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MADOFF A LONDRA –
GIGOLÒ SVIZZERO
EMMA Bonino
CHE DOLORI
CARAIBI & FISCO,
UN BUFFET

 

 

 

 

 

IL CONTRAPPASSO DELL’INUTILE G20: OBAMA SPERAVA DI CAZZIARE HU JINTAO SULLO YUAN, E INVECE L’HA MAZZIATO LULA PER I 600 MLD $ POMPATI DALLA FED SUL MERCATO - LO SBARACKATO: “SE CRESCE L’AMERICA, CRESCONO TUTTI”, MA “TUTTI” ORMAI HANNO ECONOMIE GAGLIARDE (SENNÒ IL G8 NON SAREBBE DIVENTATO G20), E NON VOGLIONO STARE AL RIMORCHIO - ANCHE LA MERKEL ESPORTATRICE SI SCHIERA CON LA CINA E CONTRO IL MONDO ANGLOSASSONE CHE VORREBBE EQUILIBRARE LA BILANCIA COMMERCIALE...

Maurizio Molinari per "La Stampa"

 

Il G20 si apre nel segno dei disaccordi su svalutazione delle monete e squilibri commerciali, obbligando i leader a una maratona negoziale per concordare un testo sufficientemente neutro da salvare il primo summit asiatico. L'incontro fra le venti maggiori economie del pianeta è iniziato con la cena di lavoro nell'avveniristica sede del Museo nazionale di Corea, dove hostess in antiche tuniche reali e bambini in abiti folkloristici hanno fatto da sfondo al doppio dissenso sull'agenda.

 

Su entrambi i fronti è l'America di Barack Obama ad essere sotto pressione. La prima, e più aspra disputa, riguarda la quotazione delle valute. Obama è arrivato a Seul puntando a mettere alle strette la Cina a causa dell'eccessiva debolezza dello yuan, a cui attribuisce buona parte del deficit commerciale Usa, ma si è trovato sul banco degli imputati a causa delle critiche giunte da numerosi Paesi nei confronti della recente decisione della Federal Reserve di acquistare 600 miliardi di titoli del Tesoro Usa con una mossa sospettata di voler abbassare artificialmente il valore del dollaro.

 

«Politiche come quelle della Fed rischiano di mandare in bancarotta il mondo intero» accusa il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, secondo il quale «se i Paesi ricchi che non consumano vogliono sostenere le economie con le esportazioni andremo tutti incontro ad collasso perché si innescherà una corsa a vendere».

Obama risponde che «la cosa più importante che gli Stati Uniti possono fare per l'economia globale è crescere, in quanto restiamo il motore delle altre nazioni» ma la sua ricetta di puntare sul raddoppio dell'export del «made in Usa» incontra forti resistenze, come confermato dall'impossibilità di annunciare l'accordo di libero scambio con la Corea del Sud, rinviandolo alle «prossime settimane» assieme alle conseguenti ricadute sull'intesa fra Seul e l'Unione Europea.

 

La crisi delle monete è stata al centro di un bilaterale fra Obama e il leader cinese Hu Jintao durato 1 ora e 20 minuti ma il comune intento di «arrivare a un risultato positivo» e la promessa di Pechino di procedere nella «riforma monetaria» non ha partorito una convergenza sul testo finale, nel quale l'America vuole includere un esplicito riferimento alla necessità di quotare lo yuan «sulla base dell'andamento dei mercati valutari».

 

Il secondo fronte di crisi riguarda la necessità di trovare un nuovo equilibrio fra nazioni con deficit e surplus di bilancio. Qui il duello è fra Obama - sostenuto da Canada, Australia, Gran Bretagna e Singapore - e la Germania di Angela Merkel, che assieme a Cina e Giappone vanta i maggiori surplus. Tim Geithner, ministro del Tesoro Usa, aveva proposto di stabilire un tetto massimo del 4 per cento tanto per i surplus che per i deficit ma il rifiuto di Berlino - che ha un surplus al 6,1 per cento - è stato netto. La Merkel lo ha ribadito a Obama: «Stabilire dei tetti precisi non è appropriato».

 

L'unico, timido, sostegno alla proposta di Geithner è arrivato dalla Francia - che ospiterà il prossimo G20 - il cui ministro della Finanze Christine Lagarde ha parlato di «idea sulla quale si può lavorare». È il russo Dmitrij Medvedev a trarre le conseguenze: «L'unità del G20 è in pericolo, senza un'intesa l'economia globale resterà instabile e sbilanciata».

 

Il presidente sudcoreano Lee Myung-bak, nelle vesti di anfitrione, spera comunque di «raggiungere un'intesa su una crescita continua e bilanciata» anche se il portavoce del summit, Kim Yoon-kyung, ammette che «finora non c'è accordo per concludere il summit con una dichiarazione di sostanza».

Da qui lo scenario, ventilato dai negoziatori a notte fonda, che il summit eviti il fallimento con una dichiarazione sull'«accordo minimo possibile» ovvero l'impegno per la «crescita bilanciata» accompagnato dall'incarico ai ministri finanziari di definire le misure per far crescere «in maniera differente» le economie appesantite dai deficit e quelle che vantano dei surplus.

Mentre i leader del G20 tentavano di arginare i dissensi, circa tremila manifestanti - rispetto ai 10 mila previsti - si sono riuniti davanti alla stazione di Seul inscenando un falso funerale per denunciare la «morte della giustizia nell'economia». Una donna ha tentato di darsi fuoco davanti al centro Coex, luogo del summit, ma la polizia è riuscita a fermarla. 12-11-2010]

 

 

CHIAMAMI BOND, JUNK BOND - Sono tornati, e anche di gran carriera. Si chiamano bond, junk bond, le obbligazioni spazzatura che garantiscono rendimenti molto alti (7,5%) perché comportano un alto livello di rischio - Nei primi nove mesi dell’anno in tutto il mondo sono stati collocati titoli di questo tipo per 275 miliardi di dollari: nello stesso periodo del 2009 ci si era fermati a quota 163 miliardi

Marco Sodano per "La Stampa"

 

Sono tornati, e anche di gran carriera. Si chiamano bond, junk bond, le obbligazioni spazzatura che garantiscono rendimenti molto alti perché comportano un alto livello di rischio. Il loro rating è estremamente basso, gli interessi corrono e fanno gola al mercato.

Nei primi nove mesi dell'anno in tutto il mondo sono stati collocati titoli di questo tipo per 275 miliardi di dollari: nello stesso periodo del 2009 ci si era fermati a quota 163 miliardi, dicono i dati di Dealogic, che certificano una crescita del 58%. Lo spread (la differenza) rispetto al rendimento dei titoli di Stato americani è salito a 625 punti base. Nel giugno 2007, prima della tempesta, era intorno a 250.

I trader sono concordi: «Dal 1988 in poi questo è il momento migliore che si sia mai visto - spiegano -. E il mercato dei titoli ad alto rendimento sembra orientato a crescere ancora». Gran parte di questa fiducia si deve al fatto che le contromisure prese per la grande crisi hanno dimostrato che i governi non hanno intenzione di permettere il fallimento delle grandi istituzioni finanziarie.

A questo punto, chiaro che un bel bond spazzatura diventa estremamente appetitoso. Questa settimana il rendimento dei T-bond Usa (i titoli di Stato del Tesoro americano) è crollato allo 0,36%, mentre il junk bond offre un interesse medio del 7,5% circa. Il segnale non è rassicurante: Wall Street conobbe una miscela analoga di tassi bassi e corsa dei prodotti ad alto rischio sia alla vigila della bolla delle dot.com all'inizio degli Anni Novanta sia poco prima di quella immobiliare del Duemila.

 

La situazione, oltretutto, è complicata dalla ripresa che stenta: sono molte le aziende in gravi difficoltà che prima di cadere vanno a cercare liquidità sul mercato obbligazionario. Se la mossa riesce, gli investitori rivedono i soldi. Se il passo fallisce, cominciano i guai. Basta un crac solo, anche piccolo, per scatenare il panico sui mercati, con indici che precipitano e aziende che saltano. Una giostra già vista.

Con la differenza che negli Anni 80 le aziende emettevano bond per fare acquisizioni mentre oggi, spiegano a Wall Street, lo fanno per rinegoziare debiti già esistenti o - in qualche caso - per pagare dividendi ai private equity che le hanno acquisite prima del grande crollo. Il denaro investito per crescere ha meno difficoltà a rendere bene di quello cercato per tappare le falle di una contabilità traballante.

 

L'indice di Bank of America Merrill che traccia il mercato dei junk bond è salito nei giorni scorsi oltre quota 100 per la prima volta da quando è iniziata la crisi. E di spazzatura sul mercato ne arriverà ancora parecchia, giurano nelle sale operative.

È interessante anche il confronto con l'intero mercato delle obbligazioni. Da gennaio a settembre ne sono state collocate sul mercato mondiale per 4.500 miliardi di dollari, con un calo dell'8% che accostato alla crescita dei junk già citata (58%) fa impressione. E i collocamenti di obbligazioni a basso rendimento - quelle meno sicure - sta calando. Il mercato, insomma, torna a giocare con l'ottovolante. Come se non si fosse mai fatto male, come se non fosse successo nulla.

Per ora va bene a tutti: alle banche che incassano più commissioni (mentre il mercato calava dell'8% queste ultime crescevano dell'1% e mentre i titoli ad alto rischio sono cresciuti del 58, le loro commissioni hanno fatto un balzo del 93). Va bene alle imprese, che riescono a raccogliere liquidità senza troppe difficoltà anche se sono in crisi, va bene agli investitori che - almeno sulla carta - si vedono garantiti ottimi ritorni dai loro investimenti.

 

l risultato è sotto gli occhi di tutti: gli investitori sono spinti dagli interessi a scommettere sui titoli incerti, forse dimenticando quali potrebbero essere le conseguenze. Il boom delle obbligazioni junk, sul versante opposto, spinge aziende instabili a correre ai ripari sul mercato del credito. Il cane ha ricominciato a rincorrere la sua coda. Un girotondoo pericoloso.

 11-10-2010]

 

SENZA VERGOGNA! - È TORNATA LA FINANZA CREATIVA A WALL STREET E RIPARTE L’INVASIONE DEI DERIVATI - PRODOTTI PER 555 MLD $: IL 37% IN PIÙ DEL 2008 – DOMINANO JP MORGAN, GOLDMAN SACHS, BANK OF AMERICA E CITIBANK – OBAMA AVEVA PREVISTO UN INASPRIMENTO DELLE NORME MA È STATO BATTUTO DAGLI EVENTI…

Francesco Semprini per "La Stampa"

 

A volte ritornano, specie a Wall Street. I mercati americani devono fare i conti con una nuova invasione di derivati, gli strumenti al servizio della finanza creativa considerati tra le cause principali della crisi del credito e del collasso di giganti come Lehman Brothers e Aig.

Finiti sotto processo per l'uso spregiudicato da parte di speculatori senza scrupoli, i prodotti «esotici» sono tornati a Wall Street più forti di prima e a meno di un anno dal settembre nero della finanza Usa. Lo dice il Tesoro americano secondo cui le banche commerciali degli Stati Uniti hanno incassato 5,2 miliardi di dollari dal trading di derivati nel secondo trimestre del 2009, pari a un aumento del 225% rispetto all'anno passato.

Oltre 1100 istituti comprano e vendono questi prodotti, il 14% in più rispetto al 2008, e a dominare il mercato sono quattro «big», ovvero Jp Morgan, Goldman Sachs, Bank of America e Citibank, che detengono il 94% del totale di derivati in mano alle banche commerciali Usa.

Secondo l'Office of the Comptroller of the Currency, una delle authority federali di vigilanza, nel sistema bancario americano sono presenti 555 miliardi di dollari in prodotti derivati, il 37% in più rispetto all'anno scorso. «Ne risulta un'esposizione molto elevata», dice Kathryn E. Dick, della Occ.

Nella categoria rientrano una vasta gamma di prodotti, come futures, swap, forwards, opzioni, il cui valore è legato a investimenti in valuta, materie prime, greggio e tassi d'interesse.

Creati come strumenti per bilanciare il rischio, sono divenuti un'arma a doppio taglio come nel caso dei «credit default swap», assicurazioni sul rischio di default di un debito, perché grazie al loro impiego frenetico si sono sottoscritte obbligazioni con rischi elevatissimi, o erogati prestiti senza che le banche avessero le riserve necessarie.

Il mercato globale dei derivati è di oltre 600 mila miliardi di dollari e assieme ai prodotti strutturati, come gli Asset-Backed Securities o i Collateralized debt obligations (cartolarizzati). Inoltre, trattandosi di settore non regolamentato, elude il controllo degli organi di vigilanza, e per questo l'amministrazione Obama nel progetto di riforma finanziaria presentato il 17 giungo ne ha previsto l'inasprimento delle norme per la vendita designando la Fed alla vigilanza.

 

Ma già prima di un intervento dall'alto, questi prodotti sono tornati in forza nelle banche - quasi tutte beneficiarie dei fondi pubblici salvagente - a cui i fatti dello scorso anno sembrano un lontano ricordo.

Lo ha riferito al Congresso, giovedì scorso, Paul Volcker, il capo del Consiglio per la ripresa economica della Casa Bianca: «I derivati sono tornati in quantità eccessive rispetto al totale degli asset bancari, ci sono rischi sulla trasparenza».

 

Secondo il Tesoro, ad esempio, Goldman Sachs, divenuta holding bancaria lo scorso anno, ha 20 miliardi di dollari in «total risk-based capital», e 186 miliardi di dollari di «esposizione creditizia legata a contratti derivati». Gran parte può essere coperta da «collateral» ovvero istituti garanti, ma rimane il fatto che l'esposizione sulle perdite legate a derivati è 9 volte l'ammontare del capitale accantonato.

 
[30-09-2009]

 

 

 

BERNANKE NON VA TANTO BEN - IL PATRIMONIO PERSONALE DEL PRESIDENTE DELLA FED SCENDE DA 2,5 A 1,9 MLN $ - MALGRADO GLI VENGA RICONOSCIUTO DI AVER EVITATO IL CROLLO DELL’ECONOMIA USA, IL SUPERBANCHIERE PERDE UN TERZO DEI SUOI INVESTIMENTI…

Antonia Jacchia per il "Corriere della Sera"

Ha speso gran parte della sua carriera a studiare la Grande Depressione. Ha incassato dalle colonne del New York Times il plauso dell'economista Nouriel Roubini che gli attribuisce il merito di aver evitato che la recessione seguita al crollo dei mercati si trasformasse in «una depressione che sembrava molto verosimile». Eppure nemmeno il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke è riuscito ad attraversare indenne lo tsunami finanziario. Al contrario, nel 2008 ha visto assottigliarsi il proprio patrimonio del 29%.

Secondo le comunicazioni della Fed gli asset finanziari della famiglia Bernanke che nel 2007 avevano un valore fra 1,2 e 2,5 milioni di dollari, sono scesi nel 2008 tra 852 mila e 1,9 milioni. Anche se è riuscito a fare sempre meglio di Wall Street dove l'indice S&P 500 è crollato di quasi il 39% nel corso del 2008.

Il successore di Alan Greenspan, dottorato al Massachusetts institute of technology ed ex professore alla Princeton University, ha distribuito i suoi averi tra fondi di investimento, titoli di stato (canadesi e statunitensi) e rendite varie (le cui due principali gestite da Tiaa-Cref che provvede fondi pensione per istituti accademici e organizzazioni non profit). Ma non è riuscito a proteggere i propri «risparmi». Sarà forse anche per questo che durante un tv show (sugli schermi della Pbs) il presidente della Fed ha risposto «mi sono dovuto turare il naso» a chi gli chiedeva di perché «tanti miliardi pubblici» adoperati per salvare «banche private». Ma questa è un'altra storia.

Ha fatto meglio Jane Lauder, moglie di uno dei colleghi di Bernanke nel consiglio della Fed, Kevin Warsh, perfetta in quanto a tempismo. La nipote del fondatore della multinazionale dei cosmetici Estee Lauder, ha venduto nel gennaio 2008 azioni per un ammontare tra 880 mila e oltre 2 milioni di dollari, appena in tempo per evitare il crollo di Wall Street. Anche se la signora Warsh non è riuscita a salvaguardare completamente l'intero patrimonio che si è ridotto dai 73 milioni del 2007 ai 64 milioni dello scorso anno. Lo stesso Warsh non ha potuto fare altro che registrare il declino: in un solo anno i suoi asset sono passati da un valore tra i 900 mila e i 2 milioni di dollari a 766 mila-1,67 milioni.

 
[30-07-2009]
 

 

 

 

LA CINA, OGNI TANTO, SI RICORDA DELL'ANTICO COMUNISMO – I METALMECCANICI DELLA MANCIURIA A RISCHIO LICENZIAMENTO UCCIDONO (A CAZZOTTI) UN MANAGER - 30MILA operai bloccaNo l’autostrada - NEL COMUNISMO ALLA PECHINESE, POCHI RICCHI E MOLTI POVERI…

Francesco Sisci per "La Stampa"

La classe operaia cinese, non più avanguardia comunista verso il socialismo reale, non più aristocrazia sociale, riportata al suo valore antico di braccia da comprare e vendere un tanto al mese, si è ribellata di nuovo. Circa 30 mila metalmeccanici si sono scontrati violentemente con la polizia venerdì a Tonghua, nel Nord-Est del paese, in quella che una volta era la Manciuria, la culla dell'industria pesante cinese, e che oggi è «la cintura della ruggine», con le vetuste fabbriche in via di dismissione.

La protesta è stata accesa dalla notizia che la locale fonderia sarebbe stata comprata dalle acciaierie Jianlong, un'azienda basata a Pechino. Gli operai temevano altri licenziamenti. Ma l'evento che più ha scosso l'opinione pubblica, cinese e mondiale, è il pestaggio a morte di un dirigente dell'azienda, Chen Guojun. È stato attaccato dagli operai, massacrato di botte e lasciato morire, mentre la folla non faceva passare medici e ambulanza.

La Cina è il primo Paese al mondo per produzione dell'acciaio. Ma, anche prima della crisi, soffriva un eccesso di capacità produttiva, tanto più adesso. La Cina produceva troppo acciaio di bassa qualità e poco acciaio di alta qualità, quello che serve nell'industria moderna. Il governo ha lanciato un massiccio piano di modernizzazione, con feroci tagli ai «rami secchi», cosa che nello Jilin significa mandare a casa decine di migliaia di operai, con liquidazioni e protezioni sociali risibili.

Per questo molte località si oppongono con le unghie e con i denti ai piani di chiusura degli impianti, per salvare posti di lavoro e livelli di vita. A Tonghua gli operai non protestavano tanto contro la ristrutturazione dell'azienda, ma contro le liquidazioni da fame. E l'ira dei metalmeccanici era puntata soprattutto contro il direttore generale della fabbrica, Chen Guojun, che avrebbe ricevuto l'anno scorso un bonus di tre milioni di yuan (300 mila euro) per la cessione dell'azienda, mentre agli operai restava solo una specie di cassa integrazione da 200 yuan al mese (20 euro). Venerdì gli operai hanno bloccato l'autostrada e tre auto della polizia erano state attaccate e distrutte. Poi il manager è stato trucidato, scatenando la repressione.

Le rivolte come quella di Tonghua evidenziano, con la loro carica di violenza, due ordini di problemi molto profondi: uno è il sistema disordinato, e propenso ai soprusi, di gestire il licenziamento degli operai. L'altro è la mancanza di una forza «interclassista», che stia in mezzo alle richieste divergenti di parti diverse della società. Perché lo sforzo interclassista del partito comunista si scontra con la tradizione usata fino a ieri, che inneggiava alla lotta di classe e disprezzava, con spirito quasi religioso, il frutto naturale dell'economia di mercato, cioè i ricchi contrapposti ai molti che restano poveri.

 

 
[27-07-2009]

 

 

 

MAOMETTO BOND – LA FINANZA ISLAMICA IN CRESCITA ESPONENZIALE PIACE ANCHE ALL’OCCIDENTE - MILLE MILIARDI, ESPANSIONE E PERFORMANCE SUPERIORI ALLA MEDIA – LONDRA IN PRIMA FILA: “NE SAREMO IL CENTRO MONDIALE” – E GLI ASPETTI ETICI PIACCIONO AL MONDO CATTOLICO…

Cecilia Zecchinelli per il "Corriere della Sera"


Sukùk, takàful, ma anche ribà: solo qualche anno fa erano parole arcane, gergo per pochi iniziati al di fuori del mondo islamico e dei suoi affari. Oggi, a scorrere le pagine economiche dei grandi quotidiani occidentali, si incontrano sempre più spesso. Perché sono termini basilari per orientarsi nel grande mare della finanza islamica. Nata a Dubai solo nel 1975, ora vicina a un giro d'affari di mille miliardi di dollari, la moderna industria del denaro coranicamente corretta è in rapida e inarrestabile crescita ovunque. In Malaysia e nel Golfo, le due regioni musulmane più attive finanziariamente, ma non solo.

Le performance in tempo di crisi superiori a quelle del nostro sistema spingono infatti molti istituti occidentali a buttarsi nel business, come già fece la pioniera Citibank nel 1996. I suoi aspetti etici attirano perfino chi musulmano non è, ad esempio nel mondo cattolico.

Numerosi governi di Paesi non musulmani si stanno muovendo, a partire dalla Gran Bretagna. Al recente e affollatissimo Sukùk Summit di Londra dedicato ai «bond islamici», la responsabile del Tesoro britannico per il settore, Sarah McCarthy-Fry, ha ribadito l'intenzione di fare della City il «centro mondiale » della finanza islamica.

«Questo mercato offre enormi opportunità a lungo termine e noi vogliamo coglierle», ha detto, aggiungendo che presto verranno modificate alcune normative per garantire un ulteriore sviluppo. Lo stesso stanno facendo (o hanno già fatto) Francia, Svizzera, Hong Kong e molti Paesi africani. L'Italia prima o poi ne seguirà l'esempio.

«La finanza islamica conta ancora solo per l'1% del mercato globale, ma sta sviluppandosi massicciamente: in ognuno degli ultimi quattro anni ha registrato una crescita tra il 15 e il 20% e i risultati dei primi mesi 2009 indicano che la performance dei vari istituti, oltre 300 in 75 Paesi, sono in media superiori a quelli della finanza classica. E se qualcuno ha invece registrato problemi seri o perfino gravi, questo è dovuto all'impatto del calo generale di liquidità e dell'immobiliare, non al core-business», dice Nasser Saidi, ex ministro dell'Economia e vicegovernatore della banca centrale del Libano, oggi chief economist del Dubai International Financial Centre, l'importante zona franca finanziaria dell'emirato e centro principale per i sukùk.

«Le obbligazioni islamiche, sempre destinate a finanziare progetti reali, sono il segmento in maggior crescita - continua Saidi -. Nonostante il rallentamento generale prevedo che nel 2009 le nuove emissioni toccheranno i 27 miliardi di dollari, in gran parte lanciate da governi della regione. Anche vari Stati in Occidente sono intenzionati a seguirne l'esempio. Consiglio alla Repubblica italiana di considerare un'emissione di sukùk in euro o dirham per finanziare infrastrutture: sarebbe certo ben accolta nel Golfo».

Se altri economisti ritengono troppo ottimistiche le previsioni di Saidi sul 2009, dato il forte rallentamento del mercato manifestatosi dal 2008, la ripresa per tutti è però già iniziata. «Nel secondo trimestre le emissioni di sukùk sono scese del 35% su base annua ma dai tre mesi precedenti sono aumentate del 164% -, nota Aafaq Khan, capo della finanza islamica alla Standard Chartered -. Nel secondo semestre andrà ancora meglio».

Sono vari i motivi del recente boom del settore. «Soprattutto il crescere della popolazione musulmana in Usa e in Europa, che dopo l'11 settembre si è molto spostata sulle "sue" banche così come ha fatto quella dei Paesi islamici. E poi il disastro partito dai subprime», spiega Malik Sarwar, amministratore delegato della società di consulenza Sarwar Wealth Advisors di New York.

Che aggiunge: «L'Occidente dovrebbe imparare i tre principi base che ci hanno salvato dalla débacle. Il primo è il concetto "kiss", keep it simple stupid, ovvero transazioni semplici e chiare: il caso Madoff mostra che molti affidano il denaro a gestori senza sapere in quali prodotti intricati e oscuri finisca.

Il secondo è la fiducia: in Occidente le banche stanno licenziando e invece il servizio ai clienti è il punto cruciale, ancor più in tempi difficili. Il terzo è la responsabilità sociale degli investimenti: ovvero il divieto ad esempio di creare denaro dal denaro, senza beni tangibili sottostanti, e quindi l'esclusione di strumenti speculativi come i derivati, ma anche gli hedge fund, tutti ad alto rischio».

Dai critici, esterni o interni al sistema, si segnalano carenze e vari ostacoli da superare. Riguardo alla gamma di prodotti (da ampliare), alle spese per i clienti finali (da ridurre), alle differenze effettive con la finanza occidentale (da accentuare al di là dei termini). Ma soprattutto riguardo agli standard. Se la Malaysia ne ha adottati di nazionali insieme a un sistema di rating, altrove basta la fatwa di almeno tre esperti per rendere lecito un prodotto finanziario.

«Finora gli istituti si sono regolati individualmente, senza molta attenzione al rischio sistemico o agli aspetti macroeconomici - ammette Ahmad Mohammad Ali, presidente della Islamic Development Bank, il colosso multinazionale con sede a Gedda -. Ma ci serve la visione d'insieme, sapere chi è collegato a cosa». Sulla questione sono in corso difficili negoziati tra gli addetti al lavoro dei vari Paesi, divisi da interpretazioni più o meno rigide dell'Islam.

Ma una volta superato l'ostacolo («anche gli eurobond all'inizio non avevano veri standard», dice Saidi), si prevede che il settore conoscerà un ulteriore sviluppo. Forse non sarà vero che «la finanza islamica salverà l'economia globale», come qualche economista occidentale ha (provocatoriamente?) predetto. Ma è certo che il mercato del denaro in nome del Corano è uscito dalla nicchia degli specialisti e non vi tornerà.

NEI PAESI ARABI UNA LIQUIDITÀ ENORME L'ITALIA POTREBBE SFRUTTARLA EMETTENDO «SUKÙK»...
Coordinatore del Comitato strategico per lo sviluppo e la tutela all'estero degli interessi nazionali in economia (creato nel 2008 da Tremonti e Frattini, soprattutto per dialogare con i fondi sovrani), partner di uno dei primi studi legali italiani, advisor internazionale, Enrico Vitali ha un particolare interesse per la finanza islamica. Un settore a cui la Fondazione Formiche (dove Vitali siede nel comitato esecutivo) e la Fondazione Etica di Gregorio Gitti hanno dedicato recentemente a Roma un seminario a porte chiuse.

L'incontro è stato occasione per fare il punto sullo sviluppo globale del nuovo mercato. E sulla situazione in Italia. «Che nonostante la nostra posizione di crocevia nel Mediterraneo è molto indietro rispetto a Paesi come la Gran Bretagna, la Svizzera o la Francia -, dice Vitali, precisando di parlare a titolo personale -. Adesso per noi è strategico recuperare terreno. E lo dico in un'ottica utilitaristica, non certo perché pensi che dobbiamo seguire i princìpi della sharia ».

Nel 2007 l'Abi e l'Unione Banche Arabe fir­marono un memorandum con l'obiettivo di aprire la prima banca islamica in Italia entro il 2008. La stessa Abi e Bankitalia hanno avviato studi, qualche esperimento c'è stato, ma in sostanza non si è fatto niente. Per motivi solo tecnici o anche politici?
«Far dialogare i due sistemi non è semplice, i rating e i ratio sono ancora carenti nella finanza islamica. Ci sono problemi tecnici, di liquidità interbancaria ad esempio, mentre nel micro, a livello di prodotti di investimento, è più semplice. In Italia non credo ci siano pregiudizi anti-islamici: anzi, dialogare con il mondo musulmano in campo economico è più semplice. Ma manca ancora un incontro tra il nostro ordinamento e questi strumenti finanziari. Che andrebbe soprattutto a nostro vantaggio».

Perché la comunità musulmana è ormai nu­merosa?
«Sì, la popolazione immigrata in Italia dai Paesi musulmani è cresciuta notevolmente ed è attiva negli affari. Ma un altro motivo è che la liquidità di molti Paesi arabi oggi è enorme. Vero è che i fondi sovrani arabi investono già da noi, adattandosi alla nostra finanza. Ma con la corsa in atto tra governi occidentali per attirarli è chiaro che offrire prodotti islamici agevolerebbe le cose. Senza dimenticare l'aspetto sicurezza».

In che senso?
«Gli attuali sistemi di raccolta del risparmio sono spesso usati per finanziare il terrorismo. Una banca islamica in Italia sarebbe più trasparente. Certo, se si vuole accentuare la sicurezza si perde competitività, ma si può trovare un equilibrio. Con una sola azione si otterrebbero più risultati».

Cosa dovrebbe fare l'Italia?
«Creare al più presto un comitato ad alto livel­lo, con rappresentanti del Tesoro, degli Esteri, degli Interni, dell'Abi e di Bankitalia, accanto ad esponenti della comunità musulmana e a esperti esterni, per formulare raccomandazioni e progetti.

In Gran Bretagna esiste già. E poi, come è stato proposto al seminario di Roma, il governo potrebbe lanciare un'emissione di sukùk, i bond islamici. Per un Paese con un alto indebitamento e necessità di finanziare infrastrutture come il nostro un'emissione di sukùk sarebbe perfetta. Finora solo un Land tedesco l'ha fatto. L'Italia dovrebbe pensarci seriamente».

 

 
[24-07-2009]

LA BANCA VINCE SEMPRE – “PANORAMA” FA FINTA DI DOVER INVESTIRE IN MODO TRANQUILLO 250MILA € IN 5 ANNI IN 6 BANCHE: INTESA, UNICREDIT, BNL, MPS, BCC E LEGNANO – ESPERTI NORISK: HANNO SUGGERITO POLIZZE E OBBLIGAZIONI CHE RENDONO MENO E COSTANO DI Più…

Daniela Fabbri per "Panorama"

Lamberto Cardia, presidente della Consob, i suoi polli (ovvero i banchieri) li conosce bene. E quando la scorsa settimana ha scandito, nel corso della annuale relazione della commissione, che «senza trasparenza e correttezza non c'è fiducia, e senza fiducia non c'è stabilità», in parecchi hanno mugugnato.

Anche perché Cardia non si è limitato a una generica ramanzina, ha bacchettato le banche che con troppa disinvoltura riempiono il portafoglio dei risparmiatori con le loro obbligazioni. Spesso non trattate sui mercati regolamentati e quasi sempre prive di liquidità. Con il risultato che se l'investitore decide di vendere questi titoli prima della scadenza la prospettiva di un salasso è pressoché sicura.

Certo, per i risparmiatori non è un periodo facile. I fondi d'investimento annaspano. Il mercato azionario oscilla fra la voglia di ripresa e le incertezze dovute alla crisi economica. Mentre i titoli di stato, che in passato rappresentavano un porto sicuro in fasi come questa, hanno rendimenti in costante picchiata che nel caso dei Bot ormai si avvicinano allo zero.
Quanto alle banche, dopo l'ammonimento di Cardia Panorama ha fatto una sorta di prova sul campo.

Chi scrive ha bussato alla porta di svariate filiali di istituti grandi e piccoli chiedendo consigli su come investire un tesoretto (virtuale) di 250 mila euro. Poi i suggerimenti forniti dalle banche sono stati girati a Carlo Mazzola, presidente della NoRisk, società indipendente di analisi finanziaria, per una loro valutazione. Il risultato? Sconfortante. La scarsa trasparenza lamentata dal presidente della Consob è una costante.

Ma non è l'unico guaio. Le informazioni su costi e commissioni, per esempio, non consentono quasi mai di avere un quadro esatto delle spese. Sulle caratteristiche dei prodotti finanziari proposti, e il loro grado di reale rischiosità, la reticenza costituisce la norma. Solo alcune banche hanno fornito, dietro esplicita richiesta, i prospetti scritti dei vari prodotti. In qualche caso hanno dato addirittura informazioni false.

La cronista che ha indossato la maschera dell'investitore sprovveduto alle banche ha chiesto poche cose: la difesa del patrimonio e la possibilità di un modesto guadagno. Garantendo che l'investimento sarebbe stato di durata mediolunga: almeno 5 anni. Ecco che cosa è stato proposto.

Alla filiale dell'Intesa Sanpaolo il consulente appare affabile. E per prima cosa consiglia vivamente di sottoscrivere una polizza Intesa vita valore: il rendimento minimo garantito è pari all'1,50 per cento, dopo il primo anno se si decide di uscire «il capitale è garantito».

Peccato che la commissione d'ingresso alla polizza sia pari proprio all'1,50 per cento di «rendimento garantito». E che il capitale non sia «garantito» affatto. Nel prospetto, che il bancario non consegna, è scritto: «In caso di riscatto il contraente è esposto al rischio di ottenere un importo inferiore ai premi versati».

Altre possibilità? Obbligazioni della banca con rendimenti che variano dall'1,71 al 3,4 per cento, a seconda della durata (2 anni nel primo caso, 10 nel secondo). E poi c'è un'«occasione da non perdere»: un'obbligazione (sempre emessa dalla casa) della durata di 6 anni il cui rendimento «è legato all'andamento del settore oil & gas dell'indice Dow Jones, quello della borsa di New York».

Un po' troppo settoriale, si direbbe. L'offerta di polizze vita e obbligazioni della casa è una costante che si ripeterà in tutte le banche interpellate. Mentre nessuna consiglierà i titoli di stato. Eppure, a ben guardare, i Btp a 5 anni (la durata del teorico investimento) offrono un rendimento lordo pari al 3,2 per cento (2,8 netto): superiore a quello delle obbligazioni bancarie che vengono proposte.

 

E questo, come ha sottolineato Cardia, è un bel paradosso. Il rendimento delle obbligazioni è (dovrebbe essere) direttamente proporzionale al loro grado di rischio. In questo caso avviene il contrario. Con un duplice vantaggio per la banca: da un lato si finanzia a basso costo, dall'altro incassa pingui commissioni.

Se all'Intesa Sanpaolo il consiglio era di scegliere prodotti con scadenza a lungo termine, allo sportello della Banca di Legnano l'indicazione è opposta: «Solo breve o brevissimo termine». E allora meglio certificati di deposito con scadenza a 11 mesi (rendimento 1,2 per cento lordo) oppure obbligazioni della casa a 2 anni, «perché comunque i tassi scenderanno».

Ma non si potrebbe trovare qualcosa d'altro? «Eh» sospira la funzionaria «certamente si può. Però attenzione: per i nostri prodotti la gestione costa 10 euro a trimestre, se si pesca all'esterno si può arrivare anche a 100 euro». Meglio pensarci bene.

E del resto è meglio meditare anche prima di sottoscrivere il fondo monetario che viene proposto come alternativa: il rischio è pressoché inesistente, sostiene la banca (ma non è affatto vero). E il «rendimento potrebbe arrivare al 3 per cento» (cosa che la NoRisk ritiene probabile quanto un miracolo).

Alla Banca nazionale del lavoro, gruppo della francese Bnp-Paribas, la musica non cambia: polizze e obbligazioni della casa. Ma anche «certificati» legati all'andamento delle azioni dell'Eni della durata di 2 anni e 3 mesi.

E se il titolo va male in borsa? «Per il primo anno c'è una cedola fissa, garantita, pari al 5 per cento». E poi? Poi il funzionario parla d'altro illustrando i vantaggi del loro fondo di liquidità. Peccato che renda (a parole) appena il 2 per cento, lordo beninteso.

Se alla Bnl suggeriscono un portafoglio sbilanciato verso la liquidità, alla piccola Banca di credito cooperativo nel Milanese fanno l'errore speculare, consigliando un'asset allocation troppo aggressiva, con un peso dell'azionario incompatibile con le esigenze prospettate (prima di tutto: difesa del capitale).

E tuttavia la piccola Bcc, nelle sue proposte, appare per certi versi meno provinciale di molti colossi creditizi: per esempio consiglia fondi d'investimento non della casa, come l'Azimut, e anche esteri, come l'austriaco Raffaisen.

La prova sul campo di Panorama si è conclusa visitando due filiali, una del Monte dei Paschi di Siena e l'altra dell'Unicredit. Il funzionario dell'Mps propone, fra l'altro, di investire 100 mila euro in un conto online dedicato ai nuovi clienti, rendimento pari al 2,60 per cento fino a dicembre, «poi si vedrà». E almeno 50 mila euro nelle immancabili obbligazioni della casa. Peccato che il rendimento del deposito online sia inferiore a quello che si può trovare sul mercato. E lo stesso vale per le obbligazioni.

All'Unicredit viene caldeggiata la sottoscrizione della polizza Unicredit plus (senza avvertire, rileva la NoRisk, che se liquidata in anticipo non garantirà l'incasso minimo previsto) e l'acquisto di obbligazioni (della stessa banca ovviamente) con scadenza 2014 e rendimento del 3,5 per cento. Un affare? No, assicura la NoRisk, perché sul mercato ci sono titoli con la stessa scadenza con rendimenti nettamente superiori. Che qualcuno comunque ci guadagni è fuori di dubbio. Ma non è il risparmiatore, è la banca.

 

 
[24-07-2009]

LA CORDATA S'È SFRACELLATA AL SUOLO. IL VOLO DELLA FENICE DI PASSERA STA PER FINIRE - SABELLI POTREBBE ESSERE SFIDUCIATO A BREVE - IL NO DEI SOCI ALL'AUMENTO DI CAPITALE - INTESA: SCONTRO PASSERA-MICCICHÉ - CHIESTO L'INTERVENTO CASSA DEPOSITI E PRESTITI - IL SOCIO AIR FRANCE INTENZIONATO A "COMMISSARIARE" ROCCO SABELLI CON UN SUO MANAGER -

 

Notizia-bomba su Cai-Alitalia. La cordata dei 'salvatori della patria' si è sfracellata al suolo. Il volo della Fenice di Passera sta per finire.

Da fonti ben informate vieniamo a sapere che l'amministratore delegato Rocco Sabelli potrebbe essere sfiduciato a breve. Di fronte alle perdite enormi della compagnia di bandiera, i soci storici si sono rifiutati di versare la seconda parte dell'aumento del capitale.

E sottolineano ancora le nostri fonti di uno violento scontro esploso in Intesa - la banca che si è assunta l'onere del salvataggio perché gravata del debito enorme di Air One di Carlo Toto, fra l'amministrato delegato Corradino Passera e il direttore del Corporate Micciché, colui che ha voluto e ottenuto, anche contro la volontà del presidente Roberto Colaninno, Rocco Sabelli alla guida della compagnia.

Sarebbe stato chiesto, inoltre, per tamponare un buco pauroso, l'intervento governativo della Cassa Depositi e Prestiti. Intanto, da parte sua, Passera sta consultando un nuovo manager: ne ha già contattati due, più un outsider.

Nei prossimi giorni è atteso infine un incontro risolutivo di Colaninno con il vertice di Air France intenzionato a commissariare Sabelli con un proprio manager.

 

 
[26-07-2009]

 

 

 

CHE FARà IL VICE-PRES UBS, MARPIONNE? – LUNEDì INIZIA IL PROCESSO CHE VEDE GLI usa CONTRO UBS: SE LA BANCA NON SVELERà I NOMI DEI 52MILA CORRENTISTI USA IL TRIBUNALE POTREBBE BLOCCARE I BENI AMERICANI DELLA BANCA (27 MILA DIPENDENTI) - ACCORDO?…

Arturo Zampaglione per "la Repubblica"

A quattro giorni dall´apertura del processo a Miami contro la Ubs, accusata di non voler consegnare alla Irs (l´agenzia delle entrate) i nomi dei 52mila correntisti americani, si fa più duro lo scontro tra la Svizzera e gli Stati Uniti. In un documento depositato in tribunale, le autorità di Berna hanno chiarito che impediranno alla Ubs di trasmettere la lista in violazione delle leggi elvetiche sul segreto bancario.

E il giudice della Florida che si occupa del caso, Alan Gold, ha chiesto al governo di Washington di comunicargli entro domenica a mezzogiorno se intende requisire i beni americani della banca svizzera nel caso che l´ordine non venga rispettato.

Sullo sfondo di questo braccio di ferro c´è il rinnovato sforzo internazionale contro i paradisi fiscali, di cui si è occupato anche il G8 dell´Aquila. L´Ubs, che è la più grande banca svizzera e ha negli Stati Uniti 27mila dipendenti, un terzo del totale, è da tempo nel mirino per aver aiutato molti americani benestanti ad evadere le tasse attraverso conti cifrati e società di comodo nel Lichtenstein, a Panama e Hong Kong.E

A febbraio l´istituto di Zurigo, ammettendo le proprie responsabilità, aveva pagato 780 milioni di dollari di multa al governo di Washington, consegnando anche i nomi di 250 evasori, in modo da chiudere la partita penale. Ma non è bastato a risolvere l´offensiva sul piano civile: l´Irs ha infatti aperto un´altra vertenza per conoscere l´identità dei correntisti americani, che sarebbero 52mila.

Il processo si aprirà lunedì a Miami. E in vista dell´appuntamento, Berna, che si è sempre detta disponbile a una trattativa con il governo americano, ma non a violare le proprie leggi (con il rischio di perdere i miliardi depositati nelle sue banche), ha comunicato mercoledì che «prenderà ogni misura necessaria per evitare che l´Ubs consegni le informazioni sui clienti».

Una linea ferma, insomma, anche se la maggior parte degli analisti è convinta che la guerra si concluderà con un accordo extra-giudiziario attraverso il pagamento di una grossa somma (5 miliardi di dollari) da parte della banca svizzera, per risarcire così il danno fiscale subito dalla Irs senza violare il segreto.

«Siamo pronti a un compromesso», ha confermato ieri Serge Steiner, portavoce della Ubs, pur ricordando che la questione deve essere affrontata a livello dei due governi. I mercati finanziari credono in questa ipotesi. Ieri, a metà mattinata, le quotazioni della Ubs guadagnavano il 2 per cento.

Certo il risarcimento appesantirebbe ulteriormente i conti dell´istituto guidato ora da Kaspar Villiger, che per effetto della tempesta finanziaria ha registrato perdite per 53 miliardi di dollari ed è stato costretto a chiedere per quattro volte l´aiuto del governo svizzero. D´altra parte la piazza americana è troppo importante perché l´Ubs possa permettersi di rimanerne fuori.

Anche se l´accordo appare l´ipotesi più credibile non si può neanche escludere un irrigidimento delle parti. Se il governo americano decidesse di bloccare gli asset Ubs, Berna potrebbe rivalersi sulle banche Usa in Svizzera, avviando un´escalation imprevedibili.

 

 
[10-07-2009]

 

 

 

 

ARRIVA LA TERZA FASE DELLA CRISI: LE CARTE DI CREDITO – NEGLI USA -38% DI NUOVE EMISSIONI NEI PRIMI 4 MESI 2009: LE NUOVE LEGGI FARANNO CALARE ANCORA IL MERCATO – MOROSITà AI MASSIMI STORICI – L’ITALIA NON CORRE RISCHI: DENARO ELETTRONICO USATO POCO…

1 - CARTE DI CREDITO IN CADUTA LIBERA NEGLI STATI UNITI...
Francesco Semprini per "La Stampa"

Carte di credito in caduta libera negli Stati Uniti. Nei primi quattro mesi del 2009 banche e società finanziarie hanno emesso 9,8 milioni di nuove carte, ovvero il 38% in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno passato. Allo stesso tempo il limite medio di prestito è sceso del 3% a quota 4.594 dollari.

Il trend trova spiegazione nel generale clima di crisi che oltre alla paralisi del comparto creditizio è stato caratterizzato da un'impennata dei casi di insolvenza costringendo i consumatori ad adottare abitudini di spesa più prudenti. Ma è anche l'effetto della stretta voluta dall'amministrazione di Barack Obama che sebbene abbia avuto come obiettivo quello di creare una disciplina più ferrea e tutele maggiori per i cittadini, ha in ultima istanza generato ricadute negative in termini di circolazione.

Secondo Equifax, la società indipendente che ha condotto la ricerca, il fenomeno appare trasversale, ovvero anche i clienti con basso rischio d'insolvenza accedono a linee di credito inferiori rispetto al passato. «Quello che impressiona è proprio la riduzione delle somme messe a disposizione dalle banche», spiega Mark Zandi, capo economista di Moody's Economy.com.

Nei primi quattro mesi del 2008, nonostante il numero di nuove carte emesse fosse diminuito su base annuale da 17,6 a 15,8 milioni di unità, il limite medio di prestito è cresciuto da 4.635 dollari a 4.715 dollari. La regressione del 2009 contrasta con i tentativi dell'amministrazione di ridare impulso al comparto creditizio. Il rischio è di assistere a un ulteriore peggioramento, secondo Zandi, perché gli ultimi interventi legislativi sono il frutto di un «disaccordo fattuale».

La legge approvata all'inizio di maggio infatti impone restrizioni maggiori nella concessione e gestione delle carte, e questo potrebbe portare a un ulteriore riduzione delle emissioni a una maggiore erosione dei limiti di prestito. L'obiettivo dell'intervento legislativo è stato quello di tutelare il consumatore dai rischi legati a rimbalzi dei tassi d'interesse o da commissioni esorbitanti spesso applicate senza il necessario preavviso o la dovuta trasparenza.

Dalle banche si è però assistito un aumento dei tassi d'interesse. Tutti elementi che vanno a disincentivare non solo il ricorso al credito e quindi la richiesta di nuove carte, ma che rischiano così di aumentare i casi di default e in ultima istanza di rallentare la ripresa del settore. «Se il calo del numero di nuove carte significa procedure di sottoscrizione più accurate e maggiori garanzie allora siamo in presenza di un segnale positivo», spiegano gli esperti di Consumer Report.

 

«Ma sarebbe preoccupante se le banche oltre a ritirare dal mercato le carte inattive e insolventi iniziassero a rivalersi sui consumatori responsabili». Intanto ieri sono stati diffusi anche i dati sulle insolvenze. Il numero degli americani che alla fine del mese non riesce a pagare il mutuo oppure il conto della carta di credito è salito a livelli record.

Secondo i dati dell'American Bankers Association, nel primo trimestre del 2009, il tasso di morosità sui mutui è salito al 3,52% dal 3,03% dell'ultimo trimestre dell'anno scorso, mentre quello sulle carte di credito ha segnato un incremento al 4,75% dal 4,52% del trimestre precedente. Il livello più alto da quanto sono iniziate queste rilevazioni nel 1974.

2 - NIENTE RISCHI IN ITALIA...
Da "La Stampa" - Niente rischi per l'Italia. «Il nostro Paese è al riparo dal fantasma delle carte di credito a rischio insolvenza». A dirlo è Alessandro Zollo, responsabile dei Servizi di pagamento retail dell'Abi. «Qui da noi i borsellini elettronici sono ancora poco diffusi con appena una transazione su 10 che viene effettuata con le carte». Dello stesso parere anche Giuseppe Piano Mortari, direttore di Assofin che sottolinea come in America le carte di credito siano utilizzate come forma di accesso al credito al consumo.

In Italia, invece, sono una componente minoritaria dei prestiti con una quota inferiore al 15%. «Non c'è dubbio che le sofferenze sono aumentate su tutte le forme di credito in Italia» commenta Piano Mortari. «I valori, però, rimangono lontani dai livelli di America e Gran Bretagna».

 

 

 
[08-07-2009]

 

 

 

QUELLO SPORCO QUARTETTO CHE STA AMMAZZANDO IL DOLLARO – I PAESI DEL “BRIC” (BRASILE, RUSSIA, INDIA E CINA) CONTRO “IL DOMINIO DI UNA VALUTA” - CINA E BRASILE USERANNO REAL E YUAN – STESSO ACCORDO TRA BRASILE E INDIA E LA RUSSIA VUOLE SEGUIRE…

Federico Rampini per "la Repubblica"

La sfida delle potenze emergenti all´egemonia del dollaro non è più solo simbolica. Cina e Brasile passano all´azione, infliggono un colpo significativo al ruolo del dollaro come moneta universale.

Le due banche centrali di Brasilia e Pechino hanno annunciato di avere raggiunto un accordo per eliminare il dollaro come moneta di pagamento del commercio bilaterale tra i due paesi, un interscambio che quest´anno raggiungerà 40 miliardi di dollari.

 

Il presidente dell´autorità monetaria brasiliana Henrique Meirelles ha dato l´annuncio dopo un incontro con il suo omologo cinese, Zhou Xiaochuan, ai margini del meeting tra governatori presso la Banca dei regolamenti internazionali, con sede a Berna.

«Abbiamo raggiunto l´accordo - ha detto il numero uno della banca centrale brasiliana - e ora passiamo alla fase operativa». L´import-export fra i due giganti emergenti sarà dunque pagato in yuan e real anziché in dollari com´era antica consuetudine.

Lo stesso Meirelles ha aggiunto che un accordo analogo sta per essere raggiunto con l´India, per usare direttamente il real e la rupia nell´interscambio bilaterale, eliminando i pagamenti in dollari. Anche la Russia è intenzionata a siglare rapidamente lo stesso tipo di intesa, che è stato discusso in un vertice recente nel "quartetto" dei Bric (Brasile, Russia, India, Cina).

Per il momento l´attacco alla funzione globale della moneta americana come strumento di pagamento non scalfisce ancora l´altro ruolo del dollaro, come moneta di riserva delle banche centrali. I dirigenti cinesi, anzi, hanno ribadito di recente che la politica di investimenti in dollari delle loro riserve valutarie non subirà mutamenti significativi.

 

I cinesi in effetti sono preoccupati che un segnale di disaffezione da parte loro possa far crollare il dollaro, svalutando i loro investimenti ed anche riducendo la competitività del made in China. Tuttavia nell´ultimo rapporto della banca centrale di Pechino, appena pubblicato, viene rilanciata una dura critica al «dominio di una valuta» nel sistema monetario internazionale.

La Banca Popolare della Cina (questo il nome ufficiale dell´istituto di emissione di Pechino) lancia anche un monito agli Stati Uniti per la loro «politica monetaria e fiscale lassista». Lo stesso tema nei mesi scorsi fu già sollevato dal primo ministro Wen Jiabao, che ha ammonito Washington a «non mettere a repentaglio gli investimenti in dollari della Cina». Russia India e Brasile ora uniscono le loro voci alla Cina, in un comunicato congiunto in cui chiedono «un sistema monetario internazionale più diversificato».

L´abbandono del dollaro nel commercio fra i Bric è un primo passo concreto verso il ridimensionamento del suo ruolo come moneta universale. I Bric rappresentano le economie a più forte tasso di crescita. La Cina da quest´anno ha scalzato gli Stati Uniti come primo partner commerciale del Brasile.

 

Le esportazioni brasiliane nella Repubblica Popolare (soprattutto soya e minerale ferroso) sono aumentate del 64% nel primo trimestre 2009 rispetto allo stesso periodo del 2008. L´espansione dell´influenza cinese in aree del mondo un tempo più legate agli Stati Uniti ormai va ben oltre i rapporti commerciali e si allarga all´attività creditizia.

La China Development Bank, un istituto pubblico specializzato nel finanziamento delle grandi opere infrastrutturali, ha annunciato l´apertura di una filiale in Brasile per investire nella costruzione di porti, acciaierie, e nel settore energetico. La China Development Bank ha già erogato un prestito di 10 miliardi di dollari a Petrobras, il più grande ente petrolifero brasiliano.

Il governo di Lula da Silva ha anche rivelato che la banca di Stato della Repubblica Popolare finanzierà alcune grandi opere per i Mondiali di calcio del 2014. La stessa banca statale di Pechino ha anche prestato 1,3 miliardi di dollari alla sua gemella russa, Vnesheconombank. Insieme le due istituzioni partecipano al finanziamento per la costruzione di un cementificio nella regione di San Pietroburgo.

Un parallelo espansionismo finanziario viene sviluppato dal China-Africa Development Fund, un nuovo istituto di Stato specializzato nel finanziamento delle grandi opere nel continente nero. Tra i suoi primi progetti ci sono una centrale elettrica nel Ghana, un polo industriale tessile nel Malawi, e un prestito di 950 milioni di dollari allo Zimbabwe.

 

 
[02-07-2009]

I 134.5 MLD $ TITOLI USA SEQUESTRATI A DUE GIAPPONESI A CHIASSO SONO AUTENTICI. O QUASI - Uno dei due uomini fermati dalla Gdf si dice sia il cognato dell’ex vice-governatore Banca del Giappone - resta da capire il motivo per cui si siano fatti scoprire...

Riceviamo e pubblichiamo:
ZERO TITULI - E' interessante vedere il velo steso sopra la notizia, nonostante le ultime cronache fanno pensare che potrebbero essere autentici i titoli americani sequestrati a Chiasso. Uno dei due uomini fermati dalla Gdf si dice sia il cognato dell'ex vice-governatore della Banca del Giappone http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15648&geo=&theme=&size=A

Non resta da capire il motivo per cui si siano fatti scoprire, in quanto in questi casi di solito si utilizzano i corrieri diplomatici. Dare un avvertimento a qualcuno? Del resto chi è lo sprovveduto che falsificherebbe titoli di Stato per importi simili? O meglio, chi si sognerebbe di acquistare dei titoli di quel valore senza essere sicuro che siano autentici?
IG


Da "asianews"

 

Sono passate quattro settimane circa dalla confisca di titoli americani a due giapponesi che viaggiavano su un treno per pendolari diretto a Chiasso, in Svizzera, e mentre su alcuni punti, molto pochi, si è fatta un po' di chiarezza, su tutto il resto continua il silenzio delle autorità italiane.

Per di più la strana coincidenza temporale dell'arresto del direttore di una radio via internet che aveva delle rivelazioni sulla vicenda aumenta le già forti stranezze del caso. Una nuova rivalutazione del fatto che tra i titoli sequestrati vi fossero dei " Kennedy Bond " fa propendere per l'autenticità di quanto sequestrato dalla Guardia di Finanza (GdF) all'inizio di giugno.

I maggiori quotidiani anglosassoni avevano ignorato la vicenda per un paio di settimane. Ne hanno iniziato a dare notizia dopo il lancio dell'agenzia Bloomberg del 18/6: un portavoce del Tesoro, Meyerhardt, aveva dichiarato che i titoli, sulla base dalle foto disponibili via internet, sono "chiaramente falsi".

Lo stesso giorno il Financial Times (FT) pubblicava un articolo il cui titolo attribuiva alla mafia italiana la responsabilità della (presunta) contraffazione, senza che nel testo stesso dell'articolo vi fosse alcuna possibile connessione alla vicenda di Chiasso.

Nonostante ciò, la versione del FT è stata ripresa anche da altri perché "appropriata" (secondo un ben comune cliché sull'Italia e trattandosi di un sequestro avvenuto in Italia) ed in fondo "colorita". Peccato solo che andasse a scapito della logica: che la mafia cercasse di passare inosservata cercando di piazzare titoli falsi per 134,5 miliardi di dollari e per di più si facesse "pizzicare" ad un passo da casa è non molto credibile.

La scorsa settimana, il 25/6, da ultimo anche il New York Times ha dato notizia della vicenda riportando le affermazioni di un portavoce della CIA, Darrin Blackford: i servizi segreti statunitensi avevano svolto delle verifiche, come richiesto dalla magistratura italiana, ed avevano appurato che si trattava di strumenti finanziari fittizi, mai emessi dal "governo USA".

Non è chiaro però come siano state svolte le verifiche di cui parla Blackford e se anch'esse siano state eseguite via internet. Dalle fonti ufficiali italiane non risulta, infatti, che la commissione di esperti americani, attesa in Italia, vi sia ancora giunta. Inoltre i titoli erano accompagnati da una documentazione bancaria recente ed in originale. Non è chiaro perciò come possano le autorità americane definire falsa anche tale documentazione non originata dalla Fed o dal Ministero del tesoro statunitense.

Ad affermare viceversa l'autenticità dei titoli, il 20/6 spuntava la Turner Radio Network (TRN), una stazione radio indipendente diffusa via internet. Con una clamorosa rivelazione la TRN in tale data affermava che i due giapponesi fermati a Ponte Chiasso dalla Guardia di Finanza (GdF) e poi rilasciati erano dipendenti del Ministero del tesoro giapponese.

Anche ad AsiaNews erano giunte segnalazioni simili: uno dei due giapponesi fermati a Chiasso e poi rilasciati sarebbe Tuneo Yamauchi, cognato di Toshiro Muto, fino a poco fa vice governatore della Banca del Giappone. Sul suo sito l'ideatore e conduttore della radio, Hal Turner, aveva anche asserito che le sue fonti gli avevano rivelato che le autorità italiane riterrebbero autentici titoli e che i due giapponesi sarebbero funzionari del ministero delle Finanze giapponese.

Avrebbero dovuto portare i titoli in Svizzera perché il governo nipponico avrebbe perso la fiducia nella capacità statunitense di ripagare il debito pubblico. Le autorità finanziarie giapponesi avrebbero perciò cercato, prima di un'imminente catastrofe finanziaria, di vendere una quota dei titoli in proprio possesso attraverso canali paralleli, grazie all'anonimità che, a dire di Turner, sarebbe garantita dalle leggi svizzere.

AsiaNews non sa che credibilità attribuire alle rivelazioni di Turner, visto che anche in questa ipotesi è difficile supporre che $134,5 miliardi passino inosservati ovunque nel mondo. Sembrerebbe più logico supporre che i titoli, se autentici, fossero diretti alla Banca dei regolamenti internazionali di Basilea, BRI, la banca centrale delle banche centrali in vista dell'emissione di titoli in una nuova valuta sovranazionale.

Turner aveva ad ogni buon conto soggiunto che come prova delle sue rivelazioni avrebbe fornito i numeri di serie dei titoli sequestrati. Prima che potesse farlo è stato però incarcerato.

Hal Turner è colui che tempo fa per primo aveva dato notizia di un piano segreto per sostituire il dollaro, dopo una grave crisi finanziaria, con una moneta comune nordamericana, l'Amero. In una drammatica telefonata dall'interno del penitenziario in cui è rinchiuso in attesa del processo, diffusa via internet, Hal Turner afferma chiaramente che il suo arresto è di natura politica ed è in relazione ai titoli sequestrati a Chiasso, perché le autorità sarebbero terrorizzate dalle sue rivelazioni sull'autenticità dei titoli.

Le accuse rivoltegli niente hanno a che vedere, è ovvio, con la vicenda e così, ad un quadro già molto intricato, si aggiunge perciò ulteriore complessità. Turner afferma di non essere stato lui personalmente ad aver formulato le minacce per le quali è stato incarcerato.

Sebbene fosse evidentemente sua responsabilità vigilare, è anche vero che i blog di tutto il mondo e degli USA stessi sono pieni di minacce e provocazioni. La coincidenza temporale, l'insolita solerzia ed i particolari del suo arresto procurano quindi non pochi sospetti sulle reali motivazioni della polizia federale americana. Anzi, proprio questo arresto induce a pensare che i titoli confiscati dalla GdF siano davvero autentici.

Un ulteriore elemento a favore dell'autenticità dei titoli è dato da quelli che la GdF nel comunicato del 4 giugno aveva definito " Bond Kennedy " e di cui aveva fornito delle foto. Da esse è evidente che non si tratti di obbligazioni - cioè Bond - ma di Biglietti di Stato, Treasury Notes, perché si tratta di titoli immediatamente spendibili per un controvalore in merci o servizi e perché sono privi di cedola per gli interessi.

Sul verso è riprodotta l'immagine del presidente americano e sul retro una navicella spaziale. Da fonti confidenziali, solitamente ben informate, AsiaNews aveva avuto notizia che tale tipo di cartamoneta era stata emessa meno di dieci anni fa (nel 1998), anche se non si poteva sapere se quelli sequestrati a Chiasso erano biglietti autentici. Il fatto però che l'emissione di tale Biglietto di Stato non fosse assolutamente di dominio pubblico tende a far escludere le ipotesi di contraffazione.

È poco ragionevole supporre che un falsario riproduca un biglietto non comunemente in circolazione e di cui non vi sia pubblica conoscenza. Per tale ragione si può pertanto ritenere che anche i 124,5 miliardi di dollari suddivisi in 249 titoli da 500 milioni ciascuno siano autentici. Questi ultimi titoli, pur essendo denominati "Federal Reserve Notes" in realtà sono obbligazioni - bond - perché maturano interessi e sono redimibili a scadenza.

In merito ad essi, rimane però un quesito insoluto. Non si capisce infatti per quale ragione, i titoli, da subito apparsi alla GdF indistinguibili dagli originali, abbiano tutte le cedole. Qualsiasi normale investitore, anche uno Stato, avrebbe incassato annualmente le cedole degli interessi, per non perdere potere d'acquisto.

 

 
[03-07-2009]

 

 

UN GRILLO PER OBAMA – DOPO MESI DI CARTE BOLLATE IL COMICO AL FRANKEN VINCE IN MINNESOTA E REGALA LA SUPERMAGGIORANZA AI DEMOCRATICI IN SENATO – "MA VOTERÒ SECONDO LE MIE CONVIZIONI E GLI INTERESSI DEGLI ELETTORI DEL MIO STATO"…

Maurizio Molinari per "La Stampa"

Otto mesi di battaglia legale, molteplici riconteggi di 2,9 milioni di voti e una differenza finale di appena 312 suffragi, certificata con un verdetto unanime della Corte Suprema statale: la battaglia del Minnesota per l'assegnazione del seggio mancante al Senato di Washington si conclude con la vittoria del democratico Al Franken che consente a Barack Obama di contare sulla tanto desiderata «super-maggioranza».

 

L'ultimo presidente ad averla fu Jimmy Carter, fra il 1976 e il 1978, ed implica il controllo della maggioranza dei seggi della Camera dei Rappresentanti più almeno 60 seggi sui 100 del Senato ovvero il quorum necessario per nullificare l'ostruzionismo della minoranza. Grazie ad Al Franken, comico di successo sugli schermi di «Saturday Night Live» e conduttore di popolari show, Obama centra quota 60 per via del fatto che finora i democratici erano 59: 56 eletti, più gli indipendenti Joe Lieberman del Connecticut e Bernie Senders del Vermont, e l'ex repubblicano della Pennsylvania Arlan Specter che poche settimane fa ha cambiato casacca.

Se a ciò aggiungiamo che a contare è anche il voto del vicepresidente Joe Biden, che guida il Senato, i democratici arrivano a 61 e questo consente alla Casa Bianca di guardare con maggiore fiducia ai tre più imminenti, e delicati, passaggi al Senato: per approvare la più drastica diminuzione dei gas serra della storia nazionale, la riforma della sanità con il rafforzamento dei programmi finanziati dallo Stato e l'assegnazione alla giurista ispanica Sonia Sotomayor del posto nella Corte Suprema di Washington lasciato vacante dal giudice liberal David Souter.

 

Il caloroso comunicato con cui il presidente Obama ha salutato il successo di Al Franken «con il quale mi auguro di lavorare al più presto» e la velocità con cui Dick Durbin, numero due dei democratici al Senato, si è affrettato a registrare «il voto in più su cui possiamo contare» lasciano intendere che la «super-maggioranza» punti a stringere i tempi per varare le riforme economiche a cui affida la possibilità di rilanciare la crescita.

Ma a gettare acqua sul fuoco c'è Henry Reid, capo dei senatori democratici, in ragione dell'esistenza di un tallone d'Achille: ben due eletti, Ted Kennedy del Massachusetts e Robert Byrd della Virginia, soffrono di gravi problemi di salute e si presentano in aula sono per votazioni di straordinaria importanza. Significa che i democratici hanno quotidianamente solo 57 voti a disposizione e, pur aggiungendo Franken, potrebbero essere obbligati a negoziare con i repubblicani. Anche perché il recente voto della Camera sul taglio dei gas serra ha testimoniato, con la defezione di ben 44 democratici, la difficoltà di tenere unito il partito sui temi che più dividono la nazione.

 

Senza contare che il neo-eletto rappresentante del Minnesota è un politico tutt'altro che mansueto: «Andrò a Washington non per essere il 60° senatore democratico ma il senatore dello Stato del Minnesota» ha detto per far capire che rispetterà la disciplina di partito fino a quando non entrerà in conflitto con le sue convinzioni e con l'orientamento degli elettori. Per avere un'idea di cosa possa significare basti pensare che Franken è contrario al ricorso ai fondi pubblici per sostenere le istituzioni finanziarie in crisi.

I repubblicani hanno subito il colpo. Lo sconfitto Norman Coleman suggerisce al partito di «guardare avanti e non indietro» ma per il leader dei senatori, Mitch McConnell, le opzioni per ostacolare i piani di Obama si sono ridotte di molto. E' lui stesso ad ammetterlo: «D'ora in poi i democratici non potranno più dare a noi la colpa di nulla, hanno i numeri per far passare le leggi dell'amministrazione».

 

 
[02-07-2009]

 

SANTO OBAMA LO PUò FARE – 4MILA MARINES ALL’ASSALTO DELLE ROCCAFORTI TALEBANI: LA Più GRANDE OPERAZIONE DI GUERRA DAL VIETNAM (E NESSUNO SI STRACCIA LE VESTI COME AI TEMPI DEL GUERRAFONDAIO BUSH) – E PER MIRACOLO “NESSUNA VITTIMA CIVILE”…

Francesco Semprini per "La Stampa"

 

Il nome in codice è Khanjar, ovvero «colpo di spada», ed è la più grande operazione di guerra dei Marine dai tempi del Vietnam. Obiettivo: espugnare le roccaforti talebane della provincia di Helmand, nel Sud dell'Afghanistan, bonificando i territori in vista dello svolgimento delle elezioni presidenziali del 20 agosto. Barack Obama inaugura così la sua guerra di liberazione dell'Afghanistan nel giorno in cui le forze taleban rivendicano la cattura di un soldato Usa caduto in una imboscata in un'altra zona del Paese.

Quattromila i marine mobilitati, oltre a 650 uomini scelti delle forze afgane per un'operazione offensiva e di conquista spiega il generale Larry Nicholson. «Dove arriveremo occuperemo creando le condizioni di sicurezza per consentire alle autorità afgane di assumere il controllo». Neanche il famoso attacco dei Marine a Fallujah nel 2004 era stato tanto imponente, solo nel Vietnam si ricorda qualcosa del genere. E come allora gli elicotteri sono stati protagonisti.

 

Il colpo di spada è stato sferrato all'una del mattino (le 21.30 in Italia), quando 4000 marine sono piombati dagli elicotteri in una zona ad alta concentrazione taleban lungo il basso corso del fiume Helmand nei pressi di Nawa, alcune decine di chilometri a sud del capoluogo Lashkar Gah. I marine sono arrivati dal cielo nel cuore della notte superando tre linee di fuoco e prendendo i nemici alle spalle e così è stato possibile consentire l'arrivo dei mezzi di terra.

Poi l'avanzata al buio con un caldo torrido, quasi 40 gradi, sino all'alba. I primi scontri a fuoco frontali sono arrivati solo alle sei: da un piccolo compound di case di fango sono partiti colpi di Ak-47. In pochi minuti le forze alleate (erano presenti anche alcuni elementi britannici) hanno circondato e neutralizzato i nemici. Nei combattimenti è morto un marine. «Hanno preferito ritirarsi anziché ingaggiare uno scontro», spiega il tenente Abe Sipe, portavoce di una delle unità operative.

Nessuna vittima pare tra i civili sembra, perché i militari hanno usato la «tattica della pazienza» su preciso ordine del generale Stanley McChrystal, il neocomandante del contingente al quale Obama ha affidato il comando dell'offensiva. «Abbiamo isolato i compound facendo fuoco solo quando eravamo sicuri che non vi fossero civili», spiega Drew Shoenmaker, il capitano della compagnia Bravo.

 

Nel frattempo gli elicotteri Cobra coprivano dall'alto sparando razzi. Ogni minimo particolare è stato preparato al meglio e gli elementi scelti si sono addestrati per mesi nel deserto del Mojave. Inoltre in accordo con gli Usa le forze Pakistane hanno rinforzato i controlli lungo la frontiera con l'Afghanistan per bloccare le vie di fuga ai taleban. Soddisfatto Obama che si è detto disposto a impiegare altri uomini oltre ai 21 mila inviati in vista delle elezioni locali.

L'operazione del resto è attinente visto che la provincia di Helmand, è la più grande del Paese, produce il 60% dell'oppio afghano ed è una roccaforte dei taleban, che si finanziano col traffico di droga. La popolazione però é di etnia pashtun e tra quella gente il presidente Hamid Karzai cerca consensi.

 

Senza un'offensiva del genere non sarebbe stato possibile neanche organizzare i seggi vista la mancanza delle condizioni minime di sicurezza. La soddisfazione per il buon esito dell'operazione è stata però guastata dalla notizia della cattura di un militare statunitense: «Uno dei nostri comandanti, Mawlawi Sangin, ha catturato un soldato americano e tre guardie afghane nel distretto di Yusuf Khail, nella provincia di Paktika» hanno fatto sapere i taleban. Il soldato era disperso dal 30 giugno. Il Pentagono ha assicurato che saranno impiegati «tutti i mezzi disponibili per ritrovarlo riportarlo a casa sano e salvo».

 

 
[03-07-2009]

SOPRESA A STELLE E STRISCE! - IL GENERALE “BUONO” DI OBAMA, PER LA SINISTRA USA È FAMOSO COME “IL SICARIO DI CHENEY” E “IL TORTURATORE DI BAGHDAD” – FENOMENOLOGIA DI STANLEY “CERCA E UCCIDI” MCCHRYSTAL, L’UOMO SCELTO PER FINIRE IL LAVORO IN AFGHANISTAN…

Maurizio Molinari per "La Stampa"

 

Per il movimento anti-guerra è «il sicario di Dick Cheney» e i gruppi della sinistra liberal lo hanno rinominato il «torturatore di Baghdad» ma il ministro della Difesa Robert Gates lo considera il migliore generale nei ranghi del Pentagono e Bob Woodward gli assegna il merito di aver «sconfitto Al Qaeda in Iraq»: il generale che divide gli americani è Stanley McChrystal, nuovo comandante delle truppe in Afghanistan ai cui ordini si trovano i quattromila marines che Lawrence Nicholson sta guidando nel «Colpo di Spada» nella valle di Helmand.

A tacciarlo di essere «il capo degli assassini al servizio di Cheney» è il sito di Alternet, roccaforte dei sostenitori del ritiro delle truppe, secondo il quale «deve i suoi gradi al ruolo centrale avuto nell'impegnare le truppe speciali in omicidi illegali, torture sistematiche, bombardamenti di civili e missioni "cerca e uccidi"». Averlo nominato alla guida delle operazioni in Afghanistan contro i taleban è stato dunque per il foglio californiano «La Progressive» «un tradimento dei liberal da parte del presidente Obama».

Alla base delle accuse contro Chrystal c'è il ruolo che ebbe in Iraq nella gestione di Camp Nama, un centro di detenzione che il sito Internet Antiwar.com definisce «un notorio luogo di percosse e omicidi a sangue freddo», nonché il fatto che appose la sua firma sui verbali che attestarono la morte sotto il fuoco dei taleban della stella del football Pat Tillman che poi invece si scoprì essere stato ucciso dai colpi sparati da propri commilitoni. «Ci furono le informazioni scorrette consegnate dal generale McChrystal all'origine dell'errata versione del decesso di Tillman» ha scritto il «New York Times».

 

Se tali accuse non hanno frenato la carriera del generale di 55 anni formatosi a West Point e Fort Bragg è per i meriti che si è guadagnato sul campo prima come ufficiale dei berretti verdi e poi come comandante del «Joint Special Operations Command» dal 2006 al 2008.

Si tratta dei reparti più segreti delle forze armate al punto che non se ne ammette neanche l'esistenza, come dimostra che lo stesso McChrystal per molti anni non ha avuto neanche una residenza ufficiale negli Stati Uniti. Nel suo ultimo libro «The War Within» Bob Woodwards, il giornalista del «Washington Post» co-autore dello scoop del Watergate che obbligò Nixon alle dimissioni, attribuisce alle truppe speciali di McChrystal «il merito di aver ridotto le violenze in Iraq» in genere attribuito all'aumento dei rinforzi guidati dal generale David Petraeus.

Dopo aver passato un lungo periodo in Iraq, Woodward ha parlato di un'«arma segreta» grazie alla quale McChrystal è riuscito a eliminare i leader della jihad in Iraq, a cominciare dal capo di Al Qaeda Abu Musab Al-Zarqawi nel 2006. Dopo quel successo fu lo stesso presidente George W. Bush a rendere per la prima volta pubblico il nome del generale-eroe, al fine di ringraziarlo a nome della nazione.

Di quest'«arma segreta» McChrystal non ha mai voluto parlare ma negli ambienti militari si ritiene che abbia inaugurato una forma di sinergia fra alta tecnologia, sistemi di raccolta di intelligence e impiego truppe speciali che consente di «vedere dove si trova il nemico, sorprendendolo» come ha scritto Woodward. E' questa abilità nel condurre operazioni di tipo non tradizionale che ha spinto il ministro della Difesa Gates ad assegnargli lo scacchiere dell'Afghanistan dove entro settembre potrà contare su circa 70 mila uomini - più delle metà di quelli schierati in Iraq - con il compito di poter, nei prossimi 36 mesi, mettere in rotta i taleban e ciò che resta di Al Qaeda. Per riuscire ha a disposizione una task force di 400 uomini e donne fra i migliori ufficiali delle intere forze armate: reclutati da lui, personalmente, in ogni reparto esistente, dai genieri ai marinai.

LA RUSSA: «CINQUECENTO RINFORZI A KABUL PER IL VOTO»...
Da "La Stampa" - «Cinquecento militari italiani partiranno molto presto per l'Afghanistan e rimarranno nel paese per tutta la durata delle elezioni»: lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, conversando con i giornalisti a Casarsa della Delizia (Pordenone) a margine di una visita al Quinto Reggimento Rigel.

«Saranno 400 uomini - ha spiegato La Russa - cui si aggiungeranno 100 con equipaggio specifico. L'obiettivo è di trattenerli in quel teatro per tutta la durata delle elezioni. Dipenderà - ha spiegato il ministro - se ci saranno o meno i ballottaggi. In questo caso potrebbero fermarsi fino al mese di ottobre». L'Italia invierà anche altri due Tornado. «Avranno compiti di supporti tattici e si aggiungeranno ai due mezzi che già abbiamo inviato», ha spiegato il ministro della Difesa.

 

 
[03-07-2009]

 

 

 

IL TESORO DEL GRANDE BUGIARDO – DOV’è IL BOTTINO DI MADOFF? NELLE TASCHE DELLA FAMIGLIA O è SERVITO A TENERE IN PIEDi IL MECCANISMO DELLA PIRAMIDE? – I FEDERALI HANNO 90 GIORNI PER TROVARLO – ODORE D’INCRIMINAZIONE PER ALTRE 10 PERSONE (COLLABORATORI E CLIENTI)…

Paolo Valentino per il "Corriere della Sera"

 

Ci sono almeno altre 10 persone in odore d'incriminazione nel caso Madoff. La Procura di Manhattan è convinta che la truffa da 65 miliardi di dollari, perpetrata nell'arco di tre decenni dal finanziere appena condannato a un secolo e mezzo di carcere, non possa essere stata frutto dell'ingegno criminale di una sola persona.

Come rivelano a Reuters fonti vicine all'inchiesta, «ci saranno probabilmente altri rinvii a giudizio, una decina o più, ma sarà un processo molto lungo che potrebbe durare mesi». La durissima sentenza di lunedì contro Bernie Madoff sarebbe in altre parole solo il primo atto, nonostante il Grande Bugiardo abbia giurato fino alla fine di aver fatto tutto da solo.

 

Finora l'unico incriminato oltre a lui è David Friehling, un commercialista esterno all'azienda. Nel mirino dei procuratori ci sono in primo luogo i familiari: la moglie Ruth, la sua principale collaboratrice, che ora non riesce a trovare neppure uno che le affitti una casa. Poi i due figli, il fratello, e la nipote che lavoravano con lui. Segue un manipolo di quattro collaboratori, uno dei quali, Maurice Cohn, è stato querelato civilmente dai curatori fallimentari e dalla Sec, la Security and exchange commission.

Infine c'è la lista degli investitori che dalla grande Catena di sant'Antonio si sono arricchiti, incassando profitti che nel castello di carte false creato da Madoff, venivano pagati con i soldi dei nuovi clienti. Molti di questi, come Jeffry Picower e Stanley Chais, sono stati querelati dalla Sec e da altri che avevano investito con Madoff attraverso di loro.

 

Ma il vero puzzle dell'affaire è ancora il tesoro. Dove sono finiti i denari che il diabolico Bernie ha rubato alle sue vittime? Che n'è stato dei 13 miliardi di dollari, che quasi 5 mila persone gli hanno affidato convinte di aver trovato un novello Re Mida? E c'è una realistica chance che le vittime rientrino in possesso di almeno una parte dei loro risparmi?

Il giudice Denny Chin ha concesso altri 90 giorni ai federali, per tentare di rintracciare il bottino. Solo una piccola frazione, 1,2 miliardi, è stata fin qui recuperata dai curatori, facendo sequestrare i conti, le ville, lo yacht e i gioielli dei Madoff, che in questi anni si sono concessi uno stile di vita principesco. Non è stato fin qui trovato alcun conto estero.

 

Ci sono due possibilità, come spiega l'esperto finanziario Roger Siefert: o gran parte dei fondi «sono finiti nelle tasche della famiglia e in questo caso somme significative dovrebbero essere prima o poi ritrovate». Ovvero, e Seifert propende per questa tesi, gran parte dei soldi sono serviti a tenere in piedi il meccanismo della piramide, usati cioè per pagare i vecchi clienti che monetizzavano l'investimento. Ma in questo caso non è chiaro se sarà possibile far restituire i soldi a chi si è arricchito.

Madoff intanto si prepara ad essere trasferito in una prigione di massima o media sicurezza, a seconda che il «prison consultant » da lui assunto riesca a negoziare col Federal Bureau of Prison una struttura meno pericolosa. Più alto il livello di sicurezza infatti, più violento il posto, con stupri e aggressioni all'ordine del giorno.

Secondo Ed Bales, direttore della Federal Prison Consultant, è probabile che Madoff sconti la pena in un carcere del Nord-Est, cioè non lontano da Manhattan, anche per via delle centinaia di azioni legali intentate contro di lui. In questo caso potrebbe finire ad Allenwood, in Pennsylvania o a Ray Brook, nello Stato di New York.

 

 
[01-07-2009]

 

 

 

IL TESORO DEL GRANDE BUGIARDO – DOV’è IL BOTTINO DI MADOFF? NELLE TASCHE DELLA FAMIGLIA O è SERVITO A TENERE IN PIEDi IL MECCANISMO DELLA PIRAMIDE? – I FEDERALI HANNO 90 GIORNI PER TROVARLO – ODORE D’INCRIMINAZIONE PER ALTRE 10 PERSONE (COLLABORATORI E CLIENTI)…

Paolo Valentino per il "Corriere della Sera"

 

Ci sono almeno altre 10 persone in odore d'incriminazione nel caso Madoff. La Procura di Manhattan è convinta che la truffa da 65 miliardi di dollari, perpetrata nell'arco di tre decenni dal finanziere appena condannato a un secolo e mezzo di carcere, non possa essere stata frutto dell'ingegno criminale di una sola persona.

Come rivelano a Reuters fonti vicine all'inchiesta, «ci saranno probabilmente altri rinvii a giudizio, una decina o più, ma sarà un processo molto lungo che potrebbe durare mesi». La durissima sentenza di lunedì contro Bernie Madoff sarebbe in altre parole solo il primo atto, nonostante il Grande Bugiardo abbia giurato fino alla fine di aver fatto tutto da solo.

 

Finora l'unico incriminato oltre a lui è David Friehling, un commercialista esterno all'azienda. Nel mirino dei procuratori ci sono in primo luogo i familiari: la moglie Ruth, la sua principale collaboratrice, che ora non riesce a trovare neppure uno che le affitti una casa. Poi i due figli, il fratello, e la nipote che lavoravano con lui. Segue un manipolo di quattro collaboratori, uno dei quali, Maurice Cohn, è stato querelato civilmente dai curatori fallimentari e dalla Sec, la Security and exchange commission.

Infine c'è la lista degli investitori che dalla grande Catena di sant'Antonio si sono arricchiti, incassando profitti che nel castello di carte false creato da Madoff, venivano pagati con i soldi dei nuovi clienti. Molti di questi, come Jeffry Picower e Stanley Chais, sono stati querelati dalla Sec e da altri che avevano investito con Madoff attraverso di loro.

 

Ma il vero puzzle dell'affaire è ancora il tesoro. Dove sono finiti i denari che il diabolico Bernie ha rubato alle sue vittime? Che n'è stato dei 13 miliardi di dollari, che quasi 5 mila persone gli hanno affidato convinte di aver trovato un novello Re Mida? E c'è una realistica chance che le vittime rientrino in possesso di almeno una parte dei loro risparmi?

Il giudice Denny Chin ha concesso altri 90 giorni ai federali, per tentare di rintracciare il bottino. Solo una piccola frazione, 1,2 miliardi, è stata fin qui recuperata dai curatori, facendo sequestrare i conti, le ville, lo yacht e i gioielli dei Madoff, che in questi anni si sono concessi uno stile di vita principesco. Non è stato fin qui trovato alcun conto estero.

 

Ci sono due possibilità, come spiega l'esperto finanziario Roger Siefert: o gran parte dei fondi «sono finiti nelle tasche della famiglia e in questo caso somme significative dovrebbero essere prima o poi ritrovate». Ovvero, e Seifert propende per questa tesi, gran parte dei soldi sono serviti a tenere in piedi il meccanismo della piramide, usati cioè per pagare i vecchi clienti che monetizzavano l'investimento. Ma in questo caso non è chiaro se sarà possibile far restituire i soldi a chi si è arricchito.

Madoff intanto si prepara ad essere trasferito in una prigione di massima o media sicurezza, a seconda che il «prison consultant » da lui assunto riesca a negoziare col Federal Bureau of Prison una struttura meno pericolosa. Più alto il livello di sicurezza infatti, più violento il posto, con stupri e aggressioni all'ordine del giorno.

Secondo Ed Bales, direttore della Federal Prison Consultant, è probabile che Madoff sconti la pena in un carcere del Nord-Est, cioè non lontano da Manhattan, anche per via delle centinaia di azioni legali intentate contro di lui. In questo caso potrebbe finire ad Allenwood, in Pennsylvania o a Ray Brook, nello Stato di New York.

 

 
[01-07-2009]

 

 

 

MADOFF, IL CAPRONE ESPIATORIO – SCARICANDO UN SECOLO E MEZZO SULLA GROPPA DI BERNIE, BANCHE E SEC LA FANNO FRANCA - NON è POSSIBILE UNA TRUFFA DA 50 MLD $ SENZA COMPLICITà IN ALTO - RECUPERATI SOLTANTO 1,2 MLD $ (MA IL GROSSO DEI 50 MLD DOV’È?)

Glauco Maggi per "La Stampa"

Bernie Madoff visto da Irene Bedino per La Stampa

Da una parte la bella cifra di 65 miliardi di dollari. Dall'altra gli anticipi che, finora, il fiduciario per la bancarotta della Madoff Securities Irving Picard ha potuto mettere insieme, a parzialissimo recupero delle perdite lamentate. In mezzo, un tesoro nascosto ancora tutto da spiegare, individuare, restituire. Non può essersi mangiato tutto Bernie Madoff, che aveva qualche villa, una barca, e un regime di vita d'alto bordo ma non era uno scialacquatore. Tra l'altro, era proprio il suo stile improntato all'aplomb, più che alla spacconeria, a farne un «ricco con giudizio», filantropo amico di filantropi, non uno sceicco dalle mani bucate.

 

Seguire la trafila giudiziaria del recupero, che è in essere dal dicembre scorso, offre solo qualche lume sulla parte visibile del tesoro. Un filone sono le proprietà immobiliari della famiglia, come l'attico su Park Avenue a Manhattan (7,5 milioni), la casa al mare a Montauk, Long Island (altri 7 milioni), una villa in Francia e una seconda casa nella campagna a Nord di New York. Venerdì scorso, la moglie Ruth ha firmato un accordo con gli investigatori rinunciando a quasi tutto il patrimonio che aveva intestato insieme al marito, strappando per sé 2,5 milioni di dollari. Lei, 68 anni, non ha perso tutto.

 

Ha ceduto decine di milioni in cash e titoli (veri, non quelli del marito), la sua quota negli immobili, gioielli assicurati per oltre 2,6 milioni, due pellicce valutate 48.500 dollari, altri 8.500 in argenteria, 18 mila in coperte e lenzuola di lino. Tutta roba di classe, ma sempre spiccioli pensando alla Grande Voragine. Anche aggiungendo i 25,5 milioni che Picard ha ricavato vendendo le operazioni di trading di Borsa della ditta. E anche contando i 235 milioni dal Banco Santander, la banca spagnola tra le più esposte per aver trafficato con i fondi finti di Madoff, che ha transato per non essere citata da Picard. Finora, il fiduciario del fallimento ha individuato 1,2 miliardi di dollari, scrive il Wall Street Journal.

Nessuno azzarda quanto potrà essere larga, alla fine, la forbice tra i 50 miliardi autodenunciati dallo stesso Madoff il giorno della «confessione» ai figli e alla moglie nel dicembre scorso, saliti poi a 65 con le indagini della Fbi e della Sec, e quanto emergerà dall'opera di scavo del segugio Picard. Come può una sola persona architettare, gestire, organizzare, nascondere una truffa di queste proporzioni? La Sec non ci crede, e sta indagando su tutti coloro che hanno ritirato, negli anni, laute rate dei loro «investimenti».

 

Ci saranno pure quelli in buona fede, ma stanno venendo a galla broker, consulenti, fiancheggiatori che avevano trattamenti preferenziali, sia per i riscatti sia per le commissioni che percepivano. E' una traccia che può portare lontano: se erano tanti e sparsi gli amici di Madoff che erano in combutta diretta, o almeno chiudevano gli occhi sul vero business della loro gallina dalle uova d'oro, i rivoli dei miliardi perduti si moltiplicano d'incanto. Uno, dieci, cento Madoff, per dire, rendono plausibile una spartizione più larga del tesoro.

 

 
[30-06-2009]

 

 

 

LA SVIZZERA BARCOLLA MA NON MOLLA: EVASIONE A PARTE, IL SEGRETO RIMANE – BERNA FIRMA IL SUO SETTIMO ACCORDO FISCALE SULLA DOPPIA IMPOSIZIONE – TENSIONI USA-UBS (LA BANCA NON VUOLE DARE I 52MILA NOMI CHIESTI DA OBAMA) - USA-SWISS: LOGGE IN CONFLITTO…

Lino Terlizzi per "Il Sole 24 Ore"

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Mentre entra nel vivo il braccio di ferro tra Ubs e gli Stati Uniti sul segreto bancario ieri la Svizzera ha siglato il suo settimo accordo fiscale di revisione sulla doppia imposizione: lo strumento scelto da Berna per confermare l'allentamento del segreto bancario in tema di evasione secondo le richieste dell'Ocse.

Per uscire dalla lista grigia, nella quale vi sono i Paesi che non sono sufficientemente collaborativi sul piano fiscale, la Confederazione e le altre piazze finanziarie indicate come paradisi fiscali (tra cui anche Austria e Lussemburgo) devono infatti firmare almeno 12 accordi che recepiscano i criteri di collaborazione per la lotta all'evasione fiscale.

Restare nella lista grigia comporterebbe parecchie complicazioni dal punto di vista dei rapporti economici con i Paesi dell'area Ocse, senza contare le pressioni politiche inevitabili. Così, la Svizzera sta schiacciando sull'acceleratore per uscire dalla lista prima del G20 di fine anno.

L'intesa ieri è stata raggiunta con il Giappone. Nei giorni scorsi Berna aveva trovato l'accordo anche con Danimarca, Norvegia, Francia, Messico, Lussemburgo ( questo non comuni-cato ufficialmente, ma effettivamente siglato), Stati Uniti. Con l'Italia, Paese da cui la piazza elvetica si aspetta tra l'altro l'avvio imminente di un nuovo scudo fiscale, i colloqui sulla revisione della doppia imposizione dovrebbero prendere il largo il mese prossimo.

La Svizzera, al contrario di alcune piazze caraibiche che hanno firmato accordi anche con le isole Far Oer pur di avvicinarsi a quota 12, sta dunque puntando su intese con Paesi di primo piano dell'Ocse.

 

D'altronde l'altro giorno a Berlino, nel corso di una riunione con Ocse e Ue voluta soprattutto da Francia e Germania, il ministro elvetico delle Finanze, Hans-Rudolf Merz, ha lasciato intendere che i fili del dialogo con l'Ocse si stanno riannodando, che il forte contrasto con la Germania si sta attenuando. Il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria, ha affermato che la Svizzera «ha fatto progressi».

In questo scenario in movimento non tutto è rosa, però. La Svizzera ha tre capitoli aperti. Berna deve anzitutto riuscire a conciliare la futura maggiore collaborazione sull'evasione fiscale (che in Svizzera non è reato penale ma infrazione amministrativa) con le sue norme vigenti. Sin qui la cooperazione elvetica in campo fiscale ha riguardato soprattutto la frode, ma ora lo spettro si ampia.

La Svizzera sarà più collaborativa per l'evasione, pur opponendosi ancora alla "pesca" indiscriminata di nomi e pur conservando il segreto bancario sotto tutti gli altri aspetti. Un'operazione che la Svizzera dovrà cercare di fare senza perdere quote importanti di capitali internazionali che oggi gestisce. Le banche elvetiche sono fiduciose, puntano sulla qualità della gestione, ma la sfida c'è.

Il secondo capitolo concerne direttamente Ubs, la maggior banca elvetica, che è accusata dalle autorità Usa di aver favorito frodi o evasioni fiscali di clienti americani. Ubs ha già pagato una multa di 780 milioni di dollari ed ha fornito agli Usa, d'accordo con le autorità elvetiche, circa 250 nomi di clienti. Ma la banca si oppone alla consegna di altri 52 mila nomi richiesti dal fisco americano, affermando che le norme elvetiche non lo consentono.

Il ministro Merz ha chiesto esplicitamente a Washington di archiviare questa seconda richiesta e lo ha fatto proprio in coincidenza con i negoziati sul nuovo accordo fiscale siglato nei giorni scorsi. Ma sin qui gli Usa non hanno risposto positivamente e altre udienze giudiziarie su questo sono previste in luglio oltre oceano.

 

Berna punta ad un compromesso che chiuda questa lunga vicenda Ubs, anche perché il nuovo accordo fiscale appena sottoscritto dovrà passare al vaglio del Parlamento e senza un'intesa sulla vicenda fiscalgiudiziaria di Ubs, ha detto Merz, il pericolo è che l'accordo non passi o che venga sottoposto a referendum per iniziativa degli oppositori elvetici.

Il terzo capitolo è rappresentato dai rapporti generali tra Berna e l'Ocse. Ora sono meno tesi ma il Governo elvetico ha protestato per non esser stato avvisato a suo tempo che sarebbe stato messo nella lista grigia, ufficializzata con il G20 del 2 aprile scorso a Londra. Ieri il ministro svizzero dell'Economia, Doris Leuthard, a Parigi per la riunione ministeriale dell'Ocse, ha spiegato che quest'ultima ha risposto positivamente alla richiesta di Berna di essere in futuro avvisata preventivamente per le procedure che la riguardano.

Ma intanto Berna non ha ancora sbloccato i 136mila franchi che deve versare all'Ocse per il G20. Una cifra quasi simbolica, che però dimostra nel suo piccolo che qualche tensione ancora rimane.

 

 
[25-06-2009]

 

 

 

Un milione di dollari è un prezzo alto per una puttana" – LE ULTIME PAROLE DI EDUARD STERN, RICCO BANCHERE D’AFFARI TROVATO MORTO, LEGATO E INCAPPUCCIATO NELLA SUA CASA DI GINEVRA – LA FOLLIA E IL PASSATO DA INCUBO DELLA FIDANZATA – DELITTO PASSIONALE O ESTORSIONE?...

Giampiero Martinotti per "la Repubblica"

MARC BONNANTI, AVVOCATO DELLA FAMIGLIA STERN, AL PROCESSO

«Un milione di dollari è un prezzo alto per una puttana». Sono le ultime parole di Edouard Stern, ricco banchiere francese. E´ in casa sua, a Ginevra, incappucciato e legato su una sedia. Addosso porta una tuta di lattice nero. La sua amante, Cécile Brossard, gli sta di fronte: collant aperto e stivali neri, un frustino di cuoio sfrangiato in mano.

EDOUARD STERN - BANCHIERE UCCISO

Quella frase fa degenerare il gioco sessuale. La donna va in guardaroba, prende una pistola e spara. Stern tenta di alzarsi, cade. Lei lo finisce con altri tre colpi, di cui uno alla tempia. Abbandona l´appartamento, getta l´arma e i bossoli nel lago. E´ la sera del 28 febbraio 2005: l´indomani mattina, la domestica trova il corpo del banchiere.

Cécile Brossard affronta da oggi la corte d´assise di Ginevra. Nove udienze per decidere la sorte di una donna prostrata, che in questi quattro anni è stata più volte ricoverata in una clinica psichiatrica: un delitto passionale, come sostiene la difesa? O un omicidio nato solo dalla volontà di estorcere un milione di dollari all´amante, come dice l´avvocato della ex moglie e dei tre figli?

Nel primo caso, la pena massima è di dieci anni, nel secondo viene raddoppiata. La storia ha già ispirato due libri d´inchiesta, un romanzo, un testo teatrale e un film. Adesso spetta a dodici giurati popolari scrivere la parola fine di un intrigo in cui si sovrappongono soldi e perversioni sessuali, tenerezza e volgarità.

CITOFONO DI STERN - BANCHIERE UCCISO

Stern non era un uomo qualunque. Trentottesima fortuna francese, amico di Nicolas Sarkozy, in buoni rapporti con personaggi come Tony Blair o Laurent Fabius, aveva sposato Béatrice David-Weill, figlia di Michel, fino a qualche anno fa numero uno della banca Lazard. Banchiere eccentrico, umorale, atipico, tanto da rompere con il suocero, troppo vecchio stile in affari. Aveva divorziato dalla moglie e si era installato a Ginevra.

Ha quarantasei anni quando Cécile Brossard, più giovane di una decina d´anni, entra nella sua vita. È il 2001. La donna ha alle spalle una vita da incubo: padre libertino, madre depressa che ha tentato di suicidarsi con le figlie, violentata a dieci anni dallo zio, un soggiorno in manicomio.

È probabilmente una squillo, anche se non a tempo pieno. Fra i due scoppia la passione: a Stern le donne non mancano, ma con Cécile si crea una relazione violenta, nella quale non si sa chi domina e chi è dominato. Lei lo attira nel sordido piacere del sesso sado-masochista, i cui dettagli sono distillati qua e là nelle cinquemila pagine dell´istruttoria.

I due, secondo gli amici che verranno a testimoniare, sono legati da una passione insana. Stern è un tipo brusco, violento. Alterna messaggi e parole dolci agli insulti più volgari. La sua amante conserva tutto: sms, mail, messaggi lasciati sulla segreteria telefonica. Centinaia e centinaia di comunicazioni accuratamente vagliate dagli inquirenti per ricostruire il puzzle di un amore malato, in cui lei procura a lui donne e uomini per effimere relazioni sessuali.

EDOUARD STERN EDOUARD STERN

Un rapporto che degenera definitivamente nell´autunno 2004. A quell´epoca, Cécile chiede a Stern due cose: il matrimonio e un milione di dollari. Lui rifiuta, poi accetta. È un tira e molla che dura mesi. Cécile promette: i soldi sono solo simbolici. Lui li versa sul suo conto. Lei sparisce subito dopo. Poi ritorna, ma lui ci ripensa. Con un pretesto, fa sequestrare la somma. I due litigano. Si ritrovano la sera del 28 febbraio 2005. Lei arriva per prima, filmata dalle telecamere di sorveglianza.

APPARTAMENTO DI STERN A GINEVRA EDOUARD STERN - BANCHIERE UCCISO

Un litigio, l´ennesimo, poi il sesso, il tormento fisico, la frase fatale. Lei se ne va, parte per Sydney, torna e confessa dopo tredici ore di interrogatorio: nella valigia ha ancora la tenuta da dominatrice. Marc Bonnant, l´avvocato di Béatrice Stern e dei figli, vuol dimostrare che Cécile ha ucciso per denaro. È considerato uno dei migliori oratori elvetici e in passato ha difeso anche Licio Gelli.

Ma non ha battuto ciglio quando il reato della Brossard è stato derubricato: omicidio senza premeditazione. Tacitamente, le parti sono d´accordo per evitare di mettere sulla pubblica piazza l´agitata vita sessuale del banchiere. Si batteranno sulla personalità di Cécile: una donna appassionata e vittima del suo amante manipolatore, che l´ha spinta a uccidere, dicono i difensori. Un personaggio demoniaco che voleva solo estorcere un milione di dollari al suo amante, secondo la parte civile.

 

 
[10-06-2009]

 

 

 

GERMANIA ALLA CANNA DEL GAS - È fallimento per il gruppo Arcandor: IN BILICO 50 mila dipendenti - MERKEL RIFIUTA prestiti pubblici: "assolutamente insufficienti LE PROMESSE DEI PROPRIETARI. Dobbiamo tener conto anche dei soldi dei contribuenti"...

Da Sole 24 Ore.com

È fallimento per il gruppo tedesco Arcandor (che controlla i magazzini Karstadt, la società di vendita per corrispondenza Quelle e il tour operator Thomas Cook, una storia lunga 128 anni) e tremano i 50mila dipendenti. Il gruppo (maggiori azionisti sono le famiglie Oppenheim e Schickedanz, entrambe con il 30% del capitale) non è riuscito a ottenere un credito di 437 milioni dalla banca KfW, controllata dallo Stato.

 

La situazione, che non tocca Thomas Cook (controllata da Arcandor al 52,8%), è precipitata dopo che le trattative con la principale concorrente Metro, che puntavano a fondere le attività di distribuzione sotto il marchio di quest'ultima (Kaufhof), sembravano essersi bloccate. Metro ha poi chiarito di voler portare avanti i colloqui per una possibile fusione.

Lunedì il governo tedesco aveva rifiutato di avallare un piano straordinario di salvataggio che prevedeva la concessione di una garanzia pubblica di 650 milioni oltre al prestito straordinario da KfW. Berlino, infatti, sostiene che il gruppo e i suoi principali azionisti, tra cui la famiglia Schickedanz e la banca Sal Oppenheim, non hanno fatto tutto il possibile per risanare la situazione, ancora prima che scoppiasse la crisi.

 

Secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel l'insolvenza rappresenta comunque per la società una chance per un ripartire. La richiesta di insolvenza può «aprire nuove prospettive», ha detto Merkel a Berlino.

La cancelliera ha annunciato che il governo seguirà gli ulteriori sviluppi della vicenda e che il ministro federale dell'Economia, Karl-Theodor zu Guttenberg, cercherà di avviare rapidamente dei colloqui coi rappresentanti dei lavoratori. «Ovviamente il governo è molto interessato ad essere d'aiuto», ha affermato Merkel.

 

La cancelliera ha poi difeso la decisione di Berlino di non concedere alla società né garanzie né prestiti pubblici. Le promesse di creditori e proprietari di Arcandor erano «assolutamente insufficienti», ha detto.

«Dobbiamo tener conto anche dei soldi dei contribuenti», ha aggiunto. Nel frattempo la procura di Essen ha aperto un procedimento di indagine contro il numero uno di Arcandor, Karl-Gerhard Eick, sospettato di aver ritardato la presentazione della richiesta di

 

 

 

C’ERAVAMO TANTI aMATI – IL MATRIMONIO TRA TIME WARNER E AOL FU SALUTATO COME UNA SVOLTA EPOCALE (UN’OPERAZIONE DA 164 MLD $) – 9 ANNI DOPO FINISCE UNA CONVIVENZA INFELICE: PER TIME WARNER è L’ENNESIMO SCORPORO – IL DECLINO DI AOL…

Valerio Maccari per "Affari & Finanza" de "la Repubblica"

Finisce il matrimonio tra Time Warner e America On Line. Dopo 9 anni di infruttuosi tentativi di coniugare i rispettivi business, le due società torneranno a percorrere strade separate. La strada è tracciata. Entro poche settimane la Time Warner comprerà il 5% che ancora non possiede del pacchetto di Aol (in mano a Google) e procederà allo spinoff dell'ex gigante di Internet, che tornerà ad essere una public company indipendente entro la fine di quest'anno.

 

«La separazione permetterà a entrambe le compagnie una maggiore flessibilità strategica e operativa», spiega Jeffrey L.Bewkes, ceo di Time Warner. Finisce una convivenza decisamente infelice. Eppure, nel gennaio del 2000, il merger, che era un'acquisizione di Time Warner da parte di Aol destò sensazione per il valore dell'operazione (164 miliardi di dollari pagati con azioni Aol) e perché la fusione tra una media company tradizionale e il protagonista della new economy sapeva di svolta epocale.

Faceva impressione che provider con pochi anni di vita assorbisse un titano dello spettacolo e dell'informazione, proprietario di Cnn e WarnerBros. L'idea era di integrare contenuti editoriali ed entertainment con quelli tecnologici. Nessuna delle sinergie previste ha funzionato. Ad andar male è stata soprattutto Aol, che dal 2002 ad oggi attraversa un periodo di costante declino.

 

Nata come fornitrice di accesso Internet, al momento del merger contava 27 milioni di abbonati, che garantivano all'azienda 528 milioni di dollari cash al mese. Con lo scoppio della bolla e l'arrivo sul mercato di altri fornitori Internet, la base utenti si è costantemente erosa fino ad arrivare ai 6,3 milioni di subscriber di oggi. Dell'Aol di un tempo rimane solo un brand conosciuto. Quasi tutti gli altri asset in suo possesso, fra cui Netscape e CompuServe, hanno perso valore.

Il declino di Aol ha inciso sui profitti di Time Warner, che già nel 2002 perse 99 miliardi, la più grande perdita mai riportata da una società. L'anno seguente, nel 2003, Steve Case, mente della alla fusione, fu rimosso. I successivi Ceo del gruppo, Richard Parsons e Jeffrey Bewkes, da allora hanno perseguito una strategia di cessioni e scorpori per far sopravvivere la società, dalla Time Warner Cable alla Warner Music che oggi è quotata a parte.

SEDE TIME WARNER NEW YORK

Alla fine, è stata restituita la libertà anche ad Aol. Che, da sola, avrà forse la possibilità di rifarsi. Intanto, da marzo, la società è stata pesantemente ristrutturata. Licenziamenti (circa 2500), ridefinizione delle attività e outsourcing dei servizi di assistenza clienti. Il lavoro non sarà semplice.

Innanzitutto, Aol dovrà portare a termine la transizione della compagnia da internet provider a digital media company basata sulle pubblicità online. Per farlo la nuova Aol si concentrerà sulla produzione e distribuzione di contenuto nel tentativo di rilanciare il brand e aumentare le entrate pubblicitarie, in calo del 20% nell'ultimo anno. Secondo molti analisti le chance non sono alte.

SIMBOLO AOL

Secondo Tim Bajarin, della Creative Strategies, "la separazione da Time Warner permetterà ad Aol di essere più flessibile e libera di stabilire alleanze più significative. Ma potrebbe non bastare. Oggi Aol è poco rilevante sul Web, e per avere successo, deve trovare un suo spazio". Il tentativo di entrare nel mercato dei social network, con l'acquisizione di Bebo per 850 milioni di dollari lo scorso anno, non ha dato i risultati sperati. E nella raccolta pubblicitaria digitale gli avversari della nuova Aol sono colossi difficili da soppiantare, come Google, Yahoo e Microsoft.

Cosa resta? Lo studio dell'università di Boston che la classifica al sesto posto fra le peggiori 10 fusioni della storia, e lo stesso ceo di Time Warner, Jeff Bewkes oggi definisce l'operazione "una pazzia" che non doveva accadere.

 

 
[08-06-2009]

 

 

 

IL BUCO NERO DI LEHMAN ha inghiottito almeno 600 milioni $ di risparmi italiani - A guidare il gruppo due big come Fondiaria (esposta per 485 milioni) e le Generali (70) - Ma dietro di loro c´è un´armata Brancaleone di truffati, rai compresa…

Ettore Livini per "la Repubblica"

Il buco nero della Lehman ha inghiottito almeno 600 milioni di dollari di risparmi italiani. Il calcolo (provvisorio) arriva dalla lista dei creditori dell´ex-regina di Wall Street - fallita nell´estate 2008 travolgendo tutte le Borse e le economie occidentali - che si sono messi in fila al tribunale di New York per recuperare almeno una parte dei loro investimenti dalla procedura del Chapter 11.

 

Tra le 4.470 richieste di rimborso depositate, infatti, più di un centinaio fanno capo direttamente a investitori tricolori, grandi e piccoli, che al momento del crac si sono ritrovati in portafoglio obbligazioni o altri prodotti della banca americana.

A guidare il gruppo ci sono due big come Fondiaria (esposta per 485 milioni) e le Generali (70). Ma dietro di loro c´è un´eterogenea armata Brancaleone di truffati che va dall´Ente nazionale per la previdenza e l´assistenza degli psicologi (14 milioni), alla Posillipo Finance, il veicolo per la cartolarizzazione dei debiti della sanità campana, (10 milioni) dal socio di Aeroporto di Firenze Saverio Panerai (3,5 milioni) fino a due realtà a controllo pubblico come Rai e Finmeccanica, cui Lehman deve qualche centinaio di migliaia di euro per alcuni contratti derivati non onorati.

 

Oltre, naturalmente, a decine di piccoli risparmiatori che hanno visto i loro bond trasformarsi in carta straccia e che ora hanno dato mandato ai legali (tra loro c´è anche l´ex primatista mondiale dei 200 metri Pietro Mennea) per l´iscrizione al passivo.
Difficile, allo stato, dire quanti soldi potranno davvero recuperare.

Bryan Marsal, l´amministratore delegato (in pratica il super-commissario) di quello che resta della banca d´affari, ha detto di recente che l´esposizione oscilla tra i 200 e i 250 miliardi di dollari (non tenendo conto naturalmente degli azionisti che hanno visto andare in fumo tutti i loro quattrini) mentre le prime stime parlando di un attivo di circa 45 miliardi.

 

Se questo fosse davvero il bilancio finale, i creditori recupererebbero tra il 18 e il 20% circa del capitale investito o dei crediti vantati. Un rateo di questo tipo è stato calcolato anche da Fondiaria che puntando a un rimborso di una settantina di milioni di euro ha stimato in 200 milioni l´impatto di Lehman sui suoi conti.

Il cammino del Chapter 11 non sarà però brevissimo e non solo dal punto di vista giudiziario. Marsal non ha infatti fretta di liquidare gli asset rimasti in pancia al gruppo - immobili, attività di consulenza e merchant banking, persino qualche centinaio di chili d´uranio custoditi in Canada - per non essere costretto a venderli sottoprezzo in questo momento di crisi.

Lehman del resto è fallita pur avendo in cassa una buona dose di liquidità (oggi sono circa 10 miliardi) in grado di finanziare per un lungo periodo l´attività dell´amministrazione straordinaria fino, persino, a un potenziale ritorno in Borsa della società.

 

 
[29-05-2009]

 

 

 

C'è LA CRISI E I PADRONI DEL MONDO - ANZI, I “LEADER DELLA FINANZA E DELLA FILANTROPIA” - SI RIUNISCONO A NEW YORK PER “PIANIFICARE IL FUTURO” – A FARE LE CONVOCAZIONI BUFFET, GATES E ROCKFELLER…

Maurizio Molinari per "La Stampa"

 

"C'è la recessione globale, dobbiamo pianificare il futuro, vogliamo sentire cosa ne pensano i leader della finanza e della filantropia". Con questa scarna lettera il guru dei mercati Warren Buffett e il fondatore di Microsoft Bill Gates hanno convocato in segreto nella President Room della Rockefeller University di New York un club esclusivo che si riunisce una volta ogni cento anni: a comporlo sono quel pugno di americani che navigano, letteralmente, nei dollari e possono dunque condizionare l'andamento dell'economia nella nazione più ricca dell'intero Pianeta.

L'ultima volta che qualcosa del genere è avvenuto risale al 1907 quando il banchiere John Pierpont Morgan riunì nel proprio studio privato di Manhattan i maggiori finanzieri degli albori di Wall Street per discutere come calmare il dilagante panico economico dell'epoca. Visto che i timori odierni sono assai maggiori e l'intero sistema finanziario americano rischia il crollo Buffett, Gates e Rockefeller, nelle vesti di blasonato padrone di casa, hanno pensato di ripetere l'evento esclusivo.

 

La parte più difficile è stata la logistica: riuscire a far arrivare in segreto nello stesso posto, alla stessa ora, nel bel mezzo di Manhattan, tutti i super-vip facendo coincidere calendari che si estendono su cinque continenti e senza farsi vedere da neanche una telecamera ha messo a dura prova la tempra degli organizzatori.

Ma tutto è filato liscio e martedì 5 maggio, alle 3 del pomeriggio in punto, seduti attorno al tavolo con vista sull'East River si sono così ritrovati i contemporanei equivalenti dei membri del club di JP Morgan. I loro nomi descrivono un ammontare di denaro - e dunque di potere - difficile da quantificare.

I coniugi Bill e Melinda Gates e Warren Buffett sono per la classifica di «Forbes» i più abbienti del Pianeta - vantando rispettivamente beni per almeno 57 e 37 miliardi di dollari - la stella tv Oprah Winfrey è titolare di un impero editoriale da 2,7 miliardi di dollari, il sindaco di New York Michael Bloomberg siede su un patrimonio di 20 miliardi, il fondatore della Cnn Ted Turner regalò senza battere ciglio uno dei suoi 2,3 miliardi all'Onu, George Soros, che di miliardi ne ha 11, è il principale rivale di Buffett a Wall Street e David Rockefeller è il banchiere discendente della famiglia che ha contributo a disegnare le fondamenta dell'economia americana.

 

Altrettanto ricchi ma forse meno noti gli altri invitati alla riunione a porte chiuse: i finanzieri Eli e Edythe Broad con una fortuna di 5,2 miliardi; John Morgridge, ex presidente di Cisco, con la moglie Tashia; Peter Peterson, presidente del Blackstone Group; Julian Robertson, fondatore di Tiger Management Corporation; Patty Stonesifer, ex presidente della Fondazione Gates.

I singoli invitati hanno preso la parola rispettando al secondo il tempo fissato di 15 minuti a intervento. Ne è scaturito alla fine un breve dibattito e poi tutti sono tornati in fretta ai propri numerosi impegni tenendo fede al patto di non rivelare nulla di quanto avvenuto. Il segreto assoluto ha resistito fino a quando il sito Irishcentral.com ha pubblicato la testimonianza anonima di uno dei partecipanti che ha descritto l'intervento di Gates come «il più efficace», quello di Buffett come «molto incisivo» e Turner «senza peli sulla lingua» aggiungendo che la disinibita regina dei talk show Oprah Winfrey «ha invece preferito ascoltare».

 

Ma anche la gola profonda del Web non ha svelato nulla dei contenuti della misteriosa tavola rotonda, come non ha suggerito spiegazioni del perché l'unico a mancare all'appello fosse il conservatore Rupert Murdoch, fondatore della News Corporation. In una nazione dove ogni ateneo ha le proprie sette segrete e i gruppi di potere fanno a gara nel riunirsi in associazioni dai nomi esoterici la fuga di notizie ha scatenato i reporter investigativi e il tam tam di gossip sul Web ha dato vita a teorie cospirative sul un presunto «patto fra ricchi per salvare i propri soldi dalla recessione».

Per tentare di calmare le acque è sceso in campo Stacy Palmer, direttore del «Chronicle of Philantropy» assicurando alla tv Abc di sapere che «l'incontro è avvenuto per stabilire un nuovo approccio alla filantropia globale» dando vita ad un «evento senza precedenti» avvalorato dal fatto che i co-invitati sommano dal 1996 donazioni benefiche per oltre 70 miliardi di dollari.

 

Bob Ottenhof, presidente del gruppo «Guidestar» che tiene sotto controllo le attività delle maggiori associazioni no-profit, ammette però che «questo tipo di incontri non avvengono spesso perché è molto difficile per i maggiori enti filantropici lavorare assieme».

Come dire, forse hanno davvero parlato di come «donare meglio e di più per aiutare l'umanità» a dispetto della recessione ma non si può escludere che i motivi dell'insolita riunione siano stati anche altri: dalla volontà di scambiarsi idee e informazioni sull'evoluzione della imprevedibile crisi finanziaria alla possibilità di operare assieme per sfruttare i vantaggi del momento fino allo scenario di una mobilitazione collettiva di sapore patriottico per scongiurare che un'America a prezzi stracciati possa venire acquistata da imprenditori di Paesi non troppo amici.

Quali che siano stati contenuti del summit segreto fra i Paperoni di inizio secolo non c'è dubbio che forse qualcosa è già arrivato alle orecchie del presidente Barack Obama. Visto che Oprah è una sua fan dichiarata, oltre ad essere buona amica della moglie Michelle.

 

 
[21-05-2009]

 

 

 

FURBETTI A WALL STREET – E SE LE VITTIME DEL CASO MADOFF FOSSERO TRUFFATORI? PER LA PROCURA USA ALCUNI INVESTITORI FISSAVANO CON BERNIE IL TASSO DI PROFITTO (È ILLEGALE) – CHISSÀ CHE NON CI PENSI QUALCHE PM ITALIANO PER LE VITTIME DE NOANTRI…

 

Un articolo del "Wall Street Journal" getta nuova luce sul caso Bernard Madoff. L'inchiesta in corso su chi era a conoscenza della gigantesca frode del furbetto di Wall Street, si è allargata fino ad includere alcuni investitori di alto livello.

Jeffry Picower e Stanley Chais, due filantropi che hanno investito massicciamente con Madoff, e Carl Shapiro, uno dei più vecchi amici del manager, sono tra gli almeno otto soci e investitori che sono stati controllati dall'ufficio del procuratore a Manhattan.

I Federali hanno raccolto prove che dovrebbero dimostrare come Picower e Chais avessero definito insieme a Madoff quanto avrebbero voluto ricevere in cambio del loro investimento. I movimenti dei loro conti in banca rifletterebbero queste cifre, spiegano le fonti del "WSJ".

 

I pubblici ministeri continuano ad investigare i membri della famiglia Madoff e i suoi dipendenti. Ma ora nell'inchiesta sono finiti anche degli investitori che si erano dichiarati vittime della frode, sia direttamente che attraverso le loro fondazioni.
Madoff intanto resta in carcere. Si è dichiarato colpevole lo scorso marzo e la sentenza è prevista a giugno.

http://online.wsj.com/article/SB124261271530929129.html#mod=djemalertNEWS

 

[18-05-2009]

 

 

 

IL LATO B DI MADOFF? IL CULO! – LA SUA SEGRETARIA: “MI METTEVA UNA MANO SUL SEDERE E MI DICEVA: LO SAI CHE SEI ANCORA CARINA?” – “NELL’AGENDA I NOMI DI UNA DOZZINA DI MASSAGGIATRICI” – LA moglie Ruth “lo teneva d’occhio come un’aquila”…

Paolo Valentino per il "Corriere della Sera"TH

Sapeva essere generoso e volgare. Capace di pagare (non di tasca sua comunque) le cure del figlio di un dipendente e pronto a insultare a sangue segretarie e collaboratori. Paludato, naturalmente elegante. E incline all'ironia greve, battute e gesti da caserma, manomorta compresa. Era Jekyll e Hyde. L'uomo di mondo, stimato e corteggiato da ricchi e famosi. E il maniaco sessuale, l'agenda personale con una lunga lista di massaggiatrici, che frequentava anche durante le ore del trading.

Pochi hanno conosciuto Bernie Madoff meglio di Eleanor Squillari, la segretaria che gli è stata vicina dal 1984. Se le vittime, in buona parte ebrei, della sua ventennale catena di Sant'Antonio, una truffa da 65 miliardi di dollari, lo hanno paragonato a Hitler, che come lui decimò i loro patrimoni, allora lei è Traudl Junge, l'ultima assistente del capo del nazismo.I

E come la dattilografa, che ne batté a macchina le ultime volontà nel bunker della cancelleria, seppe solo a guerra finita dell'Olocausto e dei crimini di guerra, anche Squillari giura di non aver mai avuto il più piccolo sospetto che la facciata rispettabile del suo mago della finanza fosse in realtà un villaggio Potemkin a copertura di un'impresa criminale.

Tant'è. Prima scioccata e incredula di fronte all'arresto di Madoff, poi sempre più delusa, arrabbiata e decisa a lasciarsi alle spalle «la persona che ammiravo», Squillari ha deciso di dare tutto l'aiuto possibile agli agenti dell'Fbi e di raccontare in un lungo articolo appena uscito su Vanity Fair la vita quotidiana nel Lipstick Building, il prestigioso edificio di Manhattan dove la Bernard L. Madoff Investment Securities occupava tre piani.

Un capo facile alle allusioni sessuali pesanti, quello di Eleanor: «Spesso usciva dal suo bagno, che stava diagonale rispetto alla mia scrivania, ancora abbottonandosi la patta. Se vedeva che scrollavo la testa in segno di disapprovazione, mi diceva: 'Dai, lo sai che ti eccita'. Oppure cercava di mettermi una mano sul sedere e commentava: 'Ma lo sai che sei ancora carina?'. Io non l'ho mai preso sul serio. Era il suo modo di essere affettuoso».

Bernie era sensibile al fascino femminile, amava flirtare spesso e per questo sua moglie Ruth «lo teneva d'occhio come un'aquila». Aveva un debole per i massaggi: «Una volta l'ho trovato mentre scorreva su una rivista i numeri delle call girl e verificava le foto. Nella sua agenda, alla M, aveva almeno una dozzina di telefoni di massaggiatrici. Gli dissi che se l'avesse perduta e qualcuno l'avesse trovata, avrebbero pensato che fosse un pervertito. Quando prenotava un massaggio, diceva: 'Vado fuori a passeggiare'. Tornava dopo un'ora, di umore migliore».

E di buon umore Bernie e sua moglie Ruth, una donna ossessionata dalle apparenze e abituata a spendere fortune in gioielli, vestiti e interventi di chirurgia estetica, sembrarono anche la sera del 10 dicembre scorso, alla cena di Natale che ogni anno offrivano ai dipendenti. Mancavano poche ore all'arresto del finanziere e al crollo di quella che un agente dell'Fbi ha definito la loro «Disneyland».

Ma Eleanor Squillari sapeva con certezza che «qualcosa non stava funzionando » più, nell'universo rarefatto e in apparenza irreprensibile del suo boss. Era da mesi, da quando in settembre Wall Street era implosa sotto il peso dei titoli tossici, che succedevano cose strane. Nelle ultime settimane, racconta la signora italo-americana, «Bernie era fisicamente uno straccio, si misurava ossessivamente la pressione, prendeva farmaci per tenerla giù».

Quel giorno poi, una frase detta da Bernie al telefono e riferitale dall'autista, l'aveva colpita particolarmente: «Andy era così nervoso che se l'è quasi fatta addosso». Andrew è uno dei due figli di Madoff, entrambi suoi collaboratori: «Aveva saputo ciò che io avrei saputo il giorno dopo: suo padre era un truffatore».

Il solo? Eleanor è convinta di no. Crede che Madoff, una volta vista la fine avvicinarsi, abbia predisposto con cura l'uscita di scena, arresto compreso. E pensa «non sia umanamente possibile » quello che da dicembre continua a ripetere ai federali, cioè di essere l'unico responsabile della più grande frode della Storia: «Sta cercando di proteggere qualcuno».

 

 
[13-05-2009]

 

 

 

Stress test, a Bank of America servono 34 miliardi di dollari...
Da "ilsole24ore.com" -
Il governo Usa ha calcolato che a Bank of America servono capitali freschi per almeno 34 miliardi di dollari, la cifra é superiore alle stime e andrebbe ad aggiungersi ai 45 miliardi di fondi statali già ricevuti finora dalla banca. Lo rende noto la stampa Usa citando fonti vicine all'amministrazione americana che sta eseguendo gli stress test presso i 19 principali istituti di credito americani. Dieci di loro avrebbero bisogno di ricapitalizzarsi. Tra cui appunto Bank of America, ma anche Citigroup e Wells Fargo.

5 - I Cds, ultima frontiera dell'insider trading...
Da "Il Sole 24 Ore" -
A un bel insider trading sui credit default swap non ci aveva pensato nessuno finora. Quantomeno nessuno era mai stato pizzicato a comprare e vendere Cds, una sorta di assicurazione contro i rischi di fallimento di una società, grazie a informazioni riservate. Fino a ieri, quando Renato Negrin e Jon-Paul Rorech si sono visti recapitare una circostanziata denuncia dalla Sec. Negrin, gestore dell'hedge fund Millennium, s'era riempito nell'estate 2006 di Cds sui bond dell'olandese Vnu, forte delle informazioni ricevute da Rorech, un trader di Deutsche Bank. E siccome era proprio questa la banca advisor di Vnu, Rorech, agevolmente scavalcati gli interni muri cinesi, venne a sapere in anticipo che sarebbero mutate le condizioni del prestito obbligazionario.

Raccontò il tutto a Negrin che in tal modo guadagnò 1,2 milioni di $ con il fondo: soldi che dovranno ora essere restituiti, assieme a una multa ben più salata. Del resto, il fondo Millennium non è nuovo a queste cose, visto che in passato era stato condannato a pagare 121 milioni per uno scandalo simile. È vero che Millennium ha cercato, a suo modo, di tutelarsi dalle avversità. Ma l'aver finanziato lo scorso anno tutti i candidati alle elezioni presidenziali con appena 16mila $ non è stato di grande aiuto. (W.R.)

6 - Meglio negli hedge che dietro ai fornelli...
Da "Il Sole 24 Ore" -
Le donne sono investitori migliori degli uomini. A riguardo non mancano studi di Università americane e di gruppi bancari, come Merrill Lynch. Ma lo scetticismo perdura e l'unica arma davvero efficace resta quella dei numeri.In Italia abbiamo l'esempio di Hedge Invest: otto fondi, di cui sette gestiti da donne, con una media di rendimenti da inizio anno del 2,95% (al netto di commissioni e fiscalità) contro un +0,47% (al lordo della fiscalità) dell'Hfri Fund of Fund Index. Hedge Invest, una delle prime quattro Sgr alternative autorizzate in Italia nel 2000, ha una quota femminile («non "rosa" per carità!») del 54% nell'organico e un'età media di 34 anni. Non si tratta, però, di un caso raro.

Nell'industria esiste un'associazione mondiale che raccoglie oltre 10mila professioniste, 100 Women in Hedge Funds, nata negli Stati Uniti nel 2001 e presente con sedi anche a Londra, Ginevra e Hong Kong. Accanto alle iniziative di formazione e di beneficienza, l'associazione persegue l'obiettivo di«creare una struttura robusta ed efficiente» che serva da leva alle intuizioni e alle aspirazioni dei singoli membri. Anche contro gli scetticismi. (Mo.D.)

Buffett rilancerà la Berkshire puntando sulle assicurazioni...
Da "La Stampa" -
Lo scorso fine settimana, Warren Buffett ha ammesso che i candidati alla sua successione alla guida di Berkshire Hathaway, finora sconosciuti, non hanno ottenuto buoni risultati nel 2008. L'oracolo di Omaha li ha giustificati senza infierire, affermando che lui stesso non ha ottenuto risultati eccelsi. Ma le loro capacità potrebbero non costituire l'unica chiave per il futuro di Berkshire. I responsabili dell'area assicurativa della holding potrebbero rivestire un ruolo altrettanto importante. Le ragioni principali sono due. In primo luogo le attività operative di Berkshire, rispetto agli investimenti, rappresentano una parte sempre più significativa del gruppo e le assicurazioni sono tra quelle più rilevanti. In secondo luogo, le attività assicurative forniscono a Buffett un'enorme liquidità da investire. Buffett lo chiama il "flottante".Ubs"

Nel 2008, il flottante di Berkshire derivante dalle assicurazioni è di 58,5 miliardi di dollari. Questo equivale a più di metà del valore a fine anno del portafoglio di investimenti della società o a oltre metà del suo patrimonio netto. Come Buffett ama sottolineare, spesso questo denaro ha un costo negativo, meno 5% nel 2008, perché la divisione assicurativa ha realizzato un profitto tecnico. Il 2008 è stato positivo, ma Buffett sottolinea sempre che i suoi gestori del ramo assicurativo ottengono un profitto tecnico superiore alla media. Con questo duplice impatto su Berkshire, i direttori del ramo assicurativo - Tony Nicely di Geico, Tad Montross di General Re e Ajit Jain, che gestisce le attività di riassicurazione di Berkshire - sono essenziali per il futuro del gruppo.

Anche altre unità operative rivestono una certa importanza, come la società elettrica MidAmerican guidata da David Sokol e Greg Abel. E naturalmente conterà anche il team di investimento post-Buffett. Tuttavia, poiché Buffett intende separare i ruoli di amministratore delegato e di responsabile degli investimenti che ora ricopre, i due ruoli saranno più ridotti in futuro. Il dubbio è se la struttura ibrida di Berkshire - che Buffett e il suo partner Charlie Munger (di 85 anni) hanno creato nel corso di 40 anni - potrà continuare con altrettanto successo senza di loro.

10 - Per Ubs non è primavera. Le perdite sono in aumento e i clienti battono in ritirata...
Da "La Stampa"
- La primavera non è ancora sbocciata in Ubs. Le perdite nette per 2 miliardi di franchi (1,3 miliardi di euro) subìte nel primo trimestre fanno da contraltare all'utile di 2 miliardi di Credit Suisse. La banca non ha approfittato del trading sulle obbligazioni che ha permesso a molti istituti concorrenti di incrementare i ricavi. Ubs si è sforzata di contenere le continue perdite nell'area dei titoli a reddito fisso, delle materie prime e delle valute, segnando una perdita di 2 miliardi in quest'area. Per contro, Deutsche Bank ha rastrellato 3,8 miliardi. La gestione patrimoniale, che dovrebbe rappresentare il punto forte di Ubs, è stagnante. I clienti hanno ritirato altri 23 miliardi dopo i 107 dell'anno scorso, anche in seguito al martellamento delle autorità fiscali Usa che ha seriamente compromesso il buon nome della banca.

Gli investitori non possono fare molto per cambiare la situazione. Ubs è intenzionata a ridurre l'investment banking, e sta già pagando un prezzo per la riduzione del rischio. Inoltre, le sue prospettive pessimistiche suonano più realistiche di quelle degli altri istituti. Ha lanciato un monito più severo riguardo ai probabili effetti della situazione economica sugli accantonamenti legati ai crediti, e questo nonostante Credit Suisse sia più esposta ad asset difficili da scambiare - come gli immobili commerciali - e Deutsche all'indebolimento dei consumi. La strategia di Ubs, che punta a ridurre l'esposizione ai rischi e a concentrarsi sulla clientela nazionale e sul private banking, appare sensata.

Il Cda è stato quasi completamente rinnovato: un passo necessario per ripristinare la reputazione di Ubs. La settimana scorsa, l'addio del direttore globale della gestione patrimoniale ha segnato l'ultima svolta rispetto a un passato turbolento. È probabile che la ristrutturazione dell'attività, la sistemazione del trading book e la situazione di un'economia in declino impediscano a Ubs di tornare in attivo ancora per qualche tempo. È una prospettiva ancora troppo fredda rispetto ai segnali di disgelo provenienti dalle altre banche.

Vanno in scena le grandi manovre tra gli azionisti della prima banca italiana. In Intesa-Sanpaolo, all'asse Trieste-Parigi (Generali e Credit Agricole, con benedizione della Mediobanca di Cesarone Geronzi ) si contrappone quello Compagnia di San Paolo-Cariplo.
Abramo Bazoli tenta di fare il pompiere: "Il patto non cambia gli equilibri in Intesa". Ma l'asse Guzzetti-Benessia si sta rafforzando e, caso strano, a Torino monta la fronda contro il presidente Enrico Salza, "accusato di acquiescenza verso la regia di Geronzi" (Repubblica, p. 29).

La battaglia si sta già combattendo sui giornali. Repubblica è sempre indecisa tra Bazoli e Profumo, mentre Corriere e Sole camminano in equilibrio tra lo stesso Bazoli e Geronzi. Il problema è che i due Grandi Vecchi sono capaci di trovare accordi all'insaputa dei vari Mauro, De Bortoli e Riotta. E alla fine chi è nell'angolo è Alessandro Mignon, perché quando Bazoli loda "l'autonomia di Mediobanca" vuole solo dire: "Bravo Cesare, continua a smarcarti da Profumo e vedrai che andremo sempre più d'accordo".

 
[06-05-2009]
Fiat/ Ft: Soluzione Chrysler fissa precedente rischioso per Usa
di Apcom
Secondo il quotidiano, Obama 'sovverte' il diritto finanziario
Roma, 2 mag. (Apcom) - Il modo in cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama intende salvare Chrysler potrebbe fissare un "precedente pericoloso" nel lungo termine e per i mercati finanziari statunitensi. Lo scrive oggi il Financial Times, in una column da Wall Street in cui suggerisce che l'ad di Fiat Sergio Marchionne invii una copia del 'Principe' di Niccolò Machiavelli a Obama affinché il presidente possa studiare la famosa opera e meditare sulla massima "il fine giustifica i mezzi". Nessun fine può giustificare - secondo Ft - la violazione dei principi del diritto riguardo all'ordine di retribuzione dei creditori nel fallimento, su cui "la legge è inequivoca": prima i creditori 'senior', come gli hedge funds, poi quelli 'junior' come i sindacati, e infine i lavoratori. Ora invece, nel capovolgere quest'ordine "l'amministrazione sta indicando che il principio non è più sacro". E anche se "questo in sé non provocherà una fuga massiccia di capitali dagli Usa, avrà delle serie ripercussioni" sulla volontà dei fondi di partecipare ai progetti del governo di Washington per depurare molte banche dagli asset tossici. Il quotidiano finanziario londinese sottolinea che la bancarotta "chirurgica" di Chrysler promessa da Obama "dipenderà dal tribunale e non da lui". E soprattutto, secondo Ft l'operato dell'amministrazione per salvare la terza 'big' di Detroit mette in luce un paradosso: "La posizione delle autorità come principali soccorritori le forza ad assumere un ruolo attivo nel settore privato, ma i loro obiettivi (salvare posti di lavoro, essere rieletti, ecc.) è in conflitto con il corretto funzionamento degli stessi mercati che stanno cercando di preservare".

 

 

 

IL RITORNO DEI FURBETTI – A WALL ST. È GIÀ PERIODO DI VACCHE GRASSE - GRAZIE AGLI ARTIFICI CONTABILI OBAMIANI, IL 2009 VEDRÀ GUADAGNI STREPITOSI PER L’OLIGARCHIA FINANZIARIA USA – CHI CI HA RIMESSO? SOLO QUADRI BASSI E INTERMEDI – E IL PRESIDENTE TACE...

Marcello Foa per "Il Giornale"

È bastato un mese di bel tempo (borsistico) per far tornare tutto come prima. Soprattutto a Wall Street, avvilendo chi si era illuso che da questa crisi potesse nascere se non un mondo migliore, perlomeno un capitalismo di nuovo giusto e responsabile. La casta dei banchieri sta vincendo di nuovo. E alla grande. Mentre il mondo continua a lottare contro la crisi economica e migliaia di persone perdono il posto di lavoro, i membri dell'oligarchia finanziaria statunitense vedono profilarsi un 2009 di guadagni strepitosi, pari o addirittura superiore al 2007, l'anno dei record.

barack obama

E non è solo un'impressione, parlano le cifre. Nei primi tre mesi dell'anno le sei principali banche americane hanno accantonato la bellezza di 36 miliardi di dollari sotto la voce bonus e stipendi. Sono gli stessi istituti che a febbraio sembravano moribondi e che hanno ricevuto dallo Stato aiuti miliardari; poi, però, è successo qualcosa. Il G20? Non proprio. O meglio: mentre l'attenzione del mondo era focalizzata sul drammatico summit londinese, a Washington l'Amministrazione Obama ne ha approfittato per cambiare le regole contabili, modificando il mark-to-market, che obbligava le banche a contabilizzare ogni giorno i debiti a valore di mercato; e siccome quelli tossici valevano zero gli istituti erano costretti a riportare perdite gigantesche.

Secondo la nuova norma, invece, sono loro stessi a decidere il valore di questi titoli. Ad esempio: se l'istituto X ha un debito tossico che a valore di mercato vale 1, può stabilire autonomamente che valga 5 o 6 perché questo è il valore ipotizzato fra uno o due anni. Di certo le trimestrali di bilancio non rispecchiano il valore reale delle banche, che però, così, possono vantare utili insperati e addirittura permettersi di restituire in tutto o in parte le sovvenzioni ricevute, sottraendosi pertanto al tetto ai bonus imposto dal governo per le aziende salvate dallo Stato.

Geithner Timoty

Chi lavora nel dipartimento trading e investimenti bancari di JPMorgan Chase assapora già, per l'anno in corso, un reddito medio pro capite di 509mila dollari, mentre nell'ultima annata senza eccessi, il 2006, era stato di 345mila dollari. La Goldman Sachs ha già messo a bilancio 4,7 miliardi per i propri dipendenti, pari a 569mila dollari a testa, praticamente la stessa cifra dell'indimenticabile 2007.

Persino i pochi istituti ancora in rosso sono riusciti ad aumentare gli stipendi, come Morgan Stanley, che ha chiuso il trimestre con una perdita di 578 milioni di dollari, ma ha già contabilizzato stipendi per 2 miliardi. Come dire: per ogni dollaro di perdita procurata alla società, i suoi salariati ne ottengono quattro, per meriti evidenti. Niente male. La logica è sempre la stessa e con beneficiari ultimi i soliti noti.

Logo "Citigroup"

Le banche si difendono evidenziando come, per far fronte alla crisi, siano state costrette a ridurre gli organici. Ma a ricevere lettere di licenziamento sono stati soprattutto i quadri inferiori: piccoli dirigenti, impiegati, segretarie. E quando si è trattato di assumere, gli istituti hanno optato per l'outsourcing, anziché privilegiare il mercato del lavoro nazionale. Bank of America ha ingaggiato 15mila persone in India, Bank of New York Mellon 1300, sempre in India, Citigroup 1000 nelle Filippine. Così, tanto per ringraziare il contribuente. E Obama? Tace. Anzi, si prodiga per rafforzare l'impressione di una rinascita del sistema finanziario, mentre la sua promessa di cambiamento appare sempre più retorica.

 

 
[28-04-2009]

 

 

 

 

CRISI: TROVATO MORTO DIRETTORE FINANZIARIO FREDDIE MAC, FORSE SUICIDIO...
(ASCA-AFP) - Uno dei top manager della Freddie Mac, colosso americano dei mutui travolto dalla crisi e finito sotto il controllo statale, e' stato trovato morto nella sua casa in Virginia. I media locali parlano di suicidio. Il cadavere di David Kellermann, direttore finanziario della Freddie Mac, e' stato ritrovato dalla moglie nella loro abitazione nel nord della Virginia, hanno riferito WUSA television e la radio WTOP. La polizia starebbe indagando su un 'presunto suicidio', ha spiegato la portavoce delle forze dell'ordine Mary Anne Jennings. Kellermann, 41 anni, lavorava per la Freddie Mac da oltre  16 anni ed era stato nominato Cfo a settembre, proprio nel momento in cui con la gemella Fannie Mae, la societa' e' passata sotto il controllo del governo per prevenire il  collasso.22.04.09

CRAC! - suL TESORIERE DI FREDDIE MAC SUICIDA 

Vittorio Zucconi per "la Repubblica"

Nel sobborgo virginiano più elegante della Washington ricca, dietro i muri di mattoni rossi e i prati ben limati che segnalano ai passanti il trionfo della "felicità" immobiliare, si celebra alle 4 del mattino il rito macabro ed espiatorio di tutti i crac: il suicido del finanziere appeso a una corda in cantina, mentre ai piani superiori la famiglia dorme.

David Kellerman

Non c´era ancora stato, dai giorni di settembre quando sotto i piedi dell´America di Bush si spalancò la voragine della finanza demente, il suicidio rituale di uno dei suoi protagonisti, come era David Kellerman, a 41 anni il "Cfo", il Chief Financial Officer, il tesoriere della società Freddie Mac, quella che più di ogni altra aveva creato la bolla dei mutui avvelenati con la garanzia del governo. E che neppure 60 miliardi di fondi pubblici pompati nelle sue vene è riuscita ancora a risanare.

Kellerman, volto banale e molto "all american", da figlio del Midwest quale era e da giocatore di football quale sognava di essere alla sua Università del Michigan, non era un Bernie Madoff, il supermagliaro di New York, e neppure un Kenny Lay, il pirata dell´energia elettrica che aveva costruito sul ricatto e sull´amicizia politica con la banda texana dei Bush e con Cheney il castello della Enron che lo travolse fino alla condanna a 60 anni di carcere e all´infarto fatale. E neppure su di lui ci saranno i misteri che per sempre circonderanno un altro celebre impiccato, Roberto Calvi, o la morte del numero due della Enron, Cliff Baxter, ucciso proprio il giorno prima della sua deposizione davanti al magistrato.

David Kellerman era un nome oscuro, poco più di un dirigente d´azienda fra i tanti che lavorano in questa mostruosa società semigovernativa dal nome impossibile compresso nell´acronimo di "Freddie Mac" e che per mandato pubblico acquista, garantisce e poi rivende i mutui immobiliari nei portafogli delle banche. Dalla sua laurea nel Michigan, celebre per la quantità di giocatori di football che sforna e dai corsi post laurea nella George Washington University della capitale, Kellerman era entrato a 25 anni nel ventre di "Freddie" e aveva cominciato la scalata dal cubicolo dell´impiegato fino ai piani alti.

Wall Street

Una carriera qualsiasi, ma soltanto fino all´8 settembre del 2008, quando la montagna di debiti garantiti, rivenduti, rimpacchettati, frullati che la sua società rilevava, controllando la metà dell´intero portafoglio dei muti americani, si rivelò un massiccio di panna montata. E le agenzie di rating, quelle che dovrebbero verificare e classificare la solidità di una "corporation" prima, e non dopo i disastri, abbassarono il voto della "Freddie Mac" dall´ A1, che significa solidità d´eccellenza, al B3, poco più che spazzatura.

Fu allora che il governo Bush, boccheggiando nel naufragio della finanza che avrebbe divorato la Bear Stearns, la Lehman Brothers, la Merril Lynch e portato le grandi banche come la Citi e la Bank of America a un passo dalla bancarotta, decapitò le due società più esposte, e più responsabili del "boom and bust" immobiliare, la "Fannie Mae" e la "Freddie Mac", che dal loro compito istituzionale di garanti si erano trasformate, con la complicità della politica riccamente lubrificata senza distinzione di partiti e di nomi, nei massimi speculatori d´azzardo sulla trave portante della vita nazionale: la casa.

POLIZIOTTO DAVANTI A CASA DEL MANAGER FREDDIE MAC IMPICCATO

Kellerman fu sparato alla seconda poltrona, di fatto quella più importante, all´incarico di tesoriere e responsabile finanziario. Gli fu messo in mano un assegno da 60 miliardi di dollari firmato dal governo con l´incarico di tamponare, bonificare e poi riavviare quella società senza la quale l´intera circolazione sanguigna del credito s´infarta.

Otto mesi più tardi, nessuno, non nel Parlamento, non alla Federal Reserve, non al Tesoro sa ancora se questo cuore della circolazione creditizia americana sia tornato a pulsare. Non lo sapeva, o forse lo sapeva, David Kellerman, che aveva dovuto ingaggiare una squadra di guardie del corpo per circondare la sua villa di mattoni rossi in Virginia per difendersi dai debitori inferociti sbarcati dai pullman che offrono il "tour" dei bancarottieri come a Hollywood il giro delle ville delle star.

Lanciavano sassi alle belle finestre per chiedergli conto dei bonus, delle gratifiche pagate a lui dalla società, 800 mila dollari quest´anno, dei 210 milioni complessivamente distribuiti con i soldi dei contribuenti cacciati da case pignorate per morosità, e che "Freddie" e "Fannie", che lui, avrebbero dovuto difendere. Nel tempo libero, perché anche nelle tragedie riposa sempre un grano di ironia, Kellerman era tra i promotori della "Campagna per i senza tetto".

Wall Street

Nella sede centrale, una sorta di castello di gusto "post Versailles" su una avenue centrale di Washington, celebre nel quartiere per i magnifici addobbi luminosi a Natale, si dicono ora le solite cose ovvie, che Kellerman fosse depresso, che fosse sotto cura psichiatrica, che la fatica, la pressione, l´angoscia per un impegno troppo grande - salvare da solo l´intero settore immobiliare nazionale sempre in asfissia - lo stessero schiacciando e adesso, mentre il furgone nero del "coroner" della contea di Fairfax, in Virginia, carica il suo corpo massiccio nella borsa di cerata nera con la lampo usata anche per i soldati, è facile fare diagnosi.

SEDE FREDDIE MAC - MCLEAN, VIRIGINIA

David Kellerman è un altro, finora il più noto, caduto in questa guerra di parole astruse come derivati, hedge, credit swaps, securitization, che uccidono come i proiettili o le bombe per strada. Nelle stesse ore in cui il tesoriere della cassaforte sfondata si passava il cappio attorno al collo nella cantina della grande casa dove dormivano la moglie e la figlia, a pochi minuti da lui, Christopher Wood, un uomo qualsiasi di 34 anni, in una casa più modesta, scriveva la propria nota suicida, spiegando che non ce la faceva più a pagare le rate di quel mutuo di 460 mila dollari che la banca non avrebbe mai dovuto concedergli, ma che la società di Kellerman aveva garantito. Ha ucciso la moglie, i figli di 5,4 e 2 anni e poi se stesso. Lui, la sua famiglia, come il tesoriere di "Freddie" uccisi dallo stesso sogno quando diventa incubo: la casa.

 

 
[23-04-2009]

 

 

 

LA MELA SBUCCIATA – LA ELAN (TAIWAN) DENUNCIA L’APPLE DI JOBS PER “FURTO DI BREVETTI”: IN GIOCO LA PROPRIETà DELLA TECNOLOGIA “TOUCH SCREEN” (ALLA BASE DI iPOD E iPHONE) – ERANO 2 ANNI CHE SI CERCAVA UN COMPROMESSO….

Massimo Sideri per il "Corriere della Sera"

Steve Jobs

Sembra proprio che a Cupertino ad attendere Steve Jobs in giugno, al suo rientro dopo la lunga convalescenza, non ci saranno solo applausi. Ma anche qualche grana. Dopo l'affannosa rincorsa al fenomeno dei netbook classificati come «junk», spazzatura, solo pochi mesi prima dallo stesso Jobs, ora la Apple dovrà anche affrontare nel tribunale distrettuale di San Francisco il gruppo di Taiwan, Elan.

L'accusa sulla quale bisognerà attendere il verdetto dei giudici è «furto» di brevetti. Non è certo una prima volta nella storia dell'azienda che si è scontrata per anni con la rivale di sempre, Microsoft, e fin dai suoi esordi negli anni Ottanta ha litigato con l'altra «mela», la Apple Records, etichetta discografica dei Beatles, per il marchio.

I brevetti nella Silicon Valley sono quasi tutto. Ed escludendone il valore il Prodotto interno lordo dell'area ad alta densità tecnologica sarebbe destinato a crollare. Ma il gruppo non potrà prendere il caso sottogamba visto che in gioco è la tecnologia touch screen alla base di iPod e iPhone oltre che di alcuni computer MacBook.

La Elan, che tra le altre cose produce il mouse pad dei popolari netbook Asus EEE, ha fatto sapere di aver «deciso di procedere in tribunale dopo non essere riuscita a trovare con la Apple un punto di vista in comune ». Era da due anni che le aziende stavano cercando un accordo sui due brevetti oggetto del contrasto. Il principale è quello per ruotare e zoomare le immagini utilizzando due dita insieme.

Apple ha preferito non fornire commenti ma dalla parte di Elan c'è una vittoria ottenuta contro un'altra società statunitense, la rivale Synaptics, proprio su uno dei due brevetti contesi. Per il gruppo di Jobs che si è sempre contraddistinto per il design «cool » dei prodotti e per le tecnologie all'avanguardia il conto potrebbe essere salato: basti pensare il quarto trimestre del 2008 per l'azienda si è chiuso meglio delle aspettative proprio grazie alle vendite di iPod e iPhone.

MICROSOFT

E, anche se in un caso totalmente diverso ma pur sempre nel perimetro delle contese sui brevetti, Microsoft è appena stata condannata a pagare 388 milioni di dollari a Uniloc per un software anti­pirateria.

 

 
[10-04-2009]

 

 

Mb

  Videoinforma :  www marcobava.tk