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ROMA
/ 29-10-2009
CANCRO
E ALLARME ELETTROSMOG / aumentano tumori per esposizione a
telefoni cellulari ed onde eletromagnetiche? Le istituzioni
che fanno?
Spesso
gli interventi sulla stampa dedicati alle moderne tecnologie
hanno abbracciato acute analisi sociologiche, senza tuttavia
spingersi a considerare lo stretto rapporto che corre tra
l’uso eccessivo degli strumenti di comunicazione mobile ed i
rischi a cui ci si espone, più o meno consapevolmente.
Gli ultimi studi scientifici sperimentali ed epidemiologici
offrono dati sempre più preoccupanti.
Tra
questi vanno segnalati:
· Il Rapporto del BioInitiative Working Gruop, pubblicato nel
2007, che sintetizza circa duemila studi rilevati sulla
questione e conclude invitando i governi europei ad adottare
concrete ed efficaci azioni per ridurre le esposizioni,
soprattutto nei confronti dei bambini;
· La metanalisi del prof. Hardell sui tumori alla testa da
uso prolungato dei telefoni mobili;
· Il progetto Interphone, in ritardo di pubblicazione, ma da
cui trapelano notizie che confermano la pericolosità dei
telefonini, soprattutto in chi lo usa sempre dallo stesso lato
della testa;
· Segnalazioni sempre più frequenti di fenomeni di
elettrosensibilità e di “clusters” di tumori in prossimità
di Stazioni Radio Base.
A fronte
di questa consistente e considerevole mole di dati, che in
alcuni Paesi europei ha consigliato interventi e misure di
precauzione e salvaguardia della salute (vedi recentemente il
parlamento francese), in Italia, purtroppo, abbiamo dovuto
misurare la sostanziale latitanza degli amministratori
pubblici, ad ogni livello istituzionale.
Basta
scorrere la cronistoria delle vicende sull’Elettrosmog nel
nostro Paese per distinguere in ogni settore carenze,
omissioni, inadempienze, conflitti d’interesse, che hanno
finito per inasprire i toni del conflitto sociale.
Il
Governo nazionale risulta inadempiente sin dal 2001 quando,
approvata la Legge Quadro n° 36 sui campi elettromagnetici,
ha lasciato cadere via via i termini prescritti per la
emanazione di una serie di decreti attuativi, fondamentali per
rendere compiuta quella riforma.
Sempre
il Governo nazionale, utilizzando la delega per le grandi
opere, sin dal
2002 ha
costruito una disciplina autorizzatoria abbreviata e
preferenziale per le reti di impianti di telecomunicazione
(radiodiffusione e telefonia mobile), giungendo perfino a
minacciare di sanzioni giudiziarie la proprietà privata che
si oppone allo sviluppo tecnologico.
Gli enti
locali, tuttavia, non si sono dimostrati meno corresponsabili,
per lo più trincerandosi dietro l’alibi di una normativa
nazionale interdittiva nei loro confronti, ma che nei fatti
lascia intatta l’autonomia gestionale dei comuni nella
elaborazione di regolamenti per disciplinare il fenomeno di
proliferazione di antenne e ripetitori.
La
Regione Lazio, dopo aver intrapreso nel 2006 un percorso
virtuoso, con l’approvazione in Giunta della Proposta di
Legge n° 131 "Norme concernenti gli impianti
radioelettrici con frequenza di trasmissione fino a 300 GHz e
gli elettrodotti", che, a nostro avviso, recepisce i
principi delle tre ‘P’ (Precauzione, Partecipazione e
Pianificazione), ha lasciato insabbiare il testo nelle pastoie
dei veti politici incrociati, contribuendo a perpetuare quel
vuoto legislativo e regolamentare nel settore, che rischia di
inasprire un forte contenzioso con la società civile.
Basta
scorgere l’odg che compone gli argomenti da trattare in
Consiglio regionale, in cui la proposta è scivolata ben oltre
il 1200° punto, per accorgersi che l’oblio in cui è stata
lasciata cadere non lascia speranza di un recupero prima della
scadenza naturale della legislatura!
La
Provincia di Roma, colta dall’enfasi del “Rinascimento
telematico”, come ha definito il suo presidente la necessità
di colmare il divario digitale nel territorio, ha approvato e
finanziato (senza concertazione con le parti sociali) un Piano
di sviluppo e diffusione della Banda Larga con tecnologia
wireless, dimostrando profonda sensibilità per le dinamiche
della modernità tecnologica, ma scarsissima attenzione ai
principi, altrettanto meritevoli di tutela, di protezione
della salute dai rischi connessi allo sviluppo dissennato
delle comunicazioni senza fili, come hanno dimostrato le
preoccupanti vicende sanitarie accadute in altri Paesi europei
che, prima del nostro, si sono dotati di una rete Wi-Fi.
Infine,
il Comune
di Roma, da oltre quattro anni inadempiente rispetto ad una
norma dello Statuto che esso stesso si è data, contravviene
all’obbligo di portare e discutere nell’Aula consiliare
una Proposta di Delibera di Iniziativa Popolare, definita la
più straordinaria esperienza di democrazia partecipativa
della storia della Capitale, in quanto sottoscritta da ben 23
mila cittadini!
Il
Campidoglio, per disciplinare il moltiplicarsi di antenne e
ripetitori nel proprio territorio si è affidato ad un
Protocollo d’Intesa, mero atto pattizio senza alcun valore,
rinunciando a dotarsi – come chiede la Delibera Popolare e
come recita una norma del Nuovo PRG – di un Regolamento che
avrebbe impedito a Roma di essere etichettata la “Capitale
europea a più alto tasso di antenne di telefonia mobile”
(oltre 3mila) e, dunque, la più grande “discarica
elettromagnetica” del Vecchio Continente!
Viceversa,
recentemente il Parlamento Europeo, incalzato dalle notizie
dei preoccupanti dati sopra accennati, è intervenuto votando
una Risoluzione (4 settembre ’08), in cui chiede al
Consiglio di “…fissare valori limite di esposizione più
esigenti per tutte le attrezzature che emettono onde
elettromagnetiche…”, riabilitando in tal modo il
bistrattato Principio di Cautela!
Ora
spetta ai Governi dei Paesi membri attenersi a quelle che ci
auguriamo saranno le nuove indicazioni impartite per
l’Europa in tema di tutela dai rischi dell’inquinamento
elettromagnetico.
E in
Italia?
Queste
ed altre evidenze indicano chiaramente che i limiti attuali
fissati dal DPCM del 2003 (che dovevano essere rivisti entro
il 2006!) vanno assolutamente ridotti, in nome di quel
“Principio di Precauzione”, introdotto nel Trattato
istitutivo dell’U.E., recepito dal governo italiano nel
testo della buona ma incompiuta legge quadro 36 del 2001 e
rimasto praticamente inapplicato.
L’incompiutezza
della citata legge 36 si misura anche e soprattutto dai
numerosi decreti attuativi di cui essa prescriveva
l’emanazione in capo ai ministeri competenti e di concerto
fra loro (Ambiente, Salute, Beni Culturali, Lavori Pubblici,
ec..).
Per
questo scenario poco edificante i governi che si sono
succeduti dal 2001 ad oggi hanno una grave responsabilità
omissiva: quella di aver affossato l’importante intervento
legislativo, rendendolo quasi un atto vuoto e privo di
significato.
Basterebbe, pertanto, rendere esaustiva ed applicativa la
Legge Quadro per riportare il nostro Paese a livelli di tutela
preventiva tali da garantire una efficace gestione del
rischio.
Purtroppo
il silenzio del nuovo governo in queste prime fasi della
legislatura non depone per auspicare a breve interventi
incisivi nel settore, mentre nuovi provvedimenti
dell’esecutivo e del Parlamento si registrano esclusivamente
nell’implementazione dello sviluppo tecnologico delle TLC,
con impegno di forti energie ed investimenti mirati a
semplificare le procedure di realizzazione delle
infrastrutture.
Dunque,
da noi si procede in un’unica direzione, quella opposta alla
tutela della salute!
Per
il Coordinamento
Giuseppe Teodoro
g.teodoro@tiscali.it
Coordinamento
dei Comitati Romani contro l'elettrosmog
www.noelettrosmogroma.org
info@noelettrosmogroma.org
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