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S.MARINO AGNELLI LISTA 552
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FEDERICO FALCK
CONDANNATO PER DICHIARAZIONE INFEDELE DEI REDDITI...
(Adnkronos) - Il Giudice della seconda sezione penale
del tribunale di Milano ha condannato Federico Falck ad un anno e tre
mesi di reclusione, con la pena sospesa e la non menzione, per
dichiarazione infedele dei redditi. Il manager e' stato anche interdetto
"dagli ufffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese e
dalla funzione di rappresentanza ed assistenza in materia tributaria per
il periodo di un anno". A Falck e' stato anche vietato di contrattare
con la pubblica amministrazione per un anno.
18-02-2011]
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- FISCO: INCHIESTA
DOLCE E GABBANA, GUP MILANO RESPINGE ECCEZIONI DIFESA...
(Adnkronos) - Le notifiche inviate via fax sono
'regolari' e non nulle. Quindi il provvedimento avviato nei confronti
degli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana puo' proseguire. E'
quanto ha deciso in tarda mattinata il gup di Milano, Simone Luerti,
durante la prima udienza preliminare sulla maxi evasione da circa 1
miliardo di euro contestata ai due stilisti.
Dolce e Gabbana
sono accusati di truffa ai danni dello Stato, infedele dichiarazione dei
redditi ed evasione fiscale per un miliardo di euro. Secondo l'ipotesi
dei magistrati milanesi, che hanno chiesto il rinvio a giudizio dei due
indagati, i reati sarebbero stati commessi nel biennio compreso tra 2004
e 2005: l'evasione contestata e' pari 420 milioni per ciascuno dei due
stilisti, piu' 200 milioni di imponibile non versato riferibili alla
societa'.
31-01-2011]
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SAI COS’È, L’ISOLA
DI MAN… - NO, NON È UN NUOVO SUCCESSO FRICCHETTONE DEI DIK DIK, MA IL
PARADISO FISCALE DOVE I BENETTON HANNO PAGATO FIOR DI QUATTRINI A
INTERMEDIARI FINANZIARI CHE ERANO IN REALTÀ SCATOLE VUOTE - IERI LA
COMMISSIONE TRIBUTARIA VENETA LI HA SANZIONATI: DEVONO PAGARE 2,7 MLN €
IN TASSE EVASE PER IL 2003. E IL FISCO STA INDAGANDO ANCHE SUGLI ANNI
2004-2007 - IN TUTTA ITALIA, NEL 2010 SONO STATI EVASI 50 MLD IN REDDITI
NON DICHIARATI
1 - BENETTON,
STANGATA DAL FISCO - DOVRÀ PAGARE 2,7 MILIONI...
Da "CorriereDelVeneto.Corriere.it"
La commissione
tributaria regionale del Veneto stanga la Benetton per aver
ingiustamente dedotto dei costi sostenuti nei confronti di due società
dell'isola di Man, in Inghilterra, noto paradiso fiscale. La Commissione
tributaria regionale di Venezia ha confermato quindi la sentenza della
Commissione tributaria provinciale di Treviso (sempre sfavorevole al
gruppo di Ponzano Veneto) e stabilito che occorre verificare
l'effettività delle operazioni sottostanti, non in astratto, ma con
riferimento alla reale operatività dei soggetti che hanno beneficiato
dei pagamenti (cioè le società black list).
A insospettire i
funzionari dell'Agenzia delle Entrate, la particolare «organizzazione»
dei presunti intermediari. Solo un fax a simulare lo svolgimento di una
attività economica. Quelle che dovevano essere vere e proprie società
attrezzate, sono in realtà scatole vuote senza un'effettiva operatività.
Difficile anche solo risalire all'esatta compagine proprietaria, dato
che operavano in Paesi «non collaborativi» con le Autorità tributarie
italiane. «Perché pagare provvigioni più salate a intermediari
dell'Isola di Man, quando sarebbe stato più conveniente rivolgersi
direttamente a operatori attivi in Irlanda e Grecia?»
È questa la
domanda che si erano posti gli ispettori dell'Agenzia delle Entrate
impegnati in una verifica nei confronti di una nota multinazionale. E i
giudici tributari hanno confermato i loro dubbi, condannando la società
a rifondere 2,7 milioni di euro tra Irpeg, Irap e sanzioni per la sola
annualità 2003. Altri analoghi accertamenti per importi multimilionari
sono stati emessi per l'annualità 2004, attualmente in discussione
davanti alla Commissione tributaria provinciale di Venezia, e
l'annualità 2005. Mentre sono in fase di lavorazione analoghe
contestazioni riguardanti i periodi 2006-2007.
2 - EVASIONE RECORD NEL 2010: 50 MILIARDI I REDDITI NASCOSTI...
Laura Verlicchi per "il
Giornale"
Le Fiamme Gialle
alzano il tiro, e smascherano un'evasione fiscale da record: quasi 50
miliardi di euro, il doppio dell'ultima manovra finanziaria.
E questi sono
soltanto i redditi non dichiarati: nel 2010 gli italiani hanno evaso
anche 6,3 miliardi di Iva e 30,5 miliardi di Irap, mentre le ritenute
non versate si attestano a quota 635 milioni. Ma nel rapporto annuale
della Guardia di Finanza ci sono anche i casi più clamorosi: i
cosiddetti «evasori totali» (8.850, il 18% in più del 2009). Sono
imprenditori e lavoratori autonomi che, pur avendo prodotto nel 2010 un
reddito di oltre 20 miliardi, non solo non hanno presentato alcuna
dichiarazione fiscale ma hanno anche evaso l'Iva per 2,6 miliardi.
Poi, c'è
l'imbarazzante capitolo «falsi poveri»: come quei cittadini che in
Veneto chiedevano un contributo per pagare l'affitto possedendo però
auto di pregio, quei proprietari di appartamenti di lusso nel centro di
Firenze che chiedevano buoni per le mense scolastiche e per l'acquisto
dei libri dei figli, quei commercianti calabresi che chiedevano
l'esenzione dal ticket sanitario pur possedendo 90 immobili. La Guardia
di Finanza l'anno scorso ne ha scoperti 4.500 che hanno usufruito di
prestazioni sociali agevolate per un miliardo e mezzo.
Fin qui,
l'evasione entro i confini italiani: ma anche la lotta ai paradisi
fiscali e all'evasione internazionale è un punto fondamentale nella
strategia delle Fiamme Gialle. Perchè dei 50 miliardi nascosti al fisco
(il 46% in più rispetto al 2009), all'estero ne sono stati individuati
10,5, la metà dei quali tra Lussemburgo e Svizzera. Soldi portati fuori
dall'Italia attraverso operazioni di esterovestizioni della residenza,
triangolazioni con Paesi off-shore ed omesse dichiarazioni di capitali
detenuti all'estero. Ma non è finita: nel rapporto si dice chiaramente
che in alcuni casi gli importi coperti dallo scudo fiscale sono
risultati inferiori a quelli segnalati dalle autorità francesi. Dunque
ci sono ancora evasori da individuare.
Ma anche una
legalità da rafforzare, soprattutto fra i giovani: «Siamo consapevoli -
ha detto il comandante delle Fiamme Gialle Nino Di Paolo, nell'audizione
alla commissione Finanze della Camera - che la lotta all'illegalità
economica richieda un impegno in primis sul piano operativo. Ma ciò
sarebbe riduttivo perchè non si può difendere la causa della legalità
senza farne conoscere anche il suo profondo valore culturale». «Se
saremo in grado di farlo - ha concluso Di Paolo - combattere l'evasione
diventerà un'obiettivo sempre più condiviso socialmente, perchè
significherà offrire al Paese più risorse da destinare ai servizi
pubblici, a finalità sociali, allo sviluppo dell'economia».
01-02-2011]
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- LISTA FALCIANI GLI ITALIANI SONO OLTRE 5 MILA...
Da "la
Repubblica" - Sono 774 le verifiche concluse da parte della
Guardia di Finanza sulla cosiddetta lista Falciani, l´elenco di 5.439
correntisti italiani della filiale di Ginevra della Hsbc, sottratto
dall´ex dipendente della holding Hervé Falciani e su cui indagano
numerose procure italiane. I redditi evasi accertati fino, ad oggi
ammontano a oltre 180 milioni di euro e sarebbero almeno 28 gli evasori
totali scoperti in seguito alle indagini.
Le persone fisiche
incluse nella lista sono concentrate principalmente in due regioni:
Lombardia (per il 51% del totale) seguita dal Lazio (col 15%). In terza
posizione il Piemonte (7,5%), poi l´Emilia Romagna (7%), il Veneto (6%)
e la Toscana (4%). Le Fiamme Gialle ha ottenuto la lista
dall´amministrazione fiscale francese attraverso i canali di mutua
assistenza amministrativa internazionale.01-02-2011
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Flavio Briatore rosolato dalle fiamme gialle - Questa volta sotto
sequestro non finisce un panfilo, ma un milione e mezzo di euro
custoditi in alcuni conti correnti sia in Italia che a Montecarlo - LA
SOMMettA SAREBBE STATA SOTTRATTA AL FISCO NOLEGGIANDO LA "BARCA" DA 62
METRI “FORCE BLUE”…
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Marco Preve per "Repubblica.it"
Nuovo abbordaggio
della Guardia di Finanza nei confronti di Flavio Briatore. Questa volta
sotto sequestro non finisce un panfilo, ma un milione e mezzo di euro
custoditi in alcuni conti correnti sia in Italia che a Montecarlo. Il
provvedimento parte dalla procura di Genova e si inserisce nella vicenda
del Force Blue, il mega yacht da 62 metri che era stato sequestrato nel
maggio del 2010. Questa volta per il manager della Formula Uno non c'è
l'accusa di contrabbando ma quella di truffa ai danni dello Stato.
Questa, perlomeno
è la contestazione ipotizzata dal pm Walter Cotugno. La fase di
sequestro vera e propria si è consumata ieri mattina ma per arrivare ai
"forzieri" riconducibili a Briatore i finanzieri hanno impiegato diverse
settimane e soprattutto hanno dovuto ottenere anche la collaborazione
delle autorità del Principato di Monaco. La somma sequestrata sarebbe
quella che si ritiene sia stata sottratta al fisco attraverso false
dichiarazioni riguardanti l'attività di noleggio del Force Blue.
Nell'inchiesta
originale sono quattro le persone indagate a vario titolo dalla procura.
Oltre all'imprenditore è stata iscritta nel registro anche Maria Pia De
Fusco, l'amministratore delegato della ''Autumn sailing limited'', la
società a cui sarebbe stata fittiziamente intestata l'imbarcazione.
Secondo il
provvedimento di sequestro emesso dal gip Ferdinando Baldini "era stata
creata un'interposizione fittizia tra la Autumn e Briatore, in realtà
unico utilizzatore dello yacht". La scorsa estate il Force Blue era
stato autorizzato dal gip a svolgere attività di crociera con l'obbligo
di depositare i proventi su un conto a disposizione della procura.
25-01-2011]
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- FISCO: GDF SU
LOTTA PARADISI FISCALI, IN CORSO VERIFICHE SU 2.000 SOGGETTI...
(Adnkronos) - 'Sono attualmente in corso 2.000
verifiche su vari soggetti', nell'ambito delle indagini sui paradisi
fiscali. 'Alcuni sono nelle liste di cui la stampa si e' occupata negli
ultimi tempi'. Lo afferma il comandante generale della Guardia di
Finanza, Nino Di Paolo, nel corso di un'audizione in commissione Finanze
alla Camera. Lo scorso anno le indagini relative a reati realizzati
attraverso l'esterovestizione hanno coinvolto nel 26% dei casi il
Lussemburgo, nel 25% la Svizzera, 7% Gran Bretagna, 6% Panama, San
Marino e Liechtestein nel 2%.
26-01-2011]
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i nuovi nomi della
"lista Falciani" - tra gli italiani titolari di un conto presso la filiale
di Ginevra della banca britannica Hsbc, sbucano il conte-banchiere Giovanni
Auletta Armenise, il boss di radio rds Eduardo Montefusco, il presidente di
Sigma-Tau e vicepresidente di Farmindustria Claudio Cavazza - Stefania
Sandrelli aveva circa 400 mila euro e ha già consegnato la documentazione
che prova la scelta di «scudare» la cifra
Fiorenza Sarzanini per
il "Corriere
della Sera"
Tennisti, stilisti,
banchieri, imprenditori: si concentra su nuovi nomi l'indagine sugli
italiani titolari di un conto presso la filiale di Ginevra della banca
britannica Hsbc. Persone che avevano occultato parte dei propri beni al
fisco e si sono ritrovate nella famigerata «lista Falciani» , l'elenco dei
clienti ceduto dal responsabile informatico dell'Istituto di credito Hervé
Falciani, 38 anni, alle autorità francesi.
Migliaia e migliaia di
correntisti di mezzo mondo tra i quali ci sono, appunto, 6.963 nostri
connazionali che hanno trasferito oltre confine oltre sei miliardi e nove
milioni di dollari. Su di loro indagano adesso Procure e Guardia di Finanza
per ricostruire la movimentazione e verificare quanti abbiano scelto di
usufruire dello «scudo» e così evitare conseguenze penali.
I BENI MAFIOSI
Si procede per omessa o infedele dichiarazione, ma in alcuni casi si
valutano reati ben più gravi come il riciclaggio. Il sospetto degli
inquirenti è che dietro alcune «posizioni» si nascondano in realtà
prestanome o titolari di società incaricate di ripulire fondi provenienti da
operazioni illecite. Una copia della lista è stata inviata alla Procura
nazionale antimafia per stabilire eventuali collegamenti con organizzazioni
criminali.
SPORTIVI E
IMPRENDITORI
Claudio Panatta è meno noto del fratello Adriano, ma ha seguito la sua
passione tennistica fino ad arrivare nella squadra di coppa Davis. Il suo
nome è inserito nell'elenco acquisito dai pubblici ministeri capitolini Pier
Filippo Laviani e Paolo Ielo.
Proprio come Eduardo
Montefusco, l'imprenditore diventato famoso per aver trasformato Rds, la
radio della capitale, in uno dei network più ascoltati. Entrambi dovranno
essere convocati per verificare se abbiano avuto accesso a possibili
sanatorie. Saranno invece gli eredi dello stilista Egon Von Furstenberg,
morto all'ospedale Spallanzani nel 2004 dopo una vita dedicata alla moda, a
dover dichiarare se il deposito sia ancora attivo ed indicare gli eventuali
beneficiari.
Chiarimenti saranno
chiesti anche Claudio Cavazza, 77 anni, presidente dell'industria
farmaceutica Sigma-Tau e vicepresidente di Farmindustria, nominato nel 1987
cavaliere del lavoro. L'anno successivo la stessa onorificenza è stata
assegnata al conte Giovanni Auletta Armenise, azionista della Banca
Nazionale dell'Agricoltura di cui fu presidente fino al 1985: anche lui è
titolare di un conto presso la Hsbc. Proprio come la nobildonna Maria
Cristina Saint Just di Teulada.
ATTRICI E REGISTI
Stefania Sandrelli aveva circa 400 mila euro e ha già consegnato la
documentazione che prova la scelta di «scudare» la cifra. Adesso bisognerà
verificare se sua figlia Amanda, a sua volta titolare di un conto, abbia
preso la stessa decisione. Tre milioni di euro sono stati lasciati dal
regista Sergio Leone e un importo identico risulta riconducibile a suo
figlio Andrea. Gli analisti della Guardia di Finanza dovranno adesso
stabilire se si tratti di due depositi uguali o se invece ci sia stato un
passaggio ereditario dopo la morte del maestro del cinema.
I primi accertamenti
hanno consentito di stabilire come la metà dei conti intestati agli italiani
abbia un saldo pari a zero e questo ha fatto partire nuove verifiche su
eventuali spostamenti in altre banche. Le prime stime assicurano infatti che
soltanto un terzo degli intestatari avrebbe usufruito dello scudo fiscale.
GLI INDUSTRIALI DEL
NORD
Almeno la metà dei nomi trasmessi alla procura di Milano riguardano
proprietari di fabbriche - molti mobilieri - del Comasco, della Brianza e
della provincia di Varese. L'elenco comprende anche moltissimi nuclei
familiari e questo fa presumere che si tratti dei soggetti che rientrano nei
cosiddetti «canoni di pericolosità fiscale» , vale a dire coloro che non
hanno mai presentato una denuncia dei redditi o comunque che avevano una
dichiarazione «non congrua» rispetto al proprio tenore di vita.13-01-2011]
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IL PUGNO DI FERRO
SVIZZERO: ARRESTATO IL CAYMANO PENTITO - IL BANCHIERE DEI CARAIBI CHE HA
CONSEGNATO AD ASSANGE I NOMI DI 2MILA EVASORI, TRA CUI VARI POLITICI, È
FINITO IN GALERA PER VIOLAZIONE DI SEGRETO BANCARIO - DOPO FALCIANI E
BIRKENFELD, ORA LE GOLE PROFONDE FINANZIARIE HANNO TROVATO IN WIKILEAKS
LA SPONDA PERFETTA (STA PER SPUTTANARE ANCHE BANK OF AMERICA) - MA LA
SVIZZERA, CHE AVEVA PROMESSO DI ABOLIRE LA LEGGE SUI SEGRETI, RISCHIA DI
PERDERE LA FACCIA E UNA MONTAGNA DI SOLDI…
Franco Zantonelli
per "la
Repubblica"
È stato arrestato,
ieri sera a Zurigo, Rudolf Elmer, l´ex-direttore della filiale delle
isole Cayman delle Banca Julius Baer che, lunedì scorso a Londra, aveva
consegnato a Julian Assange due cd con i nomi di 2 mila evasori del
fisco, con conto cifrato presso l´istituto di credito elvetico. «La
Procura - recita un comunicato dell´autorità giudiziaria di Zurigo - sta
cercando di stabilire se Elmer abbia violato la legge sul segreto
bancario, consegnando i due cd al fondatore di WikiLeaks».
Da rilevare che
l´ex-funzionario di Julius Baer, licenziato dalla banca svizzera nel
2002, proprio per aver divulgato dati confidenziali di alcuni clienti,
era arrivato a Zurigo ieri per presenziare al processo relativo a quelle
accuse.
Il giudice ha sì
riconosciuto Elmer colpevole, condannandolo ad una multa di 7.200
franchi, tuttavia aveva respinto, per quella vicenda, la richiesta di
una pena detentiva di 8 mesi, avanzata dal pubblico ministero. «Il
segreto bancario svizzero non si può applicare a dati provenienti dalle
isole Cayman», aveva argomentato il difensore dell´imputato.
Il quale, pur
condannato per i reati di cui era accusato, compresa quello di aver
minacciato il suo ex-datore di lavoro, aveva potuto tirare un sospiro di
sollievo e già stava pensando di rientrare all´isola di Mauritius, il
buen retiro africano nel quale si era rifugiato da tempo, ormai bruciato
come consulente bancario. Eppure, in serata, sono arrivati gli arresti
per aver dato ad Assange due cd con dati di clienti americani,
britannici, tedeschi e svizzeri della Banca Julius Baer.
Nomi che, in una
quarantina di casi, corrisponderebbero ad esponenti politici, alcuni dei
quali di primo piano. «Ho consegnato quei documenti ad Assange dopo aver
tentato, invano, di sensibilizzare l´autorità politica sull´agire
criminale e immorale compiuto dalla Banca Julius Baer alle Cayman», si
era giustificato l´ex-funzionario, rispondendo alle accuse che l´hanno
portato in tribunale, ieri a Zurigo.
Per la corte,
invece, Elmer aveva solo cercato di vendicarsi, tentando anche un
ricatto finanziario, nei confronti dell´istituto di credito di Zurigo.
Fatto sta che, se per i fatti del 2002 Elmer se l´è cavata con una
multa, per i due mila nominativi consegnati ad Assange è finito, dritto,
in prigione. Alla Svizzera, soprattutto al sistema bancario elvetico,
l´assicurazione non bastava e bisognava punire l´ennesima fuga di
notizie, anche per rassicurare una clientela internazionale.
Bruciano ancora,
infatti, le ferite inflitte dall´ex-informatico della Hsbc di Ginevra,
Hervè Falciani, che ha trafugato dalla banca per cui lavorava dati
sensibili che ha rivenduto al governo francese, come pure le rivelazioni
di Bradley Birkenfeld, ex-consulente alla clientela di Ubs Usa che, per
evitare una lunga detenzione ed incassare un lauto premio, ha vuotato il
sacco con il fisco della Florida, mettendo a rischio la stessa esistenza
della grande banca svizzera. 20-01-2011]
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wiki wiki cazzi
cazzi - stavolta a tremare non sono il Pentagono ma alcune migliaia
billionaire potenzialmente grandi evasori tra cui una quarantina di
politici - Rudolf Elmer, l’ex banchiere svizzero che tra tre giorni
dovrà presentarsi davanti alla magistratura elvetica per violazione del
segreto bancario, ha deciso di affidare i dati in suo possesso al sito
"anti-segreti" fondato da Julian Assange
La Stampa.it
Dopo l'Afghanistan
e l'Iraq e sulla scia del Cablegate una nuova cassaforte di segreti è in
arrivo per Wikileaks: e stavolta a tremare non sono il Pentagono e il
Dipartimento di Stato ma alcune migliaia di multimilionari
potenzialmente grandi evasori tra cui una quarantina di politici.
Rudolf Elmer, l'ex
banchiere svizzero che tra tre giorni dovrà presentarsi davanti alla
magistratura elvetica per violazione del segreto bancario, ha deciso di
affidare i dati in suo possesso al sito "anti-segreti" fondato da Julian
Assange.
Il "secondo
Bradley Manning" consegnerà a Wikileaks due cd con i dati sui potenziali
evasori domani al Frontline Club di Londra, l'istituzione per
giornalisti "duri e puri" che ha dato ospitalità a Assange prima
dell'arresto per conto della magistratura svedese per reati sessuali.
Il fondatore di
Wikileaks, attualmente agli arresti domiciliari in attesa dell'esame
della richiesta di estradizione, dovrebbe essere presente. Tra i
materiali raccolti, ha detto lo stesso Elmer al domenicale britannico
The Observer, ci sono quelli relativi ai conti di «almeno 40 politici».
I dati, relativi
ai clienti di tre istituti finanziari, coprono un periodo compreso tra
1990 e 2009. Il banchiere, un direttore della filiale alle Cayman della
potente Julius Baer licenziato nel 2002, è il primo "informatore" del
sito di Assange a finire sotto processo. L'ex dipendente della Baer sta
rientrando in Svizzera dall'esilio alle Mauritius e il 19 gennaio finirà
davanti al magistrato per falsificazione di documenti, minacce e
violazione del segreto bancario, un'accusa relativa alla consegna a
Wikileaks di un pacchetto assai più esiguo di informazioni su conti
segreti offshore. «Voglio render pubbliche queste informazioni per
educare la società», ha detto all'Observer.
Nella lista Elmer
ci sono singoli individui, multinazionali, istituzioni finanziarie e
hedge fund da Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Austria, Svizzera,
Asia e altrove «che usavano lo schermo di segretezza offerto dalle
banche offshore per evitare di pagare le tasse», ha detto il banchiere.
I circa 2.000 nomi
non verranno immediatamente resi pubblici così come finora Wikileaks non
ha diffuso la lista di 15 nomi che Elmer consegnò nel 2007 al sito di
Assange. «Wikileaks esaminerà i dati e se troverà casi reali di evasione
fiscale procederà alla pubblicazione», ha detto Elmer al giornale
svizzero Sonntag.
Il nuovo pacchetto
di dati si aggiunge al "tesoretto" su una grossa istituzione finanziaria
americana, potenzialmente Bank of America, finita nelle mani di
Wikileaks. Il sito di Assange ha intenzione di pubblicare questo
materiale che potrebbe danneggiare protagonisti della politica
finanziaria degli Stati Uniti ma le recenti vicende giudiziarie di
Assange e il blocco dei finanziamenti al suo sito hanno costretto
l'organizzazione a rallentare il lavoro. 16-01-2011]
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- FISCO: PIU'
EVASIONE PER 60% ITALIANI...
(ANSA) - Per 6 italiani su 10 l'evasione fiscale negli
ultimi tre anni e' aumentata.E' quanto emerge da una ricerca
Censis-Commercialisti, secondo la quale per il 44,4% degli intervistati
l'evasione e' 'il principale problema del fisco'. La grande maggioranza
giudica elevato il carico fiscale: la pensa cosi' l'81% dei
contribuenti.Per il 36% il Fisco e' 'ingiusto'.Le imposte 'piu'
indigeste' sono: canone Rai (47,3%), bollo auto (14,5%), Ici (12,7%),
tassa sulla nettezza urbana (12,1%) e Irpef (11,6%). 20-01-2011]
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1- TRA UN VALENTINO E
UN BALESTRA, SARTI CESAREI CHE AMANO IL "MADE IN ITALY" MA NON CERTO I
"SOLDI IN ITALY", IN MEZZO A STEFANIA SANDRELLI E LA GREGORACI CONIUGATA
BRIATORE, IVI COMPRESO IL PRESIDENTE DELLA CONFCOMMERCIO ROMA CESARE
PAMBIANCHI, CHI SBUCA FUORI NELLA LISTA DEGLI EVASORI FALCIANI? TELESPAZIO!
- 2- Sì, È LA SOCIETÀ DI FINMECCANICA CHE SI OCCUPA DI SISTEMI SATELLITARI E
I MAGISTRATI VOGLIONO SCOPRIRE PER QUALE MOTIVO AVESSE UN CONTO PRESSO LA
HSBC -
1- STILISTI, ATTRICI E
IMPRENDITORI - ECCO CHI AVEVA I SOLDI IN SVIZZERA
Fiorenza Sarzanini per il
Corriere della Sera
Ci sono stilisti e
imprenditori, attrici e gioiellieri, commercianti e dirigenti d'azienda, ma
anche illustri sconosciuti che hanno evidentemente deciso di tenere
all'estero i propri risparmi. Oltre settecento persone che adesso sono sotto
inchiesta a Roma per omessa o incompleta dichiarazione fiscale.
Tutte finite
nell'ormai famosa «lista Falciani» che prende il nome da Hervé Falciani, il
dipendente infedele della sede di Ginevra dalla banca inglese Hsbc scappato
con l'elenco dei clienti di mezzo mondo che poi ha ceduto alle autorità
francesi. Per l'Italia ci sono 6.963 «posizioni finanziarie» per un totale
di depositi chesupera i sei miliardi e nove milioni di dollari relativi al
biennio 2005-2007.
I documenti contabili
ottenuti dalla procura di Torino e dalla Guardia di Finanza sono stati
trasmessi per competenza alle varie Procure e nella capitale sono stati
avviati gli accertamenti. Gli interessati dovranno infatti essere
interrogati dal procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani e dal suo
sostituto Paolo Ielo, soprattutto per verificare se abbiano usufruito dello
scudo fiscale e abbiano così sanato eventuali irregolarità.
ATTRICI E MANAGER -
Aveva trasferito parte dei suoi risparmi in Svizzera l'attrice Stefania
Sandrelli, che poi ha deciso di usufruire dello scudo e dunque dovrebbe
evitare possibili conseguenze penali. Nella lista c'è anche sua figlia
Amanda e adesso si dovrà stabilire se sia beneficiaria del deposito della
madre o se abbia invece una posizione autonoma.
Nulla si sa ancora
sull'entità degli importi accreditati sui vari conti correnti: saranno le
Fiamme Gialle a dover ricostruire la movimentazione fino a stabilire la
cifra portata all'estero. Nella lista consegnata alla Procura c'è poi
Elisabetta Gregoraci, la soubrette diventata famosa anche per essere
diventata la moglie di Flavio Briatore. Il regista Sergio Leone risulta
nell'elenco, ma è scomparso nel 1989 e dunque dovranno essere i suoi eredi a
dover fornire chiarimenti ai magistrati.
STILISTI E GIOIELLIERI
- Il più noto è certamente Valentino Garavani, seguito a ruota da Renato
Balestra. Entrambi, secondo le carte acquisite a Parigi e poi inviate nel
nostro Paese, avrebbero depositato capitali presso la banca inglese.
Nell'elenco c'è anche Pino Lancetti, il famoso sarto umbro morto nel 2007,
che viene inserito insieme alla sorella Edda.
E poi le due società
che fanno capo a Gianni Bulgari, maestro di gioielleria con la sua "Gianni
Bulgari srl" e la "Bulgari International". Gli inquirenti ritengono che
anche Pietro Hausmann sia uno dei componenti della famosa gioielleria di
Roma. Il Bolaffi che spicca nella lista dovrebbe appartenere alla dinastia
nota per la numismatica mentre Sandro Ferrone è certamente lo stilista noto
per i negozi sparsi in tutta la città che hanno come testimonial l'attrice
Manuela Arcuri.
IMPRENDITORI E MANAGER
- Telespazio è la società di Finmeccanica che si occupa di sistemi
satellitari e i magistrati vogliono scoprire per quale motivo avesse un
conto presso la Hsbc. Sarà soltanto una coincidenza, ma nella stessa lista
compare Camilla Crociani, moglie di Carlo di Borbone e figlia di Camillo,
che del colosso specializzato in armamenti e sistemi di difesa è stato
presidente per diciotto anni prima di essere coinvolto nello scandalo
Lockheed.
Nella lista c'è anche
il presidente della Confcommercio Roma Cesare Pambianchi, insieme a Carlo
Mazzieri, commercialista che risulta socio nella sua attività professionale
privata. Nel settembre scorso lo studio è stato perquisito nell'ambito di
un'altra inchiesta della magistratura romana che riguarda il trasferimento
all'estero, in particolare in Bulgaria e in Gran Bretagna, di società in
stato prefallimentare al fine di evitare i procedimenti di bancarotta
fraudolenta.
Nome noto è pure
quello di Mario Salabè, l'ingegnere coinvolto negli anni 90 nelle indagini
sui finanziamenti al Pci-Pds con la sua società "Sapri Broker", fratello
dell'architetto Adolfo Salabè che invece fu accusato di peculato
nell'inchiesta sui «fondi neri» del Sisde quando al Viminale c'era Oscar
Luigi Scalfaro del quale Salabè era amico attraverso la figlia Marianna.
Risulta invece essere un professore universitario Francesco D'Ovidio
Lefevre.
ILLUSTRI SCONOSCIUTI -
I ricchi ma non famosi sono la maggior parte. Molte casalinghe, svariati
professionisti, titolari di negozi del centro della città con un
considerevole fatturato. Si va da Cinzia Campanile a Michele Della Valle, da
Carmelo Molinari a Giovanni Pugliese da Mario Chessa a Roberto D'Antona. E
ancora nell'elenco: Gabriella e Giorgio Greco; Gianfranco Graziadei; Adriano
Biagiotti; Cinzia Santori; Marina Valdoni; Piero Dall'Oglio; Andrea Rosati;
Eleonora Sermoneta; Stefania Vento; Giordana Zarfati; Eliane Rostagni;
Fabrizia Aragona Pignatelli.
La scorsa estate la
Guardia di Finanza aveva avviato accertamenti su 25 persone che avevano
esportato in Svizzera un totale di 8 milioni e 299 mila dollari, scelte in
base ai «canoni di pericolosità fiscale» perché risulta che non hanno
presentato denuncia dei redditi, oppure perché la loro dichiarazione è stata
ritenuta «incongrua» rispetto alle somme movimentate. Tra loro,
l'ambasciatore Giuseppe Maria Borga, la pittrice Donatella Marchini, il
marchese Hermann Targiani.
2- KIEBER, PESSINA E I
«ROBIN HOOD» CHE HANNO INSIDIATO I PARADISI FISCALI
Mario Gerevini per il
Corriere della Sera
Tutto cominciò con
quel cd in mano a Henrich Kieber, ex dipendente della banca e fiduciaria
Liechtenstein Global Trust Lgt. Aveva due prospettive Kieber: ricattare la
sua ex banca, fare soldi e scappare nessuno avrebbe mai saputo nulla o
vendere il dischetto, fare soldi e sparire scatenando la caccia all'evasore.
Ha scelto la seconda e nella primavera del 2008 si è volatilizzato con 4,2
milioni di euro.
Cioè i soldi che i
servizi segreti tedeschi gli hanno dato in cambio di una lista di presunti
evasori «internazionali» 390 italiani, una trentina di milioni recuperati
con il conto alla Lgt. È il 27 marzo 2008 quando viene reso pubblico
l'«affare» tra questa specie di Robin Hood e il cancelliere tedesco Angela
Merkel. Con la lista di Vaduz si apre un'era.
Il Liechtenstein
protesta, la Svizzera trema, i paradisi offshore finiscono, finalmente, nel
mirino delle grandi potenze dopo essere stati tollerati se non protetti. Con
la crisi che massacra i bilanci passa il messaggio che nulla, nemmeno un
conto in Svizzera è sicuro per chi froda il fisco. Quindi «pagate le tasse».
Dopo Vaduz tocca a
Berna. Nel maggio 2008 dagli Usa parte un attacco giudiziario a Ubs per
frode fiscale. Bradley Birkenfeld, ex dipendente della banca svizzera,
racconta alla corte federale di Fort Lauderdale Florida il «sistema Ubs» per
far evadere i clienti a stelle e strisce. La questione sale al piano
diplomatico, la pressione sulla Svizzera è fortissima, la recessione non
ammette tolleranza. Alla fine Washington ottiene 4.450 nomi. È la cosiddetta
lista Ubs.
Nostrana, casalinga,
dal sapore lombardo-veneto è invece la lista di Fabrizio Pessina. Spunta
fuori nell'inverno 2009 quando l'avvocato-fiduciario viene arrestato per
riciclaggio nell'inchiesta milanese sulle bonifiche Montecity-Santa Giulia.
Pessina per fortuna non dei suoi clienti ha con sé il pc e la Guardia di
Finanza ovviamente ci si infila e tira fuori un elenco cifrato di 576 nomi.
Vengono indagati 76 imprenditori di cui 44 veneti e 21 lombardi.
Ma di tutte la lista
di gran lunga più estesa è quella consegnata nel 2009 dall'informatico Hervé
Falciani, 39 anni, al procuratore di Nizza. Ci sono 127 mila conti correnti
di 80 mila soggetti di 180 Stati. Sono depositi alla filiale di Ginevra del
gigante bancario Hsbc. E Falciani lavorava lì, come Kieber alla Lgt. Nella
lista Falciani ci sono 7.000 italiani. L'elenco è stato «spacchettato» e
ogni comando territoriale della Gdf ha la sua lista da spulciare.
Ma un conto sono i
reati penali, spesso prescritti, altro le contestazioni amministrative del
fisco. Alla fine il «netto» dovrà tener conto di chi detiene legalmente i
beni all'estero o li ha regolarizzati con lo scudo.
Intanto in Germania è
comparso l'estate scorsa un nuovo cd con 1.100 nomi di presunti evasori,
correntisti del Crédit Suisse. E in Italia è sempre sotto esame la poco nota
lista Guastalla, cioè il «borderò» 280 soggetti pescato dal pc del
fiduciario svizzero che fu arrestato per il crac Italease. In un modo o
nell'altro si finisce sempre in Svizzera.
12-01-2011]
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"Eni ha evaso accise sul gas per 1,7 miliardi. Chiuse le indagini a
Milano: non dichiarati 9,8 milioni di metri cubi. Indagati 9 manager.
Tangenti in Nigeria, la Snamprogetti firma un accordo transattivo da 30
milioni di dollari" (Repubblica, p. 26). Ma è l'Eni che sembra lo Ior o
lo Ior che sembra l'Eni?
21-12-2010]
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ENI: 9 MANAGER
INDAGATI PER MANCATO PAGAMENTO ACCISE PER 1,7 MLD...
Radiocor - La Guardia di Finanza di Milano sta
notificando a nove dirigenti dell'Eni un avviso di chiusura indagini, in
relazione a una inchiesta del la procura di Milano su accise non pagate
per 1,7 miliardi di euro. L'inchiesta, condotta dal pm Letizia Mannella
e coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo, e' nata quattro
anni fa e ha evidenziato una differenza tra il gas erogato dall'Eni e
quello dichiarato. Da qui l'accusa di non aver pagato le accise in base
al prodotto effettivamente erogato.21-12-2010] |
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BANCHE IN GUERRA
CON IL FISCO...
Andrea Greco per "la
Repubblica" - Dopo Credem capitola Bpm. Solo che la banca
dei Maramotti ha perso in tribunale, e pagherà 25 milioni di euro tra
imposte e sanzioni per l´uso di «prodotti fiscali con «indiscussa
finalità elusiva» (così i giudici). I milanesi, hanno anticipato le
cause versando 186 milioni più interessi, «nonostante il convincimento
della correttezza del proprio operato, in una logica deflattiva del
contenzioso» (?).
Quale prossima
banca transerà con l´Agenzia delle entrate? In molte, tra 2004 e 2008,
hanno sfruttato le pieghe normative sulle doppie imposizioni tra stati
per pagare meno tasse. Ma con la nuova disciplina di abuso del diritto
tributario la cuccagna è finita. Il mercato aspetta al varco, tra le
altre, Unicredit, Intesa, Mps, Mediobanca. E stima tra 2 e 4 miliardi le
richieste del Tesoro. O forse un terzo, se tutte andranno docilmente a
Canossa.21-12-2010]
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NELL’IRLANDA CHE
AFFONDA, AFFARI DORIS - ENNIO, PADRONE DELLA BERLUSCONISSIMA BANCA
MEDIOLANUM, DISEGNA CERCHI NELLE SABBIE MOBILI INTORNO AL FISCO ITALIANO
- COME GOOGLE E IBM, DECINE DI MILIARDI IN FONDI D’INVESTIMENTO SONO
TENUTI A DUBLINO, AL FINE DI PAGARE LE BASSISSIME TASSE IRLANDESI -
COSì, MENTRE L’UNIONE, E QUINDI I CONTRIBUENTI, PAGANO I DEBITI DELL’EX
TIGRE CELTICA (CHE NON HA VOLUTO ALZARE LE IMPOSTE NONOSTANTE IL CRAC),
DORIS PORTA A CASA 180 MLN € IN DIVIDENDI TASSATI ALL’ESTERO
Vittorio Malagutti
per "Il
Fatto Quotidiano"
Se in Italia c'è
un banchiere che sta tifando alla grande per il salvataggio
dell'Irlanda, questo è di sicuro Ennio Doris. Proprio lui, l'amico e
socio di Silvio Berlusconi, il fondatore di Mediolanum, uno degli uomini
più ricchi del Paese con un patrimonio personale di gran lunga superiore
al miliardo di euro. Chi non lo conosce? E' quel signore in doppiopetto
che traccia cerchi sulla sabbia predicando ottimismo nei suoi spot
televisivi.
Doris tifa Irlanda
ed è in buona compagnia. Il crac di Dublino, infatti, minaccia di
innescare una spirale di pesanti ribassi per le quotazioni dei titoli di
stato italiani. Con forti perdite in bilancio per gli istituti di
credito che ne hanno comprati in gran quantità. Ma il capo di Mediolanum
ha una preoccupazione in più. Una preoccupazione che vale svariate
decine di milioni. Quanto basta per sgonfiare i lauti profitti fin qui
realizzati dal gruppo finanziario (banca, assicurazione, fondi
d'investimento) che fa capo per il 35 per cento allo stesso Doris
insieme alla moglie e per una quota analoga alla Fininvest di
Berlusconi.
È tutta una
questione di tasse. Quelle targate Dublino, che garantiscono un
trattamento di favore alle società straniere che scelgono l'isola come
sede di una loro filiale. Ebbene, da anni ormai Mediolanum fa ampio
ricorso a questa forma di doping fiscale e gli utili aumentano di
conseguenza. Per salvarsi dal crac, però, adesso l'Irlanda potrebbe
decidere di cambiare le regole del gioco alzando le imposte societarie.
Gliel'hanno già chiesto alcuni partner dell'Unione europea, in testa a
tutti la Germania.
E, paradosso del
conflitto d'interessi all'italiana, tra gli uomini politici che hanno
voce in capitolo nella trattativa internazionale c'è anche il premier
Berlusconi. Il quale, come detto, è anche un importante azionista della
stessa Mediolanum. Farà gli interessi del Paese o quelli del suo
personale portafoglio? Chissà.
Finora, comunque,
il governo di Dublino ha preferito dare un taglio allo stato sociale
colpendo milioni di cittadini piuttosto che abbandonare una politica
fiscale che ha attratto aziende da tutta Europa. Non è detto, però, che
la catastrofica situazione delle finanze pubbliche non imponga presto di
rivedere almeno in parte questa scelta. Risultato: tasse più alte alle
filiali di società straniere, comprese quelle di Doris. E allora addio
doping fiscale, addio superprofitti.
Va detto che
Mediolanum non è l'unico gruppo italiano sbarcato in Irlanda per
risparmiare sulle tasse. Tutte le maggiori banche nazionali, ma anche
aziende industriali e di servizi, hanno colto al volo l'occasione.
Dublino funziona come una porta girevole. I capitali arrivano, pagano
tasse minime e poi tornano in patria, nelle casse della holding
capogruppo, sotto forma di dividendo. Un gioco da ragazzi. Con grandi
vantaggi: la corporate tax irlandese ammonta al 12,5 per cento dei
profitti. Le imposte societarie italiane (Ires e Irap) pesano invece per
oltre il 30 per cento.
E allora tutti in
Irlanda per dribblare il Fisco nostrano. Uno sport molto diffuso. Il
campionissimo della specialità, però, è proprio lui, Doris. Tanto che
ormai il vero motore di Mediolanum si trova in Irlanda. Gli utili del
gruppo arrivano da lì, caso più unico che raro nel panorama delle
società italiane quotate in Borsa. Ma vediamo come funziona il congegno
che ha fatto la fortuna del grande amico di Berlusconi. Tutto ruota
attorno alla Mediolanum International funds, con sede a Dublino, la
società a cui fa capo amministrazione e gestione di una scuderia di
fondi d'investimento, distribuiti in Italia con i marchi "Best Brands" e
"Challenge".
A quanto pare la
gestione dei fondi rende, eccome. Nel 2009 la Mediolanum International
funds ha realizzato la bellezza di 206 milioni di profitti. Nello stesso
anno l'intero gruppo Mediolanum, che in Italia controlla una banca e una
compagnia di assicurazioni, più altre attività minori in Spagna e
Germania, è arrivato a quota 216 milioni. Come dire che la redditività
aziendale dipende quasi per intero dalla filiale dublinese. Se poi
consideriamo che un'altra controllata con base in Irlanda, la Mediolanum
asset management, ha chiuso i conti con quasi 9 milioni di utili, ce n'è
abbastanza per affermare che Doris guida una macchina da soldi con la
targa di Dublino.
In realtà, a ben
guardare, il ricco bilancio del gruppo sembra il risultato di un
collaudato gioco di sponda miliardario. Si parte dall'Italia, con i
risparmiatori nostrani che investono nei fondi Mediolanum. Il denaro
arriva in Irlanda, nelle casse della società di gestione, la Mediolanum
International funds. Conti alla mano, quest'ultima amministra oltre 14
miliardi di euro e l'anno scorso ha ricevuto circa 400 milioni sotto
forma di commissioni varie, tra cui quelle di management e di
performance. Che poi sarebbero le somme prelevate dal patrimonio dei
fondi a titolo di compenso per la gestione e per i suoi risultati.
A sua volta la
società irlandese versa circa 150 milioni alla casa madre italiana
(Banca Mediolanum) a titolo di commissioni di sottoscrizione e
distribuzione. Tolte alcune spese accessorie, i profitti lordi ammontano
(nel 2009) a circa 235 milioni. Rimangono da pagare le imposte, che però
in Irlanda, come detto, sono molto basse. Alla fine la Mediolanum
International fund se la cava con meno di 30 milioni. In Italia avrebbe
rischiato di pagarne più del doppio. Un bel guadagno per Doris e il suo
socio Berlusconi.
A questo punto non
resta che spedire in Italia il pacco regalo. L'anno scorso la filiale di
Dublino ha staccato dividendi per 180 milioni. Poco più della metà (51
per cento) è andata a Banca Mediolanum, un'altra fetta ha preso la
strada della holding Mediolanum spa. Un regalo d'Irlanda. A prova di
Fisco. 09-12-2010]
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1-
ITALIA DISASTRATA DOMANDA: È PIÙ LETALE LA FUGA DI
CERVELLI O LA FUGA DI PATRIMONI? - 2- TRA I 300 PIÙ
RICCHI DELLA SVIZZERA (UNA CUCCAGNA VALUTATA 470
MILIARDI DI EURO), NEL CANTON TICINO GLI ITALIANI FANNO
LA LORO PORCA FIGURA: SERGIO E GEO MANTEGAZZA SONO IN
TESTA CON UN PATRIMONIO STIMATO A 4-5 MILIARDI,
TALLONATI DAL MITOLOGICO EDITORE SEMPRE IN PENA PER IL
DEVASTANTE AFFARISMO OFFSHORE DI BERLUSCONI, CARLO DE
BENEDETTI DOTATO DI UN PATRIMONIO VALUTATO 1,5-2
MILIARDI - 3- E IL CORRIERE FICCA IL NASO NELLA STARFIN,
LA FIDUCIARIA DI DE BENEDETTI A LUGANO -
1-
LETTERA
Caro Dago,
non so se il commissario Davanzoni estende le sue
indagini anche al territori elvetico...
In ogni caso gli diamo una mano noi facendogli pervenire
copia della notizia riportata oggi da tio.ch, dove si
parla anche del patrimonio di uno svizzero del Canton
Grigioni, un certo CDB. A te dice qualcosa? A me sì! A
Davanzoni chissà...
Il griso
2-
I 300 PIÙ RICCHI DELLA SVIZZERA POSSIEDONO 470 MILIARDI.
IN TICINO MANTEGAZZA IN TESTA
http://affari.tio.ch/aa_pagine_comuni/articolo_interna.asp?idarticolo=601894&idsezione=12&idsito=109&idtipo=441
Dopo un biennio caratterizzato da contrazioni, il
patrimonio delle 300 persone più ricche della Svizzera è
lievitato di 21 miliardi nel 2010, salendo a 470
miliardi di franchi. È quanto emerge dall'ultima
classifica dei Paperon de' Paperoni residenti nella
Confederazione compilata dalla rivista economica "Bilanz".
La
crescita rilevata quest'anno è dovuta in buona parte
alle 15 persone o famiglie entrate nel novero delle 300
persone più facoltose, commenta "Bilanz". Delle 15
matricole, che assieme dispongono di beni per 15,1
miliardi, dodici sono giunte in Svizzera dall'estero.
In
particolare per la prima volta nell'elenco è entrato
Ivan Glasenberg, sudafricano con passaporto australiano,
che sta per ottenere la cittadinanza svizzera.
Glasenberg è presidente della direzione del gruppo
Glencore, attivo nelle materie prime. Secondo "Bilanz"
possiede 1,5-2 miliardi di franchi.
Si
aggiungono Torbjörn Törnqvist, residente a Ginevra e
attivo nel commercio del petrolio (1,5-2 miliardi), Alan
Howard, manager di hedge fund, pure a Ginevra (1,5-2
miliardi), la dinastia tessile Cloppenburg, di
Düsseldorf (2-3 miliardi), nel canton Svitto. Fra i 15
nuovi nomi risiedono in Ticino la famiglia Fossati
(1,5-2 miliardi) e Stefan Breuer (100-200 milioni), nei
Grigioni Margarita Louis-Dreyfus (1-1,5 miliardi).
Tra le persone che hanno accresciuto maggiormente le
proprietà figura Ingvar Kamprad, fondatore della catena
di mobili Ikea, per la nona volta consecutiva al primo
posto assoluto della classifica, con un patrimonio
stimato a 38-39 miliardi di franchi, 3 miliardi in più
dell'anno scorso. Seguono le famiglie basilesi Hoffmann
e Oeri, che controllano il gruppo farmaceutico Roche,
con un portafoglio di 13-14 miliardi. Esse risultano
però fra i maggiori perdenti avendo subito un calo di 2
miliardi.
Oltre a Kamprad, fra chi ha conquistato quote maggiori
si trova la famiglia Brenninkmeijer, proprietaria dei
negozi C&A: con un attivo di 12-13 miliardi (+2
miliardi) si colloca in terza posizione nella
graduatoria. In crescita di 2 miliardi anche i beni del
re della birra Jorge Lemann, del russo Dmitry Rybolovlev
e della famiglia Schindler e Bonnard, proprietarie
dell'omonimo fabbricante di ascensori e scale mobili.
Per il Ticino in prima posizione figurano Sergio e Geo
Mantegazza con un patrimonio stimato a 4-5 miliardi.
Sono citati anche Erich e Helga Kellerhals (3-4
miliardi), Heidi Horten (2-3 miliardi), gli eredi
Thyssen-Bornemisza (1,5-2 miliardi), Rolf Gerling (1-1,5
miliardi), Vittorio Carozza (1,5-2 miliardi), la
famiglia Zegna (1-1,5 miliardi), la famiglia Cornaro
(800-900 milioni), Tito Tettamanti (800-900 milioni),
Erich e Martin Dreier (600-700 milioni), Günter Kiss
(400-500 milioni), Silvio Tarchini (300-400 milioni) e
Carlo Crocco (300-400 milioni).
Infine, nell'elenco dei 300 più ricchi si trova anche
una quindicina di persone residenti nei Grigioni: fra
queste spiccano Karl-Hienz Kipp (4-5 miliardi), Athina
Hélène Onassis (3-4 miliardi) e Carlo De Benedetti
(1,5-2 miliardi).
2- E IL CORRIERE FICCA IL NASO NELLA STARFIN,
FIDUCIARIA DI DE BENEDETTI A LUGANO - DALLA FIRMA SUI
CONTI DELL'INGEGNERE ALLA GESTIONE DELLE PROPRIETÀ
ELVETICHE
Mario Gerevini per il "Corriere
della Sera"
Non è un'attrazione turistica e nemmeno un monumento
storico. Quindi è naturale che qualche innocua foto alla
villetta di via Calgari 3, puntando il telefonino,
attiri sguardi severi. Siamo a Lugano, del resto, patria
della riservatezza, amena località lacustre, meta ideale
per chi voglia evadere dal solito tran tran
metropolitano.
In
questa via, un po' defilata, a 300 metri dal lago, ci si
arriva partendo dall'indicazione generica di una fonte:
«Il patrimonio estero dell'Ingegnere è gestito da una
fiduciaria di Lugano».
L'«Ingegnere» è Carlo De Benedetti. La Svizzera, per
lui, è una seconda patria: per anni ha tenuto la
residenza a St. Moritz. Oggi risiede in provincia di
Cuneo.
Altre tracce raccolte sulla piazza luganese portano al
nome della fiduciaria: è la Starfin Sa, sconosciuta alle
cronache, mai associata a De Benedetti.
È
il classico family office, una specie di asilo nido per
i tesori di famiglia. Piccoli team di esperti che
riscuotono la massima fiducia del cliente. È dunque
nella palazzina di via Calgari 3, semicoperta da un
gigantesco salice piangente, che sarebbe custodita e
gestita una parte del patrimonio personale, quella meno
nota, del proprietario del gruppo Cir-Cofide (Espresso,
Sorgenia, Sogefi, Kos). Ma occorrono fatti per
corroborare le voci. Ci sono legami tra la fiduciaria e
l'Ingegnere?
La
società di Lugano oltre alla «consulenza negli
investimenti» e alle «transazioni internazionali», opera
come fiduciaria nella «costituzione e gestione di trust,
fondazioni estere», eccetera. Molti i clienti italiani
(per esempio azionisti della Omnia Network), ma anche
internazionali.
Alla guida di Starfin ci sono due svizzeri, Francesco e
Antonio Fabiani, e il brianzolo Roberto Tronci.
E
proprio i due Fabiani da anni amministrano direttamente
alcuni investimenti immobiliari in Svizzera
dell'Ingegnere che è cliente anche dello studio legale
Luthi&Lazzarini di Samedan, paese dell'Alta Engadina a
pochi chilometri da St. Moritz.
Nello studio Luthi&Lazzarini, per esempio, è domiciliata
la Cristallo Blaunca, società presieduta da De Benedetti
e amministrata da uno dei gestori di Starfin. La
Cristallo Blaunca da qualche mese ha incorporato
un'altra società svizzera dell'Ingegnere, La Staila (La
Stalla). Era un vecchio albergo che venne ristrutturato
e suddiviso in appartamenti residenziali di lusso.
Un'operazione curata a suo tempo da Silvia Cornacchia,
moglie del presidente onorario di Cir-Cofide.
La
Cristallo Blaunca, dunque, farebbe capo, direttamente o
indirettamente, a De Benedetti. Ancor più introdotto
negli affari privati dell'Ingegnere è però l'«italiano»
di Starfin, Roberto Tronci. Il rapporto è di massima
fiducia dal momento che il professionista con base a
Lugano ha potere di firma su alcuni conti bancari di De
Benedetti o di sue società.
Nella Romed, per esempio, l'Ingegnere ha conferito per
iscritto al fiduciario della Starfin potere di
«effettuare operazioni in cambi e commodities sul conto
presso Banca Intermobiliare di investimenti e gestioni,
ovvero su conti di altri intermediari presso cui Romed
abbia aperto una propria posizione». È poi assai
probabile che sia stato lo stesso De Benedetti a
indicare Tronci nel consiglio di amministrazione
dell'italiana Urbanaero srl, la cui proprietà è celata
al 100% dietro la Helita Fiduciaria.
Ma
di che si tratta? Che cos'è l'Urbanaero? È una
finanziaria che ha una sola attività: detenere una
piccola partecipazione (3,52%) nella società di diritto
israeliano Urban Aeronautics del sessantenne ingegnere
aerospaziale Rafi Yoeli. Urban Aeronautics, che ha
sviluppato tecnologie ad altissimo livello, vuole
produrre l'auto che vola, o meglio, una famiglia di
mezzi volanti in grado di muoversi agevolmente nelle
zone urbane.
Nel capitale dell'azienda di Yoeli entrò anni fa anche
una cordata composta, tra gli altri, da De Benedetti e
dagli ex top manager di McKinsey Italia Rolando Polli e
Roger Abravanel (presidente dell'italiana Urbanaero e
consigliere nella partecipata israeliana). Insomma, ci
sarebbero loro dietro la Fiduciaria.
Finora l'investimento in Israele ha dato poche
soddisfazioni. Dunque Tronci rappresenterebbe
l'Ingegnere in Urbanaero, ma soprattutto ha la firma sui
suoi conti bancari per il trading, mentre i Fabiani
amministrano alcune attività svizzere. E sono loro
l'anima di Starfin, il family office in riva al lago di
Lugano che custodisce una parte del patrimonio di Carlo
De Benedetti. 03-12-2010]
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FISCO: SOTTO LA LENTE BOND IMPRESE ITALIANE EMESSI
CON 'VEICOLI' LUSSEMBURGHESI - EVASIONE AMMONTEREBBE A
QUALCHE CENTINAIO DI MILIONI DI EURO...
(Adnkronos) - I bond emessi da imprese
italiane ricorrendo a 'società-veicolo' lussemburghesi
sono sotto la lente del fisco. Secondo quanto risulta
all'Adnkronos i funzionari del fisco hanno effettuato
alcune verifiche per accertare eventuali evasioni legate
alla raccolta di fondi da parte delle società che hanno
emesso obbligazioni sulla piazza lussemburghese o in
altri paesi a fiscalità di vantaggio. Qualora l'ipotesi
fosse veritiera e accertata caso per caso, a seconda
delle diverse concrete fattispecie, le somme in ballo
sarebbero ingenti, qualche centinaio di milioni di euro.
In
pratica le contestazioni sarebbero fatte sulla base
dell'articolo 26 quater del Dpr 600 del 73. La norma,
che recepisce la direttiva comunitaria su 'Interessi,
canoni e royalties', introduce un limite alla non
tassabilità di tali interessi. La contestazione che
viene mossa alle imprese italiane che hanno effettuato
emissioni di bond sui mercati internazionali e in
particolare su quello lussemburghese è di non aver
effettuato la ritenuta del 12,50% sugli interessi nel
passaggio tra l'impresa madre, che è l'effettiva
beneficiaria della raccolta, e la società 'veicolo', che
effettua l'emissione, raccoglie i fondi, liquida i
rendimenti ai sottoscrittori e finanzia l'impresa madre.
Gli uomini del fisco si muovono comunque con i piedi di
piombo e analizzano la situazione caso per caso tenendo
conto anche degli accordi sulle doppie imposizioni con i
paesi dove sono collocati i 'veicoli' per l'emissione
dei bond.
01-12-2010]
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23. FISCO: SOTTO LA LENTE BOND IMPRESE ITALIANE EMESSI
CON 'VEICOLI' LUSSEMBURGHESI...
(Adnkronos) - I bond emessi da imprese
italiane ricorrendo a 'societa'-veicolo' lussemburghesi
sono sotto la lente del fisco. Secondo quanto risulta
all'Adnkronos i funzionari del fisco hanno effettuato
alcune verifiche per accertare eventuali evasioni legate
alla raccolta di fondi da parte delle societa' che hanno
emesso obbligazioni sulla piazza lussemburghese o in
altri paesi a fiscalita' di vantaggio.
29-11-2010]
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- FISCO, DOLCE E GABBANA IL PM CHIEDE IL PROCESSO: "UN MILIARDO DI
EVASIONE"
Il Giornale.it - Il pm di Milano, Laura
Pedio, ha chiesto il rinvio a giudizio per gli stilisti
Domenico Dolce e Stefano Gabbana accusati, assieme ad
altre persone, di truffa ai danni dello Stato e infedele
dichiarazione dei redditi per un'evasione fiscale di
circa 1 miliardo di euro, che sarebbe stata commessa tra
il 2004 e il 2005. Stando alle indagini, iniziate nel
2007 a seguito di una verifica fiscale, la
multinazionale della moda avrebbe creato una società
estera, la 'Gadò, con base in Lussemburgo, che risultava
essere la proprietaria dei marchi del gruppo e che di
fatto, secondo l'accusa, veniva però gestita in Italia.
Tramite questa 'esterovestizionè della società, per
l'accusa, i proventi derivanti dallo sfruttamento dei
marchi venivano tassati all'estero e non in Italia, dove
invece dovevano essere pagate le imposte.
L'accusa I due noti
stilisti sono anche accusati di aver ceduto i marchi
alla società estera a un prezzo di 360 milioni di euro
circa, nettamente inferiore, secondo l'accusa, al valore
di mercato, che era di circa 700 milioni, ed avrebbero
così risparmiato sulle imposte da versare. Il pm
contesta un'evasione di circa 420 milioni di euro
ciascuno a Domenico Dolce e Stefano Gabbana, mentre
altri 200 milioni di euro di imponibile evaso sarebbero
riferibili alla stessa società.
È stato chiesto il
rinvio a giudizio anche per un commercialista, Alfonso
Dolce, fratello di Domenico e socio di minoranza, e per
due manager del gruppo, mentre è stata stralciata la
posizione di un'altra persona indagata residente in
Lussemburgo. Tutti avrebbero avuto un ruolo nella
creazione della società lussemburghese. Viene contestato
il reato di truffa, assieme a quello di dichiarazione
infedele dei redditi, perchè la "esterovestizione"
societaria rappresenterebbe "un artificio o un raggiro"
ai danni dello Stato.
20-11-2010]
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PIEDIGROTTA A LUGANO - L’EX PATRON DEL NAPOLI FERLAINO,
CONDANNATO NEL FEBBRAIO SCORSO A 3 ANNI PER BANCAROTTA
FRAUDOLENTA, AVREBBE NASCOSTO IL SUO TESORO IN SVIZZERA
- LO RIVELA ADDIRITTURA IL SUO AVVOCATO SVIZZERO (CHE
VUOLE PERDERE CLIENTI, EVIDENTEMENTE) AL NUCLEO
ANTIRICICLAGGIO ELVETICO: 37 MLN € IN UN TRUST
PANAMENSE, I CUI BENEFICIARI SONO I 5 FIGLI
DELL’INGEGNERE NAPOLETANO - UN ALTRO AVVOCATO DIFFIDA
“IL CAFFÈ” DAL PUBBLICARE LE NOTIZIE, MA SI TRATTA DI
ATTI DEPOSITATI
Libero D'Agostino per Il Caffè -
http://www.caffe.ch/news/articolo/50246
A
Berna, negli uffici del Mros, lo stato maggiore di
polizia per la lotta al riciclaggio di denaro, il caso
dell'ingegner Corrado Ferlaino è classificato col numero
di riferimento 657711. Un dossier che scotta quello
dell'ex re del calcio Napoli, condannato nel febbraio
scorso a tre anni di reclusione per bancarotta
fraudolenta nel fallimento della società sportiva
partenopea.
Il
3 maggio 2010, sui tavoli del Mros arriva la
segnalazione sul tesoro in Svizzera di Ferlaino: 49
milioni di franchi (36, 6 milioni di euro) di attività
finanziarie trasferiti da una società con sede in
Lussemburgo a Lugano e qui blindati con un trust a
favore dei cinque figli dell'ingegnere. È lo stesso
avvocato di Lugano che aveva gestito il trasferimento
del patrimonio in Ticino, a segnalare il caso al Mros,
non appena saputo dei guai di Ferlaino con la giustizia
italiana.
"Ho conosciuto l'ing. Corrado Ferlaino nella prima metà
del 2007 tramite il collega di studio avv. Fabio
Franchini (titolare anche di uno studio legale a Milano,
ndr.). Il cliente aveva l'esigenza di schermare le sue
attività finanziarie detenute dalla società Fesbo Sa
Lussemburgo- si legge nella segnalazione- , nonché
l'esigenza di un'ottimizzazione fiscale di detta società
chiedendomi l'emissione di una fattura fittizia per
consulenze e prestazioni per la cessione di dette
attività finanziarie(...)".
Intervistato dal Mattino di Napoli, dopo l'articolo di
settimana scorsa del Caffé, Ferlaino ha negato
decisamente di avere un patrimonio in Svizzera. Al
telefono l'ingenere taglia corto: "Io non la conosco,
quindi chiudo". Nonostante i ripetuti tentativi, per il
Caffé è stato pure impossibile raggiungere il legale
ticinese di Ferlaino, l'avvocato Battista Ghiggia che ci
ha "diffidato formalmente" dal pubblicare altri articoli
su questo caso.
La
segnalazione al Mros è, comunque, molto circostanziata:
"Egli (Ferlaino, ndr) chiedeva pertanto di poter
costituire una struttura societaria ove convogliare
dette partecipazioni anche per motivi confidenziali e
successori. In data 2 agosto 2007 avevo provveduto ad
istituire il King Trust con la società sottostante di
diritto panamense Delmey Holding Sa con un direttore
societario Falkirk Overseas Ltd, con una sottostante di
secondo grado di diritto svizzero costituita col
nominativo Tetide Sa (...)".
Ad
amministrare il King Trust sono, quindi, la società
panamense e Tetide Sa. Nel Trust di cui sono beneficiari
i cinque figli dell'ingegnere confluiscono valori
azionari, partecipazioni armatorialie e cespiti
immobiliari per diversi stabili a Napoli, alberghi e
ville. A bilancio nel 2008 erano registrati poco meno di
49 milioni di franchi.
Nella sua lettera al Mros l'avvocato precisa anche di
aver accettato il mandato dopo che il collega Franchini
aveva fornito ampie rassicurazioni su Ferlaino, che "era
persona molto per bene e che era stato presidente di
Calcio Napoli". Il primo campanello d'allarme squilla,
però, quando viene a sapere di un procedimento contro
Ferlaino per falso in bilancio.
Nel marzo 2010 l'allarme diventa rosso alla notizia
della condanna dell'ingegnere per bancarotta
fraudolenta. L'avvocato per decidere cosa fare si
consulta con un collega, John Noseda. Il consiglio è
d'informare l'ufficio federale contro il riciglaggio. Il
5 maggio scorso il Mros ha girato una copia del dossier
al Ministero pubblico ticinese.
15-11-2010]
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O
LA BORSA O LE TASSE - PIAZZA AFFARI LITIGA CON IL FISCO,
UNA QUOTATA SU TRE INSEGUITA DALL’AGENZIA DELLE ENTRATE:
DA BENETTON A DEL VECCHIO FINO A ROMITI, STEFANEL E
MONTEZEMOLO - SORPRESA: ESCLUSI ECCELLENTI BERLUSCONI E
DE BENEDETTI (CHE HANNO QUALCHE GUAIO MA IN SOCIETÀ NON
QUOTATE) - O I GRANDI IMPRENDITORI ITALIANI FANNO DI
TUTTO PER EVADERE, O IL FISCO ITALIANO NON È CHIARO E HA
TROPPE NORME DA INTERPRETARE (MAGARI SONO VERE ENTRAMBE
LE COSE)…
Franco Bechis per "Libero"
C'è una società su tre della borsa italiana che ha un
problema con il fisco. Non un problemino: quasi tre
miliardi di euro di tasse non pagate o malpagate. Non
c'è praticamente un grande imprenditore italiano che non
sia costretto ad arruolare una schiera di avvocati,
commercialisti e tributaristi per difendersi da
accertamenti della Agenzia delle Entrate o nei processi
delle commissioni tributarie.
Nel lungo elenco di società che è pubblicato nella
tabella di questa pagina mancano in sostanza solo due
imprenditori: Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti. Ma
anche loro hanno qualche guaio in società non quotate.
Nell'elenco per altro non figura la Mondadori che un
contenzioso ha ancora aperto perché stato sanato da una
legge del maggio scorso che ha consentito di annullare
con il pagamento del 5% del valore della controversia i
contenziosi in Cassazione che abbiano già avuto due
sentenze favorevoli in primo e in secondo grado. La
Mondadori ha pagato e chiuso un contenzioso che durava
dall'epoca della guerra fra Berlusconi e De Benedetti.
Ma
quella legge che ha consentito di evitare il terzo grado
del processo tributario dopo essere stati assolti già
due volte è stata impugnata e portata davanti alla Corte
di Giustizia europea, quindi il caso può non essere
ancora chiuso. Nella stessa situazione si trova un'altra
società, la Zucchigroup che secondo la semestrale 2010
ha versato sulla base di quella legge al fisco 134 mila
euro per chiudere il braccio di ferro con l'Agenzia
delle Entrate sul cosiddetto "dividend washing" e
liberare i 3,2 milioni di euro accantonati a fondo
rischi.
Ma
nell'elenco degli imprenditori nei guai con il fisco
italiano secondo i contenziosi riportati nelle
semestrali 2010 depositati presso il sito di Borsa
Italiana ci sono praticamente tutti i grandi nomi
dell'imprenditoria: i Benetton, Caltagirone, gli eredi
Agnelli, Del Vecchio, Marco Tronchetti Provera, Franco
Bernabè, Luca Cordero di Montezemolo, i Romiti, Giuseppe
Stefanel, Cesare Geronzi e decine di altri piccoli e
grandi. Naturalmente tutte le imprese pensano di avere
ragione fino al terzo grado di giudizio. Spesso pagano
in anticipo per fermare le sanzioni (così si può versare
il 25 per cento di quanto stabilito nell'accertamento),
ma subito ricorrono per l'annullamento e per riavere
indietro le somme versate.
L'ELENCO
Ogni caso è diverso: hanno una storia legata a una
vicenda giudiziaria le maxi sanzioni fiscali comminate a
Telecom Italia (847 milioni) e a Fastweb, hanno alle
spalle delle sentenze europee sugli aiuti di Stato da
restituire quelle comminate alle principali società
energetiche (Da Acegas ad Acea, da A2a a Hera). Molti
hanno contestazioni sui versamenti Iva, altri hanno
accertamenti sul reddito di impresa, altri ancora
procedimenti che si basano sulla interpretazione
dell'Agenzia delle Entrate delle sentenze sull'abuso di
diritto (operazioni regolari che vengono però
interpretate come elusive).
Ma
è la dimensione del fenomeno a colpire. Se fra le
quotate a piazza Affari una su tre circa sta vivendo
guai con il fisco, le ipotesi possono essere solo due.
Prima: i grandi imprenditori italiani fanno di tutto per
evadere o eludere le tasse. Seconda diametralmente
opposta: il fisco italiano non è chiaro e ha troppe
norme da interpretare, e nemmeno chi si arma di eserciti
di consulenti può essere certo di avere fatto tutto in
regola. C'è anche una terza considerazione da fare:
molti accertamenti sono arrivati nel 2010, anno speciale
per il fisco italiano che era a caccia di 10 miliardi di
entrate riscosse.
Forse è la congiuntura particolare, che ha visto in
scena una vera e propria caccia al contribuente che ha
portato risultati insperati. Il recupero reale di
evasione nel 2010 ha superato ogni record del passato. E
in agenda per il 2011 c'è una somma che è grande il
doppio: 20 miliardi di euro. Per portare a casa cifre
così è evidente che l'Agenzia delle Entrate ha scatenato
i propri ispettori ad analizzare cifra dopo cifra i
bilanci dei grandi contribuenti.
Qualche aiuto è arrivato anche dalle vicende che hanno
riempito le cronache giudiziarie. Telecom Italia ha
rischiato il commissariamento della propria controllata
Telecom Sparkle e per scongiurare l'ipotesi ha versato
al fisco il 19 luglio scorso 418 milioni di euro.
Si
trattava dei 298 milioni di euro contestati dalla
magistratura perché si trattava di Iva detratta nei
periodi di imposta 2005, 2006 e 2007 per operazioni
inesistenti configurati dal pubblico ministero come
frode. Alla somma sono state applicate sanzioni e
interessi e così è salita a quei 418 milioni di euro già
versati.
Il
fisco italiano però non si è commosso per il bel gesto e
ha contestato a Telecom anche l'indeducibilità ai fini
Ires e Irap delle stesse operazioni chiedendo altri 429
milioni di euro più sanzioni e interessi. Su questo
punto però Bernabè ha scelto di resistere e di non
pagare un centesimo. Anche un'altra società in
difficoltà come il Socotherm group è stato inseguita dal
fisco senza pietà. L'Agenzia ha inviato una raffica di
cartelle appena appresa l'ammissione al concordato
preventivo. Temeva il pagamento di altri creditori.
LE
CARTELLE
Gli amministratori hanno provato a trattare, ma si sono
trovati davanti un muro di gomma. Scrivono nella
semestrale: "dopo avere sollecitato innumerevoli volte
l'Agenzia delle Entrate, per ottenere una proposta di
accordo, la Società veniva convocata in data 06/05/2010:
in tale incontro, verbalmente, il Capoarea riconosceva
la possibilità di rivedere radicalmente la propria
posizione rinunciando a gran parte delle contestazioni.
Tale proposta tuttavia doveva essere sottoposta
all'approvazione della Direzione Regionale delle Entrate
del Veneto. L'approvazione da parte della Direzione
Regionale veniva procrastinata, nonostante innumerevoli
solleciti, a causa di varie problematiche interne
all'Agenzia stessa...".
Una sorta di vero calvario. Stessa sorte ha subito la
Risanamento di Luigi Zunino, che è riuscita più
facilmente a trattare con le banche che con
l'amministrazione fiscale. Per altro anche le banche
stanno leccandosi le ferite. Sono molte le contestazioni
ai loro bilanci, ne sa qualcosa Massimo Ponzellini con
la sua Popolare di Milano che si è vista presentare
avvisi di accertamento e contestazioni dal fisco per più
di 168 milioni di euro.
Ha
provato a cercare un accordo per il pagamento in misura
ridotta, ma si è trovato tutte le porte sbarrate. Quindi
ha preferito pagare per evitare il lievitare delle
sanzioni e poi ricorrere pensando prima o poi di fare
vincere le sue ragioni...
[12-11-2010]
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POVERI MA FURBI (UN PAESE DEL CAZZO) - COME TUTTI GLI
ANNI I DATI SULLE DICHIARAZIONI DEI REDDITI MOSTRANO UN
PAESE DI NULLATENENTI, MISTERIOSAMENTE DOTATI DI CASE,
SECONDE CASE, SUV, CHE VANNO IN SETTIMANA BIANCA ECC… -
UN RIDICOLO REDDITO MEDIO DI 18MILA € L’ANNO, SOLTANTO
77 MILA VANNO OLTRE I 200 MILA € - E ZERO IRPEF PER UN
ITALIANO SU QUATTRO…
Enrico Marro per il "Corriere
della Sera"
Che la riforma del fisco sia assolutamente necessaria lo
dimostrano, se mai ve ne fosse ancora bisogno, i dati
sulle dichiarazioni dei redditi 2009 rielaborati e messi
ieri sul sito dal Dipartimento delle Finanze del
ministero dell'Economia. I dati raccontano di un'Irpef
progressiva caricata sulle spalle di pochi che non
possono evadere. Su 41,8 milioni di contribuenti, più di
uno su quattro (10,7 milioni) non paga imposte perché ha
un reddito basso oppure fa valere detrazioni tali da
azzerare l'imposta.
Succede così che, analizzando l'imposta netta, ben il
52% di tutta l'Irpef viene pagato da appena il 13% dei
contribuenti più ricchi. Ricchi per modo di dire, perché
sono quelli che in realtà dichiarano più di 35 mila
euro. Appena l'1% dei contribuenti denuncia più di 100
mila euro di reddito, ma versa ben il 18% di tutta
l'Irpef. E sapete quanti sono quelli che dichiarano più
di 200 mila euro? 77.273, cioè lo 0,18% dei
contribuenti. E quelli che denunciano più di 150 mila
euro? 150.198, lo 0,35%. Non solo. Di questi 150 mila
super ricchi ben 127.640, ovvero l'85%, sono lavoratori
dipendenti (88.066) e pensionati (39.574).
Il
reddito medio dichiarato nel 2009 a fini Irpef (redditi
2008) è stato di 18.873 euro, 1.572 euro al mese, con un
aumento dell'1,14% rispetto al 2007, che è un risultato
positivo se confrontato con la diminuzione dell'1,3% del
prodotto interno lordo nel 2008 ma negativo se
paragonato all'inflazione che due anni fa è invece
salita del 3,3%. L'Irpef pagata in media da ogni
contribuente è stata di 4.700 euro.
Sensibili le differenze di reddito territoriali. La
regione più ricca è la Lombardia con un reddito medio di
22.544 euro, seguita dal Lazio con 21.306 euro. La più
povera la Calabria con 13.472 euro. La metà di tutti i
contribuenti ha dichiarato meno di 15 mila euro (1.250
euro al mese) e i due terzi meno di 20 mila euro.
Riguardo alla tipologia di reddito, i lavoratori
dipendenti hanno denunciato in media 19.640 euro, i
pensionati 13.940 euro mentre i redditi da impresa e da
lavoro autonomo si attestano rispettivamente a 18.140 e
38.890 euro.
Infine, sono 506 mila i «contribuenti minimi» con un
reddito medio di 8.840 euro, e poco più di un milione le
società di persone per le quali, escluso il 16% che
risulta in perdita, il reddito medio è stato di 43.930
euro. Sono 5,2 milioni i contribuenti che hanno
presentato la dichiarazione Iva. Di questi, le società
di capitali, pur rappresentando solo il 20%, pagano il
74% dell'imposta.
12-11-2010]
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mandare i profitti A CURAÇAO! - VIAGGIO TRA LE ISOLE DEI
CARAIBI DOVE I CONTI NON HANNO NOME E LA SEGRETEZZA
GARANTITA - IL CUORE DI TUTTO È PANAMA, IL CUI PORTO È
GEMELLATO CON QUELLO DI HONG KONG, DOVE IL RICICLAGGIO
TRASFORMA I DOLLARI IN ARMI E DROGA INCROCIANdO GLI
APPETITI DEL COMUNISMO CAPITALISTA e LE trameDEL
CAPITALISMO GLOBALIZZATO - LA LEGGE IMPONE DI NON FARE
DOMANDE QUANDO ARRIVANO I MILIONI. DA CHI, PERCHÉ E
COME, NESSUNO LO VUOL SAPERE…
Maurizio Chierici per "Il
Fatto Quotidiano"
"Affari", il libretto che il viaggiatore trova sul
comodino dell'hotel Mingood, non ha molte pagine.
Mingood è albergo per chi vuol risparmiare, a due passi
dal mercato cinese. Insomma, clienti dalle tasche vuote
indifferenti alle tentazioni. Appena in là, nella
terrazza dell'hotel Penang, gli ospiti raccolti per
l'aperitivo nel cuore di George Town sfogliano una
specie di Treccani dirimpetto a grattacieli a vela o
rotondi come la torre di Pisa.
Il
librone racconta come mai i 44mila abitanti delle tre
piccole isole delle Cayman sono più ricchi di chi lavora
a Parigi: reddito medio 53 mila dollari l'anno. E ogni
anno arrivano 120 miliardi che irrobustiscono gli 800
miliardi custoditi in forzieri senza nome. Conti
riconoscibili solo dai numeri. Società anonime che non
pagano imposte.
PETROLIERI, GRANDI IMPRENDITORI E I RISPARMI DELLA
CLASSE MEDIA
Titoli e azioni non interessano al fisco locale il quale
non prende in considerazione i depositari "assenti". Fra
gli assenti indiziati da una ricerca Usa, latifondisti,
impresari e dirigenti Pdvsa, petrolieri venezuelani che
da 10 anni non si fidano di Chávez ma non si affidano
agli Stati Uniti, bandiera della libertà invocata. Non
sempre grandi depositi. Perché i paradisi si sono
democratizzati e i risparmi della classe media riposano
assieme alle fortune.
Dagli inverni dell'America sotto zero scendono
pensionati che non ripartono. E il mercato immobiliare
non soffre la crisi che frena le promesse di Obama. Si
costruisce sul venduto e i cantieri si allungano. 30mila
dollari per le "scatole" dei subacquei, villaggi attorno
al mare della piccola Cayman, oppure 8 milioni di
dollari nei condomini di lusso attorno al Penang, Seven
Miles angolo relax degli gnomi del quinto centro
finanziario del mondo: 584 banche e 2200 fondi
speculativi, o fondi pensione, maneggiano capitali che
moltiplicano per tre il bilancio della Francia.
I
giornalisti arrivano alle Cayman per frugare senza
speranza nei segreti imperforabili. L'elenco delle
società registrate non è però nascosto. Dalla Parmalat
Finanziaria prima del crac, alla banca di Roma, banche
svizzere a gò gò per non parlare delle presenze Usa:
Miami è a un'ora di aereo, tante fortune sbarcano dalla
Florida. Quando la Enron degli amici di Bush è fallita
aveva 692 compagnie registrate in un posto che i lettori
lontani dai giochi della finanza hanno imparato
conoscere 60 anni fa: la triangolazione delle Cayman
permette a Cuba di sopravvivere all'embargo. Passa tutto
da qui, dalla Coca Cola alle auto giapponesi.
Isole del tesoro anche le Antille olandesi dove il
silenzio non cambia. Inseguire le operazioni finanziarie
dell'Ikea, per esempio, vuol dire vagare in un labirinto
con i piedi a Curaçao perché il genio svedese di Ingvar
Kamprad non vende solo pezzi di mobili da montare a
casa: ha disegnato una struttura sociale che fa girare
la testa.
Sede legale in Olanda dove il fisco è meno crudele. Ma
l'Olanda è una porta aperta sui paradisi fiscali:
rimbalzi da una società all'altra di una parte degli
utili delle filiali italiane. Alla fine dormono nei
dintorni di Curaçao, bella come ogni angolo dei Caraibi,
ma insolita per l'architettura che trapianta Amsterdam
nei tropici di seta. Case dai tetti aguzzi, fuori posto
soprattutto a Bonaire. Si gira in bicicletta. Era
l'isola del sale e degli schiavi. È diventata regno dei
subacquei, poche banche ma sempre di un certo tipo e
registri aperti a chi porta i soldi in vacanza.
Bisogna dire che le linee aeree pianificano le rotte
inseguendo i capitali sul filo delle black list. Klm
unisce Amsterdam a Curaçao, Panama e Costa Rica dove
ogni tanto un ministro dell'economia va in galera "per
il dollaro nero".
Donatella Pasquali, vedova Zingone oggi signora Dini, ha
accompagnato nell'esilio di San Josè il primo marito in
fuga dalla bancarotta fraudolenta. Ragazza energica
negli affari, furbissima nelle public relation. Il
governo italiano le ha finanziato il Supermercato 2000
inaugurato dal Dini della Banca d'Italia, promesso
sposo, e dal ministro degli Esteri Andreotti. La signora
aveva in mente di organizzare un'isola off-shore, ma
imprenditori e finanzieri italiani hanno risposto con
tiepidezza. Se n'è persa traccia.
C'
è un paradiso che Parigi e Amsterdam condividono in
amicizia: isola San Martin giurisdizione francese; isola
di Sint Marten, dipartimento olandese. Cambia solo il
nome, nessuna frontiera, solo una riga bianca e banche
di obbedienza Ue, non importa la lingua diversa. Con
qualche doppione, negozi: Fiorucci da una parte e
dall'altra, Deutsche Bank in francese e olandese.
Paradisetto che risplende fiocamente nel firmamento
evocato dalle storie di Fini e Berlusconi.
Oltre ad Antigua, il capo del governo italiano ha casa
anche alle Bermuda, paradiso robusto. Ad Antigua ha
comperato il terreno delle cinque ville dalla Flash
Point, cliente della Arner, banca svizzera chiacchierata
e interamente controllata da una società residente a
Curaçao, guarda un po'. Per la dignità del paese che
provvisoriamente governa, il Cavaliere dovrebbe
frequentare meno paradisi per passeggiare negli inferni
di chi si dispera nelle piazze.
PANAMA, DOVE IL RICICLAGGIO TRASFORMA I DOLLARI IN ARMI
E DROGA
Le isole alla deriva davanti a Panama ricordano le navi
tesoriere della colonia spagnola. Oro e argento del Perù
attraversavano a dorso di mulo la striscia delle foreste
che divideva le due americhe. Nelle stive della flotta
reale parcheggiata nell'Atlantico finiva il bottino
destinato ad accendere il nostro Rinascimento. Ma in
agguato nei piccoli porti delle piccole isole, Antille e
Carabi, aspettavano le navi corsare.
Dopo gli arrembaggi il tesoro finiva lì. Passano i
secoli e i tesori tornano negli stessi posti con
traversate meno laboriose. Capitali che scivolano da una
banca all'altra ma le spiagge d'arrivo sono più o meno
le stesse. Il taglio del Canale separa due continenti
ancorati a un ponte - Miraflores - mentre Panama resta
la cattedrale dove si nasconde la ricchezza del mondo
così detto civile.
I
paradisi fiscali sono cominciati qui, e la città che
armava i porti per resistere ai pirati diventa una
capitale aperta al benessere in fuga dall'altra parte
del mare. È una città di grattacieli dalle luci che
restano spente quando viene sera. Non li abita nessuno
eppure crescono come funghi. Il riciclaggio trasforma in
mattoni i dollari neri della droga, armi e chissà quali
intrighi, ma non bastano ad allargare i viali dei
quartieri ville e piscine e boulevard da concorrenza
parigina.
Sono le banche il motore di una prosperità per pochi,
perché la metà dei tre milioni di abitanti sopravvive
nelle strade marce, tipo Casco Viejo, mentre la folla
degli stranieri di passaggio abita alberghi dai prezzi
che fanno impallidire New York. Eppure non è facile
trovare il letto della notte. Il palazzo dei congressi è
quasi uno stadio coperto, mai vuoto anche se è difficile
capire perché grandi industrie e holding lontane
scelgano, per incontrarsi, un posto schiacciato dal
sole, umido per le piogge quotidiane che alimentano il
Canale.
Mai primavera o inverno: l'afa non cambia. La risposta
arriva dalle insegne che accompagnano i boulevard:
banche ad ogni passo: 150 grandi straniere più i gironi
delle banche d'affari, pulviscolo dai numeri in
movimento. Non vetrine qualsiasi: palazzi. Trent' anni
fa l'Ubs svizzera inaugura la sede, 5 milioni di
dollari. Ma il fascino non è l'imponenza. Sono le ombre
degli uffici a fare di Panama il prototipo del buon
rifugio nel quale nascondere i capitali che imbarazzano.
SE
VUOI APRIRE UN CONTO L'ANONIMATO È GARANTITO
Il dna dei traffici segreti risale alla nascita della
nazione. Stati Uniti interessati a scavare il Canale fra
due oceani, Colombia che alza il prezzo di Panama, sua
provincia estrema, e Washington perde la pazienza.
Organizza il primo colpo di stato del ‘900 e ne proclama
l'indipendenza. Quando le navi passano da un mare
all'altro, gli americani controllano il traffico con una
striscia militare dalla quale se ne vanno l'ultima notte
del secolo, dieci anni fa.
Impongono la moneta, naturalmente il dollaro, ed è sul
dollaro trapiantato che sboccia la vocazione ai giochi
di finanza in un posto che sembrava fuori dal mondo. Ne
è diventato il cuore artificiale, limitatissimo. In più
c'è il gemellaggio tra il suo porto e il porto di Hong
Kong, spazi ambigui per le trame che incrociano gli
appetiti del comunismo capitalista con le malinconie del
capitalismo globalizzato. L'invasione delle banche
precisa il destino.
Sul tavolo della camera del Mariott depliant colorati
insistono nel garantire l'anonimato "di qualsiasi conto
per qualsiasi somma e per ogni tipo di ragione sociale".
Prego telefonare o fare visita. E le rovine delle mura
anti corsari diventano barriere elettroniche a guardia
dei segreti.
Leggi che aiutano i bilanci di un paese che non esporta
quasi niente ma importa cose strane, a volte invisibili
per definizione: bandiere ombra, per esempio, voce
pesante di quanto "compra" dall'Italia. Figura nei
registri nautici con definizione non criptata: "Navi e
natanti simili in metallo".
Bene il 2007. Malissimo il 2008. Il 2010 ricomincia a
volare. Galleggiano nelle vacanze di Sardegna ma i
naviganti-padroni restano all'ancora in queste stanze
impenetrabili forse mai visitate anche se non sempre
restano impenetrabili. Quando la mancia è discreta il
buon cuore dell'archivista concede informazioni veniali
in un posto dove tutto è off-shore, free shop, duty
free. Nel porto franco di Colon cataloghi di armi,
bazooka e carri leggeri in vetrina come regali di
Natale.
Una volta sono andato a sfogliare i registri della
flotta nazionale, prima nel mondo per numero di scafi
immatricolati. Fantasmi che nessuno ha mai visto. Dove
abitano? L'impiegato apre il libro sul quale sta
infilando gli elenchi aggiornati dal computer. "Le va
bene Malta?". Qualcosa nello sguardo tradisce una certa
confusione: "Sa dov'è?", provo a chiedere. "Non con
precisione. Il mio settore non riguarda le barche del
Mediterraneo". Nel volume Italia trovo nomi che non
dicono niente "Signora Fortuna", "Lady Valentina", "Y
6", ma le notizie sui proprietari restano ripiegate
chissà dove.
Negli ultimi 30 anni le banche dei silenzi si sono
attrezzate per adeguare le loro nebbie all'indiscrezione
Internet e per contenere l'impazienza delle autorità che
inseguono la fuga dei capitali. Il funzionario milanese
di una banca svizzera sorride con pazienza: "Chi cerca
non si spreca e i nascondigli restano sicuri". Perché la
fedeltà del dipendenti è garantita da regole che
blindano le indiscrezioni con la praticità
dell'abitudine a manovrare soldi.
POCHE DOMANDE: L'IMPORTANTE È CHE ARRIVINO I MILIONI
Sanzioni penali leggere per gli impiegati che tradiscono
i segreti; multe devastanti da scoraggiare ogni
avventura. La rassicurazione alla base della fiducia che
fa crescere i grattacieli è il sigillo di un sistema
organizzato come le macchine degli orologi
nell'accoglienza dei profughi dell'alta e bassa finanza.
La legge impone di non fare domande quando arrivano i
milioni. Da chi, perché e come, nessuno lo vuol sapere.
Il paradiso comincia così.
28-10-2010]
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- THE GUARDIAN
L'ACCORDO SVIZZERA-REGNO UNITO PUÒ PERMETTERE L'EVASIONE
DI 40 MILIARDI DI STERLINE
http://bit.ly/cIUY0v
-
Secondo l'accordo, la Svizzera potrà mantenere il
segreto bancario, anche se i super-ricchi inglesi
dovranno pagare (poche) tasse sui loro conti svizzeri
rispetto al 50% che dovrebbero pagare nel Regno Unito.
-
Il Tesoro ha annunciato che conta di recuperare 1 mld £
da questa operazione, anche se i critici sostengono che
il governo britannico abbia perso nel negoziato con la
Svizzera e che più di 40 miliardi di tasse evase non
saranno recuperati. Il direttore di Tax Research,
Richard Murphy, l'ha chiamata una "amnistia fiscale
totale".
31.10.10 |
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ICI, QUESTA SCONOSCIUTA - chi paga effettivamente in
Italia la tassa municipale sugli edifici istituita nel
’92 dal governo Amato? NON SOLO VATICANO. ESENTI REGIONI
E COMUNI, SINDACATI E PARTITI - per questo ora Bruxelles
vuole vederci chiaro nell’universo dei fortunati esenti
dall’Ici e capire meglio chi effettivamente svolge solo
un’attività non commerciale e chi invece si nasconde
dietro questo paravento per fare profitti
Roberto Sommella per "MF - Milano Finanza"
Scoppia il caso esenzione Ici. È bastato che l'Unione
europea sollevasse nei giorni scorsi la possibile
violazione della legge comunitaria sugli aiuti di Stato
della normativa italiana in materia di imposta comunale
sugli immobili, per riportare d'attualità un nodo a
tutt'oggi inestricabile: chi paga effettivamente in
Italia la tassa municipale sugli edifici istituita nel
'92 dal governo Amato?
È
su questa complessa ricostruzione che sta lavorando al
momento l'esecutivo Berlusconi per rispondere entro una
ventina di giorni agli uffici del commissario alla
Concorrenza, Joaquin Almunia; a Bruxelles, come reso
noto lo scorso 12 ottobre, vogliono capire meglio quali
sono le attività di enti non profit, associazioni onlus
ed enti religiosi che effettivamente danno diritto
all'esenzione.
La
questione non è di poco conto, se è vero che anche dalle
parti della Santa Sede (che è stata indicata come la
principale beneficiaria dell'esenzione dell'imposta) si
rimanda a una lunga lista di soggetti «esenti» che
nasconde molte sorprese. Nella circolare del 2009 del
Dipartimento delle finanze, che sta appunto lavorando
alla risposta da dare all'Ue, viene stilato un elenco
incredibile di enti «non commerciali» che già oggi non
pagano l'Ici per via della loro natura e per la
particolare attività che svolgono.
Si
scopre così che, oltre alla parrocchie e alle sedi
religiose che offrono ospitalità e un letto a studenti e
immigrati, tra gli enti pubblici non commerciali che
possono essere esenti vi sono nell'ordine: comuni,
consorzi, comunità montane, province, regioni,
associazioni e enti del demanio collettivo, camere di
commercio, aziende sanitarie, enti pubblici non
economici, istituti di ricerca, istituti di previdenza e
università. Praticamente una giungla.
Ma
come evitare la tagliola del fisco che ha già visto
dimezzare gli introiti dell'imposta da 10 a 5 miliardi
di euro, dopo l'eliminazione dell'Ici sulla prima casa?
Nei suddetti enti occorre svolgere una delle seguenti
otto attività in modo, «non esclusivamente commerciale»:
assistenziale, previdenziale, sanitaria, didattica,
ricettiva, culturale, ricreativa e sportiva. Ma non
basta. Un'altra scoperta arriva dall'elenco degli enti
«privati» non commerciali che possono non pagare
l'imposta.
Si
tratta di «associazioni, fondazioni e comitati», nonché
delle onlus, delle organizzazioni del volontariato,
delle fondazioni liriche e delle associazioni sportive.
Secondo una lettura estensiva delle norma l'esenzione
Ici potrebbe scattare in alcuni casi anche per le sedi
dei partiti e dei sindacati. Anche per questo ora
Bruxelles vuole vederci chiaro nell'universo dei
fortunati esenti dall'Ici e capire meglio chi
effettivamente svolge solo un'attività non commerciale e
chi invece si nasconde dietro questo paravento per fare
profitti.
20-10-2010]
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DOLCE&GABBANA LANCIA UN NUOVO LOOK PER LA STAGIONE
AUTUNNO-INVERNO: FISCO-STYLE - LA PROCURA DI MILANO
ACCUSA I DUE STILISTI MAXIEVASIONE FISCALE SU UN
IMPONIBILE DI CIRCA UN MILIARDO, CON RELATIVA IPOTESI DI
TRUFFA AI DANNI DELLO STATO, LEGATA ALLA VICENDA DI UNA
PRESUNTA "ESTEROVESTIZIONE" DELLA CAPOGRUPPO D&G -
(LANCIATA IERI SERA DA RADIOCOR, LA NOTIZIA RIMBALZA
SOLO SU "CORRIERE" E "IL GIORNALE" - GLI INVESTIMENTI
PUBBLICITARI SONO SEMPRE STATI UN "DETERRENTE" PER LA
STAMPA)
1-
DOLCE&GABBANA: PER LA PROCURA DI MILANO EVASI CIRCA 1
MLD DI IMPONIBILE
Radiocor - Il gruppo di moda
Dolce&Gabbana avrebbe evaso circa 1 miliardo di euro di
imponibile. Questa la cifra emersa dagli accertame nti
fatti dalla Guardia di Finanza nell'ambito dell'indagine
condotta dal pm Laura Pedio arrivata oggi a conclusione.
Nell'inchiesta della procura di Milano risultano
indagate sette persone, tra le quali i due stilisti
creatori del gruppo, Domenico Dolce e Stefano Gabbana.
2
- DOLCE EVASIONI
Giuseppe Guastella per il
Corriere della Sera
La
prima notizia non fa piacere ai celeberrimi stilisti
siciliani Domenico Dolce e Stefano Gabbana, la seconda
fa drizzare le orecchie agli oltre 60mila dottori
commercialisti italiani: chiudendo l'inchiesta per una
maxievasione fiscale su un imponibile di circa un
miliardo, con relativa ipotesi di truffa ai danni dello
Stato, legata alla vicenda di una presunta
«esterovestizione» della capogruppo D&G, la Procura di
Milano ha inserito tra gli indagati anche il consulente
che collaborò alla costruzione dell'impalcatura
societaria.
Secondo il sostituto procuratore Laura Pedio, il
trasferimento formale di una società in un paese
straniero, come un paradiso fiscale, con il solo scopo
di pagare meno tasse in Italia, dove però l'azienda
continua ad operare regolarmente, può essere ritenuto un
«artificio o raggiro» che concretizza il reato di truffa
ai danni dello Stato. Reato cui concorrono coloro che
hanno avuto un ruolo nella esterovestizione, come il
commercialista che ha fornito il proprio contributo
professionale.
Nel 2007 le indagini della Guardia di finanza di Milano
accertarono che tre anni prima la Dolce & Gabbana aveva
trasferito la sede in Lussemburgo. Il corredo dei marchi
della maison, che garantiscono royalties per milioni e
milioni di euro, fu ceduto alla «Gado sarl» (acronimo di
Gabbana e Dolce), controllata dalla Dolce & Gabbana
Luxembourg per 360 milioni.
Secondo il pm Pedio, però, si tratta di una stima
eccessivamente al ribasso e, dato che i brand della
maison fondata nel 1985 non valevano meno di 700
milioni, l'operazione aveva consentito un risparmio
notevole sulle imposte da pagare per il profitto
realizzato. Un altro risparmio importante sarebbe stato
realizzato con il trasferimento societario in
Lussemburgo, dove il prelievo fiscale sui profitti è
intorno al 3%.
L'avviso di conclusione delle indagini prelude alla
richesta di rinvio a giudizio ed è stato notificato ieri
dalla Gdf ai sette indagati. L'accusa di «dichiarazione
dei redditi infedele» (articolo 4 del decreto 74/2000)
riguarda solo Domenico Dolce e Stefano Gabbana per un
imponibile di 416milioni di euro ciascuno (cui si
aggiungono circa 200 milioni di imponibile riferibile
alla società).
L'ipotesi di truffa ai danni dello stato, oltre che ai
due stilisti assistiti dall'avvocato Massimo Dinoia, è
contestata anche ad Alfonso Dolce, fratello di Domenico
e socio di minoranza, ai due manager Cristiana Ruella e
Giuseppe Minoni, alla lussemburghese Antoine Noella,
ritenuta una prestanome, e al consulente fiscale Luciano
Patelli.
Le
società furono riportate in Italia nel 2007 perché, come
si leggeva nella relazione al bilancio chiuso al 31
marzo 2008, gli amministratori ritenevano che così
avrebbero potuto «tutelare al meglio l'immagine del
gruppo», anche se erano «ampiamente resistibili le
stesse contestazioni, data l'effettiva residenza
lussemburghese della società».16-10-2010]
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Frode milionaria ai danni del Fisco
La Guardia di Finanza di Terni scopre un sistema di
vendite "illegali" per frodare l'erario. Danni per oltre
60 milioni di euro
Le auto venivano acquistate a prezzo scontato,
successivamente radiate dal registro automobilistico
Pra per essere infine vendute oltre confine, in
Francia per la precisione. A gestire il traffico di auto
erano cinque società che per far funzionare il
meccanismo hanno prodotto fatture false in Italia e
Francia per oltre 34 milioni di euro,
costi non deducibili per 19 milioni
circa, ed evasione dell'Iva per 7 milioni di euro.
Totale: 60 milioni di euro.
Una frode al fisco in piena regola e di dimensioni
davvero notevoli che fortunatamente è stata svelata
dalla Guardia di Finanza di Terni che
insieme alle autorità transalpine ha condotto le
indagini durate oltre un anno, svelando l'intricato
meccanismo di evasione. Le auto infatti venivano
inizialmente comprate da una società romana che le
destinava all'autonoleggio, beneficiando così di
un'agevolazione prevista per la categoria. In seguito le
vetture venivano radiate e rivendute a una ditta
francese gestita dal medesimo imprenditore italiano.
Il tutto veniva depistato da una sfilza di false fatture
e finte cessioni che tirava in ballo altre 5 società, di
cui due con sede a Terni, due nella capitale e una a
Pavia. Obiettivo in altre parole era vendere
ripetutamente le auto da una impresa all'altra in modo
da creare crediti di Iva di cui nessuno
aveva però diritto.
di
Lorenzo Stracquadanio
13/10/2010
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TREMONTI NON PERDONA I BANCHIERI - ALLO SPORTELLO
ARRIVANO GLI 007 DEL FISCO - MAXI-INCHIESTA DELL’AGENZIA
DELLE ENTRATE DI MILANO: SOTTO TIRO I BILANCI TRUCCATI
DEI PRINCIPALI ISTITUTI ITALIANI - NEL MIRINO FALSE
FATTURE, EVASIONE DI IVA, COSTI GONFIATI, FINTE
SPONSORIZZAZIONI, TRIANGOLAZIONI CON I PARADISI FISCALI
Francesco De Dominicis per "Libero"
Giulio Tremonti, ieri mattina, ha incontrato a Milano,
il gotha della finanza. Ad ascoltare il ministro
dell'Economia, a piazza Affari, c'erano, tra gli altri,
parecchi esponenti delle banche italiane, compresi i
pezzi da novanta Alessandro Profumo (Unicredit) e
Corrado Passera (IntesaSanpaolo). Ironia della sorte,
nelle stesse ore, a pochi chilometri di distanza da
palazzo Mezzanotte, sede della Borsa italiana, gli 007
del fisco portavano avanti la maxi-inchiesta proprio sul
settore del credito.
Partite a macchia di leopardo la scorsa estate (si veda
Libero del 25 giugno), le indagini dell'amministrazione
finanziaria stanno portando a galla un vero e proprio
"sistema", architettato dalle banche per pagare meno
tasse, a metà strada tra l'elusione e l'evasione. Un
articolato meccanismo, quello scovato dal fisco, messo
in piedi dai principali gruppi creditizi del nostro
Paese che consente di abbassare gli utili e nascondere
un po' di fatture. Con l'obiettivo finale, quindi, di
versare meno denaro possibile nelle casse dell'Erario.
Dalle prime verifiche sta emergendo una prassi assai
diffusa di conti truccati e bilanci pieni zeppi di
acrobazie fiscali: Iva, Ires e Irap le imposte finite
sotto la lente del fisco. Il cuore delle indagini, come
accennato, è a Milano. Se ne occupa il quinto reparto
dell'Ufficio grandi contribuenti dell'agenzia delle
Entrate. Al terzo piano di via Manin (il civico è il 25)
la questione pare improvvisamente diventata centrale,
anche se in questa fase di «istruttoria» si preferisce
restare dietro il massimo riserbo. La partita è top
secret, ma si sa che vale parecchio. Probabilmente,
secondo alcuni analisti del settore, in ballo c'è molto
di più dei 3 miliardi di euro indicati la scorsa
settimana dal settimanale l'Espresso.
Le
pratiche "scorrette" sono diverse. Fari puntati,
anzitutto, sui cosiddetti costi fantasma, voci di spesa
caricati tra le uscite del bilancio per abbattere gli
utili e ridurre l'imponibile. Il fisco ha messo gli
occhi sulle superspese, in particolare quelle per
acquistare software. Capitolo a parte quello delle finte
sponsorizzazioni. Denaro elargito dagli intermediari
finanziari ad associazioni non profit o enti di ricerca,
senza la necessaria documentazione a supporto della
contabilità. E non è tutto. All'interno dello stesso
gruppo bancario, poi, secondo quanto scoperto dal fisco,
vengono rimpallati i costi più alti e scaricati sulla
spa che ha gli utili più alti.
Uno dei filoni più spinosi, poi, è quello relativo
all'Iva per l'attività di banca depositaria. Attività
che dagli istituti non viene considerata "imponibile" e
all'interno della quale si fanno rientrare, peraltro,
altri rapporti di consulenza. I trucchi riguardano pure
i bonus e i premi ai top manager, spalmati su più anni
di quelli che le leggi fiscali consentono. Estremamente
scivolosa la faccenda delle operazioni con società off
shore, con sede nei paesi cosiddetti black list.
A
giudicare dall'esercito schierato dai colossi del
credito, il dossier fiscale sembra essere più delicato
di quello su Basilea3 (i nuovi, più stringenti requisiti
patrimoniali internazionali). In campo, sono scesi pure
gli esperti dell'Abi, che cercano di dettare la linea
difensiva nel complicato braccio di ferro tributario: i
pareri e le note interpretative della Confindustria del
credito sono di supporto all'attività degli avvocati.
Tra i professionisti incaricati ci sono importanti studi
legali di Roma e Firenze. I tecnici delle banche
rispondono quotidianamente ai «questionari» fiscali. I
funzionari dell'amministrazione finanziaria, però, non
sembrano spaventarsi e ribattono punto per punto alle
spiegazioni fornite dagli istituti.
Il
carteggio è fitto e dimostra la delicatezza del dossier.
Che potrebbe avere un impatto significativo sui conti
del mondo bancario. Non a caso il tema, domani, potrebbe
essere al centro del direttivo Abi, convocato nel
capoluogo lombardo. Gli esperti di palazzo Altieri
considerano corretto l'operato degli istituti che, per
ora, non sembrano intenzionati a scendere a patti con le
Entrate. Gli accertamenti in corso, secondo
indiscrezioni, sarebbero almeno una decina. E non
riguardano solo le banche. Sotto tiro, infatti, sono
finite pure diverse società di gestione del risparmio
(sgr) che "giocano" con l'interpretazione delle norme
fiscali, sfruttando tutte le scappatoie possibili
offerte soprattutto oltreconfine e in particolare grazie
alle triangolazioni con società con sede nei paradisi
fiscali.
Che le sgr vogliano sottrarsi alla tagliola fiscale,
comunque, non è una novità. Assogestioni, l'associazione
che rappresenta l'industria del risparmio gestito, lo
sostiene da tempo, convinta che l'impianto tributario
penalizzi i fondi italiani rispetto alla concorrenza
estera. E giusto ieri, il presidente Domenico Siniscalco
è tornato alla carica: «C'è un problema di
competitività, questo riguarda la struttura fiscale e
quella regolatoria. Un problema che va affrontato» ha
detto l'ex ministro del Tesoro. E in attesa della
riforma - quella rivoluzione che dovrebbe riuscire ad
abbassare il peso del fisco sui fondi d'investimento -
le sgr i tagli fiscali se li fanno "in casa".
21-09-2010]
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SARDI MORTALI (PER NON PAGARE LE TASSE) - COSA NON SI FA
PER PRENDERE LA RESIDENZA IN SARDEGNA E FOTTERE IL FISCO
– COSÌ LA VILLA AL MARE DIVENTA “PRIMA CASA”, IL POSTO
BARCA COSTA MENO E LE TARIFFE DEI TRAGHETTI SONO
AGEVOLATE – ALL’ATTACCO DEI COMUNI I FURBETTI ACCAMPANO
SCUSE FANTASIOSE: “SONO DEPRESSA E D’INVERNO TENGO
SPENTE LE LUCI”…
Ferruccio Sansa per "il
Fatto Quotidiano"
L'esame delle urine per non pagare le tasse. Un nuovo
trucco che meriterebbe di entrare nel manuale del
perfetto evasore. Ma che dire delle crisi coniugali con
tanto di auto-certificazione, di malinconia e
depressioni? Davvero non ha limiti la fantasia dei
furbetti dell'Ici e dell'Iva sbarcati a migliaia da
mezza Italia per invadere la Sardegna. Storie degne di
Totò e Peppino.
Ma
questa non è commedia all'italiana: l'invasione degli
"immigrati" d'Italia rischia di bloccare i bilanci dei
comuni che così non possono più realizzare opere
essenziali: scuole e strade, per dire.
Ci
troviamo tra la Costa Smeralda e la Gallura (ma il
discorso vale in tutta l'isola), nomi che soltanto a
sentirli ti fanno venire in mente il blu del mare. Qui i
comuni hanno cominciato a combattere una battaglia che
si annuncia epica: quella contro i falsi residenti.
Migliaia di persone che vivono "in continente", ma sulla
carta hanno trasferito la loro residenza sulle coste
sarde. I motivi di questa immigrazione "fiscale"?
"Primo, evitare di pagare l'Ici. Si intesta alla moglie
la vera abitazione , magari a Milano o a Genova, e si
finge di abitare in Sardegna. Così la casa, magari una
villa da trecento metri quadrati sulla riva del mare,
diventa prima casa esente dall'Ici. Un trucco che
consente di risparmiare centinaia di euro l'anno",
racconta Ignazio Mannoni, vicesindaco di Santa Teresa di
Gallura, che appena insediato dopo la recente vittoria
del centrosinistra ha deciso di dichiarare guerra ai
falsi residenti.
TARIFFE RIDOTTE PER I POSTI-YACHT - I vantaggi non
finiscono qui: "Chi acquista una prima casa ha diritto a
una riduzione dell'Iva, dal 19 al 10 per cento. Come
dire fino a centinaia di migliaia di euro sulle ville
più costose". Ancora: i residenti hanno diritto a una
tariffa ridotta sui posti barca (che magari per i falsi
abitanti sono yacht di quindici metri), e sono altre
migliaia di euro.
Basta? Neanche per sogno: ci sono le tariffe agevolate
(con riduzioni fino all'80 per cento) su aerei e
traghetti, con tanto di posti riservati. Per finire con
le riduzioni sulle bollette (fino al 40 per cento in
meno). Insomma, un certificato di residenza in Sardegna
vale un piccolo Jackpot al Superenalotto. Finora i
comuni avevano chiuso un occhio: i turisti garantiscono
entrate all'economia.
Così ci si trovava con paesi che nei registri avevano
migliaia di residenti, ma d'inverno camminando nelle
strade di Santa Teresa di Gallura e Palau, per non
parlare dei paradisi del lusso, come Porto Cervo e Porto
Rotondo, ti trovavi davanti centinaia di finestre
chiuse. Il deserto: l'80 per cento delle costruzioni
sono seconde case. La musica, però, è cambiata. Il
motivo? "La legge adesso prevede che i comuni con oltre
cinquemila abitanti hanno l'obbligo del patto di
stabilità", spiega Mannoni.
Aggiunge: "È una norma che ogni anno prevede
l'accantonamento di centinaia di migliaia di euro di
bilancio". Ecco il pacco. Prendiamo Santa Teresa di
Gallura, dove i sardi doc sono poco più di quattromila.
A questi si aggiungono centinaia di "immigrati", spesso
professionisti, avvocatoni e medici del Nord come della
Capitale. Il gioco è fatto: "Nei registri risultano
5.200 residenti". Così il comune ha l'obbligo del patto
di stabilità e il bilancio è mezzo paralizzato. Ma anche
Palau, con 4.200 residenti, presto potrebbe fare la
stessa fine.
Mannoni sospira: "Quest'anno noi dovremo accantonare
l'avanzo di 800 mila euro. Non solo: la legge prevede
limiti a contrarre mutui, così ci mancheranno due, tre
milioni. Dovremo rinunciare a costruire strade e a
sistemare quelle esistenti. Per non dire dei lavori
nelle scuole o dei servizi pubblici. E poi ci sono le
spiagge: senza servizi,docce e pulizia perdiamo le
bandiere blu. È un paradosso: abbiamo uno dei mari più
belli del mondo e il riconoscimento va a comuni con
l'acqua più sporca, ma con più soldi e servizi. Così i
turisti vanno via".
E
allora che guerra sia. I comuni hanno messo su vere e
proprie squadre di segugi capaci di trucchi degni di uno
007: ecco vigili urbani che "spiano" le abitazioni
chiuse, che vanno a studiarsi le bollette dell'acqua e
del gas, che chiedono informazioni ai datori di lavoro
dei residenti"sospetti". Mannoni non sa se piangere o se
ridere: "Ci sono dipendenti ministeriali che ogni giorno
timbrano il cartellino a Roma e poi dicono di abitare
qui".
D'INVERNO LE LUCI SONO TUTTE SPENTE - A sentire gli
alibi difensivi dei "falsi residenti" si trattiene a
stento il riso. Ci sono professionisti milanesi che
respingono le accuse attaccando: "Sono andato in
Lombardia per curarmi, perché le strutture sarde non
sono adeguate". I più agguerriti si presentano in comune
con tanto di esami del sangue e delle urine compiuti
magari negli ospedali di Sassari.
"Vedete, io abito qui", tuonano indignati. Però,
controllando si scopre che tutti gli accertamenti sono
stati eseguiti a cavallo di Ferragosto. Chissà se il
prelievo delle urine l'hanno fatto sulla spiaggia. Ma le
bollette della luce sono impietose: i consumi sono tutti
concentrati tra luglio e agosto.
Allora i "residenti" con le spalle al muro la buttano
sul patetico: "Ho litigato con mia moglie e mi sono
rifugiato in Sardegna". Separato? "No, ma posso fare
un'auto-certificazione che ho litigato".
Autocertificazione di crisi coniugale, un nuovo tipo di
documento. Una signora giura: "Vivo qui, ma d'inverno
non accendo mai la luce. Sono depressa". E un'altra:
"Abito a Santa Teresa, ma la sera ho paura e vado a
dormire da un'amica".
Infine il manager: "Lavoro come un matto, torno a casa
che è notte e mi infilo in letto senza nemmeno accendere
la luce". Nemmeno una volta in dieci mesi. Alla fine,
però, qualcuno si arrende. Ma senza onore: "Noi vi diamo
da mangiare. Se ce ne andiamo, voi sardi tornerete di
nuovo a fare i pastori". Falsi residenti. Veri
colonizzatori. 10-09-2010]
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AFFARI SPORCHI ALL’OMBRA DELLO SCUDO - RAPPORTO SHOCK DI
BANKITALIA: SCOVATI 8 MLD €: NEL MIRINO MIGLIAIA DI
TRANSIZIONI LEGATE A RICICLAGGIO E FINANZIAMENTO DEL
TERRORISMO (TRIPLICATI I VALORI 2008) - FARO SU 250
RIENTRI DI CAPITALE ESEGUITI CON LO SCUDO FISCALE, DEL
VALORE MEDIO 1,8 MILIONI. SEGNALATI 300 SOGGETTI…
Carmine Sarno per "Milano Finanza"
La
Banca d'Italia alza il velo su riciclaggio e
finanziamento al terrorismo. Un rapporto shock quello
realizzato dall'Unità d'informazione finanziaria (Uif)
di Palazzo Koch. Nell'arco dell'intero 2009, con
un'appendice fino alla chiusura dello scudo fiscale, c'è
stato un vero e proprio boom delle operazioni sospette:
più 44,3% per quelle segnalate e più 40,7% per quelle
trasmesse agli organi inquirenti.
Non solo. L'importo complessivo delle operazioni che gli
intermediari finanziari hanno segnalato perché ritenute
sospette è praticamente triplicato nel corso dell'intero
2009, superando la soglia monstre di 7,7 miliardi di
euro. E nel mirino degli uomini di Mario Draghi sono
finite anche alcune centinaia di operazioni legate allo
scudo fiscale. Non c'è che dire, uno scenario a dir poco
allarmante.
E
per rendersene conto basta analizzare i dati che
l'Ufficio d'informazione finanziaria ha trasmesso ai
piani alti di Via Nazionale. Nel corso dell'intero 2009,
si legge nella relazione, si è confermato l'aumento
delle Sos (l'acronimo per Segnalazioni operazioni
sospette di riciclaggio e finanziamento al terrorismo)
registrato negli anni passati. La Uif, infatti, ha
ricevuto ben 21.066 Sos, con un incremento rispetto
all'anno prima di oltre 6.400 unità (+44,3%).
All'aumento delle segnalazioni che sono arrivate agli
007 del governatore Draghi, è corrisposto un altrettanto
«significativo aumento» delle segnalazioni esaminate e
trasmesse agli organi investigativi.
Quelle inoltrate al Nucleo di polizia valutaria della
Guardia di finanza e alla Direzione investigativa
antimafia sono state ben 18.838, con un'impennata del
40,7% nell'arco di 12 mesi. Un trend che sembra
proseguire anche nel 2010. «La tendenza registrata nel
primo trimestre dell'anno evidenzia un ulteriore
cospicuo aumento», si legge in una nota del rapporto.
Rispetto ai primi tre mesi del 2009 l'incremento è stato
del 42%, con 7.200 segnalazioni pervenute.
Se
questi numeri non rendono bene l'idea dell'entità degli
affari sporchi, basta proseguire con l'analisi del
documento per monitorare fino all'ultimo centesimo le
attività sospette. L'importo complessivo delle
operazioni segnalate è praticamente triplicato rispetto
all'anno precedente. Da poco più di 2 miliardi e mezzo
si è passati a 7 miliardi e 718 milioni. Un boom
direttamente legato al forte incremento delle operazioni
finite sotto la lente d'ingrandimento di Bankitalia: da
poco meno di 30 mila a quasi 37 mila unità.
E
si tratta di valori «approssimati per difetto». Le
stime, si legge sempre nel documento, risentono
dell'attuale schema di segnalazione che permette ai
soggetti obbligati di indicare fino a un massimo di tre
operazioni sospette. Queste, pertanto, «spesso sono solo
indicative di un'operatività molto più complessa».
Nonostante tutto, nell'arco di nove anni i valori sono
praticamente decuplicati per valore e quadruplicati per
numero di segnalazioni. Si è passati dagli 866 milioni
del 2001 ai 7,78 miliardi del 2009; e da 9.480
operazioni a oltre 36 mila.
Non poteva mancare, poi, un'analisi sugli esiti delle
operazioni di rientro eseguite con lo scudo fiscale. Il
dossier dell'Ufficio d'informazione finanziaria dedica
addirittura un capitolo di approfondimento alla misura
voluta dal ministro dell'Economia. E che cosa emerge?
Nel corso del 2009 e nei primi cinque mesi del 2010
(l'ultima finestra per avvalersi della sanatoria fiscale
si è chiusa il 30 aprile) la Uif ha ricevuto oltre 250
segnalazioni dagli intermediari addetti al rimpatrio di
capitali.
Confrontando questi dati con quelli delle precedenti
edizioni dello scudo emerge un notevole incremento delle
operazioni sospette. Infatti, mettendo insieme i dati
dello scudo 2001 e della versione 2003, si raggiunge il
numero di 98 segnalazioni, meno della metà dello
scudo-ter. Tornando al presente, il 20% delle
segnalazioni ha riguardato transizioni non eseguite per
volere del cliente (che le aveva solo preannunciate) o
per volere dello stesso intermediario (che si è
rifiutato di compierle). L'importo medio di queste
operazioni finanziarie liquide è stato di circa 1,8
milioni e non sono mancate le segnalazioni sul rimpatrio
di quote societarie. Complessivamente sono finiti sotto
la lente circa 300 soggetti.
[01-09-2010]
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Ma le guardie della Finanza gallurese che stanno
battendo a tappeto spiagge ristoranti night alberghi e
così via a caccia di evasori fiscali, andranno anche a
bussare "alle casse" di quanti nei giorni scorsi hanno
pagato 955 euro a testa per seguire il concerto di
Anastacia nei giardini dell'hotel Cala di Volpe?Ad
applaudire "I belong tu you", "Paid my dues" e "Sick and
tired", alcuni dei successi della pop-rock c'erano, tra
gli altri, Ornella Vanoni in abito rosso inferno, il
principe Giovannelli con il solito smoking bianco, lo
scarpaio Diego Della Valle, Katia Noventa, Fiona
Swarovski.
In
tutto, seduti ai tavoli, erano 921, e altrettanti sono
stati rifiutati. Nei 955 euro a testa erano esclusi i
vini, il che significa che a fine serata il conto si
raddoppiava. E la chiamano crisi... Ma il principe
Giovannelli di chi era ospite, chi pagava per lui?
20.08.10 |
Fisco, QUESTO SCONOSCIUTO - VASCO ROSSI HA INTESTATO A
UNA SOCIETà ANCHE IL CANE! - Sono migliaia le società a
cui i proprietari intestano yacht, villE, casalI,
appartamenti. E POI Ferrari, Lamborghini e Suv
Mascherate da auto aziendali - Se l’Agenzia delle
entrate mette il naso nella tua denuncia dei redditi,
scoprirà che non hai un motoscafo da un milione di euro,
ma una società di charter del capitale di 10 mila euro.
Per giunta in perdita. Meglio della bandiera liberiana o
panamense….
Sergio Rizzo per il
Corriere della Sera
Per settimane si sono barricati in casa aspettando che i
federali venissero a prenderli. Non pagavano le tasse da
molto tempo, finché il tribunale li ha condannati a
cinque anni di carcere. E loro non ci sono stati. Armati
fino ai denti hanno sprangato le porte in attesa della
polizia, proclamando di «lottare per la libertà».
Proprio così hanno detto: «per la libertà». Ma forse i
coniugi Ed e Elanie Brown, che tre anni fa sono stati al
centro negli Stati Uniti di un caso nazionale, avevano
semplicemente sbagliato posto: credevano di essere in
Italia. Il Paese dove l'evasione fiscale non è
semplicemente una patologia, ma l'effetto di una cultura
radicata a fondo.
L'ha ammesso implicitamente ieri, sulle colonne del
Sole24ore, il direttore dell'Agenzia delle entrate
Attilio Befera. «Quello che ancora non si afferma è il
cambiamento del modello culturale che ha favorito
l'evasione», ha scritto, mostrandosi esterrefatto per
aver letto in un'intervista «che tutto quello che si
possiede, anche il proprio cane, è intestato a una
società per limitare i danni patrimoniali».
Quell'intervista è stata pubblicata da Repubblica il
giorno prima di Ferragosto e l'intervistato è nientemeno
che la rock star Vasco Rossi, finito nel mirino del
fisco per una società, da lui posseduta al 90%, a cui è
intestata la barca «Jamaica». Indispettito perché la
notizia era trapelata sulle agenzie, dopo aver
dichiarato «sono un cittadino onesto», il cantante ha
spiegato:
«Ho usato questa cautela per mettere un limite a
eventuali ritorsioni contro la mia persona fisica per
eventuali danni causati dalla barca o dall'equipaggio a
terzi. Trovo questo oltre che lecito anche ragionevole e
per nulla elusivo. Anche il mio cane è intestato a una
società, perché se morde qualcuno si pagano giustamente
i danni, ma si evita che qualcuno possa
approfittarsene».
Difficile comprendere la differenza fra essere morsi dal
cane di Vasco Rossi piuttosto che dal cane della società
di Vasco Rossi. Ma se la società della barca (in
leasing) si chiama «Giamaica no problem» (!) ci sarà
pure un motivo.
Anche perché Vasco non è il solo a pensarla così. Sono
migliaia e migliaia le società a cui i proprietari
intestano yacht e natanti. Il problema, o meglio, il
«problem», è che sono pressoché tutte ditte di charter
con un solo cliente, guarda caso il loro azionista. In
italiano si chiamano società di comodo e non servono
soltanto a pagare meno tasse sulla barca, ma a far
scomparire lo yacht dai radar del fisco nel caso di
accertamenti personali. Se l'Agenzia delle entrate mette
il naso nella tua denuncia dei redditi, scoprirà che non
hai un motoscafo da un milione di euro, ma una società
di charter del capitale di 10 mila euro. Per giunta in
perdita. Meglio della bandiera liberiana o panamense.
Ma
le società di comodo non servono solo per le barche.
Moltissimi ci mettono dentro anche la villa al mare, il
casale in campagna, gli appartamenti in città. Poi ci
sono le fuoriserie: Ferrari a centinaia, Porsche, Audi,
Mercedes, Bmw, Lamborghini e Suv a rotta di collo.
Mascherate da auto aziendali. Anche in questo caso non
per risparmiare sulle tasse della macchina, ma perché
non figuri nella denuncia dei redditi.
A
uno schermo societario, in Italia, non rinuncia nessuno:
diversamente non sarebbero in perdita quasi metà (per
l'esattezza il 45%) delle società di capitali. Ma c'è
anche chi alla maschera di una srl o di una spa
preferisce direttamente quella di una società
fiduciaria. Si mettono le azioni là dentro e si può
dormire fra due guanciali.
Per non parlare delle scatole dove finiscono i
dividendi: spesso hanno sede all'estero, magari in un
Paese comunitario. Tipo Lussemburgo. Poi però, grattando
la vernice, salta fuori che la società è controllata da
un'altra società che sta invece alle Isole Cayman o a
San Marino. Migliaia e migliaia. E per non dire dei vip
con residenza (spesso fittizia) nei paradisi fiscali,
oppure a Montecarlo. Le cronache ne sono piene. Fin qui
i comportamenti dove il confine fra evasione ed elusione
è talvolta impalpabile. Oltre, ci sono le frodi. E anche
in questo vantiamo una discreta specializzazione.
Le
società che aprono e chiudono i battenti nel giro di
pochi mesi, per esempio: si chiamano cartiere perché
servono soltanto a fare false fatture che permetteranno
di chiedere il rimborso dell'Iva mai pagata. Un caso di
scuola, che si può declinare in vari modi. Per esempio,
come ha scoperto ad aprile di quest'anno la Guardia di
finanza, con un giro di fiduciarie fra la Svizzera e il
Lussemburgo. C'era coinvolto perfino un prete.
Ma
la tecnologia del crimine fiscale, purtroppo, è in
continua evoluzione. Vi si dedicano menti raffinate,
come quella che ha architettato una frode ai danni del
Fisco arrivando a utilizzare i modelli 730: aveva creato
una rete di finte società, formalmente gestite da una
signora ottuagenaria, che erogavano false prestazioni
detraibili dalle denunce dei redditi di comuni
cittadini. Impiegati, infermieri delle Asl, pensionati.
Con un danno di svariati milioni di euro per l'erario.
Roba da far impallidire gli artigiani dell'evasione. A
partire dai commercianti refrattari alla ricevuta
fiscale, i quali dichiarano redditi inferiori a quelli
del proprio dipendente. Per continuare con gli
stabilimenti balneari che dicono di guadagnare più
d'inverno che d'estate. Nessuno, però, riesce a battere
i veri artisti. Ovvero, coloro che per il Fisco non
esistono nemmeno. Una volta scoprirono una donna, a
Pavia, che per anni aveva gestito una casa di riposo per
anziani totalmente abusiva.
Interrogato dal giudice che sta indagando sulla vicenda
della cosiddetta P3, il «faccendiere» Flavio Carboni ha
dichiarato senza fare una piega di non possedere beni
patrimoniali avendone comunque la disponibilità.
Tecnicamente è possibile. Ma quando si scopre che
dall'anno di imposta 2002 non ha più presentato una
dichiarazione dei redditi, come i poveri, allora non si
può davvero trattenere la sorpresa.
Non c'è dubbio che l'evasione fiscale in Italia sia
anche una questione culturale. A differenza degli Stati
Uniti, dove non si scherza (fra il 2002 e il 2007 hanno
sbattuto dentro 5 mila persone), qui non è mai stata
considerata un peccato. Più che altro, una marachella.
Nel 2002 l'avvocato Attilio Pacifico, che sarebbe stato
condannato insieme all'ex ministro Cesare Previti per
l'affare Imi-Sir, ammise candidamente in un colloquio
con un giornalista: «Sì, sono un evasore fiscale. E
allora, che mi volete fare?». E in una lettera al
Corriere lo stesso Previti scrisse: «Se è vero che negli
anni passati ho avuto disponibilità all'estero, è
altrettanto vero che questa situazione l'ho
regolarizzata e sanata anche attraverso un condono
tombale, pagando quanto dovuto per legge». Già, il
condono.
Quale contributo hanno dato le sanatorie a diffondere,
come vorrebbe Befera, «la cultura della legalità
fiscale»? Il primo condono dell'età moderna lo fece
Bruno Visentini, nel 1973. Replicò Rino Formica, nel
1982. E ancora Formica, nel 1991. Per arrivare al 2002,
con Tremonti. Poi gli scudi, a ripetizione, per chi
aveva esportato illegalmente capitali.
Questione forse di Dna italico, visto che la sanatoria
capostipite risale addirittura all'epoca dell'imperatore
Adriano (che era però di origini iberiche). Ma è
difficile credere che la politica oggi non abbia le sue
responsabilità. Per questo una domanda è inevitabile.
Ora che il suo governo, impossibilitato a ridurre le
imposte, sostiene di voler combattere a fondo
l'evasione, ripeterebbe Silvio Berlusconi quel che disse
il 18 febbraio del 2004, e cioè che evadere tasse troppo
alte è «moralmente giustificabile»?
[20-08-2010]
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1
- DOLCE È GABBARE LO FISCO MIO
http://www.giornalettismo.com/archives/58707/evasione-fiscale-truffa-dolce/
D&G under attack. Il Fatto quotidiano con Leo Sisti (ex
L'Espresso) riferisce di un'indagine in via di
conclusione per evasione fiscale e truffa ai danni dello
Stato nei confronti di Domenico Dolce e Stefano Gabbana,
meglio noti come Dolce & Gabbana. Un'inchiesta che sul
piano fiscale vale 370 milioni di euro, che i due
potrebbero essere costretti a pagare allo Stato.
UN
ANNO FA - Della vicenda si parla da quasi un anno: la
ricostruzione che i finanzieri milanesi hanno compiuto
della mutazione della struttura societaria del gruppo,
fatica a trovare spiegazioni al di là dell'astuzia
fiscale. Nel 2004, infatti, il sistema delle royalties
del gruppo viene sottratto a una struttura fino a quel
momento lineare - con alla testa la società a
responsabilità limitata D&G, con sede a Milano - e
trasferito a una catena di scatole cinesi.
Dolce
Gabbana
La
testa del gruppo è portata in Lussemburgo, dove viene
fondata una società, la Dolce&Gabbana Luxembourg, che
controlla il 100% di un'altra società, la Ga.Do. srl,
nel cui board siedono il fratello e la sorella di
Domenico Dolce, Alfonso e Dorotea, e il direttore
finanziario Cristiana Ruella.
Dolce
Gabbana
Solo che, da indagini delle Fiamme Gialle, risulta la
tipica esterovestizione di un'attività che invece aveva
come centro decisionale l'Italia, pur avendo
ufficialmente sede in Lussemburgo. In questo modo, cioé
pagando nel paese del Granducato le tasse su un'attività
svolta in realtà in Italia, Dolce & Gabbana ha
risparmiato 260 milioni di tasse negli anni 2004, 2005 e
2006.
Dolce
Gabbana
INDAGINE SUL MARCHIO - Poi, scrive il Fatto, c'è anche
un'indagine sulla compravendita del marchio, andato alla
Ga.Do. per 360 milioni di euro. E sottovalutato, secondo
l'Agenzia delle Entrate, visto che varrebbe il doppio o
giù di lì. Il consulente dal lato fiscale di Dolce &
Gabbana, che dovrà trattare con gli 007 del Fisco, è lo
studio Romagnoli (ex Romagnoli e Tremonti, dopo che
l'attuale ministro dell'Economia ha formalmente
lasciato). Se la trattativa non andasse a buon fine, si
andrebbe all'accertamento, portando a contestare 370
milioni di euro tra sanzioni e interessi. Una cifra
record.
IL
PRINCIPIO CHE CONTA - Quello che un po' stupisce, per
quanto se ne sa ad oggi, è il metodo utilizzato
dall'accusa: in un'accezione la più aperta possibile,
con queste prove si potrebbe contestare
l'esterovestizione praticamente ad ogni società
"italiana" con sede centrale in Lussemburgo e negli
altri paesi considerati, per le modalità di tassazione,
piccoli o grandi paradisi fiscali.
Sempre per quanto se ne sa, la Guardia di Finanza
contesta evasione e truffa perché molte decisioni da
prendere formalmente in Lussemburgo venivano in realtà
prese in Italia. Formalmente ineccepibile, nella
sostanza bisognerà vedere se il giudice non riterrà
l'argomento "capzioso" rispetto alla realtà della
gestione di una holding aziendale.
UNO SCOOP INEVITABILE - In ogni caso, non è una sorpresa
che lo scoop su Dolce & Gabbana sia finito sul Fatto
Quotidiano, e prima ancora sul Giornale: i due sono
infatti molto attenti ai rapporti con la stampa
italiana, che finanziano di fatto con l'acquisto di
enormi spazi pubblicitari per i loro prodotti.
Tanto che vogliono essere rispettati. A farne le spese è
stato per la prima volta il Sole 24 Ore: un paio d'anni
fa il suo critico gastronomico azzardò l'affronto maximo
nei confronti del ristorante di loro proprietà,
affermando che la cotoletta che si mangia lì faceva
abbastanza schifo. D&G non ci hanno pensato due volte:
da un giorno all'altro hanno ritirato tutta la
pubblicità dalle testate del gruppo controllato dalla
Confindustria. Per punizione.
20.08.10 |
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VASCO ROSSI FA ACQUA – INSIEME CON MASSIMO
BOLDI, IL CHITARROSO è FINITO A STONARE COL
FISCO – TULLA COLPA DEI LORO MAXI YACHT
incappatI le scorse settimane nei controlli
effettuati dagli ispettori dell’Agenzia delle
Entrate nei porti liguri - Nel mirino finte
società di charter nautico società di comodo,
utilizzate per abusare della forma giuridica
societaria di noleggio ottenendo così benefici
fiscali...
ANSA.IT
Anche il cantante Vasco Rossi e l'attore Massimo
Boldi sono finiti, insieme a imprenditori e
professionisti, nella rete dei controlli
effettuati dall'Agenzia delle Entrate per
individuare false società di charter nautico
realizzate per gestire una sola barca a fini
personali, ottenendo così benefici fiscali.
I due sono possessori di due distinte
imbarcazioni incappate le scorse settimane nei
controlli effettuati dagli ispettori del fisco
nei porti liguri.
Gli uomini dell'Agenzia delle Entrate sono
incappati nella società di charter di Vasco
Rossi nel corso delle verifiche effettuate
quest'estate nei porti liguri, su
un'imbarcazione di 24 metri utilizzata
solitamente dal solo cantante rock. La società,
nella quale sarebbe in corso la notifica
dell'accertamento, sarebbe per oltre il 90%
intestata al cantante e solo per una minima
quota ad altri soci residenti in Svizzera, sui
quali sarebbero in corso ulteriori accertamenti.
E' di 24 metri anche l'imbarcazione utilizzata
da Massimo Boldi, individuata dagli ispettori
dell'Agenzia delle Entrate nel porto di Genova.
Lo yacht risulterebbe intestato ad una società
di charter interamente riconducibile all'attore
comico e a sua figlia, ai quali sarebbe già
stata notificata la cartella dell'Agenzia delle
Entrate.
Nel mirino del Fisco finte società di charter
nautico, quelle che noleggiano imbarcazioni in
alcuni casi con personale di bordo. Gli 007
delle Entrate, nel corso dei controlli sulle
attività stagionali, hanno individuato, in
particolare in Liguria, Campania e Friuli
Venezia Giulia, numerosi casi di società che,
sotto le mentite spoglie di "noleggio di mezzi
di trasporto marittimo e fluviale", coprivano
invece il mero utilizzo personale delle
imbarcazioni di lusso (in media natanti di più
di 20 metri e di valore superiore a 1,5 milioni
di euro) da parte dei diretti titolari. In campo
per setacciare i litorali del Belpaese -
riferisce l'Agenzia in una nota - ci sono
centinaia di investigatori dell'Agenzia delle
Entrate.
Si tratta di società unipersonali, o con pochi
soci - riferisce l'Agenzia delle Entrate -
riconducibili allo stesso ambito familiare, con
minimo capitale sociale (10.000 euro) che
detengono un'unica imbarcazione in leasing, la
cui reale attività non è rivolta al mercato ma è
indirizzata al mero godimento del bene da parte
dei diretti titolari. Infatti, il natante viene
noleggiato esclusivamente ai soci o ad altre
società che hanno la medesima compagine sociale.
Le compagnie di charter intercettate, quindi,
rappresentano società di comodo, utilizzate per
celare il carattere elusivo dell'operazione e
per abusare della forma giuridica societaria di
noleggio.
Dichiarare di svolgere l'attività di noleggio,
anziché di possedere a titolo personale la
medesima imbarcazione, infatti, "permette di
ottenere numerosi vantaggi di natura fiscale,
economica e finanziaria - spiega ancora il
comunicato dell'amministrazione fiscale - come
la separazione del proprio patrimonio da quello
della società, con il beneficio della
responsabilità limitata; il mancato esborso
dell'Iva sui costi riconducibili
all'acquisizione dell'imbarcazione in leasing;
la mancata applicazione delle accise sul gasolio
(circa il 50% del prezzo del gasolio), che
comporta anche un risparmio in materia di Iva;
la detrazione dell'Iva e delle spese sostenute
per mantenere la barca e il suo equipaggio"
[12-08-2010]
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- ALEOTTI: NESSUNA EVASIONE, PAGHIAMO LE
TASSE. E NESSUN ILLECITO SU IMPORTAZIONE
PRINCIPI ATTIVI DALLA CINA
(Adnkronos/Adnkronos Salute) -
Alberto Aleotti, presidente del gruppo
farmaceutico italiano Menarini, reagisce con
"assoluta tranquillita'" alle notizie che lo
citano quale titolare di un maxi-deposito da 476
milioni di euro a Vaduz, in Liechtenstein.
In proposito, l'industriale ribadisce
all'Adnkronos Salute la posizione gia' espressa
due anni fa: "Tutte le disponibilita'
finanziarie, del sottoscritto e della mia
famiglia, in Italia e all'estero, sono
regolarmente ed integralmente assoggettate a
tassazione, come le competenti autorita'
potranno agevolmente verificare". Il gruppo
Menarini "e' completamente estraneo alla
vicenda", ripete Aleotti.
In merito poi a un presunto traffico illegale di
principi attivi (pravastatina e fosinopril)
dalla Cina, oggetto di un'inchiesta avviata
l'anno scorso dal sostituto procuratore di
Firenze Luca Turco, l'azienda con quartier
generale nel capoluogo toscano torna a
respingere ogni accusa di illecito o sospetta
sovrafatturazione.
Il gruppo Menarini, che dopo l'apertura del
fascicolo ha ricevuto nel maggio 2009 la visita
dei carabinieri dei Nas, gia' l'anno scorso
affermava di respingere "nella maniera piu'
decisa e categorica qualsiasi illazione in
merito a una presunta importazione illegale di
principi attivi dalla Cina e alla violazione di
qualunque diritto di brevetto".
La societa' "tiene al contrario a ricordare che
da sempre l'azienda e' paladina della necessita'
di brevetti forti a tutela dell'attivita' di
Ricerca e Sviluppo di nuovi farmaci", si leggeva
in una nota.
"Tutti i principi attivi utilizzati per i nostri
farmaci - puntualizzava Carlo Colombini,
direttore del manufacturing Menarini - sono
prodotti presso fabbricanti certificati ed
autorizzati dalle autorita' sanitarie e
ricontrollati sistematicamente nei nostri
stabilimenti italiani. I processi di produzione
e di controllo garantiscono i piu' elevati
standard di qualita'".
18.08.10 |
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EVASIONE FISCALE: nella 'lista Falciani' le
societa' degli evasori. Il re delle televendite
ha evaso 6,8 milioni via Vaduz (Il Sole 24 Ore,
pag.7) 'In Liechtenstein i conti di politici e
dittatori'. La 'talpa' della Lgt: in un libro
nuove rivelazioni. (La Stampa, pag.28)11.08.10 |
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ALEOTTI, MISTER 450 MILIONI, HA SCUDATO!
"Inchiesta per frode da mezzo miliardo sul re dei
farmaci. Aleotti: regolarizzati i fondi in
Liechtenstein. La replica al Fisco del titolar della
Menarini: "Tutte le mie disponibilità finanziarie sono
assoggettate a tassazione" (Corriere, p.19).
06.08.10 |
IL
FISCO PURGA IL RE DEI MEDICINALI – è ALBERTO ALEOTTI,
TITOLARE DELLA MENARINI E GRAN FREQUENTATORE DI CASA
ANGIOLILLO, MISTER 450 MILIONI IN Liechtenstein – SE
QUESTI IL PARAGURU LI HA SCUDATI, ORA il fisco ha acceso
i fari su un altro ricchissimo patrimonio nascosto DI
400/500 milioni di euro - l’ottantasettenne Cavaliere
del Lavoro venne arrestato nel ’94 per aver pagato quasi
un miliardo a Poggiolini per ottenere un aumento del
prezzo dei farmaci…
Mario Sensini per il
Corriere della Sera
«Noi non ci stiamo. Porteremo le nostre aziende in
Germania». Per protestare contro la politica del governo
sui prezzi dei medicinali, il vulcanico Cavaliere del
Lavoro Alberto Aleotti, titolare della Menarini, aveva
acquistato nel '95 intere pagine di giornali. La
minaccia restò sulla carta: la Menarini, nel frattempo
diventata una multinazionale del farmaco con imprese in
tutto il mondo, non si è mai mossa da Firenze.
In
compenso, all'estero, molto vicino alla Germania, e
precisamente in una banca del Liechtenstein, Aleotti ha
invece nascosto un bel gruzzolo: 476 milioni di euro. È
lui l'italiano di cui ha parlato l'altro giorno al
settimanale «Stern» la gola profonda che ha venduto ai
servizi segreti tedeschi la lista degli evasori nascosti
nel Principato. Quei fondi Aleotti li ha scudati nel
2001, pagando la tassa prevista per regolarizzarli. Se
ha perso il pelo, tuttavia, Aleotti parrebbe non aver
perso il vizio.
Da
qualche mese il fisco italiano ha acceso i fari su un
altro ricchissimo patrimonio nascosto e riconducibile
all'industriale fiorentino e alla sua famiglia. Ancora
una volta si parla di cifre a otto zeri: quattrocento,
forse cinquecento milioni di euro, dicono fonti vicine
all'inchiesta condotta dal sostituto procuratore della
Repubblica di Firenze, Luca Turco, che ha indagato
Aleotti e i suoi figli, Lucia e Alberto Giovanni, per un
presunto traffico illecito di prodotti farmaceutici con
la Cina.
Sui fondi in Liechtenstein, già saltati fuori nel 2008,
Alberto Aleotti non ha difficoltà a parlare. «Tutte le
disponibilità finanziarie mie e della mia famiglia sono
regolarmente e integralmente assoggettate a tassazione»
dice attraverso il portavoce dell'impresa, confermando
indirettamente l'adesione al primo scudo fiscale varato
dal governo Berlusconi.
Sull'inchiesta della magistratura fiorentina, invece,
Aleotti tace. Il sospetto degli inquirenti, che nel 2009
hanno messo in azione prima i Carabinieri del Nucleo
antisofisticazione e subito dopo l'Agenzia delle
Entrate, è che dietro alle importazioni dei principi
attivi di due farmaci, la pravastatina e il fosinopril,
ci sia anche una nuova gigantesca frode tributaria,
attraverso la sovrafatturazione (con la tecnica del
cosiddetto «transfer pricing»).
Gli accertamenti degli agenti del fisco, complicati
perché devono muoversi attraverso un dedalo di società
per seguire il tortuoso percorso delle fatture,
dovrebbero concludersi in un paio di mesi.
Per Aleotti, che continua a scrivere lunghissime lettere
a Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti denunciando
l'insostenibilità della politica italiana sul prezzo dei
farmaci, potrebbe rivelarsi un brutto colpo. Anche se
l'ottantasettenne Cavaliere del Lavoro di brutte
esperienze ne ha già avute, come quando venne arrestato
nel '94 per aver pagato quasi un miliardo a Duilio
Poggiolini per ottenere un aumento del prezzo dei
farmaci.
Arrivato alla Menarini nel '64 come semplice direttore,
divenuto amministratore unico dieci anni dopo, e oggi
unico proprietario di un gruppo da 2,7 miliardi di
fatturato, per raggiungere i suoi obiettivi Aleotti ha
sempre usato metodi, per così dire, spicci. Non solo
tangenti e pagine di giornali.
Anche i suoi informatori medici si muovevano con gran
disinvoltura per spingere le prescrizioni dei suoi
farmaci. Ai medici regalavano prima un cucchiaino
d'argento, la volta dopo la forchetta. E pian piano che
il servizio di posate si completava, gli utili della
Menarini (come i conti all'estero di Aleotti)
crescevano.
[06-08-2010]
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GERMANIA: CACCIA A EVASORI, PERQUISITE TREDICI SEDI
CREDIT SUISSE...
(Adnkronos/Dpa) - La polizia tedesca ha
compiuto oggi perquisizioni in tredici filiali del Credit
Suisse, in seguito a informazioni su possibili casi di evasione
fiscale compiuti da clienti tedeschi dell'istituto elvetico.
L'ordine per le perquisizioni, che hanno impegnato circa 150 fra
poliziotti e inquirenti, e' stato emesso da un giudice di
Dusseldorf sulla base di informazioni 'sottratte' da informatori
interni alla banca. Di recente le autorita' del Nord
Reno-Westfalia hanno acquistato - per una cifra imprecisata,
vicina a 2,5 milioni di euro - un dischetto contenente i dati su
oltre mille contribuenti tedeschi che avrebbero 'parcheggiato'
all'estero i loro patrimoni, sfuggendo alla lente del fisco
tedesco. Molti di questi sarebbero stati correntisti del Credit
Suisse.
17.07.10 |
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- FISCO:
DOGANA PONTE CHIASSO, SEQUESTRATI 2 MLD DOLLARI ZIMBABWE...
(Adnkronos)
- I funzionari della Dogana di Ponte Chiasso, in servizio presso
il valico autostradale di Brogeda, con la collaborazione dei
militari del guardia di finanza, hanno sequestrato valuta non
dichiarata per complessivi due miliardi di dollari dello
Zimbabwe, pari a circa 4.509.500 euro. I tre biglietti di banca,
due del valore di 500 milioni e uno da un miliardo di dollari,
di cui si sta accertando l'autenticita', erano in possesso di un
cittadino italiano, residente in provincia di Milano. La
sanzione massima prevista per l'omessa dichiarazione del
trasporto di valuta, corrispondente al 40% dell'ammontare
eccedente il limite di franchigia, pari a 1.799.800 euro.
[14-06-2010]
18.06.10 |
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FISCO:
NEL MIRINO DELLA GDF 280 IMPRESE ITALIANE PER EVASIONE
INTERNAZIONALE ...
(Adnkronos) - A partire dalla mattinata, sono in corso centinaia
di perquisizioni in tutta Italia da parte della Guardia di
Finanza, alla ricerca delle prove di un'evasione
multimilionaria. Cento Reparti del Corpo stanno setacciando sedi
aziendali allo scopo di ricercare elementi di prova circa
l'utilizzo, da parte di 280 societa' italiane, di fatture per
operazioni inesistenti, per un totale, in prima approssimazione,
di circa 150 milioni di euro.Le
attivita' di oggi costituiscono lo sviluppo di un'inchiesta
della Procura di Milano che lo scorso 27 ottobre aveva portato
alle ordinanze di custodia cautelare in carcere di un
faccendiere svizzero, di tre suoi collaboratori e di un
funzionario di un istituto di credito elvetico, per riciclaggio
all'estero di somme provenienti da delitti di appropriazione
indebita ed evasione fiscale.
Il
filone investigativo relativo all'evasione fiscale, diretto dal
pubblico ministero Carlo Nocerino, ha permesso di svelare che
l'associazione gestiva una serie di societa' estere costituite
al fine di permettere alle societa' italiane la creazione di
fondi neri all'estero.
10.06.10 |
TRAFFICO
ILLECITO CAPITALI, SEQUESTRATO ASSEGNO DA 97MLN DOLLARI A COMO...
(Adnkronos)
- I funzionari della dogana di Chiasso (Como), in collaborazione
con i militari della guardia di finanza di Ponte Chiasso,
nell'ambito del contrasto al traffico illecito di capitali hanno
sequestrato un assegno da 97.250.000 dollari americani, pari a
80.008.227 euro, su un conto acceso presso la sede americana
della banca Hsbc.
L'assegno era in possesso di un 70enne imprenditore edile
bergamasco che dalla stazione ferroviaria di Chiasso stava per
salire a bordo di un treno diretto a Milano. L'uomo, nel 1998,
era stato controllato, sempre a Chiasso, a bordo di un treno che
da Bruxelles andava a Milano. In quel caso era stato trovato in
possesso di documentazione valutaria relativa a consistenti
disponibilita' finanziarie all'estero.
Nella
stessa giornata su un treno proveniente da Lugano e' stato
bloccato un 50enne croato che trasportava con se' valuta non
dichiarata per 19.800 dollari americani e 72 titoli al portatore
emessi dal Governo degli Stati Uniti Messicani. Del denaro
contante "ne e' stato sequestrato il 40% (per 7.500 dollari,
pari a euro 6.094), in quanto eccedente la franchigia ammessa di
10.000 euro". I 72 bond, invece, sono stati sequestrati in
attesa di pervenire alla determinazione del loro valore.
10.06.10 |
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FIAMME
GIALLE BLITZ (MO’ SO’ CAZZI!) – LA GDF E IL FISCO HANNO “VISITATO”
78 FILIALI DI 16 BANCHE E DUE FIDUCIARIE – LA PISTA DI SAN MARINO
“PUZZA” DI EVASIONE E RICICLAGGIO SU CAPITALI – E ORA PARTE ANCHE
LA STRAGE DI IMPRENDITORI, CASALINGHE, PROFESSIONISTI E PENSIONATI
DELLA LISTA FALCIANI (SI PARLA DI UN "TESORETTO" DA 6,9 MLD$)...
Da "Repubblica.it"
Blitz di
Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate in 16 banche per
verificare il rispetto degli obblighi di legge necessari a
garantire l'identificazione della clientela. In tutto sono state
visitate 78 filiali e due fiduciarie italiane, dislocate in sei
regioni (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Toscana e
Lazio).
Nel mirino
del fisco intermediari nazionali, già emersi nel corso di attività
operative finalizzate a contrastare l'evasione fiscale
internazionale, le frodi Iva "carosello" e il riciclaggio dei
relativi proventi, individuati da Fiamme Gialle e Agenzia delle
Entrate per essere stati utilizzati da contribuenti italiani per
eseguire movimentazioni finanziarie illecite destinate alla
Repubblica di San Marino.
E su un
altro fronte di indagine, sempre riguardante l'esportazione di
capitali all'estero, le Fiamme Gialle hanno reso noto l'ammontare
del "tesoretto" contenuto nella "lista Hbsc", l'elenco di
correntisti italiani della banca svizzera sospettati di evasione
fiscale: 6,9 miliardi di dollari Usa.
La pista di
San Marino. Il fisco italiano vuole accertare l'esattezza e la
completezza delle informazioni che gli intermediari sono tenuti a
comunicare all'archivio dei rapporti finanziari. L'eventuale
omissione da parte delle banche farebbe scattare indagini
finanziarie e verifiche. Ulteriore scopo delle attività in corso,
oltre a contestare eventuali illeciti commessi dalle banche, è
l'acquisizione di ogni utile informazione per il successivo
sviluppo di indagini volte a "scovare" evasori e recuperare i
capitali illecitamente portati all'estero.
La banca
dati dei rapporti finanziari contiene tutte le comunicazioni
relative ai rapporti continuativi intrattenuti con la clientela
esistenti, a partire dalla data del 1° gennaio 2005. Così come
contiene quelle relative le cosiddette operazioni extra-conto,
ossia poste in essere al di fuori di un rapporto continuativo, ad
eccezione delle operazioni di versamento effettuate tramite
bollettino di conto corrente postale per un importo unitario
inferiore a 1.500 Euro, oltre che i rapporti diversi da quelli
intrattenuti con i titolari dei rapporti continuativi o delle
stesse operazioni extra-conto (procure e deleghe).
I dati
devono essere comunicati all'archivio mensilmente in via
telematica. I soggetti tenuti a inviare i dati sono circa 13 mila
e includono le banche, la società poste italiane spa, gli
intermediari finanziari, le imprese di investimento, gli organismi
di investimento collettivo del risparmio, le società di gestione
del risparmio e ogni altro operatore finanziario. L'obbligo di
comunicazione ricade anche sulle filiali estere di operatori
italiani e, ovviamente, su quelle italiane di operatori esteri.
Gli intermediari rischiano per ogni omessa comunicazione sanzioni
da 2.065 Euro fino a 20.650 Euro.
Il
"tesoretto" della Hbsc. - E' di 6,9 miliardi di dollari Usa -
secondo quanto si è appreso - il tesoretto contenuto nella
cosiddetta "lista Hsbc" acquisita la scorsa settimana dalla
Guardia di Finanza 1. La lista contiene 7 mila nomi di correntisti
italiani della banca Hsbc sospettati di evasione fiscale ed è
stata ottenuta dalle Fiamme gialle attraverso una collaborazione
internazionale di polizia.
Ci sono
soprattutto imprenditori e contribuenti lombardi nella lista
Falciani acquisita dalla Guardia di Finanza. E' quanto comunicano
le Fiamme Gialle. In particolare, tra le persone fisiche indicate
nell'elenco risulta il 51% di imprenditori, il 15% di casalinghe,
il 14% di professionisti (avvocati, dentisti e giornalisti), l'11%
di dirigenti di azienda, il 4,5% di pensionati, il 2% di studenti,
2,5 altro. Il 63% dei contribuenti sono in Lombardia, l'11% nel
Lazio, il 7% in Piemonte, il 4,5% in Emilia Romagna, il 4% in
Veneto, il 3,5% in Toscana, il 3% in Campania come anche nelle
Marche, il 2,5% in Trentino Alto Adige, l'1,5% in Friuli Venezia
Giulia e in Liguria, lo 0,5 % in Puglia [26-05-2010]
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FURBETTI DEL FISCO TREMATE, LE LISTE SONO ARRIVATE – I NOMI
DEI CORRENTISTI ITALIANI DI HSBC DELLA LISTA FALCIANI SONO
STATI CONSEGNATI DAL PROCURATORE DI NIZZA DE MONTGOLFIER
ALLE FIAMME GIALLE – STESSA SORTE PER GLI EVASORI AMERICANI,
INGLESI E TEDESCHI – L’INCHIESTA NELLE MANI DEL PROCURATORE
DI TORINO CASELLI…
Adnkronos) - Arrivano in Italia i nomi dei
correntisti italiani, sospettati di evasione fiscale,
inclusi nella lista sottratta ad Hsbc dall'ex dipendente
Herve' Falciani. L'elenco, che contiene oltre 7.000 voci, e'
stato prima consegnato dal Procuratore di Nizza, Eric de
Montgolfier, al ministro della Giustizia francese e poi
preso in consegna, a Parigi, dagli uomini della Guardia di
Finanza.
TALPA
A
confermare all'ADNKRONOS l'avvenuta estrazione dei nomi e'
lo stesso magistrato francese: "abbiamo avuto l'ordine di
elaborare l'elenco dei nomi italiani dalla lista, che
contiene migliaia di nominativi. Abbiamo proceduto a
estrarre i nominativi e li abbiamo consegnati alle autorita',
a Parigi".
Analoga procedura ha riguardato le liste di correntisti
americani, inglesi e tedeschi, che saranno consegnate alle
autorita' dei rispettivi Paesi. Alla lista di nomi italiani
si e' interessato per primo il Procuratore di Torino,
Giancarlo Caselli, che ne ha fatto richiesta al suo collega
de Montgolfier per valutarne gli eventuali profili penali.
Sara' ora l'Agenzia delle Entrate, a prescindere dagli
aspetti giudiziari, a procedere ad un'analisi approfondita
sui soggetti da cui puo' nascere un eventuale accertamento
fiscale.
Le
indagini del Procuratore francese si stanno svolgendo in
collaborazione con lo stesso ex bancario Falciani che,
trasferitosi in Francia, ha contribuito a decifrare i dati
sottratti e sequestrati dalle autorita' francesi, dopo la
denuncia depositata dalla stessa Hsbc. Il tecnico
informatico, doppia nazionalita' (francese e italiana), nel
periodo in cui lavorava per la banca e' riuscito a mettere
le mani sui dati di oltre 120mila conti correnti
dell'istituto con l'intenzione di offrirli ai governi
interessati.
L'apertura dell'inchiesta a Nizza deriva dalla convinzione
che diverse persone che risiedono nella regione abbiano
aperto conti nella banca di Ginevra per riciclare denaro
sporco. 18-05-2010]
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FISCO:
AUTO DI LUSSO, SOTTO LA LENTE 97 MILA ACQUISTI ...
(AGI)
- Circa 100 mila contribuenti nel 2007 hanno acquistato un
auto di grossa cilindrata spendendo il doppio rispetto al
reddito dichiarato. Di questi il 15% sono lavoratori
dipendenti, il 25% titolari di reddito d'impresa, il 48%
lavoratori autonomi e il restante 12% rientra in altre
categorie di reddito. Il dato, secondo quanto si apprende,
e' stato fornito nel corso di un tavolo tecnico con
categorie produttive e professionisti in cui sono stati
presentati gli elementi di capacita' della spesa che
andranno a comporre il nuovo Redditometro.
L'Agenzia delle Entrate ha incrociato i dati sulle
immatricolazioni delle cosiddette auto di lusso nel 2007 con
i redditi dichiarati per lo stesso anno ed e' emerso che per
97mila acquisti, appunto, il costo dei veicoli e' risultato
doppio o in alcuni casi pari al reddito dichiarato
dall'acquirente. 10.05.10
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DOLCE È GABBARE! – LA STRATEGIA DIFENSIVA DI D&G CONTRO LE
ACCUSE DI EVASIONE FISCALE SONO SOLIDISSIME! “SIAMO ARTISTI,
CHE NE SAPPIAMO DI NUMERI?” – I DUE “ARROGANTELLI”
(DEFINIZIONE BY VALENTINO) RISCHIANO 370 MLN € DI PENALI, MA
MANCA IL CAPROne ESPIATORIO (C’È CHI MORMORA CHE SARÀ
ALFONSO, IL FRATELLO DI DOLCE)…
Leo
Sisti per "il
Fatto Quotidiano"
Cercasi capro espiatorio. Disperatamente. La strategia
difensiva di Dolce e Gabbana si sta profilando: loro sono
artisti, che ne sanno di numeri? Il tempo stringe. E'
prossima infatti la conclusione dell'indagine preliminare
che la Procura di Milano sta conducendo sugli stilisti
Domenico Dolce e Stefano Gabbana, con due ipotesi di reato:
evasione fiscale e truffa allo Stato.
Due
accuse, che si accompagnano ad un'altra inchiesta, fiscale,
parallela a quella penale: emersa quando la Guardia di
Finanza di Milano ha contestato ai due designer "distratti"
sui conti, di aver ceduto nel 2004 la proprietà del loro
marchio "D&G" dall'Italia a una società del Lussemburgo.
Dalla
"D&G srl" di Milano, cioè, alla "Gado sarl" (acronimo di
Gabbana e Dolce) del Gran Ducato, a sua volta controllata da
una holding sempre lussemburghese, la "Dolce & Gabbana
Luxembourg sarl". Ora chi sta in Lussemburgo a curare gli
affari del duo? Il fratello di Domenico, Alfonso: sarà lui
ad addossarsi la responsabilità della "estero vestizione"
del marchio "D&G", con le sue ricche royalties riscosse
dalla vendita di prodotti in licenza, dagli occhiali agli
orologi, dai profumi ai cosmetici, dalle mutande alle
cravatte? Si vedrà.
Sta di
fatto che a insospettire le Fiamme Gialle è stato il prezzo
di quella cessione, 360 milioni di euro. Un prezzo troppo
basso, basato su una valutazione "casalinga". E' stato
corretto, al momento della cessione del brand "D&G",
misurare la redditività futura del marchio attraverso le
royalties moltiplicate per la vita utile del marchio stesso,
in genere 15 anni.
Ma per
un altro importante aspetto i consulenti finanziari di D&G
avrebbero fatto un'operazione di cosmesi, come se
l'acquirente avesse dovuto essere una società italiana, e
non invece, com'è poi avvenuto, una società lussemburghese:
quindi con una tassazione di royalties più elevate, in
percentuale, rispetto a quelle, infinitamente più smilze, in
vigore nel Gran Ducato.
In
pratica il "carico" fiscale era spropositato. Con una
conseguenza: se uno versa troppe imposte su royalties
fintamente "italiane", anziché lussemburghesi, il valore dei
marchi venduti sarà "piccino", ovvero i famosi 360 milioni.
Secondo questa proiezione "casalinga", è come se D&G
avessero dovuto spuntare "appena" il 60 per cento di
profitti per le loro royalties (appesantite, appunto, nel
2004, da tasse "italiane" del 37,5 per cento, tra Ires e
Irap), invece del ricco 97-98% in Lussemburgo, dove invece
le tasse viaggiano su soglie modestissime, tra 2 e 3%.
C'è
una bella differenza tra moltiplicare 60x15 (i cosiddetti
anni di vita utile del marchio) o 98x15. Morale: se si
guadagna di meno da un marchio, anche questo, sul mercato,
ne risentirà. Il fatto è che simili considerazioni, valide
in quegli anni, oggi sono superate. Interbrand, una
multinazionale specializzata in valutazione dei brand, opera
con altri criteri, non più in virtù degli anni di "vita
utile del marchio", ma su dati che comprendono quanto
reddito, attuale o futuro, si può attribuire ai prodotti,
sui costi operativi, e su altri oneri.
E'
vero che D&G hanno posto fine alla "estero vestizione" del
proprio tesoro, facendo rientrare in Italia nel 2007, il
marchio e cercando, quindi, di chiudere con il passato. Ma
il passato, per fisco e Procura, non passa.
Quanto
al primo, la palla, è ora nelle mani dell'Agenzia per le
entrate, subentrata, per l'accertamento della cifra da
attribuire al valore del marchio, alla Guardia di Finanza:
secondo i suoi parametri, circa 700 milioni di euro, invece
dei famosi 360. Però, senza un negoziato con l'Agenzia, per
effetto del gioco delle penalità, tra sanzioni e interessi
scattati nel corso degli anni, D&G corrono il rischio di
dover sborsare ben 370 milioni di euro.
Ricorreranno alle commissioni tributarie per ottenere la
sospensione del pagamento, che potrebbe non essere concessa.
Se il pm Laura Pedio, titolare del dossier, dovesse
chiedere, e ottenere, via libera per il processo, e se i
difensori di D&G volessero puntare sul patteggiamento, non
rimarrebbe ai due "arrogantelli" (definizione di Valentino)
che saldare. Condizione del patteggiamento è il risarcimento
del danno.
[13-04-2010]
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NTERNATIONAL SPY-STORY - L’EX INFORMATICO DELLA BANCA
GINEVRINA HSBC CHE HA RUBATO LA LISTA DEGLI EVASORI VIVE
SOTTO PROTEZIONE IN UN LUOGO SEGRETO – Hervè Falciani SI
DIFENDE COSì: “MI HANNO CONTATTATO DEGLI 007 CHE TEMEVANO
CHE TERRORISTI MEDIORIENTALI MI USASSERO PER INFILTRARSI
NELL’HSBC” (MEJO DI UN FILM!) – ORA SARANNO IN MOLTI A
VOLERE “LA FALCIANI’S LIST” PER BECCARE EVASORI E CAPITALI
RICICLATI - MA I TEMPI PER AVERLA NON SARANNO BREVI…
Niccolo' Zancan e Raphaël Zanotti per "la Stampa"
Una
villetta in pietra nell'entroterra della Costa Azzurra:
piscina coperta da un telo, due televisori al plasma, vista
a strapiombo sul mare e uno scampolo di autostrada. Parte da
qui il giallo internazionale dei 127.000 conti correnti
della filiale svizzera della banca Hsbc che tutti cercano,
che tutti vogliono.
Storia
alla James Bond con protagonista Hervè Falciani, ex
informatico della banca ginevrina, allontanatosi dal
paradiso fiscale con un tesoro nel suo computer portatile: i
riferimenti di conti correnti aperti da evasori di almeno
180 Paesi diversi. Una fuga che rimbalza da Ginevra a
Beirut, Libano, per approdare nel paesino sopra a Mentone,
casa della famiglia Falciani. «Mio figlio non ha fatto nulla
di male altrimenti lo avrebbero messo in carcere - racconta
papà Falciani mentre svolge lavori di bricolage nella
villetta - Hervè vive sotto protezione in una località
segreta, non ho nemmeno il suo cellulare, ci contatta lui
quando vuole».
Isolato, protetto, nascosto: tutti cercano Hervè Falciani.
In primis gli svizzeri che lo considerano un ladro. Scoperto
il suo nascondiglio francese, avevano chiesto a Parigi di
effettuare una perquisizione nella villetta della Costa
Azzurra per rogatoria. I francesi hanno eseguito, ma quando
sono entrati in possesso dell'elenco hanno spedito una copia
agli inquirenti elvetici trattenendosi l'originale.
«Questioni di interesse nazionale» hanno fatto sapere da
Parigi sfruttando una riserva degli accordi internazionali.
Gli svizzeri si sono inferociti, i francesi hanno invece
continuato a lavorare sull'elenco. Il procuratore di Nizza,
Eric de Montgolfier, grazie a quel materiale ha aperto un
fascicolo d'indagine che si ripropone non solo di
individuare eventuali evasori fiscali francesi, ma anche di
rintracciare i capitali riciclati dalla criminalità
organizzata.
Ora
quell'elenco lo vuole anche la procura di Torino, convinta
che tra i 7094 correntisti italiani compresi nella "lista
Falciani" ci siano dei torinesi. Il procuratore capo di
Torino, Giancarlo Caselli, ha chiesto il documento per
rogatoria al collega De Montgolfier. «Nessun problema» ha
già fatto sapere il magistrato francese, anche se la
richiesta italiana potrebbe in teoria essere ancora bloccata
dal tribunale di Aix-en-Provence o dal ministero della
Giustizia.
A
Torino sono in attesa. Ottenere quell'elenco con una
rogatoria significherebbe in qualche modo «ripulire» quei
documenti che la Svizzera considera tutt'ora trafugati e
dunque inutilizzabili in un processo penale. Ma proprio il
modo con cui i francesi sono entrati in possesso della lista
potrebbe essere d'intralcio: come giustificare il suo invio
all'Italia, Paese straniero, dopo averne dichiarato
l'interesse nazionale francese? I rapporti già tesi tra
Svizzera e Francia potrebbero diventare ancora più
problematici, tra l'altro con l'entrata in gioco dell'Italia
e, a ruota, di chissà quanti altri Paesi.
Mentre nelle alte sfere si gioca una partita diplomatica
importante, Falciani continua a rimanere nell'ombra. «Non
sono un ladro, sono un accusatore - ha dichiarato in
un'intervista al quotidiano Nice Matin -. Non ho rubato quei
dati, si trovavano nel mio computer legittimamente perché
lavoravo alla sicurezza informatica dell'Hsbc. Per mesi ho
denunciato alla banca le lacune del loro sistema
informatico. Un sistema opaco, che permetteva intrusioni,
che consentiva di effettuare operazioni bancarie senza
lasciare tracce».
Gli
svizzeri hanno un'altra idea. Falciani non solo si è
impossessato di segreti bancari sottraendoli alla sua
azienda, ma ha cercato di venderli ai concorrenti, e poi
agli 007 tedeschi. Falciani, però, racconta un'altra storia:
«Sono stato contattato da agenti segreti perché temevano che
un gruppo di terroristi mediorientale potesse utilizzare me
per arrivare ai conti segreti dell'Hsbc». Vittima di una spy
story più grande di lui, o abile ladro di informazioni?
L'unica cosa certa è che ora, con la «lista Falciani»
sdoganata dai francesi, saranno in molti a mettersi in fila.
Per la procura di Torino potrebbe essere difficile
dimostrare una rilevanza penale su dati dalla provenienza
tanto insolita, ma non è così per la Guardia di Finanza e
per l'Agenzia delle Entrate pronte ad attivarsi non appena
arriverà a Torino, se arriverà, il documento. «Non si scappa
- dice il direttore dell'Agenzia delle Entrate Attilio
Befera -. Con l'inversione dell'onere della prova è il
contribuente a dover eventualmente dimostrare che i capitali
detenuti all'estero non sono frutto di evasione».
L'arrivo della «lista Falciani» in Italia non ha tempi
brevi. È necessario effettuare una copia forense, un esperto
deve cioè certificare che è identica all'originale. Intanto
la procura potrebbe sentire Falciani e il suo legale. «È
stato un anno difficile - dice papà Falciani guardando fuori
dalla finestra -. Ci sentiamo osservati. Speriamo che tutto
finisca presto».
[15-04-2010]
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GABA GABA, HEY HEY! ("REPORT" NON PERDONA, EQUITALIA Sì) -
LA GABANELLI SCOPRE UNA 'LISTA DEGLI INTOCCABILI' CHE
RACCHIUDE I TRE MAGGIORI PARTITI: FORZA ITALIA, AN E DS. PER
LORO “ASTENERSI ANCHE DA EVENTUALI SOLLECITI DI PAGAMENTO” -
Poi c’è un pacchetto di vip, DA Antinori a Christian De
Sica, dal re del porno Riccardo Schicchi al presentatore
Gianfranco Agus, per i quali si prescrive l’attivazione di
procedure esecutive - Non avranno mica sospeso le cartelle
alla Icla, che deve ancora all’erario una quarantina di
milioni?...
1 -
LETTERA
Riceviamo e pubblichiamo:
Domenica sera il drigente di Equitalia Gerit - Vicario -
dichiara a Report che aver riscosso nel 2009 7miliardi e 7
di tasse evase è un risultato straordinario. Alla domanda
"per sapere se è un buon risultato bisognerebbe conoscere
quanta evasione è stato accertata", Vicario risponde di non
essere autorizzato a fornire il dato. Il cittadino può
sapere che in Italia tanti evadono, ma mai fornirgli il dato
esatto. Abbiamo capito che 3 anni fa è stato di 44 miliardi
e ne sono stati recuparti 6 e mezzo.
Alla
faccia della buona performance! Ma quel che avrà agitato le
notti del Dott. Befera (direttore Agenzia delle Entrate)
forse non sono state le lunghe di liste di poveri cristi che
si sono trovati la casa ipotecata senza saperlo per una
multa dimenticata. I suoi pensieri saranno andati ad un
documento con un elenco di nomi su cui "astenersi dai
solleciti di pagamento".
Non
erano nomi da poco. Saranno poi corsi verso Frosinone, al
locale dirigente di Equitalia. Non avranno mica sospeso le
cartelle alla Icla, che deve ancora all'erario una
quarantina di milioni?
Cos'è la Icla? E' gruppo PAFI, cioè Di Falco, ottimi
rapporti con Geronzi, molto indebitato ai tempi con Banca di
Roma. Ottimi rapporti anche con Cirino Pomicino.
2 -
DIO PERDONA, EQUITALIA NO (ECCETTO FORZA ITALIA, AN E DS) -
PER LORO "ASTENERSI ANCHE DA EVENTUALI SOLLECITI DI
PAGAMENTO"
Marco Lillo per "il
Fatto Quotidiano"
La
lista degli intoccabili è trasversale e include i tre
maggiori partiti. Porta la data del 16 ottobre del 2007 e si
apre con Alleanza Nazionale per finire con i DS, passando
per Forza Italia. Un anonimo dirigente di Equitalia, la
società dalla forma privata e dall'azionariato pubblico,
creata appositamente per riscuotere i tributi, scrive alla
sua controllata "Equitalia Gerit", che si occupa di Roma e
del Lazio: "Per i contribuenti sotto indicati attendere
istruzione da parte della capogruppo (per cui astenersi
anche da eventuali solleciti di pagamento)".
Il
documento è stato mostrato da Giovanna Boursier durante la
puntata di Report di domenica scorsa dedicata proprio a
Equitalia. Il settimanale L'espresso, con un servizio di
Primo Di Nicola del 2008, aveva raccontato già
dell'esistenza di questo documento che "Il Fatto Quotidiano"
pubblica integralmente. Lo scandalo non sta tanto in quello
che c'è scritto ma nel fragoroso silenzio che è seguito alla
puntata.
Report
ha mostrato l'implacabilità di Equitalia contro i cittadini
inermi che si vedono ipotecata l'abitazione per un debito di
poche migliaia di euro. E poi ha mostrato una nota nella
quale si prescrive di non disturbare i tre principali
partiti italiani per i debiti tributari. Eppure nessuno ieri
ha smentito né commentato.
"Il
Fatto Quotidiano" ha provato a chiedere una replica al
direttore dell'agenzia delle entrate, Attilio Befera.
Inutilmente. Befera allora era amministratore di Equitalia,
oggi ne è il presidente ma è comunque il direttore
dell'Agenzia delle entrate che ne controlla il 51 per cento
mentre il restante 49 per cento è dell'Inps. Befera, oggi
come allora, è quindi la persona giusta per spiegare il
giallo della lista.
Anche
perché non si tratta certamente di un manager insensibile al
richiamo della politica. Il 23 settembre 2009 Il Fatto
Quotidiano ha pubblicato le intercettazioni telefoniche di
un'indagine della Procura di Potenza nella quale Befera si
interessava per far ottenere uno sconto di decine di milioni
di euro a una società amica del sottosegretario alla
presidenza del consiglio Gianni Letta, che chiamava per
perorare la sua causa.
Nemmeno i tesorieri dei partiti coinvolti dalla puntata di
Report, vista da tre milioni di italiani, hanno sentito il
dovere di spiegare cosa sia accaduto dopo quel presunto stop
alle azioni del fisco nei confronti di An, Forza Italia e
Ds. Interpellato dal Fatto l'ex tesoriere dei Ds Ugo
Sposetti replica: "Ma quale trattamento di favore, la
Federazione di Roma ha subito i pignoramenti". Sposetti non
precisa se questo sia accaduto prima o dopo la lettera
dell'ottobre 2007.
Alla
Conservatoria dei registri immobiliari di Roma, consultata
attraverso il sistema Syster dal Fatto, non risultano
ipoteche sugli immobili della Federazione romana ma potrebbe
trattarsi di un disguido dovuto ai diversi codici fiscali
usati.
Comunque Sposetti tronca sul nascere ogni sospetto. E anche
se non ha difficoltà ad ammettere di conoscere bene Befera,
precisa: "sono stato 5 anni al ministero delle finanze con
Visco e poi con Del Turco, è ovvio che conosco Befera. Ma
non gli ho mai chiesto un trattamento di favore per il
partito".
La
lista in realtà non riguarda solo i tre partiti citati nelle
prime cinque righe ma si compone di due pagine e di una
tabella lunghissima di nomi, codici fiscali e procedure di
riscossione in corso. Nell'elenco dei contribuenti citati
tra le "morosità rilevanti" abbondano i vip e le grandi
imprese.
Non
per tutti si prescrive l'immobilità come per i tre partiti.
Anzi. Il pugno del fisco è azionato da Equitalia con
un'attenta gradazione. Si va dall'estremo della massima
morbidezza verso Pds, An e Fi, alla richiesta di agire
contro le grandi aziende come Wind e Telecom Italia sempre
però "notiziando" la sede centrale.
Dopo i
partiti troviamo "L'Unità Editrice Multimediale",
partecipata dai Ds, dalla famiglia Angelucci e da Alfio
Marchini. Per la società si prescrive: "tenuto conto delle
modalità di notifica della cartella da euro 711 mila
relativa all'anno 2001, notificare solo intimazione di
pagamento (che determinerà l'opposizione della debitrice) e
notificarer correttamente le cartelle ancora da notificare
(alla società e al liquidatore)".
Chissà
perché Equitalia già sapeva che il contribuente L'Unità
Multimediale avrebbe fatto opposizione. Nella lista poi ci
sono due vip: l'allora sottosegretario del centrosinistra
Bobo Craxi e Adriano Panatta. Per loro si prevede un
trattamento intermedio. Equitalia invita Gerit a fare i
solleciti di pagamento ma "per ogni altra attività attendere
istruzioni per la capogruppo".
I nomi
elencati in testa sono quasi tutti vicini alla politica.
Dopo Craxi e Panatta seguono infatti il Psdi (per il quale a
dire il vero si prescrive un trattamento più duro verso il
suo segretario regionale Renato D'Andria e si invita la
Gerit a trasmettere le carte alla Guardia di Finanza) poi il
Psi e l'Agenzia Ater dell'edilizia popolare del Comune di
Roma.
Poi
c'è un pacchetto di vip, dall'andrologo Severino Antinori
all'attore Christian De Sica, dal re del porno Riccardo
Schicchi al presentatore Gianfranco Agus, per i quali si
prescrive l'attivazione di procedure esecutive.
Per
questa differenza di trattamento tra gli uni e gli altri,
certamente, ci sarà una spiegazione. Però resta la
sensazione di una sorta di procedura speciale, almeno
nell'attenzione della sede centrale di Equitalia per l'esito
delle cartelle di vip, grandi aziende e politici. E che
questa macedonia di nomi abbia come elemento comune il
potere e la fama, lo si comprende da un lapsus freudiano.
Alla
settima riga si parla di un Dell'Utri al quale "ove già non
fatto, iscrivere ipoteca su immobile in provincia di
Cosenza". Anche se poi subito si aggiunge: "per ogni altra
attività attendere istruzioni capogruppo". Il Dell'Utri che
ha una casa a Praia a Mare è Alberto ma il suo nome è
scritto a matita accanto a quello stampato in neretto nella
lista: Marcello Dell'Utri. Comunque alla conservatoria di
Cosenza l'ipoteca risulta iscritta solo nel 2000. E non da
Equitalia.
[13-04-2010]
|
GUAI
CON IL FISCO, SOTTO A CHI TOCCA...
Sara
Bennewitz per "la Republica" - Si allunga la lista delle
società di Piazza Affari con all´attivo guai con il fisco.
Oltre a Fastweb e alla Sparkle di Telecom Italia, ci sono
accertamenti in corso sul maxi dividendo 2004 di Seat, sulla
controllata olandese di Bulgari, su una finanziaria
lussemburghese partecipata da Snai e sulla Buy on web
detenuta al 51% da Dmail.
Ieri,
tanto per non sbagliarsi, il gruppo che fa capo a Adrio de
Carolis ha deciso di non consolidare i risultati 2009 della
società che vende articoli via Internet. Pare però che ad
accorgersi di alcune "irregolarità" sia stato lo stesso de
Carolis, che dopo aver chiesto conto ai due soci di
minoranza ha affidato a Pricewaterhouse una verifica interna
su Buy on web relativa «all´effettività di alcune rilevanti
transazioni commerciali con dei clienti esteri da cui si è
generato un credito Iva»
01.04.10 |
COME GLI
STILISTI SI SONO ARRICCHITI STRANGOLANDO L'INDUSTRIA DELLA
MODA ITALIANA SFRUTTANDO IL LAVORO NERO A POCHI EURO DEGLI
EXTRACOMUNITARI CINESI - LA STORIA DEL FALLIMENTO DI GIANCARLO
DE BORTOLI CHE CONFEZIONAVA GLI ABITUCCI DELLE COSIDDETTE
GRANDI FIRME: “UN ABITO PER JIL SANDER, STAGIONE 2010. SA
QUANTO ME L’HANNO PAGATO? 40 €. E HANNO AVUTO ANCHE
L’IMPUDENZA DI CONSEGNARMI L’ETICHETTA COL PREZZO AL
PUBBLICO DA METTERCI SOPRA: 890 EURO…” -
"NELL’ULTIMA SFILATA DI DOLCE E GABBANA C’ERA UN MAXI
SCHERMO CHE RIMANDAVA LE IMMAGINI DELLE SARTINE CON AGO E
DITALE, PER MOSTRARE CHE L’ALTA MODA È TUTTA ITALIANA. NON
È VERO, NON PUÒ ESSERE VERO. ALTRIMENTI IO NON AVREI
DICHIARATO FALLIMENTO. MA DOVE VIVONO QUESTI DUE SIGNORI? MA
LO SANNO O NO CHE IL CONTRATTO DEI TESSILI È PARIFICATO ALLE
LAVANDERIE?"
Stefano Lorenzetto per "Il
Giornale"
Lo chiamano made in Italy, ma è più
sfatto che fatto. Diciamo pure marcio. In cima alla scala ci
sono i signori della moda. Venerati e intoccabili: ci mettono
la faccia. Un gradino sotto stanno i terzisti. Carne da
macello: ci mettono il sangue. Giancarlo De Bortoli, 61 anni,
titolare della Herry's confezioni di Pramaggiore, dove il
Veneto sfuma in Friuli, era un terzista. Lo hanno
vampirizzato:
«Sto portando i libri in tribunale.
Il mio mondo finisce qui. Avrei dovuto smettere prima. Ho
resistito fino all'ultimo per le dipendenti, che erano la mia
famiglia. È stato tutto inutile. Sia ben chiaro: non è colpa
né del governo, né delle banche. Sono stati gli stilisti a
strangolarmi, lentamente ma inesorabilmente. E allora mi sono
detto: dichiara fallimento da solo, Giancarlo, cadi con onore,
non farti mettere i sigilli di ceralacca dall'ufficiale
giudiziario».
De Bortoli un fallito? Com'è
possibile, in nome del cielo? Sa fare come pochi il suo
mestiere, ha sempre sgobbato 12 ore al giorno, praticava
prezzi concorrenziali, era arrivato a produrre 20.000 capi
l'anno, non contraeva debiti, non s'è arricchito, era
oculato, pagava regolarmente gli stipendi, versava i
contributi previdenziali, non evadeva le tasse, nello
stabilimento aveva messo per le sue operaie il climatizzatore
e l'impianto stereo. Che altro ancora si può chiedere a un
imprenditore? Spiegatemelo voi.
Io lo conoscevo bene Giancarlo De
Bortoli. Era uno dei migliori su piazza, fidatevi. Faceva le
camicie su misura persino per i 9 piloti della flotta aerea
privata dei Benetton. Pochi riuscivano a lavorare la seta, il
raso, lo chiffon, la crêpe georgette come lui. Ma nessuno
doveva sapere che dalla sua fabbrica uscivano i capi d'alta
moda per signora con cucite sopra le etichette delle più
grandi maison d'Italia: Gucci, Prada, Max Mara, Miu Miu, Etro,
Sportmax, Costume National, Duca d'Aosta, Cividini.
Alexander Mc Queen e Giorgio Armani
E poi Giorgio Armani: «Ho dovuto
comprare sette tenaglie per spezzare nei punti di cucitura le
perle che ricoprivano una sua giacca». E poi Valentino: «Trecento
pigiami ordinati attraverso il maglificio Nigi di Mogliano
Veneto, eh sì, c'è anche il terzista del terzista». E poi
le sorelle Fendi: «Duecento tailleur tempestati di
paillettes, il solo pantalone sarà pesato 10 chili». E anche
griffe straniere, perché in fatto di contoterzismo tutto il
mondo è paese: Emanuel Ungaro, Apara, Pringle of Scotland,
Strenesse, Tse cashmere.
«Ho prodotto camicioni per conto di
Stella McCartney, figlia di Paul, il cantante dei Beatles, la
stilista che ha fatto l'abito da sposa di Madonna. Ma la casa
per cui ho lavorato di più in assoluto è stata Jil Sander.
Per una decina d'anni la fondatrice, Heidemarie Jiline Sander,
da Amburgo mi mandava l'ordine per le camicie che indossava
lei stessa, i suoi stampi erano conservati qui da me in
azienda».
Io lo conoscevo bene Giancarlo De
Bortoli. Ma ora non lo riconosco più. La barba di un giorno,
gli occhi arrossati, la voce tremante. «Ti vengono strane
idee. Se non fosse per mia figlia e per le mie due nipotine...»,
e la mente va allo stilista inglese Alexander McQueen, già
pupillo di Romeo Gigli e Givenchy: «Gli fornivo le camicie.
Avrebbe compiuto 41 anni fra qualche giorno. È morto a Londra
l'11 febbraio scorso. Suicida». Dall'estate del 2008 sono ben
13 gli imprenditori veneti che si sono ammazzati dopo aver
visto naufragare la loro azienda: quasi uno al mese.
Maledetto il giorno in cui De Bortoli
diede retta al padre Antonio, che aveva visto emigrare verso
la Svizzera tutti i suoi figli. «Ero elettrotecnico alla
Brown Boveri di Baden, stipendio ottimo. Papà mi telefonò:
"È mai possibile che di tre figli debba morire senza
averne almeno uno qui vicino a me?". Tornai a Motta di
Livenza. Era il 1968. Sposai Maria Paola. Entrai nel ramo
tessile con un amico. Volevo chiamare la nostra azienda
Harry's, in onore di Ernest Hemingway, assiduo frequentatore
dell'Harry's bar di Venezia.
"No, no, Arrigo Cipriani ci fa
causa", obiettò il mio socio. E all'ultimo momento infilò
nel marchio una "e" al posto della "a",
Herry's». Ben presto Giancarlo e Maria Paola subentrarono
all'amico. Avevano due laboratori: lei abiti da donna, lui
camicie. «È morta nel 2004. Ho assorbito l'intera produzione
nella mia azienda, come Maria Paola avrebbe desiderato. Negli
anni d'oro eravamo arrivati a 97 dipendenti, tra fissi e
occasionali. Ho chiuso che mi restavano solo 24
collaboratrici, tutte anziane».
Un solo errore ha commesso De Bortoli:
s'è accorto troppo tardi che giù, in fondo alla scala, ci
sono scantinati e garage brulicanti di terzisti
extracomunitari che impiegano schiavi, per lo più
clandestini, «gente che ai re Mida dell'ago e filo fornisce
un paio di jeans a una cifra oscillante fra i 4 e i 6,50 euro,
quando il prezzo minimo, per chi lavora con tutti i crismi,
non può mai scendere sotto i 25-30, gente che per una camicia
accetta 16-22 euro, mentre a me ne costava non meno di 30-36.
Non la vinci, non la puoi vincere, una concorrenza così
sleale, fuori da qualsiasi regola».
Oportet ut scandala eveniant. Adesso
che De Bortoli ha dichiarato fallimento, il fenomeno sommerso
affiora sulle prime pagine dei giornali veneti. «Daremo la
caccia ai committenti italiani dei laboratori cinesi non in
regola: questo non è affatto made in Italy», promette
Carmine Damiano, questore di Treviso. «Provare un
collegamento diretto è difficile: nessun committente affida
direttamente i propri lavori, ma si avvale di contoterzisti a
cui fa firmare un contratto di fornitura che vieta il
subappalto», avverte il colonnello Claudio Pascucci,
comandante della Guardia di finanza.
È così, De Bortoli?
«Certo i signori della moda non sono fessi e sanno come
cautelarsi da ogni genere di responsabilità in caso di
violazioni lungo la filiera produttiva. Come ha dichiarato il
colonnello Pascucci, in linea teorica e da un punto di vista
etico chiamare in causa il committente è logico, ma provarne
le colpe è quasi impossibile, perché le leggi in materia
sono "troppo morbide e facilmente aggirabili",
parole sue. Io comunque sto ai fatti».
E i fatti quali sono?
«Che nel 2009 in Veneto sono falliti 240 laboratori tessili.
Che nello stesso anno la Guardia di finanza ha scoperto quasi
600 operai irregolari nel solo Trevigiano. Che il responsabile
tecnico di una grande griffe alla vigilia della ricorrenza dei
defunti mi disse: "Sa, De Bortoli, lei è un
privilegiato, perché in giro troviamo chi ci fa il suo lavoro
per 5 euro e ce lo fa anche bene"».
achille AFotogramma
Alcune case di moda potrebbero
ignorare che i loro vestiti vengono subappaltati a laboratori
clandestini.
«Va bene, ammettiamo che sia vero. Anch'io, in fin dei conti,
per salvarmi mi sarei potuto rivolgere a qualche sfruttatore
all'insaputa dei committenti. Ma quando un celebre stilista
impone prezzi assurdi, all'insegna del "prendere o
lasciare", sa in partenza che servono gli schiavi, non può
ragionevolmente ritenere che un imprenditore italiano in
regola con le leggi sia in grado di lavorare a quelle
condizioni. Prova ne sia che io sono fallito. E questa a casa
mia si chiama responsabilità morale».
Le aziende devono badare agli utili,
si sa. Proprio per non finire come la Herry's.
«Sì, ma dev'esserci una misura anche negli utili. Guardi
questa scheda: è per un abito foderato di Jil Sander,
stagione 2010. Cuciture aperte, cuciture chiuse, pince, orli
ripiegati, orli riportati, orli surfilati, scollatura, giri,
fodere, impuntura di sbordatura non visibile al dritto, 14
pieghe che si rincorrono in senso antiorario sulla gonna...
Saranno una trentina di operazioni. Ci volevano 96,5 minuti di
lavoro per un abito così. Sa quanto me l'hanno pagato? Al
netto dell'Iva, 40 euro. E hanno avuto anche l'impudenza di
consegnarmi l'etichetta col prezzo al pubblico da metterci
sopra: 890 euro».
Inaudito.
«E questa camicia per donna? Servivano 97 minuti. Mi è stata
pagata 24 euro. Nelle boutique la trova a 490 euro. Devo
continuare?».
Prego.
«Questo fax arriva dalla Svizzera. Gruppo Gucci. Mi
chiedevano una camicia per 34,54 euro. Sono riuscito a
strappare un aumento di 1,50 euro per la difficoltà
nell'applicazione dei bottoni. Lei vede che il prezzo totale
è di 41,73 euro. In realtà poi mi trattenevano 3,50 per il
collaudo e 2,19 euro per il bulk, che sarebbero gli accessori
forniti da loro. Non è finita: un appendino di Gucci può
costare 3 euro. Me ne mandavano uno scatolone e me lo
fatturavano. Avanzavo 20 appendini? Me li facevano pagare lo
stesso. Avrei potuto restituirli. Ma le procedure per il reso
mi sarebbero costate mezza giornata di lavoro di un'impiegata.
Tanto valeva rinunciare».
E così lavorava in perdita.
«Esatto. Sempre sperando che le cose si raddrizzassero. Ce
l'ho messa tutta, mi creda. Dicevo agli stilisti: ma a questi
prezzi non ci sto dentro, venite a controllare di persona,
rimanete per un giorno in azienda e insegnatemi voi quali
economie di scala posso fare. Mi hanno spremuto fino all'osso.
"Tanto", è stato il commento di uno di loro quando
ha saputo che ero spacciato, "per un laboratorio che
chiude ne aprono altri cinque". Sottinteso: stranieri».
Ma quand'è cominciata la crisi?
«Nel 1997, per una camicia, Jil Sander mi dava dalle 70.000
alle 80.000 lire, l'anno scorso in media 16-22 euro, cioè dal
55% al 47% in meno. Un terzista ci mette la pura manodopera e
per legge va pagato a 30 giorni. Hanno cominciato a saldare a
due mesi, a tre mesi. Poi hanno trasferito le produzioni
all'estero: Romania, Slovenia, Tunisia, Portogallo. Infine
hanno delocalizzato nei seminterrati italiani.
Laboratori-lager. Non c'è provincia che ne sia immune.
La Riviera del Brenta e la Marca
trevigiana ne sono impestate più di Prato. Gli schiavi non
vengono pagati a tempo, bensì un tot a capo. Non importa
quanto c'impiegano a finirlo: lavorano lì, mangiano lì,
vivono lì. Emergono un'ora al giorno, come i sommergibili, e
subito tornano sotto, alla luce artificiale. Dormono tre ore
per notte. Non conoscono ferie, Natale, Pasqua, Capodanno,
Ferragosto. Non smettono mai e si accontentano di un niente».
I suoi colleghi come si salvano?
«I più fortunati, quelli che avevano da parte i soldi per i
trattamenti di fine rapporto, hanno contenuto i danni,
chiudendo subito».
Perché non ha fatto lo stesso?
«Perché non potevo pagare le liquidazioni ai lavoratori. La
metà delle piccole imprese del Veneto l'hanno bruciato da
tempo, questo accantonamento. L'ultimo Tfr, 24.000 euro, sono
riuscito a versarlo a una dipendente tre anni fa. Scaglionato
in 12 rate».
Quanto fatturava?
«Nel 1995 ero arrivato a 3 miliardi di lire, cioè 2 milioni
di euro d'oggi. Nel 2007 ero sceso a 684.000 euro, l'anno dopo
a 596.000. Nel 2009 il disastro: appena 288.000 euro».
Perdoni la brutalità, lei avrebbe
dovuto dichiarare fallimento parecchi anni fa.
«Lo so da me. Però chi era? Confucio? a dire che quando un
uomo cade dalla rupe si aggrappa ai rovi? Ho venduto la mia
villetta a schiera e sono andato a stare in affitto per
portare un po' di soldi nella ditta. Dal 2004 ho smesso di
farmi lo stipendio, ho dato fondo a tutti i risparmi. A Natale
ho capito che era finita: in dicembre avevo fatturato 18.000
euro e fra stipendi, tredicesime, contributi e Irpef me ne
servivano 90.000».
Che cos'era per lei il lavoro?
«Tutto. Mi alzavo dal letto la mattina, recitavo le preghiere
e poi venivo qui, fiero di me stesso. Però negli ultimi tempi
dicevo a Stefania Dal Ben, che è in azienda da 21 anni:
entriamo ad Auschwitz... È blasfemo anche solo pensarlo, ha
ragione. Ma il sentimento era quello. Umiliazioni,
umiliazioni, umiliazioni, e non sapere se saremmo arrivati
vivi a sera. Non c'è di peggio, per un imprenditore, che non
riuscire a pagare lo stipendio ai propri dipendenti. Io ho
smesso a luglio. Andavo avanti ad acconti. Un fornitore può
aspettare, ma una famiglia no. Non riuscivo più a reggere lo
sguardo delle operaie, nonostante fossero loro stesse ad
incoraggiarmi: "Andiamo avanti, signor Giancarlo, noi ci
fidiamo di lei"».
Oggi che cosa prova quando vede un défilé
in televisione?
«Repulsione. Nell'ultima sfilata di Dolce e Gabbana c'era un
maxi schermo che rimandava le immagini delle sartine con ago e
ditale, per mostrare che l'alta moda è tutta italiana. Non è
vero, non può essere vero. Altrimenti io non avrei dichiarato
fallimento. Ma dove vivono questi due signori? Ma lo sanno o
no che il contratto dei tessili è parificato alle lavanderie?
Ma lo sanno o no che la scuola Calligaris di Treviso e quella
di Azzano Decimo, dove s'insegnavano taglio, cucito e
modellistica, hanno chiuso una vita fa? L'ultima apprendista
che venne a suonarmi il campanello per essere assunta si
chiamava Aurora, aveva 16 anni, e per avviarla all'haute
couture me ne sono serviti cinque. Sono passati tre lustri da
allora. Oggi le sarte si accontentano di pulire i cessi nelle
aree di servizio: guadagnano di più».
Eppure le griffe spopolano.
«La gente cerca gli status symbol, crede di rendersi
presentabile con un abito. Ma non sa neanche che cosa compra.
La qualità è l'ultimo pensiero. Nessuno controlla, i
politici per primi. Ma dài, lo sanno tutti da dove viene
fuori l'alta moda italiana che italiana non è! Basterebbe
andare a vedere le bollette dell'elettricità. Ci vogliono i
380 volt, mica i 220, per far marciare un laboratorio».
Non salva nessuno?
«Roberta Furlanetto e Luisa Beccaria, due stiliste milanesi
che fanno produrre tutto in Italia da mani italiane.
Pretendevano le finiture sartoriali e me le pagavano il giusto».
Prova vergogna?
«Tanta. Però giro per strada a testa alta. Chi mi conosce sa
che non ho mai rubato».
Adesso che farà?
«Non ne ho idea. Sono un fallito. Che cosa può fare un
fallito? Confido nella clemenza del giudice. Secondo
l'avvocato mi sequestrerà un quinto della pensione di
reversibilità di mia moglie, che è di 800 euro mensili, e mi
pignorerà i mobili, lasciandomi il letto e il fornello.
Questo è ciò che ho avuto dalla vita. Ma almeno sono morto
in piedi».
[09-03-2010] |
ELDORADO ITALIA (CRISI? QUALE CRISI?)
– UN CONTRIBUENTE SU 4 NON HA PAGATO LE IMPOSTE (E NON SI
TRATTA SOLO DI EVASORI) - TANTI REDDITI BASSI HANNO AZZERATO
L’IMPONIBILE CON LE AGEVOLAZIONI FISCALI - SOLO 306 MILA
DICHIARANO UN REDDITO A 5 ZERI – UNA SOCIETÀ DI CAPITALI SU
DUE DICHIARA DI ESSERE IN PERDITA, QUINDI NIENTE UTILI, NIENTE
REDDITI, NIENTE TASSE…
Alessandro Barbera per "La
Stampa"
Per parafrasare un fortunato tormentone la si potrebbe definire
l'Italia «zeru tasse». Più di un contribuente su quattro,
il 27% di 41.663.000 persone, nel 2008 non ha pagato nemmeno
un euro di imposte. Attenzione però: non si tratta solo di
spudorati evasori.
Quel 27% di italiani, fuor di battuta, è rappresentata anche dai
tanti redditi bassi che hanno azzerato l'imponibile con le
agevolazioni fiscali a disposizione: per figli a carico,
ristrutturazioni o quelle garantite a chi paga un mutuo sulla
prima casa. Il restante 73% ha dichiarato mediamente 18.661
euro, ha pagato un'Irpef pari al 18,4% del suo reddito, 4.670
euro a testa. Il 91% di coloro che hanno l'abitudine di pagare
le tasse dichiara meno di 35mila euro lordi l'anno.
Quelli che dichiarano un reddito a cinque zeri sono più o meno
l'1% di 30,6 milioni di contribuenti, dunque 306mila italiani.
Il 52% delle imposte sui redditi è pagata dal 12% di coloro i
quali dichiarano più di 35mila euro l'anno. In numeri
assoluti, il reddito complessivo dichiarato nel 2008 (e
relativo dunque ai numeri del 2007) è stato pari a 772
miliardi di euro (+4,2%), l'imposta netta è ammontata a 142,4
miliardi.
La fotografia scattata dal Dipartimento per le politiche fiscali
sul reddito degli italiani non è molto diversa da altre già
viste in passato. Le aziende, ad esempio: un milione di esse
sono società di capitali, una su due (il 52,6%, lo 0,2% in più
rispetto al 2007) dichiara di essere in perdita. Niente utili,
niente redditi, niente tasse. L'85% delle società si presenta
sotto le insegne della responsabilità limitata.
Lo 0,8% delle aziende (srl o spa) dichiara il 58% dell'imposta
totale, il 53% delle società minori (ovvero con componenti
Irap inferiori a 500mila euro annui) dichiara appena il 5,3%
del gettito. I due terzi dell'imposta dichiarata dalle società
viene da tre comparti: manifattura (32%), banche,
assicurazioni (20%), commercio (13%). Inutile dire che la
stragrande maggioranza delle aziende che dichiarano un qualche
utile sono concentrate al Nord, in particolare nel Nordest.
Le dichiarazioni Iva sono state poco più di 5,7 milioni, l'1% in
meno dell'anno precedente. L'81% del popolo delle partite Iva
ha dichiarato un volume d'affari medio di 185.920 euro, ma nel
complesso ha pagato solo il 9% dell'Iva incassata dall'erario.
Il 64% circa dei contribuenti Iva sono persone fisiche, il 18%
società di capitali. Il 68% delle ditte individuali dichiara
di lavorare nel settore dei servizi. Circa la metà dell'Iva
di cosiddetta «competenza» viene pagata da società che
lavorano nei settori del commercio, trasporti, alberghi e
comunicazioni.
Come da copione, anche nel 2008 il gettito Irpef è stato
garantito per oltre i due terzi - il 78% - da redditi da
lavoro dipendente o da pensione. Il leader della Cisl Raffaele
Bonanni ci scherza su: «I lavoratori sono diventati
il bancomat dello
Stato e delle Regioni. E' ora di fare una riforma organica del
Fisco e di spostare il carico fiscale dalle persone ai consumi».
Il resto del gettito arriva per il 5,5% da redditi «da
partecipazione», il 5% sono redditi d'impresa, il 4,2% è
quanto garantito dai lavoratori autonomi.
Il valore medio di questi ultimi (37.120 euro) è però più del
doppio di quello da pensione (13.436 euro). Il ministro del
Welfare Maurizio Sacconi incassa i numeri, promette «l'apertura
del cantiere di riforma del fisco subito dopo le elezioni
regionali», ma, ricorda, «si dovrà tener conto della tenuta
dei conti pubblici».
Bonus dello stesso ammontare dei salari raddoppiano gli stipendi
degli amministratori delegati europei. È quanto emerge da
uno studio
condotto dalla società di consulenza Hewitt Associates, che
mette in evidenza come il rallentamento economico abbia
condizionato il pagamento dei bonus. «La remunerazione dei
manager è stata al centro dell'attenzione negli ultimi 18
mesi e i nostri dati mostrano - afferma Dan Perrett,
consulente di Hewitt Associates - come le maggiori società
europee abbiano reagito al contesto moderando i livelli dei
compensi disponibili».
[17-02-2010]
VEDI VADUZ E POI PAGA (AL FISCO) –
L'OFFENSIVA TREMONTI TREMENS SULLA MITICA LISTA DI EVASORI
ECCELLENTI COMPRATA DAI SERVIZI TEDESCHI DALLA BANCHE DEL
LIECHTENSTEIN: CHIESTI 240 MLN – MENTRE IN ITALIA, CHI RUBA
AL FISCO, NON VA IN GALERA, IN GERMANIA SI “COSTITUISCONO”
1.800 EVASORI per evitare la prigione...
Walter Galbiati per "la
Repubblica"
Un bottino di 30 milioni di euro. È questa la somma che
la "Lista Vaduz
" ha già portato nelle casse dello Stato. Un bottino che
potrebbe salire fino a 240 milioni che è poi quanto
contestato finora a 120 dei 156 presunti evasori italiani
contenuti nel documento che i servizi segreti tedeschi avevano
comprato dalla banca del Liechtenstein, Lgt.
«Le entrate potrebbero lievitare ancora perché molte partite
grosse sono ancora aperte», ha spiegato il numero due
dell'Accertamento dell'Agenzia delle Entrate, Rossella
Orlandi. E le più importanti sono quelle legate a nomi
celebri come Carlo Sama (ex amministratore delegato di
Montedison),
la moglie Alessandra Ferruzzi
,
la cantante Milva
, Vito Bonsignore (l'esponente politico ex Udc ora Pdl), il
senatore
Luigi Grillo
(anche lui Pdl) e
la famiglia Menarini
, proprietari di una delle più importanti aziende
farmaceutiche italiane.«Stiamo lavorando alacrementee
fortemente», ha aggiunto il direttore aggiunto
dell'accertamento, Rossella Orlandi.
La lista Vaduz
è stato un materiale prezioso come notizia di reato. Ed è
diventata utilizzabile quando l'Agenzia delle Entrate l'ha
trasformata in un accertamento o quando le procure l'hanno
arricchita con rogatorie o indagini vere e proprie. Laddove è
rimasta un elenco nudo e crudo sono arrivate le archiviazioni.
A Milano, per esempio, i pm Sandro Raimondi e Letizia Mannella
che hanno seguito dal punto di vista penale oltre 200 vicende,
tra cui anche quelli della Lista Vaduz, hanno archiviato
soprattutto i casi prescritti, quelli dei contribuenti morti,
quelli non identificati o quelli di cui avevano in mano solo
un numero di conto corrente. Per il resto le indagini stanno
proseguendo.
L'importanza poi dell'affiancamento dell'indagine penale a quella
del Fisco non è di poco conto, perché raddoppia i tempi di
prescrizione che nei casi in cui non è stata presentata la
dichiarazione salgono da
5 a
10 anni e in quelli in cui è stata presentata (ma non
correttamente) li portano da
4 a
8. E l'Agenzia delle Entrate sostiene che il raddoppio dei
tempi vale anche nei casi di archiviazione, basta che sussista
l'obbligo per il Fisco di segnalazione alle Autorità
giudiziarie.
L'offensiva contro l'evasione, quindi, non sembra arretrare.
Proprio ieri, dopo i controlli sulle banche svizzere e quelle
austriache, l'Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza
hanno mobilitato i propri ispettori per un blitz che li ha
portati all'alba in 68 filiali di banche slovene con sede in
Italia.
I controlli sono scattati in 11 comuni del Nord, da Milano a
Cividale del Friuli, per fare un check up sull'obbligo di
comunicare i nomi dei clienti alla «Anagrafe dei conti
correnti», cioè all'archivio che contiene i rapporti
intrattenuti tra l'istituto di credito e la propria clientela
(i conti correnti e i depositi), le operazione fatte al di
fuori dei conti correnti (le «extra conto») e i rapporti con
persone diverse dai titolari dei conti (le procure e le
deleghe)
GERMANIA: IL FISCO FA PAURA, SI 'COSTITUISCONO' 1.800 EVASORI...
(Agi/Reuters)
- In Germania almeno 1.800 evasori
fiscali si sono autodenunciati alle autorita' nel corso delle
ultime due settimane per evitare
la prigione. Gli
evasori si sono 'costituiti' dopo la decisione del governo
tedesco di acquistare la lista segreta con i nomi di possibili
evasori, titolari di conti in Svizzera Nel solo stato
sud-occidentale di Baden-Wuerttemberg negli ultimi dieci
giorni 566 persone hanno confessato di evadere le tasse per un
totale di 85 milioni di euro, mentre a Berlino si sono
autodenunciati in 177.
[18-02-2010]
|
BEFERA METTE IL DITO NELLA BUFERA - IL
direttore dell’Agenzia delle
Entrate VA
in Parlamento E ATTACCA
LA VERA METASTASI DEL
SISTEMA FISCALE: GLI STUDI DEI COMMERCIALISTI CHE AGEVOLANO
L’EVASIONE - INTENTI PUNITIVI? "Su 3,7 milioni di
contribuenti soggetti agli studi, nel 2009 ne sono stati
controllati appena 56 mila"...
M. Sen per "il Corriere
Della Sera"
«Non capisco dove sia il problema». Attilio Befera, direttore
dell'Agenzia delle Entrate, snocciola in Parlamento i dati sui
controlli fiscali fatti sugli studi di settore. Ed esclude
qualsiasi intento vessatorio. «Su 3,7 milioni di contribuenti
soggetti agli studi, nel 2009 ne sono stati controllati appena
56 mila. Di fatto non ci sono accertamenti sugli studi» ha
detto Befera alla Commissione Finanze della Camera, facendo il
punto sulla lotta all'evasione. Le tasse recuperate nel 2009,
8 miliardi di euro, sono da record, «ma molto resta da fare»
ha detto Befera, sollecitando con forza maggior collaborazione
ai commercialisti.
«È ora di finirla con i professionisti che agevolano
l'evasione. Vogliamo intervenire e chiediamo la collaborazione
dell'Ordine» ha detto il direttore dell'Agenzia delle
Entrate. Nel
2009 l
'attività di accertamento hanno svelato 18 miliardi di euro
di imposte non dichiarate, e già riportato nelle casse
dell'erario quasi 8 miliardi di euro. I controlli effettuati
sono stati 360 mila. Tra questi, 74 mila hanno riguardato i
crediti Iva, con l'emersione di minori crediti per 900 milioni
e maggior Iva a debito per 2,5 miliardi di euro.
Gli agenti del fisco hanno poi verificato 14 mila posizioni di
contribuenti che hanno dichiarato perdite da lavoro autonomo e
d'impresa, scovando anche lì 1,6 miliardi di tasse evase, ed
effettuato 5.900 accertamenti sulle società di capitali,
scoprendo quasi 1,5 miliardi di imposte dovute e non versate.
Nel
2009 l
'Agenzia ha inoltre effettuato 2 milioni di rimborsi fiscali a
famiglie ed imprese per 14,6 miliardi, mentre sono state
concesse 620 mila rateizzazioni per circa 10 miliardi di
imposte dovute.
[11-02-2010] |
GLI EVASORI DEL VADUZ - IL FISCO SCOVA
IN LIECHTENSTEIN UN CONTO SEGRETO DA 5 MILIONI DI ALESSANDRA
FERRUZZI, MOGLIE DI SAMA - Il primo accertamento aveva portato
alla luce i conti di personaggi famosi, tra cui quelli della
cantante Milva, di Vito Bonsignore (PDL), del senatore
Luigi Grillo
(Pdl) e della famiglia Menarini, componenti della più
importante azienda farmaceutica italiana....
Walter Galbiati per "la
Repubblica"
Un conto da 5 milioni di euro a Vaduz, in Liechtenstein.
Schermato da un trust riconducibile ad Alessandra Ferruzzi,
moglie in seconde nozze di Carlo Sama e tra i cui beneficiari
risulterebbero i figli. È questo l´esito cui hanno portato
le recenti indagini della agenzia delle Entrate che hanno
decriptato i nomi cifrati della ormai famigerata lista di
contribuenti del piccolo paradiso fiscale europeo.
L´elenco era stato fornito da un funzionario della banca Lgt
alle autorità tedesche in cambio di 4,5 milioni di euro e
comprendeva anche molti nomi italiani, circa 400, girati pari
pari al Fisco del nostro Paese per verificare eventuali
irregolarità.
Il primo accertamento aveva portato alla luce i conti di
personaggi famosi, tra cui oltre a quello dello stesso Carlo
Sama (ex amministratore delegato di Montedison, marito di
Alessandra Ferruzzi, cognato di Raul Gardini, protagonista del
clamoroso processo per la maxi-tangente Enimont), quelli della
cantante Milva, di Vito Bonsignore (l´esponente politico ex
Udc ora Pdl), del senatore
Luigi Grillo
(anche lui Pdl) e della famiglia Menarini, componenti della più
importante azienda farmaceutica italiana.
Ora si è alzato il sipario sui conti cifrati e sono apparsi
alcuni nomi nuovi, come appunto quello di Alessandra Ferruzzi.
Nei confronti della moglie di Sama, l´agenzia delle Entrate
ha avviato un accertamento per il periodo di imposta che va
dal 2001 al 2006, e lo ha girato per competenza alla procura
di Milano per verificare possibili rilievi dal punto di vista
penale. I reati sui quali si lavora sono la omessa
dichiarazione dei redditi e la dichiarazione infedele.
I precedenti fascicoli, circa 110 nominativi, giunti da Roma a
Milano, sono stati raggruppati nelle mani dei pubblici
ministeri Letizia Mannella e Sandro Raimondi che dovrebbero
ricevere anche quello della famiglia Ferruzzi, salita alle
cronache giudiziarie a metà degli anni ´90 con il
commissariamento del gruppo ad opera di Mediobanca e l´avvio
di inchieste per fondi neri tra Milano e Ravenna.
Nel complesso mosaico di patteggiamenti, condanne e assoluzioni,
una delle poche a uscirne senza alcuna pendenza fu proprio
Alessandra Ferruzzi. L´ultima sentenza era arrivata nel
2001 a
Ravenna, dove il gup Donatella Fiore, l´aveva assolta insieme
col marito dalle accuse di occultamento di fondi per 200
milioni di dollari dal bilancio Ferruzzi «perché
il fatto
non sussiste».
La nuova legge sul falso in bilancio, invece, l´aveva prosciolta
per prescrizione nella vicenda sulle sopravvalutazioni della
partecipazione Fondiaria nei bilanci 1990-1994 della Gaic
(allora quotata in Borsa) che, secondo le accuse, avrebbero
procurato danni patrimoniali ai soci per oltre 1.100 miliardi
di lire. Carlo Sama, invece, uscì da Tangentopoli con una
condanna a tre anni, scontati per lo più (due anni e sei
mesi) ai servizi sociali presso un´associazione che si
occupava di clandestini e drogati
[19-01-2010]
LETTERA DI CARLO SAMA A 'LA
REPUBBLICA' - "mia moglie ed io stesso non siamo
residenti né domiciliati, ai fini fiscali, in Italia ormai da
molti anni, sin dal 1997, sicchè non sussistevano né
sussistono obblighi dichiarativi" - INTANTO CHIUDONO I
BATTENTI LE HOLDING LUSSEMBURGHESI DI ALESSANDRA FERRUZZI...
1 - LETTERA DI CARLO SAMA
Riceviamo e pubblichiamo:
Roma, 19 gennaio 2010
Spett.le
s.p.a.
"Gruppo
editoriale l'Espresso"
Divisione "
La Repubblica
"
via Cristoforo Colombo, n. 149
00147 Roma
Egregio Direttore,
la notizia pubblicata il 19.1.2010 su "
La Repubblica
" riguardante la costituzione in Liechtenstein di fondi,
come viene proposta, veicola una sorta di illiceità fiscale
che mia moglie, Alessandra Ferruzzi, avrebbe posto in essere.
Intanto mi pare utile significare che della vicenda si è
occupata, sin dal 2008, la Procura della Repubblica di Roma
che ora avrebbe trasferito le indagini a quella di Milano.
Comunque, erano stati forniti, da tempo, tutti i chiarimenti del
caso e, in specie, la documentazione attestante che mia
moglie:
a. ha lasciato l'Italia sin dal 1997, vivendo stabilmente e
continuativamente all'estero;
b. la sua residenza all'estero non è "fittizia", in
quanto all'estero, ormai da oltre un decennio, hanno vissuto e
vivono, hanno studiato e lavorano tutti gli appartenenti al
nostro nucleo familiare;
c. non ha più alcun legame economico e/o imprenditoriale con
l'Italia, allorché nel 1995 definì, transattivamente, le
vertenze che la opponevano a "Fer.fin.",
"Montedison" e varie banche.
In ogni caso e conclusivamente, proprio secondo le indicazioni
della stessa Amministrazione fiscale italiana e della
giurisprudenza della Corte di Cassazione, mia moglie ed io
stesso non siamo residenti né domiciliati, ai fini fiscali,
in Italia ormai da molti anni, sicchè non sussistevano né
sussistono obblighi dichiarativi, come, se necessario o se
richiesti, si indicherà alla Procura della Repubblica di
Milano.
Vorrà, gentilmente, pubblicare la presente precisazione.
Abbia un sempre cordiale saluto
Carlo Sama
2 - CHIUDONO I BATTENTI LE HOLDING LUSSEMBURGHESI DI ALESSANDRA
FERRUZZI
Radiocor
- Chiude i battenti la piccola galassia
lussemburghese Tre holding, dai nomi di famiglia oppure dalle
risonanze latino-americane, hanno presentato l'atto di
dissoluzione a fine
2009, a
cominciare dalla FerSam Holding, societa' che vedeva
incrociati i destini, anche finanziari, di Alessandra Ferruzzi
e Carlo Sama cosi' come sono state liquidate la Sudamerique
Holding e la Paraguay Holding.
Gli atti sono siglati dalla vice-presidente Ferruzzi, di
professione 'femme au foyer', residente nel Principato di
Monaco, in qualita' di unica azionista nel caso di Uruguay e
FerSam, in cui compaiono anche Carlo Sama e Livio Ferruzzi
come membri del cda, in base ai documenti depositati nel
Granducato consultati da Radiocor.
Costituita nel
2000 con la denominazione Multishopping Holding e con due
societa' delle isole Vergini britanniche come azioniste, la
FerSam aveva assunto l'attuale denominazione nel 2003. Alla
holding faceva capo fino alla fine del 2008 il 2% di Bonific
he Ferraresi e si occupava della gestione di progetti
agro-industriali.
E' stata dissolta dopo avere chiuso il 2008 con una perdita di
12mila euro (dopo un rosso di 109mila euro nel 2007), con
asset per 3,02 milioni di cui 2,99 milioni relativi a
partecipazioni a fronte di debito per 3,18 milioni,
principalmente verso azionisti.
La Sudamerique Holding era stata invece costituita nel 2004 ed
aveva ereditato gli asset della romana Dafne srl. La societa'
aveva chiuso il 2008 con una perdita di 165mila euro che era
andata ad aggiungersi al rosso di 318mila euro dell'anno
precedente (per un totale di perdite riportate a nuovo di 2,2
milioni), ma con un deposito di 812mila euro in banca.
Ha chiuso in perdita anche la Paraguay Holding (dal 2004 versione
lussemburghese della romana Corte Emilia): il rosso e' di
16mila euro dopo l'utile di 172mila euro del 2007. Su un
attivo di 1,4 milioni, 1,38 milioni sono crediti verso la
Fersam Paraguay.
[19-01-2010
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QUELLO
SCUDO DELLA PORTA ACCANTO...
Da "Il Sole 24 Ore"
- Lo scudo fiscale si fa ma non si dice. La segretezza è il suo
marchio di riconoscimento. Così non deve sorprendere se per la gran
parte degli intermediari italiani coinvolti nello scudo ter, il 90%
delle emersioni di ricchezze si è svolto tramite rimpatri fisici e
giuridici, ovvero con quelle operazioni che garantiscono l'anonimato
nei confronti del Fisco a differenza delle regolarizzazioni.
In moltissimi
casi, lo "scudato" non ha chiuso l'operazione nel luogo
dove risiede o vive, men che meno si è rivolto al consulente della
sua banca di riferimento sotto casa: ha cambiato piazza, ha seminato
le tracce, per la prima volta ha varcato l'ingresso dell'ovattato
private banking.
Incalzato
dalla lotta ai paradisi fiscali entrata nell'agenda politica del G-8
e del G-20, dal segreto bancario che vacilla in Svizzera, San Marino
e Liechtenstein. I controlli a tappeto dell'agenzia delle Entrate e
della guardia di Finanza hanno finito per estendere la platea degli
" evasori pentiti", raggiungendo con la terza edizione
dello scudo una massa di capitali di taglio medio-piccolo. Questa la
previsione del mercato: lo scudo ter è quello della gente comune,
lo scudo del vicino della porta accanto.
22.12.09 |
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CON SCUDO REGOLARIZZATI QUASI 110 MLD, VERSO RIAPERTURA
TERMINI...
(Adnkronos) - I capitali detenuti all'estero, che sono stati
regolarizzati grazie allo scudo fiscale, hanno raggiunto una quota
vicina ai 110 miliardi, portando nelle casse dello Stato oltre 5
miliardi di euro. E nonostante il successo ottenuto, la cifra
potrebbe ancora crescere.
Sono
in molti, infatti, i proprietari di beni detenuti all'estero che
sarebbero ancora interessati ad aderire allo scudo, ma ormai
tagliati fuori a causa della chiusura dei termini fissata per
domani. Un dato che, secondo quanto riferiscono fonti parlamentari
di maggioranza, potrebbe incidere sulla decisione di riaprire la
sanatoria, ma alzando l'aliquota. Il via libera ad uno 'scudo-quater'
potrebbe arrivare gia' nel prossimo consiglio dei ministri, previsto
per questa settimana, ed essere inserito nel dl milleproroghe.
18.12.09 |
FURBETTI DE
FRANCE TREMATE – UN DIPENDENTE DELLA BANCA SVIZZERA HSBC RUBA LA
LISTA DEI 3.000 EVASORI FRANCESI E SI RIFUGIA CHEZ SARKOZY –
PARIGI RIFIUTA DI RESTITUIRE LA LISTA AGLI SVIZZERI (E GIURA DI NON
AVERLA PAGATA) – DA NIZZA PARTE LA PRIMA INCHIESTA PER RICICLAGGIO
– DA GINEVRA ASSICURANO: “DATI VECCHI E NON SENSIBILI”…
(Adnkronos)
- La lista dei 3.000 francesi che detengono conti correnti in Svizzeri
e che sono sospettati di evasione fiscale sarebbe stata rubata. A
rivelarlo e' 'Le Parisien' che oggi scrive che 'una parte di questa
lista proverrebbe di un furto commesso a fine 2008 nei confronti
della Hsbc Private Bank di Ginevra, da un dipendente del servizio
informatico della banca che si e' rifugiato in Francia'.
Hsbc
Private Bank di Ginevra
La banca, scrive il quotidiano francese, 'ha fatto
ricorso in giustizia' e 'la Svizzera ha aperto un'inchiesta'. La
Francia, per ora, 'rifiuta di restituire i dati bancari' e, al
contrario, 'ha costituito un gruppo d'inchiesta, composto da agenti
doganali, incaricato di analizzare i conti che provengono dal furto
dell'ex dipendente dell'Hsbc di Ginevra'.
Il pm di Nizza, Eric de Montgolfier che a giugno ha
aperto un'indagine preliminare sospettando alcuni residenti
francesi, nell'area di Nizza, di aver aperto dei conti nella banca
svizzera per riciclare denaro sporco, scrive 'Le Parisien', 'avrebbe
richiesto al gruppo d'inchiesta francese delle informazioni
riguardanti questi sospettati'.
Contattata ieri dal quotidiano francese la banca Hsbc
Private Bank di Ginevra 'conferma il furto ma assicura 'che allo
stato delle nostre conoscenze' riguarda non piu' di dieci clienti e
che i dati sono vecchi e non sono dati sensibili''. Dal ministero
dell'Economia francese, invece, si sottolinea che il Tesoro 'non
compra informazioni e non cita le sue fonti'.
Il ministro dell'Economia francese, Christine Lagarde, ai
microfoni della radio francese 'Rmc', non ha confermato che la lista
in possesso della Francia proviene da dati rubati ma ha escluso che
le informazioni in possesso dal fisco fossero state pagate.
'Bisogna chiedere a Eric Woerth, il ministro del Budget
francese. E' lui che si occupa di questa materia. L'ho chiamato
questa mattina -aggiunge Lagarde- per chiedergli se avevamo pagato'
per ottenere la lista dei 3.000 contribuenti francesi che possiedono
conti in Svizzera 'e lui mi ha risposto: non paghiamo. La risposta
e' chiara'.
Il fisco francese, sottolinea ancora il ministro,
'detiene molte informazioni. Innanzitutto perche' ci sono fonti
multiple e perche' da un anno con Woerth facciamo una battaglia, una
maratona, per far tornare in Francia gli espatriati fiscali.
Firmiamo anche con molti paesi, che finora avevano rifiutato di
darci delle informazioni, degli accordi di scambio di informazioni
come e' successo con la Svizzera o il Lussemburgo'.
Complessivamente, negli ultimi otto mesi, 'abbiamo firmato 150
accordi'.
[09-12-2009]
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RUSH FINALE
PER LO SCUDO FISCALE - E TREMONTI E BEFERA SONO FINALMENTE FELICI:
80 MLD € SONO Già STATI CONTABILIZZATI - MILANO IN TILT: TROPPI
DOSSIER APERTI, CLIENTI IN FILA, POSIZIONI DA SANARE E FIDUCIARIE DA
APRIRE ENTRO IL 15 DICEMBRE -– LE PRATICHE ORA SONO SALATISSIME E
COMPLESSE – VERRANNO CONCESSI I TEMPI SUPPLEMENTARI?…
Massimo
Sideri per "il Corriere della Sera"
La Milano dello scudo fiscale ieri era al lavoro
nonostante il lungo ponte di Sant'Ambrogio e dell'Immacolata: troppi
i dossier aperti, i clienti in fila, le posizioni da sanare e le
fiduciarie da aprire entro il 15 dicembre. Senza contare il mandato
di amministrazione emerso come indicazione dall'Agenzia delle
entrate solo negli ultimi 15 giorni per by-passare il problema delle
case in Svizzera.
È l'ulteriore prova del successo che l'operazione
rientro dei capitali starebbe avendo: 80 miliardi di euro sono già
stati contabilizzati
secondo il
quotidiano «Italia Oggi» con un extragettito per il Tesoro di 4
miliardi (pari al 5% dovuto per la regolarizzazione). E altri
miliardi sarebbero in arrivo.
Ma la fila e il rush finale non stanno portando solo
benefici: evidentemente tra complicazioni emerse in corso d'opera,
ritardatari e quella che un banchiere milanese definisce «scarsa
collaborazione» da parte degli istituti esteri, c'è anche chi se
ne approfitta. Le richieste sono così numerose che alcuni
intermediari non starebbero più accettando le richieste di alcuni
potenziali clienti e così c'è chi ha fatto lievitare i prezzi.
Se per una pratica standard, comprensiva di intestazione
fiduciaria, documenti amministrativi con il fisco e consulenza la
richiesta era tra i 2.500 e i 5.000 euro ora c'è chi arriva a
domandare anche 28-30 mila euro. Un prezzo assolutamente fuori
mercato. Intanto con le ultime circolari dell'Agenzia è emersa la
possibilità dei «tempi supplementari» per chi potrà documentare
cause ostative, cioè oggettivi impedimenti nel riportare entro i
termini stabiliti i capitali nel perimetro del fisco italiano, come
nel caso di hedge fund che non possono essere venduti all'estero.
Salvo poi dover prevedere un conguaglio per eventuali aggiustamenti
di prezzi rispetto a quelli stimati e anticipati.
Altro problema che sta emergendo è quello delle banche
estere autorizzate presso le quali gli intermediari aprono dei conti
di deposito per portare avanti le operazioni di scudo. Anche in
questo caso, viste le richieste, alcune banche non stanno
collaborando e si stanno rifiutando di continuare ad aprire questi
conti. Ma più in generale i problemi sono legati alla complessità
dei trust da smontare, ai prodotti che non sono prontamente
solvibili o, talvolta, alla confusione degli stessi clienti che non
hanno ben chiara la geografia del proprio patrimonio rendendo
necessaria una vera e propria investigazione.
Laddove si possa dimostrare la causa ostativa,
l'operazione di rimpatrio dovrà avvenire in ogni caso il prima
possibile e comunque non oltre il 31 dicembre del 2010. I
ritardatari dovranno però fare attenzione: per poter accedere ai
tempi supplementari bisognerà in ogni caso aver aperto una pratica
di rientro (la tassa del 5% va infatti pagata entro il 15 dicembre
per permettere allo Stato di contabilizzare il gettito nella
chiusura del bilancio annuale). Insomma, anche se non si riuscirà
ad aprire la pratica per mancanza di intermediari disponibili a
causa del superlavoro degli ultimi giorni non si potrà far leva su
questo elemento per avere più tempo.
Anche se tra lo stress degli ultimi giorni e le effettive
difficoltà nella gestione dello Scudo tra gli operatori c'è già
chi pensa che non sarebbe una cattiva idea la «riapertura» dei
termini dell'operazione rimpatrio. Magari con una piccola tassa
aggiuntiva, oltre al 5%, per chi non si è mosso con sufficiente
celerità non capendo che tra segreto bancario in via di estinzione,
nuova lotta ai paradisi fiscali iniziata con l'amministrazione Obama
e credibilità dello Stato, non ci dovrebbe essere uno Scudo fiscale
Quattro. Almeno così sembra.
[09-12-2009]
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AUSTRIA
PARACULA – VIENNA FA INCAZZARE TREMONTI - LE BANCHE AUSTRIACHE
SFOTTONO LA “GROVIERA” BANCARIA SVIZZERA E INVITANO I CLIENTI
ITALIANI A PORTARE I SOLDI DA LORO: “I SEGRETI SAPPIAMO TENERLI,
MICA COME LORO” – E IL TESORO FA PARTIRE UN’ONDATA DI
PERQUISIZIONI NELLE SEDI ITALIANE DEGLI ISTITUTI AUSTRIACI…
Francesco
Bonazzi per
"Il Fatto
Quotidiano"
La goccia che ha fatto traboccare il vaso della pur nota
pazienza del Fisco italico è stato tutto quel pressing sui clienti
del Nord-Est: "Siamo meglio della Svizzera, da noi potete stare
tranquilli perché il segreto bancario è nella Costituzione".
Un tam tam la cui eco era addirittura finita sui siti Internet delle
banche austriache e che nei giorni scorsi aveva innervosito il
ministro Giulio Tremonti, impegnato nella difficile impresa di
massimizzare gli introiti dello scudo fiscale e di rimpinguare le
disastrate casse della finanza pubblica.
Si spiega così la massiccia ondata di perquisizioni
andata in scena ieri, tra molti squilli di tromba, nelle filiali
italiane delle principali banche austriache. Ai piani alti di via XX
Settembre hanno capito che oltre al rischio di uno scudo in tono
minore - per arrivare a quegli agognati 5 miliardi di gettito
previsto, si studia una bella proroga fino a primavera - si rischia
la beffa di capitali che rientrano dalla Svizzera, pagano il loro
misero 5% all'Erario e riprendono prontamente la via dell'estero in
un paese egualmente vicino, ma più "schermato", come
l'Austria.
Di primo mattino, ieri, le agenzie di stampa battevano la
gran cassa di una nuova "operazione congiunta Guardia di
finanza-Agenzia delle Entrate". A subire la simpatica visitina
delle Fiamme gialle e ispettori fiscali sono state 38 filiali
italiane di istituti di credito austriaci. Pochi i nomi filtrati:
Alpenbank, Hypo Tirol Bank Italien, Kartner Sparkasse e Hypo Alpe
Adria Bank.
Ma nel mirino ci sarebbero anche altre banche, con
particolare attenzione a quelle che fanno della gestione
patrimoniale e della consulenza personale di alto livello il loro
punto di forza. Così, gli esperti delle Finanze si sono fatti
consegnare materiale utile a capire se i banchieri austriaci che
operano in città come Pordenone, Trieste, Padova, Bolzano o Milano
rispettino fino in fondo tutte le regole italiane.
Ufficialmente, i controlli si sono concentrati "sul
corretto adempimento degli obblighi di comunicazione all'Archivio
dei rapporti finanziari intrattenuti con i clienti e delle posizioni
al di fuori dei rapporti continuativi". In parole normali,
significa che gli uomini dell'Agenzia delle Entrate, diretta da
Attilio Befera, vogliono essere sicuri che almeno in Italia le
banche ispezionate ieri non abbiamo conti o posizioni
"cifrate" o non registrate con anagrafiche corrette.
Non solo, ma quel riferimento ai "rapporti non
continuativi", come spiega al Fatto un investigatore, allude
proprio a una delle fattispecie più temute dal Fisco nell'ambito
dei rientri di questi giorni: il deposito "spot" di grosse
cifre da parte di soggetti che non sono clienti abituali, e quindi
ben conosciuti, della banca che opera sul suolo italiano. Una
circostanza spesso rilevante ai fini della lotta al riciclaggio.
Questi controlli sugli archivi possono essere anche
abbastanza leggeri, perché la legge non consente vere e proprie
perquisizioni se non in caso di specifiche ipotesi di reato, ma se
ben propagandati funzionano come deterrente nei confronti della
clientela in vena di astuzie fiscali. Del resto, per chi fosse
propenso a simili astuzie, e soprattutto per coloro che si fossero
lasciati impressionare dall'analogo blitz del mese scorso nelle
filiali italiane degli istituti svizzeri, quella del segreto
bancario è davvero una "Austria felix". Senza
intraprendere viaggi che in questi tempi di telecamere ai valichi
possono risultare fastidiosi, basta farsi un giro su Internet per
capire come funziona questo carnevale anticipato.
Il sito Web della Tiroler Sparkasse non manca di una
speciale sezione per i nostri con-cittadini. Nel corposo "italian
folder", si spiega subito che "L'Austria, al contrario
degli altri Stati europei, ha protetto il segreto bancario
includendolo nella sua Costituzione".
E una volta rassicurati sul fatto che gli
"gnomi" austriaci non caleranno mai le braghe come i
vicini svizzeri, già sforacchiati dal Fisco Usa, si parte con la
meravigliosa sarabanda delle aliquote fiscali: "In Austria, i
redditi degli interessi da risparmio degli investitori stranieri
sono gravati da un'imposta anonima alla fonte attualmente pari al
20%, che salirà al 35% a partire dal 1 luglio 2011. Tuttavia in
casi particolari (come fondazioni, alcuni tipi di titoli, capital
gain o investimenti in assicurazioni sulla vita) tale ritenuta alla
fonte non viene applicata". Insomma, con un buon commercialista
e un normale trust, spariscono anche le ritenute.
[04-12-2009]
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LA GUERRA
DELLO SHAMPOO - MAMMA’ E FIGLIA DELL’IMPERO OREAL LITIGANO DA 2
ANNI – LA FIGLIA CHIEDE: "METTETE MIA MADRE SOTTO
TUTELA" – L’87ENNE HA REGALATO AL SUO “BENIAMINO” UN
MLD € IN ASSEGNI, POLIZZE VITA E QUADRI (MATISSE, PICASSO,
MONDRIAN, DE CHIRICO) E SI DIFENDE: “POSSO FARE QUELLO CHE VOGLIO
COI MIEI SOLDI”…
Giampiero
Martinotti per
"la Repubblica"
«La ricchezza rende tutto sopportabile», diceva il
protagonista di un famoso romanzo di Balzac, César Birotteau. Chissà
cosa ne pensano la donna più ricca di Francia e sua figlia, da due
anni in guerra aperta, senza più rapporti se non quelli tra legali
che si battono a colpi di carte bollate davanti ai giudici.
Ultimo capitolo di una saga senza fine: Françoise
Bettencourt ha chiesto che la madre Liliane, 87 anni, venga messa
sotto tutela. Pensa che non abbia più la testa a posto, tanto da
essere stata circuita da un fotografo mondano, al quale ha regalato
l´astronomica cifra di un miliardo di euro. Un affare che
destabilizza L´Oréal, leader mondiale dei cosmetici controllato
dalla famiglia Bettencourt, che è anche prima azionista della Nestlé.
Da due anni a questa parte, la storia si arricchisce
regolarmente di nuovi capitoli. Figlia unica del fondatore dell´Oréal,
Liliane Bettencourt ha una fortuna valutata da Forbes in 17 miliardi
di euro, il doppio di quella dei Berlusconi. Da tempo finanzia molte
attività caritative ed è una mecenate apprezzata nel mondo dell´arte.
Ma si è anche invaghita di un personaggio bizzarro e
geniale come François-Marie Banier. Artista e fotografo della jet
set, amico di Isabelle Adjani e Pierre Cardin, omosessuale, ha
saputo sedurre la Bettencourt madre al punto da diventarne il
beniamino. Anche dal punto di vista finanziario: la Bettancourt ha
regalato al fotografo quasi un miliardo in assegni, polizze vita,
quadri (Matisse, Picasso, Mondrian, Ray, Léger, De Chirico). E a
quanto pare voleva anche farsi adottare dalla vecchia signora («sono
il figlio che non ha avuto»). Un sospetto che ha spinto la figlia,
due anni fa, a intervenire con una denuncia.
Il caso ha subito suscitato un tale clamore che perfino l´Eliseo
sarebbe intervenuto, preoccupato per l´eventuale destabilizzazione
dell´Oréal. La madre ha risposto pubblicamente alle accuse della
figlia: «Non sono svanita e dei miei soldi faccio quel che mi pare.
Sono una donna libera».
E ha spiegato di aver fatto i regali a Banier di sua
spontanea volontà e con i suoi quattrini, non con quelli dell´eredità:
la figlia ha la nuda proprietà del pacchetto di controllo dell´Oréal,
il cui usufrutto è invece appannaggio della madre. Detto in altri
termini, Françoise non può temere di essere diseredata.
La figlia, tuttavia, dice di agire non per soldi (un
classico), ma per proteggere la madre da se stessa. E visto che i
procedimenti penali contro Banier hanno poche possibilità di andare
in porto (la prima inchiesta è stata archiviata per mancanza di
prove concrete), adesso si è rivolta alla giustizia civile: chiede
che la madre sia posta sotto tutela e che il suo patrimonio venga
gestito da un amministratore nominato dal tribunale.
Il problema è che manca una perizia psichiatrica che
dimostri lo stato di «debolezza mentale» di Liliane, la quale si
è sempre rifiutata di sottoporsi a controlli medici. La vecchia
signora non ha reagito al nuovo attacco della figlia, ma già in
passato aveva spazzato via con durezza le domande sui loro rapporti:
«Mia figlia non la vedo più e non ho nessuna voglia di vederla».
[03-12-2009]
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OBAMA WAR TAX
– IL “SURGE” AFGANO DEL NOBEL PER LA PACE COSTA AD OGNI
AMERICANO 195 $ E L’IDEA DI UNA TASSA PRENDE SEMPRE Più PIEDE –
I DEMOCRATICI VOGLIONO FAR PAGARE I RICCHI, MA NANCY PELOSI TEME LA
BATOSTA ELETTORALE NEL 2010 – INTANTO A WALL ST. LE INDUSTRIE
MILITARI BRINDANO: IN OTTO ANNI SONO SALITE DEL 75%, IL RESTO
DELL’1%…
Francesco
Semprini per
"La
Stampa"
Afghanistan
Dopo i soldati, i soldi. All'indomani dell'annuncio
sull'invio di altri 30 mila militari in Afghanistan, negli Stati
Uniti è scontro sui finanziamenti alla guerra. I rinforzi
costeranno un milione a soldato, ovvero 30 miliardi di dollari in più
rispetto ai 130 già inseriti nel budget per la missione che il
Congresso voterà nei prossimi giorni.
A
Barack Obama spetta il delicato compito di spiegare come pagherà
per la guerra vincendo lo scetticismo di quei repubblicani contrari
all'escalation e l'opposizione della sinistra liberal e pacifista
che chiede il ritiro delle truppe. Dati alla mano, i rinforzi
costano 2,5 miliardi di dollari al mese, ovvero almeno 195 dollari a
contribuente, abbastanza da far raddoppiare la spesa bellica per
l'anno fiscale 2010 rispetto al 2009.
Secondo il
Center for Arms control e Proliferation di Washington così solo nel
2010 l
'investimento per la missione sarà pari alla metà di quanto gli
Usa hanno speso dal 2001 ad oggi. Cifre enormi che portano a
sfondare il tetto dei mille miliardi da quando sono iniziate le
guerre in Afghanistan e Iraq gravando sul già pesante debito
pubblico, salito quest'anno all'85% del Prodotto interno lordo. Il
rincaro arriva inoltre in una fase delicata per l'economia Usa, con
una ripresa post-crisi lenta e macchinosa e la disoccupazione oltre
il 10%.
«Obama
e il Congresso ora devono affrontare la questione in modo credibile
e veloce», avverte il New York Times in un editoriale, in cui si
apprezza tuttavia lo sforzo del presidente di aver fissato un prezzo
credibile per la sua escalation, e per aver promesso di lavorare con
il Congresso per i fondi, al contrario di quanto ha fatto per anni
George W. Bush che «cercato di nascondere il vero costo delle
guerre in Afghanistan ed in Iraq».
Il problema è capire dove attingere per evitare voragini
di bilancio: si è parlato di tagli su altri capitoli di spesa, o
del ricorso all'emissione di War Bond sul modello di quanto fatto da
Franklin D. Roosevelt nella Seconda Guerra mondiale. A farsi strada
nei giorni scorsi è stata l'idea di una War Tax - un modo per far
pagare ai ricchi e alle grandi corporation il peso dei rinforzi -
avallata da influenti democratici, ma osteggiata dal presidente
della Camera, Nancy Pelosi che teme le ricadute in termini di
consensi per l'impopolarità della misura. Secondo le stime i costi
reali pro-capite potrebbero comunque lievitare tra i 400 e i 600
dollari entro i prossimi due anni, e sempre che tutto vada secondo i
piani di Obama che da parte sua deve spiegare a quali criteri
ricorrere per capire quando l'Afghanistan sarà in grado di stare in
piedi da solo.
«Sebbene sia una buona idea fissare una scadenza» per
il ritiro, sferza il «Times», sono forti i dubbi sul fatto che il
presidente «possa rispettare la scadenza annunciata per luglio 2011».
Intanto ieri in Senato, durante il capo del Pentagono, Bob Gates,
dopo aver firmato l'ordine di dislocamento dei 30 mila militari, ha
rivelato che i rinforzi potrebbero salire a quota 33 mila uomini
grazie alla flessibilità concessa dal presidente per l'invio di
«équipe mediche, intelligence, ingegneri e sminatori: ovvero tutto
il personale necessario a salvare la vita dei nostri soldati».
Un incremento destinato a gravare di più sul budget e a
inasprire il dibattito politico. E mentre per i revisori di
Congresso e Casa Bianca si preannunciano tempi difficili, Wall
Street si scandisce lo slogan «Finché c'è guerra c'è speranza».
I titoli del settore Difesa e Aerospaziale contenuti nello S&P
500 hanno infatti segnato rialzi sin dalla vigilia dell'annuncio di
Obama e il trend pare destinato a proseguire visto che il
sottoindice di settore è cresciuto del 75% (contro il +1% di quello
generale) da otto anni a questa parte, ovvero da quando Washington
ha inaugurato la nuova fase bellica.
[04-12-2009]
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LA GRECIA
SULL´ORLO DEL CRAC SI VENDE ALLA CINA: Cosco, uno dei colossi di
Pechino, ha in concessione per 35 anni il porto del Pireo - LO
SPETTRO DELLA VIOLENZA SCONVOLGE ATENE - ANNIVERSARIO DELLA MORTE
DEL GIOVANE ANARCHICO: 75 ARRESTI INCLUSI CINQUE ITALIANI -
CENTINAIA DI SCUOLE E FACOLTÀ UNIVERSITARIE SONO OCCUPATE ...
1 - LA
GRECIA SULL´ORLO DEL CRAC CON LO SPETTRO DELLA VIOLENZA - OGGI L´ANNIVERSARIO
DELLA MORTE DEL GIOVANE ANARCHICO: AD ATENE 75 ARRESTI INCLUSI
CINQUE ITALIANI - CENTINAIA DI SCUOLE E FACOLTÀ UNIVERSITARIE SONO
OCCUPATE
La
Stampa.it
Cerimonia funebre tranquilla stamane, dopo le decine di
arresti della notte scorsa, al cimitero di Paleo Faliro, alla
periferia di Atene, nel primo anniversario della morte del
quindicenne Alexandros Grigoropoulos. Poche decine di persone hanno
partecipato alla cerimonia religiosa. I genitori del giovane ucciso
da agenti di polizia, avevano chiesto di poter ricordare il figlio
in privato. Presente però il ministro della pubblica istruzione
Anna Diamantopoulos.
Nonostante la calma al cimitero, la situazione rimane
tesa nella capitale, blindata da 12.000 agenti, e nel paese. A
Salonicco la polizia ha fatto irruzione stamane, con l'accordo del
rettore, al Politecnico per arrestare otto giovani che avevano
lanciato molotov contro gli agenti. Ad Atene la situazione appare
esplosiva dopo le decine di arresti alla vigilia della
manifestazione di oggi pomeriggio. Organizzazioni della sinistra
radicale hanno denunciato la «violenta repressione» del «governo
del Pasok» invitando «studenti e lavoratori» a dare «una
risposta immediata» con le manifestazioni di oggi e domani.
Gli
agenti hanno fermato in tutto 162 persone di cui 75 rinviate davanti
al giudice inclusi cinque italiani - quattro uomini e una donna -,
albanesi e spagnoli. Una parte dei fermi sono avvenuti dopo
un'irruzione in un centro sociale nel sobborgo ateniese di Keratsini,
dove è stata occupata per protesta la sede del consiglio comunale,
e sequestrato materiale per la costruzione di molotov, mazze, una
granata luminosa, maschere e occhiali antigas.
Altri incidenti sono avvenuti nel quartiere anarchico di
Exarchia dove gruppi di giovani hanno attaccato la polizia, al
termine di una commemorazione per Grigoropoulos. Mentre centinaia di
scuole e facoltà universitarie sono occupate, il ministro
dell'ordine pubblico, Michalis Chrisochoidis ha ribadito dopo le
retate di ieri che la polizia continuerà a «compiere il suo dovere
di proteggere i cittadini» e non consentirà che «i vandali
mettano di nuovo a sacco Atene».
2 - LA
GRECIA SULL´ORLO DEL CRAC CON LO SPETTRO DELLA VIOLENZA "MA I
CINESI CI SALVERANNO"
Ettore Livini per Repubblica
«La Grecia non è il Dubai, non siamo in bancarotta»,
assicura il premier George Papandreou. «Camminiamo su un filo, d´accordo,
ma le banche estere non hanno niente da temere», gli
fa eco il
ministro dell´economia George Papakonstantinou. Le rassicurazioni
della politica e l´arcobaleno apparso ieri all´alba sul Partenone
non devono trarre in inganno. L´orizzonte di Atene è tornato
scurissimo.
«Pensavamo di aver
visto il
peggio un anno fa, quando il crac islandese ci aveva fatto temere il
default nazionale», dice Christos Papanagiou, padroncino di 25 Tir
in servizio al Pireo. Invece no. Lui contempla sconsolato venti dei
suoi mezzi fermi, per mancanza di lavoro, ai cancelli della dogana
del porto.
La Grecia (economicamente parlando) è passata dalla
padella alla brace. Il motivo? Semplice: l´economia non va (-1,5%
il pil 2009, primo calo dal ´93). E i conti pubblici - si è
scoperto un mese fa - sono stati taroccati per anni. «A giugno ci
dicevano che era tutto ok», ricorda Takis Michalos mentre dal suo
gabbiotto vende i biglietti del traghetto per Rodi.
Il rapporto 2009 deficit/pil - assicurava l´esecutivo di
centrodestra di Kostas Karamanlis - era previsto al 3,7%. Storie. A
ottobre, quando le urne hanno consegnato il paese ai socialisti del
Pasok, Papandreou ha scoperto di essere seduto su una polveriera. «Errori
statistici», è la versione ufficiale. Ma il deficit ellenico è
stato rivisto al 12,7%. E il paese - che dal 2000 era cresciuto
(sempre che i dati fossero giusti) a un tasso medio del 4% - si è
risvegliato all´improvviso. Per la seconda volta in un anno.
«Siamo sull´orlo del precipizio», è la sintesi di
Papakonstatinou. E´ vero: la Ue ha già alzato il cartellino
giallo. I rendimenti dei titoli di stato sono schizzati all´insù
(fino al 2% in più dei Bund tedeschi). Il governo lotta contro il
tempo per mettere a punto una finanziaria credibile in un´Atene
blindata da 6mila poliziotti per il primo anniversario, oggi, dell´uccisione
di un 15enne nel quartiere anarchico di Exarchia: dopo i primi
scontri, ieri sera, sono state arrestate 12 persone, tra cui cinque
italiani. E ora i mercati, preoccupati che Bruxelles abbandoni il
paese al suo destino, ha iniziato a sognare l´arrivo in soccorso
del più improbabile dei principi azzurri: la Cina.
«Uno sogno? Mica tanto - dice Papanagiou indicando il
labirinto di container che copre il molo numero due del Pireo come
un gigantesco Lego colorato - guardi là». Ci sono i cassoni
azzurri della Hanjing, quelli turchesi della China Shipping. Pile e
pile. «Hanno iniziato ad arrivare un anno fa - spiega - e adesso si
stanno moltiplicando».
L´asse tra Atene e Pechino, via mare, c´è già. Da
quando nel 2008 Karamanlis ha ceduto in gestione per 35 anni alla
cinese Cosco il cuore del porto più antico del Mediterraneo,
incassando 3,4 miliardi di euro. «Non che siano stati accolti
benissimo», sorride Papanagiou. I camalli ellenici si sono messi di
traverso («li capisco, oggi lavorano sei ore e guadagnano più di
un banchiere a Londra», dice il trasportatore). In pochi mesi di
scioperi hanno aperto una voragine di 500 milioni nei conti del
porto e l´hanno spinto fuori dalla classifica dei primi 100 scali
mondiali.
Senza però scoraggiare i pazientissimi cinesi. «Mi sono
offerto come garante per un´intesa e
il lavoro
, per ora, è ripartito», dice il numero uno della Piraeus Port
Authority Georgios Anomeritis. L´enorme striscione biancoazzuro
"Cosco go home" appeso all´ingresso dello scalo container
è l´ultimo ricordo della vertenza: ora la Cosco vuole moltiplicare
per cinque la capacità del Pireo in cinque anni e si muove già
come fosse a casa sua.
Lo sbarco sui moli di fronte all´isola di Salamina
potrebbe però essere solo il primo passo. La strategia dei cinesi
sullo scacchiere estero è chiara. Africa docet. Si presentano con
il libretto degli assegni in mano nei paesi in difficoltà. E a
colpi di renminbi (le leggi del capitalismo valgono anche per i
comunisti) riscrivono gli equilibri geo-politici. Atene è un
candidato ideale. Il costo del debito è schizzato alle stelle (l´anno
prossimo ci sono da rifinanziare 52 miliardi di bond). E le sirene
orientali sono in agguato.
«La Grecia sta trattando per piazzare 25 miliardi della
sua esposizione alla Cina», ha scritto il Wall Street Journal. E la
smentita del governo è parsa a molti assai tiepida: «Non ci sono
al momento piani di questo tipo - ha detto il pragmatico
Papakonstantinou, formatosi alla London School of economics -. Ma
come tutti al mondo stiamo studiando come diversificare la nostra
posizione debitoria».
Papandreou, per ora, è tranchant: non ci sarà bisogno
di nessun salvataggio, promette, la Grecia rimetterà in sesto i
conti entro i paletti Ue. Bruxelles, visti gli scivoloni ellenici
sui numeri, è scettica: ha bocciato la prima bozza di finanziaria e
minaccia sanzioni finanziarie a febbraio.
«Qualche dubbio l´ho anch´io - conferma Yannis
Anghelopoulos, 21enne studente seduto fuori dalla facoltà di
economia -. Il Pasok ha vinto promettendo di tassare i ricchi e
aiutare i poveri. Ma se toccherà pensioni, stipendi statali e
amminstrazione pubblica, rischia di vedersi rivoltare contro l´elettorato
socialista». E allora? L´Europa, con l´economia in ripresa e l´euro
al sicuro, potrebbe scegliere la linea dura.
Mollando la Grecia, in caso di difficoltà sul debito, e
costringendola a bussare al Fondo Monetario. «Papandreou forse
sarebbe contento - conclude Anghelopoulos - Un´austerity imposta
dall´esterno potrebbe costringere i greci ad accettare i sacrifici».
O un ottimo alibi, sussurra qualcuno, per cedere a Pechino le chiavi
del paese.
[06-12-2009]
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È MIKE O
NON è MIKE? – CHI HA DEPOSITATO IN UN ISTITUTO DI LUGANO 10 MLN
€ OLTRE A OBBLIGAZIONI E PROPRIETÀ? – DOV’E’ FINITA TUTTA
QUELLA FORTUNA? – TEMPI DURI PER LA SVIZZERA! QUESTO INCIDENTE
POTREBBE CONVINCERE ALTRI ITALIANI ECCELLENTI A FAR RIENTRARE IN
PATRIA I LORO RISPARMI…
Stefano Zurlo per "il
Giornale"
Non bastavano le grane con lo scudo
fiscale, il raffreddamento dei rapporti con l'Italia, la messa in
discussione di un modello che pareva eterno. I guai degli svizzeri
non finiscono più. Ora si scopre che una banca di Lugano è nei
pasticci per una storia assai imbarazzante: ci sarebbero ammanchi,
forse per dieci milioni di euro, nel tesoro che un personaggio
italiano molto famoso aveva parcheggiato nei caveau un tempo sicuri,
anzi impenetrabili, del Canton Ticino.
La storia riportata dal settimanale «Il
Caffè» e rilanciata dal sito Dagospia, dimostrerebbe il contrario:
perfino gli svizzeri non sanno più fare quel che per lungo tempo
avevano fatto con abilità e discrezione. I dieci milioni sarebbero
spariti e ora gli eredi del vip, defunto da poche settimane, hanno
interpellato un avvocato e sono passati alla controffensiva.
Chi è il misterioso personaggio che
aveva portato a Lugano le proprie fortune? La risposta sarebbe
clamorosa: Mike Bongiorno. Attenzione, nessuno conferma, anzi dalla
famiglia arrivano secche smentite: «Noi non abbiamo soldi in
Svizzera». In realtà almeno un punto, in una vicenda per molti
aspetti ancora oscura, sarebbe chiaro: dopo la morte del titolare
del gruzzolo, un personaggio italiano dello spettacolo scomparso di
recente, gli eredi avrebbero disegnato la mappa dell'eredità.
E forse, approfittando della finestra
temporale offerta dallo scudo, avrebbero deciso di regolarizzare il
capitale e di farlo rientrare in Italia. A quel punto, il
condizionale è sempre d'obbligo, il buco sarebbe saltato fuori. E
per tutelarsi, gli eredi si sarebbero rivolti a un importante studio
legale di Milano.
Ma è difficile saperne di più. In
questo momento parlano tutti il meno possibile. La banca di Lugano,
l'avvocato di Milano, la famiglia. La banca: «Non c'è stata
nessuna contestazione, tantomeno una segnalazione o una denuncia per
malversazione che abbia coinvolto qualche nostro dipendente».
L'avvocato: «Ci sono delle cose che
stanno emergendo». Infine, la famiglia che ripete: «Non abbiamo
soldi in Svizzera». In ogni caso, a Lugano il tam tam informa che
il vip in questione disponeva di capitali ingenti stipati nei
forzieri di Lugano. Si parla di società del valore di venti milioni
di euro e di obbligazioni per quindici milioni di euro investite in
due istituti di credito internazionali. Insomma, per la Svizzera è
un anno orribile.
Il Paese è entrato prima nel mirino
delle autorità americane e poi del nostro ministro dell'economia
Giulio Tremonti che ha rilanciato lo scudo fiscale per riportare a
casa i soldi custoditi nei paradisi fiscali. Le stime sono
contraddittorie e ovviamente imprecise ma c'è chi ipotizza che
ammontino a trecento miliardi i soldi dei nostri connazionali
nascosti all'estero. Di questi ben 125 miliardi sarebbero in
Svizzera.
Insomma, siamo alla guerra: Roma
contro Berna e Berna contro Roma. A Chiasso le telecamere registrano
i numeri di targa delle auto in uscita dall'Italia, a Lugano si
arriva alla paranoia di chi immagina 007 del fisco italiano
sguinzagliati nelle banche della città e nelle scorse settimane
Berna ha addirittura convocato il nostro ambasciatore, in uno dei
tanti momenti di tensione fra le due parti.
Un'epoca sta finendo: del resto tutti
i paradisi fiscali se la passano male. Anche San Marino attraversa
un pessimo quarto d'ora, i capitali stanno fuggendo pure dalla rocca
del monte Titano, le finanziarie sono in crisi, i rapporti con
l'Italia ai minimi termini, anche se si va faticosamente verso un
accordo. E non è finita. La caccia agli evasori proseguirà nelle
prossime ore: le Fiamme gialle starebbero per dare il via ad una
nuova operazione. Si parla di decine di evasori nel mirino dei
nostri segugi.
Un terremoto continuo che mette a dura
prova i nervi dei nostri, un tempo intoccabili, vicini. Ora
sull'immagine al ribasso della Svizzera casca quest'altra tegola. E'
davvero legata a Mike Bongiorno l'eredità al centro del giallo? E a
quanto ammonta esattamente il buco? Le cifre si rincorrono. Certo,
l'incidente potrebbe convincere altri italiani eccellenti a far
rientrare in patria i loro risparmi.
[01-12-2009]
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LO SCUDO FA
CILECCA? - I CONTI DI TREMENDINO TREMONTI NON TORNANO: MANCANO 500
MLN € ALL’APPELLO – HANNO INFLUITO L’OSTRUZIONISMO SVIZZERO
E I PROBLEMI TECNICI LEGATI AI PRODOTTI FINANZIARI SOFISTICATI –
LA SCADENZA PROROGATA AD APRILE? MA il Tesoro punta a massimizzare i
ricavi dello scudo nel 2009…
Luca Fornovo per "la
Stampa"
Per ora i conti di Tremonti non
tornano. Secondo le ultime stime, dallo scudo fiscale il Tesoro
incasserebbe 3,5 miliardi anziché i quattro stimati dal ministro
dell'Economia. All'appello mancherebbero 500 milioni, cioè tanto
quanto i soldi richiesti dalla Conferenza dei Rettori per recuperare
le università statali e pagare i stipendi ai professori.
A poco più di due settimane dalla
scadenza del 15 dicembre, l'Associazione italiana del private
banking (Aipb), che riunisce i gestori dei patrimoni dei Paperoni
italiani, abbassa le stime sul gettito dello scudo. Da 80-100 si
scende a 70 miliardi: 50 miliardi per i rimpatri e 20 miliardi per
le regolarizzazioni. Considerata l'imposta del 5% sui capitali
rimpatriati, al Tesoro entrerebbero così 3,5 miliardi, per le
banche si parla di profitti netti per circa 250 milioni.
Insomma siamo lontani da quei 100
miliardi che avrebbero dovuto portare nelle casse dello Stato 5
miliardi. Qualcosa sembra non aver funzionato. Già ma cosa? I tempi
troppo stretti, l'ostruzionismo delle banche svizzere e i problemi
tecnici legati al rimborso di prodotti finanziari più sofisticati
come gli hedge fund e alla valutazione dei prezzi di obbligazioni
strutturate di banche in cattive acque o addirittura fallite, come
il colosso Usa Lehman Brothers.
Un grido d'allarme sui tempi arriva da
Paolo Basilico, numero uno della società di gestione, Kairos. «Se
lo scudo si dovesse chiudere il 15 dicembre - avverte Basilico - si
perderà il 50% dei benefici derivanti da questa manovra, mi auguro
quindi che il ministero conceda più tempo, almeno fino ad aprile».
Un po' più di tempo lo chiede anche
Giorgio Girelli, amministratore delegato di Banca Generali, che
finora prevede di raccogliere 1,5 miliardi dallo scudo (contro i 3
miliardi inizialmente previsti da alcuni analisti). «Spero che ci
sia una proroga almeno fino a marzo, ma che venga comunicata a
inizio dicembre, per avere piena efficacia», dice Girelli.
È vero che il Tesoro punta a
massimizzare i ricavi dello scudo nel 2009, ma in effetti dagli
uffici tecnici di via XX Settembre a Roma, si sta ragionando
seriamente sulla proroga, o meglio su quanto lungo (giorni, mesi)
potrà essere «il periodo congruo», come lo definisce la circolare
di ottobre, per far rientrare i capitali in Italia.
Carlo Filippo Brignone, responsabile
della succursale di Torino di Banca Leonardo (400-500 milioni la
raccolta stimata dal gruppo), punta il dito contro l'ostruzionismo
degli istituti elvetici. «Questo scudo - osserva Brignone -
permetterà ai clienti di sottrarsi all'atteggiamento poco
collaborativo dei banchieri svizzeri e di poter seguire più da
vicino e controllare meglio l'andamento della gestione dei propri
risparmi».
Da Ersel (350 milioni di raccolta con
più di 500 conti) denunciano che gli svizzeri ritardano per quanto
possibile il completamento del trasferimento dei titoli, per un
ovvio interesse a mantenere ricavi e masse gestite anche se per
pochi mesi. Mentre secondo Massimo Furno, responsabile private
banking di Deutsche Bank in Italia (raccolta stimata in 2 miliardi)
«le vere difficoltà si sono riscontrate nel regolarizzare prodotti
come gli hedge funds». Intanto a due settimane dalla scadenza dello
scudo, le banche cominciano a fare i conti in tasca.
«Siamo nella fase clou - dice Roberto
Fredella, responsabile Bnl-Bnp Paribas Private Banking - tanto che,
in questi giorni, si stanno concretizzando molte operazioni, anche
grazie alla nostra task force di avvocati e commercialisti». Da
Banca Intermobiliare fanno sapere che la raccolta attesa è tra i
5-600 milioni di euro, idem per Azimut.
Tra i più ottimisti c'è Nicola
Onorati, responsabile private banking di Montepaschi: «Abbiamo
circa 2.200 posizioni aperte, il 25% delle quali relative a nuovi
clienti. L'importo medio dei rimpatri è di 900 mila euro,
leggermente sopra la media di mercato. I flussi di capitali in
rientro dall'estero sono superiori a quelli degli scudi precedenti,
c'è una netta prevalenza dei rimpatri sulle regolarizzazioni».
[27-11-2009]
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CON
OCCHIALI LUXOTTICA IL FISCO CI VEDE BENISSIMO – DELVECCHIO CHIUDE
LA SUA PENDENZA FIRMANDO UN MEGA ASSEGNO DA 300 MLN €: CIFRA
RECORD IN ITALIA TRA UN PRIVATO E LO STATO (MA SE LA PUÒ
PERMETTERE, PER “FORBES” HA UN PATRIMONIO DI 6,3 MLD $) -
L'ACCUSA AL RE DEGLI OCCHIALI È DI AVER CREATO SOCIETÀ ESTERE PER
SFUGGIRE ALLE TASSE…
Paolo Stefanato per "Il
Giornale"
Leonardo Del Vecchio, fondatore e
maggiore azionista di Luxottica - primo gruppo mondiale degli
occhiali -, ha chiuso la sua personale partita con il fisco firmando
un assegno da 300 milioni di euro. Una cifra colossale, che non ha
precedenti in Italia nelle transazioni tra un privato e l'agenzia
delle entrate, ma che non deve impensierire un uomo che da molti
anni è tra i primi contribuenti italiani e che appare regolarmente
nelle classifiche dei più ricchi del mondo.
La vicenda andava avanti da tre anni,
con un braccio di ferro affidato ad esperti del massimo livello, e
il suo esito aveva già avuto un'anticipazione nella condanna,
datata 2008 e confermata nel 2009, al pagamento di 20,4 milioni di
euro, di cui 11 di sanzioni; il contenzioso si riferiva al biennio
1997-1998. Per gli anni successivi, tra il 1999 e il 2006,
l'accertamento effettuato dal fisco era stato di 2 miliardi. Del
Vecchio, che ha sempre sostenuto la liceità dei propri
comportamenti fiscali, ha pagato con eleganza: «Ho preferito
evitare - ha detto - possibili strascichi giudiziari e chiudere la
vertenza avvalendomi degli istituti di definizione concordata con il
fisco».
La vicenda è complessa e cercheremo
di semplificarla al massimo. Ma va detto subito che siamo
nell'ambito dell'elusione fiscale e non dell'evasione, tant'è che a
Del Vecchio non vengono contestati reati penali; la differenza tra
le due categorie sta proprio, appunto, nel rispetto o no delle
leggi, e la «colpa» dell'elusore è quella di cercare gli
accorgimenti più opportuni per pagare meno tasse, ma senza
infrangere formalmente alcuna norma.
Perché allora - ci si chiederà - Del
Vecchio chiude pagando questa somma stratosferica, quindi accettando
la sconfitta? Perché il fisco è giunto alla conclusione che le
modalità seguite per disegnare il controllo del gruppo industriale
falsificavano la realtà e che, di conseguenza, l'erario aveva
subito un considerevole danno.
Che cosa è stato contestato a Del
Vecchio? Di aver creato in Germania una società di comodo,
trasferendole il controllo del patrimonio per beneficiare del regime
più favorevole dal punto di vista fiscale, sia per le plusvalenze
sia per i dividendi. Una catena di controllo chiamata «a sandwich»,
e che si configura quando una holding italiana possiede una
finanziaria straniera che a sua volta possiede un'industria
italiana.
La tedesca Leofin stava proprio in
mezzo tra la proprietà italiana (la Leonardo finanziaria della
famiglia Del Vecchio) e le partecipazioni industriali (in
particolare Luxottica, occhiali, e Sanson, gelati); la struttura
organizzativa e decisionale insomma era inequivocabilmente radicata
in Italia, mentre la «scatola» tedesca appariva «vuota», se non
- naturalmente - di utili: nel solo 1999 1,55 miliardi di euro, sui
quali le imposte da pagare in Italia sarebbero state di circa 500
milioni.
Tre anni fa le Finanze (che all'epoca
facevano capo al viceministro Vicenzo Visco) sferrarono l'attacco
alle società cosiddette «esterovestite», cercando di individuare
la loro reale operatività, che è poi l'unica ragione accettata dal
fisco per riconoscere la giurisdizione di un diverso Paese; come per
le persone fisiche, non è la residenza ufficiale che conta, quanto
la presenza «autentica».
Oggi l'architettura societaria della
famiglia Del Vecchio si è alquanto semplificata e dalle
informazioni Consob il controllo (67,8%) di Luxottica appare della
Delfin sarl, società di diritto lussemburghese direttamente
riconducibile a Leonardo Del Vecchio; proprio lo spostamento della
Delfin dalla Germania al Lussemburgo, risalente al 2006, aveva fatto
rizzare le antenne al fisco italiano, che era subito corso a
verificarne le valutazioni di portafoglio.
La vicenda è destinata, ovviamente, a
suscitare scalpore sia per le dimensioni della transazione, sia per
la notorietà del contribuente e della sua azienda, quotata alla
Borsa di Milano e al New York Stock Exchange. La storia di Leonardo
Del Vecchio, 74 anni, è quella di un'ascesa spettacolare, da orfano
ospitato nel collegio dei Martinitt di Milano, a imprenditore di
livello mondiale. Nel 2009 la rivista Forbes gli ha attribuito un
patrimonio personale di 6,3 miliardi di dollari, terzo in Italia e
71° nel mondo.
[30-11-2009]
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EVADERE CON UN CLICK – SE L’IMPRENDITORE ITALIANO PAGA PER LA
PUBBLICITÀ, GOOGLE DOVE INCASSA? IN IRLANDA - E DOVE PAGA LE TASSE? NÉ
QUI NÉ LÌ – PARTONO GLI ACCERTAMENTI DELLA GDF PER 150 MLN (CHIESTA L’ARCHIVIAZIONE
PENALE) – ANCHE IL FISCO TURCO ALL’ATTACCO…
Massimo Mucchetti per CorrierEconomia" del "Corriere
della Sera"
Usare il Pc seduti in poltrona o distesi su una chaise longue è
scomodo. Servirebbe un bel supporto. Andrea Benoni, veronese di Cavaian,
ci ha pensato. E con altri tre soci ha avviato Lounge-Tek, una
microazienda che ne propone online vari modelli, da 99 a 240 euro più 9
per il trasporto a domicilio, consegna in un giorno in Italia, due in
Europa, tre in America.
Ma come può una microazienda agli esordi informare i potenziali
clienti? La pubblicità su giornali, radio e Tv andrebbe bene in teoria,
ma è al momento troppo costosa. Lounge-Tek ha risolto il problema con
il programma AdWords di Google che consente di usare lo strumento della
pubblicità anche per piccoli importi.
Si prenotano una o più parole chiave e si paga il traffico che da
queste viene originato sul proprio sito fino a quando non si esaurisce
il budget. In tal modo, racconta Giorgio Chignola, un altro socio della
ditta, in 18 mesi e senza muoversi dalla provincia di Verona, la
Lounge-Tek ha cominciato a vendere in 22 Paesi.
A chi paga i suoi 10 centesimi a clic la Lounge-Tek? A Google
Ireland Ltd, Barrow Street, Dublino. Il grande motore di ricerca è un
angelo per le piccole imprese. Ma perché fatturare dall'Irlanda?
Il CorrierEconomia l'ha già documentato: per non pagare le
imposte in Italia e, con la complicità del go¬verno irlandese, per non
pagarle nemmeno là.
LA MULTA DI ANKARA
La circostanza comincia a scottare. Nei giorni scorsi, secondo il
quotidiano turco Sabah , il ministero delle Finanze di Ankara ha
inflitto a Google una multa di 32 milioni per avere raccolto pubblicità
dalla Turchia senza pagarci l'Iva e le imposte sul reddito. In Turchia
opera una filiale, la Google Reklamcilik, ma tutto viene fatturato a
Dublino. Esattamente come per l'Italia.
Avrà il coraggio Google di opporsi fino al punto di rischiare un
processo e una sentenza o punterà al compromesso con la Turchia? Solo
una vittoriosa resistenza eviterebbe un esito che, comunque, darebbe una
valutazione dell'imponibile taciuto.
L'Italia è un po' più indietro. A fine
2007, la Guardia di Finanza di Milano ha consegnato alla procura della
Repubblica un'indagine sulla presunta evasione fiscale di Google. Ma il
2 febbraio 2009 il pubblico ministero Carlo Nocerino ha chiesto
l'archiviazione.
IL DOSSIER NAZIONALE
Secondo il magistrato, non è possibile determinare il reddito
imponibile derivante dai ricavi di Google originati in Italia e il
conseguente tributo perché non si riesce a «individuare in modo certo
e univoco» i costi da detrarre per poter calcolare l'imposta evasa. Ma
il lavoro dei militari conserva un notevole rilievo: può allertare
l'Agenzia delle entrate sul piano amministrativo, così da «raggiungere»
la Turchia, e poi fa emergere il problema politico di come riformare in
sede Ocse i principi tradizionali di fronte alla nuova rapacità fiscale
delle multinazionali online.
Le Fiamme Gialle hanno risposto al alcune domande.
La prima: quanto fatturato Google genera da clienti italiani?
Risposta: dagli esordi del 2002 a tutto il 2006, secondo i prospetti
interni trovati nella sede milanese di corso Europa, 240 milioni.
Seconda domanda: quanti ricavi dichiara Google Italy negli stessi anni?
Risposta: 14,8 milioni. Poiché lo sviluppo è esponenziale,
aggiungeremo che il fatturato originato in Italia si stima arrivi a
quasi 700 milioni nel 2007 e 2008 mentre quello di Google Italy sale a
32 milioni nel biennio.
Terza domanda, perché Google Italy, che pure ha decine di
dipendenti, fattura così poco? Risposta: perché formalmente svolge
solo servizi di marketing per Dublino i cui costi vivi vengono
rimborsati con una maggiorazione dell'8%, secondo un contratto cost-plus
, foro competente San Francisco. Di qui un reddito tassabile di 38 mila
euro in 5 anni: «Nessuna vera impresa indipendente che agisce in libero
mercato avrebbe potuto accettare tali condizioni», commentano i
militari.
Quarta domanda, dobbiamo credere a Google?
Risposta: no. Ammette a verbale Massimiliano Magrini, country
manager di Google per l'Italia: «Il personale commerciale di Google
promuove direttamente la vendita del prodotto sul territorio nazionale
portando avanti tutte le trattative fino alla firma del contratto da
parte del cliente nazionale. Il contratto, firmato solo dalla parte
acquirente, viene inviato elettronicamente alla sede di Google Ireland
di Dublino dove, dopo un preliminare controllo formale, viene firmato
dal rappresentante legale della società di diritto irlandese, quale
parte venditrice. A questo punto il contratto viene rispedito alla
Google Italy e consegnato al cliente».
Vengono da Dublino i contratti allegati con Expedia, Dada Mobile,
Alitalia, Fastweb e, curiosità, Forza Italia.
Quinta e ultima domanda: a quanto ammonterebbe la presunta
evasione? Risposta: 48 milioni di Iva, una decina di Irap e una
novantina di Ires considerando che, ove non si dichiari la componente
negativa del reddito, le componenti positive formano la base imponibile,
ovvero una trentina, nel caso si applicasse al fatturato «italiano» la
quota proporzionale dei costi di gruppo. Questo fino al 2006. Poi, le
cifre tendono a esplodere.
[23-11-2009]
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