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MADOFF A LONDRA – GIGOLÒ SVIZZERO EMMA Bonino CHE DOLORI CARAIBI & FISCO, UN BUFFET
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IL
CONTRAPPASSO DELL’INUTILE G20: OBAMA SPERAVA DI CAZZIARE
HU JINTAO SULLO YUAN, E INVECE L’HA MAZZIATO LULA PER I
600 MLD $ POMPATI DALLA FED SUL MERCATO - LO SBARACKATO:
“SE CRESCE L’AMERICA, CRESCONO TUTTI”, MA “TUTTI” ORMAI
HANNO ECONOMIE GAGLIARDE (SENNÒ IL G8 NON SAREBBE
DIVENTATO G20), E NON VOGLIONO STARE AL RIMORCHIO -
ANCHE LA MERKEL ESPORTATRICE SI SCHIERA CON LA CINA E
CONTRO IL MONDO ANGLOSASSONE CHE VORREBBE EQUILIBRARE LA
BILANCIA COMMERCIALE...
Maurizio Molinari per "La
Stampa"
Il
G20 si apre nel segno dei disaccordi su svalutazione
delle monete e squilibri commerciali, obbligando i
leader a una maratona negoziale per concordare un testo
sufficientemente neutro da salvare il primo summit
asiatico. L'incontro fra le venti maggiori economie del
pianeta è iniziato con la cena di lavoro
nell'avveniristica sede del Museo nazionale di Corea,
dove hostess in antiche tuniche reali e bambini in abiti
folkloristici hanno fatto da sfondo al doppio dissenso
sull'agenda.
Su
entrambi i fronti è l'America di Barack Obama ad essere
sotto pressione. La prima, e più aspra disputa, riguarda
la quotazione delle valute. Obama è arrivato a Seul
puntando a mettere alle strette la Cina a causa
dell'eccessiva debolezza dello yuan, a cui attribuisce
buona parte del deficit commerciale Usa, ma si è trovato
sul banco degli imputati a causa delle critiche giunte
da numerosi Paesi nei confronti della recente decisione
della Federal Reserve di acquistare 600 miliardi di
titoli del Tesoro Usa con una mossa sospettata di voler
abbassare artificialmente il valore del dollaro.
«Politiche come quelle della Fed rischiano di mandare in
bancarotta il mondo intero» accusa il presidente
brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, secondo il quale
«se i Paesi ricchi che non consumano vogliono sostenere
le economie con le esportazioni andremo tutti incontro
ad collasso perché si innescherà una corsa a vendere».
Obama risponde che «la cosa più importante che gli Stati
Uniti possono fare per l'economia globale è crescere, in
quanto restiamo il motore delle altre nazioni» ma la sua
ricetta di puntare sul raddoppio dell'export del «made
in Usa» incontra forti resistenze, come confermato
dall'impossibilità di annunciare l'accordo di libero
scambio con la Corea del Sud, rinviandolo alle «prossime
settimane» assieme alle conseguenti ricadute sull'intesa
fra Seul e l'Unione Europea.
La
crisi delle monete è stata al centro di un bilaterale
fra Obama e il leader cinese Hu Jintao durato 1 ora e 20
minuti ma il comune intento di «arrivare a un risultato
positivo» e la promessa di Pechino di procedere nella
«riforma monetaria» non ha partorito una convergenza sul
testo finale, nel quale l'America vuole includere un
esplicito riferimento alla necessità di quotare lo yuan
«sulla base dell'andamento dei mercati valutari».
Il
secondo fronte di crisi riguarda la necessità di trovare
un nuovo equilibrio fra nazioni con deficit e surplus di
bilancio. Qui il duello è fra Obama - sostenuto da
Canada, Australia, Gran Bretagna e Singapore - e la
Germania di Angela Merkel, che assieme a Cina e Giappone
vanta i maggiori surplus. Tim Geithner, ministro del
Tesoro Usa, aveva proposto di stabilire un tetto massimo
del 4 per cento tanto per i surplus che per i deficit ma
il rifiuto di Berlino - che ha un surplus al 6,1 per
cento - è stato netto. La Merkel lo ha ribadito a Obama:
«Stabilire dei tetti precisi non è appropriato».
L'unico, timido, sostegno alla proposta di Geithner è
arrivato dalla Francia - che ospiterà il prossimo G20 -
il cui ministro della Finanze Christine Lagarde ha
parlato di «idea sulla quale si può lavorare». È il
russo Dmitrij Medvedev a trarre le conseguenze: «L'unità
del G20 è in pericolo, senza un'intesa l'economia
globale resterà instabile e sbilanciata».
Il
presidente sudcoreano Lee Myung-bak, nelle vesti di
anfitrione, spera comunque di «raggiungere un'intesa su
una crescita continua e bilanciata» anche se il
portavoce del summit, Kim Yoon-kyung, ammette che
«finora non c'è accordo per concludere il summit con una
dichiarazione di sostanza».
Da
qui lo scenario, ventilato dai negoziatori a notte
fonda, che il summit eviti il fallimento con una
dichiarazione sull'«accordo minimo possibile» ovvero
l'impegno per la «crescita bilanciata» accompagnato
dall'incarico ai ministri finanziari di definire le
misure per far crescere «in maniera differente» le
economie appesantite dai deficit e quelle che vantano
dei surplus.
Mentre i leader del G20 tentavano di arginare i
dissensi, circa tremila manifestanti - rispetto ai 10
mila previsti - si sono riuniti davanti alla stazione di
Seul inscenando un falso funerale per denunciare la
«morte della giustizia nell'economia». Una donna ha
tentato di darsi fuoco davanti al centro Coex, luogo del
summit, ma la polizia è riuscita a fermarla. 12-11-2010]
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CHIAMAMI BOND, JUNK BOND - Sono tornati, e anche di gran
carriera. Si chiamano bond, junk bond, le obbligazioni
spazzatura che garantiscono rendimenti molto alti (7,5%)
perché comportano un alto livello di rischio - Nei primi
nove mesi dell’anno in tutto il mondo sono stati
collocati titoli di questo tipo per 275 miliardi di
dollari: nello stesso periodo del 2009 ci si era fermati
a quota 163 miliardi
Marco Sodano per "La
Stampa"
Sono tornati, e anche di gran carriera. Si chiamano bond,
junk bond, le obbligazioni spazzatura che garantiscono
rendimenti molto alti perché comportano un alto livello
di rischio. Il loro rating è estremamente basso, gli
interessi corrono e fanno gola al mercato.
Nei primi nove mesi dell'anno in tutto il mondo sono
stati collocati titoli di questo tipo per 275 miliardi
di dollari: nello stesso periodo del 2009 ci si era
fermati a quota 163 miliardi, dicono i dati di Dealogic,
che certificano una crescita del 58%. Lo spread (la
differenza) rispetto al rendimento dei titoli di Stato
americani è salito a 625 punti base. Nel giugno 2007,
prima della tempesta, era intorno a 250.
I trader sono concordi: «Dal 1988 in poi questo è il
momento migliore che si sia mai visto - spiegano -. E il
mercato dei titoli ad alto rendimento sembra orientato a
crescere ancora». Gran parte di questa fiducia si deve
al fatto che le contromisure prese per la grande crisi
hanno dimostrato che i governi non hanno intenzione di
permettere il fallimento delle grandi istituzioni
finanziarie.
A questo punto, chiaro che un bel bond spazzatura diventa
estremamente appetitoso. Questa settimana il rendimento
dei T-bond Usa (i titoli di Stato del Tesoro americano)
è crollato allo 0,36%, mentre il junk bond offre un
interesse medio del 7,5% circa. Il segnale non è
rassicurante: Wall Street conobbe una miscela analoga di
tassi bassi e corsa dei prodotti ad alto rischio sia
alla vigila della bolla delle dot.com all'inizio degli
Anni Novanta sia poco prima di quella immobiliare del
Duemila.
La situazione, oltretutto, è complicata dalla ripresa che
stenta: sono molte le aziende in gravi difficoltà che
prima di cadere vanno a cercare liquidità sul mercato
obbligazionario. Se la mossa riesce, gli investitori
rivedono i soldi. Se il passo fallisce, cominciano i
guai. Basta un crac solo, anche piccolo, per scatenare
il panico sui mercati, con indici che precipitano e
aziende che saltano. Una giostra già vista.
Con la differenza che negli Anni 80 le aziende emettevano
bond per fare acquisizioni mentre oggi, spiegano a Wall
Street, lo fanno per rinegoziare debiti già esistenti o
- in qualche caso - per pagare dividendi ai private
equity che le hanno acquisite prima del grande crollo.
Il denaro investito per crescere ha meno difficoltà a
rendere bene di quello cercato per tappare le falle di
una contabilità traballante.
L'indice di Bank of America Merrill che traccia il
mercato dei junk bond è salito nei giorni scorsi oltre
quota 100 per la prima volta da quando è iniziata la
crisi. E di spazzatura sul mercato ne arriverà ancora
parecchia, giurano nelle sale operative.
È interessante anche il confronto con l'intero mercato
delle obbligazioni. Da gennaio a settembre ne sono state
collocate sul mercato mondiale per 4.500 miliardi di
dollari, con un calo dell'8% che accostato alla crescita
dei junk già citata (58%) fa impressione. E i
collocamenti di obbligazioni a basso rendimento - quelle
meno sicure - sta calando. Il mercato, insomma, torna a
giocare con l'ottovolante. Come se non si fosse mai
fatto male, come se non fosse successo nulla.
Per ora va bene a tutti: alle banche che incassano più
commissioni (mentre il mercato calava dell'8% queste
ultime crescevano dell'1% e mentre i titoli ad alto
rischio sono cresciuti del 58, le loro commissioni hanno
fatto un balzo del 93). Va bene alle imprese, che
riescono a raccogliere liquidità senza troppe difficoltà
anche se sono in crisi, va bene agli investitori che -
almeno sulla carta - si vedono garantiti ottimi ritorni
dai loro investimenti.
l risultato è sotto gli occhi di tutti: gli investitori
sono spinti dagli interessi a scommettere sui titoli
incerti, forse dimenticando quali potrebbero essere le
conseguenze. Il boom delle obbligazioni junk, sul
versante opposto, spinge aziende instabili a correre ai
ripari sul mercato del credito. Il cane ha ricominciato
a rincorrere la sua coda. Un girotondoo pericoloso.
11-10-2010]
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SENZA VERGOGNA! - È TORNATA LA FINANZA CREATIVA A WALL STREET E
RIPARTE L’INVASIONE DEI DERIVATI - PRODOTTI PER 555 MLD $: IL 37% IN PIÙ
DEL 2008 – DOMINANO JP MORGAN, GOLDMAN SACHS, BANK OF AMERICA E CITIBANK
– OBAMA AVEVA PREVISTO UN INASPRIMENTO DELLE NORME MA È STATO BATTUTO
DAGLI EVENTI…
Francesco Semprini per "La Stampa"
A volte ritornano, specie a Wall Street. I mercati americani devono
fare i conti con una nuova invasione di derivati, gli strumenti al
servizio della finanza creativa considerati tra le cause principali
della crisi del credito e del collasso di giganti come Lehman Brothers e
Aig.
Finiti sotto processo per l'uso spregiudicato da parte di speculatori
senza scrupoli, i prodotti «esotici» sono tornati a Wall Street più
forti di prima e a meno di un anno dal settembre nero della finanza Usa.
Lo dice il Tesoro americano secondo cui le banche commerciali degli
Stati Uniti hanno incassato 5,2 miliardi di dollari dal trading di
derivati nel secondo trimestre del 2009, pari a un aumento del 225%
rispetto all'anno passato.
Oltre 1100 istituti comprano e vendono questi prodotti, il 14% in più
rispetto al 2008, e a dominare il mercato sono quattro «big», ovvero
Jp Morgan, Goldman Sachs, Bank of America e Citibank, che detengono il
94% del totale di derivati in mano alle banche commerciali Usa.
Secondo l'Office of the Comptroller of the Currency, una delle
authority federali di vigilanza, nel sistema bancario americano sono
presenti 555 miliardi di dollari in prodotti derivati, il 37% in più
rispetto all'anno scorso. «Ne risulta un'esposizione molto elevata»,
dice Kathryn E. Dick, della Occ.
Nella categoria rientrano una vasta gamma di prodotti, come futures,
swap, forwards, opzioni, il cui valore è legato a investimenti in
valuta, materie prime, greggio e tassi d'interesse.
Creati come strumenti per bilanciare il rischio, sono divenuti
un'arma a doppio taglio come nel caso dei «credit default swap»,
assicurazioni sul rischio di default di un debito, perché grazie al
loro impiego frenetico si sono sottoscritte obbligazioni con rischi
elevatissimi, o erogati prestiti senza che le banche avessero le riserve
necessarie.
Il mercato globale dei derivati è di oltre 600 mila miliardi di
dollari e assieme ai prodotti strutturati, come gli Asset-Backed
Securities o i Collateralized debt obligations (cartolarizzati).
Inoltre, trattandosi di settore non regolamentato, elude il controllo
degli organi di vigilanza, e per questo l'amministrazione Obama nel
progetto di riforma finanziaria presentato il 17 giungo ne ha previsto
l'inasprimento delle norme per la vendita designando la Fed alla
vigilanza.
Ma già prima di un intervento dall'alto, questi prodotti sono
tornati in forza nelle banche - quasi tutte beneficiarie dei fondi
pubblici salvagente - a cui i fatti dello scorso anno sembrano un
lontano ricordo.
Lo ha riferito al Congresso, giovedì scorso, Paul Volcker, il capo
del Consiglio per la ripresa economica della Casa Bianca: «I derivati
sono tornati in quantità eccessive rispetto al totale degli asset
bancari, ci sono rischi sulla trasparenza».
Secondo il Tesoro, ad esempio, Goldman Sachs, divenuta holding
bancaria lo scorso anno, ha 20 miliardi di dollari in «total risk-based
capital», e 186 miliardi di dollari di «esposizione creditizia legata
a contratti derivati». Gran parte può essere coperta da «collateral»
ovvero istituti garanti, ma rimane il fatto che l'esposizione sulle
perdite legate a derivati è 9 volte l'ammontare del capitale
accantonato.
[30-09-2009]
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BERNANKE NON VA TANTO BEN - IL PATRIMONIO PERSONALE DEL PRESIDENTE
DELLA FED SCENDE DA 2,5 A 1,9 MLN $ - MALGRADO GLI VENGA RICONOSCIUTO DI
AVER EVITATO IL CROLLO DELL’ECONOMIA USA, IL SUPERBANCHIERE PERDE UN
TERZO DEI SUOI INVESTIMENTI…
Antonia Jacchia per
il "Corriere della Sera"
Ha speso gran parte della sua carriera a studiare la Grande
Depressione. Ha incassato dalle colonne del New York Times il plauso
dell'economista Nouriel Roubini che gli attribuisce il
merito di aver evitato che la recessione seguita al crollo dei mercati
si trasformasse in «una depressione che sembrava molto verosimile».
Eppure nemmeno il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke è riuscito ad attraversare indenne lo tsunami finanziario. Al
contrario, nel 2008 ha visto assottigliarsi il proprio patrimonio del
29%.
Secondo le comunicazioni della Fed gli asset
finanziari della famiglia Bernanke che nel 2007 avevano
un valore fra 1,2 e 2,5 milioni di dollari, sono scesi nel 2008 tra 852
mila e 1,9 milioni. Anche se è riuscito a fare sempre meglio di Wall
Street dove l'indice S&P 500 è crollato di quasi il 39% nel corso
del 2008.
Il successore di Alan Greenspan, dottorato al
Massachusetts institute of technology ed ex professore alla Princeton
University, ha distribuito i suoi averi tra fondi di investimento,
titoli di stato (canadesi e statunitensi) e rendite varie (le cui due
principali gestite da Tiaa-Cref che provvede fondi pensione per istituti
accademici e organizzazioni non profit). Ma non è riuscito a proteggere
i propri «risparmi». Sarà forse anche per questo che durante un tv
show (sugli schermi della Pbs) il presidente della Fed ha risposto «mi
sono dovuto turare il naso» a chi gli chiedeva di perché «tanti
miliardi pubblici» adoperati per salvare «banche private». Ma questa
è un'altra storia.
Ha fatto meglio Jane Lauder, moglie di uno dei
colleghi di Bernanke nel consiglio della Fed, Kevin
Warsh, perfetta in quanto a tempismo. La nipote del fondatore
della multinazionale dei cosmetici Estee Lauder, ha
venduto nel gennaio 2008 azioni per un ammontare tra 880 mila e oltre 2
milioni di dollari, appena in tempo per evitare il crollo di Wall
Street. Anche se la signora Warsh non è riuscita a
salvaguardare completamente l'intero patrimonio che si è ridotto dai 73
milioni del 2007 ai 64 milioni dello scorso anno. Lo stesso Warsh non ha potuto fare altro che registrare il declino: in un solo
anno i suoi asset sono passati da un valore tra i 900 mila e i 2 milioni
di dollari a 766 mila-1,67 milioni.
[30-07-2009]
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LA CINA, OGNI TANTO, SI RICORDA DELL'ANTICO COMUNISMO – I
METALMECCANICI DELLA MANCIURIA A RISCHIO LICENZIAMENTO UCCIDONO (A
CAZZOTTI) UN MANAGER - 30MILA operai bloccaNo l’autostrada - NEL
COMUNISMO ALLA PECHINESE, POCHI RICCHI E MOLTI POVERI…
Francesco Sisci per "La
Stampa"
La classe operaia cinese, non più avanguardia comunista verso il
socialismo reale, non più aristocrazia sociale, riportata al suo valore
antico di braccia da comprare e vendere un tanto al mese, si è
ribellata di nuovo. Circa 30 mila metalmeccanici si sono scontrati
violentemente con la polizia venerdì a Tonghua, nel Nord-Est del paese,
in quella che una volta era la Manciuria, la culla dell'industria
pesante cinese, e che oggi è «la cintura della ruggine», con le
vetuste fabbriche in via di dismissione.
La protesta è stata accesa dalla notizia che la locale fonderia
sarebbe stata comprata dalle acciaierie Jianlong,
un'azienda basata a Pechino. Gli operai temevano altri licenziamenti. Ma
l'evento che più ha scosso l'opinione pubblica, cinese e mondiale, è
il pestaggio a morte di un dirigente dell'azienda, Chen Guojun.
È stato attaccato dagli operai, massacrato di botte e lasciato morire,
mentre la folla non faceva passare medici e ambulanza.
La Cina è il primo Paese al mondo per
produzione dell'acciaio. Ma, anche prima della crisi, soffriva un
eccesso di capacità produttiva, tanto più adesso. La Cina produceva
troppo acciaio di bassa qualità e poco acciaio di alta qualità, quello
che serve nell'industria moderna. Il governo ha lanciato un massiccio
piano di modernizzazione, con feroci tagli ai «rami secchi», cosa che
nello Jilin significa mandare a casa decine di migliaia
di operai, con liquidazioni e protezioni sociali risibili.
Per questo molte località si oppongono con le unghie e con i denti
ai piani di chiusura degli impianti, per salvare posti di lavoro e
livelli di vita. A Tonghua gli operai non protestavano tanto contro la
ristrutturazione dell'azienda, ma contro le liquidazioni da fame. E
l'ira dei metalmeccanici era puntata soprattutto contro il direttore
generale della fabbrica, Chen Guojun, che avrebbe
ricevuto l'anno scorso un bonus di tre milioni di yuan (300 mila euro)
per la cessione dell'azienda, mentre agli operai restava solo una specie
di cassa integrazione da 200 yuan al mese (20 euro). Venerdì gli operai
hanno bloccato l'autostrada e tre auto della polizia erano state
attaccate e distrutte. Poi il manager è stato trucidato, scatenando la
repressione.
Le rivolte come quella di Tonghua evidenziano, con la loro carica di
violenza, due ordini di problemi molto profondi: uno è il sistema
disordinato, e propenso ai soprusi, di gestire il licenziamento degli
operai. L'altro è la mancanza di una forza «interclassista», che stia
in mezzo alle richieste divergenti di parti diverse della società.
Perché lo sforzo interclassista del partito comunista si scontra con la
tradizione usata fino a ieri, che inneggiava alla lotta di classe e
disprezzava, con spirito quasi religioso, il frutto naturale
dell'economia di mercato, cioè i ricchi contrapposti ai molti che
restano poveri.
[27-07-2009]
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MAOMETTO BOND – LA FINANZA ISLAMICA IN CRESCITA ESPONENZIALE PIACE
ANCHE ALL’OCCIDENTE - MILLE MILIARDI, ESPANSIONE E PERFORMANCE SUPERIORI
ALLA MEDIA – LONDRA IN PRIMA FILA: “NE SAREMO IL CENTRO MONDIALE”
– E GLI ASPETTI ETICI PIACCIONO AL MONDO CATTOLICO…
Cecilia Zecchinelli
per il "Corriere
della Sera"
Sukùk, takàful, ma anche ribà: solo
qualche anno fa erano parole arcane, gergo per pochi iniziati al di
fuori del mondo islamico e dei suoi affari. Oggi, a scorrere le pagine
economiche dei grandi quotidiani occidentali, si incontrano sempre più
spesso. Perché sono termini basilari per orientarsi nel grande mare
della finanza islamica. Nata a Dubai solo nel 1975, ora vicina a un giro
d'affari di mille miliardi di dollari, la moderna industria del denaro
coranicamente corretta è in rapida e inarrestabile crescita ovunque. In
Malaysia e nel Golfo, le due regioni musulmane più attive
finanziariamente, ma non solo.
Le performance in tempo di crisi superiori a quelle del nostro
sistema spingono infatti molti istituti occidentali a buttarsi nel
business, come già fece la pioniera Citibank nel 1996. I suoi aspetti
etici attirano perfino chi musulmano non è, ad esempio nel mondo
cattolico.
Numerosi governi di Paesi non musulmani si stanno muovendo, a partire
dalla Gran Bretagna. Al recente e affollatissimo Sukùk Summit di Londra
dedicato ai «bond islamici», la responsabile del Tesoro britannico per
il settore, Sarah McCarthy-Fry, ha ribadito
l'intenzione di fare della City il «centro mondiale » della finanza
islamica.
«Questo mercato offre enormi opportunità a lungo termine e noi
vogliamo coglierle», ha detto, aggiungendo che presto verranno
modificate alcune normative per garantire un ulteriore sviluppo. Lo
stesso stanno facendo (o hanno già fatto) Francia, Svizzera, Hong Kong
e molti Paesi africani. L'Italia prima o poi ne seguirà l'esempio.
«La finanza islamica conta ancora solo per l'1% del mercato globale,
ma sta sviluppandosi massicciamente: in ognuno degli ultimi quattro anni
ha registrato una crescita tra il 15 e il 20% e i risultati dei primi
mesi 2009 indicano che la performance dei vari istituti, oltre 300 in 75
Paesi, sono in media superiori a quelli della finanza classica. E se
qualcuno ha invece registrato problemi seri o perfino gravi, questo è
dovuto all'impatto del calo generale di liquidità e dell'immobiliare,
non al core-business», dice Nasser Saidi, ex ministro
dell'Economia e vicegovernatore della banca centrale del Libano, oggi
chief economist del Dubai International Financial Centre, l'importante
zona franca finanziaria dell'emirato e centro principale per i sukùk.
«Le obbligazioni islamiche, sempre destinate a finanziare progetti
reali, sono il segmento in maggior crescita - continua Saidi -.
Nonostante il rallentamento generale prevedo che nel 2009 le nuove
emissioni toccheranno i 27 miliardi di dollari, in gran parte lanciate
da governi della regione. Anche vari Stati in Occidente sono
intenzionati a seguirne l'esempio. Consiglio alla Repubblica italiana di
considerare un'emissione di sukùk in euro o dirham per finanziare
infrastrutture: sarebbe certo ben accolta nel Golfo».
Se altri economisti ritengono troppo ottimistiche le previsioni di
Saidi sul 2009, dato il forte rallentamento del mercato manifestatosi
dal 2008, la ripresa per tutti è però già iniziata. «Nel secondo
trimestre le emissioni di sukùk sono scese del 35% su
base annua ma dai tre mesi precedenti sono aumentate del 164% -, nota Aafaq
Khan, capo della finanza islamica alla Standard
Chartered -. Nel secondo semestre andrà ancora meglio».
Sono vari i motivi del recente boom del settore. «Soprattutto il
crescere della popolazione musulmana in Usa e in Europa, che dopo l'11
settembre si è molto spostata sulle "sue" banche così come
ha fatto quella dei Paesi islamici. E poi il disastro partito dai
subprime», spiega Malik Sarwar, amministratore delegato della società
di consulenza Sarwar Wealth Advisors di New York.
Che aggiunge: «L'Occidente dovrebbe imparare i tre principi base che
ci hanno salvato dalla débacle. Il primo è il concetto "kiss",
keep it simple stupid, ovvero transazioni semplici e chiare: il caso Madoff
mostra che molti affidano il denaro a gestori senza sapere in
quali prodotti intricati e oscuri finisca.
Il secondo è la fiducia: in Occidente le
banche stanno licenziando e invece il servizio ai clienti è il punto
cruciale, ancor più in tempi difficili. Il terzo è la responsabilità
sociale degli investimenti: ovvero il divieto ad esempio di creare
denaro dal denaro, senza beni tangibili sottostanti, e quindi
l'esclusione di strumenti speculativi come i derivati, ma anche gli
hedge fund, tutti ad alto rischio».
Dai critici, esterni o interni al sistema, si segnalano carenze e
vari ostacoli da superare. Riguardo alla gamma di prodotti (da
ampliare), alle spese per i clienti finali (da ridurre), alle differenze
effettive con la finanza occidentale (da accentuare al di là dei
termini). Ma soprattutto riguardo agli standard. Se la Malaysia ne ha
adottati di nazionali insieme a un sistema di rating, altrove basta la
fatwa di almeno tre esperti per rendere lecito un prodotto finanziario.
«Finora gli istituti si sono regolati individualmente, senza molta
attenzione al rischio sistemico o agli aspetti macroeconomici - ammette Ahmad
Mohammad Ali, presidente della Islamic Development Bank, il
colosso multinazionale con sede a Gedda -. Ma ci serve
la visione d'insieme, sapere chi è collegato a cosa». Sulla questione
sono in corso difficili negoziati tra gli addetti al lavoro dei vari
Paesi, divisi da interpretazioni più o meno rigide dell'Islam.
Ma una volta superato l'ostacolo («anche gli eurobond all'inizio non
avevano veri standard», dice Saidi), si prevede che il settore conoscerà
un ulteriore sviluppo. Forse non sarà vero che «la finanza islamica
salverà l'economia globale», come qualche economista occidentale ha
(provocatoriamente?) predetto. Ma è certo che il mercato del denaro in
nome del Corano è uscito dalla nicchia degli specialisti e non vi
tornerà.
NEI PAESI ARABI UNA LIQUIDITÀ ENORME L'ITALIA POTREBBE
SFRUTTARLA EMETTENDO «SUKÙK»...
Coordinatore del Comitato strategico per lo sviluppo e la tutela
all'estero degli interessi nazionali in economia (creato nel 2008 da Tremonti
e Frattini, soprattutto per dialogare con i
fondi sovrani), partner di uno dei primi studi legali italiani, advisor
internazionale, Enrico Vitali ha un particolare interesse per la finanza
islamica. Un settore a cui la Fondazione Formiche (dove Vitali siede nel
comitato esecutivo) e la Fondazione Etica di Gregorio Gitti hanno dedicato recentemente a Roma un seminario a porte chiuse.
L'incontro è stato occasione per fare il punto sullo sviluppo
globale del nuovo mercato. E sulla situazione in Italia. «Che
nonostante la nostra posizione di crocevia nel Mediterraneo è molto
indietro rispetto a Paesi come la Gran Bretagna, la Svizzera o la
Francia -, dice Vitali, precisando di parlare a titolo
personale -. Adesso per noi è strategico recuperare terreno. E lo dico
in un'ottica utilitaristica, non certo perché pensi che dobbiamo
seguire i princìpi della sharia ».
Nel 2007 l'Abi e l'Unione Banche Arabe firmarono un
memorandum con l'obiettivo di aprire la prima banca islamica in Italia
entro il 2008. La stessa Abi e Bankitalia hanno avviato studi, qualche
esperimento c'è stato, ma in sostanza non si è fatto niente. Per
motivi solo tecnici o anche politici?
«Far dialogare i due sistemi non è semplice, i rating e i ratio sono
ancora carenti nella finanza islamica. Ci sono problemi tecnici, di
liquidità interbancaria ad esempio, mentre nel micro, a livello di
prodotti di investimento, è più semplice. In Italia non credo ci siano
pregiudizi anti-islamici: anzi, dialogare con il mondo musulmano in
campo economico è più semplice. Ma manca ancora un incontro tra il
nostro ordinamento e questi strumenti finanziari. Che andrebbe
soprattutto a nostro vantaggio».
Perché la comunità musulmana è ormai numerosa?
«Sì, la popolazione immigrata in Italia dai Paesi musulmani è
cresciuta notevolmente ed è attiva negli affari. Ma un altro motivo è
che la liquidità di molti Paesi arabi oggi è enorme. Vero è che i
fondi sovrani arabi investono già da noi, adattandosi alla nostra
finanza. Ma con la corsa in atto tra governi occidentali per attirarli
è chiaro che offrire prodotti islamici agevolerebbe le cose. Senza
dimenticare l'aspetto sicurezza».
In che senso?
«Gli attuali sistemi di raccolta del risparmio sono spesso usati per
finanziare il terrorismo. Una banca islamica in Italia sarebbe più
trasparente. Certo, se si vuole accentuare la sicurezza si perde
competitività, ma si può trovare un equilibrio. Con una sola azione si
otterrebbero più risultati».
Cosa dovrebbe fare l'Italia?
«Creare al più presto un comitato ad alto livello, con
rappresentanti del Tesoro, degli Esteri, degli Interni, dell'Abi e di
Bankitalia, accanto ad esponenti della comunità musulmana e a esperti
esterni, per formulare raccomandazioni e progetti.
In Gran Bretagna esiste già. E poi, come è stato proposto al
seminario di Roma, il governo potrebbe lanciare un'emissione di sukùk,
i bond islamici. Per un Paese con un alto indebitamento e necessità di
finanziare infrastrutture come il nostro un'emissione di sukùk sarebbe
perfetta. Finora solo un Land tedesco l'ha fatto. L'Italia dovrebbe
pensarci seriamente».
[24-07-2009]
LA BANCA VINCE SEMPRE – “PANORAMA” FA FINTA DI DOVER INVESTIRE
IN MODO TRANQUILLO 250MILA € IN 5 ANNI IN 6 BANCHE: INTESA, UNICREDIT,
BNL, MPS, BCC E LEGNANO – ESPERTI NORISK: HANNO SUGGERITO POLIZZE E
OBBLIGAZIONI CHE RENDONO MENO E COSTANO DI Più…
Daniela Fabbri per
"Panorama"
Lamberto Cardia, presidente della Consob, i suoi
polli (ovvero i banchieri) li conosce bene. E quando la scorsa settimana
ha scandito, nel corso della annuale relazione della commissione, che «senza
trasparenza e correttezza non c'è fiducia, e senza fiducia non c'è
stabilità», in parecchi hanno mugugnato.
Anche perché Cardia non si è limitato a una
generica ramanzina, ha bacchettato le banche che con troppa disinvoltura
riempiono il portafoglio dei risparmiatori con le loro obbligazioni.
Spesso non trattate sui mercati regolamentati e quasi sempre prive di
liquidità. Con il risultato che se l'investitore decide di vendere
questi titoli prima della scadenza la prospettiva di un salasso è
pressoché sicura.
Certo, per i risparmiatori non è un periodo facile. I fondi
d'investimento annaspano. Il mercato azionario oscilla fra la voglia di
ripresa e le incertezze dovute alla crisi economica. Mentre i titoli di
stato, che in passato rappresentavano un porto sicuro in fasi come
questa, hanno rendimenti in costante picchiata che nel caso dei Bot
ormai si avvicinano allo zero.
Quanto alle banche, dopo l'ammonimento di Cardia Panorama ha
fatto una sorta di prova sul campo.
Chi scrive ha bussato alla porta di svariate filiali di istituti
grandi e piccoli chiedendo consigli su come investire un tesoretto
(virtuale) di 250 mila euro. Poi i suggerimenti forniti dalle banche
sono stati girati a Carlo Mazzola, presidente della
NoRisk, società indipendente di analisi finanziaria, per una loro
valutazione. Il risultato? Sconfortante. La scarsa trasparenza lamentata
dal presidente della Consob è una costante.
Ma non è l'unico guaio. Le informazioni su costi e commissioni, per
esempio, non consentono quasi mai di avere un quadro esatto delle spese.
Sulle caratteristiche dei prodotti finanziari proposti, e il loro grado
di reale rischiosità, la reticenza costituisce la norma. Solo alcune
banche hanno fornito, dietro esplicita richiesta, i prospetti scritti
dei vari prodotti. In qualche caso hanno dato addirittura informazioni
false.
La cronista che ha indossato la maschera dell'investitore sprovveduto
alle banche ha chiesto poche cose: la difesa del patrimonio e la
possibilità di un modesto guadagno. Garantendo che l'investimento
sarebbe stato di durata mediolunga: almeno 5 anni. Ecco che cosa è
stato proposto.
Alla filiale dell'Intesa Sanpaolo il consulente appare affabile. E
per prima cosa consiglia vivamente di sottoscrivere una polizza Intesa
vita valore: il rendimento minimo garantito è pari all'1,50 per cento,
dopo il primo anno se si decide di uscire «il capitale è garantito».
Peccato che la commissione d'ingresso alla polizza sia pari proprio
all'1,50 per cento di «rendimento garantito». E che il capitale non
sia «garantito» affatto. Nel prospetto, che il bancario non consegna,
è scritto: «In caso di riscatto il contraente è esposto al rischio di
ottenere un importo inferiore ai premi versati».
Altre possibilità? Obbligazioni della banca con rendimenti che
variano dall'1,71 al 3,4 per cento, a seconda della durata (2 anni nel
primo caso, 10 nel secondo). E poi c'è un'«occasione da non perdere»:
un'obbligazione (sempre emessa dalla casa) della durata di 6 anni il cui
rendimento «è legato all'andamento del settore oil & gas
dell'indice Dow Jones, quello della borsa di New York».
Un po' troppo settoriale, si direbbe.
L'offerta di polizze vita e obbligazioni della casa è una costante che
si ripeterà in tutte le banche interpellate. Mentre nessuna consiglierà
i titoli di stato. Eppure, a ben guardare, i Btp a 5 anni (la durata del
teorico investimento) offrono un rendimento lordo pari al 3,2 per cento
(2,8 netto): superiore a quello delle obbligazioni bancarie che vengono
proposte.
E questo, come ha sottolineato Cardia, è un bel
paradosso. Il rendimento delle obbligazioni è (dovrebbe essere)
direttamente proporzionale al loro grado di rischio. In questo caso
avviene il contrario. Con un duplice vantaggio per la banca: da un lato
si finanzia a basso costo, dall'altro incassa pingui commissioni.
Se all'Intesa Sanpaolo il consiglio era di scegliere prodotti con
scadenza a lungo termine, allo sportello della Banca di Legnano
l'indicazione è opposta: «Solo breve o brevissimo termine». E allora
meglio certificati di deposito con scadenza a 11 mesi (rendimento 1,2
per cento lordo) oppure obbligazioni della casa a 2 anni, «perché
comunque i tassi scenderanno».
Ma non si potrebbe trovare qualcosa d'altro? «Eh» sospira la
funzionaria «certamente si può. Però attenzione: per i nostri
prodotti la gestione costa 10 euro a trimestre, se si pesca all'esterno
si può arrivare anche a 100 euro». Meglio pensarci bene.
E del resto è meglio meditare anche prima di sottoscrivere il fondo
monetario che viene proposto come alternativa: il rischio è pressoché
inesistente, sostiene la banca (ma non è affatto vero). E il «rendimento
potrebbe arrivare al 3 per cento» (cosa che la NoRisk ritiene probabile
quanto un miracolo).
Alla Banca nazionale del lavoro, gruppo della francese Bnp-Paribas,
la musica non cambia: polizze e obbligazioni della casa. Ma anche «certificati»
legati all'andamento delle azioni dell'Eni della durata di 2 anni e 3
mesi.
E se il titolo va male in borsa? «Per il primo anno c'è una cedola
fissa, garantita, pari al 5 per cento». E poi? Poi il funzionario parla
d'altro illustrando i vantaggi del loro fondo di liquidità. Peccato che
renda (a parole) appena il 2 per cento, lordo beninteso.
Se alla Bnl suggeriscono un portafoglio sbilanciato verso la liquidità,
alla piccola Banca di credito cooperativo nel Milanese fanno l'errore
speculare, consigliando un'asset allocation troppo aggressiva, con un
peso dell'azionario incompatibile con le esigenze prospettate (prima di
tutto: difesa del capitale).
E tuttavia la piccola Bcc, nelle sue proposte, appare per certi versi
meno provinciale di molti colossi creditizi: per esempio consiglia fondi
d'investimento non della casa, come l'Azimut, e anche esteri, come
l'austriaco Raffaisen.
La prova sul campo di Panorama si è conclusa visitando due filiali,
una del Monte dei Paschi di Siena e l'altra dell'Unicredit. Il
funzionario dell'Mps propone, fra l'altro, di investire 100 mila euro in
un conto online dedicato ai nuovi clienti, rendimento pari al 2,60 per
cento fino a dicembre, «poi si vedrà». E almeno 50 mila euro nelle
immancabili obbligazioni della casa. Peccato che il rendimento del
deposito online sia inferiore a quello che si può trovare sul mercato.
E lo stesso vale per le obbligazioni.
All'Unicredit viene caldeggiata la sottoscrizione della polizza
Unicredit plus (senza avvertire, rileva la NoRisk, che se liquidata in
anticipo non garantirà l'incasso minimo previsto) e l'acquisto di
obbligazioni (della stessa banca ovviamente) con scadenza 2014 e
rendimento del 3,5 per cento. Un affare? No, assicura la NoRisk, perché
sul mercato ci sono titoli con la stessa scadenza con rendimenti
nettamente superiori. Che qualcuno comunque ci guadagni è fuori di
dubbio. Ma non è il risparmiatore, è la banca.
[24-07-2009]
LA CORDATA S'È SFRACELLATA AL SUOLO. IL VOLO DELLA FENICE DI PASSERA
STA PER FINIRE - SABELLI POTREBBE ESSERE SFIDUCIATO A BREVE - IL NO DEI
SOCI ALL'AUMENTO DI CAPITALE - INTESA: SCONTRO PASSERA-MICCICHÉ - CHIESTO
L'INTERVENTO CASSA DEPOSITI E PRESTITI - IL SOCIO AIR FRANCE INTENZIONATO
A "COMMISSARIARE" ROCCO SABELLI CON UN SUO MANAGER -
Notizia-bomba su Cai-Alitalia. La cordata dei 'salvatori della
patria' si è sfracellata al suolo. Il volo della Fenice di Passera sta
per finire.
Da fonti ben informate vieniamo a sapere che l'amministratore
delegato Rocco Sabelli potrebbe essere sfiduciato a
breve. Di fronte alle perdite enormi della compagnia di bandiera, i soci
storici si sono rifiutati di versare la seconda parte dell'aumento del
capitale.
E sottolineano ancora le nostri fonti di uno
violento scontro esploso in Intesa - la banca che si è assunta l'onere
del salvataggio perché gravata del debito enorme di Air One di Carlo
Toto, fra l'amministrato delegato Corradino Passera e
il direttore del Corporate Micciché, colui che ha
voluto e ottenuto, anche contro la volontà del presidente Roberto
Colaninno, Rocco Sabelli alla guida della compagnia.
Sarebbe stato chiesto, inoltre, per tamponare un buco pauroso,
l'intervento governativo della Cassa Depositi e Prestiti.
Intanto, da parte sua, Passera sta consultando un nuovo manager: ne ha
già contattati due, più un outsider.
Nei prossimi giorni è atteso infine un incontro risolutivo di Colaninno
con il vertice di Air France intenzionato a commissariare
Sabelli con un proprio manager.
[26-07-2009]
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CHE FARà IL VICE-PRES UBS, MARPIONNE? – LUNEDì INIZIA IL PROCESSO
CHE VEDE GLI usa CONTRO UBS: SE LA BANCA NON SVELERà I NOMI DEI 52MILA
CORRENTISTI USA IL TRIBUNALE POTREBBE BLOCCARE I BENI AMERICANI DELLA
BANCA (27 MILA DIPENDENTI) - ACCORDO?…
Arturo Zampaglione
per "la
Repubblica"
A quattro giorni dall´apertura del processo a Miami contro la Ubs,
accusata di non voler consegnare alla Irs (l´agenzia delle entrate) i
nomi dei 52mila correntisti americani, si fa più duro lo scontro tra la
Svizzera e gli Stati Uniti. In un documento depositato in tribunale, le
autorità di Berna hanno chiarito che impediranno alla Ubs di
trasmettere la lista in violazione delle leggi elvetiche sul segreto
bancario.
E il giudice della Florida che si occupa del caso, Alan Gold,
ha chiesto al governo di Washington di comunicargli entro domenica a
mezzogiorno se intende requisire i beni americani della banca svizzera
nel caso che l´ordine non venga rispettato.
Sullo sfondo di questo braccio di ferro c´è il rinnovato sforzo
internazionale contro i paradisi fiscali, di cui si è occupato anche il
G8 dell´Aquila. L´Ubs, che è la più grande banca svizzera e ha negli
Stati Uniti 27mila dipendenti, un terzo del totale, è da tempo nel
mirino per aver aiutato molti americani benestanti ad evadere le tasse
attraverso conti cifrati e società di comodo nel Lichtenstein, a Panama
e Hong Kong.E
A febbraio l´istituto di Zurigo, ammettendo le proprie responsabilità,
aveva pagato 780 milioni di dollari di multa al governo di Washington,
consegnando anche i nomi di 250 evasori, in modo da chiudere la partita
penale. Ma non è bastato a risolvere l´offensiva sul piano civile: l´Irs
ha infatti aperto un´altra vertenza per conoscere l´identità dei
correntisti americani, che sarebbero 52mila.
Il processo si aprirà lunedì a Miami. E in vista dell´appuntamento,
Berna, che si è sempre detta disponbile a una trattativa con il governo
americano, ma non a violare le proprie leggi (con il rischio di perdere
i miliardi depositati nelle sue banche), ha comunicato mercoledì che «prenderà
ogni misura necessaria per evitare che l´Ubs consegni le informazioni
sui clienti».
Una linea ferma, insomma, anche se la maggior parte degli analisti è
convinta che la guerra si concluderà con un accordo extra-giudiziario
attraverso il pagamento di una grossa somma (5 miliardi di dollari) da
parte della banca svizzera, per risarcire così il danno fiscale subito
dalla Irs senza violare il segreto.
«Siamo pronti a un compromesso», ha confermato ieri Serge Steiner,
portavoce della Ubs, pur ricordando che la questione deve essere
affrontata a livello dei due governi. I mercati finanziari credono in
questa ipotesi. Ieri, a metà mattinata, le quotazioni della Ubs
guadagnavano il 2 per cento.
Certo il risarcimento appesantirebbe ulteriormente i conti dell´istituto
guidato ora da Kaspar Villiger, che per effetto della
tempesta finanziaria ha registrato perdite per 53 miliardi di dollari ed
è stato costretto a chiedere per quattro volte l´aiuto del governo
svizzero. D´altra parte la piazza americana è troppo importante perché
l´Ubs possa permettersi di rimanerne fuori.
Anche se l´accordo appare l´ipotesi più credibile non si può
neanche escludere un irrigidimento delle parti. Se il governo americano
decidesse di bloccare gli asset Ubs, Berna potrebbe rivalersi sulle
banche Usa in Svizzera, avviando un´escalation imprevedibili.
[10-07-2009]
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ARRIVA LA TERZA FASE DELLA CRISI: LE CARTE DI CREDITO – NEGLI USA
-38% DI NUOVE EMISSIONI NEI PRIMI 4 MESI 2009: LE NUOVE LEGGI FARANNO
CALARE ANCORA IL MERCATO – MOROSITà AI MASSIMI STORICI – L’ITALIA
NON CORRE RISCHI: DENARO ELETTRONICO USATO POCO…
1 - CARTE DI CREDITO IN CADUTA LIBERA NEGLI STATI UNITI...
Francesco Semprini per "La
Stampa"
Carte di credito in caduta libera negli Stati Uniti. Nei primi
quattro mesi del 2009 banche e società finanziarie hanno emesso 9,8
milioni di nuove carte, ovvero il 38% in meno rispetto allo stesso
periodo dell'anno passato. Allo stesso tempo il limite medio di prestito
è sceso del 3% a quota 4.594 dollari.
Il trend trova spiegazione nel generale clima di crisi che oltre
alla paralisi del comparto creditizio è stato caratterizzato da
un'impennata dei casi di insolvenza costringendo i consumatori ad
adottare abitudini di spesa più prudenti. Ma è anche l'effetto della
stretta voluta dall'amministrazione di Barack Obama che sebbene abbia
avuto come obiettivo quello di creare una disciplina più ferrea e
tutele maggiori per i cittadini, ha in ultima istanza generato ricadute
negative in termini di circolazione.
Secondo Equifax, la società indipendente che ha condotto la
ricerca, il fenomeno appare trasversale, ovvero anche i clienti con
basso rischio d'insolvenza accedono a linee di credito inferiori
rispetto al passato. «Quello che impressiona è proprio la riduzione
delle somme messe a disposizione dalle banche», spiega Mark Zandi, capo
economista di Moody's Economy.com.
Nei primi quattro mesi del 2008, nonostante il numero di nuove
carte emesse fosse diminuito su base annuale da 17,6 a 15,8 milioni di
unità, il limite medio di prestito è cresciuto da 4.635 dollari a
4.715 dollari. La regressione del 2009 contrasta con i tentativi
dell'amministrazione di ridare impulso al comparto creditizio. Il
rischio è di assistere a un ulteriore peggioramento, secondo Zandi,
perché gli ultimi interventi legislativi sono il frutto di un «disaccordo
fattuale».
La legge approvata all'inizio di maggio infatti impone restrizioni
maggiori nella concessione e gestione delle carte, e questo potrebbe
portare a un ulteriore riduzione delle emissioni a una maggiore erosione
dei limiti di prestito. L'obiettivo dell'intervento legislativo è stato
quello di tutelare il consumatore dai rischi legati a rimbalzi dei tassi
d'interesse o da commissioni esorbitanti spesso applicate senza il
necessario preavviso o la dovuta trasparenza.
Dalle banche si è però assistito un aumento dei tassi
d'interesse. Tutti elementi che vanno a disincentivare non solo il
ricorso al credito e quindi la richiesta di nuove carte, ma che
rischiano così di aumentare i casi di default e in ultima istanza di
rallentare la ripresa del settore. «Se il calo del numero di nuove
carte significa procedure di sottoscrizione più accurate e maggiori
garanzie allora siamo in presenza di un segnale positivo», spiegano gli
esperti di Consumer Report.
«Ma sarebbe preoccupante se le banche oltre a ritirare dal
mercato le carte inattive e insolventi iniziassero a rivalersi sui
consumatori responsabili». Intanto ieri sono stati diffusi anche i dati
sulle insolvenze. Il numero degli americani che alla fine del mese non
riesce a pagare il mutuo oppure il conto della carta di credito è
salito a livelli record.
Secondo i dati dell'American Bankers Association, nel primo
trimestre del 2009, il tasso di morosità sui mutui è salito al 3,52%
dal 3,03% dell'ultimo trimestre dell'anno scorso, mentre quello sulle
carte di credito ha segnato un incremento al 4,75% dal 4,52% del
trimestre precedente. Il livello più alto da quanto sono iniziate
queste rilevazioni nel 1974.
2 - NIENTE RISCHI IN ITALIA...
Da "La Stampa" - Niente
rischi per l'Italia. «Il nostro Paese è al riparo dal fantasma delle
carte di credito a rischio insolvenza». A dirlo è Alessandro Zollo,
responsabile dei Servizi di pagamento retail dell'Abi. «Qui da noi i
borsellini elettronici sono ancora poco diffusi con appena una
transazione su 10 che viene effettuata con le carte». Dello stesso
parere anche Giuseppe Piano Mortari, direttore di Assofin che sottolinea
come in America le carte di credito siano utilizzate come forma di
accesso al credito al consumo.
In Italia, invece, sono una componente minoritaria dei prestiti
con una quota inferiore al 15%. «Non c'è dubbio che le sofferenze sono
aumentate su tutte le forme di credito in Italia» commenta Piano
Mortari. «I valori, però, rimangono lontani dai livelli di America e
Gran Bretagna».
[08-07-2009]
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QUELLO SPORCO QUARTETTO CHE STA AMMAZZANDO IL DOLLARO – I PAESI
DEL “BRIC” (BRASILE, RUSSIA, INDIA E CINA) CONTRO “IL DOMINIO DI UNA
VALUTA” - CINA E BRASILE USERANNO REAL E YUAN – STESSO ACCORDO TRA
BRASILE E INDIA E LA RUSSIA VUOLE SEGUIRE…
Federico Rampini per
"la Repubblica"
La sfida delle potenze emergenti all´egemonia del dollaro non è
più solo simbolica. Cina e Brasile passano all´azione, infliggono un
colpo significativo al ruolo del dollaro come moneta universale.
Le due banche centrali di Brasilia e Pechino hanno annunciato di
avere raggiunto un accordo per eliminare il dollaro come moneta di
pagamento del commercio bilaterale tra i due paesi, un interscambio che
quest´anno raggiungerà 40 miliardi di dollari.
Il presidente dell´autorità monetaria brasiliana Henrique
Meirelles ha dato l´annuncio dopo un incontro con il suo omologo
cinese, Zhou Xiaochuan, ai margini del meeting tra governatori presso la
Banca dei regolamenti internazionali, con sede a Berna.
«Abbiamo raggiunto l´accordo - ha detto il numero uno della
banca centrale brasiliana - e ora passiamo alla fase operativa». L´import-export
fra i due giganti emergenti sarà dunque pagato in yuan e real anziché
in dollari com´era antica consuetudine.
Lo stesso Meirelles ha aggiunto che un accordo analogo sta per
essere raggiunto con l´India, per usare direttamente il real e la rupia
nell´interscambio bilaterale, eliminando i pagamenti in dollari. Anche
la Russia è intenzionata a siglare rapidamente lo stesso tipo di
intesa, che è stato discusso in un vertice recente nel
"quartetto" dei Bric (Brasile, Russia, India, Cina).
Per il momento l´attacco alla funzione globale della moneta
americana come strumento di pagamento non scalfisce ancora l´altro
ruolo del dollaro, come moneta di riserva delle banche centrali. I
dirigenti cinesi, anzi, hanno ribadito di recente che la politica di
investimenti in dollari delle loro riserve valutarie non subirà
mutamenti significativi.
I cinesi in effetti sono preoccupati che un segnale di
disaffezione da parte loro possa far crollare il dollaro, svalutando i
loro investimenti ed anche riducendo la competitività del made in
China. Tuttavia nell´ultimo rapporto della banca centrale di Pechino,
appena pubblicato, viene rilanciata una dura critica al «dominio di una
valuta» nel sistema monetario internazionale.
La Banca Popolare della Cina (questo il nome ufficiale dell´istituto
di emissione di Pechino) lancia anche un monito agli Stati Uniti per la
loro «politica monetaria e fiscale lassista». Lo stesso tema nei mesi
scorsi fu già sollevato dal primo ministro Wen Jiabao, che ha ammonito
Washington a «non mettere a repentaglio gli investimenti in dollari
della Cina». Russia India e Brasile ora uniscono le loro voci alla
Cina, in un comunicato congiunto in cui chiedono «un sistema monetario
internazionale più diversificato».
L´abbandono del dollaro nel commercio fra i Bric è un primo
passo concreto verso il ridimensionamento del suo ruolo come moneta
universale. I Bric rappresentano le economie a più forte tasso di
crescita. La Cina da quest´anno ha scalzato gli Stati Uniti come primo
partner commerciale del Brasile.
Le esportazioni brasiliane nella Repubblica Popolare (soprattutto
soya e minerale ferroso) sono aumentate del 64% nel primo trimestre 2009
rispetto allo stesso periodo del 2008. L´espansione dell´influenza
cinese in aree del mondo un tempo più legate agli Stati Uniti ormai va
ben oltre i rapporti commerciali e si allarga all´attività creditizia.
La China Development Bank, un istituto pubblico specializzato nel
finanziamento delle grandi opere infrastrutturali, ha annunciato l´apertura
di una filiale in Brasile per investire nella costruzione di porti,
acciaierie, e nel settore energetico. La China Development Bank ha già
erogato un prestito di 10 miliardi di dollari a Petrobras, il più
grande ente petrolifero brasiliano.
Il governo di Lula da Silva ha anche rivelato che la banca di
Stato della Repubblica Popolare finanzierà alcune grandi opere per i
Mondiali di calcio del 2014. La stessa banca statale di Pechino ha anche
prestato 1,3 miliardi di dollari alla sua gemella russa, Vnesheconombank.
Insieme le due istituzioni partecipano al finanziamento per la
costruzione di un cementificio nella regione di San Pietroburgo.
Un parallelo espansionismo finanziario viene sviluppato dal
China-Africa Development Fund, un nuovo istituto di Stato specializzato
nel finanziamento delle grandi opere nel continente nero. Tra i suoi
primi progetti ci sono una centrale elettrica nel Ghana, un polo
industriale tessile nel Malawi, e un prestito di 950 milioni di dollari
allo Zimbabwe.
[02-07-2009]
I 134.5 MLD $ TITOLI USA SEQUESTRATI A DUE GIAPPONESI A CHIASSO
SONO AUTENTICI. O QUASI - Uno dei due uomini fermati dalla Gdf si dice sia
il cognato dell’ex vice-governatore Banca del Giappone - resta da capire
il motivo per cui si siano fatti scoprire...
Riceviamo e pubblichiamo:
ZERO TITULI - E' interessante vedere il velo steso sopra la notizia,
nonostante le ultime cronache fanno pensare che potrebbero essere
autentici i titoli americani sequestrati a Chiasso. Uno dei due uomini
fermati dalla Gdf si dice sia il cognato dell'ex vice-governatore della
Banca del Giappone http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15648&geo=&theme=&size=A
Non resta da capire il motivo per cui si siano fatti scoprire, in
quanto in questi casi di solito si utilizzano i corrieri diplomatici.
Dare un avvertimento a qualcuno? Del resto chi è lo sprovveduto che
falsificherebbe titoli di Stato per importi simili? O meglio, chi si
sognerebbe di acquistare dei titoli di quel valore senza essere sicuro
che siano autentici?
IG
Da "asianews"
Sono passate quattro settimane circa dalla confisca di titoli
americani a due giapponesi che viaggiavano su un treno per pendolari
diretto a Chiasso, in Svizzera, e mentre su alcuni punti, molto pochi,
si è fatta un po' di chiarezza, su tutto il resto continua il silenzio
delle autorità italiane.
Per di più la strana coincidenza temporale dell'arresto del direttore
di una radio via internet che aveva delle rivelazioni sulla vicenda
aumenta le già forti stranezze del caso. Una nuova rivalutazione del
fatto che tra i titoli sequestrati vi fossero dei " Kennedy Bond
" fa propendere per l'autenticità di quanto sequestrato dalla
Guardia di Finanza (GdF) all'inizio di giugno.
I maggiori quotidiani anglosassoni avevano ignorato la vicenda per un
paio di settimane. Ne hanno iniziato a dare notizia dopo il lancio
dell'agenzia Bloomberg del 18/6: un portavoce del Tesoro, Meyerhardt,
aveva dichiarato che i titoli, sulla base dalle foto disponibili via
internet, sono "chiaramente falsi".
Lo stesso giorno il Financial Times (FT) pubblicava un articolo il
cui titolo attribuiva alla mafia italiana la responsabilità della
(presunta) contraffazione, senza che nel testo stesso dell'articolo vi
fosse alcuna possibile connessione alla vicenda di Chiasso.
Nonostante ciò, la versione del FT è stata ripresa anche da
altri perché "appropriata" (secondo un ben comune cliché
sull'Italia e trattandosi di un sequestro avvenuto in Italia) ed in
fondo "colorita". Peccato solo che andasse a scapito della
logica: che la mafia cercasse di passare inosservata cercando di
piazzare titoli falsi per 134,5 miliardi di dollari e per di più si
facesse "pizzicare" ad un passo da casa è non molto
credibile.
La scorsa settimana, il 25/6, da ultimo anche il New York Times ha dato
notizia della vicenda riportando le affermazioni di un portavoce della
CIA, Darrin Blackford: i servizi segreti statunitensi avevano svolto
delle verifiche, come richiesto dalla magistratura italiana, ed avevano
appurato che si trattava di strumenti finanziari fittizi, mai emessi dal
"governo USA".
Non è chiaro però come siano state svolte le verifiche di cui
parla Blackford e se anch'esse siano state eseguite via internet. Dalle
fonti ufficiali italiane non risulta, infatti, che la commissione di
esperti americani, attesa in Italia, vi sia ancora giunta. Inoltre i
titoli erano accompagnati da una documentazione bancaria recente ed in
originale. Non è chiaro perciò come possano le autorità americane
definire falsa anche tale documentazione non originata dalla Fed o dal
Ministero del tesoro statunitense.
Ad affermare viceversa l'autenticità dei titoli, il 20/6 spuntava la
Turner Radio Network (TRN), una stazione radio indipendente diffusa via
internet. Con una clamorosa rivelazione la TRN in tale data affermava
che i due giapponesi fermati a Ponte Chiasso dalla Guardia di Finanza (GdF)
e poi rilasciati erano dipendenti del Ministero del tesoro giapponese.
Anche ad AsiaNews erano giunte segnalazioni simili: uno dei due
giapponesi fermati a Chiasso e poi rilasciati sarebbe Tuneo Yamauchi,
cognato di Toshiro Muto, fino a poco fa vice governatore della Banca del
Giappone. Sul suo sito l'ideatore e conduttore della radio, Hal Turner,
aveva anche asserito che le sue fonti gli avevano rivelato che le
autorità italiane riterrebbero autentici titoli e che i due giapponesi
sarebbero funzionari del ministero delle Finanze giapponese.
Avrebbero dovuto portare i titoli in Svizzera perché il governo
nipponico avrebbe perso la fiducia nella capacità statunitense di
ripagare il debito pubblico. Le autorità finanziarie giapponesi
avrebbero perciò cercato, prima di un'imminente catastrofe finanziaria,
di vendere una quota dei titoli in proprio possesso attraverso canali
paralleli, grazie all'anonimità che, a dire di Turner, sarebbe
garantita dalle leggi svizzere.
AsiaNews non sa che credibilità attribuire alle rivelazioni di Turner,
visto che anche in questa ipotesi è difficile supporre che $134,5
miliardi passino inosservati ovunque nel mondo. Sembrerebbe più logico
supporre che i titoli, se autentici, fossero diretti alla Banca dei
regolamenti internazionali di Basilea, BRI, la banca centrale delle
banche centrali in vista dell'emissione di titoli in una nuova valuta
sovranazionale.
Turner aveva ad ogni buon conto soggiunto che come prova delle sue
rivelazioni avrebbe fornito i numeri di serie dei titoli sequestrati.
Prima che potesse farlo è stato però incarcerato.
Hal Turner è colui che tempo fa per primo aveva dato notizia di
un piano segreto per sostituire il dollaro, dopo una grave crisi
finanziaria, con una moneta comune nordamericana, l'Amero. In una
drammatica telefonata dall'interno del penitenziario in cui è rinchiuso
in attesa del processo, diffusa via internet, Hal Turner afferma
chiaramente che il suo arresto è di natura politica ed è in relazione
ai titoli sequestrati a Chiasso, perché le autorità sarebbero
terrorizzate dalle sue rivelazioni sull'autenticità dei titoli.
Le accuse rivoltegli niente hanno a che vedere, è ovvio, con la
vicenda e così, ad un quadro già molto intricato, si aggiunge perciò
ulteriore complessità. Turner afferma di non essere stato lui
personalmente ad aver formulato le minacce per le quali è stato
incarcerato.
Sebbene fosse evidentemente sua responsabilità vigilare, è anche
vero che i blog di tutto il mondo e degli USA stessi sono pieni di
minacce e provocazioni. La coincidenza temporale, l'insolita solerzia ed
i particolari del suo arresto procurano quindi non pochi sospetti sulle
reali motivazioni della polizia federale americana. Anzi, proprio questo
arresto induce a pensare che i titoli confiscati dalla GdF siano davvero
autentici.
Un ulteriore elemento a favore dell'autenticità dei titoli è dato da
quelli che la GdF nel comunicato del 4 giugno aveva definito " Bond
Kennedy " e di cui aveva fornito delle foto. Da esse è evidente
che non si tratti di obbligazioni - cioè Bond - ma di Biglietti di
Stato, Treasury Notes, perché si tratta di titoli immediatamente
spendibili per un controvalore in merci o servizi e perché sono privi
di cedola per gli interessi.
Sul verso è riprodotta l'immagine del presidente americano e sul
retro una navicella spaziale. Da fonti confidenziali, solitamente ben
informate, AsiaNews aveva avuto notizia che tale tipo di cartamoneta era
stata emessa meno di dieci anni fa (nel 1998), anche se non si poteva
sapere se quelli sequestrati a Chiasso erano biglietti autentici. Il
fatto però che l'emissione di tale Biglietto di Stato non fosse
assolutamente di dominio pubblico tende a far escludere le ipotesi di
contraffazione.
È poco ragionevole supporre che un falsario riproduca un
biglietto non comunemente in circolazione e di cui non vi sia pubblica
conoscenza. Per tale ragione si può pertanto ritenere che anche i 124,5
miliardi di dollari suddivisi in 249 titoli da 500 milioni ciascuno
siano autentici. Questi ultimi titoli, pur essendo denominati "Federal
Reserve Notes" in realtà sono obbligazioni - bond - perché
maturano interessi e sono redimibili a scadenza.
In merito ad essi, rimane però un quesito insoluto. Non si
capisce infatti per quale ragione, i titoli, da subito apparsi alla GdF
indistinguibili dagli originali, abbiano tutte le cedole. Qualsiasi
normale investitore, anche uno Stato, avrebbe incassato annualmente le
cedole degli interessi, per non perdere potere d'acquisto.
[03-07-2009]
UN GRILLO PER OBAMA – DOPO MESI DI CARTE BOLLATE IL COMICO AL
FRANKEN VINCE IN MINNESOTA E REGALA LA SUPERMAGGIORANZA AI DEMOCRATICI IN
SENATO – "MA VOTERÒ SECONDO LE MIE CONVIZIONI E GLI INTERESSI
DEGLI ELETTORI DEL MIO STATO"…
Maurizio Molinari per
"La Stampa"
Otto mesi di battaglia legale, molteplici riconteggi di 2,9
milioni di voti e una differenza finale di appena 312 suffragi,
certificata con un verdetto unanime della Corte Suprema statale: la
battaglia del Minnesota per l'assegnazione del seggio mancante al Senato
di Washington si conclude con la vittoria del democratico Al Franken che
consente a Barack Obama di contare sulla tanto desiderata «super-maggioranza».
L'ultimo presidente ad averla fu Jimmy Carter, fra il 1976 e il
1978, ed implica il controllo della maggioranza dei seggi della Camera
dei Rappresentanti più almeno 60 seggi sui 100 del Senato ovvero il
quorum necessario per nullificare l'ostruzionismo della minoranza.
Grazie ad Al Franken, comico di successo sugli schermi di «Saturday
Night Live» e conduttore di popolari show, Obama centra quota 60 per
via del fatto che finora i democratici erano 59: 56 eletti, più gli
indipendenti Joe Lieberman del Connecticut e Bernie Senders del Vermont,
e l'ex repubblicano della Pennsylvania Arlan Specter che poche settimane
fa ha cambiato casacca.
Se a ciò aggiungiamo che a contare è anche il voto del
vicepresidente Joe Biden, che guida il Senato, i democratici arrivano a
61 e questo consente alla Casa Bianca di guardare con maggiore fiducia
ai tre più imminenti, e delicati, passaggi al Senato: per approvare la
più drastica diminuzione dei gas serra della storia nazionale, la
riforma della sanità con il rafforzamento dei programmi finanziati
dallo Stato e l'assegnazione alla giurista ispanica Sonia Sotomayor del
posto nella Corte Suprema di Washington lasciato vacante dal giudice
liberal David Souter.
Il caloroso comunicato con cui il presidente Obama ha salutato il
successo di Al Franken «con il quale mi auguro di lavorare al più
presto» e la velocità con cui Dick Durbin, numero due dei democratici
al Senato, si è affrettato a registrare «il voto in più su cui
possiamo contare» lasciano intendere che la «super-maggioranza» punti
a stringere i tempi per varare le riforme economiche a cui affida la
possibilità di rilanciare la crescita.
Ma a gettare acqua sul fuoco c'è Henry Reid, capo dei senatori
democratici, in ragione dell'esistenza di un tallone d'Achille: ben due
eletti, Ted Kennedy del Massachusetts e Robert Byrd della Virginia,
soffrono di gravi problemi di salute e si presentano in aula sono per
votazioni di straordinaria importanza. Significa che i democratici hanno
quotidianamente solo 57 voti a disposizione e, pur aggiungendo Franken,
potrebbero essere obbligati a negoziare con i repubblicani. Anche perché
il recente voto della Camera sul taglio dei gas serra ha testimoniato,
con la defezione di ben 44 democratici, la difficoltà di tenere unito
il partito sui temi che più dividono la nazione.
Senza contare che il neo-eletto rappresentante del Minnesota è un
politico tutt'altro che mansueto: «Andrò a Washington non per essere
il 60° senatore democratico ma il senatore dello Stato del Minnesota»
ha detto per far capire che rispetterà la disciplina di partito fino a
quando non entrerà in conflitto con le sue convinzioni e con
l'orientamento degli elettori. Per avere un'idea di cosa possa
significare basti pensare che Franken è contrario al ricorso ai fondi
pubblici per sostenere le istituzioni finanziarie in crisi.
I repubblicani hanno subito il colpo. Lo sconfitto Norman Coleman
suggerisce al partito di «guardare avanti e non indietro» ma per il
leader dei senatori, Mitch McConnell, le opzioni per ostacolare i piani
di Obama si sono ridotte di molto. E' lui stesso ad ammetterlo: «D'ora
in poi i democratici non potranno più dare a noi la colpa di nulla,
hanno i numeri per far passare le leggi dell'amministrazione».
[02-07-2009]
SANTO OBAMA LO PUò FARE – 4MILA MARINES ALL’ASSALTO DELLE
ROCCAFORTI TALEBANI: LA Più GRANDE OPERAZIONE DI GUERRA DAL VIETNAM (E
NESSUNO SI STRACCIA LE VESTI COME AI TEMPI DEL GUERRAFONDAIO BUSH) – E
PER MIRACOLO “NESSUNA VITTIMA CIVILE”…
Francesco Semprini per
"La Stampa"
Il nome in codice è Khanjar, ovvero «colpo di spada», ed è la
più grande operazione di guerra dei Marine dai tempi del Vietnam.
Obiettivo: espugnare le roccaforti talebane della provincia di Helmand,
nel Sud dell'Afghanistan, bonificando i territori in vista dello
svolgimento delle elezioni presidenziali del 20 agosto. Barack Obama
inaugura così la sua guerra di liberazione dell'Afghanistan nel giorno
in cui le forze taleban rivendicano la cattura di un soldato Usa caduto
in una imboscata in un'altra zona del Paese.
Quattromila i marine mobilitati, oltre a 650 uomini scelti delle
forze afgane per un'operazione offensiva e di conquista spiega il
generale Larry Nicholson. «Dove arriveremo occuperemo creando le
condizioni di sicurezza per consentire alle autorità afgane di assumere
il controllo». Neanche il famoso attacco dei Marine a Fallujah nel 2004
era stato tanto imponente, solo nel Vietnam si ricorda qualcosa del
genere. E come allora gli elicotteri sono stati protagonisti.
Il colpo di spada è stato sferrato all'una del mattino (le 21.30
in Italia), quando 4000 marine sono piombati dagli elicotteri in una
zona ad alta concentrazione taleban lungo il basso corso del fiume
Helmand nei pressi di Nawa, alcune decine di chilometri a sud del
capoluogo Lashkar Gah. I marine sono arrivati dal cielo nel cuore della
notte superando tre linee di fuoco e prendendo i nemici alle spalle e
così è stato possibile consentire l'arrivo dei mezzi di terra.
Poi l'avanzata al buio con un caldo torrido, quasi 40 gradi, sino
all'alba. I primi scontri a fuoco frontali sono arrivati solo alle sei:
da un piccolo compound di case di fango sono partiti colpi di Ak-47. In
pochi minuti le forze alleate (erano presenti anche alcuni elementi
britannici) hanno circondato e neutralizzato i nemici. Nei combattimenti
è morto un marine. «Hanno preferito ritirarsi anziché ingaggiare uno
scontro», spiega il tenente Abe Sipe, portavoce di una delle unità
operative.
Nessuna vittima pare tra i civili sembra, perché i militari hanno
usato la «tattica della pazienza» su preciso ordine del generale
Stanley McChrystal, il neocomandante del contingente al quale Obama ha
affidato il comando dell'offensiva. «Abbiamo isolato i compound facendo
fuoco solo quando eravamo sicuri che non vi fossero civili», spiega
Drew Shoenmaker, il capitano della compagnia Bravo.
Nel frattempo gli elicotteri Cobra coprivano dall'alto sparando
razzi. Ogni minimo particolare è stato preparato al meglio e gli
elementi scelti si sono addestrati per mesi nel deserto del Mojave.
Inoltre in accordo con gli Usa le forze Pakistane hanno rinforzato i
controlli lungo la frontiera con l'Afghanistan per bloccare le vie di
fuga ai taleban. Soddisfatto Obama che si è detto disposto a impiegare
altri uomini oltre ai 21 mila inviati in vista delle elezioni locali.
L'operazione del resto è attinente visto che la provincia di
Helmand, è la più grande del Paese, produce il 60% dell'oppio afghano
ed è una roccaforte dei taleban, che si finanziano col traffico di
droga. La popolazione però é di etnia pashtun e tra quella gente il
presidente Hamid Karzai cerca consensi.
Senza un'offensiva del genere non sarebbe stato possibile neanche
organizzare i seggi vista la mancanza delle condizioni minime di
sicurezza. La soddisfazione per il buon esito dell'operazione è stata
però guastata dalla notizia della cattura di un militare statunitense:
«Uno dei nostri comandanti, Mawlawi Sangin, ha catturato un soldato
americano e tre guardie afghane nel distretto di Yusuf Khail, nella
provincia di Paktika» hanno fatto sapere i taleban. Il soldato era
disperso dal 30 giugno. Il Pentagono ha assicurato che saranno impiegati
«tutti i mezzi disponibili per ritrovarlo riportarlo a casa sano e
salvo».
[03-07-2009]
SOPRESA A STELLE E STRISCE! - IL GENERALE “BUONO” DI OBAMA, PER
LA SINISTRA USA È FAMOSO COME “IL SICARIO DI CHENEY” E “IL
TORTURATORE DI BAGHDAD” – FENOMENOLOGIA DI STANLEY “CERCA E
UCCIDI” MCCHRYSTAL, L’UOMO SCELTO PER FINIRE IL LAVORO IN
AFGHANISTAN…
Maurizio Molinari per
"La Stampa"
Per il movimento anti-guerra è «il sicario di Dick Cheney» e i
gruppi della sinistra liberal lo hanno rinominato il «torturatore di
Baghdad» ma il ministro della Difesa Robert Gates lo considera il
migliore generale nei ranghi del Pentagono e Bob Woodward gli assegna il
merito di aver «sconfitto Al Qaeda in Iraq»: il generale che divide
gli americani è Stanley McChrystal, nuovo comandante delle truppe in
Afghanistan ai cui ordini si trovano i quattromila marines che Lawrence
Nicholson sta guidando nel «Colpo di Spada» nella valle di Helmand.
A tacciarlo di essere «il capo degli assassini al servizio di
Cheney» è il sito di Alternet, roccaforte dei sostenitori del ritiro
delle truppe, secondo il quale «deve i suoi gradi al ruolo centrale
avuto nell'impegnare le truppe speciali in omicidi illegali, torture
sistematiche, bombardamenti di civili e missioni "cerca e
uccidi"». Averlo nominato alla guida delle operazioni in
Afghanistan contro i taleban è stato dunque per il foglio californiano
«La Progressive» «un tradimento dei liberal da parte del presidente
Obama».
Alla base delle accuse contro Chrystal c'è il ruolo che ebbe in
Iraq nella gestione di Camp Nama, un centro di detenzione che il sito
Internet Antiwar.com definisce «un notorio luogo di percosse e omicidi
a sangue freddo», nonché il fatto che appose la sua firma sui verbali
che attestarono la morte sotto il fuoco dei taleban della stella del
football Pat Tillman che poi invece si scoprì essere stato ucciso dai
colpi sparati da propri commilitoni. «Ci furono le informazioni
scorrette consegnate dal generale McChrystal all'origine dell'errata
versione del decesso di Tillman» ha scritto il «New York Times».
Se tali accuse non hanno frenato la carriera del generale di 55
anni formatosi a West Point e Fort Bragg è per i meriti che si è
guadagnato sul campo prima come ufficiale dei berretti verdi e poi come
comandante del «Joint Special Operations Command» dal 2006 al 2008.
Si tratta dei reparti più segreti delle forze armate al punto che
non se ne ammette neanche l'esistenza, come dimostra che lo stesso
McChrystal per molti anni non ha avuto neanche una residenza ufficiale
negli Stati Uniti. Nel suo ultimo libro «The War Within» Bob Woodwards,
il giornalista del «Washington Post» co-autore dello scoop del
Watergate che obbligò Nixon alle dimissioni, attribuisce alle truppe
speciali di McChrystal «il merito di aver ridotto le violenze in Iraq»
in genere attribuito all'aumento dei rinforzi guidati dal generale David
Petraeus.
Dopo aver passato un lungo periodo in Iraq, Woodward ha parlato di
un'«arma segreta» grazie alla quale McChrystal è riuscito a eliminare
i leader della jihad in Iraq, a cominciare dal capo di Al Qaeda Abu
Musab Al-Zarqawi nel 2006. Dopo quel successo fu lo stesso presidente
George W. Bush a rendere per la prima volta pubblico il nome del
generale-eroe, al fine di ringraziarlo a nome della nazione.
Di quest'«arma segreta» McChrystal non ha mai voluto parlare ma
negli ambienti militari si ritiene che abbia inaugurato una forma di
sinergia fra alta tecnologia, sistemi di raccolta di intelligence e
impiego truppe speciali che consente di «vedere dove si trova il
nemico, sorprendendolo» come ha scritto Woodward. E' questa abilità
nel condurre operazioni di tipo non tradizionale che ha spinto il
ministro della Difesa Gates ad assegnargli lo scacchiere
dell'Afghanistan dove entro settembre potrà contare su circa 70 mila
uomini - più delle metà di quelli schierati in Iraq - con il compito
di poter, nei prossimi 36 mesi, mettere in rotta i taleban e ciò che
resta di Al Qaeda. Per riuscire ha a disposizione una task force di 400
uomini e donne fra i migliori ufficiali delle intere forze armate:
reclutati da lui, personalmente, in ogni reparto esistente, dai genieri
ai marinai.
LA RUSSA: «CINQUECENTO RINFORZI A KABUL PER IL VOTO»...
Da "La Stampa" - «Cinquecento militari italiani partiranno
molto presto per l'Afghanistan e rimarranno nel paese per tutta la
durata delle elezioni»: lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio
La Russa, conversando con i giornalisti a Casarsa della Delizia
(Pordenone) a margine di una visita al Quinto Reggimento Rigel.
«Saranno 400 uomini - ha spiegato La Russa - cui si aggiungeranno
100 con equipaggio specifico. L'obiettivo è di trattenerli in quel
teatro per tutta la durata delle elezioni. Dipenderà - ha spiegato il
ministro - se ci saranno o meno i ballottaggi. In questo caso potrebbero
fermarsi fino al mese di ottobre». L'Italia invierà anche altri due
Tornado. «Avranno compiti di supporti tattici e si aggiungeranno ai due
mezzi che già abbiamo inviato», ha spiegato il ministro della Difesa.
[03-07-2009]
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IL TESORO DEL GRANDE BUGIARDO – DOV’è IL
BOTTINO DI MADOFF? NELLE TASCHE DELLA FAMIGLIA O è SERVITO A TENERE IN
PIEDi IL MECCANISMO DELLA PIRAMIDE? – I FEDERALI HANNO 90 GIORNI PER
TROVARLO – ODORE D’INCRIMINAZIONE PER ALTRE 10 PERSONE (COLLABORATORI
E CLIENTI)…
Paolo
Valentino per il "Corriere della
Sera"
Ci sono almeno altre 10 persone in odore
d'incriminazione nel caso Madoff. La Procura di Manhattan è convinta
che la truffa da 65 miliardi di dollari, perpetrata nell'arco di tre
decenni dal finanziere appena condannato a un secolo e mezzo di carcere,
non possa essere stata frutto dell'ingegno criminale di una sola
persona.
Come rivelano a Reuters fonti vicine all'inchiesta,
«ci saranno probabilmente altri rinvii a giudizio, una decina o più,
ma sarà un processo molto lungo che potrebbe durare mesi». La
durissima sentenza di lunedì contro Bernie Madoff sarebbe in altre
parole solo il primo atto, nonostante il Grande Bugiardo abbia giurato
fino alla fine di aver fatto tutto da solo.
Finora l'unico incriminato oltre a lui è David
Friehling, un commercialista esterno all'azienda. Nel mirino dei
procuratori ci sono in primo luogo i familiari: la moglie Ruth, la sua
principale collaboratrice, che ora non riesce a trovare neppure uno che
le affitti una casa. Poi i due figli, il fratello, e la nipote che
lavoravano con lui. Segue un manipolo di quattro collaboratori, uno dei
quali, Maurice Cohn, è stato querelato civilmente dai curatori
fallimentari e dalla Sec, la Security and exchange commission.
Infine c'è la lista degli investitori che dalla
grande Catena di sant'Antonio si sono arricchiti, incassando profitti
che nel castello di carte false creato da Madoff, venivano pagati con i
soldi dei nuovi clienti. Molti di questi, come Jeffry Picower e Stanley
Chais, sono stati querelati dalla Sec e da altri che avevano investito
con Madoff attraverso di loro.
Ma il vero puzzle
dell'affaire è ancora il tesoro. Dove sono finiti i denari che il
diabolico Bernie ha rubato alle sue vittime? Che n'è stato dei 13
miliardi di dollari, che quasi 5 mila persone gli hanno affidato
convinte di aver trovato un novello Re Mida? E c'è una realistica
chance che le vittime rientrino in possesso di almeno una parte dei loro
risparmi?
Il giudice Denny Chin ha concesso altri 90 giorni
ai federali, per tentare di rintracciare il bottino. Solo una piccola
frazione, 1,2 miliardi, è stata fin qui recuperata dai curatori,
facendo sequestrare i conti, le ville, lo yacht e i gioielli dei Madoff,
che in questi anni si sono concessi uno stile di vita principesco. Non
è stato fin qui trovato alcun conto estero.
Ci sono due possibilità, come spiega l'esperto
finanziario Roger Siefert: o gran parte dei fondi «sono finiti nelle
tasche della famiglia e in questo caso somme significative dovrebbero
essere prima o poi ritrovate». Ovvero, e Seifert propende per questa
tesi, gran parte dei soldi sono serviti a tenere in piedi il meccanismo
della piramide, usati cioè per pagare i vecchi clienti che
monetizzavano l'investimento. Ma in questo caso non è chiaro se sarà
possibile far restituire i soldi a chi si è arricchito.
Madoff intanto si prepara ad essere trasferito in
una prigione di massima o media sicurezza, a seconda che il «prison
consultant » da lui assunto riesca a negoziare col Federal Bureau of
Prison una struttura meno pericolosa. Più alto il livello di sicurezza
infatti, più violento il posto, con stupri e aggressioni all'ordine del
giorno.
Secondo Ed Bales, direttore della Federal Prison
Consultant, è probabile che Madoff sconti la pena in un carcere del
Nord-Est, cioè non lontano da Manhattan, anche per via delle centinaia
di azioni legali intentate contro di lui. In questo caso potrebbe finire
ad Allenwood, in Pennsylvania o a Ray Brook, nello Stato di New York.
[01-07-2009]
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IL TESORO DEL GRANDE BUGIARDO – DOV’è IL
BOTTINO DI MADOFF? NELLE TASCHE DELLA FAMIGLIA O è SERVITO A TENERE IN
PIEDi IL MECCANISMO DELLA PIRAMIDE? – I FEDERALI HANNO 90 GIORNI PER
TROVARLO – ODORE D’INCRIMINAZIONE PER ALTRE 10 PERSONE (COLLABORATORI
E CLIENTI)…
Paolo
Valentino per il "Corriere della
Sera"
Ci sono almeno altre 10 persone in odore
d'incriminazione nel caso Madoff. La Procura di Manhattan è convinta
che la truffa da 65 miliardi di dollari, perpetrata nell'arco di tre
decenni dal finanziere appena condannato a un secolo e mezzo di carcere,
non possa essere stata frutto dell'ingegno criminale di una sola
persona.
Come rivelano a Reuters fonti vicine all'inchiesta,
«ci saranno probabilmente altri rinvii a giudizio, una decina o più,
ma sarà un processo molto lungo che potrebbe durare mesi». La
durissima sentenza di lunedì contro Bernie Madoff sarebbe in altre
parole solo il primo atto, nonostante il Grande Bugiardo abbia giurato
fino alla fine di aver fatto tutto da solo.
Finora l'unico incriminato oltre a lui è David
Friehling, un commercialista esterno all'azienda. Nel mirino dei
procuratori ci sono in primo luogo i familiari: la moglie Ruth, la sua
principale collaboratrice, che ora non riesce a trovare neppure uno che
le affitti una casa. Poi i due figli, il fratello, e la nipote che
lavoravano con lui. Segue un manipolo di quattro collaboratori, uno dei
quali, Maurice Cohn, è stato querelato civilmente dai curatori
fallimentari e dalla Sec, la Security and exchange commission.
Infine c'è la lista degli investitori che dalla
grande Catena di sant'Antonio si sono arricchiti, incassando profitti
che nel castello di carte false creato da Madoff, venivano pagati con i
soldi dei nuovi clienti. Molti di questi, come Jeffry Picower e Stanley
Chais, sono stati querelati dalla Sec e da altri che avevano investito
con Madoff attraverso di loro.
Ma il vero puzzle
dell'affaire è ancora il tesoro. Dove sono finiti i denari che il
diabolico Bernie ha rubato alle sue vittime? Che n'è stato dei 13
miliardi di dollari, che quasi 5 mila persone gli hanno affidato
convinte di aver trovato un novello Re Mida? E c'è una realistica
chance che le vittime rientrino in possesso di almeno una parte dei loro
risparmi?
Il giudice Denny Chin ha concesso altri 90 giorni
ai federali, per tentare di rintracciare il bottino. Solo una piccola
frazione, 1,2 miliardi, è stata fin qui recuperata dai curatori,
facendo sequestrare i conti, le ville, lo yacht e i gioielli dei Madoff,
che in questi anni si sono concessi uno stile di vita principesco. Non
è stato fin qui trovato alcun conto estero.
Ci sono due possibilità, come spiega l'esperto
finanziario Roger Siefert: o gran parte dei fondi «sono finiti nelle
tasche della famiglia e in questo caso somme significative dovrebbero
essere prima o poi ritrovate». Ovvero, e Seifert propende per questa
tesi, gran parte dei soldi sono serviti a tenere in piedi il meccanismo
della piramide, usati cioè per pagare i vecchi clienti che
monetizzavano l'investimento. Ma in questo caso non è chiaro se sarà
possibile far restituire i soldi a chi si è arricchito.
Madoff intanto si prepara ad essere trasferito in
una prigione di massima o media sicurezza, a seconda che il «prison
consultant » da lui assunto riesca a negoziare col Federal Bureau of
Prison una struttura meno pericolosa. Più alto il livello di sicurezza
infatti, più violento il posto, con stupri e aggressioni all'ordine del
giorno.
Secondo Ed Bales, direttore della Federal Prison
Consultant, è probabile che Madoff sconti la pena in un carcere del
Nord-Est, cioè non lontano da Manhattan, anche per via delle centinaia
di azioni legali intentate contro di lui. In questo caso potrebbe finire
ad Allenwood, in Pennsylvania o a Ray Brook, nello Stato di New York.
[01-07-2009]
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MADOFF, IL CAPRONE ESPIATORIO – SCARICANDO UN SECOLO E MEZZO SULLA
GROPPA DI BERNIE, BANCHE E SEC LA FANNO FRANCA - NON è POSSIBILE UNA
TRUFFA DA 50 MLD $ SENZA COMPLICITà IN ALTO - RECUPERATI SOLTANTO 1,2 MLD
$ (MA IL GROSSO DEI 50 MLD DOV’È?)
Glauco Maggi per "La
Stampa"
Bernie
Madoff visto da Irene Bedino per La Stampa
Da una parte la bella cifra di 65 miliardi di dollari. Dall'altra gli
anticipi che, finora, il fiduciario per la bancarotta della Madoff
Securities Irving Picard ha potuto mettere insieme, a
parzialissimo recupero delle perdite lamentate. In mezzo, un tesoro
nascosto ancora tutto da spiegare, individuare, restituire. Non può
essersi mangiato tutto Bernie Madoff, che aveva qualche
villa, una barca, e un regime di vita d'alto bordo ma non era uno
scialacquatore. Tra l'altro, era proprio il suo stile improntato
all'aplomb, più che alla spacconeria, a farne un «ricco con giudizio»,
filantropo amico di filantropi, non uno sceicco dalle mani bucate.
Seguire la trafila giudiziaria del recupero, che è in essere dal
dicembre scorso, offre solo qualche lume sulla parte visibile del
tesoro. Un filone sono le proprietà immobiliari della famiglia, come
l'attico su Park Avenue a Manhattan (7,5 milioni), la casa al mare a
Montauk, Long Island (altri 7 milioni), una villa in Francia e una
seconda casa nella campagna a Nord di New York. Venerdì scorso, la
moglie Ruth ha firmato un accordo con gli investigatori
rinunciando a quasi tutto il patrimonio che aveva intestato insieme al
marito, strappando per sé 2,5 milioni di dollari. Lei, 68 anni, non ha
perso tutto.
Ha ceduto decine di milioni in cash e titoli
(veri, non quelli del marito), la sua quota negli immobili, gioielli
assicurati per oltre 2,6 milioni, due pellicce valutate 48.500 dollari,
altri 8.500 in argenteria, 18 mila in coperte e lenzuola di lino. Tutta
roba di classe, ma sempre spiccioli pensando alla Grande Voragine. Anche
aggiungendo i 25,5 milioni che Picard ha ricavato
vendendo le operazioni di trading di Borsa della ditta. E anche contando
i 235 milioni dal Banco Santander, la banca spagnola tra le più esposte
per aver trafficato con i fondi finti di Madoff, che ha
transato per non essere citata da Picard. Finora, il
fiduciario del fallimento ha individuato 1,2 miliardi di dollari, scrive
il Wall Street Journal.
Nessuno azzarda quanto potrà essere larga, alla fine, la forbice tra
i 50 miliardi autodenunciati dallo stesso Madoff il giorno della «confessione»
ai figli e alla moglie nel dicembre scorso, saliti poi a 65 con le
indagini della Fbi e della Sec, e quanto emergerà dall'opera di scavo
del segugio Picard. Come può una sola persona
architettare, gestire, organizzare, nascondere una truffa di queste
proporzioni? La Sec non ci crede, e sta indagando su tutti coloro che
hanno ritirato, negli anni, laute rate dei loro «investimenti».
Ci saranno pure quelli in buona fede, ma stanno venendo a galla
broker, consulenti, fiancheggiatori che avevano trattamenti
preferenziali, sia per i riscatti sia per le commissioni che
percepivano. E' una traccia che può portare lontano: se erano tanti e
sparsi gli amici di Madoff che erano in combutta
diretta, o almeno chiudevano gli occhi sul vero business della loro
gallina dalle uova d'oro, i rivoli dei miliardi perduti si moltiplicano
d'incanto. Uno, dieci, cento Madoff, per dire, rendono
plausibile una spartizione più larga del tesoro.
[30-06-2009]
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LA SVIZZERA BARCOLLA MA NON MOLLA: EVASIONE A PARTE, IL SEGRETO RIMANE
– BERNA FIRMA IL SUO SETTIMO ACCORDO FISCALE SULLA DOPPIA IMPOSIZIONE
– TENSIONI USA-UBS (LA BANCA NON VUOLE DARE I 52MILA NOMI CHIESTI DA
OBAMA) - USA-SWISS: LOGGE IN CONFLITTO…
Lino Terlizzi per "Il
Sole 24 Ore"
bs"
Mentre entra nel vivo il braccio di ferro tra Ubs e gli Stati Uniti
sul segreto bancario ieri la Svizzera ha siglato il suo settimo accordo
fiscale di revisione sulla doppia imposizione: lo strumento scelto da
Berna per confermare l'allentamento del segreto bancario in tema di
evasione secondo le richieste dell'Ocse.
Per uscire dalla lista grigia, nella quale vi sono i Paesi che non
sono sufficientemente collaborativi sul piano fiscale, la Confederazione
e le altre piazze finanziarie indicate come paradisi fiscali (tra cui
anche Austria e Lussemburgo) devono infatti firmare almeno 12 accordi
che recepiscano i criteri di collaborazione per la lotta all'evasione
fiscale.
Restare nella lista grigia comporterebbe parecchie complicazioni dal
punto di vista dei rapporti economici con i Paesi dell'area Ocse, senza
contare le pressioni politiche inevitabili. Così, la Svizzera sta
schiacciando sull'acceleratore per uscire dalla lista prima del G20 di
fine anno.
L'intesa ieri è stata raggiunta con il Giappone. Nei giorni scorsi
Berna aveva trovato l'accordo anche con Danimarca, Norvegia, Francia,
Messico, Lussemburgo ( questo non comuni-cato ufficialmente, ma
effettivamente siglato), Stati Uniti. Con l'Italia, Paese da cui la
piazza elvetica si aspetta tra l'altro l'avvio imminente di un nuovo
scudo fiscale, i colloqui sulla revisione della doppia imposizione
dovrebbero prendere il largo il mese prossimo.
La Svizzera, al contrario di alcune piazze caraibiche che hanno
firmato accordi anche con le isole Far Oer pur di avvicinarsi a quota
12, sta dunque puntando su intese con Paesi di primo piano dell'Ocse.
D'altronde l'altro giorno a Berlino, nel corso di una riunione con
Ocse e Ue voluta soprattutto da Francia e Germania, il ministro elvetico
delle Finanze, Hans-Rudolf Merz, ha lasciato intendere
che i fili del dialogo con l'Ocse si stanno riannodando, che il forte
contrasto con la Germania si sta attenuando. Il segretario generale
dell'Ocse, Angel Gurria, ha affermato che la Svizzera
«ha fatto progressi».
In questo scenario in movimento non tutto è
rosa, però. La Svizzera ha tre capitoli aperti. Berna deve anzitutto
riuscire a conciliare la futura maggiore collaborazione sull'evasione
fiscale (che in Svizzera non è reato penale ma infrazione
amministrativa) con le sue norme vigenti. Sin qui la cooperazione
elvetica in campo fiscale ha riguardato soprattutto la frode, ma ora lo
spettro si ampia.
La Svizzera sarà più collaborativa per l'evasione, pur opponendosi
ancora alla "pesca" indiscriminata di nomi e pur conservando
il segreto bancario sotto tutti gli altri aspetti. Un'operazione che la
Svizzera dovrà cercare di fare senza perdere quote importanti di
capitali internazionali che oggi gestisce. Le banche elvetiche sono
fiduciose, puntano sulla qualità della gestione, ma la sfida c'è.
Il secondo capitolo concerne direttamente Ubs, la maggior banca
elvetica, che è accusata dalle autorità Usa di aver favorito frodi o
evasioni fiscali di clienti americani. Ubs ha già pagato una multa di
780 milioni di dollari ed ha fornito agli Usa, d'accordo con le autorità
elvetiche, circa 250 nomi di clienti. Ma la banca si oppone alla
consegna di altri 52 mila nomi richiesti dal fisco americano, affermando
che le norme elvetiche non lo consentono.
Il ministro Merz ha chiesto esplicitamente a
Washington di archiviare questa seconda richiesta e lo ha fatto proprio
in coincidenza con i negoziati sul nuovo accordo fiscale siglato nei
giorni scorsi. Ma sin qui gli Usa non hanno risposto positivamente e
altre udienze giudiziarie su questo sono previste in luglio oltre
oceano.
Berna punta ad un compromesso che chiuda questa lunga vicenda Ubs,
anche perché il nuovo accordo fiscale appena sottoscritto dovrà
passare al vaglio del Parlamento e senza un'intesa sulla vicenda
fiscalgiudiziaria di Ubs, ha detto Merz, il pericolo è
che l'accordo non passi o che venga sottoposto a referendum per
iniziativa degli oppositori elvetici.
Il terzo capitolo è rappresentato dai rapporti generali tra Berna e
l'Ocse. Ora sono meno tesi ma il Governo elvetico ha protestato per non
esser stato avvisato a suo tempo che sarebbe stato messo nella lista
grigia, ufficializzata con il G20 del 2 aprile scorso a Londra. Ieri il
ministro svizzero dell'Economia, Doris Leuthard, a
Parigi per la riunione ministeriale dell'Ocse, ha spiegato che
quest'ultima ha risposto positivamente alla richiesta di Berna di essere
in futuro avvisata preventivamente per le procedure che la riguardano.
Ma intanto Berna non ha ancora sbloccato i 136mila franchi che deve
versare all'Ocse per il G20. Una cifra quasi simbolica, che però
dimostra nel suo piccolo che qualche tensione ancora rimane.
[25-06-2009]
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Un milione di dollari è un prezzo alto per una puttana" – LE
ULTIME PAROLE DI EDUARD STERN, RICCO BANCHERE D’AFFARI TROVATO MORTO,
LEGATO E INCAPPUCCIATO NELLA SUA CASA DI GINEVRA – LA FOLLIA E IL
PASSATO DA INCUBO DELLA FIDANZATA – DELITTO PASSIONALE O ESTORSIONE?...
Giampiero Martinotti
per "la Repubblica"
MARC
BONNANTI, AVVOCATO DELLA FAMIGLIA STERN, AL PROCESSO
«Un milione di dollari è un prezzo alto per una puttana». Sono le
ultime parole di Edouard Stern, ricco banchiere
francese. E´ in casa sua, a Ginevra, incappucciato e legato su una
sedia. Addosso porta una tuta di lattice nero. La sua amante, Cécile
Brossard, gli sta di fronte: collant aperto e stivali neri, un
frustino di cuoio sfrangiato in mano.
EDOUARD
STERN - BANCHIERE UCCISO
Quella frase fa degenerare il gioco sessuale. La donna va in
guardaroba, prende una pistola e spara. Stern tenta di alzarsi, cade.
Lei lo finisce con altri tre colpi, di cui uno alla tempia. Abbandona l´appartamento,
getta l´arma e i bossoli nel lago. E´ la sera del 28 febbraio 2005: l´indomani
mattina, la domestica trova il corpo del banchiere.
Cécile Brossard affronta da oggi la corte d´assise
di Ginevra. Nove udienze per decidere la sorte di una donna prostrata,
che in questi quattro anni è stata più volte ricoverata in una clinica
psichiatrica: un delitto passionale, come sostiene la difesa? O un
omicidio nato solo dalla volontà di estorcere un milione di dollari all´amante,
come dice l´avvocato della ex moglie e dei tre figli?
Nel primo caso, la pena massima è di dieci anni, nel secondo viene
raddoppiata. La storia ha già ispirato due libri d´inchiesta, un
romanzo, un testo teatrale e un film. Adesso spetta a dodici giurati
popolari scrivere la parola fine di un intrigo in cui si sovrappongono
soldi e perversioni sessuali, tenerezza e volgarità.
CITOFONO
DI STERN - BANCHIERE UCCISO
Stern non era un uomo qualunque. Trentottesima fortuna francese,
amico di Nicolas Sarkozy, in buoni rapporti con
personaggi come Tony Blair o Laurent Fabius,
aveva sposato Béatrice David-Weill,
figlia di Michel, fino a qualche anno fa numero uno
della banca Lazard. Banchiere eccentrico, umorale,
atipico, tanto da rompere con il suocero, troppo vecchio stile in
affari. Aveva divorziato dalla moglie e si era installato a Ginevra.
Ha quarantasei anni quando Cécile Brossard, più
giovane di una decina d´anni, entra nella sua vita. È il 2001. La
donna ha alle spalle una vita da incubo: padre libertino, madre depressa
che ha tentato di suicidarsi con le figlie, violentata a dieci anni
dallo zio, un soggiorno in manicomio.
È probabilmente una squillo, anche se non a tempo pieno. Fra i due
scoppia la passione: a Stern le donne non mancano, ma con Cécile
si crea una relazione violenta, nella quale non si sa chi
domina e chi è dominato. Lei lo attira nel sordido piacere del sesso
sado-masochista, i cui dettagli sono distillati qua e là nelle
cinquemila pagine dell´istruttoria.
I due, secondo gli amici che verranno a testimoniare, sono legati da
una passione insana. Stern è un tipo brusco, violento. Alterna messaggi
e parole dolci agli insulti più volgari. La sua amante conserva tutto:
sms, mail, messaggi lasciati sulla segreteria telefonica. Centinaia e
centinaia di comunicazioni accuratamente vagliate dagli inquirenti per
ricostruire il puzzle di un amore malato, in cui lei procura a lui donne
e uomini per effimere relazioni sessuali.
EDOUARD
STERN EDOUARD
STERN
Un rapporto che degenera definitivamente nell´autunno 2004. A quell´epoca,
Cécile chiede a Stern due cose: il
matrimonio e un milione di dollari. Lui rifiuta, poi accetta. È un tira
e molla che dura mesi. Cécile promette: i soldi sono
solo simbolici. Lui li versa sul suo conto. Lei sparisce subito dopo.
Poi ritorna, ma lui ci ripensa. Con un pretesto, fa sequestrare la
somma. I due litigano. Si ritrovano la sera del 28 febbraio 2005. Lei
arriva per prima, filmata dalle telecamere di sorveglianza.
APPARTAMENTO
DI STERN A GINEVRA EDOUARD
STERN - BANCHIERE UCCISO
Un litigio, l´ennesimo, poi il sesso, il tormento fisico, la frase
fatale. Lei se ne va, parte per Sydney, torna e confessa dopo tredici
ore di interrogatorio: nella valigia ha ancora la tenuta da dominatrice.
Marc Bonnant, l´avvocato di Béatrice Stern e
dei figli, vuol dimostrare che Cécile ha ucciso per
denaro. È considerato uno dei migliori oratori elvetici e in passato ha
difeso anche Licio Gelli.
Ma non ha battuto ciglio quando il reato della Brossard è stato
derubricato: omicidio senza premeditazione. Tacitamente, le parti sono d´accordo
per evitare di mettere sulla pubblica piazza l´agitata vita sessuale
del banchiere. Si batteranno sulla personalità di Cécile:
una donna appassionata e vittima del suo amante manipolatore, che l´ha
spinta a uccidere, dicono i difensori. Un personaggio demoniaco che
voleva solo estorcere un milione di dollari al suo amante, secondo la
parte civile.
[10-06-2009]
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GERMANIA ALLA CANNA DEL GAS - È fallimento per il gruppo Arcandor: IN
BILICO 50 mila dipendenti - MERKEL RIFIUTA prestiti pubblici:
"assolutamente insufficienti LE PROMESSE DEI PROPRIETARI. Dobbiamo
tener conto anche dei soldi dei contribuenti"...
Da Sole
24 Ore.com
È fallimento per il gruppo tedesco Arcandor (che
controlla i magazzini Karstadt, la società di vendita per
corrispondenza Quelle e il tour operator Thomas Cook,
una storia lunga 128 anni) e tremano i 50mila dipendenti. Il gruppo
(maggiori azionisti sono le famiglie Oppenheim e Schickedanz, entrambe
con il 30% del capitale) non è riuscito a ottenere un credito di 437
milioni dalla banca KfW, controllata dallo Stato.
La situazione, che non tocca Thomas Cook (controllata
da Arcandor al 52,8%), è precipitata dopo che le trattative con la
principale concorrente Metro, che puntavano a fondere le attività di
distribuzione sotto il marchio di quest'ultima (Kaufhof), sembravano
essersi bloccate. Metro ha poi chiarito di voler portare avanti i
colloqui per una possibile fusione.
Lunedì il governo tedesco aveva rifiutato di avallare un piano
straordinario di salvataggio che prevedeva la concessione di una
garanzia pubblica di 650 milioni oltre al prestito straordinario da KfW.
Berlino, infatti, sostiene che il gruppo e i suoi principali azionisti,
tra cui la famiglia Schickedanz e la banca Sal
Oppenheim, non hanno fatto tutto il possibile per risanare la
situazione, ancora prima che scoppiasse la crisi.
Secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel l'insolvenza
rappresenta comunque per la società una chance per un ripartire. La
richiesta di insolvenza può «aprire nuove prospettive», ha detto Merkel
a Berlino.
La cancelliera ha annunciato che il governo seguirà gli ulteriori
sviluppi della vicenda e che il ministro federale dell'Economia, Karl-Theodor
zu Guttenberg, cercherà di avviare rapidamente dei colloqui
coi rappresentanti dei lavoratori. «Ovviamente il governo è molto
interessato ad essere d'aiuto», ha affermato Merkel.
La cancelliera ha poi difeso la decisione di Berlino di non concedere
alla società né garanzie né prestiti pubblici. Le promesse di
creditori e proprietari di Arcandor erano «assolutamente insufficienti»,
ha detto.
«Dobbiamo tener conto anche dei soldi dei contribuenti», ha
aggiunto. Nel frattempo la procura di Essen ha aperto
un procedimento di indagine contro il numero uno di Arcandor, Karl-Gerhard
Eick, sospettato di aver ritardato la presentazione della
richiesta di
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C’ERAVAMO TANTI aMATI – IL MATRIMONIO TRA TIME WARNER E AOL FU
SALUTATO COME UNA SVOLTA EPOCALE (UN’OPERAZIONE DA 164 MLD $) – 9 ANNI
DOPO FINISCE UNA CONVIVENZA INFELICE: PER TIME WARNER è L’ENNESIMO
SCORPORO – IL DECLINO DI AOL…
Valerio Maccari per
"Affari & Finanza" de "la
Repubblica"
Finisce il matrimonio tra Time Warner e America On Line. Dopo 9 anni
di infruttuosi tentativi di coniugare i rispettivi business, le due
società torneranno a percorrere strade separate. La strada è
tracciata. Entro poche settimane la Time Warner comprerà il 5% che
ancora non possiede del pacchetto di Aol (in mano a Google) e procederà
allo spinoff dell'ex gigante di Internet, che tornerà ad essere una
public company indipendente entro la fine di quest'anno.
«La separazione permetterà a entrambe le compagnie una maggiore
flessibilità strategica e operativa», spiega Jeffrey L.Bewkes,
ceo di Time Warner. Finisce una convivenza decisamente infelice. Eppure,
nel gennaio del 2000, il merger, che era un'acquisizione di Time Warner
da parte di Aol destò sensazione per il valore dell'operazione (164
miliardi di dollari pagati con azioni Aol) e perché la fusione tra una
media company tradizionale e il protagonista della new economy sapeva di
svolta epocale.
Faceva impressione che provider con pochi anni di vita assorbisse un
titano dello spettacolo e dell'informazione, proprietario di Cnn e
WarnerBros. L'idea era di integrare contenuti editoriali ed
entertainment con quelli tecnologici. Nessuna delle sinergie previste ha
funzionato. Ad andar male è stata soprattutto Aol, che dal 2002 ad oggi
attraversa un periodo di costante declino.
Nata come fornitrice di accesso Internet, al momento del merger
contava 27 milioni di abbonati, che garantivano all'azienda 528 milioni
di dollari cash al mese. Con lo scoppio della bolla e l'arrivo sul
mercato di altri fornitori Internet, la base utenti si è costantemente
erosa fino ad arrivare ai 6,3 milioni di subscriber di oggi. Dell'Aol di
un tempo rimane solo un brand conosciuto. Quasi tutti gli altri asset in
suo possesso, fra cui Netscape e CompuServe, hanno perso valore.
Il declino di Aol ha inciso sui profitti di
Time Warner, che già nel 2002 perse 99 miliardi, la più grande perdita
mai riportata da una società. L'anno seguente, nel 2003, Steve
Case, mente della alla fusione, fu rimosso. I successivi Ceo
del gruppo, Richard Parsons e Jeffrey Bewkes,
da allora hanno perseguito una strategia di cessioni e scorpori per far
sopravvivere la società, dalla Time Warner Cable alla Warner Music che
oggi è quotata a parte.
SEDE
TIME WARNER NEW YORK
Alla fine, è stata restituita la libertà anche ad Aol. Che, da
sola, avrà forse la possibilità di rifarsi. Intanto, da marzo, la
società è stata pesantemente ristrutturata. Licenziamenti (circa
2500), ridefinizione delle attività e outsourcing dei servizi di
assistenza clienti. Il lavoro non sarà semplice.
Innanzitutto, Aol dovrà portare a termine la transizione della
compagnia da internet provider a digital media company basata sulle
pubblicità online. Per farlo la nuova Aol si concentrerà sulla
produzione e distribuzione di contenuto nel tentativo di rilanciare il
brand e aumentare le entrate pubblicitarie, in calo del 20% nell'ultimo
anno. Secondo molti analisti le chance non sono alte.
SIMBOLO
AOL
Secondo Tim Bajarin, della Creative Strategies,
"la separazione da Time Warner permetterà ad Aol di essere più
flessibile e libera di stabilire alleanze più significative. Ma
potrebbe non bastare. Oggi Aol è poco rilevante sul Web, e per avere
successo, deve trovare un suo spazio". Il tentativo di entrare nel
mercato dei social network, con l'acquisizione di Bebo per
850 milioni di dollari lo scorso anno, non ha dato i risultati sperati.
E nella raccolta pubblicitaria digitale gli avversari della nuova Aol
sono colossi difficili da soppiantare, come Google, Yahoo e Microsoft.
Cosa resta? Lo studio dell'università di Boston che la classifica al
sesto posto fra le peggiori 10 fusioni della storia, e lo stesso ceo di
Time Warner, Jeff Bewkes oggi definisce l'operazione
"una pazzia" che non doveva accadere.
[08-06-2009]
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IL BUCO NERO DI LEHMAN ha inghiottito almeno 600 milioni $ di risparmi
italiani - A guidare il gruppo due big come Fondiaria (esposta per 485
milioni) e le Generali (70) - Ma dietro di loro c´è un´armata
Brancaleone di truffati, rai compresa…
Ettore Livini per
"la Repubblica"
Il buco nero della Lehman ha inghiottito almeno 600 milioni di
dollari di risparmi italiani. Il calcolo (provvisorio) arriva dalla
lista dei creditori dell´ex-regina di Wall Street - fallita nell´estate
2008 travolgendo tutte le Borse e le economie occidentali - che si sono
messi in fila al tribunale di New York per recuperare almeno una parte
dei loro investimenti dalla procedura del Chapter 11.
Tra le 4.470 richieste di rimborso depositate, infatti, più di un
centinaio fanno capo direttamente a investitori tricolori, grandi e
piccoli, che al momento del crac si sono ritrovati in portafoglio
obbligazioni o altri prodotti della banca americana.
A guidare il gruppo ci sono due big come Fondiaria (esposta per 485
milioni) e le Generali (70). Ma dietro di loro c´è un´eterogenea
armata Brancaleone di truffati che va dall´Ente nazionale per la
previdenza e l´assistenza degli psicologi (14 milioni), alla Posillipo
Finance, il veicolo per la cartolarizzazione dei debiti della sanità
campana, (10 milioni) dal socio di Aeroporto di Firenze Saverio
Panerai (3,5 milioni) fino a due realtà a controllo pubblico
come Rai e Finmeccanica, cui Lehman deve qualche centinaio di migliaia
di euro per alcuni contratti derivati non onorati.
Oltre, naturalmente, a decine di piccoli
risparmiatori che hanno visto i loro bond trasformarsi in carta straccia
e che ora hanno dato mandato ai legali (tra loro c´è anche l´ex
primatista mondiale dei 200 metri Pietro Mennea) per l´iscrizione al
passivo.
Difficile, allo stato, dire quanti soldi potranno davvero recuperare.
Bryan Marsal, l´amministratore delegato (in pratica
il super-commissario) di quello che resta della banca d´affari, ha
detto di recente che l´esposizione oscilla tra i 200 e i 250 miliardi
di dollari (non tenendo conto naturalmente degli azionisti che hanno
visto andare in fumo tutti i loro quattrini) mentre le prime stime
parlando di un attivo di circa 45 miliardi.
Se questo fosse davvero il bilancio finale, i creditori
recupererebbero tra il 18 e il 20% circa del capitale investito o dei
crediti vantati. Un rateo di questo tipo è stato calcolato anche da
Fondiaria che puntando a un rimborso di una settantina di milioni di
euro ha stimato in 200 milioni l´impatto di Lehman sui suoi conti.
Il cammino del Chapter 11 non sarà però brevissimo e non solo dal
punto di vista giudiziario. Marsal non ha infatti
fretta di liquidare gli asset rimasti in pancia al gruppo - immobili,
attività di consulenza e merchant banking, persino qualche centinaio di
chili d´uranio custoditi in Canada - per non essere costretto a
venderli sottoprezzo in questo momento di crisi.
Lehman del resto è fallita pur avendo in cassa una
buona dose di liquidità (oggi sono circa 10 miliardi) in grado di
finanziare per un lungo periodo l´attività dell´amministrazione
straordinaria fino, persino, a un potenziale ritorno in Borsa della
società.
[29-05-2009]
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C'è LA CRISI E I PADRONI DEL MONDO - ANZI, I “LEADER DELLA FINANZA
E DELLA FILANTROPIA” - SI RIUNISCONO A NEW YORK PER “PIANIFICARE IL
FUTURO” – A FARE LE CONVOCAZIONI BUFFET, GATES E ROCKFELLER…
Maurizio Molinari per
"La Stampa"
"C'è la recessione globale, dobbiamo pianificare il futuro,
vogliamo sentire cosa ne pensano i leader della finanza e della
filantropia". Con questa scarna lettera il guru dei mercati Warren
Buffett e il fondatore di Microsoft Bill Gates
hanno convocato in segreto nella President Room della
Rockefeller University di New York un club esclusivo che si riunisce una
volta ogni cento anni: a comporlo sono quel pugno di americani che
navigano, letteralmente, nei dollari e possono dunque condizionare
l'andamento dell'economia nella nazione più ricca dell'intero Pianeta.
L'ultima volta che qualcosa del genere è avvenuto risale al 1907
quando il banchiere John Pierpont Morgan riunì nel
proprio studio privato di Manhattan i maggiori finanzieri degli albori
di Wall Street per discutere come calmare il dilagante panico economico
dell'epoca. Visto che i timori odierni sono assai maggiori e l'intero
sistema finanziario americano rischia il crollo Buffett,
Gates e Rockefeller, nelle vesti di
blasonato padrone di casa, hanno pensato di ripetere l'evento esclusivo.
La parte più difficile è stata la logistica: riuscire a far
arrivare in segreto nello stesso posto, alla stessa ora, nel bel mezzo
di Manhattan, tutti i super-vip facendo coincidere calendari che si
estendono su cinque continenti e senza farsi vedere da neanche una
telecamera ha messo a dura prova la tempra degli organizzatori.
Ma tutto è filato liscio e martedì 5 maggio, alle 3 del pomeriggio
in punto, seduti attorno al tavolo con vista sull'East River si sono così
ritrovati i contemporanei equivalenti dei membri del club di JP Morgan.
I loro nomi descrivono un ammontare di denaro - e dunque di potere -
difficile da quantificare.
I coniugi Bill e Melinda Gates e Warren
Buffett sono per la classifica di «Forbes» i più abbienti
del Pianeta - vantando rispettivamente beni per almeno 57 e 37 miliardi
di dollari - la stella tv Oprah Winfrey è titolare di
un impero editoriale da 2,7 miliardi di dollari, il sindaco di New York Michael
Bloomberg siede su un patrimonio di 20 miliardi, il fondatore
della Cnn Ted Turner regalò senza battere ciglio uno dei suoi 2,3
miliardi all'Onu, George Soros, che di miliardi ne ha
11, è il principale rivale di Buffett a Wall Street e David
Rockefeller è il banchiere discendente della famiglia che ha
contributo a disegnare le fondamenta dell'economia americana.
Altrettanto ricchi ma forse meno noti gli
altri invitati alla riunione a porte chiuse: i finanzieri Eli e
Edythe Broad con una fortuna di 5,2 miliardi; John
Morgridge, ex presidente di Cisco, con la moglie Tashia; Peter
Peterson, presidente del Blackstone Group; Julian
Robertson, fondatore di Tiger Management Corporation; Patty
Stonesifer, ex presidente della Fondazione Gates.
I singoli invitati hanno preso la parola rispettando al secondo il
tempo fissato di 15 minuti a intervento. Ne è scaturito alla fine un
breve dibattito e poi tutti sono tornati in fretta ai propri numerosi
impegni tenendo fede al patto di non rivelare nulla di quanto avvenuto.
Il segreto assoluto ha resistito fino a quando il sito Irishcentral.com
ha pubblicato la testimonianza anonima di uno dei partecipanti che ha
descritto l'intervento di Gates come «il più efficace»,
quello di Buffett come «molto incisivo» e Turner
«senza peli sulla lingua» aggiungendo che la disinibita
regina dei talk show Oprah Winfrey «ha invece
preferito ascoltare».
Ma anche la gola profonda del Web non ha svelato nulla dei contenuti
della misteriosa tavola rotonda, come non ha suggerito spiegazioni del
perché l'unico a mancare all'appello fosse il conservatore Rupert
Murdoch, fondatore della News Corporation. In una nazione dove
ogni ateneo ha le proprie sette segrete e i gruppi di potere fanno a
gara nel riunirsi in associazioni dai nomi esoterici la fuga di notizie
ha scatenato i reporter investigativi e il tam tam di gossip sul Web ha
dato vita a teorie cospirative sul un presunto «patto fra ricchi per
salvare i propri soldi dalla recessione».
Per tentare di calmare le acque è sceso in campo Stacy
Palmer, direttore del «Chronicle of Philantropy» assicurando
alla tv Abc di sapere che «l'incontro è avvenuto per stabilire un
nuovo approccio alla filantropia globale» dando vita ad un «evento
senza precedenti» avvalorato dal fatto che i co-invitati sommano dal
1996 donazioni benefiche per oltre 70 miliardi di dollari.
Bob Ottenhof, presidente del gruppo «Guidestar»
che tiene sotto controllo le attività delle maggiori associazioni
no-profit, ammette però che «questo tipo di incontri non avvengono
spesso perché è molto difficile per i maggiori enti filantropici
lavorare assieme».
Come dire, forse hanno davvero parlato di come «donare meglio e di
più per aiutare l'umanità» a dispetto della recessione ma non si può
escludere che i motivi dell'insolita riunione siano stati anche altri:
dalla volontà di scambiarsi idee e informazioni sull'evoluzione della
imprevedibile crisi finanziaria alla possibilità di operare assieme per
sfruttare i vantaggi del momento fino allo scenario di una mobilitazione
collettiva di sapore patriottico per scongiurare che un'America a prezzi
stracciati possa venire acquistata da imprenditori di Paesi non troppo
amici.
Quali che siano stati contenuti del summit segreto fra i Paperoni di
inizio secolo non c'è dubbio che forse qualcosa è già arrivato alle
orecchie del presidente Barack Obama. Visto che Oprah
è una sua fan dichiarata, oltre ad essere buona amica della
moglie Michelle.
[21-05-2009]
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FURBETTI A WALL STREET – E SE LE VITTIME DEL CASO MADOFF FOSSERO
TRUFFATORI? PER LA PROCURA USA ALCUNI INVESTITORI FISSAVANO CON BERNIE IL
TASSO DI PROFITTO (È ILLEGALE) – CHISSÀ CHE NON CI PENSI QUALCHE PM
ITALIANO PER LE VITTIME DE NOANTRI…
Un articolo del "Wall Street Journal" getta nuova luce sul
caso Bernard Madoff. L'inchiesta in corso su chi era a
conoscenza della gigantesca frode del furbetto di Wall Street, si è
allargata fino ad includere alcuni investitori di alto livello.
Jeffry Picower e Stanley Chais, due
filantropi che hanno investito massicciamente con Madoff,
e Carl Shapiro, uno dei più vecchi amici del manager,
sono tra gli almeno otto soci e investitori che sono stati controllati
dall'ufficio del procuratore a Manhattan.
I Federali hanno raccolto prove che dovrebbero dimostrare come Picower
e Chais avessero definito insieme a Madoff
quanto avrebbero voluto ricevere in cambio del loro investimento. I
movimenti dei loro conti in banca rifletterebbero queste cifre, spiegano
le fonti del "WSJ".
I pubblici ministeri continuano ad
investigare i membri della famiglia Madoff e i suoi
dipendenti. Ma ora nell'inchiesta sono finiti anche degli investitori
che si erano dichiarati vittime della frode, sia direttamente che
attraverso le loro fondazioni.
Madoff intanto resta in carcere. Si è dichiarato
colpevole lo scorso marzo e la sentenza è prevista a giugno.
http://online.wsj.com/article/SB124261271530929129.html#mod=djemalertNEWS
[18-05-2009]
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IL LATO B DI MADOFF? IL CULO! – LA SUA SEGRETARIA: “MI METTEVA UNA
MANO SUL SEDERE E MI DICEVA: LO SAI CHE SEI ANCORA CARINA?” –
“NELL’AGENDA I NOMI DI UNA DOZZINA DI MASSAGGIATRICI” – LA moglie
Ruth “lo teneva d’occhio come un’aquila”…
Paolo Valentino per
il "Corriere della Sera"TH
Sapeva essere generoso e volgare. Capace di pagare (non di tasca sua
comunque) le cure del figlio di un dipendente e pronto a insultare a
sangue segretarie e collaboratori. Paludato, naturalmente elegante. E
incline all'ironia greve, battute e gesti da caserma, manomorta
compresa. Era Jekyll e Hyde. L'uomo di
mondo, stimato e corteggiato da ricchi e famosi. E il maniaco sessuale,
l'agenda personale con una lunga lista di massaggiatrici, che
frequentava anche durante le ore del trading.
Pochi hanno conosciuto Bernie Madoff meglio di Eleanor
Squillari, la segretaria che gli è stata vicina dal 1984. Se
le vittime, in buona parte ebrei, della sua ventennale catena di Sant'Antonio,
una truffa da 65 miliardi di dollari, lo hanno paragonato a Hitler,
che come lui decimò i loro patrimoni, allora lei è Traudl Junge,
l'ultima assistente del capo del nazismo.I
E come la dattilografa, che ne batté a macchina le ultime volontà
nel bunker della cancelleria, seppe solo a guerra finita dell'Olocausto
e dei crimini di guerra, anche Squillari giura di non aver mai avuto il
più piccolo sospetto che la facciata rispettabile del suo mago della
finanza fosse in realtà un villaggio Potemkin a copertura di un'impresa
criminale.
Tant'è. Prima scioccata e incredula di fronte all'arresto di Madoff,
poi sempre più delusa, arrabbiata e decisa a lasciarsi alle spalle «la
persona che ammiravo», Squillari ha deciso di dare
tutto l'aiuto possibile agli agenti dell'Fbi e di raccontare in un lungo
articolo appena uscito su Vanity Fair la vita quotidiana nel Lipstick
Building, il prestigioso edificio di Manhattan dove la Bernard L.
Madoff Investment Securities occupava tre piani.
Un capo facile alle allusioni sessuali
pesanti, quello di Eleanor: «Spesso usciva dal suo
bagno, che stava diagonale rispetto alla mia scrivania, ancora
abbottonandosi la patta. Se vedeva che scrollavo la testa in segno di
disapprovazione, mi diceva: 'Dai, lo sai che ti eccita'. Oppure cercava
di mettermi una mano sul sedere e commentava: 'Ma lo sai che sei ancora
carina?'. Io non l'ho mai preso sul serio. Era il suo modo di essere
affettuoso».
Bernie era sensibile al fascino femminile, amava
flirtare spesso e per questo sua moglie Ruth «lo
teneva d'occhio come un'aquila». Aveva un debole per i massaggi: «Una
volta l'ho trovato mentre scorreva su una rivista i numeri delle call
girl e verificava le foto. Nella sua agenda, alla M, aveva almeno una
dozzina di telefoni di massaggiatrici. Gli dissi che se l'avesse perduta
e qualcuno l'avesse trovata, avrebbero pensato che fosse un pervertito.
Quando prenotava un massaggio, diceva: 'Vado fuori a passeggiare'.
Tornava dopo un'ora, di umore migliore».
E di buon umore Bernie e sua moglie Ruth,
una donna ossessionata dalle apparenze e abituata a spendere fortune in
gioielli, vestiti e interventi di chirurgia estetica, sembrarono anche
la sera del 10 dicembre scorso, alla cena di Natale che ogni anno
offrivano ai dipendenti. Mancavano poche ore all'arresto del finanziere
e al crollo di quella che un agente dell'Fbi ha definito la loro «Disneyland».
Ma Eleanor Squillari sapeva con certezza che «qualcosa
non stava funzionando » più, nell'universo rarefatto e in apparenza
irreprensibile del suo boss. Era da mesi, da quando in settembre Wall
Street era implosa sotto il peso dei titoli tossici, che succedevano
cose strane. Nelle ultime settimane, racconta la signora italo-americana,
«Bernie era fisicamente uno straccio, si misurava ossessivamente la
pressione, prendeva farmaci per tenerla giù».
Quel giorno poi, una frase detta da Bernie al
telefono e riferitale dall'autista, l'aveva colpita particolarmente: «Andy
era così nervoso che se l'è quasi fatta addosso». Andrew è uno dei
due figli di Madoff, entrambi suoi collaboratori: «Aveva
saputo ciò che io avrei saputo il giorno dopo: suo padre era un
truffatore».
Il solo? Eleanor è convinta di no. Crede che Madoff,
una volta vista la fine avvicinarsi, abbia predisposto con cura l'uscita
di scena, arresto compreso. E pensa «non sia umanamente possibile »
quello che da dicembre continua a ripetere ai federali, cioè di essere
l'unico responsabile della più grande frode della Storia: «Sta
cercando di proteggere qualcuno».
[13-05-2009]
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Stress
test, a Bank of America servono 34 miliardi di dollari...
Da "ilsole24ore.com" - Il governo Usa ha calcolato che
a Bank of America servono capitali freschi per almeno 34 miliardi di
dollari, la cifra é superiore alle stime e andrebbe ad aggiungersi ai 45
miliardi di fondi statali già ricevuti finora dalla banca. Lo rende noto
la stampa Usa citando fonti vicine all'amministrazione americana che sta
eseguendo gli stress test presso i 19 principali istituti di credito
americani. Dieci di loro avrebbero bisogno di ricapitalizzarsi. Tra cui
appunto Bank of America, ma anche Citigroup e Wells Fargo.
5 - I Cds, ultima
frontiera dell'insider trading...
Da "Il Sole 24 Ore" - A un bel insider trading sui
credit default swap non ci aveva pensato nessuno finora. Quantomeno
nessuno era mai stato pizzicato a comprare e vendere Cds, una sorta di
assicurazione contro i rischi di fallimento di una società, grazie a
informazioni riservate. Fino a ieri, quando Renato Negrin e
Jon-Paul Rorech si sono visti recapitare
una circostanziata denuncia dalla Sec. Negrin, gestore dell'hedge fund
Millennium, s'era riempito nell'estate 2006 di Cds sui bond dell'olandese
Vnu, forte delle informazioni ricevute da Rorech, un
trader di Deutsche Bank. E siccome era proprio questa la banca advisor di
Vnu, Rorech, agevolmente scavalcati gli interni muri
cinesi, venne a sapere in anticipo che sarebbero mutate le condizioni del
prestito obbligazionario.
Raccontò il tutto a Negrin che in tal modo guadagnò 1,2 milioni di $
con il fondo: soldi che dovranno ora essere restituiti, assieme a una
multa ben più salata. Del resto, il fondo Millennium non è nuovo a
queste cose, visto che in passato era stato condannato a pagare 121
milioni per uno scandalo simile. È vero che Millennium ha cercato, a suo
modo, di tutelarsi dalle avversità. Ma l'aver finanziato lo scorso anno
tutti i candidati alle elezioni presidenziali con appena 16mila $ non è
stato di grande aiuto. (W.R.)
6 - Meglio negli hedge
che dietro ai fornelli...
Da "Il Sole 24 Ore" - Le donne sono investitori
migliori degli uomini. A riguardo non mancano studi di Università
americane e di gruppi bancari, come Merrill Lynch. Ma lo scetticismo
perdura e l'unica arma davvero efficace resta quella dei numeri.In Italia
abbiamo l'esempio di Hedge Invest: otto fondi, di cui sette gestiti da
donne, con una media di rendimenti da inizio anno del 2,95% (al netto di
commissioni e fiscalità) contro un +0,47% (al lordo della fiscalità)
dell'Hfri Fund of Fund Index. Hedge Invest, una delle prime quattro Sgr
alternative autorizzate in Italia nel 2000, ha una quota femminile («non
"rosa" per carità!») del 54% nell'organico e un'età media di
34 anni. Non si tratta, però, di un caso raro.
Nell'industria esiste un'associazione mondiale
che raccoglie oltre 10mila professioniste, 100 Women in Hedge Funds, nata
negli Stati Uniti nel 2001 e presente con sedi anche a Londra, Ginevra e
Hong Kong. Accanto alle iniziative di formazione e di beneficienza,
l'associazione persegue l'obiettivo di«creare una struttura robusta ed
efficiente» che serva da leva alle intuizioni e alle aspirazioni dei
singoli membri. Anche contro gli scetticismi. (Mo.D.)
Buffett rilancerà la
Berkshire puntando sulle assicurazioni...
Da "La Stampa" -
Lo scorso fine settimana, Warren Buffett ha ammesso che
i candidati alla sua successione alla guida di Berkshire Hathaway,
finora sconosciuti, non hanno ottenuto buoni risultati nel 2008.
L'oracolo di Omaha li ha giustificati senza infierire,
affermando che lui stesso non ha ottenuto risultati eccelsi. Ma le loro
capacità potrebbero non costituire l'unica chiave per il futuro di
Berkshire. I responsabili dell'area assicurativa della holding
potrebbero rivestire un ruolo altrettanto importante. Le ragioni
principali sono due. In primo luogo le attività operative di Berkshire,
rispetto agli investimenti, rappresentano una parte sempre più
significativa del gruppo e le assicurazioni sono tra quelle più
rilevanti. In secondo luogo, le attività assicurative forniscono a Buffett
un'enorme liquidità da investire. Buffett lo
chiama il "flottante".Ubs"
Nel 2008, il flottante di Berkshire derivante dalle assicurazioni è
di 58,5 miliardi di dollari. Questo equivale a più di metà del valore
a fine anno del portafoglio di investimenti della società o a oltre metà
del suo patrimonio netto. Come Buffett ama
sottolineare, spesso questo denaro ha un costo negativo, meno 5% nel
2008, perché la divisione assicurativa ha realizzato un profitto
tecnico. Il 2008 è stato positivo, ma Buffett sottolinea
sempre che i suoi gestori del ramo assicurativo ottengono un profitto
tecnico superiore alla media. Con questo duplice impatto su Berkshire, i
direttori del ramo assicurativo - Tony Nicely di Geico,
Tad Montross di General Re e Ajit Jain, che gestisce le attività di
riassicurazione di Berkshire - sono essenziali per il futuro del gruppo.
Anche altre unità operative rivestono una certa importanza, come la
società elettrica MidAmerican guidata da David Sokol e
Greg Abel. E naturalmente conterà anche il team di
investimento post-Buffett. Tuttavia, poiché Buffett
intende separare i ruoli di amministratore delegato e di
responsabile degli investimenti che ora ricopre, i due ruoli saranno più
ridotti in futuro. Il dubbio è se la struttura ibrida di Berkshire -
che Buffett e il suo partner Charlie Munger (di 85 anni) hanno creato
nel corso di 40 anni - potrà continuare con altrettanto successo senza
di loro.
10 - Per Ubs non è
primavera. Le perdite sono in aumento e i clienti battono in ritirata...
Da "La Stampa" - La primavera non è ancora sbocciata
in Ubs. Le perdite nette per 2 miliardi di franchi (1,3 miliardi di
euro) subìte nel primo trimestre fanno da contraltare all'utile di 2
miliardi di Credit Suisse. La banca non ha approfittato del trading
sulle obbligazioni che ha permesso a molti istituti concorrenti di
incrementare i ricavi. Ubs si è sforzata di contenere le continue
perdite nell'area dei titoli a reddito fisso, delle materie prime e
delle valute, segnando una perdita di 2 miliardi in quest'area. Per
contro, Deutsche Bank ha rastrellato 3,8 miliardi. La gestione
patrimoniale, che dovrebbe rappresentare il punto forte di Ubs, è
stagnante. I clienti hanno ritirato altri 23 miliardi dopo i 107
dell'anno scorso, anche in seguito al martellamento delle autorità
fiscali Usa che ha seriamente compromesso il buon nome della banca.
Gli investitori non possono fare molto per cambiare la situazione.
Ubs è intenzionata a ridurre l'investment banking, e sta già pagando
un prezzo per la riduzione del rischio. Inoltre, le sue prospettive
pessimistiche suonano più realistiche di quelle degli altri istituti.
Ha lanciato un monito più severo riguardo ai probabili effetti della
situazione economica sugli accantonamenti legati ai crediti, e questo
nonostante Credit Suisse sia più esposta ad asset difficili da
scambiare - come gli immobili commerciali - e Deutsche all'indebolimento
dei consumi. La strategia di Ubs, che punta a ridurre l'esposizione ai
rischi e a concentrarsi sulla clientela nazionale e sul private banking,
appare sensata.
Il Cda è stato quasi completamente rinnovato: un passo necessario
per ripristinare la reputazione di Ubs. La settimana scorsa, l'addio del
direttore globale della gestione patrimoniale ha segnato l'ultima svolta
rispetto a un passato turbolento. È probabile che la ristrutturazione
dell'attività, la sistemazione del trading book e la situazione di
un'economia in declino impediscano a Ubs di tornare in attivo ancora per
qualche tempo. È una prospettiva ancora troppo fredda rispetto ai
segnali di disgelo provenienti dalle altre banche.
Vanno in scena le grandi manovre tra gli azionisti della prima banca
italiana. In Intesa-Sanpaolo, all'asse Trieste-Parigi (Generali e Credit
Agricole, con benedizione della Mediobanca di Cesarone Geronzi )
si contrappone quello Compagnia di San Paolo-Cariplo.
Abramo Bazoli tenta di fare il pompiere: "Il patto
non cambia gli equilibri in Intesa". Ma l'asse Guzzetti-Benessia
si sta rafforzando e, caso strano, a Torino monta la fronda contro il
presidente Enrico Salza, "accusato di acquiescenza
verso la regia di Geronzi" (Repubblica, p. 29).
La battaglia si sta già combattendo sui giornali. Repubblica è
sempre indecisa tra Bazoli e Profumo,
mentre Corriere e Sole camminano in equilibrio tra lo stesso Bazoli
e Geronzi. Il problema è che i due Grandi
Vecchi sono capaci di trovare accordi all'insaputa dei vari Mauro,
De Bortoli e Riotta. E alla fine chi
è nell'angolo è Alessandro Mignon,
perché quando Bazoli loda "l'autonomia di
Mediobanca" vuole solo dire: "Bravo Cesare, continua a
smarcarti da Profumo e vedrai che andremo sempre più d'accordo".
[06-05-2009]
Fiat/ Ft: Soluzione Chrysler fissa precedente rischioso per Usa
di Apcom
Secondo il
quotidiano, Obama 'sovverte' il diritto finanziario
Roma, 2 mag. (Apcom) - Il modo in cui il presidente degli Stati Uniti
Barack Obama intende salvare Chrysler potrebbe fissare un
"precedente pericoloso" nel lungo termine e per i mercati
finanziari statunitensi. Lo scrive oggi il Financial Times, in una
column da Wall Street in cui suggerisce che l'ad di Fiat Sergio
Marchionne invii una copia del 'Principe' di Niccolò Machiavelli a
Obama affinché il presidente possa studiare la famosa opera e meditare
sulla massima "il fine giustifica i mezzi". Nessun fine può
giustificare - secondo Ft - la violazione dei principi del diritto
riguardo all'ordine di retribuzione dei creditori nel fallimento, su cui
"la legge è inequivoca": prima i creditori 'senior', come gli
hedge funds, poi quelli 'junior' come i sindacati, e infine i
lavoratori. Ora invece, nel capovolgere quest'ordine
"l'amministrazione sta indicando che il principio non è più
sacro". E anche se "questo in sé non provocherà una fuga
massiccia di capitali dagli Usa, avrà delle serie ripercussioni"
sulla volontà dei fondi di partecipare ai progetti del governo di
Washington per depurare molte banche dagli asset tossici. Il quotidiano
finanziario londinese sottolinea che la bancarotta
"chirurgica" di Chrysler promessa da Obama "dipenderà
dal tribunale e non da lui". E soprattutto, secondo Ft l'operato
dell'amministrazione per salvare la terza 'big' di Detroit mette in luce
un paradosso: "La posizione delle autorità come principali
soccorritori le forza ad assumere un ruolo attivo nel settore privato,
ma i loro obiettivi (salvare posti di lavoro, essere rieletti, ecc.) è
in conflitto con il corretto funzionamento degli stessi mercati che
stanno cercando di preservare".
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IL RITORNO DEI FURBETTI
– A WALL ST. È GIÀ PERIODO DI VACCHE GRASSE - GRAZIE AGLI ARTIFICI
CONTABILI OBAMIANI, IL 2009 VEDRÀ GUADAGNI STREPITOSI PER L’OLIGARCHIA
FINANZIARIA USA – CHI CI HA RIMESSO? SOLO QUADRI BASSI E INTERMEDI – E
IL PRESIDENTE TACE...
Marcello Foa per "Il
Giornale"
È bastato un mese di bel tempo (borsistico) per far tornare tutto
come prima. Soprattutto a Wall Street, avvilendo chi si era illuso che
da questa crisi potesse nascere se non un mondo migliore, perlomeno un
capitalismo di nuovo giusto e responsabile. La casta dei banchieri sta
vincendo di nuovo. E alla grande. Mentre il mondo continua a lottare
contro la crisi economica e migliaia di persone perdono il posto di
lavoro, i membri dell'oligarchia finanziaria statunitense vedono
profilarsi un 2009 di guadagni strepitosi, pari o addirittura superiore
al 2007, l'anno dei record.
barack
obama
E non è solo un'impressione, parlano le cifre. Nei primi tre mesi
dell'anno le sei principali banche americane hanno accantonato la
bellezza di 36 miliardi di dollari sotto la voce bonus e stipendi. Sono
gli stessi istituti che a febbraio sembravano moribondi e che hanno
ricevuto dallo Stato aiuti miliardari; poi, però, è successo qualcosa.
Il G20? Non proprio. O meglio: mentre l'attenzione del mondo era
focalizzata sul drammatico summit londinese, a Washington
l'Amministrazione Obama ne ha approfittato per cambiare le regole
contabili, modificando il mark-to-market, che obbligava le banche a
contabilizzare ogni giorno i debiti a valore di mercato; e siccome
quelli tossici valevano zero gli istituti erano costretti a riportare
perdite gigantesche.
Secondo la nuova norma, invece, sono loro
stessi a decidere il valore di questi titoli. Ad esempio: se l'istituto
X ha un debito tossico che a valore di mercato vale 1, può stabilire
autonomamente che valga 5 o 6 perché questo è il valore ipotizzato fra
uno o due anni. Di certo le trimestrali di bilancio non rispecchiano il
valore reale delle banche, che però, così, possono vantare utili
insperati e addirittura permettersi di restituire in tutto o in parte le
sovvenzioni ricevute, sottraendosi pertanto al tetto ai bonus imposto
dal governo per le aziende salvate dallo Stato.
Geithner
Timoty
Chi lavora nel dipartimento trading e investimenti bancari di
JPMorgan Chase assapora già, per l'anno in corso, un reddito medio pro
capite di 509mila dollari, mentre nell'ultima annata senza eccessi, il
2006, era stato di 345mila dollari. La Goldman Sachs ha già messo a
bilancio 4,7 miliardi per i propri dipendenti, pari a 569mila dollari a
testa, praticamente la stessa cifra dell'indimenticabile 2007.
Persino i pochi istituti ancora in rosso sono riusciti ad aumentare
gli stipendi, come Morgan Stanley, che ha chiuso il trimestre con una
perdita di 578 milioni di dollari, ma ha già contabilizzato stipendi
per 2 miliardi. Come dire: per ogni dollaro di perdita procurata alla
società, i suoi salariati ne ottengono quattro, per meriti evidenti.
Niente male. La logica è sempre la stessa e con beneficiari ultimi i
soliti noti.
Logo
"Citigroup"
Le banche si difendono evidenziando come, per far fronte alla crisi,
siano state costrette a ridurre gli organici. Ma a ricevere lettere di
licenziamento sono stati soprattutto i quadri inferiori: piccoli
dirigenti, impiegati, segretarie. E quando si è trattato di assumere,
gli istituti hanno optato per l'outsourcing, anziché privilegiare il
mercato del lavoro nazionale. Bank of America ha ingaggiato 15mila
persone in India, Bank of New York Mellon 1300, sempre in India,
Citigroup 1000 nelle Filippine. Così, tanto per ringraziare il
contribuente. E Obama? Tace. Anzi, si prodiga per rafforzare
l'impressione di una rinascita del sistema finanziario, mentre la sua
promessa di cambiamento appare sempre più retorica.
[28-04-2009]
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CRISI: TROVATO
MORTO DIRETTORE FINANZIARIO FREDDIE MAC, FORSE SUICIDIO...
(ASCA-AFP) - Uno dei top manager della Freddie Mac, colosso americano dei
mutui travolto dalla crisi e finito sotto il controllo statale, e' stato
trovato morto nella sua casa in Virginia. I media locali parlano di
suicidio. Il cadavere di David Kellermann, direttore finanziario della
Freddie Mac, e' stato ritrovato dalla moglie nella loro abitazione nel
nord della Virginia, hanno riferito WUSA television e la radio WTOP. La
polizia starebbe indagando su un 'presunto suicidio', ha spiegato la
portavoce delle forze dell'ordine Mary Anne Jennings. Kellermann, 41 anni,
lavorava per la Freddie Mac da oltre 16 anni ed era stato nominato
Cfo a settembre, proprio nel momento in cui con la gemella Fannie Mae, la
societa' e' passata sotto il controllo del governo per prevenire il collasso.22.04.09
CRAC! - suL TESORIERE DI FREDDIE MAC SUICIDA
Vittorio Zucconi per
"la Repubblica"
Nel sobborgo virginiano più elegante della Washington ricca,
dietro i muri di mattoni rossi e i prati ben limati che segnalano ai
passanti il trionfo della "felicità" immobiliare, si celebra
alle 4 del mattino il rito macabro ed espiatorio di tutti i crac: il
suicido del finanziere appeso a una corda in cantina, mentre ai piani
superiori la famiglia dorme.
David
Kellerman
Non c´era ancora stato, dai giorni di settembre quando sotto i
piedi dell´America di Bush si spalancò la voragine della finanza
demente, il suicidio rituale di uno dei suoi protagonisti, come era
David Kellerman, a 41 anni il "Cfo", il Chief Financial
Officer, il tesoriere della società Freddie Mac, quella che più di
ogni altra aveva creato la bolla dei mutui avvelenati con la garanzia
del governo. E che neppure 60 miliardi di fondi pubblici pompati nelle
sue vene è riuscita ancora a risanare.
Kellerman, volto banale e molto "all american", da
figlio del Midwest quale era e da giocatore di football quale sognava di
essere alla sua Università del Michigan, non era un Bernie Madoff, il
supermagliaro di New York, e neppure un Kenny Lay, il pirata dell´energia
elettrica che aveva costruito sul ricatto e sull´amicizia politica con
la banda texana dei Bush e con Cheney il castello della Enron che lo
travolse fino alla condanna a 60 anni di carcere e all´infarto fatale.
E neppure su di lui ci saranno i misteri che per sempre circonderanno un
altro celebre impiccato, Roberto Calvi, o la morte del numero due della
Enron, Cliff Baxter, ucciso proprio il giorno prima della sua
deposizione davanti al magistrato.
David Kellerman era un nome oscuro, poco più di un dirigente d´azienda
fra i tanti che lavorano in questa mostruosa società semigovernativa
dal nome impossibile compresso nell´acronimo di "Freddie Mac"
e che per mandato pubblico acquista, garantisce e poi rivende i mutui
immobiliari nei portafogli delle banche. Dalla sua laurea nel Michigan,
celebre per la quantità di giocatori di football che sforna e dai corsi
post laurea nella George Washington University della capitale, Kellerman
era entrato a 25 anni nel ventre di "Freddie" e aveva
cominciato la scalata dal cubicolo dell´impiegato fino ai piani alti.
Wall
Street
Una carriera qualsiasi, ma soltanto fino all´8 settembre del
2008, quando la montagna di debiti garantiti, rivenduti, rimpacchettati,
frullati che la sua società rilevava, controllando la metà dell´intero
portafoglio dei muti americani, si rivelò un massiccio di panna
montata. E le agenzie di rating, quelle che dovrebbero verificare e
classificare la solidità di una "corporation" prima, e non
dopo i disastri, abbassarono il voto della "Freddie Mac" dall´
A1, che significa solidità d´eccellenza, al B3, poco più che
spazzatura.
Fu allora che il governo Bush, boccheggiando nel naufragio della
finanza che avrebbe divorato la Bear Stearns, la Lehman Brothers, la
Merril Lynch e portato le grandi banche come la Citi e la Bank of
America a un passo dalla bancarotta, decapitò le due società più
esposte, e più responsabili del "boom and bust" immobiliare,
la "Fannie Mae" e la "Freddie Mac", che dal loro
compito istituzionale di garanti si erano trasformate, con la complicità
della politica riccamente lubrificata senza distinzione di partiti e di
nomi, nei massimi speculatori d´azzardo sulla trave portante della vita
nazionale: la casa.
POLIZIOTTO
DAVANTI A CASA DEL MANAGER FREDDIE MAC IMPICCATO
Kellerman fu sparato alla seconda poltrona, di fatto quella più
importante, all´incarico di tesoriere e responsabile finanziario. Gli
fu messo in mano un assegno da 60 miliardi di dollari firmato dal
governo con l´incarico di tamponare, bonificare e poi riavviare quella
società senza la quale l´intera circolazione sanguigna del credito s´infarta.
Otto mesi più tardi, nessuno, non nel Parlamento, non alla
Federal Reserve, non al Tesoro sa ancora se questo cuore della
circolazione creditizia americana sia tornato a pulsare. Non lo sapeva,
o forse lo sapeva, David Kellerman, che aveva dovuto ingaggiare una
squadra di guardie del corpo per circondare la sua villa di mattoni
rossi in Virginia per difendersi dai debitori inferociti sbarcati dai
pullman che offrono il "tour" dei bancarottieri come a
Hollywood il giro delle ville delle star.
Lanciavano sassi alle belle finestre per chiedergli conto dei
bonus, delle gratifiche pagate a lui dalla società, 800 mila dollari
quest´anno, dei 210 milioni complessivamente distribuiti con i soldi
dei contribuenti cacciati da case pignorate per morosità, e che
"Freddie" e "Fannie", che lui, avrebbero dovuto
difendere. Nel tempo libero, perché anche nelle tragedie riposa sempre
un grano di ironia, Kellerman era tra i promotori della "Campagna
per i senza tetto".
Wall
Street
Nella sede centrale, una sorta di castello di gusto "post
Versailles" su una avenue centrale di Washington, celebre nel
quartiere per i magnifici addobbi luminosi a Natale, si dicono ora le
solite cose ovvie, che Kellerman fosse depresso, che fosse sotto cura
psichiatrica, che la fatica, la pressione, l´angoscia per un impegno
troppo grande - salvare da solo l´intero settore immobiliare nazionale
sempre in asfissia - lo stessero schiacciando e adesso, mentre il
furgone nero del "coroner" della contea di Fairfax, in
Virginia, carica il suo corpo massiccio nella borsa di cerata nera con
la lampo usata anche per i soldati, è facile fare diagnosi.
SEDE
FREDDIE MAC - MCLEAN, VIRIGINIA
David Kellerman è un altro, finora il più noto, caduto in questa
guerra di parole astruse come derivati, hedge, credit swaps,
securitization, che uccidono come i proiettili o le bombe per strada.
Nelle stesse ore in cui il tesoriere della cassaforte sfondata si
passava il cappio attorno al collo nella cantina della grande casa dove
dormivano la moglie e la figlia, a pochi minuti da lui, Christopher
Wood, un uomo qualsiasi di 34 anni, in una casa più modesta, scriveva
la propria nota suicida, spiegando che non ce la faceva più a pagare le
rate di quel mutuo di 460 mila dollari che la banca non avrebbe mai
dovuto concedergli, ma che la società di Kellerman aveva garantito. Ha
ucciso la moglie, i figli di 5,4 e 2 anni e poi se stesso. Lui, la sua
famiglia, come il tesoriere di "Freddie" uccisi dallo stesso
sogno quando diventa incubo: la casa.
[23-04-2009]
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LA MELA SBUCCIATA – LA ELAN (TAIWAN) DENUNCIA L’APPLE DI JOBS
PER “FURTO DI BREVETTI”: IN GIOCO LA PROPRIETà DELLA TECNOLOGIA
“TOUCH SCREEN” (ALLA BASE DI iPOD E iPHONE) – ERANO 2 ANNI CHE SI
CERCAVA UN COMPROMESSO….
Massimo Sideri per il
"Corriere della Sera"
Steve
Jobs
Sembra proprio che a Cupertino ad attendere Steve Jobs in giugno,
al suo rientro dopo la lunga convalescenza, non ci saranno solo
applausi. Ma anche qualche grana. Dopo l'affannosa rincorsa al fenomeno
dei netbook classificati come «junk», spazzatura, solo pochi mesi
prima dallo stesso Jobs, ora la Apple dovrà anche affrontare nel
tribunale distrettuale di San Francisco il gruppo di Taiwan, Elan.
L'accusa sulla quale bisognerà attendere il verdetto dei giudici
è «furto» di brevetti. Non è certo una prima volta nella storia
dell'azienda che si è scontrata per anni con la rivale di sempre,
Microsoft, e fin dai suoi esordi negli anni Ottanta ha litigato con
l'altra «mela», la Apple Records, etichetta discografica dei Beatles,
per il marchio.
I brevetti nella Silicon Valley sono quasi
tutto. Ed escludendone il valore il Prodotto interno lordo dell'area ad
alta densità tecnologica sarebbe destinato a crollare. Ma il gruppo non
potrà prendere il caso sottogamba visto che in gioco è la tecnologia
touch screen alla base di iPod e iPhone oltre che di alcuni computer
MacBook.
La Elan, che tra le altre cose produce il mouse pad dei popolari
netbook Asus EEE, ha fatto sapere di aver «deciso di procedere in
tribunale dopo non essere riuscita a trovare con la Apple un punto di
vista in comune ». Era da due anni che le aziende stavano cercando un
accordo sui due brevetti oggetto del contrasto. Il principale è quello
per ruotare e zoomare le immagini utilizzando due dita insieme.
Apple ha preferito non fornire commenti ma dalla parte di Elan c'è
una vittoria ottenuta contro un'altra società statunitense, la rivale
Synaptics, proprio su uno dei due brevetti contesi. Per il gruppo di
Jobs che si è sempre contraddistinto per il design «cool » dei
prodotti e per le tecnologie all'avanguardia il conto potrebbe essere
salato: basti pensare il quarto trimestre del 2008 per l'azienda si è
chiuso meglio delle aspettative proprio grazie alle vendite di iPod e
iPhone.
MICROSOFT
E, anche se in un caso totalmente diverso ma pur sempre nel
perimetro delle contese sui brevetti, Microsoft è appena stata
condannata a pagare 388 milioni di dollari a Uniloc per un software antipirateria.
[10-04-2009]
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