DE BENEDETTI
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LE PROCURE TORNANO A INDAGARE SULLE
Renato Altissimo: "De Benedetti
LA GRANDE VENDETTA BERLUSCONIANA: carlet
LA MEMORIA STORICA

 

 

 

 

 

 QUANTO COSTA SORGENIA? AL BAR DI "REPUBBLICA" IL CAFFÈ È CARO...
Da "Libero" - Affari & Finanza, supplemento economico di Repubblica, si aggrappa a uno studio diffuso dall'associazione delle aziende del fotovoltaico per raccontare ai suoi lettori che nel 2010 l'uso della elettricità ricavata dal sole «è costato a ogni famiglia un po' meno di un caffè al mese, 60 centesimi ». Già che c'è, in quelle stesse pagine elogia le ultime imprese di Sorgenia, società specializzata nelle rinnovabili, che «raddoppia da noi e in Francia».

 

Casualmente, Sorgenia appartiene a Carlo De Benedetti, editore di Repubblica. I dati del rapporto hanno suscitato perplessità e ilarità tra gli addetti ai lavori, e su di essi presto pioveranno smentite. Già bastano, comunque, i dati sugli incentivi riferiti un mese fa, in Senato, dal Gestore dei servizi energetici: «La remunerazione adottata dall'Italia per il fotovoltaico è pari a 2,8 volte quella della Germania». Solo di conto energia, infatti, gli incentivi al solare costano in bolletta 3 miliardi l'anno. Ovvero 120 euro a famiglia. Altro che un caffè al mese. I baristi (De Benedetti in primis) ringraziano di cuore.18-02-2011]

 

 

LA SORTITA DELL'INGEGNERE INFOGLIATO (MICOSSI GHOST-WRITER?) QUESTO BERLUSCONI MI STA SULLE PALLE DA TROPPI ANNI" (LA MEMORIA PIALLATA SULLA STET)
"In verità vi dico" è il titolo evangelico della rubrica del quotidiano "Il Foglio" che ospita oggi un articolo di Carletto De Benedetti.

 

Il tema è la tassa patrimoniale sulla quale si è scatenato un dibattito intenso quanto inutile perché con questi chiari di luna sia il Drago di Arcore che Giulietto Tremonti (candidato in pectore a Palazzo Chigi) non se la sentono di buttare sul piatto una proposta così impopolare. D'altra parte anche quando Gesù parlava agli apostoli e alle folle cominciava con le parole "in verità vi dico..." per annunciare profezie e quindi la sortita dell'Ingegnere va interpretata fuori dal tempo e dallo spazio.

Ciò non toglie che il testo sia per certi versi stimolante e divertente poiché lascia intravedere una fluidità letteraria che molto probabilmente va attribuita ad un'altra manina. Da ciò che si legge si potrebbe dedurre infatti che la manina usata da Carletto per scrivere la sua epistola è quella di Stefano Micossi, il 64enne economista bolognese che oltre alla direzione generale di Assonime è anche presidente del Gruppo Cir.

"L'Italia è stremata - scrive De Benedetti - ha bisogno di potenti ricostituenti, non di tornare in sala operatoria...non è con brodini caldi che il paziente si rimetterà in piedi...guardiamo avanti e apriamo davvero i polmoni a questa Italia per tornare a farla respirare".

 

Sono parole inconsuete sulla bocca dell'Ingegnere che ricorda come nella vicina Svizzera non ci sono mai state orde di fanatici marxisti che si siano opposti a un prelievo sulle rendite finanziarie. E dopo aver ricordato che non ci vuole una tassa "una tantum" ma un radicale riassetto del sistema fiscale, Carletto rimpiange la grande stagione dei Amato e Ciampi, e la riforma che il suo grande amico Bruno Visentini fece 25 anni fa.

 

In tutti questi anni - dice De Benedetti - si è assistiti all'impoverimento del patrimonio dello Stato con la vendita "in molti casi disastrosa dei beni pubblici". E qui a sorpresa salta fuori un rimpianto per "quella magnifica azienda che era la Stet, umiliata attraverso arrembaggi speculativi".

Qualcuno potrebbe ricordare le polemiche furibonde che De Benedetti e i suoi giornali hanno condotto per anni nei confronti della "magnifica azienda", ma Carletto ha la memoria piallata e aggiunge che anche oggi Telecom, Eni ed Enel, pur per ragioni del tutto differenti, sono gravate da debiti insostenibili.

 

Non finisce qui, perché nella polemica finiscono anche le municipalizzate dell'acqua e dell'energia (come Acea, A2A e simili) che secondo l'Ingegnere i comuni italiani hanno dimostrato di non saper gestire. Lasciando da parte il sospetto che l'attacco alle utilities sia un omaggio indiretto al figlio Rodolfo impegnato nel business dell'energia, rimane forte la sensazione che il profeta italo-svizzero abbia colto l'occasione del dibattito sulla patrimoniale per dare una botta ai "pannicelli caldi" del governo.

 

Avrebbe potuto chiedere al suo ghostwriter Micossi di essere ancora più esplicito e invece di invocare sul finale la lezione del riformismo di Salvemini, la conclusione poteva suonare così: "in verità vi dico che questo Berlusconi mi sta sulle palle da troppi anni".
Senza tanti giri di parole.

2 - SCOPERTA MUSA DI RIOTTA: FABIO FAZIO! L'INUTILE INTERVISTA "ESCLUSIVA" A PROFUMO
Questa mattina nelle salette vip di Fiumicino e Linate erano numerosi i manager che smanettavano sull'Ipad per leggere l'intervista esclusiva concessa da Alessandro Profumo a Gianni Riotta.

Il direttore del "Sole 24 Ore" è un uomo dai modi gentili e l'ambizione planetaria per cui non ha potuto esimersi dal partecipare insieme alla piccola schiera di banchieri e imprenditori italiani ai lavori del Forum di Davos. Ed è in quella sede che si è trovato di fronte l'ex-boyscout e banchiere di Unicredit. Con la sveltezza che ha sempre ispirato la sua professione, il direttore Riotta ha acchiappato Profumo in un caffè del Global Village di Davos con l'intenzione di farlo cantare.

 

Il risultato non è un'opera lirica e nemmeno uno stornello, ma una chiacchierata dove alla fine ti chiedi che cosa ci sia di tanto esclusivo. Su un'intera pagina si parla di tutto: dell'ottimismo che ha prevalso tra i partecipanti a Davos, della nuova personalità "per nulla arrogante" dei paesi emergenti e del ruolo della Cina.

Per rendere un po' più vivaci le sue risposte banali, il buon Profumo racconta che è stato colpito dalla festa finale di Davos dedicata all'India con immagini straordinarie di tigri, spiagge e coltivazioni secolari.

Lui si è commosso di fronte a questo spettacolo ed è rimasto colpito anche dal volto suadente e moderato del presidente russo Medvedev che ha chiesto un minuto di raccoglimento per i morti dell'ultimo attentato a Mosca. Poi a sorpresa sul suo blackberry e su quello dei potenti di Davos sono arrivate le notizie dall'Egitto e - continua Profumo - l'umore del vertice è cambiato.

 

Per fortuna in questa intervista "esclusiva", che di esclusivo ha ben poco, l'ex-capo di Unicredit si ricorda che il vero buco nero del summit di Davos è stato il tema del lavoro, e qui spende parole verso le generazioni future che "rischiamo di abbandonare nel vuoto".
Di fronte a tanta saggezza il buon Riotta evita qualsiasi domanda personale e non va a grattare l'ex-boyscout sulle questioni italiane che vengono liquidate con l'auspicio che in tempi brevi si facciano quelle riforme strutturali che "il mondo attende con purtroppo crescente impazienza".

3 - A.A.A. ROMA VENDESI: IL CONFLITTO DI INTERESSI DEGLI ARABI, SOCI (4,99%) DI UNICREDIT
Sulla vendita della AS Roma si è aperta la bagarre finale che ieri sera ha avuto un momento di fibrillazione quando ai piani alti di Unicredit hanno visto arrivare sul filo di lana la manifestazione di interesse dei soci arabi che fanno capo al Fondo Aabar.

 

Il Fondo ha tra le mani il 4,99% di Unicredit e dispone di 13 miliardi di euro da investire in giro per il mondo. Comprare la Roma di Totti e De Rossi per gli arabotti equivale a comprare le noccioline su un banchetto a Fontana di Trevi, ma si apre un delicato problema dentro la banca di Piazza Cordusio che invece di trovare un acquirente esterno dovrebbe girare il 67% di Italpetroli a un proprio azionista.

 

Questa operazione non è molto gradita ai piani alti di Unicredit perché si sa che gli arabotti per far fronte ai 120-130 milioni necessari correrebbero subito da Ghizzoni e Fiorentino per chiedere una linea di finanziamento (premessa a successive richieste per ricapitalizzare la società che ha debiti per 71,4 milioni e ha chiuso il 2010 con una perdita di circa 22 milioni).

È noto che i top manager di Unicredit si sono appassionati all'idea che l'acquirente invece della mezzaluna metta sulle magliette della squadra la bandiera americana a stelle e strisce. Non a caso Paolo Fiorentino e Piergiorgio Peluso hanno affrontato nella settimana scorsa il freddo di New York e sono tornati a casa con un'intesa di massima che li renderebbe più tranquilli.

 

Anche in questo caso però ci sono dei problemi perché al di là di ciò che è stato scritto sull'entusiasmo degli americani della loro identità si sa troppo poco. Per adesso è venuto allo scoperto un signore di nome Tom Di Benedetto dietro il quale - come ha scritto il sito "Lettera 43" - si muovono personaggi di strana identità che hanno avuto già la tentazione di mettere le mani su altre squadre italiane. Oggi salta fuori un altro americano sconosciuto di nome Julian Movsesian, presidente di un fondo assicurativo che si dichiara onorato di mettere le mani sulla Roma.

 

Sarà curioso vedere come andrà a finire questa vicenda nella quale bisognerebbe aggiungere anche la misteriosa offerta pervenuta ieri sera all'ultimo momento da ignoti francesi. I tassisti romani, già preoccupati per le difficoltà di ottenere un rincaro delle corse, questa mattina non hanno comprato le azioni della Roma che sono schizzate oltre il 6% per poi ripiegare su livelli modesti.

Per loro gli arabi, soci di Unicredit e in potenziale conflitto di interessi con la banca di cui sono azionisti, andrebbero pure bene, mentre sugli americani storcono la bocca. La soluzione migliore sarebbe comunque quella di accettare l'offerta formulata da un ex-portantino dell'ospedale San Camillo di nome Angelucci. Costui, noto alle cronache politiche e giudiziarie, è un "romano de Roma" che con le sue acrobazie politiche è riuscito a navigare tra Fini, D'Alema e Berlusconi.

 

Se metterà sul piatto 90 milioni per l'acquisto della squadra e 100 milioni per la sua indispensabile ricapitalizzazione, i longobardi di piazza Cordusio dovranno dimenticare la mezzaluna e la bandiera a stelle e strisce.

4 - A TELECINCO, LA CONTROLLATA SPAGNOLA DI MEDIASET, GRANDE AGITAZIONE PER 127 LICENZIAMENTI
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che a Telecinco, la controllata spagnola di Mediaset, c'è una grande agitazione.
Dopo aver acquistato cinque settimane fa la rete commerciale "Cuatro" e la maggioranza relativa dell'emittente "Digital+", la squadra dei manager italiani guidata da Paolo Vasile ha annunciato il licenziamento di 127 dipendenti. L'operazione fa seguito all'eliminazione di 30 top manager dei due canali appena acquistati e sta creando a Madrid un'infinità di polemiche".01-02-2011]

 

 

LODO MONDADORI: CIR E FININVEST DEPOSITANO A MILANO MEMORIE FINALI...
(Adnkronos) - Cir e Fininvest hanno depositato questa mattina le "comparse conclusionali" nell'ambito della causa civile davanti alla corte d'Appello di Milano per il lodo Mondadori. La causa di secondo grado deve stabilire se confermare o meno la sentenza di primo grado che aveva condannato Fininvest a versare 750 milioni di euro di danni alla societa' di Carlo De Benedetti.

Una perizia affidata dai giudici di secondo grado ha 'ridotto' il danno a 440-490 milioni di euro, ma gli avvocati della Fininvest cercano di ribaltare le valutazioni della prima sentenza sostenendo che non ci fu danno. A loro giudizio la decisione sull'annullamento dell'arbitrato non sarebbe stata influenzata dalle somme versate da Cesare Previti e altri (condannati in via definitiva) al giudice Vittorio Metta.

La Cir sostiene la tesi esattamente opposta. Entro l'11 febbraio le parti in causa dovranno depositare le repliche alle conclusionali. Quindi i giudici cominceranno la discussione finale con 60 giorni di tempo per depositare la sentenza. Il verdetto sara' ricorribile per Cassazione, ma sara' subito esecutivo. 24-01-2011]

 

 

. DE BENEDETTI, CON FASSINO LEGAME DI LEALTA' E RISPETTO, SARA' GRANDE SINDACO...
(Adnkronos) - "C'e' una ragione semplice per cui sono qui oggi, perche' per me l'amicizia e' un grande valore". Cosi' Carlo De Benedetti commenta la sua presenza alla manifestazione che apre la campagna elettorale di Piero Fassino candidato del Pd alle primarie per la scelta del candidato sindaco di Torino.

"Conosco e stimo Piero Fassino da 35 anni, mi sono trovato antagonista con lui quando ero presidente dell'Unione industriale di questa citta' e tra noi ci sono stati sempre lealta' e assoluto rispetto delle prerogative e dei ruoli reciproci. Oggi sono qui a testimoniare che per la mia esperienza di conoscenza e amicizia Piero Fassino sara' un grande sindaco di Torino".17-01-2011]

 

. DE BENEDETTI, GIORNALI NON MORIRANNO MA NON STANNO BENE...
(Adnkronos) - 'Ci sono due sciocchezze che il tempo ha dimostrato essere tali. La prima e' che i giornali di carta spariranno, la seconda e' che non sono necessari i giornalisti. I giornali non moriranno ma non stanno per nulla bene, la situazione e' difficile'. A dirlo e' Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo L'Espresso che oggi partecipa ad un convegno organizzato in occasione della giornata inaugurale del congresso dell'Fnsi.

 

'Le cause del momento difficile sono varie. I giovani hanno abbandonato i giornali preferendo internet e televisione, nel 2009 la media delle copie giornaliere e' scesa sotto i 5 mln come era nel 1939 quando eravamo un Paese agricolo. La pubblicita' nel 2009 -prosegue De Benedetti- e' diminuita del 16% e in un decennio i ricavi dei quotidiani sono scesi del 20%. A questo si deve reagire con un unico motto: innovare e per questo e' necessaria un'alleanza tra gli editori e i giornalisti'.

'E' sbagliato pensare che i giornalisti non servono perche' l'informazione deve puntare sempre di piu' su approfondimenti, idee, storie e interpretazioni che possano spiegare notizie. Per questo sono necessari i giornalisti. Oltretutto va ricordato che la qualita' dell'informazione e' un indice della qualita' della democrazia'.

 

2. DE BENEDETTI, IN TRE ANNI 20% RICAVI DA PUBBLICITA' INTERNET...
(Adnkronos) - Il Gruppo L'Espresso ha l'obiettivo di raggiungere il 20% dei propri ricavi entro tre anni dalla pubblicita' su internet. Lo ha annunciato il presidente Carlo De Benedetti partecipando a un convegno nella giornata inaugurale del convegno dell'Fnsi.

"Il Financial Times ottiene una quota rilevante dei suoi ricavi dalla pubblicita' su internet. Noi siamo ancora lontani pero' il mio gruppo ha l'obiettivo di arrivare al 20% dei ricavi totali attraverso la pubblicita' su internet in tre anni", ha detto De Benedetti.11-01-2011]

 

 

M&C: DE BENEDETTI DEPOSITA IN CONSOB DOCUMENTO OPA...
(ANSA) - E' stato depositato in Consob il documento relativo all'Opa (offerta pubblica di acquisto) obbligatoria totalitaria promossa dalla società dell'ingegnere Carlo De Benedetti, Per, su Management & Capitali. Lo annuncia una nota della stessa Per, in cui si precisa che le garanzie sull'operazione sono state rilasciate dalla Popolare di Sondrio, mentre Intermonte Sim agirà come intermediario per la raccolta delle azioni. Lo scorso 21 dicembre Per aveva acquistato una partecipazione complessiva di M&C pari al 44,42% e a seguito del superamento della soglia del 30% aveva comunicato al mercato l'obbligo di lanciare un'Opa, come previsto dal Testo unico della finanza, al prezzo di 0,215 euro per azione.

10-01-2011]

 

 

INGEGNER GHE PENSI MI - “MANAGEMENT & CAPITALI”, LA SOCIETÀ CHE DOVEVA SALVARE L’ECONOMIA ITALIANA, NON HA CONCLUSO GRANCHÉ, MA ORA DE BENEDETTI SE LA RICOMPRA TUTTA, SENZA FIGLI DI MEZZO - DALLA MANCATA PARTECIPAZIONE DELL’ODIATO BANANA DI HARDCORE, ALLE TRE OPA MISTERIOSE DEL 2009, PER CUI LA CONSOB ANCORA INDAGA, OGGI DIVENTA IL GIOCATTOLO PER IL PENSIONATO CARLETTO, CHE I CARI EREDI NON VOGLIONO PIÙ TRA LE SCATOLE NELLA CIR

Giovanna Lantini per "il Fatto Quotidiano"

Chi aveva tirato un sospiro di sollievo dandolo per pensionato, può definitivamente scordarsi i sonni tranquilli: Carlo De Benedetti si prepara a tornare a ruggire in Borsa. Da solo, o comunque con soci di peso notevolmente inferiore al suo e, quindi, senza dover condividere strategie e decisioni chiave con chicchessia. Neppure con i figli. Strumento della seconda giovinezza finanziaria dell'editore di Repubblica sarà la contesissima Management & Capitali.

 

Ovvero l'ex fondo salvaimprese concepito nel 2005 con l'ambizioso obiettivo, successivamente ridimensionato con poche operazioni di piccolo taglio, di salvare l'industria italiana in difficoltà a partire dall'Alitalia. Il mese scorso l'ingegnere ha comprato dal socio Tamburi Investment Partners il 17 per cento di M&C mettendo sul piatto più di 17 milioni di euro.

A cui andranno aggiunti i 56,6 milioni che sarebbero il costo dell'Opa che De Benedetti dovrà promuovere sulla stessa M&C. Questa mossa aveva suscitato più di un interrogativo sul motivo di tanto interesse per un fondo del quale non si ricordano tanto gli affari messi a segno quanto le scintille generate in Borsa nel 2009 per effetto delle numerose offerte di acquisto concorrenti tuttora al vaglio della Consob.

 

Qualche risposta agli interrogativi sulle strategie dell'Ingegnere è però iniziata ad arrivare. Questa settimana la Per spa, società totalmente controllata da De Benedetti, della quale l'editore di Repubblica è anche amministratore unico, è diventata proprietaria della maggior parte delle azioni M&C che furono di Tamburi. Tra breve lancerà l'Opa e poi, ha annunciato, procederà a "una complessiva rivisitazione delle strategie di M&C, tendente all'ampliamento delle tipologie di investimento che non riguarderanno soltanto attività industriali da ristrutturare, bensì qualsiasi attività consentita dall'oggetto sociale".

 

In altre parole, l'ex fondo salvaimprese affiancherà alle ristrutturazioni di aziende anche gli investimenti in società finanziarie, immobiliari, commerciali, di servizi, nonché in strumenti finanziari quotati e non. Insomma, M&C potrà muoversi a tutto campo. E senza abbandonare la Borsa dove attualmente De Benedetti è presente anche con altre società, a cominciare dalle holding di famiglia Cofide e Cir, nelle quali, però, condivide il controllo assieme ai figli. Curiosa operazione per un uomo che quasi due anni fa, aveva lasciato intendere a una platea stupita di voler tirare i remi in barca.

 

"Alla fine di quest'anno compirò 75 anni. Ho pertanto deciso di lasciare tutte le presidenze delle società del Gruppo che ho fondato", aveva dichiarato De Benedetti nel corso di una conferenza stampa convocata ad hoc. Una decisione che sembrava mettere una pietra sopra alla diversità di vedute con il figlio Rodolfo, il numero uno della holding Cir, che non ha mai fatto mistero di pensarla diversamente dal padre ad esempio in tema di editoria. Ma d'ora in poi, con la nuova M&C, l'Ingegnere avrà un nuovo giocattolo tutto per lui. Giusto per evitare possibili incomprensioni con gli eredi. 24-12-2010]

 

 

SAWIRIS CHIUDE LA QUERELLE CON BENEDETTI E ORA ATTENDE VIMPELCOM F. D. R. per il "Corriere della Sera" - La lunga querelle tra Naguib Sawiris e Alessandro Benedetti, il consulente che nel 2005 affiancò il Faraone nell'acquisizione di Wind, è finita. La Corte d'appello di Londra ha riconosciuto ieri che effettivamente Benedetti aveva avuto un ruolo importante nell'affare, ma non quello di socio di Sawiris, come aveva sostenuto il finanziere emiliano ottenendo anche una sentenza a suo favore dall'Alta Corte londinese al quale si era rivolto per ottenere la sua parte: il 30%del gruppo telefonico.

Il primo round era terminato quindi con la vittoria del finanziere e la condanna di Sawiris a pagare un'indennità di 75 milioni di euro. In aggiunta ai 67 milioni di parcella già versata all'epoca dell'operazione. Troppo poco per le mire di Benedetti, troppo per il patron di Wind. Alla fine lo scontro è andato avanti, arrivando fino in Corte d'appello. Che ora si è pronunciata riconoscendo le ragioni di Sawiris: non c'era insomma un socio occulto a fianco del Faraone ma un consulente. Che va retribuito giustamente per il lavoro fatto.

 

Non però con i 75 milioni stabiliti dall'Alta Corte, bensì a prezzi di mercato, ossia con 14,5 milioni di euro. Dai quali vanno detratte le spese legali, del primo ricorso e di quello d'Appello, pagate da Sawiris e dalle sue fiduciarie, pari a circa 10 milioni di euro. Il 30%di Wind quindi è salvo e saldo nelle mani dell'imprenditore egiziano che può quindi girarlo a Vimpelcom, con la quale ha firmato un preliminare per cedere la compagnia telefonica. Sempre che i russi la vogliano ancora.17-12-2010]

 

 

 

 

 

CHE AFFARE L'ULTIMO GIOCATTOLO DI CARLO...
Una manciata di milioni per tornare a divertirsi, anzi a guadagnare. In borsa, dove 3 anni fa Carlo De Benedetti aveva annunciato il proposito di ritirarsi dall'attività, ci s'interroga sulle reali intenzioni dell'Ingegnere dopo l'acquisto, per 17 milioni, della quota di Gianni Tamburi nella finanziaria M&C. De Benedetti, che ora dispone del 44 per cento del capitale, dovrà lanciare un'opa con un impegno massimo teorico di 56 milioni, probabilmente assicurati dalla Goldman Sachs. Ma il rischio è solo teorico perché all'operazione non aderirà la Tip di Tamburi, che resta con il 3 per cento circa, né la Luxemburgeoise dell'amico François Pauly, forte del 6,3, né la Banca Intermobiliare (4,3).

 

A queste quote va aggiunto il 13,5 per cento in azioni proprie controllato dal cda. Insomma, l'opa al limite interesserà il 28- 29 per cento del capitale. Ma la previsione è che almeno la metà dei soci preferisca tenersi le azioni. Così per De Benedetti l'esborso aggiuntivo potrebbe essere di una dozzina di milioni o anche meno. Un ottimo affare, visto che in cassa la M&C ha circa 42 milioni.

Di sicuro De Benedetti non si accontenterà di amministrare il pacchetto di Treofan, azienda chimica tedesca, o quel che resta della Botta filati, cioè gli unici due investimenti della società.

 

Facile che l'Ingegnere tornerà a colpire. Magari nella prospettiva di coinvolgere più avanti Alessio Nati, genero di Silvia Monti, moglie di De Benedetti. Finora la M&C non ha portato fortuna a Nati: prima è sfumata l'opa promossa dalla sua cordata, poi c'è stata la multa per insider, assieme alla moglie e ad altri parenti della signora Silvia. Ora si cambia. (U.B.)03-12-2010]

 

 

SMENTITA FLASH: "Un portavoce di De Benedetti precisa che l’Ing non ha traslocato nessun patrimonio in Svizzera" - PRENDIAMO ATTO: LA CLASSIFICA DEI Paperon de’ Paperoni compilata dalla rivista economica "Bilanz" CONSIDERA I PATRIMONI DEI CITTADINI SVIZZERI E NON I PATRIMONI DETENUTI NELLA CONFEDERAZIONE... –

03-12-2010]

 

 

2. M&C +13% DOPO ANNUNCIO OPA DI CARLO DE BENEDETTI...
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Management & Capitali balza del 12,8% circa a Piazza Affari, in scia alla notizia che Carlo De Benedetti, azionista con il 27,5% circa, lancera' un'opa sulla societa', dopo aver comprato la quota del 16,9% in mano alla Tamburi Investments Partners (che detiene il 20,3% attraverso la stessa Tip e Secontip).

Le azioni M&C si avvicinano cosi' al prezzo dell'offerta, pari a 0,215 euro, trattando ora a 0,2126, dopo aver chiuso la seduta di ieri a 0,1885 euro. L'opa, che sara' obbligatoria poiche' De Benedetti avra' il 44,42% delle azioni, verra' realizzata entro 20 giorni dall'acquisto dei titoli posseduti dalla societa' fondata da Gianni Tamburi, prevista per il 21 dicembre 2010.   25-11-2010]

 

M&C: De Benedetti sale, opa in arrivo a 0,215 euro (dai giornali)

TELCO: staffetta spagnola nel consiglio di Telco (Il Sole 24 Ore, pag. 43)

 25-11-2010]

 

 

DE BENEDETTI SISTEMA LA CASSAFORTE, EDOARDO NON SALE...
Mario Gerevini per il "Corriere della Sera"

Carlo De Benedetti, 75 anni, ha appena staccato, insieme ai tre figli, un assegno da 50 milioni di euro per ricapitalizzare la cassaforte di famiglia che controlla tutto il gruppo e che da due anni non distribuisce dividendi. All'Ingegnere, che possiede la maggioranza assoluta attraverso la fiduciaria Bim, è toccato di conseguenza il versamento più cospicuo.

 

Tutti soldi in contanti, nessun conferimento in natura (opzione prevista dallo statuto), cioè quote societarie o altri beni. L'operazione ha determinato un piccolo riassetto dell'accomandita «Carlo De Benedetti & Figli»: Edoardo, medico in Svizzera, 45 anni, il figlio più giovane dell'Ingegnere, ha ridotto la sua partecipazione diretta al 3,5% del capitale rispetto al 5,5% di un anno fa e al 7,5% del giugno 2009.

Sembrerebbe un parziale disimpegno. Edoardo, in sostanza, non ha sottoscritto direttamente le due tranche già realizzate dell'aumento di capitale. Contestualmente, però, si è accresciuta la partecipazione della fiduciaria Bim (dal 70 al 74% circa) che potrebbe aver assorbito, per conto degli altri membri della famiglia, l'inoptato del più giovane De Benedetti. Gli altri due figli, Marco, 48 anni, e Rodolfo, 49, hanno già versato nelle casse della holding oltre 5 milioni a testa.

Rodolfo è alla guida del gruppo industriale che attraverso Cir e Cofide controlla Espresso (editoria), Sorgenia (energia), Kos (sanità e residenze per anziani), Sogefi (componenti automobilistici) e altre attività finanziarie. L'operazione di rafforzamento patrimoniale venne lanciata il 30 aprile 2009, attribuendo una delega al consiglio di amministrazione per aumentare il capitale della cassaforte di famiglia da 69 a 170 milioni di euro entro il 2012.

Una prima tranche da 25 milioni è stata sottoscritta nell'ottobre 2009, la seconda tranche da 50 milioni pochi giorni fa. La «Carlo De Bendetti & Figli» ha chiuso il bilancio 2009 con 5 milioni di perdita (ma il consolidato registrava un utile di 37 milioni) contro i 3 milioni di rosso del 2008. In sostanza è mancato il flusso dei dividendi dal basso a compensare lo squilibrio degli oneri finanziari.

11.11.10

 

 CIR: KOS RINUNCIA A BORSA...
(ANSA) - Kos, la controllata di Cir attiva nella sanita', rinuncia a sbarcare in Borsa e apre il capitale, che resta in mano al gruppo della famiglia De Benedetti, ad Axa Private Equity. Quest'ultima entrera' nell'azionariato di Kos con il 41,1% rilevando le quote della maggior parte dei soci di minoranza e sottoscrivendo un aumento di capitale riservato. Nei prossimi tre anni, con ulteriori aumenti di capitale, la societa' salira' fino al 46,7%, per un impegno finanziario totale di 150 mln.

Il gruppo Cir ha registrato nei nove mesi un utile netto di 53,7 milioni, dai 139 milioni dello stesso periodo 2009, che aveva beneficiato di proventi non ricorrenti per 117 milioni. In crescita i ricavi (+11,5%) a 3.513,7 milioni e il margine operativo lordo che ha fatto un balzo del 40,8% a 289,7 milioni. Lo si legge in una nota.28-10-2010]

 

 

DRAGO DRAGHI DRAGA DE BENEDETTI - LA VIGILANZA DI BANKITALIA BLOCCA JUPITER FRANCE, LA FINANZIARIA CONTROLLATA DALLA HOLDING CIR - IL GIOCATTOLO DEL PATRON DEL GRUPPO ESPRESSO E’ NELL’ANTICAMERA DEL COMMISSARIAMENTO: PATRIMONIO INSUFFICIENTE, SCARSA ORGANIZZAZIONE E CONTI POCO TRASPARENTI - per rimettere in piedi Jupiter, CDB dovrà tirare fuori un bel po’ di quattrini

Francesco De Dominicis per "Libero"

 

Il comunicato, ovviamente non diffuso fra i giornalisti, è stato nascosto sul sito internet aziendale. La notizia, del resto, brucia e in certi casi meglio riporre il megafono. La faccenda è scomoda (c'è di mezzo la vigilanza di Bankitalia) e riguarda la Jupiter Finance. Una società che di fatto si occupa di recupero crediti e che è l'ultimo "gioiello" dell'ingegner Carlo De Benedetti.

 

Il fatto è questo: la Banca d'Italia - che vigila, tra altro, sulle imprese che si muovono nella gestione di portafogli di crediti in sofferenza - ha sospeso Jupiter. Una sanzione, tanto per capire, analoga a quella adottata ad aprile scorso nei confronti di American Express (cui fu vietato di emettere nuove carte di credito). È una misura estrema, anticamera del commissariamento. Il giocattolo dell'Ingegnere si è rotto?

Quasi. Dalle carte emergono chiaramente i motivi che hanno spinto gli sceriffi di via Nazionale a congelare la spa del patron del gruppo Espresso. Che adesso, per rimettere in piedi Jupiter, dovrà tirare fuori un bel po' di quattrini: deve mettere mano alla dirigenza; rendere più trasparenti i bilanci; e aumentare il patrimonio, considerato non adeguato.

 

Sono proprio queste tre le ragioni che hanno spinto la vigilanza di palazzo Koch, lo scorso 8 ottobre, a entrare a gamba tesa nella vita di Jupiter. Il linguaggio usato dai vertici della spa di De Benedetti è tecnico: la nota fa riferimento a «taluni aspetti afferenti l'operatività della società». Bankitalia, come accennato, critica proprio l'assetto interno, il sistema informativo-contabile e, soprattutto, la posizione patrimoniale in relazione ai requisiti di vigilanza.

 

Più nel dettaglio, l'authority ha chiesto anzitutto di «procedere a una riorganizzazione delle funzioni interne»: insomma governance e top manager non sono adeguati. Stesso discorso per la struttura contabile, che probabilmente così com'è non rende troppo agevole la lettura dei bilanci e dei conti interni. Non è ancora chiaro, poi, quanto denaro andrà versato nelle casse di Jupiter per «riallineare» «il patrimonio ai requisiti» imposti da Bankitalia. In ogni caso, non si tratta di una passeggiata di salute.

 

Jupiter sostiene di aver già «intrapreso le iniziative necessarie» per rispettare le richieste dell'istituto guidato dal governatore, Mario Draghi. E in attesa delle nuove verifiche di Bankitalia si va avanti solo con la «gestione delle operazioni in corso». Dal 1 novembre, dunque, stop, dopo quasi cinque anni di vita. Un brutto colpo, specie per l'immagine e la reputazione fra i clienti. Che sono in particolare banche italiane. Le cui sofferenze (prestiti e mutui rimborsati a singhiozzo) vengono gestite proprio da Jupiter.

La spa di De Benedetti (controllata dalla holding Cir) aveva mostrato in poco tempo di sapersi muovere con una certa disinvoltura fra gli "incagli" degli istituti: costituita nel 2005, già nel 2006 era già riuscita a mettere insieme una cinquantina di portafogli crediti. La scommessa di De Benedetti, peraltro, sembrava essere vincente visto che la crisi ha inevitabilmente gonfiato le sofferenze degli istituti e il business di Jupiter è gioco-forza aumentato. Il colpo di Draghi, insomma, proprio non ci voleva. 20-10-2010]

 

 

Fino a due anni fa era poco più che uno sconosciuto. Poi nella battaglia per Management & Capitali qualcuno aveva letto il primo passo della marcia di avvicinamento di Alessio Nati alla galassia di casa De Benedetti, con cui il giovane finanziere romano ha consuetudine dopo aver sposato Una Donà dalle Rose, figlia di Silvia Cornacchia, ossia la moglie dell'Ingegnere. Ma proprio mentre il mondo della finanza sta tornato ai vecchi fasti, il finanziere ha scoperto l'immobiliare. Meglio, un'agenzia immobiliare: la House & Loft di Milano, di cui Nati è da poco il nuovo amministratore delegato. 23-10-10

 

 

1- SQUALO+ING! LA SANTA ALLEANZA PER SBUCCIARE IL BANANA DI MEDIASET - 2- MURDOCH AVREBBE OFFERTO AL GRUPPO ESPRESSO PER SEI CANALI 25 MILIONI DI EURO L’ANNO, CON UN’OPZIONE PER ACQUISTARE IL MULTIPLEX UNA VOLTA CHE CADRANNO I VINCOLI PER SKY ALLA TRASMISSIONE IN DIGITALE DELLA PAY PER VIEW - 3- NON è FINITA. GLI UOMINI DI MOCKRIDGE SONO INTERESSATI ANCHE AI CANALI DI UN’ALTRA TV DIGITALE, DALHIA. INSOMMA IL PATRON DI NEWSCORP CI CREDE. E IN CARLO DE BENEDETTI POTREBBE AVER TROVATO L’ALLEATO PERFETTO PER RISPONDERE ALL’AVANZATA DEL BISCIONE, ASPETTANDO LA GARA PER LE NUOVE FREQUENZE PREVISTA PER IL 2011

Federico De Rosa per il "Corriere della Sera"

 

Un primo accordo c'è già stato. Per portare Cielo, la tv in chiaro di Sky, sul digitale terrestre. I contenuti li ha messi Rupert Murdoch, le frequenze Carlo De Benedetti, firmando un'inedita alleanza che molti hanno letto come una mossa anti-Mediaset.

Non tanto per il coinvolgimento dell'Ingegnere quanto per «l'invasione di campo» di Sky in un segmento del mercato televisivo in cui il Biscione sta puntando forte. I colloqui non si sarebbero però fermati lì e secondo diversi osservatori presto potrebbero portare a un nuovo accordo tra i due. Ben più ampio del primo.

Murdoch starebbe puntando a prendere in affitto le frequenze che il gruppo Espresso avrà a disposizione via via che le trasmissioni saranno convertite dall'analogico al digitale. Cinque o sei canali, che verrebbero creati attraverso la digitalizzazione delle frequenze attualmente utilizzate da De Benedetti per diffondere Deejay Tv in analogico. Si parla anche di cifre.

 

Secondo alcune voci Murdoch avrebbe offerto 25 milioni di euro l'anno, con un'opzione per acquistare il multiplex una volta che cadranno i vincoli per Sky alla trasmissione in digitale della pay per view. Una fonte vicina al Gruppo Espresso conferma che «ci sono colloqui in corso, ma con tutti quelli che sono interessati ad andare sul digitale». Quindi non solo con Sky. Che da parte sua «smentisce accordi per l'acquisto di multiplex nel digitale terrestre».

Posizioni ufficiali, a cui fanno da contorno però molte voci che parlano di una possibile alleanza più stretta tra lo Squalo australiano e l'Ingegnere, in grado di creare non solo grandi suggestioni ma anche uno scenario inedito per il mercato televisivo. Rendendo più difficile la vita a Mediaset, che in attesa dell'assegnazione delle nuove frequenze sta accumulando terreno sulla nuova piattaforma.

 

Sky al momento ha le mani legate: l'Antitrust le ha vietato di sbarcare nel digitale a pagamento prima del 2012. Ma affittando un canale dal gruppo Espresso è riuscita ad aggirare l'ostacolo e ottenere il via libera per trasmettere Cielo, in chiaro però, ossia gratis. Ora gli uomini di Murdoch stanno parlando con Dalhia, la tv digitale della famiglia Wallemberg. Insomma il patron di NewsCorp ci crede. E in De Benedetti potrebbe aver trovato l'alleato perfetto per rispondere all'avanzata del Biscione, aspettando la gara per le nuove frequenze prevista per il 2011.

Le malelingue diranno che la comune antipatia per Silvio Berlusconi ha spianato la strada. Ma la verità è che a Murdoch più della politica interessa il business. Anche all'Ingegnere, ma nell'ordine inverso. E poiché per crescere nella nuova tv l'Espresso ha bisogno di investire i due potrebbero aver trovato un buon compromesso. Per mettere in difficoltà il nemico e tentare quello che nessuno è riuscito a fare sull'analogico, ossia il terzo polo.

I tempi di un possibile accordo tuttavia non sarebbero brevi. Intanto De Benedetti non ha ancora a disposizione l'intero multiplex da affittare a Sky. E' vero che Rete A, controllata dall'Espresso, ne ha due, ma il primo è saturo e l'altro nascerà con lo switch-off che sarà completato entro il 2012.

 

De Benedetti non è mai sembrato particolarmente interessato a fare concorrenza diretta ai broadcaster, ma a valorizzare le sue frequenze sì. E Murdoch potrebbe fare quegli investimenti necessari a migliorare la qualità di banda e ad ampliare la copertura. Soprattutto se l'intenzione, come dicono le voci, è quella di comprare le frequenze. Una possibilità che tuttavia De Benedetti al momento non avrebbe preso in considerazione. Dal gruppo che fa capo all'Ingegnere spiegano infatti che la via maestra è quella dell'affitto, ma che a un'offerta d'acquisto certo non direbbero di no senza averla esaminata.

Se così fosse Murdoch e De Benedetti metterebbero solide basi per fare concorrenza a Mediaset, aggiungendo alle frequenze già a disposizione quelle nuove che potrebbero essere assegnate a Sky. La quale potrebbe così replicare, su scala ridotta, ma non di molto, il modello satellitare con bouquet tematici e canali specializzati. Che entrerebbero nelle case di tutti e non più solo in quelle dotate di parabola. [15-10-2010]

 

 SCONTRO TRA EX RETTORI SUL LODO MONDADORI...
S. Fi. per "Il Sole 24 Ore" -
In ballo c'è un risarcimento record di 750 milioni. Una manna per Carlo De Benedetti, una sciagura per Silvio Berlusconi. Il «Lodo Mondadori», la spinosa vicenda della spartizione dell'impero della storica casa editrice, dura da venti anni, ma l'esito sembra una sfida tra ex rettori della Bocconi di Milano.

 

Il nodo cruciale del processo di appello in corso è una perizia attorno a cui ruota la decisione sull'ammontare del risarcimento. Il documento, che ha richiesto cinque mesi di lavoro, è stato predisposto da Luigi Guatri, chiamato dal Tribunale di Milano, rettore dell'università milanese circa venti anni fa. Ieri, però, la Fininvest ha chiesto chiarimenti sulla perizia (e un eventuale revisione-integrazione). E tra i consulenti della holding figura anche Angelo Provasoli, accademico, professionista e rettore della Bocconi dal 2004 al 2008. Il «Lodo Mondadori»? Scontro tra (ex) rettori.

01.10.10

 

GODO MONDADORI - DE BENEDETTI INCASSERÀ MENO, MA BUTTALI VIA 500 MILIONI, DAI 750 DECISI DAL GIUDICE RAIMONDO “TURCHESE” MESIANO - LA NUOVA PERIZIA DEL VICEPRESIDENTE DELLA BOCCONI GUATRI ELIMINA UNA SERIE DI VOCI DAL “DANNO FONDAMENTALE”, MA UNA VOLTA MOLTIPLICATO PER 3,12 (RIVALUTAZIONE MONETARIA + INTERESSI), RIMANE SEMPRE UN BEL GRUZZOLO per carletto

1- LODO MONDADORI: VERSO RISARCIMENTO A CIR - RIDIMENSIONATO IN BASE A PERIZIA...
(ANSA)
- Il danno subito da Cir nella vicenda del Lodo Mondadori esiste, ma e' stato ridimensionato: la Fininvest dovrebbe risarcire 450-500 mln.
Sempre che la perizia depositata oggi sulla causa sul Lodo Mondadori, tra Cir e Fininvest, sara' accolta in secondo grado. La Fininvest si riserva ogni commento sulla consulenza solo dopo un approfondito esame del documento. Mentre la Cir prende atto con soddisfazione dell'esito della consulenza, ma ritiene alcuni passaggi 'fortemente opinabili'.

 

2- SPARTIZIONE «PULITA» O «CORROTTA» I DUE VALORI NELLA GUERRA DI SEGRATE...
Sergio Bocconi per il "Corriere della Sera"

La consulenza tecnica dal pool guidato dal vicepresidente della Bocconi e super esperto di bilanci Luigi Guatri, dopo una serie di slittamenti dovuti a «complessità tecnica», è stata depositata ieri. E si tratta di un volumone di circa 200 pagine ricco di cifre, tabelle, spiegazioni sul metodo che ne rendono complessa la lettura anche agli addetti ai lavori.

Ma il quesito al quale sono stati chiamati a rispondere Guatri, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli era non solo delicato per la posta in gioco (comunque centinaia di milioni) e le implicazioni anche politiche, visto che le controparti sono la Cir di Carlo De Benedetti e la Fininvest di Silvio Berlusconi, ma complicatissimo anche perché si riferisce a fatti e valori di 20 anni fa: la «guerra di Segrate» per il controllo della Mondadori cominciata a fine '89 e conclusa il 29 aprile 1991 con la spartizione del gruppo editoriale.

 

Esito le cui condizioni sono però state fortemente influenzate dalla sentenza del 24 gennaio 1991 risultata in seguito «comprata» con la corruzione del giudice estensore Vittorio Metta. Il giudice Raimondo Mesiano in primo grado ha condannato la Fininvest a risarcire a Cir 750 milioni, somma che deriva dal danno subito da De Benedetti per aver trattato in condizioni rese sfavorevoli dalla sentenza «corrotta», più rivalutazioni e interessi dovuti al tempo trascorso. Con uno sconto del 20% perché, secondo Mesiano, la Cir avrebbe comunque avuto l'80% delle chance di ottenere una decisione favorevole in assenza di corruzione.

La Corte d'Appello ha perciò chiesto ai consulenti «se e quali variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio fra le parti siano intervenute fra giugno 1990 e aprile 1991, con particolare riguardo agli andamenti economici delle stesse e all'evoluzione dei mercati dei settori di riferimento». Le date vanno osservate con attenzione: perché, secondo quanto si legge nella sentenza Mesiano, nel giugno 1990 sono in corso trattative presso Mediobanca fra Cir e Fininvest per arrivare a una spartizione della Mondadori, sollecitata dal mondo politico e in particolare da Giulio Andreotti.

Ebbene, il 19 giugno 1990 il negoziato sarebbe arrivato a definire la divisione della Mondadori con l'offerta da parte di Fininvest di un conguaglio monetario a favore della Cir di circa 400 miliardi di lire, proposta che non viene successivamente riconosciuta dal gruppo Berlusconi ma che Mesiano (che cita, fra le altre, le testimonianze dell'avvocato Sergio Erede, dal lato Cir di Corrado Passera e dal lato Fininvest di Fedele Confalonieri) considera invece ampiamente provata e definisce spartizione «pulita». Il 29 aprile 1991, dopo la sentenza del 24 gennaio, si arriva invece alla spartizione che il giudice chiama «corrotta»: questa volta è la Cir a pagare a Fininvest un conguaglio di 370-400 miliardi di lire.

 

La Corte d'Appello ha chiesto al pool guidato da Guatri di stabilire se nella differenza di prezzo fra la spartizione «pulita» e quella «corrotta», che Mesiano indica in 236,5 milioni di euro e considera come «danno fondamentale», siano intervenute anche «variazioni di valore», cioè in sostanza oggettive, dipendenti da svariate componenti e che i consulenti calcolano spiegandone ampiamente metodologie e basi ricostruttive.

La misura complessiva viene indicata in 86,7 miliardi di lire, pari 44,5 milioni di euro. Somma che per 40 miliardi si riferisce ad Ame-Amef (Mondadori editoriale e finanziaria), 24 miliardi a la Repubblica, 9,7 a l'Espresso e 11,7 a Finegil (i quotidiani locali). Questa variazione di valore, considerata «oggettiva» e quindi non dipendente dalle condizioni rese sfavorevoli dalla sentenza «corrotta», è pari al 18,8% del danno fondamentale calcolato da Mesiano e andrebbe dunque dedotta da questa cifra.

Inoltre, secondo altre informazioni ricavate dai consulenti anche se non richieste dalla Corte d'Appello, il Tribunale ha commesso un «errore di calcolo» compreso fra 34,5 e 54,1 milioni di euro che ridurrebbe il danno fondamentale a una cifra compresa fra 182,2 e 202 milioni (rispetto alla quale la «variazione di valore», oggettiva, passa al 22-24%) Infine, i periti ritengono che un'altra voce che il giudice Mesiano aggiunge al danno fondamentale, chiamata «integrazione equitativa» e pari a 47,5 milioni, nella quasi totalità «non può avere dimostrazione quantitativa».

 

La consulenza non si occupa invece di altre componenti che secondo Mesiano concorrono a stabilire il «danno finale», cioè le spese legali (8,2 milioni) e la «lesione dell'immagine patrimoniale di Cir» (20,6 milioni). Né tratta la rivalutazione monetaria e gli interessi che moltiplicano per 3,12 volte la cifra del danno e neppure lo «sconto» del 20% applicato in relazione al ragionamento sulle «chance» della Cir di ottenere una sentenza favorevole se non corrotta.

Alla fine dunque sulla base della perizia, attraverso calcoli che non sono però contenuti nelle 200 pagine della consulenza, si può dire che il danno finale, cioè il risarcimento di Fininvest a Cir, calcolato da Mesiano in 749,9 milioni, si ridurrebbe del 35-41%, cioè di una cifra compresa fra 264 e 310 milioni, e si aggirerebbe fra 440-490 milioni. [25-09-2010]

 

 

3. LODO MONDADORI: CONSULENZA, DANNO C'E' STATO MA INFERIORE A 750 MLN...
Radiocor - La Cir ha subito un danno dal modo in cui si e' conclusa la guerra di Segrate, ma e' piu' basso rispetto a quello quantificato in 750 m ilioni di euro nella sentenza di primo grado del tribunale di Milano nella causa tra la Cir e la Finivest.

Lo hanno sostenuto i tre periti nominati dalla Corte d'Appello di Milano Luigi Guatri, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli. Secondo la perizia depositata questa mattina al tribunale di Milano, il danno subito dalla Cir dopo l'accordo dell'aprile 1991 per la spartizione degli asset Mondadori, Espresso e Repubblica e' inferiore del 22-24% rispetto a quello indicato dal giudice Raimondo Mesiano.

4. SE PERIZIA ACCOLTA IN II GRADO DANNI INFERIORI 30-35%...
Radiocor - Il risarcimento danni riconosciuto alla Cir da parte del tribunale di Milano di 750 milioni di euro in secondo grado potrebbe ridursi del 30-35% ovvero tra i 260 e i 310 milioni di euro. Se i giudici della Corte d'Appello di Milano dovessero confermare la sentenza di primo grado e accogliere completamente l'esito della perizia affidata a Luigi Guatri, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli allora il risarcimento danni alla Cir per la vicenda nota come Lodo Mondadori potrebbe risultare piu' basso di quello riconosciuto in primo grado dal giudice Raimondo Mesiano.

 

5. LODO MONDADORI:ACCERTAMENTI CONSOB SU ANDAMENTO CIR IN BORSA...
(ANSA) - La Consob ha avviato "i consueti accertamenti del caso" in merito all'andamento del titolo Cir in Borsa, decollato a Piazza Affari dopo che si è diffusa la notizia del deposito della consulenza tecnica disposta dal Tribunale di Milano. Secondo quanto riferito da ambienti vicini alla commissione, sono in corso accertamenti preliminari, relativi all'analisi dell'operatività sul titolo, cioé su chi ha comprato e chi ha venduto azioni, nonché sulla concentrazione degli scambi, se limitati a pochi soggetti o invece diffusi su una platea più vasta di investitori

[24-09-2010]

 

 

 

 PERIZIA MONDADORI ALL'ULTIMO RINVIO, SLITTA AL 24 SETTEMBRE...
S. Bo. per il "Corriere della Sera" - Nuovo e con grande probabilità ultimo rinvio per la perizia sul Lodo Mondadori. Ieri Luigi Guatri e il pool di professionisti che sono al lavoro sulla Ctu, la consulenza tecnica d'ufficio, hanno comunicato alle parti, la Cir di Carlo De Benedetti e la Fininvest di Silvio Berlusconi, che il lavoro sarà consegnato non il 15 ma venerdì 24 settembre.

 

È la terza «proroga» richiesta: in un primo tempo il deposito della perizia era previsto per metà luglio, poi è stato spostato al primo settembre, quindi a metà mese e ora l'ultimo breve posticipo. La ragione dei rinvii richiesti da Guatri e dai professionisti che lavorano in pool con il vicepresidente della Bocconi, Maria Martellini e Giorgio Pellicelli, è tecnica: la perizia è, oltre che per vari motivi delicata, complessa da realizzare.

La Ctu è stata disposta in marzo dalla Corte d'Appello di Milano, dopo che in primo grado il giudice Raimondo Mesiano ha condannato la Fininvest a risarcire la Cir con 750 milioni per i danni derivanti dalla conclusione nell'aprile del 1991 della «guerra di Segrate» per il controllo della casa editrice (cifra che supera di 150 milioni le capitalizzazioni sia di Mondadori sia dell'Espresso, che si aggirano in entrambi i casi sui 600 milioni, e rappresenta circa il 60% del valore di Borsa Della Cir).

 

La perizia era stata sollecitata dalla Fininvest. I giudici hanno concordato sulla sua necessità pur modificandone il perimetro rispetto a quanto richiesto. Hanno infatti deciso che la Ctu è chiamata a stabilire «se e quali variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio fra le parti siano intervenuti tra il giugno del 1990 e l'aprile del 1991, con riguardo agli andamenti economici delle stesse e di evoluzione dei mercati dei settori di riferimento». Il periodo è appunto quello più caldo della guerra di Segrate, scandita da sentenze e ricorsi in tribunale.

Che si conclude con la sconfitta di De Benedetti in Appello il 24 gennaio 1991 e l'ultimo negoziato che porterà alla spartizione. La sentenza è però successivamente risultata «comprata» con la corruzione del giudice estensore Vittorio Metta. Mesiano dispone dunque il risarcimento da «perdita di chance»: la corruzione accertata avrebbe privato De Benedetti della «chance di un risultato favorevole». Chance determinata nell'80%». Perciò il risarcimento è stato calcolato con lo «sconto» del 20% rispetto al danno patrimoniale quantificato dai giudici in 937,4 milioni. Sentenza che ha riaperto la partita dei ricorsi. E ora si attende la perizia.  14-09-2010]

 

 

DE BENEDETTI SE NON ATTERRA (NELLE LANGHE) S’INTERRA – IL COMUNE VIETA A CDB DI USARE L’ELICOTTERO PRIVATO NELLA SUA PROPRIETÀ - LUI SI CONSOLA SCEGLIENDO DOGLIANI PER ERIGERE IL SUO SEPOLCRO E COSTRUENDO UNA CASA DI RIPOSO – GUAI ANCHE DAL FISCO: CONTENZIOSO COL GRUPPO ESPRESSO (43,9 MLN). IL CDA “ACCANTONA” 11 MLN…

1 - DE BENEDETTI SE NON ATTERRA S'INTERRA...
Da www.lospiffero.com

 

Se, per il "no" deciso di un vicino, non potrà "atterrare" con l'elicottero personale a Dogliani, nella sua nuova tenuta, l'ing. Carlo De Benedetti, editore del gruppo Repubblica Espresso, ha deciso che comunque sarà "interrato", ovviamente il più tardi possibile, nel tranquillo paese delle Langhe, celebre per i suoi nobili vini e per aver ospitato Luigi Einaudi.

Il finanziere torinese, classe 1934, che ha preso residenza nell'amena cittadina, con la consorte Silvia Cornacchia (in arte Silvia Monti, già contessa Donà delle Rose), fin dal febbraio scorso, ha infatti acquistato nel cimitero del paese una vecchia tomba in disarmo e la sta facendo restaurare per farne il monumento funebre di famiglia.

Una prova ulteriore del suo improvviso innamoramento per Dogliani, dopo anni di residenza in Svizzera a Sankt Moritz. A indurlo a scegliere il buen retiro langarolo pare sia stata l'amicizia con un maestro della vinificazione della zona, quel Quinto Chionetti autore di due perle del dolcetto Doc, il "San Luigi" e il "Briccolero".

 

Ma siccome l'ingegnere, anche nel rifugio dorato di Dogliani non dimentica di essere un finanziere d'assalto che persegue, senza troppi scrupoli, la moltiplicazione del denaro, nella borgata Biarella, proprio accanto al cimitero, sta costruendo una grande e lussuosa casa di riposo per anziani, operazione che pare stia facendo in altre parti d'Italia essendo convinto che l'invecchiamento della popolazione è un business succulento.

D'altra parte il maggior azionista di Repubblica dovrà ben rientrare delle spese per i quattro casali acquistati a Dogliani. Il 22 maggio 2008 ha avuto un finanziamento di 5 milioni di euro dalla Banca Popolare di Sondrio al tasso del 5,5% all'anno per 15 anni. Finirà di pagare nel 2023 quando avrà 89 anni. E gli anziani ospiti della Borgata Biarella contribuiranno.

 

2 - SULL'ESPRESSO PENDE UN CONTENZIOSO FISCALE PER 43,9 MLN...
Gabriele Mastellarini per "Il Mondo"

Sul gruppo Editoriale L'Espresso presieduto da Carlo De Benedetti pende la scure di un contenzioso fiscale da 43,9 milioni di euro. Lo stesso consiglio di amministrazione ha ritenuto «probabile» il rischio di dover far fronte ad imposte non pagate per 28,022 milioni. E sono in ballo anche sanzioni per ulteriori 15,9 milioni.

Così, prima della chiusura dell'ultimo bilancio, il cda de L'espresso ha messo le mani avanti decidendo di accantonare «in via straordinaria» 11,355 milioni di euro, portando il valore complessivo del fondo rischi per pendenze tributarie a 28 milioni «pari all'intero importo accertato, ad esclusione delle sanzioni».

 

Il contenzioso con l'Agenzia delle Entrate è relativo a operazioni di usufrutto azionario effettuate con soggetti esteri. Alla luce della più recente giurisprudenza in materia e, in particolare, di una sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio del dicembre 2009, gli amministratori de L'Espresso hanno ritenuto di effettuare l'ulteriore accantonamento di 11,3 milioni, «valutando come probabile» il rischio di tassazione «del costo sostenuto per l'acquisto dell'usufrutto, oltre agli interessi maturati», come riferisce la semestrale di bilancio appena diffusa. [10-09-2010]

 

 

 

Dopo l’insider trading di famiglia, UNA NUOVA ROTTURA (DI Pale) per carletto De Benedetti – svanisce la PISTA PER l’atterraggio dell’elicottero privato nel suo “buen ritiro” piemontese di Dogliani – tutta colpa dei due cani di Silvia Cornacchia (la consorte) che scagazzano in libertà nel campo di grano del vicino che, per ripicca, non gli vende il terreno indispensabile per l’atterraggio

http://www.lospiffero.com/

Carlo De Benedetti, finanziere ed editore di Repubblica, almeno per il momento, non potrà atterrare con l'elicottero personale nella sua proprietà di Dogliani, in provincia di Cuneo, quattro casali per un totale di 46 vani, dove dal febbraio scorso ha trasferito la sua residenza, prima fissata a Sankt Moritz, in Svizzera, insieme con quella della moglie, Silvia Cornacchia (in arte Silvia Monti).

 

Motivo banale: le ripetute "esuberanze escrementizie" dei suoi due cani da caccia, che regolarmente utilizzavano come toilette il campo di grano attiguo alla villa, terreno di proprietà di un contadino del luogo che abita a poche decine di metri, in strada San Luigi.

Uno scontro più vivace del solito fra la signora Cornacchia in De Benedetti e l'agricoltore, un certo Porro, dopo l'ennesimo raid dei due cani, evidentemente soddisfatti di defecare nel grano, ha rotto i già difficili rapporti di buon vicinato che la famiglia De Benedetti ha con molti doglianesi. «Vada a farli c... a casa sua», ha detto esplicitamente in buon piemontese, il signor Porro alla signora Cornacchia in De Benedetti. Che ha capito ed ha eseguito, sia pure controvoglia. Ma ormai l'armonia - già problematica con i doglianesi - era rotta.

Ma i veri problemi per il capo della Cir sono nati quando si è visto che per poter disporre di un'aviosuperficie minima per l'atterraggio dell'elicottero personale, come era abituato ad avere, in passato, nella villa sulla collina torinese, non lontana dalla residenza dell'Avvocato, era indispensabile acquistare il terreno attiguo.

 

Proprio quello scelto dai cani per le loro deiezioni. Il signor Porro, langarolo purosangue, avvicinato da un collaboratore dell'Ingegnere, alla richiesta di acquisto ha risposto molto tranquillamente: «Non ci penso nemmeno». E lo avrebbe ripetuto anche a un successivo e congruo rilancio dell'offerta. Langarolo duro, coriaceo ma lungimirante.

Due i comprensibili motivi del diniego. Primo: lo scontro verbale con la signora non è stato gradito, anche se rientra nel rapporto difficile tra De Benedetti e i doglianesi. Secondo: il viavai di un elicottero a quattro passi da casa è un sicuro disturbo. Ragionamento che non fa una grinza se si pensa che proprio ieri il neosindaco di Arzachena (Costa Smeralda) ha vietato l'atterraggio e il decollo degli elicotteri accanto alle ville dei vip per il medesimo motivo.

Il disturbo investirebbe a Dogliani una vasta zona, compreso uno dei templi sacri del vino langarolo, la cascina di Quinto Chionetti, che sorge a poca distanza, sempre in strada San Luigi. Così, per il momento, i cani si sono dovuti accontentare dei terreni di proprietà De Benedetti e l'Ingegnere utilizza la sua Porsche per raggiungere casa. Intanto il campo di grano si sta riprendendo dalle intemperanze dei due animali dall'intestino vivace.

  [27-08-2010]

 

 

 

 

 

ULTIME DAL CAPITALISMO DEMOCRATICO
"De Benedetti raddoppia la centrale dei veleni. Record di tumori in un paese ligure" succede a Vado ligure, dove si registra il 30% di tumori maligni ai polmoni in più rispetto al resto della Liguria". (Libero, p.1).

. 24-08-2010]

 

 

 

 - CONSOB: SANZIONI PER 3,5 MLN PER INSIDER TRADING SU CDB WEB TECH
Radiocor - La Consob ha applicato sanzioni per un totale di 3,5 milioni di euro, tra multe e confische, a sei persone fisiche e una societa' per insider trading sui titoli di Cdb Web Tech. Le delibere sono pubblicate nel Bollettino online dalla Commissione. Le sanzioni riguardano:

la societa' Ca.Bim. srl, Davide Colaneri, Alessio Nati, Renata Cornacchia, Una Dona' Dalle Rose, Augusto Girardini, Daniele Dolci e Alberto Gianni, per abuso di informazioni privilegiate. Il trading sui titoli della societa' e' avvenuto nell'estate 2005, utilizzando l'informazione privilegiata concernente il progetto dell'avvio da parte di Cdb della nuova iniziativa di investimento in imprese in difficolta', comunicato al mercato solo successivamente agli acquisti. Dopo la comunicazione, avvenuta il 28 luglio, i titoli sono stati venduti.

 

28.08.10

 

insider de benedetti - Nell’estate del 2005, quella delle scalate ad Antonveneta e Bnl dei cosiddetti «furbetti del quartierino», c’erano anche altri furbetti intorno a Piazza Affari che si sono portati a casa illecitamente quasi un milioncino di euro. - Non è tanto. Ma fa impressione che questi sei soggetti siano riconducibili, in un modo o nell’altro, all’editore del gruppo Espresso-la Repubblica…

Marceloo Zacché per Il Giornale

Nell'estate del 2005, quella delle scalate ad Antonveneta e Bnl dei cosiddetti «furbetti del quartierino», c'erano anche altri furbetti che si muovevano, felpati, intorno a Piazza Affari. Quindi qui non si parlerà di Consorte, Fiorani o Ricucci. Ma di un'altra storia, finora inedita e di altri furbetti, finora nell'ombra, che si sono portati a casa illecitamente quasi un milioncino di euro.

 

Non è tanto. Ma fa impressione che questi sei soggetti (più una società amministrata da uno di loro), siano riconducibili, in un modo o nell'altro, a Carlo De Benedetti, editore del gruppo Espresso-la Repubblica tramite il controllo dell'impero finanziario Cofide-Cir.

Sia chiaro: l'Ingegnere non è coinvolto nelle operazioni di cui la Consob ha trovato evidenze di reato. Ma tutto ruota intorno a lui. Così la Consob ha multato con 3,5 milioni i 6 soggetti, tra i quali ci sono Una Donà dalle Rose, figlia di primo letto dell'attuale moglie dell'Ingegnere Silvia Monti; suo marito Alessio Nati; la cognata dell'Ingegnere Renata Cornacchia e suo marito Augusto Girardini. Più altri tre imprenditori, clienti di Nati nella Banca Intermobiliare, la finanziaria della famiglia Segre, da sempre broker di fiducia di De Benedetti.

 

I sei sono stati sorpresi, processati e multati per insider trading, cioè per aver utilizzato informazioni privilegiate e riservate per comprare e guadagnare in Borsa. In altri termini, investire sapendo di aver un guadagno sicuro. Il sogno di molti italiani. Realizzato con la frode. È un reato penale, per il quale la Consob ha senz'altro segnalato gli estremi alla Magistratura. Ma questa e un'altra storia.

Quella che invece si può ora raccontare risale a quando, appunto nel luglio del 2005, la società Cdb Web Tech (una holding di investimenti fondata da Carlo De Benedetti che compare come acronimo nel nome stesso, Cdb), nata sulla scia della new economy, decide di varare un fondo per destinare risorse al salvataggio di imprese in difficoltà.

 

L'operazione, secondo quanto ricostruito e documentato dai segugi della Consob, viene decisa in una riunione del 13 luglio a Milano, presenti manager di Cdb e l'advisor (Mediobanca). Il cda approva la delibera il successivo 28 luglio e ne comunica gli estremi al mercato, con un comunicato in cui si dice che è stato conferito al presidente della società, De Benedetti, «l'incarico di valutare le modalità per avviare un'attività d'investimento in realtà industriali in difficoltà». Si trattava del famoso fondo a cui avrebbero poi dovuto aderire grandi nomi della finanza italiana, da Montezemolo a Della Valle, fino addirittura a Silvio Berlusconi. Poi non se ne fece nulla.

Ma l'annuncio fece schizzare i titoli di Cdb. E i furbetti hanno agito: tra il 13 e il 28 luglio del 2005, Donà dalle Rose, Cornacchia, Girardini, Nati, Alberto Gianni, Daniele Dolci e Davide Colaneri (tramite la Ca.Bim. srl di cui era amministratore) hanno comprato titoli per cifre comprese tra i 75mila e i 556mila euro, rivendendoli dopo la diffusione del comunicato con un profitto variabile tra i 25 e i 180mila euro a testa, per un totale di quasi 800mila euro.

Ma la Consob se n'è accorta notando, in particolare, l'attività svolta su tali transazioni dalla Banca Intermobiliare, per la quale, tra l'altro, Nati lavorava come «relationship manager». E per la Consob è stato Nati a fornire le informazioni a Colaneri, Dolci e Gianni, imprenditori romani suoi clienti in Bim. Nati, secondo la Consob «conosceva o poteva conoscere in base ad ordinaria diligenza il carattere privilegiato dell'informazione».

 

E così anche per gli altri familiari acquisiti dell'Ingegnere, Donà dalle Rose (ha acquistato per 264mila euro, lievitati in pochi giorni a 342mila); Cornacchia (110mila euro investiti, 34mila di profitto) e Girardini (267mila euro, divenuti 370mila). I 3,5 milioni di multa decisa dalla Consob corrispondono, per ciascuno, al doppio del profitto realizzato, sommato con la somma confiscata che, sempre per ciascuno, è pari al controvalore realizzato con la vendita. Per tutti, inoltre, la sanzione accessoria da 4 a 6 mesi di perdita dei requisiti di onorabilità.

 25-08-2010]

 

 

 

TREMONTI, BERLUSCONI E DE BENEDETTI: TUTTI CONTRO IL FISCO! - Lo Stato chiede alla Mondadori 200 milioni di euro per plusvalenze non contabilizzate in una fusione tra due holding - Mondadori vince il primo e il secondo grado di giudizio, lo Stato non si arrende, nel 2000 la vicenda finisce in Cassazione: a firmare il ricorso per conto della Mondadori è un famoso fiscalista, l’avvocato Giulio Tremonti – MA LA “SALVA-MONDADORI” SALVA ANCHE CDB DA UN vecchio guaio fiscale…

 

Stefano Feltri per Il Fatto Quotidiano

La guerra di Segrate per il controlllo della Mondadori continua, ma è durata così a lungo - vent'anni - che ormai assume forme sempre più strane. Per un caso del destino, un vecchio guaio fiscale di Carlo De Benedetti è diventato l'occasione per bloccare il regalo del governo Berlusconi alla Mondadori (che è della Fininvest, cioè la holding che fa capo proprio a Silvio Berlusconi).

I giudici della Cassazione, partendo dal procedimento che riguarda gli ex partner di De Benedetti della 3M Italia, fanno ricorso alla Corte di Giustizia europea, per bloccare la norma "ad aziendam" che permette alla Mondadori di risolvere un contenzioso con il fisco da 200 milioni pagandone solo 10. E tutto questo mentre la Cassazione - e proprio il procedimento Mondadori - sono al centro dell'inchiesta sulla cosiddetta P3. Ma partiamo dall'inizio.

 

DOPO SEGRATE.
Nel 1991 la Fininvest di Silvio Berlusconi riesce a sottrarre la Mondadori a Carlo De Benedetti grazie a una sentenza che tre gradi di giudizio hanno stabilito essere stata comprata, con i giudici corrotti da Cesare Previti nell'interesse della Fininvest. Grazie all'imprenditore Giuseppe Ciarrapico, mandato da Giulio Andreotti, si trova una mediazione: a De Benedetti restano L'espresso, Repubblica e i quotidiani locali,in quel momento parte della Mondadori, a Berlusconi tutto il resto.

Vent'anni dopo non è ancora finita, pende ancora un risarcimento da 750 milioni di euro che la Fininvest potrebbe dover pagare alla Cir di De Benedetti. Una vicenda marginale di quello scontro riguarda un contenzioso della Mondadori con il fisco, derivante da una fusione interna al gruppo seguita alla guerra di Segrate.

Lo Stato chiede alla Mondadori 200 milioni di euro per plusvalenze non contabilizzate in una fusione tra due holding (operazione preliminare al passaggio delle testate giornalistiche a De Benedetti). Mondadori vince il primo e il secondo grado di giudizio, ma lo Stato non si arrende, nel 2000 la vicenda finisce in Cassazione: a firmare il ricorso per conto della Mondadori è un famoso fiscalista, l'avvocato Giulio Tremonti.

 

Dieci anni dopo Tremonti è ministro dell'Economia; mentre sta approvando la Finanziaria 2010 compare un emendamento che si presenta come un condono mirato: i soggetti che hanno contenziosi aperti con il fisco, hanno vinto i primi due gradi e sono in Cassazione, possono sanare la propria posizione pagando solo il 5 per cento del dovuto. E' l'identikit della Mondadori, che se la caverebbe con 10 milioni. Il blitz salta, lo ferma Gianfranco Fini, presidente della Camera.

 

La Procura di Roma, nelle carte dell'inchiesta sulla nuova loggia P3 ipotizza che a quel punto un gruppo di soggetti che agisce nell'interesse di Berlusconi sceglie un'altra strada. I pm attribuiscono il trasferimento (28 ottobre 2009) dal giudice competente alle sezioni unite alle pressioni su Vincenzo Carbone, primo presidente della Cassazione fino a gennaio e quindi presidente delle sezioni unite, fatte da Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi, due degli esponente più attivi della cosiddetta P3.

In cambio a Carbone sarebbe stato promesso uno slittamento di tre anni della pensione (obbligatoria a 75 anni). Per Berlusconi era anche il candidato ideale alla presidenza della Consob. Se le cose sono andate come dice l'accusa, la norma serve a guadagnare tempo. In primavera i parlamentari Pdl tornano all'assalto e la norma salva-Mondadori diventa legge a maggio, come emendamento al decreto sugli incentivi.

TUTTO INUTILE?
Ma forse è stato tutto inutile. Il primo ad approfittarne non è però Berlusconi, bensì un partner d'affari di De Benedetti negli anni Novanta, 3M Italia. Lo si apprende solo ora perché il 4 agosto la Cassazione, presieduta da Ernesto Lupo, ha depositato un'ordinanza con cui si chiede alla Corte di Giustizia europea di pronunciarsi sulla norma "salva-Mondadori", per stabilire se è compatibile con la normativa comunitaria.

La storia comincia nel 1996. La Procura di Ivrea chiede il rinvio a giudizio di varie persone, tra cui Carlo De Benedetti allora alla testa dell'Olivetti, per una presunta elusione fiscale da 43 miliardi di lire dell'epoca. La debenedettiana Olivetti, secondo l'accusa, si era prestata a una complessa operazione finanziaria con la quale due società americane, la 3M e la Shearson Lehman usavano una filiale italiana, la 3M Italia, per pagare meno tasse sui dividendi. L'Olivetti incassava i dividendi della 3M Italia, controllata della 3M, per conto della Sherman. Si chiama dividend washing.

 

La vicenda penale si chiude per De Benedetti nel 1997, quando viene prosciolto "perché il fatto non sussiste". Ma il fisco la pensa diversamente. Nel 2005 la sezione tributaria della Cassazione stabilisce che ha ragione lo Stato a chiedere indietro i soldi alla Olivetti, nel 2010 è ancora in pista il contenzioso tra il Tesoro e la 3M: lo Stato reclama 43 milioni di euro.

 

I vecchi partner di De Benedetti nell'operazione considerata legittima dalla giustizia penale ma truffaldina dal fisco erano stati fulminei: a meno di una settimana dall'entrata in vigore della "salva-Mondadori" stavano già approfittandone per chiudere il contenzioso pagando soltanto 1,1 milioni su 43.

IL DIRITTO UE.
Ma la Cassazione protesta. Secondo i magistrati della sezione contabile, il regalo governativo alla Mondadori si configura come un abuso di uno dei principi su cui si regge il mercato unico europeo, cioè la libertà di movimento dei capitali. In pratica, dicono i giudici, l'Italia rinuncia all'impegno di "reprimere pratiche abusive", rinunciando quasi del tutto alle "pretese impositive". E questo, stando al testo della legge, non è motivato da ragioni di politica economica, ma è una resa di fronte ai tempi lunghi della giustizia.

Se la Corte di Strasburgo darà ragione alla Cassazione, il condono pensato e approvato per la Mondadori non sarà applicabile. E De Benedetti, che ancora aspetta i 750 milioni di euro di risarcimento dalla Fininvest, avrà almeno un'occasione di esultare in questa ennesima puntata della guerra iniziata a Segrate vent'anni fa.

 

2 - SEGRATE STORY: VENT'ANNI DI BATTAGLIE, TRA GIUDICI CORROTTI E RISARCIMENTI MILIARDARI
Nel 1991 la Fininvest di Silvio Berlusconi riesce a sottrarre la Mondadori a Carlo De Benedetti con una sentenza che poi risulterà comprata (con i giudici corrotti dall'avvocato Cesare Previti nell'interesse della Fininvest: il 23 febbraio 2007 i giudici di Milano condannano Previti, Acampora e Pacifico ad un anno e 6 mesi, il giudice Metta a due anni e otto mesi).

 

I direttori e i dipendenti di alcuni giornali, passati da De Benedetti a Berlusconi, si ribellano al nuovo proprietario; nella vicenda intervenne l'allora presidente del consiglio Giulio Andreotti che convocò le parti, mediando per una transazione: Repubblica, L'Espresso e alcuni giornali periodici locali tornarono a De Benedetti, mentre Panorama, Epoca e tutto il resto della Mondadori restarono alla Fininvest, con un conguaglio in denaro. Vent'anni dopo pende ancora un risarcimento di 750 milioni di euro che la Fininvest potrebbe dover pagare alla Cir di De Bendetti.

 

 [11-08-2010]

 

 

PANSA MIA, FATTI DE BENEDETTI - "l’Ingegnere è un signore anziano (76 anni a novembre, uno più di me), invecchiato, frustrato e acido. Lui non ha poltrone da conquistare, poiché si è seduto su tutte quelle possibili. Qualche volta cadendo a terra in malo modo, vedi Fiat, Olivetti e Banco Ambrosiano. Ce n’è soltanto una che gli è rimasta nel gozzo, un frutto che non è riuscito a cogliere. È la poltrona del direttore di “Repubblica” - Aveva ragione la mia mitica nonna: non sono i soldi a fare di uno sciocco un furbo"... IL PENSIONATO FURIOSO CHE GIOCA ANCORA A FARE LA RIVOLUZIONE CARLO DE BENEDETTI PUNTA SULLO SFASCIO DEL PAESE MA NELLA GUERRA DI REPUBBLICA È SOLO UNA COMPARSA

 

Giampaolo Pansa per "Libero"

Se fossi Enrico Letta non mi farei sponsorizzare da Carlo De Benedetti. Letta è il giovane vicesegretario del Partito Democratico che vuole la poltrona di Pierluigi Bersani. Invece l'Ingegnere è un signore anziano (76 anni a novembre, uno più di me), invecchiato, frustrato e acido. Lui non ha poltrone da conquistare, poiché si è seduto su tutte quelle possibili. Qualche volta cadendo a terra in malo modo, vedi Fiat, Olivetti e Banco Ambrosiano. Ce n'è soltanto una che gli è rimasta nel gozzo, un frutto che non è riuscito a cogliere. È la poltrona del direttore di "Repubblica".

 

All'Ingegnere sarebbe piaciuto un mondo sedersi anche su quella. Ma non è elegante che il padrone di un giornale ne diventi anche il direttore. Tuttavia la voglia deve essergli rimasta. E non essendo riuscito a soddisfarla, in questi ultimi tempi ha moltiplicato le esternazioni, pur di finire sui media. Concionando a destra e a sinistra, rilasciando interviste chilometriche, partecipando a convention dove parla a ruota libera di tutto e di tutti. Ha fatto così venerdì scorso a Lazise, nel convegno "Nord Camp 2010", organizzato da Letta.

Qui l'Ingegnere, sfruculiato da un intervistatore intelligente come Antonello Piroso, il direttore del Tg della 7, ha ciacolato sull'universo mondo. Spaziando dal cavalier Berlusconi a soggetti ben più modesti, compreso il sottoscritto. Com'era fatale, "Repubblica" gli ha riservato una lunga cronaca dell'inviato Goffredo De Marchis. Ma neppure in questo servizio ho trovato un cenno al ventaccio politico che soffia sull'Italia. Una bufera malvagia iniziata da un contrasto, assolutamente legittimo, sulla legge che dovrebbe regolare le intercettazioni telefoniche.

 

E oggi arrivata a un punto di non ritorno che fa tremare. Un punto che bisogna avere la franchezza di chiamare con il suo nome: un clima da pre-guerra civile. Sugli stessi giornali dove appariva il bla bla dell'Ingegnere, i lettori hanno trovato una notizia da non trascurare.

Maurizio Gasparri, capogruppo del PdL al Senato, ha denunciato ai carabinieri di ricevere minacce continue e pesanti, sempre a proposito della legge sulle intercettazioni. Un'escalation, cito il "Corriere della sera", che ha raggiunto il picco nelle ore del voto di fiducia a Palazzo Madama su quella legge.

Conosco abbastanza Gasparri per poter dire che è il contrario del pavido. Da collaudato missino, ne ha viste, fatte e patite di tutti i colori. Di solito, è un signore di umore allegro, ottimista e indifferente alla violenza verbale. Per questo, di certo non può essersi fatto intimidire da qualche e-mail o da un po' di telefonate minatorie. Ci deve essere qualcosa di più. Forse una brutta sensazione che si respira nell'aria. La stessa che avvertiamo in tanti.

 

Molti anni fa, il 1° settembre 1939, Hitler si impadronì della città di Danzica e l'annesse al Reich. Fu allora che si diffuse una domanda, proposta da chi temeva un conflitto mondiale. Diceva: "Dobbiamo morire per Danzica?".

L'interrogativo si sciolse da solo perché la guerra cominciò. Allo stesso modo, oggi mi chiedo: dobbiamo sfasciare tutto per una legge che regola gli ascolti telefonici e la loro pubblicazione sui giornali? Per le testate principali dell'Ingegnere, la risposta è una sola: sì. "Repubblica" ne ha fatto un caso di vita e di morte. E da settimane, tutti i giorni, batte sullo stesso chiodo.

Dicendo che la nuova legge conferma che in Italia la democrazia è morta, Berlusconi è il nuovo Mussolini e il popolo italiano deve difendere la propria libertà. Conosco i meccanismi che regolano la vita dei grandi giornali. Li conosco perché ho lavorato in tutte le primarie testate. Compresa "Repubblica" dove sono stato quattordici anni.

 

La loro missione è una sola: vendere più copie possibili e, in questo modo, acquisire più inserzioni pubblicitarie possibili. Ma alla "Repubblica" di oggi questo obiettivo non basta più. Diciamo sempre che è un giornale-partito, con lo scopo di guidare la sinistra italiana. Però questa immagine adesso è riduttiva.

Sotto la direzione di Ezio Mauro, "Repubblica" è diventato un giornale-guerriglia. Pronto all'assalto di chiunque non condivida le sue campagne, la sua idea di società, la sua voglia di potere. Non credo che tra le ambizioni di Mauro ci sia ancora la guida della sinistra italiana, ormai un fantasma. La pensa così l'Ingegnere che, al convegno di Letta, ha definito il Partito Democratico «una balena arenata sulla spiaggia».

 

Rivelando altresì che il direttore del suo giornale «non si chiede mai che cosa farà il segretario del Pd, perché teme di non ricevere risposta». Le conclusioni che possiamo trarre sono, per il momento, le seguenti. La prima è che l'Ircocervo formato dalla simbiosi Mauro-De Benedetti è il vero competitore di Berlusconi. L'anomalia italiana sta anche in questo. Da una parte c'è un premier votato da milioni di elettori. Se si muova bene o male, è una faccenda che non riguarda quanto vado dicendo.

 

Dall'altra c'è un giornale guerrigliero in grado di combattere senza regole, come succede in tutte le guerre civili. E che può farlo senza rispondere a nessuno. Sino a oggi, in questo corpo a corpo è sempre stata "Repubblica" ad avere la meglio. Non conosco come stia a copie vendute e a pubblicità incassata. Ma l'aria è di un giornale massiccio, forte di un potere che influenza altre testate, senza dissensi interni. Dunque è facile prevedere che Mauro continuerà nell'offensiva a testa bassa.

Che ha due sole alternative: la vittoria di "Repubblica" o quella di Berlusconi. Come andrà a finire non lo sa nessuno. Ma c'è un dato di fatto che conosciamo già: il clima politico del paese diventerà sempre peggiore. Ed è qui che sorge un problema per l'Ingegnere. Si è mai domandato, il grande Cdb, che cosa potrebbe accadere all'Italia quando dalla guerra civile di parole stampate e gridate si passasse a una guerra combattuta con altri mezzi? Si è mai chiesto, sempre Cdb, che cosa accadrebbe ai padroni come lui? Non avverte il peso terribile di puntare sullo sfascio del Paese?

 

Spero di sbagliarmi, ma ho l'impressione che a De Benedetti queste domande non interessino. Come tutti i signori anziani e frustrati, non sa vedere al di là del proprio naso. Gli preme soltanto di non sparire dietro il profilo roccioso del direttore di "Re - pubblica". Mauro non è anziano né frustrato.

Per di più, vuole passare alla storia come il nuovo liberatore dal nuovo Mussolini. Per questo, a Ezio non frega nulla delle esternazioni del suo editore. L'Ingegnere dica e scriva ciò che gli pare. Nell'Ircocervo la metà decisiva è quella di Topolino, come veniva chiamato Mauro nei suoi esordi professionali.

 

Ezio è un testardo, ha una marmorea fiducia in se stesso, non mollerà di un millimetro nella battaglia. Stando così le cose, Cdb resterà sempre poco più di una comparsa nel dramma che potrebbe andare in scena. Mauro spara parole. De Benedetti borbotta paroline. È così ingenuo da pensare che le mie critiche al suo impero di carta nascano dalla delusione di non aver potuto dirigere "L'Espresso". Mi sono messo a ridere. Poi ho pensato che i padroni come lui hanno sempre in mente poltrone da distribuire o da negare. Aveva ragione la mia mitica nonna: non sono i soldi a fare di uno sciocco un furbo.

 

 

 [15-06-2010]

 

 

 

 CARLETTO ATTACCA L’ALTRO, BERLUSCONI - “È TALMENTE COSÌ FUORI DI TESTA CHE PENSA DI FARE IL BENE DEL PAESE. NON È UN MASCALZONE, NON È UNA CAROGNA, È L’ALBERTO SORDI DELLA POLITICA. ED È UNO DELLA P2” - E si SPARA UN DOTTO ANEDDOTO: “GIANNI LETTA HA ORGANIZZATO UNA COLAZIONE A CASA SUA. CI SONO ANDATO E IL PRESIDENTE BERLUSCONI MI È VENUTO INCONTRO DICENDOMI: "PERCHÉ NON MI VUOI BENE?". COME FACCIO, HO REPLICATO. MI HAI FREGATO LA SME, LA MONDADORI E PRETENDI ANCHE CHE TI VOGLIA BENE. MA VA A FARE IN CULO....” - CIDIBÌ CARICATO A PALLETTONI LIQUIDA IL DEFUNTO CARLO CARACCIOLO COME “TIRCHIO” - E sfancula GIAMPAOLO PANSA COME DI UNA “PERSONA ANZIANA CHE IN QUANTO TALE INACIDISCE UN POCHINO PERCHÉ PENSA DI NON AVERE AVUTO QUELLO CHE LA VITA GLI DOVEVA DARE” (BOTTE FINALI AL ‘DELUDENTE’ culatello BERSANI E AL MAGO DALEMIX)

Corriere.it

 

«Silvio Berlusconi è l'Alberto Sordi della politica ed è uno della P2»: lo ha detto Carlo De Benedetti, intervistato questa sera a Lazise (Verona) dal giornalista Antonello Piroso nell'ambito dell'iniziativa promossa dall'associazione «Trecento Sessanta» di Enrico Letta.

 

«È un bugiardo, punto». ha detto ancora De Benedetti del premier. «Penso che in molte cose sia davvero convinto di fare il bene del Paese - ha proseguito - È talmente così fuori di testa che pensa di fare il bene del Paese. Non è un mascalzone, non è una carogna, è l'Alberto Sordi della politica. Ognuno di noi ha delle caratteristiche - ha spiegato l'editore - e gli italiani ne hanno diverse: sono un po' bugiardi, un po' gradassi, un po' mascalzoncelli. Lui ha preso tutte queste cose, le ha messe insieme e le ha elevate al cubo». E secondo De Benedetti, Berlusconi «c'è riuscito mirabilmente, tanto è vero che gli italiani lo votano, gli danno il consenso: avranno una ragione».

 

«UNO DELLA P2» - Durante l'intervista di Piroso, De Benedetti ha detto di «avere avuto sempre una ritrosia ad essere cooptato», un aspetto questo, ha incalzato il giornalista, che lo accomuna a Berlusconi? «Beh, no. Lui è della P2», ha riposto De Benedetti. Poi ha ricordato l'ultima volta che ha incontrato il premier: «Letta ha organizzato una colazione a casa sua - ha raccontato De Benedetti -. Ci sono andato e il presidente mi è venuto incontro dicendomi: "Perché non mi vuoi bene?". Come faccio, ho replicato. Mi hai fregato la Sme, la Mondadori e pretendi anche che ti voglia bene. Ma va a f....».

 

BONAIUTI: «SOFFRE D'INVIDIA» - Immediata la replica dall'entourage del premier alle parole di Carlo De Benedetti, affidata al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti: «Ho tutta l'impressione che l'ingegner De Benedetti soffra di invidia nei confronti del premier Silvio Berlusconi».

«BERSANI? MI HA DELUSO» - Cambiando pagina, Carlo De Benedetti ha parlato della delusione provata dopo la nascita del Pd, partito che per l'Ingegnere rappresenta una speranza che si è presto dissolta: «Quando il Pd è nato era una speranza, ma poi mi ha profondamente deluso», ha detto l'editore di Repubblica, che ha avuto però parole di elogio per il segretario Pierluigi Bersani.

«Ma lo vorrei vedere con un po' più d'entusiasmo - si è affrettato ad aggiungere - Bersani è una persona per bene. Lo stimo molto, è stato un ottimo ministro, è un caro amico perché è una persona estremamente per bene». L'imprenditore ha tuttavia ammesso che il segretario del Pd questa settimana l'ha deluso: «L'ho visto in tivù e difendeva gli enti pubblici. Per uno che è stato l'unico ministro italiano a fare delle liberalizzazioni vere, sentendolo difendere gli enti locali mi è sembrata una stranezza che non gli riconoscevo. Però la mia stima nei suoi confronti è totale».

De Benedetti ha confermato il suo giudizio negativo su Massimo D'Alema, ma non ha risparmiato anche altri personaggi parlando di Carlo Caracciolo come di un »tirchio« e di Giampaolo Pansa come di una «persona anziana che in quanto tale inacidisce un pochino perché pensa di non avere avuto quello che la vita gli doveva dare». Insomma, per De Benedetti, Pansa «è un po' in aceto».11-06-2010]

 

 

IL MISTERO DEL COMMISSARIO DAVANZONI - LO 007 DI ’REPUBBLICA’ IN SILENZIO STAMPA: L’ULTIMO ARTICOLO ANTI-CAV IL 26 FEBBRAIO - PANICO TRA I LETTORI: È IN ROTTA COL SUO GIORNALE? STA SCRIVENDO UN LIBRO? LE ZOCCOLE DI BERLUSCONI NON LO ECCITANO PIù? - MALSOPPORTA l’acquiescenza del suo giornale verso i vertici del Pd, una critica che condivide con l’editore Carlo De Benedetti, suo vero grande sponsor? AH SAPERLOStefano Filippi per "Il Giornale"

 

26 febbraio: sant'Alessandro, il patriarca che scalzò l'eretico Ario. Nel 1815 Napoleone fuggì dall'Elba, nel 1993 fu compiuto il primo attentato al World Trade Center di New York, nel 1802 nacque lo scrittore Victor Hugo, nel 1966 morì il pittore Gino Severini. E il 26 febbraio 2010 è stato consegnato alla storia l'ultimo scritto di Giuseppe D'Avanzo, vicedirettore di Repubblica che da tre mesi non dà segni di vitalità cronistica. Quel venerdì vergò l'ennesima articolessa contro Berlusconi: scelse il processo Mills.

«Corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della "testa dei suoi figli"», sono state le ultime parole famose. Nei giorni precedenti si era occupato della procura di Roma «porto delle nebbie», del caso Fastweb, della cricca Anemone-Balducci accusando in due interminabili paginate la «triarchia dell'emergenza» (ovvero Berlusconi, Bertolaso e Gianni Letta). Da allora il sipario è calato sulla prestigiosa firma del commissario Davanzoni (copyright Dagospia).

 

Tre mesi senza D'Avanzo sono come una settimana senza Porta a porta, un mese senza superenalotto, un anno senza ferie: insostenibili. Un silenzio stampa più assordante di quello di Mourinho. Mancano forse gli argomenti per il D'Artagnan della cronaca giudiziaria? Macché.

Nessuno meglio di lui inzupperebbe il mustacchione nelle liste di Anemone, nelle case dei ministri, nelle nuove intercettazioni di Moggi. Intrecci e intrighi, cricche e caste, appalti e affitti. Il segugio di Repubblica seguirebbe come nessun altro l'odore dei soldi lasciato da queste indagini che hanno già fatto dimettere un ministro.

 

Egli invece se ne resta in disparte col suo sigaro. Nemmeno una domandina a Scajola, le dieci di Noemi e Patrizia sono storia passata. Niente «scoop» investigativi. Niente lenzuolate come quelle dedicate ad Abu Omar, Telekom-Serbia, Mitrokhin, Riina, la D'Addario. Nessuna apparizione da Santoro, Floris, Annunziata, Gruber. Che gli è successo?

 

Tanto per restare in tema, il mutismo regna anche a Largo Fochetti, dove ha sede la redazione di Repubblica e dove pare che il vicedirettore "ad personam" (dopo essere stato anche un numero 2 operativo) non metta piede da un pezzo. Viene? Non viene? Scrive? Resta, va in pensione anticipata? O diventa direttore dell'Espresso? Domande senza risposta.

Da tempo Davanzoni respirava un'aria diversa. Uno della vecchia guardia come lui soffriva l'avanzata delle nuove leve del quotidiano. La coppia con Carlo Bonini, il "pistarolo" che co-firmava le maggiori inchieste, si è infranta nel gennaio 2007 con l'ultimo articolo a doppia firma dedicato al caso Mitrokhin.

 

La spaccatura si sarebbe acuita due mesi dopo, quando fu rapito in Afghanistan il collega Daniele Mastrogiacomo e un drammatico dibattito sull'opportunità di trattare per la sua liberazione lacerò Repubblica, un giornale sempre schierato sulla «linea dura» di cui D'Avanzo era un alfiere. Da allora, poco alla volta, l'editorialista ha preso sempre più le distanze dalla stanza dei bottoni.

Non gradirebbe nemmeno l'acquiescenza del suo giornale verso i vertici del Pd, una critica che condivide con l'editore Carlo De Benedetti, suo vero grande sponsor. Una leggenda dice che il direttore Ezio Mauro si sarebbe stancato delle «dieci domande».

EZIO MAURO - Copyright Pizzi

Un'altra che D'Avanzo si sarebbe aspettato più considerazione nel momento dei prepensionamenti. Un'altra ancora che sarebbe stato incastrato nelle lotte interne tra generazioni. Ma il grande fustigatore del caso Abu Omar non ha gradito scoprire che una collega del suo giornale è stata intercettata dai Ros mentre avvertiva il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro che era sotto inchiesta a Perugia per gli appalti dei grandi eventi. E ammetteva candidamente: «Mi chiama Bonini e mi fa... "Guarda, forse si deve verificare se Achille è raggiunto da qualcosa, avvertilo subito"».

 

D'Avanzo bastonava il porto delle nebbie mentre la sua vecchia spalla faceva il doppio gioco. Lui che aveva fatto cacciare due colleghi al tempo di Pollari Pompa e Mancino, ora si ritrovava avvolto nell'omertà su uno scandalo analogo scoppiato in casa propria. Come a De Benedetti, nemmeno a Peppe Repubblica piace più, anche se sabato scorso al «Riccioli Caffè» di via delle Coppelle a Roma ha vinto l'imbarazzo e si è seduto a chiacchierare al tavolo dove Mauro aveva pranzato con la moglie.

 

Ufficialmente però regnano «deserto e vuoto e tenebre sopra la faccia dell'abisso», come scrive Eliot. Perché, secondo il poeta inglese che D'Avanzo citava più spesso e cioè Shakespeare, «il silenzio è l'araldo più perfetto della gioia». E in questi mesi Davanzoni gode da matti. 26-05-2010]

 

HA RAGIONE DE BENEDETTI QUANDO DICE che IL MAGO Dalemix non ha mai fatto niente. Fanno tutto intorno! - DOPO IL FEDELISSIMO VICEPRESIDENTE REGIONALE FRISULLO, FINITO IN CELLA, DALLA PUGLIA ARRIVA UNA NUOVA SCOSSA PER BAFFINO: IL SUO BRACCIO DESTRO FASANO, EX SINDACO DI GALLIPOLI, È ACCUSATO DI CORRUZIONE E ABUSO D’UFFICIO - L’INCHIESTA È PARTITA DALL’OMICIDIO DI UN BOSS DELLA SACRA CORONA UNITA

Gian Marco Chiocci per "il Giornale"

- Dal Giornale (Foto Blow up)

Nel mare magnum delle malefatte pugliesi finisce nei guai un altro delfino del noto politico che invita ad andare a farsi fottere chi non la pensa come lui. Dopo l'arresto del suo braccio destro nonché vicepresidente della giunta regionale Sandro Frisullo (storie di escort e non solo); dopo le dimissioni dell'indagato segretario organizzativo del Pd, Michele Mazzarano, suo fedelissimo nel Salento (in rapporti con l'imprenditore Tarantini, quello della D'Addario a Palazzo Grazioli);

 

dopo il coinvolgimento nelle inchieste baresi del suo amico-factotum Roberto De Angelis (quello degli incontri fra D'Alema e Tarantini); dopo l'iscrizione sul registro degli indagati dell'imprenditore Enrico Intini, suo intimo amico (nel medesimo filone sesso-sanitario); dopo tutte queste faccende disgraziate, insomma, un altro pesce pregiato del branco dalemiano finisce nella rete giudiziaria.

All'alba di ieri il Ros di Lecce ha infatti bussato alla porta di Flavio Fasano, ex sindaco di Gallipoli, ex assessore provinciale ai Lavori pubblici, da sempre uomo-ombra del Líder Maximo. I carabinieri gli hanno notificato copia di un'ordinanza d'arresto a suo carico, al pari di altri quattro coindagati, con accuse che spaziano dal concorso in «turbata libertà degli incanti e violazione del segreto d'ufficio», al «falso per induzione in errore determinato dall'altrui inganno», dalla «corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio» all'«abuso d'ufficio».

 

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, basata essenzialmente su alcune microspie piazzate nello studio legale di Fasano, il referente di D'Alema nel collegio ionico sarebbe stato il protagonista di conclamate irregolarità nella gestione degli appalti (cartellonistica pubblicitaria, costruzione del nuovo istituto nautico e del campus universitario), nella nomina di dirigenti di enti locali, nell'assunzione di personale da inserire nelle ditte vincitrici delle gare, nell'ottenere denaro per il Pd come corrispettivo ai favori prestati.

 

Il filone appalti nasce da una costola dell'inchiesta «Galatea» collegata all'omicidio del capo clan della Sacra Corona Unita, Salvatore Padovano, detto «Nino Bomba», ucciso dal fratello Rosario che appena tre giorni dopo l'omicidio venne sorpreso dal Ros al telefono proprio con l'ex sindaco Fasano (in passato era stato suo avvocato) mentre riceveva consigli su come muoversi e su cosa dire.

Nelle telefonate vennero fuori anche dettagli inediti - per gli inquirenti - sul delitto. In quel primo troncone d'indagine si faceva anche riferimento al progetto del boss Rosario Padovano di far fuori un altro ex sindaco di Gallipoli, attuale parlamentare del Pdl, Vincenzo Barba. Indagato per gli appalti, nel mirino per i rapporti col boss, l'amico del cuore di D'Alema aveva pensato bene di rinunciare a candidarsi alle ultime regionali. Non è bastato: l'hanno arrestato. 18-05-2010]

 

1- TRA I GIORNALI, L'ENERGIA, LA SANITÀ E I RISTORANTI "SPERIMENTALI", QUAL È IL CUORE DEGLI AFFARI DI CARLETTO DE BENEDETTI?
Come vanno gli affari a Carletto De Benedetti?, e soprattutto qual è il cuore delle sue attività?

 

È questa la domanda che si pongono gli ambienti finanziari dopo la presentazione di venerdì dei risultati del Gruppo Cir che ha chiuso il bilancio 2009 con un utile di 143,4 milioni. In questa occasione l'Ingegnere, che ha conservato la carica di presidente onorario del Gruppo dopo lo scontro del gennaio dell'anno scorso con il primogenito Rodolfo (lasciamo perdere l'altro rampollo Marco), non ha rinunciato a dire la sua sulle prospettive della holding che controlla le attività nell'energia, nell'auto e soprattutto nell'editoria con "l'Espresso-Repubblica".

 

Carletto non ha parlato di politica anche se la sua vera passione rimane quella di muoversi come un kingmaker che cerca di disegnare il futuro del sistema. Le ultime sortite con un articolo scritto di suo pugno su "Il Foglio" sono state interpretate come un ammiccamento alla linea rigorista di Giulietto Tremonti, e anche l'editoriale pubblicato ieri su "Repubblica" da Eugenio Scalfari conteneva apprezzamenti non malevoli nei confronti del ministro di Sondrio.

 

Se la politica rimane il cuore di Carletto, l'ultima novità è la scoperta del business nel mondo della sanità dove opera la società Kos fondata nel 2002. L'azienda prende il nome dall'isola greca ed evoca la figura di Ippocrate, il padre della medicina.

Nel corso dell'assemblea di venerdì Carletto e Rodolfo hanno annunciato la quotazione in Borsa entro l'estate di questa azienda che opera nelle residenze sanitarie, i centri di riabilitazione e la gestione ospedaliera. Per adesso è una piccola realtà che neri primi tre mesi ha fatturato poco più di 76 milioni di euro, ma sulla quale il calvinista Rodolfo (49 anni, una laurea a Ginevra) sembra puntare molto per creare valore.

 

Questa intraprendenza dovrebbe portare Kos a mettere i piedi nel mercato delle residenze per gli anziani. Contro l'iniziativa di De Benedetti padre e figlio si è scatenato senza tanti fronzoli l'imprenditore di Padova, Angelo Ferro, un professore 73enne che fino a poco tempo fa sedeva nel Consiglio di amministrazione di Rcs e nel Consiglio di sorveglianza di IntesaSanPaolo.

Costui gestisce in Veneto 9 residenze per anziani, ma è noto per essere anche capo dell'Unione degli Industriali Cattolici (Ucid) e nei giorni scorsi ha riempito le pagine del "Corriere" e del "Sole 24 Ore" per tuonare contro quelli che come i De Benedetti vogliono trarre profitto sulla sanità.

 

La guerra del professor Ferro si annuncia pesante e a dargli manforte sono stati anche il giornalista vicentino Gian Antonio Stella e il padovano Antonio Quaglio che sul "Sole 24 Ore" si occupa di finanza e sussidiarietà. Nonostante queste resistenze etiche e ideologiche la Cir di De Benedetti non intende fare marcia indietro e la controllata Kos sbarcherà entro settembre a Piazza Affari.

Ma non basta, perché al business della terza età Carletto e il figlio calvinista vorrebbero aggiungere anche quello della ristorazione. A questo proposito hanno annunciato di voler aprire in Baviera un ristorante italiano "Fast Casual". "L'obiettivo - ha spiegato Rodolfo - è di puntare sull'innovazione tecnologica per accorciare i tempi di permanenza al ristorante".

 

Sono proprio queste iniziative, incerte e curiose, a rendere perplessi gli analisti della Borsa che non riescono a cogliere il senso di una strategia diversificata tra i giornali, l'energia, la sanità e i ristoranti "sperimentali". E c'è chi con un po' di malizia mette a confronto l'immagine di Ippocrate con quella di Sergio Marpionne e delle numerose aziende che riescono a sopravvivere e a fare guadagni grazie alla riscoperta del core business.

 

 

TIP E DE BENEDETTI, RISALE LA FEBBRE M&C...
S. Fi. per "Il Sole 24 Ore" - Torna bollente il dossier M&C? Con degli acquisti passati sottotraccia, ma registrati dalla Consob, Carlo De Benedetti e Giovanni Tamburi, a un anno di distanza, ripartono in quarta sul fondo salvaimprese. Dodici mesi fa erano iniziate le scintille tra i due per il controllo di M&C. È stata poi un'escalation, con tre Opa concorrenti (cosa mai vista a Piazza Affari), ma tutto è finito in un nulla di fatto. Ora De Benedetti ha riaperto i giochi, arrotondando al 27,5% dal 23,4%.

A ruota la Tip di Tamburi, che pure aveva venduto il 3% la scorsa estate col titolo ai massimi: il banchiere ha comprato un 8%, salendo al 20%, mentre in Borsa il titolo è tornato vicino ai prezzi record del 2009. Secondo rumor, l'8% sarebbe la quota dismessa dal fondo Cerberus mentre il 4% di De Benedetti è probabile sia il pacchetto di Soditic. Si prepara un'altra estate rovente per M&C? La Borsa ci spera, ma sembra solo un riassetto tra soci.

01.05.10

 

 

DeBenedettoni, oltre alle società lussemburghesi e portoghesi, ha rimpatriato in Italia anche se stesso e la sua signora, Silvia Cornacchia - La notizia è ufficiale, ed è contenuta in una cortese lettera della Cir inviata a 'Libero': da qualche settimana l’Ingegnere ha infatti trasferito la sua residenza civile dalla esclusiva località svizzera di Sankt Moritz, al comunque blasonato paese di Dogliani nel cuneese...

Franco Bechis per Libero

Carlo De Benedetti oltre alle società lussemburghesi e portoghesi ha rimpatriato in Italia anche se stesso e la sua signora, Silvia Cornacchia prima in Donà delle Rose poi in De Benedetti. La notizia è ufficiale, ed è contenuta in una cortese lettera della Cir inviata a Libero: da qualche settimana l'Ingegnere ha infatti trasferito la sua residenza civile dalla esclusiva località svizzera di Sankt Moritz, al comunque blasonato paese di Dogliani nel cuneese: è quello che ha dato i natali all'editore Giulio Einaudi e dove hanno sede parte dei poderi Luigi Einaudi, appartenuti all'ex presidente della Repubblica italiana.

A Dogliani l'ingegnere e la sua signora hanno in effetti acquistato terreno e quattro ampi casali, uno da 23,5 vani, uno da 9,5 vani, uno da 7,5 e uno da 5,5 vani. Sono stati comprati fra il 2006 e il 2007, anno dedicato alla ristrutturazione dei fabbricati, da una società personale. All' epoca era denominata Casita società semplice ed era posseduta al 99% dall'Ingegnere e all'1 per cento dalla sua signora.

Nel 2008 la società ha cambiato denominazione, diventando Cà di nostri società semplice e con un aumento che ha raddoppiato il capitale sociale, riservato al 99 per cento a Silvia Cornacchia e all'uno per cento all'Ingegnere. Così ora casali e terreno sono divisi in parti uguali fra gli sposi. Chissà, forse per segnare anche in questo modo il desiderio di tornare alla normalità, De Benedetti come un travet qualsiasi ha acceso perfino un mutuo fondiario sul maniero.

Il contratto è stato firmato il 22 maggio 2008 davanti al notaio Giancarlo Reverdini Grassi di Torino con la Banca popolare di Sondrio. Il finanziamento concesso all'Ingegnere è stato di 5 milioni di euro, al tasso di interesse annuo del 5,5% (nemmeno regalato). Secondo lo schema di contratto pagherà di interessi 2,5 milioni di euro e di spese un milione di euro per un totale di 8,5 milioni di euro, somma per cui è stata iscritta ipoteca volontaria sul maniero.

La durata del mutuo è di 15 anni, e quindi le rate correranno fino al 2023, quando De Benedetti avrà compiuto 89 anni. Il contratto di mutuo porta proprio la firma dell'Ingegnere, ma nella premessa si precisa che "Carlo De Benedetti, nato a Torino il 14 novembre 1934, interviene al presente atto non in proprio, ma nella sua qualità di unico amministratore e legale rappresentante della società Casita società semplice (poi trasformata in Cà de nostri, ndr) con sede in Torino"

Sarà dunque la società immobiliare e non la persona fisica a garantire la banca. Con il mutuo De Benedetti ha finanziato l'acquisto non solo dei casali, ma anche del terreno circostante con tanto di vigneto che confina proprio con i poderi Luigi Einaudi e le celebri viti del Dolcetto più blasonato delle Langhe. Per altro a vendere il maniero sono stati proprio degli Einaudi: Letizia, Germano e Celestino che non risultano però discendenti diretti dell'ex presidente della Repubblica. Proprio per il vino e la presenza di casali blasonati Dogliani, paese con meno di 5 mila abitanti, ha attratto negli ultimi anni più di un vip che lì si è ritirato o ha acquistato una seconda casa per i week end.

Ci passa spesso il fine settimana il critico televisivo del Corriere della Sera, Aldo Grasso. Ci vive da tempo Nicoletta Bocca, figlia di Giorgio, che anno dopo anno ha fatto incetta di vigne e poderi coltivandoli di persona. Secondo una leggenda di paese un giorno sarebbe approdata lì portata da una Lamborghini scortata da body guards in moto anche una star della moda internazionale come Naomi Campbell, ma l'affare immobiliare inseguito sarebbe sfumato in extremis.

A Dogliani vive da tempo in libertà anche il fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio. E' benvoluto dagli abitanti, che la domenica lo vedono sempre a messa. Prima di prendere ufficialmente la residenza mettendo fine alle polemiche sul trasferimento in Svizzera, De Benedetti e signora erano soliti trascorrere nel maniero qualche lungo week end. L'ingegnere è stato riconosciuto qualche tempo fa mentre trattava l'acquisto di due biciclette ed è stato recentemente visto farsi il pieno alla sua Porsche ultimo modello al distributore automatico.

[13-03-2010]

 

 

LODO MONDADORI: OK A CONSULENZA, MA NON SU RICHIESTA FININVEST...
Radiocor - La consulenza tecnica ammessa dalla Corte d'Appello di Milano nella causa tra Fininvest e Cir e' stata disposta non accogliendo la richiesta di Fininvest (quindi non sara' sul valore delle azioni per quantificare se Cir ha avuto un danno o meno), ma sara' necessaria per 'accertare' ed 'eventualmente quantificare' se ci sono state variazioni nelle condizioni di mercato e di valore delle societa' oggetto di scambio tra la proposta di Fininvest nel 1990 e la conclusione della trattativa nel 1991.

E' quanto si precisa nell'ordinanza della Corte. Nel dettaglio, nella sentenza di primo grado del giudice Raimondo Mesiano, che aveva condannato Fininvest a risarcire 750 milioni di euro a Cir, si indicava come unica spiegazione alternativa alla variazione delle condizioni tra la proposta di Fininvest del 1990 e la conclusione della trattativa del 1991 la sentenza Metta, frutto di corruzione. I giudici della Corte d'Appello, invece, hanno deciso di disporre la consulenza per capire se, invece, non ci siano stati altri fattori intercorsi in quel periodo a modificare gli equilibri.

03.03.10

 

MI LODO E M’IMBRODO – L’ETERNA SFIDA TRA IL CAV. E L’ING. RIPARTE OGGI CON IL PROCESSO D’APPELLO SUL LODO MONDADORI – SUL PIATTO I 750 MLN DI DANNI VINTI IN PRIMO GRADO DALLA CIR – I LEGALI FININVEST CHIEDONO UNA CONSULENZA PER APPURARE L’ENTITà DEL DANNO (CDB CI AVREBBE PERSINO GUADAGNATO) – ALMENO UNA SETTIMANA PER LA DECISIONE DELLA CORTE

1 - LODO MONDADORI: FININVEST CHIEDE CONSULENZA, CIR SI OPPONE...
(Ansa) -
E' battaglia tra Fininvest e Cir su una consulenza per determinare la congruità dei valori di cessione delle azioni nella compravendita della Mondadori. Oggi in aula, davanti alla seconda Corte d'appello civile di Milano, i legali Giorgio De Nova e Giuseppe Lombardi, che rappresentano la holding di Silvio Berlusconi, hanno sostenuto che non c'é stato alcun danno per Cir e hanno chiesto una consulenza tecnica per verificare, come ha spiegato l'avvocato Lombardi, se "De Benedetti non solo non ci abbia rimesso una lira, ma addirittura guadagnato 30 miliardi".

 

A tale istanza si sono opposti gli avvocati Vincenzo Roppo e Elisabetta Rubini, legali di Cir, sostenendo che ai tempi della cosiddetta battaglia di Segrate, "il congruo prezzo non interessava. La logica era diversa ed era quella di rapporti di forza poi ribaltati con la sentenza Metta (il giudice Vittorio Metta)", per la quale c'é stato poi un danno per il gruppo controllato dalla famiglia De Benedetti. Il tribunale si è riservato di decidere.

In sostanza i giudici d'appello, nell'ambito della causa civile sul Lodo Mondadori, entro almeno una settimana dovranno decidere se conferire o meno una consulenza tecnica d'ufficio chiesta di legali della società di via Paleocapa, sul prezzo di mercato delle azioni al centro della compravendita, avvenuta nel '91, della casa editrice di Segrate.

 

In primo grado il Tribunale aveva condannato Fininvest a risarcire 750 milioni di euro a Cir, sentenza che Fininvest chiede di riformare anche perche' come ha ribadito l'avv. De Nova in aula "occorre la prova del danno economico e riteniamo che Cir non abbia dato la prova del danno economico subito".

"Prima di liquidare un danno astronomico - è un passaggio dell'intervento dell'avv. Lombardi - ritengo ci siano gli elementi sostanziali per ammettere una consulenza per verificare se De Benedetti non ci ha rimesso una lira ma addirittura guadagnato 30 miliardi" di lire. Gli avvocati di Cir, opponendosi all'istanza, hanno sottolineato che da Fininvest oggi è arrivata "una nuova e arbitraria riconfigurazione del danno".

 

A loro avviso, come ha illustrato l'avv. Roppo, le diverse ragioni di scambio azioni nel '90 e nel '91 (dopo la sentenza Metta al centro del processo penale per corruzione in atti giudiziari, ndr) non erano determinate da parametri obiettivi di mercato ma da "una logica diversa e cioé partire dal risultato economico globale e poi ricostruire i valori azionari che avrebbero dovuto portare al esito finale". Una logica fondata "su rapporti di forza" che ha portato Cir dall'avere il controllo sul gruppo Mondadori-Espresso-Repubblica all'essere, con la sentenza di annullamento del lodo (Metta), azionista di minoranza.

2 - L'ULTIMO SCONTRO MEDIASET-CIR - OGGI L'APPELLO PER I 750 MLN €...
Alfredo Faieta per " il Fatto Quotidiano"

 

Dopo un ventennio di battaglie, torna per l'ennesima volta in un'aula giudiziaria la guerra di Segrate, partita nel 1990 quando la Cir di Carlo De Benedetti e la Fininvest di Silvio Berlusconi decisero di uscire dallo stallo gestionale nel quale si era venuto a trovare il gruppo Mondadori-Espresso ridefinendo il perimetro delle rispettive attività nell'editoria.

LA PRIMA SENTENZA
Chiuso
il primo grado, che ha condannato Fininvest a un risarcimento danni di 750 milioni di euro, si riparte oggi con la prima udienza presso la seconda sezione civile della Corte d'Appello di Milano, dove la holding di Berlusconi ha presentato ricorso contro un verdetto che Niccolò Ghedini, legale del presidente del Consiglio e parlamentare del Pdl, aveva definito allora "incredibile, irreale e non fondato né sui fatti né sul diritto".

 

Parole dure, come d'altronde era stata dura la reazione nei confronti del giudice Raimondo Mesiano, autore della sentenza contestata anche fuori dalle aule giudiziarie . Mesiano, si ricorderà, era stato messo in ridicolo durante un servizio trasmesso dal contenitore tv Mattino 5. Un colpo basso al magistrato (l'Ordine dei giornalisti ha aperto una procedura), che ben descrive però il clima nel quale si apre il procedimento di appello.

Lo scontro sarà agguerrito: se Fininvest, forte di un collegio formato da ben cinque professionisti, è decisa a smontare sotto ogni angolatura le tesi che hanno sostenuto la sentenza di primo grado, la stessa Cir ha contrattaccato presentando un appello incidentale nel quale conferma di volere non solo i danni da "perdita di chance", per aver sofferto l'indebolimento della propria posizione contrattuale con Fininvest dopo la corruzione di Metta del cosiddetto Lodo Mondadori (alla base del risarcimento), ma anche un indennizzo di danni patrimoniali "da sentenza ingiusta". Se fosse accolta questa tesi la cifra da pagare potrebbe lievitare da 750 milioni fino a un miliardo di euro circa.

 

L'IMPORTO
D'altro canto Fininvest controbatterà non solo su aspetti legali e processuali, ma anche sul quantum, smontando le tesi seguite dal Tribunale che ha accolto il metodo di calcolo Cir per la determinazione del danno. Fininvest punterà a far passare come metodo di calcolo corretto la differenza economica negativa fra i valori delle società nella spartizione così come corrotta dalle vicende Metta (minori di quelle di una spartizione non viziata), e i valori di mercato al tempo della spartizione stessa.

Una differenza che, ai valori di Borsa del 1991 delle società interessate, porterebbe la cifra del danno da liquidare pressoché a zero a causa del crollo delle Borse di quel periodo. Una tale distanza non esclude che la corte faccia ricorso a una perizia d'ufficio, evenienza che allungherebbe i tempi del giudizio, in predicato di chiudersi entro un anno, con effetti che non si possono assolutamente configurare fin d'ora.

IL RUOLO DI PASSERA
Che si possa giungere ad un accordo amichevole è da escludere al momento: d'altronde anche allora la spartizione bonaria non riuscì, nonostante fosse stata caldeggiata da un politico del calibro del senatore Giulio Andreotti e il tavolo di trattative fu aperto presso Mediobanca, l'istituto che aveva ricevuto l'incarico di trovare la quadratura del cerchio tra i due con-tendenti e la famiglia Formenton.

Un incarico di cui si occuparono direttamente i vertici della banca: Enrico Cuccia, il suo delfino Vincenzo Maranghi e Gerardo Braggiotti, astro nascente della finanza italiana ora a capo di Banca Leonardo. Nonostante i mesi di trattative, i tre non riuscirono a trovare la sintesi dell'accordo, per la distanza siderale tra il conguaglio monetario offerto da Fininvest e quello chiesto da Cir, e l'incarico fu abbandonato.

Tra i protagonisti del tempo anche un altro banchiere d'eccezione: Corrado Passera, allora direttore generale in Cir incaricato di seguire la questione e adesso amministratore delegato di Intesa Sanpaolo cui si è rivolta la società del Biscione per la fideiussione a garanzia del pagamento dei 750 milioni di euro.

 

 

[23-02-2010]

 

 

CIR: KOS ACQUISTA CLINICA NELLE MARCHE, SUPERATI 5.200 POSTI LETTO...
(Adnkronos) - Shopping nelle Marche per Kos. La societa' del gruppo Cir attiva nella sanita' socio-assistenziale ha perfezionato, attraverso la controllata Istituto di Riabilitazione Santo Stefano, l'acquisto del controllo di Sanatrix, gruppo marchigiano proprietario di una struttura sanitaria da 205 posti letto a Civitanova Marche (Macerata), del quale la stessa Kos era gia' socio di minoranza. L'operazione ha comportato un esborso di circa 18 milioni di euro. Il fatturato realizzato dal gruppo Sanatrix nel 2009 supera i 23 milioni. Con questa acquisizione, il numero dei posti letto gestiti da Kos cresce a 5.253, ai quali se ne aggiungono 388 in fase di realizzazione 02.2.10

 

Sussurri & Grida

Madeira addio, finisce il viaggio dei fondi dell' Ingegnere

 (m.ger.) Esempio di quella che viene comunemente definita «razionalizzazione delle partecipazioni estere» (oppure «ottimizzazione fiscale/finanziaria»). La ricostruzione che segue si basa su documenti «locali» (Madeira-Lussemburgo) poiché sui bilanci c' è molto poco. Tutto avviene nel perimetro del consolidato. La Cir, che fa capo a Carlo De Benedetti ed è gestita dal figlio Rodolfo, nel novembre 2007 trasferisce a Madeira il controllo della Medinvest, società con sede nell' isola di Jersey (Gb). Medinvest è un fondo di hedge funds costituito quindici anni fa per investire l' eccesso di liquidità di Cir (7,7% il rendimento medio annuo). Il viaggio a Madeira avviene spogliando la Cir International (controllata lussemburghese) della partecipazione in Medinvest. Contestualmente il gruppo acquista nell' isola la «scatola» Kursily VIII (che diventerà Cir Fund), ci infila dentro Medinvest e a fine dicembre 2007 conferisce il tutto alla Ciga Lux. Valore dell' operazione 318 milioni, come certifica un certo Henrique Joao Araujo de Pontes Leça della Kursily. Un anno e mezzo dopo, siamo nel giugno 2009, Ciga annulla una parte del suo capitale (da 318 a 180 milioni) in parallelo alla controllata Cir Fund che rimborsa anche 138 milioni. Dal 2008 (e lo farà per buona parte del 2009) il gruppo sta disinvestendo da Medinvest e, ovviamente, il primo approdo della liquidità è Madeira, dove c' è Cir Fund, la mamma del fondo di Jersey. A novembre 2009 il gruppo abbandona l' isola portoghese e trasferisce Cir Fund (con «allegata» Medinvest, però molto dimagrita) in Lussemburgo. Immediatamente dopo Cir Fund conclude il suo ciclo con l' incorporazione in Cir International. La parentesi nel paradiso fiscale portoghese è chiusa e tutto è tornato esattamente come due anni fa. Il «soggiorno» a Madeira è durato più o meno il tempo del disinvestimento da Medinvest. Aspettiamo il bilancio 2009 per saperne di più. Ma tanto si sa, è quella che volgarmente chiamano «riorganizzazione societaria» oppure «ottimizzazione fiscale». RIPRODUZIONE RISERVATA

Gerevini Mario, Agnoli Stefano, De Rosa Federico

Pagina 39
(20 gennaio 2010) - Corriere della Sera

 

 

 

SCONTRO DA 70 MILIONI TRA SAWIRIS E BENEDETTI...
S. Fi. per " Il Sole 24 Ore " - L'esito della feroce battaglia legale è assolutamente aperto. Ma Naguib Sawiris ha già dovuto pagare 70 milioni per la causa di Alessandro Benedetti. A un anno esatto dal maxi-processo sull'affaire Wind (di cui Benedetti reclama un terzo) tra il magnate egiziano e il finanziere italiano che fece da mediatore nella maxi-acquisizione di Wind, sta per partire a Londra l'appello.

L'anno scorso il tribunale aveva sancito che sì Benedetti aveva diritto a un compenso, ma non i 2 miliardi, bensì la più "modesta" somma di 70 milioni. Scontentando entrambi: Sawiris non è disposto a concedere nulla, Benedetti si aspettava di più. Di qui il ricorso in appello. Ma, in attesa della decisione definitiva, Sawiris ha già dovuto pagare: 70 milioni di euro, per poter presentare il ricorso. I soldi sono stati depositati in un «escrow account», un conto di garanzia. E già accantonati in bilancio.  

20.01.10

 

BANCA INTERMOBILIARE, L' INGEGNERE NON SBAGLIA UN COLPO...
Mario Gerevini per il "Corriere della Sera" -
Si compra sui minimi e si vende sui massimi. La vecchia, elementare e sempreverde regoletta borsistica dà risultati fantastici se si sapesse quando sono i minimi e quando i massimi. Ma è comunque una buona bussola. Se si coglie l' attimo e poi magari il titolo dai massimi torna a precipitare o dai minimi rimbalza, la soddisfazione è doppia. In questo senso una delle operazioni più azzeccate del 2009 è stata l' uscita di Carlo De Benedetti da Banca Intermobiliare.

Bisogna mettere in relazione due fatti. Il primo è il grafico del titolo: Bim tocca i massimi dell' anno intorno a metà ottobre, con una spettacolare e inspiegabile seduta il 14 del mese: +16% e picco di volumi. Si mantiene per un po' tra i 3,6 e i 4 euro, poi non raggiungerà più quei livelli. Si saprà poi dalle comunicazioni Consob che Carlo De Benedetti proprio in quei giorni aveva ridotto la sua partecipazione storica da circa il 4% a meno del 2%. Perfetto tempismo. Ma sarebbe anche bello sapere chi ha comprato il 14 ottobre, «pompando» il titolo ai massimi.  

08.01.10

 

 

NORMAN 95: "REPUBBLICA" SCORDA I RAPPORTI TRA CIMATTI E CDB...
"Norman, trema un altro immobiliarista milanese" è il titolo del pezzo di "Repubblica" di oggi che dà conto che nei prossimi giorni il Tribunale di Milano dovrà decidere il destino della Norman 95, la società immobiliare controllata da Massimo Cimatti, dalla famiglia Coen e partecipata dal gruppo Ligresti. "Repubblica" ipotizza il possibile fallimento di Norman 95, schiacciata da 200 milioni di debiti.

Ma si dimentica di precisare che Massimo Cimatti è figlio di quel Romano Cimatti, noto immobiliarista che nella Milano degli Anni Settanta e Ottanta fu socio di Carlo De Benedetti, editore di "Repubblica", e rilevò proprio dall'Ingegnere quella Lasa che costituì parte degli asset di partenza proprio della Norman 95 gestita dal figlio con poca fortuna.

LO SQUALO E L’INGEGNERE – ARRIVA DA LONTANO IL FLIRT TRA MURDOCH E DE BENEDETTI – CDB SUL “SOLE” DIFENDE IL TYCOON E ATTACCA GOOGLE SULLE NOTIZIE A PAGAMENTO – OGGI I RAPPORTI COINVOLGONO LE TV E GLI ASSALTI A BERLUSCONI MA IL FEELING NASCE NEGLI ANNI 80 CON L’ACQUISTO DI PEARSON POI RIVENDUTA A RUPERT (MA GLI INGLESI NON GLIEL’HANNO PERDONATA)…

Michele Masneri per "Il Riformista"

Se lo Squalo chiama, l'Ingegnere risponde. E' inedito e un po' clamoroso l'endorsement anti-Google di Carlo De Benedetti, che in una lunga lettera al Sole-24Ore ieri si scagliava contro i predoni di Mountain View e a favore invece delle news a pagamento su Internet, tesi fortissimamente sostenuta da Rupert Murdoch, del quale il quotidiano di Gianni Riotta ha pubblicato sempre ieri un intervento.

Un endorsement curioso anche perché Repubblica è stato il primo quotidiano italiano a mettere online - gratis - il suo intero archivio storico. Meno inedito e meno curioso però è che questa discesa in campo vada ad appoggiare proprio Murdoch, rinfocolando un flirt che i due coltivano da anni.

Ultimamente la special relationship tra i due editori è salita agli onori delle cronache con l'accordo per Cielo, la tv in chiaro di Sky Italia che dovrebbe - il condizionale è d'obbligo, visti gli ostacoli regolamentari che si sono posti sul suo cammino - vedere la luce prossimamente. Tv che verrà ospitata sulle frequenze terrestri in capo a Rete A, costola del Gruppo l'Espresso.

Ma non c'è solo quest'episodio: ci sono poi gli accordi industriali - tecnici per cui Sky trasmette il canale musicale All Music (sempre gruppo L'Espresso) mentre lo stesso Espresso, attraverso la sua controllata Elemedia, fornisce a Sky in esclusiva 25 canali audio tematici. E poi ancora le voci di una sintonia tra Cdb e The Shark nell'amplificare all'estero le vicende del Casoria-gate che molti fastidi hanno procurato al premier Berlusconi.

E poi ancora le guerre legali che entrambi stanno combattendo contro lo stesso avversario, il Cavaliere: l'Ingegnere con il maxi risarcimento da 750 milioni per il lodo Mondadori; lo Squalo con la guerra di carte bollate per la pubblicità sulle reti Mediaset, con la questione della «chiavetta» digitale e adesso con il difficile parto di Sky Cielo.

Eppure i rapporti tra i due hanno origini antiche, più che ventennali: nel 1987, infatti, De Benedetti con la sua holding francese Cerus, acquistò per 100 miliardi di lire il 4,9 per cento di Pearson, il conglomerato britannico dell'editoria che controlla tra gli altri The Economist e il Financial Times. Investimento non strategico ma finanziario per Cdb, che solo otto mesi dopo rivendette il suo pacchetto per 140 miliardi. Una delle guerre-lampo tipiche dell'Ingegnere, una mossa abilissima che trovò un acquirente d'eccezione, ovvero proprio Murdoch.

Il tycoon australiano già controllava il Times di Londra, il Sun, il New York Post, ma voleva mettere le mani sul gioiello dell'informazione finanziaria britannica. Arrivò al 20 per cento della Pearson, ma poi si fermò e non se ne fece più nulla: il suo sogno di possedere un quotidiano-cult della finanza si realizzerà solo 20 anni dopo con il Wall Street Journal.

Quello che pochi ricordano però è che quel 1988 fu anche lo spartiacque per la reputazione di Cdb in terra anglosassone. Fino al raid sulla Pearson infatti l'Ingegnere era osannato dal Ft e dalla grande stampa finanziaria. «A metà degli anni Ottanta, io per il Financial Times e altri colleghi della stampa estera avevamo un'impressione positiva di De Benedetti: era l' unico grande condottiero italiano che parlava il linguaggio a cui e' abituata Wall Street» raccontò Alan Friedman, allora corrispondente da Milano del Ft, in una vecchia intervista al Corriere della Sera.

Ma non c'era solo Friedman ad osannarlo: c'era la Lex Column allora guidata da Hugo Dixon, c'erano gli editoriali ammirati di columnist come Alan Cane e Guy de Jonquiers. Poi, dall'88, subentrò la freddezza, cominciata con le pesanti critiche alla scalata di De Benedetti alla belga Sgb, poi fallita. Perché questo cambio di rotta? Perché l'incursione da parte di un italiano su Pearson, tempio dell'informazione alta made in Uk, non piacque per nulla.

Meno ancora piacque la staffetta con Murdoch, che consentì all'australiano di arrivare oltre il 20 per cento della società e far temere un'opa ostile, che poi non si fece, con grande scorno del chairman di Pearson, lord Blakenham, e dell'intero establishment britannico. Da allora, i toni della grande stampa britannica nei confronti dell'Ingegnere non saranno più gli stessi, almeno fino al 2 novembre scorso, quando Cdb è stato invitato a parlare per le Reuters lectures all'università di Oxford.

Ma se ha perso un paese d'elezione, Cdb ha guadagnato un alleato come Murdoch, con il quale nascerà una consuetudine che dura fino ad oggi, e che tra economia e politica si trova - casualmente? - ad avere sempre più spesso strategie e soprattutto bersagli comuni.

 

 

[10-12-2009]

IL MENÙ IN ROSSO DELLA CASINA VALADIER: DE BENEDETTI, MALAGÒ, PERRONE, ETC. SONO RIUSCITI A PERDERE IN DIECI ANNI QUASI 10 MILIONI DI EURO E AD ACCUMULARE UN DEBITO DI 6,3 MILIONI
Non sono bastati gli euro spesi il 10 ottobre scorso per la megafesta del suo compleanno da Giovannino Malagò per risollevare il bilancio della Casina Valadier, il ristorante del Pincio che si trova a Villa Borghese.

Mercoledì prossimo Malagò e gli altri azionisti della società "Grande Cucina" che nel giugno 2004 hanno cercato di risollevare le sorti del celebre ristorante, dovranno rimettere mano al portafoglio e coprire la perdita di 840mila euro.

Non è una cifra terrificante, ma sorprendente è la performance negativa dei personaggi che dopo aver rilevato la gestione del locale (oggi di proprietà del Comune) da Ciarrapico, sono riusciti a perdere in dieci anni quasi 10 milioni di euro e ad accumulare - come scrive oggi il settimanale " Il Mondo " - un debito di 6,3 milioni.

Eppure quando Veltroni nel giugno 2004 tagliò il nastro del ristorante appena ristrutturato nella Casina costruita nella prima metà dell'Ottocento, si trovò accanto azionisti illustri come Carlo Caracciolo, Vittorio Ripa di Meana, Carletto De Benedetti, Carlo Perrone e Cesarone Romiti.

Quest'ultimo con il naso che lo ha sempre distinto negli affari personali si è sfilato in tempo dalla compagine che adesso - scrive " Il Mondo " - pensa di affidare le sorti della Casina a Edoardo Montefusco, l'editore napoletano proprietario di Radio Dimensione Suono e presidente di RNA, l'Associazione delle radio private.

 

 

CDB NEWS! - HOLDING SANITA' E SERVIZI (HSS), LA CONTROLLATA DELLA CIR DI DE BENEDETTI, SCALDA I MOTORI PER LA QUOTAZIONE IN BORSA - IPOTESI DI IPO INSIEME A BANCA IMI (GRUPPO INTESASANPAOLO), MORGAN STANLEY E BANCA AKROS...

Radiocor - Holding Sanita' e Servizi (Hss), la controllata di Cir attiva nel settore della sanita', scalda i motori per la quotazione. Il management, secondo quanto risulta a Radiocor, ha iniziato a lavorare all'ipotesi di ipo insieme a Banca Imi (gruppo IntesaSanPaolo), Morgan Stanley , che detiene il 16% circa del capitale, e Banca Akros. Nei prossimi mesi, al temine della valutazione, Hss decidera' se presentare domanda di ammissione a quotazione alle autorita' competenti. Di recente anche l'a.d. della societa', Giuseppe Vailati Venturi, aveva indicato la possibilita' di sbarco in Borsa nel corso del 2010.

 

[11-12-2009]

 

 

DE BENEDETTI: L'ANTITRUST DECIDERA' SE GOOGLE ABUSA DELLA SUA POSIZIONE DOMINANTE...
(Adnkronos) -
Google Italia 'non dichiara quanto fattura' ma 'di certo la sua e' una posizione dominante sia sul mercato della pubblicita' testuale a performance, sia in quello del principale servizio offerto, cioe' la ricerca su internet'. Lo rileva il presidente del gruppo l'Espresso Carlo De Benedetti nel suo intervento sul 'Sole 24 Ore', affermando pero' che la cifra guadagnata dal motore di ricerca e' 'piu' o meno 450 milioni di euro, la meta' degli investimenti pubblicitari su internet'. Se si tratti di un abuso di posizione dominante, secondo l'editore, 'e' da provare. E in questo senso - prosegue - c'e' da attendere con fiducia l'Autorita' garante della concorrenza e del mercato che sta indagando' su segnalazione della Fieg.  

 

 

DE BENEDETTI: PM ROMA INDAGANO SU MANOMISSIONE AUTO, FORSE SPIATO...
Radiocor - E' possibile che qualcuno intendesse spiare Carlo De Benedetti. L'ipotesi e' al vaglio della Procura di Roma che ha aperto un fascicolo d'indagine, per il reato di manomissione, in relazione alla denuncia presentata dall'editore del Gruppo L'Espresso-Repubblica contro ignoti 'per un'intrusiva o dolosa manomissione rilevata all'interno dell'autovettura da lui utilizzata per i suoi spostamenti' nella capitale. L'indagine e' stata affidata a un magistrato del pool che persegue i reati informatici. La scelta si giustifica con il fatto che nell'autovettura sarebbe ricavata una nicchia in cui gli ignoti avrebbero potuto collocare un congegno, forse per spiare l'editore.

 

   

02.12.09

 

De Benedetti all’asciutto, la liquidità a zero - Perché l’accomandita è ancora in rosso? - LA presenza ingombrante DEL colosso energetico spagnolo Acciona, che controlla ormai il 16,4%, probabilmente spiana la strada ad un accordo fra la stessa utility iberica e le attività di Sorgenia, quelle che più sono nel cuore di Rodolfo De Benedetti...

Francis Drake per il settimanale "Soldi"

 

Papà Carlo, ma anche i tre figli Edoardo, Marco e Rodolfo mettono mano al portafoglio. Poche settimane fa l'intero "clan De Benedetti", riunito in assemblea in quel di Torino, ha nuovamente dovuto far buon viso a cattivo gioco: l'Ingegnere e i suoi tre eredi maschi, azionisti presocché totalitari della Carlo De Benedetti & Figli, sono rimasti all'asciutto anche quest'anno.

 

L'accomandita di famiglia, infatti, non solo non ha ancora potuto distribuire un dividendo ai soci a valere sul bilancio 2008 ma gli azionisti hanno pure dovuto coprire le perdite che dai 2,54 milioni di euro del 2007 sono salite a 3,03 milioni. La cassaforte dei De Benedetti, peraltro, ha dovuto far fronte ad un drastico calo della liquidità perché le disponibilità sono crollate dai 38,65 milioni del 2007 ad appena 89.679 euro anche se contestualmente i debiti verso banche sono scesi da 161,73 a 136,03 milioni.

 

Perché l'accomandita dei De Benedetti è ancora in rosso? E' lo stesso Ingegnere nella sua qualità di presidente a spiegarlo nella nota integrativa dove dice che "il risultato economico negativo dell'esercizio è sostanzialmene attribuibile agli aumentati oneri finanziari sui finanziamenti contratti per l'incremento della partecipazione nella controllata Cofide".

Cioè: De Benedetti paga di più i fidi che si fa dare dalle banche per rafforzarsi nella quotata a monte della catena del suo impero a Piazza Affari che da Cofide scende a Cir e, e poi Espresso e Sogefi: infatti nel 2008 ha comprato titoli Cofide per circa 10 milioni di euro portando la partecipazione (a fine 2008 al 47,9 e oggi pari a circa il 51%) a valere 229,98 milioni di euro, anche se i titoli depositati in garanzie alle banche sono lievitati da 217,29 a 227,31 milioni.

Quel che è certo è che l'Ingegnere ha intenzione di utilizzare proprio la Sapaz per nuove, grandi manovre perché ha deciso di aumentarne il capitale da 69,42 a 170,82 milioni di euro, con una ricapitalizzazione che terminerà nel 2012 e che secondo alcune fonti è già stata completata per una prima tranche di 25 milioni.

E, nel frattempo, proprio in Cofide è cresciuto il peso di Bestinver Gestion Sgiic, gruppo di asset management che fa riferimento al colosso energetico spagnolo Acciona, che controlla ormai il 16,4%. Una presenza ingombrante ma che probabilmente spiana la strada ad un accordo fra la stessa utility iberica e le attività di Sorgenia, quelle che più sono nel cuore di Rodolfo De Benedetti.

 

 

[27-11-2009]

 

 

CDB, DALL'ALTARE DI OXFORD ALLA POLVERE DE "IL GIORNALE" - "i giovani studenti inglesi non sanno che De Benedetti, a differenza di Berlusconi, finì in galera per tangenti (ma solo per qualche ora perché ottenne subito i domiciliari), condanna evitata per sopraggiunta prescrizione - INTERVISTATO SUI SUOI TRAFFICI ALL'OLIVETTI FECE CANCELLARE LE DOMANDE SCOMODE...

Alessandro Sallusti per "Il Giornale"

 

Carlo De Benedetti, editore di La Repubblica, lunedì ha tenuto a Oxford una lezione di etica e giornalismo. In sintesi l'ingegnere ha sostenuto che la maggior parte degli italiani sono male informati perché subiscono l'influenza delle reti televisive di Berlusconi, che i suoi giornali, La Repubblica e L'espresso, sono gli unici che sfidano i potenti e che garantiscono ai cittadini la conoscenza e il sapere indispensabili per far crescere la libertà.

De Benedetti ha parlato a lungo del rapporto tra giornali e potere, ha fatto esempi su editori (lui) e giornalisti (i suoi) a schiena diritta e altri supini. Pratica che conosce bene anche se a volte la memoria lo tradisce. Per esempio i giovani studenti inglesi non sanno che De Benedetti, a differenza di Silvio Berlusconi, finì in galera per tangenti (condanna evitata per sopraggiunta prescrizione).

 

E non lo sapranno mai perché il fatto è stato accuratamente censurato (come l'oblazione di una condanna per falso in bilancio ottenuta grazie alla legge del governo Berlusconi che in questi giorni La Repubblica definisce «legge ad personam» ) da tutte le biografie esistenti, compresa quella della libera (?) Wikipedia. Eppure avvenne, è storia.

La data è il 31 ottobre 1993. Un alto ufficiale dei carabinieri bussò alla porta di casa De Benedetti a Torino. Aveva in mano un ordine di custodia cautelare firmato dalla procura di Roma. Casualmente l'ingegnere non c'era, era all'estero. Per lui l'accusa era concorso in corruzione, oltre dieci miliardi di tangenti pagate dalla sua società, la Olivetti, tra il 1988 e il 1991, per piazzare al ministero delle Poste, alle Ferrovie, telescriventi e fax che per di più erano obsoleti, fondi di magazzino.

 

Di lì a tre giorni l'ingegnere si consegnò ai magistrati romani e finì in cella, ma solo per qualche ora perché ottenne subito i domiciliari. Tutto ciò accade pochi mesi dopo che De Benedetti si era presentato da Di Pietro per vuotare il sacco. Era maggio, e i pm milanesi di Mani pulite avevano scoperto le schifezze della Olivetti. Anticipò l'inevitabile chiamata e andò a Palazzo di Giustizia. Raccontò tutto, per filo e per segno, scaricò la colpa giuridica sui suoi manager e si assunse quella politica con un «ma» di troppo.

 

E cioè: ma eravamo costretti a farlo altrimenti non avremmo lavorato. In pratica si dichiarò concusso. Di Pietro, a differenza di quello che faceva in quegli anni con altri imprenditori (galera), gli diede una pacca sulle spalle e lo rimandò a casa. L'ingiustizia era talmente palese che la Procura di Roma volle vederci chiaro. Perché se uno è concusso una volta passi, ma se lo stesso si fa fregare per tre anni di fila in silenzio, beh, allora la cosa cambia. Così si arrivò all'espropriazione dell'inchiesta e all'ordine di arresto.

Come si comportò il professore di etica, quello che vuole giornalisti con la schiena diritta con i potenti? Sono testimone diretto, in quanto il giorno dopo la confessione fiume a Di Pietro, il Corriere della Sera, dove lavoravo, mi spedì a Ivrea, quartier generale della Olivetti, per intervistare l'ingegnere.

Pur avendo ricevuto mille raccomandazioni dai miei capi a essere prudente, essendo giovane e illuso pensavo di poter chiedere a De Benedetti ciò che gli italiani volevano sapere. Per esempio perché pochi mesi prima, quando si credeva che l'Olivetti potesse ancora sfangarla, dichiarava spavaldo: «Tangenti? Non ne ho mai pagate». Ma non andò così, perché a quel tempo all'ingegnere i giornalisti schiena diritta non piacevano, almeno non quelli che volevano tenerla di fronte a lui.

Quell'intervista fu un calvario, continuamente interrotta al motto di «ma gli accordi non sono questi». Accordi? Già, l'ingegnere aveva tra gli azionisti del Corriere amici importanti, cosa che simpaticamente non evitò di ricordarmi. Le domande scomode furono limate, le risposte modificate in continuazione. Fui costretto a scrivere sul posto e il testo finale passato al vaglio da decine di mani. Avevo capito che non era aria di fare l'eroe.

 

Lo confesso, alla fine misi di malavoglia la mia firma sotto quel testo, per la felicità di De Benedetti che mi congedò complimentandosi: «Lei è giovane ma è proprio un bravo giornalista, farà strada». Nel mio piccolo un po' l'ho fatta, ma non con lui né grazie a lui e a quella sciagurata intervista. No, questo gli studenti di Oxford non lo sapranno mai. E non sono al corrente neppure di come il direttore preferito da De Benedetti, lo schiena diritta Eugenio Scalfari, si comportò in quei momenti.

Il giorno dell'arresto, prima telefonò furibondo e indignato al capo della procura di Roma, Vittorio Mele: «Ma insomma, l'arresto del presidente di Olivetti le sembra una bazzecola?», poi scrisse il suo editoriale.

Ci sono parole e concetti che il fondatore di La Repubblica ha poi cancellato dal suo vocabolario. Tipo: «Questa volta avvertiamo una vivissima preoccupazione come cittadini per il modo di procedere della procura». E ancora: «Qual è la logica di tutto questo? Forse quella di fare più rumore? Chi lo sa? Chi può negarlo?».

E soprattutto: «Perciò stiano con gli occhi ben aperti i procuratori di giustizia, perché il rischio che eseguano senza saperlo vendette su commissione incombe pesante sul loro operato». E L'espresso che scrisse? La notizia della settimana, direi dell'anno, finì in uno strillo di copertina: «De Benedetti a Roma». Detto tutto su come De Benedetti intende «la conoscenza che fa crescere la libertà» elogiata a Oxford. Insomma, i magistrati se sfiorano il tuo editore sono un pericolo, se si accaniscono contro Berlusconi una manna.

 

L'unico giornalista che disse le cose come stavano fu, tanto per cambiare, Indro Montanelli, che su questo giornale scrisse due cose. La prima su De Benedetti: «Che tristezza quest'uomo che s'era proclamato "diverso" dagli altri imprenditori (così come il Pci e il Pds s'erano proclamati diversi dagli altri partiti) e che dai giornali a lui soggetti, l'Espresso e la Repubblica, era stato indicato come modello d'uomo d'affari immune dagli spasimi d'aggancio politico e dalle tentazioni tangentizie cui gli altri esponenti della razza padrona - per usare un termine caro al più autorevole tra i suoi giornalisti, Eugenio Scalfari - erano soggetti».

La seconda sull'editoriale di Scalfari: «Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia furfante». Frasi che consigliamo di ripassare a Travaglio, che ama coinvolgere a sproposito nei suoi deliri Indro Montanelli e che ritiene il duo Scalfari-De Benedetti il meglio del Paese.

 

 

 

[25-11-2009]  

 

 

 

COFIDE E IL SEGNALE SUL FUTURO DI BIM...

L.G. per "Il Sole 24 Ore" - È di ieri la notizia che lo scorso 30 ottobre Carlo De Benedetti è sceso sotto il 2%di Banca Intermobiliare dal 3,965%. La partecipazione dell'Ingegnere in Bim poteva essere di buon grado definita un pacchetto storico, l' ingresso nella banca tramite Cofide è avvenuto infatti più di dieci anni fa.

 

Da qualche tempo, tuttavia, De Benedetti ha sposato la strategia che vuole le holding focalizzate solo su partecipazioni strategiche e di controllo. Va però aggiunto che l'Ingegnere ha fatto capolino in Bim anche in virtù del legame intrecciato con uno dei principali azionisti della banca: la famiglia Segre. Gli stesse Segre, però, da qualche tempo non hanno più rapporti idilliaci con il resto della compagine azionaria dell'istituto. Così nasce spontanea una domanda: possibile che la mossa di De Benedetti sia il segnale di un prossimo riassetto in Bim?

 

   

 

 

RAIDER E GENTILUOMO - Brutta giornata ieri per Passaporto Svizzero Numero Uno - non solo la sconfitta di su-dario, che "repubblica" ha sponsorizzato contro il detetstato mago dalemix, e la "scandalosa" agonia del Fondo salva-imprese: succede Poi che SI COLORA DI ROSSO LA SUA CASSAFORTE ROMED (PERDE 22,58 MLN SUI CAMBI) e i famosi 750 milioni si allontanano. e "Il Giornale" festeggia...

1 - AI LEGALI FININVEST IL PRIMO ROUND SOSPESO IL MAXI RISARCIMENTO A CIR
Luca Fazzo
per Il Giornale

 

Carlo De Benedetti non aveva perso tempo: giovedì scorso aveva notificato alla Fininvest l'atto di precetto in cui, sulla base della sentenza del giudice Raimondo Mesiano, chiedeva l'immediato versamento di 750 milioni di euro, minacciando in caso contrario il pignoramento dei beni del gruppo.

Ma da ieri l'Ingegnere deve rinviare almeno di qualche settimana i suoi progetti di riscossione: accogliendo la richiesta degli avvocati Fininvest, la Corte d'appello di Milano ha congelato gli effetti della sentenza Mesiano. Fino all'1 dicembre la clamorosa decisione del magistrato milanese resta senza effetti concreti. Poi si vedrà.

 

Il provvedimento assunto da Giacomo Deodato, presidente della seconda sezione della Corte d'appello milanese, non entra nel merito della sentenza di Mesiano. Non affronta la complessa vicenda del Lodo Mondadori, non valuta la ricostruzione fatta da Mesiano su come, nel 1991, Cesare Previti avrebbe corrotto per conto della Fininvest e di Silvio Berlusconi il giudice romano Vittorio Metta, uno dei tre magistrati che dovettero risolvere la guerra tra il Cavaliere e l'Ingegnere per il controllo della Mondadori. Di tutto questo si dovrà occupare il vero e proprio processo d'appello, che non arriverà (nella migliore delle ipotesi) prima dell'anno prossimo.

Ieri Deodato si è limitato a prendere atto di uno solo degli elementi indicati nel ricorso dei legali Fininvest: e cioè la gigantesca portata del risarcimento disposto da Mesiano a carico del Biscione e la difficoltà estrema che - in caso di ribaltamento della sentenza di primo grado - la Fininvest incontrerebbe per riportare a casa i soldi che avesse già versato. E proprio la fretta con cui la Cir di De Benedetti aveva già avviato il tentativo di incassare il tesoro sembra avere contribuito a convincere la Corte d'appello dell'opportunità di fermare le bocce.

 

Si tratta, d'altronde, di un provvedimento pressoché automatico anche in casi di minore rilevanza economica. Il tribunale «stabilisce che il provvedimento adottato con il presente decreto abbia efficacia soltanto fino alla decisione che sarà pronunciata con provvedimento collegiale», si legge nel testo.

La prima partita «vera» si giocherà insomma a dicembre, quando Cir e Fininvest si scontreranno - in attesa del processo d'appello - sulla richiesta di sospensione della sentenza Mesiano davanti a un collegio di tre giudici. Nel suo provvedimento di ieri, il presidente Deodato indica anche i nomi dei magistrati cui ha assegnato la patata bollente: il collegio sarà presieduto da Luigi de Ruggiero, uno dei veterani della Corte d'appello milanese, mentre relatore sarà Walter Saresella.

Saranno loro a dover entrare nel merito della sentenza di Mesiano, per verificare se i nove motivi d'appello avanzati da Fininvest dimostrino una tale anomalia da sospenderne l'immediata efficacia (che nei processi civili scatta di solito già dopo il giudizio di primo grado). I nove motivi investono praticamente l'intero impianto della sentenza di Mesiano: dal diritto della Cir a ottenere davvero il controllo della Mondadori, fino ai calcoli in base ai quali Mesiano era arrivato a calcolare al centesimo l'astronomico risarcimento.

2 - DE BENEDETTI SI COLORA DI ROSSO: PERDE 22,58 MLN SUI CAMBI
John Hawkins
per Soldi 

Felice per la vittoria di Pier Luigi Bersani alle primarie dell'Ulivo e sempre più concentrato sul dossier Espresso sia sul fronte della ristrutturazione, grazie al lavoro di Monica Mondardini, sia su quello dell'utilizzo della sua portaerei editoriale contro il premier Silvio Berlusconi, l'arcirivale. Carlo De Benedetti è tutto fuorché l'arzillo pensionato, con residenza a Sankt Moritz e cittadinanza svizzera, che aveva voluto farci credere qualche mese fa.

 

Eppure anche il redivivo Ingegnere perde qualche colpo: la sua cassaforte Romed ha chiuso il 2008 rivedendo l'utile a 431.288 euro dalla perdita di 1,18 milioni del 2007, ma De Benedetti ha dovuto tamponare con un finanziamento di 20,24 milioni il rosso precedente.

 

Nei conti della Romed, la testa di ponte dell'Ingegnere nel mestiere che ancora gli piace moltissimo - quello del trading borsistico - le perdite nette su cambi si sono però fatte più pesanti a 22,58 milioni dai 15,04 bruciati nel 2007 e De Benedetti è stato pure costretto ad appesantire le svalutazioni a 9,57 milioni dai 5,93 dell'esercizio precedente; mettendo in garanzia titoli che da 1,05 miliardi del 2007 diminuiscono a 639,06 milioni.

 

Tra questi, come spiega la nota integrativa, ci sono titoli che garantiscono finanziamenti per 102,63 milioni; titoli in pegno a fronte di aperture di credito in c/c per 84,7 milioni, impegni a vendere operazioni a termine su metalli per 69,98 milioni e ad acquistare operazioni a termine su metalli per 12,71 milioni mentre gli impegni a vendere titoli, indici e valute a fronte di operazioni a premio valgono ben 461,84 milioni.

L'allargarsi delle perdite su cambi in Romed Spa, che controlla il 23,43% di Management & Capitali, deve aver convinto l'Ingegnere a restare "solo al comando". E così De Benedetti è diventato da poco amministratore unico della holding, "sbaraccando" l'intero consiglio d'amministrazione dove sedevano il figlio Rodolfo, il vicepresidente Franco Girard, i Segre, alleati di sempre, con Franca Bruna (che era pure amministratore delegato di Romed) e il figlio Massimo e Vittorio Moscatelli, passato alla guida dell'Ipi, finita proprio sotto il controllo dei Segre.

Unico timoniere della Romed, l'Ingegnere recupera così spazio di manovra per decidere che fare di Management & Capitali dopo che il fondo salvaimprese è stato oggetto di Opa concorrenti, tutte puntualmente fallite, promosse degli stessi Segre, dal merchant banker Gianni Tamburi e dell'avvocato modenese Gianpiero Samorì.

 
[28-10-2009]

 

 

CHE CI FA UN CASTELLO DI CINQUE PIANI IN STILE "FOLLY-WOODIANO" NEL CUORE DI ROMA? - TRANQUILLI, NON OSPITA NESSUN SCEICCO SCIOCCO: è LA NUOVA 'CASETTA' DI PAOLA FERRARI E MARCO De Benedetti - nel sotterraneo, OLTRE ALLA piscina HI-TECH (costellata di migliaia di fibre ottiche), anche una palestra e una sauna...

 

Giampiero Di Santo per ITALIA OGGI

PAOLA FERRARI JACARANDA FALK - Copyright Pizzi

Il finanziere, la giornalista sportiva, i due figli. A bordo piscina sotto un cielo stellato nel cuore di Roma. Può sembrare la trama di una fiction televisiva, ma non è così. Perché il finanziere è Marco De Benedetti, figlio dell'ingegnere Carlo e numero uno di Carlyle Italia, la giornalista sportiva è Paola Ferrari, già volto della «Domenica sportiva» e consorte di Marco, e i figli sono appunto i due giovanissimi figli della coppia.

E quella piscina nel cuore di Roma, non appena ultimata, sarà davvero sempre sotto un cielo stellato, cioè sotto la volta in muratura che la ricopre, costellata di migliaia di fibre ottiche incastonate una per una in forellini da poco più di un millimetro di diametro. Per creare un effetto scenico grandioso e romantico al tempo stesso, in perfetto stile «Notte americana».

Un vero gioiello inserito in un altro gioiello, un palazzetto di cinque piani nel più piccolo rione di Roma, Sant'Angelo (tra il Teatro di Marcello e via Arenula), che Marco De Benedetti, sempre in viaggio tra Roma, Milano e le piazze finanziarie che contano, ha preso in affitto per farne la nuova dimora capitolina della sua famiglia.

Si tratta di una dimora di grande prestigio, naturalmente, oltreché di enorme superficie. Tanto da consentire la realizzazione, nel sotterraneo che ospita la piscina, anche di una palestra e una sauna, come si conviene nelle case di rappresentanza, dove spazi per il fitness e la wellness, ma anche per grandi feste, non possono mancare.

 

I lavori di ristrutturazione, tuttora in corso, sono seguiti con particolare attenzione da Paola Ferrari, che dopo il matrimonio non ha voluto rinunciare al suo cognome, reso famoso da migliaia di apparizioni televisive e anche dalla sua grinta di giornalista d'assalto, in favore di quello ancora più celebre del suo consorte, che è anche consigliere di amministrazione della Cofide, Compagnia finanziaria De Benedetti.

La signora, raccontano, sceglie di persona arredamenti e lampadari di grande pregio in cristallo Baccarat e controlla con grande attenzione anche i dettagli più insignificanti. Come uno splendido mosaico che, dicono, non avrebbe superato l'esame della giornalista e per questo sarebbe stato accuratamente nascosto, o un lampadario costato circa 60.000 euro e destinato a restare ben chiuso nel suo imballaggio.

Ma si sa, quando si tratta di gusti, tutto è opinabile e niente è certo. Quel che è certo, invece, è che mentre il marito si occupa di grandi operazioni finanziarie, l'ultimo colpo messo a segno è stata l'acquisizione per Carlyle del 48% di Moncler, la Ferrari ha rivelato un autentico talento per le ristrutturazioni edilizie.

Un talento che avrebbe voluto mettere al servizio di Roma e dell'Italia già dal principio dell'anno scorso, quando annunciò la sua candidatura per le elezioni politiche nelle liste della Destra di Francesco Storace e dell'amica Daniela Santanchè e dichiarò guerra «al degrado di Roma che ogni giorno tocco con mano quando porto a scuola i bambini».

Quell'avventura si concluse con un insuccesso, perché la Destra non superò lo sbarramento del 4%, ma l'aspirazione evidentemente è rimasta. E in fin dei conti, il rione Sant'Angelo è pur sempre nel cuore di Roma.

 
[22-10-2009]

 

 

BOTTE DA ORBI TRA DE BORTOLI E SCALFARI - E IL BEL AMI DI “REPUBBLICA” FINì KAPPAO - LA CENA DI ARCORE (COL CAPPELLO IN MANO), IL SOSTEGNO INIZIALE A SINDONA, LA P2 - QUEL PATTO DEL '79 COL GRUPPO RIZZOLI-P2 RITROVATO DALLA GF IN CASA GELLI - NEMESI DI BARBAPAPà: DAL “MONDO” DI PANNUNZIO A “CIOCIARIA OGGI” DEL CIARRA

 

"Scalfari? La sua
specialità è la
pesca subacquea
in acque nere"
(Alberto Ronchey)

Adesso tutti ricordano con rabbia. Come nella famosa commedia di John Osborne. La differenza sta che l'azione drammaturgica non si svolge all'interno di una qualunque casa inglese, ma negli studi televisivi dell'Infedele (La7). E le gesta dei suoi protagonisti rimbalzano come palle di fuoco sulle pagine dei giornali.

Lunedì scorso il volto da clown triste di Alessandro Sallusti, le pantomime del dandy cariato, Oscar Giannino, e la faccia da pugile novizio di Gustavo Zagrebelsky, facevano solo da contorno al duello all'arma bianca tra il direttore del "Corriere della Sera", il mite Ferruccio de Bortoli, e il fondatore di "Repubblica", il mitologico Eugenio Scalfari. Erano Tableaux vivants, di una contesa, arbitrata dall'astuto Pinocchio, Gad Lerner.

FdB ANNUNCIA LA FINE DEL MIELISMO
Chi ha vinto la sfida, in fin dei conti, ha poca importanza. Anche se stavolta Eugenio non è uscito indenne dal match. Chi ne ha guadagnato è stata soprattutto la chiarezza. O meglio, un pesante velo d'ipocrisia è stato tolto al totem delle libertà di stampa, adulato dai giornalisti fin dentro le piazze (molto meno in redazione).

C'è poi da sperare che non si tratti di un fuoco di paglia. E che il ruggito (del topo) Flebuccio nei confronti del leone Scalfari, ad esempio, trovi un'eco quotidiana sulle pagine del Corrierone. Destinato, nolente o meno, ad abbandonare il tragico "terzismo" fantozziano praticato fino alla noia da Paolino Mieli e dai suoi degni Filini della virgola politologica, Angelo Panebianco e Ernesto Della Loggia.

IL RUGGITO IN TV DEL TOPO FLEBUCCIO
Un ruggito il suo che, purtroppo, all'inizio era stato un belato.
Il corsivo steso da Flebuccio sabato 10 ottobre appariva troppo giustificatorio nei confronti di Berlusconi che aveva attaccato pesantemente il Corriere. E, paradossalmente, de Bortoli deve ringraziare il nemico Scalfari che il giorno dopo gli dava del codardo. Provocando un suo editoriale (e un nuovo corsivo) che riapriva uno scontro in cui Eu-Genio si era aggiudicato il primo round. Un "corpo a corpo" andato avanti fino all'altro giorno, mercoledì 14 ottobre. Proprio mentre i consiglieri dell'Rcs si riunivano in via Solferino. Stavolta era Flebuccio-don Abbondio a partire all'attacco.

LA CENA DI ARCORE, LA P2 E I RIZZOLI
Confermando non solo che Scalfari era andato con il cappello in mano ad Arcore per discutere di pacchetti azionari (episodio confermato da Fedele Confalonieri), ma piazzando altri due colpi micidiali: ricordando al "maestro" il suo sostegno iniziale al bancarottiere Sindona e di aver chiesto il fallimento della vecchia Rizzoli ai tempi della P2.

La guerra contro i padroni di via Solferino inizia già nell'estate del '75, con la rivelazione dell'Espresso che la famiglia Rizzoli starebbe per rivendere il gruppo ai Monti. "Perché lo fai?", gli chiede un cronista. "Per screditare i Rizzoli. Stiamo per entrare in guerra: per vincere valgono tutti i colpi", è la risposta di Scalfari. E anche la sua filosofia di direttore-editore.

QUEL PATTO
Adesso tutti ricordano con rabbia. Ma molti dimenticano, compreso l'ex Federmaresciallo di largo Fochetti, Giampaolo Pansa (portano la sua firma due possenti volumi sui rapporti stampa-potere dai titoli "L'Intrigo" e "il Malloppo"), Nel luglio del 1979 i signorotti di "Repubblica", stipularono "un singolare" accordo con il gruppo Rizzoli-P2 in cui si parla di "interessi comuni", d'intese per eventuali acquisizioni di testate locali e di "reciproche consultazioni".

DA "IL MONDO" DI PANNUNZIO AL CIARRA
Una cartuccella, tenuta segreta, fino al giorno del ritrovamento del patto da parte delle Fiamme Gialle a "Villa Wanda". La residenza aretina del venerabile Licio Gelli, gran capo della P2. Per Scalfari si trattava soltanto di "gentlemen's agreement". Così è fatto il nostro Bel Ami.

E nel gioco perverso dei paradossi, lui e Carlo De Benedetti (iscritto a suo tempo alla massoneria di Torino, Loggia Cavour) hanno potuto conservare, la proprietà del gruppo Espresso-Repubblica grazie all'astuzia del lor peggiore nemico, Andreotti-Belzebù. Lì dove non arrivò il mitico Enrico Cuccia allungò la sua manona amichevole Peppino Ciarrapico. Come a dire? da "il Mondo" di Pannunzio a "Ciociaria Oggi" del Ciarra.

PS - Per CDB e la massoneria, leggere pag. 416 del libro Bur di Ferruccio Pinotti "Fratelli d'Italia".

 
[15-10-2009]

 

 

 

LIBERO" AGITA IL FANTASMA FISCALE DACARLETTO – A volte si è svizzeri a volte nullatenenti. Altre volte entrambe le cose - DA UN ANNO ALL’ALTRO DE BENEDETTI PASSò DA NULLATENENTE (ITALIANO) A MILIONARIO (PER I GRIGIONI) – E I LIQUIDATORI DEL CRAC AMBROSIANO RESTARONO (QUASI) A SECCO…

Claudio Antonelli per "Libero"

A volte si è svizzeri a volte nullatenenti. Altre volte entrambe le cose. Come l'ingegnere De Benedetti che prima di fare il salto, ovvero lasciare l'Italia per la residenza elvetica, ci ha pensato per un po' di anni. E prima di decidersi, nel 1998, quando ha preso il domicilio in Canton Grigioni, per alcune stagioni fiscali al di qua delle Alpi non aveva nulla di intestato.
Fatto salvo gli emolumenti frutto del suo lavoro e le cedole frutto delle sue aziende.

Un caso fortuito che lo ha più volte salvato da una serie di pignoramenti ordinati dagli allora pretori impegnati nel processo sul crack da 1400 miliardi di lire del Banco Ambrosiano. Un processo che ha visto impegnato l'Ingegnere per quasi 16 anni e che dopo una condanna in primo grado alla fine lo vide assolto in toto.

L'opzione svizzera sarà senz'altro dovuta come lo stesso ingegnere ha recentemente dichiarato a motivazioni sociali e politiche. Ma gli attacchi politici e giudiziari subiti in Italia negli anni '90, definiti dai suoi avvocati come azioni persecutorie, devono certo averlo sollecitato a varcare Ponte Chiasso.

Il mese scorso De Benedetti chiedendo la cittadinanza a Berna ha comunque precisato: «Qualcuno, terribilmente stupido e informato male ha pensato che il mio desiderio avesse in qualche modo a che fare con questioni di natura fiscale», ha dichiarato il manager. Invece, ha sbagliato, «in modo grossolano, visto che sono sempre stato e continuerò ad essere fiscalmente residente in Italia».

In altre parole la Svizzera è il Paese più libero e sicuro del mondo. Vero. Ma è anche il migliore in cui andare a pagare le tasse. Nel momento in cui l'Ingegnere, terminato il processo e assolto per il crack del Banco Ambrosiano, spostò la residenza in Canton Grigioni, secondo la rivista Bilanz, diventò uno dei primi 300 contribuenti elvetici. Con un patrimonio tra gli 1,5 e i 2 miliardi di franchi. Oltre 2 mila miliardi di lire.

Eppure l'anno prima in Italia era nullatenente eccetto gli introiti dovuti all'attività di amministratore delegato. E non solo l'anno prima. Già nell'aprile del 1987 i legali del vecchio Banco Ambrosiano chiesero 150 miliardi di danni a De Benedetti e agli altri coinvolti nel processo.

Il liquidatore, Lanfranco Gerini, nell'ambito della causa civile parallela al processo penale, riuscì a pignorare al patron della Cir solo 1 miliardo. Null'altro. Anni dopo nel 1995 la parte civile, dopo la sentenza di primo grado del 1992, chiese di pignorare all'Ingegnere 100 miliardi come acconto del buco da 1400 miliardi del Banco. Si dovettero accontentare degli emolumenti, perchè De Benedetti non aveva intestato nulla.

D'altronde come commentò il Corriere il 2 ottobre del 1995 «a certi livelli e con certi patrimoni capita spesso, per ragioni fiscali, di risultare nullatenenti». A quella data De Benedetti risultava comunque presidente e consigliere delegato della holding Cofide. Presidente e consigliere di Olivetti. Presidente di Sogefi. Vicepresidente e consigliere della Cir. Consigliere di Editoriale Espresso, di Gim e Pirelli.

Nel 1996 il pretore di Torino, sempre a seguito della sentenza che lo condannò in primo grado a oltre 6 anni di carcere, ordinò un pignoramento di beni e azioni della Carlo De Benedetti e Figli pari a 52 miliardi di lire, più 20 di interessi maturati. Totale 72. Dopo alcuni rinvii e tentativi, l'ufficiale giudiziario si presentò nella villa torinese di De Benedetti e mise sotto sequestro quadri e argenteria per 790 milioni di lire.

All'inviato del Corriere lo stesso messo avanzò il dubbio che alcune opere d'arte fossero state addirittura sostituite con delle croste. Dubbio mai provato e certamente frutto di una perizia eccessivamente rapida. Un dubbio che però non fu mai affrontato in fase dibattimentale.

Anzi, non ci fu nemmeno la contro perizia, perchè alla fine i mobili, i quadri e le argenterie non furono mai pignorate. Perchè come scrisse la stessa Repubblica il 27 aprile del 1996 l'Ingegnere e i liquidatori trovarono l'accordo per una transazione da 10 miliardi. Il 10% esatto della richiesta iniziale.

Il difensore, l'avvocato Rocca spiegò: «Sotto l'incalzante pressione di manovre odiose abbiamo consigliato il cliente di addivenire a un'intesa che tronchi ogni altra pretesa. Per quanto infondata». L'anno prima, ancora lontani dalla stretta di mano, ci fu anche un colpo di genio definito allora "mossa anti pignoramento".

In quel periodo De Benedetti prese 10.982.280 azioni dell'accomandita che controlla Cofide e le girò in pegno alla Cofito, la finanziaria torinese che fa capo alla famiglia Segre. Consacrando un'amicizia mai tramontata. Solo ieri Carlo De Benedetti ha acquistato un altro 3,8% della sua Management & Capitali comprando con una transazione fuori mercato 18 milioni di azioni tramite la Romed. Di cui Franca Segre era fino ad aprile amministratore e ora ne è procuratore. Un nuovo capitolo della saga-scalata di M&C. Ma questa è un'altra storia.

 
[03-09-2009]

 

 

SPORCHI DI SME - FELTRUSCONI CANNONEGGIA SCALFARI - NEL PROCESSO DI APPELLO PER DIFFAMAZIONE AI DANNI DI CRAXI, IL FONDATORE DI 'REPUBBLICA' ASSOLSE BERLUSCONI: "NON HA FATTO NULLA DI ILLECITO NEL CASO SME, è SOLO UN IMPRENDITORE" -  -

Gianmarco Chiocci per Il Giornale

«Confermo la proposta di remissione della querela, previa una lettera di scuse, nella forma più opportuna che Eugenio Scalfari riterrà. Vorrei sottolineare che la querela da me sporta aveva finalità di tutela della verità storica e della dignità politica ed umana di mio padre. A differenza di altri, non intendo commercializzare questo "momento" ma mi riterrei totalmente soddisfatta con la lettera di cui sopra». In fede, Stefania Craxi.

È datato 11 giugno 2009 l'ultimo atto a margine del processo penale d'appello che vede il fondatore di Repubblica condannato in primo grado (insieme all'attuale direttore Ezio Mauro) per aver sostenuto - nella sua rubrica sul Venerdì - che «Craxi era intervenuto con mezzi illeciti per bloccare il contratto Sme» poiché Carlo De Benedetti andava annoverato «tra le sue inimicizie». La sollecitazione che la figlia del leader socialista rivolge ad Eugenio Scalfari ne segue altre, precedenti, non andate a buon fine. Non vuole soldi, ma solo un'ammissione pubblica di colpa per l'abbaglio preso.

Scalfari non sa cosa fare: se il mea culpa ed evitare così i rischi del secondo grado oppure proseguire diritto e sperare in giudici più benevoli rispetto a quelli che l'hanno condannato il 6 aprile 2006 alla pena di 2.500 euro al termine di un dibattimento ricco di testimoni eccellenti. Le motivazioni della sentenza non offrono grandi speranze per il futuro del barbuto fondatore di Repubblica.

Nelle quindici pagine sottoscritte dal giudice Francesco Patrone del tribunale di Roma si legge, infatti, che «entrambi gli enunciati (fatti illeciti e intervento di Craxi dovuto all'inimicizia per De Benedetti, ndr) appaiono obiettivamente lesivi della reputazione di chi allora rivestiva la carica di presidente del Consiglio».

La tesi affermata da Scalfari che Craxi bloccò il contratto Sme violando la legge ed al fine di danneggiare De Benedetti, è stata dunque giudicata diffamatoria anche perché «il predetto intervento di Craxi - si legge ancora in sentenza - forte, non isolato e pubblicamente rivendicato dallo stesso Craxi, non costituiva certamente un atto abnorme (...). Non è dato pertanto di ravvisare, a parere di questo giudice, nessun evidente deliberato illecito, sotto il profilo oggettivo, nella condotta tenuta da Craxi in ordine alla vicenda Sme».

Nel tentativo di evitare la condanna Scalfari le aveva provate tutte nel contraddittorio con l'avvocato Roberto Ruggiero, difensore del sottosegretario agli Esteri. Prima s'era impegnato a sminuire la portata delle sue affermazioni diffamatorie spiegando che il suo era solo un «giudizio politico». Testuale: «Il mio dire illecito non configura... è una... non so come spiegarmi meglio, ma è un aggettivo di tipo politico, io non sto incolpando nessuno di reati tant'è che io sono stato disposto sin dall'inizio a transigere questa lite (...). Se dico che ha adottato procedure illecite, ha adottato mezzi illeciti, io do un giudizio etico-politico, che ovviamente può essere sbagliato o soggettivo».

Scalfari è poi riuscito nella straordinaria impresa di buttare a mare anni di campagne stampa di Repubblica contro Silvio Berlusconi e la Sme. Anche qui, il virgolettato parla da solo: «Io ho dato dell'illecito al comportamento non di Berlusconi ma di Craxi, quindi il problema è completamente un altro. È una mia opinione, certo, io non ho dato giudizi su Berlusconi, li ho dati su Craxi. Se si legge il testo non vi è il minimo dubbio. Allora è chiaro - continua Scalfari - che Berlusconi non ha fatto... in quel caso, nel caso di partecipare, di mettere in piedi una cordata. Berlusconi non ha fatto nulla di illecito, Berlusconi è solo un imprenditore».

Agli atti del processo vi è poi il clamoroso interrogatorio dell'allora ministro dell'Industria, Renato Altissimo, che al giudice racconta dei rapporti tra Prodi e De Benedetti nell'appalto per la Sme: «Un gruppo americano si disse interessato all'acquisto della Sme, così chiamai l'allora presidente dell'Iri, Prodi, e glielo feci presente. Prodi mi escluse categoricamente che la Sme, pezzo pregiato dell'Iri, sarebbe mai stata venduta. Poi quando pochi mesi dopo De Benedetti mi chiamò per comunicarmi che aveva preso la Sme, parlai nuovamente con Prodi. Ero decisamente sorpreso. Gli dissi perché a Carlo De Benedetti sì e agli altri no, e lui mi rispose secco: "Perché Carlo ha un taglietto sul pisello che tu non hai"...».

 
[03-09-2009]

 

 

M&C: Nati si fa la holding solo tre giorni prima del blitz - Consob sospetta una concertazione occulta De Benedetti-Segre-Nati – carletto smentisce: “Non esiste alcun accordo con soggetti terzi - Compro perché il titolo vale di più dei prezzi dell’Opa”…

1 - M&C: Nati si fa la holding solo tre giorni prima del blitz
Radiocor - Da societa' immobiliare a holding d'investimento solo tre giorni prima di entrare nella partita M&C. La 'scatola' che ha portato Alessio Nati al 5,272% di M&C - secondo quanto risulta a Radiocor - e' stata dotata di uno statuto adeguato all'operazione solo tre giorni prima che Nati stipulasse il contratto di compravendita con Sal.Oppenheim, come lascia intendere la comunicazione Consob di oggi.

2 - M&C, Consob sospetta una concertazione De Benedetti-Segre-Nati
Luca Fornivo per La Stampa

Dopo tante fiammate in Borsa, Opa, rilanci, intrecci famigliari e societari, ora la Consob vuol vederci chiaro su Management & Capitali , il fondo salva-imprese fondato da Carlo De Benedetti, stellina estiva di Piazza Affari.

Secondo quanto risulta a La Stampa, l'Authority di Borsa ha avviato un dossier approfondito per valutare se ci siano gli estremi di un concerto su M&C. Ovvero se sia possibile ravvisare un accordo occulto tra De Benedetti, socio di M&C col 19,6% e «soggetti terzi» tra cui potrebbero esserci Alessio Nati (5,27% del capitale), genero di Silvia Monti, moglie di De Benedetti e Bim.

La banca torinese, spesso al fianco dell'Ingegnere in tante scalate, ha tra i soci la famiglia Segre che ha lanciato un'Opa su M&C a 0,11 euro, cui è seguito la contro-Opa della Tip di Giovanni Tamburi a 0,12 euro. Già oggi potrebbe essere formalizzata da parte di Consob una richiesta di chiarimenti ai soggetti in gioco, che in via informale sarebbero però già stati contattati dall'Authority.

Tant'è che ieri De Benedetti ha voluto smentire l'ipotesi di concerto. «Non esiste alcun accordo con soggetti terzi» sul capitale di M&C» ha detto l'Ingegnere che ha aggiunto: «L'accordo parasociale siglato il 5 marzo 2008 tra Romed, Romed international (De Benedetti, ndr) e Secontip (Giovanni Tamburi, ndr) è stato formalmente dichiarato esaurito» dalla Romed e Secontip «ha contestato l'efficacia di tale disdetta».

Sui recenti acquisti di M&C De Benedetti ha detto: «Compro perché il titolo vale di più dei prezzi dell'Opa». Ieri M&C ha perso il 3,46% a 1,17 euro.

La Consob vuole riscontrare poi altre anomalie. Appare bizzarra la decisione di Secondtip di ridurre la quota in M&C dal 15 al 12,7%. La decisione, si legge in una nota emessa da Secodntip su richiesta di Consob, «è stata dettata da considerazioni di opportunità imprenditoriale, tenendo conto delle quotazioni del titolo M&C negli ultimi giorni superiori di oltre il 60% rispetto al migliore dei prezzi offerti» nell'ambito delle due Opa sul titolo.

Secondtip conclude dicendo di non aver stipulato patti con altri azionisti. Altra possibile anomalia, la «scatola» che ha portato Nati al 5,2% di M&C è stata dotata di uno statuto adeguato all'operazione tre giorni prima che Nati stipulasse il contratto di compravendita con Sal. Oppenheim. Intanto, secondo indiscrezioni, non commentate dal portavoce di Nati, l'imprenditore sarebbe in uscita da Investimenti e sviluppo insieme al presidente Carlo Gatto.

 
[21-08-2009]

 

 

 

E se alla fine la scalata la facesse l'Ingegnere?Per ora IL GENERO Alessio Nati non lancia l'Opa ma compra – DE BENEDETTI sale quasi al 20% e presto la terza Opa potrebbe doverla lanciare proprio lui - Forse CDB si è pentito di aver annunciato l'addio alla finanza…

Stefano Feltri per Il riformista

Ieri il mercato ha assistito a un'altra puntata della lunga, e sempre più strana, agonia di Management&Capitali. Negli episodi precedenti: Carlo De Benedetti, editore di Repubblica, crea nel 2005 un fondo di investimento per rilevare e ristrutturare imprese in difficoltà; quattro anni dopo il progetto è deludente, CDB lo mette in vendita, restituisce quasi tutti i soldi in cassa agli azionisti; due suoi soci, la famiglia Segre (con la società Mi.mo.se) e Giovanni Tamburi (con Second Tip) laciano due offerte pubbliche d'acquisto per ottenere il controllo del fondo impegnandosi a comprare azioni dagli altri azionisti a un prezzo di poco superiore a quello di mercato.

Appena le due opa diventano efficaci, il 13 agosto, l'Ingegnere rivela di aver comprato fuori mercato più del due per cento del capitale, a carissimo prezzo: sedici centesimi per azione invece di dodici (quanto offriva la più generosa delle due opa).

Lunedì si è mossa la Consob, l'autorità che vigila sulla Borsa, che ha chiesto lumi a De Benedetti e ad Alessio Nati, marito della figlia di primo letto di CDB, che a luglio sembrava pronto a lanciare una terza opa.

E la mossa di De Benedetti sembrava funzionale a preparargli il terreno, facendo capire che la società (con alcune partecipazioni di dubbio valore e 40 milioni di euro in cassa) valeva più di quanto le due opa la valutavano. Un po' tutti si aspettavano quindi che oggi Nati scoprisse le carte, lanciandosi ufficialmente alla conquista di M&C.

Gli investitori ne erano così sicuri che la sua azienda, Investimenti&Sviluppo, stava volando in Borsa, nonostante tutti sapessero che l'eventuale investimento sarebbe stato a titolo personale e non tramite I&S.

Invece no. Con un breve comunicato, Nati ha spiegato che «allo stato non è sua intenzione promuovere un'offerta pubblica di acquisto sulle azioni della società Management&Capitali S.p.A.». Alla quale però resta interessato. Nello stesso comunicato si legge di un «acquisto ai blocchi» fatto il 14 agosto e che diventerà operativo il 21 agosto (cioè ha comprato titoli che ancora non sono però fisicamente in suo possesso) con cui Nati sale al 5,3 per cento di M&C «e non esclude di effettuare prossimamente ulteriori acquisti».

Sorpresa numero due: dall'aggiornamento della Consob sulle partecipazioni rilevanti si è scoperto ieri che Carlo De Benedetti, sempre attraverso la sua finanziaria Romed con cui aveva fatto gli acquisti precedenti, è salito al 19,639 per cento (comprando a prezzi altissimi) del capitale, oltre un punto in più rispetto all'ultimo shopping che lo aveva portato dal 16 al 18 per cento.

Ricapitolando: De Bendetti si sta comprando - a un prezzo gonfiato dall'attenzione che si è creata intorno a M&C - azioni della società che lui stesso ha messo in vendita, insieme al parente Alessio Nati. Le due opa in corso (a cui si può aderire, cioè vendere le proprie azioni ai contendenti, entro il 15 settembre) sono state spazzate via dalle mosse di CDB: nessuno venderà a 12 centesimi per azione se l'Ingegnere continua a comprare a oltre 16.
Ieri il titolo, che è sceso del cinque per cento, si è assestato sui 17 centesimi.

Le domande che gli osservatori si pongono ora sono due: che succederà? E perché l'editore di Repubblica sta facendo qualcosa di così difficile da interpretare? Alla prima si può provare a rispondere, più complicato con la seconda. Lo scenario che si delinea è il seguente. In tempi brevi, appena si voterà su qualcosa o si prenderanno decisioni strategiche per il futuro di M&C, risulterà evidente che De Benedetti e Nati agiscono in squadra: già ora, sommando le loro quote, si arriva sopra il 25 per cento.

Tenendo conto che M&C ha ricomprato il 13 per cento di azioni proprie e che Nati ha detto che salirà ancora, quasi certamente i due - insieme - oltrepasseranno la soglia del 30 per cento del capitale. Quindi saranno costretti, come imposto dal testo unico della finanza, a lanciare un opa.

Alla Consob spetterà il compito di accertare che i due effettivamente si muovano in coppia e che, quindi, procedano all'opa obbligatoria. Non è dato sapere come si muoverà la famiglia Segre, da sempre compagna di avventure finanziarie dell'Ingegnere: probabilmente lo sosterrà anche in questa ultima fase della partita.

Con Giovanni Tamburi, il capo della Second Tip, i rapporti sono invece deteriorati in modo irrimediabile: a maggio CDB ha sciolto il patto di sindacato che lo legava a Tamburi senza rispettare il preavviso richiesto di sei mesi, troncando una collaborazione con la Tamburi Investment Partners iniziata un paio di anni fa, nel momento più difficile per M&C in cui serviva un partner con esperienza nel settore del private equity.

Tamburi, probabilmente, dovrà quindi rassegnarsi a non poter ottenere il controllo di M&C sul quale aveva progetti imprenditoriali: se e quando CDB lancerà la sua opa, si limiterà a rivendergli a 16 o 17 centesimi le azioni che ha comprato a 11, consolandosi con la plusvalenza.

Il perché di tutto questo è chiaro solo a CDB. In ambienti finanziari circolano un paio di spiegazioni. La prima: De Benedetti non era soddisfatto della piega che stava prendendo l'eutanasia di M&C, forse si è accorto di averlo dato per finito prima del tempo e piuttosto che vederlo rifiorire nelle mani di Tamburi è disposto a riprenderselo tutto a caro prezzo anche se non sa bene cosa farsene.

La seconda teoria è che CDB si sia un po' pentito di aver annunciato a gennaio, in una conferenza stampa con tutta la famiglia, la sua progressiva uscita di scena dalla finanza. Doveva conservare solo il potere sul business editoriale. Ma forse la finanza continua a esercitare troppo fascino sull'uomo che, in un altro secolo, sognò addirittura a comprarsi il Belgio con la Société Générale de Belgique.

 
[19-08-2009]

 

 

 

 

IL GIOCO DELL’Opa DI CARLETTO - METTE ALL’ASTA LA ‘SALVAIMPRESE’ M&C, DOPODICHé COMPRA AZIONI, QUINDI SBUCA IL GENERO, INSOMMA NON SI CAPISCE UN AMATO NIENTE – QUELLO CHE è SICURO è CHE L’UNICA SOCIETà CHE L’INGEGNERE METTERà IN SALVO è SE STESSO…

Giancarlo Radice per Corriere della Sera

La corsa a Management & Capi­tali è ormai al punto di svolta. A imprimerla è stato lo stesso fondatore, Carlo De Benedetti, che nei giorni scorsi ha aggiunto a quel 18,2% del fondo «salvaimprese» già nelle sue mani un altro 2,16% attraverso due operazioni di merca­to, costate circa 1,5 milioni di euro, che sembra­no puntate contro le offerte d'acquisto presenta­te dalla Tamburi Investment Partner (Tip) di Giovanni Tamburi e dalla famiglia Segre attra­verso Mimose.

Il primo intervento risale a lune­dì scorso, quando la Romed dell'Ingegnere ha comprato un pacchetto di 1,25 milioni di azioni a 0,145 euro ciascuna. Tre giorni più tardi, gio­vedì, secondo blitz: un altro pacchetto di 9 mi­lioni di titoli a 0,15 euro ciascuno, tanto da inne­scare venerdì scorso in Borsa un'ondata di ri­chieste che hanno fatto schizzare Management & Capitali del 21,38%, a quota 0,176 euro (cioè il 138% in più dai minimi di sei mesi fa). In al­tre parole, molto al di sopra sia dell'offerta sia di Mimose (circa 0,11 euro) sia di Tip (che, fra contanti e azioni proprie, è compresa fra 0,114 e 0,122 euro).

Una doppia mossa che, non a ca­so, ha avuto effetto proprio nel giorno, venerdì scorso, in cui scadevano i termini per presenta­re altre offerte d'acquisto. Con la conseguenza che da qui al 15 settembre, data ultima entro la quale gli azionisti di M&C dovranno conferire o meno le proprie azioni a uno o all'altro preten­dente, l'intera partita è ancora tutta da giocare.

E adesso? Quello lanciato da De Benedetti è il segnale inequivocabile che l'Ingegnere conside­ra insufficienti le cifre messe sul piatto da Tam­buri e Segre rispetto al valore reale di M&C. Ma negli ambienti finanziari milanesi ci si chiede se con il suo intervento sui mercati De Benedet­ti abbia voluto soltanto sollecitare un rilancio o voglia comunque scoraggiare gli azionisti ad aderire alle due attuali Opa.

 

Tutti i riflettori so­no puntati adesso su Alessio Nati, amministra­tore delegato della finanziaria Investimenti e Sviluppo e marito di Una Donà Delle Rose, cioè la figlia di primo letto di Silvia De Benedetti, moglie dell'Ingegnere. Nati ha più volte espres­so il suo interesse per il dossier M&C, è arrivato a prefigurare una cordata di imprenditori al suo fianco e in queste settimane pare abbia in­tensificato i contatti con gli istituti di credito di­sposti a finanziarlo, in primo luogo Unicredit e Banca Intermobiliare.

Non è passato inosserva­to neanche il suo attivismo in Borsa di questi giorni. «Non mi stupirei se nei prossimi giorni dichiarasse di avere in mano il 10% di M&C» os­serva un banchiere milanese, in cambio del­l'anonimato.

Nella «battaglia di ferragosto», dunque, De Benedetti è di colpo tornato al centro di uno sce­nario in cui i rapporti personali si mischiano in­dissolubilmente a quelli d'affari. L'ipotesi Nati, se mai dovesse concretizzarsi, avrebbe un sapo­re «familiare». E, forse, consentirebbe all'Inge­gnere si continuare a tenere le file di una società che lui stesso ha creato nel 2005. Ma anche con la famiglia Segre (Franca Segre come il figlio Massimo, che guidano Mimose) c'è un legame che dura da oltre trent'anni, scandito anche dal­l'alleanza nell'azionariato di Banca Intermobilia­re.

Quella Bim da cui i Segre hanno appena avu­to il via libera ad acquisire, nell'altra Opa che sta caratterizzando la loro estate 2009, la quota di controllo della Ipi. Ed è chiaro, dunque, come l'obiettivo della doppia Opa di Mimose sia quel­lo di riunire le attività immobiliari di Ipi con quelle industriali-finanziarie (e la liquidità) di una società quotata in Borsa come M&C.

Ma rapporti di vecchia data, l'Ingegnere li vanta anche con Tamburi. Non a caso Tip è il secondo azionista di M&C, con il 15,3% del capi­tale. Solo che, quattro mesi fa, qualcosa è pro­fondamente cambiato. Lo scorso aprile De Bene­detti ha infatti disdetto improvvisamente il pat­to di sindacato che lo legava a Tamburi. E Tip, appoggiata da altri azionisti, ha risposto a fine giugno presentandosi all'assemblea di M&C per contestare quasi tutti i punti all'ordine del giorno e bocciare sonoramente la proposta di aumento di capitale avanzata dall'Ingegnere.

Che l'obiettivo di Tip sia quel­lo di riportare M&C al progetto originario in base al quale era­no entrati come soci, è chiaro fin dal prospetto della loro of­ferta d'acquisto e scambio sul 100% del capitale: unire le attivi­tà e ampliare la platea di investi­tori per costituire una mer­chant bank indipendente, atti­va del private equity, nella con­sulenza d'impresa e nella gestio­ne delle crisi aziendali.

Ora, do­po le doppia mossa dell'Inge­gnere sul mercato, Tamburi e partner non sembrano comun­que ansiosi di migliorare l'offer­ta d'acquisto: se il titolo M&C tornerà ai livelli indicati dalla loro Opas confidano di ottenere la fiducia degli azionisti, se il titolo resterà invece più elevato, si ritroveranno automaticamente aumentato il valore del loro 15,3%.

Ma è chiaro che a questo punto sia Tip sia Mimose stiano valutando se ci sono margini di rilancio. E se abbiano senso. M&C è infatti un fondo «salvaimprese» a cui, dopo la distribuzio­ne agli azionisti di 254 milioni di capitale, resta­no in cassa 59 milioni di euro, cioè 0,105 euro per titolo (destinati a scendere a 50 per gli impe­gni presi con Treofan e Comital) e che detiene asset industriali molto problematici: il 68% di Comital (completamente svalutato nel 2008), cioè l'azienda che produce Cuki e Domopack, il 94,4% di Botto Fila e soprattutto 77,6 milioni di euro di obbligazioni della società tedesca Treo­fan destinate a essere convertite in azioni dan­do a M&C il 47% del capitale.

 
[17-08-2009]

M&C, ora la Consob SI MUOVE SULLA ‘BOSSA NOVA’ DI CARLO DE BENEDETTI – NON SARà CHE IL FURBETTO DI ‘REPUBBLICA’ STIA COMPRANDO AZIONI DELLA SUA SOCIETà PER AUMENTARE IL VALORE E POI GIRARLE AL GENERO ALESSIO NATI? - Nati rileva il 5,3%, possibili ulteriori acquisti…

Francesco Manacorda per La Stampa

E alla fine anche la Consob si muove su Management& Capitali. Ieri, dopo che venerdì scorso
Carlo De Benedetti aveva fatto sapere di aver acquistato azioni di M&C pagandole fino a 0,15 euro l'una - ossia un prezzo largamente superiore a quello dell'Opa più generosa in corso tra le due offerte concorrenti presentate dalla famiglia Segre e dalla Tip di Gianni Tamburi - la Commissione di Borsa ha chiesto a tutti gli azionisti rilevanti della società una fotografia aggiornata delle loro partecipazioni.

Ma soprattutto, dagli uffici Consob sono partite anche due richieste ufficiali. La prima è indirizzata ad Alessio Nati perché illumini il mercato sullo stato delle sue - lunghe - riflessioni. Il finanziere, che è genero della moglie dello stesso De Benedetti e che il 15 luglio aveva annunciato uno studio di fattibilità proprio su un'eventuale e ulteriore Opa su M&C, non ha dato poi notizie delle sue intenzioni.

Adesso la Consob gli suona la sveglia, probabilmente chiedendogli anche se abbia una partecipazione nella società. Per rispondere Nati ha tempo fino a domani, ma il suo comunicato dovrebbe arrivare già oggi, prima dell'apertura dei mercati.

La seconda richiesta di informazioni da parte della Commissione, sempre ai sensi dell'articolo 115 del Tuf, sarebbe indirizzata invece allo stesso De Benedetti - che con le ultime operazioni a caro prezzo è salito dal 16 al 18,2% della società - perché chiarisca il senso dei suoi ultimi acquisti e la sua strategia d'investimento.

Insomma, la piccola battaglia estiva di piazza Affari - ieri l'intera M&C capitalizzava 80 milioni - si sta scaldando. Dopo gli acquisiti dell'Ingegnere che venerdì avevano messo il turbo al titolo, anche ieri il rialzo è continuato. In mattinata con un incremento superiore all'8%, poi con un rallentamento che ha portato il progresso della seduta al 2,2% tra scambi che sono stati trenta volte la media dell'ultimo mese.

Si tratta di 0,18 euro per azione, dunque un controvalore ben superiore sia a quello dell'offerta della famiglia Segre (0,11 euro in contanti) sia a quello della Tip (circa 0,12 euro tra azioni e contanti). Mentre è impossibile che i Segre possano rilanciare sull'offerta di Tamburi - il termine per un'eventuale controfferta è scaduto venerdì scorso - le strade che restano da battere per spiegare gli acquisti di De Benedetti sono due.

La prima riguarda l'aspettativa che sia in arrivo un'altra offerta più alta rispetto a quella di Tamburi. Ovvio che in questo caso l'uomo su cui si puntano gli occhi del mercato sia proprio Nati. Ieri, tra l'altro, la Investimenti e Sviluppo, di cui Nati è amministratore delegato, ha chiuso con un balzo del 31,55%, a 0,1059 euro, con scambi pari al 3,4% del capitale. Questo nonostante il 15 luglio il finanziere avesse precisato di muoversi in modo autonomo e non attraverso al società che guida. A giudicare dai movimenti di Borsa, però, c'è l'aspettativa che qualcosa sia cambiato.

La seconda interpretazione è quella che De Benedetti consideri il valore delle partecipazioni in M&C superiore a quello espresso dall'offerta di Tip. O, per meglio dire, che con il suo acquisto del 2,2% l'Ingegnere abbia mandato a Tamburi il chiaro messaggio che con lui, a questi prezzi, l'Opa non passerà e che Tip rischia di trovarsi in casa M&C un socio assai ingombrante.

In questo caso, senza l'intervento di Nati, si potrebbe assistere a un braccio di ferro tra De Benedetti e Tamburi. Anzi a un nuovo braccio di ferro, visto che proprio a maggio, dopo appena un anno di convivenza nel capitale di M&C, l'Ingegnere aveva sciolto il patto di sindacato con Tamburi proprio perché in dissenso con lui sulle strategie della società.

M&C: Alessio Nati rileva il 5,3%, possibili ulteriori acquistI
Radiocor -
Alessio Nati ha raggiunto un accordo per rilevare il 5,3% di M&C e non esclude ulteriori acquisti. Lo sottolinea lo stesso Nati in una nota di precisazione formulata su richiesta della Consob. 'In data 14 agosto 2009 - recita la nota - Alessio Nati ha raggiunto un accordo per l'acquisto ai blocchi, con effetto dal 21 agosto 2009, di una partecipazione rappresentativa del 5,3% del capitale sociale di M&C'.
Lo stesso Nati 'non esclude di effettuare prossimamente ulteriori acquisti di azioni di M&C in ogni caso in misura non eccedente le soglie rilevanti ai fini degli obblighi d'Opa'. Infine, riguardo la quota del 5,3% della societa', 'non sono stati stipulati, allo stato, accordi rilevati ai sensi dell'articolo 122 del Tuf', cioe' patti parasociali. 'Allo stato', Nati ha invece 'abbandonato l'ipotesi di promuovere un'offerta pubblica' dopo lo studio di fattibilita' effettuato nelle ultime settimane.

 
[18-08-2009]

 

 

 

 

DOPO VILLA CERTOSA, I PAPARAZZI ESPUGNANO LA TENUTA DI CARLO DE BENEDETTI - E CHI CI TROVANO, PANZA A PANZA? L’INGEGNERE “DEVIATO” CON IL SUO GAD LERNER - ED È SUBITO PETTEGOLEZZO: SÌ, SARÀ L’INFEDELE A PRENDERE LE REDINI DELL’ESPRESSO

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LA SINISTRA CHIC DALLA SARDEGNA NON SI SMUOVE
FOTO E TESTO DA "OGGI"

LERNER IN SARDEGNA DALL'ING

Divisi in tutto, De Benedetti e Berlusconi sono uniti dalla passione per la Sardegna. Sul promontorio del Romazzino, a pochi chilometri da Porto Rotondo e dai fasti berlusconiani di villa Certosa, la tenuta dell'ingegner Carlo De Benedetti, industriale e padrone del quotidiano La Repubblica e del settimanale Espresso, è una delle più lussuose della Costa Smeralda (qui a sinistra), con piscina a forma di cuore e costruzione, a pianta quadrata, ricoperta da prati e siepi.

DEBENEDETTI E LERNER

L'editore e la sua seconda moglie, l'ex attrice Silvia Monti (indimenticabile consorte di Alberto Sordi in Finché c'è guerra c'è speranza, 1974), amano circondarsi di intellettuali, e hanno invitato grossi calibri del giornalismo di sinistra, come Gad Lerner, presentatore de L'Infedele su La7, e Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, con rispettive signore. Le foto non sono «pepate» come quelle del premier, ma preludono forse a nuovi incarichi per Lerner, che già collabora a Repubblica ed Espresso.

DEBENEDETTI E LERNER

 

 

 
[11-08-2009]

 

 

 

CONTI IN TASCA A CARLETTO - La Cdb & Figli, accomandita di famiglia, ha varato una massiccia ricapitalizzazione da chiudere entro il 2012 - L’operazione non prevede un sovrapprezzo. Ma nella cassaforte dell’Ingegnere ci sono 162 milioni di debiti...

Andrea Giacobino per Finanza & Mercati

 

Carlo De Benedetti rafforza con 101,4 milioni la sua cassaforte a monte della catena Cofide-Cir. È stato appena depositato il verbale dell'assemblea della Carlo De Benedetti & Figli, l'accomandita della famiglia dell'Ingegnere, che lo scorso 30 aprile si è riunita in sede straordinaria presso il Centro congressi dell'Unione industriali di Torino, per decidere e approvare la ricapitalizzazione.

 

L'aumento di capitale deliberato dagli azionisti è di 101,4 milioni «con l'emissione - dice il verbale - di 195 milioni di azioni del valore nominale di 0,52 euro cadauna, da offrirsi in opzione agli azionisti alla pari e quindi senza sovrapprezzo». L'aumento di capitale, spiega ancora lo stesso De Benedetti ai soci dell'accomandita di cui è presidente, è «scindibile, potrà essere eseguito anche in più tranches entro il 31 dicembre 2012».

 

Nel corso dell'assemblea straordinaria si è reso perciò necessario procedere a una modifica dello statuto della Sapa, all'articolo 4, perché il capitale sociale attuale, sottoscritto e versato e pari a 69,42 milioni, viene aumentato appunto a 170,82 milioni.

L'assemblea della Cdb & Figli, peraltro, ha deciso che «qualora entro il suddetto termine del 31 dicembre 2012 l'aumento non sia stato integralmente sottoscritto, il capitale sia comunque aumentato di un importo pari alle sottoscrizioni raccolte». Il capitale, inoltre, precisa il verbale, «potrà essere aumentato anche mediante conferimenti in natura».

FRANCA SEGRE

L'assemblea straordinaria della Sapa ha registrato quasi il «tutto esaurito» in quanto a titoli depositati. Erano presenti infatti soci portatori di 123,49 milioni di titoli sui 135 milioni di capitale e, in particolare: lo stesso De Benedetti con 10,13 milioni di titoli di piena proprietà e 10 milioni su cui ha usufrutto; Bim Fiduciaria con 93,34 milioni di titoli rappresentata da Massimo Segre, la madre Franca Bruna
Segre con 4.249 azioni, e due dei tre figli dell'Ingegnere, Rodolfo e Marco De Benedetti, ciascuno detentore di 10,04 milioni di titoli.

massimo segre

Mancavano all'appello i titoli del terzo figlio di De Benedetti, Edoardo (che però non è accomandatario); ma l'assemblea ha comunque approvato la ricapitalizzazione all'unanimità. La Sapa, che controlla il 45,43% di Cofide, ha chiuso il 2007, ultimo bilancio disponibile, in perdita per 2,54 milioni (coperta con la riserva straordinaria), con disponibilità liquide per 38,65 milioni, ma debiti verso banche per 122,44 milioni e a fronte dell'esposizione totale di 162,71 milioni vi erano titoli dati in garanzia per 111,21 milioni.

 

 

 
[03-06-2009]

 

 

 

ASSALTO A CDB - IL DEPUTATO PDL LEHNER RIPESCA UNA telefonata di 13 anni fa De Benedetti-Di Pietro (atti procura di Brescia) - e ricorda l'arresto (12 ore) dell’Ingegnere: "consegnò agli inquirenti un memoriale sulle tangenti pagate dalla sua Olivetti"....

Giancarlo Lehner per "Libero"

Il rapporto tra Di Pietro e l'Ingegnere, pur essendo il molisano drammaticamente impari, è storicamente organico e finalizzato versus Berlusconi.

Ecco una telefonata di tredici anni fa, agli atti della procura di Brescia, ore 10 e 31 del 19/11/1995:

Di Pietro: Pronto?

De Benedetti: Dottor Di Pietro?

D.P.: Sì....

D.B.: Non... l'ho svegliata?... Sono Carlo De Benedetti...

D.P.: Sì... l'avevo riconosciuta benissimo, come va... che piacere sentirla.

D.B.: Bene, bene... anch'io.

D.P.: Noi, a questo punto, ho capito che abbiamo tanti amici comuni.

D.B. : Eh, ne abbiamo tanti ... sicuro.

D.P.: Tanti amici comuni, con cui lavoriamo insieme.

D.B.: Bene... e Prodi è uno di questi... no?

D.P.: Prodi è uno di questi, sì...

D.B.: ...ehm... il suo progetto va avanti?

D.P.: Il nostro progetto... il nostro, eh sì, il mio progetto va avanti, sta, stiamo lavorando... poi gliene [sic!] preferisco parlargliene a voce.

D.B.: Con grande piacere... anche perché secondo me ci vuole un'accelerazione dei tempi.

D.P.: Credo che ci sia un'accelerazione in tanti sensi, devo dire che anche noi stiamo facendo parecchio, anche poi... grazie ad amici comuni...

D.B.: Uhm... uhm... senta una cosa, poi ne parliamo perché mi interessa anche sapere la sua idea... su questa pseudo o finta entrata di Romiti.

D.P.: Eh... non lo so se poi è pseudo o se è finta [sic!]... credo che sia una variabile... anch'io ci sto riflettendo... Eh...eh...eh... per certi versi interessante, per certi versi uhm.. come si può dire... uhm.

D.B.: Conturbante.

D.P.: Conturbante... conturbante, perché credo di capire dove vuole andare a virare...

D.B.: Quello di Berlusconi è una cosa del tutto anomala, .. Senta, quando lei ha un momento mi telefoni che ci vediamo settima... settimana prossima senz'altro me ne farò carico.

D.P.: Grazie dottore.

Insomma, è «conturbante» l'intreccio tra gli «amici comuni» (procure e poteri forti), a corollario di un sodalizio di ferro, dove De Benedetti è la mente.

D'altra parte, visto che Repubblica definisce "bravi mediatici" al servizio di Silvio don Rodrigo tutti coloro che non insultano Berlusconi, è doveroso ribattere che quel gruppo editoriale, per il padrone farebbe di tutto, anche strappare le toghe. Quando arrestarono l'Ingegnere, l'ex procuratore di Roma, Vittorio Mele, fu preso a male parole:

«Scalfari... mi raggiunse sul mio telefono cellulare... mi chiese conto, con tono alterato, delle ragioni... dimenticando, come avrebbe poi sempre ricordato per le tante vicende milanesi di Tangentopoli, che l'arresto era stato disposto dal gip».

A proposito di deontologia, L'Espresso diede la notizia del padrone in galera con strillo in prima pagina a mo' di annuncio turistico: "De Benedetti a Roma". Gli "amici comuni" esigono con tono imperioso da Berlusconi la verità, tutta la verità? No Emi, no party?

De Benedetti capisce che il velo tra vero e falso si può strappare e, come uomo di mondo, sa che a volte la virilità impone d'andare a rubare i cavalli.

Il 30/4/1993, l'Ingegnere giurò: «Tangenti? Mai pagate... mai corrisposto finanziamenti ai partiti politici o ad entità ad essi collegate».

Il 17/5/1993, ritrattò, anzi consegnò agli inquirenti un memoriale sulle tangenti pagate dalla sua Olivetti.

Il 19/5/1993, ammise: «Se dovessi rifare tutto di nuovo, lo rifarei: pagherei le tangenti...».

E Berlusconi dovrebbe rispondere su fatti privati a Repubblica? A noi non frega niente di Noemi; ad altri, purtroppo, non è fregato mai niente della Patria.

Noi stiamo con l'italianissimo Berlusconi, che ama riamato una sola donna: monna Italia.

 
[27-05-2009]

IL “NEGRO” BIANCO DI INDRO – LO SFOGO DI CERVI: “I 13 libri a quattro mani con Montanelli li ho scritti io” – "QUANDO IL "CORRIERE" RIPUBBLICò LA "STORIA D'ITALIA" CANCELLò IL MIO NOME" - QUANTO INCASSAVA DI ROYALTIES SENZA FARE FARE UN CAZZO?...

Da "Italia Oggi"

cervi mario

«I tredici libri a quattro mani con Indro Montanelli li ho scritti io», così dice Mario Cervi nel suo ultimo libro Gli anni del piombo, Mursia, pagine 220, euro 17. La cosa si sapeva ufficiosamente negli ambienti giornalistici più informati. Ma veniva sussurrata. Adesso è lo stesso coautore (che, invece, si rivela come autore) che lo dice in un modo inconfondibile, nero su bianco con una prosa che non deve essere interpretata, ma solo letta. Vediamola, estraendo dal libro questi brani:

DA "GLI ANNI DI PIOMBO" DI MARIO CERVI

... La Storia d'Italia montanelliana aveva un impianto inconfondibile, uno stile riconoscibile, una grande coerenza culturale e, se volete, ideologica. Delle idee di Montanelli condividevo quasi tutto. Del suo modo di porsi di fronte ai personaggi e agli avvenimenti condividevo tutto. I volumi della sua monumentale opera erano diventati, nel corso degli anni, più seri.

Non vorrei essere frainteso. Le godibili pagine dell'inizio avevano una base forte di pensiero e di preparazione. Ma anche per le caratteristiche della pubblicazione che le aveva accolte, la «Domenica del Corriere», aveva un milione e passa di lettori affezionati, ingenui, amanti dei buoni sentimenti, incantati dalle monellerie di Indro, le storie montanelliane erano partite con piglio allegro. Cammin facendo Indro aveva approfondito di più: «L'Italia della Controriforma» è uno stupendo saggio da qualsiasi prospettiva lo si consideri.

Indro Montanelli

L'esigenza di avvicinare la storia di un divulgatore geniale alla storia degli storici era diventata molto forte quando io mi associai a Montanelli. Lo era diventata perché si inoltrava su un terreno battutissimo, perché affrontava temi polemici incandescenti, perché ricordava atti e detti di uomini usciti di scena da poco o ancora viventi. Un giorno in cui, conversando con Indro, gli esprimevo la mia nostalgia per certe sue passate lepidezze, mi disse che avevo ragione, «ma Nerone non dà querela, Fanfani sì».

Voglio essere chiaro: i libri a quattro mani con Montanelli li ho scritti io. Ma non voglio nemmeno essere frainteso. L'approdo di Montanelli a quei tredici libri è stato fondamentale, per una serie di ragioni.

Primo, lo è stato perché la linea era sua e io scrivevo sapendo di dovermi adeguare a essa e facendolo senza alcuno sforzo perché la sua linea era la mia. Secondo, di Montanelli era la prefazione a ogni volume, a volte anche la postfazione. Testi brevi, ma mirabili e indispensabili.

Con il suo dono della sintesi, con le sue doti di chiarezza e di incisività, Montanelli metteva a fuoco i concetti e le figure centrali del libro, nessun osannato ideatore di promo televisivi può eguagliare quel miracolo d'intelligenza. A volte Montanelli mi ricordava, con quelle sue prefazioni, certe critiche teatrali di Renato Simoni: il quale, sunteggiando la trama di una commedia, indicava anche gli sviluppi che l'autore avrebbe potuto darle, e che magari, per inadeguatezza, aveva mancato.

 

Infine, terzo motivo, l'immane produzione giornalistica di Montanelli includeva reportage e ritratti aderenti al libro che scrivevo, e allora attingevo a piene mani. Talvolta la bellezza dei profili era così spiccatamente montanelliana che il libro assomigliava a un'opera della quale io avessi composto il recitativo, e Indro le romanze. Montanelli fu, per quanto mi riguarda, il più indulgente dei revisori, ricordo al massimo una decina di sue aggiunte o correzioni. (_)

Nemmeno me ne volle, Montanelli, quando Rosario Bentivegna, quello della strage di via Rasella, ci querelò per un accenno incompleto, ne L'Italia della guerra civile, ai processi che il Bentivegna stesso aveva subito da corti militari alleate per la morte di un finanziere in borghese, dopo la liberazione di Roma. Bentivegna ottenne il sequestro del volume e un risarcimento.

(A proposito di quel volume, e della scarsa considerazione in cui gli accademici della storia tenevano la collana montanelliana: nel 1991 lo storico Claudio Pavone pubblicò un libro in cui il periodo della Repubblica di Salò era qualificato come guerra civile, e da ogni pulpito culturale italiano si levarono inni alla straordinaria scoperta. Ma L'Italia della guerra civile era stato, anni prima, il titolo di un libro di Montanelli-Cervi.)

L'intesa con Montanelli era tale che sopravvisse ad avvenimenti dai quali avrebbe dovuto essere ridotta in macerie. Quando già Montanelli aveva rotto con Berlusconi, tra il 1993 e il 1994, diventandone il fustigatore implacabile, e io ero tornato al «Giornale» dopo la fallimentare esperienza della «Voce», quando cioè ci trovavamo in teoria su barricate opposte, scrissi i due ultimi volumi della Storia d'Italia (cui seguirono due compendi, L'Italia del Novecento e L'Italia del Millennio).

DIZIONE DEL CORRIERE SENZA IL NOME DEL VERO AUTORE: MARIO CERVI

I volumi furono L'Italia di Berlusconi e L'Italia dell'Ulivo. Libri come si può immaginare molto delicati, che raccontavano vicende nelle quali eravamo stati direttamente coinvolti, e giudicavano personaggi, a cominciare dal Cavaliere, che Montanelli aveva sfidato o appoggiato. Sapevo, scrivendo, di scrivere anche per Indro: che nelle prefazioni e in una desolata postfazione fu grandissimo. Ma non cambiò una parola di ciò che avevo scritto.

Montanelli, uomo leale come nessun altro, non ha mai negato e nemmeno attenuato il mio ruolo nei libri firmati insieme. Nell'ambiente tutti sapevano, e del resto non era un segreto, che li avessi scritti io. Ma recensori e commentatori insistevano nell'elogiare, attribuendole a Indro, scorrevolezze, piacevolezze e durezze che sapevano essere più modestamente di Mario.

Nel libro Soltanto un giornalista di Tiziana Abate, del 2002, che raccoglie molte conversazioni con Indro Montanelli, il mio nome non è mai citato. L'osservazione non è stata fatta da me, che non mi ero preoccupato di verificare, ma da un settimanale, che sospettava chissà quale retroscena.

Tiziana Abate ha giustificato l'omissione spiegando che anche molte altre persone con le quali Montanelli aveva avuto rapporti non erano menzionate. In realtà nessuna di quelle persone, lo dico con franchezza, era stata presente quanto me nella vita e nell'opera di Montanelli. Non so se e quanto l'omissione sia stata intenzionale, ma corrispondeva a un tacito e forse inconsapevole disegno di molti. Disegno consistente nel cancellare o quasi dalla biografia di Montanelli i vent'anni del «Giornale», nel «corrierizzarlo». (_)

Quando il «Corriere della Sera» tra il 2003 e il 2004 pubblicò in allegato la Storia d'Italia arrivò addirittura a ignorare, nella copertina dei volumi che mi riguardavano, il mio nome. Protestai con l'allora direttore Stefano Folli, che mi diede onestamente ragione. A titolo di modesta riparazione mi fece intervistare.

 

 
[28-05-2009]

 

 

Mb

  Videoinforma :  www marcobava.tk