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NOI CI SIAMO UNITI A quindici anni di distanza STATUTO CIVILTA' COSTITUZIONALE LOBBY E SPRECHI PUBBLICI MAFIA MASSONERIA RUSSIA RAI ESTERI LEGA NORD CAMORRA USA BERLUSCONI DALEMA PASSERA GERONZI DI PIETRO MORATTI CALTAGIRONE AVV.GUIDO ROSSI GHEDDAFI OBAMA SVIZZERA IRAN CINA PAKISTAN GRAN BRETAGNA MEXICO SPAGNA FINI MONTECARLO FRANCIA BELGIO BANDA MAGLIANA GRECIA EGITTO BEPPE GRILLO ARGENTINA AFGANISTAN COLOMBIA SERVIZI SEGRETI YEMEN CRAXI GRECIA COSTA RICA CIARRAPICO BERTOLASO KIRGHIZISTAN GINO STRADA STIPENDI SCALOJIA FINI SCHIFANI MASSONERIA COSSIGA PASOLINI GERMANIA ARABIA SAUDITA PRODI BRANCHER LUNARDI INDIA TRAVAGLIO MALESIA CARBONI P3-VERDINI MILANO VERDINI GENCHI GIOACCHINO BRASILE AVV.GIORGIO AMBROSOLI KOREA CUBA BANCA D'ITALIA EQUADOR PALESTINA VENDOLA ISRAELE HAITI WIKILEAKS ROMA PD GIAPPONE MARIO MONTI

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E' mia intenzione dare la mia disponibilità a
raccogliere le deleghe per le prossime assemblee degli azionisti
in Italia , chi e' intenzionato a darmele mi invii email cosi
cominciamo a conoscerci :
ideeconomiche@pec.it
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LA
MAPPA
DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio
di:
- visitarlo
periodicamente
- usare questa
pagina come schermata di apertura di explorer o netscape
- di avere pazienza
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potrebbe essere lento.
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fornisce dati, notizie, approfondimenti analisi sui mercati
finanziari , informazioni , valutazioni che pur con la massima
diligenza e scrupolosita', possono contenere errori, imprecisioni e
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non intende costituire una sollecitazione del pubblico risparmio, e
non intende promuovere alcuna forma di investimento o speculazione..
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dal sito. I dati forniti agli utenti di questo sito sono da
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QUESTO
SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb (
fondati da FIAT-IFI ed ora
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RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO
NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !
se vuoi essere
informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email
ATTENZIONE !
DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI
MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I
FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO
NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare
documenti
inviatemi le vostre segnalazioni e i vostri commenti e consigli
email.
GRAZIE !
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LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA
FORZA E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche
imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.
Che lo Spirito Santo porti buon senso e
serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' ! |
| LA
mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,
perche' DIO ESISTE, ANCHE SOLO per assurdo.
IL MONDO HA
BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO'
CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !
PER QUESTO IL
MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !
LA VIOLENZA
DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI
che potrebbe stare dietro a Berlusconi.
IL GOVERNO
DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI, IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO
perche' vetusto obsoleto e compromesso !
E' UN GIOCO AL
MASSACRO dell'arroganza !
SE NON CI
FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !
TU SEI UN
SOLDATO ?
COMUNICAMI cio'
pensi !
email
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Riflessioni ....
I rapporti umani, sono tutti unici e
temporanei:
- LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E
RISPARMIO.(02.02.10)
- Se non hai via di uscita,
fermati..e dormici su.
- E' PIU' DIFFICILE
SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
- Ciascun uomo vale in funzione
delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
- Vorrei ricordare gli uomini
piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto
fare !
- LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA
MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE
PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
- PIU' I MEZZI SONO POVERI X
RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
- L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA
MORTE.
- MEGLIO NON ILLUDERE CHE
DELUDERE.
- L'ITALIA , PER COLPA DI
BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
- IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3
VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU'
POVERI ALMENO 2 VOLTE.
- LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI
DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',
QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ' CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE
E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL
10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE
CHIESE)
- la vita eterna non puo' che
esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento
di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
- SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA
VERAMENTE UNA STRADA.
- QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI
CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
- L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER
AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
- IL PRESENTE E' FIGLIO DEL
PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
- L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER
DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
-
L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E
DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
-
BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
-
GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI
TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
- IL DISASTRO
DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE
STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
- Quante
testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate
per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
-
I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI
PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI
SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)
-
L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne'
temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata
per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la
cruna di un ago ..."
-
sapere x capire (15.10.11)
-
la patrimoniale e' una 3^
tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)
L'obiettivo di
questo sito e una
critica costruttiva PER migliorare IL Mondo .
-
PACE NEL MONDO
- BENESSERE
SOCIALE
- COMUNIONE
DI TUTTI I POPOLI.
- LA
DEMOCRAZIA AZIENDALE
|
| L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA
PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI
GESU'. 15.06.09 |
| DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA
PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI
GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09) |
- GESU' HA UNA
DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7
The
InQuisitr -
La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino
di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di
Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor,
responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno
parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.
06.09.11
|
| CRISTO RESUSCITA PER
TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI
O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI
OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e
morto non può tornare per avvisare i parenti ! Mb 05.04.12 |
Annuncio
Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !
Cari Utenti
Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo
devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.
E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.
E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti,
vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni
concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete,
qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta
arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o
almeno non ora.
Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa
decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le
possibili alternative...
Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti
finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.
Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di
pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.
Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione
alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni,
l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il
quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare,
configurare, testare, reingegnerizzare...
Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di
tutti i vostri contenuti (file e db)
ENTRO IL 6 DICEMBRE.
Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o
nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.
Grazie,
Giuseppe - Tommaso
HelloSpace.net
io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta
creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un
nuovo sito parallelo a questo :
www.marcobava.it
|
|
IL BAVAGLIO della Fiat nei miei
confronti:
|
IN DATA ODIERNA HO
RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del
gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con
attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso
cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi
amministratori. Fatte salve iniziative
autonome anche
davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal
proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora,
veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie
tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per
tutelare le quali mi riservo iniziative
esclusive
dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09
|
|
| TEMI SUL
TAVOLO IN QUESTO MOMENTO: |
|
NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE
2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE
STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...
3) TELELAVORO
4) Commercio equo-solidale.
5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN
6 ) NO TETRAPAC |
| SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL
SUICIDIO SOSPETTO
DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
all'editore
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indicando che hai letto questo prezzo
su questo sito , indicando il tuo nome cognome
indirizzo codice
fiscale ti verrà inviato per contrassegno che
pagherai alla consegna. |
|
TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI
EDOARDO AGNELLI come dimostra
l'articolo sotto riportato:
È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI
IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO
IL TESORO DI FAMIGLIA
Ettore Boffano
e Paolo
Griseri per "Affari&Finanza"
di "Repubblica"
È una storia di
soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione
più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e
100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che
contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con
la
madre Marella Caracciolo.
Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi
accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo
fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver
ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e
contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro,
depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto
ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".
È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di
una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel
24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se
n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80
e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi
suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a
succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.
Altri nomi e
altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio
di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John
"Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della
società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia,
la
"Giovanni Agnelli & C. Sapaz".
L'amarezza di
quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla
riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia
industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite
strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se
con scarsi risultati.
E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare".
Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione,
"Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire
nel
1999 a
Vaduz, quando
la figlia
Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi
Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese"
annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal
primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il
conte Serge de Pahlen).
"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È
la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)»,
spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una
volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti.
Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto
il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.
E sempre la
pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome
del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il
capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato
dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo
del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli.
Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di
Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da
Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I
sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe
dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero
di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande
Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.
PATTO
2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA
Ecco, è proprio
qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al
pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra
degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici
dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale,
nella procura della Repubblica di Milano.
Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che
Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e
che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto
della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha
affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in
francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner,
stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les
Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni
Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a
Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.
Anni di
reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno
consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e
Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il
controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il
giudice torinese
Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile
che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.
Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società
"Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in
mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto
è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.
Il 10 aprile
1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento
al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla
figlia e al nipote, conservando per sé
il 25 ,38.
Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per
cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona
il 25 ,4
per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta
con il 58,7.
Quando il notaio
torinese Ettore
Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della
donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli
spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver
chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo
scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il
civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore
testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti
al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei
miei diritti».
Nel frattempo, entra in possesso di un documento in
lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi
confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata
trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine
italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti",
stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di
Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su
quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a
favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia
la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere
ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio
con Lavinia Borromeo.
Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle
rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of
assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro,
105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da
Morgan Stanley
nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di
pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova
che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande
Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi
legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.
Il 27 giugno
2007, l
'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles
Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita
ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si
chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il
codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie
procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il
presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni
di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" (
la finta Opa ).
Si tratta della
clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla
società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la
raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della
Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa
sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie
dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico
proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò
che ancora manca all'eredità.
Anche questa
ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti"
gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto
la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di
compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi
legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno
rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto,
anche la nullità del patto successorio.
Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora
proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e
Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto
che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di
confermarne
la validità. Se
però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in
discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la
guida istituzionale della galassia Fiat.
Le ultime
possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura
di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di
Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni
di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.
L'escalation
giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero
dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali
ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di
una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E
sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino,
che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.
WSJ:
LA LUCE
INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un
articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla
successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo
dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la
morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato
tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un
miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi
conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».
L'articolo fa
presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron
dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere
nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta
appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo
re non ufficiale».
Secondo il
giornale,
qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal
piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista
Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova
leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di
sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino,
Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del
processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».
[19-11-2009]
|
|
grazie a Dio , non certo a Jaky, continua la ricerca
della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di
Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto, ora
il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso
che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino
alla verita'. Mb -01.10.10 |
edoardo
agnelli |
|
LIBRi
SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI
www.detsortelam.dk
www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208
ANTONIO
PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-
|
Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".
Il
giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla
famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di
curiosità ed informazioni inedite
Per
dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli,
precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano,
sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare
autopsia.
Anonime
“fonti investigative” tentarono in più occasioni di
screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava
un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia
fu mai fatta.
Ora
Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che
accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante,
pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la
prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche
raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa
settimana presenta.
Perché
la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo
destinato a ereditare il più grande capitale industriale
italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici
però che riguardano la famiglia Agnelli.
Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione
del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei
rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio
Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo
di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi,
Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che,
nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano
assai più di politici e governanti.
Il
volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta
sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose
e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più
importante d’Italia.
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Mondo AGNELLI :
Cari amici,
Grazie mille per vostro aiuto con
la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e
Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in
inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA;
sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie
possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi
invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’
stato girato il video in You Tube. )
http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0
Thanks again,
Jennifer
Un libro che riporta palesi falsita'
sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con
Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad
ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta.
Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a
19 euro! www.marcobava.it |
Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo
d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha
ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb
1- A 10 ANNI DALLA
MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2-
MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI
DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME.
DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA
500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO
DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO
ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI
EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE.
INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN
VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL
MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A
SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO.
E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO
SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO.
MA NESSUNO SE LO FILA -
Michele Masneri per
Rivista Studio (www.rivistastudio.com)
"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non
sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo
racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto
di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat,
Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95),
primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di
Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista
(per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di
"bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e
marchionnismi) ci hanno abituati.
E partiamo da
Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi
cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco
identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione
fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato).
L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di
più.
Sul Foglio dell'11
febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani
(conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco
Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger,
indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato
dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha
portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a
condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in
cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta
di stringere la mano al rappresentante della Fiat".
Clark non solo
conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me
l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa,
Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che
notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase
precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà".
Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco,
più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può
chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno
giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non
proprio pentito, ma insomma...".
Sempre coi sindacati,
Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield,
volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a
ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è
vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso
e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa
tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi
presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New
York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto
alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.
Anche qui Clark spiega
una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo
molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il
presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione,
Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York.
Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi
vedere piangere.
Attenzione, però,
perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I
almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York
Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot
insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di
uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi
realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere
va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che
stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione.
"Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".
Famiglia Agnelli
Piangere va bene ma è
meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa,
"mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana,
Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010:
Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua
vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500
arancio di famiglia.
Ma Marchionne, a sua
insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori,
che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo
amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la
Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica
marchionniana).
À rebours. In fondo il
libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la
fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato.
"Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei
maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo
look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti,
conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo
è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del
gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat
i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del
midwest".
"Però in America pochi
si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno
nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per
suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando
ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente
stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel
1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.
Ma tra i ricordi
agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è
forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio
sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è
andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché
un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono
tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e
per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le
sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui
chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.
Una telefonata ad
Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue
giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le
conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante
iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue
finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi,
incredulo.
Manda qualche mail (le
password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia,
sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo
computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione:
per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente,
guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si
butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una
persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte,
con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato
così", dice alla persona di servizio.
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LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
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contrassegno che pagherai alla consegna. |
TORINO 24.09.10
GENTILE SIGNOR DIRETTORE
GENERALE RAI
CONSIDERAZIONI SULLA
TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL
23.09.10.
1)
Minoli dichiara più volte che intende fare
chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio
confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il
suicidio in quanto :
a)
dall’esame esterno effettuato dal dott.
Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale –
Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre
che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono
formulare le seguenti considerazioni:
“E’ esperienza comune
come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di
un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da
un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo)
quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o
di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione
del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza
superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque
sufficientemente profonde”
“L’arresto del corpo
nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di
tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro
movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di
sostegno”
“Nel caso di
precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi
altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello
sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su
un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi
lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei
costali procidenti nella cavità toracica”
“Le lesioni esterne
cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono
caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si
producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli
intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.
Talora la presenza di
indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da
impatto diretto contro la superficie d’arresto”
Nell’esame esterno, il
dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:
-
Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni
cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola
breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa
nasali.
Tali lesioni sono
indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso
bocconi.
-
Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta
(collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.
Cosa c’entra
l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un
fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)
-
Addome: escoriazioni multiple
L’escoriazione è
normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente
contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni
sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?
-
Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al
palmo della mano.
Può essere compatibile
con una caduta di questo tipo
-
Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio.
FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.
Come se le è
procurate? Era vestito con le maniche lunghe?
Deve esserci una
perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito
di frattura scomposta avambraccio
-
Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale
interna
Valgono le stesse
considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno
coscia presumibilmente
-
Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni
diffuse faccia mediale esterna.
Da quello che si
desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora
è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione
profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E
poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è
l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?
-
Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx.
Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.
Osso mascellare quale?
Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici
gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione
cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio
del cranio).
Direi che di materiale
ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta
dinamica della precipitazione.
b)
Il dipendente dell’autostrada non poteva
vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il
pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non
collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale
“non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice
non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la
“abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps
per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre
indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere
la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non
parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se
muore sul colpo? Da dove proveniva?
c)
Il medico Testa come fa da una foto ad
individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi
e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un
ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto
l’autopsia ?
d)
Il cranio di E.A potrebbe essere stato
colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la
foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.
e)
come mai il magistrato prima di chiudere il
caso autorizza il funerale ?
f)
io non ho mai sostenuto che E.A sia stato
buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato
forse strangolato , viste le echimosi sul collo .
g)
certo lo collana non provoca echimosi
perché un frega cadendo da 73 metri.
2)
autosuggestione non può averla il pastore
ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i
fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in
quanto :
a)
non esistono prove che abbia chiamato gli
amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?
b)
inoltre non risulta da alcun atto
d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché
proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la
possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.
c)
A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo
REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non
gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne
aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia
chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !
d)
Gelasio fa un discorso senza logica si
commenta da se !
e)
Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha
visto la buca nel terreno ?
f)
Un impatto a 150 km ora di un auto fatta
per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo
le auto senza carrozzeria sono più sicure !
g)
Certo che e possibile scavalcare il
parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era
in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se
non ne avesse avuto bisogno !
h)
Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse
aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ?
Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica
di E.A !
i)
Del tutto illogico il ragionamento di
Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3
giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso
come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di
raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!
j)
Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di
lettura opposte : Sodero dice che E.A aveva paura del dolore
fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva
farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una
terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della
pallottola di Kennedy !
k)
Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A
non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?
i.
Se lui non firma un documento non chiede un
bel nulla
ii.
Il documento lo hanno preparato legali e
notaio
iii.
Gelasio e Lupo affermano che non voleva
entrare nella Dicembre
iv.
Altro indice di superficiale faziosità di
Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi
sono tutti gli Agnelli !
v.
Come non corregge neppure l’errore
riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.
vi.
Mi domando chi preparasse a Minoli le
interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’
troppo bravo per lui ?
Concludo quindi
logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto
anzi la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi
raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e
come e quando vuole. Molte cordialita’.
MARCO BAVA
|
EDOARDO
AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di
Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca
parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli
su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per
anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un
omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle
pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.
20-09-2010]
|
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1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO
NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A
CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA
CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI
- EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI
“ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI
PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA
APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È
STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL
MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA
L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE
LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA
NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA
UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E
CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA
Gigi Moncalvo
per "Libero"
«Adesso si mettono a confutare anche le poche
cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai
contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne
eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu
solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di
un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal
Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella
tragica mattina ci fosse un altro medico legale».
E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di
qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la
sepoltura in modo da poter portare via al più presto il
cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e
di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa
storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate
dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi
sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una
nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.
Nel dispaccio, che cita anonime «fonti
investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno
coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno
e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si
affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per
espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore»,
fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che
nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era
presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile
trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche
righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli
atti come andarono veramente le cose.
NIENTE
AUTOPSIA
- Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il
dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso
la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore
Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve
memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del
cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di
"esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve
memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a
Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».
«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo
il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di
Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere,
conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17
righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro
il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro
il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale
esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni
viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe
apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della
causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un
grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».
Quindi in due precise circostanze, di suo pugno,
sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma
di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli
importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni,
l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.
UN'ORA INVECE
DI TRE
- Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla,
addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore".
Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato
il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che
fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della
visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a
Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del
corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria
del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu
conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande
precipitazione».
Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il
primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera
mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del
cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella
memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha
impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È
davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve
lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo
sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli
inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla
"morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria
cominciare l'esame necroscopico.
Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e
il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e
i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non
poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso,
caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista
la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella
camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in
tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non
chiarisce un altro mistero.
Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico
del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché
1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in
un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a
Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero"
(Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne
chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era
stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le
15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli
inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano
problemi, era tutto chiaro».
LE STRANEZZE -
Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in
considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente
intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo
di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di
aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla
sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no?
«Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era
quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire,
se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto
consigliare l'autopsia: perché non lo fece?
«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e
sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di
strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo
era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il
cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra
ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una
stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non
c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal
libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in
servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni,
specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in
giurisprudenza.
«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto
il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in
servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il
quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a
Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni.
Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in
cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi
chiamò».
E il dottor Ellena? «Era il mio superiore
gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il
certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo
evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul
posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho
intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il
dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva
preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai
di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o
modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai
eseguita".
Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si
trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È
l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre
decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a
coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in
cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era
sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che
doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può
decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si
deve attenere a quanto il magistrato dispone».
Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è
possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni
vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più
assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni
evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza
la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i
mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un
paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in
montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».
Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in
pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei
giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In
una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati»
poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo
esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini
si infittisce ancora di più...
L'AVVOCATO
- Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita
«per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato
tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato -
evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un
"ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se
l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile
prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi
casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la
volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si
volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le
viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così
martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare
di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo
sangue.
Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli
a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare
di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un
tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla
droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia
spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre
prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci
ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel
presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da
lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul
Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la
memoria.
27-09-2010]
|
| il 17.11.12 si
terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI
nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA
ang.V.PACCHIOTTI. |
|
|
<http://rassegna.governo.it/>
.
|
DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA
DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL
DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL
PRESIDENTE DELLA CAMERA
PDF -
http://bit.ly/eTwkdL 17-01-2011]
|
|
| NON
DIMENTICARE CHE: Le informazioni
contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore
deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun
caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.
Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale
livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.
MARCO BAVA
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IL MIO LIBRO "L'USO DELLA
TABELLA MB nei CASI DI PIANI INDUSTRIALI: FIAT, TELECOMITALIA ED
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ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA |
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Der Spiegel e
Times accusano: «L'Italia truccò i conti per entrare nell'euro ma Kohl
ignorò gli avvertimenti»
L'Italia truccò i
conti per entrare nell'euro,
Helmut Kohl lo sapeva ma "ignorò gli avvertimenti sul rischio
Italia" perché era convinto che la moneta unica fosse "il destino
dell'Europa". Der Spiegel ha scagliato il sasso e il Times volentieri lo
rilancia. Der Spiegel ha avuto accesso a centinaia di pagine di
documenti del governo tedesco del 1997 e 1998 da cui trae la conclusione
che l'allora cancelliere Helmut Kohl "era perfettamente informato della
situazione di bilancio" italiana e consapevole che "l'Italia non aveva i
conti in regola per entrare nell'euro", ma per motivi politici non volle
trarne le conseguenze.
-
"Operazione
autoinganno", scrive il settimanale tedesco, che rivela i retroscena
dell'ingresso italiano nell'euro nel numero in edicola questa
settimana, in un servizio di cinque pagine basato sui rapporti
dell'ambasciata tedesca a Roma, su note interne dell'esecutivo e su
verbali di colloqui avuti dal cancelliere. A decidere sull'ingresso
dell'Italia "non furono criteri economici, ma considerazioni
politiche", osserva Der Spiegel. "In questo modo – denuncia – si
creò il precedente per una decisione sbagliata ancora maggiore presa
due anni dopo, l'ingresso nell'euro della Grecia".
La polemica
rimbalza sul
Times di Londra. Il corrispondente da Berlino David Charter scrive
che gli esponenti governativi tedeschi lanciarono numerosi "warning"
avvertendo che l'Italia non era pronta a entrare nell'euro. Avvertimenti
"ignorati" da Kohl, secondo quanto risulta dalle carte segrete rivelate
grazie alla legge sulla libertà dell'informazione.
L'Italia – si
legge sul Times - rappresentava un "rischio speciale" per l'euro, fin
dal suo inizio nel 1999, poiché "continuava a rifiutarsi di ridurre il
suo enorme debito", avvertì un memorandum "profetico" inviato a Kohl
nove mesi prima del lancio della moneta unica. Kohl fu avvisato che
l'Italia usava trucchi contabili per mostrare sulla carta che faceva
progressi, mentre in realtà il suo debito cresceva. Kohl trascurò le
allerte e insistette che l'Italia doveva entrare nella prima ondata,
dicendo che sentiva "il peso della storia" sulle sue spalle. Il Times
riferisce la conclusione dello Spiegel: "I documenti dimostrano quello
che finora si supponeva soltanto". "L'Italia non avrebbe mai dovuto
essere accettata" nell'eurozona.
All'inizio del
1997, esponenti del ministero delle Finanze tedesco dissero a Kohl che a
Roma "importanti misure strutturali di risparmio dei costi venivano
quasi completamente omesse per considerazioni di consenso sociale". Il
negoziatore capo sull'euro, Horst Koehler, che poi divenne presidente
della Germania, mandò a Kohl nel marzo del 1998 uno studio che
concludeva che l'Italia non aveva rispettato le condizioni "per una
riduzione permanente e sostenibile del deficit e del debito". Kohl
replicò che era fiducioso che tutti i governi avrebbero fatto le
necessarie riforme strutturali "nei prossimi anni". Joachim Bitterlich,
ex consulente di politica estera di Kohl, ha affermato ieri: "Non senza
gli italiani, per favore. Era questa la parola d'ordine politica".
In una nota del
gennaio 1998, Bitterlich disse che la riduzione del deficit dell'Italia
era basata principalmente sull'incerta tassa per l'Europa e su tassi
d'interesse insolitamente bassi. Poche settimane dopo, prosegue il
Times, esponenti governativi olandesi dissero a Kohl: "Senza misure
aggiuntive da parte dell'Italia che diano prova credibile della
longevità del consolidamento, l'accettazione dell'Italia nell'eurozona è
attualmente inaccettabile". Kohl rispose loro che il governo francese lo
aveva avvertito che si sarebbe ritirato se l'Italia fosse stata esclusa.
Poche settimane
prima del lancio della moneta unica, si legge ancora sul Times, Stephan
Freiherr von Stenglin, attaché finanziario dell'ambasciata tedesca a
Roma, mandò un messaggio "drammatico": "Sorge la domanda se un paese con
un rapporto di indebitamento estremamente alto non rischi di mettere a
rischio il successo dei suoi sforzi di consolidamento, danneggiando di
conseguenza non solo se stesso, ma anche l'unione monetaria". Conclude
il Times: "Era un altro avvertimento inascoltato da parte del
cancelliere tedesco".
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CHIRAC, alzheimer
e cammina - DOPO AVER EVITATO I PROCESSI IN QUANTO PRESIDENTE DELLA
REPUBBLICA (IN FRANCIA FUNZIONA COSÌ), IL 78ENNE JACQUES MOSTREREBBE
EVIDENTI SEGNI DEL MORBO DI ALZHEIMER - DA MESI SI ALTERNANO MOMENTI DI
LUCIDITÀ AD ALTRI DI SPAESAMENTO - E SONO POCHE LE POSSIBILITÀ CHE POSSA
PRESENTARSI IN AULA IL PROSSIMO 7 MARZO
Stefano Montefiori
per il "Corriere
della Sera"
Certe volte ripete
come un disco rotto: «E adesso, che fa Fillon?», senza ricordare che è
primo ministro. Oppure chiede della moglie, «Dov'è Bernadette?», per
dieci volte di fila. Alla vigilia del processo del 7 marzo che lo vede
imputato per gli impieghi fittizi al comune di Parigi, Jacques Chirac,
78 anni, non sta bene. L'uomo che fu presidente della Repubblica dal
1995 al 2007 alterna momenti di lucidità a fasi di spaesamento.
E la moglie
Bernadette avrebbe esplicitamente evocato il morbo di Alzheimer con un
amico di famiglia. «Bernadette ha raccontato, davanti a me e a mia
moglie, che tenuto conto dell'ischemia cerebrale del 2005 e dei suoi
problemi di memoria, potrebbe trattarsi di Alzheimer», ha confidato un
uomo dell'entourage di Chirac al Journal du Dimanche. Il settimanale ha
evocato ieri per la prima volta la malattia che già colpì Ronald Reagan
come una possibile ragione per risparmiare all'indebolito ex presidente
l'apparizione al Palazzo di Giustizia di Parigi.
Sarebbe la prima
volta nella storia della Quinta Repubblica, ma a mano a mano che la data
si avvicina la presenza di Chirac appare sempre meno probabile. L'ex
presidente avrebbe dovuto già comparire in aula per difendere il suo ex
ministro dell'Interno Charles Pasqua nel processo per il traffico d'armi
con l'Angola, ma ha preferito rinunciare. «Credo che fisicamente non sia
in grado di presentarsi - ha detto Pasqua il 21 gennaio scorso -. Mi
dispiace, ma capisco».
Negli ultimi mesi
si sono susseguiti i momenti di difficoltà. La prima défaillance in
pubblico risale al 25 gennaio 2010, quando al teatro Marigny Jacques
Chirac, in compagnia della moglie e dei finanzieri Bernard Arnault e
François Pinault, assistette a un concerto della celebre violinista Anne
Sophie Mutter. Dopo mezz'ora delle sonate di Brahms, Chirac si è alzato
in piedi chiedendo «che ci faccio qui?», e domandando più volte e ad
alta voce chi fosse questa «Mademoiselle Moutarde».
Una settimana fa,
nel suo discorso di auguri per il 2011, l'ex presidente ha letto per due
volte lo stesso paragrafo, e qualche giorno dopo è apparso stanco e
assente durante l'inaugurazione a Orléans di un memoriale per i bambini
ebrei deportati nella Germania nazista. 31-01-2011]
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Volete
sbirciare il villino che fu la casa del potere de' noantri, alias la
dimora sul cucuzzolo di Trinità dei Monti di Maria Angiolillo buonanima?
Basta andare sul sito di Sotheby's:
http://bit.ly/gNW1X1 01-02-2011]
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A CARMEN è DEBOLE
E GAD è INFEDELE - BEI TEMPI QUANDO LA VEDOVA MORAVIA LICENZIAVA LIBRI
PRURIGINOSI E SCOPPIETTANTI DI GOSSIP - VI RICORDATE IL MITOLOGICO
"DIARIO DELL’ASSENZA"? UN TRIANGOLO EROTICO FORMATO DA CARMEN A LETTO
CON un "ebreo comunista sposato", "circonciso", nato a Beirut,
giornalista TV sull’asse Roma-Milano, e di nome Gad (LERNER?); e l’altro
un "politico", alto, "magrissimo", tormentato, con "gli slip sovietici",
di nome "F." (Fassino?)... Luigi Mascheroni per
Il Giornale
All'ondata
moralizzatrice che increspa la politica italiana immersa nel «caso Ruby»
non si sono sottratte neppure le signore che, l'altra sera, erano ospiti
di Gad Lerner, su La7. Ilaria D'Amico, Carmen Llera Moravia e Lucrezia
Lante della Rovere si sono legittimamente indignate per l'uso indecente
del corpo della donna e per il modello vergognoso di femminilità che
esce dall'intera vicenda. Possiedono, è ovvio, i titoli per farlo.
Avessero anche
mostrato, in passato, atteggiamenti sessualmente o moralmente
riprorevoli, non sono certo bisimabili. Perché non hanno mai ricoperto
alte cariche istituzionali. E perché «comunque noi eravamo
intellettuali», come ha fatto notare la charmant au caviar Carmen Llera
Moravia. La quale, fra tutte le donne presenti in studio, è stata quella
che più di ogni altra, più delle stesse ragazze dell'Olgettina, ha
sollecitato l'immaginario erotico dei telespettatori.
Molti dei quali
l'hanno in quel momento ricordata per almeno un paio di motivi. Il primo
quando, bellissima e disinvolta venticinquenne, divenne prima l'amante
del vecchio e potentissimo Alberto Moravia, che all'epoca andava per i
73 anni, quasi quanto Berlusconi - relazione che solo i maliziosi
pensano possa esser stata in qualche modo utile alla sua carriera di
scrittrice -, e il secondo quando, ne gossippari e post-edonistici anni
Novanta, esplose un pruriginoso «scandalo letterario» in cui c'erano di
mezzo un «io», una «cosa» e ben due «lui».
Ossia il triangolo
sessuale al centro del romanzo autobiografico ''Diario dell'assenza''
uscito nel 1996 da Bompiani. L'«io» era la ancora bellissima Carmen
Llera Moravia, che firmava il libro; la «cosa» era la sua «cosa»; e i
due «lui» erano il «coso» di un «ebreo comunista sposato», «circonciso»,
nato a Beirut, giornalista televisivo sull'asse Roma-Milano, e di nome
Gad, che occupa tutta la prima parte del libro (60 pagine circa); e
l'altro il «coso» di un «politico», alto, «magrissimo», tormentato, con
«gli slip sovietici», di nome «F.», che occupa la seconda parte del
libro (40 pagine circa).
Il secondo «lui»
si guadagna la dedica - Scrivo per essere amata, a F. - e fu
identificato con Piero Fassino. Il primo invece si guadagna l'incipit -
«Sono gi'0à cinque giorni che non sfioro il tuo sesso circonciso. Non so
dire se mi manca, credo di no (...) Le mot Gad deux lettres hébraiques:
guimel et dalet...» - e fu smascherato come, appunto, Gad. Lerner.
Quando nel luglio
2000 ottenne la direzione del TG1, Dagospia, che pur essendo appena nato
era già all'avanguardia, pubblicò un abstract del libro di Carmen Llera
in cui si descrivono le doti amatorie e il membro circonciso del
protagonista «che sa di mandorle bianche, dolce».
Il pezzo fu
ripreso dal Barbiere della sera e da lì girò per i salotti letterari,
politici e giornalistici... La scrittrice, successivamente, smentì
qualsiasi rapporto tra il Gad del libro e il Gad della realtà, spiegando
in un'intervista a Cesare Lanza (che per caso era in studio proprio
insieme a lei l'altra sera) che Gad nella sua lingua significa «cactus»
(in castigliano? in catalano? in basco?...), ma tant'è.
Tutti si buttarono
a leggere il libro, in cui trovarono una coppia che nel peggiore stile
radical-chic non fa altro che (non stiamo scherzando) bere champagne
rosé, mangiare vegetariano, bere thé verde, vedere i film di Tavernier,
leggere Kundera - persino ascoltare Mahler mentre ci si masturba nella
vasca da bagno leggendo il Diario di Anna Frank! (pag. 38)- e
soprattutto «scopare, scopare, scopare» (pag. 50): «con nessuna hai
scopato come con me. Nessuno amerà il tuo corpo sgraziato come me» (pag.
19),
«So che la mia
bocca non potrà più divertirsi e giocare con un sesso come faceva con
te» (pag. 22), «Mi prendi subito contro il tavolo dell'ingresso» (pag.
27), «Mi prendi contro il muro e godi, lo sperma scende lentamente lungo
le cosce. Usciamo per andare al ristorante» (pag. 30), «Mi schizzi in
bocca» (pag. 31), «Ci divertiamo e mi penetri a lungo prima di
incularmi. E dopo gioco per ore con il tuo sesso circonciso» (e siamo
soltanto a pagina 35...).
Di tutto questo
naturalmente Gad Lerner (che per caso era in studio proprio insieme a
lei l'altra sera) non ha parlato. Acqua passata. Del resto, la stessa
Carmen l'aveva già detto nel 1996 quando, dopo averlo chiamato
«Adorabile infedele..» (proprio così: «Infedele»...), dice - pagina 103
- «Che senso ha? Non ho più stimoli né sessuali né mentali, mon juif
(mio giudeo, ndr) hai distrutto tutto».
28-01-2011]
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CAFONALINO
SVIZZERO - UNO CORRISPONDENZA HORROR DA SAINK MORITZ CHE FA VENIRE SOLO
VOGLIA DI FAR RINASCERE LE BRIGATE ROSSE - RICCHI E SCEMI, SFACCENDATI E
SFACCIATI, Francesca Versace e Margherita Missoni CHE si sfidano a
giochi senza frontiere con lo slittino: 50 euro a cranio per ruzzolare
nella neve a meno venti gradi....
Januaria Piromallo
www.bellaedannata.com
50 euro a cranio
per ruzzolare nella neve a meno venti gradi. Francesca Versace e
Margherita Missoni si sfidano a giochi senza frontiere con lo slittino.
Gabriella Dompè in stile sciura infagottata con pelliccia
spazza-marciapiede. Al Cresta run per i più scavezzacollo in palio
vampiresche bare d'argento.
Al Dracula di
Sainkt Moritz (caccia all'ultimo membro per farsi sponsorizzare) ce l'ha
fatta pure Ferdinando Brachetti Peretti a farsi member for the eternity.
Padrone di casa il vegliardo Gunther Sachs, ex play boy, ex marito di
Brigitte Bardot, ed ex un mucchio di altre cose. Qui si balla sui tavoli
il Bunga/Bunga fino all'alba. Dress code molto fetisch: leather,
feather, e lattex ( pelle, piume e lattice).
Un cartoncino
d'invito che sembra il gotha della nobiltà mitteleuropea con altisonanti
cognomi che fanno parte del comitato d'onore: Albert Thurn and Taxis,
Heinrich von Donnermarck, Bianca Brandolini d'Adda, Eugenie Niarchos,
Georg von Opel, Michel de Jugoslavia, Rolf Sachs e altri.
Metà di mille di
invitati in quel di St. Moritz per una estenuante due giorni che
cominciava con cocktail da Polo Ralph Lauren, quattro salti al Chesa
Veglia, winter games a gogò, e finiva con ricchi premi e cotilions alla
cena del Palace. L'obolo di partecipazione era una sciocchezza, 350 euro
a cranio, da dare in beneficenza al Sovrano Ordine di Malta, che ne ha
tanto bisogno. Madrine della serata princesse Milana Furstenberg e
Valentina Ostrowsky, ex femme di Arun Nayar ( appena scaricato da
Elisabeth Hurley per un giocatore di hockey. Chi la fa l'aspetti! ).
A dare una mano
Domitilla Clavarino, Marzia di Carpegna, Fabrizia Ruffo di Calabria,
Emanuela Cordero di Montezemolo. Una gara di slalom che ha visto
vincitori Cedric Notz e Francesco d'Urso, al terzo posto Margherita
Puri. La gelida temperatura di dieci gradi sotto zero ha messo a dura
prova le sciure milanesi che la mattina si sono infagottate in piumini
anti/gelo e moon boot griffati e scintillanti, il pomeriggio a bordo
pista di pattinaggio del Kulm Hotel sfoggiavano invece pelliccione in
stile Yeti e manicotti di pelo (Pizzi dov'eri?).
Francesca Versace
e Margherita Missoni prima ruzzolavano sullo slittino e poi saettavano
sul ghiaccio portando in bilico un vassoio con bicchieri stracolmi di
vin brule', squalificate se facevano traboccare una sola goccia. Al
dopo/Palace ci ha pensato Rolf Sachs che ha trasferito comitiva e
bagatelle al suo Dracula. Danze e scatenamenti da bunga/bunga sui tavoli
fino alle 6 del mattino. Qui i paparazzi sono visti come la croce per i
vampiri. Ma anche digitali e IPhone degli invitati sono tenuti nascosti
(ndr. a chi scrive è stata sequestrata villanamente la macchina
fotografica da un cameriere, con modi da Gestapo).
Rolf, bon viveur
di notte e designer nel tempo libero, ha appena completato la
ristrutturazione (nientepodimeno che) dello stadio olimpico
(chissene..).Solo se si e' ammessi alla corte dei Cresta riders si può
assaggiare il sanguinolento Bloody Mary preparato dal vecchio barman,
Enzo, un istituzione da 45 anni.
Siamo al Cresta
Run, dicono il club più esclusivo ad alta quota, dicono. Qui, non basta
il pedigree, quello ce l'hanno tutti, occorre un mix di palle e coraggio
per buttarsi a testa in giu' sulla pista di ghiaccio dove sono scesi
Gianni Agnelli, Gunther Sachs e teste coronate da oltre un secolo.
L'appuntamento e' all'alba quando il ghiaccio e' come cristallo. La sera
si festeggia a casa del vampiro, ossia al Dracula Club, fra i members
for eternity ( ndr. membri a vita).
Tutti vogliono
conoscerne uno per farsi invitare (quelli di piu' vecchia data sono Hugh
Malim, il ceo della Barclays, Matteo Thun, Luca Simoni, Norman Foster,
Andrea Bonomi, Spyros Niarchos, Ernst Hannover e altri) o almeno
spendere il suo nome all'ingresso. Il clou della stagione e' la cena con
premiazione del night riding, con la pista illuminata a fiaccole, in
palio una bara d'argento in miniatura.
I must per la
vestizione dei soci ( e se non ce li hai non sei uno del giro) sono:
giacca di velluto nero con interno rosso vampiro, realizzate in
esclusiva da Shanghai Tang, sciarpone lunga fino ai piedi, tessuta in
Transilvania, il paese di Dracula, e le babbucce, anche loro vellutate,
con il logo del pipistrello, da portare spaiate, una rossa e l'altra
nera ( sono poi le stesse copiate dal Briatore).
P.S. ConsigIi per
le buone frequentazioni ad alta quota: sgomitare per farsi invitare nel
salotto dell'indiano Lakshmi Mittal, il re dell'acciao, o almeno in
quello della sua vicina di casa Ester van Hulst. Ultima opzione: la
magione di Georg von Opel a La Punt per pallosissimi concerti di musica
da camera seguiti da cena ipergourmet.
04-02-2011]
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A STRATEGIA DEL
TACCAGNO - IL GENIO HA IL "BRACCINO CORTO" - L’ARTISTA MILIONARIO DAMIEN
HIRST CERCA UN ASSISTENTE: OFFRE 20 MILA STERLINE L’ANNO - Michelangelo
teneva sotto il letto un cofano pieno di monete d’oro, ché non si fidava
dei banchieri - Alberto Sordi, Quando erano a carico suo, faceva
telefonate di pochissimi secondi - COME DISSE IL POETA: VISSERO INFELICI
PERCHé COSTAVA DI MENO
Armando Torno per
il "Corriere
della Sera"
Non desideriamo
discutere di un artista come Damien Hirst, le cui opere lasciano sovente
perplessi, ma della sua avarizia. Se possiede una fortuna stimata
intorno ai 215 milioni di sterline, sta ora cercando un collaboratore
dalla «pennellata forte e decisa» , ben informato sulla «teoria dei
colori» e con «competenze da disegnatore e da pittore» . In altre
parole, un professionista. E cosa offre? Ventimila sterline l'anno. Che
dire? Innanzitutto che ha il «braccino corto» .
Come Paperon de'
Paperoni o l'arido e tirchio Ebenezer Scrooge prima della conversione in
A Christmas Carol di Charles Dickens. Oppure come Totò nel film 47 morto
che parla, tratto dall'omonima commedia di Ettore Petrolini. Gli avari
si sprecano, tanto da creare un genere letterario. Se il loro patrono
resta Giuda, il più geniale fu Michelangelo Buonarroti che si teneva
sotto il letto un cofano pieno di monete d'oro, ché non si fidava dei
banchieri. Un avaro simpatico? Alberto Sordi. Quando erano a carico suo,
faceva telefonate di pochissimi secondi.
Un taccagno di
qualità, invece, era il filosofo Arthur Schopenhauer, incapace di amare
il prossimo, anzi ne visse sempre provando disgusto. Avara suo malgrado,
costretta per risanare il bilancio di famiglia, fu la mamma di Giacomo
Leopardi, quell'Adelaide Antici che accettava dai contadini solo uova
grosse, tanto che aveva un cerchio per misurale e respingeva le
sottodimensionate. Codesto vizio è un tema mitologico con re Mida, il
quale per avidità giunse a non potersi neppure sfamare, giacché i cibi
che toccava si trasformavano subito in oro.
Insomma Hirst,
nonostante tutto, è in buona compagnia. Se fosse vissuto al tempo del
commediografo latino Plauto rischiava di finire nell'Aulularia, magari
dipinto come Euclione, taccagno che trovò una pentola colma di monete e
consumava i giorni nel costante terrore che gli venisse sottratta.
Sarebbe finito anche negli aspetti comici dell'opera, nella quale
l'affanno ridevole della custodia del tesoro suscita continue ilarità.
Forse meglio che diventare un ospite del VII canto dell'Inferno di Dante
dove, sotto l'influenza del senso cristiano di tale peccato, «questi
resurgeranno del sepolcro/col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi» .
Voltaire scrisse
nel Dizionario filosofico che «gli uomini odiano coloro che chiamano
avari solo perché non ne possono cavar nulla» , mentre Confucio nella
sua saggezza lancia loro un appiglio e nei Colloqui scrive: «Il prodigo
è arrogante, l'avaro è meschino. La meschinità è meglio dell'arroganza»
. Se San Gregorio nei Moralia pone l'avarizia tra i vizi spirituali,
giacché si consuma nel piacere e nella percezione dell'anima e non della
carne, una battuta del film Arabesque (1966) proferita dal petroliere
Alan Badel a Gregory Peck ricorda che sovente questo vizio diventa
componente necessaria della prudenza: «Signor Pollock, i beduini hanno
l'abitudine di dire agli ospiti: tutto ciò che posseggo è tuo. Io non
arrivo a tanto» .
Eppure bisogna
temerla, come insegna Shakespeare con Shylock nel Mercante di Venezia; o
va tenuta lontano, giacché Philip Massinger ci ricordò nel Nuovo modo di
pagare i vecchi debiti (la stampa è del 1632) che sovente finisce in
pazzia. Ma forse il Seicento ci ha consegnato con Arpagone nell'Avare di
Molière il ritratto più acuto: nell'avarizia il senso del ridicolo si
unisce alla vergogna e alla coscienza del proprio difetto, anche se è
rifiutato con sdegno, come se si vivesse una rivolta della vanità contro
la tendenza dell'anima, custodita e difesa con gelosia.
Inoltre è
possibile parlare di santa e disperata avarizia, come prova Giovanni
Verga nella novella La roba o in Mastro don Gesualdo. L'urlo di Mazzarò,
quando gli ricordano che è tempo di pensare alle cose celesti, «Roba
mia, vientene con me!» , rappresenta il fallimento della religione
dell'accumulo.
Il lettore
italiano può informarsi del problema di Damien Hirst con due saggi: di
Phyllis A. Tickle (Raffaello Cortina, 2006) e di Stefano Zamagni (Il
Mulino, 2009): entrambi sono intitolati Avarizia.
Tra le altre
letture ci sono l'Eugénie Grandet di Balzac, ma soprattutto Il cavaliere
avaro di Aleksandr Sergeevic Puškin, del 1830 (una traduzione italiana
nelle Opere di Mursia). In tal caso il vizio capitale diventa
contemplazione dell'infinito potere racchiuso nelle ricchezze
accumulate: ma un simile vagheggiamento non si trasforma in volontà di
dominio, bensì in una sorta di faustianesimo invertito, una gioia sadica
nel fermare il volgere delle stagioni impedendo lo scoppio delle energie
racchiuse nel denaro. Allora l'avarizia si muta in potenza metafisica. È
il dramma dei ricchi non generosi. Oggi in aumento.
24-01-2011]
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2. DNA, 60
MAGISTRATI PER QUATTRO POSTI...
Ci sono quattro posti vuoti tra i 20 sostituti procuratori della
Direzione nazionale antimafia. Lavorare a Roma, accanto al
superprocuratore Piero Grasso l, è incarico ambito e prestigioso e al
Consiglio superiore della magistratura sono arrivati da tutta Italia i
curricula di 60 candidati. Fra gli aspiranti all'ufficio di via Giulia
ci sono siciliani come il pm della Dda di Palermo Giuseppe Fici, che ha
collaborato con Gian Carlo Caselli e lo stesso Grasso, e il giudice
Vincenzo Panebianco di Siracusa; il napoletano, ormai veneziano
d'adozione, Carlo Mastelloni; e tanti pugliesi.
A febbraio la
commissione competente farà una prima scrematura, selezionando i
magistrati più qualificati per l'incarico. E a metà marzo è attesa la
scelta dei quattro da inviare alla Dna. (A.M.G.)21-01-2011]
3. CANDID CAMERA
PER CHI SPORCA...
La moda l'ha lanciata il sindaco di Bari, Michele Emiliano, pubblicando
su Facebook le foto dei netturbini fannulloni. A Napoli però le strade,
più che sporche, sono trasformate in un immondezzaio; e le pause extra
dei netturbini non le nota nessuno. Lavorino o no, la spazzatura resta
ovunque. Perché chi più ne ha più ne mette. I residenti sono
specializzati nel lancio del sacchetto fuori orario, le ditte
disseminano rifiuti speciali.
E i commercianti
sono maestri nell'abbandono indifferenziato di cartoni e imballaggi.
Tendenza non nuova, si dirà. Ma al prossimo sgarro la foto finisce sul
web. Sull'esempio pugliese, i «paparazzi» di un'associazione s'indignano
con Rosa Russo Iervolino. E gli scatti
inviati al sindaco sono personalizzati dalla dedica: «Zero controlli. I
trasgressori ringraziano!» Firmato «No comment» (è il nome
dell'associazione). Maria Pirro
21-01-2011]
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UN TESORO DI
MOGLIE - LEILA BEN ALI È SOLO L’ULTIMA DELLA LUNGA LISTA DI CONSORTI DI
DITTATORI CHE SCAPPA COL MALLOPPO - SUHA ARAFAT L’ACCUSAVA DI DEPREDARE
IL PATRIMONIO DELLA TUNISIA, MA PER MOLTI, PROPRIO LA MOGLIE DEL LEADER
OLP SI GODREBBE LA “CASSA DI GUERRA” LASCIATA DAL MARITO IN DIVERSE
BANCHE EUROPEE - DA IMELDA MARCOS, A MICHÈLE BENNETT (LADY DUVALIER),
FINO ALLA SIGNORA PINOCHET. AL MOMENTO DELLA FUGA IL PRIMO PENSIERO È
PER LA CASSAFORTE
Monica Ricci
Sargentini per il "Corriere
della Sera"
Nei momenti di
disgrazia il primo pensiero va sempre alla cassa. A quel tesoro da far
sparire in un batter d'occhio. Leila Ben Ali non è la prima e non sarà
l'ultima ad aver pensato al vile denaro. La moglie del presidente
tunisino, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe stata previdente:
avrebbe stipato l'aereo che l'ha portata verso la salvezza con 1,5
tonnellate di lingotti d'oro per un valore di 45 milioni di euro.
Lui, il marito,
era un po' restio ad autorizzare il prelievo dalla Banca Centrale (che
smentisce la notizia), ma poi avrebbe ceduto al pragmatismo della
consorte che, chiaramente, ha a cuore il suo futuro e quello dei tre
figli (la maggiore, Nesrin, partorirà tra qualche settimana in Canada).
D'altra parte che
Leila avesse in pugno la situazione l'aveva rivelato, nei cablogrammi
diffusi da Wikileaks poche settimane fa, la vedova di un altro leader
potente, Suha Arafat: «Il presidente - aveva detto in una conversazione
telefonica che risale al 2007 con l'allora ambasciatore americano in
Tunisia Robert Godec - fa solo quello che la moglie gli ordina; Leila
Ben Ali e la sua famiglia stanno depredando il patrimonio della nazione;
i parenti possono fare quel che vogliono impunemente» .
Parole
«profetiche» dettate dall'irritazione della donna per l'inaspettata
revoca della cittadinanza tunisina. Ma da che pulpito: Suha è un'altra
moglie sospettata di aver pensato molto al patrimonio. Cristiana, di
buona famiglia, sposò Arafat nel 1990 quando lei aveva 27 anni e lui 61.
Alla morte del presidente dell'Anp molti l'hanno accusata di aver
ereditato dal marito centinaia di milioni di dollari sparsi in diverse
banche europee, una sorta di «cassa di guerra» creata da Arafat nel
corso degli anni.
E che dire di
Imelda Marcos, un'altra icona del lusso sfrenato: quando fuggì da
Palazzo Malacanang si lasciò dietro una collezione di 3.000 paia di
scarpe, 1.000 borse, 508 abiti da sera e 15 pellicce di visone. Il
marito, Ferdinand Marcos, presidente delle Filippine tra il 1965 al
1986, avrebbe rubato al suo Paese tra i 4 e gli 8 miliardi di euro, e
lei attingeva al salvadanaio segreto. Nel 1998 la Svizzera restituì a
Manila 600 milioni di dollari di quel tesoro nonostante Imelda abbia
sempre sostenuto che il patrimonio era del marito «ricchissimo prima di
assumere il potere» .
Indimenticabile è
Michèle Bennett, un tempo moglie dell'ex dittatore haitiano Jean-Claude
Duvalier. Quando lasciarono Port au Prince, nel 1986, i due coniugi
avevano già ammassato all'estero tra i 300 e i 900 milioni di dollari.
Che fossero spendaccioni era noto. Il loro matrimonio è passato alla
storia per il suo costo spropositato: 3 milioni di dollari di cui 100
mila solo per i fuochi d'artificio. Le cronache narrano di una donna
crudele, vorace, dedita allo shopping compulsivo.
Quando i
poliziotti francesi perquisirono la villa Duvalier per indagare sul
famoso «bottino», la signora cercò di buttare nel water un taccuino su
cui erano annotate le spesucce degli ultimi mesi: 270 mila dollari in
gioielli, 168 mila in vestiti e novemila per due selle da cavallo di
Hermes comprate per i figli. Si dice che quando il marito le chiese il
divorzio nel 1990 lei gli ridusse di molto il tenore di vita.
Nell'elenco non
può mancare Lucia Hiriart, moglie di Augusto Pinochet, accusata insieme
ai suoi figli di aver trasferito illegalmente, durante il regno del
dittatore, 27 milioni di dollari su 115 conti esteri. E per finire c'è
Raghad, la figlia di Saddam Hussein, oggi in esilio in Giordania:
avrebbe trafugato oltre un miliardo di dollari in gioielli, gemme e
altri preziosi. È il bottino che il marito, Hussein Kamal, era riuscito
a nascondere nel regno hashemita prima di essere trucidato per ordine
del Raìs. 18-01-2011]
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L´impero americano
per dieci anni nelle mani di un malato d´Alzheimer? - CONFESSIONE SHOCK
Del figlio di ronald REAGAN in un libro in uscita, "My father at 100":
"probabilmente se i medici gli avessero diagnosticato il male mio padre
si sarebbe dimesso" - era già malato quando Nel marzo del 1983 Reagan
pronunciò lo storico discorso in cui predisse il collasso del comunismo.
dunque, non tutto il male vien per nuocere...
Angelo Aquaro per
"la
Repubblica"
Nel marzo del 1983
Ronald Reagan pronunciò lo storico discorso in cui predisse il collasso
del comunismo. Est e Ovest erano all´apice della guerra fredda.
L´invasione dell´Afghanistan - quella sovietica - aveva spinto agli Usa
a dimostrare tutta la loro forza. Il dispiegamento dei missili Cruise
aveva creato proteste in mezza Europa. L´Italia si spaccò sulla base di
Sigonella. Eppure quello che allora sarebbe potuto collassare davvero
era proprio lui. Il presidente di cui il 6 febbraio ricorre il
centenario confessò con una lettera alla nazione di soffrire d´Alzheimer
più di dieci anni dopo: nell´agosto 1994.
Ma adesso suo
figlio Ron rivela che Ronald era già malato: «Nel terzo anno della sua
elezione cominciai a vedere i primi segni di preoccupazione». La
situazione peggiora quando - è il 1984 - «guardando il dibattito tv con
Walter Mondale cominciai a provare quel senso di nausea che avverti
sentendo che un cattivo sogno si sta realizzando». L´impero americano
nelle mani di un malato? Nello stesso libro in uscita, My father at 100,
il figlio sottolinea: probabilmente se i medici gli avessero
diagnosticato il male mio padre si sarebbe dimesso.
Apriti cielo. La
Ronald Reagan Foundation ha subito preso le distanze: «Ron ha scritto un
libro affettuosamente caloroso. Ma sull´Alzheimer sia i medici del
presidente sia quelli che l´hanno curato dopo hanno stabilito che i
segni della malattia apparvero solo quando lasciò la Casa Bianca».
Vietato ledere
l´immagine dell´uomo che sopravvisse a un attentato e ridiede fiducia
all´America. E chi se ne importa se le associazioni dei malati
ringraziano Ron per il coraggio della denuncia. «Quando eleggiamo i
presidenti» scrive Reagan jr «eleggiamo esseri umani con tutte le loro
debolezze». Una bestemmia per questa nazione di Supermen. 17-01-2011]
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DOPO IL PROCESSO
BREVE, ARRIVA IL PRECARIO BREVISSIMO - GRAZIE AL “COLLEGATO LAVORO”
VOLUTO DALLO (SCOLLEGATO) MINISTRO SACCONI, ARRIVA IL MAXI REGALO DEL
GOVERNO ALLE AZIENDE CHE SFRUTTANO COCOPRO E COCOCO E FINTE PARTITE IVA:
TERMINI PER I RICORSI DI LAVORO RIDOTTI A SOLI 60 GIORNI (PRIMA NON
C’ERA SCADENZA), E DA LUNEDI’ SANATORIA TOMBALE SUI VECCHI CONTRATTI -
CAMUSSO, DOVE SEI? VENDOLA? NON PERVENUTO. QUALCUNO LI INFORMI CHE
POMIGLIANO PIU’ MIRAFIORI OCCUPANO 34.000 ADDETTI, MENTRE I PRECARI
FREGATI DA QUESTA LEGGE SONO 150.000
Lorenzo Galeazzi e
Federico Mello per "ilFattoQuotidiano.it"
Chi ha avuto
esperienze professionali precarie sa bene che avere buoni rapporti con i
propri principali è fondamentale. Mi rinnoveranno il contratto? Me lo
prolungheranno? Mi assumeranno a tempo indeterminato? Prima, poi o mai?
Sono alcune delle domande che affliggono quotidianamente il lavoratore
atipico. Adesso, però, chi si trova nel limbo temporale tra un contratto
scaduto e uno che forse arriverà - co.co.pro, di collaborazione, o tempo
determinato - è davanti a un bivio. Entra oggi in vigore la legge 183
del 2010, più nota come "Collegato lavoro".
COM'ERA. La
vecchia normativa garantiva anni di tempo a chi intendeva fare causa al
suo ex-datore di lavoro (il caso più classico, per i precari, è quello
in cui si viene utilizzati come "collaboratori" anche se si fa un lavoro
da dipendenti a tutti gli effetti). Con il Collegato lavoro, l'arco di
tempo entro il quale si può fare causa al proprio datore di lavoro
diventa di 60 giorni: o ci si muove per tempo, o dopo non si può più
rivendicare nessun diritto (era una disposizione già prevista per i
contratti a tempo determinato ora allargate anche agli altri contratti).
CHI PUO' FARE
CAUSA. Per tutti i rapporti di lavoro terminati prima del novembre 2010
(oggi), quindi, si potrà fare causa entro il 23 gennaio. Per i contratti
che scadranno in futuro, si avranno sempre e comunque solo 60 giorni di
tempo, e poco importa se, magari, si aspetta un nuovo contratto proprio
dal datore di lavoro che si vuole portare in tribunale.
RICATTO
CERTIFICATO. "La Legge 183 chiude il cerchio perverso che si era aperto
nel 1997 con il Paccheto Treu". Ne è convinto Massimo Laratro, uno degli
avocati del lavoro del pool legale di San Precario, il collettivo che da
più di 10 anni si occupa di diritti e precarietà. "Treu aveva introdotto
le prime forme di lavoro flessibile e interinale nel 1997; Marco Biagi,
con la Legge 30 del 2003 aveva codificato la precarietà con una serie di
forme contrattuali atipiche; oggi, con il collegato lavoro, il
legislatore va a colpire i precari anche sul piano processuale. Il
ricatto cui era sottoposto il lavoratore atipico prima era implicito,
oggi è certificato".
Secondo gli
avvocati di San Precario, la nuova legge rende quasi impossibile per i
lavoratori fare causa alle aziende quando le condizioni contrattuali
sono ritenute non corrette. E' un vero rosario - di cavilli, eccezioni,
tempistica, sproporzione delle forze in campo - quello da sgranare per
vedersi riconoscere i propri diritti.
I PERIODI DI NON
LAVORO. "Oggi ero in tribunale per due cause di lavoro e, alla luce
delle novità legislative, sono state entrambe rinviate", dice Matteo
Paulli, uno dei legali del pool. "Ci vogliono mesi, addirittura anni,
per sapere se un contratto di lavoro è impugnabile". E chiarisce: "I
precari fra una collaborazione e l'altra possono avere dei periodi di
non lavoro ben superiori a due mesi - continua Paulli - Un datore di
lavoro può dire al suo dipendente che gli rinnova il contratto, lascia
passare i famosi 60 giorni e al 61esimo non glie lo rinnova. A quel
punto per il precario è finita, si trova cornuto e mazziato".
CONTRATTISTI
MULTIPLI. Non solo, c'è una trappola anche per i contrattisti
"multipli": "Se un lavoratore ha avuto con la stessa azienda un numero
elevato di collaborazioni, ad esempio cinque contratti nell'ultimo anno,
potrà impugnarli sempre che i famosi 60 giorni non siano trascorsi. E'
ovvio che quindi potrà impugnare solo l'ultimo. E avrà molte meno
possibilità di vincere", sottolinea Massimo Laratro. Insomma, è la
parola del dipendente contro quella del principale. "Dato che durante
l'udienza il datore di lavoro deve dimostrare la ‘temporaneità' del
rapporto di lavoro, se la causa riguarda un solo contratto di due mesi
anziché cinque o sei collaborazioni, avrà la strada spianata".
INSIDIE PRIMA DI
FIRMARE. Le insidie non finiscono qua. Le altre due novità
particolarmente indigeste ai legali di San Precario sono la
"certificazione del rapporto di lavoro" e la "clausola del ricorso
all'arbitrato" in caso di impugnazione. Presso le camere del lavoro
verranno istituite delle "commissioni certificatrici" che avranno il
compito di apporre il loro sigillo sulla validità di un determinato
rapporto di lavoro. "Io ti assumo con un contratto a progetto, mi
rivolgo alla commissione che timbra il contratto come legittimo e tu non
potrai mai fare più causa contro di me - dice Laratro - Così facendo si
certifica non solo il rapporto, ma anche la volontà del lavoratore che
evidentemente non è nella condizione di rifiutare perché magari sta
cercando un'occupazione da mesi".
ARBITRATO.
L'arbitrato invece dà la possibilità al datore di lavoro di inserire nel
contratto una clausola che dice che in caso di problemi il dipendente si
rivolgerà a una commissione arbitrale invece che ai giudici. "Con questa
norma si vuole azzerare il ricorso all'autorità giudiziaria" dicono gli
avvocati.
INDENNITA'
PREGRESSA. Infine c'è la questione dell'indennità. Prima della Legge 183
se un lavoratore vinceva la causa contro il suo datore di lavoro, lui
era obbligato a "riconoscergli il mancato guadagno", e cioè a
corrispondergli tutti gli stipendi in cui era rimasto a casa. Ora, nel
caso l'azienda perdesse in tribunale sarà tenuta solo a versare
un'indennità all'ex dipendente che andrà da un minimo di 2,5 a un
massimo di 12 mensilità. "E se il processo va avanti per tre anni e il
lavoratore in tutto il periodo rimane a casa?" Chiedono gli avvocati di
San Precario.
LICENZIAMENTO
ORALE. E ancora, l'ultima gabola. C'è il licenziamento "orale". Per la
legge il licenziamento deve essere comunicato in forma scritta: se
comunicato oralmente, non è valido. Ma ora il termine dei 60 giorni
varrà anche per i "licenziamenti orali". Se un datore di lavoro sosterrà
che il licenziamento c'è stato prima della data indicata dal lavoratore
(e ben prima dei sessanta giorni a disposizione), basterà trovare dei
testimoni compiacenti per bloccare il processo.
LA CGIL:
ASSISTENZA' STRAORDINARIA. La Cgil si è attivata in tutti i modi contro
il collegato lavoro. Non solo è impegnata da settimana per distribuire
materiale informativo, ha lanciato anche un appello ai principali organi
di informazione. Assicura, inoltre, che "tutti gli uffici legali della
confederaizone, tutti gli sportelli immigrati, tutte le strutture di
categoria della Camera del lavoro, saranno impegnate nei prossimi
sessanta giorni in un'iniziativa di straordinaria consulenza e tutela".
Un impegno che i militanti dello sportello San Precario giudicano
tardivo. "Il provvedimento è in Parlamento da due anni. Dov'era la Cgil
in tutto questo periodo?", chiede Massimo Laratro.
NESSUN DIRITTO. il
colpo finale ai precari e alla loro dignità è ormai sferrato. Si parla
da anni di "flexsecurity", di garantire sostegno e stato sociale anche
ai lavoratori precari. Alla fine, invece, si è chiuso il ciclo aperto da
Treu: neanche i tribunali potranno garantire i diritti violati dei
lavoratori atipici.
21-01-2011]
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BOLOGNA LA ROTTA -
COLPO DI SCENA, PARLA IL PADRE DEL BAMBINO: "Non è vero che viviamo in
strada. Abbiamo una casa in affitto, 460 euro per un buco, abbiamo
difficoltà economiche e facciamo i salti mortali ma non siamo dei pazzi che
tengono due neonati al gelo senza curarsene" - "Nel 2007 abbiamo fatto
richiesta per la casa popolare e stavamo preparando quella per l’assegno. Ma
più di questo no, perché avevamo paura che ci togliessero i bimbi. Ma dalla
morte di Devid nessuno dal Comune si è fatto vivo
1- PARLA IL PADRE:
«MACCHÈ CLOCHARD. NON CHIEDEVAMO SUPPORTO? CI AVREBBERO TOLTO I PICCOLI»
Gianluca Rotondi per il "Corriere di Bologna"
«Non è vero che
viviamo in strada, che siamo dei vagabondi. Abbiamo una casa in affitto, 460
euro per un buco in via delle Tovaglie, abbiamo difficoltà economiche e
facciamo i salti mortali ma non siamo dei pazzi che tengono due neonati al
gelo senza curarsene». Sergio Berghi, 43 anni, se ne sta seduto fuori dal
Gozzadini e fuma l'ennesima sigaretta. È furente, arrabbiato col mondo e
disperato.
È alla pediatria del
Sant'Orsola che si è consumato il suo dramma e quello della compagna
Claudia, 36 anni, cinque figli avuti da tre uomini diversi e una vita
segnata dalle difficoltà. Qui è venuto al mondo e se ne è andato dopo soli
venti giorni Devid, uno dei due gemelli nati il 13 dicembre e morto in
ospedale il 4 gennaio dopo essere stato raccolto da un'ambulanza in piazza
Maggiore.
Non respirava quasi
più quando è arrivato al Sant'Orsola. Il padre, un passato difficile a
Firenze e un presente fatto di lavoretti per sbarcare il lunario, ha
seppellito Devid alla Certosa da nemmeno un'ora ed è tornato al Gozzadini
dove sono ricoverati l'altro gemellino, la compagna e la figlia di un anno e
mezzo della donna. Stanno bene e presto andranno in una struttura protetta.
«Sono pronto a
togliermi il pane da bocca per i figli ma non c'è lavoro. Claudia faceva
assistenza agli anziani ma quando ha avuto la bimba ha smesso - dice Sergio
- A novembre ho fatto un lavoretto ma mi sono rimasti cento euro. I problemi
ci sono ma non siamo barboni, abbiamo una casa dove stare».
In quella casa alle
spalle del tribunale in realtà ufficialmente ci vive Claudia col marito, un
magrebino che ha sposato a maggio su due piedi. I vicini e i negozianti, che
raccontano di difficoltà economiche e litigi, giurano di averli visti
traslocare a settembre. Ma per andare dove? Ogni tanto dalla nonna, poi
chissà. Lui è stato per qualche tempo in una struttura del Giovanni XXIII° a
Funo. Li hanno visti in giro in città, alla stazione, in Sala Borsa e in via
Capo di Lucca. Non chiedevano né soldi né aiuto e hanno tenuto nascosta la
gravidanza della donna fino al parto.
Poi il dramma:
«Abbiamo mangiato dalla mamma di Claudia e poi ci siamo avviati a piedi
verso casa - racconta - Ci siamo fermati in piazza Maggiore a salutare un
amico e abbiamo visto che Devid era viola e giallo e respirava a fatica.
Sono stato io a chiamare l'ambulanza. Nessun dottore ha parlato di freddo e
stenti, ci hanno detto che è morto perché aveva il latte nella trachea»,
dice con rabbia: «Siamo tornati a casa ma a mezzanotte ci hanno chiamato
perché era gravissimo».
Ma perché non avete
chiesto aiuto? «Nel 2007 abbiamo fatto richiesta per la casa popolare e
stavamo preparando quella per l'assegno. Ma più di questo no, perché avevamo
paura che ci togliessero i bimbi. Ma dalla morte di Devid nessuno dal Comune
si è fatto vivo. Ora vorrei la casa popolare».
Era già successo, sia
a lui che a Claudia, quando i loro destini non si erano ancora incrociati.
Incapacità genitoriale, sintetizzano i servizi sociali. Chiamati a mettere
in fila le tappe di una vicenda dolorosissima che interroga tutti. Sergio la
risposta non ce l'ha ma precisa: «Sono nati di sette mesi, seguivano una
terapia ma ci hanno detto che stavano bene. Poi le solite raccomandazioni,
tenerli al caldo e avere cura che mangiassero. Secondo noi invece dovevano
tenerli di più in ospedale».
2- GELO E
INDIFFERENZA, MUORE A 20 GIORNI...
Franco Giubilei per "La
Stampa"
Per giorni hanno
cercato rifugio in Sala Borsa, la biblioteca che si affaccia su piazza del
Nettuno, nel cuore di Bologna. Padre, madre, due figli gemelli di soli venti
giorni e una bimba di un anno e mezzo, una famiglia italiana senza casa che
viveva di espedienti. Poi il 4 gennaio qualcuno ha finalmente chiamato il
118 e i sanitari sono venuti a prendersi i bambini in piazza Maggiore perché
uno dei due gemellini stava malissimo.
Per Devid Berghi però
era troppo tardi: il piccolo è morto nel reparto di rianimazione
dell'ospedale Sant'Orsola. Si parla di crisi respiratoria e per avere la
risposta definitiva sulle cause bisognerà aspettare gli esiti dell'autopsia,
ma l'ipotesi più verosimile è che il neonato non abbia retto al freddo e
agli stenti. Il gemellino e la sorella, ricoverati in Pediatria,
fortunatamente ora stanno bene. Una vicenda incredibile che ha come teatro i
portici e le piazze del centro di Bologna, dove i cinque hanno vagato per
giorni.
Adesso in città è
tutto un rincorrersi di dichiarazioni incredule e sgomente per il clima di
indifferenza in cui è maturata la tragedia, ma è la ricostruzione dei fatti
a rendere l'idea di quel che è accaduto: «Ho fatto entrare il padre al
caldo, in negozio, ma non era lucido, la madre stava fuori e piangeva -
racconta il dipendente della farmacia comunale di piazza Maggiore, a due
passi da Palazzo D'Accursio, che ha dato i primi soccorsi -. Lui invece
continuava a tenere in braccio questo bimbo, che sembrava già morto. Era
bluastro, non respirava più».
Era il pomeriggio del
4 gennaio, poco dopo le 15: a pochi metri la gente di passaggio si era
accorta che c'era qualcosa che non andava. «Una collega mi ha descritto la
scena dicendomi che era già stata chiamata un'ambulanza - aggiunge il
farmacista -. Sono uscito e ho visto un capannello di persone intorno a
questi genitori. Il padre non era lucido, con lui non si riusciva a
interagire».
A questo punto, visto
che i soccorsi ancora non arrivavano, l'uomo col neonato è stato fatto
entrare in farmacia e il dipendente ha richiamato il 118: «Quando ho
telefonato mi hanno detto che l'ambulanza era appena arrivata. Poi si è
presentato un signore dicendo di essere il nonno, con una carrozzina vuota,
e ci ha chiesto se potevamo custodirla noi».
Il procuratore
aggiunto di Bologna Valter Giovannini ha aperto un fascicolo, l'inchiesta è
stata affidata al pm Alessandra Serra, che ha disposto l'acquisizione di
tutta la documentazione riguardante la famiglia di Devid. Critiche al
funzionamento dei servizi sociali sono venute dal direttore della Caritas
diocesana, che conosceva i genitori anche se «da non molto tempo: è una
carenza dei servizi sociali, ci sono lacune non piccole. A questa città
manca un vero padre di famiglia. I servizi dovrebbero avere la possibilità
di valutare le situazioni, senza rimandarle alle calende greche. Questa
vicenda fa capire cosa sono le nuove povertà».
Il commissario
straordinario di Bologna Anna Maria Cancellieri, che rimpiazza il sindaco da
quando si dimise Delbono, ha replicato: «La madre aveva sempre rifiutato
aiuti e assistenza». In passato aveva avuto altri due figli che le erano
stati tolti dai servizi sociali e dati in affido. Dal 2001 avrebbe avuto
cinque bambini da tre uomini diversi. «In occasione di un pranzo di
solidarietà l'ultimo dell'anno era stata avvicinata da due operatori che le
hanno chiesto se aveva bisogno, ma lei non ha chiesto nulla», dice la
Cancellieri.
Neanche quando i figli
sono stati dimessi e trasferiti in una struttura protetta la madre ha voluto
seguirli. Ai servizi sociali specificano che il 31 dicembre era stato
offerto un posto per dormire, «ma loro hanno risposto di avere una casa. La
donna, che era seguita dal servizio sociale di Santo Stefano, non aveva mai
riferito di non averla». Il padre, originario dell'Aretino, in passato era
stato ospite di strutture di accoglienza a Bologna, ma da tempo viveva per
la strada. 11-01-2011]
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Da "Panorama"
1. POCHI SOLDI,
CHIUDONO 13 DOMUS DI POMPEI...
Non c'è pace per gli Scavi di Pompei. È saltato infatti, per mancanza di
copertura finanziaria, il rinnovo dell'accordo sindacale che, nel 2008,
permise alla soprintendenza archeologica l'apertura di 13 domus, che da
inizio gennaio ritornano così inaccessibili ai visitatori. Fra i siti
chiusi le case degli Amorini dorati, dei Casti amanti, della Fontana
piccola e il Termopolio. Intanto l'Osservatorio patrimonio culturale
degli Scavi di Pompei lancia l'allarme sul futuro del complesso: l'80
per cento degli edifici della città romana è a rischio crollo.
«Quotidianamente,
anche se le cronache non lo registrano, dai muri delle domus si staccano
ampi pezzi di intonaco decorato» accusa il responsabile
dell'osservatorio, Antonio Irlando. (Simone Di Meo)07-01-2011]
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APPALTI:
BANKITALIA, SISTEMA ESPOSTO A RISCHI COLLUSIONE E CORRUZIONE...
(Adnkronos) - Il sistema degli appalti pubblici in Italia e' esposto a
rischi di collusione e corruzione oltre a mostrare carenze sul piano
della progettazione. E questo nonostante le numerose riforme che hanno
interessato il settore, volte a migliorare il disegno delle procedure di
aggiudicazione e ad assicurare il rispetto dei principi di pubblicita',
di trasparenza e parita' di trattamento dei contraenti privati. Sono
queste le patologie e le criticita' messe in luce dallo studio di
Bankitalia sul tema 'L'affidamento dei lavori pubblici in Italia:
un'analisi dei meccanismi di selezione del contraente privato'.
'Nonostante le
numerose riforme che hanno interessato il settore degli appalti pubblici
negli ultimi anni, il sistema italiano e' caratterizzato- sottolinea
l'indagine di Bankitalia- da un'elevata frammentazione ed esposto in
misura considerevole ai rischi di collusione, corruzione e
rinegoziazioni successive con gli aggiudicatari dei contratti. Carenze
sono, inoltre, presenti sul piano della progettazione degli interventi'.
28-12-2010]
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UN CALCIO NEI
COGLIONI DEI BARONI - DITE QUELLO CHE VOLETE DELLA RIFORMA GELMINI, MA È
L’EQUIVALENTE DI UNA CASTRAZIONE CHIMICA PER GLI ATTUALI PADRONI DELLE
UNIVERSITÀ: DA ROMA A TORINO, DA MESSINA A FIRENZE, TUTTE LE DINASTIE,
CON NOMI E COGNOMI, CHE DA OGGI NON POTRANNO PIÙ PIAZZARE EREDI (PERÒ
MARITI E MOGLI POTRANNO CONTINUARE A ASSUMERSI A VICENDA) - ECCO LE
NOVITÀ E LE CRITICHE: RICERCATORI A TERMINE, BORSE DI STUDIO PER MERITO
E NON PER REDDITO, TAGLIO DELLE SEDI…
1 - NO-GELMINI: I
VERI INFILTRATI SONO I BARONI...
Daniele Martini per "il Fatto Quotidiano"
Tutto, piuttosto
che perdere un privilegio antico: la cattedra familiare. Tutto, compreso
l'impensabile, cioè confondersi per una volta tanto con quei casinisti
degli studenti, infiltrarsi nei cortei, magari turandosi ben bene il
naso, dando l'impressione di essere stati folgorati sulla via di
Damasco, nella speranza che la riforma Gelmini dell'Università si
infranga sugli scogli della protesta.
Devono aver
pensato questo i baroni che, dopo una vita passata nella torre eburnea
dei loro istituti, inaspettatamente una mattina si sono svegliati
contestatori. Perché quella riforma piena di pecche, prima tra tutte la
stravagante pretesa di rinnovare le università statali affamandole con i
tagli, un merito ce l'avrebbe, un pregio che, però, per loro baroni,
suona come una campana a martello: spuntare le unghie proprio ai
professoroni delle università in una faccenda a cui tengono quanto al
bene della vista, le assunzioni in famiglia.
Da questo punto la
legge è perentoria (anche se c'è chi ne mette in dubbio la
costituzionalità): assunzione vietata nello stesso dipartimento per i
parenti legati fino al quarto grado ai professori in cattedra. Con una
vistosa incongruenza, però: il tassativo divieto non vale, chissà
perché, tra marito e moglie.
Per cui anche in
futuro nessuno potrebbe aver niente da ridire se ricapitasse un caso
come quello svelato ieri dal Corriere della Sera che riguarda la facoltà
di Scienze della Sapienza di Roma. Protagonista una coppia sposata,
appunto: lui, Paolo De Bernardis, astro-fisico di livello
internazionale, e lei, Silvia Masi, laureata a pieni voti, sollevata dal
purgatorio dei ricercatori a vita e assunta nel cielo degli associati,
giudicata idonea nel concorso per un posto nel dipartimento del marito.
Ma, se per
assurdo, la legge Gelmini entrasse in funzione con valore retroattivo,
gli atenei italiani si svuoterebbero di colpo. Perché in questi decenni
le facoltà sono state uno degli incubatori più accoglienti della mala
pianta del nepotismo. Vista dalle cattedre baronali, la riforma fa così
paura che perfino i magnifici rettori hanno deciso di sfidare in questi
giorni il pubblico ludibrio aggirandola in contropiede. Il caso più
clamoroso è quello romano, dove due magnifici su tre hanno piazzato
parenti in zona Cesarini.
Luigi Frati,
emerito della Sapienza e preside di Medicina, già bersaglio di critiche
per casi di favoritismi familiari, è entrato di nuovo nel vortice delle
accuse perché proprio due giorni fa in facoltà, dipartimento di Scienze
e Biotecnologie, è arrivato un altro di casa sua, Giacomo, il
secondogenito. Prima di lui era stata la volta dell'altra figlia, Paola,
ordinaria di Scienze anatomiche, e della moglie, Luciana Rita Angeletti,
Storia della Medicina. Con l'ingresso di Paolo i Frati, insomma, hanno
fatto poker.
Idem a Tor
Vergata: il rettore, Renato Lauro, anche lui preside di Medicina, ma ex,
ha assistito soddisfatto alla decisione del consiglio di facoltà di far
assurgere al ruolo di associato la nuora, Paola Rogliani. Prima dei due
rettori attuali, un altro magnifico romano, Renato Guarini, era finito
sotto inchiesta per abuso d'ufficio, sospettato di uno scambio di favori
con un docente di Estimo ad Architettura, che secondo l'accusa avrebbe
agevolato la carriera della figlia del primo, Maria Rosa.
Anche a Siena,
ateneo prestigioso, ma ben protetto dalle critiche e forse per questo
poco indagato, i rettori che si sono succeduti dagli anni Ottanta fin
quasi ad oggi sono sospettati di avere avuto un occhio di riguardo per
quelli di casa. Luigi Berlinguer, ai tempi in cui era ministro
dell'Istruzione con il centrosinistra, ebbe la soddisfazione di vedere
il figlio Aldo vincitore della cattedra di professore associato in
Diritto privato comparato all'Università di Cagliari ad appena 29 anni,
ancor prima di concludere il dottorato.
Ora Aldo insegna
nell'ateneo toscano dove il padre fu rettore. Il successore di
Berlinguer, Piero Tosi, già presidente della Conferenza dei rettori,
ordinario di Anatomia e Patologia, ha visto con soddisfazione il figlio
Gian Marco calcare le sue orme nella stessa facoltà, vincitore di un
concorso per ricercatore per le malattie dell'apparato visivo.
Da Torino a
Messina gli alberi dinastici in facoltà sono così tanti che solo per
citarli ci vorrebbero i volumi dell'elenco telefonico. Alla Federico II
di Napoli due anni fa un gruppo di studenti presentò una ricerca secondo
la quale "almeno il 15 per cento di professori è imparentato", con punte
nella facoltà di Economia (32 casi). A Messina un anno fa il rettore
Franco Tomasello è finito davanti ai giudici assieme ad altri 23 tra
docenti e ricercatori con svariate accuse, dall'abuso d'ufficio in
concorso a tentata truffa.
Dalle indagini
venne fuori che a Veterinaria dei 63 docenti 23 erano parenti, a
Medicina e Chirurgia su 531 professori i parenti erano poco meno di un
centinaio, a Giurisprudenza 27 su 75. Anche nell'ateneo di Cosenza un ex
rettore, Giuseppe Frega, si è messo in mostra nell'ambito dei giochi
familiari, con il figlio Nicola, ricercatore nella stessa facoltà di
Ingegneria che era stata la casa del padre. A Lettere l'ex preside
Franco Crispini prima di andare in pensione volle lasciare un'impronta
passando il testimone alla due figlie, Ines e Alessandra.
A Catania si sono
imposte all'attenzione le dinastie mediche degli Zanghì e dei Basile.
Nella prima accanto al padre Michelangelo, si sono fatti avanti i figli
Antonino e Guido; nella seconda il chirurgo Attilio ha generato tre
figli ordinari, Francesco, Guido e Filadelfio, i primi due luminari
medici come il padre, il terzo professore di Agraria ed ex senatore di
Forza Italia.
A Firenze ha fatto
epoca il caso del rettore, Augusto Marinelli, che ebbe la fortuna di
avere il figlio, Nicola, promettente ricercatore nell'ambito della
stessa materia paterna, Economia agraria. A Bari, facoltà di Economia,
ai tre Massari fondatori della dinastia accademica, Lanfranco, Giansiro
e Gilberto, si sono affiancati altri 7 familiari. I Dell'Atti, invece,
sono solo quattro.
In Basilicata
nella facoltà di Agraria, Francesco e Bruno Basso, padre e figlio, hanno
lavorato fianco a fianco nello stesso dipartimento come ordinario e
associato. A Scienza delle produzioni animali l'impronta l'hanno data i
Langella, Michele padre e professore, Emilia, ricercatrice. Un
censimento nell'ateneo di Palermo ha individuato a Medicina 24 famiglie
di professori e 58 parenti, a Ingegneria 18 famiglie e 38 parenti, a
Scienze 11 famiglie e 25 parenti.
2 - LA NUOVA LEGGE AI RAGGI X...
A cura di Flavia Amabile per "La Stampa"
RICERCATORI -
ASSUNTI SOLTANTO PER UN MASSIMO DI SEI ANNI...
I ricercatori non avranno più contratti a tempo indeterminato. Saranno
assunti soltanto con contratti a tempo determinato per una durata
massima di sei anni. Se al termine verranno assunti diventeranno
professori associati altrimenti dovranno lasciare l'insegnamento e
trovare un'occupazione diversa. Gli anni trascorsi come ricercatori
potranno rappresentare un titolo valido in caso di concorsi pubblici o
come esperienza da inserire in un curriculum.
Chi protesta
avverte che la quantità di ricercatori da assumere a questo punto
dipende non solo dalla performance dei ricercatori ma anche dai soldi a
disposizione delle università che i tagli hanno drasticamente ridotto.
E, poi, che fine faranno i ricercatori a tempo indeterminato che sono
stati assunti prima della riforma? Si creerà una guerra tra poveri
perché gli atenei potrebbero preferire per motivi economici assegnare il
posto da associato a un precario, anziché a un ricercatore con più
anzianità.
I CONCORSI - I
PROF. SCELTI DA UNA LISTA DI ABILITAZIONE...
Anzichè sostenere un concorso i futuri nuovi docenti associati e
ordinari dovranno innanzitutto essere inseriti sulla base dei loro
titoli e pubblicazioni in una lista di abilitazione scientifica
nazionale. Sarà valida per quattro anni e realizzata da una commissione
composta da quattro professori scelti su sorteggio. La selezione vera e
propria avverrà in una seconda fase da parte delle singole università
che sceglieranno il candidato ideale all'interno dei nomi presenti in
lista.
Chi protesta
sostiene che in realtà le università potranno così scegliere liberamente
i docenti e non ci sarà alcun ordine basato sul merito. L'abilitazione
verrà concessa indiscriminatamente, senza limiti numerici (non previsti
dalla legge). Tutti i posti saranno assegnati solo ed esclusivamente
tramite chiamata diretta, e la commissione delegata a fare ciò sarà
composta da 4 membri del dipartimento che ha richiesto il nuovo docente.
BORSE DI STUDIO -
PREMIO AL MERITO A PRESCINDERE DAL REDDITO...
Le borse di studio saranno affiancate da una novità: il fondo per il
merito. Il fondo permetterà di premiare coloro che lo meriteranno ma a
prescindere dal reddito. Si dovrà superare un test nazionale che servirà
a verificare la reale capacità di comprensione della lingua scritta, di
ragionare e risolvere i problemi. Ogni anno saranno scelti i migliori
1.000 studenti giunti alla fine delle superiori e offerte loro generose
borse di studio per andare a studiare nella università migliori anche se
lontane da casa, afferma il governo.
Chi critica la
riforma sa che si tratta finora di una promessa priva di fondi. Per
stanziarli sarà necessario un provvedimento ad hoc oppure, come spera il
governo, anche un finanziamento da parte delle aziende, probabilmente le
stesse che saranno entrate a far parte del cda. Inoltre, semrpe secondo
i critici, sono stati tagliati gran parte dei fondi delle borse di
studio che invece vengono date a chi ha un rendimento scolastico buono
ma anche reddito basso.
CONSIGLI DI
AMMINISTRAZIONE - SU 11 MEMBRI ALMENO TRE SARANNO ESTERNI...
Cambiano i vertici delle università. Il Senato accademico avrà poteri
molto più limitati: avanzerà proposte di carattere scientifico, sarà
invece il consiglio di amministrazione ad avere piena responsabilità per
le assunzioni e delle spese. All'interno del cda ci saranno almeno 3
membri esterni su 11. Il presidente potrà essere un esterno.
Il governo intende
in questo modo rendere più ricca l'offerta degli atenei, gli studenti
hanno reagito bocciando la riforma perché si tratta di una
privatizzazione. Infatti - dicono - il Senato accademico (organo
elettivo, dove siedono rappresentati di tutte le categorie che operano
all'interno dell'università) viene esautorato di gran parte dei propri
poteri e viene posto al di sotto del cda dove la rappresentanza esterna
può assumere un peso determinante. Il ddl prevede infatti l'ingresso
obbligatorio non semplicemente facoltativo di un numero minimo di
componenti esterni, in rappresentanza degli interessi privati.
NEI DIPARTIMENTI -
STOP A CHIAMATE DEI PARENTI FINO AL QUARTO GRADO...
Esiste un solo limite alle chiamate dirette di futuri docenti dalla
lista nazionale. Non potranno essere scelti parenti fino al quarto
grado, ovvero fino ai cugini, di chi lavora all'interno dello stesso
dipartimento di un ateneo. All'interno di una stessa università invece
non potranno essere assunti i parenti del rettore, del direttore
generale e dei componenti del cda.
Chi protesta
ricorda che non sono stati previsti limiti per un altro tipo di
parentopoli molto diffusa, quella tra marito e moglie. E che comunque i
parenti assunti nello stesso dipartimento sono una parte limitata del
fenomeno. Quella più diffusa prevede accordi incrociati per sistemare i
rispettivi raccomandati in altre sedi. Oltretutto i rettori sono del
tutto deresponsabilizzati. Potranno rimanere in carica un solo mandato:
chi vuole fare giochi di potere non ha nemmeno il problema della
rielezione a creare un eventuale limite.
FACOLTÀ E CORSI DI
STUDIO - DRASTICO TAGLIO ALLE SEDI, ATENEI SPINTI A FONDERSI...
Diminuiranno drasticamente università, facoltà e corsi di studio. E' una
delle norme su cui il governo punta per ridurre gli sprechi e liberare
risorse da destinare al merito. Potranno unirsi università vicine in
modo da limitare i costi. E diminuiranno i settori
scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 alla metà (consistenza
minima di 50 ordinari per settore). E le facoltà che potranno essere al
massimo 12 per ateneo.
In realtà gli
addetti al settore sostengono che gli atenei vengono solo invitati a
fondersi, che i settori scientifico-disciplinari sono i codici
attribuiti ai diversi esami e che quindi la loro riduzione non porterà
grosse modifiche. Il limite sulle facoltà può essere aggirato con un
forte accentramento delle facoltà ed il mantenimento delle diverse
discipline come dipartimenti. Anche in questo caso il risultato finale
potrebbe non essere molto diverso.
SALARIO - GLI
SCATTI LEGATI ANCHE AI RISULTATI...
Finora lo stipendio aumentava secondo gli scatti di anzianità dunque
indipendentemente dal merito. La riforma invece introduce gli scatti di
merito sia per gli associati che per gli ordinari. La valutazione di chi
premiare sarà effettuata da nuclei formati da professori interni ed
esterni che avranno il compito di giudicare il lavoro di ricerca dei
docenti. Per questo scopo ci sono 18 milioni per il 2011, 50 per il 2012
e altrettanti per il 2013. In caso di valutazione negativa si perde lo
scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai
concorsi.
I critici
sostengono che su questa misura è tutto affidato ai decreti attuativi
ancora da emanare e che quindi non è chiaro sulla base di quali criteri
verranno realizzate le valutazioni. Si passa quindi da elementi
obiettivi e validi per tutti come quello dell'anzianità, ad altri del
tutto soggettivi e rispetto ai quali finora è tutto ancora indefinito.
24-12-2010]
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RETTORE FRATI, UNA
FAMIGLIA DI GENIETTI...
Spettacolare intervista di Antonello Caporale al sindaco morale della
Capitale, Luigi Frati. Il rettore della Sapienza, uno che anche
Alè-magno gli fa una pippa, rivendica con orgoglio: "Assumo i miei
parenti? Se lo meritano. Nessuno della mia famiglia ha avuto ciò che non
meritava. Mia moglie, mia figlia, mio figlio, sono bravissimi". Poi il
colpo d'ala finale: "Scrivi che voi. Poi leggo e decido se passare
dall'avvocato" (Repubblica, p. 17) 24-12-2010]
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- La moglie. Poi
la figlia. Quindi, ma in extremis, il figlio. La famiglia di Luigi
Frati, rettore della Sapienza di Roma, si ritrova all’università – “Non
posso farci niente se Giacomo è tra i primi cinque, nella classifica dei
vincitori di un concorso vecchio di due anni. La vergogna semmai è per
gli altri. Giacomo mio figlio s’è fatto un culo come un paiolo” - Sua
moglie insegna Storia della medicina ma non è medico. “Embè? È’ storico
Antonello Caporale
per
la Repubblica
La moglie. Poi la
figlia. Quindi, ma in extremis, il figlio. La famiglia di Luigi Frati,
rettore della Sapienza di Roma, si ritrova all'università. Ognuno con i
suoi pensieri e con le sue fatiche.
«E il merito, ahò
il merito dove lo metti?».
Questo è giusto,
c'è il merito.
«Non posso farci niente se Giacomo è tra i primi cinque, nella
classifica dei vincitori di un concorso vecchio di due anni. La vergogna
semmai è per gli altri. Giacomo mio figlio s'è fatto un culo come un
pajolo».
Giacomo è
bravissimo.
«Parliamo del punteggio? Lui ha 21. Artioli, per esempio, 14. Che ce
posso fa?».
Rettore, le danno
del barone al cubo.
«Num me frega nulla. Quello che voglio di' è che nessuno della mia
famiglia ha avuto ciò che non meritava».
Bisogna
specificarlo bene, perché il nome di Frati...
«Ho mandato in pensione mia moglie, togliendole la collaborazione
compensativa. Lo sa?».
Purtroppo contro
di lei se ne dicono di tutti i colori.
«Forse perché sono vicino agli studenti? Forse perché giro senza auto
blu, forse perché mi faccio un mazzo così?».
Il linguaggio
crudo rivela comunque un vivido spirito del fare.
«D'Ubaldo parla di me come futuro sindaco di Roma. Ma io non tradisco,
ho da completare il mandato di rettore».
Vuole bene
all'università, e si vede. Anche il banchetto nuziale di sua figlia l'ha
fatto tenere al campus.
«Fregnaccia, fregnaccia. Banchetto a Trevignano, rinfreschetto
all'università. L'aranciatina, la coca cola. Un gesto di cortesia per
gli amici e i colleghi. E ho pagato trecentomila lire, causale:
matrimonio di mia figlia. E da lì è nata la fregnaccia».
Queste cose non si
sanno, e si favoleggia.
«Forse sono odiato dai potenti forse, ma dagli studenti amatissimo»
Però è bellissimo
avere i figli con questa carriera luminosa. Li avrà condotti per mano, e
accuditi, sollecitati.
«Ma che stai a dì? (Certo, vedendo mamma e papà che pure alla domenica
studiano, ti viene lo sghiribizzo di emularli)».
Complimenti.
«Ti dico: io sono figlio di un minatore, mi sono fatto un culo così».
Estrazione
popolare, alterità evidente dal circuito del potere.
«La Gelmini forse ce l'ha con me. E però chiedo: e se Tizio, il
professore Tizio ha l'amante Caio? La nuova legge vieta a Caio di
divenire professore ordinario?».
Sua moglie insegna
Storia della medicina ma non è medico.
«Embè? È storico».
Corretto.
«E mia figlia è laureata in Giurisprudenza e fa Medicina legale.
Angeletti, e non lo dico io, è tra le più brave d'Italia».
Angeletti è sua
moglie.
«Io ho 41 come indice».
Capperi.
«Scrivi che voi. Poi io leggo e decido se passare dall'avvocato».
25-12-2010]
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ORA D'ARIA...
"Tettamanzi fra i rom "Prego per il miracolo che il campo chiuda".
Visita del cardinale di Milano: soluzione più umana" (Stampa, p. 31)
24-12-2010]
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"LA RISSA" OGGI È
“LA RUSSA”, PALADINO DELLE FORZE DELL’ORDINE E DELLA LEGALITÀ - MA IERI
ERA UN “FASCIO CON LA BAVA ALLA BOCCA” CHE ORGANIZZÒ LA MANIFESTAZIONE
(VIETATA DALLA QUESTURA) IN CUI MORÌ IL POLIZIOTTO ANTONIO MARINO,
COLPITO DA UNA BOMBA A MANO IN PIENO PETTO - L’ATTUALE MINISTRO NON SI
ESPONEVA, AGIVA NELL’OMBRA, E IL SUO POTERE DERIVAVA DA QUELLO DEL
PADRE, SENATORE MISSINO, AMICO DI CUCCIA E GRANDE MANOVRATORE DELLA
FORTUNA DEL COMPAESANO TOTÒ LIGRESTI, CHE DA ALLORA NON HA MAI
DIMENTICATO LA FAMIGLIA LA RUSSA
Gianni Barbacetto
per "il
Fatto Quotidiano"
I suoi camerati
d'un tempo, quelli che erano al suo fianco nel fuoco degli anni
Settanta, non riescono a crederci. Proprio non ce lo vedono, Ignazio La
Russa, nei panni del difensore della legalità contro la violenza, dei
poliziotti contro i giovani in piazza. "Fu proprio lui a volere più
d'ogni altro la manifestazione del 12 aprile 1973 in cui fu ammazzato
l'agente Antonio Marino", ricorda Tomaso Staiti di Cuddia, camerata ed
ex parlamentare del Msi.
Allora Ignazio era
un giovane dirigente missino, segretario regionale del Fronte della
gioventù e leader a Milano di quella destra che si presentava davanti
alle scuole e nelle piazze armata di catene e coltelli. Il 1973 fu
l'anno più duro della "strategia della tensione". "A Milano il Msi da
tempo non riusciva a fare una manifestazione all'aperto, con corteo",
racconta Staiti.
"Così La Russa
s'impuntò: il 12 aprile dovevamo riuscirci. A tutti i costi. Man mano
che la data s'avvicinava, diventava chiaro a tutti che sarebbe stato un
massacro. Alla fine il corteo fu vietato dalla questura. Ma Ignazio
continuò a insistere: dovevamo scendere in piazza. E così fu".
Quel pomeriggio
gli scontri con la polizia furono durissimi. Era arrivato a Milano da
Reggio Calabria anche Ciccio Franco, il caporione dei "boia chi molla".
Durante la manifestazione ("Contro la violenza rossa", diceva il
manifesto che la convocava), furono lanciate perfino due bombe a mano
Srcm. Una distrusse un'edicola in largo Tricolore.
L'altra, in via
Bellotti, uccise il poliziotto Antonio Marino, 22 anni, a cui fu tirata
in pieno petto. Di quel giorno, resta una foto che ritrae La Russa,
capelli lunghi, occhi luciferini, assieme a Ciccio Franco, al senatore
missino Franco Servello e a tutti i caporioni del Msi milanese. "Ma non
aspettatevi di trovarlo direttamente coinvolto in azioni violente",
racconta un altro camerata che chiede di non fare il suo nome.
"Ignazio restava
nell'ombra, le cose le faceva fare agli altri. Era già un politico. E
poi diciamolo: non è mai stato un cuor di leone. Dopo quel pomeriggio di
sangue, Giorgio Almirante, che non amava quel ragazzotto con i capelli
troppo lunghi e gli occhi spiritati, sciolse la federazione milanese del
Msi e il Fronte della gioventù. Ma La Russa ricostruì, anzi aumentò, il
suo influsso sul partito a Milano, di cui divenne pian piano il padrone.
"A parole era
tutt'altro che un moderato: un fascista con la bava alla bocca",
racconta Staiti. "Quando divenni deputato del Msi, tentò di emarginarmi.
Alle riunioni della segreteria provinciale non m'invitava. Io
partecipavo ugualmente e lui cominciava così: ‘Saluto i camerati e anche
Staiti che non è stato invitato'. Alla quarta volta mi alzai e gli
allungai quattro ceffoni: ‘Io l'invito me lo sono preso, e tu ti tieni
le sberle'".
In quei turbolenti
anni Settanta, Ignazio s'impossessò di Radio University, un'emittente di
destra che trasmetteva da Milano. In quella "radio libera" lavorava una
ragazza di nome Amina Fiorillo. Ignazio la presentò a un camerata di
Roma, Maurizio Gasparri, che poi divenne suo marito. "Il potere che
Ignazio aveva nel Msi non gli derivava però dalla militanza, ma dalla
famiglia", continua Staiti.
Il padre, Antonino
La Russa, ex federale fascista di Paternò e poi senatore missino, era
arrivato a Milano dalla Sicilia con una dote di rapporti pesanti. Con
Michelangelo Virgillito innanzitutto, suo compaesano, cognato e grande
corsaro di Borsa. E con Raffaele Ursini, l'uomo che ereditò da
Virgillito il gruppo Liquigas. "Il vecchio patriarca Antonino era
invisibile, ma potentissimo nel partito: era lui a trovare i soldi per
finanziarlo".
È anche l'uomo che
pilota le eredità. Convogliando rapporti, soldi, affari e azioni verso
un giovane di bottega, arrivato anch'egli da Paternò, che diventa, non
senza qualche conflitto, l'erede del potere dei La
Russa-Virgillito-Ursini: è Salvatore Ligresti. Don Totò è cresciuto
insieme con Ignazio, tra busti del duce e scorribande in Borsa. E non
dimentica la fonte del suo potere e della sua ricchezza, tanto da
riservare sempre ai La Russa qualche poltrona nei consigli
d'amministrazione delle sue aziende.
"Con Almirante",
dice Staiti, "Ignazio ricucì il rapporto quando fece dare a un figlio di
donna Assunta, che aveva fatto fallire la sua concessionaria
d'automobili, la gestione di un'agenzia romana della Sai, la compagnia
d'assicurazioni di Ligresti". Oggi Ignazio vive a Milano in un palazzo
che, di notte, sembra uscito dalla Gotham City di Batman, con le luci
che si proiettano dritte sulla geometrica facciata anni Trenta.
La leggenda dice
che La Russa abbia ristrutturato l'appartamento dove viveva Mussolini.
Nostalgie private. In pubblico, però, oggi prevale il senso pratico di
Ignazio, amico di Ligresti, sostenitore di Berlusconi, ministro della
Repubblica e ospite pirotecnico dei talk-show. 21-12-2010]
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SE LA ROMA DI
ALE-MAGNO PIANGE, LA FIRENZE DI FRATELLONE RENZI NON RIDE - LA
PARENTOPOLI DA 12 MLN € DELL’OBAMA DI SANTA MARIA NOVELLA CHE AMA LE
GITE AD ARCORE - LA CORTE DEI CONTI LO PROCESSA PER LE ASSUNZIONI FATTE
QUAND’ERA ALLA PROVINCIA, POI E’ PASSATO AL COMUNE DOVE HA RISERVATO
POLTRONE A DUE EX ASSESSORI, ALLA FIGLIA DEL DIRETTORE DEL CORRIERE
FIORENTINO, A UNA CANDIDATA PD NON ELETTA, AL PORTAVOCE DEL SUO
AVVERSARIO ALLE PRIMARIE, A UNA GIOVANE DIRIGENTE DELPARTITO, EX SCOUT,
AMICI
Gian Marco Chiocci
per "Il
Giornale"
Renziopoli. Spese
facili, folli, fantasmagoriche. Gli inciampi di «parentopoli» non danno
certo lustro al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, incarnazione del nuovo
che avanza in casa Pd. La procura della corte dei conti della Toscana ha
mandato sotto processo il «piccolo Obama fiorentino» (il copyright del
soprannome del primo cittadino è dell'esponente pdl locale Giovanni
Donzelli) e la sua ex giunta provinciale per l'assunzione di una ventina
di «esterni» che non avrebbero avuto i titoli per occupare le ambite
poltrone. I giudici hanno calcolato un danno erariale di oltre due
milioni di euro.
Situazione analoga
al Comune di Firenze dove gli sprechi dell'amministrazione rossa,
secondo uno studio dei consiglieri comunali del centrodestra,
lieviterebbero a 10 milioni di euro con le assunzioni mirate negli
uffici d'interesse del sindaco e della sua giunta: nell'elenco stilato
dal consigliere comunale Donzelli figurano due ex assessori, l'ex
portavoce di Lapo Pistelli (avversario politico alle primarie di Renzi),
la figlia del direttore del Corriere fiorentino, una candidata del Pd
non eletta, una giovane dirigente del partito, amici di famiglia, ex
scout etc. Poi c'è il Tar che ha da poco revocato l'assunzione nel corpo
dei vigili urbani della figlia di un direttore generale che,
coincidenza, è stato capo dei vigili urbani ed è attualmente il
responsabile di una società partecipata.
Ma andiamo per
gradi. E cominciamo dai posti assegnati in Provincia. Stando alle accuse
dei magistrati contabili sarebbero state fatte una ventina di assunzioni
con modalità non proprio cristalline con un danno erariale di 2 milioni
e 155mila euro. Alcuni dei fortunati vincitori dell'impiego pubblico non
avrebbero avuto i titoli, altri sarebbero sprovvisti della laurea, altri
ancora sarebbero andati a occupare posti già occupati.
Le persone assunte
a tempo determinato entrarono a far parte dello staff personale di Renzi
e delle segreterie particolari dei componenti della giunta, ed è per
questo che una trentina di persone sono finite «a giudizio», a
cominciare da Renzi e dall'ex assessore Andrea Barducci, già vice di
Renzi, attuale presidente dell'amministrazione provinciale fiorentina.
La «parentopoli
gigliata» è sollevata ovviamente dal Pdl ma anche dalla sinistra. Per
dire. Andrea Calò, capogruppo di Rifondazione comunista, rispetto
all'avvio del «processo» presso la Corte dei conti, è arrivato
addirittura a sollecitare l'istituzione di una apposita commissione
d'inchiesta per fare luce «sulla corretta finalizzazione dell'uso delle
risorse pubbliche sulle politiche del personale». Achille Totaro,
senatore Pdl, ancora si chiede se era proprio necessario, nel 2004,
buttare 2 milioni di euro dopo aver sperperato milioni «per iniziative,
allegri banchetti, eventi e uno staff degno del suo livello».
A difesa di Renzi
parla il suo avvocato, Alberto Bianchi, che al Giornale rivendica la
correttezza dell'operato di quella giunta a cui la legge, spiega,
consentiva l'assunzione degli uffici a supporto dell'azione politica del
presidente e degli assessori, e dunque, «vi è stata un'applicazione
corretta delle norme che regolano la materia».
ssando dalla
Provincia al Comune, il risultato non cambia. Renzi s'è ritrovato a fare
i conti col medesimo problema. Solo che qui, a dar retta
all'interrogazione del solito Donzelli, i milioni sperperati sarebbero
dieci spalmati in cinque anni per coprire ben quaranta assunzioni,
ufficio stampa escluso.
A detta del
consigliere comunale Pdl, più che sui curriculum e sulle competenze
specifiche, la scelta sarebbe stata fatta basandosi sull'«intuito
personale» di Renzi o di chi gli sta vicino. Con i quaranta nuovi
assunti «esterni» per cinque anni, si legge in un'interpellanza al
sindaco, «si sfiorano i 10 milioni di euro l'anno, cifra che viene
altamente superata se consideriamo che in questo conteggio sono esclusi
i premi di produzione e gli straordinari».
Tutto ciò,
conclude Donzelli insieme al collega Sabatini, «senza dimenticare che il
Comune conta 5.250 dipendenti interni, con capacità e competenze
specifiche, ergo, 10 milioni di euro è una cifra da Superenalotto, uno
schiaffo alla crisi, alle tasche dei fiorentini e ai 5250 dipendenti
interni del Comune di Firenze».
Settantotto
persone solo per lo staff del sindaco portano gli esponenti del Pdl a
ironizzare sulla considerazione che il primo cittadino avrebbe di sé:
«Davvero crede di essere come Obama e di doversi creare uno staff da
presidente degli Stati Uniti...». Il Comune ha risposto a tono
ricordando che il numero degli impiegati è lo stesso dell'entourage del
predecessore di Renzi a Palazzo Vecchio. «Bugia - ridacchia Donzelli -
l'ex sindaco Leonardo Domenici aveva attinto quasi tutto il personale
dal Comune, Renzi in grandissima parte da fuori!». 21-12-2010]
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Spiato mezzo
governo alla ricerca della P4 (a proposito, che fine ha fatto la p3?) -
la versione de "il giornale" alla nuova bombastica inchiesta di woodcock
scodellata ieri da "il fatto" - "La procura di Napoli assedia il Pdl.
L’ultima inchiesta vede intercettati, pedinati e fotografati ministri e
parlamentari - L’indagine vuol dimostrare l’esistenza di una fantomatica
loggia segreta, starring lavitola - L’obiettivo? l’entourage di Gianni
Letta - Interrogati il ministro Carfagna, il capo degli ispettori Miller
e lo 007 Santini"... –
Gian Marco Chiocci
- Massimo Malpica per Il Giornale
Spiato mezzo
Esecutivo. Spiati parlamentari e magistrati. Spiati carabinieri. Spiati
giornalisti. Spiati asseriti massoni. C'è una procura che notoriamente
brilla poco per le inchieste sul centrosinistra (laddove lo stesso
centrosinistra governa ininterrottamente da vent'anni) e che in questo
momento, attraverso alcuni fascicoli, è invece in grado di lavorare a
tempo pieno sul Pdl locale, nazionale e di governo.
Questa procura ha
sede nel centro direzionale di Napoli, alle spalle della stazione, e
vede alcune sue toghe impegnate in indagini delicatissime, l'ultima
delle quali - anticipata ieri da Repubblica e dai sempre attenti
giornalisti del Fatto Quotidiano - riguarderebbe due filoni paralleli
nati dagli accertamenti svolti su un carabiniere napoletano che, secondo
l'ipotesi d'accusa formulata dai pm Woodcock e Curcio (coordinati dal
procuratore Greco), avrebbe intrattenuto rapporti con il direttore del
quotidiano l'Avanti, Walter Lavitola (quello delle e-mail caraibiche
sull'affaire Tulliani-Fini-Montecarlo) e con il parlamentare del
centrodestra, Alfonso Papa, membro della commissione Giustizia della
Camera.
Come sempre
avviene in inchieste predestinate ad avere più successo in edicola che
nelle aule dei tribunali, le ultime intercettazioni a «strascico»
avvenute su utenze intestate a terze persone (Papa avrebbe la colpa di
aver acquistato due apparecchi da un negoziante amico che abita nel suo
stesso palazzo) avrebbero colpito, direttamente o indirettamente,
parlamentari e ministri di questo governo.
E non solo.
Intersecandosi con altri procedimenti già avviati o in fase di
definizione (parliamo di vicende legate all'eolico, ai filoni su Nicola
Cosentino e sul presidente della Provincia Cesaro) i magistrati campani
starebbero cercando di chiudere il cerchio su una P4 campana, dove
massoneria, politica e appalti sarebbero il collante della presunta
associazione segreta.
C'è da chiedersi,
come se lo chiede il deputato Papa nell'intervista qui a fianco, se non
siano state lese le prerogative parlamentari di deputati e senatori a
vario titolo «investigati». Perché sembra certo che Papa, assieme a
magistrati e politici, sia stato a lungo intercettato, pedinato e
fotografato persino in piazza Montecitorio. La sua foto sarebbe stata
mostrata dai pm a un ministro interrogato (Mara Carfagna).
Esibita a
funzionari delle forze dell'ordine. A politici di medio livello
ascoltati per questioni varie di affari e politica campana. Informazioni
su Papa e sui suoi contatti istituzionali sono state chieste, sempre a
verbale, a funzionari del ministero della Giustizia (a cominciare da
Arcibaldo Miller, capo degli ispettori di via Arenula, da anni molto
legato al pm Woodcock).
Non è invece
chiaro come mai sia stato costretto a sfilare in procura il direttore
dei servizi segreti militari, generale Adriano Santini. Per non dire
della spasmodica ricerca di riscontri a contatti telefonici che
convergerebbero su Gianni Letta e sul suo entourage. Qui il ramo
d'indagine è quello dell'affaire Marcegaglia culminato con le
perquisizioni al Giornale di Sallusti e Porro, e Letta sarebbe stato
«attenzionato» indagando sul numero due di Confindustria, Cesare
Trevisani al quale i magistrati campani arrivano con l'inchiesta sull'ex
moglie di Gianni De Michelis (condannata per truffa) nella quale si finì
per monitorare un incontro a cui parteciparono quattro ministri, cinque
parlamentari, lo stesso Trevisani e altri big.
18-12-2010]
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1- DE GENNARO DEPISTÒ LE INDAGINI PER COPRIRE L’INSUCCESSO DELLA
POLIZIA A GENOVA - 2- PUBBLICATA LA SENTENZA DELLA CORTE D’APPELLO:
"DELITTO CONTRO L’ATTIVITÀ GIUDIZIARIA" - 3- L’EX CAPO DELLA POLIZIA - E
ATTUALE DIRETTORE DELL’ASI, L’ORGANISMO CHE COORDINA I SERVIZI SEGRETI
DELL’AISI E DELL’AISE "AVEVA CON EVIDENZA L’INTERESSE A NON FARE
TRAPELARE UN SUO DIRETTO COINVOLGIMENTO NELLA VICENDA DIAZ" - 4- LO
SCORSO 17 GIUGNO è STATO CONDANNATO AD UN ANNO E 4 MESI DI RECLUSIONE 5-
SECONDO I GIUDICI GENOVESI, DE GENNARO DOVETTE ALTERARE «L’ACCERTAMENTO
DEI FATTI, DELLE LORO MODALITÀ E DELLE RESPONSABILITÀ POLITICHE E
PENALI, DEI FATTI POSTI IN ESSERE DURANTE L’IRRUZIONE ALLA SCUOLA DIAZ
DEL 20 LUGLIO 2001" -
Corriere.it
- L'ex Capo della
polizia - e attuale direttore dell'Asi, l'organismo che coordina i
servizi segreti dell'Aisi e dell'Aise - Gianni De Gennaro, durante il G8
di Genova «aveva con evidenza l'interesse a non fare trapelare un suo
diretto coinvolgimento nella vicenda Diaz».
Lo scrivono nella
motivazione della sentenza i giudici della Corte d'Appello di Genova
(Maria Rosaria D'Angelo e Raffaele Di Napoli) che lo scorso 17 giugno
condannarono De Gennaro ad un anno e 4 mesi di reclusione con pena
sospesa e non menzione sulla fedina penale.
Insieme a lui fu
condannato anche l'ex capo della Digos di Genova all'epoca del G8
Spartaco Mortola, che ebbe 14 mesi. Secondo i giudici genovesi, De
Gennaro dovette alterare «l'accertamento dei fatti, delle loro modalità
e delle responsabilità politiche e penali, dei fatti posti in essere
durante quell'operazione», ovvero durante l'irruzione alla scuola Diaz
del 20 luglio 2001.
I giudici
sottolineano come l'intero servizio di ordine pubblico si rivelò un
«insuccesso»: morì Carlo Giuliani, nella scuola Diaz non furono trovati
i black bloc. Erano dunque necessari depistaggi. De Gennaro avrebbe
freddamente ordinato all'ex questore di Genova Francesco Colucci di
ritrattare le sue dichiarazioni al processo Diaz, così da scagionare
completamente l'allora capo della polizia. E questo, secondo la Corte
d'Appello di Genova, fu un «delitto contro l'attività giudiziaria».
ABUSO - I
depistaggi emersero per puro caso: intercettando funzionari e
artificieri, i giudici si sono imbattuti nelle telefonate di
preparazione della testimonianza del questore Colucci. Da quelle
telefonate emerse che «il capo avrebbe ordinato a Colucci di rivedere le
precedenti dichiarazioni sulla presenza sul campo del portavoce del capo
della Polizia Sgalla per aiutare i colleghi imputati nel processo per
l'irruzione nella scuola Diaz».
Questa strategia
sarebbe stata messa a punto in una riunione privata tra Colucci e De
Gennaro a Roma, un faccia a faccia che l'ex questore di Genova avrebbe
evitato di menzionare al processo, «ulteriore conferma», si legge nelle
motivazioni, «della consapevolezza e volontà dell'imputato De Gennaro
della portata istigatrice e di suggerimento di una versione dei fatti al
teste Colucci contrastante dalle precedenti dichiarazioni e con la
realtà».
CARRIERE -
«Bisogna che aggiusti un pò il tiro» è la frase che Colucci riferì
all'ex capo della Digos Mortola dopo il colloquio con De Gennaro.
Secondo i giudici d'appello, dunque, «la richiesta espressa ed esplicita
di ritrattare» conteneva una minaccia: ripercussioni sulla carriera di
Colucci «che proprio in quel periodo era in fase di valutazione per la
progressione di carriera». De Gennaro, dunque, per il giudice «abusò
anche della funzione pubblica esercitata e connessa al suo ruolo di
Direttore generale del dipartimento della Pubblica
Sicurezza».18-12-2010]
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brunetta family! -
TOH, RISPUNTA URBANI. grazie a BRUNETTA, L’EX MINISTRO TROVA POSTO A
DIGITPA, il superente che deve digitalizzare la pubblica amministrazione
- e renatino, tanto per non farsi mancare niente, NOMINA ANCHE IL SUO
COMMERCIALISTA Canio Zampaglione e fino a qualche tempo fa presidente
della brunettiana Free Foundation - Un think tank, quest’ultimo, del
quale è direttrice Oriana Zampaglione, figlia di Canio e oggi capo del
personale della medesima DigitPa....
Stefano Sansonetti
e Alessandra Ricciardi per Italia Oggi
Un pacchetto di
nomine piuttosto corposo. A contribuire al suo perfezionamento è stato
il ministero della funzione pubblica guidato da Renato Brunetta. Tra i
vari nomi in ballo, quello che spicca di più appartiene all'ex ministro
dei beni culturali Giuliano Urbani, che è anche stato tra i fondatori di
Forza Italia.
Ebbene, Urbani ha
trovato posto nel consiglio direttivo di DigitPa, il superente nato
dalle ceneri dell'ex Cnipa con l'obiettivo di digitalizzare la pubblica
amministrazione. Per lui, in questa veste, ci sarà un gettone lordo
annuo di circa 200 mila euro. Novità anche per la poltrone di presidente
di DigitPa.
Qui si siederà
Francesco Beltrame, professore all'unversità di Genova e direttore del
Dipartimento Ict del Cnr. È solo questione di giorni, visto che
l'insediamento ci sarà in seguito alla registrazione del decreto di
nomina da parte della Corte dei conti e la pubblicazione in Gazzetta
Ufficiale.
Beltrame vanta un
curriculum denso che ha indotto le competenti commissioni parlamentari a
esprimere parere favorevole a larga maggioranza. Dagli archivi delle
camere di commercio, però, risulterebbe tutt'ora titolare di una
partecipazione del 20% in una società informatica genovese che si chiama
Interyes. Interpellato da ItaliaOggi sul punto, Beltrame ha spiegato di
aver ceduto «la partecipazione già da diverso tempo».
Chiudono le nomine
nel collegio direttivo di DigitPa anche Fabio Pistella, fino a qualche
tempo commissario dell'ente (e già a capo del Cnr dal quale proviene
proprio Beltrame), e l'avvocato Giuliano Sala.
Un'altra
infornata, questa volta precedente, ha riguardato l'Agenzia per
l'innovazione, istituita per diffondere nuove tecnologie all'interno di
pmi e distretti industriali. Alla sua presidenza era già stato nominato
Davide Giacalone (vedi ItaliaOggi del 28 maggio 2010), che Brunetta
aveva tentato inutilmente di mettere a capo di DigitPa (operazione
stroncata dalla bocciatura del parlamento).
Come presidente
del collegio dei revisori dell'Agenzia, invece, troviamo Canio
Zampaglione, commercialista del ministro e fino a qualche tempo fa
presidente della brunettiana Free Foundation. Un think tank,
quest'ultimo, del quale è direttrice Oriana Zampaglione, anche lei
comercialista, figlia di Canio e oggi capo del personale della medesima
DigitPa. 17-12-2010]
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SFRATTIAMO I COLONNELLI...
Si chiama Obiettivo 9 e sta facendo tremare i polsi a circa 4.500
militari di professione. Lo Stato Maggiore della Difesa ha infatti
deciso di portare alle stelle i canoni degli appartamenti dove da anni
vivono i graduati ormai in pensione, perciò indicati come "senza
titolo". Obiettivo 9, appunto: "Rendere critico il prosieguo della
locazione" attraverso l'applicazione di un moltiplicatore virtuale del
reddito degli affittuari (anche di tre-quattro volte) al quale viene
parametrato l'eventuale nuovo canone. In pratica, un avviso di sfratto
collettivo concentrato soprattutto nelle aree di Roma, Milano e Napoli,
che il ministro Ignazio La Russa si appresta a ufficializzare firmando
l'ennesimo dietrofront in materia.
Il ministro
Tremonti, nel 2003, aveva addirittura inviato ai militari le lettere di
prelazione alla vendita, poi cancellate dal governo Prodi. E nel 2005 lo
stesso La Russa firmò per primo un'interrogazione parlamentare che
intimava la "sospensione di tutte le azioni di recupero forzoso"
completando invece "il previsto processo di vendita ai militari". Ora,
invece, vuole vederli sventolare bandiera bianca. M. F.10-12-2010]
7. BASI NATO - INTRIGO NUCLEARE...
Sono in arrivo in Italia 200 testate nucleari? Nel vertice Nato di
Lisbona del 19 e 20 novembre si è raggiunta l'intesa di smantellare le
testate nucleari substrategiche presenti oggi in Italia, Germania,
Olanda, Belgio e Turchia. Tranquillizzante, sulla carta, ma in realtà?
Queste armi rimarranno fino a che altri Paesi disporranno dello stesso
arsenale, e potrebbero essere concentrate in due basi Usa: una a
Incirlik in Turchia, l'altra ad Aviano in Friuli.
Lo scrivono
quattro parlamentari del Pd in una interrogazione al ministro della
Difesa, primo firmatario Carlo Pegorer. Si parla di una "misura grave e
pericolosa per il nostro Paese, mentre il governo si troverebbe nella
condizione di contraddire l'impegno a sostenere una progressiva
riduzione delle stesse armi nucleari". E ad Aviano molti abitanti
cominciano a temere la fregatura. P. T.
10-12-2010]
8. MAMMA LI RUSSI...
Brutta avventura per Massimo Giletti a Mosca. Il conduttore tv stava
andando all'aeroporto col pulmino dei giornalisti, dopo la presentazione
del calendario Pirelli. La comitiva era intrappolata nel traffico. Non
volendo perdere l'aereo, Giletti è sceso e si è improvvisato vigile
urbano per far defluire le auto. Grandi gesti, grida onomatopeiche:
"Block, block!". Fino all'arrivo di una limousine di un oligarca. Le
guardie del corpo hanno abbassato il finestrino e gli hanno puntato un
Kalashnikov in faccia. Il povero Giletti, a braccia alzate, è subito
risalito sul pulmino; poco dopo l'ingorgo si è sciolto. Non ha perso il
volo, ma lo spavento gli è rimasto. E. At.
10-12-2010]
9. A MICHELA PIACE L'ELICOTTERO...
Roberto Della Seta, senatore del Pd, ha denunciato in Parlamento l'uso
spropositato dei voli di Stato da parte del ministro del Turismo Michela
Brambilla. I rendiconti delle spese di viaggio del 2009 evidenziano come
il ministro preferisca l'elicottero per i suoi spostamenti, che sono
costati 157 mila euro, ben oltre il budget stimato di 27 mila. Per legge
l'uso dei voli di Stato è consentito solo per motivi istituzionali e
quando non sia possibile utilizzare nessun altro mezzo.
Per volare a spese
pubbliche serve l'approvazione dell'ufficio voli del Consiglio dei
ministri. Della Seta ha chiesto alla presidenza del Consiglio di
verificare i comportamenti del ministro e di rendere pubblici tutti i
dati sui voli di Stato (interrogazione S.4/04055). a cura
dell'Associazione Openpolis. 10-12-2010]
10. VENDETTA CINESE CONTRO IL
SINDACO...
Ora le carte scottanti del gruppo Sasch, azienda di abbigliamento del
sindaco di Prato Roberto Cenni, circa 400 dipendenti, sono in mano
all'assessore al Lavoro della Regione Gianfranco Simoncini. Sasch è in
crisi per un indebitamento, 170 milioni, al quale Cenni ha fatto sapere
di non essere in grado di far fronte. Uno smacco non da poco per il
sindaco, amico di Giorgio Panariello, amato in Curia e con amicizie
trasversali, che due anni fa, alla guida di una coalizione di
centrodestra ha conquistato Prato, dopo 60 anni di giunte di sinistra.
Cenni ha vinto
anche per la sua immagine di imprenditore di successo e sull'onda di una
rivolta dei pratesi nei confronti della presenza dei cinesi (circa 35
mila). Che, in qualche misura, ora si vendicano. L'azienda che ha
presentato istanza di fallimento del gruppo Sasch è infatti cinese, la
X.B. srl di Agliana, una ditta terzista, che vanta un credito di 200
mila euro. M. La.10-12-2010]
11. CASO EPOLIS, NICHI NON È SOLIDALE...
Uscito dalla scena editoriale il gruppo E Polis, travolto da debiti per
108 milioni di euro, i 114 giornalisti delle 19 testate locali attendono
che l'editore Alberto Rigotti onori almeno gli impegni assunti con la
Federazione nazionale della stampa: pagare gli stipendi arretrati e le
liquidazioni ai dipendenti. La speranza in una ripresa delle
pubblicazioni ha indotto per ora i creditori, compresi i redattori, a
non presentare istanze di fallimento.
Tutti meno uno:
Nichi Grauso, l'inventore di E Polis, che tre anni fa ha battuto in
ritirata davanti all'insuccesso dell'iniziativa. L'ex patron di Video on
Line, oggi immobiliarista, ha sfrattato la testata sarda del gruppo
dalla sede di viale Trieste, a Cagliari. E poi ha chiesto al giudice di
dichiarare il fallimento della sua creatura per 300 mila euro di affitti
non pagati. Quando si dice la solidarietà. M. Lis.
10-12-2010]
17. RICORDANDO VASSALLO...
Non dimenticare Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, ucciso dalla
camorra il 5 settembre scorso. Per questo "La Città", quotidiano di
Salerno, gli ha dedicato un calendario che ne ripercorre la vita con
foto inedite. Il ricavato della vendita sarà interamente devoluto a
Legambiente.
10-12-2010]
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3. BACCINI AIUTA
SANTO DOMINGO...
In visita nella repubblica Dominicana, il presidente del comitato
nazionale italiano per il microcredito Mario Baccini, ha incontrato il
capo dello stato Leonel Fernandez Reina, formalizzando il primo
memorandum d'intesa per la creazione di un fondo di garanzia da
destinare ad attività di microcredito nell'area di Santo Domingo.
Le attività legate
alle azioni di microcredito verranno seguite e coordinate dal comitato
italiano, che si impegna a sostenere le politiche locali trasferendo
know-how per la formazione del personale tecnico, per l'istruzione e il
sostegno dei futuri imprenditori, nonché per le attività di studio e
promozione della cultura del microcredito. Per quanto riguarda il fondo
di garanzia che verrà costituito dal governo dello stato caraibico sarà
di almeno 5 milioni di dollari. (Donato de' Bardi)
07-12-2010]
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DOPO CASA TULLIANI E CASA BONDI, NUOVA TELENOVELA CON
CASA FINOCCHIARO? - MASSIMO RUSSO, ASSESSORE SICILIANO
ALLA SANITÀ DELL’MPA (OGGI ALLEATO CON IL PD ALLA
REGIONE), VUOLE UN INDAGINE SUI 350MILA EURO DATI SENZA
GARA DI APPALTO ALLA SOCIETÀ DI MICHELE FIDELBO, MARITO
DI ANNA - MA IN REALTÀ HA GIÀ EMESSO IL SUO VERDETTO:
“NON SI PUÒ DEROGARE ALLA LEGGE CHE PRESCRIVE PROCEDURE
DI EVIDENZA PUBBLICA. MI SA CHE A GIARRE È STATO FATTO
UN PASTICCIO
Emanuele Lauria per "la
Repubblica"
Alla fine l´assessore-sceriffo con dichiarate simpatie
di sinistra ha dovuto inviare gli ispettori negli uffici
dell´azienda sanitaria di Catania. E senza grande
entusiasmo Massimo Russo, l´ex magistrato che ha sposato
la causa dell´Mpa, ha annunciato di volere «fare
chiarezza» sul caso che sta mettendo in imbarazzo Anna
Finocchiaro e metà del Pd siciliano: un appalto da 350
mila euro che l´azienda guidata da un fedelissimo del
governatore Raffaele Lombardo ha affidato alla società
di Melchiorre Fidelbo, ginecologo e marito della
capogruppo dei democratici al Senato.
Russo vuole capire com´è possibile che l´appalto, quello
per l´informatizzazione dell´ospedale di Giarre, sia
stato assegnato senza gara.
«Non si può derogare alla legge che prescrive procedure
di evidenza pubblica», ha detto l´assessore anticipando
nei fatti il giudizio. Lui, Russo, si limita a segnalare
possibili irregolarità nei passaggi amministrativi. Ma
ogni giorno di più la vicenda assume contorni politici,
sollevando ulteriori sospetti sul già discusso accordo
isolano fra Lombardo - che ha messo alla porta gli ex
alleati del Pdl - e il Pd che dopo aver perso le
elezioni è entrato in maggioranza per scelta del
governatore.
In
realtà il progetto di una «casa della salute» a Giarre
fu presentato da un consorzio di cui faceva parte la
società di Fidelbo già nel novembre del 2007, e
approvato a tempo di record dall´amministrazione
regionale allora guidata da Cuffaro. C´era, a quel
tempo, un´occasione da cogliere al volo: quella dei
fondi statali messi in Finanziaria dall´allora ministro
diessino Livia Turco.
Ma
l´iniziativa, rimasta in naftalina nel 2008 degli
appuntamenti elettorali (a Roma come in Sicilia), è
stata rispolverata alla fine dell´anno scorso. Il
progetto è stato aggiornato e, sulla base di una
ripartizione dei fondi fatta dall´assessore Russo,
l´azienda sanitaria di Catania guidata da Giuseppe
Calaciura - già segretario dell´Mpa nel piccolo Comune
di Biancavilla - ha approvato l´intero incartamento.
Stipulando a luglio una convenzione con la società di
Fidelbo.
A
settembre l´ultima tappa: l´inaugurazione del presidio
ospedaliero. A tagliare il nastro Russo, la Finocchiaro,
il manager dell´azienda sanitaria e l´ex ministro Livia
Turco. Poco lontano il dottor Fidelbo. Quella foto,
pubblicata da giornali e siti internet, ha alimentato la
polemica e dato fiato ai nemici dell´»inciucio»
siciliano.
Antonello Cracolici, il leader dei democratici siciliani
pro-Lombardo, grida al «complotto». E Russo,
l´assessore-magistrato, si allinea e parla di
«strumentalizzazioni». Ma a denti stretti ammette: «Mi
sa che a Giarre è stato fatto un pasticcio».
03-12-2010]
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UN
BON-BON (BONDI-BONEV) PER LA CORTE DEI CONTI - APERTA
UN’INCHIESTA SUI SOLDI SPESI PER OSPITARE LA DELEGAZIONE
BULGARA DURANTE LA PREMIAZIONE FARLOCCA DI “GOODBYE
MAMA”, IL FILMONE DI DRAGOMIRA BONEV CHE NESSUNO HA
VISTO - IL MINISTRO BULGARO IN UNA LETTERA UFFICIALE
AVEVA PARLATO DI 400MILA € SPESI DALL’ITALIA -
L’ACQUISTO DEI DIRITTI DEL FILM PER UN MILIONE VIENE
SCARICATO DA BONDI SU MASI E DA QUESTO SULLA D’AMICO DI
RAI-CINEMA - TUTTI USANO LA DIFESA-NORIMBERGA: “HO
RICEVUTO UNA SEGNALAZIONE E HO ESEGUITO”…
Malcom Pagani e Carlo Tecce per "il
Fatto Quotidiano"
Quando scivola in trincea, Mauro Masi si volta
dall'altra parte. Il direttore generale risponde con
candore a precisa domanda del consigliere Nino Rizzo
Nervo, a margine di un Cda teso come sempre: "Chi ha
suggerito a Rai Cinema l'acquisto dei diritti di Goodbye
mama di Michelle Bonev?".
Masi chiama in causa Bondi e i bulgari: "Ho ricevuto una
segnalazione dal ministero dei Beni culturali e
dall'ambasciata bulgara in Italia. Ho seguito la prassi
e come molte altre volte, girato l'indicazione a Rai
Cinema che, in piena autonomia, ha investito sul film.
Poteva anche rifiutarsi". In un sol colpo, con una mossa
che appare più disperata che meditata, Masi scarica Rai
Cinema e Bondi.
Tradito dal nervosismo esagera, perché il ministro dei
Beni culturali, tirato nell'agone, a metà pomeriggio si
infuria. Medita una risposta durissima. A quel punto il
professor Masi, equilibrista delle parole, detta un
comunicato in serata all'Ansa: "Mi riferivo
esclusivamente alle istituzioni bulgare" che appiana
momentaneamente i contrasti tra l'ex segretario generale
di Palazzo Chigi e il titolare del Mibac, chiude un
fronte ma lascia aperte molte altre questioni.
Nemmeno a Rai Cinema, lo scarico di responsabilità ha
lasciato indifferenti i vertici. Sul documento
d'acquisto per un milione di euro tra Rai Cinema e la
Romantica Entertainment dell'attrice e produttrice Bonev
per Goodbye mama c'è la firma dell'allora amministratore
delegato, Caterina D'Amico. L'ex ad ripete di aver
soltanto recepito una sollecitazione di viale Mazzini:
"La richiesta ufficiale era molto circostanziata - dice
al Fatto Quotidiano - L'ho già detto: volevano che
partecipassimo a una coproduzione con i bulgari. Ho
tenuto la barra dritta e autorizzato la spesa
esclusivamente per i diritti di trasmissione".
Un
milione di euro per un film d'esordio sono una cifra
spropositata, dunque Beppe Giulietti (portavoce di
Articolo 21) e il senatore Vincenzo Vita (Pd) annunciano
un'interrogazione parlamentare e attaccano frontalmente
Bondi: "I chiarimenti del ministro sono tutt'altro che
soddisfacenti. Non ha ancora spiegato chi e per quale
ragione ha imposto a Rai Cinema l'acquisto del
misterioso film bulgaro di Michelle Bonev. Hanno deciso
loro o c'è agli atti una lettera della direzione
generale? Perché tanta urgenza e tanta generosità? Non
si tratta di domande inutili in un'azienda che annuncia
tagli e non può finanziare ben altri film".
La
Rai detiene il full right di Goodbye mama per le sale
cinematografiche, il digitale terrestre, il satellite e
il teatro. L'azienda del servizio pubblico ha ritenuto
che l'opera di Dragomira fosse un gioiello da custodire
bene: nonostante le rassicurazioni di Rai Cinema,
nessuno ha provveduto alla distribuzione del film che
dopo l'appunto surreale di Masi in Cda: "Vigilerò che il
film abbia un buon esito. È costato troppo per
destinarlo all'insuccesso", costerà alla controllata Rai
almeno mezzo milione di euro.
Di
Bondi si occupano anche in Laguna, là dove tutta la
vicenda ebbe inizio. A Venezia, il procuratore della
Corte dei Conti, Carmine Scarano, ha aperto un fascicolo
per accertare chi abbia pagato per ospitare durante il
Festival la Bonev e l'ampia delegazione bulgara di 32
persone tra il 3 e il 6 settembre.
Cene e soggiorno prolungato per festeggiare Dragomira
premiata con la targa patacca - omaggiata dai ministri
Giancarlo Galan e Mara Carfagna - per il fuori concorso
"Action for woman". L'attrice giura di aver saldato
personalmente i conti. I bulgari hanno presentato
documenti ufficiali che rimandano al governo italiano.
La
Corte dei Conti farà chiarezza: "È una fase ancora
esplorativa per capire cosa è successo - precisa il
procuratore - e accertare se la somma è stata pagata e
da chi. Stiamo procedendo per gradi". Il magistrato
contabile ha incaricato la Guardia di Finanza di
requisire i documenti necessari. In Bulgaria, dove il
ministro della Cultura Rashidov è nei guai con
l'opposizione scatenata e a Roma, qualcuno aspetta la
verità.
[02-12-2010]
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GOVERNO DI DESTRA...
"Non è vero che con la riforma dell'università ci
rimettono tutti. C'è qualcuno che ci guadagna: sono gli
atenei "telematici", le università che laureano a
distanza, le quali potranno accedere alla quota di fondi
destinata agli istituti non statali". Sul Corriere,
Sergio Rizzo racconta "Gli aiutini a Mister Cepu" (p.1). 02-12-2010]
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COLPO GROSSO"
FOREVER! - UN GENIO L’INVENTORE DI MAURIZIA PARADISO:
“CHI HA UN’UTENZA ELETTRICA PAGHI IL CANONE RAI,
ALTRIMENTI DIMOSTRI DI NON AVERE UNA TV” - L’IDEA
MERAVIGLIOSA: dopo l’inversione dell’onere della prova,
l’inversione dell’onere del cervello! - IL MINISTRO DEL
BLOCCO DELLO SVILUPPO: “LA FIAT? NON È IN CRISI
Enrico
Marro per il "Corriere della Sera"
Tra i vari
provvedimenti che il ministro dello Sviluppo economico,
Paolo Romani, annuncia in questa intervista c'è anche la
riforma del canone Rai: «A tutti i titolari di un
contratto di fornitura di elettricità, siano essi
famiglie o pubblici esercizi o professionisti, verrà
chiesto di pagare il canone, perché, ragionevolmente, se
uno ha l'elettricità ha anche l'apparecchio tv. Chi non
ha la televisione dovrà dimostrarlo e solo in quel caso
non pagherà».
La riforma, aggiunge
il ministro, sarà presentata o col decreto milleproroghe
o comunque entro l'anno e servirà ad azzerare la grande
evasione: «Circa il 30% di chi dovrebbe pagare il canone
non lo fa». Per questo, garantisce Romani, anche se il
canone per il 2011 dovesse subire un aumento per
adeguarlo all'inflazione («ma io sono contrario»),
dall'anno successivo l'importo si ridurrà «secondo il
principio che se pagano tutti, pagano meno».
La proposta di Romani
prevede infatti che «metà delle nuove risorse incassate
vada alla Rai e metà a decremento del canone». Il
provvedimento «è pronto e presto sarà presentato, forse
col decreto milleproroghe».
Ministro, partiamo dalla grave congiuntura economica e finanziaria.
In Italia anche la situazione politica è instabile.
Inoltre la ripresa stenta e ci sono almeno 600 mila
persone in cassa integrazione. Confindustria e sindacati
chiedono al governo di fare di più.
«Il nostro Paese ha bisogno di essere governato e noi
vogliamo farlo fino in fondo. Chi da destra e sinistra
pensa di indebolirci facendo giochi di palazzo, deve
sapere che fa gli interessi degli speculatori
internazionali. Abbiamo fatto una legge di stabilità
molto rigorosa in tempi non sospetti. Ma anche molte
cose per lo sviluppo».
Se il governo non dovesse avere la fiducia il 14 dicembre?
«Io resto ottimista e sereno. La sfiducia, per le cose
che dicevo prima, sarebbe un grave atto di
irresponsabilità e probabilmente interromperebbe in
anticipo la legislatura, perché non credo proprio che la
soluzione potrebbe essere quella di attivare altri
governi o governicchi».
Lei parlava di provvedimenti per lo sviluppo. Quando presenterà in
Consiglio dei ministri la riforma degli incentivi per le
imprese?
«La prossima settimana. Oggi abbiamo 100 tipi di
incentivi nazionali e più di 1.400 regionali. Col
decreto legislativo verranno eliminate 30 leggi e gli
incentivi vengono riordinati in tre categorie:
automatici (fiscali o col voucher), bandi per finanziare
programmi completi, negoziati per i grandi progetti».
Ci saranno risorse aggiuntive?
«No, sarà una riforma di metodo a costo zero.
Semplificando le procedure le imprese avranno però
finanziamenti certi e rapidi».
La Confindustria chiede interventi concreti, in particolare per la
ricerca e l'innovazione.
«Confindustria tiene moltissimo al progetto "industria
2015": bene, ci sono tre bandi per complessivi 770
milioni che attivano 2 miliardi di investimenti su tre
aree: efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove
tecnologie per il made in Italy.
Inoltre, ci sono stati gli incentivi ai consumi e la
proroga del 55% per l'ecobonus e infine per il credito
agevolato c'è un fondo centrale di garanzia che dal 2009
ha fatto 65 mila operazioni garantendo con 7 miliardi
finanziamenti complessivi per 12 miliardi».
Quando presenterà la legge annuale sulla concorrenza?
«Entro la fine dell'anno. Punteremo anche qui sulla
semplificazione, ma non posso anticipare altro».
A proposito di concorrenza non crede che sugli avvocati il Parlamento
stia tornando indietro reintroducendo, per esempio, le
tariffe minime?
«Questa è una piccola-grande guerra tra le corporazioni,
detto nel senso positivo per carità, e i processi di
liberalizzazione. Personalmente penso che sarebbe meglio
rimanere col vecchio regime».
Cioè con la riforma Bersani?
«Sì, esatto».
Torniamo alla crisi. Presso il suo ministero ci sono 170 tavoli
aperti su altrettante crisi aziendali...
«E 92 amministrazioni straordinarie. Dedico quasi la
metà del mio tempo alle crisi, per essere vicino alle
aziende e ai lavoratori coinvolti, circa 100 mila.
Stiamo trovando soluzioni per ridare loro una
prospettiva, o attraverso investitori esteri o con
ristrutturazioni industriali».
Perché però non avete aperto un tavolo sulla Fiat?
«Perché la Fiat non è in crisi. Vuole invece investire
20 miliardi in Italia e passare da 685 mila auto
prodotte a 1,4 milioni. Ci saranno quindi anche
assunzioni. Vedo con soddisfazione che Fiat e sindacati
si incontreranno venerdì su Mirafiori. Detto questo, il
governo resta vigile».
Ministro che sta facendo il governo per far pagare meno l'energia a
famiglie e imprese rispetto ai Paesi nostri concorrenti?
«In Italia l'energia si paga il 37% in più. Dobbiamo
arrivare al 50% di energia prodotta dal combustibile
fossile, il 25% dal nucleare e il 25% da fonti
rinnovabili. Intanto, con collegamenti internazionali,
tipo quello previsto dall'accordo firmato ieri col
Montenegro per un cavo che porta mille megawatt,
riusciremo a ridurre il costo della bolletta».
25-11-2010]
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1- CROCE VERDE! "IO, IN QUANTO A POPOLARITÀ, STO TRA PAPA GIOVANNI
XXIII E GINO BARTALI" - CERCASI IL GENIO COMICO CHE
SCRIVE I TESTI DI MICHELLE BONEV, L’ULTIMA MIRACOLATA -
2- L’INCORONAZIONE DI DRAGOFIGA E I 32 BULGARI OSPITI A
VENEZIA. CHI HA PAGATO? NOI! - 3- "IO, QUEL PREMIO, ME
LO SONO MERITATO. PERCHÉ IL MIO FILM, "GOODBYE MAMA", È
UN FILM GRANDIOSO. PUNTO E BASTA! IO NEMMENO LO CONOSCO
IL MINISTRO BONDI. FUI PREMIATA DAL MINISTRO CARFAGNA
CHE MI DISSE CHE IL FILM L’AVEVA COMMOSSA" - 4- BONDI
MESSO AL BANDO! IL FIGLIO DELLA COMPAGNA MANUELA
REPETTI, DEPUTATESSA DEL PDL, LAVORA AL MINISTERO. IL
SUO EX MARITO È TRA I BENEFICIARI DEL FUS, FONDO DELLO
SPETTACOLO, PER 25 MILA €. TRA I BENEFICIATI C’È ANCHE
LA BANDA MUSICALE DI NOVI, DOVE VIVE LA REPETTI. LA
COMPAGNIA TEATRALE DI MARIANO ANAGNI, VICINA A
FIVIZZANO, PAESE DI BONDI, INCASSA 285 MILA EURO DI
FINANZIAMENTI
1- L'INCORONAZIONE DI DRAGOFIGA BONEV E I 32 BULGARI OSPITI A
VENEZIA. CHI HA PAGATO? NOI!
Malcom Pagani per "il
Fatto Quotidiano"
Chi ha visto, sostiene
che insensibili alle tristezze lagunari, in realtà si
siano divertiti molto. Tre giorni veneziani, alberghi a
cinque stelle, cene e pranzi da Pantagruel per
un'allegra comitiva di trentadue persone.
La delegazione bulgara
in visita al Festival del Cinema al seguito di
Michelle-Dragomira Bonev, del suo "Goodbye Mama" e del
finto premio del ministero dei Beni culturali ideato in
tutta fretta a metà estate nel feudo di Sandro Bondi,
non segnalato sul programma ufficiale fino al giorno
prima e poi tirato improvvisamente fuori in un colpo di
teatro napoletano nelle ore precedenti alla proiezione,
si è trattenuta al Lido dal 3 al 6 dicembre.
Sbarcati non da un
volo di linea, ma da un charter della compagnia tedesca
Private wings flugcharter GmbH , decine di migliaia di
euro da aggiungere a vitto, alloggio e sostentamento in
una delle città più costose del mondo. La notizia in
Bulgaria polarizza l'attenzione da settimane, in
Parlamento e sui giornali.
A Sofia, non piace
l'idea che con i soldi pubblici si sia consentito al
ministro della Cultura locale Vejdi Rashidov, all'amica
del premier bulgaro ma soprattutto di Berlusconi,
l'attrice e produttrice Bonev e al resto della truppa di
permanere nel lusso per 72 ore al seguito di un film che
non figurava né in concorso né in alcuna sezione
parallela.
E opposizione e
giornali d'inchiesta, mentre in Italia si stendeva una
coltre di silenzio sull'operazione Dragomira, ne hanno
chiesto ragione in patria al diretto interessato. Prima
un'indagine della giornalista Vladimirova del
settimanale 168 ore, una sorta di Espresso bulgaro, poi
l'interrogazione parlamentare di settembre in cui Vejdi
Rashidov, messo alle strette dall'opposizione dichiarò
davanti al Parlamento che a mandare un aereo per
trasportare le persone a Venezia "era stato il ministero
dei Beni culturali italiano".
Dopo le smentite
italiane di rito, Rashidov, impegnato a parare colpi,
insisteva rincarando: "L'importante è che non abbiamo
pagato noi. Tutto è in regola. Paga chi è più ricco. Il
valore annuale del loro settore cultura è il 3% del PIL,
il nostro di del solo 0,3%". Alla sua testimonianza, si
aggiungeva la dichiarazione del portavoce del sodale di
Putin, il primo ministro bulgaro Borisov, lo stesso che
molto amichevolmente aveva incontrato Berlusconi a
Palazzo Chigi a poco più di tre mesi dal Festival di
Venezia.
Parole confirmatorie,
nette: "Tutte le spese incluso il viaggio sono state a
carico di chi ci ha ricevuto". Terminato il secondo
affondo da Est, dall'Italia non si sono più levate
controrepliche. Il Fatto è in grado di produrre però una
lettera di invito ufficiale del ministro Bondi al suo
omologo bulgaro. È datata 25 agosto.
Nell'eloquio Bondi si
supera. Un elogio alla famiglia tradizionale: "Sono
lieto di invitarLa alla cerimonia di consegna del premio
speciale ‘Action for Woman' (in realtà tutt'altra cosa,
ndr),il film è stato scelto per l'attenta e inedita
esplorazione (sic), da parte dell'universo femminile,
delle dinamiche di una realtà in rapida trasformazione".
In coda, la perla: "Suggerendo come i rapporti
all'interno della cellula familiare siano alla base di
una nuova società aperta e attenta alla difesa dei
diritti umani. In attesa di incontrarLa(...)".
Com'è noto, accadde
già a Cannes a causa di Draquila, a Venezia Bondi non si
recò. Se oggi cerchi il suo capo di gabinetto, Salvo
Nastasi, il telefono squilla a vuoto. Quando risponde, è
solo per attaccare immediatamente. Dalla Biennale, dopo
un lungo inseguimento, fanno sapere "che nessuna spesa è
stata affrontata per il film della signora Bonev".
E qualcuno sostiene
che all'Hotel Cipriani (dove si è svolta l'etilica cena
di gala per l'opera della Bonev) e in altre strutture
del Lido (32 erano troppi per essere ospitati tutti alla
Giudecca), abbia pagato tutto il facoltoso fidanzato
della Bonev, un attempato imprenditore italiano. Nebbia.
Chiedere al vice di Bondi, Francesco Giro di raccontare
la trama di "Goodbye Mama" e la notte del premio fasullo
è come aprire un rubinetto.
L'eloquio è senza
controllo: "Le dico la verità, immaginavo peggio. Della
Bulgaria purtroppo conosciamo altro, però il film, anche
se ne ho visto solo metà, non è male. Molto meglio di
tante porcherie italiane viste a Venezia, a iniziare
dall'ignobile film di Placido su Vallanzasca". Si è
divertito? "Una storia sui manicomi, non tanto".
Dell'ambito ludico, si occupa un ministero nel caos che
rinnova ogni giorno, il proprio spettacolo.
2- BONDI AL BANDO!
Alessandro Trocino per il
Corriere della Sera
Il giorno della
mozione di sfiducia dell'opposizione contro Sandro
Bondi, lunedì 29 novembre, si avvicina e si moltiplicano
i fronti d'attacco: il crollo di Pompei, ma anche la
protesta nel mondo del cinema, l'accusa di favoritismi e
le bacchettate dai giornali amici. Il ministro della
Cultura replica: «È una caccia all'uomo come non se ne
vedevano da decenni». Intervenendo al question time,
ieri ha aggiunto: «Sono sotto accusa perché ho cercato
di rinnovare e proporre riforme».
Nei giorni scorsi si è
venuto a sapere che il figlio della compagna Manuela
Repetti lavora al ministero. E che l'ex marito della
Repetti è tra i beneficiari del Fus, il Fondo unico per
lo spettacolo, per 25 mila euro. Bondi ha replicato al
Fatto quotidiano: «Sono intervenuto solo per risolvere
due casi umani. Una storia privata». Così non è parso a
Filippo Facci, che ne ha scritto su un quotidiano vicino
al centrodestra, Libero: «Bondi sta sistemando i suoi
casini familiari a spese nostre».
Ieri il Secolo XIX ha
raccontato che tra i beneficiati dal Fus c'è anche la
banda musicale di Novi, dove vive la compagna. E che la
compagnia teatrale di Mariano Anagni, vicina a
Fivizzano, paese di Bondi, incassa 285 mila euro di
finanziamenti. Il Fatto ha raccontato anche un'altra
storia. Il ministro Bondi avrebbe chiamato il direttore
generale del ministero dei Beni culturali, Nicola
Borrelli, per chiedergli di «inventare un premio» a
Venezia per Michelle Bonev, «un'amica molto cara al
primo ministro bulgaro e a Berlusconi».
Fatto sta che la Bonev
si presenta a Venezia con «Goodbye Mama», opera prima, e
vince un «Premio speciale della Biennale», assegnato da
«Action for Women». Alla cerimonia partecipano due
ministri, un sottosegretario e una deputata. Tra loro
c'è il ministro Giancarlo Galan: «Berlusconi mi ha dato
un incarico preciso: salutare con calore e affetto
Michelle Bonev». La Bonev era già stata al centro di uno
scandalo: secondo le intercettazioni sarebbe stata
«imposta» al Dopofestival di Sanremo da Agostino Saccà,
ex direttore generale Rai.
Il ministro Bondi
smentisce la ricostruzione su Venezia: «È una storia
completamente inventata, sono fantasie, frutto di
imbarbarimento. Il Fatto ne risponderà in tribunale».
Deborah Bergamini, deputata pdl, è la promotrice di
«Action for Women»: «Un concorso per corti di una
bellezza strepitosa, un lavoro di sensibilizzazione sul
tema della violenza sulle donne». E la Bonev? «"Action
for Women" si svolse anche nel 2009 e anche allora fu
affiancato da un film, "Scheherazade, Tell me a story".
Che, nel palmarès, risulta vincitore di un altro premio,
il "Lina Mangiacapre"».
Continua la Bergamini:
«Anche quest'anno abbiamo scelto un film in tema».
Abbiamo chi? «Il film mi è stato segnalato forse da
Borrelli forse da Salvo Nastasi: comunque dal ministero
della Cultura. Hanno deciso loro. Comunque era un bel
film, anche se non mi intendo di cinema». E le presunte
pressioni di Bondi? «Mi sopravvaluta, non ne ho idea».
Parla Francesco Giro, sottosegretario alla Cultura
presente alla premiazione: «Chi l'ha scelto? Era un
premio della Biennale, chiedete a loro. Non ci accusate
sempre di ingerenza?». Le è piaciuto? «Ho visto solo il
primo tempo. Non male: comunque meglio del "Vallanzasca"
di Placido».
3- MICHELLE: "NESSUN REGALO IL MIO È UN FILM GRANDIOSO - "NON CONOSCO
IL MINISTRO. COMPLIMENTI DAL PREMIER" -IL FILM NON ERA
ANCORA DEL TUTTO PRONTO. IL PREMIO ME LO CONSEGNÒ LA
CARFAGNA, DISSE CHE S'ERA COMMOSSA"
Fabrizio Roncone per
Corriere della Sera
- «Cosaaa?». Signora
Michelle Bonev, mi spiace, ma...
«No, guardi: non me la ripeta neppure quella domanda,
capito?». Si calmi, parliamone. «Uff!... è assurdo,
orrendo... Io sono una produttrice, un'attrice, una
sceneggiatrice, una scrittrice! Merito rispetto, va
beneee?».
Signora, la prego, non faccia così.
«Cosa vuol sapere, eh? Vuol sapere se me lo hanno
regalato, quel premio? No, no e ancora no! Io, quel
premio, me lo sono meritato. Perché il mio film,
"Goodbye Mama", è un film grandioso. Punto e basta!...
Tra l'altro, io...». Tra l'altro cosa? «Io nemmeno lo
conosco il ministro Bondi».
Però il ministro avrà visto il suo film.
«Non lo so. Ignoro la prassi ministeriale. Immagino
comunque che qualcuno, se hanno deciso di premiarmi, il
film lo abbia visto».
Quando ha appreso che sarebbe stata premiata?
«Una settimana prima della cerimonia... pensi che il
film non era ancora del tutto pronto e...».
Scusi: ma se il film non era pronto, cosa hanno visto al ministero?
«Senta, mi ascolti: io ho capito che qui vogliono fare
fuori Bondi, vogliono sfiduciarlo... ma non accadrà
attraverso di me. Okay?».
Chi le ha comunicato di aver vinto quel premio?
«Mi è stato recapitato un invito. C'era scritto che il
ministro Bondi non sarebbe potuto intervenire e che, al
suo posto, avrebbe inviato una persona di sua fiducia».
Chi le consegnò, poi, il premio?
«Il ministro Mara Carfagna».
E cosa le disse?
«Che il film l'aveva commossa».
Commossa?
«Guardi che il film racconta un dramma familiare, la
vita di una madre, due figlie, una nonna...».
Va bene, però...
«Non le interessa, vero?».
Al contrario, signora.
«Sa qual è il problema? Il problema è che qui in Italia
quelli che fanno il cinema si lamentano in
continuazione... chiedono fondi, soldi... ma nessuno che
ammetta: sono vent'anni che faccio film e nessuno viene
a vederli... Io invece...».
Lei?
«Qualcuno che andrà a vedere la mia opera, quando uscirà
a primavera, ci sarà... perché io, in quanto a
popolarità, sto tra Papa Giovanni XXIII e Gino Bartali».
Non la seguo.
«La mia fiction, "L'uomo che sognava con le aquile", nel
2006, ebbe un successo di pubblico superiore a quella
sul famoso ciclista e secondo solo a quella sul Papa
Buono».
Sempre su Raiuno.
«Dove vuole arrivare?».
Lei lo sa, credo.
« Ad Agostino Saccà ? Ancoraaa...».
Nel 2003, lei condusse il Dopofestival di Sanremo e Pippo Baudo non
nascose il suo fastidio. Il direttore generale
dell'epoca era, appunto, Agostino Saccà.
«E volevano cacciarlo. Così inventarono la storia che
fosse lui ad avermi raccomandata... e adesso, ecco,
accidenti, la storia si ripete: ora siccome vogliono
fare fuori Bondi e magari pure Berlusconi, tirate fuori
il dubbio che quella targa di Venezia sia mezza
falsa...».
Signora, il titolo del suo film non era neppure inserito nel
programma ufficiale del Festival...
«E allora? Un Festival non può fare una sorpresa al suo
grande pubblico?».
Dopo la premiazione ricevette i complimenti da Berlusconi?
«Oh, certo.. Me li fece pervenire attraverso il ministro
Galan...».
(Dragomira Bonev, in
arte Michelle Bonev, è nata a Bourgas, in Bulgaria, nel
1971. «Arrivai in Italia a 18 anni, scappavo dal
comunismo con venti dollari in tasca e un paio di scarpe
gialle. Vidi molte vetrine addobbate, e rimasi sorpresa:
mi spiegarono che era il 14 febbraio, la festa degli
innamorati. In quel momento capii che l'Italia era il
Paese giusto per me...») .
25-11-2010]
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PREVITI, SE LO
CONOSCI LO condanni - LA CASSAZIONE HA BOCCIATO LA CAUSA
INTENTATA DALL’EX MINISTRO CONTRO L’ESPRESSO tredici
anni fa - secondo la corte è stato implicato in vicende
giudiziarie "così gravi" che non ha in alcun modo
danneggiato la sua reputazione il fatto che, in un
articolo del 1997 sia stato indicato come "rinviato a
giudizio" mentre era ancora solo "indagato
Alfonso
Cuntera per "L'Espresso"
La sostanza conta più
della forma. E di fronte al coinvolgimento di importanti
figure politiche in pesanti scandali di collusione, il
cavillo può passare in secondo piano. Per questo la
Cassazione ha bocciato la causa intentata da Cesare
Previti contro "L'espresso" tredici anni fa.
L'ex ministro della
Difesa ed ex parlamentare di Forza Italia, che ha perso
il seggio alla Camera dopo la condanna definitiva
all'interdizione perpetua dai pubblici uffici nel
processo Imi-Sir, è stato implicato in vicende
giudiziarie "così gravi" che non ha in alcun modo
danneggiato la sua reputazione il fatto che, in un
articolo comparso sul nostro settimanale nel 1997, sia
stato indicato come "rinviato a giudizio" mentre era
ancora solo "indagato".
La sentenza della
Suprema corte introduce un principio importante, che va
a pesare la realtà della situazione e in qualche maniera
esprime anche una valutazione sull'operato della stampa
alla luce dell'evoluzione dei fatti: perché quello che
nel 1997 era solo un indagato, poi è stato
effettivamente rinviato a giudizio, processato e
condannato con sentenza definitiva.
Oggi, dopo avere
scontato una pena dorata tra il suo attico nel centro di
Roma e i circoli esclusivi della capitale grazie al
meccanismo dell'affidamento ai servizi sociali, l'ex
braccio destro di Silvio Berlusconi si è allontanato
dalla scena politica, anche se la scorsa estate una
plateale visita del premier ne ha in qualche modo
segnato la riabilitazione.
Ma la sentenza 23468
della Cassazione non si limita a giudicare quello che
era già accaduto nel 1997, spingendosi nella valutazione
di un eventuale danno ad esaminare la fine della storia:
secondo i giudici, Previti non ha nulla di cui
lamentarsi poiché "il giudizio negativo indotto nel
lettore era conseguenza delle vicissitudini giudiziarie
da tempo in corso a suo carico e non dell'inesattezza
terminologica nella quale era incorso l'autore
dell'articolo".
In altre parole,
spiega ancora la Cassazione, la gravità delle indagini
alle quali era sottoposto Previti e gli elevati
incarichi istituzionali rivestiti, non avrebbero evitato
che anche '"se espresso in termini piu' precisi, il
riferimento al parlamentare sarebbe stato lo stesso
assai disdicevole".
Infine, i supremi
giudici ritengono che Previti non abbia ricevuto nessuna
lesione dell'onore dall'uso di altre espressioni
contenute nell'articolo come ''politicamente morto'',
''rischia la galera'' e ''primo accusatore di Di
Pietro''. D'altronde, il testo pubblicato tredici anni
fa da "L'espresso" non era una cronaca giudiziaria, ma
il capitolo di una rassegna di personaggi caduti in
qualche modo nella polvere in quella stagione: da
Michele Santoro a Irene Pivetti, da Pippo Baudo a Alba
Parietti, da Ambra Angiolini a Leoluca Orlando, da
Arrigo Sacchi ad Alessandra Mussolini.
Poche frasi, che
descrivevano la situazione paradossale dell'indagato e
ipotizzavano lo scenario che poi si è concretamente
realizzato. "Pallone sgonfiato? Insomma. È un rinviato a
giudizio per fatti gravi che riceve i giornalisti nella
sua villa all'Argentario sorseggiando Taittinger brut
sopra un gran mare dove beccheggia il celebre yacht
"Barbarossa".
Ad ogni modo: era
l'avvocato principe di Berlusconi, il ministro della
Difesa del suo governo, il primo accusatore di Di
Pietro. Oggi, dopo il caso Squillante e soprattutto
l'affare Imi-Sir, con la parcella da 67 miliardi pagata
dalla famiglia Rovelli a Previti e altri due avvocati
del Foro di Roma per corrompere i giudici, come sostiene
l'accusa, politicamente è un uomo morto. E da cittadino
rischia la galera".
Con la bocciatura del
ricorso inoltrato in Cassazione, e firmato dalla figlia
Carla Previti, anche lei avvocato, l'ex parlamentare e
legale della Fininvest è stato condannato a pagare 3400
euro di spese di giustizia. Sia la Corte di Appello di
Roma, che i giudici di primo grado, avevano già respinto
la richiesta di risarcimento. E dopo tredici anni,
almeno in questo caso, c'è stata una parola chiara sulla
libertà di informare e fare critica.
[24-11-2010]
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Travaglio MASTELLIZZA CLEMENTE! - carte giudiziarie (pesanti) alla
mano, impallina il redivivo martire di ceppaloni.
Pressioni, voti parlamentari, bruno vespa: tutti gli
ostacoli per chi vuole processare il compagno di merende
di della valle e montezemolo - Il gip Marotta racconta:
“Mi avvicinò una collega amica dell’imputato e mi
consigliò di assolverlo. ‘Clemente ha molti amici e sta
tornando in sella’ - il “supertestimone”? E’ Pietro
Funaro, portavoce campano dell’Udeur, indagato assieme
ai coniugi Mastella
Marco Travaglio per "Il
Fatto Quotidiano"
Dunque, come abbiamo raccontato ieri, il processo a
Clemente Mastella e ai suoi cari (una cinquantina di
coimputati, fra cui la moglie, il consuocero, il cognato
e mezza Udeur), non s'ha da fare. Il 19 novembre la
Camera, su richiesta dell'europarlamentare Pdl imputato
per quattro concussioni, tre abuso d'ufficio,
un'associazione per delinquere, un peculato, una truffa
e un'appropriazione indebita, ha sollevato conflitto
d'attribuzione alla Consulta contro i giudici di Napoli
che osano processarlo senza il permesso preventivo (non
richiesto, anzi esplicitamente escluso dalla legge) del
Parlamento.
Motivo: i reati di cui
è accusato Mastella sarebbero "ministeriali", cioè
collegati alle funzioni di Guardasigilli del governo
Prodi dal 2006 al 2008 (falso: Mastella è imputato "in
qualità di segretario nazionale del partito politico
Udeur" e alcuni reati li avrebbe commessi prima e dopo
aver fatto il ministro).
Ora spetta al Gip
decidere se procedere con l'udienza preliminare, ormai
agli sgoccioli, o congelarla per un paio d'anni in
attesa della sentenza della Consulta. Nel secondo caso,
il processo nascerebbe praticamente morto, e non solo a
carico di Mastella, ma anche degli altri 50 coimputati
che si sono affrettati ad associarsi alla sua richiesta
di sospensione sine die.
Ma che il processo a Mastella non s'abbia da fare non è
una novità. Un'incredibile campagna mediatica,
alimentata anche da Porta a Porta e dal Corriere della
Sera, martella da anni che Mastella sarebbe stato
inquisito a Santa Maria Capua Vetere nel gennaio 2008
per rovesciare per via giudiziaria il governo Prodi,
dopodiché tutte le accuse sarebbero finite nel nulla.
Così del processo di Napoli nessuno si occupa perché
quasi tutti pensano che non esista. Altri, invece, sanno
benissimo che esiste e si prodigano perché non esista
più.
Il 1° luglio 2009,
durante l'udienza preliminare della prima tranche del
processo (quella nata a Santa Maria Capua Vetere e poi
passata per competenza a Napoli), il gip che la conduce,
Sergio Marotta, viene avvicinato da una collega della
Corte d'appello di Napoli, Tina Cardone, che gli
consiglia caldamente di prosciogliere Mastella. Marotta
la lascia dire, poi la denuncia.
E racconta ai
colleghi, a verbale, il 23 settembre 2009: "In data
1.07.2009 venni telefonicamente raggiunto da una
collega, Tina Cardone, che io conoscevo bene in quanto
seppure adesso è in servizio presso la Corte d'Appello
di Napoli, anni fa ha ricoperto la funzione di
Presidente aggiunto dei Gip di Napoli. Dunque è stata
mio superiore gerarchico... La Cardone, senza
specificarmene la ragione, mi chiese un appuntamento per
il giorno successivo ed io non ebbi difficoltà ad
accordarglielo invitandola a venire nel mio ufficio".
La giudice però
preferisce un luogo più appartato. Marotta rimane "un
poco sorpreso per questa strana cautela", ma accetta di
vedere la collega l'indomani alle 8.30 "presso l'edicola
dei giornali della piazza coperta del Tribunale". E lì
scopre finalmente il motivo della convocazione: "Non
appena ci vedemmo cominciò a parlare della sua amicizia
con Clemente Mastella", che aveva fatto tanto per lei.
Che cosa? "Quando era ministro di Giustizia l'aveva
chiamata al Ministero dandole un incarico".
Lei aspirava a un
ruolo direttivo, ma Mastella le spiegò che quello era
riservato ad Augusta lannini, moglie di Bruno Vespa. "Mi
disse che lei disciplinatamente aveva condiviso questa
scelta poiché si rendeva conto da sola che un incarico
alla moglie del Vespa significava per Mastella avere
maggiori opportunità di frequentare il talk show
condotto dal predetto".
In ogni caso la
Cardone è "contenta" per il posto ministeriale
conquistato e continua a "frequentare con la solita
assiduità casa Mastella a Ceppaloni", anche dopo
l'arresto della moglie Sandra Lonardo e l'indagine per
concussione e altri reati a carico dell'ormai ex
ministro.
"Era particolarmente
fiera di questa sua fedeltà in quanto a suo dire molti
amici di Mastella, fra cui anche la moglie del Vespa,
dopo le disavventure giudiziarie del 2008, avevano un
poco preso le distanze da lui". Poi finalmente la
giudice mastelliana viene al punto: "Mi disse - racconta
Marotta che era stata di recente presso la villa di
Ceppaloni e che Mastella le aveva chiesto un intervento
presso di me per `spuntare' una sentenza di non luogo a
procedere".
E lei ha subito
aderito, avvicinando il gip: "Per perorare nel modo più
incisivo possibile la causa del Mastella, mi spiegò che
sarebbe stata inutile una mia resistenza alle sue
sollecitazioni in quanto il Mastella, con tutte la
amicizie che aveva mantenuto, prima o poi, nei vari
gradi del procedimento, avrebbe comunque trovato qualche
giudice sensibile alle sue segnalazioni o a quelle di
suoi amici".
Non è solo una
richiesta, dunque, quella della giudice al collega. È
anche -secondo Marotta - una velata minaccia: "Sempre
con riferimento alle amicizie del Mastella vantate dalla
Cardone, a detta di quest'ultima mi conveniva tener
conto della sua segnalazione perché lo stesso Mastella
nel corso degli anni aveva dimostrato che con gli amici
era molto generoso, mentre era vendicativo con chi gli
sbarrava la strada".
Insomma, meglio
farselo amico, per evitare rappresaglie. Marotta
racconta che la Cardone non si fermò neppure lì, ma
aggiunse pure che Mastella, "dopo un periodo di
sbandamento dovuto all'indagine giudiziaria, già da
molti mesi stava ricominciando a tessere la sua tela, a
rinsaldare le vecchie amicizie ed a costituirne di
nuove. Usò l'espressione Clemente sta tornando in
sella', dicendomi insomma che il potere di Mastella si
stava ricostituendo". Non a caso, dopo un anno di
assenza dal Parlamento italiano, aveva agguantato un
posto sicuro a Bruxelles nelle liste del Pdl.
E poi aveva mantenuto
ottimi rapporti con Antonio Bassolino, governatore
uscente della Campania, e con Nicola Mancino,
vicepresidente del Csm. Bassolino lo aveva rassicurato
che né lui (vittima, secondo l'accusa, di una tentata
concussione di Mastella) né la regione Campania si
sarebbero costituiti parte civile nel procedimento
dinanzi al gip Marotta ("in effetti - osserva il gip -
il giorno dopo e cioè il 3.07.2009, ho constatato che né
Bassolino, parte offesa in un capo di imputazione, né la
Regione Campania si sono costituiti parte civile").
Quanto a Mancino,
Marotta ha buon gioco a fingersi interessato a saperne
di più, visto che pende sul suo capo un procedimento
disciplinare dinanzi al Csm: "Proprio per accertare a
cosa specificamente alludesse la Cardone quando mi
parlava di favori che potevo ottenere, avendo intuito
che assai verosimilmente voleva riferirsi ad amicizie
anche interne al Csm poiché attualmente pende a mio
carico un procedimento disciplinare, chiesi se per caso
Nicola Mancino era fra quelli che erano rimasti ancora
amici di Mastella. Lei disse che Mancino era una delle
persone che non aveva mai voltato le spalle a Mastella".
A quel punto Marotta
liquida la collega senza prometterle nulla e corre dal
presidente del Tribunale e dal Procuratore generale a
denunciare l'illecita pressione della collega per conto
di Mastella. La Cardone, dal canto suo, ammette di
essere una vecchia amica dei Mastella (Sandra Lonardo
presentò addirittura una mostra di quadri della giudice
pittrice) e di aver incontrato Marotta, ma nega
recisamente di averlo voluto influenzare. Sui fatti,
pare, indaga la competente Procura di Roma, oltre
naturalmente al Csm.
Ma non è finita,
perché la sera del 20 ottobre 2009, poche ore dopo che
la Procura di Napoli ha ottenuto nuove misure cautelare
per Sandra Lonardo (il divieto di dimora in Campania) e
per altri esponenti dell'Udeur campana e contesta nuove
accuse al marito e ad altri 60 indagati, entra
puntualmente in scena Bruno Vespa, marito di cotanta
moglie nominata da Mastella direttore degli Affari di
giustizia del ministero. E allestisce una puntata di
Porta a Porta per difendere la famiglia reale di
Ceppaloni dai nuovi guai giudiziari. Il titolo è già
tutto un programma: "Cupola o persecuzione?". Ospite
d'onore lui, Clemente Mastella.
A un certo punto, il
conduttore dà la parola a un supertestimone col volto
oscurato, ma non abbastanza, per "spiegare come vanno le
cose": Vespa lo chiama "dirigente" e lo presenta come
fonte anonima, riservata, ma - par di capire - esperto e
attendibile. Mister X naturalmente fa a pezzi
l'inchiesta, che definisce "una cacata giuridica".
"Il fatto - aggiunge
il supertestimone rivolto al giornalista come a te non
sfuggirà, è tutto di carattere politico. Dei 60
indagati, fatta eccezione per 15 o 16, tutto il resto
sai per che cosa sono inquisiti? Concorso in abuso
d'ufficio. Una cacata giuridica. È niente, è zero. Solo
che dovevano gonfiare la cosa. Allora bu-bum, l'Italia
sana si è mossa: 63 inquisiti. Se arrestavano il solito
Mastella, la solita moglie, il solito capogruppo
regionale, non c'era nessuna novità... allora hanno
dovuto riempire. Ti è tutto chiaro?". Si scopre poi che
Mister X altri non era se non Pietro Funaro, portavoce
campano dell'Udeur, indagato assieme ai coniugi
Mastella.
I giudici l'hanno
subito riconosciuto e identificato con tanto di perizia
fonica comparativa. Un coindagato dei Mastella giurava
sull'innocenza dei Mastella e dei loro coindagati
camuffato da supertestimone di Vespa, il tutto in un
programma del "servizio pubblico" (chissà se l'Ordine
dei giornalisti, la Rai, la Vigilanza, l'Agcom e tutto
il cucuzzaro si occuperanno mai di questa solennissima
patacca che Vespa, interpellato in maggio dal Fatto
Quotidiano, ha comprensibilmente rifiutato di
commentare).
Del resto quella
tranche dell'inchiesta era nata proprio dalla denuncia
di 13 giovani, aspiranti tecnici e impiegati dell'Arpac
campana: prima di partecipare al concorso erano stati
contattati da candidati alle elezioni provinciali ed
europee che promettevano aiuto in cambio di voti. I nomi
dei futuri assunti - sostengono i denuncianti - erano
già decisi. E, tra questi, c'era anche "la figlia di
Pietro Funaro". Quello della "cacata giuridica".
Ma i bastoni fra le
ruote del processo Mastella non finiscono qui. Perché
nel primo filone del processo, quello dell'udienza
preliminare affidata al gip Marotta, quasi tutti gli
imputati sono stati rinviati a giudizio, ma la posizione
dell'ex ministro è stata stralciata (cioè congelata).
Motivo: il Senato deve
ancora pronunciarsi pro o contro l'autorizzazione
all'uso delle intercettazioni telefoniche indirette (su
telefoni di indagati che parlavano con l'allora ministro
Guardasigilli), dopo che la Consulta ha dichiarato
inammissibile l'eccezione di incostituzionalità
sollevata dai giudici di Napoli contro la legge
Boato-Schifani del 2003 che vieta di usarle senza l'ok
del Parlamento.
Intanto Mastella ha
denunciato al Parlamento europeo una persecuzione ai
suoi danni da parte della Procura di Napoli, che avrebbe
fatto addirittura perquisire abusivamente la sua
abitazione romana. L'Europarlamento ha subito avviato
una pratica a sua tutela.
Venerdì, la ciliegina
sulla torta: il conflitto di attribuzioni sollevato dal
Senato alla Consulta contro i giudici che osano
processare Mastella come se fosse un comune cittadino.
Aveva ragione quella giudice premurosa: chi processa
Mastella cerca rogne.
24-11-2010]
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MISTERI
D’ITALIA - ESISTE LA “SUB-ORGANIZZAZIONE DI ALLEANZA
NAZIONALE” PAVENTATA A “REPORT” DA CARLO TAORMINA, CHE
AVREBBE CANDIDATO DI GIROLAMO AL SENATO? - PER METTERE
IN LISTA “NIC ER FATTURA” FU SACRIFICATO ENZO FRAGALÀ,
POI UCCISO A BASTONATE A PALERMO - ED È UN CASO CHE IL
LEGALE DEL TESTE CHIAVE CONTRO MOKBEL SIA STATO
GAMBIZZATO? - UNA DELLE MISSIONI “POLITICO-AFFARISTICHE”
DI DI GIROLAMO SAREBBE STATA QUELLA DI AGEVOLARE
L’ACQUISIZIONE DI ALCUNI PEZZI DI FINMECCANICA DA PARTE
DI ALCUNI PRIVATI, SOSPETTATI D’ESSERE TROPPO VICINI (IN
AFFARI) CON IL BOSS della ’ndrangheta FRANCO PUGLIESE
Ruggiero
Capone per "L'Opinione"
Le società di
telecomunicazioni Fastweb, Telecom Italia Sparkle e
Swisscom hanno chiesto di costituirsi parte civile
nell'ambito del processo su un maxi riciclaggio di due
miliardi di euro e che vede imputate 27 persone, tra cui
gli ex ad Silvio Scaglia e Stefano Mazzitelli e
l'imprenditore Gennaro Mokbel.
Oltre alle due società
hanno chiesto di costituirsi parte civile anche la
Presidenza del Consiglio, il ministero degli Interni,
quello dell'Economia e l'agenzia delle Entrate. E mentre
le questioni preliminari sembra possano essere risolte
nelle udienze fissate per l'11, 18 e 21 dicembre, molti
beninformati continuano a porsi numerosi interrogativi
(con oscuri risvolti penali) circa gli ultimi anni di
manovre politiche di Gennaro Mokbel.
Manovre a cui
difficilmente potrà rispondere la classe politica,
incline più del solito a farsi blob in certe
circostanze. Blob, appunto, quella massa priva di forma
e consistenza, ben descritta nel film "Blob-Fluido
mortale". E perché ad oggi gli inquirenti non sembrano
ancora riuscire a dar un nome a chi ha assassinato a
bastonate Enzo Fragalà (ex deputato di An, morto a
Palermo) come al misterioso killer che ha ucciso a
picconate Sergio Calore (nero pentito, che forse
potrebbe aver chiesto un aiutino a gente vicina ad An,
recentemente sgozzato in un casolare vicino Roma, a
Guidonia) e poi solo sospetti senza forma su chi ha
gambizzato l'avvocato Piergiorgio Manca a Roma (in via
Ruggero Fauro, nel cuore dei Parioli). Tre episodi di
sangue solo apparentemente scollegati?
E poi a chi andrebbe
imputata la responsabilità politica dell'esclusione
dalle liste alle passate consultazioni nazionali di Enzo
Fragalà ed Enzo Trantino per far posto alla candidatura
(con elezione certa nella circoscrizione estera) di
Nicola Di Girolamo? Misteri su cui dovrebbero fare piena
luce solo e soltanto gli inquirenti, quelle stesse
istituzioni giudiziarie in cui non possiamo che
confidare.
E perché chiunque
pensasse di fare indagini per proprio conto potrebbe
imbattersi nella stessa signora dalle dita secche
(metafora pasoliniana) che ha recentemente teso più
agguati. E vale la pena rammentare che un professionista
romano è stato gambizzato sotto il portone del suo
ufficio, e che due uomini a volto coperto si sono
dileguati in fretta verso le otto, e che i Carabinieri
giunti in via Ruggero Fauro hanno trovato a terra Manca
(64 anni) avvocato con alle spalle processi importanti
ed eclatanti: il processo Pecorelli, quello alla banda
della Magliana e, ultimamente, difensore del teste
chiave del caso Mokbel.
Non è la prima volta
che Manca è vittima di un agguato: nell'aprile scorso
era stato ferito al braccio da un colpo di pistola,
sempre in via Fauro. Manca negli ultimi tempi sarebbe
stato oggetto di minacce. E, come nel caso Fragalà,
anche per Manca gli investigatori ritengono possibile
che l'attentato abbia a che fare con la professione
dell'avvocato.
Manca e Fragalà, due
avvocati con importanti cause nei fori di Palermo e
Roma. Due uomini di legge. Il primo difensore del teste
chiave del caso Mokbel, ed il secondo escluso dalle
liste per far posto a Nicola Di Girolamo. Quest'ultimo è
l'ex senatore eletto nella circoscrizione estera (grazie
anche a "gli italiani nel mondo") poi arrestato perché
accusato d'essere arrivato a Palazzo Madama grazie ai
voti dell'ndrangheta.
Il caso è stato
affrontato nella trasmissione Report di lunedì scorso,
che ha esaminato la truffa Telecom-Fastweb, che ha
coinvolto Di Girolamo ed il suo sponsor (Gennaro
Mokbel).
Allora, cari
inquirenti, chi chiese ad An di togliere dalle liste
Trantino e Fragalà per inserire Di Girolamo? L'avvocato
Carlo Taormina, legale di Di Girolamo, è stato
intervistato da Report ed ha parlato di "una
sub-organizzazione di Alleanza Nazionale che operava su
Roma e che ha avuto un ruolo importante nella
candidatura di Nicola Di Girolamo nella ripartizione
estera Europa".
Nella puntata di
Report è stato ribadito che Di Girolamo (detto anche
"Nic er fattura") era il tesoriere-faccendiere di
Gennaro Mokbel. Allora si potrebbe agevolmente
sospettare che sia stato Mokbel a trattare con un piano
oscuro della segreteria nazionale della vecchia An per
fare spazio a Di Girolamo? E forse Fragalà e Trantino
non sono stati ricandidati perché, da buoni avvocati,
avrebbero messo il naso negli affari segreti della
"sub-organizzazione"? E poi non dimentichiamo che una
delle missioni "politico-affaristiche" di Di Girolamo
sarebbe stata agevolare l'acquisizione di alcuni pezzi
di Finmeccanica da parte di alcuni privati, sospettati
d'essere troppo vicini (in affari) con il boss della
'ndrangheta Franco Pugliese.
Emerge che le vicende
sono tanto vicine ma anche troppo grandi per non essere
inquadrate in una strategia più ampia, appunto politica.
Quindi in grado di coinvolgere i vertici internazionali
dell'ndrangheta come d'un partito che è stato di governo
(An appunto), e poi un livello d'affari che esula dalla
dimensione locale poiché tira in ballo Fastweb, Telecom
Italia Sparkle e Swisscom.. e soprattutto Finmeccanica
ed i dirigenti degli istituti bancari che sapevano dei
movimenti di valuta di Mokbel e compari. Forse s'è
trattato di semplici casualità, ma sarebbe bello che a
dimostrarcelo ci fossero indagini puntigliose,
scientifiche.
24-11-2010]
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DI CHE COLORE
POLITICO è LA MONNEZZA? NERA, ROSSA O NAPOLETANA? - "IL
GIORNALE" INCARTA "SAVIANO IL FAZIO-SO" CHE SALVA ANCORA
UNA VOLTA IL PD DALLE INCHIESTE SUI RIFIUTI PARTENOPEI E
PARTE-NOSTRI - IL TELEPREDICATORE SINISTRO SI DIMENTICA
DI QUELLE INDAGINI CHE HANNO TRAVOLTO IL PARTITO DI
BERSANI IN CAMPANIA E CHE VEDONO INDAGATI O SOTTO
PROCESSO I VERTICI DEL CENTROSINISTRA - E POI, DICE CHE
SE NE VUOLE ANDARE PERCHE’ A DESTRA DICONO CHE E’ DI
SINISTRA E A SINISTRA DICONO CHE E’ DI DESTRA (MA CHI LO
DICE
Gian Marco Chiocci per
il Giornale
La più bella battuta di «Vieni via con me» non
appartiene a Corrado Guzzanti ma a Roberto Saviano:
«Vado via perché quelli di sinistra dicono che sono di
destra e quelli di destra che sono di sinistra». Per
l'ennesima volta, infatti, l'autore di Gomorra s'è
dimostrato per quello che è: dichiaratamente di parte,
Fazio-so, omertoso sulle malefatte del Pd.
Dopo aver parlato dei
nemici di Falcone (evitando di dire che erano a
sinistra), e dopo aver detto che la ‘ndrangheta flirta
con la Lega (scordandosi delle inchieste sulle cosche
calabresi in Lombardia con esponenti del Pd coinvolti),
nel concedere il tris in tv Saviano non s'è smentito
parlando di rifiuti e di inchieste politiche: gli unici
riferimenti sono stati per il centrodestra, con
l'immancabile Cosentino. E sul centrosinistra? Niente.
Solo un vago,
vaghissimo accenno, riferito però all'incapacità
politica delle istituzioni napoletane di risolvere
l'emergenza rifiuti. Le cose, però, ancora una volta non
stanno come ce le racconta il TelePredicatore casalese.
L'8 novembre scorso l'ex governatore della Campania del
Pd, Antonio Bassolino, finisce sotto inchiesta, insieme
al sindaco collega di partito Rosa Russo Iervolino (più
36 persone) per epidemia colposa e omissione d'atti
d'ufficio. Secondo gli esperti epidemiologi nominati dal
pm, fra il novembre 2007 e il gennaio 2008, quando i
rifiuti impedivano l'accesso in strada, le malattie
gastrointestinali e della pelle si sono infatti
moltiplicate.
Bassolino, nella veste
di commissario straordinario per l'emergenza rifiuti, è
poi sotto processo dal 2008 per truffa aggravata ai
danni dello Stato e frodi in pubbliche forniture insieme
ad altre 27 persone. Dal marzo scorso sempre l'ex
governatore è alla sbarra anche per peculato perché,
secondo i pm partenopei, i vertici del commissariato ai
rifiuti da lui presieduto avrebbero erogato
indebitamente somme di denaro a un avvocato. Sul punto
Giuseppe Fusco, legale di Bassolino, precisa al Giornale
che «in realtà il rinvio a giudizio è stato annullato
dal tribunale per un vizio di forma e ora siamo in
attesa della nuova decisione del gip (...)».
Saviano dovrebbe
sapere che anche il presidente della Provincia di
Benevento, Aniello Cimitile, Pd, è indagato per roba di
monnezza: quale docente e membro della commissione
collaudo viene arrestato (e posto ai domiciliari) il 3
giungo con alcuni collaudatori degli impianti di
stoccaggio. Secondo l'accusa fu attestata sia l'idoneità
degli impianti quando questi erano sotto sequestro, che
la conformità del prodotto del combustibile da rifiuti a
un contratto che in realtà non esisteva.
C'è poi l'inchiesta
«Normandia 1» dove spunta il consigliere regionale Pd
Enrico Fabozzi, ex sindaco di Villa Literno. Il suo nome
lo fa ai magistrati il pentito casalese Emilio Di
Caterino, nome che a Saviano dovrebbe dire qualcosa. È
stato il collaborante a spedire a Fabozzi una testa di
maiale mozzata «perché il clan Bidognetti - ha riferito
- voleva incontrare il sindaco per alcuni appalti (...).
Il sindaco però fece sapere di essere disponibile per le
richieste ma di non voler incontrare nessuno (...).
Questa risposta dette fastidio al clan che decise (...)
di spedire la testa di suino al sindaco (...). Dopo
l'avvertimento Fabozzi immediatamente si mobilitò (...)
e fece sapere che anche in relazione ai successivi
appalti sarebbe stato a disposizione del clan
Bidognetti».
Fabozzi nega tutto e
si autosospende. Nel luglio scorso, invece, in una maxi
inchiesta sulla sanità pugliese i pm ammanettano
dirigenti Asl e imprenditori. Punto centrale
dell'indagine sono tre appalti sui rifiuti
presumibilmente pilotati: tutto ruota intorno alla
figura di Alberto Tedesco, ex assessore pugliese alla
Sanità già indagato eppoi promosso senatore del Pd. La
procura di Bari aveva chiesto l'arresto anche di Elio
Rubino e Mario Malcangi, genero e braccio destro di
Tedesco. Rifiuti, politica, inchieste. Perché una
persona che a sinistra dicono essere di destra (e
viceversa) si è dedicato solo ed esclusivamente a Nicola
Cosentino?
24-11-2010]
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SGARBI IN
GONDOLETA - NEANCHE SI È INSEDIATO SOPRINTENDENTE CHE
GIÀ LO RIBUTTANO GIÙ DAL PONTE DEI SOSPIRI - costretto
ad uno stop da un intervento della Corte dei Conti sulle
procedure seguite dal ministero di bondi per la sua
nomina, verrà "rinominato" il 1 dicembre - Ma anche
questa nuova nomina, avverte il sindacato, potrebbe
essere bocciata dal tribunale amministrativo, perché in
lizza per quel posto c’era un altro candidato interno
1 -
VENEZIA. SGARBI TORNA SOPRINTENDENTE - UIL: NOMINA A
RISCHIO, PUÒ SALTARE ANCORA...
Da "il Gazzettino.it"
Nuovo incarico a
Vittorio Sgarbi per la soprintendenza speciale di
Venezia. Lo annuncia la Uil dei beni culturali,
anticipando che il critico ferrarese, costretto ad uno
stop da un intervento della Corte dei Conti sulle
procedure seguite dal ministero per la sua nomina, verrà
"rinominato" il 1 dicembre.
Ma anche questa nuova
nomina, avverte il sindacato, potrebbe essere bocciata
dal tribunale amministrativo, perché in lizza per quel
posto c'era un altro candidato interno, il
soprintendente pugliese Fabrizio Vona, la cui domanda
non sarebbe stata inizialmente presa in considerazione.
«Ancora una volta viene penalizzata la città di Venezia
- accusa il sindacato -: non si valuta la grave
situazione del patrimonio culturale di una città unica
al mondo, che sta pagando e pagherà nei prossimi mesi
questa insistenza».
Da subito contrario
alla nomina di Sgarbi per la guida del polo museale
speciale di Venezia, il sindacato, dopo l'intervento
della Corte dei Conti, aveva sostenuto che il ministero
«stava operando per spianare la strada a Sgarbi,
promuovendo gli altri due candidati al polo veneziano»,
Fabrizio Magani (da qualche settimana direttore
regionale in Abruzzo) e Isabella Lapi Ballerini
(nominata direttore regionale in Puglia).
Il Mibac, nota oggi la
Uil, «non aveva fatto i conti però con un imprevisto,
venuto fuori l'8 novembre», quando il soprintendente
Fabrizio Vona ha chiesto notizie della sua domanda per
Venezia. «Al ministero si sono affrettati a rintracciare
la domanda e, dopo una valutazione comparativa,
l'incarico è stato affidato a Sgarbi», rivela il
sindacato, convinto che anche questa nuova nomina non
andrà in porto: «È del tutto evidente ed è noto anche
allo stesso Mibac - conclude la Uil - che anche il nuovo
provvedimento di incarico a Sgarbi sarà bocciato dalla
Corte dei Conti che su tale questione si è pronunciata
due volte peraltro facendo riferimento ad un
orientamento costante della stessa Corte che risale al
2006».
2 - LA DELIBERA DELLA CORTE DEI CONTI DEL 16
SETTEMBRE, CHE GIÀ AVEVA STRONCATO SGARBONE...
Dal Comunicato Stampa UIL MIBAC del 23 novembre
2010
Deliberazione n.
SCCLEG/18/2010/PREV REPUBBLICA ITALIANA la Corte dei
conti
Sezione centrale di controllo di legittimità su atti del
Governo e delle Amministrazioni dello Stato
nell'adunanza del 16 settembre 2010
L'attività del Mibac
"crea una frattura alla trasparenza dell'azione
amministrativa"
Il conferimento
dell'incarico al dott Sgarbi non è comprensibile poiché
, dice la Corte "la ratio della norma che appare tesa,
da una parte, a limitare, per ragioni di contenimento
della spesa pubblica, il ricorso a contratti al di fuori
dei ruoli dirigenziali eludendo le norme sul blocco
delle assunzioni, dall'altra, a non mortificare le
aspettative dei dirigenti interni che aspirino a
ricoprire quel posto (che, nel caso di specie, risulta
tra quelli di remunerazione superiore).
Nel proposito
legislativo, sempre più la norma sembra ispirata a
consentire il ricorso ad "esterni" solo -in casi
eccezionali- per fornire alle amministrazioni quelle
professionalità indispensabili, delle quali esse siano
carenti: conseguentemente, nel caso di specie, ancor più
ingiustificabile appare il reperimento di un "esperto"
nel settore artistico/culturale, quando nei ruoli del
Ministero dei beni culturali figurano proprio dirigenti
archeologi e storici dell'arte".
E infine la Corte
ricorda come "La questione peraltro non è nuova a questa
Sezione di controllo, avendo già affrontato caso analogo
conclusosi con il diniego di visto espresso con delibera
n. 10/2006 ove, sul punto, si legge che "..non può non
cogliersi l'irragionevolezza di ricorrere alla provvista
di professionalità all'esterno, pur essendone stata
accertata le disponibilità tra il personale interno...".
23-11-2010]
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BONDI SI È FERMATO
A NOVI - SANDRO E MANUELA STORIA D’AMORE E DI INTERESSI
A NOVI LIGURE - NUOVA PUNTATA DEL “TENGO FAMIGLIA” DEL
MINISTRO, CHE OLTRE AL FIGLIASTRO, HA PIAZZATO ANCHE
L’EX MARITO DELLA COMPAGNA - LE SPIEGAZIONI MEJO DELLE
COMICHE: “SONO INTERVENUTO SOLO PER RISOLVERE DUE CASI
UMANI”. SÌ, VICENDA PRIVATA, MA I SOLDI SONO PUBBLICI -
IL MINISTRO AFFONDA E I MINISTERIALI FANNO GIÀ LA GARA
PER MOLLARE IL LORO CAPO: DAL DIRETTORE GENERALE
BORRELLI AL CAPO DI GABINETTO NASTASI: “LA MIA FIRMA?
SOLO FORMALE”...
REPETTI
1 - E BONDI SISTEMÒ ANCHE L'EX MARITO DELLA COMPAGNA...
Malcom Pagani e Luca Telese per "Il
Fatto Quotidiano"
A tarda sera, dopo una giornata di dinieghi, scarichi di
responsabilità e panico diffuso nel ministero, chiama
anche il ministro: "Posso dare una spiegazione". E sono
parole sofferte: "Non ho violato nessuna legge. Sono
solo intervenuto per risolvere due casi umani. È la
tragedia di un uomo che era disoccupato e senza lavoro".
Il ministro Sandro Bondi sta parlando a Il Fatto
dell'ultima vicenda di cui siamo venuti a conoscenza.
Nascosta in una delle
pieghe della relazione di spesa del Fus 2009, i fondi
per lo spettacolo che ironia della sorte sono stati il
bersaglio dei tagli di Tremonti e di tutte le polemiche
contro il ministro, c'è una voce di spesa. Piccola,
rispetto all'entità della cifra, ma enorme per il
significato simbolico. 25 mila euro in un anno, per una
consulenza assegnata al "signor Roberto Indaco". La voce
di spesa, a pagina 673 della relazione, è la più
sintetica (curiosamente enigmatica) fra tutte. I cinque
nomi segnalati dilungano le competenze allo spasimo.
Quella di Indaco recita solo: "Teatro e moda".
Il vero problema, non
riassumibile nell'algida sinteticità di quella tabella,
è che il signor Indaco è l'ex marito dell'onorevole
Repetti, compagna del ministro (attualmente, guardacaso,
in attesa di divorzio). Il secondo problema è che anche
il figlio del signor Indaco e dell'onorevole Repetti -
Fabrizio - come abbiamo raccontato nei giorni scorsi,
lavora (scrivania e telefono) per il ministero dei Beni
culturali, alla direzione generale per il cinema. Una
mutua bondiana, di difficile giustificazione davanti a
un mondo dello spettacolo, in sciopero costante per una
politica di tagli che non conosce redenzione o riscatto.
Brunetta diceva: "tanto paga Pantalone", ma i
benefattori in questo caso, sono nelle stanze
ministeriali.
Per tutto il giorno il
Fatto insegue nelle pieghe dei documenti, e nelle
testimonianze (estremamente imbarazzate) dei loro
estensori, i 25mila euro del signor Indaco. La
relazione, per esempio, è firmata dal dottor Nicola
Borrelli, uno dei direttori generali del ministero,
quello della sezione cinema. A Il Fatto Borrelli spiega:
"Sì, è vero, anche quella tabella è formalmente firmata
da me. Ma in realtà è predisposta, in tutte le sue voci,
dal dottor Nastasi, braccio destro di Bondi".
Dopo un lungo
inseguimento e qualche tentativo di mettersi in
comunicazione rabbiosamente interrotto, si manifesta
anche il capo di gabinetto, il vice di Bondi, Salvo
Nastasi. Tono cortese, da grand commis d'etat: "E' vero,
quella sezione è di mia competenza. Ma si tratta, come
in tutti i ministeri, di fondi che sono di esclusiva
prerogativa del ministro. Noi non facciamo altro che
riportare la lista dei nomi delle consulenze che lui ci
fornisce e il giustificativo di spesa".
Chiamiamo allora per
la prima volta il ministro, ma il telefonino squilla a
vuoto. Cerchiamo allora l'onorevole Repetti.
"Dottoressa, come vede, ci risentiamo". Le chiediamo
come stia, ricevendone un eloquente: "Insomma, ho
passato momenti migliori". Ma è la rivelazione della
scoperta della consulenza erogata all'ex marito a
lasciarla catatonica, silente, per oltre dieci
lunghissimi secondi. Dopo, c'è spazio solo per la
frustrazione.
Clic. Recide
violentemente il colloquio e all'ulteriore richiesta di
un commento via sms, spedisce sei righe agre tra il
disperato e l'indignato: "Purtroppo ho compreso che
qualunque cosa io dicessi, verrebbe ignorata o distorta.
Questa non è informazione nè giornalismo, ma una
campagna strumentale e pretestuosa di diffamazione per
colpire unicamente il mio compagno Sandro Bondi".
E' lo stesso ministro,
alla fine, a chiamarci sul cellulare: "Guardi, io voglio
spiegare tutto, voglio chiarire. E vorrei che deste
spazio alla mia replica". Senza dubbio. Il ministro
prosegue: "Nel caso del signor Indaco, io non ho fatto
altro che aiutare una persona che si trovava in una
drammatica difficoltà. Aveva le competenze professionali
per usufruire della consulenza, quindi non ho violato
leggi, nè norme".
A Novi Ligure, il
signor Indaco abita in Via Lovadino in un appartamento
nella stessa palazzina dell'ex moglie. Fino al 2009 ha
avuto una sua società, che poi ha chiuso. Possedeva
quote di un albergo della famiglia Repetti. Si è
occupato anche di barche. Chiediamo al ministro come
spiega che sia il figlio della compagna, sia suo marito,
siano pagati con fondi ministeriali: "Si tratta di
importi molto modesti. Nel caso di Roberto Indaco, al
netto delle trattenute, poco più di... 1000 euro al
mese". Non si tratta di nepotismo? Bondi prende un lungo
respiro. Si trova in macchina con Repetti: "Desidererei
rispetto, anche da un giornale che fa il suo lavoro. Si
tratta di una vicenda molto dolorosa. Di una storia
amara, ma anche del tutto personale e privata". Sì,
sicuramente è vero. La vicenda è assolutamente privata.
Ma i soldi sono pubblici.
2 - SANDRO E MANUELA STORIA D'AMORE E DI INTERESSI - A NOVI MALIGNITÀ
SUL FIGLIO DELLA REPETTI...
Francesco Bonazzi per "Il Secolo XIX"
Sandro Bondi si è
fermato a Novi. Forse per sempre, visto che vi ha appena
preso la residenza e ad Arcore mantiene giusto il
diritto alla sepoltura nel mausoleo privato di Silvio
Berlusconi. Per l'anagrafe, l'ex segretario personale
del Cavaliere ora abita in una villetta al fondo di via
San Giovanni Bosco insieme a Manuela Repetti, la
biondissima deputata del Pdl con la quale si sposerà
nell'autunno del 2012, appena il ministro avrà ottenuto
il divorzio. E già corre voce che due anni dopo sarà
proprio lui, il politico che più somiglia al mitico
"Patsy", il segretario di Nick Carter, a candidarsi come
sindaco di Novi Ligure. Oppure sarà Donna Manuela.
Ma è un dettaglio da
poco, perché i due ormai sono una cosa sola e qui a Novi
ci passano ormai tutto il tempo libero.
«Siamo una famiglia»,
aveva sentenziato lui già un anno e mezzo fa in
un'intervista. E al dicastero che dirige, quello dei
Beni culturali, lo hanno toccato con mano: il figlio
ventenne di Manuela lavora a contratto per una società
del ministero. Polemiche a non finire, la settimana
scorsa, quando la faccenda è finita sui giornali. Saldi
o veleni di fine stagione, secondo i punti di vista.
Certo, dopo il crollo di Pompei, per il ministro non ci
voleva proprio questa scivolata sul terreno del
familismo amorale.
Oltre a tutto, alla
vigilia della votazione di una mozione di sfiducia
individuale. Certo, bisognerà vedere come va a finire in
Parlamento, prima di affermare che anche il ministro
della Cultura ha trovato i suoi Tulliani, ovvero una
famiglia acquisita che rischia di stroncargli la
carriera. Ma basta salire in valle Scrivia per capire
che qualche solido indizio già c'è.
«La storia del figlio
della Repetti? Il primo caso di nepanettismo», scherza
un ex collega di consiglio comunale. Per capire la
battuta bisogna sapere che a Novi "Panetto" è il
soprannome di Giovanni Repetti. E "Panetta" è anche il
nomignolo affibbiato a questa sua figlia, donata alla
patria come legislatore.
Perché Repetti senior
è uno che viene da lontano: partito come fornaio
comunista, con i "rossi" che da sempre governano Novi ha
saputo trasformarsi prima in piccolo costruttore e poi
nel primo immobiliarista della zona. Negli anni Ottanta,
nell'unico quinquennio in cui il vecchio Psi diede vita
a un pentapartito con la Dc, si è un po' allontanato dai
vecchi compagni.
Proprio come il
"genero" Sandro, che della sua Fivizzano è stato sindaco
comunista. Qualcuno giura perfino di aver visto
"Panetto" ad alcuni comizi della Lega Nord, ma poi,
nel'94, ha trovato un sicuro ancoraggio politico in
Forza Italia. E del partito berlusconiano, Repetti è un
generosissimo finanziatore. L'anno scorso, insieme a
Manuela, ha provato anche a piazzare un sindaco di
centrodestra, puntando sul giornalista Gigi Moncalvo. Ma
gli è andata male perché hanno vinto i «soliti compagni»
e Lorenzo Robbiano ha ottenuto la riconferma con il 57%
dei voti.
C'è che alla fine
Repetti senior è dovuto restare un po' nelle retrovie
perché è sotto processo per un grosso abuso edilizio.
Manuela ha la stessa pasta del padre: sveglia e
determinata. Quando entra in politica, all'inizio si fa
notare più che altro per le abissali scollature e il
risparmio di tessuto sulle gonne.
"Panetta" si fa un
mandato da consigliere d'opposizione nel quale lascia
poche tracce: le sue presenze sfiorano il 40% e non
certo perché da queste parti il gettone ammonti a miseri
20 euro. Il fatto è che con quella famiglia alle spalle,
niente marito e un figlio già grandicello, avuto a 17
anni mentre faceva il liceo, Manuela aspira a qualcosa
di più. Vuole Roma. Già alle Politiche del 2006 il suo
nome sembra tra quelli destinati a finire nelle liste
azzurre.
Poi non se ne fa
niente, ma impara la lezione. Una volta i maggiorenti
piemontesi del partito la portano giù a Roma per
un'assemblea al teatro Capranica, dove c'è anche
Berlusconi. Alla fine, si perdono "la Manu". Leggenda
vuole che a fine comizio fosse riuscita a infilarsi
chissà come sulla macchina del Cavaliere. In ogni caso,
diventa "intima" del coordinatore Bondi e nel 2008 viene
eletta deputato, anche se stranamente non la mettono in
lista nel collegio di residenza.
Per i primi tempi, la
vedono quasi più al ministero da Bondi che non a
Montecitorio. Ed è dalle stanze del Collegio Romano che,
lo scorso inverno, i due vergano un'indimenticabile
lettera di congratulazioni a Barack Obama per
l'approvazione della riforma sanitaria. Il bello è che
la firma anche lei. Un giorno, la troveranno negli
archivi della Casa Bianca. E gli storici Usa
s'interrogheranno. Ma Obama a parte, iI vero amore che
condividono è per Berlusconi.
Se le dimostrazioni
tangibili del sentimento provato da Bondi sono ormai
consegnate perfino ai libri di poesie, va detto che la
Repetti è più sobria. A parte quella volta, era il
maggio scorso, che a Roma il marito inaugurava il nuovo
museo d'arte moderna e lei, al microfono, si fece
prendere un po' la mano: «Sarebbe giusto che, come è
accaduto in Francia dove hanno dedicato il maggior
centro d'arte contemporanea a Pompidou, anche il Maxxi
fosse dedicato al presidente Berlusconi».
Ben più segretamente,
l'anno scorso, la figlia di "Panetto"ha dimostrato la
propria sensibilità per l'arte andando da una brava
corniciaia-pittrice di Novi. Le ha commissionato un bel
ritrattone di Berlusconi, prontamente finito sotto
l'albero di Natale del premier.
Ora, il prossimo
Natale a casa Bondi-Repetti non si presenta dei più
sereni. Lui è sotto tiro, anche perché la mozione di
sfiducia che deve fronteggiare può diventare un modo per
puntare al bersaglio grosso: la caduta dell'intero
governo Berlusconi. Lei è nell'occhio del ciclone per la
storia del figlio. Ci manca giusto una condanna del
padre e la frittata è completa. Ma a Novi, nel fine
settimana, è tutta un'altra storia. Li vedi insieme al
supermercato e lui gira senza scorta, magari in
compagnia di Grisby.
Bondi se lo è portato
dietro perfino al viaggio inaugurale del Freccia Rossa,
beccandosi un'ingenerosa interrogazione parlamentare
perché non sarebbe stato consentito portarsi il cane sul
treno. Ma era il cane dell'amore. Un amore in qualche
modo storico. Perché dopo il "tradimento" di Gianfranco
Fini, va detto che alla fine l'unico frutto imperituro
del "partito dell'amore" potrebbe essere proprio questo:
il legame tra Sandro e Manuela. Chiunque dei due sia
destinato, al prossimo giro, a indossare la fascia di
primo cittadino novese. "Comunisti" permettendo.
23-11-2010]
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1 - BONDI MINISTRO DELLA FAMIGLIA ALLARGATA...
E' ufficiale: abbiamo il ministero per la Famiglia
Allargata. Per non far incazzare troppo la Cei, lo hanno
chiamato ministero dei beni culturali e ambientali e lo
hanno affidato all'uomo più buono che c'è nel governo:
Sandro Bondi. Il Cetriolo Quotidiano, con l'implacabile
Malcom Pagani, scopre che anche Roberto Indaco è
riuscito a strappare una consulenza (25.000) euro dal
ministero. Casualmente è il papà di Fabrizio, il
ventenne figlio dell'onorevole Manuela Repetti, compagna
del signor ministro.
Fabrizio, l'hanno già
beccato venerdì, anche lui con il suo bel contrattino
del ministero della Famiglia Allargata. Al telefono con
Luca Telese, dopo una giornata in cui gli alti dirigenti
del ministero hanno scaricato tutto su di lui, Cireneo
Bondi ha scolpito: "Desidererei rispetto, anche da un
giornale che fa il suo lavoro. Si tratta di una vicenda
molto dolorosa. Di una storia amara, ma anche del tutto
personale e privata".
Pagani e Telese
registrano e, giustamente, chiosano: "Sì, sicuramente è
vero. La vicenda è assolutamente privata. Ma i soldi
sono pubblici" (CQ, p. 9). Come ha scritto ieri il
Secolo XIX, anche Bondi ha i suoi Tulliani.23-11-2010]
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UN’AUTOSTRADA
DI RISARCIMENTI - LA CUCCAGNA APPENA STANZIATA (900 MLN
€) PER LA ROMA-LATINA, RISCHIA DI SERVIRE A PAGARE
INDENNIZZI DA CAPOGIRO - I PRIVATI (AUTOSTRADE, MPS,
CALTA, SALABÈ) MESSI IN CAMPO DA STORACE (2001) E
SFANCULATI DA MARRAZZO E DI PIETRO (2006), RICORRONO
ALL’ARBITRATO: LO STATO RISCHIA UNA PENALE DOPPIA
RISPETTO AL PONTE DI MESSINA - E GLI AUTOMOBILISTI
CONTINUERANNO A RISCHIARE LA PELLE SULLA PONTINA…
Sergio
Rizzo e Gian Antonio Stella per il "Corriere
della Sera"
I soldi vanno spesi
per l'asfalto o gli avvocati? Direte che è una domanda
assurda. Se devi fare un'autostrada è ovvio che i soldi
vanno spesi in lavori e non in cause giudiziarie. Eppure
prima ancora che sia dato un solo colpo di badile, i
denari appena stanziati per la Roma-Latina sono già
ipotecati da due risarcimenti da capogiro per quasi un
miliardo di euro. Sui quali destra e sinistra mantengono
uno sconcertante silenzio.
Ma cominciamo
dall'inizio. Siamo nel 2001. Dopo anni di denunce sulla
pericolosità omicida della Pontina, di sospiri e
maledizioni per gli ingorghi giganteschi, di bla-bla-bla
sulla necessità di costruire finalmente una nuova
arteria almeno a 4 corsie per far fronte a un traffico
cresciuto a dismisura, la Regione Lazio governata dal
centrodestra e presieduta da Francesco Storace decide di
sbloccare finalmente la tanto attesa Roma-Latina.
Come? La risposta è
nella formula magica: una joint-venture tra il pubblico
e il privato. Viene costituita una società
concessionaria destinata a progettare, costruire e
gestire l'opera. Si chiama Arcea Lazio. Il 51% è in mano
alla Regione Lazio, il 49% a un raggruppamento privato
assolutamente trasversale, secondo i soliti schemi: un
po' a me, un po' a te, un po' a lui...
Ne fanno parte la
società Autostrade, il Monte dei Paschi e il Consorzio
Duemilacinquanta. Il quale a sua volta tiene insieme una
compagnia allargata. Dalla So.Co.Stra.Mo. di Erasmo
Cinque (costruttore considerato vicino alla destra
romana) alla «cooperativa rossa» Ccc, dalla stessa
società Autostrade (attraverso la Spea) alla Ingegneri
associati di Mario Salabè, fratello dell'architetto
Adolfo Salabè coinvolto anni fa in una faccenda poi
prescritta di fondi neri del Sisde.
Non basta. Anche se
non figurano tra i soci, hanno un piedino nel consiglio
di amministrazione del Consorzio anche le «Condotte» con
Duccio Astaldi e il gruppo Caltagirone con il manager
Pasquale Alcini.
Il tempo di mettere a
punto i dettagli societari, definiti il 21 maggio 2003,
e via all'operazione. Con l'incarico alla Spea di fare
gli studi preliminari. Appena lo viene a sapere,
Bruxelles pianta la prima grana. Secondo la Commissione
europea l'Arcea avrebbe violato le norme comunitarie. Le
quali consentono di affidare direttamente i lavori senza
gare d'appalto solo alle società «in house». Cioè
interamente controllate dall'ente pubblico. Cosa che la
Spea, appartenente come dicevamo alla Società
Autostrade, non è.
La Regione Lazio non
fa una piega. Anzi. Il 19 maggio 2004, in barba alle
obiezioni di Bruxelles, l'Arcea incarica il Consorzio
Duemilacinquanta, il raggruppamento privato che è suo
azionista, di fare il progetto dell'opera. Un incesto
amministrativo ribadito. E stavolta con un secondo
contratto ancora più oneroso. Nell'indifferenza per gli
eventuali contraccolpi legali.
Non è finita. Vinte le
elezioni dell'aprile 2005, in Regione si installa la
giunta di centrosinistra di Pietro Marrazzo. L'anno
dopo, il centrosinistra subentra anche a Palazzo Chigi.
E nel settembre 2006 il nuovo ministro delle
Infrastrutture Antonio Di Pietro annuncia che da Arcea
escono i privati e subentra lo Stato: «Stiamo studiando
le modalità per fare entrare l'Anas». Obiettivo: 60%
alla Regione, 40% all'Anas. Spiega il governatore:
«Questa proposta arriva dopo che l'Unione europea e
l'Autorithy sulla concorrenza hanno negato all'Arcea il
ruolo di società concessionaria a causa della presenza
di privati».
Ma le cose,
evidentemente, non sono così semplici. Fatto sta che due
anni dopo, a cavallo della caduta di Prodi, la giunta
Marrazzo decide di azzerare tutto. Meglio, il 4 marzo
2008 fa un'altra società: la «Autostrade del Lazio spa».
Non più con le Autostrade, ma con l'Anas. Stavolta le
quote sono paritetiche: 50% ciascuno.
A questo punto la
Regione si ritrova con due società per fare la stessa
Roma-Latina, una con le Autostrade e una con l'Anas. Un
pallonetto alzato a chi avesse voglia di piantare grane.
Cosa che puntualmente accade. Appena il centrodestra
vince le elezioni politiche, pura coincidenza, parte la
prima richiesta di arbitrato. Quella specie di giustizia
parallela con corsia prioritaria più volte abolita e più
volte ripristinata.
Il Consorzio
Duemilacinquanta pretende un risarcimento danni di 674
milioni. Nessuno fa una piega e i tre arbitri vengono
insediati di comune accordo. Sono l'avvocato di Erasmo
Cinque, Federico Tedeschini, per la società privata e
l'ex ministro Angelo Piazza per la Regione. Che insieme
scelgono come presidente del collegio
l'amministrativista Arturo Cancrini.
La faccenda però, di
rinvio in rinvio, va a rilento. Come mai? Mancano i
soldi? Inoltre c'è un problemino: le clausole
contrattuali prevedono che a innescare un eventuale
arbitrato non possa essere il Consorzio, ma
l'Associazione temporanea di imprese dei privati, cioè
il raggruppamento che ha in mano il 49% delle azioni
dell'Arcea. Quindi anche le Autostrade e il Montepaschi.
Autostrade non si fa pregare. E a sua volta, a gennaio
di quest'anno, promuove un secondo arbitrato, chiedendo
alla Regione altri 185 milioni di danni.
Totale dei due
arbitrati: 859 milioni e spiccioli, ovviamente senza
considerare le parcelle (astronomiche) degli arbitri.
Più del doppio delle penali che lo Stato avrebbe dovuto
pagare cancellando il Ponte di Messina. Una somma
pazzesca. Tanto più che l'intera autostrada (senza
considerare l'«allegata» Cisterna-Valmontone) dovrebbe
già costare, Iva esclusa, 1.668 milioni di euro. Per 55
chilometri: cioè 30 milioni e 327mila euro al
chilometro, il triplo dei costi francesi o spagnoli.
Quasi otto volte più di quanto costò in valuta attuale
l'Autosole.
Un incubo. Le
statistiche infatti non lasciano dubbi sul modo in cui
vanno a finire queste cose. Nei primi nove mesi del
2009, per esempio, furono depositati 132 lodi arbitrali:
nel 98% dei casi perse lo Stato. Tanto, non paga
Pantalone? Nei 279 arbitrati fra il 2005 e il 2007 non
era andata poi diversamente: 15 vittorie per lo Stato,
264 (pari al 94,6%) per i privati.
Un andazzo tale da far
scrivere dalla fondazione «Italiadecide» che le imprese
si sono dotate di «apparati legali spesso più forti e
attrezzati di quelli tecnico-operativi. Il principale
ris ultato negativo è una sorta di indifferenza al
risultato».
Domanda: siamo sicuri
che i 468 milioni che solo giovedì scorso, tra gioiose
dichiarazioni di sollievo, sono stati finalmente
sbloccati dal Cipe, finiranno in ghiaia, massicciate e
asfalto e non verranno prosciugati dai risarcimenti?
È quello che chiede,
pressoché solitario, Giuseppe Rossodivita, il capogruppo
dei Radicali in Regione che da settimane tempesta il
Consiglio di interrogazioni. Rimaste tutte,
misteriosamente, senza risposta...
22-11-2010]
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LO
SCANDALO DELLE TELECOM MINACCIA IL PREMIER INDIANO
http://on.wsj.com/aruoLb
-
Manmohan Singh è un politico dalla reputazione
immacolata. Ma la prima crepa in questa reputazione l'ha
fatta la Corte Suprema, affermando che il primo ministro
non si è mosso subito per lanciare un'indagine
sull'assegnazione delle licenze per la telefonia mobile,
che sarebbe stata gestita in modo illegittimo tale da
danneggiare lo stato.
3 - LE FIGARO
ECCO IL PROGETTO DELLA NATO DI DIFESA ANTIMISSILE
http://bit.ly/cSp4Cz
4 - LE MONDE
QANTAS RIVELA: L'ESPLOSIONE DEL MOTORE AVREBBE POTUTO
FAR ESPLODERE L'INTERO AEREO
http://bit.ly/8Y8kz919-11-2010]
TRE DIPENDENTI LICENZIATI PER AVER CRITICATO I CAPI SU
FACEBOOK. IL TRIBUNALE HA DATO RAGIONE ALL'AZIENDA
http://bit.ly/djIR5H19-11-2010]
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TENGO CINE-FAMIGLIA! - IL Ministero DI BONDI SCUCE 3,5
milioni alle opere prime e seconde - A CHI è FINITO Il
contributo più sostanzioso, 450MILA €? a Mariantonia
Avati, figlia di Pupi - E qui sorge un primo
interrogativo, perché la Avati ha già diretto due
lungometraggi (nel 2003 e nel 2006) e quindi questa è la
sua opera terza. Tanto più che la Avati aveva già,
legittimamente, ricevuto un contributo ministeriale per
la sua reale opera seconda...
Franco Grattarola e Giuseppe Pollicelli per
Libero
L'articolo 28 della legge n. 1213 del 1965, in vigore
fino al 1994, convogliava i finanziamenti statali
all'industria cinematografica. Soldi spesso concessi
senza controlli preventivi né verifiche finali. Dopo una
lunga fase di disinteresse, la magistratura cominciò a
indagare sulla cinematografia assistita negli anni
convulsi di Tangentopoli: le inchieste giudiziarie e
giornalistiche scoperchiarono un vaso di Pandora che
conteneva di tutto, dall'ex giovane promessa che
sbarcava il lunario incassando soldi per film esistenti
solo sulla carta allo sconosciuto filmaker che aveva
prodotto e diretto una sequela di titoli mai approdati
nelle sale.
In
seguito la legge n. 1213 è stata abolita e il meccanismo
dei finanziamenti statali ha subito modifiche
sostanziali. La normativa attuale prevede che lo Stato
finanzi pellicole di interesse culturale nazionale e che
una parte dei fondi sia destinata alle "opere prime e
seconde". Ferme restando le promesse del ministro Sandro
Bondi di aumentare i finanziamenti destinati al cinema,
le commissioni ministeriali seguitano a erogare migliaia
di euro ai film in possesso dei requisiti richiesti
dalla legge.
Grazie a una delibera del 16 settembre 2010 sono stati
distribuiti 5,7 milioni di euro a film riconosciuti di
"interesse culturale con contributo". Nell'elenco delle
produzioni beneficiate troviamo opere che saranno
dirette da mostri sacri come Ermanno Olmi (un milione di
euro per Il villaggio di cartone) e Giuliano Montaldo
(900.000 euro per L'industriale), da registi di buona
notorietà come Mimmo Calopresti (600.000 euro per Uno
per tutti) e Maurizio Ponzi (600.000 euro per Ci vediamo
a casa) e da una pletora di cineasti meno famosi i quali
si aggiudicano somme che vanno dai 200.000 ai 600.000
euro. Con simili cifre difficilmente si produce un
lungometraggio ma i contributi sono comunque utili a
supportare film d'autore dai costi contenuti.
Diverso è il discorso per le cosiddette opere prime e
seconde. In questo caso le somme erogate vanno da un
massimo di 450.000 a un minimo di 200.000 euro, che
sarebbero state forse sufficienti, a suo tempo, per
realizzare un film di serie B o di genere.
Ai
nostri giorni, invece, si tratta più che altro di laute
mance che lo Stato generosamente concede a produzioni
non sempre bisognose. Illuminante, a tal proposito, è la
delibera del 12 ottobre scorso, con cui (come si ricava
dalle informazioni pubblicate sul sito del Ministero per
i Beni e le Attività Culturali, si veda la tabella a
corredo del presente articolo) sono stati elargiti 3,5
milioni di euro alle opere prime e seconde.
Il
contributo più sostanzioso, 450.000 euro, è andato a
Mariantonia Avati, figlia di Pupi, per Una lunga scia di
stelle (produce la Duea Film, società che fa capo al
padre e allo zio Antonio). E qui sorge un primo
interrogativo, perché la Avati ha già diretto due
lungometraggi (Anime nel 2003 e Per non dimenticarti nel
2006) e quindi questa è a tutti gli effetti la sua opera
terza. Tanto più che la Avati aveva già, legittimamente,
ricevuto un contributo ministeriale per la sua reale
opera seconda (Per non dimenticarti).
Nell'elenco troviamo un altro figlio d'arte, Toni
D'Angelo, primogenito del celebre cantante Nino, che si
aggiudica 350.000 euro per Clara. D'Angelo in precedenza
aveva diretto un lungometraggio (Una notte, 2008) e un
cortometraggio (Poeti, 2009), quindi, non volendo
considerare quest'ultimo, il film finanziato dovrebbe
effettivamente essere la sua opera seconda.
DAI FIGLI D'ARTE AI FRATELLI D'ARTE - A Carlo Virzì,
fratello di Paolo e autore in proprio di un unico film
(L'estate del mio primo bacio, 2005), la commissione ha
concesso 400.000 euro per I più grandi di tutti,
prodotto dalla Motorino Amaranto (la società del
fratello) e dalla Indiana Production Company.
Altra parentela, altro finanziamento: Claudio Insegno,
fratello del comico Pino, incassa 350.000 euro per
Treddimovie in 3D, la sua opera seconda. La società che
ha richiesto il contributo pubblico per il film di
questo ennesimo "parente d'arte" è la Due P.T.
Cinematografica. Una casa di produzione, a quanto
sembra, tenuta in gran considerazione dalle commissioni
ministeriali: su quattro film prodotti, ben tre hanno
beneficiato del contributo pubblico.
Alla luce di questi dati, sarebbe interessante conoscere
in maniera più approfondita i reali criteri con cui le
commissioni ministeriali giudicano meritevole di
sostegno un'opera cinematografica.
19-11-2010]
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1.
IMPEGNO UMANITARIO: EMERGENCY È QUI...
Emergency Italia. È qui il nuovo fronte di guerra
dell'associazione umanitaria fondata da Gino Strada. Da
affiancare ai vari Sudan, Cambogia, Afganistan, Iran,
Iraq e gli altri Paesi in cui opera da tempo. L'arco dei
bisognosi di una prima visita o di un aiuto a orientarsi
nelle strutture ospedaliere si sta allargando: non solo
immigrati, regolari o meno, ma anche italiani in
difficoltà.
Parte così da Marghera un piano di nuovi poliambulatori
Emergency; a seguire, Puglia e Calabria, ma anche Torino
e Milano (dove già operano, per esempio, le unità mobili
di Medici volontari italiani). Punti caldi dove sono di
più gli stagionali in nero, i clandestini, i rom e gli
italiani poveri.
Un
salto di qualità rispetto all'avamposto attivato quattro
anni fa a Palermo per gli sbarchi clandestini. In più, a
breve, entreranno in funzione anche due Polibus per
arrivare velocemente nelle zone disastrate. L'obiettivo
non è di sostituirsi allo Stato ma di costringerlo a
fare quello che spesso non fa: compresa la "schedatura"
dei pazienti che Emergency centralizzerà on line. E
poiché serve personale, medico e non, è in partenza
anche una campagna tv di recruiting ideata dall'agenzia
Now Available, protagonista Francesco Montanari,
l'attore di "Romanzo criminale". Vi. P.
2. DELL'UTRI, BUONGOVERNO CON SPONSOR...
Marcello Dell'Utri ha molti amici. Anche dopo essere
stato condannato in appello a sette anni di carcere per
concorso esterno in associazione mafiosa, in pochi gli
hanno girato le spalle. Anche le aziende continuano ad
appoggiare il suo Circolo del Buongoverno. Tra gli
sponsor del movimento politico del senatore troviamo un
po' di tutto: ci sono studi professionali di avvocati
famosi e meno noti, marchi come Riso Scotti e Fema,
azienda di forniture ospedaliere.
La
parte del leone la fanno però imprese energetiche e
civili che spesso lavorano con appalti pubblici: c'è
Siram e Veolia ("abbiamo acquistato spazi pubblicitari
sul sito e sul giornale di Dell'Utri per 12mila euro,
niente di illecito"), la Cogei (lavorano soprattutto in
Veneto, Lombardia e Sicilia), la Compagnia Petrolifera
Piemontese, Malpensa Service, la Wte (ingegneria civile)
e la Zanardo (servizi logistici). Nella lista c'era pure
la Giochi Preziosi, ma ora sul sito il suo logo è
scomparso. Pare che la condanna non c'entri nulla:
Enrico Preziosi è anche proprietario del Genoa Calcio,
che da sempre ha una tifoseria "rossa". Gli ultrà, così
si narra, avrebbero mal digerito il finanziamento
all'amico di Berlusconi.
E. F. e M. Pr.
9. LAGO DI COMO, LE RUSPE DI IGOR...
Tre giorni dopo aver dato la notizia su "L'espresso"
(Riservato, n. 45) ecco che a Laglio sul lago di Como,
il regno della quiete di George Clooney violata dai
russi, si sono materializzati i tank del banchiere di
Putin, Igor Kogan. Villa Melograno è stata rasa al suolo
in tutta fretta, prima che la Soprintendenza e il
ministero dei Beni Culturali potessero fare appello
contro la sentenza del Tar che ha accolto i ricorsi del
sindaco di Laglio e del magnate, smaniosi di avere le
mani libere dai vincoli paesaggistici. Le ruspe hanno
colpito duro.
Per fare cosa? Come si vede dalle immagini che
"L'espresso" pubblica in esclusiva, l'abbattimento della
ex filanda settecentesca dovrebbe lasciare il posto a
tre piscine e a un colonnato in finto stile impero che
non ha pari sul Lario. Mentre il Comune si prepara a
incassare 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, le
associazioni ambientaliste insorgono. Chiedono a Clooney
di ripetere il miracolo di due anni fa, quando firmando
petizioni aiutò a sventare la cementificazione delle
sponde. "Deve diventare sindaco", azzarda un drappello
di estimatori. Ma è inverno, e George è lontano... T.
Ma.
10. MISTER ANTIFRODE ARRIVA DALL'ITALIA...
Da alto commissario italiano per la contraffazione a
direttore dell'Olaf, l'ufficio europeo per la lotta
antifrode. L'ex magistrato Giovanni Kessler è in pole
position per assumere la carica di commissario antifrode
in Europa. L'indicazione è arrivata dalla commissione
del Parlamento europeo per la verifica dei bilanci,
presieduta dall'italiano Luigi De Magistris. Kessler,
già procuratore antimafia, deputato Pd (famoso il suo
scontro con l'avvocato Carlo Taormina nella commissione
parlamentare d'inchiesta Telekom-Serbia), deve ottenere
ancora il via libera dei 27 Stati membri e
successivamente di José Manuel Barroso.
Kessler dovrebbe contrastare il mercato illegale e
salvaguardare i prodotti di qualità europei. Se passasse
il suo nome, sarebbe un piccolo successo italiano a
Bruxelles, un fatto ormai raro. P. T.
12. CASO IPLOM. A BUSALLA I GUAI NON FINISCONO
MAI...
Il processo per l'incendio alla raffineria di Busalla
inizierà il 13 gennaio e vedrà alla sbarra cinque
dirigenti della Iplom, la società della famiglia
Profumo. Il gip di Genova Silvia Carpanini ha rinviato a
giudizio per incendio colposo Gianluigi Ratto, ex
direttore Iplom, Valter Mantelli, direttore dello
stabilimento, i tecnici Valter Olivieri, Giovanni
Ardossi ed Eraldo Parodi. L'incendio divampò nella
raffineria adiacente l'autostrada Milano-Serravalle il
31 luglio 2008 e solo l'intervento delle squadre interne
antincendio e dei vigili del fuoco scongiurò una
tragedia.
Secondo l'accusa, sarebbe stata la scarsa manutenzione
sui serraggi dei tiranti a causare l'uscita degli
idrocarburi. Archiviata la posizione dell'ad Giorgio
Profumo. Del caso Busalla si occupò anche "L'espresso"
(n. 51, 2008). Ora il Comune si è costituito parte
civile. Chissà che non riparta la battaglia per chiedere
alla Iplom lo stesso gesto illuminato della Erg dei
Garrone, che accettarono di trasferire la raffineria da
una Bolzaneto troppo urbanizzata? F. B.
19-11-2010]
|
|
L
“FATTO”: IL FIGLIO DELLA COMPAGNA DI DON AB-BONDI,
MANUELA REPETTI, LAVORA PER IL MINISTERO DEL TENERO
SANDRO - IL GIOVIN VIRGULTO HA UN CONTRATTO INTERINALE
(IN SCADENZA) COL CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA,
MA AFFIANCA LA DIREZIONE GENERALE PER LA PIATTAFORMA ON
LINE DELLE DOMANDE DI FINANZIAMENTO - CORE DE MAMMÀ: “SI
MANTIENE AGLI STUDI E IL CSC È UNA FONDAZIONE PRIVATA
NON C’ENTRA COL MIBAC” (MA RICEVE 10MLN L’ANNO) - IL PD:
“BONDI NON RITIENE SCANDALOSO ASSUMERE, CON I
FINANZIAMENTI DEL FUS DECURTATO DEL 36,6% IL FIGLIO DI
UN DEPUTATO?” –
1
- LADY BONDI & FIGLIO MINISTERI DI FAMIGLIA...
Malcom Pagani per "Il
Fatto Quotidiano"
Possibile che Fabrizio Indaco, figlio di Manuela
Repetti, deputata del Pdl e compagna di Sandro Bondi,
lavori per il ministero dei Beni culturali nella
direzione generale del cinema in Piazza S. Croce in
Gerusalemme a Roma? E possibile, come si sussurra, che
rassicuri i giovani produttori, prometta felici
finalizzazioni di progetti, spenda la parentela per
farsi strada in quella giungla che è il mondo del cinema
romano? Per verificare l'ipotesi, una commistione di
lunare nepotismo e inopportunità feudale, basta
chiamarlo nel tardo pomeriggio al telefono del Mibac a
lui intestato.
Risponde al secondo squillo: "È lei Fabrizio Indaco?"
"Certo", "Volevamo chiederle se è davvero figlio
dell'onorevole Repetti". È qui, che il giovane Indaco,
laureando in Architettura (corso iniziato nel 2002,
qualche lentezza nel percorso), viene assalito da
un'amnesia, la sindrome Scajola: "Stavo proprio per
andare via, se vuole ne parliamo domani". Insistiamo:
"Indaco, ci aiuti a non scrivere inesattezze".
Balbetta qualcosa e poi in un lampo, tronca a tradimento
la conversazione. Ci viene qualche dubbio che proviamo a
fugare parlando con la donna che gli ha dato i natali.
In Parlamento è una giornata uggiosa. Votazioni, truppe
asserragliate. Nonostante questo Manuela Repetti da Novi
Ligure, non si nasconde. "Fabrizio è mio figlio certo".
Come mai lavora nel ministero diretto dal suo
compagno?".
Qualche secondo di pausa: "Eh, come mai, ci lavora,
ecco". Sbanda ma non crolla, Repetti. Ha fiducia nel
prossimo: "Ha un contratto interinale, in scadenza, se
vuole qualche informazione in più lo chiedo direttamente
a lui". "Con noi non ha voluto parlare", spieghiamo: "Eh
vabbè poverino, va capito, cerchi di comprendere".
Con tutta l'umana empatia del caso, non possiamo fare a
meno di domandare ancora: "Onorevole, per quale ragione
un ragazzo laureato in Architettura lavora alla
direzione generale cinema, non le sembrano campi
d'applicazione inconciliabili?". Repetti dice di parlare
come una qualunque madre preoccupata per il futuro della
propria prole. "Non si è laureato, ha finito gli esami,
sta preparando la tesi e come tutti i ragazzi, prova a
fare qualche cosa. Il suo contratto al centro
sperimentale di cinematografia, che è un ente autonomo,
sta per scadere".
Il
Csc, vive grazie ai soldi del Fus. Quasi 10 milioni di
euro l'anno, non proprio un ente autonomo dal ministero,
in ogni caso. "Non so quanto duri l'assunzione
temporanea e forse era sua intenzione tornare a Novi
Ligure e cercare un mestiere nel suo ramo. Mentre
studia, cerca di guadagnare qualcosa, non c'è niente da
nascondere".
Si
irrigidisce, Repetti, solo se le parli di etica: "Non mi
ponga domande come se mi trovassi davanti
all'inquisizione". La rassicuriamo: "Le pare
appropriato, mentre il suo compagno dirige il ministero,
offrire nello stesso un posto di lavoro a suo figlio?
Milioni di ragazzi, un regalo simile non lo avranno mai"
e lei traballa: "Bè, ma intanto non sarebbe opportuno se
lui non lavorasse, ma mio figlio trotta, come potrebbe
essere per tanti ragazzi nella sua posizione, non ci
vedo nulla di male o di strano. Se non facesse nulla o
approfittasse della situazione (sic) sarebbe grave. Non
penso abbia potuto avere facilitazioni".
Il
ministro non si è mai preoccupato? "Non vedo come una
stranezza che un ragazzo lavori". Pausa: "Ho capito che
è il ministero suo (sic), ma è una combinazione, non è
vietato, non vedo sinceramente non capisco, è uno
studente come tanti altri, ha fatto una sua esperienza
lavorativa, tutto qui". È affranta. Stesso tono di voce
quando a tarda sera interloquiamo con Nicola Borrelli,
direttore generale del ministero, sezione cinema.
"Indaco lavora fisicamente da noi, ha un contratto con
il centro sperimentale di cinematografia, con loro
abbiamo una convenzione e gli chiediamo una serie di
servizi. Con le difficoltà di personale che abbiamo non
ce la facciamo. Alcune attività specifiche sono nella
mani di ragazzi come Indaco". Quali esattamente,
direttore? "Fabrizio affianca i servizi della direzione
generale per la realizzazione della piattaforma on line
per la presentazione delle domande di finanziamento che
sarà messa in Rete entro fine mese".
Trasecoliamo. Presentazione delle domande? Magari di
film sulla ricostruzione de L'Aquila o invisi al
governo? Si parla di soldi erogati dallo Stato, di fondi
di garanzia? "Esattamente, per accedere ai vari
contributi e alle istanze amministrative".
Anche a Borrelli, chiediamo della opportunità: "Le devo
dire la verità, io gestisco le persone che arrivano dal
centro sperimentale e se le dicessi che non sapevo nulla
della parentela di Indaco, sarei ridicolo. Il centro
sperimentale è una nostra eccellenza e nell'apporto a
questo progetto, lavorano in parallelo Fabrizio e
un'altra persona. il suo lavoro è stato prezioso, però
non ha questo grandissimo contratto e le preannuncio che
dopo aver rilevato l'Eti, non rinnoveremo la convenzione
con i ragazzi del Centro Sperimentale". Un'altra buona
notizia, per una realtà che lentamente, sta morendo.
2
- REPETTI, MIO FIGLIO NON ASSUNTO. SI MANTIENE A
STUDI...
(AGI) - "E' vergognosa la richiesta
dell'Idv di dimissioni al ministro Bondi per avere,
secondo loro, assunto mio figlio al Mibac. Si informino
meglio, perche' mio figlio non e' mai stato assunto al
Mibac". Lo afferma la deputata Pdl Manuela Repetti,
compagna nella vita di Sandro Bondi, sottolineando che
"in realta' si tratta di un lavoro interinale, con un
contratto a tempo determinato che mio figlio ha con il
Centro Sperimentale di Cinematografia, che e' una
Fondazione privata".
Pizzi
"Resta dunque il fatto, e l'unico che conta, che mio
figlio - sottolinea la deputata - non ha alcun contratto
col ministero della Cultura. E' un ragazzo come tanti
altri che, in attesa di laurearsi a breve, sta lavorando
con un semplice contratto a tempo determinato per
mantenersi gli studi. Si vergognino dunque - conclude -
tutti quei personaggi da 4 soldi che strumentalizzano
anche fatti non veri per meschini fini politici".
3
- PD A REPETTI, SCANDALOSO ANCHE CONTRATTO INTERINALE...
(ANSA) - 'La deputata Repetti non se la
prenda, non ce nulla di personale: e' una questione
etica, di buona amministrazione della cosa pubblica e di
buon gusto'.
Cosi' la deputata del Pd, componente della commissione
Cultura della Camera, Emilia De Biasi, commenta
l'articolo pubblicato oggi da 'Il fatto quotidiano'.
'Ed e' per questo - aggiunge De Biase - che abbiamo
appena depositato un'interpellanza urgente al ministro
Bondi per sapere se non ritenga eticamente inammissibile
un commistione fra legami privati e incarichi pubblici
non importa se stabili o temporanei, quali azioni
intenda intraprendere per impedire che vi possano essere
sospetti di canali privilegiati di accesso ai
finanziamenti per il cinema, quali sono le ragioni che
portano all'interruzione della convenzione con il Centro
sperimentale di cinematografia visto che il personale
Eti si e' sempre occupato di teatro, se non ritenga
scandaloso assumere, con i finanziamenti del Fus
decurtato del 36,6% per il 2011, il figlio di un
deputato'. 18-11-2010]
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LA
LEGA DELLA Monnezza! - Sono 15 anni che in Campania c’è
l’emergenza rifiuti: per i napoletani affogare nella
spazzatura è diventato la normalità. Nel 1994 Ciampi
dichiara la prima emergenza Sud. Confermata dai governi
Dini 1996, D’Alema 1999, Berlusconi 2001, Prodi 2007, di
nuovo Berlusconi 2008, per arrivare al 2010. Miliardi su
miliardi del contribuente sono stati buttati nei
cassonetti - La pasionaria del Fai Borletti Buitoni:
“Avviare la raccolta e lo smaltimento come avviene in
tutta Italia è chiedere troppo?”. Evidentemente sì
Ilaria Borletti Buitoni (Pres. Fai) per "Il
Sole 24 Ore"
I roghi dei rifiuti bruciano il Sud d'Italia. E se la
pioggia non intende dare tregua al Paese, il nostro
meridione si limita a galleggiare nell'immondizia. Dalla
Campania alla Sicilia, la situazione è ormai
insostenibile per gli abitanti, per il territorio, per
l'economia locale. Per tutti noi italiani. Perchè questo
è divenuto un problema nazionale: sia per i danni al
patrimonio naturale e culturale del paese e, quindi, del
turismo; sia per l'economia che, di emergenza in
emergenza, sta costringendo tutti noi a pagare costi
enormi.
Facciamo insieme un ripasso di storia: correva l'anno
1994, prima crisi dei rifiuti in Campania. Il governo
guidato da Carlo Azeglio Ciampi dichiara lo stato di
emergenza. Sembra ieri. Era l'anno in cui ci
commuovevamo per l'elezione di Nelson Mandela a
presidente del Sudafrica e l'Italia sportiva si avviliva
per il rigore sbagliato di Baggio ai mondiali.
La
crisi dei rifiuti inizia quell'anno. Nel 1996 è la volta
del Governo Dini che riesce a fare approvare il Piano
Regionale per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani
che prevedeva la costruzione di due termovalorizzatori.
Ma al Sud non basta, e nel 1999 viene decretata
l'emergenza rifiuti anche in Sicilia. Tanti soldi spesi,
tanti incarichi assegnati, pochi cambiamenti e,
soprattutto, niente differenziata e nessuno
termovalorizzatore.
Nel 2001 riesplode l'emergenza in Campania. Il paese fa
sistema e regioni come la Toscana, l'Umbria, l'Emilia
Romagna si offrono di smaltire i rifiuti del Sud. Eppure
non basta; una parte di quella immondizia prende la
strada della Germania. Siamo al 2008, al governo di
Romano Prodi: le discariche pubbliche e private sono
sature e chi rispunta? Di nuovo la crisi dei rifiuti.
Ricominciano i viaggi della monnezza in Germania.
Passano pochi mesi, maggio 2008, il governo di Silvio
Berlusconi appena insediato, tiene il suo primo
Consiglio dei Ministri a Napoli e approva la costruzione
di ben quattro inceneritori. Si stabilisce la fine
dell'emergenza per il 31 dicembre 2009. Oggi, a poche
settimane dal 2011, si parla di nuovo governo e sempre
della stessa emergenza rifiuti. Fine del ripasso.
E'
il momento che, dopo anni di emergenza, ci si fermi a
riflettere, e chi ha sbagliato si faccia da parte. E'
ora di trovare insieme un compromesso virtuoso che
tuteli la salute, il patrimonio naturale ed artistico e
ridia splendore e onore al nostro Sud, avviando la
raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, come avviene in
tutta Italia. E' chiedere troppo?
Magari, pensando anche a una rete di impianti e
discariche più piccoli, evitando così di trasformare
piccoli centri in metropoli dei rifiuti altrui.
Rispettando le aree destinate al parco, come quella
vesuviana. Certo, la camorra, si dice; la mano della
criminalità organizzata.
Eppure, penso che lo stato, tutti noi, possiamo uscirne
senza imporre arroganti provvedimenti tampone che durano
il tempo che durano per poi ripiombare nell'emergenza.
Ci vogliono soluzioni semplici, concertate, risposte
praticabili, come la differenziata fatta sul serio e una
cintura di micro-impianti. Troppo facile. Si può fare?
19-11-2010]
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NESSUN COLPEVOLE - TUTTI ASSOLTI GLI IMPUTATI DELLA
STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA (28 MAGGIO 1974) -
REVOCATA LA MISURA CAUTELARE PER L’EX ORDINE NUOVO DELFO
ZORZI, CHE DA ANNI VIVE E LAVORA IN GIAPPONE - LA
PROCURA AVEVA CHIETO L’ERGASTOLO PER LUI, CARLO MARIA
MAGGI (ORDINE NUOVO), PER IL COLLABORATORE DEI SERVIZI
TRAMONTE E PER IL GENERALE DEI CARABINIERI DELFINO. PER
PINO RAUTI ERA STATA CHIESTA L’ASSOLUZIONE -
INSUFFICIENZA DI PROVE, DICONO I GIUDICI…
Radiocor
-
I cinque imputati nel processo per la strage di piazza
della Loggia del 28 maggio 1974 sono stati tutti assolti
oggi dai giudici del la Corte d'assise di Brescia. Vi
furono otto morti e oltre cento feriti. La sentenza si
basa sulla insufficienza di prove. E' stata revocata la
misura cautelare nei confronti di Delfo Zorzi, ex
esponente di Ordine Nuovo, che vive in Giappone.
L'inchiesta era cominciata nel 1993.
La
Procura aveva chiesto l'ergastolo per Zorzi e Carlo
Maria Maggi (Ordine Nuovo), per il collaboratore dei
servizi segreti Maurizio Tramonte e per il generale dei
carabinieri Francesco Delfino. Per l'ex segretario
dell'Msi Pino Rauti era stata chiesta l'assoluzione.
16-11-2010]
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THE NEW YORK TIMES
7
RINVIATI A GIUDIZIO PER IL TRAFFICO DI ORGANI ATTRAVERSO
IL KOSOVO
http://nyti.ms/d7Db6d
16-11-2010]
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SCEMPI POMPEIANI - PER RESTAURARE NON C’È UN EURO, MA
GUARDA CASO SPUNTANO SPRECHI E SPESE GONFIATE (FALSI
CORSI PER I DIPENDENTI E IL BUDGET DEL TEATRO CHE PASSA
DA 500 MILA A 5 MLN!) - POCHI MESI FA BONDI DICEVA: “CHI
SI RECHERÀ A POMPEI SI RENDERÀ CONTO DEGLI STRAORDINARI
LAVORI CHE SONO STATI COMPIUTI, GRAZIE A QUESTO GOVERNO”
(OGGI NEGA OGNI RESPONSABILITÀ) - LA PROCURA INDAGA E
SOSPETTA CHE SIA STATA “ALIMENTATA UNA CAMPAGNA STAMPA
CONTRO IL DEGRADO PER IMPORRE LA GESTIONE COMMISSARIALE
DELLA PROTEZIONE CIVILE” (A CACCIA DI BERTOLASO
Guido Ruotolo per "La
Stampa"
Per il momento, il fascicolo sul crollo della casa dei
Gladiatori, avvenuto il 6 novembre, è contro ignoti.
L'ipotesi di reato è quello previsto dall'articolo 434
del Codice penale: «Chiunque commette un fatto diretto a
cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di
essa, ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto
deriva un pericolo per la pubblica incolumità, con la
reclusione da uno a cinque anni». A indagare è la
procura di Torre Annunziata che ha sequestrato l'intera
area degli scavi archeologici.
Il
procuratore aggiunto Lello Marino si limita a
commentare: «Dobbiamo verificare se vi è stata una
responsabilità omissiva che ha determinato il crollo
della Schola Armaturarum. Quanto prima procederemo
all'espletamento di una perizia».
Responsabilità omissiva? Nel fascicolo della Procura è
già stata acquisita agli atti una circolare spedita dal
direttore degli Scavi di Pompei, Antonio Varone, il 25
febbraio scorso, al direttore dell'ufficio tecnico, al
soprintendente archeologico, al commissario delegato,
agli assistenti dell'ufficio Scavi della Soprintendenza
archeologica.
«E' ben noto - si legge nella lettera - come un notevole
numero degli edifici di Pompei antica versino in
condizioni di degrado statico dovuto alle malte
"stanche" che li cementano e alle intemperie che ne
sfaldano ancora di più la coesione, come frequenti
rilevazioni hanno potuto appurare. Si ravvisa, tuttavia,
la necessità, a breve, di provvedere per l'incolumità
del pubblico e per la salvaguardia stessa del bene
archeologico, all'identificazione di murature a
immediato pericolo di dissesto statico, onde procedere
all'eliminazione dei pericoli richiamati, anche in
relazione alla criticità della stagione».
Era stato un crollo premonitore - «una muratura
fatiscente della Domus degli Augustali» - a spingere il
direttore Varone a spedire l'allarmata circolare. Tutti
sapevano della situazione critica in cui versavano
decine di edifici della Pompei antica. L'ultimo studio
aggiornato sugli edifici a rischio risaliva al 2005.
Abbiamo cercato il direttore dell'Ufficio scavi, Antonio
Varone, ma ci hanno rimandato all'ufficio stampa della
Sovrintendenza. Il clima, ovviamente, non è sereno.
Anche perché sono tre le inchieste della Procura di
Torre Annunziata che riguardano la gestione degli Scavi
di Pompei: gli appalti sotto la gestione commissariale
della Protezione civile; i falsi concorsi interni e,
infine, il crollo della casa dei Gladiatori.
L'inchiesta giunta in dirittura d'arrivo riguarda 170
indagati, nei confronti dei quali la Procura sta per
spedire l'avviso di conclusione indagini. Si tratta
della partecipazione di 160 dipendenti degli Scavi di
Pompei a dei corsi per ottenere l'equivalente delle
indennità per il personale che erano state abolite. Tra
gli indagati, l'ex city manager di Pompei, Luigi
Crimaco.
Ricordate l'indignazione del ministro per i Beni
culturali e ambientali, Sandro Bondi, per la richiesta
dell'opposizione (e dei finiani) delle sue dimissioni?.
Era appena il 16 giugno scorso e Bondi, in Parlamento,
rispondeva a una interpellanza urgente sull'appalto
scandaloso per i lavori per il teatro centrale di Pompei
in questi termini: «Chi si recherà questa sera a Pompei
per ascoltare il concerto del maestro Muti e chi vi si
recherà, anche nei prossimi giorni o nei prossimi mesi,
per visitare una delle aree archeologiche più importanti
del mondo si renderà conto, di persona, degli
straordinari lavori che sono stati compiuti, grazie a
questo Governo, dal momento in cui la stampa ha
denunciato lo stato di degrado vergognoso in cui si
trovava l'area archeologica di Pompei».
Cinque mesi dopo Bondi si è difeso così, a proposito del
crollo della casa dei gladiatori: «È comodo addossare
responsabiltà a me o al governo per i pochi
investimenti. Chiedere le mie dimissioni non sarebbe
politicamente e moralmente giusto, non lo merito,
sarebbe un segno di incattivimento della lotta politica
in Italia». Verrebbe da chiedere a Bondi se rifarebbe
con il senno di poi lo stesso discorso fatto cinque mesi
prima.
Ma
il problema è un altro: quei lavori che lui esaltò sono
sotto inchiesta della Procura di Torre Annunziata. Una
inchiesta che nei fatti si occupa degli appalti - stiamo
parlando di opere per 110 milioni di euro, e appalti che
sono stati aggiudicati anche con ribassi del 40% - in
particolare quello per i lavori al teatro centrale
(altri sono stati archiviati per il «decesso del reo»),
e più in generale della gestione commissariale dell'area
degli Scavi della Protezione civile.
Il
sospetto della Procura è che «fu artatamente alimentata
una campagna stampa contro il degrado per imporre la
gestione commissariale di Pompei da parte della
Protezione civile». La Corte dei conti ha espresso dubbi
sul fatto che la struttura di Guido Bertolaso sia
intervenuta sulla base di una «emergenza», ovvero sulla
presa d'atto del «Vesuvio che è ancora attivo».
L'appalto del teatro. Doveva limitarsi a un budget di
800 mila euro.
Alla fine, è costato sei milioni e passa. La Procura ha
sequestrato i bilanci della gestione commissariale di
Pompei (2008- giugno 2010). E l'ipotesi più inquietante
è che sono stati fatti lavori che non hanno rispettato i
parametri storici. Secondo l'Osservatorio del patrimonio
culturale, gli interventi «hanno stravolto l'assetto
naturale dell'area, in particolare la cavea che,
rispetto ad una qualsiasi foto o disegno di diversi
momenti della vita degli scavi, risultata completamente
costruita ex novo con mattoni in tufo di moderna
fattura».16-11-2010]
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O
LA BORSA O LAVITOLA! - SPADACCINI, EX FORNITORE DEI
CANADAIR DELLA PROTEZIONE CIVILE, RIVELA (DALLA
PRIGIONE, DOVE SI TROVA PER EVASIONE FISCALE): “HO DATO
MILIONI ALLA SOCIETÀ DI VALTER LAVITOLA,
EDITORE-DIRETTORE DELL’ ‘AVANTI!’, PERCHÉ GRAZIE A LUI
HO MANTENUTO L’APPALTO QUANDO BERTOLASO VOLEVA FARMI
FUORI, NEL 2003” - 130 PARLAMENTARI DI AN E FORZA ITALIA
HANNO FIRMATO A SUO FAVORE. PRIMO FIRMATARIO: CICCHITTO,
SOCIO FONDATORE DELL’ “AVANTI!” - I PILOTI ERANO
FATTURATI DA UNA SOCIETÀ DI MADEIRA, PARADISO FISCALE
PORTOGHESE…
Giuseppe Caporale per "la
Repubblica"
Un
milione e duecentomila euro già pagati. Un altro milione
e ottocento ancora da saldare. Ammonta complessivamente
a tre milioni di euro la «gratitudine nei confronti di
Valter Lavitola» da parte dell´imprenditore - e
fornitore della Protezione Civile - Giuseppe Spadaccini,
ora in carcere per una evasione fiscale da 90 milioni. É
lo stesso imprenditore, durante l´ultimo interrogatorio,
a spiegare, proprio in questi termini, i continui e
ingenti versamenti negli ultimi anni sul conto della
International Press, società amministrata da Lavitola e
proprietaria del giornale L´Avanti.
«Perché lei dava a questo giornale cifre così ingenti?»
chiede il magistrato della Procura di Pescara Mirvana Di
Serio nel corso del colloquio avvenuto a Regina Coeli il
5 novembre.
«Per gratitudine nei confronti di Valter Lavitola -
risponde l´imprenditore - . Avevo ottenuto l´appalto
dalla Protezione Civile per i Candair (commessa da 50
milioni-ndr). Ma Guido Bertolaso (il capo della
Protezione Civile-ndr) voleva farmi fuori. Voleva
revocarmi l´affidamento. Sono convinto lo facesse per
avvantaggiare la società Cai nella quale il fratello
(Antonio Bertolaso, colonnello dell´Aeronautica ora in
forza ai servizi segreti-ndr) all´epoca era direttore
generale. Bertolaso non mi metteva in pagamento le
fatture... Aveva anche fatto inserire nella Finanziaria
2003 una norma per revocare gli appalti in corso. Una
specie di norma ad personam, contro di me. Mi dovevo
difendere... Allora chiesi aiuto a Lavitola. Riuscimmo
ad ottenere una raccolta di firme di 200 parlamentari a
mio favore. Senza Lavitola sarei sparito prima. Il suo
intervento è stato fondamentale».
In
effetti, le cronache raccontano che a difesa
dell´appalto della Sorem (la società di Spadaccini
accusata di non possedere i requisiti per l´appalto
anche dalla Corte dei Conti) scesero in campo 130
parlamentari di Forza Italia e An, con una lettera
indirizza a Silvio Berlusconi per denunciare «intenzioni
discriminatorie nei confronti della Sorem». Primo
firmatario Fabrizio Cicchitto, socio fondatore de
L´Avanti di Lavitola.
La
International Press è una società già nota alla Procura
di Pescara che - dal 2006 - indaga sulle tangenti nella
pubblica amministrazione. Questo nome spunta nelle
indagini sull´onorevole del Pdl Sabatino Aracu (tra i
firmatari della petizione pro-Spadaccini) indagato per
corruzione nell´inchiesta sulla sanità privata.
Lo
stesso Aracu era diventato socio di una delle aziende di
Spadaccini, con una quota "fantasma" di 50 mila euro.
Soldi di cui la guardia di Finanza non ha trovato
traccia. «Ho chiesto io ad Aracu di entrare in una delle
mie società - dice l´imprenditore - . Aracu mi ha
tutelato sempre contro Bertolaso».
Sullo sfondo resta la vicenda per evasione fiscale.
Erano fatturate da una società portoghese le prestazioni
dei piloti che guidavano i Canadair della Protezione
Civile. I soldi dell´appalto della Sorem finivano in un
paradiso fiscale.
Secondo la procura, Spadaccini avrebbe organizzato
«un´associazione a delinquere finalizzata all´evasione
fiscale internazionale», attraverso il meccanismo della
cosiddetta "estero vestizione", ovvero la fittizia
localizzazione della residenza fiscale di società in
territori diversi dall´Italia - dove il soggetto in
realtà risiede - allo scopo di sottrarsi agli obblighi
fiscali del Paese d´appartenenza (in questo caso la zona
franca dell´arcipelago di Madeira, in Portogallo). Cuore
delle operazioni finanziarie, la fornitura del lavoro
dei piloti. Tutti italiani, ma "fatturati" da una
società portoghese, che "vendeva" i piloti alla Sorem.
Questa società, a sua volta, li "rivendeva" alla
Protezione Civile. Obiettivo: evadere il fisco. Scrive
la procura di Pescara: «Il lavoro dei piloti dei
Canadair della Protezione Civile costava 1.243,00 euro
al giorno». Un prezzo ritenuto eccessivo, perché «un
pilota italiano ha una tariffa giornaliera di 817,19
euro».
15-11-2010]
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LA
MANGIATOIA DI POMPEI (MENTRE I MURI CROLLANO) - TUTTE LE
SPESE PAZZE DELLA GESTIONE AFFIDATA AGLI UOMINI DI
BERTOLASO E BONDI - 60MILA € PER PREPARARE LA VISITA DI
BERLUSCONI (CHE NON AVVERRÀ MAI), 12 MILA PAGATI PER
RIMUOVERE 19 PALI DELLA LUCE, FONDI ALLE SOCIETà DI
GIULIA MINOLI E ALAIN ELKANN (LETTA BENEDICE) - DALLE
DIVISE DEGLI AUTISTI DEL COMMISSARIO AGLI STIPENDI
RECORD DEL SUO STAFF, DAI TELEFONINI AGLI SCHERMI LCD,
DAGLI SHOW AI SONDAGGI, UNA CRICCA PEGGIO DEL VESUVIO…
Emilano
Fittipaldi e Claudio Pappaianni per "L'espresso",
in edicola domani
«Per Pompei le risorse ci sono, si tratta di saperle
spendere», affermava due anni fa Sandro Bondi,
annunciando che il 28 ottobre 2008 Berlusconi avrebbe
visitato il sito archeologico più famoso del mondo.
Chissà se il ministro per i Beni culturali sapeva che
per quella visita il commissariato straordinario voluto
da lui medesimo stava bruciando un pacco di soldi.
«Sessantamila euro per la visita del presidente del
Consiglio», recita la voce della contabilità del
commissariato, cui vanno aggiunti 11 mila euro per la
«pulizia delle aree di visita del Presidente del
Consiglio» e 9.600 euro per «l'accoglienza».
Giustificazione dell'uscita: promozione culturale.
Lavoro e migliaia di euro sperperati, visto che il
Cavaliere a Pompei non ci metterà mai piede.
I
soldi destinati alla visita del premier non sono gli
unici, incredibili "investimenti" che i due commissari
straordinari voluti da Bondi (prima il prefetto Renato
Profili, poi Marcello Fiori della Protezione civile)
hanno autorizzato durante la loro gestione per
rilanciare il sito. "L'espresso" ha trovato l'elenco di
(quasi) tutte le spese effettuate dalla struttura,
denaro che forse sarebbe stato meglio utilizzare nella
manutenzione e nel restauro dei templi e delle Domus
degli scavi.
«Ora è tardi, la scuola dei Gladiatori è crollata e non
si può tornare indietro», dice un tecnico che chiede
l'anonimato: «È una roba vergognosa, pazzesca, ha
ragione il presidente Napolitano».
Tra stipendi da record, consulenze, operazioni di
marketing e bizzarrie in odore di Cricca, a Pompei ci
hanno mangiato in tanti. La lista comprende di tutto: ci
sono 12 mila euro pagati per rimuovere 19 pali della
luce; 100 mila per il «potenziamento dell'illuminazione»
delle strade esterne al sito; 99 mila finiti a una ditta
che ha rifatto «le transenne». Oltre 91 mila euro sono
andati a un Centro di ricerche musicali per
l'installazione di planofoni (strumenti per la
diffusione del suono nello spazio), e 665 euro sono
serviti a cambiare le serrature di un punto di ristoro.
Quasi 47 mila euro sono serviti per metter in piedi
l'evento "Torna la vite"; 185 mila per il progetto
PompeiViva: soldi dati alla onlus romana CO2 Crisis
Opportunity fondata da Giulia Minoli, figlia di Gianni e
Matilde Bernabei, che ha avuto Gianni Letta come
testimone di nozze. Lo sposo? Salvo Nastasi, direttore
generale del ministero dei Beni culturali. Al piano di
valorizzazione è stata chiamata anche Wind: importo
previsto, 3,1 milioni di euro.
Le
convenzioni, a Pompei, costano caro: 547 mila euro sono
stati spesi per un progetto intitolato "Archeologia e
Sinestesia" curato dall'Istituto per la diffusione delle
Scienze naturali, altri 72 mila sono state dati
all'associazione Mecenate 90 (presidente onorario il
solito Gianni Letta, presidente Alain Elkann) per
un'indagine conoscitiva sul pubblico, e ben 724 mila
all'Università di Tor Vergata «per lo sviluppo di
tecnologie sostenibili».
Qualche maligno sostiene che ci possa essere un
conflitto d'interessi: Fiori, si legge nel suo
curriculum, è stato docente universitario del corso
"Pianificazione degli interventi per la sicurezza del
territorio" proprio a Tor Vergata. Supermarcellino, come
lo chiamano gli amici, fedelissimo di Guido Bertolaso,
ex vice-capogabinetto di Rutelli, è l'uomo-chiave degli
ultimi 18 mesi, l'esperto che afferma di aver speso il
90 per cento dei 79 milioni di euro a disposizione «per
la tutela e la messa in sicurezza».
Sarà, ma sono molte le spese che stonano. Passi per i
1.668 euro per i nuovi arredi del suo ufficio, ma forse
i 1.700 euro per la divisa del suo autista o i 4 mila
per la sua «parete attrezzata» poteva risparmiarli. Come
i 10 mila per un altro ufficio presso l'Auditorium, i
113 mila per lo spettacolo "Pompei in scena" o i 955
mila per il «progetto multimediale» alla casa di
Polibio.
A
sei giorni dai crolli, sulle pietre della scuola dei
Gladiatori sgambettano tre cani randagi, nonostante la
Protezione civile abbia deciso di dare alla Lav ben 102
mila euro per «l'arresto dell'incremento» dei
quadrupedi.
Negli ultimi due anni il luminare che si è affaccendato
intorno al lettino del malato è stato Bondi, l'uomo che
ha accettato, senza fiatare, i tagli-monstre imposti da
Giulio Tremonti. «Vorrei vivere», diceva un mese fa «in
un Paese dove un uomo pubblico viene giudicato per
quello che fa. L'idea di affidare a un commissario
straordinario della Protezione civile la rinascita di
Pompei ha perfettamente funzionato». Infatti. La Corte
dei Conti, già ad agosto, aveva criticato la decisione
di consegnare gli scavi al dipartimento di Bertolaso
(«Pompei non è un'emergenza»).
Ora, i dati scovati da "L'espresso" indicano, forse, che
non ci si è impegnati a dovere sulle priorità. La mostra
"Pompei e il Vesuvio" promossa da Comunicare
Organizzando di Alessandro Nicosia (uno degli
imprenditori del settore più amati dai Bertolaso boys,
che gli concedono spesso incarichi senza gara) è costata
oltre 600 mila euro, mentre per l'illuminazione della
casa di Bacco sono stati usati 1,2 milioni.
Con l'avvento di Fiori la struttura commissariale,
inoltre, è lievitata come un pan di Spagna. Dai cinque
uomini di staff che affiancavano Profili (260 mila euro
in tutto, il 20 per cento al prefetto) si passa a
dodici. Viene pure incrementata, con un'ordinanza, la
percentuale di risorse dedicata alla "copertura degli
oneri della struttura commissariale". La dotazione
prevista passa da 200 mila a 800 mila euro, ma non
basta.
A
fine missione, la voce "funzionamento" sul bilancio del
commissariato segna una spesa complessiva di oltre
2milioni e 300 mila euro. Numeri alla mano, si va dai
149 mila euro per Fiori, risorse che si aggiungono al
suo già profumato stipendio da dirigente apicale del
ministero, ai 125 mila per quattro co.co.co. di fiducia,
ai 250 mila per il personale distaccato. Per tutti, il
22 ottobre 2009 il commissario autorizzava la ricarica
di carte di credito "superflash" per "rimborsi spese di
missione" per un importo pari a 185 mila euro.
La
Uil Beni Culturali è da mesi che attacca la gestione
commissariale. Lo scorso luglio il segretario generale
Gianfranco Cerasoli ha presentato persino un esposto
alle procure di Napoli e di Torre Annunziata. Il
sindacalista, oltre alla questione stipendi, ha
duramente criticato anche i lavori di restauro
effettuati da Fiori. «In primis quelli per il Teatro
Grande, dove la cavea è stata ricostruita con mattoni di
tufo che nulla c'entrano, e dove si è lavorato con
martelli pneumatici, scavatori e bobcat, in una zona
dove bisognerebbe camminare a piedi nudi», spiega
Cerasoli.
L'impresa affidataria è la Caccavo srl di Pontecagnano
(Salerno): Profili chiude con loro un appalto da 449
mila euro, ma dopo un anno Fiori affida a loro altre
"opere complementari al progetto" per 4,8 milioni. A cui
vanno aggiunti altri incarichi, per un totale di 16
milioni di commesse in due anni. Altre presenze fisse
nei lavori sono la ditta Maioli di Ravenna, quella di
Vincenzo Vitiello (pare assai vicino alla curia) e di
Alessandra Calvi, che ha lavorato vicino alla scuola
crollata.
In
pochi la conoscono. «Io dico pure che dei 79 milioni che
avevano i due commissari, l'importo destinato agli
interventi di messa in sicurezza è pari appena al 52 per
cento del totale», ragiona il sindacalista: «Mentre a
tutti gli interventi di valorizzazione e comunicazione,
su cui procura e Corte dei Conti dovrebbero guardare con
attenzione, è andato il 48 per cento, pari a 38,2
milioni».
Bondi e Fiori fanno spallucce. Siamo gli unici, dicono,
che hanno destinato 2 milioni alla manutenzione
ordinaria. Verissimo. Ma a questi si sarebbero potuti
aggiungere i 500mila euro destinati ai servizi per la
stagione teatrale 2010-2011 (il San Carlo ne prende
altri 142 mila, sempre giustificati dalla dicitura
"messa in sicurezza"), i 275 mila girati a Legambiente
per «la formazione di volontari», i 42 mila spesi per
alcuni volumi di storia, o i 17 mila investiti in
televisioni Lcd. Senza dimenticare i mille euro usati
«per sfoltire» un pino vicino agli uffici della
sovrintendenza. I rami, forse, impedivano la vista del
panorama a qualche dirigente.
11-11-2010]
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VOLI DI STATO SALMONATI - LA ROSSA BRAMBILLATA USA
L’ELICOTTERO DEI CARABINIERI PER ANDARE A INCONTRARE I
COMITATI DEI SUOI ELETTORI - PARTE DALL’ELIPORTO SOTTO
CASA E SVOLAZZA IN GIRO PER L’ITALIA IN MISSIONI CHE NON
SEMBRANO NÉ URGENTI NÉ DA COMPIERE SOLO IN ELICOTTERO
(DUE-ORE-DUE DI AUTO BLU SI POSSON ANCHE SOPPORTARE) -
MA DA ROMA APPROVANO TUTTO, E IL MINISTERO DEL TURISMO
(SENZA PORTAFOGLIO) NEL 2009 SPENDE 157 MILA € SOLO PER
GLI SPOSTAMENTI, QUANDO IL BUDGET PREVISTO ERA DI 27
MILA…
Fabio Amato per "il
Fatto Quotidiano"
Per i suoi spostamenti Michela Vittoria Brambilla
preferisce l'elicottero: di Stato e pagato dai
contribuenti. Già animatrice dei "Circoli", ora
"Promotori", della libertà, il ministro e presidente in
pectore dell'Organizzazione mondiale del turismo vantava
già nel 2009 un piccolo record: 157mila euro di spesa
viaggi - per un dicastero senza portafogli - a fronte di
un budget previsto di 27mila. Ora forse è possibile
capire il perché.
È
il 9 dicembre dello scorso anno, il ministro compie in
auto (blu) i quattro chilometri e mezzo che separano la
sua abitazione di Calolziocorte, nel Lecchese, dalla
Aviosuperficie Kong di Levata, piccola frazione del
comune di Monte Marenzo sulla statale 639. A quel punto
i cittadini hanno già speso 500 euro per il solo uso
dell'auto (questa la tariffa rivelata dall'Espresso nel
settembre del 2009 per il noleggio del mezzo).
Ad
attenderla, dalle nove del mattino, ci sono almeno una
ambulanza, inviata dai volontari del soccorso di
Calolziocorte su richiesta della centrale 118 di Lecco e
un mezzo dei vigili del fuoco. Già, perché quando il
ministro si sposta, tutte le forze convergono a
prevenire problemi. Quando finalmente l'ambulanza torna
in sede sono le 11.20. Due ore dopo, però, il mezzo esce
nuovamente per attendere il rientro dell'elicottero dei
Carabinieri, sul quale viaggia il ministro. Da verbale
torna in sede un'ora più tardi.
IL
CAMPO DA GOLF? AFFARE DI STATO - La scena si ripete
uguale almeno un'altra volta nel corso del 2010, da
quanto il Fatto Quotidiano è riuscito a documentare. Il
13 marzo, nel giorno in cui il ministro è a Rimini,
prima per incontrare il comitato elettorale del Pdl, poi
per partecipare ad un incontro pubblico con gli
operatori economici locali. E un altro servizio di lì ad
un mese risulta prenotato ed annullato all'ultimo
momento.
Il
16 ottobre, poi, a Caiolo, Valtellina, il ministro è
atteso per l'inaugurazione di un campo da golf, ma
l'elicottero - scrivono allora i giornali locali - non
parte per colpa delle condizioni meteorologiche e la
Brambilla è costretta a dare forfait. Ogni volta la
segnalazione dello spostamento arriva qualche giorno
prima.
In
questo modo tutti i mezzi necessari possono essere
allertati. I rimborsi poi vengono scaricati sui
contribuenti. Nel caso specifico della ambulanza, ad
esempio, l'uscita è pagata dalla convenzione tra 118 e
Regione Lombardia.
PER LA PREFETTURA È "TUTTO A POSTO" - Il numero dei
viaggi, in ogni caso, potrebbe essere maggiore. Alla
Aviosuperficie Kong, piccola striscia d'asfalto privata
tra le montagne e il margine di una palude, infatti,
ammettono senza problemi di non sapere sempre il nome
dei passeggeri degli elicotteri che chiedono di usare la
pista. "A mia memoria saranno tre o quattro viaggi in un
anno - spiega Nadia Ferrari - ma a volte è direttamente
il pilota a contattarci".
Del resto, dice ancora la dirigente della Kong, ad
utilizzare la pista, normalmente destinata agli
ultraleggeri, sono in tanti e quasi sempre noti. Dagli
elicotteri della Ferrari ai vociferati viaggi dell'ex
ministro Roberto Castelli, che abita più o meno cinque
chilometri a Est ed è oggetto delle discussioni locali
al pari della vicina Brambilla.
Ma
chi paga per tutto questo e su quali basi? Dalla
prefettura di Lecco non confermano e non smentiscono
"nel merito". Ma precisano che è "tutto a posto". Per il
gabinetto del prefetto, infatti, gli spostamenti del
ministro sono approvati direttamente dall'ufficio voli
della presidenza del Consiglio. Cioè pagati da noi.
La
stessa spiegazione arriva dal nucleo elicotteri dei
carabinieri di Orio al Serio, il più vicino (27km)
dall'aviosuperficie di Levata. Il colonnello Margini,
che comanda il nucleo, conferma che se di voli si tratta
- e l'ufficiale non conferma - questi devono essere
autorizzati da Roma. Quanto allo spiegamento di mezzi di
soccorso, è "buona norma. Siamo più tranquilli se ci
sono".
Anche se da Roma non arrivano risposte - l'ufficio voli
di Stato "non è aperto al pubblico, non possiamo
rispondere a questo tipo di domande" - non è difficile
credere che tutto sia effettivamente in regola.
E
allora guardiamola la regola. Perché quale che sia la
versione ufficiale, è difficile comprendere su quali
motivazioni il ministro possa volare sugli elicotteri
dei Carabinieri a spese dei cittadini. La normativa sui
voli di Stato, varata pochi mesi dopo l'insediamento
dell'esecutivo di Berlusconi, prevede infatti due soli
ragioni, che devono intervenire contestualmente, per
concedere il privilegio ai ministri della Repubblica.
LE
FUNZIONI ISTITUZIONALI - Si legge infatti nella
direttiva del 25 luglio 2008 che per autorizzare il volo
devono sussistere "comprovate ed inderogabili esigenze
di trasferimento connesse all'efficace esercizio delle
funzioni istituzionali". E soprattutto che devono non
essere "disponibili voli di linea né altre modalità di
trasporto compatibili con l'efficace svolgimento di
dette funzioni".
È
questo il caso? Il nove dicembre scorso, ad esempio, il
ministro è a Piazzola sul Brenta, provincia di Padova.
Navigatore alla mano, per un comune automobilista sono
due ore e 20 di tragitto. Molto meno con un lampeggiante
sul tetto dell'auto. Abbastanza per giustificare il volo
di un elicottero?
Per non dire dell'incontro a Rimini del 13 marzo.
Valgono un elicottero di Stato l'incontro con il proprio
comitato elettorale e la partecipazione ad un incontro
pubblico?
Del resto, che il ministro si senta importante - una
"capopopolo", disse di se stessa a Vanity Fair - a
Calolziocorte è oggetto di qualche seccatura e molta
ironia. In tanti ricordano parcheggi improvvisati
dell'auto blu, fughe dal parrucchiere con salto della
fila, multe che appaiono e scompaiono.
Fino al punto di creare una divertente aneddotica sul
gran premio di Monza, che già costò caro a Rutelli e
Mastella, rei di esserci arrivati con un volo di Stato
nel 2007. Due anni dopo la premiazione è toccata al
ministro Brambilla e qualcuno dice che per la fregola
dell'elicottero il ministro sia arrivato a destinazione
venti minuti prima della sua stessa auto. E che per una
volta abbia dovuto aspettare. 09-11-2010]
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VEDI LA MONNEZZA DI NAPOLI E POI MUORI - MENTRE LA BELLA
STEFY LITIGA CON TREMONTI SUI SOLDI, IL TAR LE ASSESTA
UN COLPO DA KO - I GIUDICI SI ACCORGONO CHE LA
PRESTIGIACOMO, PER FARE UN FAVORE ALLE LOBBY DEL
RICICLO, HA LICENZIATO DI NASCOSTO TUTTI I VERTICI
DELL’OSSERVATORIO NAZIONALE SUI RIFIUTI - RISULTATO: DA
OLTRE UN ANNO LA VIGILANZA SU TUTTA LA MONNEZZA ITALIANA
È SENZA PERSONALE - CHE FINE HANNO FATTO I SOLDI DEI
PRIVATI PER FINANZIARE L’ENTE?…
Sandro Iacometti per
Libero
L'Osservatorio nazionale sui rifiuti torna in campo. La
notizia può sembrare bizzarra, visto che l'organismo
interministeriale non è mai stato sciolto. Tuttora,
nella sezione "comitati e commissioni" del sito del
ministero dell'Ambiente, si può leggere che l'Onr
"vigila sulla gestione dei rifiuti, degli imballaggi e
dei rifiuti di imballaggio; provvede all'elaborazione e
all'aggiornamento permanente di criteri e specifici
obiettivi d'azione, nonché di un quadro di riferimento
sulla prevenzione e gestione dei rifiuti; verifica i
costi di recupero e smaltimento; verifica i livelli di
qualità dei servizi erogati; predispone un rapporto
annuale sulla gestione dei rifiuti, ecc. ecc.".
Compiti mica da ridere, soprattutto mentre Napoli è
sommersa dalla "monnezza" e l'Europa è pronta ad aprire
una procedura d'infrazione contro l'Italia proprio sui
rifiuti. Ebbene, cos'ha fatto negli ultimi mesi
l'Osservatorio? Nulla. Più di un anno fa, per la
precisione da ottobre 2009, il decreto di
riorganizzazione del ministero dell'Ambiente ha
stabilito l'immediata decadenza dei suoi membri per
esigenze di riduzione della spesa pubblica e di
riassetto dell'organismo stesso. Il problema è che i
sostituti non sono mai arrivati. E l'Onr è praticamente
chiuso da 13 mesi.
Difficile dire quanto sarebbe andata avanti la
situazione. Sta di fatto che il 18 ottobre scorso, con
una clamorosa sentenza resa nota solo in questi giorni,
il Tar del Lazio ha deciso di annullare il provvedimento
del ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e di
reintegrare "senza indugio"i funzionari dell'Onr.
Diversi i motivi che hanno spinto i giudici a censurare
il governo.
In
primo luogo, l'Osservatorio è finanziato dai soggetti
(privati) vigilati e quindi non può rientrare in alcun
progetto di riduzione della spesa pubblica. In secondo
luogo, l'organismo non ha subito alcun riassetto tale da
giustificare la decadenza automatica dei suoi membri.
Ma
il punto più grave è quello che, ipotizzando con un po'
di generosità la buona fede del ministero, si può
definire un pasticcio burocratico. In sintesi, il testo
del provvedimento sottoposto all'esame del Parlamento e
del Consiglio di Stato non coincide con quello
pubblicato in Gazzetta. La parte mancante, inutile
dirlo, è proprio quella relativa all'azzeramento
dell'Onr.
La
notizia della decisione del Tar è stata rivelata ieri
dallo stesso vicepresidente dell'Onr, Fabrizio Clementi,
durante un convegno alla Fiera Ecomondo di Rimini
organizzato dal Consorzio Carpi per illustrare un
progetto innovativo (Plastic Eco Village) di
tracciabilità e certificazione della filiera italiana
della plastica. Clementi si è limitato ad annunciare una
conferenza stampa per lunedì prossimo in cui si
spiegheranno tutti i particolari della vicenda. Ma sono
in molti a ritenere che il "congelamento" dell'Onr sia
legato in qualche modo proprio al Consorzio Carpi.
Il
gruppo di imprenditori trevigiani, in collaborazione con
la società Aliplast, gestisce, infatti, da circa un anno
un sistema autonomo di raccolta e riciclo di rifiuti
plastici (il Pari). Un'attività che sta dando ottimi
risultati sia per le imprese aderenti sia per i
consumatori sia per l'ambiente, ma che poco piace ai
consorzi nazionali obbligatori aderenti al Conai, che
controllano di fatto un sistema monopolistico, imponendo
ai produttori di materiali da imballaggio onerosi
balzelli che vengono poi scaricati sull'utente finale.
Cosa c'entra l'Onr? E' stato proprio l'Osservatorio,
applicando le direttive comunitarie e le leggi italiane
e rispondendo ai numerosi allarmi dell'Antitrust sui
rischi per il settore dovuti alla mancanza di
concorrenza e alla natura monopolistica dei consorzi
nazionali, a riconoscere e autorizzare il sistema
autonomo Pari. Da allora l'organismo non ha avutovita
facile. Ai ricorsi al Tar (ancora pendenti) presentati
dai consorzi Conai e Corepla si è affiancata un'attività
lobbistica che alla fine, dopo vari tentativi, ha
azzoppato l'Onr. 08-11-2010]
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ERICA JONG E LA FOLLIA DELLE MADRI: PERCHÉ LA MATERNITÀ
È DIVENTATA UNA PRIGIONE PER LE DONNE MODERNE
http://on.wsj.com/96rSXL
SI
AVVICINA IL RINVIO A GIUDIZIO PER I SOSPETTATI ASSASSINI
DI HARIRI, EX PRIMO MINISTRO LIBANESE
http://on.wsj.com/9t5vhQ
-
La Commissione dell'ONU che si sta occupando delle
indagini sull'omicidio Hariri sarebbe pronta a rinviare
a giudizio tra i 2 e i 6 membri del gruppo militante di
Hezbollah. Questo potrebbe riaccendere gli scontri tra
le fazioni libanesi.
LE
ELEZIONI BIRMANE CRITICATE DA TUTTI: NON SAREBBERO NÉ
LIBERE NÉ GIUSTE
http://on.wsj.com/cl0Kgi
-
È cominciato lo spoglio delle schede delle prime
elezioni a Myanmar in 20 anni. Il presidente Obama ha
dichiarato che le elezioni non si sono svolte in modo
"né libero né giusto", e ha esortato la giunta militare
a liberare Aung San Suu Kyi, il premio Nobel leader
dell'opposizione, e gli altri 2.100 prigionieri
politici.
16.11.10 |
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LA
CASTA DI ALE-DANNO! - LE MANI DELLA DESTRA ALEMANNIANA SUI
CLUB SPORTIVI DI ROMA. IL FILO ROSSO CHE CONGIUNGE IL CAPO
SEGRETERIA DEL SINDACO, ANTONIO LUCARELLI, CON L’EX FASCIO
GENNARO MOKBEL (IL FACCENDIERE DI
TELECOM-SPARKLE-FINMECCANICA) - I RAPPORTI TRA LA FAMIGLIA
LUCARELLI, L’INGEGNER MORO, GIANCARLO SCAROZZA (COGNATO DI
MOKBEL) E SILVIO FANELLA, IL CASSIERE DI MOKBEL - NEGLI ANNI
’90 LUCARELLI ERA DENTRO L’AFFARE DEI “PUNTI VERDI QUALITÀ”
CON LA SOCIETÀ MONDO VERDE SAS, OGGI SE NE OCCUPA COME
DELEGATO DI ALEMANNO…
Corrado
Zunino per "La
Repubblica - Roma"
1 - LE MANI DELLA DESTRA SUI CLUB SPORTIVI ROMANI:
IL FILO ROSSO CHE LEGA IL CAPO SEGRETERIA DI ALEMANNO A
MOKBEL
L'ultimo affare della destra romana si chiama "Punti verdi
qualità". Sono gli spazi ludico-sportivi con le piscine per
i ragazzini e i chioschetti per il caffè che da 17 anni
cinque amministrazioni della città tentano di portare nelle
profonde periferie. Oggi di questo esperimento
pubblico-privato solo undici progetti (su 67 varati) sono
stati portati a compimento. Trentanove cantieri restano
aperti. I piccoli imprenditori radunati nell'"associazione
assegnatari" denunciano di aver finito le risorse.
Ma,
tra coloro che hanno rifiutato di consorziarsi e gestiscono
i 32 terreni restanti, si scoprono dodici Punti verdi che -
sostiene una denuncia presentata in Procura il 14 ottobre
dal consigliere regionale del Pd, Enzo Foschi - sono
riconducibili a parenti e amici d'area politica di Antonio
Lucarelli, capo segreteria della Giunta Alemanno, nelle
ultime due riunioni delegato dal sindaco a gestire questa
complicata questione amministrativa. "Chiediamo alla Procura
di valutare se ci sono gli estremi di eventuali reati nella
condotta delle persone indicate nella documentazione
allegata", scrive il denunciante Foschi.
Nel
1995 Lucarelli, imprenditore e consigliere nel V Municipio,
fonda con i cugini Emiliano e Giampaolo la Mondo Verde sas e
nel dicembre 1996 - quando la Giunta Rutelli approverà la
delibera 4480 sui Punti verdi - la società di famiglia
otterrà due terreni: la Torraccia (in via Bonifacio) e il
Nomentano-San Basilio (via Casal di San Basilio). Alla fine
degli anni Novanta, con i progetti avviati, Antonio
Lucarelli lascia la Mondo Verde.
I
cugini si sfilano tra il '99 e il 2000 e amministratore
della società diventa Silvio Fanella, l'uomo che l'inchiesta
Telecom-Sparkle considera il cassiere di Gennaro Mokbel,
destrissimo imprenditore romano in carcere per riciclaggio.
Nella primavera del 2006 la Mondo verde, capace di acquisire
altre due aree (Ponte di Nona e il Parco di Villa Veschi),
diventa proprietà dell'ingegner Fabrizio Moro. Ecco, Moro. È
un amico della prima ora dell'attuale capo di gabinetto.
L'ipotesi dell'esposto - da verificare - è che tutt'oggi
dietro l'ingegner Moro e i suoi terreni assegnati dal Comune
ci sia il capo di gabinetto del sindaco Alemanno. Alcuni
indizi supporterebbero l'ipotesi. La Mondo Verde, per
esempio, per due volte ha cambiato sede legale. In un primo
tempo è stata spostata in via di Nomentana 1100, dove è
allocata un'altra storica società di famiglia: la "Lucky
Service" del cugino Giampaolo. Quindi è approdata in via
Ezio 19, a Prati: lì ha sede la "Green Gest" di cui è stato
amministratore fino al 2008 proprio Antonio Lucarelli. Come
certificano i verbali delle riunioni alla commissione
Ambiente, il capo di gabinetto ha partecipato in nome del
sindaco alle audizioni su Punti verdi qualità e ha offerto
indicazioni sui nuovi progetti, ne ha frenato altri, in
alcuni casi scontrandosi con l'assessore all'Ambiente Fabio
De Lillo.
Il
giro è largo, nell'affare della destra. In tre aree gestite
oggi dall'amico Moro - Torraccia, Nomentano-San Basilio e
Ponte di Nona - il direttore dei lavori è stato Giancarlo
Scarozza. Bene, lo stesso Scarozza, uomo considerato vicino
sia al capo di gabinetto che all'ingegner Moro, con due
società diverse ha ottenuto anche l'assegnazione dei Punti
verdi di Castel Giubileo e Forte Ardeatino. L'architetto
Scarozza è, tra l'altro, il marito della sorella di Mokbel.
Nella
grande inchiesta del pm Capaldo si può rintracciare una
telefonata tra Mokbel e lo stesso Scarozza sui Punti verdi
romani. L'imprenditore vuole aiutare il boss di Ostia,
Carmine Fasciani, e chiede: "Ma è possibile acciuffà quello
sulla Colombo?". Il cognato risponde: "No, quello è di
Salabè, un operatore dei servizi segreti".
Dicevamo la sorella di Mokbel, Lucia. Lei, con Gianfranco
Ziccaro, oggi gestisce l'area di Parco Feronia, via dei
Monti Tiburtini. E seguendo l'esposto si trovano altri
imprenditori d'area: Massimo Dolce e Patrizia Allegri. Hanno
ottenuto vantaggi grazie alle cosiddette "aree dislocate",
spostate dopo una prima scelta: Torrevecchia 2, Parco Casa
Calda, Parco di Spinaceto, gli Emicicli di Valadier di via
Principessa Clotilde e viale Portuense. Dai terreni ex M2
dell'Alitalia è stata allontanata la Fonopoli di Renato
Zero: si doveva recuperare lì, a tutti i costi, un prezioso
"Punto verde".
2 - LUCARELLI: "SE CONOSCO SCAROZZA, IL COGNATO DI
MOKBEL? NON LO RICORDO"
"Non c'entro più con quelle società, con la Mondo Verde, con
l'ingegner Fabrizio Moro. Sono uscito alla fine degli anni
Novanta".
Dal
1999, capo di segreteria Antonio Lucarelli, lei non si
occupa più dei Punti verdi qualità?
"No, il recupero degli spazi dismessi e la gestione delle
aree verdi sono una mia antica passione, una professionalità
acquisita. E, infatti, nel 2005 sono stato chiamato come
consulente per gestire alcune strutture".
Chi le
chiese la consulenza?
"L'ingegner Fabrizio Moro".
Quindi, l'amministratore della Mondo verde che lei ha
fondato.
"La Mondo verde che ho fondato con i miei cugini carnali e
poi ho lasciato".
Oggi è
in mano a un suo amico.
"Conosco l'ingegner Fabrizio Moro da tempo, per motivi
professionali, ma oggi tra noi non c'è alcun rapporto. Nella
primavera 2008, entrato nella Giunta Alemanno, ho
abbandonato ogni attività imprenditoriale. Ho lasciato anche
la Green Gest, che si occupava della cura dei Punti verdi".
Moro è
stato con lei nella prima Forza nuova romana?
"No, non c'era".
C'è
una denuncia che ipotizza che ci sia lei dietro quattro
terreni assegnati dal Comune alla Mondo Verde e che per
altri otto abbia aiutato imprenditori della sua area
politica.
"Un falso. I terreni alla Mondo Verde sono stati assegnati
dalle precedenti amministrazioni. Del resto, non so di che
si parli".
Oggi,
però, è stato delegato dal sindaco sulla questione.
"In virtù delle mie conoscenze, nelle ultime due riunioni,
sono stato convocato dal presidente della commissione
Ambiente, Andrea De Priamo. Ma non interverrò più: non ho
competenza amministrativa, rischio di trovarmi in
difficoltà".
Conosce Silvio Fanella? E' stato l'amministratore della
Mondo Verde subito dopo i Lucarelli. È considerato il
cassiere di Mokbel.
"Non ho idea di chi sia".
E
l'ingegner Scarozza cognato di Mokbel? È stato direttore dei
lavori in tre terreni assegnati alla Mondo Verde.
"Non lo ricordo".
Perché
tra il 22 e il 23 luglio scorsi sei diverse aree sono state
assegnate da Paolo Giuntarelli, dirigente del X
Dipartimento?
"Un errore, queste assegnazioni devono passare dal Consiglio
comunale".
L'associazione assegnatari denuncia un giro di imprenditori
che lavora per far fallire i loro progetti e comprare le
aree a prezzi stracciati.
"Non ho mai avuto questa percezione".
02-11-2010]
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CASINI
PER CESA, INDAGATO PER FRODE - LA PROCURA DI ROMA SEQUESTRA
UN MILIONE € IN BENI DEGLI AZIONISTI DELLA DIGITALTECO, DI
CUI IL SEGRETARIO DELL’UDC È SOCIO FONDATORE - LA FABBRICA
AVREBBE DOVUTO PRODURRE CD IN CALABRIA MA, INTASCATI I
CONTRIBUTI EUROPEI, È STATA VENDUTA DA CESA E SOCI, ANCHE
LORO INDAGATI (TRA QUESTI, SCHETTINI, SEGRETARIO DI
FRATTINI, E L’EX AN PAPELLO), CON ANCORA I MACCHINARI
IMBALLATI - TUTTO NASCE DALL’INCHIESTA POSEIDON DI DE
MAGISTRIS, MA CESA ASSICURA: “STORIA VECCHIA, ATTO DOVUTO”…
Adelaide Pierucci per "Lettera43"
Il
segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa, è indagato a Roma per
frode comunitaria. La notizia è trapelata dal palazzo di
giustizia dopo che il gip Rosalba Liso, su richiesta del pm
Maria Cristina Palaia, ha disposto nei giorni scorsi il
sequestro di beni (immobili e non) per oltre 1 milione di
euro ricollegabili agli azionisti della Digitaleco Optical
Disc srl, l'azienda con sede legale a Roma di cui Cesa è
socio fondatore.
La
società ha ottenuto circa 1,5 milioni di euro di
finanziamento dall'Unione europea per fabbricare compact
disc in Calabria, sulla Sila.
Ad
eseguire l'ordine del giudice per le indagini preliminari di
Roma sono stati i carabinieri di Catanzaro. Qui è iniziata
l'inchiesta, scaturita da un filone dell'indagine Poseidone
di Luigi De Magistris (ex magistrato e ora europarlamentare
per l'Idv), poi arrivata nella capitale per competenza
territoriale.
L'azienda (che ha cambiato varie denominazioni) ha incassato
fondi, ma da tempo è dismessa dopo aver avviato le procedure
per gli ammortizzatori sociali per i propri dipendenti.
LO
STABILIMENTO COLLAUDATO PRIMA DI ESSERE TERMINATO
La sede legale di via Tivoli, a Roma, è chiusa. Come anche
lo stabilimento di Piano Lago a Mangone, località di un
migliaio di abitanti in provincia di Cosenza. Al telefono
non risponde nessuno. In paese definiscono l'azienda «una
fabbrichetta che ha lavorato solo qualche anno».
Gli
ultimi 12 operai hanno ottenuto la cassa integrazione in
deroga per il 2009 con un costo di 152 mila euro in parte
finanziati dalla Regione Calabria.
Tra il 2001 e il 2006 l'Unione europea ha riversato sulla
Calabria 1 miliardo e 100 milioni di euro a cui vanno
aggiunti 4 miliardi di incentivi alle imprese stanziati dal
governo e dalla Regione.
Alcuni
casi macroscopici di aziende aperte e chiuse nel giro di
pochi mesi hanno messo in moto le procure che per alcuni
episodi hanno ipotizzato i reati di concussione, corruzione
e truffa.
De
Magistris, quando era pm a Catanzaro, aveva puntato gli
occhi sulla Digitaleco. Tra gli azionisti della prima ora,
alla fine degli anni Novanta, c'erano quattro persone legate
alla politica: l'attuale segretario dell'Udc Lorenzo Cesa;
il capo della segreteria di Franco Frattini, Fabio
Schettini; l'ex responsabile dell'emergenza rifiuti in
Calabria in quota An, Giovan Battista Papello (considerato
factotum di Altiero Matteoli); e Silvio Grandinetti, subito
uscito dall'affare, in quota Pd, figlio di Giulio
Grandinetti, segretario del consigliere regionale Nicola
Adamo (gruppo misto).
De
Magistris è convinto che la Digitaleco sia coinvolta in giri
poco chiari, anche perché - per esempio - lo stabilimento
avrebbe superato il collaudo quando era ancora in
costruzione. L'iscrizione di Cesa nel registro degli
indagati risale al marzo 2006: l'inchiesta dell'ex
magistrato però, era più ampia e vi sono coinvolte decine di
nomi tra cui militari, parlamentari, industriali. Sono i
cento filoni dell'indagine Poseidone.
Quando
Schettini, Papello e Cesa vendettero la Digitaleco, chi la
rilevò rimase sorpreso: la fabbrica era ancora in fase di
costruzione, mancava addirittura una parte del tetto, eppure
aveva già il collaudo.
I
macchinari, pagati con i soldi dell'Unione europea, invece
erano imballati in un angolo. Per questo il segretario
dell'Udc è stato indagato anche dall'Olaf, l'Ufficio
antifrode europeo che si è occupato di lui anche in qualità
di ex europarlamentare e membro della commissione di
controllo sul Bilancio, proprio quella che aveva competenza
sulle truffe alla Ue e di cui, dal 2009, è presidente
proprio De Magistris.
SEI
INDAGATI CON IL SEQUESTRO DI BENI PER 1 MILIONE
Dopo le traversie dell'inchiesta Poseidone, la scelta del
magistrato di lasciare la toga, i rimbalzi di competenza (il
gip del Tribunale di Catanzaro, dopo che il pm Salvatore
Curcio al quale era passata l'iniziativa aveva presentato
una richiesta di sequestro beni per 2,5 milioni di euro) e
le procedure giudiziarie, l'inchiesta sulla Digitaleco
Optical Disc srl è sbarcata a Roma.
Nella
capitale, insieme con il segretario dell'Udc sono state
iscritte nel registro degli indagati altre cinque persone.
Gli
indagati sono sei: oltre a Cesa ci sono Fabio Schettini, già
segretario del ministro degli Esteri Franco Frattini
quand'era vicepresidente della Commissione europea; Giovan
Battista Papello, ex subcommissario per l'emergenza rifiuti
in Calabria e sua moglie Maria Assunta Lanzetta; Stefano
Bencivenga e Augusto Pelliccia.
Qualcuno è coivolto per le cariche societarie ricoperte
quancun altro in qualità di azionista di Scarabeo Dvd Srl,
Optical Disc srl e quindi di Digitaleco Optical Disc srl.
Tutti sono accusati, in concorso, dell'articolo 640 bis del
codice penale, ossia di truffa aggravata per il
conseguimento di erogazioni pubbliche.
L'estate scorsa, mentre si avviava alla chiusura delle
indagini, il pm Palaia ha chiesto il sequestro di beni per 1
milione di euro riconducibili agli uomini coinvolti nella
gestione dell'azienda. Il gip Liso, nei giorni scorsi, lo ha
accordato.
PARLA
CESA: «È UN ATTO DOVUTO PER UNA STORIA VECCHIA»
«Rispetto della legalità e completa fiducia nella
magistratura: questi sono i miei principi ispiratori a cui
non intendo venire meno», ha commentato Cesa, interpellato
da Lettera43.it. «Il provvedimento che mi è stato notificato
oggi riguarda fatti di circa dieci anni fa, già chiariti in
sede europea, archiviati da parte dell'Olaf (Ufficio europeo
per la lotta anti-frode) e chiariti anche ai magistrati
italiani successivamente all'emissione, perché la
contestazione mi viene mossa solo in quanto azionista con il
2% della società in questione. Ritengo pertanto che si
tratti semplicemente di un atto dovuto».
Originario di Arcinazzo Romano, un paesino dell'alta Valle
dell'Aniene in provincia di Roma, il 59enne Lorenza Cesa ha
mosso i primi passi nei movimenti giovanili della Democrazia
cristiana dove ha stretto il legame con Pierferdinando
Casini.
Nel 1993, quando era consigliere comunale a Roma,
l'esponente politico è stato arrestato dopo due giorni di
latitanza perché accusato di essere uno dei cassieri del
ministro dei Lavori pubblici Gianni Prandini.
Nel
2001 è arrivata una condanna in primo grado a 3 anni e 3
mesi di reclusione per corruzione aggravata. Una sentenza
annullata l'anno successivo dalla Corte d'Appello per una
questione procedurale: il pm del processo aveva svolto anche
le funzione di gup. Così il gip, dopo aver dichiarato gli
atti "inutilizzabili", aveva stabilito il non luogo a
procedere.
Nel frattempo, dal 1994 Cesa aveva aderito al Ccd di Casini
e Clemente Mastella passando poi all'Udc.
Negli anni ha effettuato investimenti in imprese a Roma,
come la Global Media, e in Calabria: nella Digitaleco.
04-11-2010]
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EX
SEGRETARIO GENERALE FIFA RIPRESO DA UNA TELECAMERA
MENTRE AFFERMA DI SAPERE CHI SONO I MEMBRI CORRUTTIBILI
http://bit.ly/9tWAb9
-
Michel Zen-Ruffinen ha affermato di sapere quali membri
possono essere corrotti per ottenere un voto sulla sede
dei mondiali 2018 e 2022. Ha parlato della Spagna che ha
fatto un accordo segreto con il Qatar, di un membro del
comitato che è "il più grande gangster sulla Terra, il
cui voto costa almeno mezzo milione di dollari".
30.10.10 |
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DITE A "LA STAMPA" E A "L'ESPRESSO", CHE HANNO SEMPRE
LEGNATO LA GELMINI, CHE QUANDO INTERVISTANO L'EX BOSS MCKINSEY ROGER ABRAVANEL STANNO INTERVISTANDO ANCHE IL
SUPERCONSIGLIERE DELLA MINISTRA DELL'ISTRUZIONE
La Roma che conta si prepara all'appuntamento di martedì
nella sala della Regina a Montecitorio dove sarà
presentato il libro "Regole" scritto dal padre di tutti
i McKinsey, Roger Abravanel, e Luca D'Agnese.
L'appuntamento è per le 18 e il parterre si presenta
sontuoso perché oltre alla Marcegaglia e ai pallidi
Vittorio Grilli e Enrico Letta, arriveranno anche
Gianfranco Fini e la ministra dell'Istruzione Maria
Stella Gelmini. Si stenta francamente a capire la
ragione per cui tutti questi personaggi debbano
mobilitarsi per omaggiare il manager di origine libica
che a 21 anni era già ingegnere e per 35 anni ha guidato
la società di consulenza McKinsey.
Il libro è già stato presentato alla Bocconi da
Corradino Passera, Francesco Micheli e Flebuccio De
Bortoli, ma la replica romana avrà un'eco almeno pari
alle ambizioni dell'autore.
Abravanel sostiene da tempo che bisogna innescare
nell'economia un circolo virtuoso delle regole, e che il
merito sia un valore da difendere non solo per ragioni
etiche. Queste idee le ha maturate negli anni coltivando
una batteria di manager che vanno da Colao, Scaroni,
Passera, Nicastro, Mario Greco, Capuano e i due
"incidentati" Alessandro Profumo e Silvio Scaglia. Per
capire la ragione della kermesse di martedì nella sala
della Regina di Montecitorio bisogna tener conto che il
superconsulente è diventato superconsigliere della
ministra dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini.
Le
sue prestazioni sono a titolo gratuito, ma la difesa dei
progetti della signora che sta facendo incazzare gli
studenti e i professori è appassionata. Non a caso in
un'intervista della settimana scorsa al quotidiano "La
Stampa" il papà di tutti i McKinsey ha sparato contro il
mondo accademico accusando le lobby dei professori e dei
rettori di rovinare i piani da lui suggeriti alla povera
Gelmini.
23.10.10 |
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CORALLO GETTATO IN PADELLA(RO) - I LEGALI INGLESI DELLA
“PERSONA CHIAVE” DELLE SLOT MACHINES, SOTTO INCHIESTA
DELLA CORTE DEI CONTI (PER 98 MILIARDI DI EURO) INTIMANO
AL “FATTO QUOTIDIANO” DI SMETTERLA DI PARLARE DI
FRANCESCO CORALLO E “GIOCOLEGALE” - PECCATO CHE NON
DICANO IN COSA IL GIORNALE STIA SBAGLIANDO, LIMITANDOSI
A CHIEDERE RISARCIMENTI, FIRME E GIURAMENTI CON SU
SCRITTO “PROMETTO CHE NON LO FACCIO PIÙ” - “FORSE I
MAGISTRATI POSSONO PORSI LA DOMANDA SE SIA LECITO CHE UN
CONCESSIONARIO DI SERVIZI PUBBLICI INVII LETTERE SIMILI
Antonio
Padellaro per "il
Fatto Quotidiano"
Il
6, 8 e 9 ottobre abbiamo pubblicato tre servizi
concernenti gli affari che girano intorno alle slot
machine e tutte e tre le volte la società BPLUS
GIOCOLEGALE ci ha inviato lettere nelle quali,
lamentando una diffamazione nei confronti "del signor
Francesco Corallo" definito dai suoi legali, "la persona
chiave dell'organizzazione della Bplus, maggiore
concessionario operante nel settore delle new slot", ci
comunicava l'"avvio di denunzia penale e richiesta di
risarcimento danni".
In
nessuna delle tre lettere veniva specificato quale
falsità vi fosse nei tre servizi e pur volendo dare
notizia di questa manifestata intenzione, non siamo
stati in grado di dar conto in cosa avremmo sbagliato o
quale notizia fosse non rispondente al vero, oppure
quale non avesse un interesse per la pubblica opinione
e, infine, se si fosse travalicato in qualche modo il
limite della correttezza formale nell'esporre le
tematiche affrontate.
Il
15 ottobre, una lettera di uno studio legale di Londra
(ovviamente scritta in lingua inglese) speditaci via
fax, riprendeva il discorso della diffamatorietà e, dopo
aver riassunto brevemente l'indicazione dei tre servizi
pubblicati, aggiungeva: "Il nostro cliente nutre il
grande timore che vi stiate accingendo a pubblicare gli
stessi articoli o articoli simili contenenti materiale
diffamatorio identico o analogo. Qualsivoglia ulteriore
pubblicazione dello stesso materiale e/o di materiale
analogo riguardante il nostro cliente costituirebbe, ai
sensi della legge inglese, un ulteriore caso di
diffamazione a mezzo stampa consentendo di avanzare
un'altra richiesta di risarcimento per i danni subiti".
Anche questo studio legale non faceva minimamente
menzione di fatti, circostanze, situazioni che potessero
in qualche maniera essere considerate diffamanti o,
comunque, illecite.
La
parte più bizzarra (non sapremmo definirla diversamente)
riguarda la conclusione di questa lettera: "Sia la
precedente pubblicazione che qualsivoglia eventuale e
futura pubblicazione di tali articoli contenente
materiale diffamatorio sono inaccettabili per il nostro
cliente e, stando così le cose, è necessario che voi vi
impegniate, sottoscrivendo l'allegato modulo che deve
esserci restituito entro le 16 del 18 ottobre 2010, a
non riferire, pubblicare o mettere in circolazione alcun
precedente o nuovo articolo contenente lo stesso
materiale e/o materiale analogo a quello già pubblicato
in relazione al nostro cliente".
L'"allegato modulo", poi, è qualcosa di difficile
qualificazione. "Il legale rappresentate del Fatto
Quotidiano" dovrebbe sottoscrivere una Dichiarazione di
Impegno con la quale, premesso che la pubblicazione dei
tre servizi in questione è diffamatoria della BPLUS
GIOCOLEGALE e/o dei suoi dirigenti, direttori e/o
dipendenti o qualsivoglia altra persona, per evitare
un'azione legale per il risarcimento dei danni
conseguenti alla pubblicazione dei servizi giornalistici
in questione, si impegna:
a)
a non pubblicare né ora né in futuro materiale dello
stesso e/o analogo contenuto...;
b)
a consegnare entro e non oltre il 23 ottobre tutte le
copie degli articoli diffamatori e tutti i documenti in
nostro possesso custodia o controllo relativi al
contenuto dello stesso articolo;
c)
a ritirare entro il 23 ottobre tutte le copie degli
articoli che abbiamo distribuito;
d)
a far avere entro il 23 ottobre una dichiarazione
giurata sottoscritta da un rappresentante legalmente
autorizzato che attesti l'adempimento delle richieste
relative ai punti che precedono;
e)
a corrispondere in misura ragionevole le spese legali
sostenute.
Neppure questa lettera del legale inglese conteneva un
pur minimo cenno a "fatti" falsi e/o diffamatori, né
specificava cosa non avremmo dovuto più pubblicare. Il
che equivale a dire "Guai a voi se vi permettete di
rifare il nome di Francesco Corallo o quello della BPLUS
GIOCOLEGALE".
Abbiamo difficoltà a fare, nel nostro paese, libera
informazione e c'è chi vuole approvare leggi che la
rendano ancora più difficile. Se ci si mettono anche
avvocati inglesi che nemmeno vogliono dirci in cosa
avremmo sbagliato, siamo - come suol dirsi - alla
frutta. I giornali, però, vengono letti anche da alcuni
Procuratori della Repubblica e dall'Aams, l'ente statale
che ha il compito di controllare il gioco e del quale la
Bplus è concessionario.
Forse i dirigenti dell'Aams e i magistrati possono porsi
la domanda se sia lecito inviare lettere del tipo di
quelle da noi ricevute da parte di un concessionario
dello Stato italiano per la riscossione dei tributi
erariali. Se qualcuno di loro volesse leggerle nella
loro interezza, siamo pronti a farglielo
fare.21-10-2010]
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COSE DA MATTI, ANZI DA MATTEOLI! - AL SALONE NAUTICO DI
GENOVA IL MINISTRO DEI TRASPORTI BACCHETTA I CONTROLLI
DELLA FINANZA AI PROPRIETARI DI IMBARCAZIONI - CHE
COINCIDENZA, POCHI GIORNI PRIMA ERA TOCCATO AI SUOI
FIGLI - “NESSUNA RELAZIONE, INVITAVO AL BUON SENSO”,
SOSTIENE L’ALTERO ALTERATO: “CHE DEVE FARE UN MINISTRO
PER VIVERE IN PACE? NON FARE FIGLI?” - LA CURIOSA
ASSUNZIONE ALL’ALITALIA DEL GIOVANE FEDERICO MATTEOLI…
Ferruccio Sansa per "Il
Fatto Quotidiano"
La
Guardia di Finanza svolge un lavoro senza precedenti per
combattere maxi-yacht che evadono le tasse: è di ieri il
clamoroso sequestro del Blue Eyes, il 60 metri degli
industriali Tabacchi, proprietari della
Salmoiraghi&Viganò. Intanto, però, il ministro dei
Trasporti interviene al Salone Nautico di Genova e
invece di sostenere i finanzieri li redarguisce.
Basterebbe questo per sollevare un caso.
Ma
oggi ecco l'ultimo capitolo: si scopre che pochi giorni
prima di quel discorso proprio la Finanza aveva
controllato lo yacht dei figli del ministro. E qualche
maligno mette in relazione i due episodi: il
sorprendente intervento di Altero Matteoli e i controlli
compiuti sulla barca di Federico e Federica Matteoli.
Il
ministro Altero Matteoli, sentito dal Fatto Quotidiano,
sbotta: "Cazzate". Cuore di babbo, verrebbe da dire, ma
se il papà è ministro, il caso merita di essere
approfondito. Partiamo da Genova. Siamo
all'inaugurazione del Salone Nautico. Arriva il ministro
dei Trasporti. Il clima è quello delle grandi occasioni,
ma con qualche polemica: quest'anno Guardia di Finanza e
Agenzia delle Entrate hanno dichiarato guerra
all'evasione fiscale nel settore della nautica.
Centinaia di vip sono proprietari di yacht con bandiere
delle Cayman, magari intestati a società di noleggio
fasulle. Già, mentre il governo tira la cinghia e taglia
spese e stipendi, c'è chi evade un miliardo di euro
l'anno. Indagini che fanno tremare il bel mondo, dopo il
sequestro del Force Blue di Briatore e, proprio ieri,
del Blue Eyes dei Tabacchi, fermato dalle Fiamme Gialle
genovesi nel porto di La Spezia. Un gioiello anche per
la galleria di quadri (Picasso compresi) che porta a
bordo. Addirittura lo yacht sequestrato era stato
esposto con orgoglio al Salone nautico, sotto gli occhi
di centinaia di migliaia di persone.
Una guerra sotterranea, con i vip e i cantieri che
protestano per i controlli. Mentre la Finanza e
l'Agenzia delle Entrate cercano di fare il loro dovere,
nonostante pressioni fortissime perché si molli la
presa. Così ecco che le orecchie sono attente alle
parole di Matteoli: "La Guardia di Finanza svolge il suo
lavoro, ma se lo fa con un minimo di buonsenso è meglio
perché in alcuni casi questo non c'è stato", esordisce
il ministro.
E
lungo la schiena dei finanzieri, che si aspettavano
parole di incoraggiamento, scende un brivido di gelo.
Non basta, Matteoli è un tipo sanguigno: "In alcuni
porti si sono spaventati anche coloro che venivano da
fuori Italia. Non tutta la Finanza, però, si è mossa nel
modo che è stato denunciato. Un richiamo al buon senso
mi sento di doverlo fare". Applausi scroscianti dai
padroni degli yacht. Imbarazzo dei finanzieri.
Ma
quelle parole non sono passate inosservate e sui moli
della Toscana si è diffusa una voce: "Non sarà che il
ministro ha attaccato i finanzieri perché poche
settimane prima gli avevano controllato i figli?".
Matteoli parte in quarta: "I controlli sono sacrosanti,
ma in alcuni casi i militari si sono comportati con poca
civiltà, con un po' di arroganza". Si riferisce a
episodi specifici? "Non parlo tanto delle verifiche ai
maxi-yacht, ma di controlli su barche normali, magari
ferme nei porti dove sono state compiute delle
operazioni a tappeto".
Sembra esattamente la descrizione dei controlli subiti
dai suoi figli in Toscana... "Basta, accidenti. Non ne
posso più di queste cazzate. Ma che cosa deve fare un
ministro per vivere in pace? Non deve avere figli?".
Ammetterà che la coincidenza colpisce: il suo intervento
al Salone è avvenuto pochi giorni dopo i controlli. E
adesso lei descrive episodi uguali a quelli avvenuti ai
suoi figli... "Federico e Federica hanno una barca
normale di undici metri ormeggiata in Toscana. La
Finanza è venuta in porto e ha controllato tutte le
barche del molo, compresa la nostra. Ma si sono
comportati in modo civile. Niente da dire". Matteoli
aggiunge: "Quando ho parlato al Salone non sapevo ancora
niente dei controlli ai miei figli".
Ma
allora come l'ha saputo? E qui Matteoli rischia di
pestare una buccia di banana: "Non me l'ha detto mio
figlio. Mi ha avvertito un ufficiale della Finanza". Ma
allora perché a Genova ha criticato i controlli? "Altre
persone mi avevano raccontato di comportamenti un po'
arroganti da parte di alcuni finanzieri".
Povero Matteoli, è la seconda volta che gli si chiedono
chiarimenti sui figli. Era il 2002 quando l'Alitalia
assunse Federico. E scoppiò un caso. Niente da dire
sulle qualità del ragazzo, "è un giovane gentile,
un'ottima persona e un pilota capace", dicono i
colleghi. Ma quelli erano tempi duri: dopo l'11
settembre 2001, Alitalia aveva adottato la procedura
prevista dalla legge 223 che disciplina la mobilità e il
blocco delle assunzioni. Una misura drastica, tanto che,
raccontano in Alitalia, "alcuni piloti che erano in
lista d'attesa per l'assunzione furono messi sotto
contratto come steward".
Con una sola eccezione: il 19 marzo 2002 nell'organico
dell'azienda in crisi entra Federico Matteoli, classe
1973, pilota di Md 80. Ma come è potuto succedere?
All'epoca dei fatti i colleghi di Matteoli jr la
spiegarono così: "Federico e un suo collega erano
dipendenti della compagnia Eurofly. Alitalia decise di
‘affittarli', cioè di assumerli a tempo determinato per
fare fronte a necessità temporanee. Alla scadenza del
contratto, come è previsto in questi casi, il collega ha
ricevuto una lettera da Alitalia che non rinnovava il
suo rapporto".
E
Matteoli? "Per un disguido, a quanto pare, la lettera
che rescindeva il rapporto è arrivata in ritardo. Così,
come previsto dal contratto Alitalia, il pilota è stato
considerato assunto a tempo indeterminato". Macché
raccomandazione, quindi, solo un ritardo. [20-10-2010]
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LA
POLIZIA DIETRO L’ATTENTATO A FALCONE! - Gianmarco
Piazza, il fratello del poliziotto che salvò la vita di
Falcone: “Dopo l’Addaura Emanuele mi disse: in
quell’attentato c’entra la polizia” - I poliziotti che
trovarono l’esplosivo erano due e ’casualmente’ hanno
fatto una brutta fine - Nino Agostino venne ucciso in un
agguato insieme alla moglie Ida un mese e mezzo dopo il
fallito attentato - Emanuele Piazza viene prelevato nove
mesi dopo in casa e strangolato - Le indagini si
orientano subito sulle piste “passionali
Attilio Bolzoni e Francesco Viviano per "la
Repubblica"
Cosa le ha confidato Emanuele? «Mio fratello mi ha detto
che ad organizzare il fallito attentato contro il
giudice Falcone non era stata la mafia, ma era coinvolta
la polizia. Ricordo ancora le sue parole: "C´entra la
polizia"... «. E perché ha tenuto nascosto tutto questo
per tanto tempo? «Perché avevo paura, perché quello che
sapevo avrei dovuto riferirlo proprio alla polizia che
indagava sul fallito attentato e sull´uccisione di mio
fratello».
Nella sua bella casa di Palermo Gianmarco Piazza,
avvocato civilista, quarantasei anni, uno dei quattro
fratelli di Emanuele - l´agente dei servizi scomparso
nel marzo del 1990 mentre cercava di scoprire cosa era
accaduto all´Addaura - in quest´intervista con
Repubblica svela per la prima volta un segreto su quei
candelotti di dinamite piazzati nel giugno del 1989
davanti alla villa di Giovanni Falcone.
Emanuele sapeva molto anche sull´uccisione di Vincenzo
Agostino, il poliziotto assassinato con sua moglie Ida
neanche tre mesi dopo il fallito attentato. Sia Piazza
che Agostino - secondo le ultime inchieste - sarebbero
stati colpiti perché avevano salvato Falcone da chi lo
voleva morto. L´avvocato Gianmarco Piazza, un paio di
settimane fa, ha consegnato una memoria ai procuratori
di Palermo sui misteri dell´Addaura. Nei prossimi giorni
sarà interrogato anche dai magistrati di Caltanissetta
che indagano sulle stragi.
Avvocato, Emanuele le disse proprio quelle parole:
c´entra la polizia...
«Con Emanuele avevo un rapporto molto stretto, avevamo
vissuto insieme dal 1986 al 1988 in quella casa di
Sferracavallo dove lui viveva quando è scomparso. Fra la
fine di giugno e l´inizio di luglio del 1989, a Palermo
si parlava tanto del fallito attentato contro Falcone,
ne parlavamo naturalmente anche a casa, tra noi
fratelli, con mio padre. Sulla vicenda Emanuele mi
raccontò che lui era sicuro che non era stata Cosa
Nostra a fare quell´attentato».
E
lei gli chiese chi era stato?
«Prima lui lasciò intendendere che quella notizia
l´aveva appresa per motivi di servizio. Poi, quando gli
feci la domanda, rispose secco, senza fare altri
commenti: "C´entra la polizia, c´entra qualcuno della
polizia...". Io lo sapevo che Emanuele era un
collaboratore del Sisde, che era a conoscenza di tante
cose... «.
Non le disse altro Emanuele?
«Non mi disse altro. Io non ho mai saputo un nome o un
cognome, sono vent´anni che penso a quella frase di
Emanuele sulla polizia, mi arrovello, mi tormento».
Quella confidenza non l´ha mai comunicata a nessuno,
perché? Solo per paura?
«Dopo la scomparsa di Emanuele, tutti i rapporti fra noi
e la polizia li ha tenuti mio padre. Dal 1990 nessuno mi
ha mai chiesto niente, né sulla scomparsa di mio
fratello né sull´attentato all´Addaura. Io, fin dal
primo momento, non ho voluto raccontare queste cose agli
inquirenti semplicemente perché non avevo fiducia in
loro. Come potevo avere fiducia di un commissario -
Salvatore D´Aleo - che per scoprire gli assassini di mio
fratello seguiva una pista passionale? Come potevo avere
fiducia quando un altro poliziotto, grande amico di mio
fratello - Vincenzo Di Blasi - dopo la scomparsa di
Emanuele non venne mai a trovarci. Mio fratello era
legatissimo a lui, non venne a salutarci neanche una
volta. A volte, per capire, bastano pochi dettagli. E
quello fu un dettaglio che a me diceva tutto. L´unico di
cui si fidava mio padre - e ci fidavamo tutti - era
Falcone».
Furono in molti che cominciarono a depistare, a sviare
le indagini sulla morte di suo fratello?
«Cominciarono con me, qualche ora dopo la scomparsa di
Emanuele. Mi accorsi che qui, vicino a casa mia,
un´agente donna mi seguiva e mi stava fotografando con
un teleobiettivo. Ero sconcertato. Perché seguivano me?
Perché cominciavano le indagini proprio da me? Perché
non cercavano invece di salvare Emanuele, che in quei
giorni di marzo forse era ancora vivo? Poi, per anni, a
casa nostra siamo stati tempestati di telefonate,
qualcuno faceva squillare il telefono e poi non
rispondeva mai. É come se ci volessero avvertire
perennemente. E non erano certo mafiosi».
Lei ha idea di cosa avesse scoperto Emanuele sul fallito
attentato all´Addaura?
«Io so soltanto che dal giorno dell´Addaura mio fratello
era diventato sempre più taciturno. E poi, dall´autunno
del 1989, sempre più cupo. Era preoccupatissimo. Passava
quasi tutti i giorni da casa di mio padre, arrivava di
umore nero e di umore nero se ne andava. Poi fece due
stranissimi viaggi, lui che non amava viaggiare, gli
piaceva stare a Palermo. Nell´estate del 1989 partì per
la Tunisia. Ritornò in Tunisia anche nel dicembre di
quell´anno. Io credo che abbia fatto quei viaggi per
allontanarsi da qui».
Torniamo agli amici di Emanuele: perché quel poliziotto,
così legato a suo fratello, secondo lei non venne mai a
trovare voi familiari dopo la scomparsa?
«Fin dall´inizio della sua collaborazione con i servizi
segreti, Emanuele naturalmente non parlava molto del suo
lavoro. Si limitava a dirci con chi era in contatto. Ci
parlava di un capitano dei carabinieri e di due angeli
custodi, così li chiamava lui... uno era quel
poliziotto, Enzo Di Blasi, con il quale erano stati
compagni in palestra, facevano lotta libera a 18 anni. E
poi si ritrovarono tutti e due a Roma in polizia. Mio
fratello gli voleva bene, ma lui - dopo la scomparsa di
Emanuele - non lo abbiamo più visto».
Lei sostiene di non avere mai avuto fiducia negli
inquirenti. Ci sono stati altri episodi che l´hanno
spinta a non dire niente in tutti questi anni?
«Molti. E soprattutto uno. Dopo la scomparsa di Emanuele
è sparito anche un vigile del fuoco molto amico suo,
Gaetano Genova. Si vedevano sempre con Emanuele. Una
sera venne a casa mia un giovanissimo poliziotto per
cercare di capire cosa sapevo io del loro rapporto.
Anche in quella occasione sentii di non fidarmi. Non gli
dissi nulla».
Perché oggi ha deciso di raccontare quello che sa?
«Perché stano affiorando frammenti di verità sulla morte
di Emanuele e sull´Addaura. Perché, vent´anni fa, a
parte la sfiducia nei confronti degli inquirenti, non
potevo sapere che la morte di mio fratello potesse
essere in qualche modo collegata al fallito attentato
contro il giudice Falcone».
20-10-2010]
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NO, NON ODIAMO WIKILEAKS
http://bit.ly/9sWLC1
-
Julien Assange, fondatore dell'associazione Wikileaks,
specializzata nel rivelare documenti e rapporti segreti
dei governi di tutto il mondo, ha risposto alle
indiscrezioni sui nuovi documenti che saranno rilasciati
la settimana prossima (di cui abbiamo parlato nella
rassegna di ieri, NdDago). Si è parlato di 400.000 file
sulla guerra in Iraq.
-
Su Twitter, Assange ha smentito la fonte originaria
delle indiscrezioni, ''Wired'', attaccando i media in
generale per come hanno ripreso una notizia da un
"tabloid blog", che "sparge disinformazione su Wikileaks"
e che ha avuto "un ruolo attivo nell'arresto
dell'esperto di intelligence Bruce Manning". "Noi lo
abbiamo criticato e da allora ci fanno opposizione".
-
Chiaramente ''Wired'' ha risposto per le rime al
permaloso Assange. Oltre a sottolineare l'integrità
giornalistica del sito, i metodi di ricerca delle
notizie e il fatto che ''Wired'' è stato sia critico sia
favorevole nei confronti di Wikileaks, l'autore
dell'articolo fornisce la vera chiave della polemica: il
sito di Wikileaks è "chiuso per manutenzione" da
settembre, e finché non lo avranno rimesso in sesto,
Assange non può divulgare nulla.
-
Per questo non è una sorpresa che il biondo Julien abbia
annunciato che la data della pubblicazione rivelata da
Wired è sbagliata, e forse ha voluto mascherare il fatto
di non essere ancora pronti, con il presunto astio della
storica rivista di tecnologia.
23.10.10 |
GLI ARTIGLI DELLA PALOMBA - "Sono una vittima del fango
mediatico di destra, di sinistra, di centro. E sono
ancora qui ( i fanghi fanno bene? Comunque temprano i
caratteri). Solidale con tutte le Marcegaglia, i Boffo,
i Berlusconi, la famiglia Bertolaso, l’Ezio Mauro degli
assegni fotocopiati per comprare l’attico ai Parioli, i
figli del fu principe Caracciolo, sono vicina a tutti
gli intercettati sulle vite private (da Sircana a
Marrazzo, passando per le vallettopoli dei direttori di
giornale che la sera andavano da Lele Mora e al mattino
moraleggiavano liberamente
Barbara Palombelli per "Il
Foglio"
Sono
fortunata. Ho buona memoria e ottimi avvocati. E una
assoluta fiducia nei magistrati e nella giustizia
italiana, un po' lenta ma sicura. Mi hanno accusato di
avere parcheggi, parcometri, aziende di servizi di
pulizia delle scuole, perfino di avere intestato la luce
di casa al Campidoglio (fu una deliziosa collega del
Corsera, scambiò la stufetta con cui si scaldava la
scorta dei vigili di Rutelli, da me ospitati di notte in
una stanzina al pianterreno, con il contatore
familiare), ovviamente era tutto falso e ho vinto già
diversi risarcimenti.
Ho sempre e soltanto fatto la giornalista, e mi pare già
di lavorare abbastanza. Ho denunciato diversi siti
internet, vincendo sempre, e così con Libero, Il
Giornale e altri. L'Espresso pubblicò diversi articoli
anonimi, nell'estate in cui mio marito era candidato a
leader dell'opposizione, in cui venivo danneggiata (e si
sa, gli editori sono sempre all'oscuro, Cdb mi invitò a
cena per dire: io che c'entro? Per fortuna, siamo
rimasti amici).
In un recente libro di Marco Travaglio, collega stimato e
considerato più o meno come la corte di Cassazione, sono
scritte più di una dozzina di clamorose falsità sul mio
conto e il procedimento è in corso (il saggio era edito
da Rcs, azienda per cui scrivevo, nessuno verificò, era
facilissimo...). Ultimamente, qualcuno mi ha tirato in
ballo anche per un sms in cui giravo alla segreteria di
mio marito una richiesta legittima, cui peraltro non
credo fu mai dato seguito (in 31 anni di matrimonio con
un politico, un sms! wow). Potrei continuare per pagine
e pagine, ma credo il senso sia già chiaro.
Sono una calunniata, una vittima del fango mediatico di
destra, di sinistra, di centro. E sono ancora qui ( i
fanghi fanno bene? Comunque temprano i caratteri).
Solidale con tutte le Marcegaglia di ieri e di oggi, i
Boffo, i Berlusconi, la famiglia Bertolaso, l'Ezio Mauro
degli assegni fotocopiati per comprare l'attico ai
Parioli, i figli del fu principe Caracciolo, sono vicina
a tutti gli intercettati sulle vite private (quelle
legittime e quelle scandalose, da Sircana a Marrazzo,
passando per le vallettopoli dei direttori di giornale
che la sera andavano da Lele Mora e al mattino
moraleggiavano liberamente).
Noi, i calunniati-intercettati, gli aggrediti a vario
titolo, osserviamo il grande dibattito in corso sulle
inchieste e i dossier. Un po' rassicurati, della serie -
come diciamo a Roma - a chi tocca non s'ingrugna, prima
o poi ci passano tutti. Ma sono anche solidale con i
giornalisti: guai a limitare inchieste e controlli,
anzi. Quando il fango arriva, ci sono gli avvocati, ci
sono le leggi e chi ha la coscienza a posto non ha
niente da temere. Certo, la vita delle persone -
notturna, sentimentale, familiare, figli e amanti -
andrebbe preservata.
Non ho mai scritto una riga sulla moglie di Francesco
Cossiga, sulle notti di Bettino Craxi, sui figli dei
vari diccì o sulle inclinazioni omo di tanti ministri
bacchettoni. Rivendico il disinteresse nei confronti
delle varie bigamie dei grandi giornalisti (curioso che
siano stati o siano tuttora tutti bi-sposati), le manie
di grandezza di manager e imprenditori, i figli deboli
dei padri eterni (per mesi dialogai, da Panorama, per
esempio, con il giovane Edoardo Agnelli, mai una riga
scritta).
Ecco, un limite alla pubblicazione dovrebbe - forse -
stabilirlo il nostro ordine professionale. Un nuovo
patto fra editori e giornalisti potrebbe farci uscire da
questa palude.
[13-10-2010]
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La
casta di Retromanno (Quel pasticciaccio brutto dell’Atac)
- Dopo averlo nominato solo otto mesi fa, Ale-danno
caccia con lauta buonuscita l’ad Bertucci, artefice
delle assunzioni facili (tra cui la sua) e del super
passivo di oltre 90 milioni di euro - Per cercare il
sostituto, il sindaco si affida alla società di
cacciatori di teste “Spencer Stuart”. Che gli indica,
indovinate un po’, il suo capo di gabinetto Maurizio
Basile! - Altro doppio incarico, Comune e Atac:
“controllore e controllato”. Ma la Corte dei Conti
esiste ancora
Claudio Marincola per "Il Messaggero - Roma"
Un dirigente d'azienda, esperto in privatizzazioni e
risanamenti per tirare fuori dal "rosso" l'Atac spa, il
gigante nato dalla fusione del trasporto pubblico romano
La scelta del Campidoglio, «dopo lunga e attenta
verifica», è caduta su Maurizio Basile, 62 anni,
napoletano, capo di gabinetto del Comune di Roma.
Prenderà il posto di Adalberto Bertucci, dimissionario,
al quale è stata concesso, dopo soli 8 mesi di lavoro,
l'onore delle armi, cioè una onorevole uscita di scena.
Trovare il sostituto di Bertucci non è stato semplice. Il
compito è stato affidato da Alemanno alla Spencer
Stuart, società di selezione del personale. Dopo aver
esaminato ed escluso altre candidature, "i cacciatori di
teste" hanno suggerito il nome Basile. Un manager
collaudato e di alto profilo: dal 2006 al 2008 ad e
direttore generale di Aeroporti di Roma, passato
attraverso Sofm Spa, Aviofer Breda, Finsider, Alitalia,
Eti Spa e Anas. Nel 2000 l'attuale capo di gabinetto,
che conserverà il doppio incarico, ha gestito la
privatizzazione dell'ente Tabacchi, prima di approdare
nel 2004 alle Ferrovie dello Stato.
Uno dei nodi in futuro sarà proprio quello del doppio
incarico. L'Avvocatura non ha rilevato infatti elementi
di incompatibilità o conflitti di interesse, nonostante
a legare Atac Spa e il suo principale azionista siano un
oneroso contratto di servizio e alcuni contenziosi che
si trascinano da anni.
Basile, che rinuncerà al compenso di capo di gabinetto,
dovrà traghettare l'azienda romana fuori dal guado. Ma
sarà solo un passaggio per uscire dall'empasse oppure
sarà lui a gestire il percorso di liberalizzazione del
Trasporto pubblico locale e di rilancio del trasporto
pubblico locale?
«Il dottor Basile è un manager molto noto in tutti gli
ambienti delle società a capitale pubblico e con
un'esperienza e capacità manageriale universalmente
riconosciuta - si dice nella nota diffusa ieri
pomeriggio dal sindaco Alemanno - Per questo, pur
mantenendo il ruolo di capo di gabinetto, gli ho chiesto
di gestire questa fase di importante trasformazione
della società unica di trasporto pubblico romano».
La nota si conclude con un «ringraziamento» a Bertucci,
«per il duro lavoro svolto» e per «aver resto l'azienda
competitiva a livello europeo». Sullo stesso tono
l'assessore ai Trasporti Sergio Marchi che rivendica la
scelta di Basile e annuncia «una seconda fase».
In realtà, la breve gestione di Bertucci, un manager
"politico", è stata molto tormentata. Arrivato a fusione
quasi ultimata, l'ex ad è finito in fuorigioco con la
presentazione del bilancio 2009 approvato a giugno. La
perdita d'esercizio pari a 91,2 milioni di euro e
l'aumento del costo del personale avevano fatto
risuonare l'allarme. Stesso dicasi per il Mol, il
margine operativo lordo sceso da 97,5 milioni a 60,5
(con previsioni di budget disastrose 8-172 milioni).
Valutazioni che già nell'aprile del 2009 avevano portato
gli analisti di Standard & Poor's a modificare il
giudizio sulle prospettive da stabili in negative.
Alemanno è corso ai ripari ma la ricerca del manager non
è stata semplice. Qualcuno, viste le difficoltà della
situazione, dopo averci riflettuto bene si è fatto da
parte.
Massimiliano Valeriani, pd, parla di «operazione
grottesca»: «L'azienda di fatto è stata commissariata
dal sindaco che ha chiamato il suo capo di gabinetto a
guidarla. Questo conferma che la situazione è molto
grave».
Incertezze anche sul futuro: «Siamo curiosi di capire ora
come proseguirà questa farsa: con le dimissioni di
Basile da capo di gabinetto e quindi una ulteriore
nomina in quel ruolo (sarebbe la quarta in 2 anni)?
Oppure quello a Basile è soltanto un incarico a tempo?».
11-10-2010]
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UN
CONSOLATO PER CORALLO JR! - PERCHÉ MAI LA SEGRETERIA
GENERALE DELLA FARNESINA CHIEDE CON INSISTENZA AL
CONSOLE ITALIANO A MIAMI LA NOMINA A CONSOLE ONORARIO
PER IL RE DELLE SLOT MACHINE ATLANTIS E FIGLIO DEL
PREGIUDICATO TANINO? - CHE STRANO/1: IL CONSOLE RIFIUTA
E SUBISCE UN ATTENTATO - CHE STRANO/2: SUA FIGLIA È
RAPPRESENTANTE DI 5 SOCIETÀ CHE HANNO SEDE NELLA STESSA
SUITE DELLA CORPAG GROUP, QUELLA DI WALFENZAO - FRATTINI
SMENTISCE: QUANDO ABBIAMO CAPITO CHI ERA IL PADRE
ABBIAMO MOLLATO TUTTO
1 - UN CONSOLATO AI CARAIBI PER CORALLO JUNIOR - LE MAIL DELLA
FARNESINA NELLA MONTECARLO STORY...
Daniele Mastrogiacomo per "la
Repubblica"
L´affaire Montecarlo è nato a Miami. Lì è stato concepito
e sempre lì, alla fine, è approdato. Secondo
indiscrezioni della Procura romana, nei giorni scorsi
sarebbe stato acquisito un rapporto della Dea
statunitense, collegata all´Interpol, nel quale si
segnala una serie di pressioni per far ottenere la
carica di console onorario italiano presso l´isola di
San Marteen, altro paradiso fiscale dei Caraibi vicino a
Santa Lucia, a Francesco Corallo.
Si tratta del figlio del più noto Tanino, legato al boss
catanese Nitto Santapaola, già latitante e condannato a
sette anni di carcere per associazione a delinquere. Il
nome di Francesco Corallo sarebbe stato suggerito in tre
occasioni. Le segnalazioni via mail, con il tempo
diventate quasi un ordine, sarebbero partite dalla
Segreteria generale della Farnesina nel maggio scorso,
due mesi prima che il caso Montecarlo scoppiasse sui
giornali.
Destinatario delle pressioni il console italiano di
Miami, Marco Rocca.
Nel rapporto della Dea sarebbero state allegate le mail
scambiate tra alcuni alti funzionari del ministero degli
Esteri italiano e il nostro rappresentante in Florida.
Rocca, stando alle indiscrezioni raccolte, avrebbe
sottolineato subito le sue perplessità ad una nomina
così poco opportuna. E davanti alle reiterate insistenze
della Farnesina avrebbe alla fine opposto un secco
rifiuto. Non sappiamo se si tratta di una casualità. Ma
leggendo le cronache di Miami si scopre che proprio in
quei giorni il console italiano è rimasto vittima di un
misterioso attentato. La sua auto è stata avvolta dalla
fiamme e la moglie che si trovava alla guida si è
salvata per miracolo.
Nei giorni successivi sarebbero giunte al suo telefono
altre minacce. A prescindere dalla necessità di nominare
un nostro diplomatico sull´isola di San Marteen, non si
capisce sulla base di quali valutazioni si sia proposto
il nome di un imprenditore noto alle cronache per essere
il primo azionista della Atlantis World Nv, società con
base alle Antille olandesi, poi trasformata in Betplus,
concessionaria al 30 per cento del mercato delle slot
machines (introiti di 30 miliardi l´anno) grazie ad un
accordo con lo Stato italiano.
Francesco Corallo ha la fedina immacolata. Non ha subito
mai una condanna e non è mai stato indagato in alcuna
inchiesta. Ma il suo nome è collegato all´affaire
Montecarlo. La società di cui è azionista maggioritario
è rappresentata a Miami da James Walfenzao. Avvocato e
broker internazionale con altre società e referenze
altissime a Monaco, Antille olandesi e a Panama,
Walfenzao è anche amministratore della Corpag group, cui
fanno riferimento la Printemps ltd e Timara ltd,
ufficialmente proprietarie dell´appartamento lasciato in
eredità ad An e rappresentate a Santa Lucia
dall´avvocato Michael Gordon.
L´interesse della magistratura nasce anche dalla mail che
Valter Lavitola, direttore dell´Avanti, ha pubblicato
sul suo giornale. Nella missiva, l´avvocato Gordon si
lamentava con Walfenzao del chiasso italiano nato
attorno alle due società che rappresenta e suggeriva di
parlarne con il loro cliente «la cui sorella sembra
avere forti legami con uno dei due uomini politici
coinvolti nello scontro». Il collegamento con Giancarlo
Tulliani e quindi con il presidente Fini era evidente.
Talmente evidente da far nascere forti dubbi agli stessi
inquirenti sulla genuinità della mail. E´ l´originale o
qualcuno l´ha modificata? Gli inquirenti ipotizzano uno
scenario diverso su cosa sia accaduto nell´affaire
Montecarlo. Per entrare in possesso della casa di
Montecarlo in modo discreto, qualcuno degli ambienti del
presidente della Camera, non necessariamente "finiano",
si affida a Francesco Corallo, già molto vicino
all´esponente del Pdl, ex Alleanza nazionale, Amedeo
Laboccetta.
Corallo si rivolge a un suo uomo di fiducia, James
Walfenzao, il quale costituisce due società off-shore
che acquistano e si vendono l´appartamento. Il premio
per il lavoro svolto da Corallo è la sua nomina a
console onorario di San Marteen.
Nomina che alla fine viene scartata. Con l´ennesima
coincidenza in questo giallo: la figlia del console
Marco Rocca, Giada, è rappresentante di cinque società
che hanno sede nella stessa suite della Corpag group,
quella di Walfenzao.
2 - FARNESINA, SBAGLIATA RICOSTRUZIONE ANNOZERO
SU CONSOLATO ST.MARTEEN...
(Adnkronos) - E' sbagliata la
ricostruzione fatta dalla trasmissione 'Annozero' di
Michele Santoro su un possibile Consolato onorario a St
Marteen. E' quanto si legge in un comunicato diffuso dal
ministero degli Esteri. "Alla Farnesina - si legge - si
fa rilevare come le ricostruzioni fornite ieri sera da 'Annozero'
e stamane da alcuni organi di stampa in merito
all'eventuale istituzione di un Consolato Onorario in
St. Marteen non siano corrette e cio' anche a seguito
del lavoro di verifica disposto immediatamente dal
Ministro Frattini".
Nella nota si sottolinea che "il Ministro Frattini ha
chiesto di poter acquisire nei tempi piu' rapidi
possibili gli atti inviati all'Ispettorato Generale del
Ministero dal Console Generale a Miami relativi agli
incidenti e alle minacce subite. Si precisa anzitutto
che la nomina dei consoli onorari non avviene su
designazione del Ministro degli Esteri, il quale non ne
firma neppure la nomina, e non coinvolge in nessun modo
il livello politico, bensi' segue un iter amministrativo
interno attraverso i competenti uffici della Farnesina e
la sede della rete diplomatico-consolare al quale il
consolato onorario appartiene territorialmente".
Nel caso specifico, prosegue il comunicato della
Farnesina, "la procedura amministrativa non e' mai
neppure stata formalmente avviata". In particolare, al
consolato Generale in Miami, competente territorialmente
era stata avanzata dagli Uffici della Segreteria
Generale del Ministero una richiesta informale di
elementi e valutazioni sull'opportunita' di istituire un
Ufficio Consolare onorario in St. Marteen e di nominarvi
il Sig. Francesco Corallo. Quest'ultimo si era reso
disponibile ad assumere tale incarico, attraverso una
segnalazione pervenuta - come spesso accade in casi
analoghi - ai suddetti Uffici del Ministero".
A seguito della risposta, del pari informale, fatta
pervenire dal citato Consolato Generale in Miami - si
legge ancora nel comunicato diffuso dalla Farnesina -
facente stato di elementi di inopportunita' al riguardo.
legati all'esistenza di precedenti penali del padre
dell'interessato, ogni ulteriore seguito e' stato
immediatamente cessato".
"Di
conseguenza - conclude la nota del ministero degli
Esteri - non risulta vero che vi siano state richieste
successive 'imperative' di nominare il Signor Corallo
come console onorario a St. Marteen, cosi' come non
risulta vero che quest'ultimo sia stato mai
nominato".08-10-2010]
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IN CONSIGLIO DEI MINISTRI. VELOCI, SI VOTA...
Può il Consiglio dei ministri in soli 25 minuti
discutere e approvare un disegno di legge, cinque
decreti legislativi, due schemi di decreto legislativo,
uno schema di disegno di legge, due decreti
presidenziali e quattro nomine? Sì, a leggere i verbali
delle sedute. È successo il 24 settembre, e a giudicare
dalla durata media delle ultime riunioni del governo è
tutt'altro che un'eccezione.
Nell'ultimo mese le riunioni di Palazzo Chigi non hanno
mai superato i 25 minuti, fatta eccezione per quella del
17 settembre, quando in soli 40 minuti sono stati
esaminati e approvati sette punti all'ordine del giorno,
tra i quali due disegni di legge di riforma del settore
postale e della difesa, il decreto legislativo su Roma
capitale, oltre alle solite quattro nomine. A settembre
il consiglio dei ministri ha lavorato in tutto 105
minuti, con una media di 26 minuti a seduta. Giusto il
tempo di votare. O. F.
20.10.10 |
LIU
XIABO
QUESTO E’ CORAGGIO VERO , QUELLO CHE TI TRASMETTONO
UOMINI CHE METTONO GLI IDEALI PRIMA DEI LORO INTERESSI
PERSONALI INFATTI I MARCHYAKY MI HANNO QUERELATO PER
AVER DETTO IL 27,04.2008 BASTA AFFARI CON LA CINA CHE HA
LE MANI INSANGUINATE. Mb
C’ERA
LIU - CHI HA OGGI IL CORAGGIO DI SFANCULARE LA CINA,
ORMAI PADRONA DELL’OCCIDENTE, A PARTIRE DAL FU IMPERO
AMERICANO? è RIMASTA L’AUTOSUFFICIENTE, ECONOMICAMENTE
PARLANDO, SVEZIA CON IL SUO PREMIO NOBEL PER LA PACE -
IL DEMOCRATICO COMMENTO DI PECHINO SUL DISSIDENTE
PREMIATO PARLA DI "OSCENITà" - LA LETTERA SU
“INTERNATIONAL HERALD TRIBUNE” DI VACLAV HAVEL...
- LA LETTERA SULL' "INTERNATIONAL HERALD TRIBUNE" DI VACLAV HAVEL,
DANA NEMCOVA E DEL VESCOVO VACLAV MALY A SOSTEGNO DELLA
CANDIDATURA DI LIU XIAOBO (20 SETTEMBRE 2010)...
http://nyti.ms/cuBpZy
2 - NOBEL A UN DISSIDENTE, SCHIAFFO ALLA CINA...
Dal "Corriere.it"
Il premio Nobel per la pace va al dissidente cinese Liu
Xiaobo. Confermate dunque le previsioni della vigilia,
nonostante le pressioni di Pechino. Del resto, prima
dell'annuncio ufficiale, lo stesso comitato norvegese
aveva affermato che si sarebbe trattato di una «scelta
da difendere». Secondo le motivazioni che hanno
accompagnato la decisione, Liu rappresenta «il simbolo
della campagna per il rispetto e l'applicazione dei
diritti umani fondamentali» in Cina.
Non si è fatta attendere la reazione di Pechino: la
polizia si è subito recata nell'abitazione di Liu, per
impedire alla moglie di rilasciare dichiarazioni alla
stampa, e le trasmissioni della Bbc sull'annuncio del
Nobel sono state interrotte. Poco dopo, è arrivato anche
il commento ufficiale del governo, che parla di
«oscenità». Secondo il ministero degli Esteri, Liu
Xiaobo è «un criminale» che è stato condannato «dalla
giustizia cinese». La decisione, prosegue la nota, è
destinata a «nuocere alle relazioni tra la Cina e la
Norvegia».
I COMMENTI -
Tra le prime reazioni internazionali alla notizia c'è
quella della Francia: il ministro degli Esteri, Bernard
Kouchner, ha chiesto l'immediata liberazione del
dissidente. Anche Berlino si «augura» che Liu Xiaobo sia
rimesso in libertà e possa ricevere il premio Nobel per
la pace assegnato. L'Unione europea si felicita per
l'assegnazione del Nobel, ma non chiede esplicitamente
la sua liberazione.
Per il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini,
il riconoscimento a Liu Xiaobo è un premio a quanti nel
mondo «lottano per la libertà e i diritti della
persona». Significativa anche la dichiarazione del Dalai
Lama: «Premiare con il Nobel per la pace Liu Xiaobo è il
riconoscimento della comunità internazionale
all'innalzamento della voce tra il popolo cinese per
premere la Cina attraverso riforme politiche, legali e
costituzionali».
LE MOTIVAZIONI
-
«Durante gli ultimi decenni - si legge nelle motivazioni
del Comitato per il Nobel - la Cina ha fatto enormi
progressi economici, forse unici al mondo, e molte
persone sono state sollevate dalla povertà. Il Paese ha
raggiunto un nuovo status che implica maggiore
responsabilità nella scena internazionale, che riguarda
anche i diritti politici. L'articolo 35 della
Costituzione cinese stabilisce che i cittadini godono
delle libertà di associazione, di assemblea, di
manifestazione e di discorso, ma queste libertà in
realtà non vengono messe in pratica».
Per oltre due decenni, continua il Comitato del Nobel,
«Liu è stato un grande difensore dell'applicazione di
questi diritti, ha preso parte alla protesta di
Tienanmen nell '89, è stato tra i firmatari e i creatori
del Manifesto 08 della democrazia in Cina. Liu ha
costantemente sottolineato questi diritti violati dalla
Cina. La campagna per il rispetto e l'applicazione dei
diritti umani fondamentali è stata portata avanti da
tanti cinesi e Liu è diventato il simbolo principale di
questa lotta».
LA POLIZIA-
Dopo l'annuncio del Nobel, davanti all'abitazione di Liu
si è subito radunata una folla di giornalisti e
cameraman. Anche la polizia si è recata nell'abitazione
del premio Nobel. Gli agenti avrebbero impedito a Liu Xa,
la moglie del neo premio Nobel, di parlare con i
giornalisti. La donna però è stata raggiunta
telefonicamente dall'Agence France Press: «Sono
felicissima, non so che dire - ha detto - Voglio
ringraziare tutti coloro che sostengono Liu Xiaobo.
Voglio ringraziare il comitato del Nobel, Vaclav Havel,
il Dalai Lama e tutti coloro che hanno sostenuto Liu
Xiaobo».
«Chiedo con insistenza al governo cinese di liberarlo»,
ha aggiunto. Nella telefonata, la signora Liu ha detto
che la polizia ha detto che intende accompagnarla nella
provincia di Liaoning, dove il marito è in carcere, così
che possa dargli la notizia del premio. Come affermato
anche dal Comitato per il Nobel, infatti, Liu Xiaobo non
è stato ancora informato.
IL PROFILO-
Liu Xiaobo sta scontando una condanna ad 11 anni di
carcere per «istigazione alla sovversione».
L'intellettuale, che già aveva trascorso lunghi periodi
in galera, è stato accusato di essere tra i promotori di
Carta08, il documento favorevole alla democrazia che è
stato firmato da oltre duemila cittadini cinesi. Liu era
stato arrestato alla fine del 2008 ma la condanna gli fu
inflitta nel giorno di Natale del 2009, probabilmente
nella speranza di ridurre la copertura dei mezzi
d'informazione occidentali.
3 - NOBEL AL DISSIDENTE LIU XIAOBO: SOLO LA CINA
VOTA CONTRO...
Claudia Astarita per "Panorama.it"
Pubblicato il 5 febbraio 2010
Gli Stati Uniti non sono i soli ad aver deciso di
cambiare la "strategia cinese". Sta forse per finire
l'era dei compromessi perché l'Occidente vuole tornare
in prima linea anche nella battaglia per il rispetto dei
diritti umani in Cina?
Difficile rispondere, ma quando alla scelta di Barack
Obama di incontrare il Dalai Lama a Washington si
aggiungono le proposte di vari gruppi per assegnare il
premio Nobel per la Pace al dissidente cinese Liu Xiaobo
diventa molto più facile propendere per il sì.
Liu Xiaobo è un professore universitario noto in
occidente essenzialmente come uno dei promotori della
Carta 08, un documento con cui 300 attivisti e più di
8.000 simpatizzanti hanno chiesto a Pechino di
rilanciare il dibattito e l'interesse per quelle riforme
politiche che, a differenza di quelle economiche, non
sono mai state avviate.
Ma Liu Xiaobo, per i cinesi, non rappresenta solo il
leader della Carta 08.
Liu Xiaobo è senza dubbio il dissidente più famoso al
mondo, erede del movimento del 4 maggio. Come critico
letterario fece parlare di se' per la prima volta nel
1986, quando in un articolo definì la letteratura di
cicatrice, la corrente cinese che ha cercato di
riflettere sugli anni più bui della storia del Paese,
quelli della Rivoluzione culturale, un movimento non
indipendente ma plagiato dal partito. Venne
soprannominato "cavallo nero", e i più giovani amano
ricordarlo perché, nell'aprile dell'89, dagli Stati
Uniti ritornò a Pechino per sostenere il movimento
studentesco. Il 3 giugno lanciò uno sciopero della fame
contro la repressione violenta a Tiananmen, e dopo la
mezzanotte dello stesso giorno negoziò con i militari
l'evacuazione degli studenti dalla Piazza.
Quella stessa notte venne arrestato, e trascorse poi
venti mesi in prigione senza che venisse mai
formalizzata un'esplicita condanna contro la sua
persona. A un certo punto venne liberato, ma i due anni
di carcere non servirono a dissuaderlo dal pubblicare
(questa volta solo sulle riviste di Hong Kong) le sue
riflessioni sul regime cinese.
Nel '95 venne di nuovo sottoposto a otto mesi di arresti
domiciliari per aver promosso una petizione che
richiedeva la liberazione dei prigionieri politici
cinesi, e nel '96 fu spedito in un campo di rieducazione
tramite il lavoro per aver sostenuto una seconda
petizione. Vi rimase fino al '99, ma anche dopo questa
esperienza non ha rinunciato all'attivismo politico.
Dopo la vicenda di Carta 08 è rimasto rinchiuso in un
albergo-prigione alla periferia di Pechino, fino al 25
dicembre scorso, data in cui è stata formalizzata la sua
condanna a 11 anni di carcere con l'accusa di
"sovversione anti-statale".
Liu Xiaobo rappresenta il legame tra tutte le generazioni
dei dissidenti cinesi: gli anziani lo stimano, e anche i
giovani lo sentono vicino. All'estero, i suoi
sostenitori si stanno attivando per fare in modo che il
professore cinese riceva il premio Nobel che merita. Il
Dalai Lama, Vaclav Havel e Desmond Tutu hanno pubblicato
una lettera aperta indirizzata al comitato norvegese per
il Nobel in cui è stato sottolineato che "l'impegno di
Liu per portare la democrazia in Cina è, soprattutto,
teso al beneficio della popolazione cinese. Il suo
coraggio e il suo esempio possono aiutare a far sorgere
una nuova alba di partecipazione della Cina negli affari
internazionali, grazie a una società civile e
indipendente".
Il gruppo Pen, che si batte da tempo per far rispettare
le libertà di espressione nel mondo, ha presentato a
Stoccolma una richiesta simile con il sostegno, tra gli
altri, di Kwame Appiah, Salman Rushdie, Philip Roth e Ha
Jin in cui ha sostenuto che "onorare [Liu] con il Nobel
sarebbe un modo perfetto per sottolineare che i diritti
che chiede a Pechino sono incastonati nel diritto
internazionale".
La Cina, è scontato scriverlo, non è d'accordo: "sarebbe
un errore assegnare il Nobel per la Pace ad una persona
del genere", ha commentato lapidario il portavoce del
ministero cinese degli Esteri, Ma Zhaoxu.
È evidente che il Nobel assegnato a Liu Xiaobo
rappresenterebbe per Pechino uno schiaffo
particolarmente difficile da dimenticare.
08-10-2010]
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CINQUE TERRE E UN CASINO - DALL’INCHIESTA CHE HA PORTATO
IN CELLA IL PRESIDENTE PD DEL PARCO UNO SPACCATO DEL
BELPAESE TRA SEGGI SCIPPATI, TRADIMENTI E "CORVI", CARTE
FALSE E AMANTI - BONANINI NON OTTIENE IL SEGGIO IN
REGIONE E SI SFOGA CONTRO BURLANDO: "MI HANNO FREGATO" -
LA SEGRETARIA CHE LO AIUTAVA AD AGGIRARE LA CONTABILITÀ:
"GLI DICEVO SEMPRE SÌ. ERO INNAMORATA"...
Guido Mattioni per "il
Giornale"
A
differenza dei travagli, dei d'avanzi e di tanti altri
democratici colleghi, mancati grandi inquisitori - nati,
ahiloro, in un secolo sbagliato! - noi del Giornale non
amiamo veder finire la gente in cella e inorridiamo al
tintinnio degli schiavettoni. Solidarizzando anzi per
istinto, in base alla sacrosanta ovvietà che nessuno è
colpevole fino all'ultimo grado di giudizio, con chi si
ritrova nel tritacarne giudiziario. Solidarietà
accresciuta se un indagato è in carcere, pur se in
infermeria, con seri problemi di salute.
È
storia ricorrente. È storia anche di questi giorni. Pare
siano infatti ben più che serie le condizioni di Franco
Bonanini, ex presidente del Parco delle Cinque Terre ed
esponente del Pd ligure, rinchiuso da lunedì scorso nel
centro clinico del penitenziario di Pisa come indagato
numero uno, primo di una lista di 25 persone,
nell'inchiesta che ha portato alla luce un oggettivo
malaffare, un verminaio che ha come sfondo - ironia
della legge del contrasto - proprio uno dei più bei
paesaggi d'Italia. E che avrebbe arrecato allo Stato un
danno da un milione di euro.
Come amano dichiarare alle telecamere gli ipocriti, e
ripetere a pappagallo quelli che guardano troppa tivù,
concediamo pure noi ritualmente che «la giustizia faccia
il suo corso». Resta il fatto che questo pasticciaccio
brutto di Riomaggiore si presti forse di più - in attesa
appunto di giudizio - a essere raccontato in altro modo.
Come una storia squisitamente italiana, grassamente di
provincia, ormonalmente da strapaese. Vicenda in cui le
ambizioni sproporzionate di uomini e donne in fondo
piccoli, finiscono per intrecciarsi come in un
romanzetto d'appendice con banali avidità e pulsioni ben
più personali, personalissime, di quelle che si sfogano
su un letto cigolante. Vicenda insomma più degna di
essere scritta sulla carta grossolana del salumiere che
non su quella dei mattinali o dei protocolli bollati.
Non è un caso che proprio «Mani unte» - a volte anche
gli inquirenti sorridono - sia il nomignolo affibbiato
all'indagine.
A
prescindere da quelli che saranno oppure no i reati
accertati, dalle pagine di questo fumettone in salsa
ligure scaturiscono un solo protagonista e tante
comparse. Su tutti, per ruolo raggiunto e per mire
ancora insoddisfatte, spicca proprio Bonanini, uomo di
sinistra stimato anche a destra per tutto ciò che ha
fatto di buono per le Cinque Terre. Pur se ben piazzato
nel ruolo di vertice di un ente del genere, senza dubbio
anche chic, che vanta perfino la benedizione
dell'Unesco, lui non si accontenta. Divorato da una
fregola di onnipotenza che gli ha procurato il nomignolo
di «Faraone», il nostro sgomita e si affanna. Punta al
Parlamento italiano e non ce la fa.
Sogna quello europeo e il seggio a Strasburgo, che in
prima battuta sembrava conquistato, gli svanisce da
sotto le natiche il giorno dopo, per una stramaledetta
riconta dei voti. Ripiega allora sulla Regione Liguria,
ma manca anche quella per un pugno di voti a suo dire
scomparsi - e se ne lagna imprudentemente con tutti,
cani e porci, «Claudio mi ha fregato» - per colpa del
governatore in carica Claudio Burlando, suo compagno di
partito. Col che oggi, ragionando sulla sua recente
caduta in disgrazia, si potrebbe anche azzardare un
pensierino malizioso.
Ma
non volano soltanto le invettive. Da questa storia
italiana giunge anche l'eco di ansiti e gemiti.
Inequivocabili. Nella gestione del parco, il Faraone
avrebbe fatto materialmente carte false proprio grazie
alla relazione con Francesca Truffello, 45 anni -
volevate mancasse il cherchez la femme? - responsabile
del protocollo al Comune di Riomaggiore, paese del quale
Bonanini era sindaco-ombra. In pratica, migliaia di
pagine che la fedelissima lasciava in bianco perché poi
lui potesse retrodatare i mandati di spesa quando
arrivavano i fondi pubblici.
«Ero innamorata, gli dicevo sempre sì», si giustifica
ora lei, capace di missioni impossibili come recuperare
chissà mai dove, nell'inverno 2010, una marca da bollo
del 2007 - più introvabile di un Gronchi rosa! -,
indispensabile per coprire gli artifizi amministrativi.
Quanto ai comprimari, quelli con i quali Bonanini
comunicava in modo maniacale attraverso pizzini
puntualmente conclusi dall'intimazione «fallo sparire
subito», spulciando la lista degli indagati emerge in
verità un solo nome di spicco, quello di un alto
funzionario della Regione, Enrico Bonanni, sospettato di
essere la «talpa» rivelatrice delle indagini in corso.
Gli altri? Autentici signori nessuno: qualche
commercialista revisore di conti, due o tre geometri e
amministrativi comunali, un comandante dei vigili. Nomi
da timbri, da scrivanie polverose, da giustificazioni
del tipo «no, è fuori stanza». Una stanza da travet, ma
che aveva una splendida vista mare.
[04-10-2010]
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Milena Gabanelli scrive una lettera al Corriere sulla
nomina del Mostro Sacro Veronesi alla guida dell’agenzia
per la sicurezza del nucleare - Con classe, lo fa a
pezzi, ricordando che ha 85 anni e che vuole un incarico
che ne dura altri sette. Che è già senatore e "forse ha
troppi impegni’ per essere uno che accettò il laticlavio
"a patto di non togliere troppo tempo ai suoi pazienti
1 - "DIRE BASTA"
Da "la
Repubblica" - "L'Italia sana deve dire
basta". Sotto questo titolo lo spagnolo "El Pais" dedica
un articolo a Milena Gabanelli. "L'opposizione è
inesistente e ilpopolo si fa sentire poco. C'è chi
delinque, chi evade - dice la giornalista di "Report" -
ma anche chi vede e non dice nulla pure essendo persone
perbene".
2 - «CARO VERONESI, TROPPI IMPEGNI»
Lettera al "Corriere
Della Sera"
Caro direttore, premetto che non ho interesse per le
preferenze politiche del Prof. Veronesi; è un oncologo
di fama e mi aspetto che faccia tutto quello che può per
curare il cancro. Da un paio d'anni è anche senatore,
carica che ha accettato a patto che non gli porti via
tempo per i suoi pazienti. Intento nobile verso i
pazienti, meno verso i cittadini che, pagando un lauto
stipendio ai senatori, si aspettano che dedichino le
loro energie alla gestione politica del Paese.
Ora è stato proposto il suo nome come Presidente
dell'Agenzia per la Sicurezza del Nucleare, nomina che
accetterebbe volentieri, di nuovo a condizione che non
sottragga tempo ai suoi pazienti. Ovvero, bisognerebbe
adattare le necessità di un'agenzia così delicata e
fondamentale agli impegni del candidato presidente.
Intanto venerdì scorso in Senato è stato approvato un
decreto che gli consentirebbe, se volesse, di andare in
deroga alla legge che vieta a chi ha incarichi politici
di presiedere un'authority.
Riguardo invece alla sua competenza in materia, scrive:
«Sono un appassionato di fisica, non a caso ho ricevuto
la laurea honoris causa». Nuclearista convinto, cita la
Francia come modello di qualità di vita per noi
italiani. Partendo dal presupposto che l'agenzia non sia
un bluff ma qualcosa di straordinariamente serio, non è
affatto rassicurante l'idea che venga diretta (nei
ritagli di tempo) per 7 anni, da un uomo che oggi ne ha
85, anche se è il più bravo oncologo del pianeta.
Presiedere l'agenzia per il nucleare vuol dire
affrontare problemi di carattere tecnico, elaborare i
regolamenti insieme ai commissari, dare il parere sui
progetti, verificare il rispetto delle regole e
prescrizioni a cui sono sottomesse le installazioni. Un
lavoro certamente a tempo pieno, meglio se subordinato a
una competenza specifica, più che a una passione.
Siccome il Prof. Veronesi cita il modello francese,
saprà che la loro agenzia (ASN) è diretta da Jean
Christophe Niel, 49 anni (laureato in fisica teorica che
ha ricoperto incarichi di vertice nel controllo sul
ciclo del combustibile e dei rifiuti, ed è stato per
anni capo del dipartimento per la sicurezza dei
materiali radioattivi). Il presidente è Andrè-Claude
Lacoste, 69 anni, ingegnere, da 17 anni con incarichi
direttivi nel settore sicurezza nucleare.
Il
Prof. Veronesi ha poi espresso un'opinione sul fattore
rischio («oggi calcolato quasi vicino allo zero»), che
sembra non tener conto dei cosiddetti piccoli incidenti
quotidiani, riportati da tutte le Agenzie, che si
verificano proprio in Francia; per non parlare delle
basse emissioni permanenti degli impianti, come dimostra
lo studio del Prof. Hoffman ordinato dalla Cancelliera
Merkel.
Parlare invece di nucleare come «l'alternativa più
valida al petrolio» è solo suggestivo, poiché il
petrolio serve soprattutto a far muovere le macchine e
solo in minima parte ad alimentare le centrali
elettriche. Infatti in Francia, Paese più nuclearizzato
d'Europa, il consumo procapite di petrolio è più alto
rispetto a quello italiano. Succede di essere
approssimativi quando ci si occupa di troppe cose.
Milena Gabanelli
27-07-2010]
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IL
TRIBUNALE DI LA MADDALENA VUOLE PROCESSARE LELE MORA PER
“LESIONI PERSONALI”, MA NON LO TROVA, QUATTRO UDIENZE
SALTATE - A CAVALLO IN CORSICA DISARCIONATO IL
’RESTAURATORE’ ESTETICO GASPAROTTI - VUOI DIVENTARE
BUTTAFUORI E PICCHIARE LA GENTE? DEVI AVERE IL
PATENTINO, ISCRIVITI AL PRIMO CORSO A NUORO -
ALL’AEROPORTO DI OLBIA NON SANNO CHI è BELEN - NON DITE
A VESPA E BERLUSCONI CHE LA MURGIA SARà L’OPINIONISTA DI
DARIA BIGNARDI A “LE INVASIONI BARBARICHE”...
Luciano Verre da Porto Cervo e Porto Rotondo per
Dagospia
1-
Se incontrate Lele Mora per strada o in un camerino TV o
nella dependance di una disco, luoghi a lui tanto cari,
comunicategli che il giudice di pace del tribunale di La
Maddalena lo sta cercando da 5 anni per processarlo, ma
non lo trova, risulta "irreperibile" o "sconosciuto" o "decedeuto"
(sic!).
Le
notifiche vanno a vuoto. Il manager è accusato di
"lesioni personali" nei confronti di una bambina. Ecco
la spy-story. Nell'estate del 2005 la "L.M. Iniziative
speciali srl" (di proprietà di Lele Mora) prese in
gestione l'hotel I Fenicotteri di Cala del Faro. Il 13
luglio una bambina (Bendetta B., 5 anni, laziale) si
tuffò nella piscina e venne risucchiata da una potente
idrovora per la pulizia della vasca lasciata in funzione
dagli addetti alla manutenzione e rischiò di annegare.
Lele Mora fu rinviatio a giudizio, ma a tutto oggi ben
quattro udienze sono saltate per l'impossibilità
dell'ufficiale giudiziario di rintracciare il più che
presenzialista manager di veline & affini. In viale
Monza a Milano, dove ha sede l'ufficio storico di Mora,
nessuno ritira gli atti giudiziari perché "il capo non
c'è, è residente in Svizzera, cercatelo là". L'altra
mattina alla quarta udienza maddalenina l'imputato era
ancora assente.
E
così, altro rinvio, questa volta a marzo 2011. Ma il
giudice maddalenino ora pare seriamente... incazzato.
Intende ricorrere agli 007 internazionali del Ministero
di Grazia e Giustizia. "Una situazione che sa
dell'incredibile e anche del ridicolo", dice l'avvocato
della famiglia della bambina ferita "quattro udienze
saltate e nessuno riesce a trovare il Mora che pure
vediamo spesso in tv, mah!". Eppure Mora questa estate
era spesso a Porto Cervo, mah!
2-
Qui Porto Rotondo a voi Cavallo in Corsica, Francia.
Questa estate Marco Gasparotti, medico spacializzato in
operazioni di chiurgia plastica, estetica e
ricostruttiva, lifiting facciali e rinoplastica e chi
più ne ha più ne metta (di euro), è stato richiamato più
volte dalla gendarmeria di Cavallo, l'isola dei ricchi
di tutto il mondo, perché il figlio minorenne, un vero
discolo, ne combinava di tutti i colori, "rompeva la
quiete dei vacanciers, ha rischiato di essere allontano
dall'isola", ha detto un residente.
3-Forse
non lo sapevate, ma dal 1 gennaio 2011 i "buttafuori"
che vediamo davanti ai locali o quelli che scortano i
divi, dovranno essere dotati di un regolare patentino ed
essere registrati nelle Prefetture. Ecco dunque la prima
scuola per "buttafuori" e sapete dove? A Nuoro, piena
Sardegna. Tanti gli iscritti, sardi e continentali.
Novanta ore con docenti universitari, forze dell'ordine,
piscologi, vigili del fuoco, vigili urbani, avvocati.
Insomma una cosa seria. Con la Costa Smeralda a due
passi, il lavoro è assicurato, puoi menare ma devi avere
il patentino.
4-
Anche le celebrità nel loro piccolo si incazzano. E'
capitato a Belen Rodriguez durante un fine settimana
bollente (ma non con Fabrizio Corona) a Porto Cervo. Al
rientro ha presentato all'aeroporto Costa Smeralda di
Olbia un biglietto scaduto. Apriti cielo. Lei non sa chi
sono io (Belen). Lo so chi è lei ma non parte lo stesso
(la hostess). Allora chiamo i carabinieri (Belen).
Li
chiami faccia lei (hostess). Alla fine la diva è salita
sul volo strapieno ma si è seduta su uno "sgabellino"
con accanto un bambino rompipalle che ripeteva: "Mamma
mamma, guarda la ragazza dei telefoni". Pare sia stato
un errore della nuova segretaria della Rodriguez, la
simpatica Paola Benegas, che ha rischiato licenziamento
in tronco.
5-
Stasera tornano "Le invasioni barbariche" su La7 (dopo
essere stati per un anno su Raidue) e Daria Bignardi non
sta nella pelle. Al suo fianco, come opinionista, avrà
Michela Murgia, la scrittrice sarda vincitrice
dell'ultimo Campiello con il romanzo "Accabadora" (che
tradotto dal sardo vuol dire: donna che nell'antichità
uccideva con colpo secco di martello alla tempia i
vecchi che duravano troppo in agonia). Daria le ha
concesso carta bianca, può dire e disdire, fare e
disfare. E la Murgia minaccia: "Farò l'accabadora con i
politici, li ammazzo tutti". Silvio, sei
avvisato!01-10-2010]
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INDAGINE SUL PIRATA NAPOLETANO DEI CARAIBI CHE VUOLE
DETRONIZZARE FINI - ISCRITTO A UNA LOGGIA MASSONICA DI
NAPOLI, GRANDE AMICO DI CICCHITTO E DI DE GREGORIO, COME
è RIUSCITO IL DIRETTORE-EDITORE DELL’"AVANTI", IN POCO
PIÙ DI UN ANNO, A SOSTITUIRE TARANTINI IN TUTTO E PER
TUTTO NEL CUORE DELL’ARCONTE DI ARCORE - "L’ESPRESSO" FA
RUOTARE LA PUBBLICAZIONE DELLA FATIDICA "NOTA
CONFIDENZIALE" E LE DICHIARAZIONI DEL GOVERNO DI SANTA
LUCIA SUL CASO FINI-TULLIANI AL RAPPOIRTO STRETTO CHE
LEGA LAVITOLA E BERLUSCONI AL PRESIDENTE DI PANAMA
RICARDO MARTINELLI
Emiliano Fittipaldi per "L'espresso"
Lavitola, chi era costui? Mezza Italia da una settimana
si fa questa domanda. Lavitola, indicato dai finiani
come il faccendiere che ha brigato per produrre dossier
sulla casa di Montecarlo abitata da Giancarlo Tulliani,
è l'uomo del momento. Difficile catalogarlo: direttore
ed editore dell'"Avanti", imprenditore ittico, nato a
Salerno ma residente in Basilicata, iscritto a una
Loggia massonica di Napoli (come ha scoperto due anni fa
"La voce delle voci") con numero progressivo 13.462,
grande amico di Fabrizio Cicchitto e di Sergio De
Gregorio, di sicuro in poco più di un anno è riuscito a
diventare "il preferito" di Silvio Berlusconi.
"Nel cuore del premier", racconta una fonte vicina a
Palazzo Chigi, "Lavitola ha sostituito Giampaolo
Tarantini in tutto e per tutto. Insieme passano molte
serate a Tor Crescenza", il castello affittato dal
presidente del Consiglio, posto fantastico lontano dal
centro di Roma e da occhi indiscreti.
Valter si vanta della sua amicizia, ma non è un
mitomane: è talmente vicino al premier che qualche mese
fa alcuni imprenditori friulani, conoscendo la sua
passione per la caccia, prima di invitarlo a una battuta
si sono premuniti di comprare dei cervi dalla vicina
Slovenia, in modo da fargli trovare prede adeguate al
suo nuovo rango di favorito del sultano.
Nel cerchio ristretto di Silvio il nome circolava da
tempo, accompagnato spesso da smorfie che dissimulano
invidia e, soprattutto, preoccupazione. Gianni Letta,
Paolo Bonaiuti, Niccolò Ghedini e Valentino Valentini
non lo amano troppo, ma Berlusconi, si sa, fa di testa
sua. Così il nome di Lavitola spunta per la prima volta
a fine giugno, quando il capo del governo è in Brasile
in visita di Stato. I giornali locali lo identificano
come il "rappresentante della presidenza del Consiglio
per Brasile e Panama", e come organizzatore di un
festino in onore del Cavaliere. Protagoniste assolute
sette ballerine di lap dance.
Due mesi e mezzo di silenzio, poi la nuova ribalta a
causa delle accuse di Italo Bocchino, (pare) supportate
da prove raccolte da un investigatore privato che per
conto dei finiani ha fatto una controinchiesta sul
campo.
Nessuno sa se il capo di Futuro e Libertà ha in mano
documenti schiaccianti sulle attività di dossieraggio di
Valter, che ha già annunciato querela. "L'espresso" ha
però contattato due autorevoli fonti vicine al
Cavaliere, che fanno notare come Lavitola, per sua
stessa ammissione, negli ultimi mesi ha viaggiato tra
Brasile, Santa Lucia e Panama. Proprio lo staterello
dell'istmo sarebbe lo snodo fondamentale della presunta
connection. "In Centroamerica Berlusconi e Lavitola
arrivano il 30 giugno, il giorno dopo la festa
nell'albergo di San Paolo: il premier doveva inaugurare
i lavori d'ampliamento del Canale", un affare
miliardario dove sono riusciti a entrare anche le
italiane Impregilo e Finmeccanica.
"Sia Lavitola che Berlusconi conoscono bene il
presidente di Panama Ricardo Martinelli", raccontano
all'unisono le fonti, che chiedono di rimanere anonime.
"Martinelli è un imprenditore italo-panamense che ha
fatto i soldi nella grande distribuzione, un
conservatore che ha buoni rapporti con il governo della
vicina isola di Santa Lucia".
Impossibile dire oggi, chiosano le fonti, "se Lavitola
abbia chiesto a Martinelli di fare pressioni sul governo
del paradiso fiscale per scrivere la lettera che
incastrerebbe Giancarlo Tulliani e Gianfranco Fini, ma
nella storia non s'è mai visto un documento così
insolito".
Come è insolito il comportamento tenuto negli ultimi
giorni da Lavitola e dal ministro Francis, autore della
nota sull'effettivo beneficiario (che sarebbe Tulliani)
delle due società (la Timara e la Printemps) che hanno
comprato la casa di Montecarlo: entrambi, parlando di
una e-mail di James Walfenzao (il gestore delle società)
che avrebbe dato il via all'inchiesta, si sono
ingarbugliati sulle date in cui ne sarebbero venuti in
possesso.
Lavitola prima ha dichiarato di averla avuta a giugno,
poi si è corretto e ha parlato di agosto, mentre Francis
ha spiegato di avere iniziato l'inchiesta, grazie anche
all'e-mail, tra marzo e giugno. Nella missiva, ha
scritto proprio Lavitola sull'"Avanti", Walfenzao
avrebbe scritto di essere preoccupato per "uno scontro
tra Fini e Berlusconi basato sulla proprietà di un
immobile": peccato che il caso sia scoppiato molto più
tardi, il 28 luglio.
L'imprenditore, nonostante le voci e le contraddizioni,
è tranquillo. Il giorno successivo le accuse di
Bocchino, è andato a caccia, in seguito è stato ricevuto
dall'amico Silvio a Palazzo Grazioli. Chi lo conosce da
tempo non si aspettava da lui una scalata al potere così
repentina.
Nato nel 1966, figlio di uno psicologo che fu anche
perito del boss Raffaele Cutolo (Valter racconta che il
padre definiva il camorrista "un vero e proprio pazzo"),
laureato in scienze politiche alla Sapienza, iscritto ai
Giovani socialisti e chiamato da De Michelis "Valterino",
Lavitola riesce nel 1996 a comprarsi la testata "Avanti"
(senza L) insieme a De Gregorio.
Un
colpaccio: il giornale, quasi clandestino, prende circa
2,5 milioni di contributi statali l'anno. All'inizio ci
scrivono socialisti e pezzi da novanta come Brunetta,
Boniver e Cicchitto, ma "dopo un po'" ricorda Giuliano
Cazzola "Lavitola ha mandato via tutto il comitato
direttivo. Un tipo strano, voleva comandare lui". La sua
chance politica se la gioca nelle Europee 2004, quando è
primo dei non eletti per Forza Italia al Sud, mentre nel
2009 non riesce a farsi mettere in lista.
Poco male, Lavitola ha mille risorse. Oltre alle
attività di import-export in Sudamerica e a quelle di
editore, il rampante che vanta l'amicizia di Bettino
Craxi è stato negli anni amministratore e socio di 14
società, che spaziano dall'immobiliare all'agricoltura
(La Beccaccia), dalla silvicoltura al tessile: nel 2003
l'imprenditore ha messo in piedi un consorzio per
partecipare alla gara del ministero della Difesa per la
fornitura di vestiti e stivali dell'esercito.
L'ultima avventura è di giugno, poco prima della
partenza per il Brasile: Lavitola ha fondato una società
di consulenza, la VL Consulting, di cui è socio unico e
amministratore. Ora, è "difficile accettare che
Valterino sia il centro di un complotto che fa
traballare un governo e un partito". spiega l'ex
sottosegretario socialista Mauro De Bue, che ben conosce
Lavitola. "Non so neppure se i suoi rapporti con i
Servizi di cui si è sempre vantato corrispondano a
verità. Ma se fosse così, è proprio il caso di
affermare: siamo proprio caduti in basso".
01-10-2010]
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- PRESENTATE LE CORREZIONI PER LO "SCUDO" CHE MIRA A
SOSPENDERE I PROCESSI AL PREMIER...
Liana Milella per "la
Repubblica"
Con il lodo marcia allo scoperto, con la nuova legge ad
personam e ad aziendam per bloccare il risarcimento
Mondadori cammina sotto traccia. Sul primo ha dato
ordine di ridurre al minimo ogni possibile conflitto
ripiegando su un mini-scudo, sulla seconda sa che il
colpo è grosso e i margini di trattativa del tutto
esigui.
E
sa soprattutto che, se vuole raggiungere l´obiettivo, ha
bisogno di un decreto che gli faccia da contenitore. In
caso contrario, la norma che tenta di vendere come
necessaria per smaltire i processi civili, ma che in
realtà gli serve per azzerare il conflitto Cir-Finivest,
non arriverà mai in tempo. Considerato che il caso ormai
è in appello.
Due pesi e due misure. Una cruna dell´ago assai smilza.
Una regia in cui non si può sbagliare una mossa perché
su un piatto della bilancia ci sono 500 milioni di euro
e sull´altro l´obiettivo di veder bloccati i tre
processi milanesi fino al termine della legislatura.
Berlusconi ci prova. Ecco le mosse, a partire dai
processi civili. Ci ha già provato una volta. Era il 7
luglio, e il Guardasigilli Angelino Alfano presentò al
Senato una modifica alla manovra che calzava a pennello
per la Mondadori.
Nella manovra, dunque per decreto. Cinque pagine, una
quella strategica. Parola magica, come per il penale,
garantire «la ragionevole durata del processo»: il
giudice utilizza un ausiliario (un avvocato, un notaio,
un professore) per affidargli la causa ritardataria. Sei
mesi di rinvio (per Cir-Finivest si guadagnerebbe
tempo). L´ausiliario elabora una via d´uscita. Se la
parte accetta, il dibattimento si chiude, altrimenti se
va avanti rischia di pagare tutto se alla fine il
giudice adotta la soluzione dell´ausiliario.
Naturalmente la legge si applica «anche ai giudizi
pendenti».
«La soluzione è sempre questa» confermano fonti di via
Arenula. Quella bloccata a luglio dal centrosinistra che
costrinse Alfano al ritiro. Ma il 22 agosto, al primo
consiglio utile, il premier riparte: «I processi civili
sono talmente lenti da essere un ostacolo insormontabile
per chi vuole investire in Italia». Serve «un piano
straordinario per il rapido smaltimento delle cause
civili pendenti». Come ieri in aula.
Pd
e Idv non hanno cambiato idea. Felice Casson (Pd): «Per
fare un favore al presidente non possono pensare di
cancellare decine di migliaia di processi». Cinque
milioni. «È consigliato male, ci metteremo di traverso».
Donatella Ferranti: «Pensavamo che avesse abbandonato la
strada delle norme ammazza-processi e invece torna a
sventolare quella per eliminare l´arretrato civile. Dopo
luglio pensavano che ormai fosse in decomposizione in
qualche discarica».
Il
dipietrista Luigi Li Gotti: «Tutti gli avvocati sono
contrari. È una riforma assurda e costosa che privatizza
di fatto la giustizia».
Il
premier insiste, vuole la legge. Senza sconti.
Quelli fatti per il micro-scudo. Il relatore Carlo
Vizzini, politico di lunga esperienza dai tempi della
segreteria del Psdi, degli equilibri del pentapartito,
della "primavera" di Palermo, ha prodotto un nuovo
testo. Che smina il precedente. Non ci sono più i
ministri. Sacrificati. Il che potrebbe far presagire una
modifica del legittimo impedimento, dove invece i
ministri ci sono. Soppressi perché «non sono dei pari
grado del premier».
Garanzia che il lodo copre solo i dibattimenti. Un lodo
«a richiesta», perché il capo dello Stato o del governo
possono rinunciare. Con il vaglio del Parlamento che
«entro 90 giorni» decide sulla richiesta del magistrato.
Un lodo che vale per i reati commessi «prima»
dell´assunzione della carica. E che, legato alla
funzione e non alla persona, può essere utilizzato più
di una volta, anche consecutiva. Per questo Pd e Idv lo
bocceranno.
Il
Cavaliere lo mette nel conto. Col nuovo testo è sicuro
di non avere problemi con Fini e con Casini. Con loro,
adesso, vuole mandare avanti la partita dei processi
civili. Rischiando di azzerarne cinque milioni pur di
far fuori il suo, quello da 500 milioni di euro.
2
- ALL IBERIAN, PALAZZO CHIGI CHIEDE IL CONTO A MILLS...
Da "la
Repubblica"
Palazzo Chigi sta tentando di presentare il conto
all´avvocato inglese David Mills. Così si legge la mossa
della Presidenza del Consiglio che, nei giorni scorsi,
ha chiesto all´avvocatura dello Stato di Milano copia
delle sentenze di primo e secondo grado del processo in
cui Mills è stato condannato a 4 anni e 6 mesi di
reclusione (caso poi chiuso dalla Cassazione con
l´intervenuta prescrizione ma con l´obbligo per
l´imputato di risarcire 250 mila euro a Palazzo Chigi,
che si era costituita parte civile sotto il governo di
Romano Prodi).
Mills, processato per corruzione in atti giudiziari,
aveva scritto alla Presidenza del Consiglio spiegando
che non avrebbe pagato perché non riconosce la validità
della condanna. Palazzo Chigi, però, ha deciso di
rivolgersi per via diplomatica alle autorità inglesi e
per questo ha chiesto le sentenze. Si tratta di copie
con «visto di certificazione» che permetterà di
utilizzarle formalmente anche all´estero.
Attraverso il ministero della Giustizia e quello degli
Esteri, le carte saranno poi trasmesse a Londra per
avviare l´iter che dovrebbe portare Mills a risarcire
l´Italia per la vicenda dei 600 mila dollari incassati
da emissari di Silvio Berlusconi al fine di favorire il
fondatore della Fininvest dichiarando il falso nei
processi All Iberian e tangenti alla Gdf.
30-09-2010]
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Ricorda qualcuno? - Sono stati gli accertamenti sul
rustico comprato DA Renato Brunetta a far scattare
l’inchiesta LIGURE alle Cinque Terre - Brunetta (che non
è indagato nell’inchiesta) ha, secondo i pm, comprato
quel rustico pagando, nei fatti, solo il valore dei
lavori effettuati. Secondo una stima di esperti del
settore, un immobile di quelle dimensioni in quella zona
potrebbe valere non meno di 300 mila euro - L’IRA DEL
MINISTRO...
Marco Menduni per "Il Secolo XIX"
Sono stati gli accertamenti sul rustico comprato dal
ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta a far
scattare l'inchiesta alle Cinque Terre. Un rustico
comprato dal ministro per quarantamila euro: questa la
cifra rivelata dal presidente del Parco Franco Bonanini
al Secolo XIX il 19 agosto scorso. Ma, come ha rivelato
l'indagine, quello è solo il valore dei lavori di
ristrutturazione fatti eseguire dal precedente
proprietario prima di consegnarlo al ministro.
Il
suo nome è Stefano Pecunia. È lui che nei mesi scorsi
viene denunciato per alcune violazioni edilizie. Ed è
lui che, di fronte agli inquirenti, spiega che presto la
casetta passerà di mano: c'è già stata la firma del
compromesso e il compratore è proprio il ministro.
Brunetta (che non è indagato nell'inchiesta) ha, secondo
i pm, comprato quel rustico nelle Cinque Terre pagando,
nei fatti, solo il valore dei lavori effettuati. Secondo
una stima di esperti del settore, un immobile di quelle
dimensioni in quella zona potrebbe valere non meno di
300 mila euro. E gran parte dell'inchiesta si snoda, da
quella scoperta in poi, su una traccia.
Comprendere se la particolare generosità del
proprietario sia stata poi "ricompensata" in qualche
modo da Franco Bonanini, vecchio amico del ministro
(nonostante la militanza su sponde opposte della
politica) e, soprattutto, con quale denaro.
La
genesi dell'inchiesta nel maggio scorso. Quando gli echi
dell'affaire romano che ha coinvolto l'ex ministro
Claudio Scajola e della casa con vista sul Colosseo
induce la polizia giudiziaria a effettuare un controllo
sul rustico di Brunetta.
Quando gli agenti arrivano sul sentiero dei Santuari,
vicino a quello di Montenero, trovano intento al lavoro
l'edile Daniele Carpanese. Cosa dichiara? Spiega di
essere intento ad eseguire la ristrutturazione del
rustico di proprietà di Stefano Pecunia: «È in fase di
ultimazione, mancano solo gli scarichi e alcune
rifiniture».
La
polizia gli chiede se è già stato pagato. Lui risponde:
«Ho effettuato lavori per circa 40mila euro, non ho
alcun alcun contratto o computometrico con il
proprietario e non ho ricevuto alcun compenso. Ho
persino anticipato sia le spese per i materiali, sia
quelle dell'elicottero per trasportarli in cantiere,
perché si trova in una zona particolarmente impervia».
Scrivono i magistrati: «Quanto meno singolare sembra il
fatto che Carpanese avesse dato il via ai relativi
lavori senza sottoscrivere alcun contratto e senza
un'apparente garanzia».
Come può essere giustificato questo comportamento? C'è
una sola spiegazione, scrivono i pm: «Ed è in relazione
al contenuto delle conversazioni intercettate, dal
tenore delle quali si comprendeva come il presidente
Bonanini e Tarabugi (il capo dell'uffico tecnico del
Comune di Riomaggiore, ndr) fossero di fatto i garanti
dell'operazione». E come si proponenevano, Bonanini e il
suo collaboratore, di finanziare quei lavori?
«Utilizzando anche i fondi pubblici derivanti
dell'erogazione dal finanziamento al sito Canneto». Cioè
finanziamenti per lavori che dovevano essere effettuati
in una delle più incantevoli baie delle Cinque Terre. E
che con la casa di Brunetta c'entravano poco.
Ma
quali sono le intercettazioni che, sempre secondo la
procura, «mettono in relazione il nome di Brunetta con
il finanziamento dell'operazione del Canneto»?
Affiora un frammento di conversazione tra il geometra
Tarabugi e Laura Vestito, architetto in Comune.
Tarabugi: «Giochi con i soldi di Brunetta e ha ragione.
Chi glieli dà adesso?».
Vestito: «Se va in porto quella fattura di
Canneto...omissis».
Altre intercettazioni rivelano «ulteriori conversazioni
attinenti il rustico di Stefano Pecunia e una strana
contrattazione che gli interlocutori volevano tenere
segreta».
Perché? Ipotizza la procura: «Una possibile spiegazione
di tante disponibilità verso Stefano Pecunia potrebbe
essere riconducibile alle notizie apparse sugli organi
di stampa, dai quali si evince che il rustico sarebbe
stato acquistato da Brunetta, e di conseguenza
l'attività degli dagli indagati sembrerebbe il tentativo
di aggraziarsi il ministro e acquisire così, nei
confronti dello stesso "debito di riconoscenza"».
Insomma: bisogna ripagare Pecunia, che ha concesso a
"buon prezzo" il rustico al ministro. Come? Altra
intercettazione. Bonanini parla ancora dei finanziamenti
del Canneto: «Tra l'altro qui potremmo recuperare su con
Stefano...». Conferma Tarabugi: «Sicuro, resta qualcosa.
Copri Pecunia, Stefano...così portandola a 90 si arriva
a 250».
Ce
n'è tanto da far ipotizzare «una falsa rendicontazione
del finanziamento del Canneto utilizzato per coprire un
intervento per conto di Stefano Pecunia».
COMUNICATO STAMPA
Dichiarazione del Ministro Renato Brunetta:
"Ho appreso, come tutti con particolare sconcerto,
dell'arresto di Franco Bonanini, presidente del Parco
Nazionale delle Cinque Terre. Mi unisco alle numerose e
qualificate manifestazioni di stima e di considerazione
per la persona: un uomo che ha dato moltissimo alla sua
terra. Mi auguro che esca in breve e al meglio da questa
vicenda, per il bene di tutti. Leggo anche che il mio
nome viene evocato nell'ambito di una vicenda cui sono
totalmente estraneo, come è stato chiarito in maniera
inequivocabile dagli stessi inquirenti. Per questo non
permetterò che la mia persona venga in alcun modo
strumentalizzata".
Vittorio Pezzuto
Portavoce del Ministro per la Pubblica
Amministrazione e l'Innovazione
[29-09-2010]
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FARE-MATTONE! STREPITOSA INCHIESTA SUGLI AFFARI
IMMOBILIARI DEL VICEMINISTRO URSO - I PARENTI DEL
FINIANO ACQUISTANO UN EX MONASTERO A TERNI. LA LEGGENDA
LO VUOLE INFESTATO DAGLI SPIRITI MA, GRAZIE A UNA
VARIANTE, DIVERRÀ UN ALBERGO A CINQUE STELLE - LANCIATO
DA DAGOSPIA, "IL FATTO" SI È GIÀ OCCUPATO DELL’ACQUISTO
RECENTE DELL’ATTICO E DEL SUPERATTICO CON VISTA SUL
CUPOLONE DA PARTE DI URSO E DI SUO FIGLIO. IN
QUELL’ARTICOLO NOTAVAMO CHE IL PREZZO DICHIARATO (3
MILIONI IN TUTTO) ERA ALTO IN ASSOLUTO MA BASSO RISPETTO
ALLE QUOTAZIONI DEL MERCATO. URSO CI HA CITATI IN
GIUDIZIO CHIEDENDO MEZZO MILIONE DI EURO DI DANNI. COSE
CHE SUCCEDONO IN ITALIA DOVE I POLITICI NON SONO
ABITUATI A RENDERE CONTO SULLE PROPRIETÀ, SUI PREZZI
PAGATI E SULLE RISORSE USATE, COME ACCADE NEI PAESI
CIVILI
Marco Lillo per "il
Fatto Quotidiano"
Al
Bar Belli sul valico della Somma gira una leggenda: "Il
monastero dello Schioppo porta sfiga!". Figli, fratello
e amici del viceministro Urso, incuranti della diceria
che echeggia sulle montagne tra Terni e Spoleto, hanno
comprato nel 2005 l'intera proprietà composta da
palazzi, casali e terreni che valgono più di due milioni
di euro.
Il
Fatto Quotidiano si è già occupato dell'acquisto recente
dell'attico e del superattico con vista sul Cupolone da
parte del viceministro al Commercio internazionale
Adolfo Urso e di suo figlio.
In
quell'articolo notavamo che il prezzo dichiarato (3
milioni in tutto) era alto in assoluto ma basso rispetto
alle quotazioni del mercato. Il viceministro ci ha
citati in giudizio chiedendo mezzo milione di euro di
danni.
Cose che succedono in Italia dove i politici non sono
abituati a rendere conto sulle proprietà, sui prezzi
pagati e sulle risorse usate, come accade nei paesi
civili.
Per questo torniamo ad occuparci degli acquisti di Urso
e della sua famiglia. Grazie a tre atti consecutivi
conclusi a Roma tra il 2009 e il 2010 Adolfo Urso e il
figlio Dario possiedono un attico e un superattico con
terrazza di rappresentanza in pieno centro storico. Al
notaio, il padre ha dichiarato un prezzo di 2 milioni di
euro per l'appartamento più grande e le terrazze mentre
il figlio ha dichiarato un milione, per l'appartamento
più piccolo. Entrambi hanno coperto la spesa per l'80
per cento con mutui bancari.
GLI INQUILINI E IL PREZZO DOPPIO - I due appartamenti
romani, prima dell'acquisto, erano stati proposti in
vendita a un prezzo doppio agli inquilini degli
appartamenti ex Ina ceduti prima alla Pirelli e poi alla
società Colonna Prima che ha venduto agli Urso. La
famiglia Di Clavio, che abitava l'appartamento più
piccolo, dichiara al Fatto: "La società Colonna prima ci
ha chiesto tre milioni e mezzo di euro per comprare nel
2008".
Mentre la famiglia Andreucci, che occupava quello più
grande comprato dal vice ministro per due milioni
racconta: "Ci hanno chiesto 3 milioni di euro nel
2005-2006".A questi prezzi (6,5 milioni complessivi)
bisogna aggiungere il valore delle terrazze condominiali
da 220 metri cedute a Urso, come annesso incluso nel
prezzo.
Il
vice-ministro, a differenza di altri politici, accetta
le domande e spiega così la differenza tra il prezzo
dichiarato e quello preteso dalla società da terzi:
"Dopo il 2008 c'è stato un crollo delle valutazioni e so
che nel palazzo tutti hanno pagato quel prezzo al metro
quadrato". Il problema - per il politico - non è
fiscale. Se Urso e il figlio avessero dichiarato
nell'atto - per esempio - un prezzo di 6 milioni di
euro, non avrebbero pagato più tasse. Sarebbe stata la
società venditrice a scontare il 27,5 per cento sulla
plusvalenza milionaria.
Nello stesso periodo in cui Urso comprava a Roma, una
seconda società dei suoi familiari e amici, chiedeva e
otteneva il cambiamento del piano regolatore di Terni
per realizzare nella tenuta dello Schioppo un hotel a
cinque stelle con piscina. La tenuta in questione si
estende per 455 ettari ed è impreziosita da un antico
monastero che in zona chiamano "Il Castello". È
intestata alla Società Agricola Lo Schioppo Srl,che
possiede anche un antico palazzo a Spoleto.
"Leggenda vuole", spiegano al bar Belli, "che il
Monastero sia abitato dai fantasmi". Incuranti della
storia poco incoraggiante dello Schioppo, parenti e
amici di Urso hanno comprato la tenuta dagli eredi di
Stefano Patacconi, l'imprenditore romagnolo, primo
editore di Libero con Vittorio Feltri, che si è ucciso
il 3 ottobre del 2001 schiantandosi contro il Pirellone
con il suo aereo.
Nel 2005 la vedova e il figlio diciassettenne vendono le
quote della Agricola San Renzano Srl (che deteneva la
tenuta e un palazzo a Spoleto) alla neocostituita
Società Agricola Lo Schioppo Srl di Vincenzo Rota
(80percento) e Paolo Urso, fratello del viceministro (20
percento). Rota è un ex militante del Fuan che fa parte
dell'Osservatorio parlamentare di Adolfo Urso ed è socio
di Paolo Urso nella Agriprogetto Srl che si occupa di
coltivazioni agricole.
FARE UMBRIA E FARE FUTURO - L'osservatorio era il
braccio operativo della corrente di Urso con sede nel
prestigioso palazzo di via del Seminario che ospita oggi
FareFuturo. Dal 2001 al 2005, l'Osservatorio - per la
sua intensa attività culturale - ha goduto di contributi
ministeriali per 360 mila euro. Rota, amico da 30 anni
di Urso, è il motore dell'acquisizione ma vende le quote
nel 2008. Oggi la società dello Schioppo appartiene per
il 40 per cento al fratello e ai figli di Urso mentre il
10 per cento è di un amico di Urso, l'imprenditore
Rosario Cancila, membro di FareFuturo.
Il
restante 50 per cento è di Enzo Poli, un imprenditore
alberghiero romano. Il 5 ottobre del 2006 Lavinia Di
Gianvito sul Corriere della Sera raccontava la storia
del suo "attico abusivo da 200 metri abbattuto in via
Margutta". Nell'articolo si elencavano altre gesta del
socio degli Urso: "Il Comune gli ha abbattuto due case
costruite ex novo nel parco dell'Appia Antica; la
procura militare lo ha denunciato per il furto di un
terreno appartenente al Mausoleo delle Fosse Ardeatine.
Un
curriculum coerente, se non fosse per un mistero: una
valigia di banconote vere e in facsimile trovata sulla
sua auto dalla Mobile dopo che una banda milanese in
trasferta l'aveva speronato". A sentire il viceministro
Urso, sarà proprio Poli il protagonista della
trasformazione dello Schioppo in relais.
"Io non c'entro nulla", spiega il viceministro al Fatto
"qualche volta ci sono stato ma solo come ospite dei
proprietari: mio fratello e i miei figli oltre all'amico
Cancila e a Poli, un imprenditore serio. Per i
particolari dovete chiedere a lui". Urso non comprende
le ragioni dell'interesse sul patrimonio familiare:
"Dovreste premiarci per la trasparenza. Le case di Roma
le abbiamo dichiarate e pagate grazie ai mutui (2,4
milioni di euro, ndr) di cui avete scritto già. Gli Urso
sono una famiglia con una storia: mio padre aveva
un'azienda da 120 dipendenti".
Difficile dire quanto valga oggi la tenuta. Nel 2004 il
Tribunale di Rimini, quando ha autorizzato la vendita
delle quote di Patacconi jr, ha valorizzato il
patrimonio sociale 2 milioni di euro. L'8
maggiodel2005lasocietàdelfratello del viceministro,
Paolo Urso, e del suo amico, Vincenzo Rota,ha pagato 2
milioni e 30 mila euro.
Nel patrimonio della società, oltre alla tenuta da 450
ettari c'era anche un palazzo di tre piani a Piazza del
Mercato a Spoleto, a cento metri dal Duomo, composto di
tre negozi e sette appartamenti. Nell'ultimo
trasferimento di quote dai soci Giancarlo Lanna e
Vincenzo Rota all'entrante Poli,nell'ottobre del 2008,
il 50 per cento della società è stato valutato solo 125
mila euro.
PIANO REGOLATORE PER L'HOTEL A 5 STELLE - Giancarlo
Lanna, come Fini e Urso, è un importante membro del
Consiglio e del Comitato esecutivo dell'associazione
Farefuturo. Anche lui, per alcuni mesi del 2008, è stato
socio del fratello e dei figli di Urso nello Schioppo.
Nello stesso periodo in cui era presidente di una
società controllata dal ministero del Commercio
internazionale retto da Adolfo Urso: la Simest che si
occupa di incentivare gli investimenti italiani
all'estero.
Un
posto di prestigio al quale Lanna è stato nominato nel
2005 e confermato nel 2008 grazie alla fiducia del
ministro Urso. Il nome di Lanna era uscito sui giornali
quando l'avvocato napoletano si era occupato degli
aspetti legali dello sbarco in Italia di Atlantis World
e di Francesco Corallo, il re dei casinò e delle slot
machines, amico di Amedeo Laboccetta e dei finiani. Dopo
aver venduto il suo 10 per cento dello Schioppo, Lanna
ha investito ancora in Umbria.
Oggi l'avvocato finiano possiede il 33,3 per cento della
Borgo Le Mustaiole Srl, che ha comprato e ristrutturato
un vecchio borgo ricavandone 14 appartamenti a pochi
chilometri da Spoleto. "Si tratta di un investimento
privato che ho fatto con il gruppo Riccardi di Napoli",
spiega Lanna precisando che: "FareFuturo e il mio ruolo
pubblico non c'entrano nulla né con questa storia né con
lo Schioppo nel quale sono stato socio per una piccola
quota e per poco tempo".
L'Umbria rossa dovrebbe essere una terra inospitale per
la destra, invece i cuori neri hanno fatto breccia nel
Cuore verde d'Italia. Il comune di Terni ha approvato
una variante ad hoc al piano regolatore in modo da
permettere alla società Lo Schioppo di ristrutturare i
vecchi fabbricati e di edificare un nuovo stabile di tre
livelli per complessivi 4 mila e 800 metri cubi, più una
piscina con vista mozzafiato.
L'assessore all'urbanistica di Terni del Pd, Marco
Malatesta spiega "abbiamo approvato la variante per Lo
Schioppo perché riteniamo che il turismo vada
incoraggiato. Per noi è un bel progetto e basta. Non
sapevo nemmeno che i soci fossero familiari e amici di
Urso".
21-09-2010]
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NON DITE AGLI ARABI CHE IL PENTAGONO LI GUARDA (DALLA
SICILIA) - A SIGONELLA ARRIVANO GLI AEREI SENZA PILOTA
CHE SORVEGLIANO ELETTRONICAMENTE GLI INTERESSI USA NEL
MONDO (E I CAMPI DI BATTAGLIA) - LA BASE SICILIANA
DIVENTERÀ IL CENTRO PER IL CONTROLLO DEL MEDIO ORIENTE -
UN MEGA-ACCORDO POLITICO MILITARE CHE L’ITALIA FA DI
TUTTO PER NASCONDERE (E A WASHINGTON LA COSA NON FA
PIACERE
Maurizio Molinari per "La
Stampa"
I
primi droni Global Hawk sono atterrati pochi giorni fa
nella base americana di Sigonella dando inizio ad un
dispiegamento destinato a fare della Sicilia una
postazione avanzata per la sorveglianza elettronica di
un'area geografica molto vasta, da Gibilterra
all'Afghanistan, coprendo l'intero continente africano
fino all'Oceano Indiano.
Se
l'accordo fra Italia e Stati Uniti sui super-droni
risale a circa due anni fa, a dare l'annuncio
dell'arrivo dei droni a Sigonella è stato William
Fraser, responsabile dell'Air Combat Command del
Pentagono, spiegando che i tempi coincidono con un
analogo dispiegamento nell'isola di Guam, territorio
americano nell'Oceano Pacifico, e il primario intento è
adoperarli per «sostenere le operazioni delle truppe in
Iraq e Afghanistan».
I
Global Hawk RQ-4 non sono armati - a differenza dei
Predator - e sono considerati i più avanzati aerei spia
nell'arsenale del Pentagono dalla realizzazione dell'U2
negli Anni Cinquanta per sorvegliare l'allora Unione
Sovietica. Ogni esemplare ha un costo stimato di circa
183 milioni di dollari e i sensori che possiedono sono
in grado di identificare qualsiasi obiettivo in
movimento - in cielo, terra e mare - in un raggio di 100
km trasmettendo a terra immagini molto nitide di
qualsiasi tipo di superficie a prescindere dall'ora del
giorno e dalle condizioni atmosferiche.
Un'autonomia di 42 ore, un raggio di 25.928 km e
strumenti avveniristici - la cui origine è fra i segreti
più gelosamente custoditi dal Darpa, il laboratorio di
ricerca del Pentagono - consentono a ogni Global Hawk di
perlustrare almeno 100 mila kmq ogni 24 ore con la
possibilità per i militari che li guidano da terra di
analizzare i dati raccolti in tempo reale, potendo
decidere se continuare o modificare il piano di volo
originale.
Finora la principale base dei super-droni è stata quella
di Edwards, in California, da dove raggiungono
l'Afghanistan passando per il Canada e attraversando il
Pacifico per dirigersi verso l'Oceano Indiano, ma
disponendo di Guam e Sigonella le operazioni si
facilitano di molto, consentendo di accorciare i tempi
di volo, facilitando l'opera di manutenzione e
soprattutto aumentando l'area di osservazione, che può
adesso estendersi a gran parte del pianeta.
L'operazione appena iniziata a Sigonella è pianificata
per svolgersi in più fasi. I primi arrivi di Global Hawk
danno inizio ad una fase di test al termine della quale
arriverà il resto dello squadrone destinato, in un
secondo momento, ad essere seguito da velivoli dotati
non solo di capacità di osservazione elettronica ma
anche del Battlefield Airborne Communications Node
ovvero di strumentazioni in grado di far comunicare fra
loro le truppe durante le operazioni belliche.
La
fase dei test, che si svilupperà nelle prossime
settimane, servirà per perfezionare i collegamenti fra i
droni e le due stazioni a terra create nella base: la
Mce e la Lre, che si suddividono le responsabilità di
comando e controllo, pianificazione della missione,
funzionamento dei sensori e comunicazioni.
I
Global Hawk sono stati costruiti dall'azienda Northop
Grumman, il cui vicepresidente George Guerra assicura
che «la nostra intenzione è far volare regolarmente i
droni da Sigonella e Guam a partire dalla fine di
quest'anno» consentendo così al Pentagono di «poter
operare in qualsiasi angolo del pianeta», ovvero non
solamente per sostenere le truppe impegnate nei
conflitti in corso ma anche per osservare gli scenari
più differenti: dai movimenti delle sospette cellule di
Al Qaeda in Yemen alle attività del pirati nelle acque
del Corno d'Africa, dai traffici illegali che
attraversano il Sahel fino al movimento di navi
sospettate di trasportare materiali proibiti da o verso
Iran e Corea del Nord.
Fra le qualità dei velivoli senza pilota di base a
Sigonella vi è infatti anche la capacità di sorvegliare
il traffico marittimo, consentendo di rafforzare la
sicurezza del Mediterraneo.
Per avere un'idea dell'ampia gamma di operazioni che
potranno essere svolte, basti pensare che negli ultimi
24 mesi il Pentagono è ricorso ai Global Hawk anche per
monitorare i danni causati dal terremoto sull'isola di
Haiti e per sostenere la lotta al traffico di droga in
America Latina.
Ciò significa che nella sala operazioni costruita a
Sigonella confluiranno informazioni, suoni e immagini
relativi a quanto avviene sui maggiori scenari di crisi
e questo comporta per il Pentagono un consolidamento del
rapporto di alleanza strategica con il nostro Paese.
«Aver scelto Sigonella per i Global Hawks indica la
determinazione degli Stati Uniti a mantenere una
presenza visibile non solo nel Mediterraneo Orientale ma
molto più in là», spiega Dov Zakheim, ex vicecapo del
Pentagono. Da qui la sorpresa, che trapela da ambienti
militari a Washington, per il basso profilo finora
dimostrato dalle autorità italiane che non hanno dato
risalto all'arrivo dei droni. 20-09-2010]
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MANDARE DEI GIOVANI A MORIRE AMMAZZATI IN IRAQ SERVE.
SERVE ALL’IMPREGILO DEL TREMONTINO PONZELLINI PER AVERE
IL CONTRATTO PER LA COSTRUZIONE DEL NUOVO MAGGIOR PORTO
IRACHENO - Con il Ponte di Messina che mai si farà,
Impregilo (AZIONISTI GLI AMICI DEGLI AMICI: BENETTON,
GAVIO, LIGRESTI) ha più chanche di compiere una grande
opera in Iraq che nell’Italia ballerina
Chmagazine.it
"Nuovo colpaccio per Massimo Ponzellini, stavolta in
Iraq", annuncia Chmagazine.it, il sito del mensile
diretto da Oscar Giannino.
"Non siamo andati in Iraq con gli americani per niente.
E Massimo Ponzellini, il presidente della Popolare di
Milano ex assistente di Prodi ma oggi amico di Tremonti
e di Bossi, mette a segno un nuovo colpaccio.
Come presidente di Impregilo, la grande impresa di
building controllata in IGLI dai tre storici azionisti
Ligresti, Benetton tramite Autostrade per l'Italia e
Gavio tramite Argo. Fresca di successo per l'ampliamento
del canale di Panama, Impregilo porta a casa il
contratto per la progettazione esecutiva del nuovo
maggior porto iracheno.
Si
chiamerà Gran Faw e sorgerà sull'omonima penisola alla
foce del Tigri. Sarà dotato di un terminal petrolifero e
per la movimentazione di merci diverse, e di un terminal
container in acque profonde, con potenzialità di 4,4
milioni di teu.
Sarà l'unico grande porto iracheno a entrare
direttamente in concorrenza con Suez, come via
privilegiata per le merci asiatiche ai mercati europei
ma con 10 giorni di navigazione in meno.
Da
Gran Faw partirà una nuova linea ferroviaria e un
tracciato autostradale destinato ad attraversare il
paese da sud a nord, via Bagdad, Tikrit, Mosul, fino
alla Turchia. Nel porto Bagdad conta di investire 6
miliardi di dollari, 60 sulle ferrovie anch'esse nel
mirino di società italiane.
La
progettazione esecutiva è stata affidato al consorzio
italiano Iecaf guidato da Impregilo e composto da
Fincosit (controllata dal patron veronese Alessandro
Mazzi), Condotte (che fa capo a Paolo Bruno), Todini, e
Bonatti (guidata da Carlo Ghirelli, incorpora anche la
Carlo Gavazzi di Milano). Progettisti sono Technital,
Progetti Europa, Sina e Sarno group. Il consorzio,
grazie alla progettazione, mira anche ad assicurarsi la
successiva costruzione.
Entro 15 mesi bisognerà produrre il progetto preliminare
dell'opera, che presenta enormi difficoltà di bonifica e
scavo.
Con il Ponte di Messina che mai si farà, Impregilo ha
più chanche di compiere una grande opera in Iraq che
nell'Italia ballerina". 14-09-2010]
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"IL SALVATAGGIO DI SINDONA DOVEVA ESSERE FATTO
ATTRAVERSO MEDIOBANCA E LE MINACCE PESANTI A CUCCIA
AVEVANO SORTITO I LORO EFFETTI, APPUNTO SINO A SPINGERE
IL CAPO DI MEDIOBANCA A RECARSI A NEW YORK PER
INCONTRARE SINDONA. IN SOSTANZA, DOVEVA AVVENIRE UNA
SORTA DI CONCORDATO STRAGIUDIZIALE PER RIMETTERE LE
BANCHE IN BONIS. UN’OPERAZIONE IMPOSSIBILE, ALLA QUALE
AMBROSOLI SI OPPOSE FIN DAL SUO DELINEARSI. E FU PROPRIO
QUESTO RIFIUTO CHE LO CONDANNÒ" - 2- PAOLO PANERAI SVELA
LA VERITà SOTTO LA BATTUTACCIA DEL GOBBO ("SE L’ANDAVA
CERCANDO"): L’AVVOCATO MILANESE OPPONENDOSI AI DUE
"MAFIOSI" FIRMò LA SUA FINE - 3- NELLA LISTA DEI 500
CLIENTI DELLA BANCA SVIZZERA DI SINDONA IL NOME DI
GIOVANNI LEONE - 4- L’EDITORE DI "MILANO FINANZA" SI
TOGLIE ANCHE UN SASSOLINO DALLE SCARPE: "POCHI MESI
PRIMA DEL CRACK, SINDONA ERA STATO CARINAMENTE
INTERVISTATO DA ENZO BIAGI PER IL CORRIERE CON
DICHIARAZIONI, NON CONTROBATTUTE, SECONDO CUI IL SUO
IMPERO ERA DI UNA SOLIDITÀ GRANITICA. SAPENDO CHE
SAPEVO, BIAGI HA TENTATO SUCCESSIVAMENTE PIÙ VOLTE DI
OSTACOLARE LA MIA CARRIERA GIORNALISTICA"
Paolo Panerai per Milano Finanza
Se
'La Storia siamo noi', come dice la bella trasmissione
di Giovanni Minoli, allora permettetemi di rivelare
frammenti di una storia che proprio l'ultima puntata del
programma televisivo ha riportato di attualità, con la
tremenda battuta in romanesco di un uomo saggio e
accorto come il pluripresidente del consiglio, Giulio
Andreotti.
Secondo il senatore a vita, le grane (e fin qui la
battuta sarebbe stata meno schifosa), ma in realtà la
morte, l'avvocato Giorgio Ambrosoli se la sarebbe andata
a cercare. In che modo se la sarebbe andata a cercare,
secondo la cinica battuta di colui che in realtà è stato
uno dei protagonisti principali del crack di Michele
Sindona, con il successivo ignobile omicidio del giovane
liquidatore della Banca privata italiana? In un solo
modo: facendo fino in fondo il suo dovere.
Ambrosoli è stato ribattezzato da una certa corrente
radical Un eroe borghese, titolo anche del film a lui
dedicato. In realtà Ambrosoli è stato un Eroe tout
court. Borghese, per lui che era monarchico, stona.
Mentre l'attributo di eroe è forse insufficiente. Ma
ecco i frammenti della storia da rivelare.
Per molto tempo sono stato il giornalista che sapeva di
più di Sindona e del suo crack. Avevo rivelato su
Panorama il finanziamento di 3 miliardi di lire di
Sindona alla Dc (nelle mani del segretario
amministrativo Filippo Micheli) perché il segretario
politico, Amintore Fanfani, spingesse il Banco di Roma a
nominare un terzo amministratore delegato (struttura non
prevista nelle banche dell'Iri) nella persona
dell'avvocato Mario Barone, vecchio amico di Sindona dai
tempi della Guerra mondiale quando insieme giocavano a
poker a Messina (il padre di Barone era ammiraglio), ma
anche strettamente legato ad Andreotti.
E
così il Banco di Roma finanziò Sindona con 100 milioni
di dollari nel tentativo di salvare la banca americana,
Franklin National bank, ventunesimo istituto del Paese,
di cui l'avvocato siciliano aveva acquistato il
controllo nonostante lo stato comatoso in cui si
trovava.
A
darmi le informazioni dettagliate (compreso il
particolare che a portare i 3 miliardi alla sede della
Dc, in una valigetta, era stato Silvano Pontello, che
poi si riscatterà rendendo grande la Banca Antonveneta)
era stato, dal rifugio in Svizzera, Carlo Bordoni, un
tempo braccio destro di Sindona come amministratore
delegato della Banca Unione (poi confluita nella
Privata).
Bordoni sostenne con me che rivelava tutto perché
Sindona lo aveva umiliato tentando di possedere sua
moglie Virginia durante un soggiorno all'Hotel St. Regis
di New York. Poi, a crack avvenuto, e quando per i
giudici italiani Sindona era latitante, fui il primo
giornalista a intervistarlo sul fallimento a New York,
nell'appartamento 1112 dell'Hotel Pierre, dove
l'avvocato finanziere se ne stava tranquillo, protetto
da omertà e tutela di alcune autorità americane, visto
che era stato uno dei maggiori finanziatori della
campagna elettorale di Richard Nixon, in precedenza suo
avvocato tramite lo studio Alexander.
In
realtà, pochi mesi prima del crack, Sindona era stato
carinamente intervistato da Enzo Biagi per la terza
pagina del Corriere della Sera con dichiarazioni, non
controbattute, secondo cui il suo impero era di una
solidità granitica. Sapendo che sapevo, Biagi ha tentato
successivamente più volte di ostacolare la mia carriera
giornalistica.
Dopo Sindona, e dopo il libro 'Il Crack' che ho scritto
con Maurizio De Luca, intervistai Bordoni, finito nel
carcere modello di Caracas, dove era riparato, per aver
frodato le autorità venezuelane per ottenerne la
cittadinanza. Bordoni fece le rivelazioni fondamentali
perché il procuratore John J. Kenney di Manhattan, con
il giudice Thomas Griesa (che ora sta perseguendo il
governo argentino per i tango bond non pagati), potesse
incarcerare Sindona.
Bordoni rivelò per mio tramite che quanto Sindona aveva
dichiarato alla Sec relativamente all'origine dei
capitali per comprare la Franklin era falso: i soldi non
erano suoi ma delle banche italiane che controllava e se
ne era impossessato con prestiti fiduciari. Quella
confessione è valsa a Bordoni eterna protezione di tre
marshall e il cambiamento dei connotati nel programma
dei collaboratori di giustizia.
Per questa mia attività giornalistica, ero in costante
contatto con il giudice istruttore Ovilio Urbisci ed ero
diventato buon amico del liquidatore Ambrosoli, nonché
dei suoi collaboratori, con in primo piano il
maresciallo della Guardia di finanza, Silvio Novembre.
Il
rapporto di fiducia con Ambrosoli era assoluto e del
resto ci accumunavano anche le minacce da parte di
Sindona tramite un suo familiare. Fu così, che proprio
per parlare delle minacce comuni, che un giorno andai a
trovare Ambrosoli negli uffici della banca in via Boito.
Come al solito, Ambrosoli era sorridente e con il volto
sereno, nonostante lo stress del lavoro di 16 ore al
giorno. «Ho qualcosa da mostrarti», mi disse Giorgio.
«Visto che loro alzano il tiro, è giusto che la verità
emerga». E mi mostrò la lista cosiddetta dei 500 perché
conteneva i nomi e i conti cifrati di 500 italiani
presso la banca svizzera di Sindona, la Finabank di
Ginevra.
«Ma voglio che tu ti trascriva un solo nome: eccolo». Il
martedì dopo, giorno di chiusura de Il Mondo, di cui ero
diventato direttore, passai in tipografia una finta
copertina a colori. All'ultimo minuto, prima che
iniziasse la stampa, passai la foto del presidente della
Repubblica, Giovanni Leone, con lo strillo «Lista dei
500 - C'è anche lui».
Angelo Rizzoli, presidente della casa editrice, era
molto amico di Mauro Leone, il figlio del presidente, ma
quando uscì il giornale e io gli portai la prima copia,
con la lettera di dimissioni in tasca, da vero editore
il nipote del fondatore non fece una piega. Era turbato,
ma non mi disse una parola negativa.
La
lista dei 500, che nessuno aveva voluto vedere (il
vicepresidente del Banco di Roma, Ferdinando Ventriglia,
era addirittura fuggito quando gliela volevano
mostrare), dimostrava inequivocabilmente la profondità
dei rapporti politici di Sindona, non solo negli Usa ma
anche in Italia, e anche oltre al noto legame con
Andreotti. Ma nessuno di questi rapporti era così
stretto come quello con il pluripresidente del
Consiglio.
L'encomio che Andreotti fece a Sindona, definendolo in
una cena americana «salvatore della lira» (lira che lo
stesso Sindona aveva attaccato attraverso Bordoni, il re
dei cambisti, e i legami di quest'ultimo con la banca
centrale ungherese), era niente. Andreotti fece di tutto
per salvare Sindona anche dopo il crack, quando
Ambrosoli ne metteva a nudo le malefatte.
L'operazione, che coinvolse Enrico Cuccia fino
all'incontro americano fra questi e Sindona, passava
attraverso Franco Evangelisti, che a sua volta operava
attraverso l'avvocato Rodolfo Guzzi, l'unico che ha
seguito Sindona sino alla fine.
Il
salvataggio doveva essere fatto attraverso Mediobanca e
le minacce pesanti a Cuccia avevano sortito i loro
effetti, appunto sino a spingere il capo di Mediobanca a
recarsi a New York per incontrare Sindona. In sostanza,
doveva avvenire una sorta di concordato stragiudiziale
per rimettere le banche in bonis. Un'operazione
impossibile, alla quale Ambrosoli si oppose fin dal suo
delinearsi. E fu proprio questo rifiuto che lo condannò.
Lei, Senatore Andreotti, conosce perfettamente quei
fatti. Sa anche che Cuccia tacque alle autorità le
palesi minacce di cui Sindona stesso gli aveva parlato
contro l'avvocato Ambrosoli. Lei sa bene che il suo più
diretto collaboratore, Evangelisti, esercitò ogni forma
di potere per salvare Sindona. Ma né Lei, che pure
conosceva benissimo il clima che si era creato, né
Cuccia (che sorprendente combinazione!) faceste niente
per salvare un Eroe, come Ambrosoli.
E
ora è riuscito perfino, alla sua tenera età, a farsi
scappare quella schifosa battuta. Non cerchi di
spiegarsi. Si vergogni e basta, chiedendo perdono a Dio
perché solo lui potrà perdonarlo. Non certo gli uomini
né men che meno Umberto Ambrosoli e sua madre, Annalori.
11-09-2010]
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UN UOMO DI VALORE IN UN PAESE DI PROSTITUTI
A Pollica-Acciaroli, nel Cilento, c'è un sindaco che di
nome fa Vassallo (Angelo), ma di fatto è un uomo libero
e un amministratore onesto e coraggioso. Si è opposto a
quel cemento selvaggio che è la vergogna dell'Italia, da
Ventimiglia fino a Gela. Ha riparato personalmente il
depuratore e ha ottenuto per il suo paese le cinque vele
di Legambiente.
Non voleva il porticciolo privato "che prende tutto e
non lascia un euro allo Stato". Domenica sera gli hanno
sparato nove colpi di pistola e lo hanno tolto di mezzo.
In un paese come l'Italia - l'unico, forse, in tutto il
G20 dove si spara a un sindaco onesto - Vassallo era
decisamente fuori luogo.
Ora sarebbe bello un giorno di silenzio da parte di
tutti quei sindaci, magari nel frattempo diventati
onorevole o ministro, che NON hanno frenato le
speculazioni edilizie, NON hanno fatto funzionare il
depuratore e NON hanno lottato per il bene comune e per
la legalità. Un giorno in cui chiedersi perché chi è
vivo è vivo e chi è morto è morto. La notizia vale la
prima pagina (e due ampi reportage dentro) su Repubblica
e Corriere.
Sulla Stampa, Mario Calabresi sente il dovere di
dedicarvi il primo sfoglio (pp.1-3) e fa slittare più
indietro i vari Bossi, Banana e compagnia cenante (ad
Arcore). Una scelta di valori, oltre che di valore. E
che dire del Giornale di Paolo Berlusconi, che nasconde
la notizia a pagina 20?
08.09.10 |
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fu
CHURCHILL a decidere di far fuori MUSSOLINI – PIERRE
MILZA, massimo storico francese del fascismo, FA VENIRE
UN TRAVASO DI BILE ALL’ASSOCIAZIONE PARTIGIANI - FAN DEL
DUCE DELLA PRIMA ORA, IL PRIMO MINISTRO BRITANNICO NE
ORDINÒ L’ASSASSINIO PER EVITARE CHE VENISSERO RESE NOTE
LE LETTERE DI AMMIRAZIONE CHE INDIRIZZÒ al duce PRIMA
DELLA GUERRA – SIR WINSTON, A conflitto FINITo, ABITÒ
PER UN PERIODO SUL LAGO DI COMO PROPRIO PER FAR SPARIRE
L’IMBARAZZANTE EPISTOLARIO
Giampiero Gramaglia per "Il
Fatto quotidiano"
Fu
Churchill a decidere l'uccisione di Mussolini, per
evitare che saltassero fuori scambi di lettere
imbarazzanti. Pierre Milza, massimo storico francese del
fascismo, ha indagato sulla fine del Duce e ne ha tratto
un libro appena pubblicato in Francia, "Les derniers
jours de Mussolini", che dà spessore a una tesi non
nuova, ma finora affidata a ricostruzioni e
testimonianze di dubbia affidabilità.
I
fatti di Dongo del 28 aprile 1945 sono uno dei tanti
misteri della storia italica: di certo, il lavoro di
Milza non sarà una pietra tombale su ipotesi e
polemiche, anzi ne alimenterà altre. Ma il libro, basato
su documenti e ricerche che nulla hanno a che vedere con
i Diari farlocchi di Marcello Dell'Utri, cattura
l'attenzione in Gran Bretagna e in Francia. The
Telegraph titola senza riserve "Churchill ordinò
l'assassinio di Mussolini".
Le
Figaro ci mette un punto di domanda: "Churchill fece
uccidere Mussolini?". Milza non dubita, "a giudicare
dalle dichiarazioni pubbliche" fatte fino all'inizio
degli Anni Trenta che "Churchill fosse un fan del Duce
(anche Roosevelt lo era)". Ma lo storico va oltre e
avalla la tesi che Churchill volle la morte di Mussolini
"perché non venissero alla luce alcune lettere piene di
ammirazione che gli aveva scritto prima dello scoppio"
della guerra.
Il
mistero è alimentato da un viaggio in Italia di
Churchill poco dopo il conflitto: "Cosa venne a fare
Churchill sul lago di Como nel settembre del 1945?
Viaggiava sotto le spoglie del ‘colonnello Warden' e si
era stabilito nel paese dove Mussolini era stato
catturato e ucciso dai partigiani. Perché?". 06-09-2010]
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Diversi da chi?
Gentile On. Pier Luigi Bersani siamo colpiti dalle
parole e dai toni che sta usando per differenziarsi
dall'attuale maggioranza, ma sinceramente non riusciamo
a capire quale sia la differenza tra voi e l'attuale
governo.
Lei si è sempre dichiarato contrario al Nucleare ma
quando era Ministro dello Sviluppo Economico ha tuonato
contro la Federazione regionale Emilia Romagna
dell'Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri che
chiedeva di non procedere più alla concessione del nulla
osta per la costruzione di nuovi inceneritori, Onorevole
Bersani Lei non ha difeso il diritto dei Cittadini alla
Salute, sancito dall'articolo 32 della Costituzione, la
stessa che adesso dice di voler difendere, ma ha difeso
gli interessi dei costruttori di inceneritori paventando
il rischio di un approvvigionamento energetico per
l'intera Nazione.
La
invitiamo a visitare il nostro Blog e si renderà conto
che basterebbe eliminare inutili sprechi ed aumentare
l'efficienza per sopperire al fabbisogno energetico
dell'intera Nazione, altrimenti chieda alla nostra
amministrazione e si comporti esattamente all'opposto.
Gentile Onorevole Pier Luigi Bersani la Costituzione si
difende tutta non solo la parte che può far comodo,per
questo le Chiediamo di invitare tutti i Sindaci che
fanno capo al suo partito di impedire la costruzione di
inceneritori, partendo da quello di Torino, che oltre ad
essere molto costosi sono portatori di Morte.
Restiamo a sua disposizione per un confronto aperto e
costruttivo
Felice Giornata
Animo Nichelino
Pensiamo solo al futuro
http://animonichelino.blogspot.com/
facebook ANIMO NICHELINO
Contatti:
e-mail: animo.nichelino@email.it
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se
Berlusconi stravince le elezioni è anche perché la
sinistra è zeppa di teste di chicco – grasso bollente su
chicco testa: “prima combatte l’energia nucleare e poi è
presidente dell’Enel. poi è deputato per due
legislazioni nelle file del Pci e del Pds; poi è
presidente dell’Acea, l’azienda comunale dell’energia di
Roma; poi Managing Director di Rothschild…- L’ultima sua
uscita è stata contro la sinistra snob che vuole il vino
buono solo per i ricchi. Sinistra snob? Ma da che
pulpito…
Aldo Grasso per Sette-Corriere della Sera
Essere Chicco Testa. Non la persona (che non
conosciamo), ma il personaggio, così come si manifesta
nei media. L'ultima sua uscita è stata contro la
sinistra snob, elitaria, che vuole il vino buono solo
per i ricchi. Sinistra snob? Ma se c'è uno che sembra
l'esponente tipico della sinistra snob o radical chic o
gauche caviar è proprio Chicco Testa, frequentatore di
Capalbio, grande amico di Francesco Rutelli (che lo ha
spesso sponsorizzato per cariche prestigiose), socio del
Circolo Aniene, quello presieduto da Giovanni Malagò.
L'ultima intervista al Corriere, a Fabrizio Roncone,
l'ha rilasciata mentre andava a cavallo, da Manciano
verso il mare. Altro che Maremma maiala: Maremma
cavalla!
Chicco Testa se l'è presa con un articolo di Carlin
Petrini che paventava i pericoli di una sovrapproduzione
di barolo, liquidando le argomentazioni come
chiacchiere: «Hai prodotto tanto vino buono? Be',
fammelo bere subito e fammelo pagare poco. Punto e
basta».
Se
invece di andare a cavallo, Testa facesse un giro nelle
cantine del Monferrato scoprirebbe che sono stracolme di
buona barbera, invenduta almeno dal 2005, nonostante il
prezzo: 0,50 euro al litro! L'intervento di Petrini, a
difesa soprattutto dei piccoli vignerons, non faceva una
grinza e solo la non conoscenza della materia (mercato,
disciplinare, invecchiamento ecc.) ha permesso a Testa
di scrivere un sacco di corbellerie.
I
giramenti di Testa: prima combatte l'energia nucleare e
poi se ne fa promotore. Prima è presidente di Lega
Ambiente e se la prende con l'Enel e la centrale di
Montalto di Castro; poi è deputato per due legislazioni
nelle file del Pci e del Pds; poi è presidente
dell'Acea, l'azienda comunale dell'energia di Roma; poi
è presidente dell'Enel (la sua ossessione); poi Managing
Director di Rothschild, poi presidente di Telit; poi
azionista e presidente di EVA, società che costruisce
impianti idroelettrici e fotovoltaici.
Il
sospetto è che l'attacco al barolo nasca da un
precedente articolo di Petrini contro i pannelli solari
che stanno invadendo le campagne: "Il fotovoltaico
rischia di fare danni quali erosione dei suoli, perdita
di fertilità, di terreni agricoli, di biodiversità, cibi
e sovranità alimentare". Tu chiamalo, se vuoi, conflitto
d'interesse.
27-08-2010]
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Anna superstronza - dopo un romanzo (‘Il diavolo veste
Prada’), il docu-film “September Issue” per la gloria
iperitura della zarina di “vogue” anna wintour – una
capace di trasformare lo stronzismo senza limitismo in
“stile”, “allure”, “touch” - venerata, detestata e
soprattutto temuta, dice cose esagerate, in quanto
milioni di persone ignorano il suo mondo,
autoreferenziale e superbo talvolta sino
all´allucinazione….
Natalia Aspesi per
La Repubblica
"Le persone dicono cose degradanti su di noi perché si
sentono escluse. Perché nella moda c´è qualcosa che fa
innervosire. Ma portare un bel vestito di Carolina
Herrera invece di una cosa qualsiasi non vuol dire
essere stupidi». Grazioso viso senza tempo di
sessantenne in grado, col suo imperio, di terrorizzare
anche gli anni che passano.
Celebre taglio di capelli con frangetta che neppure un
tornado riuscirebbe a scomporre, voce armoniosa da gran
signora british, persino sorriso timido e solo gli occhi
un po´ stanchi: Anna Wintour, da ventidue anni impervia
direttrice di Vogue America, venerata, detestata e
soprattutto temuta, dice cose esagerate, in quanto
milioni di persone ignorano il suo mondo,
autoreferenziale e superbo talvolta sino
all´allucinazione.
Frettolosamente definita "la donna più importante
d´America" (e allora Hillary Clinton, e Nancy Pelosi e
Michelle Obama e Ophrah Winfrey? Mah!), di solito
appare, dietro immensi occhialoni neri e un po´ di
cincillà da qualche parte, e tace, impenetrabile,
alimentando l´inquietudine, i complessi di inferiorità,
le genuflessioni di chi la circonda.
Quindi che abbia aperto bocca, quale oracolo fashion,
può considerarsi una vittoria del regista R. J. Cutler,
che è pure riuscito a farle togliere gli occhialoni e a
carpire quindi il mistero dello sguardo miope e
inaspettatamente dolce: ed è con quel discorsetto che
trancia il mondo in due, quelli che contano (perché si
vestono Herrera o chissà chi) e quelli che non contano
(perchè non si vestono Herrera o chissà chi) che
comincia September Issue, il documentario dedicato alla
signora, dopo un romanzo (Il diavolo veste Prada), il
film che ne è stato tratto con gran successo, e una
ricca biografia, "Front Row", Prima Fila, l´agognato e
inaccessibile regno alle sfilate, riservato alle massime
Crudelie della moda di cui Anna Wintour è la superregina
(nel film la definiscono anche papa), quasi sempre
attesa invano e col cuore inutilmente in gola dagli
stilisti e dai gelidi nuovi padroni dei marchi in
affanno, i fondi finanziari.
Il
documentario esce finalmente in Italia, in un cofanetto
Feltrinelli, che contiene il dvd e un volume di 120
pagine con preziosi testi d´autore. Diciamo finalmente
perché il film è stato distribuito nei cinema americani
un anno fa, dopo aver vinto il gran premio della giuria
per la fotografia al Sundance Film Festival: ed è stato
girato nel 2007, quando lo spensierato e opulento
continente-moda era in pieno scricchiolio, vittima come
tutti della crisi. Si sussurrò che in questa grave
situazione ci avrebbe rimesso pure la mitica Wintour,
che avrebbe potuto essere sostituita da una più giovane
e innovativa rivale, con meno pretese di limousine e
abiti alta moda sulla nota spese.
Diabolica, la signora solitamente molto schiva anche per
mancanza di argomenti al di fuori della sua rivista,
accettò di sottomettersi all´incognita Cutler:
consentendogli di girare otto mesi nella redazione di
Vogue e attorno a lei, nel tempo cruciale in cui
numerosi suoi schiavi ammutoliti dalla stanchezza e
scavati dalla nevrosi, preparano il famoso ‘september
issue´, il numero più glorioso dell´anno, in cui per
apparire con la propria pubblicità, le aziende di
abbigliamento si accoltellano (o accoltellavano?)
rischiando la bancarotta.
Quel numero del 2007 fu un record, un apoteosi, una
sfida dell´industria globale della moda, dell´imperio
del lusso, del potere dell´eleganza, della forza della
frivolezza, contro lo spettro funebre della recessione
anche vestimentaria: 840 pagine, di cui 727 di
pubblicità, (buona parte italiana), in copertina la
contraffazione di un´attrice giovane e bella, la candida
e bionda Sienna Miller, fotografata a Roma da Mario
Testino con Riccardo Scamarcio, vestita italiano
(Alberta Ferretti) tutta ritoccata come son sempre le
foto che contribuiscono a far sentire orribili tutti gli
altri umani, se non si adeguano a quel rossetto o a
quelle piume. Di quel numero furono venduti 9 milioni di
copie, oggi su e-bay costa più di cento euro.
Il
September issue documentario, girato con grande
maestria, ammirazione ed ironia verso il mondo chiuso,
asfittico e geniale della massima rivista di moda,
racconta una vera storia, a volte drammatica, a volte
divertente, a volte irritante, sempre interessante. C´è
il continuo scontro elegante tra la Wintour e quella che
risulta essere la vera star del film, Grace Coddington,
art director, 70 anni, di origine gallese, lunghi
capelli rossi, lungo corpo di ex bellissima modella anni
‘60 dentro una tunica nera, viso scavato dalla passione
per il suo mestiere.
Lei crea fiabeschi servizi, Wintour sentenzia glaciale,
«no black», oppure «non è texture», o «troppo perfetto»,
e giù la mannaia, quella foto, costosissima opera di
divi assoluti dell´obbiettivo, viene buttata: non
sempre, perché se Coddington ne è innamorata, osa
disubbidire, e la rimette nel servizio. Si sente la
quotidiana tensione, l´insicurezza, la paura di tutte
quelle ragazze intristite, sfiancate da un superlavoro
durissimo e costrette alla magrezza: mai uno sguardo di
Wintour le raggiunge, solo secche parole, quasi sempre
di rifiuto, mai di apprezzamento. Quando una tremando
sussurra a voce bassa, «Vuole vederci adesso», è come se
fosse stata enunciata una sentenza di morte.
La
macchina da presa si aggira lungo i corridoi della
redazione tra paradisi di scarpe e abiti firmati, si
sposta da New York a Parigi, dall´atelier della star
nascente del momento, il tailandese Thakoon (già
tramontato) a quello dell´italiano Stefano Pilati che
crea per il marchio Yves Saint Laurent, dall´agitazione
dissennata delle sfilate ai set fantasiosi creati dalla
geniale Coddington.
Il documentario riesce in un compito ritenuto
impossibile: rende umana la signora Wintour.
Ecco il ricordo del padre giornalista, ex direttore del
quotidiano inglese Evening Standard, che le aveva
predetto la carriera e che aveva pubblicamente
sentenziato: «l´associazione giornalisti ha la spina
dorsale di una medusa». Eccola in casa con la figlia Bee
che la snobba detestando la moda, eccola raccolta in sé,
rimpicciolita nella enorme limousine, dove è sempre
sola, in silenzio evanescente, eccola infastidita alle
sfilate da domande scemissime e a perder tempo da
stilisti impreparati e a bere solitaria un cappuccino
(solo la schiuma, dice la leggenda) in un qualsiasi
caffè Starbuck, muovendosi in un tripudio perfetto di
golfetti, gonne, abiti stampati, le cui griffe, esaltate
dal suo corpo sottile e armonioso, frutto di una crudele
alimentazione da trappista, aumentano i fatturati.
Soprattutto lavoratrice indefessa: poche parole, mai la
voce alta, nessun dialogo, nessuna discussione,
decisionismo irremovibile, non un solo minuto perso in
chiacchiere, nessuna democrazia di rapporti, una
proficua tirannia. Il sospetto è che se fosse un uomo,
il suo gelo operoso susciterebbe ammirazione.
Intanto è uscito il "September Issue 2010" di Vogue
America, e si capisce che da quello del film sono
passati tre anni e tre numeri: meno pagine, 726, meno
pubblicità, 542 pagine, certe grandi firme italiane
scomparse, più inserzionisti americani soprattutto di
abbigliamento popolare. In copertina ancora una
bellissima attrice, però di colore, come non accadeva
alla rivista dal 1989 (c´era Naomi Campbell, allora la
bellezza più celebre della moda). Halle Berry, vestita
patriotticamente americano (Ralph Lauren), ma ancora
fotografata da Mario Testino. Editoriale di Anna Wintour
sulla persistente recessione (che ha assottigliato la
rivista) e sulla filantropia cui la rivista ma anche la
Berry e la Wintour, si dedicano.
27-08-2010]
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LA
BELLA POLITICA - approvati alla chetichella prima della
pausa estiva quattro decreti a firma dei Presidenti di
Camera e Senato, Fini e Schifani, che assegnano 286
milioni di euro di rimborsi elettorali ai partiti
politici - Tra le righe del bilancio di Alleanza
Nazionale, Il guadagno fatto da An sulla “dismissione di
un residuo cespite immobiliare del lascito col leoni” è
stato di appena 67 mila 445 euro…
Gabriele Mastellarini per "Il Mondo"
Sono stati approvati alla chetichella prima della pausa
estiva quattro decreti a firma dei Presidenti di Camera
e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, che
assegnano 286 milioni di euro di rimborsi elettorali ai
partiti politici.
Ogni anno si cumulano i contributi relativi a diverse
tornate elettorali: regionali, europee, rinnovo della
Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Un
meccanismo che fa incassare soldi anche a formazioni
politiche ormai scomparse: la Rosa nel Pugno (Radicali
più Sdi), ad esempio, continua a percepire 1,2 milioni
di rimborsi annui per le elezioni dell'aprile 2006 alla
Camera.
Premiate anche le liste scese in campo nella sola
circoscrizione estero: alle "Associazioni italiane in
Sud America" sono stati appena attribuiti quasi 200 mila
euro (quota annua) per le tornate 2006 e 2008 alla
Camera e al Senato. Passano alla cassa anche il
"Movimento Associativo degli Italiani all'Estero" (100
mila) e "Per l'Italia nel mondo con Mirko Tremaglia" (71
mila).
La
Lista Consumatori ha avuto dal Senato più di 400 mila
euro negli ultimi cinque anni, per un'apparizione alla
consultazione del 2006. Soldi pubblici anche alle
cosiddette liste "civette": i Verdi-Verdi presenti alle
ultime elezioni regionali avranno rimborsi per oltre 300
mila euro complessivi.
Per le europee del 2009 sono solo sei partiti che hanno
portato loro candidati a Strasburgo si dividono i
relativi 46 milioni: 18,979 al Pdl, 14 al Pd, 5,5 alla
Lega Nord, 4,3 per l'Idv-Lista Di Pietro, 3,5 per l'Udc
e 252 mila al Sudtiroler Volkspartei.
La
maxitorta dei rimborsi viene assegnata per tutta la
durata della legislatura anche in caso di elezioni
anticipate. Di questo si dovrà tener conto in casa Pdl
anche alla luce della scrittura privata del 27 febbraio
del 2008 tra il leader di Alleanza Nazionale Gianfranco
Fini e quello di Forza Italia Silvio Berlusconi.
Documento con cui i due partiti si sono divisi la torta
dei contributi: 25 per cento ad An, pari a 41,3 milioni
di euro, e 75 per cento a Fi per un totale superiore ai
123 milioni, che sarà erogato anno per anno.
Della scrittura privata Fini-Berlusconi si fa cenno nel
bilancio di Alleanza Nazionale al 31 dicembre 2008. Tra
le righe dello stesso rendiconto spunta anche il valore
della plusvalenza incassata da An per la cessione
dell'appartamento a Montecarlo, che il partito aveva
ricevuto in eredità dalla nobildonna Colleoni e poi
finito nella disponibilità di Giancarlo Tulliani. Il
guadagno fatto da An sulla «dismissione di un residuo
cespite immobiliare del lascito Colleoni» è stato di
appena 67 mila 445 euro.
27-08-2010]
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GASPARRI E IL PICCIOTTO...
Alle elezioni del 2001 la 'ndrangheta si stava
organizzando per far votare Maurizio Gasparri, capolista
di An in Calabria. Lo si apprende dalle informative dei
carabinieri agli atti del processo contro la cosca
Mancuso di Limbadi. È il 21 aprile 2001 quando Giuseppe
Corsaro, un picciotto del boss Pantaleone Mancuso, zio
Luni, racconta alla fidanzata nella sua auto che
l'indomani avrebbe incontrato il deputato (che non è
indagato): "Lo devo andare a prendere (a Vibo Valentia,
ndr) alle 9 e portarlo a Limbadi, poi mangia a casa
dello zio Luni...".
Sono previsti un comizio e un pranzo, sostiene Corsaro,
i cui colloqui intercettati hanno fornito elementi per
smantellare la cosca. Secondo gli investigatori,
"effettivamente l'onorevole Gasparri il 22 aprile 2001
alloggiava presso l'Hotel 501" di Vibo , a pochi
chilometri da Limbadi, pur avendo "impegni elettorali a
Crotone". Cioè, a 140 km di distanza. Così come è sicuro
che Corsaro, sempre intercettato, ha più volte fatto
cenno all'incontro che avrebbe avuto con Gasparri. Non
ci sono riscontri, invece, sul pranzo con il boss, le
iniziative a Limbadi e la presenza a Vibo dello stesso
picciotto. C. P
28.08.10 |
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ANNIVERSARI - NON C'È PACE PER DE GASPERI...
Che brutta figura per la vecchia Dc. Giovedì 19 agosto,
anniversario della morte di Alcide De Gasperi, al
cospetto di due democristiani purosangue come Gianni
Letta e Oscar Luigi Scalfaro, padre Egidio Menicucci,
chiamato a celebrare la messa di commemorazione nella
basilica di San Lorenzo fuori le mura a Roma, ha
rivelato un episodio inedito. Poiché la moglie di De
Gasperi aveva chiesto che fosse sepolto a Roma, la bara
dello statista fu portata nella basilica e parcheggiata
nella cripta, coperta da un drappo nero; accanto alla
tomba, venerata dai fedeli, di San Lorenzo.
E
lì rimase tre anni, in attesa che qualcuno trovasse per
lui un posto dove riposare in pace. Un giorno venne a
Roma in visita Hans Fuerler, che aveva sostituito De
Gasperi alla presidenza della Ceca (la Comunità europea
per il carbone e l'acciaio) e chiese di far visita al
suo predecessore scomparso. Lo portarono nella cripta
della basilica. Fuerler, scandalizzato per la
trascuratezza della sepoltura di De Gasperi, si
precipitò da Amintore Fanfani, allora capo del governo,
e diede sfogo a tutta la sua indignazione. Fanfani,
paonazzo, si attaccò al telefono e diede ordine di
trovare una soluzione più adeguata. Che si trovò
costruendo l'attuale sepolcro, collocato in bella vista
proprio all'ingresso di San Lorenzo. L. I.
28.08.10
DE GASPERI ERA PROPRIO UNA PERSONA PER BENE ! PECCATO CHE ABBIA
INTRODOTTO IN POLITICA LO SPONSOR DI SINDONA : ANDREOTTI ! |
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L' Aquila
Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di
recupero
crediti,
per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di
settembre
del
2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello
scorso anno
ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno.
Causa
terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il
peso di una
parete crollata.Ammutolisce
Quindi si scusa e mi dice che farà
presente
quanto le ho detto a chi di dovere.Poi, premurosa, mi
chiede se ora, dopo un anno, è tutto a postoMi
dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di
visitarla un paio
di anni fa. Ne è rimasta affascinataRicorda in
particolare una
scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la
basilica di
CollemaggioE mi sale il groppo alla gola. Le dico che
abitavo
proprio lì. Lei ammutolisce di nuovoPoi mi invita a
raccontarle
cosa
è la mia città oggi. Ed io lo faccioLe racconto del
centro
militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa
mia,
quando
voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno
indisturbatiLe
racconto dei palazzi lasciati lì a morireLe racconto dei
soldi che
non ci sono, per ricostruireE che non ci sono neanche
per aiutare
noi a sopravvivereLe racconto che, dal primo luglio,
torneremo a
pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo.
Le racconto
che pagheremo l'ICI
ed i mutui sulle case distrutte. E
ripartiranno
regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non
ha più
nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio
lordo di 2.000 euro
vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che
non solo
torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito
tutte quelle non
pagate dal 6 aprileChe lo stato non versa ai cittadini
senza casa,
che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche
quel piccolo contributo
di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un
affittoChe i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza
nessun
controllo.
Che io pago,
in un paesino di cinquecento anime, quanto
Bertolaso pagava per un
appartamento in via Giulia, a
RomaLa sento
respirare pesantemente.Le
parlo dei nuovi quartieri costruiti a
prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle
persone che
abitano lì. Come in alveari senz'anima.Senza
neanche un
giornalaio,
un bar. Le racconto degli anziani che sono stati
sradicati dalla
loro
terra. Lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei
professionisti
che sono andati via.Delle iscrizioni alle scuole
superiori in netto
calo.Le
racconto di una città che muore. E lei mi risponde, con
la
voce che le trema:
"Non è possibile che non si sappia niente di
tutto
questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti
televisivi.
Dovete
dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo."
10.08.10 |
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ECCO LE FOTO DELLA PISCINA ABUSIVA DI LUCA BARBARESCHI
NELLA VILLA DI FILICUDI - IERI, LA SMENTITA DI
BARBARESCHI RECITAVA COSÌ: “È SOLO UNA CISTERNA
D’ACQUA...” - IL SINDACO DI FILICUDI MARIANO BRUNO LO
DETESTA. LUCA NON HA MAI FATTO NIENTE PER LE EOLIE E
AVEVA FATTO TANTE PROMESSE QUANDO ERA IN COMMISSIONE
TRASPORTI - IL SINDACO, PIDIELLINO TENDENZA SCHIFANI
AMICO DI CARLO VIZZINI, IN QUESTE ORE GODE - L’IRA DI
BARBARESCHI VERSUS IL BANANA? NO ALLE SUE FICTION DA
MEDIASET DI PIERSILVIO - ORA C’È IN BALLO UN ALTRO SOGNO
E BISOGNO DI BARBARESCHI. DIVENTARE IL SOPRINTENDENTE
DEL MAGGIORE TEATRO DELLA CAPITALE, IL TEATRO ARGENTINA.
IN PASSATO FU ‘DIMISSIONATO’ DALLA DIREZIONE DEL TEATRO
ELISEO. PURTROPPO IL SINDACO (PER MANCANZA DI PROVE)
ALE-DANNO SI È SCHIERATO DALLA PARTE DEL BANANA DI
ARCORE
1
- FILICUDI - ECCO LE FOTO DELLA PISCINA ABUSIVA DI LUCA
BARBARESCHI NELLA VILLA PANORAMICA, DI LOCALITÀ
"GUARDIA".
http://notiziariodelleeolie.myblog.it
Nell'accertamento eseguito il 5 agosto scorso dai
carabinieri di Filicudi e dai tecnici del Comune di
Lipari, oltre alla piscina di 40 metri quadri costruita
al posto di un terrapieno destinato a giardino e
confinante con la strada pubblica, come anticipato, è
stato anche realizzato un vano tecnico con due finestre
non previste in progetto, una diversa destinazione del
vano scala munito di finestra e una porta che permetteva
l'accesso sulla strada comunale.
Il
tutto senza concessione edilizia del Comune di Lipari,
senza i pareri della Sopritendenza, del Genio Civile
(zona sismica), mentre i movimenti di terra con scavo
sono stati eseguiti senza il parere della Forestale in
un'area sottoposta a vincolo idrogeologico. Per gli
abusi edilizi, una denuncia è stata inviata alla procura
della Repubblica di Barcellona, mentre dal Comune sta
per partire l'ordinanza di demolizione e il ripristino
dello stato dei luoghi.
2
- IERI, LA SMENTITA DI BARBARESCHI RECITAVA COSÌ: "È
SOLO UNA CISTERNA D'ACQUA..."
Ansa- "E' vero, dal 1964 esiste una
cisterna d'acqua, un manufatto di 40 mq, di due metri x
60 x 3,20 cm d'altezza. Compro quando sono qua 2 camion
di acqua per essere autonomo a questo punto posso o
innaffiarci il mio giardino di ulivi o berli tutti.
Recentemente per tre metri ho fatto anche un muretto a
secco con le pietre": risponde all'ANSA con rassegnata
ironia l'on. Luca Barbareschi sulla questione della
presunta piscina abusiva nella sua casa a Filicudi nelle
Eolie.
"Non ho mai ricevuto alcuna denuncia, dunque mai fatto
ricorso al Tar. Ora dopo queste indiscrezioni che
smentisco verranno a controllare. Se riceverò denuncia
ricorrerò al Tar", aggiunge il finiano Barbareschi
gustando una granita ad Alicudi e spiegando di non
volersi "rovinare i 20 giorni di vacanza l'anno con
questa vicenda che guardacaso mi riguarda in questi
giorni".
"Sono sereno - conclude - vicende così sono nel conto
della politica attuale. L'assurdo è che esiste un hotel
a Filicudi con piscina olimpionica e che si parli di
questa cisterna che c'é da sempre in una paese dove la
cementificazione selvaggia e gli ecomostri non importano
a nessuno".
3
- PISSI PISSI
Provate a indovinare il motivo principale dell'ira di
Barbareschi versus Berlusconi. Secondo gli "addetti ai
livori" televisivi il "problem" tra i due giace nel
fatto che mai una fiction proposta dal finissimo Luca è
mai stata accettata da Mediaset.
-
Ora c'è in ballo un altro sogno e bisogno di
Barbareschi. Diventare il soprintendente del maggiore
teatro della capitale, il Teatro Argentina. In passato
fu ‘dimissionato' dalla direzione del Teatro Eliseo. Ed
il sindaco Ale-danno si è schierato dalla parte del
Banana...
Il
sindaco di Filicudi Mariano Bruno lo detesta. Luca non
ha mai fatto niente per le eolie e aveva fatto tante
promesse quando era in commissione trasporti. Il sindaco
è Forza Italia tendenza Schifani amico di Carlo Vizzini.
In queste ore gode... 23-08-2010]
|
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ECCO LE FOTO DELLA PISCINA ABUSIVA DI LUCA BARBARESCHI
NELLA VILLA DI FILICUDI - IERI, LA SMENTITA DI
BARBARESCHI RECITAVA COSÌ: “È SOLO UNA CISTERNA
D’ACQUA...” - IL SINDACO DI FILICUDI MARIANO BRUNO LO
DETESTA. LUCA NON HA MAI FATTO NIENTE PER LE EOLIE E
AVEVA FATTO TANTE PROMESSE QUANDO ERA IN COMMISSIONE
TRASPORTI - IL SINDACO, PIDIELLINO TENDENZA SCHIFANI
AMICO DI CARLO VIZZINI, IN QUESTE ORE GODE - L’IRA DI
BARBARESCHI VERSUS IL BANANA? NO ALLE SUE FICTION DA
MEDIASET DI PIERSILVIO - ORA C’È IN BALLO UN ALTRO SOGNO
E BISOGNO DI BARBARESCHI. DIVENTARE IL SOPRINTENDENTE
DEL MAGGIORE TEATRO DELLA CAPITALE, IL TEATRO ARGENTINA.
IN PASSATO FU ‘DIMISSIONATO’ DALLA DIREZIONE DEL TEATRO
ELISEO. PURTROPPO IL SINDACO (PER MANCANZA DI PROVE)
ALE-DANNO SI È SCHIERATO DALLA PARTE DEL BANANA DI
ARCORE
1
- FILICUDI - ECCO LE FOTO DELLA PISCINA ABUSIVA DI LUCA
BARBARESCHI NELLA VILLA PANORAMICA, DI LOCALITÀ
"GUARDIA".
http://notiziariodelleeolie.myblog.it
Nell'accertamento eseguito il 5 agosto scorso dai
carabinieri di Filicudi e dai tecnici del Comune di
Lipari, oltre alla piscina di 40 metri quadri costruita
al posto di un terrapieno destinato a giardino e
confinante con la strada pubblica, come anticipato, è
stato anche realizzato un vano tecnico con due finestre
non previste in progetto, una diversa destinazione del
vano scala munito di finestra e una porta che permetteva
l'accesso sulla strada comunale.
Il
tutto senza concessione edilizia del Comune di Lipari,
senza i pareri della Sopritendenza, del Genio Civile
(zona sismica), mentre i movimenti di terra con scavo
sono stati eseguiti senza il parere della Forestale in
un'area sottoposta a vincolo idrogeologico. Per gli
abusi edilizi, una denuncia è stata inviata alla procura
della Repubblica di Barcellona, mentre dal Comune sta
per partire l'ordinanza di demolizione e il ripristino
dello stato dei luoghi.
2
- IERI, LA SMENTITA DI BARBARESCHI RECITAVA COSÌ: "È
SOLO UNA CISTERNA D'ACQUA..."
Ansa- "E' vero, dal 1964 esiste una
cisterna d'acqua, un manufatto di 40 mq, di due metri x
60 x 3,20 cm d'altezza. Compro quando sono qua 2 camion
di acqua per essere autonomo a questo punto posso o
innaffiarci il mio giardino di ulivi o berli tutti.
Recentemente per tre metri ho fatto anche un muretto a
secco con le pietre": risponde all'ANSA con rassegnata
ironia l'on. Luca Barbareschi sulla questione della
presunta piscina abusiva nella sua casa a Filicudi nelle
Eolie.
"Non ho mai ricevuto alcuna denuncia, dunque mai fatto
ricorso al Tar. Ora dopo queste indiscrezioni che
smentisco verranno a controllare. Se riceverò denuncia
ricorrerò al Tar", aggiunge il finiano Barbareschi
gustando una granita ad Alicudi e spiegando di non
volersi "rovinare i 20 giorni di vacanza l'anno con
questa vicenda che guardacaso mi riguarda in questi
giorni".
"Sono sereno - conclude - vicende così sono nel conto
della politica attuale. L'assurdo è che esiste un hotel
a Filicudi con piscina olimpionica e che si parli di
questa cisterna che c'é da sempre in una paese dove la
cementificazione selvaggia e gli ecomostri non importano
a nessuno".
3
- PISSI PISSI
Provate a indovinare il motivo principale dell'ira di
Barbareschi versus Berlusconi. Secondo gli "addetti ai
livori" televisivi il "problem" tra i due giace nel
fatto che mai una fiction proposta dal finissimo Luca è
mai stata accettata da Mediaset.
-
Ora c'è in ballo un altro sogno e bisogno di
Barbareschi. Diventare il soprintendente del maggiore
teatro della capitale, il Teatro Argentina. In passato
fu ‘dimissionato' dalla direzione del Teatro Eliseo. Ed
il sindaco Ale-danno si è schierato dalla parte del
Banana...
Il
sindaco di Filicudi Mariano Bruno lo detesta. Luca non
ha mai fatto niente per le eolie e aveva fatto tante
promesse quando era in commissione trasporti. Il sindaco
è Forza Italia tendenza Schifani amico di Carlo Vizzini.
In queste ore gode... 23-08-2010]
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L’INVIATO DEL CORRIERE DELLA SERA CARLO VULPIO SBOTTA
SUL VULNUS FINI-TULLIANI - “DOPO LA RICATTATRICE
PATRIZIA D’ADDARIO – ESCORT PER SUA SCELTA - IL BUON
TRAVAGLIO PROPONE CHE A DIVENTARE EROINA DELLA SINISTRA
E DEL FEMMINISMO SIA ELISABETTA TULLIANI, COMPAGNA DI UN
SIGNORE CHE È LA TERZA CARICA DELLO STATO, E QUINDI
PERFETTAMENTE RIENTRANTE IN QUELLA NOZIONE DI
“PERSONAGGIO PUBBLICO” CONSOLIDATA DA UNA COPIOSA
GIURISPRUDENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE - “TRAVAGLIO
INVOCA UNA PRIVACY CHE A TUTTI GLI ALTRI PERSONAGGI
PUBBLICI I MASS MEDIA (GIUSTAMENTE) NON RICONOSCONO E DI
CUI PROPRIO LUI NON HA MAI TENUTO CONTO” - “ANCORA UNA
VOLTA, VOGLIAMO “FARE GLI AMERICANI”, CON LA LIBERTÀ DI
STAMPA, SOLO QUANDO CI CONVIENE. SECONDO UNO SFACCIATO
DOPPIOPESISMO CHE PRIMA O POI CI SEPPELLIRÀ TUTTI,
COLPEVOLI E INNOCENTI, BELLI E BRUTTI, MIGNOTTE E NON…”
Riceviamo e pubblichiamo:
Dago,
dopo Patrizia D'Addario, il buon Travaglio propone che a
diventare eroina della sinistra e del femminismo sia
Elisabetta Tulliani. A me, questo pare una solenne
stupidaggine.
La D'Addario - escort per sua scelta, nessuno le ha
imposto nulla - si è comportata da ricattatrice pur di
raggiungere i suoi obiettivi (per giunta di molto dubbia
legittimità, come il cambio di destinazione di un
edificio già condonato in un'area vincolata).
Per la signora (e per l'interminabile corteo di donne
pronte a tutto pur di scalare posizioni di denaro e
potere senza saper far nulla) vale ciò che sostiene
Massimo Fini nel suo "Dizionario erotico": è il
principio del "Fica power" il motore primo, altro che la
versione angelicata della donna-oggetto costretta a
subire l'odioso ricatto di natura sessuale (che esiste,
certo, ma riguarda le molte donne lavoratrici "oscurate"
dai mass media, non le escort o le mignotte in
carriera).
Non solo. Continuare a pensare, o fingere di pensare,
come fa Travaglio, che la visita della D'Addario a
palazzo Grazioli sia stata una zingarata di un'allegra
combriccola di cocainomani e non anche una "missione
teleguidata" da una parte dei servizi segreti coinvolti
nella stessa "guerra sporca" che oggi viene vede
protagonista, suo malgrado, Elisabetta Tulliani,
significa offendere l'intelligenza propria e l'altrui.
Perché questo è esattamente ciò che sta avvenendo:
cosche contrapposte che si sputtanano a vicenda con
tutti i mezzi a disposizione e tirano fuori scheletri
grandi e piccoli da tutti gli armadi. Insomma, "a la
guerre comme a la guerre" e si salvi chi può.
Non capisco poi perché per Elisabetta Tulliani, compagna
di un signore che è la terza carica dello Stato, e
quindi perfettamente rientrante in quella nozione di
"personaggio pubblico" consolidata da una copiosa
giurisprudenza della Corte di Cassazione, Travaglio
invochi una privacy che a tutti gli altri personaggi
pubblici i mass media (giustamente) non riconoscono e di
cui proprio lui (non sempre giustamente) non ha mai
tenuto conto.
Ancora una volta, vogliamo "fare gli americani", con la
libertà di stampa e con tutto il resto, solo quando ci
conviene. Secondo uno sfacciato doppiopesismo che prima
o poi ci seppellirà tutti, colpevoli e innocenti, belli
e brutti, mignotte e non.
Grazie per l'ospitalità. Saluti.
Carlo Vulpio
24-08-2010]
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Fare immobili! - non solo un intero piano nel centro
storico di Roma, La Urso Real Estate controlla un
tesoretto immobiliare! - inchiesta de “Il fatto
quotidiano” che, nella fretta, dimentica di sottolineare
che urso è un tipino fini a capo della fondazione fare
futuro: sì proprio quella che ieri si vergognava di
vent’anni di fascismo e oggi si vergogna di vent’anni di
berlusconismo…
Marco Lillo per
Il Fatto
Tutti smentiscono l'indagine penale ma la storia di casa
Urso merita un'indagine giornalistica. Il viceministro
del commercio estero e suo figlio hanno comprato per tre
milioni di euro un patrimonio immobiliare nel centro
storico di Roma che - secondo le testimonianze raccolte
nel palazzo - era stato offerto in precedenza a un
prezzo doppio.
Dopo la pubblicazione da parte del sito Dagospia
dell'indiscrezione su una presunta convocazione in
Procura del viceministro (come testimone) per chiarire
alcuni dubbi sulla compravendita, ieri sono piovute le
smentite. In via ufficiosa la Procura di Roma fa sapere
che non c'è nessuna inchiesta e Urso annuncia querele.
Una scena già vista quando Dagospia, nel 2009, fu il
primo a mettere nel mirino i Tulliani.
Mentre il titolare del sito, Roberto D'Agostino,
promette che presto pubblicherà la data della
convocazione dei pm, in attesa di vedere chi ha ragione,
Il Fatto ha approfondito la storia delle case della
famiglia. La Urso Real Estate controlla un tesoretto
immobiliare composto di una decina di unità catastali
tra il quarto e il sesto piano di un palazzo storico che
affaccia sul Tevere a due passi da piazza Cavour.
Sono intestati a Urso e al figlio due appartamenti, tre
terrazzi e una mezza dozzina di annessi, cantine,
lastrici e magazzini. Il viceministro e il figlio Dario
con tre atti consecutivi hanno incrementato
considerevolmente il patrimonio familiare nel 2009-2010.
L'appartamento più grande, comprato da Adolfo Urso il 28
maggio del 2009, è composto di cinque camere, disimpegni
cucina, due bagni, veranda e terrazza al quarto piano
più magazzino, doppio ripostiglio al quinto e cantina al
primo. La metratura è ampia: 214 metri quadrati coperti,
più 90 metri quadrati di terrazza più 14 metri di
veranda, 22 metri di magazzini e 35 metri di cantina.
Non basta: nell'atto la società venditrice, Colonna
Prima Srl, si impegna a dare gratis a Urso le terrazze
condominiali che fanno schizzare il valore del complesso
alle stelle. Dall'alto di quello che catastalmente è
definito "lastrico solare" si vede un panorama
mozzafiato.
Puntualmente: il 19 aprile 2010, la società Colonna
prima Srl compra le terrazze dai proprietari per 53 mila
euro e le gira gratuitamente, come era nei patti
iniziali, al viceministro. Stiamo parlando di 120 metri
quadri al quinto piano più altri 110 al sesto piano più
il vano scala. Riepilogando, per una proprietà a due
passi da Ponte Cavour con vista mozzafiato su Roma e
composta di 250 metri coperti più 320 scoperti più 35 di
cantina, il viceministro Urso dichiara nel maggio 2009
un prezzo di 2 milioni di euro , reperiti grazie a un
mutuo a tasso variabile trentennale di un milione e 600
mila euro contratto con il Banco di Napoli, che applica
un tasso favorevole ai parlamentari. La Urso Real Estate
non si ferma.
Allo stesso livello dello stesso palazzo il figlio
trentenne Dario Urso compra dalla stessa società e nello
stesso periodo un secondo appartamento di 7 vani
catastali (che si può stimare in 120 metri quadrati
circa più 28 metri quadrati di magazzini) al prezzo di
un milione di euro. Anche in questo caso l'esborso è
coperto per l'80 per cento con un mutuo ventennale di
800 mila euro del Banco di Napoli, garantito dallo
stipendio di papà Adolfo.
Ieri sui quotidiani si discuteva del prezzo troppo alto
pagato dal politico e dal figlio ma nel palazzo vicino a
piazza Cavour, al contrario, in molti erano sorpresi
perché le cifre pubblicate sono molto più basse rispetto
a quelle di mercato e soprattutto rispetto a quelle
richieste allora. Prima di essere comprato da Urso,
dicono nel palazzo, l'appartamento del viceministro era
stato offerto alla moglie di un leader del
centrosinistra e a due stiliste famose a un prezzo
doppio.
La
società immobiliare che ha ceduto le case alla famiglia
Urso è la Colonna prima Srl, amministrata da Vito
Fusillo, 54 anni, un imprenditore barese con interessi
che spaziano dall'editoria (Gazzetta del Mezzogiorno)
agli alberghi (hotel delle Nazioni di Bari), dalle
costruzioni agli ipermercati. Colonna Prima Srl ha
rilevato l'intero palazzo dove abita Urso da una società
che a sua volta lo aveva comprato dal gruppo Pirelli
quando l'ex patrimonio dell'Ina è stato messo in vendita
da Marco Tronchetti Provera e Carlo Puri Negri.
Il patrimonio delle assicurazioni pubbliche, finito sul
mercato dopo la privatizzazione e l'acquisto dell'Unim
da parte di Pirelli, conteneva molti gioielli. E iI
viceministro Urso aveva cominciato la sua fiorente
attività immobiliare romana proprio comprando un'altra
casa che aveva fatto la trafila Ina-Pirelli.
In
una delle strade più prestigiose di Roma, in via Po, al
civico 72, il politico compra nell'agosto 2004 un quarto
piano di sei camere e accessori per 690 mila euro. Il
prezzo, molto buono, è coperto con un mutuo di 600 mila
euro, ventennale. A vendere è la società Gepa, di
proprietà dei figli del notaio Antonio Bianchi, che
aveva comprato decine e decine di case dal gruppo
Pirelli a un prezzo stracciato e che le rivendeva per
prezzi abbastanza bassi. Per un caso, il figlio del
notaio Bianchi abita nel palazzo vicino a ponte Cavour
dove nel 2009 ha comprato Urso. La casa di via Po, a
maggio del 2005, nove mesi dopo l'acquisto è stata
ceduta da Urso con una plusvalenza di appena 10 mila
euro.
Inarrestabile la Urso Real estate torna in azione il 12
maggio 2006 e si sposta in periferia: il politico e la
moglie (ora separata) comprano a Ponte di Nona, per 215
mila euro un quinto piano. Quando il viceministro
avvista le case di ponte Cavour per sé e per il figlio
Dario, cede la seconda casa di Ponte di Nona all'altro
figlio.
Urso è irritato dall'interesse della stampa sulla sua
attività immobiliare: "Non c'è nessuna inchiesta penale
e non c'è nessun caso. Io sono stato trasparente. Ho
dichiarato tutto e ho comprato con un mutuo alla mia
portata. I prezzi sono reali e se qualcuno prima del mio
acquisto ha chiesto cifre superiori, non mi stupisce. Il
mercato è crollato dopo il 2007".21-08-2010]
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CONTRO L’ITALIA POLITICA CHE COSTRUISCE! DOPO TULLIANI,
URSO, ORA TOCCA A BARBARESCHI - IL TIPINO FINO CHE HA
SCOVATO PER FINI IL NOME “FUTURO E LIBERTà” è STATO
DENUNCIATO DALLA PROCURA DELLE EOLIE PER UNA PISCINA
ABUSIVA NELLA SUA VILLA DI FILICUDI - (NELLE EOLIE TRA I
TANTI VINCOLI È VIETATO REALIZZARE PISCINE NELLE VILLE
PRIVATE) - E LA TULLIANI ATTACCA GAUCCI E STAMPA:
“FALSITÀ E DISCREDITO PER RAGIONI POLITICHE”
http://notiziariodelleeolie.myblog.it
Filicudi - Piscina abusiva per Luca Barbareschi e
denuncia alla procura della Repubblica di Barcellona.
L'accertamento è stato eseguito a Filicudi nella villa
del regista-produttore-attore e parlamentare nazionale,
dai carabinieri e dai tecnici del Comune di Lipari. Alla
stazione dei cc della piccola isola delle Eolie è giunta
una segnalazione su presunti lavori edilizi abusivi
nella villa di 200 metri quadri, situata in località
"Guardia", in uno dei punti piu' panoramici di Filicudi.
I
militari dell'arma, al comando del maresciallo Giuseppe
Mosca e dell'appuntato Antonino Saltalamacchia, con al
seguito il capo dell'ufficio tecnico comunale Claudio
Beninati e l'ingegnere Antonio Fiore hanno eseguito una
ricognizione e hanno accertato la realizzazione della
piscina di circa 40 metri quadri realizzata abusivamente
(nelle Eolie per i tanti vincoli che vi sono è vietato
realizzare piscine nelle ville private; si possono
realizzare solamente nelle strutture
turistico-alberghiere).
Inoltre sono state accertate difformità ad un locale
tecnico che rispetto al progetto approvato dagli
organismi preposti era piu' grande di circa 3 metri
quadri. Per Barbareschi ora è in arrivo dal Comune una
ordinanza di demolizione con il relativo invito entro
novanta giorni a ripristinare lo stato dei luoghi. Il
"villeggiante-vippaiolo" comunque avrà facoltà di
appellarsi al tar di Catania e al presidente della
Regione.
Per Barbareschi l'arrivo dei carabinieri e dei tecnici
comunali è stata una vera "tegola" perché il
"produttore", tra un bagno e l'altro, stava già
lavorando per realizzare due films alle Eolie. Il primo
dedicato alla storia d'amore tra "Edda Ciano, la figlia
del duce e il comunista di Lipari" con Stefania Rocca e
Alessandro Preziosi e il secondo dedicato a "Le amanti
del Vulcano", il triangolo d'amore tra Ingrid Bergman,
Roberto Rossellini e Anna Magnani. Alle due storie il
giornalista Marcello Sorgi ha dedicato i suoi due ultimi
libri.
TULLIANI ATTACCA GAUCCI E STAMPA, FALSITÀ E
DISCREDITO PER RAGIONI POLITICHE
(ANSA) - 'E' intollerabile che
Gaucci finga di ignorare la realta'' e che 'certa
stampa' amplifichi le sue bugie, tuona Elisabetta
Tulliani. In una nota, la compagna di Gianfranco Fini
prende posizione non solo sulla vicenda della vincita
all'Enalotto ma anche sulla legittima proprieta' della
sua abitazione e di quella dei suoi genitori. E annuncia
di aver gia' dato mandato ai suoi legali per agire 'nei
confronti di Luciano Gaucci, del settimanale Panorama e
dei quotidiani Libero e Il Giornale'. 22-08-2010]
|
Auto blu
Pubblicata il 15/07/2010
Le
auto blu sono 90 mila e costano ai contribuenti 4
miliardi di euro all'anno. Lo ha annunciato il ministro
della pubblica amministrazione, Renato Brunetta,
spiegando che dal censimento sono escluse le vetture con
targhe speciali e quelle utilizzate per finalità di
sicurezza e vigilanza e che non hanno partecipato al
monitoraggio la presidenza della Repubblica, la Corte
costituzionale e le presidenze di Camera e Senato.
Auto di rappresentanza. Di queste 90 mila macchine, solo
25-30 mila, si fa per dire, sono propriamente auto blu:
7-10 mila di rappresentanza politico/istituzionale a
disposizione di autorità e alte cariche dello Stato e
delle amministrazioni locali e altre 18-20.000 di
servizio a disposizione di dirigenti pubblici. Vi sono
poi 60-65 mila auto "grigie", cioè senza autista a
disposizione degli uffici per attività strettamente
operative (visite ispettive, controlli, manutenzioni,
sopralluoghi).
Costi esorbitanti. Il censimento ministeriale ha
rivelato che la gestione di questo enorme parco auto
costa alla pubblica amministrazione, cioè a tutti i
cittadini, 4 miliardi di euro l'anno, cioè, in media,
più di 44 mila euro per ogni macchina censita. Ma il
costo medio sale a 142 mila euro se si considerano solo
le auto "blu-blu", cioè le 25-30 mila di rappresentanza
a disposizione di autorità, alte cariche e dirigenti. Il
costo comprende tutto, cioè acquisto, gestione e,
soprattutto, la spesa per gli autisti (40 mila) e per il
personale addetto al parco auto (20 mila).
Spesa pubblica. Questa voce, in particolare, incide per
il 75% sulla spesa complessiva dello stato e delle
amministrazioni periferiche. "Sessantamila autisti su 3
milioni e mezzo di dipendenti pubblici sono troppi", ha
commentato il ministro. Brunetta, peraltro, ha ricordato
che alcune amministrazioni hanno annunciato misure di
razionalizzazione. "Penso che si possa spendere la metà
facendo le stesse cose", ha sottolineato. Il ministro,
infine, ha annunciato di avere chiesto al governo di
valutare l'abolizione di alcune norme contenute
all'interno del Regio decreto del 1927 che consente
particolari esenzioni dalla registrazione al Pubblico
Registro Automobilistico, come ha denunciato
"Quattroruote" nel numero di luglio.
Mario Rossi
|
LE
DEPORTAZIONI ROM DI SARKOZY E LE RETATE DI IMMIGRATI
ILLEGALI DI OBAMA: QUAL è LA DIFFERENZA? LA PRIMA FA
NOTIZIA… – FINORA IL PRESIDENTE Più LIBERAL DEGLI STATI
UNITI è STATO Più severo di Bush: rimpatriatI 265 mila
clandestini - Parola del segretario Usa alla Sicurezza
interna Janet Napoletano…
colloquio con Janet Napolitano di Eve Conant - "Newsweek" - "L'espresso"
Per certi aspetti, in materia di immigrazione illegale,
il presidente Obama si è rivelato più fermo del suo
predecessore. Il governo Obama ha ampliato i programmi
che regolano l'espulsione degli immigrati illegali che
si macchiano di reati. E la sua azione contro le
attività che impiegano lavoratori senza documenti è
stata estesa e decisa.
Mentre da una parte è aumentato il numero degli
immigrati illegali individuati dalle autorità,
dall'altra l'amministrazione Obama si è pronunciata con
forza contro la nuova dura legge adottata dallo Stato
dell'Arizona (peraltro parzialmente bocciata anche da un
giudice di Phoenix) che permette alle forze dell'ordine
di fermare le persone potenzialmente sospettate di
trovarsi nel Paese senza documenti.
In
questa intervista il segretario del Dipartimento della
Sicurezza Interna Janet Napolitano racconta quali sono
gli obiettivi dell'amministrazione Obama in materia.
In
che cosa differisce il suo approccio da quello del
governo Bush?
"Le nostre priorità si sono discostate da quelle del
governo precedente. Ci siamo concentrati sugli immigrati
illegali che hanno commesso reati, e in particolare su
quelli che sono già stati condannati. Poi, sul versante
del lavoro, intendiamo procedere legalmente contro i
datori di lavoro che assumono illegali.
La
legge riguardante il lavoro degli illegali deve essere
aggiornata perché non ha la valenza di deterrente che
noi vorremmo che avesse. È necessario che le multe siano
più alte. Altri elementi di questa legge sono
inutilmente complicati se l'obiettivo è quello di
individuare e punire chi assume manodopera illegale in
maniera continuativa e consapevole".
Che cosa succederà politicamente se i dati dell'anno
fiscale corrente dimostreranno che voi avete rimpatriato
meno illegali?
"Il problema non si pone perché è un dato più alto,
significativamente più alto".
Secondo i dati, avete rimpatriato soltanto 265 mila
immigrati illegali finora, ben al di sotto dei 400 mila
del governo Bush.
"A mio avviso, ciò che è importante è il numero di
illegali deportati che avevano commesso reati o che
erano già stati condannati. Se non ricordo male, nel
2009 abbiamo battuto il record rispetto al 2008 e nel
2010 lo batteremo rispetto al 2009".
E
tutti gli altri rimpatri?
"In molti più casi abbiamo avviato azioni contro i
datori di lavoro. Anche il numero delle persone
catturate tra i fuggitivi rei di delitti gravi credo sia
in aumento. Il dato statistico che sicuramente è salito
in maniera significativa è quello dei procedimenti
amministrativi contro chi ha assunto lavoratori
illegali. E, inoltre, a quei lavoratori non abbiamo
concesso alcuna amnistia".
Parliamo della percezione generale: durante l'epoca di
Bush, le retate della polizia erano una notizia
onnipresente in televisione e si aveva l'impressione che
Bush fosse molto fermo con l'immigrazione. L'impressione
ora è che il suo governo faccia retate più limitate,
senza telecamere. È una decisione quella di non
pubblicizzare il vostro sforzo?
"Non la metterei così. Direi che la nostra azione è
stata guidata dall'approccio che avrebbe un pubblico
ministero, sulla base dei risultati e non sulla base di
ciò che fa notizia per i media".
La
preoccupa la percezione generale che Obama non sia
abbastanza duro con l'immigrazione illegale?
"Sì. Qualsiasi pubblico ministero le dirà che parte del
lavoro consiste nell'individuare delle priorità, nel
saper valutare innanzitutto in prima persona i
risultati".
La
causa contro l'Arizona rafforza quest'idea. Quando pensa
che questa percezione cambierà?
"La causa contro l'Arizona riguarda un aspetto molto
differente: se si avranno 50 leggi per l'immigrazione o
una sola. Questo non significa ovviamente che il
Congresso non debba, in maniera bipartisan, sedersi al
tavolo dei negoziati per aggiornare e migliorare le
leggi".
Con Obama avete discusso della necessità di ridurre le
retate tipo quelle di Bush?
"Le uniche conversazioni che abbiamo avuto in merito
hanno riguardato il fine del nostro lavoro che è quello
di imporre la legge, anche se il presidente ha parlato
già allora della necessità di aggiornare e di migliorare
la legislazione in materia".
[20-08-2010]
|
AHÒ, TUTTI CON LO STESSO VIZIO IMMOBILIARE I TIPINI FINI
DI "FUTURO E LIBERTÀ"!!! - DOPO IL TORMENTONE MONEGASCO
TULLIANI-FINI, ORA TOCCA AL VICE MINISTRO URSO - 1- IL
DEMIURGO DI ‘FARE FUTURO’ AI PRIMI DI SETTEMBRE SARÀ
GENTILE OSPITE DELLA PROCURA A ROMA PER FORNIRE ALCUNE
DELUCIDAZIONI RIGUARDO L’ACQUISTO DEL SUO PRESTIGIOSO
ATTICO A PONTE CAVOUR (20 MILA EURO DI MUTUO AL MESE)
DOTATO DI UN VASTO TERRAZZO DI 500 MQ CON VISTA
MOZZAFIATO SU ROMA. NELL’ATTO IL TERRAZZO VIENE
EDUCATAMENTE DESCRITTO COME – UDITE! UDITE! - "LASTRICO
SOLARE" - 2- IN ATTESA DI ESSERE INTERROGATO SEMBRA
PROPRIO DAL PM CAPALDO - UN PRIMO APPUNTAMENTO È GIÀ
SLITTATO – ADOLFO URSO FAREBBE BENE AD EVITARE, COME HA
FATTO OGGI, DI DIRAMARE AGENZIE SCANDALIZZATE
SULL’"AFFAIRE MONTECARLO". FORSE ANCHE LUI È BENE CHE
CHIEDA UDIENZA ALL’AVVOCATESSA GIULIA BONGIORNO PER
QUALCHE SUGGERIMENTO IN VISTA DELL’INCONTRO RAVVICINATO
IN PROCURA…
Ahò, tutti con lo stesso vizio immobiliare quelli di
"Futuro e Libertà". Mejo, "Futuro e Locazione". Dopo il
tormentone Tulliani-Fini, ora si apre la botola per il
vice ministro per lo Sviluppo Economico Adolfo Urso. Il
demiurgo di Fare Futuro sarà gentile ospite della
Procura a Roma per fornire alcune delucidazioni riguardo
la vicenda legata all'acquisto del suo prestigioso
attico a ponte Cavour.
La
convocazione è prevista per i primi giorni di settembre
nell'ambito di un filone d'inchiesta sulle case dei
potenti.
La
casetta di Urso sembrerebbe acquistata ad un prezzo
inferiore a quello di mercato dalla società immobiliare
gruppo Refin. Per far fronte all'acquisto, secondo
quanto risulterebbe alla Guardia di Finanza, il vice
ministro ha anche acceso un mutuo milionario di due
milioni e mezzo il cui rimborso costa circa 20 (venti)
mila euro al mese, una cifra davvero record per un
parlamentare con famiglia a carico.
Ma
come se non bastasse, poco dopo lo scandalo che ha visto
protagonista il suo ministro Sciaboletta Scaiola, Adolfo
Urso si è visto assegnare un vasto terrazzo di circa 500
metri quadri con vista mozzafiato su Roma ladrona.
Nell'atto il terrazzo viene educatamente descritto come
- udite, udite - "lastrico solare"...
Segretario Generale di "Fare Futuro" Urso vive e convive
conuna doppia personalità: di giorno si professa fedele
al governo Berlusconi e di notte architetta con gli
amici di "Fare Futuro" le peggiori bordate contro
l'esecutivo dei ‘dossier e dei ricatti', killeraggi
compresi.
Di
"Fare Futuro", l'Ursachiotto si occupa anche del
reperimento fondi poiché la Fondazione costa cara se si
pensa solo all'affitto della prestigiosissima sede in
via del Seminario, alle spalle di piazza del Pantheon, a
quattro passi da Montecitorio.
In
attesa di essere interrogato sembra proprio dal pm
Capaldo - un primo appuntamento è già slittato - Urso
farebbe bene ad evitare, come ha fatto oggi, di diramare
agenzie scandalizzate sull'"affaire Montecarlo". Forse
anche lui è bene che vada dall'avvocatessa Giulia
Bongiorno per qualche suggerimento in vista
dell'incontro ravvicinato in Procura.
[19-08-2010]
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GATTOSARDO PER SEMPRE - GUZZANTI: “COSSIGA fece carte
false e penso assai poco onorevoli pur di salvarlo. Per
questo quando Moro venne ammazzato ebbe un trauma.
Dolore, certo ma forse anche vergogna perché quel che
fece, non da solo, non servì a salvare Moro: fu beffato
e per questo ebbe il trauma che lo fece incanutire in un
attimo” - ROMITI: “PER IL DIVORZIO SOFFRÌ MOLTISSIMO” -
MANIFESTO-CHOC: "È MORTO UN ASSASSINO"…
1 - MANIFESTO-CHOC: "È MORTO UN ASSASSINO"
La Repubblica - «È morto un assassino».
All´ingresso di un centro sociale di Cremona ieri è
apparso un manifesto con questo titolo e con una foto
dell´ex presidente Francesco Cossiga mentre fa il saluto
militare. Il manifesto utilizza la vecchia dicitura
degli anni di piombo che mette le "SS" naziste nella
parola "assassino" e conclude con «Kossiga Boia».
La
firma è del centro autogestito Kavarna. «Politicanti e
telegiornali - si legge - non smentiscono la loro natura
classista elogiando un criminale di Stato. Impegnati
nella spettacolarizzazione della sua morte, nessuno
vuole ricordare le sue vittime: Francesco Lorusso e
Giorgiana Masi».
2
- ROMITI: "PER IL DIVORZIO SOFFRÌ MOLTISSIMO"
Paolo Conti per
Corriere della Sera - "Fin qui il Cossiga
politico. Ma come uomo, dottor Romiti, cosa ricorda? «Un
momento di grande angoscia personale, in cui mi confidò
un immenso dolore. Un giorno mi telefonò. Volle vedermi.
Mi guardò: "Sai, Cesare, cosa mi succede? Mia moglie mi
fa causa per avere il divorzio". Cossiga era
profondamente cattolico, per lui il legame era
indissolubile. Per quel divorzio soffrì moltissimo, lo
posso testimoniare».
3
- GUZZANTI: "UN VISIONARIO CHE SAPEVA MOLTO"
Giulia Cerino per
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/guzzanti-un-visionario-che-sapeva-molto/2132244//0
"Cossiga, un uomo solo" è il titolo del libro che Paolo
Guzzanti, giornalista e parlamentare (oggi nel Pli ma
eletto con il Pdl) ha dedicato nel 1991 all'ex
presidente della Repubblica. Guzzanti di Cossiga era
amico e studioso. A lui abbiamo quindi chiesto un
ricordo-ritratto dello statista appena deceduto.
In
che rapporti era con Cossiga?
«Provavo grande affetto e amicizia per lui. Vivemmo una
stagione drammatica. Io lo so perché ero il giornalista
di cui più si fidava. Diceva tutto prima a me e io lo
dicevo alle televisioni. Gli volevo bene. Ne abbiamo
passate tante. L'ultima volta che l'ho sentito è stato
perché Sabina voleva intervistarlo per il suo ultimo
film. 'Ma certo venite vi aspetto', ci disse. Poi però
abbiamo avuto dei ritardi e l'intervista non è più
andata in porto. Peccato, l'avrei rivisto».
Cossiga è stato un uomo dai mille volti. Come e per cosa
sarà ricordato?
«Ognuno ne ricorderà un aspetto. Il mio ricordo è di un
uomo onesto, fantasioso, un cavaliere errante pieno di
visioni fantastiche che ha unito letteratura e poesia.
Io non ho mai creduto fosse matto. Quando "La Stampa"
per cui lavoravo e "L'espresso" hanno tirato in ballo
l'idea che fosse malato e andasse sostituito da un
comitato di garanti io non ero d'accordo.
Cossiga non è mai stato matto. Lui lo sapeva e anzi si è
fatto furbo, ha usato questo suo 'stile' bizzarro come
strumento di comunicazione e come mezzo per giustificare
molte sue azioni stravaganti e discutibili. Come quando
decise che avrebbe picconato il sistema politico. Non
era follia, quella. Ma un'intuizione. Sapeva che il
sistema era malato ed i partiti pure. Era convinto che
il sistema politico di allora fosse legato alla guerra
fredda e che, una volta finita, i partiti politici
italiani sarebbero crollati. Disse qualcosa che non
piaceva ai suoi nemici e nemmeno agli amici. Si
sbagliava? L'attualità politica dice di no».
Nel suo libro lei lo disegna come un "uomo solo". Cosa
vuole dire?
«L'ho sempre visto come un solitario, un don Chisciotte
visionario e in questo mi sento simile a lui. Messi
insieme eravamo due matti da legare. L'hanno lasciato
solo perché diceva qualcosa che faceva paura. La sua era
una solitudine politica, ma anche morale, intellettuale.
Solo pochi hanno capito che dietro le sue 'picconature'
c'era una visione del mondo politico italiano e hanno
avuto il fegato di sostenere le sue idee. Cossiga era un
uomo solo e 'forte' della sua solitudine».
Ma
oltre che 'solo', quali aggettivi userebbe oggi per
ricordarlo?
«Intuitivo fino alla genialità: aveva capito che il
regime italiano si muoveva verso il presidenzialismo e
gridava che bisognava guidare quel processo in senso
democratico e parlamentare. Ma i partiti stavano
ffondando e non vollero sentire: oggi abbiamo un
presidenzialismo di fatto che calpesta la Costituzione
proprio perché Cossiga non è stato ascoltato.
Il
secondo aggettivo è Incorruttibile (ma non so se non
fosse ricattabile per la vicenda Moo) e il terzo: un
gran pasticcione. Cossiga era un casinaro quando si
metteva in testa di sapere cose di cui invece sapeva
poco e male. Dopo la strage del 2 agosto 1980 a Bologna,
come nel caso di Ustica, sostenne tutto e il contrario
di tutto rincorrendo ipotesi e voci che raccoglieva. A
me chiese disperato se io potevo dargli la dritta giusta
e gli dissi quel che pensavo di Ustica: bomba araba,
nessun missile. Ma lui tirò in ballo francesi,
americani, complotti bizzarri e sempre così, a cavolo,
senza uno straccio di pezza d'appoggio.
L'amara verità è che lo "spione Cossiga" di servizi
segreti non ha mai capito niente. Era un 'orecchiante'.
A lui piaceva parlare con i cellulari di ultima
generazione. Forse qualche volta, davanti allo specchio,
si sarà anche atteggiato a barba finta, a 007. Ma era in
materia di intelligence era un amateur dalle molte
conoscenze».
Ora le riporto delle frasi tratte da "Fotti il Potere -
manuale sul potere politico", scritto dallo stesso
Cossiga e lei mi risponde che cosa ne pensa. Pronto?
Cominciamo; 'La bomba di piazza Fontana fu opera degli
americani'.
«Balla sesquipedale, ma di gran moda da decenni».
'La politica è una droga che non prevede
disintossicazioni'.
«Una frase stupida. Anche Omero sonnecchia, figurati
Cossiga».
'Governare è far credere'.
«Dipende da chi governa. Obama e Sarkozy, per fare due
esempi politicamente opposti, si sono presentati agli
elettori con un grande appeal sia politico che
personale: dietro al fascino c'era anche un programma di
governo».
'I
politici sono marionette nelle mani dei banchieri'.
«Credo di no. Ma se lui ne ha fatto esperienza nel suo
partito allora vuol dire che è vero. Ma insomma, ognuno
parli per sé».
'Non c'è leader politico che non possa essere arrestato
per tangenti'.
«Dipende da in quale epoca ci troviamo. Berlusconi di
certo non le ha mai prese. Semmai le paga».
'La mafia ci appartiene, tanto vale accettarla'.
«Orrendo. Ecco, vedete, Cossiga ha questi lati oscuri.
Come quando diceva di accettare l'integralismo islamico
e di essere d'accordo sul fatto che le donne islamiche
in Italia devono andare in giro col burka solo perché lo
dice la loro religione»
'Oltre all'Fbi, fu il mondo economico a mettere in piedi
Mani Pulite'.
«Ah bé, se lo dice lui. Avrebbero fatto comodo, anche
qui, le pezze d'appoggio. Pasticcione.
'Esistono tradimenti doverosi e persino morali'.
«Questa è una frase tipicamente cossighiana. Forse si
riferiva al caso Moro».
A
proposito di Moro: perché si dimise dopo l'uccisione del
presidente della Dc?
«Perché fece carte false e penso assai poco onorevoli
pur di salvarlo. Per questo quando Moro venne ammazzato
ebbe un trauma. Dolore, certo ma forse anche vergogna
perché quel che fece, non da solo, non servì a salvare
Moro: fu beffato e per questo ebbe il trauma che lo fece
incanutire in un attimo e coprire di vitiligine, la
malattia psicosomatica della pelle.
Purtroppo si porterà con sé questa e altre verità nella
tomba: io avevo sperato fino all'ultimo che prima di
morire raccontasse al Paese la verità vera, a lui
piaceva giocare a fare il Talleyrand, mentire in nome
dello Stato. Ancora oggi, a distanza di più di
vent'anni, rievocare il caso Moro vuol dire entrare in
un tunnel di segreti e vergogne, benché la verità sia
accessibile, come ho potuto dimostrare nella Commissione
Mitrokhin, cosa che ha scatenato anche contro di me
l'inferno».
Torniamo agli anni '70. Sui muri di certe città si
leggono ancora oggi scritte contro Cossiga,
provocatoriamente scritto con la K. Ma a lui piaceva
essere ricordato così. Perché?
«Per civetteria. Negli anni settanta, a causa di un film
intitolato "L'AmeriKano", venne la moda di mettere il
kappa per alludere alla Cia. A lui questo piaceva, era
il suo giocattolo. Ma gli americani sfruttarono questa
sua passione americana, che condivido anch'io, come
dimostra il fatto che quando gli Usa gli chiesero di
portare D'Alema alla presidenza del Consiglio, lui lo
fece organizzando lo sgambetto del 9 ottobre 1998 a
Prodi. Così Clinton poté fare la guerra contro la Serbia
usando le basi italiane senza timore di blocchi
organizzati dall'ex Pci contro le basi e la guerra.
Missione compiuta, ma non ne andrei così fiero. Però,
avendo sponsorizzato D'Alema a Palazzo Chigi, batté
Scalfari e si riqualificò a sinistra. Anche questo era
Cossiga».
Se
potesse, cosa direbbe Cossiga della transizione in atto,
di Fini contro Berlusconi?
«Non lo so, ma posso raccontarle una cena dell'aprile
del 1993 al Grand Hotel di Roma. Cossiga spinse
personalmente Berlusconi alla politica intervenendo a
quella cena a cui partecipavano anche Agnelli,
Rossignolo, il segretario del Pli Altissimo, il
professor Scognamiglio, e naturalmente Berlusconi. Lo
scopo era sbarrare la strada ad Occhetto e alla sua
pretesa ‘gioiosa macchina da guerra'.
Cossiga sosteneva Berlusconi ma era incazzato nero
perché poi Berlusconi rifiutava di farsi guidare da lui.
A quei tempi sosteneva anche Fini e anzi fu proprio lui
a sdoganarlo, prima di Berlusconi. Mentre per la
sinistra italiana Fini, antagonista di Rutelli al Comune
di Roma, era sempre solo un fascista, mica come oggi che
è l'eroe della resistenza al nuovo duce. Quelle di oggi
sono le conseguenze delle azioni di 10-15 anni fa.
Cossiga sapeva che in Italia sarebbe andata a finire
così. E lo sapeva perché era intuitivo e incorruttibile,
ma sempre un gran casinaro, un pasticcione, l'anima del
pastore sardo nel corpo di uno statista bizzarro».
[19-08-2010]
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COSSIGA PER ME - DAGO: "È STATO IL GRANDE TESTIMONE
DELLA MORTE DELLA POLITICA E DEL PASSAGGIO AI PARTITI
COME SONO OGGI, COMITATI D’AFFARI COMANDATI DA ENTITÀ
ECONOMICHE" - "MI APRÌ GLI OCCHI SUL FATTO CHE ORMAI
L’ECONOMIA AVEVA PRESO IL SOPRAVVENTO SULLA POLITICA. MI
FECE CAPIRE CHE IL POTERE NON È QUELLO VISIBILE. -
QUELLI CHE VEDI AL TG DELLE 20 SONO SOLO I BURATTINI, IL
POTERE NON CE L’HA CHI DIRIGE LA BANCA O GUIDA LA RAI,
MA CHI LO HA MESSO LÌ"....
Paola Setti per
Il Giornale
Roberto D'Agostino. E adesso?
«Eh. Adesso son morto. Francesco Cossiga era tutto per
me. Un padre, una guida spirituale. E lo dico fuori
dalla retorica».
Fuori dalla retorica e dentro all'irriverenza, era una
fonte preziosa per Dagospia.
«Fonteee?? Lui era Dagospia!».
Ti
dava le notizie.
«Mi dettava i pezzi. E faceva l'aiutante».
Il
presidente emerito.
«Se chiami tu per verificare una notizia o se chiama
Cossiga è diverso».
«Pronto sono Cossiga», sì, fa un certo effetto.
«Gli facevo l'elenco delle domande, dalle mosse di
Ricucci col Corsera all'assegnazione dei ministeri. Lui
chiamava, chiedeva, mi riferiva. E io facevo gli scoop»
Correva l'anno Duemila, Dagospia te l'eri appena
inventato.
«Lui lo leggeva divertito. Fu Barbara Palombelli a
portarmi a casa sua. Mi accompagnò nel campo misterioso
della finanza».
Misterioso e minato.
«Mi aprì gli occhi sul fatto che ormai l'economia aveva
preso il sopravvento sulla politica. Mi fece capire che
il potere non è quello visibile, ma quello che sta
sotto».
O
magari sopra.
«Esatto. Quelli che vedi al Tg delle 20 sono solo i
burattini, il potere non ce l'ha chi dirige la banca o
guida la Rai, ma chi lo ha messo lì».
Tu
iniziasti a parlare dei burattinai.
«Erano i tempi della guerra ai vertici di Mediobanca,
Cossiga si batté molto per Vincenzo Maranghi, perdendo.
Mi chiamava al mattino e mi dettava articoli su
Mediobanca, Banca Intesa, Unicredit, io a volte nemmeno
riuscivo a capirli».
Ma
perché scelse te?
«Pare strano a vedermi, con le mani macchiate di anelli,
vero?».
Diciamo che il suo stile sempre impeccabile non si
accorda granché con il tuo che è, come dire, kitsch?
«Il nostro feeling nacque per una vicinanza culturale».
Non avevi paura a pubblicare cose di cui non capivi
un'acca?
«Gli dissi: "Non ho le spalle abbastanza larghe per fare
certi attacchi"».
Risposta?
«"Sanno benissimo che devono cercare me"».
E
come lo sapevano?
«Il suo stile era la sua firma: pugno sardo in guanto
democristiano. Del resto fu lui a cambiare il linguaggio
della politica, cambiandone pure la sostanza».
Le
famose picconate?
«C'è un prima e un dopo Cossiga. Con lui scomparve il
"pastone" in politichese, perché lui colpiva
l'avversario dritto in testa. Diede il "la" a un grande
cambiamento epocale: il passaggio dalla politica dei
partiti e degli ideali, a quella delle facce. Oggi se
uno ti è antipatico non lo voti».
Nel 1994 Silvio Berlusconi gli chiese di entrare in
politica. Lui rifiutò
«Diceva: "Non è la mia faccia che può rappresentare uno
schieramento politico". Cossiga è stato il grande
testimone della morte della politica e del passaggio ai
partiti come sono oggi, comitati d'affari comandati da
entità economiche, cosa che lui considerava esecrabile».
Ricapitolando: uccise a picconate la politica, per poi
rimpiangerla. Non è un paradosso?
«No, perché gli ideali erano già in soffitta, il sistema
marcio. Il cambiamento fu tale che solo grazie a lui, un
ex democristiano, Massimo D'Alema, un ex comunista,
divenne premier».
C'è un doppio Cossiga: l'uomo di Stato che ha affrontato
momenti bui come l'omicidio di Aldo Moro e l'amante del
gossip.
«No, c'è un solo Cossiga. Quello che sapeva benissimo
cosa voleva e come raggiungerlo, e che in Dago aveva
trovato un veicolo non per fare gossip, ma per
comunicare quello che pensava, soprattutto sui Servizi
segreti».
Cossiga e le donne?
«Era pazzo per le donne, gli piaceva averle intorno.
Finito il matrimonio con Giuseppa, però, non ha più
avuto una compagna».
Tutto qui?
«Ho avuto un grande rapporto con lui proprio perché non
ho mai detto una parola in più, se mai due in meno. Non
si scherza coi sardi».
Lo
chiamavi Gattosardo. Perché?
«Per l'assonanza col Gattopardo, il romanzo di Tomasi di
Lampedusa. E perché era un gattone».
Cossiga gattone.
«Affettuosissimo. E furbissimo. Infatti sai cosa? Io
credo che abbia deciso lui di lasciarci. Soffriva di
depressione, si sa. Credo che questa volta si fosse
stancato».
[18-08-2010]
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1-
"L´HO SEMPRE ACCUSATO DI NASCONDERE LA VERITÀ. PENSO CHE
ABBIA TRATTATO CON I VERI RAPITORI, PER DARE LORO
DOCUMENTI E SEGRETI MILITARI. IN QUEI GIORNI SPARIRONO
DELLE CARTE DALLA CASSAFORTE DEL MINISTRO DELLA DIFESA.
POI VENNE FREGATO. MORO MORÌ E LUI SI FECE IN QUATTRO
PERCHÉ I BRIGATISTI FOSSERO MESSI IN LIBERTÀ E SU DI
LORO NON CALASSE IL SOSPETTO CHE FOSSERO
ETERODIRETTI..." - 2- GUZZANTI SU MORO E COSSIGA HA
RAGIONE DA VENDERE. PERCHÈ IL PICCONATORE "BARATTÒ" CON
LE BR I PIANI SEGRETI DI GLADIO CON LA VITA
DELL’ALDISSIMO DEMOCRISTIANO - 3- ECCO LA PROVA: NEL
2001 L’ EX CAPO DEL SISMI FULVIO MARTINI, IN
UN’INTERVISTA AL CORRIERE DELLA SERA, RIVELÒ CHE NELL’
APRILE 1978, POCHI MESI DOPO IL RAPIMENTO DI MORO,
SCOPRÌ CHE DALLA CASSAFORTE DEL MINISTERO DELLA DIFESA
ERA SCOMPARSO UN DOCUMENTO SU GLADIO (STRUTTURA SEGRETA,
COLLEGATA ALLA NATO) - (FU DOPO QUELL’INTERVISTA CHE SI
RUPPE MALAMENTE L’AMICIZIA TRA COSSIGA E MARTINI)
1
- PAOLO GUZZANTI "TRATTÒ COI VERI RAPITORI GLI DIEDE
SEGRETI MILITARI"
Mauro Favale per
La Repubblica
Magari in quelle quattro lettere ci fosse la rivelazione
di qualche mistero e non un banale arrivederci. In ogni
caso farei attenzione. Cossiga era un uomo unico, ma
anche un gran visionario. E, in tutta sincerità, di
intelligence non capiva un granché».
Paolo Guzzanti, giornalista, deputato, biografo del
presidente emerito. È stato interlocutore privilegiato
del "picconatore".
«Allora mi insultavano in tanti, mi dicevano che ero il
suo aedo, ma io facevo solo il mio mestiere».
Che fa, smonta il mito di Cossiga custode dei maggiori
segreti della storia della Repubblica?
«Io dico solo che lui si atteggiava a grande master spy,
ma in realtà era un orecchiante. Su Ustica, sulla strage
di Bologna ha sostenuto tutto e il contrario di tutto,
brancolava nel buio. Io mi fido solo delle cose che ha
vissuto in prima persona da ministro degli Interni e da
presidente della Repubblica».
Moro, per esempio.
«L´ho sempre accusato di nascondere la verità. Penso che
abbia trattato con i veri rapitori, per dare loro
documenti e segreti militari. In quei giorni sparirono
delle carte dalla cassaforte del ministro della Difesa.
Poi venne fregato. Moro morì e lui si fece in quattro
perché i brigatisti fossero messi in libertà e su di
loro non calasse il sospetto che fossero eterodiretti».
Era dunque un uomo di misteri.
«Voleva essere come Talleyrand, un uomo di Stato pronto
a tollerare intrighi e azioni segrete».
Nel suo libro l´ha definito «un uomo solo».
«Era solissimo. Nella vita privata, con la perdita della
moglie per la quale soffrì tantissimo e anche nella vita
politica».
Nonostante suo cugino Enrico Berlinguer?
«"Coi cugini si mangia l´agnello, non si fa politica",
così gli diceva Berlinguer. Eppure Cossiga era convinto
di far parte del Pci. Il suo era un anticomunismo di
facciata. Basta vedere come si comportò con D´Alema».
2
- 2001, ODISSEA NEI SEGRETI DEL GATTOSARDO - L' EX CAPO
DEL SISMI MARTINI: "LE CARTE SU GLADIO SPARIRONO DAL
MINISTERO - DURANTE IL CASO MORO NON LE TROVAI NELLA
CASSAFORTE DELLA DIFESA"
Maria Antonietta Calabro' - Corriere della Sera
del 01/03/2001
Questa sera il pm Giovanni Salvi sarà ascoltato in
seduta segreta dalla Commissione stragi sui possibili
collegamenti tra il caso Gladio e il sequestro Moro e
sugli ultimi sviluppi delle indagini della Procura di
Roma sull' assassinio dello statista dc. Mentre una
relazione del giudice Bonfigli, depositata ieri, mette
nuovamente in luce il ruolo del direttore d' orchestra
russo Igor Markevitch.
L'
ex direttore del Servizio segreto militare, ammiraglio
Fulvio Martini, rivela al Corriere un episodio
assolutamente inedito di quei terribili 55 giorni. E
fornisce per la prima volta una testimonianza diretta di
un possibile legame tra Gladio e il caso Moro. Durante
il sequestro dello statista, Martini, incaricato dal
governo di stabilire se Moro era a conoscenza di segreti
vitali per la sicurezza dello Stato, si accorse che
nella cassaforte del ministro della Difesa non c' era un
documento riguardante Gladio.
E'
possibile che quelle carte, uscite dalla cassaforte di
Palazzo Baracchini, siano finite nelle mani delle
Brigate rosse come possibile «merce di scambio» con lo
statista prigioniero? Sono quelle carte «l' altro
ostaggio» ipotizzato dal presidente della Commissione,
Giovanni Pellegrino, che apparati dello Stato cercarono
di recuperare mentre era in corso la trattativa per la
salvezza del presidente della Dc?
Ammiraglio, ci spieghi come andò.
«In pratica ero il numero due del Sismi, diretto dal
generale Santovito, ed ero anche caporeparto operativo
per l' estero. Era l' aprile del 1978, durante il
sequestro di Aldo Moro, ero stato incaricato dal governo
di fare un' inchiesta per cercare di capire se Moro,
sotto interrogatorio da parte delle Brigate Rosse,
potesse essere in grado di svelare segreti di Stato
relativi alla politica estera o alla sicurezza militare.
Ebbi un' assicurazione scritta dalla Farnesina e dal
ministero della Difesa che Moro non era a conoscenza di
grandi segreti e quindi, anche se avesse parlato, non
avrebbe potuto portare gravi danni. Nel corso di questa
stessa inchiesta (siamo nella primavera del ' 78) mi
dissero che Moro non era mai stato "indottrinato" sull'
esistenza di Stay Behind (che era uno degli argomenti
specifici che io dovevo appurare), cioè che non era
stato mai informato ufficialmente della presenza in
Italia della struttura segreta della Nato».
E
allora come mai nel memoriale di Moro c' è un'
indicazione abbastanza precisa su Gladio?
«Quando, nell' autunno ' 90, furono ritrovate le carte
del covo di via Montenevoso, il pm di Roma Franco Ionta
mi fece vedere una delle carte di Moro trovate a Milano
in cui accennava ad un' organizzazione segreta della
Nato che avrebbe potuto essere identificata con Stay
Behind, e mi chiese se, secondo me, Moro si riferiva
alla Gladio.
Risposi che probabilmente poteva essere così, perché,
forse, ne era stato informato da qualcuno del suo
partito».
Il
ministro della Difesa dell' epoca, Attilio Ruffini,
sapeva di Stay Behind?
«Certamente. Ma quando feci l' indagine, nel ' 78,
riscontrai che il documento di passaggio delle consegne
tra lui e il suo precedessore, il ministro Lattanzio, in
relazione all' organizzazione Gladio non era nella sua
cassaforte».
E
cosa avvenne allora?
«In una riunione al Viminale, presente il ministro dell'
Interno, Francesco Cossiga, e altri 6-7 testimoni,
riferii quello che risultava sulle conoscenze di Moro e
consegnai le dichiarazioni del segretario generale della
Farnesina, Malfatti, e del Capo di Stato Maggiore della
Difesa, Viglione. Feci anche notare a Ruffini che nella
sua cassaforte mancava il documento di passaggio di
consegne sulla Gladio. Era un particolare che non era
irrilevante, ma che non c' entrava niente con gli
accertamenti in relazione a Moro».
Forse questa valutazione poteva valere all' epoca, ma
non dopo le scoperte di Montenevoso. Come doveva essere
questo documento? Un foglio, venticinque fogli?
«Non lo so perché non l' ho visto. So solo che doveva
trattare l' argomento Stay Behind».
Lei pochi mesi dopo quell' episodio, in agosto, lasciò
il Sismi.
«Sì, avevo avuto quello scontro con il ministro e poi c'
erano stati altri episodi che mi indussero a cambiare
aria. Giurai a me stesso che non avrei più rimesso piede
nel Servizio. Non fu così perché venni nominato
direttore del Sismi nell' 84, ma andarmene allora fu una
scelta saggia: mi mise al riparo da un certo numero di
problemi che di lì a poco coinvolsero il servizio».
[18-08-2010]
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Eolico, l’altra cricca (di sinistra) - una
tangente da 2,4 milioni di euro pagata dagli
imprenditori interessati ai parchi eolici, in
particolare il colosso italo-spagnolo
dell’energia Erg-Cesa, Nomi di spicco del Pd (da
Nicola Adamo, ex parlamentare Pd ed ex
vicepresidente della giunta calabrese all’ex
governatore della Calabria Agazio Loiero) – la
digos elenca società e istituti di credito su
cui sarebbe transitata la mazzetta e
‘lavanderie’ utilizzate per ripulirla…
Nomi di spicco del Pd, alcuni imprenditori e
qualche magistrato. Sono i protagonisti
coinvolti nell'inchiesta sull'eolico in
Calabria. Lo rivela il settimanale Panorama in
edicola oggi, venerdì 6 agosto. Il teste chiave,
l'ex presidente del Cosenza calcio, Mauro Nucaro
(definito il testimone alfa), il 2 agosto scorso
ha incontrato per la seconda volta nell'ultimo
mese il pm di Catanzaro Carlo Villani, titolare
del fascicolo. Panorama riporta brani
dell'informativa finale della Digos di Cosenza,
in cui si parla di una tangente da 2,4 milioni
di euro pagata dagli imprenditori interessati ai
parchi eolici, in particolare il colosso
italo-spagnolo dell'energia Erg-Cesa.
Il documento elenca 32 personaggi «tutti
indagati, in stato di libertà, del delitto di
associazione per delinquere». Fra i nomi, mai
resi pubblici, ci sono quelli di Nicola Adamo,
ex parlamentare Pd ed ex vicepresidente della
giunta calabrese, di sua moglie Vincenza Bruno
Bossio, dell'ex governatore della Calabria
Agazio Loiero, dell'ex assessore regionale
all'Ambiente Diego Tommasi.
Oltre a quelli degli imprenditori che avrebbero
partecipato all'affare. Ci sono anche, scrive
Panorama, Giancarlo D'Agni, definito dalla
polizia la «testa di legno» di Adamo e il romano
Giampiero Rossetti, dirigente della Erg-Cesa
Calabria; c'è Roberto Baldetti, che, scrive la
polizia, «fungeva da tramite con la
multinazionale Erg spa di Roma, alla quale
Nucaro (con la sua Cesp, ndr) doveva vendere le
autorizzazioni uniche alla realizzazione dei
parchi in questione».
Nell'informativa, la Digos scrive che «è stata
riscontrata la traccia seguita dal denaro»
indicata dal testimone alfa. Il passaggio dei
soldi sarebbe stato accertato dalla consulenza
tecnica eseguita dai funzionari dell'Unità di
informazione finanziaria della Banca d'Italia.
Sono elencati società e istituti di credito su
cui sarebbe transitata la mazzetta e vengono
citate anche le presunte «lavanderie» utilizzate
per ripulirla. 06-08-2010]
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SOLIDARIETÀ AGLI INTERVISTATORI DI TREMONTI -
TUTTI QUESTI SFIGATI CULODOTATI CHE SNIFFANO
COCA E INGOLLANO CIALIS PER CREDERSI UN TALENTO
- IL PERIODO NERO DEL VECCHIO Hefner: “Dire che
Playboy abbia trasformato la donna in oggetto
sessuale è ridicolo. Le donne sono degli oggetti
sessuali (?) ecco perché si mettono il rossetto
e le minigonne
1 - TUTTI QUESTI SFIGATI CHE SNIFFANO COCA PER
CREDERSI UN TALENTO
Roberto Alessi per "Diva e donna"
C'è il "figlio di" che è talmente fatto da
menare la fidanzata. C'è la showgirl romana che
assilla gli amici senza riserve, vero e proprio
stalking perché non sa darsi tregua e chiede,
chiede, chiede. C'è il conduttore tv arrivato a
spintonare due anziane solo perché gli si erano
parate davanti per un autografo («ma toglietevi
dalle scatole») e c'è il segretario
richiestissimo alle cene (se c'è lui c'è il
resto).
*Non ci sono solo Belen, Fiorello, Morgan (rei
confessi e sinceramente pentiti). Una marea di
sfigati è rasa di bianca, di bamba, di coca. Ci
hanno rotto alla grande. Non ne abbiamo mai
voluto parlare in questa rubrica per non
sdoganare qualcosa che, di fatto, lo è già anche
nel mondo dello spettacolo foderato d'ipocrisia.
*La verità? Chi compra droga finanzia la mafia,
ma i vip (vip?) non se lo vogliono sentir dire:
sono pure bugiardi. E che non ci venissero a
citare Walter Chiari (morto comunque solo come
un cane). Lui, a differenza degli altri, era un
artista. Gli altri la usano per credere in un
talento mai nato.
2 - IL PERIODO NERO DEL VECCHIO PLAYBOY
R.Fi.
per
Sole 24 Ore
A suo modo, il fondatore di Playboy, Hugh
Hefner, ha contribuito alla rivoluzione sessuale
dell'occidente ma arrivato all'età di ottantatre
anni sembra avere bisogno di riposo.
Il gruppo Playboy, su cui Hefner sta lanciando
un'Opa insieme al private equity Rizvi Traverse
Management, è da tempo in declino - i ricavi
sono tracollati negli ultimi tre anni da 339
milioni di dollari a 240 milioni, i profitti
(4,9 milioni di dollari nel 2007) si sono
trasformati in perdite (51 milioni nel 2009) -
e, per simpatia, anche il vecchio Hefner sembra
perdere colpi: per tentare di attirare un po'
d'attenzione su Playboy è costretto a rilasciare
dichiarazioni stravaganti, paragonandosi al
Picasso del «periodo rosa».
Henfer, che sarebbe stato definito uno
sporcaccione da Henry Miller, non ha mai avuto
il senso del pudore- ora è nel «periodo biondo»
- ma è grave che abbia perso il senso del buon
gusto: «Dire che Playboy abbia trasformato la
donna in oggetto sessuale è ridicolo. Le donne
sono degli oggetti sessuali (?) ecco perché si
mettono il rossetto e le minigonne». Insomma, è
nel periodo nero.
3 - SOLIDARIETÀ AGLI INTERVISTATORI DI TREMONTI
Da
Il Fatto Quotidiano
Potesse, si scriverebbe da solo le risposte, le
domande, i titoli, i sommari e le introduzioni.
Ed essendo il ministro dell'Economia, Giulio
Tremonti talvolta una qualche influenza ce l'ha.
Anche quando l'intervistatore ci prova, si
impegna, lo incalza, cerca di portare il
professore sul terreno dell'attualità, di
censurargli il greco, limitare il latino,
ridimensionare i riferimenti al Medioevo, al
Rinascimento, a Colbert e all'ancien régime,
ecco, anche nella remota ipotesi che questo
impertinente intervistatore riesca a dribblare
l' "economia sociale e di mercato" e
l'ordo-liberalismo, alla fine vince sempre lui.
Tremonti.
Basta leggere l'intervista che il "Sole 24 Ore"
- il giornale che lo proclamò "uomo dell'anno"
nel 2009 - gli ha dedicato ieri. Il povero
Fabrizio Forquet ci prova a portare il discorso
sul governo tecnico, sulla necessità di un'altra
manovra in autunno (ormai certa, basta vedere le
stime sulla crescita diffuse ieri da
Standard&Poor's), ma niente. "Parliamo di
economia", lo zittisce Tremonti.
Solo che di economia non parla molto, giusto
qualche accenno al settore immobiliare e - come
sempre - al libro bianco sulla famosa riforma
fiscale (che però è stato prudentemente rimosso
dal sito del Tesoro). Perché l'intervista a
Tremonti si sta ormai configurando come un
genere giornalistico preciso, di quelli che -
come le corrispondenze dal fronte di guerra -
talvolta giustificano un'indennità
supplementare.
Come ammise una volta perfino in tv da Lilli
Gruber ("Questa domanda non era concordata"),
Tremonti concede interviste giusto perché non è
educato che il ministro scriva direttamente
intere paginate di giornale. Ma poco cambia.
Teme i registratori, auspica amanuensi che si
affannano per registrare citazioni, decodificare
metafore. Poi rilegge, corregge, sindaca le
domande più delle risposte, in una fatica di
Sisifo che se non fosse per i vincoli
tipografici (prima o poi il giornale deve andare
in stampa), continuerebbe ad libitum, nel
tentativo ri-raggiungere quella perfezione che
solo i saggi pubblicati da Mondadori,
ontologicamente tremontiani, hanno agli occhi
del ministro.
Lì nessuno contesta, nessuno chiede su quali
basi (e dati) si fondino le analogie storiche e
le profezie di Voltremont, come lo sbertucciano
gli economisti di noisefromamerika.org che
hanno fatto le pulci ai suoi libri. Nelle
interviste le domande risultano più che altro
una variazione cromatica per rendere leggibile
la pagina. Gli sforzi degli intervistatori si
scontrano contro un muro di tremontiano aplomb.
[06-08-2010]
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naomi e mia, due donne, due vite, due culture –
al Tribunale Internazionale dell’Aja, la farrow
era sempre sicurissima, prototipo di educazione
anglosassone che ravvisa nei tribunali non una
minaccia ma una tutela mentre la ‘pantera nera’,
star di scenate e villanate e scatti aggressivi
e intemperanze virulente con segretarie e
governanti, viziatissima, era letteralmente
annichilita, tremante, appena un fil di voce le
usciva di bocca
Maria Giulia Minetti per
la Stampa
Quello che più colpisce, dopo le deposizioni
largamente contraddittorie di Naomi Campbell e
Mia Farrow al Tribunale Internazionale dell'Aja,
che le ha chiamate a deporre al processo contro
Charles Taylor, non è tanto la differenza tra la
testimonianza dell'una e dell'altra. Ma ciò che
le testimonianze dicono delle due donne, e delle
culture che rappresentano.
Sono due star, si capisce, la modella
bellissima, la «pantera nera» delle passerelle e
delle foto di moda, dei capricci clamorosi e dei
compagni danarosi, e l'attrice sempre meno sugli
schermi e sempre più in giro per il mondo con
organizzazioni umanitarie, la diva che si è
eclissata dagli schermi dopo la separazione
dall'ultimo marito, Woody Allen, mai perdonato
per il tradimento con la figlia adottiva di lei
Sun Yi (e gliel'ha fatta pagare sottraendogli
per sempre il figlio, che oggi lo odia e neppure
porta il suo cognome). Sono due star, certo, ma
quanto poco omologate dal loro status comune.
La magnifica Naomi, testimoniano i cronisti, era
letteralmente annichilita, tremante, appena un
fil di voce le usciva di bocca, quando basta
parlare con chiunque frequenti il mondo della
moda e del glamour internazionale per sentir
racconti di scenate e villanate e scatti
aggressivi e intemperanze virulente, una
cafonaccia, insomma, arrogante con le segretarie
e le governanti, viziatissima.
E però per Naomi, figlia senza padre d'una
ballerina londinese d'origine giamaicana,
scoperta appena quindicenne e subito famosa, la
legge e i tribunali sono qualcosa di pauroso,
nelle ossa le è rimasto il timore antico dei
déplacé, l'incertezza del proprio diritto. Certo
non l'ha aiutata nemmeno l'ignoranza (la scuola
non è stata di sicuro prioritaria nella sua vita
di adolescente in perpetuo pellegrinaggio tra
Parigi, Londra, New York).
Mia Farrow, invece! Mia Farrow del proprio
diritto è stata sempre sicurissima, incarna un
prototipo di educazione anglosassone che ravvisa
nei tribunali non una minaccia ma una tutela, e
chi l'avesse vista, nel 1992, seduta calma,
implacabile, misurata, precisa nell'aula del
tribunale di New York dove si dibatteva la sua
separazione da Allen, non potrebbe che ritrovare
la donna di allora nella donna di oggi.
L'ho ascoltata, con la sua voce bassa, tanto
bassa che il giudice a volte le faceva ripetere
le frasi, accusare il compagno (lei e Woody non
si sono mai sposati) di intimità sospette con la
figlia Dylan, una bambina di pochi anni, ho
visto Allen irrigidirsi impietrito, ma lei è
andata avanti: s'avvertiva l'urgenza di un
dovere, nella sua voce, sempre controllata.
Da quel lontano 1997 che vide riuniti, invitati
a pranzo da Nelson Mandela, personaggi dello
spettacolo e dello smart set e leader africani -
Charles Taylor era appena salito al potere,
l'infausto Strategic Commodity Act che gli
avrebbe assicurato una gestione incontrollata di
tutte le risorse dello Stato liberiano sarebbe
stato promulgato due anni più tardi, rivelando
in pieno la sua nefandezza - è passato molto
tempo.
Mentre non c'è dubbio che la signora Farrow,
dedita a iniziative benefiche internazionali,
abbia seguito con raccapriccio l'avventura
assassina del dittatore liberiano, appare assai
probabile che Naomi Campbell ne abbia perso le
tracce. Quando quel passato tanto remoto è
tornato a galla, sollecitato dalla convocazione
del tribunale dell'Aja, che vuole incastrare il
dittatore sul traffico di diamanti e ha visto la
possibilità di usare la modella come un
grimaldello, Naomi deve avere finalmente saputo
cosa aveva fatto, che crimini commesso l'uomo
che le aveva donato «due o tre pietruzze
sporche» (la sua versione), «un diamante
favoloso» (la versione di Mia Farrow, che dice
di averlo sentito descrivere direttamente da
lei).
Naomi, l'intimorita Naomi che abbiamo visto in
tribunale, nega addirittura di avere mai saputo
che quelle pietre arrivassero da Charles Taylor,
dice di essersene subito liberata, dice che non
sapeva neppure che fossero diamanti. Al
confronto di tanta spudorata ingenuità, persino
le affermazioni del nostrano ex ministro Scajola
sull'appartamento pagato a sua insaputa appaiono
più credibili. Ma Naomi bisogna anche capirla:
non solo ha paura dei tribunali, anche Taylor
adesso le fa paura. Nel profondo del suo cuore
serba il terrore dei malviventi che hanno i
bambini vissuti in ambienti insicuri. Mente,
probabilmente. Ma fa anche un po' pena.
[10-08-2010]
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MILANO / 17-01-2010
INFLUENZA H1N1, NOVARTIS / Altreconomia
racconta il supersegreto e chiacchierato
contratto plurimilionario riguardante
vaccino Influenza a H1N1
Apprendiamo da Altreconomia e riportiamo
una notizia relativa al contratto tra
la casa farmaceutica Norvartis e il
Ministero del lavoro, della salute e
delle politiche sociali. Un contratto
che riguarda l'acquisto di 24 milioni -
al costo di 184 milioni di euro, iva
inclusa - di dosi di vaccino contro
l'influenza A, che pochi o nessuno hanno
voluto utilizzare fino a oggi.
Nell'articolo di Altreconomia viene
inoltre citata la Corte dei Conti, che
lamentava il fatto che "la scrittura
privata tra il ministero della Salute e
la multinazionale farmaceutica Novartis
fosse di fatto coperta da segreto. Non
solo, sempre la Corte dei Conti aveva
parlato di condizioni troppo favorecoli
a Novartis, fra i quali l'assenza di
penali, l'acquisizione da parte del
ministero dei rischi e il risarcimento
alla multinazionale per eventuali
perdite".
E' possibile scaricare il contratto,
purtroppo ricco di omissis,
qui
Per scaricare il commento della Corte
dei Conti, clicca
qui
- Uno Notizie - Milano -
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LECCE / 30-09-2009
ENZO TORTORA / politica, mafia, servizi
segreti e camorra: Copasir indaghi su
ruolo servizi segreti nel caso Tortora
Ricordando Enzo Tortora, un uomo solo
fra troppi poteri: ora il Copasir
indaghi sul ruolo dei servizi segreti
che hanno avuto nella vicenda -
A ventuno anni dalla morte di
Enzo Tortora, ci sembra giusto
ed opportuno ricordarlo ricostruendo la
sua allucinante vicenda giudiziaria,
che, anche a distanza di tanto tempo,
resta una pagina davvero amara per la
giustizia e per la democrazia italiana.
Quattro anni di calvario, e poi la
celebre sortita televisiva del rientro:
«Dove eravamo rimasti?» si limitò a dire
commosso alla prima puntata del nuovo
Portobello. Ma non
arriverà felice nemmeno al primo Natale
dopo la fine dell'incubo: un tumore,
certamente scatenato dall’assurda
ingiustizia subita, lo divorò in pochi
mesi, e il 18 maggio del 1988 ENZO
TORTORA tolse il disturbo senza potersi
dedicare alla causa della «giustizia
giusta», che per lui era diventata
qualcosa di più della sua stessa causa.
A distanza di anni, è giusto che si
possa finalmente comprendere in quale
clima politico s'inscriva l'"affaire"
Tortora.
Nella Democrazia Cristiana era al potere
l'irpino Ciriaco De Mita, con il capo
doroteo napoletano Antonio Gava
determinante a sostenere la maggioranza
di governo, in palese difficoltà per il
«caso Cirillo». Brutte vicende di
terrorismo, camorra e riscatti legate al
rapimento di un ras politico locale di
Gava, l'assessore regionale Ciro
Cirillo. In questo contesto, «L'arresto
di Tortora e contemporaneamente di altri
presunti 855 camorristi prova che non è
vero che in questo paese non cambia
nulla, non è vero che le leggi o sono
sbagliate o se sono giuste non vengono
applicate, non è vero che esistono gli
intoccabili» (così recita l’editoriale
de “Il Giorno” a firma del direttore
Zucconi.
Al giovane cronista di allora restano
altri due confidenze da rivelare. Ed
infatti la vicenda presenta degli
aspetti oscuri, che oggi meritano di
esser chiariti, per ridare piena dignità
alla memoria del presentatore,
ingiustamente infangata per meccanismi
ai quali egli era totalmente estraneo.
E se è vero che tutta l’operazione può
esser nata da un equivoco, da un nome
scritto in maniera tale da poter esser
interpretato come “Tortora” su di
un’agendina di un camorrista arrestato
nel corso di un’operazione in vasta
scala contro la camorra a Lecce, è anche
vero che ai margini della vicenda si
muovono figure inquietanti, come quella
di un non meglio identificato alto
ufficiale dei Carabinieri che lasciò
intendere di essere un pezzo grosso dei
servizi segreti e propose a Tortora di
fare qualche ammissione in cambio di
impunità, o quella della madre del boss
Turatelo, che forse per vendetta verso
uno degli accusatori di Tortora,
Pasquale Barra, detto “’o animale”
proprio per aver barbaramente ucciso il
boss Francis Turatelo ed infierito sul
suo corpo.
Sono tanti, dunque, i misteri anche del
caso Tortora che rimangono aperti: i
testimoni ancora vivi potrebbero
finalmente parlare. Perché un ministro
volle passare l'informazione in modo che
Tortora fosse avvertito il giorno prima?
Magari per farlo scappare o spingerlo a
qualche altro gesto inconsulto che
sarebbe poi stato facilmente
interpretabile come prova della
colpevolezza? Perché i servizi segreti
provarono a trattare? Che cosa è
successo tra la camorra di Cutolo e il
potere politico? E che ruolo svolsero i
servizi segreti nel caso Cirillo? In
quei decenni fitti di pagine inquietanti
il quadro politico era dominato dalla
Dc, che occupava i settori più delicati
dello Stato, e i servizi segreti erano
emanazione di un potere neanche tanto
occulto, in mano alle varie correnti
dello Scudocrociato.
OGGI, A TANTI ANNI DI DISTANZA, OCCORRE
RIDARE DIGNITA’ ALLA PRINCIPALE VITTIMA
DI QUESTA INCREDIBILE VICENDA, FACENDO
CHIAREZZA IN MODO TOTALE SULLA VICENDA
STESSA E RENDENDO EVIDENTE NON SOLO
L’ASSOLUTA ESTRANEITA’ DI TORTORA, MA
ANCHE I VERI MOTIVI DEL SUO
COINVOLGIMENTO; OCCORRE RIDARE DIGNITA’
E CREDIBILITA’ ALLE ISTITUZIONI,
CHIARENDO IL VERO RUOLO SVOLTO DAI
SERVIZI SEGRETI E DIMOSTRANDO CHE SI
TRATTO’ DI UN SEMPLICE EPISODIO,
ESTRANEO ALLA VERA NATURA DEI SERVIZI E
RIMASTO ISOLATO. E’ ORA CHE IL COPASIR
FACCIA CHIAREZZA: lo deve alla memoria
di Enzo Tortora ed ai cittadini
italiani.
Giovanni D’AGATA
Componente dipartimento Tematico
Nazionale
“Tutela dei Consumatori”
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L'AQUILA / 07-03-2010
TERREMOTO L'AQUILA, G8 ED APPALTI /
italiani che oggi non ridono: immagini
video proteste terremotati L'Aquila
Terremoto L'Aquila, ultime notizie
Abruzzo - Non è tutto oro quello che
luccica. I proclami di successo assoluto
fatti dal Governo, soprattutto tramite
le televisioni, a proposito della
questione terremoto a L'Aquila, lasciano
spazio alla triste realtà dei fatti.
La protesta rabbiosa dei molti aquilani
che hanno forzato il posto di blocco per
entrare nella zona rossa è un chiaro
esempio che in tutta la vicenda del
terremoto in Abruzzo, c'è più di un
qualcosa che non è andato per il verso
giusto.
Dopo mesi di attese e promesse non
mantenute alcune centinaia di cittadini
esasperati, come ricorderete, hanno
forzato il posto di blocco mostrando
cartelli con su scritto 'Io non ridevo'
e 'Riprendiamoci la nostra citta',
lamentandosi per la lentezza con la
quale si procede nella ricostruzione del
cuore della città de L'Aquila, facendo
ovviamente anche riferimento alla
questione appalti dell'ultimo G8 ed alle
intercettazioni che coinvolgono alcuni
personaggi senza scrupoli, da molti
definiti i veri sciacalli del terremoto
in Abruzzo.
Le forze dell'ordine preposte a
presidiare l'accesso alla zona rossa non
hanno opposto molta resistenza, per
evitare disordini peggiori, e così i
manifestanti sono riusciti ad entrare
nella zona rossa de L'Aquila.
I cittadini, dopo aver rivendicato il
desiderio e il diritto di poter tornare
a vivere nella propria città, hanno
raccolto una pietra delle macerie
ancora presenti nel centro storico e
l'hanno portata via con sè, dimostrando
simbolicamente il loro amore ed
attaccamento alla loro L'Aquila, che non
lasceranno morire.
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IL
FISCO BUSSA ALLA PORTA DEL QUIRINALE - l’Agenzia delle
entrate Chiede chiarimenti sulla dichiarazione 2008 di
Napolitano su alcune detrazioni di spesa – il presidente
non ha battuto ciglio e ha fornito tutti i documenti del
caso – sul traghetto per Stromboli anche marrazzo - Ora
la marescialla Clio se la deve vedere non solo con gli
schiamazzi dance dei berluschini Dolce & Gabbana, ma
anche con il celeberrimo frequentatore di trans…
1 - IL FISCO BUSSA ALLA PORTA DEL QUIRINALE
Stefano Sansonetti per Italia Oggi
Raccontano che Giorgio Napolitano non ha battuto ciglio
e ha fornito tutti i documenti del caso. Eppure non è
cosa di tutti giorni veder recapitare al presidente
della repubblica una richiesta di chiarimenti fiscali. È
proprio quello che è successo qualche settimana fa al
capo dello stato, raggiunto da una lettera dell'Agenzia
delle entrate.
Tecnicamente, nel gergo dei tributaristi, si chiama
controllo da «36 ter», dal nome dell'articolo del dpr
600/73 che riguarda l'uso delle detrazioni di spesa
effettuato dal contribuente. Si pensi, tanto per fare un
esempio, alle spese mediche. Il documento inviato
dall'Agenzia a Napolitano, di cui ItaliaOggi è in
possesso, ha chiesto appunto conto di alcune detrazioni
e ha invitato il presidente a fornire la relativa
documentazione.
Il
tutto premettendo il tipo di operazione portata avanti
dal Fisco. «L'ufficio», si legge nella lettera, «sta
effettuando il controllo formale della dichiarazione
modello Unico presentata nell'anno 2008 per il periodo
d'imposta 2007». Per questo, prosegue il documento, «la
Sua collaborazione consentirà di verificare la
corrispondenza tra i dati esposti in dichiarazione e
quelli risultanti dalla relativa documentazione da Lei
conservata». A tal fine, dice la carta dell'Agenzia
delle entrate verso la conclusione, «è necessario che
Lei trasmetta a questo ufficio, entro 30 giorni dal
ricevimento della presente, la documentazione, anche in
copia fotostatica».
Insomma, toni decisi quelli dell'amministrazione
finanziaria, dello stesso tenore di quelli utilizzati
per qualsiasi altro contribuente. Del resto l'Agenzia
delle entrate, guidata da Attilio Befera, ha sempre
affermato che nei controlli contro eventuali evasioni
fiscali non si devono fare sconti a nessuno. E così è
stato anche per Napolitano.
Il
presidente della repubblica ha fornito nei giorni scorsi
tutta la documentazione, ha confermato a ItaliaOggi lo
staff del Quirinale, il quale ha ricondotto l'operazione
dell'Agenzia delle entrate nell'alveo di una procedura
normale: «Si è trattato di un controllo di routine, il
presidente ha fornito tutti i chiarimenti e
l'amministrazione finanziaria ha chiuso la questione».
Insomma, Napolitano ha trasmesso le carte e l'Agenzia ha
archiviato tutto riconoscendo la regolarità della
posizione del presidente. Il punto è che la vicenda,
forse, non è poi tanto di routine, dal momento che il
destinatario della procedura è il capo dello stato. E in
effetti si racconta che i piani alti dell'Agenzia delle
entrate, tra cui la direzione accertamento di Luigi
Magistro e quella audit guidata da Stefano Crociata,
abbiano reagito con qualche preoccupazione nel momento
in cui sono venuti a conoscenza dell'iniziativa di un
ufficio locale delle Entrate nei confronti di
Napolitano. Probabilmente il sistema avrebbe dovuto
segnalare prima, e meglio, che il «bersaglio» scaturito
da quel controllo automatizzato ex art. 36 ter era
proprio il presidente della repubblica.
Napolitano, dal canto suo, non ha fatto una piega e con
grande trasparenza e disponibilità ha fornito ogni
chiarimento. Sarebbe soltanto curioso sapere come
avrebbe reagito qualche suo illustre predecessore, in
genere abituato a dare «picconate» per vicende anche
minori.
2
- NAPOLITANO A STROMBOLI, GIUNTO SU TRAGHETTO DI LINEA
Ansa - Il presidente della Repubblica,
Giorgio Napolitano, e la moglie signora Clio, sono
giunti stamane alle 6.20 sull'isoletta vulcanica di
Stromboli, nelle Eolie, per trascorrere un periodo di
relax. Il capo dello Stato era partito ieri sera da
Napoli, imbarcandosi sul traghetto di linea della
Siremar 'Laurana'.
Ospite di amici, la coppia presidenziale dovrebbe
rientrare pochi giorni prima di Ferragosto. Ad
accoglierlo sul molo dell' isoletta preferita e' stato
il sindaco di Lipari, Mariano Bruno. Sul pontile c'erano
anche circa 50 persone che hanno applaudito il
presidente. Bruno ha donato un mazzo di fiori alla
signora Clio augurandole vacanze serene e ha consegnato
al presidente il volume 'Edda e il comunista' di
Marcello Sorgi.
Il presidente Napolitano ha augurato buone vacanze a
tutti ringraziando il sindaco, che lo ha accolto
sull'isola per la terza volta.
''Sono felice - ha detto Bruno - che il presidente sia
venuto anche stavolta a trascorrere parte delle vacanze
alle Eolie. E' un segnale importante il fatto che abbia
viaggiato su una nave di linea, mostra il suo
attaccamento alla gente e la sua umilta', soprattutto in
un momento di crisi generale''.
3
- DAGOREPORT
Tra i passeggeri del traghetto presidenziale, oltre a
una ventina di agenti di scorta, alcuni turisti non
hanno potuto fare a meno di avvistare la presenza di
Marrazzo in compagnia della figlia. Ora la marescialla
Clio, una volta sbarcata nella villetta di Stromboli, se
la deve vedere non solo con gli schiamazzi dance dei
berluschini Dolce & Gabbana, ma anche con il celeberrimo
frequentatore di trans Marrazzo. Aggiungere che
sull'isolotto vulcanico, passa la villeggiatura a caccia
di capperi anche Lidia Ravera, e il cerchio del caos si
chiude.
[04-08-2010]
|
LA
‘COCATA’ FRANCESCA LODO RACCONTA IL SUO RUZZOLONE
ALL’INFERNO DEI CELEBRO-LESI - 1- “NON È STATA UNA
CHIACCHIERATA, MA UN VERO INTERROGATORIO: “LEI PUÒ STARE
QUI DIECI MINUTI COME SETTE ORE, DIPENDE DA LEI. IL SUO
TELEFONO È SOTTO CONTROLLO DA SEI MESI. HA MAI FATTO USO
DI COCAINA?”. COSÌ HA COMINCIATO A PARLARMI IL PM
WOODCOCK. COSÌ HO CONFESSATO DI AVERLO FATTO CON BELÉN.
DOPO DI CHE MI È CROLLATO IL MONDO ADDOSSO.
NELL’AMBIENTE C’ERA MOLTA OMERTÀ. IL FATTO DI AVERE
PARLATO MI HA CONDANNATO A ESSERE ESCLUSA DAL GRUPPO” -
2- “NELLE DISCOTECHE NON È DIFFICILE PROCURARSI DROGA.
UN ITALIANO SU DIECI SNIFFA COCAINA. IN CASA, AL
RISTORANTE, NEL PARCHEGGIO. STUPIRSI NON È SOLO
IPOCRITA, SIGNIFICA FAR PASSARE L’IDEA CHE SI TRATTA DI
UN FENOMENO MARGINALE, CIRCOSCRITTO. PER TANTI,
PURTROPPO, È LA NORMALITÀ. AMMETTERLO È IL PRIMO PASSO
PER CAMBIARE LE COSE. STUPIRSI È FACILE, MA NON SERVE A
NULLA…”
da
Vanity Fair in edicola dal 4 agosto di
Giovanni Audiffredi
"Altri hanno avuto una seconda possibilità. Perchè io
no?". Tre anni dopo Vallettopoli il suo nome è tornato
sui giornali legato all'inchiesta sulla cocaina nelle
discoteche milanesi. Lei non ci sta. E a Vanity Fair,
dopo un lungo silenzio, racconta la sua verità.
È
il novembre del 2006. Francesca Lodo sta promuovendo
‘Olé', cinepanettone con Massimo Boldi e Vincenzo
Salemme, regia di Carlo Vanzina. Sarà l'apice della sua
carriera, iniziata come Miss nei concorsi di bellezza,
proseguita in Tv come Letterina di Passaparola, poi come
Meteorina al Tg4 e personaggio del reality show La
fattoria.
La
sua love story con il calciatore Francesco Coco le ha
fatto guadagnare punti anche sul fronte del gossip. È
una delle «puledre di razza» della scuderia dell'agente
dello spettacolo più potente del momento, Lele Mora.
Insomma, la Lodo va forte: «Non ero mai stata così
felice. Il sogno di una vita nello spettacolo si stava
avverando».
Finché, una sera, Francesca torna a casa e si trova i
carabinieri alla porta, con un mandato di comparizione
davanti ai magistrati dell'inchiesta Vallettopoli,
partita a giugno dello stesso anno. È accusata di
qualcosa? No. Deve comparire come persona informata dei
fatti, e per questo viene sentita senza avvocato al
seguito.
In
pochi mesi verrà chiamata tre volte. Nell'ultima
audizione, a marzo 2007, si parla del filone
dell'inchiesta che riguarda il giro di droga nei locali
notturni di Milano. Francesca non ha commesso nessun
reato, quindi non sarà mai indagata. Ma la sua
deposizione le costerà tutto.
L'indagine riemerge in questi giorni, a distanza di
quasi tre anni. Gli agenti della Squadra mobile di
Milano, coordinati dal pubblico ministero Frank Di Maio,
mettono i sigilli alle discoteche Hollywood e The Club,
ed eseguono cinque arresti: Davide Guglielmini, Alberto
Baldaccini e Andrea Gallesi, amministratori e soci delle
società che gestiscono i locali, Aldo Centonze,
dipendente dell'ufficio del demanio del Comune di
Milano, e Rodolfo Citterio, presidente milanese del
sindacato locali da ballo.
Le
accuse vanno dall'agevolazione dell'uso di droga alla
concussione, corruzione, falsità materiale. Al momento
ci sono poi 19 indagati, compresi spacciatori e
dipendenti di Comune e Regione che avrebbero ricevuto
illeciti favori. Nelle cronache finiscono nuovamente i
nomi di Belén Rodriguez, Elisabetta Canalis, Alessia
Fabiani, Fernanda Lessa. E soprattutto Francesca Lodo.
Che solo qui, solo per voi, accetta di parlare della
vicenda. «Il mio non è mai finito. Ho pagato a caro
prezzo quella testimonianza. Avevo la mia identità, il
mio lavoro, i sacrifici fatti per arrivare a quel minimo
di successo. Tutto cancellato in un istante. E adesso,
dopo tre anni passati a fare i conti con la mia
coscienza e con la mia famiglia, sono cambiata,
cresciuta. Non è giusto ritrovarmi al punto di partenza,
sbattuta sui giornali».
Ammetterà di avere sbagliato.
«Certo, e non cerco giustificazioni. Ma non è un gesto
comune, mi creda. Ho vinto le crisi d'ansia, il timore
di essere bollata ogni volta che facevo un colloquio di
lavoro. Ho accettato di fare un passo indietro. E, dopo
l'illusione di esserne uscita, questa è una punizione
terribile. Perché non posso avere la seconda possibilità
che altri hanno avuto?».
Il
magistrato di Vallettopoli era Henry John Woodcock. Che
cosa gli ha raccontato?
«Non è stata una chiacchierata, ma un vero
interrogatorio: "Lei può stare qui dieci minuti come
sette ore, dipende da lei. Il suo telefono è sotto
controllo da sei mesi. Ha mai fatto uso di cocaina?".
Così ha cominciato a parlarmi».
E
lei che cosa ha risposto?
«La verità. Avevo paura, temevo che tutto mi stesse
crollando addosso. Sette anni di lavoro - dal 1999 -
bruciati in un istante. Mi sentivo in colpa, avevo usato
droga in un paio di occasioni. E l'ho confessato. Ho
confessato di averlo fatto con la mia amica del cuore,
Belén Rodriguez».
Perché parlare anche di lei?
«Non ho fatto lo scaricabarile. Mi sono autoaccusata.
Gli altri nomi li hanno fatti loro: sapevano già tutto.
Volevo solo essere creduta: la cosa migliore era essere
sincera».
Che cosa è successo con Belén?
«Eravamo molto unite. Mi è dispiaciuto che la nostra
amicizia sia andata in frantumi. Io non l'ho mai
accusata: semplicemente siamo state due stupide, due
ragazzine gasate dalla notorietà. Ci hanno offerto
cocaina e noi - fra l'euforia e qualche bicchiere di
troppo - ci siamo cascate. Sembrava una bravata. Invece
è stato un terribile errore».
Ha
preso il vizio?
«Mai. Posso sottopormi a qualsiasi esame del sangue, lo
dissi anche allora ai magistrati. Non sono una drogata.
Ho sbagliato. Ho fatto del male a me stessa - di questo
si tratta - ed è successo solo due volte. Ma non ho mai
comprato droga, né ho mai proposto droga a nessuno.
Infatti, l'indagine mi ha infamata, ma non sono mai
stata inquisita».
Quando ha sniffato la prima volta, non ha avuto
esitazioni?
«C'era un freno di fronte a qualcosa che poteva farmi
sballare completamente, ma è durato pochi secondi.
Eppure la persona che ce la proponeva, lo sapevo, aveva
questo vizio. Ribadisco: ho sbagliato».
Nelle prime due audizioni davanti al magistrato, a Roma,
di che cosa avevate parlato?
«La prima volta di fotoricatti, la seconda di pagamenti
in nero. Non avevo nulla da nascondere. Loro ce
l'avevano con Lele Mora, il mio agente, e con Fabrizio
Corona».
Che rapporto aveva con Corona?
«Odio e amore. Lui, con le campagne pubblicitarie,
faceva lavorare tutte le ragazze dell'agenzia di Mora.
Poi però ci faceva fotografare dai suoi paparazzi, e se
bevevamo un caffè con nostro cugino quello diventava il
fidanzato, il tradimento, la storiella da vendere ai
giornali. Era esasperante».
Dopo la confessione, che cosa è accaduto?
«Mi è crollato il mondo addosso. Non me l'hanno
perdonata. Nell'ambiente che frequentavo c'era molta
omertà. Il fatto di avere parlato mi ha condannato a
essere esclusa dal gruppo».
Che ricordi ha di quel periodo?
«Terribili. Tutte le clienti di Lele Mora venivano
"marchiate" e buttate fuori dalle Tv. In Rai
stracciavano i contratti. C'erano liste nere. Eravamo
tutte uguali, tutte poco di buono. L'agenzia che era
sempre stata il paradiso diventava, improvvisamente,
l'inferno. Mora avrà commesso i suoi errori, ma la droga
non c'era. Droga, alla sua corte, era una parola
vietata. Guai se uno dei suoi artisti si faceva anche
solo una canna».
Eppure lei ha trasgredito. E non solo lei.
«Vero. Ma solo in quelle occasioni, e mai davanti a
Mora. Mai al suo tavolo, nel famigerato privé
dell'Hollywood di cui in questi giorni tanto si
favoleggia».
Che cosa succedeva?
«Quello che accade in tutti i locali alla moda. Noi
arrivavamo come le fatine su una carrozza. Tutti amici,
tutti pronti a far festa, alla fine di una bella cena.
Si ballava, si beveva qualche drink. E c'era chi, in
quella bolgia, andava oltre. Ma la mia testa di
ragazzina non ci vedeva niente di particolarmente
torbido».
Tutto normale, quindi, secondo lei?
«Nelle discoteche non è difficile procurarsi droga. Un
italiano su dieci sniffa cocaina. In casa, al
ristorante, nel parcheggio. Stupirsi non è solo
ipocrita, significa far passare l'idea che si tratta di
un fenomeno marginale, circoscritto. Per tanti,
purtroppo, è la normalità. Ammetterlo è il primo passo
per cambiare le cose. Stupirsi è facile, ma non serve a
nulla».
Adesso com'è la sua vita?
«Da un anno ho un fidanzato. Non lo voglio perdere. Non
voglio che la sua famiglia mi giudichi male per una
macchia che cerco disperatamente di lasciarmi alle
spalle. Non sono ipocrita: mi manca quella vita veloce,
mi manca l'emozione del successo. Però non mi arrendo,
sono sarda, sono tosta: i miei sogni non me li hanno
rubati. Quello che è intollerabile è che mi facciano
passare per una drogata. Non me lo merito, davvero».
3-
COSA HANNO IN COMUNE CARFAGNA E LODO? UN SOCIO DI LELE
MORA, MARCO CARBONI, IL RAMPOLLO DI FLAVIO!
M.
A. per "Novella
2000"
Esplode oggi, con accuse incrociate tra Belen Rodriguez
e l'ex meteorina del Tg4 Francesca Lodo ma la bomba
risale al 2007, quando un troncone dell'inchiesta
Vallettopoli, del pubblico ministero potentino Henry
John Woodcock, approda a Milano, dal collega Frank Di
Maio. Oggi Di Maio ha ottenuto gli arresti domiciliari
per cinque persone, ne ha indagate altre 19 e ha messo i
sigilli alle due discoteche-simbolo della movida
milanese, l'Hollywood e il The Club. Lì, secondo
l'accusa, girava tanta droga quanti erano i mojitos. A
confermarlo, tanti Vip.
Oltre alla modella e dj Fernanda Lessa («giravano coca,
exctasy, Mdma») c'è Belen («si pippava nei bagni»), che
ammette pure di aver consumato cocaina, in due
occasioni, a casa di Francesca Lodo. Accusandola, così,
di cessione di stupefacenti. La Lodo annuncia querela,
ma il nodo è un altro.
A
quei tempi all'Hollywood giravano anche voci di un
triangolo, quello tra Fabrizio Corona, allora in crisi
con Nina Moric, che coltivava tenere amicizie sia con
Belen sia con la Lodo. Se fosse vero, le parole del 2007
di Belen sarebbero condite in salsa di gelosia. Agli
amanti di dettagli e coincidenze ricorderemo che quando
Fabrizio fu arrestato a Potenza, nell'ambito di
Vallettopoli, finì in cella (poi assolto) anche Marco
Carboni, noto per essere il figlio del Flavio di cui si
parla oggi a proposito della P3, ma anche per esser
stato socio di Lele Mora.
Alla fine degli Anni 90, Marco fu anche fidanzato del
ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, con cui
conviveva. Per inciso, quando la Carfagna divenne
ministro, Carboni dichiarò che lei non sapeva cucinare
né badare alla casa. Speriamo che non abbia a ripetere
tanta gentilezza anche con un'altra bellezza con cui si
è accompagnato fino a poco tempo fa. Curiosi di sapere
chi è? Ma Francesca Lodo, che domande...
[03-08-2010]
|
“PREPARATEVI O POPOLO! È INIZIATO IL COUNT DOWN DELLE
PROSSIME BOMBE DI STATO” - LO SPIONE GENCHI AVVISA:
“QUESTA VOLTA IL BRACCIO ARMATO NON SARÀ PIÙ LA MAFIA. I
BOMBAROLI POTREBBERO CONTARE SULL’APPOGGIO DI MANINE
MILITARI E DEI SERVIZI” - E AVVERTE: “L’INCHIESTA DI
‘PANORAMA’ È UN SEGNALE ALLA LOBBY OMOSEX DEL VATICANO”
- E SPARA: “P3 COINVOLGE MOLTISSIMI MAGISTRATI (ANCHE
CSM) E SBIRRI, NESSUN MINISTRO” - FINI PULITO, MA
TIRERANNO FUORI ALTRE “CASE”. È UN ATTACCO CHE ARRIVA
DALL’INTERNO - CASO FORMIGONI: “QUESTA COMUNIONE E
LIBERAZIONE, CHE SI È TRASFORMATA IN “COMUNIONE E
FATTURAZIONE”, COMINCIA A ESSERE FORSE QUALCOSA DI PIÙ
SERIO” - IL MITICO CHIAPPE D’ORO NON HA SEGUITO FINI, È
RIMASTO COL PDL. INDOVINATE CHI E’?
-
Testo dell'intervista a Gioacchino Genchi, ospite del
programma televisivo "KlausCondicio", condotto da Klaus
Davi, in onda su YouTube.
1
- TEMO IL RISCHIO DI NUOVE STRAGI MA IL BRACCIO ARMATO
NON SARà LA MAFIA
"Più che una fase di dossier selvaggi su sesso e
appartamenti, temo che il rischio che corre il nostro
Paese è che a breve ci sia un altro "segnale" (un
attentato come la strage di Bologna, ndr.), uno dei
tanti che hanno costellato tragicamente la nostra
storia. Spero ovviamente che questo non accada, che non
ci siano nuovi elementi destabilizzanti.
Ritengo, però, che, se dovessero accadere, il braccio
armato non sarà la mafia, che ha preso una lezione nel
'92-‘93. Allora era funzionale a un cambio radicale di
stagione politica. Credo che l'anno chiave sia stato il
1990, quando una legge ignobile come la Mammì consenti a
un solo uomo di controllare tutta l'informazione. La
mafia non si presterà agli stessi errori fatti nel '92".
2-
ADDESTRATORI DEI "TERRORISTI" FORSE SOGGETTI INTERNI
ALLO STATO
"Non si improvvisa una nuova strage, non è cosi
semplice. Ci vogliono persone esperte. In tanti possono
decidere di fare i terroristi. Però per imbracciare un
mitra, una pistola, prendere la mira, sparare e avere il
coraggio di uccidere ci vuole gente che sia abituata e
collaudata a farlo. Poi c'è un aspetto da non
sottovalutare, che è l'uso degli esplosivi. Un esplosivo
non è facile da innescare, trasportare e far esplodere".
E
alla domanda di Klaus Davi "Un mercato c'è?", Genchi ha
risposto: "Sì, specie se qualcuno appartenente
all'ambito militare o dei servizi segreti dà l'aiutino.
Se c'è qualcuno negli ambienti dello Stato che dà questo
tipo di supporto, diventa più facile fare fuochi di
artificio".
3-
STRAGE BOLOGNA: LA MAFIA AVEVA CONTATTI CON TERRORISTI
NERI
"Le dichiarazioni di Fioravanti sull'eventuale
coinvolgimento dei Palestinesi nella strage di Bologna
non mi risultano verificate né confermate dal Presidente
Cossiga. Stare a sentire quello che uno dice, specie se
ha interesse a dirlo, specie quando è stato condannato
in via definitiva, è una cosa che lascia il tempo che
trova. Se quella persona ha informazioni, la si
interroghi con parametri di approfondimento, con un vero
interrogatorio e non consentendole di esternare le
verità che le sono più comode. Anche i mafiosi che
vengono intervistati appaiono come pecorai, dopodiché
sono attori di fatti gravissimi".
In
merito alla sentenza, che definisce "esemplare", Genchi
puntualizza: "Probabilmente sarebbe stata letta in modo
diverso, se il processo non fosse stato a Bologna, ma in
un'altra città meno coinvolta. Quanto alla mafia, come
appurò lo stesso Falcone, aveva contatti con terroristi
neri, ma non credo che c'entrino nulla con la strage di
Bologna. Come credo che, se c'è stato qualche utilizzo
di terroristi internazionali, sia necessario partire
dall'Italia, dagli interessi nazionali".
4
- STRAGE BOLOGNA, IMPUTATI DECISI A FARSI CONDANNARE
"Quello che mi preoccupa di più della sentenza sulla
strage di Bologna è stata la strategia difensiva degli
imputati. Una strategia che mirava a far sì che
venissero condannati. Nei processi, ai fini della
formulazione della condanna, vale anche la strategia
difensiva dell'imputato oltre alla ricostruzione
fattuale dell'accusa, perché un imputato che postula
delle ipotesi alternative, che poi si rilevano
totalmente false, porta a maturare un convincimento nel
giudice. Quindi, il più grosso contributo a rileggere in
modo falsato la strage lo hanno dato proprio gli
imputati: è questo che colpisce di più di quella
sentenza".
5
- P3? MOLTISSIMI MAGISTRATI (ANCHE CSM) E FORZE
DELL'ORDINE ISCRITTI, NO MINISTRI
"I magistrati individuati sono solo alcuni. Si scoprirà
che quelli aderenti alla P3 sono molto molto più
numerosi di quelli usciti. Quello che è venuto fuori
ammonta al 2%. Solo dai dati in mio possesso, fin quando
ho avuto la possibilità di fare indagini sulle persone
coinvolte, emergono elementi molto, ma molto più gravi,
che riguardano anche i protagonisti di questa vicenda".
E
alla domanda di Klaus Davi "Anche esponenti del CSM?",
la risposta di Genchi è stata: "Certo, anche e non solo.
Già allora avevamo intercettazioni di queste stesse
persone che stavamo controllando, anche con specifico
riferimento alle stesse vicende attenzionate dalla
Procura di Roma". "Ministri?", chiede ancora Klaus Davi.
"No, magistrati con incarichi ministeriali sì", aggiunge
Genchi. E alla ulteriore domanda di Davi "Forze
dell'ordine?", l'ex consulente informatico della Procura
della Repubblica di Palermo risponde: "Polizia no,
carabinieri no, può darsi la Guardia di Finanza".
6
- P3, GIA' DAL 2007 PROVATI RAPPORTI FRA MILLER E
LOMBARDI
"Esistono report importanti sui rapporti di Pasquale
Lombardi, e non solo di lui. C'è una mia relazione a de
Magistris, datata luglio 2007, che è agli atti del
processo Why Not e che la Procura generale di Catanzaro
si è ben guardata dal prendere in considerazione, così
come quella di Roma, che pure l'ha acquisita.
Se
ho preso in esame il tabulato di Arcibaldo Miller, non
l'ho fatto per un'inimicizia personale. Io nemmeno
sapevo che esistesse una persona di nome Miller
Arcibaldo, però questa persona è implicata nei rapporti
con Valerio Carducci, il costruttore da cui parte
l'indagine sulla Protezione Civile per gli appalti del
maresciallo dei carabinieri di Firenze, e con quello
stesso circuito di persone collegate a servizi segreti,
apparati istituzionali e tutto quell'altro mondo
importante della Compagnia delle Opere e di Comunione e
Liberazione, che rappresenta per me uno dei più grossi
problemi non solo dal punto di vista politico e
giudiziario, ma anche sotto l'aspetto imprenditoriale".
"Questa Comunione e Liberazione, che si è trasformata in
"Comunione e Fatturazione", comincia a essere forse
qualcosa di più serio, per cui mi aspetto -continua
Genchi- che non solo la Procura di Roma, ma anche altre,
dell'Emilia Romagna e della Lombardia, comincino ad
aprire gli occhi".
7
- FINI PULITO, MA TIRERANNO FUORI ALTRE "CASE". È
ATTACCO CHE ARRIVA DALL'INTERNO
"Premesso che ritengo Fini totalmente estraneo ai fatti
denunciati da Il Giornale, mi sembra acclarato che la
casa di Montecarlo non sia riconducibile a lui; inoltre,
si tratta di un rogito di trecentomila euro e non di
sessantasettemila. Ci saranno altre "Montecarlo", ma ho
dei grossi dubbi che possano compromettere la sua
figura.
Fini è un politico puro, non è attaccato al denaro.
Prevedo però altri sviluppi conseguenti al fatto che il
tesoro di AN è cospicuo. Sono attacchi che arrivano
sicuramente dall'interno del partito, dalla certezza che
non sia la sola operazione probabilmente sospetta. Nel
PDL ci sono persone che stavano in Alleanza Nazionale
che conoscono perfettamente queste cose. Ma poi
rappresentano una questione rilevante dal punto di vista
della legge? Non credo proprio. Credo che al massimo
possano essere oggetto di censura. Uno strumento di
gossip politico. Non scalfiscono Fini con queste cose.
Probabilmente non hanno null'altro in mano".
8
- GENCHI: "CHIAPPE D'ORO" NON È ANDATO VIA CON FINI
"Nella guerra dei dossier le proveranno tutte e andranno
a raschiare i fondi dei barili. Magari nel gioco dei
dossier incrociati si ritireranno fuori i trans e il
misterioso "Chiappe d'oro". Però onestamente credo che
la gente se ne freghi delle abitudini sessuali dei
politici. Quanto a "Chiappe d'oro", non credo che sia
andato nel FLI, almeno in base ai nomi che giravano".
9
- INCHIESTA SU PRETI GAY? UN SEGNALE ALLA LOBBY OMOSEX
OLTRETEVERE
"L'inchiesta di Panorama sui preti gay è in primo luogo
un'operazione riuscita di rilancio di un settimanale. Ma
è anche un segnale alla lobby dei prelati gay in
Vaticano. Il giornalista che ha indagato, Carmelo
Abbate, è bravo e rigoroso. Credo che il materiale sia
molto molto superiore a quanto pubblicato. E' come se
qualcuno avesse voluto dire: "sappiamo". C'è stata
l'inchiesta di Abbate e c'è stato il best seller di
Nuzzi".
10
- BERLUSCONI, SE AVESSE FATTO RIFORMA CSM, AVREBBE AVUTO
VOTI DI IDV
"L'elezione di Vietti rappresenta una grave sconfitta
del sistema della giustizia e un consolidamento delle
logiche correntizie che, non ultime, hanno qualche
responsabilità anche nei recenti avvenimenti riguardanti
la P3. Se Berlusconi, invece di occuparsi di legittimo
impedimento e di intercettazioni, avesse portato avanti
la riforma del CSM, sposando il sistema del sorteggio
dei membri, probabilmente avrebbe avuto anche i voti
dell'IDV e del PD. In questo modo avrebbe smontato il
controllo sul CSM delle lobby, che sono collegate alle
correnti e che fanno delle cariche merce di scambio".
[04-08-2010]
|
RUBARE SU TUTTO, SEMPRE
Passate la retorica patriottarda e la commozione
post-terremoto, si torna alle antiche tradizioni.
"Abruzzo, tangenti post-terremoto. Quattro arresti.
Regali in cambio di appalti. Si dimette un assessore
regionale" (Stampa, p.17). Sono finiti dentro Ezio
Stati, ex assessore già in manette per Tangentopoli;
Vincenzo Angeloni, ex deputato di Forza Italia, e
Sabatino Stornelli, amministratore delegato di Selex
Service ed ex ad di Telespazio (gruppo Finmeccanica).
Piove sempre sul bagnato. 10.08.10 |
|
9
- La
Stampa - Forse papà Rudy non le ha spiegato bene la
filosofia della tolleranza zero: Caroline Giuliani,
figlia ventenne dell'ex sindaco newyorchese dal pugno di
ferro Rudy Giuliani è stata arrestata perché ha rubato
in un negozio di cosmetici. Caroline è stata sorpresa
mentre stava rubando cosmetici in un negozio della
Sephora, nell'Upper East Side di Manhattan. Per la lotta
contro la criminalità a New York, Giuliani era diventato
famoso in tutto il mondo.
10
- La
Stampa - Il presidente degli Stati Uniti, nato a
Honolulu il 4 agosto del 1961, per i suoi 49 anni non ha
avuto intorno a sè né la moglie Michelle, né le figlie
Sasha e Malia, in vacanza a Marbella. Obama ha trascorso
il suo compleanno affrontando una normale giornata di
lavoro: briefing al mattino, colloquio con i
consiglieri, discorso ai sindacati, pranzo con alcuni
senatori. Le sue guardie del corpo gli hanno vietato di
gustare un dolce che gli era stato offerto da una
potente organizzazione sindacale, per ragioni di
sicurezza.
Stati Uniti
11 - La
Stampa - Quaranta miliardari americani si sono
impegnati a donare almeno metà della propria fortuna a
organizzazioni caritative. A lanciare l'iniziativa sono
stati il fondatore di Microsoft Bill Gates e il
finanziere Warren Buffett, rispettivamente il secondo e
il terzo uomo più ricco del mondo, stando alla rivista
Forbes. Tra gli altri ricchi filantropi figurano il
sindaco di New York Michael Bloomberg, il cofondatore di
Oracle Larry Ellison e il fondatore di Cnn Ted Turner.
[05-08-2010]
|
Ciao Dago, ieri sera alle 19.30 presso il casello
autostradale di Serravalle Scrivia (AL) ho incontrato
una Croma blu (senza insegne di stato e con targa
automobilistica "comune") con un bel lampeggiante blu
(quello delle auto di stato) sopra la cocuzza
dell'autista. Incuriosito, l'ho sorpassata e a fianco
all'autista c'era "l'omone", questo è il soprannome col
quale viene chiamato a Novi Ligure e a Pozzolo
Formigaro, luogo di nascita e residenza, del pluri
poltronato Fabrizio Palenzona.
Mi son chiesto: 20 anni fa a Tomba è stato fatto un
mazzo tanto perchè aveva lampeggiante e paletta in
macchina. Palenzona, che diritto ha a godere del
privilegio del lampeggiante? mica è uomo di Stato...06.08.10 |
BENIGNI POLITICS - La faccia di Ghedini? “Più falsa del
bilancio di un’azienda di Berlusconi” - Bossi paciere è
come titolare un asilo a Erode - Tremonti ha detto che
in Italia siamo cresciuti poco e Brunetta si è incazzato
per la battuta cretina. A Follonica, a un semaforo, un
marocchino mi ha lavato i vetri io ho aperto il
finestrino e lui ha dato un euro a me”….
Elisabetta Reguitti per Il Fatto
"Le cose belle della vita? L'amore di una donna, il
sorriso di un bambino una poesia di Bondi". Pillole
dell'intervento di Roberto Benigni a Bolghieri in
provincia di Livorno. Niente di personale, solo voci che
il comico ha raccolto tra la gente. "Dicano, ma non sono
mica d'accordo, che adesso Bossi è il mediatore tra Fini
e Berlusconi. Siamo messi male perché se si titola la
poltrona di paciere a Bossi è come titolare un asilo a
Erode".
La
faccia di Ghedini? "Più falsa del bilancio di un'azienda
di Berlusconi". Dicano che siamo messi male ma molto
molto male anche sulla giustizia. "La giustizia è una
cosa difficile molto difficile non si viene a capo di
nulla. "Prendi il caso Mills che è stato corrotto da un
dipendente di Berlusconi con i soldi di Berlusconi su di
un processo in cui sennò veniva condannato Berlusconi.
Ma non si trova il mandante".
Siamo messi male molto male anche sulle intercettazioni
se il primo ministro dice che: "Non è normale che in un
Paese si intercetti il presidente del Consiglio. No, ma
non è normale che chi intercetti intercetti trovi sempre
il presidente del Consiglio. Vedi che quando c'era Prodi
o Ciampi non li intercettavano mai. Ma guarda tu!".
Berlusconi si crede un po' come dio. "Dicano che dopo
che ha vinto le elezioni ha detto che ringraziava tutti
quelli che hanno creduto in lui. Ma anche gli atei" e ad
un colloquio con il Papa le parole sono state: "Cosa
posso fare per lei Santità? Che però era il papa a dirlo
a Berlusconi. Ma io non ci credo". Poi quella frase che
ha fatto il giro di Internet e sui giornali: "Berlusconi
vuole restare nella storia. Vuole un appellativo per
sempre: Togliatti era il Migliore, Prodi il Professore
ora Berlusconi è il Trombatore".
L'economia non va meglio. "Tremonti ha detto che in
Italia siamo cresciuti poco e Brunetta si è incazzato
per la battuta cretina. A Follonica , a un semaforo, un
marocchino mi ha lavato i vetri io ho aperto il
finestrino e lui ha dato un euro a me. Sempre Tremonti
poi ha detto che la Puglia è un po' come la Grecia e
pure la Grecia si è incazzata".
Siamo messi male e "io mi sento un po' come Gasparri al
Senato. Fuori luogo".
In
casa Lega poi: "Dicano che proprio l'altro giorno c'è
stata una riunione di Bossi con Calderoli. Una riunione
ufficiale. Calderoli stava con calzoncini corti con una
palla di fori. Suvvia ministro o tutte dentro o tutte
fuori. Mica si sta solo con una palla che poi è pure
molto scomodo".
[03-08-2010]
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SCENATE DA UN MATRIMONIO – L’EX MOGLIE DI DON AB-BONDI
MASSACRA IL MINISTRO BERLUSCONIANO: “AVEVA ‘AMICHE’
INFREQUENTABILI E LASCIAVA CONTINUE TRACCE DELLE SUE
RELAZIONI” – SUCCUBE DEI GENITORI PRIMA, DELLA REPETTI
OGGI – MI PRESI A SCHIAFFI - NON VEDE DA MESI IL FIGLIO
12ENNE – È LUI IL ’PESCIOLINO ROSSO’ DEL LIBRO DELLA
GENISI? “DICIAMO CHE NE RICONOSCO I GUSTI E LE ABITUDINI
SESSUALI”… Marianna Aprile per "Novella 2000"
Questa intervista inizia due anni fa con una telefonata
andata male. Nell'agosto 2008 Maria Gabriella Podestà,
dal 1994 moglie del ministro dei Beni culturali Sandro
Bondi, rientrava in Italia dopo cinque anni a Boston.
Lasciava un incarico all'università del Massachusetts
per fare la preside al liceo Fermi di Salò, sul Lago di
Garda.
Non si era quasi mai vista accanto al marito e le voci
di un flirt del ministro con una collega di partito -
che poi diventerà l'attuale compagna Manuela Repetti -
erano insistenti, benché non confermate. Perciò
proponemmo alla signora Podestà un'intervista. Lei
declinò, ritenendo di non dover dividere il suo privato
coi giornali. Di lì a poco, la rottura del suo
matrimonio divenne pubblica e il 6 luglio del 2009 è
stata sancita al Tribunale di Monza la separazione
consensuale.
Poche settimane dopo Bondi ufficializzò il rapporto con
l'onorevole Manuela Repetti, scrivendo a "Novella2000":
«È la persona che amo e con la quale desidero formare
una famiglia». Da allora molte cose sono cambiate. Anche
per questo, la signora Podestà ha deciso di raccontare
la sua vita, prima, durante e dopo il suo matrimonio. Il
piglio è sicuro, ma spesso la voce trema. Quando accade,
la signora sospira, socchiude le palpebre e solo allora
ricomincia.
Il
suo tormento traspare dalla piega amara delle labbra.
Questa donna dalla pelle chiara e dall'intelligenza
vispa ha a lungo riflettuto prima di decidere di dare il
suo privato e, in taluni passaggi, il suo privatissimo,
in pasto agli altri. La sua, ovviamente, è la
ricostruzione di una madre risentita e preoccupata per
il rapporto che suo figlio ha col padre, una moglie che
proprio per questo ha appena depositato in Tribunale un
ricorso contro l'ex consorte.
Ovviamente, "Novella 2000" ha offerto al ministro la
possibilità di un'intervista, ma Bondi ha declinato
l'invito. E ci siamo anche chiesti quanto simili fatti
fossero di interesse pubblico.
Nel chiedercelo ci siamo imbattuti in una sfilza di
dichiarazioni, esternazioni, interviste video e stampa
del ministro, spesso accompagnato dalla Repetti,
compresa una lettera aperta dei due a Barack Obama a
firma congiunta e un'intervista a SkyTg24, mano nella
mano. Questa intervista è, in fondo, il tassello
mancante di una storia che da un paio d'anni tiene banco
sulle cronache politiche e rosa. Mentre racconta, la
signora Podestà si fa seria: «Parlo anche per tutelarmi,
per difendermi. Nel silenzio è più facile subire la
prepotenza del potere», dice.
Poi il suo i-Phone squilla e il viso di Maria Gabriella
cambia. «Popo, amore». Si scioglie. È il figlio di 12
anni - che noi chiameremo Mario - che ha avuto da Bondi
e che la chiama reclamandola per sé. Lei prende tempo,
dice che sarà a casa tra poco, chiude e dice,
orgogliosa: «È come avere un fidanzato, solo più
invadente. È meraviglioso e molto maturo per la sua età.
Somiglia a lei o al padre?
«Ha i miei occhi, il mio carattere, solare, affettuoso,
un bel bambino. È stato desiderato, viviamo in
simbiosi».
Perché ha deciso di raccontare?
«Sono incazzata nera, con tutti, ma soprattutto col
ministro».
Lo
chiama ministro?
«Preferirei non chiamarlo. Ma, dovendomi riferire a lui,
preferisco farlo in modo... istituzionale».
Cosa la fa arrabbiare?
«Con me si è comportato malissimo, e va bene, ci sono
abituata. Ma non posso tollerare che lo faccia con
nostro figlio. Vuole un mondo di bene al padre, ma ora i
loro rapporti sono tesi: dallo scorso 23 maggio il
ministro non lo vede, non lo chiama, gli ha giusto
inviato qualche sms, qualche mail. Proprio per questo
l'avevo già querelato, lo scorso 6 febbraio. Non
ottempera agli impegni sottoscritti in sede di
separazione».
LA
MIA VITA CON BONDI
Maria Gabriella e Sandro erano in classe insieme al
liceo scientifico di Villafranca, in Lunigiana: «Ma
allora non ci filavamo: lui faceva già politica e io per
la politica non ho mai provato interesse. Dopo il liceo,
ci siamo persi di vista. Nel 1993 ci siamo rincontrati e
fidanzati».
Lei lo amava?
«Sì. Sono stata innamorata di lui».
Di
cosa si è innamorata?
«Era perfetto, romantico, pieno di attenzioni. Abbiamo
passato il nostro anno da fidanzati in un sogno. Avevamo
in comune la passione per arte, cultura, viaggi. Le
nozze ci sembrarono la cosa più naturale, e furono
celebrate in chiesa, il 14 maggio del 1994, il suo
compleanno. Sembrava tutto troppo bello per esser vero.
Infatti non lo era. I problemi sono iniziati subito.
Giurò che non avrebbe più fatto politica ma due
settimane dopo le nozze si trasferì a Roma, dove non mi
volle, a lavorare al centro Studi di Forza Italia.
Rimase lì due anni, tornando nel weekend, perché non
poteva star lontano dai genitori: era dipendente da
loro. Poi il Centro Studi chiuse e per un anno lui fu
disoccupato».
Come vivevate?
«Col mio stipendio di insegnante. Lui continuò a
dividersi tra Roma e la Toscana e, dopo un anno, entrò
nella segreteria personale di Silvio Berlusconi».
Questo cambiò la vostra vita?
«No. È cambiata quando nel luglio del 1998 lui ha deciso
di trasferirsi ad Arcore, dove arrivai nel settembre
dello stesso anno, per insegnare a Monza. Con la nascita
del bimbo avevo sentito l'esigenza di porre un freno
alla invadenza dei suoi genitori in casa nostra. Mia
suocera ha sempre pensato che io non fossi all'altezza
di suo figlio e non ne ha mai fatto mistero con nessuno.
Mi attaccavano e il ministro non ha mai preso le mie
difese davanti a loro. Interruppi i rapporti e il
ministro decise che per questo dovevo essere punita».
In
che senso "punita"?
«Mi metteva sotto il naso indizi di possibili storie
extraconiugali, tipo scontrini di regali; storie che poi
negava, dandomi della pazza. Per me, una tortura
psicologica. Litigavamo a bestia. A un certo punto,
provammo con la terapia di coppia dal professor Fulvio
Scaparro. La situazione non migliorò, la interrompemmo,
lui non volle riprenderla, mi diceva con disprezzo
"vacci tu". E le sue punizioni continuavano».
Ma
perché questi atteggiamenti lei li chiama "punizioni"?
«Giudichi lei. Nel 2001 gli proposi una vacanza in
America. Lui però aveva accettato l'invito in Cilento di
una sua amica milanese. Come sempre, capitolai e lo
seguii. La signora faceva l'amica con me, ma era
palpabile la grande intimità che c'era tra lei e il
ministro, tanto a suo agio da girar per casa in
mutande».
Fraintendere è facile, specie se il rapporto già
scricchiola...
«Sarà... Ma la signora aveva preparato una camera
matrimoniale e una singola per nostro figlio. Il bimbo
da solo non dormiva, allora prese a coricarsi nel
lettone con me, e il ministro a dormire nella cameretta.
Una notte mi sono alzata e, quando sono uscita dalla mia
stanza, c'è stato un fuggi fuggi generale. Ovviamente,
si erano alzati per andare in bagno... Ma lui ha fatto
anche di peggio: una me l'ha messa in casa».
In
che senso, scusi?
«Aveva conosciuto un tizio e abbiamo iniziato a uscire
con lui e sua moglie. Poi il ministro è diventato molto
amico della signora, che ha preso a frequentare in modo
assiduo casa nostra, anche in vacanza. Ho chiesto
spiegazioni, e mio marito ha risposto che avevo bisogno
di un'amica. L'America mi ha salvato la vita, creda.
Qui, sarei finita in manicomio. Io non sono sempre stata
così...».
Così come?
«Così... abbondante. Ero una bella ragazza, ma ho la
tendenza a mangiare, quando sono stressata o sotto
pressione».
Perché non si è separata prima?
«Da un lato non avevo sufficienti risorse economiche per
andarmene, dall'altro lui mi lasciava capire, neanche
velatamente, che mi avrebbe tolto il bambino. Avevo
paura. E poi ho sempre pensato che un bimbo debba
averlo, un padre. Il mio è morto quando avevo sette anni
e mi manca ancora».
Quando ha capito che era finita?
«Il mio matrimonio è finito il 26 settembre del 1998.
Quel giorno lui mi ha preso a schiaffi per la prima
volta».
È
un'accusa grave.
«Lo so, ma è la verità. Mi ha preso a schiaffi, glieli
ho restituiti. Lui reagì in un modo che oggi mi fa quasi
sorridere».
Come?
«Disse che se glieli avevo resi allora non lo amavo.
Disse di aver visto uomini picchiare le mogli e quelle
abbracciarli un momento dopo. Non furono i soli schiaffi
tra noi».
E
lei non reagì?
«Ho provato a chiedere aiuto a chi gli stava vicino, al
suo testimone di nozze, che consideravo amico. Fu
inutile».
Come mai è partita per Boston?
«Ho partecipato a un concorso, non pensavo di poterlo
vincere. E invece...».
Suo marito ha provato a fermarla?
«No. Non riteneva concepibile che io lo lasciassi, lo
vide come un affronto mortale. Non mi ha fermata né ha
provato a dirmi di lasciare qui il bambino».
A
Boston cosa è successo?
«Ho ritrovato la serenità, imparato che valevo qualcosa,
dopo anni di umiliazioni. Ho dimostrato al ministro che
senza di lui non solo vivevo, ma vivevo meglio».
Lì
ha avuto un nuovo amore?
«No. Ho sempre il timore che il ministro usasse una mia
relazione contro di me».
Ma
siete separati, lui ha un'altra...
«Ha bisogno di me come capro espiatorio, per non
ammettere di esser stato un pessimo marito e un padre
manchevole. Lui ha questo bisogno, disperato, di
apparire perfetto».
Cosa le rimprovera il ministro?
«Tante cose... di sobillare mio figlio contro di lui e
contro la sua compagna».
Non è vero?
«Mettiamola così: mio figlio ha un cellulare suo, anche
fosse vero che voglio separarli non potrei certo
impedirgli di chiamarlo. Invece non si sentono da due
mesi. Mi rimprovera anche di non dare un'adeguata
educazione religiosa a Mario, di non avergli fatto fare
la comunione. E invece, anche se il ministro non lo sa,
il ragazzo l'ha fatta il 30 maggio scorso ma non l'ha
invitato per timore che si presentasse con la Repetti. E
poi questo attaccamento ai sacramenti è nuovo: per me
anche questa sua religiosità è una recita».
Mi
conceda una domanda frivola, in tanti discorsi seri. Suo
marito le ha mai dedicato una poesia delle sue?
«All'inizio. Ma non mi piacciono, non sono spontanee.
Per un po' ho acquistato il settimanale che le pubblica.
Ho smesso quando ne lessi una dedicata "al figlio che
non abbiamo avuto". Ho pensato: mio figlio ha 12 anni...
Due anni prima della nascita di Mario ho perso un bimbo;
il ministro disse di essersi riferito a quello. Ma
creda, non era la verità».
Lei e la Repetti vi conoscete?
«No. Ma dicono sia una sorta di tutor del ministro, che
dipenderebbe da lei in tutto e che gli fa da filtro con
chiunque. È verosimile, lui ha bisogno di qualcuno che
lo guidi. Prima erano i genitori, ora la compagna».
Lei lo ha mai "guidato"?
«Non è proprio nella mia indole».
È
mai stata gelosa di suo marito?
«Mi accusava di esserlo, ma non lo sono mai stata.
Esigevo rispetto, questo sì. E con la gelosia il
rispetto non c'entra».
Se
davvero lui sposasse la Repetti?
«Glielo auguro. Se lo merita il ministro».
È
mai stata gelosa della devozione di Bondi per il
premier?
«Una sudditanza di cui io non sarei capace. Vederlo così
devoto ha accresciuto il mio disprezzo nei suoi
confronti. Mio marito ha sempre cercato il potere,
Berlusconi glielo ha dato. Se glielo avessero offerto a
sinistra, sarebbe tornato lì».
Potrete mai riconciliarvi?
«Le rispondo con un aneddoto. Una volta guardavo Chi
vuol esser milionario, e uno dei concorrenti si era
fatto accompagnare dall'ex moglie e a lei Gerry Scotti
ha chiesto quando fosse diventata, dopo il divorzio,
amica del suo ex. E lei: "Quando ha ricominciato a
ragionare". Ecco. Aspetto che il ministro prenda a
ragionare e rispettare me e suo figlio».
C'è posto, oggi, per un altro uomo?
«Non mi sento libera di rifarmi una vita, anche se nel
mio cuore vorrei, e mi pento di aver rifiutato chi mi ha
corteggiato in questi anni. Avrei potuto aggrapparmi a
loro, non l'ho fatto. Ora potrebbe essere il momento di
ricominciare».
CARTE BOLLATE TRA EX
Il 6 febbraio scorso la signora Podestà ha querelato il
ministro Bondi: «Non rispetta gli accordi sottoscritti
in sede di separazione consensuale», dice, riferendosi
in particolare a una clausola che imporrebbe al ministro
di frequentare suo figlio in assenza di estranei e di
persone alle quali sia legato da rapporti sentimentali.
La querela è stata archiviata dal pubblico ministero e
lo scorso 16 luglio l'avvocato della signora Podestà ha
presentato un'opposizione.
Quali sono gli impegni che il ministro ignorerebbe?
«Avevo accettato una separazione consensuale pur di
metter fine al mio matrimonio nel più breve tempo
possibile e voltare pagina. Non ho chiesto soldi per me,
ho rinunciato alla mia metà della casa che nel 1998
prendemmo ad Arcore. Ho avuto 3.500 euro al mese per mio
figlio, e abbiamo stabilito una cifra (seimila euro
l'anno) che mio marito avrebbe dovuto versare nel caso
in cui io fossi tornata a lavorare negli Stati Uniti».
Perché non ha chiesto alimenti?
«A ridosso dell'accordo, il ministero per gli Affari
Esteri mi ha proposto un lavoro al consolato italiano a
New York. Mio marito disse che avrei avuto uno stipendio
tale da rendere ingiusti gli alimenti».
Quindi tornerà in America?
«Non lo so. Ho scoperto che quel contratto è revocabile
in qualsiasi momento su decisione del ministro degli
Esteri, quindi rischierei di trovarmi senza lavoro. E
poi quando a dicembre scorso, decisa a partire per
l'America, gli chiesi di iniziare a versare quei seimila
euro, il ministro mi ha accusata di volerlo svenare. Per
quello ho rimandato la decisione.
Ma
il problema vero è che non vede suo figlio, neanche nei
due week end al mese concordati. Inoltre nell'accordo di
separazione il mio avvocato di allora, Cesare Rimini,
aveva inserito una clausola che stabiliva che questi
incontri dovessero avvenire in assenza di persone
estranee al nucleo familiare».
Par di capire che non è così.
«È comprensibile che il ragazzo voglia suo padre tutto
per sé, quando sono insieme, e fino alla vacanza a Forte
dei Marmi dello scorso agosto è stato così. Dopo, il
ministro ha costantemente tentato di imporre la presenza
della sua compagna. E il risultato è stato che ha
riportato indietro il bambino dopo poche ore, o minuti».
Sono problemi comuni in caso di separazione. Magari col
tempo...
«Vede, quando sono andata a lavorare a Boston, Mario
aveva 5 anni ed è venuto via con me. Siamo stati fuori 5
anni e mio figlio ha visto il padre solo quando facevamo
ritorno in Italia, ad agosto e a Natale. Il ministro ha
il terrore degli aerei e solo una volta è salpato a
bordo della Queen Elizabeth e ci ha fatto visita. Ora i
due avevano la possibilità di costruire un rapporto
vero. Ma così non è stato: se il ragazzo non accetta di
vedere la sua compagna, il ministro si rifiuta di vedere
lui».
Lei cosa si augura?
«Che mio figlio sia sereno e che gli sia dato il tempo e
il modo di accettare le nuove presenze nella vita di suo
padre».
Stando alle cronache, il ministro e l'onorevole Repetti
vivono insieme dal 2008. Lei è tornata in Italia
nell'estate di quell'anno. Qual è stata la tempistica
della vostra separazione?
«Al mio ritorno ho appreso dell'esistenza della Repetti
e ne ho chiesto conto. Lui la definì una storiella senza
importanza, diceva di essere confuso, di non avere
voglia di convivere e, testuale, "Dio non voglia
sposarmi di nuovo"».
Ma
viveva con lei o con la Repetti?
«Stava dal lunedì al venerdì a Roma. Tornava da noi per
il weekend, ad Arcore o a Salò. Facevamo la famigliola
modello, come piace a lui, che ama dare di sé
un'immagine perfetta. Addirittura faceva il marito
trascurato quando, stufa delle bugie, lo tenevo a
distanza».
Quando è arrivata la rottura?
«Il 5 dicembre 2008. Mi ha inviato una mail per
comunicarmi che aveva trovato il vero amore della sua
vita, che quella donna lo aveva "salvato", perché gli
stava vicino e gli voleva bene "indipendentemente dal
ruolo politico e dai difetti"».
Le
chiese anche la separazione?
«No, è stato più subdolo, ha detto a me di decidere.
Allora ho chiamato la mia avvocatessa, che mi ha
consigliato di rivolgermi a Cesare Rimini. Volevo che
tutto si svolgesse in fretta. Pensavo di far anche cosa
gradita a lui, che aveva una nuova compagna».
E
a luglio 2009 arriva l'accordo consensuale.
«Già. Ma ora sono intenzionata a impugnarlo e a
procedere per via giudiziale. E a quel punto si rivedrà
tutto, compreso il mio assegno di mantenimento».
Rivuole anche la sua metà della casa di Arcore?
«Quella può tenersela, per me Arcore è legata a ricordi
orribili, l'ho subìta».
Ma
è vero che dal terrazzo si vede Villa San Martino, la
residenza di Berlusconi?
«Una baggianata. Non si vede, e le assicuro che il sole
sorge lo stesso».
Torniamo alla separazione. Non è che lei ha fatto
inserire la clausola sulla visita esclusiva del padre
per evitare che suo figlio frequentasse l'onorevole
Repetti?
«Le ragioni di quella postilla sono molteplici, ma
allora non pensavo in particolare alla Repetti.
Piuttosto a una serie di personaggi della famiglia del
ministro, non certo i nonni paterni. E anche al genere
di donne che mio marito frequentava prima della mia
partenza per Boston. Non avrei mai pensato che avrebbe
instaurato una relazione normale».
Ne
fa un tombeur de femmes.
«Aveva "amiche" a mio avviso infrequentabili. E lasciava
in giro per casa scontrini dei regalini che faceva loro,
tipo lo Chanel numero 5. Magari per darmi della
visionaria quando mi arrabbiavo per la mancanza di
rispetto».
Non è che ha davvero frainteso?
«Fa le cose in modo plateale, sfacciato, e nega dicendo
che, se fossero vere, le nasconderebbe...».
Lei, oggi, come si sente?
«Ho l'impressione di combattere contro i mulini a vento.
Per questo mi sono rivolta a un altro avvocato, Cristina
Morelli».
La
stessa che assiste la signora Lario nel divorzio dal
premier?
«Proprio lei. Mi ha semplicemente consigliato di mettere
l'oceano tra me e il ministro. Ma io non credo che
l'oceano rappresenti la soluzione».
LO
STRANO CASO DEL PESCE ROSSO
L'incontro con la signora Podestà è anche l'occasione
per chiedere un parere su un piccolo giallo che ha
tenuto banco nell'estate del 2009, quando la scrittrice
barese Gabriella Genisi ha pubblicato "Il pesce rosso
non abita più qui". Il romanzo narra della storia
d'amore e sesso tra una cassiera e un politico del
governo Berlusconi, Salvo Toscani. In lui, a molti parve
di riconoscere il ministro Bondi, ma la Genisi ha sempre
affermato fosse un personaggio della sua fantasia,
sostenuta dallo stesso Bondi.
Prendiamo l'argomento, e la signora Podestà sorride e
tira fuori dalla borsa proprio una copia del libro,
sottolineato in più parti.
Cosa sono quelle sottolineature?
«I punti in cui in cui Salvo Toscani ricorda il
ministro».
Sarà suggestione, la sua.
«Sì, certo, coincidenze. La Genisi descrive alla
perfezione la casa romana di mio marito, nello stesso
palazzo in cui vive Denis Verdini (e nel libro c'è un
Loris) e in cui Fabrizio Cicchitto trascorre gran parte
delle sue serate (e nel libro c'è un Maurizio). La casa
coniugale di Genova, nel romanzo, è uguale alla nostra
di Arcore: arredamento squallido e deprimente... È vero,
la comprammo da una anziana signora e per un periodo
tenemmo i suoi mobili. E pensi un po': il quadro di
Santa Caterina appeso sul letto di cui scrive la Genisi
è uguale a uno del ministro».
Da
dove viene questo quadro?
«È di un pittore lunigianese, Loris Ricci. Il ministro
lo comprò quando era sindaco di Fivizzano. Vuole altre
coincidenze? Nel libro si parla di saponi a forma di
limoni di Positano e foto autografate di Silvio
Berlusconi esposte in casa. Limoni uguali li ho qui con
me, guardi, regalo di un'amica. Quanto alle foto del
premier, che io ricordi ce n'era solo una. Ma, se
vogliamo immaginare che il protagonista sia lui, può
essere che, per la visita della signora, ne abbia tirate
fuori altre per far bella figura». (ride)
Ci
sono altre coincidenze?
«Ho riconosciuto i gusti musicali del ministro in quelli
di Salvo Toscani: Gigi D'Alessio, Fiorella Mannoia,
Franco Battiato... E quelli letterari: anche il ministro
adora Hannah Arendt».
Nel libro, Toscani confessa di adulare Berlusconi in
pubblico ma di odiarlo in privato. Non mi dica che...
«Il ministro ha avuto un solo momento di astio profondo
e di rancore nei confronti del premier, e proprio nella
circostanza descritta dalla Genisi nel libro, quando si
parlava di Michela Brambilla come del futuro
coordinatore unico del Pdl. Lui non lo accettava, era
depresso».
Nel libro la reazione del protagonista è un tentativo di
suicidio.
«Quel goffo episodio ha i tratti dei gesti teatrali
tipici del ministro. Ma non ho informazioni in questo
senso».
Il
clamore suscitato dal libro mi costringe a una domanda
insolente. La Genisi si sofferma su abitudini e gusti
sessuali del protagonista. Non le chiedo i dettagli,
ma...
«Mi limito a dirle che riconosco il ministro in quelle
pagine».
Le
ha fatto male leggere quel libro?
«Beh, piacevole non è stato... Ma sa cosa mi ha ferita
di più? La protagonista ha capito in 20 mesi quel che io
ho compreso solo dopo 15 anni».
30-07-2010]
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VITA DA ESCORT – SI CONFESSA AL “CORRIERE” UNA RAGAZZA
DEL GIRO “PROSTITUTE E COCA” DEI LOCALI MILANESI NEL
MIRINO DELLA PROCURA: “LO GIURO L’HO FATTO PER POCHI
MESI ERO SENZA LAVORO, OGGI SONO MADRE” - “PASSAVO DAI
TAVOLI DEL PRIVÉ AL LETTO DI UN HOTEL. MA SPESSO LORO
PIPPAVANO, PIPPAVANO, E ALLA FINE NON CE LA FACEVANO…”
A. Galli e E. Serra per "il
Corriere della Sera"
Non sono più una prostituta, dice, non chiamatemi più
come vi piace, mi sono ripresa il mio nome, la mia vita,
e tutto il resto. Sicura? «Ho paura. Rimango chiusa in
casa. Chiameranno di nuovo, i magistrati? Mi faranno
altre domande? Dimmi, cosa succederà? Ti giuro, ne sono
uscita. Ho fatto le mie cazzate. Ho pagato. Basta».
Prendeva ottanta euro per una serata da ragazza
immagine, in discoteca, e dopo la discoteca gliene
davano duecentocinquanta, dice e ripete, per «non far
niente, se non guardare». Davvero: «Dopo la discoteca,
domandavano se mi andava di salire su, in qualche casa.
Avevo bisogno di soldi. Ci andavo. Passavano il tempo a
pippare, pippavano, pippavano, pippavano. Stavo lì,
guardavo, e nient'altro. Bello no? Era come se mi
regalassero i soldi. Quando si accorgevano di me, quando
ci provavano, non riusciva niente, non ce la facevano».
Ha
tra i 20 e i 30 anni, A., è stata a Milano e al The
Club, «pochi mesi, pochi mesi soltanto e mi hanno
distrutta», è andata via, lontano, allora chiediamo
com'è adesso, cosa fa, e lei dice: «Sono mamma». Al
magistrato, nel 2008, aveva raccontato: «Capitava di
concedermi sessualmente a qualcuno dei clienti al tavolo
ricevendone un corrispettivo».
Premessa: «Non credere, era semplicemente così. Non
riuscivo a stare in pari con l'affitto. Cercavo altri
lavori. Non li trovavo. Io ho lavorato anche in uffici,
in società. Non trovavo niente, in quel periodo. Ma
pochi mesi soltanto, l'ho fatto pochi mesi soltanto».
Proseguiva quel verbale: «Le serate, dapprima come
ragazza immagine e poi con attività di meretricio, le ho
fatte sempre grazie alla collaborazione di... sia al The
Club sia al...». E la droga? «... lo spacciatore ci
raggiungeva a casa la droga veniva comprata» da lui, il
cliente, o dagli altri «clienti con i quali proseguiva
la serata iniziata in discoteca». Uno, più d'uno.
«Tutti concentrati sulla cocaina. Avevano in testa solo
quella. Non gli bastava mai». E tu? Avevi detto, in
quell'interrogatorio: «Facevo uso di sostanza
stupefacente del tipo cocaina in maniera più massiccia
dopo le serate in discoteca; adesso la cosa è più
saltuaria anche se mi capita di fumare qualche canna. La
droga me la passava... che era solito detenerla addosso
in misura limitata e in maniera più consistente a casa
sua».
Chi erano? Sorriso, silenzio. Chi erano? L'età, la
professione, la faccia, il portafogli, le richieste, la
dipendenza: chi erano, dicci, racconta? «Erano ragazzi,
uomini». Fa una domanda: «Mi porteranno via la
bambina?». E perché, sono cose passate, due anni fa, è
tutto finito, non credi? «No. Ho paura che tornino a
farsi sotto». Chi? «Quelli che fanno l'indagine».
Hai qualcosa da nascondere? «No». Al magistrato avevi
raccontato che ti vendevi perché mancavano i soldi,
perché ti servivano soldi; è vero? «Verissimo. Quando
finivo una festa, e tornavo a casa la mattina, mi
mettevo a mandare le email. Leggevo le inserzioni di
lavoro, mandavo il curriculum. La prostituzione, l'ho
fatta per pochi mesi, ripeto. Quanta prostituzione c'è
in giro, per strada?».
C'era un tizio, aveva detto la ragazza al magistrato,
che al locale «patteggiava il prezzo col cliente e poi
me lo comunicava ed io ero libera di decidere anche se
quasi sempre andava bene. Questo avveniva sia nelle
serate ai tavoli dei privé sia al di fuori delle
discoteche poiché lo stesso era solito chiamarmi per
questi servizi a qualsiasi ora del giorno e anche la
notte mentre dormivo.
Peraltro io non ho mai avuto un mio giro personale di
clienti, io non ho mai adescato nessuno... Talvolta
arrivavo anche a 1.500 euro. Fu... a propormi di
prostituirmi mi pare meno di un anno fa nel senso che mi
fece chiaramente intendere che la serata ai tavoli
poteva proseguire perché lui mi indicava il cliente,
anzi era proprio lui che faceva da intermediario
assumendo l'iniziativa di proporre a quella persona la
prestazione sessuale con me».
La
telefonata dura una mezz'ora. «Perché voi giornalisti mi
state cercando? Cosa volete? Perché non cercate le
altre, le straniere, che beate loro sono andate via
dall'Italia?».
[29-07-2010]
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|
LE
VERITÀ INDICIBILI SONO ALMENO ALTRE TRE. IL CDR DI
’REPUBBLICA’ NON DIEDE ALLA FUSANI LA POSSIBILITÀ DI
DIFENDERSI DAL PROCESSO SEGRETO, INTENTATOLE DAI
’COMMISSARI’ BONINI E DAVANZONI AI TEMPI DEL POMPA-GATE.
GIULIANONE FERRARA, EX SOCIO ’INFOGLIATO’ DI VERDINI,
PROPRIO IN QUEI GIORNI FECE OUTING CONFESSANDO DI AVER
PRESO SOLDI DALLA CIA “CHE MI VENIVANO CONSEGNATI IN UNA
BUSTA GIALLA”. I GIORNALISTI CHE PRENDEVANO NOTIZIE
AVARIATE DA PIO POMPA, “L’ORECCHIO DI POLLARI”, ERANO
PIÙ D’UNO IN TUTTO IL GRUPPO ESPRESSO. ALCUNI SONO STATI
SALVATI, ALTRI SOMMERSI - 2 - ’REPUBBLICA’ CI CAMBIA LA
GIORNATA CON LA BATTUTA DEL BANANA: “CI SONO RIMASTO
MALE QUANDO HO SAPUTO CHE BOCCHINO ERA UN DEPUTATO E NON
UN PUNTO DEL NOSTRO PROGRAMMA” - 3- SOSTENIAMO TUTTI LA
DURISSIMA LOTTA DI MARPIONNE PER PORTARE ANCHE IN ITALIA
LE ASPRE CONDIZIONI DI LAVORO, I BASSI SALARI, L’ASSENZA
DI DIRITTI DEI PAESI EMERGENTI –
A
cura di Minimo Riserbo e Falbalà (special guest: La
Marmora Style)
Nel giorno in cui Finmeccanica fa sapere che farà causa
a tutti i giornali che hanno osato riportare brani di
interrogatori coperti dal segreto istruttorio, su
Repubblica Maria Elena Vincenzi fa il proprio dovere di
"violatore professionale di segreti" (definizione di
giornalista data dall'immenso Oreste Flamminii Munuto).
"Finmeccanica, i regali dello scandalo. Borse griffate e
dodici Rolex d'oro. "Così Cola ringraziò Guarguaglini
per l'affare Drs". Se dai presunti fondi neri siamo
passati agli orologi, siamo a posto. Ma un sommarietto
dell'articolo è geniale: "Sugli EX vertici le
rivelazioni di Iannilli, uomo di fiducia del
superconsulente".
E
la chiusa del pezzo lo è ancora di più: "Iannilli non è
stato in grado di fornire particolari dettagliati sul
percorso del denaro, ma si è impegnato a portare agli
inquirenti la documentazione e le ricevute dei bonifici
nella prossima istruttoria, in programma ad agosto"
(p.17).
Forse quel refuso sugli EX vertici ha un suo perché.
3
- IL PADRONE IN REDAZIONE...
"Ecco perché sono disposto ad andare all'estero". La
libera Repubblica di Tropea e dintorni sbatte in pagina
un pezzo firmato Sergio Marchionne (p.10). E' una
lettera al direttore Eziolo Mauro? No, "uno stralcio
dell'intervento dell'amministratore delegato Fiat". Di
quelli che ogni ufficio stampa sogna di piazzare su un
quotidiano senza la cosiddetta mediazione giornalistica.
Per fortuna che ci sono ancora la testa pensante e la
schiena dritta di Luciano Gallino, che Repubblica può
spendere per alimentare la propria singolare politica
dei due forni. Scrive Gallino: "Anziché battersi per
portare anche da noi le aspre condizioni di lavoro, i
bassi salari, l'assenza di diritti dei paesi emergenti,
Fiat avrebbe potuto battersi per addivenire ad accordi
internazionali intesi a portare gradualmente in questi
ultimi condizioni di lavoro, salari e diritti vigenti
nei nostri paesi. Non è roba da fantapolitica. In molti
settori, dall'abbigliamento all'industria mineraria,
accordi del genere sono stati sottoscritti" (p.1-27).
Stessa scelta su Illustrato Fiat, in questi giorni
abbinato alla Stampa: "Aspetto una risposta. O sì o no",
"sintesi del discorso pronunciato ieri da Sergio
Marchionne a Torino" (pp. 2-3). Solo che poi loro non
hanno nessun Gallino.
4
- DUE ANNI AL MINISTRO CHE NON C'ERA...
Aldino Brancher, sgravato dal legittimo impedimento e da
quella fastidiosa poltrona da ministro al
Nonsisabeneche, è libero di prendersi una condanna a due
anni di reclusione. "Caso Antonveneta, l'ex ministro
Brancher condannato a due anni. Accuse di ricettazione e
appropriazione indebita" (p.10). Condannato o accusato?
5
- ULTIME DAL PDL, PARTITO DELLA LIBERTA' VIGILATA...
"P3, la difesa-show di Verdini (Repubblica, p. 6). "Sono
stato associato a questa fantomatica P3. Sono
considerato colpevole del nulla. La P3 non esiste, non
ne so nulla non c'entro niente". "Dimettermi? Non
capisco perché dovrei". Ecco, il problema è proprio
questo: non capisce.
Prova a rispiegarglielo Paolo Colonnello sulla Stampa:
"Denis inciampa in un mucchio di assegni. Quattro
operazioni bancarie sospette. E Carboni incalzava: "Ci
serve grana!" (p. 11).
6
- IL FESTIVAL DELL'IPOCRISIA...
Si straccia le vesti Repubblica, l'ex giornale della
Fusani: "La cronista chiede dei soldi di Carboni. A
Ferrara e Stracquadanio saltano i nervi. Assalto verbale
alla giornalista dell'Unità: "Lei dice cazzate" (p.7).
Ma nella titolazione la frase peggiore non c'è. Ed è
quella starnazzata dall'elefantino barbuto prima di
abbandonare la sala: "Perché non chiedete a lei come mai
è passata da Repubblica a Unità in condizioni ancora da
chiarire? La Fusani che ci dà lezioni di moralità? Siamo
in uno Stato di polizia!".
Le
verità indicibili sono almeno altre tre. Il cdr di
Repubblica non diede alla Fusani la possibilità di
difendersi dal processo segreto, intentatole dalla
polizia politica interna dei commissari Bonini e
Davanzoni ai tempi del Pompa-gate. Giulianone Ferrara,
ex socio di Verdini, proprio in quei giorni fece outing
confessando di aver preso soldi dalla Cia "che mi
venivano consegnati in una busta gialla". I giornalisti
che prendevano notizie avariate da Pio Pompa,
"l'orecchio di Pollari", erano più d'uno in tutto il
gruppo Espresso. Alcuni sono stati salvati, altri
sommersi.
7
- IO BANANA, TU PIEGARTI...
"Berlusconi minaccia espulsioni. Verso un documento di
"censura politica" del cofondatore". Fini sfodera il
coraggio che lo rese famoso già nei valorosi anni
Settanta: "Evitiamo il mattatoio nel Pdl" e prova a
dettare 5 condizioni (Repubblica, pp.2-3). Le condizioni
della sua resa. Sulla Stampa, Fabio Martini spiega bene
"le due mosse che hanno messo i finiani all'angolo.
Attacco mediatico e campagna acquisti di Silvio" (p.8).
8
- MONTECARLO, IL GRAN PREMIO DEL COGNATINO...
Altra purga a mezzo stampa per Gianmenefrego Fini,
aspirante padrino della nuova questione morale.
Vittorione Feltri lo azzanna ancora in prima pagina,
come da contratto: "Il paladino della legalità. Adesso
Fini spieghi il mistero di quella casa a Montecarlo. Era
stata donata ad An da una simpatizzante "per la buona
battaglia". Come mai invece ci abita il "cognato" del
presidente della Camera?
E
Gian Marco Chiocci inizia così la seconda puntata: "Da
Monterotondo a Montecarlo. Il gran premio immobiliare
Colleoni-Fini-Tulliani prende il via nel lontano 1999
allorchè.... (p.1-2-3). Tutta da leggere. Come il pezzo
di Stefano Filippi: "La giornata dell'inquilino.
Tulliani rinchiuso a finestre sprangate: minaccia
querele e si nasconde ai cronisti".
9
- LO STATO MAGGIORE INFORMA (LE PAROLE CHE UCCIDONO)...
Muoiono altri due soldati italiani in Afghanistan e come
sempre si scatena la peggior retorica. "I cacciatori di
bombe innamorati del sole di Herat" (Corriere, p.3). Non
prima di aver sancito in modo apodittico: "Il ritiro è
già nei piani Nato: l'Italia non deve anticiparlo"
(p.2). S'illustra anche la Stampa: "Gli angeli custodi.
"Hanno disinnescato decine di ordigni" (p.6)
10
- COME TI SBAGLI...
"Bersani impegna il Pd: "Noi pronti alla transizione".
Il segretario democratico: disponibili a un governo per
fare la nuova legge elettorale" (Repubblica, p. 5). Sono
quasi vent'anni che la sinistra le chiama "prove di
responsabilità", ma sono solo prove di inciucio. Che per
giunta, quando non sfociano in uno di quei bei governi
inzeppati di tecnici (della spoliazione nazionale), sono
solo certificazioni di debolezza.
11
- BETTINO ALL'ASTA (AGENZIA RI-PUBBLICA)...
"Cimeli garibaldini. Va all'asta il "tesoro" di Craxi".
Repubblica taglia-copia-incolla a pagina 16. E come
sempre, dimentica di citare la fonte: un pezzone sulla
prima pagina del Secolo X12 di ieri. La classe non è
acqua. Il Corriere della Sera, per dire, almeno ci
aggiunge qualcosa di suo (p.9).
[29-07-2010]
|
| Una notizia sul Sole! Infatti la mettono sul supplemento
romano: "Quei mille poliziotti per le scorte. Oltre 200
politici e vip protetti a Roma per una spesa di 40
milioni l'anno". Marco Ludovico fa anche molti nomi.
Tutto da leggere. Del resto, "il Paese ci chiede
sicurezza". E loro, debitamente scortati, delinquono di
meno. 31.07.10 |
|
viperetta news - UNA ESPLOSIVA INCHIESTA della procura
SULLA VENDITA DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE DEL COMUNE DI
ROMA: tre palazzine vendute nel 2005 PER 15 milioni,
entro la fine dell’anno saranno acquistate al quintuplo
del loro valore: 50 MILIONI - GLI IMMOBILI DI VIA MARCIO
RUTILIO sono DI PROPRIETÀ DELLA FARVEM SRL DI MASSIMO
viperetta FERRERO...
Giovanna Vitale per "la Repubblica-Roma"
Vendute nel 2005 a una società privata per 15 milioni di
euro, entro la fine dell´anno saranno acquistate dal
Comune di Roma al quintuplo del loro valore: 50 milioni.
Una cifra calcolata in base alle attuali stime
immobiliari, che nel frattempo hanno subìto una
flessione media del 20%, con picchi negativi in
periferia: perciò le tre palazzine a Torre Spaccata
comprate a 15 milioni cinque anni fa, ora varrebbero
meno di 12.
Sono questi i termini della maxi-operazione immobiliare
iscritta nel bilancio capitolino per fronteggiare
l´emergenza abitativa. Che se sulla carta ha una logica
- entrare in possesso del comprensorio di via Marcio
Rutilio anziché continuare a spendere due milioni di
affitto l´anno per ospitare 178 famiglie "senza casa" -
«in realtà assomiglia a una gigantesca speculazione dai
contorni oscuri», denuncia il consigliere democratico
Dario Nanni, autore di un´interrogazione urgente al
sindaco.
Il
perché è presto detto: per comprare le tre palazzine tra
la Casilina e la Togliatti, la giunta Alemanno ha
stanziato 49 milioni 665mila euro. Un´enormità se si
considera che nel 2005 lo stesso complesso residenziale
è stato venduto alla "Farvem real estate srl" per 15
milioni e poi locato al Campidoglio a 850mila euro
l´anno. Canone progressivamente lievitato fin quasi al
triplo. Da qui la decisione: acquisire gli immobili per
abbattere il caro affitti.
E
qui viene il bello. Perché la "Farvem", società
venditrice, dalle visure catastali risulta per metà di
proprietà dell´imprenditore Massimo Ferrero,
soprannominato "viperetta", gestore di linee aeree,
fresco titolare dell´Adriano (rilevato dal fallimento
Cecchi Gori) e produttore cinematografico: colui che
lanciò l´attore Lorenzo Balducci, figlio di Angelo,
lambito pure lui dall´inchiesta sugli appalti del G8,
affittuario di Propaganda Fide, amico personale del dg
Rai Masi e si dice protetto dal coordinatore romano del
Pdl Gianni Sammarco, cognato di Previti.
Tuttavia, coincidenze a parte, non tornano i conti. Le
tre palazzine in questione sono infatti divise in 178
appartamenti, con garage e soffitte, per un totale di
12mila metri quadri. Anche tenendosi al massimo della
stima - ossia comprando ogni singolo alloggio «a 3mila
euro al metro quadro, senza calcolare la cessione in
blocco che abbatte il prezzo del 30%» spiega Riccardo
Fratini, titolare dell´agenzia "Professione Casa" sulla
Togliatti - si arriva a non più di 36 milioni (che
scendono a 25 se si computa lo sconto per la vendita a
corpo). E sarebbe comunque un calcolo inesatto. Osserva
Carlo Parente, consulente di Tecnocasa: «Dal 2005 al
2010, a eccezione del centro, i prezzi a Roma hanno
registrato un ribasso di circa il 20%».
Perciò il Pd vuole vederci chiaro. «Il sindaco spieghi
perché bisogna spendere 50 milioni per tre palazzine
malmesse, anziché costruire direttamente gli alloggi»,
insiste il consigliere Nanni. «Un pool di architetti da
me incaricati per capire quanti se ne possono realizzare
con quella cifra ne ha stimati tra 300 e 350, nuovi e
con gli stessi standard di edilizia popolare di Via
Marcio Rutilio. Il doppio di quelli che Alemanno intende
comprare».
[23-07-2010]
|
|
CAMERA DECIDE TAGLIO STIPENDI DEPUTATI...
(Adnkronos) - Sara' di mille euro netti
al mese il taglio allo stipendio dei deputati. E' quanto
ha deciso l'ufficio di presidenza della Camera. La
riduzione, conseguente alle norme contenute nella
manovra economica, prevede il taglio di 500 euro dalla
diaria di soggiorno e 500 dalle spese per il rapporto
eletto/elettori.
Per i deputati, dunque, l'ufficio di presidenza ha
stabilito il taglio di mille euro netti al mese nel
trienno 2011-2013. Mentre per quanto riguarda i
dipendenti di Montecitorio si e' stabilita una riduzione
del 5 per cento delle retribuzioni sopra i 90mila euro e
del 10 per cento di quelle sopra i 150mila euro negli
anni 2011, 2012, 2013. Inoltre, la sospensione nel
medesimo trienno dei meccanismi di adeguamento
automatico delle retribuzioni.
Nella nota diffusa al termine della riunione
dell'ufficio di presidenza si spiega che, come era stato
annunciato dai presidenti della Camera e del Senato, in
occasione della manovra "le Camere avrebbero partecipato
responsabilmente al contenimento della spesa pubblica
reso necessario dall'attuale situazione
economico-finanziaria".
4
- ANCHE PER SENATORI TAGLI DI 1000 EURO AL MESE...
(ANSA) - Fra qualche ora l'Ufficio di
presidenza del Senato delibererà sui tagli alle
indennità dei senatori. Saranno misure assolutamente in
linea con quelle adottate dalla Camera, dal momento che
i rispettivi uffici sono stati costantemente in contatto
per varare misure uniformi. Anche a Palazzo Madama,
quindi, la scure o il bisturi, a seconda dei punti di
vista, andrà a incidere per 500 euro sulla diaria di
soggiorno e per i restanti 500 sulla somma destinata al
"rapporto eletto-elettore".
31.07.10 |
|
QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELL’EXPO - FORMIGONI CONTRO
LA MORATTI, TREMONTI CONTRO TUTTE E DUE (non è disposto
a tirar fuori i soldi senza avere voce in capitolo) -
Fondazione Fiera Milano e il gruppo Cabassi, proprietari
dei terreni, non hanno alcuna intenzione di uscirne
senza una valorizzazione adeguata degli stessi -A QUESTO
PUNTO L’UNICO CHE PUÒ SBLOCCARE I LAVORI È BERLUSCONI…
Fabio Tamburini per "il
Sole 24 Ore"
Il
giorno della nomina Giuseppe Sala, neo-direttore
generale della società di gestione dell'Expo 2015, si
era sbilanciato, annunciando «l'impegno di arrivare a
una soluzione entro lunedì 5 luglio ». E, sempre in quei
giorni, Carlo Sangalli, presidente della Camera di
commercio di Milano, l'ente che esprime il presidente
della società di gestione dell'evento, l'imprenditore
Diana Bracco, aveva confermato la necessità «di fare in
fretta». Quasi un mese dopo il problema di come
procedere per quanto riguarda i terreni su cui
realizzare il progetto rimane senza soluzione.
Non solo. L'accordo tra i protagonisti risulta lontano
e, ogni giorno che passa, la matassa tende ad
aggrovigliarsi piuttosto che a dipanarsi. Il clima è
quello di tutti contro tutti, in una partita giocata
all'interno dello schieramento di centro-destra. Il
presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, è
su posizioni molto diverse dal sindaco di Milano,
Letizia Moratti, e dal presidente della Provincia, Guido
Podestà.
Il
ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, non è disposto
a tirar fuori i soldi senza avere voce in capitolo.
Fondazione Fiera Milano e il gruppo Cabassi, proprietari
dei terreni, hanno sensibilità diverse ma non hanno
alcuna intenzione di uscirne senza una valorizzazione
adeguata degli stessi.
La
disputa viene presentata come ideologica: i terreni
vanno acquistati oppure utilizzati in comodato d'uso,
cioè lasciandoli alle proprietà attuali che non
incasserebbero nulla, dovrebbero investire negli oneri
di urbanizzazione e nelle infrastrutture, ma
otterrebbero in cambio la possibilità d'investimenti
immobiliari rilevanti dopo la conclusione dell'evento?
La verità è diversa in quanto, come spesso accade, lo
scontro risulta di puro potere. Formigoni è pronto
all'acquisto dei terreni che l'Agenzia del territorio ha
stimato di valore intorno a 180-190 milioni.
La
Moratti, per i vincoli economici derivanti dal rispetto
del patto di stabilità, non può permettersi investimenti
di tale entità. E Podestà, che peraltro ha da tempo
rapporti eccellenti con i Cabassi, potrebbe farlo
soltanto rinunciando ad almeno parte di altre attività,
per esempio nelle autostrade.
Entrambi non hanno alcuna intenzione di dare via libera
alla Regione Lombardia in quanto convinti che troverebbe
applicazione una delle massime citate spesso da Enrico
Cuccia, il fondatore di Mediobanca, che di affari se ne
intendeva: «Articolo quinto chi mette i soldi ha vinto»,
amava ricordare.
Il
sospetto del Comune e della Provincia è che la seconda
mossa di Formigoni sia di far scendere in campo il
braccio della Regione nei grandi lavori: la
Infrastruttura lombarde spa, guidata da Antonio Rognoni
e pronta ad assumere un ruolo dominante nella gestione
degli investimenti dell'Expo 2015. Esattamente quanto
intende evitare il ministero dell'Economia,che pretende
un ruolo almeno corrispondente all'impegno economico.
Un
interrogativo diffuso, fra l'altro, è sul ritorno
effettivo degli investimenti nell'Expo. Il rischio, alla
resa dei conti,è che il bilancio economico
dell'iniziativa si riveli più che deludente. In più, sia
pure dietro le quinte, pesa l'opposizione strisciante
della Lega Nord, che sta alla finestra incassando subito
un dividendo non di poco conto: il logoramento degli
alleati. Per questo l'opinione prevalente è che
l'immobilismo finisca per prevalere. A meno che non si
assista al classico colpo di scena: la versione
meneghina del "ghe pensi mi" berlusconiano, con il
premier che decide d'intervenire e sblocca la
situazione.
[27-07-2010]
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QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELL’EXPO - FORMIGONI CONTRO
LA MORATTI, TREMONTI CONTRO TUTTE E DUE (non è disposto
a tirar fuori i soldi senza avere voce in capitolo) -
Fondazione Fiera Milano e il gruppo Cabassi, proprietari
dei terreni, non hanno alcuna intenzione di uscirne
senza una valorizzazione adeguata degli stessi -A QUESTO
PUNTO L’UNICO CHE PUÒ SBLOCCARE I LAVORI È BERLUSCONI…
Fabio Tamburini per "il
Sole 24 Ore"
Il
giorno della nomina Giuseppe Sala, neo-direttore
generale della società di gestione dell'Expo 2015, si
era sbilanciato, annunciando «l'impegno di arrivare a
una soluzione entro lunedì 5 luglio ». E, sempre in quei
giorni, Carlo Sangalli, presidente della Camera di
commercio di Milano, l'ente che esprime il presidente
della società di gestione dell'evento, l'imprenditore
Diana Bracco, aveva confermato la necessità «di fare in
fretta». Quasi un mese dopo il problema di come
procedere per quanto riguarda i terreni su cui
realizzare il progetto rimane senza soluzione.
Non solo. L'accordo tra i protagonisti risulta lontano
e, ogni giorno che passa, la matassa tende ad
aggrovigliarsi piuttosto che a dipanarsi. Il clima è
quello di tutti contro tutti, in una partita giocata
all'interno dello schieramento di centro-destra. Il
presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, è
su posizioni molto diverse dal sindaco di Milano,
Letizia Moratti, e dal presidente della Provincia, Guido
Podestà.
Il
ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, non è disposto
a tirar fuori i soldi senza avere voce in capitolo.
Fondazione Fiera Milano e il gruppo Cabassi, proprietari
dei terreni, hanno sensibilità diverse ma non hanno
alcuna intenzione di uscirne senza una valorizzazione
adeguata degli stessi.
La
disputa viene presentata come ideologica: i terreni
vanno acquistati oppure utilizzati in comodato d'uso,
cioè lasciandoli alle proprietà attuali che non
incasserebbero nulla, dovrebbero investire negli oneri
di urbanizzazione e nelle infrastrutture, ma
otterrebbero in cambio la possibilità d'investimenti
immobiliari rilevanti dopo la conclusione dell'evento?
La verità è diversa in quanto, come spesso accade, lo
scontro risulta di puro potere. Formigoni è pronto
all'acquisto dei terreni che l'Agenzia del territorio ha
stimato di valore intorno a 180-190 milioni.
La
Moratti, per i vincoli economici derivanti dal rispetto
del patto di stabilità, non può permettersi investimenti
di tale entità. E Podestà, che peraltro ha da tempo
rapporti eccellenti con i Cabassi, potrebbe farlo
soltanto rinunciando ad almeno parte di altre attività,
per esempio nelle autostrade.
Entrambi non hanno alcuna intenzione di dare via libera
alla Regione Lombardia in quanto convinti che troverebbe
applicazione una delle massime citate spesso da Enrico
Cuccia, il fondatore di Mediobanca, che di affari se ne
intendeva: «Articolo quinto chi mette i soldi ha vinto»,
amava ricordare.
Il
sospetto del Comune e della Provincia è che la seconda
mossa di Formigoni sia di far scendere in campo il
braccio della Regione nei grandi lavori: la
Infrastruttura lombarde spa, guidata da Antonio Rognoni
e pronta ad assumere un ruolo dominante nella gestione
degli investimenti dell'Expo 2015. Esattamente quanto
intende evitare il ministero dell'Economia,che pretende
un ruolo almeno corrispondente all'impegno economico.
Un
interrogativo diffuso, fra l'altro, è sul ritorno
effettivo degli investimenti nell'Expo. Il rischio, alla
resa dei conti,è che il bilancio economico
dell'iniziativa si riveli più che deludente. In più, sia
pure dietro le quinte, pesa l'opposizione strisciante
della Lega Nord, che sta alla finestra incassando subito
un dividendo non di poco conto: il logoramento degli
alleati. Per questo l'opinione prevalente è che
l'immobilismo finisca per prevalere. A meno che non si
assista al classico colpo di scena: la versione
meneghina del "ghe pensi mi" berlusconiano, con il
premier che decide d'intervenire e sblocca la
situazione.
[27-07-2010]
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|
MI
PIACE CALPESTARE I BASTARDI” – CHI è JULIAN ASSANGE,
FONDATORE DI WIKILEAKS CHE IN POCHI ANNI HA RACCOLTO
ATTORNO A SÉ UN POPOLO ANONIMO CHE OGNI GIORNO INVIA AL
SITO DIECIMILA FASCICOLI SCOTTANTI. GUERRA, DROGA,
SESSO, TORTURE: “ESISTE LA LEGITTIMITÀ PER IL SEGRETO,
MA SFORTUNATAMENTE CHI COMMETTE CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ
PUÒ FIN TROPPO FACILMENTE ABUSARNE
Andrea Malaguti per "La
Stampa"
1
- WIKILEAKS, UNO SCOOP E TANTI MISTERI...
Con la sorprendente fretta di chi è costretto a compiere
un atto che nessuna forza può impedire, mosso da un
senso di giustizia dal sapore robespierriano, ormai
diventato una figura mitica a metà tra Robin Hood e il
Kaiser Soze de «I soliti sospetti», Juliane Assange,
indecifrabile fondatore di Wikileaks, sito libero e
senza censure capace di collezionare in meno di quattro
anni oltre un milione di documenti segreti e di
illuminare a giorno il lato oscuro della guerra in
Afghanistan, punta diritto allo sconvolgimento del
potere mondiale.
Così, dopo avere rovesciato sul tavolo della politica
internazionale 92 mila file (e 15 mila sono ancora nel
suo cassetto) che potrebbero riscrivere la storia del
conflitto esploso dopo l'11 settembre, ora è pronto a
difendere con i propri avvocati l'onore e il destino del
soldato Bradley Manning, 22enne analista militare
rinchiuso in una cella d'isolamento in Kuwait con
l'accusa di avere girato proprio a lui, prima i filmati
passati alla cronaca come «Collateral Murder» e poi i
documenti dello scandalo emerso in queste ore.
Siamo di fronte a un grande complotto contro l'America e
il suo presidente o a una rivoluzionaria battaglia per
la libertà di essere informati su ogni passo, scelta e
crimine degli uomini più potenti del pianeta?
Il
12 luglio 2007 un elicottero americano Apache sorvola il
cielo di Baghdad e apre il fuoco, apparentemente senza
motivo, su dodici civili. Li uccide tutti. Due, si
scoprirà poi, sono giornalisti della Reuters. I militari
ridono, l'Apache si allontana, il filmato della mattanza
- Collateral Murder - finisce miracolosamente a Manning,
che dalla sua postazione afghana riesce a violare e a
saccheggiare i computer del Pentagono. Il soldato
bambino si confida - chissà perché - con l'hacker Adrian
Lemo.
«Ho consegnato tutti i file rubati a Wikileaks, non
potevo reggere da solo questo peso». Errore
imperdonabile. Lemo lo denuncia, i militari dell'Army
Criminal Investigators lo arrestano e Julian Assange
diventa ufficialmente un nemico pubblico. Ma è possibile
immaginare che un piccolo analista militare - e dunque
potenzialmente tutti i suoi anonimi colleghi sparsi per
il mondo - sia stato in grado di violare il segreto più
protetto del pianeta? O è più facile, come fanno alcuni
commentatori inglesi, pensare a una battaglia
all'interno del Pentagono?
Le
ipotesi sull'obiettivo si sprecano. La necessità di
spostare in Pakistan lo scontro militare e la voglia di
mettere in difficoltà un presidente che ha preteso la
pubblicazione dei verbali di Guantanamo, sono le più
gettonate.
Julian Assange, nato a Townsville, nel Queensland,
figlio di attori teatrali, costretto a una vita nomade,
ex hacker del gruppo «International Subersives», cultore
di Orazio da cui ha mutuato il primo soprannome «Mendax»
(«Bugiardo, ma nel senso dello splendido bugiardo delle
Odi»), ha fondato il sito che oggi può contare su 800
collaboratori, sui fondi di finanziatori anonimi e
volontari - nell'ultimo anno sono arrivati 650 mila
dollari - e che ha Noam Chomsky come amministratore del
gruppo su Facebook, all'inizio del 2006.
Da
allora, scampando a un tentativo di omicidio in Kenya,
ha svelato i segreti di governi, banche e politici
americani, svizzeri, africani e ha affrontato scontri
legali con Sarah Palin e Scientology. Ha raccolto
attorno a sé un popolo anonimo che ogni giorno invia al
sito diecimila fascicoli scottanti. Guerra, droga,
sesso, torture.
Come se Assange avesse risvegliato un antico bisogno di
giustizia universale. Il suo amico Ben Laure che lo
ospita a Londra nei viaggi a sorpresa dice di lui:
«Julian ha la testa piena di complotti e di ossessioni.
Ma ha cuore, forza e ideali. È un genio, insomma, un
genio del bene». Un pazzo, forse buono, deciso a
cambiare il mondo.
"ORA BASTA BUGIE. IL MONDO DOVRÀ APRIRE GLI OCCHI"...
Frontline club di Londra, 13 di Norfolk Place, a pochi
passi dalla stazione di Paddington, è qui che il
fantasma prende corpo e voce per rispondere alle domande
della stampa. Due ore filate, senza pause. La sala con i
mattoni rossi è piena di giornalisti, registratori e
telecamere, ma c'è un silenzio da cerimonia funebre.
Anche le domande arrivano sottovoce.
Julian Assange si presenta a mezzogiorno. È alto, forse
un metro e novanta, magro, carismatico, ha capelli
bianchi e il volto allungato, liscio. Pare che abbia 39
anni, qualcuno dice 37, ma anche su questo rimane il
mistero.
Indossa una giacca blu e una camicia chiara con i primi
due bottoni slacciati. I capelli bianchi, da druido,
sono pettinati con la riga da una parte, precisa, gli
occhi sono scuri, tra il nero e il marrone, rapidi,
diffidenti. Resta in piedi dietro un leggio su cui
appoggia il computer, alle sue spalle una foto di Donald
McCullin: Vietnam, 1968, un soldato americano con gli
occhi sbarrati, sotto choc, il volto pieno di polvere,
guarda angosciato il nulla stringendo tra le dita la
canna di un fucile. «Se adesso ci attaccano vuole dire
che abbiamo fatto un lavoro come si deve. Il buon
giornalismo è controverso per natura».
Mr
Assange, la Casa Bianca vi accusa di aver messo in
pericolo la vita dei soldati in Afghanistan.
«Il materiale che abbiamo pubblicato fa riferimento al
periodo che va dal 2004 al 2009. L'ultimo file è
relativo a sette mesi fa. Lo scenario è cambiato. Non
abbiamo messo in pericolo la vita di nessuno. Anzi,
abbiamo scartato 15 mila file proprio perché avevamo il
dubbio che potessero danneggiare singoli esseri umani.
Esiste la legittimità per il segreto e anche per la
trasparenza, ma sfortunatamente chi commette crimini
contro l'umanità o va contro la legge può fin troppo
facilmente abusare del legittimo segreto».
Ci
sono testimonianze di crimini di guerra?
«Molte. Ad esempio le operazioni della Task Force 373,
uno squadrone della morte che ha assassinato almeno 7
bambini. La vera storia di una guerra non è fatta dai
grandi eventi, ma dai piccoli orrori quotidiani. La
morte dei ragazzini, dei civili, dei soldati. E noi
abbiamo solo grattato la superficie».
Perché avete deciso di pubblicare? E perché lei,
personalmente, ha fatto questa scelta?
«Per fare luce sulla brutalità e sul sudiciume
quotidiano della guerra. Magari queste testimonianze
faranno cambiare la posizione di chi ha influenza
politica e diplomatica e modificheranno l'atteggiamento
dell'opinione pubblica non solo sull'Afghanistan, ma su
tutte le guerre moderne. Io? Viviamo tutti una sola
volta, dobbiamo fare buon uso del tempo che abbiamo».
Cosa farete per il soldato Bradley Manning, accusato di
avervi consegnato i file di «Collateral Murder»?
«Gli daremo tutto il nostro appoggio legale».
Anche questi documenti arrivano da lui?
«Non parlo delle fonti del nostro lavoro».
L'ultima domanda è mutuata da una intervista rilasciata
a Der Spiegel ieri mattina. Signor Assange, ha paura per
la sua vita?
«No, mi piace calpestare i bastardi».
Il
fondatore di Wikileaks adesso chiude il computer, si
gira verso la foto di McCullin e scivola via come è
arrivato. All'improvviso, come un gioco di prestigio.
Sono le tre del pomeriggio. Sparisce. Ha tutto il mondo
alle calcagna.
27-07-2010]
|
|
PARTITO MIO FATTI CAPANNA – ALLA FACCIA DELLA
CRISI E DELLA TRASPARENZA, ECCO QUANTO CI COSTA LA
SECONDA REPUBBLICA: 3 MLD € A LORSIGNORI TRA RIMBORSI
ELETTORALI, FONDI AI GIORNALI E ALTRI MILLE RIVOLI -
COSÌ DA 16 ANNI INGANNANO IL NO DEI CITTADINI ALLE
SOVVENZIONI PER I POLITICI… Primo di Nicola
per "L'espresso" (ha collaborato Francesco Giurato)
Tre miliardi di euro. Una cifra stratosferica,
equivalente a quasi seimila miliardi delle vecchie lire.
Sono i soldi pubblici che i partiti italiani hanno
incassato in sedici anni: il tesoro nascosto della
Seconda Repubblica. Una cascata di denaro prelevato
dalle tasche dei cittadini e trasferito nei forzieri che
sostengono la macchina politica del nostro paese. E
stiamo parlando soltanto dei fondi elargiti dallo Stato
a partire dal fatidico 1994, anno di svolta dopo la
tempesta di Tangentopoli, segnato dall'introduzione del
sistema maggioritario.
"L'espresso"
ha ricostruito i mille rivoli di questo fiume di denaro,
che si è modificato secondo gli assetti della politica e
delle maggioranze, con formazioni che scompaiono e
coalizioni in continua metamorfosi. In questo inseguirsi
di sigle e simboli, dalla contabilità bizantina, resta
però un punto fermo, che ha il sapore di una truffa ai
danni della cittadinanza. Perché nell'aprile 1993 il
referendum per l'abolizione del finanziamento pubblico
dei partiti era stato approvato con una maggioranza
bulgara.
L'iniziativa
promossa dai Radicali di Marco Pannella aveva ottenuto
il 90,3 dei consensi e avrebbe dovuto decretare la fine
delle trasfusioni a vantaggio dei segretari
amministrativi di movimenti grandi e piccoli. Invece no:
nonostante quel voto, i cittadini hanno continuato a
pagare per sovvenzionare la politica. Nel disprezzo
della volontà popolare espressa dal referendum, la corsa
all'oro di Stato è proseguita ed addirittura aumentata.
Sommando al
denaro per gli organigrammi di partito quello per i loro
organi: fondi a go-go erogati a favore dei cosiddetti
giornali organi di partito, come la cara vecchia "Unità"
del Pci-Pds-Ds, il "Campanile nuovo" dell'Udeur di
Clemente Mastella, la "Padania" di Umberto Bossi, il
"Foglio" di Giuliano Ferrara e le altre decine di
testate di partiti e movimenti spesso fantasma o
appositamente creati che, nello stesso periodo, da soli,
secondo una stima de "L'espresso" , in quella torta di
tre miliardi valgono circa 600 milioni di euro. Davvero
un bel bottino.
Caccia al
tesoro È quella scatenata dai partiti per mettere le
mani sul tesoretto pubblico dei rimborsi: ben 2 miliardi
254 milioni di euro stando al calcolo fatto recentemente
dalla Corte dei conti fino alle elezioni politiche del
2008, cui vanno però aggiunti un altro centinaio di
milioni maturati nel 2009 grazie alle ultime europee.
Come è stato possibile trasferire tanto denaro
nonostante il plebiscito del referendum? Aggirando il
veto al finanziamento pubblico con una nuova formula: il
meccanismo dei rimborsi elettorali.
Sempre
pubblici, sempre pingui ma formalmente giustificati
dalla volontà di tutelare la competizione democratica.
Sulla carta, però, il risarcimento a carico della
collettività avrebbe dovuto coprire soltanto i costi
sostenuti nella campagna. Ma i furbetti del partitino
hanno subito inserito un primo trucco: come per magia, i
rimborsi volano lontano dalle regole dell'economia e si
plasmano su quelle della politica, per dilatarsi e
lievitare. Non si calcolano sulla base dei soldi
effettivamente investiti e spesi per spot, comizi e
manifesti, ma in proporzione ai voti ricevuti. Quanto
per l'esattezza? Una cifra che si è gonfiata senza sosta
e senza vergogna, in un'autentica corsa al rialzo.
Nelle
politiche del 1994, le prime dopo il referendum blocca
finanziamenti che segnarono la vittoriosa discesa in
campo di Silvio Berlusconi, il fondo a disposizione è
stato alimentato con una formula magica: 1.600 lire per
ogni cittadino, non tantissimo perché all'epoca un
quotidiano costava 1.300 lire ma che fatti i calcoli
produce una cifra monstre. In totale, per Camera e
Senato, il contributo toccò la cifra di 90 miliardi 845
milioni di lire. Un bel gruzzolo, non c'è che dire.
La torta che
lievita Ma, si sa, l'appetito vien mangiando, ed ecco
negli anni successivi gli alchimisti parlamentari
scendere in aiuto dei tesorieri di partito. I maestri
del ritocchino si danno da fare e nel 1999 il contributo
triplica e passa a 4 mila lire per abitante. E come è
accaduto in tutte le botteghe, nel 2002 l'euro ha
offerto un'occasione ghiotta per scatenare aumenti
selvaggi e poco chiari. Si prevede un 1 euro per ciascun
anno di legislatura: in pratica 5 euro per ogni
cittadino italiano.
Certo,
parallelamente si cancella quel 4 per mille che dal 1997
per due anni ha dato ai cittadini la possibilità di
destinare ai partiti questa percentuale dell'imposta sul
reddito fino a un totale massimo di 56 milioni 810 mila
euro. E poi si era ridotto il fattore di
moltiplicazione: non più il totale dei cittadini ma solo
il numero degli iscritti nelle liste elettorali della
Camera.
Anche le
modalità di pagamento degli agognati rimborsi subiscono
modifiche: non più tutti e subito ma rateizzati nei
cinque anni di durata della legislatura. Con una
fondamentale postilla: il blocco in caso di scioglimento
anticipato. Niente più parlamento, niente più quattrini.
Una misura ispirata dalla frequenza delle elezioni
nostrane, che viene però considerata troppo severa dalle
segreterie di partito. E difatti nel 2002 aboliscono
l'interruttore: il finanziamento si incassa anche se i
parlamentari decadono prima.
Una
farcitura a doppio strato: consente alle rate dei vecchi
rimborsi milionari di sovrapporsi a quelle altrettanto
ricche portate in dote dalla nuova legislatura. Il
risultato è sotto gli occhi di tutti, con effetti
paradossali. Come bene dimostrano i rimborsi della
quindicesima legislatura aperta nel 2006 e finita nel
2008 che continueranno ad essere incassati dai partiti
fino al 2011 e si sommeranno a quelli della sedicesima
che dovrebbe durare fino al 2013. Ci sono partiti, come
i Verdi, Rifondazione, i Comunisti italiani che non sono
più in Parlamento ma vengono ancora sovvenzionati dagli
italiani.
Di astuzia
in cavillo, le coalizioni hanno divorato oltre 2
miliardi 300 milioni di euro, frutto non solo dei
rimborsi per le elezioni di Camera, Senato e Parlamento
europeo, ma anche per quelle regionali. La Finanziaria
del 2008 ha promesso le forbici: un taglio del dieci per
cento su questi fondi. Che però si fatica a seguire
nella loro destinazione finale, soprattutto da quando la
competizione è tra blocchi di alleanze.
Chi ha
incassato di più? Secondo la stima che "L'espresso" ha
elaborato spulciando i piani di ripartizione stilati
dalla Tesoreria della Camera e i bilanci annuali delle
forze politiche, a fare la parte del leone è stato
proprio colui che da sempre sostiene di essere sceso in
campo per affrancare gli italiani dai partiti-parassiti:
l'attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La
creatura da lui fondata nel 1994, Forza Italia, risulta
infatti in testa alla lista dei beneficiati con oltre
638 milioni di euro di rimborsi elettorali incassati,
pari a mille 235 miliardi di lire. Il calcolo è
semplificato dal fatto che nel Pdl i conti restano
separati: Fi e An si spartiscono le elargizioni
pubbliche in modo netto.
Più
complesso decifrare le geometrie finanziarie della
sinistra. In tre anni il Partito Democratico ha maturato
ben 253 milioni di euro, frutto soprattutto delle ultime
politiche. In più ci sono quelli del Pds-Ds con 184
milioni di euro alla voce "contributi dello Stato per
rimborso delle spese elettorali". Troppo poco, è
evidente, ma a questa cifra ci sono da aggiungere le
quote Ds nei fondi per le coalizioni di centrosinistra e
soprattutto per l'Ulivo: ma i rami della pianta di
sinistra sono così intricati che nessuno riesce a
distinguerne i colori.
Anche la
tesoreria del partito ha replicato alla richiesta de
"L'espresso" allargando le braccia. E che si tratti di
cifre considerevoli lo testimoniano le posizioni di
assoluto rililevo conquistate nella nostra graduatoria
dalle coalizioni di centrosinistra come L'Ulivo e
L'Ulivo per l'Europa (vedere tabella) che insieme hanno
totalizzato oltre 260 milioni. In casa Fini prima delle
ultime turbolenze era invece facile fare i calcoli: 237
milioni.
Al settimo
posto c'è poi l'Udc di Pier Ferdinando Casini con i suoi
quasi 114 milioni, seguita da Rifondazione comunista
che, a dispetto delle traballanti fortune elettorali che
l'hanno vista sparire dalla scena parlamentare nel 2008,
in tre lustri ha raccolto 105 milioni di euro, mentre
Lega e Margherita vantano rispettivamente 102 e 85
milioni di euro.
Cifre
ragguardevoli che si attestano sopra i 72 milioni
iscritti nei bilanci dell'Italia dei valori e che
doppiano i 35 dei Verdi, altri desaparecidos in
Parlamento. Si può infatti anche non avere
rappresentanti alle Camere ma, incredibilmente,
riscuotere lo stesso i rimborsi pubblici. Se per farsi
eleggere serve più del 4 per cento dei suffragi, per
incassare è sufficiente un modesto 1 per cento. Come è
capitato alla Destra di Francesco Storace e Daniela
Santanché che, nonostante sia restata fuori con il 2,4
per cento dei voti, sta intascando oltre 6 milioni di
euro.
Viva la
differenza Fondare un partito e presentarlo alle
elezioni è infatti sempre un grande affare. Il denaro
impegnato in spese elettorali è un investimento
sensazionale. Qualche cifra: a fronte dei 2 miliardi e
254 milioni di euro di rimborsi erogati dal 1994 al
2008, secondo l'indagine della Corte dei conti le forze
politiche hanno speso solo 579 milioni di euro. In
pratica ci hanno guadagnato 1600 milioni: il che vuol
dire (vedere tabella) che i soldi investiti nella
campagna elettorale hanno avuto un rendimento di oltre
il 389 per cento, con punte massime del 959 registrate
alle politiche del 2001. Con qualche partito più bravo
di altri.
Il Pdl che
nel 2008 ha dichiarato spese elettorali per 68 milioni
475 mila euro ha maturato rimborsi per più di 200
milioni di euro con un guadagno di oltre il 200 per
cento. Mentre il Pd che ha speso 18 milioni 418 mila
euro, riscuoterà 180 milioni con un guadagno di circa il
1.000 per cento. Un vero record.
Dati choc
che smascherano l'effettiva natura di quelle erogazioni:
altro che rimborsi, è sempre quel finanziamento dei
partiti tout court che è sopravvissuto al referendum. Lo
sottolinea la Corte dei conti nel dossier sui consuntivi
delle spese delle forze politiche per le elezioni del
2008. Queste cifre, hanno sentenziato i magistrati
contabili, dimostrano "che quello che viene normalmente
definito contributo per il rimborso delle spese
elettorali è, in realtà, un vero e proprio
finanziamento".
Prelievo
quotidiano È quello per tanti anni consumato da molti
dei cosiddetti organi di partito. Un altro pozzo senza
fondo alimentato dal dipartimento per l'Editoria della
presidenza del Consiglio e che secondo i dati
disponibili sul sito di palazzo Chigi e analizzati da
"L'espresso" in sedici anni ha elargito finanziamenti
per un totale di 598 milioni di euro. A chi sono andati?
In testa alla lista c'è "l'Unità" con quasi 100 milioni
di euro. A sorpresa, al secondo posto, con oltre 50
milioni, rifulge la "Padania" dei leghisti di Umberto
Bossi, grandi fustigatori della "Roma ladrona", ma non
quando si tratta di incamerare pubbliche provvidenze.
Seguono
"Liberazione" (48 milioni), voce di Rifondazione
comunista e "Il Secolo d'Italia", di An (quasi 40
milioni). Dov'è lo scandalo? Anche nel fatto che a
ramazzare questi denari ci sono testate di quotidiani e
periodici che difficilmente comparirebbero se lo spirito
della legge fosse stato correttamente rispettato.
Tra i grandi
foraggiati, con oltre 35 milioni c'è "Il Foglio":
fondato da Giuliano Ferrara, ha tra gli azionisti pure
Veronica Lario, moglie del presidente Berlusconi
prossima al divorzio. C'è "Il Denaro" (18 milioni),
giornale napoletano diretto da Alfonso Ruffo; "Il
Riformista" (14 milioni) fondato dall'ex senatore
Antonio Polito ma edito dalla famiglia Angelucci, tra i
maggiori imprenditori della sanità privata, il cui
capostipite Antonio è stato eletto deputato nel Pdl. E
c'è "Libero", altra testata della famiglia Angelucci,
che ha incassato circa una ventina di milioni.
Anche in
questo caso, una legislazione ambigua e volutamente
sprecona ha permesso di confondere alti principi
democratici e bassi interessi privati. Nel 1990 si
stabilisce che per ottenere i fondi basta essere organi
di partito o di un movimento con almeno due
rappresentanti eletti in Parlamento; poi via via si
introducono regole nuove e strambi cavilli come
l'apparentamento con almeno un gruppo parlamentare,
anche a Strasburgo; o la trasformazione in cooperativa
giornalistica.
Le regole
sono oscure, il fine è chiaro: mettere i soldi in tasca.
Come l'ultima trovata del 2006 che ha totalmente abolito
il requisito del collegamento con una rappresentanza
parlamentare per i giornali che in passato sono comunque
stati organo di partito. In pratica, il privilegio è
immortale.
GENITORI DI DUE GEMELLI
È proprio
grazie a questi "aggiustamenti" che "Il Foglio" ha
potuto attingere ai finanziamenti in quanto organo della
"Convenzione per la giustizia", creatura dell'ex
presidente forzista del Senato Marcello Pera e del verde
Marco Boato. Il "Denaro" invece ha fatto bingo in quanto
bandiera di "Europa mediterranea", un'associazione che
allineava l'ex ministro Antonio Marzano e l'ex
parlamentare Claudio Azzolini.
Ma il caso più eclatante resta
quello di "Libero", quotidiano fondato nel 2000 da
Vittorio Feltri. Questo giornale per accedere ai fondi
per l'editoria di partito, a cominciare dal 2003 ha
preso in affitto il bollettino "Opinioni nuove"che già
riceveva modeste provvidenze in quanto organo del
movimento Monarchico italiano. Questo supplemento
coronato ha portato in dote a "Libero" i fondi pubblici
riservati agli organi di partito. Avanti Savoia, tutto
serve per fare cassa. 23-07-2010]
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GARA DI FILANTROPIA TRA GATES E ALLEN...
R. Fi. per "il Sole 24 Ore" - Gara
di filantropia in casa Microsoft. Rispondendo
all'appello di Bill e Melinda Gates e Warren Buffett ai
miliardari d'America, Paul Allen, co-fondatore del
colosso dell'informatica Microsoft, ha promesso che
devolverà in beneficenza metà del suo patrimonio. Se non
fosse che, nel marzo scorso, la rivista Forbes gli ha
attribuito una fortuna pari a 13,5 miliardi di dollari,
quanto basta per piazzare Paul Allen al 37esimo posto
della classifica degli uomini più ricchi al mondo.
e Gates è da
anni una sorta di icona della filantropia, Allen finora
ha preferito lavorare in sordina. Assecondando il suo
interesse verso la ricerca scientifica, l'arte e
l'istruzione, ha destinato oltre in miliardo di dollari,
finanziando in particolare la fondazione «Allen
Institute for Brain Science » e il Museo della Musica e
della fantascienza di Seattle, disegnato da Frank Gehry.
Ora la decisione di pubblicizzare le sue attività.
Magari pensando che così altri miliardari saranno
stimolati a fare lo stesso.
23.07.10 |
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Christies!
il banana ha messo in vendita Villa Certosa? - quote latte:
Qualcuno sta ricattando bossi? - expo, una bomba ad orologeria -
milano senza palette e fischietti - paolo b. in chiesa col cell
- rolex cardia - PADELLARO: NELLA RASSEGNE STAMPA NON SI CITA
’IL FATTO’ PERCHE’ HA TITOLI FORCAIOLI - “UOMINI E DONNE”:
MALEDIZIONE? - scrocconi a portofino - un cappuccio per belen...
1 -
Christie! non sarà in vendita Villa Certosa? "Tenuta
presidenziale in Costa Smeralda. In un esclusivo quartiere a
pochi minuti dalla Marina di Porto Rotondo, questa magnifica
proprietà immobiliare di 19.000 metri quadrati composta da 4
ville, con vista su un mare cristallino. Pur trovandosi nel
cuore della Costa Smeralda, questa tenuta presidenziale è
circondata da un grande parco, e offre privacy assoluta. Ideale
per un ritiro aziendale o per riunioni di famiglia. Sarebbe
perfetta per ospitare celebrità quali Mecenate, zar, e
statisti".http://www.christiesgreatestates.com/greatest_estates/view_32467/#
2 - Una
pagina intera dedicata allo scandalo delle quote latte e, alla
fine, quasi nascoste, tre righe succosissime nelle quali il
Corriere di sabato riporta una dichiarazione di Enrico Morando
(PD): "Cosa induce un partito serio come la Lega a sputtanarsi
in questo modo per 76 persone? Dietro ci deve essere qualcosa di
enorme. Qualcuno la sta ricattando, altrimenti non si spiega. E
quel qualcuno ha a che fare con CrediEuroNord". Morando si
riferisce alla banca della Lega salvata dal fallimento dalla
Banca Popolare di Lodi di Fiorani. E cosa c'entra con le quote
latte? Ah, saperlo.
3 - Il
mitico Renato Mannheimer, con il suo IPSO, ha scoperto che i
milanesi contrari all'Expo sono passati dal 49% dello scorso
anno, al 59% del giugno scorso. E Marco Travaglio, Piero
Colaprico, Gianni Barbacetto si preparano ad inchieste su un
evento che assomiglia sempre più ormai ad una bomba ad
orologeria.
4 - A
Milano mancherebbero ben duecentocinquanta palette e decine di
fischietti per la Polizia Municipale, ma il Comune ha scovato un
milione di euro per la manutenzione del Duomo. E poi dicono che
c'è l'8 per mille...
5 - La
domenica mattina presso la parrocchia di San Nicolò a Vaprio
d'Adda (MI), durante la Messa grande, è facile imbattersi in
personaggi come Paolo Berlusconi, rigorosamente in pantaloncini,
e Sergio Motta, già conosciuto come macellaio del più famoso dei
fratelli Berlusconi! Paolo, residente nell'elegantissima zona
Castelbarco, è molto affaccendato col cellulare anche durante la
funzione religiosa...
6 - Carlo
Cinelli e Federico De Rosa per il "CorrierEconomia" - È il
classico regalo che ricevono i ferrovieri a fine carriera: un
bell'orologio svizzero. Stavolta, però, il dono è arrivato per
l'inizio della nuova carriera al ferroviere «di lusso», Lamberto
Cardia, neo presidente delle Ferrovie.
A
farglielo non è stato però il nuovo datore di lavoro ma i vecchi
colleghi della Consob, che si sono autotassati per comprargli un
prezioso Rolex. Premio-ricordo per i 14 anni, di cui sette da
presidente, passati da Cardia a vigilare sui furbetti della
Borsa.
12-07-2010]
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MENO MALE
CHE FINI C’È (A MONTECITORIO) – IL PRESIDENTE DELLA CAMERA
S’ERGE COME UN SOL’UOMO CONTRO IL VIL ATTACCO DELLA CORTE DEI
CONTI AI DIPENDENTI DELLA CAMERA CHE TIMBRAVANO IL CARTELLINO E
USCIVANO PER I CAZZI LORO – GUARDA UN PO’, TRA QUESTI ANCHE UNA
SUA SEGRETARIA! – AI MAGISTRATI CONTABILI GIAN-MENEFREGO DICE:
LA DOTAZIONE È MIA E GUAI A CHI ME LA TOCCA…
Franco
Bechis per "Libero"
Il
presidente della Camera, Gianfranco Fini ha alzato uno scudo
civile simile a quello previsto dal lodo Alfano per il governo
per proteggere la sua segretaria e altri 16 dipendenti della
Camera dei deputati dalla procura generale della Corte dei
Conti. Il 9 aprile scorso infatti il viceprocuratore generale
della sezione giurisdizionale per il Lazio della Corte dei Conti
aveva scritto al segretario generale della Camera, Ugo Zampetti,
per ottenere informazioni dettagliate sui 17 furbetti di
Montecitorio che avevano usato irregolarmente i propri badge
risultando presenti al lavoro anche quando se ne stavano a casa
o in vacanza.
La procura
della Corte dei Conti aveva infatti intenzione di aprire un
fascicolo sui 17 per responsabilità amministrativa per danno
erariale.
I
fannulloni di Montecitorio erano stati pizzicati nel gennaio
scorso proprio dalla segreteria generale della Camera dei
deputati a cui erano giunte alcune denunce anonime. Con alcuni
controlli a campione all'inizio erano stati identificati 15
dipendenti che utilizzavano irregolarmente i badge di entrata
risultando presenti anche quando erano assenti ore.
Tutti
erano stati sospesi dal servizio e denunciati alla procura della
Repubblica di Roma dalla stessa amministrazione di Montecitorio,
dove è stato aperto dal pm Ilaria Calò un fascicolo di reato
ipotizzando la truffa aggravata ai danni dello Stato. Unica
concessione ai dipendenti, fino all'esito della vicenda penale,
il mantenimento dello stipendio sia pure in misura ridotta di un
terzo. Successivamente si è scoperto che altri due dipendenti
avevano compiuto le stesse irregolarità dei 15, e la notizia
(subito segretata) ha creato più di un imbarazzo a Montecitorio.
Perché
nell'elenco finale figurava anche Orietta Di Mario, componente
della segreteria del presidente della Camera, da lunghi anni
dipendente dell'istituzione e da molti di più conosciuta da
Fini, essendo stata la Di Mario segretaria dell'ex deputato
missino Alfredo Pazzaglia, scomparso nel 1997 (ed eletto nel Csm
dal 1994). Naturalmente l'indiscrezione sulla segretaria del
presidente pizzicata insieme agli altri fannulloni è passata di
bocca in bocca fra i dipendenti gran lavoratori del palazzo, che
sono la schiacciante maggioranza.
Ma si è
cercato di blindare la notizia all'interno del corpo, proprio
per non creare problemi al presidente della Camera, che in ogni
caso anche per la Di Mario ha chiesto si procedesse con la
denuncia alla procura come per tutti gli altri (non ci sarebbe
stata alternativa). Nelle indagini interne si è poi fatta anche
luce sul meccanismo utilizzato dai fannulloni per gabbare
l'ufficio del personale di Montecitorio.
Sono stati
utilizzati- non si sa con quanta consapevolezza del reato che si
stava commettendo- alcuni ex dipendenti della Camera ormai
andati in pensione. Per pratiche amministrative varie e per
diritto a loro è concesso l'ingresso nel palazzo, ma prima di
entrare raccoglievano il badge dalle mani dei colleghi
fannulloni che risultavano in uscita, e timbravano facendo
certificare così un fasullo immediato ingresso, come fossero
solo andati in pausa caffè al di fuori delle mura di
Montecitorio.
Di fronte
al fascicolo della procura (che il 24 maggio scorso ha
depositato tutti gli atti di fine indagine preparandosi a
chiedere il rinvio a giudizio dei 17) la procura generale della
Corte dei Conti del Lazio si è mossa come in mille altri casi.
Ma si è trovata un muro di fronte.
Curiosamente è stato lo stesso Fini a svolgere in ufficio di
presidenza della Camera una luna e dotta dissertazione
giuridica, zeppa di pronunce della Corte Costituzionale, per
spiegare che la Corte dei Conti deve ritirarsi in buon ordine e
che né la sua segretaria né i suoi colleghi fannulloni possono
essere chiamati a risarcire un solo centesimo all'erario.
"Alla
Camera dei deputati", ha esordito Fini, "è riconosciuta
autonomia finanziaria e contabile, come affermato dalla
consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale. In tale
quadro la Camera è titolare di una dotazione finanziaria sulla
cui gestione gli altri poteri non possono in alcun modo
esercitare forme di sindacato". Insomma, la "dotazione è mia e
guai a chi me la tocca", anche se quei soldi vengono
direttamente dalle tasche- e dalle tasse- di tutti gli italiani.
Ma che
c'entra l'immunità per la segretaria di Fini e i suoi colleghi?
C'entra: "Dai suddetti principi della Corte Costituzionale", ha
continuato il presidente dell'assemblea di Montecitorio,
"discende che i dipendenti della Camera dei deputati sono
sottratti alla giurisdizione contabile della Corte dei Conti
anche con riferimento al giudizio di responsabilità per danno
erariale".
Dunque,
cari magistrati contabili, giù le zampe dai portafogli della
segretaria di Fini e colleghi. Anche perché "la responsabilità
erariale è intimamente connessa con il rapporto di servizio. Ed
è noto in proposito- ha concluso Fini- che tale rapporto per i
dipendenti della Camera non è soggetto alla giurisdizione
ordinaria bensì all'autodichìa, anche recentemente oggetto di
pronunce giurisdizionali che ne hanno riconosciuto la piena
legittimità".
15-07-2010]
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SALVA-LIBRIDINE – ERA L’ULTIMA “REMAINDERS” RIMASTA, L’ULTIMA
LIBRERIA DOVE SI POTEVANO SCOVARE A PREZZI BASSISSIMI I LIBRI
INVENDUTI CHE GLI EDITORI GETTAVANO AL MACERO - UNA MINIERA DI
CARTA CHE HA FATTO FELICE PER DECENNI LETTORI SQUATTRINATI E
BIBLIOFILI INCALLITI - STROZZATA DALL’AFFITTO, SFRATTATA DAL
CENTRO DI ROMA, SALVATA DA ALEMANNO E CROPPI: ASILO IN LOCALI
DEL COMUNE....
1 -
POLITICI, ATTORI, ARTISTI E SCRITTORI DA QUESTI SCAFFALI SON
PASSATI TUTTI
Chiara Buoncristiani
per "Libero"
C'è un
silenzio lungo qualche secondo tra il messaggio e la risposta.
Rodolfo Giammona, il proprietario della libreria Remainders di
piazza San Silvestro a Roma spalanca gli occhi e prende fiato.
Prima immagina uno scherzo, poi comincia a crederci. La libreria
è salva. «Il 31 luglio chiudiamo bottega perché non ce la
facciamo a pagare l'affitto», aveva ammesso il 12 luglio
Rodolfo. «Dopo una trattativa pesante lo scorso anno avevamo
accettato un aumento della locazione. Speravamo che potesse
esserci anche un aumento di fatturato che però non si è
verificato».
Quello che
Giammona non aveva invece sperato era la reazione che il suo
annuncio avrebbe sortito: prima l'appello su "Libero" di
Simonetta Bartolini, poi le decine di telefonate di sostegno che
sono arrivate e, infine, l'impegno dell'assessore alla Cultura
Umberto Croppi a salvare Remainders. D'accordo con il sindaco
Alemanno, Croppi, che ci tiene a far sapere di essere «uno di
quelli che da Remainders ci sono cresciuti», si è messo al
lavoro per individuare dei locali di proprietà del Comune che
possano ospitare la libreria.
Ora
Rodolfo non si tiene più, parla solo al superlativo: «È una
notizia bellissima, io sono stracontento perché proprio non me
lo aspettavo». Eppure come l'assessore, in tantissimi, non solo
a Roma, considerano Remainders una specie di istituzione
culturale, l'ultima incarnazione di un'idea folle e geniale,
quella di salvare dal macero titoli invenduti e proporli a metà
prezzo o addirittura a un quarto del costo.
Dei 127
negozi avviati da Biagio Melloni all'inizio degli anni Sessanta,
la libreria romana resta l'ultimo esemplare. In piazza San
Silvestro, tra gli scaffali di questo Remainders inaugurato nel
1965 (il giorno dell'apertura fu necessario l'intervento dei
carabinieri, per la troppa folla), sono passati molti nomi noti.
Rodolfo entrò da commesso e poi divenne il titolare.
Tra i
clienti storici ricorda attori, registi, scrittori, ma anche
persone comuni: «Nella nostra libreria creammo subito una sala
di lettura, per favorire gli studenti e coloro che cercavano
qualcosa di particolare. Ho venduto libri ad Alberto Sordi, Pupi
Avati, Ingrid Bergmann, Federico Fellini, Vittorio Gassman,
Alberto Arbasino, Pablo Neruda Carmelo Bene, Giancarlo Giannini,
Pupi Avati. Giorgio Manganelli e Alberto Moravia erano
frequentatori abituali».
Senza
contare i politici, visto che Remainders è a due passi dal
Parlamento: Spadolini e Craxi «cercavano sempre libri sul
Risorgimento», Ugo La Malfa «spulciava tutto da lettore
onnivoro», Berlinguer «era gentile e discreto». Anche molti
politici attuali non mancano nella lista: Rutelli, Veltroni,
Cicchitto e, tra gli altri, «il ministro Carfagna, che di solito
arriva senza scorta». Una volta entrò il presidente Pertini e
cominciò a dialogare con la gente, gettando nel panico i
guardaspalle ».
2 -
L'ULTIMA REMAINDERS D'ITALIA TROVERÀ ASILO IN LOCALI DEL COMUNE
DI ROMA. UNA BUONA NOTIZIA, MA SONO TROPPI I PICCOLI LIBRAI
COSTRETTI AD ARRENDERSI DINANZI AD AFFITTI IMPOSSIBILI
Giampiero Mughini per "Libero"
Meno male
che per una volta c'è il lieto fine. Che la "Libreria
Remainders" di Piazza San Silvestro a Roma, che il prossimo 31
luglio verrà sloggiata dai locali dov'era da vent'anni, meta
abituale di pellegrinaggio da parte di noi meschini che amiamo i
libri specie se rari e desueti, resusciterà nei locali di
proprietà del Comune che il sindaco Gianni Alemanno s'è
impegnato a trovare al più presto.
La morte
di quella libreria sarebbe stata una ferita simbolica per la
capitale. E del resto le cose sono purtroppo molto semplici.
Vendere libri è il mestiere economicamente più sciagurato al
mondo.
E perché
vendi una merce quantitativamente poco appetita e perché hai su
quella merce un ricarico miserrimo, il 26 per cento netto una
volta tolte le spese, e sempre che tu non faccia uno sconto al
cliente affezionato. Impossibile per chi vende libri sopportare
i raddoppi di affitto richiesti da proprietari delle mura che
quegli aumenti li ottengono facilmente da chi sbatte in vetrina
jeans sui quali il ricarico è a dir poco del 100%. In Italia
succede a ogni momento, che le piccole librerie storiche alzino
bandiera bianca.
A Milano
s'è fatta drammatica la situazione della "Milano libri", una
delle più belle librerie italiane, quella dov'era nata la
leggendaria rivista di fumetti "Linus". Ancora a Milano aveva
provocato una sollevazione della cultura cittadina la richiesta
fatta dal Comune, proprietario delle mura, a una libreria
indispensabile a chi segue le vicende dell'arte contemporanea,
quella piccola ma formidabile "Libreria Bocca" che nemmeno in
sogno potrebbe pagare un affitto annuo che da circa 30mila euro
dovrebbe passare a poco meno di 70mila.
A Roma la
libreria "Al ferro di cavallo" ha sloggiato dai suoi storici
locali di via Ripetta, dove tra anni Cinquanta e Ottanta ha
fatto tutt'uno con la più vitale cultura romana, e ci trovavi
libri di fotografia o d'arte che non avresti trovato da
nessun'altra parte: adesso s'è spostata in locali molto più
umili in via del Governo Vecchio.
Così come
s'è spostato da Corso Rinascimento, e per fortuna solo di un
centinaio di metri, Giorgio Mosci, la cui libreria "Coliseum" è
una delle migliori d'Italia per chi cerca libri editi nel
secondo dopoguerra e oggi fuori catalogo.
Spieghiamoci meglio, per farvi capire perché librerie come
la"Remainders" sono indispensabili e tanto più in una città come
Roma che di librerie antiquarie non ne ha nemmeno dieci contro
le circa 400 di Parigi. Succede di fatti che l'80 o forse il 90%
dei libri editi in Italia dopo sei mesi scompaia dalle librerie.
E poco importa che talvolta siano dei libri di valore, talvolta
indispensabili. Il fatto è che non sono andati bene
commercialmente e dunque spariscono. Per un autore di libri
andare in una libreria "Remainder's" era una sorta di rischio.
Se ci trovavi un tuo libro, voleva dire che l'editore se n'era
sbarazzato. Era un verdetto, commercialmente, di morte.
Ecco
perché ci trovavi libri bellissimi che non avevano avuto una
gran fortuna, libri piccini editi da Scheiwiller, libri del
declinante Vallecchi degli anni Cinquanta, eccellenti saggi
rossi della Einaudi che alla prima botta avevano venduto sì e no
1.000 copie, o magari i libri di un grande scrittore come
Antonio Pizzuto che Roberto Lerici aveva avuto il coraggio di
pubblicare e che non vendevano neppure una copia: per anni i
frequentatori della "Remainders"li hanno comprati a metà prezzo
e oggi hanno valutazioni mica da ridere in antiquariato.
Libri
rari, preziosi. E che troverete rarissimamente nei siti. Provate
a cercare un libro edito dieci o vent'anni fa di cui abbiate
bisogno per motivi di lavoro o di studio. Non lo troverete. È un
mercato "altro"e arduo rispetto alle librerie correnti, dove
trovi novità e best-seller.
E tanto
per farvi un esempio. Ho appena finito di leggere una chicca
einaudiana del 2008, in cui erano raccolte le lettere inviate
dal grande Federico Zeri alla redazione dell'Einaudi al tempo in
cui era nata la collaborazione del grande critico con la casa
editrice torinese. Zeri cita a bizzeffe libri mirabili editi nei
'60 e divenuti introvabili.
A un certo
punto racconta il suo entusiasmo per un volume del 1961 di
Raffaello Giolli, lo storico e critico d'arte morto nel gennaio
1945, il libro che Einaudi aveva edito nel 1961 col titolo "La
disfatta dell'Ottocento". È un libro di cui lo so da tempo
quanto sia importante, ma che purtroppo non ho. Ho subito
telefonato al mio amico Mosci per chiederglielo. S'è messo a
ridere. Perché è un libro divenuto rarissimo, «un fantasma», e
figuratevi se un editore di adesso lo ripubblica. E comunque mi
ha detto che farà di tutto per trovarmelo. Meno male che Mosci
c'è. 15-07-2010]
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A SAN
CIRIACO HANNO FATTO LA GRAZIA – TRATTATIVA IN DIRITTURA D’ARRIVO
PER L’ACQUISTO DA PARTE DI DE MITA DEL SUPERATTICO DI FONTANA DI
TREVI IN CUI VIVE DAL 1988 – DOPO ANNI DI CAUSE LEGALI CON
INPDAI E INPS, L’EX LEADER DC NON RINUNCIA A NESSUN VANTAGGIO
POSSIBILE: DAL MAXISCONTO ALL’ASCENSORE PRIVATO, FINO ALLA EX
PORTINERIA E SI AVVIA A COMPRARE PER 3,4 MLN €. PECCATO CHE IL
PREZZO DI MERCATO SIA ALMENO IL TRIPLO
Anna Maria
Greco per "Il Giornale"
Ciriaco De
Mita sta per concludere uno dei più grossi affari della sua
vita. Compra la casa-simbolo del potere della casta, quella dei
tanti misteri che, dopo anni di cause e inchieste giudiziarie
nessuno è riuscito completamente a svelare.
È il
famoso attico e superattico in via in Arcione, a due passi da
Fontana di Trevi, in pieno centro storico di Roma. Delle
dimensioni esatte non si è mai riusciti a sapere, anche perché
dal 1988 quando fu occupato dalla famiglia De Mita sono stati
fatti diversi lavori e probabilmente chiuse delle zone del
terrazzo: sarebbero circa 550 metri coperti e 200 aperti.
L'ex-presidente del Consiglio vuole pagare 3 milioni e 400 mila
euro all'Inps, che ne è attuale proprietario. Otterrebbe così un
immobile di pregio a meno di 5mila euro a metro quadro, quando
il mercato ne pretende sui 15mila. La trattativa sarebbe
praticamente conclusa, ma De Mita tira sul prezzo.
Vuole
ottenere tutti i vantaggi possibili oltre all'appartamento in
sé. Da sempre ha monopolizzato uno dei due ascensori, che per
uno speciale congegno si ferma esclusivamente al quarto piano,
il suo. E per salire sull'unico rimasto fanno ogni mattina la
fila i quasi 100 dipendenti della Commissione di vigilanza del
fondo pensioni, che occupa un altro appartamento nel palazzo.
Ma a De
Mita non basta, prima di comprare vuole definire la pertinenza
di una serie di ampi spazi utilizzati negli anni dalla famiglia:
da 2 cosiddette «cantine» di circa 40 metri quadri al mezzanino
con belle finestre nel cortile (dove troneggiano enormi e
rumorosi impianti di condizionatori d'aria), ad un ampio ex
negozio su 3 piani usato come «magazzino», fino agli 80 metri
quadrati di portineria una volta usati come alloggio dei
domestici di casa De Mita e ora vuoti.
La
splendida casa è nata dalla fusione di ben 3 appartamenti e ha
11 finestre su via in Arcione più 5 su via del Traforo del
Tritone, con un superattico che è un appartamento in sé e sui 4
lati l'enorme terrazzo che vede il Torrino del Quirinale da una
parte e Palazzo Chigi dall'altra.
Il tutto
restaurato ad arte e superblindato con vetri antiproiettile,
solidi pannelli contro gli sguardi indiscreti e porte d'acciaio,
oltre che impreziosito da marmi, maioliche, parquet e rifiniture
di grande pregio, secondo gli ordini dei De Mita. Proprio per
questi lavori il politico della prima Repubblica finì negli anni
'90 di fronte al Tribunale dei ministri, che lo rinviò a
giudizio con l'accusa di aver utilizzato fondi neri del Sisde.
Il boss di
Nusco si trasferì nell'autunno dell'88 nel palazzo settecentesco
appena ristrutturato a suon di miliardi di lire dall'Inpdai
(allora proprietario), lasciando la ben più modesta e periferica
abitazione di cooperativa sulla via Ardeatina.
Da allora,
l'ex presidente della Dc attualmente eurodeputato dell'Udc, ha
resistito ad ogni scandalo, causa, inchiesta giudiziaria,
interrogazione parlamentare pur di rimanervi. D'altronde, per
decenni De Mita ha usufruito di un affitto a dir poco agevolato.
L'ammontare del canone è sempre rimasto un «segreto di
famiglia», ma il rinnovo del contratto di locazione del 2000,
l'ultimo consultabile con mille difficoltà all'Ufficio del
Registro, parla di 71.562.540 lire annue ed evidentemente è poi
stato prorogato in attesa dell'acquisto. All'inizio, assi¬curano
fonti ben informate, l'affitto era attorno ai 50 milioni l'anno.
Un canone
mensile tra i 2 e i 3mila euro al mese, quello che oggi si
chiede per un appartamento di soli 80-100 metri quadri nel
quartiere chic dei Parioli. Adesso l'ex premier sta per coronare
il suo sogno, rendendo finalmente sua la casa sulle cui maniglie
d'ottone ha già da tanto tempo impresso le sue iniziali
stilizzate e intrec¬ciate come in un blasone nobiliare: «DM».
La svolta
c'è stata nel 2002, quando gli enti previdenziali hanno messo
all'asta gli immobili, compresi quelli di pregio dell'Inpdai.
Tra questi, casa De Mita. E qui nasce un altro piccolo giallo:
sui giornali fu pubblicato il bando che includeva solo
l'appartamento. Poco dopo, un errata corrige includeva anche
altri spazi «di pertinenza», quelli oggetto di molte diatribe.
Nel 1997
l'Inpdai aveva fatto causa all'illustre inquilino per aver
occupato abusivamente le cantine e alcuni locali al piano terra,
chiedendo anche i danni. Ma ottenne la restituzione solo di
questi ultimi, nel 2003.
Intanto,
il resto del palazzo era stato acquistato da privati per 8,2
milioni di euro e De Mita aveva esercitato il diritto di
prelazione per casa sua. Ma il prezzo non gli piaceva e iniziò
una lunga battaglia legale con l'Inpdai e poi con l'Inps per far
scendere la cifra e avere garanzie sull'uso degli spazi esterni
all'appartamento. Ora, la trattativa sarebbe arrivata a
conclusione. Ed è vicina la realizzazione di un sogno da 3
milioni e 400 mila euro.
[13-07-2010]
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UN PANZER
CONTRO GANZER - IL TRIBUNALE DI MILANO CONDANNA IL COMANDANTE
DEL ROS A 14 ANNI (7 A OBINU) E INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI
– L’ACCUSA ERA TRAFFICO DI DROGA E PECULATO IN OPERAZIONI
ANTI-DROGA – I PM AVEVANO CHIESTO 27 ANNI MA L’ASSOCIAZIONE A
DELINQUERE NON È STATA RICONOSCIUTA DAI GIUDICI AL GENERALE DEI
CARABINIERI
-
TRIBUNALE MILANO CONDANNA GANZER A 14 ANNI...
(Adnkronos)
- I giudici dell'ottava sezione penale del tribunale di Milano
hanno condannato nel pomeriggio il comandante del Ros, generale
Giampaolo Ganzer, a 14 anni di reclusione e a 65mila euro di
multa. Il tribunale ha poi condannato Mauro Obinu, ex colonnello
del Ros ora all'Aise, a sette anni e dieci mesi.
2 - GANZER
INTERDETTE IN PERPETUO DA PUBBLICI UFFICI...
(Adnkronos)
- Oltre a condannarlo a 14 anni di reclusione, i giudici del
tribunale di Milano, hanno deciso che il capo del Ros, il
generale Giampaolo Ganzer, sia interdetto in perpetuo dai
pubblici uffici. Analoga limitazione e' stata inflitta dai
giudici milanesi anche a Mauro Obinu, ex colonnello del Ros ora
all'Aise.
3 -
TRIBUNALE MILANO ASSOLVE IMPUTATI DA ACCUSA DI ASSOCIAZIONE A
DELINQUERE...
(Adnkronos)
- I giudici dell'ottava sezione penale del tribunale di Milano,
nel condannare diversi ex ufficiali e attuali ufficiale dei Ros
dei Carabinieri, ha pero' assolto tutti gli imputati dall'accusa
che era stata mossa dalla Procura, di associazione a delinquere.
I motivi,
i giudici, li spiegheranno in sentenza. Ma l'impressione
generale e' che il tribunale non abbia riconosciuto che a monte
delle presunte irregolarita' delle operazioni antidroga finite
nel mirino del Pm, vi sia stata una 'regia'. In altre parole,
quelle operazioni erano illegittime ma non il frutto di un
sistema.
Diversi
sono gli episodi contestati che i giudici hanno ritenuto
prescritti. Il tribunale ha anche deciso diverse assoluzioni di
singoli contestazioni a carico di 18 imputati. Per il generale
dei Ros, il pm Luisa Zanetti, aveva chiesto 27 anni di
reclusione. [12-07-2010]
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radicali
liberi - Finisce con urla e pugni sul tavolo, qualche "vaffanculo"
e un po’ di "stronzo" (tutti di parte pannelliana) e con pochi
margini di recupero il primo, veemente match in diretta
radiofonica, e con tanto di telecamere del Tg5, tra Pannella e
Bordin -potendo contare su contributi pubblici sia come organo
di partito che come servizio pubblico dal Parlamento, la
direzione di radio radicale fa gola a tanti...
Laura
Cesaretti
per "il
Giornale"
Finisce
con urla e pugni sul tavolo, qualche «vaffanculo» e un po' di
«stronzo» (tutti di parte pannelliana) e con pochi margini di
recupero il primo, veemente match in diretta radiofonica, e con
tanto di telecamere del Tg5, tra Marco Pannella e il (quasi) ex
direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin.
Visto che
non si è riusciti a evitare che la notizia della «rottura»
scoppiasse, tanto vale parlarne a microfoni aperti, ha deciso
Pannella. Bordin, in diretta, tiene fermo il punto: le sue
dimissioni dalla ventennale guida dell'emittente sono
irrevocabili, «non ce la faccio più, non mi va più», troppe
manifestazioni di «sfiducia» da parte dell'editore (Pannella
medesimo) e troppe intrusioni interessate dei caporali di
partito nella gestione della radio.
Che, va
ricordato, oltre ad essere tribuna autorevole è tuttora
un'impresa redditizia (assai più del Pr), potendo contare su
contributi pubblici sia come organo di partito che come servizio
pubblico dal Parlamento, e per questo la sua direzione forse
vacante fa gola a qualche dirigente restato disoccupato, come
l'ex parlamentare Marco Cappato, giù autore di una (noiosissima)
rassegna stampa domenicale, o a giornalisti pannelliani doc come
Walter Vecellio.
Pannella,
fosse per lui, si terrebbe Bordin direttore tutta la vita
(continuando a torturarlo in pubblico ogni domenica, nella
trasmissione a due voci, e in privato più spesso) pur di evitare
il clamore dell'addio di uno «che ormai è più popolare di me e
di Emma Bonino messi insieme», come dice acidulo.
Ma Bordin
non ne vuole sapere: è più che disposto a continuare a fare la
rassegna stampa del mattino e le sue rubriche di politica estera
e giudiziaria, ma Pannella e i suoi se li sorbisca qualcun
altro, ogni giorno. Il leader radicale ha allora ingaggiato un
braccio di ferro: trattiamo sulla rassegna stampa, ma solo se
lavori con noi ad una successione indolore.
Bordin a
dare il proprio imprimatur a un direttore-funzionario di
partito, Cappato o Vecellio che sia, non ci pensa proprio: «Dei
futuri organigrammi della radio non si occupa un direttore
dimissionario». Pannella si infuria, lo accusa di non «amare»
Radio Radicale, di essere «influenzato dal contesto politico»
nella sua decisione di abbandonarla, di non capire «la gravità
del momento» per i radicali («Ma è sempre grave il momento per i
radicali!», si spazientisce Bordin), di volersi mettere «sul
mercato» grazie alla visibilità datagli dalla rottura.
E in
effetti, da ieri, qualche autorevole direttore ha iniziato a
farsi vivo per «prenotare» la rassegna stampa, magari da mettere
on-line. Niente di definito, ma il «mercato» c'è, ed era un
Bordin più rincuorato e deciso a non mollare quello che si è
presentato ieri al fatidico appuntamento col capo radicale. Con
addosso una t-shirt rossa su cui campeggiava una parodia:
«Dubitare, disobbedire, trattare», anziché il mussoliniano
«credere, obbedire, combattere». Ironica provocazione, forse
finale.
12-07-2010]
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’IL MANIFESTO’ GETTA SUI CARBONI
ARDENTI L’EX MINISTRO DELL’INTERNO BEPPE PISANU - 2- NON FA PIÙ
PARTE DEL CIRCOLO BERLUSCONIANO, BORDEGGIA FINI E ADESSO CHE
PRESIEDE LA COMMISSIONE ANTIMAFIA PARE MOLTO INTERESSATO A FARE
LUCE SUI MISTERI DELLA REPUBBLICA. ADESSO. NEL GENNAIO 1983
PISANU DOVETTE DIMETTERSI DALL’INCARICO DI SOTTOSEGRETARIO AL
TESORO PER I SUOI RAPPORTI CON CARBONI - 3- PISANU CONOSCE CALVI
SULLA BARCA DI CARBONI DOVE È STATO OSPITE ANCHE BERLUSCONI.
NELL’82 PISANU, SOTTOSEGRETARIO AL TESORO, INCONTRA CALVI NEI
GIORNI PRECEDENTI LA SUA FUGA, FATALE, A LONDRA - 4- CALVI SI
VANTAVA DI AVER MANOVRATO PISANU IN PARLAMENTO E CHE IL
SOTTOSEGRETARIO AVEVA RICEVUTO IN CAMBIO 800 MILIONI DAL
PIDUISTA CARBONI –
Andrea
Fabozzi per
il manifesto
Non si può
non citare Francesco Cossiga, in quanto sardo e in quanto
frequentatore dei misteri delle Repubblica. Un po' per scherzo
un po' per profezia, nel 2003 l'ex presidente della Repubblica
annunciò: «Forza Italia sta per nominare un vice coordinatore in
Sardegna, Flavio Carboni». Non andò così, ma sette anni dopo
ecco Carboni a braccetto con Forza Italia, nel frattempo Popolo
della libertà, sorpreso secondo le accuse nella fondazione di un
nuovo comitato d'affari assieme al coordinatore del Pdl Denis
Verdini.
Allora
l'obiettivo dell'ironia di Cossiga era il numero uno di Forza
Italia in Sardegna, il lombardo Romano Comincioli, spedito nel
2002 dal suo illustre compagno di classe Silvio Berlusconi a
mettere ordine nel partito sardo. Comincioli alla fine degli
anni Settanta era stato il tramite dell'amicizia tra Berlusconi
e Carboni. E anche lui, Comincioli, nel frattempo senatore,
quest'estate è tornato: è il «nuovo» coordinatore dei
berlusconiani sardi.
Eppure
sull'isola il più alto in carica del gruppo, nonostante le
difficoltà della sua giunta, resta Ugo Cappellacci, anche lui
coinvolto nell'inchiesta sull'eolico. Ugo il governatore è il
figlio di Giuseppe Cappellacci, uno che ha frequentato molto
quel gruppo di amici negli anni Settanta: Berlusconi,
Confalonieri, Comincioli e Carboni.
Fu proprio
il padre del presidente della regione in carica, commercialista
in Cagliari, a preparare le carte del progetto immobiliare Olbia
2. Quel sogno in costa Turchese per il cavaliere è finito male,
il modello brianzolo della città satellite non è stato esportato
in Gallura. Ma di quelle estati in barca - un'imbarcazione più
modesta del 22 metri che Carboni avrebbe comprato solo qualche
anno più tardi - il cavaliere conserva il ricordo,
materializzatosi nella villa La Certosa che acquistò proprio da
Carboni (allora era molto più modesta, bastarono tre miliardi di
lire) con l'intermediazione di Cappellacci senior.
Un altro
sardo che conosce molto bene Flavio Carboni è l'ex ministro
dell'interno Beppe Pisanu. Non fa più parte del circolo
berlusconiano, anzi bordeggia l'arcinemico Gianfranco Fini, e
adesso che presiede la commissione antimafia pare molto
interessato a fare luce sui misteri della Repubblica. Adesso.
Nel gennaio 1983 Pisanu dovette dimettersi dall'incarico di
sottosegretario al Tesoro per i suoi rapporti con Flavio
Carboni. Rapporti che intratteneva, spiegò al magistrato che
indagava sul fallimento del banco Ambrosiano, in quanto
considerava Carboni «un interlocutore valido per le forze
politiche di ispirazione cattolica».
Andò così:
Pisanu conosceva benissimo Carboni, anzi ne proteggeva
l'attività di imprenditore in quanto, spiegò ancora al
magistrato, «mi disse di essere in affari col signor Berlusconi»
e in definitiva era un «sardo che intendeva operare in Sardegna
e che mostrava di avere vari interessi e vari contatti con
persone qualificate».
Attraverso
Carboni, Pisanu fa la conoscenza di Roberto Calvi, lo incontra
sulla barca di Carboni dove è stato ospite anche Berlusconi.
Nell'82 Pisanu, sottosegretario al Tesoro, incontra Calvi nei
giorni precedenti la sua fuga, fatale, a Londra. Le opposizioni
lo chiamano in parlamento e Pisanu minimizza: spiega che non ci
sono rischi per il banco Ambrosiano che invece in capo a una
settimana viene dichiarato insolvente dal governo.
Pisanu,
dopo le dimissioni, fu ascoltato dalla commissione P2 e disse di
aver «sottovalutato» la delicatezza della sua amicizia con Calvi
e Carboni. In realtà Angelo Rizzoli, allora formalmente
proprietario del Corriere della Sera che era controllato dalla
P2, testimoniò alla commissione P2 che Calvi si vantava di aver
manovrato Pisanu in parlamento e che il sottosegretario aveva
ricevuto in cambio 800 milioni da Carboni.
Flavio
Carboni è stato arrestato molte volte, indagato e processato per
una serie assortita di reati, ma è stato quasi sempre assolto,
al di là della condanna definitiva a otto anni e sei mesi per il
crack dell'Ambrosiano. È stato assolto in secondo grado anche
due mesi fa (quando era di nuovo sui giornali per gli affari
dell'eolico) dall'accusa di aver fatto uccidere Calvi in
associazione con la mafia e la banda della Magliana.
Era stato
assolto anche in primo grado. Sui suoi rapporti con la banda
della Magliana Carboni è dovuto tornare a febbraio di
quest'anno, quando è stato interrogato dai magistrati che
indagano sul sequestro di Manuela Orlandi. Quanto ai rapporti
con la mafia, era stato Carboni stesso a metterli in piazza
quando si offrì alla Democrazia cristiana per collaborare alla
soluzione del sequestro Moro.
Da
imprenditore Carboni era stato amico anche dell'editore e
fondatore di Repubblica, Carlo Caracciolo, come ha ricordato
ieri sul Foglio Giuliano Ferrara. Aveva comprato delle quote del
quotidiano La Nuova Sardegna, ma anche quella storia gli andò
male, un altro processo (e alla fine un altro proscioglimento).
[10-07-2010]
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IL
RIDICOLO è IL MIO MESTIERE - PRECISAZIONE DI Lucio Malan,
senatore del Pdl, "DA PUBBLICARE ai sensi della legge sulla
stampa": "la dott.ssa Maria Termini (mia moglie) non è mai stata
assunta da me presso il Senato, ma è stata semplicemente
distaccata temporaneamente presso la mia segreteria dal gruppo
parlamentare PDL - nessun privilegio per mia moglie, semmai una
razionalizzazione di risorse lavorative già esistenti in
Senato"...
Alla C.A.
del Direttore- sito internet Dagospia
Dott. Roberto D'Agostino
Egregio
Direttore D'Agostino, in relazione alla notizia apparsa su
Dagospia il 24 giugno 2010, preciso che la dott.ssa Maria
Termini (mia moglie) non è mai stata assunta da me presso il
Senato, ma è stata semplicemente distaccata temporaneamente
presso la mia segreteria dal gruppo parlamentare PDL, presso il
quale lavorava da prima che io la conoscessi, su autorizzazione
del Presidente del gruppo stesso.
Nessuna
violazione, dunque, della disciplina dei collaboratori
parlamentari "portaborse", e nessun privilegio per mia moglie,
semmai una razionalizzazione di risorse lavorative già esistenti
in Senato.
Chiedo, pertanto, anche ai sensi della legge sulla stampa, di
voler pubblicare le precisazioni formulate.
Ringraziando per l'attenzione,
Sen. Lucio
Malan
IL PISSI INCRIMINATO - Nuova chicca di Lucio Malan, senatore del
Pdl per mancanza di indizi, noto sul web soprattutto per aver
assunto la propria moglie come segretaria particolare presso il
Senato alla faccia della regolamentazione dei portaborse. Ora ha
proposto in Parlamento, seguito soltanto dai radicali, la
liberalizzazione e tassazione della prostituzione.
[09-07-2010]
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LA MANOVRA COSTRINGE I COMMISSARIATI A
CHIUDERE ALLE NOVE DI SERA, MA IL SINDACATO DI POLIZIA ACCUSA:
PER RISPARMIARE 600 MLN BASTAVA TOGLIERE TUTTE LE SCORTE INUTILI
- OTTO PERSONE PER SCAJOLA E CARLO VIZZINI. MARIO BACCINI E
MARCO MINNITI DISPONGONO DI 5 ANGELI PROTETTORI, MENTRE
L’AVVOCATO DI COGNE, CARLO TAORMINA, CAMMINA CON 4 POLIZIOTTI AL
SUO FIANCO. 5 UOMINI PER PANNOLONE COSTANZO, VENTI PER SCHIFANI
(DUE PER IL FIGLIO) E SEMBRA CHE IL VIMINALE ABBIA AUTORIZZATO
LA PROTEZIONE DI 2 AGENTI "AL FIGLIO DI SCHIFANI E PAOLO
BERLUSCONI" - INTANTO BRUNETTA PROMETTE: LA SCURE CALERÀ SULLE
90MILA AUTO BLU (COSTANO AI CONTRIBUENTI 4 MILIARDI). VOGLIAMO
COMINCIARE DA QUELLA DELLA SUA SEGRETARIA?
Dago
Report
- Il ministro Brunetta ha appena detto che le auto blu sono
90mila e costano ai contribuenti almeno 4 miliardi. Mentre si
aspetta di sapere se la scure calera' anche sull'auto della sua
segretaria, il sindacato di polizia Consap rivela dettagli
sconcertanti sull'abuso delle scorte ai cosiddetti Vip.
Nell'elenco pubblicato oggi da Repubblica si legge che
l'ex-ministro e bagnino, Mario Baccini e Marco Minniti
dispongono di 5 angeli protettori, mentre l'avvocato di Cogne,
Carlo Taormina, cammina con 4 poliziotti al suo fianco. E sembra
che il Viminale abbia autorizzato la protezione di 2 agenti "al
figlio di Schifani e Paolo Berlusconi".
LA MANOVRA "TAGLIA" I COMMISSARIATI "MA RESTANO TUTTE LE
SCORTE INUTILI" -
Federica Angeli e Giovanna Vitale
per "la
Repubblica - Roma"
La manovra
finanziaria si abbatte sulla questura di Roma. Diciannove
commissariati su 38 chiuderanno alle 20 per «ottimizzare le
risorse umane e finanziarie che, come noto, vanno
progressivamente riducendosi», è scritto in una circolare datata
7 luglio del questore Giuseppe Caruso. Ma secondo il Consap,
sindacato di polizia, per far fronte al taglio di seicento
milioni di euro basterebbe davvero poco.
Un
esempio? Ridurre il servizio scorte. «Quando 19 commissariati
sono costretti a chiudere alle 20, impedendo ai cittadini di
sporgere denunce dopo quell´orario - dichiara Giorgio Innocenzi,
segretario generale nazionale della Consap - ci domandiamo il
senso di impiegare 3.500 poliziotti ogni giorno a Roma nel
servizio di scorta a personaggi che potrebbero o farne a meno o
comunque usufruirne in numero ridotto».
La lista
delle scorte "inutili" a vip, secondo la confederazione
sindacale autonoma della polizia, è lunga. «L´ex ministro
Scajola, tanto per fare un esempio - spiega Innocenzi - si
avvale di otto persone, così come sono sotto tutela della
polizia il capogruppo della Lega al Senato Bricolo, che ha 4
uomini, il presidente della Commissione Difesa del Senato
Gianpiero Cantoni che ne ha 2».
E ancora:
«Il presidente del Senato Schifani, è vero che ricopre un ruolo
importante, ma ha venti uomini al seguito - osserva ancora il
segretario generale nazionale della Consap - il senatore Carlo
Vizzini 8, l´onorevole Mario Baccini 5, il giornalista Maurizio
Costanzo 5, l´ex presidente della regione Calabria Agazio Loiero
3, l´avvocato Carlo Taormina 4, l´onorevole Marco Minniti ne ha
5. Quando poi vengono a Roma il figlio di Schifani e Paolo
Berlusconi, il Viminale ha dato l´ok perché abbiano due agenti
di scorta al giorno».
Da una
verifica dei dati la Consap ha studiato la possibilità di un
recupero di circa 15 equipaggi di volante per turno nella
capitale se venissero ridimensionate le scorte. Oltre a un
risparmio consistente ci sarebbe anche un recupero di agenti da
mettere in strada e magari anche nei 19 commissariati - Castro
Pretorio, Celio, Sant´Ippolito, Borgo, Montemario, Torpignattara,
Vescovio, Trastevere, Porta Pia, Appio Nuovo, Colombo, Rai,
Tuscolano, Esquilino, Università, Spinaceto, Flaminio Nuovo,
Palazzo di Giustizia, Villa Glori - che invece, dal 7 luglio
chiudono alle 20.
«Il
ministro leghista Maroni, invece di offendere Roma, guardi agli
sprechi veri - rincara la dose Michele Baldi, leader del
Movimento per Roma - e da questi tragga spunto per risolvere i
problemi legati ai fondi per Roma Capitale».
16-07-2010]
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PD,
ECCO NORMA SOSPENDI-PROCESSO FININVEST-CIR...
(ANSA) -
Nell'emendamento presentato ieri dal governo alla Manovra che
introduce la figura dell'ausiliario del giudice spunta una norma
che potrebbe di fatto sospendere il processo Fininvest-Cir per
nove mesi. La norma, destinata a far discutere, è contenuta nel
comma 18 dell'emendamento 48.0.1000. A confermare l'ipotesi è il
capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera
Donatella Ferranti che ribattezza la previsione del governo come
"anti-Mesiano" dal nome del giudice "duramente attaccato dalle
reti tv della famiglia Berlusconi per aver firmato la sentenza
che obbliga la Fininvest a risarcire la Cir di 750 milioni per
l'affare Mondadori".10.07.10 |
LA
VOGLIAMO CHIAMARE PARENTOPOLI? - CI SCRIVE L’ASSESSORE ROMANO
Francesco Lollobrigida E AMMETTE: "Arianna, sorella di Giorgia,
è la madre delle mie figlie e mia compagna di vita. MA ho
iniziato a far politica a 13 anni, quando Giorgia Meloni
frequentava la terza elementare" - IL GRANDE CIRCO PDL DEI
PARENTI CANDIDATI: Rampelli, Marsilio, Mazzocchi. E lady
Alemanno...
1 - LETTERA DI LOLLOBRIGIDA
Riceviamo e pubblichiamo:
Caro Dago,
leggo su Dagospia.it notizie che mi coinvolgono. Vorrei fare
delle precisazioni che se riterrai opportuno potrai pubblicare
per amore di verità. L'on. Barbato ha insinuato che il ministro
Giorgia Meloni, con la quale condivido una grande amicizia,
avrebbe in qualche modo avvantaggiato il sottoscritto con
l'approvazione della legge sulle comunità giovanili in quanto
suo parente (Arianna, sorella di Giorgia, è la madre delle mie
figlie e mia compagna di vita).
Prima
questione. Io sono assessore ai Trasporti e Mobilità della
Regione Lazio e, anche mettendoci tutta la fantasia necessaria,
non si capisce proprio come potrei gestire le risorse
provenienti da questa legge. A meno che queste comunità
giovanili non vogliano costituirle sui treni!
Secondo
punto. Rispetto alle "parentopoli", ho iniziato a far politica a
13 anni, quando Giorgia Meloni frequentava la terza elementare.
Sono stato eletto, quasi sempre con preferenza, in tutti gli
organismi rappresentativi, dal consiglio d'istituto, al Cobar
militare, al consiglio comunale di Subiaco (il mio paese).
Sono stato
consigliere provinciale, regionale (12.500 preferenze circa) e
assessore comunale. Ancora, sono stato presidente provinciale di
Roma dell'organizzazione giovanile, poi di Alleanza Nazionale e
ora del Popolo della Libertà. Insomma, credo di avere un
curriculum politico, discutibile come tutto, ma che mi permette
di avere un ruolo non conquistato "per parentele".
Terzo,
sono convinto, io come tutti quelli che in buona fede giudicano
il Ddl Meloni sulle Comunità giovanili, che si tratti di un
progetto rivoluzionario. Fa parte delle proposte storiche della
destra, ma negli anni le comunità giovanili sono state giudicate
interessanti anche da osservatori e amministratori di tutt'altra
provenienza.
Ringraziandoti per lo spazio che vorrai concedermi, ti porgo
cordiali saluti
FRANCESCO LOLLOBRIGIDA
ASSESSORE POLITICHE DELLA MOBILITA' E TRASPORTO PUBBLICO LOCALE
2 - IL
GRANDE CIRCO PDL DEI PARENTI CANDIDATI
Per la Polverini una folla di aspiranti consiglieri tutti
sponsorizzati. Trai nomi in pista Rampelli, Marsilio, Mazzocchi.
E lady Alemanno conferma: per me incarico istituzionale
Giovanna Vitale per la Repubblica (30 gennaio 2010)
Più che
una coincidenza sembra un sistema. Che puntuale si ripropone a
ogni scadenza elettorale: alla vigilia, quando c´è da formare le
liste; oppure dopo, quando da comporre sono le giunte. È allora
che gli uomini forti del Pdl entrano in azione e, con un paio di
colpi ben assestati, lanciano in pista o nei governi - di
regione, province e città - sorelle e fratelli, mogli e mariti,
figli e compagni, persino cognati o cugini, se proprio serve
qualcuno di fidato. Una casta. Destinata a perpetuarsi
all´insegna del "tengo famiglia": più parenti riesci a piazzare,
più conti e conterai in futuro.
Un
giochetto che nel 2008, data della storica presa di Roma, ad
Alemanno riuscì alla perfezione. E nel quale ora si esercita
anche Renata Polverini: neppure a una sola delle candidature
proposte dai suoi "padrini" l´aspirante governatrice ha saputo o
potuto dire no.
Le sue
liste? Un monumento a Parentopoli. Cominciamo dai consiglieri
uscenti in corsa per la riconferma. E da quello più
sponsorizzato, Pietro Di Paolo, marito dell´avvenente deputata
ex An Barbara Saltamartini, entrambi assai vicini ad Alemanno,
che è pure stato testimone delle loro nozze. Figlio d´arte, si
fa per dire, è invece Erder Mazzocchi, che i più velenosi fra
gli ex "camerati" dicono non sarebbe mai riuscito a far politica
se non avesse avuto alle spalle il padre: il mitico Tonino,
questore della Camera e parlamentare di esperienza.
Anche se è
il biondo Francesco Lollobrigida a poter vantare la parentela
più illustre, sebbene non proprio in linea retta: Arianna, sua
compagna di vita, è la sorella del ministro Giorgia Meloni. «Ma
loro stanno insieme da bambini», protesta un amico della coppia,
«Giorgia è diventata famosa dopo».
E dunque,
forse almeno questa, sarà una coincidenza. Come non può esserla,
però, il posto nel listino di quello che tutti chiamano "il
terzo fratello De Lillo": il primo, Stefano, è senatore Pdl; il
secondo, Fabio, è assessore comunale all´Ambiente; l´ultimo,
Giuseppe, ex legionario di Cristo, assunto per chiamata diretta
nella segreteria di Alemanno, rappresenterà la famiglia in
consiglio regionale. Considerando che la stirpe è formata di
sette fratelli, c´è ancora tanto da fare. E non è che l´Udc sia
da meno: specializzata in rampolli illustri come Pietro
Sbardella, erede dello "squalo" dc, e l´uscente Aldo Forte,
figlio di quel Michele sindaco di Formia, nonché presidente del
consiglio provinciale di Latina. Fin qui le certezze. È infatti
nel campo degli spifferi che fioccano le candidature di
"consanguinei & affini". Si vocifera per esempio che l´onorevole
Fabio Rampelli, uno dei motori del comitato Polverini, potrebbe
indicare nel listino la sorella Emanuela. Lui smentisce secco
(«Non esiste, anche se lei, come me, fa politica sin da
piccola»), ma non sarebbe una novità: il marito di Emanuela,
cioè suo cognato, è quel Marco Scurria appena eletto al
Parlamento europeo. A soffiarle il posto potrebbe tuttavia
essere Pier Paolo Terranova, marito stavolta dell´assessore alla
Scuola Laura Marsilio, sorella di Marco, deputato Pdl e sodale
di Rampelli. «Ma i due sono alternativi», dice un bene
informato: «Se entra uno, esce l´altra». Accadde già nel 2008:
Alemanno cercava una donna da mettere in giunta, il derby tra
sorelle lo vinse la Marsilio. Tuttavia ce n´è soprattutto una,
di candidatura, il cui semplice sospetto fa rumore: quella di
Isabella Rauti. Lei muore dalla voglia; lui, il sindaco, invece
frena. Secondo i pronostici avrà la peggio. «Per una questione
di opportunità legata al ruolo di mio marito in Comune, eviterei
di assumere incarichi di governo, mentre potrei assumere
incarichi istituzionali come la presidenza del consiglio o di
una commissione» ha annunciato ieri la first lady. Il suo
manifesto elettorale.
08-07-2010]
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VEDI I
CONTI DI NAPOLI E MUORI (SPRECHI/2) - L’AVVOCATO RECORD DI
BASSOLINO: 1.610 CONSULENZE IN 3 MESI – FINANZIATA LA
COSTRUZIONE DI 126 OSPEDALI, MA NON NE È STATO REALIZZATO
NEANCHE UNO – SPESI 2,5MLN PER 20 CARRI-GRU TROPPO GROSSI PER
ENTRARE NEI GARAGE - 40MILA EURO PER LE NUOVE DIVISE DEGLI
AUTISTI DELLA GIUNTA (MA TUTTE LE TAGLIE SONO SBAGLIATE)…
Gabriele Villa per "Il Giornale"
Dunque,
vediamo un po'. Se Berlusconi, ha provato, citiamo testualmente
«un profondo brivido alla schiena dopo aver messo, in questi
giorni, il naso nelle spese delle Regioni» non resta altro che
richiamare in servizio Totò col suo celebre «e io pago! » per
fare conversazione tra noi sugli sprechi-simbolo di una regione
simbolo dello spreco come la Campania del principe Antonio De
Curtis.
E visto
che, nel caso specifico è imbarazzante persino decidere da dove
cominciare, lasciamo che a cominciare sia una voce autorevole,
quella del presidente del Consiglio regionale Paolo Romano che
qualche giorno fa ha ammesso che sono «troppi, davvero troppi»
quegli oltre due milioni che il Consiglio regionale spende per
l'affitto fitto di tredici piani della Torre F8 al Centro
direzionale.
La
macchina governativa campana, d'altra parte, è un pozzo senza
fondo da sempre. Elenchiamo in ordine sparso: 120mila euro per
il noleggio e l'acquisto di auto; 60mila euro per traslochi e
facchinaggio; 110mila per le spese di carburante; 30mila euro
per la biblioteca; 500mila euro per informazioni giornalistiche;
120mila euro per l'acquisto di materiale di cancelleria; 15mila
euro per la riparazione di mobili e arredi; 1 milione e 400mila
euro per la gestione informatica dell'aula; 2 milioni e 300mila
per i fitti; 180mila euro per la buvette.
Se volete
sorridere, amaramente bene inteso, allora potete sfogliare altre
note di pagamento. All'associazione degli ex consiglieri
regionali (l'Arec) va un contributo di 40mila euro oltre a
10mila euro per le convenzioni autostradali. Per l'istituzione
del Forum della gioventù sono stanziati 50mila euro; altrettanti
per la Consulta regionale femminile e la Commissione Pari
opportunità.
Corre
l'obbligo di comunicareche se in Lombardia c'è un dipendente
regionale ogni 1.800 abitanti in età lavorativa in Campania sono
il quadruplo, ovvero uno ogni 472. Così il costo maggiore
riguarda il personale: tra stipendi e assegni fissi la spesa è
di 9 milioni e 400mila euro. Per le consulenze la spesa prevista
è di 362mila euro. Per convegni e congressi si prevedono 20mila
euro (40mila in meno del 2010). Poi, ci sono varie indennità:
70mila euro al difensore civico; 43mila euro al Garante
dell'infanzia; 43mila euro al Garante dei detenuti; 368mila euro
per il Corecom.
Niente
male, no? D'altra parte se la Campania di Bassolino è passata
alla storia, ingloriosa, degli sprechi con quel corso di
formazione per future veline che, nel 2001, costò l'orrenda
cifra di un milione e 280mila euro, il vizio di sprecare da
allora non l'ha mai abbandonata. Altri esempi illuminanti sono i
40mila euro sborsati dalla Regione per le nuove divise degli
autisti della giunta. Peccato però che tutte le taglie sono
risultate sbagliate.
E che dire
dei 20 carri gru comprati per consentire ai vigili urbani di
rimuovere le auto in doppia o tripla fila? Dopo aver speso 2
milioni e mezzo di euro ci si è accorti che i carri erano troppo
larghi per entrare nel deposito. In tema di mobilità prendete
nota di quest'altra perla: l'Anm, Azienda napoletana mobilità ha
buttato via 22 milionidi euro acquistando trenta filobus e tre
avveniristici tram Sirio per scoprire, naturalmente solo e
sempre dopo, che la rete elettrica locale non li può reggere.
I numeri
non quadrano dunque. Come i piagnistei davanti a Berlusconi,
perché complessivamente per far funzionare il Consiglio
regionale campano è prevista per il 2010 una spesa di 104
milioni e 154mila euro; per gli uffici regionali (presidenza,
giunta, assessorati) la spesa è di oltre 632 milioni. In totale,
i costi complessivi sfiorano i 740 milioni.
I sessanta
consiglieri regionali costano oltre 27 milioni l'anno. Il
bilancio prevede inoltre 20mila euro per le missioni, 120mila
euro per convenzioni autostradali (10mila in più rispetto al
2009); 14 milioni per gli assegni vitalizi. Le spese di
rappresentanza ammontano a 120mila euro e per il funzionamento
dei gruppi consiliari in bilancio ci sono 4 milioni 256mila
euro: un milione e 55mila euro per gli uffici; un milione e
890mila per il fondo assistenza attività istituzionali;
50milaeuro per il rappresentante dell'opposizione; un milione e
260mila euro per la comunicazione.
Per i
propri dipendenti il Consiglio regionale ha stanziato 37 milioni
e 375mila euro mentre per i servizi è prevista una spesa
complessiva di 13 milioni e 368mila euro. Per le utenze
telefoniche fisse 530mila euro e per la telefonia mobile
130mila. Elettricità, gas e acqua costano invece 500mila euro
l'anno. Il servizio di pulizia costa 1 milione 150mila euro,
mentre per i servizi di portierato e di vigilanza si spendono
complessivamente 2 milioni 290mila euro.
Amaro e
costosissimo il capitolo sanità campana che per il suo deficit
finanziario rischia di non pagare gli stipendi ai dipendenti. In
compenso l'Asl Napoli 2 Nord dispone la costituzione di una
sedicente Commissione di Lavoro, che finirà per costare ai
contribuenti circa 200mila euro all'anno.
La
denuncia è arrivata in questi giorni dall'assessore
all'Urbanistica Marcello Taglialatela che ha tuonato: «Non
curanti dei bilanci in rosso, in pratica, manager e commissari
straordinari delle Asl nominati da Bassolino per risanare i
conti continuano a caratterizzare anche gli ultimi giorni della
propria gestione con sprechi, clientele e inefficienze.
Clamoroso il caso di un avvocato a libro paga della Asl Napoli 5
che in tre mesi ha ottenuto 1.610 incarichi di consulenza ».
Peggio
della sanità c'è la sanità incompiuta: fa ancora più rabbia
constatare che in Campania sono 126 gli ospedali approvati e
finanziati ma rimasti ancora da realizzare. Primo fra tutti il
Centro oncologico pediatrico di Avellino, cominciato nel 1992,
costato fino ad oggi 6 milioni di euro e non ancora completato.
Il resto, trattandosi di Napoli e dintorni è lasciato alla
libera inventiva di un popolo che non mette limiti alla
fantasia. Anche negli sprechi.
[01-07-2010]
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LA
QUERCIA? C’È ANCORA E LOTTA INSIEME A NOI (ANCHE SE HA 180 MLN€
DI DEBITI E 130 PERSONE STIPENDIATE) – COME I CUGINETTI DELLA
MARGHERITA GLI EX COMUNISTI DEL PD NON TIRANO GIÙ LA SARACINESCA
- ADESSO SI OCCUPANO DI CATALOGARE FOTOGRAFIE DELLE FESTE
DELL’UNITÀ E DEL VECCHIO PCI - CHIUDONO I CONTI CON 9 MLN€ DI
ATTIVO, MA SONO PESANTEMENTE ESPOSTI CON LE BANCHE…
Antonio Signorini per "il
Giornale"
I
Democratici di sinistra sono vivi, magari non lottano insieme a
noi, però fanno dei bei «profitti» e si danno da fare come
possono, catalogando foto del Partito comunista italiano e
raccogliendo materiale sulle feste dell'Unità. Se ne sono
accorti i lettori di Unità e di Europa, che ieri si sono
ritrovati di fronte a otto pagine tra il ragionieristico e il
nostalgico. Titolo: «Relazione sulla gestione del rendiconto al
31 dicembre 2009».
La ditta
in questione sono appunto i Ds il cui logo, quercia e rosa del
socialismo europeo, campeggia su tutte le pagine. In sostanza si
tratta il bilancio del partito fondato da D'Alema e sciolto con
la nascita del Partito democratico, firmato dal mitico Ugo
Sposetti, tesoriere che ha tirato fuori dal pantano dei debiti
gli eredi del Pci, con operazioni a dir poco spericolate.
Il bello è
che il 2009 è stato un anno ottimo per il partito-fantasma, con
oltre 9 milioni di euro, non avendo dovuto sostenere le spese di
un'attività politica vera e propria. Restano i debiti pregressi
verso le banche che sono altissimi e salgono addirittura a 180
milioni rispetto ai 176 del 2008. Il buon risultato è dovuto
alle entrate che per il 2009 assommano a 24.082.279 euro, in
massima parte rimborsi elettorali.
Ma c'è
anche spesa corrente, in particolare per il personale. Perché se
i Ds non esistono più come partito politico, la Quercia dà
ancora lavoro a 38 funzionari, 79 impiegati e 16 collaboratori.
Dovrebbero passare gradualmente al Pd, ma in periferia è
difficile imporre l'assunzione di funzionari Pci-Pds-Ds. E così
la riduzione dell'organico va a rilento e sempre seguendo -
assicura Sposetti - l'impegno preso a suo tempo da Walter
Veltroni: «La nascita del Pd non deve creare problemi e angoscia
neanche a una sola persona in tutto il partito».
Chi pensa
però che i Ds siano una scatola vuota si sbaglia. Il dalemiano
Sposetti, che è entrato in polemica durissima con il Pd ed è
stato a sua volta attaccato dai responsabili contabili del nuovo
partito, fa capire che una funzione la Quercia ce l'ha ancora.
C'è la archiviazione «in duplice copia» degli archivi Ds, di
tutto quello che c'era nelle 250 postazioni di lavoro degli ex
funzionari, che fa tanto Ddr.
C'è
persino la digitalizzazione - affidata a una società esterna -
di un mega archivio di 70 mila fotografie che appartenevano al
vecchio Pci; la classificazione dei fondi bibliotecari. Poi la
memoria delle feste dell'Unità. In giro per l'Italia ci sono
emissari Ds che stanno intervistando e raccogliendo materiale
sulle feste estive del Pci. Nostalgia del Pci? No, assicura
Sposetti. Le feste «sono un fenomeno di massa talmente forte e
significativo da sopravvivere al partito e alla cultura politica
che lo ha generato».
[01-07-2010]
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VOLETE
FARE SOLDI E LAVORARE PURE POCO? FACILE: FONDATE UN PARTITO! -
COME SI EVINCE DAL CASO DI PIETRO, il meccanismo DEi rimborsi è
UNA VERGOGNOSA CUCCAGNA: i partiti sono tenuti a portare le
pezze d’appoggio delle spese affrontate, ma i pagamenti
avvengono in relazione ai voti conquistati - Al punto che a
fronte di spese riconosciute per 600 milioni di euro sono stati
erogati contributi per due miliardi 253 milioni....
Marcello Sorgi per "la
Stampa"
La
querelle irrisolta tra Antonio Di Pietro e il suo vecchio socio
fondatore di «Italia dei valori» Elio Veltri, che lo accusa di
aver organizzato una truffa sui rimborsi elettorali,
appropriandosi di una parte di quel che lo Stato ha versato al
suo partito per interessi personali, non accenna a finire. Ma al
di là delle responsabilità che toccherà alla magistratura
accertare (Di Pietro si dice sicuro anche stavolta, come in
precedenza, di un'archiviazione), il caso ha messo in evidenza
un aspetto non secondario della crisi della politica.
In Italia,
in altre parole, è diventato conveniente fondare un partito. Si
guadagna bene. E questo spiega perché, ad onta dei meccanismi
maggioritari che, escluse le europee, funzionano per qualsiasi
tipo di elezione, nell'approssimarsi della data per la
presentazione dei simboli, si moltiplichino liste senza quasi
alcuna altra ragione sociale che quella di concorrere alla ricca
torta dei rimborsi.
Sangiorgi
Basti solo
un dato, pubblicato, al termine di un'approfondita ricerca, in
un piccolo e prezioso pamphlet di Giuseppe Sangiorgi,
(«Rivoluzione Quirinale», Gaffi editore): nel 1993, ultimo anno
prima che il finanziamento pubblico venisse abolito da un
referendum, lo Stato versò ai partiti poco più di 80 miliardi
delle vecchie lire, pari a meno di 45 milioni di euro di oggi.
Nel 2008 i rimborsi elettorali assegnati ai nuovi partiti per le
elezioni politiche sono stati più di 503 milioni di euro, dieci
volte di più.
A ciò si
aggiunga il fatto che hanno diritto a prenotare i rimborsi tutti
i partiti che abbiano partecipato almeno alle elezioni regionali
eleggendo un consigliere, e quelli che hanno raggiunto l'uno per
cento dei voti (più o meno 450mila) alle elezioni politiche. Un
siffatto partito può conquistare, non solo la fetta di torta che
riguarda la competizione in cui s'è presentato, ma anche quella
delle altre elezioni, con l'unico limite, stabilito nel 2009,
che per farsi rimborsare le europee dovrà aver raggiunto il 4
per cento dei voti.
Del tutto
inspiegabile - e la Corte dei Conti lo ha più volte sanzionato -
è poi il meccanismo che sovrintende ai rimborsi: i partiti sono
tenuti a portare le pezze d'appoggio delle spese affrontate, ma
i pagamenti avvengono in relazione ai voti conquistati, con un
moltiplicatore che è andato sempre in crescendo dal '93 al 2008.
Al punto che a fronte di spese riconosciute per 600 milioni di
euro sono stati erogati contributi per due miliardi 253 milioni,
un miliardo e 670 milioni in più di quanto speso. Un campo
lasciato intatto dalla manovra di Tremonti.
[30-06-2010]
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L
PAESE DI PULCINELLA è MARCIO E MARCISCE INSIEME A NOI (E VIENE
DAVVERO VOGLIA DI VOTARE LEGA) - Dopo l’Auditorium di Ravello,
anche il MUSEO Madre rischia di chiudere - VERSO IL DISTACCO
DELLE UTENZE. E LE OPERE RISCHIANO IL DEPERIMENTO - AVEVA
RAGIONE LUCIO AMELIO: "Napoli oggi è una città alla deriva, una
barca senza timone. Una città con un grande cuore, ma senza una
testa"....
Vincenzo Trione per il "Corriere
della Sera"
Cronaca di
una morte annunciata. Un nuovo capitolo dell'infinita storia dei
mali culturali italiani? Miope attacco a uno tra i pochi momenti
felici di una città segnata spesso da speranze infrante? Dopo
l'Auditorium di Ravello, anche il Madre rischia di chiudere. I
fatti, innanzitutto. Il 9 giugno, poco dopo l'insediamento della
nuova giunta regionale, viene presentato un report, che esamina
le attività del museo d'arte contemporanea di Napoli nel biennio
2007-2009. Un documento che descrive uno straordinario (ma
dispendioso) fervore di eventi, tra mostre, spettacoli,
proiezioni; e indica strade per un possibile sviluppo,
proponendo netti tagli dei costi: una scelta obbligata, in una
stagione di austerity.
Intanto,
diventano pressanti le emergenze relative all'amministrazione
ordinaria e alla programmazione espositiva. Il direttore,
Eduardo Cicelyn, il 22 giugno invia al neopresidente della
Campania, Stefano Caldoro, una lettera. Precisa che il Madre -
di proprietà della Regione Campania - è gestito da una società
per azioni, Scabec, che cura struttura e servizi.
Inoltre,
Cicelyn dice di aver ricevuto il 17 giugno dall'amministratore
delegato di Scabec, Giovanna Barni, una comunicazione nella
quale si annuncia l'impossibilità di proseguire nelle
anticipazioni di spesa per le iniziative del museo. Immediate,
le conseguenze. Viene cancellata Il ventre di Napoli, collettiva
di giovani artisti (prevista per l'8 luglio): non ci sono
risorse per pagare viaggi, ospitalità, allestimento. «Perché
questo disastro?» si chiede Cicelyn. Nessuna risposta.
Qualche
giorno dopo. La situazione si fa più difficile. Cicelyn scrive
nuovamente a Caldoro, riportando una nota dove la Scabec
annuncia che «non sarà più in grado neppure di assicurare i
pagamenti delle utenze del museo e che pertanto potrebbe
verificarsi il distacco delle utenze stesse entro la prima
decade del mese di luglio». A rischio non è più una mostra, ma
la sopravvivenza stessa del Madre.
«Questa
indecisione potrebbe portare al sicuro danneggiamento del
patrimonio delle nostre opere» afferma Cicelyn. Se si dovesse
verificare la sospensione della fornitura di energia in piena
estate, infatti, oltre all'impossibilità di garantire l'apertura
delle sale al pubblico, si assisterebbe al deperimento per il
caldo di quadri, sculture e installazioni, provenienti da
prestigiose collezioni pubbliche e private.
Una
vicenda tragica e, insieme, grottesca. Stiamo varcando la soglia
del comico, ha detto Cicelyn nella conferenza stampa di ieri. La
questione è drammatica. E rivela evidenti approssimazioni e
responsabilità politiche. Com'è stato possibile arrivare a
questo punto?
In
qualsiasi contesto europeo, scenari analoghi sarebbero
impensabili. Pur se con alcuni eccessi e qualche spreco (forse
indispensabile in una fase di start-up), siamo dinanzi a una
realtà culturale che, in quattro anni, è diventata tra le più
vivaci a livello europeo, come attestano i giudizi di autorevoli
media internazionali.
Dal 2006,
qui si sono tenute antologiche di sicura qualità critica
(dedicate, tra gli altri, a Kounellis, a Fabro, a Boetti, a
Clemente, a West), oltre a esposizioni tematiche stimolanti
(come Barock). Si tratta di una realtà che ha raccolto e
sviluppato l'eredità del lavoro svolto, sin dagli anni sessanta,
da galleristi come Amelio, Rumma, Morra, Trisorio e Caròla, i
quali ebbero il coraggio di portare il «nuovo» in una Napoli
ancora conservatrice, sopperendo a un vuoto istituzionale.
Sulle orme
di queste esperienze, il Madre sembra aver anticipato la moda
dei musei d'arte contemporanea sempre più diffusa nel nostro
Paese: esemplare il caso di Roma, con il Macro e il Maxxi. Siamo
di fronte a un modello, unico nel panorama attuale. Non un
cenotafio (per dirla con Jean Clair) né un involucro
spettacolare. Ma una cattedrale bianca, disegnata con eleganza
da Alvaro Siza, capace di saldare rigore della cornice e qualità
delle opere presentate. Un edificio che ospita la collezione
permanente, installazioni site specific, mostre temporanee.
Determinante per questa avventura è stato il sostegno dell'ex
governatore, Antonio Bassolino. A circa 100 giorni dall'elezione
di Caldoro, appare del tutto incerto il destino di questo
spazio, diventato anche un significativo presidio sociale, con
l'intento di valorizzare una zona piuttosto difficile e popolare
del centro di Napoli, sul modello di quanto ha fatto il Macba di
Barcellona, alle spalle delle Ramblas.
Ma la
domanda è più radicale: questo spazio avrà un destino? Certo, è
auspicabile un ridimensionamento della grandeur che ha
contraddistinto il biennio 2007-09. Si potrà anche immaginare un
turn over, che porti alla sostituzione del direttore: è una
consuetudine diffusa un po' ovunque in Europa.
Ma la
Regione ha un dovere etico: difendere questo museo. Considerarlo
non come la «casa di Bassolino», ma come un bene comune, frutto
di sforzi economici e di energie intellettuali. Non
ridimensionarne le ambizioni, trasformandolo in un contenitore
con prospettive localistiche. Né giudicarlo solo come un «peso»
improduttivo. Non attutirne lo slancio (è quanto sta avvenendo
al Castello di Rivoli e al Mambo di Bologna). Anzi, provare a
razionalizzarne orientamenti, spese. Insomma, potenziare
ulteriormente questo che è un tassello importante nella
valorizzazione dei linguaggi contemporanei. Occorre un indirizzo
chiaro: subito.
Non
vorremmo dare ragione a Lucio Amelio il quale, in una delle sue
ultime interviste (del 1993), lamentando l'indifferenza della
classe politica partenopea nei confronti della cultura e
dell'arte, disse: «Napoli oggi è una città alla deriva, un
bateau ivre, una barca senza timone. Una città con un grande
cuore, ma senza una testa».
[30-06-2010]
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SEGNATEVI QUESTO NOME: MASSIMO
FERRERO, NOMIGNOLATO DAI CAZZARI ’VIPERETTA’ - UN COATTISSIMO
PRODUTTORE CINEMATOGRAFICO, MA ANCHE PADRONE DI UNA COMPAGNIA
AEREA, CHE VALE DIECI "SCARFACE", CENTO "MONNEZZA" E MILLE
"STRACULT" - STRAPARLA COSÌ: "CHI RUBA A FERRERO, CHI PROVA A
FREGARLO, DEVE MORIRE. RUBARE È UNA COSA IMPORTANTE E CI VUOLE
GENTE SERIA. VOI SAPETE SOLO LAVORARE" - "NON SO COSA SIGNIFICHI
LA PAROLA TANGENTE. PERÒ SE QUALCUNO MI FA UN REGALO IO NON LO
RESTITUISCO" - "C’È CHI HA LA MANGIATOIA A PORTATA DI BOCCA: IO
MI DEVO CHINARE FINO A TERRA PER MANGIARE" - "mando affanculo
chiunque, anche se di cognome fa berlusconi" - "IL CINEMA SONO
IO
Malcom
Pagani e Silvia Truzzi per "Il
Fatto Quotidiano"
DI
EMANUELE FUCECCHI PER IL FATTO
Prevedere,
prevenire, provvedere. Il Vangelo secondo Ferrero è un manifesto
appeso distrattamente alle pareti di un ufficio labirintico a un
passo da Porta Pia. Al centro, il profilo poco british di
Massimo Ferrero. Milleduecento dipendenti, due compagnie aeree,
la Livingston e Lauda Air, multiplex sparsi in tutta la
Penisola, lo storico cinema Adriano rilevato pochi mesi fa da
Cecchi Gori. Produzioni cinematografiche e televisive di cui il
capo incontrastato è un indemoniato signore di 60 anni. Capelli
bianchi e intercalare romanesco, riflesso dell'adolescenza
ruvida, dei tempi lontani in cui nel quartiere, a suo dire,
l'unica legge che valesse era quella del menga: "Chi ce l'ha al
culo se lo tenga, je piace?"
Dicono sia
cattivissimo. Spietato. Carattere difficile, generosità inattese
alternate a scatti d'ira. Nell'ambiente lo detestano. Lo hanno
soprannominato Viperetta. "Creo posti di lavoro, disturbo". Lui
salta, imita, canta, spiega, ribatte. Guarda sempre negli occhi
e quando accade, rimane la sensazione che non sia per gioco.
"Sono nato povero e morirò da povero ricco. Non temo nessuno,
non scendo a compromessi e mando affanculo chiunque, anche se di
cognome fa Berlusconi". Lo temono, fanno bene. Massimo Ferrero
ha fame. Non gli è mai passata.
Lei è
amico di Mauro Masi?
Era meglio
se alla Rai non fosse andato. Dite al signor Masi che io non
voglio essere amico del direttore generale, ma dopo aver fatto
120 film in 40 anni, esigo che mi rispetti come produttore.
Voglio essere trattato come tutti. Da quando è alla Rai non ho
fatto un solo minuto di fiction. Avevo dei lavori in ballo prima
che arrivasse. Qui giocano con la vita di tante famiglie. Io
respiro solo ostruzionismo.
Non ci
crediamo.
Fate male.
Riferite a quel cornuto di giornalista che ha scritto ‘Ferrero è
una gallina delle uova d'oro' che io le uova non le ho neanche
di plastica. Mi impediscono di lavorare perché ho la fortuna di
essere in buoni rapporti con Masi.
Ferrero il
perseguitato?
No, non
soffro di manie. Non frequento i salotti, non ho padrini.
Però ha un
attico in Piazza Navona.
E' una
grandissima stronzata. Abito in affitto, dalle parti di Via
Barberini. A Piazza Navona andavo da bambino per farmi il bagno
nella fontana del Bernini e quando uscivo, i vigili mi
sequestravano i vestiti e mi inseguivano.
Come ha
fatto uno come lei a lavorare con Bertolucci?
Bernardo
mi adora. Allo snob manca Ferrero e a Ferrero, forse, manca lo
snob. Siamo complementari, di complemento, come i militari.
Torniamo a
Masi, quando va in viale Mazzini, raccontano, lui si illumina.
Magari
sono comico. Cerco di ridere. È un reato? Da quando è alla Rai,
Masi lavora 18 ore al giorno. Mi avrà ricevuto tre volte. Perché
invece di descrivermi come Calimero, non guardano al
comportamento dei suoi predecessori?
Si
spieghi.
Ci sono
miei colleghi cui la tv di Stato ha garantito contratti quadro
da 30-40 milioni di euro, ma nessuna anima bella dice nulla.
Avverto tutti: sto iniziando a stancarmi. La tv si limiti a
comprare il cinema indipendente. C'è un contratto nazionale che
dice che il canone deve essere reinvestito. Carta morta.
Quindi
Masi la danneggia.
Tra un po'
alla Rai faccio causa. Dovevo fare tre fiction, a iniziare da
‘Il terremoto di Messina'. Prodi e Napolitano mi diedero l'ok.
Mischia le
carte?
Prima mi
stendevano i tappeti, ora alla Rai non mi fanno neanche entrare.
Conosco tanta gente, ho 60 anni, ho incontrato Agnelli, Fidel
Castro mi vuole bene. Vi faccio vedere una cosa (si alza,
mobilita l'ufficio, escono campagne per i bambini down, foto con
il leader di Cuba, con il Papa, con cardinali del passato e del
presente; quella con Berlusconi è vicina al suo tavolo, accanto
a un cartello: ‘Se porti un problema e non hai la soluzione sei
parte del problema' ndr).
Rapporti
con il premier?
L'ho visto
una volta. Se lo facessero lavorare, potrebbe fare grandi cose
per il Paese.
Già
sentita. Vota per lui?
Sono di
sinistra, ho fatto il '68. Alle manifestazioni per i morti di
Battipaglia io e i miei amici facemmo a botte con la polizia.
Ventotto, ne mandammo a terra, Oggi come idea, voto D'Alema.
Invece i
rapporti con Balducci? Sulla connessione con il commercialista
Gazzani, lei è stato
anche ascoltato dalla Guardia di Finanza.
È tutto a
verbale. Ci sono fatture, tasse e Iva pagate, iscrizioni al
collocamento. Hanno controllato. Tutto in regola.
Qualcuno
ha ipotizzato che quella versatale da Gazzani, (un milione e
centomila euro, ndr) fosse una tangente.
Non so
cosa significhi la parola tangente. Con quel denaro è stato
coprodotto un film con Anna Maria Barbera: "Ma l'amore sì". Però
una cosa ve la posso dire: se qualcuno mi fa un regalo io non lo
restituisco. Sia chiaro.
Come
giudica Balducci?
Una
persona squisita, ma non è mio fratello. Ho conosciuto anche il
figlio. Un bravissimo attore, ora dilaniato. L'ho incontrato per
caso a un Festival, è distrutto. Quando facciamo un casting, non
interroghiamo. Il tenente Sheridan lo trovate in tv.
Tra le
persone coinvolte nell'inchiesta, qualcuno è stato intercettato
al telefono mentre si rallegrava per il sisma in Abruzzo.
Se è vero
e lo dico da cittadino, sono delle merde. Uno che ride di una
tragedia devastante, non merita l'arresto, ma l'impiccagione.
Brutale.
Ad Haiti
sono stato anche io. Ho messo a disposizione un Airbus di mia
proprietà pieno di medicinali e di volontari. Un'ora di volo
costa 12.800 euro. Per andare e venire, Livingston sulla tratta
Haiti/Malpensa ha speso quasi un milione di euro.
Però.
Gli unici
che mi hanno dato retta sono stati Formigoni, Bossi, Berlusconi
e il ministro Frattini. La burocrazia si era messa di mezzo. Ho
portato via 12 bambini malati e li ho trasferiti in strutture
adeguate in Lombardia. Creature tornate a casa loro con i miei
aerei. Questo è il Viperetta che tutti temono.
Tutto
bellissimo. Non le dispiacerà se ritorniamo ai suoi rapporti con
Masi, La sua ex fidanzata, Susanna Smith, è la protagonista di
un film da lei prodotto recentemente: "Piazza Giochi".
L'ho
conosciuta prima che diventasse la donna di Masi. Per me Susanna
è una sorellina.
Però Masi
ha un'altra.
Non mi
risulta. Si amano.
E che dice
dei suoi colleghi produttori?
Miracolati. Li amo tutti.
Anche
quelli come Tozzi e Procacci?
Soprattutto. (sorride, ndr) Sono più bravi di me e sono
facilitati perché dietro hanno le major.
"Piazza
Giochi" è stato un flop.
Ho perso
1.250.000 euro per raccontare che i ragazzi non sono tutti
zozzoni o drogati. Naturalmente non riesco a venderlo alla tv.
Mi chiamo Ferrero e ho sempre operato con dignità anche se non
ho la mangiatoia alta.
Prego?
C'è chi ha
la mangiatoia a portata di bocca e chi si deve chinare fino a
terra per mangiare: io sono tra loro. E ne sono orgoglioso. Sono
nato a Testaccio: mio padre faceva il controllore dell'Atac, mia
madre l'ambulante a Piazza Vittorio. Di studiare non mi fregava
niente, poi uscì la legge dell'obbligatorietà e a scuola iniziai
ad andare con la camionetta dei Carabinieri.
Il Cinema?
Il cinema
sono io. A otto anni scappavo di casa per andare a Cinecittà,
amavo l'atmosfera zingaresca. Facevo piccole parti, apparizioni
anche brevissime. Vita dura. Un giorno vedo Gianni Morandi: ‘Mi
dia un consiglio, qui non mi prende nessuno'. Fu gentile. Mi
insegnò una formula civile. ‘Buongiorno, sono Massimo Ferrero,
mi piacerebbe lavorare con lei, mi metta alla prova'.
E lei?
Ero
selvatico. Mi scordavo la parte. ‘Buongiorno, sono Massimo
Ferrero, me pija a lavorà? Non so fa un cazzo'.
Un po'
diverso.
Infatti mi
cacciavano regolarmente. Ma avevo due figli, ero senza lavoro e
a Testaccio, stare a galla non era uno scherzo.
Il primo
mentore?
Blasetti,
il regista dei telefoni bianchi. Avevo appena preso in prestito
una bici e correvo verso gli studi di Safa Palatino per ottenere
una comparsata.
Presa in
prestito?
Anche se
non fosse stata proprio mia, non sarebbe il caso di
sottilizzare. Il reato è in prescrizione, sono passati 50 anni.
Non avevo diritto a una bici anch'io? Quindi sudo, pedalo e mi
accorgo di essere seguito da una 1100 nera.
Chi era?
Blasetti.
Mi urla: ‘Dove corri, ragazzo?'. Girava "Io lei e gli altri". Mi
provò.
Ruolo?
Un
fornaio. Da quel giorno non mi sono più fermato. Ho fatto il
segretario, l'organizzatore, tutto. Poi ho voluto fare il
coglione e ho iniziato a finanziare i film. Papà me lo diceva
sempre: ‘Bisogna avere credito, non denaro. I soldi non servono,
se hai credibilità vai ovunque'.
Però
aiutano.
Non giro
mai senza soldi (tira fuori un rotolo dalla tasca, sono pezzi da
500, ndr). La gente con cui tratto lo sa. Da me non vogliono le
firme, solo la mia parola. Se la do, sono disposto a morire.
Non
esageri.
Giuro.
Però vi dico una cosa. Chi ruba a Ferrero, chi prova a fregarlo,
deve morire.
Sembra un
racconto di Scorsese.
Invece è
un film di Ferrero. Rubare è una cosa importante e ci vuole
gente seria. Voi sapete solo lavorare.
Scorrettezze?
Tante. È
un mondo difficile. Per gli altri (ride, ndr). Svoltai nel ‘75,
grazie a Piero Lazzari (mentre lo nomina si fa il segno della
croce, ndr) organizzatore per un film di Fondato. "A mezzanotte
va la ronda del piacere".
Un cast
importante.
Sul set
lavoravano Claudia Cardinale, Gassman, Pozzetto. Un giorno
passando in macchina vidi i camion del Cinema e mi fermai.
Disturbavo. Ero anche un po' aggressivo, questione di carattere.
Comunque mi infilo con una scusa e ascolto un brandello di
conversazione.
Indiscreto.
Dio mi ha
dato la rapidità. L'attore Silvio Spaccesi chiedeva di andare
all'Eliseo e non trovava nessuno che ce lo portasse. Nella pausa
mi avvicino. ‘Scusi, deve andare al Teatro Eliseo?' ‘Sì', ‘Ce la
porto io, sono della produzione'.
Un'altra
bicicletta?
No, ho
preso al volo una 500, parcheggiata vicino ai camerini. Ero
senza patente, non mi sono formalizzato. Arrivati all'Eliseo,
quelli del set si accorgono dell'assenza di Spaccesi. Lo
cercano, lo trovano, sento le urla dall'altro capo del filo.
E lei che
fa, sparisce?
Macché.
Gli dico una cosa gentile: ‘Se mi denunci, te meno'. Poi accendo
il motore e punto verso il set. Dopo un km, la macchina si
ferma. È senza benzina. Io e Spaccesi spingiamo.
La
arrestarono?
No, perché
avrebbero dovuto? Avevo 18 anni e cercavo solo di portare a casa
la pagnotta. Ma arrivati sul set, lo chiudo in una camera e
tolgo la chiave. ‘Le faccio da segretario, mi assume?'
Un
sequestro di persona...
Ma no, voi
siete matti. Gli ho soltanto detto di aspettare. Non c'ho avuto
mai un papà che mi dicesse: ‘Ti compro la merendina'.Me la sono
dovuta guadagnare, ogni giorno.
Perché
decise di fare il salto in proprio?
Per
presunzione. Pensavo di riposare, sbagliavo. Bondi toglie soldi
al cinema, non avendo nessuna competenza. Blandini, il suo
predecessore nel settore, era anche peggio. Eppure la soluzione
sarebbe semplice.
Quale?
Leggi
adeguate per far lavorare tutti, chi non ha i rapporti giusti in
Italia agonizza.
Le rimane
la ditta di import-export casearia di sua moglie. Fa miliardi.
Un'altra
bella leggenda metropolitana. Quando iniziai a fare il
produttore, peccai di megalomania. Sette film, tutti insieme.
Bertolucci Jr, Castellitto, nomi importanti. Ai miei colleghi
rodeva il culo. Fu allora, dall'invidia, che nacque la leggenda
di "Viperetta". Il nome in realtà me lo affibbiò Monica Vitti,
perché fui rapido a dare uno schiaffo a un signore che la
molestava. Monica senza di me non girava, ero una clausola del
suo contratto.
Va bene,
ma le mozzarelle di sua moglie?
Per non
farmi rompere i coglioni inventai che avevo sposato una
miliardaria, proprietaria di una grande industria di formaggi
che finanziava i miei film. Mio suocero produce Pecorino romano
in realtà, a carattere familiare.
Ingegnoso.
Tutti a
dire: ‘Che culo che ha avuto Ferrero, ha trovato la
miliardaria'. Creai una storiella, e Radiocinema, puntuale, fece
aumentare l'invidia.
Lei ha un
bizzarro concetto della verità.
Ne
esistono tre. Quella vera, quella processuale, quella
documentale. Ma se le carte sono a posto, non ti fotte nessuno.
È vero che
sta vendendo la sua compagnia aerea?
Me la
vogliono scippare. Ho letto un messaggio sul telefonino di un
mio avversario: ‘Stressate Ferrero'. Primo: sono nato stressato.
Poi un altro: ‘Stancate Ferrero': sono già nato stanco. Per
fregarmi hanno assoldato una sporca dozzina, ma hanno
dimenticato i cannoni di Navarone.
Male che
vada, può sempre scappare con l'autista. Dicono non lo paghi
mai.
Bugie. Lo
pago. Magari ogni tanto, ma lo pago. Amo l'Italia, ma odio i
tanti cazzari che perdono tempo a parlare male di me.
29-06-2010]
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PISCICELLI
E I SUOI SCIACALLI – A ROMA RISCHIA GIÀ DI CROLLARE UNA DELLE
PISCINE DEI MONDIALI! - COSTATA 30MLN€ E NON È MAI STATA FINITA
– CORRADO ZUNINO SCODELLA UN LIBRO IN CUI RACCONTA unO SCANDALO
che fa acqua da tutte le parti - DALL’INAUGURAZIONE AL "QUI
ANDIAMO TUTTI A REGINA COELI" DETTO AL COMMISSARIO DAL
RESPONSABILE SICUREZZA NEL CANTIERE …
Da "la
Repubblica"
Pubblichiamo una anticipazione del libro "Sciacalli" di Corrado
Zunino (Editori Riuniti)
Il
costruttore Francesco Maria De Vito Piscicelli, conosciuto nella
saga dello scandalo Anemone come "lo sciacallo" - le notti del
terremoto, le risate - è il direttore di Opere pubbliche e
ambiente spa, la società del Consorzio Novus che per i Mondiali
di nuoto del luglio 2009 ha realizzato il polo natatorio di
Valco San Paolo. Sono tre piscine open e indoor più foresterie e
oggi, undici mesi dopo l´inaugurazione, non sono disponibili.
Nessuno ci ha mai nuotato, nessuno ci si avvicina.
Imprenditore edile vicino alla vecchia Alleanza nazionale, il 24
novembre Piscicelli viene intercettato mentre chiama la Camera
dei Deputati: la segretaria particolare di Gianfranco Fini, Rita
Marino. «Senta, dottoressa, avevo bisogno di vederla un minuto
per una cosa vitale... Domani mattina va bene?». La questione è
lo sblocco dei pagamenti per Valco San Paolo: «Non ci dormo la
notte, non ce la faccio più».
Il
cantiere nell´autunno 2009 è già in ritardo di otto mesi, i suoi
costi cresciuti di sei milioni. Arriveranno a trenta, quattro
volte il preventivo iniziale. Ecco, Piscicelli ha bisogno di
sbloccare le rate del Comune di Roma, guidato dal sindaco
Alemanno, e si rivolge alla segretaria di Fini.
Il 15
dicembre i Ros avvistano il costruttore all´interno della
gioielleria Bonanno di via della Croce, centro di Roma: deve
scegliere un «bel regalo per Rita», raccontano le
intercettazioni. Nella stessa maison un anno prima aveva
acquistato tre orologi per tre funzionari dei "Grandi eventi".
L´ultimo regalo è connesso allo sblocco dei finanziamenti per
Valco San Paolo: «Devo andare da Rita di corsa pure per questo».
Il 20
gennaio 2010 il primo bonifico del Comune - 1,7 milioni - parte.
Il 2 marzo Piscicelli ha i soldi in tasca, eppure non è
tranquillo. Il suo sguardo ora è rivolto verso il soffitto
dell´impianto: «C´è una spaccatura... Proprio sul pilastro,
sotto la guaina c´è una lunghissima crepa». Già nel maggio del
2009 il tetto-giardino della struttura si era abbassato di
trenta centimetri schiacciando i sostegni: «Non riesco a sfilare
i puntelli», spiegava il capocantiere, «se li vedi sono tutti
storti. È impressionante, ma storti di tanto».
Piscicelli
non vorrebbe consegnare la struttura per i Mondiali di nuoto:
«Il professor Frasca ha fatto i calcoli del c... E´ meglio che
si fanno i Mondiali solo all´esterno e all´interno si fottono».
Anche la piscina esterna, però, ha seri problemi: «Bisogna
smontare la vasca esterna e rifarla visto che un lato è venuto
più lungo di 8 centimetri».
Il giorno
dell´inaugurazione, è il 9 luglio 2009, buffet con tartine al
caviale, il commissario straordinario Claudio Rinaldi definisce
Valco San Paolo «un impianto di assoluto prestigio». Sei mesi
dopo è al telefono con Piscicelli: «Ti devo dire un cosa mia,
sono tanto preoccupato per la copertura». Il costruttore si
preoccupa, piuttosto, di «coprire la crepa con una colla» e poi
«farci una pezza di guaina, tanto da sotto non si vede niente».
Il
geometra Alfredo De Rosa illustra: «C´è il pericolo di un
cedimento delle torri... Stanno piegando, e non di poco,
dobbiamo aiutare a farlo scendere ‘sti 10 centimetri, 15, 16,
18, quelli che sono non lo sappiamo... Questo sopporta, ma
quando vanno in crisi collassano e saltano». Il responsabile
della sicurezza del cantiere, Giampaolo Gandola, è terrorizzato:
«Non c´è un ponteggio a norma, non c´è proprio un c... Io non
bloccherò mai quel cantiere, ma a Rinaldi ho detto: "Figlio mio,
qui non andiamo in Procura, andiamo a Regina Coeli"».
(ha collaborato vittorio romano) 28-06-2010]
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UNA
FORMICA (RINO) VOLA SU USTICA – "Vanno sempre sotto la tenda di
gheddafi E non si fanno mai spiegare nulla. Sia pure
all’orecchio, come si dice in linguaggio massonico, dato che
sono tutti massoni, a destra e a sinistra. sò tutti dei girella"
- “STO ALLE OSSERVAZIONI DI COSSIGA. HA DETTO: I FRANCESI”..
..
Maurizio Caprara per il "Corriere
della Sera"
A sentire
Rino Formica, il socialista che era ministro dei Trasporti nel
governo guidato da Francesco Cossiga quando precipitò il Dc9
dell'Itavia, i casi sono due. O la verità sulle 81 persone morte
nel volo su Ustica si trova in archivi italiani, e allora il
personale che ha governato l'Italia dopo la fine della Prima
Repubblica, «proveniente dall'estrema destra all'estrema
sinistra», non è stato in grado di rivelarla per volontà o
inadeguatezza. Oppure la verità sul 27 giugno 1980 è all'estero,
e l'incapacità di ottenerla dimostra che il nostro Paese non è
autorevole a livello internazionale come molti di quegli stessi
politici lo descrivono.
Sarebbe
interessante una sua intervista su Ustica...
«Mi vergogno a parlarne», è la prima risposta di Formica, 83
anni, al Corriere.
Di che
cosa si vergogna?
«Parlarne dopo 30 anni e dire alle famiglie che c'è ancora da
scavare sulla verità è, per il Paese, un segno di impotenza o di
ipocrisia». Dovuto a che cosa? «Questo è un sistema politico che
non conta niente. Quando si rideva della storia del missile (la
tesi che fosse stato un missile ad abbattere l'aereo, ndr), fui
il primo al Senato, di fronte a tutti i gruppi parlamentari che
accettavano la teoria del "cedimento strutturale", ad affermare:
attenti, potrebbe esser stato qualcosa di esterno. C'era la tesi
del generale Rana».
Era stato
il generale Saverio Rana, presidente del Registro aeronautico
italiano, a dirle che il Dc9 poteva essere stato colpito da un
missile.
«Valutando i dati dei radar, Rana lo riteneva razionalmente
possibile. Siccome è escluso si trattasse di un missile di
batteria italiana, e deve essere straniero, dovremmo ricavarne
un paio di elementi».
Quali?
«Dopo 30 anni, il Paese non riesce ad avere spiegazioni da Stati
non nemici. Alleati. Allora è un Paese che accetta di poter
essere preso per i fondelli. E siccome in 30 anni non c'è forza
politica che non abbia governato e messo mano negli archivi, se
ne deve dedurre che la verità è in archivi non in questo Paese.
Hanno governato tutti, pure extraparlamentari di destra e
sinistra...».
Quando
Rana le parlò di missile, il ministro della Difesa Lelio
Lagorio, Psi, non diede seguito.
«Nel dire "cosa un po' fantasiosa", doveva reggersi sullo stato
maggiore. Che poteva dire?». E lei? «Io non disponevo di alcun
elemento certo, ma della valutazione di uno del quale avevo
grande fiducia. Di Rana mi fidavo del tutto, non solo perché era
stato il pilota di Pietro Nenni, anche perché lo conoscevo come
uomo specchiato, onesto, impastato della storia
dell'Aeronautica. Rana escludeva il collasso strutturale, non
stabiliva chi era l'esecutore. Il problema era che, vista
l'assenza del collasso...».
Formica,
ma lei che idea si è fatto? Chi buttò giù il Dc9?
«Sto alle osservazioni di Cossiga. Ha detto: i francesi».
La strage
di Ustica dimostra la scarsa sovranità dell'Italia.
«Il problema non è quanto è avvenuto fino agli anni '80, quando
la sovranità era determinata dalla divisione del mondo in
blocchi, ma dopo».
Questo non
è un palleggio? Al governo c'era lei, allora.
«No, non lo è. Perché tutti quelli al governo dopo si sciacquano
la bocca sul fatto che la Prima Repubblica era assoggettata
all'estero. Scusi, Obama se non sa che fare non chiede consiglio
a Berlusconi? Putin non sa da qui i calzini da mettere? Non
daremmo tanti consigli? Tanti consigli, tanti pernacchi. E
Gheddafi? Vanno sempre sotto la sua tenda. E non si fanno mai
spiegare nulla. Sia pure all'orecchio, come si dice in
linguaggio massonico, dato che sono tutti massoni, a destra e a
sinistra. Senta, sò tutti dei girella».28-06-2010]
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VERDINI:
CHI TROVA CARBONI TROVA UN TESORO ...
"Eolico,
otto milioni da Carboni per Verdini. Si indaga su una maxi
transazione sospetta". Su Repubblica (p.16), Francesco Viviano
fa lo slalom tra milioni e grembiulini. Istruttivo anche il
pezzo del Secolo XIX: "Nella banca di Verdini il tesoretto di
Flavio Carboni. Secondo i pm, oltre 10 milioni di euro sarebbero
riconducibili al faccendiere" (Francesco Bonazzi, p.9 e non P2,
fare attenzione).
4- IL
TRISTE VALZER DEI BOIARDI SENZA STATO ...
"Innocenzi
lascia l'Agcom. Berlusconi gli ordinò di chiudere Annozero. E'
indagato per favoreggiamento del premier" (Repubblica, p.15).
Verrà presto "ricoperto" con adeguata poltrona pubblica.
Intanto, sempre con l'occhio a curriculum e competenze, il
governo prepara il giro delle quattro cadrèghe: "Cardia alle Fs,
Catricalà verso la Consob e per l'Antitrust spunta l'ipotesi
Masi" (Corriere, p.1). Il Paese segue con il fiato sospeso.
Mentre il Vaticano sogna la promozione di Lorenza Lei a
direttore generale di quel che resta della Rai. Ma chi è il
regista delle nomine? Lippi?
26.06.10 |
UNA
POLTRONA PER SCHIFANI JUNIOR...
A casa
Schifani il fatto che ci possa essere in famiglia un solo
politico sta stretto al presidente del Senato. Per questo motivo
la seconda carica dello Stato ha messo in moto una macchina
organizzativa per portare il figlio Roberto (che svolge la
professione forense a Palermo e si occupa di cause civili e
tributarie) nelle fila del Pdl. Come ha fatto Umberto Bossi con
il suo "Trota", facendolo partire dal basso, anche Renato
Schifani vorrebbe per suo figlio un piccolo incarico per
cominciare: quello di sindaco di un paese del Palermitano.
La scelta
sarebbe caduta su Castelbuono che fra un anno e mezzo va alle
elezioni: dove Roberto Schifani ha sposato una ragazza
originaria di questo comune situato ai piedi delle Madonie.
Nella zona ha avuto in passato una discreta influenza elettorale
la senatrice Simona Vicari (Pdl), segretario della presidenza
del Senato e amica di famiglia, che potrebbe mettere a
disposizione del legale il suo elettorato. Ma qualcuno nel Pdl,
vicino a Gianfranco Micciché, ha già fatto sapere di non gradire
questa imposizione e tantomeno il nome di Schifani. I giochi
sono aperti. (L.A.)
4 - L'AQUILA - IMPRESE MA CHI LE PAGA?...
Le imprese che hanno lavorato per la Protezione civile
all'Aquila rischiano di finire anch'esse terremotate. Hanno
terminato i lavori ma nessuno le paga. Lo denunciano l'Ance
dell'Aquila e il deputato del Pd Giovanni Lolli. L'Associazione
costruttori segnala il pericolo di chiusura per molte aziende
aquilane impegnate nella ricostruzione. Mentre Lolli rivela che
"i general contractors del progetto Case sono stati pagati, ma
il pagamento dei lavori subappaltati ha subito grandissimi
ritardi o non è mai avvenuto.
Tutto
ciò crea una crisi di liquidità che rischia di portare al
fallimento le aziende locali". Il pericolo potrebbe irradiarsi
in altre regioni. L'impresa trentina Cosbau, aggiudicataria di
due dei 30 lotti per la costruzione di 12 palazzine a tre piani
e un importo di 25,6 milioni, è stata messa in vendita per
mancanza di liquidità. La Cosbau ha completato i lavori da mesi,
ma per ora sono arrivati solo acconti per meno di 12 milioni.
Degli altri 14 nessuna notizia dalla Protezione civile di Guido
Bertolaso. (P.T.)
5 - AVVOCATO & PRESTIGIATORE...
Per difendere la "cricca" un penalista non basta: meglio un
prestigiatore. Remo Pannain, uno degli avvocati di Fabio De
Santis, ex Provveditore alle opere pubbliche toscane, ama la
magia. Da sette anni organizza a Roma il Supermagic, l'unico
festival di magia italiano, dove si esibiscono i migliori
prestigiatori del mondo. Quest'anno il Supermagic era al teatro
Olimpico di Roma e ha fatto il pienone per una settimana.
Tra gli
ospiti, Christopher Hart, meglio noto come la Mano dei film
sulla "Famiglia Addams". Durante il festival Pannain si esibisce
con garbo, facendo (bene) sempre lo stesso numero: quello delle
corde che si spezzano, si annodano, tornano intere... (A.C.P.)
6 - ARCHISTAR IN AUDI...
Le tre tedesche si sono spartite bene il mercato dell'arte.
La Bmw da anni sponsorizza il progetto artistico Bmw Art Car.
Daimler, invece, con le sfilate del concorso Premium Fashion,
punta sulla moda. E Audi da quest'anno ha scelto di sostenere
l'architettura. Alla prossima Biennale di Architettura il gruppo
di Ingolstadt presenterà a Venezia Urban Future Award. Un
concorso, spiega il presidente Audi Rupert Stadler, "per
premiare le migliori idee per la mobilità urbana nel 21 secolo".
La
sfida è inventarsi, oltre a nuove auto, le nuove metropoli ove,
dal 2050, vivrà il 75 per cento della popolazione mondiale. Tra
gli architetti invitati a Venezia dal 25 agosto a presentare
soluzioni, archistar del calibro di Diller, Scofidio e Renfro di
New York. Ma anche giovani emergenti, come il berlinese Jürgen
Meyer o lo studio Allison Brooks di Londra. Nella giuria note
firme come Fuksas o Rahul Mehrotra dello studio Rma di Mumbai.
(S.Vas.)
7 - PARLAMENTO 1 / VIOLENZE, DUE VOLTE VITTIME...
Ammontano a 57 mila euro le risorse destinate per il 2010 al
Fondo per il risarcimento delle vittime di reati violenti, che
prevede indennizzi da parte dello Stato qualora i responsabili
delle violenze si sottraggano alla giustizia o siano
inadempienti per altri motivi. Secondo le disposizioni
dell'Avvocatura dello Stato, il provvedimento riguarda le
vittime di terrorismo, reati di mafia, usura, del disastro di
Ustica e della Banda della Uno Bianca.
Marianna
Madia (Pd) ha richiesto ulteriori stanziamenti e che l'accesso
al Fondo sia garantito per tutte le vittime di reati violenti, e
non solo per le categorie individuate dall'Avvocatura, fra le
quali ad esempio non figurano i reati sessuali (interrogazione
C.4/07564). (O.P.)
8 - PARLAMENTO 2 / CACCIA AI FALSI DENTISTI...
Per iniziativa di Giorgio Jannone (Pdl) si discute alla
Camera di come contrastare l'abusivismo medico in ambito
odontoiatrico (interrogazione C.4/07548). Infatti è in aumento
il numero di chi svolge la professione di dentista senza i
titoli di studio necessari, incoraggiato anche dalla esiguità
delle sanzioni: una multa di 500 euro.
Il
maggior numero di infrazioni riscontrate riguarda falsi diplomi
di laurea comprati in copisteria oppure lauree ottenute in
università sudamericane e poi riconosciute in Spagna per
ottenere abilitazioni a livello europeo. Ma, molto più
banalmente, molti falsi dentisti sono semplici odontotecnici che
praticano tariffe basse e che dichiarano la loro situazione ai
pazienti. Si prevedono maggiori controlli e pene più severe.
(O.P.)
9 - CASO ENGLARO, VENDETTE IN ARRIVO...
Su Eluana tira aria di vendette. A poco più di un anno dalla
morte, alla Quiete di Udine, la presidente della clinica Ines
Domenicali s'è dimessa in rotta con il Pd che non la vuole
confermare. E ha revocato anche il suo vice, l'ex Dc Stefano
Gasparin, in aria di sostituirla.
Una
guerra fra democratici, divisi fra favorevoli e contrari al caso
Englaro, su cui marcia anche il Pdl che tira in ballo Chiesa e
valori, ma ha come obiettivo quello di piazzare un suo uomo:
Pietro Commessatti, già trombato nella corsa a sindaco. L'Udc
non sta certo a guardare. E medita di promuovere segretario il
neurologo di Cl, Gian Luigi Gigli, che guidò la battaglia (poi
fallita) per impedire il ricovero di Eluana, scalzando il
deputato Angelo Compagnon. (T.C.)
10 - ECOMOSTRI, ALIMURI NON SI TOCCA...
Un accordo discutibile e, per giunta, disatteso. È quello
stipulato tre anni fa dall'allora ministro per i Beni Culturali
Francesco Rutelli con la Regione Campania, col Comune di Vico
Equense e con la Sa.An., proprietaria dell'ecomostro di Alimuri.
Prevedeva l'abbattimento dello scheletro di cemento entro il 31
ottobre 2007, ma concedeva ai privati l'opportunità di edificare
a Vico un albergo della stessa grandezza: 18 mila metri cubi.
Ministero e Regione si accollavano oltre la metà del costo per
l'eliminazione del rudere, un milione. Quell'intesa a molti
apparve troppo a favore della società, nel cui organigramma
figura Anna Normale, la moglie di Andrea Cozzolino, all'epoca
assessore regionale del Pd, oggi eurodeputato. Trentasei mesi
più tardi l'ecomostro è ancora lì, pericoloso trampolino di
tuffi. Antonio Palagiano, dell'Idv, in una interrogazione ai
ministri dell'Ambiente e dei Beni culturali, chiede quali
iniziative intendano intraprendere per garantire la demolizione
e se non si debba rivedere il patto del 2007. (F.Ge.)
11 - TRENTINO ALTO ADIGE, POTERE ZERO BUROCRAZIA
TANTA...
Ormai nelle riunioni le parole si perdono nel vuoto, perché
le competenze della Regione Trentino Alto Adige non esistono
più, con il passaggio di deleghe e soldi alle due Province
autonome. Resta l'apparato burocratico: 321 dipendenti, sette
dirigenti generali, 20 direttori. E ognuno dei dirigenti
guadagna in media più di 120 mila euro l'anno.
Ma le
riunioni del consiglio regionale, come quelle della giunta, sono
sporadiche. Il consiglio, che riunisce i due consigli
provinciali di Trento e Bolzano, dovrebbe mantenere il sottile
legame che unisce il Trentino all'Alto Adige. Diversa è la
situazione per la giunta e l'amministrazone, privi di competenze
e lavoro. (T.M.)
12 - REGIONE TOSCANA, MONACI CONTRO L'UNITÀ...
Per la toscana direttrice de "l'Unità" Concita De Gregorio
una brutta notizia viene dalla sua regione. E dal Pd. Il
presidente del parlamentino toscano Alberto Monaci (Pd) ha
invitato infatti a non comprare i giornali "che si dilettano a
dare certe notizie...". Notizie sgradite al Partito democratico?
No. Monaci si riferisce soprattutto a "l'Unità", che ha scritto
di una sorta di Parentopoli di centrodestra in riva all'Arno.
Alcuni dipendenti del gruppo del Pdl in Regione sarebbero
infatti mogli e nipoti di esponenti del partito.
E
mentre anche il leader dei finiani, Massimiliano Simoni, se la
prende con il parlamentare Maurizio Bianconi, ex An, accusato di
aver piazzato la moglie (replica: "Ho conosciuto mia moglie in
Regione, dove lavorava e continua a lavorare"), a sorpresa in
difesa del Pdl è sceso in campo Monaci, rimbrottato dall'Ordine
dei giornalisti e dall'associazione stampa. Che scrivono:
"Stupisce che un esponente autorevole di un partito che si
mobilita contro la legge bavaglio si spinga a ipotizzare il
boicottaggo dei giornali a seconda delle notizie che vengono
pubblicate". (M.La.)
[25-06-2010]
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L’ODISSEA
DI CASA ANGIOLILLO - la celeberrima abitazione DOVE SI
ATTOVAGLIAVA IL POTERE ROMANO era stata acquistata dalla
famiglia Angelucci - A pochissimi mesi dalla conquista
dell’ambitissimo immobile, i re delle cliniche e dell’editoria
(proprietari dei quotidiani Libero ed il Riformista) hanno
deciso di rimettere la casa in vendita. CHISSà PERCHé
Da Il
Mondo in edicola domani
Strano
destino quello di casa Angiolillo, una delle più splendide
dimore romane, affacciata sulla scalinata di Trinità dei Monti a
piazza di Spagna e sede, fino alla scomparsa della vedova del
fondatore del quotidiano Il Tempo, Renato, di uno dei salotti
più importanti della capitale che contendeva alla trasmissione
di Bruno Vespa "Porta a Porta" la definizione di "terza Camera"
della Repubblica.
Morta meno
di un anno fa all'età di 91 anni, Maria Angiolillo, che ne
dimostrava una decina di meno, aveva lasciato molti orfani: i
potenti della Prima e della Seconda Repubblica che si trovavano
a colazione o a cena nella sua splendida abitazione; il sito di
gossip Dagospia che, con maniacale puntualità, immortalava gli
ospiti mentre scendevano le scale della Rampa Mignanelli per
entrare dal portoncino del numero 8;
tutti
coloro, insomma, che contavano sull'impareggiabile arte della
padrona di casa di mettere insieme l'imprenditore che voleva
conoscere il presidente della Regione, il parlamentare che
voleva un contatto con il direttore di giornale, l'illustre
esponente dell'opposizione che cercava un'occasione
apparentemente casuale per trovarsi seduto allo stesso tavolo
del suo omologo della maggioranza.
Poco dopo
la scomparsa di Maria Angiolillo la celeberrima abitazione era
stata acquistata dalla famiglia Angelucci, i re delle cliniche e
dell'editoria (proprietari dei quotidiani Libero ed il
Riformista).
A
pochissimi mesi dalla conquista dell'ambitissimo immobile per il
quale si erano fatti avanti in tanti, soprattutto tra i
frequentatori più assidui del salotto della signora Maria (come
il costruttore Francesco Caltagirone Bellavista), gli Angelucci
hanno deciso di rimettere la casa in vendita.
Tra i
motivi di questa improvvisa decisione, dicono fonti bene
informate, vi sarebbero anche le recenti vicissitudini che hanno
investito il gruppo (ad esempio la richiesta della Corte dei
Conti di un sequestro cautelativo per 6 cliniche della famiglia
per un presunto danno erariale di oltre 130 milioni di euro).
Il prezzo
richiesto? Stando a quanto ha saputo Il Mondo, si tratterebbe di
8 milioni di euro. D'altronde, nel pieno centro storico di Roma
le quotazioni degli appartamenti più prestigiosi superano anche
i 20 mila euro a metro quadrato.
Tanti
soldi, comunque, in un mercato immobiliare ancora difficile come
quello attuale dove l'offerta di pezzi pregiati è scarsissima
mentre la domanda è elevatissima. Ma davvero pochi se si
considera la location assolutamente unica e, soprattutto, il
fatto che in quei salotti si è fatta molta della storia recente
di questo Paese. 24-06-2010]
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SPACCAMAREMMA - PER LA LIVORNO-CIVITAVECCHIA, LA ATLANTIA DEI
BENETTON CHIAMA NUOVI ALLEATI (GAVIO, LE COOP E CALTAGIRONE) MA
QUANDO A GIORNI LEGGERANNO LE PRESCRIZIONI DELLA RAGIONERIA
generale dello stato SCAPPERANNO A GAMBE LEVATE - PALENZONA
(AISCAT) ATTACCA TREMONTI PERCHÈ NON SBLOCCA LE CONVENZIONI MA
SA BENE CHE GIULIETTO HA SCOPERTO IL TRUCCO E SE DOVESSE PARLARE
I CONCESSIONARI AUTOSTRADALI FAREBBERO BENE A TROVARSI SUBITO
DEI BRAVI PENALISTI…
1 -
SPACCAMAREMMA E ALTRE CONCESSIONI AUTOSTRADALI
Palenzona (Aiscat) di fronte a Letta che gode attacca Tremonti
perchè non sblocca le convenzioni autostradali ma sa bene che
Giulietto ha scoperto il trucco e non vuole che lo Stato si
indebiti a convenzioni scadute.
Il caso
emblematico della Tirrenica - Quando Gavio e Caltagirone
leggeranno a giorni le prescrizioni della Ragioneria scapperanno
a gambe levate. Matteoli in caduta libera non giustifica una
marchetta cosi' onerosa con Bis di Banca Intesa che si sta
defilando.
"Se ci
sono aspetti che non vanno nella gestione delle convenzioni che
siano dichiarati alla luce del sole. Chi deve parlare parli
apertamente oppure ci lasci lavorare. Non si puo' continuare con
la tattica dell'imboscata".
Ma a
Palenzona nessuno ha detto che se veramente parla Tremonti i
concessionari autostradali farebbero bene a trovarsi subito dei
bravi penalisti? La denuncia di Mauro Coletta direttore della
vigilanza dell'Anas: registrate 4863 segnalazioni di non
conformità ed oltre 1000 miliardi di lavori non eseguiti
rispetto agli impegni assunti...
2 - SANTA
ALLEANZA TIRRENICA
Gianfrancesco Turano per "L'espresso"
Che grana
i vip. Chiedere a Giovanni Castellucci, amministratore delegato
di Atlantia-Autostrade (Benetton). Chissà chi glielo ha fatto
fare di accollarsi la nuova Tirrenica in una zona infestata da
resti etruschi, agriturismi radical chic e territori di pregio.
Così, venerdì 11 giugno, il manager ha presentato in consiglio
la sua proposta per rinnovare l'azionariato della Sat, la
concessionaria incaricata del progetto
Livorno-Civitavecchia-Grosseto oggi controllata al 94 percento
da Atlantia.
La nuova
squadra prevede quattro quote paritarie divise fra la stessa
Atlantia, le coop rosse, il gruppo Gavio e, in anteprima
nazionale, Francesco Gaetano Caltagirone, che troverebbe il
debutto nelle concessionarie dopo un lungo inseguimento.
Da parte
dei Benetton, soci di Caltagirone nelle Generali, non è una fuga
ma un poco ci assomiglia. Ovvio che per ora c'è solo un accordo
di massima e che, mentre si concretizza l'intesa finanziaria,
Atlantia continua ad avere il controllo dell'opera. L'idea è,
però, di condividere l'impegno in una zona che la squadra di
Castellucci non considera strategica e di concentrarsi
sull'esercizio della rete principale sull'asse nord-sud. Anche
perché lungo l'Aurelia i problemi non mancano. Soprattutto dopo
che il voltafaccia di Giulio Tremonti, anticipato da
"L'espresso", ha fatto saltare un delicato equilibrio
politico-economico.
In
sintesi, si tratta di questo. La convenzione fra Anas e Sat,
firmata oltre un anno fa, non è operativa finché il Cipe non dà
via libera. Il 13 maggio si attendeva l'approvazione di un piano
che prevedeva l'allungamento della concessione alla Sat di 36
anni in cambio di un investimento stimato in 3,7 miliardi di
euro interamente a carico di Atlantia. La proposta originale
includeva un valore di subentro pari alla somma spesa. Se lo
Stato avesse voluto riprendersi il tracciato nel 2046, avrebbe
dovuto versare 3,7 miliardi ad Atlantia.
Tremonti
non ha gradito. E il Cipe, coordinato da Gianfranco Miccichè, ha
recepito portando a zero il valore di subentro. Per recuperare
l'investimento, secondo il ministro dell'Economia, bastano e
avanzano i pedaggi. Atlantia si è allineata e fonti del ministro
delle Infrastrutture Altero Matteoli hanno attribuito a mero
errore materiale la polizza da 3,7 miliardi che sarebbe scattata
nel 2046.
Peccato
che la cifra fosse in realtà il frutto di un complesso accordo
istituzionale, come ha ammesso off the records Antonio Bargone,
che veste il doppio abito di numero uno della Sat e di
commissario governativo della Tirrenica. Il prezzo di subentro
avrebbe garantito ad Atlantia margini confortevoli. In cambio,
gli enti locali avrebbero ricevuto la loro fetta. I comuni
avrebbero incassato una serie di lavori per la viabilità a corto
raggio. E, fra i municipi interessati, c'è Orbetello il cui
sindaco è Matteoli.
La rossa
Regione Toscana, da parte sua, avrebbe senz'altro ottenuto via
libera alla richiesta di esentare dal pedaggio i residenti
attraverso un sistema di free-flow con controllo elettronico
delle targhe simile a quello del Telepass. Legambiente è già
soddisfatta dalla progettazione che prevede lavori in sede,
ossia all'interno del corridoio dell'Aurelia, senza troppi
sconfinamenti.
Contento
anche un vacanziero capalbiese dei più combattivi, Franco
Bassanini. L'attuale presidente della Cassa depositi e prestiti
(Cdp) appena quattro anni fa, sotto il governo Prodi, aveva
organizzato un micidiale fronte anti-Tirrenica con Alberto Asor
Rosa, Vittorio Emiliani, Nicola Caracciolo, Pancho Pardi,
Achille Occhetto, Fulco Pratesi e Carlo Ripa di Meana.
La Cdp di
Bassanini è fra i candidati a finanziare l'opera di
Atlantia-Autostrade ma dopo lo stop del Cipe il quadro è
cambiato in modo sostanziale. Il piano di subentro a zero euro
comporterà di sicuro tariffe più alte e un investimento più
basso. Quanto più basso non è ancora possibile stabilire, finché
non ci sarà il progetto definitivo, atteso tra la fine del 2010
e l'inizio del 2011. Dal tracciato definitivo dipende anche il
piano finanziario. Per adesso, si ipotizza una cifra molto
superiore ai 2 miliardi, ma anche sensibilmente lontana dai 3,7
miliardi di euro bloccati al Cipe.
Matteoli,
vero motore dell'infrastruttura, ha già tagliato il primo nastro
a dicembre con l'inaugurazione (la sua diciottesima nell'anno
solare 2009) del primo lotto tra Vada e Palazzi, ben 4
chilometri sui 206 complessivi del tracciato. Il tempo di
realizzazione previsto per i 4 chilometri è di circa 500 giorni.
Matteoli
si gioca indubbiamente faccia ed elettorato sul buon esito della
Tirrenica. Ma questo non è un fatto nuovo. Il vero aspetto
inedito della vicenda sta proprio nella santa alleanza fra
imprenditori che scendono in campo per salvare il libro dei
sogni infrastrutturali del governo. In sostanza, Atlantia ha
detto a Tremonti di suonare le sue trombe che loro suoneranno le
loro campane. Niente subentro a 3,7 miliardi? Benissimo.
Atlantia non è lì per beneficenza. E la legge del 2008
sull'adeguamento automatico dei pedaggi con il recupero
dell'inflazione gli basta. Oggi la concessionaria dei Benetton
non ha alcun interesse reale a stendere cemento nuovo e vuole
concentrarsi sull'esercizio, che rende soldi certi.
Quindi le
nuove opere, e la Tirrenica nel caso, si fanno se il rischio è
ben distribuito. Il nuovo quartetto in pista per la Sat è una
sorta di cartello della buona volontà. C'è Beniamino Gavio,
erede di un gruppo che già presidia l'asse tirrenico a nord e
che, a differenza di Atlantia, ha le sue imprese edili da fare
lavorare in house. Ci sono le coop, raccolte attorno al
consorzio Ccc, che in Toscana giocano in casa da oltre mezzo
secolo. E c'è Caltagirone.
Per
l'ingegnere romano vale la doppia ambizione di procurare lavori
alla Vianini e di entrare nel mercato delle concessioni, dopo la
fine del sogno dell'autostrada Orte-Venezia in società con
l'eurodeputato Pdl Vito Bonsignore. È una spartizione, insomma,
fra concorrenti che non vogliono pestarsi troppo i piedi. il
mercato è già abbastanza difficile senza Tremonti e gli
intellettuali di Capalbio. 24-06-2010]
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I CONTI
DEL MINISTERO-BRANCHER PD: CI COSTERÀ UN MILIONE DI
EURO...
Ernesto Menicucci per "la Repubblica"
- «Se
anche Bossi è contrario alla nomina di Brancher, qual è logica
con la quale è stato fatto un ministero che costerà un milione
di euro? Berlusconi dovrà chiarire. Insomma, a pensar male si fa
peccato ma alle volte ci si azzecca»: Enrico Letta,
vicesegretario del Pd, contesta la nomina del nuovo ministro per
l´attuazione del federalismo Aldo Brancher. Critica anche Emma
Bonino: «Parlano di tagli e designano un ministro in più». Il
ministro dell´Interno Roberto Maroni non si dice stupito: «Va
bene tutto ciò che serve a realizzare il federalismo in modo più
rapido ed efficiente possibile». 28.06.10 |
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IL PARADISO
FISCALE DE’ NOANTRI? MONTECITORIO! - I NOSTRI DEPUTATI INTASCANO
OGNI MESE 15.027,81 €, MA AL FISCO VERSANO SOLO IL 20,60% (E UN
OPERAIO CHE PRENDE 800 EURO PAGA IL 23% DI ALIQUOTA!) – GIAN
MENEFREGO VUOLE TAGLIARE LE SPESE DEL 10%, MA ANCHE LO FACESSE
NON CAMBIEREBBE NULLA: INVECE DI 15 MILA PRENDEREBBERO 14.500 €
AL MESEFranco Bechis per "Libero"
A un operaio
che porta a casa 800 euro al mese il fisco italiano prende il 23
per cento dei suoi guadagni. A un insegnante che ne guadagna
poco più di mille, il fisco chiede il 27 per cento. A chiunque
superi i 3.500 euro netti al mese viene applicata l'aliquota
fiscale del 43%. Così in tutta Italia.
In quasi
tutta, perché la regola non vale in un solo posto nel cuore di
Roma: a Palazzo, nelle buste paga di chi viene eletto al Senato
e alla Camera dei deputati. Basta fare una visitina all'ufficio
paghe di Montecitorio. La maggiore parte dei deputati mette in
tasca ogni mese 15.027,81 euro. Per loro al fisco viene girato
un assegno mensile di 3.899,75 euro.
È il
20,60% del lordo complessivo, l'aliquota sulle persone fisiche
più bassa d'Italia. Benvenuti a Montecitorio, l'ultimo paradiso
fiscale sopravvissuto all'offensiva internazionale che si è
scatenata con l'ultima crisi finanziaria. È venuto giù il muro
delle Cayman e delle Isole Vergini, la Svizzera non è più l'Eden
bancario di un tempo, perfino la fortezza di San Marino è stata
sgretolata dalle picconate di Giulio Tremonti.
Ma qui,
nel regno di Gianfranco Fini (e in quello di Renato Schifani che
è a due passi) nessuno conosce gli artigli delle Finanze e la
grinta degli esattori dell'Agenzia delle Entrate. Non possono
nemmeno entrare, perché qui vige il celebre regime
dell'extraterritorialità.
È nel
cuore della capitale di Italia, ma è come non fosse Italia. È il
Palazzo che mette in riga gli italiani, li schiaffeggia a colpi
di manovra, ordina di frugare nelle loro tasche, scatena con
leggi e leggine la caccia all'untore, ma alle stesse norme si
sottrae, come fossero tutti protetti dalla convenzione di
Ginevra sui diritti umani.
Altro che
immunità parlamentare, tutti e 630 i deputati e 315 senatori si
sono aggiunti nemmeno per legge, ma per prassi consolidata
un'altra immunità, una sorta di scudo fiscale ad personam. Ne
gode chiunque a Palazzo, anche chi tuona contro scudi del genere
come Antonio Di Pietro e la sua squadra di giannizzeri sempre a
caccia del malcostume pubblico.
Anche loro
prendono ogni mese 15.027,81 euro dopo averne lasciati al fisco
appena 3.899,75. Anche loro godono dello scudo fiscale tanto
contestato quando è stato concesso agli altri italiani. Dei 15
mila euro messi in tasca ogni mese solo un terzo è rappresentato
dalla cosiddetta indennità parlamentare, quella che da settimane
Fini dice di dovere tagliare e ancora non ha tagliato di quel
misero 10 per cento.
Anche lo
facesse non cambierà un granché. Invece di 15 mila i deputati
metteranno in tasca 14.500 euro al mese. Diranno di avere
ridotto del 10 per cento i loro proventi e invece si tratterà al
massimo di una limatina di unghie (uno sconto del 3,63%). I due
terzi delle entrate mensili di un parlamentare vengono da
rimborsi spese a forfait spesso un po' fasulli.
Sulla
carta - lo abbiamo visto in questi giorni - ricevono 4.003,11
euro al mese di diaria, che dovrebbe rimborsare il loro
soggiorno a Roma per un massimo di 15 notti al mese. Siccome la
ricevono anche 200 parlamentari che a Roma vivono da sempre e lì
sono residenti, non si tratta di rimborso, ma di stipendio. Del
tutto esentasse.
Altri
4.190 euro al mese netti (al Senato di più) sono rimborso per le
spese sostenute per tenere il rapporto fra eletto ed elettore.
Un tempo era così: uno veniva eletto nel collegio, doveva
guadagnarsi le preferenze e una volta eletto coltivarsi gli
elettori. Effettivamente aveva delle spese per la sua attività
politica.
Ma ora che
la legge elettorale non impegna nessuno in collegio, perché si è
scelti dal leader e la propria elezione è decisa a tavolino
prima delle urne, quali spese ci sono? Poche o nessuna, e mai
rendicontate. Quei 4.190 euro sono diventati puro stipendio per
tutti. Esentasse.
Come i
1.107,9 euro al mese di rimborso taxi. Qualcuno venendo a Roma
ogni settimana li spende davvero, o almeno ci arriva vicino.
Quelli che vivono a Roma, no. E sono duecento. Quelli che hanno
l'auto blu a disposizione, no. E sono altri duecento. Insomma
per mezzo palazzo anche il rimborso taxi non è rimborso, ma
stipendio.
Unica spesa
vera rimborsata è quella delle bollette del telefonino: 258 euro
al mese, e forse sono anche pochi. Ma il resto no, per gran
parte del palazzo è stipendio. Si trattasse anche di benefit
(dalla casa all'auto) per tutti gli altri italiani sarebbero
tassati. Per i papaveri di Montecitorio no: stare lì dentro è
come essere alle Cayman dei bei tempi. [14-06-2010]
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DEL TURCO HOT
LINE - IL PM TRIFUOGGI TIRA FUORI DAL CILINDRO LE
INTERCETTAZIONI HARD DELL’EX GOVERNATORE D’ABRUZZO: “SESSO
TELEFONICO SULLE LINEE DELLA REGIONE”, “UFFICI TRASFORMATI IN
ALCOVA”, “AMANTI STIPENDIATE COME CONSULENTI” – L’IMPUTATO E IL
LEGALE LASCIANO L’AULA: “NON HANNO PIÙ ARGOMENTI D’ACCUSA E
PASSANO AL DILEGGIO PERSONALE” – I PM NON ESCLUDONO DI APRIRE UN
PROCEDIMENTO A PARTE…
Giuseppe Caporale per "la
Repubblica"
«Sesso
telefonico sulle linee della Regione», «uffici dell´ente
trasformati in alcova», «amanti stipendiate come consulenti
della giunta», viaggi di piacere in alberghi a cinque stelle con
i soldi pubblici. E l´imprenditore della sanità Vincenzo
Angelini che «pagava tangenti». Tutto questo mentre «la regione
sprofondava nel debito sanitario».
«Funzionava così, con Ottaviano Del Turco governatore
dell´Abruzzo...».
Questo
racconta il procuratore della Repubblica di Pescara Nicola
Trifuoggi, quando prende la parola per la requisitoria durante
l´udienza preliminare per la Sanitopoli abruzzese.
E, appena
comincia a citare - in modo esplicito - le intercettazioni a
luci rosse (telefoniche e ambientali) di Del Turco e di altri
componenti del suo staff, per spiegare la «strumentalizzazione
dell´ufficio pubblico per usi privati» (e quindi l´accusa di
associazione a delinquere), scoppia il caos in aula. E così, la
terza udienza per l´indagine che - due anni fa - portò
all´arresto dell´allora governatore (e di gran parte della sua
giunta) si trasforma in una bagarre. Con l´ex ministro delle
Finanze che assieme al suo legale, Giandomenico Caiazza,
abbandona l´aula per protesta.
«Quando
non si hanno molti argomenti per dimostrare un´accusa così
rilevante come quella che mi è stata mossa - ha protestato Del
Turco- si ricorre al dileggio personale».
«Non
potevamo tollerare oltre, il disprezzo della privacy del mio
assistito - ha spiegato Caiazza - abbiamo interrotto la
partecipazione ad un´udienza in cui si parla di fatti
privatissimi, dei quali non sappiamo ancora nulla. Con il
deposito di indagini suppletive di oggi (ieri, ndr) ci saremmo
aspettati che finalmente si fornisse qualche documento, uno
straccio di prova di riscontro delle accuse di Angelini. Invece
dobbiamo ascoltare pettegolezzi poco commendevoli: ci alziamo e
ce ne andiamo. Quando il processo ritornerà a essere un
processo, noi saremo di nuovo qui».
Certo è,
che i documenti consegnati ieri dai tre magistrati - Giampiero
Di Florio, Giuseppe Bellelli e Trifuoggi - che dal 2006 indagano
sullo scandalo, hanno in qualche modo colto di sorpresa gli
avvocati di Del Turco. Perché secondo gli inquirenti le
intercettazioni etichettate dalla difesa «pruriginose»
«contribuiscono a definire il quadro del sistema messo in piedi
da Del Turco».
Ecco
perché anche i contratti di collaborazione di presunte «amanti»
e telefonate erotiche sono entrate nell´inchiesta. E la Procura
non esclude che queste indagini «suppletive» non diventino un
procedimento penale a parte.
I
magistrati ieri in aula hanno prodotto anche verbali delle
deposizioni dell´attuale presidente della Regione Gianni Chiodi
e dell´ex commissario ad acta per la sanità Gino Redigolo;
nonché l´ordinanza di custodia cautelare a carico di Vincenzo
Angelini (arrestato circa un mese fa).
Cioè il
principale accusatore di Del Turco, il titolare della clinica
Villa Pini di Chieti, che rivelò ai magistrati di aver pagato 15
milioni di euro di tangenti ad alcuni amministratori regionali
in cambio di favori. In totale 35 imputati, tra cui l´ex giunta
di centrodestra e il pdl Sabatino Aracu.
[15-06-2010]
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VAGABONDO” CHE NON SONO ALTRO – TERZO TRASLOCO PER IL PD: DOPO
IL LOFT VELTRONIANO E IL NAZARENO, IL PARTITO DI CULATELLO
BERSANI SI PREPARA ALL’ENNESIMO CAMBIO DI QUARTIER GENERALE -
FORSE NELL´EX SEDE DELLE COMPAGNIE AEREE ESTERE A VIA BARBERINI
(SI PENSA AD UN MUTUO PER L’ACQUISTO) - IL TESORIERE MISIANI
CONFERMA: “STIAMO CERCANDO UNA SISTEMAZIONE PER UNIFICARE GLI
UFFICI”…
Goffredo De Marchis per "la
Repubblica"
La
Democrazia cristiana e Piazza del Gesù sono stati sinonimi per
quasi 50 anni, dal 1944 al 1993, allorchè sparì lo storico
simbolo. Ma i frammenti Dc continuarono a occupare Palazzo Cenci
Bolognetti ancora per un po´. Il Partito comunista ha "abitato"
a Via delle Botteghe oscure 4 dalla seconda metà degli anni ´40,
quando Togliatti chiese al costruttore Marchini di erigere il
severo palazzone del Pci, al 2000, quando Veltroni trasferì i Ds
con i conti in rosso al mai amato indirizzo di Via Nazionale 75,
il "botteghino".
Dal 2007,
invece, il neonato Pd ha già cambiato due sedi e si appresta a
un nuovo trasloco. Una sede l´anno, solida metafora di una più
ampia e difficile ricerca d´identità. «Siamo un partito da
costruire», ripete sempre Bersani. Anche sulla toponomastica
regna una certa confusione. Tra i vertici democratici si
mantiene un comprensibile riserbo sulla futura collocazione.
L´annuncio dell´ennesimo trasloco rischia l´effetto "anime in
pena".
Ma il
tesoriere Antonio Misiani, uno dei volti nuovi lanciati da
Bersani, ammette: «Stiamo cercando una sistemazione per
unificare tutti gli uffici. Non è una delle priorità. Diciamo
che è un problema di medio termine». In realtà qualche
sopralluogo c´è già stato. In uno stabile nei pressi di Via
Rasella. In un altro immobile in Via dei Giubbonari.
In un
edificio sfitto di Via Barberini, sul lato dei numeri civici
dispari, che prima del 2001, l´anno delle Torri gemelle,
ospitava le compagnie aeree di tutto il mondo. Su questa
soluzione ci si è riservati una pausa di riflessione. È troppo
grande per le esigenze del Pd. L´attuale sede di Via Sant´Andrea
delle Fratte 16, chiamata il Nazareno, è invece piccola per
ospitare tutti i dirigenti e i dipendenti del partito. Già oggi
alcuni di loro sono stati trasferiti in due appartamenti
affittati nella vicina Via del Tritone.
L´intenzione comunque è quella di acquistare accendendo un
corposo mutuo e cancellando gli affitti (600 mila euro a
Sant´Andrea delle Fratte, 250 mila al loft). Per questo i tempi
potrebbero allungarsi. Il Pd del futuro ha bisogno di 4000-4500
metri quadri e di una sala conferenze. Al Nazareno i metri
quadri sono 3000, insufficienti. Soprattutto ha bisogno di una
sede definitiva perché questo vagare per Roma sta diventando un
segno di instabilità. Il loft del Circo Massimo, inaugurato nel
2007, fu un efficace colpo d´immagine di Walter Veltroni, ma non
piaceva a nessuno.
Angusto e
troppo distante dai palazzi del potere romano. Lo stesso
Veltroni preferiva usare la stanza da leader dell´opposizione a
Montecitorio. Con Franceschini segretario il Pd traslocò al
Nazareno, nella vecchia sede della Margherita. A un passo dalla
Camera. Ma la convivenza ha funzionato a corrente alternata come
dimostrò la clamorosa guerra delle targhe all´ingresso. Il
tesoriere di allora Agostini decise di togliere quella della
Margherita, il cassiere dei Dl Luigi Lusi si ribellò: «Finchè
non paghi l´affitto non hai nessun diritto».
Oggi i
rapporti tra Lusi e Misiani sono ottimi e si è trovata una
soluzione per onorare il subaffitto dei locali al Nazareno. Nel
"caso trasloco" è stato tirato in ballo Ugo Sposetti, tesoriere
dei Ds e custode dei 2500 immobili del Pci. Gli è stato
attribuito un ruolo nella segnalazione di un palazzo della
famiglia Angelucci fra Via Boncompagni e Via Veneto. Lui
replica: «Io non ci metto becco. Posso solo dare un consiglio a
Bersani: bisogna assolutamente trovare una sede identificabile e
duratura, un simbolo». Come Piazza del Gesù. O come il
Bottegone, il luogo che gli ex comunisti non smettono di
rimpiangere.
[18-06-2010]
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PARADISI
CRIMINALI - SCENARI APOCALITTICI EMERGONO DAL RAPPORTO ONU SUL
CRIMINE ORGANIZZATO: CI SONO INTERE AREE DEL MONDO FUORI
CONTROLLO (CINA, INDIA E AFRICA IN PRIMIS) - I NARCOS COMPRANO
NAZIONI E PRESIDENTI – FARMACI TOSSICI IN GHANA - 140MILA
VITTIME DELLO SFRUTTAMENTO SESSUALE SOLO IN EUROPA - L’AFRICA È
SULL’ORLO DEL COLLASSO PER SFRUTTAMENTO ILLEGALE DI RISORSE
NATURALI – IN RUSSIA 40MILA GIOVANI MUOIONO OGNI ANNO DI DROGA…
Francesco Grignetti per "la
Stampa"
I numeri
sono spaventosi: solo in Europa sono circa 140.000 le vittime
della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale,
con un ricavato annuale da parte dei loro sfruttatori di 3
miliardi di dollari. Per quanto riguarda il traffico di
migranti, le due rotte principali vanno dall'Africa all'Europa e
dall'America Latina agli Stati Uniti: quest'ultima rotta
coinvolge dai 2 ai 3 milioni di migranti ogni anno, generando
per i contrabbandieri un profitto di 6,6 miliardi di dollari. Un
fiume di droga, poi, inonda l'Europa, generando un mercato di 20
miliardi di dollari solo in eroina.
Attualmente è la Russia il Paese maggiormente colpito (si
stimano 70 tonnellate di eroina consumata), con
trenta-quarantamila giovani russi uccisi dalla droga ogni anno.
Il fortissimo calo nel consumo di cocaina in America, invece,
sta scatenando la guerra tra le gang messicane e l'apertura di
nuove rotte che investono l'Africa.
Scenari
apocalittici, quelli che emergono dal 1° Rapporto sul crimine
organizzato transnazionale a cura di Unodc, l'ufficio
specializzato delle Nazioni Unite, diretto dall'italiano Antonio
Maria Costa, e presentato a New York ai ministri dell'Interno e
della Giustizia di tutto il mondo.
Il quadro
è preoccupante. Si vanno consolidando intere aree del mondo che
sfuggono al controllo degli Stati e si autoorganizzano come
paradisi criminali. L'Africa è sull'orlo del collasso. Lo
sfruttamento illegale di risorse naturali e il contrabbando di
specie selvatiche stanno distruggendo ecosistemi fragili e
portando alcune specie all'estinzione.
La Cina,
poi, che ha messo le mani su ricchissimi giacimenti di materie
prime africane, da quelle parti inonda anche i mercati di merci
contraffatte. Fino alla metà dei medicinali testati in Africa (e
nel Sud-Est asiatico) sono contraffatti e di qualità scadente.
Oltre il danno, la beffa: ad acquistare quei farmaci taroccati
aumentano, anziché diminuire, i rischi per la salute.
«Purtroppo
c'è una ricca aneddotica - si legge nel Rapporto dell'Onu - che
dimostra quanto il problema sia serio. È stata condotta una
ricerca su 581 farmacie della Nigeria. È risultato che il 48%
dei prodotti di cura alle infezioni conteneva principio attivo
fuori dai limiti accettabili». Un altro studio, minore, condotto
in Ghana su 17 prodotti farmaceutici, ha mostrato che solo sei
avrebbero superato i test della farmacopea internazionale e solo
tre avrebbero rispettato i parametri europei.
Contraffazione cinica: addirittura in sette Paesi africani i
prodotti contro la malaria, quelli contenenti clorochina, erano
spesso contraffatti e inutili a battere la malattia. Qualcosa
gli Stati fanno: in Tanzania c'è stata un'operazione di polizia
chiamata «Mamba», qualcosa di simile in Uganda.
Si lamenta
Dora Akunyili, ex direttore generale dell'Agenzia per il
controllo di cibo e droghe in Nigeria: «La maggior parte dei
sanitari falsificati ci arriva da India e Cina». E qualcosina
comincia a funzionare: dalla Nigeria nel giugno 2009 hanno
girato alle autorità cinesi dei farmaci antimalarici
contraffatti, con false etichette di «made in India», e
contenenti sostanze nocive. «Il governo cinese ha preso la
questione molto seriamente», annota il Rapporto. Ci sono state
condanne a morte per sei cittadini cinesi.
«Il
principale mercato dei farmaci contraffatti cinesi è la Cina
stessa», segnala l'Onu. È un flagello che colpisce le province
più povere e remote. Ma da qualche tempo queste medicine
taroccate hanno cominciato a viaggiare per il mondo. Se ne
trovano molte tracce su Internet e anche a casa nostra i Nas
hanno scoperto qualche caso di medicinali contraffatti comprati
incautamente on-line.
Ma per
fortuna il nostro sistema farmaceutico nazionale, e quelli
europei, sono indenni da questa truffa. Non altrettanto si può
dire per Paesi poverissimi e dalle strutture statuali minime
come quelli africani. Perciò l'Organizzazione mondiale si Sanità
denuncia che il 67% delle tavolette di clorochina vendute in
Ghana sono contraffatte, il 57% nello Zimbabwe, il 47% in Mali,
il 43% in Kenia.
Si rischia la
catastrofe sanitaria. Nel novembre 2009, si è scoperta una
società di Mumbai, in India, che importava immunoglobuline di
produzione umana dalla Cina e le re-impacchettava con false
etichette che riproducevano i marchi di una famosa
multinazionale. Il tutto è finito sul mercato nero con uno
sconto del 25% sul prezzo ufficiale. Inutile dire che le
immunoglobuline del prodotto non erano all'altezza. E che erano
finite in normali farmacie di città africane.
ANTONIO MARIA COSTA DELL'UNODC: "I NARCOS COMPRANO NAZIONI E
PRESIDENTI..."
Il
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il consesso a numero
chiuso dove siedono i Paesi che governano le grandi questioni
del mondo, si è occupato di crimine organizzato in Afghanistan,
Congo, Centro America, Somalia e Africa occidentale. L'Onu è
allarmata dallo strapotere delle gang criminali che stanno
destabilizzando interi Paesi del Terzo Mondo. E le conclusioni
sono esplicite: il problema è stato finora sottovalutato, le
risposte nazionali sono inadeguate, occorre ben altro.
Racconta Antonio Maria Costa, direttore esecutivo di Unodc,
l'Ufficio Droga & Crimine delle Nazioni Unite: «Abbiamo verificato, dati alla mano, che il problema si
va spostando geograficamente. L'offerta di droga nel mondo s'è
fermata; era cresciuta in maniera drammatica per tutti gli Anni
90, ora c'è un forte declino per eroina, coca e oppio nel Mondo
occidentale e così i narcotrafficanti si stanno guardando
attorno per trovare nuovi mercati. Gli ultimi flussi investono
il Terzo Mondo.
Sono
mercati immensi dal punto di vista demografico. Abbiamo visto
che le nuove rotte della cocaina e dell'eroina attraversano
l'Africa. Lo stesso accade in America: c'è un flusso inedito
verso il Brasile. Ciò suscita in noi grande preoccupazione. Nei
prossimi dieci-quindici anni la droga sarà sempre meno presente
nei Paesi ricchi e sempre più nei Paesi poveri».
E
il Terzo Mondo rischia di uscirne definitivamente schiantato.
«Immaginate l'effetto in uno Stato dove non ci sono adeguate
strutture di repressione. Dove c'è collusione e corruzione e non
ci sono strutture mediche, sanitarie e farmaceutiche per lottare
contro il problema».
Il
risultato sarà agghiacciante: nel vuoto statuale potranno
crescere a dismisura i cartelli criminali.
«Indubbiamente. Ormai i cartelli della criminalità organizzata,
finanziatisi in gran parte dalla droga, ma non solo, hanno una
potenza economica e di fuoco, militare quasi, che eccedono la
capacità di molti Stati di difendersi. Abbiamo visto che
nell'Africa occidentale e in quella orientale, e nel Sahel,
alcuni Paesi stanno soccombendo: le strutture militari e di
polizia sono passate di mano, acquistate di peso dai
trafficanti, che hanno comprato terre, elezioni, gerarchie,
intere famiglie presidenziali.
Di qui
l'interesse del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: di
solito non si occupa di droga o di criminalità organizzata, ma
nella misura in cui il crimine diventa una minaccia alla
sicurezza, anche il Consiglio se ne deve occupare».
Emblematico, il cambio di agenda.
«Sì, il simbolo della potenza stessa che questi cartelli hanno
acquisito».
In
tutto ciò, l'Afghanistan resta un buco nero.
«Rappresenta ciò che noi riteniamo inevitabile quando non c'è
controllo del territorio, non c'è uno Stato, e non c'è
partecipazione politica dei cittadini. Ma non c'è solo
l'Afghanistan: gli effetti della perdita di controllo del
territorio li vediamo anche nella Birmania orientale dove il
governo di Rangoon non c'è. O in Colombia occidentale, nelle
varie province dove gli insorti gestiscono i traffici».
L'Afghanistan però ci tocca più da vicino perché è il rubinetto
dell'eroina ed è una sfida ingaggiata dalla Nato. Ci sono sul
campo anche i nostri soldati.
«In Afghanistan abbiamo visto che in effetti gli insorti si
finanziano attraverso il traffico di droga. Io sono lontano dal
dire che la droga sia il problema principale dell'Afghanistan,
ma è altrettanto vero che i problemi non si possono risolvere se
non si risolve il problema della droga»
[18-06-2010]
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CITYLIFE, LA
MANHATTAN DEI MATTI MENEGHINI – DOPO LA CRISI IMMOBILIARE, LO
SKYLINE GRATTACIELATO E MOSTRIFICATO DALLE ARCHISTAR, POTREBBE
SALVARSI GRAZIE ALL’EXPO - UNA PARTE DELLA DISCUSSA TORRE
LIBESKIND SARÀ DESTINATA AD ALBERGO DI LUSSO E SARÀ PRONTA
GIUSTO PER IL 2015 – IN PROGETTO ANCHE SUPER APPARTAMENTI PER
RICCONI, E SEMPRE MENO UFFICILuca
Pagni per "Affari
& Finanza - Repubblica"
Dovrebbe
essere il progetto destinato cambiare il volto di Milano.
L'intervento urbanistico che sancisce la vittoria del partito
dei grattacieli. Di tutti coloro politici, architetti,
immobiliaristi che spingono per trasformare la metropoli in una
selva di torri al pari di una città statunitense. Per sfruttare
in altezza un territorio di proporzioni ridotte come quello del
capoluogo lombardo e per di più già tutto edificato.
«Milano
avrà finalmente un nuovo skyline», ebbe modo di dichiarare l'ex
sindaco Gabriele Albertini magnificando il nuovo quartiere per
abitazioni di pregio e uffici esclusivi da oltre 200mila metri
quadrati al posto della vecchia Fiera Campionaria disegnato
attorno alle tre "torri" firmate da altrettanti archistar
internazionali: Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind. Ma
Albertini, come tanti, era convinto delle magnifiche sorti e
progressive di uno sviluppo edilizio che solo poche stagioni fa
sembrava finanziariamente invincibile.
Ma a sei
anni dalla presentazione ufficiale (luglio 2004), Citylife il
progetto immobiliare più ambizioso della Milano degli anni Zero
vive il suo momento più complicato. Sulla carta tutto prosegue:
il cantiere è partito, dopo stagioni di battaglie a colpi di
carte bollate con i comitati dei cittadini della zona Fiera che
hanno cercato di opporsi «alla colata di cemento», ma sono stati
sconfitti in tribunale. La macchina per la vendita degli
appartamenti di lusso a novediecimila euro al metro quadro,
seppur a fatica, si è messa in moto e a quanto risulta una prima
parte delle nuove abitazioni sarebbe già stato venduto.
Inoltre,
non si può dire che il Comune non abbia fatto la sua parte per
il successo dell'operazione, concedendo i permessi, destinandovi
la sede del nuovo Museo di Arte Contemporanea (disegnato da
Libeskind), spostando il percorso della nuova linea del metrò
più a ridosso delle nuove case. Aumentando il verde del parco
pubblico fino a 160mila metri quadrati; anche se i comitati dei
cittadini della Fiera sostengono che molte zone verdi sono a
ridosso delle case, molto frammentate e quindi poco utilizzabili
se non dai residenti. E soprattutto spostando da Rogoredo alla
Fiera la costruzione del nuovo centro congressi.
Nonostante
tutto ciò, i giorni in cui il consorzio Citylife si presentava
alla città nei padiglioni della vecchia Fiera Campionaria dopo
aver sbaragliato la concorrenza a colpi di milioni appaiono di
un'altra epoca. Alcuni soci (come spieghiamo nell'articolo qui a
fianco) non vedono l'ora di farsi da parte e lasciare che se la
sbrighino Generali e Allianz. Che saranno anche colossi del
settore assicurativo nonché ricchi di liquidità, ma che
all'inizio dell'avventura non avrebbero mai pensato di trovarsi
in questa situazione.
Perché le
abitazioni già acquistate sulla carta riguarderebbe gli attici e
i piani alti. E il progetto continua a rivelare una serie di
incognite; a cominciare dalla quota da destinare al terziario.
Se nel 2004 i promotori erano convinti che si sarebbe fatto a
botte per avere un ufficio in una delle tre torri delle
archistar, ora si è arrivati al punto di chiedere la
trasformazione di uno dei tre grattacieli in un albergo di lusso
e di una parte degli altri due in abitazioni.
Ma cosa è
accaduto e perché siamo arrivati a questa situazione? Perché il
mondo è cambiato, soprattutto nell'immobiliare. Nel 2004, quando
il consorzio Citylife vinse la gara bandita l'anno prima dalla
Fondazione Fiera per aggiudicarsi il vecchio recinto a ridosso
del centro storico (la cui gestione era diventata insostenibile
e ridondante dopo l'inaugurazione del nuovo polo di RhoPero),
nessuno aveva sentore che da lì a poco sarebbe scoppiata la
bolla legata ai mutui subprime.
Con
l'orizzonte economico stravolto, andrebbero riconsiderati sotto
una nuova luce tutti i numeri dell'operazione. Citylife si è
aggiudicata l'area pagando 523 milioni di euro, su una base
d'asta di 310 milioni e staccando di una sessantina di milioni
il secondo classificato, la cordata guidata da Pirelli Real
Estate il cui progetto edilizio era stato affidato alla matita
di Renzo Piano (e che in molti avevano giudicato
urbanisticamente più interessante).
Il piano
economico prevede un investimento complessivo di poco più di due
miliardi di euro (di cui un quarto per l'acquisto dell'area e il
resto in opere edilizie e oneri di urbanizzazione) con un
guadagno a lavori conclusi di oltre un miliardo. Ma la crisi ha
fatto lievitare i costi e rivedere i conti.
Di sicuro,
non hanno aiutato il consorzio Citylife le polemiche sollevate
contro la costruzione dei tre grattacieli. Persino Silvio
Berlusconi subito dopo l'elezione di Letizia Moratti a sindaco
del centrodestra aveva tuonato contro, definendoli una bruttura
che nulla avrebbe a che fare con lo stile e la storia
urbanistica di Milano e dichiarando che si sarebbe opposto alla
loro costruzione in tutti i modi possibili. Scavalcato da
Vittorio Sgarbi, allora assessore alla Cultura, e dal leghista
Roberto Calderoli che avevano proposto un referendum, in
particolare contro la torre "storta" di Libeskind.
Inutile
dire che non si è fatto nulla di tutto ciò, anche perché Sgarbi
nel frattempo ha "divorziato" dalla giunta Moratti.
Scampato alle polemiche iconoclaste del centrodestra, il
progetto Citylife nulla ha potuto contro la crisi. E se
rimangono vuoti centinaia di vani destinati a uffici in pieno
centro a ridosso della Borsa e della City milanese della
finanza, come pensare che questo non avvenga anche al quartiere
Fiera? Una domanda che si è posto anche il nuovo manager
chiamato a rilanciare il progetto.
Claudio
Artusi guarda caso ex amministratore delegato di Fiera Milano
spa solo poche settimane fa ha dovuto arrendersi all'evidenza e
spiegare alla città, agli operatori e alla comunità economica,
di aver cambiato obiettivi e aspettative: «Inizialmente si
pensava di destinare un 55 per cento della metratura complessiva
di Citylife al residenziale e un 45 per cento circa a uffici e
terziario. Ora, in seguito alla crisi, la proporzione e'
cambiata: un 70 per cento per gli appartamenti e un 30 per cento
per uffici e attività commerciali».
Un'inversione di tendenza che agli operatori appare come un
tentativo di rimediare in extremis a una situazione che si va
compromettendo. Ma allo stesso tempo, è il tentativo di lanciare
una nuova tendenza abitativa. Artusi lo ha spiegato così ai
giornali: «Sarebbe sbagliato irrigidirsi per creare degli uffici
che rimangono vuoti.
Detto
questo, anche se ce ne sono diversi esempi in America e in Asia,
sarebbe la prima volta nel mercato immobiliare italiano che si
propone di andare a vivere in un grattacielo solo residenziale».
In queste ultime settimane, gli operatori di Citilife stanno
tastando il terreno per capire se la moda del vivere "tra le
nuovole" potrebbe prendere piede.
L'ultimo
ausilio al rilancio del progetto Citilife potrebbe arrivare
dall'Expo. Tanto che una parte della discussa torre Libeskind
sarà destinata ad albergo di lusso. Che avrà come clientela
anche quella dell'adiacente Centro congressi. Si lavora, non a
caso, perché la torre sia pronta per il 2015, giusto per
l'inaugurazione dell'Esposizione universale di Milano e l'arrivo
dei primi visitatori stranieri.
[15-06-2010]
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PROCESSO ALLA
CRICCA: PALAZZO CHIGI PARTE CIVILE - NO DELLA CORTE UE AL
RICORSO MEDIASET: DEVE RIFONDERE I CONTRIBUTI CHE SI ERA
AUTOASSEGNATO SUI DECODER DEL DT - DDL INTERCETTAZIONI, BONDI
BACCHETTA BOCCHINO: “ARGOMENTI RISIBILI” – QUAGLIARIELLO: “CHI
CAMBIA IDEA FA UN ALTRO PARTITO” – LA MARCEGAGLIA E BILL EMMOTT
(“TIMES) PAZZI PER VENDOLA – ZAVOLI, NOMINATO ALLA VIGILANZA DAL
PD, HA LA FACCIA DI DICHIARARE: "LIBERARE LA RAI DALLE TUTELE
DEI PARTITI" (BENE, POTREBBE DARE IL BUON ESEMPIO E DIMETTERSI
1-
ANTITRUST: SI' RIFORMA COSTITUZIONE MA SUBITO DDL CONCORRENZA
...
(Adnkronos)
- Si' alle riforme costituzionali 'utili' a conseguire
l'obiettivo di apertura dei mercati e a riattivare il processo
delle liberalizzazioni: ma intanto si proceda subito a varare il
ddl sulla concorrenza che doveva essere approvato gia' alla fine
di maggio.
E' il
presidente dell'Antitrust, Antonio Catricala', a insistere nella
Relazione annuale al Parlamento sulla necessita' di dare via
libera 'senza ulteriore indugio' al disegno di legge governativo
che, sulla scorta delle segnalazioni della stessa Autorita',
proporra' le norme per lo sviluppo della concorrenza e la tutela
dei consumatori. 'Accogliamo con favore - afferma Catricala' -
le recenti dichiarazioni del Governo sulla volonta' di aprire
una nuova stagione di liberalizzazioni.
Ben
vengano le riforme costituzionali utili al fine'. 'Condividiamo
la necessita' di anticiparne gli effetti con legge ordinaria,
che garantisca a chiunque il diritto di intraprendere senza
oneri burocratici. C'e' anche l'urgenza di consentire alle nuove
imprese e a quelle gia' esistenti di crescere e produrre
ricchezza. Va quindi riformato il contesto di mercato oggi
ostile al pieno esercizio dell'iniziativa economica'. 'Lo
strumento c'e', le idee non mancano, occorre tradurle senza
ulteriore indugio in norme e fatti concreti', sottolinea il
presidente dell'Autorita' nel suo discorso di fronte alla platea
della Sala della Lupa a Montecitorio.
2-
CATRICALA', "ALL'ANTITRUST TUTELA SU RITARDI PAGAMENTI P.A." ...
(Adnkronos) - Tutelare le piccole e medie imprese da 'prassi
illecite', come la mora dei pagamenti, praticate dalle pubbliche
amministrazioni e le grandi aziende. E' questo il compito che
l'Antitrust, che gia' da tempo chiede di ampliare il proprio
raggio di intervento a favore delle pmi, si dice pronto a
ricoprire. Ad affermarlo e' il presidente dell'Authority,
Antonio Catricala' , nella relazione annuale presentata in
Parlamento.
'Per di
piu' questi operatori sono costretti a tollerare prassi illecite
di grandi aziende e di pubbliche amminsitrazioni, come la mora
nei pagamenti. I tempi della giustizia civile non consentono una
tutela immediata contro i ritardi. Il problema non e' di
stabilire scadenze certe, gia' previste dall'ordinamento, ma di
farle rispettare con efficacia. L'Autorita'- sottolinea
Catricala'- e' in grado di dare tutele tempestiva a questo
settore caratterizzante la nsotra economia'
18.06.10 |
BAVAGLIO RIMANDATO A SETTEMBRE
L'Arconte di Arcore sbotta: "Basta, siamo tutti spiati". E c'è
proprio da crederci se lo dice colui che godeva ascoltando i
nastri - neppure trascritti - delle telefonate tra Consorte e
Fassino. Ma intanto il compagno GianMenefrego Fini trama
nell'ombra dei calendari e allora "Spunta l'ipotesi del voto a
settembre" sulla legge-bavagliuolo (Corriere, p.3).
PALERMO, ITALIA?
il
sindaco più abbronzato d'Italia, l'avvocato Diego Cammarata, è
un uomo felice e sempre sorridente. Sono anni che amministra dal
suo circolo di tennis una città giardino come Palermo e i
concittadini lo votano in massa. Quindi non è un buon sindaco.
E' un ottimo sindaco. Poi succede che si goda un po' di meritata
vacanza andando a tifare per la Patria ai mondiali del Sudafrica
e il Corriere, ingrato, ci monta su uno scandalo: "Palermo tra i
rifiuti, il sindaco in Sudafrica" (p.15). A noi non risulta che
Palermo sia "invasa dai rifiuti". Guardiamo i telegiornali
Raiset tutte le sere e non ci risulta un bel niente.
NELLE MANI GIUSTE
"I
boss brindano, ma io collaborerò ancora". Spatuzza ai pm dopo il
no alla protezione. Il Viminale: ha taciuto troppo a lungo"
(Repubblica, p. 10). Bisognava tacere per sempre.
NELLE NARI GIUSTE
altra storia meravigliosa da Palermo: "L'auto blu del politico
per comprare la cocaina". Il deputato regionale Salvatore
Cintola sospeso dall'Udc (Unione dei c....). La sua difesa:
tutto falso. Però Lorenzo Cesa lo sospende subito dal partito,
perchè il sospetto di una sniffata è più grave dell'amicizia con
la mafia, par di capire. Moderata la reazione dell'anziano
Cintola: "Forse sono uno dei pochi del mio partito a non aver
fatto uso di droga e Cesa è solo un portaborse di Casini e
dovrebbe espellere se stesso per le cose ignobili che ha fatto"
(Corriere, p.27).
I modesti
curatori di questa rassegna seguono da anni le gesta del mitico
Totò Cintola, impareggiabile assessore al bilancio delle giunte
Cuffaro. Cintola ci ha sempre affascinato perché peserà 40 chili
scarsi ed è un grande lavoratore dalla faccia patibolare che
sembra uscito da una giara di Pirandello. Lo vedi così e sembra
un vecchietto sfigato. Invece ha due palle di cemento e
custodisce molti segreti. Ma questo l'imprudente Cesa ancora non
lo sa.
GIORNALISTI DUAL-USE
"Il reporter-spia è tornato a lavorare" come gionalista. Succede
in Italia, a Roma per la precisione. E allora l'ottimo Maurizio
Caprara solleva lo scandalo sul Corriere (p.21) con un pezzo
sacrosanto. Oh, ma non è l'agente Betulla, che avete capito? E'
un tizio con passaporto iraniano. Monito del Pdl: "Non s'illuda
anche lui di essere candidato al Senato". Ha sbagliato fronte,
par di capire.
AGENZIA MASTIKAZZI
"Mentana: "Su La7 posso parlare a milioni di persone" (Stampa,
p.14)
ULTIME DAL VENTENNIO A COLORI
"Abolire tutti i prefetti? Inutile, costano il 4% di una sola
provincia". Prosegue la meravigliosa campagna nascondi-sacrifici
del Giornale (p.6).
[17-06-2010]
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CDM, PIENA E COMPLETA FIDUCIA A GIANNI DE GENNARO...
(ANSA) - "Il Consiglio ha collegialmente
confermato all'unanimità piena e completa fiducia al dottor
Gianni De Gennaro, il quale aveva correttamente e con alto senso
dello Stato messo a disposizione del Presidente del Consiglio il
proprio incarico. Il Consiglio, manifestando vivo apprezzamento
e plauso per il lavoro finora svolto, ha invitato il Prefetto De
Gennaro ha proseguire con lo stesso spirito e con lo stesso
impegno nel suo incarico al vertice dei Servizi di Informazione
e Sicurezza". E' quanto si legge in una nota di palazzo Chigi
trasmessa al termine del Consiglio.
5
- ZANDA, CON BRANCHER BERLUSCONI HA ACCONTENTATO BOSSI...
(Adnkronos) - "La nomina di Aldo Brancher a ministro per l'attuazione
del federalismo merita una valutazione politica". Lo dichiara
Luigi Zanda, vice presidente dei senatori del Pd che spiega: "In
primo luogo e' la conferma che la dipendenza di Berlusconi da
Bossi sta diventando sempre piu' stringente. Bossi, fingendo di
dimenticare di aver lui la delega per il federalismo, ha voluto
un ministro ad hoc e ha voluto che fosse un suo amico fidato.
Berlusconi lo ha subito accontentato". In secondo luogo, "prima
di proporre la nomina di nuovi ministri, Berlusconi dovrebbe far
sapere al Parlamento quanto costera' e chi paghera' il
federalismo fiscale
25.06.10 |
LE
RIVELAZIONI DELL’AMBASCIATORE USA nell’Italia degli anni di
piombo - "DISSI NO ALLA CIA CHE VOLEVA INFILTRARE LE BR - Moro
non voleva i comunisti nel governo. Li prese nella maggioranza,
senza dare loro ministeri, per farli corresponsabili in scelte
impopolari. L’obiettivo era quello di logorarli. E ci riuscì:
nel 1979 il Pci cominciò il suo calo elettorale e il suo declino
- quattro incontri segreti con napolitano - Chi lo avrebbe mai
immaginato: un ex comunista Presidente dell’Italia e un
afroamericano Presidente degli Usa"...
Michele Brambilla per "La
Stampa"
L'uomo che
ci riceve nella lobby del grande albergo milanese è insieme un
pezzo di storia americana e un pezzo di storia italiana. Si
chiama Richard Gardner e ha 83 anni. È stato ambasciatore degli
Usa in Italia sotto la presidenza del democratico Jimmy Carter,
dal 1977 al 1981: anni difficili, Brigate Rosse e sequestro
Moro, crisi economica e Pci che avanzava. Ancora oggi Gardner è
molto vicino alla Casa Bianca; e sua figlia è animatrice degli «Americans
in Italy for Obama».
Nei
prossimi giorni sarà a Roma e vedrà due vecchi amici: Giorgio
Napolitano e Gianni Letta. Il Presidente è stato il primo
comunista italiano a ottenere un visto per gli States: glielo
fece avere Gardner, e fu l'inizio di uno storico dialogo. «Mi
sono commosso - ci dice - quando il mese scorso ho visto
Napolitano a Washington da Obama. Chi lo avrebbe mai immaginato:
un ex comunista Presidente dell'Italia e un afroamericano
Presidente degli Usa».
Continua:
«Il discorso che ha fatto quel giorno Napolitano è il più
brillante e il più eloquente che io abbia mai sentito da un
esponente politico italiano. Ha parlato di nuove relazioni fra
Usa ed Europa. Una settimana dopo la Casa Bianca ha pubblicato
un documento in cui dice che gli Usa devono incoraggiare
l'Unione Europea. In questo Obama è del tutto differente
dall'amministrazione Bush, che trattava con i singoli Paesi e
cercava di dividere l'Europa. Per Obama l'Europa resta il
principale alleato dell'America per tutti e quattro i grandi
temi: economia, clima, blocco della proliferazione delle armi,
lotta al terrorismo».
Da grande
diplomatico previene un'imbarazzante domanda: «Il fatto che ci
sia questo feeling con Napolitano non deve farvi pensare che
manchiamo di fiducia nei confronti di Silvio Berlusconi, che
consideriamo un nostro grande amico. Credo che la stampa
americana non apprezzi sufficientemente il contributo che dà
l'Italia alle missioni internazionali».
Che cosa ricorda dei suoi anni italiani?
«Quando
arrivai, marzo 1977, trovai una situazione incredibile. Con
l'amministrazione Nixon-Kissinger un ambasciatore Usa non poteva
incontrare un esponente comunista. Anche i visti erano proibiti.
Io trovai assurdo tutto questo. Nel giugno del 1976 il Pci aveva
ottenuto il 34,4%: come potevamo ignorare quella realtà? Dissi a
Carter e al suo consigliere Brzenzinski di cambiare quelle
regole. Chiesi di poter incontrare dei comunisti. Loro
accettarono».
Dovette farlo di nascosto?
«Sì. Non
dovevamo dare l'impressione che gli Usa volessero l'ingresso del
Pci al governo. Era inconcepibile per molti italiani ma anche
per noi. Se avessi incontrato Berlinguer in pubblico sarebbe
stato uno scandalo. Studiai per trovare una persona che non
fosse legata all'Urss, un uomo equilibrato e possibilmente amico
dell'America.
Sapevo che
con Cossutta e con Ingrao, tanto per fare due nomi, non sarebbe
stato possibile. Scelsi Napolitano. Ebbi con lui quattro
incontri segreti, il primo a casa di Cesare Merlini, che era
presidente dell'Istituto per gli affari internazionali. Capii
subito che Napolitano era un potenziale amico. Gli feci avere un
visto e lo invitai negli Usa per una serie di conferenze. Tornò
entusiasta».
Lei si fece la fama di amico dei comunisti. Come se la fece Aldo
Moro.
«Ma era
assurdo. Io sono un anticomunista viscerale. E anche Moro non
voleva i comunisti nel governo. Lui era molto furbo. Li prese
nella maggioranza, senza dare loro ministeri, per farli
corresponsabili in scelte impopolari. L'obiettivo era quello di
logorarli. E ci riuscì: nel 1979 il Pci cominciò il suo calo
elettorale e il suo declino».
Lei sa che, invece, secondo una certa vulgata la Cia avrebbe
favorito l'assassinio di Aldo Moro.
«Una
follia il solo pensarlo. Moro era un nostro grande amico e un
nostro grande alleato».
Alan Campbell, ambasciatore inglese nei suoi stessi anni, dice
che lei era ossessionato dai comunisti. E che considerava
comunisti perfino Eugenio Scalfari e Piero Ottone.
«Non ho
mai pensato che Scalfari e Ottone fossero comunisti. Ma
filocomunisti sì. Volevano il Pci al governo. Invitai a
colazione Scalfari e lui mi disse: lei deve incontrare
Berlinguer e offrirgli di entrare nel governo. Gli risposi: ma
come, proprio lei che denuncia tante ingerenze americane,
vorrebbe che noi facessimo un'ingerenza del genere? Sono gli
italiani a dover decidere del proprio destino».
In
passato gli Usa avevano finanziato partiti italiani?
«Sì certo.
La Dc. Ma posso capirlo: dal 1946 fino al 1980 il Pci riceveva
molto denaro dall'Unione Sovietica. Kissinger finanziò anche il
generale Vito Miceli, che comandava i servizi segreti e si
candidò nel Msi: e questo per me fu invece intollerabile. Con
Carter finirono comunque tutti gli aiuti ai partiti. Anche noi
non volevamo il Pci al governo, ma avevamo un'altra strategia,
volevamo dialogare con il Pci per influenzarlo. La stampa
italiana non capì. Anche Montanelli, per il quale avevo grande
ammirazione, mi accusava di essere filocomunista. Ma la nostra
tattica ha funzionato, tanto che pure Reagan non la cambiò».
Ebbe contatti con Craxi?
«Un giorno
avevamo appuntamento. La mattina vidi che sull'Avanti! c'era un
attacco contro di me: diceva che finanziavo la Dc. Quando
incontrai Craxi gli dissi: ma è falso! Lui mi rispose: lo so, ma
io voglio denaro per il partito. E io: l'amministrazione Carter
ha chiuso con i finanziamenti ai partiti. E lui: non è
necessario che i soldi vadano al partito, basta che risultino
versati al nostro mensile, Critica sociale».
C'era qualcuno dietro le Brigate Rosse?
«No.
Furono un fenomeno nato e cresciuto in Italia. Lo hanno
riconosciuto anche i loro capi ai processi».
La
Cia non infiltrò nessuno nelle Br?
«Me lo
propose dopo il sequestro Moro. Ma rifiutai: se se ne fosse
scoperto uno, si sarebbe alimentata la teoria del complotto, che
già circolava. Berlinguer è considerato molto puro e "molto
etico", ma non posso perdonargli di aver insinuato nel 1979, in
un discorso a Genova, che dietro all'assassinio di Moro c'era la
Cia».
Anche per piazza Fontana si sospettano aiuti della Cia. Lo
sostiene pure qualche giudice.
«Nel 1969
c'erano Nixon e Kissinger. Ma per quanto io abbia criticato
Kissinger, non posso pensare che abbia finanziato le stragi. E
poi perché avrebbe dovuto farlo? La stampa italiana interpretò
quasi subito piazza Fontana come una strage di destra».
Noi italiani siamo troppo dietrologi?
«Ho grande
ammirazione per l'Italia, ma se avete un difetto è quello di
cercare sempre di addossare all'estero la responsabilità dei
vostri guai».
[15-06-2010]
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Firenze
amara per Matteoli - Fra pochi giorni sulla graticola in
Tribunale per rispondere alle domande imbarazzanti degli
Avvocati della cricca sulla Scuola dei Carabinieri - E un
assessore regionale all’urbanistica Anna Marson spara a zero
sull’Autostrada Spacca Maremma – Il Cipe non licenzia ancora le
prescrizioni per il via libera del rinnovo della concessione
ANAS-SAT e la Corte dei Conti pronta a fare dei rilievi - Il
giallo delle cifre scoperte dagli sceriffi di Tremonti – Per
Matteoli solo un errore. Per le Casse dello Stato un danno grave
DAGOREPORT)
Ci voleva una donna coraggiosa ed esperta a bloccare i sogni di
grandezza del Ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli
sulla sua autostrada tirrenica più conosciuta ormai come Spacca
Maremma. Anna Marson, 50 anni, assessore all'urbanistica della
Regione Toscana, professoressa di tecnica e pianificazione
urbanistica una grande esperienza all'estero tra Amsterdam e
Berlino, ha così tuonato:
"Non c'è
dubbio che l'autostrada, rispetto alla superstrada, soprattutto
nel tratto da Grosseto a Civitavecchia, ha un impatto molto
pesante sul paesaggio rurale e storico e introduce un elemento
di frattura forte tra area costiera e centri retrostanti".
Tradotto significa: non buttiamo i soldi dalla finestra, non
roviniamo la Valle d'Oro, evitiamo gallerie e devastazioni e
procediamo per il raddoppio dell'Aurelia. Esattamente quello che
chiede l'Anas e tutti gli ambientalisti e non intenzionati a
salvaguardare il territorio e le zone archeologiche della
Maremma.
Previsto
per le prossime settimane un incontro tra la Marson e il
Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali Andrea
Carandini da sempre fautore dell'importanza archelogica della
Valle d'Oro dove è previsto lo studio di un nuovo tracciato.
Le parole
della Marson, che se ne strafrega del rapporto incestuoso tra lo
stesso Matteoli ed una parte del Pd, si incrociano con le
difficoltà del Cipe di definire i dettagli sul rinnovo della
convenzione, per alcuni illegittimo, tra Anas e Sat.Su questo
punto, dopo il Cipe, dovrà dire la sua anche la Corte dei Conti
preoccupata di aver dato il via ai 5 chilometri di autostrada
nella zona di Rosignano che proprio lunedì Matteoli è andato a
supervisionare.
Sul piano
finanziario le pesanti prescrizioni della Ragioneria dello Stato
hanno raffreddato l'entusiasmo della BIS di Banca Intesa di
finanziare l'opera sul mercato internazionale. E lo stesso
Franco Caltagirone chiamato in soccorso non pare più tanto
propenso ad infilarsi in una querelle infinita e passare per
quello che ha contribuito a devastare la Maremma.
2 -
AUTOSTRADE NEL MIRINO
da
L'espresso
Un errore
materiale. A chi non capita? L'errore però non valeva pochi euro
ma 3,7 miliardi di denaro pubblico. E' successo con la Sat, la
concessionaria per l'autostrada Tirrenica presieduta da Antonio
Bargone, ex sottosegretario dalemiano ai Lavori Pubblici, e
controllata da Atlanta (gruppo Benetton). La Sat deve realizzare
il nuovo tracciato lungo l'Aurelia fra Lazio e Toscana.
E'
un'opera molto cara ad Altero Matteoli, ministro delle
Infrastrutture nonché sindaco di
Orbetello. E stava per costare carissima a Giulio Tremonti,
ministro dell'Economia e
maestro d'ascia alle prese con la manovra. L'investimento per la
nuova infrastruttura, pari a 3,7 miliardi, è a carico del Gruppo
Benetton che, in cambio, riceve una proroga della concessione
dal 2008 al 2046. L'accordo risale al marzo 2009 ed è già
firmato da Matteoli. Non da Tremonti.
Il 13
maggio, al Cipe si attendeva il via libera definitivo. Ma
l'accordo sottoposto al comitato diretto da Gianfranco Miccichè
risulta che, alla scadenza della convenzione il valore di
subentro è pari a 3,7 miliardi di euro. In altre parole, se lo
Stato vuole riprendersi l'autostrada tirrenica fra 36 anni, deve
versare l'intero costo dell'investimento sostenuto da Sat. Che
nel frattempo intascherebbe decenni di pedaggi indicizzati con
l'inflazione, secondo il meccanismo introdotto due anni fa dal
governo, che è l'ultima scala mobile dell'economia planetaria.
Qui è
scattato lo stop di Tremonti che ha suggerito a Sat di
sostituire i 3,7 miliardi inseriti per mero errore (è la tesi di
Matteoli) con un valore di subentro il più possibile vicino allo
zero. La schermaglia su Sat cambia l'intero scenario. Due anni
fa il governo aveva anche sdoganato le vecchie concessioni
bloccate da Antonio Di Pietro e messo per iscritto che pareri e
prescrizioni del Cipe, del Nars e anche del Parlamento, erano
ininfluenti.
Così è
stato fino alla Finanziaria 2010 dove un articoletto passato
inosservato (202a) ha rimesso in vigore l'approvazione del Cipe,
"ai fini dell'invarianza di effetti sulla finanza pubblica,
fatti salvi gli schemi di convenzione già approvati". Significa
che Tremonti si riprende i pieni poteri su ogni convenzione
rischiosa per l'equilibrio finanziario. Sotto la nuova norma,
oltre alla Sat, sono finiti i rinnovi per Salt, Rav, Autofiori,
Autoparchi, Torino-Savona, Sitaf, Tangenziale di Napoli e Sam.
08-06-2010]
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INTERNET SCIOGLIE IL BAVAGLIO – APPROVATA LA LEGGE, TROVATO
L’INGANNO – GRAZIE AL WEB LE INTERCETTAZIONI VIETATE IN ITALIA
POTRANNO ESSERE PUBBLICATE ALL’ESTERO E RIPRESE DALLA STAMPA
NOSTRANA – IL COSTITUZIONALISTA ONIDA: “UNA VOLTA APPARSA SU
SITI ESTERI, I GIORNALI ITALIANI POSSONO DARE LA NOTIZIA, UNA
NORMA CHE VIETASSE DI DARLA SAREBBE INCOSTITUZIONALEFederico
Mello per il "Fatto
Quotidiano"
Approvata la legge sulle intercettazioni, parlamentari e uomini
di governo adesso possono iscriversi a un bel corso di
informatica. Sarà in Rete che troveranno spazio notizie e
documenti vietati dal bavaglio italiano.
Silvio Berlusconi, che voleva una norma ancora più dura, "non sa
navigare sul Web" - come ha confessato il fido Mario Valducci -
e non ha messo in conto che nell'epoca della comunicazione
digitale, è impossibile imprigionare informazioni dentro confini
geografici. Come potrà la Rete venire in aiuto a organi di
stampa e blog che vogliono informare? Tutto è affidato a siti
internazionali che potranno pubblicare intercettazioni e atti
d'indagine.
Gli organi d'informazione e i blog italiani potranno linkare
documenti e, avvalendosi del diritto di cronaca, dare le
notizie.
APRIRE UN SITO.
Aprire un sito Internet è un'operazione ormai alla portata di
tutti. È sufficiente acquistare o affittare spazio su un server
e installare un apposito software per la pubblicazione di pagine
Web. In Italia si può naturalmente scegliere anche un server
straniero: dall'India alla California sono migliaia le aziende
che con un centinaio di euro all'anno offrono assistenza h24 e
spazio illimitato.
SITI WEB ALL'ESTERO.
Non è sufficiente che il server di un sito sia all'estero per
non dover sottostare alla legislazione italiana. Come indicato
dalla direttiva europea sul Commercio elettronico, fa fede
invece la residenza dell'editore (o del singolo) a cui è
intestato lo spazio sul server e il nome di dominio (ovvero
l'indirizzo Web).
INTERCETTAZIONI ALL'ESTERO.
L'editore di un sito (cittadino o società) di uno Stato estero
che ha i server ubicati fuori dall'Italia, non deve sottostare
alla legge sulle intercettazioni. Singoli blogger, testate
online, portali Web di quotidiani non italiani, potranno
tranquillamente pubblicare intercettazioni e atti di inchieste
italiane.
COSA RIPORTARE.
Cosa possono riportare le testate italiane di un'intercettazione
vietata in Italia e pubblicata da un sito Web all'estero? Se per
esempio, il blocco delle intercettazioni fosse già in vigore, i
giornali cosa avrebbero potuto raccontare degli imprenditori
della Cricca che ridevano la notte del terremoto?
"Se fosse apparsa su siti esteri, i giornali italiani avrebbero
potuto dare la notizia - ci dice Valerio Onida, presidente
emerito della Corte costituzionale - La stampa ha il diritto di
informare, una norma che vietasse di dare la notizia, sarebbe
incostituzionale".
Per fare un altro esempio, ipotizzando un nuovo caso Scajola,
con intercettazioni pubblicate all'estero si potrebbe scrivere:
"Il tale portale di news, riporta che secondo un'intercettazione
telefonica la casa del tale uomo politico sarebbe stata pagata
da terzi".
COME COLLEGARSI DALL'ITALIA.
Nel mare magno della Rete potrebbero proliferare in maniera
esponenziale atti e intercettazioni italiane pubblicati
all'estero. Per districarsi in questa selva oscura bisogna
affidarsi all'attendibilità di testate giornalistiche o blog,
che potranno linkare pagine Web dove sono pubblicati documenti
che interessano ai propri lettori. Un link, infatti, non è una
"pubblicazione" ma una "segnalazione telematica" non vietata
dalla legge appena approvata.
BLOCCARE UN SITO DALL'ITALIA.
Attualmente la magistratura può imporre ai fornitori di servizi
in Italia (quelli che ci portano la connessione a casa) di
inibire l'accesso a siti specifici. Ma, come spiega l'avvocato
Guido Scorza, esperto di legislazione digitale "si possono
rendere non reperibili singoli siti Web solo per reati di
pedopornografia e di giochi d'azzardo".
La pratica di oscuramento, inoltre, agisce su interi domini: se
la magistratura decidesse di bloccare, per esempio, una singola
pagina del Paìs, dovrebbe inibire dall'Italia l'accesso
all'intero portale del quotidiano spagnolo.
ANCHE WIKILEAKS.
C'è infine il caso di siti Web che si sono dati come missione la
pubblicazione di documenti considerati top-secret e la strenua
difesa delle loro fonti. È il caso di Wikileaks (definita "la
Cia del Popolo") che lo scorso aprile pubblicò il video di un
attacco americano contro civili a Baghdad: morirono in 12 e le
immagini del massacro fecero il giro del mondo.
Raggiunto dal Fatto Quotidiano il fondatore Julian Assange
promette: "Nel caso la legge sulle intercettazioni venisse
approvata definitivamente, possiamo aiutare l'informazione
italiana pubblicandole anche noi". Come lui, anche Francois
Julliard, segretario di Reporter sans Frontières, ha dato la
disponibilità a ospitare documenti italiani. 11-06-2010]
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ACCOGLIENZA DA EROE ...
Poi succede che la cronaca vada oltre la retorica del martirio
ed ecco come è tornato a casa monsignor Padovese. "I turchi
trattano il prete martire come un pacco. La salma di monsignor
Padovese, assassinato in Turchia, è arrivata alla Malpensa su un
cargo senza che nessuno si degnasse di segnalarla alle autorità"
(Giornale, p. 19). Autorità in vero piuttosto distratte, se
perfino il Giornale non può fare a meno di notare che ad
accogliere la salma c'era solo un frate cappuccino.
Chissà il dispiacere aeroportuale, oggi, per il buon Palenzona.
Che nella lettera al Corriere si firma, con apprezzabile under
statement, solo come presidente di Adr.
10.06.10 |
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IN ITALIA, ANCHE I TERREMOTI TENGONO FAMIGLIA! – SCOSSA ED
ERUZIONI NON SI POTRANNO PREVEDERE, MA CHI SARÀ IL PROSSIMO
ASSUNTO ALL’ISTITUTO DI GEOFISICA SÌ – NEL REGNO DI ENZO BOSCHI,
AL VERTICE DA BEN 27 ANNI, UNA SEQUENZA LUNGA QUANTO UNO SCIAME
SISMICO DI FIGLI, MOGLI, MARITI, NIPOTI…
Stefania Maurizi per "L'espresso" in edicola domani
È il mantra che ripetono dal giorno del sisma che ha distrutto
L'Aquila e fatto 300 vittime. I terremoti non si possono
prevedere. Ma c'è un campo in cui si possono azzardare vaticini:
è quello delle assunzioni all'Istituto nazionale di geofisica e
vulcanologia (Ingv), il centro di ricerca di riferimento per lo
studio dei terremoti in Italia.
Parenti eccellenti, figli, mogli, mariti e nipoti. Basta
prendere l'elenco del personale Ingv e la "meccanica" dei posti
di lavoro non sarà un'impresa impossibile come la previsione
delle scosse.
Franco Barberi, Enzo Boschi, Gian Michele Calvi, Giulio
Selvaggi, Claudio Eva, Bernardo De Bernardinis e Mauro Dolce.
Sono questi i nomi finiti sul registro degli indagati per il
mancato allarme a L'Aquila: i primi cinque sono le eminenze
grigie dell'Ingv di cui è presidente Boschi, mentre De
Bernardinis e Dolce sono ai vertici della Protezione civile di
Bertolaso.
Un migliaio di dipendenti tra precari e stabilizzati, fondi per
una novantina di milioni di euro, di cui una grande fetta
elargita dalla Protezione civile (21,5 milioni all'anno),
l'Istituto è guidato da Enzo Boschi da ben 27 anni. Perfino il
presidente della Repubblica dopo sette anni decade, ma il
presidente dell'Ingv no: lui regna.
Dato per finito in ognuno dei mille e passa riordini
ministeriali dell'Istituto e poi puntualmente riconfermato,
intelligente quanto basta da circondarsi anche di ricercatori
brillanti, inserito in partnership importanti (come quella con
Selex Communications del gruppo Finmeccanica) Boschi sa navigare
nelle acque tempestose della politica e del sottopotere
accademico.
E la mappa delle parentele all'Ingv lo dimostra. Maria Luisa
Carapezza, primo ricercatore in sismologia, è la moglie di
Franco Barberi, presidente vicario della Commissione grandi
rischi e membro del Consiglio di valutazione scientifica dell'Ingv.
Elena Eva, ricercatrice al Centro nazionale terremoti di Genova,
è la figlia di Claudio Eva, della Commissione grandi rischi
nonché rappresentante della presidenza del Consiglio nel
direttivo dell'Istituto ed ex candidato a sindaco di Genova per
Forza Italia. Stefano Solarino, primo ricercatore al centro
nazionale terremoti di Genova, è il genero di Claudio Eva: il
marito di Elena.
Fedora Quattrocchi, dirigente della sezione di sismologia che ha
gestito importanti consulenze per Eni ed Enel, è parente del
presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, nonché
nipote di un importante cattedratico: il professor Enrico
Bonatti. Maurizio Pignone, tecnologo del centro sismologico a
Grottaminarda, in Irpinia, è il nipote di Raffaele Pignone,
responsabile del servizio geologico e sismico della Regione
Emilia Romagna. Stefano Chiappini, tecnologo della sezione
geomagnetismo, è il fratello di Massimo Chiappini, dirigente
dell'Istituto.
Del potente direttore generale, Tullio Pepe (che, due mesi prima
della bufera degli avvisi di garanzia, è andato fino alla Camera
per far conoscere il lavoro dell'Ingv ai deputati e alla
governatrice del Lazio, Renata Polverini) si conta,
nell'organico, almeno un cugino (Gianclaudio Franceschelli). La
parentopoli tocca tutti i ceti sociali: dai rampolli dei
diplomatici (Floriana Paparo, figlia dell'addetto scientifico
dell'Ambasciata d'Italia in Argentina) a quelli dei sindacalisti
(Monia Maresci e Iolanda Cesarino, figlie dei segretari della
Uil e Cisl Ricerca) fino ai parenti delle guardie giurate. Tutti
alla ricerca di un posto fisso a prova di scosse.
[10-06-2010]
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BRUTI
LIBERATI E’ IL NUOVO PROCURATORE DI MILANO – DI PAOLO COMANDANTE
GDF (IL PRIMO APPARTENENTE AL CORPO) – FIDUCIA OK SUL DECRETO
INTERCETTAZIONI E LA FNSI LANCIA IL BLACK OUT INFORMAZIONE PER
IL 9 LUGLIO (ANCHE I CDR MEDIASET A SOSTEGNO) – DI PIETRO:
COMMISSIONE D’INCHIESTA SUL NASTRO FASSINO-CONSORTE - ZAPATERO
DA RATZINGA…E INTANTO IL TAGLIO ALLE MINI-PROVINCE.
1 - BRUTI LIBERATI E' IL NUOVO PROCURATORE DI MILANO...
(Adnkronos)
- Edmondo Bruti Liberati e' il nuovo procuratore di Milano. Lo
ha deciso a larga maggioranza il plenum del Csm: 21 voti sono
andati all'ex presidente dell'Anm in uno dei periodi piu' duri
dello scontro tra toghe e politica. Mentre soltanto quattro
preferenze sono andate a Ferdinando Pomarici.
Per Pomarici hanno votato i togati del Movimento per la
Giustizia Ciro Riviezzo, Dino Petralia, Mario Fresa e il togato
di Magistratura Indipendente Giulio Romano. Bruti Liberati,
esponente di spicco di Magistratura democratica, la corrente di
sinistra delle toghe, ha 65 anni e ha sempre lavorato negli
uffici giudiziari milanesi. Qui e' stato giudice penale,
magistrato di sorveglianza, sostituto procuratore, sostituto pg
e infine dal 2006 procuratore aggiunto.
E' stato anche alla guida del dipartimento specializzato nei
reati societari e tributari, seguendo da questo ruolo inchieste,
come quella sulla scalata di Antonveneta e Bnl. E ancora, e'
stato consigliere del Csm dall' '81 all' '86, negli anni segnati
dallo scontro con l'allora presidente della Repubblica, e' stato
anche componente dell'Olaf (l'ufficio europeo antifrodi) ed e'
considerato tra i massimi esperti in ordinamento giudiziario.
Succedera' a Manlio Minale, che il 21 giugno prossimo prendera'
possesso del suo nuovo incarico di procuratore generale di
Milano.
2 - IL GENERALE NINO DI PAOLO E' IL NUOVO COMANDANTE GENERALE...
(Adnkronos) -
Sara' il generale di Corpo d'Armata Nino Di Paolo il nuovo
comandante generale della Guardia di Finanza. E' quanto deciso
oggi dal Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro
dell'Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, di concerto con
il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Alla delibera
odierna seguira' la nomina con Decreto del Presidente della
Repubblica.
Abruzzese, 63 anni, nel corso della sua carriera ha svolto
incarichi operativi di primissimo piano in diverse sedi del
territorio nazionale e di Stato Maggiore presso il Comando
Generale del Corpo, dove ha rivestito il ruolo di capo di Stato
Maggiore e attualmente ricopre quello di comandante in seconda.
La nomina del generale Di Paolo segue di pochi giorni
l'approvazione della legge n. 79/2010, votata all'unanimita' dal
Parlamento, che ha dato al governo la facolta' di nominare un
generale di Corpo d'Armata della Guardia di Finanza al vertice
del Corpo.
"Sono lieto di passare il testimone al generale Di Paolo, del
quale ho potuto in questi anni apprezzare il profondo senso
istituzionale e le grandi qualita' umane e professionali. La
Guardia di Finanza meritava questa attenzione e sono onorato di
averla accompagnata a questo storico traguardo", sono state le
prime dichiarazioni dell'attuale comandane generale, il generale
Cosimo D'Arrigo. "Ringrazio il governo -ha commentato il
generale Di Paolo- per la fiducia accordata alla Guardia di
Finanza, con la nomina di un comandante proveniente dalle sue
fila".
3 - GOVERNO INCASSA FIDUCIA, DDL INTERCETTAZIONI ALLA CAMERA...
(ANSA) -
Il governo incassa la fiducia sul ddl intercettazioni con 164
sì,5 no. Il Pd non ha partecipato alla votazione. Il
provvedimento torna alla Camera in terza lettura.
4 - FNSI, BLACK OUT INFORMAZIONE 9 LUGLIO...
(ANSA)
- Sara' il 9 luglio la 'giornata del silenzio per la stampa
italiana con lo sciopero generale contro il ddl
intercettazioni'. Lo annuncia all'Ansa il segretario Fnsi Franco
Siddi.
'Dovra' coincidere con la giornata finale di discussione del ddl
- spiega Siddi - quindi se sara' altrimenti cambieremo la data'.
5 - 'FAREFUTURO', DELUSIONE SI POTEVA FARE DI PIU' E MEGLIO...
(Adnkronos)
- Una 'lettera aperta' per esprimere la delusione sulla legge
sulle intercettazioni. Il periodico della Fondazione 'Farefuturo'
prende cosi' posizione sul ddl: "Si poteva fare di piu' e di
meglio.Tanto e' cambiato: e' vero. Ma tanto forse poteva ancora
cambiare. Ed e' inutile nasconderla, questa delusione. Inutile
nasconderla questa insofferenza -scrive il direttore Filippo
Rossi- verso se stessi. Verso un ruolo difficile, di persone che
vogliono mettere in campo tutta la propria capacita' di
moderazione, di dialogo, di compromesso per fare qualcosa di
buono per il proprio paese dalla posizione in cui si trovano".
6 - CDR MEDIASET, SOSTEGNO A TUTTE LE INIZIATIVE FNSI CONTRO
DDL...
(Adnkronos)
- I comitati di redazione del Tg5, del Tg4, di Studio Aperto, di
News Mediaset, di Sport Mediaset e di Videonews esprimono "pieno
sostegno a tutte le forme di lotta che la Federazione Nazionale
della Stampa vorra' promuovere contro il disegno di legge sulle
intercettazioni'.
'Tali norme -si legge in una nota- impedirebbero ai giornalisti
di dare alcune informazioni, a volte anche per anni, perche'
vietano la pubblicazione della cronaca giudiziaria fino alla
conclusione delle indagini preliminari. E questa sarebbe
-secondo i comitati di redazione di Mediaset - una limitazione
al diritto di cronaca, alla liberta' d'informazione e dunque al
diritto di tutti i cittadini di essere informati".
7- DI PIETRO IN AULA SU NASTRO FASSINO, IDV PER COMMISSIONE
INCHIESTA...
(Adnkronos) -
"Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, oggi
illustrera' in Aula alla Camera un'interpellanza urgente alla
presidenza del Consiglio dei ministri per chiedere spiegazioni
sull'intercettazione sul dialogo fra Fassino e Consorte che
sarebbe giunta in modo illecito, tramite Fabrizio Favata, al
Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi". Si annuncia in una
nota dell'ufficio stampa Idv che, inoltre, ha presentato ieri
una proposta di legge per l'istituzione di una commissione
d'inchiesta sul caso Unipol.
8 - 'GENERAZIONE ITALIA', MAGGIORANZA SOTTO PER COLPA DOPPI
INCARICHI...
(Adnkronos)
- "E anche oggi alla Camera la maggioranza e' andata sotto. Una
situazione inaccettabile, che mette a repentaglio l'attivita'
del Governo e rallenta inevitabilmente l'iter di approvazione
dei provvedimenti. All'inizio hanno provato a far credere a
Berlusconi che il problema fosse Fini e i suoi deputati presunti
sabotatori, ma la realta' dei fatti smentisce questa illazione
priva di fondamento. In questi ultimi giorni, la maggioranza e'
andata sotto pur con tutti i 'finiani' allineati e coperti in
Aula". Lo scrive il direttore di 'Generazione Italia', Gianmario
Mariniello, sul sito dell'associazione.
"Il problema e' sostanzialmente uno solo. Ed e' un problema di
certo non imputabile a chi ha il gravoso compito di condurre in
solitudine il gruppo. Il problema si chiama incompatibilita'.
Sono troppi i deputati del Pdl che fanno gli assessori
regionali, i consiglieri regionali, i Sindaci, i Presidenti di
Provincia. C'e' addirittura chi fa l'amministratore delegato di
Expo 2015", aggiunge.
"E' una situazione inaccettabile sia politicamente che
moralmente. I problemi vanno affrontanti nelle sedi opportune,
come nel caso del ddl intercettazioni. L'Ufficio di Presidenza
del Pdl deve decidere nel merito di una questione delicata,
spinosa ma cruciale per l'attivita' di Governo da qui alla fine
della Legislatura. E sia chiaro: i 'finiani' -conclude- in aula
ci sono e ci saranno".
9 - PM DI MATTEO, CUFFARO PER ACCRESCERE POTERE POLITICO CERCO'
COSA NOSTRA...
(Adnkronos) -
"Nel 1991, in occasione delle elezioni regionali, "Salvatore
Cuffaro si era rivolto ad Angelo Siino per chiedere voti.
Altroche' slogan come 'La mafia fa schifo' a cui Cuffaro e'
ricorso quando e' pesata sulle sue spalle l'accusa di mafia.
Cuffaro ha cercato il contatto con l'organizzazione criminale di
Cosa nostra per vincere le elezioni". E' un altro passaggio
della lunga requisitoria dei pm di Palermo al processo, che si
celebra con il rito abbreviato, all'ex presidente della Regione
Sicilia Salvatore Cuffaro, accusato di concorso esterno in
associazione mafiosa.
CARDINALE ZOELLITSCH
"Cuffaro -ha detto il pm Antonino Di Matteo- in piu' occasioni
per acquisire consenso e accrescere il suo potere politico ha
cercato esponenti di Cosa nostra". E ha fatto riferimento ad una
intercettazione da cui si evince che il senatore Cuffaro avrebbe
avuto rapporti con il boss mafioso Francesco Bonura. Secondo il
pm Di Matteo, il processo a Salvatore Cuffaro "andava celebrato
prima" perche' "la contestazione di concorso esterno in
associazione mafiosa doveva essere mossa gia' nel primo
procedimento, quello in cui invece venne eccepito il
favoreggiamento aggravato. Questo non e' avvenuto e oggi ci
troviamo qui".
10 - MEZZ'ORA DI COLLOQUIO FRA PAPA E ZAPATERO...
(Adnkronos) -
Si e' svolto questa mattina in Vaticano l'incontro fra Benedetto
XVI e il premier spagnolo Jose' Luis Rodriguez Zapatero.
L'incontro e' durato mezz'ora, Zapatero e' stato ricevuto anche
in qualita' di presidente di turno dell'Unione europea. I
colloqui sono stati molto cordiali e si sono svolti nella
biblioteca privata del Pontefice, il seguito del capo del
governo spagnolo era composto da 9 persone fra le quali il
ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos e l'ambasciatore di
Madrid presso la Santa Sede, Francisco Vazquez.
11 - SALTA TAGLIO MINI-PROVINCE (ANSA) - Salta
il taglio delle mini-province inserito nella carta delle
autonomie. Il presidente della commissione Affari costituzionali
della Camera e relatore del provvedimento, Donato Bruno, secondo
quanto spiegano diversi esponenti dell'opposizione, ha
presentato un emendamento soppressivo dell'articolo 14 del
provvedimento che prevedeva, appunto, la cancellazione delle
province sotto i 200 mila abitanti.
10-06-2010]
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“RIFONDAZIONE” CAPALBIO – PRONTO SOCCORSO ROSSO PER "L’ULTIMA
SPIAGGIA" DELLA SINISTRA RADICAL CHIC, ARENILE SPARITO E
TERRAZZA CROLLATA PER COLPA DEI MAROSI - IL COMUNE (DE SINISTRA)
HA DECRETATO LA “SOMMA URGENZA” E LA ROSSA TOSCANA HA RISPOSTO
ALL’APPELLO SGANCIANDO 200MILA € PER RECUPERARE LA COSTA PERDUTA...
Giacomo Susca per "il
Giornale"
Che volete, sono calamità naturali. Sposti l'accento e scopri
che la calamita naturale della sinistra chic da quella notte di
maggio non è più la stessa. Anzi, Capalbio non c'è più. Erosa,
sprofondata, sparita. La catastrofe per i leader di tutte le
stagioni rosse non è il naufragio dei consensi, una volta tanto,
semmai un fenomeno che avanza altrettanto inesorabile da lustri.
Colpa del mare che si divora il tratto di costa preferito dai
lettori vip dell'Unità. E come se non bastasse, due settimane
orsono, ha fatto crollare pure la terrazza delle chiacchiere
imbevute di champagne, sopra il mitico stabilimento «Ultima
spiaggia», ironia della sorte.
La questione andava affrontata con la massima tempestività: in
ballo c'erano le ferie di Rutelli e consorte Palombelli, le
letture al sole del professor Asor Rosa; la prova costume di
Veltroni e Fassino e un'occhiata fugace al topless della Gruber,
le pedalate sudate del Romano nazionale (Prodi); le sieste sul
bagnasciuga di Claudio Petruccioli; addirittura un faccia a
faccia in sdraio con Victoria Cabello che t'intervista a modo
suo Jovanotti e magari riesce pure a spalmargli la crema
solare...
Scenari da leggenda metropolitan-balneare inabissatisi per colpa
del tempaccio di questa primavera: «c'è mare grosso, governo
ladro!», avrebbero considerato i vacanzieri di cui sopra.
L'incubo di venire liquidati perfino dai paparazzi. Perciò la
giunta comunale del sindaco Luigi Bellumori ha ravvisato gli
estremi della «somma urgenza».
All'allarme ha risposto la Regione Toscana del democratico
Enrico Rossi, che ha aperto la borsa e sganciato 200mila euro
necessari ai lavori di recupero del litorale del Chiarone, si
badi bene «con un'intesa Regione-Provincia di Grosseto,
permettendo di superare il vincolo imposto dal patto di
stabilità con un allungamento enorme delle tempistiche di
liquidazione dell'intervento».
Per gli amministratori nelle terre del cinghiale tale procedura
d'emergenza è giustificata dallo «stato di pericolo esistente
alla balneazione e alle strutture turistico ricettive». Peccato
che gli avventori vip di Capalbio, meno avvezzi a sgusciare
ostriche con i piedini smaltati affondati nella sabbia rispetto
alle first lady del gotha progressista, non riconoscano affatto
il clima da codice rosso.
Infatti - spiegano - si potrebbe fare il bagno tranquillamente
anche dagli scogli, oppure basta una passeggiata e si trova un
pezzo di spiaggia ancora integro, senza stare a fare troppo i
raffinati. Appunto. Nulla da fare, la conferenza di servizio di
lunedì tra enti locali e soprintendenze per il paesaggio ha
messo in moto il cantiere.
Tra le soluzioni prospettate da Comune, Regione e Provincia per
salvare la tintarella del potere post-sessantottino c'è la messa
in posa di un geotubo sommerso a riva per «preservare il sistema
dunale» come scrivono i tecnici, oltre al riversamento di 10mila
metri cubi di materiale sabbioso così da ripristinare ombrelloni
e lettini.
Quanto alla famosa terrazza sprofondata ai livelli del Pd di
Bersani, l'idea guarda un po' è di «rifondare» l'Ultima spiaggia
ricostruendo la terrazza da rotocalco in posizione più protetta
e riparata dai marosi, meno protesa di prima verso il temibile
Tirreno.
La vista non sarà più quella dei tempi d'oro, ma conviene
accontentarsi. Via libera allora alle dissertazioni sugli
equilibri democratici tra una mano di burraco e una sfida a
bocce. Il reality di Capalbio anche quest'anno potrà cominciare,
direbbe Santoro, peccato che lui se la spassi in costiera
amalfitana.
E proprio i big della sinistra, che nel clou dello scandalo
sulla protezione civile urlavano nei salotti televisivi contro
certa abitudine italica a scivolare nello «stato d'emergenza»,
adesso devono ringraziare chi ha decretato la «somma urgenza»
per restituirle la sede estiva. Perché avviati i lavori sul set
della Maremma, mito ormai sgualcito come quei teli dimenticati
in balia della salsedine, in «dieci giorni» tutto sarà pronto -
assicurano gli architetti. Niente ostruzionismi qui, ci
mancherebbe, non siamo mica in Parlamento. Gli onorevoli in
valigia hanno già le infradito. 10-06-2010]
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1- QUEL CANILE DIVENTATO UNA VILLA ABUSIVA NEL CUORE DI CASTEL
PORZIANO (OASI PROTETTA) - 2- "IL FATTO" SCODELLA UNA TOSTA
INCHIESTA SUL "COLLE DEL DISONORE" (COSÌ LOR SIGNORI IMPARANO A
NON INVITARE IL DIRETTORE PADELLARO ALLA FESTA DEL 2 GIUGNO) -
3- A METTERE NEI GUAI GAETANO GIFUNI, IL POTENTISSIMO SEGRETARIO
GENERALE CHE HA GODUTO PER 20 ANNI DELLA PIENA FIDUCIA DI TRE
CAPI DI STATO, È STATO IL CARO NIPOTINO LUIGI TRIPODI, PER TRE
LUSTRI SEGRETARIO DEL SERVIZIO TENUTE E GIARDINI DI CASTEL
PORZIANO, ACCUSATO DI AVER “CRESTATO” IN SEI ANNI PIÙ DI QUATTRO
MILIONI - 4- FULMINATO ANCHE IL ’PADRE DELLA PATRIA’ CARLETTO
CIAMPI: "NEL 2006, IN VISTA DELL’ARRIVO DEL PRESIDENTE
NAPOLITANO, GIFUNI HA CHIESTO DI ABBANDONARE LA GUIDA DELLA
GRANDE MACCHINA DEL QUIRINALE, MA IL PRESIDENTE CIAMPI LO HA
NOMINATO SEGRETARIO GENERALE EMERITO. UN INCARICO A VITA CHE GLI
CONSENTE DI CONTINUARE A GODERE DI POTERI E PRIVILEGI, COME
FOSSE ANCHE LUI UN EX CAPO DI STATO" -
Rita Di Giovacchino per
Il Fatto
Una villa abusiva nel cuore di Castel Porziano, che per chi non
lo sapesse è oasi protetta, e più di quattro milioni "crestati"
dalle casse della tenuta presidenziale in sei anni. L'inchiesta
della procura di Roma, si è conclusa pochi giorni fa con la
richiesta di rinvio a giudizio di Gaetano Gifuni, il potente
Segretario generale che negli ultimi venti anni ha goduto della
piena fiducia di tre capi di Stato.
A metterlo nei guai è stato il nipote Luigi Tripodi, per tre
lustri segretario del Servizio tenute e giardini. Prima del suo
arrivo di Castel Porziano, San Rossore e villa Rosebery si
occupava il Servizio patrimoni. Tripodi è stato arrestato nel
dicembre scorso dal pm Sergio Colajocco, con l'accusa di
abusivismo edilizio, peculato, falso, truffa e altro ancora, poi
gli sono stati concessi gli arresti domiciliari.
- Copyright Pizzi
Il più illustre zio risponde soltanto del reato di falso, ma
tanto basta ad offuscare la sua fama di eterno vicerè. Nel 2006,
in vista dell'arrivo del presidente Napolitano, Gifuni ha
chiesto di abbandonare la guida della grande macchina del
Quirinale, ma il presidente Ciampi lo ha nominato Segretario
generale emerito. Un incarico a vita che gli consente di
continuare a godere di poteri e privilegi, come fosse anche lui
un ex capo di Stato.
Una volta tanto al Porto delle nebbie va il merito di aver
aperto uno squarcio sul sistema di gestione del Quirinale e sui
suoi conti, su cui c'è sempre stata molta riservatezza. Qualcuno
pensava che la notizia sarebbe esplosa come una bomba, invece
non ha fatto neppure il rumore di un petardo. Eppure la storia
del canile trasformato in villa, gli ammanchi e le ruberie
compiute nell'ufficio che si occupa delle residenze del
Presidente meritano un po' più di attenzione.
Proviamo a raccontarla. A partire da qualche dato acquisito
dalla procura di Roma, non senza difficoltà perché alla
richiesta di informazioni il Quirinale ha risposto con documenti
fitti di omissis su tutto ciò che riguarda spese e regolamenti
di controllo. Anche se va detto che è stata proprio la
Presidenza della Repubblica alla fine del 2009 a presentare "con
grande rammarico" un esposto alla Procura sugli esiti
dell'inchiesta interna.
Nelle casse del Servizio tenute e giardini confluiscono ogni
anno 2 milioni e 700 mila euro, poca cosa rispetto ai 228
milioni del bilancio annuo del Quirinale che, con i suoi 976
amministrativi e i 903 militari distaccati ai servizi di
sicurezza, si trova a sostenere spese di rappresentanza tra le
più alte d'Europa. Somme, comunque rilevanti che, a Castel
Porziano passavano nelle mani di un gruppo ristretto di persone,
che facevano capo a Tripodi, che aveva mano libera grazie al
prestigio dello zio.
Racconta il cassiere Gianni Gaetano, il "pentito"
dell'inchiesta, che la presenza di Gifuni li faceva sentire
protetti: "Tripodi diceva: ‘Come se ne va mio zio io me la
squaglio' ...invece lo zio è rimasto e lui ha viaggiato
tranquillo". Nell'estate 2009 c'erano state le prime proteste
per mancati pagamenti da parte di ditte appaltatrici. Gaetano
aveva dato l'allarme. "Non ci sono più entrate, bisogna stare
attenti a spendere".
Gli accertamenti partono da una somma modesta, 500mila euro che
la vendita di fascine e selvaggina pregiata non era riuscita ad
ammortizzare. Poi si è scoperto che gli ammanchi di cassa erano
ben più corposi e l'indagine si è estesa al direttore della
tenuta di Castelporziano Alessandro De Michelis e ai cassieri
Gaetano e Paolo Di Pietro. I primi due sono ormai in pensione,
l'ultimo è stato trasferito ad altro ufficio.
A conti fatti tra il 2002 e il 2008 sono scomparsi dalle casse 4
milioni e 300mila euro, in media 50-60 mila euro al mese, ma la
procura sospetta che il denaro sparito sia molto di più. Al
cassiere Gaetano Di Pietro il pm ha sequestrato tre milioni e
200 mila euro, somma che gli introiti non giustificano. Anche se
i funzionari del Quirinale sono tra i pubblici dipendenti quelli
che guadagnano di più.
Il direttore della tenuta di Castel Porziano gode di uno
stipendio di 15mila euro al mese, mentre Tripodi - che ha
beneficiato di una liquidazione di 800mila euro - ora percepisce
13mila euro al mese di pensione. Che tuttavia non bastano a
spiegare come l'ex segretario, appena andato in pensione, abbia
comprato a Roma un'altra casa per più di un milione di euro.
Poi è venuto fuori l' "alloggio di servizio". Il vecchio canile,
usato dal nucleo cinofilo dei carabinieri, tra il 2006 e il 2007
si era d'incanto trasformato in una villa a due piani di 180
metri quadri, con tettoia coperta per le auto e duemila metri
quadri di giardino. Tripodi ci si era installato con la famiglia
e non intendeva lasciarla neppure dopo essere andato in
pensione.
Sosteneva di averla costruita a sue spese, tutto in regola pur
trattandosi di zona vincolata. In effetti il via libera c'era
stato, ma a firmare era stato soltanto Gifuni. Per favorire il
nipote, sostiene la Procura, il Segretario generale aveva
falsamente sottoscritto che la commissione alloggi nella seduta
del 20 luglio 2005 aveva approvato la trasformazione del canile
in villa.
Dai verbali risulta invece soltanto una dichiarazione del
vicesegretario generale De Curtis sull'opportunità di assegnare
un alloggio al direttore del Servizio. Ipotesi su cui la
commissione non si era mai pronunciata.
Ma i soldi, si sa, non bastano mai. Gaetano ha confessato di
aver prelevato ogni anno dai 30 ai 45 mila euro "per aiutare il
figlio disoccupato e per pagare i lavori realizzati nel suo
centro ippico". Tripodi, a suo dire, avrebbe invece investito
parte del denaro nella villa. E qui si aprono altri scenari,
perché dall'indagine emerge che gli stessi operai di
Castelporziano, nel tempo libero, avrebbero ristrutturato anche
due case a Roma.
Quella sua e quella dello zio. Tutto per 240mila euro, villa
compresa, un prezzo davvero stracciato. Forse l'impresa si è
rifatta con gli appalti che Tripodi le faceva ottenere. Tutto è
cominciato nel 2002. Racconta Gaetano: "All'inizio ci muovevamo
in modo più leggero...poi man mano...alla fine del mese c'era la
contabilità da mandare a Roma e non è che ci volesse chissà che
per capire che qualcosa non andava. Non se ne parlava... era una
cosa come posso dire... tacita".
La costruzione della villa era cominciata quando Gifuni era
ancora in carica, ma è finita che c'era già il nuovo Segretario
generale Donato Marra nominato da Napolitano. "Marra non sapeva
quando è arrivato...la villa non era finita. ...e quindi è
arrivato su qualcuno, si è fatto delle domande...insomma non so
cosa gli è stato detto. Qualche volta Tripodi mandava la figlia
a prelevare denaro dalla cassa...mi puoi anticipare i soldi?
Lasciava un biancosegno (un foglietto su cui veniva segnata la
cifra ndr). Diciamo che il discorso era sotto gli occhi di
tutti...non era tutto sto' segreto".
Eppure neppure i revisori dei conti se n'erano accorti. Il
funzionario addetto al controllo fu poi promosso ad alto
incarico. Quanto alla villa nessuno ha il coraggio di buttarla
giù. Il Quirinale chiede che sia destinata ad attività
istituzionali.
10-06-2010]
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BUFERA ISRAELIANA SULL’AGENZIA REUTERS CHE HA TAGLIATO E
CANCELLATO IL SANGUE E IL COLTELLO DA almeno tre immagini degli
scontri A BORDO DELLA MAVI MARMARA - E non su dettagli di poco
conto: proprio omettendo le armi E il sangue che secondo il
governo Netanyahu spiegano la violenta reazione dei soldati - LA
REPLICA, PEGGIO DEL BUCO: nessuna censura, solo un malaugurato
errore - E per contrastare LE POLPETTE AVVELENATE DI Al Jazeera,
potrebbe NASCERE Al Judaea...
Francesco Battistini
per "il
Corriere della Sera"
Blow-Up. Una rapida manina e zac, il coltello non c'è più. Un
po' di photoshop e via, sparisce pure la pozza di sangue. Come
in un film di Antonioni: la verità è in uno scatto, la bugia in
un ingrandimento. Da dieci giorni, dalla strage dei pacifisti
turchi sulla nave Marmara, nel mare dell'informazione s'è
scatenata la guerra mediatica che regolarmente precede,
accompagna e segue qualsiasi cosa riguardi Israele.
L'ultimo siluro arriva a una delle più grandi, antiche e
credibili agenzie d'informazione mondiale: la Reuters. Che prima
un blogger indipendente (Little Green Footballs), poi due
giornali israeliani ( Haaretz e Yedioth Ahronot), infine il
governo Netanyahu accusano d'aver violato un sacro comandamento
del giornalismo. Tagliando e ritoccando almeno tre immagini
degli scontri di quella notte.
E non su dettagli di poco conto: proprio omettendo i particolari
(le armi, il sangue) che secondo Israele spiegano la violenta
reazione dei soldati. Gli stessi scatti sono stati pubblicati
dal quotidiano turco Hurryet: peccato che su questo si veda (e
sulle foto Reuters no) un soldato israeliano circondato dai
pacifisti turchi, uno dei quali brandisce un coltello; peccato
che sul giornale compaia (e su Reuters no) una pozza di sangue,
sangue perduto dal soldato.
Immagini & indagini: ci vuol molto meno, di solito, a
insospettire il governo israeliano. Che già considera ostile
gran parte della stampa straniera. E già ha un conto aperto con
l'agenzia inglese: nel 2006, in piena guerra del Libano, Reuters
fu incolpata d'avere reso un po' troppo «sexy» la foto d'una
casa libanese bombardata da Tsahal, aggiungendovi del fumo che
non c'era.
«Vorremmo che la direzione ci spiegasse meglio la situazione», è
la protesta ufficiale del ministro dell'Informazione, Yuli
Edelstein: «Quali sono le ragioni che hanno spinto la redazione
a diffondere queste immagini tagliate?».
Da Londra, la risposta arriva quasi subito: nessuna censura,
solo un malaugurato errore, peraltro subito riparato. Ma è stata
una polpetta avvelenata fornita dai pacifisti del' Ihh, che in
questi giorni si sono distinti anche nel diffondere un certo
numero di bufale? « Reuters s'impegna a diffondere le sue
notizie in maniera accurata e aderente ai fatti- dice una nota
-. Tutte le immagini trasmesse dal nostro servizio vengono
sottoposte a un severo processo di valutazione e selezione
editoriale.
Le immagini provenivano da Istanbul e, secondo la normale
pratica redazionale, sono state preparate per la trasmissione,
in un procedimento che include anche il taglio dei bordi. Quando
si è accorta che un pugnale era stato inavvertitamente tagliato
dalle immagini, Reuters ha sostituito le immagini con quelle
originali sul suo intero servizio». E la chiazza di sangue? Chi
l'ha cancellata? No comment.
Che tre foto scatenino tanta bufera, spiega l'atmosfera: a
Gerusalemme c'è nervosismo. L'aria di chi si sente, a torto o a
ragione, assediato dall'opinione pubblica internazionale.
S'aspetta l'okay americano, che non arriva, sulla commissione
mista (esperti israeliani, più due giuristi stranieri, ma nessun
turco) che il governo Netanyahu vorrebbe nominare un po' in
fretta, se non altro per placare le proteste internazionali
sulla strage: al momento, un'intesa non sembra all'orizzonte.
L'inchiesta internazionale può attendere. E allora comincia a
lavorare la commissione militare, guidata dal generale Giora
Eiland, che però dovrà limitarsi a valutare eventuali errori
giuridici e tecnici dell'operazione militare, tralasciando
questioni più complesse.
Dall'altra parte, non c'è fretta: l'Iran sta preparando le sue
tre navi di pasdaràn, dicendo che il blocco verrà rotto passando
dalle acque egiziane; la freedom Flotilla promette una nuova
spedizione di 20 navi e 5mila volontari a settembre; Amr Moussa,
il leader della Lega araba, annuncia che per la prima volta
(proprio così) tenterà di mettere piede pure lui a Gaza.
«Dobbiamo prepararci a un'offensiva anche mediatica», dice il
ministro Edelstein. Anche per questo, a Gerusalemme stanno
pensando a una tv all news, per propalare le verità del governo
israeliano e "cominciare a vincere, se non per ko, almeno
qualche round, e poi un altro round, e alla fine vincere ai
punti». Il canale andrà via satellite o su internet. E per
contrastare Al Jazeera, il colosso arabo, potrebbe trovarsi un
nome che è tutto un programma: Al Judaea.
[09-06-2010]
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PIERCAZZEGGIANDO CASINI (TRAVAGLIO IN MISSIONE DI LESO
SCIACALLAGGIO SULL’INTOCCABILE DI PIETRO) - "nel 2007 sfilò al
Family Day essendo molto affezionato alla famiglia al punto da
averne due. Quanto alle case, acquistò assieme all’ex moglie un
intero palazzo “a prezzi di saldo” - NELL’UDC, il SUO braccio
destro è Lorenzo Cesa, arrestato Nel ’93 per le mazzette che
incassava per conto del ministro Prandini. IL SERBATOIO
ELETTORALE SI CHIAMA Totò Cuffaro, condannato in appello per
favoreggiamento alla mafia"....
Marco Travaglio per "il
Fatto Quotidiano"
Ancora
nulla di fatto per la seconda puntata della serie "Silenzi e
ambiguità dell'onorevole..." inaugurata dal Corriere apposta per
Di Pietro, chiamato a discolparsi per le case che non ha
affittato e non ha abitato, ma soprattutto per essersi laureato
in quattro anni invece di andare fuoricorso e per aver segnalato
il luogo e i protettori della latitanza del faccendiere Pazienza
alle Seychelles anziché farsi i fatti suoi.
In
compenso, al dossier del Corriere si appiglia un noto statista,
già portaborse di Bisaglia e Forlani, poi assurto nientemeno che
alla presidenza della Camera e ora finto oppositore del governo:
Pier Ferdinando Casini. "Di Pietro - dice Piercasinando - è uno
sciacallo che costruisce la sua fortuna politica sulle disgrazie
del Paese e su un moralismo che non mi piace. Ci ha spiegato per
anni, quando si parlava degli altri, che un conto sono le verità
processuali, un conto la necessità che un politico sia al di
sopra di ogni sospetto.
Valuti
Di Pietro se il suo comportamento da magistrato e da politico è
stato al di sopra di ogni sospetto". Casomai Di Pietro volesse
un aiutino per valutare il suo comportamento da magistrato, ecco
quel che gli scriveva sulla Stampa un certo Casini il 24 marzo
1995: "Caro Di Pietro, i tuoi articoli rivelano passione civile
e senso dell'opinione pubblica e mi inducono a darti un caloroso
benvenuto.
Ho
trovato nelle tue parole qualche assonanza con lo sforzo che
stiamo facendo per moderare i toni della contesa e superare le
derive ideologiche... Il mio benvenuto, perciò, è ancora più
caloroso. Da parte mia ti esprimo consenso soprattutto per il
tuo rifiuto ‘della politica urlata, insultata, violentata'.
L'insieme delle tue considerazioni segnala quanto sia
indispensabile un lavoro comune per riportare lo scontro
politico su binari meno rissosi.
Spero
sia l'inizio di un percorso. Noi del Ccd l'abbiamo avviato da
tempo. Se è lo stesso, ci incontreremo. Se sarà diverso, vale
almeno la constatazione di esserci trovati in sintonia
sull'interesse generale". E il 4 aprile ‘95: "Spero che Di
Pietro in politica contribuisca a saldare il rapporto incrinato
tra opinione pubblica e i suoi rappresentanti". E il 14 aprile
'95: "Per Di Pietro ci vuole un ruolo di primo piano
nell'alleanza di centrodestra, la sua collocazione più naturale.
Dovrebbe essere uno dei leader della coalizione".
Ma
Piercazzeggiando è un tipo spiritoso: nel 2007 sfilò al Family
Day essendo molto affezionato alla famiglia al punto da averne
due. Quanto alle case, il Corriere potrebbe dedicare un bel
servizio a quel che scoprì L'espresso tre anni fa: Casini aveva
acquistato assieme all'ex moglie un intero palazzo in una delle
zone più prestigiose di Roma, intestando gli appartamenti alla
sua prima signora, all'ex suocera e alle due figlie di primo
letto, il tutto "a prezzi di saldo".
Volendo, poi, si potrebbe dare un'occhiata a quel tabernacolo di
moralità che è l'Udc. In Sicilia, per dire, il suo uomo è Totò
Cuffaro, condannato in appello per favoreggiamento alla mafia:
nel 2006 Casini disse che non avrebbe candidato "nessun
inquisito tranne Cuffaro" perché "sulla sua innocenza garantisco
io". Siccome porta pure bene, Cuffaro fu condannato in primo
grado per favoreggiamento semplice e in secondo per
favoreggiamento mafioso.
Ma il
"garante" della sua innocenza è sempre lì a pontificare. Lui
che, da presidente della Camera, fece sapere urbi et orbi che
aveva telefonato a Dell'Utri "i sensi più profondi di stima e
amicizia" mentre il Tribunale di Palermo era in Camera di
consiglio per giudicarlo per mafia: fu poi condannato a 9 anni.
Poi c'è Lorenzo Cesa, il braccio destro di Pier.
Nel '93 fu
arrestato per le mazzette che incassava per conto del ministro
Prandini, detto "Prendini". Appena giunto a Regina Coeli, firmò
un verbale da far impallidire Pietro Gambadilegno: "Intendo
svuotare il sacco". Appena l'ha saputo, Casini l'ha promosso
deputato e segretario dell'Udc. E poi rieccolo a fare la morale
agli incensurati. Come diceva Longanesi, "credono che la morale
sia la conclusione delle favole".
[09-06-2010]
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I
COLLEZIONISTI DI POLTRONE - ALTRO CHE PARLAMENTARI! MEJO BANCHE,
GIORNALI, TEATRI, CINEMA, SANITÀ, UNIVERSITÀ E UN PIZZICO DI
MATTONE - 68 SOCIETÀ QUOTATE SU 71 (SENZA QUINDI CONTARE le NON
QUOTATE, ASSOCIAZIONI E FONDAZIONI) CONDIVIDONO UN CONSIGLIERE!
– DALLO SCARPARO A PALLINI AL BERLUSCONE ERMOLLI, AI SIGNORI DEL
CEMENTO PESENTI - MA ANCHE MOLTI ’FIGLI DI’ (JOHN ELKANN, LE
SORELLE LIGRESTI, PIERSILVIO E MARINA) – L’ELENCO COMPLETO DELLE
CARICHE…
Giovanna
Lantini per "il
Fatto Quotidiano"
Banche,
giornali, teatri, cinema, sanità, università e un pizzico di
mattone. Sono le passioni più diffuse tra i consiglieri di
amministrazione italiani. Che, carte alla mano, non mancano
certo di una spiccata versatilità. Secondo l'Osservatorio Board
Index Spencer Stuart Italia, su 71 grandi imprese del listino
principale di Piazza Affari, ben 68 hanno un amministratore in
comune.
Dalle
ultime rilevazioni della Consob sull'applicazione in Borsa della
normativa 2008 sul cumulo degli incarichi, poi, emerge che pur
essendoci stata una recente riduzione del numero di poltrone pro
capite, c'è sempre un 4% di amministratori e sindaci che hanno
più di 30 incarichi (nel 2007 era il 20,5%), con un numero
massimo di poltrone che nel 2009 ha raggiunto quota 62 (108 nel
2007) e un valore medio di 12,5 mandati (19,2 nel 2007). Tutto
questo naturalmente senza contare poltrone anche in società non
quotate, associazioni e fondazioni.
UN POSTO
IN CDA PER I FIGLI SI TROVA SEMPRE
In questo scenario di incarichi incrociati contro cui si sono
espresse anche Bankitalia e Antitrust, ci sono manager,
imprenditori e superconsulenti che cumulano numerose poltrone di
prestigio. Anche fra gli astri nascenti e i "figli di"
dell'imprenditoria del Paese. Un esempio fra tanti è quello di
John Elkann che, oltre agli incarichi al vertice delle società
della galassia Fiat, che includono "La Stampa" e la controllante
Itedi, coltiva una spiccata passione per i media internazionali.
L'erede di
Gianni Agnelli siede infatti nei consigli di amministrazione di
Rcs Mediagroup, Le Monde e The Economist. Cariche che vanno
aggiunte alle poltrone in Banca Leonardo, Confindustria e
Fondazione Italia-Cina, senza contare la vicepresidenza dell'Italian
Aspen Institute e della Fondazione Giovanni Agnelli, la guida
del forum delle imprese italo-francesi e la vicepresidenza di
Italia 70, la società a capo del consorzio italiano che
parteciperà alla prossima Volvo Ocean Race, la più importante
regata d'altura intorno al mondo che partirà da Alicante nel
2011.
Sarà forse
il retaggio della cultura trasmessa dall'ex presidente del
Lingotto, Luca Cordero di Montezemolo, in passato in vetta alla
classifica dei più poltronati d'Italia e oggi relegato "solo"
alla presidenza della Ferrari, oltre che al ruolo di consigliere
della società dell'amico Diego Della Valle, Tod's, nonché di
amministratore indipendente nel board del gruppo francese del
lusso Ppr e di consigliere delle aziende di famiglia, tra cui il
futuro concorrente delle Ferrovie, la Nuovo Trasporto
Viaggiatori.
Poltrone
cui vanno aggiunti gli incarichi in Telethon Italia, in
Citigroup, nel gruppo editoriale d'Oltralpe Le Monde e, da
pochissimo, nel consiglio di amministrazione di Rcs Quotidiani.
Oltre, ovviamente, alla presidenza della Fondazione Italia
Futura.
Sarà forse
l'effetto della fama legata a Confindustria, del resto anche
l'attuale numero uno dell'associazione degli imprenditori, Emma
Marcegaglia, cumula diversi incarichi: amministratore delegato
dell'omonimo gruppo di famiglia, ha appena lasciato i consigli
di amministrazione della Indesit Company dei Merloni e della
Italcementi dei Pesenti, ma siede nel board della Bracco, della
Gabetti Property solutions e della Siderfactor.
È
presidente di Mita Resort, società che gestisce il Forte Village
di Santa Margherita di Pula (Cagliari) e della Società Turismo &
Immobiliare. È vicepresidente di Italia Turismo e presidente
della Fondazione Aretè Onlus per il sostegno dell'attività
dell'Università Vita-Salute San Raffaele di don Verzé. Quanto ai
giornali, non va dimenticato che alla Confindustria fa capo il
quotidiano economico più diffuso in Europa, "Il Sole 24 Ore".
Tornando
ai "figli di", tra i più attivi accanto al giovane Elkann e a
Matteo Cordero di Montezemolo, spiccano le sorelle Ligresti.
Jonella è presidente delle società di famiglia Fondiaria-Sai e
di Sai holding Italia, vicepresidente del marchio di lusso della
sorella Giulia, Gilli e della finanziaria Premafin, oltre che
consigliere di Assonime, Finadin, Italmobiliare (gruppo Pesenti),
Mediobanca, Milano Assicurazioni e Rcs Mediagroup.
Quanto a
Giulia Maria, oltre che nelle società di casa Ligresti, siede
nel consiglio di amministrazione di Pirelli & C e nel blasonato
cda dell'Orchestra Filarmonica della Scala di Milano. Passando
alla prole di Carlo De Benedetti, Rodolfo e Marco, il primo
cumula 12 mandati (oltre alle imprese di famiglia ci sono la
ginevrina Banque Syz e dell'assicuratrice Allianz), mentre il
secondo lo segue con 10 incarichi e, complice il ruolo di numero
uno in Italia del fondo di private equity Carlyle, siede nei
consigli di Parmalat e Moncler.
Più
defilati, invece, i due Berlusconi junior, Marina e Piersilvio,
che sono concentrati su Mondadori, Mediaset e affini (fra cui
Telecinco, Medusa, Publitalia‘80, Fininvest). Salvo poi
riservarsi comunque un posto, per Marina, nel salotto buono di
Mediobanca, la banca d'affari che decide le sorti delle più
importanti imprese del Paese.
I GRANDI
NOMI CON IL DONO DELL'UBIQUITÀ
Fra gli
imprenditori multincarico, uno dei più attivi è Diego Della
Valle, 15 poltrone tra cui un brillante posto, da indipendente,
anche nel cda del gruppo del lusso francese Lvmh. Il numero uno
di Tod's, è presidente d'onore della Fiorentina, amministratore
delle Generali, della Rcs Quotidiani e della Compagnia
Immobiliare azionaria, società del mattone che fa capo
all'editore del secondo quotidiano finanziario del Paese,
Mf-Milano Finanza.
Senza
contare le numerose società personali e di famiglia tra le quali
non manca una Fondazione Della Valle Onlus, l'imprenditore
marchigiano è anche membro del Comitato di sostegno della
Fondazione Umberto Veronesi, amministratore di Le Monde Europe e
membro dei patti di sindacato di Mediobanca ed Rcs. Della Valle
è anche socio di Piaggio, Bialetti e Cinecittà, oltre a
condividere, insieme all'amico Montezemolo il cda della Ferrari
e della Nuovo Trasporto Viaggiatori.
Degno di
nota anche il sedicente pensionato Carlo De Benedetti, 21
incarichi, che oltre alle poltrone nelle proprie aziende e in
svariati club esclusivi e università internazionali, occupa una
delle seggiole del consiglio di sorveglianza della Compagnie
Financière Edmond de Rothschild Banque.
Il
fratello Franco ha invece diversificato e oltre che nelle
società di famiglia, ha una presenza più variegata in aziende
come Piaggio, Iride, Banca Popolare Milano e China Milano equity
exchange. In calo rispetto al passato, ma pur sempre ricca di
impegni anche l'agenda del vicepresidente di Mediobanca, Marco
Tronchetti Provera. L'ex numero uno di Telecom Italia è
presidente della Pirelli & C, della controllante Camfin e del
Gruppo Partecipazioni industriali.
Presidente
e socio accomandatario della Marco Tronchetti Provera Sapa,
amministratore dell'Inter e dell'Alitalia, nonché presidente
della Fondazione Silvio Tronchetti Provera per la promozione
della ricerca scientifica, consigliere di amministrazione
dell'Università Bocconi di Milano e presidente onorario italiano
del Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti.
I signori
del cemento Pesenti padre e figlio, invece, si dividono i ruoli:
oltre alle aziende di famiglia Franco Tosi, Italmobiliare e
Italcementi - il cui codice di autodisciplina prevede che "sia
compatibile con un efficace svolgimento della carica ricoprire
non più di 5 incarichi come amministratore esecutivo e 10 come
non esecutivo o indipendente o sindaco" - Giampiero è presidente
del patto che controlla Rcs, siede nei board di Rcs Quotidiani,
di Pirelli & C, della Mittel di Giovanni Bazoli,
dell'assicurazione Allianz, di una banca off-shore, la Compagnie
Monegasque banque e della Finter Bank Zurich. Il figlio Carlo,
invece, fa parte anche dei cda di Unicredit, Mediobanca e Rcs.
Per il
patron dei freni Brembo e vicepresidente di Confindustria,
Alberto Bombassei, invece, oltre al Chilometro rosso c'è spazio
anche per la ex Autostrade per l'Italia dei Benetton, Atlantia,
per Italcementi, per gli pneumatici di Pirelli & C, i fiori di
Ciccolella e i treni della Nuovo Trasporto Viaggiatori di
Montezemolo.
I RECORD
DELLE CARICHE VA AI SUPER CONSULENTI
Dove poi la mano diretta dell'imprenditore non può o non vuole
arrivare, largo a consulenti e uomini di comprovata fiducia.
Primato indiscutibile nella prima sottocategoria a Massimo
Cremona, associato e fondatore dell'apprezzato studio milanese
di fiscalisti Pirola Pennuto Zei, che assomma sotto di sè ben 49
incarichi.
Professore
a contratto all'università Cattolica di Milano, è consulente di
"importanti gruppi italiani ed esteri con particolare
riferimento alle attività finanziarie, bancarie e assicurative".
Tra le numerose poltrone, accanto a quella nel consiglio di
amministrazione della Compagnia Finanziaria De Benedetti, che
attraverso Cir controlla L'Espresso, ne ha una nel collegio
sindacale di Rcs Periodici e Rcs Digital e, per restare in tema
Editoriale, un'altra nell'editrice Abitare Segesta (sempre Rcs).
Ottimamente piazzato anche Bruno Ermolli, che oltre a sedere
nelle principali società della famiglia Berlusconi, Fininvest,
Mediaset, Arnoldo Mondadori, Mondadori France e Mediolanum, è
presidente di Promos, l'azienda speciale della Camera di
Commercio di Milano dedicata alle attività internazionali delle
piccole e medie imprese locali, consigliere e membro di giunta
della Camera stessa e, quindi, vicepresidente della Fondazione
Teatro alla Scala, consigliere dell'Università Bocconi e del
Politecnico di Milano, nonché consigliere, fresco di riconferma,
della potente Fondazione Cariplo e membro dello European
advisory council della banca d'affari americana Jp Morgan.
Per
restare vicino ad Arcore, se Ermolli si dà alla musica, il
numero uno di Mediaset, Fedele Confalonieri, peraltro noto
appassionato di pianoforte, preferisce l'editoria e i media con
un posto nel consiglio del Il Giornale cui affianca una sedia
nel direttivo della Confindustria milanese, Assolombarda, oltre
alla presidenza della Federazione nazionale delle imprese
televisive, all'incarico di consigliere della Fondazione
Biblioteca di via Senato e alla poltrona nella giunta di
Assonime.
Tornando
ai consulenti, un cenno merita Berardino Libonati, presidente di
Telecom Italia Media, amministratore di Telecom Italia, Rcs,
Esie Pirelli&C., oltre che numero uno dell'Istituto
Internazionale per l'unificazione del diritto privato
internazionale. Tra gli uomini di fiducia, non bisogna
trascurare Massimo Pini, vicepresidente di Rcs Periodici, carica
nata proprio con il suo ingresso nel consiglio della divisione
del gruppo editoriale all'interno del quale rappresenta la
famiglia Ligresti.
Il
craxiano Pini è anche consigliere e membro del comitato
esecutivo di Milano Assicurazioni, carica che riveste anche per
l'Istituto europeo di Oncologia di Milano per conto di
Unicredit, consigliere della finanziaria dei Ligresti Finadin,
consigliere e vicepresidente, nonché membro del comitato
esecutivo, di Immobiliare Lombarda, consigliere e vicepresidente
di Aeroporti di Roma fresco di riconferma e, infine,
vicepresidente e membro del comitato esecutivo di Fondiaria Sai.
Tra coloro
che godono della piena fiducia di De Benedetti senior spicca
invece Massimo Segre, 30 incarichi complessivi, tra i quali,
solo per gli editori di Repubblica, il ruolo di consigliere di
Cir, Cofide, Romed, Management & Capitali, Marco De Benedetti
Consulting e di una delle ultime creature di casa De Benedetti
che si occupa di noleggio di mezzi di trasporto aereo, La
Farfalletta.
Incarichi
cui si aggiungono, tra gli altri, quello di consigliere di Borsa
Italiana, di vicepresidente del travagliato gruppo immobiliare
Ipi, già dell'immobiliarista Danilo Coppola, di sindaco della
holding dei Pininfarina, la Pincar, nonché ovviamente, quella di
socio amministratore dello Studio Segre.
I GRAND
COMMIS TRA STATO E MERCATO
Fra i dirigenti, da segnalare il forte impegno di Enrico
Cucchiani, numero uno di Allianz in Italia che, oltre ad avere
una decina di incarichi per conto del proprio gruppo in Italia e
all'estero, è anche consigliere di Pirelli & C, di Illycaffé,
della Editoriale FVG - Divisione Il Piccolo (Gruppo L'Espresso),
presidente della Mib Schhol of Management, membro dell'advisory
council della Stanford University, membro della Trilateral
commission, dell'Aspen Institute, del consiglio relazioni
Usa-Italia, dell'Istituto per gli studi di politica
internazionale Ispi, del foro di dialogo italo-tedesco, dell'advisory
council della Bocconi International, delle Associazioni Civita e
Intercultura e dell'Ania.
Buon
collezionista, poi, il neo presidente del patto di sindacato di
Mediobanca Angelo Casò, che ricopre 14 incarichi. Si va dalla
presidenza del collegio sindacale di Indesit Company (Merloni),
Benetton Group, Vittoria Assicurazioni, Bracco, Bracco Imaging,
Edizione (gruppo Benetton), Fiditalia (Société Générale) e
Vestar Capital alla poltrona di sindaco del fondo di private
equity Barclays.
Pochi ma
buoni, invece, per il presidente della banca del Papa, Ettore
Gotti Tedeschi, numero uno dello Ior dal 2009, che è anche
consigliere di Unifin, presidente di F2I, il fondo italiano
perle infrastrutture guidato da Vito Gamberalee sponsorizzato
tra gli altri dalla CdP, consigliere della Cassa depositi e
prestiti e della società di gestione del risparmio della Cassa
cui fa capo il fondo nazionale per l'edilizia sociale, Cdp
Investimenti, nonché rappresentante del Banco Santander in
Italia.
Massima
analoga per Massimo Ponzellini, presidente sia della Banca
Popolare di Milano che della multinazionale delle costruzioni
Impregilo, consigliere e membro del comitato esecutivo
dell'Istituto europeo di oncologia, vicepresidente di Ina
Assitalia e consigliere e membro del comitato di gestione del
Fondo interbancario di tutela dei depositi. L'avvicinarsi del
78esimo compleanno non frena poi l'attivismo di Franco Tatò
presente in almeno 20 società italiane.
Fresco di
uscita dall'immobiliare Ipi e di nomina a liquidatore del gruppo
Viaggi del Ventaglio, il marito di Sonia Raule è anche
presidente del gruppo di marketing e comunicazione integrata
quotato in Borsa Fullsix, amministratore delegato dell'Istituto
dell'Enciclopedia italiana Treccani, presidente e amministratore
delegato della Mikado Film, presidente della banca d'affari
milanese La Compagnia Finanziaria e della Lauda Air srl. Un
capitolo a parte, infine, meriterebbe Fabrizio Palenzona.
Il
vicepresidente del gruppo Unicredit, trova tempo anche per i cda
di Mediobanca, nonché per gli impegni in qualità di presidente
di Assaeroporti, di Aeroporti di Roma, di Aviva Italia
(assicurazioni), di Faiservice (autotrasporto),
dell'Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e
Trafori, di Conftrasporto, della Fondazione Slala - Sistema
logistico del Nord Ovest d'Italia, oltre che per i cda
dell'Associazione bancaria italiana, della Fondazione Cassa di
Risparmio di Alessandria e del comitato esecutivo della giunta
degli Industriali di Roma.
L'elenco
completo delle poltrone e delle società su
www.ilfattoquotidiano.it07-06-2010]
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METTI IL
PAPARAZZO SOTTO IL MATERAZZO – ZAPPADU CHE OSò ZAPPARE
NELL’HAREM BERLUSCONE DI VILLA CERTOSA SI è DATO LA ZAPPA SUI
COJONI: lascia l´Italia e chiede asilo politico al governo
spagnolo - "Sono stato licenziato dal gruppo E-Polis per il
quale lavoravo come fotoeditor a Cagliari, avevo messo in conto
che in questa partita con Berlusconi sarei finito nel
tritacarne. Ora ne ho la certezza
Paolo
Berizzi per "la
Repubblica"
Antonello
Zappadu lascia l´Italia e chiede asilo politico al governo
spagnolo. Il fotoreporter protagonista, con i suoi scatti, dello
scandalo delle fotografie di Berlusconi a villa Certosa annuncia
la sua decisione a un anno esatto dal sequestro, disposto dalla
procura di Roma, dei computer contenenti migliaia di immagini,
una parte delle quali ritraevano il presidente del Consiglio e i
suoi ospiti nella residenza di Porto Rotondo.
«È ancora
tutto in mano ai magistrati - spiega Zappadu - nonostante tre
richieste di dissequestro presentate dai miei avvocati, e
nonostante un pm e un gip abbiano già stabilito che non c´è
stata violazione di domicilio».
Zappadu
parla al telefono dalla Colombia, dove trascorre la maggior
parte del tempo. «Me ne vado dall´Italia perché mi sento
perseguitato politicamente per motivi giornalistici» (è questa
la motivazione riportata sui documenti che i legali invieranno
al governo di Zapatero).
Paradosso?
Ironia della sorte? Nemesi o contrappasso? «Lo so, qualcuno
sorriderà, visto che è proprio Berlusconi che dice da sempre di
sentirsi perseguitato dai giudici. Ma non mi importa.
Berlusconi, nonostante le "persecuzioni", è ancora presidente
del Consiglio. Al sottoscritto, solo perché ho documentato certe
abitudini del capo del governo, hanno fatto terra bruciata
intorno».
Denunciato
dal premier per tentata truffa (reato archiviato), violazione
della privacy e violazione di domicilio (la Cassazione ha
accettato il ricorso dei legali di Berlusconi contro la
richiesta di archiviazione del gip), il fotografo sardo è
amareggiato e preoccupato: «Sono stato licenziato dal gruppo
E-Polis per il quale lavoravo come fotoeditor a Cagliari, avevo
messo in conto che in questa partita con Berlusconi sarei finito
nel tritacarne. Ora ne ho la certezza».31-05-2010]
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LOTTA DI CASSA TRA COMPAGNI: QUEI 30MILA€
SCOMPARSI AL PDCI - LA GENEROSA MUSSOLINI STACCA LA IERVOLINO -
PER TRAVAGLIO DIVIETO D’ACCESSO AL TEATRO ANTICO DI TAORMINA –
LE AMMISSIONI DEL SINDACO IDV: “HO FATTO USO DI DROGA” - L’AMICO
DI FALCONE STRONCA L’ANTIMAFIA DI PISANU & C
Dal
"Giornale"
- I
COMPAGNI ESPROPRIANO I COMPAGNI: QUEI 30MILA EURO SCOMPARSI AL
PDCI...
Per carità, il vil denaro non interessa. Loro sono compagni,
duri e soprattutto puri. Però quando c'è di mezzo una cassa
vuota e un conto tanto rosso che può servire solo da sfondo per
la bandiera, beh, le cose cambiano un po'. E ci sta anche di
rivolgersi a quell'autorità costituita così spesso contestata. I
compagni furiosi sono quelli del Pdci, dei Comunisti italiani. O
meglio, quelli rimasti dopo l'ennesima scissione. E la loro
battaglia stavolta non la fanno al centrodestra o al padrone che
affama gli operai.
Enrico
Vesco, segretario regionale ligure, Tirreno Bianchi, segretario
provinciale e Giorgio Devoto, assessore alla Provincia di Genova
hanno chiesto agli avvocati di denunciare i compagni Roberto
Delogu e Guido Ricci, rispettivamente segretario cittadino e
tesoriere del partito fino a un anno fa. Fino a quando cioè, tra
una scissione e una nuova federazione, la sinistra aveva vissuto
l'ennesimo terremoto.
Delogu e
Ricci avevano lasciato il Pdci non senza polemiche. E
soprattutto non senza il fondo cassa. Trentamila euro, secondo
quanto spiegato nell'esposto preparato dall'avvocato Sabrina
Franzone e finito sulla scrivania del pm Francesco Cardona
Albini. Che per gli attuali dirigenti stavolta non ci sia da
pensare al colpo dei soliti ignoti è confermato anche dal
materiale allegato alla denuncia.
Per far
capire al magistrato che i compagni hanno preso i soldi, alla
denuncia è allegata tutta una dettagliata documentazione secondo
la quale sul conto sarebbero rimasti solo 700 euro, mentre nelle
casse della Sinistra popolare sono arrivati versamenti cospicui,
mentre a Delogu sarebbero stati versati 5mila euro come rimborsi
di spese elettorali. Tutte spese e bonifici effettuati prima che
il neosegretario Vesco riuscisse a bloccare il conto corrente
sul quale non aveva la firma. La causa è aperta. L'obiettivo è
che stavolta i compagni che sbagliano, paghino.
4-
ASSISTENZA AI MINORI, LA MUSSOLINI STACCA LA IERVOLINO...
Tre bonifici bancari, due da tremila euro e uno da duemila, ad
altrettanti istituti scolastici che assistono i minori a rischio
di Napoli. La donazione arriva dalla deputata Pdl Alessandra
Mussolini, che ha così devoluto la sua indennità di neoeletta
consigliere regionale della Campania (ruolo incompatibile con la
carica di parlamentare) a tre strutture che fanno capo all'Uneba
(Unione degli Istituti di Assistenza Sociale), presieduta dal
professore Lucio Pirillo.
Si tratta
però solo di una boccata d'ossigeno per i semiconvitti (il don
Guanella di Scampia, il cardinale Corrado Ursi di Forcella e un
centro laico) visto che tutti e tre gli istituti rischiano la
chiusura: l'amministrazione Iervolino è infatti loro debitrice
di 20 milioni. «Peccato che il gesto della Mussolini sia
solitario e non venga seguito da altri politici. Perché non lo
fanno anche Bassolino e la Iervolino?», domanda Pirillo.
5- PER
TRAVAGLIO DIVIETO D'ACCESSO A TEATRO...
Di solito le critiche più feroci alle opere dell'intelletto
arrivano dagli stessi autori, i peggiori critici di loro stessi.
Di solito. Con Marco Travaglio non accade: in questo caso il
grillo parlante guru degli anti Cav giudica le sue opere molto
meglio di quanto non facciano altri, ad esempio il
soprintendente ai Beni Culturali di Messina.
Un
esterrefatto e indignato Travaglio ha lanciato ieri strali («è
una cosa che si commenta da sola») contro la decisione della
soprintendenza siciliana di vietargli l'utilizzo del teatro
antico di Taormina per il suo spettacolo «Promemoria». Gli iter
delle autorizzazioni per l'uso dei teatri antichi prevedono del
resto «ove sussistano perplessità sulla validità culturale delle
manifestazioni», anche il parere del «comitato tecnico
consultivo». E visto l'esito della vicenda, non è difficile
immaginare che verdetto abbia dato il consulto.
6- IL
SINDACO IDV: «HO FATTO USO DI DROGA»...
Poteva succedere solo a Racalmuto, il paese siciliano che ha
dato in natali a Leonardo Sciascia. Il sindaco Salvatore
Petrotto, ha ammesso in tv di aver fatto uso di droga nel 2007,
all'inizio del suo mandato. «So di aver fatto una porcata e mi
scuso, ma ora sono pulito e non accetterò altre speculazioni».
L'outing potrebbe non essere sufficiente a salvare la poltrona
del docente di Lettere, eletto con l'Idv e passato con l'Mpa
dopo l'esordio in politica con la Rete di Leoluca Orlando: un
suo assessore era stato arrestato in un blitz antidroga dei
carabinieri.
7- L'AMICO
DI FALCONE STRONCA PISANU & C. «L'ANTIMAFIA? INUTILE»...
«La Commissione antimafia? È inutile». Così Giuseppe Ayala, ex
pm antimafia, accusatore numero uno al maxiprocesso di Palermo e
amico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ha stroncato la
commissione presieduta dall'ex ministro dell'Interno Giuseppe
Pisanu. Seduto in una poltrona viola, sabato scorso a Chiari
(Brescia), davanti a un'assemblea di studenti, Ayala non ha
concesso sconti: i vertici istituzionali del biennio '92-93
scandito dalla morte dei due magistrati e dagli attentati di
Milano, Firenze e Roma, lanciano messaggi sugli strani rapporti
che schegge di Stato avrebbero avuto con servizi segreti,
massonerie e mafia? «Giovanni (Falcone, ndr) fu il primo a
capirlo. Se la mafia si è infiltrata nello Stato, ha i suoi
uomini anche nei servizi segreti... Conosco benissimo il
procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, che se ne sta
occupando. È una persona per bene, serissima e bravissima, ma si
troverà davanti un muro di gomma».01-06-2010]
|
|
-
ALEMANNO STACCA UN ASSEGNO DI 280MILA EURO (PIÙ 30MILA PER LE
SPESE DI VIAGGIO) IN CAMBIO DI UN RAPPORTO DEL BOLLITO RIFKIN
SULLA "TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE". LA COMUNITÀ SCIENTIFICA
CONSIDERA RIFKIN UNA RUOTA SGONFIA E SONO IN MOLTI A PENSARE CHE
IL GURU CAMPI DI RENDITA IN NOME DI UN'UTOPIA IMPROBABILE E
INAPPLICABILE
Non è un male se un sindaco non parla inglese e quando incontra
personalità straniere utilizza un traduttore.
Così è
avvenuto alla fine della settimana scorsa quando nei saloni di
Palazzo Colonna il sindaco dalle scarpe ortopediche, Gianni
Alemanno, ha incontrato i manager dell'Ibac, una specie di
compagnia di giro di stampo rotariano che ogni anno si riunisce
in qualche capitale del mondo.
Ciò che
invece appare poco digeribile è il retaggio di provincialismo
che sta alle spalle di molte iniziative altisonanti di cui si
conosce sin dall'inizio l'assoluta inutilità. Ieri se ne è avuto
un esempio durante al conferenza stampa di due ore in cui il
primo cittadino del Campidoglio ha presentato il Masterplan
sull'Ambiente del guru americano Jeremy Rifkin.
Costui è
un economista di 67 anni che dopo aver partecipato alle
battaglie degli ambientalisti, ha scritto un'infinità di libri
in cui si parla di entropia, empatia, alchimia, alghemia. La sua
visione da vegetariano doc che combatte gli eccessi della
tecnologia e del petrolio, ha affascinato il buon Alemanno che
sei mesi fa ha staccato un assegno di 280mila euro (più 30mila
per le spese di viaggio) in cambio di un rapporto sulla "terza
rivoluzione industriale".
La
comunità scientifica considera Rifkin una ruota sgonfia e sono
in molti a pensare che il guru campi di rendita in nome di
un'utopia improbabile e inapplicabile. La pensano così anche i
giornalisti stranieri che ieri durante la conferenza stampa
hanno massacrato il Masterplan di Rifkin dove si legge che nel
centro di Roma dovrebbero sorgere un'infinità di piccoli
giardini mentre in altri 80mila ettari sottoutilizzati si
dovrebbe ridar vita alla produzione di pomodori per la dieta
mediterranea.
Così
mentre decine di romani cadono ogni giorno nelle buche delle
strade, ecco che arriva Rifkin con il suo Masterplan da 280mila
euro. Il sindaco è contento, la traduzione dall'inglese è
perfetta e la fattura del guru è già in pagamento.
06-06-10 |
SAN BERTOLASO CI TIENE SEMPRE ALLEGRI:
“QUELL’APPARTAMENTO DI VIA GIULIA L’HO AVUTO DA UN AMICO CHE NON
È NÉ ANEMONE NÉ ZAMPOLINI: NON DICO CHI È PER NON ESPORLO ALLA
MACELLERIA MEDIATICA IN ATTO”. LUI INVECE IERI SI È ESPOSTO AL
RITO MEDIATICO DEL BACIO E ABBRACCIO CON GIANNI LETTA - 3-
“FINMECCANICA, L’INCHIESTA ORA PUNTA SUL VIMINALE”: IL VICECAPO
DELLA POLIZIA DAI PM - 4- IL QUARTIER GENERALE (BANCARIO)
INFORMA A MEZZO CORRIERE CHE PER CORRADINO PASSERA “PER LE
RIFORME DEI MERCATI BASTA UNA PAGINETTA”. LA PAGINETTA CE LA
MANDA POI LUI, QUANDO HA FINITO LA GITA A SHANGAI CON GRATI
CRONISTI AL SEGUITO. - 5- IL PEDATORE ANTI-SAVIANO BORRIELLO, EX
TROMBADOR DI BELEN E FIGLIO DI UN "BOSS" DELLA CAMORR, MERITA DI
DIRITTO UN BEL POSTO DA PARLAMENTARE BERLUSCONE
A cura di
Minimo Riserbo e Falbalà
- MA FACCE
RIDE!
In tutto
ciò, Super-Guido Bertolaso ci tiene sempre allegri: "L'ho detto
e lo confermo; quell'appartamento di via Giulia l'ho avuto da un
amico che non è né Diego Anemone né Angelo Zampolini: Non dico
chi è per non esporlo alla macelleria mediatica in atto"
(Corriere, p.9). Lui invece ieri si è esposto al rito mediatico
del bacio e abbraccio con Gianni Letta.
- L'ORO DI
NAPOLI E' LA SICUREZZA...
"Il
vicecapo della Polizia dai pm". Si chiama Nicola Izzo e questo
sì che è un pezzo grosso. Sul Sole 24 Ore di oggi (p.20) Marco
Ludovico, vero homo sapiens di Viminale e dintorni, semina il
panico tra le barbe vere e le barbe finte della nostra polizia
con un pezzo pieno di notizie.
Titolo
secco anche sulla Stampa: "Appalti polizia. In procura il vice
di Manganelli" (p. 19). Il pezzo di Guido Ruotolo contiene un
riferimento assai interessante a un certo Lucio Gentile, che a
Napoli avrebbe fatto lobby per Finmeccanica. Forse è lui ad aver
tirato in ballo l'ex questore di Napoli Oscar Fioriolli e la
nostra mitica Lady Selex, alias Marina Grossi Guargagliova.
Fioriolli
allora esce allo scoperto e parla con il Secolo X12
("Finmeccanica, l'inchiesta ora punta sul Viminale", p. 8).
L'attuale capo della polizia stradale e di quella postale si
chiama fuori: "Un questore individua solo le esigenze
tecnico-logistiche, ma non mette le mani nelle gare e negli
appalti". Infatti lo chiamano come testimone. Cioè, deve
raccontare che hanno combinato gli altri.
- IL
COLONNELLO ARRAPAHO VA AL CIME DI RAPA-GATE...
Una
"ragazza immagine" e tre giornaliste a caccia di notizie.
Sarebbero questi gli oggetti delle smisurate attenzioni
telefoniche del colonnello della Gdf Salvatore Paglino, ai
domiciliari per peculato e stalking. Secondo i pm, che lo
tenevano sotto controllo per le fughe di notizie sul caso
D'Addario-Tarantini, il colonnello "avrebbe importunato Terry De
Nicolò". Sul Corriere, Giusy Fasano racconta la storia e
rivendica che "c'è voluto uno scoop del Corriere e un'indagine
sulla fuga di notizie perché la procura, a caccia della talpa,
scoprisse come il finanziere usava il telefono di servizio"
(p.21).
Ma anche
il Giornale, e giustamente, rivendica lo scoop sulla fantastica
svolta dell'inchiesta barese. Anche perché qualche giorno fa
aveva intervistato per primo Terry De Nicolò. Lo fa con un bel
pezzo di Massimo Malpica, che per il momento non risulta
molestato da nessun colonnello. "Finisce agli arresti
l'accusatore del premier.
Nei guai
il tenente colonnello della Gdf che si è occupato del giro di
escort gestito da Tarantini e DELL'INDAGINE DI TRANI SULL'AGCOM:
è indagato dai pm per rivelazione di segreti d'ufficio, peculato
e stalking" (p.5). Capito che c'è un filone meno pecoreccio, ma
molto più interessante? E' quello sulle fughe di notizie di
Trani. Ne vedremo delle bellissime.
- UN RE IN
ASCOLTO...
L'uomo che
godeva ascoltando i nastri "rubati" delle telefonate tra Fassino
e Consorte prepara la versione finale della porcatona
anti-intercettazioni. "Legge-bavaglio, il Pdl tratta.
Napolitano: sia più accettabile. Berlusconi: ma non la
stravolgo" (Repubblica, p.1). Eziolo Mauro, che è un fine
stratega, dedica un sobrio editoriale al Banana intitolato "La
menzogna". E Massimo Giannini gli dà il resto con un bel
paginone così costruito: "Evasione, processi e condoni: la
favola fiscale del Cavaliere" (p.6).
Noi
modesti curatori di questa nefanda rassegna, invece, siamo più
colpiti dalle coraggiose parole del Panama Napolitaner. Dire
"sia più accettabile" di fronte a un bel piatto di merda fumante
è davvero impareggiabile. Ma la domanda è: qual è la soglia di
accettabilità oltre la quale l'uomo del Colle rimanderebbe
indietro il piatto con la sullodata pietanza marrone? Così, solo
per sapere (e prepararci).
- NELLE
MANI GIUSTE...
Bello
scoop di Ruotolone nostro sulla Stampa (p.9): "Così fallì la
trattativa tra Ros e Cosa nostra. I verbali dei colloqui di Vito
Ciancimino con i magistrati, iniziati dopo il suo arresto".
Segue intervista al procuratore aggiunto di Palermo, Antonio
Ingroia, per il quale "l'emendamento sul segreto di Stato
ostacola le indagini". Come da consolidata tradizione della
Repubblica.
. |
|
5-
BRUNETTA AVREBBE DECISO DI LIBERARSI DI UNA DELLE SETTE VETTURE
IN DOTAZIONE AL SUO MINISTERO E ATTUALMENTE UTILIZZATA DALLA
SEGRETARIA
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che il
ministro Renatino Brunetta è rimasto profondamente scosso dalle
notizie sulle 623mila auto blu che pesano sul bilancio dello
Stato.
Secondo il
quotidiano "Il Fatto" il figlio dell'ambulante veneto avrebbe
deciso di liberarsi di una delle sette vetture in dotazione al
suo ministero e attualmente utilizzata dalla segretaria".
02.06.10 |
1-
ZAMPOLINI HA FINALMENTE UNA FACCIA. I NOMI DEI 30 VIP DEL "PIANO
CASA" ANCORA NO - 2- CAMORRA ROSSO POMODORO. QUANTO COSTA A
TUTTI ESSERE LA PATRIA DELLE MAFIE -
Minimo
Riserbo
e
Falbalà
CHAPEAU!
Se volete
una descrizione perfetta del nostro stato di putrefazione,
dovete seguire le avventure di un ciliegino. Le racconta alla
perfezione Attilio Bolzoni su Repubblica (pp. 26-27): "Viaggio
del pomodorino nelle mani delle mafie e alla fine il prezzo è
triplicato. Duemila chilometri andata e ritorno per "gonfiare" i
costi. Il produttore è strangolato, il consumatore ingannato. E
le cosche ingrassano: il giro d'affari è di 7,5 miliardi. E il
re dell'illecita concorrenza in Italia è un camorrista".
Dal pizzo
al mercato di Fondi, alla stecca per l'ufficio acquisti della
grande distribuzione. Fino alla mafia dell'autotrasporto
(inutile) che intasa le nostre autostrade. Raramente, leggendo
un'inchiesta, si ha la prova così nitida di quanto costi a tutti
quanti essere la patria delle mafie. E conviverci in modo tanto
distratto.
PIANO CASA
PER TUTTI
Nell'ora
dei sacrifici (altrui) per la patria (off-shore), il pubblico
pagante segue con sempre maggior divertimento la telenovela di
Berto-liso e Dieguito Anemone. "Bertolaso, quattro anni nella
casa di Via Giulia". Zampolini: pagavo io in nero. Nuovi
interrogatori: Di Pietro sarà ascoltato martedì". "Anemone, il
giallo della seconda lista. Trenta nomi vip nel pc di un suo
collaboratore. Verifiche in corso dopo il sequestro. Accanto
alle cifre, c'è anche la moglie di un alto ufficiale dei
carabinieri" (Repubblica, p. 15).
E alla
fine, nel silenzio di De Magistris, Di Pietro sbrocca e s'imbanana
un po': "La rabbia di Di Pietro contro i giornali: ora basta
soldi pubblici. Carra lo punge: parla come Berlusconi"
(Corriere, p.17).
AZZO? NO
IZZO!
Seppure
con mille cautele e cento scuse agli "stimati dirigenti", i
giornali cominciano ad accorgersi che a Napoli il Viminale ha un
problemino con la magistratura. "Indagato il vicecapo della
polizia per il maxi-appalto a Finmeccanica". Nicola Izzo sarà
sentito domani (Repubblica, p.17). Mentre il neo-prefetto
dell'Aquila, Giovanna Iurato, ha un'alzata d'ingegno e si nomina
lo stesso avvocato di Flavio Carboni.
I curatori
di questa modesta rassegna scommettono che alla fine della
fiera, e prima della sentenza d'appello per la macelleria della
Diaz, l'ottimo Gianni De Gennaro lascerà la guida dei servizi
segreti per prendere il posto di Guarguaglino Guarguaglini alla
presidenza della Finmeccanica. Con un manager capellone come
amministratore delegato.
|
TIRO
AL GIFUNI - ACCUSATO DI PECULATO L’EX POTENTISSIMO SEGRETARIO
GENERALE DEL QUIRINALE (DA SCALFARO A CIAMPI) – PER L’AMATO
NIPOTE LUIGI TRIPODI UN CANILE DI CASTELPORZIANO TRASFORMATO IN
VILLA CON MEGA GIARDINO IN BARBA A VINCOLI E MANCANZA DI
PERMESSI – A TRIPODI E ALTRI FUNZIONARI VIENE CONTESTATA ANCHE
LA SPARIZIONE DI 4,5 MLN € DALLA TENUTA PRESIDENZIALE…
Lavinia di Gianvito per il "Corriere
della Sera"
Abuso
d'ufficio, peculato e falso. Sono i reati contestati all'ex
segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni, a cui la
procura di Roma ha inviato l'avviso di chiusura dell'inchiesta
su Castelporziano, un atto che anticipa la richiesta di rinvio a
giudizio. Al centro dell'indagine, la sparizione di quattro
milioni e mezzo di euro, tra il 2002 e il 2008, dalla cassaforte
della tenuta presidenziale.
Ma l'ex
segretario generale non è finito sotto accusa per gli ammanchi:
il pm Sergio Colaiocco ipotizza che abbia aiutato, con una
firma, il nipote Luigi Tripodi, già capo del servizio Tenute e
giardini del Quirinale, a ottenere un alloggio di servizio
all'interno di Castelporziano.
Un canile
trasformato in una villa da 180 metri quadrati (e duemila di
giardino) nonostante i vincoli e la mancanza di permessi.
L'abuso edilizio sarebbe riuscito grazie al fatto che Tripodi,
l'ex direttore Alessandro De Michelis e un funzionario, Giorgio
Calzolari, avrebbero forzato le direttive e le norme sugli
appalti.
Zio e
nipote, dal canto loro, avrebbero anche usato legname acquistato
dalla tenuta per realizzare alcuni mobili e una tettoia
«all'interno dell'appartamento privato di Gifuni in via Valadier»,
a Roma. Lavori realizzati da sei operai di Castelporziano, su
richiesta dell'ex segretario generale, in orari di servizio.
A Tripodi
inoltre, destinatario di un'ordinanza di custodia ai domiciliari
poi annullata, l'accusa contesta anche gli ammanchi. Avrebbe
sottratto il denaro destinato a Castelporziano insieme all'ex
direttore De Michelis e ai cassieri Gianni Gaetano e Paolo Di
Pietro.
[04-06-2010]
|
ZAMPOLINI METTE NEI CASINI - SI FA SEMPRE PIÙ COMPLICATA LA
POSIZIONE DI SUPER GUIDO SULL´USO DEL PIED-À-TERRE DI VIA GIULIA
– ZAMPO: “PAGAVO IO IN NERO. L’HA USATA PER 4 ANNI” - SI INDAGA
ANCHE SUI 50MILA € CHE LADY BERTOLASO HA RICEVUTO DA ANEMONE PER
UNA CONSULENZA SUI GIARDINI DEL SALARIA SPORT VILLAGE – E DI
PIETRO annuncia "una circostanziata querela per diffamazione e
calunnia"...
Francesco Viviano per "la
Repubblica"
Un
confronto indiretto, fatto a distanza di pochi giorni. Due
interrogatori separati, quello dell´architetto Angelo Zampolini
e quello di Raffaele Curi. Lo stesso risultato: si fa sempre più
complicata la posizione di Guido Bertolaso sull´uso del
pied-à-terre di via Giulia 189 a Roma.
«Fu
affittato nel 2003, l´ho trovato grazie a un annuncio su un
giornale», ha dichiarato a verbale il professionista factotum di
Anemone. Tempi e modalità confermati anche dal proprietario
dell´immobile, Curi: «Incontrai l´architetto Zampolini nel 2003.
Ha avuto in uso la casa fino al 2007. Sin dall´inizio mi era
stato detto che ad abitarlo sarebbe stato proprio il capo della
Protezione civile».
Insomma, i
due verbali sono chiari: il sottosegretario avrebbe utilizzato
il piccolo appartamento per quattro anni, dal 2003 al 2007. E
l´affitto sarebbe stato sempre pagato da Zampolini per conto
dell´imprenditore. Curi agli inquirenti ha detto che i soldi
dell´affitto (in nero) li ritirava spesso nell´ufficio di
Zampolini in corso Vittorio Emanuele a Roma. Altre volte,
avrebbe raccontato, gli venivano recapitati dall´architetto
dentro delle buste.
È a queste
accuse, assolutamente concordi, che dovrà rispondere il numero
uno di via Ulpiano quando, nei prossimi giorni, sarà di nuovo
seduto davanti ai pm. Un incontro per chiarire questi e altri
punti oscuri, taciuti nel primo interrogatorio reso ai
magistrati di Perugia. Si partirà proprio dal pied-à-terre che
il sottosegretario aveva detto di avere avuto solo per poco
tempo e in prestito da un amico di cui non poteva fare il nome.
Nel mirino
degli inquirenti anche i 50mila euro che la moglie di Bertolaso
ricevette da Anemone per una consulenza sui giardini del Salaria
Sport Village, lo stesso club in cui il sottosegretario si fece
fare anche alcuni massaggi. Quesiti a cui, questa volta,
Bertolaso dovrà rispondere. Non come durante il primo
interrogatorio quando, davanti ai pm, il sottosegretario glissò
su molte questioni.
Ma
l´agenda dei pm Alessia Tavernesi e Sergio Sottani è fitta di
impegni: nei prossimi giorni, probabilmente martedì a Roma,
ascolteranno anche il leader dell´Italia dei Valori, Antonio Di
Pietro, chiamato in causa dalle dichiarazioni di Zampolini.
Secondo
l´architetto, l´ex magistrato, grazie all´intercessione del
presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, Angelo
Balducci, avrebbe avuto due appartamenti in affitto da
"Propaganda Fide" (ente immobiliare del Vaticano), uno in via
della Vite e l´altro in via Quattro Fontane. Ipotesi che Di
Pietro ha smentito più volte in questi giorni. E ieri ha
annunciato che sta preparando «una circostanziata querela per
diffamazione e calunnia» da presentare alla procura umbra.
Intanto,
anche a Firenze si continua a lavorare. I pm che si occupano
dell´appalto per la Scuola dei Marescialli, hanno messo a
disposizione degli avvocati degli imputati (Angelo Balducci,
Fabio De Santis, Mauro Della Giovanpaola e Diego Anemone) un
brogliaccio di migliaia di pagine che contengono oltre 120mila
"contatti" telefonici emersi dall´inchiesta. Non vere
intercettazioni: solo i numeri telefonici, data e ora delle
conversazioni. Ma anche gli sms di tutti i personaggi che, a
vario titolo, sono finiti nel mirino degli inquirenti toscani.
[04-06-2010]
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AZZO,
C’è IZZO! (FINMECCANICA COLPISCE ANCORA!) – LE INDAGINI SUGLI
APPALTI DEL PIANO SICUREZZA ARRIVANO AI PIANI ALTI DEL VIMINALE:
indagato IL VICECAPO DELLA POLIZIA NICOLA IZZO - DOMANI SARÀ
INTERROGATO DAI PM SULLA GARA PER LA REALIZZAZIONE DEL CENTRO
DATI CEN DI NAPOLI (IZZO è STATO questore DELLA CITTà DI TOTò)...
Dario Del Porto per "la Repubblica"
Arriva a
uno dei piani più alti del Viminale l´inchiesta della Procura di
Napoli sugli appalti del piano sicurezza. Domani sarà
interrogato dai magistrati il vicecapo della polizia Nicola
Izzo. Ma l´esperto e stimato dirigente non è stato convocato
dagli inquirenti nella veste di testimone, bensì di indagato nel
capitolo centrale dell´inchiesta, quello che prende in esame
l´iter della gara per la realizzazione del centro dati Cen,
aggiudicata nel luglio scorso a un raggruppamento d´imprese
guidato Elsag-Datamat, comparto Finmeccanica.
Prima di
Izzo, e con riferimento alla stessa vicenda, era stata sentita
il prefetto dell´Aquila Giovanna Maria Iurato, chiamata dai
pubblici ministeri per aver guidato l´ufficio tecnico-logistico
del ministero dell´Interno e iscritta nel registro degli
indagati in seguito alla lunga audizione svoltasi in procura
lunedì sera.
Nel caso
del prefetto Izzo, come per il prefetto Iurato, l´iscrizione
rappresenta innanzitutto un atto "a garanzia", indispensabile
per condurre gli accertamenti imposti da questa delicatissima
fase dell´inchiesta senza limitare le prerogative della difesa,
e non va dunque interpretato come un´affermazione di
responsabilità.
I pm
Vincenzo D´Onofrio, Raffaello Falcone, Pierpaolo Filippelli
coordinati dal procuratore aggiunto Rosario Cantelmo, hanno
aperto il fascicolo con l´ipotesi di turbativa d´asta ritenendo
che la commessa per il Cen, una sorta di banca dati delle
immagini filmate per ragioni di ordine e sicurezza pubblica, sia
stata conferita in violazione delle norme sugli appalti
pubblici.
Tesi che
il prefetto Iurato, sentita per oltre quattro ore negli uffici
al nono piano del grattacielo del Centro direzionale, ha
respinto con energia. Ma sulla quale la Procura è determinata ad
andare a fondo anche in considerazione del parere negativo che
era stato espresso durante la procedura da una commissione
tecnica.
L´appalto,
del valore di 37 milioni di euro, rientra fra le opere varate
nel 2007 dal governo Prodi per far fronte all´emergenza
criminalità nel territorio napoletano. Secondo la procura la
gara per il Cen e almeno un altro capitolo del piano, la
costruzione del nuovo commissariato Decumani, sarebbero stati
affidati in maniera illegittima.
In questi
giorni di attività istruttoria sono stati sentiti altri quattro
testimoni, tutti dirigenti del ministero che si sono occupati in
tempi e modi diversi dell´appalto sotto inchiesta. Da qui la
scelta di interrogare anche Izzo, al quale fa riferimento
l´autorità di gestione dei fondi Pon e in quanto tale gradino
immediatamente superiore a quello del prefetto Iurato.
Davanti ai
magistrati Izzo, che è stato anche questore di Napoli, sarà
pertanto affiancato da un difensore di fiducia e potrà replicare
alle argomentazioni degli inquirenti. Anche il prefetto Iurato
ha nominato due legali: sono gli avvocati Claudio Botti e Renato
Borzone. Ieri non ha voluto commentare la notizia del suo
coinvolgimento nell´indagine. Gli uffici della prefettura
dell´Aquila, dove la dirigente ha da pochi giorni preso il posto
del prefetto Gabrielli, hanno fatto garbatamente da filtro a
tutte le sollecitazioni dei cronisti.
[04-06-2010]
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SPUNTA UNA NUOVA E
PISTA USA: OCCHI PUNTATI SULL’ACQUISTO NEL 2008, PER OLTRE 3
MILIARDI DI EURO, DELLA DRS TECHNOLOGIES, TERZA INDUSTRIA
MILITARE PIÙ IMPORTANTE DEL MONDO (IL "FACILITATORE" COLA E I
RAPPORTI CON LA FAMIGLIA GUAGLIARINI) - 2- È STATO L’EX SENATORE
DEL PDL NICOLA DI GIROLAMO, ELETTO SECONDO L’ACCUSA CON I VOTI
DELLA ’NDRANGHETA, UNO DEGLI ARCHITETTI DEL (PRESUNTO) BUSINESS
FRA MOKBEL E LA FINMECCANICA (FONDI NERI A SINGAPORE E HONG KONG
PER LE TANGENTI) -
1 -
ACQUISIZIONI E INSIDER TRADING: SPUNTA UNA NUOVA PISTA USA -
IL RUOLO DI COLA E I RAPPORTI CON LA FAMIGLIA
GUAGLIARINI - OCCHI PUNTATI SULL'ACQUISTO NEL 2008, PER OLTRE 3
MILIARDI DI EURO, DELLA DRS TECHNOLOGIES, TERZA INDUSTRIA
MILITARE PIÙ IMPORTANTE DEL MONDO
Carlo Bonini per
La Repubblica
In
principio, il 2005, furono gli elicotteri del Presidente George
W. Bush (una commessa da 6 miliardi di dollari, cresciuta fino a
13, per poi essere annullata da un Barack Obama appena
insediato). Ma poi venne dell'altro. E che altro. Una seconda,
cruciale acquisizione di Finmeccanica sul mercato statunitense
che entra ora nell'orizzonte dell'inchiesta sui fondi neri
all'estero.
Perché,
come la prima, ha le stimmate di Lorenzo Cola, il "facilitatore"
in tre continenti (Asia, Africa, Nord America) del presidente e
amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco
Guarguaglini, il "consulente" che sappiamo commensale e socio in
affari del "nero" Gennaro Mokbel. Parliamo dell'acquisizione
della "Drs Technologies Inc". E di un anno, il 2008, in cui alla
banda Mokbel vengono aperte le porte della terza industria
militare più importante al mondo.
La "Drs
Technologies Inc.", con sede a Parsippany, in New Jersey, è uno
dei principali contractor della Difesa americana (10 mila
dipendenti e un fatturato che viaggia sui 3 miliardi di dollari
l'anno). Quotata alla borsa di New York, produce e sviluppa
sistemi d'arma e di elettronica destinati all'esercito
statunitense e all'intelligence. E in quel 2008, Finmeccanica la
compra per 5 miliardi e 200 milioni di dollari (3 miliardi e 400
milioni di euro).
La cifra è
molto importante. Ma ancora più importante è che, per la prima
volta nella storia americana, una società strategica nel
comparto della Difesa e dell'intelligence viene acquisita da una
azienda europea. Lorenzo Cola è della partita. Ma con quale
ritorno? E a fronte di che tipo di lavoro? E soprattutto: cosa e
chi si muove intorno a quell'operazione?
È un
fatto, magari solo una curiosa coincidenza, che sul "merge"
Finmeccanica-Drs, la Sec, nel maggio del 2008, avvia un'azione
per insider trading nei confronti di un giovanissimo ingegnere
meccanico guarda caso italiano: tale Cristian De Colli, 28 anni,
per giunta residente a Roma.
E che il
22 ottobre di quell'anno, il giudice distrettuale del Southern
District di New York, Paul A. Crotty, condanna De Colli a
restituire il gruzzolo che ha portato a casa trafficando sul
titolo Drs (ha comprato azioni ordinarie e opzioni call) prima
della acquisizione di Finmeccanica grazie a informazioni
privilegiate di cui "non vuole o non può - si legge nella
sentenza americana - indicare la fonte".
RIBBENTROP
Parliamo
di due milioni e 600 mila dollari. Vale a dire, i 400 mila che
il ragazzo ha investito per comprare titoli Drs (una somma
consistente per un ventottenne) più i 2 milioni e 200 mila che
ha realizzato di plusvalenza rivendendoli a fusione avvenuta.
Non esattamente un colpo da dilettante.
Ma
torniamo a Lorenzo Cola. Nel suo comunicato di ieri,
Finmeccanica del suo consulente e "facilitatore" non fa alcuna
menzione. Resta, in questa storia, un convitato di pietra. Che
tuttavia, si scopre ora, lavorava anche per la signora
Guarguaglini. Come spiegano oggi fonti qualificate vicine
all'azienda, Cola non era infatti di casa soltanto negli uffici
di piazza Montegrappa, a Roma (la sede di Finmeccanica), ma
anche in quelli della "Selex sistemi integrati", controllata
Finmeccanica, di cui Marina Grossi, moglie di Guarguaglini, è
amministratore delegato dal 2005.
"Il suo
contatto in azienda - aggiungono le stesse fonti - è stato ed è
il vicedirettore della società, Letizia Colucci. Ma i rapporti
con i Guarguaglini sono diretti, familiari, e arrivano anche a
una delle figlie".
Dicono che
Cola eviti da qualche tempo l'Italia e abbia scelto il sud della
Francia come residenza europea quando non è a Washington. È
facile immaginare che i suoi conti esteri, ammesso non siano già
stati individuati e abbiano dunque già "parlato", possano dire
molto della sua rete di rapporti, del suo lavoro.
Certo, il
suo legame con i coniugi Guarguaglini e il suo ruolo cruciale
nelle operazioni di Finmeccanica negli Stati Uniti si confermano
uno dei punti di faglia di questa storia. A tal punto che, ieri
sera, più di una fonte vicina all'azienda riferiva che Marina
Grossi stia pensando in queste ore alle dimissioni.
2 -
FINMECCANICA, NESSUN COINVOLGIMENTO NELLA CREAZIONE DI FONDI
NERI - DI GIROLAMO DAI PM: VERIFICHE SUI CONTI ALL'ESTERO -
Lavinia Di Gianvito per
Corriere.it
È stato
l'ex senatore del Pdl Nicola Di Girolamo, eletto secondo
l'accusa con i voti della 'ndrangheta, uno degli architetti del
(presunto) business fra il gruppo di Gennaro Mokbel e
Finmeccanica.
dellaprile
a sinistra con la giacca chiara Gennaro Mokbel LEspresso
Nell'intercettazione del 12 febbraio 2008, da cui la nuova
inchiesta è partita, «Nic» spiega agli altri: «Questa holding
consentirà a tutti di fare un salto di qualità, è ineccepibile,
tecnicamente perfetta, è lo strumento più asettico e qualificato
per sedersi a qualsiasi tavolo. Attraverso quest'operazione di
Finmeccanica, che è il fiore all'occhiello che potremmo
rivenderci domani mattina, che solo con una holding del genere
potevi entrare in Finmeccanica, anzi addirittura Finmeccanica ha
chiesto una partecipazione attraverso un fondo lussemburghese».
Di
Girolamo, che nei prossimi giorni sarà interrogato dai
magistrati, si riferisce all'investimento di otto milioni, fatto
nel 2007, per acquistare la Digint: attraverso la Rhuna
Investment e la controllata Hagal Capital, il gruppo di Mokbel
ha rilevato il 51% dalla lussemburghese Financial Lincoln,
mentre l'altro 49% era di Finmeccanica.
«Abbiamo
acquisito la società lussemburghese nei termini in cui loro ci
avevano chiesto», spiega Marco Toseroni. E aggiunge: la Digint
«è 'na scatola vuota, è una partecipazione dove apparentemente
c'è una "delega" da parte di Finmeccanica per la cessione del
51%».
L'organizzazione aveva progettato di rivendere la sua quota al
colosso pubblico dell'armamento a 550 milioni in tre o quattro
anni, invece già a ottobre 2008, precisa il gruppo, «la Hagal e
il suo rappresentante, dopo una permanenza di soli dieci mesi,
sono stati estromessi dalla Financial Lincoln».
Per il
momento sono tre, fra cui Mokbel, gli indagati dell'inchiesta
sui presunti fondi neri che Finmeccanica avrebbe costituito a
Singapore e Hong Kong per distribuire tangenti e ottenere
appalti. Ma nell'intercettazione spuntano anche i nomi del
commercialista Vincenzo Sanguigni e di Lorenzo Cola, definito da
Mokbel «il capoccione», consulente del presidente di
Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini. Mokbel: «A un certo
punto Marco Iannilli mi ha fatto: "Di' al tuo Lorenzo di andare
in Inghilterra... e lui vi fa avere il mandato come agenzia
Finmeccanica per tutto il centro Africa"».
L'ipotesi
dei fondi neri viene smentita «categoricamente» da Finmeccanica:
«Le società del gruppo hanno adottato organizzazioni e codici
etici diretti a prevenire e impedire condotte non conformi a una
corretta gestione. Si rende noto che nessun provvedimento è
stato notificato a società e dirigenti del gruppo. Finmeccanica
è pronta a fornire alle autorità competenti qualsiasi
chiarimento e informazione possa risultare utile».
Nonostante
la decisa presa di posizione il titolo ha chiuso con una perdita
del 3,19%. La Procura di Roma, intanto, precisa di non aver
disposto «alcuna attività di indagine invasiva (perquisizione o
acquisizione atti) nei confronti del gruppo Finmeccanica o della
società Selex» e che le rogatorie in Asia hanno riguardato
soltanto Mokbel e altri indagati della sua organizzazione.
[29-05-2010]
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- OGGI
NON È SOLO MISTER GUARGUAGLIONE E LA SUA LADY SELEX A RISCHIARE
IL POSTO: L’INCHIESTA DE "L’ESPRESSO", DOMANI IN EDICOLA: "SUL
SISTEMA FINMECCANICA INDAGANO BEN CINQUE PROCURE, E LE INCHIESTE
COINVOLGONO NOMI IMPORTANTI DELL’IMPERO MILITARE" - 2-
L’INCHIESTA DI TRAPANI SUGLI APPALTI CHIAMA IN CAUSA DUE UOMINI
DI PUNTA DI GUARGUA - 3- LE INDAGINI SONO DECOLLATE SULLA SPINTA
DEL NUCLEO VALUTARIO, IL REPARTO DELLA FINANZA SPECIALIZZATO
NELLE INCHIESTE INTERNAZIONALI, GUIDATO DA UNO DEGLI UFFICIALI
CHE 14 ANNI FA CONDUSSE L’ISTRUTTORIA DI LA SPEZIA SU
MASSONERIA, BANCHE E TANGENTI PER CUI FU LUNGAMENTE INTERCETTATO
E BREVEMENTE ARRESTATO LO STESSO GUARGUAGLINI, POI SCAGIONATO
CON FORMULA PIENA - 4- DICONO CHE TREMONTI, DAVANTI AL CROLLO
DELL’IMPERO DEL GUARGUAGLIONE, SIA SEMPRE RIMASTO ALLA FINESTRA.
SI RACCONTA CHE DA QUANDO SCAJOLA SI È DIMESSO E LE RIVELAZIONI
GIUDIZIARIE HANNO COMINCIATO AD ASSEDIARE MATTEOLI, SI SIA BEN
GUARDATO DAL RISPONDERE ALLE INSISTENTI TELEFONATE DI
GUARGUAGLINI -
Gianluca
Di Feo ed Emiliano Fittipaldi per "L'espresso", in edicola
domani
C'era una
volta l'America. L'elicottero della Casa Bianca era di
Finmeccanica, l'aereo da trasporto per le guerre dell'Us Army
era di Finmeccanica, persino uno dei grandi fornitori del
Pentagono era diventato di Finmeccanica. Ma in due anni, con
l'arrivo di Obama, molti business a stelle e striscie sono
andati in fumo o si stanno rivelando un pessimo affare.
Senza
dimenticare l'Eldorado degli Emirati, con un contratto da 2
miliardi di dollari che si è trasformato in farsa perché
Finmeccanica aveva fatto promesse che non poteva mantenere.
Così per
il colosso italiano degli armamenti da 18 miliardi di euro di
ricavi l'anno l'orizzonte è diventato grigio. Mentre Washington
si allontanava e alleati storici come Lockheed diventavano
nemici pronti a tutto, l'azienda guidata da Pier Francesco
Guarguaglini ha puntato su paesi instabili o dichiaratamente
nemici degli Usa: Russia, Libia, Kazhakistan e persino la
Bielorussia di Lukashenko, ultimo dittatore d'Europa. Per non
parlare degli aerei senza pilota Falco, la versione tricolore
dei droni dei conflitti futuri, ceduti ai generali pachistani,
mossa che ha fatto inferocire gli yankees.
Le
inchieste giudiziarie e le polemiche patrie colpiscono
Finmeccanica in un momento di transizione che comincia ad avere
il sapore della crisi, dopo un decennio di crescita
inarrestabile. L'acquisto negli Usa di Drs assomiglia al passo
più lungo della gamba: il posto sbagliato nel momento sbagliato.
Il
gruppone americano, lievitato in fretta dal 2001 grazie ai fondi
stratosferici di George W. Bush inglobando una miriade di ditte
diverse, è stato pagato a caro prezzo: oltre 5 miliardi di
dollari, pochi mesi prima che la crisi del 2008 divorasse i
mercati e che il nuovo presidente amputasse le spese del
Pentagono.
Ma non
basta. Anche i militari di casa nostra cominciano a mostrare
insofferenza verso la gestione Guarguaglini, a partire
dall'Aeronautica, il principale cliente di Finmeccanica,
schierata apertamente con la Lockheed nella partita per il
futuro supercaccia Jsf .
PROCURE
ALL'ATTACCO
Se per Finmeccanica le cose andavano male da un po', per
Guarguaglini e i suoi la situazione è precipitata tre mesi fa,
quando "L'espresso" ha pubblicato una serie di intercettazioni
che collegavano il colosso militare alla banda di riciclatori
guidata da Gennaro Mokbel e dal senatore Nicola De Girolamo.
I nemici
del presidente non attendevano altro: gli americani, Giulio
Tremonti e pure la Lega, che vuole da tempo più potere nelle
scelte aziendali, hanno cominciato a diffondere la voce che
Guarguaglini fosse «al capolinea», mentre Emma Marcegaglia ha
subito bloccato la sua nomina (data per certa) a vicepresidente
di Confindustria.
Ma oggi
non è solo il Grande Capo a rischiare il posto: ormai sono ben
cinque le procure che stanno indagando sul sistema Finmeccanica,
e le inchieste coinvolgono nomi importanti dell'impero militare.
Indagini che hanno trovato spinta con l'entrata in campo del
nucleo valutario, il reparto della Finanza specializzato nelle
inchieste internazionali, guidato da uno degli ufficiali che 14
anni fa condusse l'istruttoria di La Spezia su massoneria,
banche e tangenti per cui fu lungamente intercettato e
brevemente arrestato lo stesso Guarguaglini, poi scagionato con
formula piena.
Andiamo in ordine cronologico. La procura che sta lavorando da
più tempo su Finmeccanica è quella di Trapani. Come "L'espresso"
è in grado di rivelare, i pm siciliani e la squadra mobile della
questura, sezione criminalità organizzata, dal 2005 hanno messo
nel mirino gli appalti per la sicurezza e la video sorveglianza
del porto e della città, che ha ospitato la Louis Vuitton Cup.
Un'indagine che ha prodotto un'informativa corposa piena di
intercettazioni e nomi di spicco: dirigenti del ministero
dell'Interno, imprenditori, politici, prefetti. L'accusa
ipotizza che un sodalizio abbia tentato di pilotare la gara, per
spartirsi la torta milionaria.
L'occasione è ghiotta: la competizione velistica tenutasi nel
2008-2009, il primo Grande evento gestito da Guido Bertolaso. La
turbativa d'asta sarebbe stata organizzata grazie alla
complicità dei progettisti, che «sulla base di accordi di
corruttela», si legge nell'informativa, «si prestava a redigere
il capitolato tecnico del bando di gara seguendo le direttive
dei responsabili del gruppo imprenditoriale interessato fin
dall'inizio a condizionare l'assegnazione dell'incanto».
La
contropartita erano promesse di «ingenti dazioni di denaro»
calcolate in percentuale sull'importo dei lavori, di beni mobili
«di rilevante valore», di finti incarichi di consulenza
strapagati. Al centro dell'affare non solo società locali come
la CM Consit spa, ma ecco il punto - pure la Elsag Datamat
controllata da Finmeccanica, società che decide, quando si sente
odore di inchiesta, di «ritirarsi dall'accordo».
Gli
investigatori fanno nomi e cognomi: «Del sodalizio fanno farte
alcuni responsabili del noto gruppo imprenditoriale Finmeccanica
spa, come Francesco Subbioni e Carlo Gualdaroni», al tempo
rispettivamente responsabile della divisione Servizi e direttore
generale di Elsag. Un'azienda che fattura centinaia di milioni
di euro e vince appalti a raffica in Italia e all'estero.
Per fare
qualche esempio recente, all'Aquila le sue apparecchiature hanno
vigilato sui lavori del G8, a Torino ha vinto la gestione dei i
biglietti elettronici dei mezzi pubblici, a Taranto la marina si
allena sui suoi simulatori, in Grecia la polizia usa i suoi
sistemi per leggere le targhe dei veicoli sospetti.
Nella
vicenda spuntano anche i nomi del senatore ed ex sottosegretario
all'Interno Antonio D'Alì (oggi indagato a Palermo per concorso
esterno in associazione mafiosa, secondo i poliziotti avrebbe
incontrato Gualdaroni per discutere dell'appalto), del
viceprefetto trapanese Valerio Valenti, vicinissimo a D'Alì e
agli imprenditori della Cm Consit (da loro, dicono gli
inquirenti, avrebbe avuto in regalo una Bmw Cabriolet), di
ufficiali corrotti che avrebbero preso soldi in cambio di
favori, dello stesso Guarguaglini citato più volte dagli
imprenditori ignari di essere ascoltati.
ALL'OMBRA DEL VESUVIO
Gualdaroni, uomo di fiducia di Guarguaglini, è un nome di peso
dell'universo Finmeccanica. Diventato amministratore delegato di
Elsag, qualche giorno fa è passato al comando di Telespazio,
specializzata nel campo satellitare. Invece Subbioni, che per la
polizia trapanese era il soggetto che controllava da vicino
l'appalto del porto, è il nome che collega l'inchiesta siciliana
con quella della Direzione investigativa antimafia di Napoli.
Gli uomini
di Raffaele Falcone, Vincenzo D'Onofrio e Pierpaolo Filippelli
che studiano dal 2007 un altro appalto sospetto lo hanno
iscritto nel registro degli indagati. Si tratta, stavolta, della
gara per la creazione di una cittadella della polizia e del Cen,
un centro di elaborazione dove far confluire tutte le immagini
delle telecamere di sicurezza installate in città.
Un bando
da 37 milioni vinto l'anno scorso dalla capogruppo Elsag (pure
la Selex doveva partecipare, alla fine si ritirò) e da altre
quattro consociate, e non ancora realizzato: anche qui i reati
ipotizzati dai pm sono pesanti, compreso associazione per
delinquere finalizzata alla turbativa d'asta. I pm stanno
ascoltando vari dirigenti del Viminale che finanziava la gara,
in primis il prefetto dell'Aquila Giovanna Iurato, sposata con
un dirigente della Elsag.
DA
TARANTINI A MOKBEL
I pm di Napoli negli ultimi tempi hanno lavorato gomito a gomito
con i colleghi di Bari, quelli impegnati sui presunti appalti
truccati della sanità. In qualche intercettazione "pugliese"
spuntano infatti uomini di Finmeccanica intenti a parlare
d'affari con imprenditori e dirigenti pubblici finiti poi agli
arresti, come Giampaolo Tarantini e l'ex direttore dell'Asl
barese Lea Cosentino.
Per
vederci più chiaro, dopo aver sentito Mautone e Bertolaso, lo
scorso novembre i pm partenopei hanno interrogato come persona
informata sui fatti proprio Tarantini, che senza tanti fronzoli
aveva dichiarato qualche settimana prima di essere stato
introdotto in Finmeccanica da Bertolaso in persona. «Volevo che
il mio amico Enrico Intini» si legge in un verbale «potesse
esporre allo stesso Bertolaso le competenze del suo gruppo
industriale nella prospettiva di poter lavorare con la
Protezione civile».
Finmeccanica e Bertolaso hanno subito smentito qualsiasi affare
con l'amico del presidente del Consiglio, ma è certo che
Tarantini conosce bene un altro uomo chiave dell'azienda,
Salvatore Metrangolo, per gli amici Rino. Nato a Guagnano vicino
Lecce, commerciante di moto e ciclomotori, "Rino" è non solo
procuratore generale della Selex Service e della Seicos, ma
anche presidente del cda della Space Software Italia, società
controllata dalla Elsag.
È un fatto
che a gennaio 2009 il manager sia stato registrato da una cimice
della Guardia di finanza nel privé dell'Hotel De Russie a Roma,
mentre insieme a Tarantini, l'amico Intini, la Cosentino e
l'imprenditore Cosimo Catalano discute animatamente su un bando
da una cinquantina di milioni di euro per alcuni servizi da
gestire negli ospedali regionali.
Ora alla
matassa giudiziaria che sta imbrigliando Finmeccanica si è
aggiunta l'inchiesta della procura di Roma, che non ha nulla a
che fare con appalti e simili. I magistrati stanno infatti
indagando sui legami tra il colosso militareeil
faccendiereMokbel, arrestato a febbraio con l'accusa di aver
riciclato 2 miliardi di euro, tra cui denaro delle 'ndrine
calabresi di Capo Rizzuto. Otto milioni di euro sarebbero stati
infatti investiti per comprare quote della Digint, società
controllata da Finmeccanica Group Services e dalla Financial
Lincoln, una società anonima del Lussemburgo creata nel 2006.
Le nuove
intercettazioni che pubblichiamo a pagina 45 e 46 sul
coinvolgimento del consulente di Guarguaglini Lorenzo Cola
spiegano fino a che punto le trattative con Mokbel e soci
fossero andate avanti. La Procura di Roma sta cercando
riscontri, e sta puntando pure sulla pista di presunti fondi
neri costituiti all'estero, ma molti si chiedono ormai se la
dirigenza non debba lasciare subito.
TUTTI GLI
UOMINI DEL PRESIDENTE
Guarguaglini e sua moglie non ci pensano proprio. «Non esistono
fondi neri di Finmeccanica », ha chiosato ai giornalisti il
presidente dopo le ultime indiscrezioni di stampa. Ed infatti
l'attenzione degli investigatori si sta concentrando su un
meccanismo diverso: una galassia di società schermo, esterne o
con una piccola partecipazione della holding di piazza
Montegrappa, che vengono usate per concludere contratti in
Italia o all'estero e poi solo in secondo momento acquisite da
Finmeccanica. È la stessa operazione che, stando alle
intercettazioni, viene proposta alla consorteria di Mokbel.
Ed è il
motivo per cui attività delicatissime vengono affidate a
personaggi esterni come Lorenzo Cola o Marco Iannilli: le
responsabilità formali restano fuori dalla porta del colosso.
Tra fornitori, consulenti e partecipate i magistrati dovrebbero
passare in rassegna migliaia di sigle che fanno capo ai quasi
400 poli del gruppo Finmeccanica sparsi in cinque continenti. Se
le responsabilità d'impresa vengono divise, il rapporto con la
politica invece è tutto nelle mani di Guarguaglini e del suo
collaboratore più fidato: Lorenzo Borgogni, direttore delle
relazioni istituzionali, al suo fianco da quasi un decennio.
A nessun
altro, racconta un ex top manager, viene permesso di tenere
relazioni con uomini di governo o di partito. Il vertice della
holding per un terzo appartiene al Tesoro ed è ovviamente
sensibilissimo agli assetti della politica. Fino all'inizio
dell'anno pesava l'influenza di Gianni Letta e le amicizie del
numero uno con Altero Matteoli, livornese come Guarguaglini, e
Claudio Scajola, che con il suo ministero dello Sviluppo
Industriale ha stanziato oltre un miliardo di euro per
l'acquisto di armamenti e benedetto i piani nucleari
dell'Ansaldo, una delle aziende di Finmeccanica.
Nel
consiglio d'amministrazione siedono altri uomini importanti come
Piergiorgio Aliberti, designato da Mediobanca, e soprattutto il
potente Franco Bonferroni, senatore e sottosegretario nel
tramonto della prima Repubblica, esponente Udc, evocato nel
processo Parmalat e finito nel calderone degli indagati di Luigi
De Magistris, da cui è uscito sempre senza conseguenze penali.
Nelle stanze romane invece il potere di Finmeccanica si è
costruito smistando consulenze (finite praticamente a tutti gli
ex capi delle Forze armate) e assumendo figli, mogli e I legami
del presidente con settori della politica e grandi banche.
E la
"freddezza" di Tremonti mariti di chi poteva renderne più serena
la crescita: si dice che il documento più segreto del gruppo sia
proprio l'elenco dei dipendenti, ricco di cognomi eloquenti.
Come quello di Marco Forlani, figlio dell'ex segretario Dc
Arnaldo e direttore degli Affari internazionali. Se i rapporti
con le grandi banche sono buoni, l'istituto preferito è la
Finnat, la banca della famiglia Nattino, crocevia della finanza
capitolina più sensibile al Vaticano.
Hanno
avuto un ruolo chiave nell'ultima operazione finanziaria da un
miliardo di euro per disinnescare la bomba dei debiti accumulati
nell'acquisto di Drs. E legami indiretti tra l'arcipelago Finnat
e alcune società usate da Cola e Iannilli sono già balzati agli
occhi degli investigatori romani, che tentano di capire come
hanno fatto ditte minuscole ad accumulare in pochi anni
fatturati record.
LA FINE
DELL'IMPERO
Ora la Finmeccanica targata Guarguaglini potrebbe avere le ore
contate. Dicono che Giulio Tremonti sia sempre rimasto alla
finestra, osservando con distacco le mosse del gruppo. Si
racconta che da quando Scajola si è dimesso e le rivelazioni
giudiziarie hanno cominciatoad assediare Matteoli, si sia ben
guardato dal rispondere alle insistenti telefonate di
Guarguaglini.
Adesso
però potrebbe essere lui a decidere il futuro dell'azienda, che
ha stabilimenti in zone chiave del nuovo potere leghista (Agusta
ed Aermacchi sono concentrate a Varese, Alenia in Piemonte dove
dovrebbe sorgere la linea di montaggio del supercaccia Jsf ,
Aeronavali è a Venezia, Ansaldo ed Elsag in Liguria): il
ministro dell'Economia ha già inserito nel cda Dario Galli,
undici anni in Parlamento con la Lega e oggi presidente della
provincia di Varese.
Ma sul
tavolo ci sono anche le questioni strategiche. Dopo dieci anni
di crescita attraverso acquisizioni continue, Finmeccanica si
trova con moltissimi doppioni che faticano a fare sinergia. Ci
sono tre differenti compagnie che producono velivoli senza
pilota, i drone destinati a dominare i mercati del futuro
prossimo. Alenia e Aermacchi fanno aerei in parallelo.
Nel
settore dell'elettronica, poi, l'arrivo di Drs ha moltiplicato
le sovrapposizioni. Il tutto in un mondo dove le spese di
ricerca sono altissime quanto la competitività internazionale,
giocata direttamente dai capi di Stato. I precedenti governi
Berlusconi poi avevano rotto gli storici legami con l'industria
aeronautica europea puntando tutto sull'asse con gli Usa, una
scelta confermata anche durante l'esecutivo Prodi. Ma
Finmeccanica non riesce più a trovare partner oltreoceano.
Con Boeing
i rapporti sono gelidi da anni. Lockheed l'alleato che aveva
imposto l'elicottero Aw 101 alla Casa Bianca e il biturbina C27J
all'Us Army adesso si è schierato contro Finmeccanica in
entrambe le gare ed è ai ferri corti anche per la partecipazione
italiana al supercaccia Jsf. I mezzi sono considerati ottimi,
manca il sostegno finanziario e quello politico.
Perché il
gruppo di Guarguaglini è lo Stato, non solo per la quota
pubblica, ma per il ruolo strategico che ha nel settore degli
armamenti. Lo ha teorizzato il ministro degli Esteri Franco
Frattini: «Finmeccanica sta costruendo con noi una nuova
diplomazia, fatta in modo da mostrare al mondo un'Italia
coerente e che funziona».
Ed è anche
per questo che i magistrati sanno che non sarà facile andare a
fondo nelle inchieste. Non a caso, come ha scritto "L'espresso",
Finmeccanica è già azionista di molte delle società che fanno le
intercettazioni per conto delle procure ed è l'unico candidato a
gestire la futura centrale nazionale di tutti gli ascolti.
Guarguaglini poi non è tipo da mollare facilmente: un mese fa in
un'intervista al "Financial Times" ha ricordato la lezione
tenuta dal ct inglese Fabio Capello nell'ultima convention dei
manager Finmeccanica. «Cosa ci ha consigliato? Combattere,
combattere, combattere e non arrendersi mai».
SOCIETÀ, MILIONI E UNA GIRANDOLA DI AFFARI - IN UN
DIALOGO INTERCETTATO DAGLI INQUIRENTI, MOKBEL E I SUOI PARLANO
DI UN INCONTRO CON RAPPRESENTANTI DI FINMECCANICA E DI BUSINESS
FUTURI. ECCO IL TESTO DELLA CONVERSAZIONE
Emiliano
Fittipaldi per "L'espresso" in edicola domani
Guarguaglini è stato categorico: «Noi Mokbel non lo conosciamo:
sono entrati nella Lincoln, poi sono stati buttati fuori». Né
lui, dunque, né il suo vice Giorgio Zappa li hanno mai visti.
Sarà. Ma chi con Mokbel ha una certa intimità sono di sicuro
«Lorenzo Cola e Marco Iannilli, indicati dai sodali» scrivono i
carabinieri del Ros, «come importanti consulenti del gruppo
industriale».
Attraverso
i loro buoni uffici, Mokbel infatti sogna di fare business a sei
zeri con Finmeccanica. Guarguaglini ha continuato a smentire, ma
non ha negato il suo legame con il misterioso Cola. Persino
Mokbel sa che i due sono ottimi amici: «Lorenzo, che è uno
psicopatico, pare uno psicopatico... ma per farvi capi': diciamo
che è il primo consigliere di Guarguaglini» ripete come un
mantra nelle intercettazioni.
Mentre il
6 febbraio 2008 a tal Sergio Licheri Mokbel dice, parlando di
Cola, che «ieri sera sono stato a cena con uno dei capoccioni di
Finmeccanica... vive a Washington, è quello che ha firmato
l'accordo di sei miliardi... per gli Stati Uniti».
In
quell'occasione il consulente della terza impresa militare del
mondo avrebbe offerto al presunto riciclatore «di aprire una
loro agenzia per tutto il centro Asia per la vendita di prodotti
militari, elicotteri e via dicendo».
Secondo
gli inquirenti, in effetti, Mokbel e compagni attraverso
Finmeccanica non solo volevano riciclare denaro sporco, ma
costituire una joint venture per lanciarsi su altri business.
Punto di partenza, la Digint: sarebbero Cola e Iannilli a
proporre a Mokbel e soci l'investimento da 8,2 milioni di euro
per comprare quote della società. Gli inquirenti sono sulle
tracce di un bonifico fatto verso una banca di Hong Kong ad
agosto del 2007, soldi poi tornati in gran parte un anno dopo a
San Marino.
Ma la
Digint è solo il punto di partenza, una «scatola vuota» da
riempire di contratti, in modo da lavorare direttamente con il
colosso militare.
Il 12
febbraio 2008 il gruppo Mokbel è riunito in un ufficio ai
Parioli. I sodali si sono appena incontrati con Cola e «asseriti
rappresentanti», scrivono ancora i Ros, «di Finmeccanica». «Sono
cinque mesi che abbiamo tirato fuori i soldi» si lamenta Mokbel
ignaro di essere intercettato «ma non abbiamo visto uno straccio
di contratto».
Iannilli
tenta di spiegare che si tratta di un investimento a lungo
termine, e i due cominciano a leggere un documento, dal quale si
delinea il vero progetto: lanciarsi nel settore militare e della
meteorologia.
Mokbel:
«Lo voglio leggere ad alta voce! La GE sistemi ha assunto la
denominazione di Italia Sistemi e Soluzioni, dopo aver
rilevato... la partecipazione del 49 per cento, c'abbiamo il 100
per 100. L'esercizio si è chiuso con un fatturato di poco
superiore ai quattro milioni e mezzo di euro».
Mokbel e
Iannilli parlano di società esistenti, degli affari di GE
Elettronica, con redditività milionarie, e di investimenti fatti
nell'hardware. Il senatore Di Girolamo sembra soddisfatto: «Solo
attraverso una holding del genere potevi entra' in Finmeccanica,
anzi addirittura Finmeccanica ha chiesto, fronte di quello, una
partecipazione attraverso un fondo lussemburghese».
Il 3 marzo
2008 Mokbel e Iannilli parlano dei soldi che si possono
guadagnare grazie a Cola: Mokbel: «Io non capisco perché Lollo
(Lorenzo Cola, ndr) vuole fa' questo passo... Cioè, lui ha preso
la Digint, per arriva' dove?».
Iannilli:
«Per pemettere a Finmeccanica...». Mokbel: «Pe' soldi?».
Iannilli: «Anche per un discorso di soddisfazione personale,
costruisci una cosa dal niente, la pompi, te la rivendi...».
Mokbel «Allora lo fa pe' soldi». Iannilli: «Ma certo, poi alla
fine pe' soldi...».
Mokbel:
«...fra 3,4 anni, secondo voi dove pensate d'arrivà?». Iannilli:
«Parli della Digint o in generale? Io penso che la Digint possa
arriva' a vale' 550 milioni». Mokbel: «Se gliela vende a
Finmeccanica... Certo si deve impegna' Lollo... ci dobbiamo
impegna' a sta con le scadenze». Iannilli: «Poi 150 milioni di
euro, ti gira i contratti per 150 milioni. A me non me ne frega
un cazzo...».
I pm hanno
chiesto rogatorie all'estero per ricostruire le operazioni.
Resta la domanda che si fanno in molti: possibile che Cola non
avesse mai parlato a Guarguaglini della Digint e dei suoi nuovi
amici?
[03-06-2010]
|
LA
PORTI UNa anti-INTERCETTAZIONE A FIRENZE – NELLA PROCURA TOSCANA
è PRONTA LA “STANZA DEI SEGRETI”: UNA SALETTA AD HOC DOVE LE
DIFESE DI BALDUCCI & C. POTRANNO ASCOLTARE (MA NON FARNE COPIA,
NEPPURE IN FORMA D’APPUNTI) TUTTE LE INTERCETTAZIONI CHE
L’ACCUSA RITIENE IRRILEVANTI – I GIUDICI: “VOLEVAMO EVITARE CHE
SI INSTAURASSE IN AULA UN MECCANISMO SIMILE A QUELLO DI
CALCIOPOLI”…
Marco Imarisio per il "Corriere
della Sera"
La stanza
dei segreti è quasi pronta. All'ultimo piano della vecchia
procura circondariale, nello stesso edificio dove lavorano due
dei tre magistrati titolari dell'inchiesta sulle Grandi opere.
L'arredamento sarà spartano. Un tavolo, un computer, un
ufficiale di Polizia giudiziaria, ad aiutare e sorvegliare.
L'ascolto
delle intercettazioni segrete sarà possibile solo qui, in una
saletta con vista sui tetti di Firenze. A partire da domani, gli
avvocati di Angelo Balducci, Fabio De Santis, Francesco
Piscicelli e Guido Cerruti, una fetta importante del presunto
«sistema gelatinoso» che secondo l'accusa comandava sugli
appalti pubblici, potranno entrare uno alla volta, e ascoltare i
nastri «proibiti».
Ascoltare
soltanto, senza alcuna possibilità di riprodurli ed
eventualmente portarli all'esterno. La sala d'ascolto, questa la
denominazione ufficiale, è una conseguenza pratica del decreto
con il quale il giudice per le indagini preliminari ha respinto
le istanze dei legali di Balducci e De Santis, che volevano
accedere a tutte le registrazioni, in vista del processo ai loro
assistiti che comincerà il prossimo 15 giugno.
L'accusa
si era opposta, ritenendo «inopportuna» la divulgazione di
intercettazioni telefoniche che non erano state ritenute
importanti ai fini dell'inchiesta. «Volevamo evitare che si
instaurasse in aula un meccanismo simile a quello del processo
di Calciopoli» sostengono in procura, tratteggiando un parallelo
con il dibattimento napoletano dove intere udienze vengono
dedicate alla lettura di telefonate non trascritte ai tempi
delle indagini.
Non è
certo un mistero che questa vicenda sia decisamente più delicata
di quella napoletana. Nel librone dei «dati di traffico
telefonico» che da oggi sarà a disposizione delle difese sono
comprese oltre 110mila conversazioni. Nessun nome, solo la
traccia, ovvero il numero dell'utenza chiamante e di quella
ricevente.
Ma alcuni
di questi numeri appartengono alle più alte cariche dello Stato.
Agli atti della procura di Firenze vi sono infatti le
intercettazioni di tutti i personaggi coinvolti nell'inchiesta
su Grandi opere e G8 alla Maddalena, anche di quelli la cui
posizione è stata stralciata e inviata per competenza a Perugia.
Era impossibile fare una divisione soggetto per soggetto, ci
sarebbero voluti mesi e il tempo stringe.
Così, nel
calderone dal quale gli avvocati difensori sceglieranno di
ascoltare - per una volta soltanto- i file audio delle
telefonate che giudicheranno di loro interesse, vi sono ad
esempio anche le conversazioni di Guido Bertolaso con i vertici
delle nostre istituzioni nei giorni seguenti al terremoto
dell'Aquila. Sia ben chiaro, colloqui del tutto ininfluenti al
fine dell'indagine, e lo stesso si può dire delle molte
telefonate che nel periodo 2007-2009 Balducci fa o riceve con
politici di ogni ordine e genere.
«Per
tutelare la privacy dei soggetti non coinvolti- sostengono in
procura - basta applicare la legge: si possono sentire tutte le
telefonate ma non farne copia, neppure in forma d'appunti».
Solo così,
con queste regole, gli eventuali segreti rimarranno chiusi in
una stanza. Mentre fuori continueranno illazioni e sussurri.
[04-06-2010]
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AYALA
CI ILLUMINA SULLE STRAGI DEL ’92-’93 - IL PM al primo
maxiprocesso RICORDA “FALCONE SAPEVA CHE NON ERA SOLO LA MAFIA A
VOLERLO MORTO. COINVOLTI settori dei servizi segreti” - Ricordo
che Paolo disse: “finché c’è il maxiprocesso in piedi la mafia
non ci tocca”. Il maxi fu pendente fino al 30 gennaio ’92. A
marzo poi venne ucciso Lima, a maggio Falcone e a luglio
Borsellino...”
Ninni Andriolo per "l'Unità"
La verità
sulle stragi? Si potrà conoscere se la politica ne favorirà
unitariamente la ricerca". Giuseppe Ayala fece parte, assieme a
Falcone e Borsellino, del pool antimafia di Palermo. Pubblico
ministero al primo maxiprocesso, venne eletto deputato nel '92.
Dal 2006 è rientrato in magistratura. Attualmente è consigliere
presso la Corte di Appello all'Aquila.
Giancarlo
De Cataldo, un suo collega, la pensa più o meno come lei e
ripropone la Commissione d'inchiesta sulle stragi...
"Ho molto
apprezzato un passaggio della sua intervista a "Repubblica". Ha
ricordato che lui, come altri, riteneva che Falcone e Borsellino
fossero dei "protagonisti" e non quei grandi magistrati che sono
stati. Il fatto che lo abbia affermato pubblicamente, a
differenza di molti, è segno di grande onestà intellettuale. Non
so se la strada più efficace possa essere quella della
commissione parlamentare, ma la politica deve dare un grande
contributo alla ricerca della verità".
Il
procuratore Grasso parla di "interessi trasversali" che armarono
la mafia....
"Che nelle
stragi del '92 e '93 fossero coinvolti, accanto a Cosa nostra,
settori dei servizi segreti, è cosa che in molti abbiamo pensato
e detto. Oggi - limitatamente al fallito attentato dell'Addaura
e alla strage Borsellino, che io sappia almeno - si è aperto
questo capitolo anche dal punto di vista giudiziario. Ma, al
momento, assegno a queste indagini una bassa percentuale di
riuscita. E questo con tutto il rispetto che si deve ai colleghi
di assoluta qualità che se ne stanno occupando. A cominciare dal
procuratore di Caltanissetta, il mio amico Sergio Lari. Mi
auguro di essere smentito, naturalmente"
Perché
questo pessimismo?
"Perché
sbattiamo contro un muro di gomma. Posso fare un esempio
paradossale che rende l'idea?"
Prego...
"Ma quanti
agenti con la "faccia di mostro" ci sono nei servizi segreti
italiani? E come mai i servizi non hanno ancora collaborato con
l'autorità giudiziaria dando identità alla "faccia di mostro"
che lavora ancora lì dentro? Sarei indotto a pensare che se non
hai quelle caratteristiche non puoi fare lo 007..."
Dopo l'Addaura
Falcone parlò di "menti raffinatissime"...
"Usando
quella espressione non si riferiva alla mafia. A scanso di
equivoci collegò quelle "menti raffinatissime", testualmente, a
"centri occulti di potere capaci di orientare le scelte di Cosa
nostra". Nella stessa intervista, poi, nel descrivere "lo
scenario" dentro il quale tentarono di ucciderlo, fece un
parallelo con l'omicidio del generale Dalla Chiesa. Io non sono
depositario di verità infallibili, ma essendo Falcone un
magistrato cautissimo, che si intendeva di queste cose come
nessun altro, qualcuno mi deve spiegare perché mai quello
"scenario" doveva cambiare nel '92 e nel '93. Stragi, tra
l'altro, ancora più significative da questo punto di vista".
In che
senso, consigliere?
"Perché
Cosa nostra nel '93, per la prima volta, esportò gli attentati
fuori dalla Sicilia. E perché quelle stragi, a differenza della
tradizione mafiosa, dovevano palesemente comportare vittime
innocenti. Si scelsero metodi di tipo terroristico. E'come se
qualcuno avesse voluto mettere la firma..."
Il
messaggio a chi era rivolto?
"Il
messaggio era: "abbiamo la mafia, ma ti facciamo capire che ci
siamo anche noi". In questo Paese accade sempre, quando la
politica vive un momento di grande debolezza e nel '92-'93 era
così, che emergano per un verso gli interessi e per l'altro le
logiche degli apparati. Non possiamo fare di ogni erba un
fascio, però. Nei servizi la stragrande maggioranza è composta
da gente fedele alle istituzioni"
Si parla
di stragi congegnate ad hoc per favorire nuovi referenti
politici...
"Non ho
elementi per suffragare questa tesi. Ne prendo atto con molto
rispetto perché viene, tra l'altro, da Piero Grasso di cui
conosco senso di responsabilità ed equilibrio. Detto questo
aggiungo una notazione polemica che non vale per i magistrati.
Spesso sento parlare di mafia e di stragi da gente che non ne
capisce nulla. Io, purtroppo, una certa memoria storica la
conservo...".
Si può far
risalire all'omicidio Dalla Chiesa la trattativa tra mafia e
Stato?
"C'è
troppa gente che parla di trattativa. Aspetto dati concreti e
non ne vedo ancora. Non che la cosa mi scandalizzerebbe. Basti
pensare ad altre epoche. All'uccisione di Giuliano, per
esempio".
Dopo
l'Addaura nel pool antimafia avevate la sensazione di un salto
di qualità senza ritorno?
"Non
riferisco, naturalmente, quello che ci dicemmo in privato con
Giovanni. Posso dire quello che dissi io ai colleghi. Nel 1984
ci trovavamo con Falcone e Borsellino a Rio de Janeiro. Una sera
- lo chiamammo scherzando il "ragionamento di Copacabana" per
via dell'albergo - il discorso cadde sulla nostra sicurezza
personale. Ricordo che Paolo, in sintesi, disse: "finché c'è il
maxiprocesso in piedi la mafia non ci tocca". Condividemmo
questa analisi. Il maxi, come è noto, fu pendente fino al 30
gennaio '92. A marzo poi venne ucciso Lima, a maggio Falcone e a
luglio Borsellino..."
Prima però
venne l'Addaura..
"Sì e quel
fallito attentato mi portò a fare con loro questa osservazione:
"l' Addaura allora e' in contraddizione con la "polizza
d'assicurazione" del maxiprocesso - così la chiamava Paolo che
era sempre pronto alla battuta - ...anche questo ci deve far
pensare che non si tratta solo di mafia". Falcone poi parlò di
menti raffinatissime".
Dopo le
stragi del '93 anche lei ha temuto un colpo di Stato?
"Ebbi
nettissima questa sensazione. Nel '92 ero stato eletto alla
Camera e avevo un osservatorio diverso da quello della procura
di Palermo. Eravamo in molti ad essere allarmati. Pensai a una
strategia terroristica che aveva una finalità politica".
[03-06-2010]
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|
UN PAESE
COLPITO DA ALZHEIMER O UNO STATO CHE HA FATTO SUO IL CODICE
MAFIOSO? - PASSI PER UN TIPINO FINO COME MASSIMO CIANCIMINO CHE
DOPO BEN 25 ANNI SI È SVEGLIATO PER RICORDARSI DI COSA NOSTRA A
CASA SUA. QUELLO CHE COLPISCE È CHE CI SONO VOLUTI BEN DICIOTTO
ANNI PER NONNO CIAMPI PER RIVELARE CHE DIETRO LE STRAGI DI MAFIA
DEL ‘92-‘93, ANNO IN CUI CARLO AZEGLIO RICOPRIVA LA CARICA DI
PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, EBBE "PAURA CHE FOSSIMO A UN PASSO DAL
COLPO DI STATO” - MICA È FINITA. PRIMA DI CIAMPI, BEN DUE DECADI
HANNO IMPIEGATO IL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA PIETRO GRASSO
E WALTER- VELTRONI, MEMBRO DELL’ANTIMAFIA, PER SCOPRIRE CHE LE
STRAGI DEL 1992-’93 FURONO “SUBAPPALTATE A COSA NOSTRA” PER
SPIANARE LA STRADA A “UNA NUOVA FORZA POLITICA” (GRASSO), A UNA
“ENTITÀ ESTERNA” (UÒLTER): UN MODO DI DIRE BERLUSCONI E FORZA
ITALIA, SENZA AVER IL CORAGGIO DI DIRLO - EPPOI: QUALSIASI
GOLPE, SCANDALO O MISTERO, DA BALDUCCI A FINMECCANICA, DA
BERTOLASO A CONTRADA, DA TELECOM ALLO IOR, SBUCANO I SERVIZI
SEGRETI, CHE ORMAI NON SONO PIù DEVIATI, ERA ’STRAGE DI STATO’,
MA PIRANDELLAMENTE "UNO, NESSUNO, CENTOMILA" -
1 -
SCUSATE IL RITARDO
Marco Travaglio per
il Fatto
Con la
dovuta calma, una decina d'anni di ritardo non di più, il
procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e l'on. Walter
Veltroni, membro dell'Antimafia, scoprono che le stragi del
1992-'93 furono "subappaltate Cosa Nostra" per spianare la
strada a "una nuova forza politica" (Grasso), a una "entità
esterna" (Uòlter): una roba talmente misteriosa che l'ha intuita
persino Cicchitto. E tutti a meravigliarsi, a scandalizzarsi, ad
accapigliarsi sulla sconvolgente novità. Chi scrive lo disse in
tv a Satyricon nel 2001 e lo scrisse con Elio Veltri ne L'odore
dei soldi, mentre decine di altri libri, in Italia e all'estero,
giungevano alle stesse conclusioni.
Piero
Grasso e Angelino Alfano
Per
avermi consentito di dirlo, da 9 anni Daniele Luttazzi non può
più lavorare in tv, né sotto la destra né sotto la sinistra.
Intanto Grasso, da procuratore di Palermo, assieme al Csm
estrometteva dal pool antimafia tutti i pm che indagavano su
quella pista. E Veltroni, segretario Pd nel 2007-2009, elogiava
Berlusconi "interlocutore indispensabile sulle riforme",
rivendicava il dovere di "non attaccarlo più" e poneva fine
all'"éra dell'antiberlusconismo" (peraltro mai iniziata).
carlo
azeglio ciampi in barca
2 - I
TIMORI DI CIAMPI: "EBBI PAURA DI UN POSSIBILE COLPO DI STATO"
Il Fatto -
Dopo
diciotto anni, sulle colonne di Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi
ritorna sul tema delle stragi di mafia del ‘92-‘93, anno in cui
ricopriva la carica di presidente del Consiglio. Ricordando la
sera del 27 luglio del 1993 afferma: "Oggi non esito a dirlo,
ebbi paura che fossimo a un passo dal colpo di Stato". Nella
notte delle bombe a Milano e a Roma, il presidente emerito della
Repubblica ricostruisce la concitazione di quelle ore e
rilancia: il Paese "ha diritto a sapere chi ordinò quelle
stragi" per "evitare che quella stagione si ripeta" e perché
"senza verità non c'è democrazia".
Quelle
parole non potevano non avere una eco nel dibattito politico,
con il centrodestra che attacca. Osvaldo Napoli domanda: "Se la
vita della Repubblica ha versato in così grave pericolo, perché
mai esso è stato taciuto per 18 lunghi e interminabili anni?". E
Cicchitto parla di "intenzionalità politica che è molto lontana
da un'oggettiva ricerca della verità". Dal Pd Veltroni ripete:
"Quelle non sono state solamente stragi di mafia".
3 -
NOVEMBRE '93 NUOVI PARTITI ALL'OMBRA DI UN GOLPE - È IL MESE DEL
"NON CI STO" DETTO DAL PRESIDENTE SCALFARO E DEL NUOVO PARTITO
DEL CAPO DELLA FININVEST
Santoro e
Antonio di Pietro a Il raggio verde Ansa a sinistra Bush padre
jpeg
Il Fatto
- Pubblichiamo un estratto del libro "L'agenda nera della
seconda
repubblica" di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, che sarà in
libreria per Chiarelettere dal 10 giugno.
Località segreta, 1 novembre ‘93
Il pentito Salvatore Cancemi racconta ai pm di Caltanissetta che
a metà di maggio del '92, di ritorno da una riunione con altri
soggetti di Cosa nostra, si era trovato a discutere con il boss
della Noce Raffaele Ganci dell'imminente attentato a Falcone. In
quell'occasione, Ganci gli spiegò che Riina aveva avuto un
incontro "con persone molto importanti, insieme alle quali aveva
deciso di mettere la bomba a Falcone". "Queste persone
importanti - aveva aggiunto Ganci - hanno promesso allo zio Totò
che devono rifare il processo nel quale lui è stato condannato
all'ergastolo". Secondo Cancemi, la strage sarebbe avvenuta
otto-dieci giorni dopo.
Roma, 2 novembre ‘93
Nel corso del programma Uno contro tutti, condotto da Maurizio
Costanzo su Canale5, il direttore del Tg5 Enrico Mentana nega
che Berlusconi stia creando un partito: "Si tratta di prove
tecniche di fiancheggiamento elettorale" dice. Vittorio Sgarbi
interrompe Mentana e sostiene che il partito di Berlusconi
esiste eccome e che sia Mentana sia Costanzo lo sanno benissimo,
avendo partecipato a riunioni riservate con il Cavaliere.
Specifica poi Sgarbi: "Il nuovo partito non sarà rappresentato
da Segni, Amato o Costa. Occorrono uomini nuovi".
Milano, 2 novembre ‘93
Marcello Dell'Utri, numero uno di Publitalia, incontra almeno
due volte (il 2 e il 30 novembre) Vittorio Mangano a Milano,
come risulta dalle sue agende. Di cosa parlano? Il senatore,
impegnato in quei mesi nella costruzione del nuovo partito Forza
Italia, non lo spiega. Dice solo che "di tanto in tanto" Mangano
lo andava a trovare "per motivi personali". È il periodo in cui
sono in corso le manovre per l'organizzazione di Forza Italia e
Cosa nostra prepara il cambio di rotta verso la nascente forza
politica. È in questo momento che, come rivela il pentito
Antonino Giuffrè, Provenzano fa sapere agli altri capimafia di
aver trovato in Dell'Utri un nuovo referente "affidabile".
Roma, 3 novembre ‘93
"Non ci sto!". Dopo le bombe e lo scandalo dei fondi neri del
Sisde, il presidente della Repubblica Scalfaro sente il bisogno
di indirizzare un messaggio alla nazione e va in onda per sette
minuti in diretta televisiva sulle reti pubbliche e private. Il
presidente, visibilmente indignato, parla a braccio, consultando
ogni tanto alcuni fogli di appunti. Scalfaro denuncia agli
italiani un tentativo di "lenta distruzione dello Stato" in atto
nel paese e sostiene che occorre difendere le istituzioni. (...)
Ma cosa temeva Scalfaro in quella fine del '93? «Parlerei di un
intreccio di interessi sovrapposti... Esprimevo ciò che stavo
vivendo in prima persona, dopo aver assistito a veri e propri
atti di guerra (le bombe mafiose), e dopo aver colto da certi
ambienti (contigui alla politica, ma non solo) diversi segnali
di intimidazione". (...)
Anche
Carlo Azeglio Ciampi, in quel periodo a capo del governo,
ricostruisce il clima teso di quei giorni e i timori di un
attacco alle istituzioni democratiche. "Ricordo perfettamente
quei giorni del '93. Ero da poco stato eletto presidente del
Consiglio in un momento non facile. C'era un clima molto teso
dopo le bombe di Firenze, Milano, Roma. [...] Ricordo
l'entusiasmo del '93 per l'accordo sul costo del lavoro. Poi la
lunga serie di attentati in nottata. Ero a Santa Severa,
rientrai con urgenza a Roma, di notte.
DALL'UCCIARDONE - CON IL FIGLIO MASSIMO
Accadevano strane cose. Io parlavo al telefono con un mio
collaboratore a Roma e cadeva la linea. Poi trovarono a Palazzo
Chigi il mio apparecchio manomesso, mancava una piastra. Al
largo dalla mia casa di Santa Severa, a pochi chilometri da
Roma, incrociavano strane imbarcazioni. Mi fu detto che erano
mafiosi allarmati dalla legge che istituiva per loro il carcere
duro. Chissà, forse lo volevano morbido, il carcere".
Alla
domanda sullo spettro di un colpo di Stato pronto a scattare in
Italia, Ciampi risponde: "In quelle settimane davvero si temeva
un colpo di Stato. I treni non funzionavano, i telefoni erano
spesso scollegati. Lo ammetto: io temetti il peggio dopo tre o
quattro ore a Palazzo Chigi col telefono isolato. Di quelle
giornate, quel che ricordo ancora molto bene furono i sospetti
diffusi di collegamento con la P2".
Ma c'è stato davvero il rischio di un colpo di Stato piduista
durante la stagione dello stragismo dei primi anni Novanta? "I
piduisti ebbero a che fare con la strategia della tensione"
risponde l'ex procuratore nazionale Piero Luigi Vigna. (...)
Perché Ciampi pensò proprio a un colpo di Stato? "Quando il 28
luglio scoppiò l'autobomba davanti alla chiesa di San Giorgio al
Velabro, avvisai Ciampi, che si trovava nella sua casa al mare.
E mentre stava al telefono sentì dalla conversazione telefonica
il secondo boato dell'ordigno esploso a San Giovanni in
Laterano.
Le
comunicazioni caddero. Lui si precipitò a Roma, ma le linee del
Quirinale rimasero isolate per alcune ore. Bombe e interruzioni
telefoniche lo indussero a pensare che qualcosa di grave stesse
succedendo, un colpo di Stato. Facemmo perizie e consulenze
dalle quali risultò che non ci fu alcuna manomissione esterna.
Si trattò di un accumulo di comunicazioni, che aveva determinato
il blackout telefonico". (...)
Palermo, 3
novembre ‘93
Enzo Scarantino compare per la prima volta in un'aula di
giustizia per difendersi dall'accusa di spaccio di droga. "Mi
rifornivo da Scarantino negli anni '85-86" ha detto il pentito
Salvatore Augello. "Compravo da lui cento-centocinquanta grammi
ogni dieci-quindici giorni. Cento grammi li pagavo diciotto
milioni". Intervistato dai cronisti, Scarantino ha negato ogni
suo coinvolgimento nella strage di via D'Amelio. "Sono tutte
falsità - ha detto l'imputato - e non è vero neanche che ho
tentato di togliermi la vita in cella".
Roma,
primi di novembre ‘93
Giuliano Urbani manda alle stampe un libretto di trentacinque
pagine intitolato Alla ricerca del buon governo - Appello per la
costruzione di un'Italia vincente. Il volume verrà dato in
omaggio e indicato come riferimento ideologico a tutti coloro
che si iscriveranno ai club Forza Italia.
Roma, 5
novembre ‘93
La Procura di Roma, sospettando che le «dichiarazioni»
destabilizzanti siano state concordate, aggrava l'accusa contro
i tre dirigenti del Sisde (Malpica, Broccoletti e Galati) che
avevano tirato in ballo il presidente della Repubblica:
l'ipotesi di reato è ora quella di "attentato agli organi
costituzionali". Intanto, voci false su imminenti dimissioni del
capo dello Stato scatenano la speculazione internazionale sulla
lira facendone precipitare le quotazioni; ma in giornata la
moneta recupera.
Roma, 9
novembre ‘93
Nel dibattito in Parlamento sullo scandalo Sisde, il presidente
del Consiglio Ciampi illustra le misure restrittive messe in
atto dal governo sull'uso dei fondi dei servizi segreti e dice
che "le bande di malfattori dentro lo Stato non mineranno la
democrazia". » (...)
Milano, 10
novembre ‘93
In viale Isonzo, cominciano i provini televisivi per i 650
personaggi
candidabili usciti dallo screening di Publitalia. (...)
Roma, 12 novembre '93
La Procura di Roma scagiona il ministero dell'Interno Mancino:
non ha preso nessun fondo nero dal Sisde; gli ex ministri
Antonio Gava ed Enzo Scotti vengono invece rinviati al Tribunale
dei ministri con l'accusa di peculato.
Parigi, 12 novembre '93
A Parigi, in una saletta dell'Assemblea nazionale (il Parlamento
francese), Angelo Codignoni riceve dalle mani di Giulia Ceriani,
collaboratrice del semiologo ed esperto di marketing Jean-Marie
Floch, lo Screening X. Si tratta di un rapporto di quattrocento
pagine per verificare lo spazio di una nuova formazione politica
di centro-destra. Floch suggerisce anche le due chiavi utili per
vincere: il dovere ("Devo bere l'amaro calice") e il sapere ("Io
ho la competenza").
Roma, 16 novembre ‘93
L'apposita commissione ministeriale accerta che i ministri
dell'Interno dal 1987 al 1992 (quindi anche Gava e Scotti) non
si sono appropriati di fondi segreti del Sisde.
Roma, 21 novembre ‘93
Primo turno delle elezioni amministrative (...) I dati generali
danno vincenti tre grandi forze: la sinistra (raccolta in
un'Alleanza democratica e progressista guidata dal Pds), la Lega
nord e il Movimento sociale; seccamente sconfitti, invece, la
Dc, il Psi e in generale i partiti di governo.
Palermo, fine ‘93
Secondo Nino Giuffrè questo è il momento in cui all'interno di
Cosa nostra si discute dell'imminente discesa in campo di Silvio
Berlusconi. "Tutte le persone che avevano notizie di questo
movimento che stava per nascere - dirà Giuffrè - trasmettevano
le informazioni all'interno di Cosa nostra. Provenzano, in modo
particolare, ne valutava l'affidabilità. Iniziò un lungo periodo
di discussione e di indagine per vedere se era un discorso serio
che poteva interessare a Cosa nostra, per poter curare quei mali
che avevano provocato danni all'organizzazione.
bologna
d'annata
Abbiamo
fatto anche delle riunioni per discutere, fino a quando lo
stesso Provenzano ci disse che potevamo fidarci, che eravamo in
buone mani. E nel momento in cui lui ci dà queste informazioni,
e queste sicurezze, ci mettiamo in cammino per portare avanti
all'interno di Cosa nostra, e poi successivamente all'esterno,
il discorso di Forza Italia".
Torino, 22 novembre '93
Berlusconi rilascia un'intervista a La Stampa commentando il
risultato del primo turno delle amministrative. "Li avevo
previsti da tempo e centrati in pieno con proiezioni sulle
elezioni di giugno". E poi: "Sono in molti a chiedere un mio
impegno: gente comune, colleghi imprenditori, politici. Se
dicessi di sì dovrei tirarmi da parte come editore: sarebbe per
me una decisione gravosa. Anzi, se mi consente l'aggettivo, una
decisione eroica. Mi auguro che quanto succederà nelle prossime
settimane possa allontanare da me questa decisione, questo amaro
calice". (...)
Bologna, 23 novembre ‘93
Al mattino un Berlusconi ancora in tuta da ginnastica sale
sull'aereo che lo porta a Casalecchio di Reno, vicino a Bologna,
per inaugurare un ipermercato. Dopo la cerimonia tiene una
conferenza stampa al termine della quale, su specifica domanda,
dice che se dovesse votare nel ballottaggio a Roma sceglierebbe
"senza esitazioni Fini, esponente di quell'area moderata che si
è unita e può garantire un futuro al paese". (...)
Milano, 27 novembre ‘93
Alle 14 su Rete4, al posto della prevista puntata della soap
opera Sentieri viene trasmessa integralmente la conferenza
stampa tenuta il giorno prima da Berlusconi. Alle 22.40 anche
Canale5 cancella il film Donna d'onore, con Serena Grandi, per
mettere in onda l'intero faccia a faccia del Cavaliere con i
giornalisti stranieri. Sono le prime prove tecniche30-05-2010]
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MA CHE BEL
CURRICULUM HA IL NUOVO PREFETTO DELL’AQUILA! - Giovanna Iurato
NON SOLO compare nella "lista Anemone" MA DEVE ESSERE
interrogatA lunedì mattina per l’assegnazione delle commesse
ALla Elsag datamat (PARTECIPATA FINMECCANICA),
scelta per gestire i sistemi informatici durante il G8 che si è
svolto proprio in Abruzzo la scorsa estate - Iurato dovrà
spiegare i criteri per la designazione, soprattutto tenendo
conto che uno dei dirigenti dell’azienda è il suo attuale
marito... Fiorenza Sarzanini per il
Corriere della Sera
Sono
almeno sei le società collegate a Finmeccanica che avrebbero
gestito gli appalti serviti ad occultare riserve di fondi neri.
L'indagine avviata dai magistrati romani si intreccia con quella
dei pubblici ministeri napoletani che ha già svelato la rete di
contatti attivata per l'assegnazione delle commesse.
E punta in
particolare su due aziende: la Selex, amministrata dall'ingegner
Marina Grossi, moglie dell'amministratore delegato della holding
Pierfrancesco Guarguaglini; e la Elsag datamat, specializzata
nei sistemi informatici. Mentre nella capitale ci si concentra
sui conti esteri, da Napoli partono gli avvisi a comparire per
le persone che hanno seguito la procedura di aggiudicazione
delle gare.
Tra loro
spicca il nome del nuovo prefetto dell'Aquila Giovanna Iurato,
fino a qualche settimana fa direttore del reparto
tecnico-logistico del ministero dell'Interno, che si è insediata
tre giorni fa. Il provvedimento le è stato notificato nei giorni
scorsi e il suo interrogatorio è stato fissato per lunedì
mattina.
L'alto
funzionario del Viminale dovrà chiarire le procedure seguite per
la realizzazione del Cen, il centro elettronico nazionale del
capoluogo partenopeo della polizia di Stato. La società
affidataria è proprio la Elsag datamat, scelta anche per gestire
i sistemi informatici durante il G8 che si è svolto proprio in
Abruzzo la scorsa estate.
Iurato
dovrà spiegare i criteri per la designazione, soprattutto
tenendo conto che uno dei dirigenti dell'azienda è il suo
attuale marito. L'intreccio di interessi ha insospettito gli
inquirenti e rischia di rivelarsi il secondo infortunio nella
carriera del prefetto, la cui nomina era stata bloccata la
scorsa settimana dal Consiglio dei ministri quando si è scoperto
che il suo appartamento era inserito nella cosiddetta «lista
Anemone», l'elenco dei lavori di ristrutturazione compiuti dalle
aziende che fanno capo a Diego Anemone, l'imprenditore accusato
di far parte della «cricca» che ha ottenuto numerosi appalti per
i «Grandi Eventi».
L'attenzione dei magistrati romani si concentra sulle fatture
emesse da alcune imprese controllate da Finmeccanica - prima fra
tutte proprio Selex - per la fornitura di apparecchiature di
alta tecnologia.
Il
sospetto è che in alcuni casi siano state emesse senza ottenere
contropartita, oppure per cifre molto al di sopra dei prezzi di
mercato. Il sistema avrebbe consentito l'accantonamento di
provviste occulte poi spostate su conti correnti all'estero. Gli
accertamenti riguardano svariati depositi e si parla di
trasferimenti di denaro per centinaia di milioni di euro. Soldi
utilizzati soprattutto per favorire Finmeccanica
nell'aggiudicazione di commesse all'estero.
Lo spunto
per l'avvio delle verifiche è arrivato quando si è scoperto che
Gennaro Mokbel - il faccendiere arrestato con l'accusa di aver
organizzato un'associazione a delinquere finalizzata, tra
l'altro, al riciclaggio - aveva versato otto milioni di euro per
l'acquisto della società Digint. Nelle conversazioni
intercettate si faceva riferimento proprio ai possibili affari
da concludere con Finmeccanica e al ruolo di Lorenzo Cola che di
Guarguaglini era uno dei collaboratori più stretti.
L'accertamento effettuato attraverso le rogatorie internazionali
avrebbe poi consentito di individuare le tracce dei depositi
bancari che fanno capo al colosso specializzato nei sistemi di
Difesa e negli armamenti, oltre alla tecnologia aeronautica di
cui è uno dei leader mondiali. Quel denaro si sarebbe quindi
rilevato soltanto una parte della provvista portata fuori dai
confini. Ora si va avanti.
Ai
carabinieri del Ros e ai reparti specializzati della Guardia di
Finanza sono stati affidati nuovi controlli sulla documentazione
contabile e sui flussi dei finanziamenti ottenuti negli ultimi
anni. Un fiume di soldi che potrebbe portare a nuove scoperte,
mettendo nell'angolo l'attuale dirigenza, oltre ai manager e ai
consulenti che negli ultimi anni si sono occupati degli affari
più grossi.
29-05-2010]
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GAZA, UN
MARE DI SANGUE
- Almeno quindici persone della flotta internazionale formata da
sei imbarcazioni di attivisti pro-palestinesi che si dirigeva
verso Gaza sono rimasti uccisi durante l’assalto di un commando
israeliano - La ’flottiglia’ organizzata da diverse Ong
internazionali per portare aiuti umanitari nella striscia di
Gaza, sfidando l’embargo imposto da Israele, era partita ieri
pomeriggio da Cipro - PER HAMAS E’ TERRORISMO DI STATOA
nsa
Almeno
quindici persone della flotta internazionale formata da sei
imbarcazioni di attivisti pro-palestinesi che si dirigeva verso
Gaza sono rimasti uccisi durante l'assalto di un commando
israeliano. Lo ha annunciato la catena televisiva privata
israeliana '10'. La radio pubblica ha riferito che alcuni
militari israeliani sono stati feriti.
Secondo i media israeliani tra le vittime ci sarebbero nove
cittadini turchi.
La
'flottiglia' organizzata da diverse Ong internazionali per
portare aiuti umanitari nella striscia di Gaza, sfidando
l'embargo imposto da Israele, era partita ieri pomeriggio da
Cipro. A bordo delle sei navi con circa 700 attivisti, secondo
gli organizzatori, ci sono 10.000 tonnellate di aiuti, tra cui
100 case prefabbricate e attrezzature mediche.
Alcune
navi della flottiglia battono bandiera turca e una Ong turca
sarebbe uno dei principali organizzatori dell'intera operazione
di invio di una flottiglia di aiuti a Gaza sotto assedio.
Israele, che nega che a Gaza sia in atto una crisi umanitaria,
aveva ripetutamente avvertito che avrebbe impedito alla
flottiglia di arrivare a Gaza ma si era offerto di far pervenire
a destinazione gli aiuti, dopo ispezione, tramite un valico
terrestre. Per Israele, perciò, l'intera operazione è una
"provocazione" studiata con l'intento di diffamare la sua
immagine agli occhi del mondo.
"Le
immagini non sono certo piacevoli. Posso solo esprimere
rammarico per tutte le vittime" ha detto il ministro israeliano
per il Commercio e l'Industria, Binyamin Ben-Eliezer, alla radio
dell'esercito.
ITALIANI A BORDO, NON COINVOLTI IN SPARATORIA - Ci sono anche
alcuni italiani, almeno cinque, fra gli attivisti della
flottiglia che stamani cercava di recarsi a Gaza e che e' stata
bloccata dalle forze israeliane. E' quanto riferisce la
Farnesina interpellata sulla vicenda.
Le
fonti del ministero degli Esteri italiano riferiscono anche che
non risultano italiani coinvolti nella sparatoria che ha
provocato morti e feriti. L'ambasciata italiana in Israele ha
comunque inviato alcuni funzionari ad Haifa, dove la flottiglia
verra' scortata dalle
forze israeliane, per verificare la situazione sul posto.
ABU MAZEN
CONDANNA 'MASSACRO' -
Il
presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) ha
condannato stamane il "massacro" degli attivisti filopalestinesi
nel corso dell' abbordaggio delle loro navi da parte della
marina militare israeliana e ha decretato tre giorni di lutto
nei territori palestinesi. In Israele intanto forze armate e
polizia sono state poste in stato di massima allerta.
UE CHIEDE
A ISRAELE APERTURA INCHIESTA -
L'Unione europea chiede alle autorità israeliane di aprire
un'inchiesta sull'attacco alle navi che trasportavano aiuti
umanitari a Gaza. Attacco che ha provocato diverse vittime. Lo
ha detto un portavoce del ministro degli esteri della Ue,
Catherine Ashton, sottolineando inoltre come Israele deve
garantire il libero flusso di aiuti umanitari diretti alla
Striscia di Gaza.
"L'Alto
Rappresentante per la politica estera della Ue - afferma il
portavoce - esprime profondo rammarico per le vittime e le
violenze avvenute e chiede che venga aperta un'approfondita
inchiesta che chiarisca le circostanze in cui sono avvenuti i
fatti". Ashton, inoltre, richiama le autorità israeliane al
rispetto del libero transito delle flottiglie che trasportano
aiuti umanitari, chiedendo "un'immediata e incondizionata
riapertura del passaggio per il trasporto di beni e persone da e
verso Gaza".
ISRAELE
CONFERMA MORTI, FUOCO CONTRO DI NOI -
Un portavoce militare israeliano ha confermato stamane che un
numero non precisato di passeggeri della navi di attivisti
filo-palestinesi sono stati uccisi e che altri sono stati feriti
nel corso dell' operazione di abbordaggio delle navi. Ha detto
che viaggiatori hanno fatto uso di armi da fuoco e da taglio e
opposto resistenza violenta ai soldati. Più di quattro militari
sono stati feriti, alcuni in modo grave.
TURCHIA, A
RISCHIO RELAZIONI CON ISRAELE -
La Turchia ha duramente condannato oggi l'assalto armato da
parte della marina militare israeliana contro la flottiglia di
attivisti filo-palestinesi che si recavano a Gaza con aiuti
umanitari ed ha sottolineato che "questo sfortunato evento,
avvenuto in mare aperto in violazione della legge
internazionale, può condurre a irreparabili conseguenze nelle
nostre relazioni bilaterali" con Israele. La condanna è
contenuta in un comunicato diffuso ad Ankara dal ministero degli
Esteri turco, in cui si sottolinea inoltre che "i militari
israeliani hanno usato la forza contro civili, tra cui donne,
bambini e vecchi di vari Paesi che volevano portare aiuti
umanitari alla popolazione di Gaza".
"Israele - prosegue il comunicato - colpendo civili innocenti,
ha ancora una volta dimostrato di ignorare del tutto la vita
umana e le iniziative di pace e noi condanniamo con forza tale
inumano trattamento da parte di Israele". "A parte le iniziative
intraprese dall'ambasciata di Turchia a Tel Aviv, l'ambasciatore
d'Israele ad Ankara è stato convocato al ministero per
spiegazioni urgenti. Qualunque siano le ragioni di Israele -
conclude il documento - è impossibile accettare tale azione
contro civili che conducono attività pacifiche. Israele dovrà
sopportare le conseguenze di questa violazione della legge
internazionale".
FLOTTIGLIA, PER HAMAS ARREMBAGGIO E' TERRORISMO DI STATO -
Hamas ha denunciato stamane a Gaza l'arrembaggio della
flottiglia di aiuti umanitari e di attivisti filopalestinesi da
parte della marina israeliana, affermando che si tratta di
"terrorismo organizzato di stato".
Hamas ha invocato oggi "una intifada (rivolta) dinanzi alle
ambasciate israeliane. A parlarne è stato Ahmad Yusef, uno degli
esponenti della fazione islamico radicale palestinese a Gaza.
Altri portavoce del movimento hanno definito l'accaduto "un
crimine internazionale", invitando l'Onu e la comunità mondiale
a reagire e ad avviare una inchiesta affinché "i colpevoli siano
puniti". A Gaza City, intanto, la gente si sta radunando in
strada per una dimostrazione di protesta convocata sia da Hamas
sia da altri gruppi radicali come la Jihad Islamica. Fonti
locali non escludono un'immediata recrudescenza di attacchi o
lanci di razzi verso Israele.
GRECIA
ATTIVA UNITA' DI CRISI -
Il ministero degli Esteri greco ha attivato l'Unità di crisi in
seguito all'assalto israeliano contro la 'Flottiglia per Gaza',
della quale facevano parte due unità battenti bandiera ellenica,
il cargo 'Liberta' del Mediterraneò e la passeggeri 'Sfendoni',
a bordo delle quali si trovavano cittadini greci e palestinesi.
Atene ha indicato di non avere finora notizie ufficiali su
quanto accaduto e sulla sorte dei propri concittadini. Secondo
attivisti greci a bordo delle unità, citati dalla radio Skai,
gli israeliani avrebbero dato l'arrembaggio con elicotteri e
gommoni ed avrebbero fatto uso di "proiettili veri".
Atene,
riferiscono fonti del ministero degli Esteri, ha chiesto al
governo israeliano chiarimenti e spiegazioni sull'assalto alla
'Flottiglia', attraverso l'ambasciata greca. Il ministero degli
Esteri ha inoltre contattato l'ambasciatore israeliano ad Atene
per chiedergli informazioni dettagliate e assicurazioni sulla
salute e la sicurezza dei cittadini greci che si trovavano a
bordo della 'Flottiglia'.
TENSIONE
FRA ARABI IN ISRAELE -
La polizia israeliana ha elevato lo stato di allerta nelle zona
del Wadi Ara (60 chilometri a nord di Tel Aviv), dopo che nella
città di Um el-Fahem si è sparsa la voce - finora non confermata
- che nell'attacco della marina israeliana alla flotta di
attivisti filo-palestinesi diretti a Gaza sia stato ferito dai
militari lo sceicco Raed Sallah, leader del Movimento islamico
nel Nord di Israele, che vive a Um el-Fahem. La radio militare
aggiunge che i vertici della polizia israeliana hanno condotto
stamane una seduta di emergenza e che continuano a seguire da
vicino l'evolversi della situazione nella popolazione araba.
La polizia
israeliana ha deciso di chiudere al traffico, per motivi
prudenziali, alcune arterie in Israele che passano attraverso
zone popolate da arabi, fra cui nel Wadi Ara. In questa zona la
tensione è molto elevata dopo che si è diffusa la notizia che un
leader islamico locale, sceicco Raed Sallah, sarebbe rimasto
ferito in modo grave negli incidenti verificatisi nella
'Flottiglia Ong'. La polizia israeliana ha inoltre deciso di
isolare la zona della Spianata delle Moschee a Gerusalemme.
31-05-2010]
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Ricciardi
per "Italia Oggi" - Alla fine l'ha spuntata. Se non è la DigitPa,
è l'Agenzia per l'innovazione. Davide Giacalone,
giornalista, collaboratore di vari ministri ed ex consigliere
d'amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società
Sip, Italcable e Telespazio, è alla guida dell'Agenzia per la
diffusione delle tecnologie per l'innovazione. Una struttura di
supporto alle imprese vigilata dal ministro della funzione
pubblica, Renato Brunetta. Il ministro ne ha firmato il decreto di
nomina nei giorni scorsi. |
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SUPER
CONSIGLIERI...
L'occasione è ghiotta e la casta è sempre in agguato, anche
quando, a parole, tutti concordano sulla necessità di ridurne i
privilegi. La riforma federalista di recente approvazione ha
riconosciuto a Roma lo status di ente territoriale a sé stante,
sintetizzato nella formula "Roma capitale". A volerlo furono i
vertici dell'allora Alleanza nazionale che così compensarono le
ansie federaliste della Lega. L'idea di Roma capitale è ispirata
allo status di Berlino in Germania e di Washington negli Stati
Uniti, con un autogoverno svincolato dalle regioni di
appartenenza.
E ora, del
nuovo impianto istituzionale per la città guidata da Gianni
Alemanno, qualcuno già tenta di approfittare. I consiglieri
comunali capitolini, navigando sott'acqua, lavorano affinché venga
loro riconosciuto una condizione pari a quella dei consiglieri
regionali.
Significherebbe passare da un'indennità di poche migliaia di euro,
legata alla partecipazione alle sedute consiliari e di
commissione, a un ghiotto stipendio di 11 mila euro al mese netti
più assicurazione sanitaria e contribuzione previdenziale capace
di far scattare una pensione a fine mandato. Come accade in questi
casi, si tenterà di nascondere il riconoscimento all'interno dei
decreti attuativi sul federalismo. In tempi di risparmi non male.
(G.S.)
2 - IL PD CERCA DI NUOVO CASA...
Il Partito Democratico cerca casa. Dismesso il Loft
veltroniano, è tempo di lasciare anche il Collegio del Nazareno,
attuale sede in via di Sant'Andrea delle Fratte a Roma. La parte
del Collegio occupata dal Pd costa in subaffitto ben 600 mila euro
l'anno. In origine, Francesco Rutelli lo prese in affitto dal
gruppo Scarpellini, cui è riconducibile la proprietà del palazzo,
per la Margherita.
E ora che il
Pd vuole investire nel mattone i primi rimborsi elettorali, Ugo
Sposetti, già tesoriere dei Ds, sta trattando l'acquisto di un
immobile tra via Veneto e via Bissolati con la Tosinvest degli
Angelucci. Gli stessi che nel 2003 rilevarono 37 immobili di
proprietà dei Ds, allora in crisi di liquidità. E gli stessi che
in queste settimane starebbero trattando l'acquisto dell'"Unità".
(C.C.)
CICALA E IL
DOSSIER RISERVATO...
Si tinge di giallo la vicenda di Sergio Cicala, il "turista"
siciliano rapito, insieme alla moglie Philomene Kaboure, da Al
Qaeda in Mauritania e liberato ad aprile grazie a una lunga
trattativa condotta dall'intelligence militare. Cicala da oltre 15
anni fa la spola tra la Sicilia e l'Africa. Nel 1994, durante un
viaggio in Ciad, la sua jeep saltò su una mina. In quell'incidente
morì Kristina Ylitalo, all'epoca sua compagna. Episodi finiti in
un dossier riservato dei servizi segreti militari.
A sequestro
concluso, la sezione ricerche dell'Aise cerca ancora di fare
chiarezza sulle attività africane di Cicala. Un primo filone di
indagini sul siciliano, sospettato di traffico d'armi, data alla
fine degli anni Novanta.
Il rapporto della Digos di Palermo lo chiamava in causa per una
triangolazione tra Sicilia, Roma e stati del Nord Africa. (M.G)
GOVERNO-UDC,
SPUNTA VIETTI AL CSM ...
Sono aperte le danze per il rinnovo dei membri del Consiglio
superiore della magistratura. Il Parlamento in seduta comune è
convocato il 1° luglio per eleggere gli otto membri laici di sua
competenza, mentre i magistrati voteranno il 4 e 5 luglio per
scegliere i 16 rappresentanti togati. Alla maggioranza
parlamentare spettano cinque membri, all'opposizione tre.
Secondo le
voci, in pole position per la vicepresidenza c'è Gaetano Pecorella
del Pdl. Ma avanza sottotraccia la candidatura di Michele Vietti
dell'Udc, gradito anche al Partito democratico (è lui l'artefice
del sostegno elettorale del suo partito a Mercedes Bresso in
Piemonte). Soprattutto, la nomina di un esponente centrista
ufficializzerebbe il recente riavvicinamento politico fra Silvio
Berlusconi e Pier Ferdinando Casini.
L'alternativa udc a Vietti sarebbe Francesco D'Onofrio, più
indirizzato verso la Corte costituzionale. Per il Pd, in qualità
di componenti, circolano invece i nomi di Guido Calvi e Giovanni
Maria Flick, mentre Antonio Di Pietro sembra orientato a non
chiedere rappresentanti. Però le elezioni potrebbero slittare di
sei mesi se i giudici decidessero di attendere una nuova legge
elettorale. (C.V.)
IL GENERO
KAZACO CHE PIEGA LA NURBANK...
G. Ve. Per "il Sole 24 Ore" - In Kazakhstan la banca è un fattore
di famiglia. Nello Stato asiatico ricchissimo di risorse naturali,
il presidente Nursultan Nazarbayev e i suoi congiunti hanno,
insieme a quella per il potere, una smisurata passione per gli
affari e le banche. Tuttavia alcune recenti mosse finanziarie
della famiglia preoccupano non poco il settore del credito: la
figlia del presidente Dariga ha infatti annunciato la vendita del
56% di Nurbank, uno dei maggiori istituti del paese.
Le ragioni
dell'operazione sono legate allo scandalo scoppiato in seguitoalla
fuga dell'ex genero del capo di stato,Rakhat Aliev.Dall'esilio
Aliev ha denunciato una trama di corruzione con al centro proprio
Nurbank che ha fatto traballare la famiglia presidenziale. La
vicenda ora minaccia di avere pesanti ricadute finanziarie:
secondo gli analisti, senza l'appoggio dei Nazarbayev, la banca
rischia infatti una brusca caduta del titolo e un impatto negativo
sulle prossime emissioni obbligazionarie. La vicenda non è chiara.
Ed è difficile dire a chi dare credito nella vicenda. Così, nel
dubbio, pesa la parola dell'esiliato Alliev.
TUTTO IL
POTERE AL GENERALISSIMO GERO-VITAL (NON DITELO A "REPUBBLICA") - è
LO STESSO AMMINISTRATORE DELEGATO DEL LEONE CICCIO PERISSINOTTO A
INFORMARE CHE ’Il nostro presidente GERONZI ci rappresentera’ nel
Patto di sindacato di Pirelli e Rcs e sara’ il rappresentante
nell’assemblea del Patto di Mediobanca" (COSA VUOI DI PIù DA
ASSICURAZIONE VITA?)... Radiocor - 'Il nostro
presidente ci rappresentera' nel Patto di sindacato di Pirelli e
Rcs e sara' il rappresentante nell'assemblea del Patto di
Mediobanca. E' una delibera portata da me in consiglio e gia'
approvata nell'ultimo cda della compagnia di qualche giorno fa'.
Lo ha detto il ceo di Generali Giovanni Perissinotto confermando
l'ingresso di Cesare Geronzi nei patti delle maggiori partecipate
italiane del gruppo triestino. 'Mi sembra che siano posizioni che
competono proprio al presidente', ha commentato Perissinotto.
[28-05-2010]
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ARRESTATA
“LADY COCAINE”, TUTTA SFILATE, SESSO E NARCOTRAFFICO
- Miss Colombia a vent’anni, in Messico era diventata l’amante di
un boss che l’aveva introdotta nel giro - A Buenos Aires Angie
Sanclemente era a capo di un giro di avvenenti ragazze che
portavano valigie di droga in Europa SOLLAZZANDO FUNZIONARI
DOGANALI (OGNUNO HA I SUOI TARANTINI).. Emiliano Guanella
per "La
Stampa"
I poliziotti
che l'hanno trovata nella camera 102 del K-Lodge, modesto ostello
per giovani studenti stranieri nel centro di Buenos Aires, sono
rimasti delusi: speravano di trovare l'impattante modella ritratta
dalle foto che da mesi circolano su Internet e invece Angie
Sanclemente Valencia è apparsa sciupata, i capelli tinti di
biondo, forse anche qualche chilo in più, se è vero, come ha detto
malignamente una studentessa brasiliana vicina di stanza, che
passava tutto il giorno a mangiare, da sola, senza uscire quasi
mai.
DA SOLA IN UN MISERO OSTELLO
La «Narco-modella», come è stata soprannominata, che viene
accusata di essere la coordinatrice di una rete internazionale di
traffico di droga, è caduta nella rete dell'Interpol dopo mesi di
ricerche e pedinamenti. Trentun anni compiuti proprio questa
settimana, Angie era arrivata in Argentina agli inizi di dicembre
dell'anno scorso assieme all'inseparabile cagnolina Lulù,
proveniente dal Messico. Inviata, secondo gli inquirenti, da un
cartello della droga per vigilare su uno schema di «mule», giovani
e belle ragazze da mandare a Cancun e poi da lì con un charter in
Europa, piene di droga.
L'avvenenza delle ragazze e la compiacenza di funzionari doganali
corrotti (la droga viaggiava nelle valigie senza particolari
accorgimenti) avrebbe garantito un carico di cinque chili almeno
di cocaina al giorno, tutti i giorni. Ad ogni ragazza spettava un
compenso di cinquemila dollari. La rete è stata smantellata a metà
dicembre quando una delle portatrici ha preferito consegnarsi alla
polizia e ha rivelato alcuni nomi. Da lì è iniziata una caccia
all'uomo, con la cattura di tre componenti della banda ed è uscito
il nome della modella.
Originaria di Bogotà, Angie Sanclemente ha iniziato giovanissima
nel mondo della moda, a vent'anni ha vinto l'ambitissimo titolo di
Regina del caffè, una specie di Miss Colombia: dopo appena 2
giorni, però, ha dovuto rinunciare perché gli organizzatori hanno
scoperto che era stata sposata (divorziò subito dopo), condizione
proibita dal regolamento. Approda allora in Messico, dove le viene
attribuita una relazione con un pericoloso narcotrafficante della
zona di Cancun, detto il «Mostro». Secondo gli inquirenti è grazie
a questa frequentazione che si familiarizza con il business della
droga. Di nuovo single, conosce Nicolas, giovane modello argentino
che l'avrebbe convinta ad entrare nel business delle «mule».
LE FOTOGRAFIE SU FACEBOOK
Profuga da cinque mesi, ha continuato a pubblicare foto da Buenos
Aires nel suo profilo di Facebook. Il suo avvocato spiegava che la
ragazza voleva collaborare ma aveva paura a consegnarsi per il
terrore di essere violentata in carcere. «La sua bellezza sarebbe
un pericolo in un penitenziario argentino». Al momento della
cattura aveva solo una trentina di dollari in tasca e due valigie
di vestiti.
Sostiene
di essere innocente, di non aver nulla a che fare con gli affari
di Nicolas. Gli inquirenti non si spiegano perché una persona
braccata dalla polizia è finita in un ostello pieno di gente,
dando generalità false, sperano ora negli interrogatori incrociati
tra le persone arrestate.
Su Youtube,
dopo la notizia dell'arresto e la diffusione in Rete delle foto
della giovane, impazza un video di un'intervista rilasciata da
Angie al momento dello scandalo per il titolo di reginetta
revocato. «Non capisco - spiega candidamente - perché si parla
tanto di una cosa così piccola, del sogno innocente di una ragazza
che ha commesso un piccolo errore e non si dice niente invece dei
problemi gravissimi che affliggono la nostra amata Colombia, a
iniziare dalla guerra e soprattutto dal narcotraffico». Forse
neanche lei avrebbe immaginato che, dieci anni dopo, sarebbe stata
proprio la droga a farla diventare famosa in tutto il mondo.
[28-05-2010]
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– LA
DENUNCIA DI TERRY-bile DE NICOLÒ (UNA DELLE GIANPY GIRLS CHE
FINIRONO A PALAZZO GRAZIOLI: “PEDINATA E MOLESTATA DA UN
COLONNELLO DELLA FINANZA” - SALVATORE PAGLINO, IL FINANZIERE CHE A
BARI INDAGÒ SU BERLUSCONI, si era attizzato: “MI CHIAMAVA 30 VOLTE
AL GIORNO, CITOFONAVA, MI SEGUIVA. INSISTEVA: VOLEVA SALIRE DA
ME”…
Gian Marco Chiocci
- Massimo Malpica per "Il
Giornale"
Appuntamento
sul lungomare. Dopo molte insistenze vince la curiosità. Terry De
Nicolò, protagonista suo malgrado dell'inchiesta che ha finito per
portare in carcere l'ex vice di Vendola, Sandro Frisullo, una
delle ragazze che Gianpi Tarantini aveva invitato alle feste a
Palazzo Grazioli per ingraziarsi il premier, arriva su
un'utilitaria rossa. Accosta, scende dall'auto, lo sguardo
nascosto da un paio di occhiali scuri.
«Di che
cosa si tratta, 'sta volta?». Le diciamo un nome, quello del
tenente colonnello Salvatore Paglino, l'uomo che indagò su
Berlusconi e la D'Addario, l'ufficiale che poi, a Trani, ha
condotto l'inchiesta sul caso Agcom, che vedeva il premier
indagato. Avrebbe tempestato di messaggi e chiamate alcune
testimoni dell'inchiesta barese. E la procura avrebbe indagato su
quell'episodio. Terry si stringe nelle spalle. «Sì, ero io la
destinataria. E non credo d'essere l'unica. Ne ho già parlato mesi
fa ai magistrati».
L'inchiesta ora è chiusa. Ci racconta com'è andata?
«Maggio 2009, un anno fa. Gli investigatori di Bari che indagavano
sulla vicenda Tarantini-D'Addario mi convocano. Incontro per la
prima volta quel colonnello che poi avrei ritrovato sempre accanto
al pm Scelsi, e non solo lì».
E
quindi?
«Ho fatto altri interrogatori, si era nel pieno dell'inchiesta
Tarantini e il colonnello Paglino era sempre lì, tranne forse una
volta, a far domande sulle feste a palazzo Grazioli e tutto il
resto. Terminate le deposizioni il colonnello inizia con gli sms».
Prego?
«Mi tempesta di messaggini, mi chiama. Con insistenza sempre
maggiore, fino a settembre, poi una tregua, e a novembre
ricomincia. Devo dire la verità: all'inizio era gentile, quasi
formale, pensavo fosse una strategia per carpirmi chissà quali
segreti. Ma davvero non avevo altro da dire. Ma ho capito quasi
subito che puntava ad altro. Anche perché non mi spiegavo tutte
quelle chiamate, frequentissime, ossessive».
Quanto frequenti? Quanto ossessive?
«Un'infinità, centinaia di sms, molti dei quali conservo ancora,
piovuti a tutte le ore, fino a trenta telefonate al giorno. E se
non rispondevo, lui continuava, insisteva, non mollava mai.
Cominciava in tarda mattinata e andava avanti per ore, anche fino
a notte, qualche volta».
Cosa scriveva, messaggi attinenti all'inchiesta?
«Macché. "Dai vediamoci", oppure, "sono sotto, fammi salire a
casa", roba così. Io prendevo tempo, gli dicevo che ero col
fidanzato o con mia madre, anche se non era vero. Quando non
sapevo come uscirne gli proponevo di vederci in luoghi pubblici,
tipo al bar.
Una volta
mi ha raggiunto in un bar, sospetto che mi avesse seguita fino lì.
Ma invece di parlare dell'inchiesta si guardava intorno e parlava
di questioni personali. A parte quella volta, i miei tentativi di
dirottare lontano da casa le sue richieste di incontro sono andati
sempre falliti.
Lui
diceva "no, meglio di no, se ci vedono è pericoloso. A casa tua è
meglio". Faceva anche le poste sotto casa. Avevo crisi di panico
appena vedevo le macchine della Guardia di finanza. E quando gli
chiedevo conto di quegli appostamenti, si giustificava dicendo che
aveva accompagnato un magistrato, o che si trovava a passare da lì
perché andava in una caserma lì vicino. Se fosse vero o no, io non
lo so. Di certo l'ho visto spesso aggirarsi intorno a casa mia».
E
alla fine l'ha fatto salire?
«No. Non è mai salito da solo, ma non è stato facile tenerlo fuori
dalla porta. Inventavo sempre scuse. Più di una volta mi ha detto,
seccato, che non mi credeva, che era impossibile che non fossi mai
sola in casa nell'arco della giornata. È capitato anche che
citofonasse, per fortuna avevo il video, sapevo che era lui e non
rispondevo. Insomma, era un'ossessione, e io ero in preda
all'ansia».
Lo ha denunciato?
«No».
E
perché, scusi?
«Ma come perché? Ero terrorizzata. Vivevo un incubo in quel
periodo. Tutti mi tartassavano: giornalisti, finanzieri, amici,
avvocati, magistrati. Non si parlava d'altro che del premier,
delle serate a palazzo Grazioli a cui anche io avevo partecipato.
Avete idea di quanti vostri colleghi insistevano perché
raccontassi particolari piccanti su Berlusconi, sulle feste, sugli
altri politici? Che cosa avrei dovuto fare? Denunciare quello che
per me era il capo degli investigatori della procura?
Di chi
avrei dovuto fidarmi? E a chi avrebbero creduto, a me, che mi
chiamavano escort, e mi dipingevano per quello che non ero, o a
lui? E poi grazie al cielo ero riuscita a tenerlo lontano da casa,
non è che mi avesse mai messo le mani addosso. Dovevo dire che mi
tormentava? Era la parola del capo degli inquirenti contro la mia.
Speravo solo che finisse».
Lei però poi ne ha parlato a verbale.
«Certo che ne ho parlato, ma non spontaneamente. Me l'hanno
chiesto loro. Il nome del colonnello me lo hanno fatto loro. I
pm».
Quando?
«Il pomeriggio del 13 novembre, un venerdì, mi presento in procura
perché avevo ricevuto un mandato di comparizione dai magistrati di
Bari. Pensavo all'ennesimo interrogatorio su Tarantini. Una volta
lì capisco che qualcosa non torna. Di Gianpi (Tarantini, ndr) i pm
non parlano. Si informano su chi frequento, chiedono se ho
problemi con qualcuno, e con chi avessi continui contatti
telefonici...».
E lei?
«Dico loro che non capisco, ed era vero. Ma insistono, mi mostrano
un numero di cellulare. "Le dice niente questo?". Lì per lì non lo
riconosco. Insistono: "Ci sono centinaia di chiamate e messaggi
che lei ha ricevuto da questo numero". A quel punto sudo freddo,
ma ancora non pensavo fosse lui. Così lo digito sul telefonino e,
chiamandolo, vedo quel nome salvato in rubrica: "Colonnello".
Capisco e sbianco».
Che cosa aveva capito?
«Che i pm sapevano già tutto. Degli sms, delle telefonate, delle
insistenze. Di fronte all'evidenza, e alle loro domande
dettagliate, non ho potuto più evitare di dire quel che mi era
capitato. A dirla tutta mi sono tolta un bel peso. E alla fine
sono stata fortunata, perché mi è sembrato di capire che non sono
stata la sola ragazza a essere stata oggetto di attenzioni
particolari. Ho capito allora che avevo fatto molto bene a non
farlo mai salire a casa».
Da allora
l'ha più sentito?
«Sì, dopo l'interrogatorio. Quando i magistrati mi chiesero di
controllare quel numero, involontariamente feci partire uno
squillo. Il colonnello se ne sarà accorto perché, nei giorni
successivi, ricominciò a chiamare insistentemente. Non so se
sospettasse qualcosa o se fosse solo tornato alla carica...». «Non
so come sia proseguita questa vicenda, che fine abbiano fatte le
indagini. So che mi fidavo di un inquirente che di questa fiducia
ha sicuramente abusato. È possibile che una testimone si ritrovi
marcata stretta da un ufficiale che l'ha interrogata, manco fosse
uno spasimante ossessivo? Stalking, molestie. Io non lo so, non
sta a me giudicare. So solo che non auguro a nessuno di provare
quel che è toccato a me. A nessuno». [28-05-2010]
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AUTO
BLU, MI PIACI solo TU - LO SCANDALO TUTTO ITALIANO DELLE AUTO DI
RAPPRESENTANZA, ENNESIMO RECORD DEGLI SPRECHI ITALICI: ABBIAMO
SUPERATO QUOTA 620MILA (5 ANNI FA ERANO “SOLO” 200MILA) E CI COSTA
21 MLD € - FELTRUSCONI LO SPARA IN PRIMA AVVISANDO: “ADESSO CI
PENSANO BRUNETTA E TREMONTI!” – MA “L’ESPRESSO” SCOPRE CHE LE GARE
PER AUMENTARE LA FLOTTA PROSEGUONO INDISTURBATE E LE ASSEGNA LA
CONSIP, LA SPA DEL MINISTERO DELL’ECONOMIA, CIOè TREMONTI…
1
- LO SCANDALO DELLE AUTO BLU. IN ITALIA SONO 620MILA...
Gabriele Villa
per "Il
Giornale"
Il
ministro Brunetta ha già cominciato a contarle una ad una. E sarà
un appello che non prevederà appello. Perché le tante, troppe auto
blu, in uso alla casta di Stato, saranno inesorabilmente tagliate.
La potatura dei privilegi a quattro ruote è, nell'ambito della
manovra finanziaria targata Tremonti, forse una di quelle accolte
con maggior sollievo e soddisfazione dalla gente, esasperata e
nauseata da anni di uso e abuso smodato da parte dei politici di
una comodità esagerata e costosa.
Ma quante
sono le auto blu in Italia? Allacciate le cinture
dell'indignazione per affrontare con noi i dati dell'ultimo
censimento utile, aggiornato al primo trimestre del 2010.
Oggi come
oggi le vetture in circolazione con a bordo un politico o un
boiardo di Stato sono 629.120, una discreta impennata rispetto al
2009 quando erano 607.918. Un'inguardabile sterzata, rispetto a
tre anni fa, quando erano 574mila e a cinque anni fa quando erano
«soltanto» 198.596.
Sommando
gli stipendi degli autisti, i rifornimenti di carburante e i
pedaggi autostradali di queste auto, secondo l'Associazione dei
contribuenti, che ogni anno nel suo studio prende in esame sia le
auto di proprietà delle amministrazioni che quelle in leasing, in
noleggio operativo e noleggio lungo termine, in carico a Stato,
Regioni, Province, Comuni, municipalità, Asl, comunità montane,
enti pubblici, enti pubblici non economici, società misto
pubblico-private e società per azioni a totale partecipazione
pubblica, la spesa annua legata a questo antistorico privilegio
motorizzato supera i 21 miliardi di euro.
Ma
d'altra parte è così che si conquistano i record. Sì, perché se
l'austera Gran Bretagna ha deciso di mandare tutti i suoi politici
a lavorare con i mezzi pubblici, è anche vero che l'Italia del
buonismo e della comodità è al primo posto al mondo nella
classifica delle macchine di Palazzo. Le auto blu sono infatti
73mila negli Usa, 65mila in Francia, 55mila nel Regno Unito e
54mila in Germania, 44mila in Spagna, 35mila in Giappone, 34mila
in Grecia, che ha già i suoi bei problemi che sappiamo, e 23mila
in Portogallo, fanalino di coda nella top ten.
«Dopo il
censimento, che si concluderà a metà giugno - ha annunciato
Brunetta - pensiamo a forme di razionalizzazione come il car
sharing o l'auto blu collettiva verificandone l'uso, i consumi di
carburante, la manutenzione, l'impiego degli autisti, etc...».
Così, secondo Brunetta, si potranno ottenere enormi risparmi: «Il
50 per cento di quello che si spende attualmente».
Al resto
ci penserà la scure Tremonti. In effetti se ci sono o ci sono
stati casi limite, come per esempio nella Regione Campania della
gestione Bassolino con autisti pagati fino a 3mila euro netti, una
flotta di vetture con cento guidatori, per un costo di 5 milioni
di euro l'anno, anche il traffico a quattro ruote di chi lavora
per la presidenza del Consiglio rischia di venir sconvolto. In
quest'ambito il servizio automobilistico cosiddetto «dedicato»
conta circa 200 addetti, e rappresenta una spesa di circa 5
milioni e 700mila euro l'anno di soli stipendi.
L'altro,
quello che viene definito di «reperibilità e pronto impiego», ha
un costo medio di 250 euro a singolo «accompagnamento», e comporta
un esborso di circa 3 milioni di euro l'anno. Naturalmente i costi
salgono o scendono in questo caso in base al numero degli
«accompagnamenti» annui effettuati. Nell'ultimo semestre del 2009
sono stati 6.777 (circa 18 al giorno, per una cifra di 4.500 euro
spesi quotidianamente solo per far spostare gli uomini della
presidenza).
Complessivamente il servizio «a chiamata» ha toccato una spesa
annua di 3 milioni e 329mila euro nel 2009. A questi milioni di
euro vanno aggiunti i costi dell'affitto dei veicoli (467mila euro
nel 2009), del carburante (128mila euro nel 2009) e di parcheggi e
manutenzioni (95mila euro nel 2009). In tutto sono poco più di 9
milioni di euro l'anno. Costose, superflue, odiate dalla gente
comune, è tempo che le auto blu finiscano definitivamente in
parcheggio. Anche se per sistemarle tutte e 629mila servirebbero
1.200 campi di calcio. Ingombranti, no?
2
- ESPRESSO, 624 MILA AUTO BLU E ALTRE GARE IN CORSO...
(Ansa) - "Mentre il governo annuncia tagli e misure di
contenimento della spesa, le gare per acquistare berline e
ammiraglie di Stato continuano. E si allargano agli enti locali".
E' quanto afferma L'Espresso, domani in edicola, che ha dato
un'anticipazione dell'inchiesta "Scandalo auto blu".
"Sono
stati spesi oltre 100 milioni solo per gli ultimi lotti, appaltati
dalla Consip, la società che gestisce le gare per il ministero
dell'Economia. E un'altra assegnazione è ancora in corso", scrive
il settimanale spiegando che "intanto, però, i numeri crescono
ogni anno. A colpi di milioni di euro per le casse dello Stato.
Le ultime
gare assegnate dalla Consip, la Spa del ministero dell'Economia,
assegnano una decina di forniture comprese fra i 5 e i 33 milioni
di euro l'una. Senza contare la gara per le auto più grandi, che è
ancora in corso ed elenca una serie di optional di lusso che vanno
dal satellitare ultima generazione ai sedili in pelle chiara".
"Secondo
la stima dell'associazione Contribuenti italiani nel 2010 s'è
toccata quota 624.330, con un incremento del 2,7 per cento proprio
negli ultimi mesi. Fra proprietà e leasing lo Stato, le Regioni,
le Province, le Asl e i Comuni battono ogni record, surclassando i
grandi della Terra. Un confronto è sufficiente per verificarlo:
negli Stati Uniti non si arriva a 73 mila auto di servizio, in
Francia sono meno di 63 mila, in Gran Bretagna appena 56 mila".
"Nel 2007
si sforò per la prima volta quota 500 mila e furono varati altri
tagli. Rimasti anche stavolta sulla carta, prosegue l'inchiesta
del settimanale, visto che solo il ministero dell'Ambiente ridusse
davvero il parco macchine in cortile. Alle vetture romane si
aggiungono le abbuffate degli enti locali. Già prima dell'ultimo
raid nelle concessionarie, le Regioni avevano a disposizione 52
mila vetture, 51 mila le Province, 72 mila i Comuni", conclude la
nota.
3
- MENTRE IL GOVERNO ITALIANO FA FINTA DI TAGLIARE, IN EUROPA LE
FORBICI LE USANO PER DAVVERO.
Da "Nomfup.wordpress.com"
In tempi
di crisi nera e di tagli diffusi in tutta Europa le auto blu, si
dirà, non fanno la differenza. Benaltrismo a parte, però, i
partner UE le forbici sul benefit per antonomasia le stanno
usando, in Italia mica tanto Tra le misure contenute nella
prossima Finanziaria del governo Berlusconi si parla di un
generico "giro di vite" sull'utilizzo di vetture di rappresentanza
da parte di ministri e ministeri.
In Gran
Bretagna, invece, il governo liberalconservatore ha annunciato un
taglio netto <http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/magazine/8702883.stm>
sulle auto blu - le mitiche Jaguar, utilizzate come un vanto
nazionale - invitando i componenti dell'esecutivo ad usare i mezzi
pubblici. In Francia il rigore ha colpito il parco macchine
perfino della Difesa, dove - secondo il Figaro - le Renault di
ordinanza da 80 che erano sono diventate solo 20.
Occhio,
quindi, una volta approvata la manovra firmata da Giulio Tremonti,
allo sbandierato giro di vite sulle auto blu. Che, peraltro, da
noi sono per lo più le teutoniche, lussuose Audi (macchine sopra i
60mila euro, senza aggiungere i costi della blindatura, e senza
considerare che per i ministri viaggiano in scorta), e non le
Renault della flotta transalpina o le Jaguar britanniche (la più
costosa viaggia poco sopra i 40mila euro).
Si vedrà,
a regime, quanti saranno i ministri italiani a preferire non
diciamo il mezzo pubblico come in Gran Bretagna, ma almeno una
italianissima vettura - e ce ne sono - alle blindate tedesche che
li scarrozzano per ogni dove, come se fossero Angela Merkel.
[27-05-2010]
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LA CASTA SI
FA LO SCONTO – E TE PAREVA CHE SUI SOLDI AI PARTITI NON FACEVANO I
FURBI? PASSO INDIETRO (BIPARTISAN) DEL GOVERNO – NELLA SECONDA
VERSIONE DELLA MANOVRA IL TAGLIO DEI CONTRIBUTI SCENDE DAL 50% AL
10% - SU 130 MLN €, QUASI 120 RESTANO AL SICURO NELLE CASSE DI PDL,
PD, IDV, UDC - ANCHE I SOLDI GIÀ INTASCATI DALLE FORZE SCONFITTE
ALLE ELEZIONI NON VENGONO TOCCATI - ESULTA LA SINISTRA ARCOBALENO
(DITELO A BERTINOTTIFrancesco De Dominicis per "Libero"
Probabilmente si sarebbe trattato di un contributo simbolio. Circa
65 milioni di euro in tutto per l'intero arco costituzionale. Ecco
perché il passo indietro compiuto dal governo, nella versione
finale della manovra sui conti pubblici, è ancora più fastidioso.
Una nota stonata in un mix di misure con le quali l'esecutivo ha
chiesto a molte categorie (a cominciare dai lavoratori statali) un
sacrificio per mettere l'Italia al riparo dal rischio crac. La
questione ruota attorno al taglio dei rimborsi elettorali. Taglio
che in prima battuta era al 50% e alla fine, come per magia, si è
ridotto drasticamente ad appena il 10%.
Qualcuno
lo ha già ribattezzato «lo sconto della Casta». Poca roba, forse,
se si guardano i 24 miliardi di euro complessivi della manovra
messa a punto dal ministro Giulio Tremonti per il biennio
2011-2012. Del resto, se si considerano i 130 milioni di euro
incassati dai partiti lo scorso anno - in parte per le elezioni
politiche del 2008 e in parte per le europee del 2009 - la cura
dimagrante sarebbe stata pari a 65 milioni se fosse rimasta in
piedi la prima versione della dieta (50%).
Ma il
governo ha preferito asciugare il conto portando il taglio al 10%,
che si traduce in una riduzione pari ad appena 13 milioni di euro.
Calcolatrice alla mano, vuol dire che i partiti si sono
assicurati, in buona sostanza, una dote in più di circa 52 milioni
di euro.
Non male,
in tempi di crisi, che certamente costringono i tesorieri delle
forze politiche ai salti mortali per far quadrare i conti e i
bilanci. Fatto sta che i vertici di Pdl, Pd, Idv possono dormire
sogni tranquilli. Una mossa bipartisan che di sicuro non troverà
ostacoli durante il prescritto iter a palazzo Madama e a
Montecitorio.
In
pratica restano intatti i rimborsi già arrivati in cassa. In
ballo, esattamente, ci sono 130 milioni 793 mila 692 euro la
cifra. Ecco i dettagli. In particolare il Popolo delle libertà ha
ottenuto 19 milioni 55 mila 284 euro per il Senato, 16 milioni 850
mila 346 per la Camera e 17 milioni 644 mila 530 per le Europee,
per complessivi 53 milioni, 550 mila 160. Al Partito democrativo
sono andati invece 16 milioni 354 mila 288 euro al Senato, 14
milioni 980 mila 975 alla Camera e 13 milioni 72 mila 439 al
Senato, che fanno un totale di 44 milioni 407 mila 702 euro.
Alla Lega
di Umberto Bossi sono stati assicurati, invece, per le elezioni
del Senato 3 milioni 506 mila 516 euro, per quelle della Camera 3
milioni 688 mila 651 euro e per le Europee 5 milioni 108 mila 685
euro. Il Carroccio, globalmente, ha ricevuto ben 12 milioni 303
mila 852. L'Udc di Pierferdinando Casini al Senato prende un
milione 948 mila 994 euro, alla Camera 2 milioni 553 mila 288, per
Strasburgo un milione 995 mila 21 euro, arrivando a 7 milioni 762
euro 469.
All'Italia dei Valori di Tonino Di Pietro sono andati un milione
788 mila 755 euro per il Senato, un milione 975 204 per la Camera,
4 milioni 4 mila 747 per le Europee, con un totale di 7 milioni
768 mila 706. Alle minoranze linguistiche, tra le quali la Svp è
l'unica che prende il contributo per le Europee (dove i soldi
vanno solo ai partiti che ottengono seggi), vengono attributi
complessivamente 800 mila 927 euro.
E non è
tutto. Perché la Casta non ha il braccio corto. Al punto che
assicura un obolo pure a chi dalle cabine elettorali è uscito con
le ossa rotte. Pochi giri di parole. Soldi per la corsa al Senato
e alla Camera vengono assegnati regolarmente anche ai partirti che
si sono presentati alle elezioni, ma non hanno ottenuto seggi.
Questi i
dettagli dei rimborsi fantasma: un milione 615 mila 383 euro alla
Sinistra arcobaleno di Fausto Bertinotti e un altro milione 78
mila 446 alla Destra di Francesco Storace. Soldi e seggi, invece,
per il Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo: 330 mila
266 euro al Senato e 500 mila 249 euro alla Camera, che fanno un
totale di 830 mila 515 euro. Poi gli spiccioli: 151 mila 294 euro
tra palazzo Madama e Montecitorio ripartiti tra Associazioni
italiane in Sud America e il Movimento associativo italiani
all'estero. 28-05-2010]
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SALLUSTI
CONTRO I BELLIMBUSTI - IL VICE DRACULA DI FELTRI CHE HA FATTO
IMBUFALIRE IL MAGO DALEMIX ("VADA A FARSI FOTTERE!") HA QUALCHE
STORIELLA CARINA DA RACCONTARE - "Agnelli contava molto più di un
premier: aveva il controllo diretto del Corriere della sera, della
Stampa e della Gazzetta dello sport e, indiretto, attraverso la
famiglia De Benedetti, di Repubblica. Per cui anche questa è una
grande ipocrisia. E poi chi è servo lo è anche senza padroni" -
"la Maserati? un regalo di Feltri. E di Mieli"....
Azzurra della Penna per "Panorama"
Prima
di ricevere
l'insulto «Vada a farsi fottere», detto con labiale per non udenti
da Massimo D'Alema, quando partecipava alle trasmissioni tv gli
sbagliavano il nome sul sottopancia. Dopo quella fantastica
apparizione a "Ballarò",
tutti l'hanno imparato: Alessandro Sallusti.
E i
soprannomi sono stati semplice conseguenza. Nei blog lo
definiscono Nosferatu, Dart Fener, Coniglio Mannaro... Lui è il
condirettore del "Giornale", classe 1957, nato a Como, lo
stesso giorno di James Joyce e Farrah Fawcett, il 2 febbraio.
Prima Sallusti ha lavorato per 12 o 13 testate, non ricorda bene.
"Il Corriere della sera" è compreso, "Il Sabato",
giornale di Comunione e liberazione, pure, «da qui la mia fama di
ciellino». Il suo sodalizio con Vittorio Feltri nasce quando
insieme con Renato Farina fondano "Libero": «Ne parlammo
una notte intera davanti a delle bottiglie di whisky».
E senza
whisky?
Quel
giornale non sarebbe mai nato, non c'era motivo.
Giorgio
Bocca ha detto che quando la vede in tv si spaventa e cambia
canale.
Non è
l'unico.
C'è pure
D'Alema nella lista adesso?
Quel famoso
duetto a "Ballarò" è durato molto più di quello che s'è
visto. Lui è andato avanti a insultare, la regia ha mandato in
onda un pezzo non annunciato, intanto Giovanni Floris diceva: «Non
siete più in onda». La mia sensazione è stata un po' di tristezza,
perché vedere un politico di quel livello, che ha la presunzione
di essere uno statista, scendere così in basso, lo dico senza
arroganza, mi ha fatto un po' pena. Ragionandoci su, poi, quelle
frasi «sei pagato da Berlusconi»...
Il suo
editore è Paolo Berlusconi. Lei è pagato da lui.
E secondo me
non abbastanza. Invece D'Alema è pagato da me, ha vissuto di
politica e il suo stipendio glielo pago io come milioni di
italiani. E poi mi chiedo: perché non ha mai detto a Paolo Mieli
«a te ti paga Agnelli », a Ferruccio de Bortoli «a te ti paga
Bazoli», o a Gianni Riotta «a te ti paga la Marcegaglia»?
Se al posto
di D'Alema ci fosse stato Ignazio La Russa e al suo posto ci fosse
stato Marco Travaglio?
Ci sarebbe
stata una mobilitazione generale della categoria un po' cialtrona
dei giornalisti.
Magari la
fama di ciellino non attira le simpatie?
Io? Non lo
dico come vanto, ma come dato di fatto, l'ultima volta che ho
preso dei sacramenti è stata quando mi sono sposato la prima
volta, nel 1981.
Perché,
quante volte si è sposato, fratello?
Due. E la
seconda non ho, ovviamente, preso i sacramenti.
Feltri le ha
detto: «Divorzi? Allora vuol dire che sei ricco »? È un suo
classico.
No, mai, io
sono di Como e lui di Bergamo: abbiamo tutti e due caratteri un
po' chiusi.
Figli?
Uno: ha 22
anni, è l'unico mio vanto, sta finendo ingegneria al Politecnico.
Riscatta lei
che invece all'università...
Mi ero
iscritto a economia, ho dato due esami, credo. Prima ho fatto la
scuola per periti tecnici e andavo malissimo, sognavo di fare il
giornalista già a 10 anni, scrivevo a mano il giornalino della mia
via a Como.
In provincia
si sogna di più. Sono sogni comaschi anche la sua Porsche e la sua
Maserati?
È bizzarro
che io abbia queste due macchine: sono incompatibili con la mia
denuncia dei redditi. A me sono sempre piaciute le auto, per la
Porsche, di seconda mano, ho fatto un leasing.
E la
Maserati?
Quella è
stato un regalo di Feltri. E di Mieli.
Questa la
racconti bene.
Quando nasce
"Libero", la testata viaggia sulle 40 mila copie, siamo
in grande difficoltà economica perché si suicida l'editore,
Stefano Patacconi. Un giorno, in mezzo a questa valle di lacrime,
a Vittorio arriva la brochure della nuova Maserati. Lui me la
lancia sulla scrivania e dice: «Te la regalo». E io: «No, mi
regali quella vera». E lui rilancia: «Guarda, a 100 mila copie ti
regalo una Maserati». Come dire, non te la comprerò mai. Il
giornale, poi, in qualche modo comincia a crescere e un giorno
d'estate arrivano le famose 100 mila copie: c'era un pezzo di
Oriana Fallaci in prima pagina. Andai da Feltri a battere cassa.
Le ha
comprato la Maserati?
No, ha
tentato un'ultima, disperata difesa. Ha detto: «Io intendevo la
media di 100 mila, almeno la mensile». "Libero" viaggiava
intorno a 70-80 mila copie.
E Mieli che
c'entra?
Ci
arrivo. In primavera si vota e Paolo Mieli scrive il fondo «Voto
Prodi». Il giorno dopo 60 mila lettori del "Corriere"
passano a "Libero". A quel punto Feltri aveva fondato il
giornale della sua vita e mi regalò la Maserati. Non finirò mai di
ringraziare Mieli.
Nell'estate
2006 lei però lasciò «Libero», dicono che avesse litigato con
Feltri, è vero?
Litigato?
No. In quel periodo a Libero c'erano un mucchio di guai,
il più evidente è che Farina finisce nel casino di Betulla, agente
del Sismi. Il meno evidente è che l'editore, Angelucci, si ritrova
con un giornale che viaggiava sulle 140 mila copie. Decide che
vuole fare l'editore e cominciano ad arrivare le sue telefonate.
Alla fine Angelucci decide che Sallusti non va più bene.
Perché?
Non l'ho
ancora capito.
A Feltri non
l'ha chiesto?
No, siamo
uno comasco e l'altro di Bergamo. Però, capisco che mettermi di
traverso avrebbe fatto schierare Feltri, e gli dico che è venuto
il momento di realizzare il mio sogno: riaprire 2L'Ordine".
Pochi mesi dopo l'ho fatto. Tornare nella mia città è stato
emozionante.
Al di là
delle emozioni, fermiamoci proprio sulle pressioni degli editori.
«Il Giornale » è stato nel mezzo del ciclone, in questo senso...
Io ho fatto
sei anni al Corriere della sera e lì le telefonate
dell'allora proprietà, l'avvocato Agnelli e Cesare Romiti, per
intenderci, erano intense e imbarazzanti. Una volta osammo mettere
in prima pagina il Pendolino che si fermava sempre in mezzo alla
campagna. Il Pendolino, però, lo costruiva la Fiat. Il giorno dopo
dovemmo fare una pagina dicendo che, insomma, la campagna italiana
era impervia. Ma da noi esiste un giornale che non fa capo a un
gruppo di potere?
Silvio
Berlusconi è il presidente del Consiglio.
Agnelli
contava molto più di un premier: aveva il controllo diretto del
Corriere della sera, della Stampa e della
Gazzetta dello sport e, indiretto, attraverso la famiglia De
Benedetti, di Repubblica. Per cui anche questa è una
grande ipocrisia. E poi chi è servo lo è anche senza padroni.
E riguardo
alla campagna che ha messo su Gianfranco Fini? Anche su quella
siete stati molto attaccati.
Anche lì. Il
caso Boffo era in fase discendente ed erano diversi giorni che si
parlava di Fini, stava esternando in maniera conflittuale. Feltri
dice: «Ma sai che io, quasi quasi, faccio un pezzo su Fini?». Se
quel giorno ci fosse stata un'altra notizia, non l'avremmo fatto.
E aggiungo una cosa: dopo quattro giorni da quel famoso titolo:
«Il compagno Fini», m'è capitato di sentire il presidente del
Consiglio su un'altra vicenda, mi ha detto: «Chiederei una
cortesia, se può dirlo anche al direttore Feltri, se per un paio
di giorni allentate un po' con questi articoli su Fini, sa perché
qui mi sta cadendo il governo, così magari riesco a sistemare un
po' le cose».
E che cosa
avete fatto?
Non abbiamo
smesso di parlare di Fini.
Ma lei,
giunto al «Corriere della sera», non si sentiva già come un pilota
arrivato alla Ferrari?
Lo sognavo
da quando avevo 10 anni. Ma erano anni difficili, c'era stato il
sorpasso di "Repubblica", il direttore era Ugo Stille e
lui ha ucciso il mio sogno.
Scusi?
Io avevo
immaginato tutto: il corridoio Albertini, la stanza del direttore
con la scrivania di pelle... A mezzogiorno aspetto di vederlo e
lui arriva con due sacchi della spesa dell'Esselunga. L'ho odiato.
Stille mi esorta: «Vieni, vieni». È entrato nella sua stanza e ha
messo le due buste sulla scrivania di pelle. E io avrei voluto
dire: «Rifacciamo tutto, ti prego, torno domani». [24-05-2010]
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Carissimo
Pd! - Il fine settimana alla Fiera di Roma per l’ennesima tregua
interna (quanto durerà?) tra dalemiani e veltroniani è costato al
partito Democratico la bellezza di 350mila euro: 15mila euro
l’ora, notte compresa, 250 euro al minuto, 4 euro al secondo.
“80mila solo per affitto e vettovaglie” - “La cifra la confida al
’Giornale’ un esponente della minoranza del Pd: "Si parla di crisi
e poi tutta questa spesa... " - Alla faccia dell’unità...
Emanuele Fontana per "Il Giornale"
«Non si vede uno straccio di manovra». Pagheranno «i ceti medio
bassi». Il governo non è in grado di arginare la crisi economica,
pensa a un «megacondono». Parlava così, sabato all'assemblea
programmatica del Pd, il segretario Pier Luigi Bersani. Da che
pulpito, verrebbe da dire.
Sì perché il
palco tricolore dal quale l'ex ministro ha arringato la platea dei
delegati del Partito democratico alla Fiera di Roma, con il gioco
di vele bianche a rinfrescare la scenografia, con l'affitto del
padiglione e il catering (una cena e due pranzi), l'allestimento
tricolore come sfondo agli oratori, sarebbe costato la bellezza di
350mila euro. La cifra la confida al Giornale un esponente della
minoranza del Pd: «Si parla di crisi e poi tutta questa spesa...
». Per cosa poi?
Settecento
milioni delle vecchie lire per fare la pace. Due giorni di
discorsi e di complimenti. Veri o falsi che siano: Franceschini,
D'Alema e Bersani, all'apparenza amici. Non era meglio un
caminetto, una cena, un loft, per fare quattro chiacchiere e
stringersi la mano? La domanda non se la pone Il Giornale, ma
qualche voce critica interna, naturalmente coperta da stretto
anonimato.
Affitto e
vettovaglie sarebbero costate da sole 80mila euro. All'assemblea
programmatica di Roma hanno partecipato mille delegati, e certo
andavano sfamati e accolti. Ma dal fronte avversario, per fare un
paragone recente, raccontano che il Congresso fondativo del Pdl
dello scorso anno, evento all'apparenza più sfarzoso, quantomeno
perché epocale dato che si creava un nuovo partito, e più lungo
(tre giorni), svolto nello stesso luogo, ossia la Fiera di Roma,
costò 450mila euro.
La parte
maggiore delle spese nel weekend romano di cessazione delle
ostilità nel Partito democratico sarebbe confluita nella stretta
organizzazione della kermesse. Scenografia, nuovo logo (Pd open),
costi tecnici e ospitalità. Il tutto è durato in realtà poco più
di ventiquattr'ore: dal pranzo del venerdì al pranzo del sabato. E
se fosse davvero confermata la cifra indicata, significherebbe che
il Pd ha speso circa 15mila euro l'ora, notte compresa, 250 euro
al minuto, 4 euro al secondo, per l'assemblea della Fiera romana
che ha sancito, sulla carta, l'«unità».
Perché è
stato sostanzialmente questo il messaggio (cerchiamo di non
litigare più) del dispendioso evento ai padiglioni della capitale,
oltre alle critiche al governo sulla manovra e sulla malagestione
della crisi. Qualcuno nel Pd fa notare che è stato affittato, in
fondo, un solo padiglione e non due.
Addirittura
che la moquette sarebbe quella riciclata dell'assemblea di
novembre, come il tendaggio color avorio. Si sarebbe tentato, in
fondo, di risparmiare, vista la crisi. Ma il conto della pace
rimane comunque salato.
L'ultimo
rendiconto economico del Pd, anno 2008, dice che il partito,
inteso come sede nazionale, quell'anno spese quasi 9 milioni di
euro per la cosiddetta propaganda, di cui 969.493, ossia quasi un
milione, per «l'organizzazione di manifestazioni in luoghi
pubblici o aperti al pubblico».
Ma quello fu
l'anno delle elezioni e della manifestazione al Circo Massimo
organizzata da Walter Veltroni. «Abbiamo cambiato sette leader del
centrosinistra - ha ricordato proprio l'ex segretario sabato alla
Fiera di Roma - mentre nel centrodestra c'è sempre lo stesso.
Bisogna toglierselo questo vizio del centrosinistra di impallinare
personalmente chi ha la responsabilità di guidare». E chissà che
cambiando meno segretari, il Pd ne tragga benefici anche per la
cassa. 24-05-2010]
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Dalla
"Stampa" - Varato ieri ad Ancona presso i cantieri della Crn,
il nuovo yacht da 37 metri «Custom Line 124» di proprietà di Pier
Silvio Berlusconi, figlio del premier e vicepresidente di
Mediaset. Lo yacht è stato pagato 18 milioni di euro al Gruppo
Ferretti. Può ospitare 10 persone oltre l'equipaggio di 6
membri, è dotato di quattro suite e di una sala fitness. Per Pier
Silvio Berlusconi si tratta del secondo yacht, dopo quello varato
tre anni fa.
Su Chi in
edicola l'incontro a Fregene tra Luca Cordero di Montezemolo e
Gianfranco Fini. Scrive il settimanale di Alfonsina la pazza:
"In un caldo pomeriggio di primavera si trovano a sorpresa in uno
stabilimento balneare... Per Fini un po' di relax... al suo fianco
Elisabetta Tulliani. |
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ONOREVOLI DIMORE – QUANTO PAGANO I PARLAMENTARI PER LE LORO
CASE? “OGGI” LO HA CHIESTO VIA MAIL A TUTTI E 945
DISGRAZIATI - AL SONDAGGIO HANNO RISPOSTO SOLO IN 80 (1 SU
10!) - CASINI VIVE DALLA MOGLIE, GASPARRI IN AFFITTO,
FASSINO HA APPENA FINITO DI PAGARE UN MUTUO – MOLTI VIVONO
IN CONDIVISIONE O IN MONOLOCALI - CAMPIONI DI TRASPARENZA
(SUL WEB) I RADICALI, I SOLITI POVERACCI
www.oggi.it
Per gentile concessione di Rcs Periodici pubblichiamo
stralci dell'inchiesta dell'inviato speciale, Mauro Suttora,
uscito oggi sul settimanale "Oggi". Dopo il reportage della
scorsa settimana sulle case dei ministri, Suttora ha chiesto
(per e-mail) a tutti i 945 parlamentari informazioni sul
loro alloggio a Roma. Onore agli alfieri della trasparenza,
che però sono stati pochi: ha risposto meno del dieci per
cento del totale. Si vede che la maggioranza dei politici
non ritiene di dovere queste informazioni ai propri
elettori.
Mauro
Suttora per "Oggi" - Da "Libero"
Pier
Ferdinando Casini è sintetico: «Abito in una casa di
proprietà di mia moglie (Azzurra Caltagirone, ndr) nel
quartiere Parioli». Stringato anche Francesco Rutelli: «Vivo
nell'unica casa che possiedo. È di mia proprietà, ereditata
da mio padre, architetto, che l'ha progettata e realizzata
negli anni ‘60».
Maurizio Gasparri, presidente dei senatori Pdl, appare un
po' irritato: «Come tutti i parlamentari deposito la
dichiarazione dei redditi presso il Parlamento e quindi è
facilmente riscontrabile non solo il mio reddito, ma
qualsiasi notizia relativa alla mia persona. Voglio comunque
rispondere, a puro titolo di cortesia: non posseggo alcuna
abitazione a Roma, dove vivo in una casa in affitto pagando
circa 2.000 euro al mese alla proprietaria. Non ho mai avuto
a disposizione case di enti di qualsiasi tipo».
AFFITTI NON PUBBLICI
Ci
permettiamo di ricordare al senatore che i parlamentari
devono dichiarare le loro proprietà, ma non il prezzo
d'acquisto e i canoni d'affitto. Esaustivo invece Piero
Fassino (Pd, già segretario Ds): «Abito in un appartamento
nel centro di Roma, acquistato nel ‘96 in comproprietà con
mia moglie. Per coprire le spese di acquisto e
ristrutturazione ho contratto un mutuo che ho terminato di
pagare nel dicembre scorso.
Sono
proprietario di un appartamento a Torino, acquistato da mio
padre nel 1962 e ricevuto in eredità nel ‘66. In
comproprietà con mia moglie ho acquistato nel 2004 un casale
in Toscana per il quale ho contratto un mutuo. Tutti i
contratti di acquisto sono stati registrati per l'intero
ammontare».
Visto
l'interesse suscitato dalla nostra inchiesta della scorsa
settimana sulle case dei ministri (dopo le dimissioni di
Claudio Scajola per questioni immobiliari), abbiamo chiesto
(per e-mail) a tutti i 945 parlamentari informazioni sul
loro alloggio a Roma. Ha risposto meno del dieci per cento
(80 parlamentari su 945). Si vede che la maggioranza dei
politici non ritiene di dovere queste informazioni ai propri
elettori.
Fra
gli alfieri della trasparenza, invece, oltre a Fassino si
distinguono i radicali: «Affitto un bilocale da un privato
per 1.200 euro in zona Campo de' Fiori», ci ha risposto la
senatrice Donatella Poretti, «ma tutte le informazioni su di
noi si trovano nel sito dell'Anagrafe pubblica degli eletti:
http://www.radicali.it/ape/eletti/parlamento ».
Così
il senatore Marco Perduca, che aggiunge particolari curiosi:
«Sto in trenta mq scarsi al terzo piano a Trastevere per
1.250 euro al mese. Non uso riscaldamento né acqua calda
(neanche in inverno)». E il deputato Matteo Mecacci:
«Affitto in zona Foro romano con la mia compagna un
appartamento parzialmente arredato di 90 mq. Il canone
mensile di 2.700 euro più 118 di oneri condominiali». (...)
ZACCARIA CHEZ MONICA
I senatori che si dichiarano proprietari di casa a Roma sono
solo tre. Barbara Contini (Pdl): «Lo scorso novembre ho
comprato 75 mq in zona Pinciano accendendo un mutuo 15ennale
con rata mensile di 2.700 euro». Elio Lannutti (Idv): «Vivo
a casa di mia moglie nel quartiere Cinecittà, acquistata nel
1982 dal padre con il 50 per cento di mutuo Italfondiario al
tasso del 16 per cento e pagata 76 milioni di lire».
Roberto Zaccaria (Pd, già presidente Rai): «Vivo a Roma,
dove ho recentemente trasferito la mia residenza. La casa è
di proprietà della mia compagna (l'attrice Monica
Guerritore, ndr) ed è stata acquistata nel febbraio 2009. Su
questa casa, in zona Roma Nord, ho l'usufrutto, avendo
concorso all'acquisto con mutuo ventennale di 400 mila
euro». In albergo vanno i senatori Fabrizio Di Stefano (Pdl,
da Chieti, che sta all'hotel Imperiale in via Veneto) e
Vanni Lenna (Pdl, da Udine): «Spendo 1.500 euro al mese».
Guido
Galperti (Pd, da Brescia) preferisce un residence vicino al
Senato, a 1.100 euro mensili. Gli altri in affitto.
Cristiano de Eccher (Pdl, da Trento): «Pago, con contratto
depositato e bonifico bancario, 1.100 euro più circa cento
euro di spese per un monolocale in piazza Rondanini, vicino
al Senato». (...) Fra i deputati, prodigo di particolari è
il romano Roberto Giachetti (Pd): «Da quando mi sono
separato (2002) vivo in affitto in un appartamento di 90 mq
nel quartiere Monteverde, per cui pago 1.650 euro, avendo
lasciato l'abitazione ereditata da mia madre ai miei figli e
alla mia ex moglie.
Questo
gennaio l'ho venduta, comprando per loro una casa di 120 mq.
a Monteverde a 630 mila euro ed una casa per me, sempre a
Monteverde, di 79 mq che ho pagato 550 mila euro con mutuo
di 300 mila euro». (...) Luisa Gnecchi (Pd, da Bolzano) è
fra i pochi a sentirsi privilegiati: «Affitto con regolare
contratto una stanza con angolo cottura e bagno. È piccola,
ma molto comoda perchè vicino alla Camera. Pago molto, 1.200
euro al mese, una cifra che nessuna persona con un normale
stipendio potrebbe pagare».
Giorgio Jannone (Pdl, da Bergamo) si dichiara esente da
tentazioni: «Pago 1.600 euro al mese per l'affitto
registrato di 50 mq in piazza del Parlamento. Ricopro la
carica di Presidente della Commissione Bicamerale di
Controllo degli Enti Previdenziali, ossia di tutti gli enti
di previdenza che possiedono solo a Roma qualche decina di
migliaia di appartamenti. Non mi sono certo mancate
opportunità di acquisto o di locazione ..."agevolata"! Non
intendo auto elogiarmi, ma voglio evidenziare che esistono
molti politici che non meritano essere accomunati a luoghi
comuni che generalizzano e offendono».
(...)
Orgoglioso il ricchissimo avvocato Maurizio Paniz (Pdl, da
Belluno): «Sono parlamentare dal 2001. A Roma ho abitato in
albergo (hotel De Petris) fino al 2003 (pagavo 270/250 euro
a notte); poi ho acquistato un appartamento di 50 mq. in via
del Corso, vicino a piazza del Popolo, pagandolo 635 mila
euro, somma integralmente dichiarata.
Non ho
ricorso a mutui perchè la mia dichiarazione dei redditi, che
mi vede tra quelli che denunciano cifre elevate [964 mila
euro nel 2009, ndr] mi permetteva di avere l'importo a
disposizione». Ce l'ha con le agenzie romane Marco Pugliese
(PdI, da Avellino): «Visti i costi eccessivi degli alberghi
in centro (130 euro al giorno nei tre stelle) ho affittato
un miniappartamento di 55 mq.
Pago
2.000 euro al mese più condominio e utenze. Anche se dimoro
in zona Pantheon, mi sembra un po' eccessivo. Tra l'altro,
si deve anche subire l'arroganza di agenti immobiliari e dei
titolari di case». (...) Si lamenta Alessandro Montagnoli
(Lega Nord, da Verona): «Sto in hotel vicini al parlamento,
spesso diversi, e sinceramente la qualità non è sempre
buona. Si va dai 90 a 130 euro per notte». (...)
CAZZOLA E CASTAGNETTI
Molti deputati che vivono a Roma da tempo hanno comprato.
Enzo Carra (Udc): «Ho acquistato nel 1980 per 57 milioni di
lire, in parte con mutuo ventennale dell'Istituto di
previdenza giornalisti ». Giuliano Cazzola (Pdl): «Lavoro da
venticinque anni a Roma. La casa l'ho acquistata prima di
diventare deputato due anni fa. È di 40 mq». Pierluigi
Castagnetti: «Ho acquistato con mia moglie nel 2003 un
minialloggio in centro per 250 mila euro, con mutuo del
Banco di Napoli».
Marco
Causi (Pd): «Ho acquistato per 800 milioni di lire nel ‘98
un appartamento in zona Marconi/ piazzale della Radio».
Giuseppe Giulietti (Pd): «Ho comprato alla fine degli anni
Ottanta 65 mqin zona Prati con mutuo Inpgi da tempo
estinto». (...) Il milanese Antonio Palmieri (Pdl) abita
invece in una casa di religiosi, nei pressi del Vaticano,
dall'estate 2001. E Giuseppe Ruvolo (Udc), da Agrigento:
«Vivo da dieci anni presso il Collegio del Sacro cuore di
Gesù in corso Rinascimento 23, pagando 700 euro al mese per
una cameretta più bagno».
Anche
Alessandra Siragusa (Pd), da Palermo, preferisce istituti di
suore o bed and breakfast. (...) Maurizio Lupi (Pdl), da
Milano, vicepresidente della Camera, divide l'affitto:
«Risiedo in un appartamento condiviso di circa 80 mq in zona
centro storico, la cui rata mensile di affitto è di 3.000
euro». E così Raffaella Mariani (Pd), da Lucca, e Marina
Sereni (Pd): «Dividiamo un appartamento in affitto a mille
euro a testa. Sono due camerette e un soggiorno più i
servizi, al terzo piano senza ascensore. Siamo però vicine
alla Camera, e non occorrono mezzi per raggiungerla».(...)
Salendo, ecco Leoluca Orlando, Idv («Affitto un bivani di
circa 35mq in centro per 1.150 euro»), Erminio Quartiani
(Pd) da Lodi («Appartamento ammobiliato di 50 mq. nel
quartiere San Saba a 1.281 euro più spese condominiali» e il
pavese Carlo Nola (Pdl): «Monolocale con servizi in centro:
36 mq, 1.300 euro al mese più spese».
Stesso
canone di Eugenio Minasso (Pdl), da Imperia, per i suoi 45mq
vicino alla Camera. A 1.400 sta Maino Marchi (Pd), da Reggio
Emilia, e a 1.500 due nomi noti: il giornalista Pdl
Giancarlo Mazzuca («Monolocale con servizi di 35 mq vicino
al Senato») e l'ex segretario Cisl Savino Pezzotta, Udc, che
quando scende dalla sua Bergamo sta in un due stanze di zona
Trevi. (...) Sandro Biasotti (Pdl), già governatore della
Liguria, vive in un appartamento di 42 mq in centro per
1.700 più spese. Luigi Nicolais (Pd) paga 2.037 euro.
Andrea
Sarubbi (Pd): «Affitto una casa di 135 mq in zona villa
Pamphilj per 2.050 euro al mese. Ho anche una casa di
proprietà a Garbatella che do in locazione a 1.300 euro
mensili ». Fabio Porta (Pd), eletto nella circoscrizione
America Latina: «Vivo con la famiglia per 2.300 euro in 90
mq nel quartiere Africano».
E
Benedetto Della Vedova (Pdl): «In affitto da un privato a
2.500 mensili, zona Monti». Infine la romana Barbara
Mannucci, 28 anni, Pdl): «Vivo con i miei genitori in una
casa sullla quale c'è un mutuo 25ennale preso da mio padre.
Pago una rata di 1190 euro al mese». Il mutuo, ora che può,
lo paga lei. Il contrario di una «bambocciona ».
[19-05-2010]
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CERCHI
CASA E SEI POTENTE? CHIAMA SUBITO L’IMMOBILIARE LIGRESTI!
CASE BELLE, PREZZI STRACCIATI – UNICO INTRALCIO? FAR
SLOGGIARE I VECCHI INQUILINI - IL CASO DELLA VEDOVA DI
RENATO RASCEL COSTRETTA AD ANDARSENE: “BOCCHINO PAGA 4MILA €
PER 230 MQ? BEATO LUI, A ME CHIESERO CIFRE DA CAPOGIRO E
LASCIAI” - ORA LÌ, OLTRE ITALO, CI SONO LE FIGLIE DI GERONZI,
BRUNETTA, ALFANO, MASI, GENERALI DEI SERVIZI, ETC – E ALLA
BALDUINA ANCHE ALE-DANNO È IN AFFITTO DA DON SALVATORE:
Ultimo piano, vista panoramica, circa 200mq. Circa 3mila
euro al meseMariagrazia
Gerinatutti per "L'Unità.it"
«Davvero Bocchino paga 4mila euro al mese per un
appartamento di 230 mq in via delle Tre Madonne? Beato lui,
a me chiesero cifre da capogiro, non ho voglia di ripescare
le carte, ma so che la cifra era così alta che me ne andai»,
si lascia sfuggire ancora amarezza Giuditta Saltarini, che
in via delle Tre Madonne ha abitato per vent'anni, insieme a
suo marito, Renato Rascel.
Il
loro appartamento era proprio nella palazzina dove abita
l'ex capogruppo del Pdl: una casa di 230 mq, occupata al
momento dal personale che lavora nelle case di Benedetta e
Chiara Geronzi, figlie del presidente delle Generali,
alloggiate rispettivamente al primo e all'ultimo piano più
attico della palazzina affianco. Ma per un periodo -
ricordano i vicini - quello è stato anche lo studio del
marito di Chiara, Fabrizio Lombardo, e di Stefano Ricucci.
Un
tempo il condominio dei famosi non era così, racconta
Giuditta. Brunetta, le sorelle Geronzi. «C'erano i pini, che
ora hanno tagliato, e non c'erano tutti quei vip, gli
inquilini erano ragionieri, avvocati, sì c'era anche
Buttiglione, ma era ancora un professore, abitava
nell'appartamento proprio sotto di me...».
A
parte Buttiglione, che da poco ha lasciato via delle Tre
Madonne per passare a miglior magione, gli altri, per lo
più, sono stati costretti ad andarsene. La vedova Rascel non
ha nemmeno aspettato che lo sfratto fosse eseguito. «Una
volta terminato il vecchio contratto, cominciarono a
chiedere affitti astronomici e fui costretta ad andarmene,
forse se ci fosse stato ancora mio marito avrei combattuto,
ma non volevo restare lì a dispetto dei santi», racconta
l'attrice, che malvolentieri torna su quella vicenda, in cui
i santi si chiamano Milano Assicurazioni, ovvero Salvatore
Ligresti, e prima ancora Pirelli Real Estate, ovvero
Tronchetti Provera, che con il nuovo millennio, proprio
mentre Le Generali lanciavano l'Opa sull'Ina, aveva messo le
mani sul suo patrimonio immobiliare.
IL
PATRIMONIO INA
Trecentocinquantamila appartamenti costruiti su impulso del
piano casa. Un patrimonio da oltre 4700 miliardi di vecchie
lire. Con alcuni fiori all'occhiello, come le palazzine di
via delle Tre Madonne, da trasformare in dimore vip, per ora
in affitto, un giorno chissà. Unico intralcio: i vecchi
inquilini, a cui nessuna delle società per cui è transitato
(in blocco) quel patrimonio, ha riconosciuto il diritto di
prelazione.
«Per
noi vecchi inquilini non è stata certo una bella storia:
quando si cominciò a parlare di dismissione, pensammo di
potercela comprare quella casa in cui avevamo abitato tutta
la vita, facemmo domanda per esercitare il nostro diritto di
prelazione, poi tutto andò a carte quarantotto: ci hanno
preso in giro, volevano solo buttarci fuori», racconta la
vedova di Renato Rascel, che non si fa illusioni.
«Lo so
che non otterremo niente di niente, loro hanno uno stuolo di
avvocati e sotto ci sono giochi di altissimo livello, ma la
causa ho deciso di portarla avanti lo stesso, perché, non ci
conto, ma vorrei essere risarcita per il danno che mi hanno
fatto».
Un
pessimismo giustificato da quanto è accaduto alla sua vicina
di un tempo, la signora Vicenzi, che, a novant'anni, suo
malgrado, è diventata l'emblema di questa vicenda fatta di
ascese e discese, dolorosissime. In cui nemmeno quando la
giustizia ti dà ragione sei al riparo. Lei infatti la guerra
(o almeno la prima battaglia) con i «santi» l'aveva già
vinta quando sono venuti a portarle via la casa con la forza
pubblica, concessa nonostante la moratoria sugli sfratti.
E
nonostante la sentenza emessa dal giudice Mario Casavola, in
cui si ribadisce «il diritto di prelazione a favore degli
inquilini degli immobili appartenenti alle società a
prevalente partecipazione pubblica, alle società
privatizzate e a quelle controllate anche in caso di vendita
in blocco».
Con
tanto di condanna per i «convenuti» (Pirelli e Milano
Assicurazioni) a pagare alla signora Vincenzi 1,6 milioni di
danni. L'unica a pagare, però, finora è stata lei: sentenza
sospesa e appello rinviato al 2014, è stata costretta a
togliere il disturbo. Con una sentenza analoga alla sua
intanto anche l'avvocato Antonio Jezzi, che ha tutt'ora lo
studio nella palazzina di Bocchino, si è visto riconoscere
dal giudice Casavola il diritto di prelazione e al
risarcimento. Anche nel suo caso, è partito il ricorso.
2 -
ANCHE IL SINDACO ALEMANNO IN AFFITTO DA LIGRESTI...
Dall'"Unità"
Tra i
vip dimorati presso Ligresti c'è un altro nome eccellente.
Quello di Gianni Alemanno. Il sindaco di Roma, che pure nel
2007 ha acquistato ai Parioli 140mq ex Inail per 533mila
euro, dal 2004, paga infatti l'affitto all'Immobiliare
Lombarda. Non che sia entrato a far parte dell'esclusivo
condominio di via delle Tre Madonne. Ma anche la palazzina
in cui abita, in una silenziosa via della Baldunia, fa parte
del patrimonio Ina e ha seguito tutta la trafila delle
palazzine vip. Ultimo piano, vista panoramica, circa 200mq.
Affitto 9.132 euro a trimestre. Circa 3mila euro al mese.
19-05-2010]
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ANEMÒPOLI – DA ACHILLE TORO IN PROCURA A SETTORI DELLA
GUARDIA DI FINANZA: GRAZIE A COPERTURE ECCELLENTI IN GRADO
DI INSABBIARE LE INDAGINI, LA CRICCA HA POTUTO PROSPERARE
PER ANNI - DOCUMENTI SCOMPARSI, DEPISTAGGI, INTERROGATORI
AMICHEVOLI – MA LE ORECCHIE DEI CARABINIERI DEL NOE (TUTELA
AMBIENTE) ASCOLTAVANO TUTTOLirio
Abbate
per "L'Espresso"
di
interessi di Sergio Rizzo cover
La
saletta del ristorante è appartata, nascosta agli sguardi
dei clienti che prendono posto attorno a tavoli rotondi
apparecchiati con raffinatezza. È una sera di ottobre di due
anni fa, e mentre fuori piove, nella zona riservata di un
locale di Roma due imprenditori stringono accordi
"scellerati" con un ufficiale della Guardia di finanza.
Seduti
davanti ai piatti ci sono tre persone: un pezzo della
"cricca" formato da Diego Anemone e Piero Murino e un
finanziere. Anemone è una delle figure chiave, il fulcro
delle inchieste condotte dalle Procure di Firenze e Perugia
sugli appalti per i Grandi eventi: dai Mondiali di nuoto di
Roma al G8 della Maddalena, fino alle opere per i 150 anni
dell'Unità d'Italia.
Murino
è uno degli imprenditori inseriti negli appalti della
Maddalena. I due sono amici e condividono lo stesso
linguaggio cifrato: chiamano "brochure" le buste che
contengono le mazzette di banconote destinate alle tangenti.
Ed entrambi per proteggere le loro attività illecite si
affidano a investigatori infedeli, a cui versano grosse
somme di denaro. Sembra di vederli i tre seduti a tavola che
mangiano, bevono e ogni tanto sorridono alle battute che fa
l'ufficiale.
È
proprio indagando su Anemone che i carabinieri del Ros
scoprono questo convivio molto riservato, ma ignorano chi
sia il terzo uomo. Solo in un secondo momento le
intercettazioni svelano la qualifica del commensale: è un
finanziere, uno di quelli importanti che avrebbe un ruolo di
coordinamento operativo nella capitale, ma di cui non viene
fatto mai il nome.
Adesso
sono state avviate indagini per scoprire l'identità di
questo ufficiale: gli inquirenti ritengono che sia un
tassello fondamentale nell'inchiesta dei pm di Firenze e
Perugia. Un'istruttoria nella quale affiorano finanzieri
corrotti che spifferano notizie riservate o sono pronti a
pilotare indagini, tutto con un unico obiettivo: tutelare
gli affari di Anemone.
Perché
le coperture di questo imprenditore che fatturava 85 milioni
di euro all'anno, eseguendo in gran parte lavori tutelati
dal segreto di Stato, erano vastissime. Al punto da impedire
che una verifica fiscale di routine, avviata il 14 ottobre
2008, creasse problemi al costruttore e agli altri
componenti della "cricca".
I
documenti sequestrati due anni fa dai finanzieri incaricati
di quel controllo tributario dimostrerebbero il
coinvolgimento di politici, investigatori infedeli e
funzionari dello Stato in casi di corruzione. Già all'epoca,
ben prima che i cantieri della Maddalena venissero ultimati,
si sarebbe potuto scoprire che la moglie di Guido Bertolaso,
il capo della Protezione civile indagato a Perugia, e suo
cognato, Francesco Piermarini, incassavano somme di denaro
dal gruppo Anemone.
E lo
avevano fatto a partire dal 2004, creando una sorta di
conflitto di interessi, visto che molti lavori sono stati
affidati dalla Protezione civile all'imprenditore indagato.
Negli archivi sequestrati dai finanzieri in quell'ispezione
fiscale sono state trovate le fatture della famiglia
Bertolaso: ma questi documenti sono stati recuperati solo
due anni dopo l'inizio della verifica tributaria e subito
dopo il trasferimento dell'inchiesta sulla "cricca" da
Firenze a Perugia.
Nelle
carte sequestrate nel 2008 c'era già tutto. Le Fiamme gialle
avrebbero avuto pure la possibilità di far luce sulle
operazioni bancarie sospette, quelle che ora hanno permesso
di scoprire gli assegni usati per acquistare la casa di
Claudio Scajola, i due appartamenti di un generale della
Finanza adesso al servizio segreto civile, quello del figlio
dell'ex ministro Pietro Lunardi e un altro della figlia del
braccio destro del ministro Altero Matteoli.
E nei
faldoni rimasti chiusi negli armadi ci sono le tracce di
decine di conti correnti ancora da esaminare, con bonifici e
pagamenti che potrebbero svelare nuovi casi di corruzione.
Insomma, una bomba che già nell'autunno 2008 avrebbe potuto
mettere in crisi il neonato governo Berlusconi, coinvolgendo
ministri di punta.
Adesso
gli inquirenti che indagano sul "terzo commensale" in
uniforme hanno il sospetto che l'inchiesta possa essere
stata ostacolata dall'esterno e deviata su altre strade per
evitare che raggiungesse il cuore della ragnatela creata da
Anemone. Un sistema di malaffare difeso da un cordone di
protezione così potente da impedire anche un'istruttoria dei
carabinieri del Nucleo operativo ecologico, l'unità guidata
dal colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come il
capitano Ultimo che mise le manette ai polsi di Totò Riina.
Due
anni fa i militari dell'Arma avevano avviato indagini in
Sardegna su Diego Anemone, Angelo Balducci, Fabio De Santis
e Mauro Dellagiovanpaola, ma vennero bloccati - secondo i
magistrati di Perugia - dall'allora procuratore aggiunto di
Roma, Achille Toro, oggi in pensione dopo che i pm lo hanno
accusato di essere stato la talpa di Balducci & c.
Il Noe
chiese più volte alla Procura di poter intercettare gli
imprenditori per proseguire l'indagine, ma la richiesta non
ebbe alcuna risposta. Poco tempo dopo Achille Toro affidò
alla Finanza l'indagine e le Fiamme gialle si limitarono ad
effettuare verifiche fiscali e societarie, alcune delle
quali non vennero mai chiuse e così l'inchiesta si arenò.
Forse
perché al servizio di Anemone c'era il finanziere Mario
Pugliese che lavorava in un ufficio del Comando generale
della Guardia di finanza, il maresciallo Marco Piunti, o il
generale Francesco Pittorru, adesso nell'intelligence. Tutti
avrebbero ottenuto qualcosa dalla banda, tutti sono stati
intercettati con Anemone.
Ma
c'erano anche militari della Fiamme gialle disposti a
condurre interrogatori amichevoli ai collaboratori di
Anemone chiamati a rendere dichiarazioni sulle verifiche
fiscali, "intrattenendoli" negli uffici investigativi solo
"con qualche barzelletta", senza fare domande scomode. Tutti
questi retroscena sono stati registrati dai carabinieri del
Ros di Firenze che hanno avviato l'indagine sulla cricca.
I
microfoni degli investigatori hanno intercettato anche il
momento in cui il 14 ottobre 2008 i finanzieri scoprivano in
un computer di Anemone la lista con i 412 casi in cui
l'impresa è intervenuta per eseguire lavori nelle abitazioni
di politici, investigatori (molti ufficiali della Finanza),
funzionari dello Stato e giornalisti.
L'elenco dei nomi è comparso solo adesso ed è stato lanciato
sulle pagine di molti giornali mettendo insieme situazioni
sospette con quelle regolari: nella lista ci sono ospiti di
alloggi di servizio ristrutturati a carico dell'istituzione
di appartenenza o personalità che hanno pagato per
l'intervento dell'impresa edile. Una fuga di notizie apparsa
particolarmente anomala: gli investigatori sospettano che si
tratti di "un'operazione mediatica per tirare dentro un po'
tutti".
Un
sospetto condiviso dal procuratore aggiunto di Roma,
Giancarlo Capaldo. Che in un'intervista a "Libero" ha poi
allargato l'analisi: "Il dato più preoccupante è che ci sono
profondi contrasti tra maggioranza e maggioranza, contrasti
molto forti che portano alla luce situazioni da accertare
penalmente e che se fossero vere sarebbero molto
preoccupanti".
Come
le indagini insabbiate negli scorsi anni, anche la bufera
mediatica viene letta dagli inquirenti come un metodo per
depistare e proteggere il nocciolo duro del sistema di
corruzione. Perché di sicuro alle squadre di investigatori
che cercano di far luce sui reati si oppongono altri uomini
dello Stato che hanno operato e forse operano per evitare
che l'istruttoria vada avanti. Lo fanno per proteggere i
propri interessi o per coprirne altri. Ma è proprio per
questo che i pm ora puntano a identificare questi "complici
istituzionali". Prima che riescano ancora una volta a
fermare l'inchiesta o a farla affondare in un calderone di
sospetti. 21-05-2010]
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Affittopoli
in Campidoglio! - Non solo Propaganda Fide: il Comune di
Roma regala a prezzi stracciati 160 mq in Prati per
l’ufficio di segreteria di un fedelissimo di Ale-Danno -
Potito Salatto, eletto europarlamentare coi voti del sindaco
e nel cda della sua fondazione “Nuova Italia”, paga solo 600
euro invece di 3000 - AFFITTO Calcolato non già da una
Tecnocasa qualsiasi, bensì dall´Ufficio Stime del
Campidoglio sulla base della "banca dati quotazioni
immobiliari" dell´Agenzia del Territorio. Diretta - ironia
della sorte - dalla sorella del sindaco, Gabriella
Alemanno...
1 -
L'IMMOBILE COMUNALE SCONTATO PER SALATTO. GLI AFFITTI
"ALLEGRI" DI ALEMANNO
Giovanna Vitale per "La Repubblica - Roma"
È
possibile trovare in affitto, nel cuore del quartiere Prati,
un appartamento di circa 160 metri quadri alla modica cifra
di 615 euro al mese? No, se sei un comune mortale. Ma se ti
chiami Potito Salatto, di mestiere fai l´eurodeputato Pdl e
appartieni all´inner circle del sindaco Alemanno, l´impresa
può diventare un gioco da ragazzi.
A
denunciare l´assegnazione dell´elegante dimora posta al
secondo piano di via Sabotino 4 è il presidente della
Commissione Trasparenza Massimiliano Valeriani (Pd). Che in
un´interrogazione urgente al primo cittadino ha chiesto
conto dell´ordinanza 46 del 6 agosto 2009 con la quale
l´immobile di proprietà del Campidoglio, già sede del XX
municipio, è stato locato - a canone sociale -
all´associazione culturale Assoforum.
Di che
si tratta? Di un cartello piccole sigle, alcune delle quali
dichiaratamente politiche come "Il comitato multietnico del
Popolo delle Libertà" e "Cuore azzurro". Chi lo guida?
L´onorevole Salatto, ovviamente, l´ex democristiano di lungo
corso che è riuscito a staccare un biglietto quinquennale
per Bruxelles proprio grazie al sostegno di Alemanno.
E i
soci, chi sono i soci? Tutti politici di centrodestra,
guarda il caso: il vicepresidente vicario è Pierluigi
Borghini (già sfidante del secondo Rutelli nella corsa a
sindaco, ora numero uno di Eur spa), Bruno Prestagiovanni
(ex assessore regionale di Storace) è l´altro vice, mentre
nel consiglio direttivo ecco Stefano De Lillo (senatore Pdl).
Ma ciò
che più scandalizza il consigliere Valeriani è il danno,
oltre alla beffa, dal momento che quell´appartamento - per
tipologia e ubicazione - avrebbe potuto fruttare oltre 3mila
euro al mese, anziché i 600 versati dall´Assoforum con un
abbattimento dell´80% rispetto al canone di mercato.
Calcolato non già da una Tecnocasa qualsiasi, bensì
dall´Ufficio Stime del Campidoglio sulla base della "banca
dati quotazioni immobiliari" dell´Agenzia del Territorio.
Diretta - ironia della sorte - dalla sorella del sindaco
Gabriella Alemanno.
Tutto
legale, in teoria. Quando gli immobili comunali vengono
concessi a uso sociale lo sconto infatti è regolare.
«Peccato che di sociale o culturale questa Assoforum abbia
ben poco: la verità è che via Sabotino 4 è diventata la sede
di rappresentanza politica dell´onorevole Salatto», tuona
l´esponente democratico. La prova? I bigliettini da visita
distribuiti urbi et orbi dall´eurodeputato: in alto la
bandiera Ue con la scritta "Parlamento europeo"; al centro
il suo nome e cognome; sotto l´indirizzo completo (via
Sabotino 4) con tanto di telefono fisso e telefonino
personale. Della sigla Assoforum, nessuna traccia.
2 -
SALATTO NEL CDA DELLA FONDAZIONE POLITICA DEL SINDACO DI
ROMA
Il legame di Potito Salatto con Alemanno è cementato anche
da un altro elemento: l'europarlamentare fa parte del
consiglio di amministrazione di "Nuova Italia", la
fondazione politica presieduta proprio dal sindaco di Roma,
dove siedono tutti i suoi fedelissimi, dal capo di gabinetto
del Campidoglio Sergio Gallo ai vertici delle
municipalizzate come Franco Panzironi (Ama) fino alla moglie
Isabella Rauti.
[21-05-2010]
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ONOREVOLI SENZATETTO, ONOREVOLI STRAMUTUATI – TRA MINISTRI E
PARLAMENTARI C’è ANCHE CHI NON è PROPRIETARIO DI CASE:
SPICCA SACCONI, ZERO ABITAZIONI TRA LUI E LA MOGLIE (BOSS DI
CONFINDUSTRIA) – IL TIPINO FINO RONCHI L’HA DONATA ALLA
FIGLIA ED è ANDATO IN AFFITTO – IL RE DEI MUTUI è ADOLFO
URSO: BEN DUE (UNO PER IL FIGLIO). 2,4 MLN CHE DOVRà PAGARE
FINO A 90 ANNI (PROVATE VOI A CHIEDERLO IN BANCA DOPO I 40)…
1 - SACCONI SENZATETTO, ROMANI PERÒ CONQUISTA
LA PALESTRINA...
Franco Bechis
per "Libero"
Nel
governo c'è anche qualcuno che non segue le indicazioni
della casa madre. Qualcuno che non ha investito sul mattone
per seguire l'esempio del presidente del Consiglio, Silvio
Berlusconi. A ribellarsi (o almeno a celare diabolicamente
la proprietà dei propri investimenti) anche un pezzo da
novanta come il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
Nessuna casa è ufficialmente intestata a lui in alcuna parte
di Italia, e altrettanto dicasi della gentile graziosa
consorte, che fa il direttore generale di Confindustria.
Insomma, o il ministro preferisce stare in affitto o ha
gabbato noi e le banche dati del catasto con qualche trucco.
Come lui pochi altri nel governo: non ci sono immobili
intestati al ministro Andrea Ronchi, ma la spiegazione qui
l'ha offerta il diretto interessato: la casa c'era, da poco
però è stata donata alla figliola che ne aveva più bisogno
di papà, pronto ad arrangiarsi in affitto.
Nessuna casa riconducibile a un vecchio professionista della
politica, come Enzo Scotti, che oggi è ancora
sottosegretario agli Esteri, e nessuna riportabile
direttamente al sottosegretario al Tesoro, Luigi Casero. Due
buchi perfino ai Trasporti, dove risultano senza casa di
proprietà i sottosegretari Bartolomeo Giachino, detto Mino e
il suo collega Giuseppe Maria Reina.
Se un
gruppetto di ministri e vice dichiara zero mattoni, c'è in
compenso chi nelle fila del governo ha pensato non solo a
casa, ma a qualche affare immobiliare alternativo. Lo ha
fatto da pochissimo il viceministro alle Comunicazioni,
Paolo Romani, che oggi è in pole position per sostituire
alle attività Produttive Claudio Scajola, che proprio la
casa si è portato via.
Romani
si è comprato una palestra privata a Cusano Milanino: 67
metri quadrati e un po' di terreno intorno, un bell'affare.
Che però non deve essere piaciuto molto al fisco italiano.
Nel gennaio scorso come un avvoltoio è zompata lì sopra
Equitalia Esatri (concessionaria di Milano) iscrivendo
ipoteca legale per un contenzioso con il viceministro da
26.292,52 euro. Lui appena se ne è accorto ha messo mano al
portafoglio e saldato da gran signore il debito. Così
l'ipoteca è stata cancellata del tutto lo scorso 4 marzo.
2 -
URSO RE DEL MUTUO: NE HA DUE DA 2,4 MILIONI DI EURO...
Franco Bechis
per "Libero"
Adolfo
Urso, viceministro del Commercio estero e segretario della
Fondazione fare futuro, ha stabilito nel 2009 un primato
assoluto. E' il parlamentare sulle cui spalle grava il mutuo
casa più alto della storia. Ne ha due: uno per sé e un altro
per uno dei due figli. Entrambi accesi con il Banco di
Napoli di Montecitorio per l'80 per cento del valore
dell'immobile acquistato. Due alloggi centralissimi, uno il
doppio dell'altro, a Prati, due passi dal Palazzaccio. Il
primo mutuo trentennale è da 1,6 milioni di euro.
Quello
per il figlio nella stessa casa è da 800 mila euro. In tutto
fanno 2,4 milioni di euro. Il prezzo ufficiale per
l'acquisto dei due appartamenti è stato di 3 milioni di
euro. Una bella somma. Chiedendo alle principali banche
italiane ieri (attraverso mutui on line) di farci una
proposta di finanziamento per quell'acquisto, abbiamo
trovato molte porte sbarrate.
Dichiarando la stessa età del viceministro Urso (53 anni),
il primo problema è stato trovare chi finanziasse un
acquisto così rilevante. Hanno detto di no 8 banche su 14.
Le altre sei hanno invece detto di no alla durata del mutuo:
per avere l'ammortamento in 30 bisognerebbe avere meno di 45
anni. Uniche proposte arrivate: rimborso in 20 anni con rate
fra 11 e 12 mila euro al mese. Circa il doppio
dell'indennità parlamentare ufficialmente dichiarata. Come
ha fatto allora Urso?
L'unica è stata chiederlo al diretto interessato. Che non si
è tirato indietro, anzi. E' stato prodigo di particolari.
All'inizio ha protestato: "Ma come? Io seguo la linea di
Fedele Confalonieri e facendo il viceministro ho comprato
casa con un regolare mutuo, come chiede lui, e proprio sulla
mia casa venite ad indagare?".
Ma poi
cortesemente spiega tutto: "Primo, io ho due figli di cui
sono orgoglioso che da quando hanno 18 anni si sono messi a
lavorare regolarmente. Anche mia moglie, da cui sono
separato, ha sempre lavorato. Secondo: ho cercato casa a
lungo, e poi ho trovato quella che mi piaceva, sia per me
che per uno dei miei figli. Una è il doppio dell'altra. Zona
prestigiosa, certo. Quarto piano, ma non è un attico:
affaccio sull'interno. Non dico che è brutta, l'ho comprata
perché mi piaceva: ma penso di avere pagato il prezzo
giusto: circa due milioni per una, circa un milione per
l'altra. Nel 2009 dopo il boom del mercato immobiliare, i
prezzi hanno iniziato a scendere un po'".
E il
mutuo? "Tutto trasparente. Finanziato l'80 per cento del
valore dell'immobile. Contratto trentennale a tasso
variabile, ho anche l'accordo per estenderlo a 40 anni!",
Beh, non capita tutti i giorni di trovare una banca che
scommetta di trovarti ancora lì a pagare le tue belle rate
oltre i 90 anni... A proposito, quanto pesano queste rate?
"Vado a memoria: 5.600 euro al mese per la mia casa e 2.800
euro al mese per quella di mio figlio".
Fanno
8.400 euro al mese. Ma è sicuro di poterseli permettere
sempre? "Ah", sorride Urso, "certo senza lo stipendio da
parlamentare e l'indennità da viceministro avrei qualche
difficoltà a pagare le rate. Ma io ho fatto una scommessa
sulla durata lunga del governo di Silvio Berlusconi, e anche
il mio mutuo è lì a testimoniarlo".
Già,
perché se il governo cade, dovrà pensarci Fare Futuro a
quelle rate... "Ma no, che dice? Fare futuro mai. Non si
mischia così pubblico e privato. Per altro è sempre stata la
mia linea. Sono orgoglioso di non avere mai chiesto
finanziamenti pubblici per la mia rivista politica e di
avere fatto la stessa cosa con la fondazione Fare futuro:
solo sostegni privati. Ma poi glielo ho detto: il governo
durerà a lungo, il rischio non c'è. E in ogni caso i miei
figli lavorano duro e sono proprio bravi". [17-05-2010]
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LA
CARITÀ CHE UCCIDE – È UN SUCCESSO MONDIALE IL LIBRO “DEAD
AID”: CON DAMBISA MOYO, L’AFROCAPITALISMO HA TROVATO IL SUO
LEADER - GLI AIUTI OCCIDENTALI AL CONTINENTE NERO SONO UN
RIMEDIO PEGGIORE DEL MALE: MEGLIO INVESTIRE, COME FA LA
CINA, CHE DARE QUALCOSA (ALLE ELITE) IN CAMBIO DI NIENTE –
MAI PIÙ ATTUALE IL MOTTO DI LORD BAUER, PER IL QUALE IL
FOREIGN AID ERA “RUBARE AI POVERI DEI PAESI RICCHI, PER DARE
AI RICCHI DEI PAESI POVERI”… Alberto Mingardi per
"Il Sole 24 Ore"
Alla
sua autrice è valso un posto fra le cento personalità più
influenti al mondo secondo «Time», entusiastici articoli su
«Wired» e «Le Monde», l'ammirazione di Oprah Winfrey. Ma
Dead Aid di Dambisa Moyo, che in Italia arriva per Rizzoli
con l'abrasivo titolo La carità che uccide, è più di un
saggio che ha scalato la bestseller list del «New York
Times».
È un
libro il cui tempo è finalmente venuto, è uscito al momento
giusto dopo una gestazione collettiva di mezzo secolo. Mezzo
secolo nel quale gli aiuti di stato sono apparsi
all'Occidente il modo migliore per sgravarsi la coscienza,
dopo il trauma della decolonizzazione.
La
carità che uccide è debitore di una scuola di pensiero
minoritaria nel mondo degli studi, e che tuttavia col tempo
ha alimentato una prospettiva originale e solida. Il libro è
non a caso dedicato alla memoria di Lord Bauer, che ne fu il
punto pivotale. Per Bauer, il foreign aid era «rubare ai
poveri dei paesi ricchi, per dare ai ricchi dei paesi
poveri».
Gli
aiuti in denaro verrebbero regolarmente stornati dalla
classe politica locale a proprio vantaggio, perpetuando nel
tempo un circolo vizioso, indebolendo lo sviluppo economico
e impedendo il formarsi delle istituzioni fondamentali per
lo sviluppo. L'afflusso di denaro dall'estero, erogato a
fondo perduto, svilupperebbe una sorta di dipendenza.
L'élite locale si abituerebbe ad alimentarsene, concentrando
sempre maggiori risorse in una burocrazia che soffoca il
rachitico corpo di un'economia privata senza la forza di
crescere. Il fatto che sia chi è al governo a gestire un
simile "bottino" comporterebbe, a sua volta, che le persone
più istruite e ambiziose, anziché dedicarsi a un percorso
imprenditoriale, prendano la via di una carriera all'ombra
dello stato. È per questo che i fondi stanziati dalle grandi
agenzie internazionali continuano a non arrivare ai
bisognosi per i quali sono pensati: l'aspettativa che ne
arrivino altri basta a perpetuare una classe dirigente a
vocazione parassitaria.
Le
critiche ai meccanismi di erogazione degli aiuti allo
sviluppo hanno nel tempo fatto breccia, portando le grandi
istituzioni internazionali a sviluppare strumenti per
vincolarli il più possibile al raggiungimento di obiettivi e
a riforme istituzionali. Ma, nell'opinione pubblica
occidentale, l'idea che aiutare i paesi in via di sviluppo
voglia dire non fare affari con loro, non commerciare, non
scambiare, ma dargli un'elemosina, è radicata. Così come lo
è l'idea che gli unici attori con la potenza di fuoco
necessaria a farlo con successo siano i governi.
I
saggi di Bauer sono usciti troppo presto, quello di Dambisa
Moyo è stato pubblicato al momento giusto. Dopo che le
grandi parate del «Live Aid» (cui fa il verso il titolo
originale) hanno generato clamore mediatico: produzione di
appelli a mezzo di appelli. Soprattutto, dopo che il
privato, e non il pubblico, ha dimostrato al giro di boa
degli anni Duemila di sapere fare dello sradicamento della
povertà un obiettivo.
Pensiamo al ruolo che stanno giocando realtà come la
Fondazione Bill e Melinda Gates. O a Mohamed Yunus e alla
sua Grameen Bank. Oppure a realtà meno conosciute, il
microcredito online di «Kiva», o il venture capital sociale
di imprenditori come il malesiano Kim Tan. Non è questione
di corporate social responsibility.
È che
avvicinando i paesi del mondo la globalizzazione ha scovato
nuove opportunità di profitto. Alcune si trovano in quello
che una volta si chiamava «Terzo mondo». E la possibilità di
fare profitto attira investimenti.
Dambisa Moyo è nata a Lukasa, in Zambia, paese col quale
mantiene un rapporto vivo e non di maniera. Ha preso un
master a Harvard e un dottorato a Oxford. Dopo un breve
passaggio in Banca mondiale, per quasi dieci anni ha
lavorato come analista a Goldman Sachs: a seconda dei punti
di vista, la più grande investment bank del mondo o il vero
villain della crisi finanziaria.
Quel
che conta, per Miss Moyo e i suoi lettori, è che
l'esperienza in Goldman la porta a essere attenta non solo
alla dimensione istituzionale, ma anche al giro del fumo
degli affari. È per questo che, mentre
biasima«sessant'anni,un miliardo di dollari di aiuti
all'Africa e non molti risultati positivi da mostrare», Moyo
guarda con interesse alla partita che in Africa sta giocando
la Cina. Perché i cinesi non versano oboli, fanno
investimenti.
«L'errore dell'Occidente è stato dare qualcosa in cambio di
niente», ha scritto, mentre gli investitori cinesi
pretendono di guadagnare, di fare profitto. È così che si
appicca il fuoco della crescita economica, a vantaggio anche
degli africani. Il punto di vista di Moyo è meno eccentrico
di quanto si creda. Poche settimane fa il «Wall Street
Journal» definiva il ruandese Paul Kagame «a supply-sider in
East Africa », alla stregua di un consigliere di Reagan. Il
presidente ugandese Yoweri Museveni ha chiesto in più di
un'occasione «trade not aid»: opportunità di scambio,
rimozione delle barriere doganali, non «aiuti» in moneta.
Il
presidente della Camera della Costa d'Avorio, Mamadou
Koulibaly, conduce una difficile battaglia per sviluppare
nel suo paese il catasto, in modo da garantire la certezza
dei titoli di proprietà, primo mattone di un'economia di
mercato. Ecco che Dambisa Moyo, quando riflette sulla
performance dei mercati obbligazionari africani e sullo
sviluppo del private equity, quando spiega che ridurre le
barriere al commercio inter-africane è un passo essenziale
per creare opportunità per tutti, quando si preoccupa per
quella statolatria che è il lascito avvelenato degli aiuti,
non è solo un'anticonformista di successo,un animale da talk
show, una provocatrice che sa vendere libri. È la profetessa
di un'idea il cui tempo è venuto.L'afrocapitalismo.
[10-05-2010]
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IL
GUGLIOTTA PESTATO - "Un alto funzionario della polizia ha
presentato le scuse alla madre su quanto avvenuto a Stefano.
Le ha presentate a nome del Questore di Roma e del
commissariato Prati" - IL CAPO RELAZIONI ESTERNE MASCIOPINTO:
“UN SINGOLO EPISODIO NON MINA RAPPORTO TRA POLIZIA E
CITTADINI .Se su un campo di calcio avviene un episodio di
violenza non si puo’ dire che il calcio e’ malato”…
1 - STEFANO GUGLIOTTA: IO URLAVO E LORO MI COLPIVANO...
(ANSA) - "Io urlavo le mie ragioni ma
loro mi menavano, mi colpivano: saranno stati sette o otto,
sono pieno di lividi". Cosi Stefano Gugliotta, ancora
visibilmente scosso, ricorda quanto avvenuto la sera del 5
maggio quando fu arrestato nel dopo partita di Inter-Roma.
Gugliotta, nel corso di una affollata conferenza stampa, ha,
inoltre raccontato di aver dormito solo poche ore questa
notte. "Mi sono addormentato attorno alle tre e mezza, ho
letto i giornali e ho ripensato a tutto quello che ho
vissuto". Stefano Gugliotta, scarcerato ieri sera ma ancora
indagato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, ha
ricostruito quanto accaduto il 5 maggio scorso. "Ero a bordo
del mio motorino -ha detto- quando si è avvicinato un agente
intimandomi l'alt, io mi sono fermato e lui mi ha colpito
con un pugno alla bocca".
"Dimenticare è difficile ma proverò a tornare alla vita di
tutti i giorni, lasciandomi alle spalle quanto successo".
"Il
carcere è una esperienza tremenda, non sei nessuno. Ieri ho
iniziato uno sciopero della fame perché non ce la facevo
più". Il giovane ha voluto quindi ringraziare tutte le
persone che, in questi giorni, sono stati vicini alla
famiglia e in particolare Alfredo, che lui definisce "un
angelo" che è la persona che "ha effettuato il video nel
quale si vedono le fasi dell'arresto e il pugno sferrato da
un agente"
2 -
LEGALE: DA FUNZIONARIO PS SCUSE QUESTURA...
(ANSA)
- "Un
alto funzionario della polizia ha presentato le scuse alla
madre su quanto avvenuto a Stefano. Le ha presentate a nome
del Questore di Roma e del commissariato Prati". Lo ha
annunciato l'avvocato Cesare Piraino, legale di Stefano
Gugliotta nel corso di una conferenza stampa. "Per la
famiglia questo rappresenta un gesto importante, un segnale
positivo da parte delle nostre istituzioni - ha proseguito
-.
In
merito all'ipotesi di eventuali richieste di risarcimento
decideremo, in base al comportamento che gli agenti avranno
durante il processo: se saranno corretti non faremo nulla,
altrimenti siamo pronti a denunciarli per calunnia". Piraino
ha poi affermato che Gugliotta è incensurato.
"Non
ha carichi pendenti - ha proseguito - solo una denuncia
quando era minorenne per il furto di un cellulare ad un
compagno di scuola. Questo processo, però, si è concluso
positivamente. C'é stato poi il ritiro della patente ma
nessun precedente su uso o detenzione di sostanze
stupefacenti".
3 -
MASCIOPINTO: UN SINGOLO EPISODIO NON MINA RAPPORTO TRA
POLIZIA E CITTADINI...
(Adnkronos) -
"Non ho bisogno di difendere la Polizia o le altre forze
dell'ordine, ci sono le statistiche ufficiali, i sondaggi
che dimostrano come dopo il Presidente della Repubblica, le
istituzioni nel cuore degli italiani sono le forze
dell'ordine. Ci sara' un motivo". Lo ha affermato Maurizio
Masciopinto, capo relazioni esterne del Dipartimento di
sicurezza del ministero dell'Interno a margine dalla
presentazione della cerimonia di domani per il 158°
anniversario della fondazione della polizia in riferimento
alla vicenda di Stefano Gugliotta.
"Se su
un campo di calcio avviene un episodio di violenza non si
puo' dire che il calcio e' malato, assolutamente no - ha
sottolineato Masciopinto - I singoli episodi non inquinano
questo rapporto, perche' e' un rapporto troppo solido. 158
anni di storia non si cancellano con un singolo episodio,
158 anni di legami, sono legami di generazioni".
"I
nostri genitori quando cominciarono ad usare le automobili
vedevano la polizia al loro fianco, questo ha creato un
rapporto. I giovani di oggi sul web incontrano i nostri
poliziotti, anche questo crea un rapporto. Questi rapporti -
ha continuato Masciopinto - non vengono assolutamente minati
da singoli episodi, di cui dispongono i singoli e a cui
questa amministrazione sempre piu' con pareti di cristallo
e' pronta a rispondere guardandosi dentro e dando risposte
ai cittadini che le meritano". [13-05-2010]
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MEZZAROMA,
MEZZA SIENA, MEZZA LAZIO E UNA CARFAGNA TUTTA INTERA (COSA VUOI DI
PIÙ?) - L’AMORUCCIO COATTO DELLA MINISTRA PIÙ BELLA DEL REAME HA
UN COGNOME CHE NON GLI RENDE GIUSTIZIA, PERCHÉ MARCO MEZZAROMA NE
HA PIÙ DI MEZZA, DI ROMA - DA OSTIA AL CUORE DI ROMA, LA STORIA
IRRESISTIBILE DI UNA DINASTIA DI PALAZZINARI - E OGGI LA CARFAGNA
SCODELLA UN’INTERVISTA A "CHI" PER ANNUNCIARE LE SUE PROSSIME
NOZZE E DI AVER ROTTO LA VECCHIA AMICIZIA CON L’ANTIBERLUSCONE
BOCCHINO
1 - BOCCHINO
ADDIO
Mara Carfagna
intervistata da Giulia Cerasoli per "Chi"
Parliamo invece del suo amico Italo Bocchino. Eravate amici e
confidenti: dopo il suo exploit anti-premier avete litigato?
Non rinnego un'amicizia. A volte ci si scontra e si hanno opinioni
diverse: è normale. Ma non sono affatto d'accordo con Italo. Dopo
la sua presa di posizione, siamo su due fronti opposti, lo dico
chiaramente. Quello che è successo dimostra che il Pdl non è una
caserma né un partito padronale. È un grande partito che
rappresenta il 40% dell'elettorato. Al suo interno ci sono
sensibilità diverse, ma l'obiettivo unico deve essere governare al
meglio il paese. Il dissenso non deve logorare né mettere in
dubbio la leadership.
La vostra amicizia dunque è finita.
Anche Gianfranco Fini ha ammesso che il Lazio l'ha vinto
Berlusconi. Non esiste al di fuori di lui chi possa coalizzare
così il consenso.
2 - MEZZAROMA,
MEZZA SIENA, MEZZA LAZIO E UNA CARFAGNA TUTTA INTERA (COSA VUOI DI
PIÙ?)
Mezzaroma, mezza Siena, mezza Lazio e una Carfagna tutta
intera. L'amoruccio suo della ministra più bella del reame ha un
cognome che non gli rende giustizia, perché Marco Mezzaroma ne ha
più di mezza, di Roma, avendo costruito (non lui, ma il padre e i
due zii) una bella fetta di Cinecittà, Tor Bella Monaca, San
Basilio, Torrino, Dragoncello e la parte nuova dell' Eur.
Il costruttore
figlio di costruttori che la Carfy sposerà presto (lo annuncia
oggi su "Chi") e da cui (ipsa dixit) avrà "almeno due figli", non
è affatto un pollo ma un bel rampollo, palestrato e tatuato
(vedasi foto gossippare di qualche estate fa) come si conviene a
una donna di potere quale ormai è l'ex soubrette di Guardì,
Magalli e Mengacci.
Una perfetta
coppia da salotto romano, lei prediletta del Cav, lui figlio di
cotanti palazzinari con parecchi liquidi e molti solidi, purchè
edificabili. Marco segue le orme paterne coltivando una visione
imperiale della mission aziendale: "Le radici che legano Marco
Mezzaroma e la Mezzaroma Costruzioni a Roma ed alla sua storia
millenaria - si legge in un sobrio comunicato della società -
affondano nella passione per le opere e per i segni di grande
civiltà che resistono nel tempo, le stesse che ci hanno spinto ad
interessarci a questo progetto che è di grande importanza per la
storia che unisce questa città al suo luminoso passato". Finendo
con uno slogan alla Ben Hur: "Per durare nel tempo. Come le
insegne imperiali".
Il mattone, una
passione comune alle ministre pidielline che, come da programma di
governo, badano molto al concreto e alle grandi opere (soprattutto
alle loro). Dopo il matrimonio della Gelmini con l'immobiliarista
Patelli, ecco le prossime nozze della Mara con l'immobiliarista
Mezzaroma (oh, mai che queste si innamorino di un impiegato delle
poste. ...).
Papà e figlio, i suddetti Mezzaroma, stanno insieme nel
"board" della Mezzaroma Costruzioni Srl, società di sviluppo
immobiliare nata nel 1989, dove il "Dott. Marco" occupa la
poltrona di Ad, mentre il Commendatore Gianni, padre e futuro
suocero della Carfagna, quella di direttore generale.
L'imprenditore quarantenne porta in dote una rete di parentele
notevole, impressionante se si va avanti e indietro nell'albero
genealogico della famiglia.
Dunque il padre, storico costruttore romano, ma anche lo
zio, Pietro, altrettanto storico palazzinaro de Roma, detto "er
Texano" perché paragonato ai milionari di Dallas. Fratelli e
coltelli, però, con la rottura consumata dopo il fallimento di una
società comune, la Impreme, patrimonio di 235 miliardi, per
un'insolvenza di dieci miliardi e mezzo di lire, la lite senza
fine con richiesta di danni tra i fratelli, con Gianni che
pubblicamente apostrofò Pietro: "Sei peggio di Gei Ar".
"Nel suo giardino della villa all'Eur - raccontò il
"Corriere della Sera" anni fa -, Pietro ha costruito la
baracca-ufficio da cui ha sempre gestito affari miliardari. Con un
solo vanto: quello di non aver completato nemmeno le elementari.
Gianni, altro autodidatta, si occupava dei cantieri; Roberto, il
laureato, delle pubbliche relazioni.
Ma di pubbliche relazioni i fratelli Mezzaroma non ne
facevano molte. Soltanto rapporti con la Dc romana e con il
Vaticano. Niente vita mondana, niente interviste. Fino al ' 93,
quando Pietro salì agli onori della cronaca per aver salvato la
Roma rilevando la quota di Ciarrapico".
La Dinasty Mezzaroma era cominciata, come si conviene alle grandi epopee, nella miseria,
con l'umile lavoro nella falegnameria del padre Amerigo. "Poi
arrivarono il boom edilizio, gli infissi in legno e i soldi. Alla
fine degli anni Cinquanta il primo terreno e le prime case, a
Ostia". E da Ostia al cuore di Roma, con un piede nel calcio e un
altro nella politica (il terzo fratello Roberto, zio di Marco,
sarebbe poi stato europarlamentare di Forza Italia, colpito da "'
na passionaccia per la politica", come raccontò l'altro zio).
Fin qui la Dinasty familiare (derivata da tre fratelli
con otto figli e dozzine di nipoti), ma siccome non bastava, se ne
aggiungono altre, tramite acquisizioni e sposalizi, a breve quello
della ministra, altri già sono arrivati.
Per esempio Claudio Lotto, il presidente della Lazio, che
ha sposato Cristina, una delle figlie di Gianni Mezzaroma (che
Lotito chiama "er socero"), cioè la sorella del fidanzato della
Carfagna, che sarà dunque imparentata con Mezzaroma ma anche con
mezza Lazio. E siccome allo stadio, tra un fuorigioco e un
intervallo c'è anche tempo per chiacchierare, c'è pure tempo per
fare un po' di business.
Per dirne uno, tra parentele e incastri societari, quello
della Gasoltermica Laurentina spa, società creata nel 1996 dove
"nello staff di vertice - scrisse La Voce delle voci - compare
Lotito, e al timone, in qualità di amministratore delegato, siede
Marco Mezzaroma".
Non è tutto.
Mezzaroma (Massimo) è anche il nome del presidente del Siena
calcio, è non è un omonimo, ma un altro parente, esattamente il
figlio di "Gei Ar" Pietro Mezzaroma, zio di Marco, fidanzato e
prossimo marito della ministra berlusconiana. Che dunque avrà
mezza Roma, mezza Lazio e - per pari opportunità - pure mezza
Siena. 05-05-2010]
|
E
NICHI FINISCE NELLA FATTORIA DEGLI ANIMALI SBAGLIATA...
"Vendola nella masseria del banchiere. Primi esami da leader.
Serata nella casa pugliese di Guido Roberto Vitale. Tra i 100 ospiti,
Fabiano Fabiani, Mario D'Urso e Franco Debenedetti". Il Corriere delle
Elite corrucciate spiffera tutto, per la gioia del governatore che si è
fatto esaminare dal lato più sinistro del PMU. Tentativo abbastanza
smaccato di mettere il cappello su Vendola, con fuga di notizie
incorporata. Avranno parlato di Acquedotto pugliese? Era pure la sera
del primo maggio. Per Nichi, errore doppiamente drammatico.
10-05-10 |
COMUNE MILANO: REVISORI, DIVIDENDI A2A E ATM A
INVESTIMENTI...
Radiocor - I revisori dei conti bacchettano il Comune di
Milano sulla distribuzione di riserve, sotto forma di dividendi, da parte
delle partecipate. Nella relazione del collegio dei revisori ai conti 2009 e
al preventivo 2010 relativi, consultata da Radiocor, c'e' un richiamo a
destinare i proventi delle cedole 'ove possibile a finanziamenti per
investimenti' anziche' per la spesa corrente.
Nel 2009, il Comune aveva raggiunto il pareggio di bilancio
incassando un dividendo straordinario Atm per 65 milioni
prelevati dalla riserva utili non distribuiti. A2A,
controllata insieme con il Comune di Brescia, dal 2007 a oggi
ha prelevato dalle riserve circa mezzo miliardo per
distribuire le cedole.
01.05.10 |
-
Tre giovani giornalisti (27, 26, 20 anni) prendono a loro
spese un aereo e vanno in Sudafrica, a Johannesburg, a
intervistare un vecchio generale del servizio segreto militare
italiano - ED ECCO UN LIBRO SULLA STRAGE DI STATO DI PIAZZA
FONTANA CON RIVELAZIONI INEDITE DEL GENERALE DEL SID MALETTI
SU come i carabinieri “ripulirono” il deposito da cui
proveniva l’esplosivo americano usato a Milano e
probabilmente a Brescia...
1 - STRAGE CONTINUA
Gianni Barbacetto dal "Fatto
Quotidiano"
Tre
giovani giornalisti (27, 26, 20 anni) prendono a loro spese un
aereo e vanno in Sudafrica, a Johannesburg, a intervistare un
vecchio generale del servizio segreto militare italiano. I tre
sono Andrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato.
Il generale è Gian Adelio Maletti, numero due del Sid negli
anni della bomba di piazza Fontana (1969), del tentato golpe
Borghese (1970), della strage di Brescia (1974), della
strategia della tensione. Per tre giorni interrogano l'agente
segreto, l'ufficiale rimasto (finora) il più alto in grado a
sopportare tutto il peso dei depistaggi di Stato sulle stragi.
Maletti
risponde. Racconta. Non ricorda. Spiega. Nega. Rivela. In
maniera obliqua e parziale, ma a suo modo illuminante,
ricostruisce la trama della guerra segreta combattuta in
Italia in quegli anni. Protagonisti, gli esecutori neofascisti
di Ordine nuovo e di Avanguardia nazionale, i loro protettori
dentro gli apparati di Stato italiani, le ombre atlantiche.
Il
lungo colloquio diventa ora un libro e un dvd, "Piazza
Fontana, noi sapevamo", prefazione di Paolo Biondani,
edito da Aliberti. Qui ne presentiamo un brano. (e stralci
dell'intervista da oggi saranno visualizzabili sul nostro
sito, www.antefatto.it ). In esso, il generale Maletti parla di un informatore
del Sid infiltrato nel gruppo veneto di Ordine nuovo, Gianni
Casalini, fonte "Turco".
Spiega
come il Sid gli impedì di rivelare alla magistratura quello
che aveva visto sugli attentati del 1969. E (fatto inedito) di
come i carabinieri "ripulirono" il deposito da cui
proveniva l'esplosivo americano usato in piazza Fontana a
Milano e probabilmente in piazza della Loggia a Brescia.
Proprio domani, Maletti sarà interrogato, in videoconferenza,
al processo in corso sulla strage di piazza della Loggia,
l'ultima occasione giudiziaria per tentare di far quadrare i
conti tra verità storica (ormai largamente acquisita) e verità
processuale.
PIAZZA FONTANA "QUELL'ARSENALE RIPULITO DAI
CARABINIERI"...
Da "Piazza Fontana, noi sapevamo" di Andrea
Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato (Aliberti
ed.)
Dal "Fatto
Quotidiano"
Sei
anni dopo piazza Fontana, accadde un piccolo episodio che la
vide protagonista. Era il 5 giugno 1975. Lei prese un foglio,
e scrisse questo breve appunto: «Colloquio con il signor
caposervizio. Caso Padova: Casalini si vuol scaricare la
coscienza. Ha cominciato ad ammettere che lui ha partecipato
agli attentati sui treni nel 1969 e ha portato esplosivo; il
resto, oltre ad armi, è conservato in uno scantinato di
Venezia. Il Casalini parlerà ancora e già sta portando sua
mira su altri gr. Padovano + delle Chiaie + Giannettini.
Afferma che operavano convinti appg. Sid. Trattazione futura,
chiudere entro giugno. Colloquio con M.D. prospettando tutte
le ripercussioni. Convocare D'Ambrosio. Incaricare gr. Cc (Del
Gaudio) di procedere». Se ne ricorda?
Se
dovessi ricordarmi di tutte le annotazioni che ho fatto,
allora sarei un'enciclopedia vivente. Comunque sì, ricordo
qualcosa. L'appunto si riferisce a un colloquio con il capo
del Sid, che ai tempi era l'ammiraglio Mario Casardi. Lo
scrissi piuttosto frettolosamente, come si può notare.
Probabilmente, ero nel mio studio, a Forte Braschi, e c'era la
macchina che mi aspettava fuori.
Il
documento fu scoperto nel 1980, durante una perquisizione a
casa sua. Di Gianni Casalini abbiamo già parlato: era un
militante del gruppo padovano. Lavorò per il Sid, con il nome
in codice "Turco", dal 1972 al 1975: fino a quando,
cioè, lei dispose la chiusura della fonte. Poco fa, lei ci ha
detto una cosa importantissima: Casalini, durante la sua
collaborazione, vi rivelò un grande segreto. Parlò
dell'esplosivo di piazza Fontana, disse che le bombe venivano
dalla Germania, che erano di provenienza americana, e che
erano state consegnate ai neofascisti veneti. Tutte
informazioni che rimasero misteriosamente riservate, almeno
per lamagistratura.Poi,nel1975,comese non bastasse, lei prese
questa decisione: chiudere la fonte. Perché?
Guardate,
la decisione non fu presa da me. Fu presa dell'ammiraglio
Casardi, che all'epoca era direttore del Sid. (...) Non solo
non l'ha denunciato: ha cercato di evitare che dicesse altre
cose. Cose piuttosto scottanti.
Sul
suo appunto c'è scritto: «Casalini si vuol scaricare la
coscienza».
LA RIUNIONE DEL GRUPPO NEOFASCISTA
Comunque, cari ragazzi, questo non è più un colloquio
amichevole: questo è un tribunale, e io sono l'imputato. E
invece non sono imputato.
Ma
no, generale, noi non le imputiamo nulla.
No, mi piace mettere le cose a posto. Non voglio che mi si
perseguiti con domande alle quali chiaramente io non posso
rispondere: non per cattiva volontà, ma per mancanza di
agganci mnemonici.
Non
si preoccupi. Quand'è così, cercheremo di fornirle qualche
nuovo appiglio. Casalini, nel 2008, ha detto molte altre cose.
Il 18 aprile 1969, si svolse a Padova una misteriosa riunione:
vi parteciparono i massimi esponenti del gruppo neofascista.
C'era Franco Freda, Giovanni Ventura, Pozzan, Toniolo e
Balzarini. E c'erano due altri personaggi, arrivati da Roma,
la cui identità non è mai stata svelata. Fu stabilita ogni
cosa: le bombe, gli attentati. Casalini riferì tutto al Sid.
E il Sid? Che cosa fece il Sid?
Guardate,
non ne ho idea. Sono passati quattro decenni. (...)
LO SCANTINATO DI VENEZIA
Continuiamo a leggere. Più avanti, sempre nell'appunto, viene
citato il nome di Manlio Del Gaudio, capitano dei carabinieri:
«Incaricare gr. Cc (Del Gaudio) di procedere». Del Gaudio
era il comandante del gruppo carabinieri di Padova.(...) Era
amico del padre di Casalini, Mario.
Secondo
il giudice Salvini, avrebbe dovuto intercedere presso la
famiglia del militante neofascista per convincerlo a starsene
buono . Cioè a non parlare. Anche questa direttiva fu
impartita da Casardi. Comunque sia: io non sapevo nulla di
questa amicizia. Se fosse vero, ciò spiegherebbe molte cose.
Scusi, generale, in che senso? Che cosa spiegherebbe?
Spiegherebbe, tra l'altro, che al padre di Casalini fu
ordinato di ripulire alla svelta uno scantinato, un
sottoscala.
Quale
scantinato?
Lo scantinato di Venezia, no? Lo stesso del quale parlo nel
mio appunto...
LA STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA
Generale,
ci spieghi tutto con calma.
Ok, ragazzi. One should never say
never, mai dire mai. Procediamo con ordine: vi spiegherò ogni cosa,
una volta per tutte. Io, come dicevo, telefonai al centro di
Padova, ordinando che la fonte venisse chiusa.Ordinai,inoltre,che
venisse informato il comando dei carabinieri di Padova, per le
incombenze del caso. (...) C'era da occuparsi, per esempio,
del celebre deposito di esplosivo. (...) Chi abbia
materialmente svuotato l'arsenale ha ben poca importanza.
Costoro, a mio giudizio, non ebbero alcun timore di essere
sorpresi sul fatto.
È
un episodio gravissimo, generale. Le forze dell'ordine
coprirono l'operazione, e i neofascisti riuscirono a farla
franca. Ma cosa c'era, in quell'arsenale? (...) I tir carichi
di esplosivo, quelli che giunsero dalla Germania, fecero tappa
a Mestre, alle porte di Venezia. A bordo c'erano varie casse
di tritolo, provenienti da un deposito americano in Germania:
ce lo ha detto lei. È possibile, dunque, che quelle casse
fossero conservate nel deposito del quale abbiamo appena
parlato ?
Certo, direi di sì. È un'ipotesi attendibile.
Nell'arsenale
di Venezia, insomma, c'era l'esplosivo di piazza Fontana,
l'esplosivo americano. Era stato Casalini, del resto, a
indicarne la provenienza: è logico che ne conoscesse anche la
destinazione. Questo spiegherebbe tutto: quelle bombe non
dovevano essere rinvenute: l'intera strategia statunitense fu
sul punto di essere smascherata. È una rivelazione
pesantissima...
Io, però, non posseggo alcuna prova.
Certo,
generale. Ma c'è un'altra cosa, a questo punto, che vorremmo
chiederle. Il deposito restò in funzione per almeno sei anni:
dal 1969 al 1975. Nel 1974, ci fu la strage di piazza della
Loggia, a Brescia. Secondo le tesi dei giudici, l'eccidio
sarebbe stato organizzato dallo stesso gruppo che agì a
piazza Fontana: gli ordino visti veneti. È possibile, a suo
parere, che anche l'esplosivo di piazza della Loggia
provenisse da quell'arsenale?
Non mi sembra un'ipotesi peregrina. Ma, ripeto, restiamo nel
campo delle supposizioni. Non esistono prove.
DEL GAUDIO E I VERTICI DEL SID
Quello che lei non sta smentendo è uno scenario inedito, e
decisamente inquietante. Ma ci dica: Del Gaudio agì di sua
spontanea volontà? Sappiamo che era un membro della P2, così
come i vertici della divisione Pastrengo, che fecero
scomparire i rapporti su Casalini. I registi dell'operazione,
molto probabilmente, si trovavano in alto: molto più in
alto...
Non lo so, non lo so. So solo questo: l'ordine di svuotare
l'arsenale non partì dai vertici del Sid. Non sono in grado
di dire altro.
[22-04-2010] |
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AEROPORTI DE NOANTRI - ALLE PORTE DEL CUPOLONE,
NEL SILENZIO GENERALE, PARTE LA PIù GRANDE CEMENTIFICAZIONE -
ALE-DANNO E LA PRESTIGIACOMO DOVE SONO? E LA POLVERINI CHE FARà?
- ALL’INTERNO DI ADR GIà DIVAMPA LA BATTAGLIA TRA IL NUOVO
AD GIULIO MALECI E IL DG FRANCO GIUDICE - E MENTRE I DUE SI
FANNO LA GUERRA L’ENAC DI RIGGIO MINACCIA SANZIONI PERCHé
PER I BAGAGLI SI PREVEDE UNA ENNESIMA ESTATE DI FUOCO - SE
CONTINUA COSI’ GIULIETTO TREMENDINO NON HA ALCUNA INTENZIONE
DI SBLOCCARE LE TARIFFE...
Alessandro Ferrucci per "Il Fatto
Quotidiano"
DELL'AEROPORTO DI FIUMICINO
TERRA. ARIA. ACQUA...
Manca il fuoco, per completare i quattro elementi. Ma ci sono
i soldi. Tanti, tantissimi, forse come non se ne sono mai
visti prima. Anche oltre i 6,3 miliardi stanziati per il
"Ponte di Messina". No, quelli non bastano per
raddoppiare l'Aeroporto di Fiumicino. Ce ne vorranno almeno
10. Eppure nessuno ne parla. Silenzio. Dagli imprenditori
coinvolti, agli organi di Stato, fino a gran parte della
politica. Zitti tutti. Gli unici pronti ad alzare la voce sono
uno sparuto gruppo di cittadini di Maccarese e Fregene,
frazioni di Fiumicino, alle porte di Roma. Sono loro a gridare
"aiuto, vogliono cementificare le nostre vite".
Quindi ecco la terra: per
realizzare l'opera sono necessari 1.300 ettari; aria: la
motivazione data da Aeroporti di Roma è che il traffico aereo
sulla Capitale raggiungerà, da qui al 2044, i 100 milioni di
passeggeri, rispetto agli attuali 36. Acqua: la zona prescelta
è a un chilometro, in linea d'aria, dal litorale, zona
bonificata negli anni '20 da contadini veneti e ora dedita ad
agricoltura.
LA "MACCARESE
SPA" E GLI IMPRENDITORI DI TREVISO...
Agricoltura specializzata. In mano, per oltre il 98 percento,
alla "Maccaresespa", società nata negli anni '30,
di proprietà prima della "Banca Commerciale" e poi
del gruppo "Iri", ma nel 1998 acquistata dalla
famiglia Benetton per circa 93 miliardi "con l'impegno di
mantenere la destinazione agricola e l'unitarietà del
fondo", come recita l'accordo.
Già, a meno di un esproprio.
"Se l'Enac (il braccio operativo del ministero dei
Trasporti, ndr) dovesse decidere che quella zona è necessaria
per realizzare un'opera fondamentale per la collettività,
allora verrebbero avviate le pratiche per ottenere le
terre", spiega una fonte di AdR. Tecnicismi, che
nascondono ben altro. Proviamo l'equazione: la "Maccarese
spa" è di Benetton. Gemina possiede il 95 per cento di
Adr. Gemina è di Benetton. Cai, quindi la nuova Alitalia, sta
concentrando sulla Capitale quasi tutto il suo traffico aereo
nazionale e internazionale.
I Benetton, dopo Air France, il
gruppo Riva e Banca Intesa, sono i quarti azionisti di Cai con
l'8 e 85 per cento. Insomma gli "united colors"
rivenderebbero allo Stato, quello che dallo Stato hanno
acquistato, per poi ottenere i finanziamenti utili a
realizzare un qualcosa da loro gestito e sul quale lavoreranno
direttamente quanto indirettamente.
"Questione di lobby, di
business sulla testa delle persone - spiega Enzo Foschi,
consigliere regionale del Lazio per il Pd -. Perché vede, non
c'è alcuna necessità di raddoppiare, nessuna. Basterebbe
organizzare meglio l'aeroporto e nell'attuale sedime. Anche
così il ‘Leonardo da Vinci' sarebbe in grado di sopportare
il raddoppio di passeggeri".
Invece "si uccideranno le
prospettive di un territorio - continua Foschi - vocato
all'agricoltura, al turismo e all'archeologia, per le necessità
di pochi, di pochissimi. È una vergogna". Una vergogna
"silenziosa". Come detto, il Fatto ha più volte
contattato gran parte della politica laziale per avere delle
risposte. Dai big, come il neopresidente Renata Polverini, il
sindaco di Roma Gianni Alemanno e il presidente della
Provincia Nicola Zingaretti, fino a consiglieri e assessori.
Niente da fare. O al massimo un "sì, leggiamo e vedremo
se intervenire. Grazie".
"Sono mesi che poniamo
interrogativi, sempre inevasi - spiega Marco Mattuzzo del
‘Comitato fuoripista' -. Siamo choccati da tanto silenzio,
ci sentiamo soli e inermi. Abbiamo interpellato tutti,
compreso l'Enac per capire. Risultato? Non volevano darci
neanche le informazioni di cui abbiamo diritto". Almeno
per capire dove e quando.
Tutto nasce nell'ottobre del
2009. Conferenza stampa convocata da AdR. Toni pacati, sorrisi
grandi. Pacche sulle spalle e l'atteggiamento di chi dice:
siamo alla svolta, chi non lo capisce è fuori dal mercato. È
fuori tempo. L'occasione è presentare a governo ed Enac il
piano di sviluppo. Il presidente di AdR, Fabrizio Palenzona,
spiega: "Sono previsti investimenti per 3,6 miliardi di
euro fino al 2020, nell'ottica di un progetto che punta a una
capacità di 55 milioni di passeggeri nel 2020 e di 100
milioni nel 2040".
Attenzione alle cifre: i 3,6
miliardi sono solo per arrivare ai 55 milioni; per toccare
quota 100 c'è chi osa sparare quel numero iperbolico: 10
miliardi ("Basta moltiplicare il costo per il numero di
passeggeri" ci spiega la nostra fonte in Adr). E per
questo è necessario "un grande patto tra investitori e
istituzioni - continua Palenzona - attraverso un quadro certo
di regole e tariffe per consentire un così ingente piano di
investimenti privati: un piano che ha il sostegno di
imprenditori che rischiano, mettono soldi nel mercato, ma
hanno bisogno di certezze".
"Tariffe", la parola
magica. Come conferma Gilberto Benetton: "Il tutto è
vincolato nella prima fase all'ottenimento di un aggiornamento
delle tariffe, nella seconda fase a una nuova convenzione che
preveda anche un ritorno sugli investimenti futuri".
Dichiarazione rilasciata sempre a ottobre, poco prima di un
incontro ufficiale a Villa Madama, Roma. Presente anche il
responsabile divisione corporate e investment banking di
Intesa Sanpaolo, Gaetano Miccichè. Guarda caso
"Intesa" è il terzo socio di maggioranza in Cai.
LA PREOCCUPAZIONE DELLE
BANCHE E LE CONDIZIONI...
I soldi ci sono. Eccoli. Loro chiedono un adeguamento.
L'adeguamento c'è. Dalla legge finanziaria presentata il 23
dicembre del 2009, si legge: "È autorizzata, a decorrere
dall'anno 2010, e antecedentemente al solo periodo
contrattuale, un'anticipazione tariffaria dei diritti
aeroportuali per l'imbarco di passeggeri in voli all'interno e
all'esterno del territorio dell'Unione europea, nel limite
massimo di 3 euro per passeggero, vincolata all'effettuazione
di un autofinanziamento di nuovi investimenti infrastrutturali
urgenti".
Più urgenti di un raddoppio?
C'è un "però": AdR ha ottenuto un incremento di
imbarco pari all'inflazione programmata del 2009 (l'1,5 per
cento, quindi da 5,17 euro a 7,57). Ma secondo quanto
riportato il 6 aprile da il Sole 24 Ore a firma Laura
Serafini, AdR non ritiene di essere in grado di finanziare
l'opera con le norme attualmente vigenti sulle tariffe.
"Lo potrà fare solo con
un nuovo sistema, tutto da negoziare con l'Enac entro la fine
del 2010, che secondo quanto già dichiarato dai vertici di
AdR dovrebbe riconoscere allo scalo la stessa convenzione data
ad Autostrade, che dunque garantirebbe aumenti per i prossimi
34 anni (la concessione AdR scade infatti nel 2044)".
Da qui lo scoglio: manca la
garanzia che il ministero dell'Economia, chiamato ad approvare
quel contratto assieme al ministero dei Trasporti dia il via
libera a questo tipo di contratto. E le banche non vogliono
rischiare. Vogliono vedere "nero su bianco". Per
questo AdR pretende che il calcolo dell'inflazione parta dal
2001. "Quindi il raddoppio lo paghiamo noi
cittadini-interviene Marco Mattuzzo -. Eppoi c'è qualcuno che
vuole venderci la storia che conviene a tutti avere un
aeroporto del genere. Anche a chi vedrà la propria casa rasa
al suolo. Lo sa una cosa? Ora nessuno comprerebbe una casa
‘condannata'.
A meno che non sappia niente
del piano. Quindi il danno lo subiamo già ora". Non solo
case, anche aziende. Nella zona interessata (nella pagina
accanto c'è la piantina) vivono duecento famiglie e operano
venti aziende, alcune delle quali affittuarie della "Maccarese
Spa". Gente che da anni lavora la terra, investe, cresce,
offre primizie al mercato romano. Percorrere le tante stradine
che costeggiano i campi è come fare un viaggio nelle
"quattro stagioni": da una parte i prodotti
dell'inverno, poi ecco i primi frutti della primavera. E così
via.
"Noi siamo qui dal 1987 -
interviene il signor Caramadre, dell'omonima cooperativa -, e
ci occupiamo di orticoltura biologica. Se sono disposto ad
andarmene? Ma lei si rende conto quanto tempo ci vuole per
mettere in piedi un'azienda del genere? Cosa vuol dire
piantare e aspettare i frutti? Non siamo mica una fabbrica che
compra i componenti e li mette in funzione. Per noi i periodi
diventano anni, dai dieci ai quindici".
Quindi di vendere non se ne
parla "anche perché non ci darebbero mai la cifra
necessaria per aprire una nuova attività - continua -. Così
siamo all'interno di una forma ricattatoria: o cedi alla cifra
che decidiamo, o vai in giudizio civile. Quindi 7-8 anni per
arrivare a sentenza. E nel frattempo mi hanno raso tutto al
suolo".
WWF, VASCHE, NATURA E
INQUINAMENTO...
Secondo il master plane presentato a ottobre da AdR simile se
non identico a quello studiato dall'Iri negli anni '60, dei
1300 ettari, l'8,2 per cento verrebbe destinato a hotel,
centri commerciali, uffici, congressi e ancora. Ben 106,6
ettari, "1.066.000 metri cubi di nuove costruzioni"
come denunciano dal comitato.
E non importa se nella zona
esistono due riserve del Wwf, un Parco Romano, se sotto alcune
"zolle" sono stati ritrovati degli importanti
reperti archeologici. Non importa se non lontano, in linea
d'aria, incide una delle discariche più grandi d'Europa,
quella di Malagrotta. Non importa se già adesso la qualità
della vita è complicata per gli abitanti della zona,
investiti da alti livelli di inquinamento acustico,
elettromagnetico, oltre che ambientale.
Secondo uno studio realizzato
dalla dottoressa Antonella Litta, referente per la provincia
di Viterbo dell'Associazione italiana medici per l'ambiente,
"esistono evidenze sempre più consistenti, legate al
traffico aereo, di come numerosi inquinanti, introdotti nel
corpo umano, inducano processi infiammatori cronici che
determinano uno stress cellulare progressivo a carico di
organi e tessuti, aprendo la strada a patologie gravi come
aterosclerosi e cancro".
Sarà un caso, le due persone
che ci hanno guidato tra i campi di Maccarese, sono sotto
chemioterapia. E la Asl competente non ha ancora realizzato
uno screening specifico per valutare la situazione della zona.
Interpellati i responsabili, ci hanno spiegato che esistono
solo dei dati ricavabili da altri studi, quelli di routine.
"Sì, è tutto molto
sconcertante - afferma Filiberto Zaratti, ex assessore
all'Ambiente della giunta precedente -. Emerge con chiarezza
il classico investimento immobiliare, nel quale potranno
intervenire i soliti ‘paperoni'. A prescindere dalla reale
utilità, che non c'è. Inoltre parlano di aumento
dell'occupazione. Ma siamo seri, prenda quanti sono
attualmente impiegati al Leonardo da Vinci e li rapporti al
traffico passeggeri. Poi veda".
Bene, ecco qui: "A 36
milioni di traffico, corrispondono 2623 dipendenti, di cui
circa 635 a tempo determinato - spiegano da Fuoripista. Quindi
80 occupanti ogni milione di passeggeri. Al contrario AdR
parla di mille addetti ogni milione. Al 2044 sarebbero 100
mila posti di lavoro diretti". Il Fatto ha cercato di
sentire tutte le parti. Ha chiamato Gemina, ha interpellato
l'Enac. Per capire. Anche con loro, niente da fare.
L'Ente nazionale ha risposto che i "tecnici stanno
ancora valutando, quindi è presto". Gli uomini di
Benetton si sono chiusi dietro un inespressivo no comment. E
chi lavora con loro ci ha parlato a voce bassa e sotto una
promessa: "Mi raccomando, io non vi ho detto niente. Non
fate mai il mio nome altrimenti mi licenziano". Già,
l'importante è tenere la voce bassa. Anche se in ballo ci
sono 10 miliardi di euro. 27-04-2010] |
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2 - FINI CHIEDE "PIÙ CORAGGIO" SU RIFORME.
BOSSI: NO A VOTO ANTICIPATO...
(Apcom) - Niente
elezioni, servono le riforme. Dopo che per una settimana la
prospettiva del voto anticipato è stata al centro del
dibattito politico, oggi è un coro di inviti alla stabilità
per permettere all'Italia di avviare e portare a termine le
riforme: prima Gianfranco Fini, poi Luca Cordero di
Montezemolo, infine Umberto Bossi, proprio colui che per primo
aveva apertis verbis evocato il ricorso alle urne.
Il leader della Lega è netto: "Se non le vuole la
Lega", non c'è il rischio di elezioni anticipate. E la
Lega non le vuole: "No, voglio solo fare il
federalismo". In particolare "serve il federalismo
fiscale, altrimenti l'Italia fa la fine della Grecia".
Necessità su cui sarebbe d'accordo lo stesso Fini, 'sondato'
ieri dagli emissari di Bossi: "Penso di sì, sotto
sotto", dice Bossi intervistato da Radio Radicale.
"Adesso è tutto preso a cercare di tamponare le beghe
avvenute con Berlusconi e quindi si lascia andare a
ragionamenti ai quali non crede nemmeno lui, sa anche lui che
occorre fare il federalismo fiscale", assicura il leader
leghista.
E in effetti solo qualche ora prima,
ospite di un convegno della Luiss, Fini aveva invitato a
"intraprendere con maggiore coraggio la via delle
riforme", anche se il presidente di Montecitorio si
riferisce non solo a quelle istituzionali ma anche a quello
economiche e sociali. La classe politica deve "mettere in
campo strategie e non indugiare nella tattica", evitando
di rincorrere il "consenso immediato" ma guardando
al lungo periodo.
Solo così, è il ragionamento del
Presidente della Camera, l'Italia potrà tornare "a
competere con gli altri Paesi e a vincere la sfida, tornando
ai livelli di crescita che avevamo prima della crisi". E
la crisi della Grecia domina anche i pensieri di Fini:
"Nessun Paese si può sentire al di sopra o al riparo da
questa onda lunga che può mettere in ginocchio l'economia. E'
indispensabile un rigido controllo della spesa, un rigoroso
controllo dei conti", dice il Presidente della Camera,
invitando a taglia della spesa "selettivi" e
investimenti su settori strategici come la ricerca.
Subito dopo Fini, e dallo stesso
podio, anche l'ex presidente della Fiat e attuale presidente
della Luiss, Luca Cordero di Montenzemolo, si unisce al coro:
"Non c'è più tempo. Questa legislatura ha davanti tre
anni e tantissime cose da fare". E soprattutto
"nessuna nazione può crescere andando a votare una volta
l'anno". Le cose da fare "sono chiare a tutti",
non hanno connotati politici ma sono "solo di buon
senso".
Due esempi: "Lotta all'evasione fiscale e riduzione delle
tasse, e riduzione dei costi stratosferici della
politica". L'importante è non sprecare questi tre anni,
"liberarci dalle divisioni e dagli egoismi e ritrovare il
gusto della sfida". Perchè "sono ormai quindici
anni che sentiamo parlare ad intermittenza di dialogo e
riforme salvo poi essere costretti ad assistere a campagne
elettorali sempre violente e deludenti". Montezemolo
assicura però che la prossima campagna elettorale non lo vedrà
protagonista: "Potrei scendere in politica se vincessi
dieci Gran premi di fila e il Mondiale. La vedo purtroppo
difficile...".
3 - FINI E IL PARTITO DELLA RIVINCITA
Giovanni Fasanella
per "Panorama"
Dev'essere cominciato il 6 dicembre 2007. Attorno a un tavolo
imbandito, secondo le migliori e più antiche tradizioni della
politica e del potere. Sì, quel giorno Luca Cordero di
Montezemolo, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini si
incontrarono a pranzo nella foresteria romana della
Confindustria e stabilirono che «tutto è in movimento». E
da allora, in effetti, continue scosse telluriche hanno
investito la vita interna dei partiti, provocando movimenti
che hanno toccato il culmine, per ora, fra sabato 17 e martedì
20 aprile.
Con tre avvenimenti apparentemente slegati ma in realtà prodotti
dello stesso sciame sismico, i cui effetti sono destinati a
proiettarsi nell'arco dell'intera legislatura, e probabilmente
anche dopo: la crepa apertasi all'interno del Pdl con la
nascita di una corrente finiana ostile al premier; il mancato
processo nella direzione del Pd a Pier Luigi Bersani, dopo la
sonora sconfitta nelle ultime elezioni regionali; le
dimissioni di Montezemolo dalla carica di presidente della
Fiat.
Tre fatti legati da un unico filo, a sentire non solo i boatos da
Transatlantico, ma anche molte e concordanti confidenze
private. E cioè, l'inizio della «fase operativa » di una
manovra a tenaglia contro Silvio Berlusconi. Con l'obiettivo
di estrometterlo dalla scena politica, aprendo la strada a una
«leadership costituente » capace di coagulare le forze «moderate»
di entrambi gli schieramen ti e avviare il Paese verso la
Terza repubblica.
Nessuno osa dirlo pubblicamente, ma il
nuovo capo taumaturgo della politica italiana sarebbe proprio
Montezemolo, provvidenzialmente spogliato della carica
imprenditoriale. E la testa d'ariete dell'operazione sarebbe
proprio il presidente della Camera. Intorno e dietro il quale
si è formata una nutrita e assortita squadra di addetti alla
spinta. Una compagnia di «perdenti di successo», secondo la
sprezzante definizione di fedelissimi del Cavaliere, pronta a
tentare l'assalto alla fortezza del Pdl.
Di Casini e Montezemolo si è già detto. Ma molti altri nomi
importanti, personalità che hanno già subito l'onta di
diverse sconfitte nei rispettivi campi, ora sono pronti a
tentare una rivincita. Primo fra tutti Massimo D'Alema,
presidente del Comitato parlamentare di controllo sull'attività
dei servizi segreti, nonché principale artefice dell'ascesa
di Bersani alla segreteria del Pd.
Evoca apertamente una «costituente
democratica» e parla della necessità, per il suo partito, di
«trovare interlocutori a tutto campo» per sconfiggere il
progetto berlusconiano di un «presidenzialismo plebiscitario».
Ed è pronto a offrire una sponda per «liberare chi si sente
prigioniero dall'altra parte». Con Casini, D'Alema ha già un
antico sodalizio. E negli ultimi tempi i suoi rapporti anche
con Fini si sono fatti talmente stretti che in ogni occasione
pubblica in cui compaiono insieme i due fanno a gara a chi è
più d'accordo con l'altro, scherzando sul fatto se è «più
di destra D'Alema» o «più di sinistra Fini».
Tra coloro che guardano con molto
interesse alle azioni di disturbo dell'ex leader di An nei
confronti del premier c'è anche Francesco Rutelli, con la sua
neonata Alleanza per l'Italia. Ex leader della Margherita e
poi cofondatore del Pd, da quando è uscito dal partito
prosegue senza soste la sua marcia di avvicinamento verso il
centro.
Progetta una fusione con l'Udc di
Casini. E lancia con sempre più insistenza messaggi
ammiccanti all'indirizzo di Fini. «Lo aspetto» dichiara
senza infingimenti «per costruire insieme un nuovo
schieramento politico». Sponsor dell'operazione, dicono,
proprio Montezemolo. Ma a spingere dietro la testa d'ariete
antiberlusconiana c'è anche il centrosinistra mediatico in
tutte le sue articolazioni. Anzitutto quella più moderata,
che fa capo a Paolo Mieli, ex direttore del "Corriere
della sera", oggi presidente della Rcs libri e da sempre
sodale di Montezemolo.
È stato lui a volere fortemente la
pubblicazione dalla Rcs del libro Il futuro della libertà, in
cui Fini getta le basi politico-teoriche della sua azione
futura. Poi quella decisamente antiberlusconiana, che fa capo
al «partito» di Repubblica. Il cui fondatore Eugenio
Scalfari, domenica 18 aprile, ha firmato un editoriale dal
titolo illuminante: «Che cosa farà Fini quando sarà grande».
Con l'immancabile consiglio ad
abbandonare l'ammiraglia berlusconiana, perché «non ha alcun
futuro dentro il Pdl». E infine, persino quella
giustizialista. Il conduttore di Annozero, Michele Santoro, in
privato, dicono, non perde occasione per elogiare il
comportamento del presidente della Camera. E Fini, in una
neoversione «santorista », lo ha ricambiato inviando alla
manifestazione bolognese del 25 marzo, promossa per protesta
contro la decisione del governo di chiudere i talk-show
televisivi durante la campagna elettorale, uno dei suoi
giovani e più promettenti intellettuali, Filippo Rossi,
presidente della Fondazione Farefuturo.
Anche la spalla di Santoro ad "Annozero",
Marco Travaglio, dopo avere espresso pubblicamente la propria
preferenza elettorale per Fini, di recente ha scritto sul
"Fatto" che «Gianfranco ci serve vivo nei prossimi
anni». Beh, sembrano esserci proprio tutti, dietro quella
testa d'ariete. Ma lui, l'oggetto dei desideri di gran parte
del centrosinistra, che cosa vorrà davvero fare, da grande?
Intanto, chi si aspettava che uscisse dal Pdl è rimasto
deluso.
Il presidente della Camera sa
benissimo che fuori da quel partito, o comunque dal
centrodestra, andrebbe incontro a un inevitabile destino di
marginalizzazione. Com'è capitato ai tanti che in passato
hanno scelto di seguire questa strada. Resta dunque nel
partito, per ora, saldamente abbarbicato alla rete logistica
costruita da Berlusconi. Con una sua corrente di minoranza,
sperando di crescere nell'attesa del dopo. Ma che cosa riservi
davve58 ro quel dopo è difficile dirlo.
Intanto, Fini ha annunciato che farà
«ballare » il Cavaliere. Però Berlusconi, lo si è visto
anche nelle ultime elezioni regionali, è un osso piuttosto
duro. Dato per sconfitto alla vigilia del voto, si è gettato
a capofitto nella campagna elettorale spendendosi
personalmente e riuscendo a ribaltare il pronostico.
Difficile che assista senza reagire
alla guerriglia del suo antagonista interno. Certamente sarà
una partita molto dura. Che potrebbe portare davvero
all'uscita di scena del premier, ma anche a un esito
paradossale, che pochi sembrano aver messo nel conto:
Berlusconi eletto al Quirinale con l'appoggio di Fini; e Fini
eletto premier del centrodestra con la benedizione del
centrosinistra. La politica italiana, la storia di questo
ventennio lo ha dimostrato, sa essere creativa e beffarda.
01.05.10 |
JET ONOREVOLI – C’ERA UNA VOLTA LA MODA DEI VOLI LOW-COST
(PERCHÉ IL RIMBORSO ERA FORFETTARIO, MICA SCEMI). ORA GLI
EURODEPUTATI (DI DESTRA E SINISTRA) SI SONO ROTTI LE SCATOLE
E SCELGONO AEREI PRIVATI PER ANDARE A STRASBURGO (1.400 €
ANDATA E RITORNO) – ROSARIO CROCETTA (PD), “È NECESSARIO A
CAUSA DELLA MANCANZA DI ALTRI VOLI DIRETTI” (MA NON C’ERANO
NEANCHE NELLA SCORSA LEGISLATURA)…
Giulia
Cerino per "L'espresso"
E
la moda della legislatura 2009-2014: voli di lusso per la
trasferta a Strasburgo. Sono un bel numero gli eurodeputati
italiani che per raggiungere ogni mese il Parlamento Ue
utilizzano un jet-taxi privato: l'Embraer E120, un
giocattolino di 12 metri di lunghezza. Partenza da Ciampino
(Roma) arrivo a Strasburgo e ritorno per 1.400 euro. Una
scelta fastosa che segna una inversione di rotta rispetto al
passato. Fino allo scorso anno, infatti, erano
gettonatissimi aerei di linea e voli low cost. E sulle
poltroncine di Ryanair si affollavano gli onorevoli italici
prestati all'Europa.
"Viaggiare con questo aereo", spiega uno dei passeggeri,
Rosario Crocetta (Pd), "è necessario a causa della mancanza
di altri voli diretti". Crocetta è al suo primo mandato
europeo e non è tenuto a saperlo, ma i voli diretti per
Strasburgo mancavano anche nella scorsa legislatura.
Quello che nel frattempo è cambiato, però, sono le regole
per il pagamento delle spese di viaggio. Fino alla passata
estate infatti, gli europarlamentari ricevevano un rimborso
forfettario: circa mille euro indipendentemente dal
biglietto acquistato.
Vale a dire, sia che si scegliesse per esempio l'AirFrance,
via Lione o via Nizza, costo 700 euro, piuttosto che
Lufthansa, 415 euro via Francoforte, oppure Ryanair, con
prezzi all'osso. Poiché il calendario delle sessioni è
fissato in anticipo, comprando i biglietti per tempo, di
rado si spende più di 90 euro. Cioè 900 in meno del vecchio
rimborso europeo.
Ma
con il nuovo regolamento l'indennizzo non è più forfettario
bensì corrisponde al prezzo del biglietto acquistato, da
documentare esibendo carta d'imbarco e ricevuta di
pagamento. E qui sorge un problema: la carta di imbarco
viene rilasciata solo per voli di linea e charter e non per
i voli privati come quello che i nostri deputati prendono
ogni mese. Una soluzione la fornisce però Mustfly, l'agenzia
che gestisce i trasferimenti Roma-Strasburgo. 'L'espresso'
li ha interpellati al telefono e, fingendo di chiamare per
conto di un eurodeputato, ha chiesto come si poteva ottenere
il rimborso.
"Si
tratta di un jet privato camuffato", ha spiegato al telefono
il responsabile marketing Biagio Coppolino, "sulla fattura
lo qualifichiamo formalmente come volo charter. Per quelli
privati, infatti, il regolamento non prevede rimborso... Il
boarding pass verrà consegnato a posteriori, per ottenere
l'indennizzo".
E,
sempre secondo Coppolino, non solo "avviene regolarmente"
che l'importo della fattura sia ritoccato all'insù rispetto
al prezzo pagato, ma che venga addebitato anche il passaggio
aereo di amici e parenti: "Mettiamo tutto su un unico
biglietto o su più biglietti. Qui lo dico e qui lo nego: il
deputato può attribuire il costo del biglietto a un terzo
che non ha viaggiato. La natura dei parlamentari fa sì che
si possano cambiare le regole".
La
storia, sempre secondo il responsabile marketing, va avanti
da fine 2009, grazie all'accordo tra l'ideatore del servizio
di jet taxi, Giuseppe Spadaccini, già patron della compagnia
aerea passeggeri Itali Airlines (sigla con cui è marchiata
la carta d'imbarco) e l'europarlamentare del Pd Guido Milana
che, a detta di Coppolino, "ha preso contatti con
l'agenzia". Una ricostruzione che Milana nega, pur
difendendo a spada tratta l'uso del jet privato: "È la cosa
più utile, economica e intelligente da fare finché non ci
saranno voli diretti".
Nel
volo dell'8 marzo erano occupati solo sette dei 30 posti
dell'Embraer. Tra i passeggeri: Andrea Cozzolino (Pd), Guido
Milana (Pd), Barbara Matera (Pdl), Salvatore Iacolino (Pdl)
e Roberto Gualtieri (Pd). Nei mesi scorsi hanno viaggiato
anche Silvia Costa (Pd) e Luigi De Magistris (Idv), mentre
sul jet partito il 23 novembre i passeggeri erano 17, tra
cui: Giovanni Pittella (Pd), Rosario Crocetta (Pd), Giovanni
La Via (Pdl), Sergio Silvestris (Pdl), Sonia Alfano (Idv), e
Roberta Angelilli (Pdl) che, ormai al secondo mandato, è tra
quanti hanno cambiato abitudini: dal low cost della scorsa
legislatura al jet-taxi di oggi. n
[16-04-2010]
|
pirellone moscio per woodcock -Le intercettazioni
dell’inchiesta della Procura di Potenza che ipotizzava
tangenti negli appalti da 185 milioni di euro per il
grattacielo più alto d’Italia e nuova sede della Regione
Lombardia? Tutte inutilizzabili! - milano non si tocca...
Luigi
Ferrarella per il "Corriere
Della Sera"
Le
intercettazioni dell'inchiesta della Procura di Potenza che
ipotizzava tangenti negli appalti da 185 milioni di euro per
il grattacielo più alto d'Italia e nuova sede della Regione
Lombardia? Tutte inutilizzabili, colpite al cuore dal «vizio
insanabile» di autorizzazioni poco o mal motivate dal
giudice. Al punto che, addirittura, quelle intercettazioni
nemmeno avrebbero mai dovuto essere iniziate.
E che,
adesso, la magistratura milanese si vede costretta a
buttarle nel cestino, archiviando tutte e 9 le persone
(dirigenti della società regionale «Infrastrutture Lombarde»
come il direttore generale Antonio Rognoni, e manager del
gigante privato «Impregilo» come l'amministratore delegato
Alberto Rubegni) indagate nel gennaio 2009 a Potenza.
Chieste dal pm Henry John Woodcock e autorizzate dal gip
Rocco Pavesi in una più ampia inchiesta sull'estrazione del
petrolio in Basilicata, le intercettazioni operate dai
carabinieri del «Noe» del colonnello Sergio De Caprio (il
«capitano Ultimo» che a Palermo nel 1992 con un pugno di
suoi uomini individuò e catturò Totò Riina) erano spuntate
agli atti potentini di un Tribunale del Riesame sul ruolo
locale della «Total», ed erano poi state trasmesse per
competenza territoriale alla Procura di Milano con ipotesi
di reato che andavano dalla concussione alla corruzione,
dalla turbativa d'asta alla truffa, fino all'associazione
per delinquere.
Qui i
pm Paola Pirotta e Frank Di Maio, che già si occupavano di
un imprenditore indagato per un subappalto dei lavori di
smaltimento di detriti contaminati, per non interrompere la
captazione delle conversazioni avviata a Potenza avevano
domandato al gip di Milano la continuazione di alcune delle
intercettazioni. Ma il gip Giorgio Barbuto aveva chiesto ai
pm di recuperare gli originari decreti della «considerevole
e prolungata attività di intercettazione», allo scopo di
poter soppesare la gravità degli indizi.
E qui
è affiorata «l'assoluta nullità delle pregresse
autorizzazioni», sia «all'inizio delle intercettazioni» sia
«alla loro proroga». Perché? Perché, scrivono i pm, «i
decreti emessi dal gip di Potenza sono totalmente privi di
adeguata motivazione in ordine alla sussistenza degli
elementi indiziari di reato», così come «manca una
valutazione della loro gravità».
Addirittura, per i pm milanesi «non è possibile cogliere»,
dalla lettura dei decreti di Potenza, «alcuna argomentazione
logico giuridica che induca a comprendere il percorso
seguito da quel Giudicante (il gip Pavesi, ndr) nella
valutazione del compendio probatorio proposto dal pm» (
Woodcock, ndr).
Sempre
dalle carte della richiesta di archiviazione milanese, che
risulta accolta il 29 dicembre 2009 dal gip milanese Chiara
Valori, si capisce che i pm Pirotta e Di Maio, pur di
rianimare gli spunti d'indagine trasmessi da Potenza, hanno
provato a resuscitarli in ogni modo: ma anche i carabinieri
del Comando provinciale di Milano, «incaricati del riascolto
delle conversazioni eventualmente utili a ridare vigore
probatorio alla richiesta» di intercettazioni, «hanno
risposto con le informative agli atti, senza riuscire a
enucleare elementi utili a un approfondimento
investigativo».
Allora
i pm hanno tentato di ripescare in extremis l'indagine
provando a basarsi sui documenti sequestrati, ma anche «la
disamina dei documenti non ha sortito effetto migliore».
Così ai magistrati milanesi non è rimasto che arrendersi: la
« sostanziale inutilizzabilità delle intercettazioni,
originate da provvedimenti autorizzativi inficiati da vizio
di nullità insanabile», determina «l'impossibilità anche di
ricorrere ad altri e attuali strumenti investigativi»,
insomma non c'è neanche lo spunto proceduralmente corretto
per attivare da zero nuove intercettazioni.
Nell'archiviazione c'è anche una valutazione di merito sul
tenore delle conversazioni intercettate da Potenza, che per
i pm milanesi «non evidenziano modalità comportamentali tali
da» far pensare a «rapporti di corruttela». Al contrario,
per i pm «i dialoghi in particolare tra Rubegni e gli
interlocutori di Impregilo appaiono anzi finalizzati a dare
una soluzione utile all'accelerazione dei tempi di realizzo
del nuovo palazzo della Regione Lombardia aMilano», in
effetti inaugurato il 22 gennaio scorso in linea con il
calendario di 3 anni di lavoro di 500 operai 24 ore su 24
per 7 giorni su 7.
[12-04-2010]
|
IL
CARRO CISTERNA CHE CAUSÒ IL DISASTRO DELLA STAZIONE DI
VIAREGGIO DEL 29 GIUGNO SCORSO (32 VITTIME) ERA FORSE GIÀ
DERAGLIATO UNA SETTIMANA, SULLA LINEA FIRENZE-BOLOGNA. LO
AFFERMA UN EX TECNICO VERIFICATORE DELLE FERROVIE - LETTERA
AI GIORNALI: "AL 99 PER CENTO È LO STESSO CARRO CISTERNA DI
VIAREGGIO. SE L’AVESSERO VERIFICATO SUBITO, LA TRAGEDIA DI
VIAREGGIO SAREBBE STATA EVITATA" - secca smentita delle
ferrovie: "deduzioni totalmente prive di senso e fondamento.
i due carri appartenevano a due ditte private distinte..."
La smentita delle Fs. "Si si tratta di deduzioni
totalmente prive di senso e fondamento". Le Fs smentiscono
la ricostruzione del loro ex tecnico: "I due carri
appartenevano a due ditte private distinte, e anche le
tipologie di carro sono completamente diverse: il primo era
un carro a due assi, mentre il secondo è un carro a carrelli
e quindi aveva quattro assi ed era di dimensioni circa
doppie, come noto, diverso. Stupisce e colpisce il fatto che
a sbagliare in modo cosi grossolano sia stato un ex
ferroviere (il quale parla addirittura di fantomatici
dispositivi 'ultrasuoni laser': un concetto impossibile
anche dal punto di vista fisico)". Repubblica.it
ll
carro cisterna che causò il disastro della stazione di
Viareggio del 29 giugno scorso (32 vittime) era forse già
deragliato una settimana prima a Vaiano, sulla linea
Firenze-Bologna. Lo afferma il signor Marco Menchini un ex
tecnico verificatore delle ferrovie.
Menchini, reduce di una lunga malattia, è venuto da poco in
possesso di una foto del piccolo incidente di Vaiano (che
passò quasi inosservato) e, in base ad una serie di elementi
e alla sua esperienza, dice oggi: "Al 99 per cento è lo
stesso. Se l'avessero verificato subito, la tragedia di
Viareggio sarebbe stata evitata".
Menchini ha messo nero su bianco le sue riflessioni e ha
scritto ai giornali. La sua denuncia, ovviamente, va
affidata alle verifiche più attente dei tecnici Fs, ma è
giusto renderla nota proprio perché si possa controllare e,
eventualmente, scartare l'ipotesi.
"Sono un ex operaio e tecnico verificatore delle ferrovie -
scrive Menchini -. Questa testimonianza è a favore delle
vittime e dei familiari della strage di Viareggio avvenuta
il 29. 06. 09. Il carro cisterna che ha causato la strage,
era deragliato il 22.06.09 a Vaiano sulla linea
Firenze-Bologna. Se lo stesso fosse stato controllato sul
posto o inviato alla squadra rialzo più vicina (officina)
mediante ultrasuoni laser (tecnologia gia esistente 40 anni
fa) si sarebbe appurato che l'asse aveva subito dei danni e
sarebbe stato sostituito, in 30 minuti di lavoro.
Questa
era la prassi di 40 anni fa, oggi la tecnologia ha fatto
passi da gigante, treni alta velocità (Roma-Milano) in 3
ore. Ciò e giusto per le esigenze moderne, anche la
riduzione di personale può essere accettata, però non a
scapito della sicurezza ferroviaria; infatti il settore
merci e stato quasi dimenticato: carri obsoleti con oltre
40, 50, 60 anni, non sottoposti a misure preventive di
controllo, oltretutto cisterne che trasportano liquidi
pericolosissimi che possono esplodere. 32 morti a Viareggio,
decine di persone col 60, 70 80, 95% di bruciature su tutti
il corpo".
"Sono entrato in ferrovia il 15.06.1970 come operaio
qualificato nel deposito locomotori a Livorno, già allora
veniva un ingegnere da Firenze e controllava gli assi, ogni
1-2 anni venivano fatti questi controlli programmati, oppure
se il locomotore o carro aveva subito anche un piccolo
deragliamento, magari nel parco merci.
Poi
sono diventato verificatore, e se succedeva quanto sopra, io
fermavo il carro e se non c'era pericolo lo inviavo alla
squadra rialzo (officina fs) più vicina per il controllo
generale. Il mio compito era di controllare i treni in
arrivo e soprattutto in partenza e fare la prova dei freni,
poi emettevo un nulla osta chiamato tv 40 che facevo firmare
al macchinista in doppia copia , una a me una a lui, poi il
capostazione dava il via libera".
In
stazione vi era un assistenze di stazione, oggi formatore,
che insieme alla squadra di manovra formavano il treno in
base al peso, lunghezza, destinazione, etc; poi l'assistente
scriveva tutti i numeri dei carri sulle sponde e in altre
parti, poi emetteva in doppia copia (M18) che faceva firmare
al capotreno o macchinista, una copia rimaneva agli atti in
stazione di partenza e una alla stazione di arrivo o di
smistamento.
Perciò
anche se il carro ha preso fuoco rimane il cartaceo o sul
computer del numero dei carri. Quando un carro deraglia a
volte ci vogliono dei km prima che il treno si fermi, perciò
specialmente se il carro è carico è moltissimo sollecitato e
gli assi sono i primi a soffrire perché le ruote battono
sulle traversine di cemento.
Alcuni testimoni hanno visto il treno della strage che
emetteva forti scintilli a circa 20 km da Viareggio,
senz'altro il carro era frenato e il surriscaldamento per
tanti km, per induzione ha fatto si che l'asse già
deteriorato per torsione si rompesse (si nota bene dalla
foto). La quasi certezza che il carro della strage era lo
stesso deragliato a Vaiano e che a Viareggio era il primo di
testa, mentre a Vaiano era l'ultimo di coda, questi tipi di
treni sono a composizione bloccata, quando arrivano alla
stazione d'arrivo vanno allo scarico o carico , poi il
locomotore va in deposito e quando deve ripartire la testa
diventa coda e viceversa".
"Ho
visto personalmente più volte dei carri rimasti frenati
essere fermati in stazioni successive a quella dove è stata
notata tale anomalia; oggi purtroppo le stazioni sono
deserte per la riduzione del personale. Bastava che sulla
linea ci fossero rilevatori di calore o telecamere collegate
col 'Dcò e il treno sarebbe stato fermato in tempo evitando
la strage. Faccio solo adesso questa denuncia perché sono
venuto in possesso delle foto del carro deragliato a Vaiano
solo 15 giorni fa".
Fin
qui il testo della lettera. Menchini, dunque, deduce che il
carro possa essere lo stesso a partire dalla foto e dalla
sua esperienza in materia di composizione di questo tipo di
convogli. Poi, denuncia il fatto che, oggi, un carro
protagonista di un piccolo incidente non viene controllato e
viene rimesso in servizio in tutta fretta. Questo per
risparmiare tempo e denaro.
Per
la precisione va detto che il carro della tragedia del merci
50325 Trecate-Gricignano (immatricolato dalle ferrovie
polacche, proprietario dell'austriaca Kvg, società del
megagruppo Usa GATX) era effettivamente il primo di 14
vagoni cisterna agganciati al convoglio. L'incidente fu
causato dal cedimento del carrello della cisterna che
deragliò trascinandosi dietro altri carri.
L'esplosione devastante avvenne in seguito alla fuoriuscita
del gas Gpl che, al contatto con l'aria e innescato dalle
scintille provocate dallo sfregamento sui binari esplose in
un'enorme palla di fuoco che provocò morte e distruzione
nella vicina via Ponchielli dove abitavano quasi tutte le
vittime e i 25 feriti.
[18-04-2010]
|
#1-
NICOLETTI CHE REALIZZò IL SOGNO DELLA BANDA DELLA MAGLIANA:
PRENDERSI ROMA - #2- "NEGLI ANNI '80 ERO IL PIÙ IMPORTANTE. I
CALTAGIRONE? MA NON LI GUARDAVO NEMMENO" - #3- "TUTTI ERANO A MIA
DISPOSIZIONE, PERCHÉ ERO IL PIÙ LIQUIDO. QUANDO A REBIBBIA HO
CONOSCIUTO RENATINO DE PEDIS LUI SI È MESSO A DISPOSIZIONE. MI
FACEVA IL CAFFÈ, MI LAVAVA I CALZINI: MI ASCOLTAVA COME SE FOSSI
UN ORACOLO” - #4- "ANDREOTTI? IO SONO STATO LA SUA SALVEZZA. HANNO
FATTO DI TUTTO PER CONVINCERMI AD ACCUSARLO, A DIRE COSE FALSE.
QUANDO STAVA A PALAZZO CHIGI MI AVEVA DATO LIBERO ACCESSO: ENTRAVO
DA DIETRO E L'ASPETTAVO IN UFFICIO" - #5- "MORO? SE M'AVESSERO
CHIESTO AVREI TIRATO FUORI QUALUNQUE SOMMA PER LIBERARLO. QUANDO
M'HANNO DOMANDATO AIUTO PER IL RISCATTO DI CIRILLO (IL PRESIDENTE
DC CAMPANIA RAPITO DALLE BR) MI SONO MESSO SUBITO A DISPOSIZIONE"
- #6 - "SONO STATO RICEVUTO IN UDIENZA PIÙ VOLTE DA WOJTYLA , HA
CRESIMATO MIA FIGLIA" - #7- "UN UOMO D'ONORE IN CASA COME HA FATTO
BERLUSCONI CON IL BOSS MANGANO? "E CHE SO SCEMO! POI TE SE
MAGNANO: VOGLIONO COMANDARE LORO”

Colloquio
con Enrico Nicoletti
Gianluca di Feo
e Gianni
Perrelli
per "l'Espresso"
BANDA
DELLA MAGLIANA
Andreotti? "Sa
che io sono stato la sua salvezza. Hanno fatto di tutto per
convincermi ad accusarlo, a dire cose false contro di lui. E so
che mi vuole bene. Lui era amico già di mio padre e quando stava a
Palazzo Chigi mi aveva dato libero accesso: entravo da dietro e
l'aspettavo in ufficio. Quando nel 1991 diventò senatore a vita
però scelsi di schierarmi con Vittorio Sbardella, un vero amico, e
lui non me lo perdonò. Mandava Franco Evangelisti a pregarmi:
"Devi stare con noi, non ci mollare. Giulio non lo merita: sei nel
suo cuore". Mica je credevo. Io Andreotti lo conosco: ride ma non
sorride, non dà il cuore a nessuno, manco alla moglie".
Enrico
Nicoletti racconta un altro film. Non 'Romanzo Criminale', dove la
figura del 'Secco' che ricicla miliardi è ricalcata sulle sue
vicende giudiziarie, ma un nuovo capitolo de 'Il Divo' di Paolo
Sorrentino. L'epopea di un palazzinaro venuto dal Frusinate, "che
trovava sempre aperte tutte le porte della Dc e di qualunque
politico: socialisti, comunisti. Perché sapevano che non li
deludevo...".
Un
costruttore che si prende Roma: "Negli anni '80 ero il più
importante. I Caltagirone? Non li guardavo nemmeno. Ho costruito
milioni di metri cubi, ho fatto girare migliaia di miliardi di
lire, ho pagato tasse a palate. Altro che nullatenente! Ho tirato
su due università, ero il numero uno".
Prendersi Roma,
il sogno della Banda della Magliana. Lui c'era riuscito, prima di
loro. Aveva mucchi di case, fiumi di soldi e 400 auto nella sua
concessionaria: il triangolo magico che nella Capitale garantisce
il successo. A 74 anni, sempre libero nonostante due condanne
definitive, nel salotto della sua casa parla come un sovrano in
esilio.
In
vestaglia, con la metà destra del corpo semiparalizzata, ricorda
quando era il re degli affari capitolini. La sua versione,
ripetuta in tutte le aule e che non lo ha salvato dalle sentenze:
"Io non sono mai stato il cassiere della banda della Magliana.
Nelle condanne non c'è scritto e adesso persino il procuratore
generale se l'è rimangiato. Non avevo bisogno di loro. Quando a
Rebibbia ho conosciuto Renatino De Pedis lui si è messo a
disposizione".
"Mi faceva il
caffè, mi lavava i calzini: mi ascoltava come se fossi un oracolo.
Ma tutti a Roma erano a mia disposizione, perché ero il più
liquido: solo sul conto di mio figlio hanno sequestrato 69
miliardi di lire. Se c'era un affare, venivano da me: non li
dovevo cercare. Quando si è trattato di costruire la seconda
università è stato Evangelisti a chiamarmi, per conto di
Andreotti: 'C'hanno un problema, aiutali tu...'".
Già, ma lei
a uno incontrato in carcere come De Pedis, il 'Dandi', poi gli ha
dato un sacco di milioni. "Gli ho prestato 250 milioni per
comprare un ristorante a Trastevere, poi ha preso il mutuo e li ha
restituiti al mio notaio. Per me quelle erano briciole". Si sarà
reso conto che stava facendo affari con il boss della Magliana: "E
che ne sapevo? All'epoca mica si conoscevano queste cose".
Quando
l'hanno arrestata assieme a Ciro Maresca però lei non poteva
ignorare chi fosse: sua madre, Pupetta Maresca, era una sorta di
eroina della camorra: "Quel Maresca me lo sono ritrovato
nell'autosalone, manco lo conoscevo. Infatti mi hanno assolto".
Insistere in queste domande porta a scontrarsi con un muro di
dichiarazioni consolidate in trent'anni di interrogatori.
Invece
Nicoletti ama ricordare quando dettava legge a Roma: elenca una
lista sterminata di condomini che ha costruito, di immobili che ha
venduto, di politici che ha sostenuto. "Perché ero io a decidere.
Evangelisti mi chiese di inserire Giuseppe Ciarrapico nelle
convenzioni dell'università. Io invece me ne fregai. Potevo
comprarmi il 'Messaggero' quando i Perrone volevano liberarsene,
ma lasciai stare: non c'avevo tempo per i giornali, davo lavoro a
1.500 persone".
I suoi
incontri erano sempre lontani dai riflettori. "Al ristorante,
negli uffici, nei palazzi del governo. Quando abbiamo firmato i
contratti per l'università di Tor Vergata ero a tavola con il
rettore Geraci, 'na brava persona, il sindaco Vetere e la
responsabile amministrativa messa lì dal Pci. M'hanno dato molti
più miliardi di quello che pensavo".
Niente
mondanità: "Io sono uno di famiglia, sono sempre stato religioso.
Anche adesso vado a messa". Mostra un attestato di benedizione
pontificia con la foto e il sigillo autografo di papa Ratzinger:
'A Enrico Nicoletti per i cinquant'anni di matrimonio': "Non è
vero che avevo rapporti con il cardinale Poletti, frequentavo
tanti altri monsignori. Wojtyla mi ha voluto bene: sono stato
ricevuto in udienza più volte, ha cresimato mia figlia".
Il Vaticano.
Inevitabile chiedergli del mistero di Emanuela Orlandi. Risposta
scontata: "E che ne sapevo io!". E per Aldo Moro, ha fatto
qualcosa? "Il professore? Era così affettuoso". Anche Moro? "E
certo! Quante volte l'ho incontrato il professore, pure a Palazzo
Chigi". E non ha fatto nulla per liberarlo? "Se m'avessero chiesto
avrei tirato fuori qualunque somma. Quando m'hanno domandato aiuto
per il riscatto di Cirillo (il presidente dc della Regione
Campania rapito dalle Br) mi sono messo subito a disposizione".
La palazzina
anonima in un comprensorio immerso nella periferia estrema di Roma
non ha misure di sicurezza: non si notano vetri blindati, né
allarmi. C'è solo un massiccio doberman. "Non ho paura. Negli anni
Settanta, ai tempi dei sequestri, quando volevano rapire mia
figlia ho comprato tre Mercedes blindate. La scorta me la facevano
i carabinieri, venivano da me quando smontavano dal servizio".
Non poteva
assumere qualche uomo d'onore, come ha fatto Berlusconi? "E che so
scemo! Se te li metti in casa, poi te se magnano: vogliono
comandare loro. Io sono un ex carabiniere, non mi fidavo. Anche i
banditi mi guardavano con sospetto e disprezzo: dicevano che ero
''na guardia'".
Nicoletti si
dichiara vittima della magistratura, che ha arrestato più volte
lui e i suoi figli. Un paradosso, perché buona parte del suo
impero è stato costruito grazie alle aste giudiziarie dove
riusciva ad assicurarsi gli immobili migliori. Per vent'anni i
giudici lo hanno reso ricco, poi gli hanno confiscato beni e conti
con centinaia di miliardi di lire. "Colpa dei pm comunisti!",
sbotta. Ma come, proprio lei che quando al Campidoglio c'era il
Pci ha fatto affari d'oro... Si illumina: "Certo! Quelli però sono
in lotta tra loro..."
E la Roma del
2010? Chi conosce tra i nuovi immobiliaristi furbetti? Gli
investigatori hanno documentato rapporti indiretti con Danilo
Coppola, che ha una casa a pochi metri da qui. "E chi sono? Mai
visti, né lui, né gli altri. M'hanno raccontato che Coppola era un
morto di fame, che nella borgata Finocchio chiedeva le sigarette
perché non aveva i soldi nemmeno per fumare".
Umberto
Morzilli però aveva lavorato per lei: è stato assassinato due anni
fa, l'ultimo delitto di stampo mafioso avvenuto nella capitale,
l'ultimo legato alla Banda della Magliana. "Sempre 'sta storia
della Magliana! Morzilli era un meccanico che da giovane ogni
tanto faceva delle cose nel mio autosalone. E allora? Vendevamo
migliaia di macchine l'anno, hanno lavorato per noi centinaia di
persone".
Oggi con la
politica che rapporti ha? Nicoletti sorride sornione: "Bussano
ancora alla mia porta, anche per queste elezioni. Ma io non li
voglio più vedere, m'hanno rotto...". Cosa cercano da Enrico
Nicoletti i candidati alle regionali? "Quello che i politici
vogliono sempre...". E mima un gesto eloquente con la mano
sinistra, come a mettere dei soldi sul tavolo: il segreto del suo
potere.
[02-04-2010]
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ASINO ITALIA OVER THE WORLD! – E POI DICONO DI PAPI SILVIO,
SI LAMENTANO DI M'ARRAZZO O DI DELBONO, MA TUTTO IL MONDO è
IMMONDO - SPULCIANDO I BILANCI DEL PARTITO REPUBBLICANO USA,
SPUNTANO I RIMBORSI PER LE FESTE AD UN CLUB SADOMASO –
RISULTANO ANCHE DECINE DI MIGLIAIA DI DOLLARI IN JET,
LIMOUSINE E ALBERGHI DI LUSSO E 13MILA$ IN LECCA LECCA (NON
BASTANO LE ESCORT!)…
Massimo Gaggi
per "la
Repubblica"
«Va
bene che Michael Steele ha detto di voler spingere a votare
repubblicano anche i ragazzi delle cinture sub-urbane che
amano lo stile hip-hop, ma il partito della destra religiosa
e dei valori sacri della famiglia che spende duemila dollari
in un sex club sadomaso specializzato in bondage è un po'
troppo» ironizza il columnist Dana Milbank sul Washington
Post, mentre decine di blogger democratici riempiono la rete
di commenti assai più pepati.
Michael
Steele
Il
capo del partito conservatore, il primo afroamericano a
guidare il Republican National Committee, è di nuovo nella
bufera per l'uso assai discutibile dei fondi raccolti per la
campagna elettorale in vista del voto di mid term a
novembre: solo nel mese di febbraio sono stati spesi 17.500
dollari per l'affitto di aerei privati e 15 mila per quello
di limousine, più parecchie decine di migliaia di dollari
per alberghi di lusso - dal W di Washington al Beverly Hills
Hotel di Los Angeles, ai Four Seasons di Filadelfia e della
località sciistica di Jackson Hole - passando per i 13.622
dollari lasciati al Dylan's Candy Bar, tempio newyorchese
dei lecca-lecca.
Michael
Steele
Ma, a
suscitare le reazioni scandalizzate dei conservatori e
l'ilarità dei democratici sono soprattutto i 1.946 dollari
pagati dal partito al Voyeur di West Hollywood, descritto
dal Los Angeles Times come un club nel quale vengono mimati
atti sessuali su reti sospese a mezz'aria e «orge in
maschera » ispirate al film di Stanley Kubrick «Eyes Wide
Shut».
Lingresso
del sex club Voyeur Afp
Il
portavoce dei repubblicani ha chiarito che Steele non
c'entra nulla con l'episodio. Ha addirittura precisato che,
mentre Erik Brown, un attivista repubblicano della Orange
County, se la spassava al Voyeur pagando il conto poi
prontamente rimborsato dal partito, il suo leader era in
volo da Honolulu alla volta di Los Angeles. Una replica
puntigliosa che si spiega con le accuse già da tempo piovute
su Steele, uno spendaccione che non piace ai conservatori e
che ha già reso assai meno generosi alcuni tradizionali
finanziatori del partito. Altro dettaglio imbarazzante:
Brown sarebbe un intimo di Steele col quale è andato qualche
volta anche allo stadio.
Il
caso, in qualche modo, è anche il prodotto del buon
funzionamento del sistema di controllo della politica Usa e
di media che fanno il loro mestiere indipendentemente
dall'appartenenza politica: le dettagliate informazioni
sulle spese dei repubblicani, dal sesso alle caramelle, sono
contenute nel rapporto mensile sugli esborsi elettorali che,
in base alla legge, è stato presentato dallo stesso partito
alla Federal Election Commission.
Michael
Steele
E a
spulciare i numeri fino alla scoperta del caso Voyeur è
stato il Daily Caller, un sito web conservatore. Che ha
anche raccontato che Steele in passato ha proposto, senza
ottenerlo, l'acquisto di un jet privato per i suoi viaggi e
che la sua trasferta alle Hawaii per un raduno di partito è
costato 43 mila dollari più altri 9000 spesi dal suo team
durante la sosta in un lussuoso hotel di Los Angeles.
Nel
partito crescono rabbia e imbarazzo per lo stile disinvolto
di Steele, uno stile che sta contagiando anche altri
funzionari. E che, come detto, allontana i finanziatori
proprio quando, sull'altro fronte, i democratici stanno
facendo il pieno. Quando si insediò, nelle casse
repubblicane Steele trovò 22 milioni di dollari.
Oggi
ce ne sono 9. Il leader, che è anche considerato un pessimo
organizzatore e ha un'immagine televisiva appannata, è stato
già invitato, mesi fa, a farsi da parte. Ma i repubblicani
non hanno, oggi, un leader con la forza di imporre una
virata. Steele lo sa e ha reagito con durezza: «Se volete la
mia poltrona venite a prenderla. Finché non ci riuscite
state zitti e fate un passo indietro».
Fin
qui il partito è stato davvero zitto, anche perché i
repubblicani- più per gli errori dei democratici e la
reazione dei radicali dei «tea party» - nei mesi scorsi
hanno colto successi elettorali insperati in Virginia, New
Jersey e Massachusetts. Ora, però, la misura sembra essere
colma.
[31-03-2010]
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CHI TROMBA CHI - URNE CRUDELI PER IL BALLERINO RAFFAELE
PAGANINI, IL FIGLIO DI GAVA, SGARBI - VITTORIA PER SANDRA
MASTELLA, ISABELLA RAUTI, MARA CARFAGNA (LA PIù VOTATA) - LA
DUCIONA MUSSOLINI CE L'HA FATTA PER IL ROTTA DELLA CUFFIA -
In Campania eletto Roberto Conte, condannato in primo grado
a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione
mafiosa - In Puglia ha fatto centro Tato Greco, come
Mazzarano indagato nell’inchiesta sulle tangenti della
sanità pugliese...
Lorenzo Salvia per il
Corriere della Sera
Aveva
deciso di ritirare la candidatura quando il suo nome, una
settimana fa, era finito nel registro degli indagati per
l'inchiesta sulle tangenti nella sanità pugliese. Ma durante
l'ultimo comizio, un minuto appena nella piazza di Massafra,
la folla gli aveva detto che lo avrebbe votato lo stesso.
Così è stato, anche perché i tempi tecnici per fare marcia
indietro non c'erano più. Michele Mazzarano, l'ex numero due
del Pd in Puglia, entra in consiglio regionale con 6.340
preferenze. Non è l'unica sorpresa nel day after elettorale.
Come
ogni volta va in scena un grande show nazionalpopolare fatto
di trombati eccellenti e recordman di preferenze. Qualche
scena in ordine sparso. Bocciato Angelo Gava, figlio del
viceré di Napoli Antonio, e finora conosciuto soprattutto
per il suo matrimonio con torta di panna da 200 chili.
Promosso Ruggiero Mennea, pro-cugino di Pietro, che
implorava di non toccare la pista di Barletta «teatro del
record mondiale sui 200 al livello del mare», (indovinate ad
opera di chi?).
Bocciata pure l'étoile Raffaele Paganini che di conseguenza
già oggi sarà all'Europauditorium di Bologna con il suo
spettacolo «Ho 50 anni e ballo il sirtaki». E brindisi in
casa di Maruska Piredda, l'hostess precaria dell'Alitalia
che, dopo la protesta in piazza, al confessionale del Grande
fratello ha preferito il listino di Burlando in Liguria. A
scorrere candidati e preferenze viene fuori passato,
presente e (forse) futuro dell'Italia 2010. Mescolando con
sapienza figli e intellettuali, nipoti e portaborse. Anche
stavolta il capitolo più corposo è proprio quello dei
parenti.
Non
c'è solo Renzo Bossi, il figlio di Umberto che a Brescia ha
preso una valanga di voti. Diventano consiglieri regionali
anche Marco Scajola, nipote di Claudio, Ettore Zecchino,
figlio dell'ex ministro Ortensio, Pietro Sbardella, figlio
dello «squalo» Vittorio, Romano La Russa, fratello di
Ignazio, ed Elisabetta Fatuzzo che a 42 anni rappresenta il
Partito pensionati, fondato dal padre Carlo.
Resta
consigliere Sandra Mastella con festa in tono minore davanti
ad una villa di Ceppaloni vuota, causa divieto di dimora per
l'inchiesta sulle assunzioni in Campania. Vittoria anche per
Isabella Rauti, moglie del sindaco Alemanno e figlia di
Pino. Ma alla voce parenti c'è anche chi ha lasciato lo
spumante in frigo. Come Andrea Tremaglia, nipote dell'ex
ministro Mirko che correva in Lombardia, oppure Piera Levi
Montalcini, la nipote del premio Nobel Rita, bocciata in
Piemonte. E come Mario Cito, discendente di Giancarlo. Il
nome non vi dice niente? È stato il primo dei sindaci
sceriffo, ed anche il più esagerato: a Taranto ricordano
ancora bene la sua immagine con il mitra in mano. Conta il
fatto che ebbe qualche guaio con la giustizia? Non è detto.
In
Campania, nella lista Alleanza di Popolo, è stato eletto
Roberto Conte, condannato in primo grado a due anni e otto
mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. In Puglia
ha fatto centro Tato Greco, come Mazzarano indagato
nell'inchiesta sulle tangenti della sanità pugliese. Nel
Lazio il più votato è stato Claudio Fazzone che si è opposto
ferocemente allo scioglimento del consiglio comunale di
Fondi per infiltrazioni mafiose.
Mentre
la prima seduta del parlamentino lombardo sarà guidata da
Gian Carlo Abelli, il marito di Rosanna Gariboldi che solo
due mesi fa, accusata di riciclaggio, ha patteggiato una
condanna a due anni. Per rimanere al ramo giustizia in
Puglia è stato eletto anche Lorenzo Nicastro, l'ex
magistrato messo in lista da Di Pietro, con una scelta
criticata pure dall'Associazione dei magistrati.
Nel
day after nazionalpopolare anche lo sport ha sempre avuto la
sua parte. Ma stavolta non è andata bene. Bocciato il
ciclista Gianni Bugno (era nel listino di Penati in
Lombardia), bisogna accontentarsi di Angelo Peruzzi tra i
pali del consiglio comunale di Blera e di Giuseppe
Bruscolotti, eletto nella sua Sassano. Altrimenti non resta
che sedersi in panchina, vicino all'ex medico sociale della
Roma Ernesto Alicicco (bocciato nel Lazio), oppure al suo
successore Mario Brozzi, tra gli eletti nella lista
Polverini.
Magari
con la supervisione di Giorgio Puricelli, il fisioterapista
del Milan sbarcato direttamente nel listino vincente di
Formigoni. Servirebbe una pagina intera, invece, per mettere
in fila collaboratori e portaborse. Nel Lazio entrano
Ernesto Irmici, portavoce di Cicchitto, e Carlo De Romanis,
assistente di Tajani. In Piemonte diventano consiglieri
Angelo Mastrullo, capo di gabinetto del sottosegretario
Crosetto, e Cristiano Bussola, a capo dell'ufficio stampa
del Pdl. In Umbria entra Oliviero Dottorini, a lungo
portavoce di Pecoraro Scanio. E adesso sbarcato nel partito
di Antonio Di Pietro.
2 - LAZIO, IN CONSIGLIO ARMATA NEOFITI E POCHI NOTI:
ELETTI HACK, E STORACE: FUORI SGARBI E ALCUNI E ASSESSORI
MARRAZZO
(Diana A. Formaggio e Paola Lo Mele per l'ANSA) -
Un'armata di neofiti della politica che si prepara ad
affrontare cinque anni di legislatura con un governo di
centrodestra - che subentra a quello del centrosinistra -
guidato da Renata Polverini. Cosi' si presenta il nuovo
Consiglio regionale del Lazio che aumenta anche nel numero
dei consiglieri, passando da 71 a 73.
Presidente di Giunta esclusa. Un 'parlamentino' che c'e'
gia' chi aspira, forte dei consensi da record ottenuti, a
presiedere, come per esempio Claudio Fazzone, che pero'
sarebbe costretto a scegliere tra la Pisana e Palazzo Madama
dove siede come senatore. Pochi i volti noti; l'astrofisica
Margherita Hack, Francesco Storace che ritorna cosi' in
Regione, Mario Brozzi, l'ex medico della Roma.
Bocciato Vittorio Sgarbi. Entra il figlio di Vittorio
Sbardella, Pietro. E molti dell'ex giunta Marrazzo. Ma i
piu' sono debuttanti: professionisti, ex vigili del fuoco,
espressione della societa' civile. Se nulla e' ancora deciso
sulla presidenza, appare piu' scontato chi, per
l'opposizione, potrebbe sedersi sulla scranno della vice
presidenza. Il nome piu' gettonato e' quello del Presidente
uscente Bruno Astorre, primo eletto del Pd e gia' assessore
ai Lavori pubblici della Giunta di centrosinistra. Una
carica alla quale potrebbe pero' aspirare anche Esterino
Montino, secondo degli eletti e che ha retto le sorti della
giunta regionale dopo la 'caduta' di Piero Marrazzo.
Il
centrodestra ha conquistato la Regione, ma per le note
ragioni di mancata ammissione della lista romana del Pdl,
non ha potuto riportare nell'emiciclo della Pisana alcuni
degli storici consiglieri che in questi anni hanno
rappresentato i punti di forza dell' opposizione
all'esecutivo guidato da Marrazzo prima e, negli ultimi
mesi, da Esterino Montino.
Molti di loro, alcuni dei quali con alle spalle anche una
esperienza di assessori, come Donato Robilotta (oggi
escluso) e Francesco Saponaro confermato tra gli eletti
della Lista Polverini, saranno comunque protagonisti della
nuova legislatura e non solo alla Pisana.
Tra i navigati della politica che tornano a sedere nel
Consiglio regionale invece ci sono gli assessori uscenti
ricandidati in blocco e quasi tutti riconfermati a queste
elezioni.
[31-03-2010]
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Scoop
in prima pagina di Luigi Ferrarella sul Corriere. "Scandalo
sul prezzo dei farmaci. Indagato un senatore del Pdl. Il pm:
soldi a Cursi quando era vice alla Salute". La procura di
Milano contesta una tangente da 100 mila euro "stanziata nel
2005 dal colosso farmaceutico svizzero Ferring per un
mediatore e per un senatore, Cesare Cursi, allora
sottosegretario alla Salute nel secondo governo Berlusconi"
e oggi, naturalmente, responsabile nazionale per la Sanità
del primo partito italiano. Che bella scoperta, eh? Ma l'ex
portaborse di Amintore Fanfani nega con decisione di aver
preso i soldi e scarica sul "mediatore".
30.03.10 |
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RETROMANNO
ALLA CANNA DEL GAS - PER LA CAPITALE ARRIVANO I SOLDI DI ARABI
E CINESI - IL SINDACO DI ROMA E' SENZA SOLDI E HA UN BUCO DI
12 MILIARDI DI EURO - IL CAMPIDOGLIO BUSSA AI FONDI SOVRANI
PER FINANZIARE IL GRAN PREMIO E LE OLIMPIADI DEL 2020 -
ALL'OMBRA DEL COLOSSEO STA PER NASCERE UNA FONDAZIONE CON
L'OBIETTIVO DI PROMUOVERE I PROGETTI E RASTRELLARE DENARO IN
GIRO PER IL MONDO...
Francesco De Dominicis per "Libero"
Soldi stranieri - ma non solo - per
finanziare i progetti di Roma. Come il Gran premio di Formula
1 o le Olimpiadi del 2020. Questo l'obiettivo della nuova
Fondazione che il sindaco della Capitale, Gianni Alemanno,
potrebbe varare nelle prossime settimane per rastrellare in
giro per il mondo denaro fresco da investire in iniziative
locali.
Una svolta nella strategia finanziaria
di Alemanno e di Roma, che deve fare i conti con un bilancio
con la coperta sempre corta e una inevitabile austerity. Nel
mirino del primo cittadino, che deve vedersela con un debito
di oltre 10 miliardi di euro, ci sono, in particolare, i fondi
sovrani di investimento.
Vale a dire gli strumenti pubblici,
direttamente controllati dagli stati ai quali appartengono,
che raccolgono e investono i proventi derivanti dalla vendita
di materie prime (principalmente gas e petrolio). I più
importanti sono quelli di Abu Dhabi, Norvegia, Arabia Saudita,
Cina, Singapore, Kuwait, Russia, Libia e Qatar. Realtà
finanziarie con enormi capacità di investimento: i primi 15
gestiscono quasi 4mila miliardi di dollari, vale dire oltre
due volte il prodotto interno lordo (Pil) dell'Italia.
Insomma, si tratta di vere e proprie
potenze di fuoco finanziarie. E sui "numeri" i
privati non competono. Ma in ogni caso nessun veto: la
Fondazione di Roma potrebbe coinvolgere anche soggetti non
publici, comprese banche, assicurazioni e fondi pensione.
Porte aperte, perciò, a chiunque volgia scommettere sulla
Capitale. I dettagli dell'iniziativa di Roma ancora non si
conoscono.
Stando a indiscrezioni, i primi
progetti individuati dai tecnici del Campidoglio sono il Gran
Premio di Formula 1 e la candidatura per le Olimpiadi del
2020. Tutte da mettere a punto, poi, anche le modalità di
partecipazione agli investimenti, che ovviamente non sarebbero
"a perdere". Ai fondi stranieri, insomma, che
cercano investimenti sicuri e non speculazione, va garantita
una buona remunerazione.
Compito che sarebbe della Fondazione,
chiamata ad affiancare finanziariamente l'amministrazione
comunale nella realizzazione e promozione degli investimenti
più importanti.
Per Roma si aprirebbero propettive
interessanti. Che, indirettamente, potrebbe portare benefici
anche nelle opere pubbliche. Formula 1 e Olimpiadi, in
effetti, prevedono realizzare e ammodernare servizi di
trasporto, strade, parcheggi, metropolitane e altre grandi
infrastrutture.
Le intenzioni del Comune circolano fra
gli addetti ai lavori. E le "voci" sull'operazione
sono rimbalzate al ministero degli Esteri. Del resto, alla
Farnesina da tempo hanno puntato i fari sui fondi sovrani. Ed
è il vicesindaco, Mauro Cutrufo, a confermare a Libero
l'esistenza del dossier "Fondazione Roma": «Ci
stiamo pensando da circa un mese e mezzo» dice Cutrufo.
Che, pur non essendo direttamente
coinvolto nella partita, in qualche modo ha fatto da apripista
nella caccia ai soldi stranieri. A luglio del 2009 il numero
due di Alemanno era andato in missione ad Abu Dhabi, dove si
trova proprio uno dei fondi d'investimento statali più
importanti a livello mondiale.
Il denaro dei giganti pubblici fa
gola. E non solo alle grandi città o ai piccoli enti locali.
Perfino il Tesoro, attraverso il suo braccio finanziario - la
Cassa depositi e prestiti (Cdp) - ha avviato contatti formali
con fondi sovrani, come quello della Cina, per portare dentro
i nostri confini nuove risorse necessarie a finanziarie le
grandi opere pubbliche.
Il coinvolgimento di istituzioni
statali straniere in progetti pubblici italiani - come
potrebbe essere un'infrastruttura stradale o la rete
telefonica - pone alcuni interrogativi sia sul fronte della
sicurezza sia per l'equilibrio dei rapporti diplomatici tra
governi.
Alemanno sembra voler evitare, però,
il rapporto diretto con i fondi. La Fondazione potrebbe fare
da filtro contro il rischio di eventuali ingerenze nella
gestione degli affari della Capitale. Fatto sta le casse sono
a secco. E il bilancio del Campidoglio, come accennato, non
consente ampi spazi di manovra.
Quello del 2008 era stato archiviato
con un rosso di 9,7 miliardi di euro. Buco che nel 2009 è
cresciuto ancora: prime stime dicono che il deficit sarebbe
salito a quota 12 miliardi. Servono soldi e la soluzione per
nuovi investimenti è vicina.
[23-03-2010] |
EX
TERRORISTA DEI NAR CON 6 ANNI DI GALERA LAVORA A FIANCO DEL
COMMISSARIO ROCCA - "E CHI SI METTE DI TRAVERSO ALLA
DIRIGENZA, È SPACCIATO. PERCHÉ QUI OGGI COMANDANO LORO, I
FASCISTI. È UNA ASSURDA FOLLIA PER UN ENTE SINONIMO DI NON
VIOLENZA" - IERI VOLONTARI, OGGI MILIONARI - CON 160
MILIONI L'ANNO IN PANCIA DI FINANZIAMENTO STATALE, NON
STUPISCE CHE IN ITALIA, UNICO CASO IN OCCIDENTE, L'ENTE INVECE
DI ESSERE INDIPENDENTE È SOTTO IL CONTROLLO FERREO DEI
PARTITI. CHE DA SEMPRE USANO LA CROCE ROSSA PER FARE
ASSUNZIONI DI MASSA - IL RUOLO DELLA LETTA SISTER
Emiliano Fittipaldi e Monica Soldano per "L'espresso"
Il veterano della Croce Rossa lo ripete due volte.
"Guardi io non ho nulla contro gli ex terroristi, né per
quelli di destra né per quelli di sinistra. Ma che vengano a
lavorare alla Croce Rossa, ecco, mi sembra quantomeno
inopportuno".
Il
militare ne ha viste tante, in questi ultimi trent'anni
passati nell'associazione. Ma la sua pazienza (e quella dei
colleghi) si è esaurita quando nei corridoi ha cominciato a
incrociare Paolo Pizzonia, ex membro dei Nar, i Nuclei armati
rivoluzionari.
L'ex
'duro di Sommacampagna', che si è fatto sei anni di galera
per banda armata e altri reati gravissimi (incendio in
concorso, lesione personale, porto illegale di armi), da
qualche mese è diventato il braccio destro di Francesco
Rocca, il commissario straordinario che lo ha voluto dentro la
sua segreteria. Ora vuole diventare ufficiale, e qualcuno sta
facendo opposizione. "Ma chi si mette di traverso alla
dirigenza, è spacciato. Perché qui oggi comandano loro, i
fascisti. È un paradosso assurdo".
Croce ROssa
Di
sicuro, una bizzarria, dal momento che la Cri dovrebbe essere
sinonimo di solidarietà e non violenza, una congregazione
fatta, nell'immaginario collettivo, da migliaia di volontari e
infermieri che con sprezzo del pericolo aiutano chi ne ha
bisogno in tempo di pace e di guerra. L'ente dal 1866 è anche
la casa degli ausiliari del Corpo militare, una componente
centrale della Cri adibita al primo soccorso durante le
emergenze. È un maresciallo, che chiede l'anonimato, a
protestare per andazzo dell'ultimo periodo.
TUTTI
CONTRO TUTTI
Forse esagera, ma certamente la Croce Rossa resta un gigante
malato che la politica non riesce a guarire.
Centocinquantamila volontari e soci attivi, oltre 5 mila
dipendenti tra personale civile, infermieri e dipendenti del
Corpo, 10mila tra ambulanze, autobus e mezzi di soccorso, la
gestione del 118 in molte Regioni.
Soprattutto,
160 milioni l'anno in pancia di finanziamento statale,
sommando il denaro girato dalle Asl e dai ministeri
competenti. Non stupisce che in Italia, unico caso in
Occidente, l'ente invece di essere indipendente è sotto il
controllo ferreo dei partiti. Che da sempre usano la Croce
rossa per fare assunzioni di massa (migliaia di precari
militari e civili sono stati chiamati senza concorso e senza
criteri): le emergenze e le calamità sono eventi secondari. I
bilanci non vengono approvati dal 2005, e i commissari
straordinari vanno e vengono nemmeno fossimo alla stazione
centrale.
L'ultimo
nominato è l'avvocato Rocca, 44 anni da Roma, subentrato
durante una guerra senza esclusioni di colpi tra il Comitato
centrale che tutto decide e il Corpo militare. Un conflitto
cominciato nel 2008, quando un'ispezione del ministero
dell'Economia (invocata, dicono i soldati, dai loro nemici
interni) stilò una lista di ben 54 rilievi che denunciavano
gravi irregolarità degli ausiliari: promozioni illegittime,
benefici economici non dovuti, sprechi senza fine. I militari
hanno risposto alle accuse, e invocato l'intervento del
ministero della Difesa.
Che
lo scorso anno ha spedito i suoi, di ispettori. Le conclusioni
sono state assai diverse: la relazione segreta che
'L'espresso' ha potuto leggere mette in evidenza, per il
periodo che va dal 2005 al 2009, tutte le storture della
gestione di presidenti e commissari: 17 milioni destinati
dalla Difesa per le esigenze del Corpo (medicinali, automezzi,
attrezzature da campo) non sarebbero stati mai spesi, le
esposizioni con le banche sarebbero "ormai stabilmente
sopra i 55 milioni di euro nelle sue punte massime",
mentre oltre 15 milioni di euro avuti dalla Cri per
l'operazione Antica Babilonia in Iraq sono "ancora da
impegnare".
In
tutto ci sarebbero risorse finanziarie per 40 milioni di euro.
Denaro mai speso. "I soldi che spettano a noi",
spiega il maresciallo, "vengono usati per diminuire il
debito e far apparire il bilancio in ordine. Ma in realtà non
c'è un euro: lo sa che ad Haiti non abbiamo potuto nemmeno
portare un ospedale da campo chirurgico?".
Svolta
a destra Mentre civili e militari se le davano di santa
ragione, il commissario mandato da Berlusconi ha compiuto una
rivoluzione. L'associazione si è spostata a destra:
indipendente e neutrale per statuto, vigilata dal ministero
della Salute, da quello di Giulio Tremonti e dalla Difesa, la
società pubblica ha assunto come portavoce Tommaso Della
Longa, fedelissimo di Rocca ed ex dirigente di Azione giovani.
Un
giornalista professionista (gira su Internet un suo pezzo che
definisce 'capri espiatori' i terroristi neri condannati per
la strage di Bologna del 2 agosto 1980) che nei ritagli di
tempo tifa per la Roma: simpatizzante dell'Irish Clan, prima
di appassionarsi all'assistenza sanitaria esaltava gli ultras,
gente "con i propri riti, le proprie battaglie, fatte di
feriti e prigionieri, il proprio codice d'onore fatto di
regole non scritte", persone con il "germe della
ribellione che sta dalla parte giusta".
Il
giornalista lavora spalla a spalla con Stefano Schiavi, oggi
alla Cri di Roma ma nel 2007 direttore de 'ladestranews.it',
quotidiano on line di Storace che Teodoro Bontempo definì
"la voce di chi esprime il dolore e la solitudine delle
periferie urbane". Una china sorprendente, visto che
Rocca entrò in Croce Rossa spiegando che "la casta che
teneva i fili dell'ente" non sarebbe stata più
tollerata.
Invece,
dopo aver chiamato un po' di vecchi camerati, ha assunto anche
Leonardo Carmenati, oggi capodipartimento e team leader della
Cri ad Haiti, ieri dirigente all'ospedale Sant'Andrea:
l'avvocato se lo ricorda con affetto, visto che è stato
direttore generale del nosocomio.
Il
commissario ha poi chiamato lo storaciano Alessandro Ridolfi
per presiedere la Sise, una società della Croce Rossa
siciliana. Dove ha trovato casa, tra i sindaci revisori, pure
l'ex amministratore della Ciak servizi: una srl immobiliare di
cui Francesco Rocca, alla faccia del conflitto di interessi,
risulta proprietario del 99 per cento delle quote.
VOLONTARI
O MILIONARI?
La nuova squadra non lavora gratis. Se decine di migliaia di
volontari si adoperano senza prendere un euro, Rocca guadagna
oltre 200 mila euro l'anno, e ha a disposizione circa 120 mila
euro per le missioni. I tre capidipartimento in busta paga
superano i 150 mila, a cui vanno aggiunti i premi di
produzione. Il direttore generale prende, invece, 200 mila
l'anno.
Per
il ruolo, a sorpresa, il commissario ha chiamato a fine 2008
Patrizia Ravaioli, che lavorava nella Lega italiana per la
lotta contro i tumori. Sposata con il direttore del
'Riformista' Antonio Polito, la Ravaioli è anche presidente
dell'associazione Pimby, fondata insieme a Chicco Testa e
Paolo Messa.
In
tutto, cinque persone costano tra stipendi e spese legate
all'incarico oltre un milione di euro l'anno, mentre i
dipendenti in media non arrivano a 2 mila euro al mese. Alle
critiche Rocca, amico di Storace e La Russa, con una rete che
spazia da Gianni Alemanno ad Andrea Augello fino a Gianni
Letta, ha risposto che nel 2009 non ci sarebbero state
"assunzioni di personale senza un regolare concorso
pubblico".
È
vero: Rocca e i suoi hanno preferito fare contratti da
consulente. Ben 23 in 12 mesi, tra addetti stampa, legali,
capimissione e 'coadiuvatori' di varia specie. A questi vanno
aggiunti i 'co.co.co.' e 'comandati', cioè quelli spostati da
altre amministrazioni. Tra loro spiccano dirigenti provenienti
dal ministero del Lavoro e dalla Provincia di Roma, l'ex Nar
(che è impiegato regionale) e uno degli autisti personali che
l'avvocato si è portato dal Sant'Andrea. Già: quando si
parla di enti pubblici, le auto blu non mancano mai.
UN
AFFARE DI FAMIGLIA
Bilanci fuori controllo, sprechi, dipendenti trasferiti
d'ufficio, malcontento diffuso. La Cri traballa paurosamente,
ma i capi dell'associazione sembrano avere altro a cui
pensare. Rocca ha stretto prima dello scandalo degli appalti
truccati un patto di ferro con Guido Bertolaso, e anche se il
decreto sulla Protezione civile spa è stato affossato, l'idea
di portare la Croce rossa direttamente sotto il controllo del
Dipartimento (e quindi della presidenza del Consiglio) non è
ancora tramontata. Anche i Letta ci sperano ancora: sia Gianni
- che dall'epoca dell'ex commissario Maurizio Scelli sulla
struttura ha sempre avuto grande influenza - sia sua sorella
Maria Teresa, da tutti indicata come la donna forte dell'ente.
Temuta
e omaggiata, la vulcanica presidente della Cri di Avezzano
negli ultimi anni ha allargato il suo potere, diventando
presidente pure della Cri Abruzzo e commissario ad Acta per
l'emergenza terremoto. Oggi non si muove una foglia che la
Letta non voglia. Gli aiuti per la popolazione, la gestione
dei campi, la costruzione delle casette, perfino il grande
magazzino della Protezione civile di Avezzano (dentro c'è di
tutto: dalle televisioni alle coperte, dai casalinghi
all'intimo femminile di marca), ogni cosa viene gestita da
lei.
Qualcuno
non ha gradito: dentro la Cri le imputano troppo decisionismo,
mentre un maresciallo del Corpo militare, Vincenzo Lo Zito,
l'ha persino denunciata per presunte irregolarità contabili.
"Ho scoperto che la Letta gestiva un conto corrente
intestato alla Cri, insieme a una dipendente di fiducia, tal
Giuseppina Angelino", spiega Lo Zito: "È contro il
regolamento. Le due signore hanno firmato pure vari mandati di
pagamento, cosa che può fare solo il direttore regionale che
funge da organo controllore. L'ho denunciato a una dozzina di
procure, nessuno ha fatto nulla".
Qualcuno,
in verità, si è mosso. Dopo che la signora Letta ha chiesto
al superiore di Lo Zito l'allontanamento dello scocciatore
("Le ricordo", scrive la presidentessa nella
lettera, "che ad una richiesta di mio intervento a favore
di un militare della Cri da lei segnalatomi, la mia risposta
è stata concreta ed immediata!") il maresciallo è stato
trasferito d'autorità ad Assisi.
Non
solo: visto che il soldato petulante ha continuato a
protestare, il 30 dicembre scorso la Croce Rossa ha chiesto ai
militari di avviare un "provvedimento disciplinare di
Stato" contro il contestatore. Chi ha firmato
l'ordinanza? Il commissario straordinario Francesco Rocca.
[19-03-2010] |
LEGA
LADRONA (SI CHIAMA LUCA ZAIA, MA SEMBRA BISAGLIA) – IL
PROSSIMO FUTURO GOVERNATORE DEL VENETO HA COSTRUITO UN SISTEMA
DI POTERE CHE SOMIGLIA NON POCO A QUELLO DEL MITICO RAS DC
DEGLI ANNI ’70: DAL LIBRETTO ELOGIATIVO A SPESE DEL
MINISTERO AI RICCHI INCARICHI AL CLAN DI TREVISO - BOOM DI
EVENTI PER IL CUOCO DI FIDUCIA...
Marco Damilano per "L'espresso"
Si vanta di aver preparato il prosecco per George Clooney e il
baccalà per Werner Herzog, ha gestito catering alla Mostra
del cinema di Venezia e alle Olimpiadi di Vancouver, ma
nessuno è profeta in patria e di Tino Vettorello, in Veneto,
sanno ben poco.
"Ciao
a tutte le sposine! Ho sentito parlare del catering Tino
Eventi di Treviso, ma non ho trovato informazioni. Qualcuna lo
conosce?", si informa la futura sposa Chiara sul forum
Matrimonio.it. Passa qualche settimana e risponde Chivan:
"Ho lavorato con loro. Da fuori tutto appare ben curato,
il servizio al tavolo, l'insieme armonioso. E invece non hanno
una grande organizzazione e neppure un grande rispetto per le
persone".
Conclude
Chiara: "Ci hanno fatto perdere un mese. Trattano male i
dipendenti e anche i clienti". A meno che non ti chiami
Luca Zaia e di mestiere fai il ministro delle Politiche
agricole. Perché Tino, incontentabili queste ragazze, è il
ristorante preferito dove il ministro della Lega ama mangiare
e ricevere.
Ed
è un tassello importante del suo sistema. Quello che ha
trasformato lo sconosciuto Vettorello, macellaio di San Polo
di Piave con locale a Ormelle, in una macchina da soldi. E che
ora gira a pieno regime per raggiungere l'obiettivo della
vita: portare l'ex ragazzo di Godega alla conquista del
Veneto, tramutarlo nel Doge del Carroccio.
"Par
el so' 'vivo interessamento'/casca la neve, cresse el
frumento/nasce i putini, more i porsei, canta la lòdola, se
mucia i schei...", recitava una filastrocca degli anni
Settanta quando il bello e il cattivo tempo in regione lo
faceva Antonio 'Toni' Bisaglia, il padrone della Dc, gran
intenditore di grappe, una montagna di preferenze.
Sul
frumento e sui porsei, i suini, ci siamo, gli schei non
mancano. Rispetto alla ricetta degli antichi maestri dorotei,
che non amavano l'apparire, Zaia il giovane ha introdotto due
novità: la cura ossessiva della propria immagine. E
l'attenzione privilegiata per la sua provincia, il trevigiano,
e per i suoi sodali. Ben ricompensati per la fedeltà.
Una
settimana fa, con la Lega che in Veneto vola nei sondaggi,
quasi dieci punti sopra il Pdl, la Procura di Venezia ha
chiesto di saperne di più sull'opuscolo 'Il Welfare
dell'Italia'. Stampato a spese del ministero, fa parte
dell'accordo tra Buonitalia e Federsanità per
"promuovere la dieta mediterranea". Costo: 3 milioni
di euro. Il libretto, 32 pagine, 500 mila copie in italiano e
in inglese, si legge nel contratto, sarà diffuso "con
distribuzione di massa in Italia e in America".
Per
ora è arrivato in massa nelle case delle famiglie venete, in
piena campagna elettorale. Copertina: Zaia in gessato scuro e
fazzoletto verde di ordinanza, che brinda con un calice di
vino. Titolo: 'La salute vien mangiando'. E siccome viene
anche l'appetito, ecco le foto del ministro tra forme di
parmigiano, tartufi, frutta e salumi. Altro che dieta
mediterranea, un'abbuffata di voti, si spera. Grazie
all'involontario contribuente.
Il
ministro nega indignato ogni responsabilità e reclama
chiarimenti. Non sarà difficile averne, dato che il libretto
è stato prodotto in casa. La Federsanità è presieduta da
Angelo Lino Del Favero, direttore generale dell'Asl 7 Veneto
Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, un feudo del
ministro-candidato. E il committente del progetto è il
presidente di Buonitalia Walter Brunello. Trevigiano doc anche
lui, naturalmente. Come il radicchio. E come Zaia.
Doppiezza
padana: in Veneto sbraitano contro Roma ladrona, nella
capitale non disdegnano le delizie di Roma godona. Macchine ad
alta cilindrata, appartamenti in centro, stipendi da favola,
voli in business class. Favori, regalie, elargizioni agli
amici degli amici. Viva il campanile, a spese dello Stato.
Buonitalia,
società del ministero delle Politiche agricole interamente
pubblica, nata nel 2002 per valorizzare l'agroalimentare made
in Italy, è il cuore del sistema Z. Il motore, la centrale
operativa.
Il
primo anello della catena clientelare, pardon alimentare.
Perfino il sito della società, a lungo oscurato, è stato
ristrutturato un mese fa, giusto in tempo per le elezioni,
affidato alla City Center, agenzia di Treviso, che cura la
comunicazione della gloria locale, indovinate chi. Se clicchi
sopra il credit ti rimandano direttamente al sito di Zaia, così
non si perde tempo. E Brunello, il presidente di Buonitalia,
è un perfetto esemplare della nuova razza padana, il leghista
di lotta e di sottogoverno.
Una
carriera all'ombra di Zaia: con Luca vice-presidente del
Veneto, è il responsabile dell'azienda regionale di
promozione turistica. E quando il suo padrino in camicia verde
approda al ministero di via XX settembre, nel 2008, Brunello
lo segue a Buonitalia. A Paese, il centro del trevigiano dove
risiede, tiene parcheggiata o a disposizione della moglie
l'auto di servizio, una Bmw X3 bianco latte ("Come quella
del ministro", raccontano).
A
Roma, dove guadagna 160 mila euro l'anno più l'affitto di una
casa in centro, si sente un novello Marco Polo sulla via della
Seta e si allarga: l'ultima assunzione è il leghista tirolese
Franz Mitterrutzner, nominato direttore con un contratto di
quattordici mensilità e quasi 8 mila euro al mese per non
meglio precisati incarichi ("Assistere il presidente sia
in fase preparatoria che durante lo svolgimento delle riunioni
di lavoro...").
E
può contare su una formidabile leva economica a sua
disposizione: 50 milioni di euro per progetti di promozione
dell'agroalimentare, stanziati già nel 2005 dal ministero
dell'Agricoltura insieme all'Economia e mai spesi, in attesa
dei bandi di gara.
Con
Zaia e Brunello la musica cambia e partono i finanziamenti.
Sponsorizzazioni. Tour promozionali. Contributi a pioggia, su
cui arrivano le interrogazioni del deputato Pd Emanuele
Trappolino. Progetti per lo più gestiti dall'Aicg,
l'associazione che raggruppa alcuni consorzi alimentari, dove
gli uomini di Zaia sono ben rappresentati: ai rapporti
istituzionali c'è il trevigiano Luca Giavi, l'uomo del
radicchio, a occuparsi dei progetti Buonitalia il direttore
del consorzio prosciutto di San Daniele, Mario Cicchetti.
Un
pacchetto che si ripete: affidamento del progetto, società e
agenzie per allestimento e catering, quasi sempre le stesse.
La veneta Publitour cura gli allestimenti, per esempio. Ma il
vero beneficiario di Buonitalia, nella quasi totalità dei
casi, è lui, il cuoco di Odelle, il Vissani della Lega, il
ruspante Vettorello. La sua Tino, nata nel 2007 con un unico
socio, Vettorello, e appena sette dipendenti, nel 2008 quando
Zaia diventa ministro decolla. È lui che cura i pacchi dono
del ministero a Natale.
Ed
è lui, soprattutto, che fa il pieno degli eventi targati
Buonitalia: catering degli stand ai Mondiali di nuoto (insieme
alla Relais di Stefano Ottaviani, genero di Gianni Letta),
della Mostra del cinema di Venezia, degli Internazionali di
tennis e del giro d'Italia. Solo nell'ultimo mese una
tripletta: i suoi camerieri con il logo Tino Eventi hanno
sfamato gli atleti italiani alle Olimpiadi a Vancouver, i
visitatori della Bit a Milano e della fiera internazionale del
biologico a Norimberga. Povero Tino, non ha più tempo per
organizzare neppure un matrimonio come si deve. Per fortuna
alla guida della regione sta per arrivare l'amico Zaia. E
allora sai che tavolate.
[19-03-2010] |
|
VESPA INCIAMPA SU UNA FIGLIA...
In 'Donne di cuori' Bruno Vespa ne fa una grossa. A p. 413
scrive che i figli di Andreotti sono tre, Lamberto, Serena,
Stefano, e non quattro, dimenticando Marilena. Per un vate
andreottiano per eccellenza, è una caduta sui fondamentali.
C'è da preoccuparsi? No, difficilmente la conta dei figli di
Berlusconi sarà sbagliata. D. P.
25.03.10 |
Eia Eia,
Mavalà! - La Presidenza del Consiglio fa uno spot per
promuovere il Premio Matteotti, ma dell’omicidio Matteotti
nemmeno l’ombra! - Nessun riferimento a Mussolini e al
fascismo, si parla invece di Africa, alluvione a Firenze, Muro
di Berlino… - Regista: Renzo Cerbo, ex autore Mediaset, ha
lavorato per Forza Italia e Fiera di Milano…
Da "Nomfup.wordpress.com"
Da qualche giorno in televisione gira lo spot della Presidenza
del Consiglio sulla sesta edizione del Premio intitolato a
Giacomo Matteotti.
Tra le immagini di "forte impatto emotivo", come
avverte il sito di Palazzo Chigi, scelte a corredo del video,
però, neanche una che riguardi il fascismo o Mussolini.
Piuttosto scene dalla caduta del Muro di Berlino, con
sovrimpressa la scritta "Libertà"; poi immagini
dall'Africa per commentare la "giustizia sociale" e
dalla Firenze allagata nel 1966, con gli angeli del fango
all'insegna della "fratellanza tra i popoli".
Delle squadracce che rapirono e
uccisero il parlamentare antifascista non c'è traccia, così
come del celebre discorso di Matteotti in Parlamento o della
autodifesa di Mussolini fra le "aule sorde e
grigie".
Regista dello spot Renzo Cerbo, un passato come autore
Mediaset, che oggi lavora con la Melros production (tra i loro
clienti varie emittenti televisive, la Fiera di Milano e Forza
Italia).
http://www.melros.com/homeita.html
Il link allo spot:
http://video.palazzochigi.it/spot_matteotti_2009.asx
(Windows Media Player)
http://video.palazzochigi.it/spot_matteotti_2009.ram
(Real Player)
[18-03-2010] |
Eia Eia,
Mavalà! - La Presidenza del Consiglio fa uno spot per
promuovere il Premio Matteotti, ma dell’omicidio Matteotti
nemmeno l’ombra! - Nessun riferimento a Mussolini e al
fascismo, si parla invece di Africa, alluvione a Firenze, Muro
di Berlino… - Regista: Renzo Cerbo, ex autore Mediaset, ha
lavorato per Forza Italia e Fiera di Milano…
Da "Nomfup.wordpress.com"
Da qualche giorno in televisione gira lo spot della Presidenza
del Consiglio sulla sesta edizione del Premio intitolato a
Giacomo Matteotti.
Tra le immagini di "forte impatto emotivo", come
avverte il sito di Palazzo Chigi, scelte a corredo del video,
però, neanche una che riguardi il fascismo o Mussolini.
Piuttosto scene dalla caduta del Muro di Berlino, con
sovrimpressa la scritta "Libertà"; poi immagini
dall'Africa per commentare la "giustizia sociale" e
dalla Firenze allagata nel 1966, con gli angeli del fango
all'insegna della "fratellanza tra i popoli".
Delle squadracce che rapirono e
uccisero il parlamentare antifascista non c'è traccia, così
come del celebre discorso di Matteotti in Parlamento o della
autodifesa di Mussolini fra le "aule sorde e
grigie".
Regista dello spot Renzo Cerbo, un passato come autore
Mediaset, che oggi lavora con la Melros production (tra i loro
clienti varie emittenti televisive, la Fiera di Milano e Forza
Italia).
http://www.melros.com/homeita.html
Il link allo spot:
http://video.palazzochigi.it/spot_matteotti_2009.asx
(Windows Media Player)
http://video.palazzochigi.it/spot_matteotti_2009.ram
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[18-03-2010] |
PAPPAMENTO
O PARLAMENTO? - I LUSSI DEI DEPUTATI COSTANO 138 MILIONI -
46,5 milioni di euro solo per l’affitto di Palazzo Marini
del gruppo Scarpellini - Una serie di immobili DA 9 MILA EURO
AL MESE dislocati tra via del Tritone e piazza San Silvestro
che nel 2007, denuncia il segretario dei Radicali, Mario
Staderini, "costavano 30 milioni di euro"...
Carlo Bertini da "la
Stampa"
Se
a una cena tra amici qualcuno vi raccontasse che la Camera dei
deputati spende circa nove mila euro al mese per pagare
l'affitto di un ufficio per ogni deputato probabilmente non ci
credereste. «Forse a quel prezzo sarebbe meglio affittare una
stanza al Grand Hotel», scherza, ma non troppo Rita
Bernardini, la deputata radicale che si è battuta per avere
l'elenco di convenzioni, consulenze e fornitori della Camera
fino a minacciare uno sciopero della fame.
A
darle pronta soddisfazione, facendole trasmettere subito i
conti segreti del Palazzo ci ha pensato Gianfranco Fini, «il
primo presidente della storia sensibile a queste vicende», lo
ha definito Marco Pannella, che ieri ha squadernato con i suoi
compagni di partito questa sfilza di numeri: «Carte che
parlano da sole, dal cui studio è impossibile che non venga
fuori roba da codice penale».
Dalla
gran mole di dati spunta fuori pure una convenzione tra la
Camera e il Centro Diagnostico Pantheon, non a carico del
bilancio di Montecitorio (è finanziata con una quota di 800
euro al mese che ogni singolo deputato versa ad un Fondo di
Solidarietà) ma che consente agli onorevoli e ai loro
familiari (anche se coppie di fatto) di ricevere rimborsi per
interventi di chirurgia plastica e di accedere ad una serie di
prestazioni: cura del sonno a 516,46 euro, shiatsuterapia a 75
euro, elettroscultura o ginnastica passiva a 75 euro,
balneoterapia con 1860 euro di plafond annuo e 3100 euro
l'anno per la psicoterapia.
Copyright Pizzi
Ma
la voce più significativa che incide direttamente sui 138
milioni e passa di euro che la Camera spende per fornitori e
contratti vari è proprio quella degli uffici, con un
versamento alla società «Milano 90 srl» del gruppo
Scarpellini di 46,5 milioni di euro solo per l'affitto di
Palazzo Marini: una serie di immobili dislocati tra via del
Tritone e piazza San Silvestro che nel 2007, denuncia il
segretario dei Radicali, Mario Staderini, «costavano 30
milioni di euro e su questo ho bisogno di risposte da parte
della Camera.
Montecitorio
e il Senato hanno in locazione da privati o dal demanio ben 22
immobili per un totale di 204 mila metri quadri, mentre il
museo del Louvre ne ha solo 60 mila. E gran parte di questi
204 mila metri quadri sono ripartiti nelle strutture di
palazzo Marini destinate agli uffici dei deputati». Uffici
che, a sentire la Bernardini, «non servono a nessuno, io ci
ho messo piede solo un paio di volte».
Scorrendo
i dati messi on line sul sito dei Radicali si scopre poi che
la «Milano 90 srl» fornisce alla Camera non solo la
locazione degli uffici, ma anche servizi di ristorazione delle
mense di via del Seminario e di Palazzo Marini (2.670.480 euro
annui), mentre la ristorazione per deputati e dipendenti di
Montecitorio è fornita dalla «Compass Grup Italia spa», che
secondo il bilancio di previsione, riceverà nel 2010
3.857.712 euro.
E
non sono poche le voci che superano il milione di euro: per
l'affitto di posti auto e moto vengono pagati 787 mila euro
alla «Colonna srl», oltre 112 mila euro alla «Edilcrispi
srl», 222.196 euro alla «Saba Italia spa», mentre per il
lavaggio e la custodia delle vetture, la «Co.pisa.scrl»
riceve 418 mila euro all'anno. Per la manutenzione della
tappezzeria e falegnameria e per l'acquisto di arredi, la
Camera versa 1.214.400 euro alla «Troiani srl», mentre i
servizi di pulizia nel 2010 costeranno circa 5 milioni di
euro.
[24-03-2010] |
TANGENTI
BOLLENTI (LA CRICCA USAVA LA FICA) - UNA VAGONATA DI 350
ZOCCOLE A UNA MEDIA DI 500-700 € A BOTTA (QUALCUNA ARRIVAVA
ANCHE A 5 MILA) PER COMPRARSI FUNZIONARI DELLO STATO ED
ESPONENTI POLITICI ED ECONOMICI (A NOI NIENTE) – SONO STATI
INTERCETTATI I COMMENTI DEI "BENE-FICATI": “UNA È
UNA TOPA DA PAURA” – “AHO, QUELLA È ’NA ROBETTA DA
TANGENZIALE”…
Gian
Marco Chiocci
per "il
Giornale"
Trecentocinquanta
escort a una media di 500-700 euro «a botta», per dirla con
uno degli indagati dell'inchiesta sugli appalti del G8. Tante
sono le prostitute d'alto bordo collegate all'organizzazione
di Angelo Balducci finite agli atti del procedimento
fiorentino. Squillo contattate via internet, attraverso
ambienti definiti «sicuri» dagli inquisiti, oppure nel giro
che conta della Roma bene frequentato da politici, calciatori,
imprenditori, attori. Ragazze italiane soprattutto. Poi russe,
centroamericane, cubane, brasiliane o dell'est Europa.
Signorine per tutti i gusti, e le misure espressamente
richieste.
Comprate
per comprarsi funzionari dello Stato. A pagare - e questa è
la novità - non sarebbe stato solo e sempre Diego Anemone, il
deus ex machina del gruppo interessato a fare business coi
soldi pubblici. Ma anche «qualcun altro», vicinissimo a
Balducci, sostengono gli investigatori, «e agli ambienti
politico-economici di ben precisi personaggi finiti
sott'inchiesta».
Dal
Messaggero
Al
filone bis della prostituzione si è arrivati seguendo le «gesta»
erotiche di Fabio De Santis, il pluriraccomandato provveditore
alle opere pubbliche della Toscana, sorpreso - in pedinamenti
e intercettazioni - a intrattenersi di continuo con giovani e
avvenenti fanciulle a pagamento. Per lui, ad esempio, si
prodiga l'imprenditore Guido Ballari che organizza un incontro
con una squillo in un appartamento al quartiere romano della
Balduina. L'indomani, al telefono, i due commentano divertiti.
Giovampaola
(Dal Giornale)
Fino
a quando Ballari, con una battuta, non gela l'amico De Santis:
«Ehi Fabio, non sai quanto sei stato fortunato. Cinque minuti
dopo che sei uscito dall'appartamento è rientrato il marito»,
ovviamente all'oscuro del doppio lavoro dell'amata consorte.
Il nuovo rivolo d'indagine va a confluire nel mare di
intercettazioni che hanno portato alla luce l'esistenza di una
sorta di «fondo cassa» riconducibile ad Anemone dal quale
attingere, a mo' di bancomat del sesso, fino a 5mila euro per
accompagnatrici di gran classe, con cui fare bella figura ai
ricevimenti, e divertirsi dopo.
Com'è
capitato sempre con De Santis e con Mauro Della Giovampaola,
funzionari del Dipartimento per lo sviluppo e la competitività
del turismo, intercettati a Venezia dov'erano andati per il
festival del cinema, e protagonisti della famosa telefonata in
cui si lamentavano della qualità della «lucciola» rimediata
dai compari di giro («aho, quella è 'na robetta da
tangenziale»).
In
quell'occasione Daniele Anemone, fratello di Diego, al
telefono fa presente che a Simone Rossetti (il collaboratore
di Diego Anemone protagonista del giallo dei massaggi a Guido
Bertolaso al Salaria Sport Village) servono non meno di 4mila
euro per prendersi cura della «confortevole permanenza» a
Venezia di De Santis e Della Giovampaola («senti tu forse mi
devi passare da Simone... gli servono un po' di soldi... gli
servono 2 o 3 mila euro, anche 4»).
Rossetti
si mette subito all'opera. Chiama qua, telefona di là. Alla
fine invia un sms a un amico: «Due zoccole per Venezia si
rimediano». Sempre Daniele Anemone si raccomanda con Rossetti
che le ragazze da portare in camera dei due funzionari non
diano troppo nell'occhio («mi raccomando, vestite normali»).
Rossetti
è scientifico nella richiesta: «Ok calcola che a me me ne
servono due ... io le faccio dormire al Gran Palace di Venezia
costa 1.500 euro al giorno solo la stanza e poi in più si
beccano 1.500 cadauno». E ancora: «Una è una topa da
paura... c'avrà 22-23 anni.. è una russa... occhi azzurri,
capelli biondi. Una non è la Schiffer però è una che col
cavolo... cioè hai capito ... poi parlano poco perché
comunque son russe non sono... non sono tipe che sbroccano e
fanno casino».
[11-03-2010]
|
GNAZIO
LA RUSSA, MINISTRO DELLA DIFESA (SÌ, A DIFESA DI BERLUSCONI)
- CONFERENZA STAMPA, UN CRONISTA FREELANCE CHIEDE L'INOSABILE,
PORRE DELLE DOMANDE AL BANANA. MA IL MICROFONO NON GLI VIENE
CONSEGNATO E ALLORA PROVA DIRETTAMENTE ALZANDO LA VOCE.
BERLUSCONI REPLICA INFASTIDITO: "LEI È UN MALEDUCATO,
ASPETTI IL SUO TURNO" AGGIUNGENDO BATTUTE SCEME SUI
CAPELLI. A QUESTO PUNTO INTERVIENE, MANESCO, IL BODY-GUARD
SICULO CHE SI SPACCIA PER MINISTRO DELLA DIFESA MA DENTRO DI SÉ
SI RISVEGLIA IL VECCHIO FASCIO DI SAN BABILA - (UN VIDEO DA
GETTARSI PER TERRA DAL RIDERE CHE SFANCULA TUTTE LE PAR
CONDICIO)

(UN
VIDEO DA GETTARSI PER TERRA DAL RIDERE CHE SFANCULA TUTTE LE
PAR CONDICIO)
VIDEO-
http://tv.repubblica.it/copertina/berlusconi-parapiglia-con-un-contestatore/43712?video
La
Russa e il contestatore
1
- BERLUSCONI A CONTESTATORE, SI VERGOGNI, QUESTA E' SINISTRA -
A CONFERENZA STAMPA FINALE CONVULSO, LA RUSSA BLOCCA
CARLOMAGNO...
- (Apcom) - Duro scontro, che diventa anche fisico, tra un
sedicente giornalista freelance, da un lato, e Silvio
Berlusconi e Ignazio La Russa, dall'altro. Durante la
conferenza stampa del premier nella sede del partito, Rocco
Carlo Magno (questo il nome del freelance) chiede di porre
delle domande. Ma il microfono non gli viene consegnato e
allora prova direttamente alzando la voce. Berlusconi replica
infastidito: "Lei è un maleducato, aspetti il suo
turno".
Ma il
piú determinato è Ignazio La Russa, presente nella sala
stampa. Il ministro della Difesa si va a sedere accanto a
Carlo Magno, gli intima di tacere, e alla fine lo prende per
il bavero provando a trascinarlo, sotto gli occhi delle
telecamere che riprendono l'intera scena.
La
Russa e il contestatore
-
ANSA - Finale convulso di conferenza stampa, nella sede del
Pdl a Via dell'Umiltà, quando per la terza volta consecutiva
Rocco Carlomagno, sedicente giornalista, interrompe il premier
Silvio Berlusconi. "Si vergogni, questa è la
sinistra" è sbottato Berlusconi, mentre il coordinatore
del Pdl Ignazio La Russa, che già in un primo momento aveva
raggiunto l'uomo seduto tra i giornalisti, si è nuovamente
avvicinato a Carlomagno e dopo averlo energicamente invitato a
parole a smetterla, gli ha poggiato la mano sulla testa.
A
questo punto l'uomo ha iniziato ad accusare il premier e il
governo, mentre Berlusconi lasciava la sala, visibilmente
irritato. All'uscita, il 'disturbatore' è stato preso di mira
dai militanti del Pdl, che manifestavano fuori dal palazzo,
diventando l'ultima 'attrazione' di telecamere e giornalisti.
La
Russa e il contestatore
2
- CONTESTATORE, DENUNCERO' LA RUSSA PER AGGRESSIONE...
(Ansa)
- "Mi chiamo Rocco Carlomagno e querelerò il ministro
Ignazio La Russa per aggressione perché la libertà di stampa
si difende anche così". Lo ha detto il giornalista
freelance, come lui stesso si è definito, quando finita la
conferenza stampa del premier Silvio Berlusconi è stato
portato all'esterno della sede del pdl in via dell'Umiltà
dalla security del Pdl.
Rispondendo
a chi gli chiedeva cosa fosse successo ha spiegato:
"Quando La Russa si è accorto che volevo fare domande
diverse da quelle preconfezionate fatte fino a quel momento ha
cercato di chiudermi la bocca, èvenuto subito a sedersi
vicino a me per impedirmi di parlare e ha alzato le mani su di
me".
==
FINI:CONDIVIDO MANIFESTAZIONE? NON RISPONDO, E' UNA SIGNORA...
= (AGI) - Roma, 10 mar - Gianfranco Fini non partecipera' alla
manifestazione del 20 marzo indetta da Silvio Berlusconi. Nel
ribad irlo ai giornalisti a Montecitorio, il presidente della
Camera risponde anche ironicamente a una giornalista chi gli
chiedeva se almeno condivideva l'iniziativa. "Non le dico
cosa penso di questa domanda - ha tagliato corto Fini - solo
perche' e' una signora...".(AGI) Lam 101224 MAR 10
contestazione
3
- ROCCO CARLO MAGNO UN GIORNO DA PECORA SU RADIO2 :VERDINI MI
HA CHESTO DI NON QUELERARE LA RUSSA.
"Verdini mi ha pregato di non querelare la russa e mi ha
detto facciamo che la cosa finisce qui."
Rocco Carlomagno il freelance che ha contestato il premier
Berlusconi alla conferenza stampa di oggi ha raccontato in
collegamento telefonico con il programma di radio2 "Un
giorno da pecora"la richiesta di Denis Verdini uno dei
tre coordinatori nazionali del Pdl. E ha poi aggiunto:
"Non si puo' tappare la bocca alla gente". I due
conduttori Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro gli hanno
fatto notare che non era il suo turno. "Per loro non è
mai il nostro turno di parlare". E poi: "Il ministro
La Russa mi ha dato due pugni nello sterno. Del resto lui era
un picchiatore".
4
- CARLOMAGNO IL 'CONTESTATORE', ANCHE PANNELLA LO MANDO' A
QUEL PAESE - NEL SUO PEDIGREE ANCHE INTERRUZIONI A VIOLANTE E
D'ALEMA..
(Adnkronos) - Se anche Marco Pannella ha perso la pazienza,
evidentemete il 'pedigree' di disturbatore di Rocco Carlomagno
e' di primo piano. Il giovane, che ha interrotto oggi Silvio
Berlusconi nella conferenza stampa a via dell'Umilta', non
sembra affatto essere alle prime armi.
Un
paio di anni fa riusci' a far sbottare Pannella nel corso di
una conferenza stampa dei Radicali: "Toglietegli quel
microfono!", disse il leader Radicale. Di volta in volta
leader del 'Coordinamento nazionale di lotta contro i siti di
stoccaggio nucleare', iscritto al Pd in Basilicata o del
circolo San Lorenzo di Roma, simpatizzante del Popolo viola,
Carlomagno si e' presentato a svariati appuntamenti pubblici
senza resistere alla tentazione di 'disturbare'.
Uno
degli episodi piu' recenti ha coinvolto Luciano Violante e
Massimo D'Alema. In occasione di un convegno sul processo
penale organizzato da Italianieuropei, Carlomagno si alzo' in
piedi interrompendo l'intervento di Violante e criticando l'ex
presidente della Camera sul tema dell'immunita' parlamentare.
[10-03-2010]
|
TRA UN VOTO DESTRA O UN VOTO SINISTRA, "LA STAMPA"
PREFERISCE UN EX VOTO A MONTEZEMOLO (SARà FELICE YAKI)
CALABRESI PROMUOVE L'ASTENSIONISMO " - (E ieri in prima
pagina c'era Irene Tinagli, la pensatrice della fondazione
di Luchino)...
Jacopo
Iacoboni
per "la
Stampa"
Per
Palmiro Togliatti non andare alle urne era «un vizio da
piccolo-borghesi». E quando Bettino Craxi nel ‘91 rivolse il
celebre appello anti-referendario «andate al mare», la
scelta astensionista fu connotata - anche lessicalmente -
con le stigmate del disimpegno fru fru. Oggi no, tutto è
diverso. Oggi si astengono trentenni colti, motivati, non di
rado benestanti. Ma vagheggia l'astensione - e ne parla al
cliente - anche la proprietaria del bar, la commessa, la
piccola partita iva. L'astensione, che un tempo si credeva
mirata solo a far male a sinistra, appare uno spettro
trasversale, e popolare. È diventata un argomento di
dibattito fuori dai salotti disillusi.
«Io
penso che sì, mai come oggi l'astensione può rappresentare
una precisa opzione politica, un'opzione non demonizzabile»,
analizza Marco Tarchi, scienziato della politica a Firenze,
da sempre privo di dogmatismi su questa materia spesso
offuscata dal politically correct.
Astenersi è sempre un male? «Naturalmente per ottenere un
effetto significativo l'astensione dovrebbe superare un
livello di guardia psicologico, raggiungere, diciamo, un
terzo dell'elettorato. Se avessimo un risultato del 65 per
cento di votanti, o anche qualcosa in meno, ecco, credo che
le leadership dei due blocchi dovrebbero cominciare a
interrogarsi». È uno scenario possibile?
Sostiene Renato Mannheimer che, al momento, «sul partito
dell'astensione i dati oscillano anche di molto, tra il 20 e
il 30 per cento dell'elettorato. Il problema è che molti
elettori dicono di sentirsi delusi, sfiduciati, di non
credere più a questa classe politica, ma magari nell'ultima
settimana decidono di votare comunque».
Tra
l'altro i dati sull'astensione (certa o possibile) sono
nazionali, e in una consultazione regionale potrebbero venir
ridimensionati. Non si vota per esempio in regioni dove un
astensionismo fisiologico - non di scelta - è assai alto,
per esempio le isole. In Italia è anche solo concepibile un
effetto-Francia, il 53 per cento di disertori delle urne?
Mannheimer: «Sì, stavolta un'alta astensione è una
possibilità reale. Non di dimensioni francesi, magari; ma
mai così alta prima da noi».
Qualcosa di culturale è mutato nella percezione italiana.
Alle politiche del ‘53 o del ‘58 votarono il 93,8 per cento
degli italiani. Ma dalla svolta maggioritaria del ‘93 in poi
è iniziato un calo costante, culminato col 35% di astensioni
alle ultime europee. A San Salvario, quartiere torinese
esposto a grandi dinamiche migratorie ma anche a una
progressiva urbanizzazione da parte di ceti colti, giovani,
abbienti, la Lega (con Borghezio) ha avviato una campagna
anti-astensionista per sostenere Roberto Cota alle Regione,
casa per casa, banchetto per banchetto.
Segno che il rischio c'è, e uno dei pochi partiti ancora
radicati ha le antenne per capirlo. A Milano, sull'opposta
sponda politica, Giovanni Colombo, consigliere comunale del
Pd tra i fondatori della Rete negli anni novanta, ha
lanciato un'iniziativa pro astensione: «Non possiamo
ribaltare i rapporti di forza per Formigoni, allora io dico:
togliamogli l'ossigeno.
Se
va a votare poco più del 50 per cento degli elettori sarà un
segnale molto forte, per un Formigoni dimezzato, ma anche
per una sinistra che dovrà finalmente cambiare il proprio
cavallo». Cosa curiosa, le più disposte ad aderire
all'appello astensionista, nel suo sondaggio su 15 mila
persone, sapete chi sono state? Le donne.
Prima il partito dell'astensione coincideva con elettori di
sinistra delusi, magari intellettuali. Oggi no, di
astensione puoi sentir dibattere in un mercato, o tra
artigiani elettori classici del centrodestra. Silvio
Berlusconi ieri ha rassicurato, «da noi non ci sarà
un'astensione alla francese». Eppure, da rabdomante qual è,
quattro giorni fa aveva spedito un videomessaggio ai suoi
«promotori della libertà» in cui dice «quello
dell'astensione dal voto è un pericolo che dobbiamo
contrastare con la verità dei fatti».
Il
pasticcio delle liste ha inciso, e molto. Prendete il
caso-Lazio. Racconta il politologo Roberto D'Alimonte che in
assenza di una lista Pdl «la maggior parte degli elettori
della Polverini voterebbe altre liste del centrodestra ma
una parte non andrebbe a votare, e questi sono molto
probabilmente i voti che fanno la differenza in più a favore
della Bonino».
«Italiafutura», think tank fondato da Luca Cordero di
Montezemolo che ha contribuito a riaprire la discussione con
un articolo di Andrea Romano e Carlo Calenda, ha riportato
un sondaggio Swg che fornisce non solo un dato generale (il
25% degli italiani è «favorevole» all'astensione e il 17%
risponde «dipende»), ma un elemento notevole: tra i più
giovani (gli under trenta) i favorevoli salgono al 32, e un
19 è tentato di non votare. «Sarebbe un'astensione civica,
non qualunquista», dice Romano mentre pranza con un panino e
un bicchiere di coca-cola. E ieri, sul sito di
«Italiafutura», Michele Ainis ragionava, da
costituzionalista, di una «astensione come forma di
obiezione di coscienza».
Un
popolo di outsider sbuffa, non ne può più. Manda a dire ai
partiti: avete stufato. L'elettorato italiano rimane restio
a travasi destra-sinistra o viceversa. Colpisce, però, che a
sinistra l'emorragia dal Pd a Di Pietro si sia fermata, se
proprio Tonino oggi preconizza: «La politica non si rinnova,
anche dal punto di vista generazionale, credo che purtroppo
i cittadini daranno la maggioranza relativa al partito
dell'astensione». E, attenzione, «non a favore di questo o
quel partito», anche perché, dice, «bisognerebbe andare a
cercare con il lanternino chi ne è fuori». Già, ormai chi ne
è fuori? Altro che andare al mare, non votare potrebbe
essere la prima scelta pubblica di questo popolo pop.
[16-03-2010]
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PIù NEURO,
MENO EURO - METTI UNA CENA A NEW YORK CON I PRINCIPALI GESTORI
DI HEDGE FUND, compresi gli emissari dei più ricchi e potenti
del mondo: George Soros, John Paulson e Steven Cohen -
L’IDEA: AFFONDARE L’EURO E FARE UNA MONTAGNA DI SOLDI
TOGLIENDONE NON POCHI DALLE NOSTRE TASCHE - DALLE CHIACCHIERE
ALLE STRATEGIE FINANZIARIE. ED È PARTITO IL PIÙ GRANDE
ATTACCO VALUTARIO DEGLI ULTIMI ANNI....
Pino Buongiorno e Marco De Martino per
"Panorama"
La cena si è tenuta alla Townhouse,
una sala privata ed esclusiva creata dal ristorante Park
avenue winter al numero 100 sulla 63ª strada di Manhattan,
quasi all'incrocio con Park avenue. In questa fascia
dell'Upper east side, il quartiere prediletto dai miliardari
newyorkesi, la sera si vedono solo domestici che portano a
spasso cani che annusano le limousine nere parcheggiate in
doppia fila.
Fuori si annuncia una tempesta di neve
che, da lì a poche ore, immobilizzerà New York, ma dentro
quella palazzina si progetta la tempesta finanziaria che nelle
prossime settimane potrebbe sconvolgere ancora una volta
l'economia globale.
Neppure Tom Wolfe, che nel Falò delle
vanità fu il primo a raccontare i vezzi e la spietatezza dei
raider di borsa americani, «i padroni dell'universo», come
li chiamava lui, avrebbe mai potuto immaginare una cena come
quella dello scorso lunedì 8 febbraio a New York.
Sulle sedie color cioccolata siedono
le migliori menti speculative americane, compresi gli emissari
dei tre gestori di hedge fund più ricchi e potenti del mondo:
George Soros, John Paulson e Steven Cohen. Ed è della loro
prossima scommessa miliardaria che si discute mentre i
camerieri fanno circolare lo champagne Krug e lo chef Craig
Koketsu prepara il suo menu con pollo al limone e filet
mignon.
Stavolta l'obiettivo è più grande
del mercato immobiliare distrutto nel 2008. Per colpire la
nuova preda nel mirino, l'euro, la moneta unica europea che
tanti successi ha ottenuto durante la crisi internazionale
contro il biglietto verde americano, ci vuole una strategia più
sofisticata che permetta di giocare non solo sulla crisi della
Grecia (300 miliardi di euro di debito sovrano e un deficit
del 12,7 per cento rispetto al pil), ma anche su paesi di
maggiore peso economico che i convitati giudicano vulnerabili.
Il Portogallo, sì, ma è piccolo. L'Irlanda, va bene, ma
siamo sempre lì.
La Spagna, certo, quella andrebbe
bene. Già, sono i Pigs, maiali da mandare al macello,
ridacchia qualcuno. E, perché no?, perché non provare ad
azzannare addirittura l'Italia? Un paese finanziariamente più
solido degli altri, ricorda uno dei commensali, ma
politicamente così diviso che sarebbe facile da spolpare
grazie a molti appoggi interni. Lì per lì, si inventa un
nuovo acronimo Piigs (la doppia I sta per Irlanda e Italia).
Già due giorni dopo, se ne approprierà la Cnn nel suo
programma dedicato alla finanza.
Ai tavoli, dove, per accompagnare il
filet mignon con costolettine brasate e verdure grigliate, è
stato scelto un Montrachet d'annata, si approfondiscono
strategie finanziarie come l'«Hong Kong double play». Sempre
alla ricerca di riferimenti alle proprie imprese passate, i
manager degli hedge fund si riferiscono alla doppia scommessa
che tentarono durante la crisi delle economie asiatiche a
cavallo tra il 1997 e il 1998.
Quella volta i raider fecero due
scommesse contemporanee: una contro la borsa e l'altra contro
il dollaro di Hong Kong, che sembrava resistere meglio alla
crisi mentre, con effetto domino, si svalutavano tutte le
monete della regione. Molti però ricordano bene che solo un
intervento particolarmente tempestivo delle autorità di Hong
Kong aveva sventato il loro tentativo di fare soldi abbattendo
anche quella moneta.
Per portare l'euro alla parità col
dollaro dalla soglia massima di dicembre di 1,51 euro contro 1
dollaro, in una discesa vertiginosa che potrebbe rappresentare
il colpaccio di una vita, ristabilendo il primato finanziario
degli Stati Uniti, dovrà essere usata una versione riveduta e
aggiornata di quella stretta mortale. I lavori, per la verità,
sono già in corso da tempo: a novembre i mercati davano la
possibilità di una tale discesa del dollaro a 33 a 1.
Oggi le puntate vengono accettate a 14
a 1. Quello che agli occhi dei comuni mortali potrebbe
sembrare un complotto, nel linguaggio dei manager degli hedge
fund ha un nome molto più rispettabile: «Idea dinner», una
sorta di brain storming della speculazione. Abbattere la
moneta unica europea è infatti solo uno di 23 possibili
spunti d'investimento messi nel menù della serata: si parla
anche di scommettere sul rialzo del dollaro canadese e della
Philip Morris, e di trafiggere con «put» al ribasso la Bank
of America e la Wells Fargo.
Ma che la distruzione dell'euro non
rappresenti un'idea qualunque lo dimostra il fatto che, una
settimana dopo la cena, raccontata per la prima volta dal Wall
Street Journal, il dipartimento della Giustizia americano ha
chiesto ad alcuni dei fondi presenti di non distruggere alcuna
transazione delle loro scommesse contro l'euro. Non si tratta
ancora dell'apertura di un'indagine formale, ma quasi. A
differenza di quel che si pensa, infatti, i raider degli hedge
fund adorano scambiarsi informazioni, perlomeno quelle che non
violano i segreti più inconfessati li, come gli algoritmi che
governano i loro computer.
Il consenso, quasi sempre
transatlantico fra Wall Street e la City londinese, può
essere persino utile perché porta a un effetto cartello che
aumenta in modo esponenziale le possibilità di guadagno.
Tutti sanno che la vera bravura non sta nell'identificare il
bersaglio, ma nel colpirlo e affondarlo.
Si fa presto a determinare che
scommettendo sul ribasso dell'euro si può fare l'affare della
propria vita, ma l'importante è come costruire la propria
puntata e quando metterla sul tavolo. Che la finanza ad alto
rischio sia un grande casinò nessuno lo sa meglio dei
presenti, a partire da Andy Monness, fondatore della boutique
della finanza Monness, Crespi, Hardt and Co., che ha
organizzato la cena.
Lui che negli anni Settanta è stato
addirittura costretto a dichiarare bancarotta dopo un azzardo
clamorosamente sbagliato sulla Levitz, un gruppo produttore di
mobili, ora è resuscitato tanto da chiamare a raccolta i
titani delle borse. Ci sono gli emergenti come Donald Morgan
di Brigade capital e David Einhorn, il quarantenne presidente
di Greenlight capital: fu lui che, a fine 2008, intuì che la
Lehman Brothers aveva scarse possibilità di sopravvivere e
quindi scommise sulla discesa del titolo, accelerandone il
fallimento.
A un tavolo, dove la scelta è caduta
soprattutto sul pollo arrosto al profumo di limone,
troneggiano gli uomini della Sac capital di Steven Cohen, 52
anni, l'eccentrico finanziere che tiene il suo trading floor
alla temperatura costante di 21 gradi per impedire che
qualcuno dei suoi 180 broker possa appisolarsi. Tra i maggiori
collezionisti d'arte moderna, Cohen è famoso per avere
comprato lo squalo in formaldeide di Damien Hirst, che ora ha
prestato al Metropolitan Museum di New York. Tutt'altro stile
è quello di John Paulson, il minuto ed enigmatico fondatore
del Paulson and Co.
Dopo avere creato il suo fondo con 2
milioni di dollari nel 1994, Paulson lo ha portato a 12,5
miliardi all'inizio del 2007, che si sono trasformati in 32
miliardi ora: non c'è altro finanziere al mondo che abbia
saputo approfittare meglio della recente grande crisi, anche
grazie ai consigli del finanziere italiano Paolo Pellegrini,
che fu il primo a prevedere l'imminente crollo del mercato
immobiliare. Ora Paulson ha un patrimonio personale stimato
attorno a 7 miliardi di dollari.
Ma gli occhi degli invitati sono tutti
puntati sul manager che rappresenta George Soros, il quale ha
sicuramente più dimestichezza di tutti nelle scommesse sulle
valute: l'attacco del finanziere di origine ungherese alla
sterlina nel 1992 gli portò in tasca 1 miliardo di dollari e
costrinse la Gran Bretagna a ritirarsi temporaneamente dallo
Sme, il sistema monetario europeo. Nessuno crede
realisticamente che Soros possa ripetere l'impresa con l'euro,
la cui forza sul mercato è ben maggiore rispetto a quella
della sterlina: circa 1.200 miliardi vengono scambiati ogni
giorno nella moneta comune europea.
Ma nella Banca centrale europea di
Francoforte preoccupa, e non poco, la campagna di stampa che
il vecchio finanziere sta conducendo contro l'euro (nello
schema qui sopra i possibili effetti sui cittadini). In
mancanza di una riforma politica, ha scritto Soros di recente
sul Financial Times, ovvero se non si crea un Tesoro unico
capace di agire sul piano fiscale a fianco della Bce, il
dissolvimento della moneta unica europea è quasi certo.
Cosa che non significa necessariamente
che lui punti per forza sul dollaro. Mentre a Davos, al World
economic forum, parlava pubblicamente a fine gennaio
dell'imminente bolla speculativa dell'oro, si è scoperto che
nell'ultimo trimestre Soros ha raddoppiato le sue posizioni
sul metallo giallo. Andy Cowen, il manager della Sac, è il
primo a intervenire durante la cena dicendo che, secondo i
suoi analisti, in qualsiasi modo finisca la crisi greca,
l'euro è destinato comunque a uscirne indebolito.
Molti dei presenti hanno già fatto
centinaia di milioni di dollari di guadagno sulla crisi di
Atene comprando cds, i credit default swap (riquadro a pag.
27), che rappresentano un'assicurazione sulla possibilità di
bancarotta della Grecia. Ora quasi tutti hanno chiuso la loro
esposizione sotto il Partenone e sono passati alla fase
successiva della campagna di distruzione dell'economia
europea, concentrandosi sulle incursioni contro l'euro.
«Voglio capire... voglio sapere chi
ha fatto che cosa» ha detto al Financial Times il commissario
Ue Michel Barnier. Pochi giorni dopo la cena alla Townhouse i
future contro l'euro raggiungevano la cifra di 60 mila, la più
alta mai toccata dal 1999. Ma nell'ultima settimana di
febbraio anche quel record era già infranto. I future sono già
più di 70 mila.
È guerra aperta: i fondi speculativi
contro i governi dell'Eurozona. Più si fortificano le difese
dell'Ue, più sfrontata diventa la sfida degli squali di Wall
Street e della City londinese. Come nei conflitti armati
vengono messi in azione per la prima vol- ta anche i servizi
segreti.
Prima, l'Eyp greco, che svela la
manovra congiunta degli hedge fund Brevan Howard, con sede a
Londra, e di quelli americani Moore capital, Fidelity
international, Pimco e soprattutto Paulson & Co. Anche a
Madrid il governo socialista di José Luis Zapatero incarica
il Cni di scoprire e neutralizzare chi punta a destabilizzare
la Spagna. Suona l'allarme pure in largo Santa Susanna, a
Roma, negli uffici romani del Dis, il dipartimento delle
informazioni per la sicurezza.
Proprio nell'ultima relazione al
Parlamento sulle attività dell'intelligence italiana, resa
nota a fine febbraio, il prefetto Gianni De Gennaro, direttore
generale del Dis, ha messo nero su bianco a pagina 99: «Il
dispositivo di intelligence sul versante economico-finanziario
è stato significativamente potenziato, traducendosi in un
volume di produzione informativa e di analisi secondo solo a
quello sul terrorismo internazionale».
E mentre a Parigi il ministro del
Tesoro Christine Lagarde afferma che «i derivati dovrebbero
essere vigorosamente regolati o addirittura vietati», e in
Lussemburgo il primo ministro Jean-Claude Junker, responsabile
anche dell'Eurogruppo, minaccia di usare «strumenti di
tortura» contro gli speculatori, a Berlino Angela Merkel (
che ha promesso di non dare neppure un euro alla Grecia) è
fuori di sé dalla rabbia perché è convinta che anche le
fughe di notizie sui progetti franco-tedesco- olandesi per
salvare la Grecia (da 30 a 40 miliardi di euro) siano state
pilotate dalle centrali speculative per mettere sotto
pressione il governo tedesco portando nuovi soldi ai soliti
noti.
A Roma, nei maestosi corridoi del
ministero del Tesoro, nessuno sottovaluta le intenzioni degli
speculatori tanto più che proprio Giulio Tremonti è stato il
primo a sollevare già nel G8 di Osaka del 2008 la questione
dei contratti speculativi richiedendo meccanismi obbligatori
di controllo e di riequilibrio temporale delle posizioni di
perdite e di guadagno così da limitare la formazione di
bolle.
Ma a confortare il governo sono i più
recenti rapporti delle grandi banche di affari e delle agenzie
di rating che esprimono giudizi positivi sulla tenuta dei
conti italiani. Non solo: contro coloro che agiscono per
affossare l'euro Tremonti fa valere quello che ripete spesso
in questi giorni: «Sulla base delle mie informazioni non
esiste affatto una strategia imperiale del dollaro contro
l'euro. Semmai una precisa strategia di Barack Obama contro le
banche». Come dire che quella cena prima o poi potrebbe
risultare più che indigesta.
[08-03-2010]
MENTRE
GALOPPA DISOCCUPPAZIONE E CASSA INTEGRAZIONE, I PAPERONI
D'ITALIA SONO SEMPRE PIÙ RICCHI – GRAZIE ALLA BORSA, ALLO
SCUDO TREMONTIANO E SOPRATTUTTO AL PATRIMONIO IMMOBILIARE, LA
RICCHEZZA È SALITA COMPLESSIVAMENTE DEL 19% ...
Mara Monti per "Il
Sole 24 Ore"
La crisi sembra ormai alle spalle.
Almeno per i più ricchi, quelli appartenenti alla categoria
degli High net worth individual, coloro che possono contare su
patrimoni superiori ai 500 mila euro investiti in attività
finanziarie (depositi e liquidità, titoli obbligazionari,
azioni quotate, fondi comuni, polizze vita e fondi pensioni)
ad esclusione degli immobili: in un anno, la ricchezza delle
640mila famiglie appartenenti al campione è salita del 19%,
raggiungendo circa 882 miliardi di euro potendo contare su un
portafoglio medio di 1,38 milioni di euro. Il livello è
superiore a quello raggiunto prima della crisi finanziaria del
2007 quando erano stati toccati 829 miliardi di euro.
Dai risultati dell'Osservatorio
permanente sulla gestione del risparmio delle famiglie
europee, curato da Pricewaterhouse-Coopers (PwC) e
dall'università di Parma emerge come i "Paperoni"
italiani, per rimanere tali, hanno potuto contare sul buon
andamento delle Borse, con un effetto performance del 7,3% e
sullo scudo fiscale con 85 miliardi di euro rimpatriati (il
60% circa provenienti dalla Svizzera), la metà al momento
parcheggiati in liquidità. Un trend destinato a confermarsi
anche quest'anno, con la ricchezza dei "Paperoni"
stimata in crescita del 5,3% (circa 48 miliardi), solo in
parte riconducibile allo scudo fiscale ( 10 miliardi).
Più in generale, la ricchezza delle
famiglie italiane è fortemente legata al patrimonio
immobiliare, salito in un anno del 4,5% raggiungendo così il
massimo storico di 9.480 miliardi di euro, in recupero dal
declino registrato nel 2008. La crescita va di pari passo con
l'aumento del debito delle famiglie che secondo gli ultimi
dati della Banca d'Italia sfiorano 500 miliardi di euro,
saliti in un anno del 5,4 per cento.
Pesano i prestiti per l'acquisto
dell'abitazione, arrivati a superare 282 miliardi (erano 264
miliardi nel 2009), mentre per il credito al consumo i debiti
delle famiglie toccano 57 miliardi dai 54 miliardi del gennaio
2009.
Se crescono gli acquisti di immobili,
cala del 5 per cento il peso delle attività finanziarie nel
portafoglio delle famiglie italiane, passate dal 42% del 2003
al 37% del 2009, attestandosi a 3.480 miliardi di euro
tornando ai livelli del 2005- suddivisa nel 27% in prodotti di
risparmio gestito e nel 73% in risparmio amministrato e
circolante.
La ricerca della PwC e dell'università
di Parma ha messo in evidenza come in Italia gli investimenti
diversi dalle azioni rappresentino circa il 20% del totale
delle attività finanziare, un peso superiore rispetto a
quello di altri paesi (negli Usa è l'8 per cento, in Gran
Bretagna l'1 per cento, in Germania il 7 per cento),
confermando la bassa propensione al rischio delle famiglie
italiane, ancora inclini ad investire in titoli di Stato
nonostante gli scarsi rendimenti. L'Italia batte gli altri
paesi anche quando confronta la ricchezza finanziaria al Pil
che si attesta al 294%, contro il 252% della Francia, il 235%
della Germania e il 197% della Spagna.
Il trend negativo dei fondi comuni non
ha aiutato a sostenere la ricchezza delle famiglie che tra
fondi, gestioni e assicurazioni valgono 1.466 miliardi di
euro, con prodotti sottoscritti per circa il 35% alla
clientela istituzionale e per il 65% alle famiglie. Ad aiutare
il settore saranno gli impieghi attesi dal rientro delle
attività finanziarie con lo scudo fiscale che si prevede
verranno veicolati verso prodotti di risparmio gestito.
«La crisi finanziaria senza
precedenti ha evidenziato alcune aree di miglioramento nel
sistema bancario - ha commentato Giacomo Neri, Partner PwC -
tuttavia il settore della gestione del risparmio ha dimostrato
di essere considerevolmente più robusto. I cambiamenti nella
normativa e i mutamenti delle preferenze degli investitori
apriranno una gamma di opportunità e di minacce che nessun
operatore di asset management potrà permettersi di ignorare
».
[10-03-2010] |
IL MAGO
DALEMIX LESSA L'EMINENZA AZZURRINA RIFIUTANDO DI BLINDARE I
SERVIZIETTI DEL SISMI, DAL SEQUESTRO DI ABU OMAR AI PAGAMENTI
STRATOSFERICI A CONSULENTI COME EDWARD LUTTWAK, TRAPASSANDO
GLI AFFARI IMMOBILIARI TRA IL SISMI DI POLLARI E IL SAN
RAFFAELE DEI DON VERZÉ E TRA QUEST’ULTIMO E POLLARI STESSO
- E BERLUSCONI SI INCAZZA: FU PROPRIO LETTA A SPONSORIZZARE
BAFFINO PER IL DOPO-RUTELLI AL COPASIR. IL BANANA DI ARCORE
NON LO VOLEVA VEDERE NEMMENO IN FOTOGRAFIA
Marco Lillo per
Il Fatto
Alla fine il metodo
"bicamerale" che piaceva tanto a Gianni Letta e
Massimo D'Alema si è rivelato una pia illusione. Ieri il
Copasir, il Comitato di controllo per i Servizi segreti, dopo
un anno e mezzo di idillio si è arenato su una classica
divisione tra maggioranza e opposizione, anomala nella terra
degli inciuci, ma normale in qualsiasi democrazia.
La ragione del contendere è
ovviamente il segreto di Stato opposto dal premier Silvio
Berlusconi per tutelare i funzionari coinvolti nei due
processi contro il Sismi (il servizio segreto militare)
dell'epoca in cui era guidato da Nicolò Pollari.
La Procura di Perugia che indaga sui
dossier raccolti dal braccio destro di Pollari, Pio Pompa,
nell'archivio illegale di via Nazionale e la Procura di Milano
che ha indagato Marco Mancini per il sequestro dell'imam
egiziano Abu Omar da parte della Cia, avevano chiesto alla
Presidenza del consiglio di negare ai funzionari coinvolti
nelle due vicende il privilegio del segreto.
Il Copasir di fronte alle lettere
inviate al comitato da Silvio Berlusconi prima di Natale,
aveva discusso a lungo sul da farsi. La nuova legge sui
servizi segreti offriva all'organismo tre strade: opporsi
all'unanimità alla scelta del Governo sollecitando così una
discussione in Parlamento; oppure votare (a maggioranza) un
documento che criticava il Governo senza investire il
Parlamento; oppure ancora non fare nulla.
Ieri, per chiarire la posizione del
Governo, è stato sentito il sottosegretario Letta, che ha la
delega ai servizi. E il presidente Massimo D'Alema, alla sua
prima prova del fuoco dopo il subentro in corsa al
predecessore Rutelli, si è subito trovato di fronte alla
negazione del "metodo bicamerale " che Letta stesso
(propugnatore insieme a D'Alema delle riforme condivise sin
dal 1996) aveva sostenuto pubblicamente.
marco mancini
Non più tardi di due mesi fa proprio
Letta aveva pubblicato un articolo che eleggeva il Copasir a
modello dei rapporti tra i due schieramenti. Per il
sottosegretario, l'armonia tra Pd e Pdl che aveva permesso la
riforma dell'organismo e che vi regnava nell'era Rutelli era
"un esempio da imitare sotto molti profili", visto
che "l'ampio consenso politico ha saputo infatti tradursi
in un intervento riformatore di grande portata".
Peccato che, come sempre accade
nell'Italia berlusconiana, l'armonia tra i poli funziona solo
quando si fanno le cose gradite a chi comanda davvero. Appena
è stato chiesto di opporsi alla scelta del Governo Berlusconi
di salvare Pollari e compagni con il segreto, la maggioranza
si è schierata come un sol uomo a difesa dei suoi interessi.
Il vicepresidente Esposito, del Pdl,
ha sostenuto che l'ultima parola spetta al premier e a nulla
è valsa la relazione di minoranza del senatore Achille
Passoni: il segreto resta. La battaglia però non è finita.
Sempre che il Pd e l'Idv intendano combatterla davvero.
Nonostante il segreto, il Copasir potrebbe acquisire le carte
del procedimento di Perugia che sono pubbliche.
Lì si trovano i documenti pubblicati
da 'Il fatto' sulla gestione scandalosa dei fondi del Sismi,
sui pagamenti stratosferici a consulenti come Edward Luttwak e
sugli affari immobiliari tra il Sismi di Pollari e il San
Raffaele dei Don Verzé e tra quest'ultimo e Pollari stesso.
Quelle carte potrebbero essere oggetto
di una bella inchiesta del Comitato. In fondo il controllo
delle deviazioni dei servizi è compito del Copasir e, solo in
seconda battuta, dei magistrati.
[10-03-2010] |
1 - IL
VINCITORE DELLA VECCHIA COME DELLA NUOVA TANGENTOPOLI PUÒ
FINALMENTE USCIRE DALL’ANGOLO IN CUI LO AVEVANO CACCIATO
BERLUSCONI E LETTA E LANCIARE PROPOSTE GENEROSE: “LA BANDA
ULTRALARGA CON TELECOM, RAI E MEDIASET. BERNABÈ PROPONE
UN’ALLEANZA, MA GARIMBERTI E CONFALONIERI FRENANO” (I
PADRONI BANCARI DELLA TELECOM, CHE SOGNAVANO PARISI AL POSTO
DI BERNABÉ, NON HANNO GRADITO LA BANDA BEBÉ E “IL
CORRIERE” PUBBLICA 20 RIGHE INVISIBILI) - #2 - MANI
IMPUNITE. SUI GIORNALI MODERATI DEL PMU (POTERE MARCIO
UNIFICATO) FINISCONO NEI TITOLI PARTICOLARI QUASI ININFLUENTI
MA MOLTO DEMAGOGICI (“CON I SOLDI DEL G8 BALDUCCI PAGÒ LE
STOFFE DELLA CASA DEL FIGLIO”), CHE HANNO IL MERITO DI
TRADIRE CIÒ CHE SI PREPARA: LA NUOVA SPALLATA DI TANGENTOPOLI
DUE - (ALLA FINE, SE LETTA E FINI VANNO NEI CASINI, A PALAZZO
GRAZIOLI GODONO E BASTA) -
A cura di Minimo Riserbo e Falbalà
1- LA BANDA LARGA DEL PMU (Potere
Marcio Unificato) ...
Il vincitore della vecchia come della nuova Tangentopoli può
finalmente uscire dall'angolo in cui lo avevano cacciato
Berlusconi e Letta e lanciare proposte generose: "La
banda ultralarga con Telecom, Rai e Mediaset. Bernabè propone
un'alleanza, ma Garimberti e Confalonieri frenano"
(Repubblica, p.29). Non hanno ancora avuto istruzioni dal
Padrone Unico.
I padroni bancari della Telecom (che
sognavano Stefano Parisi al posto di Bernabé) non hanno
gradito e "il Corriere" di Don Flebuccio, quello che
tornò sul luogo del relitto al grido di "Notizie,
notizie, notizie!", pubblica 20 righe invisibili a pagina
28, sotto un servizio così titolato: "Vestiti adatti e
vita attiva. L'autostima dopo i 70 anni". Satira sui
padroni Bazoli, Geronzi, Bernheim?
2- MANI IMPUNITE ...
Sui giornali moderati finiscono nei titoli particolari quasi
ininfluenti, ma molto demagogici e che hanno il merito di
tradire ciò che si prepara: la nuova spallata di Tangentopoli
Due. "Con i soldi del G8 Balducci pagò le stoffe della
casa del figlio". "Fusi e il favore al "pezzo
grosso della polizia stradale" (Corriere, p.11).
La notizia del giorno la capisce bene
"la Stampa" di Marione Calabresi: "Balducci:
trasferite l'inchiesta. Gli avvocati chiedono lo spostamento a
Roma" (p.15). A Roma è tutto più confortevole anche se,
certo, il fondo spese dell'avvocato professor Franco Coppi ne
risentirà un po'. La ignora e butta la palla nel campo
avverso "il Giornale": "Quel pressing per Di
Girolamo che imbarazza An" (p.11). Alla fine, se Letta e
Fini vanno nei casini, a Palazzo Grazioli godono e basta.
Si complica anche la posizione del
mitico Pennisi, il presidente della Commissione urbanistica
del comune di Milano videoripreso mentre intascava una stecca:
"Milano, nove pratiche sospette e nuove indagini sul caso
Pennisi" (Repubblica, p.15). Scaricato troppo in fretta
dal Pdl, può travolgere tutti?
[09-03-2010]
- ESPRESSO: CEDE PER 15 MLN ROTOSUD AL
GRUPPO FARINA...
(Adnkronos) - Gruppo Espresso
ha ceduto a Ilte spa del gruppo Farina, la controllata Rotosud,
societa' che provvede alla stampa in rotocalco dei suoi
periodici. La vendita, si legge in una nota, riguarda l'intero
capitale sociale di Rotosud e il corrispettivo e' stato
fissato in 15 milioni di euro. L'accordo prevede che il gruppo
Espresso continui ad avvalersi dei servizi di Rotosud.
Per il gruppo Espresso la cessione
alla Ilte spa, fornitore da sempre di servizi di stampa al
gruppo, si inquadra nel piano di riorganizzazione in corso che
prevede, tra gli altri interventi, un profondo riassetto della
struttura industriale. La cessione dello stabilimento
rotocalco, conclude la nota, 'permettera' di aumentarne i
carichi di lavoro e garantire pertanto la riduzione del costo
delle pubblicazioni'.
- EDISON, INTESA SU GASDOTTO GRECIA...
Da "La Stampa" - La
società energetica bulgara Beh e Igi Poseidon, controllata di
Edison e della società greca del gas Depa, hanno finalizzato
l'intesa per costituire la società che realizzerà il nuovo
gasdotto Igb fra Grecia e Bulgaria. Gli investimenti
complessivi previsti sono 140 milioni. Intanto secondo la
classifica di Fortune, per l'Italia Edison, per il secondo
anno consecutivo, si afferma come l'azienda con la migliore
reputazione a livello internazionale.
- BERNHEIM, NON HO RICEVUTO ALCUNA
PROPOSTA SU PRESIDENZA GENERALI...
Radiocor - 'Non ho ricevuto
alcuna proposta'. Cosi' Antoine Bernheim sul suo futuro alla
presidenza delle Generali a margine dei lavori della confer
enza dell'Aspen Institute Italia a Venezia. Nei giorni scorsi
il finanziere francese Vincent Bollore' non aveva escluso
l'ipotesi di estendere di un anno la permanenza di Bernheim
alla presidenza della compagnia
TELECOM: PASSERA, GUARDIAMO A
INIZIATIVE MANAGEMENT CON GRANDE INTERESSE...
(Adnkronos) - 'Quello che fara' Telecom Italia dipendera' dal suo management e
noi guarderemo queste iniziative con grande interesse'. Lo ha
affermato Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa
Sanpaolo, a margine di un convegno sulle Pmi in corso a
Milano, rispondendo a chi gli chiedeva se le ultime vicende di
Telecon Italia potrebbero indurre l'istituto a modificare la
propria posizione in Telco. A chi gli chiedeva se la scorsa
settimana avesse incontrato il presidente del Consiglio,
Silvio Berlusconi sullo scorporo della rete di Telecom,
Passera ha risposto che 'i piani li fanno le aziende, non gli
azionisti'.
- BANKITALIA: IL TAEG SUI MUTUI SOTTO
IL 3% A GENNAIO...
(AGI) - I tassi sui
mutui in gennaio risultano ancora in discesa, con il Taeg
sotto la soglia del 3%. Secondo quanto rileva il supplemento
al Bollettino statistico della Banca d'Italia, il Taeg (il
tasso annuo effettivo globale che dovrebbe rappresentare nel
modo piu' completo ed esatto il costo del finanziamento) e'
sceso al 2,89% dal 3,01% di dicembre. Scende anche il tasso
nominale: dal 2,88% di dicembre al 2,75% di gennaio 2010.
- ITALCEMENTI: NEL 2010 RISPARMI PER
100 MLN, VENDITE STABILI O IN LIEVE AUMENTO ...
(Adnkronos) - Italcementi prevede di raggiungere risparmi per 100 milioni di
euro nel corso dell'anno. Inoltre, nonostante la scarsa
visibilita' e lo scenario difficile, Italcementi prevede per
il 2010 volumi di vendita stabili o leggermente in aumento. E'
quanto emerge dalle slide di presentazione del bilancio 2009
del gruppo.
EDISON: LISTA NOMINE TDE PER CDA,
PROGLIO E CALVEZ CANDIDATI...
Radiocor - Transalpina di Energia, holding che controlla il 61,2% di Edison
e che fa capo pariteticamente alla francese Edf e all'italiana
Delmi (51% A2a ), ha depositato, secondo quanto risulta a
Radiocor, la lista per le nomine al Cda in vista
dell'assemblea dei soci del 23 marzo. Tde propone Henri
Proglio, numero uno di Edf, e Didier Calvez, membro del cda di
Edf Energy, gia' cooptati in febbraio al posto di Daniel Camus
e Pierre Gadonneix.
- INTESA SANPAOLO: PASSERA, SU
SPORTELLI A CREDIT AGRICOLE TUTTO E' APERTO...
(Adnkronos) - Su una eventuale cessione di sportelli del gruppo Intesa
Sanpaolo al Credit Agricole, 'tutto e' aperto'. Lo ha
affermato Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa
Sanpaolo, a margine di un convegno sulle Pmi in corso a
Milano, sulla cessione di sportelli del Gruppo agli azionisti
del Credit Agricole per la discesa nel capitale della banca da
parte del gruppo francese. A chi gli chiedeva se nelle
cessioni fosse compresa anche Cassa della Spezia, Passera ha
risposto 'queste cose prima si fanno e poi si annunciano'.
15- AZIENDE CHI È VACCINATO CONTRO LA
CORRUZIONE...
Da "Corriere Economia" - Le più diligenti hanno addirittura
messo in piedi una direzione anti-mazzette. Ma in generale i
consigli di amministrazione delle aziende quotate europee e
americane non fanno ancora abbastanza per sgretolare il
potenziale e pericoloso convitato di pietra di tutti gli
affari: la corruzione. Negli ultimi due anni, infatti, il 15%
dei big industriali e finanziari d'Occidente è stato oggetto
di almeno un'accusa di comportamento scorretto.
PARADOSSI
Mentre il Parlamento italiano si appresta ad esaminare un
nuovo disegno di legge e il nostro Paese risulta al 63˚ posto (dopo Macao, Cuba e la Turchia)
nella percezione della corruzione pubblica calcolata da
Transparency international, una ricerca di Vigeo - la prima
società europea che assegna alle aziende un rating di
responsabilità sociale - fotografa il panorama italiano ed
internazionale dal punto di vista della corporate
Quanti anticorpi hanno fabbricato le
aziende del mondo Occidentale per contrastare il gioco sporco?
Solo un terzo delle società europee si distingue per un
concreto impegno di formazione interna nella prevenzione della
corruzione, mentre negli Stati Uniti si sale a due terzi. Il
campione è di 772 aziende, il 4% delle quali sono italiane.
Nella classifica finale della virtù,
quella dove si quantificano gli impegni e il lavoro per
raggiungerli, il primo posto è del gruppo minerario
britannico BHP Billiton (86 punti su 100) seguito da Allianz,
Axa, Ericsson, Sap, Abb, Banco Santander. Due i nomi italiani
nelle prime trenta posizioni: Terna (20ª) e Atlantia (24ª).
Spiega Cristina Daverio, analista italiana di Vigeo: «Oltre
ai sistemi di controllo interni, presenti in entrambi i casi,
Terna organizza corsi di formazione per la maggior parte del
personale. Le due società non risultano coinvolte in
controversie».
Nell'elenco delle migliori iniziative
internazionali, invece, c'è una nota di merito per Enel, che
- pur non figurando nella magnifica trentina - nel 2006 ha
formalizzato un «Piano di tolleranza zero contro la
corruzione».
CONFRONTO
«Osservando le 212 aziende europee che avevano già
partecipato alle due precedenti edizioni della ricerca - dice
Daverio - si osserva un piccolo miglioramento. L'impegno
cresce e ci sono alcuni settori, le assicurazione e l'editoria
per esempio, che in Europa si confermano tra i più diligenti
nella prevenzione» .
Accorpando i punteggi ottenuti dalle
singole società, il report ha stilato poi una classifica per
Paese dove, forse un po' a sorpresa, l'Italia si piazza sopra
la media, subito dopo gli Stati Uniti e addirittura meglio di
Germania e Francia. Le più vaccinate contro le mazzette e i
giri loschi, invece, risultano le aziende dei Paesi Bassi e
del Canada.
Fin qui le notazioni positive. Quelle
critiche cominciano là dove la ricerca sottolinea che la
lotta alla corruzione - definita da Vigeo come un costo
sociale che riduce l'efficienza del mercato e aggrava le
diseguaglianze sociali - non è ancora una priorità «spontanea»
per i vertici delle aziende. Molto dipende dal settore di
appartenenza: non a caso tra le più attive spiccano le
aziende petrolifere e dell'energia, che svolgono un'attività
a forte rischio di trattative illegali.
E molto dipende, ovviamente, dalla
pressione legislativa. Che è più organizzata e meno
frammentata negli Stati Uniti. Il 32% delle aziende europee ha
dichiarato di non avere dispositivi per il controllo del
rischio di corruzione, mentre negli Stati Uniti solo il 9% si
è mostrato impreparato. E ancora: negli Stati Uniti ben il
64% degli interpellati ha istituito una gestione centralizzata
dei piani di battaglia, in Europa ci è arrivato solo il 41%.
[08-03-2010] |
ROCK
TA-ROCK-ATO - SECONDO LA BBC, L’ETIOPIA AVREBBE RICEVUTO
SOLO IL 5% DEI MILIONI RACCOLTI PER IL CONCERTO “LIVE AID”
DEL 1985 – TUTTO IL RESTO SAREBBE FINITO IN ARMI PER LA
GUERRIGLIA – E BOB GELDOF, IL ROCKER DI SERIE B CHE HA
INVENTATO L’INIZIATIVA BENEFICA, MINACCIA: “FUORI LE PROVE
O QUERELO” (QUERELA CHE è MEGLIO)…
Fausto Biloslavo per "il
Giornale"
Una montagna di soldi in beneficenza
per salvare l'Etiopia dalla fame, a metà anni Ottanta, è
finita nelle mani dei guerriglieri di allora, oggi al potere,
per comprarsi le armi. Lo denuncia la radio della Bbc grazie
alle testimonianze di due ex capi ribelli. Dall'inchiesta
della storica testata inglese saltano fuori i sotterfugi per
accaparrarsi i contanti dalle organizzazioni umanitarie
occidentali facendo finta che servissero ad aiutare gli
affamati.
Tutto ha inizio nel 1984 con le
drammatiche immagini che giungono dall'Etiopia piagata dalla
fame. I guerriglieri eritrei e del Tigrai combattono una
guerra spietata contro Menghistu Hailè Mariam, il dittatore
sostenuto dall'Unione Sovietica. Lo stesso Menghistu si
fregava gli aiuti e li dirottava dalle aree controllate dai
ribelli affamando parte del suo popolo. La rock star Bob
Geldof rimase talmente impressionato che organizzò prima un
disco per Natale con Band Aid e poi Live Aid, un mega concerto
nell'estate del 1985. L'obiettivo è raccogliere fondi contro
la fame in cinque Paesi africani, a cominciare dall'Etiopia.
Grazie al rock arrivarono in
beneficenza 250 milioni di dollari. Un successo enorme, che le
grandi organizzazioni umanitarie non governative, a cominciare
da Christian Aid, utilizzarono nel Corno d'Africa. A causa del
conflitto in Etiopia le Ong distribuirono cibo attraverso il
Sudan, ma portarono anche grandi somme in contanti nella zona
del Tigrai, roccaforte della ribellione piagata dalla fame.
I soldi servivano a comprare grano o
beni di prima necessità per le popolazioni affamate. Peccato
che all'insaputa dei volontari i mercanti che
"trattavano" erano spesso dei guerriglieri del
Fronte di liberazione popolare del Tigrai. «Mi avevano dato
dei vestiti per apparire come un commerciante musulmano, ma
era solo un tranello per le Ong», ha raccontato alla Bbc
Gebremedhin Araya, a quel tempo comandante dei ribelli.
Una fotografia in bianco e nero
dell'epoca lo ritrae, sotto mentite spoglie, mentre conta
mazzette di banconote portate da un emissario delle Ong. Non
solo: in alcuni casi il comandante guerrigliero avrebbe
"venduto" sacchi di grano in realtà pieni di
sabbia. Il gruzzolo incassato grazie alla fame serviva a
comprare armi.
Aregawi Berhe, un altro ex comandante
guerrigliero che oggi vive in esilio in Olanda, conferma la
storia e si spinge più in là. Alla Bbc spiega che «i
volontari occidentali erano imprudenti» e non si rendevano
conto che i ribelli avevano messo in piedi «una commedia»
per fregarli. «Con i soldi degli aiuti abbiamo comprato le
armi - sostiene Berhe -. Il 95% dei 100 milioni di dollari per
gli aiuti, passati per il territorio ribelle, sono stati
utilizzati diversamente».
Gran parte del denaro, che finiva nelle casse dei
guerriglieri, veniva versato da gruppi "umanitari"
affiliati come la Relief society del Tigrai. Secondo i
rendiconti del grande show rockettaro del 1984-85, 11 milioni
di dollari sono stati ufficialmente versati a organizzazioni
vicine ai ribelli.
Talvolta i soldi in contanti della
beneficenza occidentale arrivavano, alla fine del percorso
truffaldino, nelle mani di Meles Zenawi, il capo dei
guerriglieri che diventerà primo ministro nel 1991, dopo aver
cacciato Menghistu. Oggi è ancora al potere e il suo Paese
continua a ricevere ingenti aiuti umanitari dall'Occidente.
Il governo etiope accusa la Bbc di dar
credito a storie assurde, mentre Bob Geldof si scatena: dalla
testata inglese vuole le prove, altrimenti è pronto a
querelare. L'emittente conferma tutto e nonostante le
indignate proteste anche dalle Ong coinvolte trapela qualche
spiraglio di verità. Nick Guttmann, direttore per le
operazioni di emergenza di Christian Aid, ha ammesso che
nell'Etiopia degli anni Ottanta «sia i ribelli che il governo
usavano i civili innocenti per raggiungere i loro obiettivi
politici».
Gli americani appoggiavano i
guerriglieri del Tigrai in funzione antisovietica. Un rapporto
della Cia dell'epoca denunciava che «una parte dei fondi che
le organizzazioni degli insorti raccolgono per l'assistenza
alla popolazione, grazie alla mobilitazione mondiale, sono
quasi certamente dirottati per scopi militari».
www.faustobiloslavo.eu
[10-03-2010]
|
PASOLINI
RACCONTA L’ENI – DOPO I DIARI “SÒLA” DI MUSSOLINI,
DELL’UTRI ANTICIPA UN INEDITO DI PASOLINI: “SARA' SVELATO
ALLA MOSTRA DEL LIBRO ANTICO” – “PARLA DEI MISTERI
DELL'ENI, DI CEFIS, DI MATTEI E SI LEGA ALLA STORIA DEL NOSTRO
PAESE. È INQUIETANTE” – PER IL SENATORE BIBLIOFILO “È
STATO RUBATO DAL SUO STUDIO”…
(Ansa) - Il senatore del Pdl e noto bibliofilo
Marcello Dell'Utri ha annunciato una scoperta che sarà
svelata all'apertura della XXI mostra del libro antico di
Milano: un dattiloscritto scomparso di Pierpaolo Pasolini («inquietante
per l'Eni» ha commentato il parlamentare) e che avrebbe
dovuto costituire un capitolo del romanzo incompiuto Petrolio.
«L'ho letto ma non posso ancora dire nulla - ha affermato
Dell'Utri - è uno scritto inquietante per l'Eni, parla di
temi e problemi dell'Eni, parla di Cefis, di Mattei e si lega
alla storia del nostro Paese e di Mattei».
Pur non volendo anticipare il
contenuto del capitolo, Dell'Utri non ha esitato a parlare di
«giallo» a proposito del destino del dattiloscritto. «Credo
- si è limitato a dire - che sia stato rubato dallo studio di
Pasolini». Allo scrittore e poeta, di cui quest'anno ricorre
il 35/o anniversario della morte, la mostra del libro antico
che si terrà al Palazzo della Permanente a Milano dal 12 al
14 marzo dedicherà una retrospettiva con fotografie inedite e
con tutte le prime edizioni delle sue opere.
E proprio all'interno di questa
sezione sarà esposto il misterioso dattiloscritto. Accanto a
questo giallo, solamente anticipato da Dell'Utri, la mostra
riserverà come da tradizione grandi sorprese per i bibliofili
italiani e stranieri: tra i gioielli in esposizione ci sono
alcune stampe rare, come la «ventisettana» del Decameron di
Boccaccio, la prima edizione italiana di Don Chisciotte
risalente al 1622, una Grammaire Turque del 1730 che
costituisce il primo esemplare di incunabolo in caratteri
latini stampato a Istanbul.
[02-03-2010] |
IL COMUNE
DI ROMA HA UN BUCO DI 12 MLD € MA STA PER ASSUMERE 2MILA
NUOVI DIPENDENTI A FINE MARZO ED ENTRO IL 2012 SARANNO OLTRE
3MILA” - PIZZINO TREMONTIANO: “STOP ALLE SPESE O NIENTE
AIUTI DAL TESORO”…
Andrea Cuomo per "Il
Giornale"
Architetti. Ingegneri. Dietisti.
Geologi. Statistici. Restauratori. Insegnanti. Vigili urbani.
E poi: storici dell'arte, bibliotecari, esperti in controllo
gestionale, funzionari dei processi comunicativi e
informativi, istruttori amministrativi. Il Campidoglio assume.
Un'imbarcata come da tempo non si vedeva. Al punto che negli
ultimi giorni del 2009, quando al termine di una trattativa
estenuante fu concluso l'accordo tra il Comune di Roma e i
sindacati, qualcuno parlò di «momento storico».
Di certo i numeri sono importanti:
1995, duemila posti meno cinque. Che saranno assegnati tramite
concorsi pubblici. C'è già la data di scadenza per la
presentazione delle domande ai 22 bandi: il prossimo 25 marzo.
Ed è solo il primo - anche se il più grande - passo: da qui
al 2012 infatti il Campidoglio darà posto a 3396 persone,
2070 assunte tramite concorso e 1326 tra liste di collocamento
e scorrimenti di graduatorie. Questa infornata di assunzioni,
secondo il sindaco Gianni Alemanno, non dovrebbe portare a un
aumento di dipendenti: tra pensionamenti e stabilizzazione di
precari la pianta organica del Campidoglio resterebbe a 24.500
unità.
Ma di certo la caccia allo stipendio
all'ombra del Marco Aurelio mal si concilia con il clima di
austerità che dovrebbe informare l'azione amministrativa
della giunta Alemanno. Il condizionale è d'obbligo.
Ma è d'obbligo anche ricordare che un
piano di rigore finanziario è la condizione che il ministro
per l'Economia, Giulio Tremonti avrebbe chiesto allo stesso
Alemanno perché il governo si accolli parte del maxidebito
che grava sul Campidoglio, maturato per buona parte durante le
amministrazioni di centrosinistra, e che veleggia verso i 12
miliardi di euro, secondo le stime elaborate dal Sole 24 Ore
sulla base di dati forniti dallo stesso Campidoglio e da
Standard&Poor's.
E che ha spinto il governo a infilare
nel maxiemendamento al decreto legge sugli enti locali sul
quale chiederà la fiducia alle Camere anche misure
straordinarie che riguardano la capitale: prima di tutto la
netta separazione tra la gestione ordinaria del Campidoglio e
quella straordinaria per il ripianamento del debito «ereditato»
da Alemanno, che comprenderebbe quindi tutti i «buchi» del
periodo antecedente al 28 aprile 2008, quando entrò in carica
lo stesso Alemanno.
E poi la nomina di un commissario
straordinario per la gestione straordinaria - attualmente
ricoperta dallo stesso Alemanno - che procederà a una
definitiva ricognizione della massa attiva e di quella
passiva, primo passo per il piano di rientro. Insomma, il
governo ci mette la buona volontà. Ma forse Alemanno potrebbe
fare altrettanto, evitando di innaffiare e concimare la sua «pianta
organica».
[04-03-2010] |
JARDIN DE
LETTÀ – VITA, APPALTI E MIRACOLI DELLA RELAIS DE JARDIN, LA
SOCIETÀ DEL GENERO DI GIANNI LETTA CHE IMMANCABILMENTE DA
ANNI VINCE LE GARE PER SUMMIT INTERNAZIONALI COME PER I
MONDIALI DI NUOTO - SPESSO IN SIMBIOSI CON LA TRIUMPH DI MARIA
CRISCUOLO, NON C'È EVENTO CHE LA FAMIGLIA LETTA-OTTAVIANI NON
FACCIA SUO. AGLI ALTRI CONCORRENTI NON RESTANO CHE LE
BRICIOLE…
Emiliano Fittipaldi per "L'espresso"
ì
Era il 23 settembre 2003, il vertice
Nato di Pratica di Mare s'era chiuso più di un anno prima. Le
vene dell'ex ministro della Giustizia Filippo Mancuso, da poco
uscito da Forza Italia, sono gonfie di rabbia. Ha appena
ascoltato la risposta alla sua interrogazione da parte del
governo. Una risposta che non gli piace.
I colleghi deputati lo guardano
attoniti, lui parte. "Si può mentire anche tacendo! Voi
non avete risposto al mio interrogativo: nei rapporti con la
società Relais le jardin, anzi con i soggetti interessati a
tale società, quali confidenze, quali attinenze ha il
sottosegretario Letta? La società Relais le jardin, glielo
rammento signor sottosegretario, è quella che ha vinto
l'appalto per le forniture del G8... Questo 'giardino' è una
putredine che nasconde un deserto di amoralità, finora
impunito. Ma solo finora".
Le domande di Mancuso, dopo sette anni
e zero risposte, tornano attualissime. Perchè la Relais de
jardin - seppure non appare nelle 20 mila pagine
dell'inchiesta della Procura di Firenze sul sistema Bertolaso
- sembra giocare un ruolo importante negli appalti assegnati
negli ultimi anni dalla Protezione civile.
La Relais è famosa per essere una big
del catering del Lazio, da sempre in mano alla famiglia
Ottaviani. Stefano Renato, uno dei figli del patriarca Amedeo,
ha sposato Marina Letta. La figlia di Gianni, potente
sottosegretario della presidenza del Consiglio e grande
sponsor di Guido Bertolaso, oggi lavora con il marito,
collabora alla direzione commerciale e ai rapporti
istituzionali, insieme al cognato Roberto.
Ecco: non c'è evento, non c'è
appalto, non c'è gara pubblica che la famiglia
Letta-Ottaviani non faccia suo. Agli altri concorrenti, nomi
illustri del settore come Chef Express, Nicolai, Autogrill, La
Fenice, Palombini, non restano che le briciole.
Il boom della Relais va di pari passo
con quella della Triumph, la società di Maria Criscuolo che
spesso opera come general contractor negli eventi organizzati
dalla Protezione civile. Quando l'appalto non viene vinto o
affidato direttamente alla Relais, è la Criscuolo (madrina di
uno dei figli di Roberto) a passare la commessa agli amici.
La Relais ha fatto mangiare gli ospiti
del G8 di Genova, quelli convenuti a Pratica di Mare, quelli
della Conferenza intergovernativa di Roma (2003), i leader
arrivati per la firma dei Trattati europei, tutti coloro che
hanno partecipato ai congressi del semestre di presidenza
italiana della Ue, Obama e i Grandi intervenuti al G8
dell'Aquila.
La Protezione civile ha sganciato alla
Relais un milione e 65 mila euro per far mangiare il
presidente americano e gli altri capi di Stato. Non si sa se
Obama abbia gradito: dopo aver assaggiato il menu tricolore
(pennette al pomodoro, ai quattro formaggi e al pesto) ha
chiesto un cheeseburger con maionese e senape.
"La Criscuolo è molto vicina a
Umberto Vattani, perciò vince tutto", protestano maligni
i nemici. Forse sono solo dicerie. Di sicuro Vattani, ex
segretario generale del ministero degli Esteri e oggi
presidente dell'Ice, alle Esposizioni universali di Aichi
(2005), di Saragozza (2008) e in quella che verrà di Shanghai
(2010) ha degustato e degusterà le prelibatezze servite dagli
Ottaviani: nel padiglione italiano, finanziato dal ministero e
dall'Ice, c'è sempre un ristorante della Relais.
Il nome è invitante: La Dolce Italia.
Dolce soprattutto per gli affari della Relais: i ricavi della
società gestita dal genero di Letta in pochi anni hanno
superato i 20 milioni di euro l'anno. Tutti sanno che i
proprietari sono gli Ottaviani, ma le quote societarie oggi
sono in mano alla Immobiliare Villa Miani 90, dal nome del
palazzo di via Trionfale che ospita congressi dei politici di
ogni schieramento. Impossibile sapere di chi è la società:
si finisce in un dedalo di sigle anonime del Lussemburgo e di
altri paradisi fiscali come Tortola e le Bahamas.
Sappiamo però che i Letta e gli
Ottaviani hanno allargato la loro influenza ovunque. Nel cda
della società partecipata dal comune di Roma, Alta Roma,
siede Marina Letta: spesso i servizi catering degli eventi
vengono affidati alla Relais. Gianni Letta siede nel cda
dell'Auditorium: i servizi dei sei bar sono stati affidati
alla Relais. Il primo ad dell'Auditorium, ricordiamolo, è
stato Maurizio Pucci, oggi direttore della Protezione Civile
del Lazio. La Relais fa mangiare anche il sindaco Alemanno
(rifornisce la bouvette) e organizza i servizi del cerimoniale
del Comune.
Visto che non gli basta, ha
partecipato alla gara d'appalto per il catering e la
caffetteria dei musei capitolini. Base d'asta per il canone
annuo 75 mila euro, rilancio 80 mila: Ottaviani e consorte
vincono ancora. Zetema - che gestisce le gallerie del
Campidoglio - è amministrata da Albino Ruberti, anche
segretario generale di Civita, società di cui Gianni Letta è
presidente onorario.
La lista delle commesse pubbliche
continua. "Sì, Relais è uno dei nostri fornitori",
fanno sapere dalla nuova Fiera di Roma, ma il gruppo Ottaviani
gestisce pure il Bar del Tennis del Foro Italico del Coni. Non
poteva mancare l'appalto per i Mondiali di nuoto del 2009, né
il servizio catering delle Scuderie del Quirinale del comune
romano. Anche per il Palaexpo c'è un via vai di dirigenti da
e verso la Protezione civile: Maurizio D'Amore, ex direttore
operativo delle Scuderie, è diventato il responsabile grandi
eventi di Bertolaso e compagni.
Per puro caso anche Beatrice Guerra,
grande amica della Criscuolo e sua vecchia collaboratrice, è
diventata una girl di ferro del gruppo Bertolaso: alla
Maddalena era la responsabile delle operazioni logistiche del
G8. Ma il suo estro va oltre: sembra sia stata lei a disegnare
il logo della Protezione civile, quello che ricorda la A di
Acrobat Reader.
Possibile mai che sia così difficile
trovare qualcun altro, oltre a Ottaviani e alla Criscuolo,
capace di organizzare un party a Roma e far mangiare gli
ospiti dei meeting? Pare proprio di sì. I famigli di Letta
sono i ras del settore, e gestiscono pure i servizi
dell'Ippodromo delle Capannelle, la ristorazione della tribuna
d'onore dello stadio Olimpico. Per il futuro, si parla di
altri appalti a cinque e sei zeri in arrivo: quello del
Villaggio Fifa che dovrebbe essere messo in piedi al Circo
Massimo durante i Mondiali di calcio in Sudafrica, e i servizi
per i Mondiali di pallavolo 2010, che si terranno ad ottobre
al Palalottomatica.
"C'è la possibilità che i
parenti di Letta facciano il pieno, e si aggiudichino anche
gli appalti del Gran Premio di Formula 1 all'Eur e quelli
delle Olimpiadi 2020", sussurra un concorrente forse
troppo pessimista, visto che i due eventi non sono nemmeno
organizzati sulla carta.
Poco male: "La dottoressa Maria
Criscuolo, presidente del Gruppo Triumph", è scritto sul
sito della signora degli eventi e dei salotti, "è stata
inserita da Eduardo Montefusco, vicepresidente dell'Unione
industriali di Roma, nel comitato tecnico di Expo 2015".
L'altro vicepresidente dell'Unione industriali capitolina si
chiama Giampaolo Letta, il figlio di Gianni. Non è
impossibile che a Milano ci scappi qualche commessa per la
Relais e la famiglia del sottosegretario.
[01-03-2010] |
| IL
MESSAGGERO - In apertura: "Roma e Milano,
ricorsi bocciati". Editoriale di Oscar Giannino "La
crisi e l'Europa. Perché ci conviene aiutare la Grecia".
Al centro: "Di Girolamo, dimissioni e poi subito in
carcere. Lite sugli applausi in Senato", "I Ros:
onorevoli pdl in società con gli indagati e Fusi pagava le
vacanze al figlio di Verdini", "Serriamo le file,
basta guerre fratricide", "Liti sul lavoro e
licenziamenti, ora si potrà scegliere l'arbitrato" e
"Allarme alcol, si beve già a 11 anni". In basso:
"Onda anomala contro la nave, muore un italiano in
crociera" e "Pari col Camerun, l'Italia
delude".
08.03.10 |
GERONTOCRAZIA
- che succede se al PROCESSO CirIo o a quello sulle acque
Ciappazzi (un nome, un programma) fallite e "spintaneamente"
vendute a Parmalat, contribuendone al dissesto, il Banchiere
di Marino fosse condannato per bancarotta? - - Tutta la
business community fra Milano e Roma sa che il tema è
rovente, ma la sordina giornalistica fa finta di ignorarlo,
salvo rare eccezioni. Non è mica un Berlusconi qualunque... -
Bankomat per Dagospia
Consiglio per far carriera. Fatevi
processare, possibilmente più volte, per reati societari.
Questo aiuterà la vostra candidatura alla presidenza di una
grande Assicurazione. Ma non dovete chiamarvi berlusconi,
perché altrimenti i giornali ne parleranno.
Se a Berlusconi Cav.Silvio venisse in mente di candidarsi alla
presidenza di una delle prime Società di Assicurazioni del
mondo qualcuno ricorderebbe che è protagonista di svariate
indagine e dibattimenti per reati molto attinenti al mondo
degli affari ?
Ovvio che sì, su Berlusconi si può e
si deve scrivere. Del resto solo lui pensa che le sue vicende
giudiziarie siano puro frutto di accanimento giudiziario, in
qualunque Paese normale lo avrebbero mgià messo ai margini
della comunità politica e finanziaria.
Ma Berlusconi ha un alibi: per altri
suoi colleghi finanzieri, industriali e VIP non sempre si usa
lo stesso metro. Prendete ad esempio Geronzi, un potente vero,
mica di quelli che periodicamente si fanno eleggere o mandare
a casa dal popolo.
Geronzi oggi sia sul "Sole",
sia su "La Stampa", sia su "Il Giornale"
è - tanto per cambiare - al centro di visotsi articoli
apparentemente informativi sulle manovre per i nuovi vertici
di Generali e quindi anche di Mediobanca. Dovrebbe andare alla
presidenza di Generali? Dimettersi da Mediobanca? Anche dalla
presidenza del Patto di azionisti Mediobanca? Ci sono altri
candidati?
Insomma, temi non propriamente di
bassa cucina, non stiamo parlando della bocciofila e o del
consiglio di istituto di un liceo di provincia, ma di alcune
delle venti poltrone che contano nella mappa del potere
italiano. Per le Generali, anche europeo.
Ebbene, crederete mica che qualche
impavido giornalista ricordi, anche solo per cronaca, le
disavventure giudiziarie pendenti di Geronzi? E il fatto che
tutti si chiedano nei salotti che contano se e quando sarà
condannato? Silenzio assordante. Uno dei fattori chiave delle
manovre in corso bellamente ignorato.
Eppure l'ottimo Luca Piana su
l'Espresso di questa settimama l'ha ricordato: che succede se
al dibattimento Cirio o a quello sulle acque Ciappazzi (un
nome, un programma) fallite e "spintaneamente"
vendute a Parmalat, contribuendone al dissesto, il Banchiere
di Marino fosse condannato per bancarotta?
State tranquilli. Niente.
Tutta la business community fra Milano
e Roma sa che il tema è rovente, ma la sordina giornalistica
fa finta di ignorarlo, salvo rare eccezioni. Non è mica un
Berlusconi qualunque.
[03-03-2010]
SOTTO IL
CUPOLONE SI È SCATENATA LA GUERRA TRA PROFUMO E IL MONTE DEI
PASCHI DI CALTA - FANNO GOLA I CREDITI ALLE IMPRESE E IL PIL
DEL LAZIO CHE RESISTE MEGLIO ALLA CRISI - MPS LANCIA
L’ASSALTO CON UNA STRUTTURA AD HOC PER SUPPORTARE LE AZIENDE
- UNICREDIT REPLICA PUNTANDO SUI VECCHI MARCHI (BANCA DI ROMA,
EX CAPITALIA) - E SANT’INTESA SI INVENTA GLI ACCORDI CON
L’UNIONE INDUSTRIALE DI AURELIO REGINA - LUIGINO ABETE NON
STA GUARDARE E BNL-PARIBAS SCONFESSA I FRANCESI LANCIANDO UNA
MASSICCIA APERTURA DI AGENZIE PER LE VIE DELLA CAPITALE…
Francesco De Dominicis per "Libero"
L'ultima è stata inaugurata ieri. In
via Nomentana è stata aperta una delle 27 nuove filiali con
cui la Bnl (Banca nazionale del lavoro) vuole rilanciare la
sua presenza a Roma. Il piano per il 2010 dell'istituto di
credito presieduto da Luigi Abete è ambizioso.
Del resto, sulla Capitale si è
improvvisamente scatenata una vera e propria guerra tra
banche. E la mossa della Bnl-Bnp Paribas è in qualche modo la
risposta all'assalto lanciato da altri gruppi creditizi, a
cominciare dal Monte dei paschi di Siena. Roma, insomma, è al
centro degli interessi del gotha della finanza. Ma non c'è da
sorprendersi più di tanto. Calcolatrice alla mano, si scopre
che il contributo di Roma al Pil nazionale è secondo solo a
Milano ed è superiore alla quota di Torino.
E l'intera regione Lazio (nonostante
il boom di fallimenti) ha retto all bufera finanziaria meglio
del resto del Paese: il Pil regionale 2009 ha registrato una
caduta del 4,2% più contenuta del 5% nazionale. Il che, tra
altro, spiega l'attenzione degli istituti per una realtà dove
vive un tessuto produttivo fatto di imprese, non solo piccole,
e di qualche polo industriale, come Pomezia, in parte
ridimensionato dalla crisi economica degli ultimi due anni.
Più che con i conti correnti delle
famiglie, insomma, gli appetiti dei colossi del credito sono
orientati al business dei finanziamenti alle imprese. Fari
puntati sui costruttori, che del denaro delle banche non
possono mai fare a meno. Così Mps ha impiantato nella
Capitale una struttura ad hoc per supportare le esigenze delle
aziende. Una scelta, quella della banca senese, che trova la
sua ragion d'essere in una strategia più complessa in cui
gioca un ruolo decisivo il suo vicepresidente e azionista di
peso, vale a dire l'imprenditore romano Francesco Gaetano
Caltagirone.
Quanto alla Bnl, nelle scorse
settimane il presidente Abete ha difeso proprio il ruolo
dell'istituto su Roma. Nonostante sia passata in mani
francesi, in effetti, la banca è, tra le grandi realtà,
l'unica ad avere il ponte di comando nella nostra città. Ma
gli altri big non mollano. Senza dimenticare gli istituti più
piccole, come la Banca di credito cooperativo di Roma. Sulla
Capitale vale la pena investire.
E in questi giorni, un altro colosso
del settore, Unicredit, ha rialzato la testa, promettendo che
lo storico marchio Banca di Roma (ex Capitalia) non scomparirà
dalle agenzie capitoline, anche se il quartier generale è
ormai a piazza Cordusio, a Milano.
Nella inedita "arena
bancaria" sono scesi in tanti. E pure IntesaSanpaolo non
sta a guardare. La prima banca italiana punta, in particolare,
sugli accordi con le associazioni di categoria. Come quello
siglato pochi giorni fa con l'Unione industriali di Roma e
volto a concedere finanziamenti "aggiuntivi" alle
imprese che non riescono a rimborsare altri prestiti.
E poi prestiti indirizzati al
rafforzamento patrimoniale. Una sorta di corsia preferenziale
quella costruita su misura per le imprese che aderiscono alla
Uir presieduta da Aurelio Regina: sul piatto 300 milioni di
euro. Che si aggiungono al denaro già messo a disposizione
degli associati Uir da Bnl e Unicredit. E a giorni, potrebbe
arrivare anche Mps.
La battaglia sui crediti alle imprese
è aperta. E lo spazio per conquistare quote di mercato non
manca. Nonostante l'economia regionale goda di discreta
salute, infatti, le imprese locali hanno dovuto fare i conti
con una robusta stretta ai finanziamenti bancari (-3,2%), più
alta delle media nazionale. Un'inversione di tendenza è a
portata di mano.
[04-03-2010] |
FIRENZE, VIOLA E VIOLATA - BLITZ DEi carabinieri del Ros
PER I LAVORI AI NUOVI UFFIZI, PERQUISITO L’UFFICIO DI DE
SANTIS - ISPEZIONE DELLA BANCA D’ITALIA ALL’ISTITUTO DI
CREDITO GUIDATO DA VERDINI - INCONTRO TRA I MAGISTRATI DI
FIRENZE E PERUGIA - ALFANO DÀ IL VIA LIBERA PENSIONE
ANTICIPATA PER TORO...
1-
ALFANO DÀ IL VIA LIBERA PENSIONE ANTICIPATA PER TORO...
Dal "Corriere Della Sera"
L'atto porta la firma del ministro della
Giustizia, Angelino Alfano: la delibera con cui si dà via
libera al «pensionamento» anticipato dell'ormai ex
procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro. Il giudice che
ha dato l'addio alla magistratura dopo il suo coinvolgimento
nell'inchiesta sui grandi appalti. Lo si apprende da fonti
del ministero di via Arenula.
L'ultima parola spetta ora al Csm, che
si pronuncerà sul caso la prossima settimana. Un via libera
scontato: le dimissioni di un magistrato possono essere
respinte solo nel caso in cui sia sottoposto a procedimento
disciplinare, segnalato dal Guardasigilli. E non è il caso
di Achille Toro.
2-
BLITZ PER I LAVORI AI NUOVI UFFIZI PERQUISITO L'UFFICIO DI
DE SANTIS...
Dal "Corriere della Sera"
Ieri mattina i carabinieri del Ros si
sono presentati un'altra volta al numero 15 di via de'
Servi, vicino al Duomo. Dagli uffici del Provveditorato alle
opere pubbliche della Toscana e dell'Umbria, i militari
hanno portato via nuovi documenti che si aggiungono ai già
numerosi atti dell'inchiesta sugli appalti. L'ufficio è
quello guidato da Fabio De Santis, una delle quattro persone
arrestate il 10 febbraio scorso.
Le carte portate via
dai carabinieri riguardano i lavori per i Nuovi Uffizi, il
raddoppio del museo per il quale era stato nominato
«soggetto attuatore» (cioè responsabile) Mauro Della
Giovampaola, un altro degli arrestati.
Ed il cantiere per la scuola
marescialli di Firenze, un appalto prima affidato alla Btp
dell'indagato Riccardo Fusi e poi finito al centro di una
serie di ricorsi che di fatto ha bloccato l'opera. Inoltre,
secondo quanto si apprende, la
Banca d'Italia
ha predisposto un accertamento ispettivo presso il Credito
cooperativo fiorentino e sta collaborando con i magistrati.
Si tratta dell'istituto guidato da Denis Verdini,
coordinatore del Pdl, anche lui finito nel registro degli
indagati.
Sono proprio questi i filoni che
rimarranno di competenza della procura fiorentina. Il resto
dell'inchiesta è stato trasferito a Perugia,
visto il
coinvolgimento dell'ormai ex procuratore aggiunto di Roma,
Achille Toro.
Proprio ieri i magistrati di Firenze
che coordinano l'inchiesta si sono incontrati con i loro
colleghi umbri per perfezionare il trasferimento dei
fascicoli. Prima, però, il pool fiorentino che si occupa dei
reati contro la pubblica amministrazione ha
fatto il
punto sulla parte di propria competenza. Il procuratore capo
Giuseppe Quattrocchi dribbla le domande sulle altre
ordinanze pendenti da giorni: «Stiamo lavorando su altre
cose, da tempo. Vedremo quali sbocchi avranno i novi esiti
investigativi».
E preferisce smussare gli spigoli con la
procura di Roma, dopo lo scontro dei giorni scorsi,
sostenendo che «si è recuperato il clima di rispetto, stima
e collaborazione reciproca che c'è sempre stato». Sempre
ieri a Firenze è andata praticamente deserta l'udienza al
tribunale del riesame. L'unico ad aver presentato ricorso e
a non fare poi marcia indietro è stato proprio il
provveditore alle opere pubbliche De Santis.
Ma dalle carte depositate emerge qualche
altro dettaglio sugli interrogatori di garanzia del 12
febbraio scorso. Angelo Balducci e Diego Anemone sostengono
che i viaggi a Berlino e Madrid non erano una fuga
all'estero ma una vacanza programmata da tempo.
Mentre Della Giovampaola chiama di nuovo
in causa Guido Bertolaso facendo mettere a verbale che
«tutte le imprese al G8 hanno avuto rapporti» con il capo
della Protezione civile. Dovrebbe arrivare entro venerdì la
decisione del gip umbro sulla richiesta di rinnovo della
custodia cautelare per i quattro arrestati. A loro i pm
perugini contestano solo il reato di concorso in corruzione,
mentre per l'ex procuratore Toro l'accusa è di corruzione,
favoreggiamento e rivelazione del segreto d'ufficio.
Nei giorni scorsi anche la procura
dell'Aquila aveva chiesto a Firenze gli atti dell'inchiesta.
In Abruzzo i fascicoli non sono ancora arrivati. «Ma siamo
sicuri- dice il procuratore Alfredo Rossini- che manterranno
la parola data».
[24-02-2010]
UCCI UCCI! BALDUCCI utilizzava fra le altre una scheda
telefonica pagata dA Anemone e intestata a UN UOMO DEI
SERVIZI SEGRETI IN FORZA AL SISDE - CONSULENZE AI FIGLI DI
TORO MENTRE IL PADRE INDAGAVA. La procura di Perugia ritiene
quindi che Achille Toro abbia violato i suoi doveri e
passato informazioni agli indagati in cambio di un lavoro
per il figlio Camillo - NON DIRE SAN MARINO INVANO!...
Franca Selvatici e Francesco Viviano per "la Repubblica"
L´ingegner Angelo Balducci,
presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, dal
10 febbraio in carcere per corruzione nell´inchiesta sugli
appalti del G8, utilizzava fra le altre una scheda
telefonica pagata dall´imprenditore Diego Anemone e
intestata a un poliziotto in forze al Sisde.
È una delle numerose sorprese che
emergono dall´inchiesta avviata dalla procura di Firenze e
trasmessa per competenza a Perugia, dove si attende di ora
in ora la decisione del
gip Paolo
Micheli sulla richiesta di rinnovo delle misure cautelari nei
confronti di Balducci, dei suoi colleghi Fabio De Santis e
Mauro Della Giovampaola e dell´imprenditore Diego Anemone.
Altra stranezza. Angelo Balducci era in
rapporti di amicizia con il direttore generale della
Rai Mauro
Masi, fino al 2 aprile 2009 segretario generale presso la
presidenza del Consiglio. I carabinieri del Ros hanno notato
che in numerosi contatti telefonici i due evitavano di
chiamarsi direttamente ma passavano attraverso il centralino
di Palazzo Chigi. «Triangolavano», secondo gli
investigatori.
Uno degli episodi più grotteschi
riguarda la laboriosa trasferta a San Marino della madre di
Claudio Rinaldi, il commissario delegato per i Mondiali di
Nuoto. È il 17 ottobre 2008. La signora, 72 anni, viene
prelevata dall´autista dell´imprenditore Diego Anemone. A
San Giustino, in provincia di Perugia, l´autista viene
fermato dalla polizia stradale.
C´è il limite di
90 km
all´ora e lui va a 160. Gli tolgono
la patente. Quando
chiama il principale per riferirgli l´inconveniente si lascia
sfuggire che comunque può guidare fino a San Marino. Diego
Anemone si infuria, si lascia sfuggire una bestemmia. «Non
di´...». San Marino non doveva essere pronunciato.
A Firenze i carabinieri del Ros hanno
scoperto poi che l´ingegner Fabio De Santis, dal febbraio
2009 provveditore alle opere pubbliche della Toscana, aveva
già dato la sua impronta all´ufficio. Il 22 giugno 2009 il
provveditorato ha consegnato all´impresa Ciotola di Roma i
lavori per la realizzazione delle centrali tecnologiche a
servizio della Villa Salviati e degli archivi storici della
Comunità Europea, a Firenze, dove ha sede l´Istituto
universitario europeo.
Nel marzo precedente De Santis e la moglie avevano
trascorso una deliziosa vacanza all´Hotel Cristallo di
Cortina alla modica cifra di quasi 4000 euro, interamente a
carico di Gaetano Ciotola. Alcuni mesi fa il provveditorato
toscano ha bandito un appalto da due milioni e mezzo per la
sicurezza del cantiere abbandonato della Scuola Marescialli
dei Carabinieri. La gara è stata vinta dalla Ecosfera Spa di
Roma, una società riconducibile a Ezio Gruttadauria,
imprenditore in rapporti con Diego Anemone, su richiesta del
quale nel settembre 2008 aveva assunto uno dei figli di
Angelo Balducci, Filippo, e la sua fidanzata
A proposito di figli, negli uffici del
provveditorato di Firenze i carabinieri del Ros hanno
trovato il curriculum di Stefano Toro, uno dei figli dell´ex
procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, coinvolto
nell´inchiesta sul G8 e indagato per rivelazione di segreti
d´ufficio e corruzione perché sospettato di aver avvisato
Balducci e Anemone dell´indagine della procura di Firenze e
delle intercettazioni in atto. A Firenze Stefano Toro
risulta aver ricevuto dall´ingegner De Santis un incarico di
consulenza legale in materia paesaggistica, relativo ai
lavori in corso all´Istituto universitario europeo.
L´importo della consulenza è di 40 mila
euro, il contratto non risulta ancora formalizzato. Non
sembra l´unica consulenza ottenuta da Stefano Toro. In una
telefonata del 25 novembre 2009 l´avvocato Edgardo Azzopardi,
ben introdotto in ambienti ministeriali, si compiace con
lui: «Mi dicono che stai facendo un sacco di lavoro e che
stai lavorando molto bene, e sono contento, non avevo dubbi,
mi dicono che a Firenze già puoi fatturare il 70% e mi
dicono che sul resto... comincia a fatturare il 50%».
I carabinieri annotano che in quel
periodo, nel dipartimento della Ferratella, il capo
struttura Mauro Della Giovampaola stava liquidando i
compensi per i consulenti e per le imprese impegnate nei
Grandi Eventi. Lo stesso Azzopardi, avvocato imprenditore
titolare di una società di progettazione, risulta aver
ricevuto da Della Giovampaola incarichi di consulenza per il
Nuovo Palazzo del Cinema di Venezia e per il Teatro della
Musica di Firenze, per un totale di 200 mila euro.
Azzopardi si è prodigato per assicurare
all´altro figlio di Achille Toro, Camillo, un impiego alla
Acea. Al tempo stesso sollecitava il giovane a "monitorare"
il padre, e cioè - secondo le accuse - a chiedergli
informazioni sull´inchiesta romana e poi su quella
fiorentina sui lavori per il G8 alla Maddalena, per i
Mondiali di Nuoto, e per i 150 Anni dell´Unità d´Italia. Ed
era lui a informare degli sviluppi delle indagini Angelo
Balducci e Diego Anemone. La procura di Perugia ritiene
quindi che Achille Toro abbia violato i suoi doveri e
passato informazioni agli indagati in cambio di un lavoro
per il figlio Camillo
[25-02-2010]
SPESO OLTRE MEZZO MILIARDO PER SOLI TRE GIORNI DI
RIUNIONI, APPALTI AFFIDATI AI SOLITI AMICI (CRISCUOLO,
OTTAVIANI-LETTA, CATALANO) E MOLTI CONTI CHE NON TORNANO –
512 milioni è la somma finale pagata dagli italiani per quel
summit trasferito a L'Aquila dall'8 al 10 luglio 2009 - “
LA DECISIONE DI ORGANIZZARE
IL VERTICE A LA MADDALENA È DEL GOVERNO PRODI. STANZIAMENTO
PREVISTO: 611,5 MLN €”…
1
- UN G8 DA 500 MILIONI...
Primo Di Nicola per "L'espresso"
Il vertice G8 più caro della storia:
oltre mezzo miliardo di euro per soli tre giorni di
riunioni. Una follia mediatica per assicurare una platea tra
i grandi della Terra al capo del governo Silvio Berlusconi
nel momento di massima crisi per lo scandalo Noemi.
Cinquecentododici milioni 474 mila euro, per la precisione,
è la somma finale pagata dagli italiani per quel summit
trasferito a L'Aquila dall'8 al 10 luglio 2009.
E, mentre i terremotati abruzzesi
soffrivano nell'afa delle tendopoli, gli uomini di Guido
Bertolaso spendevano 24 mila euro in asciugamani, 22 mila
500 euro in ciotoline Bulgari d'argento, altri 350 mila per
televisori Lcd e al plasma e 10 mila euro per i bolliacqua
del the. Alla faccia degli intenti frugali, che avevano
convinto a rinunciare alle strutture della Maddalena per
testimoniare la solidarietà dei Grandi alle vittime del
sisma, non si è risparmiato su nulla.
IL
GRAN BANCHETTO
Eppure per dotare l'isola sarda di alberghi, sale
conferenze, porti e giardini erano già stati bruciati 327
milioni 500 mila euro. Fondi che ora gli atti dell'inchiesta
della Procura di Firenze rileggono in una chiave diversa,
descrivendoli come il banchetto di una 'cricca' tutta presa
dalla spartizione di appalti senza concorrenza e senza
trasparenza.
I magistrati hanno arrestato i
protagonisti di quelle opere: Angelo Balducci, Fabio De
Santis e Mauro Della Giovampaola, ai vertici della struttura
di Bertolaso che ha gestito l'affare, e il costruttore
rampante Diego Anemone, dominus di queste opere. Ma lo
stesso numero uno della
Protezione civile
è sotto inchiesta, come altri tecnici e imprenditori impegnati
nei cantieri sardi.
Tutte le opere della
Maddalena sono diventate inutili quando il premier ha deciso
di cambiare scenario e spostare la riunione internazionale
all'Aquila, tra le macerie e i senzatetto. Una mossa di
grande effetto mediatico, che ha ridotto a zero il rischio
di manifestazioni no global e ha anche azzerato l'agenda dei
lavori, sottraendo in nome del lutto il premier al rischio
di insuccessi diplomatici o di imbarazzi per lo scandalo di
escort e festini presidenziali. Il tutto a carissimo prezzo:
altri 184 milioni 974 mila euro bruciati per le tre giornate
abruzzesi.
In tutto, appunto, oltre mezzo miliardo:
il tributo dei contribuenti italiani al vertice più folle,
costoso e inutile della storia recente.
E come
nell'assegnazione delle opere della Maddalena, anche
scorrendo la lista dei lavori per l'Aquila le sorprese
abbondano. Ci sono anzitutto i soliti noti del ristretto
giro di Palazzo Chigi e che tra i clienti privilegiati di
tutti gli eventi internazionali non mancano mai.
Come Relais le jardin
che per oltre un milione di euro si è aggiudicata la
fornitura del servizio di catering per i banchetti
organizzati per i capi di Stato. Solo che Relais non è una
società qualsiasi: appartiene alla famiglia di Stefano
Ottaviani, sposato con Marina Letta, figlia di Gianni,
l'onnipotente sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
O come la Triumph dell'immancabile Maria Criscuolo,
incaricata dei materiali per giornalisti e delegazioni
estere e del servizio di interpretariato con un compenso di
un milione 250 mila euro.
COLPO GROSSO
Altro caso in cui i legami con la presidenza del Consiglio
contano eccome è quello di Mario Catalano. Famoso come
scenografo di 'Colpo grosso', la prima scollacciatissima
trasmissione andata in onda sulle tv private negli anni
Ottanta, Catalano è già stato premiato dal Cavaliere a
inizio legislatura con una ricca consulenza a Palazzo Chigi
dove cura l'immagine del premier e gli eventi pubblici in
cui è coinvolto.
Ma evidentemente la prebenda non
basta ed ecco infatti Catalano accorrere tra le macerie
dell'Aquila per le performance del presidente. Con
l'incarico di verificare, vai a capire perché proprio lui,
la piena applicazione della legge 626 che regola la
sicurezza sul lavoro. Il tutto per altri 92 mila euro.
Chi invece ha conquistato a sorpresa la
vetrina del G8 è Giulio Pedicone, titolare della Pedicone
Holding e della Las Mobili, azienda abruzzese che fabbrica
attrezzature per uffici. Imprenditore venuto dal niente,
Pedicone ha visto la sua carriera coronata dal vertice dove
la Las è stata chiamata direttamente e senza alcuna gara a
fornire mobili per circa 300 mila euro. Gli uomini di
Bertolaso non ammettono dubbi sul fatto che ciò è avvenuto
"dopo un'approfondita indagine di mercato".
Altrettanto sicuro però è che della
Pedicone Holding, titolare del 64 per cento della Las, dal
2007 è sindaco supplente Gianni Chiodi, commercialista con
studio a Teramo in società con Carmine Tancredi (a sua volta
cugino di Paolo, senatore del Pdl), ma soprattutto
presidente della Regione Abruzzo dal dicembre 2008 e
commissario delegato all'emergenza terremoto e alla
ricostruzione.
IN ALTO LE BANDIERINE
Il legame con il governatore è solo una delle note singolari
in una lista della spesa sterminata. Dei circa 185 milioni
divorati dal summit, 52 milioni 666 mila euro sono stati
utilizzati da Bertolaso in parte per investimenti in
"infrastrutture tecnologiche" e il resto in "spese di
funzionamento" ossia per forniture e servizi, dalla
ristorazione alle bandierine per le auto.
Altri 43 milioni 807 mila euro se ne
sono andati invece per rimborsare gli interventi fatti da
altre amministrazioni, come la Guardia di Finanza che ha
ospitato la sede del G8, o il Provveditorato alle opere
pubbliche per il Lazio, Abruzzo e Sardegna che ha curato
l'adeguamento della scuola sottufficiali e del minuscolo
aeroporto di Preturo assieme alla realizzazione della strada
per Coppito. Infine ulteriori 88 milioni 500 mila euro sono
stati stanziati dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti
ai dicasteri della Difesa e degli Interni, oltre alle
Capitanerie di porto, per finanziare la cupola protettiva
che ha difeso quei tre giorni di incontri: una triplice
barriera di sicurezza in cielo, mare e terra.
Immergersi nella lunga catena di 145
fatture saldate dalla
Protezione civile
per l'evento fa scoprire più di una nota stonata. Lussi e
sprechi che poco si addicono a un vertice spostato tra i
terremotati in nome della sobrietà e della solidarietà. In
una regione che aveva pianto almeno 308 morti per il sisma e
doveva restituire una vita dignitosa a 80 mila senzatetto, i
gadget delle grandi occasioni paiono affronti.
Trascurando
le ciotoline d'argento Bulgari gentile omaggio per i capi di
Stato, si va dalle 60 penne 'edizione unica' fornite da
Museovivo al costo di 26 mila euro e utilizzate dai leader
solo per apporre il loro prezioso autografo sui trattati. Ci
sono poi la fornitura di poltrone Frau per le sedute di quei
tre giorni e costate 373 mila euro; gli addobbi floreali per
63 mila euro; la pellicola protettiva per il rivestimento
degli ascensori (9 mila); i portablocchi notes forniti dalla
rinomata Pineider al prezzo di 78 mila euro.
PREMIER IN PRIMO PIANO
E non è finita. Si possono forse trascurare le grosse commesse
nelle quali primeggiano Selex e Seicos (Finmeccanica) per le
forniture tecnologiche relative alla sicurezza (oltre 18
milioni di euro) con la centrale di coordinamento delle
forze schierate, Telecom per gli apparati telefonici (12
milioni) e Limelite per la realizzazione
dell'area-giornalisti (altri 2 milioni)?
E poi: Studio Ega per l'accoglienza e
prenotazioni alberghiera delle delegazioni (2 milioni e
mezzo); Tecnarr per l'allestimento della sala conferenze
(quasi 2 milioni); Semeraro per gli arredi (1 milione 700
mila euro); Composad per i frigoriferi e altri arredamenti
(1 milione 500 mila euro); Jumbo grandi eventi per le
prenotazioni e il trasporto delle delegazioni (1 milione 200
mila euro). Per non parlare della D and d lighting & truck,
sponsorizzatissima a Palazzo Chigi per soddisfare tutte le
esigenze sceniche e televisive del premier: al G8 è stata
premiata con una commessa di un milione 700 mila euro per la
fornitura di attrezzature tecniche.
Insomma, una vera abbuffata.
Nella quale si sommano pure le spese per il logo della
manifestazione (22 mila euro); le prese elettriche; i
pennoni portabandiere e le bandiere (155 mila); 30
distruggi-documenti come nei film di 007 (13 mila euro);
asciugamani elettrici; stampe (126 mila); tessuto e divise
per steward e hostess (18 mila euro); altre divise non
meglio specificate (54 mila euro) e persino la fornitura di
tessuto e adesivi per personalizzare le transenne dentro e
fuori la caserma di Coppito e i contenitori per la raccolta
differenziata. Altra follia da oltre 20 mila euro.
Ma gli aspetti suggestivi non sono
finiti. Una 'spesa infrastrutturale' di Bertolaso viene
considerata la copertura (anche con fondi extra budget G8,
non è chiaro) di una lacuna da sempre lamentata dai
guidatori sull'autostrada Roma-Aquila-Pescara da anni
gestita in concessione da Carlo Toto, l'ex proprietario di
AirOne. Il problema? Su questa autostrada era pressoché
impossibile ascoltare Isoradio,
la rete Rai
con le notizie in tempo reale sul traffico. Ma alla vigilia
del G8 ecco entrare in azione Bertolaso.
Certo ai pendolari abruzzesi costretti a
fare la spola con la capitale pesava viaggiare senza le
informazioni sul traffico. E qualcuno deve avere pensato che
anche i cortei blindati dei Grandi avevano bisogno dei
bollettini sulle code lanciati da Onda verde: così Isoradio
è stata installata lungo tutta l'autostrada dalle cento
gallerie a spese della Protezione civile. Un regalo a Toto
che vanifica l'accordo tra Rai e società autostradali che
pure obbligherebbe la prima a reperire le frequenze e le
seconde a garantire l'acquisizione e la manutenzione degli
impianti.
SCUOLA MODELLO
Singolare anche la sorte dei quasi 29 milioni rimborsati
dalla
Protezione civile
per le spese di 'investimento' eseguite da altre
amministrazioni pubbliche. Ben 23 milioni se ne sono andati
per gli interventi nella scuola sottufficiali delle Fiamme
Gialle. In questa caserma serrata da alte mura che si
sviluppano su oltre due chilometri per
45 ettari
si sono concentrati i lavori per creare gli ambienti del
vertice inclusa la ristrutturazione di 1.090 stanze nelle
quali hanno soggiornato i leader e i loro staff.
Sono stati ritinteggiati la decina di
edifici che la compongono; è stata installata una rete in
fibra ottica; sono stati sistemati oltre 120 mila metri
quadrati di verde; piantati alberi ad alto fusto; le camere
sono state arredate al top, dotandole di tv, telefoni e ogni
altro tipo di comfort (di cui adesso godrebbero i senzatetto
del sisma).
Ma ci sono stati pure i lavori radicali
negli impianti: l'adeguamento della rete di distribuzione
dell'energia elettrica, la manutenzione delle
apparecchiature da cucina e persino la messa a punto della
pressione dell'acqua. Soldi ben spesi? I restauri in genere
valorizzano gli investimenti immobiliari.
Ma qui è diverso. La caserma non è di
proprietà dello Stato: con le cartolarizzazioni volute dal
vecchio governo Berlusconi per reperire denaro fresco per le
casse pubbliche, è stata venduta nel 2004 e appartiene ora a
un pool di banche e istituzioni finanziarie come Immobiliare
Sgr spa, Imi, Barclays Capital, Royal Bank of Scotland e
persino Lehman Brothers.
A loro lo Stato paga ogni anno 13
milioni di euro di affitto. Un canone ragguardevole, che nel
2009 si è arricchito anche dei vantaggi conseguenti ai
faraonici lavori di adeguamento pretesi dall'impresa B&B
Berlusconi-Bertolaso sulla struttura. Opere dispendiose a
fronte delle quali la proprietà non si è lasciata
intenerire. Il pool ha preteso dalla
Protezione civile
due regali polizze assicurative. Una per la completa copertura
dei rischi infortuni dei partecipanti al vertice (Ati Willis
spa, 50 mila euro): non fosse
mai che Obama
scivolasse dalle scale.
L'altra polizza per risarcire gli
eventuali attacchi terroristici alla caserma nonostante
caccia supersonici, missili terra-aria e migliaia di uomini
in armi. Non solo, a G8 terminato hanno ottenuto il totale
ripristino dei luoghi, ossia il ritorno delle sale da summit
al loro compito di scuola militare costato altri 4 milioni
di euro. Con tanti saluti ai terremotati aquilani che
continuano a protestare per le carenze della ricostruzione e
vogliono rimuovere da soli le macerie.
2
- G8 MADDALENA:
PROTEZIONE CIVILE
, QUESTI I COSTI REALI...
(Agi) - Sulle notizie diffuse da alcuni organi di
informazione sui costi del Vertice del G8, che hanno destato
tanto scalpore,
la Protezione Civile
fa alcune precisazioni. La decisione di organizzare il Vertice
G8 a La Maddalena e' stata assunta dal Governo Prodi, con
decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 21
settembre 2007, allo scopo di favorire il rilancio
socioeconomico dell'Arcipelago di La Maddalena attraverso
un'importante opera di bonifica ambientale e di
riqualificazione dell'ex Arsenale militare.
Nell'ambito degli stanziamenti previsti
per l'organizzazione del Vertice G8 a La Maddalena erano
previsti 611, 5 milioni di euro complessivi, cosi'
suddivisi: interventi infrastrutturali e di riqualificazione
327,5 milioni di euro; costi per l'organizzazione
dell'evento 97 milioni di euro; costi per la sicurezza
dell'evento e per le attivita' del Ministero degli Affari
Esteri 187,1 milioni di euro.
Lo spostamento del Vertice G8, che a
seguito del terremoto del 6 aprile scorso Abruzzo si e'
tenuto all'Aquila dall'8 al 10 luglio
2009, ha
determinato una forte riduzione degli oneri previsti per
l'organizzazione e per la sicurezza dell'evento, fermo
restando l'impegno economico assunto per gli interventi
infrastrutturali realizzati sull'isola di La Maddalena:
un'opera imponente di bonifica
ambientale e riqualificazione complessiva territoriale
portata a termine a tempi di record attraverso gli
stanziamenti per il Vertice G8 e che, pur non avendo poi
ospitato il Summit, resta patrimonio della comunita'
maddalenina, fornendo le basi per una rinascita dell'area
dopo la dismissione da parte della marina statunitense e
delle basi presenti sul'arcipelago.
Un sito militare molto degradato e'
stato trasformato, a seguito degli interventi sotto il
profilo paesaggistico e infrastrutturale, in un polo nautico
e convegnistico d'eccezione che, il prossimo mese di maggio,
ospitera' la tappa europea del circuito della Louis Vuitton
Cup. I costi del Vertice all'Aquila sono stati infatti pari
a 184,897 milioni di euro complessivi, con un risparmio di
spesa di circa 99 milioni di euro, oltre il 50% del totale
previsto inizialmente per il Vertice di La Maddalena.
A titolo esemplificativo e' utile
evidenziare che, secondo fonti di stampa, il Vertice G8
2008, a
Hokkaido in Giappone, ha avuto un costo pari a oltre 60
miliardi di yen (350 milioni di euro circa) di cui oltre la
meta' per le misure di sicurezza; piu' economico il Vertice
G8 tenuto nel 2007 ad Heiligendamm in Germania, il cui costo
dichiarato e' stato di circa 100 milioni di euro, di cui la
massima parte e' stata assorbita anche in questo caso dagli
oneri derivanti dalla sicurezza; 10,7 miliardi di rubli
(oltre 300 milioni di euro) era invece il costo del Vertice
G8 di San Pietroburgo, nel 2006.
Vale la pena ricordare che in tutti
questi casi il Summit fu ospitato in strutture alberghiere
gia' esistenti. Il vertice piu' costoso risulta in ogni caso
essere il Vertice di Okinawa, che nel 2000 costo' circa 680
milioni di euro. Dei 184 milioni di euro spesi per il
Vertice dell'Aquila, circa 96 milioni di euro sono gli
interventi realizzati dal Commissario delegato.
Di questi, quasi il 60% del totale
costituiscono investimenti, riconducibili a interventi
infrastrutturali eseguiti nel Comune dell'Aquila,
nell'Aeroporto dei Parchi di Preturo e nella Scuola della
Guardia di Finanza di Coppito, nuova sede del Vertice, dove
si sono svolti tutti i lavori congressuali e che nei tre
giorni del Vertice, oltre ai 27 Capi di Stato e di Governo
ha ospitato 40 delegazioni, 1.550 delegati e un media center
per oltre 4.000 giornalisti.
Al termine dell'evento, le 1.114 stanze
ristrutturate per ospitare le delegazioni del G8 sono state
destinate ad accogliere oltre 1.300 persone rimaste senza
casa a seguito del terremoto e provenienti dalle varie
tendopoli, oltre al personale della macchina organizzativa
dei soccorsi e della Guardia di Finanza, con evidenti
risparmi di spesa rispetto ai costi necessari per una
sistemazione alternativa di medio periodo.
Allo stesso modo, gli arredi, cosi' come
asciugamani, lenzuola, televisori e altre suppellettili
acquisiti per il Vertice G8, sono utilizzati all'interno
delle stanze assegnate alle famiglie aquilane che hanno
perduto la propria abitazione a seguito del sisma, oppure
sono utilizzati nelle case di nuova costruzione realizzate
in questi mesi, cosi' come sempre sostenuto dal Capo
Dipartimento della Protezione Civile.
Allorquando non saranno piu' necessari
per l'ospitalita' della popolazione colpita dal sisma questi
beni saranno messi all'asta allo scopo di destinare i
proventi a vantaggio della collettivita' abruzzese. Una
sintesi dei costi per le opere infrastrutturali alla
Maddalena e per l'organizzazione del Vertice G8 all'Aquila
e' consultabile, gia' da alcuni giorni, sul sito ufficiale
del G8 e sul sito della
protezione civile
nazionale.
[26-02-2010]
|
BALDASSARRE
INDAGATO PER MILLANTATO CREDITO - L'EX PRESIDENTE DELLA CORTE
COSTITUZIONALE ED EX NUMERO UNO DEL CDA RAI DURANTE
IL SECONDO GOVERNO
BERLUSCONI CHE SPILLÒ DALLE TASCHE DI DAGO CENTOMILA EURO
(POI RIDOTTE A 50 MILA, ORA IN CASSAZIONE PERCHÉ LE RIVUOLE
INDIETRO!) SOTTOPOSTO A DIECI ORE DIECI DI INTERROGATORIO
DALLA PROCURA GENOVA - L'ACCUSA: AVREBBE ASSICURATO DI
AGGIUSTARE I CONTROLLI DELLA FINANZA SU UNA MAXI EVASIONE
FISCALE - "CI PENSA ANTONIO, STAI TRANQUILLO", COSÌ
UNA PROMESSA HA INGUAIATO IL "PROF" - L'INCONTRO PER
ARRIVARE A UN COLONNELLO E IL GIALLO DEL LODO MILIONARIO -
Graziano Cetara e Matteo Indice per "Il Secolo XIX"
1 - TASSE E FAVORI, BALDASSARRE INDAGATO...
I favori, presunti o millantati, a un
vecchio amico
socialista gli sono costati un avviso di garanzia e un
interrogatorio di dieci ore. Antonio Baldassarre, uno dei più
noti giuristi italiani, ex presidente della Corte
costituzionale ed ex numero uno del cda Rai durante
il secondo governo
Berlusconi, è il "big" indagato dalla Procura di
Genova in una storia di mazzette pagate da un imprenditore
genovese per dribblare controlli fiscali.
Ascoltato giovedì scorso nel capoluogo ligure - alla
presenza di due pm, della Finanza e dei suoi legali - al
momento è accusato di «concorso in millantato credito», ma
gli accertamenti sono in piena evoluzione.
Baldassarre paga la conoscenza con Silvano Nizzoli, ex
assessore a Reggio Emilia. Nizzoli è finito in carcere il 15
dicembre nell'inchiesta su Paolo e Leone Giani, commercianti
all'ingrosso di formaggio fra la Liguria e l'Emilia Romagna.
Secondo i sostituti procuratori Paola Calleri e Walter Cotugno,
i Giani si sarebbero attivati per "pilotare" una
serie di accertamenti fiscali, chiedendo aiuto ad appartenenti
alle forze dell'ordine (un poliziotto e un finanziere a loro
volta finiti in manette) e a Nizzoli. Il quale avrebbe
assicurato di muoversi tramite Baldassarre per agganciare «direttamente»
un colonnello delle Fiamme Gialle.
Nelle carte vi è traccia di un incontro a tre, fra
Paolo Giani
, Silvano Nizzoli e lo stesso Baldassarre, avvenuto l'11
ottobre
2008 a
Bellaria (provincia di Rimini). E poi c'è una telefonata
sospetta in cui Nizzoli, parlando con un conoscente, assicura
che Baldassarre si è speso in prima persona, per risolvere
favorevolmente un arbitrato che non c'entra nulla con la
storia dei Giani.
In ballo c'è insomma un gioco di pressioni a catena per
risolvere varie questioni legali o fiscali, nelle quali sono
impelagati personaggi talvolta non in contatto fra loro, ma
"legati" dalla comune conoscenza con Nizzoli.
E quest'ultimo usa sempre l'amicizia con l'ex presidente
della Consulta come jolly, da spendere su più tavoli per
accreditarsi. A questo punto l'accusa segue due percorsi:
Baldassarre ha detto di essersi prodigato in favore di
qualcuno, senza in realtà averlo fatto (ipotesi di millantato
credito)? Oppure si è mosso davvero, aspetto che
complicherebbe inevitabilmente la sua posizione?
Durante l'interrogatorio - un confronto serratissimo con
due pm specializzati in inchieste sulla corruzione - ha
respinto ogni addebito. È tuttavia un fatto che una settimana
era stato interrogato Nizzoli. Ed è un fatto che, a distanza
di sette giorni, Antonio Baldassarre si è ritrovato iscritto
nel registro degli indagati.
2 - «CI PENSA ANTONIO, STAI TRANQUILLO» - COSÌ UNA
PROMESSA HA INGUAIATO IL "PROF"...
"Ci pensa Antonio", amava ripetere agli
interlocutori di cui voleva conquistarsi la fiducia, Silvano
Nizzoli, 53 anni, ex assessore socialista di
Reggio Emilia
, finito in carcere a metà dicembre con l'accusa di
millantato credito. "Antonio" è il professor
Baldassarre, ex presidente della Corte costituzionale per un
certo periodo alla guida del consiglio d'amministrazione Rai.
I verbali nei quali ricorre il nome del giurista raccontano
di un incontro «realmente avvenuto» tra un imprenditore che
voleva dribblare il fisco, Nizzoli e lo stesso Baldassarre.
Quest'ultimo viene contattato mentre si trova al Centro
congressi di Bellaria, vicino a Rimini. È l'ottobre 2008. Ed
ecco la conversazione tra Paolo e Leone Giani, padre e figlio,
commercianti all'ingrosso di formaggio desiderosi di pilotare
gli accertamenti sulle tasse.
Dice Paolo: "Sono andato là, ho incontrato ‘sto
personaggio (Nizzoli), domani combinazione ha un incontro con
uno che conta (Baldassarre). E lui mi ha detto che glielo
chiede: se mi dice che può bene, sennò no, comunque lo
fa.... glielo chiede .È uno che conta... sai un ex
Corte...". Risponde Leone: "Proviamole tutte".
Nelle carte si adombra pure la possibilità di un passaggio
di denaro tra Nizzoli e Baldassarre. Ma dopo il primo e unico
abboccamento, gli inquirenti hanno la certezza che il politico
emiliano, intercettato, «millanti» il buon esito della
commissione al solo scopo di mettere le mani su 10mila euro
promessi dai Giani.
Scrive il
giudice Massimo
Cusatti: «Agli atti non ci sono elementi idonei ad affermare
che Baldassarre fosse consapevole e partecipe del disegno
criminoso millantatorio di Nizzoli». Rimarcando la «negativa
personalità» di quest'ultimo, Cusatti richiama un'altra
situazione in cui Nizzoli e Baldassarre sono coinvolti
insieme.
C'è un'azienda di Reggio, la Itn, che si appresta a
rescindere un contratto con la Garboli spa, società di
costruzioni. La quale si affida a un collegio arbitrale per
ottenere un risarcimento. Le intercettazioni telefoniche,
insiste il giudice Cusatti, dimostrerebbero come «Baldassarre
si sia speso per la tutela degli interessi di Giovanni Melioli
(amministratore delegato della Itn che stava partecipando alla
vertenza) o almeno che abbia detto a Nizzoli di averlo fatto».
La conversazione chiave, captata dagli investigatori, è
del 24 marzo 2009, tra il solito Nizzoli e un certo Mario
Cornegliani: il primo comunica di aver informato Melioli e
la sua Itn
sul buon esito dell'arbitrato, come comunicatogli da
Baldassarre: "Perché io so.... sono stato informato da
Antonio che si è conclusa la cosa come si doveva
chiudere..."
Nizzoli si atteggia nei confronti di Melioli come persona
in grado d'influire in maniera determinante, carpendo i favori
di un componente chiave (Baldassarre), la decisione di un
collegio arbitrale. Il gip censura questo comportamento: «È
un po' come se un giudice preparasse la sentenza di concerto
con una sola delle parti». Parole che, lette oggi, sembrano
il preludio dell'avviso di garanzia all'ex presidente emerito
della Consulta.
PRESIDENTE CONSULTA BALDASSARRE INDAGATO A GENOVA IPOTESI
REATO E' CONCORSO IN MILLANTATO CREDITO
(ANSA)
- L'ex presidente della Corte Costituzionale e della
Rai Antonio
Baldassarre e' indagato dalla Procura della Repubblica di
Genova per concorso in millantato credito in un'inchiesta su
tangenti pagate da due commercianti genovesi all'ingrosso di
formaggio, padre e figlio, per evitare accertamenti fiscali.
Lo rivela stamani il Secolo XIX nel dare anche la notizia che
Baldassarre, assistito dai suoi legali, e' stato interrogato
giovedi' scorso da due pm ed ha respinto ogni addebito.
L'inchiesta ha portato in carcere il 15 dicembre scorso
nove persone tra le quali i commercianti Paolo e Leone Giani,
un agente di polizia, un militare della Guardia di Finanza e
l'imprenditore ed ex assessore comunale di
Reggio Emilia
Silvano Nizzoli. Sarebbe stato quest'ultimo - scrive il
quotidiano genovese - ad assicurare ai due commercianti
l'intervento di Baldassarre su un colonnello della Guardia di
Finanza per addomesticare le verifiche fiscali.
''Nelle carte - scrive il giornale - vi e' traccia di un
incontro a tre, tra
Paolo Giani
, Silvano Nizzoli e lo stesso Baldassarre, avvenuto l'11
ottobre
2008 a
Bellaria, in provincia di Rimini. E poi c'e' una telefonata
sospetta in cui Nizzoli, parlando con un conoscente, assicura
che Baldassarre si e' speso in prima persona, per risolvere
favorevolmente un arbitrato che non c'entra nulla con la
storia dei Giani''.
[23-02-2010]
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Spacca Maremma, si spacca il fronte -L’ex sindaco di
Orbetello e braccio destro oggi di Altero Matteoli non vuole
l’autostrada con il tracciato attuale che “devasta poderi
ed imprese" - Caltagirone forse si tira indietro e non
finanzia più la Sat che non trova i soldi - "Terra di
Maremma" pronta a dare battaglia contro la devastazione
di centinaia di ettari...
Rolando Di Vincenzo, ex sindaco di Orbetello e attuale
uomo forte della giunta presieduta dal ministro nero Altero
Matteoli non ci sta e spara a zero contro il tracciato
costiero della Spacca Maremma riaprendo il dibattito. Di
Vincenzo oggi assessore all'urbanistica dice chiaro e tondo a
Il Tirreno: "io ho sempre sostenuto il tracciato
collinare quello costiero ce l'hanno imposto Provincia e
Regione".
La presa di posizione di Di Vincenzo mette in grande
imbarazzo il ministro Matteoli dal momento che il progetto
definitivo del tracciato non è stato ancora approvato dal
Cipe. Nonostante ciò alcuni lavori stanno iniziando sulla
zona di Rosignano con uno svincolo molto contestato di
5 chilometri
.
Mentre aumentano i ricorsi pare che Franchino Caltagirone
ci stia ripensando ad entrare con la SAT per finanziare
l'opera visto che Bis di Banca Intesa trova difficoltà nei
mercati internazionali. Per Franchino troppe polemiche e
troppe incognite, ma soprattutto uno schiaffo all'immagine che
si sta costruendo di costruttore illuminato che poco si addice
con il progetto Spacca Maremma.
Anche da Capalbio si alzano gridi d'allarme. Il
coordinatore del comitato "Terra di Maremma",
Valentino Podesta, denuncia la devastazione di oltre
100 ettari
, l'abbattimento di più di 100 fabbricati e 47 aziende
agricole.
E intanto si aspettano le sentenze del Tar e del Consiglio di
Stato....
[25-02-2010]
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ALTRO CHE IL "FREDDO". IL "DANDY O IL
"LIBANESE": DA URLO LE INTERCETTAZIONI DELLA
BANDACCIA DEL SENATORE DI GIROLAMO: “ALLORA TOCCA DA’ 24
MILIONI AR SOMARO, DIECI AR GIRAFFA E CICCIO, SETTE AR DORCE”
- “AHO, ME SO ‘ COMPRATOI 15 MIJONI DE SERCI (DIAMANTI,
NDR)” - “CHE VOI FA? ME VOI SPARA’? ME VOI MANNA’ I
KILLER DELLA MAGLIANA? ME VOI MANNA’ MAGNAFUOCO? ER
BASSETTO, ER ROSCIO, E I NICOLETTI? QUANNO TU ME VOI FA
QUESTO, FAMMELO. HAI DETTO TROPPPE ZOZZERIE, SEI IMBUFALITO CO
LI SORDI” - “COI GRIGI (LA FINANZA, NDR) TE COPRO, MA COI
NERI (I CARABINIERI, NDR) NUN SE PO’, SO BRUTTI, QUANNO SO
ARIVATI S’E’ CACATO SOTTO, LETTERALMENTE, NELLE MUTANDE”
- E IN QUESTO CASINO C’E’ POSTO ANCHE PER FINI
Gian
Marco Chiocci e Massimo Malpica per il
Giornale
Lo slang dei protagonisti dell'inchiesta Fasteb-Teleccom
è da Romanzo Criminale, o da Wall Street. Manager della
telefonia o maniscalchi della razzia da centinaia di milioni
di euro. I traffici di pietre preziose che emergono dalle
intercettazioni ricordano le gesta di Leonardo Di Caprio in
Blood Diamond. Così gli ordini impartiti ai politici
rimandano al Padrino.
E che dire dei contorni internazionali
della frode tricolore più grande del secolo consumata fra
giganteschi flussi di denaro sporco che appaiono e scompaiono
fra San Marino e Londra, Managua e Hong Kong, passando per le
Cayman e finendo il giro dell'oca nelle anonime filiali degli
istituti di credito romani? Sono a metà strada fra La
Stangata con Paul Newman e il 'Genio della truffa' con
Nicholas Cage.
Purtroppo, però, non è un film quello che per anni
sarebbe andato in onda grazie a finanziere d'assalto e e a un
gruppo di spalloni supportati da divise infedeli, mafiosi
calabresi, politici eletti al solo scopo di servire
l'organizzazione. Per avere un'idea di quello che per i pm è
un capolavoro delinquenziale da 2 miliardi e mezzo di euro
riciclati basta scorrere i titoli di coda. Qua sotto
1
- "SAI CHI M'HA CHIAMATO? GIANFRANCO FINI"
Appena Di Girolamo viene eletto, Franco Pugliese, per i
magistrati esponente del clan Arena che aveva «lavorato» per
il successo del candidato, chiama Gennaro Mokbel e si lamenta
di non essere stato informato. Mokbel gli risponde che l'ha
appena chiamato Fini. Poi spiega che in realtà non ha
chiamato lui, ma il neosenatore. Mokbel: «Oh, Franco!».
Pugliese: «Ah bello mio... io da sabato che non dormo... ho
perso la voce pe ste cazz e votazion... e voi non mi chiamate
manco a dirmi "fratello mio tutto apposto"».
M: «No! T'ha chiamato Paolo (Colosimo)
m'ha detto!!». P: «Eh! Lo so! Ma non basta solo Paolo (Colosimo)...».
M: «No! Ma io non ci sto... io sto a fa un cul... tu 'nsai
che... poi te spiego... mi ha chiamato Fini... stamattina,
Fini... Gianfranco Fini...». P: «T'ha chiamato Fini?
Gianfranco Fini». M: «Ha chiamato Nicola... e l'ha
convocato... mo nun se sa quando esce questo... Fra'!!... Pe
cui... io sto come un coglione in un ufficio... pieno de
persone... aa... aa... Roma...». P: «E lo so, lo so...». M:
«No! No! Nun te lo immagini... Franco!».
2
- I QUADRI DI VESPIGNANI, IL RAGGIRO ALLA VEDOVA
Nei
business ideati da Mokbel, per il tramite di Di Girolamo,
anche una partita di opere d'arte del pittore Vespignani.
Mokbel: «Vieni con Luchino a via del Babuino presso la
fondazione dell'archivio della scuola romana dell'Arte per
contattare la vedova dell'artista Vespignani, se po' fa
un'operazione che la prendiamo noi... una megaoperazione,
so... 80 quadri!».
3 -
LA SPARTIZIONE DEGLI UTILI
A «GIRAFFA» E «AR SOMARO»
Mokbel
definisce con la moglie la spartizione degli utili ai soci
dell'organizzazione. «Allora, 43 milioni è il totale che
abbiamo incassato, è questo, di questi 24 per il Somaro (Focarelli
Carlo, ndr) trenta e... dieci al Giraffa (Panozzo Dario, ndr)
dieci dipendenti, poi ce stanno i dieci per Ciccio (Murri
Augusto, ndr) sette per Dolce e Braghi, seimila a Kieram,
4mila a Nic (Di Girolamo, ndr)».
4
- DIAMANTI E PIETRE PREZIOSE DIVENTANO SOLO «SERCI»
Molte
conversazioni tra gli indagati vicini a Mokbel fanno
riferimento all'acquisto di «serci», locuzione dialettale
romana per indicare diamanti e pietre preziose. Mokbel: «Vi
ho rubato 40 milioni di euro a te e Ciccio». Arigoni: «Be'
ma allora non sta bene con la capoccia». M: «Perché io mi
so' comprato 15 milioni de serci!».
Altro riferimento in una telefonata tra
Luca Breccolotti e Silvio Fanella, col primo che chiede: «Senti,
ti ricordi che c'erano due cose gemelle? Quei due sercetti
gemelli?». In un'altra telefonata Mokbel e Massoli parlano
dei diamanti di Hong Kong, custoditi nelle cassette di
sicurezza. Mokbel: «So salvi i diamanti?». Massoli: «No,
manca un milione e sei». Mokbel: «In che senso?». Massoli:
«61 pietre mancano dall'inventario, pietre grosse,
certificate (...)».
5
- «ME VOI MANNA' I KILLER DELLA MAGLIANA?»
Discutendo
animatamente con Fabio Arigoni, Gennaro Mokbel parla di soldi
e amicizie. M: «Sentimi bene, io da domani mi prendo i soldi
da Paolo, mantieniti tu la tua famiglia perché a me non mi
interessa. Non è una questione di soldi, è di principio, li
regalo a qualcuno». Arigoni: «Vabbe'». M: «Me voi mena'?
Me voi da' na capocciata in bocca?».
A: «Ma io non voglio mena' nessuno». M: «Me voi
spara'? Me voi manna' i killer? Me voi sobilla' Magnafoco?».
A: «Ma a chi? A chi?» M: «Er Rosso? I Nicoletti? Er
bassetto che stava lì da voi? Er vecchio?». A: «Ma falla
finita». M: «Quanno tu me voi fare questo, fammelo. Hai
detto troppe zozzerie, troppa merda hai buttato, sei cattivo
nell'anima, sei troppo imbufalito sui soldi. Tu pe' li
quatrini non guardi in faccia a nessuno».
6
- «VI PARIAMO IL CULO CON I GRIGI, NO COI NERI»
L'organizzazione
godeva di coperture istituzionali, pubblici ufficiali infedeli
tra i «grigi», uomini della Guardia di finanza. Mokbel: «Noi
vi pariamo il culo con i grigi, fino al momento in cui però
non arrivano i neri, quelli brutti, che mo stanno rompendo il
cazzo». Il riferimento ai neri è ai carabinieri che hanno
iniziato a indagare. L'inchiesta prosegue e uno degli indagati
dice: «Quei brutti so arrivati stamattina alle sei e mezza. E
quello s'è dovuto anna' a cambiare le mutande, non è una
battuta, s'è fatto mezzo chilo di merda sotto».
7 - IL TESORO È NASCOSTO
SULL'ISOLA CARAIBICA
Fanella
dice a Toseroni che arrivano soldi «da un isola caraibica».
Fanella: «Ti confermo, allora che ti faccio quel coso».
Toseroni: «Sì». F: «Da quell'isola, te la mando sulla
tua... solita, la piccoletta (Ricci Giorgia, ndr) sa, da
quell'isola arrivano, da quella dell'Anziano (Arigoni, ndr)».
T: «Sì». F: «D'Anti', capito? (Antigua, ndr)». T: «Perfetto».
F: «Da un'isola caraibica ti arriva due punto cinque
(2.500.000,00 euro, ndr), te lo faccio fare lunedì, martedì
o mercoledì».
8
- I SOLDI NON RIPARTONO: «CE STANNO L'ALLARMI»
Mokbel,
Fanella e Arigoni hanno problemi a far rientrare una somma da
Antigua a causa della stretta dei controlli delle Fiamme
gialle. M: «Senti 'na cosa, me spieghi perché per ricevere
sti soldi è stata così facile e per farli ripartì non è
così facile?». A: «Eh, ci stanno difficoltà perché hanno
messo l'allarmi». M: «Hanno messo?». A: «L'allarmi». M:
«Senti, i soldi stanno a Antigua?». A: «I soldi stanno
tutti là, dalla A alla zeta». M: «Ecco allora prendi i
soldi, i soldi della gente e li spedisci, er Bilaro non po'
venì perché ce l'hanno tutti appresso (...). Qui bisogna
mandare questi cazzo di soldi (...) ti mando la Contessa
(Barbara Murri, ndr), e gli fai bonificà a nome suo da ‘ndo
stai te, e poi lei da là sa dove te manna i soldi... va bene
così?».
9
- VOTO PORTA A PORTA? NO, SCHEDE A PORTAR VIA
Il
gruppo di Mokbel investe un'ingente somma economica per la
pubblicità del candidato Di Girolamo, ma soprattutto è
inquietante l'accordo preso con soggetti legati alla
'ndrangheta di Crotone,
la famiglia Arena
, che determina in maniera evidente la raccolta illecita di
voti tra gli immigrati calabresi.
In uno di questi incontri due appartenenti del gruppo
andato in missione, uno romano e uno calabrese, raccontano: «...
Siamo entrati in una casa di disperati italiani, con il cane
che abbaiava, la ragazzina che cacava, ci siamo presi una
ventina di voti, ma io non ci ho voluto mettere piede in
quella casa perché mi faceva schifo. È entrato er sor
Giovanni con la sua verve calabrese, si è preso i voti e se
ne semo annati. Er Sor Giovanni, qui, è er capo della
direzione germanica
10 - UNO YACHT DI LUSSO PER
RICAMBIARE IL FAVORE
Franco
Pugliese, referente degli Arena, il 23 marzo 2008 chiede a
Colosimo e Mokbel un favore in cambio del servizio elettorale
svolto in Germania: ha bisogno di un prestanome che si intesti
la barca che sta per ritirare dal cantiere Stabile di Trapani.
Mokbel: «Dobbiamo intestare 'na barca a zi' Franco». Di
Girolamo: «Va bene, ma quella che si è comprato adesso?».
M: «Certo. E ogni mese gliela affitti».
Poi il senatore chiama Pugliese e gli dice che è tutto ok: «T'ho
telefonato perché il nostro comune
amico mi
ha detto che per l'intestazione di questa non ti preoccupare,
risolviamo tutto noi».
11 - IL CLUB DEI TIFOSI
DELL'INTER RACCOGLIE VOTI PER IL CLAN
«Nella
corsa al procacciamento di voti in Germania con il reperimento
delle schede in bianco avvenute attraverso il pagamento di
somme in denaro o di minacce implicite o esplicite - scrive il
Ros - emerge il controllo capillare del territorio anche
all'estero che
la famiglia Arena
è in grado di esercitare. Un componente dell'organizzazione
spiega: «Stanno scendendo da tutta Stoccarda, da Francoforte,
abbiamo fatto un punto di raccolta qui al club dell'Inter,
stanno venendo dappertutto, dappertutto, dappertutto».
12 - I SOLDI ALL'ESTERO? NASCOSTI
DA HARROD'S
Insiste
il Ros: «Grazie al monitoraggio degli indagati è stata
individuata la disponibilità da parte degli stessi di alcune
cassette di sicurezza financo all'interno dei magazzini
Harrod's di Londra. L'autorità giudiziaria britannica
procedeva cautelativamente al sequestro del loro contenuto
corrispondente a una somma di 888.675,00 sterline inglesi».
Le cassette erano intestate a Fanella, Breccolotti e
Cherubini. Che si ritrovano coinvolti in un procedimento
civile avviato dalle autorità britanniche. «Allo stato
ancora pendente», annotano i carabinieri del Ros.
12
- I CONTI A HONG KONG «AMO', SO PEDINATO»
Dopo
il sequestro di Londra, Breccolotti e D'Ascenzo volano a Hong
Kong per prelevare altri capitali nascosti. I due però si
accorgono di essere pedinati, e cominciano a girare a vuoto
avanti e indietro nella lobby del Central building dell'Oriental
hotel della città cinese per confondere gli agenti. Una volta
capito di essere pedinato, si muove con attenzione e cautela.
Telefona alla sua fidanzata Maria Vittoria: «Ho passato una
brutta mattinata amore, poi ti spiego a voce, sai com'è, ci
avevo delle persone che mi facevano compagnia... ».
13 - SINGAPORE, BLOCCO DEI CONTI
E CACCIA AL «CUCUZZARO»
Di
Girolamo parla con Fanella e si dice preoccupato del fatto che
Augusto Murri aveva bloccato i conti da lui aperti a «sing
sing», ossia Singapore. Fanella a Briccolotti. F: «C'è una
cosa grave». B: «Eh...?». F: «Rintraccia quello al volo,
subito, fuori, mandagli un messaggio, "mi chiami, ce
dovemo vede' subito", che er conte giovane, Murri, sta a
fa' na caciara. È ito a mettere mano sul cucuzzaro». B: «Vabbe',
io sto a anna' a prende er ginecologo». F: «Fatte spiega'
bene la situazione, fatte richiama', perché è 'na caciara,
mamma mia. Io non vorrei che mo quello che è successo a noi
dipende da quel pezzo di merda, infame lurido... ».
14
-
LA COPERTURA PER I
SOLDI SEQUESTRATI DA HARROD'S
Per
evitare l'incriminazione per riciclaggio degli intestatari
delle cassette di sicurezza di Harrod's (Fanella, Breccolotti
e Cherubini), Toseroni contatta i suoi referenti a Hong Kong e
Singapore per «reperire un soggetto - scrivono i Ros - che
dietro lauto compenso fosse disposto anche a farsi arrestare
per riciclaggio dalle autorità inglesi qualora non avessero
creduto alle sue dichiarazioni relative alla paternità e
provenienza di questo denaro». Toseroni contatta un certo mr.
Lee, parlando di due associati di un fantomatico cliente a cui
hanno sequestrato i soldi.
Il «cliente», spiega Toseroni, teme che il Soca (Serious
organized crime office) possa incriminarli, e così sarebbe
disposto a pagare 600mila euro a qualcuno «che vada davanti
al Soca - dice il Ros - in Uk e specifichi che il denaro è
stato dato da lui a queste due persone per investimenti».
Toseroni: «Il mio cliente mi dice: "Se sei in grado di
trovare qualcuno che sia disposto anche ad andare in galera
per uno o tre anni o qualsiasi cosa, sono disponibile a pagare
600mila euro"».
Ma i soldi non sono solo per il capro espiatorio, come
spiega a mr. Lee Toseroni: «Fondamentalmente c'è da trovare
qualcuno che sia disposto per esempio a prendere 100mila o
200mila, due persone dalla Cina a cui noi daremmo 200mila euro
e che sia disposta a rischiare di andare in galera, e noi
terremmo la differenza, non so, 200, 300mila, e noi ne
terremmo la metà, tre quarti o quello che sia».
15
- «QUI FAREMO
LA FINE DI COPPOLA
E FIORANI»
Marco
Castiglioni chiama Di Girolamo e gli rappresenta le difficoltà
provocate da alcuni dirigenti di Egobank in merito ad alcuni
finanziamenti. DG: «Quindi a sto punto è n'attimo, perché
c'hanno l'arma del ricatto in mano, perché poi non ti dico,
anzi te lo dico quando ti vedo a voce, perché se poi lei non
lo fa a questo punto è una problematica». C: «Porca troia!».
DG: «Quindi è costretto per lei e poi è anche un
problema per l'avvocato, cioè è tutta una situazione a
catena». C: «Madonna mia!». DG: «Che cazzo fai? Allora
quello mi guarda come pe dì, ma che m'hai portato
uno prima
che è ok, m'ha detto è ok, tutto a posto, mo ariva
quest'altro e
mi fa
così, io ne ho visti tanti così. Oddio va a finì come
Coppola o come Fiorani o come uno di questi».
16 - I MANCATI CONTROLLI DI
FASTWEB E TELECOM
Scrivono
i pm: «Il coinvolgimento a livello apicale della dirigenza
delle due società nonché l'assenza o l'assoluta
insufficienza dei modelli di controllo adottati (
la Beverly Farrow
per Fastweb riferiva del suo passaggio all'Audit interno
soltanto in occasione del controllo richiesto dal comitato di
controllo interno, in quanto prima del 2003 Fastweb non aveva
un servizio di controllo interno precostituito, mentre per
Telecom Italia
Sparkle emerge con evidenza che il servizio Audit interno
della controllante
Telecom Italia
Spa si è mosso soltanto a seguito degli accessi disposti dal
pm presso la società) rende superfluo anche il riferimento
all'ultimo comma dell'articolo 6 dello stesso d.lgs n°
231/2001».
17
- NEI CONTI DELL'ANCONA SPUNTA UN AGENTE DEL SISDE
Intercettando
un maggiore delle Fiamme gialle, Luca Berriola, che era sotto
inchiesta per una presunta estorsione ai danni dell'Ancona
calcio in seguito a una verifica fiscale (l'ipotesi era la
sottrazione di una pen drive con la contabilità «in nero»),
salta fuori che il finanziere contatta il legale del
presidente della squadra Pieroni utilizzando un cellulare
intestato a un certo Aiese, con precedenti per truffa.
«A specifica domanda su come mai utilizzasse l'utenza
(...) riferiva che in quel periodo utilizzava un'utenza che
gli fu data da un funzionario del Sisde, "...del quale
posso solo riferire il nome di battesimo, Alessandro", da
utilizzare in casi in cui non riteneva di usare la sua utenza
personale».
Ma Berriola dice di più: in occasione di un incontro con
l'avvocato di Pieroni racconta di esserci andato con «lo
stesso Alessandro, funzionario del Sisde, e tale Daniele anche
lui persona vicina ai servizi segreti, di cui non poteva
riferire né i loro cognomi né procedere alla loro
identificazione. Inoltre, l'autovettura utilizzata per andare
all'incontro, venne procurata dallo stesso funzionario del
Sisde, anche se fu lui a pagare le relative spese».
[25-02-2010]
DI GIROLAMO STOLTO – AFFARI E LUSSI DELL’AVVOCATO
TRIBUTARISTA CON
LA PASSIONE PER LA
NAUTICA DIVENTATO SENATORE GRAZIE ALLA ‘NDRANGHETA: FERRARI,
JAGUAR, SUPERYACHT
LA VITA DORATA E
LE CONSULENZE IN SVIZZERA - È ROMANO (E PARE MOLTO RELIGIOSO)
MA, DAI SALOTTI ALLE SEDI DI PARTITO, BEN POCHI L’HANNO
VISTO – DE GREGORIO È L’ULTIMO GIAPPONESE CHE LO DIFENDE:
“È QUEL MOKBEL CHE L’HA INGUAIATO”…
Fabrizio
Caccia
per
il "Corriere della Sera"
Ora il senatore Nicola Di Girolamo se ne sta chiuso, in
attesa di sviluppi, nella sua bella casa del quartiere Prati,
circondato solo dagli affetti più cari,
la moglie Antonella
, i figli Francesco e Alessandro - di 19 e 16 anni - e
il piccolo
cane Teo, dal pelo bianco, che abbaia ogni volta che squilla
il telefono.
Perciò, in queste ore, Teo abbaia
spesso. «Se c'è una cosa che più di tutte mi dispiace -
confessa Di Girolamo a uno dei pochi con cui ha ancora voglia
di parlare - è la sofferenza indicibile che sto facendo
provare a loro». Indica la moglie e i due figli. «Prima di
entrare in politica stavo benissimo, questa è la verità,
adesso invece ecco il prezzo che pago», si sfoga.
Certo, il quadro della sua vita privilegiata
all'improvviso è cambiato. Da giorni la Jaguar e la Ferrari
del senatore - eletto dai voti della 'ndrangheta, secondo
l'accusa - sono malinconicamente ferme nel garage. Anche la
barca «Indiana», uno yacht di
54 piedi
da un milione e mezzo di euro, rimarrà ormeggiato ancora per
chissà quanto nelle acque di Porto Ercole, all'Argentario,
dove pure Di Girolamo risulta possedere una discreta dimora.
Due anni fa, quando arrivò la prima
richiesta d'arresto, il senatore del Pdl si svegliò presto
quella mattina - dicono sia molto religioso - e andò a
pregare alla messa delle 7 davanti alla tomba di Papa Wojtyla,
in Vaticano. Non si sa se riconfermerà il rito anche
stavolta: all'epoca, di sicuro, gli portò bene.
I suoi colleghi di Palazzo Madama dicono
che Di Girolamo è romano, sì, ma in giro si vede poco.
Niente salotti, feste, ristoranti. Non frequenta neppure le
sedi del partito. Un fantasma. È tifoso della Roma ma non si
vede nemmeno all'Olimpico, nessuno lo ricorda in tribuna Monte
Mario la domenica in mezzo ai vip. Uno dei suoi pochissimi
amici rimasti (pare che fossero Zacchera e Gasparri un tempo
gli «aennini» più vicini a lui) oggi invece è il senatore
Sergio De Gregorio, presidente della delegazione italiana
presso l'assemblea parlamentare della Nato.
Il quale, però, giura che la situazione economica del
collega non è affatto così florida come sembra: «Gli hanno
pignorato lo stipendio di senatore e anche la casa, per 270
mila euro, dopo che è fallita una società che costruiva
barche e che lui aveva deciso di finanziare». Già. Perché
la nautica è la sua vera passione. L'ultima vacanza è stata
una crociera, quest'estate, in barca da Punta Ala alle Eolie,
via Ischia, con moglie e figli impegnati a spazzare il ponte
di «Indiana».
L'equipaggio erano loro: lei, Antonella, siciliana
d'origine, fa la casalinga; Francesco il figlio più grande
studia Giurisprudenza all'università; Alessandro il più
piccolo va
al liceo classico. La casa di Prati, poi, si trova a due passi
dalla bottega, cioè lo studio legale di via Filippo Corridoni
che condivide con l'avvocato Giacomo Straffi e un'altra
quarantina di dottori commercialisti. Di Girolamo era a
Lugano, due giorni fa, quando si è scatenata la tempesta:
avvocato tributarista, è infatti anche consulente di una
banca d'affari in Svizzera.
«Quel Mokbel che l'ha inguaiato - chiosa in ultimo De
Gregorio - era un cliente del suo studio romano, l'ha
conosciuto là». Vicepresidente della Fondazione «Italiani
nel Mondo» (di cui è presidente lo stesso De Gregorio) e
presidente dell'Associazione parlamentare di amicizia
Italia-Turchia, si sa davvero poco del senatore adesso
inquisito «con l'aggravante mafiosa». Con la sua fondazione,
in passato, avrebbe donato due minibus per portatori di
handicap ai Frati cappuccini di San Gennaro a Pozzuoli e alle
Suore degli Angeli di Napoli. «In fondo, è un uomo mite»,
conclude De Gregorio.
[25-02-2010]
PERCHÉ DUE GIGANTI COME TELECOM E FASTWEB AVREBBERO
DOVUTO RICORRERE AI CAROSELLI DI FATTURE FALSE PER OLTRE 2
MILIARDI DI EURO come fossero evasori di terz'ordine? –
GONFIARE i bilanci, FAR BELLA FIGURA IN BORSA, FREGARE IL
FISCO E TRUFFARE GLI AZIONISTI…
Andrea
Di Biase e Fabrizio Massaro per "MF"
Per quale motivo due società importanti
e sotto i riflettori della borsa come Fastweb, già eBiscom, e
il braccio internazionale di
Telecom Italia
, TI Sparkle, avrebbero dovuto ricorrere ai caroselli di
fatture per servizi inesistenti come fossero evasori di
terz'ordine?
Secondo gli inquirenti, perché erano il modo più rapido
per far crescere il margine operativo, rimpolpare l'utile (o
attenuare le perdite), abbellire i bilanci e presentarsi in
borsa come società in buona salute (nel caso di Fastweb) e
con i target centrati.
Il senso finanziario della presunta
truffa è riassunto dal gip Aldo Morgigni in un passaggio
dell'ordinanza di custodia cautelare emessa martedì contro 56
persone per associazione a delinquere e riciclaggio.
Tra le motivazioni che ha«nno portato il top management
a vedere con favore, indipendentemente dalla sua effettività
sostanziale» lo schema usato, c'è «l'aumento di fatturato
che le due suddette operazioni realizzavano, sia per l'effetto
tonico che aveva sui bilanci da presentare alle banche ed agli
analisti, sia per l'effetto sulla quotazione del titolo in
borsa».
Ma il gioco valeva la candela? I numeri
possono aiutare a dare una risposta. L'associazione criminale,
scrive il gip, ha messo in circolazione fatture per 2,2
miliardi di euro per la compravendita fittizia di servizi
telefonici. Da questa montagna di denaro, effettivamente
transitata sia in entrata sia in uscita dalle società Fastweb
e TI Sparkle, gli indagati avrebbero provocato un danno allo
Stato di 370 milioni, derivante dal mancato versamento
dell'Iva.
Questo enorme giro di operazioni, avviato nel 2003 dalla
sola Fastweb, interrotto nel 2004, e ripreso nel triennio
2005-2007 da tutte e due le società, ha determinato «l'incremento
fittizio di fatturati, ricavi e utili» per le due compagnie,
nonché fittizi crediti Iva.
Secondo i calcoli del nucleo valutario della Guardia di
Finanza, oltre ai 370,41 milioni di Iva non pagata (297,89
milioni Sparkle e 72,52 Fastweb) ci sono 95 milioni di margini
da spalmare negli anni nei bilanci delle due società. Nel
primo anno, il 2003, il sistema è attivo solo per Fastweb che
commercializzava le cosiddette «phuncards», ovvero schede
prepagate che consentivano l'accesso a siti internet con
contenuti protetti dal diritto d'autore, come film e musica.
Un sistema messo in piedi dal consulente d'impresa Carlo
Focarelli, considerato la mente dell'organizzazione. La società
allora guidata da Silvio Scaglia ha ricavato 12,7 milioni di
margini da un giro di fatture per 220 milioni circa. Nella
contabilità però non sono stati segnati i costi e i ricavi
della compravendita delle schede ma solo i margini, che in
quell'esercizio hanno pesato per l'11% sull'intero mol di
110,7 milioni.
Questo è accaduto perché Fastweb, che era intermediario
tra la prima società «cartiera» italiana e il soggetto
inglese acquirente del servizio, operava con il meccanismo
giuridico del mandato senza rappresentanza. Il non registrare
costi e ricavi, ma solo i margini, ha consentito di elevare la
redditività del gruppo. E questo, secondo la tesi
d'inchiesta, era il vero obiettivo di Fastweb, che ai tempi
era ancora una start-up e perdeva 331 milioni.
La fetta più consistente dei margini è stata però
realizzata nel triennio 2005-2007 e ha visto principale
protagonista non tanto Fastweb, su cui in questi giorni si è
concentrata la maggiore attenzione mediatica, ma la società
del gruppo Telecom Italia.
TI Sparkle, ai tempi guidata da Riccardo Ruggiero, che
era anche amministratore delegato della capogruppo, ha
ottenuto oltre 72 milioni di margine aggiuntivo in tre anni,
utilizzando in gran parte il meccanismo contabile dei costi e
ricavi, gonfiando così anche le due voci di bilancio, e in
minima parte quello del mandato senza rappresentanza, già
sperimentato da Fastweb.
TI Sparkle non commercializzava schede prepagate bensì
fittizio traffico telefonico sulla rete internazionale (numeri
a prefisso 688), sempre attraverso il sistema della «frode
carosello». Nel 2006 c'è
stato il
boom di margini ottenuti dalla vendita di questi servizi.
Secondo i calcoli della Gdf sono ammontati a 46,85 milioni,
pari al 15,2% del mol di quell'anno (307 milioni). Nel 2005 e
nel 2007 i margini aggiuntivi per Sparkle sono stati pari a
12,17 milioni nel 2005 (4,8% del mol) e 13,2 milioni nel 2007
(4,1% del mol).
C'è poi un terzo livello di arricchimento nel sistema
messo in piedi dall'organizzazione criminale individuata dalla
Direzione distrettuale antimafia di Roma, dalla Gdf e dal Ros
dei Carabinieri, che non riguarda le due società di tlc ma il
reticolo di faccendieri, mediatori e riciclatori, anche legati
alla 'ndrangheta, che ha fatto sparire in mille rivoli oltre
275 milioni in quattro anni, attraverso società inglesi,
panamensi, svizzere, lussemburghesi, finlandesi, cipriote e di
Hong Kong.
Da dove arrivavano quei soldi? Sono semplicemente la
differenza tra l'Iva incassata, ma non versata allo Stato,
dalle varie società cartiere, e i 95 milioni di margini
trattenuti da Fastweb e Sparkle, ricavati proprio dalla
reimmissione nel flusso finanziario dell'Iva che avrebbe
dovuto essere girata all'erario.
[25-02-2010]
|
DE GREGORIO, il guardiano del pretorio - Una sigla
politica? Un impero economico? Una potentissima lobby? Di
tutto un po'. in un arcipelago di sigle, tutte targate
“Italiani nel mondo”: reti televisive, servizi
immobiliari, casa editrice - l'ex giornalista d'assalto che
ebbe il suo momento di gloria nel 1995. Allora, “molto
causalmente”, De Gregorio scoprì a bordo della nave da
crociera “Monterey” Tommaso Buscetta...
Enrico Fierro
per
"il
Fatto Quotidiano"
Cinque uomini su un manifesto. Abbigliamento da Blues
Brothers, neri come le "jene", un po' ridicoli come
i "Soprano's". Sono gli italiani nel mondo: Basilio
Giordano, Amato Berardi, Juan Esteban Caselli, Nicola Di
Girolamo e in mezzo lui: Sergio De Gregorio, la mente della
fondazione-partito. Una sigla politica? Un impero economico?
Una potentissima lobby? Di tutto un po'.
Basta dare una occhiata agli archivi della camera di
commercio di Napoli, patria di De Gregorio, e perdersi in un
arcipelago di sigle, tutte targate "Italiani nel
mondo": reti televisive, servizi immobiliari, editrice,
Channel, socio sempre De Gregorio e sua moglie Maria Di Palma.
La passione per le tv e l'editoria ha creato qualche
problema a De Gregorio per una storia di contributi statali
alle tv private che nel 2008 vide coinvolto Giovanni
Lucianelli, all'epoca suo capoufficio stampa. Storie e
problemi che non hanno mai fatto arretrare di un millimetro
l'ex giornalista d'assalto che ebbe il suo momento di gloria
nel 1995. Allora, "molto causalmente", De Gregorio
scoprì a bordo della nave da crociera "Monterey"
Tommaso Buscetta. Scoppiò il finimondo.
Per rallegrare don Masino il futuro leader di
"Italiani nel mondo" amava esibirsi nella celebre
"Guapparia". Altra musica, invece, 14 anni dopo,
quando all'Auditorium della Conciliazione a Roma, De Gregorio
e i suoi "blues brothers" presentano a Roma
"Italiani nel mondo". "Un movimento rivolto a
tutti gli italiani che credono nella bandiera, nella lingua,
nella cultura e nella Patria", dice il fondatore. Si
commuove anche Susanna Petruni, la "farfallina" del
Tg1 che quella sera fa da madrina d'onore.
Sergio De Gregorio tiene molto ai suoi meeting. Quando
tre anni prima, nel 2006, presenta il movimento a Palermo la
sala dell'Hotel Parco dei Principi è gremita. Sono venuti
anche da New York ad applaudire e a portare la promessa di
soldi. C'è
la principessa Josephine Borghese
e Maria Pia Dell'Utri, la ex moglie del fratello gemello di
Marcello. Fratelli d'Italia sparsi per
il mondo
, la vera forza di De Gregorio.
Lui sì un vero emigrante. Non ha girato continenti, ma
partiti. Ex socialista craxiano, poi affascinato dalla Dc di
Rotondi, simpatizzante di Forza Italia, infine senatore grazie
a Di Pietro, prima di ritornare nelle braccia di Berlusconi. E
qualche guaio giudiziario. Quello brutto a Reggio Calabria,
dove la procura antimafia lo imputa di concorso esterno in
associazione mafiosa per aver favorito
la cosca Ficara
nell'acquisto di una caserma dismessa.
Scoppiano polemiche, il senatore grida al complotto. Il
27 maggio dell'anno scorso un decreto di archiviazione lo
scagiona da ogni accusa. Ora De Gregorio è pronto per
lanciare il suo movimento e farlo confluire nel Pdl di
Berlusconi. I suoi uomini di punta sono quelli del manifesto
in nero. Nicola Paolo Di Girolamo, il politico di riferimento
del clan Arena di Isola Capo Rizzuto.
Nelle carte dell'inchiesta che ha coinvolto i vertici di
"Fastweb" c'è un particolare che racconta il legame
del senatore con i vertici della 'ndrangheta crotonese. Franco
Pugliese, il riciclatore della cosca Arena, è un appassionato
di barche di lusso, per 200mila euro compra uno yacht "Franck
One" da una ditta di Trapani, il senatore lo aiuta ad
intestarlo alla "Adv & Partners", una società
romana.
Amato Berardi è stato eletto negli Usa, presidente del
"Niapac" - National american committee -, è
responsabile di un fondo in grado di gestire 60 miliardi di
dollari. "Se necessario - promise nella kermesse
palermitana - interverremo per la costruzione del Ponte sullo
Stretto".
Sulla testa di Basilio Giordano - calabrese emigrato a
Montreal "perché mi innamorai di mia moglie" -
pende un ricorso del primo dei non eletti. Juan Esteban
Caselli è stato eletto nella circoscriszione
latino-americana. Tanti voti in Argentina, dove conta di
candidarsi alle elezioni presidenziali del 2011, tantissimi in
Venezuela. C'è una contestazione sulle schede che lo hanno
portato in Parlamento, stessa calligrafia, stesso inchiostro,
sospetti e una inchiesta aperta.
Perché in Venezuela all'epoca delle elezioni si mise
all'opera Aldo Micciché, un faccendiere calabrese da anni
riparato nel paese sudamericano che in Italia dovrebbe
scontare 25 anni di galera. Amico stretto di Dell'Utri, alla
vigilia delle elezioni i due si parlano spesso, come accerta
una inchiesta della Dda di Reggio Calabria.
"Presto si vota e ci dobbiamo preparare", dice
Micciché. "Lo misi in contatto con Barbara Contini che
si occupava del voto degli italiani all'estero", la
replica del senatore. Il 26 marzo 2007 Micchiché è in prima
fila alla presentazione dei candidati del Pdl a Caracas.
[25-02-2010]
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MOBILITAZIONE PER LA COSTITUZIONE...
Allarme
per lo stato di calamità Costituzionale: è quello che parte
da Bologna, dai Comitati Dossetti, nati dopo l'appello
lanciato nell'aprile del 1994 da don Giuseppe Dossetti, a
difesa della Costituzione.
Riuniti a Bologna nei giorni scorsi, i Comitati, sorti in tutta
Italia, hanno espresso preoccupazione per le ferite cui è
sottoposto l'ordinamento democratico e lo Stato di diritto:
dall'attacco alla Magistratura da parte dell'esecutivo,
diretto a impedire il controllo di legittimità a ogni
livello, all'avvilimento del Parlamento attraverso la
decretazione d'urgenza; dalla degenerazione populista del
sistema politico con la pretesa incarnazione della volontà
popolare nella volontà di un suo unico leader all'abbandono
dei valori di giustizia, eguaglianza e pace.
I Comitati Dossetti (che nell'occasione hanno eletto Raniero La Valle
presidente,
il prof
Luigi Ferrajoli vicepresidente e Alessandro Baldini, Francesco
Di Matteo, Maurizio Serofilli alla segreteria) hanno deciso di
promuovere una serie di iniziative da svolgere soprattutto
nelle scuole. L. Q
26.02.10
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ABBIAMO RIPESCATO LA GRANDE INTERVISTA CHE PAOLO GUZZANTI FECE A AL
BRACCIO DESTRO DI ANDREOTTI, FRANCO EVANGELISTI, PASSATA ALLA STORIA CON
LA MITICA FRASE "a Fra', che ti serve?" (BY CALTAGIRONE) -
"se uno voleva fare il furbo, mica andava a incassare un assegno.
Uno, se sa che sta facendo un'operazione illecita, chiede i soldi in
contanti e in valigia e manda a ritirarli da un terzo"....
Da "Giornalismo Italiano 1968-2001" (ed.
Mondadori")
Con l'occhiello Il ministro Franco Evangelisti parla dei suoi
rapporti col finanziere dello scandalo Italcasse e il sottotitolo «Sono
amico di Gaetano da vent'anni e i quattrini che mi ha dato sono serviti
per finanziare la corrente, la mia campagna elettorale e il partito»,
in "da Repubblica", 28 febbraio 1980. Ripubblicato, con il
titolo "La confessione di Evangelisti", in «la Repubblica»
dieci anni. 1980. Il trionfo di Reagan, a cura di Giorgio Dell'Arti,
supplemento a "da Repubblica" n. 59 dell'll marzo 1986, pp.
7-8.
Ministro Evangelisti, lei ha preso soldi dai Caltagirone?
«Sì, da Gaetano. lo sono amico di Gaetano Caltagirone, gli altri
fratelli quasi non li conosco.»
Quanti soldi?
«E chi se lo ricorda. Ci conosciamo da vent'anni e ogni volta che
ci vedevamo lui mi diceva: "a Fra', che ti serve?"»
Così'? Caltagirone tirava fuori il libretto e scriveva?
«Sì, così. E senza nessuna malizia. Chi ci pensava a questi
scandali? Chi pensava di fare qualcosa di male? Non le pare?»
Non mi pare, che cosa?
«No, dico: se uno voleva fare il furbo, mica andava a incassare
un assegno. Uno, se sa che sta facendo un'operazione illecita, chiede i
soldi in contanti e in valigia e manda a ritirarli da un terzo. Non
crede?»
E lei che faceva?
«lo? Niente. Pigliavo la penna e ci mettevo sopra il mio nome a
stampatello, perché Gaetano il nome non lo metteva: lo lasciava sempre
in bianco.»
E questi soldi a che cosa le servivano?
«Per finanziare la corrente. Per finanziare le mie campagne
elettorali, per finanziare il partito.»
Anche dopo l'entrata in vigore della legge sul finanziamento
pubblico?
«Be', certo. Che vuoI dire? Quella legge, d'altra parte,non è
che proprio vieti ... »
Caltagirone finanziava soltanto lei?
«No, no. Finanziava tanta gente.»
Per adesso si conosce soltanto il suo nome e quelli di Caiati e
Sinesio.
«A me risulta che Caltagirone, così come ha la nostra finanziato
la nostra corrente, nello stesso modo ha dato soldi anche alla corrente
fanfaniana, ai dorotei e a Forze Nuove."
E al partito?
«Certo: e al partito.»
Si rende conto della gravità di queste sue ammissioni?
«Io facendo quest'intervista è come se parlassi davanti al
Parlamento: non posso dire il falso e non voglio tacere il vero. E nel
vero c'è anche questo: che mai c'è stata la minima interferenza, la più
piccola sovrapposizione fra l'affare dell'Italcasse e noi. Per
"noi" intendo la corrente andreottiana.»
Scusi, lei da dove pensava che venissero tutti i milioni che
Gaetano Caltagirone tanto generosamente le metteva a disposizione?
«E che dovevo sapere io? lo pensavo che fossero soldi suoi, roba
sua propria. Io non sapevo niente di tutte quelle società di Gaetano e
neppure sapevo che l'Italcasse avesse erogato 205 miliardi a un solo
uomo. Ma andiamo! Che cosa ci stavano a fare gli organismi di vigilanza?»
Che cosa le chiedeva Caltagirone in cambio dei suoi versamenti?
«Gaetano? Niente. Lui era, anzi è, un amico. Un amico della DC e
non soltanto amico mio. Anzi, è amico di tanta altra gente che non è
neppure democristiana. In fondo, a parte la provenienza dei soldi, di
cui io non so niente, dove sta lo scandalo?»
Già: secondo lei dove sta lo scandalo?
«Posso dire? Guardi, me lo metta fra virgolette: io ero stasicuro
che la questione sarebbe esplosa durante il congresso e che sarebbe
stata strumentalizzata. È chiaro che qualcuno ha tirato fuori le carte
e le ha fatte avere ai giornali. Ed è chiaro che è stato violato il
segreto istruttorio e anche altri segreti. lo però vorrei sapere una
cosa.»
Dica.
«lo vorrei sapere perché, quando non ci sono di mezzo degli
amici di Andreotti, non si va mai a fondo. Vorrei che finalmente si
conoscessero i nomi dei 500 esportatori di capitali all'estero. Sugli
altri non si rivela mai niente. E qui con la storia Caltagirone l'unico
nome che esce fuori è il mio. Evidentemente gli altri o sono protetti,
opppure sono nomi che non fanno cronaca.»
Chi sono gli amici di Caltagirone?
«Sono tanti. Ecco, io con Gaetano sono sempre andato d'accordo
tranne quando ha insistito tanto per avere il cavalierato del lavoro e
quando si è fatto il jet personale. Insomma! Un po' di decenza: due
fratelli, due jet.»
Parlavamo degli amici di Caltagirone.
«Ah, sì. Dunque, Gaetano ha voluto per forza fare una grande
festa a casa sua, per inaugurare la casa. Anche lì non m'è piaciuto,
ha voluto strafare: c'erano tutti. Ministri e politici di primissimo
piano, il fior fiore dei magistrati, giornalisti di grido e i comandanti
dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.»
E poi?
«E poi non mi ricordo. Ma a casa di Gaetano trovavi la gente più
diversa e di diversa estrazione politica. Insomma, allora Caltagirone
non faceva schifo a nessuno e credo che neppure i suoi soldi, facessero
schifo, a giudicare ~ecorrenti della DC che finanziava.»
Lei ha detto che il suo nome è uscito fuori per una sorta di
congiura. Adesso lei chiama in causa dorotei, fanfaniani, Forze Nuove. E
poi che cosa succederà?
«Niente: se la faccenda di Caltagirone si chiuderà così, con
una composizione bancaria, allora vorrà dire che soltanto io avrò
avuto una pubblicità negativa. Ma se il procedimento della bancarotta
andrà avanti, allora anche tutti i prestanome usciranno fuori e dai
prestanome si arriverà direttamente ai destinatari. Ma io mi auguro,
nell'interesse di Caltagirone e delle banche creditrici, che si possa
trovare un punto d'incontro. La sua è una bancarotta per modo di dire,
perché non ha lasciato dietro di sé soltanto debiti, ma anche palazzi,
immobili che hanno un valore. Comunque in me resta 1'amarezza di
un'Italia delle mezze verità e delle compiacenti coperture.»
[19-02-2010]
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“CLANDESTINO”?!? MA chiamatelo
"glande-stino"! - SOTTO AL “CAMPANILE” DI
MASTELLIANA MEMORIA SI CELA L’ENNESIMA AVVENTURA
DELL’IMPRENDITORE DI “DIECI”, IL QUOTIDIANO SPORTIVO
FALLITO – LA COOPERATIVA di fabo caso OTTIENE I SOLDI DEL
DEFUNTO UDEUR, MA QUALCOSA NON FUNZIONA: PARENZO E DIACULO
FUGGITI DALLA DIREZIONE, LIQUIDITÀ NON CONFERMATE IN
NICARAGUA E L’ABITUDINE DI COMPRARE E “SALVARE” TESTATE
IN DIFFICOLTÀ…
Alfredo Faieta per "
Il Fatto
Quotidiano"
Managua o Ceppaloni poco importa se si tratta di business. A
Giandomenico e Fabio Caso, padre e figlio editori del
giovanissimo quotidiano Il Clandestino, la fine dell'Udeur di
Clemente Mastella è parsa subito una grossa opportunità
economica, più che la disfatta di un progetto politico. Fatti
due conti, con i sodali Ambrogio e Luigi Crespi (il
sondaggista che ispirò il "contratto con gli
italiani" di Silvio Berlusconi), non si sono fatti
sfuggire l'affare.
Ovvero l'acquisto della cooperativa editrice de Il Campanile
Nuovo, già organo del partito di Mastella che nel 2008 aveva
incassato 1,15 milioni di euro circa di finanziamento pubblico
per l'editoria, riferibili al 2007. E che anche nel 2009
sarebbe passata alla cassa, dato che il finanziamento
all'editoria è stato confermato (sul 2010 ci sono ancora
incertezze). Ma allo stesso Mastella, una volta sfumato quel
progetto politico, anche quel chiacchieratissimo l'organo di
stampa non sarebbe più servito .
I FINANZIAMENTI
Al Clandestino, 25 mila copie di tiratura dichiarate da Fabio
Caso, che si occupa dell'amministrazione della società, i
soldi del finanziamento facevano invece gola, almeno stando
alle voci alle voci che si raccolgono tra coloro che sono
transitati per il quotidiano. D'altronde la diffusione già
allora probabilmente non brillava, sia per l'oggettiva
difficoltà di trovarlo in edicola, sia per l'evidenza dei
tanti resi che proprio gli edicolanti notificavano e
notificano ancor oggi. Se la necessità impellente era la
liquidità, il Campanile era la risposta più veloce a
disposizione.
Detto fatto, se non fosse per un particolare: i giornalisti del
Clandestino sarebbero dovuti diventare essi stessi soci della
nuova società, dato che per continuare a ricevere il
finanziamento la nuova entità nata dalla integrazione sarebbe
dovuta restare una cooperativa di giornalisti.
Un passaggio che sembra non sia piaciuto a Pierluigi Diaco,
l'ultimo direttore della testata che dopo neanche un mese di
conduzione del giornale si è dimesso lasciando dietro di sé
solo uno scarno comunicato nel quale si accenna a differenti
vedute circa lo sviluppo e la gestione del progetto. Prima di
lui anche David Parenzo, il primo direttore della testata,
aveva fatto le valigie dopo tre mesi di reggenza: due
direttori fuggiti dopo neanche sei mesi è un record anche per
la malconcia stampa italiana.
IL PRECEDENTE
Ma forse c'è qualcosa in più nella scelta dei due ex
direttori di abbandonare il giornale velocemente. La storia
dei Caso come editori non è costellata di successi. Al
contrario, sembrano essere più le ombre, a partire dal
fallimento del quotidiano Dieci, partito nel 2007 con a fianco
dei Caso l'editore Alberto Donati, e Ivan Zazzaroni alla
direzione.
Una trentina di giornalisti, alcuni dei quali alla prima
esperienza, che hanno visto sfumare tutto dopo appena tre mesi
di uscite, stipendi pagati in forte ritardo, il fallimento
dell'editrice Dieci, dove gli avvocati che avevano presentato
in tribunale i decreti ingiuntivi relativi ai crediti vantati
dai dipendenti, non hanno trovato nulla. Liquidità e attività
inesistenti, e impossibilità di soddisfare i creditori.
D'altronde, a sentire Donati, le disponibilità finanziarie che i
Caso avrebbero dovuto apportare per sostenere il progetto si
sono rilevate evanescenti. Due milioni di euro in obbligazioni
del Nicaragua, la cui capitale è Managua dove avevano sede
due società riferibili ai Caso, la Mediterranea sa e al
Centrale America adventures sa.
Le obbligazioni sono risultate poi senza valore ad una verifica
prodotta dal Monte dei Paschi, e sono state alla base della
decisione dello stesso Donati di abbandonare
la società. Le
accuse per la verità sono reciproche, perché Fabio Caso ha
riferito al Fatto Quotidiano di aver perso nel progetto, per
una cattiva gestione proprio di Donati, 2,3 milioni di euro,
causando un buco complessivo ben sette milioni di euro. Nel
mezzo la rabbia dei giornalisti e dipendenti, beffati
nonostante i nomi altisonanti alla direzione e Roberto Baggio
come testimonial, anch'esso in causa per centinaia di migliaia
di euro.
VERSO IL ROMANISTA.
Anche l'avventura con i periodici acquistati da Peruzzo
editore è finita, per il momento, in tribunale. Dallo storico
editore italiano, i Caso hanno acquistato il settimanale
DiTutto, e i mensili Top Salute e
La Mia Casa
, in difficoltà, per 1,5 milioni di euro.
Soldi pagati solo in parte perché ritenuti eccessivi rispetto al
valore delle testate. Non solo: la principale finanziaria dei
caso, la Hopit controllata dalle due società nicaraguensi che
Caso ha dichiarato di avere ora dismesso, è fallita dopo
un'ingiunzione di pagamento di 35 mila euro nonostante
dichiarasse un capitale versato di 50 milioni di euro.
Circola un rumor ultimamente: ovvero che i Caso siano interessati
al quotidiano sportivo il Romanista, in difficoltà. E la
battuta che fanno alcuni dei suoi dipendenti è questa:
"Allora non è proprio un caso".
[19-02-2010]
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È LOTITO O NON È LOTITO? –
SETTEMBRE 2005, UN SIGNORE ESCE DALL’AUTO GRIGIA CON
LAMPEGGIANTE E SCAGLIA A TERRA IL CELLULARE DI UNA DONNA CON
LA QUALE HA AVUTO
UN INCIDENTE – LEI PRENDE LA TARGA: È L’AUTO DEL PATRON
DELLA LAZIO – OGGI SI VA A PROCESSO (SONO PASSATI OLTRE 4
ANNI!) E IL PRESIDENTE PRESENTA I SUOI TESTIMONI: “ERA
ALTROVE” – MA UN MOTOCICLISTA RICONOBBE LOTITO (SARÀ
STATO ROMANISTA?)…
Da "Il Messaggero"
Avrebbe strappato
il telefonino
dalle mani di una donna scagliandolo in terra, al termine di
una discussione nata in seguito ad un incidente stradale.
Una prepotenza che avrebbe commesso la sera del 29 settembre del
2005 il patron della Lazio, Claudio Lotito, per finire sotto
processo solo adesso, con l'accusa di violenza privata. E ora,
a distanza di cinque anni, il presidente della società
biancoceleste si difende - testimoni alla mano - sostenendo di
non essere mai stato coinvolto nello scontro avvenuto la sera
del 29 settembre del 2005 alle 19.00 sul raccordo anulare
all'altezza dell'uscita della Magliana.
Lui a quell'ora si sarebbe trovato a Formello per discutere di
vicende societarie. E a confermare le sue parole sono
intervenuti, davanti al giudice monocratico Elena Scozzarella,
tre testimoni che hanno affermato di aver
visto il
presidente nella sede della società all'ora dell'incidente.
Si tratta del suo autista, del direttore amministrativo della
Lazio, Marco Cavaliere, e del vice presidente consigliere di
sorveglianza dell'epoca, Sergio Scibetta.
«E' un banale errore, un equivoco - afferma l'avvocato Gian
Michele Gentile, difensore di Claudio Lotito - Forse la
signora deve aver preso un numero di targa sbagliato».
Eppure non era ancora buio alle 7 di sera di quel 29 settembre,
quando la donna, che stava per imboccare uno svincolo per la
Magliana, sente nettamente l'urto sulla parte posteriore della
sua vettura.
Secondo il
racconto della signora, rappresentata dall'avvocato Fabio
Sanandrea, dopo l'impatto la signora si avvicinò alla
macchina grigia con il lampeggiante sul tetto per chiedere di
compilare un Cid e chiudere amichevolmente la faccenda.
A quel punto sarebbe sorta una discussione e quando la signora
pensò di chiamare qualcuno, dalla vettura sarebbe uscito
l'uomo seduto nel sedile posteriore che, pieno di rabbia,
avrebbe afferrato il cellulare della signora scagliando in
terra. A quel punto i due uomini sarebbero rientrati in auto
andando via.
La scena avvenne davanti ad un motociclista, che si era fermato
pensando che ci fosse bisogno di soccorso. E che confermò
alla signora che l'autore del gesto era proprio il presidente
della Lazio, Claudio Lotito. Di lì la decisione di rivolgersi
alla magistratura.
[18-02-2010]
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FIAMME GIALLE,
LA VENDETTA DI POLLARI
E SPECIALE - FRA QUALCHE GIORNO, PARTITà UN VERTIGINOSO
WALZER DI NOMINE gdf CHE VEDE IN PRIMA FILA ALCUNI FEDELISSINI
DEI DUE GENERALI DEFENESTRATI: CARBONE ALL'INTELLIGENCE,
BURATTI ALLE OPERAZIONI - "DEMINUTIO" PER Andrea De
Gennaro, fratello dell'ex capo della polizia Gianni, ora nei
servizi segreti alla guida del Dis, CHE perde il comando
provinciale di Roma...
Stefano Sansonetti per "Italia
Oggi"
È questione di giorni. Di certo quello che sta per partire è un
vorticoso valzer di poltrone alla Guardia di Finanza. A essere
interessato è un drappello di generali, tutti pezzi da
novanta delle Fiamme Gialle. Le caselle, in questi momenti,
sono in via di definizione. Ma lo scenario che sta emergendo,
e che "ItaliaOggi" è in grado di anticipare, di
fatto porta alla ribalta Nicolò Pollari, ex capo del Sismi e
generale della Gdf (coinvolto nelle inchieste sull'archivio
Sismi e sul rapimento di dell'imam Abu Omar), e Roberto
Speciale, oggi deputato del Pdl e comandante generale del
corpo fino al giugno del 2007, quando venne sostituito da
Cosimo D'Arrigo (dopo un braccio di ferro con l'allora
viceministro dell'economia, Vincenzo Visco, che approdò anche
sul tavolo della procura).
I cambiamenti su cui si lavora, in effetti, sembrano destinati a
far salire alcuni fedelissimi dei due generali.
Tra gli spostamenti in cantiere spicca quello di Michele Carbone,
già capo della segreteria di Speciale e teste d'accusa nei
confronti di Visco, al quale all'epoca vennero imputate
pressioni sullo stesso Speciale per azzerare i vertici della
Gdf in Lombardia. Ebbene Carbone, che oggi è capo ufficio del
comandante generale, andrà a guidare lo strategico II
reparto, quello da cui dipende tutta l'intelligence. Qui, se
l'operazione andrà in porto, prenderà il posto di Renato
Russo.
Altro movimento importante dovrebbe riguardare Bruno Buratti,
attualmente capo ufficio di Nino Di Paolo, comandante in
seconda della Gdf, particolarmente stimato da Pollari. Buratti
prenderebbe il posto di Giuseppe Vicanolo al comando del III
reparto operazioni.
Una poltrona di rilievo è in serbo anche per Vito Augelli, che
oggi dirige il nucleo di polizia tributaria di Roma e che in
passato ha ricevuto la bellezza di 16 encomi da Speciale.
Augelli si dovrebbe sistemare a capo del V reparto relazioni
esterne e comunicazione, ora guidato da Rosario Lorusso.
Quest'ultimo, che Visco rimosse dal nucleo regionale Lombardia
della polizia tributaria, è in predicato di andare a dirigere
l'Accademia di Bergamo. Novità in arrivo anche alla Scuola di
polizia tributaria. In pole position per la sua direzione è
Giorgio Toschi, che ora guida il comando regionale della
Toscana.
Alla Scuola Toschi subentrerebbe a Saverio Capolupo, mentre il
comando regionale della Toscana è destinato a Vicanolo, come
detto in uscita dal III reparto operazioni. Spostamento in
vista anche per Fabrizio Carrarini, che ha lavorato proprio
con Vicanolo al III reparto e che è destinato alla guida
degli affari giuridici e legislativi della Fiamme Gialle.
Tra i vari spostamenti sembra prepararsi qualche «deminutio».
Andrea De Gennaro, fratello di Gianni De Gennaro (ex capo
della polizia e ora nei servizi segreti alla guida del Dis),
sta per perdere il comando provinciale di Roma. Sembra che per
lui si stia pensando a un corso annuale di qualificazione. Si
tratta di una procedura che sulla carta dovrebbe preludere
all'assegnazione di un incarico di prestigio, ma di fatto la
lettura che se ne dà è del tutto diversa.
Al suo posto, a Roma, è in procinto di arrivare Ignazio
Gibilaro, ora a capo del comando provinciale di Catania.
Gibilaro, molto stimato da Pollari, anni fa condusse anche
un'indagine sul leader dell'Idv, Antonio Di Pietro. Destinato
a perde terreno anche Giovanni Mainolfi, già vicecapo di
gabinetto del ministro dell'economia, Giulio Tremonti (prima
che l'incarico venisse ricoperto dal generale Vincenzo Delle
Femmine). Anche per Mainolfi, che oggi guida il comando
provinciale di Napoli, si prepara un corso di qualificazione.
Dettaglio non secondario: le nomine stanno passando per le mani
di Giuseppe Zafarana, oggi alla guida del reparto della Gdf
che si occupa di personale e in passato capo dell'ufficio di
Speciale.
[18-02-2010]
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MILANO
CONNECTION – LA TELECAMERA UTILIZZATA DALL’IMPRENDITORE
BASSO PER INCASTRARE PENNISI ERA DEL FOTOGRAFO CHE SCATTÒ LA
FOTO DI LAPO SOTTO CASA DI UN TRANS (E CHE NON FU MAI PAGATO)
– PUO’ ESSERE STATO IL PAPARAZZO DI RICATTOPOLI A
“SPINGERE” BASSO AD ANDARE IN PROCURA VISTO CHE AVEVA LE
IMMAGINI?...
Antonella Mascali per "il
Fatto Quotidiano"
Resta in carcere Milko Pennisi,
l'ormai ex presidente della commissione urbanistica del Comune
di Milano e consigliere del Pdl. Arrestato subito dopo aver
preso una mazzetta, secondo il gip Luerti - che ha convalidato
l'arresto per concussione - deve rimanere a San Vittore perché
può inquinare le prove.
Ritiene che potrebbe aver chiesto
tangenti anche ad altri imprenditori, oltre a Mario Basso, che
lo ha denunciato: "Non appare completamente affidabile
quando afferma di essere stato colto nella flagranza
dell'unico delitto commesso. L'insieme delle circostanze
evidenziate rivela piuttosto la necessità di proseguire le
indagini... che l'atteggiamento ambivalente dell'indagato
mette obiettivamente in pericolo". Pennisi ha cercato di
convincere gli inquirenti che i soldi a Basso (che ha fatto da
esca per farlo arrestare), non li ha chiesti lui, ma glieli ha
offerti l'imprenditore. Insomma non ci sarebbe stata la
concussione.
Ma il gip, invece, ha creduto a Basso,
che ha rivelato come Pennisi abbia giustificato la tangente
per sbloccare la sua pratica edilizia: era necessario
"essere riconoscenti" a 2, 3 membri della
commissione su cui poteva contare. Scrive il gip: "Non si
comprende perché mai, dopo avere deliberatamente intrapreso
una iniziativa illecita", l'imprenditore, "avrebbe
dovuto incastrare il politico da cui aveva ottenuto un
importante favore a buon prezzo, rischiando personalmente in
modo inutile".
Dunque Basso è stata una vittima.
Questa storia di mazzette - ha ricostruito "Il
Fatto" - si intreccia con Lapo Elkann, suo malgrado, per
via di un'agenzia di comunicazione legata alla vittima e per
via del fotografo che gli presta la mini-telecamera "a
bottone", che è tra i protagonisti dell'inchiesta su
"Ricatto-poli". Mario Basso aveva rapporti d'affari
con le agenzie di comunicazione "Rayproduction" e
"Pinkopallino", il cui amministratore è Romano
Berneri.
Per queste agenzie lavora dalla
primavera all'autunno 2009 il paparazzo Fabrizio Pensa, detto
"Bicio", accusatore dell'inchiesta milanese sui
fotoricatti e imputato per estorsione a Torino, insieme a
Fabrizio Corona, per la vicenda Trezeguet. Berneri e Basso, in
buoni rapporti con il fotografo, tra settembre e ottobre gli
chiedono in prestito la telecamera. Basso filma Pennisi mentre
paga la prima mazzetta.
Poi restituisce la telecamera a "Bicio".
Il fotografo vede il filmato e se ne "dimentica".
Fino a quando, dicono fonti vicine alla difesa di "Bicio",
il 26 gennaio "il Corriere della Sera" pubblica
un'anticipazione di "Oggi" che intervista Fabrizio
Corona e mostra le foto della Ferrari gialla di Elkann davanti
alla casa milanese, a quanto pare, di una transessuale,
acquistate per 10.500 euro. "Bicio" va su tutte le
furie, perché quegli scatti li aveva fatti lui e un altro
fotografo.
L'agenzia "Rayproduction" -
dicono le stesse fonti - non gli aveva dato un soldo per la
vendita del servizio. Il paparazzo, chiama Basso e gli dice
che se non l'avessero pagato per quelle foto (20, 30mila euro,
racconta l'imprenditore ai magistrati), avrebbe tirato fuori
il video con Pennisi. Basso, che si è tenuto il filmato per 5
mesi, va in Procura, denuncia il politico e parla anche di
"Bicio".
L'avvocato del fotografo, Carlo
Maffeis, ci dice che non c'è stata alcuna tentata estorsione:
"Il signor Pensa voleva portare il video ai carabinieri.
Si è lasciato andare a qualche frase di troppo perché, per
l'ennesima volta si è visto sottrarre dei soldi che gli
spettavano per le sue foto". Dalla "Rayproduction",
dopo l'arresto di Pennisi, "Bicio" ha ottenuto per
le foto di Elkann 2.250 euro più iva.
[16-02-2010]
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"A
FRA', CHE TTE SERVE?" - E' morto oggi, all'eta' di 80
anni, un arcitaliano: Gaetano Caltagirone - coinvolto nello
scandalo Italcasse, il seguace dell'andreottismo senza
limitismo (celebre la sua frase a Franco Evangelisti), dopo
diversi anni di logoranti procedimenti giudiziari, nel 1988 cè
l'assoluzione piena da ogni accusa, la revoca del fallimento
ed il risarcimento dei danni...
(Adnkronos) - E' morto oggi, all'eta' di 80 anni,
l'imprenditore Gaetano Caltagirone. Nel 1977, appena
quarantottenne, Caltagirone venne nominato cavaliere del
lavoro insieme a Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli. Poi pero'
viene coinvolto in un'inchiesta giudiziaria, lo scandalo
Italcasse, e l'8 febbraio del 1980 nei suoi confronti viene
emesso un mandato di cattura a cui seguira' la revoca della
onereficenza.
Seguono diversi anni di logoranti
procedimenti che si concludono solo nel 1988 con l'assoluzione
piena da ogni accusa, la revoca del fallimento ed il
risarcimento dei danni. Caltagirone decide tuttavia di restare
nella sua villa in Francia, tra la passione per la Roma e il
tennis e l'amore per le figlie ed i nipoti. Solo pochi mesi fa
lo Stato Italiano gli ha restituito, dopo 28 anni, il
Cavalierato del lavoro.
[16-02-2010]
|
Denis
Verdini indagato (come dago-anticipato, oggi ore 18.10) - il
potentissimo coordinatore del Pdl, nonché azionista de
"Il Foglio", E' accusato di concorso in corruzione -
Dalle intercettazioni nel rapporto dei Ros emergono i nomi dei
parlamentari del Pdl Denis Verdini e Altero Matteoli - verdini
nero: "Sono totalmente estraneo ai fatti"...
Alessandra Bravi per Corriere.it
Denis Verdini, coordinatore del Pdl,
è indagato dalla procura di Firenze per il reato di concorso
in corruzione nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti,
imprenditori e Protezione Civile.
Lo ha reso noto lo stesso Verdini,
aggiungendo di aver dimostrato la sua «più totale estraneità
all'accusa» durante l'interrogatorio in procura. In serata
infatti, Verdini era stato sentito dai magistrati per un'ora e
mezzo.
Era andato accompagnato dal suo
avvocato Marco Rocchi. Le telefonate dell'imprenditore toscano
Riccardo Fusi della Btp (uno degli indagati) con l'onorevole
Denis Verdini, oltre a una chiamata al ministro delle
Infrastrutture Altero Matteoli vengono riportate in
un'informativa dei carabinieri del Ros di Firenze, che consta
di oltre ventimila pagine, in parte pubblicate dal Corriere
della Sera.
L'inchiesta sugli appalti,
imprenditori e Protezione Civile coinvolge così anche i
politici. Il nome di Verdini compare in molte intercettazioni
nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti per i grandi eventi.
UN'ORA E MEZZO IN PROCURA - L'onorevole del Pdl è stato in
procura un'ora e mezza, poi è andato via in auto; la vettura
è uscita dal passo carraio della procura, davanti alla quale
erano in attesa i giornalisti. Il parlamentare era arrivato
negli uffici di viale Lavagnini poco dopo le 18.30, uscendone
alle 20.10. Verdini era uscito poi senza fermarsi con i
giornalisti su una Toyota Yaris partita a velocità piuttosto
spedita.
IL COMUNICATO DI VERDINI - In tarda serata Denis Verdini ha poi
scritto un comunicato dicendo di essere indagato: «Dopo aver
letto che il mio nome compariva per fatti marginali
nell'inchiesta condotta dalla procura di Firenze in merito
agli appalti per le opere emergenziali affidate alla gestione
della Protezione civile - scrive l'onorevole Pdl - e dopo aver
saputo dai giornali che il mio telefono era stato intercettato
indirettamente, per una serie di colloqui con gli indagati,
uno dei quali, Riccardo Fusi, è un mio carissimo amico da
molti anni, ho chiesto al mio avvocato di verificare i fatti
presso la magistratura. In questo modo ho appreso di essere
stato iscritto nel registro degli indagati per il reato di
corruzione».
«SONO TOTALMENTE ESTRANEO ALLE ACCUSE»
- «La
vicenda che mi veniva contestata - ha aggiunto il coordinatore
del Pdl - riguardava solo ed esclusivamente la segnalazione
per la nomina di Fabio De Santis a Provveditore delle opere
pubbliche per Toscana, Umbria e Marche. Ho quindi chiesto e
ottenuto la disponibilità del procuratore della Repubblica di
Firenze ad essere ascoltato quanto prima, cosa che è avvenuta
nel pomeriggio di fronte ai pubblici ministeri Giuseppina
Mione e Giulio Monferini, titolari dell'inchiesta, ai quali ho
fornito serenamente e con la massima trasparenza le
informazioni richieste, illustrando le motivazioni del mio
intervento come unicamente riconducibili al tentativo di
risolvere il problema del danno erariale conseguente
all'appalto per la realizzazione della scuola Marescialli e
carabinieri a Firenze. Ho quindi dimostrato - ha concluso
Verdini - la mia più totale estraneità all'accusa».
IL PROCURATORE - Nelle stanze dei magistrati si era
tenuto il più stretto riserbo per tutta la giornata. «Non
intendo fare i nomi delle persone indagate, di nessuno». Così
il procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi aveva risposto
ai giornalisti che gli chiedevano se ci fossero politici
indagati per l'inchiesta sugli appalti per le grandi opere.
Quattrocchi aveva poi precisato che «da questo ufficio non
esce una virgole, un foglio di carta. Tutto quello che esce
non esce da questa procura, ma dai destinatari degli atti che
ne fanno un uso di cui io non discuto».
I LEGAMI CON FUSI - Secondo la procura, Riccardo Fusi
cercava l'aiuto dell'onorevole Denis Verdini, già esponente
di spicco di Forza Italia e ora coordinatore del Popolo della
libertà. Le telefonate tra lui e Fusi sono decine. In
un'occasione - riferiscono gli investigatori - il deputato si
vanta con l'imprenditore fiorentino di aver contribuito a far
nominare Provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio
De Santis, uno dei quattro finiti in carcere nei giorni
scorsi. Il 3 marzo 2008, Fusi e Verdini parlano del «coinvolgimento
in una comune operazione dell'imprenditore parmense Pizzarotti».
Il 28 marzo discutono invece di
un'operazione bancaria condotta sul Credito cooperativo
fiorentino, di cui Verdini è presidente. Il 24 aprile del
2008, parlando della composizione del nuovo governo
Berlusconi, a Fusi che chiedeva se poteva stare tranquillo
Verdini risponde di sì.
Ancora nell'estate 2008 Fusi sollecita
a Verdini un incontro con Matteoli per discutere della scuola
Marescialli di Firenze. Il 5 agosto Fusi parla direttamente
con Matteoli: gli chiede se «ci si può vedere un minuto».
La risposta di Matteoli è negativa perchè il ministro sta
per andare in vacanza: «No, io me ne vado stanotte e torno il
27 a Roma».
[15-02-2010]
BIANCO,
ROSSO E VERDINI - COME è RIUSCITO IL TOSCANACCIO DENIS
VERDINI DA FIVIZZANO A SCALARE IL POTERE BERLUSCONISSIMO? -
SEMPLICE, DICONO GLI 'ADDETTI AI LIVORI': BASTA POSSEDERE UN
"COMPASSO" VELOCE E GREMBIULINO PULITO (Voci
velenose DI MASSONERIA, SEMPRE smentite dal diretto
interessato con l’annuncio di querele)...
Sergio Rizzo per il
Corriere della Sera
Ricco, è ricco. Qualche anno fa Denis
Verdini ha fatto irruzione con 846 mila euro nella top ten dei
deputati più facoltosi guidata da Silvio Berlusconi, dietro a
Nicolò Ghedini, Giulio Tremonti, Gaetano Pecorella... I
fedelissimi, insomma.
Come abbia fatto a entrare nella
guardia pretoriana del Cavaliere è presto detto. Ce lo ha
portato il suo compaesano Sandro Bondi. Com'è andata ha
spiegato lo stesso Verdini: un giorno del 2002 si sono
ritrovati vicini di banco per una vicenda assolutamente
fortuita.
Il presidente della Camera Pier
Ferdinando Casini l'aveva espulso dall'aula incolpandolo di
aver votato anche per il suo collega di partito Sabatino Aracu.
E quando è rientrato è finito al primo banco. Con il
risultato che adesso Fivizzano, paese di 9.174 abitanti in
Provincia di Massa Carrara, può vantarsi di aver dato i
natali a ben due dei tre coordinatori del Popolo della libertà.
Entrare però è un conto, restarci un
altro. E se Verdini non soltanto ci è rimasto, ma è
diventato sempre più ingombrante, un motivo ci sarà.
I soprannomi si sprecano. Alberto
Statera ha raccontato su Repubblica che lo chiamavano anche «il
berluschino toscano » . Ma a quanto pare è più conosciuto
come «il gioioso tagliatore di teste». Avendo l'ingrato
compito di scremare candidature e poltrone, dentro il partito
di Berlusconi non si è fatto molti amici, prima e dopo le
elezioni. Almeno però, come ha detto lui stesso un giorno, è
riuscito a mettere il cento dentro il dieci. Come ha fatto?
Semplice: usando l'edizione aggiornata
e corretta del vecchio manuale attribuito al democristiano
Massimiliano Cencelli, che per almeno trent'anni aveva
regolato la lottizzazione, dai posti di governo agli
strapuntini di sottogoverno. Ribattezzato, per questo,
nientemeno che «manuale Verdini».
E pazienza se per quel manuale
qualcuno che aspirava a un ministero s'è dovuto accontentare
di un semplice posto da sottosegretario. Aggiungete che è
stato l'inventore dei gazebo e ha dato un contributo
fondamentale a far passare le liste bloccate, il meccanismo
elettorale in base al quale deputati e senatori non sono
eletti ma nominati, e capirete perché oggi Verdini per il
Cavaliere sia imprescindibile.
C'è da dire che non veniva dal nulla.
È l'editore dell'inserto toscano del Giornale della famiglia
Berlusconi. Alla fine degli anni Novanta è diventato anche
azionista al 15 per cento del Foglio di Giuliano Ferrara, una
quota inferiore soltanto a quella del 38 per cento posseduta
dalla moglie del premier Veronica Lario, al secolo Miriam
Bartolini.
Da vent'anni, poi, è ai vertici del
Credito cooperativo fiorentino di Campi Bisenzio. E a molti
sarebbe passata la voglia, dopo quello che gli è capitato.
Un'accusa di molestie a una cliente, dalla quale l'onorevole
Verdini (nel 2001 era già deputato) è stato prontamente
scagionato: i testimoni confermarono che si trovava in chiesa,
a un funerale.
Soprattutto, però, dalla sua ci sono
i meriti politici acquisiti sul campo. Perché quelli nessuno
glieli può togliere. Certo, non si può dire che sia uno
stakanovista di Montecitorio. Dall'inizio della legislatura ha
marinato addirittura il 57% delle votazioni. Senza provare
eccessivi rimorsi. «Non brillo per presenze», ha ammesso. Ma
sul territorio è un vero mastino. A Siena, per esempio, ha
scavato gallerie più abilmente di una talpa nel tentativo di
far franare il potere diessino.
Quando il precedente sindaco ex Pci
Pierluigi Piccini si è ripresentato nel 2006 contro il suo
vecchio partito, con una lista civica che prendeva il nome del
circolo culturale la Mongolfiera insieme all'ex capo del Sisde
Vittorio Stelo, è corsa la voce che dietro di lui ci fosse
proprio Verdini.
«Piccini, con Tremonti e soprattutto
con Berlusconi, ha un obiettivo chiaro: scalare la città e il
Monte dei Paschi», insinuava il segretario della Quercia
Franco Ceccuzzi, futuro deputato. Piccini smentiva ma la voce
correva. E più smentiva, più correva. Anche perché qualcun
altro la lasciava correre.
Voci velenose, come quelle che lo
indicavano come un personaggio legato ad ambienti della
massoneria, anche queste smentite dal diretto interessato con
l'annuncio di querele. Fra veleni e sospetti, il potere
diessino alla fine ha retto. Ma nella rossissima Siena
qualcosa il plenipotenziario azzurro ha portato comunque a
casa.
Un posticino nella fondazione del
Monte dei Paschi, ossia la scatola che controlla la grande
banca senese, per Enrico Bosi, ex giornalista della Nazione ed
ex consigliere regionale di Forza Italia. Se non ci fosse il
manuale Verdini...
[16-02-2010] |
C’È CHI
SI RICORDA NEI SACRI PALAZZI CHE FU UN TALE ANGELO BALDUCCI -
ALLORA PROVVEDITORE ALLE OPERE PUBBLICHE DEL LAZIO - APPENA
NOMINATO DAL CARDINALE CRESCENZIO SEPE “CONSULTORE” DELLA
CONGREGAZIONE DI PROPAGANDA FIDE A CACCIARE LE 16 SUORE DI SAN
PAOLO DALL’APPARTAMENTO CHE AFFITTAVANO IN VIA LIBERIANA -
L’INTERA SCALA “A” DEL PALAZZO DIVENTÒ LA SEDE ROMANA
DELLA COMPAGNIA DELLE OPERE (COMUNIONE & LIBERAZIONE) CHE
ENTRAVA NEI LUOGHI PAGANDO UN AFFITTO INFINITAMENTE INFERIORE
A QUELLO RICHIESTO ALLE SUORE: SI PARLÒ DI 5-7 EURO AL MESE
BREAKING NEWS! LA COMPAGNIA DELLE OPERE HA LIBERATO ALLA
CHETICHELLA L’APPARTAMENTO, PROPRIO IN QUESTI GIORNI, DANDO
A TUTTI L’IMPRESSIONE DI UNA FUGA -
DAGO-REPORT
C'è chi si ricorda nei Sacri Palazzi che fu un tale Angelo
Balducci -allora provveditore alle opere pubbliche del Lazio-
appena nominato dal cardinale Sepe "consultore"
della Congregazione di propaganda Fide a cacciare le Suore di
San Paolo dall'appartamento del palazzo che le 16 suore,
addette all'adorazione eucaristica nella Basilica di Santa
Maria Maggiore, affittavano a Via Liberiana 17.
Nella loro cappella, dove Pio XII era
stato ordinato sacerdote, il Beato Giacomo Alberione aveva
fondato "L'Apostolato liturgico", benemerita
istituzione ecclesiastica ancora presente in varie diocesi
italiane. Con l'arrivo dell'amministrazione Balducci-Sepe, le
suore furono avvertite che l'affitto avrebbe avuto un aumento
siderale: si parlò di 25 mila euro mensili.
E di fronte alle loro perplessità,
nei Sacri Palazzi qualcuno ricorda la gentilezza con la quale
l'amministrazione Sepe-Balducci risolse i timidi ricorsi alle
autorità superiori tentati dalle suorine: «o ve ne andate da
sole, o ve ne andate con i carabinieri».
Nei sacri palazzi molti ricordano lo
stupito silenzio con il quale venne accolta la notizia che,
cacciate le suore, l'intera scala "A" del palazzo
diventava la sede romana della Compagnia delle Opere che
entrava nei luoghi pagando un affitto infinitamente inferiore
a quello richiesto alle suore: si parlò di 5-7 euro al mese.
Nei sacri palazzi sono in molti ad
aver riso per la seguente notizia: la Compagnia delle Opere ha
liberato alla chetichella l'appartamento, proprio in questi
giorni, dando a tutti l'impressione di una fuga. E ha lasciato
non pagati gli ultimi sei mesi di pigione. Un altro effetto
del "caso Balducci", gentiluomo di Sua Santità e
consultore della congregazione di Propaganda Fide?
[16-02-2010] |
TROVATE UN
LAVORO AL GIOVANE FIGLIO DI BALDUCCI – DA ANEMONE AD IMPRESE
ACCUSATE DI MAFIA, È UNA GARA A RIMEDIARE 5500 EURO AL MESE
PER IL RAMPOLLO TRENTENNE - “NON VOGLIO FARE BRUTTE FIGURE.
DOBBIAMO MANTENERE LO STESSO STIPENDIO, PER GLI EQUILIBRI
GENERALI" – IL CONFLITTO D’INTERESSE DI BERTO-RASO:
COMPENSI AGGIUNTIVI PER OGNI NOMINA A COMMISSARIO E
INCOMPATIBILITÀ TRA SOTTOSGRETARIATO E CAPO DELLA PC…
1 - DALLE IMPRESE ACCUSATE DI MAFIA
5500 EURO AL MESE A BALDUCCI JR...
Marino Bisso per "la Repubblica"
- Diego Anemone e Maudo della Giovampaola (Dal Giornale)
Neppure gli imprenditori in
"odore" di mafia potevano permettersi il lusso di
non pagare uno stipendio d´oro per un posto da apprendistato
a Filippo, il figlio trentenne di Angelo Balducci. E anche
Ezio Gruttadauria, costruttore di Caltanissetta, era pronto a
mettere mano al portafoglio.
È l´8 settembre 2008 Ezio
Gruttadauria telefona a Diego Anemone:
Ezio: «Ti volevo chiedere una cosa perché
non voglio fare brutte figure. Una domanda tra me e te, però.
Ma il giovane Filippo, siccome devo fare un passaggio dalle
mie parti, come è retribuito da te?».
Diego:«Ma lui o la fidanzata?».
Ezio:«L´altra è già a posto».
Diego:«Lui ha un contratto da apprendistato
Ezio:«Però quello che volevo capire e non
voglio fare brutte figure. Siccome lui mi ha detto dei numeri
che non c´entrano che mi sembrano strani per quel tipo di
contratto».
Diego: «Quanto ti ha detto lui?».
Ezio: «Credo 3000-3500»
Diego: «Tre va bene».
Ezio: «Più che altro capisci bene che non
possiamo andare indietro, quanto meno dobbiamo
mantenere...Almeno mantenere lo stesso stipendio anche se per
una figura così giovane da noi qualche problema lo crea, non
tanto per l´entità, quanto per gli equilibri generali...».
Il nome degli imprenditori Gruttaduria,
all´inizio degli anni ´90, era al centro di un´inchiesta
della Direzione Antimafia di Palermo che aveva trovato due
numeri telefonici con l´indicazione «ingegnere Gruttadauria»
sopra alcune rubriche sequestrate nell´ambito della maxi
indagine sulla spartizione degli appalti pubblici in Sicilia
sotto il controllo di Cosa Nostra. Proprio in questa
inchiesta, assieme ad altri costruttori finiti in carcere, era
stato indagato Dino Anemone, (poi prosciolto nel 2004), il
padre dei due imprenditori romani Daniele e Diego Anemone
"patron" del Salaria Sport Village.
«Il giovane Filippo», come è
soprannominato nelle telefonate intercettate dai carabinieri
del Ros di Firenze, prima di accaparrarsi un contratto sicuro
come «assistente del sovrintendente, all´Accademia di Santa
Cecilia» aveva guadagnato anche di più «fino a 5500 euro al
mese solo per lavorare come apprendista presso la società
Salaria Sport Village» il maxi impianto realizzato dal gruppo
Anemome, sulle rive del Tevere.
Ma nell´inchiesta del Ros emergono
anche i rapporti con i Casalesi. L´uomo chiave è Antonio Di
Nardo, il funzionario del ministero delle Infrastrutture
indagato per gli appalti del G8. «Nardo Antonio - clan
Casalesi». È il titolo dell´informativa che riferisce d due
note della direzione investigativa Antimafia di Napoli, una
del 14 marzo 2003 e una dell´8 luglio 2003.
«La società "Soa nazionale
costruttori organismo di attestazione spa" con sede a
Sondrio è di fatto occultamente riconducibile a Antonio Di
Nardo ».
Tra i soci della società figurano tra
gli altri, il parlamentare del Pdl Paolo Russo e Giuseppe
Mastrominico. «Quest´ultimo - scrivono i carabinieri - è
cugino di Pasquale Mastrominico che, a sua volta, è cognato
di Rachele Iovine, sorella del boss dei casalesi Antonio
Iovine detto ‘o Ninno´». La Direzione antimafia di Napoli
descrive anche i legami tra Antonio Di Nardo e Carmine Diana,
titolare della "Impregica Costruzioni srl".
«Diana - si legge nell´informativa -
è ritenuto legato al noto Francesco Bidognetti, esponente dei
casalesi». E ancora: «Di Nardo è l´imprenditore che
gestisce occultamente il ‘Consorzio Stabile Novus´, che ha
sede a Napoli e che è associato alla ‘Opere Pubbliche e
Ambiente Spa´ di Francesco Maria De Vito Piscicelli», l´imprenditore
che rideva la notte del terremoto. Per i pm fiorenti, Di Nardo
«fa anche da intermediario tra De Vito Piscicelli e un certo
Rocco Lamino, per la restituzione di un prestito da usura di
100mila euro». Di Nardo, e Lamino, sono definiti in un´intercettazione
dello stesso De Vito Piscicelli, «soggetti pericolosi. Da
quella gente che è meglio che ci stai lontano. Se si sgarra
è la fine...».
2 - QUEI COMPENSI AGGIUNTIVI AL
COMMISSARIO E IL PD PUNTA IL DITO SUL CONFLITTO DI
INTERESSI...
Da "la Repubblica"
Oltre 400 ordinanze di Protezione
civile dal 2001 ad oggi. Molte delle quali hanno previsto la
nomina di un commissario. In più di un´occasione lo stesso
Guido Bertolaso. E al commissario è andato «quasi sempre»
un compenso aggiuntivo. «Già oggi, anche grazie alle
retribuzioni straordinarie, il capo della Protezione civile si
è garantito una pensione da 1 milione di euro l´anno». Lo
afferma il senatore pd Mario Gasbarri, per anni responsabile
protezione civile per i Ds, ora al lavoro col suo gruppo a un
dossier sulla «Bertolaso spa» che sarà presentato nei
prossimi giorni.
Il paradigma della gestione degli
ultimi anni sarebbe l´ordinanza con cui la presidenza del
Consiglio, «su proposta del capo della Protezione civile,
nomina commissario» lo stesso Bertolaso per la gestione in «emergenza»
del Congresso eucaristico in programma ad Ancona dal 4 all´11
settembre 2011. E «per l´espletamento delle attività
previste - si legge nell´ordinanza - al commissario è
attribuito un compenso mensile lordo pari al 3,75 per cento
del suo trattamento economico complessivo».
Secondo il Pd non sarebbe questa la
sola ordinanza che preveda «extra». Il decreto legge sulla
Protezione civile spa che ora il governo sta modificando,
fissa in 330 mila euro l´indennità annua del vertice.
Ma non è solo una questione di
retribuzioni. Il vicecapogruppo Pd al Senato, Luigi Zanda,
torna sul Bertolaso che ieri su Repubblica ha sostenuto la
compatibilità tra le sue due cariche (capo del dipartimento e
sottosegretario), dal momento che lui non sarebbe
sottosegretario alla Protezione civile.
«Ma secondo il decreto che la Camera
sta esaminando e lo stesso sito della Presidenza del Consiglio
- sottolinea il senatore pd - Bertolaso è sottosegretario
alla Protezione civile in ambito europeo. E incompatibile lo
è ai sensi della legge Frattini del 2004 sul conflitto di
interessi», che all´articolo 2 vieta la concomitanza tra
incarichi di governo e altri uffici pubblici. «Non a caso -
fa notare Zanda - il premier ha inserito nel decreto una
deroga in favore di Bertolaso»
[16-02-2010]
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DAI
MASSAGGI AI MESSAGGI (IN CODICE) - A un certo punto, Bertolaso
dice: “Sapesse quante volte ho detto no... a Bersani che da
ministro mi chiedeva di organizzare il consiglio mondiale dell’energia...
O a Di Pietro, che poi brontolava con me, che non lo
accontentavo mai” - Un modo per lanciare due messaggi:
guardate che io non solo sono stato l’uomo più vicino a
Rutelli, ma anche l’interlocutore privilegiato del
centrosinistra...
RIVELAZIONI A OROLOGERIA: PERCHÉ NON
MOLLA? - IL CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE ADESSO, PARLA SOLO
DEI SUOI RAPPORTI A SINISTRA. E, IL PD SI AMMORBIDISCE:
L'OMBRA DELL'"ACCORDICCHIO"...
Luca Telese per "il
Fatto Quotidiano"
Il borsino delle sue dimissioni,
ormai, sale e scende con la velocità di un termometro. Due
giorni fa giornata terribile, coronata dalla ricostruzione a
tre voci (sia pure intercettate) delle serate al Salaria sport
village, con tanto di particolari, bikini, ipotesi e
preservativi. Ieri, invece, una tappa di assestamento. Guido
Bertolaso dice ancora una volta che non vuole mollare.
"Ormai è solo questione di tempo
- azzardava ieri, con il suo sorriso ineffabile Pasquale
Laurito alias "Velina Rossa", vecchia volpe di
Montecitorio - quando il suo padrone lo molla lui getta la
spugna". Ma intanto fino a quel fatidico momento, sembra
che il numero uno della Protezione civile intenda continuare a
combattere, e mille segnali dicono che non si è ancora
arreso. Su che cosa conta? Nella giornata di ieri si sono
combinati molti indizi e un cambio di linea del Pd che danno
adito a ipotesi diverse.
MESSAGGI IN BOTTIGLIA
Bertolaso arriva a
Montecitorio di prima mattina, accompagnato dalla voce che farà
un annuncio clamoroso. Entra in commissione (senza circuito
chiuso) non rilascia dichiarazioni, e poi - una volta in
seduta - parla.
Ma molto più delle sue parole dentro
contano quelle consegnate all'intervista di Paolo Rumiz su
Repubblica. Le parole che catalizzano l'attenzione di tutti
gli addetti ai lavori, sono le staffilate "in
codice". A un certo punto, infatti, Bertolaso dice:
"Sapesse quante volte ho detto no... a Bersani che da
ministro mi chiedeva di organizzare il consiglio mondiale
dell'energia... O a Di Pietro, che poi brontolava con me, che
non lo accontentavo mai".
GRAND COMMIS E CENTROSINISTRA
Qui bisogna fermarsi un
attimo, per decrittare il messaggio. Bertolaso, che in queste
ore viene dipinto come l'uomo-simbolo del governo Berlusconi
cosa fa? Cita soltanto due ministri e - guarda caso - tutti e
due di centrosinistra. Un modo per lanciare due messaggi:
guardate che io sono un grand commmis d'etat che ha offerto i
suoi servizi in modo bipartisan, e non certo una bandiera
politica.
Ma anche: guardate che io non solo
sono stato l'uomo più vicino a Francesco Rutelli, ma anche
l'interlocutore privilegiato del centrosinistra. Secondo punto
interrogativo. A chi lo sta lanciando questo messaggio in
bottiglia Bertolaso? Ai magistrati? Al centrosinistra? O a
qualcuno nel centrosinistra? Bertolaso sta cercando di capire
se c'è lo spazio per un compromesso onorevole?
LA PALOMBELLI QUERELA
Prima di rispondere a questa
domanda il quadro della rassegna stampa mattutina si chiude
con un altro segnale. Qualcuno prova a tirare dentro
l'inchiesta Barbara Palombelli. Il sospetto sulla first lady
lo getta un articolo di Libero, dal titolo inequivocabile:
"Lady Rutelli si raccomanda a Balducci per far assumere
alcuni amici". Nel pomeriggio, su Dagospia, lo scambio di
fendenti è deflagrante: "Ho querelato Libero",
spiega con un sms laconico a chi scrive.
Dopodiché, sul sito di D'Agostino, ci
mette il carico sopra: "Conosco e stimo Guido Bertolaso -
ha dichiarato la giornalista in una nota - ma non ho mai
frequentato i personaggi cui si fa riferimento su Libero con
riferimento all'inchiesta in corso" . Il terzo colpo è
per Walter Veltroni. Il nostro quotidiano (ma anche Il
Giornale) rivela che nel fascicolone delle intercettazioni c'è
anche il nome di Walter Veltroni, tirato in ballo in una
disputa fra architetti: "Era tutto... a nostro favore. È
arrivata la telefonata di Veltroni, eh! Capito?". Gli
uomini del suo staff ribattono: "Non sappiamo di cosa si
parli".
SCHIZZI A 360 GRADI
Ma è qui che il cerchio si
chiude. In meno di 24 ore, diversi segnali hanno fatto capire
che dal ventilatore dell'inchiesta Protezione civile possono
arrivare schizzi a 360 gradi. Così si torna a quei due
messaggi in bottiglia che il sottosegretario della Protezione
civile ha consegnato a Repubblica. Molti diversi fra loro, per
altro. Bersani è citato come uno che chiede e corteggia. Di
Pietro come uno che rompe le scatole.
DI PIETRO: "NESSUN RAPPORTO"
Il leader dell'Italia dei
Valori conferma a "Il Fatto": "Abbiamo avuto
rapporti ufficiali quando io ero alle Infrastrutture. Cose
come Buongiorno-e-buonasera, Nessuna simpatia, nessun rapporto
personale, anche perché, come è noto, a lui piaceva fare le
cose a modo suo, e a me a modo mio". E infatti, nelle sue
dichiarazioni conferma la linea: "Bertolaso si deve
dimettere".
ASCIA SOTTERRATA
E così, a ben vedere, resta
quell'accenno al leader del Pd. Anche la posizione del suo
partito, in queste ultime ore sembra cambiata. Due giorni fa,
quando Fini ha derubricato il voto sul progetto della
cosiddetta Spa c'è stato un cambio di intensità.
Luigi Zanda, che per giorni aveva
chiesto le dimissioni (l'ultima volta lunedì sera, da Gad
Lerner, all'Infedele) ieri sembrava avere cambiato passo. E
interrogato rispondeva: "No, basta, di Bertolaso
preferisco non parlare più. Ho detto di tutto, adesso
taccio". Legittimo, per carità.
Ma se il vortice dell'inchiesta e i
rapporti bipartisan di Bertolaso avessero ispirato ai
protagonisti un piccolo meraviglioso inciucetto? Il Pd porta a
casa una vittoria parlamentare, l'archiviazione del progetto
nefasto della Spa, e intanto sotterra l'ascia di guerra contro
Bertolaso. Solo i giornali di domani, e il termometro,
potranno dire se può funzionare.
[17-02-2010]
THE DARK SIDE OF BERTOLASO
STORY - MILIONI & GREMBIULONI, SULLA “CUPOLA DI FIRENZE”
L’OMBRA DELLA MASSONERIA - LA GUERRA TRA LE PROCURE DI
FIRENZE E ROMA E QUELLE “SOFFIATE” INTERNE - L’INCHIESTA
PASSA A PERUGIA, ROMA BEFFATA. IL RUOLO DEL PM ACHILLE TORO...
1 - LA GUERRA TRA PROCURE E QUELLE
"SOFFIATE" INTERNE
L'INCHIESTA PASSA A PERUGIA, ROMA BEFFATA. IL RUOLO
DEL PM ACHILLE TORO
Rita Di Giovacchino per "il
Fatto Quotidiano"
A Perugia. Gli atti delle varie
inchieste sul "sistema gelatinoso" del
Bertolaso-gate sono destinati a finire nello stretto imbuto
della procura umbra. A partire dal processo Andreotti, da
tempo su questo tribunale di provincia finiscono per
rovesciarsi grandi indagini e grandi processi. Sempre per
colpa del comportamento poco trasparente di un magistrato
romano.
Questa volta si tratta di una
soffiata, a risponderne è il numero due della Procura di
Roma, Achille Toro, responsabile fino a pochi giorni fa di
tutte le inchieste sulla Pubblica amministrazione, dunque
supervisore degli atti di indagine sui Grandi appalti, dal G8
a La Maddalena, all'Unità d'Italia, fino ai Mondiali di
Nuoto. La notizia non è ufficiale, ma il destino sembra già
scritto.
Una decisione difficile da digerire
per i magistrati fiorentini, costretti ad abbandonare
l'inchiesta proprio nel momento in cui stava approdando ai
piani alti delle Protezione civile. Quasi umiliante, per i pm
romani che ieri hanno vissuto una cattiva giornata. In
particolare Sergio Colaiocco e Assunta Cocomello che erano
partiti di prima mattina portandosi carte da mostrare ai
colleghi e anche qualche colpo messo a segno nelle ultime ore,
come una perquisizione della Gdf nell'ufficio di Diego Anemone
più volte visitato negli ultimi mesi dal Ros.
Forse un tentativo in extremis di
dimostrare un certo attivismo. Invece le cose si sono messe
subito male. Da un lato i pm toscani che non oppongono
resistenza di fronte all'eventualità di abbandonare
l'inchiesta, anzi appoggiano la tesi che il caso Toro trascina
con sé l'intero malloppo. Poi il colpo gobbo.
Di fatto la Procura di Perugia ha
subito aperto l'inchiesta sul caso Toro ascoltando i pm come
"persone informate dei fatti", ovvero testimoni del
comportamento presumibilmente illecito del procuratore
aggiunto. Difficile sostenere che la parte più importante
dell'inchiesta, relativa al G8, possa proseguire a Roma in un
clima di veleni e sospetti, anche se Toro si è immediatamente
dimesso dall'incarico. Il procuratore Ferrara fino a tarda
sera ha tentato di svelenire il clima: "Abbiamo
consegnato gli atti, sarà Perugia a decidere se ci sono o no
connessioni".
Ma a Perugia la partita romana è data
per persa. C'è un antefatto che trapela da Firenze e basta a
spiegare la guerra sotterranea tra procure. All'inizio della
scorsa estate un articolo di Fabrizio Gatti su
"L'espresso" rivela che la Procura di Firenze indaga
sull'abbandono dei cantieri del G8. E ciò, a quanto emerge
dalle intercettazioni del Ros, crea notevole apprensione.
Diego Anemone telefona a Balducci,
seguono contatti frenetici tra i carbonari della Ferratella,
tesi a individuare il canale che possa offrire informazioni su
quanto sta accadendo sul fronte giudiziario. Alla fine viene
individuato in Edgardo "Edy" Azzopardi, vecchio
amico di Toro, la persona giusta. Poco tempo dopo, anche la
Procura di Roma si attiva presso i colleghi di Firenze per
sapere cosa sta accadendo, offre la propria collaborazione.
Da Firenze nessun problema:
"Abbiamo disposto delle intercettazioni, volete farle
voi?". Va bene. Passano due o tre mesi, non succede
niente. Il Ros procede per conto di Firenze monitorando tutti
i contatti che accompagnano il tentativo di scoprire notizie
sulle indagini che li riguardano. Subito si capisce che
Azzopardi è in contatto con un "padre e con un
"figlio".
Ancora un giro di telefonate ed è
chiaro che si tratta di Achille Toro e del figlio Camillo. Il
vecchio Azzopardi va spesso a trovarlo, preme per parlare
direttamente con il magistrato. "No, papà lascialo
perdere", scongiura il giovane che ha un problema di
riconoscenza nei confronti dell'avvocato che gli ha trovato
lavoro. Poi arrivano le telefonate con Toro che lo ringrazia
del "formaggio" che gli ha mandato per Natale.
Il procuratore è sui carboni accesi,
i congiurati nel frattempo scoprono di essere intercettati e
decidono di comunicare via Skype. In una delle ultime
telefonate il messaggio di Edy è chiarissimo: "Come
va". "Eh ...piove... pesantemente... piove
parecchio? "Madonna mia!!". "Piove tanto...
speriamo che non ti piova dentro casa".
2 - MILIONI & GREMBIULONI, SULLA
"CUPOLA DI FIRENZE" L'OMBRA DELLA MASSONERIA -
Rita Di Giovacchino per "il
Fatto Quotidiano"
Il 5 marzo 2008 il commercialista
palermitano Pietro Di Miceli telefona all'imprenditore toscano
Riccardo Fusi. Non lo trova, ma appena il professionista torna
allo studio si precipita a richiamarlo. "Professore...
sono Fusi, la disturbo? Mi dica". Non si conoscono, a
suggerire il nome di Fusi al commercialista è stato un
imprenditore milanese, Mauro Mancini, amministratore unico
della Multi Development.
Ma poco importa perché i due, lontani
per età, ambiente, geografia cominciano a discutere di
appalti, progetti, incontri politici come vecchi amici o
almeno soci in affari. Fanno parte di uno stesso mondo, per
Fusi non c'è necessità di chiedere al "professore"
chi sia e perché mai si fosse rivolto a lui per proporgli la
costruzione dell'aeroporto di Frosinone e un mega Centro di
accoglienza a Roma o di appalti in Turchia e agganci a
Bruxelles.
Da quel momento, per almeno un anno,
non si perdono di vista e "poco importa che nessuno dei
tanti progetti vedrà mai la luce", scrivono i
carabinieri della sezione anticrimine di Firenze, perché il
rapporto tra l'imprenditore toscano e il commercialista
siciliano scava in profondità nella Cupola fiorentina degli
appalti, di cui Fusi è protagonista, e ne rivela i legami
obliqui.
Come emerge anche da altri capitoli
delle 20 mila pagine delle informative del Ros che
accompagnano l'ordinanza. Indagini ancora in atto che
rischiano di coinvolgere altri funzionari e altri politici.
Per quel che riguarda Miceli, più di 90 pagine, si va dal
presidente della Provincia Lazio Francesco Scalia all'ex
governatore Marrazzo.
Nessuno lo conosce, eppure il
commercialista ha una storia che merita di essere raccontata.
Il suo nome fu tirato in ballo da pentiti come Siino, Galliano,
Anzelmo, motivo per il quale è stato più volte indagato per
mafia, anche se poi è stato assolto. Un nome legato al
periodo delle stragi e a quel "tavolino" dove si
incontravano mafiosi e imprenditori per discutere di appalti.
Secondo Siino, Di Miceli era in
rapporti d'affari con Raffaele Ganci, capo mandamento della
Noce ed era stato quest'ultimo a chiedergli di presentare al
commercialista tutti gli imprenditori del Nord "perché
era in grado di intromettersi nell'assegnazione degli appalti
e garantiva la messa a posto".
Ganci è uno dei boss condannati per
la strage di Capaci. Lo scontro tra Siino e Di Miceli finì
per innervosire Totò Riina che alla fine si schierò con Di
Miceli. È sempre Siino a raccontarlo. Ma c'è di più. Nella
lettera dell'"anonimo istituzionale" che dopo la
morte di Falcone illustrò la strategia stragista della mafia,
annunciando anche l'eliminazione di Borsellino e Ignazio
Salvo, Di Miceli veniva descritto come tramite tra mafia,
massoneria, ambienti politici ed imprenditoriali nella sua
qualità di componente del Cesme e cavaliere dell'Ordine
equestre del Santo Sepolcro.
La massoneria. Ecco potrebbe essere
questo il canale che lega il siciliano ai toscani. A quello
strano consorzio che vede insieme l'imprenditore Fusi, il
socio Bartolomei, il portavoce Leonardo Benvenuti, Denis
Verdini ma anche i napoletani con il loro seguito di imprese
in odor di camorra. Capofila Antonio Di Nardo, funzionario
della Ferratella, legato a filo doppio con quel Rocco Lamino
del prestito da 100mila euro a Francesco De Vito Piscicelli
(quello che rideva la notte del terremoto).
Uno che se la faceva sotto solo a
pensarci a Lamino, soprattutto da quando il tasso di interesse
era salito dal 5 al 10%. Ebbene tutti costoro, manovrando
protezioni politiche e promesse economiche, erano riusciti a
far nominare Fabio De Sanctis Provveditore delle opere
pubbliche in Toscana. Un miracolo. Il primo ad esserne stupito
fu lui come si evince dalla telefonata alla moglie.
"Silvia è fatta, fatta... fatta. Non era mai successo
che un semplice funzionario fosse nominato Provveditore.
Mai"
[17-02-2010] |
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a ciascuno
il suo (Dopo Silvio, 10 domande a d'alema) - Perché, una
volta al governo, non avete regolamentato il conflitto d´interessi?
- Perché non c´è un reale interesse e capacità nell´usare
i nuovi media? - Avete un Obama capace di sfidare Berlusconi
in carisma e popolarità, ma di creare una visione un sogno
per gli elettori? - Quali sono i vostri principali valori
politici al di là dell´antiberlusconismo?...
La
Repubblica
Dieci domande all´opposizione. Sulla
scia delle dieci domande presentate l´estate scorsa da
Repubblica a Berlusconi, un convegno di italianisti,
accademici e giornalisti britannici lancia un decalogo al
centro-sinistra italiano. L´idea nasce dalla conferenza
"Berlusconi e oltre: prospettive per l´Italia",
organizzata ieri a Birmingham da Geoff Andrews, italianista
della Open University. Molti i partecipanti, tra cui Bill
Emmott, ex-direttore dell´Economist, che sta scrivendo un
libro sul nostro paese.
Ed ecco la lista delle domande,
stimolo alla ricerca di una via d´uscita dalla crisi
italiana. 1) Quali sono i vostri principali valori politici al
di là dell´antiberlusconismo? 2) Perché quando avete avuto
l´opportunità di governare non avete regolamentato il
conflitto d´interessi? 3) Che visione avete della società
italiana del futuro e per quale tipo di giustizia sociale vi
schierate? 4) Quale è la vostra visione della globalizzazione
e come vedete l´Italia in essa?
5) Come pensate di aumentare le
possibilità dei giovani e che risposta date alla lettera di
Celli che invitava il figlio a lasciare l´Italia? 6) Sarete
in grado di apportare serie riforme in termini di numero dei
parlamentari, immunità legali, costi della politica? 7) E´
possibile che l´inesistenza di un governo ombra comunichi
agli elettori l´assenza di un governo alternativo e quindi la
non presenza di un´opposizione ufficiale in Italia?
8) Perché non c´è un reale
interesse e capacità nell´usare i nuovi media? 9) Se aveste
un miliardo di euro di risorse extra, come le utilizzereste?
10) Avete un Obama capace di sfidare Berlusconi in carisma e
popolarità, ma di creare una visione un sogno per gli
elettori? Ora Andrews aspetta le risposte.
(e.f.)
[14-02-2010]
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TUTTI
SPUTTANATI, TUTTI CRIMINALIZZATI, TUTTI NELLA MERDA! - BARBARA
CONTRO 'LIBERO': "STIMO BERTOLASO MA MAI FREQUENTATO QUEI
PERSONAGGI" - PAOLO PALOMBELLI, FRATELLO, CONTRO
'REPUBBLICA': "MAI AVUTO COMPENSI DA ANEMONE" -
"LIBERO" MA SOPRATTUTTO IGNORANTE COME UNA CAPRA!
VOLETE SAPERE CHI è L'"AMICO RACCOMANDATO" A
BALDUCCI DA LADY RUTELLI? è MARCO DELOGU, UNO DEI PIù
PRESTIGIOSI ARTISTI DELLA SCENA INTERNAZIONALE (ULTIME MOSTRE:
AL WARBUG INSTITUTE DI LONDRA E RETROSPETTIVA ALL'ACCADEMIA DI
FRANCIA DI VILLA MEDICI!)
1 - BARBARA PALOMBELLI CONTRO
'LIBERO': STIMO BERTOLASO MA MAI FREQUENTATO QUEI PERSONAGGI
(ANSA) - La
giornalista Barbara Palombelli ha dato mandato al suo legale
di fiducia "di tutelare la sua immagine gravemente
diffamata dal quotidiano Libero con un titolo in prima pagina
e un articolo all'interno, in ogni sede, penale e
civile". "Conosco e stimo Guido Bertolaso - ha
dichiarato la giornalista in una nota- ma non ho mai
frequentato i personaggi cui si fa riferimento su Libero con
riferimento all'inchiesta in corso".
2 - PAOLO PALOMBELLI CONTRO
REPUBBLICA: MAI AVUTO COMPENSI DA ANEMONE
(ANSA) - Il commercialista Paolo Palombelli, cognato del senatore
Francesco Rutelli, ha annunciato che intende procedere nei
confronti del quotidiano 'Repubblica' per essere stato
"arbitrariamente associato - si legge in una nota diffusa
dal suo legale Titta Madia - alla 'cricca' del signor
Anemone", l'imprenditore arrestato per i presunti
illeciti legati al G8 della Maddalena.
"E ciò - prosegue la nota -
sulla base di intercettazioni telefoniche, irrilevanti
penalmente e illegittimamente propalate. Per questo ho dato
incarico al mio avvocato di procedere nelle sedi competenti
per la offensività della notizia e l'abusività della
pubblicazione di telefonate insignificanti e assolutamente
ordinarie per la mia professione di commercialista. Intendo
inoltre sottolineare che non ho mai avuto, dal predetto
Anemone, alcun compenso economico".
)
2 - E LADY RUTELLI SI RACCOMANDA A
BALDUCCI PER FARGLI ASSUMERE ALCUNI AMICI
Roberta Catania per "Libero"
Un anno per uno, un amico a testa e
ciascuno con il proprio metodo. Marito e moglie si muovevano
con approcci differenti, ma avevano il medesimo obiettivo:
raccomandare l'assunzione di una persona cara. Nel dossier
sugli appalti delle Grandi opere ci sono anche Francesco
Rutelli e Barbara Palombelli, ex premier lui e nota
giornalista televisiva lei, entrambi risucchiati dal vortice
delle intercettazioni della procura di Firenze.
La «segnalazione» dell'ex ministro
dei Beni culturali arriva tramite Ilaria (forse una
collaboratrice), che contatta l'inge - gnere Angelo Balducci.
Lo scopo è di «ricordare » al presidente del Comitato
superiore lavori pubblici il nome di un «fotografo da far
lavorare», stando a quanto scrivono gli inquirenti.
La donna, che il 2 febbraio 2009
telefona da un'utenza intestata alla sede romana de La
Margherita, esordisce con una presentazione inequivocabile: «Ingegner
Balducci, Francesco mi chiedeva di contattarla perché ha
ricevuto una comunicazione da parte di un fotografo che aveva
presentato. Non so... (inc) e dice che comunque s'è tutto
bloccato e chiedeva appunto come la cosa potesse in qualche
modo andare avanti...».
Balducci ricorda bene la
"pratica" cal - deggiata dal suo ex capo. «Guarda
ti dico subito», risponde infatti a Ilaria, «la settimana
prossima si riprende con una riunione proprio sugli Eventi,
quindi io ce l'ho ben presente questa del fotografo.
Insomma... che è un artista, Marco De Logu, e quindi sarà
cura mia proprio riprendere i contatti con lui. Informo anche
te, ovviamente, però sappi che insomma era ben, diciamo, ben
messo in evidenza».
Ilaria se ne compiace e conclude: «Bene,
mi faccia sapere, così lo riferisco a Francesco». È invece
diquasiunanno prima l'intervento della moglie di Rutelli, che
la sera del 14 maggio 2008 invia un sms a Vincenzo Spadafora
(appartenente alla segreteria del marito, all'epoca senatore)
affinché il collaboratore si faccia da tramite con il solito
Balducci. E lui non perde tempo, tanto che appena ricevuto
l'sms dalla telegiornalista, ne invia uno al funzionario della
Protezione civile.
«Ti giro un sms appena arrivatomi
dalla Palomb.», annuncia sinteticamente Spadafora. E infatti,
«dopo solo 40 secondi», sottolinea la procura, segue il
testo: «Il famoso contratto di Luca Imperiali non è stato
ancora mai firmato. Ci dobbiamo preoccup.?». Il significato
del messaggio è abbastanza esplicito, dunque Balducci delega
Fabio De Santis a fare una telefonata per tranquillizzare la
signora Rutelli attraverso il tramite che lei stessa aveva
scelto.
«Vincenzo, sono De Santis», si
presenta quindi il numero due dei cantieri, «senti volevo
avvisarti di quella cosa di Luca (...) che sono 4 da 10
ognuno... e che domani ne sottoscrive 3 dei 4. Il capo mi ha
pregato di mandarti 'sto messaggio. È tutto secondo i piani,
insomma».
Spadafora non coglie appieno il
proprio ruolo di intermediario, tanto da distaccarsi per un
attimo dalla vicenda: «Ah bè», è la prima reazione, «ma
io manco so chi è lui, io ho mandato a Angelo un sms perché
mi è arrivato da un'altra persona».
Poi forse ci riflette e capisce che
l'interlocutore gli sta chiedendo di far tornare la lieta
novella al mittente e, perciò, Spadafora conclude: «Va bene,
mando un messaggio a lei».
È comunque ricercato Spadafora, tanto
che lo vorrebbe come tramite per arrivare a Rutelli anche
Diego Anemone. Infatti l'imprenditore chiama Paolo Palombelli
per avere il nuovo recapito del segretario di fiducia. Nel
2008, Paolo, «cognato del senatore», come scrive il pm,
contatterà due volte l'uomo d'affari finito in carcere. In
quale veste, però, non è stato chiarito.
3 - CHI È MARCO DELOGU (AD USUM DI
ROBERTA CATANIA DI "LIBERO")
Da www.marcodelogu.com - Marco Delogu è nato a Roma, dove vive e lavora, nel 1960.
La sua ricerca si concentra su ritratti di gruppi di persone
con esperienze o linguaggi in comune.
Negli ultimi anni i suoi progetti si
sono maggiormente concentrati sulla natura, nelle differenti
declinazioni di un'attenzione che si sposta dall'uomo a ciò
che lo circonda.
Ha pubblicato oltre venti libri. Ha esposto in Italia e
all'estero (Accademia di Francia,Villa Medici a Roma, Galleria
Comunale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Palazzo delle
Esposizioni a Roma, Warburg Institute a Londra, Henry Moore
Foundation a Leeds, IRCAM, Centre George Pompidou a Parigi,
Museé de l'Elysee a Losanna, PhotoMuseum, Mosca; ecc.).
Nell'autunno del 2008 si è svolta
all'Accademia di Francia Villa Medici, una sua grande
retrospettiva dal titolo "Noir et Blanc".
Il 18 febbraio 2010 alla Randall Scott Gallery di New York, si
apre la sua personale, mentre il 16 marzo lo Studio Stefania
Miscetti, Roma, presenterà il suo lavoro dal titolo
"Soli Neri".
Affianca all'attività di fotografo,
quella di editore e curatore di mostre. Nel 2002 ha ideato
FotoGrafia, festival internazionale di Roma di cui è il
direttore artistico. Nel 2003 ha fondato la casa editrice
Punctum.
Come curatore ha all'attivo oltre 50
mostre con i nomi più importanti della fotografia mondiale,
quali Josef Koudelka (Mercati di Traiano, Roma 2003), Sally
Mann (Galleria Karsten Greve, Parigi 2004) Olivo Barbieri
(Mercati di Traiano, Roma 2004), Don McCullin (Mercati di
Traiano, Roma 2004), Anders Petersen (Musei Capitolini, Roma
2005), Martin Parr (Musei Capitolini, Roma 2006), Graciela
Iturbide (Tempio di Adriano, Roma 2007), Guy Tillim (Palazzo
delle Esposizioni, Roma 2009), Lee Miller (Scuderie del
Quirinale, Roma 2009) e molti altri.
[16-02-2010] |
|
Le
emergenze d´oro, in Italia, non finiscono mai (come funziona
il sistema "gelatinoso") - La protezione civile è
una multinazionale da 700 dipendenti che nei nove anni sotto
la guida del suo potentissimo capo-dipartimento ha gestito
dieci miliardi - dagli scavi di Pompei ai festeggiamenti per
il 400esimo anniversario della nascita di San Giuseppe da
Cupertino, dalle piscine dei mondiali di Nuoto fino la
riesumazione delle sacre spoglie di Padre Pio...
Ettore Livini per
la Repubblica
Emergenza continua. Per L´Aquila -
devastata dal terremoto - come per le bufale campane ammalate
di brucellosi. Per la drammatica esplosione di un vagone
carico di gas alla stazione di Viareggio ma anche per il
Congresso europeo delle famiglie numerose o per le regate
della Louis Vuitton Cup. La protezione civile dell´era
Bertolaso è una multinazionale da 700 dipendenti che nei nove
anni sotto la guida del suo potentissimo capo-dipartimento ha
cambiato volto e moltiplicato la sua potenza di fuoco. Le
catastrofi e le loro conseguenze restano, se così si può
dire, il suo core business.
Ma un´escalation di ordinanze della
presidenza del Consiglio - 330 del Governo Berlusconi dal 2001
al 2006, 46 dell´esecutivo Prodi e più di 250 dal ritorno
del Cavaliere a Palazzo Chigi - ha portato sotto il cappello
del super-commissario degli appalti tricolori un po´ di
tutto: i lavori per mettere in sicurezza gli scavi di Pompei
come i festeggiamenti per il quattrocentesimo anniversario
della nascita di San Giuseppe da Cupertino, le piscine dei
mondiali di Nuoto e persino la riesumazione delle sacre
spoglie di Padre Pio.
La fabbrica delle emergenze, vere o
presunte, muove soldi. Stanziamenti totali in due lustri: 10
miliardi. Si tratta solo di una stima, visto che solo il 22%
delle ordinanze governative quantifica gli stanziamenti
pubblici. Denaro speso a pioggia. Senza troppi controlli.
Spesso in deroga, in nome della cultura emergenziale, a piani
regolatori e a norme di trasparenza degli appalti.
Sotto lo scudo spaziale della
protezione civile - insieme a opere necessarie come le case de
L´Aquila e alle cattedrali nel deserto della Maddalena (327
milioni ad oggi gettati al vento) - sono finite così le
iniziative più esotiche: i provvedimenti necessari per
sistemare il traffico a Napoli, i rifiuti di Palermo, il via
vai di gondole e vaporetti a Venezia, l´anno giubilare
paolino, le rotonde per i Mondiali di ciclismo a Varese.
Milioni su milioni capaci di creare
autentiche fortune private quasi dal nulla. Prendiamo i
bilanci delle società i cui nomi sono emersi nell´inchiesta
di Firenze. La Anemone di Grottaferrata - che ha costruito il
palazzo delle conferenze per il mancato G8 sardo e alcune
piscine per i mondiali - ha visto il suo giro d´affari
decollare dai 10 milioni del 2007 ai 37 del 2008 «in forza -
spiega la relazione di gestione del gruppo - di appalti della
pubblica amministrazione».
La fiorentina Giafi del gruppo
Carducci, battuta sul filo di lana da una società di Anemone
nel maxi appalto da 62 milioni per il Parco della Musica nell´ambito
delle celebrazioni per i 150 anni d´Italia (altra
pseudo-catastrofe a gestione protezione civile) si è
consolata con i lavori per l´albergo ricavato per il G-8 dall´ex
ospedale della Maddalena. I suoi ricavi sono raddoppiati in
due anni a 88 milioni. E il bilancio racconta bene di chi è
il merito: «Il governo in carica - recita testuale - mostra
di aver preso coscienza del fatto che bisogna colmare il gap
infrastrutturale del paese».
Un´emergenza che, come tale, va
trattata dalla Protezione civile. Con tutto il decisionismo e
la disinvoltura usciti dalle intercettazioni telefoniche di
questi giorni. Un boom di entrate (+50% in due anni) hanno
realizzato pure la Igit - cui la Bertolaso Spa ha affidato la
ristrutturazione dell´aeroporto perugino di Sant´Egidio (25
milioni) e quella (da 58 milioni e secretata) del carcere di
Sassari - e la Archea associati, lo studio fiorentino dell´architetto
Marco Casamonti, dalle cui telefonate è partita l´inchiesta
della magistratura
Proprio l´inchiesta ha cominciato a
delineare lo scenario di intrecci tra gli alti burocrati delle
opere pubbliche e alcune imprese che sono entrate in un
sistema "gelatinoso" come lo ha definito il gip nell´ordinanza:
quello che ha assicurato appalti facili e ha permesso di
gonfiare i costi dei lavori. La diversificazione ha finito però
per drenare un po´ della liquidità destinata alla gestione
delle emergenze reali. Bertolaso negli ultimi nove anni ha
dovuto occuparsi dei viaggi di Giovanni Paolo II e di
Benedetto XVI, del congresso eucaristico di Osimo e dei giochi
del Mediterraneo.
I suoi attuatori finali come Angelo
Balducci hanno dovuto mettere la firma sotto note spese che
con l´affare delle catastrofi naturali, in apparenza, hanno
ben poco a vedere. A Pratica di Mare, per realizzare la
scenografia un po´ kitsch necessaria al successo del summit
Nato-Russia del 2002, la protezione civile ha speso 36
milioni, tra cui 74mila euro per "facchini e trasporto
statue", un milione per spuntare a regola d´arte prati e
siepi e 42mila euro per i cartelli necessari alla viabilità.
Il risultato paradossale è che a
furia di emergenze farlocche rischiano di venir meno -
complice lo stato dei conti pubblici - i soldi per quelle
reali. Bertolaso ha già messo nero su bianco i suoi dubbi. Lo
stanziamento per il suo dipartimento nel 2009 è stato
"solo" di 1,6 miliardi di euro.
«Soldi che non bastano per prevenire
e gestire le emergenze del futuro», assicura il bilancio dell´ente,
lamentando il taglio del 18% dagli 1,9 miliardi disponibili l´anno
precedente. All´orizzonte incombono l´Expo 2015 in odore di
commissariamento, le Olimpiadi 2020, il Gran Premio d´Italia
di Formula 1 a Roma. Servono nuovi soldi pubblici. Le
emergenze d´oro, in Italia, non finiscono mai.
[14-02-2010] |
GIOCATE CON
NOI AL GIOCO DEI QUATTRO CANTONI! (TE LO DO IO IL
BERTOLASO-MISTERY) - LETTA TEMEVA LO STRAPOTERE DI BERTOLASO -
BERTO-LISO ERA NEL CUORE DEL CAVALIERE - SILVIO SOGNAVA PER
BERTO-LESO UN FUTURO DA LETTA-LETTA - ALLORA IL 72 ENNE GIANNI
DECIDE CHE LA 'PROTEZIONE SPA', TANTO CARA A "SO-FARE-TUTTO-IO",
NON ANDASSE COSÌ PROTETTA - E L'EMINENZA AZZURRINA NON
INTRALCIA L'INCHIESTA FIORENTINA CHE FA VIOLA BERTO-RASO - MA
IL SOTTOPANCIA DI SILVIO SOTTOVALUTA DI AVERE AL SUO FIANCO IL
SUO NEMICO PIÙ INTIMO (TREMONTI) E DIMENTICA CHE DOPO 40 ANNI
DI POTERE INDISCUSSO, LE PATRIE LIBRERIE, UN BEL GIORNO DEL
2009, AVEVANO RICEVUTO UNA NOVITÀ INTITOLATA COSÌ:
"GIANNI LETTA, BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA"..
C'è GIANNI LETTA NEL MIRINO...
Francesco Verderami per "il
Corriere Della Sera"
Foto di Umberto Pizzi
alla prima di "Mi ricordo di Anna Frank"
È sembrata una sorta di prova
generale, una simulazione di quanto potrà accadere nel
centrodestra dopo Berlusconi. Perché sull'affaire Bertolaso
il Pdl non solo si è diviso, ma ha soprattutto disvelato la
competizione tra i potenziali successori del Cavaliere.
Era già accaduto in altre occasioni,
ma non in modo così manifesto, se è vero che per la prima
volta Gianni Letta è uscito allo scoperto, schierandosi a
difesa del capo della Protezione civile, mentre Fini non si è
fatto velo di avversare pubblicamente il disegno che avrebbe
reso più potente l'uomo delle emergenze, e Bossi ha dato voce
all'ostilità di Tremonti, rivendicando alla Lega il radicale
cambiamento del decreto e sottolineando come avesse «ragione»
il ministro dell'Economia ad osteggiarlo.
Letta, Fini e Tremonti: il catalogo è
questo, al momento. Nel senso che oggi non si scorgono
all'orizzonte altri potenziali sfidanti, e dunque restano loro
i «pezzi da novanta» che in futuro potrebbero raccogliere
l'eredità di Berlusconi. Perciò non è un caso se il
Cavaliere in pochi giorni ha dovuto correggere il tiro,
mostrarsi più prudente: lo scontro interno- unito agli
sviluppi dell'inchiesta sul G8 - lo ha costretto a cambiar
linea.
E ci sarà qualche fondamento nella
tesi illustrata sul Giornale dal fedelissimo del premier,
Bondi, e cioè che il «bersaglio» dell'offensiva giudiziaria
è Berlusconi, e che siccome l'attacco frontale non ha sortito
effetti, ora si mira a lavorarlo ai fianchi. Ma politicamente
il «fianco» scoperto del Cavaliere oggi non è Bertolaso, è
Letta. E tutti nel Palazzo pensano ciò che Casini sussurra,
«c'è Gianni nel mirino». Ecco spiegato il motivo per cui il
leader dell'Udc ha rotto il fronte dell'opposizione:
sostenendo che il responsabile della Protezione civile non
deve dimettersi, ha offerto una mano al grand commis di
palazzo Chigi che si trova sulla linea di tiro.
Se Bertolaso è stato finora per
Berlusconi il braccio operativo del «governo del fare», a
capo dell'unico vero centro di spesa, Letta è il braccio
gestionale oltre che diplomatico del premier, snodo essenziale
nel disbrigo quotidiano di tutti i dossier dell'esecutivo, così
come punto di riferimento indispensabile nelle relazioni Oltre
Tevere, con il Quirinale e con i gangli più importanti della
Pubblica amministrazione. A lui fa capo un formidabile sistema
di relazioni che gli ha sempre garantito stima e
apprezzamento, al punto che- ai tempi di Prodi a palazzo Chigi
- il leader della Cgil Epifani disse: «Letta è l'uomo che
prenderei a Berlusconi e porterei al governo».
Il problema quindi non è se la figura
di Bertolaso esce politicamente ridimensionata dall'inchiesta,
se - come ha sottolineato ieri - «resto perché mi è stato
chiesto di restare», in attesa che le Regionali portino al
rimpasto. Non era certo lui un potenziale successore del
Cavaliere.
Dietro l 'affaire che ha colpito il
capo della Protezione civile, piuttosto, si scorge la partita
che coinvolge Letta, il presidente della Camera e il ministro
dell'Economia. E Letta non è persona che lasci tradire le
proprie emozioni. Ieri ha scherzato al telefono con Casini, a
cui è legato da sincero affetto: «Pier, ho visto i vostri
manifesti, ho letto lo slogan. Dite di sostenere i candidati
migliori. Allora è un peccato che non mi sia candidato...».
Nella partita del futuro, Tremonti per
un lato e Fini per un altro possono vantare di aver messo a
segno un gol in questi giorni, sebbene la sfida resti lunga,
visto che il Cavaliere - tra il serio e il faceto - giorni fa
ha detto di non aver ancora pensato al «dopodomani», «non
so cosa farò nel 2020», e l'altra sera - davanti ad alcuni
industriali - ha ripetuto di vedere Gianni Letta «al
Quirinale».
A parte il fatto che il dopo
Berlusconi si porta appresso l'incognita sulla tenuta del Pdl,
nel centrodestra oggi regna l'incertezza sul risultato delle
Regionali, per via di un evidente calo nei sondaggi legato al
voto d'opinione. E colpisce come, a fronte delle nuove
emergenze in Calabria e Sicilia, Bertolaso ieri non fosse lì
in maglione a prestar soccorso, ma fosse costretto in giacca e
cravatta a Montecitorio.
Mancano ancora tre anni alla fine
della legislatura, eppure non passa giorno senza che il gioco
delle nomination si arricchisca di candidati al «dopo Silvio»:
Formigoni si è fatto avanti per tempo, la Carfagna ha
lanciato Fini, mentre il premier continua a insistere sui «giovani»
e in particolare sul Guardasigilli Alfano. A meno che non
abbia ragione il siciliano Lo Presti, pidiellino tendenza An,
convinto - nonostante tutte le smentite - che «dopo
Berlusconi ci sarà un altro Berlusconi. Marina».
[17-02-2010] |
ucci ucci,
sento odor di Balducci (anche in vaticano!) - In quindici anni
da Gentiluomo di Sua Santità, il «cursus honorum» del vice
berto-leso svaria dalla supervisione sulle infrastutture
giubilari e del decennale, al sistematico inserimento di
eventi religiosi nelle grandi opere della Protezione civile -
in mezzo, i momenti bui a metà dell’ultimo decennio, come
l’allontanamento dalla Curia per la mancata realizzazione
della Pinacoteca di 'Propaganda Fide' a piazza di Spagna....
Giacomo Galeazzi per La
Stampa
Balducci e il museo che non c'è. In
quindici anni da Gentiluomo di Sua Santità, il «cursus
honorum» di Angelo Balducci svaria come un ottovolante tra le
stagioni d'oro della supervisione sulle infrastutture
giubilari e del decennale, sistematico inserimento di eventi
religiosi nelle grandi opere della Protezione civile e i
passeggeri momenti bui a metà dell'ultimo decennio, come
l'allontanamento dalla Curia per la mancata realizzazione
della Pinacoteca di «Propaganda Fide» a piazza di Spagna.
In virtù di una ragnatela di legami
saldissimi al Palazzo Apostolico e nei dicasteri d'Oltretevere,
Balducci costruisce il suo successo nei Sacri Palazzi sulla
nomina nel 2001 a consultore del ministero delle Missioni. La
sua forza, come già durante l'Anno Santo, è saper essere «vaticano
con gli italiani e italiano con i vaticani».
Amico di lunga data del cerimoniere
pontificio monsignor Francesco Camaldo (che adesso lealmente
commenta: «Sono molto addolorato, è una persona di assoluta
limpidezza morale, conosciuta e stimata in Vaticano da tanti
anni, sono certo che dimostrerà la sua completa estraneità
alle accuse»), nel fermento dei preparativi giubilari
Balducci stringe un patto d'acciaio con il capo della macchina
organizzativa Crescenzio Sepe da cui riceve poi incarichi di
prim'ordine quando il cardinale prende in mano l'influente
Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli.
I buoni uffici di Balducci (nominato
Gentiluomo di Sua Santità 10 anni prima di Gianni Letta) e la
preziosa interlocuzione da «grand commis» nei palazzi della
politica, aprono porte che, dopo i finanziamenti a pioggia per
l'Anno Santo, rischiano di restare chiuse.
E' così che arriva il cospicuo
stanziamento statale per la ristrutturazione del
cinquecentesco palazzo di «Propaganda Fide» a piazza di
Spagna, possedimento extraterritoriale della Santa Sede. Il
progetto è faraonico. Due piani vengono interamente
restaurati e adattati a museo a spese dello Stato,
parzialmente anche sotto forma di risarcimento per i danni
provocati dagli scavi per la metropolitana di Roma.
Lo storico dell'arte Francesco
Buranelli, attuale ispettore della Pontificia commissione di
archeologia sacra ed ex capo dei Musei Vaticani, è il
direttore designato della futura megapinacoteca, nella quale
deve confluire l'immenso patrimonio di opere d'arte sparse tra
le innumerevoli proprietà immobiliari della Congregazione.
Nella primi Anni Duemila, a «Propaganda
Fide» non c'è cantiere o intervento sul patrimonio che non
ricada di fatto sotto l'autorità di Balducci. Qualcosa però
si inceppa, il museo non diventa realtà e ancora oggi non ce
n'è traccia. Anzi ormai quei costosi lavori sono
completamente vanificati dal cambio di destinazione: invece
della pinacoteca ospitano uffici amministrativi.
EVALDO BIASINI
Sepe si infuria e Balducci cade in
disgrazia, ma resta fermo solo un giro. Nel 2006, infatti, il
cardinale viene trasferito all'arcidiocesi di Napoli e nel
nuovo corso dell'indiano Ivan Dias Balducci torna a «Propaganda
Fide» nella pienezza dei suoi poteri.
Intanto, sotto il controllo del
ministero vaticano delle Missioni, opera anche un altro
influente personaggio del mondo cattolico finito ora
nell'inchiesta sugli appalti della Protezione civile.
L'economo per l'Italia dei missionari del Preziosissimo
Sangue, don Evaldo Biasini, raccoglie offerte per opere
benefiche per l'Africa, ma al tempo stesso mette mano alla
borsa per la costruzione e la manutenzione in Italia degli
immobili della congregazione.
Ad Albano Laziale dove abita, don
Biasini entra in contatto con il costruttore di Grottaferrata
Diego Anemone (quello che nelle intercettazioni chiede al
sacerdote 50 mila euro di tangente). Affida lavori alla sua
impresa, mentre al Salaria Sport Village si moltiplicano
iniziative promozionali e tornei per raccogliere offerte
destinate alle missioni in Africa.
BERTOLASO ALLA RISCOSSA! SAN GUIDO SUPERA IL GIORNO PIÙ LUNGO:
SOPRAVVIVE AL VOTO IN COMMISSIONE (SENZA SPA), TIENE NEI
SONDAGGI, ESPUGNA 'BALLARÒ' DOVE LA TRAPPOLA NON RIESCE E A
SCALFARI CADE LA LINEA - DI PIETRO UNO E BINO: AL “FATTO”
PARLA DI “NESSUNA SIMPATIA” PER IL CAPO DELLA PROTEZIONE
CIVILE MA DA FLORIS FLIRTA CON LUI CON TANTO DI “MANO SULLA
MANO”...
1. IL LUNGO GIORNO DI GUIDO, DALLA
CAMERA A BALLARO'
Mattia Feltri per "La Stampa"
Alla Camera, fuori dall'aula della commissione Ambiente, si
sfiora il feticismo. I cronisti incrociano le informazioni e
compilano il consuntivo: Guido Bertolaso è andato a fare pipì
due volte. Succede perché non appena un deputato esce dalla
Commissione, qualcuno gli chiede di Bertolaso: come sta? Cosa
fa? Eppure le linee sono contraddittorie. Gabriele Cimadoro,
dell'Italia dei Valori, ha visto un Bertolaso «tosto,
combattivo». Ermete Realacci, del Partito democratico, lo ha
visto «un po' provato».
Sono giorni così. Si scannerizza la
giornata di Bertolaso, fra i lavori in Commissione, le visite
al premier e fino a sera, con la battaglia di Ballarò. Ha
deciso di andare in televisione, dicono i suoi, perché non
c'era alternativa. Non c'era alternativa? Insomma, i
magistrati fiorentini si sono già dichiarati incompetenti.
L'inchiesta dovrebbe passare a Roma e
poi subito a Perugia, visto che fra gli indagati c'è anche un
giudice della capitale. E così, non avendo un pm davanti al
quale spiegare le proprie ragioni, Bertolaso va a spiegarle da
Giovanni Floris. Una che la sa lunga ci mette sopra una
lapide: «Anche questo è un segno dei tempi».
E così, dopo cinque ore e mezzo in
Commissione (dove si è discusso del decreto sulla Protezione
civile e dove Bertolaso ha fatto il punto del governo, un
punto concordato in mattinata con Gianni Letta), il
sottosegretario è uscito e al termine di un veloce summit fra
cronisti si è giunti alla sintesi: stanco ma non piegato. E
stanco di certo, e non da ieri e non soltanto per le
inchieste.
Nel 2009 provò pure a mettersi a
riposo e quasi ci stava riuscendo: profittando di una norma
della legge anti fannulloni di Renato Brunetta, formulò la
domanda di prepensionamento e, nel cumulo di lavoro, Letta la
firmò senza badarci, e quando se ne rese conto richiamò
Bertolaso e gli chiese se per caso era diventato matto.
Bertolaso, che era già d'accordo di impiegarsi col Cuamm
Medici per l'Africa, dovette rinunciare.
E' stanco perché rivolgersi a
Bertolaso era diventata una moda, ogni giorno qualcuno se ne
inventava una, e i collaboratori di Bertolaso tirano fuori le
carte, c'è il presidente del municipio XVII di Roma
(quartiere Prati) che chiede l'intervento della Protezione
civile perché edifichi un asilo provvisorio in legno: per
quello definitivo in calce e mattoni manca la delibera.
E' purissima storia d'Italia, questa.
Tutta un'indispensabilità che ora è diventata ingerenza. O
ingratitudine. O invidia. Sono queste le definizioni che
girano. E insomma, pare davvero di capire - i suoi lo giurano
- che Bertolaso davvero prenderebbe su per l'Africa, e non
alla Walter Veltroni, se soltanto il governo lo liberasse.
Alle 15,30 era tutto finito, in
Commissione, e Bertolaso si è fermato a rispondere a un paio
di domande, e poi è filato a Palazzo Grazioli. Ancora un
breve incontro con Letta, quindi uno più lungo con Silvio
Berlusconi, dieci minuti per concordare la difesa televisiva,
altri dieci perché Bertolaso uscisse dalla chiacchierata con
la convinzione che davvero sarà lui, ancora per un po', il
Capo della Protezione civile.
E così Berlusconi è sempre al suo
fianco, la moglie (qui però siamo alle spifferate di amici
degli amici), dopo un po' di scombussolamento iniziale, ha
giurato di credere all'innocenza del marito, e non soltanto
nelle questioni d'interesse pubblico, ma anche in quelle
d'interesse più strettamente privato.
Insomma, ieri sono successe cose più
importanti del previsto. Non per niente, a Ballarò, Bertolaso
ha esordito sostenendo che la determinazione con cui si era
dimesso, quando saltò fuori lo scandalo, si era già
trasformata in determinazione ad andare avanti, sempre che
l'esecutivo lo sostenga (e lo sosterrà).
Non per niente, notano gli interpreti
più accreditati della «bertolasità», aveva trascorso la
giornata - fra Montecitorio, Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli
- in abito blu e cravatta, e davanti alle telecamere si è
presentato con l'amata divisa: maglioncino coi bordi
tricolore.
E infine gli avversari più duri, come
Antonio Di Pietro, che alza la voce e tira fuori gli occhi
dalle orbite, urla, arresterebbe questo e quello ma, conclusa
la requisitoria televisiva, al sottosegretario concede l'onore
delle armi, gli manifesta stima, gli appoggia la mano sulla
mano sorridendogli. E' quasi notte, e quelli di Bertolaso
dicono: è ora di ripartire.
2. DA FLORIS LA TRAPPOLA NON SCATTA, E BERTOLASO
FLIRTA CON DI PIETRO...
Alla fine a "Ballarò" la trappola non riesce a
scattare. Bertolaso espugna l'arena di Giovanni Floris,
preparata per arrostirlo, con il conduttore insolitamente
pugnace. Mario Baldassarri, il finiano che ha votato contro la
Protezione civile Spa, invece di menare fendenti contro il
sottosegretario come da copione, si lancia in un'intemerata
contro dipietrismo e giustizialismo.
Eugenio Scalfari, chiamato a
intervenire per telefono per dare l'affondo finale su San
Guido, mentre parla perde la linea telefonica e la vis
polemica affonda nello smarrimento di Floris ("...è
ancora in linea?"). E a sorpresa a dare manforte al
tecnico preferito da Gianni Letta è proprio colui cha sarebbe
dovuto essere il suo principale accusatore: Tonino Di Pietro.
I due flirtano, parlano sottovoce, fino al momento del
"mano sulla mano" colto anche da Mattia Feltri sulla
"Stampa".
Alla fine della puntata, dopo una
battagliera tirata di Concita De Gregorio, Tonino interviene
addirittura in difesa del suo vicino di poltrona. Immagine ben
diversa da quella che il leader dell'Italia dei Valori concede
al "Fatto Quotidiano". Sui suoi rapporti con
Bertolaso, Di Pietro dice Luca Telese: "Abbiamo avuto
rapporti ufficiali quando io ero alle Infrastrutture. Cose
come Buongiorno-e-buonasera. Nessuna simpatia, nessun rapporto
personale, anche perché, come è noto, a lui piaceva fare le
cose a modo suo, a me a modo mio".
E a favore della tenuta di Bertolaso
c'è anche il sondaggio di Piepoli sulla "Stampa" di
oggi: la fiducia nel capo della Protezione civile è ancora
superiore alla sfiducia, 49 a 41 per cento.
[17-02-2010]
GRAN PREMIO
BALDUCCI - LA “CRICCA” STAVA PREPARANDO L'ASSALTO ANCHE AL
GP DI ROMA - DOPO NUOTO, CICLISMO E VELA, VOLEVANO METTERE LE
MANI SUL NUOVO BUSINESS DELLA ROMA ALE-MAGNANA: LA F1 –
RINALDI (COMMISSARIO DEI MONDIALI DI NUOTO IN SUCCESSIONE A
BALDUCCI) SI ERA GIÀ FATTO AVANTI CON LA GIUNTA: “CI VUOLE
UN COMMISSARIO D'ESPERIENZA, LAVORI VELOCI, SENZA
SPRECHI”…
Corrado Zunino per "la
Repubblica"
Solo per i Mondiali di nuoto il
presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Angelo
Balducci arrestato per corruzione, aveva 261 milioni di euro
pronta cassa. Soldi pubblici, da distribuire in opere a
corredo dell'evento. La Città dello sport più grande
d'Europa, a Tor Vergata, disegnata dall'architetto Calatrava.
Quindi i tre impianti in città con tre vasche a testa, il
rifacimento del Centrale del tennis.
La cifra fa capire perché l'ala
imprenditoriale della "cupola gelatinosa", il gruppo
di costruttori spregiudicati di Firenze e Roma, Napoli e
Trapani, abbia colto negli eventi sportivi il business del
presente e del futuro e nella Protezione civile infedele il
grimaldello con cui ottenere finanziamenti e mutui veloci e
deroghe ai Piani regolatori.
La "cricca" era pronta a
lanciarsi sul prossimo Gran Premio di Formula Uno: nel 2012, a
Roma.
I Mondiali di nuoto si sono mostrati
presto un evento di molte violazioni e pessime opere. Il
costruttore Francesco De Vito Piscicelli, l'uomo che rideva
nella notte del terremoto dell'Aquila, in una telefonata con
l'alto funzionario Fabio De Santis (anche lui arrestato) si
lamenta dei costi da affrontare: «Io sto ancora dolorante per
il nuoto, a furia di nuotare mi sono stirato i muscoli». De
Santis lo tranquillizza: «A settembre si recupera».
Angelo Balducci, per recuperare a sua
volta un ruolo con la politica, cerca e trova un contatto con
il sottosegretario Gianni Letta: una lettera, una telefonata,
quindi un incontro personale.
«Letta mi vuole come suo
interlocutore unico», spiegherà agli amici. Ma quando a Roma
l'inchiesta sugli abusi delle piscine private esplode,
l'ingegner Patrizio Cuccioletta (Protezione civile) urla a De
Santis: «... Cazzi per il culo, a Fabiè, tu aspetta la fine
dei Mondiali e poi la senti la uallera. Stavo a parlà con
l'assessore Corsini l'altro giorno...
Rinaldi per pararsi il culo ha detto
al magistrato come andava tutta la musica. Ma lo sai che hanno
chiuso tutti i circoli a Roma? Che hanno un albergo all'Aniene?
Un albergo, ma che sono matti?». Ancora Cuccioletta: «Quando
vengono a sapere del progetto Calatrava, neppure metà ne
hanno fatto...». E De Santis: «Quello costa 600 milioni».
In Italia, solo nel 2009, si sono
organizzati 45 eventi sportivi di livello europeo o mondiale,
un diluvio: Europei di atletica indoor a Torino, Mondiali di
beach tennis a Roma, i Mondiali di baseball in sedici città.
Tutti con finanziamenti pubblici. I palazzinari della
Protezione civile hanno attaccato e divorato i Mondiali di
ciclismo di Varese del 2008, voluti dalla Lega Nord.
I giudici di Varese hanno appena
riaperto l'inchiesta: il commissario Guido Bertolaso a sei
mesi dai Mondiali aveva autorizzato la costruzione di un
albergo in riva al Lago, progettato dal vicesindaco Giorgio De
Wolf, Pdl, contro il parere di Comune e Provincia. La placida
regata della Louis Vuitton Cup è un altro evento da denaro a
catinelle. Inspiegabile.
Nel 2005 l'allora sottosegretario
all'Interno, Antonio D'Alì, Forza Italia, convogliò su
Trapani 82 milioni: il centro storico cambiò volto grazie
anche alle aziende vicine al boss di mafia Vincenzo Virga. Un
ingegnere capo del Comune di Trapani, arrestato, confessò sei
episodi di corruzione.
Commissario attuatore della
"Vuitton" era ancora Bertolaso. La prossima regata
griffata sarà comunque alla Maddalena, il 20 maggio: la
Protezione civile ha già messo a disposizione le strutture
abbandonate dal G8.
Era stata infine individuata la gara
del futuro, l'affare sportivo del decennio. Ecco il Gran
Premio di Formula Uno, probabile a Roma nell'agosto 2012, un
miliardo di ricavi ipotizzati, due sottopassi da realizzare più
paddock e nuove strutture sportive tra i parchi dell'Eur,
quelli vincolati dalla Soprintendenza. Claudio Rinaldi,
commissario dei Mondiali di nuoto in successione a Balducci,
una Smart ricevuta in dono dal giro Anemone, alcune «società
intestate alla madre da far sparire», si era fatto avanti per
tempo con la giunta Alemanno. «Per la Formula Uno ci vuole un
commissario d'esperienza, lavori veloci, senza sprechi».
[17-02-2010] |
UN URLO DAL
COMA SULLA PRIMA PAGINA DEL 'CORRIERE': “APPALTI E POLITICI,
ECCO LE CARTE" - (DELLE DUE L’UNA. O IL CORRIERE DELLE
ÉLITE SI È UFFICIALMENTE ROTTO DELLA CLASSE POLITICA E
QUINDI S’È DECISO DI SPAZZARLA VIA. OPPURE HA PENSATO BENE
DI MANDARE IN VACCA UN’INCHIESTA CHE INVECE POTREBBE TOCCARE
IL CUORE DEL SISTEMA - (ALLE SPALLE DI BERTO-RASO C’È
ANCORA UN GIRO FANTA-CATTOLICO COL GREMBIULINO CHE ASSICURA
PROTEZIONI DI VARIO GENERE, ANCHE SUI GIORNALI UN TEMPO PIÙ
“LAICI”) -!
A cura di Minimo Riserbo e
Falbalà
AVVISI AI NAVIGATI
"Appalti e politici, ecco
le carte. Anche i nomi di Matteoli, Verdini, Pepe e Viceconte
nelle telefonate del caso Bertolaso". Un urlo dal coma
sulla prima pagina del Corriere. Tenendo presente che a certi
livelli è difficile che si parli solo di un appuntamento con
il ragionier Pestalozzi e di una macchina da ritirare presso
l'elettrauto Cecioni Renato, delle due l'una.
O il Corriere delle élite si è
ufficialmente rotto della classe politica alla quale si erano
momentaneamente affidati i suoi multiformi padroni, e quindi
s'è deciso di spazzarla via il più rapidamente possibile.
Oppure ha pensato bene di mandare in vacca, tra brogliacci
gelatinosi e chiamate di correo un tanto al chilo,
un'inchiesta che invece potrebbe toccare veramente il cuore di
Palazzo Chigi e dei suoi sistemi. Vedremo nei prossimi giorni.
Intanto, come conseguenza inevitabile
dello scandalo, "Protezione Civile, stop di Letta sul
decreto" (Corriere, p.5). Ben svegliata, Eminenza
Azzurrina. Grande vittoria dell'inedito asse
Bossi-Tremonti-Scajola-Fini-Baldassarri?
lettere bersani alla protezione civile
Anche la Stampa coglie il dividendo di
potere della faccenda e introduce l'elemento dimissioni:
"Protezione civile mai Spa". Letta frena: non sarà
privata. Cambiano le norme contestate. Bertolaso: mi dimetto
se me lo chiede il premier" (p1). Siamo a posto. Scoop
del Messaggero: "Regali anche per la rotatoria del
Salaria. E per spiare i cronisti spunta l'uomo della Global
Service, indagata per Telecom (p.2). E il complotto si fa
interstellare.
Me per fortuna passa l'ineffabile Feltrusconi che rimette
tutte le cose al loro posto: "Bersani chiese aiuto a
Bertolaso. Le lettere che imbarazzano il segretario Pd"
(Giornale,p.1). Mo' era tutta colpa dell'opposizione,
notoriamente guidata da gente con i cotiledoni (non sono manco
capaci a rubare). |
SpaccaMaremmA,
SPACCamaroni! - non solo bertolaso: Dalle carte
dell’inchiesta di Firenze sbuca la fretta per far partire i
lavori - Ma il Cipe perché fa finta di nulla? -
L’Antitrust, La Ue, gli ambientalisti e le banche
internazionali contro i rinnovi di concessione senza gara -
2000 ettari di Maremma cementificati - La rabbia degli
agricoltori...
Forse dall'inchiesta di Firenze su
appalti e mignotte si capirà presto perché c'è tanta fretta
per far partire i lavori dell'autostrada Tirrenica prima
ancora che il Cipe abbia approvato il progetto definitivo. E
su questo sembra che anche il sottosegretario Gianfranco
Miccichè voglia vederci chiaro.
Di questo si parla ormai nelle
assemblee che da Rosignano a Civitavecchia si moltiplicano in
questa settimana contro la Spacca Maremma. E forse a questo
punto il ministro Altero Matteoli che ne dovrà rispondere
comincia a preoccuparsi.
A poco, anzi a niente, sono servite le
giustificazioni addotte da Ruggero Borgia, amministratore
delegato di Sat e Luigi Massa, direttore tecnico, che si sono
trovati di fronte un muro insuperabile di contestazioni.
Alla Sat cominciano a pensare, vista
anche la piega che sta prendendo l'inchiesta fiorentina, che
forse è meglio aspettare l'approvazione del progetto
integrale dal Cipe prima di partire con gli espropri e con
piccoli tratti lavori nei pressi di Rosignano e Civitavecchia.
La posizione della Sat anche per
venire incontro alle pesanti critiche mosse dall'Antitrust in
materia di durata di concessioni autostradali. E' in atto
infatti a Bruxelles una istruttoria preliminare sul rinnovo
senza gara della concessionaria tra Sat e Società Autostrade
per l'Italia, circostanza che preoccupa molto BIS di Banca
Intesa che deve trovare i finanziamenti per l' opera.
Sul Banco degli accusati in Maremma
oltre al sindaco Altero Matteoli è finito l'assessore Ronaldo
di Vincenzo. I rappresentati del Comitato "Salviamo la
Maremma" da Fonteblanda all'Albenga, Daniele Zauli e
Jacopo Colozza, denunciano che l'autostrada distruggerà
duemila ettari prevalentemente coltivati ad ulivi in una delle
ultime zone incontaminate d'Italia.
[15-02-2010] |
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A CHI IL LISIPPO? A NOI! - DOPO
UN’INFINITA BATTAGLIA LEGALE ITALIA-USA, IL GIP DI PESARO
ORDINA IL RIENTRO DEL CAPOLAVORO RUBATO ED ESPOSTO AL GETTY DI
LOS ANGELES. ESULTA RUTELLI, EX MINISTRO TOMBAROLO. E UNA VOCE
AFFONDA DON AB-BONDI: L’AVVOCATO FIORILLI AVREBBE SEGUITO IL
PROCESSO A SUE SPESE, SENZA INDENNITÀ DAL MINISTERO…
1 - UNA VOCE AFFONDA DON AB-BONDI: L'AVVOCATO FIORILLI AVREBBE
SEGUITO IL PROCESSO A SUE SPESE
Aridatece Lisippo! Il Gip di Pesaro stamattina ha chiesto la
confisca della statua dell'atleta attribuita al leggendario
scultore greco, oggi custodita al museo Getty di Los Angeles.
Il capolavoro è al centro di un braccio di ferro decennale
tra Italia e Stati Uniti, una storia rocambolesca di tombaroli
e carte bollate che forse arriva adesso a un punto di svolta.
Esulta Cicciobullo Rutelli che, da ministro, veniva visto dai
musei USA come un castigamatti. Afasico, invece, Sandro
"Don" Ab-Bondi: anzi, pare che il povero avvocato
Maurizio Fiorilli, infaticabile paladino del rientro delle
opere d'arte in Italia, si sia dovuto sorbire tutto il
processo di Pesaro a proprie spese. Senza indennità di
missione da parte del Ministero dei Beni Culturali.
2 - LISIPPO: GIP PESARO ORDINA CONFISCA. VA SEQUESTRATA AL GETTY
MUSEUM O OVUNQUE SI TROVI...
(ANSA)
- Il gip del Tribunale di Pesaro Lorena Mussoni ha disposto la
confisca della statua bronzea dell'Atleta Vittorioso,
attribuita allo scultore greco Lisippo, il piu' importante
bene archeologico conteso fra Italia e Usa.
La statua era stata ripescata nel 1964 al largo di Fano (Pesaro
Urbino), forse in acque internazionali, ed era poi finita
dieci anni anni dopo al Paul Getty Museum di Malibu. La
sentenza del gip dispone il sequestro della scultra
'attualmente al Getty Museum o ovunque essa si trovi'. Seguono
poi 37 pagine di motivazioni.
La trattativa tra Italia e Usa per l'Atleta del Lisippo, a lungo
al centro del braccio di ferro tra Italia e Getty che ha
portato alla restituzione di 40 capolavori esportati
illegalmente, era stata all'epoca sospesa proprio in attesa
del giudizio del tribunale italiano. Il museo californiano ha
sempre sostenuto che non ci sarebbero prove dell'appartenenza
all'Italia.
La vicenda e' approdata al tribunale di Pesaro per un esposto
presentato il 4 aprile 2007 dall'associazione culturale 'Le
Cento Citta' alla procura di Pesaro per violazione delle norme
doganali e contrabbando. E'
stato il
pm Silvia Cecchi ha chiedere la confisca della statua,
sanzione accessoria applicabile anche quando il reato e'
prescritto. Dopo un primo diniego del gip, il pubblico
ministero ha fatto ricorso con l'Avvocatura dello Stato. Il 9
giugno 2009 il nuovo
gip Lorena
Mussoni aveva dichiarato il bronzo bene 'patrimonio
indisponibile dello Stato', decidendo di far andare avanti il
procedimento.
Secondo il
presidente delle 'Cento Citta' Alberto Berardi 'e' una
vittoria storica, ma soprattutto e' il successo della
legalita' e della moralita' contro la forza del denaro'.
3 - RUTELLI, SODDISFAZIONE PER CONFISCA A GETTY...
(AGI)
- Francesco Rutelli ha espresso la sua grande
gioia e soddisfazione per la decisione del GIP del Tribunale
di Pesaro che ha disposto la confisca dell'atleta di Fano,
oggi al museo Getty. "Si tratta di una decisione di
importanza storica, che mette fine alla vecchia stagione del
saccheggio del nostro patrimonio archeologico",
sottolinea l'ex-ministro dei beni culturali. "In base
all'accordo che ho firmato nel settembre 2007 con il museo
Getty - che ha gia' consentito il ritorno di decine di
capolavori nel nostro Paese ed alla fine di quest'anno della
"Venere" di Morgantina in Sicilia - le due parti
hanno affidato ad una decisione "terza", quella
della magistratura, la destinazione finale del capolavoro
dell'atleta vittorioso ripescato al largo di Fano",
prosegue Rutelli. "Con la confisca decisa oggi il museo
Getty dovra' dare applicazione al nostro accordo e questa
statua di incomparabile bellezza dovra' tornare in Italia, a
Fano", conclude Rutelli.
"Voglio ringraziare per questo grande successo l'avv.
Maurizio Fiorilli che ha scrupolosamente e con alta
professionalita' difeso l'interesse nazionale in
rappresentanza dell'Avvocatura dello Stato, dando seguito alla
intransigente linea di condotta stabilita dalla nostra
amministrazione. E un ringraziamento va ai Carabinieri del
Comando Tutela Patrimonio, guidati dal generale Nistri, che
con le indagini e gli accertamenti svolti nel 2007 hanno
smontato la tesi di un acquisto in buona fede di quel
capolavoro da parte del museo californiano".
4 - LISIPPO; 46 ANNI DI MISTERI E BATTAGLIE LEGALI...
(ANSA)
- Il 'Getty Bronze', la statua dell'Atleta di Fano attribuita allo
scultore greco Lisippo, e' da 46 anni al centro di un giallo
di archeologia subacquea, ed e' anche il piu' importante bene
archeologico conteso fra Italia e Stati Uniti. Queste le
principali tappe della vicenda.
LA PESCA
MIRACOLOSA
- E' un venerdi' del settembre 1964 quando il peschereccio
'Ferruccio Ferri' di Romeo Pirani, un pescatore fanese morto
nel 2004, ripesca
la statua. Forse
al largo di Fano, forse in acque internazionali. Con i
compagni Pirani sotterra il bronzo in un campo di cavoli, e
mette in circolazione una fotografia. 'A gennaio - racconto'
poi - si presento' un signore di cui non so il nome, che lo
compro' per tre milioni e mezzo di lire. Che ci siamo spartiti
fra noi'.
ANTIQUARI, SACERDOTI, CONTRABBANDIERI - Quattro processi, di cui uno annullato, nessuna verita'
giudiziaria. Attorno al Lisippo si commettono vari reati, che
restano impuniti. Il 18 maggio 1966 il Tribunale di Perugia
assolve per insufficienza di prove tre commercianti di Gubbio,
Pietro, Fabio e Giacomo Barbetti, e un prete, don Giovanni
Nagni, imputati per la ricettazione del bronzo e
favoreggiamento. La loro condanna in appello del 27 gennaio
1967 viene annullata dalla Cassazione nel maggio 1968. Nuovo
processo e assoluzione di secondo grado a
Roma il
18 novembre 1970. Impossibile, concludono i giudici, accertare
l'interesse artistico, storico e archeologico della statua,
nel frattempo scomparsa, ne' se sia stata ritrovata in acque
territoriali o internazionali.
L'ATLETA VARCA L'OCEANO, NEL 1974 RICOMPARE AL GETTY - Il Museo Getty espone per la prima volta la statua di Lisippo nel
1974. L
'ha pagata 3,9 milioni di dollari, ma come sia entrata a far
parte della sua collezione resta un mistero. Secondo lo
storico fanese Alberto Berardi l'Atleta lascio' Gubbio con una
spedizione di forniture mediche inviate in Brasile ad un
missionario parente dei Barbetti. Poi fu acquistato dal
consorzio internazionale d'arte Artemis e, nel 1971, spedito
al Dorner Institut di Monaco per il restauro. L'allora
direttore del Metropolitan Museum Thomas Hoving esamina il
bronzo nel
1972 a
Monaco ma non conclude l'acquisto per i troppi dubbi sulla
provenienza. Anche Paul Getty rinuncia, ma alla sua morte
l'operazione va in porto.
UN FRAMMENTO RIAPRE LA CACCIA - Nel 1990 il ministero dei Beni culturali italiano segnala a
quello degli Esteri che un nuovo frammento del Lisippo e'
stato dissotterrato dal campo di cavoli di Carrara di Fano. Ma
la trattativa Italia-Usa
si riapre solo in seguito, con il ministro Rocco Buttiglione e
poi con il successore e vice premier Francesco Rutelli, che
vince un braccio di ferro con il Getty per la restituzione di
39 opere esportate illegalmente, fra cui la Venere di
Morgantina.
L'Atleta di Fano pero' e' troppo importante per il museo
californiano. E l'ex direttore Michael Brand insiste: non c'e'
alcuna prova che appartenga all'Italia.
L'ESPOSTO DELLE CENTO CITTA' E
LA RICHIESTA DI CONFISCA
- Fano e le Marche non si arrendono. Il 4 aprile
2007 l
'associazione culturale 'Le Cento Citta' presenta un esposto
alla procura di Pesaro per violazione delle norme doganali e
contrabbando. Il pm Silvia Cecchi chiede al gip dell'epoca,
Daniele Barberini, la confisca della statua: una sanzione
accessoria, applicabile anche quando il reato e' prescritto.
Il 19 novembre il gip rigetta
la richiesta. Il
pm e le Cento citta' fanno ricorso, con
il sostegno
dell'Avvocatura dello Stato, e il 12 giugno 2009 il nuovo
gip Lorena
Mussoni dichiara il bronzo bene 'patrimonio indisponibile
dello Stato'. Essendo stata ripescata da una nave italiana, e
sbarcata a Fano, la statua era soggetta a obbligo di denuncia
e lo Stato avrebbe dovuto poter esercitare un diritto di
prelazione o di acquisto coattivo.
L'attuale responsabile della collezione Getty Stephen Clark viene
interrogato il 21 dicembre
2009 a
Pesaro, produce documenti sulla presunta buona
fede del museo
, ma il gip Mussoni ha deciso per la confisca, con una
sentenza depositata oggi.
[11-02-2010]
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DAGOSPIA HA RAGIONE, È UN “FATTO”
– SORPRESA! IL GARANTE PARLA SOLO DEL VIDEO DELLA TULLIANI
CON GAUCCI PASSATO A SUO TEMPO DA “STRISCIA”, NESSUN
RIFERIMENTO AD ALTRO MATERIALE FOTOGRAFICO (E COMUNQUE NESSUN
OBBLIGO) - “SE VOLESSIMO SPIEGARE TUTTA
LA VICENDA ALL
’ESTERO,
LA COMPAGNA DEL PRESIDENTE
DELLA CAMERA, HA DATO MANDATO AL SUO LEGALE DI STRAVOLGERE UN
PROVVEDIMENTO DEL GARANTE PER LA PRIVACY” – E ORA CHI E’
IL BUFFONE?…
Federico Mello per "il
Fatto Quotidiano"
Una persona in vista come Elisabetta Tulliani, compagna
dell'attuale presidente della Camere Gianfranco Fini - terza
carica della Repubblica - dovrebbe scegliere meglio i suoi
legali. Nella vicenda della rimozione dal Web delle foto che
la vedevano con l'ex compagno Luciano Gaucci, infatti, il suo
avvocato Michele Giordano ha stravolto del tutto la nota del
Garante della Privacy emessa dopo il reclamo presentato dalla
stessa Tulliani; poi quando la vicenda è diventata pubblica,
ha dato del buffone a Roberto D'Agostino per le notizie
pubblicate su Dagospia, anche se nel torto sembra essere
proprio l'avvocato.
I fatti. Nello scorso luglio Michele Giordano, legale con studio
a Roma, si rivolge al Garante della Privacy per chiedere la
rimozione dal Web di un video (e non di foto o notizie) che
vede protagonisti la sua assistita Elisabetta Tulliani e
Luciano Gaucci, uniti negli scorsi anni da una relazione. Il
video in questione venne mandato in onda da "Striscia la
Notizia" nel 2007, durante un'aspra polemica tra
Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi (polemica poi spazzata via
dall'annuncio di Berlusconi dal predellino della sua
Mercedes). Nel video i due fidanzati Gaucci e Tulliani
chiacchierano tra loro e passeggiano mano nella mano.
Il Garante della Privacy, risponde alla richiesta dell'avvocato
lo scorso 24 dicembre con una nota, che fornisce indicazioni
di carattere generale (e non con un provvedimento, che invece
ha valore prescrittivo). Nella nota, che "
il Fatto
Quotidiano" ha potuto visionare, il Garante "non
contesta la liceità" del video in questione in quanto la
vicenda è "riferibile a personaggi pubblici e a fatti
resi noti direttamente dagli stessi interessati".
Il Garante riconosce all'avvocato che il video in questione,
possa "esulare dal contesto che all'epoca poteva aver
giustificato l'iniziale diffusione", e per questo indica
come "fondata" una "istanza di opposizione di
trattamento" del video. Tradotto: la Tulliani può
chiedere ai siti Internet che hanno pubblicato il video di non
renderlo reperibile ai motori di ricerca (per mettere in atto
questa misura deve intervenire il singolo web-master; i motori
di ricerca in questi casi non intervengono mai).
Il motivo è presto spiegato: "La riproposizione del video
oggetto - spiega ancora il Garante - della segnalazione
attraverso la selezione operata dai motori di ricerca (...)
contrasta con l'interesse della segnalante in quanto
espressione del diritto all'identità personale". Dopo la
nota del Garante la palla passa all'avvocato Giordano, legale
della Tulliani. Questi scrive a numerosi blogger, stravolgendo
però il senso della nota emersa dal Garante. "L'autorità
garante per la Protezione dei dati personali - scrive il
legale nella missiva - ha accolto il reclamo presentato alla
mia assistita".
Poi si rivolge direttamente ai blogger: "Da una ricerca
effettuata è emerso che è possibile risalire, grazie
all'indicizzazione dei motori di ricerca, al vostro sito sul
quale appaiono le notizie/immagini in questione. In forza del
provvedimento del Garante - continua l'avvocato - vi chiedo di
voler provvedere a non rendere più indicizzabile attraverso i
motori di ricerca notizie e immagini riguardanti la mia
assistita". Non solo, nella missiva l'avvocato chiede
anche di aver conferma dell'avvenuta cancellazione "entro
e non oltre il termine perentorio di cinque giorni dalla data
di ricevimento della presente". E informa anche che copia
della lettera è stata spedita per conoscenza alla polizia
postale.
Ciò che era un'indicazione non prescrittiva del Garante - e
riguardante solo un video - nella lettera dell'avvocato è
diventato un provvedimento con "termine perentorio"
che riguarda "notizie e immagini" che in generale
riguardano la Tulliani.
I fatti precipitano sabato, "
il Fatto
Quotidiano" riferisce della missiva dell'avvocato
arrivata ai blogger, e la notizia è ripresa da Dagospia che
nei giorni successivi continua a seguire
la vicenda. Ieri
, l'avvocato della Tulliani, scrive al sito di D'Agostino, e
non le manda a dire: dopo aver dottamente illustrato la
definizione di "buffone" secondo Wikipedia, scrive:
"Se aveste letto fin da subito il dispositivo del
Garante, anziché preoccuparvi di vomitare insulti, avreste
pure osservato - senza neppure tanto sforzo ‘grigio' - in
quanto chiaramente scritto, che il dispositivo obbliga
unicamente a fare in modo che i motori di ricerca non
indicizzino più le immagini con Gaucci. Pertanto, nessuno ha
mai inteso vietare o censurare alcuna informazione.
Ad eccezione ‘de voantri' che pure di istigare e provocare
disinformazione, vi dimenate in pretestuosità prive di
argomentazioni". L'avvocato chiude con un guanto di sfida
a Dagospia: "Caro Dago, questa è la vera ‘sfida': fare
cronaca e non continuare a recitare da buffoni. Avv. Michele
Giordano".
Questo scrive l'avvocato. Ma le carte dicono altro. Se volessimo
spiegare tutta la vicenda all'estero, potremmo riassumere: la
compagna del presidente della Camera, ha dato mandato al suo
legale di stravolgere un provvedimento del Garante per la
Privacy, per far togliere da Web e siti di news, foto e
notizie che invece riguardano il legittimo diritto di cronaca.
[10-02-2010]
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SEX & THE ANP – TUTTO
IL MONDO
È PAESE! ANCHE ABU MAZEN E’ NEI GUAI – IL SUO BRACCIO
DESTRO, RAFIK HUSSEINI, E’ STATO RIPRESO NUDO CON UNA
SEGRETARIA – CI SAREBBERO IN GIRO ANCHE MOLTISSIME PROVE
SULLA CORRUZIONE AI VERTICI DEL GOVERNO – MA PER I
FEDELISSIMI: “E’ UNA MANOVRA ORCHESTRATA DAGLI
ISRAELIANI”…
Francesco Battistini per "il
Corriere Della Sera"
Fosse per lui, resterebbe in Giappone. Dall'altra parte del
mondo. Abu Mazen sorseggiava il sake in un grande albergo di
Tokyo, dov'è in visita ufficiale, quando gliel'hanno detto: a
una tv israeliana, Canale 10, è arrivato quel famoso dvd. E
si vede tutto. E i fotogrammi stanno per andare in onda.
E c'è anche un'anonima intervista con un riconoscibilissimo
intervistato. E sta per sgorgare un fiume di fango
sull'Autorità palestinese. Perché, nell'ordine: 1) le
immagini rivelano l'adulterio flagrante di Rafik Husseini, uno
stretto collaboratore del presidente, ripreso nudo in un
appartamento di Gerusalemme Est mentre fa sesso con una
segretaria;
2) l'intervista, a un ex capo
dell'intelligence palestinese, rivela che ci sono in giro «migliaia
di documenti» come prova della «spaventosa corruzione ai
vertici dell'Anp»; 3) il messaggio dell'operazione, neanche
tanto velato, è che Abu Mazen deve far piazza pulita di chi
lo circonda. Pena uno scandalo che travolgerà lui e tutta la
sua dirigenza.
Si riaccendono le luci rosse sulla Muqata. Riesplode il sexgate
che, qualche mese fa, s'era faticosamente riusciti a
insabbiare. È la vendetta di Tawfiq Tirawi e di Fahmi Shabana,
i due ex capi del Mukhabarat, i grandi burattinai degli 007
palestinesi.
Un intrigo d'intifada: la primavera scorsa, quando scattò la
trappola dell'alcova a Husseini e il dvd dello scandalo arrivò
ad Abu Mazen in persona, un giornale israeliano raccontò che
a girare le immagini erano stati Tirawi e Shabana, arcinemici
di Husseini, e che proprio per questo erano stati
provvidenzialmente arrestati dalla polizia israeliana e,
altrettanto provvidenzialmente, erano stati accusati dallo
stesso Abu Mazen d'intelligence col nemico e perciò
dimissionati.
La faccenda sembrava chiusa lì. Finché dopo mesi di silenzio,
sotto i riflettori di Canale 10, Shabana non è rispuntato
dall'ombra in cui era finito. Con le immagini nude del rivale.
E col pesante ricatto: o il leader di Ramallah caccia
finalmente Husseini o qualcuno mostrerà le prove di milioni
di dollari che, donati dall'Europa e dai Paesi arabi e dagli
Usa alla causa palestinese, sarebbero invece finiti nelle
tasche dei vertici Anp.
La gola profonda non accusa direttamente Abu Mazen, né il
premier Fayyad. Ma è come se lo facesse: «Hanno lasciato che
queste cose accadessero, senza toccare i colpevoli». Cornuti
e corrotti. Interessati più ai tradimenti che
agl'insediamenti. Accuse del genere, a proposito dell'Autorità
palestinese, le lanciano di solito da Hamas o dalla destra
israeliana. Uno come il ministro Uzi Landau, per esempio: «Non
c'è nessuna differenza tra Arafat e Abu Mazen - è
stato il
suo delicato commento di ieri -: uno è Jack lo Squartatore e
l'altro è lo Strangolatore di Boston. Uno spargeva sangue,
l'altro ammazza in silenzio. Ma il risultato è lo stesso».
Ora però la grana è seria: Tirawi, fedelissimo di Arafat, per
dieci anni depositario dei segreti di Ramallah, è disposto a
dispensare altro sesso e a svelare altre bugie. Shabana è
pronto a fornire nuovi videotape. In uno, si vedrebbe Husseini
a letto con la signora che, per inciso, è pure un'amica di
Abu Mazen: «Me l'hanno mandata apposta per incastrarmi», ha
tentato di giustificarsi il fedifrago. Il capo gli aveva
creduto, alla fine del primo tempo.
E cerca di ricredergli, mentre va in onda
il secondo:
«Questa manovra è orchestrata dagli israeliani - dicono
l'agenzia Maan e il sito Al Watani, entrambi vicini al leader
dell'Anp -: vogliono colpire in alto». O in basso, a seconda
dei punti di vista.
[11-02-2010]
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BERTO-WORLD!
(LE FINANZE ALLEGRE DEL MANAGER DI DIO) - DON BIASINI E’ UN
CLONE ECCLESIASTICO DI BERTO-LESO: DOVE C’È UN’EMERGENZA
UMANITARIA LUI C’È – IL SUO PRESTIGIO HA FATTO SÌ CHE
NESSUNO METTESSE IN DISCUSSIONE I SUOI MOVIMENTI – SPIEGANO
IN VATICANO: “ANEMONE CHIEDE I SOLDI A DON BIASINI PERCHÉ
SA CHE HA TRA LE DISPONIBILITÀ I FONDI DA LUI PERSONALMENTE
PORTATI ALLE MISSIONI AFRICANE”…
Giacomo Galeazzi per "La Stampa"
In
Vaticano il coinvolgimento di don Evaldo Biasini non piomba
come un fulmine a ciel sereno. Negli uffici finanziari e
missionari della Santa Sede era «ben noto» che l'economo
d'Italia agiva «in modo fin troppo autonomo e disinvolto»
rispetto alle indicazioni ricevute dalla Congregazione del
Preziosissimo Sangue. Oltre a «prendere decisioni
indipendenti dall'effettiva volontà dei superiori dell'ordine»,
da tempo la Curia era allarmata per la «fiducia incautamente
accordata a personaggi discutibili che poi lo hanno tratto in
inganno». Don Biasini non è un prete qualunque, bensì un «manager
di Dio», un gigante della solidarietà cattolica nel Terzo
Mondo.
Al suo
nome sono legate opere missionarie tra le più importanti in
Africa. In Paesi devastati dalla povertà come la Tanzania,
don Evaldo è un pezzo da novanta e conta di più di vescovi
che spesso non sono in condizione neppure di mantenere una
mensa accanto alla chiesa.
E' lui
che apre o chiude i cordoni della borsa. Ovunque ci sia
un'emergenza umanitaria, quasi fosse una clone ecclesiastico
di Bertolaso, è lui a imbracciare la valigia e mettere in
piedi ospedali da campo, scuole, campi profughi. Tra gli
economi degli ordini religiosi è proverbiale la sua abilità
nel «fund raising» e la rara capacità di coniugare carisma
missionario «dal basso» e peso specifico «in alto», cioè
nelle stanze in cui si delibera insindacabilmente dove
indirizzare il flusso degli aiuti.
«Anemone
chiede a don Biasini i soldi perché sa che ha tra le
disponibilità i fondi da lui personalmente portati alle
missioni africane», spiegano in Vaticano. Gli accertamenti
condotti nei Sacri Palazzi su quel giro di soldi consentivano
ieri sera di stabilire la «gestione di somme di denaro
all'insaputa dei superiori della provincia italiana». Don
Biasini non si limita a finanziare attività di beneficenza.
Nei decenni spesi ad estendere la rete missionaria del suo
ordine, si è guadagnato spazi di eccezionale autonomia
rispetto ai vertici religiosi.
Un'assoluta
libertà di manovra che nessuno ha mai messo apertamente in
discussione, ma che cominciava a suscitare malumori dentro e
fuori
la congregazione. Quando
ieri in Vaticano si sono tirate le fila della vicenda, le
informazioni raccolte concordavano nel tracciare un identikit
«di potere esercitato in maniera disinvolta, ingenua poco
prudente».
Ad un
personaggio con un prestigio indiscusso guadagnato sul campo,
i confratelli non rivolgevano le domande che invece nei
competenti dicasteri della Santa Sede avevano iniziato a
farsi.
La
personalità coinvolgente e l'affabilità «on the road» di
don Biasini avevano sempre fatto apparire inopportuna la
minima verifica dei superiori. Ora alla
Provincia d'Italia
, nel quartiere Appio Tuscolano (dove don Biasini ha il suo
ufficio), crea imbarazzo la sostanza (i 50 mila euro di
tangente), ma anche il tono consuetudinario, familiare delle
intercettazioni. «Senti Evà scusa se ti scoccio solo per
rotture di coglioni, devo vedere una persona come stai messo?»,
chiede Anemone. Risponde don Biasini: «Di soldi per l'Africa
qui ad Albano ce n'ho 10 soltanto, giù a Roma potrei darteli».
[12-02-2010]
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BALDUCCI
SPORT VILLAGE – C’ERANO UNA VOLTA DUE PISCINE E DUE
BARETTI SUL FIUME ANIENE, PROPRIETÀ DAL 2004 DI UNA SOCIETÀ
FONDATA DA ANEMONE E BALDUCCI JR (L'ALTRO FIGLIO FA
L’ATTORE) – ANCHE LE MOGLI DEI DUE SONO IN SOCIETÀ –
POI GRAZIE A PAPARINO L’AREA (A RISCHIO ESONDAZIONE) VIENE
SCELTA PER I MONDIALI E PER MAGIA SI TRASFORMA IN UN CENTRO
ULTRA-CHIC DA 28MILA MQ…
1 - IL SISTEMA ANEMONE RAGAZZE E MASSAGGI
Mattia
Feltri per "La Stampa"
Il
Salaria Sport Village non è soltanto il luogo nel quale -
secondo le intercettazioni telefoniche e le deduzioni
investigative - Guido Bertolaso andava a ritemprarsi dalle
fatiche emergenziali. Il Salaria Sport Village, se peccato c'è,
è il peccato originale.
Balducci
Il primo
a raccontare di questo centro sportivo, del benessere, dello
svago e della baldoria è stato Fabrizio Gatti sull'Espresso e
la questione è stata ripresa qui e là da giornaletti locali
romani. Ma, insomma, i protagonisti e la cronologia dei fatti
incuriosiscono perché i protagonisti sono i Balducci (padre e
figlio) e gli Anemone (famiglia), bruscamente coinvolti nella
faccenda-Bertolaso, e perché la cronologia insospettisce.
Ebbene,
quattro anni
fa, il
29 dicembre del 2005, il premier Silvio Berlusconi nomina
Angelo Balducci (padre) commissario straordinario per i
Mondiali di nuoto. Angelo Balducci è uno di fama. Ha già
girato i governi e guadagnato la fiducia, per esempio, di
Francesco Rutelli e Antonio Di Pietro.
Nel
nuovo ruolo, Balducci deve individuare (all'inizio in
collaborazione con gli amministratori locali, poi un'ordinanza
governativa gli concede poteri illimitati) aree romane in cui
costruire gli impianti per le competizioni del 2009. Balducci
le individua. Individua, in particolare, il Salaria Sport
Village che è una cosina, due piscine e due baretti, e che si
potrebbe ampliare. Così, almeno, pensa Balducci. E infatti,
nel febbraio 2007, il Village avanza la candidatura.
bertolaso
Il
Salaria Sport Village era nato nel dicembre del 2004, fondato
dalla Stube Spa e dalla Fidear Srl, due fiduciarie costituite
da Filippo Balducci (figlio di Angelo) e da Diego Anemone, uno
degli arrestati dell'altro giorno. Balducci jr e Anemone
avevano comprato nel
2004 l
'ex centro sportivo della Banca di Roma a Settebagni (Nord di
Roma), ne avevano ceduto le quote alla Stube e alla Fidear, la
Stube e la Fidear avevano costituito il Salaria Sport Village
e qualche anno dopo sarebbe arrivato Balducci padre a farne
una piccola capitale dei Mondiali di nuoto, per la gran
fortuna di Balducci figlio e soci.
In realtà
l'ultimo atto non è di Balducci sr, ma di Claudio Rinaldi,
che nel giugno del 2008 prende il posto di Balducci sr nel
ruolo di Commissario delegato per i Mondiali di nuoto. In
cinque giorni Rinaldi chiude la pratica e il Salaria Sport
Village può farsi grande, nonostante Italia nostra sostenga
che lì non si possa costruire, perché è un'area di sfogo
per le esondazioni del fiume Aniene. A sostegno della tesi,
Italia nostra porta il Piano regolatore e altri corposi
incartamenti che tuttavia non suscitano curiosità.
-
La protezione Civile
al tempo di Bertolaso - Manuele Bonaccorsi - Ed Alegre -
Copertina
Oggi il
Village occupa quasi 28 mila metri quadrati di terreno, ha due
piscine olimpiche coperte (lì si allenò la squadra cinese),
un'altra piscina più piccola, dodici campi da tennis, il
campo da golf,
la Club House
eccetera eccetera ed è lì che sverna Luciano, il capostipite
degli Anemone. E' stato lui (originario di Grottaferrata,
provincia di Roma) a mettere in piedi la fortuna di famiglia
costruendo e ristrutturando mezza Settebagni, e adesso si
riposa gestendo il Village e la tenuta in Umbria, colture e
allevamenti biologici per le cucine del centro sportivo, e
lasciando ai figlioli la gestione delle imprese.
Adesso
il Village è un posto dove ci si fa vedere volentieri.
D'estate le piscine hanno una densità di frequentazione tipo
piazza Venezia in un comizio del '36. Si fanno le serate a
tema, la serata del merengue, la serata sudamericana, e
durante il fine settimana l'happy hour attira centinaia di
persone sedotte dalla compagnia e dall'open bar, la
consumazione illimitata.
E' il
regno dei giovani Anemone - Diego e Daniele - che come tutti i
trentenni danarosi amano e ostentano le berline di lusso; è
anche il regno di Balducci jr (sua moglie e la moglie di Diego
Anemone sono in società) e insomma lì i ragazzi brindavano
alle recenti fortune. Arrivavano per i massaggi e per
l'aperitivo uomini di governo e della maggioranza.
Arrivava
don Evaldo Biasini, buon amico di famiglia, che compare nelle
intercettazioni e che è l'economo provinciale della
Congregazione dei missionari del preziosissimo sangue, ruolo
di sostanza e di rispetto nel quale, forse, avrà fatto la
conoscenza di Bertolaso. Ed ecco, quindi, che se peccato c'è,
il Village fu il peccato originale, il primo grande affare, di
tanti grandi affari, di famiglia e di famigli.
2 - BALDUCCI JR. È ATTORE A BERLINO...
Da
"La Stampa" - Il figlio di Angelo Balducci, l'ex collaboratore
di Bertolaso alla
protezione Civile
arrestato nell'ambito dell'inchiesta G8, è oggi protagonista
al festival di Berlino con «Due vite per caso». È l'attore
Lorenzo Balducci che sulla vicenda paterna ha replicato con un
secco «No comment».
«Due
vite per caso» è l'opera prima di Alessandro Aronadio,
regista siciliano 24enne. Racconta del disagio dei giovani,
della loro cronica precarietà e fa esplicitamente eco a un
film come «Sliding doors» e anche, in modo sfumato, alle
tragiche vicende del G8 del luglio 2001 di Genova.
[12-02-2010]
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PER
GENCHI CARTELLINO ROSSO DALLA PS? ...
Potrebbero costare care a Gioacchino Genchi le esternazioni
sull'attentato subito da Silvio Berlusconi a dicembre con il
lancio di un modellino del Duomo. «Qualcosa di quel lancio
non può essere vera» ha detto il perito informatico al
congresso dell'Idv, alludendo a «una pantomima che
provvidenzialmente lo ha salvato da dimissioni imminenti».
Frasi
da cui si è dissociato pure Antonio Di Pietro. Genchi,
vicequestore della Polizia, è già stato sospeso dal servizio
due volte: per un'intervista e un intervento sul suo blog,
considerati «lesivi delle istituzioni». Episodi che,
rispetto alle nuove esternazioni, sembrerebbero quasi
inoffensivi. Un'altra sanzione parrebbe inevitabile. Solo che
alla terza sospensione dalla polizia si viene destituiti. Per
sempre. (A.R.)
borghezio
pugno
5-
E SASSOLI FA LEGA ...
Strana alleanza a Strasburgo (ma con flop annunciato) fra il
pd David Sassoli e il leghista Mario Borghezio. I due, con i
pdl
Mario Mauro
e Sergio De Silvestris e l'udc Magdi Cristiano Allam, hanno
presentato il 23 novembre al Parlamento europeo una
dichiarazione a favore dell'esposizione del crocefisso nei
luoghi pubblici, vietato da una recente sentenza della Corte
europea dei diritti dell'uomo
il 3
novembre del 2009. Per essere approvato il documento ha
bisogno di 369 firme entro l'11 marzo, finora ne ha ricevute
109.
VIA
AI PIGNORAMENTI PER L'EX MINISTRO ...
L'ex ministro dei Lavori pubblici Giovanni Prandini è stato
condannato in via definitiva a risarcire allo Stato 5 milioni
di euro per il danno erariale causato dall'affidamento degli
appalti dell'Anas, nel periodo compreso tra il 1989 e il 1992,
non con gare pubbliche, ma attraverso la trattativa privata.
Tale condotta ha provocato allo Stato un danno quantificato in
320 miliardi di lire. Così la sentenza di appello della
Corte dei conti
ha condannato Prandini al pagamento di 5 milioni di euro più
interessi e ha disposto l'immediato pignoramento dei beni a
copertura del pagamento. (C.V.)
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RAI, LIMITI A MEDIASET - PATTO MERKEL-SARKOZY: L’EUROPA
SALVERÀ LA GRECIA - IRAN TRA PIAZZA E SANZIONI - A PALERMO
PAGATI DALL’ENTE CHE NON C’È…
CORRIERE DELLA SERA - In apertura:
"Ecco tutte le accuse a Bertolaso", "Il
sottosegretario: servo lo Stato resto fiducioso" e
"La difesa di Letta e le tensioni con Tremonti".
Editoriale di Sergio Romano: "Emergenza e regole".
Al centro: "Le mille Haiti intorno a noi",
"Patto Merkel-Sarkozy: l'Europa salverà la Grecia",
"Intervista a Padoa-Schioppa: Né lasciar naufragare né
interventi gratis", "Serve il Fondo monetario.
L'illusione di fare da soli".
Di spalla: "Premier all'attacco su programmi Rai, pentiti e
magistrati" e "E la chiamano informazione". In
basso: "Donare gli organi: la scelta nella carta
d'identità", "Milano. Il giudice e la sentenza
pronta prima del processo" e "Il Leone di Trieste.
Le quattro incognite del caso Generali".
LA
REPUBBLICA - In apertura: "Corruzione,
indagato Bertolaso" e "Stop ai talk show. Bufera
sulla Rai, limiti a Mediaset". Editoriale: di Giovanni
Valentini "Il diktat del silenzio". Di spalla:
"Se la donazione degli organi va sulla carta d'identità".
Al centro: "I
burocrati del Cavaliere", "E l'imprenditore rise:
Che affari a L'Aquila", "Il Grande regno
dell'emergenza", "Industria, crollo record giù i
redditi familiari" e "Via libera alle centrali
nucleari, regioni e comuni in rivolta". In basso: Il
garante accusa: spiato chi scarica dalla rete" e "Un
dolore può davvero spezzare il cuore".
LA
STAMPA - In apertura: "Appalti, indagato
Bertolaso", "Cancellati anni di lavoro" e
"L'uomo con il mito del fare". Editoriale: di
Michele Brambilla "Diteci che non è vero". Al
centro: "L'onda verde sfida il regime", "Il
premier: in tv basta con i pollai", "Nasce il par
silentium", "Aiuti all'industria. Senza incentivi
tornerà la Cig" e "Milleproroghe. Sui documenti il
sì ai trapianti". Di spalla: "A Palermo pagati
dall'Ente che non c'è". In basso: Il buongiorno di
Massimo Gramellini: "Indipendenti pubblici".
IL
GIORNALE - In apertura:"Arresti e avvisi
per gli appalti. Terremoto giudiziario per Bertolaso". Al
centro: "Berlusconi: Io, Veronica e la escort...",
"Il candidato della sinistra in Campania. L'alleato di
Tonino? Indagato. Come la moglie". Di spalla: "I
pensieri proibiti del conformismo" e "I morti della
foibe? Vittime di serie B". In basso: "Lucci è una
iena: provate a intervistarlo..." e "Dopo la Toyota,
ora l'Honda. In Giappone è crollato il mito dell'auto
perfetta".
IL
MESSAGGERO - In apertura: "Appalti,
Bertolaso indagato". Editoriale di Paolo Savona: "La
crisi della Grecia. L'Europa non deve restare a
guardare". Fotonotizia: "Il giallo di Viterbo.
Marcella, uno sfregio sessuale porta all'assassino.
Sequestrate 70 paia di scarpe".
Al centro: "L'uomo in maglioncino che sconfigge i
terremoti", "Espianti, la scelta sulla carta
d'identità" e "Par condicio, Rai verso lo
sciopero". In basso: "L'Inter frena, solo un
punto" e "Le nuove frontiere del Noir".
IL
TEMPO - In apertura: "Olimpiadi di tiro
su Roma" e "Proiettti: A noi i cinque cerchi a loro
i ministeri". L'editoriale di Giuseppe Pennisi: "Una
Serenissima bocciatura". Al centro fotonotiozia con
Bertolaso con in braccio un bimbo di Haiti: "Bertolaso
indagato. Se questo è un corrotto. Il vero furto è quello
dell'innocenza".
In basso: "G8 in Sardegna. Appalti pilotati. Quattro arresti
e un pm nei guai" e "Governo. Il premier respinge le
dimissioni del sottosegretario". Di spalla:
"Berlusconi: Il Lazio è già nostro" e
"Quell'incontro galeotto da Gagosian".
IL
SOLE 24 ORE
- In apertura: "Parigi e Berlino aiutano Atene",
"Indagine per corruzione. Avviso di garanzia a Bertolaso
per i lavori al G-8. Berlusconi respinge subito le
dimissioni" e "Il premier: non c'è un veto tedesco
per Draghi alla Bce". Editoriale: di Carlo Bastasian
"Il vertice europeo. L'euro ha paura del calcio di
rigore".
Al centro:
"Marcegaglia: positive le scelte del governo su incentivi
e ricerca" e "Vancouver. Olimpiadi hi-tech". Di
spalla: "Pessimi i saldi allo shopping delle regole
finanziarie". In basso: "Centenario Confidustria:
gli award e il premio Pininfarina. L'impresa nella storia
italiana: vedi alla voce eccellenza".
AVVENIRE
- Apertura: "Grandi eventi nel mirino". Editoriale
di Antonio Maria Mira: "La logica dell'emergenza. Ottima
macchina ma non bacchetta magica". Al centro: "La
rivoluzione del low-cost nelle piccole città",
"Pakistan, un vescovo tutela in tribunale una famiglia
cristiana" e "Da Obama sanzioni contro l'Iran. Il
regime stringe sugli oppositori".
Di spalla: "Stop ai talk politici sulle reti Rai. Il
premier: sì, è pollaio", "Ok al salvaprocessi.
Berlusconi apre alla riforma sui pentiti", "La
Caritas: fermare per l'inverno gli sgombri dei rom" e
"Fiat. Senza gli incentivi 350mila auto in meno e cassa
integrazione".
ITALIA
OGGI - In apertura: "I conti esteri alla
gogna". Al centro: "Revisione, il registro resta ai
commercialisti. E la riforma non crea una nuova
professione" e "Fini mostra i muscoli con una nuova
fondazione aperta ai soli An". In basso: "Studi, la
clientela si può cedere".
L'UNITA'
- In apertura foto notizia con Bertolaso: "Ultime
notizie. Scandalo Protezione civile. Ovazione del governo al
commissario". In basso: "La giornata nera
dell'informazione. Giornali a rischio", "Tutta la
pubblicità alle tv. L'italia un caso europeo" e
"Elezioni, bavaglio alla Rai. I dibattiti diventano
‘pollai'".
LA
PADANIA - In apertura: "La Ue non ferma
l'immigrazione" e "Londra pesca voti
stranieri". Al centro: "I mafiosi restano in
carcere". In basso: "Cota: Torino resti capitale
dell'industria" e "La cara storia del
Lingotto".
IL FATTO
QUOTIODIANO - In apertura: "Protezione
& Corruzione. Scandalo annunciato". Di spalla:
"Sua Feltrità e Giuliano l'Aprostata". Al centro:
"Calcio e politica. Gli ultrà della Lazio minacciano:
non
la votiamo. La Polverini
ha bisogno di questi voti". In basso: "Con la scusa
par condicio imbavagliano la Rai".
IL
FOGLIO - In apertura: "La trappola della
Maddalena. Indagato e confermato. Così Bertolaso resiste
all'ultima emergenza". Al centro: "Tre presidenti un
euro". Di spalla: "Iran tra piazza e sanzioni. Il
regime sempre più isolato prepara la tomba della
sedizione".
[11-02-2010]
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ERAN TRECENTO, GIOVANE E... BALDUCCI
(IL GRANDE CRAC DELLA BERTOLASO 'INTASK' FORCE) - IL GIP DI
FIRENZE RACCONTA
LA CORRUZIONE CHE HA
GOVERNATO GLI APPALTI DELLA MADDALENA E
LA RICOSTRUZIONE A L'AQUILA.
LE ESCORT DI BERTO-LESO E GLI IMPRENDITORI CHE
LA NOTTE DEL
6 APRILE RIDONO PENSANDO AGLI APPALTI DA PORTARSI A CASA -
DEFINITI: "VERI BANDITI", "GENTE CHE RUBA TUTTO
IL RUBABILE", "PERSONE DA CARCERARE" -
Carlo Bonini per La
Repubblica
Una "cricca dei banditi". Il gip di Firenze racconta la
corruzione che ha governato gli appalti della Maddalena e la
ricostruzione a L'Aquila. Le escort di Bertolaso e gli
imprenditori che la notte del 6 aprile ridono pensando agli
appalti.
Il sistema, scrive il gip Rosario Lupo, funzionava così:
"Angelo Balducci e Fabio De Santis, pubblici ufficiali
presso il Dipartimento per lo Sviluppo e la competitività del
turismo della Presidenza del Consiglio dei ministri,
incaricati della gestione dei "grandi eventi"
(Mondiali di nuoto di Roma 2009, G8 della Maddalena, 150°
anniversario dell'Unità d'Italia) insieme a Mauro Della
Giovanpaola, pubblico ufficiale della struttura di missione
per il G8 della Maddalena hanno asservito la loro funzione
pubblica (alquanto delicata, attesi gli enormi poteri a loro
concessi e i rilevantissimi importi di denaro e risorse a
carico della collettività) in modo totale e incondizionato
agli interessi dell'imprenditore Diego Anemone (e non solo).
Tale asservimento veniva ben retribuito con vari benefit di
carattere economico e non, anche di grande rilevanza
patrimoniale: utilità indirizzate o direttamente ai tre
pubblici ufficiali o a loro parenti o a soggetti a loro amici
(in particolare Anemone e i suoi collaboratori si mettevano a
disposizione dei tre, in particolare di Balducci per risolvere
loro qualsiasi tipo di esigenza, anche la più banale)".
E il sistema, scrive ancora il gip, aveva un nome:
"Gelatinoso". "Il caso in questione che ben
potrebbe essere definito "storia di ordinaria
corruzione" viene qui definito "gelatinoso". E
non dagli investigatori ma dagli stessi protagonisti di tale
inquietante vicenda di malaffare in una delle tante
conversazioni telefoniche intercettate: "Il mio
ragionamento è questo... Loro evidentemente stanno immersi in
un liquido gelatinoso che è al limite dello scandalo"
(...). Ma "sistema gelatinoso" non è l'unica
definizione del Dipartimento per lo Sviluppo e la competitività
del turismo della Presidenza del Consiglio dei ministri.
Infatti la struttura cosiddetta della Ferratella (luogo dove ha
sede il Dipartimento e di cui fanno parte Balducci, De Santis
e Della Giovanpaola) viene definito - senza mezzi termini -
dalle molto istruttive conversazioni telefoniche intercettate:
"Cricca di banditi", "Banda di banditi",
"Task force unita e compatta", "squadra
collaudatissima", "combriccola", e i suoi
componenti "bulldozer", "veri banditi",
"gente che ruba tutto il rubabile", "persone da
carcerare"".
Anche l'imprenditore Diego Anemone, del resto, a giudizio del
gip, si dimostrava all'altezza della qualità della corruzione
assicurata dal sistema in ragione del suo network di rapporti,
a cominciare da quello con il Capo della
Protezione civile
e sottosegretario Guido Bertolaso: "È alquanto
inquietante - si legge - che sussistano rapporti di collusione
(che definire sospetti è mero eufemismo retorico) tra l'introdottissimo
(nonostante la giovane età) Diego Anemone e il potente
sottosegretario e capo della
Protezione civile
Guido Bertolaso (coinvolto nella gestione economica degli
appalti aggiudicati con la normativa cosiddetta dei
"grandi eventi") che, come risulta
inequivocabilmente dalle intercettazioni telefoniche,
frequenta spesso e volentieri Anemone e le sue strutture, per
così dire, di "relax"".
Gli appalti e il prezzo della corruzione. Nell'elenco che ne
fa il gip
, sono almeno cinque gli appalti pilotati da Balducci e la sua
"combriccola" della
Protezione civile
: "Lo stadio centrale del tennis del Foro Italico
(Mondiali di nuoto Roma 2009); il Nuovo museo dello sport
italiano di Tor Vergata (Mondiali di nuoto); il completamento
dell'Aeroporto internazionale dell'Umbria Sant'Egidio di
Perugia (Celebrazioni 150 anni Unità d'Italia);
la realizzazione Palazzo
della conferenza e area delegati (G8 Maddalena); la residenza
dell'Arsenale (G8 Maddalena)". Il prezzo della corruzione
sono ristrutturazioni di immobili, auto di lusso a sbafo,
assunzioni di domestici e figli, favori sessuali con pagamento
di escort a domicilio.
Scrive il gip: "Angelo Balducci: utilizzo di due utenze
cellulari; personale di servizio nella proprietà di
Montepulciano; uso di autovettura Bmw serie 5; messa a
disposizione di Rosanna Thau (moglie di Balducci) di una Fiat
500; fornitura di mobili (un divano e due poltrone) per la
proprietà di Montepulciano; esecuzione di lavori di
manutenzione e riparazione negli immobili di Roma e
Montepulciano; assunzione di Filippo Balducci (figlio di
Angelo e della sua compagna Elena Petronela Buchila);
messa a disposizione di Filippo Balducci di autovettura Bmw del
valore di 71mila euro; lavori di ristrutturazione per
l'appartamento di Filippo Balducci in via Latina a Roma con
fornitura di materiali di arredo in legno e tessuti; viaggi a
bordo di aerei privati; numerosi soggiorni su sua richiesta
all'hotel Pellicano di Porto Santo Stefano; assunzione, su sua
richiesta, di Anthony Smith e messa a disposizione di
un'abitazione.
"Fabio De Santis: affidamento di lavori pubblici in
subappalto a Marco De Santis; utilizzo di un'utenza cellulare;
fornitura di mobili destinati alla sua abitazione; prestazioni
sessuali a pagamento a Venezia (17 ottobre e 28 agosto 2008) e
Roma (13 novembre 2008).
"Mauro della Giovanpaola: prestazioni sessuali a pagamento a
Venezia tra il 17 e il 18 ottobre 2008; uso di un immobile con
personale di servizio all'isola della Maddalena; messa a
disposizione di tre autovetture Bmw; fornitura di mobili per
la sua abitazione".
l'Unità
d'Italia (sotto) - Dal Corriere
Bertolaso, il giovane Anemone, i contanti e i favori sessuali.
L'iscrizione di Guido Bertolaso al registro degli indagati per
concorso in corruzione ha - a giudizio del gip - un fondamento
probatorio evidente. "Sono emerse dalle intercettazioni
telefoniche conversazioni nelle quali il Bertolaso viene
menzionato o è uno degli interlocutori (...)
È emerso che lo stesso Bertolaso intrattiene rapporti diretti
con l'imprenditore Diego Anemone con il quale si incontra
spesso di persona e in previsione dei quali Anemone di attiva
di persona alla ricerca di denaro contante, tanto che gli
investigatori ritengono abbia una certa fondatezza supporre
che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna di
somme di denaro a Bertolaso".
Il 23 settembre 2008 Anemone si sbatte per cercare 50mila euro in
contanti in vista dell'incontro con il capo della
Protezione civile
, previsto per quella stessa sera. È l'unica traccia
dell'ordinanza su un possibile passaggio di denaro. Ma non è
chiaro, o quantomeno, gli investigatori non sono riusciti ad
accertarlo, se effettivamente i due si vedano e se ci sia o
meno consegna di contanti.
È certo al contrario che Guido Bertolaso goda dei favori
sessuali messi a disposizione da Anemone. Il 21 novembre 2008
Bertolaso è al telefono con Simone Rossetti (il lenone di
Anemone): ""Sono Guido, buongiorno... Sono atterrato
in quest'istante dagli Stati Uniti, se oggi pomeriggio, se
Francesca potesse... io verrei volentieri... una
ripassata". "Perfetto". "Perché so che è
sempre molto occupata... siccome oggi pomeriggio sono
abbastanza libero, ti richiamo fra un quarto
d'ora"". L'appuntamento viene fissato per le 16.
Una seconda prestazione sessuale è del 14 dicembre 2008 e ha
luogo nel centro sportivo che è riconducibile Anemone ed è
stato aggiudicatario della fetta più importante degli appalti
per i Mondiali di nuoto 2009. "Tale prestazione - scrive
il gip - è comprovata da intercettazioni con dialoghi del
tutto espliciti e fortemente eloquenti e ha avuto luogo con
una ragazza brasiliana presso il centro Salaria Sport Village".
Il 17 febbraio 2009, dalle 15 alle 16, Bertolaso è ancora allo
Sport Village, per "fare terapia con Francesca",
"per riprendermi un pochettino", "per uno dei
soliti massaggi". Anemone lo aspetta fuori dalla cabina e
al telefono si lamenta con il suo lenone perché il capo della
Protezione civile
tarda a congedarsi dalla massaggiatrice: "Mannaggia sto a
morì de freddo".
Anemone, Balducci e la ricostruzione dell'Aquila. Le indagini -
documenta l'ordinanza - accertano che Anemone "è di casa
all'interno della Ferratella, dove oltre a Balducci, De Santis
e Della Giovanpaola, ha rapporti con altri funzionari di rango
minore che pure hanno piena consapevolezza dell'esistenza del
"sistema gelatinoso": Maria Pia Forleo, Francesco
Pintus e Fabrizio Ciotti. Fino al punto di alimentare una
sorta di "cassa comune" per le piccole spese di
rappresentanza".
Naturalmente c'è dell'altro. A cominciare - scrive il gip - dai
rapporti che si intrecciano tra Anemone e Balducci nella
Erretifilm srl, società di produzione cinematografica che -
come aveva scoperto un'inchiesta firmata da Fabrizio Gatti
sull'Espresso del gennaio 2009 - vede come soci la moglie di
Balducci (Rossana Thau) e la moglie di Anemone (Vanessa
Pascucci).
L'11 aprile
2009, a
pochi giorni dal sisma che ha devastato L'Aquila, Balducci, in
una lunga conversazione con Anemone "
fa pesare il
fatto che si è fatto promotore per l'inserimento delle
imprese di Anemone nei lavori post terremoto ("Ti rendi
conto? Chi oggi al posto mio si sarebbe mosso?") ed esce
allo scoperto pretendendo in cambio che il figlio Filippo goda
di qualche ulteriore beneficio ("Tra qualche giorno
compie 30 anni e io mi chiedo come padre: che ho fatto per
lui? Un cazzo")". Filippo troverà una sistemazione.
D'altro canto, già il 6 aprile, in una conversazione tra gli
imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli, direttore
tecnico dell'impresa Opere pubbliche e
ambiente Spa
di Roma, associata al consorzio Novus di Napoli e il cognato
Gagliardi si capisce che c'è attesa per le mosse di Balducci
sugli appalti: "Alla Ferratella occupati di sta roba del
terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito, non è
che c'è un terremoto al giorno". "Lo so", e
ride. "Per carità, poveracci". "Va buò".
"Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al
letto".
Nelle intercettazioni della primavera 2009 Anemone e Balducci
discutono con grande preoccupazione delle inchieste di
Fabrizio Gatti e dell'interesse di Annozero e di Milena
Gabanelli (Report). Per provare a contenerle - si legge
nell'ordinanza - muovono tale "Patrizio La Bella, amico
del giornalista Gatti", che a sua insaputa li informa di
quello che il cronista ha in animo di fare. Ma "i
contatti tra gli indagati si fanno frenetici e fitti il 28
gennaio 2010, quando il quotidiano "La Repubblica"
pubblica un'inchiesta a firma di Paolo Berizzi e Fabio Tonacci".
Gli indagati si muovono anche con Camillo Toro, commercialista e
figlio del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro,
responsabile del pool dei reati contro la pubblica
amministrazione (entrambi sono indagati). Il contatto con il
magistrato e suo figlio è l'avvocato Edgardo Azzopardi
("Devo parlare con lui", dice a Camillo, che
risponde: "Lascialo perdere che ce la vediamo noi").
Azzopardi il 17 dicembre 2009 parla con Toro e fissa un
incontro di persona. Il 10 gennaio scorso parla con il figlio
Camillo e lo esorta: "Assumi informazioni". Il 30
gennaio l'avvocato, al telefono, sembra aver avuto le
informazioni: "Ci sono grossi problemi giudiziari in
arrivo".
Il giovane Anemone rendeva felice anche Carlo Malinconico, in
quel momento segretario generale alla presidenza del Consiglio
e poi presidente della Fieg. "Su richiesta di Angelo
Balducci l'imprenditore contribuiva all'organizzazione e
pagamento di più soggiorni vacanza presso l'hotel "Il
Pellicano" di Porto Santo Stefano". Naturalmente
Malinconico non deve pagare un euro: "Mi raccomando, non
è che si distraggono e gli fanno il conto". Anemone
asseconda anche le richieste di Balducci perché assuma tale
Anthony Smith, un tipo di Anacapri che Mauro Masi, direttore
generale della Rai, gli aveva chiesto di sistemare.
[11-02-201
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A ROMA
NON C’È GARA!(TRA DESTRA E SINISTRA, mejo il CENTRO-TAVOLA:
che MAGNA MAGNA!)NEL SOLO 2009 IL CAMPIDOGLIO DI ALE-DANNO HA
EROGATO UNA CIFRA IMPRESSIONANTE: 99 MILIONI DI LAVORI
COMMISSIONATI (DI CUI 9 PER 'SOMMA URGENZA') SENZA LO STRACCIO
DI UN BANDO, SENZA PASSARE SOTTO L'OFFERTA PUBBLICA - (SE I
TEMPI ASSEGNATI ALLE IMPRESE SONO SEMPRE DILATATI, DOV’E’
L’“URGENZA”?) - SUCCEDE A ROMA, SUCCEDE IN OGNI DOVE. E
LA FARSA PRENDE IL
POSTO DELLA TRAGEDIA -
Anna Maria Liguori per "la Repubblica -
Roma"
Zero
gare ma tantissimi appalti, a "trattativa privata" e
per motivi di "somma urgenza". Nel solo 2009 il
Campidoglio ha erogato una cifra impressionante: 99 milioni di
euro di lavori commissionati (di cui 9 per somma urgenza)
senza lo straccio di un bando, senza passare sotto l'egida
dell'offerta pubblica.
Una
procedura che, pur avendo lacci e lacciuoli, è arrivata ogni
volta in porto. Tanto che il presidente della Commissione
trasparenza del Comune Massimiliano Valeriani ha richiesto al
Dipartimento XII gli atti relativi agli appalti erogati nel
2009 e con un'interrogazione del 2 febbraio scorso ha chiesto
al sindaco Alemanno «se è al corrente di tale situazione e
se la ritiene normale».
Il nodo
sta proprio nella "trattativa privata".
L'affidamento a questa procedura è previsto, dice la legge,
per lavori di importo complessivo non superiore a 500 mila
euro. Ma il limite economico viene facilmente oltrepassato: il
sindaco può intervenire con un'ordinanza che alza il budget,
il tetto è fissato a 5 milioni e 200 mila euro.
«Eppure
la trattativa privata può essere autorizzata - spiega
Valeriani - nel caso di ripristino di opere già esistenti e
funzionanti, danneggiate e rese inutilizzabili da eventi
calamitosi o da urgenze incompatibili con il ricorso ad altre
procedure di affidamento degli appalti». Invece si è
proceduto, in maniera continuativa, all'uso di questo
strumento «soprattutto - continua Valeriani - negli
interventi di completamento di opere strutturali o in quelli
di manutenzione straordinaria».
E
nell'uso smisurato di questo iter, con impegni di spesa così
rilevanti, il Dipartimento XII non specifica i motivi per i
quali si ricorre alla procedura negoziata. Qualche esempio per
tutti. Un edificio in via Casilina Vecchia: 800 mila euro per
un impianto di rilevazione incendi, non si sa perché e
vengono dati 5 mesi all'impresa per realizzarlo.
E ancora
la manutenzione straordinaria Via Casale di San Basilio:
2.058.639 pur essendo elevato l'importo vengono assegnati 80
giorni per realizzarlo solo da qui si evince l'urgenza
dell'intervento. Poi c'è la manutenzione straordinaria di Via
Collatina: 3.392.000, contrasti fra tempi e modalità di
affidamento e 200 giorni per la realizzazione.
Quindi i
tempi assegnati alle imprese per la realizzazione delle opere
sono molto dilatatie non adeguati alle procedure di urgenza a
cui si fa riscorso. Questa dilatazione rappresenta un
vantaggio soprattutto per le imprese e non certo per il
committente. E rimane da valutare anche la trasparenza della
"somma urgenza" attivata a parere insindacabile del
tecnico comunale che ha effettuato il sopralluogo sull'area in
cui intervenire.
E' lui
che sceglie la ditta che effettuerà i lavori. «Rispetto alla
norma generale - afferma l'assessore capitolino ai Lavori
pubblici Fabrizio Ghera - si è scelta una misura più
restrittiva per cui le imprese vengono selezionate all'interno
dell'Albo fornitori del Comune. In ogni caso verrà istituita,
insieme alla Ragioneria, una unità di controllo, peraltro per
la prima volta adottata proprio dal Campidoglio, che verifichi
i presupposti della somma urgenza».
[11-02-2010]
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IL PIÙ PULITO SI CURA LA ROGNA NELLE SUE
CLINICHE - INCHIESTA VECCHIO STILE DELL’"ESPRESSO"
SUI RAPPORTI TRA GLI IMPRENDITORI DELLA SANITÀ E LE ELEZIONI
REGIONALI – MA IL SETTIMANALE TRA ROTELLI E GLI ANGELUCCI SI
SCORDA DI CITARE IL SUO EDITORE: CON LA KOS DE BENEDETTI È
PRESENTE IN MEZZA ITALIA E "IL RIFORMISTA" DEGLI
ANGELUCCI SCOPRE L’ALTARINO
Da " Il
Riformista"
Su L'espresso di venerdì scorso c'è un
articolo ricco e documentato sul partito della sanità in
Italia, sul ruolo che l'imprenditoria sanitaria avrà
nell'elezioni regionali di marzo, e che analizza una per una
le situazioni in Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Puglia e
Calabria.
Cita molte imprese del settore, dal gruppo San
Donato di Giuseppe Rotelli, molto attivo in Lombardia, «che
controlla anche l'11 per cento di Rcs-Corriere della Sera»,
fino al gruppo Tosinvest della famiglia Angelucci
«proprietario anche del quotidiano Libero», scrive
L'espresso, e proprietario anche della testata del Riformista,
aggiungiamo noi.
Inchiesta dunque interessante ed esaustiva con
un'eccezione significativa. Non è riportato l'impegno nella
sanità della Kos (già HSS) che è presente - notizie tratte
dal sito della società controllante - in Liguria, Piemonte,
Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Trentino, Lazio e
Sicilia. I due azionisti principali di Kos sono Morgan Stanley
che la partecipa con il 16,4 per cento e Cir che la controlla
con il 65,4 per cento.
Cir è la holding controllata dalla famiglia
De Benedetti (che ne detiene circa il 52 per cento del
capitale) e che tiene in pancia anche il gruppo L'espresso, di
cui il settimanale L'espresso è per l'appunto la testata
storica, sebbene poco propensa a misurare il peso della Kos
nel partito sanità.
[09-02-2010]
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NEL MIRINO DELLA PROCURA DI ROMA I LEGAMI TRA
ANGELO BALDUCCI (EX NUMERO DUE DEL RAS DELLA PROTEZIONE
CIVILE) E UN’IMPRESA CHE SI ERA AGGIUDICATA I LAVORI PER IL
G8 SARDO ALLA MADDALENA (POI SPOSTATO A L'AQUILA) - COME MAI
LA SOCIETÀ DEL FRATELLO DI GIAN MICHELE CALVI (BRACCIO DESTRO
DI GUIDO) SI COMPRA PER 300 MILA € (DEBITI ESCLUSI) LA
TECNOHOSPITAL DI GIAMPY TARANTINI, L’UOMO CHE PORTÒ LA D’ADDARIO
DA SILVIO?
1 - L'AZIENDA IN CRISI DI TARANTINI ACQUISTATA
DAL FRATELLO DEL BRACCIO DESTRO DI BERTOLASO
Antonio Massari per " Il
Fatto Quotidiano"
L'azienda di Tarantini salvata da un uomo
molto vicino alla Protezione civile. E' questo il lato
interessante della parabola di Tecnohospital, la società di
Gianpi Tarantini, l'uomo che portò Patrizia D'Addario da
Silvio Berlusconi. "Gianpi" ha sempre tenuto fuori
il premier dalla vicenda escort, sottolineando a più riprese
che i soldi versati alle donne, per essere accondiscendenti
con il premier, erano sempre stati versati, da lui stesso,
all'insaputa di Berlusconi.
La sua verità ha risparmiato al presidente
del Consiglio parecchi imbarazzi, dopo averne creati
altrettanti, per avergli presentato una donna che ha
registrato Berlusconi fin dentro la camera da letto.
Ma perchè Tarantini aveva tanta premura di
presentare belle donne al premier? Tarantini, pochi mesi fa,
dichiarò agli inquirenti che intendeva avvicinare la
Protezione Civile: era quello - ha dichiarato - uno degli
scopi per i quali aveva avvicinato Berlusconi. Oggi scopriamo
che nella compravendita della società di Tarantini, un
incrocio con la Protezione Civile - o meglio: con una persona
considerata il "braccio destro" del suo capo, Guido
Bertolaso - c'è. Seppure incidentalmente.
La Tecnohospital, azienda di Tarantini, che
commerciava protesi sanitarie, aveva fatto affari con tutta la
Puglia, incassando milioni di euro dalla sanità pubblica.
La stessa Tecnohospital è finita poi nel
ciclone delle indagini, condotte dalla Procura di Bari, sulla
corruzione nell'ambito della sanità pubblica, inchiesta che
sta facendo tremare molti colletti bianchi della regione.
Un'azienda che scotta, quindi, vista la mole di sospetti che
la riguardano. Un'azienda che potrebbe avere parecchi problemi
a restare sul mercato, considerata la pessima pubblicità
ottenuta dalle vicende giudiziarie. Eppure c'è qualcuno che
l'ha acquistata. Per 300 mila euro. Nonostante l'azienda abbia
debiti per circa 6 milioni di euro.
L'acquirente si chiama Gian Luca Calvi,
amministratore della società Myrmex spa, che si occupa dello
stesso ramo - commercializzazione delle protesi - e lo fa ad
alti livelli. Myrmex acquista la Tecnohospital (nel frattempo
passata nelle mani della madre di Tarantini, Maria Giovanna
Tattoli, - così recita il contratto, stipulato il 22 dicembre
2009, e protocollato il 12 gennaio 2010 - senza acquisirne i
debiti, i crediti e le giacenze. Non si accolla quindi i sei
milioni di debito. Tra i quali, peraltro, compaiono anche
debiti della stessa Tecnohospital con la Myrmex.
L'azienda della famiglia Tarantini resta
comunque in vita e, almeno, può recuperare 300 mila euro in
un momento di grossa crisi finanziaria. Un salvataggio
perfettamente riuscito. Il fatto interessante, però, è che
la ciambella sia partita proprio da Gian Luca Calvi, fratello
di Gian Michele Calvi, presidente della Eucentre, organismo -
senza scopo di lucro, si legge nella home page - fondata
proprio dalla Protezione Civile. E soprattutto referente, per
la protezione civile, del progetto C.A.S.E., a l'Aquila, per
la ricostruzione post terremoto. Gian Michele Calvi è
definito da molti, ormai, una sorta di braccio destro di
Bertolaso.
Torniamo alla compravendita. Con una premessa
necessaria: Myrmex e Tecnohospital si "conoscevano"
da tempo. Myrmex s'impegna ad acquistare - è scritto nel
contratto - "alcuni beni aziendali come immobili, mobili
e le attrezzature, software, diritto di utilizzare l'immobile
adibito a sede sociale". I 300 mila euro saranno versati
"quando il tribunale di Bari stabilirà con decreto di
ammissione al concordato preventivo".
Il concordato preventivo è un passaggio
giudiziario delle procedure fallimentari. Ulteriore segno che
la società versa in gravi condizioni. Altro punto
interessante del contratto è il seguente: la Myrmex, che
acquista la società di Tarantini, è creditrice, proprio
dalla Tecnohospital, di ben 1 milione e 603 mila euro.
E il salvataggio dell'azienda - leggendo
quest'ultimo particolare - si fa ancora più interessante. È
vero che la Tecnohospital ha chiuso in questi anni contratti
per milioni di euro con la pubblica amministrazione pugliese.
Ed è vero che Tarantini dovrebbe incassare ancora parecchi di
questi soldi.
Ma è anche vero che la Myrmex non ne avrà
diritto: l'azienda di Calvi, infatti, comprando per 300 mila
euro, rinuncia sia ai debiti, sia ai crediti. In serata Gian
Luca Calvi non ha voluto rispondere telefonicamente alle
domande del Fatto nè sull'acquisto della società nè sulla
parentela con Gian Michele.
2 - APPALTI D´ORO ALLA MADDALENA INDAGINE SUI
LAVORI DEL G8 MANCATO...
Marino Bisso per " la
Repubblica"
Gli appalti d´oro e gli intrecci d´affari
per il G8 della Maddalena. Sulle opere da 300 milioni mai
terminate per il summit dei potenti del pianeta, che doveva
svolgersi a luglio 2009, in Sardegna ora indaga la procura di
Roma. Tra le ipotesi di reato al vaglio, abuso d´ufficio e
corruzione. Nel mirino dell´inchiesta sono finite le
procedure firmate dall´allora commissario straordinario,
l´ingegnere Angelo Balducci, ex numero due della Protezione
Civile, l´uomo più potente dopo Guido Bertolaso, poi
promosso presidente del Consiglio Superiore dei Lavori
Pubblici.
Il fascicolo è ancora contro ignoti. Ma
presto potrebbero essere iscritti i primi indagati.
L´inchiesta, coordinata dal procuratore Giovanni Ferrara e
dal sostituto Sergio Colaiocco, vuole fare luce su rapporti
d´affari e legami più o meno diretti tra Balducci, suoi
familiari e le società di costruzione che avrebbero dovuto
trasformare l´ex base Nato in un villaggio a cinque stelle,
in occasione del vertice, prima che venisse trasferito a
L´Aquila.
La nuova indagine dei pm romani potrebbe anche
assorbire, per competenza territoriale, il filone fiorentino
nato dalle intercettazioni dei carabinieri del Ros sugli
appalti a favore del costruttore Ligresti e quello di Tempio
Pausania sul recupero, mai eseguito, dei fari sugli isolotti
di Razzoli e Santa Maria. Sulle opere fantasma alla Maddalena,
dopo l´inchiesta di Repubblica, sono state presentate
interrogazioni parlamentari e una denuncia alla Corte dei
conti.
L´inchiesta dei pm romani, affidata alla
Finanza, ha preso avvio invece dagli accertamenti sulle
presunte irregolarità commesse dai commissari straordinari
nominati per i Mondiali di nuoto e il G8. In entrambi i casi
l´ingegnere Balducci ne sarebbe stato un protagonista con il
gruppo Anemone che, oltre a essersi accaparrato la
riconversione dell´ex arsenale della Maddalena (un appalto da
100 milioni), aveva messo le mani su uno dei poli natatori
privati più importanti della capitale, il Salaria Sport
Village, ampliato per i Mondiali proprio grazie alle deroghe
urbanistiche concesse dai commissari.
Un ampliamento lungo le rive del Tevere, in
un´area a rischio esondazione, che ha permesso di edificare
tre piscine, di cui una olimpionica. Ma per la procura di Roma
il maxi impianto sarebbe fuorilegge e per questa ragione, nei
mesi scorsi, sono stati indagati per abuso d´ufficio l´ex
commissario Balducci e il suo successore, Claudio Rinaldi.
Ora i pm vogliono vederci chiaro anche sulla
società che ha usufruito delle deroghe e che vantava tra i
soci, oltre a Filippo Balducci (figlio dell´ex commissario),
Diego Anemone, della famiglia di costruttori romani.
Ma c´è un´altra azienda al centro degli
accertamenti: è la Erretifilm srl che ha sede allo stesso
indirizzo dove si trova l´Anemone Costruzioni.
L´amministratore è Rosanna Thau, moglie di Angelo Balducci.
Parte del capitale societario dell´impresa apparterebbe,
invece, a Vanessa Pascucci che figura nella Redim 2002, legata
al gruppo Anemone, e nell´Arsenale scarl, impegnata nel maxi
cantiere dell´ex arsenale alla Maddalena per il G8.
[08-02-2010]
SALVATE IL SOLDATO BERTOLASO – IL CAPO DELLA PROTEZIONE
CIVILE INDAGATO DALLA PROCURA DI FIRENZE PER I LAVORI AL G8
DELLA MADDALENA - ARRESTATO ANGELO BALDUCCI (DOPO UN’INTERCETTAZIONE)
E ALTRE 3 PERSONE PER CORRUZIONE - PERQUISITA LA SEDE ROMANA
DELLA PROTEZIONE CIVILE…
1 - APPALTI ALLA MADDALENA, INDAGATO ANCHE
BERTOLASO...
(Adnkronos) - Anche il sottosegretario alla Protezione
Civile, Guido Bertolaso, risulta indagato nell'ambito
dell'inchiesta della procura di Firenze sugli appalti per i
lavori del G8 che si sarebbero dovuti svolgere alla Maddalena,
e che poi vennero spostati a L'Aquila. Nell'inchiesta e'
coinvolto anche Angelo Balducci, presidente del Consiglio
Superiore dei lavori Pubblici, arrestato stamattina. Sono in
corso in questo momento perquisizioni del Ros nella sede della
Protezione Civile a Roma, per acquisire materiale e documenti.
Bertolaso
2 - ARRESTO BALDUCCI DOPO INTERCETTAZIONE
TELEFONICA...
Da Corriere.it - L'indagine che ha portato all'arresto di
Balducci in merito agli appalti del G8 alla Maddalena, e'
partita da un'intercettazione telefonica disposta nell'ambito
di un'altra indagine della procura di Firenze, relativa alla
trasformazione urbanistica dell'area di Castello a Firenze,
che ha coinvolto tra gli altri Salvatore Ligresti e due ex
assessori della vecchia giunta comunale.
3 - 4 ARRESTI, CORRUZIONE TRA I REATI
(Ansa) - Sono quattro - Angelo Balducci ed altre tre -
le persone nei riguardi delle quali è stata emessa ordinanza
di custodia cautelare dalla magistratura di Firenze per gli
appalti del G8 alla Maddalena. Secondo quanto si è appreso,
tra i reati contestati agli arrestati e ad alcuni indagati a
piede libero vi è la corruzione. I carabinieri del Ros di
Firenze - che hanno eseguito gli arresti - sono tuttora
impegnati in attività investigative.
4 - APPALTI MADDALENA; REALIZZATI INTERVENTI
PER 327 MILIONI...
(ANSA) - Per ospitare nel 2009 alla Maddalena il G8 dei
Grandi - poi spostato a L'Aquila a causa dell'
incompatibilita' tra lo sfarzo della costa Smeralda e il
terremoto abruzzese - sono stati spesi in meno di un anno (dal
luglio del 2008 al maggio scorso) fondi pubblici per 327
milioni di euro: la somma e' stata in gran parte utilizzata
per ristrutturare l'ex Arsenale militare abbandonato da
decenni e ridotto a discarica di amianto e idrocarburi.
Gli interventi realizzati sono stati piu'
volte oggetto di polemiche, ma sono stati 'difesi' di recente
dal capo della protezione civile Guido Bertolaso. Quei soldi
non sono stati buttati, ha detto Bertolaso incontrando i
giornalisti sull'isola: le strutture nate per ospitare i
Grandi saranno l'occasione per il rilancio turistico,
economico e anche occupazionale - ha spiegato - non solo della
Maddalena, ma dell'intera Gallura.
Alla Maddelena, ha spiegato il capo della
Protezione Civile, e' stata fatta innanzitutto la 'la piu'
grande bonifica di sempre', che ha permesso di trasformare un
luogo che era 'una fogna' in qualcosa che sara' occasione di
vanto per l'isola.
Dall'area dell'ex arsenale sono state raccolte
62mila tonnellate di rifiuti e il 21% di quanto e' stato
portato via era composto da amianto, idrocarburi e metalli. Ed
e' stato realizzato un porto in grado di ospitare 600
imbarcazioni.
5 - ANGELO BALDUCCI,UNA LUNGA CARRIERA NEI
LAVORI PUBBLICI...
(ANSA) - Ingegnere civile, sposato, due figli, Angelo
Balducci, esecutore per le opere del G8 alla Maddalena, ha
alle spalle una lunga carriera nei Lavori Pubblici, da quando
nel 1976 vinse un concorso al Ministero.
Ha lavorato per il Commissario delle zone
terremotate in Friuli; negli anni '80 come Ingegnere Capo per
per il programma di realizzazione delle Capitanerie di Porto
italiane. Diventa successivamente provveditore alle opere
pubbliche del Piemonte e Valle d'Aosta, poi della Lombardia e
successivamente del Lazio.
Per il ministero degli Esteri e' stato
incaricato della realizzazione e manutenzione di ambasciate e
istituti di cultura all'estero. E' stato responsabile per le
zone terremotate dell'Umbria e delle Marche. Ha avuto
incarichi legati al 150/0 anniversario dell'Unita' d'Italia e
per la ricostruzione del teatro Petruzzelli di Bari. Dopo
l'incarico per l'esecuzione dei lavori alla Maddalena, e'
stato nominato Commissario straordinario per la realizzazione
degli interventi per i mondiali di nuoto 'Roma 2009'.
[10-02-2010]
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C’È UN BUCO IN PISCINA – I MONDIALI DI
NUOTO FINISCONO IN ROSSO E INVECE DEGLI ORGANIZZATORI PAGA
PANTALONE - IL GOVERNO COPRE IL PASSIVO DI 8 MLN € DEL
COMUNE DI ROMA CHE ATTENDE ALMENO ALTRETTANTI SOLDI DAI
PRIVATI CHE SI SONO COSTRUITI FIOR DI CIRCOLI SPORTIVI – IL
SOLO SALARIA SPORT VILLAGE (ANCORA SOTTO SEQUESTRO) NE DEVE
NOVE – LO SCONTRO TRA MALAGÒ (COMITATO ORGANIZZATORE) E
BARELLI (FIN)…
Lavinio Di Gianvito
per il "Corriere
della Sera - Roma"
GIOVANNI
MALAGO
I Mondiali di nuoto dell'estate scorsa sono
costati più del previsto. Il bilancio di Roma 2009, alla
fine, si è chiuso in rosso. Ma a pagare non saranno gli
organizzatori o gli imprenditori che hanno costruito le
piscine finite nell'inchiesta della Procura. Saranno i
cittadini, perché i soldi ce li metterà lo Stato.
Il mezzo individuato per tappare il buco è il
decreto milleproroghe. Un emendamento all'articolo 1 aggiunge
un nuovo comma, il 23 bis, che stabilisce: «È fissato al 31
marzo 2010 il termine per il trasferimento al Comune di Roma
della somma di otto milioni di euro per le esigenze connesse
alle attività del Comitato organizzatore dei Mondiali di
nuoto Roma 2009».
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La cifra destinata per legge al Campidoglio
copre la maggior parte del disavanzo del Comitato
organizzatore, pari a 9,7 milioni di euro. A carico della
collettività. Ma il Comune vanterebbe crediti molto più
consistenti dagli imprenditori privati: gli oneri concessori
che le piscine dovrebbero versare in proporzione alle cubature
tirate su. Per il solo Salaria Sport Village, il circolo che
ha costruito di più (e ancora sequestrato perché avrebbe
violato un vincolo ambientale), il conto ammonterebbe a nove
milioni di euro. Soldi destinati alle casse del Campidoglio,
che però devono essere riscossi.
La questione del buco nel bilancio dei
Mondiali è esplosa a dicembre, quando il direttore generale,
Roberto Diacetti, ha presentato la relazione in base a cui, al
31 ottobre 2009, il disavanzo era salito a 9,7 milioni di
euro. In quella seduta il Comune e la Federazione italiana
nuoto, i due soci del Comitato organizzatore (guidato da
Giovanni Malagò), hanno votato contro l'approvazione del
consuntivo. E hanno deciso di rivedersi a gennaio.
In un comunicato, la spiegazione della
Federnuoto: «La decisione è stata presa alla luce della
relazione del collegio dei revisori dei conti della Fin, che
all'unanimità ha definito non idonee le relazioni approntate
dal Comitato "Roma09", recante una lievitazione di
costo da giugno a luglio di 9,7 milioni». Sullo sfondo, uno
scontro tra il presidente della Fin, Paolo Barelli, e Giovanni
Malagò: proprio all'inizio di giugno il primo aveva chiesto
le dimissioni dell'altro.
[09-02-2010]
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PRIMAVERA D'ORO PER MAURO MORETTI ALLA
PROTEZIONE CIVILE SPA. CON UNA BUONUSCITA DI 3,6 MILIONI...
Gli uscieri del palazzo-obitorio delle Ferrovie dello Stato
sono particolarmente inquieti.
A preoccuparli è il futuro di Mauro Moretti, il manager di
Rimini che in questi anni è riuscito con la sua efficienza a
risvegliarli dal torpore e a dare un senso al loro destino. Da
quando Dagospia nella sua infinita miseria ha anticipato due
settimane fa che l'ex-sindacalista Cgil sarebbe andato alla
Protezione Civile Spa (il mostro che dovrà gestire 60
miliardi per tutte le emergenze) gli uscieri non hanno chiuso
occhio.
Poi ieri hanno trovato su
"Repubblica" la conferma di questa notizia che aveva
qualcosa di incredibile. Dalla bocca di Moretti non è uscita
invece una parola. Dopo la storica gaffe sui panini e le
coperte indirizzata ai passeggeri dell'Alta Velocità prima di
Natale, l'ingegnere si è barricato nel suo ufficio e anche
gli ultimi quattro collaboratori che gli sono rimasti fedeli,
hanno difficoltà a capirlo.
Nemmeno ieri di fronte all'attacco del
leghista Roberto Castelli che durante un convegno in
Assolombarda ha dichiarato la sua delusione per la
Frecciarossa, il Capo delle Ferrovie non ha replicato. Quello
di Castelli, sottosegretario alle Infrastrutture, è un brutto
segnale che si aggiunge alle polemiche innescate dal ministro
Matteoli e dimostra che nei confronti di SuperMauro tira
un'aria pesante.
Nei corridoi del palazzo-obitorio di Porta Pia
ritengono che il silenzio di Moretti sia legato alla certezza
di andare al vertice della nuova Protezione Civile. D'altra
parte l'ha confidato lui stesso a dicembre agli ultimi quattro
dirigenti fedeli che da Palazzo Chigi aveva ricevuto
l'assicurazione di lasciare la faticosa esperienza sulle
rotaie per prendere il timone dalle mani di Bertolaso. E c'è
chi addirittura continua a dire che in un cassetto della sua
scrivania ci sarebbe una lettera firmata dal sottosegretario
Paolo Bonaiuti che confermerebbe il nuovo incarico.
Da quel momento gli uscieri hanno preso a fare
i conti e hanno calcolato a occhio e croce che la liquidazione
di Moretti dovrebbe aggirarsi intorno a 3,6 milioni di euro. A
questa cifra si arriva sommando tre anni di stipendio più un
anno di "non competition", cioè di impegno da parte
di Moretti di non lavorare in una società concorrente.
Non si sa se i numeri sono esatti, ma qualcuno
sostiene che prima del Consiglio dei ministri in cui si
discusse la stupida clausola che voleva porre un tetto agli
stipendi dei manager pubblici, l'ex-sindacalista Cgil avrebbe
fatto "passare" in Consiglio di amministrazione la
sua polizza di buonuscita. È probabile che si tratti soltanto
di chiacchiere, ma gli uscieri si stanno già chiedendo chi
entrerà nel grande ufficio che per tre anni è stata la
plancia di comando dell'Alta Velocità.
Su un punto convergono tutti: il prossimo Capo
delle Ferrovie avrà una forte connotazione politica e sarà
pescato nella prateria della Padania dove intorno a Berlusconi
e alla Lega non mancano i candidati. Costui assommerà
probabilmente su di sé la carica di presidente e
amministratore delegato e avrà il compito di traghettare in
Borsa Trenitalia, l'infrastruttura portante delle Ferrovie. Se
queste ipotesi sono vere si chiuderà la parentesi di Moretti
e probabilmente anche quella di Innocenzo Cipolletta che
appare estraneo al centrodestra e rimane in corsa per la
presidenza della Camera di Commercio.
Nel palazzo-obitorio delle Ferrovie agli
uscieri non rimarrà che rimpiangere le scenate e gli urli del
manager di Rimini, l'uomo tuttofare che si occupava delle
carrozze e delle salviette.
2 - E' L'ORA DEL MONTE CALTA DI SIENA?
Alla Mostra d'Oltremare di Napoli stanno preparando la
kermesse di sabato quando a viale Kennedy entreranno i
banchieri per l'appuntamento annuale del Forex.
A questo rito non è mai mancato il
Governatore della Banca d'Italia e molti ricordano le
passeggiate di Antonio Fazio quando al termine dell'Assemblea
passeggiava sotto i portici con l'amico Fiorani. Oltre a Mario
Draghi che aprirà i lavori poco prima di mezzogiorno,
arriveranno i big del credito italiano. E tra loro ci sarà
anche Francesco Gaetano Caltagirone, il costruttore-editore
proprietario del "Mattino" e vicepresidente del
MontePaschi di Siena. Quella del Calta non sarà una presenza
casuale perché molti segnali indicano che il 67enne
imprenditore sta attraversando una mutazione genetica. È
chiaro infatti che quest'uomo, classificato tra i più liquidi
d'Italia, ha capito la lezione della crisi economica prima di
altri e con il suo fiuto che lo ha portato a costruire un
impero, ha diversificato in modo lento ma costante la
geometria dei suoi interessi.
La "primavera" dell'imprenditore
romano è sempre più legata alle attività finanziarie e
questa scelta strategica, che non significa affatto
l'abbandono del core business edilizio, si è manifestata
sull'asse Siena-Trieste. Nella città mitteleuropea il Calta
è pronto a giocare la partita delle Generali mettendo sul
piatto il pacchetto delle sue azioni che, secondo alcuni,
supera di gran lunga il 2%. E lo farà certamente per favorire
l'arrivo dell'amico Cesarone Geronzi.
Questo però è soltanto un tassello della
nuova strategia perché in questo momento le sue energie
sembrano concentrate soprattutto sul MontePaschi, la più
antica banca italiana dove stanno avvenendo movimenti
importanti. Il primo riguarda il futuro di Giuseppe Mussari,
il boccoluto presidente calabrese che Caltagirone di intesa
con Passera e Profumo vuole portare alla presidenza dell'Abi,
l'Associazione dei banchieri guidata dall'anziano Faissola.
Se l'operazione riuscirà - e ci sono tutte le
condizioni perché questo avvenga - nella banca di Siena si
apre il problema di sostituire il suo direttore finanziario e
vicedirettore generale, Marco Morelli. Costui è stato scelto
da IntesaSanPaolo per ricoprire la carica di capo della Banca
dei Territori, quella guidata un tempo da Pietro Modiano e
oggetto di scontri furibondi tra i torinesi del SanPaolo e i
longobardi di Intesa.
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RIFKIN E LA PARCELLA DA 280 MILA EURO...
Dal "Corriere della Sera - Roma" - «Il compenso
- si legge nel documento del 21 gennaio- è relativo alla
partecipazione al workshop e alla stesura del masterplan che
verrà presentato agli stati generali del 18 e 19 maggio».
Rifkin, a dicembre, era l'ospite d'onore. E il professore
americano, aveva teorizzato «una Roma sostenibile, con un
Colosseo ad impatto zero, il lavoro su dieci borgate e sui
palazzi».
E il compenso? Alemanno rispose: «Lo stiamo
quantificando, ma contribuiranno anche degli sponsor
privati». Sarà così? «Quei soldi - spiega il portavoce del
sindaco, Simone Turbolente - li spenderà il Comune. Ma il
compenso è relativo a tutto lo staff di Rifkin, quaranta
persone, e coprirà il lavoro per presentare il master plan».
L'opposizione è sul piede di guerra. Valeriani, che ha
presentato un'interrogazione, aggiunge: «A Roma Energia, che
dovrebbe applicare i progetti di Rifkin, si licenziano i
dipendenti. E l'economista prende 280 mila euro. Dov'è
l'errore?».
20-01-10 |
SACCONI A
GLAXO: NON ACCETTIAMO IMPOSIZIONI
UNILATERALI...
(ANSA) - "Siamo determinati a
non accettare imposizioni unilaterali": Lo ha detto il
ministro del Welfare Maurizio Sacconi al termine dell'incontro
nella Prefettura di Verona con le organizzazioni sindacali sul
futuro del centro ricerche di Glaxosmithkline, il cui
smantellamento è stato annunciato dalla multinazionale
farmaceutica. "E' vero che ciascuno ha un proprio ambito
di libertà - ha sottolineato Sacconi - però a questa
libertà si unisce la responsabilità - Anche noi abbiamo gli
spazi di libertà, che va esercitata con responsabilità, e
anche noi abbiamo degli spazi di reazione". "Quindi
a buon intenditor - ha aggiunto - valga la regola che stiamo
adottando con tutte le compagnie, anche multinazionali, di non
accettare decisioni unilaterali. Non è nella tradizione di
questo Paese - ha concluso il ministro - non è nella prassi
consolidata che si fonda sul dialogo sociale".
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SEMPRE PIÙ
CARO È QUELL’ERMO COLLE - NEL 2010 IL QUIRINALE SPENDERÀ
228 MLN €: CIRCA 60 MLN IN PIÙ RISPETTO A 10 ANNI FA – E
QUEST’ANNO SONO PREVISTI CONCORSI PER INGAGGIARE NUOVO
PERSONALE (NON NE BASTANO 1879) – IN FRANCIA SI SPENDONO
SOLO 112 MLN PER 1000 PERSONE E IN UK 60 MLN CON 310
DIPENDENTI…
Andrea Scaglia per "Libero"
Ed eccoci qui, signore e signori, a
presentare e commentare come ogni anno i numeri relativi alle
spese direttamente o indirettamente legate al nostro primo
cittadino per antonomasia, che poi è il presidente della
Repubblica (più che altro nel senso d'istituzione,
ovviamente). Un appuntamento fisso, che mai manca di strappare
una smorfia d'istintivo e anche un po' populista fastidio.
Intendiamoci, sarà pur vero - come sottolinea esultante la
nota diffusa dal Quirinale - che il bilancio di previsione per
il 2010 è in calo rispetto a quello degli ultimi anni, -3,5
milioni di euro se confrontato con il 2008, - 4,7
paragonandolo al 2007. E che anche il personale è diminuito.
E che, insomma, Napolitano e il suo
entourage cercano di tener fede al progetto di riduzione dei
costi, che peraltro negli anni avevano raggiunto livelli
ingiustificabili e insopportabili. In ogni caso, sapere che la
nota spese per il 2010 è stata impostata «sulla base di una
richiesta di dotazione a carico del bilancio dello Stato pari
a 228 milioni di euro», ecco, lascia comunque sbigottiti.
Soprattutto considerando che nel 2000, il "carissimo
Quirinale" - così era intitolato un servizio
dell'Espresso dell'epoca - spendeva 264 miliardi di lire.
Riconvertiti in euro, fanno 136
milioni 344mila e rotti. Poi bisogna però considerare
l'inflazione, e allora l'equivalente attuale di quei 264
miliardi diventa 163 milioni e 272mila euro. Significa che in
dieci anni il conto complessivo è comunque salito di quasi 65
milioni, euro più euro meno.
CARRIERE DI CONCETTO
Si diceva del personale. Nella sua "nota di
bilancio", il segretario generale del Quirinale Donato
Marra spiega che sono 976, i "civili" impiegati al
Colle e che evidentemente si dividono il lavoro fra Roma e le
altre due sedi della presidenza della Repubblica,
Castelporziano e Villa Rosebery di Napoli. Di questi 976
funzionari, 879 sono inquadrati come personale "di
ruolo", mentre ci sono poi altre 97 persone fra personale
"comandato" - cioè distaccato da altri enti - e a
contratto.
Per quanto riguarda gli assunti,
vengono fornite anche le specifiche: 74 appartenenti alla
carriera direttiva, 109 alla carriera di concetto, 213 alla
carriera esecutiva, 483 alla carriera ausiliaria. Come detto -
e certo lasciando perdere la scontata ironia sulla carriera di
concetto - viene rimarcato che, rispetto al dicembre 2006, la
dotazione è diminuita di 108 unità. E va bene. Ma trattasi
comunque di un migliaio di persone. Scusate se sembran troppe.
E sembran troppe anche e soprattutto considerando che, a
queste, va sommato il personale specificamente incaricato
della sicurezza.
Ecco, qui si parla di altre 903
persone, fra militari e personale di Polizia. Compresi i 259
corazzieri, i mitici marcantoni da uno e novanta in su che
vigilano sul palazzo e sul capo dello Stato. E comunque, anche
qui è vero che nel corso del 2009 ne sono stati
"tagliati" complessivamente una ventina, di addetti
alla sicurezza. Ma resta il fatto che, sommando personale
civile e militare, il Quirinale impiega complessivamente 1879
persone. Milleottocentosettantanove.
Cioè, dài, va bene che nei palazzi
della presidenza della Repubblica ci sono da salvaguardare
opere d'arte che son tesori dell'umanità e che anche la
gestione amministrativa è diversamente impostata rispetto ad
altre amministrazioni estere simili per grado e prestigio, e
che insomma sarebbero impropri i confronti, concetto rimarcato
ancora ieri dai funzionari quirinalizi.
Ma l'istintivo e un po' populista
fastidio riappare comunque, nel ricordare che la presidenza
francese spende 112,3 milioni di euro l'anno, impiegando 1.031
persone (359 per la sicurezza). E che la monarchia
d'Inghilterra - che il bilancio annuale diffonde con ogni
genere di specifica - di milioni ne spende una sessantina
l'anno, con 310 dipendenti. Trattasi peraltro di paragoni già
sentiti e strasentiti, ma fan sempre effetto. Anche perché la
differenza resta paradossale.
ORGANICO «SOFFERENTE»
E c'è sempre questa smorfia di fastidio populista che viene e
va. Molto precisa è infatti la presidenza della Repubblica
nel sottolineare ancora che «il personale complessivamente a
disposizione dell'ammini - strazione si è ridotto rispetto al
31 dicembre 2006 di ben 302 unità». Ma l'espressione di
compiacimento si trasforma in perplessa nell'ap - prendere,
immediatamente dopo, che «il processo di riduzione del
personale di ruolo non può proseguire indefinitamente», e
che già oggi «i posti vacanti ammontano a 264», e che
accidenti «iniziano a manifestarsi sofferenze in alcuni
comparti».
E dunque, «si procederà nel corso
del 2010 a un'attenta verifica dei fabbisogni, che verranno
coperti attraverso un limitato e mirato programma di concorsi
pubblici». Cioè: il Quirinale torna ad assumere.
Regolarmente, con tutti i crismi e i concorsi e i controlli e
quant'altro, ne siamo certi, ma comunque imbarca altre
persone. Quasi duemila cristiani a disposizione, e si
manifestano «sofferenze». Un'ultima cosa. Sempre dalla nota
quirinalizia, s'apprende che «per la naturale dinamica dei
pensionamenti » nel 2010 salirà la spesa per pagare le
pensioni di chi al Quirinale ha lavorato in passato.
Si parla di 83 milioni di euro, che
corrisponde al 35,1 per cento del bilancio complessivo. «Deve
dunque rilevarsi - così scrivono i funzionari del Colle - che
ben più di un terzo della spesa complessiva è assorbito
dalla corresponsione di trattamenti pensionistici anche
risalenti nel tempo». Giusto. Ma, a forza di assumere, tal
problema non può che perpetuarsi. Con tanti saluti ai buoni
propositi.
[08-02-2010]
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Creata per
decreto la scatola societaria Protezione civile servizi Spa
(in via di conversione alle Camere), ecco spuntare la vera
smoking gun, l’ordinanza che permette al braccio operativo
di Palazzo Chigi e a Guido Bertolaso di commissariare e
gestire, se del caso, Expo 2015. alla faccia di moratti, di
formigoni e di stanca. APPUNTAMENTO A Dopo le Regionali…
Marco Alfieri per Sole
24
Creata per decreto la scatola
societaria Protezione civile servizi Spa (in via di
conversione alle Camere), ecco spuntare la vera smoking gun,
l'ordinanza che permette al braccio operativo di Palazzo Chigi
e a Guido Bertolaso di commissariare e gestire, se del caso,
Expo 2015.
La pistola fumante si nasconde nelle
pieghe di una Opcm (n. 3.840) del 19 gennaio 2010, passata
inosservata e pubblicata in Gazzetta ufficiale settimana
scorsa. In apparenza il titolo è evasivo: Disposizioni
concernenti la realizzazione del "grande evento"
Expo 2015, emanate dal presidente del Consiglio dei ministri
su proposta del capo del dipartimento della Protezione civile.
In realtà scavando tra una messe di commi e articoli spunta
nero su bianco la sagoma di un dispositivo che permette, «ove
necessario», di andare in deroga a ben 15 normative ordinarie
e ad un regolamento del comune di Milano.
E che normative: si spazia infatti
dalle «procedure di valutazione di impatto ambientale
(modalità, controlli e sanzioni)» al delicatissimo risiko
degli espropri (evidente l'attinenza con la partita
sull'acquisto delle aree dove sorgerà il sito espositivo, al
centro di un negoziato tra la società di gestione guidata da
Lucio Stanca e i proprietari Fondazione fiera e Gruppo Cabassi):
«competenza, vincoli derivanti da piani urbanistici e da atti
diversi dai piani urbanistici generali, atti che comportano la
dichiarazione di pubblica utilità e occupazione temporanea di
aree non soggette ad esproprio».
E ancora: dalle «procedure sulle
bonifiche» nientemeno che al codice degli appalti («procedure
di scelta degli offerenti e del contraente, garanzie a corredo
dell'offerta per fare contratti con enti pubblici, criterio
del prezzo più basso, sub-appalti, direzione lavori, avvisi e
inviti alla gara»). Passando per «il codice dei beni
culturali e del paesaggio (vigilanza, ispezione, procedure
edilizie, conferenza dei servizi e pianificazione
paesaggistica)» e il «piano parcheggi».
Su tutti questi temi, l'ordinanza
(dopo l'inserimento di Expo tra i "grandi eventi"
sottoposti potenzialmente alla giurisdizione della Pro.Civ)
permette di agire in deroga integrale. Insomma «è il cerchio
che si chiude», commenta il deputato Pd, Vinicio Peluffo. «Prima
l'anno perso per la costituzione della società di gestione e
l'incertezza sui finanziamenti, poi l'ultima finanziaria che
non concede a Milano e al sindaco Moratti la deroga al Patto
di stabilità per gli investimenti Expo», poi ancora la
bocciatura degli emendamenti al Milleproroghe (marginali ma
utili alla gestione ordinaria della SoGe) e la nascita di
Protezione civile spa che per statuto potrà acquistare aree e
immobili, appaltare opere e fare assunzioni dirette operando
in forma privata. Adesso, infine, l'ordinanza del governo. «Un
grande scippo - prosegue Peluffo - a dimostrazione che palazzo
Chigi ha tutta l'intenzione di commissariare l'evento,
esautorando la società guidata da Stanca e gli enti locali».
L'operazione potrebbe scattare, con la
scusa dei ritardi, dopo le regionali o in autunno, appena
conclusa la registrazione del progetto al Bie. A quel punto
insieme alla scatola societaria pienamente operativa,
l'ordinanza governo-Protezione civile, che autorizza il
commissario delegato a muoversi in deroga (non è detto che
sia il commissario straordinario Letizia Moratti), offrirà
materialmente anche la strumentazione operativa.
Non bastasse, il provvedimento arriva
insieme all'avvio dei tavoli tematici Expo organizzati dalla
Camera di Commercio ambrosiana di Carlo Sangalli e Bruno
Ermolli. Un evidente lavoro di tutoring all'attività
ordinaria della società operativa. L'obbiettivo è in fondo
simile: sveltire una macchina che procede a passo di lumaca.
Anche a costo di svuotare di funzioni la società di gestione,
creando ulteriori malumori.
[05-02-2010]
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INCHIESTA SU SEQUESTRO RATA BOND
REGIONE, PALESE QUERELA DUE QUOTIDIANI...
(Adnkronos) - Il
candidato del centrodestra alla presidenza della Regione
Puglia, Rocco Palese, preannuncia 'di aver dato mandato' ai
suoi avvocati di avviare azioni legali a tutela della sua
immagine in merito ai titoli e ai contenuti degli articoli
pubblicati oggi dai quotidiani L'Unita',
La Repubblica
e
La Repubblica
Bari, relativi all'inchiesta sul bond sottoscritto dalla
Regione Puglia con la banca d'affari Merril Lynch nel 2003 e
nel 2004.
Ieri la Guardia di Finanza, su
disposizione del gip del Tribunale di Bari, ha sequestrato la
rata che il 6 febbraio la Regione avrebbe dovuto versare nel
sinking fund e come differenziale dello swap (circa 30 milioni
di euro). Palese, all'epoca della sottoscrizione del bond, era
assessore al Bilancio 05.02.10
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A IERVOLINO QUERELA LA PDL PASCALE...
Dal
"Corriere della Sera" - Il sindaco di Napoli Rosa Russo
Iervolino ha annunciato ieri una querela nei confronti di
Francesca Pascale, consigliere provinciale del Pdl e
promotrice del gruppo di sostegno al premier «Meno male che
Silvio c'è», per quanto affermato l'altro ieri a proposito
del primo cittadino nel corso della puntata de l'Infedele di
Gad Lerner, su La7.
«Mi hanno informata che una ex
velina, pare di "Telecafone" e fondatrice del Club
"Meno male che c'è Silvio", tale Francesca Pascale
- si legge in un comunicato -, aveva parlato male di me in tv.
Essendo impegnata in cose ben più serie, fra cui la giunta e
il Consiglio comunale, non ho dato importanza alla cosa anche
per non fare ulteriore pubblicità alla signora velina».
«Vedendo poi il testo di quanto
andato in onda nella trasmissione di Gad Lerner - ha
proseguito la prima cittadina -, mi sono accorta che si tratta
di un consigliere provinciale di Napoli e che l'accusa è
quella di essere stata eletta con imbrogli elettorali. La
questione da comica diventa seria, anche perché detta in una
trasmissione ad ampia diffusione da persona che siede nelle
istituzioni ed allora ho dato mandato al mio avvocato di
sporgere immediata querela per il reato di diffamazione
aggravata».05.02.10
|
POLVERINI
DI STELLE – LA PAROLA D’ORDINE DELLA CANDIDATA ALLA
REGIONE LAZIO È “TRASPARENZA”, MA LA SUA GESTIONE DELL’UGL
(A PROPOSITO, NON SI È ANCORA DIMESSA) È FATTA DI BILANCI
MAI RESI PUBBLICI
(AL CONTRARIO DI CIGL, CISL E UIL) – NEL SINDACATO DI DESTRA
MANCA IL TESORIERE, TUTTO PASSA PER LE MANI DI RENATA (SI
PARLA DI 20 MLN €)…
Gianni Del Vecchio per "Europa
Quotidiano"
«Voglio costruire, con te, una nuova
storia per la nostra regione per farla diventare, tra cinque
anni, quella in cui si vive meglio in Italia. L'obiettivo è
eccellere per trasparenza e partecipazione, puntando sul
lavoro di squadra».
Quotidiano - e L atto della casa di San Saba All EUR (Foto
Ansa)
La frase campeggia, ben in vista,
sulla homepage del nuovo sito di Renata Polverini.
Una dichiarazione d'intenti molto "boniniana", visto
che vengono utilizzate parole d'ordine molto care alla
candidata radicale alla regione Lazio. Peccato però che le
buone intenzioni della sfidante Pdl cozzino con la sua storia
recente. Nei quattro anni da segretaria generale Ugl (giova
ricordare che lo è ancora, non essendosi mai dimessa
nonostante ciò che va dicendo), Renata Polverini non ha certo
brillato per trasparenza e collegialità.
Anzi. Il suo stile di gestione della
"macchina" è stato opaco e accentratore. Nessun
bilancio è stato reso pubblico dal 2006 ad oggi, così come
non esiste nell'Ugl la figura del tesoriere: le entrate
vengono gestite personalmente dal segretario generale. Cioè
dalla Polverini.
Anche il sindacato di destra, come
tutti gli altri, ha l'obbligo di compilare ogni anno un
rendiconto economico-finanziario.
Lo stesso statuto dell'Ugl prevede che
venga preparato dalla segreteria e approvato dal Consiglio
nazionale. Tuttavia, si tratta di due operazioni che sono
sempre state compiute nel massimo riserbo, senza la benché
minima pubblicità.
Come rivela una fonte interna che vuole restare anonima, negli
ultimi quattro anni non c'è traccia di bilanci pubblicati.
Unica eccezione, «il consiglio
nazionale del
2008 a
Chianciano, dove un rendiconto fu letto frettolosamente al
microfono da un incaricato». Dall'Ugl si giustificano con
il fatto
che non esiste nessun obbligo legislativo che impone di
rendere pubblici i documenti contabili.
Vero. Tuttavia, nonostante il
legislatore li abbia lasciati liberi, tutti i sindacati
(almeno quelli più grandi) hanno deciso di non nascondere i
loro costi e i loro ricavi.
Cgil, Cisl e Uil li mettono ogni anno
sul sito internet e li pubblicano nei rispettivi house organ,
come Rassegna sindacale per l'organizzazione di Epifani e
Conquiste del lavoro per quella di Bonanni. Invece dall'Ugl
niente: niente sul sito, niente sul mensile interno, La meta
sociale. Una scelta di trasparenza negata, che la sigla di
destra ribadisce ancora oggi, appositamente interpellata da
Europa.
A questo punto, è lecito chiedersi il
perché di tanta riservatezza, visto che strutture ben più
grandi e complesse come Cgil, Cisl e Uil non hanno timore a
mettere in piazza le loro entrate.
Il fatto
è che l'altra faccia della medaglia dell'opacità è la
gestione personalistica delle risorse da parte della
Polverini.
Nell'Ugl non esiste, infatti, la
figura del segretario amministrativo (ossia colui che in un
sindacato è addetto alla gestione della cassa) ma tutto passa
direttamente fra le mani della leader ugiellina. Cosa, questa,
sancita peraltro dallo statuto, secondo cui tocca
esclusivamente al segretario generale «dirigere la gestione
del patrimonio confederale».
Anche stavolta però l'Ugl si
distingue dagli altri: la Uil, ad esempio, ha un tesoriere, la
Cisl un segretario amministrativo, la Cgil un amministratore
alle dirette dipendenze del segretario organizzativo. Invece a
via Margutta c'è una donna sola al comando: Renata. È lei
che gestisce circa 20 milioni di euro all'anno: a tanto
ammonterebbero le entrate, secondo un articolo del Mondo mai
smentito (neppure ieri) dal sindacato della Polverini.
Venti milioni che, secondo fonti Ugl,
verrebbero così ripartiti: il 40 per cento resta al centro,
il 30 per cento va agli enti di categoria e l'altro 30 alle
strutture territoriali. Il che significa che ogni anno Renata
può gestire almeno otto milioni di euro per tenere in piedi
la sede nazionale, fra affitto e stipendi dei dipendenti. Una
valutazione, questa, prudenziale, visto che altre stime
parlano di un "tesoretto" che andrebbe dai 10 ai 12
milioni l'anno. In ogni caso, una bella somma nella piena
discrezionalità della sindacalista dalla giacca rossa. Quanto
basta per capire il suo amore sfrenato per la riservatezza.
[05-02-2010] |
VELARDI, LA
HOLDING DEI DUE MONDI (DAL MATERAZZO ALLE RETI!) - Come l'ex
consigliere di D'Alema, con il gruppo Reti, costruisce le
trame delle elezioni regionali Polverini (Pdl) e De Luca (Pd)-
Ma come fa L'EX LOTHAR a pianificare una strategia
comunicativa per il centrodestra e a doversene poi inventare
un'altra per il centrosinistra? - tutti dallo spin doctor da 5
mln di euro...
Stefano Sansonetti per ITALIA
OGGI
Le si potrebbero chiamare «Reti
trasversali». Di certo nei palazzi della politica c'è già
chi ironizza a più non posso. E fa notare che Claudio Velardi,
ex consigliere dalemiano ed ex assessore bassoliniano, di
mattina cura la comunicazione di Renata Polverini, candidata
del Pdl alla regione Lazio; di sera si occupa dell'immagine di
Vincenzo De Luca, candidato del Pd alla poltrona di
governatore della Campania.
Ma come fa lo spin doctor a pianificare una strategia
comunicativa per il centrodestra e a doversene poi inventare
un'altra per il centrosinistra? È qui che arriviamo alle «Reti
trasversali». Già, perché si dà il caso che Velardi sia
tra i fondatori della Reti spa, di cui ancora oggi è
consigliere di amministrazione, ormai un gruppo tuttofare in
grado di fatturare 5,3 milioni di euro, peraltro senza
risentire dell'effetto della crisi.
Particolare curioso: la sede della
società è a Roma, a palazzo Grazioli, ovvero proprio il
quartier generale del presidente del consiglio Silvio
Berlusconi. Che il gruppo sia tuttofare è confermato dalla
relazione sulla gestione allegata all'ultimo bilancio
approvato.
Vi si legge che «il gruppo Reti in
questi 10 anni di attività è cresciuto nel lobbying e nel
public affairs, nella ricerca socio-culturale e sui consumi,
nella comunicazione politica, nei rapporti con i media, nelle
attività di marketing politico-culturale, nella comunicazione
e nella formazione di alto livello».
Certo, negli ultimi tempi la struttura
ha dovuto subire qualche aggiustamento. A partire dal gennaio
del 2009, la società ha cominciato a ristrutturarsi, avviando
una fase di acquisizioni che l'hanno portata a mettersi in
pancia Running srl, Reti Espana srl, Makno srl e Reti Media
Affairs. L'ultimo fatturato, quello al 31 dicembre del 2008,
parla di 5.287.991 euro, addirittura in lieve aumento rispetto
ai 5.286.743 euro dell'anno precedente.
Insomma, si capisce perché da destra
e da sinistra tutti facciano appello a Velardi per rifarsi
l'immagine politica, per funzionare meglio, per bucare lo
schermo. Ultimo in ordine di tempo, a essersi rivolto all'ex
consigliere di Massimo D'Alema, è
stato il
candidato alla regione Campania Vincenzo De Luca (Pd).
Poco prima di lui era approdata alla
corte del «grande comunicatore» Renata Polverini, candidata
del pdl alla regione Lazio. Velardi, però, nel corso del
tempo ha diversificato il suo business. È stato, infatti
anche fondatore della Paypermoon Italia srl, di cui è
consigliere di amministrazione. Si tratta di una società di
produzioni cinematografiche che si è distinta, in tempi
recenti, per la produzione della serie «Raccontami», andata
in onda su Raiuno.
Senza contare, si apprende dall'ultimo
bilancio, che la società a suo tempo acquisì la titolarità
del 50% dei diritti di utilizzazione e sfruttamento e relativi
proventi netti delle prime due serie di «Raccontami». Più
tutta una serie di progetti, che aiutano a capire perché la
Paypermoon abbia messo a segno un fatturato 2008 di 10.450.672
euro, praticamente il doppio dell'anno precedente (5.234.843
euro).
Infine gli interessi nell'agricoltura.
Velardi è socio al 50% del figlio Federico Velardi nella Ki,
una società agricola a Sorbo Serpico, in provincia di
Avellino.
[04-02-2010] |
|
Riceviamo
pubblichiamo:
31 gennaio 2010. Roma, piazza Cavour. Sono le 22.15. Davanti
al cinema Adriano una Bmw serie 1 con tre donne a bordo tenta
di parcheggiare in divieto di sosta davanti alla fermata di
un'autobus in uno spazio visibilmente stretto. L'auto forza la
mano e riga entrambe le auto limitrofe. Un gruppo di ragazzi
fermi alla fermata del bus tenta di far notare l'accaduto alle
responsabili e per tutta risposta la donna passeggero seduta
sul sedile anteriore manda poco elegantemente a quel paese i
giovani con aria spocchiosa.
Solo
quando scende chi ha assistito alla scena si accorge della sua
identità: Lady Mastella ovvero Sandra Lonardo Mastella,
moglie di Clemente. Morale. L'esperienza giudiziaria e il
pubblico ludibrio non hanno purtroppo portato a più miti e
umili consigli. In compenso i giovani davanti alla fermata
dell'autobus se ne sono andati senza riconoscere l'"infamosa"
passeggera dell'auto. C'è ancora speranza per questo Paese.
Un dago-affezionato
02.02.10 |
ENERGIA VIA
COL VENTO PER I FIGLI DI PAPA’ (INSIDE JOB!)- Mentre il
governo decide sugli incentivi, Il fotovoltaico fa gola ai
rampolli di Scajola, La Loggia e Tabacci - tra gli azionisti
della Sibaris ci sono Concetta Caldara (5%), già
collaboratrice di La Loggia - GLI INTRECCI DI Maria Elena
Woodrow, che altri non è che la moglie di La Loggia...
Stefano Sansonetti e Roberto Gagliardini
per ITALIA OGGI
La parola magica è fotovoltaico. Il
termine indica tutto quel mondo di impianti che sfruttano
l'energia solare per produrre elettricità. Ma a essere
magico, almeno in prospettiva, è soprattutto il business che
il settore è in grado di innescare. A essersene accorti sono
in molti, in particolare dalle parti della politica.
Qui c'è drappello di figli di
ministri, ex ministri e parlamentari che si trova sulla tolda
di comando di diverse aziende che hanno proprio nel
fotovoltaico il loro core business. Il tutto mentre il governo
sta lavorando a un decreto nel quale verrà stabilita l'entità
degli incentivi a un settore che oggi vale poco più di 1
miliardo di euro. E che, secondo le proiezioni di I-Com
(Istituto per la competitività), se rimanessero le attuali
condizioni di mercato, da qui al 2020 potrebbe avere un
impatto sul pil di circa 22 miliardi di euro.
Che potrebbero addirittura arrivare a
110 miliardi (creando 210 mila nuovi posti di lavoro) nel caso
in cui riuscisse a imporsi una filiera nazionale. Qualche
esempio di rampollo Vip? Si prenda Pier Carlo Scajola. Si dà
il caso che il figlio trentenne del ministro dello sviluppo
economico, Claudio Scajola, sia consigliere delegato della
Agena, società che ha nel suo oggetto sociale, tra le altre
cose, «la realizzazione di impianti e apparecchiature
fotovoltaiche».
Ma c'è di più, perché Pier Carlo è
anche azionista al 50% della Agena, dove l'altro socio è
Daniele Santucci. È appena il caso di notare che proprio il
dicastero dello sviluppo economico, insieme a quello
dell'ambiente, dovrà predisporre il decreto sugli incentivi.
Questi, in sostanza, sono diretti alle
imprese che decidono di montare i pannelli, operazione che però
va a beneficiare indirettamente anche le aziende che producono
gli impianti. Ovvero le imprese dei figli di papà. Tra queste
spicca la Sunray Italy, una srl controllata al 100% da una
società di diritto maltese che si chiama Sunray Renewable
Energy Ltd.
Nella controllata italiana, come
consigliere di amministrazione, c'è Giuseppe La Loggia, 34
anni, figlio dell'ex ministro degli affari regionali Enrico La
Loggia. Come si apprende dalla nota integrativa all'ultimo
bilancio approvato, «il gruppo Sunray è attivo in tutte le
fasi di sviluppo del progetto, dalla compilazione e
ottenimento dei permessi locali sino alla costruzione degli
interi parchi fotovoltaici».
Nello stesso documento si legge che
l'impresa, qualche tempo fa, «ha costituito 10 società in
forma di srl destinate alla costruzione e conduzione di
impianti fotovoltaici a fronte di progetti autorizzati».
Insomma, si tratta di un autentico gruppo. Un collegamento
indiretto all'ex ministro La Loggia, tra l'altro, può essere
individuato anche nella Sibaris New Energy.
Parliamo di una società di Reggio
Calabria che, come si può leggere nell'oggetto sociale, tra
le varie cose si occupa della «realizzazione e
commercializzazione, sia in Italia che all'estero, di impianti
fotovoltaici». Ebbene, tra gli azionisti della Sibaris ci
sono Francesco Massa (23%), un ex dirigente dell'Enel molto
stimato dall'ex ministro, e Maria Concetta Caldara (5%), già
collaboratrice di La Loggia.
Nella società, ancora, figurano
Alessandra Marini, con un altro 5% del capitale, e Adelaide
Marini, come sindaco effettivo. Le due donne, coincidenza
curiosa, risultano detenere l'8% di una società di trasporto
milanese, la Orizzonti srl (in liquidazione dal 28 settembre
2009), nel cui capitale, con una partecipazione del 30%, c'è
Maria Elena Woodrow, che altri non è che la moglie di La
Loggia.
A puntare molto sul fotovoltaico è
anche la Alerion Energie Rinnovabili srl. Nel suo consiglio di
amministrazione siede Simone Tabacci, figlio trentasettenne
del deputato ex Dc e ora Udc Bruno Tabacci. La società, che
fa capo al 100% alla Alerion Clean Power spa, «si occupa
della realizzazione di progetti connessi allo sfruttamento di
fonti energetiche alternative (eoliche e fotovoltaiche), sia
direttamente (tramite l'impianto fotovoltaico di San Marco in
Lamis) sia tramite l'acquisizione di partecipazioni titolari
dei suddetti progetti».
Lo si apprende dall'ultimo bilancio
approvato. Così come dallo stesso documento emerge che la
Alerion Energie Alternative vanta partecipazioni in 20
aziende, tra imprese controllate e joint-venture. Si tratta in
quasi tutti i casi di imprese attive nell'eolico.
[02-02-2010]
|
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FASSINO: RETICENZA SBAGLIATA DOPO PAROLE CRAXI SU
FINANZIAMENTI...
(Adnkronos) - "Nessuno poteva misconoscere quanto
detto da Craxi alla Camera nel '92'. Lo dice Piero Fassino in
una intervista pubblicata sul numero di febbraio del magazine
free press 'Pocket'.
'Di
fronte a quel discorso -sottolinea l'ex segretario dei Ds-
sarebbe stato giusto non essere reticenti. Ma e' sbagliato
oggi santificare o demonizzare Craxi. Dimostro' di avere
grandi intuizioni, fece scelte coraggiose, ma commise anche
gravi errori che lo condussero a Tangentopoli e alla
sconfitta. Che la politica si sia valsa di finanziamenti
privati, registrati e non, e' innegabile. Ma finanziamenti non
registrati e tangenti sono due cose diverse'.
02.02.10 |
LA FURBETTA
DEL PALAZZO - LA POLVERINI CONTRO "IL FATTO" AMMETTE
IL FATTACCIO: “FORSE HO EVASO LE TASSE MA VI QUERELO LO
STESSO” - Per aggirare l’imposta di registro sulla seconda
casa aveva fatto la donazione della sua prima casa alla mamma
pochi giorni prima dell’acquisto - FORSE “UNA PRESUNTA
IRREGOLARITÀ FISCALE” MA DOVUTA A “UN DISGUIDO"...
1- POLVERINI: "FORSE HO SBAGLIATO
MA NON È REATO"...
Lettera a "il
Fatto Quotidiano"
- e L atto della casa di San Saba All EUR (Foto Ansa)
"Ho letto l'articolo de "Il
Fatto" di oggi nel quale si torna a parlare dell'acquisto
della casa in cui vivo. Il tema su cui è costruito l'intero
pezzo riguarda una presunta irregolarità fiscale che - in
ogni caso- non avrebbe alcuna rilevanza penale. L'episodio in
questione risale a circa otto anni fa, e avvenne in una fase
di avvicendamento dei consulenti che seguivano la mia attività;
suppongo sia questa la causa del disguido. In queste ore sto
verificando se davvero le persone che mi aiutavano nelle
questioni amministrative possono in qualche modo avermi
indotto in errore.
Errore di cui, comunque, mi assumerei
ogni responsabilità. Come si vede, rispondo con serenità e
trasparenza sul tema posto. Con la stessa serenità e con la
dovuta fermezza, sottolineo che c'è un limite alla polemica
politica e al sacrosanto diritto di critica e di cronaca.
Quando il limite si varca - come è
avvenuto nei pezzi offensivi e scandalistici costruiti contro
di me - le persone perbene devono difendere la propria
onorabilità. Per questo ho dato mandato ai miei legali di
procedere nei riguardi de "Il Fatto".
Renata Polverini
2- LA CANDIDATA PDL AMMETTE
L'EVASIONE...
Marco Lillo per "il Fatto
Quotidiano"
Renata Polverini, tra mille distinguo,
alla fine ammette quello che "Il Fatto Quotidiano"
ha scritto ieri: il candidato presidente della Regione Lazio
del Pdl è un evasore fiscale. La segretaria dell'Ugl condisce
l'ammissione del suo errore, che lei chiama
"disguido" con un'incoerente minaccia di querela
finalizzata a ridurne l'impatto mediatico negativo.
Quello che conta, al di là della
formula di rito sul "mandato ai legali" è che nel
dicembre del 2002 la candidata a guidare una regione che ha il
compito di far pagare le tasse ai suoi cittadini, non ha
pagato le imposte dovute su un acquisto di una casa.
Nell'atto, che ieri abbiamo pubblicato
in fotocopia, Renata Polverini chiede "di avvalersi delle
agevolazioni fiscali previste dall'articolo 1 della
Tariffa", cioé l'agevolazione prima casa che abbatte
l'aliquota dal 10 al 3 per cento. Per ottenere il risparmio di
circa 19mila euro, dichiara al notaio Giancarlo Mazza:
"di non essere titolare esclusiva di diritti di proprietà
su un'altra abitazione acquistata con le agevolazioni
previste".
Peccato che l'allora vicesegretario
dell'Ugl avesse comprato 9 mesi prima un altro appartamento
con la medesima agevolazione. Dopo l'uscita della notizia sul
nostro giornale, ieri, nessun politico della maggioranza e
nemmeno dell'opposizione ha proferito verbo.
Solo il consigliere regionale Enzo
Foschi del Pd ha avuto una reazione da paese normale:
"Polverini deve dire se è vero quanto riferito da ‘Il
Fatto Quotidiano'. Ossia, ha realmente evaso le imposte sulla
casa per un ammontare di circa 19 mila euro in merito
all'acquisto di un appartamento, dopo aver goduto di prezzi a
dir poco agevolati sull'acquisto di immobili che sulla carta
valgono molto di piu?'".
Al mattino Renata Polverini è stata
in silenzio. Ironia della sorte era impegnata in un convegno
sull'emergenza abitativa dove ha dichiarato che la sua ricetta
per risolvere il problema è "fare incontrare il pubblico
con il privato per dare risposte a chi ha bisogno di
casa". Un incontro certamente redditizio nel suo caso,
non c'è dubbio, visti i prezzi spuntati dall'Inpdap e dal
Vaticano.
Nel pomeriggio è giunta a "Il
Fatto" la sua lettera che pubblichiamo. Il tono è
cortese e bisogna darne atto alla candidata del Pdl. Anche
l'approccio si mostra sincero laddove ammette l'errore e si
impegna ad assumersene la responsabilità. Meno dove scarica
la colpa sui consulenti.
Una posizione indifendibile visto che
la signora ha firmato di suo pugno la richiesta delle
agevolazioni per il secondo acquisto della casa nel quartiere
di San Saba (dalla banca del Vaticano) e non è possibile che
non sapesse di essere già proprietaria di una prima casa
all'Eur (comprata con lo sconto dall'Inpdap).
Inoltre, proprio nell'acquisto della
prima casa all'Eur, Renata Polverini aveva dimostrato di
conoscerne benissimo la disciplina fiscale. Per aggirare
l'imposta di registro sulla seconda casa aveva fatto la
donazione della sua prima casa alla mamma pochi giorni prima
dell'acquisto. Invece di querelare, la Polverini dovrebbe
andare avanti con più decisione sulla strada della
trasparenza. Magari restituendo quei 19 mila euro mancanti
all'erario.
[27-01-2010] |
M’ARRAZZO
D’AUTO – TRA LE TANTE PASSIONI COSTOSE DI PIERINO C’ERA
ANCHE QUELLA DELLE AUTO BLU DA 4MILA € AL MESE – UN PARCO
MACCHINE RINNOVATO COME SE FOSSE UNA COLLEZIONE DI ALTA MODA -
DURANTE IL SUO MANDATO HA VIAGGIATO SU 7 AUTO DIVERSE (2
DURANTE LO SCANDALO) A SPESE DELLA REGIONE …
Marco Morello per "il
Giornale"
Una scorpacciata di lusso a motore
oliato con i soldi pubblici, un parco macchine fin troppo
ballerino, rinnovato come se fosse una collezione di alta
moda. Nei suoi quattro anni e mezzo di presidenza della
Regione Lazio, Piero Marrazzo ha usato ben sette auto blu,
tutte stracariche di optional e generose di cilindrata.
Le ultime in ordine di tempo, due
sfavillanti Audi A6 di colore simil argento, le aveva volute
per l'ultimo giro, la parata trionfale prima del requiem alla
poltrona: sono state infatti noleggiate a maggio dello scorso
anno, pochi mesi prima dello scandalo che lo ha costretto alle
dimissioni e, comunque, poco prima della fine naturale del
mandato.
Due vetture e non una, si badi bene,
perché quando pagano i cittadini pare non ci siano remore a
esagerare. La spesa è di oltre 1.860 euro al mese ciascuna,
dunque 3.700 e rotti ogni 30 giorni per entrambe, come si
legge nella determinazione che impegna le cifre necessarie per
soddisfare il capriccio dell'ex governatore.
Il totale è di circa 540mila euro
spalmati in due anni, per noleggiare, oltre alle due berline
di rappresentanza, anche 17 Volkswagen Passat nere destinate
agli assessori, che spesso, a pioggia, hanno usufruito dei
benefici elargiti dal grande capo. Loro però sono 16, dunque
pure in questo caso c'è l'aggravio della vettura in più,
della riserva che fa rima con spreco.
La denuncia è del consigliere Fabio
Desideri del Pdl, vicepresidente della commissione
Urbanistica: «Dalle carte - commenta - emerge il profilo cupo
di un presidente che ha tenuto un comportamento incoerente,
che costringe a una spesa extra gli abitanti del Lazio, ai
quali sono stati già imposti balzelli ai massimi livelli e
tagli all'assistenza ospedaliera».
Insomma una beffa in piena regola, che
fa a pugni con gli annunci ufficiali, con il codice etico
propagandato già a giugno del 2006 e che prescriveva un
carattere sobrio ed ecologico per le vetture di servizio,
specificando che avrebbero dovuto essere tutte a metano.
La storia inizia ad aprile 2005, dopo
l'elezione di Marrazzo, che eredita una signora macchina,
un'Alfa 166 con appena un anno di vita e costata 28mila euro.
La rifiuta (ma resta a sua disposizione), e fa comprare una
Lancia Thesis 3.2 Emblema per 45mila euro, più altri 260 per
un comodo e indispensabile bracciolo con telefono incorporato.
Nell'attesa rinnova il noleggio di
un'altra Thesis, da aprile a novembre 2005, per 15mila euro.
Poi ne prende un'altra ancora, sempre dello stesso modello,
per quasi 60mila euro da dicembre 2005 fino a novembre 2008.
E, secondo indiscrezioni, non si fa mancare qualche giro pure su
un'Alfa 166 a disposizione degli assessori: aveva i vetri
oscurati, dicono che gli piacessero particolarmente. «Aggiungiamo
le due Audi - aggiunge Desideri - e il quadro è completo.
L'ex mezzobusto di Mi manda Raitre ha proprio esagerato».
[27-01-2010] |
VERBALI
DELL'INTERROGATORIO DEL GIORNALISTA DI "CHI"
GABRIELE PARPIGLIA - ACCUSATO DI ESSERE "STATO MESSO
DENTRO IL SETTIMANALE DI SIGNORINI DA MORA E CORONA”,
PARPIGLIA SI TIRA FUORI DA TUTTO E Spara su CORONA:
“Fabrizio millanta stronzate ventiquattr’ore su
ventiquattro. mi ricordo che lui diceva che c’era questo
mercato oscuro dei servizi fotografici dove se il servizio
fosse particolarmente delicato veniva offerto
all’interessato stesso oppure lo stesso interessato si
metteva d’accordo con il direttore di un giornale per
ritirare il servizio"...
Gian Marco Chiocci per "il
Giornale"
Ecco il verbale del giornalista
Gabriele Parpiglia, rimasto a lungo secretato a Potenza, e poi
trasmesso dal pm Woodcock al collega Frank Di Maio titolare
del procedimento su Vallettopoli 2. Oltre a essere persona un
tempo legata a Corona attraverso il padre direttore di Star
tv, ha poi lavorato con Signorini, Parpiglia avrebbe rapporti
con la Spy one, agenzia al centro della nuova inchiesta sui
presunti ricatti ai vip.
Secondo uno dei supertestimoni di
quest'ultimo procedimento, il fotografo Pensa detto «Bicio»
della scuderia Corona, Parpiglia sarebbe l'anima nera del
traffico delle foto scottanti ritirate dal mercato. A verbale,
Bicio dice, per esempio, che «Parpiglia è uno di quelli che
deve procurare... che è stato messo dentro il settimanale
"Chi" appositamente da Lele Mora e da Corona». Nel
faccia a faccia col pm, però, Parpiglia si tira fuori da
tutto e scarica Corona.
"IO PRODUCO GOSSIP"
Parpiglia: «Ho
conosciuto Corona perché lavoravo con la moglie Nina Moric
che conduceva la trasmissione "Sheick" dove io
facevo l'autore (...). Poi ho collaborato con "Star
Tv" diretto dal padre di Fabrizio Corona (...). Corona,
come lui dice, produce gossip (...). Ma quello millanta
storie, Fabrizio millanta storie ventiquattr'ore su
ventiquattro (...). Di chiacchiere sui servizi che lui vendeva
agli stessi interessati io ne ho sentite parecchie (...).
E lo disse anche in un'intervista
(...) poi lui personalmente, diceva cose testuali, che
produceva gossip, che aveva le talpe, gli informatori e che i
fotografi sapevano dove andare, che a volte erano gli stessi
artisti che gli dicevano dove e come muoversi e che c'era un
mercato oscuro dei servizi che si apriva a varie possibilità:
come vendere allo stesso interessato, laddove lo scoop era
abbastanza delicato e di conseguenza, appunto, ritirare il
servizio".
Pm: «E questo... credo che
l'interessato fosse d'accordo prima (...) ha interesse a
toglierla dal mercato, non credo che l'interessato stesso
sia...». Parpiglia: «Sì, compiacente (...). Il mio compito
è solo quello di portare al giornale e fare gli interessi di
Roberto Alessi, il mio direttore di Star Tv che è al
corrente...».
LO SCOOP DA SFASCIAFAMIGLIE
Parpiglia: «E mi
ricordo che appunto lui diceva che c'era questo mercato oscuro
dei servizi fotografici dove se il servizio fosse
particolarmente delicato veniva offerto all'interessato stesso
oppure lo stesso interessato si metteva d'accordo con il
direttore di un giornale per ritirare il servizio.
E poi diceva che uno scoop da
sfasciafamiglie valeva 50mila euro, mentre uno scoop con
neofidanzati ne valeva 30mila». Pm: «(...) Quelle che
vengono ritirate dal commercio sono storie vere, anche quelle
scabrose sono storie vere, no, voglio dire...». Parpiglia: «No,
guardi, io sulla veridicità delle cose non ci metterei la
mano sul fuoco».
LE FOTO DI ADRIANO? PROPOSTE ALL'INTER
Pm: «Adriano
(l'ex calciatore dell'Inter, ndr) vi era stato proposto?».
Parpiglia: «A noi?». Pm: «Eh...». Parpiglia: «Adriano, sì
ci era stato proposto a noi». Pm: «Ma da chi era stato
proposto?». Parpiglia: «Adriano c'era stato proposto da
Fabrizio Corona, dalla sua agenzia (...). La cosa di Adriano
mi ha lasciato perplesso, come la storia che mi aveva detto di
Ana Laura Ribas che era stata con Cassano (...). Comunque
Adriano è stato offerto al nostro giornale e poi è finito su
un giornale».
Pm: «C'è stata, che lei sappia, una
trattativa tra Corona e Adriano?». Parpiglia: «Io non li ho
visti, ma non nego che lui avrà potuto offrire
tranquillamente il servizio all'interessato (...)». Pm: «Ma
le sue intenzioni, Corona, le ha manifestate a lei? Le ha
detto, guarda che ho intenzione di proporlo ad Adriano?».
Parpiglia: «Sì, sì (...).Perché, per lui, come... quando sono
andato a prendere le foto per farle vedere al mio direttore...
non ad Adriano, all'Inter. All'Inter, non ad Adriano! So che
voleva proporle all'Inter». Pm. «Gliel'ha detto Corona?».
Parpiglia: «Quando mi ha dato le foto io ho sentito che
parlava con il venditore e che diceva che queste foto potevano
essere vendute all'Inter».
LE FOTO COI TRANS E I CALCIATORI
Pm: «Ma neanche
un nome si ricorda?». Parpiglia: «Le ho risposto, Adriano».
Pm: «Coco, per esempio? Coco?». Parpiglia: «Coco c'era
stato offerto». Pm: «L'avete comprato o no?». Parpiglia: «No,
non l'abbiamo comprato perché il mio direttore non riteneva
adeguate le fotografie. Dicevano che c'erano le foto di Coco
con un trans, il mio direttore ha visto le foto, mi ha
chiamato in ufficio e mi ha detto: "Ci è arrivato questo
servizio, che ne pensi?". Gli faccio, io: "Secondo
me non è un trans". E il direttore, dice: rispediamole
al mittente. Quelle foto non le ha pubblicate nessuno». Pm:
«Perché le ha comprate Coco». Parpiglia: «Ecco».
IL MISTERO GILARDINO
Pm: «Ci pensi
bene...». Parpiglia: «Guardi, io non so che fine fanno
questi servizi. A me una volta mi aveva detto che aveva un
servizio di Gilardino con una...». Pm: «Eh...». Parpiglia:
«Poi quel servizio non l'ho più visto». Pm: «Sparito il
servizio». Parpiglia: «Ehm...». Pm: «(...) Faccia qualche
altro nome e cognome». Parpirglia: "Ma gliel'ho detto,
cioè di Gilardino me lo ricordo. Ma siccome sono tante le
stronzate che mi viene a dire lui che sinceramente non me li
ricordo tutti».
[27-01-2010] |
ROSI GRECO
APPARECCHIA PER IL NUOVO 'ANIMALE' DEI TIPINI FINI UN PARTY
BI-CAFONAL - DA PAOLO BONAIUTI A GIOVANNI SARTORI, DA BEATROCE
BORROMEO A CHARLOTTE ROSSELLA, DA MARTA DASSU A GIANLUCA COMIN.
DA PIGI BATTISTA A IVONNE SCIò(D'URSO VIA CELL!) - E LA
POLVERINI È STATA SUBITO RICAMBIATA DALLA INEFFABILE
INDIFFERENZA DE' NOANTRI - ECHISSENEFREGA! MA GUARDA CHI C'È!
MIELI CON LA NUOVA FIDANZATA, LA GALLERISTA CAMILLA GRIMALDI,
LUISA TODINI E IL PETROL-BOY BRACHETTI DE-MATRIMONIALIZZATI!!!
foto di Umberto Pizzi da Zagarolo
Quanto è stronza Roma quando si fa
sera e apparecchia ammucchiate elettorali. Tutti si
scapicollano per vedere il "nuovo animale" finito
nella gabbia e poi, una volta davanti alla new entry, nemmeno
una nocciolina o una patatina. Niente. Guardano e sghignazzano
di capitolino cinismo ben temperato: una smorfia e riprendono
a inciuciarsi, cinguettando i beati cazzi loro.
L'altra sera, nella splendida casa di
Rosi Greco a Santi Apostoli, totalmente de-elkannizzata dalle
tracce dell'ex marito Alain (una volta c'era la completa
antologia dei suoi libri anche sopra il cesso), ha fatto la
sua apparizione Renatona Polverini, scortata da due 'badanti'
che formavano una buffa "il": una era alta come una
cestista rumena, con gambe lunghe e distese accompagnate da un
fondoschiena collinare, l'altra piccolina, invisibile ad
occhio nudo. Finché sono rimaste sedute, nessuno le ha
mirate, poi la pennellona ha squadernato le leve per
agguantare i buffet e i maschietti hanno approvato.
E così, una volta scodellata davanti
alla Roma Godona, la candidata dei Tipini Fini non è stata
filata da nessuno, rimanendo in balia di sole tre persone, a
partire dall'imprenditore Francesco Bellavista Caltagirone,
scortato dalla quieta fidanzata Beatrice Parodi, che sta
preparando una gran festa per il prima mattone del nuovo porto
di Fiumicino.
A seguire la popputissima giornalista
del "Foglio" Marina Valensise ha svolto le funzioni
di dama di compagnia per passare infine il testimone alla
vispa Luisa Todini, che ha chiuso il matrimonio con Luca Josi,
e si è presentata con minigonna e nuova pettinatura per la
gioia degli occhi spermatozoici di Charlotte Rossella, in
dolcevita da playboy in disarmo.
Indifferenza totale da parte degli
agnelloidi che sono rimasti legati a Rosi ex Elkann - hanno
timbrato il cartellino Marellina Caracciolo (con l'imponente
marito Sandro Chia) e Samaritana Rattazzi e da quelle
fanciulle in fiore che si chiamano Veronica Sgaravatti (fiancée
di Matteo Marzotto) in comagnia della sua baby-amica
Gabrielle. Due sventoline bon ton che rivaleggiavano con il
fascino incantevole della vispa Ivonne Sciò e di Cristina
Mazzantini, architetto operante presso la Camera dei Deputati.
Corteggiatissima.
Anche le sorelle Borromeo, Bea-troce
(giunta con il giornalista de "Il Fatto" Stefano
Feltri ed Isabella (con il marito Ugo Brachetti Peretti),
lampeggiavano di grazia e avvenenza tra la politologa
aspen-dalemiana Marta Dassù, Natalie Rucellai, l'ex vamp
Vittoria Amati, la salottista bipartisan di Milano Chicca
Olivetti, l'aristo-dama Maria Pace Odescalchi coniugata Recchi.
Rosi Greco e il CDP Massimo Varazzani
Party per tutti. Da una parte, il
maggiordomo di Silvio, Paolino Bonaiuti, attovagliato con la
consorte Daniela; dall'altra il politologo che sogna
Berlusconi al forno con patatine, il mitico Vanni Sartori,
arrivato sormontato dalla sua bombastica fidanzata, la
pittrice fiorentina Isabella Gherardi, che ha preso il posto
lasciato libero dalla volatile marchesa Sandra Verusio.
Tra gli arrivi e partenze, va
segnalata la presenza solinga del petrol-boy Ferdinando
Brachetti Peretti che avrebbe chiuso la partita matrimoniale
con Mafalda d'Assia. E sopratutto lui, anzi Lui: nascosto tra
le colonne sbucava Paolino Mieli francobollato dalla sua nuova
fiamma, la fiammeggiante gallerista romana Camilla Grimaldi,
presentata dalla Greco agli astanti con parole agiografiche:
tre gallerie tre, bella, simpatica eccetera (tutto vero).
Come potete constatare non ci sono
immagini della nuova coppia Mieli-Grimaldi (in realtà filano
da almeno sei mesi) nel cafonal. Un favore del generosissimo
Pizzi (non siamo poi sempre così stronzi). Accanto a Paolino,
il solito 'badante' mielista: un ciccionissimo Pigi Battista
che ha chiacchierato affabile anche con i muri, rivaleggiando
con la lingua cachemire doppio filo di Charlotte Rossella.
Pur interrotto dalle sventagliata di
telefonate di quel rompicojoni di Marione D'Urso da Monaco di
Baviera ("Sono con l'editore Burda", trillava e la
risposta era sempre la goliardica: "Allora, Burda la
pasta!"), Carlito ha rintronato la pasionaria de "Il
Fatto" Bea-troce Borromeo: "Berlusconi è il più
grande uomo politico al mondo! E' bello, alto e canta bene. Lo
devi scrivere e rompere il muro del giustizialismo sul tuo
giornale!"
All'inizio, incredibile a dirsi, l'ex
cocca di Santoro e Travaglio l'aveva preso sul serio ma il
crescendo rossiniano di Rossella era talmente scemo e
paradossale che sono scoppiati a ridere insieme incocciando i
bicchiari colmi di champagne Paul Roger (Charlotte chiosava
con brivido: "E' lo stesso champagne che beveva Winston
Churchill sotto le bombe naziste...").
E, intanto, nel bordellone, che fine
ha fatto la Polverini? Lady Ugl ripeteva come un disco rotto a
tutti, con dizione perfettamente in linea con la Magliana:
"Speriamo de farcela, speriamo de farcela...". E le
due 'badanti" lo rincuoravano: "ce la fai, ce la
fai!". Il calcio dell'asino è arrivato dal solito
Charlotte che ha alzato il calicino verso i presenti
indifferenti e ha cinguettato alla Polverini di stelle:
"Sei la candidata perfetta!".
[27-01-2010]
- ARCURI: "NON HO MAI PRESO UN
CENTESIMO PER STARE CON QUALCUNO". E REPLICA ALL'EX
COLLABORATORE DI CORONA: "COME SI PERMETTE DI CALUNNIARMI
DAVANTI A UN PM? NEANCHE LO CONOSCO"
Eleonora Barbieri per "Il
Giornale"
Fabrizio «Bicio» Pensa ha fatto
anche il suo nome al pm Woodcock, in quei verbali che hanno
dato il via alla cosiddetta «Vallettopoli-bis». Manuela
Arcuri «che aveva preso tipo 40-50mila euro per stare con
Buti un mese». «Tutte assurdità» dice l'attrice. «Ora non
ne posso davvero più».
Ma che cosa è successo?
«Sono senza parole... Sentire delle assurdità del genere da
parte di questo fotografo, che non so neanche chi sia. Ci sono
rimasta male».
Insomma è tutto falso?
«Ma io non ho mai ricevuto soldi per frequentare un uomo o
per fidanzarmi. E mai lo farò nella mia vita. È una cosa che
mi fa orrore, se esco con qualcuno è solo per mia volontà.
Mi dispiace che queste dichiarazioni siano finite sui
giornali. Oltretutto non è la prima volta che sono citata in
queste vicende, sono proprio stanca: mi mettono in mezzo dove
non c'entro».
E perché Pensa ha nominato proprio
lei?
«Perché ho un cognome noto, pesante. Che attrae il pubblico.
Ma essere usata così non mi va: basta. Voglio mettere un
punto a questa faccenda. Poi in un fatto così squallido...»
Le accuse di Pensa sono pesanti...
«Pesantissime. Ma è impazzito, come si permette di dire così?
Io faccio un appello: non è possibile che una persona vada da
un pm e racconti cose del genere, in tutta libertà, tirando
in ballo un personaggio noto come me. Non è giusto. Ha pure
specificato prezzi, cifre. È assurdo: io non ho mai preso
neanche un centesimo per stare con qualcuno. Certo non posso
sapere se le persone accanto a me abbiano pagato».
In che senso scusi?
«Pensa dice anche che c'era chi pagava per stare seduto
accanto a me a cena, beh io questo non lo escludo... Voglio
dire, visto lo squallore che c'è in giro. Ma io non ho mai
preso niente».
Ma Pensa lo conosce?
«Bicio? Solo di nome, come paparazzo di Milano».
E Corona?
«L'ho incontrato ai tempi in cui avevo una relazione con
l'agenzia di Lele Mora, peraltro solo per le ospitate nei
locali, perché poi con il mio lavoro vero, la recitazione e
la tv, non c'entravano nulla. Tutto qui. È la mia unica
pecca. E da lì ho avuto solo guai».
Che tipo di guai?
«Mi hanno sempre citata e tirata in mezzo nei loro problemi,
ma ora basta. Sono stufa. Troppo facile nominare la Arcuri».
Ma ha mai provato a contattare Pensa,
a chiedergli una spiegazione?
«No, non voglio avere niente a che fare con lui. Come si
permette di dichiarare queste cose a un pm?».
blog di Novella 2000
Ma il sistema degli scoop esiste
davvero?
«Sì, certo, ne ero a conoscenza. Tanti chiamano per farsi
paparazzare fuori dal locale: per loro è visibilità».
E lei l'ha mai fatto?
«No, per fortuna non ne ho bisogno. Ho la mia carriera. Anche
se sono comunque paparazzata: basta che esca con un amico e mi
fotografano subito. E non ho mai pagato per nascondere
qualcosa: non ho niente da nascondere, faccio tutto alla luce
del sole. Non mi importa, fa parte del lavoro. Ma non ho mai
contrattato».
Insomma non è mai stata vittima del
sistema?
«No, mai, per fortuna. Però mi dà fastidio che mi nominino
continuamente».
Novella 2000
E quando è successo, di recente, come
ha reagito?
«Ci sono rimasta molto male. Mi sono sentita ferita nella mia
dignità di donna, di attrice, di persona. Faccio il mio
lavoro in modo pulito: essere accusata di prendere soldi per
fidanzarmi, non esiste nella mia vita».
E non è stata coinvolta soltanto
lei...
«Ha nominato pure Tommaso Buti, un mio ex di tanti anni fa.
La storia è durata poco, ma per una nostra decisione: non
certo per un contratto a tempo determinato, come ha dichiarato
il fotografo... Ma quell'uomo gioca con le persone, non si
rende conto».
Ma all'epoca di quella storia lei era
già famosa?
«Sì, sì, lavoravo già da tempo. È stato sette anni fa e
da allora siamo rimasti amici. Insomma in buoni rapporti».
E come mai Pensa ha citato proprio
Buti?
«Non saprei. Forse perché la nostra storia è durata poco,
meno rispetto ad altre. È stato un flirt. Così ha detto: è
durata solo qualche mese, giusto il tempo di finire sui
giornali. Ma è assurdo. Quando ho letto quelle cose ci sono
rimasta malissimo».
Pensa quelle cose le ha dette al pm
Woodcock...
«Peggio ancora. Non puoi inventare una storia del genere: se
non hai certezze, se non hai prove, non puoi».
E perché l'ha fatto secondo lei? Per
vendetta?
«Non credo, non ho mai avuto a che fare con lui. L'ha fatto
per attirare l'attenzione. Ma non deve permettersi. E non deve
nemmeno andare dal pm a raccontare altre bugie... Facile
buttare lì un nome, in mezzo agli altri, e poi la gente pensa
chissà che».
[28-01-2010]
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OGNI SANTO
GIORNO SI CELEBRA IN ITALIA IL MORTO QUOTIDIANO: LA NOTIZIA -
DOPO AVER RAZZOLATO GAUDENTE TRA I RIFIUTI DI TANGENTOPOLI E
DI VALLETTOPOLI, NELLA DISCARICADI PAPARAZZOPOLI C'È FINITO
PURE LUI, PAOLINO MIELI - DAL TERZISMO (IN POLITICA) AL
TRIANGOLO (AMOROSO): CHI RITIRÒ LE FOTO CHE IMMORTALEREBBERO
"EL DRITTO' CON DARIA BIGNARDI E CON UNA GIOVANE DONNA? -
CASO CRAXI, LA SPINELLI S'ARRAMPICA SULLE VELE-BUCATE DEL
BRAGANTINI IN ROTTA - GIOVANNI STABILINI, COMPAGNO DI BAMBI
PARODI, EX MOGLIE DI MIELI, INDAGATO PER LO SCANDALO
MEDIASET-DIRITTI TV. TEMA: COSA AVREBBERO SCRITTO I QUOTIDIANI
DIRETTI DA DE BORTOLI, EZIO MAURO E MARIO CALABRESI, CHE ALLA
VICENDA HANNO DEDICATO BEN DUE PAGINE A TESTA(TA) SE TRA GLI
INDAGATI FIGURAVA, CHE SO? LA MOGLIE DEL FIGLIO DI MASTELLA O
LA NIPOTE DI POMICINO?
"Chi ci salverà
da questi
cuochi della realtà"
(Ennio Flaiano)
Pizzi
1 - SABATO 23 GENNAIO. Dopo l'immoralità e il doppiopesismo
mielesco sulla vicenda Paparazzopoli, esplode sulle prime
pagine dei grandi quotidiani lo "scandalo" dei
diritti tv. Sott'accusa per appropriazione indebita (34
milioni di dollari) i vertici di Mediaset. Dal
premier-azionista, Silvio Berlusconi, al figlio Piersilvio
fino a Fedele Confalonieri. Ma tra gli indagati di seconda
classe c'è anche Giovanni Stabilini, alto dirigente di
Mediatrade.
Ma poiché il suo nome non appartiene
alla "casta" dei politici, nessun cronista ha la
curiosità di ricordare ai lettori che il dottor Stabilini è
l'attuale compagno di Bambi Parodi Delfino. La gagliarda
inviata di Tg5 nonché ex moglie del direttore del
"Corriere della Sera", Paolo Mieli. En passant,
Bambi è stata legata pure al presidente della Fiat, Luca
Cordero di Montezemolo, da cui ha avuto una figlia,
Clementina.
Ora ve lo immaginate cosa avrebbero
scritto i quotidiani diretti da Flebuccio de Bortoli
(Corriere), Ezio Mauro (la Repubblica) e Mario Calabresi (la
Stampa), che alla vicenda hanno dedicato ben due pagine a
testa(ta) se tra gli indagati figurava, che so? la moglie del
figlio di Mastella o una cugina di Paolo Cirino Pomicino.
Giriamo la domanda alla Casta diva, Giannantonio Stella.
daria bignardi
2 - DOMENICA 24 GENNAIO. Su "la
Stampa" che fu di
Giulio De Benedetti, oggi è diretta dal pennellone del new
janduism al cacao, Mario Calabresi, la fluviale e soave
Barbara Spinelli affronta con un editoriale un tema che sta a
cuore Dagospia: la memoria e il caso Craxi. E alla prima
aspirata della Spinelli si rischia l'estasi: "La memoria
in Italia rischiara poco il passato e per nulla il presente:
è una memoria ancillare, e quasi sempre emiplegica. Ancillare
- osserva la commentatrice - perché asservita a questa o a
quella forza politica (...) Emiplegica (paralisi della metà
destra o sinistra del corpo, ndr), perché chi la
strumentalizza fa salire in superficie solo i frammenti di
passato che gli permettono di evitare e tradire, l'esame di
coscienza".
Roba da stropicciarsi gli occhi per la
goduria intellettuale, accendere il grammofono e parodiare,
appunto, una canzoncina fine anni Sessanta: "Che bello un
giradischi acceso e una Spinella...".
Ma giunta al punto di guardare alla
vicenda Craxi, pure la testa lucida della Santabarbara esplode
nella sindrome emiplegica, appena enunciata e castigata. E per
dimostrare che anche in economia "Craxi non fu
modernizzatore" cita, senza approfondire, l'emiplegico
con il mal di Pil, Salvatore Bragantini.
Sul Corrierone del 14 gennaio
l'allievo di Federico Caffè in realtà non aveva fatto i
conti con Bankitalia (e non soltanto) nel valutare appieno,
isolandolo tra l'altro dagli anni Settanta e tirando in ballo
senza ragione De Mita, l'operato in economia di Craxi a
palazzo Chigi (1983-87). E la Spinelli, forse per emiplegia
accademica, l'ha seguito nell'errore di valutazione di quella
tormentata stagione.
E per stare alle fonti autorevoli (o
ritenute tale da tutti gli opinionisti della materia, almeno
fino a ieri) non fu soltanto l'allora governatore Ciampi
(citato ampiamente da Dagospia) a "promuovere" sul
campo (anche se non a pieni voti) il governo di Bettino
(considerazioni di Bankitalia, aprile 1987).
Craxi e Ciriaco De Mita
In un recente saggio di due dirigenti
dell'Ufficio Studi di Bankitalia, Eugenio Gaiotti e Salvatore
Rossi, proprio sulla "svolta" degli anni Ottanta,
viene rilevato nelle loro conclusioni: "Tra il 1980 e il
1987 l'inflazione in Italia cade da oltre il 21% a meno del 5%
(...) Il prodotto interno lordo torna a crescere, in media
annua, del 3% fra il 1984 e il 1988 (...) La disinflazione è
stata compiuta senza che si verificasse la
deindustrializzazione temuta (...) per effetto della politica
monetaria... (adesione allo Sme, ndr)".
Insomma, tra condanne senza appello e
tentativi di riabilitazione, si rischia di restare tutti,
compresa la Spinelli e il Bragantini, vittime di luoghi comuni
e d'interpretazioni abborracciate. Con i secondi, i fans di
Bettino, a ricordare che fu Craxi premier a superare
l'Inghilterra nella classifica tra nazioni più sviluppate. E
con i primi, i negazionisti alla Bragantini, a dare i numeri,
spesso a casaccio.
Nessuno, però, può mettere in
dubbio, ad esempio, che in quegli anni Ottanta la Productivity
Commision dell'università Mit di Boston elogerà l'esperienza
dei distretti industriali italiani come punto di riferimento
per le nuove vie d'industrializzazione. Magari a Boston si
sbagliava come a Roma la Banca d'Italia. O come
l'insospettabile professor Paul Ginsborg, non certo tenero sul
ruolo tenuto dall'Italia nella costruzione dell'Europa, che
scrive: "Gli anni Ottanta videro invece uno sforzo
imponente (Craxi e Andreotti, ndr) per mantenere l'Italia al
centro della scena europea...".
4 - LUNEDI' 25 GENNAIO. Dopo dieci giorni di silenzio e dopo
aver messo fuori strada Flebuccio de Bortoli e Barbara
Spinelli, il professor Salvatore Bragantini torna sul luogo
del delitto: il caso Craxi. E stavolta lo fa in punta di piedi
nella rubrica "Interventi&Repliche" a pagina 29
del "Corriere".
Incalzato da un lettore, che su
Bettino economista cita una ricerca approfondita e documentata
del prof. Cipolla, l'amaro Bragantini delle rinomate
distillerie di Imola prende un po' d'aceto. E si corregge a
denti stretti, ovviamente, senza farsene accorgere dal povero
lettore:
"Che Craxi avesse ragione su
diversi punti l'ho scritto (quando e dove? ndr)... Che fosse
l'artefice della ricostruzione post bellica m'era sfuggito (ma
nessuno degli autori citati l'ha mai sostenuto, ndr)... ma i
conti pubblici si risanarono dopo, dalla feroce manovra di
Amato in poi... (feroce, ma non decisiva se oggi il debito
pubblico è più alto che ai tempi di Craxi, ndr). Che dire?
Il professor Bragantini sembra appartenere alla scuola
protestante di Jacob Burckhardt, che sosteneva come la storia
"è ciò che un'epoca giudica utile osservare di
un'altra".
4 - MARTEDI' 26 GENNAIO. Il Surgelato della Sera anticipa le
foto, che il settimanale "Oggi" diretto da Andrea
Monti aveva messo prudentemente in frigorifero (un vizietto
della casa Rcs-Corriere: era già successo con gli scatti
proibiti del portavoce di Prodi, Silvio Sircana) con Lapo
Elkan che scende dalla sua Ferrari color canarino per
introdursi in un palazzo della periferia milanese abitato
(sembra) da un transessuale.
Ma la notizia più ghiotta è nella
cronaca giudiziaria del quotidiano di via Solferino sui
fotoricatti, avviata dalla magistratura milanese.
Tra le vittime illustri spicca il nome di Paolino Mieli, che
nel 2007 è stato "beccato" attovagliato con la
giornalista Daria Bignardi. Altre foto immortalerebbero l'ex
direttore del Corriere con una giovane donna seduto al
ristorante. Solo peccati gola?
Così, dopo aver razzolato gaudente
tra i rifiuti di Tangentopoli e di Vallettopoli, nella
discarica dell'informazione c'è finito pure lui, Paolino el
dritto. Passato dal terzismo (in politica) al triangolo
(amoroso).
[27-01-2010] |
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BONDI
SCHERZA COL FUOCO DEL CALTAGIRONE INFERNALE – L’ARIA DA
PRETE SPRETATO DEL MINISTRO DEI BENI CULTURALI NASCONDE LA
FURBIZIA DI UNA FAINA: METTE IL VINCOLO SULL’AGRO ROMANO E
MANDA SU TUTTE LE FURIE CALTA – E IL GENERO PIERFURBY
COSTRETTO AL DIETROFRONT RIVEDE LE MOSSE PER LE REGIONALI.
BERLUSCA RIAPRE LA PORTA (E FA UN MONUMENTO A BONDI)…
Antonio Calitri per "Italia
Oggi"
Una geniale strategia politica
azzoppata dalla vendetta immobiliare. Una rapida scansione di
avvenimenti apparentemente indipendenti tra loro è avvenuta
alle spalle di Pierferdinando Casini che dopo essersi
trasformato in spietato killer del Pdl è stato poi costretto
a ritrattare a causa della marcatura stretta di Sandro Bondi.
Che usando la parolina «vincolo» odiata dal suocero e
imperatore romano Francesco Gaetano Caltagirone e da tutti i
costruttori della capitale, sembra aver inferto un duro colpo
proprio al leader dell'Udc.
Tanto che Casini ha ripreso le
trattative con il Pdl, ha congelato il patto col Pd in Liguria
e ragiona sulla Puglia. Che tra Bondi e Casini non corresse
buon sangue lo avevano visto tutti qualche settimana fa a «Porta
a Porta» quando il coordinatore del Pdl diede del furbastro a
Casini per la strategia dei tre forni. All'indomani delle
primarie pugliesi più che darsi per sconfitto e correre in
ritirata, Casini si è inventato il terzo forno con la Poli
Bortone, capace di indebolire il Pdl e garantire la vittoria a
Vendola.
Nello stesso giorno e forse proprio
mentre Casini annunciava sorridendo la sua nuova strategia, in
via del Collegio Romano, sede del ministero dei beni
culturali, Bondi firmava il decreto per mettere il vincolo
all'Agro Romano. Una notizia diffusa dal sottosegretario
Francesco Giro ma passata in sordina. Tanto che lo stesso
Bondi ha sentito l'esigenza di scrivere una lettera alla
cronaca romana del Corriere della Sera per illustrare la sua
coraggiosa azione.
Fatto sta che di colpo tra
Campidoglio, regione, costruttori si sono inseguite le
telefonate per capire il da farsi. Il vincolo posto dal
ministro non è poca cosa e va ancora capito bene se si tratta
di una chiusura totale o di un vincolo elastico. Fatto sta che
la procedura che è partita dallo scorso luglio per mano della
sovrintendente ai beni architettonici di Roma Federica Galloni
potrebbe bloccare la costruzione di un milione di metri cubi
tra via Laurentina e via Ardeatina.
Una zona che è stata a lungo oggetto
del contendere nel piano regolatore di Walter Veltroni e che
prevede un grande insediamento a Tor Marancia. Non solo,
secondo molte voci raccolte, in quella zona ci sarebbero
diversi terreni di proprietà proprio di Caltagirone. Non è
il solo ad avere proprietà in quell'area che si pensava di
grande espansione. Ci sarebbero tanti altri costruttori ma il
leader è solo uno. E anzi, alcuni suoi colleghi costruttori
lo avrebbero anche incolpato di essere il suocero del
responsabile di quel blocco.
Che si siano telefonati suocero e
genero non è dato sapere. Ma che a Casini sia arrivato alle
orecchie il malcontento della famiglia acquisita e della
grossa fetta di costruttori che rappresentano uno dei grandi
poteri romani, questo è certo. Così da una parte il comune
ha deciso di ricorrere al Tar.
Dal Campidoglio ieri l'assessore
all'urbanistica Marco Corsini ha annunciato che «in esito a
un'approfondita valutazione dell'iter seguito dal ministero
dei beni culturali per giungere all'apposizione dei vincoli
decisi dal ministro, il comune ha deciso di far valere le sue
censure avanti all'autorità giudiziaria».
Dall'altra il segretario dell'Udc
Lorenzo Cesa si è incontrato con Berlusconi per valutare la
possibilità di trovare accordi e il suo capo ha annunciato di
voler verificare ancora le condizioni di un'alleanza con il
Pdl. E in segno di buona volontà, Casini ha congelato
l'accordo in Liguria con Burlando. Un dietrofront che intanto
è valso a Bondi i complimenti del Cavaliere.
[28-01-2010] |
VITA
GENETICAMENTE MODIFICATA – LA ZARINA GIULIA MARIA CRESPI:
“AL GOVERNO E’ ARRIVATO IL DOSSIER SUGLI EFFETTI DEGLI
OGM: SONO PERICOLOSI E DANNOSI. LE MULTINAZIONALI STANNO
CORROMPENDO IL MONDO. ECCO PERCHÉ È STATO DECISO LO STOP”
- UN DOCENTE SPECIALIZZATO REPLICA: “NON CI SONO PROVE SUL
PERICOLO. CI SONO PROVE DEI BENEFICI”…
1 - «PERICOLOSI
E DANNOSI PERCHÉ È STATO DECISO LO STOP SUGLI OGM»...
Sergio Rizzo per "il
Corriere della Sera"
Ne ha per tutti, Giulia Maria Crespi.
Per le multinazionali, «più potenti dei petrolieri» che con
gli organismi geneticamente modificati «stanno corrompendo il
mondo». Per Luca Zaia, ministro di un'agricoltura «al
collasso». E per la Chiesa, che starebbe diventando, secondo
il presidente onorario del Fondo per l'ambiente italiano, il
cavallo di Troia dei terribili Ogm.
Però Zaia li ha fermati. Non è
contenta?
«Già. Nessuno ha detto il vero
motivo per cui l'ha fatto».
Lei lo sa?
"Certamente. Perché lo stesso
giorno in cui doveva essere ratificato l'accordo con le
Regioni che avrebbe dovuto diventare operativo da domani 28
gennaio la Monsanto, una delle grandi multinazionali che
producono gli Ogm, è stata costretta a pubblicare un dossier
riservato da cui risultava che animali nutriti con mais
geneticamente modificato avevano subìto gravi danni al fegato
e ai reni. Ecco la verità».
Resta il fatto che gli Ogm in Italia
sono fermi, al contrario di quanto sembra accadere in Europa.
«Resta il fatto che l'agricoltura
italiana è al completo collasso. E agricoltura vuol dire
turismo, occupazione, difesa idrogeologica. Diciamolo: finora
Zaia è stato un disastro. Si cura soltanto di prendere il
posto di Giancarlo Galan. Non si è minimamente occupato di
aiutare le aziende agricole». Come, come? «Senta, l'unica
cosa che ha fatto è stato aumentare le quote latte, facendo
un favore ai suoi leghisti».
Questo non è aiutare le aziende?
«Bell'aiuto. Così anche i Paesi
europei hanno preteso di aumentarle e ora più che mai c'è un
dramma italiano, perché la concorrenza produce a minor costo.
Infatti in Italia si stanno chiudendo stalle a più non posso.
Me lo ha detto Zaia quando è venuto a trovarmi, con due auto
blu e la scorta della Forestale. Lui è molto gentile,
simpatico, un conoscitore dell'arte. Ma mi pare che i politici
non si rendano conto della situazione».
È davvero arrabbiata.
«Sento delle cose che non vanno bene.
Anche Pier Luigi Bersani dice: va bene la sperimentazione
sugli Ogm, ma con prudenza. Con prudenza? E che cosa vuol
dire? Se il mio vicino ha il mais geneticamente modificato,
come posso impedire che la mia coltura venga inquinata dal
polline? Lo sa che il polline viene portato dai venti? Che con
il polline si arriva a contaminare anche le erbe selvatiche
della stessa famiglia, diminuendo la biodiversità? E che in
questo modo viene impoverito anche l'ambiente?».
Se le cose stanno così, non è strano
che un luminare come Umberto Veronesi abbia dichiarato che gli
Ogm «miglioreranno l'umanità»?
«Miglioreranno l'umanità? Intanto
sappiamo che in Argentina grandissime superfici coltivate con
gli Ogm sono diventate sterili. E che la Food and drugs
administration statunitense ha dato un giudizio negativo. Per
quanto riguarda Veronesi, ha detto davanti a me che con gli
Ogm si può fare agricoltura biologica, dimenticando che se
così si eliminano certi insetti come la piralide, poi ci
vogliono anche i diserbanti, i concimi, gli
anticrittogamici...»
Ma l'uomo? Che prove esistono che
facciano male alla nostra salute?
«Per saperlo con esattezza ci
vorranno trenta o quarant'anni, ne ho parlato con gli esperti.
Per il momento si privatizza un bene comune, perché il
contadino che vuole utilizzare le sementi Ogm deve pagare una
royalty a chi le produce, cioè le grandi multinazionali. Anni
fa in India ci sono stati molti suicidi di contadini falliti
perché si erano indebitati per questo e poi la siccità aveva
compromesso i raccolti. Il contadino diventa dipendente delle
potenti multinazionali, questo è il dramma».
Veronesi, ma anche Rita Levi
Montalcini. C'è chi sostiene che battaglie come la sua sono
contro il progresso. Molte scoperte mediche e scientifiche
sono avvenute forzando la natura.
«Non la insospettisce che anche la
Chiesa stia aprendo agli Ogm organizzando convegni?»
Dovrebbe?
«Senta qua. E Dio disse: la terra
produca germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la
propria specie, e alberi che fanno ciascuno frutto con il
seme, secondo la propria specie».
Cos'è?
«La Genesi. Edizione critica
ufficiale a cura di Civiltà cattolica presentata da Carlo
Maria Martini. Ora, gli Ogm che cosa sono, se non la negazione
di quel principio "secondo la propria specie", che
la Genesi attribuisce a Dio? Non so se tutti hanno chiaro che
si uniscono specie diverse: specie vegetali con specie
animali, insetti. È una cosa completamente diversa dai
cosiddetti ibridi. Si manipola la natura, e alla lunga la
natura si ribella».
Ma allora perché la Chiesa sarebbe
favorevole agli Ogm?
«Dice che contribuisce a risolvere il
problema della fame nel mondo».
Non lo dice soltanto la Chiesa.
«Mi pare una tesi un po' fasulla. Per
ora gli Ogm fanno prosperare soltanto le multinazionali.
Alcuni anni fa la scienziata ambientalista indiana Vandana
Shiva ci ha raccontato come le multinazionali sono riuscite a
imporre il brevetto sul golden rice, che era il loro cibo. La
conseguenza è che tutti adesso devono pagare le royalty. Si
stanno appropriando di brevetti in tutto il mondo».
1- «NON C'È PROVA DEI RISCHI PER GLI
UOMINI»...
Lettera al direttore del
"Corriere della Sera" da Gilberto Corbellini,
Docente di storia della medicina
Caro direttore, di tanto in tanto
riemergono nel dibattito politico italiano i famigerati Ogm.
Di cui però si discute piuttosto nel modo che illustrava bene
Totò. Cioè, «a prescindere». In particolare, dai fatti.
Non è mia intenzione ribadire puntigliosamente alcuni dati
oggettivi di cui regolarmente non tengono conto i denigratori
di una tecnologia agricola che è sicura e conveniente, e che
può convivere benissimo con le coltivazioni tradizionali e
con quelle cosiddette biologiche.
I fatti più veritieri sugli Ogm sono
largamente accessibili a chiunque non sia accecato da furore
antiscientifico e antimoderno o da interessi economici e
politici. Chi volesse conoscerli può leggere per esempio il
libro di Dario Bressanini, «Ogm tra leggenda e realtà»
(Zanichelli, Bologna, 2009). Libro che non è stato scritto da
un dipendente di Monsanto, ma da un docente universitario di
chimica.
Il ruolo dei docenti universitari nel
dibattito pubblico e nelle scelte politiche su questioni di
natura tecnico-scientifica. Ecco il punto su cui vorrei
svolgere una pacata riflessione. In quanto anch'io sono
docente universitario e ogni anno insegno a oltre trecento
studenti che, alla fine del corso, valuto per quello che hanno
appreso. Una parte di questi studia medicina e una parte
biotecnologie. Ora, la mia università mi paga uno stipendio
per insegnare quello che è stato dimostrato scientificamente
valido e che non solo in Italia ma in tutto il mondo
democratico e sviluppato si pensa servirà per affrontare e
risolvere meglio diversi problemi.
Premesso che non faccio ricerche né
insegno materie per cui posso avere un interesse personale a
parlare bene degli Ogm, tuttavia agli studenti spiego,
fornendo i dati, che non ci sono prove che gli Ogm siano
pericolosi per la salute e l'ambiente. E che ci sono, invece,
abbondanti prove del contrario. Ricordo loro che un'ingente
superficie del pianeta è ormai coltivata a Ogm, senza che ci
siano state conseguenze negative, bensì solo vantaggi
documentabili.
Spiego, inoltre, che la Costituzione
dice che non si può vietare un'attività economica se non ci
sono prove che mette a rischio persone o cose. E se non è
contraria alla moralità pubblica. Questo criterio, cioè la
libertà d'impresa, è stato peraltro uno dei motori del
progresso economico in occidente. Insegnare a degli studenti,
in merito agli Ogm, cose che vengono avversate ideologicamente
o politicamente, anche con grande enfasi mediatica, è
un'esperienza particolare.
Gli studenti chiedono come mai, se le
cose stanno come io dico e soprattutto come pretendo che mi
riportino all'esame, altrimenti non lo passano, i ministri del
governo italiano e quasi tutti gli opinion maker, che scrivono
sui giornali e vanno in tv, possono affermare il contrario. E
avverto che a qualcuno non va giù, soprattutto se si è fatto
una sua idea dell'argomento, di dovermi riportare i fatti e
non le sue opinioni personali. L'esperienza appena descritta a
proposito degli Ogm non è qualcosa di eccezionale per chi fa
ricerca e insegna in Italia.
Da noi si pagano (poco rispetto agli
altri Paesi occidentali) migliaia di persone per fare studi
internazionalmente competitivi, e insegnare ciò che è
scientificamente valido. E ciò allo scopo di sviluppare
capacità utili per promuovere lo sviluppo economico e
sociale. Ma poi chi governa ignora, quasi regolarmente, i
risultati e le indicazioni di questa attività. Anzi, non
raramente decide in direzione opposta.
[28-01-2010] |
VALORI
ROMANI - MODESTA PRESENTAZIONE DA PARTE DEL PAPALINO Gotti
Tedeschi DEL NUOVO libro di ELIA Valori: “Una enciclica
laica, la seconda enciclica del 2009 dopo quella del Papa” -
IL DIRETTORE DI RADIOCOR FABIO TAMBURINI PRESENTA IL SUO LIBRO
CON CUNEO E RICICCIA Valori: "Fare speculazioni
finanziarie è apparentemente piu’ facile che fare il
mestiere di banchiere. Anche perchè l’economia in nero,
sommata a quella in grigio, ha dimensioni davvero imponenti:
ogni anno rappresenta circa la stessa massa di liquidità del
sistema petrolifero"....
Giancarlo Elia Valori in gran forma
alla presentazione del libro "Wall Street: la
stangata", che si è tenuta a Roma, presso il ristorante
Margutta. Valori e Fabio Tamburini, direttore dell'agenzia di
stampa Radiocor, autore del volume insieme a Gianfilippo
Cuneo, consulente d'impresa e gestore di fondi di private
equity, si sono scambiati i ruoli nel giro di pochi giorni.
VAlori - Celebrazione Premiazione di
Napolitano -
Tamburini ha presentato lunedì a
Parma l'ultimo libro di Valori, "Il futuro è già
qui". Valori, personaggio eclettico e ben conosciuto,
presidente di Sviluppo Lazio, ha ricambiato la cortesia il
giorno dopo, durante la serata romana. A Parma erano presenti
come relatori, oltre a Tamburini, il presidente della banca
vaticana Ior, il presidente di Allianz Enrico Cucchiani, il
presidente di Banca Imi Emilio Ottolenghi, il presidente degli
industriali di Parma Daniele Pezzoni, il sostituto procuratore
del Tribunale di Parma Lucia Russo (quella che si occupa dei
processi Parmalat). La presentazione si è tenuta a Palazzo
Soragna, presso l'Unione parmense degli industriali.
Parma è stata l'occasione per parlare
di geopolitica, etica e crisi economica. Da segnalare almeno
tre battute. Cucchiani ha detto: "Elia Valori è l'unico
in grado di affrontare trasversalmente argomenti globali
ottenendo quella sintesi efficace che sola può dare vita ad
una nuova strategia". Secco il giudizio di Gotti Tedeschi
sul libro di Valori: "Una enciclica laica, la seconda
enciclica del 2009 dopo quella del Papa": Per Tamburini
"Elia Valori va considerato l'antesignano dei rapporti
tra la Cina e l'Italia".
A Roma, invece, alla presentazione del
libro di Cuneo e Tamburini erano presenti, oltre a un numeroso
gruppo di giornalisti un po' di tutte le testate, Massimo
Calearo (imprenditore e parlamentare del Partito democratico)
e Celestina Tinelli (avvocato di Reggio Emilia, esponente
laico del Consiglio superiore della Magistratura in quota al
Partito democratico).
O
"I banchieri devono tornare a
fare il loro mestiere vero che non e' quello di emettere e
collocare titoli a copertura dei loro rischi da rifilare a
clienti ingenui oppure troppo furbi ma di prestare denaro alle
imprese", ha detto Valori, cogliendo l'occasione per
bacchettare le banche. Nel corso dell'incontro conviviale,
organizzato dal Cenacolo, gli appuntamenti mensili promossi da
Marco Antonellis, e' emerso come, dopo la stangata numero uno,
quella andata in scena a partire dal luglio 2007, e'
prevedibile una stangata numero due.
Lo hanno detto sia Tamburini sia
Cuneo, secondo cui la ragione e' semplice: dopo la grande
paura l'intero sistema finanziario, a partire dagli Stati
Uniti, e' tornato a funzionare esattamente come prima.
"Sono di nuovo in corso operazioni finanziarie e
speculative su larga scala" ha detto Tamburini,
sottolineando il ruolo delle tre grandi banche d'affari
americane superstiti, e cioe' Goldman Sachs, Jp Morgan, Morgan
Stanley.
E Cuneo ha aggiunto: "E' esploso
il mercato delle obbligazioni ad alto rischio e a rendimenti
altrettanto elevati. E' un mercato che non ha senso e, se non
sara' in grado di assorbire i titoli in circolazione,
arrivera' una nuova, grande crisi". Lanfranco Pace (del
Foglio) gli ha chiesto previsioni sui tempi. Domanda a cui
Cuneo ha dato una risposta non reticente: "Puo' essere
questione perfino di pochi mesi", ha detto.
Interessante una battuta di Valori:
"Fare speculazioni finanziarie e' apparentemente piu'
facile che fare il mestiere di banchiere. Anche perche'
l'economia in nero, sommata a quella in grigio, ha dimensioni
davvero imponenti: ogni anno rappresenta circa la stessa massa
di liquidita' del sistema petrolifero".
[28-01-2010] |
|
ANDREOTTI,
SONO IN SENATO E ... IN BUONA SALUTE
(ANSA) -
"Leggo con stupore la notizia di un mio presunto ricovero
in ospedale. Ma in questo momento sono in Senato e
compatibilmente con l'anagrafe ... in buona salute": é
la smentita del senatore a vita Giulio Andreotti, condita con
la consueta ironia, alle voci che lo avrebbero voluto
ricoverato in ospedale
29-02-10 |
LETTERE,
SMENTITE & PRECISAZIONI - l'Ambasciatore Giuliomaria
Terzi di Sant'Agata CI SCRIVE: "La lettera
richiamata e pubblicato all'interno della notizia
apparsa sui Portale Dagospia.com a far data dallo scorso
22 gennaio 2010 contiene fatti distorti ed infondati
nonché falsità e menzogne nei confronti del
sottoscritto ed è pertanto stata oggetto di una
denuncia-querela per diffamazione, ingiuria e
calunnia"...
Riceviamo e pubblichiamo:
Oggetto:
Ambasciatore
Giuliomaria Terzi di Sant'Agata -
Notizia del 22 gennaio 2010 Precisazioni
Gentilissimo
Direttore,
Le
scrivo con riferimento alle notizie apparse a decorrere
dal 22 gennaio 2010 sul Suo Portale giornalistico, per
significarLe che l'Ambasciatore Giuliomaria Terzi di
Sant'Agata intende, per il mio tramite, formulare le
seguenti precisazioni riguardo ai contenuti ivi
riportati, ponendoLe gentile richiesta di una
pubblicazione in merito:
"La
lettera richiamata e pubblicato all'interno della
notizia apparsa sui Portale Dagospia.com a far data
dallo scorso 22 gennaio 2010 contiene fatti distorti ed
infondati nonché falsità e menzogne nei confronti del
sottoscritto ed è pertanto stata oggetto di una
denuncia-querela per diffamazione, ingiuria e calunnia,
da me presentata il 16 novembre 2009 - non appena sono
venuto a conoscenza della suddetta missiva - nei
confronti della Signora Gianna Gori (indicata
nell'articolo come Marchesa Terzi di Sant 'Agata) e
dell'avvocato della medesima.
Nella querela ho ampiamente documentato che:
-
sin dal 2004 sono separato di fatto dalla suddetta
Gianna Gori;
-
ho intrapreso da ben quattro anni una procedura di
separazione giudiziale, sulla quale il Tribunale di Roma
si è espresso sin dal luglio 2006, mentre è in corso
di emissione il provvedimento finale, a definizione
della causa;
-
risiedo a Washington - e già prima a New York e a Roma
- per svolgere le mie funzioni istituzionali, con i miei
figli nati il 21 aprile 2008 e la loro mamma,
-
infine, tale situazione è stata da me sempre
rappresentata, in piena trasparenza, in tutti gli atti
pubblici e privati.
Aggiungo
che il procedimento penale avviato a mezzo della
surriferita denuncia-querela è già al vaglio della
Procura della
Repubblica presso il
Tribunale di Roma.
Sentitamente.
Giulio
Terzi di Sant'Agata"
Certa
che vorrà tener conto di quanto sopra precisato dal mio
assistito, La saluto cordialmente,
Avv.
Nuccia Colosimo
RISPOSTA
Prendiamo atto delle suddette considerazioni e
precisazioni e provvediano a eliminare dall'archivio del
sito l'articolo in oggetto riguardante.
[27-01-2010]
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CORONA
DI SPINE - "QUESTO PROCESSO POTREBBE FARE STRAGE DI
AGENZIE FOTOGRAFICHE E GIORNALISTI, DIMOSTRA CHE QUELLA
DEI “RITIRI” DI IMMAGINI SCOTTANTI ERA UNA PRATICA
SEGUITA DA MOLTI, NON UN METODO CRIMINALE BREVETTATO DAL
SOTTOSCRITTO" - "IL 29 DICEMBRE SCORSO HO
MANDATO A DE BORTOLI DUE PAGINE IN CUI RACCONTAVO LE
AVVENTURE PARIGINE DI LAPO E IL SALVATAGGIO DI
SIGNORINI, UNO DEI PIÙ IMPONENTI RITIRI NELLA STORIA
DEL GIORNALISMO GOSSIPPARO ITALIANO"....
Giuseppe
Fumagalli-Alessandro Penna per Oggi
- edizione in edicola da mercoledì
Quando,
alle ore 18 di mercoledì 20 gennaio, Fabrizio Corona
entra nella redazione di Oggi, fai fatica a
riconoscerlo. È rilassato, lucido, in forma e di
un'allegria misurata, senza tracce di sfrontatezza.
Apprende in diretta, insieme con noi, di essere stato
prosciolto dall'accusa di associazione a delinquere che
ancora pendeva a Potenza, ultimo strascico della madre
di tutte le Vallettopoli.
Ma
non è un processo che si chiude a metterlo di
buonumore. È un processo che si apre. A Milano, e «guidato»
dallo stesso Pm che per lui aveva chiesto 7 anni e due
mesi di carcere per estorsione: Frank Di Maio. Sotto la
lente del magistrato i tre tasselli che componevano il
«metodo Corona»: vip, foto sconvenienti, ricatti per
non farle uscire sui giornali. Solo che, in questo caso,
Fabrizio non ha la parte dell'imputato. «Diciamo che
sono una persona molto informata sui misfatti», gongola
lui.
«NON SONO UN PENTITO»
«In
molti hanno scritto che mi sono presentato
spontaneamente nell'ufficio di Di Maio. È una bugia
messa in giro da chi vuole farmi passare per ciò che
non sono: un pentito. Però non nego di essere
felicissimo di aver fatto due chiacchiere con il
magistrato. Perché questo processo, che potrebbe fare
strage di agenzie fotografiche e giornalisti, dimostra
che quella dei "ritiri" di immagini scottanti
era una pratica seguita da molti, non un metodo
criminale brevettato dal sottoscritto.
Con
una differenza: io vendevo foto, e quindi facevo il mio
lavoro sia se le piazzavo ai giornali sia quando le
offrivo alle "vittime" per farle sparire. Al
centro di questo nuovo casino giudiziario ci sono tante
agenzie che lavoravano esattamente come me. Ma ci sono
anche direttori di giornale, come per esempio Alfonso
Signorini. Il loro lavoro imporrebbe un'alternativa
secca: pubblicare o non pubblicare certe immagini.
Invece c'è chi le trattiene, le usa per rafforzare il
suo potere e fare un favore agli amici».
INTANTO IN PROCURA...
Mentre
Corona inizia la sua «requisitoria», al quinto piano
del Tribunale di Milano davanti all'ufficio numero 28
della Procura della Repubblica c'è ressa. Hanno già
sfilato due noti paparazzi romani, Maurizio Sorge e Max
Scarfone. È passata Carmen Masi, titolare dell'omonima
agenzia fotografica. Ha deposto Massimiliano Fullin,
imprenditore già coinvolto nella Vallettopoli
potentina. Sono i primi quattro indagati di un'inchiesta
che lievita di ora in ora. Sulla scrivania del pubblico
ministero Di Maio ci sono una ventina di fascicoli: casi
di «ritiri» di foto imbarazzanti scattate a personaggi
del mondo dello spettacolo e della politica.
Per
molti di questi scoop, mai pubblicati, sono state pagate
cifre astronomiche. Tra i reati in ballo: estorsione e
ricettazione. Dalla Procura non filtra niente. Ma fonti
attendibili indicano a Oggi la probabile sequenza delle
indagini: per prime (e molto presto) verranno inquisite
le agenzie fotografiche. Poi potrebbe toccare ai
direttori di giornale. Il passo successivo, se ci sarà,
punterà più in alto ancora, nel mondo della politica e
del business. I tempi potrebbero essere brevi.
L'inchiesta
non è «giovane»: è nata nel gennaio 2008, per caso,
come costola di un'inchiesta su un giro di coca nella
Milano bene. Per un paio d'anni ha avanzato a tentoni,
«dormicchiato». Poco dopo Natale, l'accelerata.
Proprio per «colpa» di Corona...
QUEL SERVIZIO DI LAPO
Corona,
cosa c'entra lei con questa storia? Perché Di Maio l'ha
chiamata?
«Per
due ragioni. La prima: il 26 dicembre scorso intercetta
una telefonata tra me e il fotografo Maurizio Sorge. Io
sono in vacanza a Cortina con Belen, lui è furibondo.
Mi grida: "Fabbrì, è uno scandalo. Signorini
[direttore di Chi e Tv Sorrisi e Canzoni, ndr] ha
ritirato le foto di Lapo". Poi mi dice quanto
avrebbe scucito, Lapo, per quelle foto: 300 mila euro».
Di che immagini si tratta?
«Sono
foto scattate al Bois de Boulogne, il parco di Parigi.
Ritraggono il solito soggetto e il solito vizio: Lapo
che va a trans. Non ha mai smesso di andarci, è per
questo che la cugina l'ha lasciato».
Chi ha scattato quelle foto?
«I
paparazzi di un'agenzia francese, che poi le ha passate
alla Unopress, il cui titolare, Tonino Di Filippo, è un
grande amico di Signorini. E Signorini quelle immagini
non le ha nemmeno fatte passare dal suo giornale. Le ha
bloccate e ha avvisato Lapo della loro esistenza. Lo
schema è semplice: Lapo paga, l'agenzia incassa, e
anche Signorini ha il suo tornaconto: come minimo fa una
gran figura con
il piccolo
Elkann, che poi magari gli concede un'intervista
esclusiva. Uno schema ripetuto altre volte. Quasi un
sistema. Il "metodo Corona", in confronto, è
roba da educande».
Si rende conto della gravità di queste
affermazioni? Ha le prove di quello che dice?
«Ce
le ho, io. E ce le ha anche la procura. Usciranno al
momento giusto».
Copyright
Pizzi
Non ci ha detto la seconda ragione della visita
al pubblico ministero Di Maio.
«A
Di Maio era giunta voce che avessi scritto una lettera
al Corriere della Sera. Voce fondata. Il 29 dicembre
scorso ho mandato al direttore Ferruccio de Bortoli due
pagine in cui raccontavo le avventure parigine di Lapo e
il salvataggio di Signorini, uno dei più imponenti
ritiri nella storia del giornalismo gossipparo italiano.
E facevo una riflessione».
Quale?
«Mi chiedevo come mai il "testimone"
Signorini, che nel processo a mio carico aveva detto di
non conoscere e di non aver mai usato la pratica dei
"ritiri", potesse usare il "metodo
Corona" senza finire nel mirino della giustizia. E
lo stesso vale per giornalisti e agenzie che hanno
sostenuto la medesima versione. Mi chiedevo perché io
sia stato sbattuto in carcere e condannato a quasi 4
anni di galera e loro vengano invece glorificati, godano
di vantaggi e di potere, passeggino liberi e
incensurati. Alla lettera, poi, allegavo l'offerta di un
servizio fotografico: Lapo che va a trans a Milano, in
Ferrari gialla. Sono scatti che hanno una storia
interessante».
I DUBBI DEL "CORRIERE"
Il
racconto di Corona è confermato. Il Corriere della Sera
ha ricevuto la lettera il 30 dicembre scorso. A quella
data ancora nulla era trapelato dell'inchiesta del
pubblico ministero Di Maio.
Dal quotidiano di via Solferino, in ossequio alle regole
del miglior giornalismo, hanno risposto che la lettera
poteva essere pubblicata solo dopo aver dato la parola
anche agli altri protagonisti della vicenda: Lapo Elkann
e Alfonso Signorini. Oppure in presenza di un esposto
alla Procura della Repubblica.
In pratica: solo se quella lettera fosse diventata una
notizia verificabile e «dibattuta». Fabrizio rifiuta,
il Corriere della Sera non pubblica.
IL
RUOLO DI "CHI"
Corona,
ci spieghi perché ci teneva tanto a far uscire questa
storia.
«Quando Sorge mi ha parlato del ritiro delle foto di
Lapo Elkann mi è sembrato di sognare. Avrei voluto
lanciare un messaggio alla nazione a reti unificate.
Scrivere una lettera al più importante quotidiano
italiano era il minimo che potevo fare. Dopo tutte le
menzogne che sono state dette sul mio conto, volevo che
si sapesse come vanno davvero le cose».
Ce l'aveva con qualcuno?
«Certo
che ce l'ho con qualcuno. Come faccio a non avercela con
Lapo? Con una condanna a sette anni di galera che mi
pendeva sulla testa, è venuto in tribunale a dire che
avevo mercificato la sua tragedia. E l'agenzia che lo ha
beccato a Parigi, allora? Quella non ha mercificato
perlomeno la sua imprudenza? Lì però Lapo non ha fatto
una piega. Zitto, zitto, ha scucito 300 mila euro e ha
ritirato le foto».
E come la mette con Alfonso Signorini?
«Non
ce l'ho con Signorini, perché allo stesso modo si
comportavano molti altri. Ma quello che lui ha detto in
tribunale non sta né in cielo né in terra. Mai fatto
un ritiro, ha detto. Ragazzi, che coraggio! E adesso il
suo nome salta fuori per il video di Piero Marrazzo, poi
sul caso Lapo e su tutta una serie di scoop pagati e
fatti sparire dalla circolazione».
ALL'ATTACCO
Già, il caso Marrazzo è davvero esemplare. Il video
dell'ex governatore del Lazio con una trans era stato
rifiutato da alcuni giornali, tra i quali Oggi. Ma poi,
il 5 ottobre, è stato portato a Chi. E Signorini,
trattenendone una copia, ha cominciato a «gestirlo»,
telefonando a destra e a manca, prima di essere
interrotto dall'intervento dei Ros dei carabinieri
(tutto risulta a verbale dalle parole dei testimoni).
Corona
è all'attacco, durissimo e determinatissimo. Ma Frank
Di Maio procede coi piedi di piombo. Fonti del Palazzo
di giustizia di Milano dicono che il peso e il ruolo di
Signorini è ancora tutto da definire. Aggiungono, però,
che è sicuramente rilevante per chiarire la dinamica
dei fatti (Signorini, dal canto suo, ha dichiarato la
sua «assoluta estraneità» e ha rivendicato «totale
trasparenza e correttezza»).
LE VITTIME VIP
Su una ventina di scoop al vaglio del magistrato, pare
che il direttore di Chi sia ben informato almeno su una
buona metà.
Nei fascicoli di Di Maio, comparirebbero fra gli altri
come possibili vittime di intrusioni nel privato: il
vicepresidente del Milan Adriano Galliani; la signora
Briatore, Elisabetta Gregoraci e Stefano Bettarini; la
showgirl Simona Ventura; il tronista Francesco Arca; il
ministro della Giustizia Angelino Alfano; il regista
Leonardo Pieraccioni; il finanziere Stefano Ricucci; e
anche la conduttrice di Verissimo e fidanzata di Pier
Silvio Berlusconi, Silvia Toffanin, per la quale si
parla addirittura di tre servizi.
Corona, tutti servizi passati sul tavolo di
Signorini?
«Non
mi meraviglierei. Signorini, attraverso il suo giornale,
è quello che paga più di tutti e tutto passa sul suo
tavolo. Il fotografo o l'agenzia che hanno uno scoop
prima lo portano a lui. Al centro del sistema c'è lui e
attorno a lui ruota tutto il gossip. E non è un
semplice interesse editoriale. Oggi Signorini è il
burattinaio del teatrino che forse più diverte e
appassiona Berlusconi. Ed è questo il nocciolo della
questione. Al centro della nuova Vallettopoli non ci
sono ritiri ed estorsioni. C'è il gossip come mezzo di
controllo della vita del Paese. Dalla politica
all'economia, se hai in mano delle foto importanti puoi
controllare tutto quello che vuoi».
IN
TRIBUNA D'ONORE
Va giù
pesante, Corona. Dopo l'assoluzione di Potenza, non le
converrebbe concentrarsi sul processo d'appello, per
cancellare anche la condanna in primo grado a 3 anni e 8
mesi?
«Non ce la faccio. È una questione di principio. So di
essere innocente. Ma a questo punto sarei anche disposto
ad andare in galera. Però come vicini di cella voglio i
fotografi, i proprietari di agenzie e i giornalisti, che
hanno partecipato al tiro al bersaglio su di me per
coprire le loro magagne».
Non teme di danneggiare la carriera televisiva
della sua fidanzata Belen Rodriguez?
«Belen
è un'artista affermata e una grande professionista. Non
saranno le mie vicende a danneggiarla. Io vado avanti.
Hanno cercato in tutti i modi di distruggermi. Non ce
l'hanno fatta. Sono stato assolto a Potenza e lo sarò
anche a Milano. Quel che ho sempre sostenuto adesso è
sotto gli occhi di tutti. Lo spettacolo è appena
cominciato e intendo godermelo fino in fondo. Ho un
posto in tribuna d'onore e faccio il tifo per Frank Di
Maio».
"OGGI"
SQUADERNA L'INFOJATO TRANS-LAPO IN AZIONE A MILANO (IN
PIENO GIORNO!) - IL PORTFOLIO
MAI PUBBLICATO DI MAX
SCARFONE: NEL
2007 A
ROMA SCATTÒ FOTO DELL’ALLORA DIRETTORE DEL CORRIERE
DELLA SERA MIELI IN COMPAGNIA DI UNA GIOVANE DONNA. IN
UN ALTRO SERVIZIO PAOLINO È CON DARIA BIGNARDI. NEL
2008 CI SONO LE FOTO DI MICHELE SANTORO CHE VIENE "PAPARAZZATO"
CON BEATRICE BORROMEO
1 - LAPO VA A TRANS IN FERRARI GIALLA
Umberto
Brindani per Oggi - edizione in edicola da
mercoledì
Le
immagini che vedete in queste pagine rappresentano
alcuni scatti, i più significativi, dell'ormai famoso
servizio fotografico su Lapo Elkann in
viale Monza
a Milano. Una paparazzata di cui giornali, Tg e siti
vari parlano (e favoleggiano) da giorni. Si tratta di
foto assolutamente inedite. Qui di seguito cerchiamo di
spiegare perché, avendole rifiutate qualche mese fa,
ora abbiamo deciso che era necessario acquisirle e
pubblicarle.
Tutto
comincia nel giugno dell'anno scorso, quando si presenta
in redazione, accompagnato da un collaboratore, il
titolare di una piccola agenzia fotografica. Ha l'aria
del gatto che ha mangiato il topo. «Lapo ci è
ricascato», dice. E spiattella sul tavolo una trentina
di foto. Esterno giorno: vi si vede il portone di un
palazzo della periferia milanese, a pochi passi dal
quale è parcheggiata una incongrua e vistosissima
Ferrari F430 colore giallo canarino.
Poi
ci sono scatti mossi e sfuocati di un paio di personaggi
che vanno e vengono («Sono transessuali»). Scale
interne, porte di appartamenti, abitanti del condominio
che mostrano trionfanti foto della fuoriserie sul
telefonino. Alla fine, in notturna, l'uscita precipitosa
e la fuga in Ferrari di un personaggio che, sì, sembra
proprio Lapo. È vestito "da Lapo", con tanto
di cappelluccio. È Lapo.
Secondo
i due venditori, la scenetta risale al giorno prima.
Raccontano che nel palazzo c'è l'appartamento di un
trans che il giovane Elkann frequenterebbe da mesi,
tanto che tutto il condominio ne sarebbe al corrente (di
qui le foto sui cellulari). È uno scoop, che
documenterebbe la «ricaduta» dell'imprenditore nelle
frequentazioni del 2005. I due vogliono vendere il
servizio, per una cifra né modica né esagerata.
Noi
ci riflettiamo e decidiamo di non farne niente. Oggi è
un settimanale familiare, le storie inutilmente scabrose
non fanno per noi. Quelle foto, in quel momento, nulla
aggiungono a ciò che già si sa di un uomo e delle sue
debolezze. Non c'è nessuna rilevanza sociale o di
denuncia, sarebbe solo un'indebita intrusione nella
privacy di una persona. Oltretutto sono foto che, di per
sé, non dimostrano assolutamente nulla, se non che Lapo
Elkann possiede una Ferrari gialla ed esce da un
portone. O almeno così pensiamo.
Restituiamo
il servizio all'agenzia fotografica, senza farne copia e
senza farne successivamente parola con nessuno, come
riteniamo sia nostro dovere in casi come questo. Ci
siamo comportati nello stesso modo con il video di
Marrazzo, ci comportiamo sempre così: questa direzione
o pubblica o «dimentica», senza «usare» in modi
impropri i materiali o le notizie di cui viene a
conoscenza.
Passa
il tempo. Pochi giorni fa sbuca da noi in redazione
Fabrizio Corona. Fra le altre cose, dice di aver portato
al Pm Frank Di Maio, che indaga sul nuovo filone di
Vallettopoli, il servizio su
viale Monza
di cui nel frattempo è entrato in possesso (perché uno
degli autori ha ricominciato a collaborare con lui). E
ce lo offre di nuovo.
A
questo punto le circostanze cambiano, e cadono le
ragioni che mesi fa ci convinsero a non pubblicare. La
notizia dell'esistenza di queste foto (oltre a quelle
che ritrarrebbero Lapo a Parigi e che non abbiamo mai
visto) è diventata di dominio pubblico, anche se non
risulta che esse siano state usate a fini di estorsione.
La
magistratura indaga e ora, con ogni evidenza, tutte le
foto sono diventate una notizia. Ci sembra ovvio che,
stavolta, non possiamo esimerci dal mostrarne alcune, se
non altro per completezza dell'informazione e per
sgombrare il campo da possibili strumentalizzazioni. Le
«misteriose» immagini di cui si parla da giorni sono
queste: ai lettori il giudizio sulla loro rilevanza.Foto
e ricatti,
2 - IL PORTFOLIO
MAI PUBBLICATO DI MAX
SCARFONE: NEL
2007 A
ROMA SCATTÒ FOTO DELL'ALLORA DIRETTORE DEL CORRIERE
DELLA SERA MIELI IN COMPAGNIA DI UNA GIOVANE DONNA. IN
UN ALTRO SERVIZIO PAOLINO È CON DARIA BIGNARDI. POI C'È
SANTORO CHE VIENE "PAPARAZZATO" CON LA
BEATRICE BORROMEO
Giuseppe
Guastella
per il Corriere
della Sera
Riparte
dai testimoni e dalle vittime delle presunte estorsioni
a colpi di clic l'inchiesta sui fotoricatti. Ieri, il
sostituto procuratore Frank Di Maio ha sentito un teste
in un luogo riservato dopo la decisione di sottrarre le
indagini ai riflettori della stampa. Al via le
convocazioni dei protagonisti, a cominciare dal
direttore del settimanale «Chi» Alfonso Signorini che
è al centro di alcuni ritiri di foto sotto inchiesta.
Tra
i possibili testimoni, ci sono giornalisti,
imprenditori, registi e attrici che avrebbero
beneficiato di ritiri. Sorpresi in situazioni
imbarazzanti dai paparazzi, non sono finiti sui
giornali. A volte pagando, altre no. A parlare di loro
è Fabrizio Pensa, il paparazzo Bicio grande accusatore
di Corona, il quale ha ripetuto e arricchito
dichiarazioni già fatte al pm di Potenza Woodcock.
Verbale che ha causato per Corona l'accusa di corruzione
per i 4.000 euro dati a un agente che, quando era a San
Vittore, gli consegnò in cella una macchina
fotografica.
Di
Maio affronta subito l'argomento ritiro, pratica usuale
per Corona, sostiene Pensa. Ma Corona, anche nel
processo Vallettopoli in cui è stato condannato a 3
anni e 8 mesi per tre estorsioni tentate e una riuscita,
ha sempre sostenuto di aver ritirato foto per fare
favori agli amici. Secondo Bicio, Corona aveva un
archivio dei ritiri, con i files e la documentazione dei
pagamenti, che considerava la sua pensione per la vita e
che sarebbe sfuggito alla magistratura. «Nessun
archivio nascosto, tutto è stato sequestrato. Non ci
sono segreti», ribatte Giuseppe Lucibello, l'avvocato
che oggi difenderà Corona a Torino nell'udienza
(imputato anche Pensa) per la presunta estorsione ai
danni del calciatore Trezeguet.
Fu
Massimiliano Scarfone, il paparazzo della Photo Masi
(indagato) a scattare tra settembre e ottobre
2007 a
Roma foto
dell'allora direttore del Corriere della Sera Paolo
Mieli in compagnia in un ristorante di una giovane
donna. Pensa dichiara di non sapere se ci fu un
tentativo di vendita o no. In un altro servizio il
giornalista è fotografato con la collega Daria
Bignardi. Poi c'è il conduttore di Annozero Michele
Santoro che nella primavera 2008 viene «paparazzato»
da Scarfone a Roma con la collega Beatrice Borromeo,
nulla di pubblicato.
Quindi,
nello stesso periodo, Lapo Elkann con Arianna Matteuzzi,
ex di Valentino Rossi, di fronte a un ristorante
milanese. Elkann avrebbe voluto acquistare in loco e al
doppio le foto, ma non ci riuscì. Le immagini furono
proposte dalla Photo Masi a una serie di testate, ma
nessuna le accettò o comunque le pubblicò. Altro
ritiro riguarda Stefano Ricucci. L'immobiliarista romano
sfrecciava per Milano su un'auto munita di lampeggiante
con l'attrice Natalia Bush.
Pensa
voleva da «Chi» 40.000 euro. Non ebbe nulla. Propose
le foto all'interessato in cambio di un servizio «posato
» e di un'intervista che furono pubblicati da un
settimanale. Quindi il servizio mai uscito su Barbara
Berlusconi, figlia minore del Premier, che nel marzo
2007 incontrava un giovane che in passato era stato
arrestato per droga. Pensa riferisce di aver venduto le
foto per 10 mila euro a «Chi», ma sul settimanale il
giovane fu descritto solo come un amico. Infine, torna
la storia delle foto di Leonardo Pieraccioni e Laura
Torrisi immortalati alle Maldive. Fu pubblicato un
servizio «posato» che, sospetta Pensa, sostituì
audaci foto rubate.
[26-01-2010]
Sputtanopoli
s’ingrossa! - Saltano fuori pure le foto di Ale-danno
con lo showgirl Eleonora Daniele, fatte sparire con la
spesa di “una cifra ragguardevole” - Il sindaco
ribatte: “Balla colossale. La Daniele collaborava con
me al ministero dell’Agricoltura e continua a farlo al
Comune” - La trans-ferta parigina di Lapo costata
220mila euro e non 300. 200mila euro per salvare la
piersilvia Toffanin - corona consuma la sua vendetta
contro signorini:....
Davide Carlucci per "La
Repubblica"
«Ci sono direttori di giornali, come per esempio
Alfonso Signorini: il loro lavoro imporrebbe
un'alternativa secca, pubblicare o non pubblicare certe
immagini. Invece c'è chi le trattiene, le usa per
rafforzare il suo potere e fare un favore agli amici».
L'attacco
di Fabrizio Corona al direttore di "Chi" e
"Sorrisi e Canzoni Tv" è diretto. Affidato a
un'intervista, pubblicata dal settimanale
"Oggi", in edicola da stamattina, nella quale
è riportato anche un altro passaggio, per il quale
Signorini annuncia querela nei confronti di Corona e del
settimanale.
Quello
in cui Corona dice, a proposito del ritiro delle foto di
Lapo a Parigi in compagnia di una trans, che «Signorini
quelle foto non le ha nemmeno fatte passare dal suo
giornale. Le ha bloccate e ha avvisato Lapo della loro
esistenza». In realtà, assicurano fonti vicine a
Signorini, la Mondadori sarebbe stata, in questa come in
altre occasioni, messa a conoscenza di tutto.
Lo
scontro tra Corona e Signorini avviene in un momento in
cui si moltiplicano le voci su nuovi ritiri dal mercato
del gossip di foto imbarazzanti. Tra le vittime illustri
ci sarebbero il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e
Adriano Galliani. Nel primo caso, in particolare, per
far sparire immagini compromettenti dalle pagine dei
giornali sarebbe sfata pagata una cifra ragguardevole
per evitare
la pubblicazione
di foto che lo ritraevano con la showgirl Eleonora
Daniele.
«È
una balla colossale, non so di che cosa si stia parlando
- replica Alemanno - Non ho mai pagato neanche un euro,
perché non mi sono state mai offerte foto del genere,
che non potevano esistere. Non sono mai stato ricattato.
Conosco la Daniele, che collaborava con me quando ero
ministro dell'Agricoltura per la presentazione di alcune
iniziative ed ha continuato a farlo al Comune di Roma in
manifestazioni di solidarietà. Tutto il resto è una
diceria, come ce ne sono tante».
Sarebbe
costata 220mila euro, invece - e non 300mila - la somma
pagata da Lapo Elkann per neutralizzare lo scandalo
parigino. Per Silvia Toffanin, l'attuale compagna di
Pier Silvio Berlusconi, ne sarebbero stati pagati
200mila. E,
secondo il
racconto dei testimoni - tutto da verificare -
l'operazione sarebbe stata gestita dall'imprenditore
veneto Massimiliano Fullin, il quarto indagato
nell'inchiesta aperta dal pm Frank Di Maio.
L'avvocato
che lo assiste, Renato Alberini, non vuole entrare nel
merito di nessuna delle ipotesi che circolano in questi
giorni. E ieri ha chiesto al pm la fissazione
dell'interrogatorio. La procura di Milano sembra voler
proteggere la sua indagine dal clamore mediatico e dal
rischio che alimenti un gossip al cubo, inquinando le
prove e minacciando la reputazione delle persone
coinvolte.
Gli
investigatori, insomma, non vogliono «inseguire voci»
ma solo basarsi su un numero limitato di casi concreti
da verificare: negli interrogatori di questi giorni,
infatti, si è parlato anche di ritiri dei quali i
paparazzi non sarebbero stati testimoni diretti. Per
questo i magistrati vogliono prendere una pausa per
valutare gli atti raccolti finora.
Dalle
Maldive, dove si trova, Corona vive però questo come il
momento della sua rivalsa: «Da quel che sta emergendo
in quest'indagine - dice - ci sono almeno tre buoni
motivi per chiedere la custodia cautelare in carcere,
per evitare la reiterazione del reato, di diverse
persone. Come hanno fatto per me». Quanto
all'"archivio segreto" è «pronto a
consegnarlo» al pm. Ieri Corona non si è presentato
per l'interrogatorio nel processo di Torino che lo vede
imputato per estorsione ai danni di Trezeguet.
[27-01-2010]
|
AL
PARTY ELETTORALE IN ONORE DELLA POLVERINI, STARRING IL
MINISTRO LA RISSA - TRASFORMANDO MANGANELLO E OLIO DI
RICINO IN PAROLE DI FUOCO, COSì SI è SCAGLIATO VERSO I
FRATELLI PIZZI: "DOVETE FOTOGRAFARE QUANDO LO DICO
IO!” - (VA PRECISATO CHE I NOSTRI PIZZI NON ERANO
VESTITI DA MILITARI Né 'EMBEDDED') - "
IL FATTO
" ROVESCIA LA POLVERINI E SI RITROVA DAVANTI ALLA
FURBETTA DEL PALAZZO - LADY UGL HA MENTITO IN UN ATTO
PUBBLICO ED EVASO 19MILA NELL’ACQUISTO DELLA CASA -
DICEVA: “A DIFFERENZA DELLA BONINO, SONO L’UNICA A
RISCHIARE L’UNICA POLTRONA” - INVECE LA FURBETTA
RENATA È ANCORA SEGRETARIA DELL’UGL E, SE VOLESSE,
POTREBBE ESSERLO ANCHE NEI PROSSIMI QUATTRO ANNI -
1 - FOTO E LETTERA DI UMBERTO E MARIO PIZZI DA
ZAGAROLO
Caro Dago, ci risiamo. Un nostro ministro (per mancanza
di prove) della nostra beneamata Republica, il signor
Ignazio La Russa, detto La Rissa,
visto il
modo di comportarsi con
la stampa
ed in special modo con i fotografi, non ha perso
l'occasione di farsi riconoscere.
L'altra
sera in casa del boss della farmacie romane Vincenzo
Crimi, in occasione di una cena elettorale in onore di
Renata Polverini, al suo arrivo, scortato da Claudio
Lotito, così 'Gnazio strazio si è rivolto verso di
noi. Rovesciando gli occhi da pazzo, drizzando la
barbetta luciferina, ha sibilato queste esatte parole:
"Voi dovete fotografare quando lo dico io!".
Eppure non eravamo militarizzati in tuta mimetica né
embedded alla sua corte. Ma la legge della Casa delle
Libertà così detta:
si deve fotografare unicamente dietro suo ordine.
Sembra
di esser tornati nel Gran Ventennio, altro che libertà
di stampa. Con sicofanti, come quel noto leccasuole di
origine partenopea presente al party, che ha avvertito
La Russa della nostra presenza, agendo come il servizio
di sicurezza militare
A
mezzanotte come nelle favole, il Cenerentolo alla
rovescia, è arrivato. E si è subito scagliato contro
di noi. Con quei modi e quei toni che hanno sostituito
l'olio di ricino e il manganello. In fondo, toccato il
fondo, di fotografare Il ministro Ignazio La Rissa, se
ne puo fare anche a meno.
Ciao Umberto e Mario Pizzi
2 - LA POLVERINI NON MOLLA L'UGL. È ANCORA
SEGRETARIA
Gianni
Del Vecchio per "Europaquotidiano.it"
(http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/116043/la_polverini_non_molla_lugl_e_ancora_segretaria)
«Io,
a differenza della Bonino, sono l'unica a rischiare
l'unica poltrona che aveva. D'altra parte, la norma che
vieta ai rappresentanti della mia organizzazione
sindacale di candidarsi a cariche istituzionali l'ho
introdotta io nel momento in cui sono diventata
segretario». Così Renata Polverini, candidata Pdl alla
regione Lazio.
Tuttavia,
a quanto risulta a Europa (ma si può verificare sul
sito dell'Ugl), la sindacalista è ancora segretaria
della sua organizzazione e lo sarà fino al prossimo
congresso, fissato una settimana prima delle elezioni, a
meno di un probabile slittamento. Infatti, secondo lo
statuto Ugl, l'incompatibilità vale solo per chi si
candida (o viene eletto) al parlamento nazionale ed
europeo e per chi ha cariche nei partiti. Nessun limite
invece per chi si candida a governatore. Quindi: la
Polverini è ancora a capo dell'Ugl e, se volesse,
potrebbe esserlo anche nei prossimi quattro anni.
2- LA FURBETTA DEL PALAZZO ...
Marco
Lillo per "il
Fatto Quotidiano"
L'abolizione
della tassa sulla seconda casa è la carta segreta di
Renata Polverini. Non se ne trova traccia nel programma,
ma il leader dell'Ugl ha già realizzato il sogno di
milioni di elettori sorpassando a destra il Cavaliere
proprio sul terreno fiscale.
E'
solo un problema di comunicazione. Tutti sanno che il
Cavaliere ha abolito l'Ici sulla
prima casa
, nessuno sa invece che la leader sindacale, senza tanto
baccano, ha abolito le tasse di registro sulla seconda
casa. Il taglio dell'odiosa aliquota del 10 per cento è
avvenuto (caso unico nella storia) prima ancora di
diventare presidente e risale addirittura al 2002.
Polverini ha preferito non dirlo in giro per la semplice
ragione che l'imposta l'ha tagliata solo per sé,
mentendo al fisco, mentre gli altri italiani hanno
continuato a pagarla fino all'ultimo euro.
Dopo
avere consultato i numerosi atti di compravendita del
candidato presidente,
Il Fatto
Quotidiano, ha scoperto che Renata Polverini ha mentito
in un atto pubblico e ha evaso le imposte per circa 19
mila euro. Non solo: per risparmiare altri 10 mila euro
in un secondo acquisto ha architettato una doppia
donazione con la mamma, realizzando un risparmio fiscale
che puzza di elusione.
Siamo
di fronte al classico esempio di beffa dopo il danno: in
entrambi i casi gli appartamenti erano stati acquistati
a prezzi di saldo, il primo dall'Inpdap e
il secondo dal
Vaticano. Per capire l'inghippo bisogna partire
dall'inizio. Nel 2001, Renata Polverini compra
la casa
del portiere di uno stabile in cortina vicino a villa
Pamphili. Nel frattempo le capita un affarone.
Già
dalla fine degli anni Novanta è inquilina di "Affittopoli".
Ha ottenuto dall'Inpdap un grande appartamento al
Torrino, vicino all'Eur.
La casa
è dell'ente previdenziale nel quale l'Ugl e gli altri
sindacati sono presenti in consiglio per tutelare le
pensioni dei lavoratori e non, come spesso accade, per
accaparrarsi le case più belle. Come da copione quella
affittata (chissà in base a quali criteri) dall'ente
governato dai sindacati all'allora vicesegretario Ugl
finisce in vendita a marzo del 2002 e lei compra per un
prezzo stracciato: 148 mila e 583 euro per sette vani e
un box. Un terzo del valore attuale, metà del prezzo di
mercato dell'epoca.
Polverini
però non vuole pagare nemmeno le tasse sulla seconda
casa pari al 10 per cento del valore. Così, pochi
giorni prima del secondo acquisto dall'Inpdap dona alla
mamma la
prima casa
di Monteverde. L'atto è registrato il 28 marzo. Così,
lo stesso giorno, Polverini si può presentare al fisco
come una nullatenente per pagare l'aliquota del 3 per
cento, risparmiando circa 10 mila euro di tasse.
Ovviamente , dopo 5 anni la mamma le restituisce
la casa
di Monteverde. E quella del Torrino finisce a un altro
appartenente alla casta: il segretario confedera-le
della Ugl, Rolando Vicari che dichiara di pagarla 234
mila euro nel 2007.
Se,
quando compra dall'Inpdap, Polverini si limita al
trucchetto della donazione, quando compra dallo Ior
passa del tutto il guado dell'evasione fiscale. Il 17
dicembre del 2002, 9 mesi dopo l'acquisto della casa
dell'Eur dall'Inpdap, Renata Polverini non si fa
sfuggire un'altra grande occasione. Le offrono un primo
piano di ampia metratura a San Saba, vicino all'Aventino
a un prezzo imperdibile.
Anche
stavolta il venditore non è un privato qualsiasi ma lo
Ior, la famigerata banca del Vaticano. L'avvocato
Gabriele Liuzzo, in rappresentanza dello Ior diretto da
Angelo Caloia, le cede sei stanze, tre bagni, due box e
tre balconi al prezzo ridicolo di 272 mila euro.
Stavolta Polverini dovrebbe pagare il 10 per cento di
aliquota, ma fa la furba e dichiara al notaio Giancarlo
Mazza "di non essere titolare esclusiva di diritti
di proprietà di altra casa nel comune di Roma".
Le
carte del catasto però la smentiscono: Renata Polverini
è stata proprietaria della casa dell'Eur fino
all'aprile del 2007. Se la sindacalista non ha corretto
con una dichiarazione successiva o un condono la sua
posizione, è ancora debitrice verso l'Erario di circa
19 mila euro, cioè la differenza tra
il 3
e il 10 per cento di 272 mila euro. Anche se non ha più
nulla da temere perché è scaduto il termine per
l'accertamento.
E
non si può nemmeno dire che l'allora vicesegretario
dell'Ugl non avesse dimestichezza con le regole: è
stata azionista di una serie di società della galassia
Ugl che si occupavano di tasse: da Consulfisco
Telematica a Servizi telematici fiscali. Né si può
dire che le mancavano i soldi per pagare l'Erario. Meno
di due anni dopo era pronta a comprare un altro mega
appartamento gemello con i soliti doppi ingressi e tre
bagni, nello stesso palazzo di San Saba.
Il Fatto
Quotidiano ha contattato lo staff di Renata Polverini
per avere una spiegazione. La candidata ha preferito non
replicare.
[26-01-2010]
|
E’
STATO PRODI A DECAPITARE DELBONO -
SECONDO IL
PROF È RISULTATA DEVASTANTE L'ULTIMA APPARIZIONE NEI TG
- DEL RESTO, È
stato il
prode Prodi ad imporre il suo Delbono al Pd bolognese e
ad un Bersani recalcitrante - Di conseguenza, se Delbono
si fosse fatto rosolare a fuoco lento, con lui sarebbe
rimasto rosolato anche Prodi. Cosa che al mortadella non
è mai piaciuta...
Pierre de Nolac per ItaliaOggi.
Come
mai, nel giro di
sole 24 ore
, il sindaco di Bologna, cioè l'economista di scuola
rigorosamente prodiana doc, Flavio Delbono, si è
fragorosamente dimesso dalla carica di primo cittadino
della città felsinea dopo aver affermato, davanti ai
microfoni di tutti i Tg: «Non mi dimetterò neanche nel
caso di un rinvio a giudizio. Io non sono ricattabile.
Non farò la fine di Del Turco»?
Che
cosa è successo di tanto irreparabile, visto che il
sindaco di Bologna, dimettendosi, manda a casa anche
l'intero consiglio comunale e quindi i bolognesi, pochi
mesi dopo una difficile e combattuta elezione comunale,
debbono di nuovo tornare alle urne per rieleggere un
nuovo primo cittadino?
Non
solo. Con le dimissioni di Delbono e quindi con le
inevitabili nuove elezioni comunali, il Pd rischia,
adesso, non solo di uscire sfracellato dalle elezioni
regionali un po' dappertutto in Italia, ma rischia pure
di perdere la sua città-faro, Bologna, la città dei
Dozza, degli Zangheri, dei Prodi e delle Coop.
E
siccome Delbono è stato a lungo il vice di Vasco Errani
che per la terza volta, fra un paio di mesi, si
presenterà alle urne per la conferma alla presidenza
della Regione Emilia Romagna, anche questa icona del
Pci-Pds- Ds-Pd rischia di appannarsi, dato che gli
schizzi della vicenda Delbono potrebbero inzaccherarlo,
anche se, nel suo caso, lo zoccolo duro del voto ex
comunista ed ex sinistra dc sembra essere ancora solido
a livello di quella che è stata, da sempre, la regione
più rossa d'Italia, non a caso è quella di Peppone e
don Camillo.
Allora
se le dimissioni di Delbono suscitano un tale tornado
politico, perché Delbono si è dimesso? Italia Oggi è
in grado di spiegare che lo ha deciso Romano Prodi che,
di Delbono, è
stato il
padrino e, fino a pochi giorni fa, l'indomito supporter.
È stato Prodi infatti che ha imposto Delbono al Pd
bolognese e ad un Bersani che, su questo nome, era più
che recalcitrante.
È
stato Prodi, soprattutto attraverso la sua portavoce,
l'onorevole Sandra Zampa,detta la «Zarina del
presidente» per la foga con la quale ne difende le tesi
e le posizioni, che ha difeso Delbono anche quando (e
dopo) che l'affaire tra Delbono con la signora Cinzia
Cracchi, con il seguito di Bancomat e soggiorni esotici
detti di studio, venne denunciato, nel corso di un
infuocato dibattito tv dal suo antagonista Alfredo
Cazzola: l'attacco fu allora definito «immondo» dalla
stessa Zampa, non si sa bene se riferito a del Bono o a
Cazzola. Anche se tutti hanno capito che lei voleva
riferirsi al secondo, sia pure sbagliando.
Nessuno
è perfetto, per carità. Ancora domenica scorsa la
Zampa, incline a una soluzione porno-soft della vicenda,
la gettava sul patetico, dicendo, liquorosa: «Flavio
dovrà farsi perdonare da questa città, questa
storia...».
Romano
Prodi che è un animale di potere come pochi altri in
Italia (e non solo fra i viventi) ha subito fiutato,
dopo aver ascoltato le dichiarazioni di Delbono nei Tg
di domenica sera, che Delbono sarebbe caduto, non solo
ben presto ma anche in malo modo.
Delbono
infatti si è presentato davanti agli italiani che
domenica sera stavano facendo il ruttino del dopocena,
con i lineamenti tirati di un ciclista dopo una fuga
solitaria di
250 chilometri
, in chiaro debito di ossigeno, con gli occhi esoftalmi
che cercavano di appoggiarsi a qualcosa che non
trovavano, con il naso già lungo di suo ma che, adesso,
sembrava voler uscire dagli schermi tv, la barba non
fatta da almeno un paio di giorni («Poteva farsi almeno
questa» ha commentato, scorata, la Zampa, vedendo in
tv, nell'ora di massimo ascolto, quelle immagini di uomo
braccato da se stesso).
Prodi, a quel punto, per salvare se stesso, ha detto: «Delbono
deve dimettersi. Ma subito. Senza se e senza ma».
Delbono,
che deve tutto a Romano Prodi, non solo sul piano
politico ma anche su quello accademico, non ha potuto
che accettare. Prodi, nel chiedere l'immediata resa di
Delbono, aveva infatti la certezza che tutti, nel
partito, gli avrebbero rinfacciato quella candidatura
taroccata anche se da lui garantita come, non solo
buona, ma anche inossidabile.
«È
un valore aggiunto» ripeteva, bofonchiando, Prodi. Di
conseguenza, se Delbono si fosse fatto rosolare a fuoco
lento, con lui sarebbe rimasto rosolato anche Prodi.
Cosa che a Prodi non è
mai piaciuta. Né
ora, né in passato e tanto meno in futuro...
La
speranza di Prodi, adesso, è che, tolto brutalmente di
mezzo Delbono, la vicenda possa rapidamente sgonfiarsi,
consentendo così a Prodi stesso di togliersi dagli
impiccci. Non si sa però se le dimissioni di Delbono
basteranno.
Ormai,
il centro sinistra bolognese è pieno zeppo di «fratelli
coltelli» che, se debbono sacrificare uno, non pensano
certo di ridimensionare Delbono (già, questo, senza il
sostegno di Prodi, non stava in piedi da solo nemmeno
prima del caso della signora Cinzia Cracchi) ma vogliono
far fuori, o almeno ridimensionare, Prodi che non ha più
nemmeno la possibilità di appoggiarsi a una balla
diffusa dalla Zampa, accreditata da Prodi con il suo
autorevole silenzio-assenso e avallata acriticamente dai
grandi media italiani.
La
balla è che Prodi sarebbe il «delegato dell'Onu per
l'Africa». Prodi invece, questa è la verità, è stato
nominato solo capo di una delegazione di quattro
sconosciuti del Terzo mondo che sono incaricati di
rivedere i conti delle missioni Onu in Africa. Un capo
contabile, insomma. Una carica che non lo porta certo
lontano. Ci mancava solo Delbono, adesso.
[26-01-2010]
|
D'ALEMA
CHI? E LA VOCE UMBERTO ECO RIMBOMBÒ DI UN'ECO SINISTRO
E TOMBALE: "CHE FIGURA DA CIOCCOLATAI HANNO FATTO A
BARI QUESTI DIRIGENTI DEL PD. NON ERA DIFFICILE
PREVEDERE LA VITTORIA DI VENDOLA, NO? D'ALEMA NON NE HA
INDOVINATA UNA DA QUARANT'ANNI, SI PRESENTA COME IL PIÙ
ESPERTO DI TUTTI, IN REALTÀ LE HA SEMPRE SBAGLIATE
TUTTE. NON NE INDOVINA UNA DA QUANDO NON FINÌ IL CORSO
DI LAUREA ALLA NORMALE. DA LÌ È STATO UN SUSSEGUIRSI
DI ERRORI. D’ALEMA, È CONVINTO DI ESSERE UNO
STRATEGA, IN REALTÀ HA DISTRUTTO TUTTO QUELLO CHE HA
TOCCATO. CHECCHÉ NE DICA, D'ALEMA HA GRANDI
RESPONSABILITÀ ANCHE NELLA CADUTA DEL GOVERNO DI
CENTROSINISTRA" - E LA JENA BARENGHI AGGIUNGE LA
SUA ZAMPATA: "DOPO LA SCONFITTA PUGLIESE D’ALEMA
SI OCCUPERÀ DEI SERVIZI SEGRETI, A RISCHIO LA SICUREZZA
DEL PAESE" -
1 - RISCHI
Jena
per La Stampa
- Dopo la sconfitta pugliese D'Alema si occuperà dei
servizi segreti, a rischio la sicurezza del Paese.
2 - CHE FIGURA DA CIOCCOLATAI HANNO FATTO A BARI
QUESTI DIRIGENTI DEL PD...
Jacopo
Iacoboni per
La Stampa
Che
figura da cioccolatai hanno fatto a Bari questi
dirigenti del Pd...». Sono le 11,50 e Umberto Eco è
nel caffè al piano terra del museo di Punta della
Dogana, il gioiello restaurato da Tadao Ando tra Canal
Grande e Canale della Giudecca. Il più importante
scrittore italiano, con un gruppetto che lo accompagna,
ha appena finito un caffè e si dirige verso
l'ascensore.
È
a Venezia perché tra poche ore presenterà, a Palazzo
Grassi, il suo ultimo libro, «Vertigine della lista».
Naturalmente, non di liste elettorali si parla nel
brillante saggio, ma il giorno dopo le primarie del
centrosinistra la tentazione di sapere come la pensa è
troppo forte. Parlare di altre, liste.
E
lui non si sottrae allo scambio di battute. Non è
un'intervista, chiarisce, «questa chiacchierata».
Nondimeno l'analisi è come al solito acuminata. «A
Bari hanno fatto una figura da cioccolatai, non era
difficile prevedere la vittoria di Vendola, no?»,
sospira mentre, giacca pesante di lana verde, scarpe
robuste, bastone anti-mal di schiena alla mano, sta
uscendo dall'ascensore e sale l'ultima rampa di scale
che conduce al Belvedere interno.
Gli
illustrano l'unica opera collocata lassù, un elefante
di polistirolo espanso appeso al soffitto a cassettoni,
«Man on the Moon» di Mark Handforth. Non è la cosa più
bella che ci sia qui dentro, ma il grande semiologo è
come sempre curiosissimo.
Verrebbe
da chiedergli se anche i dirigenti del Pd non vivano un
po' sulla luna; specie quelli che si ritengono unici
professionisti della politica. D'Alema si era speso
molto, professor Eco, per la candidatura di Francesco
Boccia contro Nichi Vendola, il risultato non gli dà
ragione, lei che impressione aveva stamattina leggendo i
giornali?
Mentre
ridiscende le scale Eco accenna un sorriso amaro: «D'Alema
non ne ha indovinata una da quarant'anni, si presenta
come il più esperto di tutti, in realtà le ha sempre
sbagliate tutte». Giudizio che arricchisce con un
stoccata: «Non ne indovina una da quando non finì il
corso di laurea alla Normale. Da lì è stato un
susseguirsi di errori».
In
«Vertigine della lista» Eco enumera una gran quantità
di liste letterarie. Spesso sono elenchi compilati per
il puro, caotico gusto della cantabilità della lista.
Il caos, insomma, ha un senso paradossale. In politica,
però, sarebbe meglio evitarlo.
Perché
il Pd continua a incappare in vicende come quella
pugliese? «D'Alema, è convinto di essere uno stratega,
in realtà ha distrutto tutto quello che ha toccato», e
mentre lo dice Eco rotea un po' nell'aria il bastone,
quasi minaccioso. «Io ero tra quelli riuniti a Gargonza,
e ricordo benissimo com'è andata la storia successiva.
Checché ne dica, D'Alema ha grandi responsabilità
anche nella caduta del governo di centrosinistra».
Scorrono
opere a volte solo bizzarre, altre volte toccanti.
L'intellettuale che più ha studiato i meccanismi della
citazione si sofferma divertito dinanzi a un grande
campo di calcio verde (al posto dei giocatori, omini in
divisa militare, o in abito arabo) sovrastato da un
meteorite enorme, appeso al soffitto.
Si
chiama «A Football Match of June 14th», è opera di un
cinese, Huang Yong Ping, che aveva letto due notizie
disparate e le aveva messe insieme. Di nuovo il grande
filo del caos della postmodernità. Mentre sta per
arrivare all'ultima sala, Eco confida «è molto bello
il lavoro
fatto da Tadao Ando».
A
dispetto delle tante polemiche anti-Cacciari in laguna.
C'è il tempo per un'ultima domanda, nutre qualche
residua speranza nel Pd? «Lo dissi subito, fin dalla
nascita, che non ci credevo, la fusione è nata fredda,
e non laica. Com'è andata lo vediamo. Occorrerà
trovare qualcos'altro. Io non so cosa», sospira.
Non
vuole parlare, invece, di come s'evolve il berlusconismo.
Intorno i suoi accompagnatori stanno prenotando al molo
di Madonna della Salute il taxi dell'acqua. Anche questa
visita, come forse una stagione della sinistra, è
finita.
[26-01-2010]
|
I
TRUCIDISSIMI VERBALI DEL PAPARAZZO DI CORONA, FRANCESCO
PENSA, DETTO 'BICIO' - "MORIC? UNA PSICOPATICA
RIFATTA ROVINATA DAL MARITO - LA YESPICA CHE CI FACEVA
SULLO YACHT CON 4 ARABI? COME TANTE, FACEVA PROPRIO
LAVORO A PROSTITUTE - 5MILA EURO PER ATTOVAGLIARSI
VICINO ALLA ARCURI, 40-50 MILA PER STARE CON MANUELONA
UN MESE - UNA VOLTA CORONA MI HA FATTO PROPRIO LA
BATTUTA: “GUARDA, FAMMI QUESTO SERVIZIO E DIMMI CHI TI
VUOI TROMBARE”. GLI HO DETTO: “GUARDA, L’AIDA MI
VORREI TROMBARE”. FA: “VABBÈ,
MI COSTA
CARO MA TE LA DO”
Gian Marco Chiocci per il
Giornale
Ecco la seconda parte dell'interrogatorio di Francesco
"Bicio" Pensa al pm di Potenza Woodcock che
l'ha trasmesso al pm milanese Frank Di Maio, titolare di
Vallettopoli-bis. Le rivelazioni di Bicio sono oggetto
di approfondimento.
Pm
Woodcock «... nel pagamento che fa il
giornale, nella specifica, lui paga semplicemente 20.000
euro a Corona? Oppure specifica quello che va a Corona e
quello che va al fotografo?».
Pensa: «Noi non sappiamo quello che l'agenzia, quello che la
redazione paga a Corona. Noi vediamo solo questi fogli,
che possono essere facilmente falsificabili. Infatti,
Lelio è presente, molti dei miei buoni che sono stati
fatti negli ultimi cinque anni, a volte ci sono degli
ammanchi di 5-6-7-8mila euro.
Le faccio un esempio: due
copertine fatte a Lapo, a New York, da dei fotografi
romani, fatti su due buoni, ok? Su uno c'era scritto
60mila, sull'altro 50mila. Corona cosa ha fatto? Ci ha
messo 50 su due servizi, ne ha fatti risultare due al
posto di uno e ha rubato 60mila a questi poveri cristi.
E dei 50mila gli è arrivato il 50% di provvigione.
Questo l'ha fatto per 5 anni, immagini il business,
soldi che Corona rubava ai fotografi».
1 - «NINA MORIC SAPEVA TUTTO»
Pm:«Invece
i rapporti con la Moric lei non sa quali siano? Cioè il
ruolo che svolge e ha svolto, appunto, la Moric...».
Pensa: «Allora, la Moric la vedo come una psicopatica che è
stata rovinata dal marito, totalmente rifatta. A me fa
un po' pena la Moric. Però, lei, sicuramente, sia lei
che la madre sapevano tutto di quello che faceva Corona,
secondo me».
2 - «FU GILARDINO A CHIAMARE»
Avvocato:
«Cioè, Gilardino sostiene di essere stato ricattato
però nonostante questo fa avvisare, sembrerebbe abbia
avvisato, infatti è stato indagato per favoreggiamento,
sembrerebbe che poi abbia avvisato Corona che c'erano
indagini su di lui. Però pare un po' strano e
contraddittorio che prima uno...».
Pensa: «Apparentemente è stato Gilardino a chiamare Corona».
Pm:
«Eh?».
Pensa:
«Apparentemente... perché conosco il
fotografo che ha fatto quelle foto, che tra l'altro non
ha visto neanche una lira, povero Mauro, che
apparentemente sia stato Gilardino dopo... che mi ha
detto la Sonia che... "È stato Giardino a
chiamarmi", se non sbaglio. Poi vabbè, non ricordo».
3 - AIDA IN BARCA CON 4 ARABI...
Pensa:
«Poi c'è un'altra parte...».
Pm:
«Un'altra parte?».
Pensa:
«Secondo me c'è un fatto che ha a che
fare con la prostituzione all'interno. Cioè, tipo, ci
sono già dei personaggi di Lele Mora, una è Aida
Yespica, noi l'avevamo pubblicata su Star Tv facente
parte di questo sito tra le vip porno (...). Io ero a
Formentera, e Corona mi dice. "Bicio, c'è l'Aida
che è stata pagata, è in barca con quattro arabi, se
la (...) - scusi l'espressione - fai le foto. Non l'ho
mai trovata. Però
la Yespica, come tante, faceva proprio lavoro a
prostitute».
CINQUEMILA EURO E STAI VICINO ALLA ARCURI
Pensa:
«Per far sì che tu diventi amico delle
aziende, cioè come, insomma, praticamente tu porti
delle persone con il cash e le fai sedere accanto a una
Aida Yespica e gli dici: "Guarda che se vuoi ti ci
puoi divertire, dipende da lei", insomma... Cioè
Corona si affittava i posti a sedere a 5mila euro».
Pm: «Dove, alla...».
Pensa:
«Posto a sedere vicino alla Arcuri? 5mila. Posto a
sedere vicino alla Aida? 2mila euro. Poi se vuoi l'extra
sono cavoli vostri, ti metti tu d'accordo con loro (...)».
Pm:
«Mi interessa l'operazione evento, il
posto a sedere accanto alla Yespica e l'extra».
Pensa:«Tante persone, tanti stupidi ciccioni, pieni di soldi,
pagavano per sedersi vicino alla Yespica o per magari
andarci a cena o per essere pubblicati, come Guru o
Tommaso Buti. Uscì, con le foto che ho fatto io, a mia
insaputa. E
mi fa
: "Guarda devi andare là, fidati, quando questi
escono dal ristorante si danno un bacio". E questi
si sono fidanzati e si sono dati il bacio. Ho detto:
"Che cacchio hai, è proprio un mago?".
yespica
aida0004
E
poi ho iniziato a capire com'è. Che l'Arcuri, comunque,
aveva preso tipo 40-50mila euro per stare con Buti un
mese. Dopo un mese è andato con un'altra. So cose che
sono più alte di me, ma io sono una persona che
osserva, com'è che la Nora sta una settimana con uno
e...».
Pm: «La?». Pensa: "Nora Amaral, quella di Pupe e
Secchioni (Nora Amile, ndr). O una Natia Bush (Natasha
Bush, ndr), una settimana con uno, tre settimane dopo
con un altro. E quindi Corona...».
Pm:
«Ma lei dice che questi, in realtà,
appunto poi prendono soldi per andarci a letto?».
Pensa: «Secondo me, sì. Poi
le dico: una volta Corona mi ha fatto
proprio la battuta: "Guarda, fammi questo servizio
e dimmi chi ti vuoi trombare". Gli ho detto:
"Guarda, l'Aida mi vorrei trombare". Fa:
"Vabbè,
mi costa
caro ma te la do"».
LA PORNOSTAR IN PREMIO
Pensa:
«Queste cose diceva. Io... sapevo perché me l'aveva
detto Filippo, dice: "Bicio, non sai cosa abbiamo
fatto? L'ufficio ha chiuso perché Corona ci ha fatto un
regalo". Si sono fatti mandare una donna Schicchi,
che gli ha fatto lo spogliarello ed è stata con loro
un'ora. Queste erano cose che succedevano».
Pm: «Cioè lei dice che tutte queste che erano dell'agenzia
di Mora».
Pensa:
«Secondo me sì».
Pm:
«Venivano messe a disposizione per questi eventi...».
Pensa:
«Sì, sì. E Corona si vendeva a 5mila euro il posto al
ristorante, piuttosto che... (...). Poteva essere il
ristorante, ogni personaggio ha il suo prezzo. Ma si
vendevano proprio il pacchetto servizio».
Pm:
«Pacchetto-servizio che comprendeva, appunto, il
dopocena, rapporti...».
Pensa:
«Sì, perché questi ci andavano in vacanza insieme,
poi noi non vedevamo cosa succedeva...».
[25-01-2010]
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GLI
ESPLOSIVI VERBALI DEL PAPARAZZO 'BICIO' IN CUI SVELA AL
PM TRASHOPOLI - CORONA GLI OFFRÌ BELEN DOPO UNO SCOOP -
MATERAZZI LO FA PICCHIARE DAGLI ULTRAS - PIERACCIONI FA
SESSO IN MARE (IL SUO MIGLIOR FILM!) - "LELE MORA
HA AVUTO IL POTERE DOPO CHE ANNI FA È STATO ARRESTATO
PER COPRIRE LE MAGANELLE DEL FIGLIO DI UN POLITICO"
- "250MILA EURO E GLI SCATTI HARD DELLA SIMONA
VENTURA CON GIORGIO GORI SCOMPAIONO E NON ME LI PAGANO:
COSI LO DICO A BETTARINI CHE MI PORTA DA 'NOVELLA 2000',
TIE'!" - IL BACIO DI MORA ALLO STILISTA CHE FA LE
SCARPE - CORONA, FOTO ANCHE IN GALERA (5 MILA € ALLA
GUARDIA) - GIORNALISTI E DIRETTORI A LIBRO PAGA DI
CORONA -
Gian Marco Chiocci per il
Giornale
Ecco
alcuni stralci dell'interrogatorio del fotografo
Fabrizio Pensa, detto Bicio, reso fuori tempo massimo al
pm potentino Henry Jhon Woodcock (ovvero dopo l'avviso
di concusione delle indagini di Vallettopoli) e subito
trasmesso per competenza territoriale al pm Frank Di
Maio.
E'
proprio da questo verbale che parte l'inchiesta-bis sui
vip, con il coinvolgimento di altre agenzie, il ruolo
dei giornalisti a libro paga di Corona, le immagini più
compromettenti fatte sparire dal mercato, storie di
ricatti e di vendette. le dichiarazioni di "Bicio"
sono ovviamente da prendere con le pinze perché tutte
da verificare.
Coinvolgono
personaggi della politica, dello spettacolo, dello
sport, dell'imprenditoria. Gettano una luce più
sinistra sull'operato di Corona (faceva un milione di
nero l'anno) che però è stato recentemente assolto.
VERBALI
Pensa: «Signor giudice, le voglio far vedere di quanti
soldi mi ha rubato a me Corona, una valanga. Non ho
visto una lira di 76mila euro, a me Corona mi ha
lasciato nella merda (...). Corona psicologicamente ti
uccideva, ho perso la moglie perché lui mi ha cambiato
la vita, vivevo ed ero succube di Corona. L'ha fatto
anche con Lele Mora, l'ha distrutto (...). Lui aveva
delle persone che ipnotizzava, soprattutto donne, come
una giornalista...».
SCATTI HARD PER LA VENTURA
Pensa: «Li sta rovinando tutti. Le posso dire che
Corona, tre settimane fa, ha ricattato ancora
la Ventura
che era stata beccata con un altro tipo, con Francesco,
di una discoteca là, lui con la maglietta, senza
maglietta, a lei che gli è caduto il reggiseno, insomma
il fotografo ha fatto le foto, sono state messe su Chi,
ma effettivamente quelle che erano veramente scandalose
sono sparite. Corona quello che faceva prima lo continua
a fare». Pm: «Cioè, è andato sotto
la Ventura
e si è fatto dare...». Pensa: «No, lei ha chiamato i
giornali,
la Ventura
ha chiamato le redazioni chiedendo di non pubblicarle
(...)».
«GIORNALISTI
A LIBRO PAGA»
«Corona aveva una forte conoscenza giornalistica e
redazionale (...). C'erano anche giornalisti di tutte le
redazioni che erano sulla busta paga in modo che quando
noi avevamo dei servizi, quelli che a lui servivano per
pubblicare i loghi delle magliette, andava e glieli
dava. Praticamente c'era (...) che era direttore e si
prendeva 2.500 euro mentre (...) ne prendeva 3.400 ed è
diventato improvvisamente direttore».
IL PATTO SEGRETO CON BETTARINI
«Feci io
il lavoro
con
la Ventura
e Gori, quando stava divorziando da Bettarini. Dopo due
mesi Corona però mi dice: "Ah, sono troppo
scandalose,
la Ventura
è di Lele, mi hanno bloccato. Ce l'ha già Oggi, però
le foto sono troppo pericolose da pubblicare".
Casualmente
incontrai Bettarini, mi spiega che aveva dei problemi
con la moglie, così gli dissi: "Guarda io ho delle
foto che non me le vogliono pubblicare, Gori che esce di
notte da casa di tua moglie". E lui. "cazzo,
ma allora esistono veramente?". "Sì, non me
le ha comprate nessuno". E Bettarini: "Vieni
con me", mi ha portato da Novella, il giorno dopo
hanno pubblicato tutto per 26mila euro (...). Corona mi
ha subito chiamato. "Vieni qua cazzo!" Una
volta là, "tu sei un pezzo di merda, hai fatto un
casino. Lele Mora le aveva comprate a 250mila». Pm. «Per
tutelare
la Ventura
?». Pensa: «Per tutelare
la Ventura
».
«MATERAZZI E LA RISSA ULTRÀ
Pensa: «Tre settimane fa, per tutelare altri fotografi,
sono stato praticamente massacrato di botte, da tre ultrà
della Curva perché ho fatto delle foto a Materazzi,
questo si è incazzato come una mina, esce dal
ristorante, inizia a riempirmi di epiteti.
"Deficiente a te e la tua famiglia". E io.
"Deficiente a me? Hai sbagliato un rigore, hai
fatto una figura di merda davanti a 80mila
persone".
Questo
cosa fa? Chiama tre della Curva, sono arrivati con
caschi e mazze, io ho iniziato a difendermi, sono
intervenute altre persone. Non ho fatto la denuncia sa
perché? Perché l'indomani, davanti lo stadio, hanno
picchiato due fotografi. Noi fotografi siamo diventati i
capri espiatori di tutto».
SESSO IN MARE CON PIERACCIONI
Pensa: «Becchiamo Pieraccioni con la Torrisi alle
Maldive, non so se avete visto quel servizio, bello,
posati con il bacio. Il servizio vero, però, è stato
fatto da altre agenzie, loro che fanno sesso in acqua,
lei totalmente nuda. Signorini chiama loro alle Maldive
e fa. "Cavoli ragazzi, ho delle foto vostre. Ma che
bel seno che ha la Torrisi". "Ah, ma veramente
ci hanno fatto le foto?". "Guarda se vuoi ti
mando un fotografo, fammi subito il posato, sennò le
pubblico". Lei mi dica, questo è un ricatto?».
Pm: «E certo che è un ricatto».
«C'E' IL FIGLIO DEL POLITICO...»
Pensa. «Lele Mora ha avuto il potere dopo che anni fa
è stato arrestato per coprire le maganelle di qualcuno
(...). Si è fatto la galera per coprire una persona e
da lì è stato messo al suo posto (...). Si parlava di
un politico, il figlio di un politico...».
FOTO ANCHE DENTRO IL CARCERE
Pm: «Cioè, chi ha pagato chi?». Pensa: «Ha pagato la
guardia per portare la macchina e fargli fare le foto».
Pm: «In carcere? In galera a Corona?». Pensa: «Sì
(...). Ben 5mila euro gli hanno dato alla guardia. Oltre
a Potenza anche a San Vittore».
IL BACIO DI MORA ALLO STILISTA
Pensa: «La cassaforte di Mora è piena di foto
"ritirate" perché protegge i propri
personaggi. Erano una valanga (i 250mila per
la Ventura
, ndr), li ha sborsati a Corona che ricattava anche Lele
Mora: una volta è andato a una festa di compleanno, i
50 anni in questo locale marocchino, abbiamo dato una
macchina a Corona che era dentro e ha beccato Lele Mora
con questo stilista, che è un uomo sposato, che fa le
scarpe, uno coi capelli bianchi, che gli ha dato un
bacio in bocca. Poi Mora gli ha detto: "Che fai,
vieni ai miei eventi, mi fai le foto e le vendi a
me?". Per farvi capire a che livello era Corona».
UN'OFFERTA MOLTO GENEROSA
Pm: «Credo che il signor Pensa conosca cose che noi non
conosciamo». Avv: «Io mi riferisco...». Pensa: «Io
conosco cose che lei non conosce perché me le sono
viste davanti, dottore» (...). Pm: «E che donna le
voleva mettere a disposizione il Corona?». Pensa: «Guardi...
no... se avessi dovuto scegliere avrei preso la Belain,
le dico però la Belain era...». Pm. «Comunque
gliel'ha offerta?». Pensa: «Sì, sì, l'ha offerta».
[23-01-2010]
|
Occhio
al parlamentare! - Il nuovo stracult Web 2.0 del Regno
Unito si chiama EyeSpy.MP: un sito twitter al quale
chiunque può inviare anonimamente messaggini su
politici visti e ripresi qua e là. Pochi minuti e il
tweet è subito in rete (Intorno a Montecitorio tremano)
– Ci voleva il guru-web De Kerckhove per stroncare
Facebook: “Perché devo far sapere a tutti notizie
private sulla mia vita?”...
1 - EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL
WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA'
E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"
Si
sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma
hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran
Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp),
un sito che aggrega foto o messaggini relativi a
politici visti e ripresi qua e là, preferibilmente
dalle parti di Westminster.
Il blogger conservatore Guido Fawkes è in estasi e
magnifica il pettegolo "crowdsourcing" per cui
ognuno, armato di videofonino, può contribuire in
perfetto anonimato a pedinare elettronicamente un
parlamentare, mandare il suo tweet e vederselo online
dopo pochi istanti in automatico. Sarà il fenomeno
elettorale dei prossimi mesi, c'è da scommetterci.
Democrazia 2.0, Grande Fratello, stalking o gogna
mediatica nella terra della privacy?
2
- IL GURU DE KERCKHOVE STRONCA FACEBOOK: "PERCHE?
DEVO FAR SAPERE A TUTTI NOTIZIE PRIVATE SULLA MIA
VITA?"
Ci voleva il guru dei mass media Derrick de Kerckhove,
erede di Marshall McLuhan come lo definisce "Affari
& Finanza" di "Repubblica", per
bastonare finalmente Facebook, il social network
osannato da tutti indistintamente come la panacea della
nuova rete.
Intervistato
dall'inserto del quotidiano di Ezio Mauro, il professore
boccia senza appello lo strumento caro a Walter Veltroni
(ma non al Pd, che lo ha bandito nella sua sede): "Facebook?
Ma perché devo spiegare un sacco di fatti miei a dei
privati che non so che uso ne faranno?". Gli spioni
di tutti
il mondo
sono avvertiti...
[25-01-2010]
|
SMANI
DI POSSEDERE UN BEL GIORNO UNA CASA DA SOGNO E NON HAI
UN BECCO DI QUATTRINO? - TRANQUILLO, LA STRADA GIUSTA È
FARSI SINDACALISTA E LE PORTE DEL SIGNORE SI APRIRANNO -
È 'CIUCCESSO' IERI AD EPIFANI (9 VANI,'LIBERO'). OGGI
TOCCA A POLVEROZZA POLVERINI - 'IL FATTO' SCODELLA I
GRANDI AFFARI IMMOBILIARI DI LADY UGL CON LA DEVOTA
'PARTECIPAZIONE' DELLO IOR, LA MITOLOGICA BANCA DEL
VATICANO CHE, DA SINDONA A CALVI, SEMPRE SI è DISTINTA
PER ANDARE IN SOCCORSO DELLA POVERA GENTE SENZA ARTE Né
TETTO -
Marco Lillo per Il
Fatto
La
prima scena consegnata ai biografi immortala la piccola
Polverini nella sua modesta casa romana. Renata si è
appena diplomata all'istituto di ragioneria della
Magliana. La sua materia preferita è l'educazione
fisica e vorrebbe iscriversi all'Isef.
Mamma
Giovanna, umile sindacalista della vecchia Cisnal (il
sindacato di destra che oggi si chiama Ugl) deve dirle
di no. Rimasta vedova quando Renata aveva due anni, è
stanca di tirare la carretta da sola. Guarda la figlia
con gli occhi rossi e per la prima volta la tratta da
donna: "Renata, non ce lo possiamo
permettere".
In
quell'istante, racconterà poi lady Ugl a Vittorio
Zincone sulMagazine, "realizzai che le cene di
mamma a base di pane e tè non erano solo una tecnica
per restare leggeri". La scena finale è ritratta
da Giovanna Vitale su Repubblica: "47 anni, da 4
alla guida dell'Ugl,
il piccolo
sindacato di destra che lei ha portato al tavolo dei
grandi, corteggiatissima dai talk show e frequentatrice
della Roma bene che ama ricevere nel suo salotto
sull'Aventino".
Il
passaggio dalla Magliana al salotto dell'Aventino sembra
la declinazione immobiliare del "sogno
italiano". Il catasto parla chiaro: Renata
Polverini possiede due appartamenti (con quattro
ingressi) per complessivi 16,5 vani catastali più tre
box e due cantine in un palazzo non lussuoso ma
incastonato nel verde della collina di San Saba, tra
Aventino e Testaccio.
Come
ha fatto ad accumulare un patrimonio che vale oggi circa
1,5 milioni di euro? La leader sindacale nel
2002 ha
acquistato una delle sue case a prezzo stracciato dallo
Ior, la banca del Vaticano. Mentre la seconda è
arrivata (a prezzo più alto) da una società vicina
allo Ior, la Marine Sud Investimenti, intestata per il
99 per cento a una società anonima.
Non
solo: la leader sindacale ha comprato con lo sconto un
appartamento all'Eur dell'Inpdap, l'ente nel quale l'Ugl
è rappresentato o sovrarappresentato (vedi box). Non c'è
nulla di illecito ma è bene chiarire tutto. Renata
Polverini è sostenuta dalla Chiesa contro l'abortista
Emma Bonino. Ma, per risanare la sanità laziale dovrà
intervenire anche sulle cliniche del Vaticano.
E
poi c'è la questione dei soldi. Ogni volta la
sindacalista ha acceso un mutuo per comprare ma le rate
sono state onorate grazie a uno stipendio rilevante per
una sindacalista. Al Magazine, disse di guadagnare
"solo" 3 mila euro al mese. Ma nella
classifica delle dichiarazioni dei redditi pubblicate
nel 2008 risultava davanti agli altri leader sindacali
con 140 mila euro lordi annui.
Evidentemente
i numeri (degli iscritti e dei redditi) non sono il suo
forte. Per fortuna va meglio con gli affari. Il 28 marzo
del 2002 compra dall'Inpdap vicino all'Eur, al Torrino,
un secondo piano di sette vani catastali più box e
cantina. Sono i palazzi abitati anche da sindacalisti e
politici raccomandati, quelli descritti dal Giornale di
Vittorio Feltri nel 1995.
Evidentemente
Affittopoli non riguardava solo i sindacati di
centrosinistra. Dopo quella campagna, alla fine degli
anni novanta, l'allora rampante sindacalista ottiene un
appartamento appena costruito in affitto. Poco dopo lo
compra, grazie allo sconto riservato a tutti gli
inquilini e pari al 40 per cento, al prezzo stracciato
di 148 mila e 583 euro.
La casa
sarà poi venduta il 4 aprile del 2007 per un
prezzo dichiarato di 234 mila euro, 150 mila in contanti
e il resto come accollo del mutuo. Il prezzo non è
giusto nemmeno stavolta. Basti dire che il settimo piano
dello stesso palazzo, molto più piccolo (4 vani contro
sette) e senza box viene comprato all'asta negli stessi
giorni a 256 mila euro.
Il fatto
è che Polverini vende al segretario confederale dell'Ugl
(suo amico e sostenitore) Rolando Vicari.
Ancora
più interessante è la storia dell'abitazione di San
Saba. Polverini compra dallo Ior, la banca del Vaticano
coinvolta in tanti scandali, il 17 dicembre del 2002 un
primo piano con doppi ingressi, 5 camere, cameretta più
tre bagni, cucina e tre balconi, più due box e cantina,
al prezzo di 272 mila euro, un vero affare. Il prezzo di
mercato è il doppio.
"Non
c'è stato nessuno sconto dello Ior", dice oggi
Renata Polverini, "ho seguito la stessa trafila
degli altri acquirenti di appartamenti nel palazzo. Ho
comprato tramite un'agenzia". Meno di due anni
dopo, nel 2004, il leader Ugl compra un secondo
appartamento gemello al piano terreno dalla Marine Sud
Investimenti amministrata da Michele D'Adamo.
Il
piano terra costa 666 mila euro, più del doppio, e ha
solo un box. Le ipotesi sono due: lo Ior ha fatto un
prezzo basso alla Polverini oppure ha dichiarato meno
del pagamento reale. Comunque la sindacalista non si
ferma. E subito dopo vende una delle stanze per poter
pagare il mutuo. La vicina sgancia 50 mila euro. Per un
solo vano.
[23-01-2010]
|
LA MODELLA E L’ATTRICE – IL
DITTATORE LIBERIANO CHARLES TAYLOR DONÒ A NAOMI CAMPBELL UN
DIAMANTE GREZZO CHE AVREBBE DOVUTO FINANZIARE UN TRAFFICO D´ARMI
- MIA FARROW CONFERMA: “NAOMI ME LO CONFIDò” – DOV’è
IL DIAMANTE ORA? E GLI ALTRI DIAMANTI CHE FINE HANNO FATTO?…
Marlise Simons per la
Repubblica" (2010 New York Times-la Repubblica -
traduzione di Luis E. Moriones)
Nel processo iniziato la scorsa settimana contro l´ex signore
della guerra Charles Taylor, le testimonianze sembrano
appartenere più a un film poliziesco di Hollywood che a un
processo per crimini di guerra, con un cast di personaggi come
Naomi Campbell e Mia Farrow, e una storia che parla, tra l´altro,
di un traffico d´armi in cambio di diamanti.
Gli intrighi per i diamanti sono al centro del processo di
Taylor, l´ex-presidente liberiano su cui pendono 11 capi d´accusa
per crimini di guerra e contro l´umanità relativi ai
conflitti degli anni Novanta. Il pubblico ministero accusa
Taylor di essersi recato in una mezza dozzina di Paesi
africani nel 1997, portando con sé diamanti grezzi con l´intenzione
di venderli o scambiarli con armi.
Nell´udienza di giovedì scorso al tribunale dell´Aja si è
appunto parlato di cosa fece con questi diamanti. Secondo l´accusa,
all´inizio di questo viaggio, nel 1997, Taylor diede un
grande diamante grezzo alla modella inglese Naomi Campbell.
Glielo fece consegnare alcune ore dopo averla conosciuta a una
cena di beneficenza offerta dal presidente del Sudafrica,
Nelson Mandela. L´accusa è stata confermata da una
deposizione firmata dell´attrice americana Mia Farrow, anche
lei invitata alla stessa cena.
La storia di questo regalo può sembrare frivola in un processo
per crimini che hanno comportato la morte o la mutilazione di
decine di migliaia di persone, ma l´accusa l´ha presentata
per mettere in discussione la credibilità dell´imputato.
Taylor infatti ha ripetutamente dichiarato di non aver mai
portato, posseduto, acquistato o venduto diamanti in cambio di
armi, una questione che sta al centro dell´accusa contro di
lui. Gli unici diamanti che abbia mai posseduto, ha detto ai
giudici, erano quelli incastonati in qualche suo gioiello
personale. Nel controinterrogatorio di Taylor, l´accusa ha
cercato di dimostrare che ha mentito su numerosi argomenti
mentre deponeva sotto giuramento.
campbell naomi 04
Quattro giudici di diverse nazioanlità del Tribunale speciale
per la Sierra Leone stanno processando Taylor, che oggi ha 61
anni, con l´accusa di aver armato e guidato una forza ribelle
per le sue ambizioni di potere e di ricchezza, come il
tentativo di impadronirsi di una parte dei giacimenti
diamantiferi della Sierra Leone. Per l´accusa, Taylor è
responsabile di molte delle atrocità dei ribelli.
Il viaggio di cui si è discusso in tribunale la settimana
scorsa, cominciò in Sudafrica nel settembre del 1997, un mese
dopo l´insediamento di Taylor alla presidenza della Liberia.
Taylor ha dichiarato che, al suo arrivo in Sudafrica,
ricevette 500mila dollari in contanti dal governo libico,
somma, a suo dire, destinata a far fronte a delle «spese
mediche». L´accusa ritiene invece che quel denaro servisse a
comprare armi.
Secondo l´americana Brenda Hollis, già avvocato militare e ora
pubblico ministero in questo caso, i diamanti che Taylor aveva
con sé, e che aveva avuto dai ribelli della Sierra Leone,
dovevano anch´essi servirgli per procurarsi armi durante il
suo viaggio africano. Nell´udienza di giovedì, la Hollis ha
ricordato la serata di beneficenza organizzata da Mandela, tra
i cui ospiti, oltre a Taylor, figuravano diverse celebrità,
come il produttore musicale Quincy Jones, Mia Farrow e Naomi
Campbell. Dopo la cena, ha detto la Hollis, Taylor mandò i
suoi uomini a consegnare il diamante alla Campbell, che stava
dormendo in camera sua. «Dopo aver partecipato alla cena,
ordinò ai suoi uomini di recarsi nella stanza della signora
Campbell per consegnarle un grande diamante grezzo», ha detto
la Hollis.
«È così, non è vero, signor Taylor?».
«Non
è assolutamente vero», ha replicato Taylor.
«Eppure,
signor Taylor», ha proseguito la Hollis, «i
suoi uomini la svegliarono e le consegnarono un grande
diamante grezzo».
«È
totalmente falso», ha detto Taylor.
Secondo l´accusa, il mattino dopo la Campbell raccontò a Mia
Farrow di essere stata svegliata dagli uomini di Taylor. La
Farrow ha consegnato all´accusa una dichiarazione firmata in
cui conferma la storia della Campbell. Debora Cunha, una
portavoce di Naomi Campbell, ha detto di non poter dire nulla
sulla storia del diamante o su che fine abbia fatto. «Se ne
stanno occupando gli avvocati», ha detto. «Naomi ha
collaborato con il procuratore speciale per quanto ha potuto,
ma oltre a questo non ha altro da aggiungere»
[19-01-2010]
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CRAXIANA - Parla la segretaria:
"Ho lavorato con Bettino per trent’anni e sa com’è
finita? Con la gente che mi inseguiva per le strade di Milano
gridandomi: “Ladra, tu stai con i ladri" - "Ogni
tanto entrava qualche dirigente del partito e diceva: “Porto
di là. Buste. Valigette. Borse. Passava il tesoriere Balzamo
e provvedeva. I partiti avevano bisogno di soldi, tutti i
partiti, dalla Dc al Pci. Poi tutti hanno fatto finta di non
sapere, che ipocrisia"...
Stefano Zurlo per "il
Giornale"
«Ho lavorato con Bettino per trent'anni e sa com'è finita? Con
la gente che mi inseguiva per le strade del centro di Milano,
lungo corso Monforte, gridandomi: "Ladra, tu stai con i
ladri". Una tizia, sarà
stato il
'
94, mi
rincorse fin dentro
il negozio
di un panettiere. Che paura. E che pena». Enza Tomaselli
parla con distacco, senza enfasi, quasi in modo impersonale di
quella vita tagliata via dalla ghigliottina di Mani pulite.
Tomaselli è stata la segretaria dell'uomo forse più potente
d'Italia, poi è finita in carcere, è stata condannata, ma
non è cambiata, non ha abiurato, è sempre se stessa. Anche
in questi giorni di celebrazioni e polemiche, per il decennale
della morte: oggi e domani una folta delegazione socialista
sarà ad Hammamet, sulla tomba di Craxi. Lei no, è rimasta a
Milano.
Come conobbe Craxi?
«Lavoravo nella segreteria di Aniasi, iniziava anche a Milano
la stagione luminosa del centrosinistra. C'era un clima nuovo,
molti ideali e qualche illusione. Bettino mi disse: "Ho
bisogno di una segretaria". E io gli risposi: "Mi
metta alla prova". Andò bene, siamo rimasti insieme fino
al '94 e alla sua partenza per Hammamet».
Come era Craxi nel lavoro?
«Stava in ufficio anche per dieci ore. Fumava orribili
sigarette al mentolo e beveva acqua minerale. Sulla sua
scrivania si ammonticchiavano dossier su dossier, in un caos
indescrivibile. Posso raccontarle un episodio?».
Prego.
«Bettino era burbero, aveva degli scatti d'ira che
mascheravano la sua timidezza. Dunque, un giorno cercava un
documento importante di cui non sapevo assolutamente nulla».
Dunque?
«S'incavolò perché questa carta non saltava fuori e con una
manata fece franare quel mare di carte per terra».
Lei?
«Me ne andai nel mio ufficio. Poi rientrai per dargli notizia
di una telefonata internazionale».
Lui?
«Era accovacciato per terra, stava raccogliendo i fogli».
Quando vi siete trasferiti in piazza Duomo?
«Quasi subito, al civico 19, quarto piano. Craxi era
segretario della federazione milanese del partito, poi col
Midas diventò segretario nazionale, e poi negli anni Ottanta
presidente del Consiglio. Gli uffici erano di proprietà del
Comune che li aveva affittati al Centro europeo di studi
sociali. Si facevano pubblicazioni, libri, ma il grosso era
rappresentato dalle attività di Craxi. Craxi stava a Milano
dal venerdì pomeriggio al martedì mattina e quei locali
erano meta di un pellegrinaggio incessante».
Chi ricorda?
«Ricordo una visita segreta di Henry Kissinger, organizzata
da Margherita Boniver. Ricordo le visite di un avversario
politico come Giorgio Almirante, ricordo il presidente
Napolitano e ricordo Berlusconi. Il Cavaliere arrivava
accompagnato da un assistente che dispensava regali. Il
fattorino apriva la porta e subito l'assistente gli dava in
omaggio un orologio. Io conservo ancora un orologino di
Berlusconi».
Ancora?
«I dissidenti dell'Est. Ho avuto l'onore di incontrare Vaclav
Havel; del resto in piazza Duomo 19 aveva sede anche la
rivista del dissenso cecoslovacco Listy e pure, nel periodo
dei colonnelli greci, allo stesso indirizzo c'era la
rappresentanza dell'Unione di Centro, un partito greco. Un
giorno suonarono il campanello tre strani figuri, capimmo in
seguito che erano dei servizi segreti di Atene».
Com'erano i rapporti con la nomenklatura del Psi?
«Spiace dirlo, ma molti dirigenti millantavano una
consuetudine che non avevano. Facevano anticamera, ma Bettino
non li riceveva, loro uscivano e inventavano: "Bettino ha
detto...". Lui amava dire: "Gli ho dato del
lungo"».
Chi erano questi dirigenti?
«Mah. Finetti, Manzi, Chiesa».
Strano: proprio Mario Chiesa, il "mariuolo" che provocò
la valanga di Tangentopoli?
«So che oggi può sembrare una scusa, ma Craxi non aveva
rapporti con Chiesa. Semmai, l'ingegnere si intortava Bobo».
Craxi ammise il finanziamento illecito del partito.
«Ogni tanto entrava qualche dirigente del partito e
diceva: "Porto di là"».
Che cosa?
«Buste. Valigette. Borse».
Lei apriva?
«Mai. Passava il tesoriere Vincenzo Balzamo e provvedeva. I
partiti avevano bisogno di soldi, tutti i partiti, dalla Dc al
Pci. Poi tutti hanno fatto finta di non sapere, che ipocrisia».
Mai pensato che fosse reato?
«Pensavo che il partito avesse bisogno di risorse, molte
risorse».
Anche gli imprenditori portavano contributi?
«
Mai successo. Erano
sempre gli uomini del partito: facevano la gara a dare, come
poi l'hanno fatta a tradire».
Chi era il più assiduo?
«Più d'uno».
Più d'uno chi?
«Per esempio Silvano Larini. Uno che si era autoproclamato
guardia del corpo di Bettino, che veniva ad ogni comizio in
camicia rossa e si piazzava dietro Craxi. Poi quando mi hanno
arrestata e abbiamo
fatto il
confronto, mi ha messo la mano sulla spalla e mi ha
sussurrato: "Ciao". Bettino lo considerava un amico
eppure Silvano non ha esitato a voltargli le spalle e ad
accusarlo».
Quando è finita a San Vittore?
«Mi hanno prelevato due ufficiali dei carabinieri, fra
l'altro due bei ragazzi, nell'ufficio di piazza Duomo a
febbraio '94. Alle nove di sera ero a San Vittore. In una
cella strettissima: c'erano due letti quasi attaccati. Uno era
occupato da una tossicodipendente tunisina e l'altro da una
madre accusata di aver fatto prostituire le figlie minorenni.
A me fu assegnato il letto della tunisina e lei dovette
accontentarsi di un materasso per terra».
Quanti giorni rimase in cella?
«Quindici. Fui interrogata da Di Pietro, Davigo, Colombo,
Ielo. Tutte le domande vertevano su Craxi. Per fortuna mi
avevano accordato la loro protezione alcune detenute
politiche, forse delle Br. Mi salutavano, s'informavano sulle
mie condizioni, mi davano libri da leggere. Ricordo un tomo
alto così: la storia della Cina».
Craxi?
«In quel periodo mi ripeteva: "Stai tranquilla, se
succede qualcosa vieni con me in Tunisia". Ma si capiva
che quel sistema stava finendo e poi lui all'inizio aveva
sottovalutato Mani pulite».
Non fu l'unico.
«Rimasi tre mesi ai domiciliari. Alle due di notte venivano i
carabinieri a controllare che fossi in casa. C'era un clima
infame. Quando mi hanno liberata, sono stata inseguita, fra
urla e insulti. Ho passato gli anni successivi a cancellare,
questa è la prima volta che mi sforzo di ricordare».
Però non mi dica che nessuno intascava le tangenti nel Psi.
«Per carità, c'erano i ras che si arricchivano. Certi casi
erano lampanti».
Tipo?
«Ho in mente un dirigente
milanese il
nome non glielo dico perché è morto, che era un tipo
scialbo, con la moglie brutta e stracciona. Un giorno lo
rivedo trasformato: "Sai, per problemi di salute
pasteggio solo con champagne e mangio solo filetto".
Quelli sì che erano ladri. Ma c'erano anche tante persone
perbene. Come Gabriele Cagliari che si è ucciso in carcere
per non perdere la propria dignità».
Ed Enza Tomaselli, che ha parlato due ore senza
un'interruzione, tira fuori un fazzolettino di carta e si
asciuga le lacrime.
Hammamet?
«Ci sono stata tante volte. Ma non mi ci sono mai abituata, né
quando Bettino era in vita né dopo. Quella tomba così
modesta, così straniante, non mi appartiene. Tu preghi e
senti la voce del muezzin. Che pena. E poi dicono che Bettino
era il padrone di Milano».
[20-01-2010]
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SEX-GATE AL RAGù - L’EX COMPAGNA
ACCUSA IL SINDACO DI BOLOGNA, IL PRODE PRODINO DELBONO – IL
GIALLO DEL BANCOMAT (ORA IN MANO ALLA DIGOS) INTESTATO A UN
AMICO DEL PRIMO CITTADINO: “FLAVIO MI OFFRÌ SOLDI. VOLEVA
CHE GLIELO RESTITUISSI” – PER L’ACCUSA LA COPPIA GIRAVA
IL MONDO
E LUI PAGAVA CON LA CARTA DI CREDITO DELLA REGIONE…
Biagio Marsiglia per il "Corriere
della Sera"
«Vado a letto e mi chiedo, ogni sera... ma ce la farò mai a
vedere la fine di questa storia? Mi rendo conto che sono una
donna sola e so di avere scelto la strada più difficile... Ho
rifiutato quella della corruzione e ho deciso di percorrere
quella della giustizia. Spero soltanto, a questo punto, di non
restarne stritolata... È pesante per le mie spalle gestire
tutta questa vicenda da sola, ho la mia figliola di dodici
anni da proteggere... ah, se ci fosse ancora mio marito...».
Cinzia Cracchi, l'ex compagna del sindaco di Bologna Flavio
Delbono, va alla guerra. Teneva nel cassetto, ben conservata,
una carta bancomat che le aveva dato il sindaco quando ancora
sindaco non era, quando i due giravano qua e là per
il mondo
e Delbono, vicepresidente della Regione Emilia Romagna - come
ipotizza la Procura felsinea che indaga per peculato e abuso
d'ufficio- pagava i conti d'albergo con la carta di credito
della Regione. I due, innamorati, sono stati a New York e a
Parigi, in Messico, Israele e Santo Domingo, a Londra e
Pechino... Poi lui ha cambiato donna.
Ora, quel bancomat Cinzia l'ha messo nelle mani della Digos di
Bologna e per Flavio Delbono l'imbarazzo è schizzato alle
stelle. Quella carta data in uso all'amica risulta intestata a
un amico, tale Mirko Divani, 60 anni, uno che adesso collabora
col Cup, dove installa computer, uno che è nato operaio
iscritto al Pci ed è andato in pensione come direttore
generale di Farmacom, ditta specializzata in servizi online
per le farmacie. Ha tanti amici che contano, sotto le Due
Torri.
«Flavio voleva che glielo rendessi, questo bancomat oramai
bloccato- confida Cinzia, già una volta interrogata dal pm
Morena Plazzi e che probabilmente sarà risentita nelle
prossime ore - . Da quando ha saputo di essere indagato, come
del resto indagata sono io, ci siamo incontrati diverse volte.
La prima volta a Capodanno, l'ultima giovedì scorso, due
giorni prima che la
procura mi
chiamasse per l'interrogatorio.
Mi ha promesso aiuto economico, mi ha promesso una consulenza in
Comune, e siccome sa che ultimamente sono rimasta a piedi per
due volte con la mia vecchia auto si è anche offerto di
comperarmi una nuova automobile... ma lo ripeto, ho scelto la
mia strada e non sono tornata indietro». Il suo avvocato,
Guido Clausi Schettini, la sostiene come fosse un amico di
sempre. Quello del sindaco, invece, Paolo Trombetti, getta
acqua sul fuoco, invita tutti alla prudenza e regala un
pensierino. «Ma non potrebbe essere stata lei, Cinzia, a
chiedere di incontrare il sindaco?». Cercherà di capirlo la
Digos.
Vicenda strana, il «Cinzia-gate». Passata da una scivolosa
richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Bologna e
respinta dal gip nel novembre scorso- come anticipato dal
Corriere della Sera - a una inchiesta bis che viaggia a gonfie
vele, anche attraverso le analisi di alcuni conti correnti. E
non solo di quelli intestati alla Regione. C'è da capire
anche perché mai Delbono abbia messo nelle mani della sua
compagna una carta bancomat intestata a quello che lui
definisce «un caro amico».
Cosa nasconde questo giro di denaro che passa sui conti di
Farbanca, piccolo istituto di credito con sede legale in via
Irnerio, nel cuore di Bologna, rivolto principalmente al mondo
delle farmacie e della sanità e che fa parte del gruppo Banca
popolare di Vicenza? E perché Delbono andava sempre in
Bulgaria? Per il sindaco di Bologna è tutto semplice e
legale, da scoprire non c'è nulla. Per Mirko Divani, poi, non
c'è proprio niente da dire: «Non sapevo che
il bancomat
intestato ame fosse finito nella borsetta di questa Cinzia. Se
la
procura mi
chiamerà, risponderò». E che lo chiamerà, prima o poi, c'è
da giurarci.
Cinzia e Flavio, due ex col dente avvelenato, si erano incontrati
anche nel giugno scorso, poco prima delle elezioni, quando il
rivale di Delbono per lo scranno di primo cittadino, Alfredo
Cazzola, aveva già tirato le orecchie al candidato del centro
sinistra, già raccontato in televisione degli strani viaggi
della coppia di innamorati, e già incaricato l'avvocato di
fiducia Bruno Catalanotti per difendersi dall'accusa di
diffamazione che gli era ricaduta addosso.
«In quei giorni - ricorda ancora Cinzia Cracchi - Flavio mi
diceva di stare tranquilla, che quando sarebbe diventato
sindaco mi avrebbe sistemato in Comune o in Regione...».
Erano i giorni di una Bologna assolata e distratta che nulla
sapeva. Mica come oggi, che fa un freddo micidiale e la densa
nebbia della campagna è diventata fitta anche a palazzo
d'Accursio. E la gente mormora e vuole sapere.
[20-01-2010]
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SCUSATE,
MA CHI è IL SINDACO DI FIRENZE, UN TALE DELLA VALLE O MATTEO
RENZI? - L'ASSESSORE ALLO SPORT, BARBARA CAVANDOLI, SI DIMETTE
CONTRO LO SCARPARO - IN BALLO LA CONTROVERSA EDIFICAZIONE
DELLA CITTADELLA DELLO SPORT BY DIEGUITO - "LA FIORENTINA
HA DISATTESO GLI ACCORDI PRESI" – I VIOLA: "LA
VERITÀ È UN'ALTRA" -
Ilaria Ulivelli per "La Nazione"
Tutto in
un addio. Che arriva a sorpresa ma non inaspettato (sebbene il
cancan politico dichiari il contrario). Mentre il sindaco
Renzi prende il volo per Washington, la lettera di dimissioni
del suo assessore allo sport, Barbara Cavandoli, deflagra su
internet. Un caso? Difficile da credere. Alle 14 di ieri il
vice di Renzi, Dario Nardella, è chiamato a gestire la patata
bollente.
In
Palazzo Vecchio si riuniscono, con lui, il capogruppo del Pd
Francesco Bonifazi e Bruno Cavini, portavoce del sindaco.
Sconcertati. Atterraggio duro in terra d'America, per Renzi.
Alle 21,30 italiane, il sindaco si attacca al telefono e detta
la linea al suo vice: tocca a lui assumere l'interim allo
sport, fino al rientro di Renzi dagli Usa.
Già
oggi Nardella si metterà in contatto con la Fiorentina per
riprendere la trattativa sulla convenzione, laddove è stata
lasciata da Cavandoli. Un rimpasto di giunta a orologeria, la
cui prima fase finirà sabato. Ore con le mani sudate. Una
fila di pretendenti alla poltrona che, sfacciatamente,
comincia farsi avanti: una sfilza di nomi e cognomi. Chiamano,
chiedono, si offrono. Mentre Cavandoli si estrae dalla giuta.
La lettera dell'assessore allo sport è un mix di zucchero e
veleno per il «caro Matteo». Sentimenti e amarezze.
Entusiasmi e delusioni di una donna che «ha perso l'accesso
alla finale», le parole sono sue. Una lettera lunghissima
dove Cavandoli fa il punto, sviscerando le questioni legate
alla sua decisione, maturata all'indomani della bufera con la
Fiorentina sulla questione della convenzione: il rinnovo del
contratto per la gestione dei campini e dei servizi allo
stadio e per il realizzando centro sportivo per l'allenamento
dei viola, andato a carte quarantotto. Con tanto di scambi al
cianuro fra il patron della Fiorentina Diego Della Valle e le
scuse mai date dal sindaco Matteo Renzi.
«Ho
fatto il
massimo. E visto che la firma della convezione potrà arrivare
solo modificando l'impostazione fin qui sostenuta, io non
posso essere l'interlocutore giusto», scrive l'assessore
dimissionario. Che relega il suo addio in un ‘post scriptum'
con accusa: «Mi accorgo solo ora - si legge - di non aver mai
scritto la parola dimissioni. Non vorrei che il dietrologico
mondo della politica pensasse che si tratta solo di uno sfogo.
No, questa è una lettera di dimissioni». Punto.
Troppo poco per decidere di mollare? Scelte personali. Fors'anche poco condivisibili. Pur sempre scelte. Le
dimissioni di Cavandoli erano già nell'aria lunedì. Quando
un nuovo capitolo sportivo ha rivoltato Palazzo Vecchio. La
candidatura dello stadio di Firenze per gli Europei 2016, poi
approvato di corsa dal consiglio proprio lunedì, nell'ultimo
giorno utile. Cavandoli assente, è
stato il
sindaco a rimediare, illustrando il documento, peraltro
corretto all'ultimo tuffo con l'inserimento della cittadella
viola. La goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Cavandoli
nella notte decide di non aspettare il ritorno del sindaco dal
viaggio negli Usa. Sulla questione convenzione «tu, Matteo,
sei dovuto scendere in campo e io ne devo inevitabilmente
uscire», scrive. E' dura con la società viola: «Credevo
avessimo una meta comune, far sognare Firenze».
Invece
è arrivato «un boccone amaro: il testo della convenzione
scritto da Fiorentina che disattende gli accordi da me presi».
«Non ho molto da rimproverarmi se non quello di essermi
fidata troppo dei miei interlocutori». Poi Cavandoli
ringrazia il sindaco con un abbraccio: «E' stato bello,
bellissimo». E il triplice fischio chiude la partita dopo sei
mesi.
RENZI SU DIMISSIONI ASSESSORE SPORT, VICENDE SI
CHIARIRANNO AL MIO RIENTRO...
(Adnkronos)
- 'Penso che le vicende fiorentine si
chiariranno al rientro'. Lo scrive su Facebook il sindaco di
Firenze, Matteo Renzi, che interviene cosi' per la prima volta
da ieri sulla questione delle dimissioni dell'assessore allo
Sport, Barbara Cavandoli. Renzi si trova negli Usa, per un
viaggio istituzionale, e rientrera' a Firenze domenica
mattina. 'Per adesso - scrive il sindaco nel mesaaggio su
Facebook - lavoro per Firenze negli Stati Uniti. Oggi
chiudiamo con National Geographic un accordo che porta 250.000
dollari al bilancio del Comune di Firenze. Non male, no?'.
[20-01-2010]
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REPUBBLICA: "VENDOLA INDAGATO DA DUE MESI". MA LA
NOTIZIA ESCE A CINQUE GIORNI DALLE PRIMARIE CONTRO BOCCIA
Da quanto tempo Vendola è indagato? La notizia è uscita a
cinque giorni dalle primarie pugliesi ma risalirebbe ad alcune
settimane fa. Su "Repubblica" Gabriella de Matteis e
Giuliano Foschini scrivono che "l'iscrizione risale a due
mesi fa". Su "Libero", che aveva anticipato la
notizia (smentito dalla Procura), Roberta Catania riferisce
che "l'iscrizione del presidente della Regione è un «atto
dovuto» che risale a un paio di settimane fa e che,
probabilmente, finirà per essere archiviato".
Sul "Fatto Quotidiano" Antonio Massari scrive che
"l'indiscrezione circola da settimane, da quando un
rapporto dei carabinieri aveva ipotizzato, per il governatore
pugliese Nichi Vendola, un coinvolgimento nelle inchieste
sulla malasanità" e "ieri ha trovato le prime
conferme". Intanto, dopo i carabinieri, spunta pure la
massoneria.
2
- E NELL'INCHIESTA SULLA SANITA' PUGLIESE SPUNTA PURE LA
MASSONERIA
Carmine
Festa per "La Stampa"
Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola è indagato
per concussione. Il suo nome è stato iscritto nel registro
generale della procura barese per le pressioni che nel 2008 il
governatore pugliese avrebbe esercitato sull'ex assessore alla
sanità Alberto Tedesco (oggi senatore del Pd) per la nomina
di un primario all'ospedale "Miulli" di Acquaviva
delle Fonti. Si tratta del professor Giancarlo Logroscino,
barese, esperto di epidemiologia tornato in Puglia dagli Stati
Uniti dove è stato docente alla Harvard School di Boston.
Vendola lo avrebbe voluto primario all'ospedale di Acquaviva e di
questa nomina avrebbe discusso con l'ex assessore Tedesco in
conversazioni telefoniche che sono state intercettate dagli
inquirenti che già indagavano sull'assessore regionale alla
sanità. In una di queste Vendola avrebbe detto di aver saputo
che per contrastare la nomina di Logroscino al
"Miulli" si era mossa anche la massoneria.
E avrebbe chiesto a Tedesco se la mancata scelta di Logroscino
fosse dovuta proprio all'allora assessore alla sanità che, al
professore tornato dagli Usa, avrebbe preferito un altro
primario.
Tedesco replica che la scelta di un altro nominativo era stata
dettata esclusivamente dalla valutazione dei titoli
professionali del concorrente di Logroscino. Aggiunge inoltre
di aver subito molte pressioni per il docente di Harvard e se
ne lamenta con il governatore. Toni animati tra i due, ma la
conversazione si conclude con Tedesco che dice di aver trovato
la soluzione. Logroscino in Puglia si sarebbe occupato di Sla
(Sclerosi laterale amiotrofica).
Ma sono stati soprattutto i riferimenti a presunte pressioni
della Massoneria sulle nomine dei primari negli ospedali
pugliesi ad attirare l'attenzione della procura barese. Per
questo motivo Nichi Vendola nel luglio scorso fu sentito in
procura dalla pm Desirée Digeronimo. Il colloquio tra i due
durò quattro ore. E qualche giorno dopo fu seguito dalla
lettera aperta che il governatore pugliese scrisse alla
magistrata sui temi della sanità pugliese e le indagini che
aveva provocato.
L'iniziativa di Vendola scatenò la polemica politica. E non
solo. Lo stesso Consiglio superiore della Magistratura
intervenne a tutela dell'inquirente barese, criticando
l'uscita pubblica del presidente della Regione. Ora la vicenda
di presunte pressioni di Nichi Vendola per la nomina del
primario torna prepotentemente alla ribalta.
Il governatore pugliese commenta così la notizia di una indagine
a suo carico: "Sono notiziole che danzano nell'aria e che
provano ad assediare la mia vita, ma sono notizie usate
continuamente come inquinamento della lotta politica. Nel caso
di Logroscino - aggiunge - se sono davvero iscritto nel
registro degli indagati, non vedo quali reati potrei aver
commesso.
Anzi, dovrei essere premiato per aver capovolto l'andazzo
italiano che porta avanti le persone non per meritocrazia, ma
per fedeltà politica. Ho l'orgoglio di aver chiesto di
tornare in Puglia ad un associato di Harvard, presidente
mondiale dell'associazione delle scienze neurovegetative.
Direi che in questo caso ho difeso il primato del diritto alla
salute. Faccio fatica a credere ad una ipotesi di reato a mio
carico. Se fosse così, sarebbe una ipotesi stravagante".
Domenica prossima il centrosinistra pugliese sceglierà
attraverso le primarie il candidato presidente della Regione.
Nichi Vendola, governatore uscente e leader nazionale di
Sinistra Ecologia e Libertà, affronterà Francesco Boccia,
deputato del Pd.
Fin qui
la campagna
elettorale è stata tormentata. Il centrosinistra non è
riuscito a fare sintesi sul nome del candidato unico e arriva
diviso alle urne. Ora alla polemica politica, allo scontro
tutto interno che la coalizione ha consumato in queste ultime
settimane, si aggiunge il caso giudiziario. Quando al voto
mancano cinque giorni.
[19-01-2010]
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È PROPRIO VERO CHE BASTAVA COSTRUIRE
MEGLIO – A PORT AU PRINCE E NELLA HAITI PIÙ DERELITTA LE
CASE SI SONO SBRICIOLATE E I MORTI ACCERTATI SONO ORMAI 75
MILA – MA SULLA COLLINA DEI RICCHI IL SISMA NON È ARRIVATO:
TRA VILLE, SUV E MERCATI DI FIORI LA VITA VA AVANTI COME PRIMA
- AL RESORT SULLA SPIAGGIA LO STAFF IN DIVISA SERVE CHAMPAGNE
DA 153 $ A BOTTIGLIA…
Paolo Foschini per il "Corriere
della Sera"
La fortuna ha sempre buona mira. Perché non è vero, alla fine,
che il più tremendo terremoto della storia di Haiti l'ha
distrutta tutta: un pezzettino della capitale Port-au-Prince
si è salvato. Al cento per cento. Come ci fosse un vetro
antiurto in mezzo: fin qui macerie, morte e distruzione
ovunque; poi giri un angolo, e da lì in poi niente. Non nel
senso che non ci sono vittime: non è caduta una tegola.
stampa.it
I bar stile coloniale sono aperti, i ristoranti pure, persino il
sottilissimo campanile della chiesa di Saint Pierre è intatto
fino alla cima. E i più fortunati tra i fortunati continuano
ad aprire il cancello ai visitatori mandando avanti un gentile
cameriere in divisa: né più né meno che prima di una
settimana fa.
Benvenuti nella «upper» Petionville: quella dei ricchi, degli
stranieri, delle ville col parco e dei Suv. Sotto di loro, a
perdita d'occhio in fondo alla valle, Port-au-Prince è una
tendopoli con mezzo milione di disperati in cerca di vita. Ma
nella Petionville alta no: qui la vita continua. Senza scosse.
Non è stata questione di edilizia ricca o povera: altri
quartieri se non altro benestanti della capitale, per esempio
la upper Turgeau, la loro razione di distruzione l'hanno
democraticamente ricevuta. E la parte bassa della stessa
Petionville, una collina che in pratica chiude la città a
sud-est, è sbriciolata come tutto il resto. È proprio che il
sisma, per un gioco orografico dei suoi, sembra essere
rimbalzato indietro prima di arrivare in cima: e così, lassù,
tutti salvi.
Uno di loro è un italiano con una sua storia. Si chiama Edilio
Cipriani, ha settant'anni, e a Port-au-Prince arrivò nel '98
con due soci per mettere a frutto, dopo disavventure familiari
complesse, la sua esperienza precedente coi gelati: la sua
vecchia ditta italiana è quella che forniva la miscela, a suo
tempo, per fare la panna del più popolare cornetto del mondo.
Adesso divide la proprietà della più grande gelateria dietro
Place Saint Pierre: il Fior di Latte.
«Ne avevo appena aperta una uguale anche giù in basso,
all'inizio di Petionville. Ma quella è rimasta sotto le
macerie: questa qui invece non ha un graffio. Una bella
fortuna». Non gli era andata sempre così: sua figlia, che lo
aveva raggiunto qualche anno fa, si è vista ammazzare un
amico di fianco nel 2004 ed è scappata da Haiti il giorno
dopo. «Allora - dice Cipriani - erano cose all'ordine del
giorno anche quassù. Adesso va molto meglio. Peccato per
tutti quei poveretti rimasti sotto il terremoto...».
Il grande giardino della piazza è occupato da una folla che solo
apparentemente è simile all'umanità dolente di tutta l'altra
Port-au-Prince: certo, dai quartieri vicini sono venuti in
molti per cercare anche in questo grande spiazzo un posto dove
stare, e accendere un fuoco. Ma la connotazione complessiva
resta quella di prima: un mercato. La bancarella più grande
vende mazzi di fiori. Bellissimi. Diversi li comprano.
Anche il grande complesso di La Clos, su un altro fronte della
vallata, se l'è cavata un po' meglio di altri: anche se la
serie di ville del parco, come mostra il proprietario Frantz
Liautaud, avrà bisogno di qualche ristrutturazione. Ingegnere
civile nato a Haiti ma cresciuto tra Europa e Usa, è uno di
quelli che pur avendone tutti i mezzi non se ne andrà: «Forse
questo disastro, per quanto doloroso, era l'unico modo per
dare ad Haiti un futuro. Ora è tabula rasa: c'è una chance
di ripartire».
Nel parco, tra i campi da tennis e la piscina, sono accampati
altri che abitavano appena più giù, e che
la casa
l'hanno persa. Come Joseph Slow, giovane economista della Soge
Bank: «Per Haiti è finita - dice - almeno per i prossimi
anni».
Fuori da Port-au-Prince, costeggiando il mare, anche i piccoli
villaggi della pianura si succedono al ritmo di uno ogni
dieci-quindici chilometri, con le loro puntuali case
distrutte: dove esistevano case e non baracche. Fino a Kaliko
Beach, il resort extralusso - per gli standard di qui - dove i
funzionari dell'Onu e gli stranieri venivano a rilassarsi tra
un impegno e l'altro: neanche un graffio neppure quello, anche
il Veuve Clicquot è lì al suo posto, per 153 dollari la
bottiglia, così come staff e concierge in divisa. «Da martedì
scorso però- spiega il manager Joel Thebaud- i clienti sono
effettivamente pochi. Se non cambia qualcosa dovremo chiudere».
[20-01-2010]
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SEXY-GATE
AL RAGÙ - SINDACO, SOLDI E SESSO E BOLOGNA ZOZZONA ROSSA E
GRASSA VA IN PROCURA - S’INDAGA SUI VIAGGI DELL'ALLORA
VICEGOVERNATORE DELBONO, OGGI SINDACO SPONSORIZZATO DAL PIO
PRODI, E DELLA SUA SEGRETARIA-AMANTE CINZIA E SU UN MISTERIOSO
BANCOMAT - NUOVE ACCUSE DELLA EX FIDANZATA AL DELBONO (A
NIENTE MA CAPACE DI TUTTO): MI HA OFFERTO SOLDI PER TACERE…
Giulia Testi per "Il
Fatto Quotidiano"
Era
cominciata con le auto blu e le missioni a spese della regione
Emilia-Romagna, con la fidanzata-segretaria al seguito, da
Pechino a Parigi e a New York. Poi sono venuti fuori i viaggi
in Messico e Santo Domingo.
Era
cominciata con le auto blu e le missioni all'estero a spese
della Regione Emilia-Romagna, con la fidanzata-segretaria al
seguito, da Pechino a Parigi e a New York. Poi sono venuti
fuori anche i viaggi in Messico e a Santo Domingo, gli aumenti
di stipendio ottenuti (e conservati) dalla stessa
segretaria-fidanzata, un misterioso bancomat intestato a un
amico-prestanome affidato alla donna e le ripetute trasferte
in Bulgaria, dove la Regione Emilia-Romagna ha un ufficio di
rappresentanza: ma forse non basta a spiegare ben sedici
missioni del vicepresidente tra il 2003 e il 2008. Flavio
Delbono, 52 anni, professore prodiano di economia, ex numero
due della Regione più rossa d'Italia e sindaco di Bologna dal
giugno scorso, dopo l'addio di Sergio Cofferati, non se la
passa bene.
Delbono
è indagato per abuso d'ufficio e peculato sulla base delle
rivelazioni di una donna che è stata per sette anni la sua
compagna, Cinzia Cracchi. A Bologna lo chiamano "Cinzia-Gate".
La signora Cracchi era una dipendente comunale, lavorava negli
uffici di un esponente dell'allora Asinello finché Delbono
non l'ha portata in Regione, nella sua segreteria. Intanto lei
ha lasciato il marito.
Ma
quando l'attuale sindaco ha lasciato lei, nel luglio 2008, lui
l'ha spedita al Cup, la società partecipata che gestisce le
prenotazioni per conto delle Asl della Regione. Si è
ritrovata al centralino e non ci ha visto più (anche se ha
mantenuto l'aumento di 800 euro che aveva avuto in Regione).
"Rivoglio il mio lavoro" e ha cominciato a fare il
giro dei politici considerati ostili all'ex compagno per
raccontare tutto quello che sa, a cominciare dai viaggi in
giro per il mondo.
Lei era
in ferie, Delbono in missione, con tanto di diaria e carta di
credito aziendale (cioè regionale) con la quale avrebbe
pagato, secondo l'ipotesi di reato formulata dal procuratore
aggiunto Massimiliano Serpi e dalla pm Morena Plazzi, anche le
spese della signora, facendole figurare talvolta come
"spese di rappresentanza".
E non è
finita: ieri Cracchi, indagata anche lei, è tornata in
Procura dopo aver dichiarato al Corriere di Bologna che
Delbono le ha offerto "aiuto economico e una consulenza
da 1.500 euro al mese" per ammorbidire le sue
dichiarazioni davanti ai magistrati. L'interrogatorio, durato
diverse ore, è stato secretato. Ma la signora sembra aver
confermato tutto, il che significa che probabilmente la
posizione del sindaco si aggraverà, con l'aggiunta di
un'altra ipotesi di reato: intralcio alla giustizia.
La
vicenda è venuta fuori il 15 giugno, a pochi giorni dal
ballottaggio delle Comunali. Alfredo Cazzola - ex patron del
Bologna calcio, della Virtus e del Motorshow e all'epoca
candidato a sindaco per il Pdl - durante un faccia a faccia
radiofonico ha affondato il colpo: "Le porto i saluti
della signora Cinzia, la sua ex compagna che ha molto da dire
sulla sua moralità...". Delbono ha querelato
l'avversario per diffamazione e la Procura ha aperto un
fascicolo per abuso d'ufficio e peculato a carico del
candidato Pd.
Poi
Delbono è stato eletto e a settembre la Procura ha chiesto
l'archiviazione: "Non sono emerse irregolarità",
concludevano il procuratore Serpi e il pm Luigi Persico,
mentre gli avvocati di Cazzola e di Delbono firmavano
pubblicamente l'armistizio con il ritiro della querela e la
relativa accettazione del querelato.
Ma il 4
dicembre il presidente dei gip Giorgio Floridia ha negato
l'archiviazione dell'inchiesta sui presunti abusi e ha
ordinato nuove indagini. In Procura nel frattempo era arrivato
il nuovo capo, Roberto Alfonso, siciliano, una vita nella
Direzione nazionale antimafia, ben lontano dall'ambiente
giudiziario bolognese che il centrodestra accusa da tempo di
eccessiva tenerezza nei confronti delle istituzioni locali.
L'ultima
polemica aperta in Regione riguarda la consulenza sulla
penetrazione mafiosa sul territorio affidata dalla giunta di
Vasco Errani al predecessore di Alfonso, l'ex procuratore
Enrico Di Nicola che è andato in pensione nel luglio
2007. L
'inchiesta su Delbono è ripartita a fine dicembre. Primo
atto, l'iscrizione del sindaco nel registro degli indagati e
la convocazione come teste di Alfredo Cazzola, uscito poi
dalla Procura con aria trionfale: "Finalmente mi sento
trattato come un cittadino di serie A".
Poi è
toccato a Cinzia Cracchi. Ora la Digos sta spulciando le
missioni all'estero e gli estratti-conto della carta di
credito di Delbono e del bancomat affidato alla ex fidanzata,
intestato a un suo amico. Delbono inizialmente ha scelto il
silenzio, poi ha assicurato di non aver usato fondi regionali
per scopi privati e per denunciare l'aggressione del Pdl.
"E'
una montatura", dice. Ma solo da qualche giorno, tramite
il suo avvocato Paolo Trombetti, il sindaco chiede con
insistenza di sostenere l'interrogatorio. Dovrebbe essere
fissato a giorni. Si indaga, anche se non risultano specifiche
contestazioni, anche sui viaggi in Bulgaria, Paese in cui
Delbono avrebbe imprecisati interessi economici: "Del
tutto legittimi - avverte Trombetti -.
Ma
comunque, se è andato a spese della Regione, sarà stato in
occasione di regolari missioni". Per spiegare nel
dettaglio i singoli viaggi e la storia del bancomat,
l'avvocato attende di trovarsi di fronte ai pm. Intanto, il
palazzo del Comune trema.
[21-01-2010]
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È
STATO PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE E HA GUIDATO
LA RAI
QUANDO C’ERA BISOGNO DI UNA FIGURA "DI GARANZIA".
MA TUTTO QUESTO NON HA RISPARMIATO AD ANTONIO BALDASSARRE
QUALCHE SOSPETTO E LE CENSURE DEGLI EX COLLEGHI MAGISTRATI -
"È COME SE UN GIUDICE PREPARASSE LA SENTENZA DI CONCERTO
CON UNA SOLA DELLE PARTI" - NELLE CONVERSAZIONI,
REGISTRATE DAGLI INQUIRENTI, SI PARLA DI UN PAGAMENTO DI 100
MILA EURO. IL GIUDICE CHIOSA: "NON PUÒ ESCLUDERSI CHE LA
SALATA PARCELLA CORRISPOSTA DA MELIOLI A BALDASSARRE
CONCERNESSE LEGITTIMI ONORARI PER UNA QUALCHE LECITA
PRESTAZIONE PROFESSIONALE DI CUI SFUGGE, AL MOMENTO, LA
NATURA: PERÒ RESTEREBBE OSCURO, SE SI TRATTASSE DI
UN’ATTIVITÀ LEGITTIMA, IL MOTIVO PER IL QUALE VI SIA STATA
NECESSITÀ DI UNA MEDIAZIONE" - (BALDA NEGA TUTTO) -
Giacomo Amadori per "Panorama"
È stato
presidente della Corte costituzionale e ha guidato
la Rai
quando c'era bisogno di una figura «di garanzia». Ma tutto
questo non ha risparmiato ad Antonio Baldassarre qualche
sospetto e le censure degli ex colleghi magistrati. Il suo
nome compare diverse volte, quasi come un convitato di pietra,
in un'ordinanza di custodia cautelare firmata a metà dicembre
dal
gip Massimo
Cusatti, del tribunale di Genova, contro nove persone (tra
queste gli imprenditori liguri Paolo e Leone Giani, attivi
nella produzione e commercializzazione del grana padano e del
parmigiano reggiano) accusate di frode fiscale e altri reati.
A
Panorama Baldassarre giura di non saperne nulla, ma
puntualizza: «Ho sempre osservato le leggi e non mi risulta
ci siano indagini su di me. Se ci fossero, riterrei la cosa
scandalosa e mi batterei perché questo emergesse». A
collegare Baldassarre all'inchiesta sono i suoi rapporti con
Silvano Nizzoli, ex assessore socialista di Reggio Emilia,
oggi consulente, finito in carcere con l'accusa di millantato
credito, anche se i due pm che conducono l'inchiesta, Paola
Calleri e Walter Cotugno, non escludono l'ipotesi della
corruzione. Secondo gli inquirenti, Nizzoli avrebbe promesso
ai Giani di pilotare un controllo fiscale nei confronti della
loro azienda grazie a conoscenze altolocate, e in particolare
a Baldassarre.
Che di
Nizzoli parla così: «L'ho conosciuto a Tel Aviv due o tre
anni fa a una festa in onore di Simon Peres. Mi sembrava una
persona perbene e l'ho aiutato in vicende assolutamente lecite».
Nizzoli, grazie alle sue presunte millanterie, avrebbe
ricevuto dai Giani 10mila euro. «Quei soldi non rappresentano
un illecito» ribatte l'avvocato Liborio Cataliotti, difensore
dell'ex assessore, «sono serviti per pagare un'inserzione
pubblicitaria e un'intervista sulla rivista Nuova diplomazia:
Baldassarre è vicepresidente del comitato scientifico ed è
intuibile che ci sia stato un suo coinvolgimento in quella
operazione». Baldassarre però smentisce questa
ricostruzione: «Non so niente di quel denaro e non mi sono
mai occupato di questioni gestionali per la rivista».
Almeno
conosce i Giani? «Nizzoli mi presentò uno dei due fratelli
ai margini di un convegno » risponde l'ex presidente della
Consulta «mi disse che si trattava di una questione legale
urgente concernente un'ispezione fiscale, però io spiegai di
non essere un tributarista e dissi che non potevo intervenire,
anche perché c'era un accertamento in corso».
Il
giudice Cusatti, per ora, scagiona Baldassarre: «Non ci sono
elementi per affermare, a oggi, se abbia anch'egli
personalmente garantito a
Paolo Giani
, in occasione dell'incontro a tre svoltosi l'11 ottobre
2008 a
Bellaria, di poter influire sulla verifica fiscale in corso
grazie alle proprie conoscenze con personaggi "che
contano" e se abbia ricevuto almeno parte della somma di
10 mila euro versata da
Paolo Giani
a Nizzoli».
Per
sottolineare la «negativa personalità » di quest'ultimo,
Cusatti cita un altro episodio in cui, ancora una volta,
Nizzoli e Baldassarre sono coinvolti insieme. Nel 2007
un'azienda di Reggio Emilia, la Itn, rescinde un contratto con
la Garboli spa, azienda di costruzioni del gruppo Pizzarotti.
Che ricorre a un collegio arbitrale per ottenere un
risarcimento. «Sì» riconosce Baldassarre «Giovanni Melioli,
amministratore delegato della Itn, stava cercando un arbitro
di prestigio e Nizzoli gli presentò me».
Le
intercettazioni telefoniche, sottolinea però il giudice
Cusatti, dimostrano come «Baldassarre si sia speso per la
tutela degli interessi di Melioli, o almeno che abbia detto a
Nizzoli di averlo fatto ». Il gip censura questo
comportamento: «È un po' come se un giudice preparasse la
sentenza di concerto con una sola delle parti». Baldassarre
replica: «Io non parlavo con una delle parti, ma con Nizzoli,
un amico che mi aveva presentato un cliente. Ci sono state
telefonate con l'avvocato di Melioli per acquisire gli
elementi necessari al giudizio».
Nelle
conversazioni, registrate dagli inquirenti, si parla di un
pagamento di 100 mila euro. Il giudice chiosa: «Non può
escludersi che la salata parcella corrisposta da Melioli a
Baldassarre concernesse legittimi onorari per una qualche
lecita prestazione professionale di cui sfugge, al momento, la
natura: però resterebbe oscuro, se si trattasse di un'attività
legittima, il motivo per il quale vi sia stata necessità di
una mediazione».
A quanto
risulta a Panorama, per l'incarico gli arbitri ottennero dalle
parti, come onorario, un anticipo di 100 mila euro a testa,
cifra che raddoppiò al deposito della decisione. «Il lodo si
è svolto alla luce del sole e alla fine le parti si sono
messe d'accordo» conclude Baldassarre. Che trova un aiuto
dalla Pizzarotti. Il capo dell'ufficio legale, Marco
Tarantino, dichiara: «Per me non ci fu nulla di sospetto,
quello era un lodo ben motivato anche se a noi piuttosto
sfavorevole».
[21-01-2010]
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NON SOLO PUGLIA, IL
CORRIERE LANCIA
UN MISSILE SUL MIX SANITÀ & POLITICA DEL PD - IL PARTITO
DI BERSANI BOICOTTA E FA SALTARE A BOLOGNA UNA NOMINA MEDICA
PER IGNAZIO MARINO, LUMINARE DELLA CURA AL FEGATO REO DI
ESSERE SCESO IN CAMPO ALLE PRIMARIE CONTRO CULATELLO. LE
INTERCETTAZIONI DI UN COMMERCIALISTA DI SIENA: “HANNO
FATTO IL
VOLTA FACCIA I VERTICI REGIONALI, CHE COME TU SAI SI SONO
SCHIERATI CON BERSANI, E QUINDI MARINO NON È PIÙ GRADITO
QUA. AVEVA IN MANO UN CONTRATTO CHE DOVEVA SOLO ESSERE
CONTROFIRMATO. E SI È FERMATO TUTTO...” -
L'attività di chirurgo di Ignazio Marino sarebbe stata
ostacolata quando decise di candidarsi alla segreteria del
Partito democratico in concorrenza con Pierluigi Bersani e
Dario Franceschini. È quanto emerge da alcune intercettazioni
telefoniche di un'inchiesta giudiziaria calabrese su
tutt'altri temi.
Alcuni dirigenti del Servizio sanitario regionale dell'Emilia
Romagna avrebbero montato un'azione di boicottaggio ai danni
del senatore Pd, chirurgo notissimo, uno dei maestri del
trapianto di fegato. L'obiettivo (raggiunto) era sbarrargli le
porte del S.Orsola-Malpighi, policlinico universitario nel
cuore di Bologna con un reparto all'avanguardia nei trapianti
di fegato.
Con il S.Orsola, struttura pubblica,
il medico aveva
già raggiunto un'intesa. «Marino arriva al S.Orsola»,
titolavano i giornali bolognesi a fine aprile 2009. E c'era
l'ok dell'assessore regionale alla Sanità, Giovanni Bissoni
(Pd). Poi, a luglio, la candidatura alle primarie del Pd. A
quel punto che cosa succede?
Lo raccontano le intercettazioni captate in un'inchiesta mille
chilometri più a sud. Il pm Pierpaolo Bruni della Procura di
Crotone indagando su presunti illeciti nella realizzazione di
due centrali termoelettriche incappa nelle conversazioni «bolognesi»,
ritenute potenzialmente «apprezzabili» sotto il profilo
penale.
Dunque potrebbe essere aperta un'inchiesta specifica. «Le
conversazioni mettono in risalto - scrive la procura crotonese
- le azioni ostruzionistiche che alcuni dirigenti dell'Azienda
sanitaria di Bologna avrebbero posto in essere nei confronti
del senatore Ignazio Marino, candidato alle primarie del Pd.
In particolare non gli sarebbero stati perfezionati i
contratti che lo avrebbero legato, quale chirurgo, al
policlinico S. Orsola di Bologna, per essersi contrapposto
all'onorevole Luigi Bersani nella corsa all'elezione di
segretario del Pd».
DORMIENTE
Il telefono intercettato è quello di Giuseppe Carchivi,
commercialista originario di Crotone ma con studio in
provincia di Siena. È un professionista molto quotato e con
relazioni politiche ad alto livello.
Il 25
agosto lo chiama un «professore » (omettiamo il nome)
chirurgo al S.Orsola.
GIUSEPPE CARCHIVI: «Io penso che
sia rimasto molto male (Marino, ndr) per la questione di
Bologna»
PROFESSORE:
«Sì, bè, non è che poi han detto no ...L'han rimandata,
capito? Però sono quei rinvii ... Lui c'è poco da fare, s'è
schierato da un'altra parte di dove stanno questi». La
mattina del 20 agosto 2009 e in altre occasioni il
commercialista riceve telefonate da un numero interno del S.
Orsola. È un altro medico amico (identificato negli atti),
sempre chirurgo del policlinico, a stretto contatto con l'équipe
del professor Antonio Daniele Pinna direttore della chirurgia
dei trapianti di fegato e multiorgano, quella dove Ignazio
Marino avrebbe dovuto operare.
CHIRURGO (C): «... Ti
volevo raccontare una cosa, successa la settimana scorsa ...
dopo lo schieramento politico di Marino ».
GIUSEPPE
(G): «Eh Eh». C: «Hanno
fatto il
volta faccia (...) in sostanza i vertici regionali, che come
tu sai si sono schierati con Bersani, e quindi Marino non è
più gradito qua ... il mio direttore generale Cavina (Augusto
Cavina dg del S.Orsola, ndr) lo ha chiamato dicendogli
"sa...abbiamo difficoltà di sala operatoria, problemi di
consiglio di facoltà, sa che c'è un centrodestra molto forte
a Bologna", pensa che cazzate che gli ha raccontato ...
io l'ho ascoltata la telefonata: insomma, conclusione, gli ha
detto che al momento non se ne fa niente. E lui (Marino, ndr)
m'ha detto: "ma allora adesso come faccio, io ho i miei
pazienti da operare...". Insomma lui è rimasto a piedi,
non ha una sala operatoria, con i pazienti da operare. Allora
mi ha detto: "Mi devi aiutare a trovare un'altra
soluzione". Io che cazzo di soluzione gli trovo,
Giuseppe? Dove lo faccio operare, a casa mia? Non so come
aiutarlo perché, capisci, ha fatto una scelta politica che lo
ha messo in una certa luce con l'entourage di questa zona».
G: «Che tristezza».
C:
«Eh, che tristezza, lo so però così è
andata la storia. Ti ripeto, in realtà ufficialmente non è
mai stato detto questo. Ufficialmente è stato detto che
abbiamo problemi di sala operatoria, che le sale operatorie
sono troppo piene che ... insomma tutte cazzate, ovviamente,
tutte minchiate ...».
G:
«A Siena potrei aiutarlo, ma Siena è come Bologna ... E
Pinna (direttore reparto trapianti, ndr), che dice?».
C:
«Pinna ha detto che (Marino, ndr) ha fatto
una mossa che gli ha tagliato le gambe, Bissoni (assessore
regionale alla Sanità, ndr) era favorevolissimo
all'operazione ».
G:
«Ma come si può nella sanità italiana andare avanti?»
C:
«Però è così, Giuseppe ... questo è uno
che, si potrà dire tutto, ma sicuramente il fegato lo sa
trattare. Oh, e questi lo tagliano perché, capito?, per fare
le vendette trasversali. (...) È un'assurdità che un
chirurgo di quella portata non abbia una sala operatoria ...
che c'ha i malati che aspettano... Marino aveva in mano un
contratto che doveva solo essere controfirmato. E si è
fermato tutto».
G: «E se lo controfirmasse?»
C:
«Marino me l'ha detto: se devo venire al S.Orsola che c'è
una guerra nei miei confronti ... io mi troverò un altro
posto ...Tra l'altro non chiedeva manco un cazzo di soldi:
s'era fatto un contratto da 1.500 euro... tu calcola che ogni
ritenzione epatica che faceva Marino, il S. Orsola intascava
25.000 euro e gliene dava 1.500...» (...)
G:
«Renditi conto che qui siamo al paradosso ... andare ad
aiutare il Presidente della commissione d'inchiesta (sulla
sanità pubblica, ndr), uno dei migliori chirurghi al mondo, a
trovare una sala operatoria. (...) Io ne parlo con Ignazio,
sarei per fare una rivoluzione ... questo è uno scandalo
nazionale».
[20-01-2010]
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SCANDALO NOVARTIS, ENNESIMA CONFERMA
DEL MOSTRUOSO GROVIGLIO DI INTERESSI CHE RUOTANO INTORNO ALLA
SANITÀ (LA COPPIA SACCONI-GIORGETTI NON HA NULLA DA DIRE?)
C'è un uomo che ha trascorso un brutto weekend. Si chiama
Fabrizio Oleari, è nato a Mantova 60 anni fa e ha sempre
avuto le mani in pasta nella Sanità dove fin dal 1978 ha
cominciato a operare presso l'università di Milano come
specialista in malattie infettive.
La sua carriera lo ha portato nel
corso degli anni a ricoprire vari incarichi presso aziende per
i servizi sanitari e al ministero della Salute dove è
sbarcato nel 1997.
Qui si è sempre mosso sul fronte
della prevenzione sanitaria ed è lui l'uomo che il 21 agosto
dell'anno scorso ha firmato il contratto di acquisto dei
vaccini contro la pandemia. La sua firma appare in calce al
documento di 11 pagine insieme a quella di Francesco Gulli, un
manager che ha studiato al Politecnico di Milano e
all'università di Pisa ed è diventato amministratore
delegato di Novartis Vaccines.
Sono loro i due personaggi sui quali
si sono accesi i riflettori per lo scandaloso contratto tra il
ministero del Welfare e la multinazionale svizzera. Adesso le
pagine di quel contratto per il quale Novartis ha incassato
184 milioni di euro girano sui siti internet, ma ci sono
voluti parecchi mesi prima che qualcuno si accorgesse della
mostruosa forzatura prevista nell'accordo segreto.
Anche Dagospia aveva richiamato
l'articolo apparso il 5 gennaio sul sito www.lavoce.info in
cui la professoressa sarda Nerina Dirindin faceva a pezzi il
comportamento incredibile del ministero che in nome
dell'emergenza terroristica ha affidato senza gara il
"pacco" alla Novartis. Un pacco che, oltre ad essere
una bufala è pieno di soldi, e sembra destinato a esplodere
come il "caso dell'anno".
È l'ennesima conferma del mostruoso
groviglio di interessi che ruotano intorno alla Sanità, il
pozzo nero dove si ritrovano le vergini baresi di Tarantini e
riappaiono i fantasmi di Francesco De Lorenzo (l'ex-ministro
della Salute) e lady Poggiolini.
Qualcuno comincia a chiamare in causa
le responsabilità politiche del ministro Sacconi, uno degli
esponenti che ieri insieme a Frattini e Brunetta ha lacrimato
sulla tomba di Hammamet. E c'è anche chi in modo malizioso
collega il politico con la sua compagna di vita, Enrica
Giorgetti, la donna che ha cominciato a sgambettare in
Montedison nell'82 poi ha lavorato in Confindustria e in
Autostrade fino a diventare nel luglio di quattro anni fa
direttore generale di Farmindustria.
Non saranno loro i capri espiatori di
questa bufala che ha eccitato i magistrati della Corte dei
Conti. C'è da scommettere che nei prossimi giorni sarà fatto
un taglio netto tra le responsabilità politiche e quelle
tecniche dove in prima linea si trova il direttore generale
del ministero Fabrizio Oleari |
20.01.10 |
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LA MANNAIA
SU MANNINO - ARRESTATO E TRITURATO DALLA GIUSTIZIA (9 MESI DI
CARCERE E 13 DI ARRESTI DOMICILIARI) E DOPO 19 ANNI VENIR
ASSOLTO IN CASSAZIONE! (ORA CHI PAGA UNA VITA DISTRUTTA?) -
DOPO LA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO (CHE LO SALVARONO DA UN
PENTITO “PILOTATO”), COMINCIA IL CALVARIO GIUDIZIARIO
DELL’EX MINISTRO DC, ACERRIMO NEMICO DI VITO CIANCIMINO –
INIZIÒ LA PROCURA DI CASELLI...
Felice Cavallaro per "il
Corriere della Sera"
Per capire il calvario giudiziario di
Calogero Mannino, assolto ieri in Cassazione dall'accusa di
concorso esterno alla mafia dopo 19 anni di indagini e
processi, basta ascoltare il suo primo commento: «Hanno
portato via un pezzo della mia vita».
Ma forse per mettere a fuoco lo
psicodramma politico-giudiziario bisognerebbe ripartire da
quei manifesti giganti che, per le elezioni del 1991,
tappezzarono tutta la Sicilia con una sorta di sfida lanciata
dalla grassa e inquinata Democrazia Cristiana alla mafia dei
Corleonesi, di Riina e Provenzano, già latitanti da
trent'anni.
Perché su quei proclami voluti
dall'ex ministro poi finito in cella si leggeva per la prima
volta a caratteri cubitali «Contro la mafia, costi quel che
costi». Firmato Mannino, allora segretario regionale del
partito, leader della sinistra interna, deciso a isolare «don»
Vito Ciancimino, in buoni rapporti con Giovanni Falcone e,
allora, appena salvato da Paolo Borsellino che aveva bloccato
le insinuazioni di un pentito pilotato.
Eppure, morti Falcone e Borsellino,
due anni dopo le grandi stragi, nel febbraio '94, a un anno
dalla discussa cattura di Riina, fu notificato l'avviso di
garanzia e nel febbraio '95 maturò l'arresto di Mannino,
triturato dal pool della Procura dove era arrivato un nuovo
capo, Giancarlo Caselli, indifferente a quei manifesti che
debbono essergli sembrati la prova del paradosso siciliano di
chi dice una cosa per farne intendere un'altra.
Fatto sta che quel tentativo di
sganciare almeno un pezzo della vecchia Dc dalle trame mafiose
abortì con la stessa fine del partito e con il terremoto
giudiziario di Mannino, additato come l'interlocutore diretto
dello Stato con l'antistato.
Per dirla con quello che Caselli, i
sostituti Vittorio Teresi e Teresa Principato, indicarono come
il «Buscetta della politica», tal Gioachino Pennino, un
amico di Ciancimino, per dieci anni considerato un pentito
attendibile, poi mollato, adesso ritenuto da tanti magistrati
un bluff. Smentito via via perfino da altri boss come Leoluca
Bagarella che definì Mannino «un carabiniere» e Giovanni
Brusca, il pentito che rivelò il progetto di uccidere l'ex
ministro «perché aveva avversato pubblicamente Cosa Nostra».
Sono cadute una dopo l'altra le
accuse, un processo dopo l'altro. I giudici di primo grado si
convinsero dell'insussistenza delle prove. Di qui la prima
assoluzione, dopo sei anni di dibattimento, nove mesi a
Rebibbia, due anni ai domiciliari e un carcinoma. Fu immediato
il ricorso al secondo grado chiesto e ottenuto dalla Procura.
Lasciando sul banco d'accusa lo stesso pm frattanto nominato
sostituto procuratore generale, Teresi. Un nuovo processo
concluso nel 2004 con una condanna a 5 anni e 4 mesi.
Cominciò allora il ping pong fra
Palermo e Roma. Con la difesa che ricorse in Cassazione dove
il procuratore generale chiese l'assoluzione dell'imputato. La
corte preferì ordinare un nuovo processo, ma esprimendo un
giudizio severo per il lavoro compiuto in secondo grado. E i
nuovi giudici d'appello a Palermo ne tennero conto. A fine
2008 la nuova assoluzione che demolì l'ipotesi di un presunto
patto politico-elettorale con la mafia, ritenuto «evanescente,
dunque insussistente».
Poteva finire lì il «calvario»,
come lo chiama Mannino pensando alla moglie, Giusi Burgio, al
figlio Toto, a tutti i familiari. E invece la procura generale
ci provò di nuovo. «Prendendo una sberla dalla Cassazione»,
commentano euforici gli avvocati Salvo Riela e Grazia Volo.
Perché la Suprema Corte ieri ha rigettato il ricorso
ritenendolo «inammissibile».
Corriere della Sera
Molti sono convinti che quella Dc,
anche la Dc di Mannino, deve avere avuto le sue colpe per i
compromessi con la mafia. E continueranno le polemiche
politiche, mentre esultano Casini, Buttiglione, Cesa, il suo
«pupillo» Totò Cuffaro e non solo i leader dell'Udc,
partito di cui Mannino è deputato a Montecitorio.
Ma l'epilogo giudiziario evidenzia più
di un paradosso. Perché Mannino era il nemico di Ciancimino.
O meglio Ciancimino non lo tollerava, con lo stesso
atteggiamento covato contro i big della sinistra Dc che lo
avevano isolato sin dal 1983, al congresso di Agrigento.
)
Ma paradossalmente da qualche tempo i
pubblici accusatori di Palermo auspicavano una condanna
definitiva di Mannino, mentre corre sulla strada accidentata
di una ipotetica e complessa riabilitazione il rampollo di don
Vito. È la partita aperta di una Palermo dove Mannino è il
primo a non volere fare un uso strumentale del verdetto, pur
convinto che «non c'è una giustizia da cambiare», ma «da
cambiare sono le regole di funzionamento dell'accusa, questo
è il vero problema».
[15-01-2010] |
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SPIONI
DENTRO L’ANTIMAFIA! - Tutto parte l'estate scorsa, quando la
Dia partenopea scopre che in un'area non protetta del sistema
informatico è stata creata una cartellina con all'interno dei
file riguardanti l’inchiesta Magnanapoli, che rivelò i
rapporti tra l'imprenditore Alfredo Romeo e diversi esponenti
della giunta comunale di Napoli - DOSSIER SISMI: IL 2 MARZO
POLLARI DAL GUP…
1- DOSSIER SISMI: IL 2 MARZO POLLARI
DAL GUP...
Da "La Stampa"
È stato fissato per il 2 marzo
prossimo l'inizio dell'udienza preliminare davanti al gup di
Perugia a carico dell'ex direttore del Sismi Nicolò Pollari e
dell'ex funzionario dello stesso servizio segreto Pio Pompa
per la vicenda relativa al presunto archivio riservato trovato
a Roma negli uffici di via Nazionale. La procura del capoluogo
umbro ha chiesto nei giorni scorsi il rinvio a giudizio dei
due ipotizzando, tra l'altro, il reato di peculato. Secondo il
pm Sergio Sottani, infatti, risorse dell'organismo sarebbero
state utilizzate per realizzare decine di dossier su
magistrati, giornalisti e politici, quindi a fini considerati
non istituzionali.
2- GLI SPIONI DENTRO L'ANTIMAFIA...
Antonio Salvati per "la
Stampa"
Adesso sarà interessante capire chi
veniva spiato, perché e soprattutto per conto di chi. Perché
dell'esistenza di una struttura all'interno della Direzione
investigativa antimafia di Napoli in grado di raccogliere
informazioni sulla vita privata di alcune persone i magistrati
sospettavano da tempo. E con le perquisizioni ordinate ieri
gli inquirenti della Procura di Napoli hanno ottenuto già i
primi riscontri.
Tutto parte l'estate scorsa,
esattamente il 14 agosto, quando uno degli uomini in servizio
alla Dia partenopea scopre che in un'area non protetta del
sistema informatico è stata creata una cartellina con
all'interno dei file riguardanti le nuove indagini nate
dall'inchiesta Magnanapoli, che rivelò i rapporti tra
l'imprenditore Alfredo Romeo e diversi esponenti della giunta
comunale di Napoli.
Le notizie coperte da segreto erano
relative a presunte irregolarità negli appalti inseriti nel
cosiddetto Piano Sicurezza a Napoli e in provincia. Per
l'amministratore del sistema informatico ricostruire il
percorso dei dati fu un gioco da ragazzi. Venne individuato
anche il computer e il giorno in cui fu avviato quel tipo di
lavoro. E in quella data era in servizio un sostituto
commissario, 45 anni, allontanato qualche mese prima proprio
dal gruppo ribattezzato Fedra, che indagava appunto sulla
vicenda Global Service.
Facciamo un passo indietro: Giorgio
Nugnes, l'assessore comunale morto suicida nel 2008 dopo
essere stato coinvolto nell'inchiesta nata in seguito agli
scontri scoppiati dopo l'apertura della discarica di Pianura,
fece alcune confidenze a un colonnello dell'Arma. L'uomo
politico temeva di essere finito nel mirino della magistratura
che indagava su una delibera per l'appalto della manutenzione
delle strade cittadine. Parlò di un impiegato comunale in
rapporti con un uomo della Dia in grado di fargli ascoltare
anche le intercettazioni telefoniche a suo carico.
Le forze dell'ordine indagarono sul
dipendente del Comune di Napoli e scoprirono che un
appartamento intestato a quest'uomo venne affittato in passato
proprio al sostituto commissario in servizio alla Dia che, a
scanso di equivoci, fu allontanato dal gruppo investigativo
che si occupava di quella delicata inchiesta.
Poi la scoperta dei file segreti
violati e i magistrati Falcone, D'Onofrio e Filippelli
decisero di convocarlo e di sottoporlo ad interrogatorio, alla
fine del quale fu arrestato e accusato di accesso abusivo ai
sistemi informatici della Procura per acquisire informazioni
riservate sulle indagini in corso.
Ma già all'epoca i magistrati ebbero
la sensazione dell'esistenza di una più ampia rete di
soggetti coinvolti in quella vicenda. Da qui alle
perquisizioni di ieri il passo è breve: l'ipotesi
investigativa è che all'interno della Dia ci fosse una vera e
propria centrale di spionaggio in grado di operare in maniera
stabile per conto di chiunque potesse mettersi in contatto con
essa. Un sodalizio composto da alcuni agenti che acquisivano
notizie riservate e svolgevano attività di investigazioni
illecite per conto di privati.
Con tanto di foto, video e
pedinamenti. Che naturalmente avevano un costo, visto che
durante i controlli sarebbe stato sequestrato una sorta di «tariffario»
che era in possesso di uno degli agenti coinvolti
nell'inchiesta.
Si farebbe riferimento anche a una
tariffa di 50 euro all'ora relativa a un pedinamento. Gli
inquirenti ipotizzano il reato di associazione per delinquere
finalizzata alla interferenza illecita nella vita privata e
all'accesso abusivo al sistema informatico. E fino a tarda
sera negli uffici del procuratore aggiunto Rosario Cantelmo
sono state interrogate le quattro persone che hanno subito le
perquisizioni: si tratta di un altro sostituto commissario
della Dia di Napoli, di un agente di polizia e di due
cittadini.
[14-01-2010]
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QUELLA COMMISSIONE È A RISCHIO...
Un'inchiesta parlamentare sulla Commissione nazionale grandi
rischi, massimo organo di consultazione scientifica del
dipartimento della Protezione civile, in relazione al sisma
che ha colpito l'Aquila. Dopo la pubblicazione su 'L'espresso'
del carteggio tra il presidente dell'Istituto nazionale di
geofisica e vulcanologia (Ingv) Enzo Boschi e il capo della
Protezione civile Guido Bertolaso (n. 52, 2009), la chiede il
deputato Idv Augusto Di Stanislao.
Criticabili per Di Stanislao sono
soprattutto i comunicati rassicuranti diramati dalla
commissione prima del terremoto e che parevano escludere
scosse di particolare pericolosità. Di Stanislao non è il
primo a porre sotto accusa il comportamento della commissione
presieduta da Giuseppe Zamberletti e dal suo vice Franco
Barberi: alla procura dell'Aquila è stata addirittura
presentata una denuncia penale con l'accusa di omicidio
colposo plurimo.
15.01.01 |
VIENI
“AVANTI!” VILLETTI – ECCO PERCHÉ BETTINO FU CONTENTO DI
ACCETTARE LE DIMISSIONI DELL’ALLORA DIRETTORE DEL QUOTIDIANO
SOCIALISTA – “IN SOLI TRE ANNI (89-92) LA PERDITA DI
GESTIONE BALZò DA 7 A 19 MLD” - COLLABORAZIONI A PESO
D’ORO, RISTRUTTAZIONI INUTILI: TUTTE LE SPESE FOLLI DI UN
GIORNALE AL COLLASSO…
Filippo Facci per LIbero
Tra le carte craxiane setacciate da
"Libero" spunta anche una lunghissima relazione
sulla gestione dell'Avanti! da parte di Roberto Villetti - poi
divenuto parlamentare dello Sdi sino alla scorsa legislatura -
il quale diresse il quotidiano socialista dal 1989 al 1992.
Non è dato verificare l'esattezza di tutto quanto contenuto,
ma resta il fatto che Bettino Craxi è l'uomo che ben
volentieri nell'autunno 1992 accettò le dimissioni di
Villetti su richiesta pressante della redazione: e se credette
al rapporto, non è difficile immaginare perché. Il
contenuto, infatti, va oltre ogni immaginazione.
«In soli tre anni», si legge, «la
perdita di gestione balza da 7 miliardi e 800 milioni nell'89
a 19 miliardi e 800 milioni nel '92. L'indebitamento, per il
raddoppio dei costi di fornitori e banche, supera i 40
miliardi. Il capitale crolla da 950 milioni a meno 3 miliardi
e 800 milioni... la sede del giornale è stata ristrutturata
senza motivo da cima a fondo con una spesa di tre miliardi:
pavimenti e parquet, arredo rinnovato da architetti con
scrivanie da cinque milioni l'una, bagni rifatti due volte nel
giro di un mese comprese le piastrellature. Per il direttore
un nuovo ufficio staccato dalla redazione, bagno personale con
doccia e telefono e una cucina con dispensa sempre rifornita e
utilizzata anche dagli amministratori: spesa per
approvvigionamento, quattro milioni al mese.
Il borderò per i collaboratori ha
sfondato il tetto di un miliardo e mezzo. Tra le firme
eccellenti, quella dell'attuale segretario del Psi, Ottaviano
Del Turco, con un compenso di 400.000 lire per ogni corsivo di
trenta righe (lo stipendio mensile di un operaio era di circa
un milione di lire, ndr). E ancora: Gerosa (300.000 lire),
Talamona, 500.000), Baget Bozzo (500.000), Larizza (400.000),
Francesco Forte (400.000), Bonito Oliva (500.000)... A ogni
collaboratore, inoltre, Villetti disponeva di fornire un fax
personale e l'Avanti! si fa carico delle spese telefoniche
anche per l'estero...
Decine di carte di credito sono state
distribuite in redazione per eventuali trasferte da inviato,
ma ogni redattore è sempre rimasto in possesso della carta di
credito - anziché riconsegnarla in segreteria mentre era in
sede - e alla fine del 1992, secondo la relazione
dell'amministratore ai soci, i rimborsi spesa hanno raggiunto
la cifra di duecento milioni in 12 mesi. .. Villetti non
dimenticava, per Natale, di regalare a ogni dipendente,
giornalista e poligrafico, tre bottiglie di Veuve Cliquot...
Nel solo 1992 la spesa per l'acquisto di metà dei giornali
utilizzati (l'altra metà è costituita da copie in cambio,
quindi gratuite) è stata di 205 milioni pari a circa venti
testate per ogni giornalista.
Per tutto il periodo della guerra del
Golfo, Villetti ha preteso la ribattuta dopo la chiusura per
non perdere nemmeno un missile. E nella consueta attesa serale
del bombardamento, venti persone con gli occhi puntati sulla
Cnn hanno quotidianamente cenato nella sala riunioni
appositamente imbandita dal ristorante «Arancio d'oro» con
tovaglie bianche, stoviglie, antipasti, dessert, scelta tra
vini bianchi e rossi. Abitudine, quella della cena per le
ribattute, frequantatissima anche in tempo di pace...
Nel 1991 Villetti decide di cambiare
la veste grafica del giornale realizzata quattro anni prima da
Ruffolo... Il progetto viene pagato sessanta milioni... La
vicenda dell'introduzione del nuovo sistema editoriale in
sostituzione della vecchia fotocomposizione lascia dietro sè
il sapore del dolo. Quando entra in funzione il nuovo sistema,
la smobilitazione della tipografia è ancora da avviare.
Risultato: doppi costi per almeno un
anno. E un anno dopo una fattura record da parte dello
stampatore di oltre sei miliardi per il solo 1992... I
preventivi di marchi prestigiosi come Crossfield e Macintosh
sono bocciati anche se, rispettivamente, di un miliardo e
duecento milioni e settecento milioni. Viene preferita la Nica,
una società allora sull'orlo del fallimento (e fallita
quest'anno) il cui presidente è amico dell'amministratore
delegato. La Nica non ha mai operato nel campo
dell'editoria...
Il suo preventivo è di un miliardo e
mezzo, ma dopo soli tre mesi non riesce ad andare avanti con i
lavori... Sempre sotto il coordinamento di Villetti,
subentrano Apis Niger, Lasermaker, Ntg... Un esercito di
tecnici e di consulenti è all'opera in redazione... alcuni di
essi sono stati giungere da Nottingham e sono ospitati al
Plaza a spese del giornale. Villetti fa comprare tutto quel
che esiste sul mercato.
Ogni accessorio è suo. La spesa
conclusiva sarà di ben sei miliardi per un sistema che era
necessario a quaranta giornalisti e che in nessuna parte del
mondo sarebbe costato più di un miliardo e mezzo. Molto
materiale, del resto, è anche sparito come tutta una prima
serie di personal computer che è stato letteralmente
necessario riacquistare da capo... il sistema è stato
giudicato sovradimensionato del cento per cento da una società
di analisi industriale inviata dall'ex segretario del Psi,
Bettino Craxi, per un chek-up del giornale ormai in procinto
del collasso... gli stipendi non sono stati pagati per la
seconda volta nel mese di ottobre.
In un'infuocata assemblea viene votata
la sfiducia a Villetti e si chiede al segretario del Psi,
Craxi, di intervenire per rimuoverlo... (a metà novembre
1992, ndr) Craxi rende noto di aver ricevuto una lettera di
dimissioni di Villetti che si dissociava da alcune scelte
politiche, e di averle accettate. Da allora, comunque, ha
continuato a percepire ogni mese lire 12 milioni nette di
stipendio».
***
Di Filippo Facci
Dopo 18 anni, nel leggere la relazione
pubblicata qui sopra, capisco tante cose. E fanno ancora male.
Mi ero sposato a 23 anni, e dopo aver collaborato con e
"l'Unità" e con Repubblica, una volta finito i
militare, ero rimasto disoccupato. L'unico contatto che
riuscii a procurarmi fu con la redazione milanese
dell'"Avanti!", dove per un paio d'anni avrei
lavorato da abusivo. A me importava solo di fare il
giornalista e mi diedi da fare.
Per pura disgrazia, una delle prime
cose che mi diedero da fare fu intervistare Antonio Di Pietro
con la testuale premessa che era «amico nostro». Era il
dicembre 1991 e poi ci fu Mani pulite: e io seguii quella.
"L'Avanti!" era ritenuto il giornale dei ladri,
avevano mandato avanti me anche perché secondo il mio
caporedattore ero un cosiddetto «cane sciolto»: ma un
cronista dell'Avanti!, al tempo, aveva poche alternative tra
l'essere considerato un cane sciolto o l'essere considerato un
cane.
Mi ricordo quando entrai nella sala
stampa del palazzo di giustizia e tutti uscirono, come capitò
anche a un cronista del Secolo d'Italia. Ricordo quando
davanti a una clinica privata, dove un famoso finanziere era
agli arresti ospedalieri, il gruppetto dei cronisti cambiava
marciapiede a seconda della mia posizione. Quando anche a me
capitò di pubblicare dei verbali d'interrogatorio, che
guastarono i piani di chi scriveva in pool, un collega mi
disse a brutto muso che secondo lui i miei verbali erano
falsi.
Un altro cronista mise in relazione la
fuga notturna di un dirigente socialista con una mia possibile
spiata. Lo scrisse pure. In tutto questo la situazione si era
fatta ancora più complicata perché la sede romana
dell'Avanti! vedeva nella redazione milanese un avamposto
craxiano - ciò che era - e man mano che decresceva il potere
di Craxi cresceva anche il tentativo di isolarci e di
toglierci peso.
Io formalmente, poi, neppure esistevo:
non avrei potuto neanche stare in redazione; il direttore di
allora, Roberto Villetti, ogni tanto telefonava da Roma per
sincerarsi che io fossi rimasto a casa o scrivessi comunque da
fuori, quando invece in redazione praticamente ci dormivo. A
un certo punto, in un periodo in cui peraltro non arrivava più
una lira perché le tangenti erano finite - questo l'avrei
appreso poi - Villetti prese a togliermi anche la firma dagli
articoli: ma neanche sempre, a giorni alterni, quando
capitava.
Pensai di aggirare l'ostacolo
ricorrendo alla doppia firma col mio caporedattore milanese,
Stefano Carluccio, un amico, ma a un certo punto il direttore
risolse togliendo solo la mia firma e lasciando solo quella di
Carluccio a margine di articoli che però avevo scritto io.
Nell'insieme, lavoravo da abusivo per il giornale dei ladri,
disprezzato dai colleghi e da chiunque in quel periodo sapesse
dove scrivevo, completamente gratis, senza in teoria poter
entrare in redazione e che sotto i miei articoli c'era la
firma di un altro: però c'era la salute. Avessi letto la
relazione sull'Avanti! di cui sopra, forse, avrei perduto
anche quella.
[12-01-2010] |
“HITLER
SEDEVA COL CAPO RECLINATO, SULLA TEMPIA DESTRA ERA VISIBILE IL
FORO D´INGRESSO DELLA PALLOTTOLA. Eva Braun giaceva sul
divano…” - RITROVATE LE TESTIMONIANZE DELLE GUARDIE DEL
CORPO DEL FÜHRER – IMPORTANTISSIME: Dopo la vittoria,
servizi segreti americani, britannici e sovietici dubitarono
che i due cadaveri cremati trovati dai russi fuori dal Bunker
fossero quelli di Hitler e della Braun: si temeva che il
tiranno fosse fuggito con un U-Boot, e fosse ancora vivo in
fattorie-comunità naziste in Argentina o altrove in
Sudamerica...
Andrea Tarquini per "la
Repubblica"
«Hitler sedeva col capo reclinato,
sulla tempia destra era visibile il foro d´ingresso della
pallottola, largo più o meno come una moneta da dieci
centesimi. Eva Braun giaceva sul divano...». Così le voci
dei due supertestimoni di allora narrarono quel pomeriggio
fatidico del 30 maggio 1945 nel Bunker della Cancelleria del
Reich, a Berlino dove divampavano gli ultimi combattimenti tra
la Wehrmacht e l´Armata rossa.
Voci segrete fino a ieri. Otto Günsche,
aiutante personale del tiranno, e Heinz Linge, cameriere
personale, entrambi guardie del corpo e persone di fiducia
scelti dallo RSHA, l´Ufficio Centrale per la sicurezza del
Reich, raccontarono tutto. Oggi per la prima volta la loro
viva voce, restituitaci dai nastri BASF dei magnetofoni degli
anni Cinquanta, ci riporta a quei momenti. Spiegel online e
Spiegel tv li hanno trovati e resi pubblici.
I nastri giacevano nel Muenchner
Staatsarchiv, l´archivio statale di Monaco. Nella capitale
bavarese - appena giunti in Germania dopo anni di prigionia e
di duri interrogatori in Unione Sovietica - Günsche e Linge
furono convocati dalla magistratura.
Il tribunale di Berchtesgaden (dove
Hitler aveva la sua residenza di riposo) nel 1952 aveva aperto
un´inchiesta per verificare se esistessero gli estremi per
dichiarare morto quell´uomo nato in Austria che aveva gettato
nell´abisso la Germania e il mondo intero. E loro due, gli
attendenti più fidati, furono i testimoni decisivi. Solo il
25 ottobre 1956, ascoltatili in ogni dettaglio, i giudici
dichiararono ufficialmente morto «Hitler, Adolf, nato a
Braunau».
I nastri restaurati ci fanno ascoltare
le due voci. Due versioni quasi identiche, poche differenze
nei ricordi, ma unanimi nella conferma assoluta che il Führer
si tolse la vita insieme a Eva Braun, l´amante appena sposata
nel Bunker.
Racconta Linge: «Quando io entrai,
Hitler sedeva a sinistra, alla mia sinistra, all´angolo
sinistro del divano. La testa era ripiegata un po´ in avanti,
sulla tempia destra vidi il punto d´ingresso della
pallottola, largo circa come una moneta da dieci centesimi».
Viene poi la voce della testimonianza
di Günsche, un minimo diversa: «Hitler sedeva su una
poltrona, il capo reclinato sulla spalla destra, la spalla
stessa posante sul bracciolo, la mano destra pendeva inerte.
Sulla tempia destra, il foro del proiettile». Eva Braun «giaceva
sul divano, non erano visibili segni di ferita d´arma da
fuoco». Probabilmente si dette la morte col veleno.
Il documento è eccezionale, perché
fa giustizia una volta per tutte su ogni dubbio sul luogo e il
momento della morte di Hitler. Dopo la vittoria alleata, media
e servizi segreti americani, britannici e sovietici dubitarono
che i due cadaveri cremati trovati dai russi fuori dal Bunker
fossero quelli di Hitler e della Braun, e seguirono ogni voce:
si temeva che il tiranno fosse fuggito con un U-Boot, e fosse
ancora vivo in fattorie-comunità naziste in Argentina o
altrove in Sudamerica. O nell´Antartide, nella base di
ricerche scientifiche tedesca.
Soprattutto Stalin ci teneva a sapere
tutto sulla morte del Führer. Günsche e Linge furono portati
dalla NKVD a Mosca, e interrogati per anni. Il "piccolo
padre", come inseguito da incubi, voleva prove sicure, e
diffidava dei due prigionieri ma anche degli agenti speciali
che strappavano loro confessioni. Günsche e Linge tornarono
in Germania dopo il disgelo tra Kruscev e il padre della
democrazia di Bonn, Konrad Adenauer: egli volò a Mosca col
suo Constellation, concesse all´Urss crediti, tecnologie e
aiuti a valanga, riportò a casa decine di migliaia di
prigionieri di guerra. Per quei due, però, gli interrogatori
continuarono in patria.
[12-01-2010] |
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L SEGRETO
SULLE TESSERE DELLA POLVERINI SI CHIAMA "SOLUZIONE DIECI
PER CENTO": - DIECI ISCRITTI VERI DIVENTANO CENTO NEGLI
ELENCHI DEL SINDACATO UGL BY POLVERINI - E COSÌ SI SPALANCANO
LE PORTE DEI CONSIGLI D’AMMINISTRAZIONE DI CNEL, INPS,
INPDAP - IL NOME DI CLAUDIO FAZZONE VI DICE NULLA? FORZISTA
RECORDMAN DELLE PREFERENZE NEL LAZIO, RAS DI LATINA E IN
PARTICOLARE DI FONDI, L’UOMO CHE È RIUSCITO A DIFENDERE
ANCHE CONTRO IL VIMINALE QUEL CONSIGLIO COMUNALE INFILTRATO
DALLA CAMORRA. CON LA POLVERINI DIVENTEREBBE ASSESSORE ALLA
SANITÀ: IL LUPO A GUARDIA DELLE PECORE. È LA SOCIETÀ CIVILE
D’ULTIMA GENERAZIONE
1 - IL SEGRETO SULLE TESSERE DELLA
POLVERINI
http://democrats.ilcannocchiale.it/
Benvenuti nella nuova politica. Vi ci
porta una campionessa della società civile accolta con
entusiasmo bipartisan. Appena qualcuno (Libero, non Europa che
ha aperto il caso e non mollerà l'osso) ha rivolto a Renata
Polverini una domanda che a Ballarò non le hanno mai fatto («È
vero che il tesseramento dell'Ugl è gonfiato?»), lei ha
risposto come mai s'era sentito fare né da un candidato
nuovista né da un sindacalista: «Non intendo rispondere a
queste domande nell'interesse dei lavoratori italiani, dovrei
dire cose che non posso rivelare».
Alla faccia della trasparenza, ci si
nasconde perfino dietro l'interesse dei lavoratori per
giustificare una pratica che immaginiamo quali frutti darebbe,
se applicata alla Regione Lazio.
La risposta della Polverini ci ha
preoccupato, anche perché arrivava nello stesso giorno di una
amichevole intervista di Epifani all'Unità, piena di
carinerie verso la collega scesa in politica. Vuoi vedere che
«le cose indicibili» della Polverini riguardano un
malcostume che coinvolge tutto il mondo sindacale, anche per
questo solidale con la collega?
Per fortuna non è così. Per esempio
la puntata di oggi dell'inchiesta di Europa si basa proprio
sulla denuncia di altre confederazioni - comprese Cisl e Uil -
rispetto al tesseramento Ugl. L'abbiamo chiamata «soluzione
dieci per cento»: dieci iscritti veri diventano cento negli
elenchi del sindacato "modernizzato" dalla
Polverini. E così si spalancano, a danno di altri più
rappresentativi, le porte dei consigli d'amministrazione di
Cnel, Inps, Inpdap...
Si potrebbe dire: cose del passato.
Non è molto rassicurante neanche il presente, però. Per
esempio ha il nome di Claudio Fazzone, forzista recordman
delle preferenze nel Lazio, ras di Latina e in particolare di
Fondi, l'uomo che è riuscito a difendere anche contro il
Viminale quel consiglio comunale infiltrato dalla camorra. Con
la Polverini diventerebbe assessore alla sanità: il lupo a
guardia delle pecore. È la società civile d'ultima
generazione.
2 - DUE MILIONI? NO, 200MILA. LA VERA
FORZA DELLA POLVERINI - I DATI CISL, UIL E CONFSAL SVELANO IL
BLUFF UGL: TESSERE GONFI ATE DI 10 VOLTE
Gianni Del Vecchio per Europa quotidiano
Dieci volte tanto. Come se il Partito
democratico dichiarasse otto milioni di tessere invece delle
800mila ufficiali. Il bluff di Renata Polverini sul numero
degli iscritti all'Ugl pian piano si sta svelando in tutta la
sua interezza. E le proporzioni lasciano di stucco.
Cominciamo dai numeri che il sindacato
di destra ha dichiarato ai ricercatori del Censis. Nell'ultimo
rapporto dell'istituto di ricerca, gli iscritti del 2008 si
attestano poco sopra i due milioni. Per l'esattezza due
milioni e 54mila tessere. Un numero, questo, dieci volte più
grande rispetto al dato che emerge da un lavoro fatto dalla
Cisl assieme a Uil e Confsal.
Secondo gli altri sindacati, infatti,
gli iscritti Ugl non supererebbero le 203 mila unità,
lasciando l'organizzazione della Polverini lontana anni luce
da Cgil (5 milioni e 734 mila), Cisl (4 milioni e mezzo) e Uil
(2 milioni e 100mila). E non solo: con poco più di 200mila
tessere l'Ugl si fermerebbe al settimo posto nella classifica
delle sigle italiane, dietro alla Cisal, a Confsal e
addirittura ai Cobas.
Per avere un'idea più precisa di quanto poco rappresentativo sia
il sindacato di via Margutta, basta spulciare il documento
della Cisl nella parte in cui fornisce le cifre divise per
categoria. A partire dai metalmeccanici, che messi assieme
fanno circa un milione e mezzo di lavoratori. In questo
settore la Fiom-Cgil la fa da padrone con 360mila iscrizioni
mentre Fim e Uilm assieme arrivano attorno alle 300mila.
E l'Ugl? Più o meno 4.200 iscritti e
150 delegati di fabbrica. Stesso andamento marginale se dagli
altoforni si passa ai cantieri. Qui il sindacato della
Polverini è presente solamente in quattro casse edili sulle
cento totali che sorgono in quasi ogni provincia italiana.
Altri numeri sparsi confermano tutti i limiti dell'Ugl: fra
gli elettrici conta 215 iscritti, 1.716 nel settore delle
telecomunicazioni, 6.279 in agricoltura e 4.809 fra i bancari.
E ancora: 500 fra gli assicurativi, altrettanti nel credito
cooperativo, 7.500 fra i postali , 400 fra i lavoratori
autonomi (soprattutto tassisti) e solo 20 nel comparto
innovazione e ricerca.
Questo per quanto riguarda tutti quei
settori privati in cui è possibile avere dei numeri solo
grazie al lavoro dei sindacati, perché non esiste nessun
meccanismo di certificazione ufficiale degli iscritti. Ma le
cose non cambiano neanche quando si vanno a prendere i numeri
ufficiali nel settore dei pensionati e del pubblico impiego. I
dati Inps 2008 ci dicono che l'Ugl ha 62mila deleghe di chi è
in pensione, in calo di duemila rispetto all'anno precedente.
Cosa che la pone come quattordicesimo sindacato.
Nel pubblico impiego l'organizzazione
guidata dalla Polverini è ancora più in difficoltà.
Secondo le stime della Confsal conterebbe solo per lo 0,7 per
cento. Infatti, sui dieci comparti pubblici è riuscita a
superare la soglia del 5 per cento (tetto che divide i
sindacati rappresentativi da quelli marginali) solo nella
presidenza del consiglio.
Tanto da intimare all'Aran, l'ente che
certifica il peso sindacale nella pubblica amministrazione, di
non divulgare i dati su deleghe e voti presi alle ultime
elezioni delle Rsu.
[12-01-2010]
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DOPO LO
SCANDALO TELECOM, EMERGE UNA NUOVA INQUIETANTE VICENDA DI
SPIONAGGIO - IN DIVERSE COOP IN LOMBARDIA SONO STATE PIAZZATE
TELECAMERE NASCOSTE E MICROSPIE TELEFONICHE PER SPIARE LA VITA
PRIVATA DI DECINE E DECINE DI DIPENDENTI - CENTINAIA E
CENTINAIA DI CONVERSAZIONI VENIVANO ASCOLTATE, FILTRATE E
VAGLIATE. DA QUELLE INNOCENTI SULL’INFLUENZA DEI FIGLI DEI
DIPENDENTE SINO ALLE STORIE DI AMORI E AMANTI TRA COLLEGHI, DI
SCONTRI TRA CORDATE AVVERSE DI MANAGER -
Gianluigi Nuzzi per Libero
Direttori di supermercati, manager,
sindacalisti e poi giù sino a cassieri e persino i
magazzinieri. Dopo lo scandalo Telecom, dei dossier
predisposti sui dipendenti, emerge una nuova inquietante
vicenda di microspie nei luoghi dove si lavora. In diverse
coop in Lombardia sono state piazzate telecamere nascoste e
sistemi di registrazioni audio per spiare i movimenti, le
parole, i segreti, la vita privata di decine e decine di
dipendenti. Occhi nascosti,piazzati negli uffici, nei box
office, nei punti vendita, persino ai piani nobili della
direzione centrale di Coop Lombardia.
Ma non solo filmati sui dipendenti.
Venivano installati anche impianti di intercettazione nei
centralini dei supermercati che registravano ogni telefonata.
Centinaia e centinaia di conversazioni che venivano ascoltate,
filtrate e vagliate. Da quelle innocenti sull'influenza dei
figli di qualche dipendente sino alle storie di amori e amanti
tra colleghi, di scontri tra cordate avverse di manager.
'Libero' ha raccolto prove di quanto
accaduto. Ha sentito quasi un migliaio di file audio,
visionato decine di filmati girati da telecamere nascoste in
numerosi punti vendita. Il materiale inevitabilmente sarà a
disposizione dell'autorità giudiziaria che vorrà valutare la
rilevanza penale di quanto accaduto, sempre che qualche
inchiesta non sia già avviata.
Individuare chi ha autorizzato,
organizzato e predisposto questo monitoraggio sui dipendenti
delle coop. Chi ne era a conoscenza ed ha avvallato la rete
clandestina d'ascolto. E, quindi capire soprattutto i motivi
di questa attività d'ingerenza, i riflessi operativi che la
raccolta informativa permetteva nei rapporti con dirigenti,
quadri, maestranze sino a figure più sensibili come i
sindacalisti.
A noi, quindi, interessa soprattutto
far luce su questo scandalo d'incursioni nella vita e nei
segreti dei dipendenti di una grande azienda. Incursioni che
fanno carta straccia dei diritti minimi dei lavoratori e di
qualsiasi prerogativa sindacale.
POLITICI IN BALLO
Da quanto Libero è in grado di ricostruire l'idea di
monitorare l'attività dei dipendenti con ricognizioni audio e
video risale agli inizi del 2004. All'epoca, da quanto
affermano tre diversi testimoni, l'allora responsabile
sicurezza di Coop Lombardia, Massimo Carnevali, avrebbe
contattato un'azienda di intercettazioni dell'hinterland
milanese per predisporre un progetto pilota affinché tutte le
conversazioni venissero registrate.
L'idea di partenza era quella di
estendere poi l'iniziativa a tutti i 50 punti vendita della
regione. In modo che rimanessero custodite tutte le
conversazioni che passavano dai centralini. Il primo progetto
cadde sulla coop di Vigevano, alle porte di Pavia. Nel maggio
del 2004 venne installata la prima centrale occulta d'ascolto.
L'operazione avvenne di notte con gli
operai della ditta specializzata che entrarono nella coop dopo
che i responsabili sicurezza del supermercato avevano
disinserito l'allarme. La centrale rimase attiva tre settimane
e vennero raccolte oltre 800 telefonate. Nei mesi successivi
vennero filtrate e ripulite da rumori e brusii di sottofondo.
Dove queste siano finite ancora non è
chiaro. Di sicuro il cd rom con tutte le conversazioni venne
consegnato, alla presenza di testimoni, alla direzione
centrale di Coop Lombardia di viale Famagosta: all'incontro
avrebbe partecipato anche Daniele Ferré, già vice sindaco di
Busto Arsizio in quota Pds poi arrestato per concussione
durante Mani pulite, uno dei dirigenti di rilievo del colosso
della distribuzione in regione.
Ferrè nel 2004 uscì assolto dalle
accuse, veltroniano, oggi ricopre un incarico di primo piano
nel mondo delle cooperative: è direttore sviluppo e affari
istituzionali di Coop Lombardia, nella direzione di Legacoop
Lombardia e partecipa all'assemblea regionale del Pd.
I file audio raccontano storie di
varia umanità che all'orecchio di chiunque possono sembrare
persino innocenti. Figli ammalati, litigi tra coniugi tra le
conversazioni private ma anche storie segrete di amori
nascosti tra dipendenti che avevano la doppia vita tra amante
e famiglia. Debolezze, umanità che forse potevano interessare
a chi doveva mettere in atto giochi di forza.
Mentre era allo studio il progetto
delle intercettazioni audio, la stessa società venne
coinvolta in altri delicatissimi incarichi. L'installazione di
telecamere nascoste sia all'ipercoop "la Torre" di
Milano, ad esempio, con la giustificazione di riprendere
eventuali dipendenti sleali, sia alla direzione generale, nel
dicembre del 2007. Nel frattempo entra in azione un'altra
telecamera nascosta in direzione generale.
Stavolta l'obiettivo si allarga su
E.A. che si occupa di qualità e di rapporti con i clienti.
Per settimane, a sua insaputa, viene registrato ogni movimento
in ufficio. La dipendente è una figura sensibile visto che
ricopre anche la carica di sindacalista. Il perché di questa
azione non è chiaro. Non si capisce se qualcuno all'interno
di coop abbia voluto creare un dossier sulla donna o se ci
fossero dei motivi particolari a stringere lo zoom sui suoi
movimenti. La voce all'interno di coop, seccamente smentita
dall'interessata, è che violasse la corrispondenza di un
collega. Fosse anche così non è una giustificazione per
filmarne i movimenti.
DIETRO I QUADRI
Che non si tratti di episodi isolati ma di scelte strategiche
nei rapporti con i dipendenti in modo da conoscerne ogni lato
e sapersi comportare di conseguenza lo si evince dal numero di
telecamere nascoste piazzate negli ultimi anni. Da quanto è
in grado di ricostruire Libero, limitandosi agli episodi certi
e documentati con materiale video, il Grande Fratello era
presente anche alle coop di Bonola e in quella di via
Palmanova.
Riprese sulle cassiere, nei magazzini,
con l'occhio vigili nascosto dietro a quadri e orologi.
Telecamere abusive quindi che venivano installate all'insaputa
dei dipendenti e che filmavano con inquadrature e angolature
diverse rispetto a quelle predisposte per la sicurezza della
coop.
[13-01-2010]
|
A DOMANDA
NON RISPONDE! LA POLVERINI HA GONFIATO GLI ISCRITTI DEL SUO
SINDACATO! - GABANELLIACCUSA: "I PENSIONATI CHE PAGANO LA
QUOTA ASSOCIATIVA UGL MEDIANTE TRATTENUTA INPS SONO 66.000
RISPETTO AL 558.000 DICHIARATI DA VOI E I DIPENDENTI PUBBLICI
CERTIFICATO DAI MINISTERI SONO 44.000, CONTRO I 171.000
DICHIARATI DA VOI” - DOPO 'REPORT', ANCHE 'EUROPA' INDAGA
SULL’UGL (GLI ALTRI GIORNALI CHE ASPETTANO?) - “RICORSO AL
TAR. DICHIARATI PIÙ ISCRITTI PER AVERE POLTRONE ALL’INPS,
INPDAP, CNEL” - RENATONA-ONA: “CI SONO COSE CHE NON POSSO
RIVELARE, NELL’INTERESSE DEI LAVORATORI” - (è LA VERA
EREDITà DEL DUO GENIALE FLORIS-RUFFINI. GRAZIE A LORO IL
LAZIO è PERSO)
1 - EUROPA INDAGA SUGLI ISCRITTI
DELL'UGL: "CIFRE GONFIATE PER AVERE POLTRONE NEGLI ENTI
PREVIDENZIALI"
Gianni Del Vecchio per "Europa
Quotidiano"
Gonfiare i dati sui propri iscritti per avere più posti nei
comitati di vigilanza degli enti previdenziali. Anche grazie a
questo meccanismo Renata Polverini è riuscita nel miracolo di
far diventare in poco più di tre anni, almeno nel sentire
comune dei palazzi romani, la sua Ugl il quarto sindacato
italiano.
Perché i posti negli organismi di
Inps, Inpdap e compagnia bella, per i sindacati si traducono
automaticamente in una specie di attestato di esistenza da
esibire nei confronti di questo o quell'altro leader politico.
O, per dirla in sindacalese, nel fatto di essere una
organizzazione rappresentativa, cioè capace di avere un
seguito reale nel paese.
Il sistema tramite il quale l'Ugl
taroccherebbe le proprie tessere è illustrato nei minimi
particolari in un ricorso al Tar presentato dalla Confsal lo
scorso maggio. Gli avvocati del sindacato autonomo contestano
il fatto che il ministero del lavoro abbia assegnato al
sindacato della Polverini tre posti nei comitati di vigilanza
dell'Inpdap contro solo uno della Confsal, nonostante
quest'ultima abbia un seguito più ampio nel settore del
pubblico impiego. Un "errore" che deriverebbe dal
fatto che i tecnici di Sacconi si sono affidati esclusivamente
alle cifre autodichiarate dagli uomini della Polverini.
Cifre, però, molto più alte se
confrontate con quelle ufficiali dell'Aran, organismo che ha
il compito di certificare la rappresentatività delle sigle
presenti nella pubblica amministrazione. Qualche esempio per
far capire la sproporzione fra i numeri: per quanto riguarda
gli statali, l'Ugl ha comunicato al ministero 12.887 iscritti
contro i 6mila che si ricavano dalle tabelle dell'Aran; per i
dipendenti degli enti locali, la forbice è ancora più
grossa, 54.309 contro 16.400; per il settore della sanità,
infine, la differenza maggiore, 42.124 contro 3.600.
Insomma, due realtà completamente
diverse, per una divaricazione che addirittura potrebbe essere
ancora più evidente. I dati dell'Aran infatti non riguardano
solo l'Ugl ma anche la Cisal. E questo perché queste due
organizzazioni sono le sole che non hanno dato
l'autorizzazione alla pubblicazione dei propri iscritti. Gli
avvocati della Confsal infatti hanno calcolato quelle cifre
sottraendo dal totale degli iscritti quelle che tutti gli
altri sindacati non hanno avuto problemi a dichiarare.
Numeri striminziti, quindi, nonostante
riguardino due sindacati: non a caso, come già ieri rivelato
da Europa, il sindacato della Polverini conterebbe nella
pubblica amministrazione solo per lo 0,7 per cento.
C'è da dire che il ricorso non è
stato ancora discusso dal tribunale amministrativo.
Quindi bisogna aspettare il pronunciamento dei magistrati per
accertare la verità giudiziaria.
Tuttavia ad avvalorare la tesi per cui
l'Ugl avrebbe un rapporto "conflittuale" con i dati
sui propri iscritti è una sentenza del Tar del 2006. Anche in
quel caso la questione era molto simile a quella attuale: la
contestazione della nomina di un rappresentante della
Polverini nel consiglio di indirizzo e vigilanza dell'Inps. Ma
quella volta l'Ugl si superò.
Invitata a fornire i numeri che
riguardano la propria rappresentatività, «non risponde alla
richiesta di dati aggiornati», scrivevano i giudici
amministrativi. E quindi, si legge nella sentenza di
accoglimento del ricorso, l'impossibilità di valutarne la
consistenza «avrebbe dovuto portare alla sospensione di ogni
giudizio circa l'ascrivibilità dell'Ugl alle associazioni
sindacali maggiormente rappresentative ».
Insomma, secondo la sentenza del Tar
prima e il ricorso della Confsal poi, l'Ugl blufferebbe sulla
propria forza per avere più posti nei consigli e nei comitati
degli enti previdenziali.
Perché questo bluff? Non tanto per
far intascare ai propri dirigenti il gettone di presenza
previsto per le riunioni di questi organismi, ma per avere
cittadinanza e rilevanza nel mondo sindacale. Sedere all'Inps
o all'Inpdap, così come nel Cnel, permette ai sindacati di
autodefinirsi rappresentativi.
Un sistema approssimativo contro cui
la Confsal lotta da anni, rivendicando una maggiore
trasparenza (magari istituendo un ente terzo che certifichi la
forza delle singole sigle) e invocando l'attuazione degli
articoli 39 e 40 della Costituzione, di fatto mai applicati
dal 1948 a questa parte.
LA POLVERINI A DOMANDA NON RISPONDE: "CI SONO
COSE CHE NON POSSO RIVELARE, NELL'INTERESSE DEI LAVORATORI
ITALIANI"
Dall'intervista di Barbara Romano a Renata Polverini
per "Libero"
Domanda: "Report ha documentato che i pensionati che
pagano la quota associativa Ugl mediante trattenuta Inps sono
66.000 rispetto al 558.000 dichiarati da voi e i dipendenti
pubblici certificato dai ministeri sono 44.000, contro i
171.000 dichiarati da voi".
Risposta: "Non voglio che il
sindacato sia coinvolto nella mia campagna elettorale, anche
perché dovrei dire cose che non posso rivelare,
nell'interesse dei lavoratori italiani. Quindi non intendo
rispondere a queste domande, perché non è giusto nei
confronti dell'Ugl e dell'onestà di questo sindacato".
[10-01-2010]
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Andreotti
sta molto male; sono due settimane che non esce di casa...da
DAGOSPIA 08.01.10
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IL “CORRIERE DI CRAXI” – A
DIVIDERSI LE AZIONI DEL QUOTIDIANO DI VIA SOLFERINO CI SONO
VECCHI AMICI DI BETTINO E MOLTI CHE GLI DOVEVANO PIÙ DI UN
FAVORE: DA LIGRESTI A MARINA B., DA GERONZI A ROTELLI, FINO
ALLA FIAT – E L’ARIA DA “TANGENTOPOLI DUE” CHE TIRA A
MILANO SPIEGA FORSE L’ONDEGGIARE “PALLIDO E ASSORTO” DEL
CORRIERE INTORNO ALLA SUA “SANTIFICAZIONE”…
Francesco Bonazzi per "Il
Fatto Quotidiano"
Ai bei tempi, i compagni genovesi si stupivano della passione di
Craxi per i garofani. In Liguria, quei fiori si portano ai
morti e nei prossimi giorni ne partiranno parecchi per il
"santuario" di Hammamet. Ma se c'è un santuario del
potere dove il profumo di garofano aleggia ancora, questo è
il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera.
Sul tavolo del consiglio di amministrazione, nel patto di
sindacato, tra gli azionisti diretti e indiretti di via
Solferino, ci sono tante persone, tante famiglie, tante
fortune imprenditoriali che hanno incrociato Craxi e che in
molti casi gli devono molto.
Ligresti, Berlusconi, Ben Ammar, Doris e perfino Rotelli
potrebbero tranquillamente inserire un fiore di garofano
reciso nelle asole dei loro doppiopetti. E a Geronzi, Pesenti
e Romiti toccherebbe almeno una prece. Anche perché a Milano
tira da settimane una gelida aria da "Tangentopoli
due", e forse anche questo spiega l'ondeggiare
"pallido e assorto" del Corriere intorno alla
santificazione di quella che è stata la vittima politica più
celebre di Mani Pulite.
L'onore di aprire il Pantheon vivente del potere post-craxiano
non può che spettare a Salvatore Ligresti, e non solo perché
nel 1992 il costruttore siciliano si fece ben 112 giorni di
galera senza fiatare (nel senso che proprio non parlò).
Ligresti ha sempre foraggiato l'ascesa dell'amico Bettino e il
suo cognome ancora oggi è associato al ricordo del sacco
urbanistico di Milano. Attraverso Fondiaria-Sai, "don
Salvatore" controlla il 5,2% di Rcs, fa parte del patto
di sindacato che governa (con il 65%) i destini di via
Solferino ed "esprime" la figlia Jonella nel cda. Il
primo azionista del Corriere resta però sempre quella
Mediobanca (13,7%) dove al posto di Enrico Cuccia, che poco
amava i politici e tantomeno Craxi, oggi regna Cesare Geronzi,
che invece i politici li tratta e li "gestisce" da
sempre.
Ai tempi di Craxi imperante, Geronzi era ancora un andreottiano e
quindi un semplice alleato. Il "dopo" però, ha
visto Geronzi nel ruolo di un traghettatore che avrebbe
strappato il suo plauso. Nel '93-'94, quando Fininvest rischia
di affogare nei debiti, il capo della Banca di Roma diventa il
regista dello sbarco in Borsa della Mediaset. In poche parole,
assieme ad altre banche come Monte dei Paschi e Bnl, Geronzi
salva dal baratro Silvio Berlusconi, orfano di Bettino.
E oltre dieci anni dopo, mentre l'ultimo governo Prodi fronteggia
una lunga agonia, il banchiere di Marino conduce Marina
Berlusconi nel santuario di Mediobanca, dove già l'aveva
preceduta Ennio Doris, socio storico di "Papi"
Silvio in Mediolanum. Un'operazione gestita insieme con un
altro antico sodale del premier come Tarak Ben Ammar.
Il finanziere franco-tunisino è un altro snodo fondamentale
nella marcia di avvicinamento di Berlusconi su via Solferino.
Ben Ammar ha un passato di tutto rispetto nella prima
Tangentopoli. La sua indisponibilità a farsi interrogare dal
pool milanese ha dato una bella mano alla Fininvest, sotto
inchiesta per i fondi ai partiti (Psi in testa, ovviamente).
Ma prima ancora, il nipote del mitico Bourghiba era stato
anello di congiunzione tra Craxi e l'Olp di Arafat.
Con Berlusconi, il rapporto risale almeno dal 1984, come ha
raccontato lo stesso Tarak parlando della "comune
passione per le belle ragazze" che univa, in Tunisia,
lui, Silvio e Bettino. Più seriamente, i vecchi amici di
Craxi si raccontano spesso che fu proprio "l'esule di
Hammamet" ad affidare Ben Ammar a Berlusconi. O
viceversa.
Ma nelle retrovie di Rcs Mediagroup si muove con discrezione un
altro ex socialista di nome Giuseppe Rotelli. Alla guida del
colosso della sanità privata "Gruppo San Donato",
l'avvocato pavese custodisce
il secondo pacchetto
azionario (12%), ma non può entrare nel patto di sindacato
perché la sua quota renderebbe una farsa la quotazione in
Borsa del titolo.
Come risarcimento, Rotelli è in corsa per la presidenza di Rcs
in aprile, nonostante una fastidiosa inchiesta della Procura
di Milano sui rimborsi gonfiati della sanità lombarda che lo
vede invischiato come presidente del San Donato (in base alla
nuova legge sulla responsabilità penale delle aziende).
Rotelli è uomo di cultura che oggi si atteggia molto a liberale,
ma viene da lontano e pochi sanno che ha un passato
"politico" in senso lato: a cavallo tra gli anni
Settanta e Ottanta è stato tra gli ideatori della riforma
sanitaria lombarda ed è in quella veste che aveva stretto
buoni rapporti con Craxi.
Più complessi, invece, i rapporti con
il mondo
Fiat. Craxi e Gianni Agnelli non si piacevano, ma al momento
di finanziare "la partitocrazia" neppure Torino
andava troppo per il sottile. E se a metà degli anni Ottanta
l'Alfa Romeo non finì alla Ford, il "merito"
politico va tutto a Craxi.
Però i vecchi socialisti non dimenticano che, all'esplodere di
Mani Pulite, gli Agnelli e Cesare Romiti non lesinarono
l'appoggio di Stampa e Corriere ai magistrati di Milano. Non
sarebbero storie da ricordare, se il terzo azionista di via
Solferino non fosse sempre il Lingotto, con Franzo Grande
Stevens e John Elkann schierati nel cda del primo giornale
d'Italia. Quello che anche nel 2010 si chiede come saldare i
conti con l'eredità di Craxi.
[05-01-2010]
FACCI SCODELLA ALTRE LETTERE
SLURP-SLURP A CRAXI (PARE CHE A "LIBERO" NE ABBIANO
729) - "SE SERVO, CI SONO", QUANDO MINOLI
S’INGINOCCHIAVA DA RE BETTINO (A PROPOSITO: LA
VIDEOINTERVISTA A CRAXI, QUELLA PROSSIMAMENTE ALLEGATA A
PANORAMA, FU COMPRATA PROPRIO DA MIXERINO MINOLI CHE LA
IMBOSCO’ SINO A FARNE SCADERE I DIRITTI) - AVANTI GIULIANO
AMATO CHE ASSICURA "NON APPARTENGO AL PARTITO DI
REPUBBLICA" - ECCO CARLO RIPA DI MEANA CHE OSSESSIONA
CRAXI PER FARSI DARE SOLDI DA BERLUSCONI PER LA MOGLIE MARINA.
E ANCORA: IL TENERO TELEGRAMMA DI SRGIO ZAVOLI LE COLTELLATE
DI GIACOMO MANCINI CHE PORTARONO AL PRIMO AVVISO DI GARANZIA
PER IL CINGHIALONE -
Filippo Facci su Libero
- Molte delle foto qui presenti sono di Umberto Cicconi, che
ringraziamo per la gentilezza.
Selezionare tra 729 lettere e documenti e fascicoli craxiani -
materiale in mano a Libero - non è proprio roba da cinque
minuti. Ci sono missive, tuttavia, che saltano all'occhio
subito alla luce del fuggi-fuggi che vi fu durante il tramonto
craxiano del 1992.
«SE
SERVO, CI SONO»
Questa lettera di Gianni Minoli è datata 3 maggio 1989: «Caro
Bettino... In questi ultimi dieci anni ho prodotto molti dei
programmi che hanno avuto più successo come Aboccaperta,
Piccoli Fans, Blitz, o di immagine come Sì però, Soldi soldi
soldi, Quelli della notte, e Mixer... Come capostruttura ho
anche determinato molte delle scelte di fondo del
palinsesto... Non sono come forse ti hanno fatto cedere solo
"quello che fa Mixer" ma un Dirigente della Rai che
ha fatto molte, delle non moltissime scelte qualificanti di
Rai 2...
Per questo ritengo che avrei potuto essere considerato un
interlocutore nel momento dell'ennesima difficilissima scelta
circa il destino della Rete 2. Dico difficilissima perché il
tempo degli errori è finito, i soldi della Rete anche, e
l'egemonia del Pci e della Dc realizzata con un alto tasso di
contenuto professionale qui in Rai è cosa fatta, e non
contrastabile in modo approssimativo... Non sono mai stato
capace di spendere tempo nelle manovre di corridoio e nelle
chiacchiere (scrive proprio così, stiamo parlando di Minoli,
ndr) ... Io credo di essere fatto così. Se servo, ci sono....
Con affetto».
La lettera di Minoli è un meraviglioso spaccato di come
funzionava e funziona
la Rai
- tra le lettere spicca anche un beneaugurante telegramma di
Sergio Zavoli, attuale presidente di Viale Mazzini. Minoli -
già martelliano, veltroniano, prodiano, ultimamente
berlusconiano non richiesto a Rai Tre - incarnò l'essenza
catodica del craxismo sino a disimpegnarsi a velocità
supersonica quando le cose si misero male.
Alla fine degli anni Novanta, già direttore di Rai Tre, acquistò
lo stesso documentario su Craxi che il 15 gennaio sarà
allegato a Panorama (e che sarà presentato alla presenza di
Berlusconi) e in questa maniera, a spese del contribuente, lo
tolse dal commercio: cosicché, dopo 5 anni di
non-programmazione, ne scadettero i diritti che tornarono
all'attuale proprietario, Luca Josi.
Ora, ricambiata un po' l'aria, si prepara a estrarre dal cappello
un'ennesima intervista craxiana e a trasmetterla a mo' di
sveltina anticipatoria
la sera
dell'11 gennaio, su Raidue. L'intervista conterrebbe -
secondo Il
Riformista - una parte «inedita» con Berlusconi che lascia
l'Hotel Raphael
il 3
luglio 1992, ma è un doppio errore: non si sa se del
Riformista o direttamente di Minoli; la data, infatti, era il
29 aprile 1993 e la parte con Berlusconi non è inedita per
niente.
Comparve su Raitre e su blob - noinché in una recente biografia
su Di Pietro - e ivi Berlusconi disse: «Sono amico di Bettino
da vent'anni, e da amico, personalmente, sono contento per
lui: mi sembra che basti. Che rispetto potrei avere di me
stesso, se dovessi voltargli le spalle nel momento della
cattiva sorte?». Curioso che Paolo Bonaiuti, futuro
uomo-ombra di Berlusconi, nello stesso giorno scrivesse un
violentissimo editoriale contro Craxi sulla prima pagina del
Messaggero.
AMATO
DA CHI
Si continua con Giuliano Amato. Era il 27 luglio 1989 quando
scrisse a Bettino Craxi la seguente: «Caro Presidente...
Cancella l'idea che io sia legato al giro di Repubblica. E'
infondata. Solo con i loro giornali economici, come con quelli
degli altri, ho avuto rapporti da Ministro del Tesoro... sai
che ho incrociato Scalfari a qualche rara cena, quasi sempre,
e cioè due o tre volte a casa di Elisa Olivetti. Non c'è
altro. E chiunque capisce che Scalfari, dopo avermi
bistrattato quando ero al Tesoro, ha ora usato disinvoltamente
la mia uscita per criticare te. Pensa che anche Rodotà mi si
è ridiventato improvvisamente amico... Malindi. Non ho altro
da dire su un problema inesistente. Ti auguro solo di avere
dagli altri la lealtà assoluta che hai sempre avuto da me...
Tuo Giuliano».
Estraneo al giro di Repubblica, disse: e ce ne voleva, di
coraggio. Amato dovette a Craxi incarichi continuativi e
prestigiosi (sottosegretario, ministro, vicesegretario del
Psi, vicepresidente del Consiglio, presidente del Consiglio)
ma dopo i primi avvisi di garanzia a Craxi, che lo aveva
designato, lo mollò completamente spingendosi a non nominarlo
praticamente mai.
Da Londra, in visita ufficiale da Capo del governo, dichiarò che
Craxi era politicamente finito. Nel 1992, nominato commissario
milanese del Psi subito dopo l'esplosione di Mani pulite,
disse: «Se il rinnovamento non sarà effettivo, mi ritirerò
a vita privata entro una settimana». Nel 1993, da presidente
del Consiglio, disse che presto si sarebbe ritirato dalla
politica.
Successivamente, nel libro di Enzo Biagi 'La disfatta' (Rizzoli)
si espresse nello stesso modo. A Giuliano Amato, in primis,
Craxi dedicherà una serie di litografie titolate «I becchini».
dedicate a «traditori ed extraterrestri». E' per questo,
probabilmente, che Giuliano Amato non ritenne di andare
mai ad Hammamet
neppure nel giorno dei funerali di Craxi.
TIRO
MANCINI
Giacono Mancini era una nobile e storica figura del partito
socialista. Alle elezioni del 5 aprile 1992 non venne rieletto
alla Camera e il suo successivo atteggiamento nei confronti di
Craxi parve conciliante. Lo testimonia questa lettera scritta
in data 29 aprile
1992, a
Mani pulite iniziata: «Caro Bettino, ti ringrazio per le
frasi che hai pronunziato in direzione per la mia mancata
elezione. Mi hanno fatto piacere. In realtà sono stato
vittima di un'aggressione premeditata organizzata e protetta
dai mancati interventi degli organi centrali... Ti auguro
successo anche se qualche mossa non l'ho compresa».
Lo stesso Mancini, pochi giorni dopo, il 9 maggio, rilasciò
un'intervista a Lino Jannuzzi e dichiarò: «Le dico subito,
io sto con Craxi... Dobbiamo difendere Craxi perché c'è un
obiettivo preciso: mettere fuori gioco Craxi e il Partito
Socialista».
- Copyright
Pizzi
Mani pulite era iniziata. Dopo l'estate, però, Mancini rilasciò
un'intervista al Corriere della Sera (8 novembre 1992) e disse
che i flussi di finanziamento del Psi «non sono certamente
passati da Balzamo, non sono stati registrati. Li conosceva
solo Craxi».
Il 18 novembre venne interrogato da
Antonio Di Pietro
e da Gherardo Colombo: mise a verbale che molti fondi andavano
direttamente a Craxi. Morale: il 15 dicembre 1992, alle 13,04,
l'agenzia Ansa batterà un dispaccio che annuncerà il primo
avviso di garanzia a Bettino Craxi: «A determinare la svolta
sarebbero state le dichiarazioni rese alcune settimane fa,
come testimone, dall'ex segretario del Psi, Giacomo Mancini».
Il quale, va detto, morì l'8 aprile 2002 - a 86 anni - dopo
aver riconosciuto a Craxi l'onore che era di Craxi.
L'APPELLO
DI RIPA DI MEANA IN DIFESA DELLA MOGLIE MARINA, OFFESA DA UNA
FICTION DI CANALE5
Nel giorno dell'inizio ufficiale di Mani pulite, il 17
febbraio
1992, a
Craxi toccavano ancora seccature imbarazzanti come la
seguente. Lo sceneggiato «Piazza di Spagna» andato in onda
su Canale 5 - che aveva come protagonista una contessa
affarista e incline alla mazzetta - offese a parte Marina Ripa
di Meana, moglie di Carlo Ripa di Meana.
Da qui i solleciti rivolti al leader socialista: «Caro Bettino,
io sono, naturalmente, a completa disposizione per collaborare
alla campagna elettorale. Ora due parole sulla vicenda di
Marina e mia. Dopo l'ordinanza del Pretore di Roma e le scuse
di Berlusconi, la morbosa curiosità del pubblico con tutta la
sua scia di fastidi e pericoli non è diminuita. Al contrario,
con le altre due puntate trasmesse si è accentuata...
Gianni Letta, che rappresenta Silvio Berlusconi, si è limitato a
caracollare con telefonate senza seguito. Ti sarò grato se
vorrai consigliare una conclusione sollecita e giusta ».
Esattamente un mese dopo, altra lettera: «Caro Bettino, so
bene quanto ti impegni
la campagna
elettorale e mi dispiace quindi tornare sul caso
Marina-Fininvest. Purtroppo i tempi processuali stanno
maturando... ».
Amico di Craxi dal 1952, Carlo Ripa di Meana doveva a lui la sua
intera carriera politica. Sabato scorso, 2 gennaio, è stato
intervistato da Corriere della Sera e si è scagliato contro
«i lillupuziani che blaterano contro Craxi» con ciò
dimenticando di averne però fatto parte.
Ne fece ampia descrizione, nell'estate 1992, Giuliano Ferrara su
Micromega: «Carlo Ripa di Meana, per esempio, in una giornata
di sole d'estate, a Sabaudia, ha scritto ad
Antonio Di Pietro
tutto il suo dolore per i corsivi intimidatori scagliati
contro di lui da Bettino Craxi, licenziando subito la lettera
per la prima pagina di Repubblica e subito rituffandosi in
mare.
Non ha scritto a Craxi, pur conoscendo persino il suo indirizzo
di Hammamet, per censurarlo... ha preferito scrivere a Di
Pietro e a Scalfari, fra gli applausi dell'Italia perbene...
il suo comportamento di quel mattino d'estate ha funzionato
per me come i revulsivi funzionano con gli ammalati di stomaco».
Fece eco Margherita Boniver: «Io non so se Ripa di Meana abbia
una professione, so che per tutta la vita gli è piovuta in
testa la fortuna di essere amico di Bettino». Sono gli anni
in cui Vittorio è appunto accompagnato da Marina Punturieri
ex Lante della Rovere neo Ripa di Meana, la cui professione
invece era a tutti più nota.
[05-01-2010]
il più pulito ha la rogna (E LA MAGISTRATURA DALLA SUA PARTE)
- PANSA: CHI CRAXI E CHI PRESE IL TAXI! - "È un fatto
storico che Mattei, il presidente dell’Eni, finanziasse
anche il Pci. Lo stesso fece il suo successore, Cefis - Per
concludere con l’Urss una trattativa sulla fornitura
all’Eni di gas siberiano, nel dicembre 1969 Cefis si accordò
su una tangente per il Pci di 12 milioni di dollari. Su un
conto cifrato in Svizzera...
Giampaolo Pansa per "Il
Riformista"
Nelle prime settimane del 2010 si parlerà a lungo di Bettino
Craxi, per il decennale della scomparsa. Si è già cominciato
a farlo e in due modi opposti. Il primo considera il leader
del Psi soltanto un ladro e un latitante.
Il secondo sostiene
che il giudizio su di lui deve essere più ampio, non limitato
alla sola vicenda di Tangentopoli. Anche perché, insieme al
Psi, altri partiti vissero sul sistema delle mazzette o del
finanziamento illecito.
A cominciare dall'avversario più tenace di Craxi: il Pci, poi
diventato Pds. È innegabile che lo tsunami di Mani Pulite
iniziò in casa socialista, il 17 febbraio 1992. Il primo
politico arrestato fu Mario Chiesa, 47 anni, ingegnere,
presidente del Pio Albergo Trivulzio, l'ospizio per vecchi a
Milano. Al momento di essere pizzicato in ufficio, Chiesa
teneva nel cassetto una mazzetta appena incassata: 7 milioni
di lire in contanti. Una seconda tangente più robusta, 37
milioni, riuscì a gettarla nel water presidenziale.
Per il grande pubblico, Chiesa era uno sconosciuto. Pochi
sapevano che era uno dei padroni del Psi ambrosiano.
Controllava intere sezioni del Garofano e possedeva un
pacchettone di tessere. Craxi commise l'errore di definirlo
soltanto "un mariuolo". Poi fece subito un altro
passo falso. Parlando a Milano il 27 febbraio, disse: «Di
fronte a episodi di corruzione come questo, mi viene un gran
sconforto.
Il fatto
è grave, ma non può deturpare l'immagine socialista. A volte
i partiti si trovano in difficoltà proprio come certe
famiglie quando scoprono che c'è un ragazzo poco di buono».
Ma il pool dei magistrati non si fermò. A Milano cadde il Muro
di Bettino, come lo chiamai sull'Espresso. La Sacra Famiglia
Craxiana andò a gambe all'aria. E l'inchiesta si allargò ad
altri partiti. Alla metà del giugno 1992 i politici indagati
o arrestati nell'inchiesta milanese erano già trentanove, così
suddivisi: 16 socialisti, 14 democristiani, 7 del Pds, 2
repubblicani. Di questi trentanove, i parlamentari in qualche
modo coinvolti risultavano nove: 4 democristiani, 3
socialisti, uno del Pds e uno del Pri.
Il team giudiziario di Mani Pulite seguitò a marciare come un
rullo compressore. Alla fine dell'agosto 1992, i politici
arrestati o indagati erano diventati sessantuno. Ripartiti così:
26 democristiani, 23 socialisti, 8 del Pds, 2 del Pri e 2 del
Psdi. Anche il numero dei parlamentari inguaiati crebbe a
quattordici: 7 della Dc, 5 socialisti, uno del Pds e uno del
Pri. Già questi numeri ci ricordano quanto stava emergendo
nella sola Milano, in un anno terribile segnato dagli omicidi
di Lima, di Falcone e di Borsellino. Tangentopoli era il luogo
della corruzione interpartitica.
Alla fine, gli unici partiti estranei al sistema del
finanziamento illecito risultarono il Msi e i radicali. Non
certo il Partitone Rosso, ovvero il Pci-Pds, allora guidato da
Achille Occhetto. In seguito, per anni e anni, i dirigenti di
quel partito, e i giornali che li sostenevano, si affannarono
a convincerci che le Botteghe Oscure e le loro strutture
periferiche erano più bianche del bianco. Ma non era vero. Il
Pci aveva sempre vissuto anche di fondi neri. Non alludo
soltanto ai continui finanziamenti dall'Unione Sovietica.
Parlo di vere e proprie mazzette, spesso molto consistenti.
È un fatto storico che Enrico Mattei, il presidente dell'Eni,
finanziasse anche il Pci. Lo stesso fece il suo successore,
Eugenio Cefis. Per concludere con l'Urss una trattativa sulla
fornitura all'Eni di gas siberiano, nel dicembre 1969 Cefis si
accordò su una tangente per il Pci di 12 milioni di dollari.
Dopo un versamento al Bottegone di un milione e 200 mila
dollari, il resto fu pagato dall'Eni in rate annuali. Su un
conto cifrato in Svizzera.
Come vedremo, la faccenda dei conti elvetici del Bottegone
emergerà di nuovo con Mani Pulite. Ma prima vennero a galla
le tangenti incassate dal Pds per la Metropolitana milanese,
mazzette da centinaia di milioni. Poi quelle pagate dalla
Calcestruzzi del gruppo Ferruzzi per ottenere un appalto che
riguardava l'Enel. Un miliardo e 250 milioni alla Dc e idem
per il Psi. A quel punto anche il Pds pretese lo stesso
bottino. E ricevette una prima rata di 621 milioni. Versata in
Svizzera su un conto cifrato, con un nome in codice dal sapore
domestico: "Gabbietta".
Antonio Di Pietro
chiese al capo della
Calcestruzzi chi gli avesse indicato la banca e il conto
cifrato. Lui rispose: Primo Greganti, già segretario
amministrativo della federazione torinese del Pci e poi
funzionario dell'amministrazione centrale del partito.
Greganti, "il signor G", venne arrestato, ma negò
sempre: il conto Gabbietta era suo, non del Pds. In seguito si
scoprirono altri conti elvetici cifrati, maneggiati da
dirigenti del Pci-Pds: il conto "Idea" e il conto
"Sorgente".
Ma il Partitone Rosso fece orecchie da mercante. Nel febbraio
1993 Occhettò gridò: «Smentisco nel modo più categorico.
Non abbiamo mai avuto conti in Svizzera!». Lo stesso sostenne
Max D'Alema il 28 febbraio: «Niente conti in Svizzera. E non
ci risulta in nessun modo che noi abbiamo chiesto o fatto
chiedere tangenti ad alcuno o che ne abbiamo intascate». Poi
D'Alema, per una volta fantasioso, parlò di provocazione e
tirò in ballo i sempiterni servizi segreti nostrani.
Potrei continuare, ma il Bestiario ha uno spazio obbligato. Spero
che le pochissime cose qui raccontate ci rammentino un vecchio
detto: il più pulito ha la rogna. E ci aiutino a dare di
Bettino Craxi un giudizio sereno. Non possiamo ritenerlo
dannato per sempre.
[05-01-2010]
|
L PIù
PULITO HA LA ROGNA - Parte dal bar Doney, via veneto, la
Tangentopoli del Carrocio, quando Alessandro Patelli,
tesoriere leghista, nel marzo del 1992, ricevette una
“bustarella” di 200 milioni per il partito dALLA
Montedison - MA, A DIFFERENZA DI QUELLA DI CRAXI, LA CARRIERA
POLITICA Di bossi NON DAVA FASTIDIO A LOR SIGNORI E NON SUBì
CONSEGUENZE - OGGI LUI TACE, E CON LUI TUTTI I VERTICI DEL
CARROCCIO...
Alessandro Da Rold per "il
Riformista"
Il bar
Doney di via Veneto a Roma non passerà alla storia solo per
Giuseppe Graviano e Gaspare Spatuzza, che lì si incontrarono
per discutere di attentati e presunti accordi politici con
Silvio Berlusconi. Quello che fu uno dei locali storici della
Dolce Vita di Fellini, compare anche nelle cronache tutte
lombarde della Lega Nord di Umberto Bossi.
Partono
da qui, infatti, dal Doney, i problemi giudiziari sotto
Tangentopoli del Carrocio, quando il grande e grosso
Alessandro Patelli, idraulico da Bergamo, ex tesoriere
leghista, nel marzo del 1992, ricevette una
"bustarella" di 200 milioni per il partito dal
gruppo Montedison.
Stiamo
parlando dell'ormai nota tangente Enimont e di quella
"sindrome Patelli" che quattro anni fa, nei giorni
del processo ad Antonveneta, tornò a spaventare i corridoi di
via Bellerio. Una storia che in un modo o nell'altro ritorna
di attualità in queste settimane, in cui si discute
dell'intitolazione a Bettino Craxi di una via a Milano a dieci
anni dalla morte. Proposta, quella del sindaco Letizia
Moratti, che ha scatenato più di qualche polemica,
innestando, tra le fila del Carroccio, la sola dichiarazione
contraria di Matteo Salvini, consigliere meneghino da sempre
dedito a parlare alla pancia leghista:
Umberto Bossi
e i colonnelli al momento tacciono.
Un
silenzio definito «imbarazzante » da alcuni quotidiani e
politici, ma invece «dovuto e di rito» per i vertici
leghisti. Perché i militanti di Alberto Da Giussano, quelli
del pratone di Pontida,un'idea in merito se la sono già
fatta. Basta ascoltare Radio Padania o leggersi qualche
commento sui forum di riferimento: «La Moratti propone questa
bestemmia e il Pdl fa quadrato. Ma sono questi i nostri
alleati? Vergogna!», scrive Fedegia. «Dopo Craxi ci sarà
Riina», le fa eco Luigi.
«Meglio
dedicarne una a Gianfranco Miglio e pensare ai problemi della
gente», insiste Giovanni. Pensieri non troppo dissimili da
quelli che fioccavano negli anni di Mani Pulite, quando i
leghisti soffiavano sulle inchieste del finanziamento illecito
ai partiti, lodando
il lavoro
dei magistrati. Il deputato Luca Orsenigo passò alla storia
per aver sventolato un cappio in Parlamento il 16 marzo del
'93. E il 29 aprile, a Montecitorio, la Lega Nord votò a
favore dell'autorizzazione a procedere per Craxi.
Bossi,
in una notte d'estate dello scorso anno, confidò ad alcuni
cronisti fidati di voler riabilitare Craxi. «Mi chiese aiuto
- si legge nella ricostruzione di Repubblica - Ma io non
intervenni, non feci nulla. All'epoca Craxi era un nemico, e i
miei non avrebbero capito, mi avrebbero dato del matto». E
forse qualche insulto se lo beccherebbe pure adesso, il leader
della Lega.
Tanto da
scatenare il silenzio dei ministri leghisti sulla dedica di
una strada per un politico da molti definito come il simbolo
di un sistema malato. «Se non ci diamo una mano a vicenda,
finirà che ci faranno fuori a tutti e due», disse Craxi a
Bossi. Ma
il secondo prese
un'altra strada. E ora il suo partito veleggia elettoralmente
nelle regioni del Nord, tanto da insidiare in Veneto e
Lombardia la leadership del Popolo della Libertàdi Silvio
Berlusconi e a sostituirsi a quel tessuto economico politico
un tempo spartito tra Dc e Psi. Pronto a conquistare palazzo
Balbi con Luca Zaia e a insidiare il sistema di potere di
Roberto Formigoni al grattacielo Pirelli, il Carroccio evita
di riabilitare ufficialmente «il Cinghialone», come lo
definivano i giornalisti milanesi prima e dopo Tangentopoli.
Bossi e Craxi, va detto, si conoscevano bene, tanto che a metà
degli anni '80, ricordano vecchi politici meneghini, il Psi
pare avesse dato più di un aiuto economico al Senatùr.
Poi
l'esplosione di Mani Pulite. Piergianni Prosperini, tra i
leghisti più agguerriti in quegli anni, ora si ritrova in
carcere, per presunte tangenti. Altri tempi. Altri tipi di
mazzette. Eppure anche quei 200 milioni che Patelli prese in
consegna al Doney servirono al partito e alla sua
comunicazione radiotelevisiva. Fu Sergio Portesi, segretario
di Carlo Sama, ai vertici del gruppo Ferruzzi, a
consegnargliela personalmente e a raccontare la vicenda ad
Antonio Di Pietro
, all'epoca magistrato del pool milanese di Mani Pulite.
Portesi,
all'attuale leader dell'Italia dei Valori, disse molto altro:
«Bossi voleva che la Montedison si impegnasse per un aiuto
alla Lega e lui stesso mi parlò dell'opportunità di una
presenza pubblicitaria dei prodotti della società del gruppo
Montedison su emittenti radiotelevisive collegate alla Lega».
Ma Sama preferiva versamenti privati, così che in breve tempo
«fu inserita nell'elenco dei politici da sovvenzionare anche
la Lega Nord, proprio in virtù dei primi incontri e della
prima apertura che ci aveva dato Bossi e successivamente dei
ripetuti colloqui tra me e Patelli».
Per
questa vicenda il grande e grosso tesoriere leghista fu
condannato a otto mesi di carcere. Dieci anni dopo, alla fine
degli anni '90, Patelli, allontanato dalla Lega, fu sul punto
di correre con lo stesso Di Pietro. Il Senatùr, dopo aver
restituito i soldi, ricevette una condanna a otto mesi in
Cassazione per violazione del finanziamento pubblico ai
partiti. Bossi ha sempre definito quella tangente «una
donazione».
[08-01-2010]
|
Forze
armate e privatizzate - Tutta la gestione della Difesa passa
in mano a una società per azioni. Che spenderà oltre 3
miliardi l'anno agli ordini di La Russa - Così, in un
assordante silenzio, tutte le spese della Difesa diventeranno
un affare privato, nelle mani di un consiglio
d'amministrazione e di dirigenti scelti soltanto dal ministro
in carica, senza controllo del Parlamento, senza
trasparenza…
Gianluca
Di Feo per L'espresso
Le forze
armate italiane smettono di essere gestite dallo Stato e
diventano una società per azioni. Uno scherzo? Un golpe? No:
è una legge, che diventerà esecutiva nel giro di poche
settimane. La rivoluzione è nascosta tra i cavilli della
Finanziaria, che marcia veloce a colpi di fiducia soffocando
qualunque dibattito parlamentare.
Così,
in un assordante silenzio, tutte le spese della Difesa
diventeranno un affare privato, nelle mani di un consiglio
d'amministrazione e di dirigenti scelti soltanto dal ministro
in carica, senza controllo del Parlamento, senza trasparenza.
La privatizzazione di un intero ministero passa inosservata
mentre introduce un principio senza precedenti. Che pochi
parlamentari dell'opposizione leggono chiaramente come la
prova generale di un disegno molto più ampio: lo
smantellamento dello Stato. "Ora si comincia dalla
Difesa, poi si potranno applicare le stesse regole alla Sanità,
all'Istruzione, alla Giustizia: non saranno più
amministrazione pubblica, ma società d'affari", chiosa
il senatore pd Gianpiero Scanu.
Stiamo
parlando di Difesa
Servizi Spa
, una creatura fortissimamente voluta da Ignazio La Russa e
dal sottosegretario Guido Crosetto: una società per azioni,
con le quote interamente in mano al ministero e otto
consiglieri d'amministrazione scelti dal ministro, che avrà
anche l'ultima parola sulla nomina dei dirigenti. Questa
holding potrà spendere ogni anno tra i 3 e i 5 miliardi di
euro senza rispondere al Parlamento o ad organismi neutrali.
FORZE...ARMATE
- GUARGUAGLINI E MOGLIE MARINA GROSSI
In più
si metterà nel portafogli un patrimonio di immobili 'da
valorizzare' pari a 4 miliardi. Sono cifre imponenti, un
fatturato da multinazionale che passa di colpo dalle regole
della pubblica amministrazione a quelle del mondo privato. Ma
questa Spa avrà altre prerogative abbastanza singolari. Ed
elettrizzanti. Potrà costruire centrali energetiche d'ogni
tipo sfuggendo alle autorizzazioni degli enti locali: dal
nucleare ai termovalorizzatori, nelle basi e nelle caserme
privatizzate sarà possibile piazzare di tutto.
Bruciare
spazzatura o installare reattori atomici? Signorsì! Segreto
militare e interesse economico si sposeranno, cancellando ogni
parere delle comunità e ogni ruolo degli enti locali. Comuni,
province e regioni resteranno fuori dai reticolati con la
scritta 'zona militare', utilizzati in futuro per difendere
ricchi business. Infine, la Spa si occuperà di
'sponsorizzazioni'. Altro termine vago. Si useranno caccia,
incrociatori e carri armati per fare pubblicità? Qualunque
ditta è pronta a investire per comparire sulle ali delle
Frecce Tricolori, che finora hanno solo propagandato
l'immagine della Nazione. Ma ci saranno consigli per gli
acquisti sulle fiancate della nuova portaerei Cavour o sugli
stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv?
Lo
scippo. Quali saranno i reali poteri della Spa non è chiaro:
le regole verranno stabilite da un decreto di La Russa. Perché
dopo oltre un anno di dibattiti, il parto è avvenuto con un
raid notturno che ha inserito cinque articoletti nella
Finanziaria. "In diciotto mesi la maggioranza non ha mai
voluto confrontarsi. Noi abbiamo tentato il dialogo fino
all'ultimo, loro hanno fatto un blitz per imporre la
riforma", spiega Rosa Villecco Calipari, capogruppo Pd in
commissione Difesa: "I tagli alla Difesa sono un dato
oggettivo, dovevano essere la premessa per cercare punti di
convergenza. La tutela dello Stato non può avere differenze
politiche, invece la destra ha tenuto una posizione di scontro
fino a questo scippo inserito nella Finanziaria".
Non si
capisce nemmeno quanti soldi verranno manovrati dalla holding.
Difesa Servizi gestirà tutte le forniture tranne gli
armamenti, che rimarranno nelle competenze degli Stati
maggiori. Ma cosa si intende per armamenti? Di sicuro cannoni,
missili, caccia e incrociatori. E gli elicotteri? E i camion?
E i radar e i sistemi elettronici? Quest'ultima voce ormai
rappresenta la fetta più consistente dei bilanci, perché
anche il singolo paracadutista si porta addosso una serie di
congegni costosissimi.
La
definizione di questo confine permetterà anche di capire se
questa privatizzazione può configurare un futuro ancora più
inquietante: una sorta di duopolio bellico. Finmeccanica,
holding a controllo statale che ingaggia legioni di ex
generali, oggi vende circa il 60 per cento dei sistemi delle
forze armate. E a comprarli sarà un'altra spa: due entità
alimentate con soldi pubblici che fanno affari privati. Con
burattinai politici che ne scelgono gli amministratori.
All'orizzonte
sembra incarnarsi un mostro a due teste che resuscita gli
slogan degli anni Settanta. Ricordate? 'L'imperialismo del
complesso industriale-militare'. Un fantasma che
improvvisamente si materializza nell'opera del governo
Berlusconi.
[03-01-2010]
|
"CARO
BETTINO, GRAZIE DAL PROFONDO CUORE PER QUELLO CHE HAI FATTO.
TUO SILVIO" - PER L’IMMORTALE SERIE, “I MORTI
AGGREDISCONO I VIVI”, LE CARTE SEGRETE DI CRAXI -
NAPOLITANO, MIELI, OCCHETTO, SCALFARI, L’ITALIA IN GINOCCHIO
DAL ‘CINGHIALONE’ - E POI DOSSIER SCALFARO-SISDE E NICOLA
MANCINO, GLI ASSEGNI DI GALEAZZO CIANO A MONTANELLI PER
L’ARTICOLO “IL NUOVO EROISMO”, CARTEGGI SUI
FINANZIAMENTI ESTERI DEL PCI (LA MISTERIOSA FINANZIARIA
MALTESE SAPRI BROKER), IL PASSATO "CINESE" DEL PM
FRANCESCO GRECO, UNA MISSIVA SIBILLINA IN DATA 1979 DI COSSIGA
A LICIO GELLI, L’OPERAZIONE DI CARLO DE BENEDETTI NEL 1989
QUANDO LA SUA OLIVETTI INCORPORÒ LA SRL SYSTEM DI ROMA CHE DI
FATTO ERA UNA COOPERATIVA INFORMATICA LEGATA AL PCI... -
Filippo
Facci per ‘Libero'
Carte,
appunti, fascicoli, informative, soprattutto lettere. Bettino
Craxi spesso non le leggeva neanche, talvolta neppure le
apriva: resta che ne riceveva a tonnellate. E' ben chiaro che
le missive fossero proporzionali, per numero e spesso per
l'adorazione che promanavano, al potere che il leader
socialista deteneva prima di schiantarsi: ecco perché sono
centinaia e perché ne faremo se va bene un sommario.
Come
detto, non è solo posta più o meno confidenziale: ci sono
lettere di portata storica - quella di Ronald Reagan, per
esempio - più altre non meno importanti come quelle dei
principali leader europei.
Ci sono
carte e informative e dossier: roba interessante mischiata a
spazzatura. C'è un dossier sull'allora Capo dello
Stato Oscar
Luigi Scalfaro circa i suoi rapporti col Sisde e
coll'imprenditore Valerio Valetto. C'è una lettera autografa
di Indro Montanelli in cui, il 31 luglio 1934, dichiara di
ricevere 150 lire dall'Ufficio stampa del Capo del governo per
l'articolo «Il nuovo eroismo»; allegato, anche il tagliando
dell'assegno intestato a Galeazzo Ciano e girato a favore di
Montanelli.
Segue,
poi, una ricevuta emessa dal sottosegretariato per
la Stampa
e la Propaganda: riguarda «lire 200», in data 30 settembre
1934, per l'articolo «Necessità dello stile»; un'ultima
ricevuta, il 9 febbraio 1935, vede Montanelli ricevere altre
200 lire per l'articolo «La famiglia»: Indro, di suo pugno,
si scusa per il ritardo con cui accusa ricevuta.
Molte le
carte sul caso Moro e sui rapporti Brigate Rosse-camorra. Di
altre carte non sapremmo che dire: si passa da infiniti
carteggi sui finanziamenti esteri del Pci (in particolare
sulla misteriosa finanziaria Maltese Sapri broker, dove
convivevano il cassiere Pci Renato Pollini e quel Renato
Castellari morto suicida in circostanze misteriosissime nel
1993) sino al noto schema detto «canestrino» che permetteva
al Pool di Milano, durante Mani pulite, di scegliersi il
giudice;
una
serie di inquietanti informative riguardano poi Nicola Mancino
- ex Dc, oggi vicepresidente del Csm - e alcune indagini del
1985 condotte dal pm Francesco Misiani per concussione
aggravata e poi archiviate a Roma da Domenico Sica; altre
carte, peraltro note, riguardano il passato extraparlamentare
del pm Francesco Greco e alcuni suoi imbarazzanti interventi
per inneggiare alla superiorità della giustizia cinese.
Una
serie di appunti riguardano poi un'operazione che Carlo De
Benedetti avrebbe compiuto nel 1989 quando la sua Olivetti
incorporò la srl System di Roma (via del Colosseo 9) che di
fatto era una cooperativa informatica legata al Pci.
Le
lettere di Francesco Cossiga a Craxi sono infinite e
copiosissime, mentre non è chiaro il significato di una
missiva di Cossiga indirizzata presumibilmente a Licio Gelli:
«Caro Licio, ho ricevuto la tua segnalazione e mi sono mosso
nel senso da te indicato...». Eccetera. E' datata 5 aprile
1979.
In parte
da decifrare, nondimeno, una scrittura autografa datata 27
novembre 1984 e così denominata: «Verbale di intesa tra i
signori Silvio Berlusconi e Calisto Tanzi. Nell'ipotesi di
operatività economicamente equilibrata delle imprese
televisive private oggi esistenti si conviene quanto segue...».
Nelle pagine successive si parla dell'impegno di Berlusconi
nell'assicurare adeguata copertura pubblicitaria a Euro tv (70
miliardi di lire dal 1985 al 1987) mentre Tanzi si impegna ad
acquistare l'intero capitale sociale della Sedit spa per un
totale di due miliardi di lire.
Senza
data, per contro, una missiva privata e autografa di Silvio
Berlusconi: «Caro Bettino, grazie di cuore
per quello che hai fatto. So che non è stato facile e che hai
dovuto mettere sul tavolo e la tua credibilità. Spero di
avere il modo di contraccambiarti... Ancora grazie, dal
profondo del cuore. Tuo Silvio». Non è noto se sia stata
scritta a margine del «decreto Craxi» (che impedì
l'oscuramento alla reti Fininvest il 20 ottobre 1984) o a
margine di altre faccende. L'amicizia tra Craxi e Berlusconi
del resto non è mai stata un mistero.
Ci sono
anche lettere o bigliettini di magistrati. Ce n'è uno del
procuratore generale presso la Cassazione Vittorio Sgroi (28
marzo 1987) e un altro in cui il procuratore generale di
Milano Giulio
Catelani, il 5 marzo 1992, ringrazia vivamente
per «il buon ricordo di una piacevole serata in cui ho avuto
l'occasione e il privilegio di conoscerla». Normale: ma va
detto che in quel periodo l'alba di Mani pulite era già
sorta.
Meno di
un anno dopo Catelani
smetterà di spedire ai politici non solo le missive, ma pure
gli inviti per l'inaugurazione dell'Anno giudiziario. E nella
primavera del 1993, un anno dopo, dirà: «La nostra è una
rivoluzione legale e saggia che dura da poco più di un anno,
ricordatevi che quella francese è iniziata nel 1788 ma è
finita solo nel 1794».
Tra le
carte craxiane spunta anche una lunghissima lettera di Adoldo Beria di Argentine (eccellente ex procuratore
generale di Milano, padre della giornalista Chiara) che in
data 11 aprile 1990 delucida Craxi sulla questione Cir-Mondadori-Fininvest:
«Oggi sono sempre più convinto di essere stato nel giusto a
sostenere che era meglio che la vicenda venisse risolta in
sede arbitrale e non fosse portata davanti alla magistratura
milanese con provvedimenti cautelari ed urgenti. Con viva
cordialità, tuo affezionatissimo».
Va da sé
che la parte del leone la facciano le lettere e i messaggi e
le suppliche dei vari politici. Infinite le personalità
internazionali -
dalla Thatcher a Buthros Ghali - e numerosi
gli scambi epistolari con Marco Pannella, Armando Cossutta, Emma
Bonino, una lettera di Mario
Segni, altre più datate di Loris Fortuna, in
sostanza tutti i segretari dei partiti di allora.
Compare
anche una lunga lettera di
Umberto Bossi
all'allora presidente del Consiglio Giuliano Amato (25 giugno
1992, Mani pulite furoreggiava) in cui il senatur commenta le
linee programmatiche del governo.
Molti
i bigliettini di cordiale scambio con Giorgio
Napolitano: sia che fossero scritti da
semplice parlamentare del Pci (ala migliorista, già accusata
di intelligenza col nemico socialista) oppure da presidente
della Camera quale fu dal 1992 al 1994. Questo bigliettino è
dell'11 marzo 1988: «Caro Bettino, Ci terremmo, e ci terrei,
al tuo intervento. Potrebbe essere una buona occasione di
dialogo e convergenza. Posso contarci?».
Altri
messaggi volanti: «Parlerà ora Capanna,
e poi io, E riprenderò il tema di una possibile missione
europea, su cui Andreotti non ha detto nulla». Quando invece Napolitano
gl'inviò la seguente, ed è interessante, era il 4 agosto
1992 e in teoria Craxi si era già avviato a divenire un
appestato politico: «Desidero informarla di averla chiamata a
far parte della Commissione bicamerale per le riforme
istituzionali». Notare che Napolitano è passato al «Lei».
Anche Francesco
Rutelli, da radicale, è piuttosto assiduo.
Nel luglio 1991 scrive a Craxi per lamentarsi che una sua lettera non è
stata pubblicata dall'Avanti!: «Non è stata pubblicata
domenica, né martedì né mercoledì. Oggi abbiamo
addirittura appreso che il direttore Villetti se l'è persa!».
Terribile. Sarà per questo che nell'autunno 1993, durante
la campagna
elettorale per le amministrative di Roma (ballottaggio Fini-Rutelli), l'ex radicale e neo progressista
dichiarerà a tutti i giornali, di Craxi, che «sognava di
vederlo consumare il rancio in carcere».
Ci sono
anche un paio di testimonianze della politica che fu e dei
galantuomini che l'abitavano: altro che casta. Questa
lettera-ricevuta è datata 31 dicembre 1945 ed è scritta su
carta intestata dell'Avanti!: «Riceviamo dal compagno Pietro
Nenni la somma di lire 350.000 quale rimborso
del prestito che gli era stato fatto dall'amministrazione del
Giornale Avanti! in occasione dell'acquisto da lui fatto della
macchina Lancia, cedutagli a prezzo speciale dai compagni di
Torino».
Quest'altra
invece è datata 4 aprile 1985, ed è su carta intestata del
Quirinale, firmata Sandro
Pertini: «Caro Craxi, mi è stato sottoposto
per la firma il disegno di legge di rivalutazione dell'assegno
personale e della dotazione della Presidenza della
Repubblica... Riconosco che un adeguamento delle voci, dopo
circa 20 anni dall'ultima rivalutazione, è necessario...
(tuttavia auspico che) la decorrenza della corresponsione
della nuova misura dell'assegno sia fissata in una data
successiva alla scadenza del mio mandato. A questo fine, ti
restituisco il disegno di legge perché sia emendato in senso
suddetto».
Le
lettere di varia estrazione, infine, non si contano. Dal
politologo Gianfranco
Pasquino (1989) a un
Romano Prodi in versione boiardo dell'Iri. Dal
professor Umberto
Veronesi (natale del 1985) a Sabina Ciuffini, alle sorelle Fendi
(5 maggio 1984, incoraggiamento e stima) sino addirittura a Toni Negri. E scambi politici con Norberto
Bobbio, altri appena diversi con Sandra Milo,
con Francesco
Alberoni, Nicola Trussardi, mezzo mondo. Prima
della pioggia, ovviamente.
I
giornalisti non mancano mai e i direttori di Repubblica e
della Stampa furono per esempio accomunati dal proposito di
non irritare troppo Bettino.
Il 10 dicembre 1984, per esempio, Eugenio
Scalfari scrive al leader socialista: «Con
riferimento alla querela proposta da lei contro Repubblica...
prendiamo atto di quanto affermato e precisato nei comunicati
diffusi dalla stampa in data 20 settembre 1981 dal Psi e in
data 1 ottobre 1981 (cioè anni prima, ndr)... Diamo atto di
non avere ragione per ritenere infondate le affermazioni
contenute in predetti comunicati». Traduzione: Bettino, non
querelare.
In una
lettera dell'8 maggio 1992, invece, Paolo
Mieli (poi al Corriere della Sera e assai
ostile al leader socialista) chiede venia: «Caro Craxi, ti
prego di scusarmi dello spiacevole incidente di stamattina.
Voglio subito precisarti che la responsabilità della
pubblicazione è interamente mia e non di Minzolini... Mi
hanno indotto in errore due circostanze...» eccetera. Mieli
in passato era stato legato alla famiglia Craxi, mentre Augusto
Minzolini frequentava l'Hotel Raphael e
l'adiacente «avvelenatore», una pizzeria poi chiusa, e non
di rado carpiva informazioni da chiacchierate informali.
Non male, per capire l'aria che tirava, anche due lettere
dell'«editore» Cesare
Romiti (Fiat, quindi
La Stampa
e il Corriere) spedite il 21 gennaio e l'11 marzo del 1991: «Gentile
Presidente, La ringrazio ancora per avermi ricevuto a Milano.
In merito a un argomento da Lei sollevato, mi sono fatto
portare il numero arretrato del Corriere della Sera e come Lei
potrà vedere dalla copia che Le invio; l'importante incarico
affidatoLe dal Segretario Generale dell'ONU era stato
riportato in forma molto evidente sia nella prima pagina del
giornale, sia alla pagina 9 dello stesso. Tanto mi premeva di
segnalarle. Con la massima stima».
Poi,
come detto, c'è di tutto. Da missive di
Cesare Lanza per disegnare strategie e
direzioni editoriali (31 gennaio 1984) a un affettuoso
bigliettino di Maria Giovanna Maglie sino a una lettera di
Giordano Bruno Guerri - allora alla Mondadori
- che aveva inviato a Craxi una biografia su Ghino di Tacco.
Illeggibili e impegnativissime le letterone di Rossana Rossanda del manifesto.
cap88
mieli craxi
Le
lettere spedite a Craxi da Achille
Occhetto, come segretario nazionale del Pci,
sono impressionanti anche per chi sia decisamente abituato al
cinismo della politica. La seguente è del 5 agosto 1992: «Caro
Craxi, come sai il Congresso
dell'internazionale Socialista esaminerà la domanda di
adesione del Partito Democratico della Sinistra. Noi pensiamo
che l'accoglimento del Pds nell'internazionale socialista sia
la logica e naturale conclusione dell'iter avviato un anno
fa... Auspichiamo che da parte Tua - nella qualità di
Vicepresidente dell'Internazionale Socialista - e da parte del
Psi vi sia il necessario consenso all'adesione del Pds
all'Internazionale Socialista. In ogni caso noi siamo a tua
completa disposizione... Con amicizia».
Cioè:
Che la politica avesse una morale pubblica e una privata (a
somma zero) era ben noto, ma qui si sfiora la schizofrenia. In
quel periodo Craxi riceveva attacchi furibondi soprattutto da
sinistra (per Mani pulite) e tuttavia riteneva di dover fare
alla sinistra un'apertura clamorosa: invitò il Pds - che
appunto aveva richiesto l'adesione all'Internazionale - a
convergere col Psi per definire una piattaforma comune che
affrontasse problemi politici e istituzionali. Occhetto
rispose a Craxi, pubblicamente, che la sua era la «logica
della riproduzione del vecchio sistema e della vecchia
nomenkatura»; privatamente, invece, spediva missive come la
suddetta.
Notare
come nella sua missiva a Craxi
Occhetto non citi neppure di sfuggita la
famosa questione morale: eppure, sempre pubblicamente, il Pds
disconosceva a Craxi ogni legittimità governativa e talvolta
politica.
Craxi
aveva già pronunciato il primo dei suoi famosi discorsi
parlamentari (una chiamata in correità per tutti i partiti) e
però la risposta di Occhetto era stata questa: «Craxi
a Milano aveva i suoi amici, io i miei nemici».
In seguito, Craxi aiutò il Pds (che entrò
nell'internazionale) e poi andò ad Hammamet.
Il Pds
prese, poi, tutto o quasi ciò che restava del socialismo
italiano. E lo sparpagliò nell'oceano insapore della sinistra
tutta.
[03-01-2010]
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SCIACALLISMI
SOCIALI - “Il 15% del ricavato delle vendite sarà devoluto
a XXX“ - COME LA MALEFICENZA HA ECLISSATO LA BENEFICENZA
–QUALSIASI BUONA CAUSA è PERFETTA PER DIVERTIRSI E FARSI UN
PO’ DI PUBBLICITà ALLE SPALLE DEI POVERACCI - sulle
migliaia di onlus di assistenza sociale e sanitaria registrate
in Italia su un totale complessivo di 50mila, quelle di cui si
sa davvero parecchio, compreso il bilancio, sono meno di 20…
Fabiana
Giacomotti per Il Foglio
Ci sono
certe volte in cui avresti voglia di rispondere come Ebenezer
Scrooge del Canto di Natale, a chi ti chiede un penny per i
poveri. Tale quale: "Se vi dessi un penny per i poveri,
non ci sarebbero più poveri, e voi rimarreste senza lavoro.
Vi prego, signori, non chiedetemi di lasciarvi in mezzo a una
strada proprio oggi".
Ipocrita,
crudele e sfacciato, e senza un'oncia di rimorso. Charles
Dickens doveva aver già ben presenti le derive della
beneficenza upper class dagli anni in cui, operaio minorenne
nella fabbrica di lucido da scarpe dove mamma Dickens l'aveva
lasciato prima di seguire il marito in carcere per debiti (un
girone infernale in cui la cura delle scarpe altrui andava di
pari passo con lo spaccio di oppio) era stato costretto a
sorbirsi lo sfoggio di spirito cristiano delle fanciulle
bennate che la morale a corrente alternata del Vittorianesimo
costringeva a farsi il bagno in camicia ma nel contempo a
dedicarsi ad opere di carità in quartieri dove,
oggettivamente, i loro occhi virginali sarebbero stati esposti
a quadretti un po' più forti della visione delle proprie
pudenda.
Ecco, va
detto che le Piccole Donne effettivamente ci andavano, a
visitare i poveri e a curare gli afflitti purché non ci fosse
un'epidemia in corso, magari di malaria che era la tipica
malattia dei poveri costretti a vivere in dieci in un tugurio
umido, ed è il pensiero che ti coglie al trentasettesimo (non
è un numero buttato a caso) biglietto d'invito alla
cena-cocktail-vendita natalizia di beneficenza della
prestigiosa boutique filettato in oro e impresso a secco.
"Il
15% del ricavato delle vendite (talvolta perfino meno, ndr)
sarà devoluto a XXX", essendo nel 90% dei casi l'XXX
equivalente della sigla nn che marchiava i trovatelli di un
tempo: nomen nescio, ovvero un'associazione perfettamente
sconosciuta e dagli scopi confusi quanto i suoi contorni
geografici.
Si
tratta di una condizione possibilissima anche se non si è
stati fatti a viver come bruti, perché sulle migliaia di
onlus di assistenza sociale e sanitaria registrate in Italia
su un totale complessivo di 50mila, come segnalava di recente
il direttore di "Vita", Giuseppe Frangi, quelle di
cui si sa davvero parecchio, compreso il bilancio che viene
pubblicato sul web e che se proprio ci si dovesse far cogliere
dall'uzzolo si può verificare in un secondo, sono meno di 20.
Questa
serie A, questa prima fila del charity in cui militano e/o si
mostrano aristocrazia o quel che ne rimane, sportivi et
similia, attori o sedicenti tali, comici comunque, fa
indubbiamente un gran lavoro, soprattutto al nord e nella
Milan in tutta evidenza e sempre col coeur in man, se si
considera che la Lombardia provvede per il 50% delle donazioni
dell'intera penisola a fronte di un indirizzario contenuto al
migliaio di nomi per le cifre medio-importanti, che significa
battere cassa sempre sui soliti.
Per le
altre associazioni, si va sulla fiducia, sull'intenerimento
per le cofane delle signore patronesse, che vorrai mica
giochino doppio con tutto il peso della lacca e dei posticci
che già devono portarsi sulla testa, e da questa stagione
sull'evidenza che, essendosi magari ripresa un pochino
l'economia in generale ma
la moda
in particolare quasi niente, anzi e solo ai livelli più bassi
dell'offerta, è umanamente comprensibile che i direttori dei
negozi delle grandi maison, controllate da multinazionali
costrette a rendere conto ogni tre mesi alle Borse e tutte
falcidiate dalla crisi del desiderio consumistico, giochino
invece la carta della generosità natalizia per generare
quello che, in gergo e anche nelle speranze, si chiama
"traffico". Kenzo, Fendi, Altai.
Qualche
mese fa, a Londra, si è assistito allo speech di un generale
in pensione sui rischi psicologici a cui vanno incontro i
reduci di guerra, ma anche i pensionati, sorseggiando Moet in
mezzo a sandali da mille sterline al paio. Un calice di
champagne, ma in tempi di ristrettezze va molto anche il
prosecco, per liquefare il senso di colpa del benessere. Un
vol au vent per digerire l'ipocrisia di voler ricorrere a
questi mezzi per fare festa, e un po' di cassa, quando i
sansculottes sono già ai cancelli e agitano i forconi.
L'amico
Cesare con cui per anni si è stilata una classifica delle
signore meglio e peggio vestite d'Italia che ancora, al
passaggio, ci procura sguardi intimoriti e/o rancorosi, la
definisce "la cumulativa dei save the children":
tre-quattro biglietti tutti insieme, confusi, spesso infilati
nella stessa busta dalla pr, villaggi-scuola e ospedali per
l'infanzia e per carità, ci mancherebbe altro, ma mai una
volta che l'oro della stampante di questi cartoncini griffati
riuscisse ad imprimere sul biglietto nomi angosciosamente noti
a Milano come l'Opera di San Francesco davanti a cui si vedono
barboni in fila alle 7 del mattino per una tazza di latte
caldo e una fetta di pane ma si passa frettolosamente,
incitando il tassista, lungo la strada che dal quadrilatero
collega Linate.
L'infanzia
equivale a un foglio bianco ancora da scrivere, ogni
possibilità aperta, gli occhi brillanti; l'opera di San
Francesco, l'associazione SOS e quelle come loro sono un
monito, e alla moda che vende giovinezza, non vestiti, è
ovvio che non piacciano granché.
Le
signore che praticano il charity più oscuro e difficile, che
fanno beneficenza di sé, regalando tempo e cure e carezze
negli ospedali e nelle case di cura, sono raramente le stesse
che sfoggiano parure di brillanti e sorrisi davanti ai
fotografi: Tana Ruffo di Calabria, Patrizia Schmid, la
marchesa Brivio Sforza madre, the dowager marchioness come
direbbero gli inglesi, che
la sera
imbocca le ospiti del Pio Albergo Trivulzio cofondato dalla
famiglia e curiosamente sempre al centro di qualche vicenda
disdicevole.
Un
numero appena più numeroso si tiene lontano dall'azione
manuale ("gli ospedali mi atterriscono, mi intristiscono,
mi deprimono"), ma dimostra una certa pratica di quella
economica, tanto che le rutilanti mises di Marinella Di Capua
passano in second'ordine rispetto alla sua leggendaria capacità
di raccolta fondi: il record ammonta a centomila euro in
cinque giorni per dotare una sala operatoria di una singola,
sofisticatissima apparecchiatura.
Le
altre, tantine, transumano da una cena a un té, da un
cocktail a un'esposizione di oggetti d'antiquariato nel
chiostro della chiesa del centro infilando la busta per le
offerte nella borsa senza
mai riconsegnarla. La
filantropia totalizzante alla Joséphine Baker, finita in
miseria per sostenere la sua "famiglia arcobaleno",
dodici bambini adottati in tutto
il mondo
e ospitati nel castello di Milandes, in Dordogna, ormai suona
eccentrica come il gonnellino di banane che indossava nella
Revue Nègre: persino i Brangelina, Brad Pitt e Angelina
Jolie, adottano con più giudizio.
"Duole
dirlo, a me che sono napoletana, poi, parecchio, ma in Italia
la beneficenza si ferma al Po" osserva Marta Brivio
Sforza, nuora dell'attivista di cui sopra, ex-avvocato ora
consigliere dell'Airc. Qualche giorno fa Umberto Pizzi, il
paparazzo-sociologo del Tempo ma soprattutto di Dagospia, ha
fotografato una di queste adunate di dame in una bottega di
lusso del centro di Roma: loro tutte dentro, la bocca pittata
deformata dallo sforzo di ingoiare le tartine per intero e gli
occhi ostinatamente rivolti alle amiche, fosse mai che il
direttore del negozio invitasse a prendere visione dei
capi/scarpe/gioielli in esposizione, che sono un bene
superfluo e questo sarà un Natale di sobrietà; fuori, seduta
accanto alla sua vita raccolta in un sacco di plastica blu,
una clocharde dal volto serio e simpatico sotto il cappellino
di lana calato sugli occhi.
Non era
una sanguigna di Daumier, la foto di Pizzi; neanche un Grosz,
nonostante quei visi tumefatti dal botox; al limite
occhieggiava a De Sica. Di certo, faceva impressione:
"Fra tutte, quella provvista di maggiore dignità era la
bag lady", ha scandito Pizzi prima di appostarsi altrove
per un nuovo Cafonal, una nuova "vendita promozionale
natalizia", un "Christmust" come ha voluto
definirlo qualcuno, crasi persino più burina che blasfema con
quel voluto mescolare Natività e richiami da accendino di
Cartier, una nuova cena con agghiaccianti centrotavola
imbrillantinati pure in loro in vendita o una nuova asta col
panettone per San Patrignano che lascia tre quarti della sala
di cattivo umore per non essere stata accomodata in
sufficiente prossimità della signora sindaco, perché da
quello si misura il grado di potere dell'invitato e
soprattutto le opportunità che potrà sviluppare con l'Expo.
E'
incredibile quanto si mangi, a queste cene. Quanto e quanto
male e inutilmente ricco: mozzarelle in carrozza grondanti
olio e gamberi di ammoniacale antichità e risotti mantecati e
filanti e carré di vitello coi contorni, e frutta e gran
buffet di dolci, tutti debitamente a sfoglia e farciti.
Il
pranzo del César Birotteau di Balzac, il profumiere
arricchito che alla fine collassa di debiti; totalmente fuori
tempo e disponibilità gastrica massima per chi non abbia
superato i sessanta infischiandosene dell'apporto calorico e
non possa dedicare la mattina successiva alla cura del proprio
fegato.
Te li
giri fra le mani, quegli inviti spessi tre dita distribuiti in
qualche centinaio di esemplari, e ti domandi perché non ti
abbiano piuttosto spedito una mail con l'avvertenza di
"non stampare se non assolutamente necessario"
(apodittico, ma efficace), oppure uno di quegli sms con cui,
quando c'è da promuovere un cliente che paga e controlla le
spese, ti intasano il box del cellulare: a occhio e croce, fra
carta, pr e calicini-tartine, l'ammontare complessivo dei soli
extra di una di queste serate permetterebbe di vaccinare
qualche migliaio di bambini nel centro Africa (2 euro circa a
vaccino, pari al costo del solo biglietto), oppure di
costruire una nuova scuola in qualche regione del sud est
asiatico su cui di solito si evitano informazioni troppo
circostanziate per continuare a visitarle senza
preoccupazioni, protetti nelle jeep con autista, soprattutto
sotto Natale che è la stagione migliore per andarci.
A onor
del vero, non mancano gli esempi all'opposto: i Benetton,
oppure Gucci, ma anche Imelde e Stefano Cavalleri, meglio noti
come "i Pinco Pallino", abbigliamento per bambini,
che per Natale usano inviare ai propri referenti privilegiati
(azionisti, fornitori, distributori, giornalisti, sciure) un
bigliettino di auguri che argomenta come il budget per i
consueti sprechi, scatole di cioccolatini e borsette comprese,
sia stato destinato all'associazione XY, aggiungendo in calce
il codice della donazione fatta in nome e per conto del
destinatario, e accogliendo con spirito cristiano le
rimostranze di
chi fa
sapere quanto avrebbe preferito scegliere in autonomia la
onlus da beneficiare: nel novanta per cento dei casi, sono
quelli che in realtà avrebbero preferito i cioccolatini e le
borsette.
E' il
dannato, insopprimibile risvolto ipocrita del no profit che
nelle "relazioni pericolose" Pierre Choderlos de
Laclos aveva affidato, per maggior spregio, alla penna della
sua castissima madame de Tourvel, destinataria ingenua delle
macchinazioni di Valmont per sedurla, non ultima una generosa
donazione in presenza di testimoni a favore. "Sia stata
fatta per caso o volutamente, si tratta sempre di un'azione
onesta e lodevole" scrive la sventurata a madame de
Volanges che sul marchese, avendolo avuto anni prima per
amante, non si fa certo illusioni, "....E quando gliene
ho parlato ...Si è schermito, ...tanto che la sua modestia ne
raddoppiava il merito".
Modesti
ce ne sono ancora, anonimi che dispongono lasciti testamentari
anche fino a un milione di euro e contro cui i parenti nulla
possono anche ne venissero mai a conoscenza, a dispetto della
nota massima di Henry James secondo cui la carità, come il
patriottismo, cominciano in casa propria. E se poi lo sfoggio,
la parure di brillanti e lo scatto del fotografo diventano un
incentivo alla partecipazione e alla firma sull'assegno,
pazienza.
Anzi,
tanto meglio, come dice Matteo Marzotto, che per raccogliere
denaro a favore dell'Associazione contro la fibrosi cistica,
fondata dopo la scomparsa della sorella Annalisa,va,
dichiaratamente, ovunque "possa tirar su un po' di
soldi": sagre di paese, corse in bici o in moto (e capita
che si rompa qualcosa, perché a dispetto dello sguardo e
della postura e della fama di buonissimo partito, ragazzino
non è più tanto nemmeno lui), aperture di negozi e centri
commerciali.
Poche
sere fa, per la presentazione milanese della sua
autobiografia, "Volare alto", diciassette euro a
copia che la Mondadori girerà direttamente nelle casse
dell'associazione, ha posato con tutte le signore, signorine,
nonne e zie che si sono presentate. Due sere dopo accoglieva
fino a tarda notte la Roma più variopinta sulla gradinata
della White Gallery, l'ex razionalissimo Palazzo dell'Arte
Moderna dell'Eur trasformato in un multistore di 5mila metri
quadrati. Quando ci si crede, diventa una missione. E allora
accade che nessuno pretenda il calicino di champagne in
cambio.
[04-01-2010]
|
Fini fa
sparire le case come Di Pietro - Dal patrimonio di An sono
spariti gli immobili: trasferiti a società parallele come
hanno fatto l’x pm e i Ds” - La Terza carica (della
Celere) si mette di traverso sul rimpasto di governo e il
Giornale di Feltruskaider gli ricorda chi comanda in ditta…
Gian
Maria De Francesco per
Il Giornale
Gianfranco
Fini come
Antonio Di Pietro
? Gianfranco Fini come Piero Fassino? Non sono paradossi, ma
è la realtà. La gestione degli immobili della «vecchia»
Alleanza nazionale, evidenzia il rendiconto 2008, assomiglia
parecchio a quella dell'Italia dei Valori e dell'ultima fase
dei Ds. Il trend è quello seguito oramai da parecchi partiti:
far confluire in società ad hoc il patrimonio immobiliare per
poterlo gestire meglio.
È
singolare, tuttavia, che
il secondo pilastro
del Pdl, alla vigilia del matrimonio con Forza Italia, abbia
seguito un percorso simile a quello di due formazioni del
centrosinistra spostando gli attivi su un ramo parallelo. Una
strada già seguita dalla formazione dell'ex magistrato che
affitta i «suoi» appartamenti all'Idv. L'affinità maggiore
è però con i Democratici di Sinistra che, prima delle nozze
con la Margherita, hanno fatto confluire l'ingente patrimonio
immobiliare dell'ex Pci in fondazioni, alcune delle quali
affittano i locali proprio al Pd. Una strada che si appresta a
seguire pure An.
Fusione
fredda/1. Alla nascita del Popolo della libertà i due sposi,
Fi e An
, non sono arrivati nelle stesse condizioni. I «finiani»,
che hanno elargito al nuovo partito 6 milioni, chiudono con un
avanzo di 10,3 milioni, una liquidità di 30,6 milioni di euro
(la maggiore tra tutti i partiti italiani) e un patrimonio
netto positivo per 38 milioni.
Formalmente
non risultano immobili perché sono confluiti dai tempi
dell'Msi in tre società: Italimmobili, Immobiliare Nuova
Mancini e Isve. Le prime due contano circa 5 milioni di euro
immobilizzati in terreni e fabbricati. Sono le storiche
sezioni che
la Fiamma
comprava perché nessuno gliele affittava. E 5 milioni non
sono pochi, perché i cespiti sono iscritti a costo storico.
Denaro e immobili passeranno alla nuova Fondazione An, guidata
dal finiano di
ferro Donato
Lamorte, che ha prolungato il tesseramento a marzo 2010.
La
formazione berlusconiana ha investito pesantemente,
contribuendo con 40 milioni al nuovo partito. Nel rendiconto
2008 sono riportati i 161 milioni di ricavi per competenza che
dovrebbero ritornare dai rimborsi della legislatura. Il debito
bancario sfiora i 106 milioni e il patrimonio netto è
positivo per 6 milioni grazie alla favorevole computazione dei
ricavi.
Non
sorprende che Sandro Bondi nell'ultima relazione inviti tutti
quanti a un «percorso condiviso» per rafforzare «l'autonomia»
del Pdl. A via della Scrofa non avranno sentito.
Fusione fredda/2. D'altronde anche il Pd è nato da
un'esperienza simile. I Ds, accusavano i detrattori
margheritini, hanno messo le mani sul patrimonio.
E
infatti il Pd si regge sui suoi rimborsi e non ha immobili a
disposizione, mentre 2.400 immobili dei Ds - del valore di
almeno 500 milioni - sono finiti nelle varie fondazioni messe
su in fretta e furia dal tesoriere diessino Ugo Sposetti. Ai
vecchi Ds, nel 2008, era rimasto solo un milione e mezzo di
immobili a fronte di un debito bancario di 172 milioni.
Curioso che i due ex partiti alla fine del 2008 potessero
contare su oltre 30 milioni di liquidità mentre il Pd aveva a
disposizione solo 900mila euro. In questo caso a via della
Scrofa hanno tenuto le orecchie aperte.
Politica
spa. Questi fenomeni continueranno a essere possibili fino a
quando «Politica spa» sarà una delle aziende più
prolifiche del panorama «imprenditoriale» italiano,
un'impresa la cui redditività non dipende direttamente dalla
sua capacità di stare sul mercato, ma dalle elargizioni dello
Stato, cioè dei cittadini, nei suoi confronti.
Solo in
questo modo si possono spiegare i circa 121 milioni di euro «rastrellati»
sotto forma di rimborsi dalle otto principali formazioni che
hanno partecipato alle elezioni politiche del 2008. Il totale
poi supera i 160 milioni se si considerano i singoli partiti,
che due anni fa si presentarono in coalizione o confluirono
nelle due maggiori formazioni, Pdl e Pd. E che continuano a
incassare i rimborsi delle elezioni 2006 e delle varie
amministrative.
Certo,
finché i partiti continueranno a ricevere il quintuplo di ciò
che effettivamente spendono, come segnalato recentemente dalla
Corte dei Conti
, questa tendenza è destinata a proseguire. Non è tuttavia
edificante che le associazioni politiche, anche in un anno di
crisi come il 2008, abbiano potuto sedersi su una montagna di
liquidità, denaro sonante immediatamente disponibile, di
oltre cento milioni di euro, circa 200 miliardi di vecchie
lire. Somme che in alcuni casi vengono utilizzate per
acquistare titoli di Stato con il beffardo effetto che
la Repubblica
paga i partiti due volte: con i rimborsi e con gli interessi
su Bot e Cct.
Un fiume
di soldi. Ai soldi pubblici si aggiungono quelli più o meno
privati. Le contribuzioni di singoli e società ai partiti
sono ammontate nel
2008 a
oltre 100 milioni di euro. Quaranta volte più delle quote
associative, che si sono fermate a 2,5 milioni di euro. In
alcuni casi i finanziamenti provengono da deputati, senatori o
dai gruppi parlamentari che a loro volta li ricevono dalle
rispettive Camere.
In altri
sono frutto di lobbying: imprese metalmeccaniche che
finanziano tanto
Fi quanto il
Pd, televisioni private come Sei tv che elargiscono
finanziamenti a
Fi, Lega
e Idv. Tanto, fino a 103mila euro si può detrarre il 19% dei
finanziamenti. La politica conviene, ai cittadini un po' meno.
[04-01-2010]
|
SI
SCRIVE UDC, SI LEGGE “Unione dei Caltagirone”! - Altro che
partito personale: partito familiare! Figli, mogli, società
del gruppo di famiglia: tutta la galassia di Calta finanzia
l’Udc - Centomila euro a testa, per oltre 2 milioni: è il
94% dei fondi pubblici del partito - E Calta-LEONE
SPADRONEGGIA negli affari e nelle decisioni. Vedi le
trattative per le candidature in Lazio e Puglia, regioni
chiave del SUO impero…
Massimiliano
Scafi per
"Il Giornale"
Si fa presto a dire Udc. Magari pronunciandola U-dc, staccando
leggermente la vocale dalle consonanti e facendo tornare a
galla così, per assonanza, la sua vecchia origine
democristiana. Udc sta ufficialmente per Unione di Centro, ma
in realtà potrebbe significare «Unico donatore Caltagirone»,
oppure «Unione dei Caltagirone».
Sfogliando
infatti la documentazione sul finanziamento ai partiti
politici nel 2008, pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale, si
scopre che la quasi totalità delle sottoscrizioni ricevute
dai centristi sono arrivate da privati o società legate in
qualche modo al gruppo del costruttore romano.
Certo,
non c'è nulla di scorretto: si tratta di elargizioni
regolarmente segnalate. E in fondo, come si dice in gergo
giornalistico, non c'è nemmeno «la notizia». Pier
Ferdinando Casini è il marito di Azzurra Caltagirone, con la
quale ha avuto due figli, ed è il genero di Francesco
Gaetano.
E il
giornale di famiglia, il Messaggero, intervista spesso e
volentieri l'ex presidente della Camera, concedendogli sempre
adeguato spazio. Insomma, che ci fosse un legame stretto non
è una novità. Ma adesso ci sono nero su bianco, le cifre di
questo rapporto parental-politico-editoriale.
Basta
appunto dare un'occhiata ai finanziamenti del
2008. In
quell'anno l'Udc ha ricevuto quattro milioni e 400mila euro:
la metà sono irrintracciabili, perché la legge prevede che
siano rese pubbliche solo le sottoscrizioni superiori ai
cinquantamila euro. Ebbene, sui 2.272.832 euro restanti,
2.150.000 - cioè il 94 per cento - sono giunti dai
Caltagirone.
Contributi
a titolo personale da centomila euro ciascuno sono registrati
in entrata da Alessandro, Francesco, Gaetano e Francesco
Gaetano Caltagirone. Altri centomila arrivano da Luisa Farinon,
moglie di Francesco Gaetano. Mentre il resto delle sovvenzioni
risultano erogate da società tutte in qualche maniera legate
alla galassia.
L'elenco
è lungo. Ci sono l'azienda Servizi Italia 2005, la compagnia
Gestione Immobiliare, la Costedil, la Fincal, la Finspar, la
Gamma srl, l'Immobiliare Caltagirone, la Pantheon 2000, la
Porto Torre, la Progecal 2005, la Quarta Iberica, la San Marco
finanziaria, l'Unione Generale Immobiliare, la VM 2008 srl, la
WXIII/IE Commercial 4 srl.
Quest'ultima
società, tra l'altro, ebbe un ruolo nella vicenda della
controversa acquisizione da Assitalia di una palazzina di via
Clitumno a Roma, i cui inquilini lamentarono di non aver
potuto esercitare il proprio diritto di prelazione.
Tutte
queste sottoscrizioni sono di centomila euro, tranne la San
Marco finanziaria spa, che di euro all'Udc ne ha versati
150mila. E nella lista, gli unici contributi arrivati ai
centristi di Casini da soggetti diversi sono i sessantamila
euro versati dall'impresa Donati spa e i 62.832 di Michele
Vietti: il vicesegretario del partito.
[04-01-2010]
SOLDI
& PARTITI – BOSSI E DI PIETRO UNITI DALLA FINANZA
“VIRTUOSA” – LA LEGA E L’IDV HANNO I CONTI IN ATTIVO:
IL CARROCCIO ACCUMULA 17,5 MLN € (E 12 MLN IN IMMOBILI) –
IL MOVIMENTO DELL’EX PM FA FORTUNA COI TITOLI DI STATO E LE
SEDI SONO TUTTE DI TONINO ATTRAVERSO L’IMMOBILIARE AN.TO.CRI
(NEL 2008 AVANZO DI 14,6 MLN E UN PATRIMONIO DI 28)…
Gian
Maria De Francesco per
"Il Giornale"
Per
quanto politicamente diversi,
Umberto Bossi
e
Antonio Di Pietro
hanno una caratteristica in comune: l'ottimo andamento
economico dei rispettivi partiti. Una circostanza che non si
desume solo dai conti del 2008, ma dalla notevole liquidità
accumulata dal Carroccio e dall'Italia dei Valori. La Lega,
infatti, ha in cassa circa 17,5 milioni di euro, quasi tutti
su conti correnti bancari.
Il
partito dell'ex Pm, oltre ad avere una disponibilità di 3,3
milioni, può contare su immobilizzazioni finanziarie per 2,5
milioni. Queste ultime non rappresentano quote societarie come
per la maggior parte dei partiti, ma sono rappresentate da 2
milioni di Buoni ordinari del Tesoro e da 400mila euro di
obbligazioni del Sanpaolo e da quote di fondi. Un investimento
simile lo aveva effettuato pure il Partito Democratico, che
nel 2008 aveva messo oltre 19 milioni al sicuro in titoli di
Stato. L'ex segretario Dario Franceschini decise di ricorrere
a quella «discreta» somma per le Europee e le amministrative
dell'anno scorso.
Chi ha
soldi in cassa cerca sempre il rendimento sicuro. Lo hanno
fatto pure la Margherita (380mila euro in gestioni
patrimoniali Ras) e il comunistissimo Pdci, che nel
2008 ha
dovuto liquidare causa rovesci elettorali 1,1 milioni di fondi
di investimento conservando solo 225mila euro.
Insomma,
Tonino Di Pietro quando si tratta di denari non ha nulla da
imparare. Anzi, se si considera che - eccezion fatta per la
sede romana di via di Santa Maria in Via (appartenente a
Inarcassa) - le sedi Idv di Milano e di Bergamo sono di
proprietà dell'ex Pm, si può comprendere come il partito, in
fondo, sia una fonte di reddito anche per il presidente.
Infatti,
nei 195mila euro di spese per godimento di beni di terzi (voce
alla quale si computano i canoni di locazione) c'è
sicuramente anche l'affitto dell'appartamento di via Casati a
Milano, che funge da sede nazionale ed è intestato alla
An.To.Cri., l'immobiliare di Di Pietro intitolata con le
iniziali dei nomi dei tre figli.
Per la sede di Bergamo, il tesoriere Silvana Mura, fedele
braccio destro del leader unico, ha ribadito nel rendiconto
quanto sia «diventata ancor più necessaria a causa del
rilevante numero di parlamentari della Lombardia».
Malumore
di qualche iscritto? Può darsi, visto che quasi nessun
partito nei propri bilanci giustifica la scelta di una sede o
di una sezione locale. Comunque Di Pietro & C. hanno
chiuso il 2008 con un avanzo di gestione di 14,6 milioni e un
patrimonio di 28 milioni. È terminato con una redditività
del 50% il penultimo esercizio caratterizzato dal vecchio
statuto con il quale «associazione» (dei fondatori
dipietristi) e «partito» si mescolavano. Dal mese scorso il
nuovo statuto è un po' meno «familista» anche se per la
fedelissima Mura c'è sempre la possibilità di restare
tesoriera a vita.
Discorso
diverso per la Lega Nord. Come altri partiti tradizionali, ha
riunito le proprietà immobiliari in una società-veicolo ad
hoc con un nome che più bossiano non si può. È la Pontida
Fin che tra le immobilizzazioni materiali ha registrato
terreni e fabbricati per oltre 12 milioni di euro. Anche se ha
chiuso con una modesta perdita, Pontida Fin valorizza i propri
immobili e ha registrato ricavi per oltre 900mila euro. A
differenza delle società immobiliari di An che fino al 2008
hanno concesso le sedi in comodato gratuito ai circoli (ma con
la Fondazione An tutto cambierà). Non solo gestione oculata
per il Carroccio, ma anche tanti mattoni sui quali costruire
un solido futuro.
[04-01-2010]
DAGO LO
PENSA, PIRANI LO SCRIVE, E BENE: “TUTTA LA VITA ITALIANA ERA
CONDIZIONATA DAI COSTI "IMPROPRI" DELLA DEMOCRAZIA:
LA DC IMPONEVA TANGENTI PUBBLICHE, IL PCI RICEVEVA I SOLDI
PRIMA DALL´URSS E POI DELLE COOPERATIVE. MA IL MARCHIO DELL´IMMORALITÀ
È FINITO SOLO SU CRAXI - SENZA AUTONOMIA E PESO AUTONOMO DEL
PSI NEL GOVERNO DI CENTRO-SINISTRA, NON CI SAREBBE STATA LA
SVOLTA STORICA DELLA SCALA MOBILE E L´INVERSIONE DI UNA
INFLAZIONE DEVASTANTE. PER FAR QUESTO OCCORREVA UN PARTITO
DOTATO ANCHE DI AUTONOMIA ECONOMICA. DI QUI LA SCELTA ROVINOSA
DELLE TANGENTI, GLI ARRICCHIMENTI, GLI SCANDALI NEL CLIMA DI
CINISMO REALPOLITIK INALBERATO DAL CAPO”
Mario
Pirani per
Repubblica
La
diatriba toponomastica a dieci anni dalla morte di Craxi
andrebbe messa da parte. Svilisce un dibattito ineludibile
perché grava ancora sulle nostre attuali vicende e seguiterà
a pesare fino a quando le reciproche accuse non saranno
metabolizzate.
Basterebbe
por mente al fatto, ai limiti di un paradosso mai davvero
esplorato, che l´ultima scissione all´interno della
sinistra, a partire da quella del 1921, è stata quella che ha
visto una grossa aliquota di dirigenti e di elettorato
socialista passare in blocco nelle file di Forza Italia.
Per chi,
come il sottoscritto, ha da sempre giudicato del tutto
stravolgente e inaccettabile l´entrata nell´arena politica
del padrone delle Tv, sarebbe fin troppo facile unirsi al coro
e bollare la deriva socialista come l´esito di una
propensione antropologica al "tradimento" di classe,
ad una conversione al berlusconismo, ad un "mutamento
genetico" derivante per naturale ascendenza dal craxismo.
E
chiuderla ancora una volta qui. Senza mai fare i conti con l´altrettanto
naturale e permanente antisocialismo che i comunisti e i
postcomunisti, si portano dentro la pancia da sempre, con
zoologica continuità: da quando disprezzavano Turati e
appellavano Pietro Nenni di "social-fascista", fino
alle recenti trasformazioni (Cosa uno e due, Pds e Pd) che ha
visto svalutato e irriso ogni apporto socialista restato
fedele alla sinistra, impersonato, per ricordare qualche nome,
da Giuliano Amato e Giorgio Ruffolo, da Rino Formica e Giorgio
Benvenuto, fino ai sindacalisti della Uil che aderirono al
Pds, e così via.
Sprezzati
e messi da canto per una ragione di fondo: la permanenza di
una scelta che respingeva il nome stesso di
"socialismo", (passaporto per l´Europa poi,
smarrito per strada) ma impronunciabile per denominare il
"nuovo" partito in Italia. La spiegazione esiste: la
scelta, da Berlinguer ad oggi, è rimasta sempre quella di
privilegiare l´alleanza, fino alla fusione (!), con la
sinistra cattolica e respingere l´unità con il socialismo
democratico.
Questo
ha portato ad un riformismo azzoppato, timoroso di ogni
ostilità sulla sinistra, da quella di Di Pietro a quella
della Fiom, e, soprattutto, lo ha amputato della sua
indispensabile funzione a difesa del laicismo, nello Stato e
nella società. Come non capire che anche tutto questo ha
contribuito alla deriva di milioni di socialisti verso la
sponda d´approdo berlusconiana?
La
questione di Craxi s´intreccia con tutto ciò. Non ho spazio
per approfondirla qui. Annoto solo: l´intuizione storica di
una riconquista di uno spazio autonomo del Psi, succubo fino
al 76 della preminenza comunista, avvalorata dal
consociativismo berlingueriano con la sinistra dc, era una
necessità per l´Italia. Anche la dilatazione del deficit
pubblico fu spinta dal consociativismo e dalla invadenza
sindacale che ne derivava.
Senza
autonomia e peso autonomo del Psi nel governo di
centro-sinistra, non ci sarebbe stata la svolta storica della
scala mobile e l´inversione di una inflazione devastante, così
come non ci sarebbe stata una scelta europeista epocale,
quando Craxi, al Vertice di Milano dell´85 impose il voto a
maggioranza contro la Thatcher per passare al Mercato unico;
così come fu decisivo il suo intervento per permettere contro
il Pci, l´installazione degli euromissili in Italia a fronte
di quelli installati da Breznev, puntati sull´Europa per
ricattarla.
Per far
questo occorreva un partito dotato anche di autonomia
economica. Di qui la scelta rovinosa delle tangenti, gli
arricchimenti, gli scandali nel clima di cinismo realpolitik
inalberato dal Capo. Il giudizio, però, si è squilibrato da
una parte sola: tutta la vita italiana era condizionata dai
costi "impropri" della democrazia: la Dc imponeva
tangenti pubbliche, il Pci riceveva i soldi prima dall´Urss e
poi delle cooperative. Ma il marchio dell´immoralità è
finito solo su Craxi. Il codardo insulto sfiorò persino i
"miglioristi" del Pci, accusati di "filo-craxismo".
Una ingiustizia storica che duole ancora.
[04-01-2010]
|
|
CHE FORZA QUEL
TOSI...
Che cosa non si fa per una donna: Stefania Villanova è la
consorte del sindaco di Verona Flavio Tosi. Nel 2007, poco
dopo l'elezione del marito, venne promossa, senza concorso e
senza laurea, da semplice impiegata a dirigente nel settore
Sanità. Lo stipendio balzò da 25 mila euro lordi l'anno a 70
mila. Ma chi era l'assessore regionale alla Sanità fino a
poco prima? Il marito. E chi era il successore, autore della
promozione? Francesca Martini, attuale sottosegretario alla
Sanità, leghista e veronese pure lei.
Il
consigliere regionale del Pd Franco Bonfante scrisse allora
che "la promozione della signora Tosi sarebbe stata la
contropartita per la rinuncia del marito a correre per la
carica di segretario regionale della Lega in Veneto". La
signora querelò il consigliere, ma pochi giorni
fa il Tribunale
di Verona ha disposto l'archiviazione. (P.T.)
04.01.10 |
DA SALÒ A
MANHATTAN...
Febbrile eccitazione al Consolato generale d'Italia a New
York. Arriva il nuovo esperto culturale. È Gabriella Podestà,
l'ex moglie del ministro Sandro Bondi. Ultima posizione
ricoperta: preside al liceo scientifico Fermi di Salò. Un bel
salto.
31.12.09
|
SORPRESA!
LA BEFANA DI TREMONTI riempie di soldini la calza dei membri
del Consiglio superiore della Magistratura
Franco
Bechis per http://fbechis.blogspot.com/
La vera
sorpresa è arrivata l'ultima settimana a palazzo dei
Marescialli. Ai membri del Consiglio superiore della
Magistratura, a poche ore dal Natale, è
stato il
segretario generale dell'organo a rilevanza costituzionale,
Carlo Visconti, a portare la buona novella: "Giulio
Tremonti ha cambiato idea. Arrivano due milioni di euro in più
in cassa".
Un vero
e proprio regalo di Natale in anticipo per Nicola Mancino
& c, che ormai vi disperavano: nonostante i tagli
draconiani imposti fin dal suo primo giro davanti alle Camere
dalle tabelle di bilancio allegate alla finanziaria, il
durissimo Tremonti si è fatto commuovere dai magistrati.
Loro
chiedevano una integrazione di bilancio di 5 milioni di euro,
le porte sembravano chiuse, ma alla fine la notizia dei due
milioni di euro in arrivo ha fatto sorridere tutti. Forse
almeno per Natale i magistrati saranno un po' più buoni con
il governo che tanta generosità ha mostrato nei loro
confronti.
Tanta,
anche perché quella del Csm non è proprio una storia di
povertà alla San Francesco di Assisi. Basti pensare che per
fare funzionare il parlamentino dei giudici togati e non
togati che con cuore assai tenero controllano e puniscono
(praticamente mai) le malefatte della categoria nel 2001
bastavano 18,9 milioni di euro. La cifra è lievitata nel
bilancio di previsione 2009 (solo contributo pubblico, perché
di entrate ce ne sono altre) a 29,6 milioni di euro, con un
aumento percentuale del 56,7%.
Insomma,
non erano gli alti papaveri della magistratura i primi a
doversi lamentare per la rigidità della crisi, tanto più che
per loro tirare un po' la cinghia non sarebbe stato un dramma:
il grosso del bilancio- a parte gli stipendi- se ne va a
pagare spese di viaggio e "formazione" di componenti
e dipendenti. Ma proprio il loro caso segnala la svolta
natalizia del ministro Tremonti.
La
trasformazione dell'arcigno custode dei conti e forzieri
pubblici in un Babbo Giulio Natale è stata per altro più che
evidente in Senato in occasione dell'approvazione in terza
lettura della legge finanziaria. A palazzo Madama il governo
non ha messo la fiducia nel testo, anche se non ha concesso
alcun tipo di modifica per non dovere tornare alla Camera per
la quarta lettura.
Qualche
maldipancia più nella maggioranza che nell'opposizione è
sbucato fuori qua e là. In commissione difesa anche più di
un maldipancia, con un intervento assai pesante da parte del
relatore Luigi Ramponi (Pdl- ex An) molto critico sulla
decisione di spostare fondi dei militari a tamponare i
problemi di bilancio di Gianni Alemanno al comune di Roma.
Ma in
mezzo alle baruffe e pur dovendo spostare ogni decisione
concreta all'anno prossimo, è arrivata la strenna natalizia
del vice-Tremonti, Giuseppe Vegas. E' stato l'uomo della
finanziaria nella commissione Bilancio ad accettare- come mai
era avvenuto in questi anni- tutti gli ordini del giorno di
maggioranza e opposizione, perfino quelli bocciati in altre
commissioni proprio per la perplessità del governo.
Un dono
di Natale (gli ordini del giorno impegnano il governo
formalmente se non sono accettati come semplice
raccomandazione) inatteso ai più. Anche perché nella lista
delle richieste che il governo ha detto "esaudirò, non
subito, ma esaudirò", c'è davvero di tutto, e non
proprio di poco conto: riforma dell'Irpef, limatura dal 2010
di un po' di Irap, revisione di quegli studi di settore che da
anni sono diventati un incubo per le partite Iva, estensione
della cedolare secca sugli affitti -che in finanziaria è
prevista per la sola provincia de L'Aquila- in via
sperimentale già nel 2010 su tutto il territorio nazionale
con una prima possibilità di detrazione delle spese sostenute
per il canone di locazione della prima casa.
E come
capita con i regali di Natale, il governo promettendo di
esaudire non ha separato letterina da letterina, accettando
davvero di tutto: dalla richiesta di rimettere qualche
soldarello nel Fondo unico per lo spettacolo, a quella di
finanziare la partecipazione delle scuole ai prossimi giochi
della Gioventù, fino alla assicurazione che l'anno prossimo
verranno integrati i fondi delle associazioni
combattentistiche. Una rivoluzione copernicana per Tremonti.
Che ha commosso tutti, con questo suo cuore improvvisamente
grande come un melone. Ma chissà quanto durerà...
[26-12-2009]
|
SI
CHIAMA POLLARI MA NON è UN POLLO - l’archivio riservato del
Sismi gestito dall’analista Pio Pompa, fedelissimo
dell’allora direttore Niccolò Pollari, è da ritenersi
“autorizzato dal presidente del Consiglio dei ministri” -
SEGRETO DI STATO! Il che consente a Pollari e Pompa di
rifiutarsi di rispondere al magistrato….
Marco
Travaglio per Il Fatto
pompa
corriere
Schedare
e spiare giornalisti, magistrati e politici di opposizione è
fra le attività "indispensabili alle finalità
istituzionali" dei servizi segreti, dunque il reato è
coperto dalla "speciale causa di giustificazione"
che, secondo la legge 124 del 2007, "si applica quando le
condotte sono poste in essere nell'esercizio o a causa di
compiti istituzionali dei servizi di informazione per la
sicurezza" e "indispensabili e proporzionate al
conseguimento degli obiettivi dell'operazione non altrimenti
perseguibili".
SEGRETO DI STATO
Insomma l'archivio riservato del Sismi sequestrato il 5 luglio
2006 dalla Digos su mandato della Procura di Milano
nell'ufficio segreto di via Nazionale
230 a
Roma e gestito dall'analista Pio Pompa, fedelissimo
dell'allora direttore Niccolò Pollari, è da ritenersi
"autorizzato dal presidente del Consiglio dei
ministri". Il che consente a Pollari e Pompa di
rifiutarsi di rispondere al magistrato. Lo ha comunicato lo
stesso Silvio Berlusconi due settimane
fa alla Procura
di Perugia, che il 27 aprile scorso ha ereditato per
competenza da quella di Roma il fascicolo sulle deviazioni del
Sismi.
Fra i
magistrati spiati, infatti, ce n'erano alcuni in servizio
nella Capitale. Un mese fa il pm umbro Sergio Sottani ha
concluso le indagini e depositato gli atti a disposizione
delle parti: un atto che prelude alle richieste di rinvio a
giudizio.
Gravi i
due reati contestati all'ex direttore e al funzionario: il
peculato per aver distratto, appropriandosene e usandole,
"somme di denaro, risorse umane e materiali" per
fini diversi da quelli istituzionali, come la redazione di
"analisi sulle presunte opinioni politiche, sui contatti
e sulle iniziative di magistrati, funzionari dello Stato,
associazioni di magistrati anche europei, giornalisti e
parlamentari";
e
l'indebita intrusione nella vita privata delle persone
schedate, con la "violazione, sottrazione e soppressione
della corrispondenza elettronica dell'associazione di
magistrati Medel", l'"accesso abusivo al sistema
informatico dell'associazione", la "violazione della
privacy".
Per la
seconda imputazione il pm romano aveva chiesto l'archiviazione
(prima che il gip e il gup si dichiarassero incompetenti), ma
quello di Perugia è di diverso avviso e intende processare
Pollari e Pompa anche per quello.
Alla
notifica degli atti, i due indagati han chiesto di essere
interrogati. E, assistiti dagli avvocati Franco Coppi e Titta
Madia, hanno opposto il segreto di Stato.
Il pm
Sottani è caduto dalle nuvole e s'è rivolto a Palazzo Chigi,
che per legge è l'unico depositario del top secret, con due
distinte richieste per Pollari e per Pompa: ai fini
dell'indagine, gli serve sapere chi pagava l'affitto
dell'ufficio di via Nazionale, a chi erano intestate le utenze
telefoniche e soprattutto chi impartiva le direttive a Pompa e
Pollari.
Berlusconi
ha già risposto per Pollari: tutte le questioni poste sono
coperte da segreto di Stato. La risposta per Pompa è attesa
per i primi del 2010 e ben difficilmente si discosterà
dall'altra.
Se ne
deduce che lo spionaggio su vasta scala messo in atto dal
Sismi a partire dal 2001 contro i supposti nemici non dello
Stato, ma di Berlusconi, era autorizzato, se non addirittura
ordinato dal secondo governo, il Berlusconi-2.
IL
PRIMO SALVATAGGIO.
Il segreto di Stato (opposto sia dal governo Prodi sia dal
governo Berlusconi) ha già salvato Pollari da un altro
processo, quello a Milano per il sequestro di Abu Omar, per
cui sono stati condannati in primo grado una ventina di agenti
e dirigenti della Cia e, per favoreggiamento, Pio Pompa (3
anni) e il giornalista prezzolato Renato Farina, alias
"agente Betulla" (ha patteggiato 6 mesi prima di
entrare alla Camera come deputato del Pdl).
Ora il
top secret potrebbe salvare Pollari e Pompa anche nel processo
per le schedature ad personam gentilmente offerte al
Cavaliere, del quale entrambi sono devotissimi, pur mantenendo
eccellenti rapporti anche col centrosinistra, in particolare
con l'area dalemiana.
Memorabile
il fax che Pompa inviò al suo spirito-guida il 21 novembre
2001: "Signor Presidente, sul foglio che ho davanti
stento ad affidarmi a frasi di rito per esprimerLe la mia
gratitudine nell'aver approvato... il mio inserimento, quale
consulente, nello staff del Direttore del Sismi... Sarò, se
Lei vorrà, anche il Suo uomo fedele e leale... Desidero
averLa come riferimento e esempio ponendomi da subito al
lavoro...
Avendo
quale ispiratore e modello di vita don Luigi Verzé, posso
solo parlarLe con il cuore: insieme a don Luigi voglio
impegnarmi a fondo, com'è nella tradizione contadina della
mia famiglia, nella difesa della Sua straordinaria missione...
La Divina Provvidenza mi ha concesso di sperimentare la
possibilità di poter lavorare per Lei...".
Ben
altri toni, da maccartista anni Cinquanta, quelli usati nelle
veline trovate nel suo ufficio. Veline anonime che additavano
gli avversari del premier da "disarticolare",
"neutralizzare", "ridimensionare" e
"dissuadere", anche con "provvedimenti" e
"misure traumatiche".
Fra
questi, i pm milanesi Bruti Liberati, Boccassini, De Pasquale,
Borrelli, Davigo, Taddei, D'Ambrosio, Greco, Ichino,
Carnevali, Colombo e Napoleone; i romani Loris D'Ambrosio,
Almerighi, Salvi, Cesqui, Sabella; i palermitani Ingroia,
Principato, Natoli e l'ex procuratore Caselli; e altri noti
magistrati come i fratelli Mancuso, Monetti, Melillo, Perduca,
Casson, Lembo, Vaudano, più il francese Barbe e lo spagnolo
Garzòn.
E poi
giornalisti e intellettuali: Furio Colombo, Arlacchi, Flores
d'Arcais, Santoro, Ruotolo, Pennarola, Cinquegrani, Giulietti,
Serventi Longhi, Giulietto Chiesa, Eric Jozsef, Gomez,
Barbacetto e Travaglio; D'Avanzo e Bonini di Repubblica
sarebbero addirittura stati pedinati.
E
ancora, fra gli schedati, l'editore De Benedetti e politici
come Violante, Brutti, Veltri, Visco, Leoluca Orlando e Di
Pietro. Ora soltanto il Copasir potrebbe ribaltare il segreto
di Stato, con una relazione motivata al Parlamento. Ma il
candidato più accreditato a presiederlo, dopo le dimissioni
di Rutelli, è proprio Massimo D'Alema, che ha sempre molto
apprezzato Pollari. L'uomo giusto al posto giusto.
[24-12-2009]
|
Qualcuno
ci protegga dalla protezione (civile) -Berto-liso, in cambio
del ritiro delle sue annunciate dimissioni, ha ottenuto dall’amico
Letta la trasformazione della
protezione civile
in società per azioni - Così ci saranno ancora meno
controlli su forniture, contratti, progetti per centinaia e
centinaia di milioni di euro all'anno, e su assunzioni e
consulenze, che non dovranno più passare sotto la lente della
trasparenza pubblica – che cuccagna per gli imprenditori.
Basta leggere i bilanci della società di maria criscuolo…
Fabrizio
Gatti per L'espresso
Aiuto,
qualcuno protegga i nostri soldi da Guido Bertolaso. Ora che
la
Protezione civile
diventa una società per azioni nessuno potrà più chiedere
conto al governo su appalti ed eventuali spese allegre. Pochi
giorni
fa, il
17 dicembre, Gianni Letta ha fatto approvare al Consiglio dei
ministri il decreto studiato e voluto dal Guido più amato
dagli italiani, e da Silvio Berlusconi, in cambio del ritiro
delle sue annunciate dimissioni.
Un'altra
mossa che toglie di mezzo il Parlamento. Il passaggio chiave
è scritto in poche parole: "Il rapporto di lavoro dei
dipendenti della società è disciplinato dalle norme di
diritto privato". Scende così un ulteriore velo di
riservatezza su forniture, contratti, progetti per centinaia e
centinaia di milioni di euro all'anno, e su assunzioni e
consulenze, che non dovranno più passare sotto la lente della
trasparenza pubblica.
Una
scorciatoia che unita alle ordinanze di urgenza e ai poteri di
emergenza di cui gode la
Protezione civile
, trasformerà Bertolaso, 60 anni il 20 marzo prossimo, in un
vicerè dalle mani d'oro a completo servizio del presidente
del Consiglio di turno. Come già succede ora, ma con meno
obblighi da rispettare.
La
questione non riguarda soltanto la rapidità di intervento
dopo terremoti, frane o alluvioni. Prendete il tentativo di
Berlusconi, per adesso soltanto rinviato, di scippare il Tfr
agli italiani, la liquidazione di milioni di lavoratori
dipendenti. Quei soldi il governo li voleva trasferire al
fondo Grandi eventi di Palazzo Chigi. Cioè la cassaforte
affidata in questi anni proprio a Bertolaso per organizzare
summit, party esclusivi, adunate religiose, gare sportive
attraverso procedure d'urgenza e poteri straordinari.
Da
quando nel 2001 diventa capo e indossa la famosa maglietta
blu, fior di ingegneri e tecnici vengono dirottati a occuparsi
di serate di gala, piscine e trampolini (Roma, mondiali di
nuoto 2009), alberghi, aiuole e parcheggi (La Maddalena e
L'Aquila, vertice G8 2009), asfaltatura di strade e rotonde
(Varese, mondiali di ciclismo 2008). Risorse e professionalità
che così non possono essere dedicate a tempo pieno ai veri
pericoli naturali che minacciano l'Italia.
Negli
armadi della
Protezione civile
in via Ulpiano e in via Vitorchiano a Roma vengono infatti
tenute segrete previsioni da paura. Sono le "Proiezioni
rischio sismico XXI secolo": in base a quanto è avvenuto
negli ultimi 200 anni, è scritto nel rapporto riservato, nei
prossimi 90 anni in Italia bisogna aspettarsi tra i 50 mila e
i 200 mila morti e feriti per terremoti, con danni tra i 100 e
i 200 miliardi di euro.
È fine
novembre quando a Palazzo Chigi si studia come inserire nella
legge finanziaria il prelievo del Tfr da destinare ai grandi
eventi. Proprio in quei giorni a Rivoli, vicino a Torino, si
ricorda il primo anniversario dalla morte di Vito Scafidi, 17
anni, lo studente del liceo scientifico Darwin ucciso dal
crollo del soffitto della classe, collassato senza nemmeno la
spintarella di una scossa sismica.
I
miliardi del trattamento di fine rapporto potrebbero servire a
rendere più sicuri scuole e ospedali. Ma nel governo pensano
a tutt'altro. Il primo dei grandi eventi che potrebbe entrare
nel calendario della nuova
Protezione civile
spa è l'Expo
2015 a
Milano: dove i ritardi, ormai sospetti, nella progettazione
stanno creando le condizioni per la solita ordinanza
d'urgenza.
Oppure
la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020: con la possibilità
di usare le procedure in deroga sugli appalti come grimaldello
per scardinare il piano regolatore e, sul modello dei Mondiali
di nuoto, costruire centri sportivi e villaggi residenziali
nella campagna intorno alla capitale. Altri contratti
potrebbero arrivare con il trasferimento del gran premio di
Formula
1 a
Roma, oltre agli interventi collaterali che accompagneranno le
grandi opere considerate strategiche per il futuro, come il
ponte sullo Stretto o le centrali nucleari.
Bertolaso
ha trasformato la
Protezione civile
in una macchina per creare consenso. Anche tra gli
imprenditori. Basta leggere i bilanci della società privata
che dal
2001 in
poi ha vinto tutti i principali appalti per l'organizzazione
finale dei grandi eventi. È una srl con appena 35 mila euro
di capitale. Si chiama Gruppo Triumph e ha sede a Monte Mario
a Roma. A capo del gruppo c'è una ex interprete
dell'ambasciatore Usa in Vaticano, Maria Criscuolo, 47 anni,
ben addentro al potere.
Dal
centrodestra al centrosinistra. Da Gianni Letta a Walter
Veltroni. E anche nella Santa Sede. Maria Criscuolo guadagnava
bene già nel 1994, con un fatturato in lire equivalente a 632
mila euro. Spiccioli rispetto a quanto fattura ora: 28 milioni
32 mila 705 euro, secondo i bilanci 2008 delle sue società a
responsabilità limitata.
Guido
Bertolaso non bada a spese quando c'è da fare bella figura.
Per il vertice Nato-Russia del 27 maggio
2002 a
Pratica di Mare, alle porte di Roma, la Triumph di Maria
Criscuolo incassa dalla
Protezione civile
7 milioni 45 mila euro soltanto per le attività connesse
all'organizzazione, gli allestimenti, la ristorazione, le
fotocopiatrici, gli interpreti. Per preparare i due giorni di
incontri, a cui partecipano Vladimir Putin e George Bush, il
dipartimento di Bertolaso firma contratti per 36 milioni 284
mila euro.
E nel
resoconto non mancano cifre curiose. Come i 74 mila euro per
il "facchinaggio da Pratica a Castelnuovo e trasporto
statue":
69 chilometri
al costo di 1.072 euro a chilometro. Oppure il milione di euro
per il taglio di prato e siepi, i 662 mila per la
"riqualificazione del circolo ufficiali", i 21 mila
per la "pedana per giornalisti", i 457 mila per la
"consultazione dei notiziari di agenzia", i 42 mila
per gli "annunci viabilità", i 17 mila per
la stampa
di menù e inviti.
Nel
settore Maria Criscuolo ha la stessa fama di Michael
Schumacher. Continua a vincere. Sono consulenze che pagano
bene. Firmano contratti con lei ministri ed ex: Roberto
Maroni, Franco Frattini, Antonio Martino, Altero Matteoli,
Gianni Alemanno, Rocco Buttiglione, Giuliano Urbani, oltre al
presidente dell'Istituto per il commercio estero,
l'ambasciatore Umberto Vattani con cui allestisce il G8 di
Genova. Il 7 dicembre 2007 un alto ufficiale delle forze
armate che lavora a Palazzo Chigi scrive su due fogli e
sigilla in due buste i nomi di chi vincerà l'appalto per
l'organizzazione del G8 2009.
È una
specie di scommessa tra colleghi. Berlusconi è
all'opposizione e in quel periodo il presidente del Consiglio,
Romano Prodi, vuole portare il vertice alla Maddalena.
Bertolaso fa propria l'idea. Anche se la sua nomina viene
firmata da Berlusconi il 7 settembre 2001, la sua formazione
professionale cresce nel centrosinistra come vicecommissario
per il Giubileo del 2000, accanto a Francesco Rutelli,
commissario e sindaco di Roma. Ma il suo padrino politico è
Giulio Andreotti.
Come
ripete più volte ai suoi collaboratori, Bertolaso è
diventato Bertolaso grazie agli insegnamenti dell'anziano
leader democristiano che il capo della
Protezione civile
chiama pubblicamente "zio Giulio". Un rapporto nato
quando Andreotti era presidente del Consiglio e Guido,
laureato in medicina, un giovane assistente del suo seguito.
Tra il
2008 e il 2009 la
Protezione civile
indice le gare e assegna gli appalti per il G8 dell'estate
scorsa. Le buste sigillate con le previsioni sui vincitori non
hanno nessun valore legale. Ma l'alto ufficiale e i suoi
colleghi, che chiedono l'anonimato, indovinano con mesi di
anticipo. Il contratto ultramilionario e riservato per il
vertice della Maddalena, poi trasferito a L'Aquila, lo vince
ancora una volta la Triumph. E dal 23 settembre scorso, sul
sito Internet della società già si guarda avanti: "La
dottoressa Maria Criscuolo, presidente del Gruppo Triumph",
è scritto, "è stata inserita da Eduardo Montefusco,
vicepresidente dell'Unione industriali di Roma, nel comitato
tecnico di Expo 2015".
Le
scommesse a Palazzo Chigi azzeccano anche chi sarà il
coordinatore del G8 per la Protezione civile. È Marcello
Fiori, 50 anni il mese prossimo, promosso dirigente generale
della presidenza del Consiglio con un salto in avanti di
diverse posizioni. Fiori ha una laurea in lettere e nessuna
esperienza con alluvioni e terremoti. Un passato di portavoce
dell'Acea, l'Azienda elettrica di Roma, nel 2007 è segretario
generale del ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni.
Il suo
nome appare il 22 marzo
1999 in
una lettera di raccomandazione firmata da Francesco Rutelli,
di cui allora è vice capo di gabinetto. Il
sindaco-commissario per il Giubileo chiede al segretario
generale della presidenza del Consiglio, Paolo De Ioanna, di
affidare a Fiori l'incarico "di coordinare le attività
nell'azione di lotta al degrado ambientale, ai fini della
salvaguardia del decoro nella città di Roma".
Sospinto
da Rutelli e Bertolaso, farà strada. Fino ai rifiuti di
Napoli. Prima però Fiori diventa responsabile dell'ufficio
emergenze della Protezione civile. La notte del 26 dicembre
2004 la sala operativa di via Vitorchiano lo sveglia per
avvertirlo del fortissimo terremoto registrato dai sismografi
di tutto
il mondo
e del successivo maremoto. Dove? In Indonesia, rispondono
dalla sala operativa. Va bene, buona notte. Qualche ora dopo
Gianni Letta, chiamato dal ministero degli Esteri, butta giù
dal letto Bertolaso che ancora non sa nulla.
La
regola prevede che sia il capodipartimento ad informare il
governo. Questa volta succede il contrario. Ci sono migliaia
di turisti italiani ed europei di cui non si hanno più
notizie. Bertolaso vuole fare tutto da solo. Gestisce i
soccorsi e i 16 milioni e 156 mila euro raccolti dagli
italiani con l'idea degli sms. Snobba perfino il ministro
degli Esteri.
Il capo
della
Protezione civile
fa decollare due Canadair del servizio antincendio, Can 23 e
Can 24. Sono aerei inadatti alle operazioni di lungo raggio.
Non superano i
365 chilometri
orari di velocità e le 6 ore di autonomia. Quanto tempo
impiegano per arrivare in Sri Lanka lo racconta una scheda sul
sito della presidenza del Consiglio: "Partiti dall'Italia
il 31 dicembre e arrivati a destinazione dopo quattro giorni
di volo".
L'aereo
è progettato per scaricare acqua. Non ha spazio per
trasportare materiali. Così a ogni missione vengono
recapitate soltanto 6 tende. Alla fine i piloti accumulano 452
ore di volo di cui 59 ore per distribuire soltanto 250 tende.
Al costo di esercizio di un Canadair: 14 mila euro l'ora.
Guido
Bertolaso non parla mai più del dovuto. Quando davanti al
consiglio comunale della Maddalena un rappresentante del Pdl
critica i metodi di affidamento degli appalti, lui lo
interrompe: "Lei è pregato di misurare le parole... Io
posso anche fare direttamente degli esposti alle autorità
competenti, per le affermazioni ingiuriose nei confronti di un
rappresentante del governo. Sia ben chiaro".
Così
nemmeno in quell'occasione il capo spiega perché la
Protezione civile
abbia invitato alle gare per il G8 e per i mondiali di nuoto
proprio la famiglia di un imprenditore, Diego Anemone, 38
anni, in società con Filippo Balducci, 30 anni, figlio di
Angelo: cioè il soggetto attuatore degli appalti che dal
2003, dall'emergenza Gran Sasso, al 2008 fa coppia fissa con
Bertolaso nell'applicazione delle ordinanze di urgenza.
La sua
Protezione civile
si occupa nel frattempo della canonizzazione di padre Pio
(2002), di quella del fondatore dell'Opus Dei, Josemarìa
Escrivà de Balaguer (2002), dell'incontro nazionale di Azione
cattolica a Loreto con il papa (2004), dei funerali del papa
(2005), della regata Vuitton Cup a Trapani (2007),
dell'incontro a Loreto con il nuovo papa (2007), dei mondiali
di ciclismo a Varese (2008), dei Giochi del Mediterraneo a
Pescara (2009) e del 150 anniversario dell'Unità d'Italia (da
celebrare fino al 2011). Tra feste e raduni, nonostante
l'Abruzzo sia tra i territori più aggiornati nel censimento
degli edifici pubblici a rischio sismico, il protocollo di
prevenzione tra Regione e
Protezione civile
viene lasciato scadere (2008). E il 6 aprile a L'Aquila
abbiamo visto come è andata a finire.
Meglio
affidare la prevenzione delle catastrofi ai collaboratori
esterni? Sembra di sì: infatti sono passati dai 113 del 2008
ai 199 di quest'anno. Quasi il doppio. Un po' per la
ricostruzione a L'Aquila, un po' per le voci che prevedono
un'infornata di trecento assunzioni nella nuova
Protezione civile
servizi spa. Ma anche loro devono dividersi. Come Flaminia
Lais, messa per metà del tempo a lavorare sulle frane del
2007 in
provincia di Messina e l'altra metà sui grandi eventi.
Nel
2008 l
'emergenza messinese può contare anche su Gilda Miele,
Fabrizia Spirito e Maria Anna Tortora. Quattro donne, 24 mila
euro a testa Quest'anno i collaboratori per Messina e
provincia salgono a quota sette. Cinque però hanno il compito
di "far fronte ai problemi del traffico". Gli altri
due possono dedicarsi agli "eccezionali eventi
atmosferici" del 2007: nessuno però verifica che
l'allerta meteo dell'ottobre 2009 nella stessa zona sia
tradotta in uno sgombero preventivo di Giampilieri, Scaletta
Zanclea e Altolia. Sei mesi dopo l'allarme mancato in Abruzzo,
altri trentasei morti. E questo è nulla rispetto agli scenari
custoditi negli armadi del dipartimento.
Esistono
modelli in grado di stabilire il numero delle vittime di un
terremoto, in base al materiale e all'anno di costruzione di
case, uffici, scuole e ospedali. Se oggi si ripetesse il sisma
di Avezzano del 1915, i morti e i feriti sarebbero 22.448. Gli
sfollati 385.784. E i danni supererebbero i 20 miliardi. Nel
caso di un terremoto e un maremoto a Messina come nel 1908, ci
sarebbero 112.312 morti e feriti, 399.675 senzatetto, 25
miliardi di danni.
Con onde
che distruggerebbero il porto ed entrerebbero nella città per
350 metri
. Sulle pagine di questi rapporti riservati, una piccola nota
spiega che il danno economico è stato calcolato in base a un
costo di ricostruzione di 820 euro al metro quadro. Per gli
alberghi del G8 mancato alla Maddalena, gli uomini di Guido
Bertolaso hanno invece autorizzato costi di costruzione di
4.345 euro al metro quadro. Ecco la differenza tra una e
l'altra Protezione civile.
[27-12-2009]
|
UN
‘CORRIERE’ PER SUA SANITÀ – PRIMO IMPRENDITORE DELLE CLINICHE
PRIVATE IN ITALIA. SECONDO AZIONISTA DI RCS. PRONTO PER DIVENTARE
PRESIDENTE - STRETTI LEGAMI CON I SODALI DI BERLUSCONI: DURANTE I
QUINDICI ANNI DI “REGNO” BY FORMIGONI è DIVENTATO L’ASSO
PIGLIATUTTO DELLA LOMBARDIA…
Vittorio Malagutti per "L'espresso"
E allora provaci tu, devono avergli
detto gli altri soci. Gente che si chiama Salvatore Ligresti, Marco
Tronchetti Provera, Diego Della Valle e poi la Fiat e Mediobanca.
Visto che critichi tanto la gestione, che non condividi le
strategie, allora prendi tu il comando e vediamo che succede.
È nata così, quasi come una
provocazione, la candidatura di Giuseppe Rotelli alla presidenza di
Rcs quotidiani, cioè, in pratica, del "Corriere della
Sera". Lui, secondo azionista del gruppo editoriale con una
quota dell'11 per cento, finora è rimasto a bordo campo: fuori dal
patto di sindacato che governa l'azienda e con un solo
rappresentante nel consiglio di amministrazione della holding.
Ma dalla prossima primavera si cambia.
Salvo sorprese e ribaltoni, peraltro sempre possibili, Rotelli
prenderà il posto del notaio Piergaetano Marchetti. Una manovra che
sembra nata con l'imprimatur del banchiere Cesare Geronzi di
Mediobanca e certo non è sgradita al governo berlusconiano.
Per il più grande imprenditore della
sanità in Italia, ai primi posti anche in Europa, un tipo che ama
descriversi come un intellettuale prestato al business, un uomo di
cultura con il pallino degli affari, dev'essere una bella
soddisfazione. Anche se il diretto interessato, parlando con gli
amici, taglia corto sull'argomento.
Si limita a dire che quando gli verrà
chiesto saprà che cosa rispondere. Come dire: non c'è ancora nulla
di deciso. Il fatto è che l'alta finanza e la sua raffinata
diplomazia non sembrano proprio l'habitat naturale di Rotelli. E non
solo perché il suo pacchetto di titoli Rcs, comprati ai massimi del
mercato, gli sta già costando perdite potenziali per 200 milioni e
più. Quasi trent'anni fa toccò a suo padre Luigi Rotelli pagar
cara l'ambizione di sedersi al tavolo dei grandi banchieri. Nel 1980
il fondatore del gruppo ospedaliero San Donato entrò nel consiglio
di amministrazione dell'Ambrosiano di Roberto Calvi, travolto due
anni dopo da un crack che fece epoca.
Quell'esperienza si chiuse nel
peggiore dei modi. Con una perdita miliardaria (in lire) e il
contorno delle grane giudiziarie legate al dissesto. Il processo però
non arrivò a sentenza, perché Rotelli senior, da tempo gravemente
malato, morì nel 1992. Intanto, il figlio si era già fatto strada
a modo suo. Avvocato, docente universitario, infine esperto di
programmazione ospedaliera per la giunta della regione Lombardia.
Senza trascurare le amicizie giuste in politica, a cominciare da
quella con i socialisti craxiani, un legame che in quella fase
apriva molte porte.
Oltre alle aziende ospedaliere, il
rampante Rotelli, classe 1945, eredita dal padre anche il consulente
fiscale Pietro Strazzera, pure lui legato all'Ambrosiano di Calvi
dove era stato direttore centrale per l'area tributaria. E proprio
Strazzera, che ha ormai passato le redini del suo studio ai figli
Anna e Livio, da più di un ventennio sovrintende alla complicata
architettura di società finanziarie disegnata intorno al gruppo San
Donato. Niente holding nei paradisi fiscali, salvo un paio di
trascurabili sigle lussemburghesi. Nessun paravento off shore.
Piuttosto un reticolo di partecipazioni, spesso incrociate, composto
da italianissime società quasi tutte con sede negli uffici degli
Strazzera.
I quali sono tutt'altro che
sconosciuti negli ambienti della Borsa. Legati all'Italcementi dei
Pesenti, al gruppo Pirelli e un tempo in ottimi rapporti anche con
la Popolare Lodi di Gianpiero Fiorani, questi professionisti con
base a Milano, ma originari di Trapani in Sicilia, si sono fatti la
fama di riservatissimi gestori di fortune miliardarie. Anche Rotelli,
quantomeno fino all'incursione al "Corriere della Sera",
ha sempre preferito viaggiare sottotraccia. La moglie Gilda Gastaldi
risiede da tempo a Montecarlo insieme ai figli Paolo (20 anni),
Marco (16) e Giulia (15). Ma, d'altra parte, chi possiede 18
ospedali, di cui cinque nella sola Milano e gli altri in Brianza, a
Pavia, Bergamo, Brescia e Como, e dipende quindi dai rimborsi
pubblici per oltre l'80 per cento del suo giro d'affari, non può
fare a meno di amicizie e buoni consigli.
È noto il legame di Rotelli con il
consulente Bruno Ermolli, da sempre ascoltatissimo anche dalla
famiglia Berlusconi. Lavora alle sue dipendenze, ed è sposata con
un top manager del gruppo, l'europarlamentare Licia Ronzulli, tra le
preferite del premier. Ottimi anche i rapporti con l'ex assessore
lombardo e parlamentare Pdl, Giancarlo Abelli, originario di Pavia
come Rotelli. Ma è durante i 15 anni di regno del governatore
Roberto Formigoni che il patron del gruppo San Donato diventa l'asso
pigliatutto degli ospedali.
Le ricette formigoniane trasformano la
Lombardia nel paradiso della sanità privata, promuovendo la
concorrenza tra gestori privati e quelli pubblici, tutti finanziati
dal denaro del contribuente. Partito nel 1957 con la Casa di Cura di
Pavia a cui si è aggiunto alcuni anni dopo il San Donato, il gruppo
controllato dal secondo azionista del "Corriere" ha più
che raddoppiato il giro d'affari negli ultimi otto-nove anni,
superando nel 2008 quota 750 milioni. Contando su una liquidità in
apparenza inesauribile, Rotelli ha saputo approfittare anche delle
difficoltà dei suoi concorrenti.
Antonino Ligresti, fratello del più
celebre Salvatore, finisce all'angolo dopo il tragico incidente
nella camera iperbarica del Galeazzi di Milano (dieci morti nel
1997)? Ecco un'offerta targata San Donato per rilevare tutte le
cliniche del gruppo in difficoltà, comprese alcune molto note nel
capoluogo lombardo, come la Madonnina. Giuseppe Poggi Longostrevi
(suicida nel 2000) viene messo fuori causa da un'indagine della
magistratura per tangenti e affini? Di nuovo è Rotelli a rilevare
le attività messe in vendita per cause di forza maggiore. L'anno
scorso era tutto pronto per lo sbarco oltrefrontiera. Obiettivo: gli
ospedali del gruppo francese Vitalia. Alla fine, però,
l'operazione, studiata con l'appoggio di Banca Intesa, non è andata
in porto.
Poco male. I bilanci del gruppo San
Donato grondano profitti. Non ci sono debiti e gli utili vengono
puntualmente reinvestiti in azienda. Su un fatturato, come detto, di
oltre 750 milioni, gli ospedali del gruppo producono una settantina
di milioni di utili lordi, tenendo conto di ammortamenti e
accantonamenti vari. E il conto economico marcia a questa velocità
ormai da diversi anni. Logico allora che non manchino le risorse
finanziarie per allargare i confini dell'impero e realizzare
imponenti investimenti, dell'ordine delle decine di milioni, sulle
strutture ospedaliere.
Rotelli ama vantare l'eccellenza
tecnologica dei suoi reparti, meta di frequenti viaggi di studio di
specialisti americani e del nord Europa. Certo è che la strategia
di concentrarsi sulle specialità a più elevato contenuto
tecnologico, e quindi anche a maggior rimborso pubblico, ha finito
per rivelarsi molto redditizia pure per il conto economico. Sarà
forse anche per questo che mentre gli Stati Uniti, mecca della sanità
privata, stanno facendo (a fatica) marcia indietro, il patron del
gruppo San Donato predica corpose iniezioni di liberismo anche nel
mondo ospedaliero.
Fosse per lui anche le strutture
pubbliche dovrebbero trasformarsi in società per azioni governate
secondo la ferrea logica del conto economico. E sarebbe poi la legge
della domanda e dell'offerta a determinare i livelli di rimborso per
le diverse prestazioni, comprese quelle notoriamente meno
profittevoli come, per esempio, il pronto soccorso. I critici, in
verità molto numerosi, bollano questi progetti come l'ultimo e
definitivo colpo per affossare la presenza pubblica in campo
sanitario. Rotelli però tira diritto. Dalle colonne del quotidiano
di Confindustria "Il Sole 24 Ore" ha predicato in alcuni
interventi l'efficacia del suo modello di gestione.
E una lunga intervista rilasciata a
"Panorama" si intitolava non a caso "La mia ricetta
contro gli sprechi". Su questo tema, in verità, non sembra
essere del tutto d'accordo la Procura di Milano che lunedì 14
dicembre ha chiuso l'inchiesta sui rimborsi gonfiati nelle cliniche
del gruppo San Donato, in particolare il Galeazzi di Milano. La
truffa al servizio sanitario sarebbe stata realizzata attraverso la
falsificazione di cartelle cliniche e di schede di dimissione
ospedaliera.
L'indagine dei pm, che ha individuato
presunte malversazioni per un valore di circa 6,7 milioni, vede
indagati una settantina di dirigenti e medici. Mentre Rotelli è
finito sotto inchiesta come rappresentante legale delle società per
la violazione della legge 231, quella sulla responsabilità penale
delle aziende. Tutto regolare, obiettano i portavoce del re degli
ospedali lombardi. E comunque quei 6 milioni sono soltanto una
goccia nel mare di un giro d'affari che nei tre anni presi in
considerazione dai magistrati ha superato i 2 miliardi. Insomma,
poca cosa. Nessun problema. Anche perché, sul grande business di
Rotelli vigila la politica.
La prova? Bastava dare un'occhiata al
palco delle autorità il giorno dell'inaugurazione del nuovo
policlinico San Donato, il 19 maggio scorso. C'erano il sindaco di
Milano Letizia Moratti, il governatore lombardo Roberto Formigoni e
il premier Silvio Berlusconi. Tutti a lodare il modello vincente
della sanità privata.
[23-12-2009]
|
TUTTE LE
MANCE NATALIZIE NELLA FINANZIARIA - CHIESE, STRADE E PRODOTTI TIPICI
UNA PIOGGIA DI EURO DA 105 MILIONI - la prima cosa che si scopre è
un torrente di denaro che arriva alla Chiesa, già finanziata dallo
Stato con l’otto per mille - Un alone di mistero circonda i
400.000 euro in una sola tranche assegnati alla Fondazione nazionale
“Carmignani” di Livorno…
Stefano Feltri per
"Il Fatto Quotidiano"
"Fare ironia su questi micro
interventi significa non avere il senso della democrazia", ha
detto ieri il ministro dell'Economia Giulio Tremonti nella
conferenza stampa di fine anno. Eppure gli interventi previsti dalla
Finanziaria - ormai noti come "legge mancia" - sono micro
nei singoli importi, ma sommati valgono un massimo di 165 milioni di
euro in tre anni, 105 subito relativi al 2009 (di questi ne vengono
impiegati circa 103), poi 30 e 30 nel 2010 e 2011.
CHIESA
TERREMOTATA
Regali di Natale, ciascuno di poche
decine di migliaia di euro, che secondo Tremonti sono in perfetta
sintonia con lo spirito della manovra e, anche se decisi dall'alto a
Roma, con la tensione leghista al federalismo, visto che "i
soldi vanno ai loro territori". La trasparenza non è il punto
di forza di questa "legge mancia": si parte dalla legge
Finanziaria, si arriva a 165 milioni di fondi stanziati nel 2008 che
si frammentano in decine e decine di interventi la cui lista
completa è stata appena pubblicata sul sito della Camera dei
deputati, come allegato ai lavori della commissione Bilancio della
seduta del 22 dicembre.
OPERE DI BENE. Una volta arrivati alla
lista degli interventi, la prima cosa che si scopre è un torrente
di denaro che arriva alla Chiesa, già finanziata dallo Stato con
altre voci della spesa pubblica come l'otto per mille. Il primo
intervento religioso che si incontra scorrendo le 47 pagine di
tabelle riguarda l'arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni
Rotondo (la terra di padre Pio), a cui finiscono 400 mila euro nel
2009 per il "recupero ambientale degli immobili della curia
vescovile" (integrati da 50.000 all'anno per i successivi due
anni). Arrivano poi altri 100.000 in tre anni per la ma
"manutenzione straordinaria di immobili e arredi della
parrocchia Madonna del Carmine di Manfredonia".
Qualche pagina dopo ci sono 100.000
euro per il "recupero ambientale e ristrutturazione della
chiesa di san Francesco finalizzata allo sviluppo turistico"
nel comune di Aversa (in provincia di Caserta). L'aggettivo
"ambientale" si spiega con la necessità di giustificare
il ricorso a un fondo che, almeno nella sua origine, doveva servire
a finanziare la tutela dell'ambiente e la promozione del territorio.
L'elenco del sostegno a edifici in
senso lato religiosi è lunghissimo: dalla chiesa medievale di
Centola, a Salerno, dove servono 50.000 euro per "incremento
flussi turistici", al seminario diocesano San Giovanni Bosco di
Castellamare di Stabia a cui ne toccano 110.000 per i "lavori
di ristrutturazione ostello della gioventù Monte Faito per la
formazione dei ragazzi".
OPERE VARIE. Spiegare in meno di dieci
parole come spendere parecchie migliaia di euro richiede una capacità
di sintesi rara nella pubblica amministrazione. Ma molte delle
giustificazioni di stanziamenti sono comunque un po' troppo vaghe.
Prendiamo il comune di Ziano Piacentino, a Piacenza, che avrà
diritto nel 2010 e nel 2011 rispettivamente a 40.000 e 42.000 euro.
La ragione? "Opere viarie". In altri casi le informazioni
sono appena più precise. Il comune di Castellaneta (Taranto) ha
bisogno di 160.000 euro in tre anni per un "percorso ricreativo
di fruizione per paesaggio della gravina di Castellaneta".
Un alone di mistero circonda anche le
necessità della Croce rossa italiana che come causale per 160.000
euro indica un "progetto per la diffusione della cultura della
donazione Comitato regionale dell'Umbria". Molto dettagliata la
spiegazione per i 400.000 euro in una sola tranche assegnati alla
Fondazione nazionale "Giuliana Carmignani" di Livorno che
ne ha bisogno come "contributo per la costruzione di un
soggetto consortile multidisciplinare volto a sviluppare attività
di supporto operativo ed informativo delle attività professionali
italiane".
La fiscalità generale assegna anche
120.000 euro in tre anni alla non famosissima Scuola del gusto del
comune di Torrecuso (Benevento) come "finanziamento per
adeguamento ambientale e messa in sicurezza".
OPERE STRANE. Il governo che invoca il
federalismo leghista ma toglie l'Ici ai comuni (risarciti con oltre
1.7 miliardi in Finanziaria), combina decisionismo centrale con la
ricaduta locale. Ci sono centinaia e centinaia di migliaia di euro
per marciapiedi, piste ciclabili, messa in sicurezza di strade,
parcheggi e aiuole. Perfino per la "realizzazione di un campo
di calcio a sette nel comune di Torino", un intervento da
50.000 euro.
Da Roma, nella commissione Bilancio, hanno ritenuto opportuno
provvedere con 80.000 euro anche per un "impianto di
valorizzazione e smaltimento delle vinacce" a Offida (Ascoli
Piceno). Il comune di Monza, per citarne uno come esempio, ottiene
133.000 euro per la "sistemazione del nodo viabilistico di
largo Mazzini", un grosso incrocio con una piccola aiuola al
centro che, a giudicare da Google Maps, non sembra aver bisogno di
grandi interventi.
Se queste opere sono soltanto alla
lontana coerenti con le misure del Fondo che eroga i soldi, altri
soggetti hanno chiesto soldi per progetti davvero collegati
all'ambiente e al territorio. Ono San Pietro, in provincia di
Brescia, ottiene 70.000 euro per la promozione dei "prodotti
tipici e delle attività alimentari".
Più criptica la cittadina salernitana
di Perdifumo: 200.000 euro per la "realizzazione ecomuseo
vichiano per valorizzazione e sviluppo dei luoghi vichiani in
Vatolla". Roma, forse per la vicinanza ai centri decisionali,
riesce ad aggiudicarsi molti soldi. Per esempio quasi mezzo milione
(450.000 euro) per un "programma di azioni finalizzate allo
sviluppo economico del tessuto produttivo della capitale" e ben
210.000 per sostenere la rete dei "farmers's market" del
comune, coltivatori che vendono direttamente al pubblico saltando la
mediazione dei negozi.
[24-12-20
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L'ASSESSORA
DEL MISTERO: LADY PAVAROTTI NASCONDE I BILANCI DEL VEGLIONE...
Da "Il Giornale" -
Una festa carica di mistero quella che
il comune
di Bologna sta organizzando per Capodanno. Non tanto per il
programma dei festeggiamenti, che anzi è stato ampliamente promosso
e pubblicizzato, quanto per la gestione dei fondi pubblici stanziati
dall'amministrazione pd per realizzare il super veglione. La mente
alla base del progetto, che prevede una sorta di «gemellaggio
festaiolo» con l'amministrazione (anche questa pd) di Firenze, e
del mistero stesso, è quella dell'assessore bolognese alla
Promozione culturale Nicoletta Mantovani, ex «Lady Pavarotti».
La Mantovani,
40 anni, che ha messo a disposizione del Comune di Bologna
l'esperienza maturata come organizzatrice dei concerti di Big
Luciano, ha affidato i 100mila euro stanziati da Palazzo D'Accursio
a «Bologna Fiere Servizi».
Un «pacco
regalo» però i cui dettagli - dai cachet per gli artisti alle
spese di allestimento, dai costi pubblicitari ai servizi - rimangono
ignoti; allo stesso modo la convenzione stessa con la Fiera resta
segreta nei termini e, in realtà, nemmeno si sa se sia stata
davvero firmata. Intanto il sindaco bolognese Flavio Delbono difende
a spada tratta l'iniziativa, parlando di «evento straordinario per
chi non ha i mezzi per andare a Cortina», e nella riunione di
giunta di questa settimana le bocche, a partire da quella della
Mantovani alla quale pochi giorni fa lo stesso gruppo del Pd in
consiglio ha chiesto «trasparenza», sono rimaste cucite.
Di fronte al
mutismo di sindaco e assessore al presidente della commissione
Bilancio comunale, Galeazzo Bignami (Pdl), non è rimasto altro che
formalizzare una richiesta di accesso agli atti e minacciare un
esposto alla Corte dei Conti. «
Il Comune
ha messo 100mila euro dei nostri soldi nelle mani di Bologna Fiere
Servizi - ha denunciato Bignami -. La giunta deve dirci come le
risorse saranno impiegate».
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CAPODANNO DI ALEMANNO COSTA UN MILIONE (E CROPPI SCHIANTA
SCHINTU)
Come aveva annunciato Dagospia pochi giorni fa, potrebbero esserci
scintille tra Umberto Croppi , Assessore alla cultura del comune di
Roma, e Mario Schintu, "l'osso duro" voluto da Alemanno a
dirigere il dipartimento comunicazione della Capitale.
E saranno scintille di godimento da parte di Croppi che sta con il
fucile puntato nei confronti del nuovo collaboratore del sindaco
dalle scarpe ortopediche.
Schintu,"l'osso
duro" di Alemanno ha gestito la sua prima iniziativa:
l'organizzazione del concerto di Capodanno di Venditti. Costato
oltre 1 milione di euro, l'evento ha già suscitato le critiche
degli esperti del settore. Con quella cifra, o anche con molto meno,
si sarebbero potuti scritturare artisti meno datati e molto più
graditi al target prevalentemente giovanile, da Laura Pausini a Eros
Ramazzotti. E qualcuno comincia a rimpiangere l'organizzazione dei
concerti di veltroniana memoria in grado di riempire le piazze con
centinaia di migliaia di persone.
Croppi
gongola, forte del gradimento personale dichiarato dai sondaggi,
effettuati dopo le sue iniziative e gode nell'attesa di un
memorabile flop.
18.12.09 |
TE
LA DO IO LA GIUSTIZIA! L’EX PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE
E DAGO-QUERELANTE, ANTONIO BALDASSARRE, VERSO IL RINVIO A GIUDIZIO
PER AGGIOTAGGIO! - (UN REATO CHE PREVEDE PENE DA DUE A 18 ANNI CON
SANZIONE DA 20 A 5 MILIONI DI EURO) - SECONDO IL CAPO DI IMPUTAZIONE
LA LETTERA DELL'UBS, PRESENTATA DA BALDASSARRE NEL 2008 PER
ACQUISIRE L’ALITALIA, CON CUI LA BANCA ATTESTAVA UN DEPOSITO DI
500 MILIONI DI EURO PRESSO UNA FLILIALE DELLA STESSA BANCA, ERA
’FALSA’ - NON SOLO: LE STRANE ACQUISIZIONI FATTE DA ALITALIA
QUANDO ERA ORMAI AL COLLASSO E ’DECOTTA’: COMPRO’ LE
SOCIETA’ ’VOLARE GROUP’ E CEDETTE LA ’EUROFLY’ -
(Ansa) - Due delle cordate per l'acquisto di quote
Alitalia dal Tesoro - la prima capeggiata dall'ex presidente della
Consulta, Antonio Baldassarre, la seconda da un gruppo che sosteneva
falsamente di rappresentare la Singapore Airlines - erano, secondo
le accuse, due cordate manifestamente fasulle, senza ne' reali
offerte di denaro ne' volonta' effettiva di acquisire la quota
azionaria della compagnia di bandiera.
Ma al di la' della ipotesi della manipolazione del
mercato contestata e del reale effetto sul titolo in borsa, le due
false proposte avrebbero influito in modo negativo proprio nella
delicata fase - come era quella del dicembre del 2008 - della stessa
trattativa per la cessione ai privati della quota del Tesoro,
trattativa che dopo il default della compagnia di bandiera ha visto
prevalere alla fine il consorzio Cai.
E'
questo il senso di uno dei passaggi del doppio decreto di chiusura
delle indagini, e contestuale deposito degli atti che di norma e'
propedeutico ad una richiesta di rinvio a giudizio, delle due
inchieste parallele della procura di Roma che hanno avuto come
oggetto nei mesi scorsi alcune tra le offerte per l' acquisizione
del pacchetto azionario di Alitalia, appunto quelle fatte
rispettivamente dalla cordata capeggiata dall'ex giudice della Corte
Costituzionale, ed ex presidente Rai, Antonio Baldassarre, e da un
gruppo che sosteneva, falsamente, di rappresentare la prestigiosa
compagnia aerea asiatica 'Singapore Airlines'.
La chiusura delle indagini per l'ipotesi di reato di
aggiotaggio (un reato che prevede pene da due a 18 anni con una
sanzione pecuniaria da 20 a cinque milioni di euro), che prelude
alla richiesta di rinvio a giudizio, riguarda per la prima inchiesta
Antonio Baldassarre; per la seconda tranche sono coinvolti un
commercialista di Milano Luigi Pezzoni e il finanziere americano
Arun Savkur, direttore del fondo Evergeen Found che presentarono una
manifestazione di interesse proprio nel giorno del Cda di Alitalia,
comunicandola nel contempo alla Presidenza del Consiglio all'epoca
di Romano Prodi.
Le
indagini coordinate dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dai pm
Stefano Pesci, Maria Francesca Loy e Gustavo De Marinis, e delegate
al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza di
Roma, hanno consentito di ricostruire entrambe le vicende. Secondo
il capo di imputazione la lettera dell'Ubs, presentata da
Baldassarre il sei dicembre del 2008 all'ex amministratore delegato
di Alitalia, Maurizio Prato, con cui la banca attestava un deposito
di 500 milioni di euro presso una fliliale della stessa Banca
svizzera, era 'falsa'. Baldassarre spiego' di essere rappresentante
di una 'cordata' che comprendeva la societa' Lorerive.
Le
rogatorie chieste ed eseguite dalla procura di Roma in Svizzera
hanno consentito di appurare che gia' a dicembre, quando presento'
l'offerta, Baldassarre sarebbe stato a conoscenza che la lettera di
garanzia dell'Ubs era falsa, ma presento' ugualmente l'offerta
facendo dichiarazioni ad organi di stampa. L'ex presidente della
Corte Costituzionale, interrogato nel mesi scorsi, aveva spiegato di
aver presentato successivamente una denuncia perche' egli stesso
vittima di un presunto illecito compiuto da una societa' di diritto
svizzero aderente alla cordata.
Nella
inchiesta sulla cordata attribuita falsamente a Singapore Airlines,
che smenti' ufficialmente di aver avanzato una offerte per
l'acquisizione delle quote del Tesoro di Alitalia, i pm hanno
appurato che la manifestazione di interesse venne affidata a due
advisor rispettivamente Vincenzo De Bustis, ad di Deutsche Bank
Italia, e per la parte legale all'avvocato milanese Pietro Tantalo
rappresentante dello studio legale inglese Orrick. I due non sono
indagati avendo spiegato alla procura, che li ha sentiti come
persone informate dei fatti, di aver fornito una mera prestazione
professionale.
La
lettera di manifestazione di interesse - elaborata nel corso di una
conference call Da Pezzoni era firmata S.A. Limited, con una chiara
e fallace analogia dell'acronimo con quello di Singapore Airlines.
Su Alitalia c'e' una seconda inchiesta per bancarotta che vede
indagate gli ex presidenti e ex amministratori delegati dal 2000 al
2007, ossia alla viglia della cessione a Cai del pacchetto
azionario.
Secondo
quanto si e' appreso sarebbero in fase di ultimazione decine di
consulenze chieste dai pm in particolare per alcune acquisizioni
fatte da Alitalia quando la compagnia di bandiera, ormai al collasso
e 'decotta' con il titolo crollato e richiesta di ingenti
finanziamenti erogati dallo Stato, compro' le societa' 'Volare group'
e cedette la societa' 'Eurofly'.
[14-12-2009]
|
SOTTO
ACCUSA L’IMPERO ROTELLI - CHE SMACCO PER IL FUTURO PRESIDENTE RCS
- OLTRE 1.500 CARTELLE CLINICHE FALSIFICATE, DECINE DI RICOVERI
INUTILI. E RIMBORSI GONFIATI DALLA REGIONE LOMBARDIA, PER ALMENO 6
MILIONI E MEZZO € IN TRE ANNI - ROTELLI BOCCIÒ IL MODELLO
OLANDESE RICORDANDO CHE L’ITALIA NON HA “UNA TRADIZIONE DI
CORRETTEZZA E TRASPARENZA CHE LA PONGA TRA I PRIMI PAESI AL
MONDO”. E SI CONCESSE IL LUSSO, QUASI EVERSIVO NELL’ITALIA DI
OGGI, DI CITARE NIENTEMENO CHE “L’INDICE DELLA CORRUZIONE DI
TRANSPARENCY INTERNATIONAL” -
Francesco Bonazzi per "Il
Fatto Quotidiano"
Oltre
millecinquencento cartelle cliniche falsificate, decine di ricoveri
inutili. E soprattutto, rimborsi gonfiati dalla regione Lombardia,
la patria della sussidiarietà sanitaria, per almeno 6 milioni e
mezzo di euro in tre anni. La procura di Milano ha chiuso
ufficialmente le indagini sullo scandalo della sanità lombarda e si
prepara, nell'arco dei prossimi venti giorni, a chiedere una raffica
di rinvii a giudizio per truffa aggravata ai danni dello Stato e
falso in atto pubblico.
Nel
mirino dei pm Sandro Raimondi e Maria Teresa Mannella, c'è il
gruppo ospedaliero privato Policlino San Donato, presieduto da
Giuseppe Rotelli. Il sessantaquattrenne avvocato pavese, che è
anche il secondo maggior azionista della Rizzoli Corriere della Sera
ed è in predicato di diventarne il presidente, non risulta indagato
personalmente, ma in quanto legale rappresentante del San Donato e
in forza della nuova legge sulla responsabilità penale delle
aziende (la cosiddetta "231").
La
notizia della chiusura delle indagini era nell'aria da una settimana
e il passo formale delle notifiche è stato ritardato di un paio di
giorni per un banalissimo problema materiale: l'enorme quantità di
carta che serviva per stampare gli atti d'indagine. Ieri mattina gli
uomini della Guardia di Finanza di Milano hanno infatti notificato
la bellezza di 68 avvisi di chiusura indagini nei confronti dei
vertici amministrativi e di molti medici degli ospedali Galeazzi,
Sant'Ambrogio e San Donato, tutti parte del Gruppo Ospedaliero San
Donato.
Secondo
gl'inquirenti, i tre ospedali avrebbero realizzato, dal gennaio 2004
al dicembre 2007, profitti illeciti per circa 6,5 milioni di euro,
falsificando cartelle cliniche e schede di dimissione, richiedendo
rimborsi superiori al dovuto al Sistema sanitario lombardo.
Nell'ultimo anno e mezzo i finanzieri, con l'aiuto di alcuni
consulenti tecnici della Procura, hanno spulciato qualcosa come 68
mila cartelle cliniche ritenute sospette.
E
alla fine di un lavoro certosino avrebbero trovato "profitti
illeciti" in almeno 1.560 casi, visto che l'unica cifra per ora
filtrata è quella che riguarda la sola San Donato. Nelle carte
depositate ieri dalla Procura, si legge anche che gl'indagati
avrebbero attestato "falsamente" che una serie di pazienti
"necessitavano di specifico ricovero per necessità
diagnostiche, terapeutiche e assistenziali", mentre gli
interventi in realtà "erano stati erogati in regime
ambulatoriale".
Emblematico
il caso di alcuni nei asportati in regime di day-hospital, anzichè
ambulatorialmente. In altre circostanze, poi, sempre secondo i pm,
sarebbe stata indicata nei moduli di rimborso "una degenza di
durata superiore a quella prevista per la patologia o per
l'intervento effettivamente riscontrati".
E
se è vero che la percentuale delle presunte irregolarità è
piuttosto bassa per un gruppo che nel 2008 ha fatturato 750 milioni
di euro, l'accusa è comunque piuttosto imbarazzante per chi un
domani potrebbe essere il legale rappresentante del secondo gruppo
editoriale italiano, ovvero quella Rcs Media Group che è anche
quotata in Borsa.
Giuseppe
Rotelli è una persona piuttosto schiva e riservata, fiero di aver
trasformato il San Donato in un gruppo di 18 "ospedali
privati" (non ama che le si chiami cliniche) e con una cultura
decisamente superiore alla media di molti suoi colleghi che negli
ultimi anni si sono più o meno improvvisati "reucci"
della sanità sovvenzionata.
Cultura
che lo ha portato ad amare l'editoria e a prendersi lo sfizio,
talvolta, di pubblicare articoli su quale dovrebbe essere un giusto
modello di sanità "nell'interesse dei cittadini".
Memorabile quello scritto il 25 settembre del 2008 sul "Sole 24
Ore", in risposta a chi proponeva il modello olandese di
assicurazione sanitaria obbligatoria, largamente sussidiato dallo
Stato (50% della spesa).
Rotelli
lo bocciò ricordando che l'Italia, a differenza dell'Olanda, non ha
"una tradizione di correttezza e trasparenza che la ponga tra i
primi Paesi al mondo". E si concesse il lusso, quasi eversivo
nell'Italia di oggi, di citare nientemeno che "l'indice della
corruzione di Transparency International".
[15-12-2009]
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INVECE
DI RITIRARE LE TRUPPE DALL'AFGHANISTAN OBAMA RITIRA IL NOBEL
PER LA PACE – NON ENTRA TRA I GANDHI DELLA TERRA - CHI GLI
HA ASSEGNATO IL NOBEL ANDREBBE ARRESTATO PER ABUSO DELLA
CREDULITÀ POPOLARE!...
Riceviamo e
pubblichiamo:
Lettera 1
Caro Dago, i membri del comitato che ha assegnato il Nobel per
la Pace a Barack Obama andrebbero arrestati tutti per abuso
della credulità popolare!
Oli
Lettera 3
Caro Dago, visto l'invio di 30.000 soldati in Afghanistan, da
Alfred Nobel, più che il premio per la Pace , Barack Obama
meriterebbe ricevere una fornitura di dinamite...
Die Nadel
Lettera
4
Caro Dago, dopo tanti anni di stronzate Fidel Castro ha detto
una cosa giusta: "Se Barack Obama accetta il Nobel per la
Pace è un cinico". F.L.
Lettera 5
Caro Dago, oggi Obama si presenta a Oslo per ricevere il Nobel
per la pace e dice: "Il premio non lo ritiro perchè
buffon non Fo e non son...". Allora sì che si
comporterebbe da signore!
P&T
Lettera 6
Caro Dago, con il il Nobel per
la Pace Obama
non entra tra i Gandhi della Terra...
Ugo Lati
Lettera 7
Da oggi, col ritiro del Nobel, è ufficiale: la missione in
Afganistan è una missione di "pace".
alfredo mandolfo (St Cloud)
Lettera
8
Caro Dago, Obama rovesci il banco e umili i "Mercanti del
Tempio": rifiuti il Nobel per la Pace ingiustamente
assegnatoli!
Ad.Bu.
Lettera 9
Mondo boia: invece di ritirare le truppe dall'Afghanistan
Obama ritira il Nobel per la Pace! Ticas Tigo
Lettera
10
Caro Dago, oggi, per la prima volta da quando è stato eletto,
Barack Obama ha la possibilità di fare un figurone: rifiutare
il premio Nobel per la pace facendo così sentire piccolo
piccolo chi
glielo ha ingiustamente (come lui stesso ha ammesso)
assegnato. Se il Presidente farà questo gesto sarò in prima
fila ad applaudirlo.
Fritz Kreisler
Lettera 11
Caro Dago, è un bene che Obama riceva oggi il Nobel per la
pace, così almeno non potranno paragonarlo a Ghandi che il
premio non lo ha
mai preso.
Coccolino
Lettera
12
Caro Dago, se ritira il Nobel per
la Pace Obama
si dimostra peggiore del peggiore dei bianchi e totalmente
privo di dignità.
M.Tauri
Lettera 13
Caro Dago, oggi il presidente Barack Obama dovrebbe ritirare
il Nobel per
la Pace. Dico
dovrebbe perchè da uno come lui mi aspetto che si presenti
all'appuntamento dicendo: "Vi ringrazio, ma per rispetto
di quelli che mi hanno votato non lo posso accettare. Non lo
merito...".
Salvo
Lettera
14
Caro Dago, dopo la presa per il culo del Nobel per la Pace a
Barack Obama mi dimetto dal genere umano...
S.C.
Lettera 15
Caro Dago, a Oslo c'è un bellissimo parco, il Parco di
Vigeland dove sono esposte permanentemente tantissime sculture
in granito e in ferro battuto. Ognuna di quelle statue ha
fatto molto più di Barack Obama per meritarsi il Nobel per la
Pace...
[10-12-2009]
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Raffaele
Fitto è soddisfatto della sentenza emessa oggi dal Gup di
Bari, che lo ha rinviato a giudizio per i reati di corruzione
e illecito finanziamento ai partiti in concorso con Giampaolo
Angelucci - il ministro per i Rapporti con le Regioni aveva
detto che "se l'accusa fosse vera sarei il primo politico
al mondo ad aver ricevuto una tangente con bonifico
bancario"....
(Apcom) -
Raffaele Fitto, ministro per i Rapporti con le Regioni, è
soddisfatto della sentenza emessa oggi dal Gup di Bari, Rosa
Calia Di Pinto, che lo ha rinviato a giudizio per i reati di
corruzione e illecito finanziamento ai partiti in concorso con
l'imprenditore ed editore romano Giampaolo Angelucci,
prosciogliendolo però da altri reati come l'associazione a
delinquere per corruzione e concussione. I fatti si
riferiscono al periodo in cui Fitto era presidente della
Regione Puglia.
"La
sentenza del Gup di Bari rende finalmente giustizia. Fa
crollare completamente l`originario impianto accusatorio nei
miei confronti, che oggi si conferma essere stato fin
dall`inizio puramente persecutorio - commenta in una nota
Fitto - Il Gup ha dichiarato il non luogo a procedere per le
accuse più gravi e infamanti, quelle di concussione e falso
ma, soprattutto, quella di associazione a delinquere. Nel
giugno del 2006 i pubblici ministeri arrivarono addirittura a
chiedere il mio arresto e qualcuno osò paragonarmi ad un
mafioso".
2 - FITTO:
"SMONTATO IL CASTELLO DI ACCUSE"
Ansa -
"La sentenza del gup di Bari rende finalmente giustizia.
Fa crollare completamente l'originario impianto accusatorio
nei miei confronti, che oggi si conferma essere stato fin
dall'inizio puramente persecutorio". Lo ho detto il
ministro Fitto a proposito della decisione del gup di Bari che
lo ha rinviato a giudizio per corruzione prosciogliendolo da
altre accuse.
"Il
gup - afferma Fitto in una nota - ha dichiarato il non luogo a
procedere per le accuse più gravi e infamanti, quelle di
concussione e falso ma, soprattutto, quella di associazione a
delinquere. Nel giugno del 2006 i pubblici ministeri
arrivarono addirittura a chiedere il mio arresto e qualcuno osò
paragonarmi a un mafioso.
Oggi
invece - afferma ancora - viene chiarito che non esiste
l'associazione a delinquere, tutti coloro che hanno chiesto il
rito abbreviato sono stati assolti, la gara sull'affidamento
delle Rsa è stata definita regolare, la commissione che la
aggiudicò non è mai stata messa sotto inchiesta. I reati
minori che resterebbero a mio carico - ha aggiunto -
riguarderebbero ora una presunta estensione dell'affidamento
in gestione di quelle Rsa, estensione che non c'è mai
stata".
"Resterebbe
poi l'accusa di corruzione per la quale lo stesso gup scrive
nel dispositivo odierno che al momento vi è una insufficienza
di elementi di prova che l'accusa dovrebbe eventualmente
superare nel corso del processo".
3 - MINISTRO
FITTO A GIUDIZIO PER CORRUZIONE, PROSCIOLTO CONCUSSIONE
(Reuters)
- Il ministro per gli Affari Regionali, Raffaele Fitto, è
stato rinviato a giudizio per due episodi di corruzione, abuso
d'ufficio, peculato e illecito finanziamento al partito. Lo ha
deciso il gup di Bari Rosa Calia, secondo quanto riferito da
fonti giudiziarie.
I
fatti risalgono al periodo in cui Fitto era presidente della
Regione Puglia. L'accusa è di aver ottenuto, durante la
campagna elettorale per le Regionali del 2005, una tangente da
500mila euro che sarebbe stata versata dall'imprenditore
romano Giampaolo Angelucci, anch'egli rinviato a giudizio.
Fitto,
che ha sempre respinto le accuse, è stato invece prosciolto
dall'accusa di associazione a delinquere, concussione e tre
episodi di falso, relativi ad attestazioni di spese di
rappresentanza.
L'avvocato
di Fitto e parlamentare del Pdl
Francesco Paolo
Sisto ha commentato: "Questa è la degna sentenza di un
degno giudice della Repubblica Italiana. Una sentenza che
condivisa o non condivisa bisogna accettare con la massima
serenità. L'impostazione accusatoria risulta demolita".
Secondo
l'accusa la somma di denaro sarebbe stata versata al movimento
"La Puglia prima di tutto", fondato dall'ex
governatore della Regione Puglia, a sostegno della campagna
elettorale. In cambio, sostiene l'accusa, le società di
Angelucci si sarebbero aggiudicate l'appalto per la gestione
delle Rsa, residenze sanitarie assistite pugliesi.
Fitto
si era già difeso davanti al gup lo scorso 17 novembre,
negando ogni addebito. Parlando con i giornalisti, inoltre,
Fitto aveva detto che "se l'accusa fosse vera sarei il
primo politico al mondo ad aver ricevuto una tangente con
bonifico bancario".
Tra
i 77 imputati nel procedimento, denominato "La
Fiorita", c'era anche Mario Morlacco, ex direttore
dell'Ares di Puglia e oggi sub commissario alla Sanità del
Lazio. Morlacco è stato assolto oggi dall'accusa di falso
perché il fatto non sussiste.
[11-12-2009]
|
VIENI
AVANTI COSENTINO –
LA CAMERA GRAZIA IL
SOTTOSEGRETARIO ACCUSATO DI LEGAMI CON LA CAMORRA (
360 A
226) – BACI E ABBRACCI DOPO IL VOTO – NEL POMERIGGIO LE
MOZIONI DI SFIDUCIA: “DOVESSERO PASSARE MI DIMETTEREI
ALL’ISTANTE”…
1
- COSENTINO,
LA CAMERA NEGA L'ARRESTO
...
(Agi) - La Camera ha detto no all'arresto per
il sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino (Pdl). Il
risultato della votazione a scrutinio segreto e' stato di 360
voti per respingere la richiesta della magistratura napoletana
contro 226.
2 -
SOTTOSEGRETARIO IN AULA E DOPO IL VOTO BACI E ABBRACCI...
(Dire) - Baci e abbracci per il
sottosegretario Nicola Cosentino in Aula, dopo che la Camera
ha respinto la richiesta di arresto nei suoi confronti. Il
coordinatore del Pdl campano, seduto nella fila piu' alta
dell'emiciclo, ha accolto con un largo sorriso il voto dei
deputati che respinge l'arresto.
Dopo
la proclamazione del voto, una processione di onorevoli si e'
messa in fila davanti a Cosentino per congratularsi. Al
momento del voto erano presenti in Aula i ministri Alfano,
Bossi, Brambilla, Brunetta, Carfagna, Fitto, Gelmini, La
Russa, Meloni, Prestigiacomo, Ronchi, Rotondi. Per il governo
c'erano anche i sottosegretari Menia, Brancher, Bonaiuti,
Martini, Crimi, Vito, Giro.
3 - COSENTINO:
NON AVEVO DUBBI SU VOTO, MA SE SFIDUCIATO MI DIMETTO...
(Agi) - Contento no, dice, perche'
"nessuno e' contento di difendersi da accuse tanto
infamanti". Ma Nicola Cosentino ha di che essere
soddisfatto del
no della Camera
alla richiesta del suo arresto arrivata dalla procura di
Napoli. "Il voto e' andato molto al di la' della stretta
maggioranza che governa il paese", ha sottolineato il
sottosegretario all'Economia conversando con i cronisti. E su
questo, ha aggiunto, "ero sicuro che vi sarebbe stato un
voto che andava al di la' della maggioranza".
Il
prossimo scoglio sono le mozioni di sfiducia che Montecitorio
esaminera' nel pomeriggio. "Se dovesse passare non esiterò
un minuto soltanto a dimettermi", ha assicurato.
[10-12-2009]
|
| |
| Nessuna guerra e' buona caro Mr.Obama, io l'ho
imparato da Papa Giovanni Paolo II , e lei lo avrebbe dovuto imparare
dal Vietnam, ma cosa piu' derivare di buono da una cosa cattiva
come la dinamite ? Gli uomini che si portano l'inferno anche dopo la
propria morte. 
12.12.09 |
MA CIAMPI, IL
GRANDE MORALIZZATORE DELLA VITA POLITICA BERLUSCONA, NON HA PROPRIO
NULLA DA DIRE SULLE "PRODEZZE" DEL SUO SEGRETARIO GENERALE
GIFUNI? - TANA PER GAETANO: AVREBBE DATO IL VIA LIBERA A QUEL
DECRETO GRAZIE AL QUALE IL NIPOTE, LUIGI TRIPODI, AVREBBE
TRASFORMATO UN CANILE IN UNA VILLA ABUSIVA A DUE PIANI - LA BELLA
CURA DI GIFUNI AL QUIRINALE: SPESE RADDOPPIATE IN 15 ANNI, HA
PORTATO I COSTI DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA DAI 107 MILIONI
DEL 1992 AI 224 DEL 2007 - OGNI MESE DALLA CASSA DI CASTELPORZIANO
VENIVANO PRELEVATI 30/40MILA EURO - ALLA LUCE UN'APPROPRIAZIONE
INDEBITA DI QUATTRO MILIONI € DALLE CASSE DEL COLLE -
1 - IL
"NEPOTISTA" DEL COLLE
Mattias Mainiero per
"Libero"
Sembrava
un'entità metafisica, incarnazione astratta del potere: c'era,
gestiva, comandava. E non c'era. Un gran cerimoniere impalpabile, il
maestro di palazzo che accomodava, ricuciva, limava nell'ombra. E
poi salta fuori una sua firma, netta, tangibile, nero su bianco.
Gaetano Gifuni, oggi segretario generale onorario del Quirinale,
ieri segretario generale e basta, avrebbe dato il via libera a quel
decreto grazie al quale il nipote, Luigi Tripodi, avrebbe
trasformato un canile in una villa abusiva a due piani.
Centottanta metri quadrati e duemila metri di giardino
diventati la sua residenza nel cuore di Castelporziano. Tripodi,
all'epoca capo del servizio Tenute e giardini del Quirinale, è agli
arresti. Gli contestanoanchedi essersi appropriato di quattro
milioni di euro della presidenza della Repubblica. Don Gaetano è
indagato per falso.
Una carriera felpata, felpatissima, tutta costruita
all'insegna dell'accortezza e della sagacia, del silenzio. Non per
nulla l'aveva - no soprannominato "Prudenzano". E la firma
sulla carta del reato. Piccolo (ma mica tanto) enigma nel grande
enigma del potere. Ma tant'è: questa è la vita di un uomo
invisibileeppure palesementecontroverso, un cerimoniere che
all'occorrenza non disdegna, dice chi lo conosce bene, i modi
bruschi, un grigio gran commis che non rinuncerebbe per nulla al
mondo alle sue bretelle e neppure ai salotti romani, al cinema e al
teatro.
A
gennaio, se vi trovate a Roma, andatea CampoMarzio. Lì, con un po'
di fortuna, troverete don Gaetano Prudenzano tranquillamente in fila
dinanzi ad un negozio dalle sfavillanti vetrine.
Il negozio
è quello del sarto Davide Cenci, uno dei più apprezzati di Roma.
Gennaio è il mese dei saldi, e a Gifuni piace risparmiare. Curiosa
figura, davvero, don Gaetano.
Ve ne racconto una: quando era con Carlo Azeglio Ciampi,
anno2004, il suo ufficio fu ristrutturato. Per un breve periodo,
Gifuni fu costretto a traslocare in fondo a quella che al Quirinale
chiamano «la Manica lunga», un corridoio quasi chilometrico. Per
andare dal presidente avrebbe dovuto percorrere un bel tragitto. E
avrebbe dovuto percorrerlo anche parecchie volte al giorno. E fu così
che il più silenzioso, riservato, misurato e fors'anche invisibile
uomo del Quirinale si fece comprare un monopattino.
In
giacca, cravatta e completo grigio di Davide Cenci, sfrecciava per i
corridoi come un ragazzino in blue jeans. A modo suo, però: ai
commessi aveva dato l'ordine di chiudere tutte le porte che
affacciano sul corridoio. E continuò ad essere invisibile.
Curiosissima figura. Pugliese di Lucera (25 giugno 1932),
passa per napoletano, proprio come il suo amico Renzo Arbore.
Diplomatico, è da tutti descritto come un sanguigno. Attentissimo
alle forme, se vuole sa essere sboccato. Liberale (quella del Pli è
l'unica tessera che abbia mai avuto), crociano figlio di un crociano
(il padre, Giambattista, era in confidenza con Croce e anche con
Giustino Fortunato), è pure cattolico. Non s'è perso un solo
appuntamento con l'annuale pellegrinaggio al santuario della Madonna
dell'Incoronata, nei pressi di Foggia.
Cattolico, è però anche superstiziosissimo. Infinita la
su collezione di amuleti, fra i quali spicca un cornetto rosso che
gli donò Rino Formica e che da allora è appeso al suo orologio da
tasca.
Ma forse curioso è dir poco. Quand'era segretario
generale (14 anni di fila con Scalfaro e poi Ciampi) uno dei suoi
crucci quotidiani era una gatta nera che assieme ad altri compagni e
compagne felini bazzicava per i giardini del Quirinale. Gli autisti
di Gifuni avevano ricevuto l'ordine di bloccare l'auto al passaggio
della micia. Alberto Gozzi, direttore delle cucine, fu costretto a
fare di più: prese un piccolo pennello e disegnò una macchia
bianca sul collo della micia, che smise di essere l'incubo gifuniano.
Una superstizione come poche altre. E cosa ti va a
capitare? Seguite la cronologia. C'è sul serio da fare gli
scongiuri. Prima Gifuni è stato per diciassette anni alto
funzionario di Palazzo Madama. Poi, per altri diciassette anni,
segretario generale del Senato, al fianco di Fanfani, Spagnoli,
Morlino, Vittorino Colombo, Malagodi, Cossiga e Spadolini. Poi, dopo
una breve parentesi governativa (ministro per i Rapporti con il
Parlamento nel Fanfani VI), nel 1992 approda al Quirinale. E qui,
come segretario generale e poi segretario generale onorario, rimane
altri diciassette anni.
E al diciassettesimo arriva l'inchiesta sul nipote. Il
cornetto di Formica deve aver lavorato male. Nel frattempo, Gifuni
ha lavorato alacremente. È lui l'uomo che ha riconciliato Ciampi e
Cossiga. Lui ha fatto da cuscinetto fra Berlusconi presidente del
Consiglio e ben due capi di Stato. Ed è sempre lui l'uomo sotto la
cui direzione le spese del Quirinale sono salite alle stelle.
4mod14
gaet gifuni ciampi
Nel 1992, quando Gifuni è arrivato al Quirinale, il
Colle costava 107 milioni di euro. Nel
1997, in
piena era gifuniana, i costi erano già saliti a 177 milioni. Dieci
anni dopo, con Gifuni appena andato via, i milioni di euro erano
224. Nel decennio d'oro ('97-2007) aumento del 91 per cento (e oltre
il 100 per cento a partire dal '92). Al netto dell'inflazione, 61
per cento in dieci anni. Numeri da capogiro. Nel 2000, sempre in
piena epoca gifuniana, il Quirinale aveva 931 dipendenti diretti, più
altri 928 distaccati. Poliziotti, carabinieri e uomini di scorta
ammontavano alla bella cifra di 704. Sei anni dopo, quando Gifuni
andò via, i dipendenti diretti erano 1.072. Poliziotti, carabinieri
e uomini di scorta erano 1.086.
E il Gabinetto di Gifuni era affollatissimo: 63 persone.
Un bel record, che non è l'unico, perchè Gaetano Gifuni è anche
il primo segretario generale onorario del Colle. Numero uno in
assoluto, nominato con decreto di Ciampi tre giorni prima che lo
stesso Ciampi lasciasse il posto a Giorgio Napolitano. In soldoni
significa questo: il pluripensionato Gifuni non ha più 63 persone
alle sue dirette dipendenze. Però ha un ufficio (con l'ascensore
riservato) a palazzo Sant'Andrea, due segretarie e gli immaginabili
comfort e servizi accessori.
Non c'è più Gifuni, eppure continua ad esserci. Ve
l'abbiamo detto, don Gaetano "il Flauto magico"(per i
consigli sussurrati alle orecchie dei presidenti) è ricco di
contraddizioni. È un lavoratore infaticabile, e non ha mai
rinunziato al riposino quotidiano. È un liberale, ma la carriera
lampo la deve ad un cavallo di razza della Dc, Amintore Fanfani. È,
come abbiamo visto, anche un po' spilorcio. E il Quirinale, prima
dei tagli di Napolitano, ci costava più del doppio di quanto
costava all'arrivo di Gifuni.
Poi la firma del decreto e il nipote con la villa a
Castelporziano, il nero su bianco di un uomo che non si è mai
sbilanciato nella sua vita. Ma questa è un'altra storia, che
dovranno scrivere i giudici. A noi solo il compito di raccontarvi
don Gaetano Gifuni, il Flauto Magico che suonò la musica che più
di ogni altra piacque a tanti dipendenti del Quirinale: agganciò,
don Gaetano Sparagnino, gli stipendi del Colle a quelli del Senato.
E tutti, compreso lui, finirono per guadagnare di più. Sparagnino,
ma mica tanto. Del resto, se le spese arrivano alle stelle e il
Quirinale finisce per costare il doppio dell'Eliseo e otto volte più
della presidenza tedesca, un motivo ci deve pur essere.
2 - I
FURBETTI DEL QUIRINALE! OGNI MESE DALLA CASSA DI CASTELPORZIANO
VENIVANO PRELEVATI 30/40MILA EURO
Augusto Parboni per "Il
Tempo"
Era «normale» prelevare soldi dai fondi del Quirinale.
Un comportamento definito «tacito» da chi è stato travolto
nell'inchiesta partita dalla costruzione di una villa abusiva
all'interno della tenuta presidenziale di Castelporziano. Si tratta
di una vicenda che ha già portato agli arresti domiciliari l'ex
dirigente Luigi Tripodi, che dal 1992 al 2006 è stato capo del
servizio tenute e giardini del Quirinale. E che ha fatto finire nei
guai anche il direttore di Castelporziano, Alessandro De Michelis e
i cassieri Gianni Gaetano e Paolo Di Pietro.
Indagine che ha fatto venire alla luce un'appropriazione
indebita di quattro milioni di euro dalle casse del Quirinale. Non
solo. Nell'inchiesta è finito anche Gaetano Gifuni, segretario
generale emerito del Quirinale, accusato dalla procura di Roma di
falso per aver messo la firma sul documento che avrebbe consentito a
Luigi Tripodi, suo nipote, ora ai domiciliari, l'assegnazione della
villa come alloggio di servizio: inizialmente quella struttura era
adibita a canile, dove vivevano sette-otto animali. I prelievi di
denaro dalla cassaforte del Quirinale sono iniziati nel 2002, quando
cioè è stato effettuato l'ultimo controllo, e sono andati avanti
fino al 2008.
«Più o meno abbiamo cominciato...adesso non mi ricordo
com'era il discorso, ma diciamo in modo più leggero...poi man mano»,
ha dichiarato l'indagato Gianni Gaetano durante un interrogatorio
eseguito davanti al pm il 19 ottobre scorso. E ancora: «Il discorso
è questo...alla fine del mese va fatta la contabilità e va mandata
a Roma - continua l'indagato - per cui alla fine del mese c'era la
necessità di far quadrare i conti...e non è che ci volesse chissà
che cosa per vedere che c'era qualcosa che non andava in quei
conti...il discorso era sotto gli occhi di tutti...non era tutto
sto' segreto». Quando il magistrato gli chiede se ne avesse mai
parlato con qualcuno, Gaetano ha risposto: «Parlato...diciamo, beh
sì, inizialmente sì poi...cioè quando abbiamo cominciato a
operare in questo senso...eravamo sempre solo noi...ne ho parlato
con il direttore, parlavo con Di Pietro...ma non è che abbiamo
fatto un discorso specifico, era una cosa quasi, come posso
dire...tacita. Quest'anno è venuto fuori tutto perché a metà
dell'anno c'era carenza di contante, io ho denunciato questo
discorso, ho detto guardate che qui non ci sono entrate, non c'è
cosa, bisogna stare attenti a spendere e a prelevare».
Secondo quanto accertato dagli inquirenti, ogni mese
venivano prelevati 30/40mila euro al mese. Il canile che è stato
trasformato in villa di
180 metri
quadri, su due livelli, fino al 2003 era adibito a ricovero per gli
animali a quattro zampe in forza al Nucleo cinofilo dei carabinieri
presso la Tenuta presidenziale. Gianni Gaetano, che ha spiegato e
ammesso ai magistati di aver prelevato denaro, ha fornito agli
inquirenti, il procuratore capo Giovanni Ferrara e il pm Sergio
Colaiocco, molti particolari sulle attività di Luigi Tripodi.
«Marra (Donato Marra, attuale segretario generale del
Quirinale, ndr.) non sapeva quando è arrivato...la villa...non era
finita. La sua paura qual era? Che la villa è finita dopo che lo
zio (Gaetano Gifuni, zio di Tripodi) se ne è andato. I lavori - ha
detto ai magistrati Gaetano - sono quindi proseguiti con il nuovo
Presidente per diversi mesi...e quindi è arrivato su qualcuno, si
è fatto delle domande...insomma non so cosa gli è stato detto...ma
me ricordo 'sta battuta (attribuita a Tripodi): "Come va via
zio me ne vado pure io".
Per cui sapeva benissimo di essere...come posso dire, in
pericolo». In base alle indagini della procura di Roma, Tripodi
avrebbe mandato anche la figlia a prelevare denaro dalla cassa: «Non
so se era un discorso suo legato alla villa o meno - ha detto
Gaetano - lui veniva qui, qualche volta ad esempio mandava la
figlia, dice - mi puoi anticipare dei soldi? - a volte lasciava un
biancosegno» (un foglietto sul quale veniva segnata la cifra
prelevata ndr). Intanto domani mattina sarà interrogato Tripodi dai
magistrati romani. «Si tratta di accuse false - ha detto l'avvocato
Mario De Caprio, legale di Tripodi - è
stato il
mio cliente a denunciare tutto ciò. L'alloggio è stato
ristrutturato regolarmente».
[03-12-2009]
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QUIRINAL
TANFO - GIFUNI, il potente segretario generale della presidenza
della Repubblica dal ‘92 al 2006, è indagato per falso:
"FAVORÌ IL NIPOTE PER LA VILLA" - È LO ZIO DI TRIPODI
AGLI ARRESTI DOMICILIARI PER GLI ABUSI NELLA TENUTA DI
CASTELPORZIANO…
Marino Bisso per "la
Repubblica"
Gifuni gnam -
Copyright Pizzi
Ora si punta alle coperture e alle
parentele eccellenti che avrebbero consentito ruberie e sperperi dei
fondi destinati dal Quirinale alla gestione della tenuta di
Castelporziano. E oltre a Luigi Tripodi, agli arresti domiciliari
con l´accusa di peculato, verrà interrogato Gaetano Gifuni: il
potente segretario generale della presidenza della Repubblica dal
‘92 al 2006, è indagato per falso. Intanto la polizia giudiziaria
ha perquisito le sedi delle ditte che avrebbero effettuato lavori
nel parco presidenziale alle porte di Roma.
L´ex segretario generale verrà
ascoltato in relazione alla carica istituzionale e alla parentela
con Tripodi. Gifuni infatti è lo zio del dirigente di
Castelporziano accusato di essersi appropriato di denaro destinato
alla manutenzione del parco per ristrutturare un immobile del valore
di un milione di euro. Al capo del servizio giardini è contestato
di aver trasformato abusivamente un canile in una accogliente villa
su due piani dove poi è andato ad abitare.
L´indagine, coordinata dal
procuratore Giovanni Ferrara e dal sostituto Sergio Colaiocco, si
concentra su un ammanco di 4 milioni di euro nel periodo 2002-2008,
scoperto su un conto della presidenza della Repubblica. Tra gli
indagati figurano anche Alessandro De Michelis, direttore di
Castelporziano e Paolo Di Pietro, contabile della tenuta
presidenziale. Reo confesso e grande accusatore è invece Gianni
Gaetano, il tesoriere della tenuta: a maggio la procura gli ha
sequestrato beni per oltre tre milioni di euro.
Nelle diciotto pagine dell´ordinanza
di custodia cautelare, il gip Roberta Palmisano fa riferimento all´assegnazione
della villa, ricavata dalla ristrutturazione di un ex canile della
tenuta di Castelporziano, nella quale si era trasferito Tripodi. I
pm vogliono accertare se Gifuni abbia adottato provvedimenti per
favorire il nipote.
«Sussistono gravi indizi di
colpevolezza dell´indagato - scrive il giudice - in concorso con il
Segretario Generale che firmò il decreto in data 23 febbraio 2006,
in relazione alla falsa affermazione del rilascio del parere
favorevole della commissione alloggi».
«Non ho ricevuto avvisi di garanzia.
Sono tranquillo perché ho agito nel pieno rispetto delle leggi come
ho sempre fatto nei cinquantuno anni di cui mi sono onorato di
servire lo Stato - spiega Gaetano Gifuni - Per quanto riguarda l´alloggio
di servizio assegnato a mio nipote ritengo che sia stata seguita la
normale procedura prevista per i funzionari».
E ancora: «Mio nipote per entrare
alla presidenza della Repubblica ha superato un concorso nel ‘72.
Allora non lavoravo al Quirinale ma ero un semplice funzionario del
Senato. Anche i fatti al centro dell´inchiesta riguarderebbero
fatti successivi alla mie dimissioni da segretario generale».
Sulle presunte coperture vantate dal
Tripodi parla, invece, Gianni Gaetano, il tesoriere della tenuta di
Castelporziano: «Tripodi poteva attingere alla cassa. Stava sempre
nella tenuta anche se non ci doveva stare; ci ha fatto anche l´ufficio,
poi ha voluto la villa. Se non c´era lo zio quando diventava
direttore del servizio? Diceva quando se ne va via lo zio anch´io
mi squaglio... «.
Pizzi
«Accuse false - replicano Mario De
Caprio e Marisa Sciscio, avvocati di Tripodi - E´ stato Tripodi ad
aver denunciato otto mesi fa le irregolarità che aveva scoperto
nella gestione dei fondi. Ora, invece, si trova lui ad essere
accusato. Gli si contesta inoltre di aver occupato un alloggio di
servizio ristrutturato regolarmente. Forse chi l´ha accusato l´ha
fatto per la sua parentela con Gifuni, un legame che potrebbe aver
dato fastidio a molte persone».
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LA
SORELLINA DI ALE-DANNO HA TROVATO UN TESORO: NON SOLO LA DIREZIONE
DELL'AGENZIA DEL TERRITORIO MA ANCHE LA DOVIZIOSA OSPITALITà DAL
VITTORIANO PER UNA MOSTRA SULLE MAPPE DEGLI ULTIMI TRE SECOLI - ORA
UN'AGENZIA CHE SI OCCUPA DI INFORMATICA CHE C'ENTRA CON LE CARTINE
GEOGRAFICHE? BOH...
Da "Il
Tempo"
Far conoscere al grande pubblico una
risorsa straordinaria del nostro Paese: l'Agenzia del territorio e
le sue professionalità, le sue conoscenze, il suo patrimonio.
Questo l'obiettivo della mostra «Un tesoro ritrovato. Dal rilievo
alla rappresentazione» inaugurata ieri al Complesso del Vittoriano.
BRIGANTE
Una mostra che «nasce dalla
consapevolezza e dalla presenza di un patrimonio cartografico che
l'Agenzia del Territorio aveva su tutto il territorio nazionale -
spiega Gabriella Alemanno, direttrice dell'Agenzia del Territorio -
Abbiamo messo insieme mappe, strumenti raccolti da tutti gli uffici
dell'Agenzia distribuiti in tutta Italia e che abbiamo voluto
valorizzare per dare proprio un senso del passato, delle origini,
delle tradizioni di questa agenzia che oggi si occupa di servizi
informatici, ma che è importante - continua la direttrice - che non
possa dimenticare che esiste anche un passato fatto di saperi,
competenze e professionalità che si sono sviluppate negli anni e
nei secoli».
CARRARO E GABRIELLA BERTINOTTI
Mappe prodotte nell'arco degli ultimi
tre secoli, cabrei, atlanti, strumenti scientifici per il rilievo,
filmati, documenti, registri e atti notarili insieme a fotografie
del territorio raccontano la storia del nostro Paese e l'attività
del catasto attraverso i secoli.
Uno studio che consente di «ripercorrere
le conoscenze e ricostruire il progresso tecnologico della società»,
sottolinea Louis Godart Consigliere del Presidente della Repubblica
per la conservazione del Patrimonio Artistico, che aggiunge: «Attraverso
questa mostra possiamo avere una idea dell'evoluzione delle società
umane che si sono succedute fino ai nostri giorni».
Accolti da Alessandro Nicosia,
Presidente di Comunicare Organizzando, sono intervenuti, tra gli
altri, l'Assessore alla Cultura del Comune di Roma Umberto Croppi,
Franco e Sandra Carraro, Lella Bertinotti, le cognate e amiche
Isabella Rauti e Gabriella Alemanno, Andrea Monorchio con la figlia
Anna e la fidanzata Ghitte Andersen. Oltre alla coppia di giovani
chic Allegra Dolphus e Camillo Caltagirone. La serata si è conclusa
con un rinfresco sulle Terrazze del Vittoriano.
[01-12-2009]
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PIZZI
S'IMBATTE IN UNA BARBONA ACCUCCIATA COI SUOI CARTONI DAVANTI A UN
NEGOZIO DOVE SI INAUGURA UNA COLLEZIONE DI FAVOLOSI PRODOTTI
BACCARAT - UNA VOLTA DENTRO, PIZZI RIMANE BASITO DAVANTI A UN
ASSALTO CONCETRICO A TARTINE, DOLCI E CHAMPAGNINI DEL BUFFET AD
OPERE DELLE DOVIZIOSE DAMAZZE ROMANE - "TRA TUTTE LE PERSONE
INCONTRATE NELLA SERATA, LA PIÙ DIGNITOSA ERA LA BAG LADY" -
Foto e testo di Umberto Pizzi da
Zagarolo
Caro Dago, anche ieri è stato
celebrato il rito dei bevoni e magnaccioni della società moderna.
Innumerevoli erano gli avvenimenti in
vari punti di Roma, ma purtroppo sono ancora privo del dono
dell'ubiquità e ho scelto una delle zone più belle della Capitale:
il Ghetto.
Appena arrivato, mi sono fermato
nell'antica Via del Foro, quella che porta al Piscario in uno
scenario favoloso che comprende il teatro Marcello. Stavo
parcheggiando il mio Cavallo di Ferro quando al mio fianco ho notato
una dignitosa Bag Lady seduta in mezzo a cianfrusaglie e cartoni che
stava consumando il suo lauto pasto fatto di una bustina con non so
cosa dentro.
Poi ho proseguito. Il lavoro mi ha
portato dentro un favoloso negozio dei Limentani che esponeva gli
altrettanto favolosi prodotti Baccarat. Qui, con la scusa di vedere
le cose che la maggior parte delle persone non potrà mai
permettersi di acquistare, è cominciato l'attacco concentrico alle
tartine, ai dolci e ai bicchieri di champagne.
Neanche con la Panzer division si
sarebbe riusciti a far schiodare alcuni invitati dal posto di buffet
conquistato con tanta fatica. Tra gorgoglii e rumori molesti si è
continuato a chiacchierare sino alla fine delle vettovaglie. E poi
tutti alla ricerca di un nuovo buffet da assaltare.
Al termine sono tornato dal mio
cavallo di ferro e ho notato che la Bag Lady si era infilata tra i
cartoni per trascorrere la notte. Ma tra tutte le persone che ho
incontrato nella serata, la più dignitosa era proprio lei.
Umberto Pizzi
[27-11-2009]
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INCASSARE STIPENDI NON STANCA! - IL CAPO DELL’EXPÒ LUCIO STANCA
NON VUOLE SAPERNE DI MOLLARE I DUE COMPENSI, DA PARLAMENTARE E DA AD (CI
SAREBBE UNA LEGGE CHE LO VIETA, MA TANT’È) - ANCHE LA LEGA LO ATTACCA -
DA QUANDO È STATO NOMINATO A MILANO, ALLA CAMERA NON L’HANNO PIÙ VISTO
- (LA CASTA NON TIRA PIÙ, IL “CORRIERE” DEBORTOLIZZATO E DEMIELIZZATO
CI FA APPENA UN COMMENTINO A PAG 14)…
Alessia Gallione e Oriana Liso per "La
Repubblica"
Doppio incarico con doppio stipendio? Altissimo tasso di assenze
in Parlamento? Su questi temi l'amministratore delegato di Expo2015, il
deputato Pdl Lucio Stanca, ha le idee chiare: «Devo rispondere ai miei
elettori e al gruppo Pdl, non certo a Repubblica». Una replica secca,
arrivata ieri mattina, a margine di un'occasione ufficiale.
L'onorevole Stanca ha risposto così a chi gli chiedeva delle sue
presenze in Parlamento, drasticamente calate dopo che, in aprile, era
stato nominato al vertice della società che gestisce l'Esposizione
universale. Da inizio legislatura e fino ad allora, infatti, Stanca era
stato un deputato-modello (con tassi di partecipazione al voto fino al
98,26 per cento). Dopo, raccontano i dati ufficiali della Camera, tutto
è cambiato: ad aprile - in contemporanea con la nomina in Expo - Stanca
ha partecipato solo al 13,54 per cento delle votazioni. A ottobre il
tasso di assenze è stato del 95,78 per cento.
Insomma, man mano che crescono gli impegni nella società con sede
a Milano, cala la presenza in aula a Roma (ma in tutta la legislatura
l'onorevole non ha mai fatto interventi, interrogazioni o
interpellanze). Il suo nome è anche finito nell'elenco dei deputati Pdl
da "richiamare all'ordine" per l'assenza ingiustificata del 2
ottobre, quando il governo ha rischiato di essere battuto sullo scudo
fiscale.
Il sito di approfondimento Openpolis, misurando la sua "attività
parlamentare", lo classifica al 58esimo posto (su 630 deputati).
Sul doppio incarico di Stanca la polemica
è aperta da tempo. Poco dopo la sua nomina - voluta da Berlusconi e
accolta dal sindaco Morata - il Consiglio comunale, a maggioranza, gli
aveva chiesto di scegliere tra le due poltrone. «Sono convinto non vi
sia incompatibilità», aveva risposto Stanca. Una posizione rinsaldata
quando, il mese scorso, la giunta per le elezioni di Montecitorio, con i
voti di Pdl e Lega, ha deciso di considerare compatibili le due cariche.
Ma un attacco, su questo, arriva dall'europarlamentare e
consigliere comunale leghista Matteo Salvini: «La Lega ha già
sottolineato che l'ad di un evento come Expo dovrebbe fare solo quello:
se anche Stanca fosse sempre presente in aula sarebbe opportuno si
facesse da parte».
Resta ancora un nodo: quello del doppio stipendio. A quello da
parlamentare (oltre 13mila euro mensili), si somma quello da
amministratore delegato e consigliere di Expó: 330mila euro lordi
l'anno, più altri 150mila come parte variabile (per il 2009 Stanca ha
rinunciato a questa seconda quota). Ma, attacca il deputato del Pd
Vinicio Peluffo, «il problema rimane: l'articolo 3 della legge
1261/1965 vieta di percepire due stipendi».
Quella legge, mai abrogata, recita: «con l'indennità
parlamentare non possono cumularsi assegni o indennità [...] derivanti
da incarichi di carattere amministrativo conferiti dallo Stato, da enti
pubblici, da enti privati con azionariato statale e da enti privati
aventi rapporti di affari con lo Stato, le regioni, le province e i
comuni». Commenta Peluffo: «Anche se l'onorevole Stanca non risponde
alle domande scomode, la realtà resta la stessa».
[24-11-2009]
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CAVE PATELLIM – CHI È, CHI NON È, CHI SI CREDE DI ESSERE
GIORGIO PATELLI, IL FUTURO SPOSO DELLA GELMINI È UOMO CHIAVE
NELL’INCHIESTA SULLA BONIFICA MONTECITY SANTAGIULIA CHE SCUOTE IL
PIRELLONE – I PM SI INTERESSANO A LUI IN QUANTO SOCIO DELLA
TECNO.GEO. DAL ’96 HA INCARICHI ALLA REGIONE – L’ANTICA
AMICIZIA COL COSTRUTTORE CAVALLERI...
Alessandro Da Rold per "Il
Riformista"
C'è una fotografia del
settembre dello scorso anno che vale la pena rammentare. Mariastella
Gelmini, ministro dell'Istruzione, è a cena sul Lago di Garda, a
Desenzano, insieme ai vertici del Popolo della libertà lombardo.
Insieme a lei, c'è il futuro marito Giorgio Patelli, padre del
figlio che aspetta.
L'imprenditore bergamasco,
immobiliarista, esperto in estrazione di cave, ascolta interessato i
convitati. «Tra un risotto e un branzino alla brace», come
riportano le cronache del Giornale di allora, si fa più di un
accenno alle elezioni regionali del 2010. Al tavolo ci sono
Giancarlo Abelli con
la moglie Rosanna Gariboldi
, Guido Podestà, attuale presidente della provincia di Milano,
Massimo Ponzoni, assessore all'Ambiente in regione Lombardia e
Adriano Paroli, sindaco di Brescia.
Manca il governatore
Roberto Formigoni. Ma proprio di lui si parla, perché i quotidiani
il giorno dopo scriveranno di «un patto sulle elezioni regionali:
dopo Formigoni c'è Gelmini», con il presidente ciellino in
partenza verso Roma. La cena, però, non è solo occasione per
discutere del futuro politico del Pirellone, di cui tanto si parla
in questi mesi, tra malumori leghisti e dell'area laica del Pdl.
E' una delle prime cene
ufficiali per Patelli, imprenditore cinquantenne che riscuote
successo tra le donne, balzato agli onori delle cronache in poche
occasioni, spesso non particolarmente esaltanti. Il suo nome è
saltato fuori dall'interrogatorio di dieci ore cui è stato
sottoposto Ponzoni, il sette novembre scorso, nell'ambito
dell'inchiesta sulla bonifica Montecity-Santa
Giulia che vede
coinvolto il re della bonifiche Giuseppe Grossi.
Gli
inquirenti vogliono approfondire il suo ruolo quando era socio della
Tecno.Geo, società di consulenza nel settore ambiente, che nel 2006
fece parte del comitato tecnico regionale chiamato a presentare le
valutazioni di impatto ambientale richieste per la realizzazione di
nuove cave. Patelli non è un nome di rilievo in Lombardia. Lo è
tra la bergamasca e il bresciano. E' grande amico dei costruttori
che contano in quelle zone. Ha intrecciato relazioni con tutti. Ed
è fidanzato con il ministro dell'Istruzione dalla primavera del
2008.
Le sue entrate nel mondo
imprenditoriale della bergamasca sono dovute all'ottimo rapporto che
lo lega a Ottavio Cavalleri, titolare dell'omonima impresa edile,
appaltatrice di numerose infrastrutture lombarde. Il nome di Patelli
salta per la prima volta fuori in consiglio regionale
il 14
gennaio del 2002.
I consiglieri di
centrosinistra chiedono un'interrogazione urgente all'assessore
Nicoli Cristiani, per l'autorizzazione rilasciata dallo stesso per
la cava in località "Crodello" di Pontoglio in provincia
di Brescia riguardante un'opera stradale in ValSeriana, subappaltata
in parte alla ditta Cavalleri.
Nel comunicato di allora
si legge: «Rilevato che il dott. Giorgio Patelli, risulta
concedente del terreno messo giuridicamente a disposizione della
ditta Cavalleri ed è componente del Comitato Tecnico Consultivo
regionale per le attività estrattive che è chiamato ad esprimere
parere sull'autorizzazione delle attività estrattive stesse, come
peraltro il Comitato ha fatto il 12/7/01», i consiglieri chiedevano
se la giunta «non ritenga opportuno verificare l'esistenza di
eventuali analoghe situazioni riguardanti l'operato del dott.
Patelli, nella duplice qualità di operatore del settore e
componente di un Comitato che si esprime sulle autorizzazioni».
Ne nacque un processo per
tangenti. Cavalleri fu condannato per aver falsificato alcuni
documenti dell'Anas per giustificare le estrazioni. E Patelli fu
sentito come testimone, per aver autorizzato la coltivazione della
cava. Disse che non aveva partecipato a quella riunione. Dopo sette
anni, Patelli, che è nel comitato tecnico in regione Lombardia
ormai sin dal 1996, ritorna d'attualità. In seguito, infatti, allo
scoppio dell'inchiesta sul Piano Cave di Bergamo.
Un'indagine spinosa, in
cui perde il posto Cinzia Secchi, per quasi vent'anni direttore
generale dell'assessorato all'Ambiente. E la Secchi e Patelli si
conoscono bene. All'epoca, tra i corridoi del Pirelli si parlò che
la scelta di trasferire il direttore generale fosse una mossa
preventiva di Formigoni, in attesa di seguire l'evolversi
dell'inchiesta sul piano Cave, ora di nuovo sotto i riflettori della
procura di Milano, dopo l'inchiesta su Grossi.
[19-11-2009]
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FURIBONDO CON EBREI E PIO XI, SPAVALDO NELLE FANTASIE EROTICHE: LE
CONFESSIONI DEL DUCE ALLA SUA AMANTE
Antonio Carioti per il
Corriere della Sera
Avete presente il Benito Mussolini descritto nei ricordi di
seguaci e parenti, o quello che emerge dai suoi pretesi «diari»
acquistati da Marcello Dell'Utri, di cui gli storici negano l'autenticità?
Un uomo bonario, attaccato alla famiglia, diffidente verso i nazisti,
ossequioso nei riguardi del Papa, generoso con gli ebrei e dubbioso
sulle leggi razziali.
Ebbene, dai diari della sua amante, Claretta Petacci, esce un
ritratto opposto in tutto e per tutto: un Duce ferocemente antisemita,
che rivendica il suo razzismo di lunga data, sprezzante verso la moglie,
insofferente dei Savoia, ammaliato dalla potenza del Terzo Reich,
furibondo con Pio XI per le sue parole in difesa degli ebrei.
Le eloquenti confidenze del Duce, trascritte dalla Petacci e qui
anticipate, provengono dal volume Mussolini segreto (Rizzoli, pp. 521,
€ 21), in uscita dopodomani, nel quale Mauro Suttora ha raccolto una
sintesi dei diari di Claretta dal 1932 al 1938. Per i primi anni si
tratta di biglietti e brevi annotazioni, ma dall'ottobre 1937 il
resoconto diventa fluviale.
Naturalmente non tutto il contenuto dei diari può essere preso
per oro colato. Sulla sincerità dei proclami di amore eterno, delle
recriminazioni di Mussolini verso la moglie (afferma di essere stato
tradito per lungo tempo) o di certe vanterie erotiche (sostiene che
Maria José di Savoia, moglie del principe Umberto, avrebbe tentato di
sedurlo) è lecito nutrire dubbi. Ma non si vede perché il Duce avrebbe
dovuto alterare i suoi giudizi politici parlando con Claretta.
Oggetto di un lungo contenzioso tra lo Stato e la famiglia
Petacci, che non ha mai smesso di rivendicarli, ma ha visto respingere
le sue richieste, i diari si trovano all'Archivio di Stato, «la cui
lunga custodia di questi documenti - sottolinea Suttora - ne garantisce
l'autenticità».
Dopo il primo blocco, altre annate saranno desecretate «allo
scadere dei settant'anni dalla loro compilazione». E secondo Ferdinando
Petacci, nipote e oggi unico erede di Claretta, potrebbero contenere
novità esplosive, tali da far ritenere che l'amante del Duce fosse in
qualche modo collegata a Winston Churchill. Ma anche se l'ipotesi si
rivelasse infondata, il contributo di queste carte alla conoscenza
dell'uomo Mussolini resta indiscutibile.
2 - DIARIO: LE CONFIDENZE DEL DUCE A CLARETTA
- 5 gennaio 1938. Mussolini riceve l'amante a Palazzo Venezia.
Tenero e appassionato, ricorda la serata precedente. E lei riporta così
le sue parole.
«Lo sai amore che ieri sera a teatro ti ho spogliata tre volte almeno?
Quando mi sono alzato in piedi dietro a mia moglie sentivo di prenderti.
Avevo un folle desiderio di te. Mi dicevo: 'Il suo piccolo corpo, la sua
carne di cui io sono folle, domani sarà mia'. Ti vedevo, e quando sei
salita su ti sei accorta che ti spogliavo. Ti guardavo, ti svestivo e ti
deside-ravo come un folle. Dicevo: 'Il suo corpicino delizioso è mio,
è tutto mio. Io la prendo, vibra per me, è un tutt'uno con il mio
corpo'. Vieni, ti adoro. Come puoi pensare che io, schiavo della tua
carne e del tuo amore, pensi ad altre».
- 19 febbraio 1938 . Al monte Terminillo, Claretta amareggiata
rinfaccia a Mussolini le scappatelle con altre donne. Lui si scusa.
«Sì amore, faccio male, tanto più che ti amo sempre di più, e sento
che mi sei necessaria più di ogni cosa. Ti adoro e sono uno sciocco.
Non ti devo far soffrire, anche perché questa tua sofferenza si riversa
su di me, perché io soffro di ciò che soffri»
- 17 luglio 1938. Mussolini e Claretta sono al mare, a Ostia. Lei
riferisce un suo sfogo.
«Ah, questi italiani, io li conosco bene, li vedo nelle viscere. E so
che sto sullo stomaco a molti. L'entusiasmo è un'apparenza. La verità
è che sono stanchi di me, che li faccio marciare»
- 4 agosto 1938. I due amanti sono in barca. Venti giorni prima è
uscito il Manifesto della razza.
«Io ero razzista dal '21. Non so come possano pensare che imito Hitler,
non era ancora nato. Mi fanno ridere. (...) Bisogna dare il senso della
razza agli italiani, che non creino dei meticci, che non guastino ciò
che c'è di bello in noi».
- 28 agosto 1938. Sono insieme sulla spiaggia. Mussolini legge,
poi scatta.
«Ogni volta che ricevo il rapporto dell'Africa ho un dispiacere. Anche
oggi cinque arrestati perché convivevano con le negre. (...) Ah! Questi
schifosi d'italiani, distruggeranno in meno di sette anni un impero. Non
hanno coscienza della razza».
- 1 ottobre 1938. Il Duce racconta all'amante i retroscena della
conferenza di Monaco, nella quale Francia e Gran Bretagna hanno
accettato le pretese di Hitler sulla Cecoslovacchia.
«Le accoglienze di Monaco sono state fantastiche, e il Führer molto
simpatico. Hitler è un sentimentalone, in fondo. Quando mi ha veduto
aveva le lagrime agli occhi. Mi vuole veramente bene, molto. (...) Ma ha
degli scatti di una violenza che solo io riuscivo a frenare. Faceva
faville, fremeva, si conteneva con sforzo. Io invece, l'imperturbabile.
(...)
«Ormai le democrazie devono cedere il passo alle dittature. Noi
eravamo una forza sola, avevamo un significato, rappresentavamo un'idea
e un popo lo. Lui con la camicia bruna, io in camicia nera. Loro così,
umiliati e soli. Ti sarebbe piaciuto davvero, essere lì a vedere. (...)
«La vittoria è ormai delle dittature. Questi regimi vecchio
stile non vanno più, sono creatori di disordine. Uno solo deve essere
al timone, e comandare. Oggi la Germania è la più grande potenza del
mondo. Sono ottanta milioni di uomini che bisogna pensarci, prima di
attaccarli. (...)
Dovevi vedere con che affetto, simpatia e devozione mi hanno
accolto ovunque lungo la strada. Hanno compreso anche là che l'artefice
della pace, l'unico che poteva far desi-stere Hitler da qualsiasi
movimento, ero io. Lo smacco della politica rossa è insormontabile. No,
è falso, non abbiamo mai mangiato insieme a Daladier e a Chamberlain.
Sempre fra nazisti e fascisti, e mi sono trovato benissimo».
- 8 ottobre 1938. Mussolini è indignato con Pio XI, che ha
dichiarato «spiritualmente siamo tutti semiti» e chiede di riconoscere
la validità dei matrimoni religiosi misti tra ebrei e cattolici.
«Tu non sai il male che fa questo papa alla Chiesa. Mai papa fu tanto
nefasto alla religione come questo. Ci sono cattolici profondi che lo
ripudiano. Ha perduto quasi tutto il mondo. La Germania completamente.
Non ha saputo tenerla, ha sbagliato in tutto. Oggi siamo gli unici, sono
l'unico a sostenere questa religione che tende a spegnersi. E lui fa
cose indegne. Come quella di dire che noi siamo simili ai semiti. Come,
li abbiamo combattuti per secoli, li odiamo, e siamo come loro. Abbiamo
lo stesso san gue! Ah! Credi, è nefasto.
«Adesso sta facendo una campagna contraria per questa cosa dei
matrimoni. Vorrei vedere che un italiano si sposasse con un negro.
Abbiamo vedu to che anche i matrimoni con i bianchi stranieri por tano,
in caso di guerra, alla disgregazione delle fa miglie. Perché l'uno e
l'altro coniuge si sentono in quell'attimo assolutamente per la propria
Patria. Perché l'hanno nel sangue. Di qui naturalmente l'impossibilità
d'accordo, e le famiglie a rotoli. Lui dia pure il permesso, io non darò
mai il consenso. (...) Ha scontentato tutti i cattolici, fa discorsi
cattivi e sciocchi. Quello dice: 'Compiangere gli ebrei', e dice: 'Io mi
sento simile a loro'... È il colmo».
-11 ottobre 1938. Al mare con Claretta, il Duce si scaglia contro
gli ebrei.
«Questi schifosi di ebrei, bisogna che li distrug ga tutti. Farò una
strage come hanno fatto i turchi. Ho confinato 70 mila arabi, potrò
confinare 50 mila ebrei. Farò un isolotto, li chiuderò tutti là
dentro. (...) Sono carogne, nemici e vigliacchi. Non hanno un po' di
gratitudine, di riconoscenza, non una lette ra di ringraziamento. La mia
pietà era viltà, per lo ro. Dicono che abbiamo bisogno di loro, dei
loro denari, del loro aiuto, che se non potranno sposare le cristiane
faranno cornuti i cristiani. Sono gente schifosa, mi pento di non aver
pesato troppo la ma no. Vedranno cosa saprà fare il pugno d'acciaio di
Mussolini. (...) È l'ora che gli italiani sentano che non devono più
essere sfruttati da questi rettili».
- 10 novembre 1938. Il governo approva il decreto legge sulla
razza che entrerà in vigore una settima na dopo. Benito ne parla a
Claretta.
«Oggi abbiamo trattato la questione degli ebrei. Certamente sua Santità
solleverà delle proteste, per ché non riconosceremo i matrimoni misti.
Se la Chiesa vorrà farne, faccia pure. Però noi, Stato, non li
riconosceremo, e saranno come amanti. Di conse guenza, nemmeno i figli.
Tutti quelli che si sono fat ti cattolici fino ad oggi, e quindi i
figli, rimarranno come adesso. Dalla data stabilita in poi non si am
metteranno più. Diversamente si farebbero tutti cat tolici pur di
potersi sposare, e allora la questione della razza non avrebbe ragion
d'essere. Questo il Papa non lo vuol capire, quindi faccia come crede».
- 16 novembre 1938. Nuovo sfogo contro Pio XI.
«Ah no! Qui il Vaticano vuole la rottura. Ed io romperò, se continuano
così. Troncherò ogni rap porto, torno indietro, distruggo il patto.
Sono dei miserabili ipocriti. Ho proibito i matrimoni misti, e il papa
mi chiede di far sposare un italiano con una negra. Solo perché questa
è cattolica. Ah no! A co sto di spaccare il muso a tutti».
[16-11-2009]
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PAESE CHE VAI, INCIUCIO CHE TROVI – AL VERTICE DELLE MAGGIORI
AZIENDE EUROPEE CI SONO BANCHIERI ONNIPRESENTI, FINANZIERI, INDUSTRIALI
INCROCIATI CON GLI EX CAPI DI GOVERNO – DA SCHRÖDER A DEHAENE, DALLA
SHELL A TELÉFONICA A BNP PARIBAS, UN CONFLITTO DI INTERESSI PER TUTTI…
Giuseppe Sarcina per "il
Corriere della Sera"
Cumulo di incarichi, reti trasversali, conflitti di interesse non
sono solo una specialità italiana. In Europa la concentrazione di
poltrone strategiche nelle mani di poche persone sta diventando un segno
distintivo della struttura politico- economica. È il risultato delle
partecipazioni incrociate tra le aziende, ma anche del cosiddetto «interlocking
directorship». Un modo per stabilire relazioni amichevoli, se non veri
e propri cartelli tra imprese.
Punto di partenza è la Germania, dove il rapporto tra grandi
banche e industria resta l'architrave del sistema. Non a caso, dunque,
al presidente di Deutsche Bank, Josef Ackermann fa capo una fitta rete
di posti negli organi di sorveglianza di altre società, da Siemens a
Royal Dutch Shell.
La figura del banchiere onnipresente si ritrova anche in Spagna,
dove Isidre Fainé Casas , presidente della finanziaria Criteria Caixa
Corporation di Barcellona, partecipa ai consigli di amministrazione di
Abertis (costruzioni), Telefónica (di cui è vice presidente) e Repsol
(gas e petrolio).
I leader aziendali costituiscono gli altri passaggi obbligati
nella rete di relazioni. Due esempi, ancora dalla Germania. Manfred
Schneider , presidente del gruppo chimico Bayer, guida o fa parte del
comitato di sorveglianza («supervisory board») di Linde (energia), Rwe
(gas ed elettricità), Daimler (veicoli) e Tui (viaggi e turismo).
Gerhard Cromme presiede contemporaneamente il comitato di
sorveglianza di Siemens (dove ritrova Ackermann)e di ThyssenKrupp
(siderurgia). Ancora più fitto l'intreccio francese.
Jean-Louis Beffa, presidente del gruppo chimico Saint-Gobain
siede, tra l'altro, nel board di Bnp Paribas. E, viceversa, Michel Pébereau
, numero uno della stessa banca, fa parte del consiglio di Saint-Gobain
(oltre che di Axa e Total).
Amaury de Sèze , presidente di Carrefour, partecipa agli organi
di gestione di altre nove società, da Dassault (industria aeronautica)
alla canadese Power Corporation (servizi finanziari). Tanto che il
settimanale «Le Nouvel Observateur » lo ha collocato al vertice di una
speciale classifica dei «manager accumulatori» («le cumulards » ) .
Seguono Louis Schweitzer , presidente del Consiglio di
sorveglianza del quotidiano «Le Monde » (da Bnp Paribas a Veolia) e
via via gli altri, tra cui merita la segnalazione Jean-Cyril Spinetta ,
presidente di Air France-Klm (partner di Alitalia), presente in Alcatel
(telecomunicazioni), Gdf-Suez (energia), le Poste francesi e
Saint-Gobain.
Anche nella «libera» Olanda contano molto network e alleanze.
Qui il prototipo del collezionista di caselle strategiche oggi sembra
essere l'americana Nancy McKinstry , alla guida di Wolster Kluver,
società editrice specializzata nella sanità. Nella lista di McKinstry
figurano presenze nei Cda di Ericsson (telecomunicazioni) e di
MortgageIt (finanziaria controllata da Deutsche Bank). Un'altra manager
americana opera più o meno nello stesso modo, ma nel Regno Unito.
Si chiama Cynthia Carroll , amministratore delegato della società
anglo-americana Plc (platino e altri metalli). Per la rivista «Forbes»
è la quarta donna più potente del mondo, con un lungo elenco di
posizioni, tra cui la presidenza del comitato di manager
anglo-americani. C'è poi l'incrocio con la politica. Il caso di scuola
è quello dell'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, chiamato da
Vladimir Putin a guidare Nord Stream, il gasdotto progettato da Gazprom.
È curioso notare come l'avversario sul mercato dell'ex
cancelliere sarà Joschka Fischer , all'epoca suo ministro degli Esteri
e oggi consulente del Nabucco, il tracciato rivale di Nord Stream. Anche
l'ex premier spagnolo José Aznar si è riproposto nei territori
dell'economia e dell'impresa. È consulente del Fondo europeo di
investimenti Centaurus Capital. Inoltre Rupert Murdoch lo ha voluto nel
Consiglio di amministrazione della sua News Corporation.
Ma è interessante osservare anche il livello intermedio. Sempre
in Spagna Manuel Pizarro ha compiuto un percorso inverso, accumulando
prima una serie di poltrone nel mondo della finanza (presidente della
Borsa di Madrid, poi di Ibercaja e infine di Endesa) per approdare, nel
2008, al Partito popolare, abbandonando tutti gli incarichi, compreso il
posto da consigliere in Telefónica.
Insomma prima la politica, poi l'economia. Uno schema che vale
anche in Olanda, dove il premier Jan Balkenende ha scelto il suo ex
ministro delle Finanze, Gerrit Zalm come vice-presidente della banca
Abn-Amro, appena nazionalizzata. Nel vicino Belgio, l'ex commissario
europeo Étienne Davignon rappresenta, invece, una delle fusioni più
evidenti (e per certi versi inquietanti) tra potere politico ed
economico.
Si va dalla presidenza di Sn Brussels Airlines a quella del
Bilderberg Group, un «gruppo di riflessione» tra potenti a livello
mondiale. Anche Jean-Luc Dehaene , già primo ministro belga, è stato
catapultato, tra l'altro, alla presidenza delle assicurazioni Dexia.
Più difficile da classificare, invece, la posizione di Alan Sugar.
Ha fondato Amstrad nel 1968 (rivendendola nel 2007) ed è stato
presidente del Tottenham, una delle squadre di calcio di Londra, fino a
diventare il popolare protagonista di un reality show («The Apprentice
», l'apprendista) trasmesso dal 2005 al 2009 dalla Bbc. Nel giugno del
2009 il premier laburista Gordon Brown lo ha «assunto», tra le
polemiche, come «consigliere per l'imprenditoria».
[16-11-2009]
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QUEI DOCUMENTI SEGRETI DEL ´78 "GLI USA VOLEVANO DIVIDERE
IL PCI" - - - ATTENTI ALLE DATE! - 23 GENNAIO 1978: WASHINGTON
VALUTA L´IDEA DI "SPACCARE" IL PARTITO COMUNISTA TEMENDO
LA PARTECIPAZIONE DI BERLINGUER
AL GOVERNO ANDREOTTI. IDEA CHE POI VIENE SCARTATA - 16 MARZO 1978:
LE BRIGATE ROSSE RAPISCONO MORO CHE STAVA PREPARANDO IL GOVERNO CON
IL PCI.... -
Filippo
Ceccarelli per "la
Repubblica"
In tempi che si vorrebbero
di trasparenza fa effetto consultare un documento diplomatico di 31
anni fa e ritrovarselo censurato: una pecetta nera, venti parole al
massimo. E tanto più colpisce l´immaginazione, questa micro
eclissi testuale, in quanto ottenebra quanto accaduto un passaggio
decisivo; ma anche perché fa riferimento a qualcosa di segreto,
"a covert action", un´operazione segreta ai danni del
Pci. Che fu scartata, ma in linea teorica superava la soglia entro
cui normalmente scorrono gli eventi di quella turbinosa stagione.
Tra le carte del Foreign
Office che Mario J. Cereghino ha recuperato nell´archivio di Kew
Gardens (oggi disponibili presso l´Archivio Casarrubea di
Partinico, Palermo, al sito www. casarrubea. wordpress. com) c´è
una nota, ovviamente segreta, che il 23 gennaio del 1978 Michael E.
Pike, funzionario dell´ambasciata britannica a Washington, invia al
ministero degli Esteri di Sua Maestà.
Il tema è la genesi e il
senso del pronunciamento attraverso cui il 12 gennaio 1978 il
Dipartimento di Stato ha comunicato che la nuova amministrazione Usa
non avrebbe per nulla gradito la partecipazione del Pci di
Berlinguer al governo di Giulio Andreotti, proprio in quei giorni
entrato in crisi. Il report conferma l´estrema preoccupazione di
Washington e spiega che, lungi dall´essere "premeditato",
l´autorevole monito fu emesso soprattutto sulla spinta dei
"cupi rapporti" dell´ambasciatore americano a Roma
Richard Gardner.
Ma l´aspetto più
sorprendente della missiva di Mr Pike arriva al punto 3: «L´idea
di mettere in campo un´operazione segreta per spaccare
(letteralmente: "to split") il Pci è stata certamente una
delle opzioni prese in considerazione durante gli incontri di alto
livello, ai quali Gardner era presente. Ma fonti autorevoli ci hanno
comunicato che tale idea è stata scartata. Il Dipartimento di Stato
si è espresso contro. E non vi sono prove che altre agenzie
governative fossero entusiaste».
Nel suo libro di memorie,
Mission: Italy (Mondadori, 2004), l´ambasciatore Gardner non fa
cenno all´eventualità di favorire una scissione del Pci. Racconta,
piuttosto, che poco prima della riunione del National Security
Council (Nsc) ebbe insieme con il suo amico Brzezinski un breve
incontro con Carter. Questi gli confermò la nuova linea che marcava
una netta diversità con le "interferenze" del periodo di
Kissinger: «Interpretai le sue parole - scrive Gardner - nel senso
che bisognava evitare di fare finanziamenti a partiti e tentare
manipolazioni di eventi politici». In tale contesto venne dunque
esclusa l´ipotesi di qualche "lavoretto" made in Usa per
fomentare divisioni nel Pci.
Ora, tutto può essere. Ma
chi abbia vissuto quegli anni ricorda come il monolitismo di quel
partito, pure tonificato dal centralismo democratico, fosse proprio
una delle cause che ne sconsigliavano la partecipazione al governo.
Non solo, ma a parte qualche composto dissenso (Longo, peraltro
ammalato, e Terracini e una certa freddezza da parte di Cossutta) la
politica di Berlinguer non sembrava avere alternative praticabili; né
il gruppo dirigente, compresi i futuri miglioristi, appariva diviso.
"Etiam nunc regredi
possumus", anche ora possiamo tornare indietro, aveva
solennemente proclamato l´anno prima il capogruppo Natta, citando
Giulio Cesare. Ha scritto Miriam Mafai che il Pci varcò il Rubicone
«con una tranquillità e una disinvoltura che alla luce degli
avvenimenti successivi appare davvero eccessiva».
Insomma: più che "covert
operations" d´oltreoceano è da Mosca, semmai, che Berlinguer
poteva temere "misure attive" nel corpo del partito.
Secondo il
diplomatico britannico il tono di relativa durezza della nota del
Dipartimento di Stato si spiega da una parte come un
"contentino" che il Nsc ha offerto alla lobby politica
italo-americana, nota per il suo anticomunismo; e dall´altra per
parare il fianco alla nuova amministrazione dalle critiche della
destra repubblicana che già l´accusava di essere «esageratamente
compiacente nei confronti dell´avanzata comunista nell´Europa
occidentale».
Il documento restituisce
il clima della Guerra fredda pure nei suoi aspetti meno prevedibili.
Così si apprende che gli americani erano piuttosto sfiduciati sull´efficacia
di quell´avvertimento che invece qui in Italia destò mille
infuocate reazioni: lo stesso Moro ne scrisse in un articolo per il
Giorno che però non venne mai pubblicato «per motivi di opportunità».
Mr Pike sospetta che molte
delle teste d´uovo di Washington ritengano quella presa di
posizione un gesto «inutile» o «un segno di disperazione», senza
che l´una cosa escluda l´altra. Si chiede: cosa può fare il
governo degli Stati Uniti per aiutare Andreotti? E si risponde: «Molto
poco». Certo, potrebbe sempre influenzare le decisioni del Fondo
Monetario. Ma a parte l´inopportunità di trascinare il Fmi nell´agone,
«i risultati potrebbero produrre l´effetto opposto».
A questo punto si ritorna
sulla o su una "covert action". Testualmente: «Sembra che
anche un´operazione segreta sia da escludere, almeno per il momento».
Ma è proprio qui che la missiva è interrotta da quelle due righe
rese illeggibili. Quindi prosegue: «Da un punto di vista politico
più generale, le difficoltà associate ad azioni di questo genere
non hanno bisogno di essere enfatizzate.
Inoltre qualsiasi proposta
di operazione segreta dovrebbe essere esaminata da almeno otto
commissioni del Congresso degli Stati Uniti. Di conseguenza la
possibilità di mantenerla segreta sarebbe minima. Se si verificasse
una fuga di notizie, anche in maniera confusa - deduce Pike - le
reazioni sarebbero feroci e dannose sia qui che in Italia. Infine da
nessuna fonte si evincono pressioni in tal senso sull´amministrazione
Carter».
Risultato: «Ci si rende
ben conto, anche tra i falchi, che attività di questo genere in un
paese membro della Nato producono effetti scarsi, e che possono
ritorcersi contro i loro artefici». La previsione è che tutto
continuerà allo stesso modo, e nessuno «ha di meglio da suggerire».
Classica conclusione aperta agli sviluppi storici.
Sennonché tra i guai
delle cose censurate c´è da mettere nel conto che in questo modo
diventa irresistibile immaginare, magari anche a rischio di
abbaglio, che cosa si vuol tenere nascosto. E siccome non è che nel
1978 in
Italia andò proprio tutto liscio, intanto il documento di Kew
Gardens resta agli atti della storia:
piccolo grande
tassello di un mosaico che prima o poi finirà per manifestarsi nel
suo chissà quanto ancora comprensibile significato sacrificale.
[12-11-2009]
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TU
VUO’ FA O’ MERICANO – SHOWDOWN PER NICOLA COSENTINO. O
LA REGIONE O LA
GALERA: “QUANTE ORE DI LIBERTÀ MI DATE?” - I PM ACCUSANO:
FAVORI AL CLAN DEI CASALESI PER I RIFIUTI – “IL PARTITO IN
CAMPANIA VINCE GRAZIE A ME.
LA CANDIDATURA NON LA
POSSONO SCEGLIERE I FROCETTI DI ROMA” –
LA GUERRA CON ITALO
BOCCHINO…
Conchita
Sannino per "la Repubblica"
«Ma perché dovrei rinunciare. Per fare un favore a
qualcuno?». Ineffabile, impassibile, Nicola Cosentino puntava su
Palazzo Santa Lucia a qualunque costo. E da Napoli continuava a
condurre, quasi fosse una partita a scacchi con gli imprimatur ora
solenni ora confusi di Roma, la sua silenziosa campagna elettorale.
Paese per paese, cerimonia per cerimonia, un pezzo di regione alla
volta.
Fino a ieri pomeriggio, il sottosegretario all´Economia e
leader regionale del Pdl in Campania, ormai ufficialmente sospettato
di aver favorito gli interessi, ed in particolare il business dei
rifiuti della cosca mafiosa dei Casalesi, ha dato ordini ai suoi
sodali: «Andiamo avanti, non disperdiamoci. Chi sono questi
pentiti? Chi lo dice che mi devono arrestare? Non c´è motivo per
fermarmi. La gente mi conosce, mi voterà».
L´ultima sfida l´aveva lanciata sabato scorso: «Allora,
quante
ore mi
date ancora, di libertà?» domandava tra lampi di ironia e
prevedibili esorcismi. Era seduto su un divano rosso capitonné, l´altra
mattina: e aveva appena chiuso un convegno nella sala di
rappresentanza di un mega-centro di scuole private, in un comune
dell´hinterland vesuviano, Poggiomarino, dove il corteo di notabili
era in coda per stringergli la mano e assicurare appoggio.
Aveva un bel dire, o´ Mericano, che la sua partita doveva
giocarsela ormai fino in fondo. Il soprannome gli deriva dagli
affari che suo padre strinse con gli statunitensi, dopo la guerra,
nella vendita di petrolio. Ora i fratelli di Cosentino guidano un
colosso nella distribuzione di gas. Qualcuno è anche imparentato
con esponenti di spicco dei Casalesi.
Motivi non sufficienti a fermare le ambizioni di Nicola: già
giovane avvocato nello studio prestigioso del professor Gasparrini a
Napoli; poi impegnato in politica, nei socialdemocratici; infine
uomo di punta di Forza Italia nel Casertano.
Non poteva mollare proprio adesso, Nicola, a cinquant´anni.
Doveva battersi. Contro tutti i tentativi di fronda. Contro il
"partito" trasversale della questione morale. Ora che il
giudice per le indagini preliminari di Napoli ha depositato alla
Camera una richiesta di custodia in carcere con l´infamante accusa
di "concorso esterno in associazione mafiosa", ne fa le
spese non solo la sua corsa come candidato governatore del
centrodestra - proposta, peraltro, avversata solo dal presidente
della Camera Fini,
mai da Berlusconi
, né dai tre coordinatori del partito. «Può restare
sottosegretario, un politico gravato da tali sospetti?», è il tema
che lancia ora, dalla Commissione parlamentare antimafia, l´esponente
del Pd Luisa Bossa.
Ora che il gip ha inviato la sua decisione a Montecitorio,
assumono un suono sinistro le parole pronunciate da Cosentino in
quel 27 settembre nel salone sontuoso del Reggia Palace di Caserta,
unico moto di stizza. «La candidatura? Non la possono scegliere i
frocetti di Roma», si lasciò sfuggire il sottosegretario quel
giorno, aprendo ufficialmente le ostilità con il suo
"nemico" Italo Bocchino.
Sei pentiti di camorra hanno fornito il materiale su cui il
giudice di Napoli ha fondato la sua richiesta di arresto, dopo l´accurato
lavoro del pool antimafia della Procura. Ma Cosentino, da questo
orecchio, non ha voluto mai sentire. «Io so soltanto che non ho
ricevuto avviso di garanzia, e che, dopo le indiscrezioni
giudiziarie di un anno fa, ho chiesto ai magistrati di essere
ascoltato. Vanamente».
Ha sempre preferito un altro linguaggio, Cosentino: quello
dei consensi, del riscontro nelle urne. «Il partito è cresciuto in
Campania grazie a me. Vinciamo da quando ci sono io, abbiamo 137
sindaci, tre Province e questo è un fatto. A Roma non possono non
tenerne conto», aveva sempre obiettato ai nemici interni ed esterni
al partito, giustificando così l´inelegante uscita contro
Bocchino.
Tetragono, il sorriso immutabile dietro gli occhiali
leggeri, un self control esibito in queste settimane con particolare
solerzia. «Io vado avanti», è stato lo slogan del politico nato a
Casal di Principe, comunità che ha contribuito all´elezione, alle
ultime politiche, di altri due parlamentari casalesi.
«Ma contro di me c´è un pregiudizio etnico» si è
ribellato Cosentino. L´ultima chiamata alle armi è di ieri
mattina, quando il segretario regionale ha convocato una riunione
nella sede del Pdl di piazza Borsa, a Napoli - la stessa dove, un
mese fa, misteriosi teppisti scaricarono sulla porta del Pdl una
notevole quantità di liquami. E per placare le voci dirompenti
sulla richiesta del carcere ha rassicurato i parlamentari: «Passerà
tutto, sono sereno. Vedrete, anche Fini si calmerà. E noi staremo
tranquilli»
[10-11-2009]
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ELARGIVA
STIPENDI D'ORO ORA L'EX RETTORE DEVE 100MILA EURO ALLO STATO...
L'ex rettore della Sapienza Renato Guarini è stato condannato dalla
Corte dei conti
a risarcire all'erario la somma di centomila euro (più interessi e
rivalutazione monetaria) e spese legali (317,72 euro). Si tratta di
una cifra che, secondo i giudici della contabili della Sezione
giurisdizionale per
la regione Lazio
, quantifica il danno arrecato alle casse pubbliche dallo stipendio
riconosciuto al direttore generale del Policlinico Umberto I Ubaldo
Montaguti, che superava di gran lunga il tetto stabilito dalla
legge.
In realtà Guarini aveva segnalato l'anomalia al presidente
della Regione Marrazzo, chiarendo che il contratto quinquennale
prevedeva uno stipendio di 240mila euro l'anno più il 20 per cento
di indennità al raggiungimento del risultato (il tetto massimo era
di 154mila euro). Marrazzo ridusse leggermente lo stipendio
(207mila) ma aumentò le indennità al 30 per cento.
11.11.09 |
l fratello di Walter-ego non paga le tasse (Avrebbe dovuto scendere
lui in politica lui!) - valerio Veltroni compra con la manodestra da
Veltroni valerio che con la mano sinistra ripaga Veltroni che così presta
alla destra di Veltroni i soldi per ricomprare dalla mano sinistra di
Veltroni - Il fratello di Walter è un po’ come la dea Kalì, e di mani
ne ha in abbondanza...
Franco Bechis per Libero
Alla fine non se la sono
sentita di chiudere gli occhi e passare le carte. Così i revisori
contabili della Tunda investimenti Italia di Valerio Veltroni, fratello
maggiore di Walter, il fondatore del Pd, hanno preso carta e penna e
scritto quel che nemmeno il fisco italiano aveva osato: «Guarda che le
tasse bisogna proprio pagarle». Già, perché nella Tunda investimenti
Italia (Tunda II) versare il dovuto al fisco da anni era considerato un
optional. E alla fine si sono accumulati debiti con l'erario per oltre
500mila euro. Di questi quelli semplicemente relativi al 2008 erano appena
30mila, quindi il vezzo andava avanti da un bel po'.
Come scrive il collegio
sindacale "la società ha omesso diversi versamenti di imposta,
seppure in una situazione di difficoltà di liquidità. Tali omissioni
sono reiterate e alcune riguardano anche gli esercizi precedenti. Il
collegio sindacale sulla base dei debiti fiscali al 31 dicembre 2008, ha
chiesto espressamente l'iscrizione in bilancio delle sanzioni derivanti
dai ritardati pagamenti delle imposte, dei contributi e delle ritenute
fiscali".
Una mitragliata messa nero su
bianco sul bilancio della società. Che ha costretto Veltroni sr. a
tentare anche lui una difesa nero su bianco, sostenendo che la società è
stata costretta a non pagare le tasse per la celebre crisi internazionale
che si è trasformata in crisi di liquidità anche per alcuni clienti
della Tunda II.
In sostanza, visto che i
clienti non pagavano Veltroni senior, lui si vendicava con il fisco. Ma
nel 2009- ha promesso il fratello dell'ex sindaco di Roma, la musica
sarebbe cambiata. «Tunda II», ha spiegato, «è entrata a fare parte di
un gruppo che fa capo a San crispino Holding srl e che ha visto nel 2008
costruirsi attorno alla finanziaria del gruppo e alla controllata Tundafin
spa una serie di investimenti nel settore immobiliare, finanziario e nelle
attività industriali».
Aria nuova, che riguarda
perfino le politiche di bilancio vecchie, ha spiegato Veltroni sr.: «È
risultato purtroppo confermato l'errore di valutazione dell'impostazione
della politica fiscale che ha generato quel debito fiscale che riportiamo
a bilancio 2008 e che costituisce una priorità nelle politiche
dell'esercizio 2009». Non solo, pronta anche la svolta nel business: «Ci
impegneremo», ha assicurato il fratello di Walter, «nel campo degli
investimenti per l'energia rinnovabile. Tale scelta è derivata inoltre da
una analisi della situazione generale economica di contesto che ha spinto
la società verso settori nuovi e di consistente prospettiva...».
A sentire parlare Valerio
Veltroni c'è da restare incantati più che a un comizio del fratello
Walter. Avrebbe dovuto scendere lui in politica lui. Ma il metodo di
famiglia è lo stesso: prendi due vecchi arnesi, li ridipingi con classe e
hai lì un bel partito modernissimo e nuovissimo o qui un bel gruppo
imprenditoriale che sembra rinato. Ma il difetto è proprio lo stesso.
Cambiata la proprietà della Tunda II? Oh, certo. Prima gli azionisti
erano due società presiedute da Veltroni Valerio e ora l'azionista è uno
solo di quel due, la San Crispino holding guidata da Valerio Veltroni.
E per altro proprio nell'anno
in cui questo passaggio di proprietà la società controllata di Veltroni
sr. che si dimentica di pagare le tasse (la Tunda II) presta alla società
che diventa sua unica azionista (la San Crispino Holding) 3 milioni di
euro, cifra che la San Crispino in parte utilizza per acquistare la Tunda
II (197.140 euro) e un'altra finanziaria del gruppo, la Tundafin (3,56
milioni di euro), anche questa manco a dirlo a guida Valerio Veltroni. La
incredibile partita di giro si chiude con un'altra operazione infragruppo:
la Tundafin appena acquistata dalla San Crispino grazie ai soldi prestati
dalla Tunda II (che per fare questo per l'ennesima volta manda in bianco
il fisco italiano), restituisce il favore, e compra per 3,8 milioni di
euro la quarta società del gruppo, la Tunda orange immobiliare (e chi la
guida? Sorpresa: Valerio Veltroni).
giampaolo mattei
Grazie a questa operazione la
Tunda II (che era azionista di maggioranza della Tunda orange immobiliare)
incassa 2,076 milioni di euro che le consentono di sistemare i guai
chiudendo perfino il bilancio 2008 con un utile di 2,047 milioni di euro.
È venuto il mal di testa a leggere? In fondo è semplice. Veltroni compra
con la manodestra da Veltroni che con la mano sinistra ripaga Veltroni che
così presta alla destra di Veltroni i soldi per ricomprare dalla mano
sinistra di Veltroni. Il fratello di Walter è un po' come la dea Kalì, e
di mani ne ha in abbondanza.
Tutto questo giro naturalmente
non è piaciuto al collegio sindacale, che ha rimarcato
"l'incongruenza della gestione finanziaria dei crediti infragruppo,
non procedendo la società energicamente nei confronti dei debitori
aziendali, ma addirittura, anche nel 2009, erogando prestiti ed
anticipazioni ad altre aziende del gruppo già debitrici nei suoi
confronti".
Le mani della dea Kalì-Veltroni
sono dunque ancora in azione anche se nessuna si sporge per dare al fisco
il dovuto. Nel frattempo al cda guidato da Valerio Veltroni è arrivata
una ultima tirata di orecchi: "Il collegio rileva altresì come
eccessive le spese sostenute dal cda per rappresentanza ed esorta lo
stesso ad adottare specifiche procedure che documentino puntualmente
l'inerenza di tali oneri".
[01-11-2009]
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PAROLA PER PAROLA, ECCO LA VERITA’ DEI QUATTRO RICATTATORI
“BENEMERITI” MARRAZZO COLTO SUL FALLO PIANGE E PREGA I CARRAMBA:
"IO HO UNA MIA DIGNITÀ E LA MIA POSIZIONE... VI PREGO AIUTATEMI...
SAPRÒ RICOMPENSARVI, VI AIUTERÒ NELL’ARMA" - MA QUANTI VIDEO CI
SONO? SBUCA UN MISTERIOSO ACQUIRENTE MA IL ROS SI FA BECCARE - "NEL
VIDEO DI CAFASSO IL TRANS ERA BIONDO" - NEL VIDEO PERSONE CHE VANNO
TUTELATE" - CHI ROSICA E CHI ROS. DA SIGNORINI A BELPIETRO, POI MONTI
E BRINDANI. C’E’ PURE MULE’ (E MAI FELTRI). COLPI BASSI E MIGNOTTATE
TRA GIORNALISTI PER AVERE IL VIDEO CHOC: “QUELLO PAGA DI PIU’”.
“NO ASPETTA, PANORAMA SALE COL PREZZO”. “LO VUOLE LIBERO”...
Gian Marco Chiocci e
Patricia Tagliaferri per 'Il Giornale'
Interrogato dai Ros, il maresciallo Nicola Testini vuota il sacco: «Ho
immediatamente compreso le ragioni per cui voi siete qua. (...) A luglio
un confidente, tale Cafasso Gianguarino, che girava nel mondo dei trans
(...), di recente deceduto, disse a me, Tagliente e Simeone che aveva un
video che ritraeva il presidente della Regione Lazio con un trans».
«HO UN VIDEO CON
MARRAZZO C'È UN TRANS E TANTI SOLDI»
«Cafasso ci chiese di aiutarlo a venderlo, se conoscessimo qualcuno a cui
poteva interessare. Gli dicemmo che avremmo visto se potevamo aiutarlo.
Poi lui è morto. Quindi abbiamo continuato da soli. Ho visto il video a
casa del collega Simeone, sul suo pc ed effettivamente ritraeva il
presidente Marrazzo vestito solo con una camicia, un trans, vicino a un
tavolo ove vi erano tanti soldi ed una striscia di sostanza bianca che
ritengo fosse cocaina (...).
Simeone, che si mosse più
degli altri per la gestione della fase di vendita, parlò con il collega
Tamburrino che ha un fratello fotografo inserito nell'ambiente delle
riviste di gossip. Tamburrino (...) ha iniziato una trattativa con
un'agenzia di Milano. Due referenti dell'agenzia, tale Carmen e il marito
di costei, si sono anche recati a Roma ove (...) si incontrarono con
Tagliente che gli fece visionare il video. (...)».
«IL CD CON L'ONOREVOLE È UN ALTRO, PIÙ
LUNGO»
«Da quel momento in poi è andata avanti la trattativa, con un altro
incontro tra Carmen, il marito, Simeone e Tamburrino. (...). Avevamo
intenzione di chiedere 60mila euro di compenso per la vendita del video ma
loro ci offrirono 50mila euro. Il provento lo avremmo diviso equamente noi
tre. Non so chi abbia fatto il video, so solo che era a spezzoni e molto
mosso. Non conosco il trans, so che si chiama Natalie, ma non so dove
eserciti la professione.
Nel video si sente il trans
che dice di essere Natalie. Il video da me visionato aveva una durata di
circa 13 minuti. (...) come vi ho già detto, ritraeva l'onorevole
Marrazzo nelle modalità suddette e ricordo che, dall'audio, si sentiva
che lo stesso proferiva le seguenti parole «Io sono il presidente e ci
sono dei giornalisti». Mi sembrava un fotomontaggio poiché il video si
fermava e riprendeva».
«VOI DEL ROS CI
SEGUIVATE E CI AVETE INSOSPETTITO»
«(...) Il video lo abbiamo distrutto circa 5-6 giorni fa perché il
pomeriggio di circa un mese fa avevamo notato un collega che sapevo
facesse servizio presso il Ros. Lo stesso si trovava davanti al bar Vanni
con una ragazza. Ciò mi insospettì. In un'altra occasione, di pochi
giorni dopo, notai un altro ragazzo, a bordo di uno scooter, che sembrava
osservarmi. Mi avvicinai e gli chiesi i documenti. Appuravo fosse un
collega e lo stesso mi riferiva essere del reparto operativo di Roma
(...). Da quel momento sentivamo di essere sempre seguiti e osservati e la
cosa destò la nostra preoccupazione, soprattutto la mia. Più volte
tentai di convincere gli altri a distruggere il video e a tirarci fuori
dalla vicenda. Ero, infatti, sicuro che avremmo avuto guai (...)».
«UN'OPERAZIONE DI
ROUTINE MA IN CASA C'ERA QUEL VIP»
Tocca al carabiniere scelto Carlo Tagliente: «Nei primi giorni di luglio
2009, credo, se non ricordo male, fosse il 3, unitamente al mio collega
Simeone Luciano, ho avuto un contatto con un confidente legato al mondo
dei transessuali, tale Cafasso Gianguarino. Preciso che quest'ultimo era
un confidente del maresciallo Testini Nicola, ma (...) è diventato anche
mio confidente. Come vi dicevo quel giorno ci chiamò, non ricordo come e
su quale utenza, noi (io e Simeone) andammo all'appuntamento e lui ci
disse che (...) si stava svolgendo un festino con dei trans all'interno di
un appartamento di Roma, via Gradoli (...).
Ivi giunti, nella tarda
mattinata - primo pomeriggio (ora di pranzo), bussammo alla porta
dell'appartamento qualificandoci come carabinieri. Aprì un viados di
pelle scura, moro di capelli. Noi entrammo e ci trovammo di fronte una
persona di sesso maschile che riconoscemmo subito essere il presidente
della Regione Lazio Piero Marrazzo. Alla vista di questa personalità ci
trovammo in gravissimo imbarazzo anche perché indossava solo una maglia
intima e le mutande per cui non sapemmo veramente cosa fare.
Lui ci pregò con gli occhi
lucidi di non fare nulla perché ci diceva «io ho una mia dignità e la
mia posizione... vi prego aiutatemi... saprò ricompensarvi, vi aiuterò
nell'Arma». Quindi ci disse che avrebbe potuto aiutarci se volessimo un
trasferimento. Io purtroppo devo dirvi che ho una grave situazione
familiare, perché ho un nipote di 5 anni in gravissime condizioni. La
voglia quindi di cercare di rendermi utile alla mia famiglia mi ha fatto
ritenere che veramente avrebbe potuto aiutarmi».
PRIMA CHE ANDASSIMO
VIA MI CHIESE IL CELLULARE»
«Noi (...) non avevamo individuato nessuna cosa pertinente a qualunque
tipo di reato, per cui anche perché non sapevamo veramente cosa fare,
abbiamo deciso di andarcene senza fare nulla per timore della personalità.
Io prima di andarmene, su sua richiesta, gli lasciai l'utenza che io
utilizzavo normalmente per i contatti con i confidenti necessari al mio
lavoro.
Devo precisare che questa
utenza io l'ho dismessa circa 10 giorni dopo perché ero intimorito,
imbarazzato dalla possibilità che lui potesse chiamarmi. (...) Circa 15
giorni dopo questo evento (...) verso la fine del mese di luglio, (...)
Cafasso (...) ci disse che era entrato in possesso, senza specificare
come, di un video che ritraeva il citato presidente Marrazzo mentre si
trovava in compagnia di un trans in atteggiamenti ambigui. Ci chiese (...)
di aiutarlo a ricavare qualcosa da questo video. In termini di soldi,
intendo».
«NEL VIDEO DI CAFASSO
IL TRANS ERA BIONDO»
«(...) Andammo quindi con lui in zona Cassia e a bordo della sua auto ci
fece vedere il video su un suo pc portatile. Effettivamente il video
conteneva il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo che si trovava
in un luogo chiuso in compagnia di un trans biondo, questa volta, vicino a
un tavolo ove vi era un piatto con delle strisce di una sostanza bianca
polverosa. Alla fine del video, che peraltro era molto mosso e frammentato
tanto da farci inizialmente pensare a un fotomontaggio, vi era anche
un'autovettura tipo Lancia Thesis a mia memoria di colore scuro, ripresa
lungo una strada.
In quella occasione, poiché
noi palesammo l'idea di aiutarlo senza però dargli alcuna rassicurazione,
Cafasso ci diede il video in un cd rom o dvd (...) che io e Simeone
nascondemmo in una zona di campagna sulla via Trionfale vicino al Ponte
Nuovo. Preciso che il video da me visto durava 2-3 minuti ed era comunque
breve. (...) a settembre di quest'anno Cafasso morì d'infarto in un
albergo sulla via Salaria. (...) Ci trovammo quindi con la copia del
filmato in mano e pensammo di proseguire nel tentativo di venderlo».
«LA TRATTATIVA PER LA
VENDITA SU DUE DIVERSI CANALI»
«(...) nel frattempo Simeone, tenendoci comunque al corrente, aveva
instaurato rapporti finalizzati alla vendita su due diversi canali: il
primo con tale Riccardo, un imprenditore che a me non è mai piaciuto, che
per quanto di mia conoscenza fu presentato a Luciano da un suo confidente,
tale Ottavio. Voglio precisare fin d'ora che questa situazione non ha
portato a nulla anche se Riccardo con tale Massimo (...) ebbero modo di
visionare il filmato sotto casa di Luciano attraverso un pc di un
coinquilino dell'epoca di Luciano stesso. (...)
Sempre su di loro, per quanto
mi disse Luciano, posso dire che non erano loro i diretti acquirenti del
video ma stavano agendo per conto di altri che non conosco. Prima di
concludere questo aspetto della vicenda devo dirvi che Luciano e Testini
durante un incontro con Riccardo - non so dirvi quando perché non ero
presente - notarono un maresciallo del Ros che stava con una ragazza
davanti al bar Vanni per cui si insospettirono. Questo fu un primo
campanello di allarme (...); il secondo canale fu attraverso Tamburrino,
ossia un carabiniere della stazione Roma-Trionfale che Luciano attivò
sapendo che aveva un parente fotografo».
«L'AGENZIA CI
ASSICURAVA UNA COMPRAVENDITA LEGALE»
«(...) la trattativa è stata incanalata verso un'agenzia di Milano di
cui poi io ho avuto modo di conoscere tali Max, una donna e il marito di
quest'ultima (...). Feci vedere nell'occasione il video alla donna e
all'uomo in sua compagnia. I due vennero all'appuntamento con il
carabiniere Tamburrino e tale Max. Questi ultimi due, in questa
circostanza, non hanno assistito alla visione del video avvenuto a bordo
della mia autovettura Mercedes Classe B.
Attraverso questo canale ci è
stato offerto il compenso di 50mila euro. Noi valutammo positivamente
l'offerta perché ci fu assicurato che questa agenzia avrebbe potuto
commercializzare il video in modo assolutamente legale. Poi però un
giorno, non vi posso dire quando con esattezza, ma posso dirvi che era
successivo all'incontro del bar Vanni dove fu visto un maresciallo del Ros
conosciuto da Testini, durante un servizio di ocp avemmo modo di notare un
uomo a bordo di un motociclo tipo T-Max fermo di fronte al ristorante bar
«Al Cocomerino» di via Cortina d'Ampezzo.
Credendo che fosse un soggetto
che si doveva incontrare con uno dei nostri indagati lo fermammo e il
maresciallo Testini gli chiese i documenti. Questa persona glieli diede e
il maresciallo Testini gli chiese se fosse un collega. Ricevuta risposta
positiva e avendo appreso che stava lì per un servizio poiché lui ci
disse «o ci stiamo noi o voi, non possiamo starci in due», noi decidemmo
di andare via per non dare fastidio.
Tuttavia riflettendoci
successivamente la cosa sembrò strana e ci fece preoccupare ancor di più,
io quindi pregai gli altri di lasciar perdere, ma solo 5-6 giorni fa
decidemmo di distruggere il video (...). Non so veramente spiegare come
possa essermi trovato in una posizione tale, è stata una debolezza
imperdonabile.
Feci d'accordo con i miei
colleghi una copia del video attraverso il masterizzatore del mio pc
portatile (...). Entrambe le copie furono distrutte da me Luciano e
Testini 5 o 6 giorni fa spaccandoli in più pezzi e gettandoli in un
bidone dell'immondizia vicino alla caserma sede della compagnia Trionfale
(...)».
Ecco poi il verbale di Luciano
Simeone. «(...)Vi dico subito che il video che voi sicuramente state
cercando lo abbiamo distrutto circa 5/6 giorni fa. (...) ci siamo trovati
con questa copia di cd di circa tre minuti che dopo una visione ritraeva
una persona che sembrava il presidente della Regione Lazio con un trans e
della polvere bianca su un tavolo.
Non so chi abbia fatto il video, so solo che era a
spezzoni ed era molto mosso. (...) tutto è naufragato poiché ci siamo
spaventati e abbiamo deciso di distruggere il video 5,6 giorni fa, quando
abbiamo capito che avevamo fatto una cosa sbagliata. Lo abbiamo capito
anche quando abbiamo notato uno di voi al bar Vanni e anche al bar
Cocomerino, che era conosciuto da Testini Nicola».
IL «MISTERIOSO»
RICCARDO E GLI ACQUIRENTI MANCATI
«In quell'occasione stavamo incontrando un imprenditore tale Riccardo
presentatoci da un mio conoscente tale Gramazio Ottavio per vedere se
conoscesse qualche agenzia interessata. Anche in questo caso non abbiamo
fatto niente. Un'altra persona conosceva la vicenda del video, ossia tale
Pietro Colabianchi, un imprenditore edile che ha delle case in Sardegna
ove io sono andato in vacanza questa estate. Non so se abbia fatto
qualcosa per venderlo. (...)
Lo avevamo nascosto dentro una
custodia sotterrato sotto un ponte nella zona di La Storta. Cafasso aveva
un'altra copia ma non so dove la tenesse (...)». Antonio Tamburrino: «A
inizio luglio son stato contattato dai miei colleghi Simeone Luciano,
Tagliente Carlo e Testini Nicola i quali mi chiedevano se conoscevo
qualche giornalista appartenente a testate scandalistiche. Suppongo mi
abbiano avvicinato a causa del fatto che ho delle amicizie nel citato
ambito giornalistico. Preciso che in quella occasione non mi venne
specificato il motivo per il quale mi chiedevano se conoscessi qualche
giornalista.
«TANTI GIORNALISTI
AMICI HANNO VISTO IL MATERIALE»
Alla richiesta dei tre colleghi rispondevo che avrei fatto loro sapere
qualcosa. Dopo una decina di giorni ho incontrato presso il locale
"Cacio e Pepe" sito in Roma nel quartiere Prati, da me
occasionalmente frequentato, tal Max Scarfone, che sapevo essere un
paparazzo, al quale dicevo che alcuni miei amici erano intenzionati a
fargli vedere un qualcosa che poteva essere d'interesse per il suo lavoro.
(...) dopo qualche giorno mi sono incontrato con Scarfone nei pressi di
piazzale Clodio e (...) siamo giunti in una casa sita nei pressi della via
Cassia dove ad attenderci c'era Tagliente Carlo. (...)
C'era inoltre un pc portatile
attraverso il quale il Tagliente ha fatto visionare a Scarfone un filmato
(...) che ritraeva una donna, presumibilmente un transessuale, e un uomo
che mi sembrava essere il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo.
(...) Si notavano inoltre banconote di vario taglio. (...) Scarfone chiese
informazioni circa la effettiva durata del video, nello specifico se
quella visionata fosse solo una parte o l'intero filmato. Il Tagliente
rispose che c'era un'altra parte del video, ma che non poteva essere vista
in quanto c'erano delle parti che dovevano essere tagliate poiché erano
riprese delle persone che dovevano, a suo dire, essere tutelate».
«NELLE RIPRESE
PERSONE CHE VANNO TUTELATE».
«Non ricordo se questa specificazione fu fatta in quella sede o
successivamente mi fu fatta dal Simeone. (...)Verso la fine di settembre
la signora Carmen venne nuovamente a Roma (...) chiese (...) da chi fosse
stato girato. Simeone rispose che era stato girato da un altro trans il
quale lo aveva poi a loro consegnato. (...) Ricordo di essere partito il 5
ottobre (...) mi sono recato nell'ufficio della signora Carmen e del
marito Mimmo, a Milano, in viale Monza (...).
Non so cosa la signora Carmen
abbia fatto con il video, mi disse però che lo aveva fatto visionare alla
Mondadori e aggiunse che i dirigenti avrebbero riferito del contenuto del
video al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. (...) Proposi quindi
di fissare un incontro per stabilire il prezzo di vendita. (...) lo
Scarfone ed il Simeone in tale occasione si accordarono per la somma di
55mila euro che doveva essere consegnata in contanti a Milano. (...).
Nulla so dire circa le modalità della consegna in quanto sarebbe dovuta
avvenire nella giornata del 21-10-2009 e non abbiamo avuto il tempo di
accordarne i modi (...)».
PARLA LA SIGNORA PHOTOMASI. DA SIGNORINI A BELPIETRO, POI MONTI E BRINDANI., C'E' PURE MULE' (E MAI FELTRI). COLPI BASSI E MIGNOTTATE TRA
COLLEGHI PER AVERE IL VIDEO CHOC: "QUELLO PAGA DI PIU'".
"NO ASPETTA, PANORAMA SALE COL PREZZO". "LO VUOLE
LIBERO". E ANGELUCCI SI VEDE E RIVEDE IL VIDEO DEL GRAN NEMICO
ATTOVAGLIATO AL TRANS
di Carmen Pizzuti dell'Agenzia Photomasi. «Considerando l'appetibilità
del filmato proposto dal freelance Scarfone, contattavo Umberto Brindani,
coordinatore di Oggi che mi fissava un appuntamento (...) con il direttore
Andrea Monti(...). Mi proponevano di recarmi a Roma insieme al giornalista
Giangavino Sulas (...) con il quale vidi il filmato a casa di un uomo di
carnagione scura(...).
Dopo dieci giorni Brindani con
Monti mi riferivano che non erano disposti ad acquistare il video (...).
Fallita la trattativa con Rizzoli (Oggi) contattavo a ottobre Mondadori.
Ad Alfonso Signorini proposi il filmato senza specificarne il contenuto,
poi l'ho incontrato qualche giorno dopo a Mediaset a Cologno. Signorini
diceva che poteva interessare ma doveva consultarsi e che era necessaria
la visione (...).
Il 5 ottobre incontriamo
Antonio che ci consegnava un cd (...) quindi siamo andati a Segrate da
Mondadori dove ci attendeva Signorini che data la sua riservatezza e per
il fatto che non conosco il direttore di Panorama, Mulè, rappresentava
per me il tramite più affidabile per entrature in Mondadori.
Signorini alla fine è
riuscito a visionare il tutto. Ci ha chiesto di lasciargli il cd per
consentire la visione ad altri membri della Mondadori (...). Acconsentivo
a che si copiassero il filmato facendomi rilasciare una ricevuta firmato
da Signorini.
ANGELUCCI
Tornavo da Antonio al quale
ribadivo (...) che la richiesta sarebbe stata intorno ai 100mila euro (70%
a loro) però per concludere dovevamo avere fisicamente il filmato qui a
Milano, visto che avevo nascosto ad Antonio il fatto di aver fatto fare
copia del filmato a Signorini. Antonio acconsentiva, mio figlio faceva una
copia(...).
Dopo qualche giorno, Signorini
mi ha richiamato dicendo che ci poteva essere un interesse da parte di
Libero, con compenso di 100mila euro, chiaramente con pubblicazione del
tutto (...). Scarfone rispondeva che i soggetti non erano più interessati
a concludere ma provavo a convincerlo a chiudere la trattativa (...).
Chiamavo Signorini, che mi
diceva che Belpietro, direttore di Libero, mi avrebbe contattato (...). Il
10 ottobre verso le 19,30 mi ha telefonato Belpietro che mi invitava il 12
ottobre, alle 15,00, nella redazione di Libero. Belpietro esordiva
dicendomi che avevo qualcosa da fargli vedere, cosa che non potevo fare
perché non avevo con me il cd (...).
Diceva di essere a conoscenza
che a Roma da circa tre settimane girava la voce che esisteva un video
ritraente Marrazzo mostrandomi tra l'altro un sms ricevuto da (...)
giornalista, con il quale lo informava dell'esistenza del filmato in
parola, e se non ha capito male con due trans e il noto personaggio, ed in
vendita a 20mila euro (...). Dopo ulteriore telefonata con Signorini,
dovevo incontrare il 14 ottobre, l'editore del quotidiano.
Il 14 ottobre, verso le 12,00, l'editore Angelucci (che smentisce, ndr) è
venuto qui alla PhotoMasi, ha visionato il filmato dimostrandosi
interessato, con indicazione di una risposta entro le ore 19,00 della
stessa sera (...). Poi mi ha contattato Signorini dicendo di fermare tutto
perché Panorama era molto interessato al tutto e dovevano decidere chi
doveva pubblicare. Alle 19,00 mi ha chiamato Angelucci a cui ho detto che
per il momento dovevamo fermarci.
Il 19 ottobre Signorini mi ha
telefonato dicendomi che mi avrebbe chiamato Marrazzo perché la cosa, per
ovvi motivi, interessava direttamente lui. Il 19 ottobre mi contattava una
persona che si presentava come Piero Marrazzo e, dopo un attimo di
silenzio, gli dicevo «mi dica», senza ricevere risposta, dopo chiedevo
«ci dobbiamo vedere?» e mi rispondeva di sì (...).
A questo punto precisavo che
l'incontro si sarebbe dovuto svolgere alla presenza del mio legale,
ricevendo come risposta il suo assenso e che entro mercoledì mi avrebbe
fatto chiamare da un suo rappresentante (...). Ieri 20 ottobre, alle 19,14
ho ricevuto una telefonata: «... buonasera, dottor Marrazzo»,
l'interlocutore maschile mi rispondeva di non essere il Marrazzo ma la
persona incaricata dallo stesso di venire a Milano (...). Subito
contattavo il soggetto concordando l'incontro per le 20 di oggi. Da quel
momento non ho più avute notizie».
[31-10-2009]
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IL VERO SCANDALO? QUELLO ESTETICO - IL CONTRASTO FRA LA BELLEZZA DELLA
MOGLIE DI M’ARRAZZO E LA BRUTTEZZA DEI TRANS È LANCINANTE – DUE
GROTTESCHI MASCHERONI CHE NON SAREBBERO ANDATI BENE NEPPURE PER LA ROMA
DEL SATYRICON FELLINIANO – SE TI CAPITA EVA ROBIN’S È COMPRENSIBILE
UN ABBAGLIO. MA la BRENDONA…
Stefano Lorenzetto per "Il
Giornale"
brenda_marrazzo.jpg
Un aspetto del penosissimo caso Marrazzo turba più d'ogni altro ed
è quello estetico. Ma li avete visti i transessuali brasiliani con cui
pare fosse solito accompagnarsi, a pagamento, il presidente della
Regione Lazio? C'è Natalie, un'ibridazione fra un dittatore di qualche
isola della Sonda e una Nina Moric con sei taglie in più. C'è Brenda,
soprannominata dai colleghi la Brendona, con le orecchie a sventola, le
mani da manovale e la barba che affiora dal fard, perché le prolungate
cure ormonali possono fare tanto ma non tutto.
Due grotteschi mascheroni che non sarebbero andati bene neppure per
la Roma del Satyricon felliniano, anche se là era la malfamata Suburra,
babelico serraglio di relitti umani fra il Celio e l'Esquilino, mentre
qui è l'elegante Cassia, con le sue pretese di raffinatezza. L'unico
elemento in comune fra una donna e i due prostituti brasiliani sono i
seni, peraltro interamente costruiti col silicone.
Poi guardi le foto di Roberta Serdoz, che di Piero Marrazzo è la
legittima consorte, e lo sconcerto aumenta. Il contrasto fra la bellezza
della moglie e la bruttezza dei trans è lancinante. Evidentemente alla
carinissima telegiornalista della Rai manca qualcosa rispetto agli altri
competitor che avevano ammaliato il marito.
Non andò diversamente nel precedente caso di un Vip scoperto in
compagnia di un transessuale. Mi riferisco a Lapo Elkann, che uscì in
coma dall'appartamento torinese di Patrizia, all'anagrafe Donato Brocco,
un travestito pugliese di un quarto di secolo più anziano di lui e che
ciò nonostante il nipote di Gianni Agnelli preferiva talvolta
all'avvenente attrice Martina Stella. Inspiegabile.
Personalità femminili imprigionate dentro corpi maschili, e
viceversa, ce ne sono sempre state e sempre ce ne saranno: si chiama Dig,
disturbo identità di genere, ed è riportato nei manuali diagnostici di
psichiatria (anche se i legislatori dell'Unione europea sono alacremente
al lavoro per promuovere l'ideologia del «gender», che vorrebbe
trasformare la genetica, e quindi i due sessi, in un fatto culturale,
una condizione sociale, un dato modificabile, in modo che eterosessualità,
omosessualità, lesbismo, bisessualità e transessualità diventino
semplici variabili del comportamento umano).
Così come ci sono sempre stati e sempre ci saranno uomini che a un
certo punto della loro vita si sottopongono a una correzione, prima
farmacologica e poi chirurgica, per far coincidere le loro inclinazioni
psichiche col sesso biologico di cui la natura per errore li ha
provvisti. Non è il caso dei viados frequentati da Marrazzo, che
modificano malamente il loro aspetto con la prima terapia per rendersi
desiderabili come femmine ma evitano accuratamente la seconda, che li
priverebbe per sempre della dotazione più richiesta da questo tipo di
prostituzione e quindi li lascerebbe senza lavoro.
Dev'essere un patologico istinto all'abbruttimento e
all'autopunizione che induce uomini di potere, gratificati dalla
notorietà e da ogni altro genere di soddisfazioni, a cercare l'estasi
in siffatte simildonne. Spiace rilevarlo, ma certi personaggi pubblici
del passato avevano molto più gusto in materia. Le leggende di Palazzo
narrano della spiccata predilezione bipartisan per la bellezza androgina
di Eva Robin's, al secolo Roberto Maurizio Coatti, attore e showman
bolognese di aspetto e voce femminili ma dotato di genitali maschili, il
quale ebbe per amante un famoso politico della prima Repubblica («non
democristiano», ci tenne a precisare in un'intervista).
Nell'agosto scorso, inviato dal Giornale a Ponza, ho stentato a
riconoscere Roberto in Eva, che insieme a un corpulento accompagnatore
dai tratti assai virili (amico? fidanzato? marito?) aveva preso posto
davanti a me sull'aliscafo salpato da Anzio e poi era stata ospitata dal
tassista, data la penuria di auto pubbliche sull'isola, a bordo della
600 Multipla dove già mi ero seduto io. Nel breve percorso dal porto
all'hotel Santa Domitilla, ogni tanto Eva Robin's fischiettava come un
capomastro, quasi tradisse un certo imbarazzo, e questo è stato l'unico
indizio di mascolinità che ho potuto osservare in lei.
Per il resto, ho compreso perché un mio amico sciupafemmine, che
s'era ritirato a vivere a Lampedusa, nel periodo del rampantismo
dilagante avesse perso la testa per questo trans che ospitò un'estate
nel suo dammuso: anche oggi, a quasi 51 anni, rimane una donna
affascinante. Insomma, comprensibile un abbaglio.
Ma nel caso Marrazzo siamo al trionfo dello sconcio, a un qualcosa
che, avvenendo sui colli fatali, assomiglia maledettamente alla
decadenza, alla corruzione e all'immoralità che decretarono il crollo
dell'Impero romano d'Occidente. I tempi presenti volgono inesorabili
verso il brutto in tutte le sue forme, c'è poco da fare. È un declino
inarrestabile fatto di brutte case, brutti monumenti, brutte chiese,
brutta arte, brutta musica, brutti film, brutti programmi tv, brutta
gente, brutte carriere, brutti amori.
eva
robins nuda
Brutti tempi, appunto. Anzi bruttissimi, se persino accanto al Papa
continua ad apparire, in veste di cerimoniere pontificio, un monsignore
perfidamente soprannominato Jessica, che il fotografo Umberto Pizzi
immortalò insieme con Amanda Lear e variopinte drag queen a un
ricevimento dello stilista Gai Mattiolo, un nome un destino, poi
arrestato per bancarotta fraudolenta. E il reverendo non si limitava a
benedire l'eterodosso salotto bensì, come documenta il libro Cafonal
(Mondadori), si divertiva a riprendere la festa trash con la fotocamera
del suo cellulare.
Intendiamoci, non mi scandalizzo più di tanto. De gustibus non est
disputandum. Da che mondo è mondo, i costumi tralignano sempre verso il
peggio. Ero un cronista alle prime armi quando un maresciallo dei
carabinieri mi spiegò con una rozza ma efficace perifrasi che anche lì
in provincia, dov'ero andato ad aprire una redazione del quotidiano
locale, i maschietti cominciavano a rivolgersi a meretrici
d'importazione «attrezzate per la ricezione su primo, secondo e terzo
canale».
Ora è stata aggiunta l'antenna e Raitre riscuote l'audience più
alta. Resta il fatto che 10 milioni d'italiani in cerca di rapporti
mercenari ogni notte (e anche di giorno, come si sospetta facesse
Marrazzo con l'autoblù di servizio) costituiscono un sicuro presagio
dell'imminente dissoluzione dell'impero.
Mi torna in mente ciò che mi disse nel 2003 un profeta inascoltato,
don Oreste Benzi: «Ci sono deputati, calciatori e industriali che
pagano 1.000 euro a notte per avere una donna italiana di alto livello».
(Marrazzo fino a 5.000, si ipotizza, o comunque cifre che non trovavano
giustificazione alcuna, né di sesso, né di nazionalità, né di
livello).
«E dov'è che vanno a prendere i soldi? I parlamentari non sono
forse pagati con le tasse degli artigiani e degli operai? Ma lo sa che
quando uno prende quel vizietto lì, ci deve andare almeno due volte a
settimana?». (E puntualmente La Stampa ha parlato della «frequentazione
costante, almeno un paio di volte a settimana, di Marrazzo con diversi
trans»).
Concludeva don Benzi: «Sono tutti ladri, tutti ladri. Si fanno a
nostre spese la prima casa e la seconda casa, la prima macchina e la
seconda macchina, la prima donna e la seconda donna». Sant'uomo,
s'ingannava solo sul sesso ondivago delle concubine.
Questo è lo spettacolo che va in scena sotto gli occhi dei nostri
figli. Ora si capisce meglio perché lo scrittore Marco Lodoli, che non
ha mai smesso di fare anche il professore di lettere, abbia fotografato
così la generazione che incontra ogni mattina nelle aule di scuola: «A
14 anni sono saturi di tutto quello che hanno visto e sentito: la cosa
più difficile per me è trovare un vuoto. Loro sono già colmi come
bignè di crema andata a male». Dio ci salvi dai pasticcieri.
[29-10-2009]
CORONA RISORGE COME LA FENICE (SRL) - IL TESORETTO DA 1,5 MLN
DELL’IDOLO DI VALLETTOPOLI – MALGRADO LE DISAVVENTURE GIUDIZIARIE, LA
SOCIETÀ CHE ORGANIZZA SPETTACOLI E SFILATE DI MODA, RESTA UNA MACCHINA DA
SOLDI - ECCO I CONTI BANCARI E IL DENARO DELLA SRL DEL FOTOGRAFO CHE DA
IERI RISCHIA 7 ANNI DI GALERA…
Stefano Sansonetti per "Italia
Oggi"
Il pubblico ministero che ne ha chiesto la condanna a 7 anni,
nell'ambito del processo per i presunti «fotoricatti» ad alcuni vip,
lo ha definito «accecato dal denaro». E ha sostenuto, nella
requisitoria, che Fabrizio Corona avrebbe agito come un'autentica «macchina
da soldi». Accecato o non accecato, e comunque in attesa dell'esito del
processo, un dato sembra certo: Corona, nonostante le disavventure
giudiziarie, continua a far soldi, tanti soldi. Se n'è accorta
ItaliaOggi, andando a spulciare nei conti delle società che ancora oggi
fanno capo al fotografo, in particolare la Fenice srl, costituita
nell'aprile del 2007 a Milano.
Si tratta di una società, come si apprende dalla nota integrativa
dell'ultimo bilancio di esercizio chiuso al 31 dicembre 2008, che si
occupa di «fornitura di attività di consulenza, progettazione,
organizzazione, e realizzazione di spettacoli, manifestazioni,
rappresentazioni, mostre e sfilate nel campo della pubblicità,
dell'arte e della moda». Il suo amministratore unico è proprio Corona,
che ne detiene anche il 99% del capitale (il restante 1% è in mano al
legale del fotografo, ovvero Tommaso Delfino).
Diciamo subito che la Fenice, nome che evoca il concetto di
rinascita, ha accusato nel 2008 il periodo di crisi. Le sue performance,
seppure in calo, stanno però a testimoniare che gli affari del
fotografo hanno comunque tenuto. Il fatturato è stato di 1.317.392 euro
(in calo rispetto ai 2.141.594 del 2007) e l'utile di 224.769 euro
(anche questo in calo rispetto agli 865.224 dell'anno precedente).
Dalle pieghe del bilancio, tra l'altro, viene fuori un patrimonio
netto di quasi 1,1 milioni, con utili portati a nuovo (ed eventualmente
distribuibili) per 863 mila euro. La cifra che però salta di più
all'occhio è proprio quella delle disponibilità liquide. Parliamo, per
la precisione, della bellezza di 1.566.914 euro, più che raddoppiati
rispetto ai già cospicui 755.531 dell'anno precedente. Nel dettaglio,
la nuova liquidità è composta per 1.556.934 euro da depositi bancari e
per 9.880 euro da denaro in cassa.
a
Insomma, si può dire che la Fenice-Corona abbia trovato il tempo di
risorgere dalle ceneri di vicissitudini giudiziarie e non. Vicende che,
tra l'altro, hanno portato al crepuscolo quello che un tempo era il
gioiello del fotografo, ovvero l'agenzia Corona's, in fallimento dal 4
dicembre del 2008. Peraltro gli affari di Corona non si esauriscono
soltanto alla Fenice srl.
Il fotografo, infatti, vanta anche il 100% della Toy Boy, una società
a responsabilità limitata nata il 13 novembre del 2008. La srl, che
risulta attiva ma è troppo giovane per poter essere valutata nelle sue
performance societarie, opera nel settore dell'abbigliamento. Il suo
amministratore unico, invece, è Marco Bonato, fido collaboratore di
Corona sin dai tempi dell'agenzia fotografica. Anche Bonato è stato
coinvolto nell'affaire dei presunti fotoricatti ai vip, ma ieri ne è
stata chiesta l'assoluzione da parte del pubblico ministero Frank Di
Maio.
[30-10-2009]
|
L GRANDE VECCHIO Delle brigate rosse SE N’È ANDATO COME IL FU
MATTIA PASCAL: in silenzio e in un giorno imprecisato del 2008, lontano
dallo sguardo indiscreto del mondo – LA BIOGRAFIA AVVENTUROSA DI CORRADO
SIMIONI: TRA BR E STUDI PIRANDELLIANI CREÒ IL SUPERCLAN SEGRETO CON
MORETTI - LA SCUOLA “HYPERION” PER MOLTI IL PUNTO DI COLLEGAMENTO TRA
TERRORISMO INTERNAZIONALE E SERVIZI…
Miguel Gotor per "Il
Sole 24 Ore"
Se è vero che è morto, è uscito di scena come ci saremmo
aspettati, imitando un personaggio pirandelliano, ad esempio Il fu
Mattia Pascal: in silenzio e in un giorno imprecisato del 2008, nel
cuore della campagna francese ove abitava da molti anni, lontano dallo
sguardo indiscreto del mondo. Lo ha scoperto il giornalista Giovanni
Fasanella che voleva entrare in contatto con lui per intervistarlo, ma
al telefono una voce impastata di ferma cortesia gli ha risposto: «No,
mi spiace, Corrado Simioni è deceduto».
Ai più il suo nome non dice nulla e in effetti poco si sa di lui
anche se visse un momento di celebrità nell'aprile 1980 quando Bettino
Craxi, alludendo all'esistenza di un "grande vecchio" delle
Brigate rosse che sarebbe stato in grado di tirare i fili della
sovversione armata in Italia, delineò un ritratto che gli calzava a
pennello. Il segretario socialista infatti disse che andava cercato «tra
quei personaggi che avevano cominciato a fare politica con noi e poi
erano scomparsi e magari sono a Parigi a lavorare per il partito armato».
Si racconta che Simioni si risentì di questa improvvisa accusa e che
fra i due vecchi amici e compagni di lotta politica nella Milano
socialista e autonomista della prima metà degli anni 70 fosse avvenuto
un chiarimento in cui Craxi spiegò che non aveva voluto alludere alla
sua persona. Eppure è bastato quest'episodio per alimentare un motore
che in Italia - quando si parla di terrorismo e non solo - tende a
girare a pieno regime, quello della dietrologia.
Va detto che Simioni, con la sua avventurosa biografia, forniva
alcuni appigli, o meglio degli acuminati spunzoni di roccia, che lo
studioso di storia farebbe bene a non afferrare con leggerezza quando
prova a scalare a mani nude le ripidi pareti della cosiddetta verità
storica. Di certo Simioni fu tra i fondatori nel '69 del Collettivo
politico metropolitano insieme con Renato Curcio, un compagno di strada
da cui avrebbe presto separato il suo destino.
È Curcio ad avere raccontato che Simioni partecipò, nell'estate del
'70, al convegno di Pecorile, l'atto di fondazione delle Br. Secondo la
testimonianza di Curcio proprio in quell'occasione Simioni si
contraddistinse per il suo radicalismo ideologico e per il progetto di
alzare da subito il livello dello scontro armato. A quanto sembra fu
messo in minoranza e si allontanò dal nucleo originario con il suo
" Super clan", di cui facevano parte anche Prospero Gallinari
e Mario Moretti, che qualche tempo dopo avrebbero compiuto il percorso
inverso per rientrare nelle Br.
Simioni, invece, sarebbe rimasto nel "Super clan" con i
suoi amici Vanni Mulinaris, Duccio Berio e Françoise Tuscher, nipote
dell'Abbé Pierre, con l'obiettivo di creare una struttura chiusa e
sicura, super clandestina appunto, che potesse condizionare dall'esterno
la lotta armata in Italia.
Ex br come Michele Galati e Antonio Savasta hanno raccontato che
Moretti, negli anni 70, mantenne i rapporti con Simioni e i suoi amici
che nel frattempo si erano trasferiti a Parigi ove avevano aperto una
scuola di lingue chiamata "Hyperion" con succursali aperte e
subito chiuse anche Roma, il caso vuole proprio durante il sequestro
Moro.
È vero anche che nel 1965 Simioni fu allontanato dal Psi,viaggiò
per l'Europa, in particolare in Germania, dedicandosi a studi di
teologia e lavorò per qualche anno presso la Mondadori. Della sua
attività editoriale interessa soprattutto lo studio dell'opera di Luigi
Pirandello di cui ha curato, fra l'altro, libri dai titoli significativi
come "I vecchi e i giovani" e "Sei personaggi in cerca
d'autore".
Non sappiamo se Simioni sia stato il "grande vecchio" della
lotta armata nel nostro paese come adombrato da Craxi, anzi dubitiamo
che quel tragico fenomeno abbia avuto bisogno di simili semplificazioni,
ma certo in questa storia molto italiana non poteva mancare Pirandello:
così è, se vi pare.
[29-10-2009]
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N morte di Stefano Cucchi - quel viso, quel corpo massacrati noi li
mostriamo a voi perchè non c’è legge, regola o procedura che possano
giustificarlo. Perchè non si può vivere, e morire, così...
Vitantonio Lopez per "il Fatto Quotidiano"
La camera di sicurezza di una caserma dei carabinieri certo non è il
posto più confortevole dove passare la notte. Così il comandante della
compagnia dei carabinieri ci spiega perchè Stefano Cucchi è arrivato
con gli occhi pesti in tribunale. Dove, comunque, assicura,
"nessuno ha avuto niente da dire". Dopo quella notte in
caserma, il passaggio in tribunale e quello in carcere, è finito in un
letto d'ospedale, ha agonizzato per cinque giorni ed è morto con i
genitori tenuti fuori della porta, senza poterlo vedere, senza sapere
delle sue condizioni.
Stefano
Cucchi
Non fosse stato per la battaglia lunga anni della madre, poco o nulla
si sarebbe saputo pure sulla morte di Federico Aldrovandi, ammazzato di
botte a 19 anni per strada da quattro poliziotti. E Aldo Branzino,
falegname di 44 anni, arrestato per un po' di marijuana e trovato
cadavere nella cella trentasei ore dopo. Quando chiedi, per Federico,
per Aldo, per Stefano, ti senti sempre rispondere che nell'arresto, in
carcere, le regole sono state rispettate, che le procedure sono queste.
Stefano
Cucchi
E' per questo, per rompere questo muro di cinica indifferenza che i
genitori e la sorella di Stefano hanno dovuto darci quelle foto. Ci
hanno messo sotto gli occhi quel viso, quel corpo massacrati e noi li
mostriamo a voi perchè non c'è legge, regola o procedura che possano
giustificarlo. Perchè non si può vivere, e morire, così.
Stefano
Cucchi
[30-10-2009]
NAPOLI, DIMENTICATA DA DIO - IL VESUVIO ERUTTA LA LEGGE DELLA CAMORRA:
SANGUE E SILENZIO - IMMAGINI CHOC DI Un'ammazzatina “normale”: di
giorno, davanti a un bar affollato, con tante gente che passava. Decine di
occhi hanno guardato. Ma non hanno visto il killer a volto scoperto
sparare e andar via. Le bocche sono mute...
Enrico Fierro da "Il Fatto Quotidiano"
Omicidio
Napoli 1
Un omicidio avvenuto a maggio. Un'ammazzatina "normale"
nella Napoli-Baghdad di sei mesi fa. Sei mesi di silenzio. Hanno ucciso
di giorno, davanti a un bar affollato, con tante gente che passava.
Decine di occhi hanno guardato. Ma non hanno visto il killer a volto
scoperto sparare e andar via. Le bocche sono mute. Ora la procura
antimafia della citttà spera che diffondendo il video dell'omicidio
numero 32, qualcuno si faccia avanti. Offra un indizio. Merce rarissima
sotto il Vesuvio dell'omertà. Basta vedere le immagini.
Omicidio
Napoli 2
Siamo alla Sanità. Era il quartiere di Totò, ma ora tra questi
vicoli, con i banchi delle sigarette di contrabbando che vengono dalla
Polonia, le bancarelle cinesi di "Dolce & Gabbana" finte,
nessuno ride più. Le voci non sono più le stesse (una volta i vicoli
avevano una loro musica). Le facce sono cattive. E i bar non si chiamano
più così, ma tutti "antica caffetteria" anche quando sono
lerci e il caffé fa schifo. Nei retrobottega si consuma la vita con le
slot machine, fuori si spendono chiacchiere.
Omicidio
Napoli 3
L'11 maggio, e sono da poco passate le quattro del pomeriggio,
Mariano Bacioterracciano passa la sua "controra" fumando
davanti alla "caffetteria", ovviamente antica, della Sanità.
È appoggiato ad una cassa di acque minerali a vedere la gente che
passa. Un uomo dal volto scoperto si appoggia al muro poco distante.
Camicia bianca, occhiali. Dicono che sia il "palo". Il suo
"lavoro" è quello di indicare l'obiettivo al killer. La
camorra a Napoli ha una rigida divisione dei compiti.
Omicidio
Napoli 4
La tecnica del "palo" è semplice, quando passa il killer
deve lanciargli uno sguardo. Mariano continua a fumare e non vede
entrare quell'uomo col cappellino nero in testa e il bomber abbottonato
fino al collo. L'uomo fa un giro rapido nel retrobottega e non guarda
neppure quelli che giocano a poker alle macchinette. Fuori, una donna
tenta la sorte con una gratta e vinci. Il killer esce, la donna è
andata via, il venditore di sigarette no. Si apposta alle spalle della
sua vittima, spara un colpo, poi altri tre. Velocemente. L'ultimo alla
nuca. Con la destra.
Omicidio
Napoli 5
Con la sinistra fa le corna. L'ultimo sfregio al morto. Poi va via.
Ora il cadavere è sul marciapiede, un pezzo di Napoli dove la vita
scorre come prima. Indifferente al morto e ai colpi sparati. Il
venditore raccoglie le sue sigarette e se ne va. Un papà passa
velocemente con la figlia in braccio. Una donna si avvicina al "muort'accise",
gli tira su il volto prendendolo per la camicia, forse per accertarsi
che la vittima non sia cosa sua, non gli appartenga. Non lo conosce. Si
tranquillizza e lascia ricadere la testa dell'uomo sul marciapiede. Dal
bar la gente esce di fretta. Neppure uno sguardo.
Omicidio
Napoli 6
Napoli ha perso la pietà. Il resto è cronaca dell'indifferenza.
Nessuno ha visto, nessuno ha segnalato. Mariano Bacioterraccino, uomo
del clan di Peppe Misso, "'o lione", è stato ucciso per una
vendetta, forse per una donna che non doveva toccare. Non è questo che
conta. Conta Napoli, città senza speranza. Groviglio di un popolo
dolente (duemila abitanti per km quadrato, la più alta densità
abitativa d'Italia, tra le più alte d'Europa) che non riesce più a
coniugare il suo futuro.
Omicidio
Napoli 7
Comanda la camorra. Nei quartieri-stato della città, nelle enclave
di Casal di Principe e del Nolano. Detta legge, con la violenza esercita
il controllo del territorio, impone tasse e fa politica, sceglie
candidati e se li elegge. È facile immaginare come reagirà a questo
video il mondo politico napoletano. Tutti si indigneranno, tutti
invocheranno il civismo degli abitanti di partenope.
Gli stessi che a Castellammare non hanno visto che il loro partito,
il Pd, tesserava camorristi e malacarne, gli stessi che fanno finta di
non sapere che cinque pentiti di camorra indicano come referente dei
clan Luigi Cosentino, l'uomo che il Pdl si appresta a far eleggere
governatore della Campania. Gli stessi che hanno posato gli occhi su
Gomorra. Ma non hanno visto.
[30-10-2009]
Omicidio
Napoli 8
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PONZELLINI, L'EMBLEMATICA STORIA DI UN BANCHIERE A SUO AGIO CON I
TEMPI - A sinistra negli anni del potere prodiano come a destra in epoca
berluscona, fino all’ultima trasformazione: banchiere di riferimento
dell’entourage tremontian-leghista - non solo: Ponzo oggi è uno dei
consiglieri più ascoltati da Perissinotto, ad delle Generali, così come
lo è stato in passato di Maranghi....
Gianluca Ferraris e Ilaria Molinari per Economy, in edicola
domani
Chi gli è stato vicino nelle settimane più calde della trattativa,
garantisce che a Massimo Ponzellini del Gratta e Vinci importa poco. E
che della cordata messa in piedi per strappare dalle mani di Lottomatica
la concessione della redditizia lotteria istantanea (9,6 miliardi di
raccolta annua) la sua Banca popolare di Milano sarebbe stata un
semplice finanziatore.
A scorrere i nomi dei partner, in realtà, non sembra campata in aria
la voce di Palazzo che continua a dipingere quella cordata come un
diversivo sponsorizzato dalla maggioranza, in particolare dal ministro
dell'Economia Giulio Tremonti e dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti
(quota Lega), per agitare le acque in vista della ricca asta e spingere
i veri contendenti a sparare più alto.
0s29
biancheri ponzellini bonamici romiti
Insieme alla Bpm c'erano infatti le Poste di Massimo Sarmi,
l'Istituto Poligrafico, che tra il 2006 e il 2007 fu guidato proprio da
Ponzellini, e la società di giochi Atlantis World, rappresentata in
Italia da Amedeo Laboccetta, deputato Pdl ed ex An.
Alla fine lo squadrone si è dissolto l'11 ottobre, la notte
precedente alla presentazione delle offerte, forse proprio a causa di un
mancato accordo sulle modalità con cui Bpm avrebbe dovuto mettere a
disposizione una linea di credito tra i 400 e gli 800 milioni di euro.
Ma poco importa, perché l'azzardo non è mai stato la passione di
Ponzellini, 59 anni, metà dei quali trascorsi nelle stanze più
importanti del potere pubblico e privato. Al contrario, sono state la
concretezza e la capacità di risolvere i problemi, doti che anche i
(pochi) nemici dichiarati gli riconoscono, a distinguerlo.
A sinistra negli anni del potere prodiano come a destra in epoca più
recente, fino all'ultima trasformazione: banchiere di riferimento
dell'entourage tremontian-leghista.
A parlare chiaro sono due eventi e una candidatura, tutti negli
ultimi 30 giorni. Venerdì 9 ottobre, mentre a Vergiate (Varese) il trio
Tremonti-Giorgetti-Bossi si confrontava con una folla di artigiani e
piccoli imprenditori padani sul tema del credit crunch, Ponzellini
sedeva al loro fianco sul palco, sottolineando il ruolo della sua Bpm
come alfiere del credito «buono» e strappando applausi ai sindaci in
pochette verde schierati in prima fila.
Stesso copione lunedì 19, questa volta nell'ovattata sede di Bpm.
Mentre si stringeva l'alleanza con la francese Credit Mutuel per il polo
italo-francese della bancassurance, nella sala a fianco si discuteva di
«azionariato dei lavoratori nelle banche» davanti a una platea più
bipartisan ma certo non meno rappresentativa dei poteri forti: dal
solito Tremonti ai vertici confindustriali e sindacali di ieri e di
oggi.
Nel frattempo, Ponzellini ha trovato il tempo anche per candidarsi al
comitato promotore della nuova Banca per il Mezzogiorno, creatura del
duo Tremonti-Scajola e che, guarda caso, avrà come protagonista le
Poste di Massimo Sarmi.
La chiusura del cerchio ideale per un cammino iniziato oltre 30 anni
fa da Bologna e sempre coltivato non troppo vicino ai riflettori né
troppo lontano dalle stanze che contano.
Il «debutto in società» di Ponzellini risale al 1978, come giovane
assistente del suo concittadino bolognese Romano Prodi al ministero
dell'Industria e poi all'Iri. La corsia preferenziale è assicurata dal
rapporto che sin dagli anni Trenta lega suo padre Giulio, industriale di
successo e in seguito influentissimo membro del Consiglio superiore di
Bankitalia, ai genitori del futuro premier.
Seguendo passo dopo passo l'evoluzione del Professore, Ponzellini
approda a Nomisma (è una leggenda la sua presenza tra i fondatori, ma
è vero che fu tra i primissimi membri), dove conosce Gianni Pecci,
futuro ideologo dell'Ulivo, con il quale nel 2001 condividerà il primo
tentativo di rilancio dell'Unità sollecitato da Walter Veltroni.
Sono sempre in orbita prodiana gli incarichi collezionati fino al
1991 nel mondo delle partecipazioni statali: da Alitalia a Finmeccanica
(con un posto in entrambi i consigli di amministrazione) passando per
Sofin, la finanziaria napoletana dell'Iri alla quale, oltre all'incarico
di amministratore delegato ricoperto tra il 1986 e il 1990, si deve la
sua infatuazione per la vita partenopea.
Parlata brillante e modi da tombeur de femmes, Ponzellini ha il vezzo
degli occhiali modello Ona, che vuol dire Onassis, perché la montatura
nera e pesante è identica a quella sfoggiata dal defunto armatore
greco, prodotti dalla maison parigina di François Pinton. A tavola, ha
la passione più scontata per un bolognese doc: i tortellini.
Si deve a lui l'originale trasformazione del primo piatto in un
elemento di trattativa. Si racconta che in occasione di almeno un paio
di vertenze sindacali ad alta tensione (alla fine degli anni Settanta
all'Iri e nel 1990 all'Alitalia) sia riuscito a stemperare il clima
facendo materializzare dal nulla - e pagando di tasca sua, come pare
faccia spesso - catering emiliano per tutti.
L'ultimo episodio è più recente, e
riguarda un piccolo imprenditore in sciopero della fame per protestare
contro la mancata concessione di un fido da parte di Unicredit.
Ponzellini, intervistato dal Corriere della Sera, ha commentato: «Ma
venga a mangiare un piatto di tortellini. I tortellini significano
cordialità e fiducia. Proprio quello che ci vuole».
Tortellini ma anche un buon caffè, perché nella Bologna che conta
Ponzellini ha anche trovato moglie: lei è Maria Segafredo, dell'omonima
azienda di torrefazione, che gli ha dato due figlie. Lui ne porta il
nome tatuato sul braccio sinistro.I
Alla fine degli anni Ottanta Bologna comincia a stargli stretta. Così,
quando nel 1991 arriva la chiamata di Jacques Attali, presidente della
Bers (la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), Ponzellini
non ci pensa due volte e fa i bagagli per Parigi.
L'istituzione non è blasonata come altre e neppure il suo ruolo è
di primissimo piano, ma gli consente comunque di dedicarsi a ciò che sa
fare meglio: tessere rapporti. Come fa da subito con Lamberto Dini che
nel 1994, fresco di nomina al Tesoro nel primo governo Berlusconi, lo
aiuterà a spiccare il volo verso la più importante Bei (la Banca
europea per gli investimenti) come vicepresidente responsabile dei
finanziamenti.
Qualche anno dopo lo stesso Dini sarà, insieme al bolognese Pier
Ferdinando Casini e all'ideatore del berlusconiano contratto con gli
italiani Luigi Crespi, uno dei principali sponsor dell'avvicinamento
ponzelliniano al centrodestra.
Intanto, nei suoi anni più cosmopoliti, l'uomo affina frequentazioni e
abitudini.
Dalla passione per le Ferrari e le ore piccole passa al collezionismo
di penne e monete antiche. La numismatica si rivelerà il suo vero asso
nella manica: oltre a regalargli, pare, discrete plusvalenze (ama
setacciare personalmente fiere e antiquari e gli viene attribuito un
gran talento per la compravendita), gli ha consentito di rafforzare i
suoi legami con un altro grande appassionato di conii, Francesco Gaetano
Caltagirone. Che è diventato uno dei suoi più grandi estimatori.
Il costruttore romano è in buona compagnia: Ponzellini oggi è uno
dei consiglieri più ascoltati - non solo sulle questioni di interesse
comune - da Giovanni Perissinotto, amministratore delegato delle
Generali, così come lo è stato in passato di Vincenzo Maranghi.
Tanto che, pur non avendo mai ricoperto ruoli formali in Mediobanca,
per anni in piazzetta Cuccia il manager ha avuto a disposizione un
ufficio di rappresentanza: riconoscimenti così, nella storia
ultrasessantennale della banca d'affari milanese, si contano davvero
sulle dita di una mano.
Dopo la parentesi europea, l'avvicinamento di Ponzellini al
centrodestra si realizza in pieno con la nomina, nel 2001, di Giulio
Tremonti al ministero dell'Economia. Appena insediato, Tremonti vorrebbe
il manager alla testa del Dipartimento delle politiche per lo sviluppo
di via XX Settembre: uno degli uffici di maggiore peso, visto che da
esso dipendono la Cassa depositi e prestiti e la gestione delle quote
azionarie.
Ma alla nomina si oppone Gianfranco Fini, che non ha ancora mandato
giù il sostegno finanziario che Ponzellini anni prima riservò alla
campagna elettorale del suo avversario Francesco Rutelli a sindaco di
Roma. Poco male, perché il ministro ha già in serbo per lui un'altra
sistemazione: la poltrona di amministratore delegato della Patrimonio
spa.
Questa volta, però, l'esperienza si dimostrerà insoddisfacente. La
società doveva portare avanti due importanti progetti: la costituzione
di un fondo per gli immobili pubblici e il finanziamento della
costruzione di nuove carceri tramite la controllata Dike Aedifica.
Il fondo è capitolato sotto la nascita di Patrimonio uno, suo
omologo creato direttamente dal ministero per l'Economia. Quanto a Dike,
la società ha ricevuto in dotazione 11 vecchie carceri da vendere ma
poi, causa inattività, è stata liquidata.
DALLA ZECCA AL PONTE. Poche tracce, nonostante la passione per la
numismatica, ha lasciato anche l'ultimo incarico pubblico affidatogli da
Tremonti nel 2006, dopo la parentesi di Domenico Siniscalco: la
presidenza dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, che lascerà
un anno dopo per rientrare trionfalmente nel settore privato.
La penultima identità ricoperta da Ponzellini è quella di
presidente di Impregilo, dove il compito è impegnativo: sostituire
Cesare Romiti e gestire tre dossier ad alta influenza politica come gli
appalti per il termovalorizzatore di Acerra, la Salerno-Reggio Calabria
e quel Ponte sullo stretto di Messina del quale lui stesso, solo pochi
anni prima, metteva in dubbio l'utilità.
Anche in questo caso il copione si replica: compito eseguito, nuovi
rapporti intrecciati e dopo breve tempo assalto a una nuova poltrona.
Questa volta, però, l'incarico richiede il massimo delle capacità
negoziali: Ponzellini sfida Roberto Mazzotta per la presidenza della
Banca popolare di Milano, sponsor ancora una volta Giulio Tremonti al
quale per l'occasione si affianca Gianni Letta.
Vince a mani basse, trasloca di nuovo a Milano (dove può tornare a
farsi barba e capelli dal suo coiffeur di fiducia all'hotel Et de Milan)
e non dimentica chi lo ha sostenuto: così la Bpm riceve 500 milioni di
Tremonti-bond, la cui sottoscrizione sembra essere diventata il
biglietto da visita per accreditarsi come «banca buona» agli occhi del
governo.
Lui, del resto, l'etichetta di «banchiere buono» se l'era già
guadagnata fin dagli anni della Bei, quando insieme ad Attali e al
premio Nobel Muhammad Yunus ha fondato PlaNet Finance, la prima società
che si occupava di microcredito. E l'ha rafforzata quando, due mesi fa,
è stato nominato dal cardinale Giovanni Lajolo tra i quattro consulenti
del governatorato dello Stato del Vaticano per la gestione del
portafoglio titoli, insieme a Pellegrino Capaldo (cavaliere del lavoro,
ex Dc), Ettore Gotti Tedeschi (neopresidente dello Ior) e Carlo Fratta
Pasini (presidente del Banco Popolare). Questa sì, una poltrona davvero
benedetta.
[22-10-2009]
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MILANO FA CRACK! – “ASSO PIGLIATUTTO” GROSSI IN MANETTE, MATTONE
ZUNINO NEI GUAI E LA MOGLIE DEL DEPUTATO PDL DIETRO LE SBARRE – ORA
TUTTO LA MILANO CHE CONTA TREMA: NEL '92 IL CAPRONE ESPIATORIO FURONO I
SOCIALISTI E I DEMOCRISTI, QUESTA VOLTA A CHI TOCCA? ALLE BANCHE?
IMPOSSIBILE...
Da "il
Fatto Quotidiano"
1- CHOC LOTTIZZAZIONI, TREMA LA MILANO BENE...
Di Peter Gomez
Era amico di tutti quelli che nel nord contano qualcosa. Frequentava
il presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni.
Faceva coppia fissa con il potentissimo deputato pavese Giancarlo
Abelli, la cui moglie, Rosanna Gariboldi,
adesso è in carcere accusata di riciclaggio. Con Mario Resca,
uno dei manager più apprezzati dal ministro per i Beni Culturali, Sandro
Bondi, c'era poi un rapporto speciale.
Ma pure ad Arcore, l'imprenditore Giuseppe Grossi,
67 anni, asso pigliatutto delle bonifiche ambientali e proprietario di
uno sterminato patrimonio immobiliare, non se la cavava male. Con Silvio
Berlusconi, infatti, si vedeva spesso, anche perché per Grossi, suo
fratello Paolo era un vecchio compagno di bisbocce. Non deve insomma
stupire se da ieri in molti a Milano trattengono il fiato.
Grossi è in manette,
arrestato dalla Guardia di Finanza. Il suo nume tutelare Luigi
Zunino, l'immobiliarista piemontese che all'ombra della
Madonnina faceva concorrenza a Salvatore Ligresti, è
sotto inchiesta. E con Grossi sono finiti in prigione
anche la sua segretaria personale, Maria Ruggiero, e
Cesarina
Ferruzzi e Paolo Ttta,
due amministratori di aziende della Green Holding, il gruppo del
"re delle bonifiche", controllato da società lussemburghesi,
che governa pure la Sadi quotata in Borsa.
Tutti e quattro sono accusati dalla procura di Milano di associazione
per delinquere finalizzata alla frode fiscale, all'appropriazione
indebita, alla truffa, il riciclaggio e alla corruzione. Rosanna
Gariboldi, 64 anni, assessore provinciale a Pavia e
moglie di Abelli, il politico Pdl da sempre considerato il vero ras
della sanità lombarda, deve invece spiegare come mai su un suo conto
chiamato "Associati" e acceso presso la Banque J. Safra
di Montecarlo, tra il 2001 e il 2008 siano stati bonificati da
Grossi e i suoi uomini quasi due milioni e 400 mila euro, poi in parte
(circa un milione e 300 mila) restituiti con altre rimesse dirette a
istituti di credito svizzeri.
Un bel problema non solo per la donna. Su quel conto, dove ci sono
ancora più di 600mila euro, anche Abelli agiva come procuratore. E
adesso a Palazzo di Giustizia ci si chiede da dove provengano le
centinaia di migliaia di euro che a Montecarlo risultano essere stati
versati in contanti e che cosa si scoprirà su un altro deposito aperto
dalla coppia in Svizzera.
Quando sui giornali erano uscite le prime notizie sui soldi nascosti
all'estero, l'assessore Gariboldi, con gli occhi lucidi si era difesa
nella sala del consiglio provinciale pavese. "Sono certa di poter
guardare negli occhi tutte le persone che ci sono in questa stanza"
aveva detto tra gli applausi scroscianti del centrodestra.
[21-10-2009]
Sia Grossi sia Abelli sono vicini a COMUNIONE E FATTURAZIONE; il
secondo, in particolare, è uno dei principali collaboratori dEL
GOVERNATORE - Abbandonata l’idea, o la speranza, di diventare un leader
nazionale, ROBERTINO PUNTA AL RINNOVO DELLA CARICA PER EVITARE NUOVE
"OMBRE" sulla gestione di politica e affari in Lombardia...
Michele Brambilla per "La
Stampa"
Milano un'inchiesta giudiziaria - l'ennesima - rischia di sollevare
un polverone politico: l'ennesimo. Il motivo è presto detto.
L'inchiesta ha portato in carcere (anche) alcuni personaggi vicini a
Comunione e Liberazione. E a Milano, o meglio in Lombardia, Comunione e
Liberazione in politica vuol dire Roberto Formigoni e il suo governo
della Regione.
Un governo che i nemici - ma anche alcuni alleati, la Lega in primis
- chiamano sprezzantemente «un sistema di potere». Ecco perché non
pochi, pure nel centrodestra, sono alla finestra per vedere se ancora
una volta la magistratura potrà sparigliare le carte, e riaprire i
giochi perfino sulle prossime regionali.
Le indagini sul «progetto Santa Giulia» - la riqualificazione di un
quartiere di periferia - hanno portato all'arresto, tra gli altri,
dell'imprenditore Giuseppe Grossi e di Rosanna Gariboldi, moglie di
Giancarlo Abelli, parlamentare del Pdl ma soprattutto uomo-chiave della
sanità lombarda.
Sia Grossi sia Abelli sono vicini a Cl; il secondo, in particolare,
è uno dei principali collaboratori di Formigoni. L'impressione, o il
sospetto a seconda dei punti di vista, è che le successive mosse della
Procura potrebbero gettare altre ombre sulla gestione di politica e
affari in Lombardia.
Non è un mistero che in questa Regione la bilancia degli equilibri
politici, anche all'interno del centrodestra che da sempre vince le
elezioni a mani basse, penda a favore dell'ala cattolica dell'ex Forza
Italia, il cui dominus indiscusso, qui, è Formigoni. Abbandonata
l'idea, o la speranza, di diventare un leader nazionale (con Berlusconi
al timone c'è poco spazio), Formigoni ha deciso ormai da tempo che è
meglio essere primi in Gallia che secondi a Roma, e ha fatto della
Lombardia il suo regno, avviandosi addirittura al quarto mandato.
Dispone di una rete di fedelissimi, scelti
perlopiù dal mondo dal quale proviene, che è appunto quello di Cl.
Ciellini sono il segretario generale Nicola Sanese, gli assessori
Raffaele Cattaneo e Giulio Boscagli, il consigliere Mario Sala. Ma
ciellini sono anche e soprattutto molti direttori sanitari,
amministratori di enti, insomma «gestori» della macchina regionale sul
territorio.
Da qui la reiterata accusa secondo la quale in Lombardia non muove
foglia che Cl non voglia. Cl e, operativamente, la Compagnia delle
Opere, associazione che da Cl ha preso lo spunto e che raggruppa circa
34 mila imprese in tutta Italia. La Regione Lombardia privilegia la
Compagnia delle Opere? Questa è l'accusa.
Qualcuno la muove con toni violenti. L'anno scorso Eugenio Scalfari
disse che «nemmeno la mafia a Palermo ha tanto potere». La Compagnia
delle Opere gli replicò invitandolo a «visitare personalmente le
nostre sedi e le nostre realtà imprenditoriali» per verificare quanti
servizi e quale contributo alla società fornissero.
Cl, in questi casi, dice sempre che non può essere ritenuta
responsabile di ciò che fa nel lavoro o in politica ciascun suo singolo
aderente. Ma al di là di questa precisazione, c'è una visione del
cattolicesimo diversa da quella di altre anime della Chiesa. Tutto
cominciò molti anni fa, quando l'Azione Cattolica dichiarò, con
Giuseppe Lazzati, la «scelta religiosa», una sorta di separazione tra
fede e impegno politico e sociale. Cl, che è nata da una costola
dell'Azione Cattolica, crede invece che il cattolico debba «sporcarsi
le mani» stando nel mondo. Per il ciellino non c'è nulla di male
nell'occupare posti di potere: è un servizio all'uomo anche quello.
Il punto è come si interpreta il ruolo in politica, se per servire o
per fare disinvolti affari. I nemici di Cl parlano di un'egemonia
esagerata e anche nel mondo cattolico le perplessità non mancano: il
timore è che seguendo la logica della concretezza si sia finito con
l'imbarcare di tutto, compreso qualcuno che può dare scandalo.
Ma Cl ritiene che eventuali errori non possano sporcare un impegno
complessivo che è anche quello che ha portato la Lombardia ad avere una
delle sanità migliori d'Italia; che è anche quello delle aziende no
profit che danno lavoro e speranza a immigrati e handicappati; che è
anche quello del Banco Alimentare per sfamare i poveri; che è anche
quello delle adozioni a distanza. Cose di cui sui giornali si parla
poco.
E che poco interessano a chi attende di vedere a che cosa porterà
questa inchiesta. Gli appetiti non mancano. La Lega già nel 2005 scatenò,
su La Padania, un'offensiva durissima contro il «sistema di potere» di
Formigoni. E ora cerca di capire se può strappare al Cavaliere anche
l'irraggiungibile Lombardia.
[22-10-2009]
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CRACK MADOFF: DEMINOR CONTRO UBS...
Antonella Olivieri per "il Sole 24 Ore" - Deminor
contro Ubs per la frode Madoff. Contro la banca svizzera, la società di
consulenza europea ha avviato tre giorni fa in Lussemburgo la prima
causa per risarcimento danni, nell'ambito delle diverse iniziative
avviate a tutela di 800 investitori caduti nella trappola del broker
newyorkese, che complessivamente hanno sofferto una perdita di 220
milioni di euro.
«Riteniamo di avere elementi sufficienti per sostenere che Ubs non
è stata trasparente con le autorità di vigilanza del Lussemburgo »,
ha spiegato in videoconferenza da Bruxelles Erik Bomans, managing
partner di Deminor, che ieri ha fatto il punto della situazione a quasi
un anno dal crack. Sotto accusa nello specifico è il ruolo di banca
depositaria di Ubs per il fondo Luxalpha che, basato nel Gran Ducato,
riversava tutta la sua raccolta nelle mani di Madoff.
UNA 'CUPOLA' UDEUR GESTIVA ARPA CAMPANIA...
(AGI) - L'indagine su una 'cupola' ai vertici della quale ci
sono, per i magistrati, i coniugi Mastella, che insieme ad altri 25
indagati hanno costituito un'associazione per delinquere finalizzata
alla truffa ai danni dello Stato, turbativa d'asta, falso in atto
pubblico continuato e concussione, ha avuto inizio nell'ufficio
inquirente napoletano nel gennaio 2008, contestualmente all'investitura,
per ragione di competenza territoriale, di quella incardinata al
tribunale di Santa Maria Capua Vetere, e vi si sono aggiunti ulteriori
filoni investigativi precedenti, come quello in mano dal 2007 al Nucleo
di Polizia Tributaria della Gdf di Napoli. Ai Mastella, nella cupola, si
aggiungevano professionisti e imprenditori, per ottenere vantaggi
economici, consenso elettorale e posizioni di comando.
LA REPUBBLICA - In apertura: "Corruzione,
terremoto a Napoli". Editoriale di Curzio Maltese:
"Tangentopoli è ancora qui". Di spalla: "Il ragazzo che
vide la caduta di Ceausescu". Al centro: "In 12 mila su
Facebook: uccidiamo Berlusconi. Alfano: ‘Pericolo grave'. Indaga la
procura", "L'antipolitica del rancore", "Mutui, rate
sospese alle famiglie in crisi" e "Il lavoro a scadenza".
In basso: "Il prof alla Sapienza: l'Olocausto non esiste" e
"Roma, panchine con la sbarra per scacciare i senza tetto".
Oggi in Cda approda il faraonico nuovo contratto di Vespa: 400 mila
euro in più di compensi minimi, per un totale di 2 milioni all’anno -
I regali delle trasmissioni speciali, come i 6mila euro da presidente di
giuria di “Ballando con le stelle”...
Alberto Fontanarosa per "La
Repubblica"
La Rai prepara un piano "lacrime e sangue" per fronteggiare
un deficit mostruoso: 600 milioni di buco - si teme - entro il 2012.
Ma i tagli non riguarderanno Bruno Vespa, almeno a giudicare dall´ipotesi
di rinnovo del suo contratto che arriva davanti ai consiglieri di
amministrazione.
Finora il contratto di Bruno Vespa gli assicurava un "minimo
garantito" di un milione 187 mila euro l´anno come «ideatore,
autore dei testi e conduttore» delle puntate ordinarie della sua
creatura, Porta a Porta. Il nuovo contratto prevede invece un compenso
"minimo" di oltre 1,6 milioni.
Ma Vespa ha incassato soldi anche per
trasmissioni speciali: nel 2004, ad esempio, il programma inchiesta
sul voto americano gli procurò quasi 31.000 euro. Ed altri 6.000
arrivarono dall´apparizione a Ballando sotto le stelle, presidente
della giuria.
Questo meccanismo degli speciali e delle apparizioni è riproposto
dal nuovo contratto che - alla fine dei conti - ipotizza compensi
complessivi per oltre 2 milioni annui. Cifre importanti e crescenti
che richiedono il via libera del consiglio di amministrazione della
Rai.
MORETTI, LITE CON IL MINISTRO FRANCESE...
A. Bac. per il "Corriere della Sera" - Botta e risposta al
veleno tra l'ad di Ferrovie, Mauro Moretti, e il ministro francese dei
Trasporti, Dominique Bussereau, sulla liberalizzazione ferroviaria.
Entrambi ospiti di una tavola rotonda alla Conferenza di Napoli «Ten-T
days 2009», i due si sono affrontati sul mancato arrivo, alle
Ferrovie, dell'autorizzazione ad operare sulla rete francese. «Nel
2011 ¬ha attaccato Moretti - un operatore privato, Ntv, entrerà in
Italia e il 20% del suo capitale è dei francesi. Peccato che noi
invece abbiamo grandi difficoltà a entrare nel mercato francese».
Pronta la replica del ministro del governo Sarkozy: «Non abbiamo
assolutamente niente in contrario: ci sono problemi di tipo tecnico».
«Nessun problema tecnico. È solo una questione di
liberalizzazione», ha replicato Moretti. Il ministro Altero Matteoli
ha cercato di smorzare i toni: «La volontà di entrambi i Paesi è
per la liberalizzazione».
PASSERA FRENA SULL'ACQUISIZIONE DI DELTA, PROFUMA ACCELERA
SULL VANEDITA DI PIONEER
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che
dai piani alti di IntesaSanPaolo e Unicredit trapelano due notizie
interessanti.
La prima riguarda la frenata che la banca di Corradino Passera ha
fatto rispetto all'acquisizione di Delta, il gruppo bancario di
Bologna che è finito nel mirino della giustizia e della Banca
d'Italia.
La seconda notizia si riferisce ad Alessandro Profumo e all'intenzione
di accelerare la vendita di "Pioneer Investments", la società
di asset management del gruppo Unicredit".
6 - "CIELO", MA È MURDOCH!
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che James
Murdoch sarebbe pronto per fine anno o inizio 2010 a sbarcare sul
digitale terrestre per contrabbattere all'invasione pay-tv -
attraverso Mediaset Premium - by Piersilvio. Fonti ben informate
sussurrano che - chiuse le porte de La7 (Berlusconi vigila stretto su
Bernabé) - l'ospitalità arriverebbe da Carletto De Benedetti che ha
la proprietà del canale All Music. I canali si chiameranno
"Cielo" e ospiteranno il mejo della piattaforma.
[22-10-2009]
IL PRINCIPE VENDE CASA...
Le ultime deleghe le ha firmate, a metà ottobre, davanti a un
diplomatico dell'ambasciata italiana di Riad. Il principe Al-Waleed bin
Talal Alsaud, 54 anni (22° uomo più ricco del mondo, patrimonio
personale di 13,3 miliardi di dollari), ha ufficializzato la vendita di
Villa Ceriana, la sontuosa dimora sulle colline di Castagneto Po, a 25
chilometri da Torino, che era della famiglia di Carla Bruni.
Acquistato per 17,5 milioni di euro il 19 maggio dell'anno scorso, il
castello di 40 stanze, su una superficie di 1.500 metri quadrati, non ha
mai ospitato Al-Waleed, che solo una volta si è fatto vedere di
sfuggita dal custode assieme al presidente francese Nicolas Sarkozy. E
allora perché è stato comprato e ora, dopo poco più di un anno,
ceduto?
Anche per troncare i pettegolezzi il principe ha fatto discretamente
sapere che ha acquistato l'immobile solo per fare un favore a Sarkozy,
che nel corso di un banchetto a Riad, il 13 gennaio 2008, gli aveva
parlato con tanto entusiasmo di quel castello messo in vendita dalla
moglie. Detto, fatto. Qualche mese dopo Sarkozy ha insignito il principe
con una delle più prestigiose onorificenze francesi: la nuova médaille
du président de la République Française, in precedenza assegnata a
Papa Benedetto XVI.
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FAR WEST FAVELA – TRA CIRCA SEI ANNI OSPITERÀ LE OLIMPIADI (E TRA
QUATTRO I MONDIALI DI CALCIO), MA PER ORA RIO DE JANEIRO È UN CAMPO DI
BATTAGLIA CHE FA PIÙ MORTI DELL STRISCIA DI GAZA – POLIZIA E GANG DEL
NARCOTRAFFICO SI AFFRONTANO COME IN UNA GUERRA CIVILE…
Paolo Manzo per "La
Stampa"
Scontri
tra gang e polizia a Rio de Janeiro
Sembra non cessare l'improvvisa impennata di violenza che sta
mettendo in ginocchio Rio de Janeiro. Non è bastato, infatti,
l'annuncio dell'assegnazione delle Olimpiadi del 2016 per smorzare
quella che è la piaga della città, che ogni giorno per fatti legati a
criminalità e narcotraffico produce più morti della Striscia di Gaza.
Due morti e quattro feriti, tutti narcotrafficanti, questo è il
bilancio dell'ultimo conflitto a fuoco tra polizia e gang che si è
aggiunto al bilancio dell'altro ieri di 12 morti, due dei quali
poliziotti abbattuti mentre sorvolavano con l'elicottero l'area degli
scontri. A trasformarsi in poche ore in un vero e proprio Far West è
stata la favela di Villa Isabel, nella zona settentrionale della città.
Rio
bruciano i bus dopo la battaglia gang polizia
All'origine di tutto, quello che in gergo
criminale i narcos chiamano «sforamento». Alcuni membri del Comando
Vermelho, tra le gang più feroci attive nella città carioca, con base
nella favela del Morro Sao Joao, hanno invaso il vicino Morro dos
Macacos, controllato invece dagli Amigos dos Amigos. Una vera e propria
guerra civile tra criminali che ha visto l'intervento massiccio di più
di 150 uomini delle truppe speciali di assalto della polizia militare.
Poi, dopo che le gang hanno abbattuto l'elicottero con un bazooka, la
polizia militare si è ritirata, gesto questo festeggiata dai narcos con
l'incendio di nove autobus in diversi punti della città.
Lula
Brasile
«Non abbiamo mai visto niente di simile» hanno raccontato disperati
gli abitanti del Morro dos Macacos. Due di loro sono rimasti uccisi da
pallottole vaganti e sei, tra cui un bambino, feriti gravemente. Chi si
trovava in favela si è barricato in casa, chi era fuori non è più
riuscito ad entrarvi. I negozi sono rimasti chiusi. Per far fronte
all'emergenza la polizia di Rio ha richiamato tutti i suoi agenti e ha
potenziato le sue truppe con altri 4500 uomini.
Uno schieramento di forze con l'obiettivo di difendere i 6 milioni di
abitanti dall'onda impazzita di violenza di queste ultime ore ma anche
di proteggere l'immagine della città a livello internazionale,
soprattutto in vista delle Olimpiadi del 2016. E per quanto il
segretario alla sicurezza della città José Beltrame si sia affrettato
a dichiarare che «il problema riguarda solo quella parte della città
che non è la vera Rio de Janeiro».
Sono in molti adesso a ricordare scontri simili che nel 2006 ebbero
come teatro l'altra grande megalopoli brasiliana, San Paolo. Per
settimane i suoi abitanti si barricarono in casa mentre in strada i
narcos combattevano con la polizia. Oltre 150 i morti. A salvare la
situazione in quel caso fu un accordo mai confermato ufficialmente tra
il governatore e la gang del PCC, accordo che in tanti, anche se solo a
mezza bocca, adesso invocano per Rio.
[19-10-2009]
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IL PARTITO DEMOCRATICO RISCHIA DI FINIRE IN POLVERE? E I TAPINI DOVE
FINIRANNO, SOTTO I PONTI DEL TEVERE? - DORMITE TRANQUILLI: SEDI,
DIPENDENTI E SOLDI, DS E DL ESISTONO ANCORA - ANZI, "La Margherita
sta continuando ad anticipare tutte le spese necessarie per la vita della
sede nazionale del Pd”...
Caterina Perniconi e Paola Zanca
per
"il
Fatto"
"Una mattina siamo arrivati a via Nazionale e abbiamo visto la
bandiera rossa appesa al balcone grande, quello su cui affacciava la
stanza di Fassino. Pensavamo a uno scherzo...". E invece, quello
che i dipendenti dell'ex partito dei Democratici di sinistra pensavano
opera di un burlone, non era uno scherzo. La metà "nobile"
del botteghino - storica sede del partito dopo l'abbandono di Botteghe
Oscure - è stata dismessa e restituita al proprietario, che ha
affittato l'immobile all'Ente del turismo cinese.
E per qualche giorno, passando di fronte al famoso ingresso, si
vedeva sventolare la bandiera a cinque stelle, fino a quando è stato
fatto notare ai nuovi inquilini che il luogo era storicamente inadatto.
Infatti i Ds stanno razionalizzando uffici e debiti per preparare la
chiusura definitiva prevista a luglio 2011. Nel frattempo, il vecchio
partito continua ad esistere e lavora per una ricollocazione delle forze
che non disperda uomini e mezzi, guardando ad un futuro in cui
politicamente tutto può succedere.
Un lato del Botteghino, quello che si affaccia su via Palermo, è
ancora in uso. Quattro piani all'interno dei quali lavorano metà dei 54
dipendenti Ds rimasti in carico al partito. "Beh, lavorare è una
parola grossa..." ci raccontano a via Palermo, "siamo fermi
ormai da più di un anno. La settimana scorsa però, abbiamo festeggiato
i 60 anni di Piero Fassino, al quarto piano c'erano 100 persone, tutti
quelli che hanno lavorato con lui, e D'Alema. Anche per lui organizzammo
una festa. E una per Riechlin".
A via Palermo un atrio non c'è mai stato, come fece notare Giò
Pomodoro, scultore dell'ingresso di Botteghe Oscure che capì subito
irreplicabile la sua opera. Il piano terra raccoglie ciò che resta
delle società satellite del partito e in parte è diventato un
magazzino per i pezzi più importanti della collezione del Pci.
Nell'ufficio di Ugo Sposetti, storico tesoriere, sono custodite due
opere del Guttuso "militante": un grande ritratto di Lenin e
un disegno del delitto Moro.
I restanti dipendenti sono stati spostati nella ex sede della
federazione romana, a via Sebino. Lì sorgerà l'archivio storico, e i
numerosi scatoloni ammucchiati nel salone centrale lo confermano. Forse
sarà questa la sede operativa della Fondazione nazionale, non ancora
nata, che servirà da coordinamento per quelle sul territorio, che si
stanno formando in ordine sparso con nomi e simbologia diversi,
amministrativamente autonome per statuto e che quindi necessitano di un
legame politico e informatico con Roma.
Viva e vegeta anche la ex Margherita. Ha
chiuso il bilancio 2008 con un avanzo di un milione e 665 mila euro, ha
il suo giornale di partito, Europa, paga 40 stipendi e porta sulle
spalle anche una parte consistente delle spese del Pd. A cominciare
dalla sede di Sant'Andrea delle Fratte.
Lì, nel pieno centro di Roma, al civico 16 c'è la sede storica del
partito di Rutelli: l'affitto - 864mila euro e rotti, a cui ne vanno
sommati altrettanti per la vigilanza, le riparazioni, la reception,
l'assicurazione, la pulizia dei locali - è totalmente a carico degli ex
Dl.
Il Pd, che ha traslocato nel 2008, sta lì a sbafo: "La
Margherita - lamenta il tesoriere Luigi Lusi - sta continuando ad
anticipare tutte le spese necessarie per la vita della sede nazionale
del Pd". I margheritini si sono tenuti una parte del piano nobile.
Tre stanzette distinte dal resto del palazzo: un videocitofono privato
separa dal corridoio la stanza dell'amministrazione, quella della
segretaria del senatore Lusi, e lo studio del tesoriere stesso.
Rutelli una stanza ce l'ha al secondo piano, quello ufficialmente
occupato dal Pd. Marini, come ex presidente del Senato, sta a palazzo
Giustiniani. Parisi, invece, a Sant'Andrea delle Fratte non ha trovato
posto e se n'è tornato a piazza Santi Apostoli, l'ex quartier generale
dell'Ulivo.
E se lo tiene stretto: "L'affitto scade nel 2011 - spiega Renato
Cambursano, tesoriere de I Democratici che nel frattempo è passato all'Idv
- ma potremmo chiedere una proroga, dipende da come si evolveranno le
cose politicamente". Nel suo rendiconto di fine anno Lusi usa toni
minacciosi nel denunciare i debiti del Pd e nel lamentarsi delle
assunzioni che non arrivano.
L'anno scorso la Margherita ha speso due milioni e 657 mila euro in
stipendi. Il nodo è sempre lo stesso: quaranta dipendenti sono pagati
da Dl, anche se lavorano per il Pd. Resta da capire che fine faranno
dopo il 2011, quando la vita della Margherita cesserà definitivamente.
[20-10-2009]
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MILANO A PERDERE – CITYLIFE, IL NUOVO QUARTIERE CON I GRATTACIELI A
FORMA DI CAZZO, rischia di naufragare - I COSTI SONO LIEVITATI OLTRE IL
PREVISTO E ALCUNI SOCI SONO PRONTI A USCIRE - TOCCHERÀ ALLE BANCHE
TENTARE IL SALVATAGGIO SBLOCCANDO I FINANZIAMENTI RILEVANDO LA QUOTA DEI
TEDESCHI IN USCITA…
Vittorio Malagutti per "L'Espresso"
Si è già mossa la Mediobanca di Cesare Geronzi. E di recente è
sceso in pista con grande impegno anche Massimo Ponzellini, l'amico del
ministro Giulio Tremonti che guida la Popolare di Milano. Ma nonostante
il gran via vai di manager e banchieri, tra negoziati e incontri
segreti, il caso Citylife si sta facendo di giorno in giorno più
complicato da risolvere.
A questo punto, prevedono i sempre più numerosi pessimisti, il
quartiere simbolo della Milano che verrà, con i suoi grattacieli
sghembi, il grande parco e il nuovo museo di arte contemporanea, rischia
di essere ridimensionato se non addirittura di naufragare. Un flop
clamoroso. E non solo per il valore del progetto, ben superiore ai 2
miliardi di euro.
Il contraccolpo d'immagine sarebbe pesantissimo su una metropoli che
naviga con fatica verso l'Expo 2015 e deve già fare i conti con il
rovinoso declino dell'immobiliarista (ex)rampante Luigi Zunino e dei
suoi sogni di gloria, primo tra tutti la lussuosa cittadella di Santa
Giulia.
La sostanza del problema si riassume in poche parole. I costi del
progetto Citylife, già molto elevati in partenza, sono aumentati strada
facendo. Da 1,7 miliardi previsti inizialmente (anno 2005) si è
arrivati a quota 2,1 miliardi. Chi paga? I quattro partner del progetto
si muovono in ordine sparso. Solo le Generali, che possiedono una quota
del 26,6 per cento, hanno fin qui inviato qualche timido segnale di
disponibilità. Gli altri invece frenano.
E se il gruppo assicurativo tedesco Allianz, forte di un altro 26,6
per cento, preferisce chiamarsi fuori in attesa di una decisione
condivisa, sono i due soci costruttori a puntare i piedi. Cioè
Salvatore Ligresti (26,6 per cento) e la Lamaro della famiglia Toti di
Roma (20,2 per cento). Anzi, fonti vicine alla trattativa confermano che
entrambi (soprattutto i Toti) sarebbero pronti a sfilarsi dall'impresa
cedendo le loro azioni.
Niente da fare: di compratori nemmeno l'ombra. E allora toccherebbe
alle banche metter mano al portafoglio. In effetti, in base al budget di
partenza, la costruzione del quartiere avrebbe dovuto essere finanziata
per l'80 per cento, cioè 1,4 miliardi, grazie a una linea di credito
garantita da un pool di banche di cui fanno parte i tedeschi di Eurohypo
(come capofila) insieme a Intesa, Mediobanca, Popolare Milano, Unicredit
e i francesi di Calyon.
La situazione di stallo è ben descritta nel verbale di una riunione
del consiglio di amministrazione di Generali properties che risale al
maggio scorso. "Dal giugno 2008", si legge nel documento della
società immobiliare del gruppo assicurativo, "le banche
finanziatrici hanno sospeso l'erogazione del finanziamento (a Citylife,
ndr) e non si sono rese disponibili a finanziare l'importo finanziato
pur a fronte delle modifiche intervenute sul progetto". Traduzione:
niente soldi fino a nuovo ordine.
A dire il vero, gli unici davvero decisi a lasciar perdere sono i
capi di Eurohypo, che nei mesi scorsi ha rischiato il fallimento ed è
stata salvata con i soldi pubblici. Scottati dai subprime e da
un'esposizione sconsiderata nel settore immobiliare, ora i tedeschi
battono in ritirata. Le altre banche delle cordata, invece, fin qui
hanno fatto melina. Temono di impegnarsi troppo in un progetto dal
destino incerto, senza contare che alcune di loro, in primo luogo
Intesa, ma anche Unicredit, hanno già il loro da fare per gestire la
patata bollente di Zunino.
A fine maggio il pool di finanziatori ha dato un segnale di
disponibilità versando 22 milioni di euro. Briciole. Servirebbe
un'intesa nuova di zecca che assicuri sostegno finanziario fino al
termine dei lavori previsto, nella migliore delle ipotesi, entro
dicembre 2014. Non c'è tempo da perdere. Senza mezzi freschi i cantieri
nell'area della vecchia Fiera, non lontano dal centro città, rischiano
di fermarsi.
Lo sanno bene Maurizio Dallocchio e Claudio
Artusi, la coppia di vertice di Citylife. Il primo, un professore
bocconiano molto gradito a Ligresti, siede sulla poltrona di presidente,
mentre Artusi, manager di area Comunione e liberazione, a fine maggio è
diventato amministratore delegato.
Così, nel pieno dell'estate, è partito il pressing dei manager di
Mediobanca e del banchiere Ponzellini della Popolare di Milano.
Quest'ultimo, mentre affianca Tremonti e Umberto Bossi negli incontri
con i piccoli imprenditori del varesotto schiantati dalla crisi (a
Vergiate venerdì 9 ottobre), si trova a suo agio anche al tavolo con i
tradizionali poteri forti, da Geronzi a Ligresti. Il negoziato dura
ormai da mesi e resta molto complicato, ma in questi giorni sembra che
si vada profilando un primo compromesso.
Le banche, in sostanza, sarebbero pronte a sbloccare i finanziamenti
rilevando anche la quota dei tedeschi in uscita. Il fabbisogno
finanziario, però, dovrà essere rivisto al ribasso e quindi è facile
prevedere che Citylife verrà ridimensionata rispetto al progetto di
partenza.
Un progetto, nato e studiato ai tempi della bolla immobiliare e del
denaro facile, che ora stenta a tenere il passo con i tempi nuovi. Il più
disponibile ad appoggiare concretamente il piano di rilancio è sembrato
proprio Ponzellini. E tra i suoi colleghi non c'è chi ha mancato di far
notare che la Popolare di Milano è l'unico tra gli istituti coinvolti
ad aver fatto ricorso ai Tremonti bond per 500 milioni.
Adesso una parte di questi soldi andrebbe a finanziare un affare
immobiliare sponsorizzato dall'alta finanza invece dei piccoli
imprenditori messi alle strette dalla recessione. Tutto il contrario di
quanto auspicato pubblicamente dal ministro dell'Economia nelle sue
sparate contro le banche.
Progetto
Citylife Milano
Sui numeri e sui dettagli dell'ipotetico compromesso con i creditori
per il momento nessuno si sbilancia. Di certo, con il mercato
immobiliare ancora nel tunnel della crisi, sembra poco praticabile la
soluzione d'emergenza messa a punto nei mesi scorsi.
Per limitare al massimo i nuovi esborsi sotto forma di capitale di
rischio o di prestiti bancari, i manager di Citylife contavano di
finanziare almeno in parte i cantieri con la prevendita degli
appartamenti, tutte abitazioni signorili con prezzi superiori agli 8
mila euro al metro quadro. La parte residenziale dovrebbe infatti essere
ultimata, e quindi messa sul mercato, prima di quella destinata a uffici
e negozi.
citylife
"L'iniziativa potrebbe finanziarsi tramite le prevendite",
si legge in un (ottimistico) documento interno di Citylife che risale a
pochi mesi fa. Facile a dirsi. In realtà lo sboom del mattone ha reso
tutto più difficile. Nonostante l'ottimismo di facciata dei venditori,
a fine settembre erano stati siglati contratti solo per una cinquantina
delle circa trecento residenze già messe in vendita su un totale di
oltre mille che verranno realizzate.
In attesa che il mercato riparta diventa quindi sempre più urgente
l'intervento delle banche. Lo chiedono i manager di Citylife. Ma anche
la politica locale segue con preoccupazione la vicenda. Per la giunta
milanese guidata da Letizia Moratti in parte è una questione di
prestigio. L'eventuale tracollo del progetto non sarebbe certo un bel
biglietto da visita per una Milano che si prepara a ospitare l'Expo del
2015 già ridimensionata rispetto ai faraonici piani di partenza.
Poi ci sono i soldi, molti soldi. I soci di Citylife si sono infatti
impegnati a finanziare la stazione della metropolitana da costruire
all'interno del quartiere. La lista del regali alla città comprende
anche il nuovo museo di arte contemporanea. Dopo discussioni e
polemiche, l'anno scorso il progetto è stato affidato all'architetto
Daniel Libeskind.
Il nuovo palazzo, rivestito di marmo di Candoglia, avrà un design a
dir poco originale ('la torsione di un volume a base quadrata in un
corpo dal perimetro circolare' spiegano gli addetti ai lavori). Costo
previsto dell'opera: almeno quaranta milioni di euro. Anche questi
garantiti da Ligresti e soci. "Apriremo il museo entro il
2011", disse il sindaco Moratti a marzo dell'anno scorso. Ma non
aveva fatto i conti con i guai di Citylife.
[20-10-2009]
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DOLCE È LA VITA DEI MINISTRI AL VOLANTE – LA BRAMBILLA NOLEGGIA
MERCEDES E AUTISTA (PAGATI DA NOI) E PRENDE UNA MULTA CHE VIENE CESTINATA
“PER MOTIVI ISTITUZIONALI” – LA GELMINI PER "IMPEGNI
ISTITUZIONALI IMPROROGABILI" SUPERA IL LIMITE SUL CAVALCAVIA E SI FA
TOGLIERE LA MULTA…
Thomas Mackinson per "L'Espresso"
I semafori non contano, gli autovelox possono aspettare, l'ecopass
non li riguarda: tanto la multa non si paga. E non si paga nemmeno
l'auto: è tutto a carico dei contribuenti. Alla Prefettura di Milano,
un tempo capitale morale, si sono abituati alle istanze di parlamentari
e ministri per chiedere l'annullamento delle sanzioni.
Da Michela Vittoria Brambilla a Mariastella Gelmini, dall'onorevole
pdl Maurizio Bernardo a Pietro Lunardi: basta una lettera su carta
intestata per far sparire tutto. E magari, dietro quella multa c'è
altro. Ad esempio il caso della Brambilla, che ha fatto spendere 500
euro al giorno per noleggiare una Mercedes con autista, incaricata di
accompagnarla da casa al lavoro, 80 chilometri in tutto.
A rivelarlo è una multa per un semaforo non rispettato presa a
Milano il 19 febbraio scorso e prontamente cestinata 'per motivi
istituzionali'. Il verbale viene notificato qualche mese più tardi al
titolare della concessionaria che ricorre al prefetto, chiedendo
l'annullamento: "La vettura è adibita al trasporto dell'onorevole
Brambilla".
Per dimostrarlo allega copia della fattura e del contratto di
servizio con la prefettura di Lecco. Da questi documenti emerge il costo
per il contribuente: l'auto è rimasta a disposizione di MVB per 19 ore
consecutive, i chilometri percorsi sono stati 210 in più rispetto al
pattuito e alla consegna il conto è di 530 euro per un solo giorno.
A farsi condonare le multe ci provano davvero
tutti. Maurizio Bernardo, il deputato del Pdl che tra mille polemiche ha
riscritto le regole della magistratura contabile in senso restrittivo,
ha sfruttato il suo status per evitare una multa da 74 euro.
L'onorevole, nato a Palermo ma eletto in Lombardia, a febbraio ha
percorso in motorino la via di casa riservata ai bus: ma quando è
arrivata la notifica dell'infrazione, ha chiesto di non pagare "in
qualità di parlamentare lombardo e titolare di pass rilasciato dal
Comune che autorizza a transitare nelle corsie preferenziali e nelle Ztl".
Peccato che i pass valgano solo per le auto e non siano nominali ma
legati sempre alla targa. E non si è ancora visto uno scooter di
Stato...
Il ministro Mariastella Gelmini invece passava sul cavalcavia
Monteceneri a cento all'ora a bordo della sua Bmw. Difficile farla
franca. Il viale è telecontrollato e falcidia migliaia di milanesi. E
infatti il 24 ottobre 2008 il ministro riceve il suo verbale. La Gelmini
prende carta intestata e scrive al prefetto. Nella comunicazione adduce
"impegni istituzionali improrogabili" e la multa è già un
ricordo.
Solo qualche mese prima era toccato al padre della patente a punti,
l'ex ministro Pietro Lunardi. Stavolta l'immunità è pretesa per un
divieto di sosta da 36 euro. Il 5 marzo 2008, in piena campagna
elettorale, la sua auto viene multata perché staziona senza
autorizzazione in un parcheggio destinato ai residenti.
Lunardi impugna la solita carta intestata alla Camera e fa battere il
seguente testo per il prefetto: "Il sottoscritto in carica per la
XVI Legislatura, fa presente che l'auto veniva da lui utilizzata ed era
in possesso di regolare permesso di libera sosta nel Comune di
Milano". Ma libera sosta non significa lasciare l'auto nel posto
riservato ad altri cittadini.
[19-10-2009]
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BENITO LA SPIA – LONDRA LO ASSOLDÒ NEL 1917 PER FARE PROPAGANDA
ANTI-PACIFISTA – MISSIONE: EVITARE L’USCITA DELL’ITALIA DALLA GUERRA
- DAGLI ARCHIVI DEL CAPO DELL´MI5 SBUCANO LE RICEVUTE: 100 STERLINE A
SETTIMANA PER FINANZIARE “IL POPOLO D’ITALIA” DI CUI IL SOCIALISTA
MUSSOLINI ERA DIRETTORE…
Enrico Franceschini per "la
Repubblica"
Il curriculum vitae di Benito Mussolini finora elencava tre
professioni: giornalista, uomo politico, dittatore. Adesso ne è saltata
fuori una quarta: agente segreto al servizio di Sua Maestà britannica.
Nel 1917, mentre dirigeva il quotidiano Popolo d´Italia, il futuro capo
del fascismo fu reclutato dall´MI5, il servizio di spionaggio
britannico, che gli passava 100 sterline alla settimana per i suoi
servigi: una grossa somma di denaro per quell´epoca, equivalente a
circa 6.000 sterline d´oggi, e pari a circa 25 mila euro odierni al
mese.
Il suo lavoro consisteva nel fare opera di propaganda a favore dell´interventismo,
ovvero assicurare che l´Italia, alleato di Regno Unito e Francia nella
Prima guerra mondiale, non cedesse alle pressioni pacifiste, ritirandosi
dal conflitto. Mussolini si impegnò ad adempiere il compito in due
modi: pubblicando sul suo giornale articoli favorevoli allo stato di
belligeranza; e offrendo di mandare i suoi "ragazzi" a
"persuadere" i dimostranti a restare a casa, in occasione di
manifestazioni pacifiste contro la guerra.
A scoprire il suo ruolo di agente dell´MI5 è stato un autorevole
storico britannico, Peter Martland, docente della Cambridge University,
rovistando negli archivi personali di sir Samuel Hoare, capo del
servizio segreto di Sua Maestà a Roma negli anni del primo conflitto
mondiale.
Hoare aveva 100 agenti alle sue dipendenze in Italia in quel periodo.
In un libro di memorie pubblicato nel 1954 accennò al reclutamento di
Mussolini, ma in mancanza di prove documentate l´affermazione non
ricevette rilievo. Le ha trovate ora Martland: le ricevute dei pagamenti
a favore di Benito Mussolini.
«Dopo l´abbandono della guerra da parte della Russia, nel 1917 l´Italia
era l´alleato di cui la Gran Bretagna si fidava di meno», commenta lo
storico, interpellato dal quotidiano Guardian di Londra. «Mussolini fu
pagato 100 sterline alla settimana dall´autunno del ‘17, per almeno
un anno, per condurre una campagna pro-guerra».
La sua disponibilità a usare le maniere forti, oltre agli articoli
di giornale, per far restare a casa i pacifisti, osserva il Guardian,
sembrava una prova generale per lo squadrismo delle camice nere che
sarebbe seguito qualche anno dopo. «L´ultima cosa che la Gran Bretagna
voleva erano scioperi pacifisti che tenessero chiuse le fabbriche di
Milano», dice Martland.
Nel 1912 Mussolini era diventato direttore dell´Avanti, dalle cui
colonne si schierava sulle posizioni dei non-interventisti. Ma poi cambiò
idea, fondò il Popolo d´Italia, con il quale sostenne la guerra, e
venne espulso dal Psi. Nel 1919 fondò i Fasci di Combattimento,
trasformati nel 1921 nel Partito Fascista. L´anno dopo, con la marcia
su Roma, prese il potere. Senza che nessuno immaginasse che il Duce era
stato un agente di Sua Maestà.
[16-10-2009]
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MOSSA(D) A SORPRESA – IL SUPER SEGRETISSIMO SERVIZIO SEGRETO
IRAELIANO PUBBLICA IL SUO ATTO DI NASCITA (1949) – LO FA SOTTO LA
PRESSIONE DI DUE GIORNALI NAZIONALI - E PER FARSI BELLO DICE: "I
NOSTRI ARCHIVI SONO APERTI”, MA AGGIUNGE “I COMUNI CITTADINI NON SONO
AMMESSI"…
Alberto Stabile per "la
Repubblica"
Il certificato di nascita del Mossad è un foglio di carta ingiallito
dal tempo, che reca la data del 13 dicembre 1949 e la firma di David
Ben Gurion, il padre dello Stato di Israele. In alto a
sinistra, sottolineata in nero, la scritta «segreto». Un po´ più in
là il numero di protocollo: «Alef/01», la prima lettera dell´alfabeto
ebraico e il primo numero cardinale. L´inizio di una lunga storia ed,
esso stesso, un pezzo di storia.
È la prima volta che un documento varca le pareti blindate e
sconosciute degli archivi del Mossad per apparire prima sul sito dell´Agenzia,
anzi, dell´"Istituto", come Ben Gurion volle battezzarlo, e
poi sui giornali. La ragione di questo improvviso e finora isolato gesto
di trasparenza da parte del servizio segreto più segreto del mondo sta
nella richiesta avanzata all´Alta corte da due importanti giornali,
Yedioth Aaronoth e Haaretz.
I quali, con un po´ di sana furbizia, hanno cercato di verificare se
la legislazione sugli archivi di Stato si applica anche a tre santuari
della sicurezza nazionale quali il Mossad (ovvero Istituto per l´intelligence
e i servizi speciali), lo Shin Bet e la Commissione per l´energia
atomica.
Diciamo subito che dei tre soggetti chiamati in causa soltanto il
Mossad ha risposto alla sollecitazione dei due giornali. Lo Shin Bet, il
Servizio di sicurezza generale, ha fatto sapere che i suoi documenti
fondativi si trovano già sul sito. La Commissione per l´energia
atomica sta ancora soppesando la richiesta. Il Mossad, come si conviene
ad un laboratorio di alta manipolazione, è quasi caduto dalle nuvole.
Gli archivi del Mossad, hanno scritto in una nota i responsabili
della pubbliche relazioni dell´Istituto, «sono aperti da domenica a
giovedì, dalle 8 alle 17,30». Eureka! Chissà quante primizie! Quanti
misteri svelati! Piano: «A causa del carattere altamente sensibile per
la sicurezza di gran parte dei documenti», aggiunge la nota, «i comuni
cittadini («the general public», nella versione in inglese) non sono
ammessi».
Ne consegue che «qualsiasi richiesta di studiare i documenti sarà
presa in considerazione secondo la classificazione dei documenti stessi»,
vale a dire secondo il grado di segretezza di cui ciascun atto è
ricoperto. Come non detto.
La Lettera di Ben Gurion va dunque considerata come un gentile cadeau
alla pubblica opinione, una primizia di sessant´anni fa offerta alla
cittadinanza per captarne, o forse è meglio dire rafforzarne, la
benevolenza. Eppure, in quel foglio di carta ingiallito e nelle poche
essenziali parole di Ben Gurion, c´è come impresso il codice genetico
del Mossad, la sua ragion d´essere, la sua missione.
Scrive Ben Gurion: «Su mia istruzione viene stabilito un istituto
per concentrare e coordinare l´intelligence dello Stato e le operazioni
di sicurezza (l´Intelligence militare, il Dipartimento di Stato del
ministero degli Esteri, il Servizio di sicurezza generale ed altri)».
Ecco dunque il compito principale che il fondatore dello Stato affida
al Mossad: «Concentrare e coordinare» il flusso delle informazioni
provenienti dai vari settori: l´Aman, o controspionaggio militare, lo
Shabak, o Shin Bet, la sezione Ricerca del Ministero degli esteri, che
ha anche compiti d´intelligence. Senza ovviamente nulla togliere alle
operazioni di propria iniziativa che renderanno celebre, molte volte a
ragione, qualche volte a torto, il Mossad.
C´è anche tutto Ben Gurion, la sua lucidità, la
sua scaltrezza, in quelle poche righe. Il premier incaricò il
consulente per gli Affari speciali del ministero degli Esteri, Reuven
Shiloah, di organizzare e guidare l´Istituto. Ma con una
postilla: «Egli agirà su mie istruzioni e sottoporrà a me regolari
rapporti di lavoro».
Quanto ai mezzi messi a disposizione, «gli ho ordinato», scrive
ancora Ben Gurion riferendosi a Shiloah, «di sottoporre una proposta di
spesa per l´anno 1950-1951 fino a 20mila lire israeliane (allora non
era stato ancora introdotto lo shekel come moneta ufficiale, ndr), di
cui 5000 per operazioni speciali, ma soltanto con la mia preventiva
approvazione». Chiaro?
Da allora il Mossad ha messo a segno molte operazioni e combattuto
molte guerre segrete. A quanto pare, è attivamente impegnato anche a
neutralizzare il programma nucleare iraniano. II suo capo, Meir Dagan,
ha avuto prorogato l´incarico per meriti speciali. Il Mossad, si può
dire, naviga da 60 anni a gonfie vele sospinto dalla fiducia degli
israeliani. Un particolare, però, non ha messo nel conto: quella certa
crisi delle vocazioni che ha costretto i dirigenti dell´Istituto ad
affacciarsi recentemente su Internet per trovare nuove leve.
[16-10-2009]
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IL SALVADANAIO DI EMANUELE...
Francesco Bonazzi per "Il
Fatto Quotidiano"
Tocca proprio entrare nella club house del Reale Circolo Canottieri
Aniene, un sobrio posticino sulla sponda destra del Tevere al quale le
donne non hanno diritto di accedere senza un cavaliere, per trovare
l'unico consesso romano dove il professor avvocato Emmanuele Francesco
Maria Emanuele, barone di Culcasi, accetta di non essere il numero uno.
E c'è da capirlo, perché nel circolo dove i magistrati che indagano
sullo scandalo dei mondiali di nuoto hanno appena messo i sigilli alla
piscina, la presidenza tocca a Giovanni Malagò.
Ma chi controlla i voti e gli blinda la maggioranza è comunque il
signor Barone, un settantenne palermitano che da soli vent'anni presiede
la Fondazione della cassa di risparmio di Roma: bilancio annuo da due
miliardi e una capacità di spendere a pioggia sul territorio ben
superiore a quella del Comune.
Così, mentre il vippume capitolino è in estasi per la Festa del
cinema, l'arte che ha portato perfino i fratelli Vanzina nelle segrete
stanze del circolo Aniene, non sarebbe generoso dimenticare il prode
Emanuele e il suo impegno per la città.
In teoria, il ruolo della fondazione guidata da Emanuele non sarebbe
molto diverso da quello che la Compagnia di San Paolo svolge per Torino,
la Cariplo per Milano e la Fondazione CariVerona per la città
scaligera. Solo che in quelle realtà periferiche i presidenti delle
fondazioni si dimettono perfino dall'associazione Amici della musica
(come Giovanni Benessia a Torino).
Invece la recente nomina che il barone di Culcasi ha incassato dal
sindaco Gianni Alemanno, ovvero la presidenza del polo museale
capitolino riunito nella holding Palaexpo, ha acceso i riflettori su
questo indomito "highlander" tra Prima, Seconda e Terza
Repubblica. Con la sola precisazione che accostare il termine
"repubblica" a un monarchico che da avvocato ha curato le
pratiche di rientro dei maschi di casa Savoia potrebbe in effetti
sembrare azzardato.
Ma il barone è ormai definitivamente consacrato Grande Elemosiniere
della cultura locale, oltre che della sanità, della ricerca e del
volontariato. Tutti serbatoi di consenso elettorale irrinunciabili per
chi voglia comandare a Roma e che Emanuele, campione dell'aristocrazia
nera papalina e consigliere economico del Sacro Militare Ordine
Costantiniano di San Giorgio, amministra con generosità proverbiale.
"Basta che m'inviteno", come diceva il comico Max Giusti in
una vecchia imitazione di Alberto Sordi, e il barone apre i cordoni
della borsa.
Se poi gli offrono anche uno strapuntino, che sia una presidenza o un
qualche altro onore, lui accetta di buon grado. Per capire davvero perchè,
morta Maria Angiolillo, Emanuele sia l'ultimo sacerdote di un certo
Ancien Régime romano, bisogna spulciarsi l'ultimo bilancio della
Fondazione Roma, una vera bibbia del trasversalismo.
Nel bilancio 2008, l'ultimo disponibile, ecco che ci sono gli
spiccioli elargiti agli ospedali pubblici e i 559 mila euro donati al
Policlinico Gemelli; gli 899 mila euro per il Campus Biomedico dell'Opus
Dei e i cinque milioni per la ricerca medica delle università
pubbliche. Poi c'è la Luiss, della quale Emanuele è da sempre
consigliere, che lo scorso anno si è presa oltre 642mila euro.
Ma dopo aver così lautamente finanziato l'ateneo della
Confindustria, che pure non è esattamente una onlus, si poteva restare
insensibili ai bisogni materiali di Santa Romana Chiesa? Certo che no, e
allora ecco 281.870 euro per la cappella della Pontificia Università
Lateranense e i 40 mila euro per la sua imperdibile cattedra di
"Etica e Tributi".
Ma poi mica si possono negare 136 mila euro per il master
"Esperti in Politica" della Libera Università Maria
Santissima Assunta. Però non c'è solo il Vaticano, a Roma, e sul
fronte più laico e cco il contributo da 70 mila euro all'iniziativa
"Quotidiano in classe" dell'Osservatorio Giovani Editori di
Andrea Ceccherini, il "Gianni Letta di domani" che ogni anno
convoca a Bagnaia i direttori dei principiali giornali.
Con i cospicui dividendi che arrivano dalla quota che la Fondazione
detiene in Unicredit-Capitalia, Emanuele tiene buoni rapporti anche con
la Comunità ebraica romana (80 mila euro per i viaggi ad Auschwitz) e
con quell'inimitabile crocevia di poteri che è la Comunità di
Sant'Egidio.
Non mancano poi i 20 mila euro donati all'associazione "Amici
dell'Accademia dei Lincei", della quale il barone è membro, in
modo da controllare al meglio l'utilizzo delle elargizioni. E altri
ventimila euro vanno alla fondazione Civita, che a Roma forse è quanto
di più lontano si possa immaginare da preti e dintorni, ammesso che
queste distinzioni abbiano ancora un senso nel fantastico regno del
barone Emanuele.
Del resto, solo con un disegno di ampia trama si possono comprendere
i 35 mila euro donati alla Fondazione Don Luigi Di Liegro (mitico padre
della Caritas romana) e i 27.000 euro stanziati per una
"bibliografia ragionata" di Antonio Gramsci a cura
dell'omonima fondazione.
E ancora, i 22 mila euro per la fondazione Bettino Craxi e 1 12 mila
euro per un centro culturale sanmarinese. E poi 30 mila euro per una
povera parrocchia della Ciociaria e analoga somma per la
ristrutturazione della chiesa dell'Opus Dei ai Parioli, noto centro di
bisognosi.
Poi, certo, a Roma la musica di istituzioni "marginali"
come Auditorium, Santa Cecilia e Teatro dell'Opera boccheggia, anche
perchè la Fondazione Roma non passa loro un centesimo. Ma non si pensi
che al signor barone dispiaccia la musica. Perchè quest'anno la
"sua" fondazione Roma si è anche dotata della propria
orchestra sinfonica. In effetti, se ne sentiva la mancanza.
[16-10-2009]
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PHARMA-MISTERY! - IL GOVERNO ACQUISTA 24 MILIONI DI DOSI DALLA
MULTINAZIONALE NOVARTIS PER VACCINARE CONTRO L’INFLUENZA A - IL
CONTRATTO, PERÒ, RESTA SEGRETO ANCHE PER LA CORTE DEI CONTI - PERCHÉ? SI
PARLA DI UNA SPESA DI 200 MLN € - E SE IL PERICOLO FOSSE UNA BUFALA COME
AL SOLITO?...
Mario Sensini per "Il
Corriere della Sera"
Le prime dosi del vaccino contro l'influenza suina messe a disposizione
del ministero della Salute lunedì scorso sono già in fase di
distribuzione alle Regioni. Anche se gli accordi di fornitura stipulati
dal governo con la multinazionale farmaceutica Novartis, a cominciare
dal costo dei 24 milioni di dosi del vaccino commissionato (che
ammonterebbe a oltre 200 milioni di euro, ma solo secondo
indiscrezioni), restano avvolti nel mistero più totale. Un buio così
fitto che neanche la Corte dei Conti, pur avendo sollevato in sede di
controllo più di qualche dubbio, è riuscita a fare luce.
Il visto della Corte per la necessaria registrazione dell'atto è
arrivato perché il provvedimento, emanato a seguito di Ordinanze del
Presidente del Consiglio che prevedono una lunga serie di deroghe alla
normativa, è stato ritenuto «al di fuori degli ordinari schemi
contrattuali » e motivato da caratteri di «eccezionalità» e «somma
urgenza». I magistrati contabili hanno dunque deciso di «non procedere
alla disamina dei punti di rilievo » sollevati dal loro ufficio di
controllo sul contratto.
Di perplessità però ne avevano, e pure parecchie. Almeno undici,
secondo la delibera della Corte, che nonostante la «riservatezza» del
contratto sancita esplicitamente dall'articolo 10, ne svela qualche
particolare interessante. A cominciare dalle premesse, parti integranti
di un accordo sicuramente particolare visto che aveva per oggetto un
prodotto, il vaccino Focetria autorizzato solo pochi giorni fa dalla Ue,
che al momento della stipula non esisteva ancora.
«Precisando che l'esito delle ricerche, la capacità di sviluppare
con successo il vaccino, i tempi di produzione, la qualità dell'inoculo
virale e la capacità produttiva sono ancora in corso di definizione, la
premessa sembra vanificare a favore di Novartis tutti i successivi
vincoli contrattuali » sottolineano i controlli della Corte. Ben due
articoli del contratto, notano inoltre i magistrati contabili, prevedono
«la possibilità di mancato rispetto delle date di consegna del
prodotto senza l'applicazione di alcuna penalità».
Il ministero, in più, è obbligato ad accettare il vaccino «anche
in assenza dell'autorizzazione all'immissione in commercio in Italia».
In caso di mancata autorizzazione, dice la Corte, le garanzie in favore
del ministero non sarebbero «correlate all'esborso sopportato ». E il
contratto sempre nel caso la Novartis non ottenesse l'autorizzazione,
obbligherebbe il governo a versarle 24 milioni di euro «come
partecipazione ai costi».
Il ministero della Salute, secondo la delibera della Corte, sarebbe
rimborsato dalla società per danni causati a terzi solo a causa di
difetti di fabbricazione, mentre in tutti gli altri casi a essere
rimborsata sarebbe la Novartis. Senza il cui accordo, come previsto
dall'articolo 4 punto 2 del contratto, non sarebbe comunque possibile
stabilire l'esistenza di questi eventuali «difetti di fabbricazione».
Secondo l'Ufficio controllo della Corte, infine, il contratto sarebbe
«carente del parere di un organo tecnico in grado di attestare la
congruità dei prezzi». Una serie di osservazioni cui i tecnici del
ministero hanno puntualmente replicato. Anche se, visto l'esito della
decisione della Corte, per il visto di registrazione non è stato
necessario scendere nel merito delle questioni sollevate.
[15-10-2009]
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UNA BORSA PIENA DI COCA – LA DENUNCIA DI Jacques ATTALI A SAN
PATRIGNANO: “FIUMI DI POLVERE BIANCA DURANTE LE CONTRATTAZIONI E I
TRADER CHE PRENDONO DECISIONI IMPORTANTI VENGONO SKIZZATI IN UNA REALTÀ
VIRTUALE” – “QUANDO LA LIBERTÀ INDIVIDUALE DIVENTA VALORE ASSOLUTO,
PRODUCE EGOISMO”…
R. Cri. per "La Stampa"
«Ci sono non pochi trader che lavorano in Borsa pieni di cocaina,
che si separano completamente dalla realtà in cui agiscono». L'allarme
viene dal celebre economista Jacques Attali, ex
consigliere di Mitterand e di Sarkozy,
intervenuto ieri a un dibattito a San Patrignano.
«Ritengo che nell'attività di trading - ha aggiunto - non sia
ammissibile che vengano prese decisioni da chi vive di fatto in una sua
realtà virtuale. Penso che sia importante proibire l'uso di droga nelle
sale di Borsa. Ufficialmente è già così - ha concluso - ma in realtà
poi accade diversamente».
Con lui c'era il ministro del Welfare, Maurizio
Sacconi: ad ascoltarli il pubblico di San Patrignano, la
comunità di recupero dalla tossicodipendenza fondata da Vincenzo
Muccioli e impegnata nel primo «WeFreeDay», una giornata di dibattiti
sulla libertà dalla droga. «È assurdo volere misurare la felicità
con un indicatore, perchè ognuno ha i suoi criteri. Il concetto di
felicità interna netta è tipico delle società totalitarie e può
essere pericoloso», ha ammonito Attali, commentando il tema del giorno,
«Dal prodotto interno lordo alla felicità interna netta».
Anche Sacconi ha sottolineato che «noi decisori non possiamo
misurare la felicità. Non c'è una felicità di Stato. Noi dobbiamo
misurare il benessere. Perciò stiamo discutendo per individuare degli
indicatori che ci dicano se ci avviciniamo agli obiettivi utili per il
Paese. Dobbiamo muoverci con pragmatismo improntato a grandi valori».
Riferendosi alla droga come scelta autodistruttiva ed egoistica,
Attali ha fustigato la libertà individuale, che, «quando diventa un
valore assoluto, produce egoismo». Come il rifiuto di avere figli. «L'egoismo
italiano crea il suicidio italiano», ha rincarato la dose a proposito
del calo demografico. L'economista ha quindi criticato il «breve
termine», che domina la vita dell'Occidente, la politica, l'economia.
«I politici si preoccupano solo di essere eletti e nessuno si occupa più
delle generazioni future, così la democrazia, non essendo lungimirante,
diventa il peggiore dei sistemi».
Sacconi, che per la prima volta ha visitato San Patrignano, ha avuto
parole di elogio per la comunità. «È un caso straordinario, che
indica la strada che molti altri possono seguire».
[12-10-2009]
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NTRALLAZZI ROMANI (PAOLO) – LA PAZESCA ISTORIA DEL VICE DI SCAJOLA E
UOMO FORTE DI BERLUSCONI SULLE TV – “IL FATTO” RISPOLVERA LE CARTE
DELL’INCHIESTA SU LOMBARDIA 7 E SBUCA FUORI DI TUTTO: DA MAURIZIA
PARADISO A INDAGINI PER BANCAROTTA (Tra qualche settimana si aprirà il
processo per i protagonisti del crac)...
Gianni Barbacetto per "Il Fatto
Quotidiano"
È un uomo di televisione, Paolo Romani. Sempre
stato. Oggi, nella sua seconda vita, fa il censore televisivo e dalla
sua vicepoltrona al ministero dello Sviluppo economico apre, non si sa a
che titolo, una simpatica inchiesta contro Annozero e fa le pulci a Serena
Dandini.
Nella prima vita faceva invece il gestore di antenne locali. Se la
storia di Romani il Censore è ancora tutta da scrivere, quella del
Romani Uomo Tv è già scritta: nelle carte processuali di un'altra
inchiesta - vera, questa - sul brutto fallimento della sua vecchia
emittente, Lombardia 7.
Dopo aver fatto il pioniere della tv a partire dagli anni Settanta
(Tele Livorno con Marco Taradash,
Videolina con Nichi Grauso, Rete A di Alberto
Peruzzo, la prima Telelombardia di Salvatore Ligresti),
si era messo in proprio: con Lombardia 7.
La rete ha subito successo. Non certo per il tg: il programma forte
è «Vizi privati», strip molto espliciti e molto caserecci governati
da una ingovernabile Maurizia Paradiso. Con la
scatenata Maurizia, dopo un lungo sodalizio,
Romani
finisce per litigare e la leggenda dice che lo scontro sia
stato fisico e molto doloroso.
Poi Romani, che era stato un giovane liberale, resta
folgorato sulla via di Arcore e nel 1994 segue Silvio Berlusconi
in Forza Italia. Eletto deputato, si trasferisce a Roma,
abbandona la tv al suo destino e, almeno formalmente, la vende: giusto
in tempo per evitare l'onta del fallimento. Sì, perché i nuovi
proprietari comprano Lombardia 7 già piena di debiti e poi la lasciano
naufragare.
Non si occupano di programmi e palinsesti. Hanno a cuore solo due
cose: le frequenze, bene prezioso che prima o poi sperano di vendere
bene (e avevano ragione: alla fine è arrivata la legge Gasparri);
e la pubblicità, attraverso cui, con un giro di "cartiere" e
di fatture false, ricavano parecchi soldini.
Razziano molti miliardi di lire (almeno 81 tra il 1997 e il 2001) che
mettono al sicuro in Svizzera. Poi fanno sparire i documenti contabili e
portano al fallimento prima Lombardia 7, che "salta" nel 1999
lasciando debiti per oltre 12 miliardi di lire, poi anche Rtv Produzioni
di Padova, che s'inabissa nel luglio 2000. Risultato: intervengono tre
procure della Repubblica, quella di Bergamo, quella di Monza, quella di
Bologna.
Nel 2003, zitti zitti, tentano il colpo finale: vendere le frequenze
alla Rai, che le vuole utilizzare per il digitale terrestre. Permettere
ai concessionari di vendere le frequenze tv è come permettere ai
posteggiatori abusivi di vendere le piazze dei loro parcheggi, ma in
Italia funziona così.
E l'allora direttore generale della Rai Flavio Cattaneo incontra gli
emissari del gruppo, che gli offrono le frequenze a prezzi d'amatore:
7,5 milioni di euro per quelle di TvSet e addirittura 24 milioni per
quelle di Lombardia 7. «Ma scontabili», si giustifica poi Cattaneo.
A rovinare tutto è Paolo Biondani, che sul Corriere della sera («Nasce
indagata la tv del futuro») racconta che dietro TvSet c'è un'allegra
compagnia inseguita da tre procure d'Italia per bancarotta, associazione
a delinquere, false fatture, riciclaggio, falso in bilancio.
E Romani? Zitto. Formalmente ha venduto Lombardia 7 nel 1996. Ma
della società che conta, Lombardia Pubblicità, resta legale
rappresentante almeno fino al 1998 e azionista e proprietario del 5 per
cento almeno fino al 2003. E poi: ha venduto davvero? Nel mondo delle
private c'è chi ne dubita, chi sussurra di accordi sottobanco. Tra
qualche settimana si aprirà il processo per i protagonisti del crac.
Romani invece, a lungo coindagato per bancarotta, fa il viceministro
addetto alla censura. Il pm per lui ha chiesto l'archiviazione, il gip
l'ha rifiutata ordinando l'imputazione coatta, il pm ha eseguito
l'ordine, poi un secondo gip ha definitivamente archiviato: la nuova
berlusconiana legge sul falso in bilancio lo ha messo al sicuro. Certo,
in un paese normale non lo riterrebbero comunque degno di fare il
viceministro. Ma soprattutto riderebbero di gusto se uno come lui
pretendesse di dare lezioni, proprio lui, su come si deve fare tv.
[01-10-2009]
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L'ESPRESSO SCODELLA L'ULTIMA INCHIESTA SUL POTERE (ETERNO) DEL CAPO
DELLA P2 - MAZZETTE PER PAGARE MENO TASSE. L'ORDINE DEI TEMPLARI. UN
COLONNELLO SPIA - INTERCETTAZIONE: "IO HO FATTO ENTRARE IL
VICEPRESIDENTE DELLA FINMECCANICA (STORNELLI, SECONDO I PM)... IL PREFETTO
DI NAPOLI STA NELLA MIA COMANDERIA... ABBIAMO I NOTAI, ABBIAMO I MIGLIORI
AVVOCATI, DEPUTATI, ONOREVOLI, ABBIAMO ADDIRITTURA UN VICEMINISTRO
DELL'INTERNO CHE VOLEVA ENTRARE, IL NOME?: MINNITI"
Lirio Abbate e Paolo Biondani per L'espresso, in edicola
domani
Militari, politici, dirigenti ministeriali, direttori di banca,
magistrati, professionisti, industriali e faccendieri. Una nuova rete di
"personaggi appartenenti a tutti i settori che contano della vita
pubblica e privata". Con una copertura associativa di stampo
massonico, che garantisce vantaggi "a tutti e a ciascuno",
attraverso "stretti legami di fratellanza e mutua assistenza".
E in cima alla piramide, lui: Licio Gelli, l'immarcescibile maestro
venerabile della P2.
Dalla scoperta della lista dei 962 affiliati alla sua loggia segreta,
è passato più di un quarto di secolo. Dal 1981 ad oggi Gelli ha
accumulato condanne definitive per reati che hanno fatto storia:
principale responsabile della bancarotta dell'Ambrosiano di Roberto
Calvi; stratega dei più gravi depistaggi del Sismi (la prima delle
tante false piste internazionali) per la strage di Bologna. Gelli ha
scontato la pena a casa, nella villa aretina intitolata alla moglie
Vanda Vannacci, per gravi motivi di salute, che peraltro dieci anni fa
non gli impedirono di evadere.
Nel 2003, intervistato da 'Repubblica', aveva scherzato sulle
analogie tra il suo piano di rinascita e il programma del governo
presieduto dal suo più ricco affiliato, Silvio Berlusconi: "Sì,
forse dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine
pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa". Oggi, festeggiati i 90
anni, Gelli non è solo il custode di segreti di un passato che non
passa. È il protagonista di nuovi intrighi. Riceve industriali. Tratta
affari. Istruisce colonnelli. Offre appoggi. E fa da consigliere
all'organizzatore di una nuova rete di "fratelli".
A documentare il ritorno di Gelli è l'inchiesta di una piccola
procura del Nord, ora trasmessa ai pm antimafia di Palermo. A Verbania,
pochi giorni fa, i magistrati hanno chiuso le indagini su una cordata di
imprenditori che facevano i soldi con le fatture false. Organizzavano
finte esportazioni di macchinari, creando crediti Iva fittizi. E per
cinque anni, oltre a non pagare le tasse, sono riusciti a farsi
rimborsare dallo Stato "almeno 9 milioni di euro".
La parte del leone l'ha fatta la Tubor spa, una fabbrica di
termosifoni con 170 operai, lasciata fallire dopo il sequestro del
bottino. Per frodare il fisco questa "associazione per
delinquere" aveva bisogno di azzerare i controlli. E a garantire
"l'ombrello fiscale", come lo chiamano gli inquisiti, erano
due imputati di corruzione: Rolando Russo, dirigente dell'Agenzia delle
Entrate di Verbania, e Delio Cardilli, tenente colonnello della Guardia
di Finanza, in servizio dal '69.
I due, secondo l'accusa, si sono divisi tangenti per un milione e 748
mila euro. Benché indagato a Roma già dal 2002, Cardilli fino al 2006
era al comando generale, come "capo ufficio operazioni del nucleo
speciale evasione contributiva", e poi è diventato
"comandante del centro addestramento regionale" di Perugia.
Prima di essere arrestato, nel giugno 2008, insegnava alla "Libera
Universitas" di Orvieto e scriveva di fisco sui quotidiani
economici.
Per comunicare con gli altri indagati, Cardilli usava 72 schede
telefoniche e 29 cellulari. Ad ogni numero corrispondeva un solo
interlocutore. Per poterlo intercettare, i finanzieri onesti hanno
dovuto nascondergli una microspia in ufficio, riuscendo ad ascoltarlo
solo per un paio di mesi. Il colonnello è affiliato ai Templari,
l'antico ordine cavalleresco che oggi è un'associazione lecita come la
massoneria.
Nell'ordine d'arresto, i magistrati precisano che "era in lizza
per diventare vice-priore nazionale". E trascrivono una telefonata
in cui lo stesso Cardilli illustra a un "cavaliere" quale
"utilità" si può ricavare dalla sua rete associativa:
"Io voglio fare una forza che, con l'obiettivo umanitario, poi
diventa anche economica e addirittura una forza politica...
Politica nel vero senso del termine. Perché quando io alzo il
telefono e dall'altra parte c'ho il cavaliere templare che è
procuratore della repubblica di Roma, ti faccio un esempio, io sto già
più tranquillo. Mica dobbiamo fare chissà cosa, però c'hai un amico.
Anche per un consiglio, no? Dall'altra parte alzi il telefono e trovi il
direttore delle entrate... E c'hai un amico. A me piace fare una
coalizione: tutti in uno. Hai capito? Che tu hai bisogno di qualsiasi
cosa, e ognuno di noi deve avere l'etica di aiutare l'altro. Per la
Finanza ci sono io, poi c'è il collega dei carabinieri, quell'altro
dell'esercito... C'è tanta gente... Ci sono quelli della pubblica
amministrazione, diversi imprenditori... Così si fa!".
Questa intercettazione-chiave è del 16 giugno 2007. Per tutta
l'estate Cardilli si sente con Gelli. Il colonnello telefona a Villa
Vanda e si presenta come "Delio". Il tono è amichevole, ma
Cardilli pende dalle labbra di Gelli. Assicura di essere a sua completa
disposizione "tranne una settimana di ferie". Le
intercettazioni documentano una forte intesa, una sorta di alleanza tra
l'ufficiale inquisito e il capo della P2. Gelli e Cardilli però
sospettano di essere intercettati. Parlano con allusioni e mezze frasi.
Si promettono favori, ma non precisano nomi e fatti. Molte telefonate
servono solo a fissare appuntamenti a tu per tu. A fine agosto le
intercettazioni s'interrompono, perché Cardilli continua a cambiare
telefoni. Nei nastri restano registrate le sue insistenze per sapere se
ci sono "novità" su un misterioso gruppo dei
"cinque", che Gelli sta segretamente organizzando. Cardilli
gli chiede se ha contattato un "imprenditore di Milano", ma
non fa nomi.
Le indagini documentano almeno un incontro. Il colonnello accompagna
nella villa di Gelli un industriale che lui stesso identifica come
Pietro Mazzoni, titolare dell'omonimo gruppo con interessi dagli appalti
ambientali all'energia, dalle pulizie alle telecomunicazioni. All'uscita
Cardilli riferisce a un "fratello" che Mazzoni chiama Gelli
"commendatore", che i due hanno parlato di affari e che il
venerabile ha promesso appoggi. Il colonnello aggiunge che deve rivedere
Gelli con urgenza, perché "il maestro" gli deve "parlare
a quattr'occhi" di "una cosa importante". Tanto che
Mazzoni, imbarazzato, voleva lasciarli soli.
Negli stessi giorni Cardilli convoca i templari per la festa del 15
settembre al Castello dell'Oscano di Perugia. Il colonnello chiede ai
suoi cavalieri se sia il caso di ammettere altri "pezzi da 90"
nel sottogruppo "nostro": "Io volevo far entrare due
assessori regionali, due magistrati: i procuratori di Roma e di Pisa
sono amici miei... Come il senatore Colucci di Forza Italia... Il
senatore Schifani è un altro amico mio... Il procuratore di Bologna
pure... Io c'ho diverse nomine, ma finché non vedo le cose chiare, non
le faccio entrare. Io ho fatto entrare il vicepresidente della
Finmeccanica (ingegner Sabatino Stornelli, secondo i pm)... Il prefetto
di Napoli sta nella mia comanderia... Abbiamo i notai, abbiamo i
migliori avvocati, deputati, onorevoli, abbiamo addirittura un
viceministro dell'interno che voleva entrare, ti dico pure il nome:
Minniti".
Solo vanterie? Frequentazioni di lavoro che il colonnello spaccia per
amicizie interessate? L'inchiesta di Verbania ha verificato
l'appartenenza ai templari dei soli professionisti e funzionari
direttamente coinvolti nei fatti di corruzione. Su tutto il resto, ora
indaga Palermo. I pm antimafia hanno infatti scoperto che il colonnello
Cardilli, il 6 giugno 2008, ha incontrato una poliziotta poi arrestata
come complice di una consorteria massonica: una banda in grado di
rinviare e aggiustare anche processi di mafia in Cassazione.
Il presunto capo, Rodolfo Grancini, è un massone di Orvieto in
rapporti con Marcello Dell'Utri. La poliziotta, Francesca Surdo, voleva
entrare nei servizi segreti. Al che Grancini le ha chiesto un curriculum
e fissato un appuntamento con Cardilli, che si è qualificato come
"già destinato ai servizi". All'incontro, il colonnello le ha
presentato l'ennesimo amico importante: Roberto Mezzaroma, costruttore
romano ed ex europarlamentare di Forza Italia. La poliziotta ricorda che
"portava sulla giacca il prisma simbolo dei circoli di Dell'Utri".
[01-10-2009]
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MI PRESTI (GIACOMO) LA CARTA DI CREDITO? – LA MINISTRA INDAGATA PER
PECULATO: BORSE E VESTITI GRIFFATI COMPRATI CON LA CARTA DI CREDITO DEL
MINISTERO– PER I PM “ATTO DOVUTO” DOPO LE INTERCETTAZIONI A UN
FUNZIONARIO – STEFY FURIOSA: “TUTTO FALSO, E BASTAVA LEGGERE GLI
ESTRATTI CONTO”…
Roberto Giovannini per "La Stampa"
I giudici dicono che per Stefania Prestigiacomo
l'iscrizione
sul registro degli indagati è praticamente un atto dovuto: dopo aver
ascoltato una conversazione telefonica (intercettata) in cui un
funzionario del ministero dell'Ambiente parlava di borse e vestiti
comprati dalla ministro con la carta di credito «istituzionale», per i
magistrati non c'erano alternative.
Certo è che - come dire - l'impianto accusatorio sembra piuttosto
fragile: di prove concrete per adesso non se ne parla. E pare davvero
che tutto si regga su questa conversazione tra il dirigente del
ministero e il suo interlocutore telefonico. Conversazione che può
essere una denuncia di un malcostume, ma anche una banalissima
maldicenza. Lei, ovviamente, è furiosa: si definisce «nauseata e
sconcertata». E incassa la solidarietà del suo partito e del premier Berlusconi.
Come detto, per ora ci sono solo alcune frasi intercettate
(ovviamente nel corso di un altro procedimento penale aperto a Firenze)
in cui si parla di acquisti di lusso, come borse e articoli di Armani e
di altre griffes effettuati con i fondi a disposizione del ministero
dell'Ambiente.
Una vicenda, insomma, tutta da accertare ma che è finita al vaglio
della procura di Roma che nei giorni scorsi ha iscritto il ministro
siciliano sul registro degli indagati con l'ipotesi di reato di
peculato.
«Non ho mai usato la carta di credito del ministero per acquisti
personali», ha replicato il ministro, che ha aggiunto: «Estratti conto
e tutta la documentazione relativa alle spese ministeriali sono a
disposizione degli inquirenti. E lo sono sempre stati. Nessuno li ha mai
consultati. Potevano esaminarli e poi fare ogni verifica prima di
accusarmi di peculato sulla base di un'intercettazione telefonica fra
due persone di cui una indagata e l'altra interna al ministero. Sono
profondamente nauseata e sconcertata - ha detto ancora Stefania
Prestigiacomo - e chiedo che sia fatta piena luce su tutta questa
vicenda. E sono pronta a querelare chiunque metta in discussione la mia
onestà».
Berlusconi la difende: «Da molti anni opera al mio
fianco con grande capacità e con grande dedizione. Sono convinto che la
sua assoluta integrità sarà immediatamente riconosciuta». Sulla
stessa linea il ministro Mara Carfagna, che parla di «inqualificabile
attacco al governo» e il sottosegretario Gianfranco Micciché.
L'iscrizione costituisce un atto dovuto, dicono in Procura: una volta
captati i colloqui dalle Fiamme Gialle, è stata mandata un'informativa
alla Procura di Roma e poi aperto un fascicolo processuale per
verificare se si ravvisino fatti penalmente rilevanti. L'istruttoria,
come da prassi in questi casi, è affidata al Tribunale per i reati
ministeriali che dovrà verificare, anche attraverso l'acquisizione di
eventuali ricevute, se in un determinato periodo di tempo il ministro
Prestigiacomo abbia utilizzato una carta di credito in uso al ministero.
Il collegio di giudici per i reati ministeriali, conclusa l'istruttoria,
invierà il fascicolo alla procura di Roma con le conclusioni
dell'indagine.
[02-10-2009]
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CARFAGNA IN TRIBUNALE CONTRO 'REPUBBLICA' - CHIEDE 900.000 € PER
AVER RIPORTATO "Le espressioni "succhiato l´uccello",
"amante quasi ufficiale", "come soddisfare il primo
ministro" e "evocano le iniezioni che deve farsi prima di ogni
rapporto" hanno travalicato il limite della continenza»"...
Silvio Buzzanca per "la Repubblica"
Dopo Berlusconi la Carfagna. Anche
il ministro delle Pari Opportunità ha deciso, a oltre un anno di
distanza dai fatti, di citare in giudizio la Repubblica. Gli articoli
oggetto dell´azione civile di risarcimento sono due, uno del 9 luglio
del 2008, ovvero il resoconto del "No Cav Day", compreso il
comizio di Sabina Guzzanti, e un altro del 6 agosto
scorso, che riassume quanto riportato dai giornali stranieri sull´inchiesta
di Bari.
«L´autore dell´articolo del 9 luglio 2008 - scrive l´avvocato Federica
Mondani - ritiene di dover riportare testualmente le frasi
"osteria delle ministre... se a letto sei un portento figuriamoci
in Parlamento". "...Non può diventare ministro una che gli ha
succhiato l´uccello", riferendosi evidentemente al presidente del
Consiglio».
Nel secondo articolo il legale della Carfagna
contesta
un´altra frase, che il giornalista riportava dal Nouvel Observateur: «Un
ipotetico nastro... nel quale Mara Carfagna (amante
quasi ufficiale) e Maria Stella Gelmini (le due sono
definite bimbe) addirittura si interrogano reciprocamente per sapere
come soddisfare al meglio il primo ministro, evocano le iniezioni che
deve farsi prima di ogni rapporto».
Secondo l´avvocato si tratta di «parole talmente offensive della
reputazione e della dignità di un personaggio politico con incarico
istituzionale», che «non trovano precedenti nel nostro paese».
Il legale insiste innumerevoli volte sullo stesso tasto: «Le
espressioni "succhiato l´uccello", "amante quasi
ufficiale", "come soddisfare il primo ministro" e
"evocano le iniezioni che deve farsi prima di ogni rapporto"
hanno travalicato il limite della continenza».
«Le locuzioni suggeriscono il riferimento all´attività, data per
certa, di "concessione" del Ministro», mentre la fonte
sarebbe rappresentata «da un lato dai contenuti blasfemi di un
aspirante comico (nella fattispecie Sig.ra Sabina Guzzanti) e dall´altra
dall´articolo di un giornale estero che richiama una presunta, mai
esistita, "registrazione"».
Quindi il legale si lancia in una «umile riflessione a sfondo
giuridico», ovvero «se l´argomento intercettazioni a sfondo
sesso-volgare siano davvero di "interesse pubblico" o se
piuttosto i quotidiani, anche per una crescente crisi del settore,
rifondino speranze nel trarre beneficio quando i medesimi argomenti
diventino di "interesse del pubblico"». Insomma, la stampa si
occuperebbe di queste vicende solo per vendere più copie.
L´avvocato della Carfagna, nella lunga citazione,
sottopone al tribunale anche il presunto «danno» arrecato al ministro.
La «ricezione dell´insulto a livello popolare» avrebbe infatti
implicato la possibilità «per l´On. Ministro di aver perduto
connotati politici di stima e carisma oltreché la capacità di
proselitismo».
La Carfagna denuncia «una notevole flessione negativa» nei sondaggi
e pretende nei suoi confronti quel «diritto all´oblio di cui ciascun
soggetto pubblico gode». Poi, oltre al «danno morale», l´avvocato
elenca il presunto danno biologico: «In seguito alla lettura degli
articoli imputati il Ministro Carfagna registrava anche
sofferenze fisiche che portavano la stessa a perdere peso e a soffrire
di insonnia e forti emicranie».
C´è di più: «Il Ministro si è trovato nella condizione di dover
evitare interviste al fine di non dare ulteriore eco alle false notizie».
E, per questo, la Carfagna chiede in totale ai
giornalisti e all´editore di Repubblica 900 mila euro. Nulla invece, a
quanto risulta, chiede al Foglio di Giuliano Ferrara, che pubblicò
insieme le stesse invettive di Sabina Guzzanti.
[25-09-2009]
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CASO MORO, UN PENTITO RIVELA "TUTTI SAPEVANO DI VIA
GRADOLI"...
E. V. per "la Repubblica"
«Tutti sapevano di via Gradoli». Francesco Fonti,
il pentito della ‘ndrangheta che ha permesso di individuare le
"navi dei veleni" nei fondali della Calabria, fa nuove
clamorose rivelazioni. Stavolta sul caso Moro, l´ex
presidente della Dc sequestrato e ucciso dalle Br nel 1978. Una
testimonianza raccolta da Riccardo Bocca de L´espresso,
registrata con un video, che accompagna un lungo articolo pubblicato sul
sito del settimanale.
Aldo
Moro Aldo
Moro
Fonti racconta di essere stato inviato dalla ‘ndrangheta a Roma nel
marzo del ‘78, chiamato da Riccardo Misasi, ex
braccio destro di De Mita, e dall´onorevole Vito
Napoli. Il suo boss, Sebastiano Romeo, gli
dice che bisogna dare una mano per scoprire il covo delle Br e di
mettersi in contatto con «l´amico» dei Servizi. Il pentito riferisce
di un incontro con l´ex segretario della Dc Benigno Zaccagnini,
sostiene di aver presto capito che diversi personaggi della banda della
Magliana sanno che Aldo Moro e i suoi rapitori stanno
in via Gradoli, sulla Cassia.
MORO
pz 009
«Come è possibile, mi domando, che tutta la malavita di Roma sappia
dove si trova il covo delle Br?». Fonti - scrive L´Espresso - ha
riscontri anche dai rappresentanti della ‘ndrangheta nella capitale,
dove incontra la sua fonte nel Sismi, un certo Pino. È lui che lo porta
dall´allora direttore del Servizio, Giuseppe Santovito,
il 4 aprile 1978.
«Pino mi porta dal capo a Forte Braschi. Santovito mi chiede se ho
notizie su un appartamento in via Gradoli 96. Gli rispondo che ho
sentito questo indirizzo da amici. E lui commenta: "Tutto vero,
Fonti: è giunto il momento di liberare Moro"». Ma tornato in
Calabria, il suo boss lo gela: «A Roma i politici hanno cambiato idea.
Dicono che dobbiamo soltanto farci i cazzi nostri».
Fonti decide di chiamare la questura capitolina: «Via Gradoli 96, lì
troverete i carcerieri di Moro». Pochi giorni dopo il covo di via
Gradoli viene scoperto per una "strana" perdita d´acqua. Dei
brigatisti non c´è traccia.
moro
rapimento1978
«Non c´è stata la volontà di agire», afferma il pentito. Una
conferma l´uomo ritiene di averla avuta nel 1990, quando stava nel
carcere di Opera con Mario Moretti: il capo delle Br
riceveva ogni mese una busta con un assegno circolare. «Qualche tempo
dopo un brigadiere che credo si chiami Lombardo
mi
confida che, per recapitare i soldi (del ministero dell´Interno), lo
hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto
tale Moretti viene retribuito. L´ennesimo mistero tra i misteri».
MORO
pz 014
Il Pdci chiede una verifica. Cautela in procura a Roma: il video sarà
visionato, tra oggi e domani si deciderà che fare.
2 - "IO BOSS, CERCAI DI SALVARE MORO"
Testimonianza di Francesco Fonti raccolta da
Riccardo Bocca per "l'espresso.it"
(http://espresso.repubblica.it)
Si chiama Francesco Fonti, e il suo nome in queste
settimane rimbalza tra giornali e televisioni. Grazie al dossier che ha
consegnato alla Direzione nazionale antimafia, pubblicato da
"L'espresso" nel 2005, i magistrati della Procura di Paola e
la regione Calabria hanno individuato il 12 settembre scorso, al largo
della costa cosentina, il relitto di un mercantile carico di bidoni: il
primo passo verso una verità che riguarda il traffico internazionale di
scorie tossiche e radioattive.
MORO
pz 007
Un intreccio tra politica, servizi segreti e malavita
organizzata."Soltanto un aspetto, per quanto grave, della mia
attività", lo definisce Fonti (condannato a 50 anni di carcere,
prima di iniziare la collaborazione con i giudici).
MORO
pz 008
E sempre Fonti, in queste ore delicate, decide di
rivelare al nostro giornale un altro capitolo della sua vita criminale:
il ruolo che avrebbe avuto nel tentativo di salvare la vita al
presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, rapito il 16 marzo
1978 dalle Brigate Rosse e trovato morto nel centro di Roma il 9 maggio
seguente. Un compito, dice, affidatogli dal boss Sebastiano Romeo,
dietro richiesta di una parte della Dc. Ecco il drammatico racconto, in
prima persona, di quelle tre settimane.
Non mi lascia aprire bocca, Sebastiano. È innervosito dall'allarme
nazionale procurato dal caso Moro, un clamore che sta disturbando gli
affari della nostra organizzazione. "Ho ricevuto pressioni a due
livelli", spiega: "Mi hanno chiamato Riccardo Misasi e Vito
Napoli (figure di spicco della Democrazia cristiana calabrese, ndr), ma
anche certi personaggi da Roma...". Non precisa chi sono, queste
persone. Ribadisce, invece, che la missione è di importanza
straordinaria, e non avrebbe accettato un mio fallimento.
moro
cad viacaetani 8578
Con questa premessa parto per la Capitale il giorno dopo. Salgo sulla
mia Renault 5 Alpine grigia metallizzata e scarico i bagagli all'hotel
Palace di via Nazionale, dove ho già soggiornato e dove consegno
documenti falsi intestati a un inesistente Michele Sità. Poi mi metto
in contatto con un agente del Sismi che si fa chiamare Pino: un
trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta, con capelli corti
pettinati all'indietro. L'ho conosciuto anni prima tramite Guido
Giannettini, il quale ha cercato di blandirmi per ottenere informazioni
sulla gerarchia interna della 'ndrangheta.
MORO
pz 013
Visto il solido rapporto tra me e Pino, gli chiedo cosa sappiano i
servizi del caso Moro, e se abbiano scoperto dove si trovano i
carcerieri delle Br. Lui risponde vago, dicendo che è una storiaccia, e
che neppure lui è riuscito a capire come stiano le cose. In compenso,
mi invita a parlare con il segretario della Democrazia cristiana Benigno
Zaccagnini, il quale sta lavorando sotto traccia per aiutare Moro.
Un'ipotesi diventata, poche ore dopo, un vero appuntamento.
MORO
amintore fanfani pz 006
Al termine di una giornata convulsa (durante un ultimo controllo alla
Fiat 130 su cui viaggiava Moro, è stata trovata una terza borsa non
elencata nel verbale della prima perquisizione) rivedo infatti l'agente
Pino, che nel frattempo ha parlato con Zaccagnini. E mi dice di
presentarmi il giorno dopo, alle 10 della mattina, al Café De Paris di
via Veneto.
MORO
pz 012
Specificando: "In mano devi tenere la "Gazzetta del
sud"", di cui mi consegna una copia. "In questo modo, il
segretario ti riconoscerà facilmente". Il mattino del 22 marzo,
mentre al Viminale si riunisce il Comitato tecnico operativo gestito dal
ministro dell'Interno Francesco Cossiga, arrivo puntuale
all'appuntamento. Mi siedo a un tavolino nel dehors del Cafè de Paris,
e aspetto circa dieci minuti.
Dopodiché arriva il segretario Zaccagnini: dà un'occhiata attorno,
mi individua e si accomoda di fronte a me. Forse, penso, ha qualche
indicazione chiave da riferirmi. Ma non è così: "È un brutto
momento per la coscienza di tutto il mondo politico", inizia senza
neppure avermi detto buongiorno. Si vede che è imbarazzato, e irritato,
per essere costretto a incontrare uno come me.
moro01
br
"Mi creda", prosegue, "non avrei mai immaginato un
giorno di sedermi davanti a lei in qualità di petulante. Non sono mai
sceso a compromessi, ma se sono venuto a incontrarla, significa che il
sistema sta cambiando. Faccia in modo che quella di oggi non sia stata
una perdita di tempo, ma piuttosto una svolta decisiva. Ci dia una mano
e la Dc, di cui mi faccio garante, saprà sdebitarsi". Poi
sorseggia un sorso d'acqua, si alza per andarsene e aggiunge: "Noi
non ci siamo mai incontrati... Se ci saranno notizie che vorrà darmi di
persona, le dirà all'agente Pino".
MORO
pz 011
MORO
funerale pz 015
La mia risposta, visto l'atteggiamento scostante del segretario, è
gelida. Mi limito a comunicargli che mi sono attivato per recuperare le
informazioni utili. E aggiungo: "Sicuramente le nostre ricerche
saranno fruttuose, e le saranno comunicate da me in prima persona".
Parole che pronuncio con convinzione. Non posso sapere che questa sarà
la prima e unica volta che incontrerò Benigno Zaccagnini, e tantomeno
che nelle settimane seguenti succederanno fatti anche per me
sorprendenti.
A partire dall'incontro con un malavitoso capitolino, noto con il
soprannome di "Cinese" per i baffetti alla mongola. Non so
quale sia il suo vero nome, ma è certamente inserito nella celebre
banda della Magliana. Me lo spiega il referente romano di Cosa nostra,
Pippo Calò, il quale garantisce che può essermi utile: "Quelli
sanno tutto?", dice. E aggiunge che, in quelle stesse ore, anche
Cosa Nostra sta lavorando per i politici romani all'individuazione dei
carcerieri di Aldo Moro.
cossiga
moro via caetani MORO
pz 010
"So bene che le promesse dei politici non vengono
mantenute", mi dice, "ma dobbiamo aiutarli per cercare di
ottenere l'annullamento degli ergastoli inflitti ai nostri uomini".
Da parte mia, ho forti perplessità a
trattare con la malavita romana, perché in Calabria si dice che con i
romani si può mangiare e bere, ma non fare affari. Parlano troppo. Si
vantano e cacciano tutti nei guai. Così, quando incontro il Cinese
tramite Bruna P., una donna con la quale ho una relazione, e che ha un
negozio di biancheria intima dove ricicla soldi della Magliana, sono
molto prudente.
Ci vediamo il 25 marzo, giorno in cui le Br diffondono il loro
secondo comunicato, in una birreria di via Merulana, a poche decine di
metri da piazza San Giovanni. E il mio interlocutore non tarda a fare lo
sbruffone: "Lo sanno tutti dove sono nascosti Mario Moretti e tutti
gli altri!", ride. Impugna un boccale di birra da un litro, e
nonostante la delicatezza del tema parla a voce alta nel locale
affollatissimo: "I rapitori di Moro si trovano in un appartamento
in via Gradoli, dalle parti della Cassia", dice. Non mi indica il
numero esatto, ma in ogni caso non ha dubbi: "Se lo volessero
trovare, Moro, non ci vorrebbe niente. Però chi lo vo' trovà, a
quello?", conclude con un'altra risata.
Inutile dire che rimango perplesso: da una parte mi fa divertire,
come si comporta il Cinese, dall'altra temo di buttare il mio tempo.
Com'è possibile, mi domando, che tutta la malavita di Roma sia al
corrente di dove si trova il covo delle Brigate rosse? Ci vogliono ben
altre conferme, penso, prima di contattare Zaccagnini; e anche per
questo decido di parlare con Angelo Laurendi, un 'ndranghetista di
Sant'Eufemia D'Aspromonte che conosco da tempo e che spero possa darmi
notizie interessanti.
Una speranza, purtroppo, infondata, ma questo non significa che la
nostra chiacchierata sia inutile. Angelo, infatti, mi accompagna sulla
sua Lancia Appia nel comune di Ciampino, e per la precisione in un
negozio di mobili il cui proprietario è Morabito di Reggio Calabria, un
'ndranghetista di cui non conosco il nome di battesimo. È comunque in
quel momento un uomo tarchiato, sulla quarantina abbondante, con la
barba scura e una piccola cicatrice sullo zigomo.
Mi accoglie cordiale e rispettoso in ufficio, e quando domando se gli
risulta di un appartamento delle Brigate rosse in via Gradoli, annuisce:
"Voi potete stare sicuro che qualcosa c'è, in via Gradoli",
dice. "Mi hanno detto che i brigatisti gestiscono un appartamento,
lì, e probabilmente c'entra con Moro".
A questo punto, capisco che l'indicazione datami in prima battuta
dalla banda della Magliana non è così improbabile. Perciò ricontatto
l'agente Pino, gli faccio credere di non sapere ancora nulla, e insisto
per ottenere nuovamente aiuto. Una richiesta che non può rifiutare,
visto il nostro legame, tant'è che dopo avere premesso che sono in atto
vari depistaggi, mi suggerisce di parlare con l'appuntato dei
carabinieri Damiano Balestra, addetto all'ambasciata di Beirut sotto il
comando del colonnello del Sismi Stefano Giovannone, il quale gli ha
raccomandato di salvare a tutti i costi il presidente Moro (non a caso,
in una sua lettera durante la prigionia, Moro invoca proprio
l'intervento di Giovannone, ndr).
moretti
mario brigate galera
"Balestra ha ottime fonti", dice l'agente Pino. E non sta
esagerando. Ne ho la riprova quando ci vediamo tutti e tre (io, Pino e
Balestra) negli ultimissimi giorni di marzo, davanti a un bar nel
quartiere romano dell'Alberone, dalle parti di via Tuscolana. È
pomeriggio, e parliamo a bordo della Lancia di Pino. Il discorso
dell'appuntato Balestra è chiarissimo: "Io sto dando
l'anima", dice, "per arrivare alla liberazione del presidente,
ma continuo a sbattere contro un muro. Ogni informazione che ricevo è
vera e falsa allo stesso tempo. Non distinguo più tra chi mi vuole
aiutare e chi cerca di farmi girare a vuoto.
In più c'è la guerra politica, con i socialisti che vogliono vivo
Moro, e gran parte della Dc che finge di volerlo liberare". Poi
sussurra: "In questo covo di cui si vocifera, in via Gradoli 96,
non abita nessuno. O almeno, così dice chi ha verificato (un primo
sopralluogo in via Gradoli 96 è avvenuto il 18 marzo: sono stati
perquisiti tutti gli appartamenti tranne quello affittato dalle Br,dove
l'inquilino non ha risposto al campanello e gli agenti se ne sono
andati, ndr)". In ogni caso, insiste Balestra, ha la certezza che
in quella casa bazzichino i brigatisti, anche se non sono stati fermati.
È qui che capisco quanto la mia trasferta romana rischi di essere
inutile. Il dramma di Moro campeggia sulle prime pagine dei giornali, i
partiti si mostrano formalmente costernati, ma dietro le quinte si
consuma qualcosa di inconfessabile. Chi si batte veramente, con tutte le
forze, per individuare i covi delle Br, non viene appoggiato.
Anche se è una persona seria come il democristiano siciliano di
corrente fanfaniana Benito Cazora (scomparso nel 1999,
ndr); un parlamentare che cerca di incontrare chiunque possa svelargli
dove si nascondano i brigatisti e dove sia segregato Moro.
Tra gli altri, il deputato parla con un certo Salvatore Varone, 'ndranghetista
che noi chiamavamo Turi, ma che si presenta a Cazora come Rocco,
incontrandolo in varie occasioni delle quali non conosco i particolari.
Posso invece riferire, per quel che mi riguarda, che contatto
l'onorevole Cazora tramite Morabito
di
Ciampino, il quale dice che questo parlamentare "sta impazzendo per
avere informazioni sul presidente Moro". Fisso quindi un incontro
con lui a Roma, nel ristorante Rupe Calpurnia, dove noi 'ndranghetisti
abbiamo festeggiato il compleanno dell'affiliato Rocco Sergi. Il nostro
dialogo è breve e teso, e si svolge in presenza degli 'ndranghetisti
Morabito e Laurendi. Cazora è angosciato, in effetti. Mi spiega che ha
già parlato con un altro calabrese, Rocco, e che è perplesso perché
ha fatto lo spaccone: "Sostiene", mi dice Cazora, "che può
recuperare informazioni visto che i calabresi a Roma sono 400 mila, e
perciò possono controllare il territorio'.
Io, dentro di me, penso che sono strane frasi, per uno come Varone
che nella 'ndrangheta conta come il due di picche. In ogni caso, non
faccio commenti perché non so chi frequenti Varone. Mi limito a
informare il deputato che mi sto muovendo, dietro un mandato politico,
per trovare il covo dei brigatisti, anche se non ho notizie certe. Al
che lui risponde: "Mi auguro sinceramente che abbiate più fortuna
di me, grazie alle vostre amicizie". Intanto i giorni passano, e la
situazione si fa sempre più drammatica.
Il 29 marzo le Brigate rosse recapitano il terzo comunicato, con
allegata una lettera di Aldo Moro per il ministro dell'Interno Cossiga.
Il 4 aprile tocca a un quarto comunicato, trovato con l'angosciante
missiva in cui Moro si rivolge a Zaccagnini (sulla trattativa per la
liberazione, il presidente scrive: "Tener duro può apparire più
appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche
politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si
comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo
faccia la Dc che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come
muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l'avrete
voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze
ricadranno sul partito e sulle persone", ndr).
È evidente, dopo simili parole, che il dramma del sequestro rischia
di incanalarsi verso la peggiore conclusione, e io stesso temo di
fallire la missione. Ma mentre il clima si invelenisce, e le speranze di
salvare Moro diminuiscono, mi ricontatta l'agente Pino per farmi sapere
che Giuseppe Sansovito, numero uno (piduista, ndr) del Sismi, ha
espresso il desiderio di parlarmi. E così accade.
Di lì a poco, Pino mi porta dal capo a Forte Braschi, e dopo un
dialogo interlocutorio Santovito mi chiede se ho notizie precise
riguardo a un appartamento in via Gradoli 96. Gli rispondo che, in
effetti, ho sentito questo indirizzo da amici, e lui commenta:
"Tutto vero, Fonti: è giunto il momento di liberare il presidente
Moro". In ogni caso, aggiunge congedandomi, "teniamoci in
contatto tramite Pino".
La mattina dopo, quella di domenica 9 aprile (o di lunedì 10, non
vorrei sbagliarmi), lascio la Capitale e mi precipito a San Luca da
Sebastiano Romeo. Sono soddisfatto perché non soltanto so dove
probabilmente sono nascosti i brigatisti, ma c'è anche il preannuncio
datomi dal colonnello Santovito della futura liberazione del presidente
Moro.
Quando però incontro Sebastiano, lui ascolta con attenzione il mio
resoconto per una mezz'ora, dopodiché mi stronca: "Sei stato
bravo", riconosce. "Peccato che da Roma i politici abbiano
cambiato idea: dicono che, a questo punto, dobbiamo soltanto farci i
cazzi nostri". Una frase assurda, imprevedibile, che lì per lì
incasso in silenzio, ma che di fatto vanifica il mio lavoro nella
Capitale. Sono stanchissimo, amareggiato. Ho indagato come si deve, a
Roma, e adesso dovrei fottermene come se ne fotte l'intera classe
politica.
base
via gradoli
Ci provo con tutto il cuore, ma non ci riesco: sono un 'ndranghestista
di primo livello con tanto di sgarro (indispensabile per accedere al
massimo livello dell'organizzazione, ndr), ma sono anche una persona che
sa dire di no, a volte: e questa è una di quelle volte.
Dopo l'incontro con Romeo, dunque, torno a Bovalino e telefono alla
Questura di Roma, presentandomi al centralinista come Rocco.
"Andate a Roma, in via Gradoli al numero 96", scandisco,
"e troverete i carcerieri di Aldo Moro".
"Da dove sta chiamando?", domanda il centralinista allarmato.
"Chi parla? Chi è lei?", insiste. Ovviamente non rispondo;
abbasso la cornetta e provo a non pensarci più.
Una promessa impossibile da mantenere. Poco dopo, il 18 aprile 1978,
il covo di via Gradoli 96 viene scoperto per una strana perdita d'acqua.
Dei brigatisti, come logico viste le premesse, non c'è traccia. E a
questo punto so bene il perché: non c'è stata la volontà di agire. C'è
invece, molti anni dopo, nel 1990, il mio incontro nel carcere di Opera
(provincia di Milano, ndr) con il capo delle Br Mario Moretti,
colui che ha ammesso di avere ucciso il presidente Moro, assieme al
quale frequento casualmente un corso di informatica.
I nostri rapporti si fanno presto cordiali, piacevoli; lui sa
esattamente chi sono e mi rispetta. Io pure. Finché un giorno, mentre
armeggiamo al computer, una guardia gli consegna una busta e annuncia:
"Moretti, c'è la solita lettera". Lui la
apre senza nascondersi, estrae un assegno circolare, lo firma sul retro
per girarlo all'ufficio conti correnti che permette l'incasso, e mi
dice: "Questa, Ciccio, è la busta paga che arriva puntualmente dal
ministero dell'Interno".
Frase che all'istante scambio per una battuta, per uno scherzo tra
carcerati: sbagliando. Qualche tempo dopo, un brigadiere che credo si
chiami Lombardo mi confida che, per recapitare soldi a
Moretti,
lo hanno fatto risultare come un insegnante di informatica, e in quanto
tale è stato retribuito. L'ennesimo mistero tra i misteri del caso
Moro, dico a me stesso; l'ennesima zona grigia in questa storia tragica.
[23-09-2009]
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DE MICHELIS DIVENTA CONSIGLIERE DI BRUNETTA SULLE RIFORME (GLI EX
SOCIALISTI SEMPRE PIÙ DI MODA NEL GOVERNO BERLUSCONI) – E DOPO SCOTTI E
POMICINO, UN ALTRO GRANDE VECCHIO DELLA PRIMA REPUBBLICA TORNA IN AUGE (E
SONO I BENVENUTI VISTO LE BRAMBILLE INCARFAGNATE CHE SONO POI ARRIVATE)
…
Alessandra Ricciardi per "Italia Oggi"
Guai a parlargli di ritorno alla politica attiva. «Non faccio
politica attiva da quando ho disertato le elezioni europee», chiarisce
subito. Sta di fatto che Gianni De Michelis,
socialista, uno dei pezzi grossi della Prima Repubblica, ministro degli
esteri e vicepresidente del consiglio tra la fine degli anni Ottanta e
l'inizio dei Novanta, ha rimesso fuori gli artigli.
Anche se con un ruolo che sulla carta è più tecnico che politico,
quello di consigliere ministeriale, De Michelis
si
riaffaccia nello scenario del governo del paese, chiamato a gran forza
dal concittadino - sono entrambi veneziani - ed ex compagno di strada
nell'avventura targata Psi, il ministro della pa Renato Brunetta.
L'incarico sarà ufficializzato nei prossimi giorni, ma nei saloni di
Palazzo Vidoni a Roma, dove ha sede il dicastero della funzione
pubblica, la presenza di De Michelis è stata già notata da un paio di
settimane. E il suo peso è tale che in molti si dicono certi che
nell'azione riformatrice di Brunetta avrà un ruolo decisivo.
Un ritorno in auge, insomma, che fa seguito
a quello di altri due grandi vecchi della Prima repubblica, anch'essi
impegnati nel governo Berlusconi seppure con incarichi che il ruolino
istituzionale recita essere secondari: si tratta di Enzo Scotti,
il professore campano per anni ai vertici della Dc, pluriministro, oggi
sottosegretario agli esteri; e Paolo Cirino Pomicino,
ministro Dc doc, in forze presso Palazzo Chigi come presidente del «Comitato
tecnico scientifico per il controllo strategico nelle amministrazioni
dello stato», alla guida del quale lo voluto il ministro per
l'attuazione del programma di governo, il democristiano Gianfranco
Rotondi.
Del resto, non è la prima volta che De Michelis è chiamato nelle
vesti di tecnico: da europarlamentare, è stato membro del «Gruppo di
riflessione strategica», un comitato di esperti istituito dall'allora
ministro Massimo D'Alema per definire orientamenti di
medio e lungo termine della politica estera italiana.
Da quanto si apprende, la Funzione pubblica non ha assegnato all'ex
ministro socialista un dossier specifico , il suo campo di azione di
consigliere del ministro sarà a 360 gradi, su tutti i grandi temi di
riforma della pubblica amministrazione che Brunetta ha avviato e ha
intenzione di condurre in porto, da quello dei contratti a quello della
lotta agli sprechi.
Brunetta ha già detto chiaramente ai colleghi di
governo che non ha intenzione di mollare il ministero anche in caso, un
caso sempre più probabile, di una sua candidatura al comune di Venezia.
Se il cerchio dovesse chiudersi, con Brunetta diviso tra capitale e
laguna, De Michelis in supporto a Roma sarebbe una certezza tecnica, ma
anche politica.
[22-09-2009]
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FARNITANO HOLDING – DALLA CIC ALLA DEKO ALLA CREA: TUTTE LE SOCIETÀ
DELLA DONNA DEL DOSSIER A LUCI ROSSE CHE FA TREMARE I TIPINI FINI -
UFFICIO DAVANTI ALLA CAMERA, TANTI ASSEGNI PROTESTATI E UN’ATTIVITÀ DA
PUBBLICITARIA CHE POCHI RICORDANO…
Stefano Sansonetti per "Italia Oggi"
Si deve partire da via della Colonna Antonina, a Roma, praticamente
davanti a Montecitorio. Qui, al terzo piano di uno sfarzoso palazzo,
fino a poco tempo fa si trovava la sede della Cic (Compagnia italiana
comunicazione), una srl attiva nel settore della promozione
pubblicitaria, ufficialmente cessata il 20 marzo del 2009.
E sempre qui, anche se non risulta da nessuna targa del palazzo, si
trova adesso la sede romana della Deko, srl milanese che si occupa della
realizzazione di campagne pubblicitarie.
Due società apparentemente come tante, accomunate però non soltanto
dallo stesso core business, ma dalla presenza di una donna di 45 anni.
Parliamo di Rita Farnitano, la «maitresse» (come l'ha
definita ieri un articolo del Corriere della sera firmato da Fiorenza
Sarzanini) che diversi anni fa sarebbe stata introdotta nel
mondo della politica da Francesco Proietti Cosimi, oggi
deputato del Pdl e all'epoca segretario dell'attuale presidente della
camera, Gianfranco Fini.
La faccenda venne scandagliata dalla procura di Roma e si concluse
nel 2000, con un patteggiamento a un anno per la Farnitano accusata di
sfruttamento della prostituzione. La donna, per quella stessa vicenda,
adesso è nuovamente assurta agli onori della cronaca dopo che il
direttore del Giornale, Vittorio Feltri, ha
brandito contro Fini l'arma di un presunto dossier a luci rosse.
Ma chi è Rita Farnitano? Fino al 28 ottobre del 2008 è stata
amministratore unico della Cic (Compagnia italiana comunicazioni), la
srl che aveva la sede davanti alla Camera dei deputati e che si occupava
di promozione pubblicitaria. Sempre dall'ottobre del 2008, la società
ha un liquidatore, che dall'elenco soci depositato il 25 marzo del 2009
risulta anche proprietario al 100% della Cic.
Si tratta di Ferdinando Tronci, già noto alle
cronache per essersi beccato nel 1995 un denuncia per favoreggiamento
della prostituzione nell'ambito di una storia che coinvolgeva un gruppo
di viados (la vicenda è ricordata da un articolo del Corriere della
sera del 9 ottobre di quell'anno).
Ma torniamo alla Farnitano. Dagli archivi della camera di commercio
risulta che nel giugno del 2008 sono stati levati tre protesti a suo
carico per altrettanti assegni firmati e non pagati, due del valore di
10 mila euro ciascuno e uno del valore di 12.500 euro. Un altro protesto
è arrivato l'8 luglio dell'anno scorso, questa volta per un assegno di
558 euro. Per non parlare di altri due protesti, questa volta a carico
della Cic, per due cambiali (3.500 e mille euro). Per Tronci, il
proprietario della Cic, risultano addirittura 13 protesti. Insomma, per
i due si è registrato nel corso degli anni qualche problema nei
pagamenti.
Adesso, però, al terzo piano di via della Colonna antonina, al posto
della Cic compare la Deko. Nella società, che ha la sede principale a
Milano, non risulta formalmente che la Farnitano abbia incarichi. Basta
però chiedere a un qualsiasi inquilino per scoprire che la donna
continua a recarsi nel palazzo a un passo da Montecitorio.
Ma non è solo questo a suffragare il suo collegamento con la Deko.
Questa srl, sempre attiva nella promozione pubblicitaria, risulta
infatti titolare del 22,5% della Crea consulting, altra società con lo
stesso core business che si è sciolta sempre nell'ottobre del 2008.
Della Crea, sede a Roma, la Farnitano è stata amministratore unico e
titolare del 55% del capitale.
Dietro la Deko, invece, per il tramite della Alanbepa srl, si scopre
la famiglia De Chirico. In particolare presidente della Deko è Alessandro
De Chirico, un trentunenne che nel 2006 si è candidato per il
Pdl al consiglio comunale di Milano (senza essere eletto). Nel palazzo
romano nessuno sembra mantenere il ricordo di particolari eventi o
campagne organizzati dalla Cic.
Piuttosto qualcuno, che vuole l'anonimato, rammenta che la donna ha
partecipato al congresso fondativo del Pdl, qualche mese fa. Per il
resto gli aneddoti si soffermano sulla perenne abbronzatura della donna
e sul cellulare che porta continuamente all'orecchio.
[17-09-2009]
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SEX MACHINE! UNA FESTA OGNI TRE GIORNI, 40 SERATE IN COMPAGNIA DI
CALDE GNOCCHE - "L'ESPRESSO" RICOSTRUISCE L’AGENDA DEGLI
ULTIMI 5 MESI DELLA VITA DI PAPI SILVIO - NON SOLO PUTTANE SUL LETTONE
PUTINIANO DI PALAZZO GRAZIOLI E 'AMMUCCHIATE' SARDE - FESTE E DISCO,
FESTINI IN BEAUTY FARM E BAGAGLINO, SALTANDO GLI IMPEGNI DI GOVERNO
Tommaso Cerno ed Emiliano Fittipaldi per
"L'Espresso" in edicola domani
Sono come Superman. Lavoro 20 ore al giorno. Presiedo il governo del
"fare", dormo tre ore a notte. In sintesi, «sono il migliore
in 150 anni di storia d'Italia». Silvio Berlusconi, è
cosa nota, non brilla per modestia. Gli auto-elogi sono un refrain
costante della sua auto-rappresentazione. Ma l'immagine di un lavoratore
indefesso che cura dall'alba a notte fonda gli interessi del Paese
sbiadisce di fronte allo sfoglio della sua agenda personale.
Se l'imprenditore Giampaolo Tarantini ha raccontato
di aver organizzato nelle case del presidente del Consiglio 18 incontri
a cui hanno partecipato una trentina tra ragazze ed escort
professioniste, i bagordi occupano in realtà una parte ancor più
rilevante del calendario di Silvio.
Incrociando le testimonianze di molte avventrici, le cronache mondane
raccontate dalla stampa, le giornate fotografate da Antonello
Zappaddu e filmini registrati di nascosto da alcuni ospiti,
"L'espresso" ha ricostruito cinque mesi di vita del premier.
Un periodo affastellato di feste e discoteche, viaggi di piacere in
beauty farm e serate al Bagaglino.
Da agosto 2008 a metà gennaio 2009, le settimane drammatiche della
crisi economica mondiale, il presidente del Consiglio ha organizzato una
quarantina di serate. In media, quasi una ogni tre giorni. Non
esattamente il ruolino di marcia di uno statista stakanovista: ci sono
intere settimane in cui Berlusconi sparisce, letteralmente, dalla scena.
Lasciando un vuoto istituzionale spaventoso.
UN'ESTATE AL MARE
Partiamo da agosto dello scorso anno. Il premier è in carica
da soli tre mesi. L'obiettivo di Zappaddu è puntato su Villa Certosa da
settimane. Il 17 maggio ha già immortalato il presidente che passeggia
con sei-sette ragazze nei i vialetti del parco, il 31 il primo ministro
ceco Topolanek senza costume.
Il 22 giugno le ragazze ospiti a Villa Certosa sono almeno cinque: le
immagini di tre che fanno una doccia saffica finiscono sul "Pais".
È solo l'antipasto. Il 3 agosto il premier fa arrivare un gruppetto di
ragazze in elicottero, Zappaddu le ritrae in topless e tanga. Il weekend
successivo il Cavaliere inizia le sue vacanze. «Diciotto giorni
dedicati al relax e alla famiglia», recita l'Ansa.
Daniela Santanchè rafforza la versione ufficiale:
«Berlusconi ha capito che il mood è cambiato. La stagione delle feste
da 400 persone sugli yacht è ormai alle nostre spalle. Per questo
Silvio ha scelto di stare in famiglia. Per primo ha capito che spendere
40 mila euro a sera è roba da cafonal».
Forse l'amica non sa che l'11 agosto, mentre infuria la crisi tra
Russia e Georgia, il premier ha organizzato un karaoke, ospiti Simon
Le Bon dei Duran Duran, Simona Ventura,
Giampaolo
Tarantini, Sabina Began e amici vari. Il video
della serata, con Berlusconi in giacca bianca che canta "L'ultimo
amore" con Apicella, finisce sul sito del nostro
giornale.
L'estate di Papi va avanti. Il 14, vigilia di Ferragosto, sul
motoscafo Magnum 70 vengono fotografate altre bellezze in procinto di
sbarcare sul molo della Certosa: ci sono Siria, famosa
come la lesbica del "Grande Fratello" («Ero lì per esibirmi
come mangiafuoco», dirà), la futura eurodeputata Licia
Ronzulli, la valletta Susanna Petrone
e altre
quattro ragazze non meglio identificate.
Probabile che la compagnia sia rimasta anche il giorno dopo, quando
il Cavaliere riceve il miliardario Abramovich, mentre
Roberto
Maroni, insieme a Gianni Letta e
Guido
Bertolaso, erano al lavoro per la riunione del Comitato
nazionale per l'ordine e la sicurezza.
MILAN ED ESCORT
Il 17 agosto Berlusconi decide finalmente di tornare sul
continente. Ma invece che a Roma per lavorare, vola a San Siro per
Milan-Juventus. La sera stessa è di ritorno. Già: il 18, mentre le
truppe russe puntano missili nucleari su Tbilisi, lui aspetta altre
ospiti.
"L'espresso" ha potuto visionare nuove foto di Zappaddu:
quella sera il parco della Certosa è invaso da bionde e brune, che
arrivano su un elicottero della Fininvest. Il giorno dopo Sandro
Bondi, forse ignaro del via vai nelle case del capo, annuncia
il suo nuovo libro. Il titolo è impegnativo: «Berlusconi erede di
Adriano Olivetti».
A inizio settembre, rientrato a Palazzo Grazioli, Berlusconi dovrebbe
riprendere gli incontri internazionali. Un dispaccio dell'Ansa ipotizza
che venerdì 5 il premier «dovrebbe incontrare il segretario di Stato
Condoleezza Rice», mentre a metà mese è atteso a New York per
l'assemblea generale dell'Onu.
Il condizionale è d'obbligo, Silvio in agenda ha ben altri progetti.
Il 5 settembre, secondo le dichiarazioni di Tarantini ai pm di Bari, al
posto della Rice si materializza Vanessa Di Meglio, che resta a dormire
a Palazzo Grazioli. «Tendenzialmente la stessa non è una
professionista del sesso», spiega Giampi ai magistrati, «ma
all'occorrenza non disdegna di essere retribuita per prestazioni
sessuali». A settembre Berlusconi ha in agenda un altro incontro,
quello con Terry De Nicolò, la escort che è andata a letto con
l'assessore pugliese Sandro Frisullo.
ONU? NO GRAZIE
Il 23 settembre iniziano i lavori delle Nazioni Unite. Sono
presenti tutti i leader del mondo. Durante la prima giornata parlano
l'americano Bush, il francese Sarkozy, il presidente iraniano
Ahmadinejad. Contemporaneamente Gianfranco Fini sta facendo visita al
Bundestag, in Germania.
A Roma il premier e l'amico Giampi hanno invece organizzato un party
con Carolina Marconi, ex del "GF", Francesca Garasi, Geraldine
Semeghini, al tempo responsabile del privè del Billionaire e, di nuovo,
la De Nicolò. L'allegra brigata fa le quattro di mattina. Il giorno
dopo è un martedì. Berlusconi decide di non partire più per il
Palazzo di Vetro. La scelta sarebbe legata alla crisi di Alitalia: il
Cavaliere vorrebbe seguirla da vicino.
Così vicino che si mette in viaggio in gran segreto per l'Umbria,
destinazione Méssegué, il centro benessere dei vip, riaperto apposta
per lui. Berlusconi di fatto scompare dai radar per cinque giorni.
Frattini e Letizia Moratti sono costretti a presentare da soli l'Expo
2015 di Milano, mentre Gianni Letta, coadiuvato da Walter Veltroni, fa i
salti mortali per far firmare la pace tra la Cai e i sindacati e salvare
l'Alitalia.
La settimana di Silvio finisce alla grande. Sabato 28 un elicottero
della Protezione civile lo accompagna dal Méssegué a Ciampino, dove
prosegue per Milano, destinazione San Siro. C'è il derby, e sugli
spalti lo aspetta Tarantini. Ha portato con sé una nuova ragazza,
l'Angelina Jolie di Bari. Si chiama Graziana Capone, che racconta a
"Repubblica" il post-partita: passeggiata in auto, arrivo ad
Arcore, cena e festino con una decina di ragazze. Il Milan ha vinto uno
a zero, il premier è euforico.
«Abbiamo tirato fino a tardi, le quattro forse, qualcuna si è
addormentata sul divano». Il fastidio alla schiena, di sicuro, è
scomparso. Così, dopo poche ore di sonno, Berlusconi può rifesteggiare
sul lago Maggiore il suo 72esimo compleanno, mettendo in scena una
giornata tutta familiare. «Ora resto a lavorare», dice ai giornalisti,
ignari dei bagordi ad Arcore: «Nessuna festa serale, perché abbiamo già
festeggiato oggi».
GIAMPI O BARACK?
A ottobre le "serate" di Berlusconi sono (almeno)
sette. Il 4 l'agenda ufficiale prevede un vertice del G4 in Francia
sulla crisi. L'incontro dura poco, così il Cavaliere può partire in
fretta da Parigi per materializzarsi al Lotus, locale trendy di Milano.
Esce alle 6 e un quarto di mattina, attorniato da ragazze conosciute
sulla pista.
È inarrestabile. Dopo tre giorni entra prima al Bagaglino (titolo
dello spettacolo: "Partiti di testa"), poi continua la soirée
a palazzo Grazioli con la Di Meglio, Barbara Guerra e la prostituta
Ioana Visan, detta Ana. Solo il giorno prima, intervistato da Lilli
Gruber, aveva definito la prostituzione un «fenomeno doppiamente grave:
perché mortifica la donna e spesso si traduce in una vera e propria
schiavitù». Appunto.
Il 9, secondo Tarantini, la Visan è di nuovo a Palazzo Grazioli,
insieme a Carolina Marconi e Barbara Guerra. Giovedì 16 Silvio torna
dal Belgio e va a fare shopping. «Sono un po' stanco, perché sono
reduce da aver difeso i nostri interessi a Bruxelles». Nonostante la
fatica, organizza una festa dove incontra per la prima volta Patrizia D'Addario,
accompagnata da Giampi e la solita compagnia di giro. La stanchezza non
lo ferma nemmeno il 18 ottobre, quando torna a Villa Certosa, dove
Zappaddu lo fotografa insieme a due ragazze misteriose.
Il 21 ottobre Draghi lancia l'allarme recessione. Il Cavaliere da
Napoli scandisce la sua ricetta: «I problemi si risolvono solo
lavorando a tutte le ore, tutti i giorni, tutte le settimane». Peccato
che a Palazzo Grazioli si continui a festeggiare in gran relax. Cena con
Tarantini e tre amiche, Mary De Brito, Stella Schan e Donatella Marazza.
Sempre in ottobre sono sue ospiti anche Sonia Carpendone, detta Monia, e
Roberta Nigro. Sono giornate furibonde.
L'Onda occupa gli atenei, la crisi dei mutui imperversa, tutti
guardano alle elezioni americane. Mentre l'Italia si prepara alla notte
bianca del 4 novembre per seguire la sfida Obama-McCain, Silvio
organizza l'ennesima notte in bianco. È la notte chiave per il mondo, e
anche per l'inchiesta di Bari.
Lucia
Rossini e Barbara Montereale in un bagno di Palazzo Grazioli
Quella in cui Giampi conferma di avere portato dal premier la D'Addario
per la seconda volta, con Barbara Montereale e Lucia Rossini. Patrizia
si rivedrà solo alle 8 del mattino successivo, quando racconterà a
Giampi tutti i dettagli, mentre il premier lascia Palazzo Grazioli
diretto a una fiera nel milanese. Obama? «Posso dargli consigli, sono
più anziano», dice ai giornalisti.
SETTIMANA DA SBALLO
ll 26 novembre è il giorno degli attentati a Mumbai, 80 morti
(il bilancio salirà), italiani in ostaggio. A Roma il presidente del
Consiglio riceve i vertici Alitalia per tentare l'accordo su Malpensa e,
in serata, lascia palazzo Grazioli. È atteso a piazza Colonna, dove
Fabrizio Cicchitto festeggia "l'addio alle stampelle".
Ma a Ciampino pare che un jet stia azionando le turbine per portarlo
ad Arcore. È lo stesso Tarantini a descrivere il viaggio con Berlusconi
e due ragazze, Maria Esther Garcia Polanco, detta
Maristel,
e la modella Michaela Pribisova. Il 27 nella capitale
scoppia il giallo. Nessuno sa dove sia il Cavaliere.
Il mattino dopo Tremonti presiede un vertice a Palazzo Chigi, al
quale era atteso anche lui. I cronisti chiedono spiegazioni, circolano
diverse ipotesi, dalla clinica Méssegué, alla trasferta a Portsmouth
per vedere il Milan in coppa, fino al check-up al San Raffaele per le
analisi di rito. Berlusconi riappare alle 20.30 a palazzo Grazioli: «Giallo?
No, ero a Milano a lavorare».
Chi aveva puntato sul bis alla beauty farm, però, non era andato
lontano. Venerdì 28 Giampi e Silvio si rincontrano infatti al Méssegué.
Ci sono anche Maristel e, stando alle intercettazioni, Barbara Guerra,
che nel 2009 parteciperà al reality "La Fattoria", e
un'attrice di "Vivere", Licia Nunez. Il premier resta in
Umbria fino al 30.
NOEMI E LE ALTRE
Il 2 dicembre a Montecitorio il clima è rovente. Il governo ha
chiesto l'ennesima fiducia. Fini è infuriato, la Cisl annuncia 900 mila
nuovi disoccupati. Il premier vola a Tirana, poi torna a Roma e attacca
i giornali. Per la serata, invece, ha un bel programmino. Cena con
Manuela Arcuri, che ai fedelissimi ripete essere «la donna più bella
d'Italia».
Ospiti anche Stella Maria Novarino, Luciana Francioli e Francesca
Lana, quella cui Tarantini dice di avere ceduto coca in Costa Smeralda.
Lo scontro sulla giustizia sta conquistando intanto le prime pagine. È
una escalation, che culmina il 10 dicembre, con un Berlusconi piuttosto
battagliero: «Cambieremo la costituzione da soli», proclama.
Pure alla moglie Veronica, che ironizza sulla sua assenza alla Scala,
risponde sarcastico: «Ero tornato a casa per accoglierla al suo ritorno».
Sarà. Ma dal premier quella sera arrivano, stando all'interrogatorio di
Giampi, Niang Kardiatou, detta Hawa, e tal Karen. Tarantini ha «pagato
mille euro ciascuna».
È un dicembre sfavillante, Silvio sembra tornato ragazzino. Il 15
alla festa del Milan lo scenario è proprio quello della Milano di 40
anni fa: in sala 600 invitati, due su tutti cari al premier. Una è
Noemi, l'eterea biondina ancora minorenne che lo chiama «papi». Che
non sia lì per caso lo dimostra il suo compagno di tavolo: è
nientemeno che Fedele Confalonieri. A fare "atto di presenza"
c'è, poco più in là, ancora Karen.
POVERA SCHIENA
Due giorni dopo il premier salta un altro appuntamento
ufficiale. Atteso al Quirinale per la cerimonia del Coni, non arriverà
mai, così come nel pomeriggio diserterà gli auguri di Natale con
Napolitano. La giustificazione è il solito «leggero mal di schiena».
I programmi serali di quel 17 dicembre invece non vengono annullati.
Nonostante le amarezze che arrivano dal Tribunale di Milano (i pm
chiedono 4 anni e 8 mesi per l'avvocato Mills considerato «a libro paga
di Berlusconi»), il capo del governo non rinuncia alla visita di Linda
Santaguida, "schedina" e poi riserva all'"Isola dei
Famosi", e della velina Camille Cordeiro Charao, «la sola che si
fermò dal presidente», precisa Giampi. Coincidenza vuole sia anche
l'ex compagna di Gianluca Galliani, il figlio di Adriano.
Il 23 dicembre il premier fa recapitare al papa un messaggio di
auguri: «Il Natale è un momento di riflessione sul messaggio cristiano
di speranza, la famiglia è il nucleo centrale della società». La
sera, però, fa ancora festa, stavolta con Carolina Marconi e Graziana
Capone, prima di raggiungere Veronica e i figli per le Sante feste.
Il 28 Berlusconi lascia Roma per la Sardegna. Villa Certosa è già
animata da ore. L'obiettivo di Zappaddu ritrae un viavai di belle
ragazze nei bungalow e a spasso per il parco. Vestite da giorno, o
pronte per la notte. Il Capodanno è organizzato in grande stile.
A mezzanotte i fuochi d'artificio per un centinaio di ospiti, fra cui
di nuovo Noemi accompagnata dall'amica Roberta. In agenda c'è una
telefonata al collega israeliano Olmert e, soprattutto, il party della
Befana. Quando in villa ricompare Giampi assieme a Barbara Montereale,
Chiara Guicciardi, ex meteorina di Fede, e Clarissa Campironi.
Il calendario di Silvio prevede un'altra serata a Roma, il 14, con la
Guicciardi e Letizia Filippi. Ma Barbara Montereale racconta in
un'intervista anche di un incontro alla Certosa a metà del mese, dietro
compenso, a differenza del 6 gennaio, accolta dalla Ronzulli, con la
Petrone e una ventina di belle fanciulle.
Il premier torna in Sardegna il 17, alla vigilia del vertice di Sharm
el Sheikh sulla crisi di Gaza. Fa tappa ad Abbasanta e Nuoro per
sostenere il futuro governatore Cappellacci. Con un gruppo di giovani
sostenitori si lascia andare. «Lasciate che i pargoli vengano a me»,
dice felice. «E adesso diranno che mi paragono a Gesù».
[17-09-2009]
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TRA IL SACRO E LA RAGIONE, SBUCANO I MASSONI - GRANDE AMMUCCHIATA
ROMANA CON IL GRAN MAESTRO RAFFI CAPITANATA DA GIANCARLO ELIA VALORI
("l'uomo più potente d'Italia a capo di una nuova P2", DE
MAGISTRIS DIXIT) - - IN ASSISE REPLICANO ABOFFO E FINI: "Complotto
GREMBIULI E COMPASSI PER FARVI FUORI? BUFALA" - IL BALLO DEL MASSONE
IN RAI VA ALLA GRANDE...
Fabrizio d'Esposito per "Il Riformista"
I massoni celebrano le loro feste seguendo il corso del sole e così
oggi, a Roma, la più grande obbedienza italiana, il Goi, si ritroverà
nella storica sede del Vascello per l'Equinozio di Autunno e anche per
l'anniversario del XX Settembre, la data della breccia di Porta Pia.
Un programma di due giorni (diviso in una parte pubblica e in una
riservata per invitati) che culminerà domani con un convegno su Sacro e
Ragione: «Percorsi e confronti anche alla luce dell'Enciclica Caritas
in Veritate».
Insieme con Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande
Oriente d'Italia, ne parleranno Valerio Zanone, ex
segretario del Pli, ex parlamentare del Pd e fratello in sonno;
l'economista e docente universitario Giancarlo Elia Valori
(questa
la presentazione sull'invito di colui che l'ex pm Luigi De
Magistris ha definito «l'uomo più potente d'Italia a capo di
una nuova P2»); il filosofo "normalista" Michele
Ciliberto; l'ex berlusconiano Alessandro Meluzzi,
massone convertitosi al cattolicesimo.
Quest'anno, la celebrazione dell'Equinozio d'Autunno cade a ridosso
delle nuove polemiche su politica e massoneria sollevate dalla due
vittime illustri del Giornale di Vittorio Feltri:
Dino
Boffo e Gianfranco Fini.
Nella sua lettera di dimissioni, l'ex direttore di Avvenire
(condannato anni fa per una contoversa vicenda di molestie sessuali),
rivolgendosi al cardinale Angelo Bagnasco, presidente
dei vescovi italiani e suo editore di riferimento, se l'è presa
esplicitamente contro «un opaco blocco di potere laicista».
Qualche settimana più tardi a Gubbio, per una curiosa coincidenza,
anche il presidente della Camera, minacciato da Feltri
con
un dossier a luci rosse, ha detto testualmente: «A differenza di altri,
io non mi diletto con grembiulini e compassi». Un'allusione che fatto
pensare a massoni vecchi (Fabrizio Cicchitto) e nuovi (Denis
Verdini?) vicini a Silvio Berlusconi, a sua
volta ex incappucciato della loggia affaristica di Licio Gelli.
Frasi che hanno fatto tornare d'attualità quello che Francesco
Cossiga confidò al nostro quotidiano nell'ottobre scorso: «Per
la prima volta in questo paese ci sono solo due ministri cattolici di
peso, Gelmini e Scajola. Nella
maggioranza ci sono eminenti figure della massoneria, ma di più non
dico».
Non solo. Nel frattempo, dopo la denuncia del presidente emerito
della Repubblica, sono stati anche nominati i nuovi vertici della Rai e
l'investitura di Mauro Masi a dg avrebbe fatto risvegliare molti
fratelli di Viale Mazzini.
Del resto, quattro anni fa, a cavallo del cambio della guardia tra
Flavio
Cattaneo e Alfredo Meocci alla direzione
generale, fu promosso in fretta e furia a Raiuno Gianluca
Ciardelli, figlio della segretaria del Venerabile Gelli.
Un'operazione sponsorizzata, si disse all'epoca, dal previtiano Gianfranco
Comanducci, a capo del personale, e da Fabrizio Del Noce,
direttore di Raiuno.
Che c'entra tutto questo con il Goi e la due giorni al Vascello? In
teoria nulla. Dopo lo scandalo della P2, i massoni rivendicano la loro
ricostruita purezza risorgimentale. Dice il Gran Maestro Raffi:
«Questo voler continuare a individuare, a tutti i costi, un ruolo
oscuro della massoneria come hanno fatto Boffo e Fini è una bufala».
Nella sua allocuzione di domani, a porte chiuse, Raffi affronterà
soprattutto i 150 anni dell'Unità d'Italia: «In un momento in cui
ondate di disperati si riversano da altri paesi è necessario
riaffermare la propria identità per rinnovare un patto di fratellanza.
La massoneria ha una grande tradizione in Italia e la vergogna del
comitato d'affari di Gelli è stata archiviata dai tribunali». A dire
il vero, proprio nel Goi, lavora come Grande Archivista uno storico
collaboratore di Gelli, Vittorio Gnocchini. Risponde
Raffi: «Guardi, tirare in ballo Gnocchini è come sparare sulla Croce
rossa. Se avesse partecipato sul serio al banchetto di quegli anni non
si troverebbe nelle condizioni in cui è oggi. Non aggiungo altro».
Senza contare le logge autocefale, create all'insegna del fai-da-te,
in Italia gli ordini massonici più importante sono tre. Il più grande
è il Goi di Raffi, ex repubblicano, che vanta poco meno di ventimila
fratelli. Il Grande Oriente è riconosciuto dalla Gran loggia nazionale
di Francia ma non da quelle di Inghilterra, Scozia e Irlanda,
considerate il Vaticano della massoneria.
Poi ci sono la Gran loggia d'Italia degli Antichi liberi accettati
muratori (Alam), con 8.500 iscritti, e la Gran loggia regolare d'Italia,
con circa tremila affiliati. In tutto fanno più di 30mila massoni: è
tra di loro che si celano i «grembiulini» richiamati sibillinamente da
Fini e allusivamente da Boffo? Intanto ieri l'Avvenire ha stroncato
l'uscita del nuovo libro di Dan Brown con lo studioso
Massimo
Introvigne: lo scrittore del Codice da Vinci è stato descritto
come «ai piedi della massoneria».
[18-09-2009]
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MILIONI IN NERO PRESI DA UN IMPRENDITORE MALAVITOSO, LA 'MERCHANT BANK'
DEL CASO TELECOM, LA BICAMERALE, LE BOMBE SULLA SERBIA, IL PELLEGRINAGGIO
A MEDIASET "GRANDE RISORSA DEL PAESE", IL RIBALTONE ANTI-PRODI,
LE CENE E GITE IN BARCA CON TARANTINI! - COS'ALTRO DEBBA COMBINARE UN
LEADER DEL PD PER ESSERE ACCOMPAGNATO ALLA PORTA? - (BARI OPPORTUNITà! LA
LUNGA AMICIZIA TRA IL PM SCELSI E IL LEGALE DI PATTY D'ADDARIO)
1- MAX E LA BICAMERALE A ORE
Marco Travaglio per "L'espresso"
Appena deflagrò lo scandalo delle ragazze a tassametro chez Berlusconi,
si cominciò a scommettere su quale leader del Pd si sarebbe precipitato
questa volta in soccorso del Cavaliere. Pochi, in ossequio al principio
dell'alternanza, puntavano sul solito D'Alema, che già aveva dato tanto
alla causa berlusconiana (i 20 milioni in nero presi da un imprenditore
malavitoso, la 'merchant bank' del caso Telecom, la Bicamerale, le bombe
sulla Serbia, il pellegrinaggio a Mediaset "grande risorsa del
Paese", il ribaltone anti-Prodi).
Invece, con una prontezza inversamente proporzionale alla fantasia,
l'ottimo Max s'è confermato una garanzia.
Per il centrodestra. La cena elettorale a Bari pagata dal pappone
ufficiale di Palazzo Grazioli, Giampi Tarantini, e il viaggetto sulla di
lui barca non sono paragonabili a quanto emerge sul conto del premier.
Ma consentono agli house organ azzurri di intonare il 'così fan tutti'.
E dire che era stato proprio il Tafazzi baffuto, con l'aria di chi la sa
lunga, ad anticipare in tv lo scandalo barese con la famosa 'scossa'
annunciata all'Annunziata.
Una mossa machiavellica, visto quel che si è scoperto dopo: una
sorta di Bicamerale a ore, un giro di squillo che nei giorni pari
prestavano servizio a casa Berlusconi e, in quelli dispari, in un
appartamentino affittato dal dalemiano Sandro Frisullo, allora
vicepresidente della giunta Vendola.
Dopo giorni passati a negare ("Mai conosciuto Tarantini") e
a insinuare ("È un'inchiesta di cui non si capisce granché"),
quando s'è capito fin troppo, D'Alema ha dovuto ammettere che qualcosa
nella sua regione non ha funzionato. Ma battendo il mea culpa sul petto
altrui: di Frisullo e degli altri 'amici' beccati a "frequentare
gli stessi amici di Berlusconi".
Poi, alla festa della Giovine Italia, se n'è uscito con un
imbarazzante sexy-calcolo: Berlusconi 18 incontri con 30 ragazze, noi
molto meno. Cioè: lui è peggio di noi. Elettori in delirio. Ora, la
prima qualità di un leader è quella di sapersi scegliere i
collaboratori. D'Alema ne azzecca pochini.
Il suo braccio destro è Nicola Latorre, quello che passava i pizzini
al berlusconiano Bocchino in diretta tv, quello sorpreso nel 2005 dai
giudici di Milano a trescare al telefono non solo con Giovanni Consorte,
ma anche con Stefano Ricucci, quello che il 4 agosto proclamava sul
'Corriere' "in Puglia nessuna questione morale".
Un'altra celebre scoperta del talent scout di Gallipoli è Claudio
Velardi, già portavoce a Palazzo Chigi, poi lobbista dai multiformi
clienti, infine assessore di Bassolino e 'curatore dell'immagine' di
Alfredo Romeo, arrestato per tangenti a Napoli.
E l'assessore pugliese alla Sanità Alberto Tedesco, ex Psi, ora
indagato per corruzione e cacciato da Vendola dunque promosso senatore,
l'aveva imposto Max. Resta solo da capire cos'altro debba combinare un
leader del Pd per essere accompagnato alla porta. A parte battere
Berlusconi due volte su due e chiamarsi Romano Prodi.
2- LA LUNGA AMICIZIA TRA IL PM E IL LEGALE DELLA D'ADDARIO
Roberta Catania per "Libero"
Bari è una città piccola. Non tanto per l'estensione, ma perché
tutti conoscono tutti. Ed è forse questa la spiegazione più logica
agli imbarazzanti collegamenti venuti a galla negli ultimi mesi,
collegamenti partiti dai viaggi a Roma di Gianpaolo Tarantini con
Patrizia D'Addario e proseguiti con le cene di Massimo D'Alema e quello
stesso imprenditore finito nei guai per droga e induzione alla
prostituzione.
Il Gianpi presentato a Baffino da politici locali e che l'ex ministro
degli Esteri avrebbe incontrato in almeno quattro occasioni: la gita in
barca a Ponza e tre cene. Tre, perché ne è appena spuntata un'altra
che va ad aggiungersi alle due occasioni ormai note della Pignata di
Bari e del ristorante sull'isola Pontina.
Il terzo incontro gastronomico, come racconterà Panorama nel
prossimo numero in edicola, è stato nel febbraio del 2008 a casa del
comune amico Francesco Maldarizzi.
In questa saga, però, la procura non è da meno. Dopo la richiesta
di due gip donne di non essere chiamate a giudicare episodi che
riguardano l'imprenditore, perché legate a Tarantini da un'amicizia di
vecchia data, salta fuori un'altra conoscenza curiosa.
Si dice sia nota ai più (con tanto di foto insieme su Facebook),
anche se non sbandierata nei corridoi del palazzo di giustizia, ed è la
frequentazione che lega da molti anni altri due protagonisti
dell'inchiesta "Letti puliti": l'avvocato Maria Pia Vigilante,
legale della escort più famosa del Paese, e il pubblico ministero della
Dda Giuseppe Scelsi, titolare proprio dell'indagine che ha reso pubblici
i dettagli delle serate private del premier e che poi è stata
ridimensionata dal nuovo procuratore capo per l'«esclusione di risvolti
penali».
Partiamo dalla fine. Giugno 2009: sul Corriere della Sera esce la
confessione della D'Addario, affiancata dalla Vigilante, che dà in
pasto al giornale i dettagli di alcune serate intime passate in
compagnia di Silvio Berlusconi.
Ad indagare su quel filone, uno dei tanti aperti dalla procura barese
a carico di Tarantini per aspetti legati alla sanità, è il pm Scelsi,
che acquisisce le registrazioni fatte di nascosto dalla escort a Palazzo
Grazioli e fa sfilare per giorni nella caserma della Finanza le altre
ragazze tirate in ballo dalla bionda accusatrice.
Curioso che, fino ad allora, Patrizia era assistita da altri
avvocati. «Ce ne sono stati tanti», spiega Giuseppe Barba, ex compagno
della escort per 7 anni (durante i quali è stato accusato dalla donna
di sfruttamento della prostituzione, salvo poi essere
"ripreso" dall'accusatrice non appena è stato scarcerato), «ma
il nome della Vigilante l'ho sentito per la prima volta quando è
esploso il caso Berlusconi. E assicuro che io li ho conosciuti tutti gli
avvocati di Patrizia, perché ho cause e querele in corso con quella
donna da tanti anni».
A fare da collante nell'amicizia tra la Vigilante e Scelsi c'è la
moglie di lui, Adriana Cimmino, avvocato e presidente della camera
penale minorile di Bari, che si occupa di violenze domestiche. Un filone
che diventerà la specialità anche del legale della D'Addario, che a
sua volta è presidente della onlus "Giraffa", associazione in
prima linea nella lotta allo sfruttamento della prostituzione.
E il 7 aprile 2006 la Vigilante e il pm Scelsi sono i relatori di un
incontro dei Lions sulla «tratta dei nuovi schiavi». L'anno dopo, il
21 maggio 2007, si risiedono allo stesso tavolo (con anche il
governatore Nichi Vendola, come si vede nella foto) per presentare uno
spot a tutela delle donne che finiscono nel giro della prostituzione.
Ed infatti, a guardare bene, un altro collegamento salta fuori anche
tra il presidente della regione e la Vigilante, che grazie ad una
delibera dal 7 maggio 2009 rinnova la convenzione con la onlus
"Giraffa" per garantire il numero verde di assistenza alle
donne maltrattate, girandole i 46.600 euro stanziati dal ministero per
le Pari opportunità.
Ma a Bari si conoscono tutti, lo abbiamo detto. E infatti si
conoscono bene anche Tarantini e l'imprenditore Maldarizzi, che già
aveva messo nei guai D'Alema per la gita in barca a Ponza. Adesso
Panorama ha scoperto che l'amico comune ha fatto da tramite per un altro
incontro tra il lider Maximo e Gianpi.
Maldarizzi nel febbraio del 2008 aveva organizzato un party in casa,
una festa che segue la gita in barca del luglio 2007 e a cui avevano
partecipato sia l'ex ministro degli Esteri che l'imprenditore
pluringadato a Bari.
Il buffet è in piedi, ma lo scenario è decisamente suggestivo: un
attico con piscina in pieno centro, a due passi da Corso Vittorio
Emanuele. Pochi mesi dopo, dunque, l'ormai famosa cena alla Pignata di
Bari per la campagna elettorale. Eppure D'Alema giura di non conoscere
Tarantini.
[18-09-2009]
TUTTO IL MONDO È BARESE – IL CAPOLUOGO PUGLIESE FINISCE ANCHE
NELL’INCHIESTA SUI DERIVATI DELLA PROCURA DI MILANO – INDAGATO L’EX
SENATORE PSI PUTIGNANO – INTANTO A DIFENDERE GLI INDAGATI STORICI, REINA
E MASSINELLI, C’È L'AVV. LUIGI GIULIANO, CONSIGLIERE DI ANGELINO
“JOLIE” ALFANO…
Luigi Ferrarella per il "Corriere
della Sera"
Va in trasferta in Puglia e in Sicilia l'inchiesta sui derivati
partita dal Comune di Milano. Ieri la squadra di GdF già protagonista
di indagini come quelle su Oil for Food o sui semafori-truffa ha
perquisito a Noci (Bari) l'ex senatore socialista Nicola Putignano,
patron di un gruppo di depurazione delle acque e turismo da 60 milioni
di ricavi nel 2007.
Il suo staff difensivo ha potuto apprendere solo che Putignano è
indagato dal pm Alfredo Robledo per l'ipotesi di corruzione in relazione
a 200mila euro pervenutigli nel 2007 da un altro ex senatore Psi già
presidente della Provincia di Ancona (morto nel dicembre 2007), Tommaso
Mancia, che nel giugno 2007 come consulente di Nomura aveva ricevuto 2,3
milioni dalla banca giapponese scelta in quegli anni da molti enti
locali (però non in Puglia) per operazioni sui derivati.
Intermediari italiani di Nomura, ma nel 2003 nel contratto da 650
milioni con la Regione Sicilia del presidente Totò Cuffaro per la
cartolarizzazione dei crediti delle Asl siciliane, erano invece stati
Calogero Fulvio Reina e Marcello Massinelli, già consulente economico
di Cuffaro e nel cda del Banco di Sicilia.
Mentre non risulta indagata Nomura, che nel luglio 2003 li ricompensò
su conti dell'irlandese 'Profitview Investment' con 9 milioni di
provvigioni, i due suoi consulenti italiani sono indagati per l'ipotesi
di corruzione nell'ambito di rogatorie della Procura in Svizzera, dove 3
di quei 9 milioni furono quasi subito prelevati in contanti.
Ed è la loro scia a essere ora inseguita dalle rogatorie sui due
indagati difesi dall'avvocato Luigi Giuliano, consigliere economico e
finanziario del ministro della Giustizia, Angelino Alfano.
[18-09-2009]
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ALTRO FILONE PUGLIESE: SOLDI ALL'ESTERO DENTRO LA GUEPIÈRE
Onofrio Pagone per "La
Gazzetta del Mezzogiorno"
Un milione e mezzo di euro da trasferire in contanti a Dubai. E
diecimila euro come premio per questo viaggio: un viaggio di lavoro e di
piacere. La storia infinita dell'intreccio tra sesso, politica e affari
si arricchisce di un nuovo capitolo, tutto da scrivere in base agli
accertamenti che sarebbero già stati avviati dalla Procura di Bari
sulla scorta di una nuova testimonianza.
Un ulteriore fascicolo d'inchiesta sarebbe stato aperto, infatti, per
esportazione di valuta all'estero: ancora una volta, nella vicenda
sarebbe coinvolta anche Patrizia D'Addario, sempre lei, la escort di
lusso che ha rivelato di aver trascorso una notte con Berlusconi nella
residenza del premier a Palazzo Grazioli a Roma.
I fatti, secondo l'ipotesi investigativa, risalgono alla fine di
febbraio dello scorso anno. Di un lungo viaggio della D'Addario,
con tappa anche in Qatar, ha parlato per primo (proprio con la Gazzetta)
l'ex amante della stessa donna, quel Giuseppe Barba
che
la D'Addario ha fatto condannare per favoreggiamento
della prostituzione, salvo poi continuare a vivere con lui per oltre un
anno.
Nella sua intervista, alla fine dello scorso luglio, Barba rivelò un
viaggio di Patrizia con un politico, un «assessore
regionale importante», senza fornire ulteriori dettagli ed aprendo così
la caccia all'uomo. I tre assessori regionali all'e poca titolati a
missioni istituzionali per motivi economici hanno poi negato e
stragiurato di essere mai stati in Qatar o comunque non in quel periodo
e tantomeno in compagnia di quella donna.
Quel viaggio, dunque. Una ventina di giorni in tutto. Secondo quanto
raccontò Barba, la partenza della donna e del politico alla volta di
Roma sarebbe avvenuta da Foggia «per non farsi vedere insieme».
A quanto si è potuto apprendere, invece, la D'Addario
sarebbe
arrivata a Foggia con propri mezzi ed avrebbe poi continuato il viaggio
per Roma in auto: l'auto di rappresentanza del politico o di un suo
amico imprenditore, pure in partenza con la delegazione regionale
costituita per incontri istituzionali e d'affari negli Emirati.
L'autista avrebbe dunque accompagnato la donna sino a Fiumicino.
E i soldi? Le indagini puntano a verificare il racconto del testimone
secondo il quale benché appariscente - o forse proprio per questo - la
presenza della D'Addario sarebbe servita al
trasferimento del denaro. Un milione e mezzo di euro, tutto in banconote
da 500, confezionate in mazzette poco voluminose che sarebbero state
nascoste nella guepière.
Ai tempi di tangentopoli, fu accertato che un miliardo di lire in
banconote da centomila pesa quasi quattro chili e mezzo. In quel
viaggio, dunque, il peso della D'Addario - qualora
fosse accertato che davvero la signora si sia prestata a fare da
corriere - grazie agli euro «indossati» sarebbe aumentato di tre
chili: ogni banconota infatti pesa un grammo e di banconote da 500 ne
servono tremila per mettere insieme un milione e mezzo.
A parte il lungo soggiorno con la delegazione della Regione Puglia,
secondo l'ipotesi investigativa la D'Addario avrebbe
incassato una ricompensa. Sempre in contanti, per il fastidio le sarebbe
stato corrisposto un premio complessivo di diecimila euro. E lei con
questi soldi avrebbe poi acquistato l'auto nuova, quella tuttora in uso:
una «Ford Fiesta» di colore nero.
Ma questo è un dettaglio che non ha rilevanza per l'inchiesta.
Questo nuovo filone d'indagine sarebbe emerso a seguito delle querele
reciproche tra la D'Addario e Barba, i
quali si sono appunto vicendevolmente accusati di lesioni e molestie
finendo entrambi indagati dal pm Dentamaro per queste ipotesi di reato.
E lo stesso pm avrebbe raccolto la deposizione del testimone.
D'Addario e Barba interruppero la
loro relazione, durata quasi cinque anni, al ritorno di Patrizia
da quel viaggio, cioè a metà marzo dello scorso anno. Nel
2006 lui era stato arrestato per effetto delle denunce della donna:
patteggiò e fu scarcerato.
Quindi la relazione continuò come se niente fosse accaduto, e
all'inizio di aprile del 2007 lei fece anche mettere a verbale dai
carabinieri di accettare la remissione di una denuncia ulteriore perché
si trattava solo di banali liti di coppia, perché invece conviveva
felicemente con Barba non serbando più risentimenti nei suoi confronti.
Cosa abbia indotto la donna a restare con l'uomo che - secondo le sue
stesse accuse - l'aveva costretta per anni a prostituirsi, al momento
non è emerso. Così come non è emerso di chi fossero tutti quei soldi
che sarebbero stati trasferiti di nascosto a Dubai: del politico? O del
suo amico imprenditore? Si tratterebbe di un notissimo capitano
d'impresa di un piccolo centro della Murgia barese, con interessi in
svariati settori. Sempre che questo nuovo filone di inchiesta trovi
prove e riscontri.
2 - LA SVOLTA DEL "MANIFESTO": DA MARX ALLA D'ADDARIO
Gianni Pennacchi per
"il Giornale"
Che fosse ridotto male, acciaccato e pieno di guai, era noto da
tempo. In verità ha sempre vissuto sul pelo - nel senso del filo
beninteso, honni soit qui mal y pense - e con la canna dell'ossigeno a
portata di mano, sin da quando è nato ormai quarant'anni fa. Del resto,
che volete...
Son crollati muri e paradisi, son morti dei e profeti, volete che
splenda di salute proprio il giornale che ha fatto del documento più
famoso di Marx ed Engels la sua testata, e si fregia ancora
dell'etichetta «quotidiano comunista»? Però nessuno immaginava che il
glorioso Manifesto, tornato sotto l'autorevole direzione del
pluridecorato Valentino Parlato, finisse improvvisamente e
clamorosamente a puttane.
Non nel senso metaforico, beninteso: il Manifesto è ancora vivo e
lotta insieme a noi, gli aficionados continuano a trovarlo in edicola
pur se soffocato ormai da una pletora di quotidiani comunisti, post o
vetero: Liberazione, l'Altro, l'Unità, Il Riformista, e Repubblica che
li sovrasta tutti.
Dicevamo che è finito a puttane, nell'accezione concreta ed
etimologica del termine. Ed anche se ormai quella parola è desueta, il
«politicamente corretto» impone non udente al posto di sordo,
operatore ecologico invece di spazzino, la realtà non cambia.
Se preferite dunque, diciamo che il Manifesto è finito ad escort.
Sparandosi due pagine intere due - oltretutto le più importanti dopo la
vetrina di un giornale - per una megaintervista a Patrizia D'Addario.
Nel numero di ieri, al prezzo di vendita di euro 2,60 per
l'abbinamento con Le Monde diplomatique. Ma non crederete mica che il
piatto forte fosse il supplemento d'Oltralpe... Via, la bomba che ha
lasciato senza fiato i lettori stava in quei due paginoni della escort,
intervistata da una firma di punta del Manifesto.
Voi che non avete mai avuto soggezione dell'intellighentia di
sinistra, non frequentate le terrazze romane e v'annoiate quando vi
imbandiscono lunghe, complicate e rarefatte analisi, certamente vi
fermate al primo e più terragno interrogativo: ma questi scoprono la D'Addario
soltanto adesso? E che altro avrà ancora da rivelare la ciarliera e
intraprendente ragazza? Bell'esempio dello «stare sulla notizia»!
Certamente avete ragione, ma il problema è che un tale scoop non lo
ha fatto la Gazzetta di Peretola o un giornale «normale», bensì il
prototipo nostrano del quotidiano che «vola alto», la maestrina dalla
penna rossa (o la mosca cocchiera, se preferite) della sinistra nostrana
dal Sessantotto fino a ieri, il foglio (con la effe minuscola) che
ambiva al ruolo di prima lettura mattutina per ogni intellettuale verace
e riconosciuto da sinistra a destra.
Signora mia, come siam caduti in basso. Dai reportage sulla Cina, la
realtà di Cuba vista da sinistra, il dissenso di ieri e di oggi in
Russia, il malcontento operaio nelle grandi fabbriche del Nord e del
Sud, alla sciagurata - nell'accezione manzoniana, beninteso - di Tarantini.
Ma non ha insegnato nulla a quelli del Manifesto e in particolare a
Parlato, lo scivolone del Riformista? Anche Antonio Polito s'era
lanciato a pubblicare le memorie pecorecce dell'amante di un ministro in
carica. Facendo la gioia degli addetti ai lavori, che si sono scatenati
nella facile caccia per individuare l'onorevole tapino. Ma suscitando le
ire dei suoi lettori che lo hanno subissato di proteste: oh, compriamo
'sto giornale per leggere cose serie, se volevamo storie di pelo
(nell'accezione umana) c'erano già Le Ore o Repubblica.
L'intervistatrice però è giornalista in gamba e intelligente, di
sane esperienze femministe. Poiché a metà dell'intervista Patrizia
precisa di aver smesso di «lavorare», lei la incalza domandandole se
lavorava «per il piacere maschile, per il tuo piacere, per i soldi, per
i soldi e il piacere, per i soldi contro il piacere?».
E come volete che risponda, la poverina? Avete indovinato: «Io non
ho mai provato nessun piacere a fare la escort. Proprio no». Quelli di
Repubblica dovrebbero chiedere aiuto al Manifesto, per il tormentone
delle 10 domande 10.
Ma non era il Manifesto, che si scandalizzava e scriveva commenti
indignati, quando al congresso radicale arrivavano Carla
e
Pia, le rappresentanti delle lucciole di Pordenone, che
fiere di fare le puttane rivendicavano diritti e rispetto? Non era
questo, il fiore all'occhiello della libera e nobile stampa, per il
quale i giornalisti italiani versavano 1/26 della loro busta paga?
Quello che ciclicamente faceva sottoscrizioni e numeri a 50mila lire
perché non si spegnesse il faretto della diversità?
Il giornale che ha sfornato professorini e maestri di pensiero andati
a inseminare l'intero arco costituzionale dell'editoria, da Lucia
Annunziata a Gianni Riotta e Riccardo
Barenghi? Ridotti a megafonare la «sfida di Patrizia» al
premier «sulle loro vicende, sulle sue tecniche di seduzione, sullo
scambio tra sesso e potere» e, udite, udite, «sul rapporto fra uomini
e donne». E va bene che ognuno è obbligato a rincorrere i suoi guai,
ma un whisky al Roxy Bar non era meglio della pozza di san Patrizia?
2- UNA PURA FINZIONE...
Ida Dominijanni per "Il
Manifesto"
Dopo tutti i racconti sentiti e le interviste lette era rimasta una
curiosità per la donna Patrizia D'Addario. Aumentata pochi giorni fa,
quando allo show di Berlusconi alla Maddalena lei ha risposto sfidandolo
a un confronto diretto «sulle nostre vicende specifiche, sulle tecniche
di conquista, sui rapporti uomo-donna, sul sesso e il potere».
Quel confronto, va da sé, è inutile aspettarselo (a proposito: non
è vero che Patrizia abbia cercato di imbucarsi all'inaugurazione della
Fiera del Levante, per incontrare il premier che poi non c'è andato).
Qui di seguito ce n'è però qualche ingrediente. Patrizia
ha
accettato di parlarne, in presenza delle sue avvocate, solo perché
eravamo fra donne senza uomini, come nel primo femminismo o come nel
film di Shirin Neshat premiato col leone d'argento a Venezia.
Non cercavo, e non troverete, rivelazioni ulteriori sui noti fatti di
Palazzo Grazioli, né particolari «piccanti», per usare un aggettivo
caro al premier. Quello che viene fuori è il ritratto di una donna
alquanto diverso da quelli fin qui pervenutici con l'immancabile
didascalia «escort di alto bordo».
Credevo di trovarmi di fronte a una professionista che rivendica il
suo mestiere, invece Patrizia ne parla al passato e senza alcuna
fierezza, arriva all'appuntamento in lacrime perché non riesce a
iscrivere sua figlia nella scuola che vorrebbe e racconta a mezza bocca
una storia violenta di iniziazione alla prostituzione.
Mi aspettavo una ragazza-immagine in grado di calcolare e contrattare
le sue mosse, invece scopro una donna impigliata nel risarcimento del
suicidio di suo padre, e inciampata nella classica illusione femminile
di un incontro con una sensibilità maschile rivelatasi invece un bluff,
«una finzione reale pura».
In presa diretta, altre cose trovano invece conferma. Un sistema di
scambio corpo-danaro-potere che a suo dire è più esteso e radicato di
quanto si pensi, incardinato su una colonizzazione dell'immaginario
femminile che sogna solo comparsate in tv. Un sistema di mercificazione
non solo del sesso ma delle relazioni, in cui si pagano come prestazioni
le chiacchierate, la compagnia per un viaggio, la bella presenza a un
convegno, una serata a teatro: è la prostituzione al tempo del
postfordismo.
Una virilità ridotta al resto di niente che non ha bisogno di
comprarsi solo il sesso ma anche l'ammirazione e la soddisfazione
narcisistica, passando sul confine fra ricattabilità sociale e
disponibilità sessuale femminile.
Il presidente del consiglio dice che può denunciarti per
reati che comportano fino a 18 anni di carcere. Tu ti senti colpevole di
qualche reato?
Assolutamente no, che reato avrei commesso?
Umberto Bossi dice che dietro le escort c'è la mafia, che
gli rispondi?
Dietro di me non c'è proprio nessuno. Sono sola, più sola di così...e
anche prima di questa avventura ero una ragazza sola, che cercava di
andare avanti in qualche modo e di mantenere la famiglia. Senza grilli
per la testa, come si dice. Hanno scritto che mi piace fare la bella
vita, io non ho mai fatto la bella vita. I soldi che guadagnavo mi
servivano per pagare i debiti di famiglia, dopo il suicidio di mio
padre.
Che facevi negli Stati uniti, prima del suicidio di tuo
padre?
L'illusionista e la modella, per un paio d'anni, a Los Angeles. Avevo
casa a Hollywood. Adoro gli Stati uniti, la mentalità, l'ambiente
artistico.
Lì non facevi la escort?
Assolutamente no, è una cosa che ho fatto per poco tempo. E comunque
non corrisponde al ritratto di prostituta d'alto bordo che mi hanno
cucito addosso.
Mi spieghi la differenza fra una
escort e una prostituta? Mi è parso di capire che le escort fanno
prestazioni affettive, non solo sessuali. Rassicurano, gratificano,
accompagnano, fanno le fidanzate a tempo in un certo senso.
Le escort vanno a cena, accompagnano a teatro, in viaggio...ma non è
che la escort sia quella di lusso e la prostituta quella di strada. C'è
dignità anche nelle prostitute di strada. Non credo che si divertano o
che gli piaccia la vita che fanno. Escort o prostituta, se una donna fa
questo lavoro è per necessità, o per per problemi familiari, o perché
è stata portata violentemente a farlo.
È il tuo caso?
Un fidanzato violento, sì. Un capitolo molto oscuro della mia vita,
subito dopo la morte di mio padre. Prima di conoscere quest'uomo non
avevo mai fatto la escort.
Insomma secondo te non è un lavoro come un altro, o che si
possa fare per scelta, come talvolta si rivendica nel movimento per i
diritti delle prostitute?
Io penso proprio di no. Forse alcune, poche, lo fanno per il piacere di
arricchirsi. Io l'ho fatto per superare dei problemi, ma senza mai
starci bene. Anche se molte volte si trattava solo di andare a cena e
chiacchierare per ore e ore - sono una che sa ascoltare e gli uomini
parlano molto con me. Per queste prestazioni non credo che il termine
adatto sia prostituta.
Tu fai anche sesso però.
Non prevalentemente, nella maggior parte dei casi accompagnavo gli
uomini nei viaggi di lavoro, magari guidavo la macchina mentre loro
parlavano di affari al telefono. Non sono «sporca» come mi hanno
dipinta: c'è di peggio, ti assicuro.
Veniamo alla tua sfida a Berlusconi. Hai detto che sei pronta
a un confronto diretto «sulle vostre vicende specifiche, sullo scambio
sesso-potere, sulle tecniche di seduzione, sui rapporti fra uomini e
donne».
Sì, non ha risposto.
Qualcosa puoi dire a distanza. Anche se sulle vostre vicende
hai detto già tanto, e io non voglio insistere più di tanto. C'è un
punto però su cui non si può non tornare. Berlusconi dice di non avere
mai pagato per una prestazione sessuale. Ed effettivamente te non ti ha
pagata, no? Niente buste, niente soldi dopo quella notte passata
insieme. Il presidente avrebbe dovuto farti un regalo, che poi non ti ha
fatto.
Infatti. Perché io gli parlai del mio residence, e lui promise di
aiutarmi. E io credetti che il suo regalo fosse quella promessa.
Ad altre ragazze, che tu sappia, le ha date queste buste?
Qualcuna l'ha già detto, che ha ricevuto una busta.
Sì, ma si sarebbe trattato appunto solo di un regalo,
diecimila euro. Quindi se il presidente dice di non aver mai pagato per
una prestazione sessuale, forse intende che ha fatto solo dei regali,
gratuiti.
Sarà...
Del resto, non è che una prestazione sessuale costi 10.000
euro, o sì?
Dipende con chi.
Sesso e potere. Fai finta di essere una sociologa: che idea
ti sei fatta di come funziona questo rapporto oggi in Italia?
Semplice: mi son fatta l'idea che dall'Italia è meglio andarsene. In
Italia non vai avanti se hai doti, meriti, bravura: devi solo essere al
posto giusto, conoscere la persona giusta, e non essere ribelle. Così
ottieni tutto.
Vale solo per le donne?
Soprattutto per le donne, ma anche per gli uomini.
Ma gli uomini di potere in questo scambio che cosa cercano, e
cosa ottengono?
Quello che hanno sempre voluto.
Cioè sesso? Ma solo sesso? O anche ammirazione,
compiacimento, compagnia, soddisfazione narcisista? A Repubblica hai
detto che a palazzo Grazioli c'era una sorta di harem, ma che mentre «nei
veri harem c'è rispetto per le donne, lì c'era solo lui». Puoi
spiegarmi meglio? Ti è sembrata una situazione allestita per il
narcisismo del Capo?
Lui è lì al centro dell'attenzione. E' un ottimo padrone di casa,
cordiale e affettuoso, arrivava con questi pacchettini e tutte erano lì
adoranti, facevano la gara a chi ne riceveva di più, e lui era
compiaciuto di questo, lui ama circondarsi di ragazze, ogni cena è
un'occasione per conoscerne di nuove. E fra queste ragazze c'è molta
competizione. Una gara agguerrita per piacergli. E poi c'è la
prescelta, o le prescelte.
Tecniche di seduzione. Il presidente dice: «Non ho mai
pagato una lira per fare sesso, mi piace la seduzione e la conquista».
Tu ti sei sentita sedotta e conquistata da lui?
La prima sera no. Eravamo lì in tante, il presidente alcune le
conosceva altre no. Sapeva benissimo chi gli portava Tarantini. E' stato
molto galante, è venuto lui da me a presentarsi, mi ha chiesto che cosa
faccio e se volevo andare in televisione, ballare, cantare, gli ho
risposto di no, che della tv non me ne importava niente.
Più tardi ha detto, davanti a tutti, «c'è qui una ragazza che non
si fida più degli uomini, le faremo cambiare idea», evidentemente
sapeva tutto di me da Tarantini che s'era rivenduto la mia storia, e io
mi sono arrabbiata perché parlava dei fatti miei a voce alta. Non ero
ammaliata, non ho fatto la ola come le altre, e quando prima Tarantini
poi il presidente stesso mi hanno chiesto di restare per la notte ho
risposto «no grazie» e me ne sono andata.
Forse è stata proprio questa mia freddezza che l'ha incuriosito,
mentre tutte fibrillavano per una comparsata in una fiction o al Grande
Fratello, e lo ha spinto a richiedermi a Tarantini per la seconda volta.
Già che ci sono, su quella prima sera vorrei puntualizzare che io avevo
pattuito con Tarantini 2000 euro per la cena e basta, non, come qualcuno
ha scritto, 1000 per la cena e altri 1000 se restavo. Invece ne ho avuti
solo 1000.
Perché non sei rimasta? Solo perché non era nei patti, o
perché non eri ammaliata? O per la situazione? Hai già detto che
c'erano altre escort, due lesbiche fra le altre. Era una situazione
imbarazzante? Era troppo?
Posso solo dirti che c'erano altre ragazze, e che qualcuna dice che non
mi conosce e non mi ha mai vista, invece io c'ero e le ho viste, ragazze
che lavorano in televisione, la prima sera ce n'era più d'una, compreso
qualche nome che non è ancora uscito.
E la seconda sera?
La seconda sera era diverso. Non c'erano tutte quelle ragazze della
prima volta, ed era programmato che restassi. Avevo accettato credendo
davvero che lui avesse interesse per me, per la mia vita, per il mio
problema. Lui cerca di colpirti dimostrando una grande sensibilità. Ma
è tutta una finzione, una finzione reale pura. La verità è che
siccome con l'offerta di andare in tv non funzionava, lui è passato per
la porta del mio cuore. Ha fatto leva sul suicidio di mio padre.
E' questo che gli diresti sulle tecniche di conquista se
accettasse il faccia faccia?
Questo, e altre cose sui momenti intimi che abbiamo avuto. Quella notte
è stata lunga, le sue tecniche di conquista ha avuto modo di sfoderarle
tutte. Sembrava affettuoso, ma era finto. E ora dice che mi manda in
galera per 18 anni...voglio che me lo dica in faccia.
Dalla registrazione della telefonata del giorno dopo, anche
tu sembri affettuosa. Era una cosa vera o faceva parte della
prestazione?
No, io non recito mai. Avevamo passato insieme la notte e questo per me
aveva creato una intimità.
Quella notte era il 4 novembre, tutti avevamo altro per la
testa. Tu non eri curiosa delle elezioni americane?
Sì, ma finché c'erano anche gli altri le abbiamo seguite su un video.
Quando Obama è stato eletto eravamo soli. Il presidente è stato
chiamato da qualcuno, è tornato e mi ha detto «abbiamo il nuovo
presidente americano».
Come l'ha presa?
Era tranquillo. Ma non ne abbiamo parlato tanto.
Com'è Palazzo Grazioli?
Bello. Un po' kitsch però.
Hai esordito dicendo che sei sola, «più sola di così...».
Ti senti sola?
Mi aspettavo più solidarietà. Soprattutto da parte delle donne.
Delle donne in generale, o di quelle ragazze che erano lì
con te?
Anche da parte di quelle ragazze lì.
I tuoi rapporti con Barbara Montereale come sono? Si sono
rotti?
Non c'era evidentemente alcuna amicizia. Le vere amiche nei momenti
difficili ti stanno vicino, lei ha tentato di infangarmi. Mi ha
attribuito una volontà di vendetta, io non ho mai meditato vendette.
Avrei potuto fare nomi, descrivere situazioni, ma ho parlato solo di me
stessa.
C'è ancora un sacco di gente che si chiede perché hai
parlato, anche se tu l'hai detto un sacco di volte.
C'era stato quel furto orribile che ho vissuto come una violenza.
O un avvertimento?
Tutt'e due. M'è sparito tutto, vestiti, agende, cd, computer,
foto...hanno invaso la mia vita, la mia personalità, tutto. Hanno
lasciato un televisore e altre cose di valore e hanno preso la
biancheria intima. È chiaro che cercavano qualcosa.
I nastri?
Chi era lì cercava qualcosa.
Fra le donne, femministe e non, c'è un po' di reticenza,
capisco che tu dica che ti aspettavi più solidarietà. C'è chi
solidarizza con Veronica Lario e con te, e c'è chi diffida di Veronica
- è ricca, dicono, e poteva lasciarlo prima - e di te perché comunque
sei una escort e «questa storia mi fa complessivamente schifo».
L'altra ragione di reticenza, più specificamente femminista, è l'idea
che le escort lavorano comunque per il piacere maschile, non per il
proprio desiderio, e questo a tante, me compresa, non va giù. Da
escort, tu lavori...
Lavoravo: ho smesso.
...lavoravi: per il piacere maschile, per il tuo piacere, per
i soldi, per i soldi e il piacere, per i soldi contro il piacere?
Io non ho mai provato nessun piacere a fare la escort. Proprio no. L'ho
fatto solo per necessità, e comunque cercavo di scegliere uomini con
cui almeno potessi parlare. E col caratterino che ho, ho mandato a quel
paese un sacco di persone e di situazioni.
Forse hai potuto parlare proprio perché non eri tanto presa
dal gioco.
Non mi sono mai fatta coinvolgere, pur avendo e chiedendo rispetto. Nel
caso di persone arroganti rinunciavo. Tante che oggi dicono che non
hanno mai fatto la escort e che fanno le modelle, le attrici, le ragazze
immagine accettano di ben peggio. E' capitato anche durante un viaggio a
Dubai, ho detto di no a uno che mi voleva a cena, non mi piacevano i
suoi modi, e lui m'ha detto «chi ti credi di essere, Naomi Campbell?»
E io: non mi credo niente, ma non voglio la tua compagnia.
Naomi, Noemi. Una volta hai detto che di fronte alla storia
di Noemi Letizia eri senza parole. Ne hai trovate nel frattempo?
Tutte recitano un copione e il copione è sempre uguale. Lo vedi anche
dalle dichiarazioni che sono state rilasciate. Il ritornello è sempre
quello.
Quale? «Sono senza macchia, non ho fatto niente, voglio solo
fare l'attrice»?
Per fare la modella non c'è bisogno di andare a delle cene, una fa i
provini, il cast. Quando facevo la modella io non andavo alle cene, mi
invitavano ma non ci andavo, ho fatto dei sacrifici, avevo un gruppo di
dieci persone che lavoravano con me e con cui dividevo quello che
guadagnavo.
Perché hai accettato di candidarti nella lista "La
Puglia prima di tutto"? Che t'aspettavi da quella candidatura, o da
quella a Strasburgo? E ti sentivi davvero in grado di fare politica?
Tarantini mi chiese il curriculum per le europee, poi mi disse che la
moglie di Berlusconi aveva fatto casino e che bisognava soprassedere, e
in cambio mi offrì «La Puglia prima di tutto». Perché accettai?
Sempre con l'idea che mi potesse essere utile per concludere il progetto
che ha portato al suicidio mio padre. E' il mio unico obiettivo,
gliel'ho promesso sulla sua tomba.
Secondo te il sistema sesso-potere è legato a Silvio
Berlusconi o va avanti anche senza di lui?
E' incardinato su di lui, ma può sopravvivergli.
Hai fiducia nell'inchiesta della magistratura?
Sì, certo. Ma il problema è che tutto quello che è successo sta
facendo del male alla mia famiglia, mia madre, mia figlia. Non ho
protezione. Non ho lavoro. Certo ho la soddisfazione di aver detto la
verità, ma che ci faccio?
Perché sei andata a Venezia? Per fare un po' la diva?
No, non è vero. Mi ha convocata lì la Tv australiana Abc per un
reportage, io non ero mai stata al Lido e neanche sapevo che la barca mi
avrebbe scaricata nel cuore della mondanità.
Che vorresti fare adesso?
Finire questo benedetto residence, che mi darebbe anche da vivere. Spero
che presto si sblocchi il problema amministrativo che lo blocca.
Altrimenti racconterò la sua storia vera.
Sei in partenza per Parigi. Stai meglio lì che qui?
Sì. Qua non respiro più. Anche se mi sforzo di sorridere, che devo
fare? se piango è peggio.
Che pensi di Veronica Lario?
Mi pare una donna forte, una donna che ha sofferto, anche lei. Giusto
stanotte non riuscivo a dormire e ho letto un libro su di lei.
Curiosità: hai un'idea del femminismo, e quale?
Penso questo, che ci sono tante donne in gamba, più degli uomini, e che
spesso alle donne tocca fare la parte delle donne e degli uomini.
[16-09-2009]
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FURBETTI DELLA SUINA - MA GUARDA UN PO’, L'INFLUENZA A È UN AFFARE
DA 500 MILIONI DI DOLLARI E ARRIVA PROPRIO MENTRE I GOVERNI RIDUCONO LA
SPESA SANITARIA - IL N.1 DI ASTRAZENECA, DAVID BRENNAN, IN POLE NELLA
CACCIA AL VACCINO: “L'IMPATTO POSITIVO SUI CONTI È RILEVANTE”…
Luca Davi per "Il Sole 24 Ore"
In palio ci sono 500 milioni di dollari. Abbastanza anche per un
colosso che nel 2008 ha registrato ricavi per 31,6 miliardi di dollari.
Per questo AstraZeneca, gruppo farmaceutico anglosvedese tra i primi sei
al mondo, non vuole perdere tempo. Nella gara alla produzione dei
vaccini contro l'influenza A/H1N1, spiega il ceo del gruppo, David
Brennan, in un'intervista concessa al Sole-24Ore, «è solo una
questione di velocità».
Essere più rapidi delle altre compagnie del Big Pharma nello
sviluppare i brevetti, nell'ottenere il via libera dalla autorità
regolatrici e nel commercializzare i farmaci (AstraZeneca è l'unica ad
aver proposto nelle scorse settimane un vaccino in spray), può essere
decisivo. Soprattutto per rivitalizzare ricavi che nel primo semestre
sono rimasti stazionari, a circa 15,6 miliardi di dollari.
Lo scoppio dell'influenza A sembra essere arrivato al momento giusto:
le società farmaceutiche sono alle prese con la riduzione della spesa
sanitaria da parte dei governi...
Non c'è dubbio. Le aziende che producono farmaci antivirali stanno
traendo beneficio dalla fase attuale: i governi aumentano gli stoccaggi
di medicine e l'impatto positivo sui conti è rilevante.
E per voi, quale sarà l'effetto sui conti?
Con il governo americano abbiamo un contratto di fornitura da
12 milioni di dosi dal valore complessivo di 120-140 milioni di dollari.
Tuttavia, se l'amministrazione Obama acquisterà tutta
la fornitura che oggi abbiamo già a disposizione, e posto che i
produttori ci forniscano i dispositivi inalatori, potremmo raggiungere
un giro d'affari globale di circa 500 milioni di dollari.
Gli allarmismi sono giustificati?
Nessun virus ha mai infettato così tante persone in così
tanti paesi così velocemente. E da decenni la Oms non pronuncia la
parola "pandemia", così come è accaduto nelle scorse
settimane. C'è da temere un picco in autunno: difficile prevedere ora
quanto sarà grave.
In tutto il mondo state ristrutturando la catena produttiva.
Ai tagli faranno da contraltare investiment?
Per la fine del 2013 contiamo di aver eliminato 15mila
posizioni (65mila gli impiegati complessivi, ndr): alcune persone
saranno riallocate. Ridurremo settori come produzione e ricerca e
sviluppo. Nel frattempo lanceremo nuovi prodotti per il trattamento di
malattie cardiovasco-lari, metaboliche, per l'oncologia e la
gastroprotezione.
E in Italia? Lo scorso giugno avete venduto a
l'unico vostro stabilimento produttivo esistente in Italia, a Caponago.
Qui rimane solo l'amministrazione...
Per il momento non sono previsti licenziamenti. Non possiamo invece
commentare le strategie della nuova azienda (Icig, International
Chemical Investors Group, ndr). Spetterà al nuovo management prendere
le decisioni, tuttavia confidiamo che i prodotti che verranno realizzati
in futuro garantiscano la continuità operativa.
A proposito di strategie, la politica sanitaria del
presidente Obama vi preoccupa?
In qualità di presidente di turno di PhRma, l'associazione
composta da circa 30 delle maggiori case farmaceutiche mondiali, posso
dire che alcune idee sono buone, altre vanno migliorate. Di sicuro non
accetteremo un controllo governativo sul livello dei prezzi. Siamo
sostenitori di un sistema basato sulla libera concorrenza.
Per lungo tempo siete stati citati come obiettivo di fusioni
o acquisizioni.
Nonostante le recenti operazioni nel settore, sono convinto che
economie di scala crescenti non garantiscano necessariamente benefici
nel nostro settore. Al momento stiamo sondando il terreno ma per
acquisire tecnologie e know-how tramite l'assorbimento di piccole società,
non grandi gruppi.
Alcuni analisti hanno declassato il giudizio sul vostro
titolo a Londra. Siete preoccupati?
Sono ottimista per quanto riguarda la potenziale creazione di
valore della società, mentre è il mercato a decidere il prezzo del
titolo. Tuttavia rimango fiducioso: molto del nostro valore è ancora
sotto traccia. E anche grazie al lancio di nuovi prodotti nei prossimi
mesi, riusciremo a esprimerlo.
[15-09-2009]
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HITLER SEGRETO – “QUEI VIGLIACCHI DI ITALIANI STANNO PER TRADIRE
MUSSOLINI” – I VERBALI DELLE RIUNIONI DEL QUARTIER GENERALE - NEL
MAGGIO DEL '43 IL FUHRER ERA GIÀ CERTO DEL CROLLO DEL FASCISMO: “IL
DUCE NON È RIUSCITO A IMPORSI SULLA CASA REALE, GENTE
INSIGNIFICANTE”…
Da "Il
Giornale"
Dal dicembre del '43 alla primavera del '45 Adolf Hitler
fece
registrare dal suo servizio stenografico le riunioni quotidiane tenute
al quartier generale da cui dirigeva le operazioni. Gran parte di quei
preziosissimi fogli vennero bruciati i primi di maggio del '45, a causa
del tracollo tedesco e in previsione dell'occupazione statunitense. Ma
un bel po' di pagine si salvarono. E sono proprio quei fogli,
opportunamente arricchiti da apparati e note esplicative, a costituire I
verbali di Hitler, pubblicati per la prima volta in
Italia dalla Libreria Editrice Goriziana.
Il primo volume dei verbali (quello relativo al periodo '42-43, a
cura di Helmut Heiber) sarà distribuito da sabato
prossimo e verrà presentato, a Pordenonelegge, domenica 20 settembre in
una conversazione pubblica fra il politologo Giorgio Galli e l'analista
politico-militare Fabio Mini.
Se quella volta fossi andato contro l'Italia sarebbe crollata subito.
Allora gli ho fatto notare che non... Quella volta ho detto: «Non lo
dimenticherò mai!». E non lo dimenticheremo. Quella volta, al
ricevimento a Roma - me lo ricordo ancora - ho percepito chiaramente che
questi due mondi sono comparsi troppo bruscamente: da un lato, senza
dubbio, il calore fascista dell'accoglienza ecc. e dall'altro
l'atmosfera assolutamente gelida del mondo militare e di corte, gente
comunque insignificante o vigliacca.
Per come la vedo io, tutti quelli che hanno patrimoni da più di
250.000 marchi di solito diventano vigliacchi perché vogliono vivere
dei loro soldi e poter stare seduti sui 250.000 marchi. Perdono tutto il
coraggio. Quando uno ha 1 o 2 milioni si può stare tranquilli, quella
gente non farà né rivoluzioni né altro. Per questo sono contro tutte
le guerre anche se vedono che i loro popoli muoiono di fame; per loro è
indifferente. Sono quelli del «cuoio russo» .
Se in un Paese così tutto venisse distribuito equamente, - se ognuno
ricevesse almeno quello che gli spetta sulla carta, perfino in
Inghilterra la gente avrebbe una certa sensibilità per la possibilità
di espansione imperiale. Ma non è questo il caso. Quella gente fa la
bella vita. Non le manca nulla, ha tutto; solo per i poveri diavoli va
male. A Roma ho ben visto com'è il fascismo. Non è riuscito ad imporsi
al mondo della corte. Un ricevimento a corte come quello - meglio non
parlarne - è uno spettacolo che naturalmente dà la nausea a chi la
pensa come noi. Ma addirittura anche dal Duce, e perché? Perché tutto
il mondo di corte vi si intrufola. Anche Ciano è così.
Dovevo accompagnare a tavola la contessa Edda Ciano.
Ma di colpo piomba dentro Philipp con la sua
Mafalda
e tutto il programma va all'aria. Grande confusione. Ed io ho
dovuto prendere la Mafalda come vicina di tavolo. Cosa mi importa della
Mafalda?
Per me la Mafalda è la consorte di un Oberpräsident
tedesco,
punto, chiuso, nient'altro! E poi non ha qualità intellettuali così
spiccate da farmi dire che la signora sia affascinante - e non intendo
parlare della bellezza fisica, solo di quella intellettuale. Da qui però
si è visto com'è la situazione generale: al Quirinale tutto mischiato
e invischiato di quella roba; dove ancora c'erano realmente tutti i
fascisti e le guardie del corpo la separazione era molto evidente. I
funzionari di corte li hanno definiti...
Per me il punto critico principale è: qual è lo stato di salute del
Duce? Questa è la cosa decisiva per un uomo che deve prendere decisioni
così difficili. E secondo: che opportunità ritiene ci siano per
l'Italia nel caso che, diciamo, la rivoluzione fascista o la casa reale
scompaiano? Questi sono i due problemi. Perché o la casa reale subentra
alla rivoluzione fascista - in questo caso che opportunità potrebbe
avere il suo popolo - o quali potrebbero essere se la casa reale
prendesse il potere da sola; e questo è difficile da dire. Quando
eravamo assieme a Kleßheim ha fatto un commento a tavola;
improvvisamente ha detto: «Mio Führer, non so, non ho alcun successore
nella rivoluzione fascista; come capo di stato avrò un successore, si
troverà, ma un successore nella rivoluzione non c'è». - Questo
naturalmente è davvero tragico. La sua pena è iniziata già nel 1941,
quando eravamo nel secondo quartier generale, giù nel viadotto
ferroviario, già nella campagna di Russia.
(20 maggio 1943)
Il Duce si è dimesso. Non è ancora confermato: Badoglio ha assunto
il governo, il Duce si è dimesso . Probabilmente per desiderio del re,
su pressione della corte. Ho già detto ieri qual è la posizione del
re... Stavo già pensando -, la mia idea sarebbe che la 3ª divisione
corazzata granatieri occupasse subito Roma e scardinasse immediatamente
tutto il governo...
(25 luglio 1943)
È del tutto indifferente, in Vaticano ci entro subito. Crede che abbia
soggezione del Vaticano? Quello lo prendiamo subito. In primo luogo là
dentro c'è tutto il corpo diplomatico. Me ne infischio. La gentaglia è
là e noi tireremo fuori tutto quel branco di porci... Poi in un secondo
momento ci scusiamo, questo non ci importa. Là facciamo una guerra...
(25 luglio 1943)
in breve la situazione è questa: in Italia è avvenuto quello che
temevo ed a cui avevo già accennato anche recentemente nella riunione
con i generali; è una rivolta che parte dalla Casa reale o dal
maresciallo Badoglio, quindi dai nostri vecchi nemici. Il Duce è stato
arrestato ieri. È stato invitato a recarsi al Quirinale per dei
colloqui ed al Quirinale è stato arrestato e poi immediatamente deposto
con questo decreto. Poi è stato formato questo nuovo governo che
naturalmente ufficialmente dichiara ancora di collaborare con noi.
Naturalmente è tutta una copertura per guadagnare qualche giorno e
consolidare il nuovo regime. In sostanza il nuovo regime, naturalmente,
dietro di sé non ha nulla a parte gli Ebrei e la plebe che a Roma si
fanno sentire, questo è chiarissimo.
Ma comunque al momento ci sono e adesso è urgente e necessario che
agiamo. In realtà ho sempre temuto questi sviluppi. Proprio per questo
motivo ero così preoccupato di partire troppo presto qui all'est, perché
ho sempre pensato che sarebbero subito iniziate le danze a sud: gli
Inglesi ne approfitteranno, i Russi ruggiranno, gli Inglesi
sbarcheranno, e dagli Italiani il tradimento, vorrei dire, era
nell'aria.
[11-09-2009]
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QUESTA "DEMOCRAZIA" È ARGENTINA! – INTOSSICATA DI
BOTULINO, MUTILATA DI PLASTICHE, LA SIMPATICA PRESIDENTESSA KIRCHNER
SPEDISCE 150 ISPETTORI DEL FISCO NELLA REDAZIONE DEL "CLARIN",
GIORNALE DI BUENOS AIRES CHE HA OSATO CRITICARLA...
Roberto Da Rin per "Il Sole 24 Ore"
Uno scontro frontale. Da una parte il governo argentino di Cristina
Fernandez de Kirchner. Dall'altra Clarin,
primo gruppo editoriale argentino. Ieri l'epilogo odioso di una vicenda
che ha radici lontane: centocinquanta ispettori del fisco sono stati
inviati presso la sede del quotidiano Clarin per effettuare verifiche,
in seguito a presunte irregolarità.
La maggior parte della stampa argentina ha stigmatizzato l'iniziativa
di Afjp, (il sistema previdenziale argentino, omologo al nostro Inps ma
con funzioni di verifica fiscale) proprio perché pare chiaro il
mandante, ovvero il governo.
clarin
L'invio degli ispettori non è un fulmine a ciel sereno. In queste
settimane si sta discutendo una nuova legge sui media, mirata a ridurre
la concentrazione nel settore. La proposta di legge che verrà
presentata domani dal Governo è un testo molto articolato di 168
articoli. I punti salienti sono questi: un gruppo editoriale non potrà
possedere un canale in chiaro e uno a pagamento (che abbia uno share del
35%) nella stessa provincia. Inoltre sarà vietato, a uno stesso
editore, possedere più di 10 licenze per le frequenze radiofoniche.
La nuova legge sostituirebbe la precedente, varata negli anni
Settanta, in piena dittatura, dal governo Videla. Il gruppo Clarin, nei
ripetuti editoriali del direttore Ricardo Kirschbaum,
replica che il proposito di ridurre la concentrazione «si trasforma in
una legge statalista, tagliata su misura per annientare il principale
gruppo editoriale del Paese». «Dei tre principali gruppi editoriali
solo uno sarà privato, gli altri due pubblici. Tutto ciò - dice Kirschbaum
- ridisegna a uso e consumo del governo la mappa dei poteri mediatici».
La questione ovviamente ha una forte connotazione politica. Per
l'opposizione di centrodestra la nuova legge ha obiettivi chiari ed è
portata avanti da un Parlamento delegittimato dal voto dello scorso 28
giugno, data delle elezioni legislative in cui la "presidenta"
ha incassato una sconfitta netta. Tuttavia i nuovi parlamentari
siederanno al Congresso solo a partire dal prossimo dicembre.
Lo scontro tra governo e Clarin in verità presenta anche un secondo
livello di lettura che include nel dibattito la sfera finanziaria.
I miglioramenti tecnologici nel settore delle tlc consentiranno alle
compagnie fornitrici di servizi, di offrire il Triple play, un unico
abbonamento con cui il cittadino acquista servizi di telefonia, tv e
internet. Un grande business da cui Clarin, con la nuova legge, rimarrà
fuori. Mentre il governo, tramite la costituzione di nuove società di
telecomunicazione, potrebbe diventare operatore e beneficiare
dell'affare.
[14-09-2009]
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23 SETTEMBRE, ‘IL FATTO’ IN EDICOLA: NULLA SARà COME PRIMA NELLA
STAMPA DI SINISTRA - IL ‘DIVO’ TRAVAGLIO CON PAdellaro e colombo ruberà
lettori a ‘repubblica’ e ‘unità’ - ‘SVUOTATO’ L’ESPRESSO:
PETER GOMEz E MARCO LILLO, BONAZZI SOLO COLLABORAZIONE - “racconterà i
fatti, senza predicozzi e senza antiberlusconismo di maniera” - DOMANI
FELTRI AL 'GIORNALE' E 'LIBERO' ANNUNCIA CHE LUNEDì PROSSIMO SARà IN
EDICOLA
1 - PRECISAZIONE DI FRANCESCO BONAZZI AL PEZZO DI FABIO MARTINI
SU ‘LA STAMPA': NON HO LASCIATO L'ESPRESSO
Riceviamo e pubblichiamo:
Caro Dago, scusami se ti uso come buca delle lettere, ma il tuo sito
è letto anche da tutti i colleghi e quindi ne approfitto per chiarire
una piccola faccenda personale a cui tengo molto.
Sulla Stampa di oggi c'è un articolo di Fabio Martini
che
giustamente coglie il lato forse più bizzarro di questa entusiasmante
avventura che sarà Il Fatto Quotidiano: molti di noi
"fondatori" vengono dall'Espresso. E' vero, però il
sottoscritto viene (per brevità) inserito tra coloro che "hanno
lasciato" il settimanale.
Non è vero, perchè sono ancora collaboratore dell'Espresso e spero
di rimanerlo per sempre. L'anno scorso mi sono dimesso da articolo 1 per
ragioni familiari: avevo bisogno, dopo 10 anni trascorsi a Roma, di
tornare al Nord e riavvicinarmi ai miei genitori. Ne ho parlato con
Daniela Hamaui e Roberto Moro, che mi hanno accontentato.
Per essere trasferito a Milano, però, avrei dovuto aspettare almeno
un anno perchè prima di me lo aveva chiesto Paolo Biondani, che è
anche un grande amico e non meritava certo di essere scavalcato. Però
non potevo aspettare così tanto e quindi mi sono dimesso e trasferito
in breve tempo.
Oggi ho una collaborazione fissa con l'Espresso, dove cerco di
scrivere circa trenta pezzi l'anno e dove mi pagano 1.500 euro al mese,
e naturalmente non ho più l'esclusiva.
Sono felice di essere un freelance e quando Antonio Padellaro
mi ha proposto di curare l'economia per il Fatto gli ho detto sì
e ho smesso di collaborare con la Stampa. Anche al Fatto guadagnerò
circa 1.500 euro al mese, che sommati con gli altri fanno più o meno
quei tremila euro che guadagnavo all'Espresso da dipendente.
Questo è quanto mi basta per vivere più che bene e lavorare in modo
- spero- dignitoso. Se poi mi dovessi accorgere che lavorare
contemporaneamente per il Fatto e l'Espresso è impossibile, sarò il
primo a dimettermi dall'uno o dall'altro. A quel punto mi offrirei come
scrivano del tuo sito. Grazie e in bocca al lupo
2 - 23 SETTEMBRE, ‘IL FATTO' ARRIVA IN EDICOLA E NULLA SARà
COME PRIMA NELLA STAMPA DI SINISTRA
Fabio Martini per La Stampa
Sarà per appassionata fiducia nei promotori. Sarà per fideismo. Sarà
quel che sarà, ma ventimila persone hanno già sottoscritto (al buio)
altrettanti abbonamenti al "Fatto quotidiano", il giornale che
sarà in edicola il 23 settembre. Un'attesa febbrile per un giornale che
si propone di saziare quella fascia di elettori-lettori di sinistra
indignati, convinti che Berlusconi sia il male assoluto, che il Pd sia
un'arma spenta e che i magistrati abbiano sempre ragione.
E' quella fascia sempre più larga di opinione pubblica intransigente
che ha alimentato fenomeni pur diversi tra loro come i Girotondi, i
cortei della Cgil di Cofferati, gli show di Beppe
Grillo, gli exploit elettorali di Di Pietro,
gli share di Michele Santoro. La scommessa dei
promotori-ideatori del "Fatto quotidiano", Antonio Padellaro
(che ne sarà il direttore), Furio Colombo, Marco
Travaglio e Oliviero Beha è che una parte di
questa opinione pubblica possa diventare il pubblico del nuovo
quotidiano.
Una scommessa che ruota anzitutto attorno al fenomeno-Travaglio,
il giornalista torinese che oramai è riuscito a diffondere la sua
attività di inchiesta e di denuncia su tutti i mezzi di comunicazione
(manca soltanto il cinema), diventando per il suo pubblico un autentico
"divo".
Due libri contemporaneamente in classifica, un tour teatrale che fa
registrare il tutto esaurito, oggetto di piccoli fenomeni di idolatria,
Travaglio
sarà la star del "Fatto": ogni giorno in «prima»
comparirà un suo commento.
Per limitare i costi (il punto di pareggio è a 10.000 copie), il
giornale sarà in edicola sei giorni su sette (si salta il lunedì) a un
euro e venti, la distribuzione sarà limitata ai capoluoghi di
provincia, lo sfoglio sarà di 16 pagine, anche se l'intenzione è
quella di coprire tutti gli ambiti informativi, sport compreso.
Il progetto sta esercitando una certa suggestione anche nel mondo dei
giornali, se è vero che hanno deciso, o stanno decidendo, di lasciare i
loro posti "sicuri", giornalisti dell'"Espresso"
come Peter Gomez (partner di Travaglio
in
libri di successo), Marco Lillo (autore di scoop
giudiziari) e Francesco Bonazzi, come Luca
Telese che al "Giornale" era «il comunista» e lo
sarà anche al "Fatto" dove gli ex-Pci scarseggiano.
Forse sarà della partita anche Mauro della Porta Raffo, l'erudito
pignolo che da anni sul "Foglio" racconta gli sfondoni dei
giornalisti italiani, anche se la sua disponibilità si sta scontrando
con l'ostilità di potenziali lettori e di alcuni soci fondatori. La
colpa? Avere scritto sul giornale di Giuliano Ferrara.
Sarà dunque un quotidiano lapidario, antiberlusconiano a
prescindere, magari fiancheggiatore di Di Pietro? Il
direttore Padellaro scuote la testa: «No, sarà un
giornale di giornalisti, che racconterà i fatti, senza predicozzi e
senza antiberlusconismo di maniera, che non chiederà mai un
finanziamento pubblico col trucco come fanno certi giornali da 2-3000
copie. La storia di Furio Colombo, la mia e quella
degli altri è una storia professionale dignitosa, di chi non si è mai
messo a disposizione del politico di turno».
Un progetto editoriale anticonformista in un Paese ad alto tasso
consociativo può tenere lontani finanziatori e pubblicità, ma
Padellaro non è pessimista: «Io non sono mica il presidente del Real
Madrid che può attingere a risorse senza fine per le sue
campagne-acquisti. Noi ci dobbiamo contentare dell'autofinanziamento,
come la mia Roma, con un impegno che ci siamo presi: evitare che ci sia
un azionista di riferimento».
Il risultato di queste premesse è una proprietà-patchwork:
nell'Editoriale "Il Fatto" possiedono quote a titolo personale
Lorenzo Fazio (l'artefice del fenomeno "Chiare
lettere"), lo stesso Padellaro, la Aliberti
Editore di Reggio Emilia, il magistrato Bruno Tinti,
una società di comunicazione di Parma che si occupa degli spettacoli di
Travaglio, una galassia di imprenditori che vorrebbero
partecipare con piccole quote.
3 - DOMANI L'ARRIVO DI FELTRI AL 'GIORNALE' E 'LIBERO'
ANNUNCIA CHE LUNEDI' PROSSIMO SARA' IN EDICOLA
(Adnkronos) - E' tutto pronto, in via Negri, per il
ritorno di Vittorio Feltri al ''Giornale''. A quanto
apprende l'ADNKRONOS, l'ex direttore di ''Libero'' ha anticipato la data
d'ingresso nel quotidiano fondato da Indro Montanelli,
inizialmente fissata per lunedi' 24 agosto.
Feltri, dopo un periodo di riposo in montagna, si
presentera' alla redazione domani alle 16.30 insieme al condirettore Alessandro
Sallusti e illustrera' ai giornalisti il suo piano per
rilanciare il quotidiano, finora diretto da Mario Giordano,
che torna a ''Studio Aperto'' ed e' stato inoltre nominato responsabile
delle nuove iniziative news di Mediaset. Oltre a Sallusti, seguira'
Feltri anche l'ex direttore generale di ''Libero'' Gianni Di Giore, il
cui arrivo e' pero' previsto in ottobre, e non sono esclusi altri
approdi.
Nel frattempo, gira a pieno ritmo la 'macchina' di ''Libero'', ora in
mano a Maurizio Belpietro. Proprio oggi, l'ex direttore
di ''Panorama'' ha annunciato che il quotidiano di viale Majno sara' in
edicola il prossimo lunedi'. ''Una scelta motivata -ha spiegato - anche
dalla necessita' di non interrompere l'inchiesta sulla saga degli Agnelli
e raccontare l'apertura del campionato di calcio''.
[20-08-2009]
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PER NON FINIRE IN GALERA, TARANTINI INGUAIA TUTTI, PUTTANE E AMICI:
“PRIMA DI ANDARE IN SARDEGNA IO, VERDOSCIA E MANNARINI DECIDEMMO DI
ACQUISTARE 50-70 GRAMMI DI COCAINA E UN QUANTITATIVO PIÙ RIDOTTO DI MD”
– E DI PIETRO PRESIDIA IL TRIBUNALE…
guido ruotolo per La Stampa
Vigilia di Ferragosto. «Desirée vai avanti». Presidio davanti al
Tribunale di quelli di Italia dei Valori. Desirée «facci sognare».
Come ai tempi di Tonino Di Pietro e Mani pulite, e poi di Gigi De
Magistris e non si capisce se Prodi-Mastella o la massoneria e le
consulenze di Gioacchino Genchi.
Adesso il presidio dei politici che fanno i giudici («Perché non
viene a Martina Franca che abbiamo denunciato tutti gli
amministratori...», dice un militante dipietrista), fa il tifo perché
un ciclone giudiziario si abbatta sulla giunta del governatore Nichi
Vendola e su quel Pd dalemiano che a Bari ha la sua roccaforte.
Altro che «scosse» che metteranno in crisi il governo Berlusconi.
Per il momento, lo sciame sismico sta terremotando la vecchia alleanza
dell'Ulivo che fu.
La tenaglia giudiziaria che si sta per abbattere su Bari promette
sfracelli nazionali. Perché dopo Ferragosto partirà il conto alla
rovescia. Probabilmente al traguardo arriverà prima l'inchiesta (divisa
in tre tronconi) sulla droga, le puttane e la malasanità del pm Pino
Scelsi. Poi, quella del pm Desirée Digeronimo, alla ripresa autunnale.
Inchiesta anch'essa sulla malasanità, ma anche sulla corruzione e i
finanziamenti (illeciti) ai partiti, alle fondazioni, alle associazioni
che fanno riferimento alla giunta Vendola, e che alimentarono le casse
della campagna elettorale delle politiche del 2006 (che fecero vincere
Romano Prodi). E al traguardo arriverà quando ormai sarà già campagna
elettorale per le Regionali di primavera.
Nelle prossime settimane, i carabinieri di Desirée procederanno ad
altre acquisizioni e sequestri di atti e delibere negli assessorati e
nelle Asl pugliesi. Tanto per tenere viva l'attenzione e per alimentare
le polemiche, in attesa che il Csm discuta la richiesta avanzata dal
vicepresidente Nicola Mancino di aprire un «fascicolo» a tutela della
pm Digeronimo, ricusata dal governatore Vendola. Che non ha ancora
rimosso i direttori sanitari, amministrativi e generali delle Asl che
hanno già ricevuto gli avvisi di garanzia.
L'inchiesta sulle notti d'amore a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa.
Sulla cocaina, il Viagra e il Cialis dell'allegra compagnia di Gianpi
Tarantini, Max Verdoscia, Alex Mannarini e poi sulle «escort», le «ragazze-immagine»,
insomma le puttane che allietavano le serate di politici,
amministratori, primari, funzionari pubblici. Anche quelli di sinistra.
Ieri il procuratore aggiunto Marco Dinapoli ha espresso parere negativo
per la scarcerazione dell'amico del cuore ed ex socio di Gianpi, Max
Verdoscia, e del pusher Stefano Iacovelli.
I loro interrogatori hanno svelato che l'allegra compagnia è
un'associazione di bari e bugiardi. I legali di Verdoscia chiedono la «par
condicio», non capiscono perché Tarantini e Mannarini sono liberi e il
loro assistito è in carcere. Se mentono tutti, perché due pesi e due
misure? E già, perché?
E' questione di strategia processuale. Ecco cosa dichiara al pm
Scelsi Gianpi Tarantini, a proposito della cocaina e delle feste nella
villa di Capriccioli, Costa Smeralda, l'estate del 2008, quella «magica»
che portò Gianpi a Villa Certosa, trasformandosi, poi, nel reclutatore
di puttane alle coorte di Silvio Berlusconi:
«Prima di andare in Sardegna io, Massimo Verdoscia e Alessandro
Mannarini decidemmo di acquistare un quantitativo di circa 50-70 grammi
di cocaina e un quantitativo più ridotto di Md (un allucinogeno, ndr).
Tenni per me la parte più rilevante, conservandola nella cassaforte
della mia camera da letto. Sia Mannarini che Verdoscia erano a
conoscenza che la droga fosse custodita nella cassaforte, tanto che ebbi
una discussione con Mannarini in quanto riscontrai una mancanza di
sostanze stupefacenti nella cassaforte».
Tarantini ha parlato anche delle «escort» e della malasanità, per
evitare il carcere. Ma ha convinto i magistrati?
[14-08-2009]
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Mercoledì 12 Agosto 2009 20:50
di Ferd.Pell.
MAGAS (Inguscezia)
- Il ministro dell'Edilizia dell'Inguscezia, Ruslan
Amirkhanov, è stato ucciso stamattina nella città di
Magas. Uomini armati non identificati hanno fatto irruzione
nel suo ufficio aprendo il fuoco con fucili automatici per
poi fuggire indisturbati. La pista seguita dagli inquirenti
è quella di una vendetta da parte di clan disturbati dalle
verifiche anticorruzione condotte di recente dal ministro.
Al di là
del concreto movente però questo ennesimo omicidio,
clamoroso per la sua dinamica, allunga la scia di sangue che
da mesi segna la vita politica dell'Inguscezia, sempre più
epicentro delle violenze e delle tensioni nel Caucaso russo,
vera e propria retrovia del conflitto ceceno.
In
Inguscezia, movimenti islamisti agiscono in un sottobosco di
bande in lotta tra loro e alleate contro le autorità e il
tentativo di Mosca di controllare la situazione. Nel
confinante Dagestan il quadro è molto simile. E in Cecenia
si vocifera di una nuova guerra per il potere, che vedrebbe
in difficoltà l'uomo forte scelto dal Cremlino, Ramzan
Kadyrov. Nelle tre repubbliche caucasiche russe non passa
giorno senza un omicidio, un attentato, uno scontro a fuoco
tra ribelli e truppe dell'Interno. L'assassinio del
responsabile dell'Edilizia direttamente nell'edificio del
ministero appare un avvertimento al presidente Yunus-Bek
Evkurov deciso a riportare ordine in Inguscezia. Ma la
situazione è fragile in tutta la regione. Ieri in Dagestan
è stato ucciso un giornalista, in Cecenia sono stati
ritrovati morti due attivisti per i diritti, Zarema
Sadulayeva e il marito, Alik Dzhabrailov.
Un duplice
omicidio che è parso parte di un piano per cercare di
indebolire il regime di Ramzan Kadyrov. Mentre stanotte 2
agenti di polizia sono stati uccisi a Grozny in due distinti
episodi. Un primo poliziotto è stato assassinato da sicari
che hanno aperto il fuoco contro la sua auto. Un secondo
agente, invece, è stato ucciso a colpi di mitra sparati da
un’auto in corsa mentre attendeva ad una fermata il bus.
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IL GOVERNO HA FINITO I SOLDI, NON SA COME AGGANCIARSI ALLA RIPRESA
FRANCO-TEDESCA - E ALLORA VAI CON IL NUOVO NEMICO PUBBLICO DI FERRAGOSTO,
I PAPERONI EVASORI - FRONTE “MA TU GUARDA CHE STRONZA!”: “AGNELLI,
NON CI SONO IPOTESI DI REATO” - SI NASCE CORTIGIANI E SI MUORE
CORTIGIANI, ANCHE DOPO IL TRAPASSO DEL RE AVVOCATO
a cura di Massimo Riserbo e Falbalà, starring Lucrezio Caro
IMPERIUM QUOD INANE EST...
Il governo ha finito i soldi, non sa come agganciarsi alla ripresa
franco-tedesca e allora vai con il nuovo Nemico Pubblico! A Ferragosto,
i Paperoni evasori prendono il posto degli immigrati. Poteri impotenti
hanno un continuo bisogno di capri espriatori. I giornali si fanno
carico del lavoro sporco, come sempre. Ciò detto, anche oggi buon
shit-divingopyright
Archivio Ghergo
FIAT (Fronte Internazionale Autoriduzione Tasse)
"In sette società 584 milioni di euro, ecco la lista off-shore
degli Agnelli. Con la somma dell'opa su Exor si arriverebbe a due
miliardi nascosti al fisco italiano" (Repubblica, p.7). Il Giornale
di Zio Paolino, edito da una famiglia di noti pagatori di tasse (Mills
docet), parte in quarta: "Non solo Agnelli: 007 del Fisco a caccia
di 170 mila evasori". A pagina 9 pubblica una splendida pagina
sulle eredità contese, tutta da leggere.
Su Libero, Belpietro sottolinea "la reticenza
sull'Avvocato" (p.1) e Gigi Nuzzi esordisce riciclandosi uno scoop
fatto per Panorama. Poi passa Mario Sechi e dopo tre pagine di
"Dagli all'evasore!" presenta l'incasso di tanta speme: la
storia sta dando ragione a Giulio Tremonti, il grande veggente di
Sondrio. Mah!
Per saperne di più, finalmente due buoni pezzi sul Sole a pagina 7.
FRONTE "MA TU GUARDA CHE STRONZA!"
il Corriere delle banche annuncia: "Stretta sui paradisi fiscali,
170 mila controlli. Niente scudo per chi ha accertamenti in corso".
Poi dedica 20 righe agli Agnelli off-shore, con foto di Margherita e
titolo netto: "Eredità Agnelli, finora nessuna ipotesi di
reato". Titolo liberatorio anche sulla Stampa: "Agnelli, non
ci sono ipotesi di reato" (p.5).
Sono felici, a Torino, perché "sarebbe competente" la
locale Procura, anche se c'è il rischio che indaghi Milano. Attenzione,
perché la partita si gioca qui, sul terreno della competenza.
Secondo questa modesta rassegna ci sono solo due ipotesi dietro
alla pavidità di certi giornali. Giuanìn Lamiera è come Elvis the
Pelvis: in realtà non è morto e quindi tiene per le palle ancora un
sacco di direttori. Seconda possibile spiegazione: si nasce cortigiani e
si muore cortigiani, anche dopo il trapasso del Re.
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AVVISO A I NAVIGANTI: C’È UN “PANORAMA” BURRASCOSO PER IL
MARINARETTO D’ALEMA - L’EX RE DELLA SANITÀ PUGLIESE CAVALLARI ACCUSA:
“IO CONSEGNAI PERSONALMENTE A - D’ALEMA 20 MILIONI IN CONTANTI IN UNA
BUSTA BIANCA DURANTE UNA CENA A CASA MIA” - “MA NON FINÌ LÌ.
SUCCESSIVAMENTE GLI FECI AVERE ALTRE TRANCHE: IN TUTTO 80 MILIONI” - LA
PRIMA SANITOPOLI PUGLIESE SCOPPIÒ NEL 1994: 30 IN GALERA, TRUFFA DA 87
MILIARDI
Giacomo Amadori per Panorama
Il governatore della Puglia Nichi Vendola venerdì 7 agosto, incupito
per un articolo di Panorama, ha lanciato una «fatwa» contro il pm Désirée
Digeronimo, colpevole di indagare sulla sua giunta e il suo partito,
Sinistra e libertà.
In una lettera aperta l'ha «ricusata», compitando le ragioni della
presunta incompatibilità. Ha poi tracciato i confini che il magistrato
non deve travalicare. Una reazione ruvida a una situazione a cui i
politici di centrosinistra non sembrano abituati.
Anzi, con questi uffici (gli stessi che hanno dato la «scossa»
preannunciata da Massimo D'Alema su escort e Silvio Berlusconi) il
centrosinistra in passato si è trovato in sintonia. Tanto che più di
un magistrato pugliese ha fatto il gran salto passando alla politica.
Gli esempi non mancano: Alberto Maritati e Gianrico Carofiglio, oggi
senatori del Pd, o Michele Emiliano, sindaco di Bari. Una campagna
acquisti nel segno di D'Alema, amico ed estimatore di alcuni pm che ben
conosce, anche perché l'ex premier in Puglia è stato iscritto sul
registro degli indagati per finanziamento illecito, indagine poi
archiviata.o
I contatti con le toghe risalgono alla prima sanitopoli pugliese, che
nel maggio 1994 portò in prigione una trentina di persone, accusate di
una truffa stimata in 87 miliardi di lire e di falso ai danni della
regione. Tra loro Francesco Cavallari, ex informatore medico divenuto un
re Mida delle cliniche private pugliesi.
La nuova sanitopoli barese ha somiglianze con quell'inchiesta, i
meccanismi paiono analoghi e qualche personaggio ricompare. Dal suo buen
retiro caraibico Cavallari oggi ci rimugina sopra.
L'imprenditore, dopo avere terminato la sua via crucis processuale
con condanne e assoluzioni, dal 2005 si è trasferito a Santo Domingo,
dove fa il consulente per un paio di strutture sanitarie e percepisce
una pensione di 1.700 euro.
Dalle spiagge di La Romana segue con attenzione questo déjà vu e
non si stupisce. All'epoca ammise di avere pagato tangenti «a tutti i
partiti, dal Pci al Msi»: il computo finale fu di 4,5 miliardi di lire,
cifre annotate nelle sue agende consegnate proprio a Maritati.
«Il magistrato pensava che avessi un tesoro all'estero, ma io ho
dato prova certa di quelle dazioni: uscivano dall'azienda attraverso
false fatturazioni» racconta Cavallari, 71 anni. «Pagavo in
continuazione, per le campagne elettorali e prima di ogni delibera a me
favorevole, soprattutto gli amici socialisti». Senza contare le decine
di assunzioni che fece su segnalazione dei politici.
In 12 anni quel sistema gli agevolò l'apertura di dieci cliniche,
alcune tra le più grandi d'Europa. Strutture applaudite dai luminari
dell'epoca. Forse per questo l'uomo non sembra pentito né rancoroso: «Era
una classe dirigente più seria, c'era maggiore moralità. Io alle feste
offrivo Coca-Cola, non cocaina».
Dopo l'arresto di Cavallari inizia una caccia alle tangenti che
colpisce molti e salva pochi. «In quell'occasione vennero ingiustamente
coinvolte persone perbene come Rino Formica e Vito Lattanzio» sostiene
ora Cavallari, che nei suoi verbali citò moltissimi politici: «Ne
rimasero coinvolti una sessantina. Tra loro c'era anche il socialista
Alberto Tedesco».
Cioè l'ex assessore alle Politiche sanitarie di Vendola ora accusato
dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari di corruzione, turbativa
d'asta, truffa e associazione per delinquere.
«All'epoca i magistrati mi chiesero anche di lui e, a mio parere, la
sua posizione era più delicata di quella di altri politici finiti in
manette. Ma non venne indagato. Io non mi spiego la decisione dei pm».
Secondo Cavallari, Tedesco era il referente di un noto parlamentare
socialista, Claudio Lenoci. «Alla vigilia della campagna elettorale del
1992 mi disse: "Domani devi portare 400 milioni per il mio deputato
di riferimento" e io obbedii. Mi risulta che quell'onorevole abbia
ammesso e patteggiato la pena a Roma».
L'ultimo «contributo» a Tedesco Cavallari lo avrebbe versato prima
delle elezioni del 1994: «Ricordo che gli diedi 40 milioni a pochi mesi
dal mio arresto». Ma c'erano anche altri aiuti, del tipo di quelli oggi
al centro dell'indagine del pm Digeronimo: «Quando aprii la casa di
cura Villa Bianca, un gioiello della cardiochirurgia, Tedesco mi mandò
il fratello che rappresentava alcune aziende di apparecchiature e
materiale sanitario. Era una segnalazione che non si poteva rifiutare».
Le accuse di Cavallari oggi potrebbero suonare come una vendetta,
anche perché Tedesco, dopo l'arresto del re Mida, venne nominato
assessore alla Sanità e bloccò i pagamenti alle Case di cura riunite
dell'imprenditore: «In quel momento ero un appestato, non poteva fare
diversamente. Per fortuna, proprio un mese fa, la Corte d'appello di
Bari ha stabilito che la Regione Puglia mi deve restituire 67 miliardi
di lire di prestazioni, dalle tac alle risonanze magnetiche
ingiustamente non rimborsate. Io pagavo tangenti, però lavoravo davvero».
Maritati fece arrestare alcuni politici presumendo che «non potevano
non sapere», mentre per altri chiese l'archiviazione essendo prescritto
il reato di finanziamento illecito dei partiti. Tra i sommersi c'erano
Formica e Lattanzio, tra i salvati D'Alema.
Il gip Concetta Russi scrisse nelle motivazioni del proscioglimento:
«La corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci ha
trovato sostanziale conferma (...) nella leale dichiarazione
dell'onorevole D'Alema, all'epoca dei fatti segretario regionale del Pci».
Cavallari ricorda altre cifre: «Io consegnai personalmente a D'Alema
20 milioni in contanti in una busta bianca durante una cena a casa mia.
Ma non finì lì. In altre due occasioni gli diedi due finanziamenti da
15 milioni che gli portai al consiglio regionale. Successivamente gli
feci avere altre due tranche sempre da 15: in tutto 80 milioni di lire».
Ma nell'inchiesta si è sempre parlato solo di 20 milioni...
Cavallari afferma: «Nell'agenda inizialmente annotai il nome "D'Alema"
poi, vista la cresciuta confidenza, lo indicai come "Massimo".
Maritati non mi ha creduto».
I rapporti fra Cavallari e l'ex premier iniziano a metà degli anni
Ottanta e durano diversi mesi. «Fu Antonio Ricco, commercialista e
direttore generale delle mie cliniche, oggi consulente personale del
sindaco Emiliano (Ricco è indagato per corruzione in un'inchiesta sulla
costruzione del centro direzionale San Paolo, ndr), a presentarmelo:
andava in giro a chiedere soldi per conto del Partito comunista».
Cavallari incontrò il funzionario più volte: «Io, nel chiarire la
mia posizione a Maritati, spiegai che D'Alema mi era stato molto utile
nei rapporti con la Cgil. Dal momento in cui sono iniziate le dazioni di
danaro io non sono più stato attaccato violentemente dal sindacato, il
rapporto è diventato più collaborativo e garbato. Una volta, a Roma,
D'Alema sottolineò questi progressi, ma mi raccomandò un atteggiamento
più dialogante nei confronti del sindacato rosso e non solo verso Cisl
e Uil».
Un discorso che per gli avvocati di Cavallari prefigurava altri reati
oltre al finanziamento illecito. Maritati fu di diverso avviso. Quattro
anni dopo, il 30 giugno 1999, il magistrato viene eletto senatore e il 4
agosto è nominato sottosegretario all'Interno del primo governo
D'Alema.
D'Alema
in barca
Nel frattempo Cavallari venne condannato a 18 mesi per concorso
esterno in associazione mafiosa: «Non potevo reggere oltre, ero già
stato operato al cuore: patteggiai». Fu l'unico condannato su
un'ottantina di imputati.
Per l'ex re della sanità pugliese l'accusa di mafia resta indigesta:
«Assumevo ex detenuti o i loro familiari per non saltare in aria. Che
vantaggi avevo? La quiete». Per i magistrati, invece, i dipendenti «mafiosi»
intimidivano il sindacato, anche se non ci sono state condanne. I
carabinieri segnalarono episodi di tensione nell'azienda. «Macché
minacce, mi sono salvato dalla Cgil grazie a D'Alema!» dice Cavallari.
Le coincidenze tra ieri e oggi non sono finite. Dalla memoria
riemerge anche la figura di una affascinante ragazza bionda: «Io quella
Patrizia D'Addario (la escort che ha raccontato di incontri con
Berlusconi, ndr) l'ho conosciuta. Me la presentò un giornalista con cui
si accompagnava. Mi chiese di poter intrattenere i nostri ammalati con
giochi di prestigio. Era una brava prestigiatrice, molto bella e di
classe. Ma il direttore sanitario mi sconsigliò l'iniziativa». La
ribalta, Patrizia, la conquisterà
[13-08-2009]
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UN FERRAGOSTO DI FUOCO PER IL PRESIDENTE DELL’INPS ANTONIO
MASTROPASQUA - IN BALLO UN COLOSSALE APPALTO DA 417 MILIONI DI EURO
‘SCIPPATO’ ALLE POSTE ITALIANE - L'OFFERTA TECNICA DI SARMI È
MIGLIORE – UN POCHINO INFERIORE L'OFFERTA ECONOMICA - DA PARTE LORO I
SINDACATI SI TROVANO IN MEZZO AD UN'AUTENTICA GUERRA DEI POVERI - e LA
COMMISSIONE TECNICA DELL'INPS RINVIA L'ASSEGNAZIONE DEL SUCCULENTO APPALTO
Antonio Mastropasqua, il 50enne presidente dell'INPS, e' arrivato da
poche ore a Cortina. Chi l'ha visto passeggiare per Corso Italia e'
rimasto colpito dal pallore di quest'uomo che sembra portare sul volto
scavato la sofferenza di milioni di pensionati.
In realta' il manager romano cerca all'ombra delle Dolomiti la
soluzione dell'enorme grana che e' scoppiata per la maxigara da 417
milioni di euro che l'INPS ha indetto per il call center che risponde a
180mila chiamate quotidiane.
Prima della gara il servizio agli utenti di INPS e Inail era gestito
dalle Poste ed e' stato proprio Massimo Sarmi, il manager di Malcesine
dalle orecchie generose, a scatenare la sua ira contro la classifica che
per adesso vede al primo posto due aziende minori. La piu' nota delle
due e' la Transcom che ha la sede operativa all'Aquila con 500
dipendenti a rischio di licenziamento.
Da parte sua Sarmi si e' presentato all'appalto come capofila di un
raggruppamento nel quale partecipavano aziende come Almaviva, IBM ed
ElsagDatamat di Finmeccanica, vale a dire il gotha dell'informatica e
del settore.
Come Dagospia aveva annuciato due giorni fa, ieri mattina una
commissione di funzionari dell'INPS ha riesaminato i punteggi dei
concorrenti per verificare eventuali anomalie e valutare la fondatezza
del malessere di Sarmi&Soci che si sentono spogliati di un business
colossale.
Secondo gli uscieri dell'Ente presieduto dal pallido Mastropasqua, la
commissione ha dovuto prendere atto che il Raggruppamento di Sarmi ha
presentato l'offerta tecnica migliore (0,75 in piu' rispetto a quella di
Transcom e Visiant) mentre l'offerta economica e' leggermente inferiore
rispetto a quella delle due societa'.
Gli uscieri dell'INPS fanno comunque rilevare che il miglior prezzo
per i servizi del mega-callcenter sarebbe fornito dall'azienda
dell'Aquila e dal suo partner sulla base di parametri retributivi (167
euro al giorno per ogni operatore telefonico) che sono al limite dei
compensi previsti dai contratti sindacali.
Da parte loro i sindacati si trovano in mezzo ad un'autentica guerra
dei poveri: da una parte c'e' chi esulta per il recupero dei 500
dipendenti dell'Aquila; dall'altra devono tutelare gli 800 lavoratori
che gestivano il call center a Bari, in Sicilia e a Corsico milanese.
In questa situazione la commissione tecnica dell'INPS che si e'
riunita ieri ha deciso di guadagnare tempo e di rinviare l'assegnazione
del succulento appalto.
Quella che sembrava una passeggiata facile per Mastropasqua si sta
rivelando una "ferrata" dolomitica, piena di insidie politiche
e industriali.
Adesso il presidente dell'INPS, nominato da Berlusconi nel luglio
2008, avra' modo di riflettere e di parlarne con i disoccupati e le
damazze di Cortina che gli suggeriscono di non accelerare i tempi della
sua pensione.
[12-08-2009]
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SCAJOLA PROPONE, NAPOLITANO DISPONE: RIABILITATO GAETANO
CALTAGIRONE, A OTTANT’ANNI TORNA CAVALIERE DEL LAVORO - IL COLLE
RESTITUISCE ALL’IMPRENDITORE CARO ALLA PRIMA REPUBBLICA DI ANDREOTTI
(‘A FRA’, CHE TE SERVE’) IL TITOLO PERSO PER “INDEGNITÀ”…
Paolo Conti per il Corriere della
Sera
Stagioni di rivisitazioni e riabilitazioni. Anche sugli anni in
cui Giulio Andreotti era il dominus incontrastato della potente Dc
romana, e non solo. Il decreto firmato da Giorgio Napolitano e
controfirmato dal ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola (a
lui si deve la proposta) risale a un mese fa, al 3 luglio.
Da quel giorno Gaetano Caltagirone, 80 anni compiuti proprio in
queste ore (e cugino primo di Franco Gaetano, editore de «Il messaggero
») è tornato a tutti gli effetti (e gli onori) un Cavaliere del
lavoro, dopo essere stato depennato dal prestigioso elenco «per
indegnità e mancanza degli elevati requisiti morali e professionali »
da Sandro Pertini nel luglio 1981, su proposta dell'allora ministro
dell'Industria Giovanni Marcora.
Il costruttore romano che le cronache della Prima Repubblica hanno
consegnato alla leggenda del costume ita-liano per un'indimenticabile
battuta («'a Fra', che te serve?», così si narra che Gaetano
Caltagirone rispondesse a ogni telefonata di Franco Evangelisti,
capofila della corrente andreottiana a Roma nei decenni del potere
democristiano) ora è riabilitato anche dal Quirinale e ricollocato a
pieno titolo nella lista di Cavalieri che incarnano il top
dell'imprenditoria italiana.
A nominarlo Cavaliere del lavoro fu il 2 giugno 1977 Giovanni
Leone, su proposta di Carlo Donat Cattin, responsabile dell'Industria.
Nello stesso elenco, per una coincidenza veramente irripetibile, quel
giorno c'erano Silvio Berlusconi, Giovanni Agnelli, Leopoldo Pirelli. Ma
anche Vittorio Frescobaldi (vino), Pier Luigi Bormioli (vetri), Giorgio
Cappon (Imi), Franco Nobili (Cogefar, costruzioni).
Napolitano ha deciso il reinserimento di Gaetano Caltagirone, si
legge nel decreto, vista la piena assoluzione «perché il fatto non
sussiste» con la sentenza della Corte di appello di Roma del 17 giugno
1988 («non vi è assolutamente prova della sussistenza di un accordo
tra imprenditori e amministratori»).
Proprio su quel punto scoppiò il caso giudiziario che coinvolse i
tre fratelli Caltagirone (Gaetano, Camillo e Francesco Bellavista
Caltagirone). Il 10 novembre 1979, 19 società del loro gruppo furono
dichiarate fallite; pochi giorni dopo ai fratelli vennero ritirati i
passaporti e seguirono due mandati di cattura ma i tre erano già negli
Stati Uniti.
Gaetano fu accusato anche di concorso in peculato nell'inchiesta
Italcasse per un illecito finanziamento che avrebbe ottenuto
dall'istituto di credito. Grazie, si disse, agli strettissimi rapporti
con quell'universo andreottiano in cui, secondo l'accusa, edilizia,
politica e finanziamenti bancari avrebbero costituito un tutt'uno.
Poi ci furono gli anni dei ricorsi giudiziari: dossier, appelli,
difese, memoriali. Un collegio di legali in cui compare anche Cesare
Previti. Nel 1984 la prima assoluzione, per insufficienza di prove. Poi
quella definitiva nel 1988. Infine, nel 1991, revoca formale del
fallimento e nel 1992 risarcimento danni ai Caltagirone da parte dell'Iccri
e restituzione «di tutti i beni mobili e immobili acquisiti al
fallimento». Insomma, una autentica riabilitazione.
Adesso l'ultimo tassello, il ripristino del titolo di Cavaliere
del lavoro da parte di Giorgio Napolitano. Lui, Gaetano Caltagirone, non
parla. Da anni vive ritiratissimo a Montecarlo. Sembrano quasi episodi
di un'altra vita i racconti sul primo Gaetano Caltagirone: per esempio
le feste notturne nella villa di via Caldonazzo ovviamente con Andreotti
o Francesco Cossiga accanto a Antonello Trombadori, Renato Guttuso,
Silvana Mangano, il procuratore capo di Roma De Matteo, il socialista
Giacomo Mancini.
Scenari di una Capitale scomparsa, tipicamente anni '70 e
post-Dolce Vita. O quella sua passione per l'azzardo e il gioco (si
favoleggiò di una perdita miliardaria, in lire, alla roulette in una
sola serata). E le mance all'orchestra del Casinò di Montecarlo perché
suonasse «Arrivederci Roma» mentre puntava sul 36.
Ora, assicurano i familiari, Gaetano Caltagirone è un uomo
radicalmente diverso, che ama la solitudine al punto da uscire molto
raramente, anzi quasi mai, di casa. Nessun commento al gesto di
Napolitano, solo una frase lasciata trapelare: «La famiglia Caltagirone
esprime soddisfazione per un atto di giustizia che chiude una vicenda
lunga e dolorosa. E ringrazia il presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, per la grande sensibilità».
Quasi un ritorno alle radici arabo-siciliane del suo cognome, Qal'at
Al Ghiran, ovvero «la rocca dei vasi». In cima a quella rocca,
volutamente e ostinatamente solo, c'è l'uomo riabilitato da Napolitano.
[11-08-2009]
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VITERBO / 09-05-2009
AFGHANISTAN/ se vuoi la pace preparati alla pace.
L'assassinio di una bimba e l'acquisto di 131 cacciabombardieri
VITERBO
(UnoNotizie.it)
Esiste un
collegamento diretto tra l'assassinio della bambina in
Afghanistan da parte dei militari italiani in missione
di guerra e la decisione dello stato italiano di spendere 13
miliardi di euro per l'acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 ?
La politica non
è fatta mai di scelte neutre.
Ogni azione è
rivolta alla definizione di un percorso e di un sistema che
garantisca determinati interessi, là dove questi interessi
possono essere anche quelli della pace e della giustizia.
Ma gli
interessi che il governo italiano persegue sono altri – e non
meno è stato fatto in tal senso dai precedenti governi di
centro sinistra – se consideriamo l'evidenza dei fatti. In
Afghanistan l'esercito italiano, al pari di quelli di altri
paesi, presidia un'area strategica per l'approvvigionamento
energetico. Come è stato per l'Iraq.
Come a dire che
la morte della bambina oggi, come quelle delle centinaia di
uomini e donne che si susseguono ogni mese compresi i militari
dei vari contingenti, sono “effetti collaterali” della
difesa degli interessi strategici italiani.
L'acquisto dei
cacciabombardieri assolvono ad un analogo compito, ovvero
rafforzare la forza di intervento a difesa degli interessi
nazionali su vasta scala. Ci prepariamo per il futuro per le
prossime guerre travestite da missioni di pace.
Tutto questo
accade in violazione della Costituzione che ipocritamente, il 25
aprile scorso, i più si sono affrettati a riconoscere come
cardine del nostro ordinamento sociale e giuridico.
Tutto questo
accade all'insaputa dei cittadini e un giorno ci diranno che
tutto è stato fatto per il nostro bene, e che possiamo
continuare a dormire tranquilli.
Non nel mio
nome.
L'assasinio
della bambina, l'acquisto di 131 cacciabombardieri: non nel
nostro nome.
Se vuoi la pace
prepara la pace. Non vi è nulla di più concreto e vero di
questo, l'unica educazione possibile, l'unica scelta politica
plausibile.
Per
l'Associazione per la Sinistra della Tuscia
il Presidente
Umberto Cinalli
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VITERBO / 29-04-2009
VITERBO/ lettera denuncia sui crimini dell'aeroporto
VITERBO
(UnoNotizie.it)
Riceviamo e
pubblichiamo:
All'Assessore
all'Ambiente della Regione Lazio
e per opportuna
conoscenza:
al Presidente
della Commissione Ambiente della Regione Lazio
al Presidente
della Giunta Regionale del Lazio
alla Ministra
dell'Ambiente
all'Assessore
all'Ambiente della Provincia di Viterbo
all'Assessore
all'Ambiente del Comune di Viterbo
Oggetto: La
realizzazione a Viterbo nell'area termale del Bulicame di un
mega-aeroporto costituirebbe un crimine ambientale e un'aggressione
alla salute della popolazione.
Richiesta di un
impegno a difesa di ambiente e salute.
Egregio
assessore,
ancora una volta le
segnaliamo che la realizzazione a Viterbo nell'area termale del
Bulicame di un mega-aeroporto costituirebbe un crimine ambientale e
un'aggressione alla salute della popolazione.
Un
crimine ambientale
- Un crimine
ambientale, poiché devasterebbe irreversibilmente l'area termale
del Bulicame, un bene naturalistico, ma anche storico e culturale,
terapeutico e sociale, simbolico ed economico; che è anche un'area
di grande rilevanza archeologica e attorniata da colture agricole
pregiate e biologiche;
- un crimine
ambientale, poiché viola la vigente legislazione italiana ed
europea in materia di tutela dei beni ambientali;
- un crimine
ambientale, poiché viola il piano territoriale paesaggistico
regionale del Lazio ed il piano regolatore generale del Comune di
Viterbo, ed i relativi vincoli di salvaguardia.
Un'aggressione
alla salute
- Un'aggressione
alla salute della popolazione di popolosi quartieri della città,
che saranno più direttamente e fortemente colpiti dall'inquinamento
che l'attività aeroportuale di un mega-aeroporto produce;
- un'aggressione
alla salute della popolazione dell'Alto Lazio, già colpita dalla
concentrazione di servitù inquinanti come il polo energetico
Civitavecchia-Montalto;
- un'aggressione
alla salute della popolazione che sarà gravissima e insostenibile,
come documentato da vari studi e documenti dell'Associazione
italiana medici per l'ambiente (International Society of Doctors for
the Environment - Italia).
Viterbo e l'Alto
Lazio non hanno bisogno di un devastante, nocivo, illegale
mega-aeroporto, ma del potenziamento delle ferrovie e di uno
sviluppo ecosostenibile che tuteli e valorizzi i beni ambientali e
culturali e le autentiche vocazioni produttive del territorio.
L'intera regione
Lazio ha bisogno non di nuovi mega-aeroporti, ma della riduzione del
trasporto aereo per questo oltre ad opporci al mega-aeroporto a
Viterbo siamo contrari altresì a un mega-aeroporto a Frosinone o
altrove, siamo contrari ad ogni ampliamento di Fiumicino, e siamo
solidali con la popolazione di Ciampino e Marino nella richiesta di
ridurre subito e drasticamente la gravemente nociva attività
aeroportuale nel sedime di Ciampino.
Con la presente nel
segnalarle quindi ancora una volta come la realizzazione a Viterbo
nell'area termale del Bulicame di un mega-aeroporto costituirebbe un
crimine ambientale e un'aggressione alla salute della popolazione,
le formuliamo altresì la richiesta di un impegno a difesa di
ambiente e salute: impegno non eludibile da parte dell'Assessorato
all'Ambiente della Regione Lazio;
impegno necessario
ed urgente anche per porre fine ai gravissimi scandalosi errori in
passato dalla Regione Lazio commessi in questa vicenda.
Restando a
disposizione per ogni ulteriore informazione ed opportuno
chiarimento, e rinviandola fin d'ora alla vasta documentazione
disponibile nel nostro sito www.coipiediperterra.org,
e restando altresì
in attesa di un cortese riscontro,
voglia gradire
un cordiale saluto,
dottoressa
Antonella Litta
portavoce
del Comitato che si oppone alla realizzazione del mega-aeroporto a
Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo,
in difesa della salute, dell'ambiente, della democrazia, dei
diritti di tutti
e-mail: info@coipiediperterra.org;
sito: www.coipiediperterra.org
Per contattare
direttamente la portavoce del comitato
e-mail: antonella.litta@libero.it
N ITALIA IL PDL FA ADDIRITTURA UNA LEGGE PER SCORAGGIARE CHI
DIFENDE L'AMBIENTE
PORTO
TOLLE-ROVIGO (UNONOTIZIE.IT)
SCANDALO AL SOLE!!!
La riconversione a
carbone della centrale di Porto Tolle è
ambientalmente incompatibile con il territorio del Delta del Po, la
legge istitutiva del Parco (L.R.36/1997) è molto chiara ed
esplicita in merito al divieto di utilizzare (negli impianti per la
produzione di energia situati nei comuni del Parco) combustibili più
inquinanti del gas metano.
Siccome questo darà
sicuramente adito a motivati ricorsi, che già abbiamo annunciato,
ecco all'improvviso comparire, vigliaccamente, un atto (che
sarebbe un complimento chiamare da prima Repubblica) per
tentare di modificare le regole facendo in modo che tutto
questo non rappresenti più un ostacolo.
L'Enel cosa ha
pensato ? Cosa hanno pensato le grandi società del carbone sporco?
Cosa hanno pensato alcuni politicanti?
Per scoraggiare
quei cittadini che tutelano la loro stessa vita, tutto d'un tratto spunta
una proposta di legge al limite dell'indecenza.
Camera dei
Deputati - XVI legislatura - Progetto di legge numero 2271
-Norma blocca-ricorsi su grandi opere
Infrastrutture / Norma blocca-ricorsi su grandi opere.
Un bavaglio alle
associazioni ambientaliste, ai comitati e ai cittadini che non
potranno più fare ricorso contro opere pubbliche.
Perché, in caso di
"malafede" o di insuccesso giudiziario, saranno condannati
a pagare le spese processuali e a risarcire i danni.
E nei danni è
compreso anche il ritardo dei cantieri o la mancata realizzazione
dell'opera, che siano di una centrale elettrica, di un autostrada o
di una discarica.
Lo prevede la
Proposta di legge presentata alla Camera da un
gruppo di deputati del PdL, primo firmatario l'on. Michele
Scandroglio (PDL).
Una lunga premessa
e un solo articolo per modificare l'art.18 della legge 349/86 (istituzione
del Ministero dell'Ambiente e
normativa in materia di danno ambientale), che riguarda la
responsabilità processuale delle associazioni e quindi la loro
titolarità ad agire in giudizio.
Tra i firmatari
della legge anche il viterbese On. Giulio Marini,
che si è sempre dichiarato contro il carbone, votando
addirittura documenti e mozioni contro la centrale a carbone di
Civitavecchia che, come per Porto Tolle, sarà
molto inquinante e pericolosa, per la salute di tutti, anche
dell'Onorevole Marini.
Comitato
Cittadini Liberi (Porto Tolle)
http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/trovaschedacamera_wai.asp?pdl=2271&ns=2
POTENZA / 03-04-2009
BASILICATA: A POTENZA, NASCE OLA CHANNEL, LA WEB TV PER
L'AMBIENTE E LA LEGALITA'
POTENZA
(UNONOTIZIE.IT)
Tra
le ultime notizie, una notizia dalla Basilicata
dove la OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista) -
Coordinamento apartitico territoriale di Associazioni, Comitati,
Movimenti e Cittadini annuncia, ufficialmente, il lancio di OLA
Channel, la Web Tv per l'Ambiente, la cui
programmazione è partita alle ore 8:00 del 2 Aprile 2009.
L'idea
del progetto (assolutamente no-profit e senza dubbio molto ambizioso
e dispendioso dal punto di vista delle energie che andranno
investite nella gestione, nonchè nell'ottima riuscita
dell'iniziativa) nasce dalla volontà e dalla necessità di mettere
a disposizione del nostro coordinamento e di tutte le associazioni
che vi hanno aderito, oltre che dei cittadini lucani interessati,
uno strumento in più in grado di dare voce alle esigenze di
visibilità, di discussione e comunicazione del territorio, anche
“valicando” i confini regionali della Basilicata.
L'obiettivo
è questo e si intende perseguirlo per mezzo di dossier, interviste,
approfondimenti, documentari, inchieste.
Dopo
la newsletter mensile "Prendi la ParOLA" - scaricabile
gratuitamente dal nostro portale - ed in attesa dell'apertura della
nostra "Agenzia di Stampa per l'Ambiente", OLA Channel
arricchisce ulteriormente un network che - da tre anni a questa
parte - ha fatto registrare risultati importanti, colmando quel
deficit informativo, sulle problematiche ambientali, che riguardano
la regione Basilicata.
Come
da "manifesto" della OLA, la Web Tv, è fondata sulla
partecipazione e sull'attivismo quotidiano dei volontari che
rappresentano il vero motore del coordinamento.
Pertanto,
chi volesse collaborare ed inviare filmati può farlo scrivendo a
questo indirizzo di posta elettronica:
webtv@olambientalista.it.
Inoltre,
per saperne di più sul progetto, scoprire il primo palinsesto e
guardare OLA Channel, basta visitare questa pagina:
http://www.olambientalista.it/webtv.htm
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BARI / 02-04-2009
MENO RADIAZIONI IN MEDICINA SIGNIFICA PIU' SALUTE E MINORI
SPESE PER LA SANITA'
Nelle ultime
notizie dalla Puglia, giunge oggi un
interessante intervento su una problematica sanitaria :
la questione delle radiazioni in medicina. Ogni anno in
Italia sono oltre 54 milioni gli esami medici che utilizzano
le radiazioni ionizzanti cioè le radiografie e le TAC. Circa
uno ogni abitante. A questi si aggiungano 3 milioni di esami
di medicina nucleare. Oltre le radiazioni che provengono
dal suolo e dal cosmo, negli ultimi anni la dose che si
deposita nel nostro organismo a causa degli esami radiologici
ha ormai raggiunto quella proveniente dalla natura. Una
TAC dell’addome corrisponde a circa 500 radiografie
del torace ed ad essa corrisponde un rischio di un tumore da
raggi in più ogni mille esami. Gli esperti ritengono che
negli ultimi anni il 10% dei tumori diagnosticati dipendano
dalle radiazioni per uso medico. Purtroppo la consapevolezza
di noi medici sul problema non è elevata ed ancor meno quella
dei cittadini consumatori. Le leggi in materia ci sono. Un
esame radiologico prima di essere eseguito deve essere
“giustificato” ed essere effettuato in condizioni
“ottimali”. Ciò vuol dire che non ne debba essere stato
eseguito uno analogo da poco tempo, che non sia possibile
eseguirne un altro in grado di fornire le stesse informazioni
senza l’impiego delle radiazioni ionizzanti, che dopo
l’esame richiesto il medico richiedente sappia bene cosa si
farà sia in caso di esito negativo che positivo. La Regione
Toscana ha approvato nel 2006 una legge con cui si
impegna a far crescere la consapevolezza di cittadini e medici
sull’argomento, realizzando anche le opportune verifiche e
conducendo studi sulle dosi assorbite dai pazienti soprattutto
bambini e adolescenti. La Confesercenti ha
condotto un’inchiesta intitolata “100 casi di spreco in Sanità”
dalla quale emerge che ospedali mai terminati, prescrizioni 'a
pioggia', ricoveri ed esami inutili, scarso utilizzo della
tecnologia, personale medico in esubero e paramedico
insufficiente rappresentano alcuni dei fattori che hanno
portato, nel corso del 2005, a sprecare risorse sanitarie per
un totale di 17 miliardi e 400 milioni di euro. (circa
100 milioni è il budget annuale del nostro servizio sanitario
nazionale e 6 quello della sola Puglia). Una campagna di
formazione e di informazione sui rischi da radiazioni
ionizzanti per uso medico rappresenterebbe un atto dovuto
oltre che per la salute collettiva anche per le casse della
nostra sanità. Una campagna che dovrebbe andare di pari passo
con quella sui farmaci e sui loro effetti collaterali e con
quella sulla promozione delle tecniche di immagine che non
usano le radiazioni ionizzanti come la Risonanza magnetica e
gli ultrasuoni. Nella nostra regione in questi mesi si
rincorrono le richieste, le pretese ed i contenzioni per la PET-TAC
in tutte le province. I cittadini dovrebbero saper che la pet
tac è un’indagine moderna in grado di dare risposte a due
domande: se un tumore ha già dato metastasi quando è stato
diagnosticato e se una lesione sospetta dopo le cure è un
tumore o meno. Ma devono anche sapere che un esame di quel
tipo corrisponde a circa 1400 radiografie del torace e che
esiste già un’altra metodica la quale senza usare raggi x
è in grado di darci le stesse informazioni della pet-tac a
costi sanitari ed economici di gran lunga inferiori. Si tratta
della risonanza magnetica con diffusione
total-body. Si avrebbe così anche l’enorme
vantaggio di ridurre il rischio di cancro da radiazioni
mediche . Si sa, per ridurre i tumori non servono tanto
arance, azalee e uova di cioccolata ma meno inquinamento e
meno radiazioni ionizzanti. Nella Puglia delle energie
rinnovabili sarebbe davvero coerente e necessaria anche in
sanità una scelta a favore di tecnologie diagnostiche in
grado contrastare l’abuso delle radiazioni ionizzanti
notoriamente in grado di provocare il cancro.
MAURIZIO PORTALURI
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LECCE / 08-07-2009
PUGLIA: GALLIPOLI, AUTOVELOX E AUTO ''CIVETTA''/ Ecco come i comuni
''FANNO CASSA'' anche in Sicilia a Trapani
Due casi emblematici segnalatici da un cittadino a Gallipoli (Le) ed in
provincia di Trapani. Intervengano i Prefetti
LECCE (UnoNotizie.it)
Nonostante i pareri del
Ministero dei Trasporti, dell’ANCI (Associazione Nazionale
dei Comuni Italiani) e le numerose sentenze su tutto il territorio nazionale
e persino della Cassazione Penale alcuni comuni in barba alla legge e alle
più elementari regole della correttezza e trasparenza dell’agire
amministrativo sancite, peraltro, a livello costituzionale, proseguono
nell’utilizzo di autovetture “civetta” abilmente nascoste sui cigli delle
strade o addirittura truccate da macchine civili.
Le segnalazioni questa
volta ci arrivano dal Comune di Gallipoli (Le) e dalla
provincia di Trapani che possiamo verificare dalle foto scattate da un
diligente automobilista salentino che per evitare un tamponamento sul luogo
dov’era nascosta una pattuglia della Polizia Municipale di Gallipoli,
era stato costretto a frenare energicamente e ad accostare sul ciglio della
strada.
Riteniamo gravissimo il
comportamento di questi enti che continuano a perseverare in questa odiosa
prassi al solo scopo di “far cassa” e che sortisce l’effetto contrario
rispetto al fine primario del controllo della velocità per la sicurezza
stradale, costituendo, in realtà, una vera e propria insidia o trabocchetto
per gli automobilisti.
Per questi motivi e per
l’ennesima volta, il componente del Dipartimento Tematico “Tutela del
Consumatore” di Italia dei Valori, Giovanni D’AGATA, invita le pubbliche
amministrazioni che hanno utilizzato e che continuano a perseguire queste
prassi illegittime ad adeguarsi alla legge e ad annullare in via di
autotutela i verbali per infrazioni al Codice della Strada sin qui redatti e
ai Prefetti ad intervenire una volta per tutte a sanzionare tali
comportamenti illegittimi.
- Uno Notizie Lecce - |
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LECCE / 08-07-2009
PUGLIA: GALLIPOLI, AUTOVELOX E AUTO ''CIVETTA''/ Ecco come i comuni
''FANNO CASSA'' anche in Sicilia a Trapani
Due casi emblematici segnalatici da un cittadino a Gallipoli (Le) ed in
provincia di Trapani. Intervengano i Prefetti
LECCE (UnoNotizie.it)
Nonostante i pareri del
Ministero dei Trasporti, dell’ANCI (Associazione Nazionale
dei Comuni Italiani) e le numerose sentenze su tutto il territorio nazionale
e persino della Cassazione Penale alcuni comuni in barba alla legge e alle
più elementari regole della correttezza e trasparenza dell’agire
amministrativo sancite, peraltro, a livello costituzionale, proseguono
nell’utilizzo di autovetture “civetta” abilmente nascoste sui cigli delle
strade o addirittura truccate da macchine civili.
Le segnalazioni questa
volta ci arrivano dal Comune di Gallipoli (Le) e dalla
provincia di Trapani che possiamo verificare dalle foto scattate da un
diligente automobilista salentino che per evitare un tamponamento sul luogo
dov’era nascosta una pattuglia della Polizia Municipale di Gallipoli,
era stato costretto a frenare energicamente e ad accostare sul ciglio della
strada.
Riteniamo gravissimo il
comportamento di questi enti che continuano a perseverare in questa odiosa
prassi al solo scopo di “far cassa” e che sortisce l’effetto contrario
rispetto al fine primario del controllo della velocità per la sicurezza
stradale, costituendo, in realtà, una vera e propria insidia o trabocchetto
per gli automobilisti.
Per questi motivi e per
l’ennesima volta, il componente del Dipartimento Tematico “Tutela del
Consumatore” di Italia dei Valori, Giovanni D’AGATA, invita le pubbliche
amministrazioni che hanno utilizzato e che continuano a perseguire queste
prassi illegittime ad adeguarsi alla legge e ad annullare in via di
autotutela i verbali per infrazioni al Codice della Strada sin qui redatti e
ai Prefetti ad intervenire una volta per tutte a sanzionare tali
comportamenti illegittimi.
- Uno Notizie Lecce - |
Pakistan. I pogrom dell'islam "puro" colpiscono i cristiani
Nove morti in un villaggio messo a ferro e fuoco. È l'ultima di una serie
di aggressioni contro chi ha la sola colpa di non essere musulmano. Nel
silenzio e nel disinteresse del resto del mondo
di Sandro Magister
ROMA, 5 agosto 2009 – Hanno tirato pietre, bruciato le case, inseguito i
fuggiaschi sparando all'impazzata. Alla fine i morti sono nove. Sette
hanno per cognome Hamid e sono dello stesso clan familiare di padre
Hussein Younis, francescano. Tra essi vi sono due bambini (nella foto di
Saqib Khadim, le bare). La loro unica colpa è d'essere cristiani.
È accaduto in Pakistan, a Gojra, provincia di Faisalabad, nel Punjab
orientale. In tutto il Pakistan i cattolici sono un milione e
trecentomila, e altrettanti i cristiani di altre denominazioni, su una
popolazione di 160 milioni quasi tutti musulmani. Ma l'intolleranza contro
questa minoranza piccola, povera e pacifica è ormai un dato costante, che
a tratti esplode in sanguinose aggressioni.
L'ultima ha avuto per scintilla un'innocente festa di matrimonio tra
cristiani, a Koriyan, un piccolo villaggio vicino a Gojra. Era il 30
luglio. Racconta padre Younis, intervistato da Lorenzo Cremonesi per il
"Corriere della Sera" del 3 agosto:
"Come è usanza, alla fine della cerimonia in chiesa gli invitati
hanno tirato verso la coppia fiori, riso, alcune monete per augurare
prosperità e biglietti con frasi di saluto o preghiere. Il guaio è che
dei musulmani hanno cominciato a sostenere che i biglietti erano pagine
del Corano strappate, un'offesa gravissima per l'islam e oggi ancora più
grave in questi tempi di fanatismo. Ben presto sono volati insulti,
accuse, poi pietre. Nel pomeriggio erano già state date alle fiamme
alcune abitazioni. Ma la violenza più grave è esplosa sabato mattina 1
agosto a Gojra, attorno al quartiere cristiano.
"La nostra gente ha contato otto autobus carichi di estremisti
arrivati da fuori. Volti sconosciuti di gente armata sino ai denti. Il
loro slogan era che noi cristiani abbiamo la stessa religione dei soldati
americani e dunque siamo nemici, meritiamo la morte. Prima hanno tirato
pietre, poi hanno sparso benzina e infine mitra e bombe. Qui attorno a me
è tutto bruciato, carbonizzato. Il bilancio di sangue poteva essere
molto peggiore se i cristiani non fossero fuggiti subito. I miei familiari
non sono stati abbastanza lesti e sono bruciati vivi, intrappolati tra le
fiamme".
Il vescovo di Faisalabad, Joseph Coutts, anche lui intervistato dal
"Corriere della Sera", ha così commentato:
"È chiaro che questi pogrom sono stati organizzati da gruppi che col
fine di sconvolgere il Pakistan, oltre che l'Afghanistan, fanno di tutto
per seminare violenza. Ci hanno provato con gli attentati nelle maggiori
città pakistane e ora passano agli attacchi ai cristiani. Il fatto più
grave è che adesso riescono a mobilitare grandi folle di fedeli contro di
noi. Trovo che sia un fenomeno allarmante, peggiore che gli attentati
isolati con bombe nelle chiese che hanno terrorizzato i cristiani sin
dall'inizio nel 2001 della guerra in Afghanistan".
Il vescovo ricorda almeno quattro pogrom anticristiani che hanno visto la
mobilitazione di larghe masse di manifestanti pronte ad usare violenza:
"La prima volta in anni recenti è stato nel 1997, nel villaggio di
Shanti Nagar. Otto anni dopo l'attacco si è ripetuto nella cittadina di
Sangla Hill. Il 30 giugno scorso è avvenuto nel villaggio di Bahmani Wala,
nella regione di Kasur, non troppo lontano da qui. E ora a Koriyan e Gojra
hanno dato fuoco a decine di case".
Quasi sempre il pretesto delle violenze e delle persecuzioni è la legge
295, che in nome della sharia commina pene pesantissime, fino
all'ergastolo, a chi offende il Corano o Maometto. "Il problema è
che questa legge viene utilizzata in modo del tutto arbitrario. Spesso
basta la parola di un cittadino musulmano per far mettere in carcere un
cristiano senza alcuna prova concreta", prosegue monsignor Coutts.
L'ultimo processo si è concluso lo scorso 17 aprile a Lahore con
l'assoluzione di due anziani cristiani, James e Buta Masih. I due
innocenti avevano passato più di due anni in prigione. Dal 1986 a oggi è
stato calcolato che l'accusa ha colpito 982 cristiani. Di essi, 25 sono
stati uccisi da musulmani fanatici.
Dopo l'ultimo massacro, il primo ministro del Punjab, Shahbaz Sharif, ha
nominato una commissione d'inchiesta e ha annunciato un risarcimento di
500.000 rupie, poco più di 4.000 euro, ai familiari delle vittime.
Lo scorso 6 luglio un compenso di 20.000 rupie era stato dato a ciascuna
delle 57 famiglie che avevano avuto la casa distrutta nel pogrom
anticristiano del 30 giugno a Bahmani Wala. La consegna è stata fatta
alla presenza di tre preti cattolici e di altri leader cristiani, davanti
alla chiesa del villaggio utilizzata dalle diverse confessioni.
Prima ancora, la Chiesa cattolica aveva subito danni anche in conseguenza
dell'attentato suicida del 27 maggio contro un edificio della polizia a
Lahore. L'edificio fu interamente distrutto, con 35 morti. Ma subirono
crolli anche quattro edifici adiacenti: la libreria delle Figlie di San
Paolo e tre scuole medie superiori cattoliche.
Nel marzo del 2008 anche la cattedrale di Lahore aveva subito danni, per
una bomba contro un vicino edificio del governo.
Per tre giorni, dopo l'ultimo pogrom, tutte le scuole cattoliche del
Pakistan sono state chiuse in segno di lutto.
I vescovi e il nunzio apostolico Adolfo Tito Yllana hanno chiesto a più
riprese alle autorità pakistane di agire in difesa delle minoranze
religiose aggredite. La loro convinzione è che sia in atto un vero e
proprio martirio, con i cristiani eletti a "capro espiatorio"
dell'odio di musulmani fanatici. Analoghi pogrom hanno per vittima, in
Pakistan, anche una corrente islamica messa al bando come
"eretica", che conta circa tre milioni di seguaci, gli Ahmadi.
In un telegramma inviato il 3 agosto al vescovo di Faisalabad, Joseph
Coutts, e firmato dal segretario di Stato vaticano, Benedetto XVI ha
espresso il suo dolore "per l'insensato attacco alla comunità
cristiana di Gorjan", con la "tragica uccisione di bambini,
donne e uomini innocenti". E ha fatto appello ai cristiani del
Pakistan perché non desistano dallo sforzo di "costruire una società
che, con un profondo senso di fiducia nei valori umani e religiosi, sia
caratterizzata dal mutuo rispetto fra tutti i suoi membri".
In un'intervista alla Radio Vaticana, il nunzio in Pakistan si è detto
"consolato dalle parole di perdono di un cristiano che ha avuto la
casa bruciata e che ha detto: 'Speriamo soltanto che Dio dia loro la luce
di vedere la giusta via'".
Il nunzio ha commentato: "Questo è più potente di qualsiasi omelia
che posso fare io. C’è lo spirito cristiano che regna sempre fra questa
gente che soffre".
__________
Per un aggiornamento costante delle notizie dal Pakistan due eccellenti
fonti sono le seguenti agenzie:
> Asia News
> UCA News
|
MISS MINE – IN PASSERELLA PER UNA PROTESI – PROPOSTA SHOCK DI
UN REGISTA NORVEGESE IN CAMBOGIA: QUI SONO 25MILA LE PERSONE CHE HANNO
PERSO UN ARTO A CAUSA DEGLI ORDIGNI” - IL MINISTRO: “VA ANNULLATO, NON
È DIGNITOSO”…
Rosalba Castelletti per La
Repubblica
Ogni aspirante Miss porta una scintillante corona sul capo,
indossa un elegante abito colorato ed è priva di una gamba. Concorre
non solo per il titolo di reginetta di bellezza, ma per una protesi su
misura. A debuttare sabato a Phnom Penh non è stato il solito concorso
di bellezza, ma "Miss mina antiuomo Cambogia", un´iniziativa
che come la precedente edizione angolana del 2008 sta facendo discutere
già alle prime battute. A cinque giorni dall´inaugurazione di una
mostra delle foto delle finaliste il ministero per gli Affari sociali,
tra gli stessi promotori dell´evento, ha chiesto agli organizzatori di
annullarlo «per proteggere l´onore e la dignità delle persone inferme».
L´idea di un concorso provocatorio, per alcuni di cattivo gusto,
che puntasse letteralmente i riflettori sugli orrori provocati dalle
mine antiuomo, è venuta al regista teatrale norvegese Morten Traavik
nel 2003 mentre visitava l´Angola appena uscito da una guerra civile
trentennale. Due cose lo impressionarono: la passione angolana per i
concorsi di bellezza e le mutilazioni causate dalle mine. Decise di
sfruttare la sua esperienza da palcoscenico per sposare le due cose.
«Credo molto nei contrappunti - sostiene
Traavik - un buon vecchio trucco teatrale. Qui il contrappunto è
mettere insieme "mina" e "miss". È il contrappunto
tra la tragica realtà delle mine antiuomo e la gioiosa celebrazione
della vita insita in un concorso di bellezza».
Augusta Urica e Maria Restino Manuel, le vincitrici dell´edizione
2008, sono state l´incarnazione di quest´insolito connubio in Angola.
Più ostacoli sta incontrando la sua combinazione in Cambogia. Non che
manchino le candidate. Insieme ad Angola e Afghanistan, la Cambogia è
il Paese più colpito dalla piaga delle mine-antipersone: 63mila le
vittime, almeno 25mila quelle rimaste prive di un arto. È tra loro che
sono state scelte le 20 finaliste, una per provincia.
Miss
Mine Antiuomo Cambogia 2009
Le loro foto corredate di dettagli sull´incidente che le ha
mutilate si trovano sul sito miss-landmine.org dove da sabato gli
internauti possono votare chi vorrebbero vedere incoronata a dicembre. E
tutte fremono per il lancio vero e proprio dell´iniziativa che avverrà
il 7 agosto.
Miss
Mine Antiuomo Cambogia 2009
A frenare i loro entusiasmi è giunto ieri il dietrofront del
ministero che nel 2007 aveva approvato l´iniziativa. Inatteso sì, ma
preceduto dalle stesse critiche che l´anno scorso accompagnarono il
concorso angolano: c´è chi ha paragonato la competizione a un
"freak show", una fiera di mostri, e chi ha accusato i
promotori di "sfruttare" le vittime. Miss Phnom Penh alias
Song Kosal, 24 anni, mutilata all´età di cinque da una mina, non ha
dubbi sull´iniziativa: «È un´opportunità perché il mondo non
discrimini i disabili. Anche noi abbiamo il diritto di essere belle».
Spera che Traavik, che ha subito chiesto un incontro con le autorità,
riesca a convincere dello stesso il governo
[03-08-2009]
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MARINO MARINATO – ECCO LA LETTERA CON CUI L'UNIVERSITà DI
PITTSBURGH SMONTA PUNTO PER PUNTO LA VERSIONE DI IGNAZIO MARINO - DOZZINE
DI IRREGOLARITA’ INTENZIONALI E DELIBERATE MAI DENUNCIATE – IL CLIMA
DELLA SICILIA DI CUFFARO NON HA AVUTO ALCUN RILIEVO…
Da "Il Foglio"
DR MARINO, LIES ARE UGLY
L'università di Pittsburgh smentisce le spiegazioni offerte da Ignazio
Marino a proposito del suo allontanamento dall'UPMC, e lo fa
rispondendo via mail a una richiesta di chiarimenti giunta dal Foglio.
Oltre a confermare "le dozzine di irregolarità intenzionali e
deliberate" contestate nel settembre 2002 al futuro senatore, il
responsabile delle relazioni esterne del Medical Center di Pittsburgh, Paul
Wood, nega che il documento che definisce i termini
dell'allontanamento del chirurgo (pubblicato dal Foglio il 24 luglio e
sottoscritto da Marino in tutte le sue pagine) sia
soltanto "una bozza senza alcun valore", come sostenuto da
Marino.
"La lettera firmata dal Dr. Ignazio
Marino il 6 settembre 2002 - scrive il portavoce dell'università
di Pittsburgh - è la lettera finale e ufficiale delle dimissioni e non
rappresenta né una bozza né un tipo di lettera standard di conclusione
di rapporto".
Pittsburgh - università per cui Marino ha lavorato
per anni prima dell'allontanamento nel settembre 2002 - smentisce altri
punti sostanziali della difesa del candidato alla segreteria del Pd.
Nell'intervista rilasciata sabato al Foglio, Marino sosteneva
che la corrispondenza successiva tra lui e l'UPMC dimostrerebbe una
"rinegoziazione dei termini" che rettificherebbe "in
maniera sostanziale il contenuto della prima" lettera.
Secondo Pittsburgh, però, le cose non sono andate così. "La
corrispondenza successiva con il Dr. Marino e i suoi
rappresentanti legali semplicemente - spiega Wood - specificava come
sarebbero state attuate le condizioni di fine rapporto. Successiva
corrispondenza e lettere di referenze non hanno avuto alcun effetto in
quanto il Dr. Marino aveva rinunciato a ogni privilegio legato alla sua
posizione, forfait, salari, benefits, liquidazione e ogni altro futuro
pagamento come parte dell'accordo di restituzione, incluso qualsiasi
tipo di collaborazione professionale con UPMC e con le proprie
affiliate".zzi
Nella lettera inviata a Marino dal boss
dell'università di Pittsburgh (Jeffrey A. Romoff)
il 6 settembre 2002, inoltre, tra le dozzine di "irregolarità
intenzionali e deliberate" contestate al chirurgo genovese
risultavano esserci anche 8.000 dollari di note spese truccate.
"Alla data di oggi - scrisse Romoff - riteniamo di
aver scoperto una serie di richieste di rimborso spese deliberatamente e
intenzionalmente doppia all'UPMC e alla filiale italiana".
Marino ha ammesso parlando con il Foglio che
"in quel momento di tensione ci fu effettivamente una revisione
della contabilità che ha dimostrato come ci fossero discrepanze per 8
mila dollari"; e ha poi precisato che fu lui stesso ad accorgersi
di quelle imprecisioni e "a comunicarle all'amministrazione".
Ma il portavoce dell'UPMC, James Wood, nella mail di
ieri dice: "Le irregolarità nella gestione finanziaria furono
portate alla luce dal servizio di audit di UPMC - e non dal Dr. Marino. Esse furono poste in essere in modo
intenzionale e deliberato da parte del Dr. Marino,
e questo accadde in modo ripetuto nell'arco di molti mesi e non si è
limitato ad un singolo evento".
Marino ha contestato la versione dei fatti
ricostruita da questo giornale sostenendo che le accuse del Foglio siano
"false" e "create ad arte" e aggiungendo che il suo
allontanamento sarebbe stato in parte dovuto dal pessimo clima che si
sarebbe respirato in Sicilia dal 2001 in poi, "quando alla
presidenza della regione Sicilia viene eletto Totò Cuffaro" e
quando cominciarono "le pressioni, sia dalla politica sia
dall'università".
"Qualunque preoccupazione il Dr. Marino possa aver avuto in merito alla Sicilia e alle proprie scelte
di carriera - precisa il responsabile delle relazioni esterne dell'UPMC
- ciò non ha avuto alcun rilievo nella negoziazione.
Ad oggi, nessun fatto o informazione ha modificato o invalidato il
contenuto della lettera del 6 settembre 2002". Al contrario di
quello che sostiene Marino, dunque, la lettera
"senza valore" non rappresenta né una bozza né un tipo di
comunicazione standard di conclusione di rapporto. Quella lettera
pubblicata dal Foglio è - secondo la fonte della missiva, cioè l'UPMC
- semplicemente la lettera finale e ufficiale delle dimissioni, dopo
"le dozzine di irregolarità intenzionali e deliberate".
ECCO LA LETTERA CON CUI PITTSBURGH SMONTA PUNTO PER PUNTO LA
VERSIONE DI IGNAZIO MARINO
Il giorno stesso in cui questo giornale ha pubblicato la lettera con
cui il capo dell'UPMC (Jeffrey A. Romoff)
spiegava le ragioni dell'allontanamento di Marino da
Pittsburgh (il 24/7), il Foglio ha contattato l'Università per chiedere
chiarimenti. In un primo momento, il portavoce dell'UPMC ha risposto con
un "At his point in time, we have no comment", poi ha scelto
di entrare nel merito della questione scrivendoci questa e-mail che il
Foglio ha ricevuto ieri pomeriggio alle 14.03.
Paul Wood, Vice President, Public Relations
University of Pittsburgh Medical Center
"La lettera firmata dal Dr. Ignazio Marino il 6 settembre 2002 è la lettera finale e ufficiale delle
dimissioni e non rappresenta né una bozza né un tipo di lettera
standard di conclusione di rapporto. Le irregolarità nella gestione
finanziaria furono portate alla luce dal servizio di audit di UPMC - e
non dal Dr. Marino. Esse furono poste in essere in modo
intenzionale e deliberato da parte del Dr. Marino, e
questo accadde in modo ripetuto nell'arco di molti mesi e non si è
limitato ad un singolo evento.
La corrispondenza successiva con il Dr. Marino e i
suoi rappresentanti legali semplicemente specificava come sarebbero
state attuate le condizioni di fine rapporto. Successiva corrispondenza
e lettere di referenze non hanno avuto alcun effetto in quanto il Dr. Marino
aveva rinunciato a ogni privilegio legato alla sua posizione,
forfait, salari, benefits, liquidazione e ogni altro futuro pagamento
come parte dell'accordo di restituzione, incluso qualsiasi tipo di
collaborazione professionale con UPMC e con le proprie affiliate.
Qualunque preoccupazione il Dr. Marino possa aver
avuto in merito alla Sicilia e alle proprie scelte di carriera, ciò non
ha avuto alcun rilievo nella negoziazione. Ad oggi, nessun fatto o
informazione ha modificato o invalidato il contenuto della lettera del 6
settembre 2002".
[28-07-2009]
SAN” MARINO – IL PROFESSORE DEL PD VA AL CONTRATTACCO: “ECCO LA
LETTERA PER FARMI FUORI: MI OPPOSI ALLE CLIENTELE TRA SICILIA E
PITTSBURGH” - E ANNUNCIA QUERELA ALL´UNIVERSITÀ AMERICANA E AD ALCUNI
QUOTIDIANI – MA LE NOTE SPESE ERANO GONFIATE O NO?...
Umberto Rosso per "la
Repubblica"
LETTERA
MARINO
Ormai, è roba per aule di tribunali. Nella guerra fra Pittsburgh e
il professor Ignazio Marino, che stamattina darà l´incarico
all´avvocato Vittorio Angiolini di querelare l´università
Usa ma anche alcuni giornali, spunta una nuova lettera. La prova,
secondo la ricostruzione dei legali, che l´allora capo dell´Ismett di
Palermo fu fatto fuori con un accordo fra gli americani e la Regione
siciliana, perché si opponeva al rinnovo di una convenzione con troppi
punti oscuri e clientele. Dietro la storia delle note spese gonfiate,
come ancora due giorni la Upmc di Pittsburgh ha voluto confermare con un
comunicato ufficiale, si aprirebbe allora tutt´altro scenario.
E con il sospetto forte, da parte del candidato alla segreteria del
Pd, di una manina politica che sta soffiando sul caso, nove anni dopo i
fatti. La lettera, che spunta fra le carte di Palermo, porta la data del
15 maggio 2002, ovvero alcuni mesi prima delle sue dimissioni (arrivate
in settembre). La spedisce il responsabile degli affari internazionali
della Upmc, Thomas Detre, che scrive all´assessore
regionale alla Sanità siciliano, il professor Ettore Cittadini,
e riassume un incontro che i due hanno avuto da poco. «Come abbiamo
convenuto il cda dell´Ismett sarà ristrutturato, con tre componenti
alla Regione siciliana e due alla Umpc».
Un ribaltone, con gli americani che cedono la maggioranza nell´Istituto
dei trapianti, a favore della giunta guidata da Cuffaro. Ma perché e
chi dovrà lasciare quel posto in consiglio di amministrazione per
favorire l´ingresso del terzo uomo della Regione? Proprio Ignazio
Marino. «Siamo tutti d´accordo - scrive ancora Detre - che il
professor Marino si dimetterà dalla posizione di amministratore
delegato e consigliere di amministrazione, e farà solo il direttore
medico». Con un ulteriore promemoria per l´assessore siciliano: «Come
ho avuto modo di dirle, la revisione degli accordi si giustifica solo
nella contestuale prospettiva di una estensione dei termini contrattuali».
Come a dire, il rinnovo della convenzione
per altri nove anni val bene un ribaltone nel cda. E magari qualche
altra "attenzione" in più, come l´autorizzazione ad aprire
una struttura di cardiologia che gli americani stanno chiedendo da
tempo. Il tutto avviene, ricostruisce lo stesso Marino,
alle sue spalle. Il direttore dell´Ismett sarebbe rimasto completamente
all´oscuro delle intenzioni degli americani di tagliarlo fuori, e la
lettera del resto è intestata solo a Cittadini (e solo per vie
indirette è finita fra le carte arrivate in possesso degli avvocati).
Ma perché la Umpc decide di mettere brutalmente alla porta il mago
dei trapianti dopo lunga e proficua collaborazione? Per la storia delle
note spese gonfiate? «Le discrepanze fui io stesso a segnalarle - si
difende Marino - ma in ballo a Palermo c´era ben altro. Un accordo
molto redditizio con la Regione, al cui vertice era nel frattempo
arrivato Cuffaro. Con una gestione dell´Istituto che
da un certo punto in poi non potevo più condividere. E lo dissi
chiaramente».
Medici da assumere con un bando di concorso su misura, a prescindere
dalle specifiche competenze sui trapianti. Pressioni per arruolare
infermieri e portantini su input politici.
Marino denuncia l´andazzo, in una lettera all´assessore al Bilancio
Alessandro Pagano nel luglio 2002 si dice «molto
preoccupato per la situazione all´Ismett, dove non riesco più a
gestire il personale medico sui livelli di eccellenza che la struttura
richiede». Informa anche alcuni ministri del governo Berlusconi.
Silenzio. Alla fine del braccio di ferro, nel settembre del 2002 lascia
il suo posto. «Glielo consigliai anch´io - conferma l´ex comandante
dei carabinieri Roberto Jucci, all´epoca a Palermo
come commissario per le acque - perché al centro trapianti stava per
sbarcare personale non qualificato, e il professor Marino non
poteva accettare un´imposizione del genere».
[29-07-2009]
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I NAZI-IDIOTISMI DI ECCLESTONE, MOSLEY, BRIAN FERRY, IL PRINCIPINO
HARRY, ETC. - "GIUSTIFICARE" HITLER TECNICAMENTE È L’ULTIMA,
PERICOLOSISSIMA FRONTIERA DEL REVISIONISMO STORICO. TECNICAMENTE È
APOLOGIA DI REATO, E MEDIATICAMENTE È PURO SUICIDIO...
Luigi Mascheroni per
"Il Giornale"
Ultimo grande e inviolabile tabù ereditato dal Novecento, il
giudizio sul nazismo è lo spartiacque sociale e intellettuale tra buon
senso da un parte e follia (o stupida provocazione) dall'altra. Eppure,
per quanto parlare in termini meno che deprecabili del nazismo sia un
modo sicuro per giocarsi carriera e reputazione, a volte succede che
qualcuno incautamente finisca per scivolarci sopra.
L'ultimo, il patron della Formula Uno, Bernie Ecclestone. In
un'intervista al Times ha criticato l'inefficienza dei politici moderni
e delle democrazie, lodando i regimi totalitari. «Hitler sì che sapeva
far funzionare le cose», ha dichiarato. Qualche milione di sterline di
patrimonio e 78 anni di età, Ecclestone tra le altre cose si è detto
sicuro che il presidente della Federazione mondiale dell'auto, Max
Mosley, potrebbe essere «un eccellente primo ministro».
Mosley, per la cronaca, è l'altro eccentrico miliardario
britannico, secondogenito del nazista inglese sir Oswald Mosley,
fondatore nel 1932 della British Union of Fascists, che fu protagonista
di una ormai celebre orgia nazi-sadomaso in un lussuoso appartamento di
Chelsea nel marzo 2008. Per Ecclestone «Hitler, al di là del fatto che
alla fine è stato persuaso a fare cose che non so se voleva fare, era
nella condizione di comandare molta gente e di far funzionare le cose.
Alla fine però si è perso». Sieg Heil.
A Mosley andò bene: pubblica reprimenda ma nessuna epurazione. A
Ecclestone cosa succederà? Nell'ottobre del 2006 il cantante Bryan
Ferry confessò candidamente a una rivista tedesca, Welt am Sonntag, la
propria ammirazione per la macchina propagandistica del Terzo Reich: «Dio
mio, i nazisti sì che sapevano presentarsi: i film di Leni Riefenstahl,
e gli edifici di Albert Speer, e le parate di massa... incredibili.
Veramente tutto bello», si lasciò andare estasiato.
Il giorno, dopo, tramite il suo manager, consegnò alla stampa un
comunicato in cui affermava di essere «sconvolto» aggiungendo le scuse
per qualsiasi offesa causata dai suoi commenti sull'iconografia
hitleriana eccetera eccetera concludendo che «Io, come chiunque sano di
mente, trovo che il regime nazista sia stato malefico».
Al principino Harry, terzo in linea di successione al trono di
Inghilterra, paparazzato con la svastica al braccio a una party in
maschera in una casa privata nello Witshire, andò molto peggio. Oltre
alle pubbliche scuse di rito - «Se ho offeso qualcuno, sono molto
dispiaciuto», scrisse in una nota il figlio più giovane della
principessa Diana - rischiò anche un viaggio riparatore ad Auschwitz:
con pessimo tempismo inglese aveva organizzato la festa - nel gennaio
2005 - due settimane prima della Giornata di commemorazione
dell'Olocausto.
La foto pubblicata dal Sun sotto il titolo «Gioventù hitleriana»
fece comprensibilmente il giro del pianeta. In ossequio al criterio di
notiziabilità secondo il quale il «peso» informativo di un fatto è
proporzionato alla fama del protagonista, quando l'aprile scorso su un
giornale di Vigevano apparve l'immagine di un sagrestano con la svastica
al braccio, la foto si fermò all'inserto Lombardia del Corriere della
sera.
Fino a qui il folklore. Oltre, sul fronte della rivalutazione del
nazismo, ci sono l'ideologia da una parte e alcuni «scomodi» studi
scientifici dall'altra. Al netto del negazionismo di Ahmadinejad o di
alcuni lefebvriani (e del successo editoriale dei Protocolli dei Savi di
Sion nel mondo islamico o del Mein Kampf in qualche insospettabile paese
occidentale) in ambito accademico si registrano timidi tentativi di
rilettura di alcuni aspetti del Reich.
Anni fa il filosofo tedesco Peter Sloterdijk pubblicò un saggio
su Heidegger in cui auspicava il ricorso alle nuove tecniche di
clonazione guadagnandosi accuse di cedimento all'eugenetica nazista (e
causando la rottura del suo sodalizio intellettuale con Jürgen Habermas).
Mentre suscitò accese polemiche nel 2000 l'uscita del libro La
guerra di Hitler al cancro di Robert Proctor, da alcuni letto come una
velata esaltazione di quelle politiche sanitarie ed ecologiche nelle
quali il nazismo fu all'avanguardia e che oggi sono il fiore
all'occhiello delle democrazie avanzate.
Qualcosa di simile, sul piano dell'analisi economica, è accaduto
allo studio Tre New Deal di Wolfgang Schivelbusch, del 2008, in cui il
giudizio sulla Germania di Hitler, dal punto di vista dello stato
sociale, non è per nulla sfavorevole rispetto agli Stati Uniti di
Roosevelt o l'Italia di Mussolini.
Nel campo letterario, invece, qualche purista benpensante ha
arricciato il naso davanti ai libri dell'americano Jonathan Littell, reo
nel 2007 di un romanzo «simpatizzante» nei confronti di un disumano
ufficiale delle SS (Le Benevole) e, quest'anno, di un saggio «dedicato»
al nazista belga Léon Degrelle (Il secco e l'umido).
In realtà nessun revisionismo, ma solo il tentativo di capire il
Male Assoluto. Il problema, come spesso accade anche nel giudizio
riservato a qualche film «simpatetico» con figure che indossano la
svastica (a partire dal recente The Reader con Kate Winslet splendida
aguzzina nazista), è che per alcuni tentare di capire significa
inevitabilmente - chissà perché - giustificare.
Allora, tanto vale andarsi a vedere The Inglorious Bastards di
Quentin Tarantino, dove le SS, di fronte alla ferocia dei soldati
americani, fanno quasi tenerezza. O 300 di Zack Snyder, quello sì un
film che profuma di nazismo in slow-motion.
2 - ECCLESTONE E L'ELOGIO DI HITLER: "SOLO UN GRANDE
MALINTESO"...
Da "corriere.it" - Bernie
Ecclestone ha definito la bufera generata dalle sue parole su Adolf
Hitler e sui regimi totalitari: «Un grande malinteso». Il boss del
"Circus" aveva elogiato l'operato del 'Fuhrer' in
un'intervista al "Times". Ora ha provato a correggere il tiro:
«In quell'intervista abbiamo parlato di strutture e di come a volte
possa essere positivo prendere decisioni senza limitazioni di sorta»,
dice Ecclestone alla "Bild".
Contro di lui si è scagliato anche il Congresso Ebraico Mondiale,
che ne ha chiesto le dimissioni invitando i team, i piloti e i paesi che
ospitano i Gran Premi a sospendere ogni collaborazione. Ecclestone
precisa di non avere mai preso Hitler come un esempio: «Mi è stato
domandato se conoscessi un dittatore e io mi sono limitato a dire che
prima dei suoi orribili crimini agì con successo contro la
disoccupazione e la crisi economica».
Il patron del Circus assicura che non era nelle sue intenzioni «ferire
con le mie parole i sentimenti di una comunità». Poi aggiunge: «Molte
persone nella mia cerchia di amici più intimi sono di origine ebraica.
Chi mi conosce sa che mai attaccherei le minoranze».
[06-07-2009]
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BINARIO MORTO - "si tagliano manutenzione, risorse e uomini.
Si permette a bombe viaggianti di attraversare la città - I treni merci
come questo, noleggiato all´estero, dovrebbero essere controllati bene
dalle Ferrovie al loro ingresso in Italia"...
1 - "In quel pezzo
rotto c´era la traccia di una saldatura"
Maurizio Bologni per "la
Repubblica"
«Sono comunista e manutentore di treni da una vita. Ho le mie
buone ragioni per arrabbiarmi e per protestare, ne ho viste tante,
compreso come era ridotto quel pezzo che si è rotto e ha provocato la
strage di Viareggio». Così parla Riccardo Antonini, barba e capelli
bianchi, in sella alla sua bici nella piazza del comune di Viareggio,
mentre promuove un´assemblea pubblica di ferrovieri e cittadini.
Si spieghi meglio Antonini, che lavoro fa lei?
«Sono un tecnico della manutenzione di Rete Ferroviaria Italiana (Rfi),
alle dipendenze dell´unità territoriale di Pisa e in servizio nella
tratta Pisa-Sarzana, proprio quella nella quale è avvenuto l´incidente».
E cosa sostiene di aver visto, nello svolgimento delle sue
mansioni di lavoro, a proposito dell´incidente avvenuto lunedì notte?
«Martedì mattina sono entrato in servizio alle 7,30 e di persona mi
sono potuto rendere conto di che cosa aveva provocato l´incidente della
notte prima. Semplificando, il cedimento strutturale di cui si è
parlato è avvenuto tra una ruota e l´asse che collega le ruote stesse
tra di loro. In pratica l´asse si è staccato dalla ruota. Nel punto
del distacco c´era la ruggine e i segni di una precedente saldatura
abborracciata».
Il distacco e subito dopo, dunque, il deragliamento?
«No. La rottura è avvenuta all´inizio della stazione. Dopo 150 metri
la ruota è saltata all´interno dei binari e il carrello ha
incominciato a dragare le traverse di cemento tra i binari. Procedendo
in avanti, ne avrà ammucchiate una ventina, fino a creare uno spessore,
una sorta di scalino, sul quale la ruota è alla fine salita. A quel
punto 700-800 metri dopo la rottura c´è stato il deragliamento del
treno e il carrello è stato scaraventato a 70-80 metri di distanza nel
punto dove si trova tuttora, coperto da un telo blu e presidiato dalla
polizia. Dopo l´incidente i macchinisti sono saltati giù e sono corsi
a dare l´allarme».
Perché, secondo lei, succedono questi incidenti?
«Non si fa più la manutenzione di un tempo, si tagliano le risorse e
gli uomini. Si permette a bombe viaggianti come quella che ha fatto
strage a Viareggio di attraversare la città. I treni merci come questo,
che è stato noleggiato all´estero, dovrebbero essere controllati bene
da personale delle Ferrovie al loro ingresso in Italia. Invece, per
quanto ne so io, questo non avviene».
2 - La società Usa
ammette: «La responsabilità dei controlli è nostra»
Stefano Zurlo per Il Giornale
Una segretaria, poi un'altra ancora. Attraverso il cavo del
telefono entriamo nella stanza dell'amministratore delegato di Gatx Rail
Europe. Siamo a Perchtoldsdorf, borgo impronunciabile dell'Austria. «Johannes
Mansbart la chiamerà. Senz'altro - spiega la sua gentile portavoce - al
momento è in conference call. Ah, ecco, glielo passo. Anzi no».
Dev'essere sigillato con l'imbarazzo il quartier generale europeo
di Gatx, il colosso americano che possiede 160mila vagoni cisterna
utilizzati per il trasporto di Gpl, derivati del petrolio e altre
sostanze. Uno di quei 160mila vagoni è il colpevole della strage di
Viareggio.
No, Johannes Mansbart non si fa sentire: per tutto il pomeriggio
è sul punto di chiamare, ma tace. La magistratura gli chiederà tutto
ma proprio tutto di quel carro-bomba. I documenti, quelli filtrati fin
qui, dicono che tutto era nella norma. Il vagone, uno dei ventimila
della flotta europea, era stato immatricolato in Germania nel 2004 e poi
sottoposto correttamente alla revisione.
Quando? È il ministro Altero Matteoli a spiegarlo in Parlamento:
«Il 2 marzo scorso presso la società Cima di Bozzolo, in provincia di
Mantova». «Era tutto in regola, la manutenzione è stata adeguata»,
ribatte l'amministratore unico della Cima Giuseppe Pacchioni.
E allora come mai il perno, o asse che dir si voglia, si è spezzato?
Come mai presentava tracce di ruggine?
Certo, in teoria potrebbe essersi rotto anche nell'incidente, ma
è probabile che si sia indebolito prima. O addirittura, che sia nato
male. Con un difetto di fabbricazione. Le Ferrovie ribadiscono: «Noi
non c'entriamo, noi abbiamo solo noleggiato il treno per trasportare il
Gpl, era la Gatx a dover seguire tutto l'iter di ogni vagone:
immatricolazione, manutenzione, persino l'indicazione dell'officina in
cui svolgere i controlli».
«Sì, è vero, la responsabilità è nostra», è l'unica frase
che rimbalza da Vienna. La posizione di Gatx diventa più problematica.
«Ci sono due tipi di manutenzione - spiega al Giornale il segretario
nazionale di Uil Trasporti Dario Del Grosso - una corrente che si fa
spesso, l'altra che poi è la revisione, approfondita, a scadenze
fissate dalla legge. In questa fase di controlli, gli ultrasuoni
rilevano subito fessure, difetti e guai dell'acciaio». Gli esami agli
ultrasuoni sono stati effettuati? Sì o no? Se sì, come mai non si sono
concentrati su quel perno?
Tutto era nella norma, ma lo screening potrebbe non essere stato
all'altezza. Il condizionale, in questa prima fase, è d'obbligo. Ed è
complicato dalle normative che lasciano spazio a interpretazioni e
possibili dispute legali: dal momento dell'accettazione del carico fino
alla sua consegna, non è più il committente ma la compagnia
ferroviaria ad avere la responsabilità che tutto proceda secondo le
regole internazionali codificate nel Rid, un codice di novecento pagine.
Toccava dunque a Trenitalia verificare la conformità del
trasporto, la correttezza della documentazione, persino «effettuare
controlli visivi sui vagoni presi in carico». Il check svolto alla
partenza, a Trecate, non aveva riscontrato alcuna anomalia. C'è materia
per il solito scaricabarile?
E non va dimenticato che anche la cornice legislativa non è
adeguata. L'ha spiegato ieri al Giornale il viceministro per le
infrastrutture Roberto Castelli: «La normativa europea è a maglie
larghe. Non esiste un supervisore e si procede con l'autocertificazione».
In questo caso, sotto la responsabilità di Gatx. Di più: «Le regole
italiane sono più restrittive di quelle europee - aggiunge Del Grosso
-, l'Europa impone il controllo ogni sei anni, Trenitalia invece ferma i
convogli anche prima, in base al chilometraggio effettuato. Purtroppo
l'Europa è indietro rispetto all'Italia». Ma con le liberalizzazioni
l'Europa ha invaso l'Italia
[02-07-2009]
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NEL LIBRO "L'UNTO DEL SIGNORE" SBUCA LA STRANA ALLEANZA DI
BERLUSCONI, CARNELUTTI E MILLS NATA NEL SEGNO DI SINDONA E DELLA FINANZA
CATTOLICA - TUTTI I SEGRETI DI UN SODALIZIO SORTO ANCOR PRIMA DELLA MORTE
DI CALVI...
La strana alleanza
tra Silvio, Carnelutti e Mills: nel segno di SindonA - (estratto da «L'Unto
del Signore» di F. Pinotti e Udo Gumpel, Rizzoli-Bur)
Nell'occuparsi di David Mills, i magistrati italiani
hanno messo l'accento sul fatto che «le compagnie oltremare erano
amministrate dalla CMM Corporate Services Limited/Edsaco Limited con
l'assistenza dell'avvocato Mills: «Crediamo che il
materiale documentario della nostra investigazione debba probabilmente
essere trovato sia alla Sceptre House che in possesso di Mr. Mills,
nella ditta di Withers dove ora è socio».
Ed è proprio alla CMM che si cela la parte più interessante della
storia, quella mai raccontata e che cela soprendenti legami con la
figura di Michele Sindona e con la finanza cattolica di
matrice andreottiana.
Per capirlo abbiamo investigato sul CMM Corporate Services Limited,
lo studio sito al 169/173 di Regent Street (Londra), un snodo cruciale
dell'intera vicenda dei fondi neri del Gruppo Fininvest e della
creazione della sua galassia off-shore.
Nella bagarre scatenata dagli scandali generati prima dalla scoperta
del vasto impero segreto di Silvio Berlusconi e poi
dall'imputazione di David Mills, accusato di essere
stato corrotto proprio dal Cavaliere, c'è un aspetto che i mass media
hanno trascurato, e che è racchiuso in quella sigla: CMM.
Le tre lettere infatti stavano per Carnelutti Mackenzie Mills:
Mackenzie è il secondo nome di David Mills e Carnelutti
è il nome di un famoso studio legale di cui David Mills è
socio a Londra dal 1981, cioè dall'inizio della collaborazione fra
Fininvest e l'avvocato inglese.
Il giornalista investigativo inglese John Burnes1 segnala
che David McKenzie Mills, «un avvocato d'affari con
connessioni nel mondo dell'intelligence», iniziò a rappresentare in
Gran Bretagna lo studio Carnelutti nel 1981 e che il suo primo incarico
«nel periodo contiguo alla morte di Roberto Calvi sotto
il ponte dei Frati Neri», fu proprio l'assistenza, nel Regno Unito, al
gruppo Berlusconi.
«Approfittando dei vantaggi offerti dai numerosi possedimenti
britannici all'estero, caratterizzati da legislazione off-shore e della
deregulation dei servizi finanziari varata nel 1984, Mills creò
le offshore shell-companies attraverso le quali Berlusconi avrebbe
gestito la Fininvest», scrive Burnes. Il 23 giugno
1996 anche il quotidiano inglese The Independent collegherà la CMM
Corporate Service alla galassia off-shore del Cavaliere, imputando allo
studio legale la costituzione di cinque società nelle British Virgin
Islands2.
Ma chi sono "i Carnelutti" che nel lontano '81 si allearono
con Mills per servire al meglio gli interessi dell'Unto del Signore?
Fondato a Venezia alla fine del 1800 dal professor Francesco
Carnelutti, uno dei maggiori avvocati e giuristi italiani,
scomparso nel 1965, lo studio Carnelutti è oggi guidato dal figlio Tito
e dal figlio di Tito (nipote di Carnelutti senior) Alessandro,
attraverso gli storici uffici di Roma e Milano, oltre a quelli di Napoli
e Parigi.
Professore di diritto commerciale internazionale nella capitale
francese, Alessandro Carnelutti è divenuto nel 1999
partner dell'impresa di famiglia, nella sede di Roma. Lo Studio Legale
Associato vanta una ampia esperienza in diritto civile, commerciale e
amministrativo e una forte specializzazione per quanto riguarda fusioni
e acquisizioni, joinT venture, contenzioso e arbitrati, EU e antitrust,
bancarotta, assicurazioni, proprietà intellettuale e questioni fiscali.
Ma è Tito Carnelutti, il fondatore dello studio CMM con Mills,
il membro delle famiglia che riserva le maggiori sorprese. Vicinissimo a
Giulio Andreotti, il suo nome appare già in un libro
di Camilla Cederna del 1978 su Giovanni Leone3 in
cui si parlava dello scandalo generato nella metà del novembre 1977 dal
caso Finabank, la banca ginevrina di Michele Sindona.
I giudici milanesi Urbisci e Viola vennero allora a conoscenza di un
traffico di valuta fra Italia e Svizzera, transazioni avviate già tre
anni prima dal Banco di Roma che aveva acquisito la gestione della
finanziaria del bancarottiere. Erano 500 i nomi degli italiani che
detenevano danaro nelle casse della Finabank, eleggendo Sindona a loro
investitore di fiducia.
A Mario Barone, amministratore delegato del
Banco di Roma, era stata allora (parliamo del luglio '94) consegnata la
"lista dei 500", ma quando anni dopo verrà interrogato dai
magistrati dirà loro di non ricordare più alcun nominativo. Gli basterà
però un mese di carcere per rinfrescarsi la memoria ed iniziare a
snocciolare qualche nome; dalla sua collaborazione si inizierà a
intravvedere un filo rosso che convoglia nella Finabank grossi nomi di
un tipo di finanza che si rifà ai soliti noti ambienti di stampo
cattolico-vaticano, ma anche massone-mafioso.
Fra le persone ricordate da Barone infatti compaiono Filippo
Micheli (segretario politico democristiano), Flavio Orlandi (massone e segretario amministrativo del
Psdi, Licio
Gelli (capo della P2), Carmelo Spagnuolo (massone
iscritto alla P2, già procuratore generale presso la Corte di
Cassazione e Presidente del Tribunale di Roma, fermo sostenitore di
Sindona), Anna Bonomi Bolchini (mitica signora della
finanza italiana degli anni '70-'80)4.
Le rivelazioni di Barone furono seguite, dopo poco
tempo, da quelle altrettanto scottanti di un altro personaggio chiave, Carlo
Bordoni, ex braccio destro del finanziere Sindona, che, mentre
era detenuto, decise di parlare della Finabank e regalò ai magistrati
un'altra fila di nomi di "tutto rispetto", fra i quali compare
anche quello di Tito Carnelutti.
Sempre nel libro della Cederna si legge il resoconto di parte del
memoriale di Bordoni, attraverso il quale il quadro
delle transazioni finanziarie in questione si fa più nitido: Mario
Olivero - emerge dalle dichiarazioni del socio del
bancarottiere - curava fra le altre, in qualità di amministratore
delegato, le operazioni dello Ior, della Dc, di Mauro Leone,
dell'altro socio di Sindona Michele Bagnarelli e del
famoso avvocato Tito Carnelutti.
Dei collegamenti fra Carnelutti e l'Istituto per le
Opere di Religione parla anche N. Tosches in Power on Earth (1986)5.
Nella medesima opera, così come in St. Peter's Banker di L. DiFonzo6,
sono inoltre evidenziati i legami fra Carnelutti e il principe Massimo
Spada, che dagli anni Cinquanta e Sassanta si impone come
banchiere dello Ior. Ai vertici della Banca Vaticana e di quaranta
grandi società, istituti finanziari e assicurazioni, Spada stringerà
stretti rapporti con Michele Sindona che dichiarerà di aver conosciuto
già nel lontano nel 19587.
Ma la ragnatela è estesa. Nel suo libro8, Tosches fa anche
riferimento ai legami fra Tito Carnelutti e John
Mc Caffery. Quest'ultimo, in contatto con
Sindona sin dagli anni Sessanta e definito da Sindona stesso «molto
vicino all'Opus Dei», è il rappresentante della Hambros Bank in Italia
ma è anche un uomo dei servizi segreti inglesi.
Qualche mese prima di morire, Sindona fece un accenno diretto ai suoi
rapporti con L'Opus Dei e raccontò «di essere entrato in contatto con
membri spagnoli dell'Opus Dei tramite John Mc Caffery,
l'ex capo del servizio informazioni britannico per l'Italia, che dopo la
seconda guerra mondiale è diventato rappresentante della Hambros Bank9
di Londra nel nostro Paese»10.
David Mills rimarrà "senior partner" della
Carnelutti Mackenzie Mills sino al 1995, anno in cui
essa verrà rilevata dalla Edsaco Ltd, del gruppo Ubs11. I conti
tornano, parlando delle relazioni fra Silvio Berlusconi e
un certo tipo di finanza cattolica. Letta in un'ottica un po' diversa,
anche la vicenda processuale di David Mills che ha
interessato il Cavaliere, riporta ai suoi legami con Santa Madre Chiesa
e con le più scottanti vicende economiche che hanno riguardato il
Vaticano.
Tito Carnelutti e Marino
Bastianini: nel segno di Sindona
Tito Carnelutti fu persino presidente di una delle più
importanti società di Sindona, la Chesebrough Pounds Italia, e, secondo
un rapporto della polizia di Milano, l'ufficio di Sindona era situato
allo stesso indirizzo degli uffici di Carnelutti a Roma in via Parigi
11. Significativamente, il complesso sistema di società offshore di
Sindona era differenziato in modo analogo al labirinto off-shore che David
Mills doveva istituire per Silvio Berlusconi.
Nel 1997 il giornalista Fabio Tamburini scriveva che
Mills, parlando bene l'italiano, fungeva proprio da punto di riferimento
a Londra per Tito Carnelutti, che anche lui definisce
essere stato «per lungo tempo crocevia tra il mondo dell' imprenditoria
e il potere romano. Conosceva bene ogni risvolto dell'attività del
finanziere Michele Sindona, ha seguito uomini chiave
del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, è stato
consulente delle famiglie romane più blasonate come i Lefebvre d'
Ovidio»12.
Rileggendo attentamente "L'orgia del potere13", il libro
inchiesta di Mario Guarino, si nota come, nella cerchia
professional-relazionale di Carnelutti, c'è un altro nome a cui è
necessario prestare particolare attenzione: a confermare al magistrato Francesco
Greco che, nonostante Berlusconi lo negasse contro ogni
evidenza, la All Iberian faceva capo proprio al Cavaliere, fu un altro
importante legale, l'avvocato Marino Bastianini,
partner dei Carnelutti. E proprio la Chesebrough Pounds Italia (Milano)
raccoglierà attorno a sé rispettivamente Sindona in qualità di
amministratore delegato, Carnelutti come presidente e
Bastianini come sindaco.
«Bastianini - ricorda Guarino ricostruendo un
importante rete di legami- siede a fianco di Tito Carnelutti nei
cda di altre società: Brioschi Istituto biochimico e nell'industria
elettronica Retam; di questa è presidente l'avvocato Sergio
Carnelutti. A sua volta Tito Carnelutti è nel
collegio sindacale della società ippica Razza Dormello Olgiata
assieme a Guido Severgnini; e quest'ultimo nella
Chesebrough Pounds Italia - presieduta da Tito Carnelutti e amministrata
da Sindona - ha il ruolo di Sindaco. Severgnini è
all'epoca presidente di Punta Volpe Agricola Industriale, la società di
Olbia che anni dopo finirà nel Gruppo Fininvest. Bastianini oggi
siede nel cda del Corriere della Sera»14.
Curiose coincidenze, che fanno riflettere su come la vicenda Mills,
tramite le connessioni dell'avvocato inglese con l'ex socio in affari Tito
Carnelutti, sia da inquadrare in un universo di relazioni molto
più ampio e potente di quello che è stato comunemente tratteggiato dai
principali mezzi di informazione.
[23-06-2009]
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Teheran in rivolta, spari sui contestatori - Obama abbraccia
Berlusconi: patto su Guantanmo - Orrore in yemen, uccisi gli ostaggi:
donne mutilate e mistero sui bimbi - Ritorna Veltroni e tira un Lingotto
in testa a D’Alema...
Da Il Velino.it
CORRIERE DELLA SERA - In apertura: "Una folla immensa sfida
Ahmadinejad". Editoriale di Sergio Rizzo: "Viaggiatori di
Serie B". Al centro: "Obama-Berlusconi, intesa al
vertice". In taglio centrale: "Rapiti in Yemen: tre donne
uccise mistero sugli altri". In basso: "Depredati i vecchi
aerei dell'Alitalia". Due richiami a fondo pagina: "Muoiono
due operai nella vasca del depuratore" e "Via dall'aula i prof
pronti ad aiutare gli studenti".
LA REPUBBLICA - In apertura: "Teheran in piazza, sfida al
regime". In taglio alto: "Berlusconi e Obama: sempre amici,
accodo su Guantanamo". In basso: "Parlamento, la classifica
dei fannulloni". Di spalla: "Gonne d'oro, la fortuna
dell'industria è femmina".
LA STAMPA - In apertura: "Usa-Italia, patto su Guantanmo".
Editoriale di Mario Deaglio: "La gelata sui sogni di ripresa".
In taglio alto: "Cisterne killer, muoiono altri due operai".
Al centro: "Teheran in rivolta, spari sui contestatori".
Richiamo in taglio centrale: "Massacrati glis tranieri
sequestrati".
IL GIORNALE - In apertura: "Obama abbraccia Berlusconi: ‘È
bello vederti, amico mio'". Sotto: "Allarme golpe, spuntano
anche le Br". A sinistra: "Quei prepotenti che imbavagliano
chi parla di scuola" e "Proibito pensare", editoriale di
Mario Giordano. Al centro: "Due milioni in piazza contra
Ahmadinejad. I brogli del regime scatenano la rivolta".
LIBERO - In apertura, a tutta pagina:
"Obama a Silvio: Aiutami", articolo firmato da Gianluigi
Paragone. In due box: "Ritorna Veltroni e tira un Lingotto in testa
a D'Alema" e "No al referendum per evitare altre
porcate". In taglio centrale: "Il Pd scosso porta in piazza i
terremotati".
IL SOLE 24 ORE - In apertura: "Obama: Silvio, amico
mio". Editoriale di Moises Naim: "Il vento di libertà soffia
con forza sul pianeta Islam". Di spalla, il punto di Stefano Folli:
"Perché non è alle viste il 25 luglio del cavaliere". In
taglio centrale: "Bce: nuovi rischi per le banche". In un box:
"La Farnesina. Con Teheran ora soltanto ‘mediazioni' coordinate
con gli alleati".
IL MESSAGGERO - In apertura: "Usa-Italia, rafforzati i
legami". Sotto, in due box: "L'impegno comune, battere la
crisi" e "L'impresa difficile del Cavaliere". A sinistra,
editoriale di Paolo Savona: "Se il nodo del lavoro stringe la
ripresa". Al centro: "L'Iran che vuole cambiare sfida i
divieti: spari contro il corte, un morto". A destra: "Orrore
in yemen, uccisi gli ostaggi: donne mutilate e mistero sui bimbi".
IL TEMPO - In apertura: "La Casa Bianca è sempre più
vicina. C'è grande intesa tra Obama e Berlusconi". L'editoriale è
affidato a Emanuele Emmanuele: "Terzo settore, la risposta alla
crisi". In taglio centrale: "Terremoto, ecco i fondi e le
proteste".
L'UNITÀ - In apertura foto-notizia a tutta pagina:
"Principato delle macerie". Sotto: "Iran, ora Mousavi
sfida i divieti. Sangue in piazza" e "Il segretario del Pd si
sceglierà il 25 ottobre".
Scontri
Iran
IL FOGLIO - In apertura: "Passaparola vs pasdaran. La
meccanica rivoluzionaria in Iran". A destra: "Massimi sistemi.
Ecco cosa intende D'Alema con la sua scossa che pare tanto una
strambata". Di spalla: "La prima grande opera del Cav. è
stata il Ponte sull'Oceano Atlantico".
[16-06-2009]
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ITALIANI FERITI IN AFGHANISTAN - UNO E' GRAVE,
COLPITO SOTTO L’ASCELLA – ERANO DI PATTUGLIA INSIEME ALL’ESERCITO
AFGANO…
(Adnkronos) - Tre militari italiani sono rimasti
feriti, uno in modo grave, in uno scontro a fuoco a Farah, in
Afghanistan. Un soldato italiano, sottolineano all'ADNKRONOS fonti
militari, e' stato ferito ad un piede, uno a una mano e uno sotto
l'ascella.
Il piu' grave dei militari feriti e' quello colpito
all'ascella. I militari italiani coinvolti nel conflitto a fuoco stavano
effettuando un servizio di pattugliamento per il controllo del
territorio nell'area di Farah. L'attivita', nell'ambito della missione
multinazionale Isaf si stava svolgendo insieme ai militari dell'Esercito
afghano.
Ieri, in un'altra zona (l'area di Bala Murgab in
provincia di Badghis) i militari afghani, con il supporto dei
paracadutisti della Folgore, erano stati impegnati in uno scontro a
fuoco intenso e prolungato di circa tre ore che ha richiesto anche
l'intervento di quattro elicotteri Mangusta italiani.
[11-06-2009]
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LOST & (NON PROPRIO) FOUND - I 17 CORPI RITROVATI NELL’OCEANO
SAREBBERO 16 – SOCCORRITORI BRASILIANI E FRANCESI NON SI PARLANO –
SEGNALI DA SCATOLE NERE SOLO PER 30 GIORNI – IL TIMONE BLOCCATO è LA
PROBABILE CAUSA DELL’INCIDENTE – I GUAI DI AIRBUS…
Paolo Manzo per "La
Stampa"
ROTTA
E RESTI DELL'AIRBUS AIR FRANCE PRECIPITATO
Dopo il ritrovamento dei primi corpi comincia adesso il valzer dei
numeri. Sembra davvero non esserci pace per le vittime del disastro
aereo che ha colpito il volo AF 447, scomparso il 31 maggio mentre da
Rio de Janeiro raggiungeva Parigi. Da sabato i dati forniti dalla marina
brasiliana impegnata a 1.200 chilometri dalla costa per il recupero dei
corpi, avevano aperto una breccia nel cuore dei familiari delle vittime:
prima due poi 17.
Poco rispetto a 228 tra passeggeri e membri dell'equipaggio ma
abbastanza per sperare di essere più vicini alla verità. I 17 morti,
però, sarebbero 16. Dichiarazione che ha creato sconforto tra i
familiari e ha messo in luce le evidenti difficoltà di comunicazione
tra i soccorritori brasiliani e i francesi impegnati anche loro in mare.
La sensazione insomma che i due gruppi si parlino pochissimo è poi
confermata da Henry Munhoz, portavoce dell'Areonautica
brasiliana. «A partire da adesso - ha dichiarato - renderemo noti solo
i corpi recuperati da noi».
Le ricerche dell'Airbus Air France
Una polemica sulle cifre che ben mette alla prova lo stress e la
tensione dei parenti, ogni giorno di fronte a informazioni diverse e
contrastanti. Il recupero dei corpi resta una priorità assoluta come
sottolineato anche dal presidente del Brasile, Luiz Lula da
Silva. In un programma radiofonico: «L'obiettivo del Brasile
è trovare tutti i corpi».
Le salme intanto, dovrebbero tutte essere arrivate oggi nell'isola di
Fernando di Noronha per essere trasferite nell'istituto
di medicina legale di Recife. L'obiettivo delle ricerche oltre ai corpi
sono le scatole nere che emettono segnali solo per 30 giorni dal
disastro. In questa corsa contro il tempo sulle loro tracce arriveranno
due mini sottomarini francesi e una sofisticata strumentazione Usa.
Intanto la marina brasiliana ha recuperato il timone di coda
dell'A330 con ben visibile il logo dell'Air France. Questo pezzo del
velivolo sembra far allontanare l'ipotesi che l'aereo possa essere
esploso in volo. Non compaiono tracce di bruciature o di dilaniamento ma
è risultato bloccato in uno dei numerosi messaggi automatici lanciati
dall'aereo prima di scomparire. Si rafforzerebbe così l'ipotesi della
distruzione progressiva del velivolo a causa di problemi strutturali o
di guasti.
PIANTA
VIAGGIO AIRBUS
Il disastro dell'A330 sta creando un terremoto nel prestigioso
consorzio europeo dell'Airbus. Il sindacato dei piloti di Air France ha
comunicato che i piloti della compagnia di bandiera non intendono più
volare sugli aerei in cui non siano stati cambiati i sensori che
misurano la velocità, considerati dagli investigatori francesi una
delle possibili cause del disastro.
E ripercussioni si avvertono anche sul mercato internazionale.
Secondo il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung,
l'International Lease Finance Corp, il più grande locatore di aerei al
mondo, potrebbe cancellare gli ordini di 10 A380 superjumbo mentre molte
compagnie aeree si dicono in attesa di nuove istruzioni dal prestigioso
consorzio europeo con sede a Tolosa prima di mettere mano a qualsiasi
modifica. Il direttore commerciale di Airbus, John Leahy,
continua a difendere l'A330: «È la spina dorsale dell'industria aerea».
[09-06-2009]
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RIFONDAZIONE NON PAGA LA COOPERATIVA - LA SGRENA CHIEDE SOLDI AI
COMPAGNI PER LA CAMPAGNA ELETTORALE – LA SAVINO SI SDEBITA CON LA MATERA
– LA MISS CHE VORREBBE RIMPIAZZARE IL MINI-STRO BRUNETTA – I CONSIGLI
DELL’ESPERTA ALLA RONZULLI (PDL)… -
Pierre de Nolac per
"Italia Oggi"
Giuliana
Sgrena
1 - Giuliana Sgrena,
una rossa al verde...
Sì è accorta sulla sua pelle quanto è costosa la politica: Giuliana
Sgrena, giornalista prestata alla campagna elettorale per le
europee con la lista "Sinistra e libertà", con pochissime
possibilità di diventare europarlamentare, è al verde. Nonostante sia
rossa. E sul suo sito internet www.giulianasgrena.it
ha scritto un accorato appello ai compagni e militanti:
"Allerta. Non ho più soldi per la campagna, sono a rischio le mie
ultime iniziative: sottoscrivete", frase seguita da ben tre punti
esclamativi, per far capire chiaramente lo stato deficitario delle sue
finanze.
Lei aveva in mente un periodo elettorale spumeggiante, ma ha visto
quante difficoltà può incontrare un candidato: lo sanno bene quelli
del Partito democratico, che hanno tappezzato la città di Roma con
migliaia di manifesti coloratissimi, tanto da mobilitare come non mai il
vecchio apparato del Pci di una volta. Addirittura un candidato ha amici
fidati che dopo l'affissione dei poster vigilano per un paio d'ore,
"scoraggiando" i concorrenti. E per la Sgrena il destino è
sempre rosso, come quello del suo bilancio...
2 - La Savino si
sdebita con la Matera...
«Elvira Savino ha un debito da saldare con Barbara
Matera», racconta un parlamentare del Pdl. «Sì, perché la
prima è diventata deputata al posto della velina, e ora i conti devono
tornare in pareggio». Così ora le due giovani pugliesi sono impegnate
nella campagna elettorale, con la Savino che chiede ai
suoi sostenitori di votare per la Matera. Opera imitata
anche da Gabriella Carlucci. Per non parlare del
ministro Raffaele Fitto, il quale ha preso a cuore le
sorti politiche della Matera sponsorizzando la sua elezione in tutta la
Puglia.
I riflettori però sono puntati sulla deputata
«topolona», e appena terminate le elezioni verranno messe ai raggi
X le sezioni della sua zona. In particolare, quelle di Conversano, città
nella quale la Savino è cresciuta (eccome). La prova
dell'impegno della giovane parlamentare del Pdl nei confronti della Matera
dovrà essere fornita dalla visione delle schede elettorali e
dalle preferenze indicate: ovviamente, con la presenza del cognome della
velina nel terzetto dei candidati da mandare all'europarlamento.
3
- La miss che in Europa vuole rimpiazzare Brunetta...
Lei si chiama Fiorella Rigon, ha 34 anni, alta (174
centimetri), dodici anni fa è stata miss Jesolo, è
bionda, ha gli occhi azzurri, è laureata in economia e commercio, parla
inglese e francese. È candidata con il Pdl alle elezioni europee, ma da
tempo è assessore al bilancio a Campagna Lupia, in provincia di
Venezia, è stata consigliere circoscrizionale a Venezia, quindi
presidente del Circolo del Buongoverno di Mestre, componente della
commissione politiche giovanili dell'Anci, l'Associazione nazionale dei
comuni italiani. È entrata nelle lista grazie alla cosiddetta «notte
di Varsavia», quando sono saltate le veline.
Lei punta a prendere il posto di Brunetta come
riferimento di Venezia a Bruxelles. Ha il vantaggio che i riflettori
erano puntati su altre «prede», e comunque può vantare un passato
nella politica attiva e militante. Certo, con internet ha ancora qualche
passo da compiere, visto che il suo sito risulta ancora «under
construction», ma pare che lo attiverà dopo aver conquistato il posto
da europarlamentare.
4 - Toh, Rifondazione
non paga la cooperativa...
Ci mancava solo l'accusa di non pagare i lavoratori. Proprio a
Rifondazione comunista, il partito che vorrebbe l'eden per tutti, a
cominciare dalla settimana di trentacinque ore (l'idea fissa di Fausto
Bertinotti), continuando con il salario minimo, adesso è nell'occhio
del ciclone. Un sito internet, www.rifondazionenonpaga.net, mette alla
berlina il gruppo politico di Paolo Ferrero evidenziando le
contraddizione tra quello che dicono pubblicamente e la pratica
quotidiana di vita. Il movimento antirifondarolo è nato all'interno di
una cooperativa, Zona Rossa, che vanta dei crediti con il partito,
relativi alla campagna elettorale del 2008.
Hanno scelto una strada spettacolare per rendere noto che devono
ancora riscuotere delle somme, esponendo dei manichini su alcuni pali.
Quindi, descrizioni di «trattative» con la federazione romana, che
avrebbe detto ai lavoratori della coop «vi diamo solo il trenta per
cento del dovuto, a rate, e voi fate una smentita ufficiale».
5 - I consigli
dell'esperta per la giovane candidata...
È stata affiancata da una esperta, la candidata Lucia Ronzulli.
Sì, perché serviva una donna giovane ma di esperienza, capace di
consigliare sul campo quali sono le azioni più efficaci per mobilitare
gli elettori. E per questo nobile motivo la deputata Maria
Rosaria Rossi è partita direttamente da Roma, nonostante lei
stessa sia in corsa per le elezioni europee: non ha saputo dire di no
all'appello accorato che le è stato fatto dal vertice del Pdl. Qualcuno
accenna a un campanello d'allarme in tema di preferenze: stavolta sulle
schede occorre anche scrivere i cognomi di chi si presenta in lista, e
la gara per ottenere consensi è all'ultimo sangue.
E l'intervento d'autorità che ha spinto la Rossi a immergersi nella
campagna elettorale della collega candidata è stato definito
irrinunciabile: la Ronzulli, classe 1975, caposala e assistente di sala
operatoria all'istituto ortopedico Galeazzi di Milano, sembra non sia
stata aiutata da chi conosce bene il territorio. E poi la Rossi al
Nord, tra allevatori e coltivatori, può essere utile, visto che si è
occupata delle quote latte.
[05-06-2009]
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IL DOPPIO GIOCO DELLE BANCHE D’AFFARI CON I COMUNI ITALIANI:
VENDEVANO MLD DI DERIVATI (AVARIATI) E FACEVANO DA CONSULENTI DEGLI
AMMINISTRATORI – MISTERO “SINKING FUND” – INTERVIENE TREMONTI -
CHIAIA (FINNAT): “BOMBE A OROLOGERIA”…
1 - IL DOPPIO GIOCO DELLE BANCHE D'AFFARI...
Francesco Bonazzi per "L'espresso"
Vendite per 35 miliardi di euro. Oltre un miliardo di commissioni
incassate e bonus milionari per ognuno di quel centinaio di 'uomini
d'oro' che ha imbottito di derivati le amministrazioni locali italiane.
Un sogno così non ritorna mai più, per le grandi banche d'affari
internazionali che tra il 2000 e il 2007 hanno liberamente scorrazzato
nel Tossic Park della nostra finanza pubblica.
Una prateria dove le varie Merrill Lynch, Nomura, Deutsche Bank, Ubs
e Dexia-Crediop (ma anche Unicredit e Bnl) hanno soddisfatto la domanda
di liquidità di Regioni e Comuni perennemente a caccia di soldi e che
ora si trovano seduti su autentiche bombe a orologeria, con debiti
mostruosi che esploderanno tra vent'anni. Un capolavoro a prova di
elettore e di giudice, innanzitutto.
Un mercato liberalizzato da Giulio Tremonti nel 2001
e ora recintato dallo stesso ministro, con il congelamento delle vendite
di nuovi derivati. Su questo pericoloso pasticcio si è mossa qualche
Procura della Repubblica, Milano in testa, ma al di là dei risvolti
penali, c'è un dato d'insieme che finora non è venuto alla ribalta: il
gigantesco conflitto d'interessi delle banche venditrici, che pubblici
amministratori poco accorti hanno nominato come consulenti. E quelle,
naturalmente, hanno finito per consigliare se stesse.
Una prima ricognizione delle consulenze tentata da 'L'espresso', con
l'aiuto di alcuni ex venditori, ci consegna una fotografia imbarazzante.
A Torino e in Piemonte ci si è avvalsi dei consigli di Merrill Lynch e
Sanpaolo-Dexia. In Veneto, Toscana, Lazio e Puglia è toccato a Merrill
Lynch. In Regione Campania, Ubs e Merrill Lynch; mentre a Napoli i
consigli per gli acquisti sono arrivati da Barclays, Ubs e Deutsche Bank.
In Abruzzo la consulenza l'hanno assicurata prima Merrill e poi Citibank,
Deutsche e Dexia.
In Sicilia, ancora Nomura e Merrill Lynch. Nei quasi 700 comuni che
si sono buttati nella finanza speculativa, nonostante i derivati fossero
prodotti nati per assicurarli dai rischi sui tassi, la parte del leone
l'hanno fatta Unicredit, Intesa-Sanpaolo e Bnl. E il motivo è semplice:
spesso erano già gestori della tesoreria comunale e quindi sapevano
benissimo dove mettere le mani.
STAN
O'NEAL (EX MERRILL LYNCH)
Il sistema degli incarichi da 'advisor' funzionava così. Nella
stragrande maggioranza dei casi, l'ente pubblico non faceva alcuna gara
perché la consulenza veniva assegnata gratis o, al massimo, costava
meno di 100 mila euro (e quindi era 'sotto soglia'). In alcuni enti, le
banche si facevano dare la consulenza, formalmente, per intrattenere i
rapporti con le grandi agenzie di rating internazionali. Ma qui nessuno
lavorava per beneficienza: di solito, i 'consulenti' si ritagliavano poi
il ruolo di 'lead manager' della prima emissione di bond, quindi
chiamavano al banchetto dei derivati e delle rinegoziazioni continue le
altre Grandi Sorelle.
Molto importante era la qualità degli uomini sguinzagliati in giro
per gli assessorati. Superlaureati che partivano da Londra, guadagnavano
tra i 2 e i 6 milioni l'anno (il 70 per cento erano bonus), ma erano
tutti italiani e spesso con cognomi pesanti. Come Gaetano
Bassolino, co-responsabile 'local governement' di Ubs per
l'Italia e figlio del governatore Antonio; o Emanuele
Vizzini di Deutsche Bank, figlio di Carlo, parlamentare del Pdl.
Col senno di poi, oggi colpisce che a Milano o a Torino non si siano
fatti consigliare dai tecnici delle fondazioni bancarie. I vari Guzzetti,
Comba o Biasi probabilmente avrebbero
salvato volentieri sindaci e assessori, magari anche gratis.
Oggi, quantificare il rischio-derivati per le pubbliche
amministrazioni non è semplice, anche perché i contratti vengono
continuamente rinegoziati e in molti casi le perdite emergeranno solo
nel 2030 o giù di lì. Ad agosto 2008, la Banca d'Italia stimava
perdite potenziali per poco più di un miliardo. Ad aprile di
quest'anno, la Corte dei Conti ha provato a tranquillizzare il
Parlamento sostenendo che i Comuni avrebbero in pancia perdite per soli
63 milioni. Ma solo a Milano, secondo il calcolo in base al quale la
Procura ha appena sequestrato circa 500 milioni a quattro banche
straniere, ci sarebbero 300 milioni di 'rosso'. E secondo fonti
comunali, a Firenze sono già 'sotto' di 55 milioni e a Torino di 108.
Perché tanto caos sulle cifre? Chiedere
alle banche venditrici non serve a nulla, perché negli ultimi 18 mesi
hanno letteralmente smantellato i pool di vendita 'in autotutela', come
spiega con una battuta l'ex golden boy di una banca inglese. A loro
volta, gli stessi assessori, presidenti e sindaci non sanno bene che
cosa gira nella rete fognaria dei derivati. Molti hanno firmato
contratti 'bullett' che prevedono il rimborso totale solo alla scadenza
e nel frattempo per saldare il conto mettono da parte un po' di soldi in
un cosiddetto 'sinking fund' gestito dalle stesse banche.
Che cosa ci sia nei sinking fund è l'ultimo grande mistero.
Dovrebbero esserci titoli di Stato, o comunque di rating non inferiore a
quelli per i quali si è indebitato l'ente pubblico. E invece capita che
a Milano ci siano emissioni pubbliche campane e siciliane delle quali i
contribuenti padani non andranno certo fieri.
In Puglia, sempre nei sinking fund, ci sono ricchi pacchetti di bond
General Motors e in Piemonte scommettono sui 'Credit default swap' della
Repubblica italiana, che non sarà un gran rischio, ma certo non è
neppure molto elegante. Insomma, c'è più di un sospetto che la stessa
banca che a un certo parallelo emetteva Boc di difficile vendita abbia
poi vestito i panni del compratore in qualche altra città. Un
capolavoro di vasi comunicanti.
Una fotografia puntuale, in modo da consigliare a Giulio
Tremonti i giusti interventi, avrebbe potuto scattarla già da
tempo la Cassa depositi e prestiti. In fondo, gran parte di quei mutui
estinti dagli enti pubblici per avventurarsi nel Tossic Park dei
derivati erano proprio con la Cassa, e il suo direttore finanziario
viene da Jp Morgan. Sarà un caso, ma la Morgan è stata tra le prime a
mollare il mercato italiano, non prima di aver piazzato un paio di bei
colpi a Torino e in Campania.
E se un gigante come Goldman Sachs ha preferito restarne fuori è
perché temeva 'danni reputazionali'. Oggi, avvalendosi della Cdp, Tremonti
potrebbe esercitare tutta la sua 'moral suasion' sulle banche
d'affari perché rinegozino con una mano sulla coscienza i derivati più
impresentabili. In fondo, il Tesoro è il primo emittente sul mercato
dei capitali italiani, e per una banca estera essere esclusa dalle aste
dei titoli pubblici sarebbe una mazzata non da poco.
2 - In quel mercato ci sono
bombe a orologeria...
Francesco Bonazzi per "L'espresso"
Paolo Chiaia, fondatore e amministratore delegato di
Calipso (Finnat), è uno dei tre saggi scelti dal Comune di Milano per
vederci chiaro sui derivati di Palazzo Marino.
Ma assessori e sindaci italiani sono in grado di capire cosa
hanno comprato?
"Di solito non vanno molto oltre la differenza tra tasso fisso e
tasso variabile. Ma quando si tratta di valutare rischi di cambio e
prodotti indicizzati mi sembra chiaro che la cosiddetta asimmetria
informativa con le banche d'affari sia pesante".
Molti però hanno firmato autocertificazioni in cui si
dichiaravano competenti...
"Se è per questo alcuni venditori giravano anche con delibere
ciclostilate di qualche grande Comune, per far vedere che erano prodotti
già collaudati. Ma nessuno fa mai notare che, anche ammesso che un
assessore comprenda perfettamente i derivati, bisogna avere ben chiari i
fabbisogni di cassa futuri e non sottostimare i rischi di
bilancio".
Che cosa consiglia alle amministrazioni in overdose da
derivati?
"Intanto dovrebbero verificare la corrispondenza tra rischi assunti
e profilo di rischio di partenza. Poi, dovrebbero controllare che le
ristrutturazioni consigliate abbiano effettivamente ridotto
l'esposizione degli enti che guidano. Ma, eccezioni legali a parte,
dovrebbero farsi fare una valutazione indipendente sull'esatta
pericolosità delle 'bombe' a orologeria sulle quali spesso sono
seduti".
Vieterebbe del tutto il mercato dei derivati per le Pubbliche
amministrazioni, come in Gran Bretagna?
"Non sarei così drastico, perché il Piemonte o Milano sono
holding con partecipazioni importanti e quindi ha un senso che facciano
derivati, se davvero è un modo di cautelarsi. Certo, che il Comune di
Pontremoli frequenti lo stesso mercato, ecco questo magari andrebbe
evitato".
[22-05-2009]
FURBETTI A MOLLO – LA PROCURA SEQUESTRA GLI IMPIANTI DEL SALARIA
SPORT VILLAGE, SEDE DEI PROSSIMI MONDIALI DI NUOTO: “CONTRASTANO COL
PIANO URBANISTICO DELLA CAPITALE” – PRESTO INTERROGATO BERTOLASO –
SI RISCHIA L'ENNESIMA FIGURACCIA INTERNAZIONALE…
(Adnkronos) - Per ordine della Procura di Roma, i
vigili della Polizia Giudiziaria del Comune hanno posto sotto sequestro
alcuni impianti del centro "Salaria Sport Village" destinati a
ospitare i prossimi mondiali di nuoto.
Il sequestro, disposto dal Gip Donatella
Pavone, su richiesta del Pubblico Ministero Sergio Colaiocco riguarda
una parte delle strutture ed e' stato disposto per presunti abusi che
contrastano con il piano urbanistico della capitale. Fra le strutture
poste sotto sequestro i luoghi destinati a ospitare atleti e
delegazioni, nonche' una piscina destinata a parte delle gare.
Nell'ambito dell'indagine, tempo fa, e' stato iscritto nel registro
degli indagati l'ing. Claudio Rinaldi, commissario
straordinario dei mondiali di nuoto e domani e' previsto un altro
interrogatorio, a Palazzo di Giustizia, quello del sottosegretario alla
Protezione Civile, Guido Bertolaso, che e' stato
componente della commissione che ha nominato appunto il commissario
straordinario per i mondiali di nuoto.
[25-05-2009]
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A CIASCUNO LA SUA CASTA – UNA GOLA PROFONDA STILE WATERGATE HA
PASSATO AL "TELEGRAPH" LO SCOOP CHE HA GETTATO NEL FANGO IL
PARLAMENTO BRITANNICO – SCOTLAND YARD INDAGA SULLA FUGA DI NOTIZIE MA
POI RINUNCIA: È STATO FATTO UN SERVIZIO AL PAESE…
1 - A CIASCUNO LA SUA CASTA
Enrico Franceschini per
"la Repubblica"
MICHAEL
MARTIN - SPEAKER DIMISSIONARIO PARLAMENTO GB
Michael Martin, speaker della camera dei Comuni,
equivalente del nostro presidente della camera, era il simbolo della
democrazia britannica e di quello che viene considerato "la madre
di tutti i parlamenti". Così, quando alle 14,30 di ieri ha
annunciato le dimissioni, le sue parole hanno segnato un momento
storico. La prima volta che uno Speaker si dimette in 400 anni. Un
terremoto istituzionale dagli effetti imprevedibili. «Una rivoluzione»,
commenta la Bbc.
(...)
Credeva che bastasse chiedere scusa al paese, come ha fatto. Non è
bastato. L´unico che poteva salvarlo era un laburista come lui, uno
scozzese come lui: Gordon Brown, il primo ministro. Ma
il premier non ha esitato a farne un capro espiatorio, sentendo che la
piazza ha bisogno di un rogo e preferendo che a finirci dentro sia Martin,
piuttosto che se stesso.
(...)
Ex-operaio metallurgico, lo Speaker non si era personalmente
macchiato di brogli con i rimborsi spese: ma in quanto leader dei
deputati è stato ritenuto responsabile di aver consentito una cultura
politica in cui prosperano corruzione e favoritismi. Lo sdegno popolare
per la scoperta che i deputati se la spassavano a spese dello Stato ha
due motivazioni. Una è che i cittadini britannici non sapevano di avere
una "casta", per usare un termine a cui in Italia siamo
abituati da "Mani pulite": qui la gente è disposta ad
accettare le diseguaglianze di classe, ma non che i propri
rappresentanti si elevino a intoccabili.
MICHAEL
MARTIN - SPEAKER PARLAMENTO GB DIMISSIONARIO
L´altra motivazione è la recessione economica, che accentua la
rabbia: l´idea di pagare per il restauro della piscina di un deputato,
mentre uno fa fatica ad arrivare alla fine del mese, è insopportabile.
2 - COME PER IL WATERGATE UNA "TALPA" HA CONSENTITO
LO SCOOP DEL "TELEGRAPH"
Scotland Yard aveva aperto un´indagine per scoprire in che modo i
rimborsi spese dei deputati fossero finiti sulle pagine del Daily
Telegraph, il giornale che ha fatto scoppiare lo scandalo che ieri ha
portato alle dimissioni dello Speaker della Camera dei Comuni.
L´appropriazione di documenti pubblici
riservati è un reato, si sa che il Telegraph ha pagato - pare 150mila
sterline, circa 170mila euro - per procurarseli, potevano dunque esserci
conseguenze giudiziarie sia per la "talpa" del Parlamento, che
ha sottratto i documenti, sia per il quotidiano che li ha pubblicati. Ma
ieri la polizia ha deciso di mettere fine alle indagini: si è in buona
sostanza ritenuto che pubblicare questo scoop abbia reso un servizio al
paese.
Da ringraziare per tale servizio, più dell´uomo che ha copiato i
documenti, forse un impiegato o un archivista dei Comuni, è un
giornale. Come il Washington Post nello scandalo Watergate che costrinse
il presidente americano Richard Nixon a dimettersi, infatti, anche
dietro le dimissioni di Michael Martin, lo Speaker
della Camera, c´è un quotidiano.
Il Daily Telegraph è il più diffuso tra i quotidiani "di
qualità" britannici, così chiamati per distinguerli dai tabloid
affamati di gossip. E´ di orientamento filo-conservatore e di proprietà
di due elusivi miliardari, i fratelli Barclay: gli stessi che mesi fa
cercarono di portare, a suon di investimenti, la democrazia nell´isola
di Sark, ultimo "feudo" d´Europa.
Usando come intermediario un ex-maggiore delle Sas, i commandos delle
forze armate britanniche, la "talpa" aveva offerto lo scoop
prima al Times, sembra per 300 mila sterline, ma il Times ha rifiutato.
Allora ha dimezzato il prezzo e ci ha riprovato col Telegraph. E il
risultato è stato una valanga di fango che ha sommerso il Parlamento di
Westminster.
Nessuno, bisogna dire, ha protestato per le rivelazioni del giornale.
Non la concorrenza: sia gli altri giornali che tutte le reti televisive
britanniche, pubbliche (la Bbc) o private, sono anzi saltati sul carro
dello scoop del Telegraph, facendo da cassa di risonanza. Né ha
protestato il governo, che rischia di pagare più dell´opposizione per
questo scandalo: ha già pagato, ieri, con le dimissioni dello Speaker,
che è un laburista.
Proprio lui, Michael Martin, all´inizio aveva
chiamato Scotland Yard, perché investigasse sulla fuga di notizie: ma
perfino la polizia ora ha concluso che lo scoop del Telegraph fa bene
alla democrazia, comunque il giornale si sia procurato quei documenti.
[20-05-2009]
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COME SI REPLICA A UN MORTO SU YOUTUBE? – QUESTO è IL PROBLEMA DEL
PRESIDENTE dEL GUATEMALA ACCUSATO DA UN VIDEO POST MORTEM Di UN AVVOCATO
DI ESSERE IL MANDANTE DEL SUO OMICIDIO – IN AMERICA LATINA GLI ANTICORPI
DELLA SOCIETà SONO ARMATI DI VIDEOCAMERE…
Moisés Naím per
"Il Sole 24 Ore"
Come si replica a un morto su You Tube? Forse è questa la domanda
che sta balenando nella mente di Álvaro Colom,
presidente del Guatemala. Come forse molti sapranno, recentemente un
avvocato ha accusato il presidente, il suo segretario e la first lady di
omicidio.
L'avvocato accusatore e il morto sono la stessa persona: «Mi chiamo Rodrigo
Rosenberg Marzano e, purtroppo, se ascoltate o guardate questo
video è perché sono stato assassinato dal presidente Álvaro
Colom...» dichiara con calma allucinante l'illustre avvocato
guatemalteco in un video messaggio che è già stato visto da milioni di
persone in tutto il mondo grazie a internet.
IL
PRESIDENTE DEL GUATEMALA ALVARO COLOM
Rosenberg ha registrato il video quattro giorni
prima di morire, convinto che un attentato contro la sua vita fosse
inevitabile. Nel video spiega anche il movente dei suoi assassini. Rosenberg
era l'avvocato di un imprenditore che, dopo essersi rifiutato
di diventare complice dei traffici illegali di una banca controllata dal
governo, è stato assassinato insieme alla figlia.
Nel video di 18 minuti, l'avvocato denuncia la banca di finanziare
progetti inesistenti della moglie del presidente, di favorire il
riciclaggio di denaro sporco proveniente dal narcotraffico e di
finanziare gli affari illeciti di alcune persone vicine al presidente.
«Io non sono un narcotrafficante, né un assassino, né tanto meno
quello di cui mi accusano» ha risposto il presidente Colom riferendosi
al video, aggiungendo di avere la coscienza pulita e di non voler
rinunciare al suo incarico: «Uscirò dal palazzo solo da morto».
CARTINA
GUATEMALA
Secondo Colom tutto ciò
farebbe parte di un complotto per destabilizzare il suo governo. «Le
accuse rivolte nei miei confronti fanno parte di un piano ben
architettato», ha dichiarato. Anche la first lady Sandra Torres
è dello stesso avviso: «Ci sono molti tentacoli dietro il
caso Rosenberg».
Nel video post mortem Rosenberg dichiara di essere
stato accusato dal presidente e dai suoi collaboratori di far parte di
una cospirazione: «Si sente ripetere continuamente che esiste un
complotto contro il governo, che si tratta di un'ipotesi... Ma non è
affatto un'ipotesi, non assomiglia neppure lontanamente a un'ipotesi, è
una realtà vera e propria». E infatti è così. La realtà che deve
spiegare il presidente Colom è perché Álvaro
Rosenberg sia morto.
Ovviamente il presidente ha promesso indagini approfondite. È
interessante notare che, però, nessuno sia convinto che il governo o il
potere giudiziario guatemalteco possano condurre un'indagine
indipendente e credibile. Forse è per questo che il presidente Colom
ha chiesto l'aiuto dell'Fbi, dell'Osa, dell'Onu e di altri
organismi internazionali per risolvere la questione. Ancora una volta, Rosenberg
aveva previsto qualcosa di simile nel suo video: «...Siamo
intrappolati in un paese che non ci appartiene, un Guatemala che è in
mano ai narcotrafficanti, agli assassini e ai ladri».
Nelle conferenze internazionali, ormai circola voce che il Guatemala
sia diventato un "narcostato" dove reti di narcotrafficanti e
criminali di ogni genere si sono infiltrati ovunque esercitando un forte
controllo su importanti istituzioni pubbliche e private. Ma il problema
va ben oltre i confini del Guatemala, sebbene sia questo il paese con
sintomi più gravi. In tutta l'America Centrale, i politici, la polizia,
i militarie i giornalisti, i banchieri e gli oratori sono strumenti
nelle mani di queste reti di criminali che agiscono indisturbati.
TESTAMENTO
VIDEO DI RODRIGO ROSENBERG
Di fatto, per questa regione composta da economie deboli e da
istituzioni ancora più vacillanti la nuova e importante minaccia è
rappresentata dal Messico, ora più che mai appoggiato dagli Stati
Uniti, e deciso a contrastare i cartelli della droga. Se quindi per i
cartelli della droga con base operativa in Messico le cose dovessero
mettersi male, si sposteranno in Guatemala, Costa Rica, Panama, El
Salvador, Honduras e Nicaragua.
Ma l'America Centrale non è destinata a diventare inesorabilmente un
infermo di corruzione, crimine e morte. Vi sono ancora società in grado
di produrre anticorpi per contrastare queste tendenze. E alcuni di
questi anticorpi, oggi, sono armati di videocamere.
[20-05-2009]
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COME TE LA METTO NEL WEB – SCALIA (CORTE SUPREMA): LA LEGGE NON DEVE
PROTEGGERE LA PRIVACY SUL WEB – E un gruppo di studenti della Fordham
University GLI dimostra che ha torto: UN DOSSIER CON SUO NUMERO DI
TELEFONO, MAIL DELLA MOGLIE, FOTO NIPOTI...
1 -
Dossier-provocazione sul giudice Scalia...
D. Ro. per "Il Sole 24
Ore"
Il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia ha
proclamato che la legge non ha l'obbligo di proteggere la privacy su
internet. E un gruppo di studenti di legge della Fordham University ha
voluto dimostrargli che ha torto: dopo una breve ricerca sul web gli
studenti hanno messo insieme un dossier di 15 pagine che contiene tra
l'altro il suo numero di casa, l'indirizzo di mail della moglie, le foto
dei nipoti e la sua lista della spesa.
L'imperioso giudice, poco abituato a farsi
prendere in castagna, si è inviperito: «Ciò che è legale può anche
essere irresponsabile; e ciò che si può dire è spesso meglio non dire
- ha detto tra i denti - il compito assegnato agli studenti della
Fordham è l'esempio di un'attività perfettamente legale dettata da
abominevole mancanza di buon senso». La reazione del giudice Scalia
era proprio quello che Joel Reidenberg, il
professore responsabile di avere assegnato questo insolito compito a
casa ai suoi studenti, sperava di ottenere.
Non aveva certo la velleità di fargli cambiare idea, ma è riuscito
ad aprire il dibattito sull'argomento. Scalia ha
ragione quando dice che proteggere la privacy su ogni singola
informazione personale è «una stupidaggine », dice Reidenberg,
ma grazie a internet è possibile ormai collezionare una tale quantità
di informazioni personali da poter fare inferenze sullo stato di salute
e sulla situazione finanziaria di ogni individuo. Gli studenti della
Fordham oggi hanno in mano queste informazioni su un giudice della Corte
Suprema; come si sentirebbe, giudice Scalia, se il suo dossier fosse
messo in pasto al pubblico mondiale su Google?
[20-05-2009]
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La ragnatela dei conti segreti e cifrati dello Ior svelata a Giovanni
Paolo II - negli anni '90 transiteranno operazioni illecite mascherate da
opere di carità - i bonifici esteri (da “P.Star” a “Società Teal”)
della famosa maxi tangente Enimont
il copyright dei
documenti è di: Vaticano SpA di Gianluigi Nuzzi
Libro
Vaticano
- Link della rubrica curata dall'autore, dove, previa iscrizione, si
potranno visualizzare tutti i documenti dell'archivio segreto che
verranno pubblicati man mano: http://blog.chiarelettere.it/?r=163367
Tratto da "Vaticano Spa" di Gianluigi Nuzzi
in libreria da venerdì scorso (Chiarelettere, 15 euro)
LETTERA
I segreti dello Ior al Papa
...Caloia (presidente dello Ior, nda) tentenna. Non sa se avvisare
anche il Santo Padre della situazione. Il Pontefice è infatti appena
stato operato per una displasia. Dopo l'intervento e la convalescenza
affaticato è tornato in Vaticano. Ma la situazione non è
procrastinabile. Così il riservatissimo Caloia decide per l'offensiva.
Prende carta e penna e il 5 agosto 1992 scrive al segretario particolare
di Giovanni Paolo II, ombra del Santo Padre, il
fedelissimo Stanislao Dziwisz, dal 2005 arcivescovo di
Cracovia. E allega la relazione tipo secret sui conti delle fondazioni e
di de Bonis, Caloia informa Dziwisz perché
Wojtyla sappia subito come si muove l'erede di
Marcinkus:
"Eccellenza reverendissima, la spero in buona salute. Spero che il
Santo Padre stia pienamente riprendendo le sue condizioni fisiche, per
continuare ad essere consolazione e guida del nostro terrestre
peregrinare. Mi permetto inviargli, per Suo tramite, il mio filiale
augurio di ogni bene.
Non ho potuto e voluto, per ovvie ragioni, contattarla in questi
giorni di trepidazione. Penso tuttavia, di poterle ora far avere
ulteriori informazioni che agevolino e, se possibile, completino - con i
più saggi interventi - il cammino di chiarificazione in atto. Le
unisco, pertanto, il risultato delle ulteriori verifiche, condotte in
assoluta segretezza sulle Fondazioni, comprensive di una postilla
dedicata al delicato capitolo delle Sante Messe. A giorni lascerò Roma
per un periodo di riposo. Riprenderò nell'ultima settimana di agosto e
spero tanto, dopo di allora, di poterla sentire e/o vedere. Affezionati
ossequi, Angelo Caloia".
10.05.1984
Caloia allega alla missiva un'approfondita ed esplosiva relazione sul
sistema di conti di de Bonis. Merita di essere
riportata in forma integrale nelle sue dodici annotazioni anche con
riferimenti in codice a tre soggetti. E infatti, per "Roma"
Caloia intende de Bonis, per "Omissis" Giulio
Andreotti e per "Ancona" un alto prelato non ancora
riconosciuto:
La Commissione è incaricata di individuare i beni costituiti presso
l'Istituto come fondazioni oppure allo stesso affidati per opere di
religione e di carità e di predisporne l'elenco completo con
l'indicazione dei tempi necessari per la raccolta e l'analisi della
documentazione sottostante e la rendicontazione della gestione
effettuata.
CARDINALE
SODANO
Il Consiglio ha reso la Commissione responsabile dell'osservanza
della disposizione della Commissione cardinalizia comportante il divieto
- per tutte le persone in qualsiasi modo collegate funzionalmente allo
Ior- di amministrare i beni in questione. Eventuali operazioni disposte
dalle suddette persone devono perciò essere vistate da due membri della
Commissione. Nel corso delle indagini condotte dalla Commissione sono
emerse rilevazioni sulle quali vale la pena di soffermarsi.
Per tutto questo periodo, le richieste di operazioni da parte di
"Roma" sono state contenute ed hanno riguardato principalmente
i conti a nome della Fondazione Spellman (v conto n.001-3-14774) e
quelli della Santa Casa di Loreto (conto n. 001-3-15899).
Ecco per la prima volta resi pubblici i conti cifrati dello Ior sui
quali negli anni Novanta transiteranno diverse operazioni illecite
mascherate da opere di carità. Un affare da centinaia di miliardi di
lire. La descrizione dei conti qui riportata è la stessa che Caloia
comunica al Papa passando per il uso
portavoce. Tutti documenti costuditi nell'archivio Dardozzi.
CARTELLINO
CONTO CORRENTE
La ragnatela di conti dello Ior Parallelo è
costituita da diverse tipologie di depositi. Per semplicità possiamo
dividerli in tre gruppi. Il primo raccoglie conti correnti intestati a
fondazioni fittizie, riconducibili a politici e imprenditori, clientela
che va tutelata con schemi e filtri per depistare ogni possibile
controllo. Vi è quindi un secondo gruppo di depositi tutti direttamente
riconducibili a monsignor de Bonis e da lui gestiti a
titolo personale sui quali vengono accreditate cospicue somme anche in
contanti. Infine, un ultimo gruppo è costituito da conti intestati a
enti, concgregazioni e santuari religiosi. Su
questi transitano somme rilevanti di denaro. De Bonis ha
potere di firma e agisce senza particolari remore.
Fondazione Cardinale Francis Spellman (conto n.001-3-14774)
Il rapporto si apre a richiesta di "Roma" il 15 luglio 1987
con la sola firma dello stesso. Tuttavia sul cartellino di deposito
delle firme appare anche il nome di "Omissis", la cui firma
per la verità non è mai stata depositata. Su detto cartellino, ad ogni
modo, una accurata obliterazione rende illeggibile il nome suddetto.
Il conto ha impostazione personale: non vi sono norme che regolino il
funzionamento della "fondazione". Vi sono per contro
disposizioni di ultima volontà di "Roma" che istruiscono
perché quanto dovesse residuare alla sua morte venga trasferito a
favore di "S.E. Omissis per opere di carità e di assistenza,
secondo la sua discrezione". Non sono previste disposizioni a
favore dell'Istituto.
DOCUMENTO
BANCARIO
Il conto - anche in rapporto alle sue supposte finalità - presenta
caratteristiche di movimentazione assai elevata: anche se dal 1° aprile
1992 , data di inizio di operatività dei maggiori controlli, i
movimenti in entrata e in uscita sono stati meno numerosi che in
precedenza. Dal gennaio 1991 al 9 maggio 1992 la colonna maggiore mostra
un movimento complessivo di 28.814 milioni di lire con 91 operazioni, ciò
che significa una media di un'operazione ogni quattro giorni, computo
degli interessi compreso. I prelievi sono stati nel medesimo periodo 136
(ovvero uno ogni tre giorni).
L'alimentazione del conto è avvenuta attraverso depositi in contanti
o ricavi di vendite di titoli,. I prelievi sono avvenuti attraverso
ritiri di contanti, qualche bonifico, emissione di nostri assegni
circolari, acquisto di titoli presso di noi. La movimentazione titoli ha
una singolare caratteristica. I nostri acquisti hanno riguardato, nel
periodo, un importo globale di 10.791 milioni di lire; le nostre vendite
11.931 milioni. Non risulta che i titoli siano depositati presso di noi.
Permangono in conclusione forti dubbi sull'effettiva natura di questo
conto che, per frequenza e entità della movimentazione e delle
giacenze, sembrerebbe esulare dalle mere finalità per opere di carità
ed assistenza che pure si riscontrano formalmente in alcune delle
uscite. Il saldo, al 7 luglio 1992, è di circa 12,1 miliardi di lire.
DOCUMENTO
CON SALDI
Louis Augustus Jonas Foundation (Conto n.001-3-16764)
A fine 1991 vengono presentati all'incasso titoli per 6 miliardi
di lire. Nel mese di dicembre dello stesso anno vi è un trasferimento
ad una banca lussemburghese per lire 3,7 miliardi con ordinante "P.Star"
e beneficiario "Società Teal". Questo bonifico porta la firma
di "Roma", anche se egli non è delegato ad operare sul conto.
Si susseguono poi vari prelievi in contanti. Rilevante quello del 18
marzo per 3 miliardi.
Fondo San Serafino (Conto 001-3-17178)
Rapporto iniziato l'8 maggio 1991 a richiesta di Carlo Sama che si
qualifica come Presidente della Fondazione San Serafino. Al marzo 1992
porta un saldo di 1.948 milioni. Le firme autorizzate appartengono a un
ramo della famiglia Feruzzi (Alessandra Feruzzi,
il marito Carlo Sama e Sergio Cusani).
La stessa intestazione del conto richiama direttamente la persona dello
scomparso fondatore del gruppo Ferruzzi (Serafino,
padre di Alessandra).
la
santa sede
Il conto ha vita breve quanto intensa: in due mesi la colonna avere
genera un totale di 46,6 miliardi. Nel maggio e giugno del 1991 vengono
accreditati i ricavi di titoli di Stato italiani per 9.876 milioni e per
34.770 milioni. I titoli vengono presentati da "Roma", che non
è delegato a operare sul conto. Gran parte dei denari vengono
trasferiti con operazioni successive a banche elvetiche: lire 9.850
milioni il 17.5.91, lire 9.870 il 5.7.91, lire 21.150 milioni l'8.7.91.
Gli ordinanti indicati sui moduli sottoscritti da "Roma"
sono "P.Star" e "St.Louis". Beneficiario è "Pius
K.Steiner". Con la medesima firma non autorizzata appare
anche un prelievo in contanti di lire 38.550.000 in data 12 ottobre 1991.Vi
è un punto in comune con le operazioni fatte sul conto Louis August
Jonas Foundation (v. annotazione precedente, dove anche ricorrevano i
nomi "P.Star" e "Louis").
Fondo Mamma "Roma" per la lotta alla leucemia (Conto n.
001-3-15924; saldo circa 660 milioni).
Su alcuni documenti il conto viene riportato con la dicitura
"Associazione Lotta alla Leucemia". Il rapporto, del quale si
è già parlato, viene aperto il 10 ottobre 1989 con un primo versamento
in contanti di lire 200 milioni su "autorizzazione di
"Roma"" che poi risulta essere l'unico firmatario del
conto.
la
santa sede
I principali movimenti di accredito
provengono dai conti Tumedei Anna Casalis e dal Fondo
San Martino. In data 13 dicembre 1991 dal conto viene prelevato
l'importo di lire 412.800.000 che nel controvalore di dollari Usa
334.000 viene girato sul conto 051-3-10054 intestato "Roma"
Charity Fund. In ogni caso anche per questo deposito che sembrerebbe
avere una specifica destinazione manca una qualsivoglia indicazione sul
soddisfacimento delle stesse attraverso l'utilizzo degli ammontari
ritirati.
Roma Charity Fund (Conto n. 051-3-10054)
La pertinenza personale del Fondo è evidenziata già nella sua
intestazione. Un grosso flusso di alimentazione è l'accredito, già
citato, di US Dollari 344 mila (pari al controvalore di lire 412.800.000
prelevati dal Fondo mamma "Roma" per la lotta alla leucemia.
Vi si ritrovano accrediti ordinati da persone già incontrate nei fondi
precedenti, come ad esempio Louis August Jonas Foundation per lire 100
milioni. Vi è anche traccia di elargizioni religiose o caritative
presumibilmente a titolo personale. Si veda sempre ad esempio il
pagamento di circa 172 milioni alle Suore di Santa Brigida e quello di
lire 200 milioni in favore dell'Opera di don Picchi.
LETTERA
Fondo Madonna di Lourdes (Conto n.051-3-02370)
Saldo al 7 luglio 1992: circa 1,2 milioni di dollari Usa. Aperto nel
maggio 1987 da S.E. Vetrano, deceduto nel novembre del 1990. Le
disposizioni testamentarie sono a favore della moglie Anna
Bedogni e, alla morte di quest'ultima, a favore di
"Roma" o di chi da lui designato. Dalla sola formulazione di
S.E. Vetrano non si può stabilire se "Roma" è stato
designato ad erede ultimo a titolo personale oppure in virtù del suo
ruolo nell'Istituto. "Roma" sembra interpretare la futura
eredità a titolo personale e non si è preoccupato di fare rilasciare
il testamento della signora Bedogni vedova Vetrano.
Tumedei Alina Casalis (conti n.051-1-03972,
051-6-04425 e 051-3-05620 - depositi valori n. 30908 e 31135)
Deriva dalla successione dei coniugi Tumedei (della
moglie Alina Casalis, deceduta nel 1969, prima, e
dell'avvocato Cesare Tumedei, successivamente). Le
sostanze, per un valore di 3-4 miliardi di lire, vengono destinate per
il 60% ad opere benefiche in campo sanitario secondo le volontà del
defunto avvocato e per il 40% allo Ior per opere benefiche. Il 40% di
spettanza dello Ior viene gestito arbitrariamente da "Roma" su
vari conti di cui si allega copia dei cartellini firma. La firma di
"Roma" sui cartellini non sarebbe stata necessaria,
trattandosi di fondi di pertinenza dell'Istituto ( e non già dei suoi
singoli componenti).
Non si vede come giustificare i trasferimenti:
- di lire 200 milioni in data
10.10.1989 al fondo mamma "Roma".
- di lire 400 milioni in data
23.07.1990 al fondo mamma "Roma".
- Di lire 556 milioni in data
14.03.1991 al Fondo San Martino (conto n.001-3-14577) quest'ultimo così
discrezionalmente gestito da "Roma" che quando - come si vedrà
- verrà estinto, la somma sarà girata al Fondo mamma "Roma".
LETTERA
CALOIA A DZIWISZ
Santa Casa di Loreto (conto 001-3-16899; saldo circa 2.8
miliardi di lire)
Santuario di Loreto e Sacro Monte di Varese (conto n.051-3-10840; saldo
circa 2.8 milioni di dollari)
I due conti sono in qualche modo collegati. Il primo sul quale tra
l'altro sono affluiti i donativi disposti dalla fondazione Paolo VI, è
stato aperto il 21 dicembre 1990 a richiesta di "Roma", che
figura come uno dei firmatari disgiunti; l'altro è "Ancona".
Il secondo è stato aperto in data 25 ottobre 1991 (protocollo del 12
novembre 1991!!) a richiesta di "Ancona", che figura come
unico firmatario. Successivamente il 14 novembre 1991 il predetto
"Ancona" conferisce delega a favore di "Roma".
Questo secondo conto risulta aperto ed alimentato con un giroconto di
dollari Usa 2.834.510 - a firma del delegato a operare "Roma"
dal conto n.051-3-05213 intestato "Fondo Santa Teresa" che
viene così estinto. Le richieste di movimentazione dopo il 1° aprile
sono avvenute, tramite "Roma", da "Ancona".
"Ancona" in particolare ha chiesto informalmente di trasferire
i dollari (circa 2,5 milioni) fuori dallo Ior. Di fronte alle resistenze
oppostegli, "Ancona" acconsentirebbe a fare cambiare i
dollari in lire, per avere un rendimento più elevato. L'operazione di
cambio è tenuta in sospeso.
LETTERA
PAPA
E' continuato nei confronti dei conti intestati al defunto cardinale Di
Jorio, il comportamento di "Roma" quale
"erede":piccole cose ma fatte con l'atteggiamento di chi si
sente proprietario (e non esecutore testamentario come avrebbe dovuto
essere).
Nonostante la rarefazione delle richieste a firma di "Roma",
molti dei conti già noti come a lui riferentisi sono stati movimentati
a seguito di ordini sottoscritti direttamente dagli
intestatari-fondatori.
Ordini quindi formalmente regolari ma sorge il dubbio che
"Roma" si possa essere precostituito una serie di ordini
firmati in bianco da queste persone, per poterli poi utilizzare senza
sottostare ai controlli della Commissione. A completamento della
documentazione già fornita, si unisce un elenco di conti dove
"Roma" opera sia per formale conferimento di delega sia per
prassi inveterata. Di tali conti si riporta anche la consistenza al 9
maggio 1992 e la pertinenza (come rilevata dalla documentazione di
apertura).
Alcune annotazioni.
Fondo San Martino (Conto n.001-3-14577)
Rapporto iniziato il 7 marzo 1987 a richiesta di "Roma", che
lo utilizza per versarvi somme che gli provengono a vario titolo. Si
veda ad esempio il versamento da 100 milioni da parte del comm. Lorenzo
Leone in data 24 aprile 1991 (N.B.:il comm. Leone è facoltoso
nominativo di Bisceglie, che compare in relazione ai vari conti per
importi rilevanti - circa 50/60 miliardi - a nome delle Suore di
Bisceglie oltre che per conti personali per circa 16 miliardi). Oppure
l'accredito su questo conto in data 30.04.1991 di lire 150 milioni, con
contropartita al conto 001-9-40001 "Fondo a disposizione di S.E.
Mons. Prelato".Qui ritroviamo lire 556 milioni provenienti dalla
successione Tumedei Anna Casalis. Il
conto n.001-3-14577 viene estinto il 12.07.91 con un giro sul conto n.001-3-15924
Fondo Mamma "Roma".
LETTERA
PAPA
Suore Ancelle della divina Provvidenza -Bisceglie
Conti vari per un controvalore complessivo in lire di circa 55,4
miliardi. La firma di "Roma" è stata aggiunta sui cartellini
firma in data successiva all'apertura senza che risultino i prescritti
conferimenti di delega. I rapporti delle Suore con lo Ior vengono a
volte tenuti per il tramite del comm. Lorenzo Leone,
lui pure di Bisceglie e titolare di conti per importi rilevanti.
Comm.Lorenzo Leone - Bisceglie
Conti variamente intestati, per un importo complessivo di circa 16
miliardi di lire. Trattasi di rapporti di natura personale, come si
rileva dalle disposizioni testamentarie che prevedono la destinazione
dei beni alla figlia ed ai nipoti. Come si è visto parlando del Fondo
San Martino il comm. Leone in almeno un'occasione ha
beneficiato "Roma" (per 100 milioni di lire)>.
Una situazione che appare fuori controllo, tra irregolarità e
appropriazioni di de Bonis. Una situazione esposta ai rilevanti rischi
delle inchieste della magistratura italiana. Ma è l'ultimo capitolo del
dossier a sorprendere particolarmente il segretario di Wojtyla.
Che lo rilegge più volte:
Postilla relativa al conto per le SS.Messe
Le rendite dei legati consentono ogni anno la celebrazione di un certo
numero di SS.Messe. Più precisamente il totale delle Messe
permesse dai vari legati ammonta a n.8.700. Una disposizione del
gennaio 1990 (a firma Marcinkus, De Stroebel e
de Bonis) stabilisce che si debbano corrispondere Lire
10.000 per ogni S. Messa fino al numero di 8.000 e Lire 15.000 per
le SS. Messe oltre tale numero.
PROMEMORIA
SU PAURE E RISCHI
Va da sé che il bilancio dello Ior deve provvedere a integrare il
conto n.001-9-200000 (relativo alle SS.Messe) per la differenza tra il
valore delle rendite rivenienti dai legati e le cifre corrisposte ai
celebranti. Di fatto tale integrazione è stata per il 1989 ed il 1990
di circa lire 90 milioni annui, col che si è consentita la celebrazione
di circa 10.000 SS. Messe ogni anno.
Nell'esaminare l'andamento del conto di mastro n.001-9-200000,
dedicato agli oneri per le SS.Messe ci si è accorti che lo stesso,
normalmente debitore (e proprio per questo bisognoso dell'integrazione
di cui sopra, ad opera del bilancio Ior), presentava fino al 1991 un
saldo creditore di Lire 166.028.299 (riveniente da imprevisti e cospicui
lasciti successori destinati per celebrazione di ulteriori SS.Messe).
Con l'autorizzazione (arbitraria) della direzione del tempo e senza
quella (assolutamente necessaria, come recita il diritto canonico e come
vuole la finalità dello Ior), dell'Ordinario (che solo può disporre
siffatte commutazioni), tale saldo è stato girato, nel maggior importo
di lire L.194.469.206, al conto n.001-3-01383, intestato "Ior
Beneficenza", senza la raccolta delle firme necessarie.
PROMEMORIA
SU PAURE E RISCHI
Quest'ultimo conto è stato in effetti largamente utilizzato
quest'anno da "Roma", attraverso ritiri di contante non
sicuramente finalizzati alla celebrazione di SS.Messe. Quarantacinque
operazioni di prelievo hanno sostanzialmente azzerato il saldo del
conto. L'esistenza di questo conto (per il quale si è disposta
l'immediata chiusura) non è mai stata portata a conoscenza del
Consiglio di Sovrintendenza; e ciò malgrado la messa a disposizione di
"Roma", da parte dello stesso Consiglio, di un importo di lire
150 milioni (che "Roma" ha provveduto a girare sul Fondo San
Martino già sopra evidenziato), per opere di beneficenza legate alla
sua funzione.
TESTAMENTO
Riferiamo infine che il conto per le SS.Messe (n.001-9-200000)
continuava ad essere operato da "Roma" (anche dopo la
normativa del 1° aprile 1992) per l'assegnazione di gruppi di SS.Messe
(100/200 per nominativo) ad un insieme di sacerdoti, senza il necessario
scrutinio per conformità contabile ad opera di due dei tre membri della
Commissione e senza l'acquisizione dei riscontri di avvenuta ricezione.
Vista l'estrema importanza della questione e la sua assoluta
delicatezza, è allo studio una razionalizzazione che concerna le
procedute tanto di assegnazione delle SS.Messe quanto di controllo
dell'avvenuta esecuzione delle pie volontà.
Il sistema off shore di de Bonis si alimenta quindi
anche dei soldi lasciati dai fedeli per le Sante Messe in memoria dei
defunti, ultimo colpo di mano di Marcinkus, e testimonianza del
passaggio di potere a de Bonis. Lo Ior rischia di
precipitare in un altro scandalo internazionale.
Nella relazione non emerge perché ancora non noto ma questo bonifico
con ordinante "P.Star" e beneficiario una fantomatica
"Società Teal" fa parte, come vedremo, delle rimesse estere
della famosa maxi tangente Enimont.
[18-05-2009]
donato
de bonis Angelo
Caloia alessandra
ferruzzi e carlo samaIz
t
I VASI COMUNICANTI TRA SAN MARINO E BANKITALIA – PATALANO
(CONSULENTE “DELTA”), FERRO LUZZI (ELABORA LE TESI DIFENSIVE DI
“DELTA”), SANTONOCITO (CDA “SEDICIBANCA”), LUCA PAPI (DG BANCA
CENTRALE): L’AFFLUSSO DA VIA NAZIONALE VERSO LA ROCCA è COSTANTE…
Stefano Elli per
"Plus" de "Il
Sole 24 Ore"
Una presenza costante e di qualità, quella di ex uomini di Banca
d'Italia a San Marino e nelle sue vicinanze. A cominciare da quella
del commercialista romano Claudio Patalano, che
figura nella lista degli indagati nell'inchiesta sulla Cassa di
risparmio di San Marino e sul gruppo Delta.
Patalano, nonostante sia uscito da Banca d'Italia nel 1990, è
tuttora considerato uno degli uomini di raccordo tra palazzo Koch e
il sistema bancario. Il suo ruolo di consulente della Delta
(controllata dalla Cassa di San Marino, la più grande banca della
piccola Repubblica) non è stato ritenuto dai Pm rilevante ai fini
dei reati di riciclaggio, contestati a Mario Fantini e
agli altri arrestati.
Tuttavia la sua posizione resta al vaglio degli inquirenti per il
supposto reato di ostacolo alle funzioni di vigilanza. A «Plus24» Patalano
si è detto «sereno e convinto che la magistratura farà
piena chiarezza sugli eventi. Per quanto mi riguarda - prosegue - ho
agito come consulente di Delta nel pieno rispetto delle norme e
delle regole deontologiche della professione».
Patalano, tuttora, gioca da pivot in alcune partite delicate.
Come quella di Sicilcassa, di cui è commissario liquidatore, e il
cui processo si tiene in questi giorni a Palermo presso la seconda
sezione penale del locale Tribunale.
La sua buona introduzione ai massimi livelli di Banca d'Italia è
asseverata dalla sua frequentazione di un circolo molto ristretto:
quello del comitato direttivo della Fondazione intitolata a Gabriele
Berionne. Il suo nome figura tra i suoi fondatori accanto a
quelli di numerosi nomi di primo piano di via Nazionale.
Nel comitato scientifico della stessa fondazione figura anche
l'avvocato e docente Paolo Ferro Luzzi. Si tratta
del professionista scelto da Antonio Fazio,
nell'estate del 2005, per confutare le tesi degli allora ispettori Giovanni
Castaldi e Claudio Clemente in
occasione della scalata occulta di Gianpiero Fiorani e
della Banca popolare italiana alla Banca Antonveneta.
Oggi anche Ferro Luzzi si
occupa di San Marino: proprio lui, insieme al figlio di Vincenzo
Desario, Michele (ex direttore generale di
Banca d'Italia) è stato scelto per elaborare le tesi difensive
della Cassa di risparmio di San Marino e del gruppo
Delta, finiti oggi nell'occhio del ciclone. Ma la presenza di uomini
vicini a Banca d'Italia nella vicenda forlivese non si ferma qui.
Tra i consiglieri di amministrazione di Sedicibanca figura il
nome di Giuseppe Santonocito. Che cos'è
Sedicibanca e chi è Santonocito? Si tratta della
banca romana, ora commissariata, acquisita dal gruppo Delta nel
2004, che ha dato origine all'iter autorizzativo che ha portato alla
trasformazione di Delta in "gruppo Bancario", grazie a una
controversa delibera (retroattiva al primo gennaio del 2007),
siglata in un assolato 13 agosto di quell'anno.
Giuseppe Santonocito invece è un ex funzionario
di Banca d'Italia. Faceva parte della Commissione bilaterale
incaricata di districare i nodi bancari tra i due Stati. Banca
d'Italia è poi presente con alcuni suoi ex uomini anche ai vertici
dell'omologa struttura sammarinese: la Banca Centrale, partecipata
al 14% dalla stessa Cassa di risparmio di San Marino.
rino
Da pochissimo si è insediato Biagio Bossone alla
presidenza. Una funzione vacante dal giorno delle dimissioni del suo
predecessore Antonio Valentini, provocate
dall'inchiesta "Re nero" aperta sempre della Procura di
Forlì su alcuni episodi di riciclaggio ascritti alla Asset Banca di
San Marino.
Bossone, dunque, non rivestiva alcun ruolo ufficiale allo scoppio
del caso. Non così l'ex bankitalia Luca Papi,
l'attuale direttore generale e l'ex ispettore di via Nazionale Stefano
Caringi, che riveste il ruolo di capo della Vigilanza della
Banca Centrale. Una posizione ricoperta in passato da altro un ex
ispettore di Banca d'Italia, Aldo Loperfido,
che attualmente risulta membro del Cda della sammarinese Banca
Partner.
Quanto agli sviluppi di cronaca legati all'inchiesta, dopo gli
interrogatori di garanzia che si sono tenuti a Forlì davanti al
giudice per le indagini preliminari Rita Chierici,
sono stati concessi gli arresti domiciliari a uno dei quattro
manager del gruppo Delta Gianluca Ghini, presidente
di Carifin Sa, una delle finanziarie sammarinesi coinvolte nella
vicenda. Ghini ha anche rinunciato a rivolgersi al
Tribunale del riesame.
Mentre la richiesta di revoca delle misure di custodia cautelare
è stata respinta per Gilberto Ghiotti, che di
fronte al Gip ha scelto di avvalersi della facoltà di non
rispondere. Lunedì, di fronte al Tribunale del riesame di Bologna,
è attesa l'udienza che dovrà decidere sulla richiesta di revoca
delle misure cautelari chiesta dagli avvocati degli altri indagati: Luca
Simoni, Paola Stanzani e lo stesso Ghiotti.
[18-05-2009]
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dalle tangenti della prima repubblica ai conti intestato ad Andreotti
e ciancimino - dai conti correnti criptati dei Ferruzzi ai soldi per
Provenzano e Totò Riina - Lo svela un libro "Vaticano spa" che
raccoglie l’archivio di monsignor Dardozzi - Tra il '90 e il '91 dal
conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per l’avv. del 'divo'
Gianluigi Nuzzi per Panorama
(estratto), in edicola domani
Agostino
Casaroli
Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine
filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dell'Istituto per
le opere di religione (Ior), l'impenetrabile banca della Santa sede che
ogni anno offre i suoi utili alla gestione diretta del Papa.
Lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici,
missive tra le più alte autorità d'Oltretevere su come il denaro sia
talvolta gestito in modo spregiudicato da prelati, presuli e cardinali.
Oltre 4 mila documenti che costituiscono l'archivio di un testimone
privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato
nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e,
soprattutto, per vent'anni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali
che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino
Casaroli ad Angelo Sodano.
Angelo
Sodano
Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo
sterminato archivio diventasse pubblico. Così, dopo anni di ricerche,
è ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere,
15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali
di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo
Provenzano e Totò Riina (è Massimo
Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di
Palermo, a indicare in un'intervista pubblicata in Vaticano spa
l'esistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome
del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della
mafia).
Dall'Ambrosiano all'Enimont, dalle tangenti alle minacce: per ogni
questione Dardozzi raccoglieva documentazione e
appunti, li custodiva in cartelline gialle classificate nell'archivio.
Si è così costituita una vasta memoria storica che ora svela come una
sorta di «ufficio affari riservati» all'interno del Vaticano abbia
operato per raddrizzare o mettere a tacere le vicende finanziarie più
imbarazzanti e tormentate negli anni di Karol Wojtyla,
appena sopite le trame dell'arcivescovo Paul Casimir Marcinkus e
dell'Ambrosiano di Roberto Calvi.
Dall'archivio Dardozzi emerge che un fiume di
denaro, fra contanti e titoli di stato, veniva veicolato in una specie
di Ior parallelo, una ragnatela off-shore di depositi paravento
intestati a fondazioni benefiche inesistenti e dai nomi cinici («Fondazione
per i bambini poveri», «Lotta alla leucemia»), una ragnatela
costruita in segreto per anni da monsignor Donato De Bonis,
ex segretario e successore di Marcinkus, nominato da Casaroli
prelato dello Ior.
Lo Ior parallelo ha così gestito non solo risparmi ma anche tangenti
per conto terzi negli anni Novanta, assegni per i palazzi del Vaticano
finiti al cardinale José Rosalio Castillo Lara,
plenipotenziario economico di Wojtyla, soldi sottratti
dalle somme che i fedeli lasciavano per le messe per i defunti, depositi
per 30-40 miliardi delle suore che lavoravano nei manicomi, sino ai
conti correnti criptati di imprenditori come i Ferruzzi,
segretari dei papi come monsignor Pasquale Macchi e,
soprattutto, di politici, a cominciare dall'allora presidente del
Consiglio Giulio Andreotti e dal primo
politico condannato in Italia per associazione mafiosa, Vito
Ciancimino.
È il 15 luglio 1987 quando De Bonis
firma regolare richiesta e apre il primo conto corrente del
neonato sistema off-shore, numero 001-3-14774-C, con un deposito in
contanti di 494.400.000 lire e un elevato tasso d'interesse garantito,
il 9 per cento annuo. Per tenere lontana anche l'ombra dei sospetti il
monsignore intesta il deposito alla Fondazione cardinale Francis
Spellman. La scelta del nome non è casuale: si tratta del
potente e temuto cardinale, ordinario militare per gli Stati Uniti, che
nel dopoguerra dagli Usa finanziava la Dc anche con soldi che potrebbero
essere stati trafugati agli ebrei dai nazisti. E fu Spellman ad
accreditare Marcinkus presso l'allora Papa Paolo VI.
Se un funzionario dello Ior avesse voluto curiosare nel fascicolo del
conto Spellman, avrebbe scoperto che agli atti non c'è
traccia documentale della fondazione, né un atto costitutivo, né una
lettera su carta intestata. Avrebbe dedotto che la scelta della
fondazione era un semplice ma efficace artificio. Ma nello Ior nessun
funzionario nutriva simili curiosità. Il prelato della banca vaticana
era troppo potente e protetto dai cardinali perché qualcuno desse
un'occhiata ai suoi affari. E allora perché tanto riserbo? Se si gira
il classico cartellino di deposito delle firme indicate per l'operatività
del conto, oltre a De Bonis è segnato il nome di Andreotti.
«Non mi ricordo di questo conto» fa sapere oggi Andreotti,
interpellato da Panorama.
Giovanni
Paolo II
Alle persone (quasi tutti prelati e porporati) che aprono un conto
allo Ior viene chiesto di lasciare in busta chiusa le volontà
testamentarie. Nel fascicolo del conto Fondazione Spellman, fotocopiato
da monsignor Renato Dardozzi e custodito nel suo
archivio, sono indicate quelle del «gestore», appunto De Bonis.
Che con il pennarello nero a punta media che prediligeva aveva scritto
su carta a righe le illuminanti disposizioni: «Quanto risulterà alla
mia morte, a credito del conto 001-3-14774-C, sia messo a disposizione
di S.E. Giulio Andreotti per opere di carità e di
assistenza secondo la sua discrezione. Ringrazio nel nome di Dio
benedetto. Donato De Bonis, Vaticano 15.7.87».
Che si tratti di un conto segreto di Andreotti gestito
da De Bonis non lo dicono solo i documenti. Ne era
convinto anche l'attuale presidente dello Ior Angelo Caloia.
In una serie di lettere riservate sugli affari del prelato inviate
periodicamente al segretario di Stato cardinale Angelo Sodano,
e riprodotte nel libro Vaticano spa, Caloia si dice
certo. In quella del 21 giugno 1994, a 7 anni dall'apertura del deposito
Fondazione Spellman, Caloia dà ormai
per scontato che «il conto della Fondazione cardinal Spellman che l' ex
prelato ha gestito per conto di Omissis contiene cifre...».
Paul
Marcinkus
Ma da dove arrivano tutti questi soldi e a chi erano destinati? In
Vaticano spa vengono elencati tutti i beneficiari che si dividono in due
categorie: religiosi e laici. I primi sono una moltitudine. Se «la
carità copre una moltitudine di peccati», come si legge nella prima
lettera di San Pietro (capitolo 4.8), è vero che dal conto Spellman
vengono periodicamente distribuite centinaia tra elemosine e
donazioni a suore, monache, badesse, frati e abati, enti, ordini e
missioni. L'elenco dei beneficiari è sterminato: suore ospedaliere
della Misericordia, adoratrici dell'Eucarestia, orsoline di Cortina
d'Ampezzo, oblate benedettine di Priscilla, carmelitane
d'Arezzo.
Beneficenza quindi, ma non solo. L'apparente gestione caritatevole
del patrimonio rimane marginale. Per il cassiere della Dc Severino
Citaristi, pluricondannato in Tangentopoli, compare un assegno da 60
milioni. Tra il 1990 e il 1991 dal conto Spellman dello
Ior escono 400 milioni per l'avvocato Odoardo Ascari,
difensore di Andreotti nei procedimenti aperti a
Palermo per concorso in associazione mafiosa.
Il pool di Mani pulite busserà al portone di
bronzo ottenendo risposte parziali e fuorvianti. Lo scrive proprio
Dardozzi all'avvocato Franzo
Grande Stevens, legale di fiducia dello Ior: «Non bisogna
indurre in tentazione» i giudici che vogliono far luce sui soldi
transitati in Vaticano per i politici.
Metà dei cct dello Ior parallelo rimarranno così fuori dallo spettro
degli investigatori. Di certo senza remore anche perché, come ripeteva Marcinkus,
«la Chiesa non si amministra con le Ave Maria».
[14-05-2009]
vi Franzo
Stevenslio
Andreotti Vito
Ciancimino CARDINAL
Spellman
Quel conto segreto
dello Ior intestato a Giulio Andreotti....
I conti segreti e i beneficiari di bonifici e trasferimenti di denaro a
vario titolo da parte dello Ior, l'Istituto per le opere di religione,
vengono alla luce grazie alla pubblicazione del foltissimo archivio tenuto
nascosto per anni e ordinato da monsignor Renato Dardozzi,
un parmense, nato nel 1922 ex Cancelliere della pontificia Accademia delle
scienze e, per vent'anni consigliere dei cardinali che si sono succeduti
alla Segreteria di Stato vaticano, da Agostino Casaroli ad
Angelo Sodano.
Dardozzi, morto nel 2003, ha lasciato tra le sue
volontà l'ordine che il suo sterminato e dettagliatissimo archivio
diventasse pubblico. Il frutto di questa operazione è un libro, dal
titolo «Vaticano Spa» (Chiarelettere, 15 euro) scritto dall'inviato di
Panorama Gianluigi Nuzzi. Nel volume viene riconosciuta
l'esistenza di conti segreti intestati a illustri politici come ad esempio
Giulio Andreotti che però ha subito minimizzato con il settimanale: «Non
mi ricordo di questo conto».
Libro
Vaticano
Eppure non ci sarebbe solo il «divo Giulio»
ad avere beneficiato del denaro della Chiesa, ma anche personaggi molto più
discussi e largamente compromessi come Bernardo Provenzano e
Totò Riina, come si sa, boss mafiosi di ingombrante
peso. Ma non è tutto. Elemosina anche per Severino Citaristi, l'ex
cassiere della Dc, pluricondannato per Tangentopoli, che avrebbe
beneficiato di un assegno da 60 milioni di lire. Tra il 1989 e 1993 si
calcola infatti che siano state condotte operazioni per un valore che
supera i 310 miliardi di lire dell'epoca nei vari conti; mentre i
movimenti in contanti, secondo una stima prudenziale dell'autore, del
libro toccherebbero i 110 miliardi.
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Scritte
contro il commissario Calabresi sui muri delle sedi del Pd e de La Stampa
Corriere.it - Domenica notte a Torino sui muri di alcune
sedi del Partito democratico sono comparse delle scritte contro il
commissario Luigi Calabresi, rivendicate dalla
Federazione anarchica: «Calabresi assassino. Pinelli
assassinato, nessuna pace con lo Stato». Questa la frase scritta anche
sui muri della sede del quotidiano La Stampa, dove nei giorni scorsi è
stato nominato direttore Mario Calabresi, figlio del
commissario ucciso.
TUTTA LA MIA SOLIDARIETA' A MARIO CALABRESI CONTRO LE
SCRITTE ANARCHICHE A TORINO
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'L'ANELLO', ULTIMO MISTERO DELLA PRIMA REPUBBLICA (di andreotti) - un
servizio segreto nato per ostacolare l'avanzata delle sinistre - 'avrebbe
potuto liberare moro, fece fuggire Kappler, intervenne direttamente nella
vicenda Cirillo'...
1 - L'ANELLO, ULTIMO MISTERO DELLA PRIMA REPUBBLICA...
(Ansa) - Stefania Limiti, L'Anello della Repubblica (Chiarelettere,
pag. 337 - 16,00 euro) Per mezzo secolo non s'e' avuta alcuna
informazione nonostante i processi per le stragi, Gladio e le Brigate
Rosse. L'esistenza di 'Anello' o 'noto servizio' e' emersa solo per caso
quando nel' 96, grazie alla determinazione del giudice Guido
Salvini che indagava sul terrorismo nero, lo studioso Aldo
Giannuli scopri' in un deposito sulla via Appia a Roma degli
scatoloni pieni di documenti dell'Ufficio Affari Riservati. In mezzo a
quelle carte anche un documento con la spiegazione dell'esistenza di un
servizio segreto nato per volonta' dell'ex capo del Sim (servizio
segreto fascista) generale Roatta, con il compito di
ostacolare l'avanzata delle sinistre.
L'anello
della Repubblica
Stefania Limiti, giornalista e studiosa, e' partita
da li' per ricostruire la storia di 'Anello', il servizio coinvolto
nella fuga del nazista Kappler dell'ospedale militare
del Celio, nella liberazione, grazie ad un accordo con la camorra,
dell'assessore democristiano Ciro Cirillo, sequestrato
dalle Br, e nella trattativa del Vaticano con le Brigate Rosse per la
liberazione di Aldo Moro.
Se la Procura di Roma ha chiuso l'inchiesta su 'Anello' ritenendo che
e' in dubbio vi siano illeciti penali, un'altra, quella di Brescia, che
ha indagato sulla strage di Piazza della Loggia (8 morti e un centinaio
di feriti) e' intenzionata a fare chiarezza. Non a caso, proprio di
'Anello' s'e' parlato nella prima udienza del processo per la strage,
tutt'ora in corso a Brescia.
Per le cose rivelate potrebbe sembrare un romanzo invece il libro e'
il prodotto di un attento lavoro dell'autrice sui documenti e ogni
capitolo e' arricchito da un ricco apparato di note. ''Il gioco degli
specchi - ha scritto nella postfazione Paolo Cucchiarelli,
giornalista e studioso di terrorismo nero e servizi segreti - e' stato
infinito in Italia ma mai nessuno ha guardato in quello del 'noto
servizio' fino in fondo, anche se potrebbe essere questo l'ultimo
cassetto della Repubblica, il principale strumento dello stato
parallelo. Questa inchiesta ha cominciato a farlo, ma e' solo
l'inizio''.
''Questo libro - spiega Stefania Limiti - e' il
frutto di un'inchiesta giornalistica. Ho messo insieme pezzo per pezzo
di un grande puzzle. Anello, come ha scritto anche il professor De
Lutiis nella prefazione, ha alterato gli equilibri politici e
avvelenato la democrazia. Mi auguro che da qui si possano scoprire tutti
gli agganci politici avuti''.
Aldo
Moro
2 - IL MEDICO PEDRONI: I POLITICI SAPEVANO. MORO POTEVA
ESSERE LIBERATO, POLITICA SBARRO' STRADA...
(Paolo Cucchiarelli per l'ANSA) - ''Si' guardi, Titta mi
definiva 'il medico dell'Anello'. Curai Padre Zucca, il rude
'cappellano' del servizio segreto clandestino, ma anche Adalberto
Titta, il capo operativo. Diciamo che sono stato proprio il
medico de l'Anello''.
Giovanni Maria Pedroni, classe 1927, partigiano a
Trieste, illustre chirurgo conosciuto in tutto il mondo, e' quanto di
piu' lontano si possa immaginare da un uomo capace di dare notizie di
prima mano sul mondo occulto dei servizi segreti ma e' anche l'unico, il
primo, a parlare pubblicamente di questa struttura su cui da pochi
giorni e' uscito un libro-inchiesta che Pedroni ha
appena finito di leggere. ''Tutto esatto'', dice in un'intervista
all'ANSA.
''Si legge come un romanzo ma e' cosi' che sono andate le cose. La
gente comune non lo sa quanti fatti sono accaduti in Italia, come sono
effettivamente andate certe cose. Pensa che si tratti di romanzi. Non e'
cosi'. Anzi...'', quasi a sottintendere che c'e' ben altro ma che non e'
il caso di insistere.
Aldo
Moro
''L'Anello - aggiunge - avrebbe liberato
molto facilmente Aldo Moro, fece fuggire Herbert
Kappler, l'uomo delle Fosse Ardeatine per superiori esigenze di
Stato, intervenne direttamente nella vicenda Cirillo'',
dice parlando solo di alcuni dei temi toccati del volume edito da
Chiarelettere, ''L'Anello della Repubblica'' , scritto da Stefania
Limiti.
Pedroni parla chiaro e senza remore, diretto: fu proprio lui a
visitare, mentre tutta l'Italia lo cercava, Herbert Kappler
in fuga nell'agosto del '77. Lui ha ricevuto dirette confidenze
da Padre Zucca e da Adalberto Titta,
l'ex asso dell'aviazione di Salo' divenuto il capo operativo della
struttura.
Suadente, gentile, Pedroni snocciola dati e denuncia
la ''grande ipocrisia politica'' che pesa ancora su tutta la vicenda
visto che il servizio clandestino inizia la sua vita nell'immediato
dopoguerra e attraversa tutta la storia dell'Italia Repubblicana: ''C'e'
una sacco di gente che sa di queste cose; soprattutto a livello
politico. L'Anello era una struttura operativa che era riconosciuta
ufficialmente dal governo. Il Viminale sapeva tutto. Tanti politici
sapevano. Con una struttura segreta si potevano ottenere certi risultati
senza che nessuno si scottasse le mani: questo era il compito
dell'Anello. Ho sentito Padre Zucca chiamare al
telefono, dalla mia clinica, ministri e sottosegretari e come
scattavano. Ah, se scattavano. Era un ometto veramente particolare Padre
Zucca''.
andreotti
giulio
Molti indizi portano a Giulio Andreotti, lei che ne
dice? ''Se Andreotti parlasse veramente della sua vita
crollerebbero le mura di Gerico''. Il servizio, diciamo, era stato
fondato da un israeliano, Otimsky, ''una persona
anziana che mandava avanti operativamente le cose ma era politicamente
nelle mani di Giulio Andreotti'' .
A Pedroni sta a cuore soprattutto il capitolo Moro.
''Noi - scandisce - potevamo liberarlo, tranquillamente, senza problemi.
La politica ci ha sbarrato la strada affinche' non intervenissimo. C'era
un ordine 'superiore' di non intervenire, e potevamo farlo. Moro
d'altra parte se l'e' proprio cercata. Nel 1962, a Napoli, vara
il centro sinistra per isolare i comunisti e nel 1978 li porta al
governo?! Un dato e' certo: alle cancellerie internazionali Moro non
piaceva per nulla; Kissinger non lo poteva vedere.
Aveva espressioni durissime per Moro che dava fastidio
in Italia ma anche all'estero. Si scelse di non intervenire, lasciando
le cose al loro destino. Lasciando che Moro venisse
ucciso. Chi fa fuori Moro? Le Br? Mah... Non lo so'',
aggiungendo dubbi a dubbi sull'ultimo atto dei 55 giorni.
Una cosa e' certa - dice - ''dopo quello stop imposto all'Anello
tutto si e' fermato. Padre Zucca propose un
ingentissimo riscatto per salvare Moro ma da solo non
poteva nulla. Avrebbe potuto far molto se avesse potuto utilizzare la 'longa
manus' de l'Anello. Zucca sapeva benissimo questo ma cerco' lo stesso di
darsi da fare. Andreotti era contro.
KAPPLER
HERBERT
C'erano i soldi ma non poterono far nulla. Quando si vuole le cose si
fanno: si fa qualunque cosa volendo. Si e' deciso di lasciare morire Moro:
le ragioni e il perche' riguardano pero' la politica. Tutti i servizi
italiani e stranieri si mossero per cercare di utilizzare tutto cio' che
era utile a risolvere la questione. Alla fine non fu cosi'. Moro
pensava di essere vicino ad una soluzione positiva per se'. Sapeva pero'
benissimo chi erano gli oppositori alle sua linea in Italia e
all'estero. E' una storiaccia''.
Ancora tutta da raccontare? ''Ancora. Moro fu lasciato morire. Questo
lo sanno tutti. E nessuno parla'', replica il Professore soppesando le
parole. E Pedroni conferma tutto anche sul ruolo
giocato dal servizio clandestino nel rapimento Cirillo.
''Titta parlo' piu' volte in carcere con Cutolo.
Anzi il Sisde e il Sismi si misero da parte per chiamare proprio
l'Anello. Ad Ascoli Piceno Titta prende Cutolo dal carcere e lo porta
fuori, a Napoli, e si arriva ad un accordo. Quando si stava per
concludere l'intesa con i brigatisti e sembrava tutto fatto ecco sbucare
fuori all'improvviso polizia e carabinieri e quelli li', i brigatisti,
schizzano via e quasi li acchiappano. E' stata una cosa particolare: un
contesto politico... Sa...''. Pedroni ridacchia,
sospira, e saluta. Molto gentilmente, come sempre.
[04-05-2009]
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Su-Dario listato a lutto - Il
calvario In Puglia: UN ASSESSORE ALLA SANITà DI VENDOLA indagato
dall’Antimafia, subentrerà a De Castro e avrà l’immunità -
Amedeo La Mattina
per "La Stampa"
Non c'è pace neanche nel Pd di Franceschini, dopo la
tormenta era Veltroni: nuove grane sulle candidature
europee. La notizia battuta dalle agenzie ieri pomeriggio da Bari
sembrava una delle tante da rubricare nella cronaca giudiziaria locale:
perquisita la casa di Alberto Tedesco, ex assessore
socialista alla Sanità nella giunta Vendola, che si
era dimesso a febbraio dopo l'iscrizione nel registro degli indagati.
Dario
Franceschini
Su di lui la Direzione distrettuale antimafia di Bari aveva aperto
un'inchiesta su presunte tangenti. E invece la storia ha un risvolto
tutto politico e apre un caso molto spinoso per i vertici democratici.
Tedesco è il primo dei non eletti al Senato dopo Paolo De
Castro fresco di candidatura alle Europee nella circoscrizione
Sud. Se il capolista De Castro, come è presumibile,
sarà eletto all'Europarlamento, gli subentrerà un inquisito che
acquisterebbe l'immunità.
«Non mi piacerebbe averlo nel mio gruppo», fa sapere preoccupata la
presidente dei senatori Democratici, AnnaFinocchiaro .
Di tutt'altro tono la reazione del vicecapogruppo di fede dalemiana
Nicola Latorre: «Qual è il problema? Quando si porrà
la questione ne discuteremo. Le liste le facciamo noi, non la Dda di
Bari!». Un problema è che una parte del Pd, a cominciare da Enrico
Letta, aveva sconsigliato vivamente De Castro ad
accettare la candidatura.
E nove parlamentari pugliesi, tra i quali il lettiano Francesco
Boccia, hanno scritto a Franceschini per protestare sulle «incomprensibili
scelte» per Strasburgo. Ma De Castro, che è
presidente della fondazione dalemiana «Red», è stato scelto dal
segretario del Pd, sponsorizzato da Massimo D'Alema:
e Romano Prodi, di cui De Castro è
stato ministro dell'Agricoltura, gli ha consigliato di accettare. «Io -
dice ora De Castro - me ne stavo tranquillo al Senato,
non ho chiesto di essere candidato: ho accettato per spirito di
servizio. Adesso c'è un problema politico che dovranno risolvere a Bari
e a Roma, io continuerò a fare la mia campagna elettorale».
Vendola
De Castro, dunque, smentisce le voci di un suo
ritiro dalla corsa europea per evitare che Tedesco gli
subentri ai Senato e che Antonio Di Pietro faccia una
bella campagna elettorale sui temi giustizialisti. Già ieri il nuovo
acquisto dell'Idv, l'ex Pm De Magistris candidato alle
Europee, è piombato a Bari per fare incetta di voti ai danni del Pd.
«Eppure - spiega Boccia - noi avevamo avvertito il
partito che il "caso Tedesco" poteva complicarsi. Non potevamo
certo immaginare che arrivassero i carabinieri a casa dell'ex assessore
alla Sanità». Tedesco è un ex socialista che era
stato candidato come indipendente nelle liste del Pd. Al momento della
sua candidatura era pulito, non c'erano tracce di inchieste a suo carico
e in più a Bari porta in dote un pacchetto di voti quantificato attorno
al 5%.
Ma da quando non è stato eletto a Palazzo Madama per il rotto della
cuffia ha iniziato un forte pressing sul sindaco di Bari Emiliano, che
anche segretario regionale del Pd, affinchè in qualche modo gli
venissero aperti i portoni del Senato, candidando appunto De
Castro. Le "malelingue" raccontano che minacciava di
presentare una sua lista e di candidarsi a sindaco di Bari contro
Emiliano.
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DISTRATTI DA AL QAEDA, DERUBATI
DA WALL ST. – IL NUOVO LIBRO DI LORETTA NAPOLEONI (L'ECONOMISTA
CHE PREVIDE LA GRANDE CRISI) - LE FOLLI SPESE BUSHIANE E DUE GUERRE
COSTOSISSIME, INNESCANO LA SPIRALE DELLA CRISI ECONOMICA – LE COLPE DI
GREENSPAN...
Loretta Napoleoni per
"l'Unità" (Tratto da "La Morsa", Chiarelettere)
Terrorismo ed economia: ecco i temi più dibattuti degli ultimi
anni. E se tra loro esistesse una relazione che va ben oltre le prime
pagine dei giornali? Se la guerra contro il terrorismo, inaugurata da
George W. Bush all'indomani dell'11 settembre, avesse in qualche modo
contribuito alla crisi del credito? Si tratta d'interrogativi
sconcertanti, che recentemente molti si pongono. L'amministrazione Bush
riceve da Bill Clinton un piccolo surplus e Barack Obama che sale al
potere nel mezzo della peggiore recessione del dopoguerra - eredita un
debito pubblico di 10mila miliardi di dollari, pari al 70 per cento del
Prodotto interno lordo americano, o meglio, al 18 per cento
dell'economia mondiale.
LORETTA
NAPOLEONI
Dove sono finiti tutti quei soldi? Due guerre ancora in corso e un
sistema di sicurezza ambiziosissimo, quanto inconsistente, prosciugano
le finanze dello Stato e proiettano l'America tra i paesi con il debito
pubblico più alto al mondo. Tutto questo non sarebbe successo fino a
vent'anni fa, quando i conflitti si pagavano con l'erario pubblico
anziché con la politica dei bassi tassi d'interesse.
Come dimenticare la storica decisione di Lyndon Johnson, negli
anni Sessanta, di aumentare la pressione fiscale per far fronte agli
alti costi della guerra nel Vietnam? Manovra necessaria e al tempo
stesso profondamente impopolare. A nessuno, infatti, piace finanziare di
tasca propria la macchina militare, anche se l'obiettivo è distruggere
un super terrorista come Osama bin Laden o sbarazzarsi
dell'arcidittatore Saddam Hussein.
A chi si domanda perché queste guerre in Iraq e in Afghanistan,
che sembrano interminabili, non abbiano suscitato un movimento
d'opposizione simile a quello che pose fine a quella del Vietnam, si può
rispondere che finché la spesa militare non tocca direttamente il
nostro portafoglio o intacca la nostra libertà, costringendoci ad
andare al fronte, i conflitti armati restano virtuali, vissuti
esclusivamente attraverso il filtro dei media.
Cover
"La Morsa"
LA PAURA DEL TERRORISMO.
Neppure gli attentati terroristici a Madrid e a Londra, ambedue legati
al conflitto iracheno, ci hanno fatto sentire quest'ultimo abbastanza
vicino da coinvolgerci. Persino la minaccia del terrorismo, dunque, ci
tocca solo di striscio, quando le immagini di sangue e morte fanno
capolino sui nostri teleschermi o quando i politici le usano per
spaventarci. Dopo l'attentato di novembre 2008 a Mumbai, il ministro
degli Esteri italiano dichiara che il vero pericolo non è l'economia ma
il terrorismo.
Giornali e telegiornali italiani rincarano la dose ricordando che
sette connazionali sono intrappolati negli alberghi occupati dai
terroristi. E l'Italia è presa nella morsa della paura del
fondamentalismo islamico al punto da scambiare due mitomani marocchini
per super terroristi. Il motivo è altrettanto ridicolo: inculcavano nei
figli di due anni il culto di Osama bin Laden e sognavano di far
esplodere con ordigni inesistenti un supermercato di periferia.
La paura del terrorista è uno strumento molto efficace per
distrarre l'attenzione del cittadino occidentale dal caos economico
degli ultimi vent'anni e dalla crisi che sta facendo sprofondare il
capitalismo in una nuova Grande depressione. Tristemente, il legame tra
eversione ed economia non è circoscritto a questa manipolazione: la
guerra contro il terrorismo dei neoconservatori americani ha infatti
contribuito alla crisi del credito. Come? Per rispondere rivisitiamone
le fasi più salienti. Il crollo del Muro di Berlino inaugura la
politica del credito facile e a buon mercato.
George
Bush
Alan Greenspan, a capo della Federal Reserve (Fed), ne è
l'artefice. La deflazione agevola il processo di globalizzazione, o
meglio, la colonizzazione del mondo da parte della finanza occidentale.
Lo Stato retrocede dall'arena economica e lascia al mercato finanziario
il compito di gestire il grosso dell'economia. E Alan Greenspan diventa
più potente del presidente Clinton. È lui che tiene le fila
dell'economia mondiale, la cui crescita sembra inarrestabile. Ogni
qualvolta le crisi economiche bussano alla porta del villaggio globale -
da quella del rublo fino alla minirecessione americana del 2000-
Greenspan taglia i tassi. Si tratta di una strategia folle perché,
lungi dal risolvere i problemi strutturali della globalizzazione,
posticipa lo scoppio della crisi aumentandone la portata. (...)
Gli anni Novanta e gran parte degli anni 2000 sono caratterizzati
dall'abbondanza perché vissuti all'insegna del credito facile e a buon
mercato; consumi, investimenti, tutto cresce e nessuno ha voglia di
criticare uno Stato che ha creato tutta questa cuccagna. L'euforia
nasconde però una realtà ben diversa: uno dei cardini del contratto
sociale - secondo cui lo Stato deve rispondere ai cittadini di come
gestisce il loro denaro - si sta incrinando.
Osama
Bin Laden
DUE GUERRE E MOLTI DEBITI.
Dopo il 2001 la politica dei tassi d'interesse bassi fa comodo al
governo americano che nel giro di due anni si trova invischiato in due
guerre che l'amministrazione aveva anticipato sarebbero state lampo e
quindi a basso costo. In realtà, questi conflitti pesano gravemente
sulla spesa pubblica. L'indebitamento sul mercato finanziario attraverso
la vendita dei buoni del tesoro permette di evitare l'impopolare manovra
fiscale del presidente Johnson, e cioè aumentare le tasse agli
americani.
Ma la raccolta del denaro non è facile, lo Stato deve competere
con il settore privato, ecco perché l'amministrazione Bush fa preme
sulla Federal Reserve per mantenere oltremisura la politica dei tassi
d'interesse bassi. Questa infatti rende i buoni del tesoro americani più
competitivi rispetto a quelli dell'industria privata. Cina e Giappone
diventano i maggiori sottoscrittori del debito pubblico statunitense.
Alan
Greenspan
(...)
La politica deflazionista di Greenspan, dunque, finanzia prima il
benessere illusorio della globalizzazione e poi la guerra contro il
terrorismo. Ecco spiegata l'origine della crisi del credito. Ma se
Greenspan crea la bolla durante gli anni Novanta, il finanziamento di
due guerre dopo l'11 settembre prima la gonfia e poi la fa esplodere.
L'abbattimento dei tassi, subito dopo la tragedia, innesca il perverso
meccanismo dei mutui subprime e inflaziona i prezzi del mercato
immobiliare in America e nel resto del mondo; dà vita, insomma, alla
spirale dell'indebitamento delle banche. Le statistiche mostrano che dal
2001 al 2007 i prezzi degli immobili registrano, un po' dovunque, una
crescita eccezionale.
CHI PAGA QUESTA FOLLIA.
Naturalmente, a fare le spese di questa follia economica è la
popolazione americana che per quindici anni è tenuta all'oscuro delle
crisi del mercato globale e per altri sette ignora che Pechino e Tokyo
finanziano le guerre "ideologiche" dei neoconservatori, mentre
Washington accumula un debito pubblico da Paese in via di sviluppo. E
sono ancora i cittadini americani che si sobbarcano tutto il debito
delle banche: sebbene incrinato, il contratto sociale è ancora in
piedi, e chi risponde degli errori dei politici è la popolazione.
Wall
Street
Così quando la bolla esplode, nel settembre 2008, e quando la
recessione è alle porte all'inizio del 2009, per salvare le banche e
mantenere in piedi due guerre, Washington usa i soldi dei contribuenti,
quei pochi nell'erario pubblico e quelli ancora da raccogliere, pignora
insomma la ricchezza delle future generazioni. Anche il contribuente del
villaggio globale paga questi errori. Gli Stati Uniti sono la locomotiva
economica del mondo, così la conflagrazione a Wall Street trascina
l'intero pianeta nella crisi economica.
[23-04-2009]
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| L'UNITA' -In apertura a tutta pagina:
"Che razza di gioco", in riferimento alla squalifica del campo
della Juve per i cori razzisti contro il giocatore di colore dell'Inter Mario
Balotelli. A fondo pagina due notizie: "Da Ahmadinejad
insulti a Israele: la Ue lascia il summit"; "Arriva la norma
salva-manager: processo Tyssen a rischio".20.04.09 |
CRONACA DI UN DISASTRO
ANNUNCIATO – LA PROCURA DELL’AQUILA HA IL DOSSIER SEGRETO CHE INDICAVA
LE CASE A RISCHIO – “ECCO CHI POTEVA SALVARE SCUOLE E OSPEDALI” –
“L’ELEMENTARE DE AMICIS AVEVA UN GRADO DI RESISTENZA ALLE SCOSSE DI
0.099: NULLO”…
Fiorenza Sarzanini
per il "Corriere della Sera"
Avevano compilato le schede di valutazione, individuato le «criticità»,
elencato gli interventi da effettuare e persino l'entità dei fondi da
stanziare. Ma quelle indicazioni fornite nel 2005 dai tecnici della
Protezione civile dell'Abruzzo guidati dall'ingegner Pierluigi
Caputi sono rimaste sulla carta. E le decine di edifici
inseriti nella lista di rischio sono venuti giù con la scossa della
notte del 6 aprile, provocando in alcuni casi anche morti e feriti.
TERREMOTO
AQUILA
La procura dell'Aquila acquisisce il carteggio finora segreto tra
Regione ed enti locali, e apre il capitolo delle responsabilità dei
pubblici amministratori. Perché quelle schede consentono di individuare
chi doveva intervenire e invece non ha dato seguito alle segnalazioni.
Basta scorrere la lista per capire quanto dettagliate fossero state le
ispezioni. E basta guardare quel che resta dei palazzi del centro
storico della città per capire che cosa non abbia funzionato.
TERREMOTO
D'ABRUZZO
L'esempio più eclatante è quello della scuola elementare De Amicis
di San Bernardino. Il grado di vulnerabilità assegnato dagli esperti
era 36, il più alto. Nella tabella sui livelli di pericolo erano
previste tre opzioni: danno lieve, danno severo, collasso. E così il
grado di resistenza assegnato nell'ipotesi di sisma più grave era
0,099, cioè nullo.
Al di là dei numeri e dei calcoli matematici la conclusione era
chiara: così come era costruito, il palazzo non avrebbe potuto
resistere a un terremoto di forte intensità. Esattamente quello che è
avvenuto, il tetto è crollato e le mura sono pericolanti. Stesso
discorso per la casa dello Studente, per la prefettura, per l'ospedale
San Salvatore. Perché anche in questi casi la «vulnerabilità» era
stata ben evidenziata dai tecnici, ma gli enti gestori non hanno
provveduto a sanare le carenze.
Nella relazione preliminare che dovrà essere esaminata dal
procuratore Alfredo Rossini e dal suo sostituto Fabio Picuti
è ricostruita la storia di un disastro purtroppo annunciato.
Una devastazione della quale si chiederà conto nei prossimi giorni alle
imprese edili che hanno costruito i palazzi senza rispettare la
normativa e a chi avrebbe dovuto vigilare perché questo fosse evitato.
TERREMOTO
D'ABRUZZO
«Nell'anno 2001 - è scritto nel documento
- il Dipartimento della Protezione civile diffondeva a tutti gli enti
pubblici i risultati di una sua campagna di indagine, svolta negli anni
1997-1999 relativa a valutazioni di vulnerabilità sismica su edifici
pubblici, strategici e speciali ricadenti nell'Italia Centro-meridionale».
Ed ecco il passaggio chiave: «L'analisi era posta a disposizione dei
soggetti pubblici proprietari di immobili per le eventuali attività di
prevenzione». È proprio a questi «soggetti» che i magistrati
chiederanno conto. Ma non solo. Nel documento si rintracciano gli indizi
per individuare la catena di responsabilità.
Perché si specifica che «gli obblighi di messa a norma degli
edifici e infrastrutture destinati ai diversi usi resta, in termini
generali, in carico ai singoli soggetti proprietari, così come peraltro
ribadito dall'Ordinanza della presidenza del Consiglio 3274/2003 che
avviava il programma generale di messa in sicurezza in relazione alla
emanazione della nuova normativa tecnica per le costruzioni in zona
sismica».
Ma la relazione fornisce anche altre informazioni utili all'indagine:
«Nell'anno 2004 si avviava altresì una analoga indagine finalizzata
alla migliore allocazione delle risorse finanziarie che man mano si
sarebbero rese disponibili per la messa in sicurezza sismica degli
edifici e delle infrastrutture di carattere strategico e rilevante.
TERREMOTO
D'ABRUZZO
Anche tale attività vedeva il pieno coinvolgimento di tutti i
soggetti proprietari di immobili, in una prima fase per l'individuazione
e la caratterizzazione di massima degli edifici, e in una fase
successiva per il reperimento della documentazione tecnica disponibile e
per il supporto tecnico-logistico durante l'esecuzione dei sopralluoghi.
Sulla base dei risultati di detta attività e delle priorità
discendenti, negli anni 2005-2007 sono stati definiti (con fondi sia
regionali che attribuiti dalle Ordinanze della presidenza del Consiglio
dei ministri 3602/2004 e 3505/2005) due distinti programmi di verifica
sismica delle strutture censite, attribuendo ai soggetti proprietari
risorse per le verifiche di adeguatezza sismica rispetto alla nuova
normativa».
L'obiettivo è specificato: verifiche nel territorio regionale su
circa 280 edifici e su circa 100 ponti e viadotti. Palazzi e
infrastrutture che in molti casi non hanno retto al terremoto di dieci
giorni fa.
[17-04-2009]
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L’ANNOZERO DEL GIORNALISMO: DAL VAURO ESTINTO AL MESTIERE STINTO -
GERONZI-WEB - MARPIONNE VOLA E YAKI VENDE “LA STAMPA” (A CALTAGIRONE?)
- LASCIATE L’AUTISTA AL POVERO MIELI: PAOLINO IN LOTTA PER BENEFIT E
STIPENDIO (-40%)…
1 - L'ANNOZERO DEL GIORNALISMO: DAL VAURO ESTINTO AL MESTIERE
STINTO...
Non ci saranno baci e languide carezze tra gli ospiti della puntata di
"Annozero" che va in onda questa sera. E non sarà un atto di
dolore, né di contrizione quello di Michele Santoro,
il 58enne giornalista di Salerno che da ogni "editto Bulgaro"
trae soltanto vantaggi di audience e di immagine.
Michele
Santoro
Certamente nello studio televisivo voleranno parole grosse e palle
incatenate, ma si spera che nessuno abbia in mente di citare Platone,
Euripide, Voltaire e tutti gli
articoli delle diverse Costituzioni che nei secoli hanno invocato la
libertà di parola. Bisognerà volare più basso, terra terra,
all'altezza di quei crateri che si sono aperti alle 3,32 del 6 aprile e
cercare un granello di verità.
Da parte sua Santoro dovrà mettere da parte l'astio
personale che lo divide da Guido Bertolaso, il superman
di Berlusconi che da semplice medico è diventato
l'uomo di tutte le emergenze. Il capo del Dipartimento sembra un uomo
mansueto e controllato, ma è capace di consumare fredde vendette. Così
è avvenuto ad esempio il 27 marzo quando durante l'inaugurazione del
termovalorizzatore di Acerra, ha proiettato davanti al Cavaliere e a 400
ospiti, un brano della trasmissione "Annozero" di otto mesi
prima in cui Santoro diceva "se finiscono
l'inceneritore di Acerra in otto mesi mi vedrete correre in
mutande".
Vauro
Senesi
Messe da parte le mutande e le questioni personali, il dibattito
dovrebbe ripercorrere la sequenza del disastro e di ciò che è avvenuto
nelle prime dodici ore quando giornalisti zelanti come Bruno
Vespa alle 23,55 urlavano nel microfono: "dove sono le 500
tende promesse dalla Protezione Civile in piazza d'Armi?, perché
nessuno mi dà una risposta?".
E insieme a queste domande Santoro farebbe bene a
chiedersi perché il mondo dell'informazione che dal 1991 conosceva la
fragilità del capoluogo d'Abruzzo, non ha scatenato un'autentica
campagna di allarme.
Che gli edifici fossero costruiti sulla sabbia lo sapevano in tanti
(giornalisti compresi) e in tanti hanno taciuto, ma questa non è una
questione per la quale bisogna scomodare Voltaire e le Nazioni Unite,
perché è semplicemente la condizione di un Paese in cui la libertà di
informazione è sotto il cemento del potere economico e finanziario.
"Il giornalismo - scriveva Montanelli - si fa
per il giornalismo e per nessuna altra cosa". Sono parole
bellissime che evaporano di fronte al silenzio sui grandi misteri e sui
grandi problemi italiani. Giornali e tv sono saldamente nelle mani di
imprenditori, banchieri e di un Cavaliere operaio che piange e si
indigna per le vignette di Vauro.
La matita che in modo infelice ha disegnato l'ultima vignetta fa
riscoprire d'improvviso la libertà di informazione in un Paese in cui
soltanto i morti risvegliano le coscienze. Un Paese dove - come abbiamo
detto più volte - nemmeno un sito come Dagospia avrebbe senso di
esistere se ci fosse voglia di verità.
Mauro
Masi
Piuttosto che parlare del Vauro estinto sarebbe
meglio che questa sera Santoro e la sua compagnia di
giro parlassero del Caro Estinto, cioè di quel giornalismo che Montanelli
definiva "un mestiere bellissimo".
2 - IL MONACO GERONZI SI RACCONTA SUL WEB...
Invece di scegliere YouTube o di fare combriccola su Facebook, Cesarone
Geronzi si è aperto un proprio sito su internet per lasciare
un segno nella storia (quella con la "s" minuscola).
Da ieri la vita e le opere del banchiere di Marino sono raccolte come
in un grande libro per il popolo del web e si possono leggere digitando
l'indirizzo www.cesaregeronzi.it.
Non deve essere stata una scelta facile per il 74enne presidente di
Mediobanca che nel suo ufficio apre il pc soltanto per leggere Dagospia
e le quotazioni di Borsa. Comunque è un segno dei tempi, una novità
che almeno nelle intenzioni sembra ispirata a una voglia di trasparenza
e a una punta di narcisismo.
Chi ha messo insieme la Geronzi-story
ha raccolto il curriculum extralarge della sua vita, gli interventi, le
interviste, le decine di articoli e le fotografie che lo ritraggono
accanto al Papa e sullo sfondo del Colosseo.
Marchionne
Purtroppo mancano le immagini del Geronzi bambino e
non c'è nemmeno quella classica del pargoletto nudo sul letto di
famiglia che tutti i contadini conservano alle pareti. Eppure il Geronzino
di Marino deve essere stato caruccio e paffutello, così almeno
raccontano i vecchi abitanti dei Castelli romani che
adesso lo ammirano quando con la moglie Giuliana e le
figlie Benedetta e Chiara, concede la
sua benedizione alle plebi della Capitale.
C'è sempre tempo per rimediare, come c'è tempo per togliere di
mezzo dall'home page quella frase in cui si legge che "l'attività
svolta per 20 anni in Banca d'Italia gli mette addosso un saio e, come
succede per un monaco, se lo sentirà suo per il resto della vita".
Il monaco Geronzi ha guadagnato nel 2008 3,2 milioni di euro e ancora
calda è l'eco della sua liquidazione da Capitalia che lo ha messo al
riparo da qualsiasi sorpresa.
Il sito del presidente di Mediobanca è tradotto addirittura in quattro
lingue, ma dentro una gabbia grafica molto sobria manca ancora la
casella dei video.
A questa lacuna si potrà sempre provvedere buttando dentro quello
strepitoso duetto che Geronzi fece con Matteuccio
Arpe in occasione di una Convention di Capitalia. Quello è un
oggetto cult che un giorno o l'altro finirà su YouTube.
3 - MENTRE MARPIONNE VOLA, YAKI VENDE "LA STAMPA" (A
CALTAGIRONE?)...
Con la sua faccina da piccolo canguro che esce dal marsupio, Yaki Elkann
scruta l'orizzonte della Fiat e segue con trepidazione il saltimbanco Marpionne.
Yaki
Elkann
Sul tavolo del 33enne primogenito di Margherita Agnelli ci
sono i giornali americani dove la vicenda Chrysler è seguita con grande
interesse. Ieri il sito internet del "New York Times" ha
tirato fuori l'idea che la soluzione migliore potrebbe essere una
fusione tra General Motors e Chrysler. In questo modo si potrebbero
risparmiare 10 miliardi di dollari e comunque la Fiat potrebbe sempre
perseguire l'idea di un'alleanza con il nuovo colosso delle due società
americane.
Il giovane Yaki non mette becco nelle mosse del
manager dal pullover sgualcito e concentra tutte le sue forze in altre
direzioni. La prima riguarda Exor, la Holding con cui la Sacra Famiglia
degli Agnelli controlla la Fiat. È di ieri la notizia
che tra i 17 candidati al nuovo Consiglio di Exor entreranno nomi
importanti di manager e banchieri stranieri. Tra questi Christine
Morine-Postel, una donna con la faccia rotonda che sembra una vecchia
zia, ma ha guidato in Belgio la società che Carletto De
Benedetti nell'88 tentò invano di conquistare, e ha un
curriculum di grande prestigio.
paolo
mieli
Accanto a lei entreranno altri personaggi di Goldman Sachs e Citibank
a dimostrazione che il cangurino Yaki vuole trasformare
il salotto di famiglia in un network di relazioni internazionali.
D'altra parte il giovane vicepresidente della Fiat è nato a New York,
ha studiato a Parigi, si è laureato a Torino e considera il mondo come
il suo orizzonte. Purtroppo deve vedersela con un dossier squisitamente
locale perché sul suo tavolo è arrivato il problema che riguarda il
futuro del quotidiano "La Stampa".
Tra pochi giorni il direttore Giulio Anselmi dovrebbe
lasciare la poltrona per la presidenza dell'Ansa dove è stato direttore
dal '97 al '99. E non è un mistero che Marpionne non
ha alcuna intenzione di ripianare i debiti della casa editrice del
quotidiano torinese. Nessuno ha il coraggio di dirlo ma l'idea ormai
matura è quella di vendere il giornale per portare a casa qualcosa come
200-250 milioni di euro. Per la Fiat e per i torinesi è un grosso
sacrificio poiché "La Stampa", fondata nel 1867 con il nome
di "Gazzetta Piemontese" è un'istituzione paragonabile alla
Mole Antoneliana.
Cesare
Geronzi
Il nome che corre sulla bocca di tutti come possibile acquirente è
quello di Francesco Gaetano Caltagirone, il costruttore
romano che ha piantato le bandierine dell'informazione al Sud, al Centro
e nel Nord-Est. Nella sua tela di ragno c'è un buco: il Nord-Ovest, che
"La Stampa" potrebbe colmare alla perfezione senza violare i
limiti dell'Authority.
4 - I DOLORI DI MIELI...
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che Paolino
Mieli, l'ex-direttore del "Corriere della Sera" ha in
corso intensi colloqui con i soci forti del Patto di sindacato Rcs per
definire il suo nuovo stipendio e salvare i benefits.
Al giornalista è stato già detto che il compenso dovrà essere
tagliato del 40% e l'auto a disposizione riconsegnata".
[16-04-2009]
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VITERBO / 10-04-2009
VITERBO: ''EDILIZIA DROGATA'', APPELLO DENUNCIA NELLA TERRA MARTORIATA
DA ''PALAZZINARI SPREGIUDICATI''
VITERBO
(UNONOTIZIE.IT)
Il
Presidente del Consiglio, in modo encomiabile, è
presente tutti i giorni in terra d’Abruzzo
dove, nella tragedia, unitamente al pianto ed alla riconoscenza di tutti
per la prontezza d’intervento della Protezione Civile
ed per la abnegazione dei generosissimi volontari va, di giorno in giorno,
crescendo la rabbia per quello che un giornale ha definito in modo molto
efficace un Paese da rottamare.
Sì,
da rottamare quanto ad edilizia pubblica e privata
lasciata spesso in mano, senza efficaci controlli, a spregiudicati
palazzinari che antepongono il profitto al rispetto delle norme di
sicurezza.
Siamo
un Paese ad alto rischio sismico ed il viterbese non è
certamente da meno. Abbiamo ancora vivo il ricordo del terremoto di Tuscania
del 1971, il paese distrutto e le centinaia di morti.
Una
ferita difficilmente cancellabile.
Ed
allora visto che il Presidente Berlusconi, come riportato
anche nelle ultime notizie, intende affidare alle
Province d’Italia un tassello del mosaico progettuale di ricostruzione
di quel territorio martoriato, perché non prendere lo spunto da questa
iniziativa, per fare, attraverso l’intervento puntuale delle autorità
cui è devoluto il controllo del territorio, una verifica
capillare del nostro patrimonio edilizio
pubblico e privato, con particolare riferimento ai nuovi insediamenti
urbani, visto e considerato che
la Città di Viterbo
e
la Provincia
, in questi ultimi anni, soffrono, indubbiamente, di un fenomeno che
proprio un costruttore locale ha definito di “edilizia drogata”,
intendendo per essa una cementificazione eccessiva ed
inspiegabile in rapporto al numero degli abitanti e
quindi ad una domanda certamente molto più contenuta rispetto alla
straripante offerta di nuove abitazioni.
Rivolgiamo
da cittadini un appello quindi al Prefetto, al Presidente
della Provincia ed ai Sindaci di tutta la Provincia affinché si attivino
nell’effettuare severi controlli sullo stato degli
edifici pubblici, in particolare ospedali e scuole, ed a verificare che le
più recenti costruzioni siano state realizzate nel rispetto delle norme
antisismiche.
Sarebbe
auspicabile che questo nostro appello venisse raccolto dai consigli
comunali/provinciale e trasformato in una delibera di indirizzo.
La
sicurezza sociale si fa nella prevenzione.
La
solidarietà del dopo è molto bella, ma non paga.
Dopo
qualche anno di una tragedia consumata, tutto ritorna come prima.
Bruno Barra
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VITERBO / 12-04-2009
TERREMOTO ABRUZZO: LE VALUTAZIONI DI TECNICI SPECIALISTI SU VARIAZIONI
FLUSSI RADON NELLA PREVISIONE DEL SISMA
VITERBO
(UNONOTIZIE.IT)
L’improvviso
e catastrofico terremoto che ha colpito l’Abruzzo la
notte tra il 5 e 6 Aprile
2009 ha
aperto il dibattito sulla prevedibilità o meno dei terremoti.
In
questi giorni si è parlato molto del tecnico Giampaolo
Giuliani che, tramite le analisi dei flussi del gas Radon
aveva “previsto” l’imminenza di un fenomeno sismico significativo.
La
comunità scientifica italiana, purtroppo, non solo non ha preso in
considerazione l’ipotesi di Giuliani ma ha tacciato lo stesso di
incompetenza denunciandolo infine per procurato allarme.
Ma
chi ha ragione?
Nonostante
la nostra facilità attuale nel determinare con precisione l’epicentro e
l’intensità di un terremoto già avvenuto, rimane la difficoltà di
effettuare previsioni dei terremoti.
Negli
ultimi 30 anni una delle tecniche più promettenti per questa previsione
consiste proprio nell’individuare variazioni nelle emissioni dal
sottosuolo di sostanze idro-chimiche gassose; il gas Radon è l’elemento
principale di riferimento.
E’
stato dimostrato infatti da ricercatori in tutto il mondo (cominciando coi
Russi dopo il disastroso terremoto di Tashkent nel 1966), che le emissioni
del Radon tendono ad aumentare durante le fasi preliminari di un terremoto
quando si formano microfratture nelle rocce che
permettono la fuoriuscita del gas.
Tali
aumenti possono durare da settimane a mesi, arrivare a picchi elevati e
infine crollare fino ai livelli minimi poco prima della fatturazione
meccanica della roccia stessa (il terremoto).
Tali
variazioni possono essere rilevate anche a
200 Km
di distanza nei casi di forte attività sismica.
A
dimostrazione della validità della suddetta tecnica preventiva, paesi a
forte rischio sismico quali USA (California), Cina, Giappone,
Portogallo, Grecia, Germania e Russia hanno
adottato da anni una metodologia di controllo
sperimentale basata sull’accoppiamento sismo/luni-solare/ionosferico
delle emissioni Radon.
Un
esempio include lo studio, fra il 1997 e il 2000, nell’arcipelago
portoghese delle Azzorre, mediante la realizzazione di
una rete di 12 stazioni sincrone di rilevamento nei pressi
dell’aeroporto internazionale di Lajes quando si utilizzò questo tipo
di tecnologia per il monitoraggio del vicino vulcano di Pico Alto.
In
seguito, visti i buoni risultati, vennero installate altre stazioni,
incluso alcune qui in Italia (Umbria).
I
dati iniziali ottenuti dalle emanazioni del Radon, forniti da
registrazioni multiple continue, vengono ripuliti dai disturbi
meteorologici, geologici e geodinamici, dagli effetti delle maree
luni-solari, e dalle radiazioni cosmiche da cui sono alterati e,
osservando l’andamento delle emissioni ripulite, eventuali anomalie
segnalano la presenza di elementi perturbatori nel sottosuolo (l’arrivo
del sisma); a questo punto dovrebbe scattare l’allarme.
Lo
studio nelle Azzorre venne illustrato in anteprima al congresso
internazionale sui gas rari di Cuernavaca in Messico nel
Settembre del 2001, mentre una prima applicazione in Italia venne
riportata nella rivista Galileo del Dicembre 2003.
Altre
applicazioni sperimentali di successo sono state presentate da
ricercatori internazionali ad altre sessioni di congressi sui gas rari.
Sulla
base delle numerose ricerche effettuate dai vari enti scientifici dei
paesi esteri, possiamo affermare che una previsione dei sismi basata sui
flussi del Radon è dunque possibile purché questi vengano registrati da
stazioni multiple, e ripuliti da tutte le possibili interferenze.
Bisogna
comunque sempre tener conto delle differenti dimensioni spazio-temporali
passando dall’ambiente geologico a quello umano!
Deborah
Ripa
Andrea
Mantovano
Tecnici
Radon qualificati riconosciuti dalla provincia di Viterbo
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G 20 DI
LONDRA COME IL G8 DI GENOVA - UN VIDEO MOSTRA UNO SPINTONE DI UN
POLIZIOTTO ALL’UOMO CHE POCO DOPO MORIRÀ - SI RIAPRE IL CASO. LA
FAMIGLIA ROMPE IL SILENZIO: “QUEL FILMATO FORNISCE MOLTE RISPOSTE. CHI
HA ALTRE NOTIZIE SI FACCIA AVANTI”…
Da "La
Stampa.it"
Scontri
G20
Spunta un video che prova le responsabilità della
polizia nella morte del 47enne negli scontri durante il G20 di Londra.
Nel filmato, pubblicato dal Guardian sul sito Web viene mostrata la
vittima, Ian Tomlinson, camminare con le mani in tasca di fronte ai
poliziotti schierati quando all'improvviso un agente lo spintona
facendolo cadere a terra. Il 47enne è morto mercoledì dopo aver
accusato un collasso mentre tornava a piedi a casa dal lavoro
attraversando le strade del centro di Londra in cui in quel momento
imperversavano gli scontri tra agenti e manifestanti.
Il quotidiano inglese ha riferito che il video è
stato girato da un manager di New York e ha scritto che un agente ha
colpito Tomlinson alla gamba con un manganello sorprendendolo alle
spalle. Questo particolare però non è chiarito dalle immagini. La
polizia aveva raccontato di essere stata allertata da un passante
secondo il quale Tomlison aveva avuto un collasso e non respirava più,
che i manifestanti avevano lanciato oggetti contro gli agenti che
cercavano di rianimarlo, e che l'uomo era poi morto in ospedale. «Stiamo
cercando di recuperare questa prova», ha detto un portavoce della
polizia.
Scontri
G20
Immediatamente dopo la pubblicazione del filmato la
famiglia della vittima ha deciso di rompere il silenzio e puntare il
dito contro la polizia. «Per quel che ne so - ha spiegato al Guardian
il figlio Paul - dopo aver parlato con il suo collega, ha lasciato
l'edicola verso le 7 e stando alle foto e alle immagini delle telecamere
a circuito chiuso che mi hanno fatto vedere si sono rifiutati di
lasciarlo passare a molti posti di blocco allestiti dalla polizia.
Il pezzo mancante del
puzzle era che cosa gli fosse successo una volta arrivato al posto di
blocco del Royal Exchange Passage: credo che quanto abbiamo visto
risponda a molti interrogativi». Tomlinson infatti non stava
manifestando, ma era semplicemente di ritorno a casa e cercava un varco
nel cordone di sicurezza: le immagini mostrano come sia stato assalito
senza alcuna provocazione e quando ormai aveva superato il posto di
blocco.
Scontri
G20
La Commissione Indipendente che vigila sull'operato
della polizia ha aperto un'inchiesta per accertare se gli agenti abbiano
avuto una parte di responsabilità in quanto accaduto. «Ora - ha
continuato Paul Tomlinson sulle pagine del quotidiano britannico -
guardando il video, posso dire che la polizia ha avuto contatto con Ian:
se questo sia stato o no causa della morte non lo so, ma sono sicuro che
arriveremo alla verità, nuove prove saltano fuori ogni giorno e questa
non sarà l'ultima».
La famiglia chiede ora di poter ascoltare l'agente
che ha spintonato la vittima e i due agenti della cinofila che le
immagini mostrano in piedi dietro di lui. «Vogliamo delle risposte:
perché? Aveva chiaramente le mani in tasca e aveva la schiena rivolta
agli agenti, non c'era alcun bisogno di intervenire. Ora - ha terminato
il figlio della vittima - è chiaro che c'è stato uno scontro fisico, e
dopo aver visto le immagini vogliamo chiedere ai testimoni di farsi
avanti, persone che abbiano visto o girato altre immagini».
Il video sull'home page del "Guardian" (http://www.guardian.co.uk)
[08-04-2009]
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AVEZZANO (L'AQUILA) /
05-02-2009
GIUSTIZIA: ROMA, SIT-IN A
MONTECITORIO. BRAVO RAGAZZO
PORTATO IN CARCERE MUORE NEL
MISTERO. ENIGMI E FATTI
INCREDIBILI
Un caso di cui si è
occupato anche Beppe Grillo
Il Comitato Verità e
Giustizia per Niki
ha ottenuto l'autorizzazione
dalla Questura
di Roma per il Sit-in che si
terrà mercoledì 11
Febbraio 2009 a
Roma in Piazza
Montecitorio dalle ore
11,00 alle ore 16,00.
La nostra preghiera come
Comitato, per una migliore
organizzazione, a coloro che
abitano in Abruzzo,
in provincia
dell' Aquila e ad Avezzano, e che
vogliono aderire, è di
contattarci telefonicamente
presso la Libreria
Mondadori dei genitori
di Niki, in modo che si possa
organizzare il trasporto a Roma con un
autobus. Ringraziamo
anticipatamente tutti coloro che
aderiranno, ricordando che Niki
ha bisogno di Verità e di
Giustizia, come noi che
lottiamo, perchè la Sua Verità è
la nostra, e la Sua Giustizia è
la nostra.
Comitato Verità e
Giustizia per Niki Aprile Gatti
Un
caso di cui si è occupato anche
Beppe
Grillo
Guarda ed ascolta l'incredibile
storia di Niki in questo video
Così scrive la madre
nel suo blog...
Era la Vita...
i sogni...la voglia di
raggiungere obiettivi, la
voglia di migliorare, la
voglia di amare, la voglia
di creare, la mia famiglia,
il mio adorato fratellino
Nathan, i miei viaggi....i
miei amici (quelli veri
intendo..) i miei libri, le
lunghe chiacchierate con mia
madre sul divano di casa
fino a notte fonda..quante
volte discutevamo dei nostri
grandi amori (ironia della
sorte Roberta e Roberto) e
parlavamo della vita futura
dei nostri progetti....delle
letture comuni, ricordi
mamma il primo computer che
mi hai comprato? Avevo 8
anni e la mia passione era
già evidente, la mia
genialità da te sempre
riconosciuta e incoraggiata,
poi vista ed apprezzata
dagli altri! L'Università,
la bella casa di roma,
l'autonomia, ma ben presto
vengo avvicinato per fare
dei lavori di informatica,
da un ragazzo di
Roma universitario
anche lui, che già
collaborava con delle
persone a San Marino.
Mi ha entusiasmato subito
l'idea, così iniziano le
collaborazioni, prima a
distanza, poi mi
trasferisco....abbandono
l'Università.
Ma... arriva il 19 giugno
2008 e tutto svanisce....
NEI 4 GIORNI DI CARCERAZIONE
Vengo a sapere che sei stato
arrestato alle 14,30 ,
arrestato e perchè?? Nulla,
non riesco a sapere nulla da
San Marino.
Mi attivo immediatamente, si
attivano in me tutti i
sensori, paura, panico, cosa
stà succedendo? Chiamo
l'unico amico "vero" che
avevi ed hai a San
Marino, per avere
riferimenti circa l'Avvocato
aziendale,
lui sicuramente qualcosa in
piu' sapeva. Lo chiamo,
neanche lui sapeva ancora
niente, gli dico che salgo a
San Marino
, ma lui mi dice che il mio
andare su' era perfettamente
inutile in quanto Niki non
avrei potuto vederlo perchè
era in isolamento per tre
giorni e che lui mi avrebbe
potuto solo ripetere ciò che
mi aveva già detto
telefonicamente, che ci
saremmo comunque risentiti
in serata per le novità, se
lui riusciva a sapere
qualcosa in piu'. Niki è
stato arrestato a
Cattolica, in
quanto la mattina, viene
chiamato dalla madre del suo
titolare/socio.. che lo
avvisa che la sera
precedente era stato
arrestato il figlio, e lo
prega di recarsi presso lo
studio dell'avvocato di
famiglia (oltre che
aziendale) per avere
notizie. In perfetta buona
fede e senza alcun timore,
Niki si reca nello studio
dell'Avv. Marcolini, resta a
parlare con lui e quando
esce dal portone, viene
arrestato proprio lì.Vi
sembra una persona che aveva
paura di essere arrestato
anche lui? E' scappato
quando la madre del titolare
lo ha chiamato?
Comunque il titolare e un
altro tecnico di San
Marino, arrestato
anche lui lo stesso giorno
vengono introdotti nel
carcere di Rimini,
Niki portato a
Firenze (io vengo a
saperlo solo il giorno dopo
e mi viene detto che il 20 è
stato trasferito da
Rimini a
Firenze, ma NON E'
COSI'! Niki non è mai stato
a Rimini, PERCHE'? Io ho saputo che
non c'è mai stato solo
quando mi hanno riconsegnato
le carte dal carcere,
l'ingresso al carcere
avviene a
Sollicciano il 19
giugno 2008. Iniziano
movimenti di gente che sale
a San Marino,
telefonate x convincermi al
cambio di avvocato, ma io
avendo già parlato con altri
avvocati , i quali tutti mi
avevano consigliato almeno
per il momento, di lasciare
quello aziendale, che
certamente qualcosa in piu'
sulle attivita' svolte dalle
società sapeva, e che in
seguito poi si sarebbe
provveduto, secondo
l'evoluzione a stabilire il
da farsi,resto irremovibile,
urlo per telefono a tutti,
l'Avvocato per il momento
deve restare Marcolini. A
mia insaputa e senza alcun
rispetto della famiglia, il
giorno 20 giugno alle ore
20,58 viene spedito a mio
figlio un telegramma dalla
sua stessa abitazione in
questi termini :
" DEVI NOMINARE
L'AVVOCATO......" notate
l'ORDINE...... e Niki lo
riceve il 21 giugno con 3
giorni infernali (immagino)
e di isolamento alle spalle,
Voi che avreste fatto????
Che ne sapeva lui di quello
che stava succedendo fuori?
Lui esegue............. (Io
leggo il telegramma e lo
vedo solo molto tempo dopo,
quando riprendo le carte
dall'Avvocato)Intanto io
salgo a Cattolica,
è domenica 22 dopo aver
parlato continuamente al
telefono con Marcolini nei
giorni precedenti, ma
dovevamo aspettare
l'interrogatorio del lunedì
23 a Firenze,
per vedere effettivamente le
cose come stavano, dico
all'Avvocato del fatto che
c'erano pressioni per il
cambio di Avvocato e che mi
era stato anche ventilato,
che probabilmente era stato
fatto un telegramma, ma lui
mi rassicura dicendomi che
non glielo avrebbero dato
(data la condizione di
isolamento). Così,
rassicurata, parto per Firenze,
rimanendo con l'Avvocato,
che ci saremmo visti il
lunedì mattina in Tribunale
a Firenze.
Il lunedì mattina, arriva il
blindato della polizia
penitenziaria e ti riesco
solo a intravedere fra
sbarre e gabbie lì dentro,
mi si stringe il cuore...il
mio prezioso, adorato
Niki.... Il blindato entra
nel retro del tribunale, io
lì, non mi fanno salire in
aula, riservato solo agli
avvocati.....e come posso
vederti???? Piango ..di un
pianto disperato e
disperante. L'Avv. Marcolini
con altri dello studio
arriva in leggero ritardo,
sale e mi chiama da fuori la
porta dell'aula dove niki
stava già parlando con i PM
dell'indagine con un altro
Avvocato......A Marcolini
dicono che è stato
ricusato...A me crolla il
Mondo ...dico..e adesso???
Chi è questo nuovo
avvocato??
Una donna mi dice Marcolini,
e comunque aggiunge, in
questa fase si sarebbe
dovuto avvalere della
facoltà di non
rispondere....Io piango,
urlo, non sò che fare fuori
a quel tribunale, mi metto
lì fuori ad aspettare dovrà
uscire questo nuovo avvocato
per sapere qualcosa e mi
faccio fare una
rappresentazione della
donna... intanto dopo 4 ore
esce Niki, io vedo il
blindato che si muove per
riprenderlo e gli corro
dietro, voglio vederlo, devo
vederlo, noi ci siamo sempre
capiti con lo sguardo, gli
volevo lanciare il
messaggio:" insieme usciremo
da tutto questo, da questo
incubo, ce la faremo!!
Quanto ho sperato di
svegliarmi da un momento
all'altro...ed invece stava
accadendo davvero a lui e a
me...
Gli agenti iniziano ad
urlare di allontanarmi,
dovevo stare almeno a 20
metri di
distanza....avrebbero
arrestato anche me, se non
mi fossi tenuta a tale
distanza, e io piangevo come
una disperata e cercavo il
piu' possibile di
avvicinarmi, mi sembrava
essere entrata in un vortice
di follia e di
folli.Comunque Amore ti vedo
e mi vedi ma un agente ti
gira con le mani la testa
dal lato opposto.....CHE
DOLORE....IL NOSTRO ULTIMO
SGUARDO e di corsa ti hanno
rinfilato dentro al blindato
con le gabbie e i
lucchetti....come se
avessero arrestato
Riina.....26 anni,
una ipotesi di truffa
informatica... quanti pianti
dopo che sei andato via,
l'hai visto l'ultimo bacio
che ti ho mandato??? Perchè
tanta violenza??? Perchè non
si distingue??
Ricordo una frase celebre
che diceva "Bisogna
distinguere , per
evolvere"....
Comunque parlo con
l'Avvocato quando esce e
chiaramente mi dice che lei
doveva studiare il caso e
che Niki aveva voluto
parlare perchè doveva
spiegare il suo lavoro e che
per lui era importante
spiegare ed uscire di lì.
Chiedo di vederlo anche in
loro presenza, anche per
pochi minuti, ERA IMPORTANTE
,l'Avvocato si
attiva per questo ma tutto
inutile , la prassi da
rispettare sono le 48 ore
successive
all'interrogatorio........piango
tanto, mi faccio perfino
accompagnare davanti al
carcere, volevo vedere dove
eri..... Che brutto, il mio
prezioso Niki era
lì.....tanto amato, tanto
curato, il mio preziosissimo
fiore... torno ad Avezzano..
Non sono state sufficienti
le 48 ore ....dopo appena 20
ore era tutto FINITO, finiti
i sogni Finita la tua e la
mia vita.............
Il giorno 24 giugno 2008
alle ore 13,15 mi arriva una
telefonata sul cellulare, e
ripeto CELLULARE con tono
freddo mi dice: lei è la
mamma di Aprile Gatti Niki?
ed io : Si - e la voce
metallica: è il carcere di
Sollicciano, una brutta
notizia, suo figlio si e'
SUICIDATO. - Mi scoppia
tutto , il cuore il
cervello, si può essere piu'
insensibili???? e se ero in
macchina e andavo a
sfragellarmi?? e se mettevo
a rischio la vita di altre
persone??? L'Ispettore Capo
della Polizia
di Avezzano
mi ha dichiarato che non
sono queste le procedure, il
carcere doveva avvisare
loro, e poi loro sarebbero
venuti a casa anche con la
psicologa, per darmi una
tale notizia.
Ora io mi chiedo: PERCHE'
NON E' STATA SEGUITA LA
PROCEDURA?? PERCHE'?
Il dolore...... indicibile,
sarebbe stato lo stesso
identico, ma mi domando e vi
domando perchè dovevo subire
questo shock????
Dopo due giorni l'autopsia,
finalmente il venerdì mi
riprendo il mio adorato
figlio,
allevato con l'amore piu'
profondo (ero separata) un
rapporto esclusivo io e lui,
me lo ridanno che non lo
posso neanche
toccare..........mio Dio che
DOLORE...
Il funerale ...no, non
poteva essere, mi ha
lasciato qualcosa di
scritto???? NO,
NIENTE................ Niki
non mi avrebbe mai lasciata,
e ancor meno mai in silenzio
Vogliono farmi credere al
suicidio, ma nemmeno per un
attimo ho creduto....Niki
era consapevole della sua
genialità, del suo riuscire
a districarsi in ogni
occasione, Niki non aveva
mai avuto problemi con la
giustizia, Niki non era mai
entrato nemmeno in visita ad
un carcere, Niki non doveva
essere trattato in questo
modo, caro garante dei
detenuti Dr Franco Corleone,
vede, apprezzo le sue
parole, ma Lei doveva
garantirmi "prima" e vede
che le sue dichiarazione al giornale "La
Repubblica" del
25/06/2008......"forse si è
scoraggiato pensando a una
lunga detenzione(e chi lo
poteva dire? mia domanda)e
poi...so che aveva cambiato
avvocato, altro segnale di
inquiestudine."no, lui non
avrebbe cambiato avvocato se
non gli avessero fatto
recapitare il telegramma con
: "DEVI nominare"....... Che
DOLORE e che BRUTTA
STORIA...
IL FURTO
Il 19 Luglio 2008 , mando su
a San Marino,
mio marito e mio cognato,
per parlare con il
proprietario, per farci
concedere del tempo (eravamo
tutti distrutti) per
liberare l'appartamento di
Niki dal mobilio e dai suoi
effetti personali, aprono la
porta, regolarmente chiusa
e....tutto completamente
SPARITO....tutto, neanche
una maglia mi hanno
lasciato, per risentire il
suo profumo.... spariti i COMPUTER il
mobilio, tutti gli effetti
personali, il portafoglio,
le carte di credito, la
corrispondenza arrivata
anche dopo il 19 giugno, le
chiavi di casa nostra che
aveva Niki, insomma razziato
e pulito, pronto da
riaffittare.....dove sono
finiti?????? Chi detiene
tutto?
MA CHE COSA SAPEVA MIO
FIGLIO E CHE COSA AVEVA NEI
SUOI COMPUTER
O FRA LE SUE CARTE TALI DA
GIUSTIFICARE TUTTO QUESTO???
Sapeva cose che non doveva
rivelare?????
Possedeva cose che potevano
aggravare la situazione dei
17 che erano già in carcere
o di chi addirittura ci
poteva finire???
"CHI" ha dato questi
ordini??
La mano che ha eseguito
potrebbe essere anche forse
la stessa, aiutata dai suoi
amici e suoi familiari ( e
possiamo immaginare
perchè e per cosa
l'abbia fatto), ma gli
ordini chi li dava??
Certo è che, se fosse stato
un suicidio "normale" , non
ci sarebbe stato il cambio
di avvocato, non ci sarebbe
stato il furto, a che prò io
non posso difendere mio
figlio non avendo piu'
niente?? Io non posso
ricostruire una sana e
corretta storia di mio
figlio a San Marino,
le Società in cui lavorava e
tutte le persone intorno a
lui dal giorno del funerale
sono scomparse, anche oggi,
che stò combattendo questa
battaglia, loro sono
assenti, non sono
interessati a scoprire la
verità??? E perchè?? Si
dichiaravano tutti
"amici"..... e che amici!!!
Mio figlio era già deceduto,
penalmente il suo processo
era finito, quindi a
chi interessava la pulizia
dell'appartamento??
MIO FIGLIO DEI 18 E' STATO
L'UNICO CHE NON SI E'
AVVALSO DELLA FACOLTA' DI
NON RISPONDERE, E' L'UNICO
AL QUALE HANNO CAMBIATO
AVVOCATO, E' L'UNICO CHE NON
C'E' PIU'..... ED E' L'UNICO
DI CUI NON SI HA PIU'
NIENTE.
AIUTATEMI A CAPIRE E A
SCOPRIRE LA VERITA'
Ma passiamo alla
restituzione dal carcere
della documentazione....dopo
l'apertura del fascicolo da
parte del PM che si
occupavadel suicidio in
carcere per "ipotesi" di
suicidio, passano i 90
giorni e definiscono il
tutto come suicidio e
archiviazione del caso. Ma
andiamo a vedere..... anche
qui....cosa accade...
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Videoinforma : www marcobava.it
Fuell cell a idrogeno
Pubblicata il 17/11/2009
Dalle sperimentazioni in corso in Giappone
incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a
idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity,
Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente
118 km con un kg d'idrogeno.
Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno
contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano
circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è
attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero
percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo
conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il
problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso
compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora
ingombranti e pesanti bombole.
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www.ecorete.it
www.visual.paginegialle.it/
ARRIVA LA
CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori
economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra
incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a
Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger
economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.
Nato in una sera
di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico
e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il
«BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si
articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live
blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul
sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org):
un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account
Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto»
avranno la possibilità di fare domande ai relatori.
Dopo il debutto di
un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio
poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa
450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri
blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata
travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E
quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della
crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli
interventi.
Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default;
fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri
saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed
ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di
educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di
trading. |
| SAPEVI CHE
L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE DAL
POLITECNICO DI TORINO :
INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL
PROF.UGAZIO clicca qui
La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore
che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza
, si crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto ! |
Veri mostri
botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti
mutageni (cromo esavalente, diossine,
policlorobifenili).
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LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN
DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’
On. Scilipoti Domenico
Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area
Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via
Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.
Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002
presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata
una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo
esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato
dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455
µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.
La sorgente principale del cromo esavalente è stata
individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché
nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.
In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente
riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e
di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump &
Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.
Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di
concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti
superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e
pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente
a valle di esso.
L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato
che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i
fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è
rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento
delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la
concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro
(ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua
di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non
è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in
sicurezza”.
La relazione tecnica in oggetto precisa che:
“L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari
per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti”
e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari
a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite
tabellare previsto per il cromo esavalente.
Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di
attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000
metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e
residenziale.
Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria
con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli
pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).
L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del
sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie
di acciaieria.
Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo
milione di metri cubi.
Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in
quantità superiore ai limiti.
Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e
considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato
pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di
tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il
valore dell'area.
E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con
la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti
dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.
Le determinazioni più recenti consistono nella
preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area
costituita dalla prevedibile estensione della situazione di
contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.
La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché
ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un
possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe
installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di
contaminazione.
La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di
carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei
vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al
fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una
adeguata protezione dell'ambiente.
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda
rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
…
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di
concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di
legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30
microgrammi/litro.
…
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:
Non era il caso di informare la popolazione, che sembra
all'oscuro di tutto?
Non conveniva bonificare l'area subito, invece di
programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?
L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi?
Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?
Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene
precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al
pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle
radiazioni ionizzanti?
Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente
nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di
inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?
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Cromo esavalente nella Dora a Torino
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In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il
Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha
parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente
trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area
dell’ex acciaieria Vitali.
Dice il Coraglia:
“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati
anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in
materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori
infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata
fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla
Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato
assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da
sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto
la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.
Ma come stanno realmente le cose?
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
...
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio
2005. A
seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in
falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono
sensibilmente diminuiti, da oltre
400 a
30 microgrammi/litro.
...
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax
+39.011.4426562
P.S.: Il colore del cromo esavalente.
http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4
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Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
L'inchiesta è
stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a
Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?
10.08.09
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Votare SI
per affermare il prevalere dell’interesse pubblico su quello privato di
una minoranza armata
Votare SI
per proteggere specie a rischio di estinzione affinché possano essere
ancora viste dalle future generazioni
Votare SI
per restituire a tutti i cittadini la gioia di frequentare in sicurezza
la domenica boschi, monti, campagne, aree naturali senza il rischio di
essere impallinati
Votare SI
per contenere l’attività venatoria all’interno di regole più severe e
meno contrastanti con l’interesse generale
Votare SI
per contrastare gli eccessi dell’attività venatoria
Votare SI
perché la fauna selvatica è un patrimonio di tutti che merita di essere
preservato
Le ragioni del SI
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A breve avremo la data!
Per favore fa circolare il messaggio tra le tue amiche ed i tuoi amici
piemontesi! |
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