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LE PROCURE TORNANO A INDAGARE SULLE Renato Altissimo: "De Benedetti LA GRANDE VENDETTA BERLUSCONIANA: carlet LA MEMORIA STORICA
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QUANTO
COSTA SORGENIA? AL BAR DI "REPUBBLICA" IL CAFFÈ È
CARO...
Da "Libero" - Affari & Finanza, supplemento economico
di Repubblica, si aggrappa a uno studio diffuso dall'associazione delle
aziende del fotovoltaico per raccontare ai suoi lettori che nel 2010
l'uso della elettricità ricavata dal sole «è costato a ogni famiglia un
po' meno di un caffè al mese, 60 centesimi ». Già che c'è, in quelle
stesse pagine elogia le ultime imprese di Sorgenia, società
specializzata nelle rinnovabili, che «raddoppia da noi e in Francia».
Casualmente,
Sorgenia appartiene a Carlo De Benedetti, editore di Repubblica. I dati
del rapporto hanno suscitato perplessità e ilarità tra gli addetti ai
lavori, e su di essi presto pioveranno smentite. Già bastano, comunque,
i dati sugli incentivi riferiti un mese fa, in Senato, dal Gestore dei
servizi energetici: «La remunerazione adottata dall'Italia per il
fotovoltaico è pari a 2,8 volte quella della Germania». Solo di conto
energia, infatti, gli incentivi al solare costano in bolletta 3 miliardi
l'anno. Ovvero 120 euro a famiglia. Altro che un caffè al mese. I
baristi (De Benedetti in primis) ringraziano di cuore.18-02-2011]
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LA SORTITA
DELL'INGEGNERE INFOGLIATO (MICOSSI GHOST-WRITER?) QUESTO BERLUSCONI MI
STA SULLE PALLE DA TROPPI ANNI" (LA MEMORIA PIALLATA SULLA STET)
"In verità vi dico" è il titolo evangelico della rubrica del quotidiano
"Il Foglio" che ospita oggi un articolo di Carletto De Benedetti.
Il tema è la tassa
patrimoniale sulla quale si è scatenato un dibattito intenso quanto
inutile perché con questi chiari di luna sia il Drago di Arcore che
Giulietto Tremonti (candidato in pectore a Palazzo Chigi) non se la
sentono di buttare sul piatto una proposta così impopolare. D'altra
parte anche quando Gesù parlava agli apostoli e alle folle cominciava
con le parole "in verità vi dico..." per annunciare profezie e quindi la
sortita dell'Ingegnere va interpretata fuori dal tempo e dallo spazio.
Ciò non toglie che
il testo sia per certi versi stimolante e divertente poiché lascia
intravedere una fluidità letteraria che molto probabilmente va
attribuita ad un'altra manina. Da ciò che si legge si potrebbe dedurre
infatti che la manina usata da Carletto per scrivere la sua epistola è
quella di Stefano Micossi, il 64enne economista bolognese che oltre alla
direzione generale di Assonime è anche presidente del Gruppo Cir.
"L'Italia è
stremata - scrive De Benedetti - ha bisogno di potenti ricostituenti,
non di tornare in sala operatoria...non è con brodini caldi che il
paziente si rimetterà in piedi...guardiamo avanti e apriamo davvero i
polmoni a questa Italia per tornare a farla respirare".
Sono parole
inconsuete sulla bocca dell'Ingegnere che ricorda come nella vicina
Svizzera non ci sono mai state orde di fanatici marxisti che si siano
opposti a un prelievo sulle rendite finanziarie. E dopo aver ricordato
che non ci vuole una tassa "una tantum" ma un radicale riassetto del
sistema fiscale, Carletto rimpiange la grande stagione dei Amato e
Ciampi, e la riforma che il suo grande amico Bruno Visentini fece 25
anni fa.
In tutti questi
anni - dice De Benedetti - si è assistiti all'impoverimento del
patrimonio dello Stato con la vendita "in molti casi disastrosa dei beni
pubblici". E qui a sorpresa salta fuori un rimpianto per "quella
magnifica azienda che era la Stet, umiliata attraverso arrembaggi
speculativi".
Qualcuno potrebbe
ricordare le polemiche furibonde che De Benedetti e i suoi giornali
hanno condotto per anni nei confronti della "magnifica azienda", ma
Carletto ha la memoria piallata e aggiunge che anche oggi Telecom, Eni
ed Enel, pur per ragioni del tutto differenti, sono gravate da debiti
insostenibili.
Non finisce qui,
perché nella polemica finiscono anche le municipalizzate dell'acqua e
dell'energia (come Acea, A2A e simili) che secondo l'Ingegnere i comuni
italiani hanno dimostrato di non saper gestire. Lasciando da parte il
sospetto che l'attacco alle utilities sia un omaggio indiretto al figlio
Rodolfo impegnato nel business dell'energia, rimane forte la sensazione
che il profeta italo-svizzero abbia colto l'occasione del dibattito
sulla patrimoniale per dare una botta ai "pannicelli caldi" del governo.
Avrebbe potuto
chiedere al suo ghostwriter Micossi di essere ancora più esplicito e
invece di invocare sul finale la lezione del riformismo di Salvemini, la
conclusione poteva suonare così: "in verità vi dico che questo
Berlusconi mi sta sulle palle da troppi anni".
Senza tanti giri di parole.
2 - SCOPERTA MUSA
DI RIOTTA: FABIO FAZIO! L'INUTILE INTERVISTA "ESCLUSIVA" A PROFUMO
Questa mattina nelle salette vip di Fiumicino e Linate erano numerosi i
manager che smanettavano sull'Ipad per leggere l'intervista esclusiva
concessa da Alessandro Profumo a Gianni Riotta.
Il direttore del
"Sole 24 Ore" è un uomo dai modi gentili e l'ambizione planetaria per
cui non ha potuto esimersi dal partecipare insieme alla piccola schiera
di banchieri e imprenditori italiani ai lavori del Forum di Davos. Ed è
in quella sede che si è trovato di fronte l'ex-boyscout e banchiere di
Unicredit. Con la sveltezza che ha sempre ispirato la sua professione,
il direttore Riotta ha acchiappato Profumo in un caffè del Global
Village di Davos con l'intenzione di farlo cantare.
Il risultato non è
un'opera lirica e nemmeno uno stornello, ma una chiacchierata dove alla
fine ti chiedi che cosa ci sia di tanto esclusivo. Su un'intera pagina
si parla di tutto: dell'ottimismo che ha prevalso tra i partecipanti a
Davos, della nuova personalità "per nulla arrogante" dei paesi emergenti
e del ruolo della Cina.
Per rendere un po'
più vivaci le sue risposte banali, il buon Profumo racconta che è stato
colpito dalla festa finale di Davos dedicata all'India con immagini
straordinarie di tigri, spiagge e coltivazioni secolari.
Lui si è commosso
di fronte a questo spettacolo ed è rimasto colpito anche dal volto
suadente e moderato del presidente russo Medvedev che ha chiesto un
minuto di raccoglimento per i morti dell'ultimo attentato a Mosca. Poi a
sorpresa sul suo blackberry e su quello dei potenti di Davos sono
arrivate le notizie dall'Egitto e - continua Profumo - l'umore del
vertice è cambiato.
Per fortuna in
questa intervista "esclusiva", che di esclusivo ha ben poco, l'ex-capo
di Unicredit si ricorda che il vero buco nero del summit di Davos è
stato il tema del lavoro, e qui spende parole verso le generazioni
future che "rischiamo di abbandonare nel vuoto".
Di fronte a tanta saggezza il buon Riotta evita qualsiasi domanda
personale e non va a grattare l'ex-boyscout sulle questioni italiane che
vengono liquidate con l'auspicio che in tempi brevi si facciano quelle
riforme strutturali che "il mondo attende con purtroppo crescente
impazienza".
3 - A.A.A. ROMA
VENDESI: IL CONFLITTO DI INTERESSI DEGLI ARABI, SOCI (4,99%) DI
UNICREDIT
Sulla vendita della AS Roma si è aperta la bagarre finale che ieri sera
ha avuto un momento di fibrillazione quando ai piani alti di Unicredit
hanno visto arrivare sul filo di lana la manifestazione di interesse dei
soci arabi che fanno capo al Fondo Aabar.
Il Fondo ha tra le
mani il 4,99% di Unicredit e dispone di 13 miliardi di euro da investire
in giro per il mondo. Comprare la Roma di Totti e De Rossi per gli
arabotti equivale a comprare le noccioline su un banchetto a Fontana di
Trevi, ma si apre un delicato problema dentro la banca di Piazza
Cordusio che invece di trovare un acquirente esterno dovrebbe girare il
67% di Italpetroli a un proprio azionista.
Questa operazione
non è molto gradita ai piani alti di Unicredit perché si sa che gli
arabotti per far fronte ai 120-130 milioni necessari correrebbero subito
da Ghizzoni e Fiorentino per chiedere una linea di finanziamento
(premessa a successive richieste per ricapitalizzare la società che ha
debiti per 71,4 milioni e ha chiuso il 2010 con una perdita di circa 22
milioni).
È noto che i top
manager di Unicredit si sono appassionati all'idea che l'acquirente
invece della mezzaluna metta sulle magliette della squadra la bandiera
americana a stelle e strisce. Non a caso Paolo Fiorentino e Piergiorgio
Peluso hanno affrontato nella settimana scorsa il freddo di New York e
sono tornati a casa con un'intesa di massima che li renderebbe più
tranquilli.
Anche in questo
caso però ci sono dei problemi perché al di là di ciò che è stato
scritto sull'entusiasmo degli americani della loro identità si sa troppo
poco. Per adesso è venuto allo scoperto un signore di nome Tom Di
Benedetto dietro il quale - come ha scritto il sito "Lettera 43" - si
muovono personaggi di strana identità che hanno avuto già la tentazione
di mettere le mani su altre squadre italiane. Oggi salta fuori un altro
americano sconosciuto di nome Julian Movsesian, presidente di un fondo
assicurativo che si dichiara onorato di mettere le mani sulla Roma.
Sarà curioso
vedere come andrà a finire questa vicenda nella quale bisognerebbe
aggiungere anche la misteriosa offerta pervenuta ieri sera all'ultimo
momento da ignoti francesi. I tassisti romani, già preoccupati per le
difficoltà di ottenere un rincaro delle corse, questa mattina non hanno
comprato le azioni della Roma che sono schizzate oltre il 6% per poi
ripiegare su livelli modesti.
Per loro gli
arabi, soci di Unicredit e in potenziale conflitto di interessi con la
banca di cui sono azionisti, andrebbero pure bene, mentre sugli
americani storcono la bocca. La soluzione migliore sarebbe comunque
quella di accettare l'offerta formulata da un ex-portantino
dell'ospedale San Camillo di nome Angelucci. Costui, noto alle cronache
politiche e giudiziarie, è un "romano de Roma" che con le sue acrobazie
politiche è riuscito a navigare tra Fini, D'Alema e Berlusconi.
Se metterà sul
piatto 90 milioni per l'acquisto della squadra e 100 milioni per la sua
indispensabile ricapitalizzazione, i longobardi di piazza Cordusio
dovranno dimenticare la mezzaluna e la bandiera a stelle e strisce.
4 - A
TELECINCO, LA CONTROLLATA SPAGNOLA DI MEDIASET, GRANDE AGITAZIONE PER
127 LICENZIAMENTI
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che a Telecinco,
la controllata spagnola di Mediaset, c'è una grande agitazione.
Dopo aver acquistato cinque settimane fa la rete commerciale "Cuatro" e
la maggioranza relativa dell'emittente "Digital+", la squadra dei
manager italiani guidata da Paolo Vasile ha annunciato il licenziamento
di 127 dipendenti. L'operazione fa seguito all'eliminazione di 30 top
manager dei due canali appena acquistati e sta creando a Madrid
un'infinità di polemiche".01-02-2011]
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LODO MONDADORI:
CIR E FININVEST DEPOSITANO A MILANO MEMORIE FINALI...
(Adnkronos) - Cir e Fininvest hanno depositato questa
mattina le "comparse conclusionali" nell'ambito della causa civile
davanti alla corte d'Appello di Milano per il lodo Mondadori. La causa
di secondo grado deve stabilire se confermare o meno la sentenza di
primo grado che aveva condannato Fininvest a versare 750 milioni di euro
di danni alla societa' di Carlo De Benedetti.
Una perizia
affidata dai giudici di secondo grado ha 'ridotto' il danno a 440-490
milioni di euro, ma gli avvocati della Fininvest cercano di ribaltare le
valutazioni della prima sentenza sostenendo che non ci fu danno. A loro
giudizio la decisione sull'annullamento dell'arbitrato non sarebbe stata
influenzata dalle somme versate da Cesare Previti e altri (condannati in
via definitiva) al giudice Vittorio Metta.
La Cir sostiene la
tesi esattamente opposta. Entro l'11 febbraio le parti in causa dovranno
depositare le repliche alle conclusionali. Quindi i giudici cominceranno
la discussione finale con 60 giorni di tempo per depositare la sentenza.
Il verdetto sara' ricorribile per Cassazione, ma sara' subito esecutivo. 24-01-2011]
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. DE BENEDETTI,
CON FASSINO LEGAME DI LEALTA' E RISPETTO, SARA' GRANDE SINDACO...
(Adnkronos) - "C'e' una ragione semplice per cui sono
qui oggi, perche' per me l'amicizia e' un grande valore". Cosi' Carlo De
Benedetti commenta la sua presenza alla manifestazione che apre la
campagna elettorale di Piero Fassino candidato del Pd alle primarie per
la scelta del candidato sindaco di Torino.
"Conosco e stimo
Piero Fassino da 35 anni, mi sono trovato antagonista con lui quando ero
presidente dell'Unione industriale di questa citta' e tra noi ci sono
stati sempre lealta' e assoluto rispetto delle prerogative e dei ruoli
reciproci. Oggi sono qui a testimoniare che per la mia esperienza di
conoscenza e amicizia Piero Fassino sara' un grande sindaco di Torino".17-01-2011] |
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. DE BENEDETTI,
GIORNALI NON MORIRANNO MA NON STANNO BENE...
(Adnkronos) - 'Ci sono due sciocchezze che il tempo ha
dimostrato essere tali. La prima e' che i giornali di carta spariranno, la
seconda e' che non sono necessari i giornalisti. I giornali non moriranno ma
non stanno per nulla bene, la situazione e' difficile'. A dirlo e' Carlo De
Benedetti, presidente onorario del gruppo L'Espresso che oggi partecipa ad
un convegno organizzato in occasione della giornata inaugurale del congresso
dell'Fnsi.
'Le cause del momento
difficile sono varie. I giovani hanno abbandonato i giornali preferendo
internet e televisione, nel 2009 la media delle copie giornaliere e' scesa
sotto i 5 mln come era nel 1939 quando eravamo un Paese agricolo. La
pubblicita' nel 2009 -prosegue De Benedetti- e' diminuita del 16% e in un
decennio i ricavi dei quotidiani sono scesi del 20%. A questo si deve
reagire con un unico motto: innovare e per questo e' necessaria un'alleanza
tra gli editori e i giornalisti'.
'E' sbagliato pensare
che i giornalisti non servono perche' l'informazione deve puntare sempre di
piu' su approfondimenti, idee, storie e interpretazioni che possano spiegare
notizie. Per questo sono necessari i giornalisti. Oltretutto va ricordato
che la qualita' dell'informazione e' un indice della qualita' della
democrazia'.
2. DE BENEDETTI, IN
TRE ANNI 20% RICAVI DA PUBBLICITA' INTERNET...
(Adnkronos) - Il Gruppo L'Espresso ha l'obiettivo di
raggiungere il 20% dei propri ricavi entro tre anni dalla pubblicita' su
internet. Lo ha annunciato il presidente Carlo De Benedetti partecipando a
un convegno nella giornata inaugurale del convegno dell'Fnsi.
"Il Financial Times
ottiene una quota rilevante dei suoi ricavi dalla pubblicita' su internet.
Noi siamo ancora lontani pero' il mio gruppo ha l'obiettivo di arrivare al
20% dei ricavi totali attraverso la pubblicita' su internet in tre anni", ha
detto De Benedetti.11-01-2011]
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M&C: DE BENEDETTI
DEPOSITA IN CONSOB DOCUMENTO OPA...
(ANSA) - E' stato depositato in Consob il documento
relativo all'Opa (offerta pubblica di acquisto) obbligatoria totalitaria
promossa dalla società dell'ingegnere Carlo De Benedetti, Per, su Management
& Capitali. Lo annuncia una nota della stessa Per, in cui si precisa che le
garanzie sull'operazione sono state rilasciate dalla Popolare di Sondrio,
mentre Intermonte Sim agirà come intermediario per la raccolta delle azioni.
Lo scorso 21 dicembre Per aveva acquistato una partecipazione complessiva di
M&C pari al 44,42% e a seguito del superamento della soglia del 30% aveva
comunicato al mercato l'obbligo di lanciare un'Opa, come previsto dal Testo
unico della finanza, al prezzo di 0,215 euro per azione.
10-01-2011]
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INGEGNER GHE PENSI
MI - “MANAGEMENT & CAPITALI”, LA SOCIETÀ CHE DOVEVA SALVARE L’ECONOMIA
ITALIANA, NON HA CONCLUSO GRANCHÉ, MA ORA DE BENEDETTI SE LA RICOMPRA
TUTTA, SENZA FIGLI DI MEZZO - DALLA MANCATA PARTECIPAZIONE DELL’ODIATO
BANANA DI HARDCORE, ALLE TRE OPA MISTERIOSE DEL 2009, PER CUI LA CONSOB
ANCORA INDAGA, OGGI DIVENTA IL GIOCATTOLO PER IL PENSIONATO CARLETTO,
CHE I CARI EREDI NON VOGLIONO PIÙ TRA LE SCATOLE NELLA CIR
Giovanna Lantini
per "il Fatto Quotidiano"
Chi aveva tirato
un sospiro di sollievo dandolo per pensionato, può definitivamente
scordarsi i sonni tranquilli: Carlo De Benedetti si prepara a tornare a
ruggire in Borsa. Da solo, o comunque con soci di peso notevolmente
inferiore al suo e, quindi, senza dover condividere strategie e
decisioni chiave con chicchessia. Neppure con i figli. Strumento della
seconda giovinezza finanziaria dell'editore di Repubblica sarà la
contesissima Management & Capitali.
Ovvero l'ex fondo
salvaimprese concepito nel 2005 con l'ambizioso obiettivo,
successivamente ridimensionato con poche operazioni di piccolo taglio,
di salvare l'industria italiana in difficoltà a partire dall'Alitalia.
Il mese scorso l'ingegnere ha comprato dal socio Tamburi Investment
Partners il 17 per cento di M&C mettendo sul piatto più di 17 milioni di
euro.
A cui andranno
aggiunti i 56,6 milioni che sarebbero il costo dell'Opa che De Benedetti
dovrà promuovere sulla stessa M&C. Questa mossa aveva suscitato più di
un interrogativo sul motivo di tanto interesse per un fondo del quale
non si ricordano tanto gli affari messi a segno quanto le scintille
generate in Borsa nel 2009 per effetto delle numerose offerte di
acquisto concorrenti tuttora al vaglio della Consob.
Qualche risposta
agli interrogativi sulle strategie dell'Ingegnere è però iniziata ad
arrivare. Questa settimana la Per spa, società totalmente controllata da
De Benedetti, della quale l'editore di Repubblica è anche amministratore
unico, è diventata proprietaria della maggior parte delle azioni M&C che
furono di Tamburi. Tra breve lancerà l'Opa e poi, ha annunciato,
procederà a "una complessiva rivisitazione delle strategie di M&C,
tendente all'ampliamento delle tipologie di investimento che non
riguarderanno soltanto attività industriali da ristrutturare, bensì
qualsiasi attività consentita dall'oggetto sociale".
In altre parole,
l'ex fondo salvaimprese affiancherà alle ristrutturazioni di aziende
anche gli investimenti in società finanziarie, immobiliari, commerciali,
di servizi, nonché in strumenti finanziari quotati e non. Insomma, M&C
potrà muoversi a tutto campo. E senza abbandonare la Borsa dove
attualmente De Benedetti è presente anche con altre società, a
cominciare dalle holding di famiglia Cofide e Cir, nelle quali, però,
condivide il controllo assieme ai figli. Curiosa operazione per un uomo
che quasi due anni fa, aveva lasciato intendere a una platea stupita di
voler tirare i remi in barca.
"Alla fine di
quest'anno compirò 75 anni. Ho pertanto deciso di lasciare tutte le
presidenze delle società del Gruppo che ho fondato", aveva dichiarato De
Benedetti nel corso di una conferenza stampa convocata ad hoc. Una
decisione che sembrava mettere una pietra sopra alla diversità di vedute
con il figlio Rodolfo, il numero uno della holding Cir, che non ha mai
fatto mistero di pensarla diversamente dal padre ad esempio in tema di
editoria. Ma d'ora in poi, con la nuova M&C, l'Ingegnere avrà un nuovo
giocattolo tutto per lui. Giusto per evitare possibili incomprensioni
con gli eredi. 24-12-2010]
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SAWIRIS CHIUDE
LA QUERELLE CON BENEDETTI E ORA ATTENDE VIMPELCOM F. D. R. per il "Corriere
della Sera"
- La lunga
querelle tra Naguib Sawiris e Alessandro Benedetti, il consulente che
nel 2005 affiancò il Faraone nell'acquisizione di Wind, è finita. La
Corte d'appello di Londra ha riconosciuto ieri che effettivamente
Benedetti aveva avuto un ruolo importante nell'affare, ma non quello di
socio di Sawiris, come aveva sostenuto il finanziere emiliano ottenendo
anche una sentenza a suo favore dall'Alta Corte londinese al quale si
era rivolto per ottenere la sua parte: il 30%del gruppo telefonico.
Il primo round era
terminato quindi con la vittoria del finanziere e la condanna di Sawiris
a pagare un'indennità di 75 milioni di euro. In aggiunta ai 67 milioni
di parcella già versata all'epoca dell'operazione. Troppo poco per le
mire di Benedetti, troppo per il patron di Wind. Alla fine lo scontro è
andato avanti, arrivando fino in Corte d'appello. Che ora si è
pronunciata riconoscendo le ragioni di Sawiris: non c'era insomma un
socio occulto a fianco del Faraone ma un consulente. Che va retribuito
giustamente per il lavoro fatto.
Non però con i 75
milioni stabiliti dall'Alta Corte, bensì a prezzi di mercato, ossia con
14,5 milioni di euro. Dai quali vanno detratte le spese legali, del
primo ricorso e di quello d'Appello, pagate da Sawiris e dalle sue
fiduciarie, pari a circa 10 milioni di euro. Il 30%di Wind quindi è
salvo e saldo nelle mani dell'imprenditore egiziano che può quindi
girarlo a Vimpelcom, con la quale ha firmato un preliminare per cedere
la compagnia telefonica. Sempre che i russi la vogliano ancora.17-12-2010]
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CHE AFFARE L'ULTIMO GIOCATTOLO DI CARLO...
Una manciata di milioni per tornare a divertirsi, anzi a
guadagnare. In borsa, dove 3 anni fa Carlo De Benedetti
aveva annunciato il proposito di ritirarsi
dall'attività, ci s'interroga sulle reali intenzioni
dell'Ingegnere dopo l'acquisto, per 17 milioni, della
quota di Gianni Tamburi nella finanziaria M&C. De
Benedetti, che ora dispone del 44 per cento del
capitale, dovrà lanciare un'opa con un impegno massimo
teorico di 56 milioni, probabilmente assicurati dalla
Goldman Sachs. Ma il rischio è solo teorico perché
all'operazione non aderirà la Tip di Tamburi, che resta
con il 3 per cento circa, né la Luxemburgeoise
dell'amico François Pauly, forte del 6,3, né la Banca
Intermobiliare (4,3).
A
queste quote va aggiunto il 13,5 per cento in azioni
proprie controllato dal cda. Insomma, l'opa al limite
interesserà il 28- 29 per cento del capitale. Ma la
previsione è che almeno la metà dei soci preferisca
tenersi le azioni. Così per De Benedetti l'esborso
aggiuntivo potrebbe essere di una dozzina di milioni o
anche meno. Un ottimo affare, visto che in cassa la M&C
ha circa 42 milioni.
Di
sicuro De Benedetti non si accontenterà di amministrare
il pacchetto di Treofan, azienda chimica tedesca, o quel
che resta della Botta filati, cioè gli unici due
investimenti della società.
Facile che l'Ingegnere tornerà a colpire. Magari nella
prospettiva di coinvolgere più avanti Alessio Nati,
genero di Silvia Monti, moglie di De Benedetti. Finora
la M&C non ha portato fortuna a Nati: prima è sfumata
l'opa promossa dalla sua cordata, poi c'è stata la multa
per insider, assieme alla moglie e ad altri parenti
della signora Silvia. Ora si cambia. (U.B.)03-12-2010]
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SMENTITA FLASH: "Un portavoce di De Benedetti precisa
che l’Ing non ha traslocato nessun patrimonio in
Svizzera" - PRENDIAMO ATTO: LA CLASSIFICA DEI Paperon
de’ Paperoni compilata dalla rivista economica "Bilanz"
CONSIDERA I PATRIMONI DEI CITTADINI SVIZZERI E NON I
PATRIMONI DETENUTI NELLA CONFEDERAZIONE... –
03-12-2010]
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2. M&C +13% DOPO ANNUNCIO OPA DI CARLO DE BENEDETTI...
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Management
& Capitali balza del 12,8% circa a Piazza Affari, in
scia alla notizia che Carlo De Benedetti, azionista con
il 27,5% circa, lancera' un'opa sulla societa', dopo
aver comprato la quota del 16,9% in mano alla Tamburi
Investments Partners (che detiene il 20,3% attraverso la
stessa Tip e Secontip).
Le azioni M&C si
avvicinano cosi' al prezzo dell'offerta, pari a 0,215
euro, trattando ora a 0,2126, dopo aver chiuso la seduta
di ieri a 0,1885 euro. L'opa, che sara' obbligatoria
poiche' De Benedetti avra' il 44,42% delle azioni,
verra' realizzata entro 20 giorni dall'acquisto dei
titoli posseduti dalla societa' fondata da Gianni
Tamburi, prevista per il 21 dicembre 2010.
25-11-2010]
M&C: De Benedetti
sale, opa in arrivo a 0,215 euro (dai giornali)
TELCO: staffetta
spagnola nel consiglio di Telco (Il Sole 24 Ore, pag.
43)
25-11-2010]
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DE BENEDETTI SISTEMA LA CASSAFORTE, EDOARDO NON SALE...
Mario Gerevini per il "Corriere
della Sera"
Carlo De Benedetti, 75 anni, ha appena staccato, insieme
ai tre figli, un assegno da 50 milioni di euro per
ricapitalizzare la cassaforte di famiglia che controlla
tutto il gruppo e che da due anni non distribuisce
dividendi. All'Ingegnere, che possiede la maggioranza
assoluta attraverso la fiduciaria Bim, è toccato di
conseguenza il versamento più cospicuo.
Tutti soldi in contanti, nessun conferimento in natura
(opzione prevista dallo statuto), cioè quote societarie
o altri beni. L'operazione ha determinato un piccolo
riassetto dell'accomandita «Carlo De Benedetti & Figli»:
Edoardo, medico in Svizzera, 45 anni, il figlio più
giovane dell'Ingegnere, ha ridotto la sua partecipazione
diretta al 3,5% del capitale rispetto al 5,5% di un anno
fa e al 7,5% del giugno 2009.
Sembrerebbe un parziale disimpegno. Edoardo, in
sostanza, non ha sottoscritto direttamente le due
tranche già realizzate dell'aumento di capitale.
Contestualmente, però, si è accresciuta la
partecipazione della fiduciaria Bim (dal 70 al 74%
circa) che potrebbe aver assorbito, per conto degli
altri membri della famiglia, l'inoptato del più giovane
De Benedetti. Gli altri due figli, Marco, 48 anni, e
Rodolfo, 49, hanno già versato nelle casse della holding
oltre 5 milioni a testa.
Rodolfo è alla guida del gruppo industriale che
attraverso Cir e Cofide controlla Espresso (editoria),
Sorgenia (energia), Kos (sanità e residenze per
anziani), Sogefi (componenti automobilistici) e altre
attività finanziarie. L'operazione di rafforzamento
patrimoniale venne lanciata il 30 aprile 2009,
attribuendo una delega al consiglio di amministrazione
per aumentare il capitale della cassaforte di famiglia
da 69 a 170 milioni di euro entro il 2012.
Una prima tranche da 25 milioni è stata sottoscritta
nell'ottobre 2009, la seconda tranche da 50 milioni
pochi giorni fa. La «Carlo De Bendetti & Figli» ha
chiuso il bilancio 2009 con 5 milioni di perdita (ma il
consolidato registrava un utile di 37 milioni) contro i
3 milioni di rosso del 2008. In sostanza è mancato il
flusso dei dividendi dal basso a compensare lo
squilibrio degli oneri finanziari.
11.11.10 |
CIR: KOS RINUNCIA A BORSA...
(ANSA) - Kos, la controllata di Cir
attiva nella sanita', rinuncia a sbarcare in Borsa e
apre il capitale, che resta in mano al gruppo della
famiglia De Benedetti, ad Axa Private Equity.
Quest'ultima entrera' nell'azionariato di Kos con il
41,1% rilevando le quote della maggior parte dei soci di
minoranza e sottoscrivendo un aumento di capitale
riservato. Nei prossimi tre anni, con ulteriori aumenti
di capitale, la societa' salira' fino al 46,7%, per un
impegno finanziario totale di 150 mln.
Il
gruppo Cir ha registrato nei nove mesi un utile netto di
53,7 milioni, dai 139 milioni dello stesso periodo 2009,
che aveva beneficiato di proventi non ricorrenti per 117
milioni. In crescita i ricavi (+11,5%) a 3.513,7 milioni
e il margine operativo lordo che ha fatto un balzo del
40,8% a 289,7 milioni. Lo si legge in una nota.28-10-2010]
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DRAGO DRAGHI DRAGA DE BENEDETTI - LA VIGILANZA DI
BANKITALIA BLOCCA JUPITER FRANCE, LA FINANZIARIA
CONTROLLATA DALLA HOLDING CIR - IL GIOCATTOLO DEL PATRON
DEL GRUPPO ESPRESSO E’ NELL’ANTICAMERA DEL
COMMISSARIAMENTO: PATRIMONIO INSUFFICIENTE, SCARSA
ORGANIZZAZIONE E CONTI POCO TRASPARENTI - per rimettere
in piedi Jupiter, CDB dovrà tirare fuori un bel po’ di
quattrini
Francesco De Dominicis per "Libero"
Il
comunicato, ovviamente non diffuso fra i giornalisti, è
stato nascosto sul sito internet aziendale. La notizia,
del resto, brucia e in certi casi meglio riporre il
megafono. La faccenda è scomoda (c'è di mezzo la
vigilanza di Bankitalia) e riguarda la Jupiter Finance.
Una società che di fatto si occupa di recupero crediti e
che è l'ultimo "gioiello" dell'ingegner Carlo De
Benedetti.
Il
fatto è questo: la Banca d'Italia - che vigila, tra
altro, sulle imprese che si muovono nella gestione di
portafogli di crediti in sofferenza - ha sospeso
Jupiter. Una sanzione, tanto per capire, analoga a
quella adottata ad aprile scorso nei confronti di
American Express (cui fu vietato di emettere nuove carte
di credito). È una misura estrema, anticamera del
commissariamento. Il giocattolo dell'Ingegnere si è
rotto?
Quasi. Dalle carte emergono chiaramente i motivi che
hanno spinto gli sceriffi di via Nazionale a congelare
la spa del patron del gruppo Espresso. Che adesso, per
rimettere in piedi Jupiter, dovrà tirare fuori un bel
po' di quattrini: deve mettere mano alla dirigenza;
rendere più trasparenti i bilanci; e aumentare il
patrimonio, considerato non adeguato.
Sono proprio queste tre le ragioni che hanno spinto la
vigilanza di palazzo Koch, lo scorso 8 ottobre, a
entrare a gamba tesa nella vita di Jupiter. Il
linguaggio usato dai vertici della spa di De Benedetti è
tecnico: la nota fa riferimento a «taluni aspetti
afferenti l'operatività della società». Bankitalia, come
accennato, critica proprio l'assetto interno, il sistema
informativo-contabile e, soprattutto, la posizione
patrimoniale in relazione ai requisiti di vigilanza.
Più nel dettaglio, l'authority ha chiesto anzitutto di
«procedere a una riorganizzazione delle funzioni
interne»: insomma governance e top manager non sono
adeguati. Stesso discorso per la struttura contabile,
che probabilmente così com'è non rende troppo agevole la
lettura dei bilanci e dei conti interni. Non è ancora
chiaro, poi, quanto denaro andrà versato nelle casse di
Jupiter per «riallineare» «il patrimonio ai requisiti»
imposti da Bankitalia. In ogni caso, non si tratta di
una passeggiata di salute.
Jupiter sostiene di aver già «intrapreso le iniziative
necessarie» per rispettare le richieste dell'istituto
guidato dal governatore, Mario Draghi. E in attesa delle
nuove verifiche di Bankitalia si va avanti solo con la
«gestione delle operazioni in corso». Dal 1 novembre,
dunque, stop, dopo quasi cinque anni di vita. Un brutto
colpo, specie per l'immagine e la reputazione fra i
clienti. Che sono in particolare banche italiane. Le cui
sofferenze (prestiti e mutui rimborsati a singhiozzo)
vengono gestite proprio da Jupiter.
La
spa di De Benedetti (controllata dalla holding Cir)
aveva mostrato in poco tempo di sapersi muovere con una
certa disinvoltura fra gli "incagli" degli istituti:
costituita nel 2005, già nel 2006 era già riuscita a
mettere insieme una cinquantina di portafogli crediti.
La scommessa di De Benedetti, peraltro, sembrava essere
vincente visto che la crisi ha inevitabilmente gonfiato
le sofferenze degli istituti e il business di Jupiter è
gioco-forza aumentato. Il colpo di Draghi, insomma,
proprio non ci voleva. 20-10-2010]
|
|
Fino a due anni fa era poco più che uno sconosciuto. Poi
nella battaglia per Management & Capitali qualcuno aveva
letto il primo passo della marcia di avvicinamento di
Alessio Nati alla galassia di casa De Benedetti, con cui
il giovane finanziere romano ha consuetudine dopo aver
sposato Una Donà dalle Rose, figlia di Silvia
Cornacchia, ossia la moglie dell'Ingegnere. Ma proprio
mentre il mondo della finanza sta tornato ai vecchi
fasti, il finanziere ha scoperto l'immobiliare. Meglio,
un'agenzia immobiliare: la House & Loft di Milano, di
cui Nati è da poco il nuovo amministratore delegato.
23-10-10 |
1- SQUALO+ING! LA SANTA ALLEANZA PER SBUCCIARE IL BANANA
DI MEDIASET - 2- MURDOCH AVREBBE OFFERTO AL GRUPPO
ESPRESSO PER SEI CANALI 25 MILIONI DI EURO L’ANNO, CON
UN’OPZIONE PER ACQUISTARE IL MULTIPLEX UNA VOLTA CHE
CADRANNO I VINCOLI PER SKY ALLA TRASMISSIONE IN DIGITALE
DELLA PAY PER VIEW - 3- NON è FINITA. GLI UOMINI DI
MOCKRIDGE SONO INTERESSATI ANCHE AI CANALI DI UN’ALTRA
TV DIGITALE, DALHIA. INSOMMA IL PATRON DI NEWSCORP CI
CREDE. E IN CARLO DE BENEDETTI POTREBBE AVER TROVATO
L’ALLEATO PERFETTO PER RISPONDERE ALL’AVANZATA DEL
BISCIONE, ASPETTANDO LA GARA PER LE NUOVE FREQUENZE
PREVISTA PER IL 2011
Federico De Rosa per il "Corriere
della Sera"
Un
primo accordo c'è già stato. Per portare Cielo, la tv in
chiaro di Sky, sul digitale terrestre. I contenuti li ha
messi Rupert Murdoch, le frequenze Carlo De Benedetti,
firmando un'inedita alleanza che molti hanno letto come
una mossa anti-Mediaset.
Non
tanto per il coinvolgimento dell'Ingegnere quanto per
«l'invasione di campo» di Sky in un segmento del mercato
televisivo in cui il Biscione sta puntando forte. I
colloqui non si sarebbero però fermati lì e secondo
diversi osservatori presto potrebbero portare a un nuovo
accordo tra i due. Ben più ampio del primo.
Murdoch starebbe puntando a prendere in affitto le
frequenze che il gruppo Espresso avrà a disposizione via
via che le trasmissioni saranno convertite
dall'analogico al digitale. Cinque o sei canali, che
verrebbero creati attraverso la digitalizzazione delle
frequenze attualmente utilizzate da De Benedetti per
diffondere Deejay Tv in analogico. Si parla anche di
cifre.
Secondo alcune voci Murdoch avrebbe offerto 25 milioni
di euro l'anno, con un'opzione per acquistare il
multiplex una volta che cadranno i vincoli per Sky alla
trasmissione in digitale della pay per view. Una fonte
vicina al Gruppo Espresso conferma che «ci sono colloqui
in corso, ma con tutti quelli che sono interessati ad
andare sul digitale». Quindi non solo con Sky. Che da
parte sua «smentisce accordi per l'acquisto di multiplex
nel digitale terrestre».
Posizioni ufficiali, a cui fanno da contorno però molte
voci che parlano di una possibile alleanza più stretta
tra lo Squalo australiano e l'Ingegnere, in grado di
creare non solo grandi suggestioni ma anche uno scenario
inedito per il mercato televisivo. Rendendo più
difficile la vita a Mediaset, che in attesa
dell'assegnazione delle nuove frequenze sta accumulando
terreno sulla nuova piattaforma.
Sky
al momento ha le mani legate: l'Antitrust le ha vietato
di sbarcare nel digitale a pagamento prima del 2012. Ma
affittando un canale dal gruppo Espresso è riuscita ad
aggirare l'ostacolo e ottenere il via libera per
trasmettere Cielo, in chiaro però, ossia gratis. Ora gli
uomini di Murdoch stanno parlando con Dalhia, la tv
digitale della famiglia Wallemberg. Insomma il patron di
NewsCorp ci crede. E in De Benedetti potrebbe aver
trovato l'alleato perfetto per rispondere all'avanzata
del Biscione, aspettando la gara per le nuove frequenze
prevista per il 2011.
Le
malelingue diranno che la comune antipatia per Silvio
Berlusconi ha spianato la strada. Ma la verità è che a
Murdoch più della politica interessa il business. Anche
all'Ingegnere, ma nell'ordine inverso. E poiché per
crescere nella nuova tv l'Espresso ha bisogno di
investire i due potrebbero aver trovato un buon
compromesso. Per mettere in difficoltà il nemico e
tentare quello che nessuno è riuscito a fare
sull'analogico, ossia il terzo polo.
I
tempi di un possibile accordo tuttavia non sarebbero
brevi. Intanto De Benedetti non ha ancora a disposizione
l'intero multiplex da affittare a Sky. E' vero che Rete
A, controllata dall'Espresso, ne ha due, ma il primo è
saturo e l'altro nascerà con lo switch-off che sarà
completato entro il 2012.
De
Benedetti non è mai sembrato particolarmente interessato
a fare concorrenza diretta ai broadcaster, ma a
valorizzare le sue frequenze sì. E Murdoch potrebbe fare
quegli investimenti necessari a migliorare la qualità di
banda e ad ampliare la copertura. Soprattutto se
l'intenzione, come dicono le voci, è quella di comprare
le frequenze. Una possibilità che tuttavia De Benedetti
al momento non avrebbe preso in considerazione. Dal
gruppo che fa capo all'Ingegnere spiegano infatti che la
via maestra è quella dell'affitto, ma che a un'offerta
d'acquisto certo non direbbero di no senza averla
esaminata.
Se
così fosse Murdoch e De Benedetti metterebbero solide
basi per fare concorrenza a Mediaset, aggiungendo alle
frequenze già a disposizione quelle nuove che potrebbero
essere assegnate a Sky. La quale potrebbe così
replicare, su scala ridotta, ma non di molto, il modello
satellitare con bouquet tematici e canali specializzati.
Che entrerebbero nelle case di tutti e non più solo in
quelle dotate di parabola. [15-10-2010]
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SCONTRO TRA EX RETTORI SUL LODO MONDADORI...
S. Fi. per "Il
Sole 24 Ore" -
In ballo c'è un risarcimento record di 750 milioni. Una
manna per Carlo De Benedetti, una sciagura per Silvio
Berlusconi. Il «Lodo Mondadori», la spinosa vicenda
della spartizione dell'impero della storica casa
editrice, dura da venti anni, ma l'esito sembra una
sfida tra ex rettori della Bocconi di Milano.
Il
nodo cruciale del processo di appello in corso è una
perizia attorno a cui ruota la decisione sull'ammontare
del risarcimento. Il documento, che ha richiesto cinque
mesi di lavoro, è stato predisposto da Luigi Guatri,
chiamato dal Tribunale di Milano, rettore
dell'università milanese circa venti anni fa. Ieri,
però, la Fininvest ha chiesto chiarimenti sulla perizia
(e un eventuale revisione-integrazione). E tra i
consulenti della holding figura anche Angelo Provasoli,
accademico, professionista e rettore della Bocconi dal
2004 al 2008. Il «Lodo Mondadori»? Scontro tra (ex)
rettori.
01.10.10 |
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GODO MONDADORI - DE BENEDETTI INCASSERÀ MENO, MA BUTTALI
VIA 500 MILIONI, DAI 750 DECISI DAL GIUDICE RAIMONDO
“TURCHESE” MESIANO - LA NUOVA PERIZIA DEL VICEPRESIDENTE
DELLA BOCCONI GUATRI ELIMINA UNA SERIE DI VOCI DAL
“DANNO FONDAMENTALE”, MA UNA VOLTA MOLTIPLICATO PER 3,12
(RIVALUTAZIONE MONETARIA + INTERESSI), RIMANE SEMPRE UN
BEL GRUZZOLO per carletto
1-
LODO MONDADORI: VERSO RISARCIMENTO A CIR -
RIDIMENSIONATO IN BASE A PERIZIA...
(ANSA)
-
Il danno subito da Cir nella vicenda del Lodo Mondadori
esiste, ma e' stato ridimensionato: la Fininvest
dovrebbe risarcire 450-500 mln.
Sempre che la perizia depositata oggi sulla causa sul
Lodo Mondadori, tra Cir e Fininvest, sara' accolta in
secondo grado. La Fininvest si riserva ogni commento
sulla consulenza solo dopo un approfondito esame del
documento. Mentre la Cir prende atto con soddisfazione
dell'esito della consulenza, ma ritiene alcuni passaggi
'fortemente opinabili'.
2-
SPARTIZIONE «PULITA» O «CORROTTA» I DUE VALORI NELLA
GUERRA DI SEGRATE...
Sergio Bocconi per il "Corriere della Sera"
La
consulenza tecnica dal pool guidato dal vicepresidente
della Bocconi e super esperto di bilanci Luigi Guatri,
dopo una serie di slittamenti dovuti a «complessità
tecnica», è stata depositata ieri. E si tratta di un
volumone di circa 200 pagine ricco di cifre, tabelle,
spiegazioni sul metodo che ne rendono complessa la
lettura anche agli addetti ai lavori.
Ma
il quesito al quale sono stati chiamati a rispondere
Guatri, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli era non
solo delicato per la posta in gioco (comunque centinaia
di milioni) e le implicazioni anche politiche, visto che
le controparti sono la Cir di Carlo De Benedetti e la
Fininvest di Silvio Berlusconi, ma complicatissimo anche
perché si riferisce a fatti e valori di 20 anni fa: la
«guerra di Segrate» per il controllo della Mondadori
cominciata a fine '89 e conclusa il 29 aprile 1991 con
la spartizione del gruppo editoriale.
Esito le cui condizioni sono però state fortemente
influenzate dalla sentenza del 24 gennaio 1991 risultata
in seguito «comprata» con la corruzione del giudice
estensore Vittorio Metta. Il giudice Raimondo Mesiano in
primo grado ha condannato la Fininvest a risarcire a Cir
750 milioni, somma che deriva dal danno subito da De
Benedetti per aver trattato in condizioni rese
sfavorevoli dalla sentenza «corrotta», più rivalutazioni
e interessi dovuti al tempo trascorso. Con uno sconto
del 20% perché, secondo Mesiano, la Cir avrebbe comunque
avuto l'80% delle chance di ottenere una decisione
favorevole in assenza di corruzione.
La
Corte d'Appello ha perciò chiesto ai consulenti «se e
quali variazioni dei valori delle società e delle
aziende oggetto di scambio fra le parti siano
intervenute fra giugno 1990 e aprile 1991, con
particolare riguardo agli andamenti economici delle
stesse e all'evoluzione dei mercati dei settori di
riferimento». Le date vanno osservate con attenzione:
perché, secondo quanto si legge nella sentenza Mesiano,
nel giugno 1990 sono in corso trattative presso
Mediobanca fra Cir e Fininvest per arrivare a una
spartizione della Mondadori, sollecitata dal mondo
politico e in particolare da Giulio Andreotti.
Ebbene, il 19 giugno 1990 il negoziato sarebbe arrivato
a definire la divisione della Mondadori con l'offerta da
parte di Fininvest di un conguaglio monetario a favore
della Cir di circa 400 miliardi di lire, proposta che
non viene successivamente riconosciuta dal gruppo
Berlusconi ma che Mesiano (che cita, fra le altre, le
testimonianze dell'avvocato Sergio Erede, dal lato Cir
di Corrado Passera e dal lato Fininvest di Fedele
Confalonieri) considera invece ampiamente provata e
definisce spartizione «pulita». Il 29 aprile 1991, dopo
la sentenza del 24 gennaio, si arriva invece alla
spartizione che il giudice chiama «corrotta»: questa
volta è la Cir a pagare a Fininvest un conguaglio di
370-400 miliardi di lire.
La
Corte d'Appello ha chiesto al pool guidato da Guatri di
stabilire se nella differenza di prezzo fra la
spartizione «pulita» e quella «corrotta», che Mesiano
indica in 236,5 milioni di euro e considera come «danno
fondamentale», siano intervenute anche «variazioni di
valore», cioè in sostanza oggettive, dipendenti da
svariate componenti e che i consulenti calcolano
spiegandone ampiamente metodologie e basi ricostruttive.
La
misura complessiva viene indicata in 86,7 miliardi di
lire, pari 44,5 milioni di euro. Somma che per 40
miliardi si riferisce ad Ame-Amef (Mondadori editoriale
e finanziaria), 24 miliardi a la Repubblica, 9,7 a
l'Espresso e 11,7 a Finegil (i quotidiani locali).
Questa variazione di valore, considerata «oggettiva» e
quindi non dipendente dalle condizioni rese sfavorevoli
dalla sentenza «corrotta», è pari al 18,8% del danno
fondamentale calcolato da Mesiano e andrebbe dunque
dedotta da questa cifra.
Inoltre, secondo altre informazioni ricavate dai
consulenti anche se non richieste dalla Corte d'Appello,
il Tribunale ha commesso un «errore di calcolo» compreso
fra 34,5 e 54,1 milioni di euro che ridurrebbe il danno
fondamentale a una cifra compresa fra 182,2 e 202
milioni (rispetto alla quale la «variazione di valore»,
oggettiva, passa al 22-24%) Infine, i periti ritengono
che un'altra voce che il giudice Mesiano aggiunge al
danno fondamentale, chiamata «integrazione equitativa» e
pari a 47,5 milioni, nella quasi totalità «non può avere
dimostrazione quantitativa».
La
consulenza non si occupa invece di altre componenti che
secondo Mesiano concorrono a stabilire il «danno
finale», cioè le spese legali (8,2 milioni) e la
«lesione dell'immagine patrimoniale di Cir» (20,6
milioni). Né tratta la rivalutazione monetaria e gli
interessi che moltiplicano per 3,12 volte la cifra del
danno e neppure lo «sconto» del 20% applicato in
relazione al ragionamento sulle «chance» della Cir di
ottenere una sentenza favorevole se non corrotta.
Alla fine dunque sulla base della perizia, attraverso
calcoli che non sono però contenuti nelle 200 pagine
della consulenza, si può dire che il danno finale, cioè
il risarcimento di Fininvest a Cir, calcolato da Mesiano
in 749,9 milioni, si ridurrebbe del 35-41%, cioè di una
cifra compresa fra 264 e 310 milioni, e si aggirerebbe
fra 440-490 milioni. [25-09-2010]
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3.
LODO MONDADORI: CONSULENZA, DANNO C'E' STATO MA
INFERIORE A 750 MLN...
Radiocor - La Cir ha subito un danno
dal modo in cui si e' conclusa la guerra di Segrate, ma
e' piu' basso rispetto a quello quantificato in 750 m
ilioni di euro nella sentenza di primo grado del
tribunale di Milano nella causa tra la Cir e la
Finivest.
Lo
hanno sostenuto i tre periti nominati dalla Corte
d'Appello di Milano Luigi Guatri, Maria Martellini e
Giorgio Pellicelli. Secondo la perizia depositata questa
mattina al tribunale di Milano, il danno subito dalla
Cir dopo l'accordo dell'aprile 1991 per la spartizione
degli asset Mondadori, Espresso e Repubblica e'
inferiore del 22-24% rispetto a quello indicato dal
giudice Raimondo Mesiano.
4.
SE PERIZIA ACCOLTA IN II GRADO DANNI INFERIORI 30-35%...
Radiocor - Il risarcimento danni
riconosciuto alla Cir da parte del tribunale di Milano
di 750 milioni di euro in secondo grado potrebbe ridursi
del 30-35% ovvero tra i 260 e i 310 milioni di euro. Se
i giudici della Corte d'Appello di Milano dovessero
confermare la sentenza di primo grado e accogliere
completamente l'esito della perizia affidata a Luigi
Guatri, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli allora il
risarcimento danni alla Cir per la vicenda nota come
Lodo Mondadori potrebbe risultare piu' basso di quello
riconosciuto in primo grado dal giudice Raimondo
Mesiano.
5.
LODO MONDADORI:ACCERTAMENTI CONSOB SU ANDAMENTO CIR IN
BORSA...
(ANSA) - La Consob ha avviato "i
consueti accertamenti del caso" in merito all'andamento
del titolo Cir in Borsa, decollato a Piazza Affari dopo
che si è diffusa la notizia del deposito della
consulenza tecnica disposta dal Tribunale di Milano.
Secondo quanto riferito da ambienti vicini alla
commissione, sono in corso accertamenti preliminari,
relativi all'analisi dell'operatività sul titolo, cioé
su chi ha comprato e chi ha venduto azioni, nonché sulla
concentrazione degli scambi, se limitati a pochi
soggetti o invece diffusi su una platea più vasta di
investitori
[24-09-2010]
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PERIZIA MONDADORI ALL'ULTIMO RINVIO, SLITTA AL 24
SETTEMBRE...
S. Bo. per il "Corriere
della Sera" - Nuovo e con grande
probabilità ultimo rinvio per la perizia sul Lodo
Mondadori. Ieri Luigi Guatri e il pool di professionisti
che sono al lavoro sulla Ctu, la consulenza tecnica
d'ufficio, hanno comunicato alle parti, la Cir di Carlo
De Benedetti e la Fininvest di Silvio Berlusconi, che il
lavoro sarà consegnato non il 15 ma venerdì 24
settembre.
È
la terza «proroga» richiesta: in un primo tempo il
deposito della perizia era previsto per metà luglio, poi
è stato spostato al primo settembre, quindi a metà mese
e ora l'ultimo breve posticipo. La ragione dei rinvii
richiesti da Guatri e dai professionisti che lavorano in
pool con il vicepresidente della Bocconi, Maria
Martellini e Giorgio Pellicelli, è tecnica: la perizia
è, oltre che per vari motivi delicata, complessa da
realizzare.
La
Ctu è stata disposta in marzo dalla Corte d'Appello di
Milano, dopo che in primo grado il giudice Raimondo
Mesiano ha condannato la Fininvest a risarcire la Cir
con 750 milioni per i danni derivanti dalla conclusione
nell'aprile del 1991 della «guerra di Segrate» per il
controllo della casa editrice (cifra che supera di 150
milioni le capitalizzazioni sia di Mondadori sia
dell'Espresso, che si aggirano in entrambi i casi sui
600 milioni, e rappresenta circa il 60% del valore di
Borsa Della Cir).
La
perizia era stata sollecitata dalla Fininvest. I giudici
hanno concordato sulla sua necessità pur modificandone
il perimetro rispetto a quanto richiesto. Hanno infatti
deciso che la Ctu è chiamata a stabilire «se e quali
variazioni dei valori delle società e delle aziende
oggetto di scambio fra le parti siano intervenuti tra il
giugno del 1990 e l'aprile del 1991, con riguardo agli
andamenti economici delle stesse e di evoluzione dei
mercati dei settori di riferimento». Il periodo è
appunto quello più caldo della guerra di Segrate,
scandita da sentenze e ricorsi in tribunale.
Che si conclude con la sconfitta di De Benedetti in
Appello il 24 gennaio 1991 e l'ultimo negoziato che
porterà alla spartizione. La sentenza è però
successivamente risultata «comprata» con la corruzione
del giudice estensore Vittorio Metta. Mesiano dispone
dunque il risarcimento da «perdita di chance»: la
corruzione accertata avrebbe privato De Benedetti della
«chance di un risultato favorevole». Chance determinata
nell'80%». Perciò il risarcimento è stato calcolato con
lo «sconto» del 20% rispetto al danno patrimoniale
quantificato dai giudici in 937,4 milioni. Sentenza che
ha riaperto la partita dei ricorsi. E ora si attende la
perizia. 14-09-2010]
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DE
BENEDETTI SE NON ATTERRA (NELLE LANGHE) S’INTERRA – IL
COMUNE VIETA A CDB DI USARE L’ELICOTTERO PRIVATO NELLA
SUA PROPRIETÀ - LUI SI CONSOLA SCEGLIENDO DOGLIANI PER
ERIGERE IL SUO SEPOLCRO E COSTRUENDO UNA CASA DI RIPOSO
– GUAI ANCHE DAL FISCO: CONTENZIOSO COL GRUPPO ESPRESSO
(43,9 MLN). IL CDA “ACCANTONA” 11 MLN…
1
- DE BENEDETTI SE NON ATTERRA S'INTERRA...
Da
www.lospiffero.com
Se, per il "no" deciso di un vicino, non potrà
"atterrare" con l'elicottero personale a Dogliani, nella
sua nuova tenuta, l'ing. Carlo De Benedetti, editore del
gruppo Repubblica Espresso, ha deciso che comunque sarà
"interrato", ovviamente il più tardi possibile, nel
tranquillo paese delle Langhe, celebre per i suoi nobili
vini e per aver ospitato Luigi Einaudi.
Il finanziere torinese, classe 1934, che ha preso
residenza nell'amena cittadina, con la consorte Silvia
Cornacchia (in arte Silvia Monti, già contessa Donà
delle Rose), fin dal febbraio scorso, ha infatti
acquistato nel cimitero del paese una vecchia tomba in
disarmo e la sta facendo restaurare per farne il
monumento funebre di famiglia.
Una prova ulteriore del suo improvviso innamoramento per
Dogliani, dopo anni di residenza in Svizzera a Sankt
Moritz. A indurlo a scegliere il buen retiro langarolo
pare sia stata l'amicizia con un maestro della
vinificazione della zona, quel Quinto Chionetti autore
di due perle del dolcetto Doc, il "San Luigi" e il
"Briccolero".
Ma
siccome l'ingegnere, anche nel rifugio dorato di
Dogliani non dimentica di essere un finanziere d'assalto
che persegue, senza troppi scrupoli, la moltiplicazione
del denaro, nella borgata Biarella, proprio accanto al
cimitero, sta costruendo una grande e lussuosa casa di
riposo per anziani, operazione che pare stia facendo in
altre parti d'Italia essendo convinto che
l'invecchiamento della popolazione è un business
succulento.
D'altra parte il maggior azionista di Repubblica dovrà
ben rientrare delle spese per i quattro casali
acquistati a Dogliani. Il 22 maggio 2008 ha avuto un
finanziamento di 5 milioni di euro dalla Banca Popolare
di Sondrio al tasso del 5,5% all'anno per 15 anni.
Finirà di pagare nel 2023 quando avrà 89 anni. E gli
anziani ospiti della Borgata Biarella contribuiranno.
2
- SULL'ESPRESSO PENDE UN CONTENZIOSO FISCALE PER 43,9
MLN...
Gabriele Mastellarini per "Il Mondo"
Sul gruppo Editoriale L'Espresso presieduto da Carlo De
Benedetti pende la scure di un contenzioso fiscale da
43,9 milioni di euro. Lo stesso consiglio di
amministrazione ha ritenuto «probabile» il rischio di
dover far fronte ad imposte non pagate per 28,022
milioni. E sono in ballo anche sanzioni per ulteriori
15,9 milioni.
Così, prima della chiusura dell'ultimo bilancio, il cda
de L'espresso ha messo le mani avanti decidendo di
accantonare «in via straordinaria» 11,355 milioni di
euro, portando il valore complessivo del fondo rischi
per pendenze tributarie a 28 milioni «pari all'intero
importo accertato, ad esclusione delle sanzioni».
Il
contenzioso con l'Agenzia delle Entrate è relativo a
operazioni di usufrutto azionario effettuate con
soggetti esteri. Alla luce della più recente
giurisprudenza in materia e, in particolare, di una
sentenza della Commissione Tributaria Regionale del
Lazio del dicembre 2009, gli amministratori de
L'Espresso hanno ritenuto di effettuare l'ulteriore
accantonamento di 11,3 milioni, «valutando come
probabile» il rischio di tassazione «del costo sostenuto
per l'acquisto dell'usufrutto, oltre agli interessi
maturati», come riferisce la semestrale di bilancio
appena diffusa. [10-09-2010]
|
|
Dopo l’insider trading di famiglia, UNA NUOVA ROTTURA
(DI Pale) per carletto De Benedetti – svanisce la PISTA
PER l’atterraggio dell’elicottero privato nel suo “buen
ritiro” piemontese di Dogliani – tutta colpa dei due
cani di Silvia Cornacchia (la consorte) che scagazzano
in libertà nel campo di grano del vicino che, per
ripicca, non gli vende il terreno indispensabile per
l’atterraggio
http://www.lospiffero.com/
Carlo De Benedetti, finanziere ed editore di Repubblica,
almeno per il momento, non potrà atterrare con
l'elicottero personale nella sua proprietà di Dogliani,
in provincia di Cuneo, quattro casali per un totale di
46 vani, dove dal febbraio scorso ha trasferito la sua
residenza, prima fissata a Sankt Moritz, in Svizzera,
insieme con quella della moglie, Silvia Cornacchia (in
arte Silvia Monti).
Motivo banale: le ripetute "esuberanze escrementizie"
dei suoi due cani da caccia, che regolarmente
utilizzavano come toilette il campo di grano attiguo
alla villa, terreno di proprietà di un contadino del
luogo che abita a poche decine di metri, in strada San
Luigi.
Uno scontro più vivace del solito fra la signora
Cornacchia in De Benedetti e l'agricoltore, un certo
Porro, dopo l'ennesimo raid dei due cani, evidentemente
soddisfatti di defecare nel grano, ha rotto i già
difficili rapporti di buon vicinato che la famiglia De
Benedetti ha con molti doglianesi. «Vada a farli c... a
casa sua», ha detto esplicitamente in buon piemontese,
il signor Porro alla signora Cornacchia in De Benedetti.
Che ha capito ed ha eseguito, sia pure controvoglia. Ma
ormai l'armonia - già problematica con i doglianesi -
era rotta.
Ma i veri problemi per il capo della Cir sono nati
quando si è visto che per poter disporre di
un'aviosuperficie minima per l'atterraggio
dell'elicottero personale, come era abituato ad avere,
in passato, nella villa sulla collina torinese, non
lontana dalla residenza dell'Avvocato, era
indispensabile acquistare il terreno attiguo.
Proprio quello scelto dai cani per le loro deiezioni. Il
signor Porro, langarolo purosangue, avvicinato da un
collaboratore dell'Ingegnere, alla richiesta di acquisto
ha risposto molto tranquillamente: «Non ci penso
nemmeno». E lo avrebbe ripetuto anche a un successivo e
congruo rilancio dell'offerta. Langarolo duro, coriaceo
ma lungimirante.
Due i comprensibili motivi del diniego. Primo: lo
scontro verbale con la signora non è stato gradito,
anche se rientra nel rapporto difficile tra De Benedetti
e i doglianesi. Secondo: il viavai di un elicottero a
quattro passi da casa è un sicuro disturbo. Ragionamento
che non fa una grinza se si pensa che proprio ieri il
neosindaco di Arzachena (Costa Smeralda) ha vietato
l'atterraggio e il decollo degli elicotteri accanto alle
ville dei vip per il medesimo motivo.
Il
disturbo investirebbe a Dogliani una vasta zona,
compreso uno dei templi sacri del vino langarolo, la
cascina di Quinto Chionetti, che sorge a poca distanza,
sempre in strada San Luigi. Così, per il momento, i cani
si sono dovuti accontentare dei terreni di proprietà De
Benedetti e l'Ingegnere utilizza la sua Porsche per
raggiungere casa. Intanto il campo di grano si sta
riprendendo dalle intemperanze dei due animali
dall'intestino vivace.
[27-08-2010]
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ULTIME DAL CAPITALISMO DEMOCRATICO
"De Benedetti raddoppia la centrale dei veleni. Record
di tumori in un paese ligure" succede a Vado ligure,
dove si registra il 30% di tumori maligni ai polmoni in
più rispetto al resto della Liguria". (Libero, p.1).
. 24-08-2010]
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- CONSOB: SANZIONI PER 3,5 MLN PER INSIDER TRADING SU
CDB WEB TECH
Radiocor - La Consob ha applicato
sanzioni per un totale di 3,5 milioni di euro, tra multe
e confische, a sei persone fisiche e una societa' per
insider trading sui titoli di Cdb Web Tech. Le delibere
sono pubblicate nel Bollettino online dalla Commissione.
Le sanzioni riguardano:
la
societa' Ca.Bim. srl, Davide Colaneri, Alessio Nati,
Renata Cornacchia, Una Dona' Dalle Rose, Augusto
Girardini, Daniele Dolci e Alberto Gianni, per abuso di
informazioni privilegiate. Il trading sui titoli della
societa' e' avvenuto nell'estate 2005, utilizzando
l'informazione privilegiata concernente il progetto
dell'avvio da parte di Cdb della nuova iniziativa di
investimento in imprese in difficolta', comunicato al
mercato solo successivamente agli acquisti. Dopo la
comunicazione, avvenuta il 28 luglio, i titoli sono
stati venduti.
28.08.10 |
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insider de benedetti - Nell’estate del 2005, quella
delle scalate ad Antonveneta e Bnl dei cosiddetti
«furbetti del quartierino», c’erano anche altri furbetti
intorno a Piazza Affari che si sono portati a casa
illecitamente quasi un milioncino di euro. - Non è
tanto. Ma fa impressione che questi sei soggetti siano
riconducibili, in un modo o nell’altro, all’editore del
gruppo Espresso-la Repubblica…
Marceloo Zacché per
Il Giornale
Nell'estate del 2005, quella delle scalate ad
Antonveneta e Bnl dei cosiddetti «furbetti del
quartierino», c'erano anche altri furbetti che si
muovevano, felpati, intorno a Piazza Affari. Quindi qui
non si parlerà di Consorte, Fiorani o Ricucci. Ma di
un'altra storia, finora inedita e di altri furbetti,
finora nell'ombra, che si sono portati a casa
illecitamente quasi un milioncino di euro.
Non è tanto. Ma fa impressione che questi sei soggetti
(più una società amministrata da uno di loro), siano
riconducibili, in un modo o nell'altro, a Carlo De
Benedetti, editore del gruppo Espresso-la Repubblica
tramite il controllo dell'impero finanziario Cofide-Cir.
Sia chiaro: l'Ingegnere non è coinvolto nelle operazioni
di cui la Consob ha trovato evidenze di reato. Ma tutto
ruota intorno a lui. Così la Consob ha multato con 3,5
milioni i 6 soggetti, tra i quali ci sono Una Donà dalle
Rose, figlia di primo letto dell'attuale moglie
dell'Ingegnere Silvia Monti; suo marito Alessio Nati; la
cognata dell'Ingegnere Renata Cornacchia e suo marito
Augusto Girardini. Più altri tre imprenditori, clienti
di Nati nella Banca Intermobiliare, la finanziaria della
famiglia Segre, da sempre broker di fiducia di De
Benedetti.
I
sei sono stati sorpresi, processati e multati per
insider trading, cioè per aver utilizzato informazioni
privilegiate e riservate per comprare e guadagnare in
Borsa. In altri termini, investire sapendo di aver un
guadagno sicuro. Il sogno di molti italiani. Realizzato
con la frode. È un reato penale, per il quale la Consob
ha senz'altro segnalato gli estremi alla Magistratura.
Ma questa e un'altra storia.
Quella che invece si può ora raccontare risale a quando,
appunto nel luglio del 2005, la società Cdb Web Tech
(una holding di investimenti fondata da Carlo De
Benedetti che compare come acronimo nel nome stesso,
Cdb), nata sulla scia della new economy, decide di
varare un fondo per destinare risorse al salvataggio di
imprese in difficoltà.
L'operazione, secondo quanto ricostruito e documentato
dai segugi della Consob, viene decisa in una riunione
del 13 luglio a Milano, presenti manager di Cdb e
l'advisor (Mediobanca). Il cda approva la delibera il
successivo 28 luglio e ne comunica gli estremi al
mercato, con un comunicato in cui si dice che è stato
conferito al presidente della società, De Benedetti,
«l'incarico di valutare le modalità per avviare
un'attività d'investimento in realtà industriali in
difficoltà». Si trattava del famoso fondo a cui
avrebbero poi dovuto aderire grandi nomi della finanza
italiana, da Montezemolo a Della Valle, fino addirittura
a Silvio Berlusconi. Poi non se ne fece nulla.
Ma
l'annuncio fece schizzare i titoli di Cdb. E i furbetti
hanno agito: tra il 13 e il 28 luglio del 2005, Donà
dalle Rose, Cornacchia, Girardini, Nati, Alberto Gianni,
Daniele Dolci e Davide Colaneri (tramite la Ca.Bim. srl
di cui era amministratore) hanno comprato titoli per
cifre comprese tra i 75mila e i 556mila euro,
rivendendoli dopo la diffusione del comunicato con un
profitto variabile tra i 25 e i 180mila euro a testa,
per un totale di quasi 800mila euro.
Ma
la Consob se n'è accorta notando, in particolare,
l'attività svolta su tali transazioni dalla Banca
Intermobiliare, per la quale, tra l'altro, Nati lavorava
come «relationship manager». E per la Consob è stato
Nati a fornire le informazioni a Colaneri, Dolci e
Gianni, imprenditori romani suoi clienti in Bim. Nati,
secondo la Consob «conosceva o poteva conoscere in base
ad ordinaria diligenza il carattere privilegiato
dell'informazione».
E
così anche per gli altri familiari acquisiti
dell'Ingegnere, Donà dalle Rose (ha acquistato per
264mila euro, lievitati in pochi giorni a 342mila);
Cornacchia (110mila euro investiti, 34mila di profitto)
e Girardini (267mila euro, divenuti 370mila). I 3,5
milioni di multa decisa dalla Consob corrispondono, per
ciascuno, al doppio del profitto realizzato, sommato con
la somma confiscata che, sempre per ciascuno, è pari al
controvalore realizzato con la vendita. Per tutti,
inoltre, la sanzione accessoria da 4 a 6 mesi di perdita
dei requisiti di onorabilità.
25-08-2010]
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TREMONTI, BERLUSCONI E DE BENEDETTI: TUTTI
CONTRO IL FISCO! - Lo Stato chiede alla
Mondadori 200 milioni di euro per plusvalenze
non contabilizzate in una fusione tra due
holding - Mondadori vince il primo e il secondo
grado di giudizio, lo Stato non si arrende, nel
2000 la vicenda finisce in Cassazione: a firmare
il ricorso per conto della Mondadori è un famoso
fiscalista, l’avvocato Giulio Tremonti – MA LA
“SALVA-MONDADORI” SALVA ANCHE CDB DA UN vecchio
guaio fiscale…
Stefano Feltri per
Il Fatto Quotidiano
La guerra di Segrate per il controlllo della
Mondadori continua, ma è durata così a lungo -
vent'anni - che ormai assume forme sempre più
strane. Per un caso del destino, un vecchio
guaio fiscale di Carlo De Benedetti è diventato
l'occasione per bloccare il regalo del governo
Berlusconi alla Mondadori (che è della
Fininvest, cioè la holding che fa capo proprio a
Silvio Berlusconi).
I giudici della Cassazione, partendo dal
procedimento che riguarda gli ex partner di De
Benedetti della 3M Italia, fanno ricorso alla
Corte di Giustizia europea, per bloccare la
norma "ad aziendam" che permette alla Mondadori
di risolvere un contenzioso con il fisco da 200
milioni pagandone solo 10. E tutto questo mentre
la Cassazione - e proprio il procedimento
Mondadori - sono al centro dell'inchiesta sulla
cosiddetta P3. Ma partiamo dall'inizio.
DOPO SEGRATE.
Nel 1991 la Fininvest di Silvio Berlusconi
riesce a sottrarre la Mondadori a Carlo De
Benedetti grazie a una sentenza che tre gradi di
giudizio hanno stabilito essere stata comprata,
con i giudici corrotti da Cesare Previti
nell'interesse della Fininvest. Grazie
all'imprenditore Giuseppe Ciarrapico, mandato da
Giulio Andreotti, si trova una mediazione: a De
Benedetti restano L'espresso, Repubblica e i
quotidiani locali,in quel momento parte della
Mondadori, a Berlusconi tutto il resto.
Vent'anni dopo non è ancora finita, pende ancora
un risarcimento da 750 milioni di euro che la
Fininvest potrebbe dover pagare alla Cir di De
Benedetti. Una vicenda marginale di quello
scontro riguarda un contenzioso della Mondadori
con il fisco, derivante da una fusione interna
al gruppo seguita alla guerra di Segrate.
Lo Stato chiede alla Mondadori 200 milioni di
euro per plusvalenze non contabilizzate in una
fusione tra due holding (operazione preliminare
al passaggio delle testate giornalistiche a De
Benedetti). Mondadori vince il primo e il
secondo grado di giudizio, ma lo Stato non si
arrende, nel 2000 la vicenda finisce in
Cassazione: a firmare il ricorso per conto della
Mondadori è un famoso fiscalista, l'avvocato
Giulio Tremonti.
Dieci anni dopo Tremonti è ministro
dell'Economia; mentre sta approvando la
Finanziaria 2010 compare un emendamento che si
presenta come un condono mirato: i soggetti che
hanno contenziosi aperti con il fisco, hanno
vinto i primi due gradi e sono in Cassazione,
possono sanare la propria posizione pagando solo
il 5 per cento del dovuto. E' l'identikit della
Mondadori, che se la caverebbe con 10 milioni.
Il blitz salta, lo ferma Gianfranco Fini,
presidente della Camera.
La Procura di Roma, nelle carte dell'inchiesta
sulla nuova loggia P3 ipotizza che a quel punto
un gruppo di soggetti che agisce nell'interesse
di Berlusconi sceglie un'altra strada. I pm
attribuiscono il trasferimento (28 ottobre 2009)
dal giudice competente alle sezioni unite alle
pressioni su Vincenzo Carbone, primo presidente
della Cassazione fino a gennaio e quindi
presidente delle sezioni unite, fatte da
Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi, due degli
esponente più attivi della cosiddetta P3.
In cambio a Carbone sarebbe stato promesso uno
slittamento di tre anni della pensione
(obbligatoria a 75 anni). Per Berlusconi era
anche il candidato ideale alla presidenza della
Consob. Se le cose sono andate come dice
l'accusa, la norma serve a guadagnare tempo. In
primavera i parlamentari Pdl tornano all'assalto
e la norma salva-Mondadori diventa legge a
maggio, come emendamento al decreto sugli
incentivi.
TUTTO INUTILE?
Ma forse è stato tutto inutile. Il primo ad
approfittarne non è però Berlusconi, bensì un
partner d'affari di De Benedetti negli anni
Novanta, 3M Italia. Lo si apprende solo ora
perché il 4 agosto la Cassazione, presieduta da
Ernesto Lupo, ha depositato un'ordinanza con cui
si chiede alla Corte di Giustizia europea di
pronunciarsi sulla norma "salva-Mondadori", per
stabilire se è compatibile con la normativa
comunitaria.
La storia comincia nel 1996. La Procura di Ivrea
chiede il rinvio a giudizio di varie persone,
tra cui Carlo De Benedetti allora alla testa
dell'Olivetti, per una presunta elusione fiscale
da 43 miliardi di lire dell'epoca. La
debenedettiana Olivetti, secondo l'accusa, si
era prestata a una complessa operazione
finanziaria con la quale due società americane,
la 3M e la Shearson Lehman usavano una filiale
italiana, la 3M Italia, per pagare meno tasse
sui dividendi. L'Olivetti incassava i dividendi
della 3M Italia, controllata della 3M, per conto
della Sherman. Si chiama dividend washing.
La vicenda penale si chiude per De Benedetti nel
1997, quando viene prosciolto "perché il fatto
non sussiste". Ma il fisco la pensa
diversamente. Nel 2005 la sezione tributaria
della Cassazione stabilisce che ha ragione lo
Stato a chiedere indietro i soldi alla Olivetti,
nel 2010 è ancora in pista il contenzioso tra il
Tesoro e la 3M: lo Stato reclama 43 milioni di
euro.
I vecchi partner di De Benedetti nell'operazione
considerata legittima dalla giustizia penale ma
truffaldina dal fisco erano stati fulminei: a
meno di una settimana dall'entrata in vigore
della "salva-Mondadori" stavano già
approfittandone per chiudere il contenzioso
pagando soltanto 1,1 milioni su 43.
IL DIRITTO UE.
Ma la Cassazione protesta. Secondo i magistrati
della sezione contabile, il regalo governativo
alla Mondadori si configura come un abuso di uno
dei principi su cui si regge il mercato unico
europeo, cioè la libertà di movimento dei
capitali. In pratica, dicono i giudici, l'Italia
rinuncia all'impegno di "reprimere pratiche
abusive", rinunciando quasi del tutto alle
"pretese impositive". E questo, stando al testo
della legge, non è motivato da ragioni di
politica economica, ma è una resa di fronte ai
tempi lunghi della giustizia.
Se la Corte di Strasburgo darà ragione alla
Cassazione, il condono pensato e approvato per
la Mondadori non sarà applicabile. E De
Benedetti, che ancora aspetta i 750 milioni di
euro di risarcimento dalla Fininvest, avrà
almeno un'occasione di esultare in questa
ennesima puntata della guerra iniziata a Segrate
vent'anni fa.
2 - SEGRATE STORY: VENT'ANNI DI BATTAGLIE, TRA
GIUDICI CORROTTI E RISARCIMENTI MILIARDARI
Nel 1991 la Fininvest di Silvio Berlusconi
riesce a sottrarre la Mondadori a Carlo De
Benedetti con una sentenza che poi risulterà
comprata (con i giudici corrotti dall'avvocato
Cesare Previti nell'interesse della Fininvest:
il 23 febbraio 2007 i giudici di Milano
condannano Previti, Acampora e Pacifico ad un
anno e 6 mesi, il giudice Metta a due anni e
otto mesi).
I direttori e i dipendenti di alcuni giornali,
passati da De Benedetti a Berlusconi, si
ribellano al nuovo proprietario; nella vicenda
intervenne l'allora presidente del consiglio
Giulio Andreotti che convocò le parti, mediando
per una transazione: Repubblica, L'Espresso e
alcuni giornali periodici locali tornarono a De
Benedetti, mentre Panorama, Epoca e tutto il
resto della Mondadori restarono alla Fininvest,
con un conguaglio in denaro. Vent'anni dopo
pende ancora un risarcimento di 750 milioni di
euro che la Fininvest potrebbe dover pagare alla
Cir di De Bendetti.
[11-08-2010]
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PANSA MIA, FATTI DE BENEDETTI - "l’Ingegnere è un signore
anziano (76 anni a novembre, uno più di me), invecchiato,
frustrato e acido. Lui non ha poltrone da conquistare, poiché si
è seduto su tutte quelle possibili. Qualche volta cadendo a
terra in malo modo, vedi Fiat, Olivetti e Banco Ambrosiano. Ce
n’è soltanto una che gli è rimasta nel gozzo, un frutto che non
è riuscito a cogliere. È la poltrona del direttore di
“Repubblica” - Aveva ragione la mia mitica nonna: non sono i
soldi a fare di uno sciocco un furbo"...
IL PENSIONATO FURIOSO CHE GIOCA ANCORA A FARE LA
RIVOLUZIONE CARLO DE BENEDETTI PUNTA SULLO SFASCIO DEL PAESE MA
NELLA GUERRA DI REPUBBLICA È SOLO UNA COMPARSA
Giampaolo Pansa per "Libero"
Se fossi Enrico Letta non mi farei sponsorizzare da Carlo De
Benedetti. Letta è il giovane vicesegretario del Partito
Democratico che vuole la poltrona di Pierluigi Bersani. Invece
l'Ingegnere è un signore anziano (76 anni a novembre, uno più di
me), invecchiato, frustrato e acido. Lui non ha poltrone da
conquistare, poiché si è seduto su tutte quelle possibili.
Qualche volta cadendo a terra in malo modo, vedi Fiat, Olivetti
e Banco Ambrosiano. Ce n'è soltanto una che gli è rimasta nel
gozzo, un frutto che non è riuscito a cogliere. È la poltrona
del direttore di "Repubblica".
All'Ingegnere sarebbe piaciuto un mondo sedersi anche su quella.
Ma non è elegante che il padrone di un giornale ne diventi anche
il direttore. Tuttavia la voglia deve essergli rimasta. E non
essendo riuscito a soddisfarla, in questi ultimi tempi ha
moltiplicato le esternazioni, pur di finire sui media.
Concionando a destra e a sinistra, rilasciando interviste
chilometriche, partecipando a convention dove parla a ruota
libera di tutto e di tutti. Ha fatto così venerdì scorso a
Lazise, nel convegno "Nord Camp 2010", organizzato da Letta.
Qui l'Ingegnere, sfruculiato da un intervistatore intelligente
come Antonello Piroso, il direttore del Tg della 7, ha ciacolato
sull'universo mondo. Spaziando dal cavalier Berlusconi a
soggetti ben più modesti, compreso il sottoscritto. Com'era
fatale, "Repubblica" gli ha riservato una lunga cronaca
dell'inviato Goffredo De Marchis. Ma neppure in questo servizio
ho trovato un cenno al ventaccio politico che soffia
sull'Italia. Una bufera malvagia iniziata da un contrasto,
assolutamente legittimo, sulla legge che dovrebbe regolare le
intercettazioni telefoniche.
E oggi arrivata a un punto di non ritorno che fa tremare. Un
punto che bisogna avere la franchezza di chiamare con il suo
nome: un clima da pre-guerra civile. Sugli stessi giornali dove
appariva il bla bla dell'Ingegnere, i lettori hanno trovato una
notizia da non trascurare.
Maurizio Gasparri, capogruppo del PdL al Senato, ha denunciato
ai carabinieri di ricevere minacce continue e pesanti, sempre a
proposito della legge sulle intercettazioni. Un'escalation, cito
il "Corriere della sera", che ha raggiunto il picco nelle ore
del voto di fiducia a Palazzo Madama su quella legge.
Conosco abbastanza Gasparri per poter dire che è il contrario
del pavido. Da collaudato missino, ne ha viste, fatte e patite
di tutti i colori. Di solito, è un signore di umore allegro,
ottimista e indifferente alla violenza verbale. Per questo, di
certo non può essersi fatto intimidire da qualche e-mail o da un
po' di telefonate minatorie. Ci deve essere qualcosa di più.
Forse una brutta sensazione che si respira nell'aria. La stessa
che avvertiamo in tanti.
Molti anni fa, il 1° settembre 1939, Hitler si impadronì della
città di Danzica e l'annesse al Reich. Fu allora che si diffuse
una domanda, proposta da chi temeva un conflitto mondiale.
Diceva: "Dobbiamo morire per Danzica?".
L'interrogativo si sciolse da solo perché la guerra cominciò.
Allo stesso modo, oggi mi chiedo: dobbiamo sfasciare tutto per
una legge che regola gli ascolti telefonici e la loro
pubblicazione sui giornali? Per le testate principali
dell'Ingegnere, la risposta è una sola: sì. "Repubblica" ne ha
fatto un caso di vita e di morte. E da settimane, tutti i
giorni, batte sullo stesso chiodo.
Dicendo che la nuova legge conferma che in Italia la democrazia
è morta, Berlusconi è il nuovo Mussolini e il popolo italiano
deve difendere la propria libertà. Conosco i meccanismi che
regolano la vita dei grandi giornali. Li conosco perché ho
lavorato in tutte le primarie testate. Compresa "Repubblica"
dove sono stato quattordici anni.
La loro missione è una sola: vendere più copie possibili e, in
questo modo, acquisire più inserzioni pubblicitarie possibili.
Ma alla "Repubblica" di oggi questo obiettivo non basta più.
Diciamo sempre che è un giornale-partito, con lo scopo di
guidare la sinistra italiana. Però questa immagine adesso è
riduttiva.
Sotto la direzione di Ezio Mauro, "Repubblica" è diventato un
giornale-guerriglia. Pronto all'assalto di chiunque non
condivida le sue campagne, la sua idea di società, la sua voglia
di potere. Non credo che tra le ambizioni di Mauro ci sia ancora
la guida della sinistra italiana, ormai un fantasma. La pensa
così l'Ingegnere che, al convegno di Letta, ha definito il
Partito Democratico «una balena arenata sulla spiaggia».
Rivelando altresì che il direttore del suo giornale «non si
chiede mai che cosa farà il segretario del Pd, perché teme di
non ricevere risposta». Le conclusioni che possiamo trarre sono,
per il momento, le seguenti. La prima è che l'Ircocervo formato
dalla simbiosi Mauro-De Benedetti è il vero competitore di
Berlusconi. L'anomalia italiana sta anche in questo. Da una
parte c'è un premier votato da milioni di elettori. Se si muova
bene o male, è una faccenda che non riguarda quanto vado
dicendo.
Dall'altra c'è un giornale guerrigliero in grado di combattere
senza regole, come succede in tutte le guerre civili. E che può
farlo senza rispondere a nessuno. Sino a oggi, in questo corpo a
corpo è sempre stata "Repubblica" ad avere la meglio. Non
conosco come stia a copie vendute e a pubblicità incassata. Ma
l'aria è di un giornale massiccio, forte di un potere che
influenza altre testate, senza dissensi interni. Dunque è facile
prevedere che Mauro continuerà nell'offensiva a testa bassa.
Che ha due sole alternative: la vittoria di "Repubblica" o
quella di Berlusconi. Come andrà a finire non lo sa nessuno. Ma
c'è un dato di fatto che conosciamo già: il clima politico del
paese diventerà sempre peggiore. Ed è qui che sorge un problema
per l'Ingegnere. Si è mai domandato, il grande Cdb, che cosa
potrebbe accadere all'Italia quando dalla guerra civile di
parole stampate e gridate si passasse a una guerra combattuta
con altri mezzi? Si è mai chiesto, sempre Cdb, che cosa
accadrebbe ai padroni come lui? Non avverte il peso terribile di
puntare sullo sfascio del Paese?
Spero di sbagliarmi, ma ho l'impressione che a De Benedetti
queste domande non interessino. Come tutti i signori anziani e
frustrati, non sa vedere al di là del proprio naso. Gli preme
soltanto di non sparire dietro il profilo roccioso del direttore
di "Re - pubblica". Mauro non è anziano né frustrato.
Per di più, vuole passare alla storia come il nuovo liberatore
dal nuovo Mussolini. Per questo, a Ezio non frega nulla delle
esternazioni del suo editore. L'Ingegnere dica e scriva ciò che
gli pare. Nell'Ircocervo la metà decisiva è quella di Topolino,
come veniva chiamato Mauro nei suoi esordi professionali.
Ezio è un testardo, ha una marmorea fiducia in se stesso, non
mollerà di un millimetro nella battaglia. Stando così le cose,
Cdb resterà sempre poco più di una comparsa nel dramma che
potrebbe andare in scena. Mauro spara parole. De Benedetti
borbotta paroline. È così ingenuo da pensare che le mie critiche
al suo impero di carta nascano dalla delusione di non aver
potuto dirigere "L'Espresso". Mi sono messo a ridere. Poi ho
pensato che i padroni come lui hanno sempre in mente poltrone da
distribuire o da negare. Aveva ragione la mia mitica nonna: non
sono i soldi a fare di uno sciocco un furbo.
[15-06-2010]
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CARLETTO
ATTACCA L’ALTRO, BERLUSCONI - “È TALMENTE COSÌ FUORI DI TESTA
CHE PENSA DI FARE IL BENE DEL PAESE. NON È UN MASCALZONE, NON È
UNA CAROGNA, È L’ALBERTO SORDI DELLA POLITICA. ED È UNO DELLA
P2” - E si SPARA UN DOTTO ANEDDOTO: “GIANNI LETTA HA ORGANIZZATO
UNA COLAZIONE A CASA SUA. CI SONO ANDATO E IL PRESIDENTE
BERLUSCONI MI È VENUTO INCONTRO DICENDOMI: "PERCHÉ NON MI VUOI
BENE?". COME FACCIO, HO REPLICATO. MI HAI FREGATO LA SME, LA
MONDADORI E PRETENDI ANCHE CHE TI VOGLIA BENE. MA VA A FARE IN
CULO....” - CIDIBÌ CARICATO A PALLETTONI LIQUIDA IL DEFUNTO
CARLO CARACCIOLO COME “TIRCHIO” - E sfancula GIAMPAOLO PANSA
COME DI UNA “PERSONA ANZIANA CHE IN QUANTO TALE INACIDISCE UN
POCHINO PERCHÉ PENSA DI NON AVERE AVUTO QUELLO CHE LA VITA GLI
DOVEVA DARE” (BOTTE FINALI AL ‘DELUDENTE’ culatello BERSANI E AL
MAGO DALEMIX)
Corriere.it
«Silvio
Berlusconi è l'Alberto Sordi della politica ed è uno della P2»:
lo ha detto Carlo De Benedetti, intervistato questa sera a
Lazise (Verona) dal giornalista Antonello Piroso nell'ambito
dell'iniziativa promossa dall'associazione «Trecento Sessanta»
di Enrico Letta.
«È un
bugiardo, punto». ha detto ancora De Benedetti del premier.
«Penso che in molte cose sia davvero convinto di fare il bene
del Paese - ha proseguito - È talmente così fuori di testa che
pensa di fare il bene del Paese. Non è un mascalzone, non è una
carogna, è l'Alberto Sordi della politica. Ognuno di noi ha
delle caratteristiche - ha spiegato l'editore - e gli italiani
ne hanno diverse: sono un po' bugiardi, un po' gradassi, un po'
mascalzoncelli. Lui ha preso tutte queste cose, le ha messe
insieme e le ha elevate al cubo». E secondo De Benedetti,
Berlusconi «c'è riuscito mirabilmente, tanto è vero che gli
italiani lo votano, gli danno il consenso: avranno una ragione».
«UNO DELLA
P2»
- Durante
l'intervista di Piroso, De Benedetti ha detto di «avere avuto
sempre una ritrosia ad essere cooptato», un aspetto questo, ha
incalzato il giornalista, che lo accomuna a Berlusconi? «Beh,
no. Lui è della P2», ha riposto De Benedetti. Poi ha ricordato
l'ultima volta che ha incontrato il premier: «Letta ha
organizzato una colazione a casa sua - ha raccontato De
Benedetti -. Ci sono andato e il presidente mi è venuto incontro
dicendomi: "Perché non mi vuoi bene?". Come faccio, ho
replicato. Mi hai fregato la Sme, la Mondadori e pretendi anche
che ti voglia bene. Ma va a f....».
BONAIUTI:
«SOFFRE D'INVIDIA» - Immediata la replica dall'entourage del
premier alle parole di Carlo De Benedetti, affidata al
sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti:
«Ho tutta l'impressione che l'ingegner De Benedetti soffra di
invidia nei confronti del premier Silvio Berlusconi».
«BERSANI?
MI HA DELUSO»
-
Cambiando pagina, Carlo De Benedetti ha parlato della delusione
provata dopo la nascita del Pd, partito che per l'Ingegnere
rappresenta una speranza che si è presto dissolta: «Quando il Pd
è nato era una speranza, ma poi mi ha profondamente deluso», ha
detto l'editore di Repubblica, che ha avuto però parole di
elogio per il segretario Pierluigi Bersani.
«Ma lo
vorrei vedere con un po' più d'entusiasmo - si è affrettato ad
aggiungere - Bersani è una persona per bene. Lo stimo molto, è
stato un ottimo ministro, è un caro amico perché è una persona
estremamente per bene». L'imprenditore ha tuttavia ammesso che
il segretario del Pd questa settimana l'ha deluso: «L'ho visto
in tivù e difendeva gli enti pubblici. Per uno che è stato
l'unico ministro italiano a fare delle liberalizzazioni vere,
sentendolo difendere gli enti locali mi è sembrata una stranezza
che non gli riconoscevo. Però la mia stima nei suoi confronti è
totale».
De
Benedetti ha confermato il suo giudizio negativo su Massimo
D'Alema, ma non ha risparmiato anche altri personaggi parlando
di Carlo Caracciolo come di un »tirchio« e di Giampaolo Pansa
come di una «persona anziana che in quanto tale inacidisce un
pochino perché pensa di non avere avuto quello che la vita gli
doveva dare». Insomma, per De Benedetti, Pansa «è un po' in
aceto».11-06-2010]
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IL
MISTERO DEL COMMISSARIO DAVANZONI - LO 007 DI ’REPUBBLICA’ IN
SILENZIO STAMPA: L’ULTIMO ARTICOLO ANTI-CAV IL 26 FEBBRAIO -
PANICO TRA I LETTORI: È IN ROTTA COL SUO GIORNALE? STA SCRIVENDO
UN LIBRO? LE ZOCCOLE DI BERLUSCONI NON LO ECCITANO PIù? -
MALSOPPORTA l’acquiescenza del suo giornale verso i vertici del
Pd, una critica che condivide con l’editore Carlo De Benedetti,
suo vero grande sponsor? AH SAPERLOStefano Filippi
per "Il
Giornale"
26 febbraio:
sant'Alessandro, il patriarca che scalzò l'eretico Ario. Nel 1815
Napoleone fuggì dall'Elba, nel 1993 fu compiuto il primo attentato
al World Trade Center di New York, nel 1802 nacque lo scrittore
Victor Hugo, nel 1966 morì il pittore Gino Severini. E il 26
febbraio 2010 è stato consegnato alla storia l'ultimo scritto di
Giuseppe D'Avanzo, vicedirettore di Repubblica che da tre mesi non
dà segni di vitalità cronistica. Quel venerdì vergò l'ennesima
articolessa contro Berlusconi: scelse il processo Mills.
«Corruttore,
bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della "testa dei suoi
figli"», sono state le ultime parole famose. Nei giorni precedenti
si era occupato della procura di Roma «porto delle nebbie», del
caso Fastweb, della cricca Anemone-Balducci accusando in due
interminabili paginate la «triarchia dell'emergenza» (ovvero
Berlusconi, Bertolaso e Gianni Letta). Da allora il sipario è
calato sulla prestigiosa firma del commissario Davanzoni
(copyright Dagospia).
Tre mesi
senza D'Avanzo sono come una settimana senza Porta a porta, un
mese senza superenalotto, un anno senza ferie: insostenibili. Un
silenzio stampa più assordante di quello di Mourinho. Mancano
forse gli argomenti per il D'Artagnan della cronaca giudiziaria?
Macché.
Nessuno
meglio di lui inzupperebbe il mustacchione nelle liste di Anemone,
nelle case dei ministri, nelle nuove intercettazioni di Moggi.
Intrecci e intrighi, cricche e caste, appalti e affitti. Il
segugio di Repubblica seguirebbe come nessun altro l'odore dei
soldi lasciato da queste indagini che hanno già fatto dimettere un
ministro.
Egli invece
se ne resta in disparte col suo sigaro. Nemmeno una domandina a
Scajola, le dieci di Noemi e Patrizia sono storia passata. Niente
«scoop» investigativi. Niente lenzuolate come quelle dedicate ad
Abu Omar, Telekom-Serbia, Mitrokhin, Riina, la D'Addario. Nessuna
apparizione da Santoro, Floris, Annunziata, Gruber. Che gli è
successo?
Tanto per
restare in tema, il mutismo regna anche a Largo Fochetti, dove ha
sede la redazione di Repubblica e dove pare che il vicedirettore
"ad personam" (dopo essere stato anche un numero 2 operativo) non
metta piede da un pezzo. Viene? Non viene? Scrive? Resta, va in
pensione anticipata? O diventa direttore dell'Espresso? Domande
senza risposta.
Da tempo
Davanzoni respirava un'aria diversa. Uno della vecchia guardia
come lui soffriva l'avanzata delle nuove leve del quotidiano. La
coppia con Carlo Bonini, il "pistarolo" che co-firmava le maggiori
inchieste, si è infranta nel gennaio 2007 con l'ultimo articolo a
doppia firma dedicato al caso Mitrokhin.
La
spaccatura si sarebbe acuita due mesi dopo, quando fu rapito in
Afghanistan il collega Daniele Mastrogiacomo e un drammatico
dibattito sull'opportunità di trattare per la sua liberazione
lacerò Repubblica, un giornale sempre schierato sulla «linea dura»
di cui D'Avanzo era un alfiere. Da allora, poco alla volta,
l'editorialista ha preso sempre più le distanze dalla stanza dei
bottoni.
Non
gradirebbe nemmeno l'acquiescenza del suo giornale verso i vertici
del Pd, una critica che condivide con l'editore Carlo De
Benedetti, suo vero grande sponsor. Una leggenda dice che il
direttore Ezio Mauro si sarebbe stancato delle «dieci domande».
EZIO MAURO -
Copyright Pizzi
Un'altra che
D'Avanzo si sarebbe aspettato più considerazione nel momento dei
prepensionamenti. Un'altra ancora che sarebbe stato incastrato
nelle lotte interne tra generazioni. Ma il grande fustigatore del
caso Abu Omar non ha gradito scoprire che una collega del suo
giornale è stata intercettata dai Ros mentre avvertiva il
procuratore aggiunto di Roma Achille Toro che era sotto inchiesta
a Perugia per gli appalti dei grandi eventi. E ammetteva
candidamente: «Mi chiama Bonini e mi fa... "Guarda, forse si deve
verificare se Achille è raggiunto da qualcosa, avvertilo subito"».
D'Avanzo
bastonava il porto delle nebbie mentre la sua vecchia spalla
faceva il doppio gioco. Lui che aveva fatto cacciare due colleghi
al tempo di Pollari Pompa e Mancino, ora si ritrovava avvolto
nell'omertà su uno scandalo analogo scoppiato in casa propria.
Come a De Benedetti, nemmeno a Peppe Repubblica piace più, anche
se sabato scorso al «Riccioli Caffè» di via delle Coppelle a Roma
ha vinto l'imbarazzo e si è seduto a chiacchierare al tavolo dove
Mauro aveva pranzato con la moglie.
Ufficialmente però regnano «deserto e vuoto e tenebre sopra la
faccia dell'abisso», come scrive Eliot. Perché, secondo il poeta
inglese che D'Avanzo citava più spesso e cioè Shakespeare, «il
silenzio è l'araldo più perfetto della gioia». E in questi mesi
Davanzoni gode da matti. 26-05-2010]
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HA
RAGIONE DE BENEDETTI QUANDO DICE che IL MAGO Dalemix non ha
mai fatto niente. Fanno tutto intorno! - DOPO IL FEDELISSIMO
VICEPRESIDENTE REGIONALE FRISULLO, FINITO IN CELLA, DALLA
PUGLIA ARRIVA UNA NUOVA SCOSSA PER BAFFINO: IL SUO BRACCIO
DESTRO FASANO, EX SINDACO DI GALLIPOLI, È ACCUSATO DI
CORRUZIONE E ABUSO D’UFFICIO - L’INCHIESTA È PARTITA
DALL’OMICIDIO DI UN BOSS DELLA SACRA CORONA UNITA
Gian
Marco Chiocci
per "il
Giornale"
- Dal
Giornale (Foto Blow up)
Nel
mare magnum delle malefatte pugliesi finisce nei guai un
altro delfino del noto politico che invita ad andare a farsi
fottere chi non la pensa come lui. Dopo l'arresto del suo
braccio destro nonché vicepresidente della giunta regionale
Sandro Frisullo (storie di escort e non solo); dopo le
dimissioni dell'indagato segretario organizzativo del Pd,
Michele Mazzarano, suo fedelissimo nel Salento (in rapporti
con l'imprenditore Tarantini, quello della D'Addario a
Palazzo Grazioli);
dopo
il coinvolgimento nelle inchieste baresi del suo
amico-factotum Roberto De Angelis (quello degli incontri fra
D'Alema e Tarantini); dopo l'iscrizione sul registro degli
indagati dell'imprenditore Enrico Intini, suo intimo amico
(nel medesimo filone sesso-sanitario); dopo tutte queste
faccende disgraziate, insomma, un altro pesce pregiato del
branco dalemiano finisce nella rete giudiziaria.
All'alba di ieri il Ros di Lecce ha infatti bussato alla
porta di Flavio Fasano, ex sindaco di Gallipoli, ex
assessore provinciale ai Lavori pubblici, da sempre
uomo-ombra del Líder Maximo. I carabinieri gli hanno
notificato copia di un'ordinanza d'arresto a suo carico, al
pari di altri quattro coindagati, con accuse che spaziano
dal concorso in «turbata libertà degli incanti e violazione
del segreto d'ufficio», al «falso per induzione in errore
determinato dall'altrui inganno», dalla «corruzione per atti
contrari ai doveri d'ufficio» all'«abuso d'ufficio».
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, basata
essenzialmente su alcune microspie piazzate nello studio
legale di Fasano, il referente di D'Alema nel collegio
ionico sarebbe stato il protagonista di conclamate
irregolarità nella gestione degli appalti (cartellonistica
pubblicitaria, costruzione del nuovo istituto nautico e del
campus universitario), nella nomina di dirigenti di enti
locali, nell'assunzione di personale da inserire nelle ditte
vincitrici delle gare, nell'ottenere denaro per il Pd come
corrispettivo ai favori prestati.
Il
filone appalti nasce da una costola dell'inchiesta «Galatea»
collegata all'omicidio del capo clan della Sacra Corona
Unita, Salvatore Padovano, detto «Nino Bomba», ucciso dal
fratello Rosario che appena tre giorni dopo l'omicidio venne
sorpreso dal Ros al telefono proprio con l'ex sindaco Fasano
(in passato era stato suo avvocato) mentre riceveva consigli
su come muoversi e su cosa dire.
Nelle
telefonate vennero fuori anche dettagli inediti - per gli
inquirenti - sul delitto. In quel primo troncone d'indagine
si faceva anche riferimento al progetto del boss Rosario
Padovano di far fuori un altro ex sindaco di Gallipoli,
attuale parlamentare del Pdl, Vincenzo Barba. Indagato per
gli appalti, nel mirino per i rapporti col boss, l'amico del
cuore di D'Alema aveva pensato bene di rinunciare a
candidarsi alle ultime regionali. Non è bastato: l'hanno
arrestato. 18-05-2010]
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1- TRA I
GIORNALI, L'ENERGIA, LA SANITÀ E I RISTORANTI "SPERIMENTALI", QUAL
È IL CUORE DEGLI AFFARI DI CARLETTO DE BENEDETTI?
Come vanno gli affari a Carletto De Benedetti?, e soprattutto qual
è il cuore delle sue attività?
È questa la
domanda che si pongono gli ambienti finanziari dopo la
presentazione di venerdì dei risultati del Gruppo Cir che ha
chiuso il bilancio 2009 con un utile di 143,4 milioni. In questa
occasione l'Ingegnere, che ha conservato la carica di presidente
onorario del Gruppo dopo lo scontro del gennaio dell'anno scorso
con il primogenito Rodolfo (lasciamo perdere l'altro rampollo
Marco), non ha rinunciato a dire la sua sulle prospettive della
holding che controlla le attività nell'energia, nell'auto e
soprattutto nell'editoria con "l'Espresso-Repubblica".
Carletto non ha
parlato di politica anche se la sua vera passione rimane quella di
muoversi come un kingmaker che cerca di disegnare il futuro del
sistema. Le ultime sortite con un articolo scritto di suo pugno su
"Il Foglio" sono state interpretate come un ammiccamento alla
linea rigorista di Giulietto Tremonti, e anche l'editoriale
pubblicato ieri su "Repubblica" da Eugenio Scalfari conteneva
apprezzamenti non malevoli nei confronti del ministro di Sondrio.
Se la politica
rimane il cuore di Carletto, l'ultima novità è la scoperta del
business nel mondo della sanità dove opera la società Kos fondata
nel 2002. L'azienda prende il nome dall'isola greca ed evoca la
figura di Ippocrate, il padre della medicina.
Nel corso
dell'assemblea di venerdì Carletto e Rodolfo hanno annunciato la
quotazione in Borsa entro l'estate di questa azienda che opera
nelle residenze sanitarie, i centri di riabilitazione e la
gestione ospedaliera. Per adesso è una piccola realtà che neri
primi tre mesi ha fatturato poco più di 76 milioni di euro, ma
sulla quale il calvinista Rodolfo (49 anni, una laurea a Ginevra)
sembra puntare molto per creare valore.
Questa
intraprendenza dovrebbe portare Kos a mettere i piedi nel mercato
delle residenze per gli anziani. Contro l'iniziativa di De
Benedetti padre e figlio si è scatenato senza tanti fronzoli
l'imprenditore di Padova, Angelo Ferro, un professore 73enne che
fino a poco tempo fa sedeva nel Consiglio di amministrazione di
Rcs e nel Consiglio di sorveglianza di IntesaSanPaolo.
Costui gestisce
in Veneto 9 residenze per anziani, ma è noto per essere anche capo
dell'Unione degli Industriali Cattolici (Ucid) e nei giorni scorsi
ha riempito le pagine del "Corriere" e del "Sole 24 Ore" per
tuonare contro quelli che come i De Benedetti vogliono trarre
profitto sulla sanità.
La guerra del
professor Ferro si annuncia pesante e a dargli manforte sono stati
anche il giornalista vicentino Gian Antonio Stella e il padovano
Antonio Quaglio che sul "Sole 24 Ore" si occupa di finanza e
sussidiarietà. Nonostante queste resistenze etiche e ideologiche
la Cir di De Benedetti non intende fare marcia indietro e la
controllata Kos sbarcherà entro settembre a Piazza Affari.
Ma non basta,
perché al business della terza età Carletto e il figlio calvinista
vorrebbero aggiungere anche quello della ristorazione. A questo
proposito hanno annunciato di voler aprire in Baviera un
ristorante italiano "Fast Casual". "L'obiettivo - ha spiegato
Rodolfo - è di puntare sull'innovazione tecnologica per accorciare
i tempi di permanenza al ristorante".
Sono proprio
queste iniziative, incerte e curiose, a rendere perplessi gli
analisti della Borsa che non riescono a cogliere il senso di una
strategia diversificata tra i giornali, l'energia, la sanità e i
ristoranti "sperimentali". E c'è chi con un po' di malizia mette a
confronto l'immagine di Ippocrate con quella di Sergio Marpionne e
delle numerose aziende che riescono a sopravvivere e a fare
guadagni grazie alla riscoperta del core business.
|
TIP E DE BENEDETTI, RISALE LA FEBBRE M&C...
S. Fi. per "Il Sole 24 Ore" - Torna bollente il
dossier M&C? Con degli acquisti passati sottotraccia, ma
registrati dalla Consob, Carlo De Benedetti e Giovanni
Tamburi, a un anno di distanza, ripartono in quarta sul fondo
salvaimprese. Dodici mesi fa erano iniziate le scintille tra i
due per il controllo di M&C. È stata poi un'escalation,
con tre Opa concorrenti (cosa mai vista a Piazza Affari), ma
tutto è finito in un nulla di fatto. Ora De Benedetti ha
riaperto i giochi, arrotondando al 27,5% dal 23,4%.
A
ruota la Tip di Tamburi, che pure aveva venduto il 3% la
scorsa estate col titolo ai massimi: il banchiere ha comprato
un 8%, salendo al 20%, mentre in Borsa il titolo è tornato
vicino ai prezzi record del 2009. Secondo rumor, l'8% sarebbe
la quota dismessa dal fondo Cerberus mentre il 4% di De
Benedetti è probabile sia il pacchetto di Soditic. Si prepara
un'altra estate rovente per M&C? La Borsa ci spera, ma
sembra solo un riassetto tra soci.
01.05.10 |
DeBenedettoni,
oltre alle società lussemburghesi e portoghesi, ha
rimpatriato in Italia anche se stesso e la sua signora, Silvia
Cornacchia - La notizia è ufficiale, ed è contenuta in una
cortese lettera della Cir inviata a 'Libero': da qualche
settimana l’Ingegnere ha infatti trasferito la sua residenza
civile dalla esclusiva località svizzera di Sankt Moritz, al
comunque blasonato paese di Dogliani nel cuneese...
Franco
Bechis per Libero
Carlo
De Benedetti oltre alle società lussemburghesi e portoghesi
ha rimpatriato in Italia anche se stesso e la sua signora,
Silvia Cornacchia prima in Donà delle Rose poi in De
Benedetti. La notizia è ufficiale, ed è contenuta in una
cortese lettera della Cir inviata a Libero: da qualche
settimana l'Ingegnere ha infatti trasferito la sua residenza
civile dalla esclusiva località svizzera di Sankt Moritz, al
comunque blasonato paese di Dogliani nel cuneese: è quello
che ha dato i natali all'editore Giulio Einaudi e dove hanno
sede parte dei poderi Luigi Einaudi, appartenuti all'ex
presidente della Repubblica italiana.
A
Dogliani l'ingegnere e la sua signora hanno in effetti
acquistato terreno e quattro ampi casali, uno da 23,5 vani,
uno da 9,5 vani, uno da 7,5 e uno da 5,5 vani. Sono stati
comprati fra il 2006 e il 2007, anno dedicato alla
ristrutturazione dei fabbricati, da una società personale.
All' epoca era denominata Casita società semplice ed era
posseduta al 99% dall'Ingegnere e all'1 per cento dalla sua
signora.
Nel
2008 la società ha cambiato denominazione, diventando Cà di
nostri società semplice e con un aumento che ha raddoppiato
il capitale sociale, riservato al 99 per cento a Silvia
Cornacchia e all'uno per cento all'Ingegnere. Così ora casali
e terreno sono divisi in parti uguali fra gli sposi. Chissà,
forse per segnare anche in questo modo il desiderio di tornare
alla normalità, De Benedetti come un travet qualsiasi ha
acceso perfino un mutuo fondiario sul maniero.
Il
contratto è stato firmato il 22 maggio 2008 davanti al notaio
Giancarlo Reverdini Grassi di Torino con la Banca popolare di
Sondrio. Il finanziamento concesso all'Ingegnere è stato di 5
milioni di euro, al tasso di interesse annuo del 5,5% (nemmeno
regalato). Secondo lo schema di contratto pagherà di
interessi 2,5 milioni di euro e di spese un milione di euro
per un totale di 8,5 milioni di euro, somma per cui è stata
iscritta ipoteca volontaria sul maniero.
La
durata del mutuo è di 15 anni, e quindi le rate correranno
fino al 2023, quando De Benedetti avrà compiuto 89 anni. Il
contratto di mutuo porta proprio la firma dell'Ingegnere, ma
nella premessa si precisa che "Carlo De Benedetti, nato a
Torino il 14 novembre 1934, interviene al presente atto non in
proprio, ma nella sua qualità di unico amministratore e
legale rappresentante della società Casita società semplice
(poi trasformata in Cà de nostri, ndr) con sede in
Torino"
Sarà
dunque la società immobiliare e non la persona fisica a
garantire la banca. Con il mutuo De Benedetti ha finanziato
l'acquisto non solo dei casali, ma anche del terreno
circostante con tanto di vigneto che confina proprio con i
poderi Luigi Einaudi e le celebri viti del Dolcetto più
blasonato delle Langhe. Per altro a vendere il maniero sono
stati proprio degli Einaudi: Letizia, Germano e Celestino che
non risultano però discendenti diretti dell'ex presidente
della Repubblica. Proprio per il vino e la presenza di casali
blasonati Dogliani, paese con meno di 5 mila abitanti, ha
attratto negli ultimi anni più di un vip che lì si è
ritirato o ha acquistato una seconda casa per i week end.
Ci
passa spesso il fine settimana il critico televisivo del
Corriere della Sera, Aldo Grasso. Ci vive da tempo Nicoletta
Bocca, figlia di Giorgio, che anno dopo anno ha fatto incetta
di vigne e poderi coltivandoli di persona. Secondo una
leggenda di paese un giorno sarebbe approdata lì portata da
una Lamborghini scortata da body guards in moto anche una star
della moda internazionale come Naomi Campbell, ma l'affare
immobiliare inseguito sarebbe sfumato in extremis.
A
Dogliani vive da tempo in libertà anche il fondatore delle
Brigate Rosse, Renato Curcio. E' benvoluto dagli abitanti, che
la domenica lo vedono sempre a messa. Prima di prendere
ufficialmente la residenza mettendo fine alle polemiche sul
trasferimento in Svizzera, De Benedetti e signora erano soliti
trascorrere nel maniero qualche lungo week end. L'ingegnere è
stato riconosciuto qualche tempo fa mentre trattava l'acquisto
di due biciclette ed è stato recentemente visto farsi il
pieno alla sua Porsche ultimo modello al distributore
automatico.
[13-03-2010]
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LODO MONDADORI: OK A CONSULENZA, MA
NON SU RICHIESTA FININVEST...
Radiocor - La consulenza
tecnica ammessa dalla Corte d'Appello di Milano nella causa
tra Fininvest e Cir e' stata disposta non accogliendo la
richiesta di Fininvest (quindi non sara' sul valore delle
azioni per quantificare se Cir ha avuto un danno o meno), ma
sara' necessaria per 'accertare' ed 'eventualmente
quantificare' se ci sono state variazioni nelle condizioni di
mercato e di valore delle societa' oggetto di scambio tra la
proposta di Fininvest nel 1990 e la conclusione della
trattativa nel 1991.
E' quanto si precisa nell'ordinanza
della Corte. Nel dettaglio, nella sentenza di primo grado del
giudice Raimondo Mesiano, che aveva condannato Fininvest a
risarcire 750 milioni di euro a Cir, si indicava come unica
spiegazione alternativa alla variazione delle condizioni tra
la proposta di Fininvest del 1990 e la conclusione della
trattativa del 1991 la sentenza Metta, frutto di corruzione. I
giudici della Corte d'Appello, invece, hanno deciso di
disporre la consulenza per capire se, invece, non ci siano
stati altri fattori intercorsi in quel periodo a modificare
gli equilibri.
03.03.10 |
MI
LODO E M’IMBRODO – L’ETERNA SFIDA TRA IL CAV. E L’ING.
RIPARTE OGGI CON IL PROCESSO D’APPELLO SUL LODO MONDADORI
– SUL PIATTO I 750 MLN DI DANNI VINTI IN PRIMO GRADO DALLA
CIR – I LEGALI FININVEST CHIEDONO UNA CONSULENZA PER
APPURARE L’ENTITà DEL DANNO (CDB CI AVREBBE PERSINO
GUADAGNATO) – ALMENO UNA SETTIMANA PER
LA DECISIONE DELLA CORTE
…
1 - LODO MONDADORI: FININVEST CHIEDE CONSULENZA, CIR SI
OPPONE...
(Ansa)
- E' battaglia tra Fininvest e Cir su una consulenza per
determinare la congruità dei valori di cessione delle azioni
nella compravendita della Mondadori. Oggi in aula, davanti
alla seconda Corte d'appello civile di Milano, i legali
Giorgio De Nova e Giuseppe Lombardi, che rappresentano la
holding di Silvio Berlusconi, hanno sostenuto che non c'é
stato alcun danno per Cir e hanno chiesto una consulenza
tecnica per verificare, come ha spiegato l'avvocato Lombardi,
se "De Benedetti non solo non ci abbia rimesso una lira,
ma addirittura guadagnato 30 miliardi".
A tale istanza si sono opposti gli avvocati Vincenzo Roppo
e Elisabetta Rubini, legali di Cir, sostenendo che ai tempi
della cosiddetta battaglia di Segrate, "il congruo prezzo
non interessava. La logica era diversa ed era quella di
rapporti di forza poi ribaltati con
la sentenza Metta
(il
giudice Vittorio
Metta)", per la quale c'é stato poi un danno per il
gruppo controllato dalla famiglia De Benedetti. Il tribunale
si è riservato di decidere.
In sostanza i giudici d'appello, nell'ambito della causa
civile sul Lodo Mondadori, entro almeno una settimana dovranno
decidere se conferire o meno una consulenza tecnica d'ufficio
chiesta di legali della società di via Paleocapa, sul prezzo
di mercato delle azioni al centro della compravendita,
avvenuta nel '91, della casa editrice di Segrate.
In primo grado il Tribunale aveva condannato Fininvest a
risarcire 750 milioni di euro a Cir, sentenza che Fininvest
chiede di riformare anche perche' come ha ribadito l'avv. De
Nova in aula "occorre la prova del danno economico e
riteniamo che Cir non abbia dato la prova del danno economico
subito".
"Prima di liquidare un danno astronomico - è un
passaggio dell'intervento dell'avv. Lombardi - ritengo ci
siano gli elementi sostanziali per ammettere una consulenza
per verificare se De Benedetti non ci ha rimesso una lira ma
addirittura guadagnato 30 miliardi" di lire. Gli avvocati
di Cir, opponendosi all'istanza, hanno sottolineato che da
Fininvest oggi è arrivata "una nuova e arbitraria
riconfigurazione del danno".
A loro avviso, come ha illustrato l'avv. Roppo, le diverse
ragioni di scambio azioni nel '90 e nel '91 (dopo
la sentenza Metta
al centro del processo penale per corruzione in atti
giudiziari, ndr) non erano determinate da parametri obiettivi
di mercato ma da "una logica diversa e cioé partire dal
risultato economico globale e poi ricostruire i valori
azionari che avrebbero dovuto portare al esito finale".
Una logica fondata "su rapporti di forza" che ha
portato Cir dall'avere il controllo sul gruppo
Mondadori-Espresso-Repubblica all'essere, con la sentenza di
annullamento del lodo (Metta), azionista di minoranza.
2 - L'ULTIMO SCONTRO MEDIASET-CIR - OGGI L'APPELLO PER I
750 MLN €...
Alfredo
Faieta per "
il Fatto
Quotidiano"
Dopo un ventennio di battaglie, torna per l'ennesima volta
in un'aula giudiziaria la guerra di Segrate, partita nel 1990
quando la Cir di Carlo De Benedetti e la Fininvest di Silvio
Berlusconi decisero di uscire dallo stallo gestionale nel
quale si era venuto a trovare il gruppo Mondadori-Espresso
ridefinendo il perimetro delle rispettive attività
nell'editoria.
LA PRIMA SENTENZA
Chiuso
il primo
grado, che ha condannato Fininvest a un risarcimento danni di
750 milioni di euro, si riparte oggi con la prima udienza
presso la seconda sezione civile della Corte d'Appello di
Milano, dove la holding di Berlusconi ha presentato ricorso
contro un verdetto che Niccolò Ghedini, legale del presidente
del Consiglio e parlamentare del Pdl, aveva definito allora
"incredibile, irreale e non fondato né sui fatti né sul
diritto".
Parole dure, come d'altronde era stata dura la reazione nei
confronti del giudice Raimondo Mesiano, autore della sentenza
contestata anche fuori dalle aule giudiziarie . Mesiano, si
ricorderà, era stato messo in ridicolo durante un servizio
trasmesso dal contenitore tv Mattino 5. Un colpo basso al
magistrato (l'Ordine dei giornalisti ha aperto una procedura),
che ben descrive però il clima nel quale si apre il
procedimento di appello.
Lo scontro sarà agguerrito: se Fininvest, forte di un
collegio formato da ben cinque professionisti, è decisa a
smontare sotto ogni angolatura le tesi che hanno sostenuto la
sentenza di primo grado,
la stessa Cir
ha contrattaccato presentando un appello incidentale nel quale
conferma di volere non solo i danni da "perdita di
chance", per aver sofferto l'indebolimento della propria
posizione contrattuale con Fininvest dopo la corruzione di
Metta del cosiddetto Lodo Mondadori (alla base del
risarcimento), ma anche un indennizzo di danni patrimoniali
"da sentenza ingiusta". Se fosse accolta questa tesi
la cifra da pagare potrebbe lievitare da 750 milioni fino a un
miliardo di euro circa.
L'IMPORTO
D'altro canto Fininvest controbatterà non solo su aspetti
legali e processuali, ma anche sul quantum, smontando le tesi
seguite dal Tribunale che ha accolto il metodo di calcolo Cir
per la determinazione del danno. Fininvest punterà a far
passare come metodo di calcolo corretto la differenza
economica negativa fra i valori delle società nella
spartizione così come corrotta dalle vicende Metta (minori di
quelle di una spartizione non viziata), e i valori di mercato
al tempo della spartizione stessa.
Una differenza che, ai valori di Borsa del 1991 delle
società interessate, porterebbe la cifra del danno da
liquidare pressoché a zero a causa del crollo delle Borse di
quel periodo. Una tale distanza non esclude che la corte
faccia ricorso a una perizia d'ufficio, evenienza che
allungherebbe i tempi del giudizio, in predicato di chiudersi
entro un anno, con effetti che non si possono assolutamente
configurare fin d'ora.
IL RUOLO DI PASSERA
Che si possa giungere ad un accordo amichevole è da escludere
al momento: d'altronde anche allora la spartizione bonaria non
riuscì, nonostante fosse stata caldeggiata da un politico del
calibro del senatore Giulio Andreotti e il tavolo di
trattative fu aperto presso Mediobanca, l'istituto che aveva
ricevuto l'incarico di trovare la quadratura del cerchio tra i
due con-tendenti e
la famiglia Formenton.
Un incarico di cui si occuparono direttamente i vertici
della banca: Enrico Cuccia, il suo delfino Vincenzo Maranghi e
Gerardo Braggiotti, astro nascente della finanza italiana ora
a capo di Banca Leonardo. Nonostante i mesi di trattative, i
tre non riuscirono a trovare la sintesi dell'accordo, per la
distanza siderale tra il conguaglio monetario offerto da
Fininvest e quello chiesto da Cir, e l'incarico fu
abbandonato.
Tra i protagonisti del tempo anche un altro banchiere
d'eccezione: Corrado Passera, allora direttore generale in Cir
incaricato di seguire la questione e adesso amministratore
delegato di Intesa Sanpaolo cui si è rivolta la società del
Biscione per la fideiussione a garanzia del pagamento dei 750
milioni di euro.
[23-02-2010]
|
CIR: KOS ACQUISTA CLINICA NELLE MARCHE, SUPERATI 5.200 POSTI
LETTO...
(Adnkronos) - Shopping nelle Marche per Kos. La societa'
del gruppo Cir attiva nella sanita' socio-assistenziale ha
perfezionato, attraverso la controllata Istituto di
Riabilitazione Santo Stefano, l'acquisto del controllo di
Sanatrix, gruppo marchigiano proprietario di una struttura
sanitaria da 205 posti letto a Civitanova Marche (Macerata),
del quale la stessa Kos era gia' socio di minoranza.
L'operazione ha comportato un esborso di circa 18 milioni di
euro. Il fatturato realizzato dal gruppo Sanatrix nel 2009
supera i 23 milioni. Con questa acquisizione, il numero dei
posti letto gestiti da Kos cresce a 5.253, ai quali se ne
aggiungono
388 in
fase di realizzazione 02.2.10
|
Sussurri
& Grida
Madeira
addio, finisce il viaggio dei fondi dell' Ingegnere
(m.ger.)
Esempio di quella che viene comunemente definita «razionalizzazione
delle partecipazioni estere» (oppure «ottimizzazione
fiscale/finanziaria»). La ricostruzione che segue si
basa su documenti «locali» (Madeira-Lussemburgo) poiché
sui bilanci c' è molto poco. Tutto avviene nel
perimetro del consolidato. La Cir, che fa capo a Carlo
De Benedetti ed è gestita dal figlio Rodolfo, nel
novembre 2007 trasferisce a Madeira il controllo della
Medinvest, società con sede nell' isola di Jersey (Gb).
Medinvest è un fondo di hedge funds costituito quindici
anni fa per investire l' eccesso di liquidità di Cir
(7,7% il rendimento medio annuo). Il viaggio a Madeira
avviene spogliando la Cir International (controllata
lussemburghese) della partecipazione in Medinvest.
Contestualmente il gruppo acquista nell' isola la «scatola»
Kursily VIII (che diventerà Cir Fund), ci infila dentro
Medinvest e a fine dicembre 2007 conferisce il tutto
alla Ciga Lux. Valore dell' operazione 318 milioni, come
certifica un certo Henrique Joao Araujo de Pontes Leça
della Kursily. Un anno e mezzo dopo, siamo nel giugno
2009, Ciga annulla una parte del suo capitale (da
318 a
180 milioni) in parallelo alla controllata Cir Fund che
rimborsa anche 138 milioni. Dal 2008 (e lo farà per
buona parte del 2009) il gruppo sta disinvestendo da
Medinvest e, ovviamente, il primo approdo della liquidità
è Madeira, dove c' è Cir Fund, la mamma del fondo di
Jersey. A novembre 2009 il gruppo abbandona l' isola
portoghese e trasferisce Cir Fund (con «allegata»
Medinvest, però molto dimagrita) in Lussemburgo.
Immediatamente dopo Cir Fund conclude il suo ciclo con
l' incorporazione in Cir International. La parentesi nel
paradiso fiscale portoghese è chiusa e tutto è tornato
esattamente come due anni fa. Il «soggiorno» a Madeira
è durato più o meno il tempo del disinvestimento da
Medinvest. Aspettiamo il bilancio 2009 per saperne di più.
Ma tanto si sa, è quella che volgarmente chiamano «riorganizzazione
societaria» oppure «ottimizzazione fiscale».
RIPRODUZIONE RISERVATA
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SCONTRO
DA 70 MILIONI TRA SAWIRIS E BENEDETTI...
S. Fi. per "
Il Sole 24 Ore
" - L'esito della feroce battaglia legale è
assolutamente aperto. Ma Naguib Sawiris ha già dovuto pagare
70 milioni per la causa di Alessandro Benedetti. A un anno
esatto dal maxi-processo sull'affaire Wind (di cui Benedetti
reclama un terzo) tra il magnate egiziano e il finanziere
italiano che fece da mediatore nella maxi-acquisizione di
Wind, sta per partire a Londra l'appello.
L'anno
scorso il tribunale aveva sancito che sì Benedetti aveva
diritto a un compenso, ma non i 2 miliardi, bensì la più
"modesta" somma di 70 milioni. Scontentando
entrambi: Sawiris non è disposto a concedere nulla, Benedetti
si aspettava di più. Di qui il ricorso in appello. Ma, in
attesa della decisione definitiva, Sawiris ha già dovuto
pagare: 70 milioni di euro, per poter presentare il ricorso. I
soldi sono stati depositati in un «escrow account», un conto
di garanzia. E già accantonati in bilancio.
20.01.10 |
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BANCA INTERMOBILIARE, L' INGEGNERE NON SBAGLIA UN COLPO...
Mario
Gerevini per il "Corriere della Sera" - Si compra sui minimi e si vende sui massimi. La vecchia,
elementare e sempreverde regoletta borsistica dà risultati
fantastici se si sapesse quando sono i minimi e quando i
massimi. Ma è comunque una buona bussola. Se si coglie l'
attimo e poi magari il titolo dai massimi torna a precipitare
o dai minimi rimbalza, la soddisfazione è doppia. In questo
senso una delle operazioni più azzeccate del 2009 è stata l'
uscita di Carlo De Benedetti da Banca Intermobiliare.
Bisogna mettere in relazione due fatti. Il primo è il grafico
del titolo: Bim tocca i massimi dell' anno intorno a metà
ottobre, con una spettacolare e inspiegabile seduta
il 14
del mese: +16% e picco di volumi. Si mantiene per un po' tra i
3,6 e i 4 euro, poi non raggiungerà più quei livelli. Si
saprà poi dalle comunicazioni Consob che Carlo De Benedetti
proprio in quei giorni aveva ridotto la sua partecipazione
storica da circa il 4% a meno del 2%. Perfetto tempismo. Ma
sarebbe anche bello sapere chi ha comprato
il 14
ottobre, «pompando» il titolo ai massimi.
08.01.10 |
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NORMAN 95:
"REPUBBLICA" SCORDA I RAPPORTI TRA CIMATTI E CDB...
"Norman, trema un altro immobiliarista milanese" è
il titolo del pezzo di "Repubblica" di oggi che dà
conto che nei prossimi giorni il Tribunale di Milano dovrà
decidere il destino della Norman 95, la società immobiliare
controllata da Massimo Cimatti, dalla famiglia Coen e
partecipata dal gruppo Ligresti. "Repubblica"
ipotizza il possibile fallimento di Norman 95, schiacciata da
200 milioni di debiti.
Ma
si dimentica di precisare che Massimo Cimatti è figlio di
quel Romano Cimatti, noto immobiliarista che nella Milano
degli Anni Settanta e Ottanta fu socio di Carlo De Benedetti,
editore di "Repubblica", e rilevò proprio
dall'Ingegnere quella Lasa che costituì parte degli asset di
partenza proprio della Norman 95 gestita dal figlio con poca
fortuna.
LO
SQUALO E L’INGEGNERE – ARRIVA DA LONTANO IL FLIRT TRA
MURDOCH E DE BENEDETTI – CDB SUL “SOLE” DIFENDE IL
TYCOON E ATTACCA GOOGLE SULLE NOTIZIE A PAGAMENTO – OGGI I
RAPPORTI COINVOLGONO LE TV E GLI ASSALTI A BERLUSCONI MA IL
FEELING NASCE NEGLI ANNI 80 CON L’ACQUISTO DI PEARSON POI
RIVENDUTA A RUPERT (MA GLI INGLESI NON GLIEL’HANNO
PERDONATA)…
Michele Masneri per
"Il Riformista"
Se
lo Squalo chiama, l'Ingegnere risponde. E' inedito e un po'
clamoroso l'endorsement anti-Google di Carlo De Benedetti, che
in una lunga lettera al Sole-24Ore ieri si scagliava contro i
predoni di Mountain View e a favore invece delle news a
pagamento su Internet, tesi fortissimamente sostenuta da
Rupert Murdoch, del quale il quotidiano di Gianni Riotta ha
pubblicato sempre ieri un intervento.
Un
endorsement curioso anche perché Repubblica è
stato il
primo quotidiano italiano a mettere online - gratis - il suo
intero archivio storico. Meno inedito e meno curioso però è
che questa discesa in campo vada ad appoggiare proprio
Murdoch, rinfocolando un flirt che i due coltivano da anni.
Ultimamente
la special relationship tra i due editori è salita agli onori
delle cronache con l'accordo per Cielo, la tv in chiaro di
Sky Italia
che dovrebbe - il condizionale è d'obbligo, visti gli
ostacoli regolamentari che si sono posti sul suo cammino -
vedere la luce prossimamente. Tv che verrà ospitata sulle
frequenze terrestri in capo a Rete A, costola del Gruppo
l'Espresso.
Ma
non c'è solo quest'episodio: ci sono poi gli accordi
industriali - tecnici per cui Sky trasmette il canale musicale
All Music (sempre gruppo L'Espresso) mentre lo stesso
Espresso, attraverso la sua controllata Elemedia, fornisce a
Sky in esclusiva 25 canali audio tematici. E poi ancora le
voci di una sintonia tra Cdb e The Shark nell'amplificare
all'estero le vicende del Casoria-gate che molti fastidi hanno
procurato al premier Berlusconi.
E
poi ancora le guerre legali che entrambi stanno combattendo
contro lo stesso avversario, il Cavaliere: l'Ingegnere con il
maxi risarcimento da 750 milioni per il lodo Mondadori; lo
Squalo con la guerra di carte bollate per la pubblicità sulle
reti Mediaset, con la questione della «chiavetta» digitale e
adesso con il difficile parto di Sky Cielo.
Eppure
i rapporti tra i due hanno origini antiche, più che
ventennali: nel 1987, infatti, De Benedetti con la sua holding
francese Cerus, acquistò per 100 miliardi di lire il 4,9 per
cento di Pearson, il conglomerato britannico dell'editoria che
controlla tra gli altri The Economist e il Financial Times.
Investimento non strategico ma finanziario per Cdb, che solo
otto mesi dopo rivendette il suo pacchetto per 140 miliardi.
Una delle guerre-lampo tipiche dell'Ingegnere, una mossa
abilissima che trovò un acquirente d'eccezione, ovvero
proprio Murdoch.
Il
tycoon australiano già controllava il Times di Londra, il Sun,
il New York Post, ma voleva mettere le mani sul gioiello
dell'informazione finanziaria britannica. Arrivò al 20 per
cento della Pearson, ma poi si fermò e non se ne fece più
nulla: il suo sogno di possedere un quotidiano-cult della
finanza si realizzerà solo 20 anni dopo con il Wall Street
Journal.
Quello
che pochi ricordano però è che quel 1988 fu anche lo
spartiacque per la reputazione di Cdb in terra anglosassone.
Fino al raid sulla Pearson infatti l'Ingegnere era osannato
dal Ft e dalla
grande stampa
finanziaria. «A metà degli anni Ottanta, io per il Financial
Times e altri colleghi della stampa estera avevamo
un'impressione positiva di De Benedetti: era l' unico grande
condottiero italiano che parlava il linguaggio a cui e'
abituata Wall Street» raccontò Alan Friedman, allora
corrispondente da Milano del Ft, in una vecchia intervista al
Corriere della Sera.
Ma
non c'era solo Friedman ad osannarlo: c'era
la Lex Column
allora guidata da Hugo Dixon, c'erano gli editoriali ammirati
di columnist come Alan Cane e Guy de Jonquiers. Poi, dall'88,
subentrò la freddezza, cominciata con le pesanti critiche
alla scalata di De Benedetti alla belga Sgb, poi fallita.
Perché questo cambio di rotta? Perché l'incursione da parte
di un italiano su Pearson, tempio dell'informazione alta made
in Uk, non piacque per nulla.
Meno
ancora piacque la staffetta con Murdoch, che consentì
all'australiano di arrivare oltre il 20 per cento della società
e far temere un'opa ostile, che poi non si fece, con grande
scorno del chairman di Pearson, lord Blakenham, e dell'intero
establishment britannico. Da allora, i toni della
grande stampa
britannica nei confronti dell'Ingegnere non saranno più gli
stessi, almeno fino al 2 novembre scorso, quando Cdb è stato
invitato a parlare per le Reuters lectures all'università di
Oxford.
Ma
se ha perso un paese d'elezione, Cdb ha guadagnato un alleato
come Murdoch, con il quale nascerà una consuetudine che dura
fino ad oggi, e che tra economia e politica si trova -
casualmente? - ad avere sempre più spesso strategie e
soprattutto bersagli comuni.
[10-12-2009]
IL MENÙ IN ROSSO
DELLA CASINA VALADIER: DE BENEDETTI, MALAGÒ, PERRONE, ETC.
SONO RIUSCITI A PERDERE IN DIECI ANNI QUASI 10 MILIONI DI EURO
E AD ACCUMULARE UN DEBITO DI 6,3 MILIONI
Non sono bastati gli euro spesi il 10 ottobre scorso per la
megafesta del suo compleanno da Giovannino Malagò per
risollevare il bilancio della Casina Valadier, il ristorante
del Pincio che si trova a Villa Borghese.
Mercoledì
prossimo Malagò e gli altri azionisti della società
"Grande Cucina" che nel giugno 2004 hanno cercato di
risollevare le sorti del celebre ristorante, dovranno
rimettere mano al portafoglio e coprire la perdita di 840mila
euro.
Non
è una cifra terrificante, ma sorprendente è la performance
negativa dei personaggi che dopo aver rilevato la gestione del
locale (oggi di proprietà del Comune) da Ciarrapico, sono
riusciti a perdere in dieci anni quasi 10 milioni di euro e ad
accumulare - come scrive oggi il settimanale "
Il Mondo
" - un debito di 6,3 milioni.
Eppure
quando Veltroni nel giugno 2004 tagliò il nastro del
ristorante appena ristrutturato nella Casina costruita nella
prima metà dell'Ottocento, si trovò accanto azionisti
illustri come Carlo Caracciolo, Vittorio Ripa di Meana,
Carletto De Benedetti, Carlo Perrone e Cesarone Romiti.
Quest'ultimo
con il naso che lo ha sempre distinto negli affari personali
si è sfilato in tempo dalla compagine che adesso - scrive
"
Il Mondo
" - pensa di affidare le sorti della Casina a Edoardo
Montefusco, l'editore napoletano proprietario di Radio
Dimensione Suono e presidente di RNA, l'Associazione delle
radio private.
CDB
NEWS! - HOLDING SANITA' E SERVIZI (HSS),
LA CONTROLLATA DELLA CIR
DI DE BENEDETTI, SCALDA I MOTORI PER
LA QUOTAZIONE IN BORSA
- IPOTESI DI IPO INSIEME A BANCA IMI (GRUPPO INTESASANPAOLO),
MORGAN STANLEY
E BANCA AKROS...
Radiocor
- Holding Sanita' e Servizi (Hss), la controllata di Cir
attiva nel settore della sanita', scalda i motori per
la quotazione. Il
management, secondo quanto risulta a Radiocor, ha iniziato a
lavorare all'ipotesi di ipo insieme a Banca Imi (gruppo
IntesaSanPaolo),
Morgan Stanley
, che detiene il 16% circa del capitale, e Banca Akros. Nei
prossimi mesi, al temine della valutazione, Hss decidera' se
presentare domanda di ammissione a quotazione alle autorita'
competenti. Di recente anche l'a.d. della societa', Giuseppe
Vailati Venturi, aveva indicato la possibilita' di sbarco in
Borsa nel corso del 2010.
[11-12-2009]
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DE
BENEDETTI: L'ANTITRUST DECIDERA' SE GOOGLE ABUSA DELLA SUA POSIZIONE
DOMINANTE...
(Adnkronos) - Google Italia 'non dichiara quanto fattura' ma 'di certo la sua e'
una posizione dominante sia sul mercato della pubblicita' testuale a
performance, sia in quello del principale servizio offerto, cioe' la
ricerca su internet'. Lo rileva il presidente del gruppo l'Espresso
Carlo De Benedetti nel suo intervento sul 'Sole 24 Ore', affermando
pero' che la cifra guadagnata dal motore di ricerca e' 'piu' o meno
450 milioni di euro, la meta' degli investimenti pubblicitari su
internet'. Se si tratti di un abuso di posizione dominante, secondo
l'editore, 'e' da provare. E in questo senso - prosegue - c'e' da
attendere con fiducia l'Autorita' garante della concorrenza e del
mercato che sta indagando' su segnalazione della Fieg.
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DE
BENEDETTI: PM ROMA INDAGANO SU MANOMISSIONE AUTO, FORSE SPIATO...
Radiocor - E' possibile che qualcuno intendesse
spiare Carlo De Benedetti. L'ipotesi e' al vaglio della Procura di
Roma che ha aperto un fascicolo d'indagine, per il reato di
manomissione, in relazione alla denuncia presentata dall'editore del
Gruppo L'Espresso-Repubblica contro ignoti 'per un'intrusiva o
dolosa manomissione rilevata all'interno dell'autovettura da lui
utilizzata per i suoi spostamenti' nella capitale. L'indagine e'
stata affidata a un magistrato del pool che persegue i reati
informatici. La scelta si giustifica con il fatto che
nell'autovettura sarebbe ricavata una nicchia in cui gli ignoti
avrebbero potuto collocare un congegno, forse per spiare l'editore.
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02.12.09 |
De
Benedetti all’asciutto, la liquidità a zero - Perché
l’accomandita è ancora in rosso? - LA presenza ingombrante DEL
colosso energetico spagnolo Acciona, che controlla ormai il 16,4%,
probabilmente spiana la strada ad un accordo fra la stessa utility
iberica e le attività di Sorgenia, quelle che più sono nel cuore
di Rodolfo De Benedetti...
Francis Drake per il settimanale
"Soldi"
Papà Carlo, ma anche i tre figli
Edoardo, Marco e Rodolfo mettono mano al portafoglio. Poche
settimane fa l'intero "clan De Benedetti", riunito in
assemblea in quel di Torino, ha nuovamente dovuto far buon viso a
cattivo gioco: l'Ingegnere e i suoi tre eredi maschi, azionisti
presocché totalitari della Carlo De Benedetti & Figli, sono
rimasti all'asciutto anche quest'anno.
L'accomandita di famiglia, infatti,
non solo non ha ancora potuto distribuire un dividendo ai soci a
valere sul bilancio 2008 ma gli azionisti hanno pure dovuto coprire
le perdite che dai 2,54 milioni di euro del 2007 sono salite a 3,03
milioni. La cassaforte dei De Benedetti, peraltro, ha dovuto far
fronte ad un drastico calo della liquidità perché le disponibilità
sono crollate dai 38,65 milioni del 2007 ad appena 89.679 euro anche
se contestualmente i debiti verso banche sono scesi da 161,73 a
136,03 milioni.
Perché l'accomandita dei De Benedetti
è ancora in rosso? E' lo stesso Ingegnere nella sua qualità di
presidente a spiegarlo nella nota integrativa dove dice che "il
risultato economico negativo dell'esercizio è sostanzialmene
attribuibile agli aumentati oneri finanziari sui finanziamenti
contratti per l'incremento della partecipazione nella controllata
Cofide".
Cioè: De Benedetti paga di più i
fidi che si fa dare dalle banche per rafforzarsi nella quotata a
monte della catena del suo impero a Piazza Affari che da Cofide
scende a Cir e, e poi Espresso e Sogefi: infatti nel 2008 ha
comprato titoli Cofide per circa 10 milioni di euro portando la
partecipazione (a fine 2008 al 47,9 e oggi pari a circa il 51%) a
valere 229,98 milioni di euro, anche se i titoli depositati in
garanzie alle banche sono lievitati da 217,29 a 227,31 milioni.
Quel che è certo è che l'Ingegnere
ha intenzione di utilizzare proprio la Sapaz per nuove, grandi
manovre perché ha deciso di aumentarne il capitale da 69,42 a
170,82 milioni di euro, con una ricapitalizzazione che terminerà
nel 2012 e che secondo alcune fonti è già stata completata per una
prima tranche di 25 milioni.
E, nel frattempo, proprio in Cofide è
cresciuto il peso di Bestinver Gestion Sgiic, gruppo di asset
management che fa riferimento al colosso energetico spagnolo Acciona,
che controlla ormai il 16,4%. Una presenza ingombrante ma che
probabilmente spiana la strada ad un accordo fra la stessa utility
iberica e le attività di Sorgenia, quelle che più sono nel cuore
di Rodolfo De Benedetti.
[27-11-2009]
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CDB,
DALL'ALTARE DI OXFORD ALLA POLVERE DE "IL GIORNALE" -
"i giovani studenti inglesi non sanno che De Benedetti, a
differenza di Berlusconi, finì in galera per tangenti (ma solo per
qualche ora perché ottenne subito i domiciliari), condanna evitata
per sopraggiunta prescrizione - INTERVISTATO SUI SUOI TRAFFICI
ALL'OLIVETTI FECE CANCELLARE LE DOMANDE SCOMODE...
Alessandro
Sallusti per
"Il Giornale"
Carlo
De Benedetti, editore di La Repubblica, lunedì ha tenuto a Oxford
una lezione di etica e giornalismo. In sintesi l'ingegnere ha
sostenuto che la maggior parte degli italiani sono male informati
perché subiscono l'influenza delle reti televisive di Berlusconi,
che i suoi giornali, La Repubblica e L'espresso, sono gli unici che
sfidano i potenti e che garantiscono ai cittadini la conoscenza e il
sapere indispensabili per far crescere la libertà.
De
Benedetti ha parlato a lungo del rapporto tra giornali e potere, ha
fatto esempi su editori (lui) e giornalisti (i suoi) a schiena
diritta e altri supini. Pratica che conosce bene anche se a volte la
memoria lo tradisce. Per esempio i giovani studenti inglesi non
sanno che De Benedetti, a differenza di Silvio Berlusconi, finì in
galera per tangenti (condanna evitata per sopraggiunta
prescrizione).
E
non lo sapranno mai perché il fatto è stato accuratamente
censurato (come l'oblazione di una condanna per falso in bilancio
ottenuta grazie alla legge del governo Berlusconi che in questi
giorni La Repubblica definisce «legge ad personam» ) da tutte le
biografie esistenti, compresa quella della libera (?) Wikipedia.
Eppure avvenne, è storia.
La
data è il 31 ottobre 1993. Un alto ufficiale dei carabinieri bussò
alla porta di casa De Benedetti a Torino. Aveva in mano un ordine di
custodia cautelare firmato dalla procura di Roma. Casualmente
l'ingegnere non c'era, era all'estero. Per lui l'accusa era concorso
in corruzione, oltre dieci miliardi di tangenti pagate dalla sua
società, la Olivetti, tra il 1988 e il 1991, per piazzare al
ministero delle Poste, alle Ferrovie, telescriventi e fax che per di
più erano obsoleti, fondi di magazzino.
Di
lì a tre giorni l'ingegnere si consegnò ai magistrati romani e finì
in cella, ma solo per qualche ora perché ottenne subito i
domiciliari. Tutto ciò accade pochi mesi dopo che De Benedetti si
era presentato da Di Pietro per vuotare il sacco. Era maggio, e i pm
milanesi di Mani pulite avevano scoperto le schifezze della
Olivetti. Anticipò l'inevitabile chiamata e andò a Palazzo di
Giustizia. Raccontò tutto, per filo e per segno, scaricò la colpa
giuridica sui suoi manager e si assunse quella politica con un «ma»
di troppo.
E
cioè: ma eravamo costretti a farlo altrimenti non avremmo lavorato.
In pratica si dichiarò concusso. Di Pietro, a differenza di quello
che faceva in quegli anni con altri imprenditori (galera), gli diede
una pacca sulle spalle e lo rimandò a casa. L'ingiustizia era
talmente palese che la Procura di Roma volle vederci chiaro. Perché
se uno è concusso una volta passi, ma se lo stesso si fa fregare
per tre anni di fila in silenzio, beh, allora la cosa cambia. Così
si arrivò all'espropriazione dell'inchiesta e all'ordine di
arresto.
Come
si comportò il professore di etica, quello che vuole giornalisti
con la schiena diritta con i potenti? Sono testimone diretto, in
quanto il giorno dopo la confessione fiume a Di Pietro, il Corriere
della Sera, dove lavoravo, mi spedì a Ivrea, quartier generale
della Olivetti, per intervistare l'ingegnere.
Pur
avendo ricevuto mille raccomandazioni dai miei capi a essere
prudente, essendo giovane e illuso pensavo di poter chiedere a De
Benedetti ciò che gli italiani volevano sapere. Per esempio perché
pochi mesi prima, quando si credeva che l'Olivetti potesse ancora
sfangarla, dichiarava spavaldo: «Tangenti? Non ne ho mai pagate».
Ma non andò così, perché a quel tempo all'ingegnere i giornalisti
schiena diritta non piacevano, almeno non quelli che volevano
tenerla di fronte a lui.
Quell'intervista
fu un calvario, continuamente interrotta al motto di «ma gli
accordi non sono questi». Accordi? Già, l'ingegnere aveva tra gli
azionisti del Corriere amici importanti, cosa che simpaticamente non
evitò di ricordarmi. Le domande scomode furono limate, le risposte
modificate in continuazione. Fui costretto a scrivere sul posto e il
testo finale passato al vaglio da decine di mani. Avevo capito che
non era aria di fare l'eroe.
Lo
confesso, alla fine misi di malavoglia la mia firma sotto quel
testo, per la felicità di De Benedetti che mi congedò
complimentandosi: «Lei è giovane ma è proprio un bravo
giornalista, farà strada». Nel mio piccolo un po' l'ho fatta, ma
non con lui né grazie a lui e a quella sciagurata intervista. No,
questo gli studenti di Oxford non lo sapranno mai. E non sono al
corrente neppure di come il direttore preferito da De Benedetti, lo
schiena diritta Eugenio Scalfari, si comportò in quei momenti.
Il
giorno dell'arresto, prima telefonò furibondo e indignato al capo
della procura di Roma, Vittorio Mele: «Ma insomma, l'arresto del
presidente di Olivetti le sembra una bazzecola?», poi scrisse il
suo editoriale.
Ci
sono parole e concetti che il fondatore di La Repubblica ha poi
cancellato dal suo vocabolario. Tipo: «Questa volta avvertiamo una
vivissima preoccupazione come cittadini per il modo di procedere
della procura». E ancora: «Qual è la logica di tutto questo?
Forse quella di fare più rumore? Chi lo sa? Chi può negarlo?».
E
soprattutto: «Perciò stiano con gli occhi ben aperti i procuratori
di giustizia, perché il rischio che eseguano senza saperlo vendette
su commissione incombe pesante sul loro operato». E L'espresso che
scrisse? La notizia della settimana, direi dell'anno, finì in uno
strillo di copertina: «De Benedetti a Roma». Detto tutto su come
De Benedetti intende «la conoscenza che fa crescere la libertà»
elogiata a Oxford. Insomma, i magistrati se sfiorano il tuo editore
sono un pericolo, se si accaniscono contro Berlusconi una manna.
L'unico
giornalista che disse le cose come stavano fu, tanto per cambiare,
Indro Montanelli, che su questo giornale scrisse due cose. La prima
su De Benedetti: «Che tristezza quest'uomo che s'era proclamato
"diverso" dagli altri imprenditori (così come il Pci e il
Pds s'erano proclamati diversi dagli altri partiti) e che dai
giornali a lui soggetti, l'Espresso e la Repubblica, era stato
indicato come modello d'uomo d'affari immune dagli spasimi
d'aggancio politico e dalle tentazioni tangentizie cui gli altri
esponenti della razza padrona - per usare un termine caro al più
autorevole tra i suoi giornalisti, Eugenio Scalfari - erano soggetti».
La
seconda sull'editoriale di Scalfari: «Conosco molti furfanti che
non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia
furfante». Frasi che consigliamo di ripassare a Travaglio, che ama
coinvolgere a sproposito nei suoi deliri Indro Montanelli e che
ritiene il duo Scalfari-De Benedetti il meglio del Paese.
[25-11-2009]
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COFIDE E IL SEGNALE SUL FUTURO DI BIM...
L.G. per "Il Sole 24
Ore" - È di ieri la notizia che lo scorso 30 ottobre
Carlo De Benedetti è sceso sotto il 2%di Banca Intermobiliare dal 3,965%.
La partecipazione dell'Ingegnere in Bim poteva essere di buon grado
definita un pacchetto storico, l' ingresso nella banca tramite Cofide è
avvenuto infatti più di dieci anni fa.
Da qualche tempo, tuttavia, De Benedetti ha sposato la strategia che
vuole le holding focalizzate solo su partecipazioni strategiche e di
controllo. Va però aggiunto che l'Ingegnere ha fatto capolino in Bim
anche in virtù del legame intrecciato con uno dei principali azionisti
della banca: la famiglia Segre. Gli stesse Segre, però, da qualche tempo
non hanno più rapporti idilliaci con il resto della compagine azionaria
dell'istituto. Così nasce spontanea una domanda: possibile che la mossa
di De Benedetti sia il segnale di un prossimo riassetto in Bim?
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RAIDER E GENTILUOMO - Brutta giornata ieri per Passaporto Svizzero
Numero Uno - non solo la sconfitta di su-dario, che "repubblica"
ha sponsorizzato contro il detetstato mago dalemix, e la
"scandalosa" agonia del Fondo salva-imprese: succede Poi che SI
COLORA DI ROSSO LA SUA CASSAFORTE ROMED (PERDE 22,58 MLN SUI CAMBI) e i
famosi 750 milioni si allontanano. e "Il Giornale" festeggia...
1 - AI LEGALI FININVEST IL PRIMO ROUND SOSPESO IL MAXI
RISARCIMENTO A CIR
Luca Fazzo per Il Giornale
Carlo De Benedetti non aveva perso tempo: giovedì scorso aveva
notificato alla Fininvest l'atto di precetto in cui, sulla base della
sentenza del giudice Raimondo Mesiano, chiedeva l'immediato versamento
di 750 milioni di euro, minacciando in caso contrario il pignoramento
dei beni del gruppo.
Ma da ieri l'Ingegnere deve rinviare almeno di qualche settimana i
suoi progetti di riscossione: accogliendo la richiesta degli avvocati
Fininvest, la Corte d'appello di Milano ha congelato gli effetti della
sentenza Mesiano. Fino all'1 dicembre la clamorosa decisione del
magistrato milanese resta senza effetti concreti. Poi si vedrà.
Il provvedimento assunto da Giacomo Deodato, presidente della seconda
sezione della Corte d'appello milanese, non entra nel merito della
sentenza di Mesiano. Non affronta la complessa vicenda del Lodo
Mondadori, non valuta la ricostruzione fatta da Mesiano su come, nel
1991, Cesare Previti avrebbe corrotto per conto della Fininvest e di
Silvio Berlusconi il giudice romano Vittorio Metta, uno dei tre
magistrati che dovettero risolvere la guerra tra il Cavaliere e
l'Ingegnere per il controllo della Mondadori. Di tutto questo si dovrà
occupare il vero e proprio processo d'appello, che non arriverà (nella
migliore delle ipotesi) prima dell'anno prossimo.
Ieri Deodato si è limitato a prendere atto di uno solo degli
elementi indicati nel ricorso dei legali Fininvest: e cioè la
gigantesca portata del risarcimento disposto da Mesiano a carico del
Biscione e la difficoltà estrema che - in caso di ribaltamento della
sentenza di primo grado - la Fininvest incontrerebbe per riportare a
casa i soldi che avesse già versato. E proprio la fretta con cui la Cir
di De Benedetti aveva già avviato il tentativo di incassare il tesoro
sembra avere contribuito a convincere la Corte d'appello dell'opportunità
di fermare le bocce.
Si tratta, d'altronde, di un provvedimento pressoché automatico
anche in casi di minore rilevanza economica. Il tribunale «stabilisce
che il provvedimento adottato con il presente decreto abbia efficacia
soltanto fino alla decisione che sarà pronunciata con provvedimento
collegiale», si legge nel testo.
La prima partita «vera» si giocherà insomma a dicembre, quando Cir
e Fininvest si scontreranno - in attesa del processo d'appello - sulla
richiesta di sospensione della sentenza Mesiano davanti a un collegio di
tre giudici. Nel suo provvedimento di ieri, il presidente Deodato indica
anche i nomi dei magistrati cui ha assegnato la patata bollente: il
collegio sarà presieduto da Luigi de Ruggiero, uno dei veterani della
Corte d'appello milanese, mentre relatore sarà Walter Saresella.
Saranno loro a dover entrare nel merito della sentenza di Mesiano,
per verificare se i nove motivi d'appello avanzati da Fininvest
dimostrino una tale anomalia da sospenderne l'immediata efficacia (che
nei processi civili scatta di solito già dopo il giudizio di primo
grado). I nove motivi investono praticamente l'intero impianto della
sentenza di Mesiano: dal diritto della Cir a ottenere davvero il
controllo della Mondadori, fino ai calcoli in base ai quali Mesiano era
arrivato a calcolare al centesimo l'astronomico risarcimento.
2 - DE BENEDETTI SI COLORA DI ROSSO: PERDE 22,58 MLN SUI
CAMBI
John Hawkins per Soldi
Felice per la vittoria di Pier Luigi Bersani alle primarie dell'Ulivo
e sempre più concentrato sul dossier Espresso sia sul fronte della
ristrutturazione, grazie al lavoro di Monica Mondardini, sia su quello
dell'utilizzo della sua portaerei editoriale contro il premier Silvio
Berlusconi, l'arcirivale. Carlo De Benedetti è tutto fuorché l'arzillo
pensionato, con residenza a Sankt Moritz e cittadinanza svizzera, che
aveva voluto farci credere qualche mese fa.
Eppure anche il redivivo Ingegnere perde qualche colpo: la sua
cassaforte Romed ha chiuso il 2008 rivedendo l'utile a 431.288 euro
dalla perdita di 1,18 milioni del 2007, ma De Benedetti ha dovuto
tamponare con un finanziamento di 20,24 milioni il rosso precedente.
Nei conti della Romed, la testa di ponte dell'Ingegnere nel mestiere
che ancora gli piace moltissimo - quello del trading borsistico - le
perdite nette su cambi si sono però fatte più pesanti a 22,58 milioni
dai 15,04 bruciati nel 2007 e De Benedetti è stato pure costretto ad
appesantire le svalutazioni a 9,57 milioni dai 5,93 dell'esercizio
precedente; mettendo in garanzia titoli che da 1,05 miliardi del 2007
diminuiscono a 639,06 milioni.
Tra questi, come spiega la nota integrativa, ci sono titoli che
garantiscono finanziamenti per 102,63 milioni; titoli in pegno a fronte
di aperture di credito in c/c per 84,7 milioni, impegni a vendere
operazioni a termine su metalli per 69,98 milioni e ad acquistare
operazioni a termine su metalli per 12,71 milioni mentre gli impegni a
vendere titoli, indici e valute a fronte di operazioni a premio valgono
ben 461,84 milioni.
L'allargarsi delle perdite su cambi in Romed Spa, che controlla il
23,43% di Management & Capitali, deve aver convinto l'Ingegnere a
restare "solo al comando". E così De Benedetti è diventato
da poco amministratore unico della holding, "sbaraccando"
l'intero consiglio d'amministrazione dove sedevano il figlio Rodolfo, il
vicepresidente Franco Girard, i Segre, alleati di sempre, con Franca
Bruna (che era pure amministratore delegato di Romed) e il figlio
Massimo e Vittorio Moscatelli, passato alla guida dell'Ipi, finita
proprio sotto il controllo dei Segre.
Unico timoniere della Romed, l'Ingegnere recupera così spazio di
manovra per decidere che fare di Management & Capitali dopo che il
fondo salvaimprese è stato oggetto di Opa concorrenti, tutte
puntualmente fallite, promosse degli stessi Segre, dal merchant banker
Gianni Tamburi e dell'avvocato modenese Gianpiero Samorì.
[28-10-2009]
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CHE CI FA UN CASTELLO DI CINQUE PIANI IN STILE "FOLLY-WOODIANO"
NEL CUORE DI ROMA? - TRANQUILLI, NON OSPITA NESSUN SCEICCO SCIOCCO: è LA
NUOVA 'CASETTA' DI PAOLA FERRARI E MARCO De Benedetti - nel sotterraneo,
OLTRE ALLA piscina HI-TECH (costellata di migliaia di fibre ottiche),
anche una palestra e una sauna...
Giampiero Di Santo per ITALIA
OGGI
PAOLA
FERRARI JACARANDA FALK - Copyright Pizzi
Il finanziere, la giornalista sportiva, i due figli. A bordo piscina
sotto un cielo stellato nel cuore di Roma. Può sembrare la trama di una
fiction televisiva, ma non è così. Perché il finanziere è Marco De
Benedetti, figlio dell'ingegnere Carlo e numero uno di Carlyle Italia,
la giornalista sportiva è Paola Ferrari, già volto della «Domenica
sportiva» e consorte di Marco, e i figli sono appunto i due
giovanissimi figli della coppia.
E quella piscina nel cuore di Roma, non appena ultimata, sarà
davvero sempre sotto un cielo stellato, cioè sotto la volta in muratura
che la ricopre, costellata di migliaia di fibre ottiche incastonate una
per una in forellini da poco più di un millimetro di diametro. Per
creare un effetto scenico grandioso e romantico al tempo stesso, in
perfetto stile «Notte americana».
Un vero gioiello inserito in un altro gioiello, un palazzetto di
cinque piani nel più piccolo rione di Roma, Sant'Angelo (tra il Teatro
di Marcello e via Arenula), che Marco De Benedetti, sempre in viaggio
tra Roma, Milano e le piazze finanziarie che contano, ha preso in
affitto per farne la nuova dimora capitolina della sua famiglia.
Si tratta di una dimora di grande prestigio, naturalmente, oltreché
di enorme superficie. Tanto da consentire la realizzazione, nel
sotterraneo che ospita la piscina, anche di una palestra e una sauna,
come si conviene nelle case di rappresentanza, dove spazi per il fitness
e la wellness, ma anche per grandi feste, non possono mancare.
I lavori di ristrutturazione, tuttora in
corso, sono seguiti con particolare attenzione da Paola Ferrari, che
dopo il matrimonio non ha voluto rinunciare al suo cognome, reso famoso
da migliaia di apparizioni televisive e anche dalla sua grinta di
giornalista d'assalto, in favore di quello ancora più celebre del suo
consorte, che è anche consigliere di amministrazione della Cofide,
Compagnia finanziaria De Benedetti.
La signora, raccontano, sceglie di persona arredamenti e lampadari di
grande pregio in cristallo Baccarat e controlla con grande attenzione
anche i dettagli più insignificanti. Come uno splendido mosaico che,
dicono, non avrebbe superato l'esame della giornalista e per questo
sarebbe stato accuratamente nascosto, o un lampadario costato circa
60.000 euro e destinato a restare ben chiuso nel suo imballaggio.
Ma si sa, quando si tratta di gusti, tutto è opinabile e niente è
certo. Quel che è certo, invece, è che mentre il marito si occupa di
grandi operazioni finanziarie, l'ultimo colpo messo a segno è stata
l'acquisizione per Carlyle del 48% di Moncler, la Ferrari ha rivelato un
autentico talento per le ristrutturazioni edilizie.
Un talento che avrebbe voluto mettere al servizio di Roma e
dell'Italia già dal principio dell'anno scorso, quando annunciò la sua
candidatura per le elezioni politiche nelle liste della Destra di
Francesco Storace e dell'amica Daniela Santanchè e dichiarò guerra «al
degrado di Roma che ogni giorno tocco con mano quando porto a scuola i
bambini».
Quell'avventura si concluse con un insuccesso, perché la Destra non
superò lo sbarramento del 4%, ma l'aspirazione evidentemente è
rimasta. E in fin dei conti, il rione Sant'Angelo è pur sempre nel
cuore di Roma.
[22-10-2009]
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BOTTE DA ORBI TRA DE BORTOLI E SCALFARI - E IL BEL AMI DI
“REPUBBLICA” FINì KAPPAO - LA CENA DI ARCORE (COL CAPPELLO IN MANO),
IL SOSTEGNO INIZIALE A SINDONA, LA P2 - QUEL PATTO DEL '79 COL GRUPPO
RIZZOLI-P2 RITROVATO DALLA GF IN CASA GELLI - NEMESI DI BARBAPAPà: DAL
“MONDO” DI PANNUNZIO A “CIOCIARIA OGGI” DEL CIARRA
"Scalfari? La sua
specialità è la
pesca subacquea
in acque nere"
(Alberto Ronchey)
Adesso tutti ricordano con rabbia. Come nella famosa commedia di John
Osborne. La differenza sta che l'azione drammaturgica non si svolge
all'interno di una qualunque casa inglese, ma negli studi televisivi
dell'Infedele (La7). E le gesta dei suoi protagonisti rimbalzano come
palle di fuoco sulle pagine dei giornali.
Lunedì scorso il volto da clown triste di Alessandro Sallusti, le
pantomime del dandy cariato, Oscar Giannino, e la faccia da pugile
novizio di Gustavo Zagrebelsky, facevano solo da contorno al duello
all'arma bianca tra il direttore del "Corriere della Sera", il
mite Ferruccio de Bortoli, e il fondatore di "Repubblica", il
mitologico Eugenio Scalfari. Erano Tableaux vivants, di una contesa,
arbitrata dall'astuto Pinocchio, Gad Lerner.
FdB ANNUNCIA LA FINE DEL MIELISMO
Chi ha vinto la sfida, in fin dei conti, ha poca importanza. Anche se
stavolta Eugenio non è uscito indenne dal match. Chi ne ha guadagnato
è stata soprattutto la chiarezza. O meglio, un pesante velo d'ipocrisia
è stato tolto al totem delle libertà di stampa, adulato dai
giornalisti fin dentro le piazze (molto meno in redazione).
C'è poi da sperare che non si tratti di un fuoco di paglia. E che il
ruggito (del topo) Flebuccio nei confronti del leone Scalfari, ad
esempio, trovi un'eco quotidiana sulle pagine del Corrierone. Destinato,
nolente o meno, ad abbandonare il tragico "terzismo"
fantozziano praticato fino alla noia da Paolino Mieli e dai suoi degni
Filini della virgola politologica, Angelo Panebianco e Ernesto Della
Loggia.
IL RUGGITO IN TV DEL TOPO FLEBUCCIO
Un ruggito il suo che, purtroppo, all'inizio era stato un belato.
Il corsivo steso da Flebuccio sabato 10 ottobre appariva troppo
giustificatorio nei confronti di Berlusconi che aveva attaccato
pesantemente il Corriere. E, paradossalmente, de Bortoli deve
ringraziare il nemico Scalfari che il giorno dopo gli dava del codardo.
Provocando un suo editoriale (e un nuovo corsivo) che riapriva uno
scontro in cui Eu-Genio si era aggiudicato il primo round. Un
"corpo a corpo" andato avanti fino all'altro giorno, mercoledì
14 ottobre. Proprio mentre i consiglieri dell'Rcs si riunivano in via
Solferino. Stavolta era Flebuccio-don Abbondio a partire all'attacco.
LA CENA DI ARCORE, LA P2 E I RIZZOLI
Confermando non solo che Scalfari era andato con il cappello in mano ad
Arcore per discutere di pacchetti azionari (episodio confermato da
Fedele Confalonieri), ma piazzando altri due colpi micidiali: ricordando
al "maestro" il suo sostegno iniziale al bancarottiere Sindona
e di aver chiesto il fallimento della vecchia Rizzoli ai tempi della P2.
La guerra contro i padroni di via Solferino inizia già nell'estate
del '75, con la rivelazione dell'Espresso che la famiglia Rizzoli
starebbe per rivendere il gruppo ai Monti. "Perché lo fai?",
gli chiede un cronista. "Per screditare i Rizzoli. Stiamo per
entrare in guerra: per vincere valgono tutti i colpi", è la
risposta di Scalfari. E anche la sua filosofia di direttore-editore.
QUEL PATTO
Adesso tutti ricordano con rabbia. Ma molti dimenticano,
compreso l'ex Federmaresciallo di largo Fochetti, Giampaolo Pansa
(portano la sua firma due possenti volumi sui rapporti stampa-potere dai
titoli "L'Intrigo" e "il Malloppo"), Nel luglio del
1979 i signorotti di "Repubblica", stipularono "un
singolare" accordo con il gruppo Rizzoli-P2 in cui si parla di
"interessi comuni", d'intese per eventuali acquisizioni di
testate locali e di "reciproche consultazioni".
DA "IL MONDO" DI PANNUNZIO AL CIARRA
Una cartuccella, tenuta segreta, fino al giorno del ritrovamento del
patto da parte delle Fiamme Gialle a "Villa Wanda". La
residenza aretina del venerabile Licio Gelli, gran capo della P2. Per
Scalfari si trattava soltanto di "gentlemen's agreement". Così
è fatto il nostro Bel Ami.
E nel gioco perverso dei paradossi, lui e Carlo De Benedetti
(iscritto a suo tempo alla massoneria di Torino, Loggia Cavour) hanno
potuto conservare, la proprietà del gruppo Espresso-Repubblica grazie
all'astuzia del lor peggiore nemico, Andreotti-Belzebù. Lì dove non
arrivò il mitico Enrico Cuccia allungò la sua manona amichevole
Peppino Ciarrapico. Come a dire? da "il Mondo" di Pannunzio a
"Ciociaria Oggi" del Ciarra.
PS - Per CDB e la massoneria, leggere pag. 416 del libro Bur
di Ferruccio Pinotti "Fratelli d'Italia".
[15-10-2009]
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LIBERO" AGITA IL FANTASMA FISCALE DACARLETTO – A volte si è
svizzeri a volte nullatenenti. Altre volte entrambe le cose - DA UN ANNO
ALL’ALTRO DE BENEDETTI PASSò DA NULLATENENTE (ITALIANO) A MILIONARIO
(PER I GRIGIONI) – E I LIQUIDATORI DEL CRAC AMBROSIANO RESTARONO (QUASI)
A SECCO…
Claudio Antonelli per
"Libero"
A volte si è svizzeri a volte nullatenenti. Altre volte entrambe le
cose. Come l'ingegnere De Benedetti che prima di fare
il salto, ovvero lasciare l'Italia per la residenza elvetica, ci ha
pensato per un po' di anni. E prima di decidersi, nel 1998, quando ha
preso il domicilio in Canton Grigioni, per alcune
stagioni fiscali al di qua delle Alpi non aveva nulla di intestato.
Fatto salvo gli emolumenti frutto del suo lavoro e le cedole frutto
delle sue aziende.
Un caso fortuito che lo ha più volte salvato da una serie di
pignoramenti ordinati dagli allora pretori impegnati nel processo sul
crack da 1400 miliardi di lire del Banco Ambrosiano. Un processo che ha
visto impegnato l'Ingegnere per quasi 16 anni e che dopo una condanna in
primo grado alla fine lo vide assolto in toto.
L'opzione svizzera sarà senz'altro dovuta come lo stesso ingegnere
ha recentemente dichiarato a motivazioni sociali e politiche. Ma gli
attacchi politici e giudiziari subiti in Italia negli anni '90, definiti
dai suoi avvocati come azioni persecutorie, devono certo averlo
sollecitato a varcare Ponte Chiasso.
Il mese scorso De Benedetti chiedendo la
cittadinanza a Berna ha comunque precisato: «Qualcuno,
terribilmente stupido e informato male ha pensato che il mio desiderio
avesse in qualche modo a che fare con questioni di natura fiscale», ha
dichiarato il manager. Invece, ha sbagliato, «in modo grossolano, visto
che sono sempre stato e continuerò ad essere fiscalmente residente in
Italia».
In altre parole la Svizzera è il Paese più libero e sicuro del
mondo. Vero. Ma è anche il migliore in cui andare a pagare le tasse.
Nel momento in cui l'Ingegnere, terminato il processo e assolto per il
crack del Banco Ambrosiano, spostò la residenza in Canton
Grigioni, secondo la rivista Bilanz, diventò uno dei primi 300
contribuenti elvetici. Con un patrimonio tra gli 1,5 e i 2 miliardi di
franchi. Oltre 2 mila miliardi di lire.
Eppure l'anno prima in Italia era nullatenente eccetto gli introiti
dovuti all'attività di amministratore delegato. E non solo l'anno
prima. Già nell'aprile del 1987 i legali del vecchio Banco Ambrosiano
chiesero 150 miliardi di danni a De Benedetti e agli
altri coinvolti nel processo.
Il liquidatore, Lanfranco Gerini,
nell'ambito della causa civile parallela al processo penale, riuscì a
pignorare al patron della Cir solo 1 miliardo. Null'altro. Anni dopo nel
1995 la parte civile, dopo la sentenza di primo grado del 1992, chiese
di pignorare all'Ingegnere 100 miliardi come acconto del buco da 1400
miliardi del Banco. Si dovettero accontentare degli emolumenti, perchè
De
Benedetti non aveva intestato nulla.
D'altronde come commentò il Corriere il 2 ottobre del 1995 «a certi
livelli e con certi patrimoni capita spesso, per ragioni fiscali, di
risultare nullatenenti». A quella data De Benedetti
risultava
comunque presidente e consigliere delegato della holding Cofide.
Presidente e consigliere di Olivetti. Presidente di Sogefi.
Vicepresidente e consigliere della Cir. Consigliere di Editoriale
Espresso, di Gim e Pirelli.
Nel 1996 il pretore di Torino, sempre a seguito della sentenza che lo
condannò in primo grado a oltre 6 anni di carcere, ordinò un
pignoramento di beni e azioni della Carlo De Benedetti
e
Figli pari a 52 miliardi di lire, più 20 di interessi maturati. Totale
72. Dopo alcuni rinvii e tentativi, l'ufficiale giudiziario si presentò
nella villa torinese di De Benedetti e mise sotto
sequestro quadri e argenteria per 790 milioni di lire.
All'inviato del Corriere lo stesso messo avanzò il dubbio che alcune
opere d'arte fossero state addirittura sostituite con delle croste.
Dubbio mai provato e certamente frutto di una perizia eccessivamente
rapida. Un dubbio che però non fu mai affrontato in fase
dibattimentale.
Anzi, non ci fu nemmeno la contro perizia, perchè alla fine i
mobili, i quadri e le argenterie non furono mai pignorate. Perchè come
scrisse la stessa Repubblica il 27 aprile del 1996 l'Ingegnere e i
liquidatori trovarono l'accordo per una transazione da 10 miliardi. Il
10% esatto della richiesta iniziale.
Il difensore, l'avvocato Rocca spiegò: «Sotto
l'incalzante pressione di manovre odiose abbiamo consigliato il cliente
di addivenire a un'intesa che tronchi ogni altra pretesa. Per quanto
infondata». L'anno prima, ancora lontani dalla stretta di mano, ci fu
anche un colpo di genio definito allora "mossa anti
pignoramento".
In quel periodo De Benedetti prese 10.982.280 azioni
dell'accomandita che controlla Cofide e le girò in pegno alla Cofito,
la finanziaria torinese che fa capo alla famiglia Segre. Consacrando
un'amicizia mai tramontata. Solo ieri Carlo De Benedetti
ha
acquistato un altro 3,8% della sua Management & Capitali comprando
con una transazione fuori mercato 18 milioni di azioni tramite la Romed.
Di cui Franca Segre era fino ad aprile amministratore e
ora ne è procuratore. Un nuovo capitolo della saga-scalata di M&C.
Ma questa è un'altra storia.
[03-09-2009]
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SPORCHI DI SME - FELTRUSCONI CANNONEGGIA SCALFARI - NEL PROCESSO DI
APPELLO PER DIFFAMAZIONE AI DANNI DI CRAXI, IL FONDATORE DI 'REPUBBLICA'
ASSOLSE BERLUSCONI: "NON HA FATTO NULLA DI ILLECITO NEL CASO SME, è
SOLO UN IMPRENDITORE" - -
Gianmarco Chiocci per
Il Giornale
«Confermo la proposta di remissione della querela, previa una
lettera di scuse, nella forma più opportuna che Eugenio
Scalfari riterrà. Vorrei sottolineare che la querela da me
sporta aveva finalità di tutela della verità storica e della dignità
politica ed umana di mio padre. A differenza di altri, non intendo
commercializzare questo "momento" ma mi riterrei totalmente
soddisfatta con la lettera di cui sopra». In fede, Stefania
Craxi.
È datato 11 giugno 2009 l'ultimo atto a margine del processo penale
d'appello che vede il fondatore di Repubblica condannato in primo grado
(insieme all'attuale direttore Ezio Mauro) per aver
sostenuto - nella sua rubrica sul Venerdì - che «Craxi era intervenuto
con mezzi illeciti per bloccare il contratto Sme» poiché Carlo
De Benedetti andava annoverato «tra le sue
inimicizie». La sollecitazione che la figlia del leader socialista
rivolge ad Eugenio Scalfari ne segue altre, precedenti,
non andate a buon fine. Non vuole soldi, ma solo un'ammissione pubblica
di colpa per l'abbaglio preso.
Scalfari non sa cosa fare: se il mea culpa ed
evitare così i rischi del secondo grado oppure proseguire diritto e
sperare in giudici più benevoli rispetto a quelli che l'hanno
condannato il 6 aprile 2006 alla pena di 2.500 euro al termine di un
dibattimento ricco di testimoni eccellenti. Le motivazioni della
sentenza non offrono grandi speranze per il futuro del barbuto fondatore
di Repubblica.
Nelle quindici pagine sottoscritte dal
giudice Francesco Patrone del tribunale di Roma si
legge, infatti, che «entrambi gli enunciati (fatti illeciti e
intervento di Craxi dovuto all'inimicizia per
De
Benedetti, ndr) appaiono obiettivamente lesivi della
reputazione di chi allora rivestiva la carica di presidente del
Consiglio».
La tesi affermata da Scalfari che Craxi
bloccò
il contratto Sme violando la legge ed al fine di danneggiare De
Benedetti, è stata dunque giudicata diffamatoria anche
perché «il predetto intervento di Craxi - si legge
ancora in sentenza - forte, non isolato e pubblicamente rivendicato
dallo stesso Craxi, non costituiva certamente un atto
abnorme (...). Non è dato pertanto di ravvisare, a parere di questo
giudice, nessun evidente deliberato illecito, sotto il profilo
oggettivo, nella condotta tenuta da Craxi in ordine alla vicenda Sme».
Nel tentativo di evitare la condanna Scalfari le aveva provate tutte
nel contraddittorio con l'avvocato Roberto Ruggiero,
difensore del sottosegretario agli Esteri. Prima s'era impegnato a
sminuire la portata delle sue affermazioni diffamatorie spiegando che il
suo era solo un «giudizio politico». Testuale: «Il mio dire illecito
non configura... è una... non so come spiegarmi meglio, ma è un
aggettivo di tipo politico, io non sto incolpando nessuno di reati tant'è
che io sono stato disposto sin dall'inizio a transigere questa lite
(...). Se dico che ha adottato procedure illecite, ha adottato mezzi
illeciti, io do un giudizio etico-politico, che ovviamente può essere
sbagliato o soggettivo».
Scalfari è poi riuscito nella straordinaria impresa
di buttare a mare anni di campagne stampa di Repubblica contro Silvio
Berlusconi e la Sme. Anche qui, il virgolettato parla da solo:
«Io ho dato dell'illecito al comportamento non di Berlusconi
ma
di Craxi, quindi il problema è completamente un altro.
È una mia opinione, certo, io non ho dato giudizi su Berlusconi,
li ho dati su Craxi. Se si legge il testo non vi è il
minimo dubbio. Allora è chiaro - continua Scalfari
-
che Berlusconi non ha fatto... in quel caso, nel caso
di partecipare, di mettere in piedi una cordata. Berlusconi
non
ha fatto nulla di illecito, Berlusconi è solo un
imprenditore».
Agli atti del processo vi è poi il clamoroso interrogatorio
dell'allora ministro dell'Industria, Renato Altissimo,
che al giudice racconta dei rapporti tra Prodi e
De
Benedetti nell'appalto per la Sme: «Un gruppo americano si
disse interessato all'acquisto della Sme, così chiamai l'allora
presidente dell'Iri, Prodi, e glielo feci presente.
Prodi
mi escluse categoricamente che la Sme, pezzo pregiato dell'Iri,
sarebbe mai stata venduta. Poi quando pochi mesi dopo De
Benedetti mi chiamò per comunicarmi che aveva preso la Sme,
parlai nuovamente con Prodi. Ero decisamente sorpreso.
Gli dissi perché a Carlo De Benedetti sì e agli altri
no, e lui mi rispose secco: "Perché Carlo ha un
taglietto sul pisello che tu non hai"...».
[03-09-2009]
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M&C: Nati si fa la holding solo tre giorni prima del blitz -
Consob sospetta una concertazione occulta De Benedetti-Segre-Nati –
carletto smentisce: “Non esiste alcun accordo con soggetti terzi -
Compro perché il titolo vale di più dei prezzi dell’Opa”…
1 - M&C: Nati si
fa la holding solo tre giorni prima del blitz
Radiocor - Da societa' immobiliare a holding
d'investimento solo tre giorni prima di entrare nella partita M&C.
La 'scatola' che ha portato Alessio Nati al 5,272% di
M&C - secondo quanto risulta a Radiocor - e' stata dotata di uno
statuto adeguato all'operazione solo tre giorni prima che Nati
stipulasse
il contratto di compravendita con Sal.Oppenheim, come lascia intendere
la comunicazione Consob di oggi.
2 - M&C, Consob
sospetta una concertazione De Benedetti-Segre-Nati
Luca Fornivo per La
Stampa
Dopo tante fiammate in Borsa, Opa, rilanci, intrecci famigliari e
societari, ora la Consob vuol vederci chiaro su Management &
Capitali , il fondo salva-imprese fondato da Carlo De Benedetti,
stellina estiva di Piazza Affari.
Secondo quanto risulta a La Stampa, l'Authority di Borsa ha avviato
un dossier approfondito per valutare se ci siano gli estremi di un
concerto su M&C. Ovvero se sia possibile ravvisare un accordo
occulto tra De Benedetti, socio di M&C col 19,6% e
«soggetti terzi» tra cui potrebbero esserci Alessio Nati (5,27% del
capitale), genero di Silvia Monti, moglie di
De
Benedetti e Bim.
La banca torinese, spesso al fianco dell'Ingegnere in tante scalate,
ha tra i soci la famiglia Segre che ha lanciato un'Opa su M&C a 0,11
euro, cui è seguito la contro-Opa della Tip di Giovanni Tamburi
a 0,12 euro. Già oggi potrebbe essere formalizzata da parte di
Consob una richiesta di chiarimenti ai soggetti in gioco, che in via
informale sarebbero però già stati contattati dall'Authority.
Tant'è che ieri De Benedetti ha voluto smentire
l'ipotesi di concerto. «Non esiste alcun accordo con soggetti terzi»
sul capitale di M&C» ha detto l'Ingegnere che ha aggiunto: «L'accordo
parasociale siglato il 5 marzo 2008 tra Romed, Romed international (De
Benedetti, ndr) e Secontip (Giovanni Tamburi,
ndr) è stato formalmente dichiarato esaurito» dalla Romed e Secontip
«ha contestato l'efficacia di tale disdetta».
Sui recenti acquisti di M&C De Benedetti ha
detto: «Compro perché il titolo vale di più dei prezzi dell'Opa».
Ieri M&C ha perso il 3,46% a 1,17 euro.
La Consob vuole riscontrare poi altre anomalie. Appare bizzarra la
decisione di Secondtip di ridurre la quota in M&C dal 15 al 12,7%.
La decisione, si legge in una nota emessa da Secodntip su richiesta di
Consob, «è stata dettata da considerazioni di opportunità
imprenditoriale, tenendo conto delle quotazioni del titolo M&C negli
ultimi giorni superiori di oltre il 60% rispetto al migliore dei prezzi
offerti» nell'ambito delle due Opa sul titolo.
Secondtip conclude dicendo di non aver stipulato patti con altri
azionisti. Altra possibile anomalia, la «scatola» che ha portato Nati
al 5,2% di M&C è stata dotata di uno statuto adeguato
all'operazione tre giorni prima che Nati stipulasse il contratto di
compravendita con Sal. Oppenheim. Intanto, secondo indiscrezioni, non
commentate dal portavoce di Nati, l'imprenditore sarebbe in uscita da
Investimenti e sviluppo insieme al presidente Carlo Gatto.
[21-08-2009]
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E se alla fine la scalata la facesse l'Ingegnere?Per ora IL GENERO
Alessio Nati non lancia l'Opa ma compra – DE BENEDETTI sale quasi al 20%
e presto la terza Opa potrebbe doverla lanciare proprio lui - Forse CDB si
è pentito di aver annunciato l'addio alla finanza…
Stefano Feltri per Il
riformista
Ieri il mercato ha assistito a un'altra puntata della lunga, e sempre
più strana, agonia di Management&Capitali. Negli episodi
precedenti: Carlo De Benedetti, editore di Repubblica,
crea nel 2005 un fondo di investimento per rilevare e ristrutturare
imprese in difficoltà; quattro anni dopo il progetto è deludente, CDB
lo mette in vendita, restituisce quasi tutti i soldi in cassa agli
azionisti; due suoi soci, la famiglia Segre (con la
società Mi.mo.se) e Giovanni Tamburi (con Second Tip)
laciano due offerte pubbliche d'acquisto per ottenere il controllo del
fondo impegnandosi a comprare azioni dagli altri azionisti a un prezzo
di poco superiore a quello di mercato.
Appena le due opa diventano efficaci, il 13 agosto, l'Ingegnere
rivela di aver comprato fuori mercato più del due per cento del
capitale, a carissimo prezzo: sedici centesimi per azione invece di
dodici (quanto offriva la più generosa delle due opa).
Lunedì si è mossa la Consob, l'autorità che vigila sulla Borsa,
che ha chiesto lumi a De Benedetti e ad Alessio
Nati, marito della figlia di primo letto di CDB, che a
luglio sembrava pronto a lanciare una terza opa.
E la mossa di De Benedetti sembrava funzionale a
preparargli il terreno, facendo capire che la società (con alcune
partecipazioni di dubbio valore e 40 milioni di euro in cassa) valeva più
di quanto le due opa la valutavano. Un po' tutti si aspettavano quindi
che oggi Nati scoprisse le carte, lanciandosi
ufficialmente alla conquista di M&C.
Gli investitori ne erano così sicuri che la sua azienda,
Investimenti&Sviluppo, stava volando in Borsa, nonostante tutti
sapessero che l'eventuale investimento sarebbe stato a titolo personale
e non tramite I&S.
Invece no. Con un breve comunicato, Nati ha spiegato
che «allo stato non è sua intenzione promuovere un'offerta pubblica di
acquisto sulle azioni della società Management&Capitali S.p.A.».
Alla quale però resta interessato. Nello stesso comunicato si legge di
un «acquisto ai blocchi» fatto il 14 agosto e che diventerà operativo
il 21 agosto (cioè ha comprato titoli che ancora non sono però
fisicamente in suo possesso) con cui Nati sale al 5,3
per cento di M&C «e non esclude di effettuare prossimamente
ulteriori acquisti».
Sorpresa numero due: dall'aggiornamento della Consob sulle
partecipazioni rilevanti si è scoperto ieri che Carlo
De
Benedetti, sempre attraverso la sua finanziaria Romed con cui
aveva fatto gli acquisti precedenti, è salito al 19,639 per cento
(comprando a prezzi altissimi) del capitale, oltre un punto in più
rispetto all'ultimo shopping che lo aveva portato dal 16 al 18 per
cento.
Ricapitolando: De Bendetti si sta comprando - a un
prezzo gonfiato dall'attenzione che si è creata intorno a M&C -
azioni della società che lui stesso ha messo in vendita, insieme al
parente Alessio Nati. Le due opa in corso (a cui si può
aderire, cioè vendere le proprie azioni ai contendenti, entro il 15
settembre) sono state spazzate via dalle mosse di CDB: nessuno venderà
a 12 centesimi per azione se l'Ingegnere continua a comprare a oltre 16.
Ieri il titolo, che è sceso del cinque per cento, si è assestato sui
17 centesimi.
Le domande che gli osservatori si pongono ora sono due: che succederà?
E perché l'editore di Repubblica sta facendo qualcosa di così
difficile da interpretare? Alla prima si può provare a rispondere, più
complicato con la seconda. Lo scenario che si delinea è il seguente. In
tempi brevi, appena si voterà su qualcosa o si prenderanno decisioni
strategiche per il futuro di M&C, risulterà evidente che De
Benedetti e Nati agiscono in squadra: già ora, sommando le loro quote,
si arriva sopra il 25 per cento.
Tenendo conto che M&C ha ricomprato il 13 per cento di azioni
proprie e che Nati ha detto che salirà ancora, quasi certamente i due -
insieme - oltrepasseranno la soglia del 30 per cento del capitale.
Quindi saranno costretti, come imposto dal testo unico della finanza, a
lanciare un opa.
Alla Consob spetterà il compito di accertare che i due
effettivamente si muovano in coppia e che, quindi, procedano all'opa
obbligatoria. Non è dato sapere come si muoverà la famiglia Segre,
da sempre compagna di avventure finanziarie dell'Ingegnere:
probabilmente lo sosterrà anche in questa ultima fase della partita.
Con Giovanni Tamburi, il capo della Second Tip, i
rapporti sono invece deteriorati in modo irrimediabile: a maggio CDB ha
sciolto il patto di sindacato che lo legava a Tamburi
senza
rispettare il preavviso richiesto di sei mesi, troncando una
collaborazione con la Tamburi Investment Partners
iniziata un paio di anni fa, nel momento più difficile per M&C in
cui serviva un partner con esperienza nel settore del private equity.
Tamburi, probabilmente, dovrà quindi rassegnarsi a
non poter ottenere il controllo di M&C sul quale aveva progetti
imprenditoriali: se e quando CDB lancerà la sua opa, si limiterà a
rivendergli a 16 o 17 centesimi le azioni che ha comprato a 11,
consolandosi con la plusvalenza.
Il perché di tutto questo è chiaro solo a CDB. In ambienti
finanziari circolano un paio di spiegazioni. La prima: De
Benedetti non era soddisfatto della piega che stava
prendendo l'eutanasia di M&C, forse si è accorto di averlo dato per
finito prima del tempo e piuttosto che vederlo rifiorire nelle mani di
Tamburi
è disposto a riprenderselo tutto a caro prezzo anche se non sa
bene cosa farsene.
La seconda teoria è che CDB si sia un po' pentito di aver annunciato
a gennaio, in una conferenza stampa con tutta la famiglia, la sua
progressiva uscita di scena dalla finanza. Doveva conservare solo il
potere sul business editoriale. Ma forse la finanza continua a
esercitare troppo fascino sull'uomo che, in un altro secolo, sognò
addirittura a comprarsi il Belgio con la Société Générale de
Belgique.
[19-08-2009]
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IL GIOCO DELL’Opa DI CARLETTO - METTE ALL’ASTA LA
‘SALVAIMPRESE’ M&C, DOPODICHé COMPRA AZIONI, QUINDI SBUCA IL
GENERO, INSOMMA NON SI CAPISCE UN AMATO NIENTE – QUELLO CHE è SICURO è
CHE L’UNICA SOCIETà CHE L’INGEGNERE METTERà IN SALVO è SE STESSO…
Giancarlo Radice per
Corriere della Sera
La corsa a Management & Capitali è ormai al punto di svolta. A
imprimerla è stato lo stesso fondatore, Carlo De
Benedetti,
che nei giorni scorsi ha aggiunto a quel 18,2% del fondo «salvaimprese»
già nelle sue mani un altro 2,16% attraverso due operazioni di mercato,
costate circa 1,5 milioni di euro, che sembrano puntate contro le
offerte d'acquisto presentate dalla Tamburi Investment Partner (Tip)
di Giovanni Tamburi e dalla famiglia Segre attraverso Mimose.
Il primo intervento risale a lunedì scorso, quando la Romed
dell'Ingegnere ha comprato un pacchetto di 1,25 milioni di azioni a
0,145 euro ciascuna. Tre giorni più tardi, giovedì, secondo blitz:
un altro pacchetto di 9 milioni di titoli a 0,15 euro ciascuno, tanto
da innescare venerdì scorso in Borsa un'ondata di richieste che
hanno fatto schizzare Management & Capitali del 21,38%, a quota
0,176 euro (cioè il 138% in più dai minimi di sei mesi fa). In altre
parole, molto al di sopra sia dell'offerta sia di Mimose (circa 0,11
euro) sia di Tip (che, fra contanti e azioni proprie, è compresa fra
0,114 e 0,122 euro).
Una doppia mossa che, non a caso, ha avuto effetto proprio nel
giorno, venerdì scorso, in cui scadevano i termini per presentare
altre offerte d'acquisto. Con la conseguenza che da qui al 15 settembre,
data ultima entro la quale gli azionisti di M&C dovranno conferire o
meno le proprie azioni a uno o all'altro pretendente, l'intera partita
è ancora tutta da giocare.
E adesso? Quello lanciato da De Benedetti
è il
segnale inequivocabile che l'Ingegnere considera insufficienti le
cifre messe sul piatto da Tamburi e Segre rispetto al valore reale di
M&C. Ma negli ambienti finanziari milanesi ci si chiede se con il
suo intervento sui mercati De Benedetti abbia voluto
soltanto sollecitare un rilancio o voglia comunque scoraggiare gli
azionisti ad aderire alle due attuali Opa.
Tutti i riflettori sono puntati adesso su Alessio Nati,
amministratore delegato della finanziaria Investimenti e Sviluppo e
marito di Una Donà Delle Rose, cioè la figlia di
primo letto di Silvia De Benedetti, moglie
dell'Ingegnere. Nati ha più volte espresso il suo interesse per il
dossier M&C, è arrivato a prefigurare una cordata di imprenditori
al suo fianco e in queste settimane pare abbia intensificato i
contatti con gli istituti di credito disposti a finanziarlo, in primo
luogo Unicredit e Banca Intermobiliare.
Non è passato inosservato neanche il suo attivismo in Borsa di
questi giorni. «Non mi stupirei se nei prossimi giorni dichiarasse di
avere in mano il 10% di M&C» osserva un banchiere milanese, in
cambio dell'anonimato.
Nella «battaglia di ferragosto», dunque, De Benedetti
è di colpo tornato al centro di uno scenario in cui i rapporti
personali si mischiano indissolubilmente a quelli d'affari. L'ipotesi
Nati,
se mai dovesse concretizzarsi, avrebbe un sapore «familiare». E,
forse, consentirebbe all'Ingegnere si continuare a tenere le file di
una società che lui stesso ha creato nel 2005. Ma anche con la famiglia
Segre (Franca Segre come il figlio Massimo,
che guidano Mimose) c'è un legame che dura da oltre trent'anni,
scandito anche dall'alleanza nell'azionariato di Banca Intermobiliare.
Quella Bim da cui i Segre hanno appena avuto il
via libera ad acquisire, nell'altra Opa che sta caratterizzando la loro
estate 2009, la quota di controllo della Ipi. Ed è chiaro, dunque, come
l'obiettivo della doppia Opa di Mimose sia quello di riunire le
attività immobiliari di Ipi con quelle industriali-finanziarie (e la
liquidità) di una società quotata in Borsa come M&C.
Ma rapporti di vecchia data, l'Ingegnere li vanta anche con Tamburi.
Non a caso Tip è il secondo azionista di M&C, con il 15,3% del capitale.
Solo che, quattro mesi fa, qualcosa è profondamente cambiato. Lo
scorso aprile De Benedetti
ha
infatti disdetto improvvisamente il patto di sindacato che lo legava a
Tamburi. E Tip, appoggiata da altri azionisti, ha
risposto a fine giugno presentandosi all'assemblea di M&C per
contestare quasi tutti i punti all'ordine del giorno e bocciare
sonoramente la proposta di aumento di capitale avanzata dall'Ingegnere.
Che l'obiettivo di Tip sia quello di riportare M&C al progetto
originario in base al quale erano entrati come soci, è chiaro fin dal
prospetto della loro offerta d'acquisto e scambio sul 100% del
capitale: unire le attività e ampliare la platea di investitori per
costituire una merchant bank indipendente, attiva del private equity,
nella consulenza d'impresa e nella gestione delle crisi aziendali.
Ora, dopo le doppia mossa dell'Ingegnere sul mercato, Tamburi
e partner non sembrano comunque ansiosi di migliorare l'offerta
d'acquisto: se il titolo M&C tornerà ai livelli indicati dalla loro
Opas confidano di ottenere la fiducia degli azionisti, se il titolo
resterà invece più elevato, si ritroveranno automaticamente aumentato
il valore del loro 15,3%.
Ma è chiaro che a questo punto sia Tip sia Mimose stiano valutando
se ci sono margini di rilancio. E se abbiano senso. M&C è infatti
un fondo «salvaimprese» a cui, dopo la distribuzione agli azionisti
di 254 milioni di capitale, restano in cassa 59 milioni di euro, cioè
0,105 euro per titolo (destinati a scendere a 50 per gli impegni presi
con Treofan e Comital) e che detiene asset industriali molto
problematici: il 68% di Comital (completamente svalutato nel 2008), cioè
l'azienda che produce Cuki e Domopack, il 94,4% di Botto Fila e
soprattutto 77,6 milioni di euro di obbligazioni della società tedesca
Treofan destinate a essere convertite in azioni dando a M&C il
47% del capitale.
[17-08-2009]
M&C, ora la Consob SI MUOVE SULLA ‘BOSSA NOVA’ DI CARLO DE
BENEDETTI – NON SARà CHE IL FURBETTO DI ‘REPUBBLICA’ STIA COMPRANDO
AZIONI DELLA SUA SOCIETà PER AUMENTARE IL VALORE E POI GIRARLE AL GENERO
ALESSIO NATI? - Nati rileva il 5,3%, possibili ulteriori acquisti…
Francesco Manacorda
per La Stampa
E alla fine anche la Consob si muove su Management& Capitali. Ieri,
dopo che venerdì scorso Carlo De Benedetti aveva fatto
sapere di aver acquistato azioni di M&C pagandole fino a 0,15 euro
l'una - ossia un prezzo largamente superiore a quello dell'Opa più
generosa in corso tra le due offerte concorrenti presentate dalla
famiglia Segre e dalla Tip di Gianni Tamburi - la
Commissione di Borsa ha chiesto a tutti gli azionisti rilevanti della
società una fotografia aggiornata delle loro partecipazioni.
Ma soprattutto, dagli uffici Consob sono partite anche due richieste
ufficiali. La prima è indirizzata ad Alessio Nati perché illumini il
mercato sullo stato delle sue - lunghe - riflessioni. Il finanziere, che
è genero della moglie dello stesso De Benedetti e che
il 15 luglio aveva annunciato uno studio di fattibilità proprio su
un'eventuale e ulteriore Opa su M&C, non ha dato poi notizie delle
sue intenzioni.
Adesso la Consob gli suona la sveglia, probabilmente chiedendogli
anche se abbia una partecipazione nella società. Per rispondere Nati ha
tempo fino a domani, ma il suo comunicato dovrebbe arrivare già oggi,
prima dell'apertura dei mercati.
La seconda richiesta di informazioni da parte della Commissione, sempre
ai sensi dell'articolo 115 del Tuf, sarebbe indirizzata invece allo
stesso De Benedetti - che con le ultime operazioni a caro prezzo è
salito dal 16 al 18,2% della società - perché chiarisca il senso dei
suoi ultimi acquisti e la sua strategia d'investimento.
Insomma, la piccola battaglia estiva di piazza Affari - ieri l'intera
M&C capitalizzava 80 milioni - si sta scaldando. Dopo gli acquisiti
dell'Ingegnere che venerdì avevano messo il turbo al titolo, anche ieri
il rialzo è continuato. In mattinata con un incremento superiore
all'8%, poi con un rallentamento che ha portato il progresso della
seduta al 2,2% tra scambi che sono stati trenta volte la media
dell'ultimo mese.
Si tratta di 0,18 euro per azione, dunque un controvalore ben
superiore sia a quello dell'offerta della famiglia Segre (0,11 euro in
contanti) sia a quello della Tip (circa 0,12 euro tra azioni e
contanti). Mentre è impossibile che i Segre possano rilanciare
sull'offerta di Tamburi - il termine per un'eventuale controfferta è
scaduto venerdì scorso - le strade che restano da battere per spiegare
gli acquisti di De Benedetti sono due.
La prima riguarda l'aspettativa che sia in arrivo un'altra offerta più
alta rispetto a quella di Tamburi. Ovvio che in questo caso l'uomo su
cui si puntano gli occhi del mercato sia proprio Nati. Ieri, tra
l'altro, la Investimenti e Sviluppo, di cui Nati è amministratore
delegato, ha chiuso con un balzo del 31,55%, a 0,1059 euro, con scambi
pari al 3,4% del capitale. Questo nonostante il 15 luglio il finanziere
avesse precisato di muoversi in modo autonomo e non attraverso al società
che guida. A giudicare dai movimenti di Borsa, però, c'è l'aspettativa
che qualcosa sia cambiato.
La seconda interpretazione è quella che De Benedetti
consideri il valore delle partecipazioni in M&C superiore a quello
espresso dall'offerta di Tip. O, per meglio dire, che con il suo
acquisto del 2,2% l'Ingegnere abbia mandato a Tamburi
il
chiaro messaggio che con lui, a questi prezzi, l'Opa non passerà e che
Tip rischia di trovarsi in casa M&C un socio assai ingombrante.
In questo caso, senza l'intervento di Nati, si
potrebbe assistere a un braccio di ferro tra De Benedetti
e Tamburi. Anzi a un nuovo braccio di ferro, visto che
proprio a maggio, dopo appena un anno di convivenza nel capitale di
M&C, l'Ingegnere aveva sciolto il patto di sindacato con Tamburi
proprio perché in dissenso con lui sulle strategie della società.
M&C: Alessio
Nati rileva il 5,3%, possibili ulteriori acquistI
Radiocor - Alessio Nati ha raggiunto un accordo per
rilevare il 5,3% di M&C e non esclude ulteriori acquisti. Lo
sottolinea lo stesso Nati in una nota di precisazione formulata su
richiesta della Consob. 'In data 14 agosto 2009 - recita la nota - Alessio
Nati ha raggiunto un accordo per l'acquisto ai blocchi, con
effetto dal 21 agosto 2009, di una partecipazione rappresentativa del
5,3% del capitale sociale di M&C'.
Lo stesso Nati 'non esclude di effettuare prossimamente ulteriori
acquisti di azioni di M&C in ogni caso in misura non eccedente le
soglie rilevanti ai fini degli obblighi d'Opa'. Infine, riguardo la
quota del 5,3% della societa', 'non sono stati stipulati, allo stato,
accordi rilevati ai sensi dell'articolo 122 del Tuf', cioe' patti
parasociali. 'Allo stato', Nati ha invece 'abbandonato l'ipotesi di
promuovere un'offerta pubblica' dopo lo studio di fattibilita'
effettuato nelle ultime settimane.
[18-08-2009]
|
DOPO VILLA CERTOSA, I PAPARAZZI ESPUGNANO LA TENUTA DI CARLO DE
BENEDETTI - E CHI CI TROVANO, PANZA A PANZA? L’INGEGNERE “DEVIATO”
CON IL SUO GAD LERNER - ED È SUBITO PETTEGOLEZZO: SÌ, SARÀ L’INFEDELE
A PRENDERE LE REDINI DELL’ESPRESSO
LA SINISTRA CHIC DALLA SARDEGNA NON SI SMUOVE
FOTO E TESTO DA "OGGI"
LERNER
IN SARDEGNA DALL'ING
Divisi in tutto, De Benedetti e Berlusconi sono uniti dalla
passione per la Sardegna. Sul promontorio del Romazzino, a pochi
chilometri da Porto Rotondo e dai fasti berlusconiani di villa Certosa,
la tenuta dell'ingegner Carlo De Benedetti, industriale e padrone del
quotidiano La Repubblica e del settimanale Espresso, è una delle più
lussuose della Costa Smeralda (qui a sinistra), con piscina a forma di
cuore e costruzione, a pianta quadrata, ricoperta da prati e siepi.
DEBENEDETTI
E LERNER
L'editore e la sua seconda moglie, l'ex attrice Silvia Monti
(indimenticabile consorte di Alberto Sordi in Finché c'è guerra c'è
speranza, 1974), amano circondarsi di intellettuali, e hanno invitato
grossi calibri del giornalismo di sinistra, come Gad Lerner,
presentatore de L'Infedele su La7, e Lucio Caracciolo, direttore della
rivista Limes, con rispettive signore. Le foto non sono «pepate» come
quelle del premier, ma preludono forse a nuovi incarichi per Lerner, che
già collabora a Repubblica ed Espresso.
DEBENEDETTI
E LERNER
[11-08-2009]
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CONTI IN TASCA A CARLETTO - La Cdb & Figli, accomandita di
famiglia, ha varato una massiccia ricapitalizzazione da chiudere entro il
2012 - L’operazione non prevede un sovrapprezzo. Ma nella cassaforte
dell’Ingegnere ci sono 162 milioni di debiti...
Andrea Giacobino per
Finanza & Mercati
Carlo De Benedetti rafforza con 101,4 milioni la sua
cassaforte a monte della catena Cofide-Cir. È stato appena depositato
il verbale dell'assemblea della Carlo De Benedetti &
Figli, l'accomandita della famiglia dell'Ingegnere, che lo scorso 30
aprile si è riunita in sede straordinaria presso il Centro congressi
dell'Unione industriali di Torino, per decidere e approvare la
ricapitalizzazione.
L'aumento di capitale deliberato dagli azionisti è di 101,4 milioni
«con l'emissione - dice il verbale - di 195 milioni di azioni del
valore nominale di 0,52 euro cadauna, da offrirsi in opzione agli
azionisti alla pari e quindi senza sovrapprezzo». L'aumento di
capitale, spiega ancora lo stesso De Benedetti ai soci
dell'accomandita di cui è presidente, è «scindibile, potrà essere
eseguito anche in più tranches entro il 31 dicembre 2012».
Nel corso dell'assemblea straordinaria si è reso perciò necessario
procedere a una modifica dello statuto della Sapa, all'articolo 4, perché
il capitale sociale attuale, sottoscritto e versato e pari a 69,42
milioni, viene aumentato appunto a 170,82 milioni.
L'assemblea della Cdb & Figli, peraltro,
ha deciso che «qualora entro il suddetto termine del 31 dicembre 2012
l'aumento non sia stato integralmente sottoscritto, il capitale sia
comunque aumentato di un importo pari alle sottoscrizioni raccolte». Il
capitale, inoltre, precisa il verbale, «potrà essere aumentato anche
mediante conferimenti in natura».
FRANCA
SEGRE
L'assemblea straordinaria della Sapa ha registrato quasi il «tutto
esaurito» in quanto a titoli depositati. Erano presenti infatti soci
portatori di 123,49 milioni di titoli sui 135 milioni di capitale e, in
particolare: lo stesso De Benedetti con
10,13 milioni di titoli di piena proprietà e 10 milioni su cui ha
usufrutto; Bim Fiduciaria con 93,34 milioni di titoli rappresentata da Massimo
Segre, la madre Franca Bruna
Segre con 4.249 azioni, e due dei tre figli dell'Ingegnere, Rodolfo
e Marco De Benedetti, ciascuno detentore di
10,04 milioni di titoli.
massimo
segre
Mancavano all'appello i titoli del terzo figlio di De
Benedetti, Edoardo (che però non è
accomandatario); ma l'assemblea ha comunque approvato la
ricapitalizzazione all'unanimità. La Sapa, che controlla il 45,43% di
Cofide, ha chiuso il 2007, ultimo bilancio disponibile, in perdita per
2,54 milioni (coperta con la riserva straordinaria), con disponibilità
liquide per 38,65 milioni, ma debiti verso banche per 122,44 milioni e a
fronte dell'esposizione totale di 162,71 milioni vi erano titoli dati in
garanzia per 111,21 milioni.
[03-06-2009]
|
ASSALTO A CDB - IL DEPUTATO PDL LEHNER RIPESCA UNA telefonata di 13
anni fa De Benedetti-Di Pietro (atti procura di Brescia) - e ricorda
l'arresto (12 ore) dell’Ingegnere: "consegnò agli inquirenti un
memoriale sulle tangenti pagate dalla sua Olivetti"....
Giancarlo Lehner per "Libero"
Il rapporto tra Di Pietro e l'Ingegnere, pur essendo
il molisano drammaticamente impari, è storicamente organico e
finalizzato versus Berlusconi.
Ecco una telefonata di tredici anni fa, agli atti della procura di
Brescia, ore 10 e 31 del 19/11/1995:
Di Pietro: Pronto?
De Benedetti: Dottor Di Pietro?
D.P.: Sì....
D.B.: Non... l'ho svegliata?... Sono Carlo
De Benedetti...
D.P.: Sì... l'avevo riconosciuta benissimo, come
va... che piacere sentirla.
D.B.: Bene, bene... anch'io.
D.P.: Noi, a questo punto, ho capito che abbiamo
tanti amici comuni.
D.B. : Eh, ne abbiamo tanti ... sicuro.
D.P.: Tanti amici comuni, con cui lavoriamo insieme.
D.B.: Bene... e Prodi è uno di
questi... no?
D.P.: Prodi è uno di questi, sì...
D.B.: ...ehm... il suo progetto va avanti?
D.P.: Il nostro progetto... il nostro, eh sì, il
mio progetto va avanti, sta, stiamo lavorando... poi gliene [sic!]
preferisco parlargliene a voce.
D.B.: Con grande piacere...
anche perché secondo me ci vuole un'accelerazione dei tempi.
D.P.: Credo che ci sia un'accelerazione in tanti
sensi, devo dire che anche noi stiamo facendo parecchio, anche poi...
grazie ad amici comuni...
D.B.: Uhm... uhm... senta una cosa, poi ne parliamo
perché mi interessa anche sapere la sua idea... su questa pseudo o
finta entrata di Romiti.
D.P.: Eh... non lo so se poi è pseudo o se è finta
[sic!]... credo che sia una variabile... anch'io ci sto riflettendo...
Eh...eh...eh... per certi versi interessante, per certi versi uhm.. come
si può dire... uhm.
D.B.: Conturbante.
D.P.: Conturbante... conturbante, perché credo di
capire dove vuole andare a virare...
D.B.: Quello di Berlusconi è una cosa del tutto
anomala, .. Senta, quando lei ha un momento mi telefoni che ci vediamo
settima... settimana prossima senz'altro me ne farò carico.
D.P.: Grazie dottore.
Insomma, è «conturbante» l'intreccio tra gli «amici comuni»
(procure e poteri forti), a corollario di un sodalizio di ferro, dove De
Benedetti è la mente.
D'altra parte, visto che Repubblica definisce "bravi
mediatici" al servizio di Silvio don Rodrigo tutti
coloro che non insultano Berlusconi, è doveroso
ribattere che quel gruppo editoriale, per il padrone farebbe di tutto,
anche strappare le toghe. Quando arrestarono l'Ingegnere, l'ex
procuratore di Roma, Vittorio Mele, fu preso a male
parole:
«Scalfari... mi raggiunse sul mio telefono
cellulare... mi chiese conto, con tono alterato, delle ragioni...
dimenticando, come avrebbe poi sempre ricordato per le tante vicende
milanesi di Tangentopoli, che l'arresto era stato disposto dal gip».
A proposito di deontologia, L'Espresso diede la notizia del padrone
in galera con strillo in prima pagina a mo' di annuncio turistico:
"De Benedetti a Roma". Gli "amici
comuni" esigono con tono imperioso da Berlusconi la
verità, tutta la verità? No Emi, no party?
De Benedetti capisce che il velo tra vero e falso si può strappare
e, come uomo di mondo, sa che a volte la virilità impone d'andare a
rubare i cavalli.
Il 30/4/1993, l'Ingegnere giurò: «Tangenti? Mai pagate... mai
corrisposto finanziamenti ai partiti politici o ad entità ad essi
collegate».
Il 17/5/1993, ritrattò, anzi consegnò agli inquirenti un memoriale
sulle tangenti pagate dalla sua Olivetti.
Il 19/5/1993, ammise: «Se dovessi rifare tutto di nuovo, lo rifarei:
pagherei le tangenti...».
E Berlusconi dovrebbe rispondere su fatti privati a
Repubblica? A noi non frega niente di Noemi; ad altri,
purtroppo, non è fregato mai niente della Patria.
Noi stiamo con l'italianissimo Berlusconi, che ama
riamato una sola donna: monna Italia.
[27-05-2009]
IL “NEGRO” BIANCO DI INDRO – LO SFOGO DI CERVI: “I 13 libri a
quattro mani con Montanelli li ho scritti io” – "QUANDO IL
"CORRIERE" RIPUBBLICò LA "STORIA D'ITALIA" CANCELLò
IL MIO NOME" - QUANTO INCASSAVA DI ROYALTIES SENZA FARE FARE UN CAZZO?...
Da
"Italia Oggi"
cervi
mario
«I tredici libri a quattro mani con Indro Montanelli li
ho scritti io», così dice Mario Cervi nel suo ultimo
libro Gli anni del piombo, Mursia, pagine 220, euro 17.
La cosa si sapeva ufficiosamente negli ambienti giornalistici più
informati. Ma veniva sussurrata. Adesso è lo stesso coautore (che,
invece, si rivela come autore) che lo dice in un modo inconfondibile,
nero su bianco con una prosa che non deve essere interpretata, ma solo
letta. Vediamola, estraendo dal libro questi brani:
DA "GLI ANNI DI PIOMBO" DI MARIO CERVI
... La Storia d'Italia montanelliana aveva un impianto
inconfondibile, uno stile riconoscibile, una grande coerenza culturale
e, se volete, ideologica. Delle idee di Montanelli condividevo
quasi tutto. Del suo modo di porsi di fronte ai personaggi e agli
avvenimenti condividevo tutto. I volumi della sua monumentale opera
erano diventati, nel corso degli anni, più seri.
Non vorrei essere frainteso. Le godibili pagine dell'inizio avevano
una base forte di pensiero e di preparazione. Ma anche per le
caratteristiche della pubblicazione che le aveva accolte, la «Domenica
del Corriere», aveva un milione e passa di lettori affezionati,
ingenui, amanti dei buoni sentimenti, incantati dalle monellerie di Indro,
le storie montanelliane erano partite con piglio allegro. Cammin facendo
Indro aveva approfondito di più: «L'Italia della
Controriforma» è uno stupendo saggio da qualsiasi prospettiva lo si
consideri.
Indro
Montanelli
L'esigenza di avvicinare la storia di un divulgatore geniale alla
storia degli storici era diventata molto forte quando io mi associai a Montanelli.
Lo era diventata perché si inoltrava su un terreno battutissimo,
perché affrontava temi polemici incandescenti, perché ricordava atti e
detti di uomini usciti di scena da poco o ancora viventi. Un giorno in
cui, conversando con Indro, gli esprimevo la mia nostalgia per certe sue
passate lepidezze, mi disse che avevo ragione, «ma Nerone non dà
querela, Fanfani sì».
Voglio essere chiaro: i libri a quattro mani con Montanelli li
ho scritti io. Ma non voglio nemmeno essere frainteso. L'approdo di Montanelli
a quei tredici libri è stato fondamentale, per una serie di
ragioni.
Primo, lo è stato perché la linea era sua e io scrivevo sapendo di
dovermi adeguare a essa e facendolo senza alcuno sforzo perché la sua
linea era la mia. Secondo, di Montanelli era la
prefazione a ogni volume, a volte anche la postfazione. Testi brevi, ma
mirabili e indispensabili.
Con il suo dono della sintesi, con le sue doti di chiarezza e di
incisività, Montanelli metteva a fuoco i concetti e le
figure centrali del libro, nessun osannato ideatore di promo televisivi
può eguagliare quel miracolo d'intelligenza. A volte Montanelli
mi ricordava, con quelle sue prefazioni, certe critiche
teatrali di Renato Simoni: il quale, sunteggiando la
trama di una commedia, indicava anche gli sviluppi che l'autore avrebbe
potuto darle, e che magari, per inadeguatezza, aveva mancato.
Infine, terzo motivo, l'immane produzione
giornalistica di Montanelli includeva reportage e
ritratti aderenti al libro che scrivevo, e allora attingevo a piene
mani. Talvolta la bellezza dei profili era così spiccatamente
montanelliana che il libro assomigliava a un'opera della quale io avessi
composto il recitativo, e Indro le romanze. Montanelli fu,
per quanto mi riguarda, il più indulgente dei revisori, ricordo al
massimo una decina di sue aggiunte o correzioni. (_)
Nemmeno me ne volle, Montanelli, quando Rosario Bentivegna,
quello della strage di via Rasella, ci querelò per un accenno
incompleto, ne L'Italia della guerra civile, ai processi che il
Bentivegna stesso aveva subito da corti militari alleate per la morte di
un finanziere in borghese, dopo la liberazione di Roma. Bentivegna
ottenne il sequestro del volume e un risarcimento.
(A proposito di quel volume, e della scarsa considerazione in cui gli
accademici della storia tenevano la collana montanelliana: nel 1991 lo
storico Claudio Pavone pubblicò un libro in cui il
periodo della Repubblica di Salò era qualificato come guerra civile, e
da ogni pulpito culturale italiano si levarono inni alla straordinaria
scoperta. Ma L'Italia della guerra civile era stato, anni prima, il
titolo di un libro di Montanelli-Cervi.)
L'intesa con Montanelli era tale che sopravvisse ad
avvenimenti dai quali avrebbe dovuto essere ridotta in macerie. Quando
già Montanelli aveva rotto con Berlusconi,
tra il 1993 e il 1994, diventandone il fustigatore implacabile, e io ero
tornato al «Giornale» dopo la fallimentare esperienza della «Voce»,
quando cioè ci trovavamo in teoria su barricate opposte, scrissi i due
ultimi volumi della Storia d'Italia (cui seguirono due compendi,
L'Italia del Novecento e L'Italia del Millennio).
DIZIONE
DEL CORRIERE SENZA IL NOME DEL VERO AUTORE: MARIO CERVI
I volumi furono L'Italia di Berlusconi e L'Italia
dell'Ulivo. Libri come si può immaginare molto delicati, che
raccontavano vicende nelle quali eravamo stati direttamente coinvolti, e
giudicavano personaggi, a cominciare dal Cavaliere, che Montanelli aveva
sfidato o appoggiato. Sapevo, scrivendo, di scrivere anche per Indro:
che nelle prefazioni e in una desolata postfazione fu grandissimo. Ma
non cambiò una parola di ciò che avevo scritto.
Montanelli, uomo leale come nessun altro, non ha mai
negato e nemmeno attenuato il mio ruolo nei libri firmati insieme.
Nell'ambiente tutti sapevano, e del resto non era un segreto, che li
avessi scritti io. Ma recensori e commentatori insistevano
nell'elogiare, attribuendole a Indro, scorrevolezze,
piacevolezze e durezze che sapevano essere più modestamente di Mario.
Nel libro Soltanto un giornalista di Tiziana Abate,
del 2002, che raccoglie molte conversazioni con Indro Montanelli,
il mio nome non è mai citato. L'osservazione non è stata fatta da me,
che non mi ero preoccupato di verificare, ma da un settimanale, che
sospettava chissà quale retroscena.
Tiziana Abate ha giustificato l'omissione spiegando
che anche molte altre persone con le quali Montanelli aveva
avuto rapporti non erano menzionate. In realtà nessuna di quelle
persone, lo dico con franchezza, era stata presente quanto me nella vita
e nell'opera di Montanelli. Non so se e quanto
l'omissione sia stata intenzionale, ma corrispondeva a un tacito e forse
inconsapevole disegno di molti. Disegno consistente nel cancellare o
quasi dalla biografia di Montanelli i vent'anni del
«Giornale», nel «corrierizzarlo». (_)
Quando il «Corriere della Sera» tra il 2003 e il 2004 pubblicò in
allegato la Storia d'Italia arrivò addirittura a ignorare, nella
copertina dei volumi che mi riguardavano, il mio nome. Protestai con
l'allora direttore Stefano Folli, che mi diede
onestamente ragione. A titolo di modesta riparazione mi fece
intervistare.
[28-05-2009]
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