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E' mia intenzione dare la mia disponibilità a
raccogliere le deleghe per le prossime assemblee degli azionisti
in Italia , chi e' intenzionato a darmele mi invii email cosi
cominciamo a conoscerci :
ideeconomiche@pec.it
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LA
MAPPA
DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio
di:
- visitarlo
periodicamente
- usare questa
pagina come schermata di apertura di explorer o netscape
- di avere pazienza
nel caricamento perche' il collegamento con il DISCO VIRTUALE,
potrebbe essere lento.
- MARCO BAVA
fornisce dati, notizie, approfondimenti analisi sui mercati
finanziari , informazioni , valutazioni che pur con la massima
diligenza e scrupolosita', possono contenere errori, imprecisioni e
omissioni, di cui MARCO BAVA non puo' essere in nessun modo ritenuto
responsabile.
- Questo servizio
non intende costituire una sollecitazione del pubblico risparmio, e
non intende promuovere alcuna forma di investimento o speculazione..
- MARCO BAVA non
potra' essere considerato responsabile di alcuna conseguenza
derivante dall'uso che l'utente fara' delle informazioni ottenute
dal sito. I dati forniti agli utenti di questo sito sono da
ritenersi ad esclusivo uso personale ed e' espressamente non
consentito qualsiasi utilizzo di tipo commerciale.
QUESTO
SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb (
fondati da FIAT-IFI ed ora
http://www.laparola.net/di
RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO
NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !
se vuoi essere
informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email
ATTENZIONE !
DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI
MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I
FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO
NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare
documenti
inviatemi le vostre segnalazioni e i vostri commenti e consigli
email.
GRAZIE !
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LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA
FORZA E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche
imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.
Che lo Spirito Santo porti buon senso e
serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' ! |
| LA
mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,
perche' DIO ESISTE, ANCHE SOLO per assurdo.
IL MONDO HA
BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO'
CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !
PER QUESTO IL
MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !
LA VIOLENZA
DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI
che potrebbe stare dietro a Berlusconi.
IL GOVERNO
DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI, IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO
perche' vetusto obsoleto e compromesso !
E' UN GIOCO AL
MASSACRO dell'arroganza !
SE NON CI
FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !
TU SEI UN
SOLDATO ?
COMUNICAMI cio'
pensi !
email
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Riflessioni ....
I rapporti umani, sono tutti unici e
temporanei:
- LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E
RISPARMIO.(02.02.10)
- Se non hai via di uscita,
fermati..e dormici su.
- E' PIU' DIFFICILE
SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
- Ciascun uomo vale in funzione
delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
- Vorrei ricordare gli uomini
piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto
fare !
- LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA
MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE
PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
- PIU' I MEZZI SONO POVERI X
RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
- L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA
MORTE.
- MEGLIO NON ILLUDERE CHE
DELUDERE.
- L'ITALIA , PER COLPA DI
BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
- IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3
VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU'
POVERI ALMENO 2 VOLTE.
- LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI
DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',
QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ' CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE
E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL
10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE
CHIESE)
- la vita eterna non puo' che
esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento
di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
- SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA
VERAMENTE UNA STRADA.
- QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI
CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
- L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER
AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
- IL PRESENTE E' FIGLIO DEL
PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
- L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER
DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
-
L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E
DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
-
BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
-
GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI
TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
- IL DISASTRO
DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE
STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
- Quante
testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate
per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
-
I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI
PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI
SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)
-
L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne'
temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata
per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la
cruna di un ago ..."
-
sapere x capire (15.10.11)
-
la patrimoniale e' una 3^
tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)
L'obiettivo di
questo sito e una
critica costruttiva PER migliorare IL Mondo .
-
PACE NEL MONDO
- BENESSERE
SOCIALE
- COMUNIONE
DI TUTTI I POPOLI.
- LA
DEMOCRAZIA AZIENDALE
|
| L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA
PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI
GESU'. 15.06.09 |
| DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA
PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI
GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09) |
- GESU' HA UNA
DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7
The
InQuisitr -
La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino
di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di
Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor,
responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno
parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.
06.09.11
|
| CRISTO RESUSCITA PER
TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI
O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI
OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e
morto non può tornare per avvisare i parenti ! Mb 05.04.12 |
Annuncio
Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !
Cari Utenti
Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo
devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.
E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.
E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti,
vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni
concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete,
qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta
arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o
almeno non ora.
Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa
decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le
possibili alternative...
Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti
finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.
Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di
pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.
Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione
alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni,
l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il
quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare,
configurare, testare, reingegnerizzare...
Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di
tutti i vostri contenuti (file e db)
ENTRO IL 6 DICEMBRE.
Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o
nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.
Grazie,
Giuseppe - Tommaso
HelloSpace.net
io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta
creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un
nuovo sito parallelo a questo :
www.marcobava.it
|
|
IL BAVAGLIO della Fiat nei miei
confronti:
|
IN DATA ODIERNA HO
RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del
gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con
attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso
cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi
amministratori. Fatte salve iniziative
autonome anche
davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal
proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora,
veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie
tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per
tutelare le quali mi riservo iniziative
esclusive
dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09
|
|
| TEMI SUL
TAVOLO IN QUESTO MOMENTO: |
|
NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE
2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE
STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...
3) TELELAVORO
4) Commercio equo-solidale.
5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN
6 ) NO TETRAPAC |
| SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL
SUICIDIO SOSPETTO
DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
all'editore
(info@edizionikoine.it)
indicando che hai letto questo prezzo
su questo sito , indicando il tuo nome cognome
indirizzo codice
fiscale ti verrà inviato per contrassegno che
pagherai alla consegna. |
|
TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI
EDOARDO AGNELLI come dimostra
l'articolo sotto riportato:
È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI
IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO
IL TESORO DI FAMIGLIA
Ettore Boffano
e Paolo
Griseri per "Affari&Finanza"
di "Repubblica"
È una storia di
soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione
più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e
100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che
contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con
la
madre Marella Caracciolo.
Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi
accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo
fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver
ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e
contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro,
depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto
ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".
È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di
una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel
24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se
n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80
e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi
suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a
succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.
Altri nomi e
altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio
di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John
"Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della
società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia,
la
"Giovanni Agnelli & C. Sapaz".
L'amarezza di
quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla
riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia
industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite
strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se
con scarsi risultati.
E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare".
Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione,
"Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire
nel
1999 a
Vaduz, quando
la figlia
Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi
Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese"
annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal
primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il
conte Serge de Pahlen).
"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È
la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)»,
spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una
volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti.
Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto
il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.
E sempre la
pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome
del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il
capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato
dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo
del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli.
Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di
Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da
Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I
sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe
dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero
di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande
Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.
PATTO
2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA
Ecco, è proprio
qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al
pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra
degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici
dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale,
nella procura della Repubblica di Milano.
Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che
Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e
che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto
della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha
affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in
francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner,
stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les
Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni
Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a
Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.
Anni di
reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno
consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e
Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il
controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il
giudice torinese
Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile
che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.
Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società
"Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in
mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto
è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.
Il 10 aprile
1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento
al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla
figlia e al nipote, conservando per sé
il 25 ,38.
Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per
cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona
il 25 ,4
per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta
con il 58,7.
Quando il notaio
torinese Ettore
Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della
donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli
spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver
chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo
scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il
civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore
testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti
al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei
miei diritti».
Nel frattempo, entra in possesso di un documento in
lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi
confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata
trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine
italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti",
stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di
Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su
quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a
favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia
la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere
ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio
con Lavinia Borromeo.
Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle
rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of
assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro,
105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da
Morgan Stanley
nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di
pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova
che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande
Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi
legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.
Il 27 giugno
2007, l
'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles
Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita
ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si
chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il
codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie
procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il
presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni
di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" (
la finta Opa ).
Si tratta della
clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla
società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la
raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della
Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa
sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie
dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico
proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò
che ancora manca all'eredità.
Anche questa
ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti"
gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto
la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di
compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi
legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno
rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto,
anche la nullità del patto successorio.
Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora
proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e
Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto
che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di
confermarne
la validità. Se
però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in
discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la
guida istituzionale della galassia Fiat.
Le ultime
possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura
di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di
Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni
di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.
L'escalation
giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero
dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali
ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di
una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E
sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino,
che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.
WSJ:
LA LUCE
INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un
articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla
successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo
dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la
morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato
tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un
miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi
conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».
L'articolo fa
presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron
dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere
nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta
appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo
re non ufficiale».
Secondo il
giornale,
qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal
piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista
Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova
leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di
sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino,
Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del
processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».
[19-11-2009]
|
|
grazie a Dio , non certo a Jaky, continua la ricerca
della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di
Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto, ora
il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso
che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino
alla verita'. Mb -01.10.10 |
edoardo
agnelli |
|
LIBRi
SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI
www.detsortelam.dk
www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208
ANTONIO
PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-
|
Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".
Il
giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla
famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di
curiosità ed informazioni inedite
Per
dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli,
precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano,
sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare
autopsia.
Anonime
“fonti investigative” tentarono in più occasioni di
screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava
un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia
fu mai fatta.
Ora
Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che
accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante,
pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la
prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche
raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa
settimana presenta.
Perché
la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo
destinato a ereditare il più grande capitale industriale
italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici
però che riguardano la famiglia Agnelli.
Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione
del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei
rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio
Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo
di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi,
Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che,
nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano
assai più di politici e governanti.
Il
volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta
sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose
e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più
importante d’Italia.
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Mondo AGNELLI :
Cari amici,
Grazie mille per vostro aiuto con
la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e
Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in
inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA;
sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie
possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi
invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’
stato girato il video in You Tube. )
http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0
Thanks again,
Jennifer
Un libro che riporta palesi falsita'
sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con
Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad
ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta.
Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a
19 euro! www.marcobava.it |
Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo
d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha
ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb
1- A 10 ANNI DALLA
MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2-
MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI
DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME.
DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA
500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO
DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO
ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI
EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE.
INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN
VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL
MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A
SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO.
E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO
SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO.
MA NESSUNO SE LO FILA -
Michele Masneri per
Rivista Studio (www.rivistastudio.com)
"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non
sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo
racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto
di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat,
Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95),
primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di
Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista
(per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di
"bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e
marchionnismi) ci hanno abituati.
E partiamo da
Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi
cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco
identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione
fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato).
L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di
più.
Sul Foglio dell'11
febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani
(conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco
Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger,
indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato
dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha
portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a
condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in
cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta
di stringere la mano al rappresentante della Fiat".
Clark non solo
conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me
l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa,
Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che
notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase
precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà".
Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco,
più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può
chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno
giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non
proprio pentito, ma insomma...".
Sempre coi sindacati,
Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield,
volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a
ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è
vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso
e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa
tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi
presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New
York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto
alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.
Anche qui Clark spiega
una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo
molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il
presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione,
Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York.
Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi
vedere piangere.
Attenzione, però,
perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I
almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York
Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot
insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di
uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi
realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere
va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che
stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione.
"Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".
Famiglia Agnelli
Piangere va bene ma è
meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa,
"mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana,
Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010:
Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua
vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500
arancio di famiglia.
Ma Marchionne, a sua
insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori,
che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo
amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la
Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica
marchionniana).
À rebours. In fondo il
libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la
fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato.
"Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei
maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo
look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti,
conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo
è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del
gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat
i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del
midwest".
"Però in America pochi
si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno
nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per
suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando
ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente
stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel
1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.
Ma tra i ricordi
agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è
forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio
sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è
andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché
un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono
tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e
per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le
sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui
chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.
Una telefonata ad
Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue
giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le
conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante
iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue
finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi,
incredulo.
Manda qualche mail (le
password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia,
sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo
computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione:
per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente,
guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si
butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una
persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte,
con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato
così", dice alla persona di servizio.
|
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TORINO 24.09.10
GENTILE SIGNOR DIRETTORE
GENERALE RAI
CONSIDERAZIONI SULLA
TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL
23.09.10.
1)
Minoli dichiara più volte che intende fare
chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio
confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il
suicidio in quanto :
a)
dall’esame esterno effettuato dal dott.
Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale –
Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre
che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono
formulare le seguenti considerazioni:
“E’ esperienza comune
come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di
un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da
un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo)
quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o
di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione
del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza
superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque
sufficientemente profonde”
“L’arresto del corpo
nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di
tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro
movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di
sostegno”
“Nel caso di
precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi
altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello
sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su
un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi
lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei
costali procidenti nella cavità toracica”
“Le lesioni esterne
cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono
caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si
producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli
intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.
Talora la presenza di
indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da
impatto diretto contro la superficie d’arresto”
Nell’esame esterno, il
dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:
-
Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni
cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola
breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa
nasali.
Tali lesioni sono
indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso
bocconi.
-
Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta
(collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.
Cosa c’entra
l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un
fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)
-
Addome: escoriazioni multiple
L’escoriazione è
normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente
contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni
sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?
-
Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al
palmo della mano.
Può essere compatibile
con una caduta di questo tipo
-
Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio.
FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.
Come se le è
procurate? Era vestito con le maniche lunghe?
Deve esserci una
perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito
di frattura scomposta avambraccio
-
Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale
interna
Valgono le stesse
considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno
coscia presumibilmente
-
Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni
diffuse faccia mediale esterna.
Da quello che si
desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora
è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione
profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E
poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è
l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?
-
Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx.
Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.
Osso mascellare quale?
Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici
gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione
cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio
del cranio).
Direi che di materiale
ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta
dinamica della precipitazione.
b)
Il dipendente dell’autostrada non poteva
vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il
pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non
collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale
“non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice
non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la
“abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps
per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre
indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere
la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non
parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se
muore sul colpo? Da dove proveniva?
c)
Il medico Testa come fa da una foto ad
individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi
e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un
ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto
l’autopsia ?
d)
Il cranio di E.A potrebbe essere stato
colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la
foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.
e)
come mai il magistrato prima di chiudere il
caso autorizza il funerale ?
f)
io non ho mai sostenuto che E.A sia stato
buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato
forse strangolato , viste le echimosi sul collo .
g)
certo lo collana non provoca echimosi
perché un frega cadendo da 73 metri.
2)
autosuggestione non può averla il pastore
ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i
fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in
quanto :
a)
non esistono prove che abbia chiamato gli
amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?
b)
inoltre non risulta da alcun atto
d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché
proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la
possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.
c)
A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo
REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non
gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne
aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia
chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !
d)
Gelasio fa un discorso senza logica si
commenta da se !
e)
Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha
visto la buca nel terreno ?
f)
Un impatto a 150 km ora di un auto fatta
per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo
le auto senza carrozzeria sono più sicure !
g)
Certo che e possibile scavalcare il
parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era
in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se
non ne avesse avuto bisogno !
h)
Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse
aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ?
Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica
di E.A !
i)
Del tutto illogico il ragionamento di
Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3
giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso
come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di
raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!
j)
Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di
lettura opposte : Sodero dice che E.A aveva paura del dolore
fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva
farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una
terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della
pallottola di Kennedy !
k)
Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A
non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?
i.
Se lui non firma un documento non chiede un
bel nulla
ii.
Il documento lo hanno preparato legali e
notaio
iii.
Gelasio e Lupo affermano che non voleva
entrare nella Dicembre
iv.
Altro indice di superficiale faziosità di
Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi
sono tutti gli Agnelli !
v.
Come non corregge neppure l’errore
riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.
vi.
Mi domando chi preparasse a Minoli le
interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’
troppo bravo per lui ?
Concludo quindi
logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto
anzi la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi
raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e
come e quando vuole. Molte cordialita’.
MARCO BAVA
|
EDOARDO
AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di
Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca
parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli
su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per
anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un
omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle
pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.
20-09-2010]
|
|
1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO
NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A
CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA
CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI
- EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI
“ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI
PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA
APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È
STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL
MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA
L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE
LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA
NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA
UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E
CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA
Gigi Moncalvo
per "Libero"
«Adesso si mettono a confutare anche le poche
cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai
contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne
eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu
solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di
un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal
Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella
tragica mattina ci fosse un altro medico legale».
E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di
qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la
sepoltura in modo da poter portare via al più presto il
cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e
di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa
storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate
dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi
sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una
nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.
Nel dispaccio, che cita anonime «fonti
investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno
coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno
e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si
affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per
espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore»,
fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che
nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era
presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile
trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche
righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli
atti come andarono veramente le cose.
NIENTE
AUTOPSIA
- Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il
dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso
la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore
Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve
memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del
cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di
"esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve
memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a
Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».
«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo
il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di
Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere,
conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17
righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro
il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro
il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale
esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni
viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe
apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della
causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un
grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».
Quindi in due precise circostanze, di suo pugno,
sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma
di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli
importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni,
l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.
UN'ORA INVECE
DI TRE
- Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla,
addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore".
Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato
il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che
fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della
visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a
Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del
corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria
del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu
conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande
precipitazione».
Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il
primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera
mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del
cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella
memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha
impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È
davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve
lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo
sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli
inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla
"morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria
cominciare l'esame necroscopico.
Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e
il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e
i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non
poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso,
caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista
la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella
camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in
tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non
chiarisce un altro mistero.
Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico
del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché
1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in
un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a
Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero"
(Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne
chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era
stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le
15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli
inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano
problemi, era tutto chiaro».
LE STRANEZZE -
Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in
considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente
intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo
di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di
aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla
sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no?
«Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era
quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire,
se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto
consigliare l'autopsia: perché non lo fece?
«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e
sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di
strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo
era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il
cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra
ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una
stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non
c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal
libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in
servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni,
specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in
giurisprudenza.
«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto
il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in
servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il
quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a
Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni.
Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in
cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi
chiamò».
E il dottor Ellena? «Era il mio superiore
gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il
certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo
evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul
posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho
intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il
dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva
preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai
di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o
modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai
eseguita".
Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si
trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È
l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre
decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a
coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in
cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era
sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che
doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può
decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si
deve attenere a quanto il magistrato dispone».
Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è
possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni
vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più
assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni
evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza
la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i
mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un
paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in
montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».
Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in
pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei
giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In
una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati»
poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo
esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini
si infittisce ancora di più...
L'AVVOCATO
- Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita
«per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato
tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato -
evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un
"ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se
l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile
prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi
casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la
volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si
volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le
viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così
martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare
di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo
sangue.
Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli
a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare
di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un
tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla
droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia
spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre
prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci
ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel
presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da
lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul
Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la
memoria.
27-09-2010]
|
| il 17.11.12 si
terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI
nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA
ang.V.PACCHIOTTI. |
|
|
<http://rassegna.governo.it/>
.
|
DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA
DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL
DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL
PRESIDENTE DELLA CAMERA
PDF -
http://bit.ly/eTwkdL 17-01-2011]
|
|
| NON
DIMENTICARE CHE: Le informazioni
contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore
deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun
caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.
Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale
livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.
MARCO BAVA
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ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA |
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ciao blogger de
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La Stampa e lo staff TypePad
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- RCS: BAZOLI,
NESSUN ACCORDO TRANSATTIVO CON RIZZOLI...
(Adnkronos) - Tra Mittel e Angelo Rizzoli "non e'
previsto alcun accordo transattivo, perche' riteniamo la causa
assolutamente infondata". Lo ha detto il presidente di Mittel Giovanni
Bazoli, durante l'assemblea della holding di piazza Diaz, a proposito
della causa intentata da Rizzoli nei confronti di Mittel, Rcs Mg, Intesa
SanPaolo, Edison e Giovanni Arvedi, in relazione all'acquisto del
controllo della Rizzoli Editore da parte degli stessi, avvenuto nel
1984. Bazoli ha inoltre reso noto che il prossimo 28 luglio "si aprira'
la fase decisoria" del procedimento. (segue)18-02-2011]
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LO SCARPARO DEI
PALLINI ROVESCIATI VUOLE ROVESCIARE IL TAVOLO DI RCS E DEL CORRIERE - IN
UN’INTERVISTA A "REPUBBLICA" PARLA E STRAPARLA (SENTI CHI PARLA!) CONTRO
I POTERI MARCI (GERONZI E BAZOLI), GLI UFFICI STAMPA "ALL’AMATRICIANA",
IL BAZOLIANO MUCCHETTI E I SITI I DA QUATTRO SOLDI (LEGGERE DAGOSPIA)
CHE GLI ROMPONO I COGLIONI - DIETRO IL PICCOLO GLADIATORE DE’ NOANTRI
APPARE LA MANINA DI LUCHINO. E UN GRAN COMPLESSO DI INFERIORITà VERSO IL
GOTHA DELLA FINANZA CHE CONTINUA A SNOBBARLO - L’ATTACCO AL BAZOLIANO DE
BORTOLI: "IN UN QUOTIDIANO EQUILIBRATO COME IL CORRIERE NON SERVE
SCRIVERE ARTICOLI QUALCHE VOLTA FUORI MISURA PER DIMOSTRARE AL MONDO CHE
SI È INDIPENDENTI DALLA PROPRIETÀ. QUALCHE VOLTA SI ESAGERA"
1- DELLA VALLE
ACCUSA GERONZI E BAZOLI: MANOVRE SULLE SCELTE CHIAVE AZIENDALI - "BASTA
GIOCHI DI POTERE IN RCS, DECIDE IL CDA"
Giovanni Pons per
la Repubblica
A mio parere le
aziende sane al giorno d´oggi devono essere guidate dai componenti del
consiglio di amministrazione. Il cda deve essere l´unico luogo dove si
parla, si discute e si prendono le decisioni. Senza assegnare alcuna
golden share a nessuno per diritto divino».
Diego Della Valle,
fondatore di Tod´s e socio di Rcs Mediagroup con il 5,4%, è insieme ad
altri azionisti di spicco molto infastidito dalle voci che nelle ultime
settimane si sono rincorse su ipotetici cambi al vertice del Corriere
della Sera. E in questa intervista accetta di fare un po´ di chiarezza.
Dottor Della
Valle, la confusione intorno a Rcs non è dovuta anche a un azionariato
molto articolato, con 14 soci pesanti che rappresentano l´architrave
economica del nostro paese?
«Dal mio punto di vista le azioni si contano e il fatto che vi siano 14
o 15 soci importanti è una garanzia di indipendenza. Tra l´altro nel
corso del tempo si è formata all´interno della struttura azionaria una
logica bipartisan, che serve a "bilanciare" le decisioni. È tutto come
in molte altre aziende. Il problema, invece, è che qualcuno pensa di
poter gestire in solitudine o tra pochi intimi bypassando gli altri e il
cda che, ripeto, è composto da persone serie e capaci ed è l´unico luogo
dove devono formarsi le strategie dell´azienda, punto di riferimento per
il management. Chi pensa di fare come in passato sbaglia di grosso. I
tempi sono veramente cambiati».
Esiste o no una
lettera di lamentele scritta da alcuni azionisti, tra cui anche lei, per
articoli poco riguardosi per le aziende da loro gestite?
«A mia conoscenza non esiste alcuna lettera e trovo offensivo che
qualcuno abbia voluto utilizzare il mio nome in un´ottica
destabilizzante per l´azienda. C´è un ufficio stampa in particolare, che
definirei all´"amatriciana", che passa il tempo a inquinare i rapporti
tra gli azionisti e a creare tensioni in azienda con l´obbiettivo finale
di far percepire all´esterno che il suo capo è il vero padrone. È un
malcostume che fa male in primo luogo a chi lavora in Rcs,
destabilizzando l´azienda.
La Rizzoli, lo
ribadisco, è di proprietà di tutti i suoi azionisti e se un´importanza
va data la si deve dare contando le azioni. Il direttore non è
assolutamente in discussione e il presidente Marchetti ha ribadito la
fiducia del consiglio. Anzi, io l´avrei fatto sapere qualche giorno
prima. Riferendomi a cose lette in questi giorni credo che in un
quotidiano equilibrato come il Corriere non serve scrivere articoli
qualche volta fuori misura per dimostrare al mondo che si è indipendenti
dalla proprietà. Qualche volta si esagera».
Lei si è astenuto
nella votazione del 15 dicembre sul nuovo piano industriale Rcs. Qual è
il vero significato di questa scelta?
«Quello presentato dal management è un buon piano ma deve essere
verificato nella tempistica di realizzazione, che sono fiducioso verrà
fatta come da piano. È un´astensione costruttiva come ha detto Antonello
Perricone. Mai come adesso si stanno aprendo grandi opportunità di
sviluppo grazie alle nuove tecnologie e devono essere colte con
tempismo. In soli due anni potremmo avere un´azienda eccellente.
Lei di recente ha
parlato di arzilli vecchietti unti dal signore che pretendono di avere
l´ultima parola sulle decisioni del Corriere senza aver speso di tasca
propria. A chi si riferiva esattamente?
«Io penso che nel mondo delle imprese ci siano due scuole di pensiero.
Da una parte c´è chi produce e dedica tutte le sue energie a fare
prodotti da vendere sui mercati di tutto il mondo, e dall´altra vi sono
altri che attraverso la gestione dei rapporti dei si dice e dalla
formazione degli schieramenti hanno una gestione che io ritengo
appartenga al passato, lontano da una logica di prodotti, di
competitività e di aziende che vivono di mercato».
Allude forse a
Cesare Geronzi, presidente di Generali, e a Giovanni Bazoli, presidente
di Intesa Sanpaolo, entrambi azionisti della Rcs Mediagroup attraverso
le rispettive società?
«Senza volerne fare un caso personale e valutandoli con ottiche diverse
e con pesi e caratteristiche completamente diverse, si. È importante
secondo me che si rendano conto che gli attuali proprietari della
Rizzoli sono persone che pensano con la loro testa, che spesso non sono
legati ad alcun tipo di schema e che vogliono solo che l´azienda
funzioni bene e quindi che prendano atto che per il futuro le decisioni
saranno decisioni prese nel cda, con chiarezza e con un dibattito franco
tra i soci».
Dunque lei chiede
a Geronzi e Bazoli di non cercare accordi separati ma di discutere in
cda le scelte cruciali della Rcs. Ma secondo lei è giusto che le banche
siano azioniste dei giornali?
«Non è un problema di banche o banchieri o di altri azionisti, come me,
che fanno un altro mestiere. Io dico che il cda nella sua completezza è
il posto delegato a prendere le decisioni e dare le deleghe e una volta
che le deleghe vengono assegnate sia che si tratti dell´amministratore
delegato o del direttore dei giornali bisogna lasciarli poi lavorare
tranquilli e sopportarli e poi come in tutti le aziende sarà il cda a
valutare i risultati da poter decidere se la fiducia va rinnovata o no
ai suoi manager e ai suoi direttori».
L´ingresso di
Giuseppe Rotelli nel cda Rcs e forse, in futuro, anche nel patto di
sindacato cambierà gli equilibri che governano l´azienda?
«Rotelli è un azionista importante, che ha investito soldi suoi, ed è
giusto che stia nel cda. Quando un imprenditore impiega cifre rilevanti
è sempre più vicino al proprio investimento e segue con attenzione la
gestione dell´azienda».
Non le sembra un
po´ bizantina una catena di controllo che prevede patto di sindacato,
cda Rcs Mediagroup e cda Rcs Quotidiani dove tutti gli azionisti sono
rappresentati?
«Il patto me lo sono trovato, anzi ho aspettato anche molto prima di
entrarci, pur essendo azionista. In effetti venendo dal mondo
dell´impresa familiare faccio un po´ fatica a capire la necessità di
tutti questi organi. Comunque per semplificare la gestione io ho
sostenuto con forza, insieme ad altri azionisti, la discesa dei
proprietari nella Rcs Quotidiani, in presa diretta con i manager per
sostenere i piani industriali. Credo che da allora siano migliorati i
meccanismi di gestione di quel consiglio».
La Rcs è alla
vigilia di scelte importanti che riguardano in primo luogo le strutture
giornalistiche. Qual è la sua posizione al riguardo?
«Dico che il mondo è cambiato e che il futuro delle case editrici sarà
sempre più competitivo, per cui non ci si può permettere di perdere il
treno della rivoluzione digitale. In Rcs non si possono più mantenere in
vita situazioni di comodità oramai superate dai tempi; occorre sbrigarsi
a trovare accordi consensuali tra giornalisti e direttore e in questa
fase difficile gli azionisti devono supportare i manager e i direttori.
È importante che tutti insieme costruiamo la Rcs di domani».
Insomma, mi pare
che lei auspichi il ritorno di Rcs a una vita più normale nel panorama
nazionale dei media. È così?
«Mi piacerebbe che nessuno mi chiedesse più che cosa succede al
Corriere: è una casa editrice come le altre. E a chi ci lavora voglio
dire di tenere alla larga chi vuole inquinare l´ambiente con chiacchere
e totonomine inesistenti messe in giro da arroganti e poco professionali
uffici stampa che vanno a vendere finte realtà e a garantire coperture
inesistenti e quando non bastano loro si fanno aiutare da siti internet
da quattro soldi».
2- LETTERA
Caro Dago,
solidarietà dopo l'attacco dello Scarparo a pallini che ha pubblicato
una mega intervista su Repubblica (primo concorrente del Corriere) per
straparlare del Corriere di cui è pure azionista e in cui alla fine
attacca < siti internet da quattro soldi> che starebbero facendo
circolare veleno sul Corriere e il suo direttore Flebuccio De Bortoli.
Ma caro Dago hai
proprio ragione tu : il veleno è qualcun altro che lo mette in giro. Si
tratta di fatti e non di parole. Le pressioni degli azionisti su De
Bortoli non sono una fumisteria per premere sul povero Flebile. E' stato
proprio De Bortoli a denunciarle pubblicamente giovedì 20 gennaio ai
suoi redattori convocati in assemblea per chiedere loro di scendere
lancia in resta a difesa della sua poltrona. Ripeto non gossip, ma
parole di De BORTOLI SCRITTE NERO SU BIANCO.
Io l'ho lette sui
siti su AFFARI ITALIANI E SU TE DAGO che avete pubblicato tutto
l'intervento del magadirettore. Ebbene, cosa ha detto De Bortoli?
RIPORTO QUELLE SUE PAROLE CHE QUI INTERESSANO:
SOSTIENE DE
BORTOLI
:"Il punto
preliminare a ogni nostra discussione è proprio questo, anche se noto
con rammarico che mai il Comitato di redazione in questi due anni mi ha
chiesto di dibattere e approfondire temi cruciali quali la libertà e
l'indipendenza della nostra professione. Certo, ci siamo occupati di
molti aspetti sindacali, sicuramente importanti, ma mai in concreto del
profilo della libertà sostanziale, del ruolo civile di noi giornalisti,
dei rapporti con le proprietà editoriali. Ecco, i rapporti con le
proprietà. Assai seri fatti accaduti recentemente, in casa nostra, sono
passati nel silenzio assordante dei vostri rappresentanti sindacali.
Nessun segnale, nemmeno lo straccio di un comunicato, un messaggio a
voce, una pacca sulla spalla. Nulla."
E poco prima De Bortoli aveva esortato i suoi trecento giornalisti "a
svolgere soprattutto meglio il nostro ruolo civile in un Paese nel quale
la classe dirigente, non solo politica, disprezza la libera informazione
e promuove soltanto cantori, urlatori, pretoriani quando non squadristi.
Un Paese nel quale anche l'establishment economico e finanziario mostra
di gradire poco le voci libere e le critiche: preferisce gli amici e i
maggiordomi. Il fastidio per le voci dissenzienti cresce al pari della
volgarità di un linguaggio tribale e impoverito. Siamo, noi del
Corriere, tra le poche istituzioni di garanzia rimaste, il nostro
compito di operatori dell'informazione e di cittadini è oggi più
gravoso, interroga severamente le nostre coscienze, mette a dura prova
la nostra etica personale, ma è una missione civile che deve riempirci
di orgoglio. Di orgoglio e di responsabilità".
Insomma, Caro Dago che c'entri te? E' il De Bortoli folgorato sulla
strada del referendum a suo sostegno che l'ha detto. IPSE DIXIT .Con un
attacco ai suoi stessi azionisti che in un'azienda normale come quella
auspicata da Della Valle su Repubblica oggi giustificherebbe la giusta
causa per prepensionarlo.
Ma a ben leggere l'intervista di Della Valle di oggi, è chiaro che per
lui e per De Bortoli ci sono azionisti più uguali degli altri che
intendono rovesciare la regola che è il patto di sindacato che nomina il
direttore del Corriere.
"Passiamo tutto al consiglio d'amministrazione" dice in sostanza della
Valle. Lasciamo perdere organi societari ridondanti, mandiamo a quel
paese gli arzilli vecchietti. Uomini nuovi premono alle porte.
Perché?
Perché nel Cda
siede (ancora per quanto?) il suo compagno di merende Luca Cordero di
Montezemolo che nel patto ha dovuto lasciare il posto a John Elkann che
rappresenta la Fiat e la svolta di Marchionne.
QUANTO A ROTELLI, NON SI ILLUDA : LA PROCURA DI MILANO HA ARCHIVIATO LE
SUE INCHIESTE, E' ENTRATO NEL CDA DELLA RCS MEDIAGROUP, MA NON NEL CDA
DEL CORRIERE, NE' NEL PATTO!!!!!
A cosa serve tutta questa operazione? A sostenere la discesa politica in
campo di LUCA-LUCA.
Tommasi di Lampedusa scriveva che dopo i gattopardi e i leoni arrivano
iene e sciacalli.
29-01-2011]
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EFFETTO COLOSSEO
SU DELLA VALLE: DA SCARPARO MARCHIGIANO A GLADIATORE DE’ NOANTRI - PRIMA
DA’ DELL’”ARZILLO VECCHIETTO” A GERONZI, INDI “UNTO DEL SIGNORE” A
BAZOLI, I DUE BOSS RCS, POI PARLA DI “MESTATORI” CHE AVVELENANO I POZZI
TRA I SOCI DI VIA SOLFERINO! - MA LA NOTIZIA DEI DISSENSI TRA ALCUNI
SOCI (IN PRIMIS LA FIAT MARPIONATA) DEL CORRIERONE L’HA SCODELLATA
RADIOCOR-SOLE 24 ORE E NON E’ STATA MAI SMENTITA UFFICIALMENTE - ORA SE
UN SOCIO DI RCS DÀ DEL PENSIONATO UN PO’ TACCAGNO AI SUOI COMPAGNI DI
MERENDE IN VIA SOLFERINO, CHI È CHE PESCA NEL TORBIDO DEI POTERI MARCI?
CHI “AVVELENA” I POZZI DALLE PARTI DI FLEBUCCIO DE BORTOLI FOLGORATO
SULLA VIA DEL REFERENDUM? ALTRO CHE “NESSUN GIALLO” SULLE TENSIONI TRA I
SOCI DELL’RCS, COME SI È AFFRETTATO A DICHIARARE L’ALTRO GIORNO MR
TOD’S. A PREVALERE, INFATTI, È IL “ROSSO VERGOGNA” DI CHI TIRA IL SASSO
E NASCONDE LA SCARPINA (A PALLINI SVENUTI) -
DAGOREPORT
Diceva il grande giornalista e saggista Walter Lippmann che il nostro
"vero male è l'ignoranza, di cui tutti noi, conservatori, liberali e
rivoluzionari, soffriamo". E quando ci si avvicina al cuore
dell'informazione (o della politica) questo "peccato" tende a dilatarsi,
fino a raggiungere la più perfetta malafede.
Prendiamo il caso
dello Scarparo marchigiano Diego Della Valle, imprenditore di successo
(mai messo in discussione) che siede nei principali board dei Poteri
Marci (da Generali all'Rcs Media Group).
L'altro giorno
Dieghito El Dritto (con la luna storta) ha dichiarato che non "esiste
alcun giallo" sulle tensioni tra gli azionisti del "Corriere della
Sera". Tutta fuffa, aggiungeva spavaldo il nostro, "di qualche solito
noto che usa la disinformazione e l'avvelenamento dei rapporti tra le
persone per tenere sotto pressione i giornalisti e il management del
Corriere".
Ora il "solito
noto" disinformatore altri non era che l'agenzia economica Radiocor,
edita dal "Sole 24 Ore" (proprietà della Confindustria). Martedì 11
gennaio Radiocor batteva questa notizia dal titolo "Rcs: tensione sulla
linea editoriale del Corriere della Sera". Nel flash è rivelato:
"Momenti difficili al Corriere della Sera. Una parte degli azionisti
rappresentati nel Cda della Rcs Quotidiani, secondo quanto risulta a
Radiocor non condivide alcune scelte editoriali della direzione del
quotidiano".
Con chiara
allusione alla dirigenza della Fiat che poco aveva gradito (senza
nasconderlo all'esterno) il proprio malumore per le diligenti e
documentate analisi di Max Mucchetti, pubblicate senza tentennamenti dal
direttore Flebuccio de Bortoli, sulla cosiddetta rivoluzione Marchionne
tra Torino e Detroit.
Forse lo Scarparo
di Sant'Elpidio ignorava che la notiziola non era stata partorita dai
soliti trombettieri malevoli (in primis Dagospia?), ma da un'autorevole
agenzia economica-finanziaria. Anche se si stenta a crederlo.
Ragionando non con
la testa, non con i piedi (foderati di pallini Tod's), allora tra i
principali "mestatori" dell'informazione che si aggirano come corvi su
via Solferino, un posto se l'è guadagnato proprio Dieghito el Dritto.
Anzi, una posizione di Corvo rosso non avrai il mio scarpo(ne).
Venerdì 21
gennaio, a distanza di dieci giorni dalle rilevazioni di Radiocor sui
dissensi interno dell'Rcs (mai smentite ufficialmente né dal Lingotto né
dal notaro Marchetti!), appena conquistato il restauro del Colosseo, il
Gladiatore Della Valle (azionista con il 5,4 per cento del gruppo)
lasciava al telegiornale de La7 - diretto dal suo amico Mentana, che
incassava lo "scoop" -, una dichiarazione a dir poco sorprendente sul
Corriere "sott'assedio".
Cogliendo
l'occasione per togliersi - of course direbbe il Testimone di Arcore
Carlito Rossella -, qualche sassolino dalle scarpe. Sparando alzo zero
contro l'inerme Abramo Bazoli, senza nominarlo, ovviamente. Dopo la
morte dell'Avvocato, il presidente di sorveglianza di Banca Intesa è
considerato "primus inter pares" riguardo ai destini del Corrierone.
"C'è tra di noi -
ha spiegato Dieghito davanti alle telecamere, quindi senza possibilità
di essere mal interpretato dai cronisti - qualche arzillo vecchietto
unto dal Signore, che bazzica nei nostri consigli e non caccia una lira
e che pensa che la Rizzoli non sia un'azienda che vada gestita come
tutte le altre...".
Una sortita
davvero sorprendente da parte di chi, un giorno sì e l'altro pure, punta
il dito accusatorio su chi semina zizzania nel mondo di panna montata
dei Poteri Marci. Una spacconata, la sua, che seguiva di qualche
settimana il frontale nei confronti dell'amministratore delegato delle
Ferrovie, Mauro Moretti :"dovrebbe essere cacciato!"; e il colpo basso
nei confronti dell'altro "arzillo vecchietto" di Trieste, il presidente
di Generali, Cesare Geronzi, anche lui tra i pattisti di riguardo della
ex Rizzoli.
Ora se un socio di
Rcs dà del pensionato un po' taccagno ai suoi compagni di merende in via
Solferino, chi è che pesca nel torbido dei Poteri Marci? Chi "avvelena"
i pozzi dalle parti di Flebuccio de Bortoli folgorato sulla via del
referendum? Altro che "nessun giallo" sulle tensioni tra i soci
dell'Rcs, come si è affrettato a dichiarare l'altro giorno Mr Tod's. A
prevalere, infatti, è il "rosso vergogna" di chi tira il sasso e
nasconde la scarpina (a pallini bucati). 28-01-2011]
|
|
la battaglia di
via solferino/1 - l’affare s’ingrossa! Mucchetti torna a bastonare la
cuccagna di stock options e compensi di marpionne, azionista di punta
del Corriere, e se ne vanta: "non nascondiamo le notizie o le analisi,
né siamo seguaci più o meno sofisticati della Pravda" - evvai! dopo
Tronchetti e Fiat, siamo tutti in fervida attesa di notizie e analisi su
Banca Intesa di passera, Mittel di bazoli-zaleski, tod’s di della valle,
Generali di geronzi, sai-fondiaria di ligresti
Massimo Mucchetti
per il
Corriere della Sera
Due settimane fa
questa rubrica è stata dedicata alle stock option di Sergio Marchionne.
Numerosi lettori hanno manifestato consenso; altri dissentono sulla
base, principalmente, di due considerazioni: a) perché prendersela con
le stock option se queste incidono solo sul capitale e non sul costo del
lavoro? In fondo, queste opzioni diluiscono i soci senza nulla togliere
ai dipendenti; b) discutere i compensi del capo e il suo piano
industriale porta acqua al mulino della Fiom.
Sono entrambi
argomenti che meritano risposta. Ecco la prima. Non ho scritto che le
stock option tolgono qualcosa ai dipendenti, ma ho calcolato il rapporto
tra la paga di Marchionne e il costo del lavoro medio pro capite della
Fiat. Segnalare in modo verificabile l'indice di disuguaglianza
nell'impresa è sempre interessante: non a caso, adesso, il Dodd-Frank
Act ne fa obbligo alle società Usa. Lo è ancor più quando una parte
chieda all'altra maggior fatica e questo concorra a darle un particolare
profitto.
Aggiungo che le
stock option fanno parte del costo del lavoro in base ai principi
contabili internazionali Ias-Ifrs con cui è redatto anche il bilancio
Fiat. Chi sia interessato ai dettagli veda, fra i tanti, Alessandro
Carletti e Alessio Iannucci, Ifrs 2: pagamenti basati su azioni, in
«Guida alla contabilità e bilancio» , 26 giugno 2006.
D'altra parte, per
il fisco italiano le stock option sono una forma variabile di
retribuzione del lavoro dipendente e come tale tassata; nel settore
finanziario, quando eccedano il triplo della parte fissa dello
stipendio, vi si applica un'aliquota aggiuntiva del 10%.
Anni fa erano
considerate un mero guadagno di capitale, tassabile al 12,5%. Poi, con
il ministro Tremonti, si è preso atto del carattere mistificatorio di
quella regola. E l'aliquota aggiuntiva segnala che la disuguaglianza
crescente preoccupa anche il centrodestra.
Seconda risposta.
I giornali di informazione come il Corriere hanno le loro idee, ma non
gridano né nascondono le notizie o le analisi, nemmeno quando possano
offrire argomenti a soggetti di cui non condividono le opinioni. Evitare
o rinviare post mortem le questioni scomode per la propria cerchia è
tipico dei giornali di partito o di area, seguaci più o meno sofisticati
della Pravda.
Certo, può
capitare il momento in cui dare notizie apre problemi di coscienza
drammatici: quando, per esempio, la famiglia di un sequestrato chiede il
silenzio stampa. E tuttavia la Reuters resisteva alla censura militare
inglese anche durante la guerra. Ora, in democrazia, i conflitti
sindacali sono fisiologici e non esigono né l'elmetto né l'autocensura.
La Fiom sbaglia a
definire attentato alla Costituzione un accordo oneroso ma figlio dei
tempi. E però quando chiede lumi sul piano Fabbrica Italia avanza la
stessa richiesta delle banche. Che da Marchionne hanno avuto la stessa,
elusiva risposta: non tollerabile se venisse dal signor Rossi, tollerata
invece in questo caso, forse per fiducia nel risanatore della Fiat o
forse per il timore di quanto potrebbe accadere nel gruppo di Torino e
nell'indotto negando i 4 miliardi di fidi richiesti.
23-01-2011]
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1- RISCHIO
BASCIASCIUGA PER CAPITAN FLEBUCCIO NEI PANNI DEL SUPER MARPIONNE - 2-
L’ASSEMBLEA DEL ’’CORRIERE’’ E IL CDR CONTRARI AL REFERENDUM CHIESTO DA
DE BORTOLI PER PORRE FINE AL "SOVIET DI VIA SOLFERINO" CHE RESISTE
DALL’ERA DI OTTONE - 2- UN "NO" POTREBBE COSTRINGERLO A MOLLARE (VERSO
’’LA REPUBBLICA’’ DEL DOPO-SILVIO?) - 3- UN ULTIMATUM CHE STA CREANDO
NON POCHI PROBLEMI TRA GLI STESSI SOCI FORTI (E IN GUERRA TRA LORO) DEL
PATTO DI SINDACATO. I BANANA DI CARTA DI VIA SAN MARCO ORA SI MORDONO LE
DITA PER AVER ESTROMESSO DUE ANNI FA L’ASTUTO FARFALLONE DELLE VIRGOLE,
PAOLINO MIELI, CHE CONOSCEVA TUTTI I TRUCCHI PER TENERE BUONA LA TRUPPA.
E COME ISOLARE I RIBELLI (CASO DI MASSIMO MUCCHETTI). - 4- A SORPRESA,
DIMENTICHI DEI NAUFRAGHI (PREPENSIONAMENTI, USCITE FORZATE DI OPERAI,
IMPIEGATI E GIORNALISTI), I POLIGRAFICI CORRONO IN SOCCORSO DI DON
FLEBUCCIO -
DAGOREPORT
Cose dell'altro
mondo accadono in Via Solferino (e dintorni). Altro che rivoluzione alla
Marpionne! Al Corriere non si emula il modello Fiat, si va oltre. Non è
la rappresentanza sindacale, ma il direttore - cosa mai accaduta -, a
sollecitare un referendum sulla sua persona. E un voto su un
documento-mediazione che il quotidiano "il Fatto", per la penna del pur
attento Stefano Feltri, scambia per un piano industriale. Ma dopo
l'assemblea di ieri il rischio serio è che l'avanzata di Flebuccio si
areni sul bagnasciuga di via Solferino. Così da costringerlo a prendere
altri lidi proprietari meno infidi (''la Repubblica'' di De Benedetti?).
Cose dell'altro
mondo accadono in Via Solferino, dicevamo, se è il sindacato dei
poligrafici a scendere in campo a favore del Flebuccio immarpionato in
nome del solito pluralismo dell'informazione. Nel comunicato apparso
ieri sul Corriere - sistemato con finezza nella pagina della moda, non
in quelle di economia - la Rsu (Rappresentanza sindacale unitaria), nel
tentativo di tirare un calcetto negli stinchi ai giornalisti, si è
dimenticata di rilevare il prezzo pagato dai suoi operai e impiegati,
nonché dai giornalisti (prepensionamenti selvaggi etc), per le
sventurate scelte imprenditoriali dell'Rcs: dal crac spagnolo alla
vendita della radio; dalle spese folli di gestione ai tonfi in Borsa del
titolo.
Così, uscendo
imprudentemente allo scoperto, "invoca i necessari punti di equilibrio"
tra le parti". Finendo per sorvolare su molti dettagli riguardo alla
crisi annunciata (spesso negata) dell'azienda Corriere. Bastava farne
appena cenno.
A cominciare dagli
oltre cento milioni di euro "spariti" dalle casse del gruppo negli
ultimi dieci anni tra liquidazioni e generose buone uscite. Per finire
all'ultima trimestrale che è stata fatta "lievitare" per consentire agli
amministratori d'incassare altri benefit economici. Poi, forse solo per
pudore (o vergogna), il sindacato dei poligrafici non ha rivelato il
numero delle copie perse drammaticamente dal quotidiano solo negli
ultimi mesi. Né si è avventurata, per fortuna, a considerare un piano
industriale, il "lodo De Bortoli".
Già, perché nelle
otto paginette vergate dal dolente Flebuccio, dopo la solita cantata
alla luna sui poteri marci e i gorgheggi allo iodosan popperiano sulla
libertà d'informazione, si fa cenno soltanto alla nascita di un inserto
culturale della domenica (La Lettura), alla riapertura di SetteTv
(chiuso a suo tempo da Mieli perché inutile) e all'avvio delle edizioni
locali di Brescia e Bergamo.
Si annuncia,
inoltre, lo sviluppo di una "sezione di giornalismo investigativo" che
sembra arrivare fuori tempo massimo. Cioè dopo che sono stati lasciati
andar via, non per colpa dell'attuale direttore, i migliori cronisti del
ramo. All'edizione romana da tempo è stata addirittura smantellata la
"giudiziaria". Tant'è che a guidare le pagine - forse nella linea della
continuità mielesca - Flebuccio ha chiamato un capo redattore esperto di
luoghi esotici. Località intese non come paradisi fiscali (da indagare)
bensì come amene mete di puro svago. Parlare allora di "piano
industriale" appare francamente fuori contesto.
Nel documento non
si accenno neppure - stavolta in piena sintonia con il Marpionne
fiocinato giustamente da Max Mucchetti - a quanto ammonta, e come sarà
speso, l'eventuale tesoretto dell'Rcs destinato al cosiddetto piano
industriale.
Finora, di fronte
alle obiezioni anche dei suoi più fedeli pretoriani (della serie
"evitiamo la conta perché qui comunque finisce male") Flebuccio non
sembra volersi flettere né piegarsi. Al voto, al voto... anche con il
rischio che la consultazione non si faccia mai.
Certo de Bortoli,
a differenza di Marchione-Marpionne, non minaccia di trasferire le
rotative del Corrierone in Brianza se la redazione respingerà il suo aut
aut.
Un ultimatum che
sta creando non pochi problemi tra gli stessi soci forti (e in guerra
tra loro) del patto di sindacato. I Banana di carta di via San Marco ora
si mordono le dita per aver estromesso due anni fa l'astuto farfallone
delle virgole, Paolino Mieli, che conosceva tutti i trucchi per tenere
buona la truppa. E come isolare i ribelli (caso di Max Mucchetti).
Ieri, intanto,
l'assemblea dei redattori del Corrierone, convocati per discutere la
richiesta del direttore Flebuccio de Bortoli di votargli la fiducia -
della serie prendere il purgante o il mediconzolo fa fagotto - è stata
sospesa per un black out del collegamento audiovisivo tra Milano e Roma.
Il che la dice
lunga sulla capacità dell'azienda editoriale più spendacciona d'Europa a
far funzionare anche le vecchie tecnologie. Forse se ne riparlerà oggi.
Ma, intanto, appare netta, e unanime, la posizione dei membri del
Comitato di redazione di rispedire al mittente l'invito perentorio di
Flebuccio ai suoi giornalisti di "assumersi, una volta per tutte, le
vostre responsabilità".
Già, quasi un
invito a remare sottocoperta nel vecchio e malandato Bounty dei cantieri
Solferino senza conoscere se i pre-pensionamenti andranno avanti (come
nei desideri dell'azienda, altro volontarietà!). E non sanno neppure se
approderanno nell'isola infelice del web o nella zattera di IPad invece
nella rotta per Bengodi tracciata da Capitan Flebuccio. Si domandano
inoltre se la nave Corriere reggerà all'insipienza di una proprietà
incapace di mettere in atto proprio quello che oggi Flebuccio chiede ai
suoi colleghi: un'informazione multimediale d'avanguardia. E magari un
po' più libera. E pagata.
26-01-2011]
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- ZOLFO IN VIA SOLFERINO
Dopo l'enciclica della settimana scorsa indirizzata da Flebuccio De
Bortoli ai suoi collaboratori del "Corriere della Sera", in via
Solferino c'è un'aria sospesa.
Il messaggio del
direttore è apparso quasi un ultimatum (alcuni hanno parlato anche di
testamento) e una certa impressione ha fatto quel passaggio graffiante
in cui Flebuccio ha rivendicato al "Corriere" di essere una delle poche
istituzioni di garanzia di un Paese "nel quale l'establishment economico
e finanziario mostra di gradire poco le voci libere e le critiche perché
preferisce gli amici e i maggiordomi".
Questo colpo di
reni del giornalista milanese ha incoraggiato Massimo Mucchetti che dopo
una serie di articoli fulminanti sulla Fiat e Marpionne, sembrava caduto
"in sonno". E qualcuno come Dagospia aveva pensato che all'editorialista
economico fosse stata imposta la mordacchia dopo l'incazzatura
dell'esile Yaki Elkann.
In realtà non è
così, ed eccolo il Mucchetti che ieri ritorna sul tema delle stock
options a Marpionne con argomentazioni puntute che non lasciano
equivoci. Dopo aver ricordato che le stock options sono sotto tiro anche
in America dall'agosto dell'anno scorso con il pacchetto di regole che
va sotto il nome Dodd-Frank Act, il giornalista bresciano apprezza la
decisione di Tremonti di aver aumentato la tassazione di queste
plusvalenze (dal 12,5 al 20,5). Poi, incoraggiato dall'enciclica di De
Bortoli, difende la scelta del "Corriere" di non nascondere le notizie
come farebbero i giornali di partito "seguaci più o meno sofisticati
della Pravda".
La botta più
grossa arriva però alla fine quando mette sullo stesso piano la
richiesta che la Fiom e le banche hanno rivolto a Marpionne per saperne
di più sul misterioso piano "Fabbrica Italia". Su questo piano - scrive
Mucchetti - la risposta è stata elusiva e non tollerabile. Anche perché
il manager dal pullover sgualcito ha chiesto al mondo del credito 4
miliardi di fidi.24-01-2011]
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1- UN DE BORTOLI
CHE COPIA MARPIONNE E SPARA SUI GIORNALISTI UN REFERENDUM “SUL PIANO
EDITORIALE, SUL PIANO DI MEDIAZIONE E SULLA FIDUCIA AL DIRETTORE” - 2-
UN DE BORTOLI CHE SE LA PRENDE CON UN “POTERE ECONOMICO E FINANZIARIO
CHE MOSTRA DI GRADIRE POCO LE VOCI LIBERE E LE CRITICHE: PREFERISCE
AMICI E MAGGIORDOMI” - 3- UN DE BORTOLI CHE NON RISPONDE AGLI SQUILLI DI
DELLA VALLE CHE VUOLE LEGGERGLI LA LETTERA DI ELKANN SUGLI ATTACCHI DI
MUCCHETTI A MARCHIONNE E ALLA FIAT - 4- UN DE BORTOLI CHE SEMBRA PROPRIO
VOGLIOSISSIMO DI FARSI CACCIARE A CALCI IN CULO, DIVENTARE UN MARTIRE
DELL’INFORMAZIONE LIBERA E VERGINE DELLA LIBERTà DI STAMPA - (CHISSà
DOVE FLEBUCCIO MIRA A SBARCARE: VUOI VEDERE CHE VA A FINIRE A
"REPUBBLICA"? DEL RESTO, ALMENO UNA VOLTA AL MESE, SI ATTOVAGLIANO DE
BORTOLI E DE BENEDETTI) -
DAGOREPORT
Si racconta che il "new De Bortoli" sia capace di tutto, di più: perfino
di non rispondere alle chiamate dello Scarparo Della Valle che
desiderava illustrare e leggere la lettera di JohnElkann in risposta
alla "campagna" del Corriere (cinque pezzi di Massimo Mucchetti) sulla
Fiat e Marpionne.
2- FLEBUCCIO: DAI FURBETTI DEL QUARTIERINO A QUELLI DI VIA
SOLFERINO
Al Corsera l'aria si fa pesante. Flebuccio con l'editto di ieri, ha
legato la sua sorte all'esito di un referendum che ha trasformato il
piano nobile di via Solferino in qualcosa di molto simile al bunker
della Cancelleria di Berlino assediata. Il fatto di mettere al voto la
richiesta di garanzie di indipendenza per il giornale, ovviamente
scontato, con la rinuncia a una serie di prerogative e benefit per i
giornalisti, ha fatto storcere la bocca a tanti.
Subito e' stata
parafrasata la massima di un ex protagonista delle vicende del Corriere
che oggi, nell'epoca del bunga bunga, puo' senza imbarazzi esser
considerato un intellettuale moderno: "questo 'sta a fa' er frocio cor
culo nostro".
La battuta,
felice, ha fatto pero' sorridere meno di un'altra, parsa addirittura
geniale, pronunciata dallo stesso Flebuccio a certificazione della sua
schiena dritta: "abbiamo criticato pure Banca Intesa". Boom! Anche i
lettori del Corriere dei Piccoli sanno che il doppio pezzo agostano
dell'ottimo Gerevini non fu certo una puntuta inchiesta sui conti del
gruppo ma un affilatissimo cetriolo Bazoliano piazzato a comando nel
fondoschiena di Corradino Passera, colpevole di essersi affacciato in
modo troppo spavaldo alla finestra del potenziale terzo polo.
Spacciare un
fantastico "sì, badrone" a Bazoli, che lo riportò in sella al Corriere,
con una severa inchiesta giornalistica e' stato uno dei punti più
"audaci" dell'intervento di Flebuccio, tanto da indurre qualcuno dei
presenti alla riunione a sussurrare nell'orecchio del proprio vicino:
"dai furbetti del quartierino a quelli di via Solferino" .
Stefano Feltri e
Giovanna Lantini per "il
Fatto Quotidiano"
Al Corriere della
Sera il direttore Ferruccio de Bortoli reagisce alle pressioni dei suoi
azionisti, Fiat in testa, e denuncia "assai seri fatti accaduti
recentemente, in casa nostra". Ai giornalisti che ascoltavano la
comunicazione del direttore in un incontro che si è tenuto ieri in via
Solferino (con la redazione romana in collegamento) è parso evidente il
riferimento alla lettera di protesta partita da John Elkann (casus belli
gli articoli critici di Massimo Mucchetti), presidente di Fiat e secondo
azionista della Rcs, che due giorni fa è anche andato di persona nella
sede del giornale.
GIORNALISTI E
MAGGIORDOMI
De Bortoli se la prende con un "establishment economico e finanziario
[che] mostra di gradire poco le voci libere e le critiche: preferisce
gli amici e i maggiordomi". E nel consiglio di amministrazione della Rcs
Quotidiani, che edita il Corriere, i membri dell'establishment ci sono
tutti: da Cesare Geronzi a Giovanni Bazoli a Diego Della Valle e Marco
Tronchetti Provera.
Il direttore,
tornato a guidare il giornale nel 2009 grazie soprattutto all'accordo
tra Bazoli e Geronzi, sceglie di legare i suoi due problemi principali:
i rapporti con la proprietà e la riorganizzazione del giornale, che è
ancora in stato di crisi, chiedendo ai giornalisti di votare in un
referendum "sul piano editoriale, sul piano di mediazione e sulla
fiducia al direttore".
Se vince, sarà più
forte davanti alla proprietà e potrà attuare il piano di riordino del
Corriere, se perde lascia. Una prova di forza che, stando alle parole
del direttore, sembra indispensabile. Ma che a molti redattori ricorda
il "ricatto" denunciato dalla Fiom a Mirafiori, nel referendum chiesto
da Sergio Marchionne.
Qui, però, il
peggioramento delle condizioni di lavoro (meno benefit e maggiore
libertà per l'azienda nello spostamento del personale da un servizio
all'altro) si salda con la questione dell'indipendenza. Il Corriere "ha
criticato la Fiat, Intesa San-paolo e altri nostri azionisti. Ha
condotto coraggiose inchieste su Finmeccanica ed Eni", dice il
direttore. E poi un attacco a Repubblica: "Sfido altri giornali a fare
altrettanto con i loro padroni, a indagare, per esempio sul business
delle energie alternative", con evidente il riferimento al gruppo De
Benedetti che con Sorgenia opera in quel settore.
GIOVANI E MENO
PAGATI
Il piano di rilancio del Corriere, che tra settembre 2009 e settembre
2010 ha perso oltre 70 mila, è in stallo. De Bortoli ieri ha riproposto
il suo "documento di mediazione" sul piano editoriale. Quello stesso
documento, cioè, che il sindacato interno aveva già bocciato e che i
giornalisti in autunno avevano accolto con uno sciopero. Ma la posta in
gioco ormai è alta: il piano di rilancio ormai improcrastinabile è stato
reso inerte da mesi di contenzioso, al punto che le nuove edizioni
locali di Bergamo e Brescia (la città di Bazoli) del Corriere attese per
i primi di gennaio non sono mai partite.
Quindi al
malcontento dei soci più attenti al bilancio, tra i quali l'imprenditore
della sanità Giuseppe Rotelli appena entrato nel cda della Rcs dopo una
lunga anticamera. Tra i punti sensibili della contesa, oltre agli
accordi sul multimediale, i contratti per i neoassunti, che non
prevederebbero gli stessi vantaggi del ricco integrativo degli attuali
dipendenti del Corriere che va dall'auto aziendale al cambio gomme,
passando per il budget annuale per libri e formazione.
Un taglio che
l'organico attuale teme molto per ovvie ragioni, visto che creerebbe un
pericoloso precedente con il rischio di vedersi via via sostituiti da
"manodopera" a costi inferiori, sia pure nel rispetto del contratto
collettivo di categoria dei giornalisti.Secco, sul tema, il direttore De
Bortoli, in linea con le ultime dichiarazioni dell'ad Antonello
Perricone. "Solo se apriremo ai giovani (al Corriere sotto i 30 anni ne
abbiamo soltanto quattro, di cui due contratti a termine, l'1,2 per
cento), non se inseguiremo le paure e le bizze degli anziani, tra i
quali mi ci metto anch'io - ha detto -. Chi avrà talento, qualità, e
innovazione vincerà. Chi si chiuderà su se stesso sarà condannato al
declino".
"E SE ARRIVA
MINZOLINI?"
L'altro nodo delicato è la mobilità: da quando il Corriere è uscito
dall'orbita della P2, all'inizio degli anni Ottanta, in via Solferino
vige la regola che i giornalisti non possono essere trasferiti da un
servizio all'altro senza l'approvazione del cdr. Cosa che determina una
certa immobilità ma che, secondo il comitato di redazione, evita che un
cronista che ha in mano i casi più importanti della giudiziaria o
dell'economia possa essere trasferito allo sport, per renderlo innocuo.
"Improvvisamente la proprietà si ricorda di questa clausola e la
considera un problema. Ma noi dobbiamo difenderla. Che succede se domani
qui, al posto di De Bortoli, arriva uno come Augusto Minzolini?", si
chiede un redattore.
L'ipotesi più
probabile, per la verità, è che al posto di De Bortoli possa arrivare
Mario Calabresi, il direttore della Stampa, con sponsor principale
proprio la Fiat di John Elkann, azionista di entrambi i quotidiani.
Martedì si riunirà l'assemblea dei giornalisti di via Solferino, per
discutere il da farsi. E quasi certamente si andrà al referendum, a
scrutinio segreto. Per decidere se la permanenza di De Bortoli vale la
rinuncia ad alcune garanzie e l'accettazione del piano industriale.
L'INTERVENTO/"TESTAMENTO" DEL DIRETTORE FERRUCCIO DE BORTOLI
da Affari Italiani.it -
http://affaritaliani.libero.it/mediatech/de_bortoli210111.html
Cari colleghi, ho
chiesto di parlarvi perché confido nel vostro senso di responsabilità,
nel vostro amore per la professione e per il Corriere. Prima di proporvi
questo incontro, ho insistito perché l'azienda si astenesse da qualsiasi
misura unilaterale, che ritengo in questo momento sbagliata. Che i
rapporti fra le parti siano tesi, per non dire di più, lo testimonia una
lettera dell'azienda inviata ieri all'organismo sindacale.
La direzione, dopo
aver ottenuto la sospensione di qualsiasi decisione, ha proposto al
Comitato di redazione un ragionevole compromesso. Un documento di
mediazione, non la base di una nuova trattativa, che speravo venisse
valutato con più attenzione. Credo nel dialogo e sono sicuro che
riusciremo a condividere un nuovo percorso di crescita, a vincere altre
sfide e a conquistare ancora maggiore credibilità. Ma soprattutto a
svolgere meglio il nostro ruolo civile in un Paese nel quale la classe
dirigente, non solo politica, disprezza la libera informazione e
promuove soltanto cantori, urlatori, pretoriani quando non squadristi.
Un Paese nel quale
anche l'establishment economico e finanziario mostra di gradire poco le
voci libere e le critiche: preferisce gli amici e i maggiordomi. Il
fastidio per le voci dissenzienti cresce al pari della volgarità di un
linguaggio tribale e impoverito. Siamo, noi del Corriere, tra le poche
istituzioni di garanzia rimaste, il nostro compito di operatori
dell'informazione e di cittadini è oggi più gravoso, interroga
severamente le nostre coscienze, mette a dura prova la nostra etica
personale, ma è una missione civile che deve riempirci di orgoglio. Di
orgoglio e di responsabilità.
Il punto
preliminare a ogni nostra discussione è proprio questo, anche se noto
con rammarico che mai il Comitato di redazione in questi due anni mi ha
chiesto di dibattere e approfondire temi cruciali quali la libertà e
l'indipendenza della nostra professione. Certo, ci siamo occupati di
molti aspetti sindacali, sicuramente importanti, ma mai in concreto del
profilo della libertà sostanziale, del ruolo civile di noi giornalisti,
dei rapporti con le proprietà editoriali.
Ecco, i rapporti
con le proprietà. Assai seri fatti accaduti recentemente, in casa
nostra, sono passati nel silenzio assordante dei vostri rappresentanti
sindacali. Nessun segnale, nemmeno lo straccio di un comunicato, un
messaggio a voce, una pacca sulla spalla. Nulla. No, mi correggo: una
protesta di un esponente sindacale, per la verità, in questi giorni c'è
stata, ma riguardava il trattamento sul web di una notizia relativa alle
larve nelle alici.
Devo fare un'altra
premessa, importante. Per ringraziarvi. Di cuore. Ringraziarvi per
quello che avete fatto in un periodo così tormentato. Sono orgoglioso di
essere il vostro direttore. Siete una grande redazione formata da
professionisti preparati. Dovreste esserne più consapevoli e più
orgogliosi. Non è stato facile, nell'imbarbarimento civile che ci
circonda, rimanere seri, credibili, indipendenti. Se questo è avvenuto,
il merito è in larghissima misura vostro.
Proprio per questo
mi ha addolorato leggere comunicati sindacali nei quali sono stato
descritto come un attentatore di diritti, una minaccia alla libertà di
stampa, un direttore asservito agli interessi proprietari. Mi sono
dispiaciuti tanti sospetti infondati, voci malevole, teorie inesistenti.
I giornalisti del Corriere godono di una libertà straordinaria. Gli
altri ce la invidiano. Nessuno vi ha mai chiesto di fare gli ascari del
premier e nemmeno i lagunari, accecati dai pregiudizi
dell'antiberlusconismo di maniera. Nessuno vi ha mai chiesto di servire
gli interessi dei nostri azionisti.
Il Corriere ha
pubblicato tutto quello che meritava di essere pubblicato. Avrà commesso
degli errori, di cui porto l'intera responsabilità, ma non ha mai
censurato nulla. Ha criticato la Fiat, Intesa San Paolo e altri nostri
azionisti. Ha condotto coraggiose inchieste su Finmeccanica ed Eni.
Sfido altri giornali a fare altrettanto con i loro padroni, a indagare,
per esempio sul business delle energie alternative o a sviscerare le
vicende di finanziarie e immobiliari che hanno depredato allegramente i
risparmiatori.
E veniamo
all'oggetto della nostra lunga, e per certi versi drammatica,
trattativa. Una precisazione è necessaria: la direzione non è, come è
stato affermato in infelici comunicati, sullo stesso piano dell'azienda
o addirittura al di sotto. Non siamo una dependance della direzione del
personale. Non serviamo alcun interesse che non sia quello del Corriere.
Io e Fontana, che qui ringrazio per la sua opera così preziosa, e mi
piacerebbe che lo ringraziaste anche voi, non siamo gli strumenti di
nessuno.
Non perseguiamo
alcun disegno di potere. Se nelle nostre redazioni producessimo notizie
e inchieste allo stesso ritmo con il quale diamo corpo a voci e presunti
complotti, saremmo un'imbattibile fabbrica giornalistica. La direzione
di questo giornale avrà molti difetti, ma non è al servizio di nessuno,
tantomeno di un azionariato vario e composito come il nostro, per non
dire altro.
Se lo fosse stata,
come altre direzioni che non hanno avuto il coraggio di opporsi alla
cassa integrazione senza peraltro subire un giorno di sciopero, non
avreste avuto un accordo sullo stato di crisi così vantaggioso e
rispettoso delle individualità. Gli esuberi sarebbero stati 90 e non 47,
e alcune redazioni oggi, semplicemente, non esisterebbero più.
La trattativa
dello scorso anno, per la quale non finirò mai di ringraziare il
Comitato di redazione, che in quella occasione diede prova di serietà e
lungimiranza, affermò, unico caso in Italia, il criterio della
volontarietà. Avrei dovuto anch'io firmare la cassa integrazione per
dimostrarvi che un mondo era drammaticamente cambiato, e in fretta?
No, sono ancora
convinto di aver fatto bene, diversamente da quello che pensava
l'azienda, a fidarmi del vostro senso di responsabilità, contando sul
fatto che siate coscienti dello straordinario salto di paradigma
professionale che abbiamo sotto gli occhi.
Nulla sarà più
come prima. Le opportunità del cambiamento tecnologico dell'informazione
sono superiori ai rischi. Ma solo se saremo protagonisti convinti, non
inseguitori riluttanti. Solo se avremo il coraggio, persino temerario,
di percorrere nuove strade, darci regole diverse. Non se ci chiuderemo,
scettici e sprezzanti verso il nuovo, nella bambagia dei nostri
privilegi. Solo se apriremo ai giovani (al Corriere sotto i 30 anni ne
abbiamo soltanto quattro, di cui due contratti a termine, l'1,2 per
cento), non se inseguiremo le paure e le bizze degli anziani, tra i
quali mi ci metto anch'io.
Chi avrà talento,
qualità, e innovazione vincerà. Chi si chiuderà su se stesso sarà
condannato al declino. Il mondo delle nuove tecnologie dell'informazione
è piatto, non vi è più alcuna riserva protetta, ma molte terre incognite
da conquistare. E gli esploratori sono quelli che si muovono, con
coraggio, non quelli che stanno fermi, impigriti e paurosi. La nostra
organizzazione del lavoro è come una carta geografica dell'inizio del XV
secolo, va rapidamente aggiornata.
E non si possono
aspettare mesi e mesi di estenuanti trattative per dar vita a progetti
che altri varano in poche giorni. Nel tempo infinito di questa
trattativa le versioni sull'iPad del Corriere della Sera, primo per
applicazioni acquistate nella stampa italiana, sono già sei. Noi
trattiamo con tempi ottocenteschi, gli altri corrono. Gli altri vedono
nella mobilità un valore, noi una minaccia.
Perché? Una volta
esistevano mercati protetti dell'informazione, con barriere politiche,
economiche, geografiche e linguistiche. Oggi c'è la Rete, che non
aspetta nessuno. E giudica tutti. Senza appello. Il successo di
Corriere.it e di Corriere Tv, la prima web tv italiana testimonia del
valore e dell'impegno di chi ci lavora, ma anche della necessità che
tutti ci lavorino.
Vedete, cari
colleghi, fino a pochi anni fa, era possibile varare progetti di
sviluppo con più risorse, più pagine. Oggi non più. Oggi ci troviamo
nella scomoda condizione di dover innovare risparmiando. L'efficienza
non è un regalo al padrone ma l'assicurazione sul futuro del nostro
lavoro. La competitività non è un'astrazione capitalistica, è una feroce
questione di vita e di morte. Non possiamo essere credibili nel
rimproverare agli altri la scarsa efficienza e la modesta competitività,
quando noi non pratichiamo né l'una né l'altra.
Qualcuno di voi
obietterà: perché dobbiamo farlo, il Corriere fortunatamente guadagna, e
bene, perché dobbiamo pagare noi gli errori negli investimenti esteri
dell'azienda? Io se fossi in voi diffiderei di un editore che non vuole
distribuire dividendi. Per due motivi: chi non remunera il capitale
pregiudica il futuro della propria azienda, perché nessuno vi vorrà più
investire, dunque mette a repentaglio i nostri posti di lavoro.
In un'azienda che
non guadagna e non investe l'occupazione è ogni giorno meno sicura. E
avrei timore di qualcuno che volesse investire nell'editoria senza
volerci guadagnare. Perché probabilmente farebbe profitti di altra
natura vendendosi pezzi di libertà e di indipendenza. Qualcuno ci provò
trent'anni fa e non ci riuscì per una sola ragione: perché fu
straordinario lo spirito di attaccamento a questa istituzione dimostrato
da giornalisti, operai, impiegati. Io c'ero e ne sono orgoglioso.
Un giornale sano
ed efficiente difende meglio la qualità, risponde alle esigenze dei
lettori, toglie gli alibi a non investire nei talenti e nelle tecnologie
ad amministratori troppo piegati su logiche di redditività a breve o
troppo inclini a tagliare con miopia i costi senza innovare. A
differenza di un tempo, dobbiamo essere, cari colleghi, anche un po'
editori di noi stessi: costringere l'azienda a fare fino in fondo il
proprio mestiere e impedire che le iniziative multimediali vedano i
giornalisti in un ruolo residuale con la scusa che costano troppo o
hanno un contratto con regole antiquate e poco flessibili. Diciamo no a
chi vuole lasciarci fuori dal mercato dell'informazione del futuro.
Dunque, per
crescere dobbiamo essere efficienti, flessibili e aperti
all'innovazione. Dobbiamo governare l'innovazione, non subirla. Ma
questo non vuol dire che dobbiamo, che dovete rinunciare a tutele e
diritti. Sia chiaro, come non abbiamo tolto nulla ai colleghi nel piano
di ristrutturazione dello scorso anno, la direzione non accetterà alcuna
limitazione dei diritti sostanziali dei giornalisti.
Vogliamo solo che
lo straordinario contributo di professionalità, passione e senso civico
che assicurate ogni giorno possa essere, con regole concordate,
pienamente dispiegato anche sulle nuove piattaforme tecnologiche, dal
sito all'iPad, agli smart phones, ai televisori in Rete, allo sviluppo
della tv via web. Vogliamo più formazione professionale, perché chi non
si aggiorna nell'era digitale è un analfabeta di ritorno. La mobilità è
necessaria, ma non si trasformerà mai in pratiche discriminatorie.
Gran parte di voi
è stata assunta dal sottoscritto, credo. E allora, ditemi un solo
episodio di mobbing di cui sarei responsabile. Ditemi se questo giornale
non promuove le professionalità interne. Sapete quante promozioni, tutte
interne, sono state fatte in meno di due anni? Trentasei. Non ho assunto
dall'esterno nessuno, a meno che non vogliate considerare un collega
come il capocronista di Milano, un esterno. Fu fatto un giorno di
sciopero per questo. Mi sono ancora oscure le motivazioni.
Non ho portato al
Corriere nuovi collaboratori contrattualizzati, rispettando l'impegno
preso con il sindacato. Altri direttori questo impegno non l'hanno
assunto: hanno messo in cassa integrazione i loro colleghi, senza
guardare in faccia a nessuno, e hanno assunto tranquillamente. Chi parla
poi del tentativo di trasformare la redazione in una redazione low cost
è in assoluta malafede. Se non cambieremo, diventeremo rapidamente
obsoleti e inutili.
Oggi abbiamo
ancora la possibilità di governare questo processo, fra qualche anno
dubito molto. Vogliamo assumere giovani talenti. Lo vogliamo fare con
concorsi sulla Rete. Ne vogliamo assumere uno al mese. Certo, pensiamo
che a questi giovani debbano essere offerti contratti meno vantaggiosi
dei vostri. Ma non arbitrariamente. Applicando semplicemente il
contratto nazionale.
Con i costi
redazionali previsti dalla normativa nazionale possiamo investire in
nuove iniziative; con i costi quasi doppi del Corriere no. Con i costi
del Corriere le edizioni locali non starebbero in piedi. Non si
sarebbero mai fatte. Ma che cos'è meglio per un giovane? Avere un
contratto nazionale al Corriere oppure no? E che cosa è meglio per il
Corriere: avere più colleghi giovani e varare nuove iniziative che
rafforzino il giornale essendo economicamente sostenibili, oppure no?
Scegliete voi,
cari colleghi. Ma scegliete e assumetevi, una volta per tutte, le vostre
responsabilità. Qui non si tratta di creare giornalisti di serie A e
giornalisti di serie B, si tratta semplicemente di usare il buon senso.
Chiudendosi nell'ovatta della corporazione e rifiutandoci di vedere
quello che accade fuori da queste mura, anche i giornalisti oggi di
serie A saranno condannati alla retrocessione. Non in B. Nel girone dei
disoccupati. Tutto questo è un attentato ai diritti dei giornalisti, un
colpo mortale alle prerogative del corpo redazionale del Corriere? Non
credo.
Nella lettera che
vi inviai il 30 settembre, accolta con due giorni di sciopero, vi
illustravo le linee di sviluppo del piano editoriale che sarà possibile
con nuove regole e una nuova organizzazione del lavoro. Ve lo riassumo
in estrema sintesi. La grande sfida della multimedialità: forti
investimenti in Corriere.it, in Corriere tv, nei canali verticali, nei
nuovi prodotti per le diverse piattaforme tecnologiche, nella copertura
nazionale con le edizioni locali on line. Il rafforzamento, la
trasformazione e l'innovazione del giornale di carta.
Ogni giorno un
tema forte: il lunedì con l'economia e i dossier operativi; nuove
iniziative il martedì per i piccoli e i professionisti; il mercoledì con
una sezione dedicata ai temi della scuola e dell'università; uno
sviluppo ulteriore dei Tempi liberi al sabato, con attenzione maggiore
ai viaggi e alle tecnologie; lo studio, la domenica, di un grande
inserto culturale che si chiamerà La Lettura; una grande attenzione ai
temi dell'ecologia, dopo la positiva esperienza di Sette Green. Il varo
di Sette Tv. Lo studio di un'estensione di Vivimilano alla Lombardia.
Il rilancio e il
miglioramento di tutte le edizioni locali con una forte integrazione con
il web. Le edizioni di Bergamo e Brescia. Le nuove testate locali. Una
sezione di Approfondimenti, che affronti, con inchieste e reportage, i
grandi temi di politica estera e del mondo globale. Una sezione di
giornalismo investigativo, un Ufficio studi. Un'ambiziosa riforma
grafica. Molte di queste proposte sono il frutto delle vostre idee, del
vostro contributo. Il piano editoriale è anche soprattutto vostro. Ho
raccolto suggerimenti e critiche. Potrei proseguire ma comprendete che
abbiamo qualche problema di riservatezza.
Questi sono i
programmi, queste sono le sfide. Sono sicuro, cari colleghi, che
condividerete con me la necessità di realizzare insieme questi progetti
di sviluppo, discutendo pacatamente, nelle sedi sindacali che rispetto,
di nuove regole. Con la serenità e la concordia che hanno sempre segnato
i nostri rapporti. Un segnale assai importante mi è arrivato ieri sera
dall'assemblea dei delegati, che ringrazio. Ma non c'e più tempo, cari
colleghi. Ne abbiamo già perso troppo. Siamo già in forte e drammatico
ritardo.
Conoscete già la
mia proposta di mediazione. Vi chiedo soltanto di rileggerla, di
esaminarla attentamente (la allegherò a questo mio intervento che sarà
diffuso in Rete a tutti) e di votarla, insieme al piano editoriale, nel
corso di un referendum che sono sicuro il Comitato di redazione vorrà
indire, appena esaurito il calendario di incontri che la stessa
rappresentanza sindacale ha già fissato.
Del resto, gli
stessi colleghi del Comitato mi hanno chiesto più volte di consentire
alla redazione di poter esprimere un voto di fiducia, cosiddetto di mid
term. Sono d'accordo: la redazione esprima il suo voto, sul piano
editoriale, sul piano di mediazione e sulla fiducia al direttore.
Ferruccio de Bortoli [21-01-2011]
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FLEBUCCIO
ATTACK! - NON SIAMO Né SERVI Né AL SERVIZIO DEI PADRONI! - DE BORTOLI
DAVANTI ALLA REDAZIONE S’INCORONA SANTO E MARTIRE DELL’INFORMAZIONE: "IL
CORRIERE non ha mai censurato nulla. Ha criticato la Fiat, Intesa e
altri nostri azionisti. Ha condotto coraggiose inchieste su Finmeccanica
ed Eni. Sfido altri giornalia fare altrettanto con i loro padroni, a
indagare, per esempio sul business delle energie alternative ("LA
REPUBBLICA", NDDAGO) o a sviscerare le vicende di finanziarie e
immobiliari che hanno depredato allegramente i risparmiatori’...
Radiocor - 'La redazione esprima il suo voto, sul
piano editoriale, sul piano di mediazione e sulla fiducia al direttore'.
Si conclude cosi' l'intervento del direttore del Corriere della Sera,
Ferruccio De Bortoli, in un incontro con i giornalisti del quotidiano.
La riunione, con 150 presenti si e' conclusa senza domande, nel
silenzio. Domani si riuniranno i delegati e martedi' prossimo e'
prevista l'assemblea plenaria sulle proposte di de Bortoli.
Il direttore ha
rimarcato la linea di indipendenza del giornale rispetto alla proprieta':
'Nessuno vi ha mai chiesto di servire gli interessi dei nostri azionisti
- ha detto - il Corriere ha pubblicato tutto quello che meritava di
essere pubblicato. Avra' commesso degli errori - ha aggiunto - di cui
porto l'intera responsabilita', ma non ha mai censurato nulla. Ha
criticato la Fiat, Intesa San Paolo e altri nostri azionisti. Ha
condotto coraggiose inchieste su Finmeccanica ed Eni. Sfido altri
giornali - ha sottolineato - a fare altrettanto con i loro padroni, a
indagare, per esempio sul business delle energie alternative o a
sviscerare le vicende di finanziarie e immobiliari che hanno depredato
allegramente i risparmiatori'.
Il direttore ha
poi precisato che 'la direzione non e', come e' stato affermato in
infelici comunicati, sullo stesso piano dell'azienda o addirittura al di
sotto. Non siamo una dependance della direzione del personale. Non
serviamo alcun interesse che non sia quello del Corriere'.
Nulla sara' piu'
come prima, ha spiegato, in quanto le opportunita' del cambiamento
tecnologico dell'informazione sono superiori ai rischi. 'Ma solo se
saremo protagonisti convinti, non inseguitori riluttanti. Solo se avremo
il coraggio, persino temerario, di percorrere nuove strade, darci regole
diverse'.
Per De Bortoli un
giornale sano ed efficiente 'difende meglio la qualita', risponde alle
esigenze dei lettori, toglie gli alibi a non investire nei talenti e
nelle tecnologie ad amministratori troppo piegati su logiche di
redditivita' a breve o troppo inclini a tagliare con miopia i costi
senza innovare' e ha poi aggiunto che 'per crescere dobbiamo essere
efficienti, flessibili e aperti all'innovazione. Dobbiamo governare
l'innovazione, non subirla. Ma questo non vuol dire che dobbiamo, che
dovete rinunciare a tutele e diritti'.
20-01-2011]
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MUCCHETTI
SMENTISCE :
1- DOPO GLI OPERAI,
ECCO UN’ALTRA "VITTIMA" DEL MARPIONNISMO: MASSIMO MUCCHETTI - 2- BOMBA
DELL’AGENZIA RADIOCOR: "UNA PARTE DEGLI AZIONISTI DEL CDA DELLA RCS
QUOTIDIANI, NON CONDIVIDE ALCUNE SCELTE EDITORIALI DELLA DIREZIONE DEL
CORRIERE DELLA SERA. TANTO DA IMMAGINARE LA RICHIESTA FORMALE DI UNA
VERIFICA" - 3- DAGOREPORT: SOTTO LA "LETTERA DI LICENZIAMENTO", DIRETTA AL
DIRETTORE DE BORTOLI, BRUCIA UNA SERIE DI ARTICOLI TOSTISSIMI DEL VICE
DIRETTORE DI MASSIMO MUCCHETTI CHE NEGLI ULTIMI MESI HANNO INFILZATO
(COMPENSI E STOCK OPTION) L’IMPULLOVERATO - 4- NON A CASO LA ’’LETTERA’’,
FIRMATA DA UN PLOTONCINO (DI ESECUZIONE) GUIDATO DAGLI AZIONISTI ELKANN,
DELLA VALLE, TRONCHETTI PROVERA ETC., ARRIVA ALL’INDOMANI DE "L’INFEDELE" DI
GARD LERNER, DURANTE IL QUALE MUCCHETTI HA DEMOLITO DALLE FONDAMENTA DEL C/C
IL MONUMENTO DEL PRIMO MANAGER DEL LINGOTTO - 5- AMORALE DELLA FAVOLA: AD
APRILE FLEBUCCIO LASCERà IL TESTIMONE A MARIOPIO CALABRESI, DIRETTORE DE "LA
STAMPA", CARO ALLA DINASTIA MARPIONNIZZATA DI ELKANN
1- RADIOCOR
Momenti difficili al Corriere della sera. Una parte degli azionisti
rappresentati nel cda della Rcs Quotidiani, secondo quanto risulta a
Radiocor, non condivide alcune scelte editoriali della direzione del
quotidiano. Tanto da immaginare la richiesta formale di una verifica.
Interpellato da
Radiocor, il presidente della societa', Piergaetano Marchetti, ha precisato:
'al momento non risulta agli atti alcuna richiesta di verifica'. E ha
aggiunto: 'il confronto sulle scelte editoriali in un giornale e' di
routine. Il prossimo consiglio di amministrazione e' previsto in febbraio'.
2- DAGOREPORT
Sarà una coincidenza ma, oggi, è tornato Flebuccio in via Solferino, dopo un
lunghissimo periodo di vacanze keniote durato oltre 10 giorni - cosa mai
successa al direttore del Corriere - ed è subito arrivato un siluro a tre
punte da parte degli azionisti.
Scavando tra le i
rumors meneghini si scopre che l'origine dell'incazzatura, formalizzata con
tanto di tosta lettera al presidente Marchetti, firmata da un plotoncino (di
esecuzione) guidato dagli azionisti John Elkann, Diego Della valle,
Tronchetti Provera etc., abbia origine da una serie di cazzuti articoli,
almeno cinque da dicembre ad oggi, firmati dal vice direttore ad personam
Massimo Mucchetti che hanno tolto la pelle e le ossa al compagno Sergio
Marpionne - vedi il pezzo sulle stock option e compensi.
Ecco: secondo Lor
Signori, non è assolutamente condivisibile (eufemismo) tale posizione
irriguardosa (eufemismo) nei riguardi del "salvatore" del Lingotto e della
patria automobilistica.
Ecco, a questo punto
occorre aggiungere la goccia che ha traboccare il vaso (da notte): il
giornalista che fu spiato e pedinato, computer compreso, dal famigerato
Telecom-team Ghioni/Tavaroli (una faccenda che costò la poltrona all'Ad
Colao e al direttore Mieli), è stato il protagonista ieri sera, insieme con
Maurizio Landini, del programma "L'Infedele" di Gad Lerner.
Sovrastato da
un'immagine gigantesca dell'impulloverato, "Mucca pazza" ha zittito tutti,
dalla collaboratrice de "La Stampa" Lucia Annunziata a Gabriele Albertini,
squadernando cifre su cifre su come Marpionne ha creato il suo tesoretto tra
stock option e compensi (vedi l'articolo che segue).
Amorale della favola:
quanto durerà Flebuccio sulla prima poltrona di via Solferino? Tre mesi,
come dicono gli "addetti ai livori"? Che poi aggiungono anche il nome del
successore, caro alla novella dinastia marpionnizzata di Torino: Mariopio
Calabresi.
3- DAGOSPIA,
10-1-2011, PENISOLA DEI FAMOSI: IN 70 MESI AL VERTICE DELLA FIAT, SERGIO
MARPIONNE, LA NUOVA SINDONE DELLA SACRA FAMIGLIA DEGLI AGNELLI, TRA COMPENSI
E STOCK OPTION HA ACCUMULATO UN TESORETTO DI 255,5 MILIONI
A Torino non ne
possono più della telenovela della Fiat e delle genuflessioni verso Sergio
Marpionne, la nuova Sindone della Sacra Famiglia degli Agnelli.
Ormai anche le signore che passeggiano sotto i portici di piazza San Carlo
hanno capito che il manager dal pullover sgualcito vuole "marchionizzare"
l'Italia facendo diventare la città di Cavour e di Gramsci quasi simile a
quella Detroit dove regna l'automobile e il numero dei barboni è superiore a
quello degli operai.
Si conferma così
l'assunto preannunciato da Dagospia a luglio secondo il quale non è la Fiat
che va a Detroit, ma è la Chrysler che si mangerà la Fiat. Il tutto avverrà
tra gli applausi degli apologeti di Marpionne e perfino di quegli storici
come Sergio Romano e Giuseppe Berta che hanno dimostrato di capire ben poco
della politica industriale.
Per le signore
torinesi l'operazione del figlio del carabiniere Concezio non è ispirata
alla "saggezza pratica dei contadini" (come ha scritto il braccio destro di
Montezemolo, Carlo Calenda), ma a una logica di alta macelleria finanziaria
dove sul banco ci sono il filetto di Fiat Auto, il controfiletto di Fiat
Industrial e il polpettone di Chrysler nel quale con buona pace del grande
sociologo tedesco Ulrich Beck (da non confondere con il cuoco dell'Hilton
Heinz Beck) alcuni diritti degli operai finiranno nello spezzatino.
E le signore ridono
quando qualche sindacalista ancora intorpidito dai cascami della lotta di
classe, tira fuori il libro ("Il grattacielo nel deserto") scritto nel 1960
da Adalberto Minucci e Saverio Vertone in cui alla pagina 179 si cita la
frase di Vittorio Valletta: "la democrazia aziendale deve essere espressione
e supporto della democrazia politica".
Questa è roba vecchia
e noiosa, come noioso è il ritornello sulla globalizzazione madre di tutte
le ristrutturazioni. Molto più interessanti sono invece gli articoli in cui
si parla dello stipendio di Marpionne sul quale sono volate cifre pazzesche.
A mettere un po' di ordine sui quattrini del mago della pioggia c'è per
fortuna Massimo Mucchetti, l'editorialista principe del "Corriere della
Sera" che con i suoi articoli attenti e critici dimostra di capirne più di
tutti.
L'ultimo è apparso
ieri e spiega che dal 2005 al 2009 l'italocanadese ha guadagnato 35,6
milioni (una media di 6,3 milioni l'anno, pari a 1.037 volte lo stipendio di
un suo dipendente medio), e in 70 mesi al vertice della Fiat, tra compensi e
stock option ha accumulato un tesoretto di 255,5 milioni. È probabile che
Mucchetti, autore del memorabile "Licenziare i padroni?" stia raccogliendo
il materiale per scrivere un libro sull'epopea dell'ultimo erede di Henry
Ford.
Oltre a saper leggere
i bilanci e i contratti stipulati tra Chrysler e Fiat, il 57enne giornalista
bresciano è un ottimo ricercatore di pulci, ed è per questa abilità che
riesce a spiegare come il Marpionne con la residenza fiscale nel cantone
svizzero di Zug e con l'abilità del "macellaio" della finanza, riuscirà a
portare a casa enormi vantaggi personali.
Oggi SuperSergio sarà
a Detroit per l'inaugurazione del Salone dell'Auto (un evento per il quale
anni addietro si spostavano Luchino di Montezemolo, il parroco di campagna
Maurizio Beretta, Carlo Rossella e altri amici). C'è da sperare che nessuno
gli abbia messo sotto gli occhi la pagina del "Corriere della Sera" dove si
legge che finora 14.200 americani hanno chiesto informazioni della favolosa
"500" sul sito della Fiat.
Troppo poco per conquistare l'America. 11-01-2011]
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RCS: PESENTI,
DA ROTELLI NESSUNA RICHIESTA INGRESSO PATTO...
(Adnkronos) - "A me non e' stata fatta nessuna domanda,
nessuna richiesta". Cosi' il presidente del patto di sindacato di Rcs
Mediagroup Giampiero Pesenti risponde, prima di partecipare al cda della
Mittel a Milano, a chi gli chiede se l'imprenditore della sanita'
Giuseppe Rotelli sia destinato ad entrare anche nel patto, dopo il suo
ingresso nel cda della societa' editrice del Corriere della sera.21-12-2010]
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RCS: PIANO
TRIENNALE, EBIT IN AUMENTO DA 80MLN 2010 A 201 MLN 2013 - BERGER E
ROTELLI COOPTATI IN CDA, ROTELLI ENTRA IN ESECUTIVO...
Radiocor - Per il prossimo triennio Rcs stima di
registrare ricavi di gruppo in crescita da 2,259 milioni nel 2010 a
2,453 nel 2013, con un aumento medio annuo del 2,8%, con i ricavi da
business tradizionale sostanzialmente stabili e quelli da attivita'
digitali e multimediali in aumento del 20,8%. L'Ebitda e' stimato in
miglioramento da 197 milioni nel 2010 a 296 nel 2013, Cagr del 14,5%, e
con una redditivita' che passa dall'8,7% del 2010 al 12% del 2013, anche
per il proseguimento delle azioni di efficienza. L'Ebit e' stimato in
aumento da 80 milioni nel 2010 a 201 nel 2013. Il cda ha confermato
l'orientamento di 'addivenire a dismissioni in tutto o in parte di
attivita' o cespiti ritenuti non strategici'. Il cda ha ricordato lo
scomparso consigliere Berardino Libonati e ha preso atto delle
dimissioni di Marco De Luca.
Con deliberazione
approvata dal Collegio Sindacale, il cda ha quindi provveduto a cooptare
Roland Berger, amministratore indipendente. In sostituzione di De Luca,
e' sta to cooptato Giuseppe Rotelli, primo dei non eletti di della lista
di minoranza. Rotelli risulta detenere, indirettamente tramite Pandette,
una partecipazione del 7,546% ed una ulteriore partecipazione
'potenziale', in virtu' di un diritto di acquisto, del 3,522% del
capitale. Rotelli e' stato chiamato a far parte del Comitato Esecutivo e
Berger del Comitato per il Controllo Interno.17-12-2010]
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DOPO AVER SPESO 330 MILIONI PER RIMANERE FUORI DAL TAVOLO
BLINDATO DEI SOCI FORTI DEL PRIMO GRUPPO EDITORIALE ITALIANO, ROTELLI
RIUSCIRÀ FINALMENTE A FAR VALERE LA SUA QUOTA DI AZIONI SUPERIORE
ALL'11%. UN SEGNO DELLA SUA GIOIA È ARRIVATO IN QUESTE ORE SUI TAVOLI DI
MOLTI GIORNALISTI MILANESI CHE SI SONO VISTI RECAPITARE BOTTIGLIE DI
VINO PREGIATO
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che l'imprenditore
della sanità Giuseppe Rotelli è felice.
Venerdì prossimo
potrà finalmente entrare nel patto di sindacato che governa il Gruppo
Rcs. Dopo aver speso 330 milioni per rimanere fuori dal tavolo blindato
dei soci forti del primo gruppo editoriale italiano, Rotelli riuscirà
finalmente a far valere la sua quota di azioni superiore all'11%.
Un segno della sua
gioia è arrivato in queste ore sui tavoli di molti giornalisti milanesi
che si sono visti recapitare bottiglie di vino pregiato. Nelle redazioni
di numerosi quotidiani e settimanali il pacco è stato recapitato per
iniziativa di Giuliana Paoletti, la titolare dell'agenzia di
comunicazione "Image Building" che svolge per Rotelli una consulenza
riservata".
10-12-2010
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RCS WAR - RIUSCITà AL BERLUSCONISSIMO GIUSEPPE ROTELLI,
secondo azionista della società con più del 10%, IL
MIRACOLO DI ENTRARE NEL PATTO DI SINDACATO? - COL
BORDELLO POLITICO E LE VOCI DI VOTO ANTICIPATO, I
PATTISTI DE SINISTRA SONO CONTRARI, OVVIAMENTE - L’8
SETTEMMBRE DI MONTEZEMOLO: LASCIA LA POLTRONA A YACHT
ELKANN (POI TOCCA ALLA FERRARI?)...
Da
"Il Foglio"
Tutti e tredici arriveranno prevedibilmente puntuali (di
solito lo sono) mercoledì 8 settembre alle 10,30 di
mattina nella palazzina di via san Marco a Milano, a due
passi da via Solferino, quartier generale di fatto
(quello ufficiale è in via Rizzoli, zona periferica e
per questo poco frequentata dai vip) della Rcs
MediaGroup, la casa editrice del Corriere della Sera. I
magnifici tredici sono i soci del patto di sindacato che
da anni governa il gruppo con equilibrismi talvolta
arditi, ma comunque finora efficaci.
Ogni loro riunione solleva curiosità e interrogativi e
quella dell'8 settembre prossimo non fa eccezione. Anche
per una coincidenza: cade sei giorni prima del 14,
ultima data utile per disdire il patto stesso che va in
scadenza naturale il 14 marzo 2011 e si rinnova
automaticamente a meno che qualcuno, appunto, non si
chiami fuori sei mesi prima del termine.
Dunque che cosa succederà in via san Marco mercoledì
prossimo? Ecco le risposte di tre membri del patto
stesso, tre personaggi in posizioni diverse all'interno
di quell'assise. Il primo: "Non succederà nulla".
Il
secondo: "Non succederà nulla, sarà una riunione di pura
routine". Il terzo: "Non succederà nulla, anche se forse
si potrà incominciare a parlare dell'eventuale
allargamento del patto per il futuro". Sarà così? La
routine riguarda i due punti all'ordine del giorno.
Ci
sarà una sostituzione: John Elkann prenderà il posto di
Luca Cordero di Montezemolo, che resterà comunque nel
consiglio di amministrazione di Rcs Quotidiani
presieduto da Piergaetano Marchetti. Fatto scontato: la
poltrona nel patto Rcs in rappresentanza della Fiat
(secondo azionista dopo Mediobanca) spetta al presidente
del gruppo automobilistico.
E
su quella poltrona Montezemolo è stato sostituito da
Elkann; di qui il passaggio di testimone. L'altro punto
all'ordine del giorno è il piano industriale che
l'amministratore delegato, Antonello Perricone,
presenterà agli azionisti prima di portarlo in consiglio
di amministrazione. Il gruppo attraversa un momento
delicato: il 2009 si è chiuso in perdita per quasi 130
milioni, l'indebitamento supera il miliardo; nel 2010 il
settore quotidiani (di gran lunga il più importante) ha
recuperato redditività, ma altri continuano a perdere.
La riunione dell'8 settembre si concluderà dunque senza
notizie di rilievo, anche se alcune voci circolate
recentemente parlano di movimenti nel fronte dei soci.
Fuori dal patto restano infatti tre azionisti di peso:
Giuseppe Rotelli, uomo forte della sanità lombarda, il
gruppo che fa capo alla famiglia Benetton e il gruppo
posseduto dai costruttori romani Toti. Soprattutto il
primo, forte di un pacchetto che si aggira attorno al 10
per cento della Rcs, da tempo chiede che gli vengano
aperte le porte del patto di sindacato.
Secondo indiscrezioni di mercato raccolte dal Foglio,
vorrebbe anzi che la casa editrice varasse un aumento di
capitale per finanziare lo sviluppo e sarebbe disposto
non solo a sottoscrivere la propria parte, ma anche
quella di altri azionisti restii ad aprire il
portafogli.
Fra quelli disposti a farsi da parte sono stati indicati
- senza conferme ufficiali - la Edison, la famiglia
Bertazzoni, la famiglia Lucchini e il gruppo Ligresti.
Quest'ultimo ieri ha smentito di voler lasciare la Rcs.
Difficile dire se e quando le richieste di Rotelli
verranno accolte dal club dei pattisti del gruppo che
possiede tra l'altro il quotidiano diretto da Ferruccio
de Bortoli. Comunque mercoledì prossimo il tema verrà
posto.
"Io solleverò questo punto - svela al Foglio Massimo
Pini che siede nel patto in rappresentanza della FonSai
della famiglia Ligresti - Non dobbiamo dimenticare che
Rotelli si è adoperato per risolvere il problema che
aveva creato Stefano Ricucci con la sua tentata scalata
alla Rcs. Rotelli ha comprato parte di quel pacchetto
facendo un favore a tutti gli altri soci. Non vedo
perché adesso lo si debba trattare così. Oltretutto si
tratta di una persona capace che potrebbe essere utile
al gruppo".
RCS, FONSAI RESTA NEL PATTO DI SINDACATO...
Dal "Corriere della Sera" - «Non abbiamo preso alcuna
decisione di uscire dal Patto di Rcs». Così FonSai a
commento di indiscrezioni di stampa che ipotizzano una
disdetta da parte del gruppo che fa capo alla famiglia
Ligresti, in vista della scadenza del 14 settembre
prossimo per gli eventuali recessi. L'8 settembre si
riunirà come previsto il patto di sindacato per
esaminare il piano strategico del gruppo e per il
passaggio di testimone fra Luca Cordero di Montezemolo
(che resta nel board della Quotidiani) e John Elkann. Il
presidente della Fiat, ha reso noto il portavoce di
Exor, parteciperà già mercoledì alla riunione dei grandi
soci del gruppo che edita il «Corriere della Sera».
All'appuntamento ci sarà anche il neo presidente di
Mediobanca, Renato Pagliaro, già vicepresidente della
holding. 03-09-2010]
|
|
1-
TRA RUMORS E ATTESE TORNA A RIUNIRSI IL “PATTO DEI
NONNI” CHE GOVERNA IL “CORRIERE” - 2- IL QUOTIDIANO
CONTINUA A PERDERE SOLDI E COPIE TRA L’INDIFFERENZA DEI
SUOI PADRI–PADRONI, CHE TENGONO FUORI LA PORTA ROTELLI
(11%), IN ODORE DI BERLUSCONISMO - 3- PER ORA L’UNICA
NOVITà SARà L’INGRESSO DI ’YACHT’ ELKANN AL POSTO DI
MONTEZEMOLO - 4- IL PRESIDENTE DELLA FIAT POTREBBE
AVVIARE LA “RIVOLUZIONE DI PRIMAVERA” 2011 - 4- PER IL
DOPO-DE BORTOLI CROLLA RIOTTA E AVANZA LA CANDIDATURA
DEL 40ENNE MARIO CALABRESI - SCONTATA L’USCITA DEL
NOTAIO MARCHETTI E DELL’AD PERRICONE
Reduci dalla scampagnata sul lago di Cernobbio e dopo
aver digerito, tra un buffet a palazzo Marino e una
cavatina alla "Scala", i riti mondani di MiTo -
l'imponente manifestazione di musica d'arte ideata
sull'asse Milano-Torino dal finanziere-mecenate
Francesco Micheli - mercoledì prossimo i padroni del
"Corriere della Sera", detti "pattisti", si ritroveranno
per un caffè di lavoro nella sede dell'Rcs Media gruppo
in via San Marco.
Un
appuntamento che i giornali e piazza Affari tentano ogni
volta di decifrare senza successo. Tutti, insomma, a
interrogarsi pensosi su cosa accadrà tra i soci forti
dell'ex Rizzoli. Se il "patto" sarà disdetto da qualcuno
prima della scadenza (14 marzo 2011). Così è ripreso
pure il tormentone se il Re della Sanità Lombarda,
Giuseppe Rotelli (11%), sarà tenuto ancora fuori dalla
portone di via Solferino. Per adesso, raccontano i
frequentatori della Sala Albertini, il secondo azionista
dell'Rcs l'avrebbe varcato in incognito soltanto di
notte.
Alla fine dei ragionamenti a mezzo stampa, però, tutti
concordano che non accadrà nulla di rilevante in Rcs.
Nonostante, appunto, l'aria di crisi e la scarsa
managerialità che da anni si respira ai piani alti del
gruppo editoriale. A parte, ovviamente, l'annunciato
ingresso del giovane John Elkan, presidente della Fiat,
al posto del declinante delfino dell'Avvocato, Luca
Cordero di Montezemolo.
Un
segnale di novità che, come vedremo, forse potrebbe
portare alla "rivoluzione di primavera" del 2011.
Possibilmente prima delle sempre più probabili elezioni
politiche anticipate. Scadenza in cui appare scontata
l'uscita del presidente Pier Gaetano Marchetti (sempre
più attivo nella Fondazione) e dell'amministratore
delegato, Antonello Perricone. Sconfitto soprattutto sul
terreno a lui più congeniale, la pubblicità.
Nell'attesa resta l'interrogativo (si fa per dire) sul
perché i "pattisti" trovino del tutto normale che i
soldi investiti nell'Rcs (milioni di Euro) vadano al
macero come le rese del Corrierone. E non stiamo
parlando dei "pirati della finanza" o dei "furbetti del
quartierino". Nel salotto buono del Corrierone siedono
banchieri del calibro di Abramo Bazoli e Scornato
Passera (Banca Intesa); Renato Pagliaro (Mediobanca) e
Cesare Geronzi (Generali); imprenditori rampanti quali
Dieghito Della Valle, Francesco Merloni e Marco
Tronchetti Provera.
Gente che non passa giorno senza che salga in cattedra
per bacchettare la scarsa efficienza di governanti e
imprese. Con seguito di predicozzo etico sull'efficienza
manageriale, la meritocrazia e il rigore contabile. Ma
quando si ritrovano in mano le scottanti scartoffie
preparare dal notaio di carta, Pier Gaetano Marchetti,
non battono ciglio sul disastro da loro amministrato e
sui danni provocati ai poveri azionisti.
Da
mesi il quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli è
costretto a inseguire in edicola il primato delle copie
vendute da "la Repubblica" di Ezio Mauro. E i conti del
gruppo dopo la cura dimagrante avviata
dell'amministratore dileguato, Antonello Perricone, non
brillano. Anche se ci sono segnali di ripresa
dell'editoria in Europa.
In
Borsa il titolo, nonostante i reporter ottimistici
diffusi in totale conflitto d'interessi dal suo primo
azionista (Mediobanca) continuano ad oscillare sotto
l'Euro. E c'è chi l'ha acquistate a 5 cinque. Sia i
"pattisti" (65,67 per cento) sia gli altri azionisti di
riguardo Rotelli, Toti, Bertazzoni, Benetton etc. (21,42
per cento) fino ad oggi ci hanno rimesso una montagna di
soldi (minusvalenze).
A
quanto sembra, perdenti e contenti. L'unica dottrina
economica comune che sembra ispirare i signori del
"patto" sembra essere quella sul prezzo dell'opportunità
dell'economista americano, Thomas Sowell: "Il costo di
una cosa è il valore che essa ha negli usi alternativi".
Che ricorda una massima dei vecchi capitalisti italiani
del dopoguerra: "I giornali sono una voce passiva di un
bilancio attivo".
Già, lo scudo del Corriere meglio dello scudo fiscale di
Tremonti. Anche se con l'arrivo di Flebuccio de Bortoli
qualche crepa (ad hoc?) comincia a notarsi nella corazza
indossata da alcuni "pattisti": il caso Tronchetti
intercettazioni, gli affari immobiliari della famiglia
Passera, le Ferrari di Montezemolo che prendono fuoco da
sole...
L'impressione è che qualcosa comincia a bollire nel
pentolone dell'azionariato Rcs in vista anche di nuovi
scenari politici. E l'arrivo del nipotino Yaky (34 anni)
nel "patto" dei nonni (Bazoli, Ligresti, Geronzi,
Tronchetti Provera...) potrebbe annunciare - sulla
strada tracciata negli anni Novanta non a caso da Gianni
Agnelli (Mieli direttore della "Stampa" a quarant'anni)
- un vero e proprio rinnovamento generazionale. Che non
risparmierebbe la poltrona di via Solferino.
Le
ambizioni dell'eterno pretendente, Gianni Riotta (56
anni), appaiono in netto ribasso.
Le
perdite (copie e denari) del Il "Sole 24 Ore" hanno
messo in ombra il ragazzino che scriveva su "il
Manifesto". Nel possibile giro di valzer in via
Solferino, dicono soprattutto a Torino, ecco spuntare
allora il nome dell'attuale direttore de "la Stampa",
Mario Calabresi. Milanese (figlio del povero commissario
Luigi, ucciso dai terroristi rossi), un'esperienza con
il quotidiano della Fiat a New York dopo le esperienze
come cronista parlamentare all'Ansa e Repubblica,
potrebbe essere lui l'uomo nuovo per il Corriere dei
"pattisti nonni.
06-09-2010]
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1-
CAPITALISMO DE’ NOANTRI: GIUSEPPE ROTELLI HA IL 10% DI
RCS MA NON CONTA UN CAZZO - 2- PERCHÉ MAI UNO CHE È
RICCO, IN GAMBA, AMICO DEGLI AMICI, NONCHÉ RE DELLA
SANITA’ LOMBARDA, CERTAMENTE MILLE VOLTE PIÙ’
IMPRENDITORE DI ’YACHT’ ELKANN, DEBBA ESSERE EMARGINATO
DAL PATTO DEI PATTI, QUELLO CHE DI FATTO GOVERNA IL
’CORRIERE DELLA SERA’. O MEGLIO TUTTI LO SANNO MA LO SI
DICE POCO E CON PUDORE - 3- CERTO È VICINO A GERONZI E
LIGRESTI, È MOLTO INDAGATO PER UNA BRUTTA STORIA DI
RIMBORSI SANITARI DALLA REGIONE: MA CHI, TRA I PATTISTI,
PUò SALIRE SUL PULPITO?
1
- ROTELLI DI SCORTA
Bankomat per Dagospia
Non è successo niente ieri nella riunione del patto di
sindacato Rcs, quello che di fatto governa il Corriere
della Sera. E quindi i giornali danno spazio alle
dichiarazioni laconiche di John Elkann, noto per parlare
poco e spesso, quando parla, dire pochissimo. Al
contrario del fratello che dice pochissimo ma lo fa
spesso.
Non c'erano Passera Bazoli e Tronchetti (che contano un
pochino di più del Presidente Fiat) e non c'era Rotelli,
che di RCS ha il 10 per cento ma non conta nulla e lo
tengono fuori dal Patto. Questo e' poi un bel mistero,
perche' mai uno che e' ricco, in gamba, amico degli
amici, professore, nonche' re della sanita' lombarda,
certamente mille volte più' imprenditore del bravo
Elkann, debba essere emarginato dal Patto dei patti. O
meglio tutti lo sanno ma lo si dice poco e con pudore.
E'
molto indagato per una brutta storia di rimborsi
sanitari dalla Regione. Ma stamani leggete poco in
materia, e certo non ve lo spiega Elkann. Che e' poi
ovvio avesse poco da dire, ad esempio negando che vi sia
in arrivo un piano di significative dismissioni o
qualsivoglia altra notizia societaria.
Cose che di solito decidono i consigli di
amministrazione - legalmente responsabili della gestione
di una societa' - non i patti di sindacato che sono
organi privati irresponsabili. Che pero' decidono.
Ecco, le cronache di oggi sul patto Rcs di ieri
raccontano un capitalismo italiano di sempre: fanno
parlare quello che non ha niente da dire nell'ambito di
un organo che decide ma non ha responsabilita', nel
quale sono assenti i potenti veri che tanto decidono al
telefono o altrove. Organi nei quali si vorrebbe far
entrare un altro potente che pero' non puo' entrare per
motivi che e' meglio non dire e quindi i giornalisti
certo non chiedono ad Elkann perche' non e' entrato un
socio cosi' importante.
Insomma se leggete i giornali alla fine vi chiedete: ma
di cosa abbiamo parlato per colonne e colonne se non
c'era niente da far sapere? Appunto.
2
- PORTE SBARRATE PER ROTELLI NEL PATTO RCS -JOHN ELKANN:
"IL PERIMETRO NON CAMBIA" - IL NUOVO TENTATIVO DI
GERONZI E LIGRESTI DI SDOGANARE IL RE DELLE CLINICHE
LOMBARDE FALLISCE
Giovanni Pons per
La Repubblica
Le
porte del patto di sindacato di Rcs Mediagroup restano
sbarrate per Giuseppe Rotelli. Nonostante l´imprenditore
della sanità lombardo, titolare di un pacchetto
azionario superiore al 10%, non abbia mai preso
iniziative per farsi cooptare nell´accordo tra i grandi
soci del gruppo editoriale, alcuni personaggi di peso
come Salvatore Ligresti e Cesare Geronzi periodicamente
si danno da fare per sdoganare il professore di simpatie
socialiste considerato da alcuni vicino a Silvio
Berlusconi.
Ma
non appena partono queste manovre gli altri azionisti di
chiudono a riccio e rifiutano a priori l´idea di un
allargamento della compagine a Rotelli. Così è successo
anche stavolta: Ligresti e Geronzi hanno cercato di
convincere alcuni azionisti minori a disdire l´accordo
per far posto a Rotelli, ma questi hanno rifiutato
l´invito con modi secchi e decisi. Nessuno ha poi messo
in discussione il meccanismo escogitato da Piergaetano
Marchetti ai tempi della scalata di Stefano Ricucci, che
blinda di fatto per 18 mesi i soci desiderosi di uscire.
Quindi nella riunione di ieri mattina, definita da
diversi partecipanti interlocutoria, il tema Rotelli non
è neanche stato messo sul tavolo forse anche per
l´assenza di Giovanni Bazoli, Corrado Passera e Marco
Tronchetti Provera. L´unica novità di rilievo ha dunque
riguardato il debutto di John Elkann al posto di Luca
Montezemolo: «Tutto bene - ha detto il presidente di
Fiat - c´è coesione da parte degli azionisti in un
periodo importante, in questo triennio l´editoria subirà
tanti cambiamenti, è un momento di grande
trasformazione».
Coesione ma anche mancanza di strategie ben definite.
Alla vigilia si era sparsa la voce che la riunione
potesse servire a imprimere una svolta alla gestione
soprattutto sotto il profilo delle dismissioni di asset
non strategici. Il direttore finanziario Riccardo Stilli
cercava un´indicazione sulle possibili aree da toccare,
dagli immobili a Fabbri, al multiplex spagnolo fino ai
periodici, ma ogni valutazione è stata rimandata a fine
anno.
«Niente», ha risposto Elkann a chi gli chiedeva se
veniva modificato il perimetro del gruppo. Probabilmente
non c´è unanimità di vedute al riguardo, anche se il
debito pari a 1,1 miliardi prima o poi dovrà essere
ridimensionato. Le uniche indiscrezioni che continuano a
circolare riguardano la "valorizzazione" di Dada, di cui
il gruppo possiede il 50,7%, al cui scopo sarebbe stato
assegnato un mandato a Mediobanca.
Il
titolo Dada quotato a Piazza Affari ha fatto segnare per
il secondo giorno consecutivo una crescita a due cifre,
dando poco peso alle precisazioni fatte su richiesta
Consob. Rcs aveva infatti sottolineato che
«l´esplorazione per la valorizzazione di Dada è ancora
ad una fase preliminare e nessuna proposta o decisione,
tantomeno relativamente a ipotesi di delisting, è stata
definita né sottoposta agli organi competenti o dagli
stessi adottata». Tutto fermo, dunque, e grande
incertezza per investitori e analisti, che hanno bassa
visibilità sui conti dei prossimi mesi. [09-09-2010]
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“CORRIERE
DELLA LEGA” – IL QUOTIDIANO DI FLEBUCCIO DE BORTOLI SEMPRE PIÙ
IN SINTONIA CON LE POSIZIONI DEL CARROCCIO CONTRO I POTERI
ROMANI: LA SARZANINI FA A PEZZI LETTA E “IL FOGLIO” OGGI LA
MASSACRA - VATICANO MESSO IN UN ANGOLO CON IL PAPA E BERTONE
CONTRO LA CRICCA E DULCIS IN FUNDO (NELLE PAGINE ECONOMICHE)
MUCCHETTI MASSACRA IL SISTEMA GERONZI ALLE GENERALI DOPO IL
PASTICCIO BRUTTO DI CITYLIFE DI BABUZZO LIGRESTI...
1 - SARZANINI STYLE, COME TI CUCINO UNA RIUNIONE CON GIANNI
LETTA...
Da "Il Foglio"
A leggere superficialmente l'articolo di Fiorenza Sarzanini
pubblicato dal Corriere della Sera di ieri, si ha l'impressione
di una schiacciante mole di elementi oggettivi che inchiodano
"la cricca" alle sue responsabilità per una gestione dei lavori
assegnati dopo il terremoto dell'Aquila. Se però si guarda un
po' per il sottile, si nota che in realtà l'unico fatto
acclarato è che si è tenuta una riunione a Palazzo Chigi, nel
corso della quale è stata decisa la costituzione di un consorzio
tra imprese e entità finanziarie aquilane e nazionali per
realizzare opere urgenti in una situazione di indubbia
emergenza.
Gli
imprenditori aquilani, risulta dalla dichiarazione considerata
più contundente, quella di Ettore Barattelli, si sono rivolti
alla Cassa di risparmio dell'Aquila perché agevolasse un accordo
consortile con la società Btp perché sapevano che "aveva grosse
entrature con il governo". Insomma tutto il castello si regge su
un'opinione, peraltro in sé tutt'altro che infamante, di un
imprenditore su un'altra impresa.
Il resto è
una raccolta di frasi dal significato equivoco, che alludono a
reati gravissimi, con l'avvertenza però che "bisogna stabilire
la regolarità di quel patto", anche se nel corso di tutto
l'articolo si dà l'impressione che la costituzione di un
consorzio sia una specie di peccato capitale. Si vedrà in
seguito se questi fatti, sottoposti ad accertamento come fatti e
non come "realtà romanzesca", sono o meno censurabili sotto il
profilo giudiziario o anche solo morale. Per ora risulta
soltanto che è stata costituita una cordata di imprese per
realizzare opere urgenti, che questo consorzio ha avuto incontri
presso la presidenza del Consiglio, dove Gianni Letta lavorava
con grande impegno per fronteggiare gli effetti del sisma.
Si
potrebbe raccontare tutta un'altra storia con gli stessi scarni
elementi di fatto a disposizione, la storia di un esecutivo alle
prese con una tragedia immane che utilizza tutti gli aiuti e le
conoscenze possibili per dare risposte tempestive. Anche questa
sarebbe una lettura arbitraria, un punto di vista e non
un'analisi di fatti incontrovertibili. Il problema che sorge è
sull'effetto che produce questa confusione tra il giornalismo di
inchiesta e quello di "ricostruzione" ipotetica.
Anche
questo esercizio di fantasia è ovviamente legittimo, purché ai
lettori sia chiaro di che cosa si tratta. La "docufiction" è un
genere assai insidioso, che travalica in un terreno ambiguo
quando confonde più o meno volutamente fatti accertati con
ipotesi puramente personali. Un titolo messo tra virgolette che
recita "patto politico per i lavori in Abruzzo" ha proprio
questo carattere. Una decisione di competenza del governo è per
sua natura "politica", un accordo tra imprese per realizzarla è
un "patto", tuttavia è evidente l'intenzione del titolista, e
quindi del giornale, di attribuire a questi termini un senso
insinuante.
Che questo
modo di trattare le notizie sia utilizzato da testate che fanno
campagna politica è abbastanza comprensibile. Fa invece una
certa impressione che sia un giornale che si considera una
specie di istituzione, come il Corriere, a adottare questo
procedimento. Non si tratta solo di "separare i fatti dalle
opinioni", come si dice spesso e forse un po' ingenuamente, ma
di presentare i pochi fatti all'interno di un racconto che li
travalica, dando però l'impressione che la costruzione sia essa
stessa parte dei fatti accertati, seppure con qualche prudenza
verbale.
L'articolo
del Corriere non dice il falso, non lo fa perché avvolge i
passaggi dai dati alle interpretazioni con fumose allusioni e
molti condizionali, ma dà l'impressione di raccontare una verità
criminale, che invece non è affatto accertata. Non è certo un
episodio di buona informazione.
16.06.10 |
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VIA SOLFERINO NUMERO P2 – L’INTERVISTA MEMORIALE A PIERO
OTTONE, EX DIRETTORE DEL CORRIERE, è UN ARTICOLO ISTRUTTIVO PER
CAPIRE CHE IL VERO BAVAGLIO AI GIORNALISTI NON ARRIVA UNICAMENTE
DA UNA LEGGE CIALTRONA MA SOPRATTUTTO DAI POTERE MARCI CHE TI
COMPRA E TI TAPPA TUTTI I BUCHI - "Angelo Rizzoli mi ha
raccontato di quando bussavano alle banche per chiedere prestiti
e quelle più grandi chiudevano la porta: ‘No fino a quando c’è
Piero Ottone’Maurizio
Chierici
per "Il
Fatto Quotidiano"
Il faccia a faccia del 28 maggio tra Angelo Rizzoli, 30 anni fa
editore del Corriere della Sera, e Ferruccio de Bortoli,
direttore, ha riaperto ferite mai rimarginate. Angelo Rizzoli
accusa il Corriere di "falsità e inesattezze nella ricostruzione
dei passaggi di proprietà della casa editrice": era il 1984, P2
provvisoriamente allo sbaraglio. Ferruccio de Bortoli risponde:
"Lei vittima di amicizie pericolose e ambizioni eccessive, ma
non vittima priva di responsabilità personali".
Angelo Rizzoli si ritiene defraudato dalla proprietà Rcs e
chiede ai proprie-tari dei nostri giorni 650 milioni di euro.
Gli dà man forte Deborah Bergamini, deputato di Silvio
Berlusconi, che ne è stata collaboratrice molto amata a Palazzo
Chigi: vuole una commissione d'inchiesta per far luce sui
passaggi che hanno strappato il gruppo alla famiglia Rizzoli.
La polemica allude a strategie finanziarie, banche,
imprenditori, fantasmi politici. I giornalisti non appaiono;
ombre senza voce. Non è andata proprio così.
QUANDO PIERO OTTONE DEVE LASCIARE
Piero Ottone era il direttore mal sopportato dalla Dc di
Amintore Fanfani e dal Licio Gelli P2; certi partiti, certa
finanza. Aveva slegato la lealtà dell'informazione dai potentati
politici per dar spazio a una trasparenza mai partigiana,
articoli di fondo, cronache, perfino le lettere dei lettori: le
pubblicava senza l'ironia dei commenti di chi vuol ritorcere
l'ultima parola. Ognuno poteva dimostrare ciò che pensava.
Adesso ricorda come è finita la sua direzione con l'eleganza di
chi non ama giocare con le polemiche.
Che Corriere era ?
Il Corriere della famiglia Crespi, una stagione felice. Col
tempo l'attività tessile era sparita, ai Crespi restava il
Corriere, miniera d'oro. L'ultima generazione, la generazione
con la quale lavoravo, non pensava tanto al denaro, anche perché
erano ricchi. Volevano essere editori onesti e rispettosi della
libertà. Editori ideali, il meglio che un direttore potesse
desiderare. Giulia Maria Mozzoni Crespi parlava con gli inviati
di ritorno da un viaggio come facevano Arthur Sulzberger al New
York Times e la Graham al Washington Post. Voleva approfondire
per capire cosa stesse succedendo in una certa parte del mondo.
E apparteneva alla ritualità delle vecchie aziende lombarde
celebrare il Natale con giornalisti, operai, fattorini:
panettone e spumante in un intervallo di lavoro. Poi il
direttore del Corriere veniva invitato a pranzo con la moglie in
corso Venezia, soli ospiti oltre ai familiari. La politica
restava lontana.
Eppure anche allora i politici inseguivano il direttore...
Non mi hanno mai inseguito anche perché non li cercavo. Si è
detto che Bettino Craxi abbia brindato quando ho dato le
dimissioni. Ma prima non aveva manifestato disappunto anche
perché non ci si vedeva.
Il Corriere andava bene, male gli altri giornali del gruppo.
Quando la Rizzoli compra , lei si è dimesso...
Nel momento di cambio di proprietà offro di liberare il posto:
si fa così. Andrea Rizzoli mi invita a colazione in via del Gesu.
Dimissioni respinte, ‘Vada avanti...'. La Montedison di Eugenio
Cefis aveva garantito l'acquisto e nel congedarsi Andrea Rizzoli
chiede se è possibile avere un occhio di riguardo come fala
Stampa con gli Agnelli. Impossibile: vorrebbe dire rinunciare
all'equidistanza del giornale. La risposta non lo scuote: ‘Va
bene. La prego di continuare'
Non le ha mai chiesto qualcosa?
Una volta ha telefonato ancora a proposito della Montedison.
Nelle pagine della cronaca era apparsa una notizia breve:
dirigenti e funzionari Montedison avevano protestato sfilando in
corteo nei corridoi della presidenza. Ad Andrea Rizzoli non era
piaciuto quel titolo a due colonne: ‘In futuro - disse -
cerchiamo di non dare questo tipo di notizie. È possibile?
Rispondo che non posso, e non succede niente. Il mio Corriere
non piaceva alla Dc e non piaceva al Pci. Perdevano un punto di
riferimento nel quale, fino a quel momento, specchiavano favori
e opposizione. Si sentivano disorientati. Mi consideravano
un'anima persa. Ho saputo dopo che ad Andrea e ad Angelo Rizzoli
i poteri politici chiedevano di farmi fuori. Ma il giornale
andava bene e non c'è stata interferenza. Restava una certa
distanza. Mi sentivo isolato. Anni dopo ho incontrato Angelo
Rizzoli: mi ha raccontato di quando bussavano alle banche per
chiedere prestiti e quelle più grandi chiudevano la porta: ‘No
fino a quando c'è Piero Ottone'. Rizzoli navigava in brutte
acque. Aveva comperato il gruppo Corriere a cancello chiuso
senza una analisi accurata della voragine del passivo. Insomma,
nei guai. Ljuba Rosa, seconda moglie di Andrea, racconta che
svegliandosi la notte, scopriva il marito con occhi spalancati e
lo sguardo perduto sulla parete. Sarà per il Corriere? I debiti
gli rubavano il sonno. Eppure mai una volta mi ha fatto
sospettare di essere la causa della chiusura di credito.
Voci di nuovi soci...
Si parlava della democrazia cristiana bavarese, di un gruppo
finanziario tedesco. Con me si fa vivo Mario Formenton: ‘Perché
non vieni alla Mondadori?', cominciavo a pensarci. Dopo 5 anni e
mezzo di Corriere mi sentivo meno motivato. I Rizzoli lasciavano
carta bianca, ma la sintonia intellettuale e quell'atmosfera
stimolante non c'erano più. Torno in via del Gesu. Annuncio che
me ne vado.
Andrea Rizzoli è sorpreso: ‘Proprio quando abbiamo risolto i
nostri problemi. Immaginavo si potesse lavorare assieme per
lungo tempo'. Insiste: ‘Ci ripensi'. Non ci ho ripensato.
Dirigevo un giornale sospeso senza uno scambio di idee con gli
editori. Mancavano l'identità e il calore umano degli anni di
Giulia Maria Crespi. ‘Da Monda-dori? Col Formenton venditore di
tappeti...': sono le sole sue parole non gentili. L'eleganza di
Piero Ottone sfuma ciò che succedeva attorno al Corriere, del
resto, come sospettare degli intrighi che mani allora
sconosciute stavano preparando? Cominciava l'arrembaggio della
P2.
Non era mai successo nella Milano dove il Corriere è riferimento
storico della città che una folla minacciosa sfilasse sotto le
finestre di via Solferino. Insulti, slogan e la polizia
schierata in difesa del palazzo. Protestava la maggioranza
silenziosa guidata da Massimo De Carolis vicesegretario milanese
della Dc. Quando Giuliano Turone e Gherardo Colombo scoprono a
villa Wanda l'elenco degli affiliati alla loggia di Licio Gelli,
Massimo De Carolis ha il numero 1815, uno in meno della tessera
di Silvio Berlusconi.
Non per caso torna in politica con la bandiera di Forza Italia:
presidente del consiglio comunale di Milano. Fra i protettori
della maggioranza arrabbiata, Nino Nutrizio, direttore de La
Notte (dove Vittorio Feltri impara il mestiere), Adamo degli
Occhi, Luciano Bonocore segretario lombardo dei giovani missini
e Paolo Pillitteri, cognato di Bettino Craxi, critico
cinematografico dell'Avanti. Studiava da sindaco socialista.
Sei mesi prima dell'addio di Piero Ottone succede qualcosa anche
in redazione. Franco Di Bella, grande cronista e vice direttore,
lascia per firmare il Resto del Carlino. E tre giorni dopo
Alberto Sensini, capo della sede romana, va a Firenze a dirigere
La Nazione. Franco Di Bella tessera numero 655, Alberto Sensini
senza tessera: la sua domanda arriva tardi, come la domanda
dell'ex ministro Antonio Martino, e finisce nelle mani dei
carabinieri.
Ha l'aria di una simpatia veniale la promozione di Giorgio
Rossi, vice capo redattore: dal tavolo degli interni alla
direzione esteri di Bruno Tassan Din, amministratore delegato
del gruppo. Giorgio Rossi, tessera numero 323 e come Angelo
Rizzoli anche Bruno Tassan Din è nell'elenco di Licio Gelli,
tessera 534. Ragnatela che si allarga e nessuno riesce a capire
quale ragno incrocia la trama. E il ruolo che Giorgio Rossi sta
per assumere nella ‘prima televisione libera' che Licio Gelli e
la Rizzoli vogliono aprire a Malta ‘per rompere il monopolio
Rai'.
L'OCCHIO MASSONICO DI COSTANZO
La prima vittima del regno P2 è Gian Giacomo Foa, corrispondente
da Buenos Aires dove racconta la repressione militare dei
generali P2. ‘Per sicurezza' viene trasferito a Rio de Janeiro.
La proposta viene da di Di Bella vicedirettore preoccupato
‘della sua incolumità'.
Quando il Corriere è ancora di Piero Ottone, Marco Nozza,
inviato del Giorno, torna da Bologna con un pettegolezzo
curioso: ha pranzato in un ristorante dove Silvio Berlusconi e
Franco Di Bella chiacchieravano con allegria. Prima della P2 era
solo il Cavaliere della Brianza che aveva ispirato una gag
irresistibile a Gino Bramieri. Cosa si stavano dicendo? Qualcosa
i giornalisti del Corriere credono di aver capito appena il
direttore del Carlino torna in via Solferino e Berlusconi
diviene subito collaboratore, commenti da seconda pagina scritti
così così. Nessuno immaginava il disegno che stava cambiando
l'Italia.
La redazione accoglie Franco Di Bella con una certa diffidenza.
Nel voto di gradimento 60 schede bianche. Intanto la
trasformazione accelera. Andrea Rizzoli lascia la presidenza al
figlio e nel consiglio di amministrazione entra Umberto
Ortolani, primo banchiere della P2, tessera 494. I soldi non
mancano, ma chi comanda? È l'inquietudine del comitato di
redazione: Raffaele Fiengo, Enzo Marzo, Piero Morganti.
Inseguono il trasferimento delle azioni in pegno per il debito,
a società di capitale non autorizzate alla gestione del gruppo,
decisioni che dovrebbero restare ai soci d'opera, Rizzoli,
insomma.
Sul filo dell'illegalità il controllo cambia e il debito
prevalente finisce nelle casse dello Ior di Paul Marcinkus e
dell'Ambrosiano del quale Roberto Calvi (tessera 519) è ormai
presidente. Le decisioni della banca vaticana e dell'Ambrosiano
spogliano Angelo Rizzoli del controllo della casa editrice. Gli
resta il Corriere.
Per monitorare passaggi non chiari Luigi Pizzinelli, del
Comitato periodici, sfoglia i documenti che la Cancelleria del
tribunale aggiorna ogni settimana. Giro vorticoso di titoli che
passano di mano. E nei giornali circolano voci mentre la Rizzoli
compra tutto: Gazzetta dello Sport, Alto Adige, Il Mattino di
Napoli, Piccolo di Trieste, Giornale di Sicilia, Tv Sorrisi e
Canzoni. Compra Avril, casa editrice argentina che pubblica Il
Giornale degli Italiani affidato alle belle firme in pensione
dell'Europeo e a redattori di testate minori. Anche il figlio
del generale Giovambattista Palumbo (P2) si trasferisce a Buenos
Aires. Devono convincere gli italiani di Argentina che la
dittatura sta salvando la patria dal comunismo.
Cambiano le facce nei corridoi del Corriere. Roberto Gervaso
(membro P2 che scrive lettere d'amore a Licio Gelli) passeggia a
braccetto con Angelo Rizzoli. Si mette mano alla cultura: via
Maurizio Calvesi, Giovanni Testori (scrittore geniale, cattolico
integralista) è il nuovo critico d'arte. La musica passa da
Danilo Courir a Paolo Isotta nostalgico degli anni neri. e la
colonna destra di prima pagina aperta dagli Scritti Corsari di
Pier Paolo Pasolini e frequentata da intellettuali concreti
nell'analisi della realtà, diventa lo spazio di un divertimento
che non sfiora i problemi della gente. Giornale pasteurizzato
per tener calma la borghesia.
L'impegno di distrarre "il popolino" viene affidato a L'Occhio:
Maurizio Costanzo (tessera 1819) lascia la Domenica del Corriere
per un tabloid da ‘un milione di copie'. Dieci miliardi per il
lancio che copre l'Italia di manifesti massonici: l'occhio
chiuso nel triangolo delle logge.
Il 5 ottobre 1980 Maurizio Costanzo intervista sul Corriere il
suo Licio Gelli il quale annuncia il programma che 30 anni dopo
Silvio Berlusconi sta realizzando: Tv private più forti delle Tv
di Stato, giudici controllati dal potere politico, eccetera. Ma
il giornale va male. Maurizio Costanzo scivola su un editoriale
nel quale chiede di sospendere temporaneamente le garanzie
costituzionali dopo il rapimento e la condanna a morte del
giudice di cassazione Giovanni D'Urso: Br che provano a dare una
mano a Licio Gelli. I giornalisti sono in rivolta. Maurizio
Costanzo ammorbidisce: l'editoriale resta autoritario, ma non
‘sospende' la costituzione.
Il Corriere aveva annunciato l'uscita dell'Occhio con un
articolo di terza pagina (allora pag. 3): l'ho scritto io.
Ordine di Franco Di Bella: raccogliere l'esperienza di un
vecchio viaggio tra i giornali popolari d'Europa. Il mattino
dopo il rimprovero di Enzo Biagi: ‘Perché hai accettato un pezzo
così ?'. Gli spiego ma continua a brontolare: ‘Chissà cosa c'è
dietro...'. Non capisce e non gli piace. Mesi dopo la scoperta
della P2, Franco Di Bella mi invita con Bruno Lucidano,
responsabile pagine della scienza, a bere un caffè all'hotel
Palace.
‘Volevo spiegarvi che ho aderito alla P2 per pagare i vostri
stipendi. Le casse erano vuote'. Gli chiedo perché mi aveva
coinvolto nel lancio dell'Occhio. ‘Volevo darti una mano -
risponde. Dopo il tuo articolo sulle squadre della morte
uruguayane finanziate dal banco Andino dove dormivano i capitali
della P2, Bruno Tassan Din ti odiava come se gli avessi ucciso
la figlia. Immaginava chissà cosa e per rimetterti in sella ho
chiesto di scrivere l'articolo. Devo dire che a quel giornale
popolare non ho mai creduto'. Lo racconto a Enzo Biagi, che
scuote la testa: ‘Sospettavo qualcosa, una specie di Banda
Bassotti, invece sono professionisti del crimine. Povero
Angelone, lo hanno preso in mezzo'. Angelone Rizzoli,
naturalmente.
LA P2 PERDE LA PRESA SUL GIORNALE
Prima della rivelazione di Gherardo Colombo e Giuliano Turone i
giornalisti del Corriere avevano cominciato le barricate per
fermare i prestigiatori fantasma che stavano trasformando il
giornale. Sparite le inchieste, di America Latina non si parla
più. Quando Franco Di Bella vuol mandare Enzo Biagi a scrivere
‘articoli di colore' sull'Argentina del Mundialito (1980) gli
raccomanda solo calcio, mai raccontare i militari al potere (30
mila ragazzi spariti). Ed Enzo Biagi rifiuta. L'allarme è
quotidiano. I titoli del Corriere e le cronache di qualche
inviato nell'Irpinia sconvolta dal terremoto (dicembre 1980),
esaltano i soccorsi delle Forze armate con sbrodolamento quasi
fascista.
Il comitato di redazione si lamenta con Franco Di Bella, ma (lo
si scopre sempre dopo) i contatti tra la direzione e il generale
Giovanni Torrisi (P2) capo di Stato Maggiore dell'esercito,
erano quotidiani. Le divise dovevano vegliare sulla
trasformazione del piano Gelli. Ecco l'incenso. Comitato e
assemblea dei giornalisti non cercano solo di tamponare:
analizzano e spiegano come contenere l'imbarbarimento.
Convegno al Piccolo Teatro di Milano per discutere degli allarmi
raccolti in un giornale di 52 pagine (come cambia l'informazione
autofinanziata e autogestita. Interventi di Giuliano Gramigna,
Roberto De Monticelli, Alberto Cavallari, Ugo Stille e della
folla di intellettuali che collaborano al Corriere. Un'indagine
scientifica del Cnr analizza il contenuto di cinque quotidiani:
sulla scia del giornale guida avevano smesso di scavare nella
realtà della gente.
Poi l'incubo finisce. A nome del comitato di redazione e del
consiglio di fabbrica Raffaele Fiengo documenta quegli anni in
un rapporto alla commissione P2 di Tina Anselmi. Atto
parlamentare senza commenti, 376 pagine collegate alla relazione
di maggioranza, 5 maggio 1983. Qualche tempo fa ho cercato di
sfogliarlo nell'archivio del Corriere. Sparito. Chissà.
[11-06-2010]
|
LO
SCIPPO DEL CORRIERE - "l’intera vicenda è stata pilotata fin
dall’inizio. Prima con l’arresto di Rizzoli e Tassan Din,
Poi con un intervento molto pesante delle Fiamme gialle
sulla Rizzoli. Infine con la costrizione esercitata dalla
magistratura SU ANGELO RIZZOLI affinché svendesse il suo
50,2% di azioni alla cordata messa insieme da Bazoli, pena
il ritorno in prigione. A beneficiarne fu una parte ben
precisa della finanza. Tant’è vero che la più grande banca
privata e la più grande casa editrice saltarono insieme.
Tutto fu tranne che un evento naturale"...
per
Il Giornale
"Angelo Rizzoli fu depredato della sua casa editrice perché
fin dall'inizio era stato individuato come la vittima
sacrificale. Politica e finanza volevano impossessarsi del
gioiello di famiglia, il Corriere della Sera, e alla fine ci
sono riusciti. L'infamia più atroce è stata far passare la
vittima per un malvivente, una mistificazione che in 26
lunghi anni ha attecchito nell'opinione pubblica, a dispetto
delle sentenze».
Dopo
aver patito 407 giorni di ingiusta detenzione,
l'aggravamento in cella della sclerosi multipla di cui
soffre dal 1963, lo scippo della più importante impresa
editoriale italiana fondata dal nonno Angelo nel 1909, la
morte per crepacuore del padre Andrea, il suicidio della
sorella Isabellina che temeva di finire in galera, l'arresto
senza motivo del fratello Alberto e dopo aver incassato sei
assoluzioni definitive in Cassazione, l'ex imputato a vita
Angelo Rizzoli non poteva sperare in un settimo sigillo più
importante di questo.
A
imprimerlo sull'intera vicenda è il professor Gaetano
Pecorella, che fu il difensore dell'uomo di fiducia del
banchiere Roberto Calvi, il defunto Bruno Tassan Din,
entrato in Rizzoli nel 1973 e salito di grado fino a
diventare amministratore delegato del gruppo, condannato a 6
anni e 4 mesi per il dissesto della casa editrice e a 14
anni per il crac del Banco Ambrosiano (poi ridotti a 8 anni
e 2 mesi in appello con un patteggiamento).
Un
parere decisivo, quello dell'avvocato Pecorella, perché
nella vulgata che ha resistito per un quarto di secolo
Tassan Din è sempre stato indicato come il complice di
Rizzoli, tanto da essersi entrambi iscritti, al pari di
Calvi, alla P2 di Licio Gelli e Umberto Ortolani. Il disegno
criminoso attribuito fin da subito al quintetto Gelli,
Ortolani, Calvi, Rizzoli, Tassan Din fu la spoliazione della
casa editrice e l'asservimento del più diffuso quotidiano
nazionale agli oscuri disegni della loggia massonica. «In
realtà si trattò di un quartetto: Rizzoli non c'entrava
nulla, anzi ne fece le spese», chiarisce Pecorella. Un
quartetto che era nato come un trio, nelle carte processuali
ribattezzato Blu, acronimo dei nomi Bruno, Licio e Umberto.
La
testimonianza del professor Pecorella, già presidente della
commissione Giustizia della Camera, al suo quinto mandato
parlamentare, conferisce una prospettiva inedita a una
vicenda giudiziaria che si è riaperta con l'atto di
citazione depositato lo scorso settembre presso il tribunale
civile di Milano da Angelo Rizzoli, rappresentato e difeso
dagli avvocati Romano Vaccarella, Fabio Lepri e Achille
Saletti.
Dopo
due rinvii a gennaio e a marzo, il 16 giugno dovrebbe
tenersi la prima udienza del processo intentato dall'ex
editore contro gli eredi societari della cordata formata da
Gemina (Fiat e Mediobanca), Iniziativa Meta (Montedison),
Mittel (finanziaria bresciana presieduta da Giovanni Bazoli)
e Giovanni Arvedi (imprenditore siderurgico) che nel 1984
rilevò la Rizzoli e il Corriere per un tozzo di pane.
Da
Intesa Sanpaolo (e cioè da Bazoli, che fu l'artefice
dell'operazione di salvataggio nella sua veste di presidente
del Nuovo Banco Ambrosiano, sorto dalle ceneri del vecchio
Ambrosiano di Calvi), da Rcs Mediagroup, da Edison, da
Mittel e da Arvedi, l'ex editore pretende la «restituzione
per equivalente» di quanto gli fu strappato: una somma
compresa tra 650 e 724 milioni di euro.
Come
divenne difensore di Bruno Tassan Din?
«All'epoca mi occupavo soprattutto di processi politici. Fu
un collega civilista a fare il mio nome per l'assistenza
della Rizzoli nei procedimenti penali. L'assalto al Corriere
cominciò nel marzo 1981, con la perquisizione
dell'abitazione di Gelli a Castiglion Fibocchi. Dalle carte
sequestrate a Villa Wanda emerse il ruolo di Tassan Din,
referente di Calvi e Gelli, nelle vicende del giornale e del
Banco Ambrosiano. Quando fu arrestato per il crac
dell'istituto di credito, dovetti fare una scelta. Siccome
Rizzoli era stato prosciolto in istruttoria, decisi di
assumere la difesa dell'imputato finito in carcere, cioè
Tassan Din, il quale dava una versione dei fatti in
conflitto con quella di Rizzoli».
Che
genere di conflitto?
«Risultava che Tassan Din, attraverso una banca svizzera,
avesse dirottato su un conto corrente irlandese 30 milioni
di dollari usciti dal Banco Ambrosiano. Egli disse che si
trattava del corrispettivo per la cessione di un 10,2% di
azioni Rizzoli di sua proprietà, avute come premio per
meriti gestionali. L'editore, al contrario, sostenne che
quel pacchetto apparteneva alla sua Fincoriz, una
finanziaria di cui Tassan Din era solo l'amministratore
delegato. Il mio cliente esibì un documento dell'avvenuta
cessione, ma i giudici non lo ritennero credibile e perciò
vi fu la condanna per distrazione di beni del Banco
Ambrosiano. Peraltro Rizzoli intentò tre cause contro Tassan
Din per dimostrare che il 10,2% era suo e le vinse tutte e
tre».
Il 29
aprile 1981 la Centrale Finanziaria di Calvi aveva
acquistato il 40% del 90,2% di azioni detenute da Rizzoli e
sottoscritto un aumento di capitale. Dunque quei 30 milioni
di dollari altro non erano che una parte dei 150 miliardi di
lire che il banchiere doveva a Rizzoli e che non arrivarono
mai in via Solferino.
«Infatti furono trasferiti sui conti Recioto, Zirka e Telada
presso la Rothschild Bank di Zurigo e di lì occultati in
paradisi fiscali, come hanno riconosciuto le sentenze
favorevoli a Rizzoli pronunciate dalla Cassazione, dalla
Suprema Corte d'Irlanda e dalla giustizia elvetica».
Si
creò così la voragine nei conti che consentì alla cordata
dei «salvatori della patria fra virgolette», come l'ha
definita Cesare Romiti che pure ne faceva parte come Fiat,
di impossessarsi per appena 9 miliardi di lire di un'azienda
che ne valeva, a seconda delle stime, tra i 270 e i 440.
«Io
credo che l'intera vicenda sia stata pilotata fin
dall'inizio. Prima con l'arresto di Rizzoli e Tassan Din,
che si tradusse in una perdita di ruolo per entrambi. Poi
con l'incalcolabile danno d'immagine arrecato all'editore.
Quindi con un intervento molto pesante delle Fiamme gialle
sulla Rizzoli. Infine con la costrizione esercitata dalla
magistratura sul legittimo proprietario affinché svendesse
il suo 50,2% di azioni alla cordata messa insieme da Bazoli,
pena il ritorno in prigione. A beneficiarne fu una parte ben
precisa della finanza. Tant'è vero che la più grande banca
privata e la più grande casa editrice saltarono insieme.
Tutto fu tranne che un evento naturale».
Chi si
diede più da fare?
«C'era un enorme interesse da parte delle forze politiche,
con in testa il Psi, a impadronirsi della corazzata di via
Solferino. La rovina di Rizzoli scaturisce dalle manovre per
arrivare al controllo del Corriere. Lo stato di crisi
scatenò appetiti formidabili. Non solo quelli dei cosiddetti
poteri forti. Anche di illustri sconosciuti. Ricordo che a
Tassan Din giungevano tutti i giorni richieste persino da
piccoli imprenditori che s'erano convinti di poter
partecipare al banchetto. Fu un accerchiamento selvaggio.
Non dico che i magistrati non disponessero di elementi per
procedere, tuttavia questo rimane un caso da manuale per
capire come alcuni processi possano determinare svolte
economiche di portata colossale».
I
lettori del Corriere sono tuttora convinti che Angelo
Rizzoli si fosse iscritto alla P2 in quanto complice di
Calvi, Gelli, Tassan Din e Ortolani e che abbia attivamente
collaborato con la banda dei quattro nel saccheggiare la
casa editrice che porta il suo nome. In realtà le banche
statali - l'Icipu di Franco Piga, l'Imi di Giorgio Cappon e
l'Italcasse di Giuseppe Arcaini - gli avevano chiuso i
rubinetti per ordine della Dc, adirata a causa del mancato
licenziamento del direttore Pietro Ottone, che era stato
promesso dal padre Andrea ad Amintore Fanfani. Questo
costrinse Rizzoli a gettarsi nelle braccia dell'Ambrosiano.
«Da
quello che ho capito io, a Rizzoli e a Tassan Din non
importava un fico secco della P2. In quel momento Calvi
rappresentava per loro l'unico interlocutore disposto a
finanziare la casa editrice. Nella partita ebbe un grosso
peso Ortolani, personaggio assai vicino al Vaticano. Tant'è
vero che i 95 milioni di dollari dell'Ambrosiano, dirottati
all'estero anziché essere versati alla Rizzoli, vennero
occultati da Gelli, Ortolani e Tassan Din in concorso con
Calvi, simulando che si trattasse di un prestito a favore
della Bellatrix di Panama, società controllata dallo Ior
presieduto da monsignor Paul Marcinkus».
Le
risulta che Angelo Rizzoli sia stato convocato nel luglio
1981 dall'allora presidente del Consiglio, Giovanni
Spadolini, e dal ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta,
nell'abitazione romana del senatore Andrea Manzella, a Monte
Mario, allo scopo di chiedergli l'immediato allontanamento
di Tassan Din e la sua sostituzione col professor Piero
Schlesinger?
«Non lo so. Né direttamente né indirettamente. Le manovre
per allontanare Tassan Din vi furono. L'avversione di
Schlesinger al mio assistito era notoria».
Rizzoli racconta che Calvi in un primo tempo si dichiarò
d'accordo nel sostituire il suo pupillo Tassan Din con
Schlesinger. Ma l'editore commise un errore madornale:
informò di questa decisione il principale azionista
dell'Espresso, Carlo Caracciolo, che fece uscire la notizia
sul suo quotidiano, La Repubblica. In difesa di Tassan Din
insorse il Pci e Calvi fece marcia indietro per paura di
inimicarsi «il partito delle Procure».
«Tassan Din era un lavoratore instancabile, cercava appoggi
politici ovunque. Per esempio sollecitò, attraverso Bruno
Visentini, il sostegno del Pri. È un fatto che la nomina di
Alberto Cavallari, direttore gradito alla sinistra, al posto
di Franco Di Bella, risultato iscritto alla P2, fu voluta da
Tassan Din».
Nell'agosto 1982 il Banco Ambrosiano finisce in
liquidazione. Il Nuovo Banco Ambrosiano presieduto da Bazoli
nomina proprio Schlesinger presidente della Centrale
Finanziaria di Calvi, trovato impiccato due mesi prima sotto
il ponte dei Frati Neri a Londra. Schlesinger si muove con
l'obiettivo di ottenere il fallimento della casa editrice e
l'arresto di Rizzoli e Tassan Din per la sparizione dei
fondi destinati all'aumento di capitale del 1981.
«Ma
Schlesinger ben sapeva, per averglielo detto lo stesso
Calvi, che quei fondi erano scomparsi per opera di Tassan
Din, Gelli e Ortolani e che io ero totalmente estraneo
all'operazione, come poi dimostreranno con sentenza passata
in giudicato i magistrati milanesi che si sono occupati del
crac del Banco Ambrosiano», sostiene Rizzoli. «Se quella
confidenza di Calvi davvero vi fu, appare evidente che i
nuovi acquirenti del Corriere non avrebbero potuto ignorare
quanto era a conoscenza di Schlesinger».
Giriamola così: considerato che lei durante Mani pulite ha
difeso molti imputati accusati in base al teorema del «non
poteva non sapere», ritiene che Agnelli, Bazoli e soci
potessero non sapere che Rizzoli era solo la vittima
innocente di un raggiro?
«Ripeto: se davvero Schlesinger sapeva, ma io non ho prove
in proposito, ritengo che non potessero non sapere anche
tutti gli altri. Quello che posso dire con certezza, è che
Tassan Din non chiamò mai in causa Rizzoli per il crac
dell'Ambrosiano».16-05-2010]
|
RIZZOLI, AGNELLI E BAZOLI NON POTEVANO NON SAPERE DELLA MIA
INNOCENZA
(Adnkronos)
- Agnelli e Bazoli, e con loro gli altri "beneficiari" del
fallimento della Rizzoli, "non potevano non sapere della mia
estraneita' sul dirottamento dei fondi" destinati al
salvataggio dell'azienda. Angelo Rizzoli, in un'intervista
alla ADNKRONOS, ricostruisce l'intricata vicenda nella
quale, dice, "ho perduto 26 anni di vita" e con essi, "con
una discutibile applicazione della legge", la piu'
importante azienda editoriale italiana e il suo gioiello
piu' prezioso, il Corriere della Sera, "svenduto al miglior
offerente". Sul fronte familiare, poi, ricorda ancora
Rizzoli, "ho perso mio padre, Andrea, morto per crepacuore
dopo il mio arresto e mia sorella, Isabella, suicida perche'
la Procura di Milano l'aveva minacciata di arresto".
"Questa e' una domanda che va fatta alla loro coscienza,
ammesso che ne abbiano una", dice Rizzoli, ricordando il
ruolo di Gianni Agnelli, che con la Fiat era nella cordata
che rilevo', "per pochi soldi" la Rizzoli, e quello di
Giovanni Bazoli, all'epoca presidente del Nuovo Banco
Ambrosiano, sorto nel 1982 dopo il disastro del 'vecchio'
Ambrosiano di Roberto Calvi, e che diresse la cessione della
Rizzoli-Corriere della Sera. Dopo una breve pausa, per
pesare le parole, Rizzoli aggiunge: "Io credo che non
potessero non sapere".
"Perche' le notizie sul dirottamento dei fondi dal Banco
Ambrosiano destinati alla Rizzoli e poi in qualche modo
finiti invece alla Banca Rotschild e poi su paradisi fiscali
di vari Paesi erano gia' uscite nell'estate del 1981",
ricorda Rizzoli. Notizie, sostiene, che stabilivano la sua
estraneita' alla vicenda, "al punto che il presidente del
Consiglio dell'epoca, Spadolini, e il ministro del Tesoro,
Andreatta, mi convocarono a Roma, a casa del senatore
Manzella, all'epoca segretario generale di Palazzo Chigi,
per pormi una serie di domande su queste vicende. Quindi, se
lo sapevano loro, presumo che lo sapessero anche altri".
10.05.10 |
| |
Videoinforma : www marcobava.it
Fuell cell a idrogeno
Pubblicata il 17/11/2009
Dalle sperimentazioni in corso in Giappone
incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a
idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity,
Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente
118 km con un kg d'idrogeno.
Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno
contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano
circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è
attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero
percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo
conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il
problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso
compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora
ingombranti e pesanti bombole.
|
|
www.ecorete.it
www.visual.paginegialle.it/
ARRIVA LA
CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori
economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra
incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a
Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger
economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.
Nato in una sera
di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico
e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il
«BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si
articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live
blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul
sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org):
un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account
Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto»
avranno la possibilità di fare domande ai relatori.
Dopo il debutto di
un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio
poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa
450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri
blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata
travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E
quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della
crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli
interventi.
Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default;
fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri
saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed
ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di
educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di
trading. |
| SAPEVI CHE
L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE DAL
POLITECNICO DI TORINO :
INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL
PROF.UGAZIO clicca qui
La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore
che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza
, si crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto ! |
Veri mostri
botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti
mutageni (cromo esavalente, diossine,
policlorobifenili).
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LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN
DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’
On. Scilipoti Domenico
Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area
Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via
Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.
Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002
presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata
una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo
esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato
dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455
µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.
La sorgente principale del cromo esavalente è stata
individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché
nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.
In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente
riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e
di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump &
Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.
Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di
concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti
superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e
pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente
a valle di esso.
L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato
che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i
fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è
rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento
delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la
concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro
(ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua
di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non
è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in
sicurezza”.
La relazione tecnica in oggetto precisa che:
“L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari
per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti”
e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari
a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite
tabellare previsto per il cromo esavalente.
Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di
attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000
metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e
residenziale.
Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria
con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli
pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).
L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del
sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie
di acciaieria.
Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo
milione di metri cubi.
Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in
quantità superiore ai limiti.
Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e
considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato
pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di
tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il
valore dell'area.
E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con
la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti
dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.
Le determinazioni più recenti consistono nella
preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area
costituita dalla prevedibile estensione della situazione di
contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.
La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché
ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un
possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe
installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di
contaminazione.
La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di
carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei
vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al
fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una
adeguata protezione dell'ambiente.
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda
rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
…
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di
concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di
legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30
microgrammi/litro.
…
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:
Non era il caso di informare la popolazione, che sembra
all'oscuro di tutto?
Non conveniva bonificare l'area subito, invece di
programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?
L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi?
Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?
Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene
precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al
pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle
radiazioni ionizzanti?
Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente
nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di
inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?
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Cromo esavalente nella Dora a Torino
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In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il
Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha
parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente
trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area
dell’ex acciaieria Vitali.
Dice il Coraglia:
“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati
anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in
materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori
infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata
fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla
Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato
assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da
sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto
la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.
Ma come stanno realmente le cose?
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
...
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio
2005. A
seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in
falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono
sensibilmente diminuiti, da oltre
400 a
30 microgrammi/litro.
...
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax
+39.011.4426562
P.S.: Il colore del cromo esavalente.
http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4
|
Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
L'inchiesta è
stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a
Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?
10.08.09
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Votare SI
per affermare il prevalere dell’interesse pubblico su quello privato di
una minoranza armata
Votare SI
per proteggere specie a rischio di estinzione affinché possano essere
ancora viste dalle future generazioni
Votare SI
per restituire a tutti i cittadini la gioia di frequentare in sicurezza
la domenica boschi, monti, campagne, aree naturali senza il rischio di
essere impallinati
Votare SI
per contenere l’attività venatoria all’interno di regole più severe e
meno contrastanti con l’interesse generale
Votare SI
per contrastare gli eccessi dell’attività venatoria
Votare SI
perché la fauna selvatica è un patrimonio di tutti che merita di essere
preservato
Le ragioni del SI
www.referendumcaccia.it .
A breve avremo la data!
Per favore fa circolare il messaggio tra le tue amiche ed i tuoi amici
piemontesi! |
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