EVASIONE FISC
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S.MARINO
AGNELLI
LISTA 552

 

 

 

 

 

FEDERICO FALCK CONDANNATO PER DICHIARAZIONE INFEDELE DEI REDDITI...
(Adnkronos) - Il Giudice della seconda sezione penale del tribunale di Milano ha condannato Federico Falck ad un anno e tre mesi di reclusione, con la pena sospesa e la non menzione, per dichiarazione infedele dei redditi. Il manager e' stato anche interdetto "dagli ufffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese e dalla funzione di rappresentanza ed assistenza in materia tributaria per il periodo di un anno". A Falck e' stato anche vietato di contrattare con la pubblica amministrazione per un anno.

 18-02-2011]

 

 

- FISCO: INCHIESTA DOLCE E GABBANA, GUP MILANO RESPINGE ECCEZIONI DIFESA...
(Adnkronos) - Le notifiche inviate via fax sono 'regolari' e non nulle. Quindi il provvedimento avviato nei confronti degli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana puo' proseguire. E' quanto ha deciso in tarda mattinata il gup di Milano, Simone Luerti, durante la prima udienza preliminare sulla maxi evasione da circa 1 miliardo di euro contestata ai due stilisti.

Dolce e Gabbana sono accusati di truffa ai danni dello Stato, infedele dichiarazione dei redditi ed evasione fiscale per un miliardo di euro. Secondo l'ipotesi dei magistrati milanesi, che hanno chiesto il rinvio a giudizio dei due indagati, i reati sarebbero stati commessi nel biennio compreso tra 2004 e 2005: l'evasione contestata e' pari 420 milioni per ciascuno dei due stilisti, piu' 200 milioni di imponibile non versato riferibili alla societa'.

31-01-2011]

 

 

SAI COS’È, L’ISOLA DI MAN… - NO, NON È UN NUOVO SUCCESSO FRICCHETTONE DEI DIK DIK, MA IL PARADISO FISCALE DOVE I BENETTON HANNO PAGATO FIOR DI QUATTRINI A INTERMEDIARI FINANZIARI CHE ERANO IN REALTÀ SCATOLE VUOTE - IERI LA COMMISSIONE TRIBUTARIA VENETA LI HA SANZIONATI: DEVONO PAGARE 2,7 MLN € IN TASSE EVASE PER IL 2003. E IL FISCO STA INDAGANDO ANCHE SUGLI ANNI 2004-2007 - IN TUTTA ITALIA, NEL 2010 SONO STATI EVASI 50 MLD IN REDDITI NON DICHIARATI

1 - BENETTON, STANGATA DAL FISCO - DOVRÀ PAGARE 2,7 MILIONI...
Da "CorriereDelVeneto.Corriere.it"

 

La commissione tributaria regionale del Veneto stanga la Benetton per aver ingiustamente dedotto dei costi sostenuti nei confronti di due società dell'isola di Man, in Inghilterra, noto paradiso fiscale. La Commissione tributaria regionale di Venezia ha confermato quindi la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Treviso (sempre sfavorevole al gruppo di Ponzano Veneto) e stabilito che occorre verificare l'effettività delle operazioni sottostanti, non in astratto, ma con riferimento alla reale operatività dei soggetti che hanno beneficiato dei pagamenti (cioè le società black list).

 

A insospettire i funzionari dell'Agenzia delle Entrate, la particolare «organizzazione» dei presunti intermediari. Solo un fax a simulare lo svolgimento di una attività economica. Quelle che dovevano essere vere e proprie società attrezzate, sono in realtà scatole vuote senza un'effettiva operatività. Difficile anche solo risalire all'esatta compagine proprietaria, dato che operavano in Paesi «non collaborativi» con le Autorità tributarie italiane. «Perché pagare provvigioni più salate a intermediari dell'Isola di Man, quando sarebbe stato più conveniente rivolgersi direttamente a operatori attivi in Irlanda e Grecia?»

È questa la domanda che si erano posti gli ispettori dell'Agenzia delle Entrate impegnati in una verifica nei confronti di una nota multinazionale. E i giudici tributari hanno confermato i loro dubbi, condannando la società a rifondere 2,7 milioni di euro tra Irpeg, Irap e sanzioni per la sola annualità 2003. Altri analoghi accertamenti per importi multimilionari sono stati emessi per l'annualità 2004, attualmente in discussione davanti alla Commissione tributaria provinciale di Venezia, e l'annualità 2005. Mentre sono in fase di lavorazione analoghe contestazioni riguardanti i periodi 2006-2007.

 


2 - EVASIONE RECORD NEL 2010: 50 MILIARDI I REDDITI NASCOSTI...
Laura Verlicchi per "il Giornale"

Le Fiamme Gialle alzano il tiro, e smascherano un'evasione fiscale da record: quasi 50 miliardi di euro, il doppio dell'ultima manovra finanziaria.

E questi sono soltanto i redditi non dichiarati: nel 2010 gli italiani hanno evaso anche 6,3 miliardi di Iva e 30,5 miliardi di Irap, mentre le ritenute non versate si attestano a quota 635 milioni. Ma nel rapporto annuale della Guardia di Finanza ci sono anche i casi più clamorosi: i cosiddetti «evasori totali» (8.850, il 18% in più del 2009). Sono imprenditori e lavoratori autonomi che, pur avendo prodotto nel 2010 un reddito di oltre 20 miliardi, non solo non hanno presentato alcuna dichiarazione fiscale ma hanno anche evaso l'Iva per 2,6 miliardi.

 

Poi, c'è l'imbarazzante capitolo «falsi poveri»: come quei cittadini che in Veneto chiedevano un contributo per pagare l'affitto possedendo però auto di pregio, quei proprietari di appartamenti di lusso nel centro di Firenze che chiedevano buoni per le mense scolastiche e per l'acquisto dei libri dei figli, quei commercianti calabresi che chiedevano l'esenzione dal ticket sanitario pur possedendo 90 immobili. La Guardia di Finanza l'anno scorso ne ha scoperti 4.500 che hanno usufruito di prestazioni sociali agevolate per un miliardo e mezzo.

Fin qui, l'evasione entro i confini italiani: ma anche la lotta ai paradisi fiscali e all'evasione internazionale è un punto fondamentale nella strategia delle Fiamme Gialle. Perchè dei 50 miliardi nascosti al fisco (il 46% in più rispetto al 2009), all'estero ne sono stati individuati 10,5, la metà dei quali tra Lussemburgo e Svizzera. Soldi portati fuori dall'Italia attraverso operazioni di esterovestizioni della residenza, triangolazioni con Paesi off-shore ed omesse dichiarazioni di capitali detenuti all'estero. Ma non è finita: nel rapporto si dice chiaramente che in alcuni casi gli importi coperti dallo scudo fiscale sono risultati inferiori a quelli segnalati dalle autorità francesi. Dunque ci sono ancora evasori da individuare.

 

Ma anche una legalità da rafforzare, soprattutto fra i giovani: «Siamo consapevoli - ha detto il comandante delle Fiamme Gialle Nino Di Paolo, nell'audizione alla commissione Finanze della Camera - che la lotta all'illegalità economica richieda un impegno in primis sul piano operativo. Ma ciò sarebbe riduttivo perchè non si può difendere la causa della legalità senza farne conoscere anche il suo profondo valore culturale». «Se saremo in grado di farlo - ha concluso Di Paolo - combattere l'evasione diventerà un'obiettivo sempre più condiviso socialmente, perchè significherà offrire al Paese più risorse da destinare ai servizi pubblici, a finalità sociali, allo sviluppo dell'economia».

 01-02-2011]

 

 

- LISTA FALCIANI GLI ITALIANI SONO OLTRE 5 MILA...
Da "la Repubblica" - Sono 774 le verifiche concluse da parte della Guardia di Finanza sulla cosiddetta lista Falciani, l´elenco di 5.439 correntisti italiani della filiale di Ginevra della Hsbc, sottratto dall´ex dipendente della holding Hervé Falciani e su cui indagano numerose procure italiane. I redditi evasi accertati fino, ad oggi ammontano a oltre 180 milioni di euro e sarebbero almeno 28 gli evasori totali scoperti in seguito alle indagini.

Le persone fisiche incluse nella lista sono concentrate principalmente in due regioni: Lombardia (per il 51% del totale) seguita dal Lazio (col 15%). In terza posizione il Piemonte (7,5%), poi l´Emilia Romagna (7%), il Veneto (6%) e la Toscana (4%). Le Fiamme Gialle ha ottenuto la lista dall´amministrazione fiscale francese attraverso i canali di mutua assistenza amministrativa internazionale.01-02-2011

 

 

 

-        Flavio Briatore rosolato dalle fiamme gialle - Questa volta sotto sequestro non finisce un panfilo, ma un milione e mezzo di euro custoditi in alcuni conti correnti sia in Italia che a Montecarlo - LA SOMMettA SAREBBE STATA SOTTRATTA AL FISCO NOLEGGIANDO LA "BARCA" DA 62 METRI “FORCE BLUE”…

-        Marco Preve per "Repubblica.it"

 

Nuovo abbordaggio della Guardia di Finanza nei confronti di Flavio Briatore. Questa volta sotto sequestro non finisce un panfilo, ma un milione e mezzo di euro custoditi in alcuni conti correnti sia in Italia che a Montecarlo. Il provvedimento parte dalla procura di Genova e si inserisce nella vicenda del Force Blue, il mega yacht da 62 metri che era stato sequestrato nel maggio del 2010. Questa volta per il manager della Formula Uno non c'è l'accusa di contrabbando ma quella di truffa ai danni dello Stato.

 

Questa, perlomeno è la contestazione ipotizzata dal pm Walter Cotugno. La fase di sequestro vera e propria si è consumata ieri mattina ma per arrivare ai "forzieri" riconducibili a Briatore i finanzieri hanno impiegato diverse settimane e soprattutto hanno dovuto ottenere anche la collaborazione delle autorità del Principato di Monaco. La somma sequestrata sarebbe quella che si ritiene sia stata sottratta al fisco attraverso false dichiarazioni riguardanti l'attività di noleggio del Force Blue.

 

Nell'inchiesta originale sono quattro le persone indagate a vario titolo dalla procura. Oltre all'imprenditore è stata iscritta nel registro anche Maria Pia De Fusco, l'amministratore delegato della ''Autumn sailing limited'', la società a cui sarebbe stata fittiziamente intestata l'imbarcazione.

 

Secondo il provvedimento di sequestro emesso dal gip Ferdinando Baldini "era stata creata un'interposizione fittizia tra la Autumn e Briatore, in realtà unico utilizzatore dello yacht". La scorsa estate il Force Blue era stato autorizzato dal gip a svolgere attività di crociera con l'obbligo di depositare i proventi su un conto a disposizione della procura.

 25-01-2011]

 

- FISCO: GDF SU LOTTA PARADISI FISCALI, IN CORSO VERIFICHE SU 2.000 SOGGETTI...
(Adnkronos) - 'Sono attualmente in corso 2.000 verifiche su vari soggetti', nell'ambito delle indagini sui paradisi fiscali. 'Alcuni sono nelle liste di cui la stampa si e' occupata negli ultimi tempi'. Lo afferma il comandante generale della Guardia di Finanza, Nino Di Paolo, nel corso di un'audizione in commissione Finanze alla Camera. Lo scorso anno le indagini relative a reati realizzati attraverso l'esterovestizione hanno coinvolto nel 26% dei casi il Lussemburgo, nel 25% la Svizzera, 7% Gran Bretagna, 6% Panama, San Marino e Liechtestein nel 2%.

26-01-2011]

 

 

 

i nuovi nomi della "lista Falciani" - tra gli italiani titolari di un conto presso la filiale di Ginevra della banca britannica Hsbc, sbucano il conte-banchiere Giovanni Auletta Armenise, il boss di radio rds Eduardo Montefusco, il presidente di Sigma-Tau e vicepresidente di Farmindustria Claudio Cavazza - Stefania Sandrelli aveva circa 400 mila euro e ha già consegnato la documentazione che prova la scelta di «scudare» la cifra

Fiorenza Sarzanini per il "Corriere della Sera"

 

Tennisti, stilisti, banchieri, imprenditori: si concentra su nuovi nomi l'indagine sugli italiani titolari di un conto presso la filiale di Ginevra della banca britannica Hsbc. Persone che avevano occultato parte dei propri beni al fisco e si sono ritrovate nella famigerata «lista Falciani» , l'elenco dei clienti ceduto dal responsabile informatico dell'Istituto di credito Hervé Falciani, 38 anni, alle autorità francesi.

Migliaia e migliaia di correntisti di mezzo mondo tra i quali ci sono, appunto, 6.963 nostri connazionali che hanno trasferito oltre confine oltre sei miliardi e nove milioni di dollari. Su di loro indagano adesso Procure e Guardia di Finanza per ricostruire la movimentazione e verificare quanti abbiano scelto di usufruire dello «scudo» e così evitare conseguenze penali.

 

I BENI MAFIOSI
Si procede per omessa o infedele dichiarazione, ma in alcuni casi si valutano reati ben più gravi come il riciclaggio. Il sospetto degli inquirenti è che dietro alcune «posizioni» si nascondano in realtà prestanome o titolari di società incaricate di ripulire fondi provenienti da operazioni illecite. Una copia della lista è stata inviata alla Procura nazionale antimafia per stabilire eventuali collegamenti con organizzazioni criminali.

SPORTIVI E IMPRENDITORI
Claudio Panatta è meno noto del fratello Adriano, ma ha seguito la sua passione tennistica fino ad arrivare nella squadra di coppa Davis. Il suo nome è inserito nell'elenco acquisito dai pubblici ministeri capitolini Pier Filippo Laviani e Paolo Ielo.

 

Proprio come Eduardo Montefusco, l'imprenditore diventato famoso per aver trasformato Rds, la radio della capitale, in uno dei network più ascoltati. Entrambi dovranno essere convocati per verificare se abbiano avuto accesso a possibili sanatorie. Saranno invece gli eredi dello stilista Egon Von Furstenberg, morto all'ospedale Spallanzani nel 2004 dopo una vita dedicata alla moda, a dover dichiarare se il deposito sia ancora attivo ed indicare gli eventuali beneficiari.

 

Chiarimenti saranno chiesti anche Claudio Cavazza, 77 anni, presidente dell'industria farmaceutica Sigma-Tau e vicepresidente di Farmindustria, nominato nel 1987 cavaliere del lavoro. L'anno successivo la stessa onorificenza è stata assegnata al conte Giovanni Auletta Armenise, azionista della Banca Nazionale dell'Agricoltura di cui fu presidente fino al 1985: anche lui è titolare di un conto presso la Hsbc. Proprio come la nobildonna Maria Cristina Saint Just di Teulada.

 

ATTRICI E REGISTI
Stefania Sandrelli aveva circa 400 mila euro e ha già consegnato la documentazione che prova la scelta di «scudare» la cifra. Adesso bisognerà verificare se sua figlia Amanda, a sua volta titolare di un conto, abbia preso la stessa decisione. Tre milioni di euro sono stati lasciati dal regista Sergio Leone e un importo identico risulta riconducibile a suo figlio Andrea. Gli analisti della Guardia di Finanza dovranno adesso stabilire se si tratti di due depositi uguali o se invece ci sia stato un passaggio ereditario dopo la morte del maestro del cinema.

 

I primi accertamenti hanno consentito di stabilire come la metà dei conti intestati agli italiani abbia un saldo pari a zero e questo ha fatto partire nuove verifiche su eventuali spostamenti in altre banche. Le prime stime assicurano infatti che soltanto un terzo degli intestatari avrebbe usufruito dello scudo fiscale.

GLI INDUSTRIALI DEL NORD
Almeno la metà dei nomi trasmessi alla procura di Milano riguardano proprietari di fabbriche - molti mobilieri - del Comasco, della Brianza e della provincia di Varese. L'elenco comprende anche moltissimi nuclei familiari e questo fa presumere che si tratti dei soggetti che rientrano nei cosiddetti «canoni di pericolosità fiscale» , vale a dire coloro che non hanno mai presentato una denuncia dei redditi o comunque che avevano una dichiarazione «non congrua» rispetto al proprio tenore di vita.13-01-2011]

 

 

IL PUGNO DI FERRO SVIZZERO: ARRESTATO IL CAYMANO PENTITO - IL BANCHIERE DEI CARAIBI CHE HA CONSEGNATO AD ASSANGE I NOMI DI 2MILA EVASORI, TRA CUI VARI POLITICI, È FINITO IN GALERA PER VIOLAZIONE DI SEGRETO BANCARIO - DOPO FALCIANI E BIRKENFELD, ORA LE GOLE PROFONDE FINANZIARIE HANNO TROVATO IN WIKILEAKS LA SPONDA PERFETTA (STA PER SPUTTANARE ANCHE BANK OF AMERICA) - MA LA SVIZZERA, CHE AVEVA PROMESSO DI ABOLIRE LA LEGGE SUI SEGRETI, RISCHIA DI PERDERE LA FACCIA E UNA MONTAGNA DI SOLDI…

Franco Zantonelli per "la Repubblica"

 

È stato arrestato, ieri sera a Zurigo, Rudolf Elmer, l´ex-direttore della filiale delle isole Cayman delle Banca Julius Baer che, lunedì scorso a Londra, aveva consegnato a Julian Assange due cd con i nomi di 2 mila evasori del fisco, con conto cifrato presso l´istituto di credito elvetico. «La Procura - recita un comunicato dell´autorità giudiziaria di Zurigo - sta cercando di stabilire se Elmer abbia violato la legge sul segreto bancario, consegnando i due cd al fondatore di WikiLeaks».

Da rilevare che l´ex-funzionario di Julius Baer, licenziato dalla banca svizzera nel 2002, proprio per aver divulgato dati confidenziali di alcuni clienti, era arrivato a Zurigo ieri per presenziare al processo relativo a quelle accuse.

Il giudice ha sì riconosciuto Elmer colpevole, condannandolo ad una multa di 7.200 franchi, tuttavia aveva respinto, per quella vicenda, la richiesta di una pena detentiva di 8 mesi, avanzata dal pubblico ministero. «Il segreto bancario svizzero non si può applicare a dati provenienti dalle isole Cayman», aveva argomentato il difensore dell´imputato.

 

Il quale, pur condannato per i reati di cui era accusato, compresa quello di aver minacciato il suo ex-datore di lavoro, aveva potuto tirare un sospiro di sollievo e già stava pensando di rientrare all´isola di Mauritius, il buen retiro africano nel quale si era rifugiato da tempo, ormai bruciato come consulente bancario. Eppure, in serata, sono arrivati gli arresti per aver dato ad Assange due cd con dati di clienti americani, britannici, tedeschi e svizzeri della Banca Julius Baer.

Nomi che, in una quarantina di casi, corrisponderebbero ad esponenti politici, alcuni dei quali di primo piano. «Ho consegnato quei documenti ad Assange dopo aver tentato, invano, di sensibilizzare l´autorità politica sull´agire criminale e immorale compiuto dalla Banca Julius Baer alle Cayman», si era giustificato l´ex-funzionario, rispondendo alle accuse che l´hanno portato in tribunale, ieri a Zurigo.

 

Per la corte, invece, Elmer aveva solo cercato di vendicarsi, tentando anche un ricatto finanziario, nei confronti dell´istituto di credito di Zurigo. Fatto sta che, se per i fatti del 2002 Elmer se l´è cavata con una multa, per i due mila nominativi consegnati ad Assange è finito, dritto, in prigione. Alla Svizzera, soprattutto al sistema bancario elvetico, l´assicurazione non bastava e bisognava punire l´ennesima fuga di notizie, anche per rassicurare una clientela internazionale.

 

Bruciano ancora, infatti, le ferite inflitte dall´ex-informatico della Hsbc di Ginevra, Hervè Falciani, che ha trafugato dalla banca per cui lavorava dati sensibili che ha rivenduto al governo francese, come pure le rivelazioni di Bradley Birkenfeld, ex-consulente alla clientela di Ubs Usa che, per evitare una lunga detenzione ed incassare un lauto premio, ha vuotato il sacco con il fisco della Florida, mettendo a rischio la stessa esistenza della grande banca svizzera. 20-01-2011]

 

 

wiki wiki cazzi cazzi - stavolta a tremare non sono il Pentagono ma alcune migliaia billionaire potenzialmente grandi evasori tra cui una quarantina di politici - Rudolf Elmer, l’ex banchiere svizzero che tra tre giorni dovrà presentarsi davanti alla magistratura elvetica per violazione del segreto bancario, ha deciso di affidare i dati in suo possesso al sito "anti-segreti" fondato da Julian Assange

La Stampa.it

 

Dopo l'Afghanistan e l'Iraq e sulla scia del Cablegate una nuova cassaforte di segreti è in arrivo per Wikileaks: e stavolta a tremare non sono il Pentagono e il Dipartimento di Stato ma alcune migliaia di multimilionari potenzialmente grandi evasori tra cui una quarantina di politici.

Rudolf Elmer, l'ex banchiere svizzero che tra tre giorni dovrà presentarsi davanti alla magistratura elvetica per violazione del segreto bancario, ha deciso di affidare i dati in suo possesso al sito "anti-segreti" fondato da Julian Assange.

 

Il "secondo Bradley Manning" consegnerà a Wikileaks due cd con i dati sui potenziali evasori domani al Frontline Club di Londra, l'istituzione per giornalisti "duri e puri" che ha dato ospitalità a Assange prima dell'arresto per conto della magistratura svedese per reati sessuali.

Il fondatore di Wikileaks, attualmente agli arresti domiciliari in attesa dell'esame della richiesta di estradizione, dovrebbe essere presente. Tra i materiali raccolti, ha detto lo stesso Elmer al domenicale britannico The Observer, ci sono quelli relativi ai conti di «almeno 40 politici».

I dati, relativi ai clienti di tre istituti finanziari, coprono un periodo compreso tra 1990 e 2009. Il banchiere, un direttore della filiale alle Cayman della potente Julius Baer licenziato nel 2002, è il primo "informatore" del sito di Assange a finire sotto processo. L'ex dipendente della Baer sta rientrando in Svizzera dall'esilio alle Mauritius e il 19 gennaio finirà davanti al magistrato per falsificazione di documenti, minacce e violazione del segreto bancario, un'accusa relativa alla consegna a Wikileaks di un pacchetto assai più esiguo di informazioni su conti segreti offshore. «Voglio render pubbliche queste informazioni per educare la società», ha detto all'Observer.

 

Nella lista Elmer ci sono singoli individui, multinazionali, istituzioni finanziarie e hedge fund da Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Austria, Svizzera, Asia e altrove «che usavano lo schermo di segretezza offerto dalle banche offshore per evitare di pagare le tasse», ha detto il banchiere.

I circa 2.000 nomi non verranno immediatamente resi pubblici così come finora Wikileaks non ha diffuso la lista di 15 nomi che Elmer consegnò nel 2007 al sito di Assange. «Wikileaks esaminerà i dati e se troverà casi reali di evasione fiscale procederà alla pubblicazione», ha detto Elmer al giornale svizzero Sonntag.

 

Il nuovo pacchetto di dati si aggiunge al "tesoretto" su una grossa istituzione finanziaria americana, potenzialmente Bank of America, finita nelle mani di Wikileaks. Il sito di Assange ha intenzione di pubblicare questo materiale che potrebbe danneggiare protagonisti della politica finanziaria degli Stati Uniti ma le recenti vicende giudiziarie di Assange e il blocco dei finanziamenti al suo sito hanno costretto l'organizzazione a rallentare il lavoro. 16-01-2011]

 

 

 

- FISCO: PIU' EVASIONE PER 60% ITALIANI...
(ANSA) - Per 6 italiani su 10 l'evasione fiscale negli ultimi tre anni e' aumentata.E' quanto emerge da una ricerca Censis-Commercialisti, secondo la quale per il 44,4% degli intervistati l'evasione e' 'il principale problema del fisco'. La grande maggioranza giudica elevato il carico fiscale: la pensa cosi' l'81% dei contribuenti.Per il 36% il Fisco e' 'ingiusto'.Le imposte 'piu' indigeste' sono: canone Rai (47,3%), bollo auto (14,5%), Ici (12,7%), tassa sulla nettezza urbana (12,1%) e Irpef (11,6%). 20-01-2011]

 

1- TRA UN VALENTINO E UN BALESTRA, SARTI CESAREI CHE AMANO IL "MADE IN ITALY" MA NON CERTO I "SOLDI IN ITALY", IN MEZZO A STEFANIA SANDRELLI E LA GREGORACI CONIUGATA BRIATORE, IVI COMPRESO IL PRESIDENTE DELLA CONFCOMMERCIO ROMA CESARE PAMBIANCHI, CHI SBUCA FUORI NELLA LISTA DEGLI EVASORI FALCIANI? TELESPAZIO! - 2- Sì, È LA SOCIETÀ DI FINMECCANICA CHE SI OCCUPA DI SISTEMI SATELLITARI E I MAGISTRATI VOGLIONO SCOPRIRE PER QUALE MOTIVO AVESSE UN CONTO PRESSO LA HSBC -

1- STILISTI, ATTRICI E IMPRENDITORI - ECCO CHI AVEVA I SOLDI IN SVIZZERA
Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera

 

Ci sono stilisti e imprenditori, attrici e gioiellieri, commercianti e dirigenti d'azienda, ma anche illustri sconosciuti che hanno evidentemente deciso di tenere all'estero i propri risparmi. Oltre settecento persone che adesso sono sotto inchiesta a Roma per omessa o incompleta dichiarazione fiscale.

Tutte finite nell'ormai famosa «lista Falciani» che prende il nome da Hervé Falciani, il dipendente infedele della sede di Ginevra dalla banca inglese Hsbc scappato con l'elenco dei clienti di mezzo mondo che poi ha ceduto alle autorità francesi. Per l'Italia ci sono 6.963 «posizioni finanziarie» per un totale di depositi chesupera i sei miliardi e nove milioni di dollari relativi al biennio 2005-2007.

 

I documenti contabili ottenuti dalla procura di Torino e dalla Guardia di Finanza sono stati trasmessi per competenza alle varie Procure e nella capitale sono stati avviati gli accertamenti. Gli interessati dovranno infatti essere interrogati dal procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani e dal suo sostituto Paolo Ielo, soprattutto per verificare se abbiano usufruito dello scudo fiscale e abbiano così sanato eventuali irregolarità.

 

ATTRICI E MANAGER - Aveva trasferito parte dei suoi risparmi in Svizzera l'attrice Stefania Sandrelli, che poi ha deciso di usufruire dello scudo e dunque dovrebbe evitare possibili conseguenze penali. Nella lista c'è anche sua figlia Amanda e adesso si dovrà stabilire se sia beneficiaria del deposito della madre o se abbia invece una posizione autonoma.

 

Nulla si sa ancora sull'entità degli importi accreditati sui vari conti correnti: saranno le Fiamme Gialle a dover ricostruire la movimentazione fino a stabilire la cifra portata all'estero. Nella lista consegnata alla Procura c'è poi Elisabetta Gregoraci, la soubrette diventata famosa anche per essere diventata la moglie di Flavio Briatore. Il regista Sergio Leone risulta nell'elenco, ma è scomparso nel 1989 e dunque dovranno essere i suoi eredi a dover fornire chiarimenti ai magistrati.

 

STILISTI E GIOIELLIERI - Il più noto è certamente Valentino Garavani, seguito a ruota da Renato Balestra. Entrambi, secondo le carte acquisite a Parigi e poi inviate nel nostro Paese, avrebbero depositato capitali presso la banca inglese. Nell'elenco c'è anche Pino Lancetti, il famoso sarto umbro morto nel 2007, che viene inserito insieme alla sorella Edda.

E poi le due società che fanno capo a Gianni Bulgari, maestro di gioielleria con la sua "Gianni Bulgari srl" e la "Bulgari International". Gli inquirenti ritengono che anche Pietro Hausmann sia uno dei componenti della famosa gioielleria di Roma. Il Bolaffi che spicca nella lista dovrebbe appartenere alla dinastia nota per la numismatica mentre Sandro Ferrone è certamente lo stilista noto per i negozi sparsi in tutta la città che hanno come testimonial l'attrice Manuela Arcuri.

 

IMPRENDITORI E MANAGER - Telespazio è la società di Finmeccanica che si occupa di sistemi satellitari e i magistrati vogliono scoprire per quale motivo avesse un conto presso la Hsbc. Sarà soltanto una coincidenza, ma nella stessa lista compare Camilla Crociani, moglie di Carlo di Borbone e figlia di Camillo, che del colosso specializzato in armamenti e sistemi di difesa è stato presidente per diciotto anni prima di essere coinvolto nello scandalo Lockheed.

Nella lista c'è anche il presidente della Confcommercio Roma Cesare Pambianchi, insieme a Carlo Mazzieri, commercialista che risulta socio nella sua attività professionale privata. Nel settembre scorso lo studio è stato perquisito nell'ambito di un'altra inchiesta della magistratura romana che riguarda il trasferimento all'estero, in particolare in Bulgaria e in Gran Bretagna, di società in stato prefallimentare al fine di evitare i procedimenti di bancarotta fraudolenta.

 

Nome noto è pure quello di Mario Salabè, l'ingegnere coinvolto negli anni 90 nelle indagini sui finanziamenti al Pci-Pds con la sua società "Sapri Broker", fratello dell'architetto Adolfo Salabè che invece fu accusato di peculato nell'inchiesta sui «fondi neri» del Sisde quando al Viminale c'era Oscar Luigi Scalfaro del quale Salabè era amico attraverso la figlia Marianna. Risulta invece essere un professore universitario Francesco D'Ovidio Lefevre.

 

ILLUSTRI SCONOSCIUTI - I ricchi ma non famosi sono la maggior parte. Molte casalinghe, svariati professionisti, titolari di negozi del centro della città con un considerevole fatturato. Si va da Cinzia Campanile a Michele Della Valle, da Carmelo Molinari a Giovanni Pugliese da Mario Chessa a Roberto D'Antona. E ancora nell'elenco: Gabriella e Giorgio Greco; Gianfranco Graziadei; Adriano Biagiotti; Cinzia Santori; Marina Valdoni; Piero Dall'Oglio; Andrea Rosati; Eleonora Sermoneta; Stefania Vento; Giordana Zarfati; Eliane Rostagni; Fabrizia Aragona Pignatelli.

La scorsa estate la Guardia di Finanza aveva avviato accertamenti su 25 persone che avevano esportato in Svizzera un totale di 8 milioni e 299 mila dollari, scelte in base ai «canoni di pericolosità fiscale» perché risulta che non hanno presentato denuncia dei redditi, oppure perché la loro dichiarazione è stata ritenuta «incongrua» rispetto alle somme movimentate. Tra loro, l'ambasciatore Giuseppe Maria Borga, la pittrice Donatella Marchini, il marchese Hermann Targiani.

 

2- KIEBER, PESSINA E I «ROBIN HOOD» CHE HANNO INSIDIATO I PARADISI FISCALI
Mario Gerevini per il Corriere della Sera

Tutto cominciò con quel cd in mano a Henrich Kieber, ex dipendente della banca e fiduciaria Liechtenstein Global Trust Lgt. Aveva due prospettive Kieber: ricattare la sua ex banca, fare soldi e scappare nessuno avrebbe mai saputo nulla o vendere il dischetto, fare soldi e sparire scatenando la caccia all'evasore. Ha scelto la seconda e nella primavera del 2008 si è volatilizzato con 4,2 milioni di euro.

Cioè i soldi che i servizi segreti tedeschi gli hanno dato in cambio di una lista di presunti evasori «internazionali» 390 italiani, una trentina di milioni recuperati con il conto alla Lgt. È il 27 marzo 2008 quando viene reso pubblico l'«affare» tra questa specie di Robin Hood e il cancelliere tedesco Angela Merkel. Con la lista di Vaduz si apre un'era.

 

Il Liechtenstein protesta, la Svizzera trema, i paradisi offshore finiscono, finalmente, nel mirino delle grandi potenze dopo essere stati tollerati se non protetti. Con la crisi che massacra i bilanci passa il messaggio che nulla, nemmeno un conto in Svizzera è sicuro per chi froda il fisco. Quindi «pagate le tasse».

Dopo Vaduz tocca a Berna. Nel maggio 2008 dagli Usa parte un attacco giudiziario a Ubs per frode fiscale. Bradley Birkenfeld, ex dipendente della banca svizzera, racconta alla corte federale di Fort Lauderdale Florida il «sistema Ubs» per far evadere i clienti a stelle e strisce. La questione sale al piano diplomatico, la pressione sulla Svizzera è fortissima, la recessione non ammette tolleranza. Alla fine Washington ottiene 4.450 nomi. È la cosiddetta lista Ubs.

 

Nostrana, casalinga, dal sapore lombardo-veneto è invece la lista di Fabrizio Pessina. Spunta fuori nell'inverno 2009 quando l'avvocato-fiduciario viene arrestato per riciclaggio nell'inchiesta milanese sulle bonifiche Montecity-Santa Giulia. Pessina per fortuna non dei suoi clienti ha con sé il pc e la Guardia di Finanza ovviamente ci si infila e tira fuori un elenco cifrato di 576 nomi. Vengono indagati 76 imprenditori di cui 44 veneti e 21 lombardi.

 

Ma di tutte la lista di gran lunga più estesa è quella consegnata nel 2009 dall'informatico Hervé Falciani, 39 anni, al procuratore di Nizza. Ci sono 127 mila conti correnti di 80 mila soggetti di 180 Stati. Sono depositi alla filiale di Ginevra del gigante bancario Hsbc. E Falciani lavorava lì, come Kieber alla Lgt. Nella lista Falciani ci sono 7.000 italiani. L'elenco è stato «spacchettato» e ogni comando territoriale della Gdf ha la sua lista da spulciare.

Ma un conto sono i reati penali, spesso prescritti, altro le contestazioni amministrative del fisco. Alla fine il «netto» dovrà tener conto di chi detiene legalmente i beni all'estero o li ha regolarizzati con lo scudo.

Intanto in Germania è comparso l'estate scorsa un nuovo cd con 1.100 nomi di presunti evasori, correntisti del Crédit Suisse. E in Italia è sempre sotto esame la poco nota lista Guastalla, cioè il «borderò» 280 soggetti pescato dal pc del fiduciario svizzero che fu arrestato per il crac Italease. In un modo o nell'altro si finisce sempre in Svizzera.

12-01-2011]

 

 

 


"Eni ha evaso accise sul gas per 1,7 miliardi. Chiuse le indagini a Milano: non dichiarati 9,8 milioni di metri cubi. Indagati 9 manager. Tangenti in Nigeria, la Snamprogetti firma un accordo transattivo da 30 milioni di dollari" (Repubblica, p. 26). Ma è l'Eni che sembra lo Ior o lo Ior che sembra l'Eni?

 21-12-2010]

 

 

ENI: 9 MANAGER INDAGATI PER MANCATO PAGAMENTO ACCISE PER 1,7 MLD...
Radiocor - La Guardia di Finanza di Milano sta notificando a nove dirigenti dell'Eni un avviso di chiusura indagini, in relazione a una inchiesta del la procura di Milano su accise non pagate per 1,7 miliardi di euro. L'inchiesta, condotta dal pm Letizia Mannella e coordinata dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo, e' nata quattro anni fa e ha evidenziato una differenza tra il gas erogato dall'Eni e quello dichiarato. Da qui l'accusa di non aver pagato le accise in base al prodotto effettivamente erogato.21-12-2010]

 

BANCHE IN GUERRA CON IL FISCO...
Andrea Greco per "la Repubblica" - Dopo Credem capitola Bpm. Solo che la banca dei Maramotti ha perso in tribunale, e pagherà 25 milioni di euro tra imposte e sanzioni per l´uso di «prodotti fiscali con «indiscussa finalità elusiva» (così i giudici). I milanesi, hanno anticipato le cause versando 186 milioni più interessi, «nonostante il convincimento della correttezza del proprio operato, in una logica deflattiva del contenzioso» (?).

Quale prossima banca transerà con l´Agenzia delle entrate? In molte, tra 2004 e 2008, hanno sfruttato le pieghe normative sulle doppie imposizioni tra stati per pagare meno tasse. Ma con la nuova disciplina di abuso del diritto tributario la cuccagna è finita. Il mercato aspetta al varco, tra le altre, Unicredit, Intesa, Mps, Mediobanca. E stima tra 2 e 4 miliardi le richieste del Tesoro. O forse un terzo, se tutte andranno docilmente a Canossa.21-12-2010]

 

 

NELL’IRLANDA CHE AFFONDA, AFFARI DORIS - ENNIO, PADRONE DELLA BERLUSCONISSIMA BANCA MEDIOLANUM, DISEGNA CERCHI NELLE SABBIE MOBILI INTORNO AL FISCO ITALIANO - COME GOOGLE E IBM, DECINE DI MILIARDI IN FONDI D’INVESTIMENTO SONO TENUTI A DUBLINO, AL FINE DI PAGARE LE BASSISSIME TASSE IRLANDESI - COSì, MENTRE L’UNIONE, E QUINDI I CONTRIBUENTI, PAGANO I DEBITI DELL’EX TIGRE CELTICA (CHE NON HA VOLUTO ALZARE LE IMPOSTE NONOSTANTE IL CRAC), DORIS PORTA A CASA 180 MLN € IN DIVIDENDI TASSATI ALL’ESTERO

Vittorio Malagutti per "Il Fatto Quotidiano"

 

Se in Italia c'è un banchiere che sta tifando alla grande per il salvataggio dell'Irlanda, questo è di sicuro Ennio Doris. Proprio lui, l'amico e socio di Silvio Berlusconi, il fondatore di Mediolanum, uno degli uomini più ricchi del Paese con un patrimonio personale di gran lunga superiore al miliardo di euro. Chi non lo conosce? E' quel signore in doppiopetto che traccia cerchi sulla sabbia predicando ottimismo nei suoi spot televisivi.

 

Doris tifa Irlanda ed è in buona compagnia. Il crac di Dublino, infatti, minaccia di innescare una spirale di pesanti ribassi per le quotazioni dei titoli di stato italiani. Con forti perdite in bilancio per gli istituti di credito che ne hanno comprati in gran quantità. Ma il capo di Mediolanum ha una preoccupazione in più. Una preoccupazione che vale svariate decine di milioni. Quanto basta per sgonfiare i lauti profitti fin qui realizzati dal gruppo finanziario (banca, assicurazione, fondi d'investimento) che fa capo per il 35 per cento allo stesso Doris insieme alla moglie e per una quota analoga alla Fininvest di Berlusconi.

È tutta una questione di tasse. Quelle targate Dublino, che garantiscono un trattamento di favore alle società straniere che scelgono l'isola come sede di una loro filiale. Ebbene, da anni ormai Mediolanum fa ampio ricorso a questa forma di doping fiscale e gli utili aumentano di conseguenza. Per salvarsi dal crac, però, adesso l'Irlanda potrebbe decidere di cambiare le regole del gioco alzando le imposte societarie. Gliel'hanno già chiesto alcuni partner dell'Unione europea, in testa a tutti la Germania.

 

E, paradosso del conflitto d'interessi all'italiana, tra gli uomini politici che hanno voce in capitolo nella trattativa internazionale c'è anche il premier Berlusconi. Il quale, come detto, è anche un importante azionista della stessa Mediolanum. Farà gli interessi del Paese o quelli del suo personale portafoglio? Chissà.

Finora, comunque, il governo di Dublino ha preferito dare un taglio allo stato sociale colpendo milioni di cittadini piuttosto che abbandonare una politica fiscale che ha attratto aziende da tutta Europa. Non è detto, però, che la catastrofica situazione delle finanze pubbliche non imponga presto di rivedere almeno in parte questa scelta. Risultato: tasse più alte alle filiali di società straniere, comprese quelle di Doris. E allora addio doping fiscale, addio superprofitti.

Va detto che Mediolanum non è l'unico gruppo italiano sbarcato in Irlanda per risparmiare sulle tasse. Tutte le maggiori banche nazionali, ma anche aziende industriali e di servizi, hanno colto al volo l'occasione. Dublino funziona come una porta girevole. I capitali arrivano, pagano tasse minime e poi tornano in patria, nelle casse della holding capogruppo, sotto forma di dividendo. Un gioco da ragazzi. Con grandi vantaggi: la corporate tax irlandese ammonta al 12,5 per cento dei profitti. Le imposte societarie italiane (Ires e Irap) pesano invece per oltre il 30 per cento.

 

E allora tutti in Irlanda per dribblare il Fisco nostrano. Uno sport molto diffuso. Il campionissimo della specialità, però, è proprio lui, Doris. Tanto che ormai il vero motore di Mediolanum si trova in Irlanda. Gli utili del gruppo arrivano da lì, caso più unico che raro nel panorama delle società italiane quotate in Borsa. Ma vediamo come funziona il congegno che ha fatto la fortuna del grande amico di Berlusconi. Tutto ruota attorno alla Mediolanum International funds, con sede a Dublino, la società a cui fa capo amministrazione e gestione di una scuderia di fondi d'investimento, distribuiti in Italia con i marchi "Best Brands" e "Challenge".

 

A quanto pare la gestione dei fondi rende, eccome. Nel 2009 la Mediolanum International funds ha realizzato la bellezza di 206 milioni di profitti. Nello stesso anno l'intero gruppo Mediolanum, che in Italia controlla una banca e una compagnia di assicurazioni, più altre attività minori in Spagna e Germania, è arrivato a quota 216 milioni. Come dire che la redditività aziendale dipende quasi per intero dalla filiale dublinese. Se poi consideriamo che un'altra controllata con base in Irlanda, la Mediolanum asset management, ha chiuso i conti con quasi 9 milioni di utili, ce n'è abbastanza per affermare che Doris guida una macchina da soldi con la targa di Dublino.

In realtà, a ben guardare, il ricco bilancio del gruppo sembra il risultato di un collaudato gioco di sponda miliardario. Si parte dall'Italia, con i risparmiatori nostrani che investono nei fondi Mediolanum. Il denaro arriva in Irlanda, nelle casse della società di gestione, la Mediolanum International funds. Conti alla mano, quest'ultima amministra oltre 14 miliardi di euro e l'anno scorso ha ricevuto circa 400 milioni sotto forma di commissioni varie, tra cui quelle di management e di performance. Che poi sarebbero le somme prelevate dal patrimonio dei fondi a titolo di compenso per la gestione e per i suoi risultati.

 

A sua volta la società irlandese versa circa 150 milioni alla casa madre italiana (Banca Mediolanum) a titolo di commissioni di sottoscrizione e distribuzione. Tolte alcune spese accessorie, i profitti lordi ammontano (nel 2009) a circa 235 milioni. Rimangono da pagare le imposte, che però in Irlanda, come detto, sono molto basse. Alla fine la Mediolanum International fund se la cava con meno di 30 milioni. In Italia avrebbe rischiato di pagarne più del doppio. Un bel guadagno per Doris e il suo socio Berlusconi.

A questo punto non resta che spedire in Italia il pacco regalo. L'anno scorso la filiale di Dublino ha staccato dividendi per 180 milioni. Poco più della metà (51 per cento) è andata a Banca Mediolanum, un'altra fetta ha preso la strada della holding Mediolanum spa. Un regalo d'Irlanda. A prova di Fisco. 09-12-2010]

 

 

 

1- ITALIA DISASTRATA DOMANDA: È PIÙ LETALE LA FUGA DI CERVELLI O LA FUGA DI PATRIMONI? - 2- TRA I 300 PIÙ RICCHI DELLA SVIZZERA (UNA CUCCAGNA VALUTATA 470 MILIARDI DI EURO), NEL CANTON TICINO GLI ITALIANI FANNO LA LORO PORCA FIGURA: SERGIO E GEO MANTEGAZZA SONO IN TESTA CON UN PATRIMONIO STIMATO A 4-5 MILIARDI, TALLONATI DAL MITOLOGICO EDITORE SEMPRE IN PENA PER IL DEVASTANTE AFFARISMO OFFSHORE DI BERLUSCONI, CARLO DE BENEDETTI DOTATO DI UN PATRIMONIO VALUTATO 1,5-2 MILIARDI - 3- E IL CORRIERE FICCA IL NASO NELLA STARFIN, LA FIDUCIARIA DI DE BENEDETTI A LUGANO -

1- LETTERA
Caro Dago,
non so se il commissario Davanzoni estende le sue indagini anche al territori elvetico...
In ogni caso gli diamo una mano noi facendogli pervenire copia della notizia riportata oggi da tio.ch, dove si parla anche del patrimonio di uno svizzero del Canton Grigioni, un certo CDB. A te dice qualcosa? A me sì! A Davanzoni chissà...
Il griso

2- I 300 PIÙ RICCHI DELLA SVIZZERA POSSIEDONO 470 MILIARDI. IN TICINO MANTEGAZZA IN TESTA
http://affari.tio.ch/aa_pagine_comuni/articolo_interna.asp?idarticolo=601894&idsezione=12&idsito=109&idtipo=441

Dopo un biennio caratterizzato da contrazioni, il patrimonio delle 300 persone più ricche della Svizzera è lievitato di 21 miliardi nel 2010, salendo a 470 miliardi di franchi. È quanto emerge dall'ultima classifica dei Paperon de' Paperoni residenti nella Confederazione compilata dalla rivista economica "Bilanz".

 

La crescita rilevata quest'anno è dovuta in buona parte alle 15 persone o famiglie entrate nel novero delle 300 persone più facoltose, commenta "Bilanz". Delle 15 matricole, che assieme dispongono di beni per 15,1 miliardi, dodici sono giunte in Svizzera dall'estero.

In particolare per la prima volta nell'elenco è entrato Ivan Glasenberg, sudafricano con passaporto australiano, che sta per ottenere la cittadinanza svizzera. Glasenberg è presidente della direzione del gruppo Glencore, attivo nelle materie prime. Secondo "Bilanz" possiede 1,5-2 miliardi di franchi.

 

Si aggiungono Torbjörn Törnqvist, residente a Ginevra e attivo nel commercio del petrolio (1,5-2 miliardi), Alan Howard, manager di hedge fund, pure a Ginevra (1,5-2 miliardi), la dinastia tessile Cloppenburg, di Düsseldorf (2-3 miliardi), nel canton Svitto. Fra i 15 nuovi nomi risiedono in Ticino la famiglia Fossati (1,5-2 miliardi) e Stefan Breuer (100-200 milioni), nei Grigioni Margarita Louis-Dreyfus (1-1,5 miliardi).

Tra le persone che hanno accresciuto maggiormente le proprietà figura Ingvar Kamprad, fondatore della catena di mobili Ikea, per la nona volta consecutiva al primo posto assoluto della classifica, con un patrimonio stimato a 38-39 miliardi di franchi, 3 miliardi in più dell'anno scorso. Seguono le famiglie basilesi Hoffmann e Oeri, che controllano il gruppo farmaceutico Roche, con un portafoglio di 13-14 miliardi. Esse risultano però fra i maggiori perdenti avendo subito un calo di 2 miliardi.

Oltre a Kamprad, fra chi ha conquistato quote maggiori si trova la famiglia Brenninkmeijer, proprietaria dei negozi C&A: con un attivo di 12-13 miliardi (+2 miliardi) si colloca in terza posizione nella graduatoria. In crescita di 2 miliardi anche i beni del re della birra Jorge Lemann, del russo Dmitry Rybolovlev e della famiglia Schindler e Bonnard, proprietarie dell'omonimo fabbricante di ascensori e scale mobili.

Per il Ticino in prima posizione figurano Sergio e Geo Mantegazza con un patrimonio stimato a 4-5 miliardi. Sono citati anche Erich e Helga Kellerhals (3-4 miliardi), Heidi Horten (2-3 miliardi), gli eredi Thyssen-Bornemisza (1,5-2 miliardi), Rolf Gerling (1-1,5 miliardi), Vittorio Carozza (1,5-2 miliardi), la famiglia Zegna (1-1,5 miliardi), la famiglia Cornaro (800-900 milioni), Tito Tettamanti (800-900 milioni), Erich e Martin Dreier (600-700 milioni), Günter Kiss (400-500 milioni), Silvio Tarchini (300-400 milioni) e Carlo Crocco (300-400 milioni).

 

Infine, nell'elenco dei 300 più ricchi si trova anche una quindicina di persone residenti nei Grigioni: fra queste spiccano Karl-Hienz Kipp (4-5 miliardi), Athina Hélène Onassis (3-4 miliardi) e Carlo De Benedetti (1,5-2 miliardi).


2- E IL CORRIERE FICCA IL NASO NELLA STARFIN, FIDUCIARIA DI DE BENEDETTI A LUGANO - DALLA FIRMA SUI CONTI DELL'INGEGNERE ALLA GESTIONE DELLE PROPRIETÀ ELVETICHE
Mario Gerevini per il "Corriere della Sera"

Non è un'attrazione turistica e nemmeno un monumento storico. Quindi è naturale che qualche innocua foto alla villetta di via Calgari 3, puntando il telefonino, attiri sguardi severi. Siamo a Lugano, del resto, patria della riservatezza, amena località lacustre, meta ideale per chi voglia evadere dal solito tran tran metropolitano.

In questa via, un po' defilata, a 300 metri dal lago, ci si arriva partendo dall'indicazione generica di una fonte: «Il patrimonio estero dell'Ingegnere è gestito da una fiduciaria di Lugano».

 

L'«Ingegnere» è Carlo De Benedetti. La Svizzera, per lui, è una seconda patria: per anni ha tenuto la residenza a St. Moritz. Oggi risiede in provincia di Cuneo.

Altre tracce raccolte sulla piazza luganese portano al nome della fiduciaria: è la Starfin Sa, sconosciuta alle cronache, mai associata a De Benedetti.

È il classico family office, una specie di asilo nido per i tesori di famiglia. Piccoli team di esperti che riscuotono la massima fiducia del cliente. È dunque nella palazzina di via Calgari 3, semicoperta da un gigantesco salice piangente, che sarebbe custodita e gestita una parte del patrimonio personale, quella meno nota, del proprietario del gruppo Cir-Cofide (Espresso, Sorgenia, Sogefi, Kos). Ma occorrono fatti per corroborare le voci. Ci sono legami tra la fiduciaria e l'Ingegnere?

La società di Lugano oltre alla «consulenza negli investimenti» e alle «transazioni internazionali», opera come fiduciaria nella «costituzione e gestione di trust, fondazioni estere», eccetera. Molti i clienti italiani (per esempio azionisti della Omnia Network), ma anche internazionali.

Alla guida di Starfin ci sono due svizzeri, Francesco e Antonio Fabiani, e il brianzolo Roberto Tronci.

E proprio i due Fabiani da anni amministrano direttamente alcuni investimenti immobiliari in Svizzera dell'Ingegnere che è cliente anche dello studio legale Luthi&Lazzarini di Samedan, paese dell'Alta Engadina a pochi chilometri da St. Moritz.

 

Nello studio Luthi&Lazzarini, per esempio, è domiciliata la Cristallo Blaunca, società presieduta da De Benedetti e amministrata da uno dei gestori di Starfin. La Cristallo Blaunca da qualche mese ha incorporato un'altra società svizzera dell'Ingegnere, La Staila (La Stalla). Era un vecchio albergo che venne ristrutturato e suddiviso in appartamenti residenziali di lusso. Un'operazione curata a suo tempo da Silvia Cornacchia, moglie del presidente onorario di Cir-Cofide.

La Cristallo Blaunca, dunque, farebbe capo, direttamente o indirettamente, a De Benedetti. Ancor più introdotto negli affari privati dell'Ingegnere è però l'«italiano» di Starfin, Roberto Tronci. Il rapporto è di massima fiducia dal momento che il professionista con base a Lugano ha potere di firma su alcuni conti bancari di De Benedetti o di sue società.

Nella Romed, per esempio, l'Ingegnere ha conferito per iscritto al fiduciario della Starfin potere di «effettuare operazioni in cambi e commodities sul conto presso Banca Intermobiliare di investimenti e gestioni, ovvero su conti di altri intermediari presso cui Romed abbia aperto una propria posizione». È poi assai probabile che sia stato lo stesso De Benedetti a indicare Tronci nel consiglio di amministrazione dell'italiana Urbanaero srl, la cui proprietà è celata al 100% dietro la Helita Fiduciaria.

 

Ma di che si tratta? Che cos'è l'Urbanaero? È una finanziaria che ha una sola attività: detenere una piccola partecipazione (3,52%) nella società di diritto israeliano Urban Aeronautics del sessantenne ingegnere aerospaziale Rafi Yoeli. Urban Aeronautics, che ha sviluppato tecnologie ad altissimo livello, vuole produrre l'auto che vola, o meglio, una famiglia di mezzi volanti in grado di muoversi agevolmente nelle zone urbane.

Nel capitale dell'azienda di Yoeli entrò anni fa anche una cordata composta, tra gli altri, da De Benedetti e dagli ex top manager di McKinsey Italia Rolando Polli e Roger Abravanel (presidente dell'italiana Urbanaero e consigliere nella partecipata israeliana). Insomma, ci sarebbero loro dietro la Fiduciaria.

Finora l'investimento in Israele ha dato poche soddisfazioni. Dunque Tronci rappresenterebbe l'Ingegnere in Urbanaero, ma soprattutto ha la firma sui suoi conti bancari per il trading, mentre i Fabiani amministrano alcune attività svizzere. E sono loro l'anima di Starfin, il family office in riva al lago di Lugano che custodisce una parte del patrimonio di Carlo De Benedetti. 03-12-2010]

 

FISCO: SOTTO LA LENTE BOND IMPRESE ITALIANE EMESSI CON 'VEICOLI' LUSSEMBURGHESI - EVASIONE AMMONTEREBBE A QUALCHE CENTINAIO DI MILIONI DI EURO...
(Adnkronos) - I bond emessi da imprese italiane ricorrendo a 'società-veicolo' lussemburghesi sono sotto la lente del fisco. Secondo quanto risulta all'Adnkronos i funzionari del fisco hanno effettuato alcune verifiche per accertare eventuali evasioni legate alla raccolta di fondi da parte delle società che hanno emesso obbligazioni sulla piazza lussemburghese o in altri paesi a fiscalità di vantaggio. Qualora l'ipotesi fosse veritiera e accertata caso per caso, a seconda delle diverse concrete fattispecie, le somme in ballo sarebbero ingenti, qualche centinaio di milioni di euro.

 

In pratica le contestazioni sarebbero fatte sulla base dell'articolo 26 quater del Dpr 600 del 73. La norma, che recepisce la direttiva comunitaria su 'Interessi, canoni e royalties', introduce un limite alla non tassabilità di tali interessi. La contestazione che viene mossa alle imprese italiane che hanno effettuato emissioni di bond sui mercati internazionali e in particolare su quello lussemburghese è di non aver effettuato la ritenuta del 12,50% sugli interessi nel passaggio tra l'impresa madre, che è l'effettiva beneficiaria della raccolta, e la società 'veicolo', che effettua l'emissione, raccoglie i fondi, liquida i rendimenti ai sottoscrittori e finanzia l'impresa madre. Gli uomini del fisco si muovono comunque con i piedi di piombo e analizzano la situazione caso per caso tenendo conto anche degli accordi sulle doppie imposizioni con i paesi dove sono collocati i 'veicoli' per l'emissione dei bond.

01-12-2010]

 

 

23. FISCO: SOTTO LA LENTE BOND IMPRESE ITALIANE EMESSI CON 'VEICOLI' LUSSEMBURGHESI...
(Adnkronos) - I bond emessi da imprese italiane ricorrendo a 'societa'-veicolo' lussemburghesi sono sotto la lente del fisco. Secondo quanto risulta all'Adnkronos i funzionari del fisco hanno effettuato alcune verifiche per accertare eventuali evasioni legate alla raccolta di fondi da parte delle societa' che hanno emesso obbligazioni sulla piazza lussemburghese o in altri paesi a fiscalita' di vantaggio.

 

 

 29-11-2010]

 

 

- FISCO, DOLCE E GABBANA IL PM CHIEDE IL PROCESSO: "UN MILIARDO DI EVASIONE"
Il Giornale.it - Il pm di Milano, Laura Pedio, ha chiesto il rinvio a giudizio per gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana accusati, assieme ad altre persone, di truffa ai danni dello Stato e infedele dichiarazione dei redditi per un'evasione fiscale di circa 1 miliardo di euro, che sarebbe stata commessa tra il 2004 e il 2005. Stando alle indagini, iniziate nel 2007 a seguito di una verifica fiscale, la multinazionale della moda avrebbe creato una società estera, la 'Gadò, con base in Lussemburgo, che risultava essere la proprietaria dei marchi del gruppo e che di fatto, secondo l'accusa, veniva però gestita in Italia. Tramite questa 'esterovestizionè della società, per l'accusa, i proventi derivanti dallo sfruttamento dei marchi venivano tassati all'estero e non in Italia, dove invece dovevano essere pagate le imposte.

L'accusa I due noti stilisti sono anche accusati di aver ceduto i marchi alla società estera a un prezzo di 360 milioni di euro circa, nettamente inferiore, secondo l'accusa, al valore di mercato, che era di circa 700 milioni, ed avrebbero così risparmiato sulle imposte da versare. Il pm contesta un'evasione di circa 420 milioni di euro ciascuno a Domenico Dolce e Stefano Gabbana, mentre altri 200 milioni di euro di imponibile evaso sarebbero riferibili alla stessa società.

È stato chiesto il rinvio a giudizio anche per un commercialista, Alfonso Dolce, fratello di Domenico e socio di minoranza, e per due manager del gruppo, mentre è stata stralciata la posizione di un'altra persona indagata residente in Lussemburgo. Tutti avrebbero avuto un ruolo nella creazione della società lussemburghese. Viene contestato il reato di truffa, assieme a quello di dichiarazione infedele dei redditi, perchè la "esterovestizione" societaria rappresenterebbe "un artificio o un raggiro" ai danni dello Stato.

 

 

20-11-2010]

 

 

PIEDIGROTTA A LUGANO - L’EX PATRON DEL NAPOLI FERLAINO, CONDANNATO NEL FEBBRAIO SCORSO A 3 ANNI PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA, AVREBBE NASCOSTO IL SUO TESORO IN SVIZZERA - LO RIVELA ADDIRITTURA IL SUO AVVOCATO SVIZZERO (CHE VUOLE PERDERE CLIENTI, EVIDENTEMENTE) AL NUCLEO ANTIRICICLAGGIO ELVETICO: 37 MLN € IN UN TRUST PANAMENSE, I CUI BENEFICIARI SONO I 5 FIGLI DELL’INGEGNERE NAPOLETANO - UN ALTRO AVVOCATO DIFFIDA “IL CAFFÈ” DAL PUBBLICARE LE NOTIZIE, MA SI TRATTA DI ATTI DEPOSITATI

Libero D'Agostino per Il Caffè - http://www.caffe.ch/news/articolo/50246

 

A Berna, negli uffici del Mros, lo stato maggiore di polizia per la lotta al riciclaggio di denaro, il caso dell'ingegner Corrado Ferlaino è classificato col numero di riferimento 657711. Un dossier che scotta quello dell'ex re del calcio Napoli, condannato nel febbraio scorso a tre anni di reclusione per bancarotta fraudolenta nel fallimento della società sportiva partenopea.

 

Il 3 maggio 2010, sui tavoli del Mros arriva la segnalazione sul tesoro in Svizzera di Ferlaino: 49 milioni di franchi (36, 6 milioni di euro) di attività finanziarie trasferiti da una società con sede in Lussemburgo a Lugano e qui blindati con un trust a favore dei cinque figli dell'ingegnere. È lo stesso avvocato di Lugano che aveva gestito il trasferimento del patrimonio in Ticino, a segnalare il caso al Mros, non appena saputo dei guai di Ferlaino con la giustizia italiana.

 

"Ho conosciuto l'ing. Corrado Ferlaino nella prima metà del 2007 tramite il collega di studio avv. Fabio Franchini (titolare anche di uno studio legale a Milano, ndr.). Il cliente aveva l'esigenza di schermare le sue attività finanziarie detenute dalla società Fesbo Sa Lussemburgo- si legge nella segnalazione- , nonché l'esigenza di un'ottimizzazione fiscale di detta società chiedendomi l'emissione di una fattura fittizia per consulenze e prestazioni per la cessione di dette attività finanziarie(...)".

 

Intervistato dal Mattino di Napoli, dopo l'articolo di settimana scorsa del Caffé, Ferlaino ha negato decisamente di avere un patrimonio in Svizzera. Al telefono l'ingenere taglia corto: "Io non la conosco, quindi chiudo". Nonostante i ripetuti tentativi, per il Caffé è stato pure impossibile raggiungere il legale ticinese di Ferlaino, l'avvocato Battista Ghiggia che ci ha "diffidato formalmente" dal pubblicare altri articoli su questo caso.

La segnalazione al Mros è, comunque, molto circostanziata: "Egli (Ferlaino, ndr) chiedeva pertanto di poter costituire una struttura societaria ove convogliare dette partecipazioni anche per motivi confidenziali e successori. In data 2 agosto 2007 avevo provveduto ad istituire il King Trust con la società sottostante di diritto panamense Delmey Holding Sa con un direttore societario Falkirk Overseas Ltd, con una sottostante di secondo grado di diritto svizzero costituita col nominativo Tetide Sa (...)".

Ad amministrare il King Trust sono, quindi, la società panamense e Tetide Sa. Nel Trust di cui sono beneficiari i cinque figli dell'ingegnere confluiscono valori azionari, partecipazioni armatorialie e cespiti immobiliari per diversi stabili a Napoli, alberghi e ville. A bilancio nel 2008 erano registrati poco meno di 49 milioni di franchi.

 

Nella sua lettera al Mros l'avvocato precisa anche di aver accettato il mandato dopo che il collega Franchini aveva fornito ampie rassicurazioni su Ferlaino, che "era persona molto per bene e che era stato presidente di Calcio Napoli". Il primo campanello d'allarme squilla, però, quando viene a sapere di un procedimento contro Ferlaino per falso in bilancio.

Nel marzo 2010 l'allarme diventa rosso alla notizia della condanna dell'ingegnere per bancarotta fraudolenta. L'avvocato per decidere cosa fare si consulta con un collega, John Noseda. Il consiglio è d'informare l'ufficio federale contro il riciglaggio. Il 5 maggio scorso il Mros ha girato una copia del dossier al Ministero pubblico ticinese.

 15-11-2010]

 

 

O LA BORSA O LE TASSE - PIAZZA AFFARI LITIGA CON IL FISCO, UNA QUOTATA SU TRE INSEGUITA DALL’AGENZIA DELLE ENTRATE: DA BENETTON A DEL VECCHIO FINO A ROMITI, STEFANEL E MONTEZEMOLO - SORPRESA: ESCLUSI ECCELLENTI BERLUSCONI E DE BENEDETTI (CHE HANNO QUALCHE GUAIO MA IN SOCIETÀ NON QUOTATE) - O I GRANDI IMPRENDITORI ITALIANI FANNO DI TUTTO PER EVADERE, O IL FISCO ITALIANO NON È CHIARO E HA TROPPE NORME DA INTERPRETARE (MAGARI SONO VERE ENTRAMBE LE COSE)…

Franco Bechis per "Libero"

 

C'è una società su tre della borsa italiana che ha un problema con il fisco. Non un problemino: quasi tre miliardi di euro di tasse non pagate o malpagate. Non c'è praticamente un grande imprenditore italiano che non sia costretto ad arruolare una schiera di avvocati, commercialisti e tributaristi per difendersi da accertamenti della Agenzia delle Entrate o nei processi delle commissioni tributarie.

 

Nel lungo elenco di società che è pubblicato nella tabella di questa pagina mancano in sostanza solo due imprenditori: Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti. Ma anche loro hanno qualche guaio in società non quotate. Nell'elenco per altro non figura la Mondadori che un contenzioso ha ancora aperto perché stato sanato da una legge del maggio scorso che ha consentito di annullare con il pagamento del 5% del valore della controversia i contenziosi in Cassazione che abbiano già avuto due sentenze favorevoli in primo e in secondo grado. La Mondadori ha pagato e chiuso un contenzioso che durava dall'epoca della guerra fra Berlusconi e De Benedetti.

Ma quella legge che ha consentito di evitare il terzo grado del processo tributario dopo essere stati assolti già due volte è stata impugnata e portata davanti alla Corte di Giustizia europea, quindi il caso può non essere ancora chiuso. Nella stessa situazione si trova un'altra società, la Zucchigroup che secondo la semestrale 2010 ha versato sulla base di quella legge al fisco 134 mila euro per chiudere il braccio di ferro con l'Agenzia delle Entrate sul cosiddetto "dividend washing" e liberare i 3,2 milioni di euro accantonati a fondo rischi.

 

Ma nell'elenco degli imprenditori nei guai con il fisco italiano secondo i contenziosi riportati nelle semestrali 2010 depositati presso il sito di Borsa Italiana ci sono praticamente tutti i grandi nomi dell'imprenditoria: i Benetton, Caltagirone, gli eredi Agnelli, Del Vecchio, Marco Tronchetti Provera, Franco Bernabè, Luca Cordero di Montezemolo, i Romiti, Giuseppe Stefanel, Cesare Geronzi e decine di altri piccoli e grandi. Naturalmente tutte le imprese pensano di avere ragione fino al terzo grado di giudizio. Spesso pagano in anticipo per fermare le sanzioni (così si può versare il 25 per cento di quanto stabilito nell'accertamento), ma subito ricorrono per l'annullamento e per riavere indietro le somme versate.

 

L'ELENCO
Ogni caso è diverso: hanno una storia legata a una vicenda giudiziaria le maxi sanzioni fiscali comminate a Telecom Italia (847 milioni) e a Fastweb, hanno alle spalle delle sentenze europee sugli aiuti di Stato da restituire quelle comminate alle principali società energetiche (Da Acegas ad Acea, da A2a a Hera). Molti hanno contestazioni sui versamenti Iva, altri hanno accertamenti sul reddito di impresa, altri ancora procedimenti che si basano sulla interpretazione dell'Agenzia delle Entrate delle sentenze sull'abuso di diritto (operazioni regolari che vengono però interpretate come elusive).

Ma è la dimensione del fenomeno a colpire. Se fra le quotate a piazza Affari una su tre circa sta vivendo guai con il fisco, le ipotesi possono essere solo due. Prima: i grandi imprenditori italiani fanno di tutto per evadere o eludere le tasse. Seconda diametralmente opposta: il fisco italiano non è chiaro e ha troppe norme da interpretare, e nemmeno chi si arma di eserciti di consulenti può essere certo di avere fatto tutto in regola. C'è anche una terza considerazione da fare: molti accertamenti sono arrivati nel 2010, anno speciale per il fisco italiano che era a caccia di 10 miliardi di entrate riscosse.

 

Forse è la congiuntura particolare, che ha visto in scena una vera e propria caccia al contribuente che ha portato risultati insperati. Il recupero reale di evasione nel 2010 ha superato ogni record del passato. E in agenda per il 2011 c'è una somma che è grande il doppio: 20 miliardi di euro. Per portare a casa cifre così è evidente che l'Agenzia delle Entrate ha scatenato i propri ispettori ad analizzare cifra dopo cifra i bilanci dei grandi contribuenti.

Qualche aiuto è arrivato anche dalle vicende che hanno riempito le cronache giudiziarie. Telecom Italia ha rischiato il commissariamento della propria controllata Telecom Sparkle e per scongiurare l'ipotesi ha versato al fisco il 19 luglio scorso 418 milioni di euro.

 

Si trattava dei 298 milioni di euro contestati dalla magistratura perché si trattava di Iva detratta nei periodi di imposta 2005, 2006 e 2007 per operazioni inesistenti configurati dal pubblico ministero come frode. Alla somma sono state applicate sanzioni e interessi e così è salita a quei 418 milioni di euro già versati.

Il fisco italiano però non si è commosso per il bel gesto e ha contestato a Telecom anche l'indeducibilità ai fini Ires e Irap delle stesse operazioni chiedendo altri 429 milioni di euro più sanzioni e interessi. Su questo punto però Bernabè ha scelto di resistere e di non pagare un centesimo. Anche un'altra società in difficoltà come il Socotherm group è stato inseguita dal fisco senza pietà. L'Agenzia ha inviato una raffica di cartelle appena appresa l'ammissione al concordato preventivo. Temeva il pagamento di altri creditori.

 

LE CARTELLE
Gli amministratori hanno provato a trattare, ma si sono trovati davanti un muro di gomma. Scrivono nella semestrale: "dopo avere sollecitato innumerevoli volte l'Agenzia delle Entrate, per ottenere una proposta di accordo, la Società veniva convocata in data 06/05/2010: in tale incontro, verbalmente, il Capoarea riconosceva la possibilità di rivedere radicalmente la propria posizione rinunciando a gran parte delle contestazioni. Tale proposta tuttavia doveva essere sottoposta all'approvazione della Direzione Regionale delle Entrate del Veneto. L'approvazione da parte della Direzione Regionale veniva procrastinata, nonostante innumerevoli solleciti, a causa di varie problematiche interne all'Agenzia stessa...".

 

Una sorta di vero calvario. Stessa sorte ha subito la Risanamento di Luigi Zunino, che è riuscita più facilmente a trattare con le banche che con l'amministrazione fiscale. Per altro anche le banche stanno leccandosi le ferite. Sono molte le contestazioni ai loro bilanci, ne sa qualcosa Massimo Ponzellini con la sua Popolare di Milano che si è vista presentare avvisi di accertamento e contestazioni dal fisco per più di 168 milioni di euro.

Ha provato a cercare un accordo per il pagamento in misura ridotta, ma si è trovato tutte le porte sbarrate. Quindi ha preferito pagare per evitare il lievitare delle sanzioni e poi ricorrere pensando prima o poi di fare vincere le sue ragioni...

  [12-11-2010]

 

 

POVERI MA FURBI (UN PAESE DEL CAZZO) - COME TUTTI GLI ANNI I DATI SULLE DICHIARAZIONI DEI REDDITI MOSTRANO UN PAESE DI NULLATENENTI, MISTERIOSAMENTE DOTATI DI CASE, SECONDE CASE, SUV, CHE VANNO IN SETTIMANA BIANCA ECC… - UN RIDICOLO REDDITO MEDIO DI 18MILA € L’ANNO, SOLTANTO 77 MILA VANNO OLTRE I 200 MILA € - E ZERO IRPEF PER UN ITALIANO SU QUATTRO…

Enrico Marro per il "Corriere della Sera"

 

Che la riforma del fisco sia assolutamente necessaria lo dimostrano, se mai ve ne fosse ancora bisogno, i dati sulle dichiarazioni dei redditi 2009 rielaborati e messi ieri sul sito dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia. I dati raccontano di un'Irpef progressiva caricata sulle spalle di pochi che non possono evadere. Su 41,8 milioni di contribuenti, più di uno su quattro (10,7 milioni) non paga imposte perché ha un reddito basso oppure fa valere detrazioni tali da azzerare l'imposta.

 

 

Succede così che, analizzando l'imposta netta, ben il 52% di tutta l'Irpef viene pagato da appena il 13% dei contribuenti più ricchi. Ricchi per modo di dire, perché sono quelli che in realtà dichiarano più di 35 mila euro. Appena l'1% dei contribuenti denuncia più di 100 mila euro di reddito, ma versa ben il 18% di tutta l'Irpef. E sapete quanti sono quelli che dichiarano più di 200 mila euro? 77.273, cioè lo 0,18% dei contribuenti. E quelli che denunciano più di 150 mila euro? 150.198, lo 0,35%. Non solo. Di questi 150 mila super ricchi ben 127.640, ovvero l'85%, sono lavoratori dipendenti (88.066) e pensionati (39.574).

 

Il reddito medio dichiarato nel 2009 a fini Irpef (redditi 2008) è stato di 18.873 euro, 1.572 euro al mese, con un aumento dell'1,14% rispetto al 2007, che è un risultato positivo se confrontato con la diminuzione dell'1,3% del prodotto interno lordo nel 2008 ma negativo se paragonato all'inflazione che due anni fa è invece salita del 3,3%. L'Irpef pagata in media da ogni contribuente è stata di 4.700 euro.

 

Sensibili le differenze di reddito territoriali. La regione più ricca è la Lombardia con un reddito medio di 22.544 euro, seguita dal Lazio con 21.306 euro. La più povera la Calabria con 13.472 euro. La metà di tutti i contribuenti ha dichiarato meno di 15 mila euro (1.250 euro al mese) e i due terzi meno di 20 mila euro. Riguardo alla tipologia di reddito, i lavoratori dipendenti hanno denunciato in media 19.640 euro, i pensionati 13.940 euro mentre i redditi da impresa e da lavoro autonomo si attestano rispettivamente a 18.140 e 38.890 euro.

Infine, sono 506 mila i «contribuenti minimi» con un reddito medio di 8.840 euro, e poco più di un milione le società di persone per le quali, escluso il 16% che risulta in perdita, il reddito medio è stato di 43.930 euro. Sono 5,2 milioni i contribuenti che hanno presentato la dichiarazione Iva. Di questi, le società di capitali, pur rappresentando solo il 20%, pagano il 74% dell'imposta.

 12-11-2010]

 

mandare i profitti A CURAÇAO! - VIAGGIO TRA LE ISOLE DEI CARAIBI DOVE I CONTI NON HANNO NOME E LA SEGRETEZZA GARANTITA - IL CUORE DI TUTTO È PANAMA, IL CUI PORTO È GEMELLATO CON QUELLO DI HONG KONG, DOVE IL RICICLAGGIO TRASFORMA I DOLLARI IN ARMI E DROGA INCROCIANdO GLI APPETITI DEL COMUNISMO CAPITALISTA e LE trameDEL CAPITALISMO GLOBALIZZATO - LA LEGGE IMPONE DI NON FARE DOMANDE QUANDO ARRIVANO I MILIONI. DA CHI, PERCHÉ E COME, NESSUNO LO VUOL SAPERE…

Maurizio Chierici per "Il Fatto Quotidiano"

 

"Affari", il libretto che il viaggiatore trova sul comodino dell'hotel Mingood, non ha molte pagine. Mingood è albergo per chi vuol risparmiare, a due passi dal mercato cinese. Insomma, clienti dalle tasche vuote indifferenti alle tentazioni. Appena in là, nella terrazza dell'hotel Penang, gli ospiti raccolti per l'aperitivo nel cuore di George Town sfogliano una specie di Treccani dirimpetto a grattacieli a vela o rotondi come la torre di Pisa.

Il librone racconta come mai i 44mila abitanti delle tre piccole isole delle Cayman sono più ricchi di chi lavora a Parigi: reddito medio 53 mila dollari l'anno. E ogni anno arrivano 120 miliardi che irrobustiscono gli 800 miliardi custoditi in forzieri senza nome. Conti riconoscibili solo dai numeri. Società anonime che non pagano imposte.

 

PETROLIERI, GRANDI IMPRENDITORI E I RISPARMI DELLA CLASSE MEDIA
Titoli e azioni non interessano al fisco locale il quale non prende in considerazione i depositari "assenti". Fra gli assenti indiziati da una ricerca Usa, latifondisti, impresari e dirigenti Pdvsa, petrolieri venezuelani che da 10 anni non si fidano di Chávez ma non si affidano agli Stati Uniti, bandiera della libertà invocata. Non sempre grandi depositi. Perché i paradisi si sono democratizzati e i risparmi della classe media riposano assieme alle fortune.

Dagli inverni dell'America sotto zero scendono pensionati che non ripartono. E il mercato immobiliare non soffre la crisi che frena le promesse di Obama. Si costruisce sul venduto e i cantieri si allungano. 30mila dollari per le "scatole" dei subacquei, villaggi attorno al mare della piccola Cayman, oppure 8 milioni di dollari nei condomini di lusso attorno al Penang, Seven Miles angolo relax degli gnomi del quinto centro finanziario del mondo: 584 banche e 2200 fondi speculativi, o fondi pensione, maneggiano capitali che moltiplicano per tre il bilancio della Francia.

 

I giornalisti arrivano alle Cayman per frugare senza speranza nei segreti imperforabili. L'elenco delle società registrate non è però nascosto. Dalla Parmalat Finanziaria prima del crac, alla banca di Roma, banche svizzere a gò gò per non parlare delle presenze Usa: Miami è a un'ora di aereo, tante fortune sbarcano dalla Florida. Quando la Enron degli amici di Bush è fallita aveva 692 compagnie registrate in un posto che i lettori lontani dai giochi della finanza hanno imparato conoscere 60 anni fa: la triangolazione delle Cayman permette a Cuba di sopravvivere all'embargo. Passa tutto da qui, dalla Coca Cola alle auto giapponesi.

Isole del tesoro anche le Antille olandesi dove il silenzio non cambia. Inseguire le operazioni finanziarie dell'Ikea, per esempio, vuol dire vagare in un labirinto con i piedi a Curaçao perché il genio svedese di Ingvar Kamprad non vende solo pezzi di mobili da montare a casa: ha disegnato una struttura sociale che fa girare la testa.

Sede legale in Olanda dove il fisco è meno crudele. Ma l'Olanda è una porta aperta sui paradisi fiscali: rimbalzi da una società all'altra di una parte degli utili delle filiali italiane. Alla fine dormono nei dintorni di Curaçao, bella come ogni angolo dei Caraibi, ma insolita per l'architettura che trapianta Amsterdam nei tropici di seta. Case dai tetti aguzzi, fuori posto soprattutto a Bonaire. Si gira in bicicletta. Era l'isola del sale e degli schiavi. È diventata regno dei subacquei, poche banche ma sempre di un certo tipo e registri aperti a chi porta i soldi in vacanza.

Bisogna dire che le linee aeree pianificano le rotte inseguendo i capitali sul filo delle black list. Klm unisce Amsterdam a Curaçao, Panama e Costa Rica dove ogni tanto un ministro dell'economia va in galera "per il dollaro nero".

Donatella Pasquali, vedova Zingone oggi signora Dini, ha accompagnato nell'esilio di San Josè il primo marito in fuga dalla bancarotta fraudolenta. Ragazza energica negli affari, furbissima nelle public relation. Il governo italiano le ha finanziato il Supermercato 2000 inaugurato dal Dini della Banca d'Italia, promesso sposo, e dal ministro degli Esteri Andreotti. La signora aveva in mente di organizzare un'isola off-shore, ma imprenditori e finanzieri italiani hanno risposto con tiepidezza. Se n'è persa traccia.

C' è un paradiso che Parigi e Amsterdam condividono in amicizia: isola San Martin giurisdizione francese; isola di Sint Marten, dipartimento olandese. Cambia solo il nome, nessuna frontiera, solo una riga bianca e banche di obbedienza Ue, non importa la lingua diversa. Con qualche doppione, negozi: Fiorucci da una parte e dall'altra, Deutsche Bank in francese e olandese. Paradisetto che risplende fiocamente nel firmamento evocato dalle storie di Fini e Berlusconi.

Oltre ad Antigua, il capo del governo italiano ha casa anche alle Bermuda, paradiso robusto. Ad Antigua ha comperato il terreno delle cinque ville dalla Flash Point, cliente della Arner, banca svizzera chiacchierata e interamente controllata da una società residente a Curaçao, guarda un po'. Per la dignità del paese che provvisoriamente governa, il Cavaliere dovrebbe frequentare meno paradisi per passeggiare negli inferni di chi si dispera nelle piazze.

PANAMA, DOVE IL RICICLAGGIO TRASFORMA I DOLLARI IN ARMI E DROGA
Le isole alla deriva davanti a Panama ricordano le navi tesoriere della colonia spagnola. Oro e argento del Perù attraversavano a dorso di mulo la striscia delle foreste che divideva le due americhe. Nelle stive della flotta reale parcheggiata nell'Atlantico finiva il bottino destinato ad accendere il nostro Rinascimento. Ma in agguato nei piccoli porti delle piccole isole, Antille e Carabi, aspettavano le navi corsare.

Dopo gli arrembaggi il tesoro finiva lì. Passano i secoli e i tesori tornano negli stessi posti con traversate meno laboriose. Capitali che scivolano da una banca all'altra ma le spiagge d'arrivo sono più o meno le stesse. Il taglio del Canale separa due continenti ancorati a un ponte - Miraflores - mentre Panama resta la cattedrale dove si nasconde la ricchezza del mondo così detto civile.

I paradisi fiscali sono cominciati qui, e la città che armava i porti per resistere ai pirati diventa una capitale aperta al benessere in fuga dall'altra parte del mare. È una città di grattacieli dalle luci che restano spente quando viene sera. Non li abita nessuno eppure crescono come funghi. Il riciclaggio trasforma in mattoni i dollari neri della droga, armi e chissà quali intrighi, ma non bastano ad allargare i viali dei quartieri ville e piscine e boulevard da concorrenza parigina.

Sono le banche il motore di una prosperità per pochi, perché la metà dei tre milioni di abitanti sopravvive nelle strade marce, tipo Casco Viejo, mentre la folla degli stranieri di passaggio abita alberghi dai prezzi che fanno impallidire New York. Eppure non è facile trovare il letto della notte. Il palazzo dei congressi è quasi uno stadio coperto, mai vuoto anche se è difficile capire perché grandi industrie e holding lontane scelgano, per incontrarsi, un posto schiacciato dal sole, umido per le piogge quotidiane che alimentano il Canale.

Mai primavera o inverno: l'afa non cambia. La risposta arriva dalle insegne che accompagnano i boulevard: banche ad ogni passo: 150 grandi straniere più i gironi delle banche d'affari, pulviscolo dai numeri in movimento. Non vetrine qualsiasi: palazzi. Trent' anni fa l'Ubs svizzera inaugura la sede, 5 milioni di dollari. Ma il fascino non è l'imponenza. Sono le ombre degli uffici a fare di Panama il prototipo del buon rifugio nel quale nascondere i capitali che imbarazzano.

SE VUOI APRIRE UN CONTO L'ANONIMATO È GARANTITO
Il dna dei traffici segreti risale alla nascita della nazione. Stati Uniti interessati a scavare il Canale fra due oceani, Colombia che alza il prezzo di Panama, sua provincia estrema, e Washington perde la pazienza. Organizza il primo colpo di stato del ‘900 e ne proclama l'indipendenza. Quando le navi passano da un mare all'altro, gli americani controllano il traffico con una striscia militare dalla quale se ne vanno l'ultima notte del secolo, dieci anni fa.

Impongono la moneta, naturalmente il dollaro, ed è sul dollaro trapiantato che sboccia la vocazione ai giochi di finanza in un posto che sembrava fuori dal mondo. Ne è diventato il cuore artificiale, limitatissimo. In più c'è il gemellaggio tra il suo porto e il porto di Hong Kong, spazi ambigui per le trame che incrociano gli appetiti del comunismo capitalista con le malinconie del capitalismo globalizzato. L'invasione delle banche precisa il destino.

Sul tavolo della camera del Mariott depliant colorati insistono nel garantire l'anonimato "di qualsiasi conto per qualsiasi somma e per ogni tipo di ragione sociale". Prego telefonare o fare visita. E le rovine delle mura anti corsari diventano barriere elettroniche a guardia dei segreti.

Leggi che aiutano i bilanci di un paese che non esporta quasi niente ma importa cose strane, a volte invisibili per definizione: bandiere ombra, per esempio, voce pesante di quanto "compra" dall'Italia. Figura nei registri nautici con definizione non criptata: "Navi e natanti simili in metallo".

Bene il 2007. Malissimo il 2008. Il 2010 ricomincia a volare. Galleggiano nelle vacanze di Sardegna ma i naviganti-padroni restano all'ancora in queste stanze impenetrabili forse mai visitate anche se non sempre restano impenetrabili. Quando la mancia è discreta il buon cuore dell'archivista concede informazioni veniali in un posto dove tutto è off-shore, free shop, duty free. Nel porto franco di Colon cataloghi di armi, bazooka e carri leggeri in vetrina come regali di Natale.

Una volta sono andato a sfogliare i registri della flotta nazionale, prima nel mondo per numero di scafi immatricolati. Fantasmi che nessuno ha mai visto. Dove abitano? L'impiegato apre il libro sul quale sta infilando gli elenchi aggiornati dal computer. "Le va bene Malta?". Qualcosa nello sguardo tradisce una certa confusione: "Sa dov'è?", provo a chiedere. "Non con precisione. Il mio settore non riguarda le barche del Mediterraneo". Nel volume Italia trovo nomi che non dicono niente "Signora Fortuna", "Lady Valentina", "Y 6", ma le notizie sui proprietari restano ripiegate chissà dove.

Negli ultimi 30 anni le banche dei silenzi si sono attrezzate per adeguare le loro nebbie all'indiscrezione Internet e per contenere l'impazienza delle autorità che inseguono la fuga dei capitali. Il funzionario milanese di una banca svizzera sorride con pazienza: "Chi cerca non si spreca e i nascondigli restano sicuri". Perché la fedeltà del dipendenti è garantita da regole che blindano le indiscrezioni con la praticità dell'abitudine a manovrare soldi.

POCHE DOMANDE: L'IMPORTANTE È CHE ARRIVINO I MILIONI
Sanzioni penali leggere per gli impiegati che tradiscono i segreti; multe devastanti da scoraggiare ogni avventura. La rassicurazione alla base della fiducia che fa crescere i grattacieli è il sigillo di un sistema organizzato come le macchine degli orologi nell'accoglienza dei profughi dell'alta e bassa finanza. La legge impone di non fare domande quando arrivano i milioni. Da chi, perché e come, nessuno lo vuol sapere. Il paradiso comincia così.

 28-10-2010]

 

 


 - THE GUARDIAN

L'ACCORDO SVIZZERA-REGNO UNITO PUÒ PERMETTERE L'EVASIONE DI 40 MILIARDI DI STERLINE
http://bit.ly/cIUY0v

- Secondo l'accordo, la Svizzera potrà mantenere il segreto bancario, anche se i super-ricchi inglesi dovranno pagare (poche) tasse sui loro conti svizzeri rispetto al 50% che dovrebbero pagare nel Regno Unito.

- Il Tesoro ha annunciato che conta di recuperare 1 mld £ da questa operazione, anche se i critici sostengono che il governo britannico abbia perso nel negoziato con la Svizzera e che più di 40 miliardi di tasse evase non saranno recuperati. Il direttore di Tax Research, Richard Murphy, l'ha chiamata una "amnistia fiscale totale".

31.10.10

 

 

ICI, QUESTA SCONOSCIUTA - chi paga effettivamente in Italia la tassa municipale sugli edifici istituita nel ’92 dal governo Amato? NON SOLO VATICANO. ESENTI REGIONI E COMUNI, SINDACATI E PARTITI - per questo ora Bruxelles vuole vederci chiaro nell’universo dei fortunati esenti dall’Ici e capire meglio chi effettivamente svolge solo un’attività non commerciale e chi invece si nasconde dietro questo paravento per fare profitti

Roberto Sommella per "MF - Milano Finanza"

 

Scoppia il caso esenzione Ici. È bastato che l'Unione europea sollevasse nei giorni scorsi la possibile violazione della legge comunitaria sugli aiuti di Stato della normativa italiana in materia di imposta comunale sugli immobili, per riportare d'attualità un nodo a tutt'oggi inestricabile: chi paga effettivamente in Italia la tassa municipale sugli edifici istituita nel '92 dal governo Amato?

È su questa complessa ricostruzione che sta lavorando al momento l'esecutivo Berlusconi per rispondere entro una ventina di giorni agli uffici del commissario alla Concorrenza, Joaquin Almunia; a Bruxelles, come reso noto lo scorso 12 ottobre, vogliono capire meglio quali sono le attività di enti non profit, associazioni onlus ed enti religiosi che effettivamente danno diritto all'esenzione.

 

 

La questione non è di poco conto, se è vero che anche dalle parti della Santa Sede (che è stata indicata come la principale beneficiaria dell'esenzione dell'imposta) si rimanda a una lunga lista di soggetti «esenti» che nasconde molte sorprese. Nella circolare del 2009 del Dipartimento delle finanze, che sta appunto lavorando alla risposta da dare all'Ue, viene stilato un elenco incredibile di enti «non commerciali» che già oggi non pagano l'Ici per via della loro natura e per la particolare attività che svolgono.

Si scopre così che, oltre alla parrocchie e alle sedi religiose che offrono ospitalità e un letto a studenti e immigrati, tra gli enti pubblici non commerciali che possono essere esenti vi sono nell'ordine: comuni, consorzi, comunità montane, province, regioni, associazioni e enti del demanio collettivo, camere di commercio, aziende sanitarie, enti pubblici non economici, istituti di ricerca, istituti di previdenza e università. Praticamente una giungla.

 

Ma come evitare la tagliola del fisco che ha già visto dimezzare gli introiti dell'imposta da 10 a 5 miliardi di euro, dopo l'eliminazione dell'Ici sulla prima casa? Nei suddetti enti occorre svolgere una delle seguenti otto attività in modo, «non esclusivamente commerciale»: assistenziale, previdenziale, sanitaria, didattica, ricettiva, culturale, ricreativa e sportiva. Ma non basta. Un'altra scoperta arriva dall'elenco degli enti «privati» non commerciali che possono non pagare l'imposta.

Si tratta di «associazioni, fondazioni e comitati», nonché delle onlus, delle organizzazioni del volontariato, delle fondazioni liriche e delle associazioni sportive. Secondo una lettura estensiva delle norma l'esenzione Ici potrebbe scattare in alcuni casi anche per le sedi dei partiti e dei sindacati. Anche per questo ora Bruxelles vuole vederci chiaro nell'universo dei fortunati esenti dall'Ici e capire meglio chi effettivamente svolge solo un'attività non commerciale e chi invece si nasconde dietro questo paravento per fare profitti.

20-10-2010]

 

 

DOLCE&GABBANA LANCIA UN NUOVO LOOK PER LA STAGIONE AUTUNNO-INVERNO: FISCO-STYLE - LA PROCURA DI MILANO ACCUSA I DUE STILISTI MAXIEVASIONE FISCALE SU UN IMPONIBILE DI CIRCA UN MILIARDO, CON RELATIVA IPOTESI DI TRUFFA AI DANNI DELLO STATO, LEGATA ALLA VICENDA DI UNA PRESUNTA "ESTEROVESTIZIONE" DELLA CAPOGRUPPO D&G - (LANCIATA IERI SERA DA RADIOCOR, LA NOTIZIA RIMBALZA SOLO SU "CORRIERE" E "IL GIORNALE" - GLI INVESTIMENTI PUBBLICITARI SONO SEMPRE STATI UN "DETERRENTE" PER LA STAMPA)

1- DOLCE&GABBANA: PER LA PROCURA DI MILANO EVASI CIRCA 1 MLD DI IMPONIBILE
Radiocor - Il gruppo di moda Dolce&Gabbana avrebbe evaso circa 1 miliardo di euro di imponibile. Questa la cifra emersa dagli accertame nti fatti dalla Guardia di Finanza nell'ambito dell'indagine condotta dal pm Laura Pedio arrivata oggi a conclusione. Nell'inchiesta della procura di Milano risultano indagate sette persone, tra le quali i due stilisti creatori del gruppo, Domenico Dolce e Stefano Gabbana.

2 - DOLCE EVASIONI
Giuseppe Guastella per il Corriere della Sera

La prima notizia non fa piacere ai celeberrimi stilisti siciliani Domenico Dolce e Stefano Gabbana, la seconda fa drizzare le orecchie agli oltre 60mila dottori commercialisti italiani: chiudendo l'inchiesta per una maxievasione fiscale su un imponibile di circa un miliardo, con relativa ipotesi di truffa ai danni dello Stato, legata alla vicenda di una presunta «esterovestizione» della capogruppo D&G, la Procura di Milano ha inserito tra gli indagati anche il consulente che collaborò alla costruzione dell'impalcatura societaria.

 

Secondo il sostituto procuratore Laura Pedio, il trasferimento formale di una società in un paese straniero, come un paradiso fiscale, con il solo scopo di pagare meno tasse in Italia, dove però l'azienda continua ad operare regolarmente, può essere ritenuto un «artificio o raggiro» che concretizza il reato di truffa ai danni dello Stato. Reato cui concorrono coloro che hanno avuto un ruolo nella esterovestizione, come il commercialista che ha fornito il proprio contributo professionale.

 

Nel 2007 le indagini della Guardia di finanza di Milano accertarono che tre anni prima la Dolce & Gabbana aveva trasferito la sede in Lussemburgo. Il corredo dei marchi della maison, che garantiscono royalties per milioni e milioni di euro, fu ceduto alla «Gado sarl» (acronimo di Gabbana e Dolce), controllata dalla Dolce & Gabbana Luxembourg per 360 milioni.

Secondo il pm Pedio, però, si tratta di una stima eccessivamente al ribasso e, dato che i brand della maison fondata nel 1985 non valevano meno di 700 milioni, l'operazione aveva consentito un risparmio notevole sulle imposte da pagare per il profitto realizzato. Un altro risparmio importante sarebbe stato realizzato con il trasferimento societario in Lussemburgo, dove il prelievo fiscale sui profitti è intorno al 3%.

L'avviso di conclusione delle indagini prelude alla richesta di rinvio a giudizio ed è stato notificato ieri dalla Gdf ai sette indagati. L'accusa di «dichiarazione dei redditi infedele» (articolo 4 del decreto 74/2000) riguarda solo Domenico Dolce e Stefano Gabbana per un imponibile di 416milioni di euro ciascuno (cui si aggiungono circa 200 milioni di imponibile riferibile alla società).

 

L'ipotesi di truffa ai danni dello stato, oltre che ai due stilisti assistiti dall'avvocato Massimo Dinoia, è contestata anche ad Alfonso Dolce, fratello di Domenico e socio di minoranza, ai due manager Cristiana Ruella e Giuseppe Minoni, alla lussemburghese Antoine Noella, ritenuta una prestanome, e al consulente fiscale Luciano Patelli.

 

Le società furono riportate in Italia nel 2007 perché, come si leggeva nella relazione al bilancio chiuso al 31 marzo 2008, gli amministratori ritenevano che così avrebbero potuto «tutelare al meglio l'immagine del gruppo», anche se erano «ampiamente resistibili le stesse contestazioni, data l'effettiva residenza lussemburghese della società».16-10-2010]

 

 

Frode milionaria ai danni del Fisco

La Guardia di Finanza di Terni scopre un sistema di vendite "illegali" per frodare l'erario. Danni per oltre 60 milioni di euro

Le auto venivano acquistate a prezzo scontato, successivamente radiate dal registro automobilistico Pra per essere infine vendute oltre confine, in Francia per la precisione. A gestire il traffico di auto erano cinque società che per far funzionare il meccanismo hanno prodotto fatture false in Italia e Francia per oltre 34 milioni di euro, costi non deducibili per 19 milioni circa, ed evasione dell'Iva per 7 milioni di euro. Totale: 60 milioni di euro.

Una frode al fisco in piena regola e di dimensioni davvero notevoli che fortunatamente è stata svelata dalla Guardia di Finanza di Terni che insieme alle autorità transalpine ha condotto le indagini durate oltre un anno, svelando l'intricato meccanismo di evasione. Le auto infatti venivano inizialmente comprate da una società romana che le destinava all'autonoleggio, beneficiando così di un'agevolazione prevista per la categoria. In seguito le vetture venivano radiate e rivendute a una ditta francese gestita dal medesimo imprenditore italiano.

Il tutto veniva depistato da una sfilza di false fatture e finte cessioni che tirava in ballo altre 5 società, di cui due con sede a Terni, due nella capitale e una a Pavia. Obiettivo in altre parole era vendere ripetutamente le auto da una impresa all'altra in modo da creare crediti di Iva di cui nessuno aveva però diritto.

di Lorenzo Stracquadanio
13/10/2010

 

 

TREMONTI NON PERDONA I BANCHIERI - ALLO SPORTELLO ARRIVANO GLI 007 DEL FISCO - MAXI-INCHIESTA DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE DI MILANO: SOTTO TIRO I BILANCI TRUCCATI DEI PRINCIPALI ISTITUTI ITALIANI - NEL MIRINO FALSE FATTURE, EVASIONE DI IVA, COSTI GONFIATI, FINTE SPONSORIZZAZIONI, TRIANGOLAZIONI CON I PARADISI FISCALI

Francesco De Dominicis per "Libero"

 

Giulio Tremonti, ieri mattina, ha incontrato a Milano, il gotha della finanza. Ad ascoltare il ministro dell'Economia, a piazza Affari, c'erano, tra gli altri, parecchi esponenti delle banche italiane, compresi i pezzi da novanta Alessandro Profumo (Unicredit) e Corrado Passera (IntesaSanpaolo). Ironia della sorte, nelle stesse ore, a pochi chilometri di distanza da palazzo Mezzanotte, sede della Borsa italiana, gli 007 del fisco portavano avanti la maxi-inchiesta proprio sul settore del credito.

Partite a macchia di leopardo la scorsa estate (si veda Libero del 25 giugno), le indagini dell'amministrazione finanziaria stanno portando a galla un vero e proprio "sistema", architettato dalle banche per pagare meno tasse, a metà strada tra l'elusione e l'evasione. Un articolato meccanismo, quello scovato dal fisco, messo in piedi dai principali gruppi creditizi del nostro Paese che consente di abbassare gli utili e nascondere un po' di fatture. Con l'obiettivo finale, quindi, di versare meno denaro possibile nelle casse dell'Erario.

 

Dalle prime verifiche sta emergendo una prassi assai diffusa di conti truccati e bilanci pieni zeppi di acrobazie fiscali: Iva, Ires e Irap le imposte finite sotto la lente del fisco. Il cuore delle indagini, come accennato, è a Milano. Se ne occupa il quinto reparto dell'Ufficio grandi contribuenti dell'agenzia delle Entrate. Al terzo piano di via Manin (il civico è il 25) la questione pare improvvisamente diventata centrale, anche se in questa fase di «istruttoria» si preferisce restare dietro il massimo riserbo. La partita è top secret, ma si sa che vale parecchio. Probabilmente, secondo alcuni analisti del settore, in ballo c'è molto di più dei 3 miliardi di euro indicati la scorsa settimana dal settimanale l'Espresso.

Le pratiche "scorrette" sono diverse. Fari puntati, anzitutto, sui cosiddetti costi fantasma, voci di spesa caricati tra le uscite del bilancio per abbattere gli utili e ridurre l'imponibile. Il fisco ha messo gli occhi sulle superspese, in particolare quelle per acquistare software. Capitolo a parte quello delle finte sponsorizzazioni. Denaro elargito dagli intermediari finanziari ad associazioni non profit o enti di ricerca, senza la necessaria documentazione a supporto della contabilità. E non è tutto. All'interno dello stesso gruppo bancario, poi, secondo quanto scoperto dal fisco, vengono rimpallati i costi più alti e scaricati sulla spa che ha gli utili più alti.

 

Uno dei filoni più spinosi, poi, è quello relativo all'Iva per l'attività di banca depositaria. Attività che dagli istituti non viene considerata "imponibile" e all'interno della quale si fanno rientrare, peraltro, altri rapporti di consulenza. I trucchi riguardano pure i bonus e i premi ai top manager, spalmati su più anni di quelli che le leggi fiscali consentono. Estremamente scivolosa la faccenda delle operazioni con società off shore, con sede nei paesi cosiddetti black list.

 

A giudicare dall'esercito schierato dai colossi del credito, il dossier fiscale sembra essere più delicato di quello su Basilea3 (i nuovi, più stringenti requisiti patrimoniali internazionali). In campo, sono scesi pure gli esperti dell'Abi, che cercano di dettare la linea difensiva nel complicato braccio di ferro tributario: i pareri e le note interpretative della Confindustria del credito sono di supporto all'attività degli avvocati. Tra i professionisti incaricati ci sono importanti studi legali di Roma e Firenze. I tecnici delle banche rispondono quotidianamente ai «questionari» fiscali. I funzionari dell'amministrazione finanziaria, però, non sembrano spaventarsi e ribattono punto per punto alle spiegazioni fornite dagli istituti.

 

Il carteggio è fitto e dimostra la delicatezza del dossier. Che potrebbe avere un impatto significativo sui conti del mondo bancario. Non a caso il tema, domani, potrebbe essere al centro del direttivo Abi, convocato nel capoluogo lombardo. Gli esperti di palazzo Altieri considerano corretto l'operato degli istituti che, per ora, non sembrano intenzionati a scendere a patti con le Entrate. Gli accertamenti in corso, secondo indiscrezioni, sarebbero almeno una decina. E non riguardano solo le banche. Sotto tiro, infatti, sono finite pure diverse società di gestione del risparmio (sgr) che "giocano" con l'interpretazione delle norme fiscali, sfruttando tutte le scappatoie possibili offerte soprattutto oltreconfine e in particolare grazie alle triangolazioni con società con sede nei paradisi fiscali.

Che le sgr vogliano sottrarsi alla tagliola fiscale, comunque, non è una novità. Assogestioni, l'associazione che rappresenta l'industria del risparmio gestito, lo sostiene da tempo, convinta che l'impianto tributario penalizzi i fondi italiani rispetto alla concorrenza estera. E giusto ieri, il presidente Domenico Siniscalco è tornato alla carica: «C'è un problema di competitività, questo riguarda la struttura fiscale e quella regolatoria. Un problema che va affrontato» ha detto l'ex ministro del Tesoro. E in attesa della riforma - quella rivoluzione che dovrebbe riuscire ad abbassare il peso del fisco sui fondi d'investimento - le sgr i tagli fiscali se li fanno "in casa".

 21-09-2010]

 

 

SARDI MORTALI (PER NON PAGARE LE TASSE) - COSA NON SI FA PER PRENDERE LA RESIDENZA IN SARDEGNA E FOTTERE IL FISCO – COSÌ LA VILLA AL MARE DIVENTA “PRIMA CASA”, IL POSTO BARCA COSTA MENO E LE TARIFFE DEI TRAGHETTI SONO AGEVOLATE – ALL’ATTACCO DEI COMUNI I FURBETTI ACCAMPANO SCUSE FANTASIOSE: “SONO DEPRESSA E D’INVERNO TENGO SPENTE LE LUCI”…

Ferruccio Sansa per "il Fatto Quotidiano"

L'esame delle urine per non pagare le tasse. Un nuovo trucco che meriterebbe di entrare nel manuale del perfetto evasore. Ma che dire delle crisi coniugali con tanto di auto-certificazione, di malinconia e depressioni? Davvero non ha limiti la fantasia dei furbetti dell'Ici e dell'Iva sbarcati a migliaia da mezza Italia per invadere la Sardegna. Storie degne di Totò e Peppino.

 

Ma questa non è commedia all'italiana: l'invasione degli "immigrati" d'Italia rischia di bloccare i bilanci dei comuni che così non possono più realizzare opere essenziali: scuole e strade, per dire.

Ci troviamo tra la Costa Smeralda e la Gallura (ma il discorso vale in tutta l'isola), nomi che soltanto a sentirli ti fanno venire in mente il blu del mare. Qui i comuni hanno cominciato a combattere una battaglia che si annuncia epica: quella contro i falsi residenti. Migliaia di persone che vivono "in continente", ma sulla carta hanno trasferito la loro residenza sulle coste sarde. I motivi di questa immigrazione "fiscale"?

"Primo, evitare di pagare l'Ici. Si intesta alla moglie la vera abitazione , magari a Milano o a Genova, e si finge di abitare in Sardegna. Così la casa, magari una villa da trecento metri quadrati sulla riva del mare, diventa prima casa esente dall'Ici. Un trucco che consente di risparmiare centinaia di euro l'anno", racconta Ignazio Mannoni, vicesindaco di Santa Teresa di Gallura, che appena insediato dopo la recente vittoria del centrosinistra ha deciso di dichiarare guerra ai falsi residenti.

TARIFFE RIDOTTE PER I POSTI-YACHT - I vantaggi non finiscono qui: "Chi acquista una prima casa ha diritto a una riduzione dell'Iva, dal 19 al 10 per cento. Come dire fino a centinaia di migliaia di euro sulle ville più costose". Ancora: i residenti hanno diritto a una tariffa ridotta sui posti barca (che magari per i falsi abitanti sono yacht di quindici metri), e sono altre migliaia di euro.

 

Basta? Neanche per sogno: ci sono le tariffe agevolate (con riduzioni fino all'80 per cento) su aerei e traghetti, con tanto di posti riservati. Per finire con le riduzioni sulle bollette (fino al 40 per cento in meno). Insomma, un certificato di residenza in Sardegna vale un piccolo Jackpot al Superenalotto. Finora i comuni avevano chiuso un occhio: i turisti garantiscono entrate all'economia.

Così ci si trovava con paesi che nei registri avevano migliaia di residenti, ma d'inverno camminando nelle strade di Santa Teresa di Gallura e Palau, per non parlare dei paradisi del lusso, come Porto Cervo e Porto Rotondo, ti trovavi davanti centinaia di finestre chiuse. Il deserto: l'80 per cento delle costruzioni sono seconde case. La musica, però, è cambiata. Il motivo? "La legge adesso prevede che i comuni con oltre cinquemila abitanti hanno l'obbligo del patto di stabilità", spiega Mannoni.

Aggiunge: "È una norma che ogni anno prevede l'accantonamento di centinaia di migliaia di euro di bilancio". Ecco il pacco. Prendiamo Santa Teresa di Gallura, dove i sardi doc sono poco più di quattromila. A questi si aggiungono centinaia di "immigrati", spesso professionisti, avvocatoni e medici del Nord come della Capitale. Il gioco è fatto: "Nei registri risultano 5.200 residenti". Così il comune ha l'obbligo del patto di stabilità e il bilancio è mezzo paralizzato. Ma anche Palau, con 4.200 residenti, presto potrebbe fare la stessa fine.

Mannoni sospira: "Quest'anno noi dovremo accantonare l'avanzo di 800 mila euro. Non solo: la legge prevede limiti a contrarre mutui, così ci mancheranno due, tre milioni. Dovremo rinunciare a costruire strade e a sistemare quelle esistenti. Per non dire dei lavori nelle scuole o dei servizi pubblici. E poi ci sono le spiagge: senza servizi,docce e pulizia perdiamo le bandiere blu. È un paradosso: abbiamo uno dei mari più belli del mondo e il riconoscimento va a comuni con l'acqua più sporca, ma con più soldi e servizi. Così i turisti vanno via".

 

E allora che guerra sia. I comuni hanno messo su vere e proprie squadre di segugi capaci di trucchi degni di uno 007: ecco vigili urbani che "spiano" le abitazioni chiuse, che vanno a studiarsi le bollette dell'acqua e del gas, che chiedono informazioni ai datori di lavoro dei residenti"sospetti". Mannoni non sa se piangere o se ridere: "Ci sono dipendenti ministeriali che ogni giorno timbrano il cartellino a Roma e poi dicono di abitare qui".

 

D'INVERNO LE LUCI SONO TUTTE SPENTE - A sentire gli alibi difensivi dei "falsi residenti" si trattiene a stento il riso. Ci sono professionisti milanesi che respingono le accuse attaccando: "Sono andato in Lombardia per curarmi, perché le strutture sarde non sono adeguate". I più agguerriti si presentano in comune con tanto di esami del sangue e delle urine compiuti magari negli ospedali di Sassari.

 

"Vedete, io abito qui", tuonano indignati. Però, controllando si scopre che tutti gli accertamenti sono stati eseguiti a cavallo di Ferragosto. Chissà se il prelievo delle urine l'hanno fatto sulla spiaggia. Ma le bollette della luce sono impietose: i consumi sono tutti concentrati tra luglio e agosto.

Allora i "residenti" con le spalle al muro la buttano sul patetico: "Ho litigato con mia moglie e mi sono rifugiato in Sardegna". Separato? "No, ma posso fare un'auto-certificazione che ho litigato". Autocertificazione di crisi coniugale, un nuovo tipo di documento. Una signora giura: "Vivo qui, ma d'inverno non accendo mai la luce. Sono depressa". E un'altra: "Abito a Santa Teresa, ma la sera ho paura e vado a dormire da un'amica".

Infine il manager: "Lavoro come un matto, torno a casa che è notte e mi infilo in letto senza nemmeno accendere la luce". Nemmeno una volta in dieci mesi. Alla fine, però, qualcuno si arrende. Ma senza onore: "Noi vi diamo da mangiare. Se ce ne andiamo, voi sardi tornerete di nuovo a fare i pastori". Falsi residenti. Veri colonizzatori. 10-09-2010]

 

 

AFFARI SPORCHI ALL’OMBRA DELLO SCUDO - RAPPORTO SHOCK DI BANKITALIA: SCOVATI 8 MLD €: NEL MIRINO MIGLIAIA DI TRANSIZIONI LEGATE A RICICLAGGIO E FINANZIAMENTO DEL TERRORISMO (TRIPLICATI I VALORI 2008) - FARO SU 250 RIENTRI DI CAPITALE ESEGUITI CON LO SCUDO FISCALE, DEL VALORE MEDIO 1,8 MILIONI. SEGNALATI 300 SOGGETTI…

 

Carmine Sarno per "Milano Finanza"

La Banca d'Italia alza il velo su riciclaggio e finanziamento al terrorismo. Un rapporto shock quello realizzato dall'Unità d'informazione finanziaria (Uif) di Palazzo Koch. Nell'arco dell'intero 2009, con un'appendice fino alla chiusura dello scudo fiscale, c'è stato un vero e proprio boom delle operazioni sospette: più 44,3% per quelle segnalate e più 40,7% per quelle trasmesse agli organi inquirenti.

 

Non solo. L'importo complessivo delle operazioni che gli intermediari finanziari hanno segnalato perché ritenute sospette è praticamente triplicato nel corso dell'intero 2009, superando la soglia monstre di 7,7 miliardi di euro. E nel mirino degli uomini di Mario Draghi sono finite anche alcune centinaia di operazioni legate allo scudo fiscale. Non c'è che dire, uno scenario a dir poco allarmante.

 

E per rendersene conto basta analizzare i dati che l'Ufficio d'informazione finanziaria ha trasmesso ai piani alti di Via Nazionale. Nel corso dell'intero 2009, si legge nella relazione, si è confermato l'aumento delle Sos (l'acronimo per Segnalazioni operazioni sospette di riciclaggio e finanziamento al terrorismo) registrato negli anni passati. La Uif, infatti, ha ricevuto ben 21.066 Sos, con un incremento rispetto all'anno prima di oltre 6.400 unità (+44,3%). All'aumento delle segnalazioni che sono arrivate agli 007 del governatore Draghi, è corrisposto un altrettanto «significativo aumento» delle segnalazioni esaminate e trasmesse agli organi investigativi.

Quelle inoltrate al Nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza e alla Direzione investigativa antimafia sono state ben 18.838, con un'impennata del 40,7% nell'arco di 12 mesi. Un trend che sembra proseguire anche nel 2010. «La tendenza registrata nel primo trimestre dell'anno evidenzia un ulteriore cospicuo aumento», si legge in una nota del rapporto. Rispetto ai primi tre mesi del 2009 l'incremento è stato del 42%, con 7.200 segnalazioni pervenute.

 

Se questi numeri non rendono bene l'idea dell'entità degli affari sporchi, basta proseguire con l'analisi del documento per monitorare fino all'ultimo centesimo le attività sospette. L'importo complessivo delle operazioni segnalate è praticamente triplicato rispetto all'anno precedente. Da poco più di 2 miliardi e mezzo si è passati a 7 miliardi e 718 milioni. Un boom direttamente legato al forte incremento delle operazioni finite sotto la lente d'ingrandimento di Bankitalia: da poco meno di 30 mila a quasi 37 mila unità.

E si tratta di valori «approssimati per difetto». Le stime, si legge sempre nel documento, risentono dell'attuale schema di segnalazione che permette ai soggetti obbligati di indicare fino a un massimo di tre operazioni sospette. Queste, pertanto, «spesso sono solo indicative di un'operatività molto più complessa». Nonostante tutto, nell'arco di nove anni i valori sono praticamente decuplicati per valore e quadruplicati per numero di segnalazioni. Si è passati dagli 866 milioni del 2001 ai 7,78 miliardi del 2009; e da 9.480 operazioni a oltre 36 mila.

Non poteva mancare, poi, un'analisi sugli esiti delle operazioni di rientro eseguite con lo scudo fiscale. Il dossier dell'Ufficio d'informazione finanziaria dedica addirittura un capitolo di approfondimento alla misura voluta dal ministro dell'Economia. E che cosa emerge? Nel corso del 2009 e nei primi cinque mesi del 2010 (l'ultima finestra per avvalersi della sanatoria fiscale si è chiusa il 30 aprile) la Uif ha ricevuto oltre 250 segnalazioni dagli intermediari addetti al rimpatrio di capitali.

Confrontando questi dati con quelli delle precedenti edizioni dello scudo emerge un notevole incremento delle operazioni sospette. Infatti, mettendo insieme i dati dello scudo 2001 e della versione 2003, si raggiunge il numero di 98 segnalazioni, meno della metà dello scudo-ter. Tornando al presente, il 20% delle segnalazioni ha riguardato transizioni non eseguite per volere del cliente (che le aveva solo preannunciate) o per volere dello stesso intermediario (che si è rifiutato di compierle). L'importo medio di queste operazioni finanziarie liquide è stato di circa 1,8 milioni e non sono mancate le segnalazioni sul rimpatrio di quote societarie. Complessivamente sono finiti sotto la lente circa 300 soggetti.

 [01-09-2010]

 

 

 

Ma le guardie della Finanza gallurese che stanno battendo a tappeto spiagge ristoranti night alberghi e così via a caccia di evasori fiscali, andranno anche a bussare "alle casse" di quanti nei giorni scorsi hanno pagato 955 euro a testa per seguire il concerto di Anastacia nei giardini dell'hotel Cala di Volpe?Ad applaudire "I belong tu you", "Paid my dues" e "Sick and tired", alcuni dei successi della pop-rock c'erano, tra gli altri, Ornella Vanoni in abito rosso inferno, il principe Giovannelli con il solito smoking bianco, lo scarpaio Diego Della Valle, Katia Noventa, Fiona Swarovski.

In tutto, seduti ai tavoli, erano 921, e altrettanti sono stati rifiutati. Nei 955 euro a testa erano esclusi i vini, il che significa che a fine serata il conto si raddoppiava. E la chiamano crisi... Ma il principe Giovannelli di chi era ospite, chi pagava per lui?

20.08.10

 

Fisco, QUESTO SCONOSCIUTO - VASCO ROSSI HA INTESTATO A UNA SOCIETà ANCHE IL CANE! - Sono migliaia le società a cui i proprietari intestano yacht, villE, casalI, appartamenti. E POI Ferrari, Lamborghini e Suv Mascherate da auto aziendali - Se l’Agenzia delle entrate mette il naso nella tua denuncia dei redditi, scoprirà che non hai un motoscafo da un milione di euro, ma una società di charter del capitale di 10 mila euro. Per giunta in perdita. Meglio della bandiera liberiana o panamense….

Sergio Rizzo per il Corriere della Sera

Per settimane si sono barricati in casa aspettando che i federali venissero a prenderli. Non pagavano le tasse da molto tempo, finché il tribunale li ha condannati a cinque anni di carcere. E loro non ci sono stati. Armati fino ai denti hanno sprangato le porte in attesa della polizia, proclamando di «lottare per la libertà». Proprio così hanno detto: «per la libertà». Ma forse i coniugi Ed e Elanie Brown, che tre anni fa sono stati al centro negli Stati Uniti di un caso nazionale, avevano semplicemente sbagliato posto: credevano di essere in Italia. Il Paese dove l'evasione fiscale non è semplicemente una patologia, ma l'effetto di una cultura radicata a fondo.

 

L'ha ammesso implicitamente ieri, sulle colonne del Sole24ore, il direttore dell'Agenzia delle entrate Attilio Befera. «Quello che ancora non si afferma è il cambiamento del modello culturale che ha favorito l'evasione», ha scritto, mostrandosi esterrefatto per aver letto in un'intervista «che tutto quello che si possiede, anche il proprio cane, è intestato a una società per limitare i danni patrimoniali».

Quell'intervista è stata pubblicata da Repubblica il giorno prima di Ferragosto e l'intervistato è nientemeno che la rock star Vasco Rossi, finito nel mirino del fisco per una società, da lui posseduta al 90%, a cui è intestata la barca «Jamaica». Indispettito perché la notizia era trapelata sulle agenzie, dopo aver dichiarato «sono un cittadino onesto», il cantante ha spiegato:

«Ho usato questa cautela per mettere un limite a eventuali ritorsioni contro la mia persona fisica per eventuali danni causati dalla barca o dall'equipaggio a terzi. Trovo questo oltre che lecito anche ragionevole e per nulla elusivo. Anche il mio cane è intestato a una società, perché se morde qualcuno si pagano giustamente i danni, ma si evita che qualcuno possa approfittarsene».

 

Difficile comprendere la differenza fra essere morsi dal cane di Vasco Rossi piuttosto che dal cane della società di Vasco Rossi. Ma se la società della barca (in leasing) si chiama «Giamaica no problem» (!) ci sarà pure un motivo.

Anche perché Vasco non è il solo a pensarla così. Sono migliaia e migliaia le società a cui i proprietari intestano yacht e natanti. Il problema, o meglio, il «problem», è che sono pressoché tutte ditte di charter con un solo cliente, guarda caso il loro azionista. In italiano si chiamano società di comodo e non servono soltanto a pagare meno tasse sulla barca, ma a far scomparire lo yacht dai radar del fisco nel caso di accertamenti personali. Se l'Agenzia delle entrate mette il naso nella tua denuncia dei redditi, scoprirà che non hai un motoscafo da un milione di euro, ma una società di charter del capitale di 10 mila euro. Per giunta in perdita. Meglio della bandiera liberiana o panamense.

Ma le società di comodo non servono solo per le barche. Moltissimi ci mettono dentro anche la villa al mare, il casale in campagna, gli appartamenti in città. Poi ci sono le fuoriserie: Ferrari a centinaia, Porsche, Audi, Mercedes, Bmw, Lamborghini e Suv a rotta di collo. Mascherate da auto aziendali. Anche in questo caso non per risparmiare sulle tasse della macchina, ma perché non figuri nella denuncia dei redditi.

A uno schermo societario, in Italia, non rinuncia nessuno: diversamente non sarebbero in perdita quasi metà (per l'esattezza il 45%) delle società di capitali. Ma c'è anche chi alla maschera di una srl o di una spa preferisce direttamente quella di una società fiduciaria. Si mettono le azioni là dentro e si può dormire fra due guanciali.

 

Per non parlare delle scatole dove finiscono i dividendi: spesso hanno sede all'estero, magari in un Paese comunitario. Tipo Lussemburgo. Poi però, grattando la vernice, salta fuori che la società è controllata da un'altra società che sta invece alle Isole Cayman o a San Marino. Migliaia e migliaia. E per non dire dei vip con residenza (spesso fittizia) nei paradisi fiscali, oppure a Montecarlo. Le cronache ne sono piene. Fin qui i comportamenti dove il confine fra evasione ed elusione è talvolta impalpabile. Oltre, ci sono le frodi. E anche in questo vantiamo una discreta specializzazione.

Le società che aprono e chiudono i battenti nel giro di pochi mesi, per esempio: si chiamano cartiere perché servono soltanto a fare false fatture che permetteranno di chiedere il rimborso dell'Iva mai pagata. Un caso di scuola, che si può declinare in vari modi. Per esempio, come ha scoperto ad aprile di quest'anno la Guardia di finanza, con un giro di fiduciarie fra la Svizzera e il Lussemburgo. C'era coinvolto perfino un prete.

 

Ma la tecnologia del crimine fiscale, purtroppo, è in continua evoluzione. Vi si dedicano menti raffinate, come quella che ha architettato una frode ai danni del Fisco arrivando a utilizzare i modelli 730: aveva creato una rete di finte società, formalmente gestite da una signora ottuagenaria, che erogavano false prestazioni detraibili dalle denunce dei redditi di comuni cittadini. Impiegati, infermieri delle Asl, pensionati. Con un danno di svariati milioni di euro per l'erario.

Roba da far impallidire gli artigiani dell'evasione. A partire dai commercianti refrattari alla ricevuta fiscale, i quali dichiarano redditi inferiori a quelli del proprio dipendente. Per continuare con gli stabilimenti balneari che dicono di guadagnare più d'inverno che d'estate. Nessuno, però, riesce a battere i veri artisti. Ovvero, coloro che per il Fisco non esistono nemmeno. Una volta scoprirono una donna, a Pavia, che per anni aveva gestito una casa di riposo per anziani totalmente abusiva.

Interrogato dal giudice che sta indagando sulla vicenda della cosiddetta P3, il «faccendiere» Flavio Carboni ha dichiarato senza fare una piega di non possedere beni patrimoniali avendone comunque la disponibilità. Tecnicamente è possibile. Ma quando si scopre che dall'anno di imposta 2002 non ha più presentato una dichiarazione dei redditi, come i poveri, allora non si può davvero trattenere la sorpresa.

 

Non c'è dubbio che l'evasione fiscale in Italia sia anche una questione culturale. A differenza degli Stati Uniti, dove non si scherza (fra il 2002 e il 2007 hanno sbattuto dentro 5 mila persone), qui non è mai stata considerata un peccato. Più che altro, una marachella.

Nel 2002 l'avvocato Attilio Pacifico, che sarebbe stato condannato insieme all'ex ministro Cesare Previti per l'affare Imi-Sir, ammise candidamente in un colloquio con un giornalista: «Sì, sono un evasore fiscale. E allora, che mi volete fare?». E in una lettera al Corriere lo stesso Previti scrisse: «Se è vero che negli anni passati ho avuto disponibilità all'estero, è altrettanto vero che questa situazione l'ho regolarizzata e sanata anche attraverso un condono tombale, pagando quanto dovuto per legge». Già, il condono.

 

Quale contributo hanno dato le sanatorie a diffondere, come vorrebbe Befera, «la cultura della legalità fiscale»? Il primo condono dell'età moderna lo fece Bruno Visentini, nel 1973. Replicò Rino Formica, nel 1982. E ancora Formica, nel 1991. Per arrivare al 2002, con Tremonti. Poi gli scudi, a ripetizione, per chi aveva esportato illegalmente capitali.

Questione forse di Dna italico, visto che la sanatoria capostipite risale addirittura all'epoca dell'imperatore Adriano (che era però di origini iberiche). Ma è difficile credere che la politica oggi non abbia le sue responsabilità. Per questo una domanda è inevitabile. Ora che il suo governo, impossibilitato a ridurre le imposte, sostiene di voler combattere a fondo l'evasione, ripeterebbe Silvio Berlusconi quel che disse il 18 febbraio del 2004, e cioè che evadere tasse troppo alte è «moralmente giustificabile»?

 

 

[20-08-2010]

 

 

 

1 - DOLCE È GABBARE LO FISCO MIO
http://www.giornalettismo.com/archives/58707/evasione-fiscale-truffa-dolce/

D&G under attack. Il Fatto quotidiano con Leo Sisti (ex L'Espresso) riferisce di un'indagine in via di conclusione per evasione fiscale e truffa ai danni dello Stato nei confronti di Domenico Dolce e Stefano Gabbana, meglio noti come Dolce & Gabbana. Un'inchiesta che sul piano fiscale vale 370 milioni di euro, che i due potrebbero essere costretti a pagare allo Stato.

 

UN ANNO FA - Della vicenda si parla da quasi un anno: la ricostruzione che i finanzieri milanesi hanno compiuto della mutazione della struttura societaria del gruppo, fatica a trovare spiegazioni al di là dell'astuzia fiscale. Nel 2004, infatti, il sistema delle royalties del gruppo viene sottratto a una struttura fino a quel momento lineare - con alla testa la società a responsabilità limitata D&G, con sede a Milano - e trasferito a una catena di scatole cinesi.

Dolce Gabbana

La testa del gruppo è portata in Lussemburgo, dove viene fondata una società, la Dolce&Gabbana Luxembourg, che controlla il 100% di un'altra società, la Ga.Do. srl, nel cui board siedono il fratello e la sorella di Domenico Dolce, Alfonso e Dorotea, e il direttore finanziario Cristiana Ruella.

Dolce Gabbana

Solo che, da indagini delle Fiamme Gialle, risulta la tipica esterovestizione di un'attività che invece aveva come centro decisionale l'Italia, pur avendo ufficialmente sede in Lussemburgo. In questo modo, cioé pagando nel paese del Granducato le tasse su un'attività svolta in realtà in Italia, Dolce & Gabbana ha risparmiato 260 milioni di tasse negli anni 2004, 2005 e 2006.

Dolce Gabbana

INDAGINE SUL MARCHIO - Poi, scrive il Fatto, c'è anche un'indagine sulla compravendita del marchio, andato alla Ga.Do. per 360 milioni di euro. E sottovalutato, secondo l'Agenzia delle Entrate, visto che varrebbe il doppio o giù di lì. Il consulente dal lato fiscale di Dolce & Gabbana, che dovrà trattare con gli 007 del Fisco, è lo studio Romagnoli (ex Romagnoli e Tremonti, dopo che l'attuale ministro dell'Economia ha formalmente lasciato). Se la trattativa non andasse a buon fine, si andrebbe all'accertamento, portando a contestare 370 milioni di euro tra sanzioni e interessi. Una cifra record.

 

IL PRINCIPIO CHE CONTA - Quello che un po' stupisce, per quanto se ne sa ad oggi, è il metodo utilizzato dall'accusa: in un'accezione la più aperta possibile, con queste prove si potrebbe contestare l'esterovestizione praticamente ad ogni società "italiana" con sede centrale in Lussemburgo e negli altri paesi considerati, per le modalità di tassazione, piccoli o grandi paradisi fiscali.

 

Sempre per quanto se ne sa, la Guardia di Finanza contesta evasione e truffa perché molte decisioni da prendere formalmente in Lussemburgo venivano in realtà prese in Italia. Formalmente ineccepibile, nella sostanza bisognerà vedere se il giudice non riterrà l'argomento "capzioso" rispetto alla realtà della gestione di una holding aziendale.

 

UNO SCOOP INEVITABILE - In ogni caso, non è una sorpresa che lo scoop su Dolce & Gabbana sia finito sul Fatto Quotidiano, e prima ancora sul Giornale: i due sono infatti molto attenti ai rapporti con la stampa italiana, che finanziano di fatto con l'acquisto di enormi spazi pubblicitari per i loro prodotti.

 

Tanto che vogliono essere rispettati. A farne le spese è stato per la prima volta il Sole 24 Ore: un paio d'anni fa il suo critico gastronomico azzardò l'affronto maximo nei confronti del ristorante di loro proprietà, affermando che la cotoletta che si mangia lì faceva abbastanza schifo. D&G non ci hanno pensato due volte: da un giorno all'altro hanno ritirato tutta la pubblicità dalle testate del gruppo controllato dalla Confindustria. Per punizione.

 

20.08.10

 

 

VASCO ROSSI FA ACQUA – INSIEME CON MASSIMO BOLDI, IL CHITARROSO è FINITO A STONARE COL FISCO – TULLA COLPA DEI LORO MAXI YACHT incappatI le scorse settimane nei controlli effettuati dagli ispettori dell’Agenzia delle Entrate nei porti liguri - Nel mirino finte società di charter nautico società di comodo, utilizzate per abusare della forma giuridica societaria di noleggio ottenendo così benefici fiscali...

ANSA.IT

Anche il cantante Vasco Rossi e l'attore Massimo Boldi sono finiti, insieme a imprenditori e professionisti, nella rete dei controlli effettuati dall'Agenzia delle Entrate per individuare false società di charter nautico realizzate per gestire una sola barca a fini personali, ottenendo così benefici fiscali.

I due sono possessori di due distinte imbarcazioni incappate le scorse settimane nei controlli effettuati dagli ispettori del fisco nei porti liguri.

Gli uomini dell'Agenzia delle Entrate sono incappati nella società di charter di Vasco Rossi nel corso delle verifiche effettuate quest'estate nei porti liguri, su un'imbarcazione di 24 metri utilizzata solitamente dal solo cantante rock. La società, nella quale sarebbe in corso la notifica dell'accertamento, sarebbe per oltre il 90% intestata al cantante e solo per una minima quota ad altri soci residenti in Svizzera, sui quali sarebbero in corso ulteriori accertamenti.

E' di 24 metri anche l'imbarcazione utilizzata da Massimo Boldi, individuata dagli ispettori dell'Agenzia delle Entrate nel porto di Genova. Lo yacht risulterebbe intestato ad una società di charter interamente riconducibile all'attore comico e a sua figlia, ai quali sarebbe già stata notificata la cartella dell'Agenzia delle Entrate.

Nel mirino del Fisco finte società di charter nautico, quelle che noleggiano imbarcazioni in alcuni casi con personale di bordo. Gli 007 delle Entrate, nel corso dei controlli sulle attività stagionali, hanno individuato, in particolare in Liguria, Campania e Friuli Venezia Giulia, numerosi casi di società che, sotto le mentite spoglie di "noleggio di mezzi di trasporto marittimo e fluviale", coprivano invece il mero utilizzo personale delle imbarcazioni di lusso (in media natanti di più di 20 metri e di valore superiore a 1,5 milioni di euro) da parte dei diretti titolari. In campo per setacciare i litorali del Belpaese - riferisce l'Agenzia in una nota - ci sono centinaia di investigatori dell'Agenzia delle Entrate.

Si tratta di società unipersonali, o con pochi soci - riferisce l'Agenzia delle Entrate - riconducibili allo stesso ambito familiare, con minimo capitale sociale (10.000 euro) che detengono un'unica imbarcazione in leasing, la cui reale attività non è rivolta al mercato ma è indirizzata al mero godimento del bene da parte dei diretti titolari. Infatti, il natante viene noleggiato esclusivamente ai soci o ad altre società che hanno la medesima compagine sociale.

Le compagnie di charter intercettate, quindi, rappresentano società di comodo, utilizzate per celare il carattere elusivo dell'operazione e per abusare della forma giuridica societaria di noleggio.

Dichiarare di svolgere l'attività di noleggio, anziché di possedere a titolo personale la medesima imbarcazione, infatti, "permette di ottenere numerosi vantaggi di natura fiscale, economica e finanziaria - spiega ancora il comunicato dell'amministrazione fiscale - come la separazione del proprio patrimonio da quello della società, con il beneficio della responsabilità limitata; il mancato esborso dell'Iva sui costi riconducibili all'acquisizione dell'imbarcazione in leasing; la mancata applicazione delle accise sul gasolio (circa il 50% del prezzo del gasolio), che comporta anche un risparmio in materia di Iva; la detrazione dell'Iva e delle spese sostenute per mantenere la barca e il suo equipaggio"

 [12-08-2010]

 

 

- ALEOTTI: NESSUNA EVASIONE, PAGHIAMO LE TASSE. E NESSUN ILLECITO SU IMPORTAZIONE PRINCIPI ATTIVI DALLA CINA
(Adnkronos/Adnkronos Salute) - Alberto Aleotti, presidente del gruppo farmaceutico italiano Menarini, reagisce con "assoluta tranquillita'" alle notizie che lo citano quale titolare di un maxi-deposito da 476 milioni di euro a Vaduz, in Liechtenstein.

In proposito, l'industriale ribadisce all'Adnkronos Salute la posizione gia' espressa due anni fa: "Tutte le disponibilita' finanziarie, del sottoscritto e della mia famiglia, in Italia e all'estero, sono regolarmente ed integralmente assoggettate a tassazione, come le competenti autorita' potranno agevolmente verificare". Il gruppo Menarini "e' completamente estraneo alla vicenda", ripete Aleotti.

In merito poi a un presunto traffico illegale di principi attivi (pravastatina e fosinopril) dalla Cina, oggetto di un'inchiesta avviata l'anno scorso dal sostituto procuratore di Firenze Luca Turco, l'azienda con quartier generale nel capoluogo toscano torna a respingere ogni accusa di illecito o sospetta sovrafatturazione.

Il gruppo Menarini, che dopo l'apertura del fascicolo ha ricevuto nel maggio 2009 la visita dei carabinieri dei Nas, gia' l'anno scorso affermava di respingere "nella maniera piu' decisa e categorica qualsiasi illazione in merito a una presunta importazione illegale di principi attivi dalla Cina e alla violazione di qualunque diritto di brevetto".

La societa' "tiene al contrario a ricordare che da sempre l'azienda e' paladina della necessita' di brevetti forti a tutela dell'attivita' di Ricerca e Sviluppo di nuovi farmaci", si leggeva in una nota.

"Tutti i principi attivi utilizzati per i nostri farmaci - puntualizzava Carlo Colombini, direttore del manufacturing Menarini - sono prodotti presso fabbricanti certificati ed autorizzati dalle autorita' sanitarie e ricontrollati sistematicamente nei nostri stabilimenti italiani. I processi di produzione e di controllo garantiscono i piu' elevati standard di qualita'".

18.08.10

 

EVASIONE FISCALE: nella 'lista Falciani' le societa' degli evasori. Il re delle televendite ha evaso 6,8 milioni via Vaduz (Il Sole 24 Ore, pag.7) 'In Liechtenstein i conti di politici e dittatori'. La 'talpa' della Lgt: in un libro nuove rivelazioni. (La Stampa, pag.28)11.08.10

 

ALEOTTI, MISTER 450 MILIONI, HA SCUDATO! "Inchiesta per frode da mezzo miliardo sul re dei farmaci. Aleotti: regolarizzati i fondi in Liechtenstein. La replica al Fisco del titolar della Menarini: "Tutte le mie disponibilità finanziarie sono assoggettate a tassazione" (Corriere, p.19).

 

06.08.10

 

 

IL FISCO PURGA IL RE DEI MEDICINALI – è ALBERTO ALEOTTI, TITOLARE DELLA MENARINI E GRAN FREQUENTATORE DI CASA ANGIOLILLO, MISTER 450 MILIONI IN Liechtenstein – SE QUESTI IL PARAGURU LI HA SCUDATI, ORA il fisco ha acceso i fari su un altro ricchissimo patrimonio nascosto DI 400/500 milioni di euro - l’ottantasettenne Cavaliere del Lavoro venne arrestato nel ’94 per aver pagato quasi un miliardo a Poggiolini per ottenere un aumento del prezzo dei farmaci…

Mario Sensini per il Corriere della Sera

«Noi non ci stiamo. Porteremo le nostre aziende in Germania». Per protestare contro la politica del governo sui prezzi dei medicinali, il vulcanico Cavaliere del Lavoro Alberto Aleotti, titolare della Menarini, aveva acquistato nel '95 intere pagine di giornali. La minaccia restò sulla carta: la Menarini, nel frattempo diventata una multinazionale del farmaco con imprese in tutto il mondo, non si è mai mossa da Firenze.

 

In compenso, all'estero, molto vicino alla Germania, e precisamente in una banca del Liechtenstein, Aleotti ha invece nascosto un bel gruzzolo: 476 milioni di euro. È lui l'italiano di cui ha parlato l'altro giorno al settimanale «Stern» la gola profonda che ha venduto ai servizi segreti tedeschi la lista degli evasori nascosti nel Principato. Quei fondi Aleotti li ha scudati nel 2001, pagando la tassa prevista per regolarizzarli. Se ha perso il pelo, tuttavia, Aleotti parrebbe non aver perso il vizio.

Da qualche mese il fisco italiano ha acceso i fari su un altro ricchissimo patrimonio nascosto e riconducibile all'industriale fiorentino e alla sua famiglia. Ancora una volta si parla di cifre a otto zeri: quattrocento, forse cinquecento milioni di euro, dicono fonti vicine all'inchiesta condotta dal sostituto procuratore della Repubblica di Firenze, Luca Turco, che ha indagato Aleotti e i suoi figli, Lucia e Alberto Giovanni, per un presunto traffico illecito di prodotti farmaceutici con la Cina.

Sui fondi in Liechtenstein, già saltati fuori nel 2008, Alberto Aleotti non ha difficoltà a parlare. «Tutte le disponibilità finanziarie mie e della mia famiglia sono regolarmente e integralmente assoggettate a tassazione» dice attraverso il portavoce dell'impresa, confermando indirettamente l'adesione al primo scudo fiscale varato dal governo Berlusconi.

 

Sull'inchiesta della magistratura fiorentina, invece, Aleotti tace. Il sospetto degli inquirenti, che nel 2009 hanno messo in azione prima i Carabinieri del Nucleo antisofisticazione e subito dopo l'Agenzia delle Entrate, è che dietro alle importazioni dei principi attivi di due farmaci, la pravastatina e il fosinopril, ci sia anche una nuova gigantesca frode tributaria, attraverso la sovrafatturazione (con la tecnica del cosiddetto «transfer pricing»).

Gli accertamenti degli agenti del fisco, complicati perché devono muoversi attraverso un dedalo di società per seguire il tortuoso percorso delle fatture, dovrebbero concludersi in un paio di mesi.

 

Per Aleotti, che continua a scrivere lunghissime lettere a Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti denunciando l'insostenibilità della politica italiana sul prezzo dei farmaci, potrebbe rivelarsi un brutto colpo. Anche se l'ottantasettenne Cavaliere del Lavoro di brutte esperienze ne ha già avute, come quando venne arrestato nel '94 per aver pagato quasi un miliardo a Duilio Poggiolini per ottenere un aumento del prezzo dei farmaci.

Arrivato alla Menarini nel '64 come semplice direttore, divenuto amministratore unico dieci anni dopo, e oggi unico proprietario di un gruppo da 2,7 miliardi di fatturato, per raggiungere i suoi obiettivi Aleotti ha sempre usato metodi, per così dire, spicci. Non solo tangenti e pagine di giornali.

Anche i suoi informatori medici si muovevano con gran disinvoltura per spingere le prescrizioni dei suoi farmaci. Ai medici regalavano prima un cucchiaino d'argento, la volta dopo la forchetta. E pian piano che il servizio di posate si completava, gli utili della Menarini (come i conti all'estero di Aleotti) crescevano.

 

 

[06-08-2010]

 

 

GERMANIA: CACCIA A EVASORI, PERQUISITE TREDICI SEDI CREDIT SUISSE...
(Adnkronos/Dpa) -
La polizia tedesca ha compiuto oggi perquisizioni in tredici filiali del Credit Suisse, in seguito a informazioni su possibili casi di evasione fiscale compiuti da clienti tedeschi dell'istituto elvetico. L'ordine per le perquisizioni, che hanno impegnato circa 150 fra poliziotti e inquirenti, e' stato emesso da un giudice di Dusseldorf sulla base di informazioni 'sottratte' da informatori interni alla banca. Di recente le autorita' del Nord Reno-Westfalia hanno acquistato - per una cifra imprecisata, vicina a 2,5 milioni di euro - un dischetto contenente i dati su oltre mille contribuenti tedeschi che avrebbero 'parcheggiato' all'estero i loro patrimoni, sfuggendo alla lente del fisco tedesco. Molti di questi sarebbero stati correntisti del Credit Suisse.

 

17.07.10

 

- FISCO: DOGANA PONTE CHIASSO, SEQUESTRATI 2 MLD DOLLARI ZIMBABWE...
(Adnkronos) - I funzionari della Dogana di Ponte Chiasso, in servizio presso il valico autostradale di Brogeda, con la collaborazione dei militari del guardia di finanza, hanno sequestrato valuta non dichiarata per complessivi due miliardi di dollari dello Zimbabwe, pari a circa 4.509.500 euro. I tre biglietti di banca, due del valore di 500 milioni e uno da un miliardo di dollari, di cui si sta accertando l'autenticita', erano in possesso di un cittadino italiano, residente in provincia di Milano. La sanzione massima prevista per l'omessa dichiarazione del trasporto di valuta, corrispondente al 40% dell'ammontare eccedente il limite di franchigia, pari a 1.799.800 euro. [14-06-2010]

18.06.10

 

 FISCO: NEL MIRINO DELLA GDF 280 IMPRESE ITALIANE PER EVASIONE INTERNAZIONALE ...
(Adnkronos) - A partire dalla mattinata, sono in corso centinaia di perquisizioni in tutta Italia da parte della Guardia di Finanza, alla ricerca delle prove di un'evasione multimilionaria. Cento Reparti del Corpo stanno setacciando sedi aziendali allo scopo di ricercare elementi di prova circa l'utilizzo, da parte di 280 societa' italiane, di fatture per operazioni inesistenti, per un totale, in prima approssimazione, di circa 150 milioni di euro.

Le attivita' di oggi costituiscono lo sviluppo di un'inchiesta della Procura di Milano che lo scorso 27 ottobre aveva portato alle ordinanze di custodia cautelare in carcere di un faccendiere svizzero, di tre suoi collaboratori e di un funzionario di un istituto di credito elvetico, per riciclaggio all'estero di somme provenienti da delitti di appropriazione indebita ed evasione fiscale.

 

Il filone investigativo relativo all'evasione fiscale, diretto dal pubblico ministero Carlo Nocerino, ha permesso di svelare che l'associazione gestiva una serie di societa' estere costituite al fine di permettere alle societa' italiane la creazione di fondi neri all'estero.

10.06.10

 

TRAFFICO ILLECITO CAPITALI, SEQUESTRATO ASSEGNO DA 97MLN DOLLARI A COMO...
(Adnkronos) - I funzionari della dogana di Chiasso (Como), in collaborazione con i militari della guardia di finanza di Ponte Chiasso, nell'ambito del contrasto al traffico illecito di capitali hanno sequestrato un assegno da 97.250.000 dollari americani, pari a 80.008.227 euro, su un conto acceso presso la sede americana della banca Hsbc.

L'assegno era in possesso di un 70enne imprenditore edile bergamasco che dalla stazione ferroviaria di Chiasso stava per salire a bordo di un treno diretto a Milano. L'uomo, nel 1998, era stato controllato, sempre a Chiasso, a bordo di un treno che da Bruxelles andava a Milano. In quel caso era stato trovato in possesso di documentazione valutaria relativa a consistenti disponibilita' finanziarie all'estero.

 

Nella stessa giornata su un treno proveniente da Lugano e' stato bloccato un 50enne croato che trasportava con se' valuta non dichiarata per 19.800 dollari americani e 72 titoli al portatore emessi dal Governo degli Stati Uniti Messicani. Del denaro contante "ne e' stato sequestrato il 40% (per 7.500 dollari, pari a euro 6.094), in quanto eccedente la franchigia ammessa di 10.000 euro". I 72 bond, invece, sono stati sequestrati in attesa di pervenire alla determinazione del loro valore.

 

10.06.10

 

FIAMME GIALLE BLITZ (MO’ SO’ CAZZI!) – LA GDF E IL FISCO HANNO “VISITATO” 78 FILIALI DI 16 BANCHE E DUE FIDUCIARIE – LA PISTA DI SAN MARINO “PUZZA” DI EVASIONE E RICICLAGGIO SU CAPITALI – E ORA PARTE ANCHE LA STRAGE DI IMPRENDITORI, CASALINGHE, PROFESSIONISTI E PENSIONATI DELLA LISTA FALCIANI (SI PARLA DI UN "TESORETTO" DA 6,9 MLD$)... Da "Repubblica.it"

Blitz di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate in 16 banche per verificare il rispetto degli obblighi di legge necessari a garantire l'identificazione della clientela. In tutto sono state visitate 78 filiali e due fiduciarie italiane, dislocate in sei regioni (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Lazio).

 

Nel mirino del fisco intermediari nazionali, già emersi nel corso di attività operative finalizzate a contrastare l'evasione fiscale internazionale, le frodi Iva "carosello" e il riciclaggio dei relativi proventi, individuati da Fiamme Gialle e Agenzia delle Entrate per essere stati utilizzati da contribuenti italiani per eseguire movimentazioni finanziarie illecite destinate alla Repubblica di San Marino.

E su un altro fronte di indagine, sempre riguardante l'esportazione di capitali all'estero, le Fiamme Gialle hanno reso noto l'ammontare del "tesoretto" contenuto nella "lista Hbsc", l'elenco di correntisti italiani della banca svizzera sospettati di evasione fiscale: 6,9 miliardi di dollari Usa.

 

La pista di San Marino. Il fisco italiano vuole accertare l'esattezza e la completezza delle informazioni che gli intermediari sono tenuti a comunicare all'archivio dei rapporti finanziari. L'eventuale omissione da parte delle banche farebbe scattare indagini finanziarie e verifiche. Ulteriore scopo delle attività in corso, oltre a contestare eventuali illeciti commessi dalle banche, è l'acquisizione di ogni utile informazione per il successivo sviluppo di indagini volte a "scovare" evasori e recuperare i capitali illecitamente portati all'estero.

 

La banca dati dei rapporti finanziari contiene tutte le comunicazioni relative ai rapporti continuativi intrattenuti con la clientela esistenti, a partire dalla data del 1° gennaio 2005. Così come contiene quelle relative le cosiddette operazioni extra-conto, ossia poste in essere al di fuori di un rapporto continuativo, ad eccezione delle operazioni di versamento effettuate tramite bollettino di conto corrente postale per un importo unitario inferiore a 1.500 Euro, oltre che i rapporti diversi da quelli intrattenuti con i titolari dei rapporti continuativi o delle stesse operazioni extra-conto (procure e deleghe).

 

I dati devono essere comunicati all'archivio mensilmente in via telematica. I soggetti tenuti a inviare i dati sono circa 13 mila e includono le banche, la società poste italiane spa, gli intermediari finanziari, le imprese di investimento, gli organismi di investimento collettivo del risparmio, le società di gestione del risparmio e ogni altro operatore finanziario. L'obbligo di comunicazione ricade anche sulle filiali estere di operatori italiani e, ovviamente, su quelle italiane di operatori esteri. Gli intermediari rischiano per ogni omessa comunicazione sanzioni da 2.065 Euro fino a 20.650 Euro.

 

Il "tesoretto" della Hbsc. - E' di 6,9 miliardi di dollari Usa - secondo quanto si è appreso - il tesoretto contenuto nella cosiddetta "lista Hsbc" acquisita la scorsa settimana dalla Guardia di Finanza 1. La lista contiene 7 mila nomi di correntisti italiani della banca Hsbc sospettati di evasione fiscale ed è stata ottenuta dalle Fiamme gialle attraverso una collaborazione internazionale di polizia.

 

Ci sono soprattutto imprenditori e contribuenti lombardi nella lista Falciani acquisita dalla Guardia di Finanza. E' quanto comunicano le Fiamme Gialle. In particolare, tra le persone fisiche indicate nell'elenco risulta il 51% di imprenditori, il 15% di casalinghe, il 14% di professionisti (avvocati, dentisti e giornalisti), l'11% di dirigenti di azienda, il 4,5% di pensionati, il 2% di studenti, 2,5 altro. Il 63% dei contribuenti sono in Lombardia, l'11% nel Lazio, il 7% in Piemonte, il 4,5% in Emilia Romagna, il 4% in Veneto, il 3,5% in Toscana, il 3% in Campania come anche nelle Marche, il 2,5% in Trentino Alto Adige, l'1,5% in Friuli Venezia Giulia e in Liguria, lo 0,5 % in Puglia [26-05-2010]

 

 

FURBETTI DEL FISCO TREMATE, LE LISTE SONO ARRIVATE – I NOMI DEI CORRENTISTI ITALIANI DI HSBC DELLA LISTA FALCIANI SONO STATI CONSEGNATI DAL PROCURATORE DI NIZZA DE MONTGOLFIER ALLE FIAMME GIALLE – STESSA SORTE PER GLI EVASORI AMERICANI, INGLESI E TEDESCHI – L’INCHIESTA NELLE MANI DEL PROCURATORE DI TORINO CASELLI… Adnkronos) - Arrivano in Italia i nomi dei correntisti italiani, sospettati di evasione fiscale, inclusi nella lista sottratta ad Hsbc dall'ex dipendente Herve' Falciani. L'elenco, che contiene oltre 7.000 voci, e' stato prima consegnato dal Procuratore di Nizza, Eric de Montgolfier, al ministro della Giustizia francese e poi preso in consegna, a Parigi, dagli uomini della Guardia di Finanza.

TALPA

A confermare all'ADNKRONOS l'avvenuta estrazione dei nomi e' lo stesso magistrato francese: "abbiamo avuto l'ordine di elaborare l'elenco dei nomi italiani dalla lista, che contiene migliaia di nominativi. Abbiamo proceduto a estrarre i nominativi e li abbiamo consegnati alle autorita', a Parigi".

Analoga procedura ha riguardato le liste di correntisti americani, inglesi e tedeschi, che saranno consegnate alle autorita' dei rispettivi Paesi. Alla lista di nomi italiani si e' interessato per primo il Procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, che ne ha fatto richiesta al suo collega de Montgolfier per valutarne gli eventuali profili penali. Sara' ora l'Agenzia delle Entrate, a prescindere dagli aspetti giudiziari, a procedere ad un'analisi approfondita sui soggetti da cui puo' nascere un eventuale accertamento fiscale.

 

Le indagini del Procuratore francese si stanno svolgendo in collaborazione con lo stesso ex bancario Falciani che, trasferitosi in Francia, ha contribuito a decifrare i dati sottratti e sequestrati dalle autorita' francesi, dopo la denuncia depositata dalla stessa Hsbc. Il tecnico informatico, doppia nazionalita' (francese e italiana), nel periodo in cui lavorava per la banca e' riuscito a mettere le mani sui dati di oltre 120mila conti correnti dell'istituto con l'intenzione di offrirli ai governi interessati.

 

L'apertura dell'inchiesta a Nizza deriva dalla convinzione che diverse persone che risiedono nella regione abbiano aperto conti nella banca di Ginevra per riciclare denaro sporco. 18-05-2010]

 

 

FISCO: AUTO DI LUSSO, SOTTO LA LENTE 97 MILA ACQUISTI ...
(AGI) - Circa 100 mila contribuenti nel 2007 hanno acquistato un auto di grossa cilindrata spendendo il doppio rispetto al reddito dichiarato. Di questi il 15% sono lavoratori dipendenti, il 25% titolari di reddito d'impresa, il 48% lavoratori autonomi e il restante 12% rientra in altre categorie di reddito. Il dato, secondo quanto si apprende, e' stato fornito nel corso di un tavolo tecnico con categorie produttive e professionisti in cui sono stati presentati gli elementi di capacita' della spesa che andranno a comporre il nuovo Redditometro.

 

L'Agenzia delle Entrate ha incrociato i dati sulle immatricolazioni delle cosiddette auto di lusso nel 2007 con i redditi dichiarati per lo stesso anno ed e' emerso che per 97mila acquisti, appunto, il costo dei veicoli e' risultato doppio o in alcuni casi pari al reddito dichiarato dall'acquirente. 10.05.10

 

 

DOLCE È GABBARE! – LA STRATEGIA DIFENSIVA DI D&G CONTRO LE ACCUSE DI EVASIONE FISCALE SONO SOLIDISSIME! “SIAMO ARTISTI, CHE NE SAPPIAMO DI NUMERI?” – I DUE “ARROGANTELLI” (DEFINIZIONE BY VALENTINO) RISCHIANO 370 MLN € DI PENALI, MA MANCA IL CAPROne ESPIATORIO (C’È CHI MORMORA CHE SARÀ ALFONSO, IL FRATELLO DI DOLCE)…

Leo Sisti per "il Fatto Quotidiano"

 

Cercasi capro espiatorio. Disperatamente. La strategia difensiva di Dolce e Gabbana si sta profilando: loro sono artisti, che ne sanno di numeri? Il tempo stringe. E' prossima infatti la conclusione dell'indagine preliminare che la Procura di Milano sta conducendo sugli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana, con due ipotesi di reato: evasione fiscale e truffa allo Stato.

 

Due accuse, che si accompagnano ad un'altra inchiesta, fiscale, parallela a quella penale: emersa quando la Guardia di Finanza di Milano ha contestato ai due designer "distratti" sui conti, di aver ceduto nel 2004 la proprietà del loro marchio "D&G" dall'Italia a una società del Lussemburgo.

Dalla "D&G srl" di Milano, cioè, alla "Gado sarl" (acronimo di Gabbana e Dolce) del Gran Ducato, a sua volta controllata da una holding sempre lussemburghese, la "Dolce & Gabbana Luxembourg sarl". Ora chi sta in Lussemburgo a curare gli affari del duo? Il fratello di Domenico, Alfonso: sarà lui ad addossarsi la responsabilità della "estero vestizione" del marchio "D&G", con le sue ricche royalties riscosse dalla vendita di prodotti in licenza, dagli occhiali agli orologi, dai profumi ai cosmetici, dalle mutande alle cravatte? Si vedrà.

 

Sta di fatto che a insospettire le Fiamme Gialle è stato il prezzo di quella cessione, 360 milioni di euro. Un prezzo troppo basso, basato su una valutazione "casalinga". E' stato corretto, al momento della cessione del brand "D&G", misurare la redditività futura del marchio attraverso le royalties moltiplicate per la vita utile del marchio stesso, in genere 15 anni.

 

Ma per un altro importante aspetto i consulenti finanziari di D&G avrebbero fatto un'operazione di cosmesi, come se l'acquirente avesse dovuto essere una società italiana, e non invece, com'è poi avvenuto, una società lussemburghese: quindi con una tassazione di royalties più elevate, in percentuale, rispetto a quelle, infinitamente più smilze, in vigore nel Gran Ducato.

 

In pratica il "carico" fiscale era spropositato. Con una conseguenza: se uno versa troppe imposte su royalties fintamente "italiane", anziché lussemburghesi, il valore dei marchi venduti sarà "piccino", ovvero i famosi 360 milioni. Secondo questa proiezione "casalinga", è come se D&G avessero dovuto spuntare "appena" il 60 per cento di profitti per le loro royalties (appesantite, appunto, nel 2004, da tasse "italiane" del 37,5 per cento, tra Ires e Irap), invece del ricco 97-98% in Lussemburgo, dove invece le tasse viaggiano su soglie modestissime, tra 2 e 3%.

 

C'è una bella differenza tra moltiplicare 60x15 (i cosiddetti anni di vita utile del marchio) o 98x15. Morale: se si guadagna di meno da un marchio, anche questo, sul mercato, ne risentirà. Il fatto è che simili considerazioni, valide in quegli anni, oggi sono superate. Interbrand, una multinazionale specializzata in valutazione dei brand, opera con altri criteri, non più in virtù degli anni di "vita utile del marchio", ma su dati che comprendono quanto reddito, attuale o futuro, si può attribuire ai prodotti, sui costi operativi, e su altri oneri.

E' vero che D&G hanno posto fine alla "estero vestizione" del proprio tesoro, facendo rientrare in Italia nel 2007, il marchio e cercando, quindi, di chiudere con il passato. Ma il passato, per fisco e Procura, non passa.

 

Quanto al primo, la palla, è ora nelle mani dell'Agenzia per le entrate, subentrata, per l'accertamento della cifra da attribuire al valore del marchio, alla Guardia di Finanza: secondo i suoi parametri, circa 700 milioni di euro, invece dei famosi 360. Però, senza un negoziato con l'Agenzia, per effetto del gioco delle penalità, tra sanzioni e interessi scattati nel corso degli anni, D&G corrono il rischio di dover sborsare ben 370 milioni di euro.

Ricorreranno alle commissioni tributarie per ottenere la sospensione del pagamento, che potrebbe non essere concessa. Se il pm Laura Pedio, titolare del dossier, dovesse chiedere, e ottenere, via libera per il processo, e se i difensori di D&G volessero puntare sul patteggiamento, non rimarrebbe ai due "arrogantelli" (definizione di Valentino) che saldare. Condizione del patteggiamento è il risarcimento del danno.

 

[13-04-2010]

 

 

NTERNATIONAL SPY-STORY - L’EX INFORMATICO DELLA BANCA GINEVRINA HSBC CHE HA RUBATO LA LISTA DEGLI EVASORI VIVE SOTTO PROTEZIONE IN UN LUOGO SEGRETO – Hervè Falciani SI DIFENDE COSì: “MI HANNO CONTATTATO DEGLI 007 CHE TEMEVANO CHE TERRORISTI MEDIORIENTALI MI USASSERO PER INFILTRARSI NELL’HSBC” (MEJO DI UN FILM!) – ORA SARANNO IN MOLTI A VOLERE “LA FALCIANI’S LIST” PER BECCARE EVASORI E CAPITALI RICICLATI - MA I TEMPI PER AVERLA NON SARANNO BREVI…

Niccolo' Zancan e Raphaël Zanotti per "la Stampa"

Una villetta in pietra nell'entroterra della Costa Azzurra: piscina coperta da un telo, due televisori al plasma, vista a strapiombo sul mare e uno scampolo di autostrada. Parte da qui il giallo internazionale dei 127.000 conti correnti della filiale svizzera della banca Hsbc che tutti cercano, che tutti vogliono.

Storia alla James Bond con protagonista Hervè Falciani, ex informatico della banca ginevrina, allontanatosi dal paradiso fiscale con un tesoro nel suo computer portatile: i riferimenti di conti correnti aperti da evasori di almeno 180 Paesi diversi. Una fuga che rimbalza da Ginevra a Beirut, Libano, per approdare nel paesino sopra a Mentone, casa della famiglia Falciani. «Mio figlio non ha fatto nulla di male altrimenti lo avrebbero messo in carcere - racconta papà Falciani mentre svolge lavori di bricolage nella villetta - Hervè vive sotto protezione in una località segreta, non ho nemmeno il suo cellulare, ci contatta lui quando vuole».

Isolato, protetto, nascosto: tutti cercano Hervè Falciani. In primis gli svizzeri che lo considerano un ladro. Scoperto il suo nascondiglio francese, avevano chiesto a Parigi di effettuare una perquisizione nella villetta della Costa Azzurra per rogatoria. I francesi hanno eseguito, ma quando sono entrati in possesso dell'elenco hanno spedito una copia agli inquirenti elvetici trattenendosi l'originale.

«Questioni di interesse nazionale» hanno fatto sapere da Parigi sfruttando una riserva degli accordi internazionali. Gli svizzeri si sono inferociti, i francesi hanno invece continuato a lavorare sull'elenco. Il procuratore di Nizza, Eric de Montgolfier, grazie a quel materiale ha aperto un fascicolo d'indagine che si ripropone non solo di individuare eventuali evasori fiscali francesi, ma anche di rintracciare i capitali riciclati dalla criminalità organizzata.

Ora quell'elenco lo vuole anche la procura di Torino, convinta che tra i 7094 correntisti italiani compresi nella "lista Falciani" ci siano dei torinesi. Il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, ha chiesto il documento per rogatoria al collega De Montgolfier. «Nessun problema» ha già fatto sapere il magistrato francese, anche se la richiesta italiana potrebbe in teoria essere ancora bloccata dal tribunale di Aix-en-Provence o dal ministero della Giustizia.

A Torino sono in attesa. Ottenere quell'elenco con una rogatoria significherebbe in qualche modo «ripulire» quei documenti che la Svizzera considera tutt'ora trafugati e dunque inutilizzabili in un processo penale. Ma proprio il modo con cui i francesi sono entrati in possesso della lista potrebbe essere d'intralcio: come giustificare il suo invio all'Italia, Paese straniero, dopo averne dichiarato l'interesse nazionale francese? I rapporti già tesi tra Svizzera e Francia potrebbero diventare ancora più problematici, tra l'altro con l'entrata in gioco dell'Italia e, a ruota, di chissà quanti altri Paesi.

Mentre nelle alte sfere si gioca una partita diplomatica importante, Falciani continua a rimanere nell'ombra. «Non sono un ladro, sono un accusatore - ha dichiarato in un'intervista al quotidiano Nice Matin -. Non ho rubato quei dati, si trovavano nel mio computer legittimamente perché lavoravo alla sicurezza informatica dell'Hsbc. Per mesi ho denunciato alla banca le lacune del loro sistema informatico. Un sistema opaco, che permetteva intrusioni, che consentiva di effettuare operazioni bancarie senza lasciare tracce».

Gli svizzeri hanno un'altra idea. Falciani non solo si è impossessato di segreti bancari sottraendoli alla sua azienda, ma ha cercato di venderli ai concorrenti, e poi agli 007 tedeschi. Falciani, però, racconta un'altra storia: «Sono stato contattato da agenti segreti perché temevano che un gruppo di terroristi mediorientale potesse utilizzare me per arrivare ai conti segreti dell'Hsbc». Vittima di una spy story più grande di lui, o abile ladro di informazioni?

L'unica cosa certa è che ora, con la «lista Falciani» sdoganata dai francesi, saranno in molti a mettersi in fila. Per la procura di Torino potrebbe essere difficile dimostrare una rilevanza penale su dati dalla provenienza tanto insolita, ma non è così per la Guardia di Finanza e per l'Agenzia delle Entrate pronte ad attivarsi non appena arriverà a Torino, se arriverà, il documento. «Non si scappa - dice il direttore dell'Agenzia delle Entrate Attilio Befera -. Con l'inversione dell'onere della prova è il contribuente a dover eventualmente dimostrare che i capitali detenuti all'estero non sono frutto di evasione».

L'arrivo della «lista Falciani» in Italia non ha tempi brevi. È necessario effettuare una copia forense, un esperto deve cioè certificare che è identica all'originale. Intanto la procura potrebbe sentire Falciani e il suo legale. «È stato un anno difficile - dice papà Falciani guardando fuori dalla finestra -. Ci sentiamo osservati. Speriamo che tutto finisca presto».

 

[15-04-2010]

 

 

GABA GABA, HEY HEY! ("REPORT" NON PERDONA, EQUITALIA Sì) - LA GABANELLI SCOPRE UNA 'LISTA DEGLI INTOCCABILI' CHE RACCHIUDE I TRE MAGGIORI PARTITI: FORZA ITALIA, AN E DS. PER LORO “ASTENERSI ANCHE DA EVENTUALI SOLLECITI DI PAGAMENTO” - Poi c’è un pacchetto di vip, DA Antinori a Christian De Sica, dal re del porno Riccardo Schicchi al presentatore Gianfranco Agus, per i quali si prescrive l’attivazione di procedure esecutive - Non avranno mica sospeso le cartelle alla Icla, che deve ancora all’erario una quarantina di milioni?...

1 - LETTERA
Riceviamo e pubblichiamo:

Domenica sera il drigente di Equitalia Gerit - Vicario - dichiara a Report che aver riscosso nel 2009 7miliardi e 7 di tasse evase è un risultato straordinario. Alla domanda "per sapere se è un buon risultato bisognerebbe conoscere quanta evasione è stato accertata", Vicario risponde di non essere autorizzato a fornire il dato. Il cittadino può sapere che in Italia tanti evadono, ma mai fornirgli il dato esatto. Abbiamo capito che 3 anni fa è stato di 44 miliardi e ne sono stati recuparti 6 e mezzo.

 

Alla faccia della buona performance! Ma quel che avrà agitato le notti del Dott. Befera (direttore Agenzia delle Entrate) forse non sono state le lunghe di liste di poveri cristi che si sono trovati la casa ipotecata senza saperlo per una multa dimenticata. I suoi pensieri saranno andati ad un documento con un elenco di nomi su cui "astenersi dai solleciti di pagamento".

Non erano nomi da poco. Saranno poi corsi verso Frosinone, al locale dirigente di Equitalia. Non avranno mica sospeso le cartelle alla Icla, che deve ancora all'erario una quarantina di milioni?
Cos'è la Icla? E' gruppo PAFI, cioè Di Falco, ottimi rapporti con Geronzi, molto indebitato ai tempi con Banca di Roma. Ottimi rapporti anche con Cirino Pomicino.

 

2 - DIO PERDONA, EQUITALIA NO (ECCETTO FORZA ITALIA, AN E DS) - PER LORO "ASTENERSI ANCHE DA EVENTUALI SOLLECITI DI PAGAMENTO"
Marco Lillo per "il Fatto Quotidiano"

La lista degli intoccabili è trasversale e include i tre maggiori partiti. Porta la data del 16 ottobre del 2007 e si apre con Alleanza Nazionale per finire con i DS, passando per Forza Italia. Un anonimo dirigente di Equitalia, la società dalla forma privata e dall'azionariato pubblico, creata appositamente per riscuotere i tributi, scrive alla sua controllata "Equitalia Gerit", che si occupa di Roma e del Lazio: "Per i contribuenti sotto indicati attendere istruzione da parte della capogruppo (per cui astenersi anche da eventuali solleciti di pagamento)".

 

Il documento è stato mostrato da Giovanna Boursier durante la puntata di Report di domenica scorsa dedicata proprio a Equitalia. Il settimanale L'espresso, con un servizio di Primo Di Nicola del 2008, aveva raccontato già dell'esistenza di questo documento che "Il Fatto Quotidiano" pubblica integralmente. Lo scandalo non sta tanto in quello che c'è scritto ma nel fragoroso silenzio che è seguito alla puntata.

Report ha mostrato l'implacabilità di Equitalia contro i cittadini inermi che si vedono ipotecata l'abitazione per un debito di poche migliaia di euro. E poi ha mostrato una nota nella quale si prescrive di non disturbare i tre principali partiti italiani per i debiti tributari. Eppure nessuno ieri ha smentito né commentato.

"Il Fatto Quotidiano" ha provato a chiedere una replica al direttore dell'agenzia delle entrate, Attilio Befera. Inutilmente. Befera allora era amministratore di Equitalia, oggi ne è il presidente ma è comunque il direttore dell'Agenzia delle entrate che ne controlla il 51 per cento mentre il restante 49 per cento è dell'Inps. Befera, oggi come allora, è quindi la persona giusta per spiegare il giallo della lista.

Anche perché non si tratta certamente di un manager insensibile al richiamo della politica. Il 23 settembre 2009 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato le intercettazioni telefoniche di un'indagine della Procura di Potenza nella quale Befera si interessava per far ottenere uno sconto di decine di milioni di euro a una società amica del sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, che chiamava per perorare la sua causa.

 

Nemmeno i tesorieri dei partiti coinvolti dalla puntata di Report, vista da tre milioni di italiani, hanno sentito il dovere di spiegare cosa sia accaduto dopo quel presunto stop alle azioni del fisco nei confronti di An, Forza Italia e Ds. Interpellato dal Fatto l'ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti replica: "Ma quale trattamento di favore, la Federazione di Roma ha subito i pignoramenti". Sposetti non precisa se questo sia accaduto prima o dopo la lettera dell'ottobre 2007.

Alla Conservatoria dei registri immobiliari di Roma, consultata attraverso il sistema Syster dal Fatto, non risultano ipoteche sugli immobili della Federazione romana ma potrebbe trattarsi di un disguido dovuto ai diversi codici fiscali usati.

Comunque Sposetti tronca sul nascere ogni sospetto. E anche se non ha difficoltà ad ammettere di conoscere bene Befera, precisa: "sono stato 5 anni al ministero delle finanze con Visco e poi con Del Turco, è ovvio che conosco Befera. Ma non gli ho mai chiesto un trattamento di favore per il partito".

 

La lista in realtà non riguarda solo i tre partiti citati nelle prime cinque righe ma si compone di due pagine e di una tabella lunghissima di nomi, codici fiscali e procedure di riscossione in corso. Nell'elenco dei contribuenti citati tra le "morosità rilevanti" abbondano i vip e le grandi imprese.

Non per tutti si prescrive l'immobilità come per i tre partiti. Anzi. Il pugno del fisco è azionato da Equitalia con un'attenta gradazione. Si va dall'estremo della massima morbidezza verso Pds, An e Fi, alla richiesta di agire contro le grandi aziende come Wind e Telecom Italia sempre però "notiziando" la sede centrale.

Dopo i partiti troviamo "L'Unità Editrice Multimediale", partecipata dai Ds, dalla famiglia Angelucci e da Alfio Marchini. Per la società si prescrive: "tenuto conto delle modalità di notifica della cartella da euro 711 mila relativa all'anno 2001, notificare solo intimazione di pagamento (che determinerà l'opposizione della debitrice) e notificarer correttamente le cartelle ancora da notificare (alla società e al liquidatore)".

 

Chissà perché Equitalia già sapeva che il contribuente L'Unità Multimediale avrebbe fatto opposizione. Nella lista poi ci sono due vip: l'allora sottosegretario del centrosinistra Bobo Craxi e Adriano Panatta. Per loro si prevede un trattamento intermedio. Equitalia invita Gerit a fare i solleciti di pagamento ma "per ogni altra attività attendere istruzioni per la capogruppo".

 

I nomi elencati in testa sono quasi tutti vicini alla politica. Dopo Craxi e Panatta seguono infatti il Psdi (per il quale a dire il vero si prescrive un trattamento più duro verso il suo segretario regionale Renato D'Andria e si invita la Gerit a trasmettere le carte alla Guardia di Finanza) poi il Psi e l'Agenzia Ater dell'edilizia popolare del Comune di Roma.

Poi c'è un pacchetto di vip, dall'andrologo Severino Antinori all'attore Christian De Sica, dal re del porno Riccardo Schicchi al presentatore Gianfranco Agus, per i quali si prescrive l'attivazione di procedure esecutive.

Per questa differenza di trattamento tra gli uni e gli altri, certamente, ci sarà una spiegazione. Però resta la sensazione di una sorta di procedura speciale, almeno nell'attenzione della sede centrale di Equitalia per l'esito delle cartelle di vip, grandi aziende e politici. E che questa macedonia di nomi abbia come elemento comune il potere e la fama, lo si comprende da un lapsus freudiano.

 

Alla settima riga si parla di un Dell'Utri al quale "ove già non fatto, iscrivere ipoteca su immobile in provincia di Cosenza". Anche se poi subito si aggiunge: "per ogni altra attività attendere istruzioni capogruppo". Il Dell'Utri che ha una casa a Praia a Mare è Alberto ma il suo nome è scritto a matita accanto a quello stampato in neretto nella lista: Marcello Dell'Utri. Comunque alla conservatoria di Cosenza l'ipoteca risulta iscritta solo nel 2000. E non da Equitalia.

 

[13-04-2010]

 

GUAI CON IL FISCO, SOTTO A CHI TOCCA...
Sara Bennewitz per "la Republica" - Si allunga la lista delle società di Piazza Affari con all´attivo guai con il fisco. Oltre a Fastweb e alla Sparkle di Telecom Italia, ci sono accertamenti in corso sul maxi dividendo 2004 di Seat, sulla controllata olandese di Bulgari, su una finanziaria lussemburghese partecipata da Snai e sulla Buy on web detenuta al 51% da Dmail.

Ieri, tanto per non sbagliarsi, il gruppo che fa capo a Adrio de Carolis ha deciso di non consolidare i risultati 2009 della società che vende articoli via Internet. Pare però che ad accorgersi di alcune "irregolarità" sia stato lo stesso de Carolis, che dopo aver chiesto conto ai due soci di minoranza ha affidato a Pricewaterhouse una verifica interna su Buy on web relativa «all´effettività di alcune rilevanti transazioni commerciali con dei clienti esteri da cui si è generato un credito Iva»

01.04.10

 

 

COME GLI STILISTI SI SONO ARRICCHITI STRANGOLANDO L'INDUSTRIA DELLA MODA ITALIANA SFRUTTANDO IL LAVORO NERO A POCHI EURO DEGLI EXTRACOMUNITARI CINESI - LA STORIA DEL FALLIMENTO DI GIANCARLO DE BORTOLI CHE CONFEZIONAVA GLI ABITUCCI DELLE COSIDDETTE GRANDI FIRME: “UN ABITO PER JIL SANDER, STAGIONE 2010. SA QUANTO ME L’HANNO PAGATO? 40 €. E HANNO AVUTO ANCHE L’IMPUDENZA DI CONSEGNARMI L’ETICHETTA COL PREZZO AL PUBBLICO DA METTERCI SOPRA: 890 EURO…” - "NELL’ULTIMA SFILATA DI DOLCE E GABBANA C’ERA UN MAXI SCHERMO CHE RIMANDAVA LE IMMAGINI DELLE SARTINE CON AGO E DITALE, PER MOSTRARE CHE L’ALTA MODA È TUTTA ITALIANA. NON È VERO, NON PUÒ ESSERE VERO. ALTRIMENTI IO NON AVREI DICHIARATO FALLIMENTO. MA DOVE VIVONO QUESTI DUE SIGNORI? MA LO SANNO O NO CHE IL CONTRATTO DEI TESSILI È PARIFICATO ALLE LAVANDERIE?"

 

Stefano Lorenzetto per "Il Giornale"

Lo chiamano made in Italy, ma è più sfatto che fatto. Diciamo pure marcio. In cima alla scala ci sono i signori della moda. Venerati e intoccabili: ci mettono la faccia. Un gradino sotto stanno i terzisti. Carne da macello: ci mettono il sangue. Giancarlo De Bortoli, 61 anni, titolare della Herry's confezioni di Pramaggiore, dove il Veneto sfuma in Friuli, era un terzista. Lo hanno vampirizzato:

 

«Sto portando i libri in tribunale. Il mio mondo finisce qui. Avrei dovuto smettere prima. Ho resistito fino all'ultimo per le dipendenti, che erano la mia famiglia. È stato tutto inutile. Sia ben chiaro: non è colpa né del governo, né delle banche. Sono stati gli stilisti a strangolarmi, lentamente ma inesorabilmente. E allora mi sono detto: dichiara fallimento da solo, Giancarlo, cadi con onore, non farti mettere i sigilli di ceralacca dall'ufficiale giudiziario».

 

De Bortoli un fallito? Com'è possibile, in nome del cielo? Sa fare come pochi il suo mestiere, ha sempre sgobbato 12 ore al giorno, praticava prezzi concorrenziali, era arrivato a produrre 20.000 capi l'anno, non contraeva debiti, non s'è arricchito, era oculato, pagava regolarmente gli stipendi, versava i contributi previdenziali, non evadeva le tasse, nello stabilimento aveva messo per le sue operaie il climatizzatore e l'impianto stereo. Che altro ancora si può chiedere a un imprenditore? Spiegatemelo voi.

Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Era uno dei migliori su piazza, fidatevi. Faceva le camicie su misura persino per i 9 piloti della flotta aerea privata dei Benetton. Pochi riuscivano a lavorare la seta, il raso, lo chiffon, la crêpe georgette come lui. Ma nessuno doveva sapere che dalla sua fabbrica uscivano i capi d'alta moda per signora con cucite sopra le etichette delle più grandi maison d'Italia: Gucci, Prada, Max Mara, Miu Miu, Etro, Sportmax, Costume National, Duca d'Aosta, Cividini.

Alexander Mc Queen e Giorgio Armani

E poi Giorgio Armani: «Ho dovuto comprare sette tenaglie per spezzare nei punti di cucitura le perle che ricoprivano una sua giacca». E poi Valentino: «Trecento pigiami ordinati attraverso il maglificio Nigi di Mogliano Veneto, eh sì, c'è anche il terzista del terzista». E poi le sorelle Fendi: «Duecento tailleur tempestati di paillettes, il solo pantalone sarà pesato 10 chili». E anche griffe straniere, perché in fatto di contoterzismo tutto il mondo è paese: Emanuel Ungaro, Apara, Pringle of Scotland, Strenesse, Tse cashmere.

«Ho prodotto camicioni per conto di Stella McCartney, figlia di Paul, il cantante dei Beatles, la stilista che ha fatto l'abito da sposa di Madonna. Ma la casa per cui ho lavorato di più in assoluto è stata Jil Sander. Per una decina d'anni la fondatrice, Heidemarie Jiline Sander, da Amburgo mi mandava l'ordine per le camicie che indossava lei stessa, i suoi stampi erano conservati qui da me in azienda».

 

Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Ma ora non lo riconosco più. La barba di un giorno, gli occhi arrossati, la voce tremante. «Ti vengono strane idee. Se non fosse per mia figlia e per le mie due nipotine...», e la mente va allo stilista inglese Alexander McQueen, già pupillo di Romeo Gigli e Givenchy: «Gli fornivo le camicie. Avrebbe compiuto 41 anni fra qualche giorno. È morto a Londra l'11 febbraio scorso. Suicida». Dall'estate del 2008 sono ben 13 gli imprenditori veneti che si sono ammazzati dopo aver visto naufragare la loro azienda: quasi uno al mese.

Maledetto il giorno in cui De Bortoli diede retta al padre Antonio, che aveva visto emigrare verso la Svizzera tutti i suoi figli. «Ero elettrotecnico alla Brown Boveri di Baden, stipendio ottimo. Papà mi telefonò: "È mai possibile che di tre figli debba morire senza averne almeno uno qui vicino a me?". Tornai a Motta di Livenza. Era il 1968. Sposai Maria Paola. Entrai nel ramo tessile con un amico. Volevo chiamare la nostra azienda Harry's, in onore di Ernest Hemingway, assiduo frequentatore dell'Harry's bar di Venezia.

 

"No, no, Arrigo Cipriani ci fa causa", obiettò il mio socio. E all'ultimo momento infilò nel marchio una "e" al posto della "a", Herry's». Ben presto Giancarlo e Maria Paola subentrarono all'amico. Avevano due laboratori: lei abiti da donna, lui camicie. «È morta nel 2004. Ho assorbito l'intera produzione nella mia azienda, come Maria Paola avrebbe desiderato. Negli anni d'oro eravamo arrivati a 97 dipendenti, tra fissi e occasionali. Ho chiuso che mi restavano solo 24 collaboratrici, tutte anziane».

 

Un solo errore ha commesso De Bortoli: s'è accorto troppo tardi che giù, in fondo alla scala, ci sono scantinati e garage brulicanti di terzisti extracomunitari che impiegano schiavi, per lo più clandestini, «gente che ai re Mida dell'ago e filo fornisce un paio di jeans a una cifra oscillante fra i 4 e i 6,50 euro, quando il prezzo minimo, per chi lavora con tutti i crismi, non può mai scendere sotto i 25-30, gente che per una camicia accetta 16-22 euro, mentre a me ne costava non meno di 30-36. Non la vinci, non la puoi vincere, una concorrenza così sleale, fuori da qualsiasi regola».

 

Oportet ut scandala eveniant. Adesso che De Bortoli ha dichiarato fallimento, il fenomeno sommerso affiora sulle prime pagine dei giornali veneti. «Daremo la caccia ai committenti italiani dei laboratori cinesi non in regola: questo non è affatto made in Italy», promette Carmine Damiano, questore di Treviso. «Provare un collegamento diretto è difficile: nessun committente affida direttamente i propri lavori, ma si avvale di contoterzisti a cui fa firmare un contratto di fornitura che vieta il subappalto», avverte il colonnello Claudio Pascucci, comandante della Guardia di finanza.

 

È così, De Bortoli?
«Certo i signori della moda non sono fessi e sanno come cautelarsi da ogni genere di responsabilità in caso di violazioni lungo la filiera produttiva. Come ha dichiarato il colonnello Pascucci, in linea teorica e da un punto di vista etico chiamare in causa il committente è logico, ma provarne le colpe è quasi impossibile, perché le leggi in materia sono "troppo morbide e facilmente aggirabili", parole sue. Io comunque sto ai fatti».

E i fatti quali sono?
«Che nel 2009 in Veneto sono falliti 240 laboratori tessili. Che nello stesso anno la Guardia di finanza ha scoperto quasi 600 operai irregolari nel solo Trevigiano. Che il responsabile tecnico di una grande griffe alla vigilia della ricorrenza dei defunti mi disse: "Sa, De Bortoli, lei è un privilegiato, perché in giro troviamo chi ci fa il suo lavoro per 5 euro e ce lo fa anche bene"».

achille AFotogramma

Alcune case di moda potrebbero ignorare che i loro vestiti vengono subappaltati a laboratori clandestini.
«Va bene, ammettiamo che sia vero. Anch'io, in fin dei conti, per salvarmi mi sarei potuto rivolgere a qualche sfruttatore all'insaputa dei committenti. Ma quando un celebre stilista impone prezzi assurdi, all'insegna del "prendere o lasciare", sa in partenza che servono gli schiavi, non può ragionevolmente ritenere che un imprenditore italiano in regola con le leggi sia in grado di lavorare a quelle condizioni. Prova ne sia che io sono fallito. E questa a casa mia si chiama responsabilità morale».

Le aziende devono badare agli utili, si sa. Proprio per non finire come la Herry's.
«Sì, ma dev'esserci una misura anche negli utili. Guardi questa scheda: è per un abito foderato di Jil Sander, stagione 2010. Cuciture aperte, cuciture chiuse, pince, orli ripiegati, orli riportati, orli surfilati, scollatura, giri, fodere, impuntura di sbordatura non visibile al dritto, 14 pieghe che si rincorrono in senso antiorario sulla gonna... Saranno una trentina di operazioni. Ci volevano 96,5 minuti di lavoro per un abito così. Sa quanto me l'hanno pagato? Al netto dell'Iva, 40 euro. E hanno avuto anche l'impudenza di consegnarmi l'etichetta col prezzo al pubblico da metterci sopra: 890 euro».

Inaudito.
«E questa camicia per donna? Servivano 97 minuti. Mi è stata pagata 24 euro. Nelle boutique la trova a 490 euro. Devo continuare?».

 

Prego.
«Questo fax arriva dalla Svizzera. Gruppo Gucci. Mi chiedevano una camicia per 34,54 euro. Sono riuscito a strappare un aumento di 1,50 euro per la difficoltà nell'applicazione dei bottoni. Lei vede che il prezzo totale è di 41,73 euro. In realtà poi mi trattenevano 3,50 per il collaudo e 2,19 euro per il bulk, che sarebbero gli accessori forniti da loro. Non è finita: un appendino di Gucci può costare 3 euro. Me ne mandavano uno scatolone e me lo fatturavano. Avanzavo 20 appendini? Me li facevano pagare lo stesso. Avrei potuto restituirli. Ma le procedure per il reso mi sarebbero costate mezza giornata di lavoro di un'impiegata. Tanto valeva rinunciare».

E così lavorava in perdita.
«Esatto. Sempre sperando che le cose si raddrizzassero. Ce l'ho messa tutta, mi creda. Dicevo agli stilisti: ma a questi prezzi non ci sto dentro, venite a controllare di persona, rimanete per un giorno in azienda e insegnatemi voi quali economie di scala posso fare. Mi hanno spremuto fino all'osso. "Tanto", è stato il commento di uno di loro quando ha saputo che ero spacciato, "per un laboratorio che chiude ne aprono altri cinque". Sottinteso: stranieri».

Ma quand'è cominciata la crisi?
«Nel 1997, per una camicia, Jil Sander mi dava dalle 70.000 alle 80.000 lire, l'anno scorso in media 16-22 euro, cioè dal 55% al 47% in meno. Un terzista ci mette la pura manodopera e per legge va pagato a 30 giorni. Hanno cominciato a saldare a due mesi, a tre mesi. Poi hanno trasferito le produzioni all'estero: Romania, Slovenia, Tunisia, Portogallo. Infine hanno delocalizzato nei seminterrati italiani. Laboratori-lager. Non c'è provincia che ne sia immune.

La Riviera del Brenta e la Marca trevigiana ne sono impestate più di Prato. Gli schiavi non vengono pagati a tempo, bensì un tot a capo. Non importa quanto c'impiegano a finirlo: lavorano lì, mangiano lì, vivono lì. Emergono un'ora al giorno, come i sommergibili, e subito tornano sotto, alla luce artificiale. Dormono tre ore per notte. Non conoscono ferie, Natale, Pasqua, Capodanno, Ferragosto. Non smettono mai e si accontentano di un niente».

I suoi colleghi come si salvano?
«I più fortunati, quelli che avevano da parte i soldi per i trattamenti di fine rapporto, hanno contenuto i danni, chiudendo subito».

Perché non ha fatto lo stesso?
«Perché non potevo pagare le liquidazioni ai lavoratori. La metà delle piccole imprese del Veneto l'hanno bruciato da tempo, questo accantonamento. L'ultimo Tfr, 24.000 euro, sono riuscito a versarlo a una dipendente tre anni fa. Scaglionato in 12 rate».

Quanto fatturava?
«Nel 1995 ero arrivato a 3 miliardi di lire, cioè 2 milioni di euro d'oggi. Nel 2007 ero sceso a 684.000 euro, l'anno dopo a 596.000. Nel 2009 il disastro: appena 288.000 euro».

 

Perdoni la brutalità, lei avrebbe dovuto dichiarare fallimento parecchi anni fa.
«Lo so da me. Però chi era? Confucio? a dire che quando un uomo cade dalla rupe si aggrappa ai rovi? Ho venduto la mia villetta a schiera e sono andato a stare in affitto per portare un po' di soldi nella ditta. Dal 2004 ho smesso di farmi lo stipendio, ho dato fondo a tutti i risparmi. A Natale ho capito che era finita: in dicembre avevo fatturato 18.000 euro e fra stipendi, tredicesime, contributi e Irpef me ne servivano 90.000».

Che cos'era per lei il lavoro?
«Tutto. Mi alzavo dal letto la mattina, recitavo le preghiere e poi venivo qui, fiero di me stesso. Però negli ultimi tempi dicevo a Stefania Dal Ben, che è in azienda da 21 anni: entriamo ad Auschwitz... È blasfemo anche solo pensarlo, ha ragione. Ma il sentimento era quello. Umiliazioni, umiliazioni, umiliazioni, e non sapere se saremmo arrivati vivi a sera. Non c'è di peggio, per un imprenditore, che non riuscire a pagare lo stipendio ai propri dipendenti. Io ho smesso a luglio. Andavo avanti ad acconti. Un fornitore può aspettare, ma una famiglia no. Non riuscivo più a reggere lo sguardo delle operaie, nonostante fossero loro stesse ad incoraggiarmi: "Andiamo avanti, signor Giancarlo, noi ci fidiamo di lei"».

Oggi che cosa prova quando vede un défilé in televisione?
«Repulsione. Nell'ultima sfilata di Dolce e Gabbana c'era un maxi schermo che rimandava le immagini delle sartine con ago e ditale, per mostrare che l'alta moda è tutta italiana. Non è vero, non può essere vero. Altrimenti io non avrei dichiarato fallimento. Ma dove vivono questi due signori? Ma lo sanno o no che il contratto dei tessili è parificato alle lavanderie? Ma lo sanno o no che la scuola Calligaris di Treviso e quella di Azzano Decimo, dove s'insegnavano taglio, cucito e modellistica, hanno chiuso una vita fa? L'ultima apprendista che venne a suonarmi il campanello per essere assunta si chiamava Aurora, aveva 16 anni, e per avviarla all'haute couture me ne sono serviti cinque. Sono passati tre lustri da allora. Oggi le sarte si accontentano di pulire i cessi nelle aree di servizio: guadagnano di più».

Eppure le griffe spopolano.
«La gente cerca gli status symbol, crede di rendersi presentabile con un abito. Ma non sa neanche che cosa compra. La qualità è l'ultimo pensiero. Nessuno controlla, i politici per primi. Ma dài, lo sanno tutti da dove viene fuori l'alta moda italiana che italiana non è! Basterebbe andare a vedere le bollette dell'elettricità. Ci vogliono i 380 volt, mica i 220, per far marciare un laboratorio».

Non salva nessuno?
«Roberta Furlanetto e Luisa Beccaria, due stiliste milanesi che fanno produrre tutto in Italia da mani italiane. Pretendevano le finiture sartoriali e me le pagavano il giusto».

 

Prova vergogna?
«Tanta. Però giro per strada a testa alta. Chi mi conosce sa che non ho mai rubato».

Adesso che farà?
«Non ne ho idea. Sono un fallito. Che cosa può fare un fallito? Confido nella clemenza del giudice. Secondo l'avvocato mi sequestrerà un quinto della pensione di reversibilità di mia moglie, che è di 800 euro mensili, e mi pignorerà i mobili, lasciandomi il letto e il fornello. Questo è ciò che ho avuto dalla vita. Ma almeno sono morto in piedi».

[09-03-2010] 

 

ELDORADO ITALIA (CRISI? QUALE CRISI?) – UN CONTRIBUENTE SU 4 NON HA PAGATO LE IMPOSTE (E NON SI TRATTA SOLO DI EVASORI) - TANTI REDDITI BASSI HANNO AZZERATO L’IMPONIBILE CON LE AGEVOLAZIONI FISCALI - SOLO 306 MILA DICHIARANO UN REDDITO A 5 ZERI – UNA SOCIETÀ DI CAPITALI SU DUE DICHIARA DI ESSERE IN PERDITA, QUINDI NIENTE UTILI, NIENTE REDDITI, NIENTE TASSE…

Alessandro Barbera per "La Stampa"

 

Per parafrasare un fortunato tormentone la si potrebbe definire l'Italia «zeru tasse». Più di un contribuente su quattro, il 27% di 41.663.000 persone, nel 2008 non ha pagato nemmeno un euro di imposte. Attenzione però: non si tratta solo di spudorati evasori.

Quel 27% di italiani, fuor di battuta, è rappresentata anche dai tanti redditi bassi che hanno azzerato l'imponibile con le agevolazioni fiscali a disposizione: per figli a carico, ristrutturazioni o quelle garantite a chi paga un mutuo sulla prima casa. Il restante 73% ha dichiarato mediamente 18.661 euro, ha pagato un'Irpef pari al 18,4% del suo reddito, 4.670 euro a testa. Il 91% di coloro che hanno l'abitudine di pagare le tasse dichiara meno di 35mila euro lordi l'anno.

Quelli che dichiarano un reddito a cinque zeri sono più o meno l'1% di 30,6 milioni di contribuenti, dunque 306mila italiani. Il 52% delle imposte sui redditi è pagata dal 12% di coloro i quali dichiarano più di 35mila euro l'anno. In numeri assoluti, il reddito complessivo dichiarato nel 2008 (e relativo dunque ai numeri del 2007) è stato pari a 772 miliardi di euro (+4,2%), l'imposta netta è ammontata a 142,4 miliardi.

La fotografia scattata dal Dipartimento per le politiche fiscali sul reddito degli italiani non è molto diversa da altre già viste in passato. Le aziende, ad esempio: un milione di esse sono società di capitali, una su due (il 52,6%, lo 0,2% in più rispetto al 2007) dichiara di essere in perdita. Niente utili, niente redditi, niente tasse. L'85% delle società si presenta sotto le insegne della responsabilità limitata.

Lo 0,8% delle aziende (srl o spa) dichiara il 58% dell'imposta totale, il 53% delle società minori (ovvero con componenti Irap inferiori a 500mila euro annui) dichiara appena il 5,3% del gettito. I due terzi dell'imposta dichiarata dalle società viene da tre comparti: manifattura (32%), banche, assicurazioni (20%), commercio (13%). Inutile dire che la stragrande maggioranza delle aziende che dichiarano un qualche utile sono concentrate al Nord, in particolare nel Nordest.

Le dichiarazioni Iva sono state poco più di 5,7 milioni, l'1% in meno dell'anno precedente. L'81% del popolo delle partite Iva ha dichiarato un volume d'affari medio di 185.920 euro, ma nel complesso ha pagato solo il 9% dell'Iva incassata dall'erario. Il 64% circa dei contribuenti Iva sono persone fisiche, il 18% società di capitali. Il 68% delle ditte individuali dichiara di lavorare nel settore dei servizi. Circa la metà dell'Iva di cosiddetta «competenza» viene pagata da società che lavorano nei settori del commercio, trasporti, alberghi e comunicazioni.

Come da copione, anche nel 2008 il gettito Irpef è stato garantito per oltre i due terzi - il 78% - da redditi da lavoro dipendente o da pensione. Il leader della Cisl Raffaele Bonanni ci scherza su: «I lavoratori sono diventati il bancomat dello Stato e delle Regioni. E' ora di fare una riforma organica del Fisco e di spostare il carico fiscale dalle persone ai consumi». Il resto del gettito arriva per il 5,5% da redditi «da partecipazione», il 5% sono redditi d'impresa, il 4,2% è quanto garantito dai lavoratori autonomi.

Il valore medio di questi ultimi (37.120 euro) è però più del doppio di quello da pensione (13.436 euro). Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi incassa i numeri, promette «l'apertura del cantiere di riforma del fisco subito dopo le elezioni regionali», ma, ricorda, «si dovrà tener conto della tenuta dei conti pubblici».

Bonus dello stesso ammontare dei salari raddoppiano gli stipendi degli amministratori delegati europei. È quanto emerge da uno studio condotto dalla società di consulenza Hewitt Associates, che mette in evidenza come il rallentamento economico abbia condizionato il pagamento dei bonus. «La remunerazione dei manager è stata al centro dell'attenzione negli ultimi 18 mesi e i nostri dati mostrano - afferma Dan Perrett, consulente di Hewitt Associates - come le maggiori società europee abbiano reagito al contesto moderando i livelli dei compensi disponibili».

[17-02-2010]

VEDI VADUZ E POI PAGA (AL FISCO) – L'OFFENSIVA TREMONTI TREMENS SULLA MITICA LISTA DI EVASORI ECCELLENTI COMPRATA DAI SERVIZI TEDESCHI DALLA BANCHE DEL LIECHTENSTEIN: CHIESTI 240 MLN – MENTRE IN ITALIA, CHI RUBA AL FISCO, NON VA IN GALERA, IN GERMANIA SI “COSTITUISCONO” 1.800 EVASORI per evitare la prigione...

Walter Galbiati per "la Repubblica"

Un bottino di 30 milioni di euro. È questa la somma che la "Lista Vaduz " ha già portato nelle casse dello Stato. Un bottino che potrebbe salire fino a 240 milioni che è poi quanto contestato finora a 120 dei 156 presunti evasori italiani contenuti nel documento che i servizi segreti tedeschi avevano comprato dalla banca del Liechtenstein, Lgt.

«Le entrate potrebbero lievitare ancora perché molte partite grosse sono ancora aperte», ha spiegato il numero due dell'Accertamento dell'Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi. E le più importanti sono quelle legate a nomi celebri come Carlo Sama (ex amministratore delegato di Montedison), la moglie Alessandra Ferruzzi , la cantante Milva , Vito Bonsignore (l'esponente politico ex Udc ora Pdl), il senatore Luigi Grillo (anche lui Pdl) e la famiglia Menarini , proprietari di una delle più importanti aziende farmaceutiche italiane.«Stiamo lavorando alacrementee fortemente», ha aggiunto il direttore aggiunto dell'accertamento, Rossella Orlandi.

La lista Vaduz è stato un materiale prezioso come notizia di reato. Ed è diventata utilizzabile quando l'Agenzia delle Entrate l'ha trasformata in un accertamento o quando le procure l'hanno arricchita con rogatorie o indagini vere e proprie. Laddove è rimasta un elenco nudo e crudo sono arrivate le archiviazioni.

A Milano, per esempio, i pm Sandro Raimondi e Letizia Mannella che hanno seguito dal punto di vista penale oltre 200 vicende, tra cui anche quelli della Lista Vaduz, hanno archiviato soprattutto i casi prescritti, quelli dei contribuenti morti, quelli non identificati o quelli di cui avevano in mano solo un numero di conto corrente. Per il resto le indagini stanno proseguendo.

L'importanza poi dell'affiancamento dell'indagine penale a quella del Fisco non è di poco conto, perché raddoppia i tempi di prescrizione che nei casi in cui non è stata presentata la dichiarazione salgono da 5 a 10 anni e in quelli in cui è stata presentata (ma non correttamente) li portano da 4 a 8. E l'Agenzia delle Entrate sostiene che il raddoppio dei tempi vale anche nei casi di archiviazione, basta che sussista l'obbligo per il Fisco di segnalazione alle Autorità giudiziarie.

L'offensiva contro l'evasione, quindi, non sembra arretrare.

Proprio ieri, dopo i controlli sulle banche svizzere e quelle austriache, l'Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza hanno mobilitato i propri ispettori per un blitz che li ha portati all'alba in 68 filiali di banche slovene con sede in Italia.

I controlli sono scattati in 11 comuni del Nord, da Milano a Cividale del Friuli, per fare un check up sull'obbligo di comunicare i nomi dei clienti alla «Anagrafe dei conti correnti», cioè all'archivio che contiene i rapporti intrattenuti tra l'istituto di credito e la propria clientela (i conti correnti e i depositi), le operazione fatte al di fuori dei conti correnti (le «extra conto») e i rapporti con persone diverse dai titolari dei conti (le procure e le deleghe)

GERMANIA: IL FISCO FA PAURA, SI 'COSTITUISCONO' 1.800 EVASORI...
(Agi/Reuters) -
In Germania almeno 1.800 evasori fiscali si sono autodenunciati alle autorita' nel corso delle ultime due settimane per evitare la prigione. Gli evasori si sono 'costituiti' dopo la decisione del governo tedesco di acquistare la lista segreta con i nomi di possibili evasori, titolari di conti in Svizzera Nel solo stato sud-occidentale di Baden-Wuerttemberg negli ultimi dieci giorni 566 persone hanno confessato di evadere le tasse per un totale di 85 milioni di euro, mentre a Berlino si sono autodenunciati in 177.

 

[18-02-2010]

 

 

BEFERA METTE IL DITO NELLA BUFERA - IL direttore dell’Agenzia delle Entrate VA in Parlamento E ATTACCA LA VERA METASTASI DEL SISTEMA FISCALE: GLI STUDI DEI COMMERCIALISTI CHE AGEVOLANO L’EVASIONE - INTENTI PUNITIVI? "Su 3,7 milioni di contribuenti soggetti agli studi, nel 2009 ne sono stati controllati appena 56 mila"...

M. Sen per "il Corriere Della Sera"

 

«Non capisco dove sia il problema». Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate, snocciola in Parlamento i dati sui controlli fiscali fatti sugli studi di settore. Ed esclude qualsiasi intento vessatorio. «Su 3,7 milioni di contribuenti soggetti agli studi, nel 2009 ne sono stati controllati appena 56 mila. Di fatto non ci sono accertamenti sugli studi» ha detto Befera alla Commissione Finanze della Camera, facendo il punto sulla lotta all'evasione. Le tasse recuperate nel 2009, 8 miliardi di euro, sono da record, «ma molto resta da fare» ha detto Befera, sollecitando con forza maggior collaborazione ai commercialisti.

 

«È ora di finirla con i professionisti che agevolano l'evasione. Vogliamo intervenire e chiediamo la collaborazione dell'Ordine» ha detto il direttore dell'Agenzia delle Entrate. Nel 2009 l 'attività di accertamento hanno svelato 18 miliardi di euro di imposte non dichiarate, e già riportato nelle casse dell'erario quasi 8 miliardi di euro. I controlli effettuati sono stati 360 mila. Tra questi, 74 mila hanno riguardato i crediti Iva, con l'emersione di minori crediti per 900 milioni e maggior Iva a debito per 2,5 miliardi di euro.

Gli agenti del fisco hanno poi verificato 14 mila posizioni di contribuenti che hanno dichiarato perdite da lavoro autonomo e d'impresa, scovando anche lì 1,6 miliardi di tasse evase, ed effettuato 5.900 accertamenti sulle società di capitali, scoprendo quasi 1,5 miliardi di imposte dovute e non versate. Nel 2009 l 'Agenzia ha inoltre effettuato 2 milioni di rimborsi fiscali a famiglie ed imprese per 14,6 miliardi, mentre sono state concesse 620 mila rateizzazioni per circa 10 miliardi di imposte dovute.

 

 

[11-02-2010] 

 

 

GLI EVASORI DEL VADUZ - IL FISCO SCOVA IN LIECHTENSTEIN UN CONTO SEGRETO DA 5 MILIONI DI ALESSANDRA FERRUZZI, MOGLIE DI SAMA - Il primo accertamento aveva portato alla luce i conti di personaggi famosi, tra cui quelli della cantante Milva, di Vito Bonsignore (PDL), del senatore Luigi Grillo (Pdl) e della famiglia Menarini, componenti della più importante azienda farmaceutica italiana....

Walter Galbiati per "la Repubblica"

 

Un conto da 5 milioni di euro a Vaduz, in Liechtenstein. Schermato da un trust riconducibile ad Alessandra Ferruzzi, moglie in seconde nozze di Carlo Sama e tra i cui beneficiari risulterebbero i figli. È questo l´esito cui hanno portato le recenti indagini della agenzia delle Entrate che hanno decriptato i nomi cifrati della ormai famigerata lista di contribuenti del piccolo paradiso fiscale europeo.

L´elenco era stato fornito da un funzionario della banca Lgt alle autorità tedesche in cambio di 4,5 milioni di euro e comprendeva anche molti nomi italiani, circa 400, girati pari pari al Fisco del nostro Paese per verificare eventuali irregolarità.

Il primo accertamento aveva portato alla luce i conti di personaggi famosi, tra cui oltre a quello dello stesso Carlo Sama (ex amministratore delegato di Montedison, marito di Alessandra Ferruzzi, cognato di Raul Gardini, protagonista del clamoroso processo per la maxi-tangente Enimont), quelli della cantante Milva, di Vito Bonsignore (l´esponente politico ex Udc ora Pdl), del senatore Luigi Grillo (anche lui Pdl) e della famiglia Menarini, componenti della più importante azienda farmaceutica italiana.

 

Ora si è alzato il sipario sui conti cifrati e sono apparsi alcuni nomi nuovi, come appunto quello di Alessandra Ferruzzi. Nei confronti della moglie di Sama, l´agenzia delle Entrate ha avviato un accertamento per il periodo di imposta che va dal 2001 al 2006, e lo ha girato per competenza alla procura di Milano per verificare possibili rilievi dal punto di vista penale. I reati sui quali si lavora sono la omessa dichiarazione dei redditi e la dichiarazione infedele.

 

I precedenti fascicoli, circa 110 nominativi, giunti da Roma a Milano, sono stati raggruppati nelle mani dei pubblici ministeri Letizia Mannella e Sandro Raimondi che dovrebbero ricevere anche quello della famiglia Ferruzzi, salita alle cronache giudiziarie a metà degli anni ´90 con il commissariamento del gruppo ad opera di Mediobanca e l´avvio di inchieste per fondi neri tra Milano e Ravenna.

Nel complesso mosaico di patteggiamenti, condanne e assoluzioni, una delle poche a uscirne senza alcuna pendenza fu proprio Alessandra Ferruzzi. L´ultima sentenza era arrivata nel 2001 a Ravenna, dove il gup Donatella Fiore, l´aveva assolta insieme col marito dalle accuse di occultamento di fondi per 200 milioni di dollari dal bilancio Ferruzzi «perché il fatto non sussiste».

 

La nuova legge sul falso in bilancio, invece, l´aveva prosciolta per prescrizione nella vicenda sulle sopravvalutazioni della partecipazione Fondiaria nei bilanci 1990-1994 della Gaic (allora quotata in Borsa) che, secondo le accuse, avrebbero procurato danni patrimoniali ai soci per oltre 1.100 miliardi di lire. Carlo Sama, invece, uscì da Tangentopoli con una condanna a tre anni, scontati per lo più (due anni e sei mesi) ai servizi sociali presso un´associazione che si occupava di clandestini e drogati

[19-01-2010]

LETTERA DI CARLO SAMA A 'LA REPUBBLICA' - "mia moglie ed io stesso non siamo residenti né domiciliati, ai fini fiscali, in Italia ormai da molti anni, sin dal 1997, sicchè non sussistevano né sussistono obblighi dichiarativi" - INTANTO CHIUDONO I BATTENTI LE HOLDING LUSSEMBURGHESI DI ALESSANDRA FERRUZZI...

1 - LETTERA DI CARLO SAMA
Riceviamo e pubblichiamo:
Roma, 19 gennaio 2010

 


Spett.le s.p.a.
"Gruppo editoriale l'Espresso"

Divisione " La Repubblica "
via Cristoforo Colombo, n. 149
00147 Roma


Egregio Direttore,

la notizia pubblicata il 19.1.2010 su " La Repubblica " riguardante la costituzione in Liechtenstein di fondi, come viene proposta, veicola una sorta di illiceità fiscale che mia moglie, Alessandra Ferruzzi, avrebbe posto in essere.

Intanto mi pare utile significare che della vicenda si è occupata, sin dal 2008, la Procura della Repubblica di Roma che ora avrebbe trasferito le indagini a quella di Milano.

 

Comunque, erano stati forniti, da tempo, tutti i chiarimenti del caso e, in specie, la documentazione attestante che mia moglie:

a. ha lasciato l'Italia sin dal 1997, vivendo stabilmente e continuativamente all'estero;

b. la sua residenza all'estero non è "fittizia", in quanto all'estero, ormai da oltre un decennio, hanno vissuto e vivono, hanno studiato e lavorano tutti gli appartenenti al nostro nucleo familiare;

c. non ha più alcun legame economico e/o imprenditoriale con l'Italia, allorché nel 1995 definì, transattivamente, le vertenze che la opponevano a "Fer.fin.", "Montedison" e varie banche.

In ogni caso e conclusivamente, proprio secondo le indicazioni della stessa Amministrazione fiscale italiana e della giurisprudenza della Corte di Cassazione, mia moglie ed io stesso non siamo residenti né domiciliati, ai fini fiscali, in Italia ormai da molti anni, sicchè non sussistevano né sussistono obblighi dichiarativi, come, se necessario o se richiesti, si indicherà alla Procura della Repubblica di Milano.

 

Vorrà, gentilmente, pubblicare la presente precisazione.

Abbia un sempre cordiale saluto

Carlo Sama

 

2 - CHIUDONO I BATTENTI LE HOLDING LUSSEMBURGHESI DI ALESSANDRA FERRUZZI
Radiocor - Chiude i battenti la piccola galassia lussemburghese Tre holding, dai nomi di famiglia oppure dalle risonanze latino-americane, hanno presentato l'atto di dissoluzione a fine 2009, a cominciare dalla FerSam Holding, societa' che vedeva incrociati i destini, anche finanziari, di Alessandra Ferruzzi e Carlo Sama cosi' come sono state liquidate la Sudamerique Holding e la Paraguay Holding.

Gli atti sono siglati dalla vice-presidente Ferruzzi, di professione 'femme au foyer', residente nel Principato di Monaco, in qualita' di unica azionista nel caso di Uruguay e FerSam, in cui compaiono anche Carlo Sama e Livio Ferruzzi come membri del cda, in base ai documenti depositati nel Granducato consultati da Radiocor.

Costituita nel 2000 con la denominazione Multishopping Holding e con due societa' delle isole Vergini britanniche come azioniste, la FerSam aveva assunto l'attuale denominazione nel 2003. Alla holding faceva capo fino alla fine del 2008 il 2% di Bonific he Ferraresi e si occupava della gestione di progetti agro-industriali.

E' stata dissolta dopo avere chiuso il 2008 con una perdita di 12mila euro (dopo un rosso di 109mila euro nel 2007), con asset per 3,02 milioni di cui 2,99 milioni relativi a partecipazioni a fronte di debito per 3,18 milioni, principalmente verso azionisti.

La Sudamerique Holding era stata invece costituita nel 2004 ed aveva ereditato gli asset della romana Dafne srl. La societa' aveva chiuso il 2008 con una perdita di 165mila euro che era andata ad aggiungersi al rosso di 318mila euro dell'anno precedente (per un totale di perdite riportate a nuovo di 2,2 milioni), ma con un deposito di 812mila euro in banca.

Ha chiuso in perdita anche la Paraguay Holding (dal 2004 versione lussemburghese della romana Corte Emilia): il rosso e' di 16mila euro dopo l'utile di 172mila euro del 2007. Su un attivo di 1,4 milioni, 1,38 milioni sono crediti verso la Fersam Paraguay.

[19-01-2010

 

 

 

QUELLO SCUDO DELLA PORTA ACCANTO...
Da "Il Sole 24 Ore" - Lo scudo fiscale si fa ma non si dice. La segretezza è il suo marchio di riconoscimento. Così non deve sorprendere se per la gran parte degli intermediari italiani coinvolti nello scudo ter, il 90% delle emersioni di ricchezze si è svolto tramite rimpatri fisici e giuridici, ovvero con quelle operazioni che garantiscono l'anonimato nei confronti del Fisco a differenza delle regolarizzazioni.

In moltissimi casi, lo "scudato" non ha chiuso l'operazione nel luogo dove risiede o vive, men che meno si è rivolto al consulente della sua banca di riferimento sotto casa: ha cambiato piazza, ha seminato le tracce, per la prima volta ha varcato l'ingresso dell'ovattato private banking.

Incalzato dalla lotta ai paradisi fiscali entrata nell'agenda politica del G-8 e del G-20, dal segreto bancario che vacilla in Svizzera, San Marino e Liechtenstein. I controlli a tappeto dell'agenzia delle Entrate e della guardia di Finanza hanno finito per estendere la platea degli " evasori pentiti", raggiungendo con la terza edizione dello scudo una massa di capitali di taglio medio-piccolo. Questa la previsione del mercato: lo scudo ter è quello della gente comune, lo scudo del vicino della porta accanto.  

22.12.09

 

CON SCUDO REGOLARIZZATI QUASI 110 MLD, VERSO RIAPERTURA TERMINI...
(Adnkronos) - I capitali detenuti all'estero, che sono stati regolarizzati grazie allo scudo fiscale, hanno raggiunto una quota vicina ai 110 miliardi, portando nelle casse dello Stato oltre 5 miliardi di euro. E nonostante il successo ottenuto, la cifra potrebbe ancora crescere.

Sono in molti, infatti, i proprietari di beni detenuti all'estero che sarebbero ancora interessati ad aderire allo scudo, ma ormai tagliati fuori a causa della chiusura dei termini fissata per domani. Un dato che, secondo quanto riferiscono fonti parlamentari di maggioranza, potrebbe incidere sulla decisione di riaprire la sanatoria, ma alzando l'aliquota. Il via libera ad uno 'scudo-quater' potrebbe arrivare gia' nel prossimo consiglio dei ministri, previsto per questa settimana, ed essere inserito nel dl milleproroghe.  

18.12.09

 

FURBETTI DE FRANCE TREMATE – UN DIPENDENTE DELLA BANCA SVIZZERA HSBC RUBA LA LISTA DEI 3.000 EVASORI FRANCESI E SI RIFUGIA CHEZ SARKOZY – PARIGI RIFIUTA DI RESTITUIRE LA LISTA AGLI SVIZZERI (E GIURA DI NON AVERLA PAGATA) – DA NIZZA PARTE LA PRIMA INCHIESTA PER RICICLAGGIO – DA GINEVRA ASSICURANO: “DATI VECCHI E NON SENSIBILI”…

(Adnkronos) - La lista dei 3.000 francesi che detengono conti correnti in Svizzeri e che sono sospettati di evasione fiscale sarebbe stata rubata. A rivelarlo e' 'Le Parisien' che oggi scrive che 'una parte di questa lista proverrebbe di un furto commesso a fine 2008 nei confronti della Hsbc Private Bank di Ginevra, da un dipendente del servizio informatico della banca che si e' rifugiato in Francia'.

Hsbc Private Bank di Ginevra

La banca, scrive il quotidiano francese, 'ha fatto ricorso in giustizia' e 'la Svizzera ha aperto un'inchiesta'. La Francia, per ora, 'rifiuta di restituire i dati bancari' e, al contrario, 'ha costituito un gruppo d'inchiesta, composto da agenti doganali, incaricato di analizzare i conti che provengono dal furto dell'ex dipendente dell'Hsbc di Ginevra'.

Il pm di Nizza, Eric de Montgolfier che a giugno ha aperto un'indagine preliminare sospettando alcuni residenti francesi, nell'area di Nizza, di aver aperto dei conti nella banca svizzera per riciclare denaro sporco, scrive 'Le Parisien', 'avrebbe richiesto al gruppo d'inchiesta francese delle informazioni riguardanti questi sospettati'.

Contattata ieri dal quotidiano francese la banca Hsbc Private Bank di Ginevra 'conferma il furto ma assicura 'che allo stato delle nostre conoscenze' riguarda non piu' di dieci clienti e che i dati sono vecchi e non sono dati sensibili''. Dal ministero dell'Economia francese, invece, si sottolinea che il Tesoro 'non compra informazioni e non cita le sue fonti'.

Il ministro dell'Economia francese, Christine Lagarde, ai microfoni della radio francese 'Rmc', non ha confermato che la lista in possesso della Francia proviene da dati rubati ma ha escluso che le informazioni in possesso dal fisco fossero state pagate.

'Bisogna chiedere a Eric Woerth, il ministro del Budget francese. E' lui che si occupa di questa materia. L'ho chiamato questa mattina -aggiunge Lagarde- per chiedergli se avevamo pagato' per ottenere la lista dei 3.000 contribuenti francesi che possiedono conti in Svizzera 'e lui mi ha risposto: non paghiamo. La risposta e' chiara'.

Il fisco francese, sottolinea ancora il ministro, 'detiene molte informazioni. Innanzitutto perche' ci sono fonti multiple e perche' da un anno con Woerth facciamo una battaglia, una maratona, per far tornare in Francia gli espatriati fiscali. Firmiamo anche con molti paesi, che finora avevano rifiutato di darci delle informazioni, degli accordi di scambio di informazioni come e' successo con la Svizzera o il Lussemburgo'. Complessivamente, negli ultimi otto mesi, 'abbiamo firmato 150 accordi'.

 

 

[09-12-2009]

 

 

 

RUSH FINALE PER LO SCUDO FISCALE - E TREMONTI E BEFERA SONO FINALMENTE FELICI: 80 MLD € SONO Già STATI CONTABILIZZATI - MILANO IN TILT: TROPPI DOSSIER APERTI, CLIENTI IN FILA, POSIZIONI DA SANARE E FIDUCIARIE DA APRIRE ENTRO IL 15 DICEMBRE -– LE PRATICHE ORA SONO SALATISSIME E COMPLESSE – VERRANNO CONCESSI I TEMPI SUPPLEMENTARI?…

Massimo Sideri per "il Corriere della Sera"

La Milano dello scudo fiscale ieri era al lavoro nonostante il lungo ponte di Sant'Ambrogio e dell'Immacolata: troppi i dossier aperti, i clienti in fila, le posizioni da sanare e le fiduciarie da aprire entro il 15 dicembre. Senza contare il mandato di amministrazione emerso come indicazione dall'Agenzia delle entrate solo negli ultimi 15 giorni per by-passare il problema delle case in Svizzera.

È l'ulteriore prova del successo che l'operazione rientro dei capitali starebbe avendo: 80 miliardi di euro sono già stati contabilizzati secondo il quotidiano «Italia Oggi» con un extragettito per il Tesoro di 4 miliardi (pari al 5% dovuto per la regolarizzazione). E altri miliardi sarebbero in arrivo.

Ma la fila e il rush finale non stanno portando solo benefici: evidentemente tra complicazioni emerse in corso d'opera, ritardatari e quella che un banchiere milanese definisce «scarsa collaborazione» da parte degli istituti esteri, c'è anche chi se ne approfitta. Le richieste sono così numerose che alcuni intermediari non starebbero più accettando le richieste di alcuni potenziali clienti e così c'è chi ha fatto lievitare i prezzi.

Se per una pratica standard, comprensiva di intestazione fiduciaria, documenti amministrativi con il fisco e consulenza la richiesta era tra i 2.500 e i 5.000 euro ora c'è chi arriva a domandare anche 28-30 mila euro. Un prezzo assolutamente fuori mercato. Intanto con le ultime circolari dell'Agenzia è emersa la possibilità dei «tempi supplementari» per chi potrà documentare cause ostative, cioè oggettivi impedimenti nel riportare entro i termini stabiliti i capitali nel perimetro del fisco italiano, come nel caso di hedge fund che non possono essere venduti all'estero. Salvo poi dover prevedere un conguaglio per eventuali aggiustamenti di prezzi rispetto a quelli stimati e anticipati.

Altro problema che sta emergendo è quello delle banche estere autorizzate presso le quali gli intermediari aprono dei conti di deposito per portare avanti le operazioni di scudo. Anche in questo caso, viste le richieste, alcune banche non stanno collaborando e si stanno rifiutando di continuare ad aprire questi conti. Ma più in generale i problemi sono legati alla complessità dei trust da smontare, ai prodotti che non sono prontamente solvibili o, talvolta, alla confusione degli stessi clienti che non hanno ben chiara la geografia del proprio patrimonio rendendo necessaria una vera e propria investigazione.

Laddove si possa dimostrare la causa ostativa, l'operazione di rimpatrio dovrà avvenire in ogni caso il prima possibile e comunque non oltre il 31 dicembre del 2010. I ritardatari dovranno però fare attenzione: per poter accedere ai tempi supplementari bisognerà in ogni caso aver aperto una pratica di rientro (la tassa del 5% va infatti pagata entro il 15 dicembre per permettere allo Stato di contabilizzare il gettito nella chiusura del bilancio annuale). Insomma, anche se non si riuscirà ad aprire la pratica per mancanza di intermediari disponibili a causa del superlavoro degli ultimi giorni non si potrà far leva su questo elemento per avere più tempo.

Anche se tra lo stress degli ultimi giorni e le effettive difficoltà nella gestione dello Scudo tra gli operatori c'è già chi pensa che non sarebbe una cattiva idea la «riapertura» dei termini dell'operazione rimpatrio. Magari con una piccola tassa aggiuntiva, oltre al 5%, per chi non si è mosso con sufficiente celerità non capendo che tra segreto bancario in via di estinzione, nuova lotta ai paradisi fiscali iniziata con l'amministrazione Obama e credibilità dello Stato, non ci dovrebbe essere uno Scudo fiscale Quattro. Almeno così sembra.

 

 

[09-12-2009]

 

 

 

AUSTRIA PARACULA – VIENNA FA INCAZZARE TREMONTI - LE BANCHE AUSTRIACHE SFOTTONO LA “GROVIERA” BANCARIA SVIZZERA E INVITANO I CLIENTI ITALIANI A PORTARE I SOLDI DA LORO: “I SEGRETI SAPPIAMO TENERLI, MICA COME LORO” – E IL TESORO FA PARTIRE UN’ONDATA DI PERQUISIZIONI NELLE SEDI ITALIANE DEGLI ISTITUTI AUSTRIACI…

Francesco Bonazzi per "Il Fatto Quotidiano"

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della pur nota pazienza del Fisco italico è stato tutto quel pressing sui clienti del Nord-Est: "Siamo meglio della Svizzera, da noi potete stare tranquilli perché il segreto bancario è nella Costituzione". Un tam tam la cui eco era addirittura finita sui siti Internet delle banche austriache e che nei giorni scorsi aveva innervosito il ministro Giulio Tremonti, impegnato nella difficile impresa di massimizzare gli introiti dello scudo fiscale e di rimpinguare le disastrate casse della finanza pubblica.

Si spiega così la massiccia ondata di perquisizioni andata in scena ieri, tra molti squilli di tromba, nelle filiali italiane delle principali banche austriache. Ai piani alti di via XX Settembre hanno capito che oltre al rischio di uno scudo in tono minore - per arrivare a quegli agognati 5 miliardi di gettito previsto, si studia una bella proroga fino a primavera - si rischia la beffa di capitali che rientrano dalla Svizzera, pagano il loro misero 5% all'Erario e riprendono prontamente la via dell'estero in un paese egualmente vicino, ma più "schermato", come l'Austria.

Di primo mattino, ieri, le agenzie di stampa battevano la gran cassa di una nuova "operazione congiunta Guardia di finanza-Agenzia delle Entrate". A subire la simpatica visitina delle Fiamme gialle e ispettori fiscali sono state 38 filiali italiane di istituti di credito austriaci. Pochi i nomi filtrati: Alpenbank, Hypo Tirol Bank Italien, Kartner Sparkasse e Hypo Alpe Adria Bank.

Ma nel mirino ci sarebbero anche altre banche, con particolare attenzione a quelle che fanno della gestione patrimoniale e della consulenza personale di alto livello il loro punto di forza. Così, gli esperti delle Finanze si sono fatti consegnare materiale utile a capire se i banchieri austriaci che operano in città come Pordenone, Trieste, Padova, Bolzano o Milano rispettino fino in fondo tutte le regole italiane.

Ufficialmente, i controlli si sono concentrati "sul corretto adempimento degli obblighi di comunicazione all'Archivio dei rapporti finanziari intrattenuti con i clienti e delle posizioni al di fuori dei rapporti continuativi". In parole normali, significa che gli uomini dell'Agenzia delle Entrate, diretta da Attilio Befera, vogliono essere sicuri che almeno in Italia le banche ispezionate ieri non abbiamo conti o posizioni "cifrate" o non registrate con anagrafiche corrette.

Non solo, ma quel riferimento ai "rapporti non continuativi", come spiega al Fatto un investigatore, allude proprio a una delle fattispecie più temute dal Fisco nell'ambito dei rientri di questi giorni: il deposito "spot" di grosse cifre da parte di soggetti che non sono clienti abituali, e quindi ben conosciuti, della banca che opera sul suolo italiano. Una circostanza spesso rilevante ai fini della lotta al riciclaggio.

Questi controlli sugli archivi possono essere anche abbastanza leggeri, perché la legge non consente vere e proprie perquisizioni se non in caso di specifiche ipotesi di reato, ma se ben propagandati funzionano come deterrente nei confronti della clientela in vena di astuzie fiscali. Del resto, per chi fosse propenso a simili astuzie, e soprattutto per coloro che si fossero lasciati impressionare dall'analogo blitz del mese scorso nelle filiali italiane degli istituti svizzeri, quella del segreto bancario è davvero una "Austria felix". Senza intraprendere viaggi che in questi tempi di telecamere ai valichi possono risultare fastidiosi, basta farsi un giro su Internet per capire come funziona questo carnevale anticipato.

Il sito Web della Tiroler Sparkasse non manca di una speciale sezione per i nostri con-cittadini. Nel corposo "italian folder", si spiega subito che "L'Austria, al contrario degli altri Stati europei, ha protetto il segreto bancario includendolo nella sua Costituzione".

E una volta rassicurati sul fatto che gli "gnomi" austriaci non caleranno mai le braghe come i vicini svizzeri, già sforacchiati dal Fisco Usa, si parte con la meravigliosa sarabanda delle aliquote fiscali: "In Austria, i redditi degli interessi da risparmio degli investitori stranieri sono gravati da un'imposta anonima alla fonte attualmente pari al 20%, che salirà al 35% a partire dal 1 luglio 2011. Tuttavia in casi particolari (come fondazioni, alcuni tipi di titoli, capital gain o investimenti in assicurazioni sulla vita) tale ritenuta alla fonte non viene applicata". Insomma, con un buon commercialista e un normale trust, spariscono anche le ritenute.

 

 

[04-12-2009]

 

 

 

 

LA GUERRA DELLO SHAMPOO - MAMMA’ E FIGLIA DELL’IMPERO OREAL LITIGANO DA 2 ANNI – LA FIGLIA CHIEDE: "METTETE MIA MADRE SOTTO TUTELA" – L’87ENNE HA REGALATO AL SUO “BENIAMINO” UN MLD € IN ASSEGNI, POLIZZE VITA E QUADRI (MATISSE, PICASSO, MONDRIAN, DE CHIRICO) E SI DIFENDE: “POSSO FARE QUELLO CHE VOGLIO COI MIEI SOLDI”…

Giampiero Martinotti per "la Repubblica"

«La ricchezza rende tutto sopportabile», diceva il protagonista di un famoso romanzo di Balzac, César Birotteau. Chissà cosa ne pensano la donna più ricca di Francia e sua figlia, da due anni in guerra aperta, senza più rapporti se non quelli tra legali che si battono a colpi di carte bollate davanti ai giudici.

Ultimo capitolo di una saga senza fine: Françoise Bettencourt ha chiesto che la madre Liliane, 87 anni, venga messa sotto tutela. Pensa che non abbia più la testa a posto, tanto da essere stata circuita da un fotografo mondano, al quale ha regalato l´astronomica cifra di un miliardo di euro. Un affare che destabilizza L´Oréal, leader mondiale dei cosmetici controllato dalla famiglia Bettencourt, che è anche prima azionista della Nestlé.

Da due anni a questa parte, la storia si arricchisce regolarmente di nuovi capitoli. Figlia unica del fondatore dell´Oréal, Liliane Bettencourt ha una fortuna valutata da Forbes in 17 miliardi di euro, il doppio di quella dei Berlusconi. Da tempo finanzia molte attività caritative ed è una mecenate apprezzata nel mondo dell´arte.

Ma si è anche invaghita di un personaggio bizzarro e geniale come François-Marie Banier. Artista e fotografo della jet set, amico di Isabelle Adjani e Pierre Cardin, omosessuale, ha saputo sedurre la Bettencourt madre al punto da diventarne il beniamino. Anche dal punto di vista finanziario: la Bettancourt ha regalato al fotografo quasi un miliardo in assegni, polizze vita, quadri (Matisse, Picasso, Mondrian, Ray, Léger, De Chirico). E a quanto pare voleva anche farsi adottare dalla vecchia signora («sono il figlio che non ha avuto»). Un sospetto che ha spinto la figlia, due anni fa, a intervenire con una denuncia.

Il caso ha subito suscitato un tale clamore che perfino l´Eliseo sarebbe intervenuto, preoccupato per l´eventuale destabilizzazione dell´Oréal. La madre ha risposto pubblicamente alle accuse della figlia: «Non sono svanita e dei miei soldi faccio quel che mi pare. Sono una donna libera».

E ha spiegato di aver fatto i regali a Banier di sua spontanea volontà e con i suoi quattrini, non con quelli dell´eredità: la figlia ha la nuda proprietà del pacchetto di controllo dell´Oréal, il cui usufrutto è invece appannaggio della madre. Detto in altri termini, Françoise non può temere di essere diseredata.

La figlia, tuttavia, dice di agire non per soldi (un classico), ma per proteggere la madre da se stessa. E visto che i procedimenti penali contro Banier hanno poche possibilità di andare in porto (la prima inchiesta è stata archiviata per mancanza di prove concrete), adesso si è rivolta alla giustizia civile: chiede che la madre sia posta sotto tutela e che il suo patrimonio venga gestito da un amministratore nominato dal tribunale.

Il problema è che manca una perizia psichiatrica che dimostri lo stato di «debolezza mentale» di Liliane, la quale si è sempre rifiutata di sottoporsi a controlli medici. La vecchia signora non ha reagito al nuovo attacco della figlia, ma già in passato aveva spazzato via con durezza le domande sui loro rapporti: «Mia figlia non la vedo più e non ho nessuna voglia di vederla».

 

 

 

[03-12-2009]

 

 

 

 

OBAMA WAR TAX – IL “SURGE” AFGANO DEL NOBEL PER LA PACE COSTA AD OGNI AMERICANO 195 $ E L’IDEA DI UNA TASSA PRENDE SEMPRE Più PIEDE – I DEMOCRATICI VOGLIONO FAR PAGARE I RICCHI, MA NANCY PELOSI TEME LA BATOSTA ELETTORALE NEL 2010 – INTANTO A WALL ST. LE INDUSTRIE MILITARI BRINDANO: IN OTTO ANNI SONO SALITE DEL 75%, IL RESTO DELL’1%…

Francesco Semprini per "La Stampa"

Afghanistan

Dopo i soldati, i soldi. All'indomani dell'annuncio sull'invio di altri 30 mila militari in Afghanistan, negli Stati Uniti è scontro sui finanziamenti alla guerra. I rinforzi costeranno un milione a soldato, ovvero 30 miliardi di dollari in più rispetto ai 130 già inseriti nel budget per la missione che il Congresso voterà nei prossimi giorni.

A Barack Obama spetta il delicato compito di spiegare come pagherà per la guerra vincendo lo scetticismo di quei repubblicani contrari all'escalation e l'opposizione della sinistra liberal e pacifista che chiede il ritiro delle truppe. Dati alla mano, i rinforzi costano 2,5 miliardi di dollari al mese, ovvero almeno 195 dollari a contribuente, abbastanza da far raddoppiare la spesa bellica per l'anno fiscale 2010 rispetto al 2009.

Secondo il Center for Arms control e Proliferation di Washington così solo nel 2010 l 'investimento per la missione sarà pari alla metà di quanto gli Usa hanno speso dal 2001 ad oggi. Cifre enormi che portano a sfondare il tetto dei mille miliardi da quando sono iniziate le guerre in Afghanistan e Iraq gravando sul già pesante debito pubblico, salito quest'anno all'85% del Prodotto interno lordo. Il rincaro arriva inoltre in una fase delicata per l'economia Usa, con una ripresa post-crisi lenta e macchinosa e la disoccupazione oltre il 10%.

«Obama e il Congresso ora devono affrontare la questione in modo credibile e veloce», avverte il New York Times in un editoriale, in cui si apprezza tuttavia lo sforzo del presidente di aver fissato un prezzo credibile per la sua escalation, e per aver promesso di lavorare con il Congresso per i fondi, al contrario di quanto ha fatto per anni George W. Bush che «cercato di nascondere il vero costo delle guerre in Afghanistan ed in Iraq».

Il problema è capire dove attingere per evitare voragini di bilancio: si è parlato di tagli su altri capitoli di spesa, o del ricorso all'emissione di War Bond sul modello di quanto fatto da Franklin D. Roosevelt nella Seconda Guerra mondiale. A farsi strada nei giorni scorsi è stata l'idea di una War Tax - un modo per far pagare ai ricchi e alle grandi corporation il peso dei rinforzi - avallata da influenti democratici, ma osteggiata dal presidente della Camera, Nancy Pelosi che teme le ricadute in termini di consensi per l'impopolarità della misura. Secondo le stime i costi reali pro-capite potrebbero comunque lievitare tra i 400 e i 600 dollari entro i prossimi due anni, e sempre che tutto vada secondo i piani di Obama che da parte sua deve spiegare a quali criteri ricorrere per capire quando l'Afghanistan sarà in grado di stare in piedi da solo.

«Sebbene sia una buona idea fissare una scadenza» per il ritiro, sferza il «Times», sono forti i dubbi sul fatto che il presidente «possa rispettare la scadenza annunciata per luglio 2011». Intanto ieri in Senato, durante il capo del Pentagono, Bob Gates, dopo aver firmato l'ordine di dislocamento dei 30 mila militari, ha rivelato che i rinforzi potrebbero salire a quota 33 mila uomini grazie alla flessibilità concessa dal presidente per l'invio di «équipe mediche, intelligence, ingegneri e sminatori: ovvero tutto il personale necessario a salvare la vita dei nostri soldati».

Un incremento destinato a gravare di più sul budget e a inasprire il dibattito politico. E mentre per i revisori di Congresso e Casa Bianca si preannunciano tempi difficili, Wall Street si scandisce lo slogan «Finché c'è guerra c'è speranza». I titoli del settore Difesa e Aerospaziale contenuti nello S&P 500 hanno infatti segnato rialzi sin dalla vigilia dell'annuncio di Obama e il trend pare destinato a proseguire visto che il sottoindice di settore è cresciuto del 75% (contro il +1% di quello generale) da otto anni a questa parte, ovvero da quando Washington ha inaugurato la nuova fase bellica.

 

 

[04-12-2009]

 

 

 

 

LA GRECIA SULL´ORLO DEL CRAC SI VENDE ALLA CINA: Cosco, uno dei colossi di Pechino, ha in concessione per 35 anni il porto del Pireo - LO SPETTRO DELLA VIOLENZA SCONVOLGE ATENE - ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL GIOVANE ANARCHICO: 75 ARRESTI INCLUSI CINQUE ITALIANI - CENTINAIA DI SCUOLE E FACOLTÀ UNIVERSITARIE SONO OCCUPATE ...

1 - LA GRECIA SULL´ORLO DEL CRAC CON LO SPETTRO DELLA VIOLENZA - OGGI L´ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL GIOVANE ANARCHICO: AD ATENE 75 ARRESTI INCLUSI CINQUE ITALIANI - CENTINAIA DI SCUOLE E FACOLTÀ UNIVERSITARIE SONO OCCUPATE
La Stampa.it

Cerimonia funebre tranquilla stamane, dopo le decine di arresti della notte scorsa, al cimitero di Paleo Faliro, alla periferia di Atene, nel primo anniversario della morte del quindicenne Alexandros Grigoropoulos. Poche decine di persone hanno partecipato alla cerimonia religiosa. I genitori del giovane ucciso da agenti di polizia, avevano chiesto di poter ricordare il figlio in privato. Presente però il ministro della pubblica istruzione Anna Diamantopoulos.

Nonostante la calma al cimitero, la situazione rimane tesa nella capitale, blindata da 12.000 agenti, e nel paese. A Salonicco la polizia ha fatto irruzione stamane, con l'accordo del rettore, al Politecnico per arrestare otto giovani che avevano lanciato molotov contro gli agenti. Ad Atene la situazione appare esplosiva dopo le decine di arresti alla vigilia della manifestazione di oggi pomeriggio. Organizzazioni della sinistra radicale hanno denunciato la «violenta repressione» del «governo del Pasok» invitando «studenti e lavoratori» a dare «una risposta immediata» con le manifestazioni di oggi e domani.

Gli agenti hanno fermato in tutto 162 persone di cui 75 rinviate davanti al giudice inclusi cinque italiani - quattro uomini e una donna -, albanesi e spagnoli. Una parte dei fermi sono avvenuti dopo un'irruzione in un centro sociale nel sobborgo ateniese di Keratsini, dove è stata occupata per protesta la sede del consiglio comunale, e sequestrato materiale per la costruzione di molotov, mazze, una granata luminosa, maschere e occhiali antigas.

Altri incidenti sono avvenuti nel quartiere anarchico di Exarchia dove gruppi di giovani hanno attaccato la polizia, al termine di una commemorazione per Grigoropoulos. Mentre centinaia di scuole e facoltà universitarie sono occupate, il ministro dell'ordine pubblico, Michalis Chrisochoidis ha ribadito dopo le retate di ieri che la polizia continuerà a «compiere il suo dovere di proteggere i cittadini» e non consentirà che «i vandali mettano di nuovo a sacco Atene».

2 - LA GRECIA SULL´ORLO DEL CRAC CON LO SPETTRO DELLA VIOLENZA "MA I CINESI CI SALVERANNO"
Ettore Livini per Repubblica

«La Grecia non è il Dubai, non siamo in bancarotta», assicura il premier George Papandreou. «Camminiamo su un filo, d´accordo, ma le banche estere non hanno niente da temere», gli fa eco il ministro dell´economia George Papakonstantinou. Le rassicurazioni della politica e l´arcobaleno apparso ieri all´alba sul Partenone non devono trarre in inganno. L´orizzonte di Atene è tornato scurissimo.

«Pensavamo di aver visto il peggio un anno fa, quando il crac islandese ci aveva fatto temere il default nazionale», dice Christos Papanagiou, padroncino di 25 Tir in servizio al Pireo. Invece no. Lui contempla sconsolato venti dei suoi mezzi fermi, per mancanza di lavoro, ai cancelli della dogana del porto.

La Grecia (economicamente parlando) è passata dalla padella alla brace. Il motivo? Semplice: l´economia non va (-1,5% il pil 2009, primo calo dal ´93). E i conti pubblici - si è scoperto un mese fa - sono stati taroccati per anni. «A giugno ci dicevano che era tutto ok», ricorda Takis Michalos mentre dal suo gabbiotto vende i biglietti del traghetto per Rodi.

Il rapporto 2009 deficit/pil - assicurava l´esecutivo di centrodestra di Kostas Karamanlis - era previsto al 3,7%. Storie. A ottobre, quando le urne hanno consegnato il paese ai socialisti del Pasok, Papandreou ha scoperto di essere seduto su una polveriera. «Errori statistici», è la versione ufficiale. Ma il deficit ellenico è stato rivisto al 12,7%. E il paese - che dal 2000 era cresciuto (sempre che i dati fossero giusti) a un tasso medio del 4% - si è risvegliato all´improvviso. Per la seconda volta in un anno.

«Siamo sull´orlo del precipizio», è la sintesi di Papakonstatinou. E´ vero: la Ue ha già alzato il cartellino giallo. I rendimenti dei titoli di stato sono schizzati all´insù (fino al 2% in più dei Bund tedeschi). Il governo lotta contro il tempo per mettere a punto una finanziaria credibile in un´Atene blindata da 6mila poliziotti per il primo anniversario, oggi, dell´uccisione di un 15enne nel quartiere anarchico di Exarchia: dopo i primi scontri, ieri sera, sono state arrestate 12 persone, tra cui cinque italiani. E ora i mercati, preoccupati che Bruxelles abbandoni il paese al suo destino, ha iniziato a sognare l´arrivo in soccorso del più improbabile dei principi azzurri: la Cina.

«Uno sogno? Mica tanto - dice Papanagiou indicando il labirinto di container che copre il molo numero due del Pireo come un gigantesco Lego colorato - guardi là». Ci sono i cassoni azzurri della Hanjing, quelli turchesi della China Shipping. Pile e pile. «Hanno iniziato ad arrivare un anno fa - spiega - e adesso si stanno moltiplicando».

L´asse tra Atene e Pechino, via mare, c´è già. Da quando nel 2008 Karamanlis ha ceduto in gestione per 35 anni alla cinese Cosco il cuore del porto più antico del Mediterraneo, incassando 3,4 miliardi di euro. «Non che siano stati accolti benissimo», sorride Papanagiou. I camalli ellenici si sono messi di traverso («li capisco, oggi lavorano sei ore e guadagnano più di un banchiere a Londra», dice il trasportatore). In pochi mesi di scioperi hanno aperto una voragine di 500 milioni nei conti del porto e l´hanno spinto fuori dalla classifica dei primi 100 scali mondiali.

Senza però scoraggiare i pazientissimi cinesi. «Mi sono offerto come garante per un´intesa e il lavoro , per ora, è ripartito», dice il numero uno della Piraeus Port Authority Georgios Anomeritis. L´enorme striscione biancoazzuro "Cosco go home" appeso all´ingresso dello scalo container è l´ultimo ricordo della vertenza: ora la Cosco vuole moltiplicare per cinque la capacità del Pireo in cinque anni e si muove già come fosse a casa sua.

Lo sbarco sui moli di fronte all´isola di Salamina potrebbe però essere solo il primo passo. La strategia dei cinesi sullo scacchiere estero è chiara. Africa docet. Si presentano con il libretto degli assegni in mano nei paesi in difficoltà. E a colpi di renminbi (le leggi del capitalismo valgono anche per i comunisti) riscrivono gli equilibri geo-politici. Atene è un candidato ideale. Il costo del debito è schizzato alle stelle (l´anno prossimo ci sono da rifinanziare 52 miliardi di bond). E le sirene orientali sono in agguato.

«La Grecia sta trattando per piazzare 25 miliardi della sua esposizione alla Cina», ha scritto il Wall Street Journal. E la smentita del governo è parsa a molti assai tiepida: «Non ci sono al momento piani di questo tipo - ha detto il pragmatico Papakonstantinou, formatosi alla London School of economics -. Ma come tutti al mondo stiamo studiando come diversificare la nostra posizione debitoria».

Papandreou, per ora, è tranchant: non ci sarà bisogno di nessun salvataggio, promette, la Grecia rimetterà in sesto i conti entro i paletti Ue. Bruxelles, visti gli scivoloni ellenici sui numeri, è scettica: ha bocciato la prima bozza di finanziaria e minaccia sanzioni finanziarie a febbraio.

«Qualche dubbio l´ho anch´io - conferma Yannis Anghelopoulos, 21enne studente seduto fuori dalla facoltà di economia -. Il Pasok ha vinto promettendo di tassare i ricchi e aiutare i poveri. Ma se toccherà pensioni, stipendi statali e amminstrazione pubblica, rischia di vedersi rivoltare contro l´elettorato socialista». E allora? L´Europa, con l´economia in ripresa e l´euro al sicuro, potrebbe scegliere la linea dura.

Mollando la Grecia, in caso di difficoltà sul debito, e costringendola a bussare al Fondo Monetario. «Papandreou forse sarebbe contento - conclude Anghelopoulos - Un´austerity imposta dall´esterno potrebbe costringere i greci ad accettare i sacrifici». O un ottimo alibi, sussurra qualcuno, per cedere a Pechino le chiavi del paese.

 

 

[06-12-2009]

 

 

 

 

 

È MIKE O NON è MIKE? – CHI HA DEPOSITATO IN UN ISTITUTO DI LUGANO 10 MLN € OLTRE A OBBLIGAZIONI E PROPRIETÀ? – DOV’E’ FINITA TUTTA QUELLA FORTUNA? – TEMPI DURI PER LA SVIZZERA! QUESTO INCIDENTE POTREBBE CONVINCERE ALTRI ITALIANI ECCELLENTI A FAR RIENTRARE IN PATRIA I LORO RISPARMI…

Stefano Zurlo per "il Giornale"

Non bastavano le grane con lo scudo fiscale, il raffreddamento dei rapporti con l'Italia, la messa in discussione di un modello che pareva eterno. I guai degli svizzeri non finiscono più. Ora si scopre che una banca di Lugano è nei pasticci per una storia assai imbarazzante: ci sarebbero ammanchi, forse per dieci milioni di euro, nel tesoro che un personaggio italiano molto famoso aveva parcheggiato nei caveau un tempo sicuri, anzi impenetrabili, del Canton Ticino.

 

La storia riportata dal settimanale «Il Caffè» e rilanciata dal sito Dagospia, dimostrerebbe il contrario: perfino gli svizzeri non sanno più fare quel che per lungo tempo avevano fatto con abilità e discrezione. I dieci milioni sarebbero spariti e ora gli eredi del vip, defunto da poche settimane, hanno interpellato un avvocato e sono passati alla controffensiva.

 

Chi è il misterioso personaggio che aveva portato a Lugano le proprie fortune? La risposta sarebbe clamorosa: Mike Bongiorno. Attenzione, nessuno conferma, anzi dalla famiglia arrivano secche smentite: «Noi non abbiamo soldi in Svizzera». In realtà almeno un punto, in una vicenda per molti aspetti ancora oscura, sarebbe chiaro: dopo la morte del titolare del gruzzolo, un personaggio italiano dello spettacolo scomparso di recente, gli eredi avrebbero disegnato la mappa dell'eredità.

E forse, approfittando della finestra temporale offerta dallo scudo, avrebbero deciso di regolarizzare il capitale e di farlo rientrare in Italia. A quel punto, il condizionale è sempre d'obbligo, il buco sarebbe saltato fuori. E per tutelarsi, gli eredi si sarebbero rivolti a un importante studio legale di Milano.

Ma è difficile saperne di più. In questo momento parlano tutti il meno possibile. La banca di Lugano, l'avvocato di Milano, la famiglia. La banca: «Non c'è stata nessuna contestazione, tantomeno una segnalazione o una denuncia per malversazione che abbia coinvolto qualche nostro dipendente».

 

L'avvocato: «Ci sono delle cose che stanno emergendo». Infine, la famiglia che ripete: «Non abbiamo soldi in Svizzera». In ogni caso, a Lugano il tam tam informa che il vip in questione disponeva di capitali ingenti stipati nei forzieri di Lugano. Si parla di società del valore di venti milioni di euro e di obbligazioni per quindici milioni di euro investite in due istituti di credito internazionali. Insomma, per la Svizzera è un anno orribile.

 

Il Paese è entrato prima nel mirino delle autorità americane e poi del nostro ministro dell'economia Giulio Tremonti che ha rilanciato lo scudo fiscale per riportare a casa i soldi custoditi nei paradisi fiscali. Le stime sono contraddittorie e ovviamente imprecise ma c'è chi ipotizza che ammontino a trecento miliardi i soldi dei nostri connazionali nascosti all'estero. Di questi ben 125 miliardi sarebbero in Svizzera.

Insomma, siamo alla guerra: Roma contro Berna e Berna contro Roma. A Chiasso le telecamere registrano i numeri di targa delle auto in uscita dall'Italia, a Lugano si arriva alla paranoia di chi immagina 007 del fisco italiano sguinzagliati nelle banche della città e nelle scorse settimane Berna ha addirittura convocato il nostro ambasciatore, in uno dei tanti momenti di tensione fra le due parti.

 

Un'epoca sta finendo: del resto tutti i paradisi fiscali se la passano male. Anche San Marino attraversa un pessimo quarto d'ora, i capitali stanno fuggendo pure dalla rocca del monte Titano, le finanziarie sono in crisi, i rapporti con l'Italia ai minimi termini, anche se si va faticosamente verso un accordo. E non è finita. La caccia agli evasori proseguirà nelle prossime ore: le Fiamme gialle starebbero per dare il via ad una nuova operazione. Si parla di decine di evasori nel mirino dei nostri segugi.

Un terremoto continuo che mette a dura prova i nervi dei nostri, un tempo intoccabili, vicini. Ora sull'immagine al ribasso della Svizzera casca quest'altra tegola. E' davvero legata a Mike Bongiorno l'eredità al centro del giallo? E a quanto ammonta esattamente il buco? Le cifre si rincorrono. Certo, l'incidente potrebbe convincere altri italiani eccellenti a far rientrare in patria i loro risparmi.

 

 

[01-12-2009]

   

 

 

 

LO SCUDO FA CILECCA? - I CONTI DI TREMENDINO TREMONTI NON TORNANO: MANCANO 500 MLN € ALL’APPELLO – HANNO INFLUITO L’OSTRUZIONISMO SVIZZERO E I PROBLEMI TECNICI LEGATI AI PRODOTTI FINANZIARI SOFISTICATI – LA SCADENZA PROROGATA AD APRILE? MA il Tesoro punta a massimizzare i ricavi dello scudo nel 2009…

Luca Fornovo per "la Stampa"

 

Per ora i conti di Tremonti non tornano. Secondo le ultime stime, dallo scudo fiscale il Tesoro incasserebbe 3,5 miliardi anziché i quattro stimati dal ministro dell'Economia. All'appello mancherebbero 500 milioni, cioè tanto quanto i soldi richiesti dalla Conferenza dei Rettori per recuperare le università statali e pagare i stipendi ai professori.

A poco più di due settimane dalla scadenza del 15 dicembre, l'Associazione italiana del private banking (Aipb), che riunisce i gestori dei patrimoni dei Paperoni italiani, abbassa le stime sul gettito dello scudo. Da 80-100 si scende a 70 miliardi: 50 miliardi per i rimpatri e 20 miliardi per le regolarizzazioni. Considerata l'imposta del 5% sui capitali rimpatriati, al Tesoro entrerebbero così 3,5 miliardi, per le banche si parla di profitti netti per circa 250 milioni.

Insomma siamo lontani da quei 100 miliardi che avrebbero dovuto portare nelle casse dello Stato 5 miliardi. Qualcosa sembra non aver funzionato. Già ma cosa? I tempi troppo stretti, l'ostruzionismo delle banche svizzere e i problemi tecnici legati al rimborso di prodotti finanziari più sofisticati come gli hedge fund e alla valutazione dei prezzi di obbligazioni strutturate di banche in cattive acque o addirittura fallite, come il colosso Usa Lehman Brothers.

 

Un grido d'allarme sui tempi arriva da Paolo Basilico, numero uno della società di gestione, Kairos. «Se lo scudo si dovesse chiudere il 15 dicembre - avverte Basilico - si perderà il 50% dei benefici derivanti da questa manovra, mi auguro quindi che il ministero conceda più tempo, almeno fino ad aprile».

Un po' più di tempo lo chiede anche Giorgio Girelli, amministratore delegato di Banca Generali, che finora prevede di raccogliere 1,5 miliardi dallo scudo (contro i 3 miliardi inizialmente previsti da alcuni analisti). «Spero che ci sia una proroga almeno fino a marzo, ma che venga comunicata a inizio dicembre, per avere piena efficacia», dice Girelli.

È vero che il Tesoro punta a massimizzare i ricavi dello scudo nel 2009, ma in effetti dagli uffici tecnici di via XX Settembre a Roma, si sta ragionando seriamente sulla proroga, o meglio su quanto lungo (giorni, mesi) potrà essere «il periodo congruo», come lo definisce la circolare di ottobre, per far rientrare i capitali in Italia.

 

Carlo Filippo Brignone, responsabile della succursale di Torino di Banca Leonardo (400-500 milioni la raccolta stimata dal gruppo), punta il dito contro l'ostruzionismo degli istituti elvetici. «Questo scudo - osserva Brignone - permetterà ai clienti di sottrarsi all'atteggiamento poco collaborativo dei banchieri svizzeri e di poter seguire più da vicino e controllare meglio l'andamento della gestione dei propri risparmi».

Da Ersel (350 milioni di raccolta con più di 500 conti) denunciano che gli svizzeri ritardano per quanto possibile il completamento del trasferimento dei titoli, per un ovvio interesse a mantenere ricavi e masse gestite anche se per pochi mesi. Mentre secondo Massimo Furno, responsabile private banking di Deutsche Bank in Italia (raccolta stimata in 2 miliardi) «le vere difficoltà si sono riscontrate nel regolarizzare prodotti come gli hedge funds». Intanto a due settimane dalla scadenza dello scudo, le banche cominciano a fare i conti in tasca.

«Siamo nella fase clou - dice Roberto Fredella, responsabile Bnl-Bnp Paribas Private Banking - tanto che, in questi giorni, si stanno concretizzando molte operazioni, anche grazie alla nostra task force di avvocati e commercialisti». Da Banca Intermobiliare fanno sapere che la raccolta attesa è tra i 5-600 milioni di euro, idem per Azimut.

Tra i più ottimisti c'è Nicola Onorati, responsabile private banking di Montepaschi: «Abbiamo circa 2.200 posizioni aperte, il 25% delle quali relative a nuovi clienti. L'importo medio dei rimpatri è di 900 mila euro, leggermente sopra la media di mercato. I flussi di capitali in rientro dall'estero sono superiori a quelli degli scudi precedenti, c'è una netta prevalenza dei rimpatri sulle regolarizzazioni».

 

 

[27-11-2009]

 

 

 

CON OCCHIALI LUXOTTICA IL FISCO CI VEDE BENISSIMO – DELVECCHIO CHIUDE LA SUA PENDENZA FIRMANDO UN MEGA ASSEGNO DA 300 MLN €: CIFRA RECORD IN ITALIA TRA UN PRIVATO E LO STATO (MA SE LA PUÒ PERMETTERE, PER “FORBES” HA UN PATRIMONIO DI 6,3 MLD $) - L'ACCUSA AL RE DEGLI OCCHIALI È DI AVER CREATO SOCIETÀ ESTERE PER SFUGGIRE ALLE TASSE…

Paolo Stefanato per "Il Giornale"

Leonardo Del Vecchio, fondatore e maggiore azionista di Luxottica - primo gruppo mondiale degli occhiali -, ha chiuso la sua personale partita con il fisco firmando un assegno da 300 milioni di euro. Una cifra colossale, che non ha precedenti in Italia nelle transazioni tra un privato e l'agenzia delle entrate, ma che non deve impensierire un uomo che da molti anni è tra i primi contribuenti italiani e che appare regolarmente nelle classifiche dei più ricchi del mondo.

 

La vicenda andava avanti da tre anni, con un braccio di ferro affidato ad esperti del massimo livello, e il suo esito aveva già avuto un'anticipazione nella condanna, datata 2008 e confermata nel 2009, al pagamento di 20,4 milioni di euro, di cui 11 di sanzioni; il contenzioso si riferiva al biennio 1997-1998. Per gli anni successivi, tra il 1999 e il 2006, l'accertamento effettuato dal fisco era stato di 2 miliardi. Del Vecchio, che ha sempre sostenuto la liceità dei propri comportamenti fiscali, ha pagato con eleganza: «Ho preferito evitare - ha detto - possibili strascichi giudiziari e chiudere la vertenza avvalendomi degli istituti di definizione concordata con il fisco».

La vicenda è complessa e cercheremo di semplificarla al massimo. Ma va detto subito che siamo nell'ambito dell'elusione fiscale e non dell'evasione, tant'è che a Del Vecchio non vengono contestati reati penali; la differenza tra le due categorie sta proprio, appunto, nel rispetto o no delle leggi, e la «colpa» dell'elusore è quella di cercare gli accorgimenti più opportuni per pagare meno tasse, ma senza infrangere formalmente alcuna norma.

Perché allora - ci si chiederà - Del Vecchio chiude pagando questa somma stratosferica, quindi accettando la sconfitta? Perché il fisco è giunto alla conclusione che le modalità seguite per disegnare il controllo del gruppo industriale falsificavano la realtà e che, di conseguenza, l'erario aveva subito un considerevole danno.

 

Che cosa è stato contestato a Del Vecchio? Di aver creato in Germania una società di comodo, trasferendole il controllo del patrimonio per beneficiare del regime più favorevole dal punto di vista fiscale, sia per le plusvalenze sia per i dividendi. Una catena di controllo chiamata «a sandwich», e che si configura quando una holding italiana possiede una finanziaria straniera che a sua volta possiede un'industria italiana.

 

La tedesca Leofin stava proprio in mezzo tra la proprietà italiana (la Leonardo finanziaria della famiglia Del Vecchio) e le partecipazioni industriali (in particolare Luxottica, occhiali, e Sanson, gelati); la struttura organizzativa e decisionale insomma era inequivocabilmente radicata in Italia, mentre la «scatola» tedesca appariva «vuota», se non - naturalmente - di utili: nel solo 1999 1,55 miliardi di euro, sui quali le imposte da pagare in Italia sarebbero state di circa 500 milioni.

Tre anni fa le Finanze (che all'epoca facevano capo al viceministro Vicenzo Visco) sferrarono l'attacco alle società cosiddette «esterovestite», cercando di individuare la loro reale operatività, che è poi l'unica ragione accettata dal fisco per riconoscere la giurisdizione di un diverso Paese; come per le persone fisiche, non è la residenza ufficiale che conta, quanto la presenza «autentica».

 

Oggi l'architettura societaria della famiglia Del Vecchio si è alquanto semplificata e dalle informazioni Consob il controllo (67,8%) di Luxottica appare della Delfin sarl, società di diritto lussemburghese direttamente riconducibile a Leonardo Del Vecchio; proprio lo spostamento della Delfin dalla Germania al Lussemburgo, risalente al 2006, aveva fatto rizzare le antenne al fisco italiano, che era subito corso a verificarne le valutazioni di portafoglio.

La vicenda è destinata, ovviamente, a suscitare scalpore sia per le dimensioni della transazione, sia per la notorietà del contribuente e della sua azienda, quotata alla Borsa di Milano e al New York Stock Exchange. La storia di Leonardo Del Vecchio, 74 anni, è quella di un'ascesa spettacolare, da orfano ospitato nel collegio dei Martinitt di Milano, a imprenditore di livello mondiale. Nel 2009 la rivista Forbes gli ha attribuito un patrimonio personale di 6,3 miliardi di dollari, terzo in Italia e 71° nel mondo.

 

 

[30-11-2009]

   

 

 

EVADERE CON UN CLICK – SE L’IMPRENDITORE ITALIANO PAGA PER LA PUBBLICITÀ, GOOGLE DOVE INCASSA? IN IRLANDA - E DOVE PAGA LE TASSE? NÉ QUI NÉ LÌ – PARTONO GLI ACCERTAMENTI DELLA GDF PER 150 MLN (CHIESTA L’ARCHIVIAZIONE PENALE) – ANCHE IL FISCO TURCO ALL’ATTACCO…

Massimo Mucchetti per CorrierEconomia" del "Corriere della Sera"

Usare il Pc seduti in poltrona o distesi su una chaise longue è scomodo. Servirebbe un bel supporto. Andrea Benoni, veronese di Cavaian, ci ha pensato. E con altri tre soci ha avviato Lounge-Tek, una microazienda che ne propone online vari modelli, da 99 a 240 euro più 9 per il trasporto a domicilio, consegna in un giorno in Italia, due in Europa, tre in America.

Ma come può una microazienda agli esordi informare i potenziali clienti? La pubblicità su giornali, radio e Tv andrebbe bene in teoria, ma è al momento troppo costosa. Lounge-Tek ha risolto il problema con il programma AdWords di Google che consente di usare lo strumento della pubblicità anche per piccoli importi.

Si prenotano una o più parole chiave e si paga il traffico che da queste viene originato sul proprio sito fino a quando non si esaurisce il budget. In tal modo, racconta Giorgio Chignola, un altro socio della ditta, in 18 mesi e senza muoversi dalla provincia di Verona, la Lounge-Tek ha cominciato a vendere in 22 Paesi.

A chi paga i suoi 10 centesimi a clic la Lounge-Tek? A Google Ireland Ltd, Barrow Street, Dublino. Il grande motore di ricerca è un angelo per le piccole imprese. Ma perché fatturare dall'Irlanda?

Il CorrierEconomia l'ha già documentato: per non pagare le imposte in Italia e, con la complicità del go¬verno irlandese, per non pagarle nemmeno là.

LA MULTA DI ANKARA
La circostanza comincia a scottare. Nei giorni scorsi, secondo il quotidiano turco Sabah , il ministero delle Finanze di Ankara ha inflitto a Google una multa di 32 milioni per avere raccolto pubblicità dalla Turchia senza pagarci l'Iva e le imposte sul reddito. In Turchia opera una filiale, la Google Reklamcilik, ma tutto viene fatturato a Dublino. Esattamente come per l'Italia.

Avrà il coraggio Google di opporsi fino al punto di rischiare un processo e una sentenza o punterà al compromesso con la Turchia? Solo una vittoriosa resistenza eviterebbe un esito che, comunque, darebbe una valutazione dell'imponibile taciuto.

L'Italia è un po' più indietro. A fine 2007, la Guardia di Finanza di Milano ha consegnato alla procura della Repubblica un'indagine sulla presunta evasione fiscale di Google. Ma il 2 febbraio 2009 il pubblico ministero Carlo Nocerino ha chiesto l'archiviazione.

IL DOSSIER NAZIONALE
Secondo il magistrato, non è possibile determinare il reddito imponibile derivante dai ricavi di Google originati in Italia e il conseguente tributo perché non si riesce a «individuare in modo certo e univoco» i costi da detrarre per poter calcolare l'imposta evasa. Ma il lavoro dei militari conserva un notevole rilievo: può allertare l'Agenzia delle entrate sul piano amministrativo, così da «raggiungere» la Turchia, e poi fa emergere il problema politico di come riformare in sede Ocse i principi tradizionali di fronte alla nuova rapacità fiscale delle multinazionali online.

Le Fiamme Gialle hanno risposto al alcune domande.

La prima: quanto fatturato Google genera da clienti italiani? Risposta: dagli esordi del 2002 a tutto il 2006, secondo i prospetti interni trovati nella sede milanese di corso Europa, 240 milioni. Seconda domanda: quanti ricavi dichiara Google Italy negli stessi anni? Risposta: 14,8 milioni. Poiché lo sviluppo è esponenziale, aggiungeremo che il fatturato originato in Italia si stima arrivi a quasi 700 milioni nel 2007 e 2008 mentre quello di Google Italy sale a 32 milioni nel biennio.

Terza domanda, perché Google Italy, che pure ha decine di dipendenti, fattura così poco? Risposta: perché formalmente svolge solo servizi di marketing per Dublino i cui costi vivi vengono rimborsati con una maggiorazione dell'8%, secondo un contratto cost-plus , foro competente San Francisco. Di qui un reddito tassabile di 38 mila euro in 5 anni: «Nessuna vera impresa indipendente che agisce in libero mercato avrebbe potuto accettare tali condizioni», commentano i militari.

Quarta domanda, dobbiamo credere a Google?

Risposta: no. Ammette a verbale Massimiliano Magrini, country manager di Google per l'Italia: «Il personale commerciale di Google promuove direttamente la vendita del prodotto sul territorio nazionale portando avanti tutte le trattative fino alla firma del contratto da parte del cliente nazionale. Il contratto, firmato solo dalla parte acquirente, viene inviato elettronicamente alla sede di Google Ireland di Dublino dove, dopo un preliminare controllo formale, viene firmato dal rappresentante legale della società di diritto irlandese, quale parte venditrice. A questo punto il contratto viene rispedito alla Google Italy e consegnato al cliente».

Vengono da Dublino i contratti allegati con Expedia, Dada Mobile, Alitalia, Fastweb e, curiosità, Forza Italia.

Quinta e ultima domanda: a quanto ammonterebbe la presunta evasione? Risposta: 48 milioni di Iva, una decina di Irap e una novantina di Ires considerando che, ove non si dichiari la componente negativa del reddito, le componenti positive formano la base imponibile, ovvero una trentina, nel caso si applicasse al fatturato «italiano» la quota proporzionale dei costi di gruppo. Questo fino al 2006. Poi, le cifre tendono a esplodere.

 

 
[23-11-2009]

 

 

  Videoinforma :  www marcobava.tk