessero chiuse le fabbriche di Milano», dice Martland.

Nel 1912 Mussolini era diventato direttore dell´Avanti, dalle cui colonne si schierava sulle posizioni dei non-interventisti. Ma poi cambiò idea, fondò il Popolo d´Italia, con il quale sostenne la guerra, e venne espulso dal Psi. Nel 1919 fondò i Fasci di Combattimento, trasformati nel 1921 nel Partito Fascista. L´anno dopo, con la marcia su Roma, prese il potere. Senza che nessuno immaginasse che il Duce era stato un agente di Sua Maestà.

 
[16-10-2009]

 

 

 

MOSSA(D) A SORPRESA – IL SUPER SEGRETISSIMO SERVIZIO SEGRETO IRAELIANO PUBBLICA IL SUO ATTO DI NASCITA (1949) – LO FA SOTTO LA PRESSIONE DI DUE GIORNALI NAZIONALI - E PER FARSI BELLO DICE: "I NOSTRI ARCHIVI SONO APERTI”, MA AGGIUNGE “I COMUNI CITTADINI NON SONO AMMESSI"…

Alberto Stabile per "la Repubblica"

Il certificato di nascita del Mossad è un foglio di carta ingiallito dal tempo, che reca la data del 13 dicembre 1949 e la firma di David Ben Gurion, il padre dello Stato di Israele. In alto a sinistra, sottolineata in nero, la scritta «segreto». Un po´ più in là il numero di protocollo: «Alef/01», la prima lettera dell´alfabeto ebraico e il primo numero cardinale. L´inizio di una lunga storia ed, esso stesso, un pezzo di storia.

È la prima volta che un documento varca le pareti blindate e sconosciute degli archivi del Mossad per apparire prima sul sito dell´Agenzia, anzi, dell´"Istituto", come Ben Gurion volle battezzarlo, e poi sui giornali. La ragione di questo improvviso e finora isolato gesto di trasparenza da parte del servizio segreto più segreto del mondo sta nella richiesta avanzata all´Alta corte da due importanti giornali, Yedioth Aaronoth e Haaretz.

I quali, con un po´ di sana furbizia, hanno cercato di verificare se la legislazione sugli archivi di Stato si applica anche a tre santuari della sicurezza nazionale quali il Mossad (ovvero Istituto per l´intelligence e i servizi speciali), lo Shin Bet e la Commissione per l´energia atomica.

Diciamo subito che dei tre soggetti chiamati in causa soltanto il Mossad ha risposto alla sollecitazione dei due giornali. Lo Shin Bet, il Servizio di sicurezza generale, ha fatto sapere che i suoi documenti fondativi si trovano già sul sito. La Commissione per l´energia atomica sta ancora soppesando la richiesta. Il Mossad, come si conviene ad un laboratorio di alta manipolazione, è quasi caduto dalle nuvole.

Gli archivi del Mossad, hanno scritto in una nota i responsabili della pubbliche relazioni dell´Istituto, «sono aperti da domenica a giovedì, dalle 8 alle 17,30». Eureka! Chissà quante primizie! Quanti misteri svelati! Piano: «A causa del carattere altamente sensibile per la sicurezza di gran parte dei documenti», aggiunge la nota, «i comuni cittadini («the general public», nella versione in inglese) non sono ammessi».

Ne consegue che «qualsiasi richiesta di studiare i documenti sarà presa in considerazione secondo la classificazione dei documenti stessi», vale a dire secondo il grado di segretezza di cui ciascun atto è ricoperto. Come non detto.

La Lettera di Ben Gurion va dunque considerata come un gentile cadeau alla pubblica opinione, una primizia di sessant´anni fa offerta alla cittadinanza per captarne, o forse è meglio dire rafforzarne, la benevolenza. Eppure, in quel foglio di carta ingiallito e nelle poche essenziali parole di Ben Gurion, c´è come impresso il codice genetico del Mossad, la sua ragion d´essere, la sua missione.

Scrive Ben Gurion: «Su mia istruzione viene stabilito un istituto per concentrare e coordinare l´intelligence dello Stato e le operazioni di sicurezza (l´Intelligence militare, il Dipartimento di Stato del ministero degli Esteri, il Servizio di sicurezza generale ed altri)».

Ecco dunque il compito principale che il fondatore dello Stato affida al Mossad: «Concentrare e coordinare» il flusso delle informazioni provenienti dai vari settori: l´Aman, o controspionaggio militare, lo Shabak, o Shin Bet, la sezione Ricerca del Ministero degli esteri, che ha anche compiti d´intelligence. Senza ovviamente nulla togliere alle operazioni di propria iniziativa che renderanno celebre, molte volte a ragione, qualche volte a torto, il Mossad.

C´è anche tutto Ben Gurion, la sua lucidità, la sua scaltrezza, in quelle poche righe. Il premier incaricò il consulente per gli Affari speciali del ministero degli Esteri, Reuven Shiloah, di organizzare e guidare l´Istituto. Ma con una postilla: «Egli agirà su mie istruzioni e sottoporrà a me regolari rapporti di lavoro».

Quanto ai mezzi messi a disposizione, «gli ho ordinato», scrive ancora Ben Gurion riferendosi a Shiloah, «di sottoporre una proposta di spesa per l´anno 1950-1951 fino a 20mila lire israeliane (allora non era stato ancora introdotto lo shekel come moneta ufficiale, ndr), di cui 5000 per operazioni speciali, ma soltanto con la mia preventiva approvazione». Chiaro?

Da allora il Mossad ha messo a segno molte operazioni e combattuto molte guerre segrete. A quanto pare, è attivamente impegnato anche a neutralizzare il programma nucleare iraniano. II suo capo, Meir Dagan, ha avuto prorogato l´incarico per meriti speciali. Il Mossad, si può dire, naviga da 60 anni a gonfie vele sospinto dalla fiducia degli israeliani. Un particolare, però, non ha messo nel conto: quella certa crisi delle vocazioni che ha costretto i dirigenti dell´Istituto ad affacciarsi recentemente su Internet per trovare nuove leve.

 
[16-10-2009]

 

 

 

IL SALVADANAIO DI EMANUELE...
Francesco Bonazzi
per "Il Fatto Quotidiano"

Tocca proprio entrare nella club house del Reale Circolo Canottieri Aniene, un sobrio posticino sulla sponda destra del Tevere al quale le donne non hanno diritto di accedere senza un cavaliere, per trovare l'unico consesso romano dove il professor avvocato Emmanuele Francesco Maria Emanuele, barone di Culcasi, accetta di non essere il numero uno. E c'è da capirlo, perché nel circolo dove i magistrati che indagano sullo scandalo dei mondiali di nuoto hanno appena messo i sigilli alla piscina, la presidenza tocca a Giovanni Malagò.

 

Ma chi controlla i voti e gli blinda la maggioranza è comunque il signor Barone, un settantenne palermitano che da soli vent'anni presiede la Fondazione della cassa di risparmio di Roma: bilancio annuo da due miliardi e una capacità di spendere a pioggia sul territorio ben superiore a quella del Comune.

Così, mentre il vippume capitolino è in estasi per la Festa del cinema, l'arte che ha portato perfino i fratelli Vanzina nelle segrete stanze del circolo Aniene, non sarebbe generoso dimenticare il prode Emanuele e il suo impegno per la città.

In teoria, il ruolo della fondazione guidata da Emanuele non sarebbe molto diverso da quello che la Compagnia di San Paolo svolge per Torino, la Cariplo per Milano e la Fondazione CariVerona per la città scaligera. Solo che in quelle realtà periferiche i presidenti delle fondazioni si dimettono perfino dall'associazione Amici della musica (come Giovanni Benessia a Torino).

 

Invece la recente nomina che il barone di Culcasi ha incassato dal sindaco Gianni Alemanno, ovvero la presidenza del polo museale capitolino riunito nella holding Palaexpo, ha acceso i riflettori su questo indomito "highlander" tra Prima, Seconda e Terza Repubblica. Con la sola precisazione che accostare il termine "repubblica" a un monarchico che da avvocato ha curato le pratiche di rientro dei maschi di casa Savoia potrebbe in effetti sembrare azzardato.

Ma il barone è ormai definitivamente consacrato Grande Elemosiniere della cultura locale, oltre che della sanità, della ricerca e del volontariato. Tutti serbatoi di consenso elettorale irrinunciabili per chi voglia comandare a Roma e che Emanuele, campione dell'aristocrazia nera papalina e consigliere economico del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, amministra con generosità proverbiale. "Basta che m'inviteno", come diceva il comico Max Giusti in una vecchia imitazione di Alberto Sordi, e il barone apre i cordoni della borsa.

Se poi gli offrono anche uno strapuntino, che sia una presidenza o un qualche altro onore, lui accetta di buon grado. Per capire davvero perchè, morta Maria Angiolillo, Emanuele sia l'ultimo sacerdote di un certo Ancien Régime romano, bisogna spulciarsi l'ultimo bilancio della Fondazione Roma, una vera bibbia del trasversalismo.

 

Nel bilancio 2008, l'ultimo disponibile, ecco che ci sono gli spiccioli elargiti agli ospedali pubblici e i 559 mila euro donati al Policlinico Gemelli; gli 899 mila euro per il Campus Biomedico dell'Opus Dei e i cinque milioni per la ricerca medica delle università pubbliche. Poi c'è la Luiss, della quale Emanuele è da sempre consigliere, che lo scorso anno si è presa oltre 642mila euro.

Ma dopo aver così lautamente finanziato l'ateneo della Confindustria, che pure non è esattamente una onlus, si poteva restare insensibili ai bisogni materiali di Santa Romana Chiesa? Certo che no, e allora ecco 281.870 euro per la cappella della Pontificia Università Lateranense e i 40 mila euro per la sua imperdibile cattedra di "Etica e Tributi".

Ma poi mica si possono negare 136 mila euro per il master "Esperti in Politica" della Libera Università Maria Santissima Assunta. Però non c'è solo il Vaticano, a Roma, e sul fronte più laico e cco il contributo da 70 mila euro all'iniziativa "Quotidiano in classe" dell'Osservatorio Giovani Editori di Andrea Ceccherini, il "Gianni Letta di domani" che ogni anno convoca a Bagnaia i direttori dei principiali giornali.

 

Con i cospicui dividendi che arrivano dalla quota che la Fondazione detiene in Unicredit-Capitalia, Emanuele tiene buoni rapporti anche con la Comunità ebraica romana (80 mila euro per i viaggi ad Auschwitz) e con quell'inimitabile crocevia di poteri che è la Comunità di Sant'Egidio.

Non mancano poi i 20 mila euro donati all'associazione "Amici dell'Accademia dei Lincei", della quale il barone è membro, in modo da controllare al meglio l'utilizzo delle elargizioni. E altri ventimila euro vanno alla fondazione Civita, che a Roma forse è quanto di più lontano si possa immaginare da preti e dintorni, ammesso che queste distinzioni abbiano ancora un senso nel fantastico regno del barone Emanuele.

 

Del resto, solo con un disegno di ampia trama si possono comprendere i 35 mila euro donati alla Fondazione Don Luigi Di Liegro (mitico padre della Caritas romana) e i 27.000 euro stanziati per una "bibliografia ragionata" di Antonio Gramsci a cura dell'omonima fondazione.

E ancora, i 22 mila euro per la fondazione Bettino Craxi e 1 12 mila euro per un centro culturale sanmarinese. E poi 30 mila euro per una povera parrocchia della Ciociaria e analoga somma per la ristrutturazione della chiesa dell'Opus Dei ai Parioli, noto centro di bisognosi.

Poi, certo, a Roma la musica di istituzioni "marginali" come Auditorium, Santa Cecilia e Teatro dell'Opera boccheggia, anche perchè la Fondazione Roma non passa loro un centesimo. Ma non si pensi che al signor barone dispiaccia la musica. Perchè quest'anno la "sua" fondazione Roma si è anche dotata della propria orchestra sinfonica. In effetti, se ne sentiva la mancanza.

 
[16-10-2009]

 

 

 

PHARMA-MISTERY! - IL GOVERNO ACQUISTA 24 MILIONI DI DOSI DALLA MULTINAZIONALE NOVARTIS PER VACCINARE CONTRO L’INFLUENZA A - IL CONTRATTO, PERÒ, RESTA SEGRETO ANCHE PER LA CORTE DEI CONTI - PERCHÉ? SI PARLA DI UNA SPESA DI 200 MLN € - E SE IL PERICOLO FOSSE UNA BUFALA COME AL SOLITO?...

Mario Sensini per "Il Corriere della Sera"

Le prime dosi del vaccino contro l'influenza suina messe a disposizione del ministero della Salute lunedì scorso sono già in fase di distribuzione alle Regioni. Anche se gli accordi di fornitura stipulati dal governo con la multinazionale farmaceutica Novartis, a cominciare dal costo dei 24 milioni di dosi del vaccino commissionato (che ammonterebbe a oltre 200 milioni di euro, ma solo secondo indiscrezioni), restano avvolti nel mistero più totale. Un buio così fitto che neanche la Corte dei Conti, pur avendo sollevato in sede di controllo più di qualche dubbio, è riuscita a fare luce.

Il visto della Corte per la necessaria registrazione dell'atto è arrivato perché il provvedimento, emanato a seguito di Ordinanze del Presidente del Consiglio che prevedono una lunga serie di deroghe alla normativa, è stato ritenuto «al di fuori degli ordinari schemi contrattuali » e motivato da caratteri di «eccezionalità» e «somma urgenza». I magistrati contabili hanno dunque deciso di «non procedere alla disamina dei punti di rilievo » sollevati dal loro ufficio di controllo sul contratto.

Di perplessità però ne avevano, e pure parecchie. Almeno undici, secondo la delibera della Corte, che nonostante la «riservatezza» del contratto sancita esplicitamente dall'articolo 10, ne svela qualche particolare interessante. A cominciare dalle premesse, parti integranti di un accordo sicuramente particolare visto che aveva per oggetto un prodotto, il vaccino Focetria autorizzato solo pochi giorni fa dalla Ue, che al momento della stipula non esisteva ancora.

«Precisando che l'esito delle ricerche, la capacità di sviluppare con successo il vaccino, i tempi di produzione, la qualità dell'inoculo virale e la capacità produttiva sono ancora in corso di definizione, la premessa sembra vanificare a favore di Novartis tutti i successivi vincoli contrattuali » sottolineano i controlli della Corte. Ben due articoli del contratto, notano inoltre i magistrati contabili, prevedono «la possibilità di mancato rispetto delle date di consegna del prodotto senza l'applicazione di alcuna penalità».

Il ministero, in più, è obbligato ad accettare il vaccino «anche in assenza dell'autorizzazione all'immissione in commercio in Italia». In caso di mancata autorizzazione, dice la Corte, le garanzie in favore del ministero non sarebbero «correlate all'esborso sopportato ». E il contratto sempre nel caso la Novartis non ottenesse l'autorizzazione, obbligherebbe il governo a versarle 24 milioni di euro «come partecipazione ai costi».

Il ministero della Salute, secondo la delibera della Corte, sarebbe rimborsato dalla società per danni causati a terzi solo a causa di difetti di fabbricazione, mentre in tutti gli altri casi a essere rimborsata sarebbe la Novartis. Senza il cui accordo, come previsto dall'articolo 4 punto 2 del contratto, non sarebbe comunque possibile stabilire l'esistenza di questi eventuali «difetti di fabbricazione».

Secondo l'Ufficio controllo della Corte, infine, il contratto sarebbe «carente del parere di un organo tecnico in grado di attestare la congruità dei prezzi». Una serie di osservazioni cui i tecnici del ministero hanno puntualmente replicato. Anche se, visto l'esito della decisione della Corte, per il visto di registrazione non è stato necessario scendere nel merito delle questioni sollevate.

 
[15-10-2009]

 

 

 

UNA BORSA PIENA DI COCA – LA DENUNCIA DI Jacques ATTALI A SAN PATRIGNANO: “FIUMI DI POLVERE BIANCA DURANTE LE CONTRATTAZIONI E I TRADER CHE PRENDONO DECISIONI IMPORTANTI VENGONO SKIZZATI IN UNA REALTÀ VIRTUALE” – “QUANDO LA LIBERTÀ INDIVIDUALE DIVENTA VALORE ASSOLUTO, PRODUCE EGOISMO”…

R. Cri. per "La Stampa"

«Ci sono non pochi trader che lavorano in Borsa pieni di cocaina, che si separano completamente dalla realtà in cui agiscono». L'allarme viene dal celebre economista Jacques Attali, ex consigliere di Mitterand e di Sarkozy, intervenuto ieri a un dibattito a San Patrignano.

«Ritengo che nell'attività di trading - ha aggiunto - non sia ammissibile che vengano prese decisioni da chi vive di fatto in una sua realtà virtuale. Penso che sia importante proibire l'uso di droga nelle sale di Borsa. Ufficialmente è già così - ha concluso - ma in realtà poi accade diversamente».

Con lui c'era il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi: ad ascoltarli il pubblico di San Patrignano, la comunità di recupero dalla tossicodipendenza fondata da Vincenzo Muccioli e impegnata nel primo «WeFreeDay», una giornata di dibattiti sulla libertà dalla droga. «È assurdo volere misurare la felicità con un indicatore, perchè ognuno ha i suoi criteri. Il concetto di felicità interna netta è tipico delle società totalitarie e può essere pericoloso», ha ammonito Attali, commentando il tema del giorno, «Dal prodotto interno lordo alla felicità interna netta».

Anche Sacconi ha sottolineato che «noi decisori non possiamo misurare la felicità. Non c'è una felicità di Stato. Noi dobbiamo misurare il benessere. Perciò stiamo discutendo per individuare degli indicatori che ci dicano se ci avviciniamo agli obiettivi utili per il Paese. Dobbiamo muoverci con pragmatismo improntato a grandi valori».

Riferendosi alla droga come scelta autodistruttiva ed egoistica, Attali ha fustigato la libertà individuale, che, «quando diventa un valore assoluto, produce egoismo». Come il rifiuto di avere figli. «L'egoismo italiano crea il suicidio italiano», ha rincarato la dose a proposito del calo demografico. L'economista ha quindi criticato il «breve termine», che domina la vita dell'Occidente, la politica, l'economia. «I politici si preoccupano solo di essere eletti e nessuno si occupa più delle generazioni future, così la democrazia, non essendo lungimirante, diventa il peggiore dei sistemi».

Sacconi, che per la prima volta ha visitato San Patrignano, ha avuto parole di elogio per la comunità. «È un caso straordinario, che indica la strada che molti altri possono seguire».

 
[12-10-2009]

 

 

NTRALLAZZI ROMANI (PAOLO) – LA PAZESCA ISTORIA DEL VICE DI SCAJOLA E UOMO FORTE DI BERLUSCONI SULLE TV – “IL FATTO” RISPOLVERA LE CARTE DELL’INCHIESTA SU LOMBARDIA 7 E SBUCA FUORI DI TUTTO: DA MAURIZIA PARADISO A INDAGINI PER BANCAROTTA (Tra qualche settimana si aprirà il processo per i protagonisti del crac)...

Gianni Barbacetto per "Il Fatto Quotidiano"

È un uomo di televisione, Paolo Romani. Sempre stato. Oggi, nella sua seconda vita, fa il censore televisivo e dalla sua vicepoltrona al ministero dello Sviluppo economico apre, non si sa a che titolo, una simpatica inchiesta contro Annozero e fa le pulci a Serena Dandini.

Nella prima vita faceva invece il gestore di antenne locali. Se la storia di Romani il Censore è ancora tutta da scrivere, quella del Romani Uomo Tv è già scritta: nelle carte processuali di un'altra inchiesta - vera, questa - sul brutto fallimento della sua vecchia emittente, Lombardia 7.

Dopo aver fatto il pioniere della tv a partire dagli anni Settanta (Tele Livorno con Marco Taradash, Videolina con Nichi Grauso, Rete A di Alberto Peruzzo, la prima Telelombardia di Salvatore Ligresti), si era messo in proprio: con Lombardia 7.

La rete ha subito successo. Non certo per il tg: il programma forte è «Vizi privati», strip molto espliciti e molto caserecci governati da una ingovernabile Maurizia Paradiso. Con la scatenata Maurizia, dopo un lungo sodalizio, Romani finisce per litigare e la leggenda dice che lo scontro sia stato fisico e molto doloroso.

Poi Romani, che era stato un giovane liberale, resta folgorato sulla via di Arcore e nel 1994 segue Silvio Berlusconi in Forza Italia. Eletto deputato, si trasferisce a Roma, abbandona la tv al suo destino e, almeno formalmente, la vende: giusto in tempo per evitare l'onta del fallimento. Sì, perché i nuovi proprietari comprano Lombardia 7 già piena di debiti e poi la lasciano naufragare.

Non si occupano di programmi e palinsesti. Hanno a cuore solo due cose: le frequenze, bene prezioso che prima o poi sperano di vendere bene (e avevano ragione: alla fine è arrivata la legge Gasparri); e la pubblicità, attraverso cui, con un giro di "cartiere" e di fatture false, ricavano parecchi soldini.

Razziano molti miliardi di lire (almeno 81 tra il 1997 e il 2001) che mettono al sicuro in Svizzera. Poi fanno sparire i documenti contabili e portano al fallimento prima Lombardia 7, che "salta" nel 1999 lasciando debiti per oltre 12 miliardi di lire, poi anche Rtv Produzioni di Padova, che s'inabissa nel luglio 2000. Risultato: intervengono tre procure della Repubblica, quella di Bergamo, quella di Monza, quella di Bologna.

Nel 2003, zitti zitti, tentano il colpo finale: vendere le frequenze alla Rai, che le vuole utilizzare per il digitale terrestre. Permettere ai concessionari di vendere le frequenze tv è come permettere ai posteggiatori abusivi di vendere le piazze dei loro parcheggi, ma in Italia funziona così.

E l'allora direttore generale della Rai Flavio Cattaneo incontra gli emissari del gruppo, che gli offrono le frequenze a prezzi d'amatore: 7,5 milioni di euro per quelle di TvSet e addirittura 24 milioni per quelle di Lombardia 7. «Ma scontabili», si giustifica poi Cattaneo.

A rovinare tutto è Paolo Biondani, che sul Corriere della sera («Nasce indagata la tv del futuro») racconta che dietro TvSet c'è un'allegra compagnia inseguita da tre procure d'Italia per bancarotta, associazione a delinquere, false fatture, riciclaggio, falso in bilancio.

E Romani? Zitto. Formalmente ha venduto Lombardia 7 nel 1996. Ma della società che conta, Lombardia Pubblicità, resta legale rappresentante almeno fino al 1998 e azionista e proprietario del 5 per cento almeno fino al 2003. E poi: ha venduto davvero? Nel mondo delle private c'è chi ne dubita, chi sussurra di accordi sottobanco. Tra qualche settimana si aprirà il processo per i protagonisti del crac.

Romani invece, a lungo coindagato per bancarotta, fa il viceministro addetto alla censura. Il pm per lui ha chiesto l'archiviazione, il gip l'ha rifiutata ordinando l'imputazione coatta, il pm ha eseguito l'ordine, poi un secondo gip ha definitivamente archiviato: la nuova berlusconiana legge sul falso in bilancio lo ha messo al sicuro. Certo, in un paese normale non lo riterrebbero comunque degno di fare il viceministro. Ma soprattutto riderebbero di gusto se uno come lui pretendesse di dare lezioni, proprio lui, su come si deve fare tv.

 
[01-10-2009]

 

 

 

L'ESPRESSO SCODELLA L'ULTIMA INCHIESTA SUL POTERE (ETERNO) DEL CAPO DELLA P2 - MAZZETTE PER PAGARE MENO TASSE. L'ORDINE DEI TEMPLARI. UN COLONNELLO SPIA - INTERCETTAZIONE: "IO HO FATTO ENTRARE IL VICEPRESIDENTE DELLA FINMECCANICA (STORNELLI, SECONDO I PM)... IL PREFETTO DI NAPOLI STA NELLA MIA COMANDERIA... ABBIAMO I NOTAI, ABBIAMO I MIGLIORI AVVOCATI, DEPUTATI, ONOREVOLI, ABBIAMO ADDIRITTURA UN VICEMINISTRO DELL'INTERNO CHE VOLEVA ENTRARE, IL NOME?: MINNITI"

 

Lirio Abbate e Paolo Biondani per L'espresso, in edicola domani

 

Militari, politici, dirigenti ministeriali, direttori di banca, magistrati, professionisti, industriali e faccendieri. Una nuova rete di "personaggi appartenenti a tutti i settori che contano della vita pubblica e privata". Con una copertura associativa di stampo massonico, che garantisce vantaggi "a tutti e a ciascuno", attraverso "stretti legami di fratellanza e mutua assistenza". E in cima alla piramide, lui: Licio Gelli, l'immarcescibile maestro venerabile della P2.

Dalla scoperta della lista dei 962 affiliati alla sua loggia segreta, è passato più di un quarto di secolo. Dal 1981 ad oggi Gelli ha accumulato condanne definitive per reati che hanno fatto storia: principale responsabile della bancarotta dell'Ambrosiano di Roberto Calvi; stratega dei più gravi depistaggi del Sismi (la prima delle tante false piste internazionali) per la strage di Bologna. Gelli ha scontato la pena a casa, nella villa aretina intitolata alla moglie Vanda Vannacci, per gravi motivi di salute, che peraltro dieci anni fa non gli impedirono di evadere.

Nel 2003, intervistato da 'Repubblica', aveva scherzato sulle analogie tra il suo piano di rinascita e il programma del governo presieduto dal suo più ricco affiliato, Silvio Berlusconi: "Sì, forse dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa". Oggi, festeggiati i 90 anni, Gelli non è solo il custode di segreti di un passato che non passa. È il protagonista di nuovi intrighi. Riceve industriali. Tratta affari. Istruisce colonnelli. Offre appoggi. E fa da consigliere all'organizzatore di una nuova rete di "fratelli".

A documentare il ritorno di Gelli è l'inchiesta di una piccola procura del Nord, ora trasmessa ai pm antimafia di Palermo. A Verbania, pochi giorni fa, i magistrati hanno chiuso le indagini su una cordata di imprenditori che facevano i soldi con le fatture false. Organizzavano finte esportazioni di macchinari, creando crediti Iva fittizi. E per cinque anni, oltre a non pagare le tasse, sono riusciti a farsi rimborsare dallo Stato "almeno 9 milioni di euro".

La parte del leone l'ha fatta la Tubor spa, una fabbrica di termosifoni con 170 operai, lasciata fallire dopo il sequestro del bottino. Per frodare il fisco questa "associazione per delinquere" aveva bisogno di azzerare i controlli. E a garantire "l'ombrello fiscale", come lo chiamano gli inquisiti, erano due imputati di corruzione: Rolando Russo, dirigente dell'Agenzia delle Entrate di Verbania, e Delio Cardilli, tenente colonnello della Guardia di Finanza, in servizio dal '69.

I due, secondo l'accusa, si sono divisi tangenti per un milione e 748 mila euro. Benché indagato a Roma già dal 2002, Cardilli fino al 2006 era al comando generale, come "capo ufficio operazioni del nucleo speciale evasione contributiva", e poi è diventato "comandante del centro addestramento regionale" di Perugia. Prima di essere arrestato, nel giugno 2008, insegnava alla "Libera Universitas" di Orvieto e scriveva di fisco sui quotidiani economici.

Per comunicare con gli altri indagati, Cardilli usava 72 schede telefoniche e 29 cellulari. Ad ogni numero corrispondeva un solo interlocutore. Per poterlo intercettare, i finanzieri onesti hanno dovuto nascondergli una microspia in ufficio, riuscendo ad ascoltarlo solo per un paio di mesi. Il colonnello è affiliato ai Templari, l'antico ordine cavalleresco che oggi è un'associazione lecita come la massoneria.

Nell'ordine d'arresto, i magistrati precisano che "era in lizza per diventare vice-priore nazionale". E trascrivono una telefonata in cui lo stesso Cardilli illustra a un "cavaliere" quale "utilità" si può ricavare dalla sua rete associativa: "Io voglio fare una forza che, con l'obiettivo umanitario, poi diventa anche economica e addirittura una forza politica...

Politica nel vero senso del termine. Perché quando io alzo il telefono e dall'altra parte c'ho il cavaliere templare che è procuratore della repubblica di Roma, ti faccio un esempio, io sto già più tranquillo. Mica dobbiamo fare chissà cosa, però c'hai un amico. Anche per un consiglio, no? Dall'altra parte alzi il telefono e trovi il direttore delle entrate... E c'hai un amico. A me piace fare una coalizione: tutti in uno. Hai capito? Che tu hai bisogno di qualsiasi cosa, e ognuno di noi deve avere l'etica di aiutare l'altro. Per la Finanza ci sono io, poi c'è il collega dei carabinieri, quell'altro dell'esercito... C'è tanta gente... Ci sono quelli della pubblica amministrazione, diversi imprenditori... Così si fa!".

Questa intercettazione-chiave è del 16 giugno 2007. Per tutta l'estate Cardilli si sente con Gelli. Il colonnello telefona a Villa Vanda e si presenta come "Delio". Il tono è amichevole, ma Cardilli pende dalle labbra di Gelli. Assicura di essere a sua completa disposizione "tranne una settimana di ferie". Le intercettazioni documentano una forte intesa, una sorta di alleanza tra l'ufficiale inquisito e il capo della P2. Gelli e Cardilli però sospettano di essere intercettati. Parlano con allusioni e mezze frasi.
Si promettono favori, ma non precisano nomi e fatti. Molte telefonate servono solo a fissare appuntamenti a tu per tu. A fine agosto le intercettazioni s'interrompono, perché Cardilli continua a cambiare telefoni. Nei nastri restano registrate le sue insistenze per sapere se ci sono "novità" su un misterioso gruppo dei "cinque", che Gelli sta segretamente organizzando. Cardilli gli chiede se ha contattato un "imprenditore di Milano", ma non fa nomi.

Le indagini documentano almeno un incontro. Il colonnello accompagna nella villa di Gelli un industriale che lui stesso identifica come Pietro Mazzoni, titolare dell'omonimo gruppo con interessi dagli appalti ambientali all'energia, dalle pulizie alle telecomunicazioni. All'uscita Cardilli riferisce a un "fratello" che Mazzoni chiama Gelli "commendatore", che i due hanno parlato di affari e che il venerabile ha promesso appoggi. Il colonnello aggiunge che deve rivedere Gelli con urgenza, perché "il maestro" gli deve "parlare a quattr'occhi" di "una cosa importante". Tanto che Mazzoni, imbarazzato, voleva lasciarli soli.

Negli stessi giorni Cardilli convoca i templari per la festa del 15 settembre al Castello dell'Oscano di Perugia. Il colonnello chiede ai suoi cavalieri se sia il caso di ammettere altri "pezzi da 90" nel sottogruppo "nostro": "Io volevo far entrare due assessori regionali, due magistrati: i procuratori di Roma e di Pisa sono amici miei... Come il senatore Colucci di Forza Italia... Il senatore Schifani è un altro amico mio... Il procuratore di Bologna pure... Io c'ho diverse nomine, ma finché non vedo le cose chiare, non le faccio entrare. Io ho fatto entrare il vicepresidente della Finmeccanica (ingegner Sabatino Stornelli, secondo i pm)... Il prefetto di Napoli sta nella mia comanderia... Abbiamo i notai, abbiamo i migliori avvocati, deputati, onorevoli, abbiamo addirittura un viceministro dell'interno che voleva entrare, ti dico pure il nome: Minniti".

Solo vanterie? Frequentazioni di lavoro che il colonnello spaccia per amicizie interessate? L'inchiesta di Verbania ha verificato l'appartenenza ai templari dei soli professionisti e funzionari direttamente coinvolti nei fatti di corruzione. Su tutto il resto, ora indaga Palermo. I pm antimafia hanno infatti scoperto che il colonnello Cardilli, il 6 giugno 2008, ha incontrato una poliziotta poi arrestata come complice di una consorteria massonica: una banda in grado di rinviare e aggiustare anche processi di mafia in Cassazione.

Il presunto capo, Rodolfo Grancini, è un massone di Orvieto in rapporti con Marcello Dell'Utri. La poliziotta, Francesca Surdo, voleva entrare nei servizi segreti. Al che Grancini le ha chiesto un curriculum e fissato un appuntamento con Cardilli, che si è qualificato come "già destinato ai servizi". All'incontro, il colonnello le ha presentato l'ennesimo amico importante: Roberto Mezzaroma, costruttore romano ed ex europarlamentare di Forza Italia. La poliziotta ricorda che "portava sulla giacca il prisma simbolo dei circoli di Dell'Utri".

 

[01-10-2009]

 

 

 

MI PRESTI (GIACOMO) LA CARTA DI CREDITO? – LA MINISTRA INDAGATA PER PECULATO: BORSE E VESTITI GRIFFATI COMPRATI CON LA CARTA DI CREDITO DEL MINISTERO– PER I PM “ATTO DOVUTO” DOPO LE INTERCETTAZIONI A UN FUNZIONARIO – STEFY FURIOSA: “TUTTO FALSO, E BASTAVA LEGGERE GLI ESTRATTI CONTO”…

Roberto Giovannini per "La Stampa"

I giudici dicono che per Stefania Prestigiacomo l'iscrizione sul registro degli indagati è praticamente un atto dovuto: dopo aver ascoltato una conversazione telefonica (intercettata) in cui un funzionario del ministero dell'Ambiente parlava di borse e vestiti comprati dalla ministro con la carta di credito «istituzionale», per i magistrati non c'erano alternative.

Certo è che - come dire - l'impianto accusatorio sembra piuttosto fragile: di prove concrete per adesso non se ne parla. E pare davvero che tutto si regga su questa conversazione tra il dirigente del ministero e il suo interlocutore telefonico. Conversazione che può essere una denuncia di un malcostume, ma anche una banalissima maldicenza. Lei, ovviamente, è furiosa: si definisce «nauseata e sconcertata». E incassa la solidarietà del suo partito e del premier Berlusconi.

Come detto, per ora ci sono solo alcune frasi intercettate (ovviamente nel corso di un altro procedimento penale aperto a Firenze) in cui si parla di acquisti di lusso, come borse e articoli di Armani e di altre griffes effettuati con i fondi a disposizione del ministero dell'Ambiente.

Una vicenda, insomma, tutta da accertare ma che è finita al vaglio della procura di Roma che nei giorni scorsi ha iscritto il ministro siciliano sul registro degli indagati con l'ipotesi di reato di peculato.

«Non ho mai usato la carta di credito del ministero per acquisti personali», ha replicato il ministro, che ha aggiunto: «Estratti conto e tutta la documentazione relativa alle spese ministeriali sono a disposizione degli inquirenti. E lo sono sempre stati. Nessuno li ha mai consultati. Potevano esaminarli e poi fare ogni verifica prima di accusarmi di peculato sulla base di un'intercettazione telefonica fra due persone di cui una indagata e l'altra interna al ministero. Sono profondamente nauseata e sconcertata - ha detto ancora Stefania Prestigiacomo - e chiedo che sia fatta piena luce su tutta questa vicenda. E sono pronta a querelare chiunque metta in discussione la mia onestà».

Berlusconi la difende: «Da molti anni opera al mio fianco con grande capacità e con grande dedizione. Sono convinto che la sua assoluta integrità sarà immediatamente riconosciuta». Sulla stessa linea il ministro Mara Carfagna, che parla di «inqualificabile attacco al governo» e il sottosegretario Gianfranco Micciché.

L'iscrizione costituisce un atto dovuto, dicono in Procura: una volta captati i colloqui dalle Fiamme Gialle, è stata mandata un'informativa alla Procura di Roma e poi aperto un fascicolo processuale per verificare se si ravvisino fatti penalmente rilevanti. L'istruttoria, come da prassi in questi casi, è affidata al Tribunale per i reati ministeriali che dovrà verificare, anche attraverso l'acquisizione di eventuali ricevute, se in un determinato periodo di tempo il ministro Prestigiacomo abbia utilizzato una carta di credito in uso al ministero. Il collegio di giudici per i reati ministeriali, conclusa l'istruttoria, invierà il fascicolo alla procura di Roma con le conclusioni dell'indagine.

 
[02-10-2009]

 

 

 

CARFAGNA IN TRIBUNALE CONTRO 'REPUBBLICA' - CHIEDE 900.000 € PER AVER RIPORTATO "Le espressioni "succhiato l´uccello", "amante quasi ufficiale", "come soddisfare il primo ministro" e "evocano le iniezioni che deve farsi prima di ogni rapporto" hanno travalicato il limite della continenza»"...

Silvio Buzzanca per "la Repubblica"

Dopo Berlusconi la Carfagna. Anche il ministro delle Pari Opportunità ha deciso, a oltre un anno di distanza dai fatti, di citare in giudizio la Repubblica. Gli articoli oggetto dell´azione civile di risarcimento sono due, uno del 9 luglio del 2008, ovvero il resoconto del "No Cav Day", compreso il comizio di Sabina Guzzanti, e un altro del 6 agosto scorso, che riassume quanto riportato dai giornali stranieri sull´inchiesta di Bari.

«L´autore dell´articolo del 9 luglio 2008 - scrive l´avvocato Federica Mondani - ritiene di dover riportare testualmente le frasi "osteria delle ministre... se a letto sei un portento figuriamoci in Parlamento". "...Non può diventare ministro una che gli ha succhiato l´uccello", riferendosi evidentemente al presidente del Consiglio».

Nel secondo articolo il legale della Carfagna contesta un´altra frase, che il giornalista riportava dal Nouvel Observateur: «Un ipotetico nastro... nel quale Mara Carfagna (amante quasi ufficiale) e Maria Stella Gelmini (le due sono definite bimbe) addirittura si interrogano reciprocamente per sapere come soddisfare al meglio il primo ministro, evocano le iniezioni che deve farsi prima di ogni rapporto».

Secondo l´avvocato si tratta di «parole talmente offensive della reputazione e della dignità di un personaggio politico con incarico istituzionale», che «non trovano precedenti nel nostro paese».

Il legale insiste innumerevoli volte sullo stesso tasto: «Le espressioni "succhiato l´uccello", "amante quasi ufficiale", "come soddisfare il primo ministro" e "evocano le iniezioni che deve farsi prima di ogni rapporto" hanno travalicato il limite della continenza».

«Le locuzioni suggeriscono il riferimento all´attività, data per certa, di "concessione" del Ministro», mentre la fonte sarebbe rappresentata «da un lato dai contenuti blasfemi di un aspirante comico (nella fattispecie Sig.ra Sabina Guzzanti) e dall´altra dall´articolo di un giornale estero che richiama una presunta, mai esistita, "registrazione"».

Quindi il legale si lancia in una «umile riflessione a sfondo giuridico», ovvero «se l´argomento intercettazioni a sfondo sesso-volgare siano davvero di "interesse pubblico" o se piuttosto i quotidiani, anche per una crescente crisi del settore, rifondino speranze nel trarre beneficio quando i medesimi argomenti diventino di "interesse del pubblico"». Insomma, la stampa si occuperebbe di queste vicende solo per vendere più copie.

L´avvocato della Carfagna, nella lunga citazione, sottopone al tribunale anche il presunto «danno» arrecato al ministro. La «ricezione dell´insulto a livello popolare» avrebbe infatti implicato la possibilità «per l´On. Ministro di aver perduto connotati politici di stima e carisma oltreché la capacità di proselitismo».

La Carfagna denuncia «una notevole flessione negativa» nei sondaggi e pretende nei suoi confronti quel «diritto all´oblio di cui ciascun soggetto pubblico gode». Poi, oltre al «danno morale», l´avvocato elenca il presunto danno biologico: «In seguito alla lettura degli articoli imputati il Ministro Carfagna registrava anche sofferenze fisiche che portavano la stessa a perdere peso e a soffrire di insonnia e forti emicranie».

C´è di più: «Il Ministro si è trovato nella condizione di dover evitare interviste al fine di non dare ulteriore eco alle false notizie». E, per questo, la Carfagna chiede in totale ai giornalisti e all´editore di Repubblica 900 mila euro. Nulla invece, a quanto risulta, chiede al Foglio di Giuliano Ferrara, che pubblicò insieme le stesse invettive di Sabina Guzzanti.

 
[25-09-2009]

 

 

 

CASO MORO, UN PENTITO RIVELA "TUTTI SAPEVANO DI VIA GRADOLI"...
E. V. per "la Repubblica"

«Tutti sapevano di via Gradoli». Francesco Fonti, il pentito della ‘ndrangheta che ha permesso di individuare le "navi dei veleni" nei fondali della Calabria, fa nuove clamorose rivelazioni. Stavolta sul caso Moro, l´ex presidente della Dc sequestrato e ucciso dalle Br nel 1978. Una testimonianza raccolta da Riccardo Bocca de L´espresso, registrata con un video, che accompagna un lungo articolo pubblicato sul sito del settimanale.

Aldo MoroAldo Moro

Fonti racconta di essere stato inviato dalla ‘ndrangheta a Roma nel marzo del ‘78, chiamato da Riccardo Misasi, ex braccio destro di De Mita, e dall´onorevole Vito Napoli. Il suo boss, Sebastiano Romeo, gli dice che bisogna dare una mano per scoprire il covo delle Br e di mettersi in contatto con «l´amico» dei Servizi. Il pentito riferisce di un incontro con l´ex segretario della Dc Benigno Zaccagnini, sostiene di aver presto capito che diversi personaggi della banda della Magliana sanno che Aldo Moro e i suoi rapitori stanno in via Gradoli, sulla Cassia.

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«Come è possibile, mi domando, che tutta la malavita di Roma sappia dove si trova il covo delle Br?». Fonti - scrive L´Espresso - ha riscontri anche dai rappresentanti della ‘ndrangheta nella capitale, dove incontra la sua fonte nel Sismi, un certo Pino. È lui che lo porta dall´allora direttore del Servizio, Giuseppe Santovito, il 4 aprile 1978.

 

«Pino mi porta dal capo a Forte Braschi. Santovito mi chiede se ho notizie su un appartamento in via Gradoli 96. Gli rispondo che ho sentito questo indirizzo da amici. E lui commenta: "Tutto vero, Fonti: è giunto il momento di liberare Moro"». Ma tornato in Calabria, il suo boss lo gela: «A Roma i politici hanno cambiato idea. Dicono che dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri».

Fonti decide di chiamare la questura capitolina: «Via Gradoli 96, lì troverete i carcerieri di Moro». Pochi giorni dopo il covo di via Gradoli viene scoperto per una "strana" perdita d´acqua. Dei brigatisti non c´è traccia.

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«Non c´è stata la volontà di agire», afferma il pentito. Una conferma l´uomo ritiene di averla avuta nel 1990, quando stava nel carcere di Opera con Mario Moretti: il capo delle Br riceveva ogni mese una busta con un assegno circolare. «Qualche tempo dopo un brigadiere che credo si chiami Lombardo mi confida che, per recapitare i soldi (del ministero dell´Interno), lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale Moretti viene retribuito. L´ennesimo mistero tra i misteri».

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Il Pdci chiede una verifica. Cautela in procura a Roma: il video sarà visionato, tra oggi e domani si deciderà che fare.

2 - "IO BOSS, CERCAI DI SALVARE MORO"
Testimonianza di Francesco Fonti raccolta da Riccardo Bocca per "l'espresso.it"
(http://espresso.repubblica.it)

Si chiama Francesco Fonti, e il suo nome in queste settimane rimbalza tra giornali e televisioni. Grazie al dossier che ha consegnato alla Direzione nazionale antimafia, pubblicato da "L'espresso" nel 2005, i magistrati della Procura di Paola e la regione Calabria hanno individuato il 12 settembre scorso, al largo della costa cosentina, il relitto di un mercantile carico di bidoni: il primo passo verso una verità che riguarda il traffico internazionale di scorie tossiche e radioattive.

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Un intreccio tra politica, servizi segreti e malavita organizzata."Soltanto un aspetto, per quanto grave, della mia attività", lo definisce Fonti (condannato a 50 anni di carcere, prima di iniziare la collaborazione con i giudici).

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E sempre Fonti, in queste ore delicate, decide di rivelare al nostro giornale un altro capitolo della sua vita criminale: il ruolo che avrebbe avuto nel tentativo di salvare la vita al presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, rapito il 16 marzo 1978 dalle Brigate Rosse e trovato morto nel centro di Roma il 9 maggio seguente. Un compito, dice, affidatogli dal boss Sebastiano Romeo, dietro richiesta di una parte della Dc. Ecco il drammatico racconto, in prima persona, di quelle tre settimane.

 

Non mi lascia aprire bocca, Sebastiano. È innervosito dall'allarme nazionale procurato dal caso Moro, un clamore che sta disturbando gli affari della nostra organizzazione. "Ho ricevuto pressioni a due livelli", spiega: "Mi hanno chiamato Riccardo Misasi e Vito Napoli (figure di spicco della Democrazia cristiana calabrese, ndr), ma anche certi personaggi da Roma...". Non precisa chi sono, queste persone. Ribadisce, invece, che la missione è di importanza straordinaria, e non avrebbe accettato un mio fallimento.

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Con questa premessa parto per la Capitale il giorno dopo. Salgo sulla mia Renault 5 Alpine grigia metallizzata e scarico i bagagli all'hotel Palace di via Nazionale, dove ho già soggiornato e dove consegno documenti falsi intestati a un inesistente Michele Sità. Poi mi metto in contatto con un agente del Sismi che si fa chiamare Pino: un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta, con capelli corti pettinati all'indietro. L'ho conosciuto anni prima tramite Guido Giannettini, il quale ha cercato di blandirmi per ottenere informazioni sulla gerarchia interna della 'ndrangheta.

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Visto il solido rapporto tra me e Pino, gli chiedo cosa sappiano i servizi del caso Moro, e se abbiano scoperto dove si trovano i carcerieri delle Br. Lui risponde vago, dicendo che è una storiaccia, e che neppure lui è riuscito a capire come stiano le cose. In compenso, mi invita a parlare con il segretario della Democrazia cristiana Benigno Zaccagnini, il quale sta lavorando sotto traccia per aiutare Moro. Un'ipotesi diventata, poche ore dopo, un vero appuntamento.

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Al termine di una giornata convulsa (durante un ultimo controllo alla Fiat 130 su cui viaggiava Moro, è stata trovata una terza borsa non elencata nel verbale della prima perquisizione) rivedo infatti l'agente Pino, che nel frattempo ha parlato con Zaccagnini. E mi dice di presentarmi il giorno dopo, alle 10 della mattina, al Café De Paris di via Veneto.

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Specificando: "In mano devi tenere la "Gazzetta del sud"", di cui mi consegna una copia. "In questo modo, il segretario ti riconoscerà facilmente". Il mattino del 22 marzo, mentre al Viminale si riunisce il Comitato tecnico operativo gestito dal ministro dell'Interno Francesco Cossiga, arrivo puntuale all'appuntamento. Mi siedo a un tavolino nel dehors del Cafè de Paris, e aspetto circa dieci minuti.

Dopodiché arriva il segretario Zaccagnini: dà un'occhiata attorno, mi individua e si accomoda di fronte a me. Forse, penso, ha qualche indicazione chiave da riferirmi. Ma non è così: "È un brutto momento per la coscienza di tutto il mondo politico", inizia senza neppure avermi detto buongiorno. Si vede che è imbarazzato, e irritato, per essere costretto a incontrare uno come me.

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"Mi creda", prosegue, "non avrei mai immaginato un giorno di sedermi davanti a lei in qualità di petulante. Non sono mai sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla, significa che il sistema sta cambiando. Faccia in modo che quella di oggi non sia stata una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva. Ci dia una mano e la Dc, di cui mi faccio garante, saprà sdebitarsi". Poi sorseggia un sorso d'acqua, si alza per andarsene e aggiunge: "Noi non ci siamo mai incontrati... Se ci saranno notizie che vorrà darmi di persona, le dirà all'agente Pino".

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La mia risposta, visto l'atteggiamento scostante del segretario, è gelida. Mi limito a comunicargli che mi sono attivato per recuperare le informazioni utili. E aggiungo: "Sicuramente le nostre ricerche saranno fruttuose, e le saranno comunicate da me in prima persona". Parole che pronuncio con convinzione. Non posso sapere che questa sarà la prima e unica volta che incontrerò Benigno Zaccagnini, e tantomeno che nelle settimane seguenti succederanno fatti anche per me sorprendenti.

A partire dall'incontro con un malavitoso capitolino, noto con il soprannome di "Cinese" per i baffetti alla mongola. Non so quale sia il suo vero nome, ma è certamente inserito nella celebre banda della Magliana. Me lo spiega il referente romano di Cosa nostra, Pippo Calò, il quale garantisce che può essermi utile: "Quelli sanno tutto?", dice. E aggiunge che, in quelle stesse ore, anche Cosa Nostra sta lavorando per i politici romani all'individuazione dei carcerieri di Aldo Moro.

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"So bene che le promesse dei politici non vengono mantenute", mi dice, "ma dobbiamo aiutarli per cercare di ottenere l'annullamento degli ergastoli inflitti ai nostri uomini".

Da parte mia, ho forti perplessità a trattare con la malavita romana, perché in Calabria si dice che con i romani si può mangiare e bere, ma non fare affari. Parlano troppo. Si vantano e cacciano tutti nei guai. Così, quando incontro il Cinese tramite Bruna P., una donna con la quale ho una relazione, e che ha un negozio di biancheria intima dove ricicla soldi della Magliana, sono molto prudente.

Ci vediamo il 25 marzo, giorno in cui le Br diffondono il loro secondo comunicato, in una birreria di via Merulana, a poche decine di metri da piazza San Giovanni. E il mio interlocutore non tarda a fare lo sbruffone: "Lo sanno tutti dove sono nascosti Mario Moretti e tutti gli altri!", ride. Impugna un boccale di birra da un litro, e nonostante la delicatezza del tema parla a voce alta nel locale affollatissimo: "I rapitori di Moro si trovano in un appartamento in via Gradoli, dalle parti della Cassia", dice. Non mi indica il numero esatto, ma in ogni caso non ha dubbi: "Se lo volessero trovare, Moro, non ci vorrebbe niente. Però chi lo vo' trovà, a quello?", conclude con un'altra risata.

Inutile dire che rimango perplesso: da una parte mi fa divertire, come si comporta il Cinese, dall'altra temo di buttare il mio tempo. Com'è possibile, mi domando, che tutta la malavita di Roma sia al corrente di dove si trova il covo delle Brigate rosse? Ci vogliono ben altre conferme, penso, prima di contattare Zaccagnini; e anche per questo decido di parlare con Angelo Laurendi, un 'ndranghetista di Sant'Eufemia D'Aspromonte che conosco da tempo e che spero possa darmi notizie interessanti.

Una speranza, purtroppo, infondata, ma questo non significa che la nostra chiacchierata sia inutile. Angelo, infatti, mi accompagna sulla sua Lancia Appia nel comune di Ciampino, e per la precisione in un negozio di mobili il cui proprietario è Morabito di Reggio Calabria, un 'ndranghetista di cui non conosco il nome di battesimo. È comunque in quel momento un uomo tarchiato, sulla quarantina abbondante, con la barba scura e una piccola cicatrice sullo zigomo.

Mi accoglie cordiale e rispettoso in ufficio, e quando domando se gli risulta di un appartamento delle Brigate rosse in via Gradoli, annuisce: "Voi potete stare sicuro che qualcosa c'è, in via Gradoli", dice. "Mi hanno detto che i brigatisti gestiscono un appartamento, lì, e probabilmente c'entra con Moro".

A questo punto, capisco che l'indicazione datami in prima battuta dalla banda della Magliana non è così improbabile. Perciò ricontatto l'agente Pino, gli faccio credere di non sapere ancora nulla, e insisto per ottenere nuovamente aiuto. Una richiesta che non può rifiutare, visto il nostro legame, tant'è che dopo avere premesso che sono in atto vari depistaggi, mi suggerisce di parlare con l'appuntato dei carabinieri Damiano Balestra, addetto all'ambasciata di Beirut sotto il comando del colonnello del Sismi Stefano Giovannone, il quale gli ha raccomandato di salvare a tutti i costi il presidente Moro (non a caso, in una sua lettera durante la prigionia, Moro invoca proprio l'intervento di Giovannone, ndr).

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"Balestra ha ottime fonti", dice l'agente Pino. E non sta esagerando. Ne ho la riprova quando ci vediamo tutti e tre (io, Pino e Balestra) negli ultimissimi giorni di marzo, davanti a un bar nel quartiere romano dell'Alberone, dalle parti di via Tuscolana. È pomeriggio, e parliamo a bordo della Lancia di Pino. Il discorso dell'appuntato Balestra è chiarissimo: "Io sto dando l'anima", dice, "per arrivare alla liberazione del presidente, ma continuo a sbattere contro un muro. Ogni informazione che ricevo è vera e falsa allo stesso tempo. Non distinguo più tra chi mi vuole aiutare e chi cerca di farmi girare a vuoto.

In più c'è la guerra politica, con i socialisti che vogliono vivo Moro, e gran parte della Dc che finge di volerlo liberare". Poi sussurra: "In questo covo di cui si vocifera, in via Gradoli 96, non abita nessuno. O almeno, così dice chi ha verificato (un primo sopralluogo in via Gradoli 96 è avvenuto il 18 marzo: sono stati perquisiti tutti gli appartamenti tranne quello affittato dalle Br,dove l'inquilino non ha risposto al campanello e gli agenti se ne sono andati, ndr)". In ogni caso, insiste Balestra, ha la certezza che in quella casa bazzichino i brigatisti, anche se non sono stati fermati.

È qui che capisco quanto la mia trasferta romana rischi di essere inutile. Il dramma di Moro campeggia sulle prime pagine dei giornali, i partiti si mostrano formalmente costernati, ma dietro le quinte si consuma qualcosa di inconfessabile. Chi si batte veramente, con tutte le forze, per individuare i covi delle Br, non viene appoggiato.

 

Anche se è una persona seria come il democristiano siciliano di corrente fanfaniana Benito Cazora (scomparso nel 1999, ndr); un parlamentare che cerca di incontrare chiunque possa svelargli dove si nascondano i brigatisti e dove sia segregato Moro. Tra gli altri, il deputato parla con un certo Salvatore Varone, 'ndranghetista che noi chiamavamo Turi, ma che si presenta a Cazora come Rocco, incontrandolo in varie occasioni delle quali non conosco i particolari.

Posso invece riferire, per quel che mi riguarda, che contatto l'onorevole Cazora tramite Morabito di Ciampino, il quale dice che questo parlamentare "sta impazzendo per avere informazioni sul presidente Moro". Fisso quindi un incontro con lui a Roma, nel ristorante Rupe Calpurnia, dove noi 'ndranghetisti abbiamo festeggiato il compleanno dell'affiliato Rocco Sergi. Il nostro dialogo è breve e teso, e si svolge in presenza degli 'ndranghetisti Morabito e Laurendi. Cazora è angosciato, in effetti. Mi spiega che ha già parlato con un altro calabrese, Rocco, e che è perplesso perché ha fatto lo spaccone: "Sostiene", mi dice Cazora, "che può recuperare informazioni visto che i calabresi a Roma sono 400 mila, e perciò possono controllare il territorio'.

 

Io, dentro di me, penso che sono strane frasi, per uno come Varone che nella 'ndrangheta conta come il due di picche. In ogni caso, non faccio commenti perché non so chi frequenti Varone. Mi limito a informare il deputato che mi sto muovendo, dietro un mandato politico, per trovare il covo dei brigatisti, anche se non ho notizie certe. Al che lui risponde: "Mi auguro sinceramente che abbiate più fortuna di me, grazie alle vostre amicizie". Intanto i giorni passano, e la situazione si fa sempre più drammatica.

Il 29 marzo le Brigate rosse recapitano il terzo comunicato, con allegata una lettera di Aldo Moro per il ministro dell'Interno Cossiga. Il 4 aprile tocca a un quarto comunicato, trovato con l'angosciante missiva in cui Moro si rivolge a Zaccagnini (sulla trattativa per la liberazione, il presidente scrive: "Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la Dc che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l'avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone", ndr).

È evidente, dopo simili parole, che il dramma del sequestro rischia di incanalarsi verso la peggiore conclusione, e io stesso temo di fallire la missione. Ma mentre il clima si invelenisce, e le speranze di salvare Moro diminuiscono, mi ricontatta l'agente Pino per farmi sapere che Giuseppe Sansovito, numero uno (piduista, ndr) del Sismi, ha espresso il desiderio di parlarmi. E così accade.

Di lì a poco, Pino mi porta dal capo a Forte Braschi, e dopo un dialogo interlocutorio Santovito mi chiede se ho notizie precise riguardo a un appartamento in via Gradoli 96. Gli rispondo che, in effetti, ho sentito questo indirizzo da amici, e lui commenta: "Tutto vero, Fonti: è giunto il momento di liberare il presidente Moro". In ogni caso, aggiunge congedandomi, "teniamoci in contatto tramite Pino".

La mattina dopo, quella di domenica 9 aprile (o di lunedì 10, non vorrei sbagliarmi), lascio la Capitale e mi precipito a San Luca da Sebastiano Romeo. Sono soddisfatto perché non soltanto so dove probabilmente sono nascosti i brigatisti, ma c'è anche il preannuncio datomi dal colonnello Santovito della futura liberazione del presidente Moro.

Quando però incontro Sebastiano, lui ascolta con attenzione il mio resoconto per una mezz'ora, dopodiché mi stronca: "Sei stato bravo", riconosce. "Peccato che da Roma i politici abbiano cambiato idea: dicono che, a questo punto, dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri". Una frase assurda, imprevedibile, che lì per lì incasso in silenzio, ma che di fatto vanifica il mio lavoro nella Capitale. Sono stanchissimo, amareggiato. Ho indagato come si deve, a Roma, e adesso dovrei fottermene come se ne fotte l'intera classe politica.

base via gradoli

Ci provo con tutto il cuore, ma non ci riesco: sono un 'ndranghestista di primo livello con tanto di sgarro (indispensabile per accedere al massimo livello dell'organizzazione, ndr), ma sono anche una persona che sa dire di no, a volte: e questa è una di quelle volte.

Dopo l'incontro con Romeo, dunque, torno a Bovalino e telefono alla Questura di Roma, presentandomi al centralinista come Rocco. "Andate a Roma, in via Gradoli al numero 96", scandisco, "e troverete i carcerieri di Aldo Moro". "Da dove sta chiamando?", domanda il centralinista allarmato. "Chi parla? Chi è lei?", insiste. Ovviamente non rispondo; abbasso la cornetta e provo a non pensarci più.

Una promessa impossibile da mantenere. Poco dopo, il 18 aprile 1978, il covo di via Gradoli 96 viene scoperto per una strana perdita d'acqua. Dei brigatisti, come logico viste le premesse, non c'è traccia. E a questo punto so bene il perché: non c'è stata la volontà di agire. C'è invece, molti anni dopo, nel 1990, il mio incontro nel carcere di Opera (provincia di Milano, ndr) con il capo delle Br Mario Moretti, colui che ha ammesso di avere ucciso il presidente Moro, assieme al quale frequento casualmente un corso di informatica.

I nostri rapporti si fanno presto cordiali, piacevoli; lui sa esattamente chi sono e mi rispetta. Io pure. Finché un giorno, mentre armeggiamo al computer, una guardia gli consegna una busta e annuncia: "Moretti, c'è la solita lettera". Lui la apre senza nascondersi, estrae un assegno circolare, lo firma sul retro per girarlo all'ufficio conti correnti che permette l'incasso, e mi dice: "Questa, Ciccio, è la busta paga che arriva puntualmente dal ministero dell'Interno".

Frase che all'istante scambio per una battuta, per uno scherzo tra carcerati: sbagliando. Qualche tempo dopo, un brigadiere che credo si chiami Lombardo mi confida che, per recapitare soldi a Moretti, lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto tale è stato retribuito. L'ennesimo mistero tra i misteri del caso Moro, dico a me stesso; l'ennesima zona grigia in questa storia tragica.

[23-09-2009]

 

 

 

DE MICHELIS DIVENTA CONSIGLIERE DI BRUNETTA SULLE RIFORME (GLI EX SOCIALISTI SEMPRE PIÙ DI MODA NEL GOVERNO BERLUSCONI) – E DOPO SCOTTI E POMICINO, UN ALTRO GRANDE VECCHIO DELLA PRIMA REPUBBLICA TORNA IN AUGE (E SONO I BENVENUTI VISTO LE BRAMBILLE INCARFAGNATE CHE SONO POI ARRIVATE) …

Alessandra Ricciardi per "Italia Oggi"

 

Guai a parlargli di ritorno alla politica attiva. «Non faccio politica attiva da quando ho disertato le elezioni europee», chiarisce subito. Sta di fatto che Gianni De Michelis, socialista, uno dei pezzi grossi della Prima Repubblica, ministro degli esteri e vicepresidente del consiglio tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, ha rimesso fuori gli artigli.

Anche se con un ruolo che sulla carta è più tecnico che politico, quello di consigliere ministeriale, De Michelis si riaffaccia nello scenario del governo del paese, chiamato a gran forza dal concittadino - sono entrambi veneziani - ed ex compagno di strada nell'avventura targata Psi, il ministro della pa Renato Brunetta.

L'incarico sarà ufficializzato nei prossimi giorni, ma nei saloni di Palazzo Vidoni a Roma, dove ha sede il dicastero della funzione pubblica, la presenza di De Michelis è stata già notata da un paio di settimane. E il suo peso è tale che in molti si dicono certi che nell'azione riformatrice di Brunetta avrà un ruolo decisivo.

 

Un ritorno in auge, insomma, che fa seguito a quello di altri due grandi vecchi della Prima repubblica, anch'essi impegnati nel governo Berlusconi seppure con incarichi che il ruolino istituzionale recita essere secondari: si tratta di Enzo Scotti, il professore campano per anni ai vertici della Dc, pluriministro, oggi sottosegretario agli esteri; e Paolo Cirino Pomicino, ministro Dc doc, in forze presso Palazzo Chigi come presidente del «Comitato tecnico scientifico per il controllo strategico nelle amministrazioni dello stato», alla guida del quale lo voluto il ministro per l'attuazione del programma di governo, il democristiano Gianfranco Rotondi.

Del resto, non è la prima volta che De Michelis è chiamato nelle vesti di tecnico: da europarlamentare, è stato membro del «Gruppo di riflessione strategica», un comitato di esperti istituito dall'allora ministro Massimo D'Alema per definire orientamenti di medio e lungo termine della politica estera italiana.

Da quanto si apprende, la Funzione pubblica non ha assegnato all'ex ministro socialista un dossier specifico , il suo campo di azione di consigliere del ministro sarà a 360 gradi, su tutti i grandi temi di riforma della pubblica amministrazione che Brunetta ha avviato e ha intenzione di condurre in porto, da quello dei contratti a quello della lotta agli sprechi.

 

Brunetta ha già detto chiaramente ai colleghi di governo che non ha intenzione di mollare il ministero anche in caso, un caso sempre più probabile, di una sua candidatura al comune di Venezia. Se il cerchio dovesse chiudersi, con Brunetta diviso tra capitale e laguna, De Michelis in supporto a Roma sarebbe una certezza tecnica, ma anche politica.

 
[22-09-2009]

 

 

 

FARNITANO HOLDING – DALLA CIC ALLA DEKO ALLA CREA: TUTTE LE SOCIETÀ DELLA DONNA DEL DOSSIER A LUCI ROSSE CHE FA TREMARE I TIPINI FINI - UFFICIO DAVANTI ALLA CAMERA, TANTI ASSEGNI PROTESTATI E UN’ATTIVITÀ DA PUBBLICITARIA CHE POCHI RICORDANO…

Stefano Sansonetti per "Italia Oggi"

Si deve partire da via della Colonna Antonina, a Roma, praticamente davanti a Montecitorio. Qui, al terzo piano di uno sfarzoso palazzo, fino a poco tempo fa si trovava la sede della Cic (Compagnia italiana comunicazione), una srl attiva nel settore della promozione pubblicitaria, ufficialmente cessata il 20 marzo del 2009.

E sempre qui, anche se non risulta da nessuna targa del palazzo, si trova adesso la sede romana della Deko, srl milanese che si occupa della realizzazione di campagne pubblicitarie.

Due società apparentemente come tante, accomunate però non soltanto dallo stesso core business, ma dalla presenza di una donna di 45 anni. Parliamo di Rita Farnitano, la «maitresse» (come l'ha definita ieri un articolo del Corriere della sera firmato da Fiorenza Sarzanini) che diversi anni fa sarebbe stata introdotta nel mondo della politica da Francesco Proietti Cosimi, oggi deputato del Pdl e all'epoca segretario dell'attuale presidente della camera, Gianfranco Fini.

La faccenda venne scandagliata dalla procura di Roma e si concluse nel 2000, con un patteggiamento a un anno per la Farnitano accusata di sfruttamento della prostituzione. La donna, per quella stessa vicenda, adesso è nuovamente assurta agli onori della cronaca dopo che il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, ha brandito contro Fini l'arma di un presunto dossier a luci rosse. 

Ma chi è Rita Farnitano? Fino al 28 ottobre del 2008 è stata amministratore unico della Cic (Compagnia italiana comunicazioni), la srl che aveva la sede davanti alla Camera dei deputati e che si occupava di promozione pubblicitaria. Sempre dall'ottobre del 2008, la società ha un liquidatore, che dall'elenco soci depositato il 25 marzo del 2009 risulta anche proprietario al 100% della Cic.

Si tratta di Ferdinando Tronci, già noto alle cronache per essersi beccato nel 1995 un denuncia per favoreggiamento della prostituzione nell'ambito di una storia che coinvolgeva un gruppo di viados (la vicenda è ricordata da un articolo del Corriere della sera del 9 ottobre di quell'anno).

Ma torniamo alla Farnitano. Dagli archivi della camera di commercio risulta che nel giugno del 2008 sono stati levati tre protesti a suo carico per altrettanti assegni firmati e non pagati, due del valore di 10 mila euro ciascuno e uno del valore di 12.500 euro. Un altro protesto è arrivato l'8 luglio dell'anno scorso, questa volta per un assegno di 558 euro. Per non parlare di altri due protesti, questa volta a carico della Cic, per due cambiali (3.500 e mille euro). Per Tronci, il proprietario della Cic, risultano addirittura 13 protesti. Insomma, per i due si è registrato nel corso degli anni qualche problema nei pagamenti.

Adesso, però, al terzo piano di via della Colonna antonina, al posto della Cic compare la Deko. Nella società, che ha la sede principale a Milano, non risulta formalmente che la Farnitano abbia incarichi. Basta però chiedere a un qualsiasi inquilino per scoprire che la donna continua a recarsi nel palazzo a un passo da Montecitorio.

Ma non è solo questo a suffragare il suo collegamento con la Deko. Questa srl, sempre attiva nella promozione pubblicitaria, risulta infatti titolare del 22,5% della Crea consulting, altra società con lo stesso core business che si è sciolta sempre nell'ottobre del 2008. Della Crea, sede a Roma, la Farnitano è stata amministratore unico e titolare del 55% del capitale.

Dietro la Deko, invece, per il tramite della Alanbepa srl, si scopre la famiglia De Chirico. In particolare presidente della Deko è Alessandro De Chirico, un trentunenne che nel 2006 si è candidato per il Pdl al consiglio comunale di Milano (senza essere eletto). Nel palazzo romano nessuno sembra mantenere il ricordo di particolari eventi o campagne organizzati dalla Cic.

Piuttosto qualcuno, che vuole l'anonimato, rammenta che la donna ha partecipato al congresso fondativo del Pdl, qualche mese fa. Per il resto gli aneddoti si soffermano sulla perenne abbronzatura della donna e sul cellulare che porta continuamente all'orecchio.

[17-09-2009]

 

 

 

SEX MACHINE! UNA FESTA OGNI TRE GIORNI, 40 SERATE IN COMPAGNIA DI CALDE GNOCCHE - "L'ESPRESSO" RICOSTRUISCE L’AGENDA DEGLI ULTIMI 5 MESI DELLA VITA DI PAPI SILVIO - NON SOLO PUTTANE SUL LETTONE PUTINIANO DI PALAZZO GRAZIOLI E 'AMMUCCHIATE' SARDE - FESTE E DISCO, FESTINI IN BEAUTY FARM E BAGAGLINO, SALTANDO GLI IMPEGNI DI GOVERNO

Tommaso Cerno ed Emiliano Fittipaldi per "L'Espresso" in edicola domani

Sono come Superman. Lavoro 20 ore al giorno. Presiedo il governo del "fare", dormo tre ore a notte. In sintesi, «sono il migliore in 150 anni di storia d'Italia». Silvio Berlusconi, è cosa nota, non brilla per modestia. Gli auto-elogi sono un refrain costante della sua auto-rappresentazione. Ma l'immagine di un lavoratore indefesso che cura dall'alba a notte fonda gli interessi del Paese sbiadisce di fronte allo sfoglio della sua agenda personale.

Se l'imprenditore Giampaolo Tarantini ha raccontato di aver organizzato nelle case del presidente del Consiglio 18 incontri a cui hanno partecipato una trentina tra ragazze ed escort professioniste, i bagordi occupano in realtà una parte ancor più rilevante del calendario di Silvio.

Incrociando le testimonianze di molte avventrici, le cronache mondane raccontate dalla stampa, le giornate fotografate da Antonello Zappaddu e filmini registrati di nascosto da alcuni ospiti, "L'espresso" ha ricostruito cinque mesi di vita del premier. Un periodo affastellato di feste e discoteche, viaggi di piacere in beauty farm e serate al Bagaglino.

Da agosto 2008 a metà gennaio 2009, le settimane drammatiche della crisi economica mondiale, il presidente del Consiglio ha organizzato una quarantina di serate. In media, quasi una ogni tre giorni. Non esattamente il ruolino di marcia di uno statista stakanovista: ci sono intere settimane in cui Berlusconi sparisce, letteralmente, dalla scena. Lasciando un vuoto istituzionale spaventoso.

UN'ESTATE AL MARE
Partiamo da agosto dello scorso anno. Il premier è in carica da soli tre mesi. L'obiettivo di Zappaddu è puntato su Villa Certosa da settimane. Il 17 maggio ha già immortalato il presidente che passeggia con sei-sette ragazze nei i vialetti del parco, il 31 il primo ministro ceco Topolanek senza costume.

Il 22 giugno le ragazze ospiti a Villa Certosa sono almeno cinque: le immagini di tre che fanno una doccia saffica finiscono sul "Pais". È solo l'antipasto. Il 3 agosto il premier fa arrivare un gruppetto di ragazze in elicottero, Zappaddu le ritrae in topless e tanga. Il weekend successivo il Cavaliere inizia le sue vacanze. «Diciotto giorni dedicati al relax e alla famiglia», recita l'Ansa.

Daniela Santanchè rafforza la versione ufficiale: «Berlusconi ha capito che il mood è cambiato. La stagione delle feste da 400 persone sugli yacht è ormai alle nostre spalle. Per questo Silvio ha scelto di stare in famiglia. Per primo ha capito che spendere 40 mila euro a sera è roba da cafonal».

Forse l'amica non sa che l'11 agosto, mentre infuria la crisi tra Russia e Georgia, il premier ha organizzato un karaoke, ospiti Simon Le Bon dei Duran Duran, Simona Ventura, Giampaolo Tarantini, Sabina Began e amici vari. Il video della serata, con Berlusconi in giacca bianca che canta "L'ultimo amore" con Apicella, finisce sul sito del nostro giornale.

L'estate di Papi va avanti. Il 14, vigilia di Ferragosto, sul motoscafo Magnum 70 vengono fotografate altre bellezze in procinto di sbarcare sul molo della Certosa: ci sono Siria, famosa come la lesbica del "Grande Fratello" («Ero lì per esibirmi come mangiafuoco», dirà), la futura eurodeputata Licia Ronzulli, la valletta Susanna Petrone e altre quattro ragazze non meglio identificate.

Probabile che la compagnia sia rimasta anche il giorno dopo, quando il Cavaliere riceve il miliardario Abramovich, mentre Roberto Maroni, insieme a Gianni Letta e Guido Bertolaso, erano al lavoro per la riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza.

MILAN ED ESCORT
Il 17 agosto Berlusconi decide finalmente di tornare sul continente. Ma invece che a Roma per lavorare, vola a San Siro per Milan-Juventus. La sera stessa è di ritorno. Già: il 18, mentre le truppe russe puntano missili nucleari su Tbilisi, lui aspetta altre ospiti.

"L'espresso" ha potuto visionare nuove foto di Zappaddu: quella sera il parco della Certosa è invaso da bionde e brune, che arrivano su un elicottero della Fininvest. Il giorno dopo Sandro Bondi, forse ignaro del via vai nelle case del capo, annuncia il suo nuovo libro. Il titolo è impegnativo: «Berlusconi erede di Adriano Olivetti».

A inizio settembre, rientrato a Palazzo Grazioli, Berlusconi dovrebbe riprendere gli incontri internazionali. Un dispaccio dell'Ansa ipotizza che venerdì 5 il premier «dovrebbe incontrare il segretario di Stato Condoleezza Rice», mentre a metà mese è atteso a New York per l'assemblea generale dell'Onu.

Il condizionale è d'obbligo, Silvio in agenda ha ben altri progetti. Il 5 settembre, secondo le dichiarazioni di Tarantini ai pm di Bari, al posto della Rice si materializza Vanessa Di Meglio, che resta a dormire a Palazzo Grazioli. «Tendenzialmente la stessa non è una professionista del sesso», spiega Giampi ai magistrati, «ma all'occorrenza non disdegna di essere retribuita per prestazioni sessuali». A settembre Berlusconi ha in agenda un altro incontro, quello con Terry De Nicolò, la escort che è andata a letto con l'assessore pugliese Sandro Frisullo.

ONU? NO GRAZIE
Il 23 settembre iniziano i lavori delle Nazioni Unite. Sono presenti tutti i leader del mondo. Durante la prima giornata parlano l'americano Bush, il francese Sarkozy, il presidente iraniano Ahmadinejad. Contemporaneamente Gianfranco Fini sta facendo visita al Bundestag, in Germania.

A Roma il premier e l'amico Giampi hanno invece organizzato un party con Carolina Marconi, ex del "GF", Francesca Garasi, Geraldine Semeghini, al tempo responsabile del privè del Billionaire e, di nuovo, la De Nicolò. L'allegra brigata fa le quattro di mattina. Il giorno dopo è un martedì. Berlusconi decide di non partire più per il Palazzo di Vetro. La scelta sarebbe legata alla crisi di Alitalia: il Cavaliere vorrebbe seguirla da vicino.

Così vicino che si mette in viaggio in gran segreto per l'Umbria, destinazione Méssegué, il centro benessere dei vip, riaperto apposta per lui. Berlusconi di fatto scompare dai radar per cinque giorni. Frattini e Letizia Moratti sono costretti a presentare da soli l'Expo 2015 di Milano, mentre Gianni Letta, coadiuvato da Walter Veltroni, fa i salti mortali per far firmare la pace tra la Cai e i sindacati e salvare l'Alitalia.

La settimana di Silvio finisce alla grande. Sabato 28 un elicottero della Protezione civile lo accompagna dal Méssegué a Ciampino, dove prosegue per Milano, destinazione San Siro. C'è il derby, e sugli spalti lo aspetta Tarantini. Ha portato con sé una nuova ragazza, l'Angelina Jolie di Bari. Si chiama Graziana Capone, che racconta a "Repubblica" il post-partita: passeggiata in auto, arrivo ad Arcore, cena e festino con una decina di ragazze. Il Milan ha vinto uno a zero, il premier è euforico.

«Abbiamo tirato fino a tardi, le quattro forse, qualcuna si è addormentata sul divano». Il fastidio alla schiena, di sicuro, è scomparso. Così, dopo poche ore di sonno, Berlusconi può rifesteggiare sul lago Maggiore il suo 72esimo compleanno, mettendo in scena una giornata tutta familiare. «Ora resto a lavorare», dice ai giornalisti, ignari dei bagordi ad Arcore: «Nessuna festa serale, perché abbiamo già festeggiato oggi».

GIAMPI O BARACK?
A ottobre le "serate" di Berlusconi sono (almeno) sette. Il 4 l'agenda ufficiale prevede un vertice del G4 in Francia sulla crisi. L'incontro dura poco, così il Cavaliere può partire in fretta da Parigi per materializzarsi al Lotus, locale trendy di Milano. Esce alle 6 e un quarto di mattina, attorniato da ragazze conosciute sulla pista.

È inarrestabile. Dopo tre giorni entra prima al Bagaglino (titolo dello spettacolo: "Partiti di testa"), poi continua la soirée a palazzo Grazioli con la Di Meglio, Barbara Guerra e la prostituta Ioana Visan, detta Ana. Solo il giorno prima, intervistato da Lilli Gruber, aveva definito la prostituzione un «fenomeno doppiamente grave: perché mortifica la donna e spesso si traduce in una vera e propria schiavitù». Appunto.

Il 9, secondo Tarantini, la Visan è di nuovo a Palazzo Grazioli, insieme a Carolina Marconi e Barbara Guerra. Giovedì 16 Silvio torna dal Belgio e va a fare shopping. «Sono un po' stanco, perché sono reduce da aver difeso i nostri interessi a Bruxelles». Nonostante la fatica, organizza una festa dove incontra per la prima volta Patrizia D'Addario, accompagnata da Giampi e la solita compagnia di giro. La stanchezza non lo ferma nemmeno il 18 ottobre, quando torna a Villa Certosa, dove Zappaddu lo fotografa insieme a due ragazze misteriose.

Il 21 ottobre Draghi lancia l'allarme recessione. Il Cavaliere da Napoli scandisce la sua ricetta: «I problemi si risolvono solo lavorando a tutte le ore, tutti i giorni, tutte le settimane». Peccato che a Palazzo Grazioli si continui a festeggiare in gran relax. Cena con Tarantini e tre amiche, Mary De Brito, Stella Schan e Donatella Marazza. Sempre in ottobre sono sue ospiti anche Sonia Carpendone, detta Monia, e Roberta Nigro. Sono giornate furibonde.

L'Onda occupa gli atenei, la crisi dei mutui imperversa, tutti guardano alle elezioni americane. Mentre l'Italia si prepara alla notte bianca del 4 novembre per seguire la sfida Obama-McCain, Silvio organizza l'ennesima notte in bianco. È la notte chiave per il mondo, e anche per l'inchiesta di Bari.

Lucia Rossini e Barbara Montereale in un bagno di Palazzo Grazioli

Quella in cui Giampi conferma di avere portato dal premier la D'Addario per la seconda volta, con Barbara Montereale e Lucia Rossini. Patrizia si rivedrà solo alle 8 del mattino successivo, quando racconterà a Giampi tutti i dettagli, mentre il premier lascia Palazzo Grazioli diretto a una fiera nel milanese. Obama? «Posso dargli consigli, sono più anziano», dice ai giornalisti.

SETTIMANA DA SBALLO
ll 26 novembre è il giorno degli attentati a Mumbai, 80 morti (il bilancio salirà), italiani in ostaggio. A Roma il presidente del Consiglio riceve i vertici Alitalia per tentare l'accordo su Malpensa e, in serata, lascia palazzo Grazioli. È atteso a piazza Colonna, dove Fabrizio Cicchitto festeggia "l'addio alle stampelle".

 

Ma a Ciampino pare che un jet stia azionando le turbine per portarlo ad Arcore. È lo stesso Tarantini a descrivere il viaggio con Berlusconi e due ragazze, Maria Esther Garcia Polanco, detta Maristel, e la modella Michaela Pribisova. Il 27 nella capitale scoppia il giallo. Nessuno sa dove sia il Cavaliere.

 

Il mattino dopo Tremonti presiede un vertice a Palazzo Chigi, al quale era atteso anche lui. I cronisti chiedono spiegazioni, circolano diverse ipotesi, dalla clinica Méssegué, alla trasferta a Portsmouth per vedere il Milan in coppa, fino al check-up al San Raffaele per le analisi di rito. Berlusconi riappare alle 20.30 a palazzo Grazioli: «Giallo? No, ero a Milano a lavorare».

Chi aveva puntato sul bis alla beauty farm, però, non era andato lontano. Venerdì 28 Giampi e Silvio si rincontrano infatti al Méssegué. Ci sono anche Maristel e, stando alle intercettazioni, Barbara Guerra, che nel 2009 parteciperà al reality "La Fattoria", e un'attrice di "Vivere", Licia Nunez. Il premier resta in Umbria fino al 30.

NOEMI E LE ALTRE
Il 2 dicembre a Montecitorio il clima è rovente. Il governo ha chiesto l'ennesima fiducia. Fini è infuriato, la Cisl annuncia 900 mila nuovi disoccupati. Il premier vola a Tirana, poi torna a Roma e attacca i giornali. Per la serata, invece, ha un bel programmino. Cena con Manuela Arcuri, che ai fedelissimi ripete essere «la donna più bella d'Italia».

Ospiti anche Stella Maria Novarino, Luciana Francioli e Francesca Lana, quella cui Tarantini dice di avere ceduto coca in Costa Smeralda. Lo scontro sulla giustizia sta conquistando intanto le prime pagine. È una escalation, che culmina il 10 dicembre, con un Berlusconi piuttosto battagliero: «Cambieremo la costituzione da soli», proclama.

Pure alla moglie Veronica, che ironizza sulla sua assenza alla Scala, risponde sarcastico: «Ero tornato a casa per accoglierla al suo ritorno». Sarà. Ma dal premier quella sera arrivano, stando all'interrogatorio di Giampi, Niang Kardiatou, detta Hawa, e tal Karen. Tarantini ha «pagato mille euro ciascuna».

È un dicembre sfavillante, Silvio sembra tornato ragazzino. Il 15 alla festa del Milan lo scenario è proprio quello della Milano di 40 anni fa: in sala 600 invitati, due su tutti cari al premier. Una è Noemi, l'eterea biondina ancora minorenne che lo chiama «papi». Che non sia lì per caso lo dimostra il suo compagno di tavolo: è nientemeno che Fedele Confalonieri. A fare "atto di presenza" c'è, poco più in là, ancora Karen.

POVERA SCHIENA
Due giorni dopo il premier salta un altro appuntamento ufficiale. Atteso al Quirinale per la cerimonia del Coni, non arriverà mai, così come nel pomeriggio diserterà gli auguri di Natale con Napolitano. La giustificazione è il solito «leggero mal di schiena». I programmi serali di quel 17 dicembre invece non vengono annullati.

Nonostante le amarezze che arrivano dal Tribunale di Milano (i pm chiedono 4 anni e 8 mesi per l'avvocato Mills considerato «a libro paga di Berlusconi»), il capo del governo non rinuncia alla visita di Linda Santaguida, "schedina" e poi riserva all'"Isola dei Famosi", e della velina Camille Cordeiro Charao, «la sola che si fermò dal presidente», precisa Giampi. Coincidenza vuole sia anche l'ex compagna di Gianluca Galliani, il figlio di Adriano.

Il 23 dicembre il premier fa recapitare al papa un messaggio di auguri: «Il Natale è un momento di riflessione sul messaggio cristiano di speranza, la famiglia è il nucleo centrale della società». La sera, però, fa ancora festa, stavolta con Carolina Marconi e Graziana Capone, prima di raggiungere Veronica e i figli per le Sante feste.

Il 28 Berlusconi lascia Roma per la Sardegna. Villa Certosa è già animata da ore. L'obiettivo di Zappaddu ritrae un viavai di belle ragazze nei bungalow e a spasso per il parco. Vestite da giorno, o pronte per la notte. Il Capodanno è organizzato in grande stile.

A mezzanotte i fuochi d'artificio per un centinaio di ospiti, fra cui di nuovo Noemi accompagnata dall'amica Roberta. In agenda c'è una telefonata al collega israeliano Olmert e, soprattutto, il party della Befana. Quando in villa ricompare Giampi assieme a Barbara Montereale, Chiara Guicciardi, ex meteorina di Fede, e Clarissa Campironi.

Il calendario di Silvio prevede un'altra serata a Roma, il 14, con la Guicciardi e Letizia Filippi. Ma Barbara Montereale racconta in un'intervista anche di un incontro alla Certosa a metà del mese, dietro compenso, a differenza del 6 gennaio, accolta dalla Ronzulli, con la Petrone e una ventina di belle fanciulle.

Il premier torna in Sardegna il 17, alla vigilia del vertice di Sharm el Sheikh sulla crisi di Gaza. Fa tappa ad Abbasanta e Nuoro per sostenere il futuro governatore Cappellacci. Con un gruppo di giovani sostenitori si lascia andare. «Lasciate che i pargoli vengano a me», dice felice. «E adesso diranno che mi paragono a Gesù».

 
[17-09-2009]

 

 

 

TRA IL SACRO E LA RAGIONE, SBUCANO I MASSONI - GRANDE AMMUCCHIATA ROMANA CON IL GRAN MAESTRO RAFFI CAPITANATA DA GIANCARLO ELIA VALORI ("l'uomo più potente d'Italia a capo di una nuova P2", DE MAGISTRIS DIXIT) - - IN ASSISE REPLICANO ABOFFO E FINI: "Complotto GREMBIULI E COMPASSI PER FARVI FUORI? BUFALA" - IL BALLO DEL MASSONE IN RAI VA ALLA GRANDE...

Fabrizio d'Esposito per "Il Riformista"

I massoni celebrano le loro feste seguendo il corso del sole e così oggi, a Roma, la più grande obbedienza italiana, il Goi, si ritroverà nella storica sede del Vascello per l'Equinozio di Autunno e anche per l'anniversario del XX Settembre, la data della breccia di Porta Pia.

Un programma di due giorni (diviso in una parte pubblica e in una riservata per invitati) che culminerà domani con un convegno su Sacro e Ragione: «Percorsi e confronti anche alla luce dell'Enciclica Caritas in Veritate».

Insieme con Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, ne parleranno Valerio Zanone, ex segretario del Pli, ex parlamentare del Pd e fratello in sonno; l'economista e docente universitario Giancarlo Elia Valori (questa la presentazione sull'invito di colui che l'ex pm Luigi De Magistris ha definito «l'uomo più potente d'Italia a capo di una nuova P2»); il filosofo "normalista" Michele Ciliberto; l'ex berlusconiano Alessandro Meluzzi, massone convertitosi al cattolicesimo.

Quest'anno, la celebrazione dell'Equinozio d'Autunno cade a ridosso delle nuove polemiche su politica e massoneria sollevate dalla due vittime illustri del Giornale di Vittorio Feltri: Dino Boffo e Gianfranco Fini.

Nella sua lettera di dimissioni, l'ex direttore di Avvenire (condannato anni fa per una contoversa vicenda di molestie sessuali), rivolgendosi al cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani e suo editore di riferimento, se l'è presa esplicitamente contro «un opaco blocco di potere laicista».

Qualche settimana più tardi a Gubbio, per una curiosa coincidenza, anche il presidente della Camera, minacciato da Feltri con un dossier a luci rosse, ha detto testualmente: «A differenza di altri, io non mi diletto con grembiulini e compassi». Un'allusione che fatto pensare a massoni vecchi (Fabrizio Cicchitto) e nuovi (Denis Verdini?) vicini a Silvio Berlusconi, a sua volta ex incappucciato della loggia affaristica di Licio Gelli.

Frasi che hanno fatto tornare d'attualità quello che Francesco Cossiga confidò al nostro quotidiano nell'ottobre scorso: «Per la prima volta in questo paese ci sono solo due ministri cattolici di peso, Gelmini e Scajola. Nella maggioranza ci sono eminenti figure della massoneria, ma di più non dico».

Non solo. Nel frattempo, dopo la denuncia del presidente emerito della Repubblica, sono stati anche nominati i nuovi vertici della Rai e l'investitura di Mauro Masi a dg avrebbe fatto risvegliare molti fratelli di Viale Mazzini.

Del resto, quattro anni fa, a cavallo del cambio della guardia tra Flavio Cattaneo e Alfredo Meocci alla direzione generale, fu promosso in fretta e furia a Raiuno Gianluca Ciardelli, figlio della segretaria del Venerabile Gelli. Un'operazione sponsorizzata, si disse all'epoca, dal previtiano Gianfranco Comanducci, a capo del personale, e da Fabrizio Del Noce, direttore di Raiuno.

Che c'entra tutto questo con il Goi e la due giorni al Vascello? In teoria nulla. Dopo lo scandalo della P2, i massoni rivendicano la loro ricostruita purezza risorgimentale. Dice il Gran Maestro Raffi: «Questo voler continuare a individuare, a tutti i costi, un ruolo oscuro della massoneria come hanno fatto Boffo e Fini è una bufala».

Nella sua allocuzione di domani, a porte chiuse, Raffi affronterà soprattutto i 150 anni dell'Unità d'Italia: «In un momento in cui ondate di disperati si riversano da altri paesi è necessario riaffermare la propria identità per rinnovare un patto di fratellanza.

La massoneria ha una grande tradizione in Italia e la vergogna del comitato d'affari di Gelli è stata archiviata dai tribunali». A dire il vero, proprio nel Goi, lavora come Grande Archivista uno storico collaboratore di Gelli, Vittorio Gnocchini. Risponde Raffi: «Guardi, tirare in ballo Gnocchini è come sparare sulla Croce rossa. Se avesse partecipato sul serio al banchetto di quegli anni non si troverebbe nelle condizioni in cui è oggi. Non aggiungo altro».

Senza contare le logge autocefale, create all'insegna del fai-da-te, in Italia gli ordini massonici più importante sono tre. Il più grande è il Goi di Raffi, ex repubblicano, che vanta poco meno di ventimila fratelli. Il Grande Oriente è riconosciuto dalla Gran loggia nazionale di Francia ma non da quelle di Inghilterra, Scozia e Irlanda, considerate il Vaticano della massoneria.

Poi ci sono la Gran loggia d'Italia degli Antichi liberi accettati muratori (Alam), con 8.500 iscritti, e la Gran loggia regolare d'Italia, con circa tremila affiliati. In tutto fanno più di 30mila massoni: è tra di loro che si celano i «grembiulini» richiamati sibillinamente da Fini e allusivamente da Boffo? Intanto ieri l'Avvenire ha stroncato l'uscita del nuovo libro di Dan Brown con lo studioso Massimo Introvigne: lo scrittore del Codice da Vinci è stato descritto come «ai piedi della massoneria».

[18-09-2009]

 

 

 

MILIONI IN NERO PRESI DA UN IMPRENDITORE MALAVITOSO, LA 'MERCHANT BANK' DEL CASO TELECOM, LA BICAMERALE, LE BOMBE SULLA SERBIA, IL PELLEGRINAGGIO A MEDIASET "GRANDE RISORSA DEL PAESE", IL RIBALTONE ANTI-PRODI, LE CENE E GITE IN BARCA CON TARANTINI! - COS'ALTRO DEBBA COMBINARE UN LEADER DEL PD PER ESSERE ACCOMPAGNATO ALLA PORTA? - (BARI OPPORTUNITà! LA LUNGA AMICIZIA TRA IL PM SCELSI E IL LEGALE DI PATTY D'ADDARIO)

 

1- MAX E LA BICAMERALE A ORE
Marco Travaglio per "L'espresso"


Appena deflagrò lo scandalo delle ragazze a tassametro chez Berlusconi, si cominciò a scommettere su quale leader del Pd si sarebbe precipitato questa volta in soccorso del Cavaliere. Pochi, in ossequio al principio dell'alternanza, puntavano sul solito D'Alema, che già aveva dato tanto alla causa berlusconiana (i 20 milioni in nero presi da un imprenditore malavitoso, la 'merchant bank' del caso Telecom, la Bicamerale, le bombe sulla Serbia, il pellegrinaggio a Mediaset "grande risorsa del Paese", il ribaltone anti-Prodi).

 

Invece, con una prontezza inversamente proporzionale alla fantasia, l'ottimo Max s'è confermato una garanzia.

Per il centrodestra. La cena elettorale a Bari pagata dal pappone ufficiale di Palazzo Grazioli, Giampi Tarantini, e il viaggetto sulla di lui barca non sono paragonabili a quanto emerge sul conto del premier. Ma consentono agli house organ azzurri di intonare il 'così fan tutti'. E dire che era stato proprio il Tafazzi baffuto, con l'aria di chi la sa lunga, ad anticipare in tv lo scandalo barese con la famosa 'scossa' annunciata all'Annunziata.

Una mossa machiavellica, visto quel che si è scoperto dopo: una sorta di Bicamerale a ore, un giro di squillo che nei giorni pari prestavano servizio a casa Berlusconi e, in quelli dispari, in un appartamentino affittato dal dalemiano Sandro Frisullo, allora vicepresidente della giunta Vendola.

Dopo giorni passati a negare ("Mai conosciuto Tarantini") e a insinuare ("È un'inchiesta di cui non si capisce granché"), quando s'è capito fin troppo, D'Alema ha dovuto ammettere che qualcosa nella sua regione non ha funzionato. Ma battendo il mea culpa sul petto altrui: di Frisullo e degli altri 'amici' beccati a "frequentare gli stessi amici di Berlusconi".

 

Poi, alla festa della Giovine Italia, se n'è uscito con un imbarazzante sexy-calcolo: Berlusconi 18 incontri con 30 ragazze, noi molto meno. Cioè: lui è peggio di noi. Elettori in delirio. Ora, la prima qualità di un leader è quella di sapersi scegliere i collaboratori. D'Alema ne azzecca pochini.

Il suo braccio destro è Nicola Latorre, quello che passava i pizzini al berlusconiano Bocchino in diretta tv, quello sorpreso nel 2005 dai giudici di Milano a trescare al telefono non solo con Giovanni Consorte, ma anche con Stefano Ricucci, quello che il 4 agosto proclamava sul 'Corriere' "in Puglia nessuna questione morale".

Un'altra celebre scoperta del talent scout di Gallipoli è Claudio Velardi, già portavoce a Palazzo Chigi, poi lobbista dai multiformi clienti, infine assessore di Bassolino e 'curatore dell'immagine' di Alfredo Romeo, arrestato per tangenti a Napoli.

E l'assessore pugliese alla Sanità Alberto Tedesco, ex Psi, ora indagato per corruzione e cacciato da Vendola dunque promosso senatore, l'aveva imposto Max. Resta solo da capire cos'altro debba combinare un leader del Pd per essere accompagnato alla porta. A parte battere Berlusconi due volte su due e chiamarsi Romano Prodi.

 

2- LA LUNGA AMICIZIA TRA IL PM E IL LEGALE DELLA D'ADDARIO
Roberta Catania per "Libero"

Bari è una città piccola. Non tanto per l'estensione, ma perché tutti conoscono tutti. Ed è forse questa la spiegazione più logica agli imbarazzanti collegamenti venuti a galla negli ultimi mesi, collegamenti partiti dai viaggi a Roma di Gianpaolo Tarantini con Patrizia D'Addario e proseguiti con le cene di Massimo D'Alema e quello stesso imprenditore finito nei guai per droga e induzione alla prostituzione.

Il Gianpi presentato a Baffino da politici locali e che l'ex ministro degli Esteri avrebbe incontrato in almeno quattro occasioni: la gita in barca a Ponza e tre cene. Tre, perché ne è appena spuntata un'altra che va ad aggiungersi alle due occasioni ormai note della Pignata di Bari e del ristorante sull'isola Pontina.

Il terzo incontro gastronomico, come racconterà Panorama nel prossimo numero in edicola, è stato nel febbraio del 2008 a casa del comune amico Francesco Maldarizzi.

In questa saga, però, la procura non è da meno. Dopo la richiesta di due gip donne di non essere chiamate a giudicare episodi che riguardano l'imprenditore, perché legate a Tarantini da un'amicizia di vecchia data, salta fuori un'altra conoscenza curiosa.

Si dice sia nota ai più (con tanto di foto insieme su Facebook), anche se non sbandierata nei corridoi del palazzo di giustizia, ed è la frequentazione che lega da molti anni altri due protagonisti dell'inchiesta "Letti puliti": l'avvocato Maria Pia Vigilante, legale della escort più famosa del Paese, e il pubblico ministero della Dda Giuseppe Scelsi, titolare proprio dell'indagine che ha reso pubblici i dettagli delle serate private del premier e che poi è stata ridimensionata dal nuovo procuratore capo per l'«esclusione di risvolti penali».

Partiamo dalla fine. Giugno 2009: sul Corriere della Sera esce la confessione della D'Addario, affiancata dalla Vigilante, che dà in pasto al giornale i dettagli di alcune serate intime passate in compagnia di Silvio Berlusconi.

Ad indagare su quel filone, uno dei tanti aperti dalla procura barese a carico di Tarantini per aspetti legati alla sanità, è il pm Scelsi, che acquisisce le registrazioni fatte di nascosto dalla escort a Palazzo Grazioli e fa sfilare per giorni nella caserma della Finanza le altre ragazze tirate in ballo dalla bionda accusatrice.

Curioso che, fino ad allora, Patrizia era assistita da altri avvocati. «Ce ne sono stati tanti», spiega Giuseppe Barba, ex compagno della escort per 7 anni (durante i quali è stato accusato dalla donna di sfruttamento della prostituzione, salvo poi essere "ripreso" dall'accusatrice non appena è stato scarcerato), «ma il nome della Vigilante l'ho sentito per la prima volta quando è esploso il caso Berlusconi. E assicuro che io li ho conosciuti tutti gli avvocati di Patrizia, perché ho cause e querele in corso con quella donna da tanti anni».

A fare da collante nell'amicizia tra la Vigilante e Scelsi c'è la moglie di lui, Adriana Cimmino, avvocato e presidente della camera penale minorile di Bari, che si occupa di violenze domestiche. Un filone che diventerà la specialità anche del legale della D'Addario, che a sua volta è presidente della onlus "Giraffa", associazione in prima linea nella lotta allo sfruttamento della prostituzione.

E il 7 aprile 2006 la Vigilante e il pm Scelsi sono i relatori di un incontro dei Lions sulla «tratta dei nuovi schiavi». L'anno dopo, il 21 maggio 2007, si risiedono allo stesso tavolo (con anche il governatore Nichi Vendola, come si vede nella foto) per presentare uno spot a tutela delle donne che finiscono nel giro della prostituzione.

Ed infatti, a guardare bene, un altro collegamento salta fuori anche tra il presidente della regione e la Vigilante, che grazie ad una delibera dal 7 maggio 2009 rinnova la convenzione con la onlus "Giraffa" per garantire il numero verde di assistenza alle donne maltrattate, girandole i 46.600 euro stanziati dal ministero per le Pari opportunità.

Ma a Bari si conoscono tutti, lo abbiamo detto. E infatti si conoscono bene anche Tarantini e l'imprenditore Maldarizzi, che già aveva messo nei guai D'Alema per la gita in barca a Ponza. Adesso Panorama ha scoperto che l'amico comune ha fatto da tramite per un altro incontro tra il lider Maximo e Gianpi.

Maldarizzi nel febbraio del 2008 aveva organizzato un party in casa, una festa che segue la gita in barca del luglio 2007 e a cui avevano partecipato sia l'ex ministro degli Esteri che l'imprenditore pluringadato a Bari.

Il buffet è in piedi, ma lo scenario è decisamente suggestivo: un attico con piscina in pieno centro, a due passi da Corso Vittorio Emanuele. Pochi mesi dopo, dunque, l'ormai famosa cena alla Pignata di Bari per la campagna elettorale. Eppure D'Alema giura di non conoscere Tarantini.

 
[18-09-2009]

TUTTO IL MONDO È BARESE – IL CAPOLUOGO PUGLIESE FINISCE ANCHE NELL’INCHIESTA SUI DERIVATI DELLA PROCURA DI MILANO – INDAGATO L’EX SENATORE PSI PUTIGNANO – INTANTO A DIFENDERE GLI INDAGATI STORICI, REINA E MASSINELLI, C’È L'AVV. LUIGI GIULIANO, CONSIGLIERE DI ANGELINO “JOLIE” ALFANO…

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera"

Va in trasferta in Puglia e in Sicilia l'inchiesta sui derivati partita dal Comune di Milano. Ieri la squadra di GdF già protagonista di indagini come quelle su Oil for Food o sui semafori-truffa ha perquisito a Noci (Bari) l'ex senatore socialista Nicola Putignano, patron di un gruppo di depurazione delle acque e turismo da 60 milioni di ricavi nel 2007.

Il suo staff difensivo ha potuto apprendere solo che Putignano è indagato dal pm Alfredo Robledo per l'ipotesi di corruzione in relazione a 200mila euro pervenutigli nel 2007 da un altro ex senatore Psi già presidente della Provincia di Ancona (morto nel dicembre 2007), Tommaso Mancia, che nel giugno 2007 come consulente di Nomura aveva ricevuto 2,3 milioni dalla banca giapponese scelta in quegli anni da molti enti locali (però non in Puglia) per operazioni sui derivati.

Intermediari italiani di Nomura, ma nel 2003 nel contratto da 650 milioni con la Regione Sicilia del presidente Totò Cuffaro per la cartolarizzazione dei crediti delle Asl siciliane, erano invece stati Calogero Fulvio Reina e Marcello Massinelli, già consulente economico di Cuffaro e nel cda del Banco di Sicilia.

Mentre non risulta indagata Nomura, che nel luglio 2003 li ricompensò su conti dell'irlandese 'Profitview Investment' con 9 milioni di provvigioni, i due suoi consulenti italiani sono indagati per l'ipotesi di corruzione nell'ambito di rogatorie della Procura in Svizzera, dove 3 di quei 9 milioni furono quasi subito prelevati in contanti.

Ed è la loro scia a essere ora inseguita dalle rogatorie sui due indagati difesi dall'avvocato Luigi Giuliano, consigliere economico e finanziario del ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

 

[18-09-2009]

 

 

 

ALTRO FILONE PUGLIESE: SOLDI ALL'ESTERO DENTRO LA GUEPIÈRE
Onofrio Pagone per "La Gazzetta del Mezzogiorno"

 

Un milione e mezzo di euro da trasferire in contanti a Dubai. E diecimila euro come premio per questo viaggio: un viaggio di lavoro e di piacere. La storia infinita dell'intreccio tra sesso, politica e affari si arricchisce di un nuovo capitolo, tutto da scrivere in base agli accertamenti che sarebbero già stati avviati dalla Procura di Bari sulla scorta di una nuova testimonianza.

Un ulteriore fascicolo d'inchiesta sarebbe stato aperto, infatti, per esportazione di valuta all'estero: ancora una volta, nella vicenda sarebbe coinvolta anche Patrizia D'Addario, sempre lei, la escort di lusso che ha rivelato di aver trascorso una notte con Berlusconi nella residenza del premier a Palazzo Grazioli a Roma.

 

I fatti, secondo l'ipotesi investigativa, risalgono alla fine di febbraio dello scorso anno. Di un lungo viaggio della D'Addario, con tappa anche in Qatar, ha parlato per primo (proprio con la Gazzetta) l'ex amante della stessa donna, quel Giuseppe Barba che la D'Addario ha fatto condannare per favoreggiamento della prostituzione, salvo poi continuare a vivere con lui per oltre un anno.

 

Nella sua intervista, alla fine dello scorso luglio, Barba rivelò un viaggio di Patrizia con un politico, un «assessore regionale importante», senza fornire ulteriori dettagli ed aprendo così la caccia all'uomo. I tre assessori regionali all'e poca titolati a missioni istituzionali per motivi economici hanno poi negato e stragiurato di essere mai stati in Qatar o comunque non in quel periodo e tantomeno in compagnia di quella donna.

 

Quel viaggio, dunque. Una ventina di giorni in tutto. Secondo quanto raccontò Barba, la partenza della donna e del politico alla volta di Roma sarebbe avvenuta da Foggia «per non farsi vedere insieme».

A quanto si è potuto apprendere, invece, la D'Addario sarebbe arrivata a Foggia con propri mezzi ed avrebbe poi continuato il viaggio per Roma in auto: l'auto di rappresentanza del politico o di un suo amico imprenditore, pure in partenza con la delegazione regionale costituita per incontri istituzionali e d'affari negli Emirati. L'autista avrebbe dunque accompagnato la donna sino a Fiumicino.

 

E i soldi? Le indagini puntano a verificare il racconto del testimone secondo il quale benché appariscente - o forse proprio per questo - la presenza della D'Addario sarebbe servita al trasferimento del denaro. Un milione e mezzo di euro, tutto in banconote da 500, confezionate in mazzette poco voluminose che sarebbero state nascoste nella guepière.

Ai tempi di tangentopoli, fu accertato che un miliardo di lire in banconote da centomila pesa quasi quattro chili e mezzo. In quel viaggio, dunque, il peso della D'Addario - qualora fosse accertato che davvero la signora si sia prestata a fare da corriere - grazie agli euro «indossati» sarebbe aumentato di tre chili: ogni banconota infatti pesa un grammo e di banconote da 500 ne servono tremila per mettere insieme un milione e mezzo.

A parte il lungo soggiorno con la delegazione della Regione Puglia, secondo l'ipotesi investigativa la D'Addario avrebbe incassato una ricompensa. Sempre in contanti, per il fastidio le sarebbe stato corrisposto un premio complessivo di diecimila euro. E lei con questi soldi avrebbe poi acquistato l'auto nuova, quella tuttora in uso: una «Ford Fiesta» di colore nero.

 

Ma questo è un dettaglio che non ha rilevanza per l'inchiesta. Questo nuovo filone d'indagine sarebbe emerso a seguito delle querele reciproche tra la D'Addario e Barba, i quali si sono appunto vicendevolmente accusati di lesioni e molestie finendo entrambi indagati dal pm Dentamaro per queste ipotesi di reato. E lo stesso pm avrebbe raccolto la deposizione del testimone.

D'Addario e Barba interruppero la loro relazione, durata quasi cinque anni, al ritorno di Patrizia da quel viaggio, cioè a metà marzo dello scorso anno. Nel 2006 lui era stato arrestato per effetto delle denunce della donna: patteggiò e fu scarcerato.

 

Quindi la relazione continuò come se niente fosse accaduto, e all'inizio di aprile del 2007 lei fece anche mettere a verbale dai carabinieri di accettare la remissione di una denuncia ulteriore perché si trattava solo di banali liti di coppia, perché invece conviveva felicemente con Barba non serbando più risentimenti nei suoi confronti.

Cosa abbia indotto la donna a restare con l'uomo che - secondo le sue stesse accuse - l'aveva costretta per anni a prostituirsi, al momento non è emerso. Così come non è emerso di chi fossero tutti quei soldi che sarebbero stati trasferiti di nascosto a Dubai: del politico? O del suo amico imprenditore? Si tratterebbe di un notissimo capitano d'impresa di un piccolo centro della Murgia barese, con interessi in svariati settori. Sempre che questo nuovo filone di inchiesta trovi prove e riscontri.

2 - LA SVOLTA DEL "MANIFESTO": DA MARX ALLA D'ADDARIO
Gianni Pennacchi per "il Giornale"

Che fosse ridotto male, acciaccato e pieno di guai, era noto da tempo. In verità ha sempre vissuto sul pelo - nel senso del filo beninteso, honni soit qui mal y pense - e con la canna dell'ossigeno a portata di mano, sin da quando è nato ormai quarant'anni fa. Del resto, che volete...

Son crollati muri e paradisi, son morti dei e profeti, volete che splenda di salute proprio il giornale che ha fatto del documento più famoso di Marx ed Engels la sua testata, e si fregia ancora dell'etichetta «quotidiano comunista»? Però nessuno immaginava che il glorioso Manifesto, tornato sotto l'autorevole direzione del pluridecorato Valentino Parlato, finisse improvvisamente e clamorosamente a puttane.

Non nel senso metaforico, beninteso: il Manifesto è ancora vivo e lotta insieme a noi, gli aficionados continuano a trovarlo in edicola pur se soffocato ormai da una pletora di quotidiani comunisti, post o vetero: Liberazione, l'Altro, l'Unità, Il Riformista, e Repubblica che li sovrasta tutti.

Dicevamo che è finito a puttane, nell'accezione concreta ed etimologica del termine. Ed anche se ormai quella parola è desueta, il «politicamente corretto» impone non udente al posto di sordo, operatore ecologico invece di spazzino, la realtà non cambia.

Se preferite dunque, diciamo che il Manifesto è finito ad escort. Sparandosi due pagine intere due - oltretutto le più importanti dopo la vetrina di un giornale - per una megaintervista a Patrizia D'Addario.

Nel numero di ieri, al prezzo di vendita di euro 2,60 per l'abbinamento con Le Monde diplomatique. Ma non crederete mica che il piatto forte fosse il supplemento d'Oltralpe... Via, la bomba che ha lasciato senza fiato i lettori stava in quei due paginoni della escort, intervistata da una firma di punta del Manifesto.

Voi che non avete mai avuto soggezione dell'intellighentia di sinistra, non frequentate le terrazze romane e v'annoiate quando vi imbandiscono lunghe, complicate e rarefatte analisi, certamente vi fermate al primo e più terragno interrogativo: ma questi scoprono la D'Addario soltanto adesso? E che altro avrà ancora da rivelare la ciarliera e intraprendente ragazza? Bell'esempio dello «stare sulla notizia»!

Certamente avete ragione, ma il problema è che un tale scoop non lo ha fatto la Gazzetta di Peretola o un giornale «normale», bensì il prototipo nostrano del quotidiano che «vola alto», la maestrina dalla penna rossa (o la mosca cocchiera, se preferite) della sinistra nostrana dal Sessantotto fino a ieri, il foglio (con la effe minuscola) che ambiva al ruolo di prima lettura mattutina per ogni intellettuale verace e riconosciuto da sinistra a destra.

Signora mia, come siam caduti in basso. Dai reportage sulla Cina, la realtà di Cuba vista da sinistra, il dissenso di ieri e di oggi in Russia, il malcontento operaio nelle grandi fabbriche del Nord e del Sud, alla sciagurata - nell'accezione manzoniana, beninteso - di Tarantini.

Ma non ha insegnato nulla a quelli del Manifesto e in particolare a Parlato, lo scivolone del Riformista? Anche Antonio Polito s'era lanciato a pubblicare le memorie pecorecce dell'amante di un ministro in carica. Facendo la gioia degli addetti ai lavori, che si sono scatenati nella facile caccia per individuare l'onorevole tapino. Ma suscitando le ire dei suoi lettori che lo hanno subissato di proteste: oh, compriamo 'sto giornale per leggere cose serie, se volevamo storie di pelo (nell'accezione umana) c'erano già Le Ore o Repubblica.

L'intervistatrice però è giornalista in gamba e intelligente, di sane esperienze femministe. Poiché a metà dell'intervista Patrizia precisa di aver smesso di «lavorare», lei la incalza domandandole se lavorava «per il piacere maschile, per il tuo piacere, per i soldi, per i soldi e il piacere, per i soldi contro il piacere?».

E come volete che risponda, la poverina? Avete indovinato: «Io non ho mai provato nessun piacere a fare la escort. Proprio no». Quelli di Repubblica dovrebbero chiedere aiuto al Manifesto, per il tormentone delle 10 domande 10.

Ma non era il Manifesto, che si scandalizzava e scriveva commenti indignati, quando al congresso radicale arrivavano Carla e Pia, le rappresentanti delle lucciole di Pordenone, che fiere di fare le puttane rivendicavano diritti e rispetto? Non era questo, il fiore all'occhiello della libera e nobile stampa, per il quale i giornalisti italiani versavano 1/26 della loro busta paga? Quello che ciclicamente faceva sottoscrizioni e numeri a 50mila lire perché non si spegnesse il faretto della diversità?

Il giornale che ha sfornato professorini e maestri di pensiero andati a inseminare l'intero arco costituzionale dell'editoria, da Lucia Annunziata a Gianni Riotta e Riccardo Barenghi? Ridotti a megafonare la «sfida di Patrizia» al premier «sulle loro vicende, sulle sue tecniche di seduzione, sullo scambio tra sesso e potere» e, udite, udite, «sul rapporto fra uomini e donne». E va bene che ognuno è obbligato a rincorrere i suoi guai, ma un whisky al Roxy Bar non era meglio della pozza di san Patrizia?

2- UNA PURA FINZIONE...
Ida Dominijanni per "Il Manifesto"

Dopo tutti i racconti sentiti e le interviste lette era rimasta una curiosità per la donna Patrizia D'Addario. Aumentata pochi giorni fa, quando allo show di Berlusconi alla Maddalena lei ha risposto sfidandolo a un confronto diretto «sulle nostre vicende specifiche, sulle tecniche di conquista, sui rapporti uomo-donna, sul sesso e il potere».

Quel confronto, va da sé, è inutile aspettarselo (a proposito: non è vero che Patrizia abbia cercato di imbucarsi all'inaugurazione della Fiera del Levante, per incontrare il premier che poi non c'è andato).

Qui di seguito ce n'è però qualche ingrediente. Patrizia ha accettato di parlarne, in presenza delle sue avvocate, solo perché eravamo fra donne senza uomini, come nel primo femminismo o come nel film di Shirin Neshat premiato col leone d'argento a Venezia.

Non cercavo, e non troverete, rivelazioni ulteriori sui noti fatti di Palazzo Grazioli, né particolari «piccanti», per usare un aggettivo caro al premier. Quello che viene fuori è il ritratto di una donna alquanto diverso da quelli fin qui pervenutici con l'immancabile didascalia «escort di alto bordo».

Credevo di trovarmi di fronte a una professionista che rivendica il suo mestiere, invece Patrizia ne parla al passato e senza alcuna fierezza, arriva all'appuntamento in lacrime perché non riesce a iscrivere sua figlia nella scuola che vorrebbe e racconta a mezza bocca una storia violenta di iniziazione alla prostituzione.

Mi aspettavo una ragazza-immagine in grado di calcolare e contrattare le sue mosse, invece scopro una donna impigliata nel risarcimento del suicidio di suo padre, e inciampata nella classica illusione femminile di un incontro con una sensibilità maschile rivelatasi invece un bluff, «una finzione reale pura».

In presa diretta, altre cose trovano invece conferma. Un sistema di scambio corpo-danaro-potere che a suo dire è più esteso e radicato di quanto si pensi, incardinato su una colonizzazione dell'immaginario femminile che sogna solo comparsate in tv. Un sistema di mercificazione non solo del sesso ma delle relazioni, in cui si pagano come prestazioni le chiacchierate, la compagnia per un viaggio, la bella presenza a un convegno, una serata a teatro: è la prostituzione al tempo del postfordismo.

Una virilità ridotta al resto di niente che non ha bisogno di comprarsi solo il sesso ma anche l'ammirazione e la soddisfazione narcisistica, passando sul confine fra ricattabilità sociale e disponibilità sessuale femminile.

Il presidente del consiglio dice che può denunciarti per reati che comportano fino a 18 anni di carcere. Tu ti senti colpevole di qualche reato?
Assolutamente no, che reato avrei commesso?

Umberto Bossi dice che dietro le escort c'è la mafia, che gli rispondi?
Dietro di me non c'è proprio nessuno. Sono sola, più sola di così...e anche prima di questa avventura ero una ragazza sola, che cercava di andare avanti in qualche modo e di mantenere la famiglia. Senza grilli per la testa, come si dice. Hanno scritto che mi piace fare la bella vita, io non ho mai fatto la bella vita. I soldi che guadagnavo mi servivano per pagare i debiti di famiglia, dopo il suicidio di mio padre.

Che facevi negli Stati uniti, prima del suicidio di tuo padre?
L'illusionista e la modella, per un paio d'anni, a Los Angeles. Avevo casa a Hollywood. Adoro gli Stati uniti, la mentalità, l'ambiente artistico.

Lì non facevi la escort?
Assolutamente no, è una cosa che ho fatto per poco tempo. E comunque non corrisponde al ritratto di prostituta d'alto bordo che mi hanno cucito addosso.

Mi spieghi la differenza fra una escort e una prostituta? Mi è parso di capire che le escort fanno prestazioni affettive, non solo sessuali. Rassicurano, gratificano, accompagnano, fanno le fidanzate a tempo in un certo senso.
Le escort vanno a cena, accompagnano a teatro, in viaggio...ma non è che la escort sia quella di lusso e la prostituta quella di strada. C'è dignità anche nelle prostitute di strada. Non credo che si divertano o che gli piaccia la vita che fanno. Escort o prostituta, se una donna fa questo lavoro è per necessità, o per per problemi familiari, o perché è stata portata violentemente a farlo.

È il tuo caso?
Un fidanzato violento, sì. Un capitolo molto oscuro della mia vita, subito dopo la morte di mio padre. Prima di conoscere quest'uomo non avevo mai fatto la escort.

Insomma secondo te non è un lavoro come un altro, o che si possa fare per scelta, come talvolta si rivendica nel movimento per i diritti delle prostitute?
Io penso proprio di no. Forse alcune, poche, lo fanno per il piacere di arricchirsi. Io l'ho fatto per superare dei problemi, ma senza mai starci bene. Anche se molte volte si trattava solo di andare a cena e chiacchierare per ore e ore - sono una che sa ascoltare e gli uomini parlano molto con me. Per queste prestazioni non credo che il termine adatto sia prostituta.

Tu fai anche sesso però.
Non prevalentemente, nella maggior parte dei casi accompagnavo gli uomini nei viaggi di lavoro, magari guidavo la macchina mentre loro parlavano di affari al telefono. Non sono «sporca» come mi hanno dipinta: c'è di peggio, ti assicuro.

Veniamo alla tua sfida a Berlusconi. Hai detto che sei pronta a un confronto diretto «sulle vostre vicende specifiche, sullo scambio sesso-potere, sulle tecniche di seduzione, sui rapporti fra uomini e donne».
Sì, non ha risposto.

Qualcosa puoi dire a distanza. Anche se sulle vostre vicende hai detto già tanto, e io non voglio insistere più di tanto. C'è un punto però su cui non si può non tornare. Berlusconi dice di non avere mai pagato per una prestazione sessuale. Ed effettivamente te non ti ha pagata, no? Niente buste, niente soldi dopo quella notte passata insieme. Il presidente avrebbe dovuto farti un regalo, che poi non ti ha fatto.
Infatti. Perché io gli parlai del mio residence, e lui promise di aiutarmi. E io credetti che il suo regalo fosse quella promessa.

Ad altre ragazze, che tu sappia, le ha date queste buste?
Qualcuna l'ha già detto, che ha ricevuto una busta.

Sì, ma si sarebbe trattato appunto solo di un regalo, diecimila euro. Quindi se il presidente dice di non aver mai pagato per una prestazione sessuale, forse intende che ha fatto solo dei regali, gratuiti.
Sarà...

Del resto, non è che una prestazione sessuale costi 10.000 euro, o sì?
Dipende con chi.

Sesso e potere. Fai finta di essere una sociologa: che idea ti sei fatta di come funziona questo rapporto oggi in Italia?
Semplice: mi son fatta l'idea che dall'Italia è meglio andarsene. In Italia non vai avanti se hai doti, meriti, bravura: devi solo essere al posto giusto, conoscere la persona giusta, e non essere ribelle. Così ottieni tutto.

Vale solo per le donne?
Soprattutto per le donne, ma anche per gli uomini.

Ma gli uomini di potere in questo scambio che cosa cercano, e cosa ottengono?
Quello che hanno sempre voluto.

Cioè sesso? Ma solo sesso? O anche ammirazione, compiacimento, compagnia, soddisfazione narcisista? A Repubblica hai detto che a palazzo Grazioli c'era una sorta di harem, ma che mentre «nei veri harem c'è rispetto per le donne, lì c'era solo lui». Puoi spiegarmi meglio? Ti è sembrata una situazione allestita per il narcisismo del Capo?
Lui è lì al centro dell'attenzione. E' un ottimo padrone di casa, cordiale e affettuoso, arrivava con questi pacchettini e tutte erano lì adoranti, facevano la gara a chi ne riceveva di più, e lui era compiaciuto di questo, lui ama circondarsi di ragazze, ogni cena è un'occasione per conoscerne di nuove. E fra queste ragazze c'è molta competizione. Una gara agguerrita per piacergli. E poi c'è la prescelta, o le prescelte.

Tecniche di seduzione. Il presidente dice: «Non ho mai pagato una lira per fare sesso, mi piace la seduzione e la conquista». Tu ti sei sentita sedotta e conquistata da lui?
La prima sera no. Eravamo lì in tante, il presidente alcune le conosceva altre no. Sapeva benissimo chi gli portava Tarantini. E' stato molto galante, è venuto lui da me a presentarsi, mi ha chiesto che cosa faccio e se volevo andare in televisione, ballare, cantare, gli ho risposto di no, che della tv non me ne importava niente.

Più tardi ha detto, davanti a tutti, «c'è qui una ragazza che non si fida più degli uomini, le faremo cambiare idea», evidentemente sapeva tutto di me da Tarantini che s'era rivenduto la mia storia, e io mi sono arrabbiata perché parlava dei fatti miei a voce alta. Non ero ammaliata, non ho fatto la ola come le altre, e quando prima Tarantini poi il presidente stesso mi hanno chiesto di restare per la notte ho risposto «no grazie» e me ne sono andata.

Forse è stata proprio questa mia freddezza che l'ha incuriosito, mentre tutte fibrillavano per una comparsata in una fiction o al Grande Fratello, e lo ha spinto a richiedermi a Tarantini per la seconda volta. Già che ci sono, su quella prima sera vorrei puntualizzare che io avevo pattuito con Tarantini 2000 euro per la cena e basta, non, come qualcuno ha scritto, 1000 per la cena e altri 1000 se restavo. Invece ne ho avuti solo 1000.

Perché non sei rimasta? Solo perché non era nei patti, o perché non eri ammaliata? O per la situazione? Hai già detto che c'erano altre escort, due lesbiche fra le altre. Era una situazione imbarazzante? Era troppo?
Posso solo dirti che c'erano altre ragazze, e che qualcuna dice che non mi conosce e non mi ha mai vista, invece io c'ero e le ho viste, ragazze che lavorano in televisione, la prima sera ce n'era più d'una, compreso qualche nome che non è ancora uscito.

E la seconda sera?
La seconda sera era diverso. Non c'erano tutte quelle ragazze della prima volta, ed era programmato che restassi. Avevo accettato credendo davvero che lui avesse interesse per me, per la mia vita, per il mio problema. Lui cerca di colpirti dimostrando una grande sensibilità. Ma è tutta una finzione, una finzione reale pura. La verità è che siccome con l'offerta di andare in tv non funzionava, lui è passato per la porta del mio cuore. Ha fatto leva sul suicidio di mio padre.

E' questo che gli diresti sulle tecniche di conquista se accettasse il faccia faccia?
Questo, e altre cose sui momenti intimi che abbiamo avuto. Quella notte è stata lunga, le sue tecniche di conquista ha avuto modo di sfoderarle tutte. Sembrava affettuoso, ma era finto. E ora dice che mi manda in galera per 18 anni...voglio che me lo dica in faccia.

Dalla registrazione della telefonata del giorno dopo, anche tu sembri affettuosa. Era una cosa vera o faceva parte della prestazione?
No, io non recito mai. Avevamo passato insieme la notte e questo per me aveva creato una intimità.

Quella notte era il 4 novembre, tutti avevamo altro per la testa. Tu non eri curiosa delle elezioni americane?
Sì, ma finché c'erano anche gli altri le abbiamo seguite su un video. Quando Obama è stato eletto eravamo soli. Il presidente è stato chiamato da qualcuno, è tornato e mi ha detto «abbiamo il nuovo presidente americano».

Come l'ha presa?
Era tranquillo. Ma non ne abbiamo parlato tanto.

Com'è Palazzo Grazioli?
Bello. Un po' kitsch però.

Hai esordito dicendo che sei sola, «più sola di così...». Ti senti sola?
Mi aspettavo più solidarietà. Soprattutto da parte delle donne.

Delle donne in generale, o di quelle ragazze che erano lì con te?
Anche da parte di quelle ragazze lì.

I tuoi rapporti con Barbara Montereale come sono? Si sono rotti?
Non c'era evidentemente alcuna amicizia. Le vere amiche nei momenti difficili ti stanno vicino, lei ha tentato di infangarmi. Mi ha attribuito una volontà di vendetta, io non ho mai meditato vendette. Avrei potuto fare nomi, descrivere situazioni, ma ho parlato solo di me stessa.

C'è ancora un sacco di gente che si chiede perché hai parlato, anche se tu l'hai detto un sacco di volte.
C'era stato quel furto orribile che ho vissuto come una violenza.

O un avvertimento?
Tutt'e due. M'è sparito tutto, vestiti, agende, cd, computer, foto...hanno invaso la mia vita, la mia personalità, tutto. Hanno lasciato un televisore e altre cose di valore e hanno preso la biancheria intima. È chiaro che cercavano qualcosa.

I nastri?
Chi era lì cercava qualcosa.

Fra le donne, femministe e non, c'è un po' di reticenza, capisco che tu dica che ti aspettavi più solidarietà. C'è chi solidarizza con Veronica Lario e con te, e c'è chi diffida di Veronica - è ricca, dicono, e poteva lasciarlo prima - e di te perché comunque sei una escort e «questa storia mi fa complessivamente schifo». L'altra ragione di reticenza, più specificamente femminista, è l'idea che le escort lavorano comunque per il piacere maschile, non per il proprio desiderio, e questo a tante, me compresa, non va giù. Da escort, tu lavori...
Lavoravo: ho smesso.

...lavoravi: per il piacere maschile, per il tuo piacere, per i soldi, per i soldi e il piacere, per i soldi contro il piacere?
Io non ho mai provato nessun piacere a fare la escort. Proprio no. L'ho fatto solo per necessità, e comunque cercavo di scegliere uomini con cui almeno potessi parlare. E col caratterino che ho, ho mandato a quel paese un sacco di persone e di situazioni.

Forse hai potuto parlare proprio perché non eri tanto presa dal gioco.
Non mi sono mai fatta coinvolgere, pur avendo e chiedendo rispetto. Nel caso di persone arroganti rinunciavo. Tante che oggi dicono che non hanno mai fatto la escort e che fanno le modelle, le attrici, le ragazze immagine accettano di ben peggio. E' capitato anche durante un viaggio a Dubai, ho detto di no a uno che mi voleva a cena, non mi piacevano i suoi modi, e lui m'ha detto «chi ti credi di essere, Naomi Campbell?» E io: non mi credo niente, ma non voglio la tua compagnia.

Naomi, Noemi. Una volta hai detto che di fronte alla storia di Noemi Letizia eri senza parole. Ne hai trovate nel frattempo?
Tutte recitano un copione e il copione è sempre uguale. Lo vedi anche dalle dichiarazioni che sono state rilasciate. Il ritornello è sempre quello.

Quale? «Sono senza macchia, non ho fatto niente, voglio solo fare l'attrice»?
Per fare la modella non c'è bisogno di andare a delle cene, una fa i provini, il cast. Quando facevo la modella io non andavo alle cene, mi invitavano ma non ci andavo, ho fatto dei sacrifici, avevo un gruppo di dieci persone che lavoravano con me e con cui dividevo quello che guadagnavo.

Perché hai accettato di candidarti nella lista "La Puglia prima di tutto"? Che t'aspettavi da quella candidatura, o da quella a Strasburgo? E ti sentivi davvero in grado di fare politica?
Tarantini mi chiese il curriculum per le europee, poi mi disse che la moglie di Berlusconi aveva fatto casino e che bisognava soprassedere, e in cambio mi offrì «La Puglia prima di tutto». Perché accettai? Sempre con l'idea che mi potesse essere utile per concludere il progetto che ha portato al suicidio mio padre. E' il mio unico obiettivo, gliel'ho promesso sulla sua tomba.

Secondo te il sistema sesso-potere è legato a Silvio Berlusconi o va avanti anche senza di lui?
E' incardinato su di lui, ma può sopravvivergli.

Hai fiducia nell'inchiesta della magistratura?
Sì, certo. Ma il problema è che tutto quello che è successo sta facendo del male alla mia famiglia, mia madre, mia figlia. Non ho protezione. Non ho lavoro. Certo ho la soddisfazione di aver detto la verità, ma che ci faccio?

Perché sei andata a Venezia? Per fare un po' la diva?
No, non è vero. Mi ha convocata lì la Tv australiana Abc per un reportage, io non ero mai stata al Lido e neanche sapevo che la barca mi avrebbe scaricata nel cuore della mondanità.

Che vorresti fare adesso?
Finire questo benedetto residence, che mi darebbe anche da vivere. Spero che presto si sblocchi il problema amministrativo che lo blocca. Altrimenti racconterò la sua storia vera.

Sei in partenza per Parigi. Stai meglio lì che qui?
Sì. Qua non respiro più. Anche se mi sforzo di sorridere, che devo fare? se piango è peggio.

Che pensi di Veronica Lario?
Mi pare una donna forte, una donna che ha sofferto, anche lei. Giusto stanotte non riuscivo a dormire e ho letto un libro su di lei.

Curiosità: hai un'idea del femminismo, e quale?
Penso questo, che ci sono tante donne in gamba, più degli uomini, e che spesso alle donne tocca fare la parte delle donne e degli uomini.

 
[16-09-2009]

 

 

 

FURBETTI DELLA SUINA - MA GUARDA UN PO’, L'INFLUENZA A È UN AFFARE DA 500 MILIONI DI DOLLARI E ARRIVA PROPRIO MENTRE I GOVERNI RIDUCONO LA SPESA SANITARIA - IL N.1 DI ASTRAZENECA, DAVID BRENNAN, IN POLE NELLA CACCIA AL VACCINO: “L'IMPATTO POSITIVO SUI CONTI È RILEVANTE”…

Luca Davi per "Il Sole 24 Ore"

In palio ci sono 500 milioni di dollari. Abbastanza anche per un colosso che nel 2008 ha registrato ricavi per 31,6 miliardi di dollari. Per questo AstraZeneca, gruppo farmaceutico anglosvedese tra i primi sei al mondo, non vuole perdere tempo. Nella gara alla produzione dei vaccini contro l'influenza A/H1N1, spiega il ceo del gruppo, David Brennan, in un'intervista concessa al Sole-24Ore, «è solo una questione di velocità».

Essere più rapidi delle altre compagnie del Big Pharma nello sviluppare i brevetti, nell'ottenere il via libera dalla autorità regolatrici e nel commercializzare i farmaci (AstraZeneca è l'unica ad aver proposto nelle scorse settimane un vaccino in spray), può essere decisivo. Soprattutto per rivitalizzare ricavi che nel primo semestre sono rimasti stazionari, a circa 15,6 miliardi di dollari.

Lo scoppio dell'influenza A sembra essere arrivato al momento giusto: le società farmaceutiche sono alle prese con la riduzione della spesa sanitaria da parte dei governi...
Non c'è dubbio. Le aziende che producono farmaci antivirali stanno traendo beneficio dalla fase attuale: i governi aumentano gli stoccaggi di medicine e l'impatto positivo sui conti è rilevante.

E per voi, quale sarà l'effetto sui conti?
Con il governo americano abbiamo un contratto di fornitura da 12 milioni di dosi dal valore complessivo di 120-140 milioni di dollari. Tuttavia, se l'amministrazione Obama acquisterà tutta la fornitura che oggi abbiamo già a disposizione, e posto che i produttori ci forniscano i dispositivi inalatori, potremmo raggiungere un giro d'affari globale di circa 500 milioni di dollari.

Gli allarmismi sono giustificati?
Nessun virus ha mai infettato così tante persone in così tanti paesi così velocemente. E da decenni la Oms non pronuncia la parola "pandemia", così come è accaduto nelle scorse settimane. C'è da temere un picco in autunno: difficile prevedere ora quanto sarà grave.

In tutto il mondo state ristrutturando la catena produttiva. Ai tagli faranno da contraltare investiment?
Per la fine del 2013 contiamo di aver eliminato 15mila posizioni (65mila gli impiegati complessivi, ndr): alcune persone saranno riallocate. Ridurremo settori come produzione e ricerca e sviluppo. Nel frattempo lanceremo nuovi prodotti per il trattamento di malattie cardiovasco-lari, metaboliche, per l'oncologia e la gastroprotezione.

E in Italia? Lo scorso giugno avete venduto a l'unico vostro stabilimento produttivo esistente in Italia, a Caponago. Qui rimane solo l'amministrazione...
Per il momento non sono previsti licenziamenti. Non possiamo invece commentare le strategie della nuova azienda (Icig, International Chemical Investors Group, ndr). Spetterà al nuovo management prendere le decisioni, tuttavia confidiamo che i prodotti che verranno realizzati in futuro garantiscano la continuità operativa.

A proposito di strategie, la politica sanitaria del presidente Obama vi preoccupa?
In qualità di presidente di turno di PhRma, l'associazione composta da circa 30 delle maggiori case farmaceutiche mondiali, posso dire che alcune idee sono buone, altre vanno migliorate. Di sicuro non accetteremo un controllo governativo sul livello dei prezzi. Siamo sostenitori di un sistema basato sulla libera concorrenza.

Per lungo tempo siete stati citati come obiettivo di fusioni o acquisizioni.
Nonostante le recenti operazioni nel settore, sono convinto che economie di scala crescenti non garantiscano necessariamente benefici nel nostro settore. Al momento stiamo sondando il terreno ma per acquisire tecnologie e know-how tramite l'assorbimento di piccole società, non grandi gruppi.

Alcuni analisti hanno declassato il giudizio sul vostro titolo a Londra. Siete preoccupati?
Sono ottimista per quanto riguarda la potenziale creazione di valore della società, mentre è il mercato a decidere il prezzo del titolo. Tuttavia rimango fiducioso: molto del nostro valore è ancora sotto traccia. E anche grazie al lancio di nuovi prodotti nei prossimi mesi, riusciremo a esprimerlo.

 
[15-09-2009]

 

 

 

 

HITLER SEGRETO – “QUEI VIGLIACCHI DI ITALIANI STANNO PER TRADIRE MUSSOLINI” – I VERBALI DELLE RIUNIONI DEL QUARTIER GENERALE - NEL MAGGIO DEL '43 IL FUHRER ERA GIÀ CERTO DEL CROLLO DEL FASCISMO: “IL DUCE NON È RIUSCITO A IMPORSI SULLA CASA REALE, GENTE INSIGNIFICANTE”…

Da "Il Giornale"

Dal dicembre del '43 alla primavera del '45 Adolf Hitler fece registrare dal suo servizio stenografico le riunioni quotidiane tenute al quartier generale da cui dirigeva le operazioni. Gran parte di quei preziosissimi fogli vennero bruciati i primi di maggio del '45, a causa del tracollo tedesco e in previsione dell'occupazione statunitense. Ma un bel po' di pagine si salvarono. E sono proprio quei fogli, opportunamente arricchiti da apparati e note esplicative, a costituire I verbali di Hitler, pubblicati per la prima volta in Italia dalla Libreria Editrice Goriziana.

 

Il primo volume dei verbali (quello relativo al periodo '42-43, a cura di Helmut Heiber) sarà distribuito da sabato prossimo e verrà presentato, a Pordenonelegge, domenica 20 settembre in una conversazione pubblica fra il politologo Giorgio Galli e l'analista politico-militare Fabio Mini.


Se quella volta fossi andato contro l'Italia sarebbe crollata subito. Allora gli ho fatto notare che non... Quella volta ho detto: «Non lo dimenticherò mai!». E non lo dimenticheremo. Quella volta, al ricevimento a Roma - me lo ricordo ancora - ho percepito chiaramente che questi due mondi sono comparsi troppo bruscamente: da un lato, senza dubbio, il calore fascista dell'accoglienza ecc. e dall'altro l'atmosfera assolutamente gelida del mondo militare e di corte, gente comunque insignificante o vigliacca.

Per come la vedo io, tutti quelli che hanno patrimoni da più di 250.000 marchi di solito diventano vigliacchi perché vogliono vivere dei loro soldi e poter stare seduti sui 250.000 marchi. Perdono tutto il coraggio. Quando uno ha 1 o 2 milioni si può stare tranquilli, quella gente non farà né rivoluzioni né altro. Per questo sono contro tutte le guerre anche se vedono che i loro popoli muoiono di fame; per loro è indifferente. Sono quelli del «cuoio russo» .

 

Se in un Paese così tutto venisse distribuito equamente, - se ognuno ricevesse almeno quello che gli spetta sulla carta, perfino in Inghilterra la gente avrebbe una certa sensibilità per la possibilità di espansione imperiale. Ma non è questo il caso. Quella gente fa la bella vita. Non le manca nulla, ha tutto; solo per i poveri diavoli va male. A Roma ho ben visto com'è il fascismo. Non è riuscito ad imporsi al mondo della corte. Un ricevimento a corte come quello - meglio non parlarne - è uno spettacolo che naturalmente dà la nausea a chi la pensa come noi. Ma addirittura anche dal Duce, e perché? Perché tutto il mondo di corte vi si intrufola. Anche Ciano è così.

Dovevo accompagnare a tavola la contessa Edda Ciano. Ma di colpo piomba dentro Philipp con la sua Mafalda e tutto il programma va all'aria. Grande confusione. Ed io ho dovuto prendere la Mafalda come vicina di tavolo. Cosa mi importa della Mafalda? Per me la Mafalda è la consorte di un Oberpräsident tedesco, punto, chiuso, nient'altro! E poi non ha qualità intellettuali così spiccate da farmi dire che la signora sia affascinante - e non intendo parlare della bellezza fisica, solo di quella intellettuale. Da qui però si è visto com'è la situazione generale: al Quirinale tutto mischiato e invischiato di quella roba; dove ancora c'erano realmente tutti i fascisti e le guardie del corpo la separazione era molto evidente. I funzionari di corte li hanno definiti...

Per me il punto critico principale è: qual è lo stato di salute del Duce? Questa è la cosa decisiva per un uomo che deve prendere decisioni così difficili. E secondo: che opportunità ritiene ci siano per l'Italia nel caso che, diciamo, la rivoluzione fascista o la casa reale scompaiano? Questi sono i due problemi. Perché o la casa reale subentra alla rivoluzione fascista - in questo caso che opportunità potrebbe avere il suo popolo - o quali potrebbero essere se la casa reale prendesse il potere da sola; e questo è difficile da dire. Quando eravamo assieme a Kleßheim ha fatto un commento a tavola; improvvisamente ha detto: «Mio Führer, non so, non ho alcun successore nella rivoluzione fascista; come capo di stato avrò un successore, si troverà, ma un successore nella rivoluzione non c'è». - Questo naturalmente è davvero tragico. La sua pena è iniziata già nel 1941, quando eravamo nel secondo quartier generale, giù nel viadotto ferroviario, già nella campagna di Russia.
(20 maggio 1943)

Il Duce si è dimesso. Non è ancora confermato: Badoglio ha assunto il governo, il Duce si è dimesso . Probabilmente per desiderio del re, su pressione della corte. Ho già detto ieri qual è la posizione del re... Stavo già pensando -, la mia idea sarebbe che la 3ª divisione corazzata granatieri occupasse subito Roma e scardinasse immediatamente tutto il governo...
(25 luglio 1943)
 
È del tutto indifferente, in Vaticano ci entro subito. Crede che abbia soggezione del Vaticano? Quello lo prendiamo subito. In primo luogo là dentro c'è tutto il corpo diplomatico. Me ne infischio. La gentaglia è là e noi tireremo fuori tutto quel branco di porci... Poi in un secondo momento ci scusiamo, questo non ci importa. Là facciamo una guerra...
(25 luglio 1943)
 
in breve la situazione è questa: in Italia è avvenuto quello che temevo ed a cui avevo già accennato anche recentemente nella riunione con i generali; è una rivolta che parte dalla Casa reale o dal maresciallo Badoglio, quindi dai nostri vecchi nemici. Il Duce è stato arrestato ieri. È stato invitato a recarsi al Quirinale per dei colloqui ed al Quirinale è stato arrestato e poi immediatamente deposto con questo decreto. Poi è stato formato questo nuovo governo che naturalmente ufficialmente dichiara ancora di collaborare con noi. Naturalmente è tutta una copertura per guadagnare qualche giorno e consolidare il nuovo regime. In sostanza il nuovo regime, naturalmente, dietro di sé non ha nulla a parte gli Ebrei e la plebe che a Roma si fanno sentire, questo è chiarissimo.

Ma comunque al momento ci sono e adesso è urgente e necessario che agiamo. In realtà ho sempre temuto questi sviluppi. Proprio per questo motivo ero così preoccupato di partire troppo presto qui all'est, perché ho sempre pensato che sarebbero subito iniziate le danze a sud: gli Inglesi ne approfitteranno, i Russi ruggiranno, gli Inglesi sbarcheranno, e dagli Italiani il tradimento, vorrei dire, era nell'aria.

 
[11-09-2009]

 

 

 

QUESTA "DEMOCRAZIA" È ARGENTINA! – INTOSSICATA DI BOTULINO, MUTILATA DI PLASTICHE, LA SIMPATICA PRESIDENTESSA KIRCHNER SPEDISCE 150 ISPETTORI DEL FISCO NELLA REDAZIONE DEL "CLARIN", GIORNALE DI BUENOS AIRES CHE HA OSATO CRITICARLA...

Roberto Da Rin per "Il Sole 24 Ore"

Uno scontro frontale. Da una parte il governo argentino di Cristina Fernandez de Kirchner. Dall'altra Clarin, primo gruppo editoriale argentino. Ieri l'epilogo odioso di una vicenda che ha radici lontane: centocinquanta ispettori del fisco sono stati inviati presso la sede del quotidiano Clarin per effettuare verifiche, in seguito a presunte irregolarità.

La maggior parte della stampa argentina ha stigmatizzato l'iniziativa di Afjp, (il sistema previdenziale argentino, omologo al nostro Inps ma con funzioni di verifica fiscale) proprio perché pare chiaro il mandante, ovvero il governo.

clarin

L'invio degli ispettori non è un fulmine a ciel sereno. In queste settimane si sta discutendo una nuova legge sui media, mirata a ridurre la concentrazione nel settore. La proposta di legge che verrà presentata domani dal Governo è un testo molto articolato di 168 articoli. I punti salienti sono questi: un gruppo editoriale non potrà possedere un canale in chiaro e uno a pagamento (che abbia uno share del 35%) nella stessa provincia. Inoltre sarà vietato, a uno stesso editore, possedere più di 10 licenze per le frequenze radiofoniche.

La nuova legge sostituirebbe la precedente, varata negli anni Settanta, in piena dittatura, dal governo Videla. Il gruppo Clarin, nei ripetuti editoriali del direttore Ricardo Kirschbaum, replica che il proposito di ridurre la concentrazione «si trasforma in una legge statalista, tagliata su misura per annientare il principale gruppo editoriale del Paese». «Dei tre principali gruppi editoriali solo uno sarà privato, gli altri due pubblici. Tutto ciò - dice Kirschbaum - ridisegna a uso e consumo del governo la mappa dei poteri mediatici».

 

La questione ovviamente ha una forte connotazione politica. Per l'opposizione di centrodestra la nuova legge ha obiettivi chiari ed è portata avanti da un Parlamento delegittimato dal voto dello scorso 28 giugno, data delle elezioni legislative in cui la "presidenta" ha incassato una sconfitta netta. Tuttavia i nuovi parlamentari siederanno al Congresso solo a partire dal prossimo dicembre.
Lo scontro tra governo e Clarin in verità presenta anche un secondo livello di lettura che include nel dibattito la sfera finanziaria.

I miglioramenti tecnologici nel settore delle tlc consentiranno alle compagnie fornitrici di servizi, di offrire il Triple play, un unico abbonamento con cui il cittadino acquista servizi di telefonia, tv e internet. Un grande business da cui Clarin, con la nuova legge, rimarrà fuori. Mentre il governo, tramite la costituzione di nuove società di telecomunicazione, potrebbe diventare operatore e beneficiare dell'affare.

 
[14-09-2009]

 

 

 

23 SETTEMBRE, ‘IL FATTO’ IN EDICOLA: NULLA SARà COME PRIMA NELLA STAMPA DI SINISTRA - IL ‘DIVO’ TRAVAGLIO CON PAdellaro e colombo ruberà lettori a ‘repubblica’ e ‘unità’ - ‘SVUOTATO’ L’ESPRESSO: PETER GOMEz E MARCO LILLO, BONAZZI SOLO COLLABORAZIONE - “racconterà i fatti, senza predicozzi e senza antiberlusconismo di maniera” - DOMANI FELTRI AL 'GIORNALE' E 'LIBERO' ANNUNCIA CHE LUNEDì PROSSIMO SARà IN EDICOLA

1 - PRECISAZIONE DI FRANCESCO BONAZZI AL PEZZO DI FABIO MARTINI SU ‘LA STAMPA': NON HO LASCIATO L'ESPRESSO
Riceviamo e pubblichiamo:

Caro Dago, scusami se ti uso come buca delle lettere, ma il tuo sito è letto anche da tutti i colleghi e quindi ne approfitto per chiarire una piccola faccenda personale a cui tengo molto.

Sulla Stampa di oggi c'è un articolo di Fabio Martini che giustamente coglie il lato forse più bizzarro di questa entusiasmante avventura che sarà Il Fatto Quotidiano: molti di noi "fondatori" vengono dall'Espresso. E' vero, però il sottoscritto viene (per brevità) inserito tra coloro che "hanno lasciato" il settimanale.

Non è vero, perchè sono ancora collaboratore dell'Espresso e spero di rimanerlo per sempre. L'anno scorso mi sono dimesso da articolo 1 per ragioni familiari: avevo bisogno, dopo 10 anni trascorsi a Roma, di tornare al Nord e riavvicinarmi ai miei genitori. Ne ho parlato con Daniela Hamaui e Roberto Moro, che mi hanno accontentato.

Per essere trasferito a Milano, però, avrei dovuto aspettare almeno un anno perchè prima di me lo aveva chiesto Paolo Biondani, che è anche un grande amico e non meritava certo di essere scavalcato. Però non potevo aspettare così tanto e quindi mi sono dimesso e trasferito in breve tempo.

Oggi ho una collaborazione fissa con l'Espresso, dove cerco di scrivere circa trenta pezzi l'anno e dove mi pagano 1.500 euro al mese, e naturalmente non ho più l'esclusiva.

Sono felice di essere un freelance e quando Antonio Padellaro mi ha proposto di curare l'economia per il Fatto gli ho detto sì e ho smesso di collaborare con la Stampa. Anche al Fatto guadagnerò circa 1.500 euro al mese, che sommati con gli altri fanno più o meno quei tremila euro che guadagnavo all'Espresso da dipendente.

Questo è quanto mi basta per vivere più che bene e lavorare in modo - spero- dignitoso. Se poi mi dovessi accorgere che lavorare contemporaneamente per il Fatto e l'Espresso è impossibile, sarò il primo a dimettermi dall'uno o dall'altro. A quel punto mi offrirei come scrivano del tuo sito. Grazie e in bocca al lupo

2 - 23 SETTEMBRE, ‘IL FATTO' ARRIVA IN EDICOLA E NULLA SARà COME PRIMA NELLA STAMPA DI SINISTRA
Fabio Martini per La Stampa

Sarà per appassionata fiducia nei promotori. Sarà per fideismo. Sarà quel che sarà, ma ventimila persone hanno già sottoscritto (al buio) altrettanti abbonamenti al "Fatto quotidiano", il giornale che sarà in edicola il 23 settembre. Un'attesa febbrile per un giornale che si propone di saziare quella fascia di elettori-lettori di sinistra indignati, convinti che Berlusconi sia il male assoluto, che il Pd sia un'arma spenta e che i magistrati abbiano sempre ragione.

E' quella fascia sempre più larga di opinione pubblica intransigente che ha alimentato fenomeni pur diversi tra loro come i Girotondi, i cortei della Cgil di Cofferati, gli show di Beppe Grillo, gli exploit elettorali di Di Pietro, gli share di Michele Santoro. La scommessa dei promotori-ideatori del "Fatto quotidiano", Antonio Padellaro (che ne sarà il direttore), Furio Colombo, Marco Travaglio e Oliviero Beha è che una parte di questa opinione pubblica possa diventare il pubblico del nuovo quotidiano.

Una scommessa che ruota anzitutto attorno al fenomeno-Travaglio, il giornalista torinese che oramai è riuscito a diffondere la sua attività di inchiesta e di denuncia su tutti i mezzi di comunicazione (manca soltanto il cinema), diventando per il suo pubblico un autentico "divo".

Due libri contemporaneamente in classifica, un tour teatrale che fa registrare il tutto esaurito, oggetto di piccoli fenomeni di idolatria, Travaglio sarà la star del "Fatto": ogni giorno in «prima» comparirà un suo commento.

Per limitare i costi (il punto di pareggio è a 10.000 copie), il giornale sarà in edicola sei giorni su sette (si salta il lunedì) a un euro e venti, la distribuzione sarà limitata ai capoluoghi di provincia, lo sfoglio sarà di 16 pagine, anche se l'intenzione è quella di coprire tutti gli ambiti informativi, sport compreso.

Il progetto sta esercitando una certa suggestione anche nel mondo dei giornali, se è vero che hanno deciso, o stanno decidendo, di lasciare i loro posti "sicuri", giornalisti dell'"Espresso" come Peter Gomez (partner di Travaglio in libri di successo), Marco Lillo (autore di scoop giudiziari) e Francesco Bonazzi, come Luca Telese che al "Giornale" era «il comunista» e lo sarà anche al "Fatto" dove gli ex-Pci scarseggiano.

Forse sarà della partita anche Mauro della Porta Raffo, l'erudito pignolo che da anni sul "Foglio" racconta gli sfondoni dei giornalisti italiani, anche se la sua disponibilità si sta scontrando con l'ostilità di potenziali lettori e di alcuni soci fondatori. La colpa? Avere scritto sul giornale di Giuliano Ferrara.

Sarà dunque un quotidiano lapidario, antiberlusconiano a prescindere, magari fiancheggiatore di Di Pietro? Il direttore Padellaro scuote la testa: «No, sarà un giornale di giornalisti, che racconterà i fatti, senza predicozzi e senza antiberlusconismo di maniera, che non chiederà mai un finanziamento pubblico col trucco come fanno certi giornali da 2-3000 copie. La storia di Furio Colombo, la mia e quella degli altri è una storia professionale dignitosa, di chi non si è mai messo a disposizione del politico di turno».

Un progetto editoriale anticonformista in un Paese ad alto tasso consociativo può tenere lontani finanziatori e pubblicità, ma Padellaro non è pessimista: «Io non sono mica il presidente del Real Madrid che può attingere a risorse senza fine per le sue campagne-acquisti. Noi ci dobbiamo contentare dell'autofinanziamento, come la mia Roma, con un impegno che ci siamo presi: evitare che ci sia un azionista di riferimento».

Il risultato di queste premesse è una proprietà-patchwork: nell'Editoriale "Il Fatto" possiedono quote a titolo personale Lorenzo Fazio (l'artefice del fenomeno "Chiare lettere"), lo stesso Padellaro, la Aliberti Editore di Reggio Emilia, il magistrato Bruno Tinti, una società di comunicazione di Parma che si occupa degli spettacoli di Travaglio, una galassia di imprenditori che vorrebbero partecipare con piccole quote.

3 - DOMANI L'ARRIVO DI FELTRI AL 'GIORNALE' E 'LIBERO' ANNUNCIA CHE LUNEDI' PROSSIMO SARA' IN EDICOLA
(Adnkronos) - E' tutto pronto, in via Negri, per il ritorno di Vittorio Feltri al ''Giornale''. A quanto apprende l'ADNKRONOS, l'ex direttore di ''Libero'' ha anticipato la data d'ingresso nel quotidiano fondato da Indro Montanelli, inizialmente fissata per lunedi' 24 agosto.

Feltri, dopo un periodo di riposo in montagna, si presentera' alla redazione domani alle 16.30 insieme al condirettore Alessandro Sallusti e illustrera' ai giornalisti il suo piano per rilanciare il quotidiano, finora diretto da Mario Giordano, che torna a ''Studio Aperto'' ed e' stato inoltre nominato responsabile delle nuove iniziative news di Mediaset. Oltre a Sallusti, seguira' Feltri anche l'ex direttore generale di ''Libero'' Gianni Di Giore, il cui arrivo e' pero' previsto in ottobre, e non sono esclusi altri approdi.

Nel frattempo, gira a pieno ritmo la 'macchina' di ''Libero'', ora in mano a Maurizio Belpietro. Proprio oggi, l'ex direttore di ''Panorama'' ha annunciato che il quotidiano di viale Majno sara' in edicola il prossimo lunedi'. ''Una scelta motivata -ha spiegato - anche dalla necessita' di non interrompere l'inchiesta sulla saga degli Agnelli e raccontare l'apertura del campionato di calcio''.

 
[20-08-2009]

 

 

 

 

PER NON FINIRE IN GALERA, TARANTINI INGUAIA TUTTI, PUTTANE E AMICI: “PRIMA DI ANDARE IN SARDEGNA IO, VERDOSCIA E MANNARINI DECIDEMMO DI ACQUISTARE 50-70 GRAMMI DI COCAINA E UN QUANTITATIVO PIÙ RIDOTTO DI MD” – E DI PIETRO PRESIDIA IL TRIBUNALE…

guido ruotolo per La Stampa

Vigilia di Ferragosto. «Desirée vai avanti». Presidio davanti al Tribunale di quelli di Italia dei Valori. Desirée «facci sognare». Come ai tempi di Tonino Di Pietro e Mani pulite, e poi di Gigi De Magistris e non si capisce se Prodi-Mastella o la massoneria e le consulenze di Gioacchino Genchi.

Adesso il presidio dei politici che fanno i giudici («Perché non viene a Martina Franca che abbiamo denunciato tutti gli amministratori...», dice un militante dipietrista), fa il tifo perché un ciclone giudiziario si abbatta sulla giunta del governatore Nichi Vendola e su quel Pd dalemiano che a Bari ha la sua roccaforte.

Altro che «scosse» che metteranno in crisi il governo Berlusconi. Per il momento, lo sciame sismico sta terremotando la vecchia alleanza dell'Ulivo che fu.

La tenaglia giudiziaria che si sta per abbattere su Bari promette sfracelli nazionali. Perché dopo Ferragosto partirà il conto alla rovescia. Probabilmente al traguardo arriverà prima l'inchiesta (divisa in tre tronconi) sulla droga, le puttane e la malasanità del pm Pino Scelsi. Poi, quella del pm Desirée Digeronimo, alla ripresa autunnale.

Inchiesta anch'essa sulla malasanità, ma anche sulla corruzione e i finanziamenti (illeciti) ai partiti, alle fondazioni, alle associazioni che fanno riferimento alla giunta Vendola, e che alimentarono le casse della campagna elettorale delle politiche del 2006 (che fecero vincere Romano Prodi). E al traguardo arriverà quando ormai sarà già campagna elettorale per le Regionali di primavera.

Nelle prossime settimane, i carabinieri di Desirée procederanno ad altre acquisizioni e sequestri di atti e delibere negli assessorati e nelle Asl pugliesi. Tanto per tenere viva l'attenzione e per alimentare le polemiche, in attesa che il Csm discuta la richiesta avanzata dal vicepresidente Nicola Mancino di aprire un «fascicolo» a tutela della pm Digeronimo, ricusata dal governatore Vendola. Che non ha ancora rimosso i direttori sanitari, amministrativi e generali delle Asl che hanno già ricevuto gli avvisi di garanzia.

L'inchiesta sulle notti d'amore a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa. Sulla cocaina, il Viagra e il Cialis dell'allegra compagnia di Gianpi Tarantini, Max Verdoscia, Alex Mannarini e poi sulle «escort», le «ragazze-immagine», insomma le puttane che allietavano le serate di politici, amministratori, primari, funzionari pubblici. Anche quelli di sinistra. Ieri il procuratore aggiunto Marco Dinapoli ha espresso parere negativo per la scarcerazione dell'amico del cuore ed ex socio di Gianpi, Max Verdoscia, e del pusher Stefano Iacovelli.

I loro interrogatori hanno svelato che l'allegra compagnia è un'associazione di bari e bugiardi. I legali di Verdoscia chiedono la «par condicio», non capiscono perché Tarantini e Mannarini sono liberi e il loro assistito è in carcere. Se mentono tutti, perché due pesi e due misure? E già, perché?

E' questione di strategia processuale. Ecco cosa dichiara al pm Scelsi Gianpi Tarantini, a proposito della cocaina e delle feste nella villa di Capriccioli, Costa Smeralda, l'estate del 2008, quella «magica» che portò Gianpi a Villa Certosa, trasformandosi, poi, nel reclutatore di puttane alle coorte di Silvio Berlusconi:

«Prima di andare in Sardegna io, Massimo Verdoscia e Alessandro Mannarini decidemmo di acquistare un quantitativo di circa 50-70 grammi di cocaina e un quantitativo più ridotto di Md (un allucinogeno, ndr). Tenni per me la parte più rilevante, conservandola nella cassaforte della mia camera da letto. Sia Mannarini che Verdoscia erano a conoscenza che la droga fosse custodita nella cassaforte, tanto che ebbi una discussione con Mannarini in quanto riscontrai una mancanza di sostanze stupefacenti nella cassaforte».

Tarantini ha parlato anche delle «escort» e della malasanità, per evitare il carcere. Ma ha convinto i magistrati?

 
[14-08-2009]

 

 

 

Caucaso. Inguscezia, ministro dell’Edilizia ucciso nel suo ufficio

di Ferd.Pell.

MAGAS (Inguscezia) - Il ministro dell'Edilizia dell'Inguscezia, Ruslan Amirkhanov, è stato ucciso stamattina  nella città di Magas. Uomini armati non identificati hanno fatto irruzione nel suo ufficio aprendo il fuoco con fucili automatici per poi fuggire indisturbati. La pista seguita dagli inquirenti è quella di una vendetta da parte di clan disturbati dalle verifiche anticorruzione condotte di recente dal  ministro.

Al di là del concreto movente però questo ennesimo omicidio, clamoroso per la sua dinamica, allunga la scia di sangue che da mesi segna la vita politica dell'Inguscezia, sempre più epicentro delle violenze e delle tensioni nel Caucaso russo, vera e propria retrovia del conflitto ceceno.

In Inguscezia, movimenti islamisti agiscono in un sottobosco di bande in lotta tra loro e alleate contro le autorità e il tentativo di Mosca di controllare la situazione. Nel confinante Dagestan il quadro è molto simile. E in Cecenia si vocifera di una nuova guerra per il potere, che vedrebbe in difficoltà l'uomo forte scelto dal Cremlino, Ramzan Kadyrov. Nelle tre repubbliche caucasiche russe non passa giorno senza un omicidio, un attentato, uno scontro a fuoco tra ribelli e truppe dell'Interno. L'assassinio del responsabile dell'Edilizia direttamente nell'edificio del ministero appare un avvertimento al presidente Yunus-Bek Evkurov deciso a riportare ordine in Inguscezia. Ma la situazione è fragile in tutta la regione. Ieri in Dagestan è stato ucciso un giornalista, in Cecenia sono stati ritrovati morti due attivisti per i diritti, Zarema Sadulayeva e il marito, Alik Dzhabrailov.

Un duplice omicidio che è parso parte di un piano per cercare di indebolire il regime di Ramzan Kadyrov. Mentre stanotte 2 agenti di polizia sono stati uccisi a Grozny in due distinti episodi. Un primo poliziotto è stato assassinato da sicari che hanno aperto il fuoco contro la sua auto. Un secondo agente, invece, è stato ucciso a colpi di mitra sparati da un’auto in corsa mentre attendeva ad una fermata il bus.

 

 

IL GOVERNO HA FINITO I SOLDI, NON SA COME AGGANCIARSI ALLA RIPRESA FRANCO-TEDESCA - E ALLORA VAI CON IL NUOVO NEMICO PUBBLICO DI FERRAGOSTO, I PAPERONI EVASORI - FRONTE “MA TU GUARDA CHE STRONZA!”: “AGNELLI, NON CI SONO IPOTESI DI REATO” - SI NASCE CORTIGIANI E SI MUORE CORTIGIANI, ANCHE DOPO IL TRAPASSO DEL RE AVVOCATO

a cura di Massimo Riserbo e Falbalà, starring Lucrezio Caro

IMPERIUM QUOD INANE EST...
Il governo ha finito i soldi, non sa come agganciarsi alla ripresa franco-tedesca e allora vai con il nuovo Nemico Pubblico! A Ferragosto, i Paperoni evasori prendono il posto degli immigrati. Poteri impotenti hanno un continuo bisogno di capri espriatori. I giornali si fanno carico del lavoro sporco, come sempre. Ciò detto, anche oggi buon shit-divingopyright Archivio Ghergo

FIAT (Fronte Internazionale Autoriduzione Tasse)
"In sette società 584 milioni di euro, ecco la lista off-shore degli Agnelli. Con la somma dell'opa su Exor si arriverebbe a due miliardi nascosti al fisco italiano" (Repubblica, p.7). Il Giornale di Zio Paolino, edito da una famiglia di noti pagatori di tasse (Mills docet), parte in quarta: "Non solo Agnelli: 007 del Fisco a caccia di 170 mila evasori". A pagina 9 pubblica una splendida pagina sulle eredità contese, tutta da leggere.

Su Libero, Belpietro sottolinea "la reticenza sull'Avvocato" (p.1) e Gigi Nuzzi esordisce riciclandosi uno scoop fatto per Panorama. Poi passa Mario Sechi e dopo tre pagine di "Dagli all'evasore!" presenta l'incasso di tanta speme: la storia sta dando ragione a Giulio Tremonti, il grande veggente di Sondrio. Mah!
Per saperne di più, finalmente due buoni pezzi sul Sole a pagina 7.

FRONTE "MA TU GUARDA CHE STRONZA!"
il Corriere delle banche annuncia: "Stretta sui paradisi fiscali, 170 mila controlli. Niente scudo per chi ha accertamenti in corso". Poi dedica 20 righe agli Agnelli off-shore, con foto di Margherita e titolo netto: "Eredità Agnelli, finora nessuna ipotesi di reato". Titolo liberatorio anche sulla Stampa: "Agnelli, non ci sono ipotesi di reato" (p.5).

Sono felici, a Torino, perché "sarebbe competente" la locale Procura, anche se c'è il rischio che indaghi Milano. Attenzione, perché la partita si gioca qui, sul terreno della competenza.

Secondo questa modesta rassegna ci sono solo due ipotesi dietro alla pavidità di certi giornali. Giuanìn Lamiera è come Elvis the Pelvis: in realtà non è morto e quindi tiene per le palle ancora un sacco di direttori. Seconda possibile spiegazione: si nasce cortigiani e si muore cortigiani, anche dopo il trapasso del Re.

 

 

AVVISO A I NAVIGANTI: C’È UN “PANORAMA” BURRASCOSO PER IL MARINARETTO D’ALEMA - L’EX RE DELLA SANITÀ PUGLIESE CAVALLARI ACCUSA: “IO CONSEGNAI PERSONALMENTE A - D’ALEMA 20 MILIONI IN CONTANTI IN UNA BUSTA BIANCA DURANTE UNA CENA A CASA MIA” - “MA NON FINÌ LÌ. SUCCESSIVAMENTE GLI FECI AVERE ALTRE TRANCHE: IN TUTTO 80 MILIONI” - LA PRIMA SANITOPOLI PUGLIESE SCOPPIÒ NEL 1994: 30 IN GALERA, TRUFFA DA 87 MILIARDI

Giacomo Amadori per Panorama

Il governatore della Puglia Nichi Vendola venerdì 7 agosto, incupito per un articolo di Panorama, ha lanciato una «fatwa» contro il pm Désirée Digeronimo, colpevole di indagare sulla sua giunta e il suo partito, Sinistra e libertà.

In una lettera aperta l'ha «ricusata», compitando le ragioni della presunta incompatibilità. Ha poi tracciato i confini che il magistrato non deve travalicare. Una reazione ruvida a una situazione a cui i politici di centrosinistra non sembrano abituati.

Anzi, con questi uffici (gli stessi che hanno dato la «scossa» preannunciata da Massimo D'Alema su escort e Silvio Berlusconi) il centrosinistra in passato si è trovato in sintonia. Tanto che più di un magistrato pugliese ha fatto il gran salto passando alla politica.

Gli esempi non mancano: Alberto Maritati e Gianrico Carofiglio, oggi senatori del Pd, o Michele Emiliano, sindaco di Bari. Una campagna acquisti nel segno di D'Alema, amico ed estimatore di alcuni pm che ben conosce, anche perché l'ex premier in Puglia è stato iscritto sul registro degli indagati per finanziamento illecito, indagine poi archiviata.o

I contatti con le toghe risalgono alla prima sanitopoli pugliese, che nel maggio 1994 portò in prigione una trentina di persone, accusate di una truffa stimata in 87 miliardi di lire e di falso ai danni della regione. Tra loro Francesco Cavallari, ex informatore medico divenuto un re Mida delle cliniche private pugliesi.

La nuova sanitopoli barese ha somiglianze con quell'inchiesta, i meccanismi paiono analoghi e qualche personaggio ricompare. Dal suo buen retiro caraibico Cavallari oggi ci rimugina sopra.

L'imprenditore, dopo avere terminato la sua via crucis processuale con condanne e assoluzioni, dal 2005 si è trasferito a Santo Domingo, dove fa il consulente per un paio di strutture sanitarie e percepisce una pensione di 1.700 euro.

Dalle spiagge di La Romana segue con attenzione questo déjà vu e non si stupisce. All'epoca ammise di avere pagato tangenti «a tutti i partiti, dal Pci al Msi»: il computo finale fu di 4,5 miliardi di lire, cifre annotate nelle sue agende consegnate proprio a Maritati.

«Il magistrato pensava che avessi un tesoro all'estero, ma io ho dato prova certa di quelle dazioni: uscivano dall'azienda attraverso false fatturazioni» racconta Cavallari, 71 anni. «Pagavo in continuazione, per le campagne elettorali e prima di ogni delibera a me favorevole, soprattutto gli amici socialisti». Senza contare le decine di assunzioni che fece su segnalazione dei politici.

In 12 anni quel sistema gli agevolò l'apertura di dieci cliniche, alcune tra le più grandi d'Europa. Strutture applaudite dai luminari dell'epoca. Forse per questo l'uomo non sembra pentito né rancoroso: «Era una classe dirigente più seria, c'era maggiore moralità. Io alle feste offrivo Coca-Cola, non cocaina».

Dopo l'arresto di Cavallari inizia una caccia alle tangenti che colpisce molti e salva pochi. «In quell'occasione vennero ingiustamente coinvolte persone perbene come Rino Formica e Vito Lattanzio» sostiene ora Cavallari, che nei suoi verbali citò moltissimi politici: «Ne rimasero coinvolti una sessantina. Tra loro c'era anche il socialista Alberto Tedesco».

Cioè l'ex assessore alle Politiche sanitarie di Vendola ora accusato dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari di corruzione, turbativa d'asta, truffa e associazione per delinquere.

«All'epoca i magistrati mi chiesero anche di lui e, a mio parere, la sua posizione era più delicata di quella di altri politici finiti in manette. Ma non venne indagato. Io non mi spiego la decisione dei pm».

Secondo Cavallari, Tedesco era il referente di un noto parlamentare socialista, Claudio Lenoci. «Alla vigilia della campagna elettorale del 1992 mi disse: "Domani devi portare 400 milioni per il mio deputato di riferimento" e io obbedii. Mi risulta che quell'onorevole abbia ammesso e patteggiato la pena a Roma».

L'ultimo «contributo» a Tedesco Cavallari lo avrebbe versato prima delle elezioni del 1994: «Ricordo che gli diedi 40 milioni a pochi mesi dal mio arresto». Ma c'erano anche altri aiuti, del tipo di quelli oggi al centro dell'indagine del pm Digeronimo: «Quando aprii la casa di cura Villa Bianca, un gioiello della cardiochirurgia, Tedesco mi mandò il fratello che rappresentava alcune aziende di apparecchiature e materiale sanitario. Era una segnalazione che non si poteva rifiutare».

Le accuse di Cavallari oggi potrebbero suonare come una vendetta, anche perché Tedesco, dopo l'arresto del re Mida, venne nominato assessore alla Sanità e bloccò i pagamenti alle Case di cura riunite dell'imprenditore: «In quel momento ero un appestato, non poteva fare diversamente. Per fortuna, proprio un mese fa, la Corte d'appello di Bari ha stabilito che la Regione Puglia mi deve restituire 67 miliardi di lire di prestazioni, dalle tac alle risonanze magnetiche ingiustamente non rimborsate. Io pagavo tangenti, però lavoravo davvero».

Maritati fece arrestare alcuni politici presumendo che «non potevano non sapere», mentre per altri chiese l'archiviazione essendo prescritto il reato di finanziamento illecito dei partiti. Tra i sommersi c'erano Formica e Lattanzio, tra i salvati D'Alema.

Il gip Concetta Russi scrisse nelle motivazioni del proscioglimento: «La corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci ha trovato sostanziale conferma (...) nella leale dichiarazione dell'onorevole D'Alema, all'epoca dei fatti segretario regionale del Pci».

Cavallari ricorda altre cifre: «Io consegnai personalmente a D'Alema 20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia. Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti da 15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire».

Ma nell'inchiesta si è sempre parlato solo di 20 milioni... Cavallari afferma: «Nell'agenda inizialmente annotai il nome "D'Alema" poi, vista la cresciuta confidenza, lo indicai come "Massimo". Maritati non mi ha creduto».

I rapporti fra Cavallari e l'ex premier iniziano a metà degli anni Ottanta e durano diversi mesi. «Fu Antonio Ricco, commercialista e direttore generale delle mie cliniche, oggi consulente personale del sindaco Emiliano (Ricco è indagato per corruzione in un'inchiesta sulla costruzione del centro direzionale San Paolo, ndr), a presentarmelo: andava in giro a chiedere soldi per conto del Partito comunista».

Cavallari incontrò il funzionario più volte: «Io, nel chiarire la mia posizione a Maritati, spiegai che D'Alema mi era stato molto utile nei rapporti con la Cgil. Dal momento in cui sono iniziate le dazioni di danaro io non sono più stato attaccato violentemente dal sindacato, il rapporto è diventato più collaborativo e garbato. Una volta, a Roma, D'Alema sottolineò questi progressi, ma mi raccomandò un atteggiamento più dialogante nei confronti del sindacato rosso e non solo verso Cisl e Uil».

Un discorso che per gli avvocati di Cavallari prefigurava altri reati oltre al finanziamento illecito. Maritati fu di diverso avviso. Quattro anni dopo, il 30 giugno 1999, il magistrato viene eletto senatore e il 4 agosto è nominato sottosegretario all'Interno del primo governo D'Alema.

D'Alema in barca

Nel frattempo Cavallari venne condannato a 18 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa: «Non potevo reggere oltre, ero già stato operato al cuore: patteggiai». Fu l'unico condannato su un'ottantina di imputati.

Per l'ex re della sanità pugliese l'accusa di mafia resta indigesta: «Assumevo ex detenuti o i loro familiari per non saltare in aria. Che vantaggi avevo? La quiete». Per i magistrati, invece, i dipendenti «mafiosi» intimidivano il sindacato, anche se non ci sono state condanne. I carabinieri segnalarono episodi di tensione nell'azienda. «Macché minacce, mi sono salvato dalla Cgil grazie a D'Alema!» dice Cavallari.

Le coincidenze tra ieri e oggi non sono finite. Dalla memoria riemerge anche la figura di una affascinante ragazza bionda: «Io quella Patrizia D'Addario (la escort che ha raccontato di incontri con Berlusconi, ndr) l'ho conosciuta. Me la presentò un giornalista con cui si accompagnava. Mi chiese di poter intrattenere i nostri ammalati con giochi di prestigio. Era una brava prestigiatrice, molto bella e di classe. Ma il direttore sanitario mi sconsigliò l'iniziativa». La ribalta, Patrizia, la conquisterà

[13-08-2009]

 

 

UN FERRAGOSTO DI FUOCO PER IL PRESIDENTE DELL’INPS ANTONIO MASTROPASQUA - IN BALLO UN COLOSSALE APPALTO DA 417 MILIONI DI EURO ‘SCIPPATO’ ALLE POSTE ITALIANE - L'OFFERTA TECNICA DI SARMI È MIGLIORE – UN POCHINO INFERIORE L'OFFERTA ECONOMICA - DA PARTE LORO I SINDACATI SI TROVANO IN MEZZO AD UN'AUTENTICA GUERRA DEI POVERI - e LA COMMISSIONE TECNICA DELL'INPS RINVIA L'ASSEGNAZIONE DEL SUCCULENTO APPALTO

 

Antonio Mastropasqua, il 50enne presidente dell'INPS, e' arrivato da poche ore a Cortina. Chi l'ha visto passeggiare per Corso Italia e' rimasto colpito dal pallore di quest'uomo che sembra portare sul volto scavato la sofferenza di milioni di pensionati.

In realta' il manager romano cerca all'ombra delle Dolomiti la soluzione dell'enorme grana che e' scoppiata per la maxigara da 417 milioni di euro che l'INPS ha indetto per il call center che risponde a 180mila chiamate quotidiane.

Prima della gara il servizio agli utenti di INPS e Inail era gestito dalle Poste ed e' stato proprio Massimo Sarmi, il manager di Malcesine dalle orecchie generose, a scatenare la sua ira contro la classifica che per adesso vede al primo posto due aziende minori. La piu' nota delle due e' la Transcom che ha la sede operativa all'Aquila con 500 dipendenti a rischio di licenziamento.

Da parte sua Sarmi si e' presentato all'appalto come capofila di un raggruppamento nel quale partecipavano aziende come Almaviva, IBM ed ElsagDatamat di Finmeccanica, vale a dire il gotha dell'informatica e del settore.

Come Dagospia aveva annuciato due giorni fa, ieri mattina una commissione di funzionari dell'INPS ha riesaminato i punteggi dei concorrenti per verificare eventuali anomalie e valutare la fondatezza del malessere di Sarmi&Soci che si sentono spogliati di un business colossale.

Secondo gli uscieri dell'Ente presieduto dal pallido Mastropasqua, la commissione ha dovuto prendere atto che il Raggruppamento di Sarmi ha presentato l'offerta tecnica migliore (0,75 in piu' rispetto a quella di Transcom e Visiant) mentre l'offerta economica e' leggermente inferiore rispetto a quella delle due societa'.

Gli uscieri dell'INPS fanno comunque rilevare che il miglior prezzo per i servizi del mega-callcenter sarebbe fornito dall'azienda dell'Aquila e dal suo partner sulla base di parametri retributivi (167 euro al giorno per ogni operatore telefonico) che sono al limite dei compensi previsti dai contratti sindacali.

Da parte loro i sindacati si trovano in mezzo ad un'autentica guerra dei poveri: da una parte c'e' chi esulta per il recupero dei 500 dipendenti dell'Aquila; dall'altra devono tutelare gli 800 lavoratori che gestivano il call center a Bari, in Sicilia e a Corsico milanese.

In questa situazione la commissione tecnica dell'INPS che si e' riunita ieri ha deciso di guadagnare tempo e di rinviare l'assegnazione del succulento appalto.

Quella che sembrava una passeggiata facile per Mastropasqua si sta rivelando una "ferrata" dolomitica, piena di insidie politiche e industriali.

Adesso il presidente dell'INPS, nominato da Berlusconi nel luglio 2008, avra' modo di riflettere e di parlarne con i disoccupati e le damazze di Cortina che gli suggeriscono di non accelerare i tempi della sua pensione.

 
[12-08-2009]

 

 

 

SCAJOLA PROPONE, NAPOLITANO DISPONE: RIABILITATO GAETANO CALTAGIRONE, A OTTANT’ANNI TORNA CAVALIERE DEL LAVORO - IL COLLE RESTITUISCE ALL’IMPRENDITORE CARO ALLA PRIMA REPUBBLICA DI ANDREOTTI (‘A FRA’, CHE TE SERVE’) IL TITOLO PERSO PER “INDEGNITÀ”…

Paolo Conti per il Corriere della Sera

Stagioni di rivisitazioni e riabilitazioni. Anche sugli anni in cui Giulio Andreotti era il dominus incontrastato della potente Dc romana, e non solo. Il decreto firmato da Giorgio Napolitano e controfirmato dal ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola (a lui si deve la proposta) risale a un mese fa, al 3 luglio.

Da quel giorno Gaetano Caltagirone, 80 anni compiuti proprio in queste ore (e cugino primo di Franco Gaetano, editore de «Il messaggero ») è tornato a tutti gli effetti (e gli onori) un Cavaliere del lavoro, dopo essere stato depennato dal prestigioso elenco «per indegnità e mancanza degli elevati requisiti morali e professionali » da Sandro Pertini nel luglio 1981, su proposta dell'allora ministro dell'Industria Giovanni Marcora.

Il costruttore romano che le cronache della Prima Repubblica hanno consegnato alla leggenda del costume ita-liano per un'indimenticabile battuta («'a Fra', che te serve?», così si narra che Gaetano Caltagirone rispondesse a ogni telefonata di Franco Evangelisti, capofila della corrente andreottiana a Roma nei decenni del potere democristiano) ora è riabilitato anche dal Quirinale e ricollocato a pieno titolo nella lista di Cavalieri che incarnano il top dell'imprenditoria italiana.

A nominarlo Cavaliere del lavoro fu il 2 giugno 1977 Giovanni Leone, su proposta di Carlo Donat Cattin, responsabile dell'Industria. Nello stesso elenco, per una coincidenza veramente irripetibile, quel giorno c'erano Silvio Berlusconi, Giovanni Agnelli, Leopoldo Pirelli. Ma anche Vittorio Frescobaldi (vino), Pier Luigi Bormioli (vetri), Giorgio Cappon (Imi), Franco Nobili (Cogefar, costruzioni).

Napolitano ha deciso il reinserimento di Gaetano Caltagirone, si legge nel decreto, vista la piena assoluzione «perché il fatto non sussiste» con la sentenza della Corte di appello di Roma del 17 giugno 1988 («non vi è assolutamente prova della sussistenza di un accordo tra imprenditori e amministratori»).

Proprio su quel punto scoppiò il caso giudiziario che coinvolse i tre fratelli Caltagirone (Gaetano, Camillo e Francesco Bellavista Caltagirone). Il 10 novembre 1979, 19 società del loro gruppo furono dichiarate fallite; pochi giorni dopo ai fratelli vennero ritirati i passaporti e seguirono due mandati di cattura ma i tre erano già negli Stati Uniti.

Gaetano fu accusato anche di concorso in peculato nell'inchiesta Italcasse per un illecito finanziamento che avrebbe ottenuto dall'istituto di credito. Grazie, si disse, agli strettissimi rapporti con quell'universo andreottiano in cui, secondo l'accusa, edilizia, politica e finanziamenti bancari avrebbero costituito un tutt'uno.

Poi ci furono gli anni dei ricorsi giudiziari: dossier, appelli, difese, memoriali. Un collegio di legali in cui compare anche Cesare Previti. Nel 1984 la prima assoluzione, per insufficienza di prove. Poi quella definitiva nel 1988. Infine, nel 1991, revoca formale del fallimento e nel 1992 risarcimento danni ai Caltagirone da parte dell'Iccri e restituzione «di tutti i beni mobili e immobili acquisiti al fallimento». Insomma, una autentica riabilitazione.

Adesso l'ultimo tassello, il ripristino del titolo di Cavaliere del lavoro da parte di Giorgio Napolitano. Lui, Gaetano Caltagirone, non parla. Da anni vive ritiratissimo a Montecarlo. Sembrano quasi episodi di un'altra vita i racconti sul primo Gaetano Caltagirone: per esempio le feste notturne nella villa di via Caldonazzo ovviamente con Andreotti o Francesco Cossiga accanto a Antonello Trombadori, Renato Guttuso, Silvana Mangano, il procuratore capo di Roma De Matteo, il socialista Giacomo Mancini.

Scenari di una Capitale scomparsa, tipicamente anni '70 e post-Dolce Vita. O quella sua passione per l'azzardo e il gioco (si favoleggiò di una perdita miliardaria, in lire, alla roulette in una sola serata). E le mance all'orchestra del Casinò di Montecarlo perché suonasse «Arrivederci Roma» mentre puntava sul 36.

Ora, assicurano i familiari, Gaetano Caltagirone è un uomo radicalmente diverso, che ama la solitudine al punto da uscire molto raramente, anzi quasi mai, di casa. Nessun commento al gesto di Napolitano, solo una frase lasciata trapelare: «La famiglia Caltagirone esprime soddisfazione per un atto di giustizia che chiude una vicenda lunga e dolorosa. E ringrazia il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per la grande sensibilità».

Quasi un ritorno alle radici arabo-siciliane del suo cognome, Qal'at Al Ghiran, ovvero «la rocca dei vasi». In cima a quella rocca, volutamente e ostinatamente solo, c'è l'uomo riabilitato da Napolitano.

 

 

 
[11-08-2009]

 

 

 

VITERBO / 09-05-2009

AFGHANISTAN/ se vuoi la pace preparati alla pace. L'assassinio di una bimba e l'acquisto di 131 cacciabombardieri

 

 

VITERBO (UnoNotizie.it)

Esiste un collegamento diretto tra l'assassinio della bambina in Afghanistan da parte dei militari italiani in missione di guerra e la decisione dello stato italiano di spendere 13 miliardi di euro per l'acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 ?

La politica non è fatta mai di scelte neutre.

Ogni azione è rivolta alla definizione di un percorso e di un sistema che garantisca determinati interessi, là dove questi interessi possono essere anche quelli della pace e della giustizia.

Ma gli interessi che il governo italiano persegue sono altri – e non meno è stato fatto in tal senso dai precedenti governi di centro sinistra – se consideriamo l'evidenza dei fatti. In Afghanistan l'esercito italiano, al pari di quelli di altri paesi, presidia un'area strategica per l'approvvigionamento energetico. Come è stato per l'Iraq.

Come a dire che la morte della bambina oggi, come quelle delle centinaia di uomini e donne che si susseguono ogni mese compresi i militari dei vari contingenti, sono “effetti collaterali” della difesa degli interessi strategici italiani.

L'acquisto dei  cacciabombardieri assolvono ad un analogo compito, ovvero rafforzare la forza di intervento a difesa degli interessi nazionali su vasta scala. Ci prepariamo per il futuro per le prossime guerre travestite da missioni di pace.

Tutto questo accade in violazione della Costituzione che ipocritamente, il 25 aprile scorso, i più si sono affrettati a riconoscere come cardine del nostro ordinamento sociale e giuridico.

Tutto questo accade all'insaputa dei cittadini e un giorno ci diranno che tutto è stato fatto per il nostro bene, e che possiamo continuare a dormire tranquilli.

Non nel mio nome.

L'assasinio della bambina, l'acquisto di 131 cacciabombardieri: non nel nostro nome.

Se vuoi la pace prepara la pace. Non vi è nulla di più concreto e vero di questo, l'unica educazione possibile, l'unica scelta politica plausibile.

Per l'Associazione per la Sinistra della Tuscia
il Presidente
Umberto Cinalli


VITERBO / 29-04-2009

VITERBO/ lettera denuncia sui crimini dell'aeroporto

VITERBO (UnoNotizie.it)

Riceviamo e pubblichiamo:

 

All'Assessore all'Ambiente della Regione Lazio

e per opportuna conoscenza:

al Presidente della Commissione Ambiente della Regione Lazio

al Presidente della Giunta Regionale del Lazio

alla Ministra dell'Ambiente

all'Assessore all'Ambiente della Provincia di Viterbo

all'Assessore all'Ambiente del Comune di Viterbo  

Oggetto: La realizzazione a Viterbo nell'area termale del Bulicame di un mega-aeroporto costituirebbe un crimine ambientale e un'aggressione alla salute della popolazione.

Richiesta di un impegno a difesa di ambiente e salute.  

 

Egregio assessore,

ancora una volta le segnaliamo che la realizzazione a Viterbo nell'area termale del Bulicame di un mega-aeroporto costituirebbe un crimine ambientale e un'aggressione alla salute della popolazione. 

Un crimine ambientale

- Un crimine ambientale, poiché devasterebbe irreversibilmente l'area termale del Bulicame, un bene naturalistico, ma anche storico e culturale, terapeutico e sociale, simbolico ed economico; che è anche un'area di grande rilevanza archeologica e attorniata da colture agricole pregiate e biologiche;

- un crimine ambientale, poiché viola la vigente legislazione italiana ed europea in materia di tutela dei beni ambientali;

- un crimine ambientale, poiché viola il piano territoriale paesaggistico regionale del Lazio ed il piano regolatore generale del Comune di Viterbo, ed i relativi vincoli di salvaguardia.

Un'aggressione alla salute

- Un'aggressione alla salute della popolazione di popolosi quartieri della città, che saranno più direttamente e fortemente colpiti dall'inquinamento che l'attività aeroportuale di un mega-aeroporto produce;

- un'aggressione alla salute della popolazione dell'Alto Lazio, già colpita dalla concentrazione di servitù inquinanti come il polo energetico Civitavecchia-Montalto;

- un'aggressione alla salute della popolazione che sarà gravissima e insostenibile, come documentato da vari studi e documenti dell'Associazione italiana medici per l'ambiente (International Society of Doctors for the Environment - Italia).

Viterbo e l'Alto Lazio non hanno bisogno di un devastante, nocivo, illegale mega-aeroporto, ma del potenziamento delle ferrovie e di uno sviluppo ecosostenibile che tuteli e valorizzi i beni ambientali e culturali e le autentiche vocazioni produttive del territorio.

L'intera regione Lazio ha bisogno non di nuovi mega-aeroporti, ma della riduzione del trasporto aereo per questo oltre ad opporci al mega-aeroporto a Viterbo siamo contrari altresì a un mega-aeroporto a Frosinone o altrove, siamo contrari ad ogni ampliamento di Fiumicino, e siamo solidali con la popolazione di Ciampino e Marino nella richiesta di ridurre subito e drasticamente la gravemente nociva attività aeroportuale nel sedime di Ciampino.

Con la presente nel segnalarle quindi ancora una volta come la realizzazione a Viterbo nell'area termale del Bulicame di un mega-aeroporto costituirebbe un crimine ambientale e un'aggressione alla salute della popolazione, le formuliamo altresì la richiesta di un impegno a difesa di ambiente e salute: impegno non eludibile da parte dell'Assessorato all'Ambiente della Regione Lazio;

impegno necessario ed urgente anche per porre fine ai gravissimi scandalosi errori in passato dalla Regione Lazio commessi in questa vicenda.

Restando a disposizione per ogni ulteriore informazione ed opportuno chiarimento, e rinviandola fin d'ora alla vasta documentazione disponibile nel nostro sito www.coipiediperterra.org,

e restando altresì in attesa di un cortese riscontro,

voglia gradire un cordiale saluto,  

dottoressa Antonella Litta

portavoce del Comitato che si oppone alla realizzazione del mega-aeroporto a Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute, dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti  

e-mail: info@coipiediperterra.org;

sito: www.coipiediperterra.org  

Per contattare direttamente la portavoce del comitato

e-mail: antonella.litta@libero.it

N ITALIA IL PDL FA ADDIRITTURA UNA LEGGE PER SCORAGGIARE CHI DIFENDE L'AMBIENTE

 

 

PORTO TOLLE-ROVIGO (UNONOTIZIE.IT)

 

SCANDALO AL SOLE!!!  

La riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle è ambientalmente incompatibile con il territorio del Delta del Po, la legge istitutiva del Parco (L.R.36/1997) è molto chiara ed esplicita in merito al divieto di utilizzare (negli impianti per la produzione di energia situati nei comuni del Parco) combustibili più inquinanti del gas metano.

Siccome questo darà sicuramente adito a motivati ricorsi, che già abbiamo annunciato, ecco all'improvviso comparire, vigliaccamente, un atto (che sarebbe un complimento chiamare da prima Repubblica) per tentare di modificare le regole facendo in modo che tutto questo non rappresenti più un ostacolo.

L'Enel cosa ha pensato ? Cosa hanno pensato le grandi società del carbone sporco? Cosa hanno pensato alcuni politicanti?

Per scoraggiare quei cittadini che tutelano la loro stessa vita, tutto d'un tratto spunta una proposta di legge al limite dell'indecenza. 

 

Camera dei Deputati - XVI legislatura - Progetto di legge numero 2271 -Norma blocca-ricorsi su grandi opere

Infrastrutture / Norma blocca-ricorsi su grandi opere.

Un bavaglio alle associazioni ambientaliste, ai comitati e ai cittadini che non potranno più fare ricorso contro opere pubbliche.

Perché, in caso di "malafede" o di insuccesso giudiziario, saranno condannati a pagare le spese processuali e a risarcire i danni.

E nei danni è compreso anche il ritardo dei cantieri o la mancata realizzazione dell'opera, che siano di una centrale elettrica, di un autostrada o di una discarica.

Lo prevede la Proposta di legge presentata alla Camera da un gruppo di deputati del PdL, primo firmatario l'on. Michele Scandroglio (PDL).

Una lunga premessa e un solo articolo per modificare l'art.18 della legge 349/86 (istituzione del Ministero dell'Ambiente e normativa in materia di danno ambientale), che riguarda la responsabilità processuale delle associazioni e quindi la loro titolarità ad agire in giudizio.

Tra i firmatari della legge anche il viterbese On. Giulio Marini, che si è sempre dichiarato contro il carbone, votando addirittura documenti e mozioni contro la centrale a carbone di Civitavecchia che, come per Porto Tolle, sarà molto inquinante e pericolosa, per la salute di tutti, anche dell'Onorevole Marini.

Comitato Cittadini Liberi (Porto Tolle)

http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/trovaschedacamera_wai.asp?pdl=2271&ns=2

POTENZA / 03-04-2009

BASILICATA: A POTENZA, NASCE OLA CHANNEL, LA WEB TV PER L'AMBIENTE E LA LEGALITA'

POTENZA (UNONOTIZIE.IT)

Tra le ultime notizie, una notizia dalla Basilicata dove la OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista) - Coordinamento apartitico territoriale di Associazioni, Comitati, Movimenti e Cittadini annuncia, ufficialmente, il lancio di OLA Channel, la Web Tv per l'Ambiente, la cui programmazione è partita alle ore 8:00 del 2 Aprile 2009.

 

L'idea del progetto (assolutamente no-profit e senza dubbio molto ambizioso e dispendioso dal punto di vista delle energie che andranno investite nella gestione, nonchè nell'ottima riuscita dell'iniziativa) nasce dalla volontà e dalla necessità di mettere a disposizione del nostro coordinamento e di tutte le associazioni che vi hanno aderito, oltre che dei cittadini lucani interessati, uno strumento in più in grado di dare voce alle esigenze di visibilità, di discussione e comunicazione del territorio, anche “valicando” i confini regionali della Basilicata

 

L'obiettivo è questo e si intende perseguirlo per mezzo di dossier, interviste, approfondimenti, documentari, inchieste.

 

Dopo la newsletter mensile "Prendi la ParOLA" - scaricabile gratuitamente dal nostro portale - ed in attesa dell'apertura della nostra "Agenzia di Stampa per l'Ambiente", OLA Channel arricchisce ulteriormente un network che - da tre anni a questa parte - ha fatto registrare risultati importanti, colmando quel deficit informativo, sulle problematiche ambientali, che riguardano la regione Basilicata.

 

Come da "manifesto" della OLA, la Web Tv, è fondata sulla partecipazione e sull'attivismo quotidiano dei volontari che rappresentano il vero motore del coordinamento.

 

Pertanto, chi volesse collaborare ed inviare filmati può farlo scrivendo a questo indirizzo di posta elettronica:

 

webtv@olambientalista.it.

 

Inoltre, per saperne di più sul progetto, scoprire il primo palinsesto e guardare OLA Channel, basta visitare questa pagina:

 

http://www.olambientalista.it/webtv.htm

BARI / 02-04-2009

MENO RADIAZIONI IN MEDICINA SIGNIFICA PIU' SALUTE E MINORI SPESE PER LA SANITA'

Nelle ultime notizie dalla Puglia, giunge oggi un interessante intervento su una problematica sanitaria : la questione delle radiazioni in medicina. Ogni anno in Italia sono oltre 54 milioni gli esami medici che utilizzano le radiazioni ionizzanti cioè le radiografie e le TAC. Circa uno ogni abitante. A questi si aggiungano 3 milioni di esami di medicina nucleare.  Oltre le radiazioni che provengono dal suolo e dal cosmo, negli ultimi anni la dose che si deposita nel nostro organismo a causa degli esami radiologici ha ormai raggiunto quella proveniente dalla natura. Una TAC dell’addome corrisponde a circa 500 radiografie del torace ed ad essa corrisponde un rischio di un tumore da raggi in più ogni mille esami. Gli esperti ritengono che negli ultimi anni il 10% dei tumori diagnosticati dipendano dalle radiazioni per uso medico. Purtroppo la consapevolezza di noi medici sul problema non è elevata ed ancor meno quella dei cittadini consumatori. Le leggi in materia ci sono. Un esame radiologico prima di essere eseguito deve essere “giustificato” ed essere effettuato in condizioni “ottimali”. Ciò vuol dire che non ne debba essere stato eseguito uno analogo da poco tempo, che non sia possibile eseguirne un altro in grado di fornire le stesse informazioni senza l’impiego delle radiazioni ionizzanti, che dopo l’esame richiesto il medico richiedente sappia bene cosa si farà sia in caso di esito negativo che positivo. La Regione Toscana ha approvato nel 2006 una legge con cui si impegna a far crescere la consapevolezza di cittadini e medici sull’argomento, realizzando anche le opportune verifiche e conducendo studi sulle dosi assorbite dai pazienti soprattutto bambini e  adolescenti. La Confesercenti ha condotto un’inchiesta intitolata “100 casi di spreco in Sanità” dalla quale emerge che ospedali mai terminati, prescrizioni 'a pioggia', ricoveri ed esami inutili, scarso utilizzo della tecnologia, personale medico in esubero e paramedico insufficiente rappresentano alcuni dei fattori che hanno portato, nel corso del 2005, a sprecare risorse sanitarie per un totale di 17 miliardi e 400 milioni di euro.  (circa 100 milioni è il budget annuale del nostro servizio sanitario nazionale e 6 quello della sola Puglia). Una campagna di formazione e di informazione sui rischi da radiazioni ionizzanti per uso medico rappresenterebbe un atto dovuto oltre che per la salute collettiva anche per le casse della nostra sanità. Una campagna che dovrebbe andare di pari passo con quella sui farmaci e sui loro effetti collaterali e con quella sulla promozione delle tecniche di immagine che non usano le radiazioni ionizzanti come la Risonanza magnetica e gli ultrasuoni. Nella nostra regione in questi mesi si rincorrono le richieste, le pretese ed i contenzioni per la PET-TAC in tutte le province. I cittadini dovrebbero saper che la pet tac è un’indagine moderna in grado di dare risposte a due domande: se un tumore ha già dato metastasi quando è stato diagnosticato e se una lesione sospetta dopo le cure è un tumore o meno. Ma devono anche sapere che un esame di quel tipo corrisponde a circa 1400 radiografie del torace e che esiste già un’altra metodica la quale senza usare raggi x è in grado di darci le stesse informazioni della pet-tac a costi sanitari ed economici di gran lunga inferiori. Si tratta della risonanza magnetica con diffusione total-body. Si avrebbe così anche l’enorme vantaggio di ridurre il rischio di cancro da radiazioni mediche . Si sa, per ridurre i tumori non servono tanto arance, azalee e uova di cioccolata ma meno inquinamento e meno radiazioni ionizzanti. Nella Puglia delle energie rinnovabili sarebbe davvero coerente e necessaria anche in sanità una scelta a favore di tecnologie diagnostiche in grado contrastare l’abuso delle radiazioni ionizzanti notoriamente in grado di provocare il cancro.  


MAURIZIO PORTALURI


 

 

 

LECCE / 08-07-2009

PUGLIA: GALLIPOLI, AUTOVELOX E AUTO ''CIVETTA''/ Ecco come i comuni ''FANNO CASSA'' anche in Sicilia a Trapani

Due casi emblematici segnalatici da un cittadino a Gallipoli (Le) ed in provincia di Trapani. Intervengano i Prefetti


 

LECCE (UnoNotizie.it)

Nonostante i pareri del Ministero dei Trasporti, dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e le numerose sentenze su tutto il territorio nazionale e persino della Cassazione Penale alcuni comuni in barba alla legge e alle più elementari regole della correttezza e trasparenza dell’agire amministrativo sancite, peraltro, a livello costituzionale, proseguono nell’utilizzo di autovetture “civetta” abilmente nascoste sui cigli delle strade o addirittura truccate da macchine civili.

Le segnalazioni questa volta ci arrivano dal Comune di Gallipoli (Le) e dalla provincia di Trapani che possiamo verificare dalle foto scattate da un diligente automobilista salentino che per evitare un tamponamento sul luogo dov’era nascosta una pattuglia della Polizia Municipale di Gallipoli, era stato costretto a frenare energicamente e ad accostare sul ciglio della strada.

Riteniamo gravissimo il comportamento di questi enti che continuano a perseverare in questa odiosa prassi al solo scopo di “far cassa” e che sortisce l’effetto contrario rispetto al fine primario del controllo della velocità per la sicurezza stradale, costituendo, in realtà, una vera e propria insidia o trabocchetto per gli automobilisti.

Per questi motivi e per l’ennesima volta, il componente del Dipartimento Tematico “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori, Giovanni D’AGATA, invita le pubbliche amministrazioni che hanno utilizzato e che continuano a perseguire queste prassi illegittime ad adeguarsi alla legge  e ad annullare in via di autotutela i verbali per infrazioni al Codice della Strada sin qui redatti e ai Prefetti ad intervenire una volta per tutte a sanzionare tali comportamenti illegittimi. 

- Uno Notizie Lecce -

 

 

LECCE / 08-07-2009

PUGLIA: GALLIPOLI, AUTOVELOX E AUTO ''CIVETTA''/ Ecco come i comuni ''FANNO CASSA'' anche in Sicilia a Trapani

Due casi emblematici segnalatici da un cittadino a Gallipoli (Le) ed in provincia di Trapani. Intervengano i Prefetti


 

LECCE (UnoNotizie.it)

Nonostante i pareri del Ministero dei Trasporti, dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e le numerose sentenze su tutto il territorio nazionale e persino della Cassazione Penale alcuni comuni in barba alla legge e alle più elementari regole della correttezza e trasparenza dell’agire amministrativo sancite, peraltro, a livello costituzionale, proseguono nell’utilizzo di autovetture “civetta” abilmente nascoste sui cigli delle strade o addirittura truccate da macchine civili.

Le segnalazioni questa volta ci arrivano dal Comune di Gallipoli (Le) e dalla provincia di Trapani che possiamo verificare dalle foto scattate da un diligente automobilista salentino che per evitare un tamponamento sul luogo dov’era nascosta una pattuglia della Polizia Municipale di Gallipoli, era stato costretto a frenare energicamente e ad accostare sul ciglio della strada.

Riteniamo gravissimo il comportamento di questi enti che continuano a perseverare in questa odiosa prassi al solo scopo di “far cassa” e che sortisce l’effetto contrario rispetto al fine primario del controllo della velocità per la sicurezza stradale, costituendo, in realtà, una vera e propria insidia o trabocchetto per gli automobilisti.

Per questi motivi e per l’ennesima volta, il componente del Dipartimento Tematico “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori, Giovanni D’AGATA, invita le pubbliche amministrazioni che hanno utilizzato e che continuano a perseguire queste prassi illegittime ad adeguarsi alla legge  e ad annullare in via di autotutela i verbali per infrazioni al Codice della Strada sin qui redatti e ai Prefetti ad intervenire una volta per tutte a sanzionare tali comportamenti illegittimi. 

- Uno Notizie Lecce -

Pakistan. I pogrom dell'islam "puro" colpiscono i cristiani

Nove morti in un villaggio messo a ferro e fuoco. È l'ultima di una serie di aggressioni contro chi ha la sola colpa di non essere musulmano. Nel silenzio e nel disinteresse del resto del mondo

di Sandro Magister


ROMA, 5 agosto 2009 – Hanno tirato pietre, bruciato le case, inseguito i fuggiaschi sparando all'impazzata. Alla fine i morti sono nove. Sette hanno per cognome Hamid e sono dello stesso clan familiare di padre Hussein Younis, francescano. Tra essi vi sono due bambini (nella foto di Saqib Khadim, le bare). La loro unica colpa è d'essere cristiani.

È accaduto in Pakistan, a Gojra, provincia di Faisalabad, nel Punjab orientale. In tutto il Pakistan i cattolici sono un milione e trecentomila, e altrettanti i cristiani di altre denominazioni, su una popolazione di 160 milioni quasi tutti musulmani. Ma l'intolleranza contro questa minoranza piccola, povera e pacifica è ormai un dato costante, che a tratti esplode in sanguinose aggressioni.

L'ultima ha avuto per scintilla un'innocente festa di matrimonio tra cristiani, a Koriyan, un piccolo villaggio vicino a Gojra. Era il 30 luglio. Racconta padre Younis, intervistato da Lorenzo Cremonesi per il "Corriere della Sera" del 3 agosto:

"Come è usanza, alla fine della cerimonia in chiesa gli invitati hanno tirato verso la coppia fiori, riso, alcune monete per augurare prosperità e biglietti con frasi di saluto o preghiere. Il guaio è che dei musulmani hanno cominciato a sostenere che i biglietti erano pagine del Corano strappate, un'offesa gravissima per l'islam e oggi ancora più grave in questi tempi di fanatismo. Ben presto sono volati insulti, accuse, poi pietre. Nel pomeriggio erano già state date alle fiamme alcune abitazioni. Ma la violenza più grave è esplosa sabato mattina 1 agosto a Gojra, attorno al quartiere cristiano.

"La nostra gente ha contato otto autobus carichi di estremisti arrivati da fuori. Volti sconosciuti di gente armata sino ai denti. Il loro slogan era che noi cristiani abbiamo la stessa religione dei soldati americani e dunque siamo nemici, meritiamo la morte. Prima hanno tirato pietre, poi hanno sparso benzina e infine mitra e bombe. Qui attorno a me è tut­to bruciato, carbonizzato. Il bilancio di sangue poteva essere molto peggiore se i cristiani non fossero fuggiti subito. I miei familiari non sono stati abbastanza lesti e sono bruciati vivi, intrappolati tra le fiamme".

Il vescovo di Faisalabad, Joseph Coutts, anche lui intervistato dal "Corriere della Sera", ha  così commentato:

"È chiaro che questi pogrom sono stati organizzati da gruppi che col fine di sconvolgere il Pakistan, oltre che l'Afghanistan, fanno di tutto per seminare violenza. Ci hanno provato con gli attentati nelle maggiori città pakistane e ora passano agli attacchi ai cristiani. Il fatto più grave è che adesso riescono a mobilitare grandi folle di fedeli contro di noi. Trovo che sia un fenomeno allarmante, peggiore che gli attentati isolati con bombe nelle chiese che hanno terrorizzato i cristiani sin dall'inizio nel 2001 della guerra in Afghanistan".

Il vescovo ricorda almeno quattro pogrom anticristiani che hanno visto la mobilitazione di larghe masse di manifestanti pronte ad usare violenza: "La prima volta in anni recenti è stato nel 1997, nel villaggio di Shanti Nagar. Otto anni dopo l'attacco si è ripetuto nella cittadina di Sangla Hill. Il 30 giugno scorso è avvenuto nel villaggio di Bahmani Wala, nella regione di Kasur, non troppo lontano da qui. E ora a Koriyan e Gojra hanno dato fuoco a decine di case".

Quasi sempre il pretesto delle violenze e delle persecuzioni è la legge 295, che in nome della sharia commina pene pesantissime, fino all'ergastolo, a chi offende il Corano o Maometto. "Il problema è che questa legge viene utilizzata in modo del tutto arbitrario. Spesso basta la parola di un cittadino musulmano per far mettere in carcere un cristiano senza alcuna prova concreta", prosegue monsignor Coutts. L'ultimo processo si è concluso lo scorso 17 aprile a Lahore con l'assoluzione di due anziani cristiani, James e Buta Masih. I due innocenti avevano passato più di due anni in prigione. Dal 1986 a oggi è stato calcolato che l'accusa ha colpito 982 cristiani. Di essi, 25 sono stati uccisi da musulmani fanatici.

Dopo l'ultimo massacro, il primo ministro del Punjab, Shahbaz Sharif, ha nominato una commissione d'inchiesta e ha annunciato un risarcimento di 500.000 rupie, poco più di 4.000 euro, ai familiari delle vittime.

Lo scorso 6 luglio un compenso di 20.000 rupie era stato dato a ciascuna delle 57 famiglie che avevano avuto la casa distrutta nel pogrom anticristiano del 30 giugno a Bahmani Wala. La consegna è stata fatta alla presenza di tre preti cattolici e di altri leader cristiani, davanti alla chiesa del villaggio utilizzata dalle diverse confessioni.

Prima ancora, la Chiesa cattolica aveva subito danni anche in conseguenza dell'attentato suicida del 27 maggio contro un edificio della polizia a Lahore. L'edificio fu interamente distrutto, con 35 morti. Ma subirono crolli anche quattro edifici adiacenti: la libreria delle Figlie di San Paolo e tre scuole medie superiori cattoliche.

Nel marzo del 2008 anche la cattedrale di Lahore aveva subito danni, per una bomba contro un vicino edificio del governo.

Per tre giorni, dopo l'ultimo pogrom, tutte le scuole cattoliche del Pakistan sono state chiuse in segno di lutto.

I vescovi e il nunzio apostolico Adolfo Tito Yllana hanno chiesto a più riprese alle autorità pakistane di agire in difesa delle minoranze religiose aggredite. La loro convinzione è che sia in atto un vero e proprio martirio, con i cristiani eletti a "capro espiatorio" dell'odio di musulmani fanatici. Analoghi pogrom hanno per vittima, in Pakistan, anche una corrente islamica messa al bando come "eretica", che conta circa tre milioni di seguaci, gli Ahmadi.

In un telegramma inviato il 3 agosto al vescovo di Faisalabad, Joseph Coutts, e firmato dal segretario di Stato vaticano, Benedetto XVI ha espresso il suo dolore "per l'insensato attacco alla comunità cristiana di Gorjan", con la "tragica uccisione di bambini, donne e uomini innocenti". E ha fatto appello ai cristiani del Pakistan perché non desistano dallo sforzo di "costruire una società che, con un profondo senso di fiducia nei valori umani e religiosi, sia caratterizzata dal mutuo rispetto fra tutti i suoi membri".

In un'intervista alla Radio Vaticana, il nunzio in Pakistan si è detto "consolato dalle parole di perdono di un cristiano che ha avuto la casa bruciata e che ha detto: 'Speriamo soltanto che Dio dia loro la luce di vedere la giusta via'".

Il nunzio ha commentato: "Questo è più potente di qualsiasi omelia che posso fare io. C’è lo spirito cristiano che regna sempre fra questa gente che soffre".

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Per un aggiornamento costante delle notizie dal Pakistan due eccellenti fonti sono le seguenti agenzie:

> Asia News

> UCA News

 

 

 

MISS MINE – IN PASSERELLA PER UNA PROTESI – PROPOSTA SHOCK DI UN REGISTA NORVEGESE IN CAMBOGIA: QUI SONO 25MILA LE PERSONE CHE HANNO PERSO UN ARTO A CAUSA DEGLI ORDIGNI” - IL MINISTRO: “VA ANNULLATO, NON È DIGNITOSO”…

Rosalba Castelletti per La Repubblica

Ogni aspirante Miss porta una scintillante corona sul capo, indossa un elegante abito colorato ed è priva di una gamba. Concorre non solo per il titolo di reginetta di bellezza, ma per una protesi su misura. A debuttare sabato a Phnom Penh non è stato il solito concorso di bellezza, ma "Miss mina antiuomo Cambogia", un´iniziativa che come la precedente edizione angolana del 2008 sta facendo discutere già alle prime battute. A cinque giorni dall´inaugurazione di una mostra delle foto delle finaliste il ministero per gli Affari sociali, tra gli stessi promotori dell´evento, ha chiesto agli organizzatori di annullarlo «per proteggere l´onore e la dignità delle persone inferme».

L´idea di un concorso provocatorio, per alcuni di cattivo gusto, che puntasse letteralmente i riflettori sugli orrori provocati dalle mine antiuomo, è venuta al regista teatrale norvegese Morten Traavik nel 2003 mentre visitava l´Angola appena uscito da una guerra civile trentennale. Due cose lo impressionarono: la passione angolana per i concorsi di bellezza e le mutilazioni causate dalle mine. Decise di sfruttare la sua esperienza da palcoscenico per sposare le due cose.

«Credo molto nei contrappunti - sostiene Traavik - un buon vecchio trucco teatrale. Qui il contrappunto è mettere insieme "mina" e "miss". È il contrappunto tra la tragica realtà delle mine antiuomo e la gioiosa celebrazione della vita insita in un concorso di bellezza».

Augusta Urica e Maria Restino Manuel, le vincitrici dell´edizione 2008, sono state l´incarnazione di quest´insolito connubio in Angola. Più ostacoli sta incontrando la sua combinazione in Cambogia. Non che manchino le candidate. Insieme ad Angola e Afghanistan, la Cambogia è il Paese più colpito dalla piaga delle mine-antipersone: 63mila le vittime, almeno 25mila quelle rimaste prive di un arto. È tra loro che sono state scelte le 20 finaliste, una per provincia.

Miss Mine Antiuomo Cambogia 2009

Le loro foto corredate di dettagli sull´incidente che le ha mutilate si trovano sul sito miss-landmine.org dove da sabato gli internauti possono votare chi vorrebbero vedere incoronata a dicembre. E tutte fremono per il lancio vero e proprio dell´iniziativa che avverrà il 7 agosto.

Miss Mine Antiuomo Cambogia 2009

A frenare i loro entusiasmi è giunto ieri il dietrofront del ministero che nel 2007 aveva approvato l´iniziativa. Inatteso sì, ma preceduto dalle stesse critiche che l´anno scorso accompagnarono il concorso angolano: c´è chi ha paragonato la competizione a un "freak show", una fiera di mostri, e chi ha accusato i promotori di "sfruttare" le vittime. Miss Phnom Penh alias Song Kosal, 24 anni, mutilata all´età di cinque da una mina, non ha dubbi sull´iniziativa: «È un´opportunità perché il mondo non discrimini i disabili. Anche noi abbiamo il diritto di essere belle». Spera che Traavik, che ha subito chiesto un incontro con le autorità, riesca a convincere dello stesso il governo

 

 
[03-08-2009]

 

 

 

MARINO MARINATO – ECCO LA LETTERA CON CUI L'UNIVERSITà DI PITTSBURGH SMONTA PUNTO PER PUNTO LA VERSIONE DI IGNAZIO MARINO - DOZZINE DI IRREGOLARITA’ INTENZIONALI E DELIBERATE MAI DENUNCIATE – IL CLIMA DELLA SICILIA DI CUFFARO NON HA AVUTO ALCUN RILIEVO…

Da "Il Foglio"

DR MARINO, LIES ARE UGLY
L'università di Pittsburgh smentisce le spiegazioni offerte da Ignazio Marino a proposito del suo allontanamento dall'UPMC, e lo fa rispondendo via mail a una richiesta di chiarimenti giunta dal Foglio. Oltre a confermare "le dozzine di irregolarità intenzionali e deliberate" contestate nel settembre 2002 al futuro senatore, il responsabile delle relazioni esterne del Medical Center di Pittsburgh, Paul Wood, nega che il documento che definisce i termini dell'allontanamento del chirurgo (pubblicato dal Foglio il 24 luglio e sottoscritto da Marino in tutte le sue pagine) sia soltanto "una bozza senza alcun valore", come sostenuto da Marino.

"La lettera firmata dal Dr. Ignazio Marino il 6 settembre 2002 - scrive il portavoce dell'università di Pittsburgh - è la lettera finale e ufficiale delle dimissioni e non rappresenta né una bozza né un tipo di lettera standard di conclusione di rapporto".

Pittsburgh - università per cui Marino ha lavorato per anni prima dell'allontanamento nel settembre 2002 - smentisce altri punti sostanziali della difesa del candidato alla segreteria del Pd. Nell'intervista rilasciata sabato al Foglio, Marino sosteneva che la corrispondenza successiva tra lui e l'UPMC dimostrerebbe una "rinegoziazione dei termini" che rettificherebbe "in maniera sostanziale il contenuto della prima" lettera.

Secondo Pittsburgh, però, le cose non sono andate così. "La corrispondenza successiva con il Dr. Marino e i suoi rappresentanti legali semplicemente - spiega Wood - specificava come sarebbero state attuate le condizioni di fine rapporto. Successiva corrispondenza e lettere di referenze non hanno avuto alcun effetto in quanto il Dr. Marino aveva rinunciato a ogni privilegio legato alla sua posizione, forfait, salari, benefits, liquidazione e ogni altro futuro pagamento come parte dell'accordo di restituzione, incluso qualsiasi tipo di collaborazione professionale con UPMC e con le proprie affiliate".zzi

Nella lettera inviata a Marino dal boss dell'università di Pittsburgh (Jeffrey A. Romoff) il 6 settembre 2002, inoltre, tra le dozzine di "irregolarità intenzionali e deliberate" contestate al chirurgo genovese risultavano esserci anche 8.000 dollari di note spese truccate. "Alla data di oggi - scrisse Romoff - riteniamo di aver scoperto una serie di richieste di rimborso spese deliberatamente e intenzionalmente doppia all'UPMC e alla filiale italiana".

Marino ha ammesso parlando con il Foglio che "in quel momento di tensione ci fu effettivamente una revisione della contabilità che ha dimostrato come ci fossero discrepanze per 8 mila dollari"; e ha poi precisato che fu lui stesso ad accorgersi di quelle imprecisioni e "a comunicarle all'amministrazione".

Ma il portavoce dell'UPMC, James Wood, nella mail di ieri dice: "Le irregolarità nella gestione finanziaria furono portate alla luce dal servizio di audit di UPMC - e non dal Dr. Marino. Esse furono poste in essere in modo intenzionale e deliberato da parte del Dr. Marino, e questo accadde in modo ripetuto nell'arco di molti mesi e non si è limitato ad un singolo evento".

Marino ha contestato la versione dei fatti ricostruita da questo giornale sostenendo che le accuse del Foglio siano "false" e "create ad arte" e aggiungendo che il suo allontanamento sarebbe stato in parte dovuto dal pessimo clima che si sarebbe respirato in Sicilia dal 2001 in poi, "quando alla presidenza della regione Sicilia viene eletto Totò Cuffaro" e quando cominciarono "le pressioni, sia dalla politica sia dall'università".

"Qualunque preoccupazione il Dr. Marino possa aver avuto in merito alla Sicilia e alle proprie scelte di carriera - precisa il responsabile delle relazioni esterne dell'UPMC - ciò non ha avuto alcun rilievo nella negoziazione.

Ad oggi, nessun fatto o informazione ha modificato o invalidato il contenuto della lettera del 6 settembre 2002". Al contrario di quello che sostiene Marino, dunque, la lettera "senza valore" non rappresenta né una bozza né un tipo di comunicazione standard di conclusione di rapporto. Quella lettera pubblicata dal Foglio è - secondo la fonte della missiva, cioè l'UPMC - semplicemente la lettera finale e ufficiale delle dimissioni, dopo "le dozzine di irregolarità intenzionali e deliberate".


ECCO LA LETTERA CON CUI PITTSBURGH SMONTA PUNTO PER PUNTO LA VERSIONE DI IGNAZIO MARINO

Il giorno stesso in cui questo giornale ha pubblicato la lettera con cui il capo dell'UPMC (Jeffrey A. Romoff) spiegava le ragioni dell'allontanamento di Marino da Pittsburgh (il 24/7), il Foglio ha contattato l'Università per chiedere chiarimenti. In un primo momento, il portavoce dell'UPMC ha risposto con un "At his point in time, we have no comment", poi ha scelto di entrare nel merito della questione scrivendoci questa e-mail che il Foglio ha ricevuto ieri pomeriggio alle 14.03.

Paul Wood, Vice President, Public Relations University of Pittsburgh Medical Center
"La lettera firmata dal Dr. Ignazio Marino il 6 settembre 2002 è la lettera finale e ufficiale delle dimissioni e non rappresenta né una bozza né un tipo di lettera standard di conclusione di rapporto. Le irregolarità nella gestione finanziaria furono portate alla luce dal servizio di audit di UPMC - e non dal Dr. Marino. Esse furono poste in essere in modo intenzionale e deliberato da parte del Dr. Marino, e questo accadde in modo ripetuto nell'arco di molti mesi e non si è limitato ad un singolo evento.

La corrispondenza successiva con il Dr. Marino e i suoi rappresentanti legali semplicemente specificava come sarebbero state attuate le condizioni di fine rapporto. Successiva corrispondenza e lettere di referenze non hanno avuto alcun effetto in quanto il Dr. Marino aveva rinunciato a ogni privilegio legato alla sua posizione, forfait, salari, benefits, liquidazione e ogni altro futuro pagamento come parte dell'accordo di restituzione, incluso qualsiasi tipo di collaborazione professionale con UPMC e con le proprie affiliate.

Qualunque preoccupazione il Dr. Marino possa aver avuto in merito alla Sicilia e alle proprie scelte di carriera, ciò non ha avuto alcun rilievo nella negoziazione. Ad oggi, nessun fatto o informazione ha modificato o invalidato il contenuto della lettera del 6 settembre 2002".

 

 
[28-07-2009]

SAN” MARINO – IL PROFESSORE DEL PD VA AL CONTRATTACCO: “ECCO LA LETTERA PER FARMI FUORI: MI OPPOSI ALLE CLIENTELE TRA SICILIA E PITTSBURGH” - E ANNUNCIA QUERELA ALL´UNIVERSITÀ AMERICANA E AD ALCUNI QUOTIDIANI – MA LE NOTE SPESE ERANO GONFIATE O NO?...

Umberto Rosso per "la Repubblica"

LETTERA MARINO

Ormai, è roba per aule di tribunali. Nella guerra fra Pittsburgh e il professor Ignazio Marino, che stamattina darà l´incarico all´avvocato Vittorio Angiolini di querelare l´università Usa ma anche alcuni giornali, spunta una nuova lettera. La prova, secondo la ricostruzione dei legali, che l´allora capo dell´Ismett di Palermo fu fatto fuori con un accordo fra gli americani e la Regione siciliana, perché si opponeva al rinnovo di una convenzione con troppi punti oscuri e clientele. Dietro la storia delle note spese gonfiate, come ancora due giorni la Upmc di Pittsburgh ha voluto confermare con un comunicato ufficiale, si aprirebbe allora tutt´altro scenario.

E con il sospetto forte, da parte del candidato alla segreteria del Pd, di una manina politica che sta soffiando sul caso, nove anni dopo i fatti. La lettera, che spunta fra le carte di Palermo, porta la data del 15 maggio 2002, ovvero alcuni mesi prima delle sue dimissioni (arrivate in settembre). La spedisce il responsabile degli affari internazionali della Upmc, Thomas Detre, che scrive all´assessore regionale alla Sanità siciliano, il professor Ettore Cittadini, e riassume un incontro che i due hanno avuto da poco. «Come abbiamo convenuto il cda dell´Ismett sarà ristrutturato, con tre componenti alla Regione siciliana e due alla Umpc».

Un ribaltone, con gli americani che cedono la maggioranza nell´Istituto dei trapianti, a favore della giunta guidata da Cuffaro. Ma perché e chi dovrà lasciare quel posto in consiglio di amministrazione per favorire l´ingresso del terzo uomo della Regione? Proprio Ignazio Marino. «Siamo tutti d´accordo - scrive ancora Detre - che il professor Marino si dimetterà dalla posizione di amministratore delegato e consigliere di amministrazione, e farà solo il direttore medico». Con un ulteriore promemoria per l´assessore siciliano: «Come ho avuto modo di dirle, la revisione degli accordi si giustifica solo nella contestuale prospettiva di una estensione dei termini contrattuali».

Come a dire, il rinnovo della convenzione per altri nove anni val bene un ribaltone nel cda. E magari qualche altra "attenzione" in più, come l´autorizzazione ad aprire una struttura di cardiologia che gli americani stanno chiedendo da tempo. Il tutto avviene, ricostruisce lo stesso Marino, alle sue spalle. Il direttore dell´Ismett sarebbe rimasto completamente all´oscuro delle intenzioni degli americani di tagliarlo fuori, e la lettera del resto è intestata solo a Cittadini (e solo per vie indirette è finita fra le carte arrivate in possesso degli avvocati).

Ma perché la Umpc decide di mettere brutalmente alla porta il mago dei trapianti dopo lunga e proficua collaborazione? Per la storia delle note spese gonfiate? «Le discrepanze fui io stesso a segnalarle - si difende Marino - ma in ballo a Palermo c´era ben altro. Un accordo molto redditizio con la Regione, al cui vertice era nel frattempo arrivato Cuffaro. Con una gestione dell´Istituto che da un certo punto in poi non potevo più condividere. E lo dissi chiaramente».

Medici da assumere con un bando di concorso su misura, a prescindere dalle specifiche competenze sui trapianti. Pressioni per arruolare infermieri e portantini su input politici.

Marino denuncia l´andazzo, in una lettera all´assessore al Bilancio Alessandro Pagano nel luglio 2002 si dice «molto preoccupato per la situazione all´Ismett, dove non riesco più a gestire il personale medico sui livelli di eccellenza che la struttura richiede». Informa anche alcuni ministri del governo Berlusconi. Silenzio. Alla fine del braccio di ferro, nel settembre del 2002 lascia il suo posto. «Glielo consigliai anch´io - conferma l´ex comandante dei carabinieri Roberto Jucci, all´epoca a Palermo come commissario per le acque - perché al centro trapianti stava per sbarcare personale non qualificato, e il professor Marino non poteva accettare un´imposizione del genere».

 

 
[29-07-2009]

 

 

 

I NAZI-IDIOTISMI DI ECCLESTONE, MOSLEY, BRIAN FERRY, IL PRINCIPINO HARRY, ETC. - "GIUSTIFICARE" HITLER TECNICAMENTE È L’ULTIMA, PERICOLOSISSIMA FRONTIERA DEL REVISIONISMO STORICO. TECNICAMENTE È APOLOGIA DI REATO, E MEDIATICAMENTE È PURO SUICIDIO...

Luigi Mascheroni per "Il Giornale"

Ultimo grande e inviolabile tabù ereditato dal Novecento, il giudizio sul nazismo è lo spartiacque sociale e intellettuale tra buon senso da un parte e follia (o stupida provocazione) dall'altra. Eppure, per quanto parlare in termini meno che deprecabili del nazismo sia un modo sicuro per giocarsi carriera e reputazione, a volte succede che qualcuno incautamente finisca per scivolarci sopra.

L'ultimo, il patron della Formula Uno, Bernie Ecclestone. In un'intervista al Times ha criticato l'inefficienza dei politici moderni e delle democrazie, lodando i regimi totalitari. «Hitler sì che sapeva far funzionare le cose», ha dichiarato. Qualche milione di sterline di patrimonio e 78 anni di età, Ecclestone tra le altre cose si è detto sicuro che il presidente della Federazione mondiale dell'auto, Max Mosley, potrebbe essere «un eccellente primo ministro».

Mosley, per la cronaca, è l'altro eccentrico miliardario britannico, secondogenito del nazista inglese sir Oswald Mosley, fondatore nel 1932 della British Union of Fascists, che fu protagonista di una ormai celebre orgia nazi-sadomaso in un lussuoso appartamento di Chelsea nel marzo 2008. Per Ecclestone «Hitler, al di là del fatto che alla fine è stato persuaso a fare cose che non so se voleva fare, era nella condizione di comandare molta gente e di far funzionare le cose. Alla fine però si è perso». Sieg Heil.

A Mosley andò bene: pubblica reprimenda ma nessuna epurazione. A Ecclestone cosa succederà? Nell'ottobre del 2006 il cantante Bryan Ferry confessò candidamente a una rivista tedesca, Welt am Sonntag, la propria ammirazione per la macchina propagandistica del Terzo Reich: «Dio mio, i nazisti sì che sapevano presentarsi: i film di Leni Riefenstahl, e gli edifici di Albert Speer, e le parate di massa... incredibili. Veramente tutto bello», si lasciò andare estasiato.

Il giorno, dopo, tramite il suo manager, consegnò alla stampa un comunicato in cui affermava di essere «sconvolto» aggiungendo le scuse per qualsiasi offesa causata dai suoi commenti sull'iconografia hitleriana eccetera eccetera concludendo che «Io, come chiunque sano di mente, trovo che il regime nazista sia stato malefico».

Al principino Harry, terzo in linea di successione al trono di Inghilterra, paparazzato con la svastica al braccio a una party in maschera in una casa privata nello Witshire, andò molto peggio. Oltre alle pubbliche scuse di rito - «Se ho offeso qualcuno, sono molto dispiaciuto», scrisse in una nota il figlio più giovane della principessa Diana - rischiò anche un viaggio riparatore ad Auschwitz: con pessimo tempismo inglese aveva organizzato la festa - nel gennaio 2005 - due settimane prima della Giornata di commemorazione dell'Olocausto.

La foto pubblicata dal Sun sotto il titolo «Gioventù hitleriana» fece comprensibilmente il giro del pianeta. In ossequio al criterio di notiziabilità secondo il quale il «peso» informativo di un fatto è proporzionato alla fama del protagonista, quando l'aprile scorso su un giornale di Vigevano apparve l'immagine di un sagrestano con la svastica al braccio, la foto si fermò all'inserto Lombardia del Corriere della sera.

Fino a qui il folklore. Oltre, sul fronte della rivalutazione del nazismo, ci sono l'ideologia da una parte e alcuni «scomodi» studi scientifici dall'altra. Al netto del negazionismo di Ahmadinejad o di alcuni lefebvriani (e del successo editoriale dei Protocolli dei Savi di Sion nel mondo islamico o del Mein Kampf in qualche insospettabile paese occidentale) in ambito accademico si registrano timidi tentativi di rilettura di alcuni aspetti del Reich.

Anni fa il filosofo tedesco Peter Sloterdijk pubblicò un saggio su Heidegger in cui auspicava il ricorso alle nuove tecniche di clonazione guadagnandosi accuse di cedimento all'eugenetica nazista (e causando la rottura del suo sodalizio intellettuale con Jürgen Habermas).

Mentre suscitò accese polemiche nel 2000 l'uscita del libro La guerra di Hitler al cancro di Robert Proctor, da alcuni letto come una velata esaltazione di quelle politiche sanitarie ed ecologiche nelle quali il nazismo fu all'avanguardia e che oggi sono il fiore all'occhiello delle democrazie avanzate.

Qualcosa di simile, sul piano dell'analisi economica, è accaduto allo studio Tre New Deal di Wolfgang Schivelbusch, del 2008, in cui il giudizio sulla Germania di Hitler, dal punto di vista dello stato sociale, non è per nulla sfavorevole rispetto agli Stati Uniti di Roosevelt o l'Italia di Mussolini.

 

Nel campo letterario, invece, qualche purista benpensante ha arricciato il naso davanti ai libri dell'americano Jonathan Littell, reo nel 2007 di un romanzo «simpatizzante» nei confronti di un disumano ufficiale delle SS (Le Benevole) e, quest'anno, di un saggio «dedicato» al nazista belga Léon Degrelle (Il secco e l'umido).

In realtà nessun revisionismo, ma solo il tentativo di capire il Male Assoluto. Il problema, come spesso accade anche nel giudizio riservato a qualche film «simpatetico» con figure che indossano la svastica (a partire dal recente The Reader con Kate Winslet splendida aguzzina nazista), è che per alcuni tentare di capire significa inevitabilmente - chissà perché - giustificare.

Allora, tanto vale andarsi a vedere The Inglorious Bastards di Quentin Tarantino, dove le SS, di fronte alla ferocia dei soldati americani, fanno quasi tenerezza. O 300 di Zack Snyder, quello sì un film che profuma di nazismo in slow-motion.

2 - ECCLESTONE E L'ELOGIO DI HITLER: "SOLO UN GRANDE MALINTESO"...
Da "corriere.it" - Bernie Ecclestone ha definito la bufera generata dalle sue parole su Adolf Hitler e sui regimi totalitari: «Un grande malinteso». Il boss del "Circus" aveva elogiato l'operato del 'Fuhrer' in un'intervista al "Times". Ora ha provato a correggere il tiro: «In quell'intervista abbiamo parlato di strutture e di come a volte possa essere positivo prendere decisioni senza limitazioni di sorta», dice Ecclestone alla "Bild".

Contro di lui si è scagliato anche il Congresso Ebraico Mondiale, che ne ha chiesto le dimissioni invitando i team, i piloti e i paesi che ospitano i Gran Premi a sospendere ogni collaborazione. Ecclestone precisa di non avere mai preso Hitler come un esempio: «Mi è stato domandato se conoscessi un dittatore e io mi sono limitato a dire che prima dei suoi orribili crimini agì con successo contro la disoccupazione e la crisi economica».

Il patron del Circus assicura che non era nelle sue intenzioni «ferire con le mie parole i sentimenti di una comunità». Poi aggiunge: «Molte persone nella mia cerchia di amici più intimi sono di origine ebraica. Chi mi conosce sa che mai attaccherei le minoranze».

 
[06-07-2009]

 

 

 

BINARIO MORTO - "si tagliano manutenzione, risorse e uomini. Si permette a bombe viaggianti di attraversare la città - I treni merci come questo, noleggiato all´estero, dovrebbero essere controllati bene dalle Ferrovie al loro ingresso in Italia"...

1 - "In quel pezzo rotto c´era la traccia di una saldatura"
Maurizio Bologni per "la Repubblica"

«Sono comunista e manutentore di treni da una vita. Ho le mie buone ragioni per arrabbiarmi e per protestare, ne ho viste tante, compreso come era ridotto quel pezzo che si è rotto e ha provocato la strage di Viareggio». Così parla Riccardo Antonini, barba e capelli bianchi, in sella alla sua bici nella piazza del comune di Viareggio, mentre promuove un´assemblea pubblica di ferrovieri e cittadini.

Si spieghi meglio Antonini, che lavoro fa lei?
«Sono un tecnico della manutenzione di Rete Ferroviaria Italiana (Rfi), alle dipendenze dell´unità territoriale di Pisa e in servizio nella tratta Pisa-Sarzana, proprio quella nella quale è avvenuto l´incidente».

E cosa sostiene di aver visto, nello svolgimento delle sue mansioni di lavoro, a proposito dell´incidente avvenuto lunedì notte?
«Martedì mattina sono entrato in servizio alle 7,30 e di persona mi sono potuto rendere conto di che cosa aveva provocato l´incidente della notte prima. Semplificando, il cedimento strutturale di cui si è parlato è avvenuto tra una ruota e l´asse che collega le ruote stesse tra di loro. In pratica l´asse si è staccato dalla ruota. Nel punto del distacco c´era la ruggine e i segni di una precedente saldatura abborracciata».

Il distacco e subito dopo, dunque, il deragliamento?
«No. La rottura è avvenuta all´inizio della stazione. Dopo 150 metri la ruota è saltata all´interno dei binari e il carrello ha incominciato a dragare le traverse di cemento tra i binari. Procedendo in avanti, ne avrà ammucchiate una ventina, fino a creare uno spessore, una sorta di scalino, sul quale la ruota è alla fine salita. A quel punto 700-800 metri dopo la rottura c´è stato il deragliamento del treno e il carrello è stato scaraventato a 70-80 metri di distanza nel punto dove si trova tuttora, coperto da un telo blu e presidiato dalla polizia. Dopo l´incidente i macchinisti sono saltati giù e sono corsi a dare l´allarme».

Perché, secondo lei, succedono questi incidenti?
«Non si fa più la manutenzione di un tempo, si tagliano le risorse e gli uomini. Si permette a bombe viaggianti come quella che ha fatto strage a Viareggio di attraversare la città. I treni merci come questo, che è stato noleggiato all´estero, dovrebbero essere controllati bene da personale delle Ferrovie al loro ingresso in Italia. Invece, per quanto ne so io, questo non avviene».

2 - La società Usa ammette: «La responsabilità dei controlli è nostra»
Stefano Zurlo per Il Giornale

Una segretaria, poi un'altra ancora. Attraverso il cavo del telefono entriamo nella stanza dell'amministratore delegato di Gatx Rail Europe. Siamo a Perchtoldsdorf, borgo impronunciabile dell'Austria. «Johannes Mansbart la chiamerà. Senz'altro - spiega la sua gentile portavoce - al momento è in conference call. Ah, ecco, glielo passo. Anzi no».

Dev'essere sigillato con l'imbarazzo il quartier generale europeo di Gatx, il colosso americano che possiede 160mila vagoni cisterna utilizzati per il trasporto di Gpl, derivati del petrolio e altre sostanze. Uno di quei 160mila vagoni è il colpevole della strage di Viareggio.

No, Johannes Mansbart non si fa sentire: per tutto il pomeriggio è sul punto di chiamare, ma tace. La magistratura gli chiederà tutto ma proprio tutto di quel carro-bomba. I documenti, quelli filtrati fin qui, dicono che tutto era nella norma. Il vagone, uno dei ventimila della flotta europea, era stato immatricolato in Germania nel 2004 e poi sottoposto correttamente alla revisione.

Quando? È il ministro Altero Matteoli a spiegarlo in Parlamento: «Il 2 marzo scorso presso la società Cima di Bozzolo, in provincia di Mantova». «Era tutto in regola, la manutenzione è stata adeguata», ribatte l'amministratore unico della Cima Giuseppe Pacchioni.
E allora come mai il perno, o asse che dir si voglia, si è spezzato? Come mai presentava tracce di ruggine?

Certo, in teoria potrebbe essersi rotto anche nell'incidente, ma è probabile che si sia indebolito prima. O addirittura, che sia nato male. Con un difetto di fabbricazione. Le Ferrovie ribadiscono: «Noi non c'entriamo, noi abbiamo solo noleggiato il treno per trasportare il Gpl, era la Gatx a dover seguire tutto l'iter di ogni vagone: immatricolazione, manutenzione, persino l'indicazione dell'officina in cui svolgere i controlli».

 

«Sì, è vero, la responsabilità è nostra», è l'unica frase che rimbalza da Vienna. La posizione di Gatx diventa più problematica. «Ci sono due tipi di manutenzione - spiega al Giornale il segretario nazionale di Uil Trasporti Dario Del Grosso - una corrente che si fa spesso, l'altra che poi è la revisione, approfondita, a scadenze fissate dalla legge. In questa fase di controlli, gli ultrasuoni rilevano subito fessure, difetti e guai dell'acciaio». Gli esami agli ultrasuoni sono stati effettuati? Sì o no? Se sì, come mai non si sono concentrati su quel perno?

Tutto era nella norma, ma lo screening potrebbe non essere stato all'altezza. Il condizionale, in questa prima fase, è d'obbligo. Ed è complicato dalle normative che lasciano spazio a interpretazioni e possibili dispute legali: dal momento dell'accettazione del carico fino alla sua consegna, non è più il committente ma la compagnia ferroviaria ad avere la responsabilità che tutto proceda secondo le regole internazionali codificate nel Rid, un codice di novecento pagine.

Toccava dunque a Trenitalia verificare la conformità del trasporto, la correttezza della documentazione, persino «effettuare controlli visivi sui vagoni presi in carico». Il check svolto alla partenza, a Trecate, non aveva riscontrato alcuna anomalia. C'è materia per il solito scaricabarile?

E non va dimenticato che anche la cornice legislativa non è adeguata. L'ha spiegato ieri al Giornale il viceministro per le infrastrutture Roberto Castelli: «La normativa europea è a maglie larghe. Non esiste un supervisore e si procede con l'autocertificazione». In questo caso, sotto la responsabilità di Gatx. Di più: «Le regole italiane sono più restrittive di quelle europee - aggiunge Del Grosso -, l'Europa impone il controllo ogni sei anni, Trenitalia invece ferma i convogli anche prima, in base al chilometraggio effettuato. Purtroppo l'Europa è indietro rispetto all'Italia». Ma con le liberalizzazioni l'Europa ha invaso l'Italia

 

 
[02-07-2009]

 

 

 

NEL LIBRO "L'UNTO DEL SIGNORE" SBUCA LA STRANA ALLEANZA DI BERLUSCONI, CARNELUTTI E MILLS NATA NEL SEGNO DI SINDONA E DELLA FINANZA CATTOLICA - TUTTI I SEGRETI DI UN SODALIZIO SORTO ANCOR PRIMA DELLA MORTE DI CALVI...

La strana alleanza tra Silvio, Carnelutti e Mills: nel segno di SindonA - (estratto da «L'Unto del Signore» di F. Pinotti e Udo Gumpel, Rizzoli-Bur)

Nell'occuparsi di David Mills, i magistrati italiani hanno messo l'accento sul fatto che «le compagnie oltremare erano amministrate dalla CMM Corporate Services Limited/Edsaco Limited con l'assistenza dell'avvocato Mills: «Crediamo che il materiale documentario della nostra investigazione debba probabilmente essere trovato sia alla Sceptre House che in possesso di Mr. Mills, nella ditta di Withers dove ora è socio».

 

Ed è proprio alla CMM che si cela la parte più interessante della storia, quella mai raccontata e che cela soprendenti legami con la figura di Michele Sindona e con la finanza cattolica di matrice andreottiana.

Per capirlo abbiamo investigato sul CMM Corporate Services Limited, lo studio sito al 169/173 di Regent Street (Londra), un snodo cruciale dell'intera vicenda dei fondi neri del Gruppo Fininvest e della creazione della sua galassia off-shore.

Nella bagarre scatenata dagli scandali generati prima dalla scoperta del vasto impero segreto di Silvio Berlusconi e poi dall'imputazione di David Mills, accusato di essere stato corrotto proprio dal Cavaliere, c'è un aspetto che i mass media hanno trascurato, e che è racchiuso in quella sigla: CMM.

 

Le tre lettere infatti stavano per Carnelutti Mackenzie Mills: Mackenzie è il secondo nome di David Mills e Carnelutti è il nome di un famoso studio legale di cui David Mills è socio a Londra dal 1981, cioè dall'inizio della collaborazione fra Fininvest e l'avvocato inglese.

Il giornalista investigativo inglese John Burnes1 segnala che David McKenzie Mills, «un avvocato d'affari con connessioni nel mondo dell'intelligence», iniziò a rappresentare in Gran Bretagna lo studio Carnelutti nel 1981 e che il suo primo incarico «nel periodo contiguo alla morte di Roberto Calvi sotto il ponte dei Frati Neri», fu proprio l'assistenza, nel Regno Unito, al gruppo Berlusconi.

 

«Approfittando dei vantaggi offerti dai numerosi possedimenti britannici all'estero, caratterizzati da legislazione off-shore e della deregulation dei servizi finanziari varata nel 1984, Mills creò le offshore shell-companies attraverso le quali Berlusconi avrebbe gestito la Fininvest», scrive Burnes. Il 23 giugno 1996 anche il quotidiano inglese The Independent collegherà la CMM Corporate Service alla galassia off-shore del Cavaliere, imputando allo studio legale la costituzione di cinque società nelle British Virgin Islands2.

 

Ma chi sono "i Carnelutti" che nel lontano '81 si allearono con Mills per servire al meglio gli interessi dell'Unto del Signore?

Fondato a Venezia alla fine del 1800 dal professor Francesco Carnelutti, uno dei maggiori avvocati e giuristi italiani, scomparso nel 1965, lo studio Carnelutti è oggi guidato dal figlio Tito e dal figlio di Tito (nipote di Carnelutti senior) Alessandro, attraverso gli storici uffici di Roma e Milano, oltre a quelli di Napoli e Parigi.

Professore di diritto commerciale internazionale nella capitale francese, Alessandro Carnelutti è divenuto nel 1999 partner dell'impresa di famiglia, nella sede di Roma. Lo Studio Legale Associato vanta una ampia esperienza in diritto civile, commerciale e amministrativo e una forte specializzazione per quanto riguarda fusioni e acquisizioni, joinT venture, contenzioso e arbitrati, EU e antitrust, bancarotta, assicurazioni, proprietà intellettuale e questioni fiscali.

Ma è Tito Carnelutti, il fondatore dello studio CMM con Mills, il membro delle famiglia che riserva le maggiori sorprese. Vicinissimo a Giulio Andreotti, il suo nome appare già in un libro di Camilla Cederna del 1978 su Giovanni Leone3 in cui si parlava dello scandalo generato nella metà del novembre 1977 dal caso Finabank, la banca ginevrina di Michele Sindona.

 

I giudici milanesi Urbisci e Viola vennero allora a conoscenza di un traffico di valuta fra Italia e Svizzera, transazioni avviate già tre anni prima dal Banco di Roma che aveva acquisito la gestione della finanziaria del bancarottiere. Erano 500 i nomi degli italiani che detenevano danaro nelle casse della Finabank, eleggendo Sindona a loro investitore di fiducia.

A Mario Barone, amministratore delegato del Banco di Roma, era stata allora (parliamo del luglio '94) consegnata la "lista dei 500", ma quando anni dopo verrà interrogato dai magistrati dirà loro di non ricordare più alcun nominativo. Gli basterà però un mese di carcere per rinfrescarsi la memoria ed iniziare a snocciolare qualche nome; dalla sua collaborazione si inizierà a intravvedere un filo rosso che convoglia nella Finabank grossi nomi di un tipo di finanza che si rifà ai soliti noti ambienti di stampo cattolico-vaticano, ma anche massone-mafioso.

Fra le persone ricordate da Barone infatti compaiono Filippo Micheli (segretario politico democristiano), Flavio Orlandi (massone e segretario amministrativo del Psdi, Licio Gelli (capo della P2), Carmelo Spagnuolo (massone iscritto alla P2, già procuratore generale presso la Corte di Cassazione e Presidente del Tribunale di Roma, fermo sostenitore di Sindona), Anna Bonomi Bolchini (mitica signora della finanza italiana degli anni '70-'80)4.

 

Le rivelazioni di Barone furono seguite, dopo poco tempo, da quelle altrettanto scottanti di un altro personaggio chiave, Carlo Bordoni, ex braccio destro del finanziere Sindona, che, mentre era detenuto, decise di parlare della Finabank e regalò ai magistrati un'altra fila di nomi di "tutto rispetto", fra i quali compare anche quello di Tito Carnelutti.

Sempre nel libro della Cederna si legge il resoconto di parte del memoriale di Bordoni, attraverso il quale il quadro delle transazioni finanziarie in questione si fa più nitido: Mario Olivero - emerge dalle dichiarazioni del socio del bancarottiere - curava fra le altre, in qualità di amministratore delegato, le operazioni dello Ior, della Dc, di Mauro Leone, dell'altro socio di Sindona Michele Bagnarelli e del famoso avvocato Tito Carnelutti.

Dei collegamenti fra Carnelutti e l'Istituto per le Opere di Religione parla anche N. Tosches in Power on Earth (1986)5. Nella medesima opera, così come in St. Peter's Banker di L. DiFonzo6, sono inoltre evidenziati i legami fra Carnelutti e il principe Massimo Spada, che dagli anni Cinquanta e Sassanta si impone come banchiere dello Ior. Ai vertici della Banca Vaticana e di quaranta grandi società, istituti finanziari e assicurazioni, Spada stringerà stretti rapporti con Michele Sindona che dichiarerà di aver conosciuto già nel lontano nel 19587.

Ma la ragnatela è estesa. Nel suo libro8, Tosches fa anche riferimento ai legami fra Tito Carnelutti e John Mc Caffery. Quest'ultimo, in contatto con Sindona sin dagli anni Sessanta e definito da Sindona stesso «molto vicino all'Opus Dei», è il rappresentante della Hambros Bank in Italia ma è anche un uomo dei servizi segreti inglesi.

 

Qualche mese prima di morire, Sindona fece un accenno diretto ai suoi rapporti con L'Opus Dei e raccontò «di essere entrato in contatto con membri spagnoli dell'Opus Dei tramite John Mc Caffery, l'ex capo del servizio informazioni britannico per l'Italia, che dopo la seconda guerra mondiale è diventato rappresentante della Hambros Bank9 di Londra nel nostro Paese»10.

David Mills rimarrà "senior partner" della Carnelutti Mackenzie Mills sino al 1995, anno in cui essa verrà rilevata dalla Edsaco Ltd, del gruppo Ubs11. I conti tornano, parlando delle relazioni fra Silvio Berlusconi e un certo tipo di finanza cattolica. Letta in un'ottica un po' diversa, anche la vicenda processuale di David Mills che ha interessato il Cavaliere, riporta ai suoi legami con Santa Madre Chiesa e con le più scottanti vicende economiche che hanno riguardato il Vaticano.


Tito Carnelutti e Marino Bastianini: nel segno di Sindona
Tito Carnelutti fu persino presidente di una delle più importanti società di Sindona, la Chesebrough Pounds Italia, e, secondo un rapporto della polizia di Milano, l'ufficio di Sindona era situato allo stesso indirizzo degli uffici di Carnelutti a Roma in via Parigi 11. Significativamente, il complesso sistema di società offshore di Sindona era differenziato in modo analogo al labirinto off-shore che David Mills doveva istituire per Silvio Berlusconi.

 

Nel 1997 il giornalista Fabio Tamburini scriveva che Mills, parlando bene l'italiano, fungeva proprio da punto di riferimento a Londra per Tito Carnelutti, che anche lui definisce essere stato «per lungo tempo crocevia tra il mondo dell' imprenditoria e il potere romano. Conosceva bene ogni risvolto dell'attività del finanziere Michele Sindona, ha seguito uomini chiave del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, è stato consulente delle famiglie romane più blasonate come i Lefebvre d' Ovidio»12.

Rileggendo attentamente "L'orgia del potere13", il libro inchiesta di Mario Guarino, si nota come, nella cerchia professional-relazionale di Carnelutti, c'è un altro nome a cui è necessario prestare particolare attenzione: a confermare al magistrato Francesco Greco che, nonostante Berlusconi lo negasse contro ogni evidenza, la All Iberian faceva capo proprio al Cavaliere, fu un altro importante legale, l'avvocato Marino Bastianini, partner dei Carnelutti. E proprio la Chesebrough Pounds Italia (Milano) raccoglierà attorno a sé rispettivamente Sindona in qualità di amministratore delegato, Carnelutti come presidente e Bastianini come sindaco.

«Bastianini - ricorda Guarino ricostruendo un importante rete di legami- siede a fianco di Tito Carnelutti nei cda di altre società: Brioschi Istituto biochimico e nell'industria elettronica Retam; di questa è presidente l'avvocato Sergio Carnelutti. A sua volta Tito Carnelutti è nel collegio sindacale della società ippica Razza Dormello Olgiata assieme a Guido Severgnini; e quest'ultimo nella Chesebrough Pounds Italia - presieduta da Tito Carnelutti e amministrata da Sindona - ha il ruolo di Sindaco. Severgnini è all'epoca presidente di Punta Volpe Agricola Industriale, la società di Olbia che anni dopo finirà nel Gruppo Fininvest. Bastianini oggi siede nel cda del Corriere della Sera»14.

Curiose coincidenze, che fanno riflettere su come la vicenda Mills, tramite le connessioni dell'avvocato inglese con l'ex socio in affari Tito Carnelutti, sia da inquadrare in un universo di relazioni molto più ampio e potente di quello che è stato comunemente tratteggiato dai principali mezzi di informazione.

 
[23-06-2009]

 

 

Teheran in rivolta, spari sui contestatori - Obama abbraccia Berlusconi: patto su Guantanmo - Orrore in yemen, uccisi gli ostaggi: donne mutilate e mistero sui bimbi - Ritorna Veltroni e tira un Lingotto in testa a D’Alema...

Da Il Velino.it

 

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: "Una folla immensa sfida Ahmadinejad". Editoriale di Sergio Rizzo: "Viaggiatori di Serie B". Al centro: "Obama-Berlusconi, intesa al vertice". In taglio centrale: "Rapiti in Yemen: tre donne uccise mistero sugli altri". In basso: "Depredati i vecchi aerei dell'Alitalia". Due richiami a fondo pagina: "Muoiono due operai nella vasca del depuratore" e "Via dall'aula i prof pronti ad aiutare gli studenti".

LA REPUBBLICA - In apertura: "Teheran in piazza, sfida al regime". In taglio alto: "Berlusconi e Obama: sempre amici, accodo su Guantanamo". In basso: "Parlamento, la classifica dei fannulloni". Di spalla: "Gonne d'oro, la fortuna dell'industria è femmina".

LA STAMPA - In apertura: "Usa-Italia, patto su Guantanmo". Editoriale di Mario Deaglio: "La gelata sui sogni di ripresa". In taglio alto: "Cisterne killer, muoiono altri due operai". Al centro: "Teheran in rivolta, spari sui contestatori". Richiamo in taglio centrale: "Massacrati glis tranieri sequestrati".

IL GIORNALE - In apertura: "Obama abbraccia Berlusconi: ‘È bello vederti, amico mio'". Sotto: "Allarme golpe, spuntano anche le Br". A sinistra: "Quei prepotenti che imbavagliano chi parla di scuola" e "Proibito pensare", editoriale di Mario Giordano. Al centro: "Due milioni in piazza contra Ahmadinejad. I brogli del regime scatenano la rivolta".

LIBERO - In apertura, a tutta pagina: "Obama a Silvio: Aiutami", articolo firmato da Gianluigi Paragone. In due box: "Ritorna Veltroni e tira un Lingotto in testa a D'Alema" e "No al referendum per evitare altre porcate". In taglio centrale: "Il Pd scosso porta in piazza i terremotati".

IL SOLE 24 ORE - In apertura: "Obama: Silvio, amico mio". Editoriale di Moises Naim: "Il vento di libertà soffia con forza sul pianeta Islam". Di spalla, il punto di Stefano Folli: "Perché non è alle viste il 25 luglio del cavaliere". In taglio centrale: "Bce: nuovi rischi per le banche". In un box: "La Farnesina. Con Teheran ora soltanto ‘mediazioni' coordinate con gli alleati".

IL MESSAGGERO - In apertura: "Usa-Italia, rafforzati i legami". Sotto, in due box: "L'impegno comune, battere la crisi" e "L'impresa difficile del Cavaliere". A sinistra, editoriale di Paolo Savona: "Se il nodo del lavoro stringe la ripresa". Al centro: "L'Iran che vuole cambiare sfida i divieti: spari contro il corte, un morto". A destra: "Orrore in yemen, uccisi gli ostaggi: donne mutilate e mistero sui bimbi".

IL TEMPO - In apertura: "La Casa Bianca è sempre più vicina. C'è grande intesa tra Obama e Berlusconi". L'editoriale è affidato a Emanuele Emmanuele: "Terzo settore, la risposta alla crisi". In taglio centrale: "Terremoto, ecco i fondi e le proteste".

L'UNITÀ - In apertura foto-notizia a tutta pagina: "Principato delle macerie". Sotto: "Iran, ora Mousavi sfida i divieti. Sangue in piazza" e "Il segretario del Pd si sceglierà il 25 ottobre".

Scontri Iran

IL FOGLIO - In apertura: "Passaparola vs pasdaran. La meccanica rivoluzionaria in Iran". A destra: "Massimi sistemi. Ecco cosa intende D'Alema con la sua scossa che pare tanto una strambata". Di spalla: "La prima grande opera del Cav. è stata il Ponte sull'Oceano Atlantico".

 

 
[16-06-2009]

 

 

 

ITALIANI FERITI IN AFGHANISTAN - UNO E' GRAVE, COLPITO SOTTO L’ASCELLA – ERANO DI PATTUGLIA INSIEME ALL’ESERCITO AFGANO…

(Adnkronos) - Tre militari italiani sono rimasti feriti, uno in modo grave, in uno scontro a fuoco a Farah, in Afghanistan. Un soldato italiano, sottolineano all'ADNKRONOS fonti militari, e' stato ferito ad un piede, uno a una mano e uno sotto l'ascella.

Il piu' grave dei militari feriti e' quello colpito all'ascella. I militari italiani coinvolti nel conflitto a fuoco stavano effettuando un servizio di pattugliamento per il controllo del territorio nell'area di Farah. L'attivita', nell'ambito della missione multinazionale Isaf si stava svolgendo insieme ai militari dell'Esercito afghano.

Ieri, in un'altra zona (l'area di Bala Murgab in provincia di Badghis) i militari afghani, con il supporto dei paracadutisti della Folgore, erano stati impegnati in uno scontro a fuoco intenso e prolungato di circa tre ore che ha richiesto anche l'intervento di quattro elicotteri Mangusta italiani.

 

 
[11-06-2009]

 

 

 

LOST & (NON PROPRIO) FOUND - I 17 CORPI RITROVATI NELL’OCEANO SAREBBERO 16 – SOCCORRITORI BRASILIANI E FRANCESI NON SI PARLANO – SEGNALI DA SCATOLE NERE SOLO PER 30 GIORNI – IL TIMONE BLOCCATO è LA PROBABILE CAUSA DELL’INCIDENTE – I GUAI DI AIRBUS…

Paolo Manzo per "La Stampa"

ROTTA E RESTI DELL'AIRBUS AIR FRANCE PRECIPITATO

Dopo il ritrovamento dei primi corpi comincia adesso il valzer dei numeri. Sembra davvero non esserci pace per le vittime del disastro aereo che ha colpito il volo AF 447, scomparso il 31 maggio mentre da Rio de Janeiro raggiungeva Parigi. Da sabato i dati forniti dalla marina brasiliana impegnata a 1.200 chilometri dalla costa per il recupero dei corpi, avevano aperto una breccia nel cuore dei familiari delle vittime: prima due poi 17.

Poco rispetto a 228 tra passeggeri e membri dell'equipaggio ma abbastanza per sperare di essere più vicini alla verità. I 17 morti, però, sarebbero 16. Dichiarazione che ha creato sconforto tra i familiari e ha messo in luce le evidenti difficoltà di comunicazione tra i soccorritori brasiliani e i francesi impegnati anche loro in mare. La sensazione insomma che i due gruppi si parlino pochissimo è poi confermata da Henry Munhoz, portavoce dell'Areonautica brasiliana. «A partire da adesso - ha dichiarato - renderemo noti solo i corpi recuperati da noi».

Le ricerche dell'Airbus Air France

Una polemica sulle cifre che ben mette alla prova lo stress e la tensione dei parenti, ogni giorno di fronte a informazioni diverse e contrastanti. Il recupero dei corpi resta una priorità assoluta come sottolineato anche dal presidente del Brasile, Luiz Lula da Silva. In un programma radiofonico: «L'obiettivo del Brasile è trovare tutti i corpi».

Le salme intanto, dovrebbero tutte essere arrivate oggi nell'isola di Fernando di Noronha per essere trasferite nell'istituto di medicina legale di Recife. L'obiettivo delle ricerche oltre ai corpi sono le scatole nere che emettono segnali solo per 30 giorni dal disastro. In questa corsa contro il tempo sulle loro tracce arriveranno due mini sottomarini francesi e una sofisticata strumentazione Usa.

Intanto la marina brasiliana ha recuperato il timone di coda dell'A330 con ben visibile il logo dell'Air France. Questo pezzo del velivolo sembra far allontanare l'ipotesi che l'aereo possa essere esploso in volo. Non compaiono tracce di bruciature o di dilaniamento ma è risultato bloccato in uno dei numerosi messaggi automatici lanciati dall'aereo prima di scomparire. Si rafforzerebbe così l'ipotesi della distruzione progressiva del velivolo a causa di problemi strutturali o di guasti.

PIANTA VIAGGIO AIRBUS

Il disastro dell'A330 sta creando un terremoto nel prestigioso consorzio europeo dell'Airbus. Il sindacato dei piloti di Air France ha comunicato che i piloti della compagnia di bandiera non intendono più volare sugli aerei in cui non siano stati cambiati i sensori che misurano la velocità, considerati dagli investigatori francesi una delle possibili cause del disastro.

 

E ripercussioni si avvertono anche sul mercato internazionale. Secondo il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, l'International Lease Finance Corp, il più grande locatore di aerei al mondo, potrebbe cancellare gli ordini di 10 A380 superjumbo mentre molte compagnie aeree si dicono in attesa di nuove istruzioni dal prestigioso consorzio europeo con sede a Tolosa prima di mettere mano a qualsiasi modifica. Il direttore commerciale di Airbus, John Leahy, continua a difendere l'A330: «È la spina dorsale dell'industria aerea».

 

 
[09-06-2009]

 

 

 

RIFONDAZIONE NON PAGA LA COOPERATIVA - LA SGRENA CHIEDE SOLDI AI COMPAGNI PER LA CAMPAGNA ELETTORALE – LA SAVINO SI SDEBITA CON LA MATERA – LA MISS CHE VORREBBE RIMPIAZZARE IL MINI-STRO BRUNETTA – I CONSIGLI DELL’ESPERTA ALLA RONZULLI (PDL)… -

Pierre de Nolac per "Italia Oggi"

Giuliana Sgrena

1 - Giuliana Sgrena, una rossa al verde...
Sì è accorta sulla sua pelle quanto è costosa la politica: Giuliana Sgrena, giornalista prestata alla campagna elettorale per le europee con la lista "Sinistra e libertà", con pochissime possibilità di diventare europarlamentare, è al verde. Nonostante sia rossa. E sul suo sito internet www.giulianasgrena.it ha scritto un accorato appello ai compagni e militanti: "Allerta. Non ho più soldi per la campagna, sono a rischio le mie ultime iniziative: sottoscrivete", frase seguita da ben tre punti esclamativi, per far capire chiaramente lo stato deficitario delle sue finanze.

Lei aveva in mente un periodo elettorale spumeggiante, ma ha visto quante difficoltà può incontrare un candidato: lo sanno bene quelli del Partito democratico, che hanno tappezzato la città di Roma con migliaia di manifesti coloratissimi, tanto da mobilitare come non mai il vecchio apparato del Pci di una volta. Addirittura un candidato ha amici fidati che dopo l'affissione dei poster vigilano per un paio d'ore, "scoraggiando" i concorrenti. E per la Sgrena il destino è sempre rosso, come quello del suo bilancio...

2 - La Savino si sdebita con la Matera...
«Elvira Savino ha un debito da saldare con Barbara Matera», racconta un parlamentare del Pdl. «Sì, perché la prima è diventata deputata al posto della velina, e ora i conti devono tornare in pareggio». Così ora le due giovani pugliesi sono impegnate nella campagna elettorale, con la Savino che chiede ai suoi sostenitori di votare per la Matera. Opera imitata anche da Gabriella Carlucci. Per non parlare del ministro Raffaele Fitto, il quale ha preso a cuore le sorti politiche della Matera sponsorizzando la sua elezione in tutta la Puglia.

 

I riflettori però sono puntati sulla deputata «topolona», e appena terminate le elezioni verranno messe ai raggi X le sezioni della sua zona. In particolare, quelle di Conversano, città nella quale la Savino è cresciuta (eccome). La prova dell'impegno della giovane parlamentare del Pdl nei confronti della Matera dovrà essere fornita dalla visione delle schede elettorali e dalle preferenze indicate: ovviamente, con la presenza del cognome della velina nel terzetto dei candidati da mandare all'europarlamento.

3 - La miss che in Europa vuole rimpiazzare Brunetta...
Lei si chiama Fiorella Rigon, ha 34 anni, alta (174 centimetri), dodici anni fa è stata miss Jesolo, è bionda, ha gli occhi azzurri, è laureata in economia e commercio, parla inglese e francese. È candidata con il Pdl alle elezioni europee, ma da tempo è assessore al bilancio a Campagna Lupia, in provincia di Venezia, è stata consigliere circoscrizionale a Venezia, quindi presidente del Circolo del Buongoverno di Mestre, componente della commissione politiche giovanili dell'Anci, l'Associazione nazionale dei comuni italiani. È entrata nelle lista grazie alla cosiddetta «notte di Varsavia», quando sono saltate le veline.

Lei punta a prendere il posto di Brunetta come riferimento di Venezia a Bruxelles. Ha il vantaggio che i riflettori erano puntati su altre «prede», e comunque può vantare un passato nella politica attiva e militante. Certo, con internet ha ancora qualche passo da compiere, visto che il suo sito risulta ancora «under construction», ma pare che lo attiverà dopo aver conquistato il posto da europarlamentare.

4 - Toh, Rifondazione non paga la cooperativa...
Ci mancava solo l'accusa di non pagare i lavoratori. Proprio a Rifondazione comunista, il partito che vorrebbe l'eden per tutti, a cominciare dalla settimana di trentacinque ore (l'idea fissa di Fausto Bertinotti), continuando con il salario minimo, adesso è nell'occhio del ciclone. Un sito internet, www.rifondazionenonpaga.net, mette alla berlina il gruppo politico di Paolo Ferrero evidenziando le contraddizione tra quello che dicono pubblicamente e la pratica quotidiana di vita. Il movimento antirifondarolo è nato all'interno di una cooperativa, Zona Rossa, che vanta dei crediti con il partito, relativi alla campagna elettorale del 2008.

Hanno scelto una strada spettacolare per rendere noto che devono ancora riscuotere delle somme, esponendo dei manichini su alcuni pali. Quindi, descrizioni di «trattative» con la federazione romana, che avrebbe detto ai lavoratori della coop «vi diamo solo il trenta per cento del dovuto, a rate, e voi fate una smentita ufficiale».

 

5 - I consigli dell'esperta per la giovane candidata...
È stata affiancata da una esperta, la candidata Lucia Ronzulli. Sì, perché serviva una donna giovane ma di esperienza, capace di consigliare sul campo quali sono le azioni più efficaci per mobilitare gli elettori. E per questo nobile motivo la deputata Maria Rosaria Rossi è partita direttamente da Roma, nonostante lei stessa sia in corsa per le elezioni europee: non ha saputo dire di no all'appello accorato che le è stato fatto dal vertice del Pdl. Qualcuno accenna a un campanello d'allarme in tema di preferenze: stavolta sulle schede occorre anche scrivere i cognomi di chi si presenta in lista, e la gara per ottenere consensi è all'ultimo sangue.

E l'intervento d'autorità che ha spinto la Rossi a immergersi nella campagna elettorale della collega candidata è stato definito irrinunciabile: la Ronzulli, classe 1975, caposala e assistente di sala operatoria all'istituto ortopedico Galeazzi di Milano, sembra non sia stata aiutata da chi conosce bene il territorio. E poi la Rossi al Nord, tra allevatori e coltivatori, può essere utile, visto che si è occupata delle quote latte.

 

 
[05-06-2009]

 

 

 

IL DOPPIO GIOCO DELLE BANCHE D’AFFARI CON I COMUNI ITALIANI: VENDEVANO MLD DI DERIVATI (AVARIATI) E FACEVANO DA CONSULENTI DEGLI AMMINISTRATORI – MISTERO “SINKING FUND” – INTERVIENE TREMONTI - CHIAIA (FINNAT): “BOMBE A OROLOGERIA”…

1 - IL DOPPIO GIOCO DELLE BANCHE D'AFFARI...
Francesco Bonazzi per "L'espresso"

Vendite per 35 miliardi di euro. Oltre un miliardo di commissioni incassate e bonus milionari per ognuno di quel centinaio di 'uomini d'oro' che ha imbottito di derivati le amministrazioni locali italiane. Un sogno così non ritorna mai più, per le grandi banche d'affari internazionali che tra il 2000 e il 2007 hanno liberamente scorrazzato nel Tossic Park della nostra finanza pubblica.

 

Una prateria dove le varie Merrill Lynch, Nomura, Deutsche Bank, Ubs e Dexia-Crediop (ma anche Unicredit e Bnl) hanno soddisfatto la domanda di liquidità di Regioni e Comuni perennemente a caccia di soldi e che ora si trovano seduti su autentiche bombe a orologeria, con debiti mostruosi che esploderanno tra vent'anni. Un capolavoro a prova di elettore e di giudice, innanzitutto.

Un mercato liberalizzato da Giulio Tremonti nel 2001 e ora recintato dallo stesso ministro, con il congelamento delle vendite di nuovi derivati. Su questo pericoloso pasticcio si è mossa qualche Procura della Repubblica, Milano in testa, ma al di là dei risvolti penali, c'è un dato d'insieme che finora non è venuto alla ribalta: il gigantesco conflitto d'interessi delle banche venditrici, che pubblici amministratori poco accorti hanno nominato come consulenti. E quelle, naturalmente, hanno finito per consigliare se stesse.

Una prima ricognizione delle consulenze tentata da 'L'espresso', con l'aiuto di alcuni ex venditori, ci consegna una fotografia imbarazzante. A Torino e in Piemonte ci si è avvalsi dei consigli di Merrill Lynch e Sanpaolo-Dexia. In Veneto, Toscana, Lazio e Puglia è toccato a Merrill Lynch. In Regione Campania, Ubs e Merrill Lynch; mentre a Napoli i consigli per gli acquisti sono arrivati da Barclays, Ubs e Deutsche Bank. In Abruzzo la consulenza l'hanno assicurata prima Merrill e poi Citibank, Deutsche e Dexia.

 

In Sicilia, ancora Nomura e Merrill Lynch. Nei quasi 700 comuni che si sono buttati nella finanza speculativa, nonostante i derivati fossero prodotti nati per assicurarli dai rischi sui tassi, la parte del leone l'hanno fatta Unicredit, Intesa-Sanpaolo e Bnl. E il motivo è semplice: spesso erano già gestori della tesoreria comunale e quindi sapevano benissimo dove mettere le mani.

STAN O'NEAL (EX MERRILL LYNCH)

Il sistema degli incarichi da 'advisor' funzionava così. Nella stragrande maggioranza dei casi, l'ente pubblico non faceva alcuna gara perché la consulenza veniva assegnata gratis o, al massimo, costava meno di 100 mila euro (e quindi era 'sotto soglia'). In alcuni enti, le banche si facevano dare la consulenza, formalmente, per intrattenere i rapporti con le grandi agenzie di rating internazionali. Ma qui nessuno lavorava per beneficienza: di solito, i 'consulenti' si ritagliavano poi il ruolo di 'lead manager' della prima emissione di bond, quindi chiamavano al banchetto dei derivati e delle rinegoziazioni continue le altre Grandi Sorelle.

Molto importante era la qualità degli uomini sguinzagliati in giro per gli assessorati. Superlaureati che partivano da Londra, guadagnavano tra i 2 e i 6 milioni l'anno (il 70 per cento erano bonus), ma erano tutti italiani e spesso con cognomi pesanti. Come Gaetano Bassolino, co-responsabile 'local governement' di Ubs per l'Italia e figlio del governatore Antonio; o Emanuele Vizzini di Deutsche Bank, figlio di Carlo, parlamentare del Pdl. Col senno di poi, oggi colpisce che a Milano o a Torino non si siano fatti consigliare dai tecnici delle fondazioni bancarie. I vari Guzzetti, Comba o Biasi probabilmente avrebbero salvato volentieri sindaci e assessori, magari anche gratis.

Oggi, quantificare il rischio-derivati per le pubbliche amministrazioni non è semplice, anche perché i contratti vengono continuamente rinegoziati e in molti casi le perdite emergeranno solo nel 2030 o giù di lì. Ad agosto 2008, la Banca d'Italia stimava perdite potenziali per poco più di un miliardo. Ad aprile di quest'anno, la Corte dei Conti ha provato a tranquillizzare il Parlamento sostenendo che i Comuni avrebbero in pancia perdite per soli 63 milioni. Ma solo a Milano, secondo il calcolo in base al quale la Procura ha appena sequestrato circa 500 milioni a quattro banche straniere, ci sarebbero 300 milioni di 'rosso'. E secondo fonti comunali, a Firenze sono già 'sotto' di 55 milioni e a Torino di 108.

Perché tanto caos sulle cifre? Chiedere alle banche venditrici non serve a nulla, perché negli ultimi 18 mesi hanno letteralmente smantellato i pool di vendita 'in autotutela', come spiega con una battuta l'ex golden boy di una banca inglese. A loro volta, gli stessi assessori, presidenti e sindaci non sanno bene che cosa gira nella rete fognaria dei derivati. Molti hanno firmato contratti 'bullett' che prevedono il rimborso totale solo alla scadenza e nel frattempo per saldare il conto mettono da parte un po' di soldi in un cosiddetto 'sinking fund' gestito dalle stesse banche.

Che cosa ci sia nei sinking fund è l'ultimo grande mistero. Dovrebbero esserci titoli di Stato, o comunque di rating non inferiore a quelli per i quali si è indebitato l'ente pubblico. E invece capita che a Milano ci siano emissioni pubbliche campane e siciliane delle quali i contribuenti padani non andranno certo fieri.

In Puglia, sempre nei sinking fund, ci sono ricchi pacchetti di bond General Motors e in Piemonte scommettono sui 'Credit default swap' della Repubblica italiana, che non sarà un gran rischio, ma certo non è neppure molto elegante. Insomma, c'è più di un sospetto che la stessa banca che a un certo parallelo emetteva Boc di difficile vendita abbia poi vestito i panni del compratore in qualche altra città. Un capolavoro di vasi comunicanti.

 

Una fotografia puntuale, in modo da consigliare a Giulio Tremonti i giusti interventi, avrebbe potuto scattarla già da tempo la Cassa depositi e prestiti. In fondo, gran parte di quei mutui estinti dagli enti pubblici per avventurarsi nel Tossic Park dei derivati erano proprio con la Cassa, e il suo direttore finanziario viene da Jp Morgan. Sarà un caso, ma la Morgan è stata tra le prime a mollare il mercato italiano, non prima di aver piazzato un paio di bei colpi a Torino e in Campania.

E se un gigante come Goldman Sachs ha preferito restarne fuori è perché temeva 'danni reputazionali'. Oggi, avvalendosi della Cdp, Tremonti potrebbe esercitare tutta la sua 'moral suasion' sulle banche d'affari perché rinegozino con una mano sulla coscienza i derivati più impresentabili. In fondo, il Tesoro è il primo emittente sul mercato dei capitali italiani, e per una banca estera essere esclusa dalle aste dei titoli pubblici sarebbe una mazzata non da poco.

2 - In quel mercato ci sono bombe a orologeria...
Francesco Bonazzi per "L'espresso"


Paolo Chiaia, fondatore e amministratore delegato di Calipso (Finnat), è uno dei tre saggi scelti dal Comune di Milano per vederci chiaro sui derivati di Palazzo Marino.

Ma assessori e sindaci italiani sono in grado di capire cosa hanno comprato?
"Di solito non vanno molto oltre la differenza tra tasso fisso e tasso variabile. Ma quando si tratta di valutare rischi di cambio e prodotti indicizzati mi sembra chiaro che la cosiddetta asimmetria informativa con le banche d'affari sia pesante".

Molti però hanno firmato autocertificazioni in cui si dichiaravano competenti...
"Se è per questo alcuni venditori giravano anche con delibere ciclostilate di qualche grande Comune, per far vedere che erano prodotti già collaudati. Ma nessuno fa mai notare che, anche ammesso che un assessore comprenda perfettamente i derivati, bisogna avere ben chiari i fabbisogni di cassa futuri e non sottostimare i rischi di bilancio".

Che cosa consiglia alle amministrazioni in overdose da derivati?
"Intanto dovrebbero verificare la corrispondenza tra rischi assunti e profilo di rischio di partenza. Poi, dovrebbero controllare che le ristrutturazioni consigliate abbiano effettivamente ridotto l'esposizione degli enti che guidano. Ma, eccezioni legali a parte, dovrebbero farsi fare una valutazione indipendente sull'esatta pericolosità delle 'bombe' a orologeria sulle quali spesso sono seduti".

Vieterebbe del tutto il mercato dei derivati per le Pubbliche amministrazioni, come in Gran Bretagna?
"Non sarei così drastico, perché il Piemonte o Milano sono holding con partecipazioni importanti e quindi ha un senso che facciano derivati, se davvero è un modo di cautelarsi. Certo, che il Comune di Pontremoli frequenti lo stesso mercato, ecco questo magari andrebbe evitato".

 

 
[22-05-2009]

FURBETTI A MOLLO – LA PROCURA SEQUESTRA GLI IMPIANTI DEL SALARIA SPORT VILLAGE, SEDE DEI PROSSIMI MONDIALI DI NUOTO: “CONTRASTANO COL PIANO URBANISTICO DELLA CAPITALE” – PRESTO INTERROGATO BERTOLASO – SI RISCHIA L'ENNESIMA FIGURACCIA INTERNAZIONALE…

 

(Adnkronos) - Per ordine della Procura di Roma, i vigili della Polizia Giudiziaria del Comune hanno posto sotto sequestro alcuni impianti del centro "Salaria Sport Village" destinati a ospitare i prossimi mondiali di nuoto.

Il sequestro, disposto dal Gip Donatella Pavone, su richiesta del Pubblico Ministero Sergio Colaiocco riguarda una parte delle strutture ed e' stato disposto per presunti abusi che contrastano con il piano urbanistico della capitale. Fra le strutture poste sotto sequestro i luoghi destinati a ospitare atleti e delegazioni, nonche' una piscina destinata a parte delle gare.

Nell'ambito dell'indagine, tempo fa, e' stato iscritto nel registro degli indagati l'ing. Claudio Rinaldi, commissario straordinario dei mondiali di nuoto e domani e' previsto un altro interrogatorio, a Palazzo di Giustizia, quello del sottosegretario alla Protezione Civile, Guido Bertolaso, che e' stato componente della commissione che ha nominato appunto il commissario straordinario per i mondiali di nuoto.

 

 
[25-05-2009]

 

 

 

A CIASCUNO LA SUA CASTA – UNA GOLA PROFONDA STILE WATERGATE HA PASSATO AL "TELEGRAPH" LO SCOOP CHE HA GETTATO NEL FANGO IL PARLAMENTO BRITANNICO – SCOTLAND YARD INDAGA SULLA FUGA DI NOTIZIE MA POI RINUNCIA: È STATO FATTO UN SERVIZIO AL PAESE…

1 - A CIASCUNO LA SUA CASTA
Enrico Franceschini per "la Repubblica"

MICHAEL MARTIN - SPEAKER DIMISSIONARIO PARLAMENTO GB

Michael Martin, speaker della camera dei Comuni, equivalente del nostro presidente della camera, era il simbolo della democrazia britannica e di quello che viene considerato "la madre di tutti i parlamenti". Così, quando alle 14,30 di ieri ha annunciato le dimissioni, le sue parole hanno segnato un momento storico. La prima volta che uno Speaker si dimette in 400 anni. Un terremoto istituzionale dagli effetti imprevedibili. «Una rivoluzione», commenta la Bbc.
(...)
Credeva che bastasse chiedere scusa al paese, come ha fatto. Non è bastato. L´unico che poteva salvarlo era un laburista come lui, uno scozzese come lui: Gordon Brown, il primo ministro. Ma il premier non ha esitato a farne un capro espiatorio, sentendo che la piazza ha bisogno di un rogo e preferendo che a finirci dentro sia Martin, piuttosto che se stesso.
(...)

Ex-operaio metallurgico, lo Speaker non si era personalmente macchiato di brogli con i rimborsi spese: ma in quanto leader dei deputati è stato ritenuto responsabile di aver consentito una cultura politica in cui prosperano corruzione e favoritismi. Lo sdegno popolare per la scoperta che i deputati se la spassavano a spese dello Stato ha due motivazioni. Una è che i cittadini britannici non sapevano di avere una "casta", per usare un termine a cui in Italia siamo abituati da "Mani pulite": qui la gente è disposta ad accettare le diseguaglianze di classe, ma non che i propri rappresentanti si elevino a intoccabili.

MICHAEL MARTIN - SPEAKER PARLAMENTO GB DIMISSIONARIO

L´altra motivazione è la recessione economica, che accentua la rabbia: l´idea di pagare per il restauro della piscina di un deputato, mentre uno fa fatica ad arrivare alla fine del mese, è insopportabile.

2 - COME PER IL WATERGATE UNA "TALPA" HA CONSENTITO LO SCOOP DEL "TELEGRAPH"
Scotland Yard aveva aperto un´indagine per scoprire in che modo i rimborsi spese dei deputati fossero finiti sulle pagine del Daily Telegraph, il giornale che ha fatto scoppiare lo scandalo che ieri ha portato alle dimissioni dello Speaker della Camera dei Comuni.

L´appropriazione di documenti pubblici riservati è un reato, si sa che il Telegraph ha pagato - pare 150mila sterline, circa 170mila euro - per procurarseli, potevano dunque esserci conseguenze giudiziarie sia per la "talpa" del Parlamento, che ha sottratto i documenti, sia per il quotidiano che li ha pubblicati. Ma ieri la polizia ha deciso di mettere fine alle indagini: si è in buona sostanza ritenuto che pubblicare questo scoop abbia reso un servizio al paese.

Da ringraziare per tale servizio, più dell´uomo che ha copiato i documenti, forse un impiegato o un archivista dei Comuni, è un giornale. Come il Washington Post nello scandalo Watergate che costrinse il presidente americano Richard Nixon a dimettersi, infatti, anche dietro le dimissioni di Michael Martin, lo Speaker della Camera, c´è un quotidiano.

Il Daily Telegraph è il più diffuso tra i quotidiani "di qualità" britannici, così chiamati per distinguerli dai tabloid affamati di gossip. E´ di orientamento filo-conservatore e di proprietà di due elusivi miliardari, i fratelli Barclay: gli stessi che mesi fa cercarono di portare, a suon di investimenti, la democrazia nell´isola di Sark, ultimo "feudo" d´Europa.

Usando come intermediario un ex-maggiore delle Sas, i commandos delle forze armate britanniche, la "talpa" aveva offerto lo scoop prima al Times, sembra per 300 mila sterline, ma il Times ha rifiutato. Allora ha dimezzato il prezzo e ci ha riprovato col Telegraph. E il risultato è stato una valanga di fango che ha sommerso il Parlamento di Westminster.

Nessuno, bisogna dire, ha protestato per le rivelazioni del giornale. Non la concorrenza: sia gli altri giornali che tutte le reti televisive britanniche, pubbliche (la Bbc) o private, sono anzi saltati sul carro dello scoop del Telegraph, facendo da cassa di risonanza. Né ha protestato il governo, che rischia di pagare più dell´opposizione per questo scandalo: ha già pagato, ieri, con le dimissioni dello Speaker, che è un laburista.

Proprio lui, Michael Martin, all´inizio aveva chiamato Scotland Yard, perché investigasse sulla fuga di notizie: ma perfino la polizia ora ha concluso che lo scoop del Telegraph fa bene alla democrazia, comunque il giornale si sia procurato quei documenti.

 

 
[20-05-2009]

 

 

 

COME SI REPLICA A UN MORTO SU YOUTUBE? – QUESTO è IL PROBLEMA DEL PRESIDENTE dEL GUATEMALA ACCUSATO DA UN VIDEO POST MORTEM Di UN AVVOCATO DI ESSERE IL MANDANTE DEL SUO OMICIDIO – IN AMERICA LATINA GLI ANTICORPI DELLA SOCIETà SONO ARMATI DI VIDEOCAMERE…

Moisés Naím per "Il Sole 24 Ore"

Come si replica a un morto su You Tube? Forse è questa la domanda che sta balenando nella mente di Álvaro Colom, presidente del Guatemala. Come forse molti sapranno, recentemente un avvocato ha accusato il presidente, il suo segretario e la first lady di omicidio.

L'avvocato accusatore e il morto sono la stessa persona: «Mi chiamo Rodrigo Rosenberg Marzano e, purtroppo, se ascoltate o guardate questo video è perché sono stato assassinato dal presidente Álvaro Colom...» dichiara con calma allucinante l'illustre avvocato guatemalteco in un video messaggio che è già stato visto da milioni di persone in tutto il mondo grazie a internet.

IL PRESIDENTE DEL GUATEMALA ALVARO COLOM

Rosenberg ha registrato il video quattro giorni prima di morire, convinto che un attentato contro la sua vita fosse inevitabile. Nel video spiega anche il movente dei suoi assassini. Rosenberg era l'avvocato di un imprenditore che, dopo essersi rifiutato di diventare complice dei traffici illegali di una banca controllata dal governo, è stato assassinato insieme alla figlia.

Nel video di 18 minuti, l'avvocato denuncia la banca di finanziare progetti inesistenti della moglie del presidente, di favorire il riciclaggio di denaro sporco proveniente dal narcotraffico e di finanziare gli affari illeciti di alcune persone vicine al presidente.

«Io non sono un narcotrafficante, né un assassino, né tanto meno quello di cui mi accusano» ha risposto il presidente Colom riferendosi al video, aggiungendo di avere la coscienza pulita e di non voler rinunciare al suo incarico: «Uscirò dal palazzo solo da morto».

CARTINA GUATEMALA

Secondo Colom tutto ciò farebbe parte di un complotto per destabilizzare il suo governo. «Le accuse rivolte nei miei confronti fanno parte di un piano ben architettato», ha dichiarato. Anche la first lady Sandra Torres è dello stesso avviso: «Ci sono molti tentacoli dietro il caso Rosenberg».

Nel video post mortem Rosenberg dichiara di essere stato accusato dal presidente e dai suoi collaboratori di far parte di una cospirazione: «Si sente ripetere continuamente che esiste un complotto contro il governo, che si tratta di un'ipotesi... Ma non è affatto un'ipotesi, non assomiglia neppure lontanamente a un'ipotesi, è una realtà vera e propria». E infatti è così. La realtà che deve spiegare il presidente Colom è perché Álvaro Rosenberg sia morto.

Ovviamente il presidente ha promesso indagini approfondite. È interessante notare che, però, nessuno sia convinto che il governo o il potere giudiziario guatemalteco possano condurre un'indagine indipendente e credibile. Forse è per questo che il presidente Colom ha chiesto l'aiuto dell'Fbi, dell'Osa, dell'Onu e di altri organismi internazionali per risolvere la questione. Ancora una volta, Rosenberg aveva previsto qualcosa di simile nel suo video: «...Siamo intrappolati in un paese che non ci appartiene, un Guatemala che è in mano ai narcotrafficanti, agli assassini e ai ladri».

Nelle conferenze internazionali, ormai circola voce che il Guatemala sia diventato un "narcostato" dove reti di narcotrafficanti e criminali di ogni genere si sono infiltrati ovunque esercitando un forte controllo su importanti istituzioni pubbliche e private. Ma il problema va ben oltre i confini del Guatemala, sebbene sia questo il paese con sintomi più gravi. In tutta l'America Centrale, i politici, la polizia, i militarie i giornalisti, i banchieri e gli oratori sono strumenti nelle mani di queste reti di criminali che agiscono indisturbati.

TESTAMENTO VIDEO DI RODRIGO ROSENBERG

Di fatto, per questa regione composta da economie deboli e da istituzioni ancora più vacillanti la nuova e importante minaccia è rappresentata dal Messico, ora più che mai appoggiato dagli Stati Uniti, e deciso a contrastare i cartelli della droga. Se quindi per i cartelli della droga con base operativa in Messico le cose dovessero mettersi male, si sposteranno in Guatemala, Costa Rica, Panama, El Salvador, Honduras e Nicaragua.

Ma l'America Centrale non è destinata a diventare inesorabilmente un infermo di corruzione, crimine e morte. Vi sono ancora società in grado di produrre anticorpi per contrastare queste tendenze. E alcuni di questi anticorpi, oggi, sono armati di videocamere.

 

 
[20-05-2009]

 

 

 

COME TE LA METTO NEL WEB – SCALIA (CORTE SUPREMA): LA LEGGE NON DEVE PROTEGGERE LA PRIVACY SUL WEB – E un gruppo di studenti della Fordham University GLI dimostra che ha torto: UN DOSSIER CON SUO NUMERO DI TELEFONO, MAIL DELLA MOGLIE, FOTO NIPOTI...

1 - Dossier-provocazione sul giudice Scalia...
D. Ro. per "Il Sole 24 Ore"

 

Il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia ha proclamato che la legge non ha l'obbligo di proteggere la privacy su internet. E un gruppo di studenti di legge della Fordham University ha voluto dimostrargli che ha torto: dopo una breve ricerca sul web gli studenti hanno messo insieme un dossier di 15 pagine che contiene tra l'altro il suo numero di casa, l'indirizzo di mail della moglie, le foto dei nipoti e la sua lista della spesa.

L'imperioso giudice, poco abituato a farsi prendere in castagna, si è inviperito: «Ciò che è legale può anche essere irresponsabile; e ciò che si può dire è spesso meglio non dire - ha detto tra i denti - il compito assegnato agli studenti della Fordham è l'esempio di un'attività perfettamente legale dettata da abominevole mancanza di buon senso». La reazione del giudice Scalia era proprio quello che Joel Reidenberg, il professore responsabile di avere assegnato questo insolito compito a casa ai suoi studenti, sperava di ottenere.

Non aveva certo la velleità di fargli cambiare idea, ma è riuscito ad aprire il dibattito sull'argomento. Scalia ha ragione quando dice che proteggere la privacy su ogni singola informazione personale è «una stupidaggine », dice Reidenberg, ma grazie a internet è possibile ormai collezionare una tale quantità di informazioni personali da poter fare inferenze sullo stato di salute e sulla situazione finanziaria di ogni individuo. Gli studenti della Fordham oggi hanno in mano queste informazioni su un giudice della Corte Suprema; come si sentirebbe, giudice Scalia, se il suo dossier fosse messo in pasto al pubblico mondiale su Google?

 

 
[20-05-2009]

 

 

 

La ragnatela dei conti segreti e cifrati dello Ior svelata a Giovanni Paolo II - negli anni '90 transiteranno operazioni illecite mascherate da opere di carità - i bonifici esteri (da “P.Star” a “Società Teal”) della famosa maxi tangente Enimont

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il copyright dei documenti è di: Vaticano SpA di Gianluigi Nuzzi

Libro Vaticano

- Link della rubrica curata dall'autore, dove, previa iscrizione, si potranno visualizzare tutti i documenti dell'archivio segreto che verranno pubblicati man mano: http://blog.chiarelettere.it/?r=163367

Tratto da "Vaticano Spa" di Gianluigi Nuzzi in libreria da venerdì scorso (Chiarelettere, 15 euro)

LETTERA

I segreti dello Ior al Papa
...Caloia  (presidente dello Ior, nda) tentenna. Non sa se avvisare anche il Santo Padre della situazione. Il Pontefice è infatti appena stato operato per una displasia. Dopo l'intervento e la convalescenza affaticato è tornato in Vaticano. Ma la situazione non è procrastinabile. Così il riservatissimo Caloia decide per l'offensiva. Prende carta e penna e il 5 agosto 1992 scrive al segretario particolare di Giovanni Paolo II, ombra del Santo Padre, il fedelissimo Stanislao Dziwisz, dal 2005 arcivescovo di Cracovia. E allega la relazione tipo secret sui conti delle fondazioni e di de Bonis, Caloia informa Dziwisz perché Wojtyla sappia subito come si muove l'erede di Marcinkus:
 
"Eccellenza reverendissima, la spero in buona salute. Spero che il Santo Padre stia pienamente riprendendo le sue condizioni fisiche, per continuare ad essere consolazione e guida del nostro terrestre peregrinare. Mi permetto inviargli, per Suo tramite, il mio filiale augurio di ogni bene.

Non ho potuto e voluto, per ovvie ragioni, contattarla in questi giorni di trepidazione. Penso tuttavia, di poterle ora far avere ulteriori informazioni che agevolino e, se possibile, completino - con i più saggi interventi - il cammino di chiarificazione in atto. Le unisco, pertanto, il risultato delle ulteriori verifiche, condotte in assoluta segretezza sulle Fondazioni, comprensive di una postilla dedicata al delicato capitolo delle Sante Messe. A giorni lascerò Roma per un periodo di riposo. Riprenderò nell'ultima settimana di agosto e spero tanto, dopo di allora, di poterla sentire e/o vedere. Affezionati ossequi, Angelo Caloia".

10.05.1984

Caloia allega alla missiva un'approfondita ed esplosiva relazione sul sistema di conti di de Bonis. Merita di essere riportata in forma integrale nelle sue dodici annotazioni anche con riferimenti in codice a tre soggetti. E infatti, per "Roma" Caloia intende de Bonis, per "Omissis" Giulio Andreotti e per "Ancona" un alto prelato non ancora riconosciuto:

La Commissione è incaricata di individuare i beni costituiti presso l'Istituto come fondazioni oppure allo stesso affidati per opere di religione e di carità e di predisporne l'elenco completo con l'indicazione dei tempi necessari per la raccolta e l'analisi della documentazione sottostante e la rendicontazione della gestione effettuata.

CARDINALE SODANO

Il Consiglio ha reso la Commissione responsabile dell'osservanza della disposizione della Commissione cardinalizia comportante il divieto - per tutte le persone in qualsiasi modo collegate funzionalmente allo Ior- di amministrare i beni in questione. Eventuali operazioni disposte dalle suddette persone devono perciò essere vistate da due membri della Commissione. Nel corso delle indagini condotte dalla Commissione sono emerse rilevazioni sulle quali vale la pena di soffermarsi.

Per tutto questo periodo, le richieste di operazioni da parte di "Roma" sono state contenute ed hanno riguardato principalmente i conti a nome della Fondazione Spellman (v conto n.001-3-14774) e quelli della Santa Casa di Loreto (conto n. 001-3-15899).

Ecco per la prima volta resi pubblici i conti cifrati dello Ior sui quali negli anni Novanta transiteranno diverse operazioni illecite mascherate da opere di carità. Un affare da centinaia di miliardi di lire. La descrizione dei conti qui riportata è la stessa  che Caloia comunica al Papa passando per il uso portavoce. Tutti documenti costuditi nell'archivio Dardozzi.

CARTELLINO CONTO CORRENTE

La ragnatela di conti dello Ior Parallelo è costituita da diverse tipologie di depositi. Per semplicità possiamo dividerli in tre gruppi. Il primo raccoglie conti correnti intestati a fondazioni fittizie, riconducibili a politici e imprenditori, clientela che va tutelata con schemi e filtri per depistare ogni possibile controllo. Vi è quindi un secondo gruppo di depositi tutti direttamente riconducibili a monsignor de Bonis e da lui gestiti a titolo personale sui quali vengono accreditate cospicue somme anche in contanti. Infine, un ultimo gruppo è costituito da conti intestati a enti, concgregazioni e santuari religiosi. Su     questi transitano somme rilevanti di denaro. De Bonis ha potere di firma e agisce senza particolari remore.

Fondazione Cardinale Francis Spellman (conto n.001-3-14774)
Il rapporto si apre a richiesta di "Roma" il 15 luglio 1987 con la sola firma dello stesso. Tuttavia sul cartellino di deposito delle firme appare anche il nome di "Omissis", la cui firma per la verità non è mai stata depositata. Su detto cartellino, ad ogni modo, una accurata obliterazione rende illeggibile il nome suddetto.

Il conto ha impostazione personale: non vi sono norme che regolino il funzionamento della "fondazione". Vi sono per contro disposizioni di ultima volontà di "Roma" che istruiscono perché quanto dovesse residuare alla sua morte venga trasferito a favore di "S.E. Omissis per opere di carità e di assistenza, secondo la sua discrezione". Non sono previste disposizioni a favore dell'Istituto.

DOCUMENTO BANCARIO

Il conto - anche in rapporto alle sue supposte finalità - presenta caratteristiche di movimentazione assai elevata: anche se dal 1° aprile 1992 , data di inizio di operatività dei maggiori controlli, i movimenti in entrata e in uscita sono stati meno numerosi che in precedenza. Dal gennaio 1991 al 9 maggio 1992 la colonna maggiore mostra un movimento complessivo di 28.814 milioni di lire con 91 operazioni, ciò che significa una media di un'operazione ogni quattro giorni, computo degli interessi compreso. I prelievi sono stati nel medesimo periodo 136 (ovvero uno ogni tre giorni).

L'alimentazione del conto è avvenuta attraverso depositi in contanti o ricavi di vendite di titoli,. I prelievi sono avvenuti attraverso ritiri di contanti, qualche bonifico, emissione di nostri assegni circolari, acquisto di titoli presso di noi. La movimentazione titoli ha una singolare caratteristica. I nostri acquisti hanno riguardato, nel periodo, un importo globale di 10.791 milioni di lire; le nostre vendite 11.931 milioni. Non risulta che i titoli siano depositati presso di noi. Permangono in conclusione forti dubbi sull'effettiva natura di questo conto che, per frequenza e entità della movimentazione e delle giacenze, sembrerebbe esulare dalle mere finalità per opere di carità ed assistenza che pure si riscontrano formalmente in alcune delle uscite. Il saldo, al 7 luglio 1992, è di circa 12,1 miliardi di lire.

DOCUMENTO CON SALDI

Louis Augustus Jonas Foundation (Conto n.001-3-16764)
 A fine 1991 vengono presentati all'incasso titoli per 6 miliardi di lire. Nel mese di dicembre dello stesso anno vi è un trasferimento ad una banca lussemburghese per lire 3,7 miliardi con ordinante "P.Star" e beneficiario "Società Teal". Questo bonifico porta la firma di "Roma", anche se egli non è delegato ad operare sul conto. Si susseguono poi vari prelievi in contanti. Rilevante quello del 18 marzo per 3 miliardi.

Fondo San Serafino (Conto 001-3-17178)
Rapporto iniziato l'8 maggio 1991 a richiesta di Carlo Sama che si qualifica come Presidente della Fondazione San Serafino. Al marzo 1992 porta un saldo di 1.948 milioni. Le firme autorizzate appartengono a un ramo della famiglia Feruzzi (Alessandra Feruzzi, il marito Carlo Sama e Sergio Cusani). La stessa intestazione del conto richiama direttamente la persona dello scomparso fondatore del gruppo Ferruzzi (Serafino, padre di Alessandra).

la santa sede

Il conto ha vita breve quanto intensa: in due mesi la colonna avere genera un totale di 46,6 miliardi. Nel maggio e giugno del 1991 vengono accreditati i ricavi di titoli di Stato italiani per 9.876 milioni e per 34.770 milioni. I titoli vengono presentati da "Roma", che non è delegato a operare sul conto. Gran parte dei denari vengono trasferiti con operazioni successive a banche elvetiche: lire 9.850 milioni il 17.5.91, lire 9.870 il 5.7.91, lire 21.150 milioni l'8.7.91.

Gli ordinanti indicati sui moduli sottoscritti da "Roma" sono "P.Star" e "St.Louis". Beneficiario è "Pius K.Steiner". Con la medesima firma non autorizzata appare anche un prelievo in contanti di lire 38.550.000 in data 12 ottobre 1991.Vi è un punto in comune con le operazioni fatte sul conto Louis August Jonas Foundation (v. annotazione precedente, dove anche ricorrevano i nomi "P.Star" e "Louis").

Fondo Mamma "Roma" per la lotta alla leucemia (Conto n. 001-3-15924; saldo circa 660 milioni).
Su alcuni documenti il conto viene riportato con la dicitura "Associazione Lotta alla Leucemia". Il rapporto, del quale si è già parlato, viene aperto il 10 ottobre 1989 con un primo versamento in contanti di lire 200 milioni su "autorizzazione di "Roma"" che poi risulta essere l'unico firmatario del conto.

la santa sede

I principali movimenti di accredito provengono dai conti Tumedei Anna Casalis e dal Fondo San Martino. In data 13 dicembre 1991 dal conto viene prelevato l'importo di lire 412.800.000 che nel controvalore di dollari Usa 334.000 viene girato sul conto 051-3-10054 intestato "Roma" Charity Fund. In ogni caso anche per questo deposito che sembrerebbe avere una specifica destinazione manca una qualsivoglia indicazione sul soddisfacimento delle stesse attraverso l'utilizzo degli ammontari ritirati.

Roma Charity Fund (Conto n. 051-3-10054)
La pertinenza personale del Fondo è evidenziata già nella sua intestazione. Un grosso flusso di alimentazione è l'accredito, già citato, di US Dollari 344 mila (pari al controvalore di lire 412.800.000 prelevati dal Fondo mamma "Roma" per la lotta alla leucemia. Vi si ritrovano accrediti ordinati da persone già incontrate nei fondi precedenti, come ad esempio Louis August Jonas Foundation per lire 100 milioni. Vi è anche traccia di elargizioni religiose o caritative presumibilmente a titolo personale. Si veda sempre ad esempio il pagamento di circa 172 milioni alle Suore di Santa Brigida e quello di lire 200 milioni in favore dell'Opera di don Picchi.

LETTERA

Fondo Madonna di Lourdes (Conto n.051-3-02370)
Saldo al 7 luglio 1992: circa 1,2 milioni di dollari Usa. Aperto nel maggio 1987 da S.E. Vetrano, deceduto nel novembre del 1990. Le disposizioni testamentarie sono a favore della moglie Anna Bedogni e, alla morte di quest'ultima, a favore di "Roma" o di chi da lui designato. Dalla sola formulazione di S.E. Vetrano non si può stabilire se "Roma" è stato designato ad erede ultimo a titolo personale oppure in virtù del suo ruolo nell'Istituto. "Roma" sembra interpretare la futura eredità a titolo personale e non si è preoccupato di fare rilasciare il testamento della signora Bedogni vedova Vetrano.

Tumedei Alina Casalis (conti n.051-1-03972, 051-6-04425 e 051-3-05620 - depositi valori n. 30908 e 31135)
Deriva dalla successione dei coniugi Tumedei (della moglie Alina Casalis, deceduta nel 1969, prima, e dell'avvocato Cesare Tumedei, successivamente). Le sostanze, per un valore di 3-4 miliardi di lire, vengono destinate per il 60% ad opere benefiche in campo sanitario secondo le volontà del defunto avvocato e per il 40% allo Ior per opere benefiche. Il 40% di spettanza dello Ior viene gestito arbitrariamente da "Roma" su vari conti di cui si allega copia dei cartellini firma. La firma di "Roma" sui cartellini non sarebbe stata necessaria, trattandosi di fondi di pertinenza dell'Istituto ( e non già dei suoi singoli componenti).

Non si vede come giustificare i trasferimenti:
-        di lire 200 milioni in data 10.10.1989 al fondo mamma "Roma".
-        di lire 400 milioni in data 23.07.1990 al fondo mamma "Roma".
-        Di lire 556 milioni in data 14.03.1991 al Fondo San Martino (conto n.001-3-14577) quest'ultimo così discrezionalmente gestito da "Roma" che quando - come si vedrà - verrà estinto, la somma sarà girata al Fondo mamma "Roma".

LETTERA CALOIA A DZIWISZ

Santa Casa di Loreto (conto 001-3-16899; saldo circa 2.8 miliardi di lire)
Santuario di Loreto e Sacro Monte di Varese (conto n.051-3-10840; saldo circa 2.8 milioni di dollari)
I due conti sono in qualche modo collegati. Il primo sul quale tra l'altro sono affluiti i donativi disposti dalla fondazione Paolo VI, è stato aperto il 21 dicembre 1990 a richiesta di "Roma", che figura come uno dei firmatari disgiunti; l'altro è "Ancona". Il secondo è stato aperto in data 25 ottobre 1991 (protocollo del 12 novembre 1991!!) a richiesta di "Ancona", che figura come unico firmatario. Successivamente il 14 novembre 1991 il predetto "Ancona" conferisce delega a favore di "Roma".

Questo secondo conto risulta aperto ed alimentato con un giroconto di dollari Usa 2.834.510 - a firma del delegato a operare "Roma" dal conto n.051-3-05213 intestato "Fondo Santa Teresa" che viene così estinto. Le richieste di movimentazione dopo il 1° aprile sono avvenute, tramite "Roma", da "Ancona". "Ancona" in particolare ha chiesto informalmente di trasferire i dollari (circa 2,5 milioni) fuori dallo Ior. Di fronte alle resistenze oppostegli, "Ancona" acconsentirebbe  a fare cambiare i dollari in lire, per avere un rendimento più elevato. L'operazione di cambio è tenuta in sospeso.

LETTERA PAPA

E' continuato nei confronti dei conti intestati al defunto cardinale Di Jorio, il comportamento di "Roma" quale "erede":piccole cose ma fatte con l'atteggiamento di chi si sente proprietario (e non esecutore testamentario come avrebbe dovuto essere).
Nonostante la rarefazione delle richieste a firma di "Roma", molti dei conti già noti come a lui riferentisi sono stati movimentati a seguito di ordini sottoscritti direttamente dagli intestatari-fondatori.

Ordini quindi formalmente regolari ma sorge il dubbio che "Roma" si possa essere precostituito una serie di ordini firmati in bianco da queste persone, per poterli poi utilizzare senza sottostare ai controlli della Commissione. A completamento della documentazione già fornita, si unisce un elenco di conti dove "Roma" opera sia per formale conferimento di delega sia per prassi inveterata. Di tali conti si riporta anche la consistenza al 9 maggio 1992 e la pertinenza (come rilevata dalla documentazione di apertura).
Alcune annotazioni.

Fondo San Martino (Conto n.001-3-14577)
Rapporto iniziato il 7 marzo 1987 a richiesta di "Roma", che lo utilizza per versarvi somme che gli provengono a vario titolo. Si veda ad esempio il versamento da 100 milioni da parte del comm. Lorenzo Leone in data 24 aprile 1991 (N.B.:il comm. Leone è facoltoso nominativo di Bisceglie, che compare in relazione ai vari conti per importi rilevanti - circa 50/60 miliardi - a nome delle Suore di Bisceglie oltre che per conti personali per circa 16 miliardi). Oppure l'accredito su questo conto in data 30.04.1991 di lire 150 milioni, con contropartita al conto 001-9-40001 "Fondo a disposizione di S.E. Mons. Prelato".Qui ritroviamo lire 556 milioni provenienti dalla successione Tumedei Anna Casalis. Il conto n.001-3-14577 viene estinto il 12.07.91 con un giro sul conto n.001-3-15924 Fondo Mamma "Roma".

LETTERA PAPA

Suore Ancelle della divina Provvidenza -Bisceglie
Conti vari per un controvalore complessivo in lire di circa 55,4 miliardi. La firma di "Roma" è stata aggiunta sui cartellini firma in data successiva all'apertura senza che risultino i prescritti conferimenti di delega. I rapporti delle Suore con lo Ior vengono a volte tenuti per il tramite del comm. Lorenzo Leone, lui pure di Bisceglie e titolare di conti per importi rilevanti.

Comm.Lorenzo Leone - Bisceglie
Conti variamente intestati, per un importo complessivo di circa 16 miliardi di lire. Trattasi di rapporti di natura personale, come si rileva dalle disposizioni testamentarie che prevedono la destinazione dei beni alla figlia ed ai nipoti. Come si è visto parlando del Fondo San Martino il comm. Leone in almeno un'occasione ha beneficiato "Roma" (per 100 milioni di lire)>.

Una situazione che appare fuori controllo, tra irregolarità e appropriazioni di de Bonis. Una situazione esposta ai rilevanti rischi delle inchieste della magistratura italiana. Ma è l'ultimo capitolo del dossier a sorprendere particolarmente il segretario di Wojtyla. Che lo rilegge più volte:
 
Postilla relativa al conto per le SS.Messe
Le rendite dei legati consentono ogni anno la celebrazione di un certo numero di SS.Messe. Più precisamente  il totale delle Messe permesse dai vari legati ammonta a n.8.700. Una disposizione  del gennaio 1990 (a firma Marcinkus, De Stroebel e de Bonis) stabilisce che si debbano corrispondere Lire 10.000 per ogni  S. Messa fino al numero di 8.000 e Lire 15.000 per le SS. Messe oltre tale numero.

PROMEMORIA SU PAURE E RISCHI

Va da sé che il bilancio dello Ior deve provvedere a integrare il conto n.001-9-200000 (relativo alle SS.Messe) per la differenza tra il valore delle rendite rivenienti dai legati e le cifre corrisposte ai celebranti. Di fatto tale integrazione è stata per il 1989 ed il 1990 di circa lire 90 milioni annui, col che si è consentita la celebrazione di circa 10.000 SS. Messe ogni anno.

Nell'esaminare l'andamento del conto di mastro n.001-9-200000, dedicato agli oneri per le SS.Messe ci si è accorti che lo stesso, normalmente debitore (e proprio per questo bisognoso dell'integrazione di cui sopra, ad opera del bilancio Ior), presentava fino al 1991 un saldo creditore di Lire 166.028.299 (riveniente da imprevisti e cospicui lasciti successori destinati per celebrazione di ulteriori SS.Messe).

Con l'autorizzazione (arbitraria) della direzione del tempo e senza quella (assolutamente necessaria, come recita il diritto canonico e come vuole la finalità dello Ior), dell'Ordinario (che solo può disporre siffatte commutazioni), tale saldo è stato girato, nel maggior importo di lire L.194.469.206, al conto n.001-3-01383, intestato "Ior Beneficenza", senza la raccolta delle firme necessarie.

PROMEMORIA SU PAURE E RISCHI

Quest'ultimo conto è stato in effetti largamente utilizzato quest'anno da "Roma", attraverso ritiri di contante non sicuramente finalizzati alla celebrazione di SS.Messe. Quarantacinque operazioni di prelievo hanno sostanzialmente azzerato il saldo del conto. L'esistenza di questo conto (per il quale si è disposta l'immediata chiusura) non è mai stata portata a conoscenza del Consiglio di Sovrintendenza; e ciò malgrado la messa a disposizione di "Roma", da parte dello stesso Consiglio, di un importo di lire 150 milioni (che "Roma" ha provveduto a girare sul Fondo San Martino già sopra evidenziato), per opere di beneficenza legate alla sua funzione.

TESTAMENTO

Riferiamo infine che il conto per le SS.Messe (n.001-9-200000) continuava ad essere operato da "Roma" (anche dopo la normativa del 1° aprile 1992) per l'assegnazione di gruppi di SS.Messe (100/200 per nominativo) ad un insieme di sacerdoti, senza il necessario scrutinio per conformità contabile ad opera di due dei tre membri della Commissione e senza l'acquisizione dei riscontri di avvenuta ricezione. Vista l'estrema importanza della questione e la sua assoluta delicatezza, è allo studio una razionalizzazione che concerna le procedute tanto di assegnazione delle SS.Messe quanto di controllo dell'avvenuta esecuzione delle pie volontà. 
 
Il sistema off shore di de Bonis si alimenta quindi anche dei soldi lasciati dai fedeli per le Sante Messe in memoria dei defunti, ultimo colpo di mano  di Marcinkus, e testimonianza del passaggio di potere a de Bonis. Lo Ior rischia di precipitare in un altro scandalo internazionale.

Nella relazione non emerge perché ancora non noto ma questo bonifico con ordinante "P.Star" e beneficiario una fantomatica "Società Teal" fa parte, come vedremo, delle rimesse estere della famosa maxi tangente Enimont.

 

 

 
[18-05-2009]

donato de bonisAngelo Caloiaalessandra ferruzzi e carlo samaIz
t

 

I VASI COMUNICANTI TRA SAN MARINO E BANKITALIA – PATALANO (CONSULENTE “DELTA”), FERRO LUZZI (ELABORA LE TESI DIFENSIVE DI “DELTA”), SANTONOCITO (CDA “SEDICIBANCA”), LUCA PAPI (DG BANCA CENTRALE): L’AFFLUSSO DA VIA NAZIONALE VERSO LA ROCCA è COSTANTE…

Stefano Elli per "Plus" de "Il Sole 24 Ore"

Una presenza costante e di qualità, quella di ex uomini di Banca d'Italia a San Marino e nelle sue vicinanze. A cominciare da quella del commercialista romano Claudio Patalano, che figura nella lista degli indagati nell'inchiesta sulla Cassa di risparmio di San Marino e sul gruppo Delta.

Patalano, nonostante sia uscito da Banca d'Italia nel 1990, è tuttora considerato uno degli uomini di raccordo tra palazzo Koch e il sistema bancario. Il suo ruolo di consulente della Delta (controllata dalla Cassa di San Marino, la più grande banca della piccola Repubblica) non è stato ritenuto dai Pm rilevante ai fini dei reati di riciclaggio, contestati a Mario Fantini e agli altri arrestati.

Tuttavia la sua posizione resta al vaglio degli inquirenti per il supposto reato di ostacolo alle funzioni di vigilanza. A «Plus24» Patalano si è detto «sereno e convinto che la magistratura farà piena chiarezza sugli eventi. Per quanto mi riguarda - prosegue - ho agito come consulente di Delta nel pieno rispetto delle norme e delle regole deontologiche della professione».

 

Patalano, tuttora, gioca da pivot in alcune partite delicate. Come quella di Sicilcassa, di cui è commissario liquidatore, e il cui processo si tiene in questi giorni a Palermo presso la seconda sezione penale del locale Tribunale.

La sua buona introduzione ai massimi livelli di Banca d'Italia è asseverata dalla sua frequentazione di un circolo molto ristretto: quello del comitato direttivo della Fondazione intitolata a Gabriele Berionne. Il suo nome figura tra i suoi fondatori accanto a quelli di numerosi nomi di primo piano di via Nazionale.

Nel comitato scientifico della stessa fondazione figura anche l'avvocato e docente Paolo Ferro Luzzi. Si tratta del professionista scelto da Antonio Fazio, nell'estate del 2005, per confutare le tesi degli allora ispettori Giovanni Castaldi e Claudio Clemente in occasione della scalata occulta di Gianpiero Fiorani e della Banca popolare italiana alla Banca Antonveneta.

 

Oggi anche Ferro Luzzi si occupa di San Marino: proprio lui, insieme al figlio di Vincenzo Desario, Michele (ex direttore generale di Banca d'Italia) è stato scelto per elaborare le tesi difensive della Cassa di risparmio di San Marino e del gruppo Delta, finiti oggi nell'occhio del ciclone. Ma la presenza di uomini vicini a Banca d'Italia nella vicenda forlivese non si ferma qui.

Tra i consiglieri di amministrazione di Sedicibanca figura il nome di Giuseppe Santonocito. Che cos'è Sedicibanca e chi è Santonocito? Si tratta della banca romana, ora commissariata, acquisita dal gruppo Delta nel 2004, che ha dato origine all'iter autorizzativo che ha portato alla trasformazione di Delta in "gruppo Bancario", grazie a una controversa delibera (retroattiva al primo gennaio del 2007), siglata in un assolato 13 agosto di quell'anno.

Giuseppe Santonocito invece è un ex funzionario di Banca d'Italia. Faceva parte della Commissione bilaterale incaricata di districare i nodi bancari tra i due Stati. Banca d'Italia è poi presente con alcuni suoi ex uomini anche ai vertici dell'omologa struttura sammarinese: la Banca Centrale, partecipata al 14% dalla stessa Cassa di risparmio di San Marino.

rino

Da pochissimo si è insediato Biagio Bossone alla presidenza. Una funzione vacante dal giorno delle dimissioni del suo predecessore Antonio Valentini, provocate dall'inchiesta "Re nero" aperta sempre della Procura di Forlì su alcuni episodi di riciclaggio ascritti alla Asset Banca di San Marino.

Bossone, dunque, non rivestiva alcun ruolo ufficiale allo scoppio del caso. Non così l'ex bankitalia Luca Papi, l'attuale direttore generale e l'ex ispettore di via Nazionale Stefano Caringi, che riveste il ruolo di capo della Vigilanza della Banca Centrale. Una posizione ricoperta in passato da altro un ex ispettore di Banca d'Italia, Aldo Loperfido, che attualmente risulta membro del Cda della sammarinese Banca Partner.

 

Quanto agli sviluppi di cronaca legati all'inchiesta, dopo gli interrogatori di garanzia che si sono tenuti a Forlì davanti al giudice per le indagini preliminari Rita Chierici, sono stati concessi gli arresti domiciliari a uno dei quattro manager del gruppo Delta Gianluca Ghini, presidente di Carifin Sa, una delle finanziarie sammarinesi coinvolte nella vicenda. Ghini ha anche rinunciato a rivolgersi al Tribunale del riesame.

Mentre la richiesta di revoca delle misure di custodia cautelare è stata respinta per Gilberto Ghiotti, che di fronte al Gip ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Lunedì, di fronte al Tribunale del riesame di Bologna, è attesa l'udienza che dovrà decidere sulla richiesta di revoca delle misure cautelari chiesta dagli avvocati degli altri indagati: Luca Simoni, Paola Stanzani e lo stesso Ghiotti.

 

 
[18-05-2009]

 

 

 

 

dalle tangenti della prima repubblica ai conti intestato ad Andreotti e ciancimino - dai conti correnti criptati dei Ferruzzi ai soldi per Provenzano e Totò Riina - Lo svela un libro "Vaticano spa" che raccoglie l’archivio di monsignor Dardozzi - Tra il '90 e il '91 dal conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per l’avv. del 'divo'

Gianluigi Nuzzi per Panorama (estratto), in edicola domani

Agostino Casaroli

Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dell'Istituto per le opere di religione (Ior), l'impenetrabile banca della Santa sede che ogni anno offre i suoi utili alla gestione diretta del Papa.

Lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici, missive tra le più alte autorità d'Oltretevere su come il denaro sia talvolta gestito in modo spregiudicato da prelati, presuli e cardinali. Oltre 4 mila documenti che costituiscono l'archivio di un testimone privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e, soprattutto, per vent'anni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano.

Angelo Sodano

Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo sterminato archivio diventasse pubblico. Così, dopo anni di ricerche, è ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere, 15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo Provenzano e Totò Riina Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo, a indicare in un'intervista pubblicata in Vaticano spa l'esistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della mafia).

Dall'Ambrosiano all'Enimont, dalle tangenti alle minacce: per ogni questione Dardozzi raccoglieva documentazione e appunti, li custodiva in cartelline gialle classificate nell'archivio. Si è così costituita una vasta memoria storica che ora svela come una sorta di «ufficio affari riservati» all'interno del Vaticano abbia operato per raddrizzare o mettere a tacere le vicende finanziarie più imbarazzanti e tormentate negli anni di Karol Wojtyla, appena sopite le trame dell'arcivescovo Paul Casimir Marcinkus e dell'Ambrosiano di Roberto Calvi.

Dall'archivio Dardozzi emerge che un fiume di denaro, fra contanti e titoli di stato, veniva veicolato in una specie di Ior parallelo, una ragnatela off-shore di depositi paravento intestati a fondazioni benefiche inesistenti e dai nomi cinici («Fondazione per i bambini poveri», «Lotta alla leucemia»), una ragnatela costruita in segreto per anni da monsignor Donato De Bonis, ex segretario e successore di Marcinkus, nominato da Casaroli prelato dello Ior.

Lo Ior parallelo ha così gestito non solo risparmi ma anche tangenti per conto terzi negli anni Novanta, assegni per i palazzi del Vaticano finiti al cardinale José Rosalio Castillo Lara, plenipotenziario economico di Wojtyla, soldi sottratti dalle somme che i fedeli lasciavano per le messe per i defunti, depositi per 30-40 miliardi delle suore che lavoravano nei manicomi, sino ai conti correnti criptati di imprenditori come i Ferruzzi, segretari dei papi come monsignor Pasquale Macchi e, soprattutto, di politici, a cominciare dall'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal primo politico condannato in Italia per associazione mafiosa, Vito Ciancimino.

 

È il 15 luglio 1987 quando De Bonis firma regolare richiesta e apre il primo conto corrente del neonato sistema off-shore, numero 001-3-14774-C, con un deposito in contanti di 494.400.000 lire e un elevato tasso d'interesse garantito, il 9 per cento annuo. Per tenere lontana anche l'ombra dei sospetti il monsignore intesta il deposito alla Fondazione cardinale Francis Spellman. La scelta del nome non è casuale: si tratta del potente e temuto cardinale, ordinario militare per gli Stati Uniti, che nel dopoguerra dagli Usa finanziava la Dc anche con soldi che potrebbero essere stati trafugati agli ebrei dai nazisti. E fu Spellman ad accreditare Marcinkus presso l'allora Papa Paolo VI.

Se un funzionario dello Ior avesse voluto curiosare nel fascicolo del conto Spellman, avrebbe scoperto che agli atti non c'è traccia documentale della fondazione, né un atto costitutivo, né una lettera su carta intestata. Avrebbe dedotto che la scelta della fondazione era un semplice ma efficace artificio. Ma nello Ior nessun funzionario nutriva simili curiosità. Il prelato della banca vaticana era troppo potente e protetto dai cardinali perché qualcuno desse un'occhiata ai suoi affari. E allora perché tanto riserbo? Se si gira il classico cartellino di deposito delle firme indicate per l'operatività del conto, oltre a De Bonis è segnato il nome di Andreotti. «Non mi ricordo di questo conto» fa sapere oggi Andreotti, interpellato da Panorama.

Giovanni Paolo II

Alle persone (quasi tutti prelati e porporati) che aprono un conto allo Ior viene chiesto di lasciare in busta chiusa le volontà testamentarie. Nel fascicolo del conto Fondazione Spellman, fotocopiato da monsignor Renato Dardozzi e custodito nel suo archivio, sono indicate quelle del «gestore», appunto De Bonis. Che con il pennarello nero a punta media che prediligeva aveva scritto su carta a righe le illuminanti disposizioni: «Quanto risulterà alla mia morte, a credito del conto 001-3-14774-C, sia messo a disposizione di S.E. Giulio Andreotti per opere di carità e di assistenza secondo la sua discrezione. Ringrazio nel nome di Dio benedetto. Donato De Bonis, Vaticano 15.7.87».

Che si tratti di un conto segreto di Andreotti gestito da De Bonis non lo dicono solo i documenti. Ne era convinto anche l'attuale presidente dello Ior Angelo Caloia. In una serie di lettere riservate sugli affari del prelato inviate periodicamente al segretario di Stato cardinale Angelo Sodano, e riprodotte nel libro Vaticano spa, Caloia si dice certo. In quella del 21 giugno 1994, a 7 anni dall'apertura del deposito Fondazione Spellman, Caloia dà ormai per scontato che «il conto della Fondazione cardinal Spellman che l' ex prelato ha gestito per conto di Omissis contiene cifre...».

Paul Marcinkus

Ma da dove arrivano tutti questi soldi e a chi erano destinati? In Vaticano spa vengono elencati tutti i beneficiari che si dividono in due categorie: religiosi e laici. I primi sono una moltitudine. Se «la carità copre una moltitudine di peccati», come si legge nella prima lettera di San Pietro (capitolo 4.8), è vero che dal conto Spellman vengono periodicamente distribuite centinaia tra elemosine e donazioni a suore, monache, badesse, frati e abati, enti, ordini e missioni. L'elenco dei beneficiari è sterminato: suore ospedaliere della Misericordia, adoratrici dell'Eucarestia, orsoline di Cortina d'Ampezzo, oblate benedettine di Priscilla, carmelitane d'Arezzo.

Beneficenza quindi, ma non solo. L'apparente gestione caritatevole del patrimonio rimane marginale. Per il cassiere della Dc Severino Citaristi, pluricondannato in Tangentopoli, compare un assegno da 60 milioni. Tra il 1990 e il 1991 dal conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per l'avvocato Odoardo Ascari, difensore di Andreotti nei procedimenti aperti a Palermo per concorso in associazione mafiosa.

Il pool di Mani pulite busserà al portone di bronzo ottenendo risposte parziali e fuorvianti. Lo scrive proprio Dardozzi all'avvocato Franzo Grande Stevens, legale di fiducia dello Ior: «Non bisogna indurre in tentazione» i giudici che vogliono far luce sui soldi transitati in Vaticano per i politici.
Metà dei cct dello Ior parallelo rimarranno così fuori dallo spettro degli investigatori. Di certo senza remore anche perché, come ripeteva Marcinkus, «la Chiesa non si amministra con le Ave Maria».

 

 
[14-05-2009]

viFranzo Stevenslio AndreottiVito CianciminoCARDINAL Spellman

Quel conto segreto dello Ior intestato a Giulio Andreotti....
I conti segreti e i beneficiari di bonifici e trasferimenti di denaro a vario titolo da parte dello Ior, l'Istituto per le opere di religione, vengono alla luce grazie alla pubblicazione del foltissimo archivio tenuto nascosto per anni e ordinato da monsignor Renato Dardozzi, un parmense, nato nel 1922 ex Cancelliere della pontificia Accademia delle scienze e, per vent'anni consigliere dei cardinali che si sono succeduti alla Segreteria di Stato vaticano, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano.

Dardozzi, morto nel 2003, ha lasciato tra le sue volontà l'ordine che il suo sterminato e dettagliatissimo archivio diventasse pubblico. Il frutto di questa operazione è un libro, dal titolo «Vaticano Spa» (Chiarelettere, 15 euro) scritto dall'inviato di Panorama Gianluigi Nuzzi. Nel volume viene riconosciuta l'esistenza di conti segreti intestati a illustri politici come ad esempio Giulio Andreotti che però ha subito minimizzato con il settimanale: «Non mi ricordo di questo conto».

Libro Vaticano

Eppure non ci sarebbe solo il «divo Giulio» ad avere beneficiato del denaro della Chiesa, ma anche personaggi molto più discussi e largamente compromessi come Bernardo Provenzano e Totò Riina, come si sa, boss mafiosi di ingombrante peso. Ma non è tutto. Elemosina anche per Severino Citaristi, l'ex cassiere della Dc, pluricondannato per Tangentopoli, che avrebbe beneficiato di un assegno da 60 milioni di lire. Tra il 1989 e 1993 si calcola infatti che siano state condotte operazioni per un valore che supera i 310 miliardi di lire dell'epoca nei vari conti; mentre i movimenti in contanti, secondo una stima prudenziale dell'autore, del libro toccherebbero i 110 miliardi.

 

 

 

Scritte contro il commissario Calabresi sui muri delle sedi del Pd e de La Stampa
Corriere.it - Domenica notte a Torino sui muri di alcune sedi del Partito democratico sono comparse delle scritte contro il commissario Luigi Calabresi, rivendicate dalla Federazione anarchica: «Calabresi assassino. Pinelli assassinato, nessuna pace con lo Stato». Questa la frase scritta anche sui muri della sede del quotidiano La Stampa, dove nei giorni scorsi è stato nominato direttore Mario Calabresi, figlio del commissario ucciso.

TUTTA LA MIA SOLIDARIETA' A MARIO CALABRESI CONTRO LE SCRITTE ANARCHICHE A TORINO 

 

 

'L'ANELLO', ULTIMO MISTERO DELLA PRIMA REPUBBLICA (di andreotti) - un servizio segreto nato per ostacolare l'avanzata delle sinistre - 'avrebbe potuto liberare moro, fece fuggire Kappler, intervenne direttamente nella vicenda Cirillo'...

1 - L'ANELLO, ULTIMO MISTERO DELLA PRIMA REPUBBLICA...
(Ansa) - Stefania Limiti, L'Anello della Repubblica (Chiarelettere, pag. 337 - 16,00 euro) Per mezzo secolo non s'e' avuta alcuna informazione nonostante i processi per le stragi, Gladio e le Brigate Rosse. L'esistenza di 'Anello' o 'noto servizio' e' emersa solo per caso quando nel' 96, grazie alla determinazione del giudice Guido Salvini che indagava sul terrorismo nero, lo studioso Aldo Giannuli scopri' in un deposito sulla via Appia a Roma degli scatoloni pieni di documenti dell'Ufficio Affari Riservati. In mezzo a quelle carte anche un documento con la spiegazione dell'esistenza di un servizio segreto nato per volonta' dell'ex capo del Sim (servizio segreto fascista) generale Roatta, con il compito di ostacolare l'avanzata delle sinistre.

L'anello della Repubblica

Stefania Limiti, giornalista e studiosa, e' partita da li' per ricostruire la storia di 'Anello', il servizio coinvolto nella fuga del nazista Kappler dell'ospedale militare del Celio, nella liberazione, grazie ad un accordo con la camorra, dell'assessore democristiano Ciro Cirillo, sequestrato dalle Br, e nella trattativa del Vaticano con le Brigate Rosse per la liberazione di Aldo Moro.

Se la Procura di Roma ha chiuso l'inchiesta su 'Anello' ritenendo che e' in dubbio vi siano illeciti penali, un'altra, quella di Brescia, che ha indagato sulla strage di Piazza della Loggia (8 morti e un centinaio di feriti) e' intenzionata a fare chiarezza. Non a caso, proprio di 'Anello' s'e' parlato nella prima udienza del processo per la strage, tutt'ora in corso a Brescia.

Per le cose rivelate potrebbe sembrare un romanzo invece il libro e' il prodotto di un attento lavoro dell'autrice sui documenti e ogni capitolo e' arricchito da un ricco apparato di note. ''Il gioco degli specchi - ha scritto nella postfazione Paolo Cucchiarelli, giornalista e studioso di terrorismo nero e servizi segreti - e' stato infinito in Italia ma mai nessuno ha guardato in quello del 'noto servizio' fino in fondo, anche se potrebbe essere questo l'ultimo cassetto della Repubblica, il principale strumento dello stato parallelo. Questa inchiesta ha cominciato a farlo, ma e' solo l'inizio''.

''Questo libro - spiega Stefania Limiti - e' il frutto di un'inchiesta giornalistica. Ho messo insieme pezzo per pezzo di un grande puzzle. Anello, come ha scritto anche il professor De Lutiis nella prefazione, ha alterato gli equilibri politici e avvelenato la democrazia. Mi auguro che da qui si possano scoprire tutti gli agganci politici avuti''.

Aldo Moro

2 - IL MEDICO PEDRONI: I POLITICI SAPEVANO. MORO POTEVA ESSERE LIBERATO, POLITICA SBARRO' STRADA...
(Paolo Cucchiarelli per l'ANSA) -
''Si' guardi, Titta mi definiva 'il medico dell'Anello'. Curai Padre Zucca, il rude 'cappellano' del servizio segreto clandestino, ma anche Adalberto Titta, il capo operativo. Diciamo che sono stato proprio il medico de l'Anello''.

Giovanni Maria Pedroni, classe 1927, partigiano a Trieste, illustre chirurgo conosciuto in tutto il mondo, e' quanto di piu' lontano si possa immaginare da un uomo capace di dare notizie di prima mano sul mondo occulto dei servizi segreti ma e' anche l'unico, il primo, a parlare pubblicamente di questa struttura su cui da pochi giorni e' uscito un libro-inchiesta che Pedroni ha appena finito di leggere. ''Tutto esatto'', dice in un'intervista all'ANSA.

''Si legge come un romanzo ma e' cosi' che sono andate le cose. La gente comune non lo sa quanti fatti sono accaduti in Italia, come sono effettivamente andate certe cose. Pensa che si tratti di romanzi. Non e' cosi'. Anzi...'', quasi a sottintendere che c'e' ben altro ma che non e' il caso di insistere.

Aldo Moro

''L'Anello - aggiunge - avrebbe liberato molto facilmente Aldo Moro, fece fuggire Herbert Kappler, l'uomo delle Fosse Ardeatine per superiori esigenze di Stato, intervenne direttamente nella vicenda Cirillo'', dice parlando solo di alcuni dei temi toccati del volume edito da Chiarelettere, ''L'Anello della Repubblica'' , scritto da Stefania Limiti.

Pedroni parla chiaro e senza remore, diretto: fu proprio lui a visitare, mentre tutta l'Italia lo cercava, Herbert Kappler in fuga nell'agosto del '77. Lui ha ricevuto dirette confidenze da Padre Zucca e da Adalberto Titta, l'ex asso dell'aviazione di Salo' divenuto il capo operativo della struttura.

Suadente, gentile, Pedroni snocciola dati e denuncia la ''grande ipocrisia politica'' che pesa ancora su tutta la vicenda visto che il servizio clandestino inizia la sua vita nell'immediato dopoguerra e attraversa tutta la storia dell'Italia Repubblicana: ''C'e' una sacco di gente che sa di queste cose; soprattutto a livello politico. L'Anello era una struttura operativa che era riconosciuta ufficialmente dal governo. Il Viminale sapeva tutto. Tanti politici sapevano. Con una struttura segreta si potevano ottenere certi risultati senza che nessuno si scottasse le mani: questo era il compito dell'Anello. Ho sentito Padre Zucca chiamare al telefono, dalla mia clinica, ministri e sottosegretari e come scattavano. Ah, se scattavano. Era un ometto veramente particolare Padre Zucca''.

andreotti giulio

Molti indizi portano a Giulio Andreotti, lei che ne dice? ''Se Andreotti parlasse veramente della sua vita crollerebbero le mura di Gerico''. Il servizio, diciamo, era stato fondato da un israeliano, Otimsky, ''una persona anziana che mandava avanti operativamente le cose ma era politicamente nelle mani di Giulio Andreotti'' .

A Pedroni sta a cuore soprattutto il capitolo Moro. ''Noi - scandisce - potevamo liberarlo, tranquillamente, senza problemi. La politica ci ha sbarrato la strada affinche' non intervenissimo. C'era un ordine 'superiore' di non intervenire, e potevamo farlo. Moro d'altra parte se l'e' proprio cercata. Nel 1962, a Napoli, vara il centro sinistra per isolare i comunisti e nel 1978 li porta al governo?! Un dato e' certo: alle cancellerie internazionali Moro non piaceva per nulla; Kissinger non lo poteva vedere. Aveva espressioni durissime per Moro che dava fastidio in Italia ma anche all'estero. Si scelse di non intervenire, lasciando le cose al loro destino. Lasciando che Moro venisse ucciso. Chi fa fuori Moro? Le Br? Mah... Non lo so'', aggiungendo dubbi a dubbi sull'ultimo atto dei 55 giorni.

Una cosa e' certa - dice - ''dopo quello stop imposto all'Anello tutto si e' fermato. Padre Zucca propose un ingentissimo riscatto per salvare Moro ma da solo non poteva nulla. Avrebbe potuto far molto se avesse potuto utilizzare la 'longa manus' de l'Anello. Zucca sapeva benissimo questo ma cerco' lo stesso di darsi da fare. Andreotti era contro.

KAPPLER HERBERT

C'erano i soldi ma non poterono far nulla. Quando si vuole le cose si fanno: si fa qualunque cosa volendo. Si e' deciso di lasciare morire Moro: le ragioni e il perche' riguardano pero' la politica. Tutti i servizi italiani e stranieri si mossero per cercare di utilizzare tutto cio' che era utile a risolvere la questione. Alla fine non fu cosi'. Moro pensava di essere vicino ad una soluzione positiva per se'. Sapeva pero' benissimo chi erano gli oppositori alle sua linea in Italia e all'estero. E' una storiaccia''.

Ancora tutta da raccontare? ''Ancora. Moro fu lasciato morire. Questo lo sanno tutti. E nessuno parla'', replica il Professore soppesando le parole. E Pedroni conferma tutto anche sul ruolo giocato dal servizio clandestino nel rapimento Cirillo. ''Titta parlo' piu' volte in carcere con Cutolo. Anzi il Sisde e il Sismi si misero da parte per chiamare proprio l'Anello. Ad Ascoli Piceno Titta prende Cutolo dal carcere e lo porta fuori, a Napoli, e si arriva ad un accordo. Quando si stava per concludere l'intesa con i brigatisti e sembrava tutto fatto ecco sbucare fuori all'improvviso polizia e carabinieri e quelli li', i brigatisti, schizzano via e quasi li acchiappano. E' stata una cosa particolare: un contesto politico... Sa...''. Pedroni ridacchia, sospira, e saluta. Molto gentilmente, come sempre.

 

 
[04-05-2009]

 

 

 

Su-Dario listato a lutto - Il calvario In Puglia: UN ASSESSORE ALLA SANITà DI VENDOLA indagato dall’Antimafia, subentrerà a De Castro e avrà l’immunità - 

Amedeo La Mattina per "La Stampa"
 
Non c'è pace neanche nel Pd di Franceschini, dopo la tormenta era Veltroni: nuove grane sulle candidature europee. La notizia battuta dalle agenzie ieri pomeriggio da Bari sembrava una delle tante da rubricare nella cronaca giudiziaria locale: perquisita la casa di Alberto Tedesco, ex assessore socialista alla Sanità nella giunta Vendola, che si era dimesso a febbraio dopo l'iscrizione nel registro degli indagati.

Dario Franceschini

Su di lui la Direzione distrettuale antimafia di Bari aveva aperto un'inchiesta su presunte tangenti. E invece la storia ha un risvolto tutto politico e apre un caso molto spinoso per i vertici democratici. Tedesco è il primo dei non eletti al Senato dopo Paolo De Castro fresco di candidatura alle Europee nella circoscrizione Sud. Se il capolista De Castro, come è presumibile, sarà eletto all'Europarlamento, gli subentrerà un inquisito che acquisterebbe l'immunità.

«Non mi piacerebbe averlo nel mio gruppo», fa sapere preoccupata la presidente dei senatori Democratici, AnnaFinocchiaro . Di tutt'altro tono la reazione del vicecapogruppo di fede dalemiana Nicola Latorre: «Qual è il problema? Quando si porrà la questione ne discuteremo. Le liste le facciamo noi, non la Dda di Bari!». Un problema è che una parte del Pd, a cominciare da Enrico Letta, aveva sconsigliato vivamente De Castro ad accettare la candidatura.

E nove parlamentari pugliesi, tra i quali il lettiano Francesco Boccia, hanno scritto a Franceschini per protestare sulle «incomprensibili scelte» per Strasburgo. Ma De Castro, che è presidente della fondazione dalemiana «Red», è stato scelto dal segretario del Pd, sponsorizzato da Massimo D'Alema: e Romano Prodi, di cui De Castro è stato ministro dell'Agricoltura, gli ha consigliato di accettare. «Io - dice ora De Castro - me ne stavo tranquillo al Senato, non ho chiesto di essere candidato: ho accettato per spirito di servizio. Adesso c'è un problema politico che dovranno risolvere a Bari e a Roma, io continuerò a fare la mia campagna elettorale».

Vendola

De Castro, dunque, smentisce le voci di un suo ritiro dalla corsa europea per evitare che Tedesco gli subentri ai Senato e che Antonio Di Pietro faccia una bella campagna elettorale sui temi giustizialisti. Già ieri il nuovo acquisto dell'Idv, l'ex Pm De Magistris candidato alle Europee, è piombato a Bari per fare incetta di voti ai danni del Pd.

«Eppure - spiega Boccia - noi avevamo avvertito il partito che il "caso Tedesco" poteva complicarsi. Non potevamo certo immaginare che arrivassero i carabinieri a casa dell'ex assessore alla Sanità». Tedesco è un ex socialista che era stato candidato come indipendente nelle liste del Pd. Al momento della sua candidatura era pulito, non c'erano tracce di inchieste a suo carico e in più a Bari porta in dote un pacchetto di voti quantificato attorno al 5%.

Ma da quando non è stato eletto a Palazzo Madama per il rotto della cuffia ha iniziato un forte pressing sul sindaco di Bari Emiliano, che anche segretario regionale del Pd, affinchè in qualche modo gli venissero aperti i portoni del Senato, candidando appunto De Castro. Le "malelingue" raccontano che minacciava di presentare una sua lista e di candidarsi a sindaco di Bari contro Emiliano.

 

 

 

 

DISTRATTI DA AL QAEDA, DERUBATI DA WALL ST. – IL NUOVO LIBRO DI LORETTA NAPOLEONI (L'ECONOMISTA CHE PREVIDE LA GRANDE CRISI) - LE FOLLI SPESE BUSHIANE E DUE GUERRE COSTOSISSIME, INNESCANO LA SPIRALE DELLA CRISI ECONOMICA – LE COLPE DI GREENSPAN...

Loretta Napoleoni per "l'Unità" (Tratto da "La Morsa", Chiarelettere)

Terrorismo ed economia: ecco i temi più dibattuti degli ultimi anni. E se tra loro esistesse una relazione che va ben oltre le prime pagine dei giornali? Se la guerra contro il terrorismo, inaugurata da George W. Bush all'indomani dell'11 settembre, avesse in qualche modo contribuito alla crisi del credito? Si tratta d'interrogativi sconcertanti, che recentemente molti si pongono. L'amministrazione Bush riceve da Bill Clinton un piccolo surplus e Barack Obama che sale al potere nel mezzo della peggiore recessione del dopoguerra - eredita un debito pubblico di 10mila miliardi di dollari, pari al 70 per cento del Prodotto interno lordo americano, o meglio, al 18 per cento dell'economia mondiale.

LORETTA NAPOLEONI

Dove sono finiti tutti quei soldi? Due guerre ancora in corso e un sistema di sicurezza ambiziosissimo, quanto inconsistente, prosciugano le finanze dello Stato e proiettano l'America tra i paesi con il debito pubblico più alto al mondo. Tutto questo non sarebbe successo fino a vent'anni fa, quando i conflitti si pagavano con l'erario pubblico anziché con la politica dei bassi tassi d'interesse.

Come dimenticare la storica decisione di Lyndon Johnson, negli anni Sessanta, di aumentare la pressione fiscale per far fronte agli alti costi della guerra nel Vietnam? Manovra necessaria e al tempo stesso profondamente impopolare. A nessuno, infatti, piace finanziare di tasca propria la macchina militare, anche se l'obiettivo è distruggere un super terrorista come Osama bin Laden o sbarazzarsi dell'arcidittatore Saddam Hussein.

A chi si domanda perché queste guerre in Iraq e in Afghanistan, che sembrano interminabili, non abbiano suscitato un movimento d'opposizione simile a quello che pose fine a quella del Vietnam, si può rispondere che finché la spesa militare non tocca direttamente il nostro portafoglio o intacca la nostra libertà, costringendoci ad andare al fronte, i conflitti armati restano virtuali, vissuti esclusivamente attraverso il filtro dei media.

Cover "La Morsa"

LA PAURA DEL TERRORISMO.
Neppure gli attentati terroristici a Madrid e a Londra, ambedue legati al conflitto iracheno, ci hanno fatto sentire quest'ultimo abbastanza vicino da coinvolgerci. Persino la minaccia del terrorismo, dunque, ci tocca solo di striscio, quando le immagini di sangue e morte fanno capolino sui nostri teleschermi o quando i politici le usano per spaventarci. Dopo l'attentato di novembre 2008 a Mumbai, il ministro degli Esteri italiano dichiara che il vero pericolo non è l'economia ma il terrorismo.

Giornali e telegiornali italiani rincarano la dose ricordando che sette connazionali sono intrappolati negli alberghi occupati dai terroristi. E l'Italia è presa nella morsa della paura del fondamentalismo islamico al punto da scambiare due mitomani marocchini per super terroristi. Il motivo è altrettanto ridicolo: inculcavano nei figli di due anni il culto di Osama bin Laden e sognavano di far esplodere con ordigni inesistenti un supermercato di periferia.

La paura del terrorista è uno strumento molto efficace per distrarre l'attenzione del cittadino occidentale dal caos economico degli ultimi vent'anni e dalla crisi che sta facendo sprofondare il capitalismo in una nuova Grande depressione. Tristemente, il legame tra eversione ed economia non è circoscritto a questa manipolazione: la guerra contro il terrorismo dei neoconservatori americani ha infatti contribuito alla crisi del credito. Come? Per rispondere rivisitiamone le fasi più salienti. Il crollo del Muro di Berlino inaugura la politica del credito facile e a buon mercato.

George Bush

Alan Greenspan, a capo della Federal Reserve (Fed), ne è l'artefice. La deflazione agevola il processo di globalizzazione, o meglio, la colonizzazione del mondo da parte della finanza occidentale. Lo Stato retrocede dall'arena economica e lascia al mercato finanziario il compito di gestire il grosso dell'economia. E Alan Greenspan diventa più potente del presidente Clinton. È lui che tiene le fila dell'economia mondiale, la cui crescita sembra inarrestabile. Ogni qualvolta le crisi economiche bussano alla porta del villaggio globale - da quella del rublo fino alla minirecessione americana del 2000- Greenspan taglia i tassi. Si tratta di una strategia folle perché, lungi dal risolvere i problemi strutturali della globalizzazione, posticipa lo scoppio della crisi aumentandone la portata. (...)

Gli anni Novanta e gran parte degli anni 2000 sono caratterizzati dall'abbondanza perché vissuti all'insegna del credito facile e a buon mercato; consumi, investimenti, tutto cresce e nessuno ha voglia di criticare uno Stato che ha creato tutta questa cuccagna. L'euforia nasconde però una realtà ben diversa: uno dei cardini del contratto sociale - secondo cui lo Stato deve rispondere ai cittadini di come gestisce il loro denaro - si sta incrinando.

Osama Bin Laden

DUE GUERRE E MOLTI DEBITI.
Dopo il 2001 la politica dei tassi d'interesse bassi fa comodo al governo americano che nel giro di due anni si trova invischiato in due guerre che l'amministrazione aveva anticipato sarebbero state lampo e quindi a basso costo. In realtà, questi conflitti pesano gravemente sulla spesa pubblica. L'indebitamento sul mercato finanziario attraverso la vendita dei buoni del tesoro permette di evitare l'impopolare manovra fiscale del presidente Johnson, e cioè aumentare le tasse agli americani.

Ma la raccolta del denaro non è facile, lo Stato deve competere con il settore privato, ecco perché l'amministrazione Bush fa preme sulla Federal Reserve per mantenere oltremisura la politica dei tassi d'interesse bassi. Questa infatti rende i buoni del tesoro americani più competitivi rispetto a quelli dell'industria privata. Cina e Giappone diventano i maggiori sottoscrittori del debito pubblico statunitense.

Alan Greenspan

(...)

La politica deflazionista di Greenspan, dunque, finanzia prima il benessere illusorio della globalizzazione e poi la guerra contro il terrorismo. Ecco spiegata l'origine della crisi del credito. Ma se Greenspan crea la bolla durante gli anni Novanta, il finanziamento di due guerre dopo l'11 settembre prima la gonfia e poi la fa esplodere. L'abbattimento dei tassi, subito dopo la tragedia, innesca il perverso meccanismo dei mutui subprime e inflaziona i prezzi del mercato immobiliare in America e nel resto del mondo; dà vita, insomma, alla spirale dell'indebitamento delle banche. Le statistiche mostrano che dal 2001 al 2007 i prezzi degli immobili registrano, un po' dovunque, una crescita eccezionale.

CHI PAGA QUESTA FOLLIA.
Naturalmente, a fare le spese di questa follia economica è la popolazione americana che per quindici anni è tenuta all'oscuro delle crisi del mercato globale e per altri sette ignora che Pechino e Tokyo finanziano le guerre "ideologiche" dei neoconservatori, mentre Washington accumula un debito pubblico da Paese in via di sviluppo. E sono ancora i cittadini americani che si sobbarcano tutto il debito delle banche: sebbene incrinato, il contratto sociale è ancora in piedi, e chi risponde degli errori dei politici è la popolazione.

Wall Street

Così quando la bolla esplode, nel settembre 2008, e quando la recessione è alle porte all'inizio del 2009, per salvare le banche e mantenere in piedi due guerre, Washington usa i soldi dei contribuenti, quei pochi nell'erario pubblico e quelli ancora da raccogliere, pignora insomma la ricchezza delle future generazioni. Anche il contribuente del villaggio globale paga questi errori. Gli Stati Uniti sono la locomotiva economica del mondo, così la conflagrazione a Wall Street trascina l'intero pianeta nella crisi economica.

 

 
[23-04-2009]

 

 

 

L'UNITA' -In apertura a tutta pagina: "Che razza di gioco", in riferimento alla squalifica del campo della Juve per i cori razzisti contro il giocatore di colore dell'Inter Mario Balotelli. A fondo pagina due notizie: "Da Ahmadinejad insulti a Israele: la Ue lascia il summit"; "Arriva la norma salva-manager: processo Tyssen a rischio".20.04.09

 

 

 

CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO – LA PROCURA DELL’AQUILA HA IL DOSSIER SEGRETO CHE INDICAVA LE CASE A RISCHIO – “ECCO CHI POTEVA SALVARE SCUOLE E OSPEDALI” – “L’ELEMENTARE DE AMICIS AVEVA UN GRADO DI RESISTENZA ALLE SCOSSE DI 0.099: NULLO”

Fiorenza Sarzanini per il "Corriere della Sera"

Avevano compilato le schede di valutazione, individuato le «criticità», elencato gli interventi da effettuare e persino l'entità dei fondi da stanziare. Ma quelle indicazioni fornite nel 2005 dai tecnici della Protezione civile dell'Abruzzo guidati dall'ingegner Pierluigi Caputi sono rimaste sulla carta. E le decine di edifici inseriti nella lista di rischio sono venuti giù con la scossa della notte del 6 aprile, provocando in alcuni casi anche morti e feriti.

TERREMOTO AQUILA

La procura dell'Aquila acquisisce il carteggio finora segreto tra Regione ed enti locali, e apre il capitolo delle responsabilità dei pubblici amministratori. Perché quelle schede consentono di individuare chi doveva intervenire e invece non ha dato seguito alle segnalazioni. Basta scorrere la lista per capire quanto dettagliate fossero state le ispezioni. E basta guardare quel che resta dei palazzi del centro storico della città per capire che cosa non abbia funzionato.

TERREMOTO D'ABRUZZO

L'esempio più eclatante è quello della scuola elementare De Amicis di San Bernardino. Il grado di vulnerabilità assegnato dagli esperti era 36, il più alto. Nella tabella sui livelli di pericolo erano previste tre opzioni: danno lieve, danno severo, collasso. E così il grado di resistenza assegnato nell'ipotesi di sisma più grave era 0,099, cioè nullo.

Al di là dei numeri e dei calcoli matematici la conclusione era chiara: così come era costruito, il palazzo non avrebbe potuto resistere a un terremoto di forte intensità. Esattamente quello che è avvenuto, il tetto è crollato e le mura sono pericolanti. Stesso discorso per la casa dello Studente, per la prefettura, per l'ospedale San Salvatore. Perché anche in questi casi la «vulnerabilità» era stata ben evidenziata dai tecnici, ma gli enti gestori non hanno provveduto a sanare le carenze.

Nella relazione preliminare che dovrà essere esaminata dal procuratore Alfredo Rossini e dal suo sostituto Fabio Picuti è ricostruita la storia di un disastro purtroppo annunciato. Una devastazione della quale si chiederà conto nei prossimi giorni alle imprese edili che hanno costruito i palazzi senza rispettare la normativa e a chi avrebbe dovuto vigilare perché questo fosse evitato.

TERREMOTO D'ABRUZZO

«Nell'anno 2001 - è scritto nel documento - il Dipartimento della Protezione civile diffondeva a tutti gli enti pubblici i risultati di una sua campagna di indagine, svolta negli anni 1997-1999 relativa a valutazioni di vulnerabilità sismica su edifici pubblici, strategici e speciali ricadenti nell'Italia Centro-meridionale».

Ed ecco il passaggio chiave: «L'analisi era posta a disposizione dei soggetti pubblici proprietari di immobili per le eventuali attività di prevenzione». È proprio a questi «soggetti» che i magistrati chiederanno conto. Ma non solo. Nel documento si rintracciano gli indizi per individuare la catena di responsabilità.

Perché si specifica che «gli obblighi di messa a norma degli edifici e infrastrutture destinati ai diversi usi resta, in termini generali, in carico ai singoli soggetti proprietari, così come peraltro ribadito dall'Ordinanza della presidenza del Consiglio 3274/2003 che avviava il programma generale di messa in sicurezza in relazione alla emanazione della nuova normativa tecnica per le costruzioni in zona sismica».

Ma la relazione fornisce anche altre informazioni utili all'indagine: «Nell'anno 2004 si avviava altresì una analoga indagine finalizzata alla migliore allocazione delle risorse finanziarie che man mano si sarebbero rese disponibili per la messa in sicurezza sismica degli edifici e delle infrastrutture di carattere strategico e rilevante.

TERREMOTO D'ABRUZZO

Anche tale attività vedeva il pieno coinvolgimento di tutti i soggetti proprietari di immobili, in una prima fase per l'individuazione e la caratterizzazione di massima degli edifici, e in una fase successiva per il reperimento della documentazione tecnica disponibile e per il supporto tecnico-logistico durante l'esecuzione dei sopralluoghi.

Sulla base dei risultati di detta attività e delle priorità discendenti, negli anni 2005-2007 sono stati definiti (con fondi sia regionali che attribuiti dalle Ordinanze della presidenza del Consiglio dei ministri 3602/2004 e 3505/2005) due distinti programmi di verifica sismica delle strutture censite, attribuendo ai soggetti proprietari risorse per le veri­fiche di adeguatezza sismica rispetto alla nuova normativa».

L'obiettivo è specificato: verifiche nel territorio regionale su circa 280 edifici e su circa 100 ponti e viadotti. Palazzi e infrastrutture che in molti casi non hanno retto al terremoto di dieci giorni fa.

 

 
[17-04-2009]

 

 

 

L’ANNOZERO DEL GIORNALISMO: DAL VAURO ESTINTO AL MESTIERE STINTO - GERONZI-WEB - MARPIONNE VOLA E YAKI VENDE “LA STAMPA” (A CALTAGIRONE?) - LASCIATE L’AUTISTA AL POVERO MIELI: PAOLINO IN LOTTA PER BENEFIT E STIPENDIO (-40%)

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1 - L'ANNOZERO DEL GIORNALISMO: DAL VAURO ESTINTO AL MESTIERE STINTO...
Non ci saranno baci e languide carezze tra gli ospiti della puntata di "Annozero" che va in onda questa sera. E non sarà un atto di dolore, né di contrizione quello di Michele Santoro, il 58enne giornalista di Salerno che da ogni "editto Bulgaro" trae soltanto vantaggi di audience e di immagine.

Michele Santoro

Certamente nello studio televisivo voleranno parole grosse e palle incatenate, ma si spera che nessuno abbia in mente di citare Platone, Euripide, Voltaire e tutti gli articoli delle diverse Costituzioni che nei secoli hanno invocato la libertà di parola. Bisognerà volare più basso, terra terra, all'altezza di quei crateri che si sono aperti alle 3,32 del 6 aprile e cercare un granello di verità.

Da parte sua Santoro dovrà mettere da parte l'astio personale che lo divide da Guido Bertolaso, il superman di Berlusconi che da semplice medico è diventato l'uomo di tutte le emergenze. Il capo del Dipartimento sembra un uomo mansueto e controllato, ma è capace di consumare fredde vendette. Così è avvenuto ad esempio il 27 marzo quando durante l'inaugurazione del termovalorizzatore di Acerra, ha proiettato davanti al Cavaliere e a 400 ospiti, un brano della trasmissione "Annozero" di otto mesi prima in cui Santoro diceva "se finiscono l'inceneritore di Acerra in otto mesi mi vedrete correre in mutande".

Vauro Senesi

Messe da parte le mutande e le questioni personali, il dibattito dovrebbe ripercorrere la sequenza del disastro e di ciò che è avvenuto nelle prime dodici ore quando giornalisti zelanti come Bruno Vespa alle 23,55 urlavano nel microfono: "dove sono le 500 tende promesse dalla Protezione Civile in piazza d'Armi?, perché nessuno mi dà una risposta?".

E insieme a queste domande Santoro farebbe bene a chiedersi perché il mondo dell'informazione che dal 1991 conosceva la fragilità del capoluogo d'Abruzzo, non ha scatenato un'autentica campagna di allarme.

Che gli edifici fossero costruiti sulla sabbia lo sapevano in tanti (giornalisti compresi) e in tanti hanno taciuto, ma questa non è una questione per la quale bisogna scomodare Voltaire e le Nazioni Unite, perché è semplicemente la condizione di un Paese in cui la libertà di informazione è sotto il cemento del potere economico e finanziario.

"Il giornalismo - scriveva Montanelli - si fa per il giornalismo e per nessuna altra cosa". Sono parole bellissime che evaporano di fronte al silenzio sui grandi misteri e sui grandi problemi italiani. Giornali e tv sono saldamente nelle mani di imprenditori, banchieri e di un Cavaliere operaio che piange e si indigna per le vignette di Vauro.

La matita che in modo infelice ha disegnato l'ultima vignetta fa riscoprire d'improvviso la libertà di informazione in un Paese in cui soltanto i morti risvegliano le coscienze. Un Paese dove - come abbiamo detto più volte - nemmeno un sito come Dagospia avrebbe senso di esistere se ci fosse voglia di verità.

Mauro Masi

Piuttosto che parlare del Vauro estinto sarebbe meglio che questa sera Santoro e la sua compagnia di giro parlassero del Caro Estinto, cioè di quel giornalismo che Montanelli definiva "un mestiere bellissimo".
 
2 - IL MONACO GERONZI SI RACCONTA SUL WEB...
Invece di scegliere YouTube o di fare combriccola su Facebook, Cesarone Geronzi si è aperto un proprio sito su internet per lasciare un segno nella storia (quella con la "s" minuscola).

Da ieri la vita e le opere del banchiere di Marino sono raccolte come in un grande libro per il popolo del web e si possono leggere digitando l'indirizzo www.cesaregeronzi.it. Non deve essere stata una scelta facile per il 74enne presidente di Mediobanca che nel suo ufficio apre il pc soltanto per leggere Dagospia e le quotazioni di Borsa. Comunque è un segno dei tempi, una novità che almeno nelle intenzioni sembra ispirata a una voglia di trasparenza e a una punta di narcisismo.

Chi ha messo insieme la Geronzi-story ha raccolto il curriculum extralarge della sua vita, gli interventi, le interviste, le decine di articoli e le fotografie che lo ritraggono accanto al Papa e sullo sfondo del Colosseo.

Marchionne

Purtroppo mancano le immagini del Geronzi bambino e non c'è nemmeno quella classica del pargoletto nudo sul letto di famiglia che tutti i contadini conservano alle pareti. Eppure il Geronzino di Marino deve essere stato caruccio e paffutello, così almeno raccontano i vecchi abitanti dei Castelli romani che adesso lo ammirano quando con la moglie Giuliana e le figlie Benedetta e Chiara, concede la sua benedizione alle plebi della Capitale.

C'è sempre tempo per rimediare, come c'è tempo per togliere di mezzo dall'home page quella frase in cui si legge che "l'attività svolta per 20 anni in Banca d'Italia gli mette addosso un saio e, come succede per un monaco, se lo sentirà suo per il resto della vita".

Il monaco Geronzi ha guadagnato nel 2008 3,2 milioni di euro e ancora calda è l'eco della sua liquidazione da Capitalia che lo ha messo al riparo da qualsiasi sorpresa.
Il sito del presidente di Mediobanca è tradotto addirittura in quattro lingue, ma dentro una gabbia grafica molto sobria manca ancora la casella dei video.

A questa lacuna si potrà sempre provvedere buttando dentro quello strepitoso duetto che Geronzi fece con Matteuccio Arpe in occasione di una Convention di Capitalia. Quello è un oggetto cult che un giorno o l'altro finirà su YouTube.
 
3 - MENTRE MARPIONNE VOLA, YAKI VENDE "LA STAMPA" (A CALTAGIRONE?)...
Con la sua faccina da piccolo canguro che esce dal marsupio, Yaki Elkann scruta l'orizzonte della Fiat e segue con trepidazione il saltimbanco Marpionne.

Yaki Elkann

Sul tavolo del 33enne primogenito di Margherita Agnelli ci sono i giornali americani dove la vicenda Chrysler è seguita con grande interesse. Ieri il sito internet del "New York Times" ha tirato fuori l'idea che la soluzione migliore potrebbe essere una fusione tra General Motors e Chrysler. In questo modo si potrebbero risparmiare 10 miliardi di dollari e comunque la Fiat potrebbe sempre perseguire l'idea di un'alleanza con il nuovo colosso delle due società americane.

Il giovane Yaki non mette becco nelle mosse del manager dal pullover sgualcito e concentra tutte le sue forze in altre direzioni. La prima riguarda Exor, la Holding con cui la Sacra Famiglia degli Agnelli controlla la Fiat. È di ieri la notizia che tra i 17 candidati al nuovo Consiglio di Exor entreranno nomi importanti di manager e banchieri stranieri. Tra questi Christine Morine-Postel, una donna con la faccia rotonda che sembra una vecchia zia, ma ha guidato in Belgio la società che Carletto De Benedetti nell'88 tentò invano di conquistare, e ha un curriculum di grande prestigio.

paolo mieli

Accanto a lei entreranno altri personaggi di Goldman Sachs e Citibank a dimostrazione che il cangurino Yaki vuole trasformare il salotto di famiglia in un network di relazioni internazionali. D'altra parte il giovane vicepresidente della Fiat è nato a New York, ha studiato a Parigi, si è laureato a Torino e considera il mondo come il suo orizzonte. Purtroppo deve vedersela con un dossier squisitamente locale perché sul suo tavolo è arrivato il problema che riguarda il futuro del quotidiano "La Stampa".

Tra pochi giorni il direttore Giulio Anselmi dovrebbe lasciare la poltrona per la presidenza dell'Ansa dove è stato direttore dal '97 al '99. E non è un mistero che Marpionne non ha alcuna intenzione di ripianare i debiti della casa editrice del quotidiano torinese. Nessuno ha il coraggio di dirlo ma l'idea ormai matura è quella di vendere il giornale per portare a casa qualcosa come 200-250 milioni di euro. Per la Fiat e per i torinesi è un grosso sacrificio poiché "La Stampa", fondata nel 1867 con il nome di "Gazzetta Piemontese" è un'istituzione paragonabile alla Mole Antoneliana.

Cesare Geronzi

Il nome che corre sulla bocca di tutti come possibile acquirente è quello di Francesco Gaetano Caltagirone, il costruttore romano che ha piantato le bandierine dell'informazione al Sud, al Centro e nel Nord-Est. Nella sua tela di ragno c'è un buco: il Nord-Ovest, che "La Stampa" potrebbe colmare alla perfezione senza violare i limiti dell'Authority.
 
4 - I DOLORI DI MIELI...
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che Paolino Mieli, l'ex-direttore del "Corriere della Sera" ha in corso intensi colloqui con i soci forti del Patto di sindacato Rcs per definire il suo nuovo stipendio e salvare i benefits.
Al giornalista è stato già detto che il compenso dovrà essere tagliato del 40% e l'auto a disposizione riconsegnata".

 

 
[16-04-2009]

 

 

 

VITERBO / 10-04-2009

VITERBO: ''EDILIZIA DROGATA'', APPELLO DENUNCIA NELLA TERRA MARTORIATA DA ''PALAZZINARI SPREGIUDICATI''

VITERBO (UNONOTIZIE.IT)

Il Presidente del Consiglio, in modo encomiabile, è presente tutti i giorni  in terra d’Abruzzo dove, nella tragedia, unitamente al pianto ed alla riconoscenza di tutti per la prontezza d’intervento della Protezione Civile ed per la abnegazione dei generosissimi volontari va, di giorno in giorno, crescendo la rabbia per quello che un giornale ha definito in modo molto efficace un Paese da rottamare.

 

Sì, da rottamare quanto ad edilizia pubblica e privata lasciata spesso in mano, senza efficaci controlli, a spregiudicati palazzinari che antepongono il profitto al rispetto delle norme di sicurezza.

 

Siamo un Paese ad alto rischio sismico ed il viterbese non è certamente da meno. Abbiamo ancora vivo il ricordo del terremoto di Tuscania del 1971, il paese distrutto e le centinaia di morti.

 

Una ferita difficilmente cancellabile.

 

Ed allora visto che il Presidente Berlusconi, come riportato anche nelle ultime notizie, intende affidare alle Province d’Italia un tassello del mosaico progettuale di ricostruzione di quel territorio martoriato, perché non prendere lo spunto da questa iniziativa, per fare, attraverso l’intervento puntuale delle autorità cui è devoluto il controllo del territorio, una verifica capillare del nostro patrimonio edilizio pubblico e privato, con particolare riferimento ai nuovi insediamenti urbani, visto e considerato che la Città di Viterbo  e la Provincia , in questi ultimi anni, soffrono, indubbiamente, di un fenomeno che proprio un costruttore locale ha definito di “edilizia drogata”, intendendo per essa una cementificazione eccessiva ed inspiegabile in rapporto al numero degli abitanti e quindi ad una domanda certamente molto più contenuta rispetto alla straripante offerta di nuove abitazioni.

 

Rivolgiamo da cittadini un appello quindi al Prefetto, al Presidente della Provincia ed ai Sindaci di tutta la Provincia affinché si attivino nell’effettuare severi controlli  sullo stato degli edifici pubblici, in particolare ospedali e scuole, ed a verificare che le più recenti costruzioni siano state realizzate nel rispetto delle norme antisismiche.

 

Sarebbe auspicabile che questo nostro appello venisse raccolto dai consigli comunali/provinciale e trasformato in una delibera di indirizzo.

 

La sicurezza sociale si fa nella prevenzione.

 

La solidarietà del dopo è molto bella, ma non paga.

 

Dopo qualche anno di una tragedia consumata, tutto ritorna come prima.

 

Bruno Barra

 

 

 

VITERBO / 12-04-2009

TERREMOTO ABRUZZO: LE VALUTAZIONI DI TECNICI SPECIALISTI SU VARIAZIONI FLUSSI RADON NELLA PREVISIONE DEL SISMA

VITERBO (UNONOTIZIE.IT)

L’improvviso e catastrofico terremoto che ha colpito l’Abruzzo la notte tra il 5 e 6 Aprile 2009 ha aperto il dibattito sulla prevedibilità o meno dei terremoti.

 

In questi giorni si è parlato molto del tecnico Giampaolo Giuliani che, tramite le analisi dei flussi del gas Radon aveva “previsto” l’imminenza di un fenomeno sismico significativo.

 

La comunità scientifica italiana, purtroppo, non solo non ha preso in considerazione l’ipotesi di Giuliani ma ha tacciato lo stesso di incompetenza denunciandolo infine per procurato allarme.

 

Ma chi ha ragione?

 

Nonostante la nostra facilità attuale nel determinare con precisione l’epicentro e l’intensità di un terremoto già avvenuto, rimane la difficoltà di effettuare previsioni dei terremoti.

 

Negli ultimi 30 anni una delle tecniche più promettenti per questa previsione consiste proprio nell’individuare variazioni nelle emissioni dal sottosuolo di sostanze idro-chimiche gassose; il gas Radon è l’elemento principale di riferimento.

 

E’ stato dimostrato infatti da ricercatori in tutto il mondo (cominciando coi Russi dopo il disastroso terremoto di Tashkent nel 1966), che le emissioni del Radon tendono ad aumentare durante le fasi preliminari di un terremoto quando si formano  microfratture nelle rocce che permettono la fuoriuscita del gas.

 

Tali aumenti possono durare da settimane a mesi, arrivare a picchi elevati e infine crollare fino ai livelli minimi poco prima della fatturazione meccanica della roccia stessa (il terremoto).

 

Tali variazioni possono essere rilevate anche a 200 Km di distanza nei casi di forte attività sismica.

 

A dimostrazione della validità della suddetta tecnica preventiva, paesi a forte rischio sismico quali USA (California), Cina, Giappone, Portogallo, Grecia, Germania e Russia hanno adottato da anni una  metodologia di controllo sperimentale basata sull’accoppiamento sismo/luni-solare/ionosferico delle emissioni Radon.

 

Un esempio include lo studio, fra il 1997 e il 2000, nell’arcipelago portoghese delle Azzorre, mediante la realizzazione di una rete di 12 stazioni sincrone di rilevamento nei pressi dell’aeroporto internazionale di Lajes quando si utilizzò questo tipo di tecnologia per il monitoraggio del vicino vulcano di Pico Alto.  

 

In seguito, visti i buoni risultati, vennero installate altre stazioni, incluso alcune qui in Italia (Umbria).

 

I dati iniziali ottenuti dalle emanazioni del Radon, forniti da registrazioni multiple continue, vengono ripuliti dai disturbi meteorologici, geologici e geodinamici, dagli effetti delle maree luni-solari, e dalle radiazioni cosmiche da cui sono alterati e, osservando l’andamento delle emissioni ripulite, eventuali anomalie segnalano la presenza di elementi perturbatori nel sottosuolo (l’arrivo del sisma); a questo punto dovrebbe scattare l’allarme.

 

Lo studio nelle Azzorre venne illustrato in anteprima al congresso internazionale sui gas rari di Cuernavaca in Messico nel Settembre del 2001, mentre una prima applicazione in Italia venne riportata nella rivista Galileo del Dicembre 2003.

 

Altre applicazioni sperimentali di successo sono state presentate  da ricercatori internazionali ad altre sessioni di congressi sui gas rari.

 

Sulla base delle numerose ricerche effettuate dai vari enti scientifici dei paesi esteri, possiamo affermare che una previsione dei sismi basata sui flussi del Radon è dunque possibile purché questi vengano registrati da stazioni multiple, e ripuliti da tutte le possibili interferenze.

 

Bisogna comunque sempre tener conto delle differenti dimensioni spazio-temporali passando dall’ambiente geologico a quello umano!

 

Deborah Ripa

 Andrea Mantovano

Tecnici Radon qualificati riconosciuti dalla provincia di Viterbo

 

 

 

G 20 DI LONDRA COME IL G8 DI GENOVA - UN VIDEO MOSTRA UNO SPINTONE DI UN POLIZIOTTO ALL’UOMO CHE POCO DOPO MORIRÀ - SI RIAPRE IL CASO. LA FAMIGLIA ROMPE IL SILENZIO: “QUEL FILMATO FORNISCE MOLTE RISPOSTE. CHI HA ALTRE NOTIZIE SI FACCIA AVANTI”…

Da "La Stampa.it"

Scontri G20

Spunta un video che prova le responsabilità della polizia nella morte del 47enne negli scontri durante il G20 di Londra. Nel filmato, pubblicato dal Guardian sul sito Web viene mostrata la vittima, Ian Tomlinson, camminare con le mani in tasca di fronte ai poliziotti schierati quando all'improvviso un agente lo spintona facendolo cadere a terra. Il 47enne è morto mercoledì dopo aver accusato un collasso mentre tornava a piedi a casa dal lavoro attraversando le strade del centro di Londra in cui in quel momento imperversavano gli scontri tra agenti e manifestanti.

Il quotidiano inglese ha riferito che il video è stato girato da un manager di New York e ha scritto che un agente ha colpito Tomlinson alla gamba con un manganello sorprendendolo alle spalle. Questo particolare però non è chiarito dalle immagini. La polizia aveva raccontato di essere stata allertata da un passante secondo il quale Tomlison aveva avuto un collasso e non respirava più, che i manifestanti avevano lanciato oggetti contro gli agenti che cercavano di rianimarlo, e che l'uomo era poi morto in ospedale. «Stiamo cercando di recuperare questa prova», ha detto un portavoce della polizia.

Scontri G20

Immediatamente dopo la pubblicazione del filmato la famiglia della vittima ha deciso di rompere il silenzio e puntare il dito contro la polizia. «Per quel che ne so - ha spiegato al Guardian il figlio Paul - dopo aver parlato con il suo collega, ha lasciato l'edicola verso le 7 e stando alle foto e alle immagini delle telecamere a circuito chiuso che mi hanno fatto vedere si sono rifiutati di lasciarlo passare a molti posti di blocco allestiti dalla polizia.

Il pezzo mancante del puzzle era che cosa gli fosse successo una volta arrivato al posto di blocco del Royal Exchange Passage: credo che quanto abbiamo visto risponda a molti interrogativi». Tomlinson infatti non stava manifestando, ma era semplicemente di ritorno a casa e cercava un varco nel cordone di sicurezza: le immagini mostrano come sia stato assalito senza alcuna provocazione e quando ormai aveva superato il posto di blocco.

Scontri G20

La Commissione Indipendente che vigila sull'operato della polizia ha aperto un'inchiesta per accertare se gli agenti abbiano avuto una parte di responsabilità in quanto accaduto. «Ora - ha continuato Paul Tomlinson sulle pagine del quotidiano britannico - guardando il video, posso dire che la polizia ha avuto contatto con Ian: se questo sia stato o no causa della morte non lo so, ma sono sicuro che arriveremo alla verità, nuove prove saltano fuori ogni giorno e questa non sarà l'ultima».

La famiglia chiede ora di poter ascoltare l'agente che ha spintonato la vittima e i due agenti della cinofila che le immagini mostrano in piedi dietro di lui. «Vogliamo delle risposte: perché? Aveva chiaramente le mani in tasca e aveva la schiena rivolta agli agenti, non c'era alcun bisogno di intervenire. Ora - ha terminato il figlio della vittima - è chiaro che c'è stato uno scontro fisico, e dopo aver visto le immagini vogliamo chiedere ai testimoni di farsi avanti, persone che abbiano visto o girato altre immagini».

Il video sull'home page del "Guardian" (http://www.guardian.co.uk)

 

 
[08-04-2009]

 

 

 

AVEZZANO (L'AQUILA) / 05-02-2009

GIUSTIZIA: ROMA, SIT-IN A MONTECITORIO. BRAVO RAGAZZO PORTATO IN CARCERE MUORE NEL MISTERO. ENIGMI E FATTI INCREDIBILI

Un caso di cui si è occupato anche Beppe Grillo


 

Il Comitato Verità e Giustizia per Niki ha ottenuto l'autorizzazione dalla Questura di Roma per il Sit-in che si terrà mercoledì 11 Febbraio 2009 a Roma in Piazza Montecitorio dalle ore 11,00 alle ore 16,00.
La nostra preghiera come Comitato, per una migliore organizzazione, a coloro che abitano in Abruzzo, in provincia dell' Aquila e ad Avezzano, e che vogliono aderire, è di contattarci telefonicamente presso la Libreria Mondadori dei genitori di Niki, in modo che si possa organizzare il trasporto a Roma con un autobus. Ringraziamo anticipatamente tutti coloro che aderiranno, ricordando che Niki ha bisogno di Verità e di Giustizia, come noi che lottiamo, perchè la Sua Verità è la nostra, e la Sua Giustizia è la nostra.
 

Comitato Verità e Giustizia per Niki Aprile Gatti

 

Un caso di cui si è occupato anche Beppe Grillo

Guarda ed ascolta l'incredibile storia di Niki in questo video

 

 

Così scrive la madre nel suo blog...

Era la Vita...
i sogni...la voglia di raggiungere obiettivi, la voglia di migliorare, la voglia di amare, la voglia di creare, la mia famiglia, il mio adorato fratellino Nathan, i miei viaggi....i miei amici (quelli veri intendo..) i miei libri, le lunghe chiacchierate con mia madre sul divano di casa fino a notte fonda..quante volte discutevamo dei nostri grandi amori (ironia della sorte Roberta e Roberto) e parlavamo della vita futura dei nostri progetti....delle letture comuni, ricordi mamma il primo computer che mi hai comprato? Avevo 8 anni e la mia passione era già evidente, la mia genialità da te sempre riconosciuta e incoraggiata, poi vista ed apprezzata dagli altri! L'Università, la bella casa di roma, l'autonomia, ma ben presto vengo avvicinato per fare dei lavori di informatica, da un ragazzo di Roma universitario anche lui, che già collaborava con delle persone a San Marino. Mi ha entusiasmato subito l'idea, così iniziano le collaborazioni, prima a distanza, poi mi trasferisco....abbandono l'Università.
Ma... arriva il 19 giugno 2008 e tutto svanisce....
NEI 4 GIORNI DI CARCERAZIONE
Vengo a sapere che sei stato arrestato alle 14,30 , arrestato e perchè?? Nulla, non riesco a sapere nulla da San Marino. Mi attivo immediatamente, si attivano in me tutti i sensori, paura, panico, cosa stà succedendo? Chiamo l'unico amico "vero" che avevi ed hai a San Marino, per avere riferimenti circa l'Avvocato aziendale,
lui sicuramente qualcosa in piu' sapeva. Lo chiamo, neanche lui sapeva ancora niente, gli dico che salgo a San Marino , ma lui mi dice che il mio andare su' era perfettamente inutile in quanto Niki non avrei potuto vederlo perchè era in isolamento per tre giorni e che lui mi avrebbe potuto solo ripetere ciò che mi aveva già detto telefonicamente, che ci saremmo comunque risentiti in serata per le novità, se lui riusciva a sapere qualcosa in piu'. Niki è stato arrestato a Cattolica, in quanto la mattina, viene chiamato dalla madre del suo titolare/socio.. che lo avvisa che la sera precedente era stato arrestato il figlio, e lo prega di recarsi presso lo studio dell'avvocato di famiglia (oltre che aziendale) per avere notizie. In perfetta buona fede e senza alcun timore, Niki si reca nello studio dell'Avv. Marcolini, resta a parlare con lui e quando esce dal portone, viene arrestato proprio lì.Vi sembra una persona che aveva paura di essere arrestato anche lui? E' scappato quando la madre del titolare lo ha chiamato?
Comunque il titolare e un altro tecnico di San Marino, arrestato anche lui lo stesso giorno vengono introdotti nel carcere di Rimini, Niki portato a Firenze (io vengo a saperlo solo il giorno dopo e mi viene detto che il 20 è stato trasferito da Rimini a Firenze, ma NON E' COSI'! Niki non è mai stato a Rimini, PERCHE'? Io ho saputo che non c'è mai stato solo quando mi hanno riconsegnato le carte dal carcere, l'ingresso al carcere avviene a Sollicciano il 19 giugno 2008. Iniziano movimenti di gente che sale a San Marino, telefonate x convincermi al cambio di avvocato, ma io avendo già parlato con altri avvocati , i quali tutti mi avevano consigliato almeno per il momento, di lasciare quello aziendale, che certamente qualcosa in piu' sulle attivita' svolte dalle società sapeva, e che in seguito poi si sarebbe provveduto, secondo l'evoluzione a stabilire il da farsi,resto irremovibile, urlo per telefono a tutti, l'Avvocato per il momento deve restare Marcolini. A mia insaputa e senza alcun rispetto della famiglia, il giorno 20 giugno alle ore 20,58 viene spedito a mio figlio un telegramma dalla sua stessa abitazione in questi termini :
" DEVI NOMINARE L'AVVOCATO......" notate l'ORDINE...... e Niki lo riceve il 21 giugno con 3 giorni infernali (immagino) e di isolamento alle spalle, Voi che avreste fatto???? Che ne sapeva lui di quello che stava succedendo fuori? Lui esegue............. (Io leggo il telegramma e lo vedo solo molto tempo dopo, quando riprendo le carte dall'Avvocato)Intanto io salgo a Cattolica, è domenica 22 dopo aver parlato continuamente al telefono con Marcolini nei giorni precedenti, ma dovevamo aspettare l'interrogatorio del lunedì 23 a Firenze, per vedere effettivamente le cose come stavano, dico all'Avvocato del fatto che c'erano pressioni per il cambio di Avvocato e che mi era stato anche ventilato, che probabilmente era stato fatto un telegramma, ma lui mi rassicura dicendomi che non glielo avrebbero dato (data la condizione di isolamento). Così, rassicurata, parto per Firenze, rimanendo con l'Avvocato, che ci saremmo visti il lunedì mattina in Tribunale a Firenze.
Il lunedì mattina, arriva il blindato della polizia penitenziaria e ti riesco solo a intravedere fra sbarre e gabbie lì dentro, mi si stringe il cuore...il mio prezioso, adorato Niki.... Il blindato entra nel retro del tribunale, io lì, non mi fanno salire in aula, riservato solo agli avvocati.....e come posso vederti???? Piango ..di un pianto disperato e disperante. L'Avv. Marcolini con altri dello studio arriva in leggero ritardo, sale e mi chiama da fuori la porta dell'aula dove niki stava già parlando con i PM dell'indagine con un altro Avvocato......A Marcolini dicono che è stato ricusato...A me crolla il Mondo ...dico..e adesso??? Chi è questo nuovo avvocato??
Una donna mi dice Marcolini, e comunque aggiunge, in questa fase si sarebbe dovuto avvalere della facoltà di non rispondere....Io piango, urlo, non sò che fare fuori a quel tribunale, mi metto lì fuori ad aspettare dovrà uscire questo nuovo avvocato per sapere qualcosa e mi faccio fare una rappresentazione della donna... intanto dopo 4 ore esce Niki, io vedo il blindato che si muove per riprenderlo e gli corro dietro, voglio vederlo, devo vederlo, noi ci siamo sempre capiti con lo sguardo, gli volevo lanciare il messaggio:" insieme usciremo da tutto questo, da questo incubo, ce la faremo!! Quanto ho sperato di svegliarmi da un momento all'altro...ed invece stava accadendo davvero a lui e a me...
Gli agenti iniziano ad urlare di allontanarmi, dovevo stare almeno a 20 metri di distanza....avrebbero arrestato anche me, se non mi fossi tenuta a tale distanza, e io piangevo come una disperata e cercavo il piu' possibile di avvicinarmi, mi sembrava essere entrata in un vortice di follia e di folli.Comunque Amore ti vedo e mi vedi ma un agente ti gira con le mani la testa dal lato opposto.....CHE DOLORE....IL NOSTRO ULTIMO SGUARDO e di corsa ti hanno rinfilato dentro al blindato con le gabbie e i lucchetti....come se avessero arrestato Riina.....26 anni, una ipotesi di truffa informatica... quanti pianti dopo che sei andato via, l'hai visto l'ultimo bacio che ti ho mandato??? Perchè tanta violenza??? Perchè non si distingue??
Ricordo una frase celebre che diceva "Bisogna distinguere , per evolvere"....
Comunque parlo con l'Avvocato quando esce e chiaramente mi dice che lei doveva studiare il caso e che Niki aveva voluto parlare perchè doveva spiegare il suo lavoro e che per lui era importante spiegare ed uscire di lì. Chiedo di vederlo anche in loro presenza, anche per pochi minuti, ERA IMPORTANTE ,l'Avvocato si
attiva per questo ma tutto inutile , la prassi da rispettare sono le 48 ore successive all'interrogatorio........piango tanto, mi faccio perfino accompagnare davanti al carcere, volevo vedere dove eri..... Che brutto, il mio prezioso Niki era lì.....tanto amato, tanto curato, il mio preziosissimo fiore... torno ad Avezzano..
Non sono state sufficienti le 48 ore ....dopo appena 20 ore era tutto FINITO, finiti i sogni Finita la tua e la mia vita.............
Il giorno 24 giugno 2008 alle ore 13,15 mi arriva una telefonata sul cellulare, e ripeto CELLULARE con tono freddo mi dice: lei è la mamma di Aprile Gatti Niki?
ed io : Si - e la voce metallica: è il carcere di Sollicciano, una brutta notizia, suo figlio si e' SUICIDATO. - Mi scoppia tutto , il cuore il cervello, si può essere piu' insensibili???? e se ero in macchina e andavo a sfragellarmi?? e se mettevo a rischio la vita di altre persone??? L'Ispettore Capo della Polizia di Avezzano mi ha dichiarato che non sono queste le procedure, il carcere doveva avvisare loro, e poi loro sarebbero venuti a casa anche con la psicologa, per darmi una tale notizia.
Ora io mi chiedo: PERCHE' NON E' STATA SEGUITA LA PROCEDURA?? PERCHE'?
Il dolore...... indicibile, sarebbe stato lo stesso identico, ma mi domando e vi domando perchè dovevo subire questo shock????
Dopo due giorni l'autopsia, finalmente il venerdì mi riprendo il mio adorato figlio,
allevato con l'amore piu' profondo (ero separata) un rapporto esclusivo io e lui, me lo ridanno che non lo posso neanche toccare..........mio Dio che DOLORE...
Il funerale ...no, non poteva essere, mi ha lasciato qualcosa di scritto???? NO, NIENTE................ Niki non mi avrebbe mai lasciata, e ancor meno mai in silenzio
Vogliono farmi credere al suicidio, ma nemmeno per un attimo ho creduto....Niki era consapevole della sua genialità, del suo riuscire a districarsi in ogni occasione, Niki non aveva mai avuto problemi con la giustizia, Niki non era mai entrato nemmeno in visita ad un carcere, Niki non doveva essere trattato in questo modo, caro garante dei detenuti Dr Franco Corleone, vede, apprezzo le sue parole, ma Lei doveva garantirmi "prima" e vede che le sue dichiarazione al giornale "La Repubblica" del 25/06/2008......"forse si è scoraggiato pensando a una lunga detenzione(e chi lo poteva dire? mia domanda)e poi...so che aveva cambiato avvocato, altro segnale di inquiestudine."no, lui non avrebbe cambiato avvocato se non gli avessero fatto recapitare il telegramma con : "DEVI nominare"....... Che DOLORE e che BRUTTA STORIA...
IL FURTO
Il 19 Luglio 2008 , mando su a San Marino, mio marito e mio cognato, per parlare con il proprietario, per farci concedere del tempo (eravamo tutti distrutti) per liberare l'appartamento di Niki dal mobilio e dai suoi effetti personali, aprono la porta, regolarmente chiusa e....tutto completamente SPARITO....tutto, neanche una maglia mi hanno lasciato, per risentire il suo profumo.... spariti i COMPUTER il mobilio, tutti gli effetti personali, il portafoglio, le carte di credito, la corrispondenza arrivata anche dopo il 19 giugno, le chiavi di casa nostra che aveva Niki, insomma razziato e pulito, pronto da riaffittare.....dove sono finiti?????? Chi detiene tutto?
MA CHE COSA SAPEVA MIO FIGLIO E CHE COSA AVEVA NEI SUOI COMPUTER O FRA LE SUE CARTE TALI DA GIUSTIFICARE TUTTO QUESTO???
Sapeva cose che non doveva rivelare?????
Possedeva cose che potevano aggravare la situazione dei 17 che erano già in carcere o di chi addirittura ci poteva finire???
"CHI" ha dato questi ordini??
La mano che ha eseguito potrebbe essere anche forse la stessa, aiutata dai suoi amici e suoi familiari ( e possiamo immaginare perchè e per cosa l'abbia fatto), ma gli ordini chi li dava??
Certo è che, se fosse stato un suicidio "normale" , non ci sarebbe stato il cambio di avvocato, non ci sarebbe stato il furto, a che prò io non posso difendere mio figlio non avendo piu' niente?? Io non posso ricostruire una sana e corretta storia di mio figlio a San Marino, le Società in cui lavorava e tutte le persone intorno a lui dal giorno del funerale sono scomparse, anche oggi, che stò combattendo questa battaglia, loro sono assenti, non sono interessati a scoprire la verità??? E perchè?? Si dichiaravano tutti "amici"..... e che amici!!!
Mio figlio era già deceduto, penalmente il suo processo era finito, quindi a chi interessava la pulizia dell'appartamento??
 
 
 
MIO FIGLIO DEI 18 E' STATO L'UNICO CHE NON SI E' AVVALSO DELLA FACOLTA' DI NON RISPONDERE, E' L'UNICO AL QUALE HANNO CAMBIATO AVVOCATO, E' L'UNICO CHE NON C'E' PIU'..... ED E' L'UNICO DI CUI NON SI HA PIU' NIENTE.
AIUTATEMI A CAPIRE E A SCOPRIRE LA VERITA'
Ma passiamo alla restituzione dal carcere della documentazione....dopo l'apertura del fascicolo da parte del PM che si occupavadel suicidio in carcere per "ipotesi" di suicidio, passano i 90 giorni e definiscono il tutto come suicidio e archiviazione del caso. Ma andiamo a vedere..... anche qui....cosa accade...
 

 

 

FILMS DI MICHAEL MOORE..24.09.08

 

 

17.09.08 Priebke ospite al concorso delle miss.

Priebke ospite al concorso delle miss L'ex Ss: volevo essere lì, l'invito è un atto umanitario.
 E dietro le miss in costume sgambato, signore e signori, sul maxi schermo appare lui: Erik Priebke, presidente onorario della giuria di Star of the year, concorso per miss riservato alle bellezze della Ciociaria, età compresa tra 14 e 28 anni. Camicia bianca, poltrona di pelle e libreria sullo sfondo, uno sguardo che sembra pure allegro: «Mi avrebbe fatto piacere intervenire di persona‹dice‹ e ringrazio gli organizzatori per l'invito che considero un atto umanitario». Sì, perché l'ex capitano delle Ss condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse ardeatine, 335 persone ammazzate con un colpo in testa una dopo l'altra,doveva essere presente in carne ed ossa qui al Tramp's Hotel di Gallinaro.Ma il giudice di sorveglianza gli ha negato il permesso e lui non ha potuto lasciare gli arresti domiciliari di Roma.Alla fine è spuntato qualche problema anche per il collegamento in diretta che magari gli avrebbe permesso di alzare la paletta con il voto dopo ogni(sculettante) passerella. Il messaggio registrato del presidente onorario Priebke dura un minuto appena. Giusto il tempo di ringraziare e di fare gli auguri alle aspiranti miss: «Un abbraccio e un bacio ‹ dice accennando anche una benedizione con le mani a tutte le giovani donne del concorso ». Un applauso e si procede con la scaletta.L'idea è venuta a Claudio Marini, 35 anni di Frosinone. Uno che le ha provate tutte pur di raggiungere uno strapuntino di notorietà. L'anno scorso come presidente della giuria del suo concorso di bellezza «giunto ormai alla nona edizione» si era dovuto accontentare di Fabrizio Corona. Quest'anno ha deciso di salire di gradazione. Gongola, infatti. In questo albergo della frontiera ciociara di solito arriva solo qualche comitiva tutto compreso (Pappardelle al cinghiale 6 euro, strozzapreti al cervo 5) per qualche gita nel Parco nazionale d'Abruzzo. Ieri sera, invece, è riuscito a trascinare un centinaio di persone e qualche vip di rincalzo,come Francesca Rettondini, i presunti divi tv di Uomini e donne Matteo Guerra e Valentina Riccardi, e Adriano Aragozzini, l'ex patron di Sanremo che ha tutta l'aria di non aver capito bene dove è finito. «Invitare Priebke‹ dice Marini ‹ è un gesto di pacificazione. Io ammiro il popolo ebraico. Ma ormai sono passati 60 anni e Priebke ne ha più di 95. Che senso ha non permettergli di venire qui?». Magari si potrebbe chiedere alle miss. Chi è Priebke? «Boh». Il cielo però si è vendicato, prima della fine della serata diluvio universale e fuggi fuggi generale.

 

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

SOFFIATE=WIKILEAKS   EPIDEMIE=PROMED

EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp)

 

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Fuell cell a idrogeno

120 KM CON UN CHILO

Pubblicata il 17/11/2009

Dalle sperimentazioni in corso in Giappone incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity, Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente 118 km con un kg d'idrogeno.

Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora ingombranti e pesanti bombole.

 

 

www.ecorete.it

 

 

www.visual.paginegialle.it/

 

ARRIVA LA CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.

Nato in una sera di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il «BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org): un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto» avranno la possibilità di fare domande ai relatori.

Dopo il debutto di un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa 450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli interventi.

Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default; fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di trading.

 

SAPEVI CHE L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE  DAL POLITECNICO DI TORINO  :

INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL PROF.UGAZIO clicca qui

La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza , si  crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto !

 

 

 

 

Nostra Madre Terra - Articoli

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=12

 

Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

www.comitatodoraspina3.it BONIFICHE DI SPINA 3: I DATI 2010 DELLE ACQUE E DELLE POLVERI. LA NOSTRA OPINIONE NEGATIVA SU TUTTA LA VICENDA

 

Da Roberto Topino

 

Potete visitare il mio blog e leggere un articolo di Agorà Magazine.

Cordialmente.

Roberto Topino

http://rtopino.sumaiweb.it/archives/69

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

Vi chiedo di leggerlo ! Mb

 

 

 

L'insalata di Torino
 
Veri mostri botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti mutageni (cromo esavalente, diossine, policlorobifenili).

Deformità simili sono state trovate in Val di Susa (diossine e PCB) e a Tezze sul Brenta (cromo esavalente).

 

http://www.facebook.com/album.php?aid=2012610&id=1618491532&l=4712b4cda3

http://www.youtube.com/watch?v=yPhvTXTgUhY

 

LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’ On. Scilipoti Domenico

 

Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.

 

Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002 presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455 µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.

La sorgente principale del cromo esavalente è stata individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.

In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump & Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.

Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente a valle di esso.

 

L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro (ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in sicurezza”.

La relazione tecnica in oggetto precisa che: “L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti” e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite tabellare previsto per il cromo esavalente.

 

Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000 metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e residenziale.

Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).

L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie di acciaieria.

Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo milione di metri cubi.

Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in quantità superiore ai limiti.

Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il valore dell'area.

E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.

Le determinazioni più recenti consistono nella preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area costituita dalla prevedibile estensione della situazione di contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.

La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di contaminazione.

La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una adeguata protezione dell'ambiente.

 

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:

Non era il caso di informare la popolazione, che sembra all'oscuro di tutto?

Non conveniva bonificare l'area subito, invece di programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?

L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi? Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?

Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle radiazioni ionizzanti?

Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?

 

 

 

 

Cromo esavalente nella Dora a Torino

   

In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area dell’ex acciaieria Vitali.

Dice il Coraglia:

 

“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.

 

Ma come stanno realmente le cose?

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

 

...

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

...

 

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax +39.011.4426562

 

P.S.: Il colore del cromo esavalente.

http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4

 

 

Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
 
 
L'inchiesta è stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?

10.08.09

 

 

Votare SI
per affermare il prevalere dell’interesse pubblico su quello privato di una minoranza armata

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per proteggere specie a rischio di estinzione affinché possano essere ancora viste dalle future generazioni

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Votare SI
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  Videoinforma :  www marcobava.it