CORRIERE SERA
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E' mia intenzione dare la mia disponibilità a raccogliere le deleghe per le prossime assemblee degli azionisti in Italia , chi e' intenzionato a darmele mi invii email cosi cominciamo a conoscerci :

 ideeconomiche@pec.it

 

 

LA MAPPA DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio di:

  • visitarlo periodicamente
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  • MARCO BAVA fornisce dati, notizie, approfondimenti analisi sui mercati finanziari , informazioni , valutazioni che pur con la massima diligenza e scrupolosita', possono contenere errori, imprecisioni e omissioni, di cui MARCO BAVA non puo' essere in nessun modo ritenuto responsabile.
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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondati da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

 

NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE

2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...

3) TELELAVORO

4) Commercio equo-solidale.

5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN

6 ) NO TETRAPAC 

 

 

TEMI STORICI :

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 2 PARTE 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRi SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

 

 

Thanks again,

Jennifer

 

 

 

 

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 17.11.12 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 <http://rassegna.governo.it/> .

DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL PRESIDENTE DELLA CAMERA

PDF -

http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

Imposta su google : www.treasury.gov/initiatives/financial-stability/investment-programs/aifp/Pages e leggi contratto FIAT CHRYSLER

 

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MARCO BAVA

 

 

 

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  ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA

 

 

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- RCS: BAZOLI, NESSUN ACCORDO TRANSATTIVO CON RIZZOLI...
(Adnkronos) - Tra Mittel e Angelo Rizzoli "non e' previsto alcun accordo transattivo, perche' riteniamo la causa assolutamente infondata". Lo ha detto il presidente di Mittel Giovanni Bazoli, durante l'assemblea della holding di piazza Diaz, a proposito della causa intentata da Rizzoli nei confronti di Mittel, Rcs Mg, Intesa SanPaolo, Edison e Giovanni Arvedi, in relazione all'acquisto del controllo della Rizzoli Editore da parte degli stessi, avvenuto nel 1984. Bazoli ha inoltre reso noto che il prossimo 28 luglio "si aprira' la fase decisoria" del procedimento. (segue)18-02-2011]

 

 

 

LO SCARPARO DEI PALLINI ROVESCIATI VUOLE ROVESCIARE IL TAVOLO DI RCS E DEL CORRIERE - IN UN’INTERVISTA A "REPUBBLICA" PARLA E STRAPARLA (SENTI CHI PARLA!) CONTRO I POTERI MARCI (GERONZI E BAZOLI), GLI UFFICI STAMPA "ALL’AMATRICIANA", IL BAZOLIANO MUCCHETTI E I SITI I DA QUATTRO SOLDI (LEGGERE DAGOSPIA) CHE GLI ROMPONO I COGLIONI - DIETRO IL PICCOLO GLADIATORE DE’ NOANTRI APPARE LA MANINA DI LUCHINO. E UN GRAN COMPLESSO DI INFERIORITà VERSO IL GOTHA DELLA FINANZA CHE CONTINUA A SNOBBARLO - L’ATTACCO AL BAZOLIANO DE BORTOLI: "IN UN QUOTIDIANO EQUILIBRATO COME IL CORRIERE NON SERVE SCRIVERE ARTICOLI QUALCHE VOLTA FUORI MISURA PER DIMOSTRARE AL MONDO CHE SI È INDIPENDENTI DALLA PROPRIETÀ. QUALCHE VOLTA SI ESAGERA"

 

1- DELLA VALLE ACCUSA GERONZI E BAZOLI: MANOVRE SULLE SCELTE CHIAVE AZIENDALI - "BASTA GIOCHI DI POTERE IN RCS, DECIDE IL CDA"
Giovanni Pons per la Repubblica

A mio parere le aziende sane al giorno d´oggi devono essere guidate dai componenti del consiglio di amministrazione. Il cda deve essere l´unico luogo dove si parla, si discute e si prendono le decisioni. Senza assegnare alcuna golden share a nessuno per diritto divino».

 

Diego Della Valle, fondatore di Tod´s e socio di Rcs Mediagroup con il 5,4%, è insieme ad altri azionisti di spicco molto infastidito dalle voci che nelle ultime settimane si sono rincorse su ipotetici cambi al vertice del Corriere della Sera. E in questa intervista accetta di fare un po´ di chiarezza.

 

Dottor Della Valle, la confusione intorno a Rcs non è dovuta anche a un azionariato molto articolato, con 14 soci pesanti che rappresentano l´architrave economica del nostro paese?
«Dal mio punto di vista le azioni si contano e il fatto che vi siano 14 o 15 soci importanti è una garanzia di indipendenza. Tra l´altro nel corso del tempo si è formata all´interno della struttura azionaria una logica bipartisan, che serve a "bilanciare" le decisioni. È tutto come in molte altre aziende. Il problema, invece, è che qualcuno pensa di poter gestire in solitudine o tra pochi intimi bypassando gli altri e il cda che, ripeto, è composto da persone serie e capaci ed è l´unico luogo dove devono formarsi le strategie dell´azienda, punto di riferimento per il management. Chi pensa di fare come in passato sbaglia di grosso. I tempi sono veramente cambiati».

Esiste o no una lettera di lamentele scritta da alcuni azionisti, tra cui anche lei, per articoli poco riguardosi per le aziende da loro gestite?
«A mia conoscenza non esiste alcuna lettera e trovo offensivo che qualcuno abbia voluto utilizzare il mio nome in un´ottica destabilizzante per l´azienda. C´è un ufficio stampa in particolare, che definirei all´"amatriciana", che passa il tempo a inquinare i rapporti tra gli azionisti e a creare tensioni in azienda con l´obbiettivo finale di far percepire all´esterno che il suo capo è il vero padrone. È un malcostume che fa male in primo luogo a chi lavora in Rcs, destabilizzando l´azienda.

La Rizzoli, lo ribadisco, è di proprietà di tutti i suoi azionisti e se un´importanza va data la si deve dare contando le azioni. Il direttore non è assolutamente in discussione e il presidente Marchetti ha ribadito la fiducia del consiglio. Anzi, io l´avrei fatto sapere qualche giorno prima. Riferendomi a cose lette in questi giorni credo che in un quotidiano equilibrato come il Corriere non serve scrivere articoli qualche volta fuori misura per dimostrare al mondo che si è indipendenti dalla proprietà. Qualche volta si esagera».

 

Lei si è astenuto nella votazione del 15 dicembre sul nuovo piano industriale Rcs. Qual è il vero significato di questa scelta?
«Quello presentato dal management è un buon piano ma deve essere verificato nella tempistica di realizzazione, che sono fiducioso verrà fatta come da piano. È un´astensione costruttiva come ha detto Antonello Perricone. Mai come adesso si stanno aprendo grandi opportunità di sviluppo grazie alle nuove tecnologie e devono essere colte con tempismo. In soli due anni potremmo avere un´azienda eccellente.

Lei di recente ha parlato di arzilli vecchietti unti dal signore che pretendono di avere l´ultima parola sulle decisioni del Corriere senza aver speso di tasca propria. A chi si riferiva esattamente?
«Io penso che nel mondo delle imprese ci siano due scuole di pensiero. Da una parte c´è chi produce e dedica tutte le sue energie a fare prodotti da vendere sui mercati di tutto il mondo, e dall´altra vi sono altri che attraverso la gestione dei rapporti dei si dice e dalla formazione degli schieramenti hanno una gestione che io ritengo appartenga al passato, lontano da una logica di prodotti, di competitività e di aziende che vivono di mercato».

 

Allude forse a Cesare Geronzi, presidente di Generali, e a Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo, entrambi azionisti della Rcs Mediagroup attraverso le rispettive società?
«Senza volerne fare un caso personale e valutandoli con ottiche diverse e con pesi e caratteristiche completamente diverse, si. È importante secondo me che si rendano conto che gli attuali proprietari della Rizzoli sono persone che pensano con la loro testa, che spesso non sono legati ad alcun tipo di schema e che vogliono solo che l´azienda funzioni bene e quindi che prendano atto che per il futuro le decisioni saranno decisioni prese nel cda, con chiarezza e con un dibattito franco tra i soci».

Dunque lei chiede a Geronzi e Bazoli di non cercare accordi separati ma di discutere in cda le scelte cruciali della Rcs. Ma secondo lei è giusto che le banche siano azioniste dei giornali?
«Non è un problema di banche o banchieri o di altri azionisti, come me, che fanno un altro mestiere. Io dico che il cda nella sua completezza è il posto delegato a prendere le decisioni e dare le deleghe e una volta che le deleghe vengono assegnate sia che si tratti dell´amministratore delegato o del direttore dei giornali bisogna lasciarli poi lavorare tranquilli e sopportarli e poi come in tutti le aziende sarà il cda a valutare i risultati da poter decidere se la fiducia va rinnovata o no ai suoi manager e ai suoi direttori».

L´ingresso di Giuseppe Rotelli nel cda Rcs e forse, in futuro, anche nel patto di sindacato cambierà gli equilibri che governano l´azienda?
«Rotelli è un azionista importante, che ha investito soldi suoi, ed è giusto che stia nel cda. Quando un imprenditore impiega cifre rilevanti è sempre più vicino al proprio investimento e segue con attenzione la gestione dell´azienda».

 

Non le sembra un po´ bizantina una catena di controllo che prevede patto di sindacato, cda Rcs Mediagroup e cda Rcs Quotidiani dove tutti gli azionisti sono rappresentati?
«Il patto me lo sono trovato, anzi ho aspettato anche molto prima di entrarci, pur essendo azionista. In effetti venendo dal mondo dell´impresa familiare faccio un po´ fatica a capire la necessità di tutti questi organi. Comunque per semplificare la gestione io ho sostenuto con forza, insieme ad altri azionisti, la discesa dei proprietari nella Rcs Quotidiani, in presa diretta con i manager per sostenere i piani industriali. Credo che da allora siano migliorati i meccanismi di gestione di quel consiglio».

 

La Rcs è alla vigilia di scelte importanti che riguardano in primo luogo le strutture giornalistiche. Qual è la sua posizione al riguardo?
«Dico che il mondo è cambiato e che il futuro delle case editrici sarà sempre più competitivo, per cui non ci si può permettere di perdere il treno della rivoluzione digitale. In Rcs non si possono più mantenere in vita situazioni di comodità oramai superate dai tempi; occorre sbrigarsi a trovare accordi consensuali tra giornalisti e direttore e in questa fase difficile gli azionisti devono supportare i manager e i direttori. È importante che tutti insieme costruiamo la Rcs di domani».

Insomma, mi pare che lei auspichi il ritorno di Rcs a una vita più normale nel panorama nazionale dei media. È così?
«Mi piacerebbe che nessuno mi chiedesse più che cosa succede al Corriere: è una casa editrice come le altre. E a chi ci lavora voglio dire di tenere alla larga chi vuole inquinare l´ambiente con chiacchere e totonomine inesistenti messe in giro da arroganti e poco professionali uffici stampa che vanno a vendere finte realtà e a garantire coperture inesistenti e quando non bastano loro si fanno aiutare da siti internet da quattro soldi».

2- LETTERA
Caro Dago,
solidarietà dopo l'attacco dello Scarparo a pallini che ha pubblicato una mega intervista su Repubblica (primo concorrente del Corriere) per straparlare del Corriere di cui è pure azionista e in cui alla fine attacca < siti internet da quattro soldi> che starebbero facendo circolare veleno sul Corriere e il suo direttore Flebuccio De Bortoli.

Ma caro Dago hai proprio ragione tu : il veleno è qualcun altro che lo mette in giro. Si tratta di fatti e non di parole. Le pressioni degli azionisti su De Bortoli non sono una fumisteria per premere sul povero Flebile. E' stato proprio De Bortoli a denunciarle pubblicamente giovedì 20 gennaio ai suoi redattori convocati in assemblea per chiedere loro di scendere lancia in resta a difesa della sua poltrona. Ripeto non gossip, ma parole di De BORTOLI SCRITTE NERO SU BIANCO.

Io l'ho lette sui siti su AFFARI ITALIANI E SU TE DAGO che avete pubblicato tutto l'intervento del magadirettore. Ebbene, cosa ha detto De Bortoli? RIPORTO QUELLE SUE PAROLE CHE QUI INTERESSANO:

 

SOSTIENE DE BORTOLI :"Il punto preliminare a ogni nostra discussione è proprio questo, anche se noto con rammarico che mai il Comitato di redazione in questi due anni mi ha chiesto di dibattere e approfondire temi cruciali quali la libertà e l'indipendenza della nostra professione. Certo, ci siamo occupati di molti aspetti sindacali, sicuramente importanti, ma mai in concreto del profilo della libertà sostanziale, del ruolo civile di noi giornalisti, dei rapporti con le proprietà editoriali. Ecco, i rapporti con le proprietà. Assai seri fatti accaduti recentemente, in casa nostra, sono passati nel silenzio assordante dei vostri rappresentanti sindacali. Nessun segnale, nemmeno lo straccio di un comunicato, un messaggio a voce, una pacca sulla spalla. Nulla."

E poco prima De Bortoli aveva esortato i suoi trecento giornalisti "a svolgere soprattutto meglio il nostro ruolo civile in un Paese nel quale la classe dirigente, non solo politica, disprezza la libera informazione e promuove soltanto cantori, urlatori, pretoriani quando non squadristi. Un Paese nel quale anche l'establishment economico e finanziario mostra di gradire poco le voci libere e le critiche: preferisce gli amici e i maggiordomi. Il fastidio per le voci dissenzienti cresce al pari della volgarità di un linguaggio tribale e impoverito. Siamo, noi del Corriere, tra le poche istituzioni di garanzia rimaste, il nostro compito di operatori dell'informazione e di cittadini è oggi più gravoso, interroga severamente le nostre coscienze, mette a dura prova la nostra etica personale, ma è una missione civile che deve riempirci di orgoglio. Di orgoglio e di responsabilità".

Insomma, Caro Dago che c'entri te? E' il De Bortoli folgorato sulla strada del referendum a suo sostegno che l'ha detto. IPSE DIXIT .Con un attacco ai suoi stessi azionisti che in un'azienda normale come quella auspicata da Della Valle su Repubblica oggi giustificherebbe la giusta causa per prepensionarlo.

Ma a ben leggere l'intervista di Della Valle di oggi, è chiaro che per lui e per De Bortoli ci sono azionisti più uguali degli altri che intendono rovesciare la regola che è il patto di sindacato che nomina il direttore del Corriere.
"Passiamo tutto al consiglio d'amministrazione" dice in sostanza della Valle. Lasciamo perdere organi societari ridondanti, mandiamo a quel paese gli arzilli vecchietti. Uomini nuovi premono alle porte.
Perché?

 

Perché nel Cda siede (ancora per quanto?) il suo compagno di merende Luca Cordero di Montezemolo che nel patto ha dovuto lasciare il posto a John Elkann che rappresenta la Fiat e la svolta di Marchionne.
QUANTO A ROTELLI, NON SI ILLUDA : LA PROCURA DI MILANO HA ARCHIVIATO LE SUE INCHIESTE, E' ENTRATO NEL CDA DELLA RCS MEDIAGROUP, MA NON NEL CDA DEL CORRIERE, NE' NEL PATTO!!!!!
A cosa serve tutta questa operazione? A sostenere la discesa politica in campo di LUCA-LUCA.
Tommasi di Lampedusa scriveva che dopo i gattopardi e i leoni arrivano iene e sciacalli.

 29-01-2011]

 

 

EFFETTO COLOSSEO SU DELLA VALLE: DA SCARPARO MARCHIGIANO A GLADIATORE DE’ NOANTRI - PRIMA DA’ DELL’”ARZILLO VECCHIETTO” A GERONZI, INDI “UNTO DEL SIGNORE” A BAZOLI, I DUE BOSS RCS, POI PARLA DI “MESTATORI” CHE AVVELENANO I POZZI TRA I SOCI DI VIA SOLFERINO! - MA LA NOTIZIA DEI DISSENSI TRA ALCUNI SOCI (IN PRIMIS LA FIAT MARPIONATA) DEL CORRIERONE L’HA SCODELLATA RADIOCOR-SOLE 24 ORE E NON E’ STATA MAI SMENTITA UFFICIALMENTE - ORA SE UN SOCIO DI RCS DÀ DEL PENSIONATO UN PO’ TACCAGNO AI SUOI COMPAGNI DI MERENDE IN VIA SOLFERINO, CHI È CHE PESCA NEL TORBIDO DEI POTERI MARCI? CHI “AVVELENA” I POZZI DALLE PARTI DI FLEBUCCIO DE BORTOLI FOLGORATO SULLA VIA DEL REFERENDUM? ALTRO CHE “NESSUN GIALLO” SULLE TENSIONI TRA I SOCI DELL’RCS, COME SI È AFFRETTATO A DICHIARARE L’ALTRO GIORNO MR TOD’S. A PREVALERE, INFATTI, È IL “ROSSO VERGOGNA” DI CHI TIRA IL SASSO E NASCONDE LA SCARPINA (A PALLINI SVENUTI) -

DAGOREPORT
Diceva il grande giornalista e saggista Walter Lippmann che il nostro "vero male è l'ignoranza, di cui tutti noi, conservatori, liberali e rivoluzionari, soffriamo". E quando ci si avvicina al cuore dell'informazione (o della politica) questo "peccato" tende a dilatarsi, fino a raggiungere la più perfetta malafede.

 

Prendiamo il caso dello Scarparo marchigiano Diego Della Valle, imprenditore di successo (mai messo in discussione) che siede nei principali board dei Poteri Marci (da Generali all'Rcs Media Group).

L'altro giorno Dieghito El Dritto (con la luna storta) ha dichiarato che non "esiste alcun giallo" sulle tensioni tra gli azionisti del "Corriere della Sera". Tutta fuffa, aggiungeva spavaldo il nostro, "di qualche solito noto che usa la disinformazione e l'avvelenamento dei rapporti tra le persone per tenere sotto pressione i giornalisti e il management del Corriere".

 

Ora il "solito noto" disinformatore altri non era che l'agenzia economica Radiocor, edita dal "Sole 24 Ore" (proprietà della Confindustria). Martedì 11 gennaio Radiocor batteva questa notizia dal titolo "Rcs: tensione sulla linea editoriale del Corriere della Sera". Nel flash è rivelato: "Momenti difficili al Corriere della Sera. Una parte degli azionisti rappresentati nel Cda della Rcs Quotidiani, secondo quanto risulta a Radiocor non condivide alcune scelte editoriali della direzione del quotidiano".

Con chiara allusione alla dirigenza della Fiat che poco aveva gradito (senza nasconderlo all'esterno) il proprio malumore per le diligenti e documentate analisi di Max Mucchetti, pubblicate senza tentennamenti dal direttore Flebuccio de Bortoli, sulla cosiddetta rivoluzione Marchionne tra Torino e Detroit.

Forse lo Scarparo di Sant'Elpidio ignorava che la notiziola non era stata partorita dai soliti trombettieri malevoli (in primis Dagospia?), ma da un'autorevole agenzia economica-finanziaria. Anche se si stenta a crederlo.

Ragionando non con la testa, non con i piedi (foderati di pallini Tod's), allora tra i principali "mestatori" dell'informazione che si aggirano come corvi su via Solferino, un posto se l'è guadagnato proprio Dieghito el Dritto. Anzi, una posizione di Corvo rosso non avrai il mio scarpo(ne).

Venerdì 21 gennaio, a distanza di dieci giorni dalle rilevazioni di Radiocor sui dissensi interno dell'Rcs (mai smentite ufficialmente né dal Lingotto né dal notaro Marchetti!), appena conquistato il restauro del Colosseo, il Gladiatore Della Valle (azionista con il 5,4 per cento del gruppo) lasciava al telegiornale de La7 - diretto dal suo amico Mentana, che incassava lo "scoop" -, una dichiarazione a dir poco sorprendente sul Corriere "sott'assedio".

Cogliendo l'occasione per togliersi - of course direbbe il Testimone di Arcore Carlito Rossella -, qualche sassolino dalle scarpe. Sparando alzo zero contro l'inerme Abramo Bazoli, senza nominarlo, ovviamente. Dopo la morte dell'Avvocato, il presidente di sorveglianza di Banca Intesa è considerato "primus inter pares" riguardo ai destini del Corrierone.

"C'è tra di noi - ha spiegato Dieghito davanti alle telecamere, quindi senza possibilità di essere mal interpretato dai cronisti - qualche arzillo vecchietto unto dal Signore, che bazzica nei nostri consigli e non caccia una lira e che pensa che la Rizzoli non sia un'azienda che vada gestita come tutte le altre...".

Una sortita davvero sorprendente da parte di chi, un giorno sì e l'altro pure, punta il dito accusatorio su chi semina zizzania nel mondo di panna montata dei Poteri Marci. Una spacconata, la sua, che seguiva di qualche settimana il frontale nei confronti dell'amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti :"dovrebbe essere cacciato!"; e il colpo basso nei confronti dell'altro "arzillo vecchietto" di Trieste, il presidente di Generali, Cesare Geronzi, anche lui tra i pattisti di riguardo della ex Rizzoli.

Ora se un socio di Rcs dà del pensionato un po' taccagno ai suoi compagni di merende in via Solferino, chi è che pesca nel torbido dei Poteri Marci? Chi "avvelena" i pozzi dalle parti di Flebuccio de Bortoli folgorato sulla via del referendum? Altro che "nessun giallo" sulle tensioni tra i soci dell'Rcs, come si è affrettato a dichiarare l'altro giorno Mr Tod's. A prevalere, infatti, è il "rosso vergogna" di chi tira il sasso e nasconde la scarpina (a pallini bucati). 28-01-2011]

 

 

 

la battaglia di via solferino/1 - l’affare s’ingrossa! Mucchetti torna a bastonare la cuccagna di stock options e compensi di marpionne, azionista di punta del Corriere, e se ne vanta: "non nascondiamo le notizie o le analisi, né siamo seguaci più o meno sofisticati della Pravda" - evvai! dopo Tronchetti e Fiat, siamo tutti in fervida attesa di notizie e analisi su Banca Intesa di passera, Mittel di bazoli-zaleski, tod’s di della valle, Generali di geronzi, sai-fondiaria di ligresti

Massimo Mucchetti per il Corriere della Sera

 

Due settimane fa questa rubrica è stata dedicata alle stock option di Sergio Marchionne. Numerosi lettori hanno manifestato consenso; altri dissentono sulla base, principalmente, di due considerazioni: a) perché prendersela con le stock option se queste incidono solo sul capitale e non sul costo del lavoro? In fondo, queste opzioni diluiscono i soci senza nulla togliere ai dipendenti; b) discutere i compensi del capo e il suo piano industriale porta acqua al mulino della Fiom.

Sono entrambi argomenti che meritano risposta. Ecco la prima. Non ho scritto che le stock option tolgono qualcosa ai dipendenti, ma ho calcolato il rapporto tra la paga di Marchionne e il costo del lavoro medio pro capite della Fiat. Segnalare in modo verificabile l'indice di disuguaglianza nell'impresa è sempre interessante: non a caso, adesso, il Dodd-Frank Act ne fa obbligo alle società Usa. Lo è ancor più quando una parte chieda all'altra maggior fatica e questo concorra a darle un particolare profitto.

 

Aggiungo che le stock option fanno parte del costo del lavoro in base ai principi contabili internazionali Ias-Ifrs con cui è redatto anche il bilancio Fiat. Chi sia interessato ai dettagli veda, fra i tanti, Alessandro Carletti e Alessio Iannucci, Ifrs 2: pagamenti basati su azioni, in «Guida alla contabilità e bilancio» , 26 giugno 2006.

D'altra parte, per il fisco italiano le stock option sono una forma variabile di retribuzione del lavoro dipendente e come tale tassata; nel settore finanziario, quando eccedano il triplo della parte fissa dello stipendio, vi si applica un'aliquota aggiuntiva del 10%.

 

Anni fa erano considerate un mero guadagno di capitale, tassabile al 12,5%. Poi, con il ministro Tremonti, si è preso atto del carattere mistificatorio di quella regola. E l'aliquota aggiuntiva segnala che la disuguaglianza crescente preoccupa anche il centrodestra.

Seconda risposta. I giornali di informazione come il Corriere hanno le loro idee, ma non gridano né nascondono le notizie o le analisi, nemmeno quando possano offrire argomenti a soggetti di cui non condividono le opinioni. Evitare o rinviare post mortem le questioni scomode per la propria cerchia è tipico dei giornali di partito o di area, seguaci più o meno sofisticati della Pravda.

 

Certo, può capitare il momento in cui dare notizie apre problemi di coscienza drammatici: quando, per esempio, la famiglia di un sequestrato chiede il silenzio stampa. E tuttavia la Reuters resisteva alla censura militare inglese anche durante la guerra. Ora, in democrazia, i conflitti sindacali sono fisiologici e non esigono né l'elmetto né l'autocensura.

La Fiom sbaglia a definire attentato alla Costituzione un accordo oneroso ma figlio dei tempi. E però quando chiede lumi sul piano Fabbrica Italia avanza la stessa richiesta delle banche. Che da Marchionne hanno avuto la stessa, elusiva risposta: non tollerabile se venisse dal signor Rossi, tollerata invece in questo caso, forse per fiducia nel risanatore della Fiat o forse per il timore di quanto potrebbe accadere nel gruppo di Torino e nell'indotto negando i 4 miliardi di fidi richiesti.

23-01-2011]

 

 

 

1- RISCHIO BASCIASCIUGA PER CAPITAN FLEBUCCIO NEI PANNI DEL SUPER MARPIONNE - 2- L’ASSEMBLEA DEL ’’CORRIERE’’ E IL CDR CONTRARI AL REFERENDUM CHIESTO DA DE BORTOLI PER PORRE FINE AL "SOVIET DI VIA SOLFERINO" CHE RESISTE DALL’ERA DI OTTONE - 2- UN "NO" POTREBBE COSTRINGERLO A MOLLARE (VERSO ’’LA REPUBBLICA’’ DEL DOPO-SILVIO?) - 3- UN ULTIMATUM CHE STA CREANDO NON POCHI PROBLEMI TRA GLI STESSI SOCI FORTI (E IN GUERRA TRA LORO) DEL PATTO DI SINDACATO. I BANANA DI CARTA DI VIA SAN MARCO ORA SI MORDONO LE DITA PER AVER ESTROMESSO DUE ANNI FA L’ASTUTO FARFALLONE DELLE VIRGOLE, PAOLINO MIELI, CHE CONOSCEVA TUTTI I TRUCCHI PER TENERE BUONA LA TRUPPA. E COME ISOLARE I RIBELLI (CASO DI MASSIMO MUCCHETTI). - 4- A SORPRESA, DIMENTICHI DEI NAUFRAGHI (PREPENSIONAMENTI, USCITE FORZATE DI OPERAI, IMPIEGATI E GIORNALISTI), I POLIGRAFICI CORRONO IN SOCCORSO DI DON FLEBUCCIO -

DAGOREPORT

 

Cose dell'altro mondo accadono in Via Solferino (e dintorni). Altro che rivoluzione alla Marpionne! Al Corriere non si emula il modello Fiat, si va oltre. Non è la rappresentanza sindacale, ma il direttore - cosa mai accaduta -, a sollecitare un referendum sulla sua persona. E un voto su un documento-mediazione che il quotidiano "il Fatto", per la penna del pur attento Stefano Feltri, scambia per un piano industriale. Ma dopo l'assemblea di ieri il rischio serio è che l'avanzata di Flebuccio si areni sul bagnasciuga di via Solferino. Così da costringerlo a prendere altri lidi proprietari meno infidi (''la Repubblica'' di De Benedetti?).

 

Cose dell'altro mondo accadono in Via Solferino, dicevamo, se è il sindacato dei poligrafici a scendere in campo a favore del Flebuccio immarpionato in nome del solito pluralismo dell'informazione. Nel comunicato apparso ieri sul Corriere - sistemato con finezza nella pagina della moda, non in quelle di economia - la Rsu (Rappresentanza sindacale unitaria), nel tentativo di tirare un calcetto negli stinchi ai giornalisti, si è dimenticata di rilevare il prezzo pagato dai suoi operai e impiegati, nonché dai giornalisti (prepensionamenti selvaggi etc), per le sventurate scelte imprenditoriali dell'Rcs: dal crac spagnolo alla vendita della radio; dalle spese folli di gestione ai tonfi in Borsa del titolo.

 

Così, uscendo imprudentemente allo scoperto, "invoca i necessari punti di equilibrio" tra le parti". Finendo per sorvolare su molti dettagli riguardo alla crisi annunciata (spesso negata) dell'azienda Corriere. Bastava farne appena cenno.

A cominciare dagli oltre cento milioni di euro "spariti" dalle casse del gruppo negli ultimi dieci anni tra liquidazioni e generose buone uscite. Per finire all'ultima trimestrale che è stata fatta "lievitare" per consentire agli amministratori d'incassare altri benefit economici. Poi, forse solo per pudore (o vergogna), il sindacato dei poligrafici non ha rivelato il numero delle copie perse drammaticamente dal quotidiano solo negli ultimi mesi. Né si è avventurata, per fortuna, a considerare un piano industriale, il "lodo De Bortoli".

 

Già, perché nelle otto paginette vergate dal dolente Flebuccio, dopo la solita cantata alla luna sui poteri marci e i gorgheggi allo iodosan popperiano sulla libertà d'informazione, si fa cenno soltanto alla nascita di un inserto culturale della domenica (La Lettura), alla riapertura di SetteTv (chiuso a suo tempo da Mieli perché inutile) e all'avvio delle edizioni locali di Brescia e Bergamo.

Si annuncia, inoltre, lo sviluppo di una "sezione di giornalismo investigativo" che sembra arrivare fuori tempo massimo. Cioè dopo che sono stati lasciati andar via, non per colpa dell'attuale direttore, i migliori cronisti del ramo. All'edizione romana da tempo è stata addirittura smantellata la "giudiziaria". Tant'è che a guidare le pagine - forse nella linea della continuità mielesca - Flebuccio ha chiamato un capo redattore esperto di luoghi esotici. Località intese non come paradisi fiscali (da indagare) bensì come amene mete di puro svago. Parlare allora di "piano industriale" appare francamente fuori contesto.

Nel documento non si accenno neppure - stavolta in piena sintonia con il Marpionne fiocinato giustamente da Max Mucchetti - a quanto ammonta, e come sarà speso, l'eventuale tesoretto dell'Rcs destinato al cosiddetto piano industriale.

Finora, di fronte alle obiezioni anche dei suoi più fedeli pretoriani (della serie "evitiamo la conta perché qui comunque finisce male") Flebuccio non sembra volersi flettere né piegarsi. Al voto, al voto... anche con il rischio che la consultazione non si faccia mai.

 

Certo de Bortoli, a differenza di Marchione-Marpionne, non minaccia di trasferire le rotative del Corrierone in Brianza se la redazione respingerà il suo aut aut.

 

Un ultimatum che sta creando non pochi problemi tra gli stessi soci forti (e in guerra tra loro) del patto di sindacato. I Banana di carta di via San Marco ora si mordono le dita per aver estromesso due anni fa l'astuto farfallone delle virgole, Paolino Mieli, che conosceva tutti i trucchi per tenere buona la truppa. E come isolare i ribelli (caso di Max Mucchetti).

Ieri, intanto, l'assemblea dei redattori del Corrierone, convocati per discutere la richiesta del direttore Flebuccio de Bortoli di votargli la fiducia - della serie prendere il purgante o il mediconzolo fa fagotto - è stata sospesa per un black out del collegamento audiovisivo tra Milano e Roma.

 

Il che la dice lunga sulla capacità dell'azienda editoriale più spendacciona d'Europa a far funzionare anche le vecchie tecnologie. Forse se ne riparlerà oggi. Ma, intanto, appare netta, e unanime, la posizione dei membri del Comitato di redazione di rispedire al mittente l'invito perentorio di Flebuccio ai suoi giornalisti di "assumersi, una volta per tutte, le vostre responsabilità".

 

Già, quasi un invito a remare sottocoperta nel vecchio e malandato Bounty dei cantieri Solferino senza conoscere se i pre-pensionamenti andranno avanti (come nei desideri dell'azienda, altro volontarietà!). E non sanno neppure se approderanno nell'isola infelice del web o nella zattera di IPad invece nella rotta per Bengodi tracciata da Capitan Flebuccio. Si domandano inoltre se la nave Corriere reggerà all'insipienza di una proprietà incapace di mettere in atto proprio quello che oggi Flebuccio chiede ai suoi colleghi: un'informazione multimediale d'avanguardia. E magari un po' più libera. E pagata.

26-01-2011]

 

 

- ZOLFO IN VIA SOLFERINO
Dopo l'enciclica della settimana scorsa indirizzata da Flebuccio De Bortoli ai suoi collaboratori del "Corriere della Sera", in via Solferino c'è un'aria sospesa.

Il messaggio del direttore è apparso quasi un ultimatum (alcuni hanno parlato anche di testamento) e una certa impressione ha fatto quel passaggio graffiante in cui Flebuccio ha rivendicato al "Corriere" di essere una delle poche istituzioni di garanzia di un Paese "nel quale l'establishment economico e finanziario mostra di gradire poco le voci libere e le critiche perché preferisce gli amici e i maggiordomi".

Questo colpo di reni del giornalista milanese ha incoraggiato Massimo Mucchetti che dopo una serie di articoli fulminanti sulla Fiat e Marpionne, sembrava caduto "in sonno". E qualcuno come Dagospia aveva pensato che all'editorialista economico fosse stata imposta la mordacchia dopo l'incazzatura dell'esile Yaki Elkann.

 

In realtà non è così, ed eccolo il Mucchetti che ieri ritorna sul tema delle stock options a Marpionne con argomentazioni puntute che non lasciano equivoci. Dopo aver ricordato che le stock options sono sotto tiro anche in America dall'agosto dell'anno scorso con il pacchetto di regole che va sotto il nome Dodd-Frank Act, il giornalista bresciano apprezza la decisione di Tremonti di aver aumentato la tassazione di queste plusvalenze (dal 12,5 al 20,5). Poi, incoraggiato dall'enciclica di De Bortoli, difende la scelta del "Corriere" di non nascondere le notizie come farebbero i giornali di partito "seguaci più o meno sofisticati della Pravda".

 

La botta più grossa arriva però alla fine quando mette sullo stesso piano la richiesta che la Fiom e le banche hanno rivolto a Marpionne per saperne di più sul misterioso piano "Fabbrica Italia". Su questo piano - scrive Mucchetti - la risposta è stata elusiva e non tollerabile. Anche perché il manager dal pullover sgualcito ha chiesto al mondo del credito 4 miliardi di fidi.24-01-2011]

 

 

 

1- UN DE BORTOLI CHE COPIA MARPIONNE E SPARA SUI GIORNALISTI UN REFERENDUM “SUL PIANO EDITORIALE, SUL PIANO DI MEDIAZIONE E SULLA FIDUCIA AL DIRETTORE” - 2- UN DE BORTOLI CHE SE LA PRENDE CON UN “POTERE ECONOMICO E FINANZIARIO CHE MOSTRA DI GRADIRE POCO LE VOCI LIBERE E LE CRITICHE: PREFERISCE AMICI E MAGGIORDOMI” - 3- UN DE BORTOLI CHE NON RISPONDE AGLI SQUILLI DI DELLA VALLE CHE VUOLE LEGGERGLI LA LETTERA DI ELKANN SUGLI ATTACCHI DI MUCCHETTI A MARCHIONNE E ALLA FIAT - 4- UN DE BORTOLI CHE SEMBRA PROPRIO VOGLIOSISSIMO DI FARSI CACCIARE A CALCI IN CULO, DIVENTARE UN MARTIRE DELL’INFORMAZIONE LIBERA E VERGINE DELLA LIBERTà DI STAMPA - (CHISSà DOVE FLEBUCCIO MIRA A SBARCARE: VUOI VEDERE CHE VA A FINIRE A "REPUBBLICA"? DEL RESTO, ALMENO UNA VOLTA AL MESE, SI ATTOVAGLIANO DE BORTOLI E DE BENEDETTI) -

 

 

DAGOREPORT
Si racconta che il "new De Bortoli" sia capace di tutto, di più: perfino di non rispondere alle chiamate dello Scarparo Della Valle che desiderava illustrare e leggere la lettera di JohnElkann in risposta alla "campagna" del Corriere (cinque pezzi di Massimo Mucchetti) sulla Fiat e Marpionne.

2- FLEBUCCIO: DAI FURBETTI DEL QUARTIERINO A QUELLI DI VIA SOLFERINO
Al Corsera l'aria si fa pesante. Flebuccio con l'editto di ieri, ha legato la sua sorte all'esito di un referendum che ha trasformato il piano nobile di via Solferino in qualcosa di molto simile al bunker della Cancelleria di Berlino assediata. Il fatto di mettere al voto la richiesta di garanzie di indipendenza per il giornale, ovviamente scontato, con la rinuncia a una serie di prerogative e benefit per i giornalisti, ha fatto storcere la bocca a tanti.

 

Subito e' stata parafrasata la massima di un ex protagonista delle vicende del Corriere che oggi, nell'epoca del bunga bunga, puo' senza imbarazzi esser considerato un intellettuale moderno: "questo 'sta a fa' er frocio cor culo nostro".

La battuta, felice, ha fatto pero' sorridere meno di un'altra, parsa addirittura geniale, pronunciata dallo stesso Flebuccio a certificazione della sua schiena dritta: "abbiamo criticato pure Banca Intesa". Boom! Anche i lettori del Corriere dei Piccoli sanno che il doppio pezzo agostano dell'ottimo Gerevini non fu certo una puntuta inchiesta sui conti del gruppo ma un affilatissimo cetriolo Bazoliano piazzato a comando nel fondoschiena di Corradino Passera, colpevole di essersi affacciato in modo troppo spavaldo alla finestra del potenziale terzo polo.

Spacciare un fantastico "sì, badrone" a Bazoli, che lo riportò in sella al Corriere, con una severa inchiesta giornalistica e' stato uno dei punti più "audaci" dell'intervento di Flebuccio, tanto da indurre qualcuno dei presenti alla riunione a sussurrare nell'orecchio del proprio vicino: "dai furbetti del quartierino a quelli di via Solferino" .

 

 Stefano Feltri e Giovanna Lantini per "il Fatto Quotidiano"

Al Corriere della Sera il direttore Ferruccio de Bortoli reagisce alle pressioni dei suoi azionisti, Fiat in testa, e denuncia "assai seri fatti accaduti recentemente, in casa nostra". Ai giornalisti che ascoltavano la comunicazione del direttore in un incontro che si è tenuto ieri in via Solferino (con la redazione romana in collegamento) è parso evidente il riferimento alla lettera di protesta partita da John Elkann (casus belli gli articoli critici di Massimo Mucchetti), presidente di Fiat e secondo azionista della Rcs, che due giorni fa è anche andato di persona nella sede del giornale.

 

GIORNALISTI E MAGGIORDOMI
De Bortoli se la prende con un "establishment economico e finanziario [che] mostra di gradire poco le voci libere e le critiche: preferisce gli amici e i maggiordomi". E nel consiglio di amministrazione della Rcs Quotidiani, che edita il Corriere, i membri dell'establishment ci sono tutti: da Cesare Geronzi a Giovanni Bazoli a Diego Della Valle e Marco Tronchetti Provera.

Il direttore, tornato a guidare il giornale nel 2009 grazie soprattutto all'accordo tra Bazoli e Geronzi, sceglie di legare i suoi due problemi principali: i rapporti con la proprietà e la riorganizzazione del giornale, che è ancora in stato di crisi, chiedendo ai giornalisti di votare in un referendum "sul piano editoriale, sul piano di mediazione e sulla fiducia al direttore".

Se vince, sarà più forte davanti alla proprietà e potrà attuare il piano di riordino del Corriere, se perde lascia. Una prova di forza che, stando alle parole del direttore, sembra indispensabile. Ma che a molti redattori ricorda il "ricatto" denunciato dalla Fiom a Mirafiori, nel referendum chiesto da Sergio Marchionne.

 

Qui, però, il peggioramento delle condizioni di lavoro (meno benefit e maggiore libertà per l'azienda nello spostamento del personale da un servizio all'altro) si salda con la questione dell'indipendenza. Il Corriere "ha criticato la Fiat, Intesa San-paolo e altri nostri azionisti. Ha condotto coraggiose inchieste su Finmeccanica ed Eni", dice il direttore. E poi un attacco a Repubblica: "Sfido altri giornali a fare altrettanto con i loro padroni, a indagare, per esempio sul business delle energie alternative", con evidente il riferimento al gruppo De Benedetti che con Sorgenia opera in quel settore.

 

GIOVANI E MENO PAGATI
Il piano di rilancio del Corriere, che tra settembre 2009 e settembre 2010 ha perso oltre 70 mila, è in stallo. De Bortoli ieri ha riproposto il suo "documento di mediazione" sul piano editoriale. Quello stesso documento, cioè, che il sindacato interno aveva già bocciato e che i giornalisti in autunno avevano accolto con uno sciopero. Ma la posta in gioco ormai è alta: il piano di rilancio ormai improcrastinabile è stato reso inerte da mesi di contenzioso, al punto che le nuove edizioni locali di Bergamo e Brescia (la città di Bazoli) del Corriere attese per i primi di gennaio non sono mai partite.

Quindi al malcontento dei soci più attenti al bilancio, tra i quali l'imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli appena entrato nel cda della Rcs dopo una lunga anticamera. Tra i punti sensibili della contesa, oltre agli accordi sul multimediale, i contratti per i neoassunti, che non prevederebbero gli stessi vantaggi del ricco integrativo degli attuali dipendenti del Corriere che va dall'auto aziendale al cambio gomme, passando per il budget annuale per libri e formazione.

 

Un taglio che l'organico attuale teme molto per ovvie ragioni, visto che creerebbe un pericoloso precedente con il rischio di vedersi via via sostituiti da "manodopera" a costi inferiori, sia pure nel rispetto del contratto collettivo di categoria dei giornalisti.Secco, sul tema, il direttore De Bortoli, in linea con le ultime dichiarazioni dell'ad Antonello Perricone. "Solo se apriremo ai giovani (al Corriere sotto i 30 anni ne abbiamo soltanto quattro, di cui due contratti a termine, l'1,2 per cento), non se inseguiremo le paure e le bizze degli anziani, tra i quali mi ci metto anch'io - ha detto -. Chi avrà talento, qualità, e innovazione vincerà. Chi si chiuderà su se stesso sarà condannato al declino".

"E SE ARRIVA MINZOLINI?"
L'altro nodo delicato è la mobilità: da quando il Corriere è uscito dall'orbita della P2, all'inizio degli anni Ottanta, in via Solferino vige la regola che i giornalisti non possono essere trasferiti da un servizio all'altro senza l'approvazione del cdr. Cosa che determina una certa immobilità ma che, secondo il comitato di redazione, evita che un cronista che ha in mano i casi più importanti della giudiziaria o dell'economia possa essere trasferito allo sport, per renderlo innocuo. "Improvvisamente la proprietà si ricorda di questa clausola e la considera un problema. Ma noi dobbiamo difenderla. Che succede se domani qui, al posto di De Bortoli, arriva uno come Augusto Minzolini?", si chiede un redattore.

 

L'ipotesi più probabile, per la verità, è che al posto di De Bortoli possa arrivare Mario Calabresi, il direttore della Stampa, con sponsor principale proprio la Fiat di John Elkann, azionista di entrambi i quotidiani. Martedì si riunirà l'assemblea dei giornalisti di via Solferino, per discutere il da farsi. E quasi certamente si andrà al referendum, a scrutinio segreto. Per decidere se la permanenza di De Bortoli vale la rinuncia ad alcune garanzie e l'accettazione del piano industriale.




L'INTERVENTO/"TESTAMENTO" DEL DIRETTORE FERRUCCIO DE BORTOLI
da Affari Italiani.it - http://affaritaliani.libero.it/mediatech/de_bortoli210111.html

 

Cari colleghi, ho chiesto di parlarvi perché confido nel vostro senso di responsabilità, nel vostro amore per la professione e per il Corriere. Prima di proporvi questo incontro, ho insistito perché l'azienda si astenesse da qualsiasi misura unilaterale, che ritengo in questo momento sbagliata. Che i rapporti fra le parti siano tesi, per non dire di più, lo testimonia una lettera dell'azienda inviata ieri all'organismo sindacale.

 

La direzione, dopo aver ottenuto la sospensione di qualsiasi decisione, ha proposto al Comitato di redazione un ragionevole compromesso. Un documento di mediazione, non la base di una nuova trattativa, che speravo venisse valutato con più attenzione. Credo nel dialogo e sono sicuro che riusciremo a condividere un nuovo percorso di crescita, a vincere altre sfide e a conquistare ancora maggiore credibilità. Ma soprattutto a svolgere meglio il nostro ruolo civile in un Paese nel quale la classe dirigente, non solo politica, disprezza la libera informazione e promuove soltanto cantori, urlatori, pretoriani quando non squadristi.

 

Un Paese nel quale anche l'establishment economico e finanziario mostra di gradire poco le voci libere e le critiche: preferisce gli amici e i maggiordomi. Il fastidio per le voci dissenzienti cresce al pari della volgarità di un linguaggio tribale e impoverito. Siamo, noi del Corriere, tra le poche istituzioni di garanzia rimaste, il nostro compito di operatori dell'informazione e di cittadini è oggi più gravoso, interroga severamente le nostre coscienze, mette a dura prova la nostra etica personale, ma è una missione civile che deve riempirci di orgoglio. Di orgoglio e di responsabilità.

 

Il punto preliminare a ogni nostra discussione è proprio questo, anche se noto con rammarico che mai il Comitato di redazione in questi due anni mi ha chiesto di dibattere e approfondire temi cruciali quali la libertà e l'indipendenza della nostra professione. Certo, ci siamo occupati di molti aspetti sindacali, sicuramente importanti, ma mai in concreto del profilo della libertà sostanziale, del ruolo civile di noi giornalisti, dei rapporti con le proprietà editoriali.

 

Ecco, i rapporti con le proprietà. Assai seri fatti accaduti recentemente, in casa nostra, sono passati nel silenzio assordante dei vostri rappresentanti sindacali. Nessun segnale, nemmeno lo straccio di un comunicato, un messaggio a voce, una pacca sulla spalla. Nulla. No, mi correggo: una protesta di un esponente sindacale, per la verità, in questi giorni c'è stata, ma riguardava il trattamento sul web di una notizia relativa alle larve nelle alici.

Devo fare un'altra premessa, importante. Per ringraziarvi. Di cuore. Ringraziarvi per quello che avete fatto in un periodo così tormentato. Sono orgoglioso di essere il vostro direttore. Siete una grande redazione formata da professionisti preparati. Dovreste esserne più consapevoli e più orgogliosi. Non è stato facile, nell'imbarbarimento civile che ci circonda, rimanere seri, credibili, indipendenti. Se questo è avvenuto, il merito è in larghissima misura vostro.

 

Proprio per questo mi ha addolorato leggere comunicati sindacali nei quali sono stato descritto come un attentatore di diritti, una minaccia alla libertà di stampa, un direttore asservito agli interessi proprietari. Mi sono dispiaciuti tanti sospetti infondati, voci malevole, teorie inesistenti. I giornalisti del Corriere godono di una libertà straordinaria. Gli altri ce la invidiano. Nessuno vi ha mai chiesto di fare gli ascari del premier e nemmeno i lagunari, accecati dai pregiudizi dell'antiberlusconismo di maniera. Nessuno vi ha mai chiesto di servire gli interessi dei nostri azionisti.

 

Il Corriere ha pubblicato tutto quello che meritava di essere pubblicato. Avrà commesso degli errori, di cui porto l'intera responsabilità, ma non ha mai censurato nulla. Ha criticato la Fiat, Intesa San Paolo e altri nostri azionisti. Ha condotto coraggiose inchieste su Finmeccanica ed Eni. Sfido altri giornali a fare altrettanto con i loro padroni, a indagare, per esempio sul business delle energie alternative o a sviscerare le vicende di finanziarie e immobiliari che hanno depredato allegramente i risparmiatori.

 

E veniamo all'oggetto della nostra lunga, e per certi versi drammatica, trattativa. Una precisazione è necessaria: la direzione non è, come è stato affermato in infelici comunicati, sullo stesso piano dell'azienda o addirittura al di sotto. Non siamo una dependance della direzione del personale. Non serviamo alcun interesse che non sia quello del Corriere. Io e Fontana, che qui ringrazio per la sua opera così preziosa, e mi piacerebbe che lo ringraziaste anche voi, non siamo gli strumenti di nessuno.

 

Non perseguiamo alcun disegno di potere. Se nelle nostre redazioni producessimo notizie e inchieste allo stesso ritmo con il quale diamo corpo a voci e presunti complotti, saremmo un'imbattibile fabbrica giornalistica. La direzione di questo giornale avrà molti difetti, ma non è al servizio di nessuno, tantomeno di un azionariato vario e composito come il nostro, per non dire altro.

 

Se lo fosse stata, come altre direzioni che non hanno avuto il coraggio di opporsi alla cassa integrazione senza peraltro subire un giorno di sciopero, non avreste avuto un accordo sullo stato di crisi così vantaggioso e rispettoso delle individualità. Gli esuberi sarebbero stati 90 e non 47, e alcune redazioni oggi, semplicemente, non esisterebbero più.

La trattativa dello scorso anno, per la quale non finirò mai di ringraziare il Comitato di redazione, che in quella occasione diede prova di serietà e lungimiranza, affermò, unico caso in Italia, il criterio della volontarietà. Avrei dovuto anch'io firmare la cassa integrazione per dimostrarvi che un mondo era drammaticamente cambiato, e in fretta?

 

No, sono ancora convinto di aver fatto bene, diversamente da quello che pensava l'azienda, a fidarmi del vostro senso di responsabilità, contando sul fatto che siate coscienti dello straordinario salto di paradigma professionale che abbiamo sotto gli occhi.

Nulla sarà più come prima. Le opportunità del cambiamento tecnologico dell'informazione sono superiori ai rischi. Ma solo se saremo protagonisti convinti, non inseguitori riluttanti. Solo se avremo il coraggio, persino temerario, di percorrere nuove strade, darci regole diverse. Non se ci chiuderemo, scettici e sprezzanti verso il nuovo, nella bambagia dei nostri privilegi. Solo se apriremo ai giovani (al Corriere sotto i 30 anni ne abbiamo soltanto quattro, di cui due contratti a termine, l'1,2 per cento), non se inseguiremo le paure e le bizze degli anziani, tra i quali mi ci metto anch'io.

 

Chi avrà talento, qualità, e innovazione vincerà. Chi si chiuderà su se stesso sarà condannato al declino. Il mondo delle nuove tecnologie dell'informazione è piatto, non vi è più alcuna riserva protetta, ma molte terre incognite da conquistare. E gli esploratori sono quelli che si muovono, con coraggio, non quelli che stanno fermi, impigriti e paurosi. La nostra organizzazione del lavoro è come una carta geografica dell'inizio del XV secolo, va rapidamente aggiornata.

E non si possono aspettare mesi e mesi di estenuanti trattative per dar vita a progetti che altri varano in poche giorni. Nel tempo infinito di questa trattativa le versioni sull'iPad del Corriere della Sera, primo per applicazioni acquistate nella stampa italiana, sono già sei. Noi trattiamo con tempi ottocenteschi, gli altri corrono. Gli altri vedono nella mobilità un valore, noi una minaccia.

 

Perché? Una volta esistevano mercati protetti dell'informazione, con barriere politiche, economiche, geografiche e linguistiche. Oggi c'è la Rete, che non aspetta nessuno. E giudica tutti. Senza appello. Il successo di Corriere.it e di Corriere Tv, la prima web tv italiana testimonia del valore e dell'impegno di chi ci lavora, ma anche della necessità che tutti ci lavorino.

 

Vedete, cari colleghi, fino a pochi anni fa, era possibile varare progetti di sviluppo con più risorse, più pagine. Oggi non più. Oggi ci troviamo nella scomoda condizione di dover innovare risparmiando. L'efficienza non è un regalo al padrone ma l'assicurazione sul futuro del nostro lavoro. La competitività non è un'astrazione capitalistica, è una feroce questione di vita e di morte. Non possiamo essere credibili nel rimproverare agli altri la scarsa efficienza e la modesta competitività, quando noi non pratichiamo né l'una né l'altra.

Qualcuno di voi obietterà: perché dobbiamo farlo, il Corriere fortunatamente guadagna, e bene, perché dobbiamo pagare noi gli errori negli investimenti esteri dell'azienda? Io se fossi in voi diffiderei di un editore che non vuole distribuire dividendi. Per due motivi: chi non remunera il capitale pregiudica il futuro della propria azienda, perché nessuno vi vorrà più investire, dunque mette a repentaglio i nostri posti di lavoro.

 

In un'azienda che non guadagna e non investe l'occupazione è ogni giorno meno sicura. E avrei timore di qualcuno che volesse investire nell'editoria senza volerci guadagnare. Perché probabilmente farebbe profitti di altra natura vendendosi pezzi di libertà e di indipendenza. Qualcuno ci provò trent'anni fa e non ci riuscì per una sola ragione: perché fu straordinario lo spirito di attaccamento a questa istituzione dimostrato da giornalisti, operai, impiegati. Io c'ero e ne sono orgoglioso.

 

Un giornale sano ed efficiente difende meglio la qualità, risponde alle esigenze dei lettori, toglie gli alibi a non investire nei talenti e nelle tecnologie ad amministratori troppo piegati su logiche di redditività a breve o troppo inclini a tagliare con miopia i costi senza innovare. A differenza di un tempo, dobbiamo essere, cari colleghi, anche un po' editori di noi stessi: costringere l'azienda a fare fino in fondo il proprio mestiere e impedire che le iniziative multimediali vedano i giornalisti in un ruolo residuale con la scusa che costano troppo o hanno un contratto con regole antiquate e poco flessibili. Diciamo no a chi vuole lasciarci fuori dal mercato dell'informazione del futuro.

 

Dunque, per crescere dobbiamo essere efficienti, flessibili e aperti all'innovazione. Dobbiamo governare l'innovazione, non subirla. Ma questo non vuol dire che dobbiamo, che dovete rinunciare a tutele e diritti. Sia chiaro, come non abbiamo tolto nulla ai colleghi nel piano di ristrutturazione dello scorso anno, la direzione non accetterà alcuna limitazione dei diritti sostanziali dei giornalisti.

Vogliamo solo che lo straordinario contributo di professionalità, passione e senso civico che assicurate ogni giorno possa essere, con regole concordate, pienamente dispiegato anche sulle nuove piattaforme tecnologiche, dal sito all'iPad, agli smart phones, ai televisori in Rete, allo sviluppo della tv via web. Vogliamo più formazione professionale, perché chi non si aggiorna nell'era digitale è un analfabeta di ritorno. La mobilità è necessaria, ma non si trasformerà mai in pratiche discriminatorie.

 

Gran parte di voi è stata assunta dal sottoscritto, credo. E allora, ditemi un solo episodio di mobbing di cui sarei responsabile. Ditemi se questo giornale non promuove le professionalità interne. Sapete quante promozioni, tutte interne, sono state fatte in meno di due anni? Trentasei. Non ho assunto dall'esterno nessuno, a meno che non vogliate considerare un collega come il capocronista di Milano, un esterno. Fu fatto un giorno di sciopero per questo. Mi sono ancora oscure le motivazioni.

 

Non ho portato al Corriere nuovi collaboratori contrattualizzati, rispettando l'impegno preso con il sindacato. Altri direttori questo impegno non l'hanno assunto: hanno messo in cassa integrazione i loro colleghi, senza guardare in faccia a nessuno, e hanno assunto tranquillamente. Chi parla poi del tentativo di trasformare la redazione in una redazione low cost è in assoluta malafede. Se non cambieremo, diventeremo rapidamente obsoleti e inutili.

Oggi abbiamo ancora la possibilità di governare questo processo, fra qualche anno dubito molto. Vogliamo assumere giovani talenti. Lo vogliamo fare con concorsi sulla Rete. Ne vogliamo assumere uno al mese. Certo, pensiamo che a questi giovani debbano essere offerti contratti meno vantaggiosi dei vostri. Ma non arbitrariamente. Applicando semplicemente il contratto nazionale.

 

Con i costi redazionali previsti dalla normativa nazionale possiamo investire in nuove iniziative; con i costi quasi doppi del Corriere no. Con i costi del Corriere le edizioni locali non starebbero in piedi. Non si sarebbero mai fatte. Ma che cos'è meglio per un giovane? Avere un contratto nazionale al Corriere oppure no? E che cosa è meglio per il Corriere: avere più colleghi giovani e varare nuove iniziative che rafforzino il giornale essendo economicamente sostenibili, oppure no?

 

Scegliete voi, cari colleghi. Ma scegliete e assumetevi, una volta per tutte, le vostre responsabilità. Qui non si tratta di creare giornalisti di serie A e giornalisti di serie B, si tratta semplicemente di usare il buon senso. Chiudendosi nell'ovatta della corporazione e rifiutandoci di vedere quello che accade fuori da queste mura, anche i giornalisti oggi di serie A saranno condannati alla retrocessione. Non in B. Nel girone dei disoccupati. Tutto questo è un attentato ai diritti dei giornalisti, un colpo mortale alle prerogative del corpo redazionale del Corriere? Non credo.

 

Nella lettera che vi inviai il 30 settembre, accolta con due giorni di sciopero, vi illustravo le linee di sviluppo del piano editoriale che sarà possibile con nuove regole e una nuova organizzazione del lavoro. Ve lo riassumo in estrema sintesi. La grande sfida della multimedialità: forti investimenti in Corriere.it, in Corriere tv, nei canali verticali, nei nuovi prodotti per le diverse piattaforme tecnologiche, nella copertura nazionale con le edizioni locali on line. Il rafforzamento, la trasformazione e l'innovazione del giornale di carta.

 

Ogni giorno un tema forte: il lunedì con l'economia e i dossier operativi; nuove iniziative il martedì per i piccoli e i professionisti; il mercoledì con una sezione dedicata ai temi della scuola e dell'università; uno sviluppo ulteriore dei Tempi liberi al sabato, con attenzione maggiore ai viaggi e alle tecnologie; lo studio, la domenica, di un grande inserto culturale che si chiamerà La Lettura; una grande attenzione ai temi dell'ecologia, dopo la positiva esperienza di Sette Green. Il varo di Sette Tv. Lo studio di un'estensione di Vivimilano alla Lombardia.

 

Il rilancio e il miglioramento di tutte le edizioni locali con una forte integrazione con il web. Le edizioni di Bergamo e Brescia. Le nuove testate locali. Una sezione di Approfondimenti, che affronti, con inchieste e reportage, i grandi temi di politica estera e del mondo globale. Una sezione di giornalismo investigativo, un Ufficio studi. Un'ambiziosa riforma grafica. Molte di queste proposte sono il frutto delle vostre idee, del vostro contributo. Il piano editoriale è anche soprattutto vostro. Ho raccolto suggerimenti e critiche. Potrei proseguire ma comprendete che abbiamo qualche problema di riservatezza.

 

Questi sono i programmi, queste sono le sfide. Sono sicuro, cari colleghi, che condividerete con me la necessità di realizzare insieme questi progetti di sviluppo, discutendo pacatamente, nelle sedi sindacali che rispetto, di nuove regole. Con la serenità e la concordia che hanno sempre segnato i nostri rapporti. Un segnale assai importante mi è arrivato ieri sera dall'assemblea dei delegati, che ringrazio. Ma non c'e più tempo, cari colleghi. Ne abbiamo già perso troppo. Siamo già in forte e drammatico ritardo.

 

Conoscete già la mia proposta di mediazione. Vi chiedo soltanto di rileggerla, di esaminarla attentamente (la allegherò a questo mio intervento che sarà diffuso in Rete a tutti) e di votarla, insieme al piano editoriale, nel corso di un referendum che sono sicuro il Comitato di redazione vorrà indire, appena esaurito il calendario di incontri che la stessa rappresentanza sindacale ha già fissato.

 

Del resto, gli stessi colleghi del Comitato mi hanno chiesto più volte di consentire alla redazione di poter esprimere un voto di fiducia, cosiddetto di mid term. Sono d'accordo: la redazione esprima il suo voto, sul piano editoriale, sul piano di mediazione e sulla fiducia al direttore.
Ferruccio de Bortoli [21-01-2011]

 

FLEBUCCIO ATTACK! - NON SIAMO Né SERVI Né AL SERVIZIO DEI PADRONI! - DE BORTOLI DAVANTI ALLA REDAZIONE S’INCORONA SANTO E MARTIRE DELL’INFORMAZIONE: "IL CORRIERE non ha mai censurato nulla. Ha criticato la Fiat, Intesa e altri nostri azionisti. Ha condotto coraggiose inchieste su Finmeccanica ed Eni. Sfido altri giornalia fare altrettanto con i loro padroni, a indagare, per esempio sul business delle energie alternative ("LA REPUBBLICA", NDDAGO) o a sviscerare le vicende di finanziarie e immobiliari che hanno depredato allegramente i risparmiatori’...

Radiocor - 'La redazione esprima il suo voto, sul piano editoriale, sul piano di mediazione e sulla fiducia al direttore'. Si conclude cosi' l'intervento del direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, in un incontro con i giornalisti del quotidiano. La riunione, con 150 presenti si e' conclusa senza domande, nel silenzio. Domani si riuniranno i delegati e martedi' prossimo e' prevista l'assemblea plenaria sulle proposte di de Bortoli.

 

Il direttore ha rimarcato la linea di indipendenza del giornale rispetto alla proprieta': 'Nessuno vi ha mai chiesto di servire gli interessi dei nostri azionisti - ha detto - il Corriere ha pubblicato tutto quello che meritava di essere pubblicato. Avra' commesso degli errori - ha aggiunto - di cui porto l'intera responsabilita', ma non ha mai censurato nulla. Ha criticato la Fiat, Intesa San Paolo e altri nostri azionisti. Ha condotto coraggiose inchieste su Finmeccanica ed Eni. Sfido altri giornali - ha sottolineato - a fare altrettanto con i loro padroni, a indagare, per esempio sul business delle energie alternative o a sviscerare le vicende di finanziarie e immobiliari che hanno depredato allegramente i risparmiatori'.

 

Il direttore ha poi precisato che 'la direzione non e', come e' stato affermato in infelici comunicati, sullo stesso piano dell'azienda o addirittura al di sotto. Non siamo una dependance della direzione del personale. Non serviamo alcun interesse che non sia quello del Corriere'.

Nulla sara' piu' come prima, ha spiegato, in quanto le opportunita' del cambiamento tecnologico dell'informazione sono superiori ai rischi. 'Ma solo se saremo protagonisti convinti, non inseguitori riluttanti. Solo se avremo il coraggio, persino temerario, di percorrere nuove strade, darci regole diverse'.

 

Per De Bortoli un giornale sano ed efficiente 'difende meglio la qualita', risponde alle esigenze dei lettori, toglie gli alibi a non investire nei talenti e nelle tecnologie ad amministratori troppo piegati su logiche di redditivita' a breve o troppo inclini a tagliare con miopia i costi senza innovare' e ha poi aggiunto che 'per crescere dobbiamo essere efficienti, flessibili e aperti all'innovazione. Dobbiamo governare l'innovazione, non subirla. Ma questo non vuol dire che dobbiamo, che dovete rinunciare a tutele e diritti'.

20-01-2011]

 

 

 

MUCCHETTI SMENTISCE :

 

1- DOPO GLI OPERAI, ECCO UN’ALTRA "VITTIMA" DEL MARPIONNISMO: MASSIMO MUCCHETTI - 2- BOMBA DELL’AGENZIA RADIOCOR: "UNA PARTE DEGLI AZIONISTI DEL CDA DELLA RCS QUOTIDIANI, NON CONDIVIDE ALCUNE SCELTE EDITORIALI DELLA DIREZIONE DEL CORRIERE DELLA SERA. TANTO DA IMMAGINARE LA RICHIESTA FORMALE DI UNA VERIFICA" - 3- DAGOREPORT: SOTTO LA "LETTERA DI LICENZIAMENTO", DIRETTA AL DIRETTORE DE BORTOLI, BRUCIA UNA SERIE DI ARTICOLI TOSTISSIMI DEL VICE DIRETTORE DI MASSIMO MUCCHETTI CHE NEGLI ULTIMI MESI HANNO INFILZATO (COMPENSI E STOCK OPTION) L’IMPULLOVERATO - 4- NON A CASO LA ’’LETTERA’’, FIRMATA DA UN PLOTONCINO (DI ESECUZIONE) GUIDATO DAGLI AZIONISTI ELKANN, DELLA VALLE, TRONCHETTI PROVERA ETC., ARRIVA ALL’INDOMANI DE "L’INFEDELE" DI GARD LERNER, DURANTE IL QUALE MUCCHETTI HA DEMOLITO DALLE FONDAMENTA DEL C/C IL MONUMENTO DEL PRIMO MANAGER DEL LINGOTTO - 5- AMORALE DELLA FAVOLA: AD APRILE FLEBUCCIO LASCERà IL TESTIMONE A MARIOPIO CALABRESI, DIRETTORE DE "LA STAMPA", CARO ALLA DINASTIA MARPIONNIZZATA DI ELKANN

 

1- RADIOCOR
Momenti difficili al Corriere della sera. Una parte degli azionisti rappresentati nel cda della Rcs Quotidiani, secondo quanto risulta a Radiocor, non condivide alcune scelte editoriali della direzione del quotidiano. Tanto da immaginare la richiesta formale di una verifica.

 

Interpellato da Radiocor, il presidente della societa', Piergaetano Marchetti, ha precisato: 'al momento non risulta agli atti alcuna richiesta di verifica'. E ha aggiunto: 'il confronto sulle scelte editoriali in un giornale e' di routine. Il prossimo consiglio di amministrazione e' previsto in febbraio'.

 

2- DAGOREPORT
Sarà una coincidenza ma, oggi, è tornato Flebuccio in via Solferino, dopo un lunghissimo periodo di vacanze keniote durato oltre 10 giorni - cosa mai successa al direttore del Corriere - ed è subito arrivato un siluro a tre punte da parte degli azionisti.

Scavando tra le i rumors meneghini si scopre che l'origine dell'incazzatura, formalizzata con tanto di tosta lettera al presidente Marchetti, firmata da un plotoncino (di esecuzione) guidato dagli azionisti John Elkann, Diego Della valle, Tronchetti Provera etc., abbia origine da una serie di cazzuti articoli, almeno cinque da dicembre ad oggi, firmati dal vice direttore ad personam Massimo Mucchetti che hanno tolto la pelle e le ossa al compagno Sergio Marpionne - vedi il pezzo sulle stock option e compensi.

 

Ecco: secondo Lor Signori, non è assolutamente condivisibile (eufemismo) tale posizione irriguardosa (eufemismo) nei riguardi del "salvatore" del Lingotto e della patria automobilistica.

Ecco, a questo punto occorre aggiungere la goccia che ha traboccare il vaso (da notte): il giornalista che fu spiato e pedinato, computer compreso, dal famigerato Telecom-team Ghioni/Tavaroli (una faccenda che costò la poltrona all'Ad Colao e al direttore Mieli), è stato il protagonista ieri sera, insieme con Maurizio Landini, del programma "L'Infedele" di Gad Lerner.

Sovrastato da un'immagine gigantesca dell'impulloverato, "Mucca pazza" ha zittito tutti, dalla collaboratrice de "La Stampa" Lucia Annunziata a Gabriele Albertini, squadernando cifre su cifre su come Marpionne ha creato il suo tesoretto tra stock option e compensi (vedi l'articolo che segue).

Amorale della favola: quanto durerà Flebuccio sulla prima poltrona di via Solferino? Tre mesi, come dicono gli "addetti ai livori"? Che poi aggiungono anche il nome del successore, caro alla novella dinastia marpionnizzata di Torino: Mariopio Calabresi.

 

3- DAGOSPIA, 10-1-2011, PENISOLA DEI FAMOSI: IN 70 MESI AL VERTICE DELLA FIAT, SERGIO MARPIONNE, LA NUOVA SINDONE DELLA SACRA FAMIGLIA DEGLI AGNELLI, TRA COMPENSI E STOCK OPTION HA ACCUMULATO UN TESORETTO DI 255,5 MILIONI

A Torino non ne possono più della telenovela della Fiat e delle genuflessioni verso Sergio Marpionne, la nuova Sindone della Sacra Famiglia degli Agnelli.
Ormai anche le signore che passeggiano sotto i portici di piazza San Carlo hanno capito che il manager dal pullover sgualcito vuole "marchionizzare" l'Italia facendo diventare la città di Cavour e di Gramsci quasi simile a quella Detroit dove regna l'automobile e il numero dei barboni è superiore a quello degli operai.

Si conferma così l'assunto preannunciato da Dagospia a luglio secondo il quale non è la Fiat che va a Detroit, ma è la Chrysler che si mangerà la Fiat. Il tutto avverrà tra gli applausi degli apologeti di Marpionne e perfino di quegli storici come Sergio Romano e Giuseppe Berta che hanno dimostrato di capire ben poco della politica industriale.

Per le signore torinesi l'operazione del figlio del carabiniere Concezio non è ispirata alla "saggezza pratica dei contadini" (come ha scritto il braccio destro di Montezemolo, Carlo Calenda), ma a una logica di alta macelleria finanziaria dove sul banco ci sono il filetto di Fiat Auto, il controfiletto di Fiat Industrial e il polpettone di Chrysler nel quale con buona pace del grande sociologo tedesco Ulrich Beck (da non confondere con il cuoco dell'Hilton Heinz Beck) alcuni diritti degli operai finiranno nello spezzatino.

 

E le signore ridono quando qualche sindacalista ancora intorpidito dai cascami della lotta di classe, tira fuori il libro ("Il grattacielo nel deserto") scritto nel 1960 da Adalberto Minucci e Saverio Vertone in cui alla pagina 179 si cita la frase di Vittorio Valletta: "la democrazia aziendale deve essere espressione e supporto della democrazia politica".

Questa è roba vecchia e noiosa, come noioso è il ritornello sulla globalizzazione madre di tutte le ristrutturazioni. Molto più interessanti sono invece gli articoli in cui si parla dello stipendio di Marpionne sul quale sono volate cifre pazzesche. A mettere un po' di ordine sui quattrini del mago della pioggia c'è per fortuna Massimo Mucchetti, l'editorialista principe del "Corriere della Sera" che con i suoi articoli attenti e critici dimostra di capirne più di tutti.

 

L'ultimo è apparso ieri e spiega che dal 2005 al 2009 l'italocanadese ha guadagnato 35,6 milioni (una media di 6,3 milioni l'anno, pari a 1.037 volte lo stipendio di un suo dipendente medio), e in 70 mesi al vertice della Fiat, tra compensi e stock option ha accumulato un tesoretto di 255,5 milioni. È probabile che Mucchetti, autore del memorabile "Licenziare i padroni?" stia raccogliendo il materiale per scrivere un libro sull'epopea dell'ultimo erede di Henry Ford.

 

Oltre a saper leggere i bilanci e i contratti stipulati tra Chrysler e Fiat, il 57enne giornalista bresciano è un ottimo ricercatore di pulci, ed è per questa abilità che riesce a spiegare come il Marpionne con la residenza fiscale nel cantone svizzero di Zug e con l'abilità del "macellaio" della finanza, riuscirà a portare a casa enormi vantaggi personali.

Oggi SuperSergio sarà a Detroit per l'inaugurazione del Salone dell'Auto (un evento per il quale anni addietro si spostavano Luchino di Montezemolo, il parroco di campagna Maurizio Beretta, Carlo Rossella e altri amici). C'è da sperare che nessuno gli abbia messo sotto gli occhi la pagina del "Corriere della Sera" dove si legge che finora 14.200 americani hanno chiesto informazioni della favolosa "500" sul sito della Fiat.
Troppo poco per conquistare l'America. 11-01-2011]

 

 

 

RCS: PESENTI, DA ROTELLI NESSUNA RICHIESTA INGRESSO PATTO...
(Adnkronos) - "A me non e' stata fatta nessuna domanda, nessuna richiesta". Cosi' il presidente del patto di sindacato di Rcs Mediagroup Giampiero Pesenti risponde, prima di partecipare al cda della Mittel a Milano, a chi gli chiede se l'imprenditore della sanita' Giuseppe Rotelli sia destinato ad entrare anche nel patto, dopo il suo ingresso nel cda della societa' editrice del Corriere della sera.21-12-2010]

 

 

 

 

RCS: PIANO TRIENNALE, EBIT IN AUMENTO DA 80MLN 2010 A 201 MLN 2013 - BERGER E ROTELLI COOPTATI IN CDA, ROTELLI ENTRA IN ESECUTIVO...
Radiocor - Per il prossimo triennio Rcs stima di registrare ricavi di gruppo in crescita da 2,259 milioni nel 2010 a 2,453 nel 2013, con un aumento medio annuo del 2,8%, con i ricavi da business tradizionale sostanzialmente stabili e quelli da attivita' digitali e multimediali in aumento del 20,8%. L'Ebitda e' stimato in miglioramento da 197 milioni nel 2010 a 296 nel 2013, Cagr del 14,5%, e con una redditivita' che passa dall'8,7% del 2010 al 12% del 2013, anche per il proseguimento delle azioni di efficienza. L'Ebit e' stimato in aumento da 80 milioni nel 2010 a 201 nel 2013. Il cda ha confermato l'orientamento di 'addivenire a dismissioni in tutto o in parte di attivita' o cespiti ritenuti non strategici'. Il cda ha ricordato lo scomparso consigliere Berardino Libonati e ha preso atto delle dimissioni di Marco De Luca.

 

Con deliberazione approvata dal Collegio Sindacale, il cda ha quindi provveduto a cooptare Roland Berger, amministratore indipendente. In sostituzione di De Luca, e' sta to cooptato Giuseppe Rotelli, primo dei non eletti di della lista di minoranza. Rotelli risulta detenere, indirettamente tramite Pandette, una partecipazione del 7,546% ed una ulteriore partecipazione 'potenziale', in virtu' di un diritto di acquisto, del 3,522% del capitale. Rotelli e' stato chiamato a far parte del Comitato Esecutivo e Berger del Comitato per il Controllo Interno.17-12-2010]

 

 

DOPO AVER SPESO 330 MILIONI PER RIMANERE FUORI DAL TAVOLO BLINDATO DEI SOCI FORTI DEL PRIMO GRUPPO EDITORIALE ITALIANO, ROTELLI RIUSCIRÀ FINALMENTE A FAR VALERE LA SUA QUOTA DI AZIONI SUPERIORE ALL'11%. UN SEGNO DELLA SUA GIOIA È ARRIVATO IN QUESTE ORE SUI TAVOLI DI MOLTI GIORNALISTI MILANESI CHE SI SONO VISTI RECAPITARE BOTTIGLIE DI VINO PREGIATO
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che l'imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli è felice.

 

Venerdì prossimo potrà finalmente entrare nel patto di sindacato che governa il Gruppo Rcs. Dopo aver speso 330 milioni per rimanere fuori dal tavolo blindato dei soci forti del primo gruppo editoriale italiano, Rotelli riuscirà finalmente a far valere la sua quota di azioni superiore all'11%.

 

Un segno della sua gioia è arrivato in queste ore sui tavoli di molti giornalisti milanesi che si sono visti recapitare bottiglie di vino pregiato. Nelle redazioni di numerosi quotidiani e settimanali il pacco è stato recapitato per iniziativa di Giuliana Paoletti, la titolare dell'agenzia di comunicazione "Image Building" che svolge per Rotelli una consulenza riservata".

10-12-2010

 

 

RCS WAR - RIUSCITà AL BERLUSCONISSIMO GIUSEPPE ROTELLI, secondo azionista della società con più del 10%, IL MIRACOLO DI ENTRARE NEL PATTO DI SINDACATO? - COL BORDELLO POLITICO E LE VOCI DI VOTO ANTICIPATO, I PATTISTI DE SINISTRA SONO CONTRARI, OVVIAMENTE - L’8 SETTEMMBRE DI MONTEZEMOLO: LASCIA LA POLTRONA A YACHT ELKANN (POI TOCCA ALLA FERRARI?)...

Da "Il Foglio"

 

Tutti e tredici arriveranno prevedibilmente puntuali (di solito lo sono) mercoledì 8 settembre alle 10,30 di mattina nella palazzina di via san Marco a Milano, a due passi da via Solferino, quartier generale di fatto (quello ufficiale è in via Rizzoli, zona periferica e per questo poco frequentata dai vip) della Rcs MediaGroup, la casa editrice del Corriere della Sera. I magnifici tredici sono i soci del patto di sindacato che da anni governa il gruppo con equilibrismi talvolta arditi, ma comunque finora efficaci.

Ogni loro riunione solleva curiosità e interrogativi e quella dell'8 settembre prossimo non fa eccezione. Anche per una coincidenza: cade sei giorni prima del 14, ultima data utile per disdire il patto stesso che va in scadenza naturale il 14 marzo 2011 e si rinnova automaticamente a meno che qualcuno, appunto, non si chiami fuori sei mesi prima del termine.

 

Dunque che cosa succederà in via san Marco mercoledì prossimo? Ecco le risposte di tre membri del patto stesso, tre personaggi in posizioni diverse all'interno di quell'assise. Il primo: "Non succederà nulla".

Il secondo: "Non succederà nulla, sarà una riunione di pura routine". Il terzo: "Non succederà nulla, anche se forse si potrà incominciare a parlare dell'eventuale allargamento del patto per il futuro". Sarà così? La routine riguarda i due punti all'ordine del giorno.

Ci sarà una sostituzione: John Elkann prenderà il posto di Luca Cordero di Montezemolo, che resterà comunque nel consiglio di amministrazione di Rcs Quotidiani presieduto da Piergaetano Marchetti. Fatto scontato: la poltrona nel patto Rcs in rappresentanza della Fiat (secondo azionista dopo Mediobanca) spetta al presidente del gruppo automobilistico.

E su quella poltrona Montezemolo è stato sostituito da Elkann; di qui il passaggio di testimone. L'altro punto all'ordine del giorno è il piano industriale che l'amministratore delegato, Antonello Perricone, presenterà agli azionisti prima di portarlo in consiglio di amministrazione. Il gruppo attraversa un momento delicato: il 2009 si è chiuso in perdita per quasi 130 milioni, l'indebitamento supera il miliardo; nel 2010 il settore quotidiani (di gran lunga il più importante) ha recuperato redditività, ma altri continuano a perdere. La riunione dell'8 settembre si concluderà dunque senza notizie di rilievo, anche se alcune voci circolate recentemente parlano di movimenti nel fronte dei soci.

 

Fuori dal patto restano infatti tre azionisti di peso: Giuseppe Rotelli, uomo forte della sanità lombarda, il gruppo che fa capo alla famiglia Benetton e il gruppo posseduto dai costruttori romani Toti. Soprattutto il primo, forte di un pacchetto che si aggira attorno al 10 per cento della Rcs, da tempo chiede che gli vengano aperte le porte del patto di sindacato.

Secondo indiscrezioni di mercato raccolte dal Foglio, vorrebbe anzi che la casa editrice varasse un aumento di capitale per finanziare lo sviluppo e sarebbe disposto non solo a sottoscrivere la propria parte, ma anche quella di altri azionisti restii ad aprire il portafogli.

Fra quelli disposti a farsi da parte sono stati indicati - senza conferme ufficiali - la Edison, la famiglia Bertazzoni, la famiglia Lucchini e il gruppo Ligresti. Quest'ultimo ieri ha smentito di voler lasciare la Rcs. Difficile dire se e quando le richieste di Rotelli verranno accolte dal club dei pattisti del gruppo che possiede tra l'altro il quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli. Comunque mercoledì prossimo il tema verrà posto.

 

"Io solleverò questo punto - svela al Foglio Massimo Pini che siede nel patto in rappresentanza della FonSai della famiglia Ligresti - Non dobbiamo dimenticare che Rotelli si è adoperato per risolvere il problema che aveva creato Stefano Ricucci con la sua tentata scalata alla Rcs. Rotelli ha comprato parte di quel pacchetto facendo un favore a tutti gli altri soci. Non vedo perché adesso lo si debba trattare così. Oltretutto si tratta di una persona capace che potrebbe essere utile al gruppo".

 

RCS, FONSAI RESTA NEL PATTO DI SINDACATO...
Dal "Corriere della Sera" - «Non abbiamo preso alcuna decisione di uscire dal Patto di Rcs». Così FonSai a commento di indiscrezioni di stampa che ipotizzano una disdetta da parte del gruppo che fa capo alla famiglia Ligresti, in vista della scadenza del 14 settembre prossimo per gli eventuali recessi. L'8 settembre si riunirà come previsto il patto di sindacato per esaminare il piano strategico del gruppo e per il passaggio di testimone fra Luca Cordero di Montezemolo (che resta nel board della Quotidiani) e John Elkann. Il presidente della Fiat, ha reso noto il portavoce di Exor, parteciperà già mercoledì alla riunione dei grandi soci del gruppo che edita il «Corriere della Sera». All'appuntamento ci sarà anche il neo presidente di Mediobanca, Renato Pagliaro, già vicepresidente della holding. 03-09-2010]

 

 

1- TRA RUMORS E ATTESE TORNA A RIUNIRSI IL “PATTO DEI NONNI” CHE GOVERNA IL “CORRIERE” - 2- IL QUOTIDIANO CONTINUA A PERDERE SOLDI E COPIE TRA L’INDIFFERENZA DEI SUOI PADRI–PADRONI, CHE TENGONO FUORI LA PORTA ROTELLI (11%), IN ODORE DI BERLUSCONISMO - 3- PER ORA L’UNICA NOVITà SARà L’INGRESSO DI ’YACHT’ ELKANN AL POSTO DI MONTEZEMOLO - 4- IL PRESIDENTE DELLA FIAT POTREBBE AVVIARE LA “RIVOLUZIONE DI PRIMAVERA” 2011 - 4- PER IL DOPO-DE BORTOLI CROLLA RIOTTA E AVANZA LA CANDIDATURA DEL 40ENNE MARIO CALABRESI - SCONTATA L’USCITA DEL NOTAIO MARCHETTI E DELL’AD PERRICONE


Reduci dalla scampagnata sul lago di Cernobbio e dopo aver digerito, tra un buffet a palazzo Marino e una cavatina alla "Scala", i riti mondani di MiTo - l'imponente manifestazione di musica d'arte ideata sull'asse Milano-Torino dal finanziere-mecenate Francesco Micheli - mercoledì prossimo i padroni del "Corriere della Sera", detti "pattisti", si ritroveranno per un caffè di lavoro nella sede dell'Rcs Media gruppo in via San Marco.

 

Un appuntamento che i giornali e piazza Affari tentano ogni volta di decifrare senza successo. Tutti, insomma, a interrogarsi pensosi su cosa accadrà tra i soci forti dell'ex Rizzoli. Se il "patto" sarà disdetto da qualcuno prima della scadenza (14 marzo 2011). Così è ripreso pure il tormentone se il Re della Sanità Lombarda, Giuseppe Rotelli (11%), sarà tenuto ancora fuori dalla portone di via Solferino. Per adesso, raccontano i frequentatori della Sala Albertini, il secondo azionista dell'Rcs l'avrebbe varcato in incognito soltanto di notte.

Alla fine dei ragionamenti a mezzo stampa, però, tutti concordano che non accadrà nulla di rilevante in Rcs. Nonostante, appunto, l'aria di crisi e la scarsa managerialità che da anni si respira ai piani alti del gruppo editoriale. A parte, ovviamente, l'annunciato ingresso del giovane John Elkan, presidente della Fiat, al posto del declinante delfino dell'Avvocato, Luca Cordero di Montezemolo.

 

 

Un segnale di novità che, come vedremo, forse potrebbe portare alla "rivoluzione di primavera" del 2011. Possibilmente prima delle sempre più probabili elezioni politiche anticipate. Scadenza in cui appare scontata l'uscita del presidente Pier Gaetano Marchetti (sempre più attivo nella Fondazione) e dell'amministratore delegato, Antonello Perricone. Sconfitto soprattutto sul terreno a lui più congeniale, la pubblicità.

Nell'attesa resta l'interrogativo (si fa per dire) sul perché i "pattisti" trovino del tutto normale che i soldi investiti nell'Rcs (milioni di Euro) vadano al macero come le rese del Corrierone. E non stiamo parlando dei "pirati della finanza" o dei "furbetti del quartierino". Nel salotto buono del Corrierone siedono banchieri del calibro di Abramo Bazoli e Scornato Passera (Banca Intesa); Renato Pagliaro (Mediobanca) e Cesare Geronzi (Generali); imprenditori rampanti quali Dieghito Della Valle, Francesco Merloni e Marco Tronchetti Provera.

Gente che non passa giorno senza che salga in cattedra per bacchettare la scarsa efficienza di governanti e imprese. Con seguito di predicozzo etico sull'efficienza manageriale, la meritocrazia e il rigore contabile. Ma quando si ritrovano in mano le scottanti scartoffie preparare dal notaio di carta, Pier Gaetano Marchetti, non battono ciglio sul disastro da loro amministrato e sui danni provocati ai poveri azionisti.

Da mesi il quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli è costretto a inseguire in edicola il primato delle copie vendute da "la Repubblica" di Ezio Mauro. E i conti del gruppo dopo la cura dimagrante avviata dell'amministratore dileguato, Antonello Perricone, non brillano. Anche se ci sono segnali di ripresa dell'editoria in Europa.

In Borsa il titolo, nonostante i reporter ottimistici diffusi in totale conflitto d'interessi dal suo primo azionista (Mediobanca) continuano ad oscillare sotto l'Euro. E c'è chi l'ha acquistate a 5 cinque. Sia i "pattisti" (65,67 per cento) sia gli altri azionisti di riguardo Rotelli, Toti, Bertazzoni, Benetton etc. (21,42 per cento) fino ad oggi ci hanno rimesso una montagna di soldi (minusvalenze).

 

A quanto sembra, perdenti e contenti. L'unica dottrina economica comune che sembra ispirare i signori del "patto" sembra essere quella sul prezzo dell'opportunità dell'economista americano, Thomas Sowell: "Il costo di una cosa è il valore che essa ha negli usi alternativi". Che ricorda una massima dei vecchi capitalisti italiani del dopoguerra: "I giornali sono una voce passiva di un bilancio attivo".

 

Già, lo scudo del Corriere meglio dello scudo fiscale di Tremonti. Anche se con l'arrivo di Flebuccio de Bortoli qualche crepa (ad hoc?) comincia a notarsi nella corazza indossata da alcuni "pattisti": il caso Tronchetti intercettazioni, gli affari immobiliari della famiglia Passera, le Ferrari di Montezemolo che prendono fuoco da sole...

L'impressione è che qualcosa comincia a bollire nel pentolone dell'azionariato Rcs in vista anche di nuovi scenari politici. E l'arrivo del nipotino Yaky (34 anni) nel "patto" dei nonni (Bazoli, Ligresti, Geronzi, Tronchetti Provera...) potrebbe annunciare - sulla strada tracciata negli anni Novanta non a caso da Gianni Agnelli (Mieli direttore della "Stampa" a quarant'anni) - un vero e proprio rinnovamento generazionale. Che non risparmierebbe la poltrona di via Solferino. 

Le ambizioni dell'eterno pretendente, Gianni Riotta (56 anni), appaiono in netto ribasso.

 

Le perdite (copie e denari) del Il "Sole 24 Ore" hanno messo in ombra il ragazzino che scriveva su "il Manifesto". Nel possibile giro di valzer in via Solferino, dicono soprattutto a Torino, ecco spuntare allora il nome dell'attuale direttore de "la Stampa", Mario Calabresi. Milanese (figlio del povero commissario Luigi, ucciso dai terroristi rossi), un'esperienza con il quotidiano della Fiat a New York dopo le esperienze come cronista parlamentare all'Ansa e Repubblica, potrebbe essere lui l'uomo nuovo per il Corriere dei "pattisti nonni.

 06-09-2010]

 

 

1- CAPITALISMO DE’ NOANTRI: GIUSEPPE ROTELLI HA IL 10% DI RCS MA NON CONTA UN CAZZO - 2- PERCHÉ MAI UNO CHE È RICCO, IN GAMBA, AMICO DEGLI AMICI, NONCHÉ RE DELLA SANITA’ LOMBARDA, CERTAMENTE MILLE VOLTE PIÙ’ IMPRENDITORE DI ’YACHT’ ELKANN, DEBBA ESSERE EMARGINATO DAL PATTO DEI PATTI, QUELLO CHE DI FATTO GOVERNA IL ’CORRIERE DELLA SERA’. O MEGLIO TUTTI LO SANNO MA LO SI DICE POCO E CON PUDORE - 3- CERTO È VICINO A GERONZI E LIGRESTI, È MOLTO INDAGATO PER UNA BRUTTA STORIA DI RIMBORSI SANITARI DALLA REGIONE: MA CHI, TRA I PATTISTI, PUò SALIRE SUL PULPITO?

1 - ROTELLI DI SCORTA
Bankomat per Dagospia

 

Non è successo niente ieri nella riunione del patto di sindacato Rcs, quello che di fatto governa il Corriere della Sera. E quindi i giornali danno spazio alle dichiarazioni laconiche di John Elkann, noto per parlare poco e spesso, quando parla, dire pochissimo. Al contrario del fratello che dice pochissimo ma lo fa spesso.

 

Non c'erano Passera Bazoli e Tronchetti (che contano un pochino di più del Presidente Fiat) e non c'era Rotelli, che di RCS ha il 10 per cento ma non conta nulla e lo tengono fuori dal Patto. Questo e' poi un bel mistero, perche' mai uno che e' ricco, in gamba, amico degli amici, professore, nonche' re della sanita' lombarda, certamente mille volte più' imprenditore del bravo Elkann, debba essere emarginato dal Patto dei patti. O meglio tutti lo sanno ma lo si dice poco e con pudore.

E' molto indagato per una brutta storia di rimborsi sanitari dalla Regione. Ma stamani leggete poco in materia, e certo non ve lo spiega Elkann. Che e' poi ovvio avesse poco da dire, ad esempio negando che vi sia in arrivo un piano di significative dismissioni o qualsivoglia altra notizia societaria.

Cose che di solito decidono i consigli di amministrazione - legalmente responsabili della gestione di una societa' - non i patti di sindacato che sono organi privati irresponsabili. Che pero' decidono.

 

Ecco, le cronache di oggi sul patto Rcs di ieri raccontano un capitalismo italiano di sempre: fanno parlare quello che non ha niente da dire nell'ambito di un organo che decide ma non ha responsabilita', nel quale sono assenti i potenti veri che tanto decidono al telefono o altrove. Organi nei quali si vorrebbe far entrare un altro potente che pero' non puo' entrare per motivi che e' meglio non dire e quindi i giornalisti certo non chiedono ad Elkann perche' non e' entrato un socio cosi' importante.

Insomma se leggete i giornali alla fine vi chiedete: ma di cosa abbiamo parlato per colonne e colonne se non c'era niente da far sapere? Appunto.

2 - PORTE SBARRATE PER ROTELLI NEL PATTO RCS -JOHN ELKANN: "IL PERIMETRO NON CAMBIA" - IL NUOVO TENTATIVO DI GERONZI E LIGRESTI DI SDOGANARE IL RE DELLE CLINICHE LOMBARDE FALLISCE
Giovanni Pons per La Repubblica

 

Le porte del patto di sindacato di Rcs Mediagroup restano sbarrate per Giuseppe Rotelli. Nonostante l´imprenditore della sanità lombardo, titolare di un pacchetto azionario superiore al 10%, non abbia mai preso iniziative per farsi cooptare nell´accordo tra i grandi soci del gruppo editoriale, alcuni personaggi di peso come Salvatore Ligresti e Cesare Geronzi periodicamente si danno da fare per sdoganare il professore di simpatie socialiste considerato da alcuni vicino a Silvio Berlusconi.

 

Ma non appena partono queste manovre gli altri azionisti di chiudono a riccio e rifiutano a priori l´idea di un allargamento della compagine a Rotelli. Così è successo anche stavolta: Ligresti e Geronzi hanno cercato di convincere alcuni azionisti minori a disdire l´accordo per far posto a Rotelli, ma questi hanno rifiutato l´invito con modi secchi e decisi. Nessuno ha poi messo in discussione il meccanismo escogitato da Piergaetano Marchetti ai tempi della scalata di Stefano Ricucci, che blinda di fatto per 18 mesi i soci desiderosi di uscire.

 

Quindi nella riunione di ieri mattina, definita da diversi partecipanti interlocutoria, il tema Rotelli non è neanche stato messo sul tavolo forse anche per l´assenza di Giovanni Bazoli, Corrado Passera e Marco Tronchetti Provera. L´unica novità di rilievo ha dunque riguardato il debutto di John Elkann al posto di Luca Montezemolo: «Tutto bene - ha detto il presidente di Fiat - c´è coesione da parte degli azionisti in un periodo importante, in questo triennio l´editoria subirà tanti cambiamenti, è un momento di grande trasformazione».

Coesione ma anche mancanza di strategie ben definite. Alla vigilia si era sparsa la voce che la riunione potesse servire a imprimere una svolta alla gestione soprattutto sotto il profilo delle dismissioni di asset non strategici. Il direttore finanziario Riccardo Stilli cercava un´indicazione sulle possibili aree da toccare, dagli immobili a Fabbri, al multiplex spagnolo fino ai periodici, ma ogni valutazione è stata rimandata a fine anno.

«Niente», ha risposto Elkann a chi gli chiedeva se veniva modificato il perimetro del gruppo. Probabilmente non c´è unanimità di vedute al riguardo, anche se il debito pari a 1,1 miliardi prima o poi dovrà essere ridimensionato. Le uniche indiscrezioni che continuano a circolare riguardano la "valorizzazione" di Dada, di cui il gruppo possiede il 50,7%, al cui scopo sarebbe stato assegnato un mandato a Mediobanca.

 

Il titolo Dada quotato a Piazza Affari ha fatto segnare per il secondo giorno consecutivo una crescita a due cifre, dando poco peso alle precisazioni fatte su richiesta Consob. Rcs aveva infatti sottolineato che «l´esplorazione per la valorizzazione di Dada è ancora ad una fase preliminare e nessuna proposta o decisione, tantomeno relativamente a ipotesi di delisting, è stata definita né sottoposta agli organi competenti o dagli stessi adottata». Tutto fermo, dunque, e grande incertezza per investitori e analisti, che hanno bassa visibilità sui conti dei prossimi mesi. [09-09-2010]

 

 

“CORRIERE DELLA LEGA” – IL QUOTIDIANO DI FLEBUCCIO DE BORTOLI SEMPRE PIÙ IN SINTONIA CON LE POSIZIONI DEL CARROCCIO CONTRO I POTERI ROMANI: LA SARZANINI FA A PEZZI LETTA E “IL FOGLIO” OGGI LA MASSACRA - VATICANO MESSO IN UN ANGOLO CON IL PAPA E BERTONE CONTRO LA CRICCA E DULCIS IN FUNDO (NELLE PAGINE ECONOMICHE) MUCCHETTI MASSACRA IL SISTEMA GERONZI ALLE GENERALI DOPO IL PASTICCIO BRUTTO DI CITYLIFE DI BABUZZO LIGRESTI...

1 - SARZANINI STYLE, COME TI CUCINO UNA RIUNIONE CON GIANNI LETTA...
Da "Il Foglio"

A leggere superficialmente l'articolo di Fiorenza Sarzanini pubblicato dal Corriere della Sera di ieri, si ha l'impressione di una schiacciante mole di elementi oggettivi che inchiodano "la cricca" alle sue responsabilità per una gestione dei lavori assegnati dopo il terremoto dell'Aquila. Se però si guarda un po' per il sottile, si nota che in realtà l'unico fatto acclarato è che si è tenuta una riunione a Palazzo Chigi, nel corso della quale è stata decisa la costituzione di un consorzio tra imprese e entità finanziarie aquilane e nazionali per realizzare opere urgenti in una situazione di indubbia emergenza.

 

Gli imprenditori aquilani, risulta dalla dichiarazione considerata più contundente, quella di Ettore Barattelli, si sono rivolti alla Cassa di risparmio dell'Aquila perché agevolasse un accordo consortile con la società Btp perché sapevano che "aveva grosse entrature con il governo". Insomma tutto il castello si regge su un'opinione, peraltro in sé tutt'altro che infamante, di un imprenditore su un'altra impresa.

Il resto è una raccolta di frasi dal significato equivoco, che alludono a reati gravissimi, con l'avvertenza però che "bisogna stabilire la regolarità di quel patto", anche se nel corso di tutto l'articolo si dà l'impressione che la costituzione di un consorzio sia una specie di peccato capitale. Si vedrà in seguito se questi fatti, sottoposti ad accertamento come fatti e non come "realtà romanzesca", sono o meno censurabili sotto il profilo giudiziario o anche solo morale. Per ora risulta soltanto che è stata costituita una cordata di imprese per realizzare opere urgenti, che questo consorzio ha avuto incontri presso la presidenza del Consiglio, dove Gianni Letta lavorava con grande impegno per fronteggiare gli effetti del sisma.

Si potrebbe raccontare tutta un'altra storia con gli stessi scarni elementi di fatto a disposizione, la storia di un esecutivo alle prese con una tragedia immane che utilizza tutti gli aiuti e le conoscenze possibili per dare risposte tempestive. Anche questa sarebbe una lettura arbitraria, un punto di vista e non un'analisi di fatti incontrovertibili. Il problema che sorge è sull'effetto che produce questa confusione tra il giornalismo di inchiesta e quello di "ricostruzione" ipotetica.

Anche questo esercizio di fantasia è ovviamente legittimo, purché ai lettori sia chiaro di che cosa si tratta. La "docufiction" è un genere assai insidioso, che travalica in un terreno ambiguo quando confonde più o meno volutamente fatti accertati con ipotesi puramente personali. Un titolo messo tra virgolette che recita "patto politico per i lavori in Abruzzo" ha proprio questo carattere. Una decisione di competenza del governo è per sua natura "politica", un accordo tra imprese per realizzarla è un "patto", tuttavia è evidente l'intenzione del titolista, e quindi del giornale, di attribuire a questi termini un senso insinuante.

Che questo modo di trattare le notizie sia utilizzato da testate che fanno campagna politica è abbastanza comprensibile. Fa invece una certa impressione che sia un giornale che si considera una specie di istituzione, come il Corriere, a adottare questo procedimento. Non si tratta solo di "separare i fatti dalle opinioni", come si dice spesso e forse un po' ingenuamente, ma di presentare i pochi fatti all'interno di un racconto che li travalica, dando però l'impressione che la costruzione sia essa stessa parte dei fatti accertati, seppure con qualche prudenza verbale.

L'articolo del Corriere non dice il falso, non lo fa perché avvolge i passaggi dai dati alle interpretazioni con fumose allusioni e molti condizionali, ma dà l'impressione di raccontare una verità criminale, che invece non è affatto accertata. Non è certo un episodio di buona informazione.

16.06.10

 

 

VIA SOLFERINO NUMERO P2 – L’INTERVISTA MEMORIALE A PIERO OTTONE, EX DIRETTORE DEL CORRIERE, è UN ARTICOLO ISTRUTTIVO PER CAPIRE CHE IL VERO BAVAGLIO AI GIORNALISTI NON ARRIVA UNICAMENTE DA UNA LEGGE CIALTRONA MA SOPRATTUTTO DAI POTERE MARCI CHE TI COMPRA E TI TAPPA TUTTI I BUCHI - "Angelo Rizzoli mi ha raccontato di quando bussavano alle banche per chiedere prestiti e quelle più grandi chiudevano la porta: ‘No fino a quando c’è Piero Ottone’Maurizio Chierici per "Il Fatto Quotidiano"

Il faccia a faccia del 28 maggio tra Angelo Rizzoli, 30 anni fa editore del Corriere della Sera, e Ferruccio de Bortoli, direttore, ha riaperto ferite mai rimarginate. Angelo Rizzoli accusa il Corriere di "falsità e inesattezze nella ricostruzione dei passaggi di proprietà della casa editrice": era il 1984, P2 provvisoriamente allo sbaraglio. Ferruccio de Bortoli risponde: "Lei vittima di amicizie pericolose e ambizioni eccessive, ma non vittima priva di responsabilità personali".

 

Angelo Rizzoli si ritiene defraudato dalla proprietà Rcs e chiede ai proprie-tari dei nostri giorni 650 milioni di euro. Gli dà man forte Deborah Bergamini, deputato di Silvio Berlusconi, che ne è stata collaboratrice molto amata a Palazzo Chigi: vuole una commissione d'inchiesta per far luce sui passaggi che hanno strappato il gruppo alla famiglia Rizzoli.

La polemica allude a strategie finanziarie, banche, imprenditori, fantasmi politici. I giornalisti non appaiono; ombre senza voce. Non è andata proprio così.

 

QUANDO PIERO OTTONE DEVE LASCIARE
Piero Ottone era il direttore mal sopportato dalla Dc di Amintore Fanfani e dal Licio Gelli P2; certi partiti, certa finanza. Aveva slegato la lealtà dell'informazione dai potentati politici per dar spazio a una trasparenza mai partigiana, articoli di fondo, cronache, perfino le lettere dei lettori: le pubblicava senza l'ironia dei commenti di chi vuol ritorcere l'ultima parola. Ognuno poteva dimostrare ciò che pensava. Adesso ricorda come è finita la sua direzione con l'eleganza di chi non ama giocare con le polemiche.

 

Che Corriere era ?
Il Corriere della famiglia Crespi, una stagione felice. Col tempo l'attività tessile era sparita, ai Crespi restava il Corriere, miniera d'oro. L'ultima generazione, la generazione con la quale lavoravo, non pensava tanto al denaro, anche perché erano ricchi. Volevano essere editori onesti e rispettosi della libertà. Editori ideali, il meglio che un direttore potesse desiderare. Giulia Maria Mozzoni Crespi parlava con gli inviati di ritorno da un viaggio come facevano Arthur Sulzberger al New York Times e la Graham al Washington Post. Voleva approfondire per capire cosa stesse succedendo in una certa parte del mondo.

 

E apparteneva alla ritualità delle vecchie aziende lombarde celebrare il Natale con giornalisti, operai, fattorini: panettone e spumante in un intervallo di lavoro. Poi il direttore del Corriere veniva invitato a pranzo con la moglie in corso Venezia, soli ospiti oltre ai familiari. La politica restava lontana.

Eppure anche allora i politici inseguivano il direttore...
Non mi hanno mai inseguito anche perché non li cercavo. Si è detto che Bettino Craxi abbia brindato quando ho dato le dimissioni. Ma prima non aveva manifestato disappunto anche perché non ci si vedeva.

 

Il Corriere andava bene, male gli altri giornali del gruppo. Quando la Rizzoli compra , lei si è dimesso...
Nel momento di cambio di proprietà offro di liberare il posto: si fa così. Andrea Rizzoli mi invita a colazione in via del Gesu. Dimissioni respinte, ‘Vada avanti...'. La Montedison di Eugenio Cefis aveva garantito l'acquisto e nel congedarsi Andrea Rizzoli chiede se è possibile avere un occhio di riguardo come fala Stampa con gli Agnelli. Impossibile: vorrebbe dire rinunciare all'equidistanza del giornale. La risposta non lo scuote: ‘Va bene. La prego di continuare'

 

Non le ha mai chiesto qualcosa?
Una volta ha telefonato ancora a proposito della Montedison. Nelle pagine della cronaca era apparsa una notizia breve: dirigenti e funzionari Montedison avevano protestato sfilando in corteo nei corridoi della presidenza. Ad Andrea Rizzoli non era piaciuto quel titolo a due colonne: ‘In futuro - disse - cerchiamo di non dare questo tipo di notizie. È possibile? Rispondo che non posso, e non succede niente. Il mio Corriere non piaceva alla Dc e non piaceva al Pci. Perdevano un punto di riferimento nel quale, fino a quel momento, specchiavano favori e opposizione. Si sentivano disorientati. Mi consideravano un'anima persa. Ho saputo dopo che ad Andrea e ad Angelo Rizzoli i poteri politici chiedevano di farmi fuori. Ma il giornale andava bene e non c'è stata interferenza. Restava una certa distanza. Mi sentivo isolato. Anni dopo ho incontrato Angelo Rizzoli: mi ha raccontato di quando bussavano alle banche per chiedere prestiti e quelle più grandi chiudevano la porta: ‘No fino a quando c'è Piero Ottone'. Rizzoli navigava in brutte acque. Aveva comperato il gruppo Corriere a cancello chiuso senza una analisi accurata della voragine del passivo. Insomma, nei guai. Ljuba Rosa, seconda moglie di Andrea, racconta che svegliandosi la notte, scopriva il marito con occhi spalancati e lo sguardo perduto sulla parete. Sarà per il Corriere? I debiti gli rubavano il sonno. Eppure mai una volta mi ha fatto sospettare di essere la causa della chiusura di credito.

Voci di nuovi soci...
Si parlava della democrazia cristiana bavarese, di un gruppo finanziario tedesco. Con me si fa vivo Mario Formenton: ‘Perché non vieni alla Mondadori?', cominciavo a pensarci. Dopo 5 anni e mezzo di Corriere mi sentivo meno motivato. I Rizzoli lasciavano carta bianca, ma la sintonia intellettuale e quell'atmosfera stimolante non c'erano più. Torno in via del Gesu. Annuncio che me ne vado.

Andrea Rizzoli è sorpreso: ‘Proprio quando abbiamo risolto i nostri problemi. Immaginavo si potesse lavorare assieme per lungo tempo'. Insiste: ‘Ci ripensi'. Non ci ho ripensato. Dirigevo un giornale sospeso senza uno scambio di idee con gli editori. Mancavano l'identità e il calore umano degli anni di Giulia Maria Crespi. ‘Da Monda-dori? Col Formenton venditore di tappeti...': sono le sole sue parole non gentili. L'eleganza di Piero Ottone sfuma ciò che succedeva attorno al Corriere, del resto, come sospettare degli intrighi che mani allora sconosciute stavano preparando? Cominciava l'arrembaggio della P2.

Non era mai successo nella Milano dove il Corriere è riferimento storico della città che una folla minacciosa sfilasse sotto le finestre di via Solferino. Insulti, slogan e la polizia schierata in difesa del palazzo. Protestava la maggioranza silenziosa guidata da Massimo De Carolis vicesegretario milanese della Dc. Quando Giuliano Turone e Gherardo Colombo scoprono a villa Wanda l'elenco degli affiliati alla loggia di Licio Gelli, Massimo De Carolis ha il numero 1815, uno in meno della tessera di Silvio Berlusconi.

Non per caso torna in politica con la bandiera di Forza Italia: presidente del consiglio comunale di Milano. Fra i protettori della maggioranza arrabbiata, Nino Nutrizio, direttore de La Notte (dove Vittorio Feltri impara il mestiere), Adamo degli Occhi, Luciano Bonocore segretario lombardo dei giovani missini e Paolo Pillitteri, cognato di Bettino Craxi, critico cinematografico dell'Avanti. Studiava da sindaco socialista.

Sei mesi prima dell'addio di Piero Ottone succede qualcosa anche in redazione. Franco Di Bella, grande cronista e vice direttore, lascia per firmare il Resto del Carlino. E tre giorni dopo Alberto Sensini, capo della sede romana, va a Firenze a dirigere La Nazione. Franco Di Bella tessera numero 655, Alberto Sensini senza tessera: la sua domanda arriva tardi, come la domanda dell'ex ministro Antonio Martino, e finisce nelle mani dei carabinieri.

Ha l'aria di una simpatia veniale la promozione di Giorgio Rossi, vice capo redattore: dal tavolo degli interni alla direzione esteri di Bruno Tassan Din, amministratore delegato del gruppo. Giorgio Rossi, tessera numero 323 e come Angelo Rizzoli anche Bruno Tassan Din è nell'elenco di Licio Gelli, tessera 534. Ragnatela che si allarga e nessuno riesce a capire quale ragno incrocia la trama. E il ruolo che Giorgio Rossi sta per assumere nella ‘prima televisione libera' che Licio Gelli e la Rizzoli vogliono aprire a Malta ‘per rompere il monopolio Rai'.

L'OCCHIO MASSONICO DI COSTANZO
La prima vittima del regno P2 è Gian Giacomo Foa, corrispondente da Buenos Aires dove racconta la repressione militare dei generali P2. ‘Per sicurezza' viene trasferito a Rio de Janeiro. La proposta viene da di Di Bella vicedirettore preoccupato ‘della sua incolumità'.

Quando il Corriere è ancora di Piero Ottone, Marco Nozza, inviato del Giorno, torna da Bologna con un pettegolezzo curioso: ha pranzato in un ristorante dove Silvio Berlusconi e Franco Di Bella chiacchieravano con allegria. Prima della P2 era solo il Cavaliere della Brianza che aveva ispirato una gag irresistibile a Gino Bramieri. Cosa si stavano dicendo? Qualcosa i giornalisti del Corriere credono di aver capito appena il direttore del Carlino torna in via Solferino e Berlusconi diviene subito collaboratore, commenti da seconda pagina scritti così così. Nessuno immaginava il disegno che stava cambiando l'Italia.

La redazione accoglie Franco Di Bella con una certa diffidenza. Nel voto di gradimento 60 schede bianche. Intanto la trasformazione accelera. Andrea Rizzoli lascia la presidenza al figlio e nel consiglio di amministrazione entra Umberto Ortolani, primo banchiere della P2, tessera 494. I soldi non mancano, ma chi comanda? È l'inquietudine del comitato di redazione: Raffaele Fiengo, Enzo Marzo, Piero Morganti. Inseguono il trasferimento delle azioni in pegno per il debito, a società di capitale non autorizzate alla gestione del gruppo, decisioni che dovrebbero restare ai soci d'opera, Rizzoli, insomma.

Sul filo dell'illegalità il controllo cambia e il debito prevalente finisce nelle casse dello Ior di Paul Marcinkus e dell'Ambrosiano del quale Roberto Calvi (tessera 519) è ormai presidente. Le decisioni della banca vaticana e dell'Ambrosiano spogliano Angelo Rizzoli del controllo della casa editrice. Gli resta il Corriere.

Per monitorare passaggi non chiari Luigi Pizzinelli, del Comitato periodici, sfoglia i documenti che la Cancelleria del tribunale aggiorna ogni settimana. Giro vorticoso di titoli che passano di mano. E nei giornali circolano voci mentre la Rizzoli compra tutto: Gazzetta dello Sport, Alto Adige, Il Mattino di Napoli, Piccolo di Trieste, Giornale di Sicilia, Tv Sorrisi e Canzoni. Compra Avril, casa editrice argentina che pubblica Il Giornale degli Italiani affidato alle belle firme in pensione dell'Europeo e a redattori di testate minori. Anche il figlio del generale Giovambattista Palumbo (P2) si trasferisce a Buenos Aires. Devono convincere gli italiani di Argentina che la dittatura sta salvando la patria dal comunismo.

Cambiano le facce nei corridoi del Corriere. Roberto Gervaso (membro P2 che scrive lettere d'amore a Licio Gelli) passeggia a braccetto con Angelo Rizzoli. Si mette mano alla cultura: via Maurizio Calvesi, Giovanni Testori (scrittore geniale, cattolico integralista) è il nuovo critico d'arte. La musica passa da Danilo Courir a Paolo Isotta nostalgico degli anni neri. e la colonna destra di prima pagina aperta dagli Scritti Corsari di Pier Paolo Pasolini e frequentata da intellettuali concreti nell'analisi della realtà, diventa lo spazio di un divertimento che non sfiora i problemi della gente. Giornale pasteurizzato per tener calma la borghesia.

L'impegno di distrarre "il popolino" viene affidato a L'Occhio: Maurizio Costanzo (tessera 1819) lascia la Domenica del Corriere per un tabloid da ‘un milione di copie'. Dieci miliardi per il lancio che copre l'Italia di manifesti massonici: l'occhio chiuso nel triangolo delle logge.

Il 5 ottobre 1980 Maurizio Costanzo intervista sul Corriere il suo Licio Gelli il quale annuncia il programma che 30 anni dopo Silvio Berlusconi sta realizzando: Tv private più forti delle Tv di Stato, giudici controllati dal potere politico, eccetera. Ma il giornale va male. Maurizio Costanzo scivola su un editoriale nel quale chiede di sospendere temporaneamente le garanzie costituzionali dopo il rapimento e la condanna a morte del giudice di cassazione Giovanni D'Urso: Br che provano a dare una mano a Licio Gelli. I giornalisti sono in rivolta. Maurizio Costanzo ammorbidisce: l'editoriale resta autoritario, ma non ‘sospende' la costituzione.

Il Corriere aveva annunciato l'uscita dell'Occhio con un articolo di terza pagina (allora pag. 3): l'ho scritto io. Ordine di Franco Di Bella: raccogliere l'esperienza di un vecchio viaggio tra i giornali popolari d'Europa. Il mattino dopo il rimprovero di Enzo Biagi: ‘Perché hai accettato un pezzo così ?'. Gli spiego ma continua a brontolare: ‘Chissà cosa c'è dietro...'. Non capisce e non gli piace. Mesi dopo la scoperta della P2, Franco Di Bella mi invita con Bruno Lucidano, responsabile pagine della scienza, a bere un caffè all'hotel Palace.

‘Volevo spiegarvi che ho aderito alla P2 per pagare i vostri stipendi. Le casse erano vuote'. Gli chiedo perché mi aveva coinvolto nel lancio dell'Occhio. ‘Volevo darti una mano - risponde. Dopo il tuo articolo sulle squadre della morte uruguayane finanziate dal banco Andino dove dormivano i capitali della P2, Bruno Tassan Din ti odiava come se gli avessi ucciso la figlia. Immaginava chissà cosa e per rimetterti in sella ho chiesto di scrivere l'articolo. Devo dire che a quel giornale popolare non ho mai creduto'. Lo racconto a Enzo Biagi, che scuote la testa: ‘Sospettavo qualcosa, una specie di Banda Bassotti, invece sono professionisti del crimine. Povero Angelone, lo hanno preso in mezzo'. Angelone Rizzoli, naturalmente.

LA P2 PERDE LA PRESA SUL GIORNALE
Prima della rivelazione di Gherardo Colombo e Giuliano Turone i giornalisti del Corriere avevano cominciato le barricate per fermare i prestigiatori fantasma che stavano trasformando il giornale. Sparite le inchieste, di America Latina non si parla più. Quando Franco Di Bella vuol mandare Enzo Biagi a scrivere ‘articoli di colore' sull'Argentina del Mundialito (1980) gli raccomanda solo calcio, mai raccontare i militari al potere (30 mila ragazzi spariti). Ed Enzo Biagi rifiuta. L'allarme è quotidiano. I titoli del Corriere e le cronache di qualche inviato nell'Irpinia sconvolta dal terremoto (dicembre 1980), esaltano i soccorsi delle Forze armate con sbrodolamento quasi fascista.

Il comitato di redazione si lamenta con Franco Di Bella, ma (lo si scopre sempre dopo) i contatti tra la direzione e il generale Giovanni Torrisi (P2) capo di Stato Maggiore dell'esercito, erano quotidiani. Le divise dovevano vegliare sulla trasformazione del piano Gelli. Ecco l'incenso. Comitato e assemblea dei giornalisti non cercano solo di tamponare: analizzano e spiegano come contenere l'imbarbarimento.

Convegno al Piccolo Teatro di Milano per discutere degli allarmi raccolti in un giornale di 52 pagine (come cambia l'informazione autofinanziata e autogestita. Interventi di Giuliano Gramigna, Roberto De Monticelli, Alberto Cavallari, Ugo Stille e della folla di intellettuali che collaborano al Corriere. Un'indagine scientifica del Cnr analizza il contenuto di cinque quotidiani: sulla scia del giornale guida avevano smesso di scavare nella realtà della gente.

Poi l'incubo finisce. A nome del comitato di redazione e del consiglio di fabbrica Raffaele Fiengo documenta quegli anni in un rapporto alla commissione P2 di Tina Anselmi. Atto parlamentare senza commenti, 376 pagine collegate alla relazione di maggioranza, 5 maggio 1983. Qualche tempo fa ho cercato di sfogliarlo nell'archivio del Corriere. Sparito. Chissà.

 [11-06-2010]



 

 

 

LO SCIPPO DEL CORRIERE - "l’intera vicenda è stata pilotata fin dall’inizio. Prima con l’arresto di Rizzoli e Tassan Din, Poi con un intervento molto pesante delle Fiamme gialle sulla Rizzoli. Infine con la costrizione esercitata dalla magistratura SU ANGELO RIZZOLI affinché svendesse il suo 50,2% di azioni alla cordata messa insieme da Bazoli, pena il ritorno in prigione. A beneficiarne fu una parte ben precisa della finanza. Tant’è vero che la più grande banca privata e la più grande casa editrice saltarono insieme. Tutto fu tranne che un evento naturale"...

per Il Giornale

"Angelo Rizzoli fu depredato della sua casa editrice perché fin dall'inizio era stato individuato come la vittima sacrificale. Politica e finanza volevano impossessarsi del gioiello di famiglia, il Corriere della Sera, e alla fine ci sono riusciti. L'infamia più atroce è stata far passare la vittima per un malvivente, una mistificazione che in 26 lunghi anni ha attecchito nell'opinione pubblica, a dispetto delle sentenze».

 

Dopo aver patito 407 giorni di ingiusta detenzione, l'aggravamento in cella della sclerosi multipla di cui soffre dal 1963, lo scippo della più importante impresa editoriale italiana fondata dal nonno Angelo nel 1909, la morte per crepacuore del padre Andrea, il suicidio della sorella Isabellina che temeva di finire in galera, l'arresto senza motivo del fratello Alberto e dopo aver incassato sei assoluzioni definitive in Cassazione, l'ex imputato a vita Angelo Rizzoli non poteva sperare in un settimo sigillo più importante di questo.

 

A imprimerlo sull'intera vicenda è il professor Gaetano Pecorella, che fu il difensore dell'uomo di fiducia del banchiere Roberto Calvi, il defunto Bruno Tassan Din, entrato in Rizzoli nel 1973 e salito di grado fino a diventare amministratore delegato del gruppo, condannato a 6 anni e 4 mesi per il dissesto della casa editrice e a 14 anni per il crac del Banco Ambrosiano (poi ridotti a 8 anni e 2 mesi in appello con un patteggiamento).

Un parere decisivo, quello dell'avvocato Pecorella, perché nella vulgata che ha resistito per un quarto di secolo Tassan Din è sempre stato indicato come il complice di Rizzoli, tanto da essersi entrambi iscritti, al pari di Calvi, alla P2 di Licio Gelli e Umberto Ortolani. Il disegno criminoso attribuito fin da subito al quintetto Gelli, Ortolani, Calvi, Rizzoli, Tassan Din fu la spoliazione della casa editrice e l'asservimento del più diffuso quotidiano nazionale agli oscuri disegni della loggia massonica. «In realtà si trattò di un quartetto: Rizzoli non c'entrava nulla, anzi ne fece le spese», chiarisce Pecorella. Un quartetto che era nato come un trio, nelle carte processuali ribattezzato Blu, acronimo dei nomi Bruno, Licio e Umberto.

 

La testimonianza del professor Pecorella, già presidente della commissione Giustizia della Camera, al suo quinto mandato parlamentare, conferisce una prospettiva inedita a una vicenda giudiziaria che si è riaperta con l'atto di citazione depositato lo scorso settembre presso il tribunale civile di Milano da Angelo Rizzoli, rappresentato e difeso dagli avvocati Romano Vaccarella, Fabio Lepri e Achille Saletti.

Dopo due rinvii a gennaio e a marzo, il 16 giugno dovrebbe tenersi la prima udienza del processo intentato dall'ex editore contro gli eredi societari della cordata formata da Gemina (Fiat e Mediobanca), Iniziativa Meta (Montedison), Mittel (finanziaria bresciana presieduta da Giovanni Bazoli) e Giovanni Arvedi (imprenditore siderurgico) che nel 1984 rilevò la Rizzoli e il Corriere per un tozzo di pane.

 

Da Intesa Sanpaolo (e cioè da Bazoli, che fu l'artefice dell'operazione di salvataggio nella sua veste di presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, sorto dalle ceneri del vecchio Ambrosiano di Calvi), da Rcs Mediagroup, da Edison, da Mittel e da Arvedi, l'ex editore pretende la «restituzione per equivalente» di quanto gli fu strappato: una somma compresa tra 650 e 724 milioni di euro.

Come divenne difensore di Bruno Tassan Din?
«All'epoca mi occupavo soprattutto di processi politici. Fu un collega civilista a fare il mio nome per l'assistenza della Rizzoli nei procedimenti penali. L'assalto al Corriere cominciò nel marzo 1981, con la perquisizione dell'abitazione di Gelli a Castiglion Fibocchi. Dalle carte sequestrate a Villa Wanda emerse il ruolo di Tassan Din, referente di Calvi e Gelli, nelle vicende del giornale e del Banco Ambrosiano. Quando fu arrestato per il crac dell'istituto di credito, dovetti fare una scelta. Siccome Rizzoli era stato prosciolto in istruttoria, decisi di assumere la difesa dell'imputato finito in carcere, cioè Tassan Din, il quale dava una versione dei fatti in conflitto con quella di Rizzoli».

 

Che genere di conflitto?
«Risultava che Tassan Din, attraverso una banca svizzera, avesse dirottato su un conto corrente irlandese 30 milioni di dollari usciti dal Banco Ambrosiano. Egli disse che si trattava del corrispettivo per la cessione di un 10,2% di azioni Rizzoli di sua proprietà, avute come premio per meriti gestionali. L'editore, al contrario, sostenne che quel pacchetto apparteneva alla sua Fincoriz, una finanziaria di cui Tassan Din era solo l'amministratore delegato. Il mio cliente esibì un documento dell'avvenuta cessione, ma i giudici non lo ritennero credibile e perciò vi fu la condanna per distrazione di beni del Banco Ambrosiano. Peraltro Rizzoli intentò tre cause contro Tassan Din per dimostrare che il 10,2% era suo e le vinse tutte e tre».

Il 29 aprile 1981 la Centrale Finanziaria di Calvi aveva acquistato il 40% del 90,2% di azioni detenute da Rizzoli e sottoscritto un aumento di capitale. Dunque quei 30 milioni di dollari altro non erano che una parte dei 150 miliardi di lire che il banchiere doveva a Rizzoli e che non arrivarono mai in via Solferino.

 

«Infatti furono trasferiti sui conti Recioto, Zirka e Telada presso la Rothschild Bank di Zurigo e di lì occultati in paradisi fiscali, come hanno riconosciuto le sentenze favorevoli a Rizzoli pronunciate dalla Cassazione, dalla Suprema Corte d'Irlanda e dalla giustizia elvetica».

Si creò così la voragine nei conti che consentì alla cordata dei «salvatori della patria fra virgolette», come l'ha definita Cesare Romiti che pure ne faceva parte come Fiat, di impossessarsi per appena 9 miliardi di lire di un'azienda che ne valeva, a seconda delle stime, tra i 270 e i 440.

«Io credo che l'intera vicenda sia stata pilotata fin dall'inizio. Prima con l'arresto di Rizzoli e Tassan Din, che si tradusse in una perdita di ruolo per entrambi. Poi con l'incalcolabile danno d'immagine arrecato all'editore. Quindi con un intervento molto pesante delle Fiamme gialle sulla Rizzoli. Infine con la costrizione esercitata dalla magistratura sul legittimo proprietario affinché svendesse il suo 50,2% di azioni alla cordata messa insieme da Bazoli, pena il ritorno in prigione. A beneficiarne fu una parte ben precisa della finanza. Tant'è vero che la più grande banca privata e la più grande casa editrice saltarono insieme. Tutto fu tranne che un evento naturale».

 

Chi si diede più da fare?
«C'era un enorme interesse da parte delle forze politiche, con in testa il Psi, a impadronirsi della corazzata di via Solferino. La rovina di Rizzoli scaturisce dalle manovre per arrivare al controllo del Corriere. Lo stato di crisi scatenò appetiti formidabili. Non solo quelli dei cosiddetti poteri forti. Anche di illustri sconosciuti. Ricordo che a Tassan Din giungevano tutti i giorni richieste persino da piccoli imprenditori che s'erano convinti di poter partecipare al banchetto. Fu un accerchiamento selvaggio. Non dico che i magistrati non disponessero di elementi per procedere, tuttavia questo rimane un caso da manuale per capire come alcuni processi possano determinare svolte economiche di portata colossale».

 

I lettori del Corriere sono tuttora convinti che Angelo Rizzoli si fosse iscritto alla P2 in quanto complice di Calvi, Gelli, Tassan Din e Ortolani e che abbia attivamente collaborato con la banda dei quattro nel saccheggiare la casa editrice che porta il suo nome. In realtà le banche statali - l'Icipu di Franco Piga, l'Imi di Giorgio Cappon e l'Italcasse di Giuseppe Arcaini - gli avevano chiuso i rubinetti per ordine della Dc, adirata a causa del mancato licenziamento del direttore Pietro Ottone, che era stato promesso dal padre Andrea ad Amintore Fanfani. Questo costrinse Rizzoli a gettarsi nelle braccia dell'Ambrosiano.

«Da quello che ho capito io, a Rizzoli e a Tassan Din non importava un fico secco della P2. In quel momento Calvi rappresentava per loro l'unico interlocutore disposto a finanziare la casa editrice. Nella partita ebbe un grosso peso Ortolani, personaggio assai vicino al Vaticano. Tant'è vero che i 95 milioni di dollari dell'Ambrosiano, dirottati all'estero anziché essere versati alla Rizzoli, vennero occultati da Gelli, Ortolani e Tassan Din in concorso con Calvi, simulando che si trattasse di un prestito a favore della Bellatrix di Panama, società controllata dallo Ior presieduto da monsignor Paul Marcinkus».

Le risulta che Angelo Rizzoli sia stato convocato nel luglio 1981 dall'allora presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, e dal ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, nell'abitazione romana del senatore Andrea Manzella, a Monte Mario, allo scopo di chiedergli l'immediato allontanamento di Tassan Din e la sua sostituzione col professor Piero Schlesinger?
«Non lo so. Né direttamente né indirettamente. Le manovre per allontanare Tassan Din vi furono. L'avversione di Schlesinger al mio assistito era notoria».

 

Rizzoli racconta che Calvi in un primo tempo si dichiarò d'accordo nel sostituire il suo pupillo Tassan Din con Schlesinger. Ma l'editore commise un errore madornale: informò di questa decisione il principale azionista dell'Espresso, Carlo Caracciolo, che fece uscire la notizia sul suo quotidiano, La Repubblica. In difesa di Tassan Din insorse il Pci e Calvi fece marcia indietro per paura di inimicarsi «il partito delle Procure».
«Tassan Din era un lavoratore instancabile, cercava appoggi politici ovunque. Per esempio sollecitò, attraverso Bruno Visentini, il sostegno del Pri. È un fatto che la nomina di Alberto Cavallari, direttore gradito alla sinistra, al posto di Franco Di Bella, risultato iscritto alla P2, fu voluta da Tassan Din».

Nell'agosto 1982 il Banco Ambrosiano finisce in liquidazione. Il Nuovo Banco Ambrosiano presieduto da Bazoli nomina proprio Schlesinger presidente della Centrale Finanziaria di Calvi, trovato impiccato due mesi prima sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Schlesinger si muove con l'obiettivo di ottenere il fallimento della casa editrice e l'arresto di Rizzoli e Tassan Din per la sparizione dei fondi destinati all'aumento di capitale del 1981.

«Ma Schlesinger ben sapeva, per averglielo detto lo stesso Calvi, che quei fondi erano scomparsi per opera di Tassan Din, Gelli e Ortolani e che io ero totalmente estraneo all'operazione, come poi dimostreranno con sentenza passata in giudicato i magistrati milanesi che si sono occupati del crac del Banco Ambrosiano», sostiene Rizzoli. «Se quella confidenza di Calvi davvero vi fu, appare evidente che i nuovi acquirenti del Corriere non avrebbero potuto ignorare quanto era a conoscenza di Schlesinger».

Giriamola così: considerato che lei durante Mani pulite ha difeso molti imputati accusati in base al teorema del «non poteva non sapere», ritiene che Agnelli, Bazoli e soci potessero non sapere che Rizzoli era solo la vittima innocente di un raggiro?
«Ripeto: se davvero Schlesinger sapeva, ma io non ho prove in proposito, ritengo che non potessero non sapere anche tutti gli altri. Quello che posso dire con certezza, è che Tassan Din non chiamò mai in causa Rizzoli per il crac dell'Ambrosiano».16-05-2010]

 

 

 

RIZZOLI, AGNELLI E BAZOLI NON POTEVANO NON SAPERE DELLA MIA INNOCENZA
(Adnkronos) - Agnelli e Bazoli, e con loro gli altri "beneficiari" del fallimento della Rizzoli, "non potevano non sapere della mia estraneita' sul dirottamento dei fondi" destinati al salvataggio dell'azienda. Angelo Rizzoli, in un'intervista alla ADNKRONOS, ricostruisce l'intricata vicenda nella quale, dice, "ho perduto 26 anni di vita" e con essi, "con una discutibile applicazione della legge", la piu' importante azienda editoriale italiana e il suo gioiello piu' prezioso, il Corriere della Sera, "svenduto al miglior offerente". Sul fronte familiare, poi, ricorda ancora Rizzoli, "ho perso mio padre, Andrea, morto per crepacuore dopo il mio arresto e mia sorella, Isabella, suicida perche' la Procura di Milano l'aveva minacciata di arresto".

 

"Questa e' una domanda che va fatta alla loro coscienza, ammesso che ne abbiano una", dice Rizzoli, ricordando il ruolo di Gianni Agnelli, che con la Fiat era nella cordata che rilevo', "per pochi soldi" la Rizzoli, e quello di Giovanni Bazoli, all'epoca presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, sorto nel 1982 dopo il disastro del 'vecchio' Ambrosiano di Roberto Calvi, e che diresse la cessione della Rizzoli-Corriere della Sera. Dopo una breve pausa, per pesare le parole, Rizzoli aggiunge: "Io credo che non potessero non sapere".

"Perche' le notizie sul dirottamento dei fondi dal Banco Ambrosiano destinati alla Rizzoli e poi in qualche modo finiti invece alla Banca Rotschild e poi su paradisi fiscali di vari Paesi erano gia' uscite nell'estate del 1981", ricorda Rizzoli. Notizie, sostiene, che stabilivano la sua estraneita' alla vicenda, "al punto che il presidente del Consiglio dell'epoca, Spadolini, e il ministro del Tesoro, Andreatta, mi convocarono a Roma, a casa del senatore Manzella, all'epoca segretario generale di Palazzo Chigi, per pormi una serie di domande su queste vicende. Quindi, se lo sapevano loro, presumo che lo sapessero anche altri".

 

10.05.10

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

SOFFIATE=WIKILEAKS   EPIDEMIE=PROMED

EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp)

 

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ATTENZIONE AI RISCHI DELL'EOLICO

 

RIFIUTI ED EMISSIONI 0

 

 

 

 

Fuell cell a idrogeno

120 KM CON UN CHILO

Pubblicata il 17/11/2009

Dalle sperimentazioni in corso in Giappone incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity, Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente 118 km con un kg d'idrogeno.

Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora ingombranti e pesanti bombole.

 

 

www.ecorete.it

 

 

www.visual.paginegialle.it/

 

ARRIVA LA CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.

Nato in una sera di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il «BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org): un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto» avranno la possibilità di fare domande ai relatori.

Dopo il debutto di un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa 450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli interventi.

Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default; fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di trading.

 

SAPEVI CHE L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE  DAL POLITECNICO DI TORINO  :

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La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza , si  crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto !

 

 

 

 

Nostra Madre Terra - Articoli

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=12

 

Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

www.comitatodoraspina3.it BONIFICHE DI SPINA 3: I DATI 2010 DELLE ACQUE E DELLE POLVERI. LA NOSTRA OPINIONE NEGATIVA SU TUTTA LA VICENDA

 

Da Roberto Topino

 

Potete visitare il mio blog e leggere un articolo di Agorà Magazine.

Cordialmente.

Roberto Topino

http://rtopino.sumaiweb.it/archives/69

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

Vi chiedo di leggerlo ! Mb

 

 

 

L'insalata di Torino
 
Veri mostri botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti mutageni (cromo esavalente, diossine, policlorobifenili).

Deformità simili sono state trovate in Val di Susa (diossine e PCB) e a Tezze sul Brenta (cromo esavalente).

 

http://www.facebook.com/album.php?aid=2012610&id=1618491532&l=4712b4cda3

http://www.youtube.com/watch?v=yPhvTXTgUhY

 

LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’ On. Scilipoti Domenico

 

Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.

 

Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002 presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455 µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.

La sorgente principale del cromo esavalente è stata individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.

In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump & Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.

Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente a valle di esso.

 

L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro (ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in sicurezza”.

La relazione tecnica in oggetto precisa che: “L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti” e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite tabellare previsto per il cromo esavalente.

 

Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000 metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e residenziale.

Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).

L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie di acciaieria.

Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo milione di metri cubi.

Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in quantità superiore ai limiti.

Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il valore dell'area.

E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.

Le determinazioni più recenti consistono nella preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area costituita dalla prevedibile estensione della situazione di contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.

La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di contaminazione.

La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una adeguata protezione dell'ambiente.

 

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:

Non era il caso di informare la popolazione, che sembra all'oscuro di tutto?

Non conveniva bonificare l'area subito, invece di programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?

L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi? Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?

Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle radiazioni ionizzanti?

Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?

 

 

 

 

Cromo esavalente nella Dora a Torino

   

In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area dell’ex acciaieria Vitali.

Dice il Coraglia:

 

“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.

 

Ma come stanno realmente le cose?

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

 

...

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

...

 

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax +39.011.4426562

 

P.S.: Il colore del cromo esavalente.

http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4

 

 

Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
 
 
L'inchiesta è stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?

10.08.09

 

 

Votare SI
per affermare il prevalere dell’interesse pubblico su quello privato di una minoranza armata

Votare SI
per proteggere specie a rischio di estinzione affinché possano essere ancora viste dalle future generazioni

Votare SI
per restituire a tutti i cittadini la gioia di frequentare in sicurezza la domenica boschi, monti, campagne, aree naturali senza il rischio di essere impallinati

Votare SI
per contenere l’attività venatoria all’interno di regole più severe e meno contrastanti con l’interesse generale

Votare SI
per contrastare gli eccessi dell’attività venatoria

Votare SI
perché la fauna selvatica è un patrimonio di tutti che merita di essere preservato

Le ragioni del SI
www.referendumcaccia.it .

A breve avremo la data!

Per favore fa circolare il messaggio tra le tue amiche ed i tuoi amici piemontesi!

 

 

  Videoinforma :  www marcobava.it