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E' mia intenzione dare la mia disponibilità a raccogliere le deleghe per le prossime assemblee degli azionisti in Italia , chi e' intenzionato a darmele mi invii email cosi cominciamo a conoscerci :

 ideeconomiche@pec.it

 

 

LA MAPPA DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio di:

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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondati da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

 

NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE

2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...

3) TELELAVORO

4) Commercio equo-solidale.

5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN

6 ) NO TETRAPAC 

 

 

TEMI STORICI :

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO

 DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore

 (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo 

su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice

 fiscale ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 2 PARTE 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRi SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

 

 

Thanks again,

Jennifer

 

 

 

 

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 

 

 

TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

il 17.11.12 si terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA ang.V.PACCHIOTTI.

 

 <http://rassegna.governo.it/> .

DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL PRESIDENTE DELLA CAMERA

PDF -

http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

Imposta su google : www.treasury.gov/initiatives/financial-stability/investment-programs/aifp/Pages e leggi contratto FIAT CHRYSLER

 

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1 - "MORS TUA, LA VITOLA MEA" E IL BANANA RICARICA SULLA CASA/CASINO DI MONTECARLO - 2- CARTE DAL PARADISO FISCALE DI SANTA LUCIA: L’APPARTAMENTO DI AN è DEL "COGNATO" - 3- FINI HA SEMPRE NEGATO E HA AFFERMATO: "SE QUESTO SARÀ ACCERTATO, MI DIMETTO" - 4- LA DOCUMENTAZIONE ARRIVATA UNA SETTIMANA FA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI - A BREVE LA FARNESINA POTREBBE ANCHE DECIDERE DI TRASMETTERLA AL GIP DI ROMA CHE FRA POCHISSIMI GIORNI (IL PROSSIMO DUE FEBBRAIO) DOVRÀ DECIDERE SULL’ARCHIVIAZIONE O SULL’EVENTUALITÀ DI AVVIARE NUOVE INDAGINI. IL CARTEGGIO SAREBBE CUSTODITO NELLA CASSAFORTE DEL MINISTRO FRATTINI, E AL MOMENTO È TOP SECRET –

 

1- IN ARRIVO CARTE DA S. LUCIA «LA CASA È DI TULLIANI»
Fiorenza Sarzanini per il "Corriere della Sera"

 

Nuove carte spedite dal governo di Santa Lucia per dimostrare che l'appartamento di rue Princess Charlotte a Montecarlo è di Giancarlo Tulliani, il cognato del presidente della Camera Gianfranco Fini. L'indiscrezione circola in serata e sembra fornire conferma alle voci che si rincorrono già da qualche giorno. Per via diplomatica sarebbero arrivati alla Farnesina i documenti che attestano come la Timara e la Printemps, le due società off shore titolari della casa nel Principato dopo averla acquistata da Alleanza Nazionale, siano in realtà di proprietà di Tulliani.

 

Finora questa circostanza è stata sempre negata da Fini e dal suo entourage tanto che il 25 settembre scorso, in un videomessaggio trasmesso da Youtube, lo stesso presidente ha affermato: «Se questo sarà accertato, mi dimetto» .

 

Il nodo della questione è stato più volte evidenziato: l'appartamento fu lasciato in eredità da Annamaria Colleoni ad Alleanza Nazionale e dunque nel luglio 2008 Fini avrebbe sfruttato il proprio ruolo di leader nel partito consentendo al cognato di acquistarlo a un terzo del suo reale valore: 300 mila euro anziché 900 mila.

 

La procura di Roma ha chiesto l'archiviazione del procedimento per truffa avviato dopo la denuncia presentata da alcuni ex esponenti del partito, tra i quali c'è Francesco Storace. Nelle motivazioni si spiega che c'è stato un danno economico perché all'epoca della vendita, l'appartamento valeva 819 mila euro, dunque il triplo dei 300 mila euro versati dall'acquirente, la società off shore Printemps, ma nessun raggiro e dunque gli eventuali risarcimenti dovranno essere stabiliti in sede civile.

 

Non è invece entrata nel merito degli assetti proprietari pur sottolineando come in calce alla registrazione del contratto di affitto ci fosse la stessa firma- quella di Tulliani appunto - nella casella riservata al proprietario e quella per l'affittuario. In realtà una lettera nella quale si specificava come Tulliani fosse «il beneficiario reale» delle off shore era già stata mostrata dal ministro della Giustizia dell'isoletta caraibica e adesso il governo locale avrebbe inviato a quello italiano un nuovo e più attendibile certificato.

Le indiscrezioni assicurano che un ruolo in questa nuova puntata della vicenda l'avrebbe Walter Lavitola, il direttore de L'Avanti che già in passato si era mostrato vicino a Silvio Berlusconi, tanto da organizzargli una festa con un gruppo di ballerine durante il suo soggiorno brasiliano. Sarebbe stato proprio lui a mediare con le autorità di Santa Lucia per convincerle a spedire i documenti.

Ora bisognerà vedere se siano utili per l'udienza del 2 febbraio dove si deciderà se l'inchiesta debba essere davvero archiviata, tenendo conto che non sono stati i magistrati a chiederli.

2- "LA CASA DI MONTECARLO È DEL COGNATO DI FINI"
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica per Il Giornale

 

La casa di Montecarlo sarebbe direttamente riconducibile al signor Giancarlo Tulliani, cognato del presidente della Camera, Gianfranco Fini (tuttora indagato per truffa). Lo attesterebbero le conclusioni dell'indagine interna avviata dal ministero della Giustizia di Santa Lucia, l'isola dei Caraibi dove sono state create le società offshore Printemps e Timara, utilizzate per acquistare (e rivendere) l'appartamento monegasco al 14 di Boulevard Princesse Charlotte di proprietà di An.

La documentazione proveniente dal paradiso fiscale sarebbe arrivata una settimana fa al ministero degli Affari Esteri. A breve la Farnesina potrebbe anche decidere di trasmetterla al gip di Roma che fra pochissimi giorni (il prossimo due febbraio) dovrà decidere sull'archiviazione o sull'eventualità di avviare nuove indagini. Il carteggio scottante sarebbe custodito nella cassaforte del ministro Frattini, e al momento è top secret.

 

Dall'isola di Saint Lucia arrivano solo mezze conferme. Il ministro Lorenzo Rudolph Francis, contattato dal vicedirettore del tg di La7, Pina Debbi, ha confermato che le investigazioni sulle società offshore Timara e Printemps si sono concluse, ma al telefono il Guardasigilli caraibico non ha voluto aggiungere una parola di più.

Va ricordato che secondo le prime risultanze di questa stessa indagine, che Francis comunicò nel celebre "confidential memo" diretto al primo ministro dell'isola Stephenson King, era emerso che proprio il «cognato»di Fini,Giancarlo Tulliani, fosse il «beneficiario effettivo » delle due società, e dunque anche della casa monegasca.

Siamo dunque alla svolta nella ricostruzione societaria dellaproprietà del quartierino nel Principato sulla quale persino il presidente della Camera, dopo tre mesi di imbarazzo, in un videomessaggio arrivò a sollevare dubbi pesantissimi sul cognato. Dubbi palesati proprio in seguito alle rivelazioni arrivate dai Caraibi, con la lettera riservata su Tulliani «beneficial owner», datata 16 settembre 2010, pubblicata da più quotidiani di Santo Domingo e poi confermata nella sua autenticità, in due diverse conferenze stampa organizzate nella sede del governo locale, nella capitale Castries, dalle autorità di Saint Lucia.

A innescare l'indagine relativa alla lettera, spiegò l'«attorney general» Francis, il timore della pubblicità negativa per il piccolo Stato caraibico provocato dallo scandalo sollevato dal Giornale.

 

E le prime informazioni raccolte avevano fatto appunto individuare in Tulliani il «nome» coperto dalle due offshore di Saint Lucia. Ma il castello d'occultamento era ormai sotto attacco per l'inchiesta governativa. Quella che adesso si è conclusa. Il fascicolo conterrebbe, tra l'altro,anche una serie di e-mail scambiate tra i referenti delle società a cui il proprietario della casa di Montecarlo si sarebbe rivolto per «nascondersi»al momento dell'acquisto.

Il blitz a Saint Lucia del direttore dell'«Avanti» Valter Lavitola, che tanto fece discutere, era incentrato proprio su un messaggio di posta elettronica in cui James Walfenzao, il fiduciario che firmò per conto di Printemps l'acquisto dell'appartamento da An, spiega ai suoi referenti a Saint Lucia di essere preoccupato per lo scontro tra Berlusconi e Fini perché «la sorella del cliente sembra avere uno stretto legame con uno dei due politici coinvolti». Nel materiale giunto da Saint Lucia, dunque, potrebbero nascondersi molte sorprese.

 

Intanto, contro l'opposizione alla richiesta di archiviazione della procura di Roma sull' affaire monegasco, la difesa di Gianfranco Fini, indagato per truffa, si affida a una memoria difensiva presentata dai suoi legali, Giuseppe Consolo e Francesco Compagna, che in gran parte sembra far affidamento più che sulle proprie argomentazioni sulle convinzioni espresse dai pm romani.

 

Il documento è infarcito di espressioni colorite dirette al Giornale , definito «dichiaratamente ostile » a Fini. Per diluire la vistosa mancanza di congruità del prezzo di vendita, congruità negata dalle stesse autorità del Principato ( il valore tra '99 e 2008 è cresciuto del 300 per cento, non del 30), si smentisce l'esistenza di «concrete offerte» superiori al prezzo di 300mila euro a cui la casa venne venduta alla Printemps. Sulle offerte rifiutate, però, il Giornale aveva raccolto diverse testimonianze.

E così la difesa di Fini arriva a depositare come allegato l'«autosmentita » di Giorgio Mereto sul Corriere della Sera , «incautamente indicato dal Giornale come autore di una lauta offerta nel 2008», secondo i legali finiani. Peccato che quelle dichiarazioni di Mereto ( registrate, dunque a prova di smentita) erano relative alla presenza di Fini a Montecarlo, non a fantomatiche offerte dello stesso per l'immobile.

 

Eppure i legali di Fini nella memoria citano qualcuno che l'offerta l'aveva fatta eccome, ossia Filippo Apolloni Ghetti. Ma ne parlano indicandolo come interlocutore di un Fini incerto sul valore della casa, che avrebbe dato al leader una «incredibile valutazione» (1,3 milioni di euro). Dimenticandosi, dunque, che Apolloni Ghetti ha dichiarato pubblicamente di essersi offerto, direttamente con l'ex delfino di Almirante, per comprare quella casa, nel 2002, per un milione di euro.

Fu Fini a rifiutare, per ragioni di opportunità, di vendere a un dirigente dell'allora An la casetta del Principato. Quella in cui sei anni dopo, grazie alla cessione alle «misteriose» ma non troppo offshore, è andato a vivere il «cognato », Giancarlo Tulliani. Diventato inquilino dopo l'interessamento personale ai lavori di ristrutturazione della sorella Elisabetta e solo dopo l'installazione della famosa cucina Scavolini acquistata da Fini e signora a Roma, che s'è dimostrato essere stata montata a Montecarlo come le fotografie pubblicate dal Giornale il 28 settembre attestano. Al di là di ogni irragionevole dubbio.

 25-01-2011]

 

 

1 - NON SOLO MONTECARLO: “IL MONDO” SCOPRE CHE LA STRANA COPPIA ROTONDI-CUTRUFO HA A CHE FARE CON L’ACQUISTO DI UNA TORRETTA A BEVAGNA (PERUGIA) DI PROPRIETÀ DELLA VECCHIA DC PASSATA DIVERSE VOLTE DI MANO NEL CAOS POST-TANGENTOPOLI - 2 - UN VERO AFFARE (85MILA E 70MILA €) PER LA SOCIETÀ EDITORIALE DEL MINISTRO E PER L’IMMOBILIARE DELLA MOGLIE DEL VICESINDACO DI ALE-DANNO. E ORA, ADEGUATAMENTE RISTRUTTURATO, LO STABILE È IN VENDITA - 3 - CHE IMBARAZZO PER LA POLIZIA MUNICIPALE E IL SINDACO RIFONDAROLO CHE CADE DALLE NUVOLE, ANCHE SE IL MUNICIPIO E IL PALAZZO SONO SULLA STESSA STRADA -

Marco Persico per "Il Mondo"

 

Dalle sezioni della Democrazia cristiana ad affari privati dei nuovi dirigenti cattolici. Alcuni di quelli che negli anni Novanta tra i gorghi di tangentopoli sono riusciti a cavalcare la cresta dell'onda salendo ai piani alti di piazza del Gesù e della politica nazionale. Arrivando a mettere le mani sulla ricca eredità della Balena bianca.

 

In tutto circa 300 immobili all'inizio della dismissione dopo il crollo della Dc. Finiti in gran parte in una girandola di cessioni e acquisizioni non tutte proprio lineari e cristalline. E ora si aggiunge il sospetto che nei vari passaggi di mano qualche chicca sia scivolata direttamente o indirettamente più o meno sotto costo nelle tasche di qualcuno di quei dirigenti. In qualche caso per essere poi rimessa in circolazione a prezzi di mercato.

Per le dieci stanze «con annessa torretta medievale» dell'aristocratico palazzotto di Bevagna, nel cuore dell'Umbria, saggiamente divise, la società editoriale che fa capo al ministro Gianfranco Rotondi e l'immobiliare del senatore del Pdl Mauro Cutrufo, attuale vicesindaco di Roma, e di sua moglie, Danila Gibiino, la Chiaralba srl, hanno spuntato un prezzo davvero niente male. Rispettivamente 85 mila e 70 mila euro. E la trattativa non deve essere stata neanche particolarmente lunga e difficile perché dall'altra parte del tavolo come venditore c'era sempre lui, Rotondi, ma nelle vesti di tesoriere del Cdu.

 

Non solo. Se si seguono le tracce catastali dell'appartamento si scopre che il Cdu di Rotondi l'aveva acquistato nel 2003 dall'Immobiliare Universo, una di quelle scatole societarie in cui il costruttore veronese con la finanza alle calcagna per una serie di presunte bancarotte fraudolente aveva travasato circa 130 immobili dell'impero democristiano, da poco acquistati, facendoli sparire oltreconfine, in Croazia (il Mondo, 49 e 50). Ma ora salta fuori che la proprietà di quelle dieci stanze di Bevagna non è andata molto lontano: non in Croazia, ma metà ad Avellino e l'altra metà a Roma, appunto.

AMICI E VICINI DI CASA IN UMBRIA
«Non credo che il proprietario gradirà. E' uno molto in vista della politica di Roma. Francamente a questo punto devo parlarne con il comandante». Dicembre 2010. Bevagna, provincia di Perugia. Uno dei cento borghi medievali più belli d'Italia, a 250 metri sul livello del mare e a due passi da Assisi e Spello. La voce della donna che risponde al centralino della locale polizia municipale è incerta, spiazzata dalla questione che le è piovuta addosso. Le abbiamo chiesto l'indirizzo della vecchia sede della Dc lì a Bevagna e un contatto con chi l'ha acquistata. Che fine ha fatto? E' la seconda volta che ci proviamo nel giro di un'ora.

 

Inizialmente il tono è disponibile. «Nessun problema», risponde. Anzi, «datemi qualche minuto e vedrete che riuscirò anche a farvi aprire le porte dello storico palazzo di corso Matteotti 86». Ecco la prima informazione. I democristiani di Bevagna avevano stabilito il loro quartier generale nel cinquecentesco Palazzo degli Antici (la nobile famiglia recanatese che tra i suoi discendenti diretti vanta Giacomo Leopardi).

 

Ma come sia andata la conversazione tra la poliziotta e il suo comandante lo possiamo immaginare. Le porte del palazzo sono rimaste chiuse e nella seconda telefonata il registro è cambiato: «La questione si fa delicata. Non sono autorizzata». Nel frattempo devono averle detto che «quel secondo e terzo piano con annessa torretta medievale», 10 stanze per circa 200 metri quadrati con tanto di volte affrescate («affreschi ottocenteschi», dicono fonti del luogo) e stemmi araldici sul portale è finito indirettamente nelle mani di Rotondi per 85 mila euro e nel portafoglio dell'immobiliare del senatore e vicesindaco di Roma, Mauro Cutrufo, e signora, che per l'operazione ha sborsato circa 70 mila euro.

Un condominio anche piuttosto ben referenziato quello di corso Matteotti 86: tra i proprietari degli altri appartamenti del palazzotto ci sono gli eredi della scrittrice e attrice Elsa de' Giorgi, nobildonna pesarese, moglie del conte Sandro Contini Bonacossi e negli anni Cinquanta amante di Italo Calvino.

 

AFFARI IN FAMIGLIA
Cutrufo si è fatto tutta la gavetta politica da democristiano doc. Da consigliere comunale fino a vicesegretario nazionale del Cdu prima e della Democrazia cristiana di Rotondi poi. Insomma, un vecchio compagno di strada. A parte quella sbandata nel 1996, quando è entrato a Montecitorio con i popolari dell'Ulivo per poi ripensarci nella stessa legislatura e unirsi a Buttiglione e Rotondi che facevano rotta verso destra. E dalla radiografia catastale di «quel secondo e terzo piano con annessa torretta medievale» si ha l'impressione che Rotondi e Cutrufo abbiano tirato su una parete e da buoni amici se li siano divisi.

 

A conti fatti anche equamente. Perché nella spartizione Rotondi ha preferito non separarsi dalle sale affrescate e Cutrufo ha scelto la torretta medievale. Neanche il vicesindaco rifondarolo di Bevagna ha molta voglia di parlare di questa storia. Anzi, fa quello che cade dalle nuvole. «Del resto non posso accorgermi di tutto quello che si muove in paese». Come dargli torto tenendo conto che nella metropoli umbra, tolte le sette frazioni, si muoveranno più o meno mille anime? E che tra il Municipio (Palazzo Lepri, corso Matteotti 58) e l'appartamento di Palazzo Antici ci sono ben oltre dieci numeri civici di distanza?

In effetti, però, i due vicini di casa non hanno molta voglia di dar pubblicità alla cosa. Cutrufo quelle sei stanze che gli sono toccate in sorte le ha acquistate attraverso la srl di famiglia, l'immobiliare Chiaralba, di cui la moglie è amministratrice unica e socia insieme all'altra società dei coniugi Cutrufo, la Sathya. Ma Cutrufo e consorte non vogliono essere tirati in ballo. La moglie Danila Gibiino in una specie di diffida preventiva scrive che «non conosco con precisione il contenuto della suddetta inchiesta giornalistica, ma denuncio la totale estraneità della società che rappresento nelle vicende che riguardano l'oggetto trattato nel vostro settimanale, salvo l'acquisto di una porzione di un appartamento semidistrutto in località Bevagna».

 

E Cutrufo ripete che lui con la dismissione degli immobili dell'ex Dc non c'entra niente. E quell'appartamento a Bevagna? «E' una cortesia che ho fatto a Rotondi», dice. E sarà senz'altro così se il ministro si prende la briga di confermare: «E' quasi un punto di onore. Ma in effetti voglio precisare che Cutrufo ha risposto a un mio appello».

 

Una cortesia a Rotondi, allora. Ma già che c'era l'immobiliare di Cutrufo e signora ha fatto circa 70 mila euro di lavori lì a Bevagna, frazionando le sei stanze e ricavandone complessivamente quasi dieci vani. E oggi il cartello affisso sul portone dice: «Totalmente ristrutturata impresa vende torretta medievale».

Rotondi, invece, «punto di onore» a parte, semplifica la faccenda con un chiaro e tondo: «In Umbria non ho immobili intestati». E ha perfettamente ragione. Ma quando il suo Cdu ha deciso di vendere l'altra porzione dell'appartamento di Bevagna il ministro di Avellino non ha trovato soluzione migliore che proporlo alla cooperativa editoriale avellinese la Balena bianca. Incidentalmente, si tratta della società che pubblica il suo giornale, Democrazia cristiana. E l'amministratore unico è Alfredo Tarullo, direttore della testata ma soprattutto suo storico addetto stampa, oggi con lui al dicastero dell'Attuazione del programma. Quello stesso Tarullo che dal 2007 è l'uomo di Rotondi nella Siae e fino a un anno fa nella finanziaria Altachiara. [07-01-2011]

“IL MONDO” È ROTONDI - IL MINISTRO REPLICA AL SETTIMANALE: “CASA BEVAGNA ERA UNA VECCHIA BICOCCA COL MUTUO INCAGLIATO E UN’ISCRIZIONE PREGIUDIZIEVOLE. CHIESI A DUE AMICI LA CORTESIA DI RILEVARSI IL MUTUO, LORO LO FECERO E SUBITO HANNO MESSO IN VENDITA LA CASA. CHI VUOLE SE LA PRENDA ALLO STESSO PREZZO… - -

Riceviamo e pubblichiamo:

 

Caro Dago, casa Bevagna, ultimo immobile rimasto al Cdu, era una vecchia bicocca col mutuo incagliato e un'iscrizione pregiudizievole. Chiesi a due amici la cortesia di rilevarsi il mutuo, loro lo fecero e subito hanno messo in vendita la casa. Chi vuole se la prenda allo stesso prezzo e se troviamo un volontario, ringraziamo "Il Mondo" del presunto scoop.

Cordialmente,
Gianfranco Rotondi07-01-2011]

 

 

A CHI L’ATAC? A NOI! - DEDICATO A CHI PENSAVA CHE NON FOSSERO PIÙ I FASCI DI UNA VOLTA - ECCO COSA SI DICONO SU FACEBOOK L’EX NAR FRANCESCO BIANCO (ASSUNTO DALLA MUNICIPALIZZATA) E ALTRI AMICI MENTRE PASSA UN CORTEO DI MANIFESTANTI: “C’HO I ROSSI QUA SOTTO ALLA RIMESSA, TIRIAMOGLI LA PECE O DUE COLPI DI MORTAIO...”; “NAPALM A PIOGGIA FRA’…” - LA SVOLTA FILO-ISRAELIANA DI GIAN-BECCHINO E SOCI NON SEMBRA AVER FATTO BRECCIA: “ME SEMBRANO PACIFICI… LASCIALI PASSA’”. “GIUSTO PACIFICI... PRATICAMENTE GIUDEI”…

Claudio Marincola per "Il Messaggero"

«C'ho i rossi sotto la rimessa», avverte via Facebook Francesco Bianco. E Stefano risponde all'appello: «..che famo...caricamo». «Napalm a pioggia Fra'...», suggerisce Silvia, anche lei neoassunta. Alla conversazione si aggiungono via via altri impiegati e iscritti del social-network.

 

La scena si può immaginare. Si svolge sopra e sotto la rimessa dell'Atac, ex sede di Trambus, tra le 15,20 e le 15,48 di mercoledì scorso. Il corteo degli studenti arriva sotto la rimessa e passa proprio vicino agli uffici amministrativi. L'idea è portare «solidarietà ai lavoratori dell'azienda di trasporto vicina al collasso economico», «invitarli a manifestare con noi».
Slogan su parentopoli, qualche striscione, cori poco convinti. Qualche autista familiarizza con i manifestanti ma nessuno si aggiunge al corteo. Più su qualche finestra si apre e subito si richiude. Tutto tace.

 

 

Fin qui le immagini di quel giorno. Il resto, quello che accadde nelle stanze, lo seguiamo su Facebook dalla bacheca di Francesco Bianco, un ex dei Nar assunto all'Atac. Contenuti visibili a tutti. «Ero tentato da tirà qualcosa dal terrazzo, ma co 'sta panza rischiavo de cade' de sotto», chatta Bianco, che non si è fatto mancare niente. Forza Nuova, i raid con Giusva e Cristiano Fioravanti, Giovanni Alibrandi e Franco Anselmi.

«Processato per rapine, aggressioni, omicidio e tentato omicidio», ricordarono i giornali, quando il 3 dicembre scorso venne fuori la storia della sua assunzione come impiegato. Il suo nome si aggiungeva a un elenco, una "fascistopoli", ramificazione interna della stratificata parentopoli Atac.

 

Il nome di Bianco venne associato all'altro ex estremista. Gianluca Ponzio, anche lui assunto all'Atac come capo del servizio relazioni industriali, buon amico di Antonio D'Inzillo e vicino a Gennaro Mokbel, implicato nello scandalo Finmeccanica, nonché in contatto con Stefano Andrini, ex di Terza Posizione assunto dall'a.d. Panzironi e promosso manager Ama.

Ma torniamo alla nostra bacheca. Jessica alle 15,23 fa notare: «Me sembrano pacifici..lasciali passa'». E Silvia, sempre lei, alle 15,29: «giusto pacifici... praticamente giudei», dove il riferimento al presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici è più di un sospetto.

Insomma, sarà pure uno scherzo ma si va decisamente sul pesante. Tanto da confermare che qualcosa sui criteri di selezione adottati da Atac nella scelta del personale non ha funzionato.

Bianco intanto consiglia ai manifestanti: «Annate a lavora'e se non ci riuscite fatevi raccomanda'». Susanna sembra meno interessata al dialogo, più ai metodi. Al napalm preferisce, «il classico olio bollente efficace ed ecologico». E Bianco propone una gamma di soluzioni alternative: «Due colpi di mortaio? Pece bollente o piume d'oca? L'ho sempre detto che le donne nostre so' più tranquille...». E infatti Jessica: «L'olio bollente non è ecologico, inquina! sono per due sane manganellate...sono per l'attività fisica!». E due righe più avanti «...me so' scordata...pure due carci al culo». Susanna però insiste: «No, l'olio è ecologico se lo prepari secondo la "tradizione"...». Ma Silvia non recede, torna alla carica, ispirata forse da Apocalypse Now, la scena è quella degli elicotteri, accompagnati dalla Cavalcata delle valchirie di Wagner «...napalm come se piovesse...non lascia tracce e disinfetta».

 

Prima però Bianco saluta e se ne va. Su Facebook ha altri amici, tipo Andrea Insabato (ex Nar, pluricondannato) o Luigi Ciavardini (accusato per la strage di Bologna). Strano che l'Atac se li sia fatti scappare. 27-12-2010]

 

 

Nemmeno il santo natale addolcisce sallustoni: "Un milione di euro a Fini e Bocchino" - Ai pm di Napoli il memoriale di un assessore comunale: così l’imprenditore Romeo finanziava i politici per garantirsi gli appalti. La fonte: un assessore morto suicida – Bocchino: “Cazza¬te. Soldi da Romeo? Mai avuti. Sono cazzate che vi servono per fare un po’ d’ammuina

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per Il Giornale

Politici, appalti, voci di misteriosi fi¬nanziamenti: un milione di euro, per l'esat¬tezza. L'ultima novità giudiziaria dal fronte partenopeo si ricollega all'inchiesta Romeo, quella sull'appalto «Global service» per la manutenzione delle strade del comune di Napoli.

Un terremoto giudiziario che vide il suicidio di uno degli assessori del sindaco partenopeo Rosa Russo Iervolino, Giorgio Nugnes, e l'arresto di altri quattro, due dei quali mentre erano ancora in carica. E che coinvolse anche il livello politico nazionale, con il figlio di Antonio Di Pietro intercettato e con due parlamentari indagati per i quali fu invano chiesto l'arresto: Renzo Lusetti prima Pd e ora Udc, e Italo Bocchino, all'epoca an¬cora in An.

 

Del figlio di Di Pietro non s'è più saputo nulla. La posizione dei due politici è stata invece stralciata e poi archiviata, il pro¬cesso per gli altri si è chiuso con l'assoluzione degli assessori e dello stesso Romeo, condan¬nato però a due anni per corruzione, insieme all'ex provveditore alle Opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone.

Ed è proprio sui rapporti tra Bocchino e l'imprenditore Alfredo Romeo che si incen¬tra, oggi, un nuovo documento presentato al¬la procura di Napoli da un ex consigliere co¬munale napoletano della Margherita, Mau¬r¬o Scarpitti, molto vicino a Nugnes.

 

Per capi¬re di co¬sa si tratta occorre rifarsi all'inchiesta ¬madre dove Bocchino fu coinvolto per una serie di intercettazioni in cui il politico, secondo i ma¬¬gistrati, sembrava spender¬si con l'amico imprendito¬re per agevolare il ritiro dal consiglio comunale di una serie di emendamenti ostruzionistici per la deli¬bera Global service.

 

Per esempio, il 27 marzo del 2007, gli inquirenti registra¬no una telefonata tra l'espo¬nente di Fli e l'imprendito¬re. Secondo i pm, poi smen¬titi dall'evoluzione del pro¬cedimento, era indicativa di una trattativa per «am¬morbidire » l'opposizione di centrodestra, anzi il gruppo di Alleanza nazio¬nale, che aveva presentato «un'ottantina di emenda¬menti » per rallentare il via libera al Global service.

Bocchino, che non ha mai negato l'amicizia con Romeo, da subito smentì sdegnato il ruolo che i pub¬blici ministeri gli avevano cucito su misura. Sostenen¬do con i magistrati napole¬tani che lo interrogarono che all'epoca dei fatti lui, nel gruppo partenopeo di An, non contava politica¬mente nulla.

 

Quanto ai so¬spetti sull'appalto Global service, il giudizio di primo grado ha provveduto a fu¬garli. Ma la questione solle¬vata adesso da Scarpitti è ben diversa. L'ex consiglie¬re h a consegnato al pm par¬tenopeo Giancarlo Novelli, titolare di un'inchiesta «pa¬rallela » su Nugnes e l'im¬prenditore Vincenzo Cotu¬gno, una memoria relativa a un incontro che si tenne all'hotel Vesuvio nella pri¬mavera del 2005.

 

Oltre a Scarpitti, c'erano Nugnes, un altro consigliere comu¬nale e Cotugno. Nugnes, racconta Scarpitti, «si sof¬fermò sulla gara del Global service (...) sui suoi rappor¬ti con Romeo, sui rapporti stretti da quest'ultimo con Francesco Rutelli, Ciriaco De Mita, Rosa Russo Iervoli¬no, sul delicato equilibrio che Romeo cercava di rag¬giungere anche con il cen¬trodestra ». E quest'ultimo tema venne «ripreso suc¬cessivamente - prosegue la memoria - durante una ce¬na tra simpatizzanti della Margherita».

A tavola Nu¬gnes, appena nominato as¬sessore ai Lavori pubblici, raccontò «che oramai era pronta la gara del Global service, grazie anche alla copertura politica garanti¬ta dal centrodestra, e in par¬ticolare dai buoni uffici rag¬giunti da Romeo con Fini, tramite Italo Bocchino». Fin qui, la sostanza è la stessa del teorema dei pm nell'inchiesta del 2008. Ma Scarpitti aggiunge qualco¬sa. Dice che Nugnes preci¬sò «che un cospicuo finan¬ziamento era stato dato a Fi¬ni per il tramite di Bocchi¬no, contributo stabilito nel corso di una gita sulla bar¬ca di Romeo». E l'assessore morto suicida «aggiunse che proprio questo finan¬ziamento era stato fonda¬mentale per il riavvicina¬mento di Bocchino al suo presidente».

 

Ed è ancora Scarpitti a mettere in re¬lazione il presunto finan¬ziamento, e il conseguente riavvicinamento Bocchino-Fini, con il ritiro degli «emendamenti pregiudi¬zievoli alla delibera sul Glo¬bal service». Accuse, ovvia¬mente, tutte da dimostra¬re. Uno dei partecipanti a quella cena, al Giornale , conferma le parole di Scar¬pitti riservandosi di farsi avanti qualora il pm inten¬da approfondire.

 

Ma l'im¬prenditore e il politico tira¬ti in ballo dalla memoria, contattati dal Giornale , smentiscono tutto. «Scar¬pitti? No, non lo conosco. Quanto al resto, sono ovvia¬mente strabiliato da tutte queste chiacchiere. Finan¬ziamenti a partiti? Se n'è parlato solo per la Marghe¬rita, ma era una vicenda che con questa non c'entra nulla. Soldi a Bocchino as¬solutamente non li ho dati, non dovreste nemmeno chiedermelo, anche se ap¬prezzo la correttezza di avermi telefonato. Direi che si tratta di fantasie, non so da chi inventate, fatte di¬re da un poveretto che non c'è più».

Lapidario il com¬mento di Bocchino: «Cazza¬te. Soldi da Romeo? Mai avuti. Peraltro lo conosco da anni e non credo che ab¬bia una barca. Scarpitti, in¬vece, non l'ho mai nemme¬no sentito nominare. E Nu¬gnes è morto. Sono cazzate che vi servono per fare un po' d'ammuina ».

 24-12-2010]

 

MA QUANTI COGNATI HA GIAN-BECCHINO? - STAVOLTA È IL MARITO DELLA SORELLA DELL’EX MOGLIE DANIELA A METTERE IN IMBARAZZO IL PRESIDENTE DELLA CAMERA - CHE PROBLEMA IL TRASLOCO DI MOBILIA (ANTONIO), DG DELL’OSPEDALE MILANESE SAN CARLO - FORMIGONI LO SCARICA A FAVORE DEL LEGHISTA GIUSEPPE ROSSI, E A POCO SERVONO LE RACCOMANDAZIONI DI ROMANO LARUSSA (FRATELLO DI), ANCHE PERCHÉ TRA MEDICI E INFERMIERI NON LASCIA UN BEL RICORDO, MA UN BUCO DA 40 MLN €…

Alessandro Da Rold per Lettera 43

 

C'è un uomo preoccupato che in questi giorni si aggira per i corridoi dell'Ospedale San Carlo di Milano. È il direttore generale Antonio Mobilia che giovedì 23 dicembre 2010 potrebbe non vedersi confermata la sua carica dalla giunta lombarda del presidente Roberto Formigoni. Giovedì prossimo, infatti, si conosceranno i nuovi nomi della sanità lombarda. A Mobilia, sposato con la sorella di Daniela Di Sotto, prima moglie del presidente della Camera Gianfranco Fini, non sembrano essere bastate le raccomandazioni di Romano La Russa, fratello di Ignazio, sua ultima sponda al grattacielo Pirelli. Il suo posto andrà con tutta probabilità a un uomo della Lega Nord, già individuato in Giuseppe Rossi, chitarrista della band del ministro dell'Interno Roberto Maroni.

 

UN INSEGNA DA 200 MILA EURO.
Del resto, Mobilia, non lascia un ospedale in salute. Poco apprezzato da infermieri e medici per i suoi metodi repressivi in accoppiata con il direttore sanitario Savina Bordoni, durante il suo mandato, oltre a un'insegna nuova dell'ospedale costata più di 200 mila euro, ne sono successe di tutti i colori.

 

Venerdì 17 settembre 2010, (di certo il giorno non ha scaramanticamente aiutato), uno dei nove ascensori è andato in caduta libera per oltre trenta metri. E i passeggeri sono rimasti chiusi all'interno per un'ora abbondante. D'altra parte, gli impianti risalgono al 1967, quando all'inaugurazione presenziò l'allora presidente del Consiglio Aldo Moro. I costi di manutenzione secondo una stima approssimativa si aggirano intorno ai 2 milioni di euro. Ma in questi anni Mobilia ha pensato ad altro, visto che al momento tre ascensori sono ancora bloccati.

IL PASSATO DI MOBILIA
Abruzzese dell'Aquila, il momento d'oro dell'attuale direttore generale del San Carlo risale al 1999 quando fu messo a capo della Asl città di Milano. I dipendenti di corso Italia ricordano soprattutto il suo braccio destro, la già citata Bordoni, che brillava per la sua intransigenza: quando qualcuno protestava veniva spostato in altri reparti. Al termine del suo mandato Mobilia precipitò pure nella classifica regionale dei migliori manager della sanità lombarda. Ma l'ex cognato del presidente della Camera se lo ricordano anche al tribunale di Milano, quando i pm che indagavano sullo scandalo Santa Rita, l'ospedale degli orrori, intercettarono una sua telefonata con il socio unico della Clinica Francesco Pipitone.

 

L'OSPEDALE DEGLI ORRORI.
«Se ci stanno a intercettà ci arrestano tutti e due», si raccontavano l'un l'altro nel 2007. Mobilia, infati, fino al dicembre di quell'anno non solo firmava il contratto di finanziamento con il Santa Rita per l'Asl, ma decideva anche sulla eventuale sospensione della convenzione in caso di problemi. A settembre di quello stesso anno, infatti, l'uomo in quota An, sospese l'accreditamento del Reparto di chirurgia toracica del Santa Rita, dopo una verifica dei Noc (Nuclei operativi di controllo) dell'anno prima, ma poi riaccreditò l'istituto dopo soli due mesi.

Persino dopo lo scandalo delle operazioni fasulle per gonfiare i contributi regionali lui e Pipitone rimasero in ottimi rapporti. Tanto che nel maggio del 2008, in un'altra intercettazione, fu lo stesso notaio della clinica a raccomandare un dirigente da assumere nella direzione sanitaria. Scampato al pericolo Santa Rita, da cui è uscito indenne, Mobilia ha trovato casa al San Carlo.

 

DAL BUNKER ALL'ELIPORTO
«Qui i problemi sono tanti. L'ospedale cade a pezzi», dice a Lettera43.it il sindacalista Gianni Santinelli, del Collettivo lavoratori ospedalieri. «Dal 1992 chiediamo di intervenire sul problema dell'amianto. Al momento abbiamo una vertenza con l'amministrazione per arretrati di circa un milione e 400 mila euro». Nel maggio del 2008, quando arrivò, disse che l'ospedale andava completamente rifondato. Tutt'ora i muri esterni, per un ospedale da 537 posti letto con 18 mila ricoveri all' anno, sono a rischio sgretolamento.

In realtà, dopo tre anni, le cose sono rimaste più o meno le stesse, a parte l'assunzione di almeno 60 uomini della Asl di Milano, una ristrutturazione degli uffici dei manager (circa 180 mila euro) tra cui il «bunker» personale del direttore generale, la creazione di un eliporto (che costa ogni mese 12 mila euro) e svariati appalti esterni per circa 200 mila euro ciascuno.

 

GLI APPALTI IN SICILIA.
L'appalto per la costruzione e gestione dell'eliporto è stato affidato a Elisicilia, che ha sede a Raganzino, provincia di Ragusa, in Sicilia. A proposito di appalti, al San Carlo se ne occupa l'ex direttore amministrativo della Asl milanese, Giuseppe Grisolia. In pensione da qualche anno, a Grisolia è stato assicurato uno stipendio di circa 49 mila euro l'anno.

L'ufficio di Mobilia, invece, è difficilissimo da "espugnare". Un medico che chiede l'anonimato racconta che «è praticamente impossibile raggiungerlo. Ci sono telecamere dappertutto e una segretaria che sorveglia chi entra e chi esce».

Nel giro di tre anni l'ospedale, che costa circa 200 milioni di euro l'anno con un fatturato di 190, è andato a picco sui conti. Attualmente il buco è di circa 40 milioni di euro, ma non è detto che nel frattempo non si sia approfondito: per avere un quadro bisognerà aspetterà gennaio con la chiusura del bilancio 2010. Se ne occuperà ancora Mobilia oppure il maroniano Rossi? «Il punto non è Mobilia», conclude Santinelli, «sono gli uomini che sono arrivati insieme a lui: ci vorrebbe un pullmann per portarli via».22-12-2010]

 

 

per chi suona la campania? per Lavitola! - NUOVA LOGGIA da far sloggiare nel mirino del centauro Woodcock - tra caramba infedeli, avvocati curiosoni e compilatori di dossier, Perquisita la casa del mitico editore dell’Avanti, quello che recupero’ il documento caraibico che inchioda i Tullianos alla proprieta’ dell’appartamento di Montecarlo - il ruolo delL’EX PM PAPA, IL DEPUTATO PDL che FINÌ NELL’INCHIESTA POSEIDONE DI DE MAGISTRIS…

Marco Lillo e Antonio Massari per "il Fatto Quotidiano"

 

1 - NUOVA LOGGIA CAMPANIA...POLITICI, FUNZIONARI E AFFARISTI: UN'ALTRA LOBBY SOTTO IL VESUVIO LA PROCURA DI NAPOLI FA PERQUISIRE LA CASA E IL QUOTIDIANO DI LAVITOLA
Sono state 48 ore movimentate per Valter Lavitola. Due giornate difficili anche per un tipo tosto come l'editore amico di Silvio Berlusconi, abituato a maneggiare nell'interesse del suo leader e amico indagini transoceaniche e dossier scivolosi tra le due sponde dell'oceano, come avvenuto nel caso Fini-Montecarlo.

Lavitola è divenuto famoso quando è volato fino all'isola caraibica di Saint Lucia per trovare le prove utili per dimostrare le malefatte immobiliari del cognato del presidente della Camera Gianfranco Fini. Missione compiuta quando ha pubblicato sul suo giornale, L'Avanti, la lettera del commercialista James Walfenzao al ministro della giustizia di Saint Lucia che "incastrava Tulliani". Stavolta l'editore socialista che per anni ha gestito un'impresa che commercializza pesce in Brasile, potrebbe essere rimasto vittima della sua passione per le carte scottanti.

 

Mercoledì l'editore dell'Avanti, è stato sentito dai pm di Napoli sui suoi rapporti con un maresciallo del Ros, Enrico La Monica, e con altri soggetti molto più potenti di questo carabiniere 43enne, che per l'accusa appartengono a un'associazione segreta "vietata dall'articolo 18 della Costituzione in seno alla quale venivano svolte attività dirette a interferire sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale".

 

In parole semplici i pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio, coordinati dall'aggiunto Francesco Greco, ritengono di avere individuato una sorta di P4, dopo la cosiddetta P3 scoperta a Roma dal pm Giancarlo Capaldo.

Lavitola non è indagato ma i pm lo hanno messo nel mirino perché sospettano che il principale indagato, il maresciallo dei carabinieri del Ros Enrico La Monica, in virtù dei "rapporti di fiducia" con l'editore dell'Avanti gli abbia affidato documenti delicati e altre cose da custodire.

Dopo averlo sentito mercoledì sui suoi rapporti con il maresciallo del Ros e con le altre persone indagate per appartenenza all'associazione segreta vietata dalla legge Anselmi e per rivelazione di segreti di ufficio, i pm lo hanno perquisito ieri.

 

L'editore nega tutto, persino l'esistenza dell'indagine: "Non è vero nulla, non sono stato né sentito né perquisito", dice in serata a il Fatto Quotidiano. Ma la realtà è un'altra: i pm hanno disposto la perquisizione ieri della sede del giornale "L'Avanti" in via del Corso 117 e della sua residenza romana. Nessuno ha molta voglia di parlare di questa indagine che si svolge in gran segreto dal luglio scorso. I pm nelle scorse settimane hanno sentito molti magistrati, come il presidente Umberto Marconi, già coinvolto nell'inchiesta sulla P3, e anche politici come Mara Carfagna.

Su cosa stanno lavorando i pm Curcio e Woodcock? Un "sistema parallelo" nel quale operano soggetti che sono "espressione dello Stato" e del "mondo degli affari". Questa sorta di P4 spunta all'ombra del Vesuvio ma ha probabilmente la sua testa a Roma dove può contare su personaggi di prima grandezza. Al livello più basso c'è il sottufficiale dell'Arma dei Carabinieri indagato e perquisito ieri: Enrico La Monica, ben introdotto nei palazzi di giustizia napoletani anche perché è stato in passato molto legato a una donna magistrato sotto il Vesuvio.

 

Reati contro la pubblica amministrazione e contro l'amministrazione della giustizia: la loggia occulta agiva ad ampio raggio e - come nel caso della "P3" - tentava di interferire "sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali". Anche l'avvocato Patrizio della Volpe di Santa Maria Capua a Vetere è stato perquisito ieri ed è indagato. I pm ora però hanno messo nel mirino un soggetto molto più importante: Alfonso Papa, ex magistrato napoletano, oggi parlamentare del Pdl e membro della commissione Giustizia.

Perquisito anche Raffaele Balsamo, rivenditore di telefonini titolare di alcuni negozi a Napoli. Secondo l'ipotesi dell'accusa Balsamo, in passato arrestato e condannato definitivamente per associazione a delinquere e ricettazione, forniva ai membri di questa sorta di P4 numerose schede di telefonini intestate fittiziamente a extracomunitari per permettere loro di parlare senza rischiare di essere intercettati.

 

Ma di cosa parlavano gli indagati? ll maresciallo La Monica per i pm era in grado di acquisire notizie "riservate e secretate inerenti anche a procedimenti penali in corso". Per i pm napoletani, il gruppo occulto aveva creato "un vero e proprio 'sistema parallelo' e surrettizio, gestito sia da soggetti formalmente estranei alle istituzioni pubbliche e alla pubblica amministrazione sia, invece, da soggetti espressione dello Stato".

2 - L'EX PM PAPA, IL DEPUTATO PDL FINÌ NELL'INCHIESTA POSEIDONE DI DE MAGISTRIS...
Alfonso Papa non figura tra le persone perquisite ieri né il suo nome è presente nel decreto notificato al maresciallo del Ros Enrico La Monica, indagato per violazione della legge Anselmi insieme a un gruppo di altri soggetti molto più importanti e potenti di lui.

 

I magistrati napoletani in questi giorni hanno sentito molte persone importanti: politici come il ministro Mara Carfagna e magistrati come Umberto Marconi, già capo della Corte di appello di Salerno, poi trasferito alla sezione lavoro della Corte di Napoli, in seguito al coinvolgimento nelle intercettazioni dell'indagine sulla cosiddetta P3.

Marconi non è indagato ed è stato sentito come testimone per la sua grande conoscenza dei magistrati campani, essendo stato per vent'anni un punto di riferimento di Unicost, e dal 1986 al 1990 un membro influente del Csm. Al Fatto Quotidiano risulta che al centro dell'attenzione della Procura di Napoli nelle domande poste ai testimoni in questi giorni è un ex magistrato ora approdato in Parlamento.

Si tratta di Alfonso Papa, 40 anni, napoletano, già pubblico ministero a Napoli, poi alto dirigente del ministero sia con centrodestra sia con il centrosinistra, ora deputato del Pdl e influente membro della commissione giustizia della Camera. Papa è stato vicecapo di gabinetto quando il dicastero era retto dal leghista Roberto Castelli ed è poi stato promosso direttore generale degli affari civili quando Clemente Mastella era il guardasigilli del governo di Romano Prodi.

 

Il nome di Papa era già apparso, ma mai iscritto nel registro degli indagati, negli atti dell'indagine Poseidone di Luigi De Magistris. Quando l'allora pm di Catanzaro aveva perquisito l'ufficio di Antonio Saladino, leader della Compagnia delle Opere nel Mezzogiorno, aveva trovato una lettera firmata da Massimo Stellato, agente dei servizi segreti militari italiani, che raccomandava un'azienda di Padova, la Meeting service, per alcuni lavori molto delicati nell'ambito del progetto E-justice proprio ad Alfonso Papa, allora vice-capogabinetto del ministro Roberto Castelli.

 

Nella lettera si legge: "L'azienda risulta in possesso di qualificate risorse umane, conoscenze progetti e software ad alta tecnologia destinati a consentire l'accesso riservato via web al fascicolo dibattimentale (progetto e-justice) nonché programmi gestionali destinati alle Cancellerie dei Tribunali (office automation), trattasi di azienda ben referenziata presso Tribunali e Procure, Csm, Reparti investigativi dello Stato, meritevole", scriveva Stellato a Papa, "a mio modesto parere di attenzione per l'atteso sviluppo delle procedure informatiche del ministero della Giustizia".

Chissà che fine avrà fatto poi quella raccomandazione. Una cosa è certa, scartabellando i faldoni delle vecchie indagini di Catanzaro si scopre che il numero telefonico di Alfonso Papa era stato contattato dal funzionario dei servizi segreti che scriveva quella lettera, ma anche da molti altri illustri indagati delle indagini Poseidone e Why Not dell'ex pm ora europarlamentare.

 

Tutti i soggetti in questione sono poi stati archiviati ma la lettura dei tabulati è utile per descrivere l'ambito dei rapporti dell'attuale parlamentare del Pdl quando era ancora un magistrato prestato al ministero. Papa aveva molti contatti telefonici con l'imprenditore Valerio Carducci, con il generale della guardia di finanza Fabrizio Lisi, con il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa e con personaggi dalle pubbliche relazioni variegati e altolocati come Luigi Bisignani.

La voce di Papa era stata intercettata anche nel 2006 dalla squadra mobile di Potenza su delega del solito Woodcock mentre partecipava a una conversazione telefonica a tre con lo stesso Barbieri (che era indagato e intercettato allora) e con Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa. Ora il nome di Alfonso Papa torna negli atti di un'inchiesta per costituzione di associazione segreta, probabilmente perché per gli investigatori napoletani potrebbe essere uno dei referenti istituzionali dell'associazione.

 17-12-2010]

 

- "IL GIORNALE" INCARTA BOCCHINO: "PUNTA A CACCIARE MINZOLINI PER FAR POSTO A UN GIORNALISTA MOLTO PIÙ GRADITO, MARIO ORFEO, ATTUALE NUMERO UNO DEL TG2" - 2- IL TRAIT D’UNION TRA I DUE (ENTRAMBI NAPOLETANI) È ANCORA IL MITOLOGICO VINCENZO MARIA GRECO, DETTO ’O PROFESSORE, "L’INGEGNERE DELL’ETERNA TANGENTOPOLI" (corriere della sera) PLURINDAGATO, REGISTA DEGLI APPALTI DEL DOPO-TERREMOTO IN IRPINIA, LEGATO A DOPPIO FILO ALL’ALLORA DC NAPOLETANA, AREA POMICINO - 3- IL CASO VUOLE CHE IL "BOCCHINIANO" GRECO SIA ANCHE IL CUGINO DI MARIO ORFEO -

Paolo Bracalini per "Il Giornale"

 

Da giornalista «coraggioso» con una «grande storia professionale» alle spalle, uno che al Tg1 confeziona editoriali «politicamente, giuridicamente e storicamente perfetti» ma «volgarmente attaccati dalla sinistra», a servo ignobile «sfacciatamente berlusconiano» che dovrebbe porsi «il problema delle dimissioni», tanto può sempre «farsi assumere da una delle tv del premier». Italo Bocchino deve aver cambiato televisore a casa sua perché il Tg1 che vedeva prima non è più lo stesso.

 

In sei mesi il capogruppo Fli si è tramutato da difensore di Minzolini a suo implacabile accusatore. Bocchiniana, del resto, è l'idea di una mozione alla Camera per sfiduciare politicamente (cosa peraltro impossibile) il «direttorissimo» tanto odiato dai finiani. Il motivo, sentenziano i corridoi Rai, è presto detto: Bocchino punta a cacciare Minzolini per far posto a un giornalista molto più gradito, Mario Orfeo, attuale numero uno del Tg2. In questo modo il brevilineo Italo farebbe un favore al suo partito, ma soprattutto a se stesso, legato com'è da antichi vincoli con Orfeo.

 

Il trait d'union tra i due (entrambi napoletani) è ancora quel Vincenzo Maria Greco di cui si è parlato sul Giornale cercando di ricostruire la fitta rete di interessi e relazioni al cuore dell'avventura bocchinian-finiana. Greco, detto 'O Professore, è «l'ingegnere dell'eterna Tangentopoli» (Corriere della sera), plurindagato, regista degli appalti del dopo-terremoto in Irpinia, legato a doppio filo all'allora Dc napoletana, area Pomicino.

 

Questo vent'anni fa, ma oggi? Greco è un imprenditore, si dice viva tra l'Hotel Vesuvio di Napoli e l'Hotel de Russie di Roma, e sembra avere un rapporto molto stretto con Italo Bocchino, con cui - stando a quanto riporta l'informatissima Voce delle voci - si intersecano complicate reti di interessi, soprattutto nell'editoria (passione di Bocchino).

Il caso vuole che il «bocchiniano» Greco sia anche il cugino di Mario Orfeo, essendo questi il nipote del capostipite della famiglia, quel Ludovico Greco che alla fine degli anni '50 fu vicedirettore de Il Roma (all'epoca proprietà di Achille Lauro, recentemente di Italo Bocchino) e consigliere comunale monarchico a Napoli il quale, dopo aver abbandonato in quattro e quattr'otto il partito per buttarsi con la Dc, divenne per la cronaca uno dei «Sette puttani di Napoli», ma in cambio anche un potente senatore democristiano.

 

Ed fu proprio Ludovico Greco, 'O zio, il padrino giornalistico del giovane Orfeo, che esordì a Napolinotte per passare poco dopo al Giornale di Napoli, quotidiano di area Psi con alle spalle pezzi da novanta del Garofano, come Carmelo Conte e Giulio Di Donato, ma anche un certo cavalier Eugenio Buontempo, imprenditore cresciuto all'ombra del Psi campano.

Dice qualcosa il cognome? In effetti è quello della moglie (Gabriella) di Italo Bocchino, e in effetti è proprio il padre di lady Bocchino, produttrice di fiction per la Rai. Anche papà Buontempo ha avuto i suoi guai giudiziari, sempre epoca Tangentopoli. Latitante per un anno, nel '94 fu arrestato in un ristorante a Praga, inseguito da quattro ordini di custodia cautelare per tangenti e appalti ferroviari.

 

Sono ancora le parentele che, dunque, riportano all'asse Bocchino-Buontempo-Greco-Orfeo. Ma torniamo alla brillantissima carriera di Orfeo, presto soprannominato «culo di pietra» dai colleghi, per lo stakanovismo e la precisione nel lavoro al desk. Arrivato al Giornale di Napoli, Orfeo brucia le tappe e dopo tre mesi è già capo dello sport.

Lavora così bene che Repubblica lo chiama a Napoli per poi portarlo a Roma, come caporedattore centrale, sotto l'ala protettrice di Ezio Mauro. Poi (anni dopo) la direzione del Mattino, famiglia Caltagirone (parenti di Casini...), dove arriva a soli 36 anni seguito dai commenti acidi degli invidiosi in redazione («Dopo Sergio Zavoli, Paolo Graldi e Paolo Gambescia è arrivato il signor nessuno...»).

 

Dopo, nel 2009, è l'ora del Tg2, sponsorizzato - ca va sans dire - da Italo Bocchino. Un professionista apprezzato a destra (Fli, Udc in testa) e sinistra (la Repubblica salutò la sua nomina con articoli stile marchetta), così bipartisan da essere scelto come moderatore dell'incontro in cui Fini, alla festa del Pd di Genova nel 2009, fu applaudito clamorosamente dal popolo di sinistra. Ma soprattutto, adesso, una pedina utile per far fuori Minzolini, nuovo nemico di Fli, in particolare di Bocchino. Il quale, con un amico sulla tolda del primo tg Rai, potrebbe dare il turbo alla sua ambiziosa scalata personale09-12-2010]

 

vergogna e libertà! - Adolfo Urso si dimette da viceministro dello Sviluppo economico e lascia come ricordino una consulenza da 54 mila euro a favore di tale Rosario Cancila, consigliere di FareFuturo. Ma che è anche azionista dell’immobiliare agricola Lo Schioppo i cui soci sono Pietro, Dario e Paolo Urso, figli e fratello di Adolfo

Da "Il Mondo" -

 

Lui se ne è andato. Il socio dei figli ancora no. Adolfo Urso, il 15 novembre, così come gli altri esponenti di Futuro e Libertà, ha lasciato l'incarico di governo dimettendosi da viceministro dello Sviluppo economico. Eppure al ministero ha lasciato qualcosa. Nello scorso mese di giugno, infatti, è scattato un incarico di consulenza da 54 mila euro con scadenza il 31 dicembre. Beneficiario è Rosario Cancila, un imprenditore di origine siciliana trapiantato a Bologna che figura tra i consiglieri di FareFuturo, il think tank di Gianfranco Fini. Ma che è anche azionista dell'immobiliare agricola Lo Schioppo i cui soci sono Pietro, Dario e Paolo Urso, figli e fratello di Adolfo.

 26-11-2010]

 

 

 

SIAMO FINI O CAPORALI? – CHE SCANDALO (GIUSTAMENTE) SE IL CAPOSCORTA DEL RE DEL BUNGA BUNGA CHIAMA IN QUESTURA PER LA MAROCCHINA RUBY, NESSUNO SCANDALO INVECE SE IL CAPOSCORTA DI GIAN-ELISABETTO FA PRESSIONI SULLE AUTORITÀ LOCALI PER FAR IMMERGERE IL PRESIDENTE DELLA CAMERA E LA SUA GENTILE COMPAGNA NELLE ACQUE PROIBITE DI GIANNUTRI – MALGRADO LE VERSIONI CONTRASTANTI I PM PERÒ DECIDEVANO DI ARCHIVIARE (MA LA CASSAZIONE HA ACCOLTO IL RICORSO CODACONS

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 


Ci sono telefonate e telefonate. C'è scorta e scorta. E soprattutto ci sono politici e politici. Ci sono quelli che vengono criticati perché abusano del loro potere e altri che pur abusando degli stessi poteri criticano gli altri e mai se stessi. Esempio: se la telefonata di raccomandazione alla questura di Milano la fa il caposcorta di Silvio Berlusconi, la cosa - per dirla con Gianfranco Fini - mette «l'Italia in imbarazzo per l'uso privato di un incarico pubblico». Se al contrario le telefonate di raccomandazioni alla Capitaneria di Porto di Grosseto e ai vigili del fuoco le fa il caposcorta del presidente della Camera, nulla questio.

 

Di cosa stiamo parlando? Di ciò che abbiamo iniziato a trattare nei giorni scorsi a proposito della decisione della Cassazione di accogliere il ricorso del Codacons che si opponeva all'archiviazione dell'inchiesta sulle immersioni fuorilegge del 2008 di Fini e signora nei fondali inaccessibili dell'isola di Giannutri. Un bagno vietatissimo nelle acque off limits del parco nazionale toscano reso possibile da una serie di curiose circostanze. Prime fra tutte, le telefonate di raccomandazioni fatte dal caposcorta dell'uomo di Montecarlo per evitare l'embargo.

Gli atti dell'inchiesta raccontano che il 30 settembre 2008 il Codacons inviava un esposto all'autorità giudiziaria nel quale riferiva che l'onorevole Fini, presidente della Camera, per suo diletto personale, accompagnato dalla compagna Elisabetta, veniva accompagnato da un motoscafo dei vigili del fuoco (immortalato con fotografie da uomini di Legambiente) per effettuare un'immersione subacquea in una zona del parco di massima protezione.

 

Le indagini permettevano al pm di accertare come effettivamente «una imbarcazione dei vigili del fuoco era entrata nella zona parco 1, località Grottoni, pur non avendo ottenuto i preventivi del nulla osta dell'Ente Parco». I successivi accertamenti «identificavano i pubblici ufficiali che partecipavano all'escursione, ritenuti possibili responsabili del reato».

Il pm, però, viste le dichiarazioni contrastanti delle persone interrogate, anziché affidare al dibattimento l'accertamento delle responsabilità (peraltro già accertate con lo sconfinamento documentato dalle foto nell'area protetta di barche a motore senza autorizzazione) chiedeva a sorpresa al Gip di archiviare. «È emerso - scrive il pm - che i vigili del fuoco (a cominciare dal capo reparto Quintilio Capecchi) sarebbero stati indotti in errore dalle dichiarazioni del capo scorta di Fini, Fabrizio Simi, il quale - continua il pm - avrebbe assicurato agli stessi di avere le necessarie autorizzazioni per effettuare l'escursione».

 

Al contrario il caposcorta del presidente della Camera ha dichiarato «di essere stato indotto in errore dal comportamento dei vigili del fuoco e della capitaneria di porto (nella persona di Maurizio Tattoli) i quali avrebbero, i primi, individuato la località Grattoni quale meta ideale per l'escursione, indicando nella capitaneria di porto e nel corpo forestale l'ente preposto ad autorizzare tale attività, il secondo (capitaneria) che avrebbe espressamente autorizzato tale attività assicurando anche di informare personalmente il corpo forestale per le competenze di tale ultimo ente.

 

Sia i vigili che la capitaneria hanno smentito energicamente l'uomo ombra di Fini. I primi, con Capecchi, ricordano di «aver fatto presente al caposcorta che quella era una zona protetta e dunque interdetta alla navigazione e alle immersioni. Il caposcorta mi ha detto che era tutto a posto, che erano stati contattati gli uffici preposti e dunque l'autorità era stata autorizzata».

 

Niente di più falso come spiega il capitano Tattoli della Capitaneria di porto: «Il 26 agosto il capo della scorta di Fini mi chiamò sul mio cellulare e mi comunicò che il presidente Fini, la scorta e i vigili del fuoco con una imbarcazione di questi ultimi si stavano recando sull'isola di Giannutri per effettuare una immersione senza specificare il luogo preciso. Mi fece due telefonate, nella seconda mi chiese di informare la Forestale (...).

 

So bene di non avere nessun potere autorizzatorio sulle immersioni a Giannutri. So perfettamente che nemmeno il Corpo forestale ha tale potere e per questo non ho mai pensato né di autorizzare una simile escursione né in concreto l'ho mai fatto. Non ho mai avuto neppure la richiesta di tale autorizzazione da parte del caposcorta».

Un processo avrebbe potuto chiarire chi diceva il falso e chi il vero, in che modo Fini riuscì a immergersi senza permesso, perché la scorta e i pompieri lo seguirono in acqua, se il caposcorta fece tutto da solo al telefono oppure su indicazione del Principale. Telefonate, raccomandazioni, affermazioni non veritiere. No, non è il caso Berlusconi-Ruby, è il caso che sull'uso privato di un incarico pubblico Fini d'ora in poi taccia.

05-11-2010]

 

 

 

1- GIUSTIZIA AD PERSONAM? OH, YES! LA PROCURA DI ROMA HA FATTO I SALTI MORTALI PER TUTELARE GIAN-ELISABETTO FINI. LO HA ISCRITTO NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI SOLO UN MINUTO PRIMA DI CHIEDERNE L’ARCHIVIAZIONE, EVITANDOGLI QUELLE FASTIDIOSE FUGHE DI NOTIZIE CHE COLPISCONO LA MAGGIOR PARTE DEI POLITICI FINITI NELLE GRINFIE DELLA GIUSTIZIA, SOPRATTUTTO SE IL LORO COGNOME INIZIA PER B - 2- TRA I DOCUMENTI ACQUISITI DAI PM C’È ANCHE IL FAMOSO CONTRATTO D’AFFITTO TRA IL "COGNATO" GIANCARLO TULLIANI E LA SECONDA SOCIETÀ OFF-SHORE CHE HA COMPRATO L’APPARTAMENTO DONATO DALLA CONTESSA COLLEONI AD AN. E TULLIANI QUELL’ATTO LO FIRMA DUE VOLTE: COME AFFITTUARIO E COME PROPRIETARIO DELL’IMMOBILE (SERVE ALTRO?)

1- IL BUNGA BUNGA DI FINI
Massimo De Manzoni per Il Giornale

 

Adesso Gianfranco Fini deve dimettersi. Non perché lo diciamo noi, ma perché l'ha detto lui. Ricordate? Videomessaggio stile Bin Laden del 26 settembre scorso: «Se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario della casa di Montecarlo, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera».

 

Bene: non esiti, perché oggi la certezza c'è. E si trova proprio in quelle carte della Procura di Roma che tanto l'avevano rallegrato qualche giorno fa, quando era stata annunciata la richiesta di archiviare la sua posizione in merito al reato di truffa aggravata.

Tra i documenti acquisiti dai pm, infatti, c'è anche il famoso contratto d'affitto tra il «cognato» Giancarlo Tulliani e la seconda società off-shore che ha comprato l'appartamento donato dalla contessa Colleoni ad An. E Tulliani quell'atto lo firma due volte: come affittuario e come proprietario dell'immobile.

 

Nessun dubbio. Lo scrivono gli stessi magistrati capitolini: «Il contratto di locazione intervenuto tra il locatore Timara Ltd, priva della indicazione della persona fisica che la rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani reca sotto le diciture "locatore" e "locatario"due firme che appaiono identiche, così come quelle apposte sulla clausola integrativa recante la data 24/2/2009, allegata al contratto».

 

Linguaggio burocratico e un po' sgrammaticato, ma chiaro: il «cognatino» ha firmato per sé e per la Timara. Dunque l'appartamento è suo e, di conseguenza, Fini è tenuto a sloggiare dalla Camera. La Procura di Roma ha fatto i salti mortali per tutelare l'ex leader di An. Lo ha iscritto nel registro degli indagati solo un minuto prima di chiederne l'archiviazione, evitandogli quelle fastidiose fughe di notizie che colpiscono la maggior parte dei politici finiti nelle grinfie della giustizia, soprattutto se il loro cognome inizia per B.

Ha ridotto al minimo il raggio dell'inchiesta, prendendo in esame solo la congruità del prezzo di vendita del quartierino e riuscendo nel mezzo miracolo di chiedere al Gip di affossarla anche una volta stabilito che il prezzo congruo non era affatto. Ha perfino depistato i cronisti, quando il Giornale ha pubblicato la registrazione del contratto d'affitto con le firme identiche, facendo filtrare la notizia che sul contratto vero e proprio le firme invece erano diverse.

 

Di più, onestamente, Fini non poteva chiedere. I documenti, a differenza delle parole, non sono manipolabili. Ora tocca al presidente della Camera dimostrare di essere un uomo d'onore. Aspettiamo fiduciosi. Ma non troppo.

 

2- CASA DI MONTECARLO, LE CARTE DELLA PROCURA
Lavinia Di Gianvito per Corriere della Sera

La data è la stessa: martedì scorso, 26 ottobre. Quel giorno la Procura ha iscritto Gianfranco Fini nel registro degli indagati e, contemporaneamente, ha chiesto l'archiviazione dell'accusa appena contestata. Il dettaglio è nelle carte depositate in vista dell'opposizione annunciata da Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, gli esponenti de La Destra che hanno denunciato l'affaire della casa di Montecarlo.

La rapidità con cui è stata vagliata la posizione del presidente della Camera rischia di ridestare le polemiche, anche perché, finora, era emerso che Fini era stato iscritto quando il Principato di Monaco aveva inviato i documenti della rogatoria-bis, il 13 ottobre.

È di oltre 900 pagine la documentazione raccolta dai magistrati nel corso dell'inchiesta. Agli atti, tra l'altro, ci sono gli interrogatori dei testimoni, a partire da quello del 14 settembre del senatore Francesco Pontone, ex segretario amministrativo di An. «Tra la fine di giugno e luglio 2008 - riferisce Pontone - il presidente Fini mi contattò per dirmi che l'appartamento di Montecarlo si vendeva e che il prezzo era di 300 mila euro. Mi precisò che la signora Rita Marino, sua segretaria particolare, mi avrebbe comunicato il giorno in cui mi sarei dovuto recare a sottoscrivere l'atto di compravendita. Io, fino al momento della stipula del contratto, non ho saputo chi fosse l'acquirente».

 

In passato, tra il 2000 e il 2001, spiega poi Pontone, da Montecarlo erano arrivate «richieste di informazioni generiche» sulla disponibilità del partito a vendere l'immobile. «Nel corso delle telefonate - precisa il senatore (che ha seguito Fini in Fli) - non furono mai indicate cifre concrete». Due giorni dopo, il 16 settembre, il collega Antonino Caruso (rimasto invece nel Pdl) dà un'altra versione: «Ricordo che ricevetti una telefonata da una persona (il notaio Paul Louis Aureglia o lo studio Dotta Immobilier, che amministrail condominio; ndr) che mi rappresentò che era intenzionata ad acquistare l'appartamento o a fare da intermediario. Mi disse che l'offerta era attorno ai sei milioni di franchi francesi». Cioè 914 mila euro, il triplo del prezzo a cui la casa è stata ceduta nel 2008. «Il senatore Pontone - aggiunge Caruso - mi disse che in quel momento An non era intenzionata vendere».

 

Anche sulla quotazione di 300 mila euro al momento della cessione alla Printemps emerge una contraddizione. «L'onorevole Donato Lamorte - riferisce ancora Pontone il 14 settembre - mi disse che era stato richiesto dal presidente Fini di un parere sul valore dell'immobile, in quanto Lamorte era esperto in materia perché geometra e, in passato, immobiliarista».

Ma il deputato, interrogato il giorno successivo, alla domanda: «Lei ha esperienza nella valutazione degli immobili?», dà una risposta forse inattesa. «Certamente no - assicura -. Ho espletato la mia attività professionale, in qualità di geometra, alla Società generale immobiliare di utilità pubblica e agricola con sede in Roma per 32 anni circa.

 

I miei compiti furono, nel tempo, prima di topografo, addetto al rilievo dei terreni e alle lottizzazioni; successivamente fui addetto al catasto per fornire i dati e le documentazioni necessarie alle vendite degli immobili». Lamorte e la Marino avevano visitato l'immobile a iprimi di novembre 2002 e l'avevano trovato fatiscente. Solo per questo, spiega il deputato, a richiesta di Fini «conclusi che l'offerta di 300 mila euro poteva pure andare».

 

Anche se l'inchiesta non ha tenuto conto del ruolo di Gianfranco Tulliani, «cognato» di Fini e inquilino dell'appartamento, nella richiesta di archiviazione si precisa che, sotto il contratto d'affitto, le firme del locatore e del locatario «appaiono identiche». E le carte sembrano confermare il dubbio che Tulliani sia in realtà il proprietario, visto che ha pagato contemporaneamente il canone (1.600 euro al mese) e le spese di ristrutturazione.

 30-10-2010]

 

 

LA CASSAZIONE TIENE A MOLLO FINI (NON SIA MAI GLI VENISSE IN MENTE DI FARE LA PACE COL PUZZONE DI HARDCORE) - LA SUPREMA CORTE DÀ RAGIONE AL CODACONS E COSTRINGE ALLA RIAPERTURA L’INCHIESTA SUL BAGNETTO VIETATISSIMO CHE GIAN-ELISABETTO E LA SUA COMPAGNA FECERO NEL 2008 NELLE ACQUE DI GIANNUTRI (COL CORTESE SUPPORTO DEI VIGILI DEL FUOCO) - UN CLASSICO CASO DI “USO PRIVATO DI INCARICO PUBBLICO” CHE TANTO AMA CONTESTARE AL CAINANO…

Gian Marco Chiocci per "il Giornale"

 

La Cassazione tiene a mollo Gianfranco Fini, e dai fondali del tribunale di Grosseto fa riemergere l'inchiesta sulle immersioni fuorilegge. Per capire di cosa si stia parlando occorre andare indietro nel tempo: a domenica scorsa e al 26 agosto del 2008. Tre giorni fa il presidente della Camera, infischiandosene del suo ruolo istituzionale, ha criticato la «disinvoltura» e il «malcostume» del presidente del Consiglio «nell'uso privato di incarico pubblico».

Disinvoltura e malcostume che, ad avviso dell'uomo di Montecarlo e delle raccomandazioni Rai, hanno «messo l'Italia in una condizione imbarazzante». Niente a che vedere, ovviamente, con l'imbarazzante condizione che nel 2008 portò lui e la sua compagna Elisabetta, scortati dai pompieri, a immergersi nelle acque vietatissime del parco nazionale dell'isola di Giannutri.

 

Incurante dei divieti noti anche al più profano degli appassionati di diving, il sommozzatore Fini venne beccato e fotografato - come si legge nelle carte dell'inchiesta - «con altre persone a passare da uno yacht all'imbarcazione dei vigili del fuoco, il tutto in un'area marina iper protetta, la costa dei Grottoni, zona uno, vale a dire un'area interdetta a qualsiasi attività che non sia di carattere scientifico».

La gita in barca immortalata dalle sentinelle di Legambiente autorizzò le associazioni ambientaliste a parlare sia di «utilizzo dei parchi naturali come piscine riservate alle alte cariche dello Stato» sia di vigili del fuoco distratti dal loro lavoro per consentire a Gianfranco e ad altre persone «di immergersi nelle acque vietate per fini ludici e vacanzieri in mancanza del nulla-osta dell'EnteParco».

 

Beccato in flagranza Fini mandò avanti il portavoce: «Non abbiamo alcuna difficoltà a commentare una colpevole leggerezza non conoscendo esattamente i confini dell'area protetta». Una leggerezza. Non conoscevano. Aggiunse, il portavoce, una cosa ovvia: se c'è da pagare una multa questa verrà doverosamente pagata. Così è stato.

Per l'immersione proibita con scorta di pompieri Gianfranco ed Elisabetta sono stati costretti a conciliare 206 euro a testa. Antonio Di Pietro liquidò la figuraccia istituzionale alla sua maniera: «La cosa più grave non è solo quella che (Fini, ndr) ha fatto immersioni in una zona proibita ma che ci stava con una barca dei vigili del fuoco spendendo soldi dello Stato per fare il bagnetto lui e l'amichetta sua. Aver impegnato mezzi dello Stato così è penalmente rilevante o no?».

 

Il 3 settembre 2008 se lo chiedeva il presidente del Codacons, Giancarlo Rienzi, che ai vigili del fuoco di Grosseto inoltrava formale richiesta affinché pure lui e la sua barchetta ancorata a Tarquinia fossero scortate nella medesima area off limits per tutti, tranne che per Fini: «Avendo saputo che il vostro comando è stato a tal punto disponibile e premuroso da scortare il presidente della Camera alla zona in questione, sono certo che non vi saranno problemi da parte vostra nel voler accompagnare anche me».

Il comandante dei pompieri Francesco Notaro, imbarazzato, rispose a Rienzi che l'autorizzazione ad accedere a Giannutri «non rientra nelle nostre competenze» e che al massimo lo avrebbe potuto ospitare in centrale per mostrargli «la professionalità del personale sommozzatore e le speciali attrezzature a disposizione».

Che Fini non avesse lo straccio di un permesso lo confermò anche Mario Tozzi, presidente del parco nazionale dell'arcipelago toscano («nessuno mi ha chiesto il permesso, lì non ci si può nemmeno fare il bagno, figuriamoci immergersi con le bombole»). Il Codacons decise così di interessare la magistratura, ma sia il pm che il gip chiesero l'archiviazione non ritenendo sussistente e documentata alcuna fattispecie penalmente rilevante.

 

La terza sezione della Cassazione, però, il 4 ottobre ha accolto il ricorso del Codacons riconoscendolo «soggetto legittimato» a sollecitare chiarimenti ed ha riaperto il procedimento, accogliendo le rimostranze dell'avvocato Giuseppe Ursini che lamentava come il Codacons non fosse stato sentito dal gip come da procedura. Per questo motivo la corte di Cassazione ha annullato «senza rinvio il decreto impugnato» disponendo «di trasmettere gli atti al pm per l'ulteriore corso». [03-11-2010]

 

 

 

1- IL MEJO SHOW? E’ "SPRECOPOLI"! DAI 50 MLN PERSI CON SKY ALLE ASSUNZIONI FACILI - 2- LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI VIGILANZA INDAGA SULLA TRASPARENZA DEGLI APPALTI DELLE FICTION COSTATE ALLA RAI 190 MILIONI DI EURO, COMPRESI QUELLE ALLA FAMIGLIA TULLIANI E ALLA SOCIETÀ DELLA BONTEMPO, MOGLIE DI ITALO BOCCHINO (CHISSÀ CHE DOPO IL “REPORT” DELLA GABANELLI NON PARTA UN’ISTRUTTORIA ANCHE SU RAI CINEMA, CHE GESTISCE CENTO MLN IN PIÙ E HA IN CDA LA TATARELLA, SOCIA DI BOCCHINO) - 3- LA RAI HA CHIUSO IL 2009 CON UN PASSIVO DI 80 MILIONI DI EURO E, PUR CON LA CRISI, HA AUMENTATO I DIPENDENTI (CHE SFIORANO I DIECIMILA) DI UN CENTINAIO DI UNITÀ RISPETTO AL 2008. CRESCIUTI, NONOSTANTE LE PROMESSE DI ECONOMIE (CHE SI COMINCI A FARLE CON BENIGNI E SAVIANO?) ANCHE I COSTI OPERATIVI: DI 50 MILIONI DI EURO

Alberto Guarnieri per "Il Messaggero"

 

L'Adrai, associazione dei dirigenti Rai, è stata ieri sentita dalla commissione parlamentare di Vigilanza sugli appalti delle fiction, dove si è aperta un'istruttoria per verificarne la trasparenza dopo le polemiche a un'eccessiva presenza di soci legati a Mediaset nelle società che produco o per la Rai.

Gli appalti, tra cui quelli alla famiglia Tulliani e alla società della moglie di Italo Bocchino, sono costati alla Rai 190 milioni di euro. Chissà che dopo il "Report" di Milena Gabanelli non parta un'istruttoria anche su Rai Cinema, che gestisce cento milioni in più e ha in Cda la socia di un produttore.

 

I dirigenti Rai hanno colto l'occasione per invitare «i Vertici e, in particolare, il direttore generale, ad aprire un confronto con l'Adrai e con i soggetti che, all'interno dell'Azienda, hanno titoli e competenze per provvedere alle scelte necessarie e utili per il futuro della Rai, rispettando deleghe e procure ed abbandonando un comportamento verticistico».

 

L'Adrai ricorda di aver lanciato segnali di disagio e crisi già sei mesi fa e aggiunge che «il grave momento di difficoltà economica - che appare tutt'altro che superato e da un Piano industriale che, a quasi un anno dalla sua decorrenza, è ancora fermo sulla carta - non può che crescere esponenzialmente».

 

Allarme rosso insomma per i dirigenti. E anche per i vice direttori generali, che domani Mauro Masi incontra e che sono stati lì lì per scrivergli una lettera di toni analoghi. A trattenerli forse solo il fatto che una di loro, Lorenza Lei, è ormai in molti ambienti indicata come il successore, a breve, dello stesso Masi.

 

La Rai ha chiuso il 2009 con un passivo di 80 milioni di euro e, pur con la crisi, ha aumentato i dipendenti (che sfiorano i diecimila) di un centinaio di unità rispetto al 2008. Cresciuti, nonostante le promesse di economie (che si cominci a farle con Benigni?) anche i costi operativi: di 50 milioni di euro. Quanto di tutto ciò è responsabilità di Masi? Il dg dice che la Rai va rinnovata, portata sulla strada di un diverso sviluppo. Che ci riesca è da vedere, che finora abbia rinunciato a diverse entrate e speso molto è un fatto.

 

Insediato nell'aprile dello scorso anno, Masi ha debuttato rifiutando gli oltre 50 milioni di euro l'anno che Sky offriva per il bouquet di canali satellitari della tv pubblica. Oggi sostiene di aver già recuperato quella spesa perché proprio quei canali danno alla Rai un vantaggio di diversi punti di share sui Mediaset. Molti analisti sostengono però che di milioni ne sono stati recuperati massimo 40 e che comunque Sky (che si è "aperto" il digitale terrestre con una chiavetta) avrebbe lasciato a Rai il conteggio dei suoi ascolti.

 

Tra liquidazioni record (oltre un milione e mezzo a Buttiglione e Del Bosco), super gratifiche nonostante la crisi (un milione di euro di premi quest'anno) e un pattuglione di ben 22 vice direttori nominati in un mesetto, Masi si si sta attirando critiche bipartisan per la politica delle epurazioni. Che tra l'altro non porta mai a conclusione. Paolo Ruffini, direttore di Raitre, è stato reintegrato a furor di giudice.

 

La sospensione di Michele Santoro per due puntate (-300 milioni di euro per ciascuna) non è scattata ma non certo per volontà del dg. Al suo posto c'è ancora, per fortuna Carlo Freccero. Un direttore che ha portato Rai4 al due per cento di ascolto e sarebbe stato sostituito con motivazioni capziose se non ci fosse stata una sollevazione popolare.

 

L'elenco potrebbe essere lungo e arriva ad oggi con un'informata di big che va da Saviano a Fazio, i conduttori del programma sotto scacco, a Bono e Benigni, da Albanese a Rossi, per citare solo alcuni ospiti. Ruffini è clemente. Dice di non sapere quanto costerà, in termini di minori introiti e qualche penale, non mandare in onda "Vieni via con me". Azzardiamo: quattro puntate, ascolti garantiti di almeno il 18 per cento. Fa almeno un milione e mezzo di euro.

 

A tarda sera così Masi replica all'Adrai: «Non vi è da parte di nessuno alcuna tentazione di gestione verticistica, ma solo il convinto impegno a trovare le misure e le soluzioni idonee a fronteggiare le attuali difficoltà che come noto discendono in larghissima parte da fattori esterni e si sono consolidate nell'ultimo quinquennio». Ma quelle di cui abbiamo succintamente scritto qui sono degli ultimi diciotto mesi. 20-10-2010]

 

 

 - FELTRUSCONI NON MOLLA FINI, RITORNA A MONTECARLO E SCOPRE CHE la perizia sulla stima dell’immobile richiesta a fine settembre dalla magistratura monegasca al presidente dell’associazione delle agenzie immobiliari del Principato, Michel Dotta, confermerebbe la disparità tra il valore reale dell’immobile e il prezzo registrato a luglio 2008 - E ORA PER FINI L’ARCHIVIAZIONE SI FA PIÙ DIFFICILE.... Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "il Giornale"

 

Ok, il prezzo (non) è giusto. Incuriositi dal modo di fare della procura di Roma che dopo aver ricevuto, per rogatoria, le carte sul noto appartamento di Montecarlo è riuscita a «tradurre» dal francese all'italiano solo il dato che non importava a nessuno (la stima fiscale all'atto del passaggio di proprietà del 1999) anziché il valore degli immobili monegaschi nell'anno (il 2008) in cui Alleanza nazionale vendette alla società off-shore Printemps, siamo andati a chiedere direttamente alla casa madre.

 

Com'era previsto, però, le autorità monegasche si sono chiuse a riccio non appena abbiamo sollevato l'interrogativo sull'esito delle investigazioni svolte in relazione alla congruità del prezzo di vendita della casa in Boulevard Princess Charlotte 14. «La richiesta della procura di Roma - fa sapere una fonte del Principato interpellata dal Giornale - è stata esaudita. Tutto quel che avevamo da dire su questa cosa è nelle carte in possesso dei magistrati romani».

 

Non contenti della risposta, abbiamo battuto altre strade. E a forza di bussare agli indirizzi ritenuti utili abbiamo provato anche all'ufficio di Luciano Garzelli, il più importante costruttore locale, ai vertici del colosso Engeco in società con alcuni membri della famiglia del principe, l'imprenditore che rivelò d'aver seguito inizialmente i lavori di restauro dell'appartamento abitato da Giancarlo Tulliani e di aver parlato personalmente con la sorella Elisabetta, compagna di Gianfranco Fini.

A sorpresa Garzelli ci ha aperto rivelandoci quanto sospettavamo. E cioè che la perizia sulla stima dell'immobile richiesta a fine settembre dalla magistratura monegasca al presidente dell'associazione delle agenzie immobiliari del Principato, Michel Dotta, confermerebbe la disparità tra il valore reale dell'immobile e il prezzo registrato a luglio 2008, ovvero i 300mila euro liquidati dal partito di Fini alla società off-shore dell'isola di Saint Lucia. Una difformità importante pari a tre volte il valore vero dell'immobile: siamo «intorno al milione di euro», a ragionare per difetto.

 

«Che cosa mi ha detto Michel (Dotta, ndr)? - si chiede Garzelli - Che ha riferito al procuratore di Monaco, interessato a sua volta a trasferire l'informazione a Roma, che nel '99 il prezzo della casa era un po' sottostimato ma tutto sommato poteva anche andare, mentre per il 2008 il valore dell'appartamento era minimo minimo di un milione di euro (...). Io ho ribattuto che secondo me era almeno quattro volte di più, e non tre volte di più come diceva lui (...). Ma Dotta è il presidente di tutte le agenzie di Monaco, meglio di lui non può sapere nessuno il valore esatto».

Stando così le cose il prezzo di 300mila equivarrebbe a 5mila euro al metro quadro, una follia se si considera che oggi, due anni dopo, al metro quadro gli appartamenti a Montecarlo si vendono a 25/30mila euro. La stessa agenzia immobiliare di Michel Dotta, come scoperto dal Giornale nell'archivio di internet che mensilmente memorizza le istantanee dei siti web e le conserva all'indirizzo http://www.archive.org/web/web.php, nel luglio del 2008 dimostrava come immobili della stessa metratura costavano «ben oltre» il milione di euro.

 

Per ulteriori dettagli abbiamo provato a scomodare direttamente Dotta, che al telefono ci ha però liquidati così: «Non posso dire niente su quanto da me riferito. Contattate direttamente il procuratore, arrivederci». Il prezzo giusto, dunque, sarebbe «intorno al milione» di euro. Stando così le cose, per una procura come quella di Roma che sin dall'apertura del fascicolo su denuncia della Destra di Storace ha proceduto fra mille cautele e col freno a mano tirato (tant'è che non ha mai voluto ascoltare il dominus dell'affaire immobiliare, Giancarlo Tulliani) la paventata archiviazione si fa più difficile.

 

Fino ad oggi i magistrati romani ci hanno detto e ripetuto che l'inchiesta per truffa aggravata ruotava solo intorno alla verifica della congruità del prezzo di vendita e che, di conseguenza, aveva poca importanza quanto il Giornale ha scoperto sui giochi di società off-shore nei Caraibi, su Giancarlo Tulliani che propone l'operazione immobiliare e poi diventa inquilino, sulle firme identiche di proprietario e affittuario nell'atto di registrazione della locazione dell'immobile, sui lavori di ristrutturazione pagati da quella stessa società che il governo dell'isola di Saint Lucia ritiene faccia riferimento al giovanotto che girava in Ferrari fra i tornanti di Montecarlo.

 

Anche sulle prove «a tema» scovate dal Giornale in relazione alla non congruità del prezzo di vendita (coinquilini di Tulliani negli anni avrebbero avanzato offerte più vantaggiose, parlamentari di An hanno ricevuto un no secco dal partito di fronte a richieste sostanziose inoltrate per conto terzi, l'immobiliarista Apolloni Ghetti, consulente di fiducia di Fini, nel 2002 stimò il valore dell'immobile ben oltre il milione di euro) la procura di Roma ha nicchiato.

 

Ha aspettato la rogatoria. E quando le carte del Principato sono finalmente arrivate ha addotto un problema di traduzione. Che riguardava, però, il solo dato del 2008 (quello che preoccupa Fini) e non quello del 1999, che non interessava a nessuno, tranne a un signore che poco sportivamente ha esultato per aver vinto una partita quando la toga arbitrale non s'è ancora fatta sentire col suo triplice fischio finale.
(ha collaborato Melina Molinari) 18-10-2010]

 

 

I “SEGUGI” DI FELTRUSCONI SULLA PISTA CORALLO-FARNESINA - IL CASO VUOLE CHE LA MAIL CHE PROSPETTA UN POSTO DA CONSOLE ONORARIO A SAINT MARTEEN PER il capo del gruppo Atlantis FRANCESCO CORALLO ARRIVI DALLA SEGRETERIA GENERALE DEL MINISTERO DEGLI ESTERI, DOVE SIEDE IL TIPINO FINO GIAMPIERO MASSOLO (CAPO DI GABINETTO DI GIANFREGNONE QUANDO ERA MINISTRO) - il broker di montecarlo James Walfenzao è anche titolare per conto di Corallo di una fiduciaria che controlla parte del gruppo Atlantis dove ha lavorato anche Giancarlo Lanna, membro del comitato esecutivo della fondazione finiana Fare Futuro

Gianfranco Fini esultante

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "Il Giornale"

Oggi la famigerata «fabbrica del fango» del Giornale affronta il «dossier Corallo-Farnesina», nell'occasione assemblato non dai «segugi» di questo quotidiano, ma da eccellenti colleghi di Repubblica e Annozero. La vicenda, che riguarda le presunte pressioni della Farnesina per «promuovere» console onorario a Saint Marteen il capo del gruppo Atlantis Francesco Corallo, è stata raccontata per la prima volta sulle pagine di Repubblica l'8 ottobre, giorno in cui anche il programma tv di Santoro ha affrontato la stessa, identica, questione.

RACCOMANDAZIONI MOLTO DIPLOMATICHE
Ossia che tra Roma e il consolato italiano a Miami vi fosse stato, in primavera, uno scambio di e-mail finalizzato a quella nomina per Corallo, con tanto di ipotesi di link con Montecarlo, poiché il broker James Walfenzao, protagonista diretto dell'affaire immobiliare monegasco, è anche titolare per conto di Corallo di una fiduciaria che controlla parte del gruppo Atlantis dove ha lavorato anche Giancarlo Lanna, membro del comitato esecutivo della fondazione finiana FareFuturo.

 

Ma a che pro il ministero degli Esteri, guidato da Franco Frattini, avrebbe dovuto sponsorizzare l'imprenditore italo-caraibico? In realtà il ruolo di Frattini appare inesistente. Non solo, come lo stesso ministro ha ribadito in una nota, perché «la nomina dei consoli onorari non avviene su designazione del ministro degli Esteri, il quale non ne firma neppure la nomina».

Ma anche perché tra i personaggi coinvolti nell'«ipotesi» Corallo-console ve n'è semmai più d'uno considerato collegabile all'ex inquilino della Farnesina, Gianfranco Fini. A cominciare dal potente segretario generale del ministero, Giampiero Massolo, che nel 2004 fu capo di gabinetto agli Esteri proprio con l'attuale presidente della Camera.

«CARO CONSOLE ROCCA CHE NE PENSI DELLA NOMINA?»
E proprio dalla segreteria particolare di Massolo partono le mail per Miami. Il Giornale è in grado di rivelarne il contenuto. La prima è del 7 maggio scorso.

 

Testuale: «Caro Marco, cara Sarah (il primo è Rocca, il console a Miami, la seconda una diplomatica italiana, ndr), è stata sottoposta al segretario generale l'aspirazione del signor Francesco Corallo a candidato quale console onorario a Philipsburg, capoluogo olandese dell'isola di Saint Marteen, nelle Antille Olandesi. Sarebbe opportuno al riguardo avere vostri elementi di massima per poter preparare una risposta. Allego sintesi della questione sulla base delle informazioni raccolte (...)».

Se l'aspirazione del signor Corallo è chiarissima, non è invece chiaro attraverso quali canali la «segnalazione» del suo nominativo arrivi alla segreteria generale della Farnesina. Chi la sponsorizzi, insomma. E perché. Abbiamo chiesto conto a Massolo, ma anziché rispondere a domande che riguardavano il suo ufficio, ha delegato a parlare il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari.

Che all'interrogativo clou (chi ha segnalato Corallo al segretario generale?) non ha saputo/potuto rispondere: «È tutto spiegato nel comunicato dove si dice che è stata fatta solo una pre-istruttoria, ma non è iniziata nemmeno una procedura, una sorta di sondaggio informale. La segnalazione a Massolo? Rileva quanto può rilevare, segnalazioni di questo tipo ne arrivano a bizzeffe, e comunque non lo so, non sono in grado, non so che dire...».

Torniamo allo scambio di e-mail. Letta la posta elettronica, il console Rocca salta sulla sedia. È lui stesso a descrivere la sua reazione nella risposta del 10 maggio. «Venerdì scorso, quando ho letto la tua e-mail, ho fatto un mezzo salto sulla sedia. Perché ancora mi ricordavo dal mio precedente incarico a Miami (1992/96) che un tale Corallo di Saint Marteen era a suo tempo ricercato dalla giustizia italiana (...)».

«QUANDO HO LETTO LA LETTERA SONO CADUTO DALLA SEDIA»...
(...) «Sono andato a controllare il fascicolo e in effetti mi ricordavo bene. Gaetano Corallo, padre del Francesco Corallo che è stato segnalato al segretario generale, era nel 1990 ricercato in campo internazionale, in base ad un mandato di cattura internazionale del Tribunale di Milano per associazione per delinquere di tipo mafioso. Il nostro ministero di Grazia e giustizia aveva chiesto all'ambasciata a Washington di cercare di ottenere l'estradizione di Corallo, definito "pericolosissimo ricercato".

Non risulta dal fascicolo - prosegue il console nella e-mail di replica - se Corallo sia stato estradato in Italia. Risulta solo che sempre nel '90 presentò un appello contro la sentenza del Tribunale di Milano. Sul conto di Francesco Corallo, figlio di Gaetano, non risultano precedenti negativi, ma con una storia familiare, ancorché non personale, come quella sopra descritta, non mi sembrerebbe il migliore candidato per un incarico a console onorario».

 

Insomma, la segnalazione non trova una buona accoglienza oltreoceano, con il console Rocca che ritiene evidentemente non opportuno procedere alla nomina per via del padre. Che, per la cronaca, è stato sì condannato per associazione per delinquere, ma senza l'aggravante mafiosa, come ricordato da Gaetano Corallo al Giornale il 29 settembre.

Il carteggio però non si esaurisce. Seguono almeno altre due e-mail, nelle quali l'ufficio del segretario generale prima ringrazia Rocca «per la tempestiva e chiara risposta», poi pone altri quesiti sull'opportunità, più in generale, di procedere comunque alla creazione di un nuovo console a Saint Marteen, centro degli interessi caraibici di Corallo.

Proprio in uno dei ristoranti dei casinò di Corallo a Saint Marteen nel 2004 trascorse una serata Gianfranco Fini, accompagnato da una «delegazione informale» (amichevole) dell'allora Alleanza nazionale. È a questo punto che si innesca il racconto di Repubblica e di Annozero. Secondo i quali la faccenda prosegue con contorni da spy story. Dopo il primo diniego di Rocca, infatti, la jeep del console avrebbe preso misteriosamente fuoco mentre la guidava la moglie, scampata per miracolo al rogo.

 

L'INCHIESTA PARALLELA A QUELLA DI MONTECARLO...
Secondo Repubblica seguono anche minacce telefoniche alla feluca, che precedono l'invio dalla Farnesina di un secondo «sollecito» per la nomina a console di Corallo. Rocca rifiuterebbe anche stavolta, ma alla Farnesina non risulterebbe alcuna e-mail inviata a giugno.
«La questione si è chiusa con quel primo scambio di missive», spiega al Giornale una fonte ministeriale.

Per la Farnesina la questione è chiusa. Per la Procura di Roma, invece, sarebbe appena aperta. A piazzale Clodio, sempre secondo Repubblica, alla vicenda sarebbe stato dedicato un fascicolo d'indagine, parallelo a quello sull'affaire immobiliare di Montecarlo. E sulla (mancata) nomina di Corallo a console onorario, ci sarebbe persino un rapporto della Dea, passato ai magistrati italiani tramite Interpol.

 12-10-2010]

 

 

FINI TRAVAGLIATO - "il superlodo ’ad nanum’ che cancellerà i processi a B. - I finiani hanno già detto che lo voteranno. Ma, siccome si impancano a paladini della legalità – cioè della legge uguale per tutti –, sono un po’ imbarazzati nel sostenere una legge che rende uno, il solito, più uguale degli altri. Così annunciaNO “un sì, ma senza enfasi”. Del resto, secondo alcuni finiani, B. deve “governare senza condizionamenti giudiziari”. Ora i processi si chiamano così: “Condizionamenti giudiziari”....

Marco Travaglio per Il Fatto


Un allegro squadrone di linguisti e glottologi è asserragliato nelle segrete di Palazzo Grazioli e nelle redazioni di tg e quotidiani per trovare vocaboli e slogan accettabili da appiccicare alla prossima legge ad nanum che cancellerà i processi a B. Non son bastate le soavi espressioni "processo breve" (cioè morto) e "legittimo impedimento" (cioè illegittimo) a convincere gli italiani che la maggioranza non sta lavorando per Lui, ma per noi.

Dunque il sempre disponibile Michele Vietti, vicepresidente del Csm, per indorare la pillola del lodo Alfano costituzionale che farebbe del nostro l'unico paese occidentale dove il premier ha l'autorizzazione a delinquere, ha coniato lo stilnovistico "mettere in sicurezza il presidente del Consiglio".

Come se il premier fosse una fognatura da coibentare contro la fuoruscita di liquami puteolenti o un capannone industriale da mettere a norma con gl'impianti elettrici e antinfortunistici secondo la 626. L'espressione è subito piaciuta ai pompieri della sera: ieri il Corriere parlava di "mettere in sicurezza i processi del premier". Purtroppo, secondo tutti i dizionari, un conto è mettere in sicurezza qualcosa, un altro è cancellarlo. Ma l'importante è fregare la gente.

I finiani hanno già detto che il superlodo lo voteranno. Ma, siccome si impancano a paladini della legalità - cioè della legge uguale per tutti -, sono un po' imbarazzati nel sostenere una legge che rende uno, il solito, più uguale degli altri. Così Maurizio Saia, che li rappresenta in commissione Giustizia del Senato, annuncia "un sì, ma senza enfasi".

Avevano anche pensato di votare sì fischiettando l'Inno di Mameli, o facendo il muso lungo, o con un dito solo, o con una benda sugli occhi, o coi capelli spettinati, o "contestualizzando" secondo i dettami di mons. Fisichella, o a loro insaputa secondo l'uso di casa Scajola, o saltellando su una gamba, o indossando un berretto da Pulcinella, o con una mano davanti e l'altra dietro (il popolo di Internet si sta scatenando in un'ampia gamma di varianti possibili). Ma alla fine è prevalso il "sì senza enfasi". Quando accadrà, sarà un grande spettacolo. Del resto, secondo alcuni finiani, B. deve "governare senza condizionamenti giudiziari". Ora i processi si chiamano così: "Condizionamenti giudiziari".

Si spera che lo zio della povera Sarah non lo venga a sapere, altrimenti potrebbe chiedere di poter molestare e ammazzare il resto della famiglia "senza condizionamenti giudiziari". Che qualcuno insomma lo "metta in sicurezza". Casomai il lodo non arrivasse in tempo, comunque, La Stampa informa che "si ipotizza di inserire nel ddl anti-corruzione un capitoletto dedicato alla prescrizione", per accorciarla ancora un po' e ammazzare (anzi mettere in sicurezza) il processo Mills e tutti gli altri processi per corruzione.

Ma senza cambiare nome alla legge anti-corruzione: chiamarla pro-corruzione pare brutto, poi la gente capisce. In alternativa, rivela il Pompiere, si opterà per un "processo breve a impatto minimo": nel senso che cancella solo i processi a B. L'obiettivo, sostiene La Stampa, è "arginare il processo Mills": finora nel lessico giuridico i processi si istruivano e si celebravano. Ora invece si "arginano", manco fossero alluvioni, frane, slavine, valanghe, tsunami, insomma calamità naturali.

Del resto la legge del cosiddetto "processo breve" che estingue i processi dopo 6 anni e mezzo (cioè, statisticamente, tutti i processi, che in Italia durano in media 7-8 anni) si intitola "Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi".

Prima o poi bisognerà, con l'aiuto dei linguisti di scuola arcoriana, riformulare il Codice penale articolo per articolo. Rapina a mano armata? No, "Prelievo bancario breve". Corruzione? "Legittimo emolumento". Furto con scasso? "Donazione non consenziente con lieve forzatura dei serramenti". Omicidio? "Vita breve". Uxoricidio? "Messa in sicurezza del celibato". Violenza privata del giornalista? "Stavamo a scherzà".10-10-2010]

 

 

NON SONO UNA CASA A SUA DISPOSIZIONE! - AGENTI IMMOBILIARI RONZANO INTORNO ALL’APPARTAMENTO DI MONTECARLO - SE OGGI IL “FANTOMATICO” PROPRIETARIO LO VENDESSE, RICAVEREBBE UNA PLUSVALENZA DI 1-1,5 MILIONI - CHE DOVREBBERO ANDARE ALLE CASSE DI AN, NON DEL CLAN TULLIANI (O DEL NOVELLO CLAN CASINÒ E LIBERTÀ) - IN OGNI CASO, FINCHÉ NON SI CHIUDE L’INCHIESTA PER TRUFFA, NATA DALL’ESPOSTO DE “LA DESTRA”, VENDERE LA CASA È REATO…

Fosca Bincher alias Franco Bechis per "Libero"

 

Se fosse stato celebrato un processo indiziario sulla proprietà della casa di Montecarlo, non ci sarebbe bisogno di grandi carte provenienti dai paradisi fiscali: qualsiasi tribunale italiano avrebbe sentenziato che quella casa è di Giancarlo Tulliani. Ci sono state condanne per omicidio in presenza di indizi assai meno forti di quelli che hanno già messo spalle al muro il cognato di Gianfranco Fini. Primo indizio, schiacciante: sul luogo del delitto, a Montecarlo, c'è lui e non altri.

Secondo indizio, non meno forte: la tecnica del delitto è stata suggerita proprio dal giovane Tulliani. È stato Gianfranco Fini infatti ad ammettere ufficialmente di avere venduto quella casa a una società che aveva trovato proprio il cognato. Altri indizi: dicono che sia sua il ministro della Giustizia dell'isola di Santa Lucia, l'amministratore della società proprietaria Timara in una e-mail inviata ai primi di agosto, l'impresa che ha fatto i lavori di ristrutturazione dell'appartamento, i dipendenti di un mobilificio che hanno venduto una cucina finita nel principato di Monaco, e perfino i vicini di casa.

 

C'è bisogno di una ulteriore prova? Forse della confessione, ma lì è inutile sperare. Certo - giusto per fare un esempio fra i tanti - Anna Maria Franzoni è stata condannata per omicidio del figlio in presenza di meno indizi forti di questi. L'esempio serve solo a fare capire cosa è un processo indiziario. Naturalmente Tulliani non è accusato di alcun omicidio: solo di avere graziosamente ricevuto dal partito del cognato presidente della Camera un appartamento (necessario a ottenere la residenza all'estero) a un prezzo di assoluto favore. Ma attenzione: si tratta di grande favore, come direbbero i matrimonialisti «rato e solo in parte consumato».

Solo in parte, perché Tulliani lì abita e probabilmente ha anche la proprietà della casa. Ma il vero vantaggio rischia di arrivare ora, con la scusa di obbedire al presunto diktat di Fini al cognato: «lascia quella casa!». Secondo gli abitanti dell'ormai celebre palazzo al 14 di Boulevard Princesse Charlotte negli ultimi giorni un agente immobiliare è venuto a fare visitare a presunti compratori quella casa che la contessa Anna Maria Colleoni lasciò in eredità ad Alleanza nazionale «per la buona battaglia».

 

Se questo atto fosse davvero compiuto, allora sì che si rischierebbe di vedere consumato fino in fondo il reato. Perché chi ha acquistato a 300-330 mila euro oggi potrebbe vendere nella peggiore delle ipotesi a un milione di euro in più. Ma forse anche guadagnandoci un milione e mezzo di euro. Somma che per il codice penale italiano sicuramente costituirebbe un illecito arricchimento indipendentemente da chi sia il proprietario della Timara Ltd.

Il caso però diventerebbe assai più grave dopo la vendita se il proprietario - come tutti gli indizi dicono - fosse proprio Tulliani. Perché quel milione-milione e mezzo di plusvalenza sarebbe stato sottratto ad Alleanza Nazionale per finire nelle tasche della famiglia Tulliani, cui è legato Fini da un sicuro vincolo sentimentale (non giuridico, visto che il presidente della Camera risulta ancora sposato con Daniela di Sotto). Quella vendita oggi farebbe ancora diventare più grave una vicenda su cui si sono addensate troppe ombre.

Con un'inchiesta in corso, che c'è davanti alla procura della Repubblica di Roma con l'ipotesi di truffa, si tratterebbe di sottrazione dell'oggetto del presunto reato. E in ogni caso quella casa o quella plusvalenza dovrebbe prendere una sola strada possibile: quella della tesoreria di Alleanza Nazionale, a cui la somma è stata sottratta colpevolmente o dolosamente. Di Alleanza Nazionale. Non del nuovo partito che stanno per fondare alcuni ex aderenti

 

 

[07-10-2010]

 

 

GUERRA TRA EX AN E FLI SUL TESORO DELLA CASA MADRE - in ballo 380 milioni di euro di asset, tra liquidità, attivo in bilancio e valore dei 70 immobili - la Russa e Gasparri intenzionati intanto a chiudere i rubinetti del finanziamento al Secolo, house organ un tempo di An ora di Fli - La PERINA scopre che: È VENDETTA (ma va?) - l’ex tesoriere Francesco Pontone, scaricato su montecarlo da gian-fregnone, presenta il consuntivo e lascia...

Carmelo Lopapa per "la Repubblica"

 

L´ordine di scuderia è congelare il tesoretto. Blindarlo e renderlo inaccessibile nella polverosa cassa di Alleanza nazionale. Quasi 380 milioni di euro di asset, tra liquidità, attivo in bilancio e valore dei 70 immobili.

L´input degli ex colonnelli che siedono alla destra di Berlusconi è semplice: evitare che anche solo il 30 per cento venga assegnato al neonato Futuro e libertà che già rivendica la propria quota. Ma i finiani, che hanno assoluto bisogno di risorse, non ci stanno. Si preparano a portare carte e libri contabili alla magistratura e a chiedere il commissariamento dell´intero patrimonio.

 

È solo l´ultimo, prevedibile fronte della guerra infinita tra nemici ormai acerrimi. Con i la Russa e Gasparri intenzionati intanto a chiudere i rubinetti del finanziamento al Secolo, house organ un tempo di An ora di Fli. E il direttore Perina che, coi fedelissimi del presidente della Camera, bollano la stretta come «ritorsione politica». Una cosa è certa. In mattinata, il premier Berlusconi ha incontrato a Palazzo Grazioli gli ex colonnelli La Russa, Gasparri, Matteoli, Alemanno.

È stata concordata in quella sede una tregua con gli avversari, anche sui conti di An. Tregua che fa il paio con rinvio di ogni discussione. E di ogni decisione. E infatti, per due volte - a metà giornata e in ultimo a sera - la riunione del comitato dei garanti di An che avrebbe dovuto iniziato a discutere del patrimonio e del giornale, è stata rinviata sine die.

 

Ufficialmente, per la richiesta del presidente dimissionario (l´ex tesoriere del partito) Francesco Pontone di tempo per presentare il consuntivo, prima di lasciare. Si dimetterà più in là. E per prenderne il posto, i berlusconiani Gasparri, La Russa e Matteoli hanno già scelto il senatore Giuseppe Valentino. Sono loro, d´altronde, a vantare ormai la maggioranza nel comitato: sei membri su nove.

Ma i finiani non mangiano la foglia e rivendicano subito almeno i 700 mila euro necessari a ripianare il disavanzo del Secolo. Ora quel rivolo di finanziamento pubblico si chiude, annuncia in diretta tv il coordinatore Pdl La Russa, rispondendo a Belpietro: «L´anno scorso il quotidiano da An ha avuto qualcosa come 3,6 milioni di euro. Per vivere ha bisogno di costi eccessivi: ritengo che un giornale debba vivere non con gli aiutini ma camminando sulle proprie gambe».

 

E dopo lui Valentino, in Transatlantico: «Sul Secolo vedremo, dobbiamo riflettere». Quelli di Fli capiscono l´antifona e partono al contrattacco. «Vogliono far tacere l´unica voce non berlusconiana nella stampa di centrodestra, un atto di disperazione politica» è la tesi di Carmelo Briguglio.

Ma a condurre la partita per i finiani è soprattutto il deputato e amministratore del Secolo, Enzo Raisi: «È una chiara vendetta politica, con la quale rischiano di far fallire e chiudere il quotidiano. E siccome quello è un bene di An e non vogliamo passare guai penali per colpa loro, porteremo i libri ai magistrati e chiederemo il commissariamento dell´intero patrimonio».

 

Tradotto: se non lo vogliono dividere, allora non saranno loro a gestirlo. Nell´immediato però vanno affrontate le difficoltà del giornale, alle prese anche con la stretta dei fondi per l´editoria di Palazzo Chigi.

«Da 55 anni, prima l´Msi e poi An ripiana i debiti del Secolo. Questo è un boicottaggio - protesta il direttore Perina - Ricordo ancora La Russa che urlava: "Meglio Libero o il Giornale, dobbiamo fare del Secolo una sorta di Padania, altrimenti meglio aprire una tv". La verità - continua - è che da quando abbiamo parlato di veline in lista, siamo stati sempre osteggiati, ben prima dello strappo di Fini: hanno dei problemi con le teste pensanti e non condizionabili. È il loro limite».

 

 

[07-10-2010]

 

 

 

“IO CONFESSO” - IL GIORNALISTA LIVIO CAPUTO RACCONTA LA VERA STORIA DELLO SCOOP: “MACCHÉ 007 DEVIATI, LO SCANDALO DI MONTECARLO L’HO SCOPERTO IO” - “UN MIO AMICO MI PARLÒ DELLA VICENDA E SCRISSI UNA MAIL A FELTRI E SALLUSTI PER INVITARLI AD INDAGARE” - “IN TANTI NON SAPENDO A COSA ATTACCARSI, CONTINUANO A VANEGGIARE DI DOSSIER E A ACCUSARCI DI SPARGERE FANGO. MA, COME PER IL WATERGATE, LA STORIA FINIRÀ COL DARE RAGIONE A NOI”...

Livio Caputo per "Il Giornale"

Premetto che mi sono sempre piaciute le storie di spionaggio. Quando ero militare, tanti anni fa, ho seguito il corso «I», che stava per informatore. E quando, molto tempo dopo, mi capitava di fare l'inviato nei Paesi comunisti, mi divertivo a mettere in pratica quello che avevo imparato sotto le armi per depistare i segugi che le autorità mi mettevano puntualmente alle calcagna.

Ma, con tutto ciò, non mi sono divertito affatto quando, dopo lo scoop dell'appartamento di Montecarlo, mi hanno virtualmente - e del tutto arbitrariamente - «promosso» a 007 in servizio permanente, per giunta «deviato». Come ha già scritto in più di una occasione Vittorio Feltri, con questa faccenda i servizi, i dossier, le spie e quant'altro è stato tirato in ballo non solo dai finiani che cercavano di difendere il loro leader, ma anche dalle sinistre e da una parte consistente della stampa nazionale, non c'entrano proprio niente.

 

Ecco come sono andate in realtà le cose. Nel pomeriggio del 21 luglio ho ricevuto una telefonata da un vecchio amico, fedele lettore del Giornale: «Livio - mi ha detto - nei giorni scorsi sono stato a Montecarlo e un italiano residente nel Principato mi ha raccontato una strana storia riguardante un appartamento lasciato in eredità ad An e in cui adesso si sarebbe insediata la famiglia Tulliani...».

«Stop - l'ho interrotto - con sette milioni di intercettati, come dice il nostro presidente del Consiglio, queste non sono faccende da trattare al cellulare. Vieni domattina a casa mia e ne parliamo». L'indomani è arrivato e mi ha riferito quanto aveva appreso. Il suo racconto mi ha convinto abbastanza da indurmi a mandare subito alla direzione la nota che Il Giornale ha già pubblicato una volta, che l'amico Sallusti ha mostrato anche in Tv, ma che nel contesto di questo racconto ritengo necessario riprodurre nuovamente, inesattezze comprese.

 

MEMO URGENTE DA LIVIO CAPUTO PER VITTORIO FELTRI E ALESSANDRO SALLUSTI
Un mio amico e lettore del Giornale (...) mi ha segnalato la seguente vicenda, che forse potrebbe essere di interesse per noi. Una dozzina d'anni fa una nobildonna bergamasca, la contessa Colleoni, ha lasciato in eredità ad Alleanza nazionale un appartamento di circa 75 mq., situato in Montecarlo, al pianterreno di rue Princesse Charlotte 14.

L'amministrazione di questo bene ha sempre fatto capo all'on. Donato Lamorte, fedelissimo di Fini, che per anni ha rifiutato qualsiasi offerta di affitto o acquisto. Nel 2009 invece, improvvisamente, l'appartamento, del valore stimato di 2 milioni di Euro, è stato ceduto alla società inglese Timara Ltd. per una somma da accertare, prontamente ristrutturato a cura della società Tecabat di Montecarlo e finito nelle mani di Elisabetta(?) Tulliani, la compagna di Fini, che ora vi risiede con tanto di nome sul citofono. Lo stesso Fini è stato visto più volte entrare e uscire dalla casa.

 

Il mistero, che toccherebbe al «Giornale» svelare, è duplice: 1) A che prezzo il tesoriere di An ha ceduto il bene (dovrebbe risultare dal catasto di Montecarlo)? 2) Chi si nasconde dietro la Timara? È un vera immobiliare, che poi ha affittato regolarmente la casa alla Tulliani, o con un gioco di prestigio il Lamorte ha messo l'appartamento a disposizione della compagna del suo capo?

 

Come si può vedere, gli elementi della storia c'erano già tutti, raccontati da un cittadino a un altro cittadino e poi riferiti a un giornalista che li ha doverosamente trasmessi alla sua direzione; c'era, perfino, l'indicazione che della ristrutturazione della casa si è occupata personalmente Elisabetta Tulliani, come è stato clamorosamente confermato martedì sera a Porta a porta. Sono stati poi bravissimi gli inviati del Giornale e gli altri colleghi che si sono interessati alla vicenda a correggere le imprecisioni, cercare conferme, trovare nuovi particolari: è stato un bell'esempio di giornalismo investigativo, raro di questi tempi, di cui vado fiero per la nostra categoria.

La mia parte, comunque, è finita con l'invio della nota informativa, e devo ammettere che non mi aspettavo di scatenare una tempesta di queste proporzioni. Ma ero, e sono più che mai convinto oggi, che nel trasmettere la denuncia dell'abuso ho reso un servizio non agli avversari politici di Fini, ma all'opinione pubblica in generale: grazie alla rivelazione dell'inghippo di Montecarlo, gli italiani avranno infatti modo, quando si andrà alle urne, di valutare meglio la figura di un protagonista della politica che si presenta come un campione della legalità e della correttezza, ma ha anche lui il suo bello scheletro nell'armadio.

 

In conclusione, come ci si sente a essere all'origine dello scandalo dell'estate? Bene, anzi benissimo, se non fosse per l'insistenza con cui tanti, non sapendo a cosa attaccarsi, continuano a vaneggiare di dossier e a accusarci di spargere fango. Ma, come accadde per il Watergate, la storia finirà col dare ragione a noi.

 

 

[07-10-2010]

 

 

MI PORTI UNA QUERELA A "PORTA A PORTA" - ELISABETTA TULLIANI SPERICOLATA: DICHIARA GUERRA A BRUNO VESPA - QUALCUNO LE DICA CHE ATTACCARE FINI VALE LA CARTUCCIA DI UN QUOTIDIANO, BRU-NEO VUOL DIRE UNA BOMBA MEDIATICA DI MILIONI DI PERSONE - ELY IN "SEGRETO" VEDE GIAN-FREGNONE ALLA CAMERA - ARIA DI PAX: SÌ DELLA RAI ALLA FICTION TV DI LADY BOCCHINO....

 

1- SÌ DELLA RAI ALLA FICTION TV DI LADY BOCCHINO...
Da "Libero" - Sì, certo la scelta dei conduttori di Sanremo, con relativa vittoria del direttore di Rai Uno, Mauro Mazza sul direttore generale della Rai, Mauro Masi, prima di tutto. Ma il cda di viale Mazzini che dà il via libera alla fiction dedicata ad Anita Garibaldi non è cosa da poco.Perché dopo ripetuti rinvii per questioni procedurali la mini-serie televisiva "Anita", essendo prodotta dalla moglie di Italo Bocchino, Gabriella Buontempo, è un "fatto" politico più che televisivo.

Evidentemente le «quote» invocate dai finiani, ancor prima che Futuro e Libertà diventasse ufficialmente un partito, non sono un'astrazione lessicale, ma un dato oggettivo. Sia pur a fatica e con rinnovati contrasti fra i consiglieri espressi dalla maggioranza, emersi nel corso della riunione, il consiglio di amministrazione ha concesso l'ok per la messa in onda della fiction prodotta dalla "Goodtime" di Massimo Martino e Gabriella Buontempo, moglie del deputato finiano.

 

Nelle scorse settimane la mancata autorizzazione del cda aveva scatenato una ridda di voci che facevano risalire il "no" di viale Mazzini al contingente momento politico. «Letture maliziose» secondo i diretti interessati, smentite a più riprese da parte di alcuni consiglieri per i quali il mancato via libera ad "Anita" era dovuto solamente a perplessità di carattere amministrativo-giuridiche.

 

Oltre a quella sulla moglie di Garibaldi, il cda ha dato l'ok anche per la messa in onda della fiction sul grande tenore Enrico Caruso, prodotta dalla Ciao Ragazzi, la società di produzione controllata da Claudia Mori, la moglie di Adriano Celentano, soffiando così un altro spazio a Luca Barbareschi.

2- LA TULLIANI QUERELA "PORTA A PORTA". E IN "SEGRETO" VEDE GIANFRANCO ALLA CAMERA
Da "Il Giornale" - Di ufficiale non c'è niente. Né comunicati, né lanci d'agenzia. Eppure il fatto sembra certo. Occhi indiscreti hanno colto l'attimo e documentato l'incontro, in terreno non neutrale ma istituzionale, della coppia più chiacchierata del momento. Perché dove altro può essere andata lady Tulliani in Fini dopo essere entrata alla Camera se non dal suo Gianfranco? Conferme, va ribadito, non ce ne sono.

Quel che è certo però è che ieri mattina Elisabetta è stata avvistata a Montecitorio: jeans, camicia bianca, per mano la figlia Carolina. Dal garage della Camera si è avviata, dopo aver scambiato due parole con i parcheggiatori, verso un'entrata laterale del palazzo. Sorridente e, almeno apparentemente, serena. Peccato che in serata sia uscita un'agenzia, questa sì ufficiale: Elisabetta aveva appena dato mandato al suo avvocato di querelare «Porta a Porta». Bruno Vespa si è detto sorpreso: «Ai Tulliani avevo offerto un collegamento in diretta per replicare».

 

 

[07-10-2010]

 

 

- ANCHE "REPUBBLICA" FA "KILLERAGGIO" E SPARA UN BEL PEZZO SUL CASO FINI-TULLIANI - 1/ LA STESSA OFF SHORE PER I DUE ROGITI - 2/le utenze dell’affittuario Tulliani domiciliate a casa Walfenzao - 3/I DUBBI DEL NOTAIO Aureglia, dopo aver firmato il primo rogito da 300 mila euro - 4/ ELISABETTO COSTRETTO A LASCIARE LA CASA - IL FISCO DEL PRINCIPATO ha già attivato un controllo sulle cifre pagate dalle società schermate (300 mila e poi 330 mila euro) e sul presunto valore dell’immobile....

Corrado Zunino per "la Repubblica"

 

Avenue Princesse Grace 31, un palazzo color ocra di diciannove piani che si affaccia sul Golfo di Larvotto. Questo è l'ultimo indirizzo che emerge nel giallo della Casa di Alleanza nazionale a Montecarlo. Tutto il primo piano si scopre dedicato a una società off-shore che si chiama Jason sam e si occupa, secondo statuto fondativo, di "Corporate management e servizi fiduciari". La Jason gestisce da Montecarlo, per esempio, pianificazioni immobiliari «per persone fisiche ad alto reddito».

Si muove con agilità, dice il sito web dell'azienda, alle Antille olandesi e a Santa Lucia, l'isola dove nel 2008 sono state fondate a poche ore una dall'altra le due società off-shore - Printemps ltd e Timara ltd - che acquisteranno in successione l'appartamento dove per due anni ha vissuto il cognato di Gianfranco Fini, Tulliani jr.

 

Al primo piano del palazzo ocra ha posto la sua residenza Susan Elizabeth Beach: nel secondo rogito "off-shore", attraverso la Jason, la donna ha rappresentato la società Timara, ovvero l'ultima acquirente (per 330 mila euro) della casa in Boulevard Princesse Charlotte 14.

 

Bene, nella stessa Jason - si scopre - lavora quel Bastian Antoine Izelaar che al primo rogito rappresentava la Printemps: fu lui ad acquistare la casa da Alleanza nazionale per 300 mila euro e a girarla - con un guadagno di soli 30 mila euro - alla stessa Timara della Susan Beach. Acquirente e venditore della casetta in cui ha vissuto Gian Carlo Tulliani, quindi, lavorano insieme, ed entrambi nell'orbita del grande broker silente James Walfenzao. Già.

Al primo piano del palazzo ocra si apre la porta della misteriosa Jason: «Non abbiamo niente da dire», richiude, agitata, una signora di mezz'età. Quest'ultimo dettaglio - acquirente e venditore operano nella stessa società - arriva dopo la mail di Walfenzao che definiva il cognato di Fini «un nostro cliente» e la pubblicazione della nota del ministro di Giustizia di Santa Lucia che lo definiva invece il "beneficiario" delle off-shore. E poi ci sono le utenze dell'affittuario Tulliani domiciliate a casa Walfenzao, che in Avenue Saint Roman 7 possiede un villone (oggi disabitato).

 

Gli avvocati del ragazzo, lo studio Izzo, replicano: «La prova dell'innocenza non va chiesta a Tulliani, sono gli accusatori che devono trovare la pistola fumante. Noi sosteniamo da sempre che il nostro assistito ha un rapporto con le società off-shore solo come affittuario». La famiglia Tulliani, su insistenza di Elisabetta, in queste ore ha spedito a Montecarlo conoscenti fidati: vuole liberarsi della maledetta casa nel modo più indolore.

 

Nel Principato di Monaco c'è infine lo studio della famiglia notarile Aureglia-Caruso. È in Boulevard des Moulins 4, sopra il casinò e il Cafè de Paris frequentati con assiduità dal ragazzo con la Ferrari nera.

Paul Louis Aureglia, dopo aver firmato il primo rogito da 300 mila euro, è andato in pensione. A una festa con amici si lasciò scappare qualche dubbio su come è stata gestita la vicenda. La figlia, Nathalie, ha ereditato l'ufficio e assistito al rogito due, la vendita da 330 mila euro. È stato lo stesso Walfenzao in una mail confidenziale a chiamare in causa i notai: «Aureglia mi ha assicurato che a lui il prezzo stava bene e che avrebbe garantito sui problemi fiscali».

Già, in un Principato che non fa pagare tasse sulla casa ma solo sul rogito (il 9%), i servizi fiscali hanno già attivato un controllo sulle cifre pagate dalle società schermate (300 mila e poi 330 mila euro) e sul presunto valore dell'immobile nel centro di Montecarlo (secondo alcuni più alto). Nelle casse del Fisco monegasco mancherebbero 250 mila euro. Li dovranno versare le due off-shore di Walfenzao. Meglio, le persone che quelle società-canaglia controllano.

 

 

 [05-10-2010]

 

 

2 -ALLA FINE DI QUESTO IMMENSO CASINO DI MONTECARLO C'È IL RISCHIO CHE A PAGARE PER TUTTI SIA UNA POVERA GIORNALISTA CHE COLLABORA AL SITO "GIOCOEGIOCHI.COM". IN UN ARTICOLETTO LA FANCIULLA HA AVUTO L'ARDIRE NEI GIORNI SCORSI DI INDICARE IN CORALLO E LABOCCETTA DUE ARTEFICI DELLA DESTRA D'AZZARDO
Nella cucina della politica e dell'opinione pubblica, il piatto di Montecarlo è diventato quasi ininfluente e incomprensibile.

 

Sono tanti e tali i nomi scaraventati in questa vicenda da far perdere il filo della chiarezza. Ieri sera Mentana ha rivelato che la trama ha avuto origine a febbraio di quest'anno, ma nel groviglio di società offshore e di personaggi misteriosi è difficile raccapezzarsi.

Ogni giorno qualcuno dei soggetti chiamati in causa minaccia querele e c'è chi come il direttore dell'"Avanti!", Valter Lavitola, teme di essere arrestato dai ministri loquaci di Santa Lucia. Oggi è la volta di un altro personaggio misterioso, Gaetano Corallo, detto Tanino, il 75enne che secondo i giornali del Cavaliere sarebbe il grande vecchio del gruppo Atlantis specializzato nei giochi delle slot machines.

 

Questo Corallo dai precedenti pericolosi che lo hanno portato a rifugiarsi a Miami nel 1983, dichiara a "Il Giornale" di Feltri-Sallusti di avere le idee chiare sul proprietario dell'alloggio di Montecarlo. Poi parla di Walfenzao, un altro personaggio misterioso balzato alla cronaca, amico di suo figlio e del deputato Laboccetta. Alla fine dell'intervista si legge che in tarda serata l'avvocato di Corallo ha minacciato querela qualora "Il Giornale" avesse proceduto alla pubblicazione.

 

Questa minaccia è caduta nel vuoto come è probabile che cadano nel vuoto le numerose querele che sono state annunciate nei giorni scorsi.

Alla fine di questo immenso casino che comincia a provocare una forte nausea, c'è il rischio che a pagare per tutti sia una povera giornalista di nome Claudia Cencini, che collabora al sito "giocoegiochi.com". In un articoletto che riprendeva in gran parte un articolo di "Repubblica", la fanciulla ha avuto l'ardire nei giorni scorsi di indicare in Corallo e Laboccetta due artefici della destra giocherellona. Subito è scattata la querela nei confronti dell'editore del sito "giocoegiochi.com" che fa capo alla società di Terni "Ltm Network".

 

Con una raccomandata spedita venerdì stesso lo studio di Catania dell'avvocato Lino Barreca ha annunciato "querela penale per il reato di diffamazione aggravata" a difesa del fantomatico signor Corallo e del deputato napoletano.

01.10.10

 

IL SENSO DEL "BOSS" CORALLO PER I TULLIANOS - "Anche i bambini hanno capito com’è andata questa storia, di chi è la casa, chi la occupa" - silenzio! parla il Grande Vecchio del gruppo Atlantis, specializzato nel racimolare miliardi con le slot machine, guidato dal figlio Francesco, che ha come "amministratore" Walfenzao, sul quale dice: "Chi va da lui lascia tracce" - L’intervista non ha avuto il via libera finale di Corallo, ma Chiocci aveva registrato tutto e se n’è giustamente sbattuto

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 


«Pronto? Buonasera, sono l'asseritamente "boss" Corallo, tirato in ballo per le vicende dei Caraibi e la casa di Montecarlo. Ho letto su alcuni giornali che sarei latitante chissà dove. Bene. Volevo comunicarle che domani mi costituisco all' Ansa, così tutti potranno essere informati sul mio effettivo stato di cittadino, libero, con passaporto, senza alcuna pendenza giudiziaria. Se non l'avesse capito glielo spiego meglio: non sono latitante, io».

L'esordio è tutto un programma. Gaetano Corallo, detto Tanino, 75 primavere, condannato a sette anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione nella vicenda dei casinò di Sanremo, sospettato di frequentazioni pericolose nel 1983 quando scappò a Miami per sfuggire a un retata sul clan Santapaola, è di nuovo sui giornali per le vicende del quartierino del Principato di Monaco.

 

Perché, stando ai resoconti giornalistici e giudiziari, Corallo senior sarebbe il Grande Vecchio del gruppo Atlantis, specializzato nel racimolare miliardi con le slot machine, guidato dal figlio Francesco, che ha come «amministratore» James Walfenzao, il procuratore della Primtemps che l'11 luglio del 2008 acquistò l'appartamento da An e che indirettamente compare nelle varie società che controllano la Timara Ltd, a tutt'oggi proprietaria dell'immobile monegasco.

Walfenzao, a cui il cognato del presidente della Camera domicilia le sue utenze personali, è anche la «fonte» del governo di Saint Lucia che indi­ca proprio in Giancarlo Tulliani il vero proprietario della casa di Boulevard Princesse Charlotte. Il resto della storia, compreso il pranzo di Fini al suo ristorante, ce lo racconta lui, assistito dall'avvocato Giuseppe Lipera.

Signor Corallo, lei cosa sa di questa storia?
«Poco o niente».

 

Cominciamo male. Il gruppo Atlantis, diretto da suo figlio, a causa dell'amministratore Walfenzao, suo malgrado è finito col ricoprire un ruolo di primo piano nella vicenda che si snoda fra Roma, Montecarlo, Santo Domingo e Saint Lucia...
«Allora. Mio figlio, con il quale non parlo più per questioni familiari, è incensurato. Il sottoscritto ha pagato il suo debito con la giustizia, mi hanno arrestato a Miami, in Florida, estradizione respinta per mancanza di indizi, poi sei anni condonati, otto mesi di affidamento in prova a Roma, ho un certificato di carichi pendenti pulito, e quindi...».

Va bene. Le chiedevamo cosa sa di Montecarlo...
«So quel che leggo dai giornali, anzi dal vostro giornale. E cioè che la verità è quella che scrivete voi».

 

Scriviamo tante cose signor Corallo. A cosa, in particolare, si riferisce?
(ride) «La prego, su. Come posso dire... Mi fa pena questo presidente della Camera, non vorrei infierire su uno che sta già così male».

Lei lo ha conosciuto?
«Io no, io».

Lo sa che c'è una fotografia che ritrae il presidente Fini, nel 2004, nel suo ristorante ai Caraibi, nell'isola di Saint Martin. Lo stesso Amedeo Laboccetta, deputato di An ora nel Pdl, ci ha confermato che nel suo ristorante, oltre all'attuale presidente della Camera, c'era anche Francesco Cosimi Proietti, detto Checchino, ex braccio destro di Fini ed oggi parlamentare di Futuro e libertà. Non neghi l'evidenza.
(lungo sospiro) «Non è il mio ristorante, ma è il ristorante di mio figlio. Conosco Laboccetta perché conosco la famiglia, la moglie, la madre della moglie quando ancora erano fidanzati».

Almeno l'onnipresente Walfenzao lo conosce?
«Lo conosco, certo, è una persona per bene. Un professionista serio. Era direttore di una banca a Saint Martin - dove vive mio figlio e dove Laboccetta va in vacanza - , poi si è dimesso e l'ho rivisto solo recentemente a Miami, dove lui s'è fatto un ufficio per gestire queste società off- shore».

 

E non sa che l'uomo cardine dell'intrigo monegasco è anche l'amministratore e consulente nella vostra Atlantis World che grazie ad An avrebbe ottenuto benefici in Italia per delle concessioni, come rivela l'inchiesta di Potenza sui Monopòli, dove proprio Checchino Proietti finisce intercettato?
«Dovreste chiedere a mio figlio perché io ne so poco delle vicende dei monopoli. Non so cosa sia successo su Montecarlo, potrebbe essere che hanno usato lo stesso studio di James Walfenzao che poi ha aperto una succursale pure nel Principato dove è scoppiato tutto questo scandalo».

 

E dove Tulliani, al suo amico Walfenzao, gira pure la posta...
«Appunto».

E lei è pronto a giurare che lo zampino di suo figlio non spunti...
«Guardi, sinceramente... Io non credo. Non vedo che interesse potrebbe avere mio figlio, che è un imprenditore affermato, a fare un'operazione del genere».

Magari per fare un favore a qualche amico o ad un amico di un amico...
«Ma non è che può fare il mediatore lui».

 

Lui no, ma Walfenzao sì...
«Può essere, ma io non lo so. Leggendo tutto quello che scrivete, i documenti che pubblicate, le società e i nomi che si rincorrono, verrebbe da pensare come la pensate voi. Io, però, non credo».

E cosa crede?
«Credo che non serve a niente fantasticare su cose indimostrabili. È la sostanza quella che conta».

 

E qual è per lei questa benedetta «sostanza» signor Corallo?
«Anche i bambini hanno capito com'è andata questa storia, di chi è la casa, chi la occupa. La off-shore serve a nascondere il reale compratore, non si scappa. Chi ha il pacchetto delle azioni al momento è il proprietario ma non è detto che non si possa risalire al primo proprietario, quello della cessione della casa da An alla società. Una traccia resta sempre, non è che un fantasma bussa, che so, va da Walfenzao e costituisce una società. Ci dev'essere qualcuno che fisicamente si presenta, nome e cognome».

Ed è rintracciabile questa traccia?
«Penso proprio di sì».

Ps: Ieri, in tarda serata, dopo aver riletto l'intervista (ovviamente registrata) all'avvocato di Corallo e averne ottenuto il via libera alla stampa, siamo stati raggiunti da una telefonata dello stesso Corallo che minacciava querela qualora avessimo proceduto alla pubblicazione. Se l'intervista è in pagina è per il doveroso rispetto al nostro lavoro e al dovere di informare i lettori di fatti comunque di interesse pubblico. [30-09-2010]

 

 

LAVITOLA: “IO HO La PROVa in una mail inviata da Walfenzao che dimostrerebbe come Giancarlo Tulliani sia il beneficiario di Timara e Printemps” - la mail sparata dall’editore dell’"Avanti" è stata confermata dal ministro della giustizia francis ed è negli incartamenti del dossier - La verità è quindi solo questione di ore? "Non farò nulla prima che abbia parlato Berlusconi"...

Francesco Semprini per "La Stampa"

 

Un blitz tra Caraibi e Centro America per posizionare gli ultimi tasselli del mosaico «Affaire Montecarlo», un giallo con soluzione a tempo determinato. Il protagonista è Valter Lavitola. Pantaloni beige e camicia blu di lino, l'editore-direttore dell'Avanti! si presenta dinanzi al ministro della Giustizia di Saint Lucia col taschino gonfio di carte, sono le «smoking gun», le prove che dimostrerebbero come Giancarlo Tulliani sia il beneficiario di Timara e Printemps, le due off-shore mediatrici nella compravendita dell'appartamento monegasco una volta proprietà di An.

 

E' appena arrivato sull'isola caraibica dove si muove a bordo di due van assieme ad altre cinque persone tra cui José Antonio Torres di el Nacional, il quotidiano di Santo Domingo che per primo ha pubblicato la lettera con la quale Francis informava il premier sull'esito dell'indagine preliminare. «La soluzione del caso è in una mail inviata da James Walfenzao a Michael Gordon», messaggio che, come conferma l'Attorney General, è negli incartamenti del dossier.

Come Lavitola sia arrivato a sbrogliare il bandolo della matassa ce lo spiega più tardi, sotto i portici dell'Auberge Seraphine di Castries. «Sto lavorando a un'indagine di tutt'altro genere», una storia di riciclaggio di denaro con una società di Costa Rica che ha sede a Napoli, dove «ci sono in ballo molti soldi in contanti». E' su questo filone che si innesta quello monegasco.

 

«Per puro caso - spiega l'editore dell'Avanti! - dopo che era scoppiato il caso, una persona ci dice che tra le prove raccolte nell'ambito dell'inchiesta madre», c'era un carteggio che riguardava la vicenda che vedeva coinvolto il cognato del presidente Gianfranco Fini. E' questa la genesi dell'indagine che porta Lavitola un paio di volte ad atterrare a Saint Lucia, l'ultima due giorni fa mentre Francis convocava la conferenza stampa.

«Ci siamo visti con i miei collaboratori a Puerto Rico e poi siamo venuti qui», spiega. «Avevo saputo che l'indagine era chiusa, e sono venuto per chiedere un'intervista al ministro, e così ho saputo dell'incontro». Perché ingaggiare proprio Torres? «E' uno dei migliori e se anche fosse un velinaro come qualcuno dice, che problema c'è?». Ma il documento sul suo tavolo come è arrivato? «Attraverso un free press dal Guatemala». Mario Sanchez? «Una persona dello staff. Non mi piace citare le fonti».

 

Poi la dissertazione sulla «smoking gun»: «La mail sta qui, ma non la faccio vedere: è un documento che voglio pubblicare prima sull'Avanti!». Ma parla di Tulliani? «Poi la vedrete». Si capisce che parlano di lui anche se non c'è? «Compratevi l'Avanti!». Per Lavitola il giallo di Santa Lucia ruota attorno all'Ocse: «Il governo vuole uscire dalla lista nera dei paradisi fiscali, ma di punto in bianco tra le mani del premier Stephenson King scoppia il caso perché qualcuno interno ha fatto girare questo documento».

Quindi nessuna pressione per aprire l'inchiesta? «Credo di no», dice Lavitola: nella sua testa la soluzione del caso è «sicura al 99,9%». «Secondo me è stato Gordon che ha parlato con il governo. E' un magistrato di 71 anni, molto importante, sta per passare l'attività al figlio e non vuole problemi».

La presunta negligenza di Tulliani, che avrebbe nascosto a Walfenzao la sua parentela con un politico, è diventata una mina vagante quando «qualcuno ha preso questo documento e se lo è portato in Guatemala facendo scoppiare il bubbone».

 

Ed è lì che Lavitola si è recato ieri per avere l'ultimo elemento con cui si chiuderebbe il cerchio. Chissà quanto costano tutti questi giri? Il direttore dice di aver pagato 32 mila euro sino ad oggi: «Sono attento nelle spese e l'Avanti! vende sempre più copie». E a Bocchino che lo accusa di essere l'autore della lettera «patacca» risponde: «Italo ha avuto un esaurimento nervoso, prima lo ritenevo un amico. Io non ho mai fatto querele, non riesco ad aver l'animo di fare una querela, in ogni caso ci voglio parlare e poi temo che lo querelerò».

La verità è quindi solo questione di ore? «Non farò nulla prima che abbia parlato Berlusconi». Berlusconi l'amico di sempre. «Lo conosco molto bene, da prima dei tempi di Forza Italia. L'ultima volta l'ho visto la settimana scorsa. Mi ha detto: ma te proprio non riesci a tenerti fuori dai casini».

Hanno anche parlato di questa storia ma il direttore smentisce di star indagando per lui: «Di Berlusconi si può dire tutto meno che è scemo. Io, un amico di Berlusconi, che fa un'indagine su Fini commissionata da Berlusconi? Ci puoi anche non credere ma delle volte esistono anche rapporti personali». E sui fatti del Brasile dice: «Ero lì quando è venuto, ma i gozzovigli alla tarantina maniera di cui si è parlato sono solo montature».

 

Non rimane quindi che comprare l'Avanti! il 30 settembre? «Aspetta un secondo. Sto cercando di capire qual è il danno che viene provocato da questa cosa. In alcuni casi certe cose non riesco a farle, non escludo che prendo tutta 'sta roba, ci faccio un fiocco sopra e la butto in acqua».

L'incertezza diventa certezza ore dopo, quando Lavitola in partenza verso l'Italia fa sapere che giovedì usciranno i primi dossier dell'inchiesta, ma di quella madre, quella sul riciclaggio. E l'affaire monegasco? Forse non se ne fa nulla, o meglio si dovrà attendere la fine delle indagini. Lavitola nel corso della sua tappa guatemalteca è stato «raggiunto al telefono dalla polizia» di Saint Lucia: «Se pubblichi quei documenti - gli hanno detto - qui non metti più piede, verrai arrestato per inquinamento delle indagini». [29-09-2010]

 

 

CHI HA FIRMATO, nel 2004, la licenza per l’Atlantis di corallo e laboccetta e walfenzao, oggi travolti dal caso tulliani, per poter spacciare in tutta Italia le slot machines? - Mario Baldassarri, all’epoca vice-ministro alle Finanze, come abbiamo scritto? no, abbiamo SBAGLIATo tra i tipini fini: fu il sottosegretario all’Economia con la delega sul settore giochi, Manlio Contento, all’epoca di allenaza nazionale....

1- BALDASSARI PRECISA: MAI AVUTO DELEGA SUL SETTORE GIOCHI E SLOT MACHINES...
Riceviamo e pubblichiamo:

 

Caro D'Agostino,
sul suo sito è apparsa ieri una notizia priva di fondamento che mi riguarda.
Si dice infatti che "L'Atlantis ottiene la licenza di spacciare in tutta Italia le slot machines grazie ad una firma del finiano Mario Baldassarri, nel 2004 vice-ministro alle Finanze".

Il sottoscritto è stato vice-ministro dell'Economia dal 2001 al 2006 e non ha mai avuto alcuna delega che riguardasse il settore dei giochi, né ha avuto deleghe di firma neanche sulle tematiche a lui espressamente delegate. Pertanto è assolutamente falso affermare che grazie ad una mia firma si sia potuta attivare una procedura di concessione relativa al settore dei giochi.

Spero in una sua doverosa presa d'atto e di una smentita della notizia priva di fondamento apparsa sul suo sito.
Cordiali saluti,
Mario Baldassarri

 


2- LE SLOT MACHINE DI STATO ALLA FAMIGLIA CORALLO ECCO «I GIOCHI» DI SINISCALCO. CON LA AWG I DUE FIGLI DEL PREGIUDICATO TANINO CONTROLLANO UN TERZO DEL MERCATO DA 4 MILIARDI
Sandro Orlando per "l'Unità" del 3 dicembre 2004

Dopo la depenalizzazione del falso in bilancio, lo scudo fiscale a copertura degli evasori, il condono dei reati di riciclaggio e la sanatoria per gli abusi edilizi, il governo di Silvio Berlusconi si sta preparando a legalizzare anche i giochi d'azzardo, per racimolare qualche altro spicciolo. Al Capone avrebbe sicuramente approvato.

Nella relazione tecnica che il ministro Domenico Siniscalco ha inviato al Senato della Repubblica, insieme al testo della finanziaria, viene infatti descritto il progetto di un «gioco con partecipazione a distanza», e cioè via Internet, che sarà istituito a breve.

 

Per arrestare la proliferazione delle scommesse clandestine e dei videopoker illegali, che sempre più spesso si avvalgono del web come canale di diffusione, il Tesoro ha insomma deciso di misurarsi sullo stesso terreno. Stanno così per nascere i casinò di Stato, anche se per il momento saranno limitati all'online, come ha precisato ieri il sottosegretario all'Economia con la delega sul settore, Manlio Contento, in occasione della Convention dei Monopoli in programma a Roma, aggiungendo che il regolamento attuativo dei nuovi "giochi a distanza" sarà pronto tra qualche mese.

Se il principio è che «ogni euro raccolto con il gioco è un euro in meno che viene dalla fiscalità generale», come ha sintetizzato il direttore generale dei Monopoli, Giorgio Tino, allora tanto vale mettersi a competere con i biscazzieri veri e propri. E chi può farlo meglio del figlio di un biscazziere?

Deve essere stato questo ragionamento a spingere il catanese Carmelo Maurizio Corallo, 42 anni, erede del pregiudicato Gaetano Corallo, detto Tanino, condannato nel '99 in via definitiva a sette anni di carcere per associazione a delinquere e corruzione nell'ambito della scalata ai casinò di Sanremo e Campione, ad avviare ai primi di ottobre una nuova società, la Awg Italia, insieme al francese Bernardo Joyeusaz.

 

Una piccola Srl domiciliata a Roma, al numero 212 di via Cola di Rienzo, che come oggetto sociale si è scelta - guarda un po' - proprio «il coordinamento e la disciplina delle attività per lo studio di fattibilità di una rete telematica dedicata ai videogiochi».

E non è un caso, visto che Awg sta per Atlantis World Games, e cioè la compagnia olandese che gestisce casinò a Saint Marteen e Santo Domingo, e di cui è socio l'altro figlio di Tanino, il 44enne Francesco Corallo, incensurato come il fratello. Attraverso la Atlantis, che in Italia è rappresentata da Joyeusaz, i due Corallo boys si sono già accaparrati una bella fetta del nascente mercato delle slot machine che il Tesoro ha inaugurato lo scorso mese.

Un business che già vale 4 miliardi di euro, e garantisce allo Stato un introito del 13,5% su ogni giocata. Mettendosi in affari con la Saparnet di Domenico Distante, che contemporaneamente è anche il capo del maggior sindacato di categoria (Sipar), i figli di Tanino sono infatti riusciti a mettere le mani su circa un terzo delle 130 mila macchinette già entrate in esercizio nei bar e locali del paese.

 

E chissà se avranno contato anche le amicizie altolocate del padre, che negli anni d'oro delle scalate ai casinò frequentava contemporaneamente un tale Marcello Dell'Utri, il boss mafioso Nino Santapaola e l'allora sindaco di Imperia Claudio Scajola. Certo è che per loro si prepara adesso un'altra manna, con l'arrivo dei giochi su Internet. Il ministro Siniscalco calcola che porteranno nelle casse del Tesoro fino a 800 milioni in tre anni. Ma i nuovi giochi - ha sottolineato il titolare di via XX settembre - serviranno soprattutto a combattere l'illegalità. Gli eredi del biscazziere catanese sapranno certamente essere d'aiuto

3 - CHI è MANLIO CONTENTO...
Da "Wikipedia" - Manlio Contento (Sedegliano, 19 ottobre 1958) è un politico italiano. Laureato in Giurisprudenza, svolge la professione di avvocato.

Nel 1996 è eletto alla Camera dei deputati per Alleanza Nazionale. È menbro della 6° Commissione permanente (Finanze). Nel 2001 è confermato alla Camera dei deputati. È nominato Sottosegretario del Ministero dell'Economia e delle Finanze nel secondo e terzo governo Berlusconi. Nel 2006 viene riconfermato alla Camera dei deputati. Nel 2008 viene di nuovo riconfermato alla Camera dei deputati. 28-09-2010]

 

 

1- ROBERTO SAVIANO DIFENDE GIANFREGNONE FINI: "E SE ANCHE LA CASA FOSSE SUA? INTANTO È STATA COMUNQUE PAGATA. CERTO NON È ELEGANTE, MA DOVE È L’ENORMITÀ? IN UN GOVERNO DOVE C’È UNO COME COSENTINO, COINVOLTO IN INCHIESTE SULLA CAMORRA), SI RISCHIA DI INGIGANTIRE UN EPISODIO CHE È NULLA IN CONFRONTO ALLE ACCUSE MOSSE NEI CONFRONTI DELL’EX SOTTOSEGRETARIO DI BERLUSCONI" - 2- LAVITOLA: "CON UNA MAIL AL GOVERNO DI SANTA LUCIA, WALFENZAO SCARICò TULLIANI" - 3- IL GIALLO DEL BODY-GUARD DI “ELISABETTO”. AL MOMENTO NON RISULTA UN’ASSEGNAZIONE DI SCORTA EFFETTUATA DALLE AUTORITÀ PREPOSTE (è STATO IMPOSTO DA FINI?)

1- SAVIANO DIFENDE L'EX LEADER DI AN: "DOV'È L'ENORMITÀ? LA MACCHINA DEL FANGO FUNZIONA BENE E FA SPAVENTO"...
Da "Il Messaggero

 

Roberto Saviano difende Gianfranco Fini. L'autore di "Gomorra" e simbolo della lotta alla Camorra, interviene nel dibattito sulla vicenda della casa di Montecarlo e si dice convinto che il caso sia stato montato ad arte e che tutta la questione sia nulla rispetto ad altri guai giudiziari che hanno colpito esponenti del governo e della maggioranza. «Nel caso di Fini - dice Saviano a "Repubblica Tv" - io mi chiedo: e se anche la casa fosse sua? Intanto è stata comunque pagata. Certo non è elegante, ma dove è l'enormità? In un governo dove c'è uno come Cosentino (l'ex sottosegretario pdl coinvolto in inchieste sulla Camorra, ndr), si rischia di ingigantire un episodio che è nulla in confronto alle accuse mosse nei confronti del sottosegretario».

 

Secondo lo scrittore, la spiegazione è una sola: «La macchina del fango sembra essere l'unica struttura che funziona puntuale in questo Paese. Studiando questa macchina, quando mi sono occupato del caso delle intercettazioni di Cosentino, che tentava di screditare Caldoro (governatore pdl della Campania, ndr), mi sono reso conto che è impressionante. Ci sono affinità tra quel caso e quanto accaduto a Boffo o a Fini. Dietro c'è un metodo ed è l'analisi di questo metodo che spaventa. Il messaggio è: siamo tutti zozzi, tutti uguali a prescindere da quello che facciamo».

2- LAVITOLA: CON UNA MAIL AL GOVERNO DI SANTA LUCIA, WALFENZAO HA SCARICATO TULLIANI
Giusi Fasano per il "Corriere della Sera"

 

Un tempismo perfetto, quasi sospetto. Valter Lavitola arriva all'ultimo istante alla conferenza stampa convocata a sorpresa dal ministro della Giustizia di Santa Lucia Lorenzo Rudolph Francis. E in tasca ha una email: il colpo di scena.

Un passo indietro: Lavitola è l'editore di Avanti ma soprattutto è l'uomo individuato dai finiani come autore del documento che attribuisce a Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, la titolarità delle società off shore (Printemps Ltd e Timara Ltd) che sono coinvolte nel caso Montecarlo.

 

Ieri pomeriggio alle cinque, nella stanza della presidenza del Consiglio, nessuno sapeva chi fosse quando si è presentato: «Sono Lavitola, signor ministro. Vorrei che lei rispondesse sinceramente, ma davvero sinceramente, a una domanda: è vero che fra i documenti della vostra indagine preliminare esiste una email fra Walfenzao e Gordon? È vero che risale ai primi giorni di agosto?» La risposta arriva con un sorriso: «Sì, è così». E ancora: «È vero che è determinante per provare che Tulliani è legato alle due società?» «A questo non posso rispondere».

 

Eccolo, il colpo di scena. La famosa email di cui Lavitola aveva già parlato in più di un'intervista e la conferma del ministro. Ancora un passo indietro: Walfenzao è James Walfenzao, l'uomo chiave per tutte le società che riguardano lo scandalo di Montecarlo, e Gordon è Michael Gordon, avvocato dello stesso studio legale nel qual hanno sede la Printemps e la Timara, in Manoel Street 10.

 

Lavitola giovedì sera ad «Annozero» era stato accusato dal capogruppo di Fli alla Camera, Italo Bocchino, di essere responsabile di «dossieraggio» contro Fini e il giorno dopo era stato a Palazzo Grazioli. Ieri è sbarcato a Castries, la capitale di Santa Lucia, giusto in tempo per farsi dare una risposta dal ministro Francis il quale nella sua conferenza stampa premette: «Ho deciso di ricevervi perché possiate fare tutte le domande che volete ma vi prego da oggi in poi basta. A Santa Lucia non amiamo questo genere di intrusioni».

 

Il ministro dice anche che di email Walfenzao-Gordon nel suo fascicolo ce n'è più di una. È Lavitola che, a microfoni spenti, più tardi, spiega il contenuto di quella che secondo lui è «determinante»: sarebbe Walfenzao a scrivere a Gordon e a lamentarsi per le notizie di stampa che parlano di rottura fra Fini e Berlusconi in Italia. Secondo Lavitola Walfenzao dice: «La sorella di un nostro cliente italiano ha un forte rapporto con uno dei due».

E questo è un guaio, stando alla ricostruzione di Lavitola, perché il legame con un politico «è informazione sensibile e dovrebbe essere un dato denunciato ufficialmente quando si costituisce una società. Invece Tulliani l'ha tenuto nascosto e quindi, quando Walfenzao e Gordon hanno sentito dello scandalo si sono incazzati con lui. Secondo me è stato Gordon ad andare dal governo e suggerire di aprire l'inchiesta, per scaricare Tulliani».

3- IL GIALLO DEL BODY-GUARD DI "ELISABETTO", IMPOSTO DA FINI
Franco Bechis per "Libero"

 

Altro, più di un metro e 90. Magro. Capelli castani, leggermente brizzolati. Fasciato da un completo blu, cravatta blu di ordinanza. Armato. All'orecchio un auricolare spesso e trasparente che lo tiene in contatto con una centrale operativa. Di lui non si conosce altro. Se non un fatto: da qualche settimana quell'uomo è l'ombra di Giancarlo Tulliani a Roma e in Italia. Lo accompagna a Valcannuta. Lo accompagna dal commercialista di fiducia, Luciano Fasoli, in viale Mazzini.

 

Siede davanti a fianco dell'autista nelle auto a noleggio che il cognato di Gianfranco Fini affitta. Vetri posteriori oscurati o dotati di una tendina da tirare giù. Quell'uomo misterioso è un agente di scorta, non c'è dubbio. L'ha visto la giornalista di Libero, Roberta Catania, insieme al suo autorevole "protetto"a pochi passi dal palazzo di Giustizia. Secondo Repubblica, in un articolo-non smentito-uscito sabato scorso, quella scorta "gliela ha suggerita, praticamente imposta, il presidente Fini".

 

Per questo è divenuta un giallo. Poche ore dopo Fini ha fatto capire di avere rapporti burrascosi con il cognato. Suggerire, anzi, "imporre" una scorta indicherebbe rapporti tutt'altro che tesi. Ma il giallo non è solo su chi e quando abbia avuto l'idea di proteggere il giovane Tulliani. Un uomo di scorta non costa poco, il servizio non è davvero per tutte le tasche. Abbiamo consultato le cinque-sei più importanti case private che assicurano servizi di scorta personali e body- guard anche a mezzo servizio e tutti-indistintamente- non solo assicurano di non avere fornito nulla a Tulliani, ma pure di non essere disposti a farlo in questo momento nemmeno per cifre altissime: "si finisce al centro delle polemiche e delle inchieste giornalistiche. Assolutamente da evitare".

 

La scorta potrebbe allora non essere privata. L'auricolare del body guard è infatti identico a quelli in dotazione alla Polizia di Stato. Ma in questo caso a imporla dovrebbe essere stato un organo pubblico, come accade per altri che hanno bisogno di protezione. Al momento non risulta un'assegnazione di scorta effettuata dalle autorità preposte. Vengono per altro dalla polizia sia gli uomini attuali della scorta del presidente della Camera, che dipendono da Montecitorio.

 

Sia quasi tutti dei sei uomini che fecero da scorta a Fini a palazzo Chigi e poi per 13 mesi anche durante il governo di Romano Prodi. Dipendevano però dal Cesis e nel 2008 hanno scelto tutti- per motivi economici, di non seguire Fini alla Camera, restando agli ordini del prefetto Gianni De Gennaro. 28-09-2010]

 

 

Serbo vostro! - ECCO PERCHé IL CONTRATTO RAI PER UNA FICTION è STATO STOPPATO DAL CDA PER LA MOGLIE DI ITALO PIPPA, GIà BOCCHINO - "C’è un problema amministrativo di una complessità inaudita. Quote pignorate, una lite in corso tra soci uscenti e soci entranti, quindi una compagine azionaria poco chiara che ha causato l’intervento della magistratura" - ECCO COME VENNE SCODELLATO IL CASO TELEKOM SERBIA DELLA BOCCHINO FAMILY DA MARCO LILLO SU "IL FATTO

Laura Rio per "il Giornale"

La fiction Anita rischia di diventare avventurosa e piena di insidie come la vita della leggendaria moglie di Garibaldi. La condottiera sfidò la morte seguendo il marito in mille battaglie, la sua biografia televisiva se la deve vedere con inghippi legali.

 

È stato il consigliere Antonio Verro a spiegare come mai giovedì scorso il cda Rai ha sospeso l'approvazione della mini serie proposta dalla Goodtime srl, la società di Gabriella Buontempo, moglie di Italo Bocchino: «C'è un problema amministrativo di una complessità inaudita. Quote pignorate, una lite in corso tra soci uscenti e soci entranti, quindi una compagine azionaria poco chiara che ha causato l'intervento della magistratura».

 

Ma a che cosa si riferisce l'esponente della maggioranza in Rai? I problemi della Goodtime nascono dalla contesa tra la moglie del capogruppo di Futuro e libertà e il finanziare d'assalto Loris Bassini. Insomma, tornano a galla quelle intricate vicende legate a Telekom Serbia di cui questo giornale ha ampiamente riferito.

Perché Bassini, noto alle cronache per aver gestito il rientro in Italia di miliardi legati alla compravendita da parte di Telecom Italia della omologa serba, ha fatto pignorare le quote societarie (il cinquanta per cento) che la Buontempo detiene nella Goodtime, l'azienda che dovrebbe appunto produrre Anita.

 

Il finanziere vanterebbe un credito di 800mila euro (anzi di più, ma quella è la cifra di cui conserva i documenti) e non riuscendo a ottenerli indietro, ha deciso di avviare un procedimento per bloccare i beni della consorte di Bocchino. La battaglia legale si gioca davanti al tribunale di Forlì mentre il tribunale di Roma ha emesso il decreto ingiuntivo, ora sospeso dopo l'opposizione avanzata dagli avvocati della Buontempo.

Una situazione intricata (di cui qui non interessano tutti i particolari) che ha spinto i consiglieri Rai a chiedere ai propri legali di accertarne i contorni prima di commissionare un'importante produzione. E i competenti uffici, oltre a segnalare la difficile situazione societaria, hanno rilevato anche che il livello di indebitamento dell'azienda sarebbe eccessivo rispetto ai mezzi di cui dispone.

 

La questione verrà di nuovo presa in esame nel cda di domani. Si deciderà se, nonostante i dubbi, si potrà dar via alla produzione. In ogni caso la Tv di Stato non sembra rischiare nulla, dato che a rispondere in giudizio è la sola Gabriella Buontempo e non la società nel suo complesso.

Società che però attende con ansia le decisioni: il budget della fiction, in due puntate, si aggira attorno ai quattro milioni di euro. Il set dovrebbe essere aperto in tempo breve visto che la fiction rientra nei progetti per la celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia e dunque dovrebbe andare in onda nella primavera o nell'autunno 2011, anno in cui cade l'anniversario.

Certo, attorno alla fiction si gioca una partita che non è squisitamente editoriale ed economica. In questo momento di durissimo scontro tra Fini e Berlusconi, l'essere la moglie di Bocchino, in una Rai sempre suscettibile ai risvolti politici, ha il suo peso. Non per nulla giovedì scorso hanno disertato la seduta, e quindi fatto saltare l'approvazione della fiction, ben cinque consiglieri che, più o meno, si richiamano alla maggioranza intesa come Pdl e Lega.

 

Aventino che ha fatto slittare anche il contratto per il programma Parla con me di Serena Dandini e che tornerà anch'esso all'esame del cda domani, ma sulla partenza dello show di Raitre non ci dovrebbero essere problemi.

Comunque, nella Tv di Stato non sono poi così diffidenti con la Goodtime. Prendiamo, per esempio, l'ultima fiction già pronta: si chiama La narcotici, costo sei milioni di euro, dodici episodi da riunire in sei serate. Avrebbe dovuto andare in onda su Raidue quest'autunno, si è deciso invece di promuoverla sul primo canale e sarà trasmessa a gennaio- febbraio.

Non è invece andato in porto l'altro progetto presentato dalla società (attiva nel campo della fiction e del cinema da una ventina d'anni) che cercava di inserirsi nel mercato degli show: si trattava di un programma che avrebbe dovuto presentare Pippo Baudo intitolato Giallo di sera e che poi il direttore di Raiuno Mauro Mazza ha deciso di mandare in soffitta, anche per opportunità politica. Vedremo se la stessa sorte toccherà alla valorosa Anita.

2 - IL CASO TELEKOM SERBIA E BOCCHINO FAMILY
Marco Lillo per il Fatto Quotidiano dell'11 marzo

 

Telekom Serbia si conferma sempre più croce e delizia per Italo Bocchino e sua moglie. Il vicepresidente del gruppo del Pdl alla Camera e Gabriella Buontempo, in passato sono riusciti a salvare il giornale di lui (Il Roma) e la casa di produzione cinematografica di lei (Goodtime) grazie ai fondi di Loris Bassini, l'uomo chiave del rientro in Italia dei 22 miliardi della "mediazione" incassata dal conte Gianni Vitali per l'affare da 900 miliardi di lire del 1997.

Ora i coniugi Bocchino sono nel mirino del loro ex salvatore. L'ufficiale giudiziario il 5 novembre scorso ha bussato alla porta dell'appartamento intestato a Bocchino, in Corso Vittorio, a Roma, per tentare un pignoramento presso terzi. L'appartamento appartiene al deputato ma la moglie ne è usufruttuaria e proprio contro di lei Bassini ha messo in moto la giustizia. Il finanziere vanta un credito di 800 mila euro verso la società di produzione Goodtime Sas di Gabriella Buontempo, figlia di Eugenio, imprenditore napoletano celebre per la sua latitanza nel 1993.

 

Il credito ha una storia tutta particolare. Bassini, 55 anni nato a Predappio, è l'uomo che ha fatto girare sui conti della sua fiduciaria a San Marino i 22 miliardi di lire percepiti dal conte Vitali per il suo intervento sui serbi che portò Telecom Italia a realizzare l'acquisizione nel 1997. Su quella vendita e sui miliardi volati verso l'Italia a margine dell'operazione, centinaia di giornalisti, parlamentari e magistrati hanno indagato per anni alla ricerca delle inesistenti mazzette del centrosinistra. Nel 2003 la maggioranza di Silvio Berlusconi, uscì dall'angolo mediatico delle leggi ad personam, proprio armando una canea in commissione parlamentare Telekom con i documenti portati da un certo Antonio Volpe.

 

Su quei falsi bonifici intestati a "Mortad e Ranoc" e sulle dichiarazioni farneticanti del "superteste", Igor Marini, il Parlamento ha lavorato a vuoto per un anno. Italo Bocchino allora ha giocato due ruoli in questa partita. Nel 2001 lui e sua moglie hanno chiesto e ottenuto da Bassini (rispettivamente come anticipazione su crediti del Roma verso la presidenza del consiglio e come finanziamento alla Goodtime) poco più di 4 miliardi di vecchie lire.

Nel 2003, quando la commissione parlamentare cercava la verità e Bocchino ne era membro, invece di indicare la pista che passava dalla finanziaria del suo compagno di serate romane e di affari finanziari, il deputato di An cominciò a brigare con una serie di strani consulenti e faccendieri in contatto con truffatori della peggior risma legati da una catena che porterà poi le carte in commissione.

 

Oggi Loris Bassini, reduce da processi e arresti per truffa e bancarotta, dice: "Bocchino ha sempre saputo del mio coinvolgimento nella vicenda Telekom. Sapeva che i soldi della Finbroker provenivano dalla mediazione del conte Vitali per Telekom Serbia".

Bocchino al Fatto replica: "Nel 2001 non sapevo nulla. Bassini mente. Solo quando ho letto il suo nome sui giornali ho saputo che aveva a che fare con Telekom. Quanto al credito vantato, per ora il giudice non gli ha permesso di incassare con decreto ingiuntivo. Ora aspettiamo la pronuncia nel merito. Bassini ha prestato i soldi alla sua compagna, Silvana Spina, che era socia di mia moglie. Non può vantare nulla dalla mia famiglia".

 

Sul punto, molto delicato, della conoscenza da parte di Bocchino della provenienza dei fondi prestati al Roma, i pm di Torino non hanno creduto al vicepresidente del Pdl. La Procura nel 2004 in un suo provvedimento cita un fax spedito da Bocchino dopo le prime notizie di stampa a Silvana Spina nel quale il deputato contesta alla socia della moglie di non avere mai detto nulla sulla provenienza dei fondi.

Ebbene, per i pm, quel fax era concordato. Nel marzo del 2004 alla Procura di Torino giunse una lettera anonima che è agli atti nella quale si legge: "Rizzo (amico di Bocchino e di Antonio Volpe che teneva i contatti con entrambi e si interessava della questione Telekom Ndr) voleva depistare Finbroker di cui aveva parlato il conte Vitali e temeva accertamenti della Commissione perché i soldi di Vitali non li ha presi solo Bassini ma anche Rizzo e i suoi amici di An, che temono la verità perché ne uscirebbero distrutti politicamente. Chi sa molto al riguardo è Silvana Spina".
Ovviamente si tratta di una lettera anonima che non è stata riscontrata dai magistrati. Ma chi l'ha scritta conosceva bene i fatti. 28-09-2010]

 

 

 

TUTTI A MONTECARLO! MA intanto CHI SI ACCORGE CHE, grazie alle buone relazioni stabilite dopo Lockerbie, si è concluso l’accordo sulle trivellazioni di profondità nel Mediterraneo tra Libia e Bp, reduce dal Golfo del Messico? - MONTECARLO NON È UNA CONTROVERSA CASUZZA, E’ IL MONOPOLI DELLA DISPERAZIONE - QUEL MICIONE DI CORONA...

1- MONTECARLO NON È UNA CONTROVERSA CASUZZA, E' IL MONOPOLI DELLA DISPERAZIONE...
Andrea Marcenaro per "Il Foglio" -

 

Montecarlo non è una controversa casuzza, è il Monopoli della disperazione. Ezio Mauro è disperato perché, se perde la partita, invece della post gazzetta ufficiale sulle orme di Scalfari, che creava i coni d'ombra, gli toccherà fare un giornale. L'Amor nostro è disperato perché, se perde la partita, troverà sempre un consigliere illuminato il quale, altro che Fioroni, gli suggerirà di portare nel gruppo misto la signora Tulliani.

 

Fini è disperato perché, se perde la partita, si accorgeranno tutti che vide i "Berretti verdi" dopo aver sbagliato cinema. Paolo Mieli è disperato perché, se l'intera operazione andasse in vacca, tanto valeva (premio Strega a parte) non disporre di tutto quel tempo libero da presidente di Rcs, e rimanere al Corriere della Sera. De Bortoli è disperato perché, se perde la partita, sente già Mieli ribussare alla sala Albertini.

 

E se stesso ribussare al Sole. E Riotta al manifesto. Il Foglio è disperato perché, se perde la partita, dovrà prendere atto che le sacre regole della politica sono andate a farsi fottere. Tutto questo, mentre il professor Umberto Galimberti muore dalla voglia di spiegare come, anche in questa vicenda, tiri più un (articoli a pagina tre) pelo di fica che un carro di buoi.

2- LA TRAVE E LA PAGLIUZZA...
Adriano Sofri per "Il Foglio" -

 

Mettiamo che il mondo duri un'altra ventina d'anni, e una ragazza nata nell'estate del 2008 faccia la tesi in storia del passato prossimo, e usi come fonte i mezzi di comunicazione dell'estate del 2010: ricostruirà mattone per mattone la peripezia di un appartamento di Montecarlo, meglio di quanto gli storici dell'antichità e dell'età di mezzo abbiano potuto fare per il Colosseo. Ma dovrà stare molto attenta per accorgersi che intanto, grazie alle buone relazioni stabilite dopo Lockerbie, si era concluso l'accordo sulle trivellazioni di profondità nel Mediterraneo tra Libia e Bp, reduce dal Golfo del Messico.

 

3- MACHO MICIO...
Massimo Gramellini per "La Stampa" -

Una capsula di buonumore in mezzo a tanta pesantezza. Il James Dean della mutua, Fabrizio Maria Corona in Belen, ha avuto una relazione col diversamente longilineo Lele Mora, il cosiddetto manager dei cosiddetti teledivi che amava farsi fotografare in pose da odalisca fra valletti nerboruti. Adesso sappiamo che uno di quei bronzi era lui, il Fabrizio Maria. Lo ha rivelato proprio Mora ai magistrati che indagano su un giro di fatture false, spiegando di aver speso per l'amante uno sproposito in auto, appartamenti e altri ammennicoli rigorosamente esentasse.

 

Dov'è il buonumore in una storia così triste, direte voi? Ma nella vendetta dell'Immagine, l'unica dea che questi eroi del luccicante nulla siano disposti a onorare. Corona ha costruito il suo mito presso i poveri di spirito sbandierando dalle copertine dei rotocalchi la sua mascolinità «maledetta» e la contabilità delle performance erotiche con la ricarica telefonica Belen: sei giorni la settimana, ovviamente, perché quelli al suo livello il settimo si riposano sempre.

 

Finché si scopre l'altarino, che un mio amico gay aveva sospettato da tempo (infatti non la smette più di ridere). Corona come il predicatore moralista con il conto in banca alle isole Cayman. O come l'estremista vegetariano sorpreso ad azzannare un hamburger da McDonald's. Dice il saggio: chi ostenta la sua virilità nasconde una doppia verità. E se non vi piace la rima, proviamo con l'assonanza: in fondo al ruggito del macho si può udire il miagolio di un micio. 28-09-2010]

 

DAL MANGANELLO AL TINELLO! FELTRUSCONI SI "CUCINA" GIAN-FREGNONE FINI: ECCO LA FOTO - "NON È LA STESSA? PUÒ DARSI, LE CUCINE NON HANNO LA CARTA D’IDENTITÀ. PERÒ, GUARDA UN PO’ LA COMBINAZIONE, È UGUALE A QUELLA COMPRATA NELLA CAPITALE" - "QUINDI? O SIAMO DI FRONTE AI MOBILI USCITI DAL MAGAZZINO ROMANO OPPURE L’INQUILINO GIANCARLO TULLIANI - PER PURA SFIGA - NELL’ARREDARE CASA SUA HA AVUTO LA MEDESIMA IDEA DELLA SORELLA. TUTTO PUÒ SUCCEDERE, MA CHE SUCCEDA SEMPRE ALLA FAMIGLIA FINI-TULLIANI PARE MOLTO STRANO. STRANISSIMO". - 2- TIPINI FINI NEL PALLONE. ALESSANDRO CAMPI, DIRETTORE FAREFUTURO: “FINI SI DIMETTA" "DOVREBBE DIMETTERSI DA PRESIDENTE DELLA CAMERA E NON PER LE TORBIDE E RISIBILI ACCUSE INTORNO A MONTECARLO, MA PER RIACQUISTARE LIBERTÀ DI MOVIMENTO

1 - FELTRUSCONI SI "CUCINA" FINI
Vittorio Feltri su Il Giornale

 

Eccola qui la cucina Scavolini. Sarà un caso - scrive- ma è la copia perfetta di quella scelta dalla signora Elisabetta Tulliani, assistita dal compagno Gianfranco Fini, in un negozio di Roma. Dov'è stata trovata? In una vetrina di Milano o di Torino o di altra città? Nossignori. E stata fotografata nell'ormai famoso appartamento di Montecarlo abitato da Giancarlo Tulliani, fratello della suddetta Elisabetta. Non lo diciamo noi, per carità, ma Ilaria Cavo, inviata di Matrix, il programma televisivo condotto da Alessio Vinci su Canale 5.

La quale Ilaria Cavo, cronista di razza, si è recata nel Principato e, a forza di indagare, è riuscita a venire in possesso della fotografia che campeggia in questa prima pagina del Giornale. Lo scatto è stato fatto quando la cucina in questione era in fase di montaggio (come si evince dall'immagine-documento) nell'alloggio che An, dopo averlo ricevuto in eredità da una nobildonna, ha venduto a una società offshore di cui tanto si è parlato in questi giorni: quella che il governo di Santa Lucia ha dichiarato essere intestata al cognato di Fini.

 

I lettori si chiederanno, probabilmente, perché diamo tanta importanza a qualche mobile insignificante. Gliela diamo perché insignificante non è affatto. Spieghiamo perché. Oltre un mese fa, mentre infuriavano le polemiche sulla nostra inchiesta relativa al pied-à-terre sbolognato dal presidente della Camera per 300mila euro (un quinto del valore di mercato), i nostri inviati scoprirono che Gianfranco ed Elisabetta si erano presentati in un magazzino specializzato in arredamenti per comprare, tra l'altro, una cucina di modeste dimensioni.

 

E, misure alla mano, decisero di fare propria una bella Scavolini da inviare a Montecarlo. Tutto questo fu raccontato da un dipendente del negozio al nostro imbattibile Gian Marco Chiocci, giornalista esperto e di categoria superiore, in un articolo per Il Giornale. Apriti cielo. Fioccarono smentite da parte dei finiani che non trascurarono di prenderci in giro nel tentativo di farci passare per fessi, talmente fessi da perderci dietro a una banale cucina che, secondo loro, non era stata spedita a Montecarlo ma era rimasta nella capitale, in una delle tante case dei Tulliani.

Pur di minimizzare la notizia, insomma non esitarono a sfotterci: guarda un po' Feltri e Sallusti a che punto sono arrivati; si eccitano per un frigorifero e quattro armadietti. E i quotidiani di mezza Italia in coro: quelli del Giornale sono diventati matti. In realtà se quella cucina acquistata a Roma da Fini-Tulliani fosse stata trasportata oltre frontiera e impiantata nell'appartamento della discordia, ciò avrebbe dimostrato che il presidente della Camera, o la sua compagna, disponeva in qualche modo dell'immobile, altrimenti perché avrebbe dovuto partecipare alle operazioni di arredamento?

 

Per questa ragione, supponiamo, la circostanza era stata sdegnosamente negata dalla famiglia della terza carica dello Stato e dai suoi pretoriani. Ma il tempo è galantuomo. Ora salta fuori di nuovo la Scavolini: non è a Roma bensì a Montecarlo. Non è la stessa? Può darsi, le cucine non hanno la carta d'identità.

Però quella di cui discettiamo (e che è stata fotografata), guarda un po' la combinazione, è uguale a quella comprata nella capitale, come ha precisato il dipendente del mobilificio che l'ha venduta alla signora Elisabetta. Per essere scrupolosi fino in fondo, abbiamo mostrato l'istantanea a un concessionario Scavolini di Milano e questi ci ha confermato: sì, è roba prodotta dalla nostra azienda.

 

Quindi? O siamo di fronte ai mobili usciti dal magazzino romano oppure l'inquilino Giancarlo Tulliani - per pura sfiga - nell'arredare casa sua ha avuto la medesima idea della sorella. Tutto può succedere, ma che succeda sempre alla famiglia Fini-Tulliani pare molto strano. Stranissimo.

 

 

2- TIPINI FINI NEL PALLONE. ALESSANDRO CAMPI, DIRETTORE FAREFUTURO: "FINI SI DIMETTA" - "DOVREBBE DIMETTERSI DA PRESIDENTE DELLA CAMERA E NON PER LE TORBIDE E RISIBILI ACCUSE INTORNO A MONTECARLO, MA PER RIACQUISTARE LIBERTÀ DI MOVIMENTO"
Da Il Foglio

 

"La follia è cominciata con il 29 luglio e la cacciata di Fini dal Pdl. Ma è arrivato il momento di superare lo stordimento iniziale. Preso atto che nella creatura berlusconiana non si è potuto fare politica, allora le alternative non sono troppe: se Gianfranco Fini vuole prendere sul serio se stesso e quello che ha detto in questi anni, dovrebbe abbandonare il limbo dei gruppi parlamentari che offre il fianco a chi lo accusa di oscure trame di Palazzo; dovrebbe fondare un proprio partito investendo tutto se stesso in questa operazione; dovrebbe di conseguenza dimettersi da presidente della Camera e non per le torbide e risibili accuse intorno a Montecarlo, ma per riacquistare libertà di tono e di movimento. Fini dovrebbe, insomma, tornare più esplicitamente, ma fuori del Pdl, a combattere la propria battaglia di rinnovamento in stile europeo e modernizzatore del centrodestra'.

Dice così, in una breve chiacchierata con il Foglio, Alessandro Campi, direttore scientifico della Fondazione FareFuturo. Il professore ha un paio di idee su come Fini potrebbe rovesciare strategicamente la natura di un dissidio, quello che lo divide dal presidente del Consiglio, il cui scioglimento positivo appare complicatissimo se non impossibile.

C'è forse un solo modo per rallentare il nero gorgo che sta inghiottendo il centrodestra, dice Campi: ‘Dovrebbe riuscire una manovra che restituisca senso politico a questa aspra contesa che si è trasformata in una questione personale dalle sfumature poco limpide'. Ma come si può restituire caratteri di maggiore fisiologia a un conflitto sin troppo esplicitamente tracimato da ogni argine di normalità?

 

Dal punto di vista dell'ex leader di An - sostiene Campi - il risultato lo si può ottenere ritornando a declinare i temi culturali del cosiddetto ‘finismo', cioè la molto evocata ‘conversione di Fini', attraverso una nuova formazione politica che, pur all'interno del centrodestra, si ponga in leale concorrenza (non antitesi) con il berlusconismo e la sua interpretazione dei rapporti sociali e della politica.

‘Se non stai nel Pdl perché non ti ci vogliono e non accettano che tu possa fare politica dall'interno, allora devi rilanciare recuperando il senso della tua battaglia di riposizionamento culturale per un centrodestra diverso. Un investimento rischioso, oneroso, che forse impone persino il sacrificio della presidenza della Camera', dice Campi.

‘Perché guidare una formazione ambiziosa, come sono ambiziose le idee che Fini ha fatto proprie in questi anni, richiede tempo, libertà d'espressione e di movimento. Creare e guidare direttamente un partito significa scegliere con accuratezza gli uomini e la classe dirigente, significa parlare in chiave politica, e non solo istituzionale, con il tuo potenziale elettorato. Fare politica da presidente della Camera, di fatto, è un freno'.

 

‘Ma guai se Fini si dimettesse perché spinto dalla risibile e forsennata campagna sulla casa di Montecarlo', spiega il professore. ‘E' uno scenario che non esiste e che è stato persino un errore adombrare da parte sua nel video messaggio di sabato scorso. Non c'è nessuna proporzione, nessun legame comprensibile, tra la banale faccenda della casa monegasca e l'enormità delle sue eventuali dimissioni.

Se mai Fini decidesse di fare un passo così importante, dev'essere ispirato da ben altro: dalla sua storica battaglia per un centrodestra migliore. Un sacrificio dettato da ragioni politiche, dalla decisione responsabile e coraggiosa di mettersi personalmente a capo di una formazione politica capace di recuperare e rilanciare il senso di un percorso culturale che viene da lontano.

 

Costruire un partito è un lavoro serio, intenso, che non può essere appaltato ad altri, a soluzioni come quella della staffetta Casini-Follini. Fini dovrebbe assumere in prima persona la leadership guidando direttamente la costruzione del proprio partito. Tanto più se i sondaggi, che certo vanno verificati e sui quali non si possono fondare unicamente le ragioni di una scelta così impegnativa, sono molto gratificanti. Si parla del 7-8 per cento, numeri molto superiori di quelli maliziosamente diffusi dal Pdl'. Domani Berlusconi chiederà il voto sui cinque punti in Parlamento. Si riparte da lì? ‘Ci sarà una ricomposizione tattica, ma sarebbe un errore rimanere incastrati nel gioco parlamentare. Alle triangolazioni di Palazzo va affiancato un rilancio dell'iniziativa politica. Non facile, ma possibile'".

3 - MONTECARLO, TROVATA LA CUCINA DEI FINI E' LA SCAVOLINI COMPRATA A ROMA
Ilaria Cavo per Il Giornale

 

Finalmente possiamo guardare oltre quelle persiane grigie che si affacciano sul cortile interno di Boulevard Princesse Charlotte 14, a Montecarlo, chiuse da settimane; da quando è scoppiato il caso «Montecarlo» e Giancarlo Tulliani si è allontanato da quell'appartamento diventato improvvisamente troppo scomodo.

Quei 70 metri quadri che sono diventati il giallo dell'estate hanno un solo colore dominante: il bianco. Sono bianche le porte di ogni vano, sono bianchi i muri, è bianco tutto l'arredo: l'armadio ad ante scorrevoli della camera da letto, il letto matrimoniale con il copriletto blu, il divano in soggiorno. Soprattutto, è bianca la cucina, proprio come la Scavolini acquistata a Roma, nel mobilificio Castellucci, con un contratto di acquisto a nome Tulliani.

 

Il Giornale, il 14 agosto scorso, ha pubblicato il progetto di quella cucina in ogni dettaglio, affiancato alle dichiarazioni di Davide Russo, uno dei dipendenti di quel negozio che aveva supervisionato il progetto: «Ho visto Fini e la Tulliani lavorare a preventivi e progetti con i colleghi, le loro visite non sono mai state un segreto. Preventivi, ordini e progetti erano per un appartamento non italiano, si parlava apertamente di una casa a Montecarlo quando ci si riferiva ai preventivi della Tulliani e quella localizzazione fu confermata dall'esigenza di trovare uno spedizioniere di fiducia... Nessuno dubitava che la meta fosse Montecarlo ma la ricerca era: oltreconfine».

Il mobilificio non aveva smentito la vendita di quella cucina, certificata dall'ordine di acquisto, semplicemente aveva precisato di non aver fatto direttamente la spedizione all'estero: aveva di fatto confermato l'acquisto, non la meta di destinazione. I coniugi Fini, in vacanza ad Ansedonia, avevano fatto trapelare dal loro entourage che quella cucina non provava niente perché era destinata a Roma, non alla casa di Montecarlo. «Quella fattura non prova niente - aveva commentato il finiano Benedetto Della Vedova - la cucina si trova a centinaia di chilometri di distanza da Montecarlo».

Oggi, le foto degli interni dell'appartamento di Montecarlo aggiungono un tassello non di poco conto per comprendere il giallo degli acquisti e del trasporto dei mobili. Non solo la cucina montata nella casa di Montecarlo è bianca come quella acquistata a Roma da Elisabetta Tulliani alla presenza di Gianfranco Fini: anche la disposizione di ogni modulo, di ogni componente di arredo, è identica.

E lo stesso Davide Russo, contattato dal Giornale, di fronte alle foto commenta: «Le somiglianze sono impressionanti. Non so se la cucina è quella di cui si è occupato il mobilificio, noto però che tutto corrisponde perfettamente: dal modello ai colori, dagli accessori alle misure».

Basta un confronto tra la foto scattata all'interno dell'appartamento e il progetto elaborato dal mobilificio romano per avere un immediato riscontro: dall'immagine si vede il lavandino, a doppia vasca, posizionato sulla destra, proprio come suggerisce il progetto degli arredatori del mobilificio Castellucci. Spostato più a sinistra c'è l'angolo cottura (le piastre, non i fornelli) esattamente nel punto indicato dal modello approvato nel mobilificio romano.

 

Nel confronto tra la foto e il progetto coincide anche la disposizione di ogni anta, di ogni modulo, a partire dal frigorifero che si intravede a destra, per passare alle cappa, identica nella forma a quella del progetto, collocata esattamente dopo tre moduli (il frigorifero e due ante) proprio come indicato dal disegno della cucina acquistata. Saranno tutte coincidenze ma anche le maniglie sono a incasso, e così vengono indicate nel contratto di acquisto del mobilificio di Roma. «Portarotoli a tre piani cromato» è scritto sull'ordine della cucina acquistata dalla Tulliani, e quello fotografato alla parete della cucina di Montecarlo è cromato e, appunto, a tre livelli. Stesso ragionamento per il portaspugne: cromato sulla carta, cromato sulla foto.

Anche la piantina dell'appartamento di Montecarlo, in particolare della cucina, conferma le deduzioni tra progetto e foto: secondo la mappa (pubblicata sempre dal Giornale due settimane fa) il vano della cucina è lungo 3 metri e 85 centimetri, la cucina acquistata al mobilificio Castellucci misura tre metri e ottanta centimetri: ovvero entra benissimo, alla perfezione, con soli cinque centimetri di scarto. Tutte coincidenze? Tutte casualità?

Il presidente della Camera ha sostenuto, nel suo primo comunicato di metà estate, di non sapere che suo cognato, Giancarlo Tulliani, dopo avergli indicato la società interessata a comprare l'immobile, ne fosse diventato l'inquilino. «Ho appreso da Elisabetta che il fratello aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa e il mio disappunto possono essere facilmente intuite».

 

Nel suo videomessaggio di domenica scorsa, dopo la pubblicazione delle carte di Saint Lucia che indicavano Tulliani come proprietario dell'appartamento, ha parlato di «arrabbiatura», proseguendo sempre sulla linea della sua ingenuità e della sua estraneità.

A comprare la cucina di Roma, però, lui c'era. Se quella cucina non è soltanto identica, ma è la stessa a quella montata in boulevard Princesse Charlotte 14, non si può non dedurre che Fini non poteva non sapere.

Alcuni frequentatori del palazzo di boulevard Princesse Charlotte - come l'imprenditore Luciano Care - hanno dichiarato di aver visto Fini nell'androne, insieme alla sua compagna. L'imprenditore Luciano Garzelli, uno dei più importanti costruttori del principato, è stato coinvolto nella ristrutturazione dell'immobile: lo aveva contattato l'ambasciatore italiano, Mistretta, dopo che Giancarlo Tulliani era andato a fargli visita.

 

Gli avevo chiesto il nome di una ditta fidata disposta a fare i lavori in quell'appartamento ma la società di Garzelli era troppo grossa per un progetto che prevedeva che tutti i materiali arrivassero dall'Italia: «Ho parlato con Giancarlo Tulliani, mi ha spiegato che tutto il materiale, tutto l'arredo, doveva arrivare dall'Italia - racconta Garzelli - allora l'ho messo in contatto con una ditta più piccola, la Tecabat, e mio figlio Stefano ha seguito i lavori con loro».

Tutti i materiali dovevano arrivare dall'Italia, inclusa la cucina? «Sicuramente è arrivata dall'Italia, è arrivata a Ventimiglia quella cucina», ha confermato Garzelli. È stato il primo interpellato, in questa ristrutturazione, quindi il primo a tenere i contatti con l'architetto romano che seguiva il progetto per conto dei Tulliani: «I cambiamenti con l'architetto li facevano Giancarlo Tulliani e la sorella. Ho della mail che parlano anche della sorella... Cambiavano piccole cose, erano loro che gestivano per conto di Timara (la società off-shore che ha acquistato l'immobile) queste cose».

 

A Gian Marco Chiocci ha anche affermato di essere stato chiamato direttamente, al telefono, dalla Tulliani per i lavori da fare in quell'appartamento e ha mostrato anche alcune mail: «25 ottobre 2009, l'architetto fa presente che la signora Tulliani è d'accordo, mi dice di procedere col preventivo per le forniture»; «20 ottobre, l'architetto dice che la signora Tulliani ha avuto un ripensamento, che vuol eliminare lo spogliatoio armadio adiacente la camera da letto, che vuole la camera da letto più grande e dovrà rimpicciolire il bagno».

E in effetti è stato proprio così: la camera da letto è stata ampliata rispetto al progetto originario, un muro divisorio è stato abbattuto. Ora che tutti i lavori sono terminati, le tre finestre ancora chiuse potrebbero dar luce a un bel soggiorno, arredato con un tavolo di cristallo e un divano bianco. Ma proprio ora che, con centomila euro, l'appartamento è stato trasformato in un alloggio comodo, elegante, al centro di Montecarlo, Gianfranco Fini ha chiesto a suo cognato di lasciarlo. [28-09-2010]

 

 

1- IL PASTICCIACCIO BRUTTO DI MONTECARLO SI APRE A NUOVI SCENARI (ALTRO CHE LA CASETTA) - 2- I RAPPORTI ’HARD’ TRA I TIPINI FINI E LA SOCIETà DI GIOCHI D’AZZARDO ATLANTIS DI FRANCESCO CORALLO, COINVOLTO E ASSOLTO IN DUE INCHIESTE PER DROGA E RICICLAGGIO - 3- L’ATLANTIS OTTIENE LA LICENZA DI SPACCIARE IN TUTTA ITALIA LE SLOT MACHINES GRAZIE A UNA FIRMA DEL FINIANO MARIO BALDASSARRI, NEL 2004 VICE MINISTRO ALLE FINANZE - 4- è AMEDEO LABOCCETTA, GIÀ PARLAMENTARE DI FINI (E ORA NEL PDL) ED EX RAPPRESENTANTE PER L’ITALIA DELLA ATLANTIS DI CORALLO, CHE PORTÒ AL RISTORANTE DEL CASINÒ BEACH PLAZA DI SAINT MARTEEN ANCHE GIANFREGNONE FINI, NEL 2004, PER UNA CENA A CUI PARTECIPÒ ANCHE CHECCHINO PROIETTI, BRACCIO DESTRO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA E UOMO CHE, PER LA PROCURA DI POTENZA CHE INDAGÒ SULLA VICENDA (LA CORTE DEI CONTI CONSTATÒ UN AMMANCO NELLE CASSE DELL’ERARIO DI OLTRE 31 MILIARDI DI EURO), SI SPESE CON I MONOPOLI ITALIANI PER EVITARE CHE L’ATLANTIS PERDESSE LA LICENZA PER IL GIOCO LEGALE IN ITALIA

1- I MISTERI DEL PROCURATORE WALFENZAO TRA LABOCCETTA E IL RE DELLE SLOT-MACHINE - OLTRE CHE NELL´AFFAIRE MONTECARLO, IL RAPPRESENTANTE DELLA PRINTEMPS È COINVOLTO IN ALTRE VICENDE ITALIANE
Corrado Zunino per "la Repubblica"

 

Il giorno del rogito della casa di Montecarlo, l´11 luglio del 2008, l´uomo vestito con un impeccabile blazer esordì: «Salve, sono Walfenzao James». Il legale rappresentante dell´ormai mitica Printemps Ltd, la società che acquisto i 55 metri quadrati di Boulevard Princess Charlotte, è certo un signore dallo spirito pronto. E i suoi affari sono difficilmente penetrabili. Lo conosce il tesoriere storico di Alleanza nazionale, Franco Pontone: incassò da lui i 300mila euro per il pianoterra da ristrutturare.

 

Lo conosce Giancarlo Tulliani, e nello staff di Gianfranco Fini molti temono che quello sia il contatto che possa provocare nuovi guai al «cognato» aprendo scenari inediti alla vicenda Montecarlo. Nei ritratti che vengono dedicati al broker internazionale, alla sua casella non c´è mai una fotografia. È un legale dell´off-shore che si muove tra Miami, Panama e Montecarlo (dove ha la residenza), esperto nel creare società appoggiate a paradisi fiscali.

James Walfenzao è rappresentate unico del Francesco Corallo Trust, società che ha le sue quote al 99,9 per cento nell´isola di Santa Lucia. Sì, è la stessa isola dove sono state create - il 30 maggio 2008, a un minuto di distanza una dall´altra, con una spesa di 300 dollari e un capitale sociale di mille - le due società schermate proprietarie della casa di Montecarlo: la Printemps Ltd e la Timara, entrambe con sede negli uffici antillani della Corpag del nostro Walfenzao. Ma chi è Francesco Corallo?

È il proprietario del gruppo Atlantis che, con sedi ad Amsterdam e Londra, controlla slot machine e videopoker in tutto il mondo. Corallo possiede tre casinò a Saint Martin (sempre Antille), due a Santo Domingo e uno a Panama. Corallo, 50 anni, catanese, è un uomo incensurato che ha visto archiviare due processi a suo carico per traffico di droga e riciclaggio sostenuti dalla Procura di Roma sulla base di informative di finanza e polizia che lo volevano legato al boss del narcotraffico boliviano, l´ex parà Marco Marino Diodato. È figlio di Gaetano, che ha scontato sette anni e mezzo per associazione a delinquere e affiancò Nitto Santapaola nella scalata (fallita) ai casinò italiani negli anni Ottanta.

 

Ecco, Walfenzao, l´uomo a cui Giancarlo Tulliani portò l´affare della casetta di An a Montecarlo, è il procuratore di un signore del gioco d´azzardo mondiale. Per anni l´amministratore di Atlantis World Giocolegale (il braccio italiano del gruppo, oggi ribattezzato Bplus) è stato Amedeo Laboccetta, vecchio missino napoletano, storico amico di Fini che nell´agosto del 2004 portò il leader di An a immergersi nei mari antillani di Saint Martin (L´espresso lo immortalò a cena con Laboccetta nel ristorante del casinò di Corallo). Un mese prima Atlantis aveva ottenuto una delle dieci concessioni per il «gioco a distanza» grazie a un decreto del ministro Siniscalco (governo Berlusconi) e in breve si prenderà un terzo del mercato delle «new slot» italiane.

 

Successivamente la Guardia di finanza scoprirà l´evasione della Atlantis di Corallo-Walfenzao da 31 miliardi di euro. Laboccetta di recente ha lasciato l´incarico della società, dove, però, lavora il figlio. E ha lasciato il vecchio amico Fini: è rimasto nel Pdl, che potrebbe candidarlo a sindaco di Napoli.

Questa storia di gioco d´azzardo e paradisi fiscali, di cui ha parlato anche il giornalista-imprenditore Walter Lavitola, oggi tocca Giancarlo Tulliani. Il cognato di Fini, che ha preso la residenza a Montecarlo il 20 febbraio 2009, ha sorprendentemente domiciliato le sue residenze monegasche proprio a casa del broker James Walfenzao, in Avenue Saint Roman.

2- SALVE, SONO WALFENZAO E RISOLVO PROBLEMI
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica per il Giornale

 

Da un lato «fonte» (del governo di Saint Lucia), dall'altro «ponte» (tra gli affari del gruppo Atlantis e la compravendita monegasca). Nel suo messaggio video, Gianfranco Fini ha citato il cognato, Giancarlo Tulliani, e il tesoriere «galantuomo» Francesco Pontone. Ma dei protagonisti off-shore dell'affaire immobiliare ha fatto un nome che ha un ruolo centrale in tutta la vicenda: quello di James Walfenzao.

Un accenno quasi casuale, riferito al rogito dell'11 luglio 2008, quando An vendette per appena 300mila euro la casa di boulevard Princesse Charlotte a Printemps. E Walfenzao, quel giorno, firmò proprio come rappresentante dell'acquirente.

 

Ma dalla diffusione della lettera del governo di Saint Lucia che individua in Tulliani il «beneficiario effettivo» di Timara, è emerso un nuovo sorprendente ruolo di Walfenzao, che di parti in questa lunga storia ne aveva già interpretate tante.

La missiva, infatti, indica proprio in Walfenzao la «fonte» delle indagini preliminari. L'uomo al cui indirizzo monegasco Giancarlo Tulliani ha domiciliato le bollette della luce, dunque, è anche quello che, su pressione delle autorità della nazione insulare, ha indicato nel «cognato» di Fini il proprietario di fatto delle fiduciarie off-shore e, quindi, della casa nel Principato.

L'uomo citato da Fini è dunque quello a cui il dipartimento delle Finanze di Saint Lucia, guidato da Isaac Anthony, e su input del primo ministro Stephenson King, chiede lumi sulla vicenda. E Walfenzao risponde, «in relazione agli obblighi degli agenti registrati a Saint Lucia», in quanto rappresentante della Corpag Service Usa.

 

La lettera lo spiega esplicitamente: «I corrispondenti, tramite Walfenzao hanno risposto di aver fatto un'indagine sulla vicenda e ordinato una visita a Monaco al notaio Paul-Louis Aureglia (...) per determinare perché il prezzo di vendita fu così basso rispetto al prezzo di mercato dell'immobile all'epoca».

E sono sempre i documenti forniti dai «corrispondenti» della Corpag, dunque da Walfenzao, che hanno reso possibile alle autorità di Saint Lucia accertare sia che Tulliani era il «beneficiario effettivo» della Timara, sia che il «cognato» si era avvalso dei servizi della Jason Sam di Montecarlo (la società di Tony Izelaar e Suzi Beach, gli altri consulenti finanziari protagonisti dell'affaire) e della Corpag Usa di Walfenzao.

 

Ma dai registri di Saint Lucia, Walfenzao risulta anche come «contact» della Corpag locale, quella che ha sede in Manoel street, 10, nello studio legale di Michael Gordon. Al cui indirizzo, tra l'altro, risultano le sedi legali di tutte le fiduciarie off-shore che si sono rimbalzate la proprietà della casa che An ereditò da Anna Maria Colleoni: Printemps, Timara, Janom Partners e Jaman Directors.

 

Walfenzao è dunque «presente» a Saint Lucia, dove è tra i riferimenti della Corporate Agent Saint Lucia ltd. È presente negli Usa, come corrispondente della Corpag di Miami, al 999 di Brickell Avenue. Ma come è noto è anche a Montecarlo, dove abita con la moglie in avenue Princesse Grace, a un solo portone di distanza dalla sede della Jason Sam. Una quasi ubiquità anche più impressionante, considerando che Walfenzao controlla, per conto dell'imprenditore italiano di gioco autorizzato (in Italia) e casinò (ai Caraibi) Francesco Corallo, la Uk Atlantis Holding Plc, una delle società del gruppo.

 

Ed è qui che, incrociando la struttura societaria del gruppo Atlantis con quanto scritto nella lettera del governo di Saint Lucia, vien fuori un link piuttosto clamoroso proprio con l'affaire di Montecarlo.

 

Perché Walfenzao controlla la Uk Atlantis attraverso due società - la Corporate Management St. Lucia ltd e la Corporate Management Nominees, inc - che la missiva del ministro della Giustizia Francis cita come società che controllano Printemps e Timara, e che detengono le azioni della Jaman directors, una delle altre off-shore.

E le due società legate ad Atlantis, secondo la lettera, «agivano su ordine» sia di Walfenzao che di Izelaar. Dunque, c'è un legame diretto tra la compravendita della casa di Montecarlo e il gruppo di Corallo. Vicino all'ex An, tanto che Amedeo Laboccetta, già parlamentare del partito di Fini (e ora nel Pdl) ed ex rappresentante per l'Italia della Atlantis World di Corallo, portò al ristorante del casinò Beach Plaza di Saint Marteen anche Gianfranco Fini, nel 2004, per una cena a cui partecipò anche Checchino Proietti, braccio destro del presidente della Camera.

 

E uomo che, per la procura di Potenza che indagò sulla vicenda (la Corte dei Conti constatò un ammanco nelle casse dell'erario di oltre 31 miliardi di euro), si spese con i monopoli italiani per evitare che l'Atlantis perdesse la licenza per il gioco legale in Italia.

Solo coincidenze? Nel frattempo, proprio sull'entourage finanziario di Walfenzao, preannuncia novità clamorose l'editore de l'Avanti, Walter Lavitola, l'uomo etichettato da Bocchino come «faccendiere» e dal deputato finiano ritenuto l'ispiratore della divulgazione della lettera del ministro della giustizia di Santa Lucia.

Lavitola, che ha respinto accuse e insinuazioni, ribadisce di essersi occupato solo marginalmente dell'affaire di Montecarlo perché impegnato su una connection di più largo respiro tra l'Italia e il Sudamerica. «Cercando riscontri per quest'altra storia d'interesse giornalistico - ha detto - sono incappato in un collega free lance che mi ha mostrato una mail che ritengo di massima importanza per questa vicenda. All'epoca non ci ho fatto troppo conto ma oggi, dopo quel che è successo, giornalisticamente sono molto interessato a recuperarla».

 

La mail, sempre secondo Lavitola, farebbe luce sul proprietario della società che acquistò da An l'appartamento monegasco. «La mail è stata passata a questo giornalista da una persona a cui era stata fatta un'intervista e che, per provare che quel che diceva era vero, gli aveva mostrato la lettera inviata via internet.

In questa mail il gestore di una società che stava a Montecarlo diceva all'agente concessionario delle società a Santa Lucia, che è un alto magistrato, che in Italia era in corso uno scontro molto duro tra Fini e Berlusconi basato sulla proprietà di un immobile di una delle due società, scriveva, «da me gestite».

 

In merito a questo dettaglio, proseguiva la mail, si sarebbe fatto riferimento a Tulliani e alla decisione eventuale di rescindere l'incarico a seguito della «pubblicità negativa relativamente anche alla mia persona». Se la mail esista davvero, se sia autentica e se l'autore della stessa corrisponda a Walfenzao (o a qualcuno del suo ristretto entourage) lo scopriremo presto. 27-09-2010]

 

 

1- IL DOCUMENTO SU TULLIANI SVELATO DA DAGOSPIA MANDA ALL’ARIA LA PAX ARMATA - PER I TIPINI FINI, LO SCANDALO DELL’APPARTAMENTO SVENDUTO DI AN NON SONO MICA NOTIZIE MA TRATTASI DI "DOSSIERAGGIO CON UTILIZZO DI INGENTI RISORSE DI DENARO IN ITALIA E ALL’ESTERO AL FINE DI PRODURRE E DIFFONDERE DOCUMENTAZIONE FALSA’ - 2- IL "COGNATO" FA SMENTIRE DAI SUOI AVVOCATI NON UNA VOCE GIORNALISTICA O UN RUMOR WEB QUALSIASI BENSì UN BEL DOCUMENTO INTESTATO DEL GOVERNO DELLO STATO CARAIBICO DI SANTA LUCIA CHE ATTESTA "ELISABETTO" DIETRO LA SOCIETA’ OFF-SHORE - 3- ORA IL CASO è CORNUTO: O IL DOCUMENTO è FALSO OPPURE I TULLIANI DICONO FALSITà - 4- ITALO BOCCHINO CORRE IN SOCCORSO DELLA TERZA CARICA (DELLA CELERE): "SE DOVESSE EMERGERE CHE LA PROPRIETA’ E’ VERAMENTE DI GIANCARLO TULLIANI IO CREDO CHE EFFETTIVAMENTE E’ UNA COSA SU CUI FINI DOVREBBE DARE UNA RISPOSTA" - 5- (SCUSI BOCCHINO, TANTO PER TAGLIARE LA TESTA AL TORO, COSA COSTA A FINI INVITARE L’AMATO "COGNATO" A TIRARE FUORI IL CONTRATTO E LE RICEVUTE DI AFFITTO? E TANTO CHE C’è, PERCHé FINI NON APPROFITTA PER SMENTIRE IL DIRIGENTE RAI GUIDO PAGLIA, INVITATO NEL SUO APPARTAMENTO PRIVATO DI PRESIDENTE DELLA CAMERA PER PROMOZIONARE GLI SHOW E I FILM DI TULLIANI? PER NON DIRE DELLA "SUOCERA" TULLIANI, UNA CASALINGA CHE HA INTASCATO UN MILIONE E MEZZO COME AUTORE DI UN PROGRAMMA RAI)

 

1. GIUSTIZIA: STOP A DIALOGO,FLI' DOSSIERAGGIO CONTRO FINI'… (ANSA) - Si sono bruscamente interrotti - apprende l’ANSA - i colloqui tra gli ambasciatori di Berlusconi e Fini sui temi della giustizia. Negli ultimi giorni, infatti, il ministro Angelino Alfano e Italo Bocchino sul versante politico e Niccolo’ Ghedini e Giulia Bongiorno sul versante tecnico avevano avviato colloqui e approfondimenti per definire un’intesa per mettere al riparo Berlusconi dalle vicende giudiziarie cui e’ interessato.

Secondo i finiani a fronte della disponibilita’ ad armonizzare i rapporti all’interno del centrodestra si registra un’escalation della campagna mediatica contro il presidente della Camera da parte della stampa vicina al presidente del Consiglio.

In ambienti vicini a Fini - riferiscono fonti di Fli - si sarebbe venuti in possesso di ’elementi che evidenziano una vera e propria attivita’ di dossieraggio, con utilizzo di ingenti risorse di denaro in Italia e all’estero al fine di produrre e diffondere documentazione falsa’.

 

2. FLI: BOCCHINO,SE CASA MONTECARLO E' DI TULLIANI FINI DEVE RISPOSTA...
(AGI) - "La vicenda di Montecarlo ha due aspetti: uno di merito e uno relativo al metodo con cui e' stata posta la questione all'opinione pubblica". Italo Bocchino (Fli) e' stato ospite stamattina di Omnibus, in onda su LA7. "Il metodo - ha detto il capogruppo di Futuro e liberta' - e' preoccupante ed e' stato scandaloso: Fini discute con Berlusconi, punta il dito contro Berlusconi e c'e' questo lavoro di bastonatura mediatica, barbaro nei modi perche' utilizza un giornale del Presidente del Consiglio in persona fittiziamente intestato al fratello". Ma - aggiunge Bocchino - relativamente al merito, se dovesse emergere che la proprieta' e' veramente di Giancarlo Tulliani io credo che effettivamente e' una cosa su cui Fini dovrebbe dare una risposta. Ma conoscendo Fini sono assolutamente certo che se questo e' vero lo apprende anche lui oggi dai giornali"

 

3- GIAN CARLO TULLIANI, NESSUN RAPPORTO CON SOCIETA' OFF SHORE...
(Adnkronos) - Gian Carlo Tulliani smentisce le notizie riportate sui quotidiani 'Libero' e 'Il Giornale' sui suoi rapporti con la societa' off shore proprietaria dell'appartamento di Montecarlo. 'Il signor Gian Carlo Tulliani -si legge in una nota degli avvocati Carlo Guglielmo e Adriano Izzo- smentisce categoricamente la notizia secondo la quale ci sarebbe la sua persona dietro la societa' off-shore che ha comprato l'appartamento monegasco'.

 

'Il signor Gian Carlo Tulliani -si legge nel comunicato dei due legali- smentisce categoricamente la notizia secondo la quale ci sarebbe la sua persona dietro la societa' off-shore che ha comprato l'appartamento monegasco, ribadendo di essere un semplice conduttore della suddetta unita' immobiliare. All'esito di una prima indagine eseguita dai sottoscritti difensori, peraltro, emergono forti perplessita' sull'autenticita' del documento pubblicato dai quotidiani 'Libero' e 'il Giornale' e attribuito al ministro di Giustizia di Santa Lucia'.

 

'Il signor Gian Carlo Tulliani -continua la nota- si riserva di adire le competenti autorita' civili e penali per far sanzionare l'ennesimo vergognoso e inaccettabile tentativo di coinvolgere la sua persona in una vicenda artatamente creata per un mero e chiaro fine politico'.

4- MONTECARLO, ECCO LA PROVA: "LA CASA È DI TULLIANI" - UN DOCUMENTO RISERVATO DEL GOVERNO DI SAINT LUCIA CERTIFICA CHE TULLIANI È TITOLARE DI PRINTEMPS E TIMARA
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "Il Giornale"

Seppur innescata on line dall'altra parte del mondo, l'ultima notizia-bomba sulla casa di Montecarlo, se confermata ufficialmente, è destinata a fare parecchi danni, soprattutto all'immagine e alla credibilità del presidente della Camera. Citando documenti e fonti di altissimo livello dell'isola di Saint Lucia, due quotidiani dei Caraibi, il Listin Diario e el Nacional, hanno rivelato che dietro le società offshore del pasticcio immobiliare monegasco ci sarebbe come «titolare» Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini.

 

Colui che proprio a Fini, e per ammissione di quest'ultimo, rivelò l'esistenza di alcuni (misteriosi) compratori interessati all'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte che nessuno, nel palazzo e nel partito, sapeva essere stato messo in vendita. Colui che per una «straordinaria, incredibile coincidenza» (parole proferite dal tesoriere di An, Francesco Pontone) di lì a poco finirà per andare ad abitare in affitto nello stesso appartamento del Principato di Monaco, nel frattempo passato di proprietà a una società gemella i cui referenti risultano essere gli stessi della prima società (costituita solo 45 giorni prima dell'affare, il 30 maggio 2008) che acquistò a un quinto del valore l'immobile da Alleanza nazionale. Trecentomila euro. A Montecarlo, quasi un prezzo da box auto.

 

Ma veniamo alla bomba a mezzo stampa lanciata a Santo Domingo. Secondo un documento pubblicato all'indirizzo www.elnacional.com.do che riprende quanto preannuciato dal Listin Diario e rilanciato dal sito Dagospia, «dai documenti dei corrispondenti, è stato anche possibile accertare il proprietario beneficiario (il titolare, ndr ) della compagnia che è il signor Giancarlo Tulliani che è stato istruito riguardo alla compagnia usando i servizi della Jasaon Sam e del Corpag services sa».

 

La lettera pubblicata si riferisce a un'inchiesta avviata dal neoministro della giustizia Lorenzo Rudolph Francis, inviata il 16 settembre 2010 al capo del governo di Saint Lucia, Stephenson King. Nella missiva il Guardasigilli locale spiega il perché dell'interesse governativo alla questione della casa di Montecarlo scaturito dalle informazioni ricevute «da una potenziale pubblicità negativa» a mezzo stampa internazionale - Così, spiega, «ho richiesto al direttore dei servizi finanziari di investigare le compagnie di cui si parla (Timara e Printemps). La nostra richiesta era dovuta a notizie di stampa di giornali internazionali che coinvolgevano società/ compagnie che operano nella giurisdizione di Saint Lucia». E questo anche per verificare se erano state rispettate «leggi e regolamenti che governano il settore off-shore».

 

E ancora. «Abbiamo ottenuto alcune informazioni sulle compagnie coinvolte nelle operazioni - continua Francis - il nostro scopo principale era determinare se le compagnie stessero operando in accordo con le nostre leggi e i doveri degli agenti».

Il ministro non ci gira troppo attorno. Le società in questione sono quelle note ai lettori perché «protagoniste» dell'affaire della casa di Montecarlo abitata dal cognato del presidente della Camera: «Abbiamo investigato le seguenti compagnie: Printemps Limited, Timara Limited e Jaaman Director Limited. Queste compagnie sono collegate all'acquisto di un appartamento che era di proprietà di un partito politico italiano e che si trova a Monaco».

 

L'appartamento è quello in Boulevard Princess Charlotte 14, donato dalla contessa Colleoni ad Alleanza nazionale. «Queste compagnie- continua la lettera- sembrano condividere lo stesso referente, Corporate Agent (St. Lucia) Ltd così come lo stesso indirizzo a Saint Lucia, al numero 10 di Manoel Street Castries, St. Lucia. Mentre la Jaman director limited agisce come responsabile sia per Printemp che per Timara è stata rimpiazzata da Corporate Agent.

I suoi azionisti restano gli stessi nominativamente di Corporate Management Nominees inc. È stato anche confermato - insiste il ministro che la Corporare Agent Nominees inc e la Corporate Management Nominees agivano per conto del signor James Walfenzao di Corpag Services Usa di Miami, Florida, e il signor Anthoine Izeelar della Jasaon Sam a Monaco». Walfenzao, per dire, è il referente a cui Tulliani gira la sue bollette.

 

Sempre per verificare se siano stati commessi abusi, il ministro informa il premier di Saint Lucia che è stata avviata una richiesta di informazioni a Corpag Service Usa, «con una comunicazione fatta da Walfenzao». Ci si è dilungati con gli accertamenti anche sul notaio di Monaco signor Paul Louise Aureglia che fu responsabile del passaggio di proprietà dell'immobile ereditato da Alleanza nazionale «e quindi trasferito a Printemps e più tardi a Timara».

L'investigazione presso il notaio, spiega Francis, è stata fatta per determinare come mai il prezzo del «trasferimento» fu stimato al ribasso considerando i prezzi di mercati delle proprietà immobiliari di Monaco in quel preciso momento storico.

 

«Dai documenti arrivati dai corrispondenti - chiosa il ministro- è stato anche possibile accertare che il beneficiario effettivo (beneficial owner) della compagnia è il signor Giancarlo Tulliani che ha ricevuto istruzioni sulla compagnia utilizzando i servizi di Jason Sam e di Corpag».

Il Listin Diario conferma che la carta in questione è un «documento oficial del gobierno de la República de Santa Lucía, en el Caribe» che per l'appunto «señala que Giancarlo Tulliani es el titular de la Printemps Ltd y la Timara Ltd, del cual la prensa italiana y de otros puntos de Europa indican que se trata de un "scoop" mundial». Ovvero, c'è Tulliani dietro a Timara e Printemps.

La notizia non è stata smentita da Fini nemmeno di fronte alla sfida lanciata da Francesco Storace alle agenzie di stampa: «Il presidente della Camera è in grado di imporre a Giancarlo Tulliani una rapida smentita della notizia diffusa da Dagospia sulla proprietà della società off-shore che hanno gestito l'affare di Montecarlo? Il silenzio ostinato fa male alle istituzioni oltre che a una comunità ferita». Al momento di andare in stampa, poco dopo l'una di notte, Gianfranco Fini non aveva ancora risposto.

 

5- I PASSAGGI CHIAVE DEL DOCUMENTO TRADOTTI...
Da "Il Giornale" - Caro Primo ministro, in base alle informazioni ricevute su una possibile pubblicità negativa ho chiesto al direttore servizi finanziari del Ministero di investigare su una rete di società. La nostra richiesta è legata a recenti informazioni di stampa su giornali internazionali che coinvolgono società sotto la giurisdizione di St. Lucia (...) Abbiamo indagato sulle seguenti società: Printemps Ltd, Timara Ltd e Jaman Directors Ltd. Queste società sono collegate all'acquisto di una casa a Monaco, che era di proprietà di un partito politico italiano.

 

Le società sono rappresentate dallo stesso agente, Corporate Agent Ltd, e condividono lo stesso indirizzo al numero 10 di Manoel Street, Castries, St. Lucia. In relazione agli obblighi degli agenti registrati a St. Lucia è stata avanzata una richiesta di informazioni ai corrispondenti della Corpag services Usa. I corrispondenti, tramite Mr. James Walfenzao hanno risposto di aver condotto un'indagine della situazione e disposto una visita a Monaco al Notaio Paul Luis Aureglia, responsabile della compravendita della proprietà (...) trasferita alla Printemps Ltd e poi alla Timara Ltd (...)

 

Dai documenti dei corrispondenti, è stato anche possibile accertare che il beneficiario e proprietario della società è il Sig. Giancarlo Tulliani che ha dato mandato per conto della società di utilizzare i servizi di Jason Sam e Corpag Services Usa (...)
Rudolph Francis (Ministro della Giustizia) [22-09-2010]

 

 

Giancarlo Tulliani ha fatto la sua prima "vittima". si è dimesso Il senatore Franco Pontone, ex tesoriere del partito guidato da Fini nonché firmatario su procura del presidente della Camera dell’atto di cessione alla società off-shore Printemps Ltd dell’appartamento monegasco - "Ebbi un preciso mandato e quel mandato ho assolto. Basta! Di conti e case non ne voglio più sapere

Gian Maria De Francesco per Il Giornale

 

Giancarlo Tulliani ha fatto la sua prima «vittima». Il senatore Franco Pontone, ex tesoriere del partito guidato da Gianfranco Fini nonché firmatario su procura del presidente della Camera dell'atto di cessione alla società off-shore Printemps Ltd dell'appartamento monegasco, ha rassegnato personalmente le dimissioni dalla carica di presidente del comitato di gestione di Alleanza nazionale. Il partito sopravvivrà fino alla nascita della Fondazione che subentrerà nei diritti.

 

«Mi mancano le motivazioni per svolgere le mie funzioni», avrebbe detto - secondo quanto si apprende - Pontone aggiungendo che «le dimissioni sono indipendenti dalla vicenda di Montecarlo». Sul tavolo dei garanti è giunta anche la lettera col quale ha rinunciato «per motivi personali» un altro componente, Giovanni Catanzaro. Resta in carica solo la finiana Rita Marino.

L'anziano esponente finiano, già dagli inizi dell'inchiesta del Giornale, aveva manifestato il proposito di cedere il passo. Nello scorso agosto, infatti, aveva rivelato di «essere incazzato» perché «da 50 anni faccio politica e sono una persona onesta, sono pentito di aver accettato di fare il segretario amministrativo di An».

 

Sul senatore napoletano, infatti, ricade solo una responsabilità oggettiva avendo ricevuto la delega da Gianfranco Fini. «Ebbi un preciso mandato e quel mandato ho assolto», dichiarò al Corriere ad agosto. Più o meno le stesse parole ripetute ai magistrati romani, il procuratore Ferrara e l'aggiunto Laviani. La vendita? «Fu decisa dai vertici del partito». Il prezzo? «Non c'erano altre offerte». Tulliani? «Non so nulla, l'ho incontrato una sola volta dopo il rogito».

 

L'unica discrepanza si coglie con le dichiarazioni del senatore Antonino Caruso, ex aennino del Pdl e vicepresidente dei garanti il quale ricordò di aver girato a Pontone nel 2001 un'offerta di circa un milione di euro per l'appartamento.

Le dimissioni rappresentano un gesto onorevole all'interno di una vicenda nella quale l'ex leader della Fiamma, Gianfranco Fini, si è limitato a un comunicato in otto punti che ha brillato per omissioni e a qualche balbettio davanti al direttore del Tg di La7 Enrico Mentana.

Ecco perché i finiani del comitato dei garanti (il presidente Lamorte e i fedelissimi Raisi e Digilio) avrebbero chiesto, dopo quella già ottenuta ad agosto, un'ulteriore proroga di sette giorni per rendere un po' meno dolorosa l'uscita di Pontone. Il problema non è stato solo numerico giacché gli altri sei componenti dell'organismo (Caruso, Biava, Leo, Gamba, Valentino e Petri) non sono di area finiana e, dunque, poco propensi a un ulteriore traccheggiamento.

 

Anche l'ottantatreenne Pontone, ad agosto come dopo l'audizione dai pm romani che indagano sull'affaire monegasco, aveva espresso il desiderio di non esser più chiamato in causa. «Basta! Di conti e case non ne voglio più sapere!», avrebbe riferito agli amici di tante battaglie politiche.

Ieri sera, comunque, sia Lamorte che Raisi hanno auspicato la revoca delle dimissioni. Nella prossima riunione, il 6 ottobre, il comitato dei garanti dovrà sostituire i due dimissionari e proseguire nel proprio lavoro: scrutinare il patrimonio immobiliare dell'ex An, scegliere l'advisor contabile per Il Secolo e chiederne un bilancio preventivo prima di ulteriori trasferimenti all'house organ di Fli.

 

Da ieri sera, però, Gianfranco Fini e, per interposta Giancarlo Tulliani, sono più soli. Perché un anziano senatore napoletano ha deciso che il suo compito si era esaurito e che le consegne erano state rispettate. Ora qualcun altro dovrà spiegare come mai sia stato deciso di cedere al prezzo di 300mila euro un immobile che sulla carta potrebbe valere cinque volte di più.

Ora qualcun altro dovrà spiegare come e perché sia stata accettata da un partito molto oculato nella gestione del proprio patrimonio l'intermediazione di un ragazzo trentenne che nel settore immobiliare era poco più di un novellino. Ora qualcun altro dovrà spiegare come mai nel contratto di affitto dell'appartamento di boulevard Princesse Charlotte compaiano le stesse firme sotto le diciture «locatore» e «locatario».22-09-2010]

 

1- ORA CHE C’è LA PROVA, UN DOCUMENTO UFFICIALE DEL GOVERNO DI SANTA LUCIA, CHE GIANFRANCO FINI HA REGALATO UN MILIONE E MEZZO DI EURO A SUO COGNATO, GIANCARLO TULLIANI, SOTTRAENDOLO ALLE CASSE DEL PARTITO CHE GUIDAVA, ALLEANZA NAZIONALE, CONTINUERà A RICOPRIRE LA TERZA CARICA ISTITUZIONALE DEL PAESE? - 2- SEMBRA GROTTESCA QUELLA RISPOSTA CHE FINI STESSO DIEDE POCHE SETTIMANE FA AD ENRICO MENTANA CHE LO INTERVISTAVA PER IL TG DI LA7: “NON HO NULLA DA TEMERE PERCHÈ NON HO NULLA DA NASCONDERE. RIDEREMO QUANDO SARÀ FATTA CHIAREZZA DALLA MAGISTRATURA, BASTA ASPETTARE QUALCHE SETTIMANA, QUALCHE MESE”

Libero Giornale Fini Finita - Nonleggerlo

1- DAGOSPIA: "C'È TULLIANI DIETRO LE SOCIETÀ OFF-SHORE
Da "la Repubblica" - Le società off-shore che hanno gestito l'affare della casa di Montecarlo data in affitto al fratello della compagna di Gianfranco Fini apparterrebbero allo stesso Giancarlo Tulliani. Lo scrive il quotidiano "El Nacional" citando alcuni documenti del governo di Santa Lucia nei Caraibi. L'articolo, ripreso da Dagospia, suscita subito nuove polemiche. "Il presidente della Camera è in grado di imporre a Giancarlo Tulliani una rapida smentita della notizia diffusa da Dagospia sulla proprietà delle società off-shore che hanno gestito l'affare di Montecarlo? Il silenzio ostinato fa male alle istituzioni oltre che a una comunità ferita", attacca Francesco Storace, leader de "La Destra".

 

2 - «LA CASA È DI TULLIANI» DOCUMENTO SULLA STAMPA DI SANTO DOMINGO
Giusi Fasano e Virginia Piccolillo per il "Corriere della Sera"

Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini coinvolto da due mesi nella vicenda della casa a Montecarlo, sarebbe «il titolare della Printemps Ltd e della Timara Ltd». Lo hanno scritto due giornali dominicani, Listin Diario e El Nacional, ripresi dal sito web Dagospia. Secondo i due giornali d'oltreoceano, Tulliani sarebbe legato alle due società offshore che hanno sede a Santa Lucia, isoletta caraibica dell'arcipelago delle Piccole Antille.

 

In particolare, El Nacional pubblica un documento governativo dell'isola-Stato che dimostrerebbe il collegamento tra Giancarlo Tulliani e le società Printemps e Timara. Il senatore di Futuro e liberta, Francesco Pontone, tesoriere del patrimonio di Alleanza Nazionale, si è dimesso. «Era inevitabile», ha commentato l'ex di An Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato.

 

Lo scrive il sito italiano Dagospia, che lo riprende nel pomeriggio dal quotidiano dominicano Listin Diario e in serata da un altro giornale, El Nacional. La notizia sarebbe questa: Giancarlo Tulliani «è il titolare della Printemps Ltd e della Timara Ltd». Così dicono i due giornali d'oltreoceano. Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini da due mesi nella bufera per lo scandalo politico della casa a Montecarlo, sarebbe quindi più che legato alle due società offshore che hanno sede, appunto, a Santa Lucia, isoletta caraibica dell'arcipelago delle Piccole Antille. Ed El Nacional pubblica un documento governativo ufficiale dell'isola-Stato che dimostrerebbe il collegamento Tulliani-Printemps-Timara.

Si tratta della fotocopia della lettera con la quale il 16 settembre il ministro della giustizia di Santa Lucia, L. Rudolph Francis, comunica al capo del governo e ministro delle Finanze dell'isola caraibica che il beneficiario reale delle società Printemps e Timara è Giancarlo Tulliani.

A questo punto delle due l'una: o è un clamoroso falso oppure è la prova che il cognato del presidente della Camera è il regista di tutti i passaggi della casa di Montecarlo. Cioè prima la vendita da Alleanza Nazionale alla Printemps Ltd e, pochi mesi dopo, il nuovo rogito dalla Printemps alla Timara Ltd che, non a caso, ha poi dato l'appartamento in affitto proprio a Giancarlo Tulliani. Ora: se davvero le due società offshore sono di Tulliani, la Procura di Roma, che sulla questione ha aperto un fascicolo per truffa, potrebbe arrivare a indagare il cognato di Fini.

 

Questo probabilmente già basta e avanza a rovinare l'umore del presidente della Camera. Che però deve fronteggiare da ieri sera una nuova emergenza. Le dimissioni del tesoriere di An. «Era inevitabile» sintetizza quando sono le undici di sera il presidente del gruppo pdl al Senato Maurizio Gasparri. «Inevitabile» che il senatore di Futuro e libertà, Francesco Pontone, si dimettesse, appunto, da tesoriere del patrimonio di Alleanza Nazionale.

L'ha fatto durante la riunione dei comitati di gestione e dei garanti che si occupano dell'intera eredità di An. E con lui si è dimesso Giovanni Catanzaro, uno dei due vicepresidenti (non finiano) che hanno affiancato finora Pontone. Dimissioni per adesso virtuali: perché la serata si è chiusa con un nulla di fatto. Nessuno dei due si può considerare fuori gioco, tutto è rinviato alla discussione della prossima volta. Era la prima riunione dopo lo scandalo della casa di Montecarlo per il quale la Procura romana ha sentito nei giorni scorsi un primo gruppo di testimoni.

 

Fra loro proprio Pontone. I 300 mila euro incassati per la vendita, ha spiegato il senatore, erano la sola offerta ricevuta fino a quel momento, nel 2008. Mentre l'ex parlamentare di An, Antonino Caruso,a veva di chiaratoin un'intervista (salvo poi non confermarlo in Procura) che c'era stata un'altra offerta, di gran lunga superiore. Gasparri ha commentato l'addio di Pontone come fosse già accettato: «Ci auguriamo che ci aiuti a gestire con chiarezza una fase molto delicata».

3- FINI SI DIMETTA
Franco Bechis per Libero - fbechis.blogspot.com

 

Gianfranco Fini ha regalato un milione - un milione e mezzo di euro a suo cognato, Giancarlo Tulliani, sottraendolo alle casse del partito che guidava, Alleanza Nazionale. E' stato Tulliani ad acquistare la celebre casa di Montecarlo con la Printemps Ltd l'11 luglio 2008 ed è stato lui a rivendersela alla Tulliani immobiliare (Timara Ltd) al solo scopo di confondere le tracce sulla proprietà. Dalla vendita di quella casa Alleanza Nazionale ha ricevuto 300 mila euro, una cifra con cui a Montecarlo non si poteva acquistare nemmeno un box auto o una cantina.

Prima della vendita c'era stata un'offerta superiore al milione di euro. Oggi con la stessa metratura nella stessa via vengono venduti appartamenti al prezzo di 2,5-3 milioni di euro. E' chiaro il danno inferto al partito politico e l'ingente vantaggio finanziario consentito al cognato di Fini, che può rivendersi l'immobile ai valori veri di mercato.

 

Ora che il ministro della giustizia dell'isola di Santa Lucia, ai Caraibi, ha certificato la proprietà di Printemps e Timara in una lettera riservata al suo primo ministro, di cui è venuta in possesso la stampa locale, la verità è venuta alla luce: quella casa è passata dalla famiglia politica alla famiglia personale di Fini.

 

Non c'è più bisogno nemmeno di fare perdere tempo e soldi ai magistrati italiani che oltretutto non sarebbero stati in grado di venire a capo di nulla, vista la raffinatezza dell'operazione compiuta in un paradiso fiscale. Sembra grottesca alla luce di questo documento ufficiale del governo di Santa Lucia quella risposta che Fini stesso diede poche settimane fa ad Enrico Mentana che lo intervistava per il Tg di La7: "Non ho nulla da temere perchè non ho nulla da nascondere. Rideremo quando sarà fatta chiarezza dalla magistratura, basta aspettare qualche settimana, qualche mese".

 

Non è stato necessario tanto tempo, per fortuna. E guardando quella lettera c'è davvero da ridere. Ma non è il presidente della Camera a poterlo fare. Dovremmo ridere noi chiamati "infami", appellativo che come ricordava giustamente Marco Travaglio, fa parte del gergo usato dai mafiosi per attaccare chi sceglie la verità e lo Stato e non loro. Ma non c'è molto da ridere, perché la questione è assai seria e grave.

 

Quel documento pubblicato dalla stampa caraibica, che certifica la vendita a Tulliani della casa di Montecarlo, dimostra che Fini ha mentito sia davanti al suo partito che di fronte all'opinione pubblica. E' un peccato grave per un uomo politico, in grado da solo di rovinare carriere in molti paesi del mondo. E' un peccato più grave se commesso dalla terza carica istituzionale del paese, oltretutto con minacce gravi e a questo punto del tutto ingiustificate alla libertà di espressione e di stampa in Italia.

Dopo questa clamorosa bugia svelata dal governo di Santa Lucia, non è più problema di una parte politica la permanenza o meno di Fini alla presidenza della Camera. E' un problema di tutto il paese, che non può più essere da lui rappresentato a una così alta carica istituzionale. Il resto ha diritto a chiederlo, anche con azioni giudiziarie, chi ha militato in Alleanza Nazionale anche a prezzo di grandi sacrifici: la restituzione di quella casa. Allo stesso prezzo a cui è stata venduta la prima volta. 22-09-2010]

 

TULLIANI FANTASMA: I REPORTER DI “LIBERO” INSEGUONO IL “COGNATO DEI COGNATI” E SCOPRONO CHE LA MERCEDES SU CUI GIRA PER ROMA NON ESISTE NEI REGISTRI DEL PRA - TUTTI GLI AUTOVEICOLI, ANCHE QUELLI DEI SERVIZI SEGRETI, DEVONO ESSERE REGISTRATI - FORSE È UN ERRORE TECNICO, MA È CERTO CHE CHIUNQUE PROVI AD AVVICINARSI A GIANCARLO TULLIANI PER CERCARE CHIARIMENTI, TROVA UN MURO…

Roberta Catania per "Libero"

 

Una settimana di verifiche, eppure non c'è stato modo di risalire all'intestatario della macchina sulla quale il 13 settembre scorso abbiamo «intercettato» Giancarlo Tulliani. L'inseguimento era scattato a Roma, partendo da via Giuseppe Mazzini 114/a, il palazzo dove (alle 14.22) abbiamo visto il fratellino di Elisabetta uscire da una riunione con il proprio commercialista. Da lì lo abbiamo seguito, svoltando per viale Angelico e attraversando tutto il quartiere Prati.

 

Nel traffico, ad ogni semaforo rosso, con educazione abbiamo insistito per avere «anche una piccola spiegazione» del pasticcio di Montecarlo. Eppure niente, per tutto il tragitto Giancarlo ha mantenuto lo sguardo dritto davanti a sé e ignorato la "presenza" che per mezz'ora lo ha affiancato. Di più, l'unica reazione del "cognato" di Gianfranco Fini è stata di alzare le tende a rete dei finestrini posteriori e rendere ancora meno visibile l'abitacolo dell'automobile (già protetto dai vetri oscurati).

Ebbene, visto che l'autista non si fermava e la guardia del corpo continuava a fare gesti eloquenti per invitarci ad andare via, in quel momento sembrava che ci fosse un'unica soluzione: telefonare in redazione e dettare il numero di targa della macchina che ci stava sfuggendo. La speranza era chiaramente quella di risalire al proprietario e, di conseguenza, al conducente della berlina con il contrassegno NCC. Magari l'uomo, senza il cliente davanti, più tardi avrebbe parlato.

 

Oppure, ipotesi fin troppo rosea, avrebbe potuto perfino indicarci dove aveva accompagnato il locatario di boulevard Princesse Charlotte, così da permetterci di insistere ancora una volta con il diretto interessato per avere una spiegazione dello strano passaggio immobiliare. Il "sogno" di poter incrociare nuovamente Giancarlo, però, è svanito quasi subito. I giornalisti hanno accesso alla banca dati del Pra (pubblico registro automobilistico) perciò in redazione è stata fatta una verifica in tempo reale.

L'esito ha lasciato tutti di stucco: quella targa non risulta nella banca dati. In poche parole, quella targa non esiste. La fretta e l'agitazione avrebbero potuto averci indotto in errore, perciò, per scongiurare equivoci, abbiamo deciso di scattare una foto. Per immortalare la berlina a bordo della quale Tulliani ci stava scappando e lavorare sugli indizi in un momento meno concitato. Momento arrivato quasi subito perché, sbucato a piazza Irnerio, com'era chiaro che facesse, il bolide nero ha imboccato l'autostrada e seminato lo scooter.

 

Mandando in questo modo all'aria la possibilità di avere una risposta ai dubbi che gravitano attorno all'appartamento svenduto da An e finito in uso al fratello della compagna di colui che all'epoca era al vertice del partito e oggi presiede la Camera dei deputati. Ebbene, seduti alla scrivania con la foto in mano e l'archivio del Pra a disposizione, si è aperto un altro giallo: la macchina non esiste.

Inutile riprovare, inutile anche far tentare alle forze dell'ordine (nel dubbio che fosse una targa protetta da una particolare privacy), il terminale dà sempre lo stesso responso: «L'iscrizione al Pra non risulta». Però non è possibile: qualunque veicolo circoli in strada deve rispondere a qualcuno (anche penalmente, per esempio in caso di incidente). Invece quelle cifre non portano a nulla e l'unica ragione che ci siamo dati è che l'oblio di cui gode Tulliani sia frutto di un errore tecnico.

Perché neanche un agente dei Servizi segreti "sotto copertura" può viaggiare su un'«auto fantasma». Nel caso di uno 007, ad esempio, il Pra risponderà alla richiesta di accertamenti rimandando a una società di noleggio auto. Nei registri di questa, il riferimento sarà la presidenza del Consiglio e poi, se ce ne fosse la necessità, attraverso i canali interni si risalirebbe a chi guidava quella particolare auto in quella certa ora.

 21-09-2010]

 

 

1- DA SANTO DOMINGO, SECONDA PATRIA DI GAUCCI, PARTE UN SILURO PER FINI E I TULLIANOS - 2- IL QUOTIDIANO “LISTIN DIARIO” (IL PIÙ ANTICO DEL PAESE) SCRIVE: "UN DOCUMENTO UFFICIALE DELL’AMMINISTRAZIONE DELLA REPUBBLICA DI SANTA LUCIA, NEI CARAIBI, DIMOSTRA CHE GIANCARLO TULLIANI È IL TITOLARE DELLA PRINTEMPS LTD E DI TIMARA LTD, UNA NOTIZIA CHE PER LA STAMPA ITALIANA ED EUROPEA PUÒ RIVELARSI UNO SCOOP MONDIALE” - 3- DUE DOMANDINE SORGONO SPONTANEE: IL QUOTIDIANO DOMINICANO È IN GRADO DI FORNIRE LA DOCUMENTAZIONE DI CIò CHE AFFERMA? E PERCHÉ MAI UN GIORNALE DI SANTO DOMINGO, SOLO SOLETTO, PUBBLICA LA NOTIZIA CHIAVE DELLA VICENDA? AH, SAPERLO…

 

DAGOREPORT
Guarda caso (e il caos) arriva da Santo Domingo, seconda patria di Lucianone Gaucci, un'altra mazzata alla strategia di difesa di Fini e dei Tullianos sul caso dell'appartamento monegasco abitato dal fratello della compagna del presidente della Camera.

L'articolo del quotidiano dominicano "Listin Diario" (il più antico quotidiano del paese), ricapitolando per i propri lettori la querelle sulla famiglia allargata del presidente della Camera che gli italiani ben conoscono, a metà articolo, in poche righe, spara la bomba:

"Un documento oficial del gobierno de la República de Santa Lucía, en el Caribe, señala que Giancarlo Tulliani es el titular de la Printemps Ltd y la Timara Ltd, del cual la prensa italiana y de otros puntos de Europa indican que se trata de un ‘scoop' mundial."

Vale a dire: "Un documento ufficiale dell'amministrazione della Repubblica di Santa Lucia, nei Caraibi, dimostra che Giancarlo Tulliani è il titolare della Printemps Ltd e della Timara Ltd (le due società off-shore che hanno comprato l'appartamento, ndr), una notizia che per la stampa italiana ed europea può rivelarsi uno scoop mondiale"...

Ora due domandine sorgono spontanee: il quotidiano è in grado di fornire la documentazione? E perché mai un giornale di Santo Domingo, solo soletto, pubblica la notizia chiave della vicenda? Ah, saperlo...

L'articolo è visionabile a questo link:
http://listindiario.com/las-mundiales/2010/9/20/159637/Nuevo-escandalo-con-ministro-Fini21-09-2010]

 

LA ROGATORIA "SALVA TULLIANI" - con gran fatica è finalmente arrivata in procura a Roma una parte dei documenti, richiesti senza eccessi d’entusiasmo dagli inquirenti capitolini alle autorità monegasche - LA DOCUMENTAZIONE PERÒ È "INCOMPLETA": NON SI RIESCE A VALUTARE L’IMMOBILE - MA IL COGNATO DI FINI È ANCHE IL PROPRIETARIO? Due fiduciarie off-shore «coperte», il cui proprietario resta misterioso, ma a loro volta controllate da altre fiduciarie

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "il Giornale"

 

Era ora, carta canta. Fra stecche rogatoriali e stonature procedurali, con gran fatica è finalmente arrivata in procura a Roma una parte dei documenti, richiesti senza eccessi d'entusiasmo dagli inquirenti capitolini alle autorità monegasche, che dovrebbero aiutare a fare luce sugli eventuali illeciti commessi nella compravendita della famosa casa di Montecarlo. Quella lasciata in eredità ad An da Anna Maria Colleoni, svenduta a una fiduciaria off-shore, da questa ceduta a una gemella e, a oggi, ancora abitata dal cognato del presidente della Camera, Giancarlo Tulliani.

 

LA ROGATORIA «SALVA TULLIANI» - Il plico giunto dal Principato di Monaco conta una sessantina di pagine in tutto - in grandissima parte si tratta di materiale già scovato e pubblicato in cinquanta giorni dal Giornale - che dunque diventano ora ufficialmente materia di indagine per quei pubblici ministeri della Capitale sempre più restii a convocare colui che sembra invece ricoprire un ruolo chiave nell'operazione immobiliare fra Roma, i Caraibi e Montecarlo: Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini, Elisabetta.

Testimone preziosissimo, perché fu lui a segnalare al «cognato» l'interesse per l'immobile monegasco da parte di una società che poi effettivamente acquistò, a un quinto del valore di mercato, l'appartamento da An, e perché alla fine della strana, doppia compravendita tra il partito di via della Scrofa e le società off-shore gemelle fu, casualmente, sempre lui a ritrovarsi come inquilino nel medesimo immobile.

 

A Roma gli atti ricevuti ieri sono stati definiti «incompleti». Ma a quanto negli ultimi giorni facevano sapere nel Principato, a essere carente e vaga sarebbe stata la rogatoria inviata all'estero dalle toghe romane, inoltrata quando buona parte degli atti e delle testimonianze raccolte dal Giornale non erano ancora state pubblicate, ampliando i confini di un affaire politico-immobiliare che sempre più imbarazza Fini e i suoi familiari.

 

Per questo motivo il procuratore capo, Giovanni Ferrara, ha inviato a Montecarlo un supplemento di rogatoria, chiedendo carte che possano meglio inquadrare il reale valore dell'immobile, oltre agli accertamenti fiscali collegati alla dichiarazione di successione sul testamento della contessa Colleoni che donò il suo appartamento ad An.

Il valore dato all'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, a Montecarlo, in sede di successione e poi nei diversi passaggi di proprietà. Addirittura il carteggio riservatissimo è stato inviato, per rogatoria, all'indirizzo sbagliato: a piazza Cavour, presso la Cassazione, anziché a piazzale Clodio, sede della procura della Repubblica.

MA IL COGNATO DI FINI È ANCHE IL PROPRIETARIO? - Ma cosa contiene il plico monegasco che da oggi dà un po' di spessore al fascicolo d'indagine, tenendo compagnia ai verbali del tesoriere e dell'amministratore di An, Francesco Pontone e Donato Lamorte, del senatore ex An Antonino Caruso e della segretaria di Fini, Rita Marino? Tra le altre carte, c'è anche il documento del contratto di affitto tra Timara e Tulliani, pubblicato nei giorni scorsi dal Giornale, quello in cui le firme di locatario e affittuario sono identiche.

 

La procura lo ha definito «nota di trascrizione sul pubblico registro del contratto», ma in realtà è qualcosa di più: un «avenant», ossia un accordo che modifica un elemento del contratto di locazione originario. È l'atto ufficiale a disposizione delle preposte sedi monegasche (Ufficio del registro, il comando di polizia della Sûreté Publique, l'associazione delle agenzie immobiliari).

 

Detto questo, in Procura è arrivato anche il contratto iniziale al quale l'avenant fa riferimento. E anche se ovviamente non c'è stato il tempo per procedere con perizie calligrafiche, sulla prima scrittura le firme dei contraenti (che dovrebbero essere Tulliani e la Timara) sarebbero diverse. Sarà necessario capire il motivo di questa vistosa discrepanza tra i due documenti, ma d'altra parte gli elementi di «confusione» tra affittuario e locatario, in questa storia, sono molteplici.

C'è anche la bolletta della luce, intestata a Tulliani, pagata da Tulliani ma domiciliata a casa di James Walfenzao, l'intermediario e consulente fiscale che ricopriva incarichi di rappresentanza nelle fiduciarie che controllavano le due off-shore, Printemps e Timara.

 

UTENZE E DOMICILI OVVIAMENTE OFF SHORE - E c'è la richiesta di pagamento di spese condominiali spedita dal Syndic Michel Dotta a casa Tulliani, ma intestata curiosamente «Timara ltd-(Mr Tulliani)». Comunque, se le firme sul contratto primigenio ora in possesso dei pm romani sono leggibili, sarà molto interessante sapere chi firma l'atto per conto della Timara.

Le altre carte giunte oggi in procura i lettori del Giornale le conoscono bene. Si tratta degli atti di compravendita dell'appartamento tra An e Printemps prima (l'11 luglio del 2008) e Printemps e Timara poi (15 ottobre dello stesso anno). Accompagnate da allegati, certificati, procure. Carte che raccontano il doppio rimbalzo della casa della contessa Colleoni dal partito a cui la donna l'aveva donata alla fiduciaria che l'ha affittata al «cognato» di Fini.

 

Sul primo di quei contratti c'è scritto nero su bianco il prezzo di vendita della casa: 300mila euro. Il dettaglio che finora più ha appassionato la procura di Roma. E, in fondo, l'elemento più sconcertante dell'intera storia, visto che l'immobile che avrebbe dovuto e potuto finanziare la «buona battaglia» con un considerevole afflusso di denaro nelle casse del partito è stato invece ceduto a un quinto almeno del suo valore di mercato.

 

UN'ALTRA COINCIDENZA SULL'ENNESIMA SOCIETÀ - E se gli investigatori si dovessero appassionare anche ai risvolti fiscali della vicenda, quei due contratti spiegano molto bene quanto il sistema di società sia stato architettato per non far risalire al reale acquirente della casa.

Due fiduciarie off-shore «coperte», il cui proprietario resta misterioso, ma a loro volta controllate da altre fiduciarie. Un gioco che lo specialista Tony Izelaar ha spiegato qualche giorno fa a un cronista di Libero accennando a una società utilizzata come «azionista visibile», parlando di Janum. Probabilmente il riferimento è alla Janom Partners ltd, ossia a una delle altre due fiduciarie che appaiono nei contratti (l'altra è la Jaman Directors).

 

In pratica Walfenzao e Izelaar controllavano Printemps e Timara in qualità di "ad" di Janom e Jaman. Scatole vuote, ma «trasparenti». Il cui nome può essere speso con le autorità straniere, italiane per esempio, che potrebbero voler chiedere chi c'è dietro alla offshore che ha fatto affari col partito di Fini. E allora, come dice candidamente Izelaar, «noi indichiamo Janum o qualche altra società, non il vero cliente». Già, chi è il vero cliente?

 21-09-2010]

 

 

1- ALTISSIMO, MASCELLA QUADRATA, AURICOLARE ALL’ORECCHIO E TRA LE MANI LA BODY-GUARD STRINGEVA UNA STRANA VALIGETTA, NERA E RETTANGOLARE. IL PRESIDENTE DELLA CAMERA COME IL PRESIDENTE USA OBAMA, PRONTO MAGARI A SPINGERE IL PULSANTE DELL’ARMA FINE DEL MONDO? NO, SEMMAI, COME BERLUSCONI, PERCHÈ QUELLA VALIGIA CONTENEVA UN GRANDE SCUDO ANTI PROIETTILE, UNA SPECIE DI COPERTINA BLINDATA CHE, ALL’OCCORRENZA, VIENE STESA SOPRA LA PERSONALITÀ DA PROTEGGERE - 2- NON FINISCE QUI: NON PIÙ UNA SOLA MACCHINA DI SCORTA, MA DUE, E DUE ”GIRI” DI PROTEZIONE DA PARTE DEGLI ADDETTI ALLA SCORTA, CHE, AD OGNI USCITA, LO STRINGONO IN UN DOPPIO CERCHIO DI SICUREZZA. SEMPLICE CAUTELA PER EVITARE POSSIBILI CONTESTAZIONI CHE UN CERTO MONDO DELL’ESTREMA DESTRA ANNUNCIA CON MANIFESTI ROBOANTI CHE TAPPEZZANO ROMA? O INVECE NOTIZIE POCO RASSICURANTI CHE POTREBBERO RIGUARDARE TUTTE LE ALTE CARICHE DELLO STATO?

Claudia Terracina per "Il Messaggero"

 

Altissimo, mascella quadrata, sguardo di ghiaccio, vestito grigio, camicia bianca, auricolare all'orecchio. L'uomo è, con tutta evidenza, una guardia del corpo. In particolare, l'"angelo custode" del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha debuttato al suo fianco il 5 settembre scorso, alla festa di Futuro e libertà di Mirabello, nella "bassa" che circonda Ferrara.

L'uomo è stato notato impassibile sul palco, a un passo da Fini e gli è stato accanto per tutta la durata di quello che viene ritenuto il discorso più importante della sua nuova fase politica perchè, tra le mani, enormi, stringeva una strana valigetta, nera e rettangolare.

 

Fatto che, ovviamente, ha suscitato una smodata curiosità e una serie di battute. La più scontata delle quali era che «Fini avesse ormai in dotazione l'arma nucleare per far deflagrare il Pdl». Il presidente della Camera come il presidente Usa Obama, pronto magari a spingere il pulsante dell'arma fine del mondo? No, semmai, come Berlusconi, perchè quella valigia conteneva un grande scudo anti proiettile, una specie di copertina blindata che, all'occorrenza, viene stesa sopra la personalità da proteggere.

 

La modalità non è nuova. Il mega scudo infatti viene portato spesso in occasioni pubbliche alle quali intervengono le alte cariche della Repubblica, quando sono segnalati "movimenti sospetti". E a Mirabello, a parte le contestazioni a suon di "vuvuzelas" da parte di berluscones zelanti, stroncate alla vigilia grazie alla sollecita denuncia di Italo Bocchino, l'atmosfera non era proprio rilassatissima.

 

E rilassata non è ancora. Tanto che la protezione del presidente della Camera, al suo ritorno nella scena politica, dopo l'estate blindata in quel di Ansedonia, cercando rifugio dagli attacchi giornalistici a base di "gossip" sulla casa di Montecarlo e dagli assalti dei cronisti a caccia di una dichiarazione sua e della sua compagna, Elisabetta Tulliani, è stata raddoppiata. Non più una sola macchina di scorta, ma due, e due "giri" di protezione da parte degli addetti alla scorta, che, ad ogni uscita esterna,lo stringono in un doppio cerchio di sicurezza.

 

Semplice cautela per evitare possibili contestazioni che un certo mondo dell'estrema destra annuncia con manifesti roboanti che tappezzano Roma? O invece notizie poco rassicuranti che potrebbero riguardare tutte le alte cariche dello Stato? Difficile, come è ovvio, avanzare ipotesi certe.

 

Fini, da parte sua, ha accettato la protezione rafforzata di buon grado, anche se, oltre alla sua vita pubblica, tiene molto al privato. Infatti, non rinuncia alla passeggiata mattutina nel suo quartiere, alla periferia Nord della Capitale, nè ai giri in bicicletta a Villa Borghese.

 

Che intende continuare il più possibile, «anche perchè- assicurano i suoi- ad ogni uscita viene avvicinato da gente che lo incoraggia ad andare avanti per la sua strada. Di contestazioni, più o meno pesanti, invece non c'è traccia».

Sabato Fini sarà a Pollica, nel Cilento, per ricordare il sindaco Vassallo, ucciso due settimane fa dalla camorra, insieme a un altro super-scortato, Roberto Saviano, e a Walter Veltroni. Il segnale, appunto, che non intende cambiare stile di vita.

 20-09-2010]

 

 

CASINI FINI NEWS! TUTTE LE STRADE DI MONTECARLO PORTANO A “ELISABETTO” TULLIANI - 1- “SOCIÉTÉ TIMARA LTD (MR TULLIANI)”. FA UNA CERTA IMPRESSIONE LEGGERE L’INTESTAZIONE DELLA LETTERA CHE MICHEL DOTTA, L’AMMINISTRATORE DEL CONDOMINIO DEL PALAIS MILTON - 2- MA LE ANOMALIE E LE STRANEZZE SOSPETTE NON FINISCONO QUI. C’È ANCHE LA STRANA STORIA DELLE BOLLETTE DI CASA TULLIANI A MONTECARLO, CHE IL “COGNATO” DI FINI HA DOMICILIATO, CHISSÀ PERCHÉ, A CASA D’ALTRI. E PRECISAMENTE ALL’INDIRIZZO DOVE ABITA JAMES WALFENZAO, CHE DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE È AMMINISTRATORE DI ENTRAMBE LE SOCIETÀ OFFSHORE, SIA PRINTEMPS (CHE COMPRÒ DA AN) CHE TIMARA (CHE ACQUISTO DALLA GEMELLA E POI AFFITTÒ A TULLIANI) - 3- DOMANI, IL MOMENTO DELLA VERITÀ: A ROMA I DOCUMENTI SULLA CASA DI MONTECARLO - 4- DOMANI IL SENATORE PONTONE, IL TESORIERE SU CUI GIAN-MENEFREGO FINI HA SCARICATO LA VENDITA DELLA CASA, SI DIMETTE. ATTESA PER L’ANNUNCIATO SCONTRO TRA LUI E L’EX PARLAMENTARE DI AN ANTONINO CARUSO, CHE HA PARLATO DI UNA PRECEDENTE MOLTO PIÙ ALTA OFFERTA PER ACQUISTARE L’ALLOGGIO DI MONTECARLO

1- DOMANI, IL MOMENTO DELLA VERITÀ: A ROMA I DOCUMENTI SULLA CASA DI MONTECARLO - PONTONE, IL TESORIERE SU CUI FINI HA SCARICATO LA VENDITA DELLA CASA, SI DIMETTE. ATTESA PER L'ANNUNCIATO SCONTRO TRA LUI E L'EX PARLAMENTARE DI AN ANTONINO CARUSO, CHE HA PARLATO DI UNA PRECEDENTE MOLTO PIÙ ALTA OFFERTA PER ACQUISTARE L'ALLOGGIO
Flavio Haver per il Corriere della Sera

Domani sarà il momento della verità per l'inchiesta sulla casa di Montecarlo venduta dall'associazione An a una società off shore del paradiso fiscale di Santa Lucia e poi affittata a Giancarlo Tulliani, fratello della compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini. Al Palazzo di giustizia della Capitale arriveranno i documenti richiesti alle autorità monegasche sulla complessa operazione che ha portato alla cessione per 300 mila euro dell'appartamento di una settantina di metri quadrati nella centrale boulevard Princesse Charlotte 14.

 

Martedì si riunirà invece il Comitato dei Garanti dell'associazione An per discutere di una serie di questioni aperte sul patrimonio del partito confluito nel Pdl. Secondo alcune voci si potrebbe dimettere il senatore Francesco Pontone (il tesoriere che aveva ricevuto da Fini la delega a vendere l'abitazione) e c'è attesa per l'annunciato scontro tra lui e l'ex parlamentare di An Antonino Caruso, che ha parlato di una precedente molto più alta offerta per acquistare l'alloggio. Offerta sempre negata da Pontone.

 

2- UN'ALTRA CARTA LEGA I PARADISI FISCALI A TULLIANI
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per Il Giornale

«Société Timara Ltd (Mr Tulliani)». Fa una certa impressione leggere l'intestazione della lettera riservata che Michel Dotta, l'amministratore del condominio del Palais Milton, quello dove vive il fratello della compagna di Fini, invia all'inquilino-cognato del presidente della Camera per chiedere di saldare spese condominiali arretrate.

 

Il syndic Dotta, personaggio di elevatissima caratura nel Principato in quanto amministratore di centinaia di condomìni, oltre che presidente della camera immobiliare monegasca, e dunque a conoscenza dei segreti del mattone dei residenti col conto in banca a sei o nove zeri, anziché fare riferimento al fratello di Elisabetta lo mette fra parentesi, rivolgendosi nero su bianco alla società off shore proprietaria della casa donata ad An dalla contessa Anna Maria Colleoni. Timara e Tulliani, come fossero sinonimi.

C'È POSTA PER TE
Per non sbagliare Dotta li mette entrambi, uno al fianco dell'altro, sull'intestazione del sollecito di pagamento. Meno di duemila euro: per la Timara è più del doppio del suo capitale sociale (che ammonta a mille dollari), per Tulliani sono bruscolini, visto che il giovanotto gira in Ferrari e vive a Montecarlo grazie all'attestato di autosufficienza economica che gli è stato dato a fronte di un versamento in banca che di solito non è mai inferiore a 300mila euro. Ossia il valore della casa di boulevard Princesse Charlotte, svenduta da An alla fiduciaria offshore Printemps per 300mila euro, e da Printemps alla gemella Timara per un dieci per cento in più.

 

La comunicazione dell'amministratore è solo l'ultima briciola di pane di un sentiero che per Pollicino Tulliani non è affatto sicuro. Gli indizi, infatti, sembrano portare alla conclusione che Tulliani sia tutto tranne che uno sconosciuto per la Timara, sempre che il «cognato» di Fini non si identifichi del tutto con la società caraibica.

Ieri Il Giornale ha rivelato che sul contratto di affitto tra la proprietaria di casa Timara e l'affittuario Tulliani c'è una sorprendente anomalia: le firme del rappresentante della società e quella di Giancarlo, ossia delle controparti, sono identiche: la stessa persona ha apposto la propria sigla sotto le diciture "le preneur" e "le bailleur", annotando per due volte a mano, con identica grafia, "Lu et approuvé" (letto e approvato).

 

Timara e Tulliani sono dunque la stessa cosa? Alla domanda posta dal Giornale, che si è anche sforzato di immaginare ipotesi alternative su quelle firme gemelle, nessuno ha replicato. Non Tulliani, non i suoi avvocati, non la Timara, nemmeno un terzo, ipotetico autore delle firme sul contratto. Silenzio assenso?

INQUILINO NOTO MA SCONOSCIUTO
Prima l'affitto con giallo, poi il sollecito a Timara/Tulliani di Dotta. Che alla fine di luglio, intervistato dal Giornale, sostenne di non sapere chi fossero Tulliani, Timara, Printemps e compagni. «La Timara non mi dice niente, non la conosco, mai sentita prima», aveva spiegato: «Sono il presidente delle agenzie immobiliari qui a Monaco e questa Dimara, Timara o come si chiama, è la prima volta che la sento. Non conosco Giancarlo Tulliani, non è un nostro inquilino e noi di inquilini ne abbiamo a centinaia. Conosco invece Luciano Garzelli». Che poi è l'uomo che al Giornale ha raccontato che mobili e cucina per quell'appartamento arrivarono dall'Italia, e che a dire la propria sull'andamento dei lavori, curati dal figlio, Stefano, oltre a Giancarlo Tulliani, c'era anche la sorella Elisabetta.

 

Ma le anomalie e le stranezze sospette emerse solo negli ultimi giorni non finiscono qui. C'è anche la strana storia delle bollette di casa Tulliani a Montecarlo, che il «cognato» di Fini ha domiciliato, chissà perché, a casa d'altri. E precisamente all'indirizzo dove abita James Walfenzao, che direttamente o indirettamente è amministratore di entrambe le società offshore, sia Printemps (che comprò da An) che Timara (che acquisto dalla gemella e poi affittò a Tulliani). Perché mai le utenze di Tulliani finiscono nella cassetta delle lettere di Walfenzao, che è un intermediario finanziario del gruppo Corpag, la cui branca di Saint Lucia è, guarda caso, proprio lo studio in cui hanno sede legale Printemps e Timara?

Perché Tulliani, che avrebbe convinto Fini a vendere all'acquirente da lui stesso individuato, se non ha niente da nascondere, non chiarisce? Non c'è mica lui dietro al sistema di fiduciarie che coprono il nome del reale proprietario?

 

TUTTO PORTA A GIANCARLO
Certo, ormai avrebbe difficoltà a negare di conoscere, e bene, la struttura di quelle fiduciarie. Alla prima, la Printemps, ha permesso di concludere un grande affare, assicurandole un appartamento nel principato di Monaco per soli 300mila euro. Dalla seconda ha ottenuto in affitto la stessa casa. Come intermediatore immobiliare non sarà molto attivo, ma un tetto per se stesso l'ha trovato. In modo, per la verità, non proprio trasparente. Intanto dalle nuove carte visionate ieri dal Giornale si può completare il puzzle delle avventure monegasche del giovin Tulliani. La data del suo arrivo «ufficiale» nel Principato, stando alla carta di residenza (numero 053961), è il 20 febbraio del 2009.

 

LE AMNESIE DELL'AMBASCIATORE
Curiosamente, l'ambasciatore italiano a Monaco, Franco Mistretta, nell'intervista al Giornale dello scorso 17 agosto, ricordava però di aver incontrato Tullianino la prima volta intorno al marzo del 2009, e che in quell'occasione il ragazzo, qualificandosi come «cognato» di Fini, gli chiese lumi per ottenere la residenza. Visto che la residenza ce l'aveva già (e anche la casa in fitto, fin dal 30 gennaio del 2009, pur se i lavori andranno avanti fino al 2010), forse i ricordi della Feluca andrebbero un po' retrodatati. Tulliani rinnova il permesso il 21 gennaio 2010. Tornerà a farlo il 19 febbraio dell'anno prossimo. Sempre che nel frattempo non cambi idea. Lui, o le autorità monegasche responsabili delle concessioni di residenza. 19-09-2010]

 

 

 

1- FELTRI E BELPIETRO SPARANO IL CONTRATTO DI AFFITTO DELLA CASA DI MONTECARLO SORPRESONA(?): LE FIRME DEL LOCATORE (LA SOCIETÀ OFF SHORE TIMARA) E DEL LOCATARIO SONO IDENTICHE. NON È CHE ’ELISABETTO’ TULLIANI E TIMARA SONO LA STESSA COSA? - (UN CONSIGLIO A FINI: MEGLIO UNA FINE SPAVENTOSA CHE UNO SPAVENTO SENZA FINE) - 2- COME HA PORTATO 300 MILA EURO A MONTECARLO DA VINCOLARE IN UNA BANCA PER AVERE LA RESIDENZA IL "COGNATO" DI FINI? HA REGOLARMENTE DICHIARATO AL FISCO L’ESPORTAZIONE DELLA CONSISTENTE SOMMA, ALLA QUALE VANNO AGGIUNTI I 200MILA EURO NECESSARI A COMPRARSI LA ORMAI CELEBRE FERRARI CON TARGA MONEGASCA? IL DUBBIO POTREBBE TOGLIERSELO LA PROCURA DI ROMA CHE PERÒ GIÀ PENSA ALL’ARCHIVIAZIONE - 3- SULL’ALTRA STAMPA, SILENZIO DI TOMBA: NON POSSIAMO IMMAGINARE COSA AVREBBERO SCRITTO I D’AVANZO E LE SARZANINI SE FINI FOSSE ANCORA AL FIANCO DI BERLUSCONI -

 

Prima le società offshore con stessa sede nello stesso paradiso fiscale e allo stesso indirizzo. Ora spunta un'altra coppia di gemelle, ma stavolta il giallo riguarda due firme. E il dubbio è il più pesante: non è che Tulliani e Timara sono la stessa cosa? Le sigle uguali sono infatti quelle di proprietario e locatario sul contratto d'affitto della casa monegasca, depositato all'Ufficio del Registro del Principato.

Non sembra solo l'ennesima, inquietante, coincidenza. Giancarlo Tulliani, uomo cardine dell' affaire di Montecarlo, secondo i magistrati romani non è degno di un appuntamento in procura nemmeno alla luce delle clamorose rivelazioni del Giornale sulla svendita dell'appartamento al 14 di boulevard Princesse Charlotte. Chissà che oggi i pm non cambino idea. Vediamo perché.

IL MONOPOLI DEI TULLIANOS
L'immobile in questione è quello donato dalla contessa Anna Maria Colleoni al partito nel 1999, poi ceduto per un quinto del valore a una società off-shore con sede ai Caraibi (Printemps Ltd), da questa venduto a una società gemella (Timara Ltd) e, infine, abitato dallo stesso «cognato» di Fini, Tul¬liani appunto, che aveva aperto ilgiro di valzer caldeg¬gia¬ndo la vendita dell'appartamento al presidente della Camera, al quale (è lo stesso Fini a dirlo) segnalò che c'era un acquirente interes¬sato alla casa.

Ora salta fuori una quantomeno sospetta «identità di firma» tra proprietario e affittuario. È nel contratto d'affitto, che il Giornale è riuscito a recuperare. L'atto, ufficiale e protocollato, è il «contratto a canone » numero 114772, firmato a Monaco il 24 febbraio del 2009 tra la società off-shore «Timara Ltd», proprietaria dell'appartamento, e «monsieur Giancarlo Tulliani», affittuario «de nationalité italien demeurant (residente, ndr ) a via Raffaele Conforti 52 Roma, Italy», ed è stato re¬gistrato il 4 marzo dello stesso anno presso l'ufficio competente del Principato di Monaco. Oggetto, ovviamente, l'affitto della famosa casa al civico 14 di boulevard Prin¬cesse Charlotte.

L'AUTO-LOCAZIONE
Colpo di scena in calce al foglio: le firme apposte sotto la dicitura «le preneur» (l'af¬fittuario) e sotto il riferimento a «le bailleur» (il locatore) sono uguali, tali e quali. Una sola firma, illeggibile ma identica, per due controparti. Il locatore è Tulliani, come è scritto nel contratto e come hanno sempre sostenuto i suoi legali, e la firma del proprietario è la stessa: il «cognato» di Fini ricopre dunque all'interno della Timara un ruolo tale da avere i poteri necessari a firmare per conto della società un contratto di locazione a se stesso?
Questo vorrebbe dire che non solo le firme so¬no uguali, ma che Giancarlo Tulliani e la società offshore proprietaria della casa a Montecarlo sono la stessa cosa. E il «cognato» sarebbe, dunque, affittuario di se stesso.

 

Altra possibilità è che Tulliani abbia lasciato che l'amministratore della controparte Timara apponesse la propria firma sia come proprietario che per conto dell'affittuario, o che, ipote¬ decisamente remota anche a Montecarlo, sia Tulliani che Timara abbiano dele¬gato un terzo a concludere il contratto per loro conto, ma «tra sé e sé». A dirla tutta, nell'atto ufficiale non c'è traccia, nei dintorni delle firme in calce, di diciture «per conto» di alcuno, né si fa cenno a procure o deleghe.

 

Comunque la si legga, l'identità delle firme aumenta il sospetto che il ragazzotto con la Ferrari abbia un legame molto, molto forte con le fiduciarie Printemps e Timara, create ad hoc a Saint Lucia nel 2008, poco prima che An, su se¬gnalazione dello stesso Tulliani, desse via la casa a prezzo di saldo. Le anomalie si moltiplicano.

GIANCARLO E GLI AMICI OFF-SHORE
Perché il ruolo del fratellino di Elisabetta, solo per la parte relativa a compravendite e affitti, è il mistero dei misteri. Giancarlo Tulliani è in qualche modo in contatto con Printemps: è lui a se¬gnalare a Fini che la società intende comprare l'appar¬tamento, e si fa, di fatto, in¬termediario per l'offerta, conclusa con la vendita low cost dell'11 luglio 2008. Giancarlo Tulliani è certamente in contatto con Tima¬ra, che a ottobre del 2008 ac¬quista da Printemps, e a febbraio del 2009 l'affitta proprio a lui con un contratto dove, curiosamente, le fir¬me di affittuario e locatario sono sovrapponibili.

 

Per non dire, come ha dimostrato il Giornale , che il titolare dell'impresa di ristrutturazione dice di aver fatturato i lavori alla Timara, anche se a decidere i materiali da portare dall'Italia e cosa e come ristrutturare sarebbero stati i Tulliani, Elisabetta e Giancarlo.

A rafforzare il tutto, c'è poi il legame tra il cognato di Fini e James Wal¬fenzao. Walfenzao è dal no¬taio Paul Louis Aureglia l'11 luglio 2008, perché in qualità di direttore della «Jaman Directors Ltd», anche que¬sta con sede a Castries, rap¬presenta la «Printemps Ltd». Ma è citato anche nel rogito del 15 ottobre dello stesso anno, quando è Printemps a vendere a Timara.

L'atto notarile della secon¬da compravendita, infatti, spiega che la Timara è rap¬presentata da Suzi Beach, in virtù dei poteri che le ha assegnato l'assemblea generale di un'altra società di Saint Lucia, la «Janom Part¬ners », rappresentata nell'occasione da Tony Izelaar (che in quel giorno di ottobre, giusto per semplificare le cose, è anche venditore per conto di Printemps) e, appunto, da Walfenzao.

 

IL LINK CON WALFENZAO
Quest'ultimo (che al Giornale s'è limitato a dire di non voler parlare «degli affari dei clienti») lavora per il gruppo «Corpag» attivo nell'offrire ai propri clienti fiduciarie e intermediazioni. Nel network Corpag, per capirci, c'è anche la monegasca «Jason Sam» (specializzata nella creazione di fiduciarie a Saint Lucia e nelle compravendite immobiliari «coperte» da fiduciarie, come spiega il sito web della società), per la quale lavorano gli altri protagonisti delle off- shore dell' affaire , Tony Izelaar e Suzi Beach.

 

BOLLETTE E DOMICILI SOSPETTI
Ma tornando a Walfenzao, a focalizzare l'attenzione su di lui ci sono le connessioni fortissime con Tulliani. Il Giornale già ieri ha svelato come il suo indirizzo monegasco (27, avenue Princesse Grace) sia stato «prestato» a Giancarlo Tulliani per domiciliare utenze, tra cui la bolletta della luce, essenziale per le autorità monegasche, che la utilizzano per accerta¬re che i residenti non siano fittizi.

L'utenza è relativa al 14 di boulevard Princesse Charlotte, l'addebito è sul conto corrente numero 17569- 00001- 71570900001 acceso da Tulliani presso la Compagnie Monegasque de Banque. Ma le fatture hanno un «c/o», finiscono a casa del signore e della signora Walfenzao. Perché? Troppe domande, alle quali chi potrebbe e dovrebbe da¬re risposte preferisce replicare con un ostinato silenzio.,

IL CONTO SEGRETO E IL FISCO
Quanto al conto corrente, stando alla carta di soggiorno a Monaco di Tulliani, que¬st'ultimo non avrebbe indica¬to un'attività professionale in grado di garantirgli il reddito necessario, ma avrebbe al¬legato la garanzia bancaria che attesta il possesso di liqui¬dità sufficiente a vivere a Montecarlo senza lavorare. Parliamo di un deposito di al¬meno 300mila euro ( stessa cifra necessaria a comprarsi una casa a Montecarlo, ma solo se a vendere è An) che Tulliani non può intaccare.

 

Qui la domanda è ovvia: come ha portato quella cifra a Montecarlo il «cognato» di Fini? Ha regolarmente dichia¬rato al fisco l'esportazione della consistente somma, alla quale vanno aggiunti i 200mila euro necessari a comprarsi la ormai celebre Ferrari con targa monegasca? Il dubbio potrebbe toglierselo la procura di Roma che però, udite udite, già pensa all'archiviazione. [18-09-2010]

 

 

2- LA MAPPA DELLA CASA SMENTISCE FINI
Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Nell'affaire della casa di Montecarlo c'è questa storia della cucina che proprio non quadra. E non per testardaggine del Giornale bensì perché, di tanto in tanto, c'è qualche protagonista dello scandalo che la ritira fuori. L'ultimo della serie è il costruttore Luciano Garzelli (a cui l'ambasciatore italiano Mistretta si rivolse per ristrutturare l'appartamento abitato da Giancarlo Tulliani) che ha riferito al Giornale di aver avuto contatti con il cognato di Fini e con Elisabetta, e che i materiali per restaurare la casa non vennero presi nel Principato ma «li hanno portati loro». E loro, i Tulliani, a detta di Garzelli, «hanno portato» dall'Italia anche la «cucina, le maioliche, i rubinetti» e quant'altro.

Se la cucina in questione sia la stessa cucina di cui il Giornale parlò a Ferragosto non è dato sapere. Però è bene ragionarci su, sia per i nuovi dettagli raccolti dal Giornale, sia per verificare se abbia un fondamento la plateale smentita fatta all'epoca non da Fini ma dal finiano Benedetto Della Vedova oltreché da imprecisati «ambienti» vicini al presidente della Camera.

Un passo indietro. A metà agosto questo quotidiano riporta le dichiarazioni di due dipendenti del mobilificio romano Castellucci, relative ad acquisti di moduli d'arredamento e di una cucina per una casa all'estero, precisamente a Montecarlo, da parte di Elisabetta Tulliani, accompagnata in almeno una o due occasioni da Gianfranco Fini.

 

Seguendo soprattutto il racconto di uno dei due impiegati, Davide Russo, gli acquisti sarebbero stati fatti nel 2009, quando la vendita dell'immobile da An alla società off-shore Printemps Ltd era già avvenuta e i lavori di ristrutturazione nel Principato erano prossimi a iniziare. Russo in sostanza riferisce che i Tulliani sono clienti di vecchia data dell'azienda, almeno da quando Ely si faceva accompagnare nel mobilificio dall'ex fidanzato Luciano Gaucci.

Secondo il dipendente fra aprile e maggio le visite della compagna di Fini si fanno più frequenti. Ultimati i preventivi, scelti i materiali, a suo dire l'azienda si attiva per cercare uno spedizioniere «disposto a curare un trasporto, delicato e riservato, a Montecarlo. Questo perché c'era da portare su non solo i mobili da comprare ma anche maioliche e altro. Di una paillets di maioliche me ne occupai io personalmente», sottolinea. (E di «maioliche» oltreché di una «cucina e altro», come detto, parla anche il costruttore Garzelli).

A sentire i due dipendenti «in azienda non era un segreto di Stato, si faceva riferimento apertamente di una casa di Tulliani a Montecarlo». Il 14 agosto il Giornale produce copia dei carteggi riservati fra l'azienda Scavolini e il mobilificio Castellucci inerenti l'acquisto di una cucina marca Scenery a nome «Tulliani 04». Il dipendente Russo precisa d'aver visto Fini e la compagna in azienda mentre seguivano preventivi e progetti per un appartamento non italiano. «E dopo il passaggio alla fase progettuale - aggiunge - con gli arredatori per cucina e altri ambienti, quella localizzazione fu confermata dall'esigenza di cercare uno spedizioniere di fiducia». Esterno, non del mobilificio dunque.

 

L'azienda Castellucci, contattata dal Giornale per una versione ufficiale, si produce in una giustificazione preventiva non richiesta: «L'azienda non ha fatto consegne o spedizioni per conto di Fini a Montecarlo». Niente spedizioni vuol dire che invece Fini o la sua compagna hanno fatto comunque acquisti da voi? «Ci dispiace, nulla da dire». Pressato dai giornalisti, l'indomani il mobilificio Castellucci rilascia alle agenzie di stampa un'apparente smentita che in realtà smentisce poco perché non fa alcun cenno all'acquisto di mobili/cucina bensì solo al «trasporto o al montaggio di mobili», che come rivelato da Russo sarebbe stato effettuato da uno spedizioniere esterno.

«La società Castellucci Maria Teresa, con esercizio in Roma via Aurelia Km 13,400, in relazione alle notizie di stampa apparse su alcuni quotidiani precisa di non aver mai effettuato trasporto o montaggio di mobili acquistati presso il proprio esercizio da Roma a Montecarlo, nell'interesse di Elisabetta Tulliani o suoi familiari o dell'onorevole Fini". La smentita che non smentisce diventa, per l'entourage di Fini, una smentita clamorosa al Giornale. Alle agenzie di stampa Benedetto Della Vedova, vicepresidente di Futuro e libertà alla Camera, fa presente che «la cucina non sta a Montecarlo ma a diverse centinaia di chilometri di distanza. Fisicamente, nella casa di Montecarlo nemmeno ci entrerebbe».

 

Troppo grande per una casa troppo piccola. Sarà così? Abbiamo chiesto lumi a Rino Terrana, proprietario della società Tecabat di Mentone, in Francia, che svolse la ristrutturazione nell'appartamento abitato da Giancarlo Tullia (società dove ha lavorato Stefano Garzelli, figlio di Luciano, che al Giornale ha riferito d'aver visto l'affittuario Tulliani che controllava e dirigeva direttamente i lavori di restauro). «L'appartamento è costituito da un ingresso, un bagno appena entri, di seguito la camera da letto, poi in fondo a sinistra la cucina, c'è il tinello e un'altra stanza, il soggiorno. Sessanta metri più terrazzo. La parete della cucina dove noi abbiamo predisposto gli "attacchi" - ci dice - è lunga all'incirca quattro metri».

La stessa identica misura della cucina Scenery che l'azienda Scavolini, interpellata dal Giornale, ci conferma esser stata girata al mobilificio Castellucci sotto la sigla «Tulliani 04». Guardando con attenzione il «disegno assonometrico della composizione» spedito da Scavolini a Castellucci, e poi pubblicato dal Giornale, la cucina è composta da sei moduli base terra (quattro da 60 cm, uno da 50, uno da 90) per un totale di 380 centimetri. Se si confronta il disegno con la piantina provvisoria dell'appartamento di Montecarlo (che pubblichiamo in questa pagina) si scoprirà che la parete dedicata alla cucina è effettivamente di quasi quattro metri, per l'esattezza 385 centimetri, cinque in più della cucina Scavolini. Dunque c'entra perfettamente, checché ne dica il finiano Della Vedova.

 

E non è tutto. Sull'arrivo dei materiali dall'Italia il titolare della Tecabat offre un riscontro diretto a quanto riferito dal dipendente Russo e dal costruttore Garzelli: «Noi sappiamo solo delle piastrelle che sono venute da fuori, dall'Italia per quanto ne sappiamo, nonché di altre cose per il bagno eccetera». Quanto ai mobili o alla cucina «non so che dirle perché noi abbiamo fatto il nostro e poi non ne abbiamo saputo più niente. Non siamo montatori specializzati, probabilmente li avranno fatti venire dall'Italia, perché noi quando abbiamo terminato i lavori di muratura, pulitura, messa a norma degli impianti eccetera, abbiamo consegnato le chiavi e non siamo più entrati».

Il cortesissimo Terrana risolve involontariamente un altro mistero: quello del pagamento della ristrutturazione che non si sapeva a chi fosse stato fatturato, se a Tulliani che presenziava fisicamente ai lavori oppure alla società off shore proprietaria dell'immobile dove abita Giancarlo Tulliani. «Allora. La mia Tecabat ha fatturato all'incirca centomila euro di lavori a Timara Ltd ma faccio presente che noi non sapevamo niente, e non sappiamo, rispetto a chi c'è dietro questa società. Ha fatto da tramite un architetto. E comunque è tutto in regola, i dettagli li conosce il contabile, non ho alcun problema, eventualmente, a riferire al magistrato gli estremi del versamento in banca».

 

Tutti disponibili a chiarire, un po' meno Fini. Che a proposito della cucina fantasma alla fine ha detto, anzi ha fatto dire al suo entourage, che sì, quella cucina Scavolini è stata effettivamente comprata al mobilificio Castellucci «ma naturalmente non è a Montecarlo». E dovè finita? Sarebbe «a centinaia di chilometri dal Principato insieme a pensili e credenze» (copyright Della Vedova), se non addirittura «a Roma» nell'appartamento che condivide con Elisabetta (Corriere della Sera del 15 agosto).

Se la cucina arrivata dall'Italia per la casa di Montecarlo di cui parla Garzelli non è quella di cui parla il dipendente del mobilificio (e che per puro caso entra al centimetro nella parete dell'immobile monegasco abitato da Tulliani jr) dove diavolo è stata acquistata la cucina di rue Princesse Charlotte? In Italia? A Montecarlo? Si può sapere? E i materiali vari, comprese le piastrelle di cui parla il dipendente del mobilificio Castellucci, sono o non sono «i materiali e le piastrelle/maioliche arrivati dall'Italia» di cui parlano anche l'imprenditore Garzelli e il titolare della Tecabat, Rino Terrana?

Se anziché far parlare fonti vicine alla presidenza della Camera, l'inquilino di Montecitorio prendesse lui la parola e spiegasse, carte alla mano, come è stato arredato l'appartamento donato al partito da una sua simpatizzante e oggi abitato dal suo giovane cognato, almeno sul versante «cucina, mobili e materiali vari» potremmo iniziare e metterci una pietra sopra.

 

3- IL PRIMO ATTO DI FINI: VERTICE A SORPRESA COI BIG DI MONTECARLO
Franco Bechis per "Libero"

La data, 23 maggio 2008, è stata quella del primo vero incontro ufficiale di Gianfranco Fini come presidente della Camera dei deputati italiana. Quel giorno a Strasburgo era in calendario la prima conferenza europea dei presidenti dei Parlamenti nazionali: 54 delegazioni, compresa quella italiana guidata da Fini e dal presidente del Senato, Schifani. In una saletta riservata il presidente della Camera dei deputati italiana ha voluto incontra- re riservatamente per circa un'ora Stéphane Valéri, il presidente del Consiglio nazionale del Principato di Monaco.

 

Un incontro insolito, anche perché molte delegazioni erano arrivate in anticipo e fra loro c'erano alcuni leader politici che Fini aveva ben conosciuto da ministro degli Esteri dell'ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi. Dallo staff del presidente della Camera non è uscito per altro alcun resoconto su quell'incontro. Solo uno scarno comunicato di due righe ancora riportato nel sito personale del presidente della Camera: «Il Presidente della Camera dei deputati ha incontrato la presidente del Consiglio nazionale del Principato di Monaco». Nessuna foto a corredo, a differenza di quasi tutti gli altri incontri ufficiali di Fini.

E pure un errore nel testo, che nessuno ha corretto in questi due anni. Stéphane Valéri non era infatti "la" presiden

te, ma essendo maschietto, "il" presidente di quella sorta di Parlamento che legifera nel principato di Monaco. La carriera istituzionale di Fini è dunque iniziata a Montecarlo, ed è avvenuto curiosamente sette giorni prima che qualcuno appena sbarcato nell'isola di Santa Lucia firmasse le carte necessarie alla costituzione di due società off shore, la Printemps e la Timara ltd, attraverso cui sarebbe transitata la casa che Alleanza Nazionale possedeva a Montecarlo, ricevuta in eredità dalla contessa Anna Maria Colleoni.

 

Se il presidente della Camera è stato assai abbottonato su quell'incontro, qualcosa di più ha scritto nel suo taccuino di viaggio il collega monegasco. Valéri racconta di essere stato avvicinato da Fini - che già conosceva - che lo ha calorosamente salutato chiedendogli anche l'incontro riservato. «Fini», annotava il collega monegasco, «mi ha rivelato l'intenzione di venire a Montecarlo in visita ufficiale nella prima parte del 2009, e io ho risposto che sarei stato felice di una sua visita al Consiglio nazionale». Non solo. Secondo Valéri «nell'incontro Fini mi ha chiesto di costituire una associazione di amicizia fra i due paesi, iniziando proprio da un gruppo di scambio fra i due parlamenti».

 

Chissà perché il presidente della Camera dei deputati italiana all'epoca era così interessato a Montecarlo e alle buone relazioni fra i due paesi. Certo l'approccio ha entusiasmato Valéri, anche perché fra i due paesi normalmente non correva gran buon sangue per i difficili rapporti con il ministero dell'Economia italiana e le difficoltà legate alla campagna massiccia degli ultimi governi italiani alla lotta all'evasione. Il Principato di Monaco resta un paese a fiscalità agevolata, dove moltissimi italiani risiedono (è la seconda etnia dopo quella francese).

 

L'Agenzia delle entrate italiana da molti anni ha scatenato una raffica di verifiche sulle residenze ritenute fasulle o di comodo di molti contribuenti, e la cosa non ha facilitato i rapporti fra i due paesi. La proposta Fini è sembrata quindi come manna dal cielo. L'incontro era previsto per maggio- giugno dell'anno successivo, ma è saltato dopo il terremoto de L'Aquila.

Proprio in quella occasione i due presidenti si sono scambiati missive molto affettuose, promettendosi di rivedersi presto. Valéri qualche settimana dopo però ha lasciato la presidenza del Consiglio nazionale, sostituito da un altro cittadino francese del principato. E la visita ufficiale era in programma per questa estate. Ma il raccordo fra le due diplomazie parlamentari non è riuscito nel pieno della bufera politica italiana. [16-09-2010]

 

 

INSEGUIRE TULLIANI – L’INVIATA DI “LIBERO” SCOVA GIANCARLO DAL COMMERCIALISTA E LO INSEGUE IN SCOOTER PER LE VIE DI ROMA – CRONACA DI UN INSEGUIMENTO DA FILM NELLA SPERANZA DI UNA DICHIARAZIONE (BUCO NELL’ACQUA) – CI SCRIVE UN ESPERTO MONEGASCO: “CARO DAGO, ECCO COME FUNZIONA IL ROGITO A MONTECARLO (QUELLO STRANO DOPPIO PAGAMENTO DELLA TASSA DI REGISTRO)”…

1 - TROVATO TULLIANI. A CASA...
Roberta Catania per "Libero"

 

Giancarlo Tulliani è stato avvistato. E inseguito, ma senza successo: perché se gli fai una domanda, scappa. Aiutato dalla guardia del corpo, seduta davanti, accanto all'autista della scintillante Mercedes con i vetri oscurati, il cognato di Gianfranco Fini alza le tende a rete dei finestrini posteriori sperando di lanciare un chiaro e conclusivo segnale di chiusura a ogni forma di dialogo. Sono le 15.22 di ieri.

Noi di Libero siamo davanti al portone del commercialista Luciano Fasoli, il professionista che da anni segue le questioni finanziarie di Giancarlo Tulliani. In doppia fila, al 114/a di via Giuseppe Mazzini, c'è una berlina a noleggio con un uomo imponente che aspetta lì vicino. All'orecchio ha un auricolare, attraverso cui probabilmente è stato avvisato che il "protetto" sta arrivando. Un attimo dopo si apre un'anta del pesante portone del signorile palazzo in Prati e vediamo uscire l'uomo più "ricercato" del momento.

CAMMINA A TESTA BASSA - Giancarlo è elegantissimo. Completo blu, scarpe artigianali, camicia bianca e cravatta scura. Il ragazzo non sa di essere stato intercettato da un cronista, ma immagina di essere bersaglio di curiosità. Perciò, sperando di passare inosservato, accelera il passo per accorciare quei pochi metri che lo separano dall'auto e abbassa la testa nonostante il volto sia "mascherato" da occhiali scuri. È evidente che il piccolo di casa Tulliani non gradisce essere riconosciuto e men che mai essere fermato o sentirsi rivolgere qualche domanda.

 

Nonostante l'impenetrabile mutismo, e gli eloquenti gesti della guardia del corpo che ci invita ad andare via, non ci diamo per vinti. L'occasione è ghiotta: tentare, e almeno sperare, di avere una spiegazione sull'intricata vicenda di Montecarlo. Soprattutto perché Giancarlo non ha mai parlato, nonostante fosse lui l'utilizzatore finale della casa ereditata da Alleanza nazionale e venduta con strane modalità, tanto strane che la procura di Roma ha aperto un fascicolo per truffa aggravata.

I PIT STOP AL SEMAFORO - La possibilità di dare la sua versione dei fatti e, eventualmente, di "scagionare" il presidente della Camera gli è offerta più volte. Può cambiare idea e rispondere, proprio perché non molliamo l'osso e inseguiamo (in scooter) la berlina che si infila nel traffico di Roma. Le due ruote permettono di tenere il passo, fin tanto che la Mercedes passa per viale Angelico, svolta prima della circonvallazione Trionfale e sale per via Angelo Emo.

 

Almeno sette semafori rossi, utili a noi per avvicinarci e chiedere "audizione", maledetti da Tulliani che non stacca l'orecchio destro dal cellulare e dall'autista che si sbraccia per far capire che l'in - contro va chiuso lì. Tutto questo, senza aprire neanche lo spiraglio di un finestrino. Attraverso quello posteriore, nonostante la tendina e i vetri scuri, da vicino si distingue benissimo il volto del fratellino di Elisabetta e la mano destra che tiene il telefono. Sul polsino, l'ex monegasco porta le iniziali. Con filo nero, a caratteri medio-grandi, sono ricamate tre lettere: G.C.T., probabilmente a indicare che il doppio nome andrebbe scritto scomposto.

IN FUGA SUL RACCORDO - Giunti a piazza Irnerio, la macchina imbocca l'Aurelia. La direzione è quella del Raccordo anulare e, nonostante la strada sia ad alto scorrimento, qualche guidatore imbranato ci aiuta a rallentare la Mercedes che si sposta da una carreggiata all'altra in cerca di una via di fuga. Al bivio dove ne perdiamo le tracce, le possibili destinazioni dell'auto diventano almeno tre.

L'Eur, quartiere residenziale di Roma, l'autostrada per Civitavecchia, da dove parte la superstrada che porta ad Ansedonia (dove la sorella aveva affittato una villa per le vacanze), e l'aeroporto di Fiumicino. Nove auto a noleggio su dieci è lì che si dirigono e proviamo a raggiungere Tulliani prima che sparisca dietro le transenne, nell'ipotesi che si stia imbarcando su un aereo. Di lui, al Leonardo da Vinci, neanche una traccia. Ma il cartellone delle partenze offre uno spunto: manca un'ora al decollo di un volo per Nizza.

2 - COME FUNZIONA IL ROGITO A MONTECARLO (QUELLO STRANO DOPPIO PAGAMENTO DELLA TASSA DI REGISTRO)...
Riceviamo e pubblichiamo:

Caro Roberto,
Ti confermo che Monaco ha già da tempo firmato un trattato internazionale per la tracciabilità dei fondi ed é un paese molto rigoroso per quanto riguarda le norme di antiriciclaggio, forse molto più severo dell'Italia.

Detto questo, mi sembra pero che questa legislazione è più recente della data in cui fu fatto il rogito; se cosi fosse, forse all'epoca si poteva fare un pagamento dall'estero (società off-shore che acquista il bene, anche perché sicuramente i fondi sono stati versati in Italia e non a Monaco; qui la società offshore ha sicuramente pagato la tassa di registro) senza essere cosi fiscali come é ora. Da verificare comunque.

 

Come già detto altre volte, non sono uno specialista nella materia, ma mi sembra che la prassi recente per coloro che acquistano un bene immobiliare sia: intestare la casa a nome proprio oppure sul nome di una SCI (società Civile Immobiliare) di diritto monegasco che è assolutamente trasparente.

Non credo che le isole a cui si fa riferimento siano cosi virtuose (anzi sono iscritte nella Black List dell'OCSE) e sicuramente non daranno il nominativo del "beneficial Owner" . Personalmente non credo che questa rogatoria possa fare luce più di tanto.

 

Osservando le due operazioni, direi che la seconda è stata fatta per dare un "corpo" più adeguato alla tassa di registro pagata al principato; in effetti facendo due rogiti quasi consecutivi, come sembra sia stato fatto, sono state pagate due volte le tasse di registro (la prima su 300.000 e la seconda su 330.000, quindi come se il prezzo della vendita fosse stato di 660.000).

Mi sembra una prassi veramente inusuale poiché, generalmente, coloro che voglio vendere un bene registrato su una società offshore, consegnano le azioni al portatore della società. Il portatore delle azioni è il proprietario del bene (case barche società).

 

In questo specifico caso, il nome dell'acquirente trascritto negli atti qui a Monaco è quello della società delle isole, ma sapere il "final beneficial owner" della società è un'altra cosa. Non credo che le autorità monegasche sappiano i nomi dei proprietari delle società off-shore; d'altra parte molti usano delle altre società come beneficial owner; e qui si inizia il gioco delle scatole cinesi.

Oggi tutto ciò non dovrebbe essere più consentito, perché qui a Monaco verrebbe richiesto il vero beneficial owner.

Quello del doppio pagamento delle tasse di registro, essendo una operazione inusuale, é una mia personale supposizione, non corroborata da prove. Come già ti avevo detto è veramente inusuale (magari anche stupido) fare due rogiti con due società off-shore, oltretutto create e domiciliate nella stessa stanzetta ai caraibi. La ragione principale per cui vengono usate le società off-shore é appunto di evitare di fare più rogiti durante i futuri passaggi di compravendita e quindi pagare più tasse di registro.
Maurizio Valentini 14-09-2010]

 

 

CASINO MONTECARLO, IL CERCHIO SI STRINGE? - LA PROCURA ROMA RINNOVA LA RICHIESTA DI DOCUMENTI all’autorita’ monegasca, compresi i nomi degli amministratori delle societa’ Printemps Lds e Janson Director Limited, che hanno sede in un’isola dei Caraibi - Nei prossimi giorni potranno essere convocati al palazzo di giustizia di Roma l’altro amministratore di An Donato Lamorte ed anche Giancarlo Tulliani, fratello della convivente di Fini

 

Adnkronos) - Alla vigilia dell'interrogatorio del senatore Francesco Pontone, gia' amministratore di Alleanza nazionale, come persona informata sui fatti nella compravendita e locazione dell'appartamento di boulevard Princesse Charlotte a Giancarlo Tulliani, a Montecarlo, la Procura della Repubblica di Roma ha fatto un nuovo sollecito all'autorita' monegasca.

 

A questa tempo fa la Procura della Repubblica di Roma con rogatoria internazionale aveva chiesto documenti e informazioni circa l'intero iter dell'operazione, compresi i nomi degli amministratori delle societa' Printemps Lds e Janson Director Limited, che hanno sede in un'isola dei Caraibi. Pur avendo avuto l'assicurazione che i documenti sarebbero giunti al piu' presto, finora a Roma non si sono ancora visti.

Intanto domani pomeriggio e' previsto l'interrogatorio del senatore Pontone che in qualita' di amministratore di An e su mandato di Gianfranco Fini che era presidente del partito, nel 2008 si occupo' della vendita di quell'appartamento avvenuta al prezzo 300 mila euro. Nei prossimi giorni potranno essere convocati al palazzo di giustizia di Roma l'altro amministratore di An Donato Lamorte ed anche Giancarlo Tulliani, fratello della convivente di Fini.

 13-09-2010]

 

 

LA MINACCIA DEL LEGIONARIO - L’EX MARITO DI DANIELA DI SOTTO MINACCIA DI APRIRE L’ARMADIO DEGLI SCHELETRI - “ALTRO CHE CASA DI MONTECARLO, SUI LASCITI AD AN. NEI BILANCI DEL PARTITO SI APPROVAVANO FATTURE FALSE” – L’AMARO SFOGO DI SERGIO MARIANI, EX TUTTOFARE DI FINI, CHE SI SPARÒ QUANDO DANIELA (CHE HA LA BOCCA TAPPATA DAGLI ALIMENTI) LO LASCIÒ PER GIANFRY: “LA GENTE PENSA CHE SIA UN FURBO, MA FINI È MOLTO INGENUO

Brunella Bolloli per "Libero"

 

A Mirabello c'era anche lui, confuso nella pattuglia dei finiani. L'amico di una vita fa, tradito nel peggiore dei modi, una storia di amore, sangue e passione, consumata tra le sezioni dell'allora Msi. Sergio Mariani ha conosciuto Gianfranco Fini nel '73 al Fronte della Gioventù di via Sommacampagna; a Roma era arrivato dopo un mandato di cattura perché a Milano aveva picchiato un ragazzo. Anni violenti: botte e galera, il livello della scontro con la sinistra era altissimo.

Nel '76 Mariani, che gli amici chiamano ancora "Folgorino" o Legionario, si è sposato con Daniela Di Sotto, ma quando fu mandato al confino in Sardegna la relazione clandestina fra la moglie e il "camerata del cuore" Gianfranco diventò pubblica e il giorno della separazione, il 10 marzo 1980, Folgorino si sparò all'addome. Poi anni di silenzio e di battaglie legali, accuse al partito, che gli deve dei soldi, e spiragli di pace.

 

Mariani, perché è andato a Mirabello a sentire Fini?
«Sono stato dirigente del suo stesso partito dal 1976 al 2008. Lo conosco bene e volevo capire dove intende andare».

E l'ha capito?
«Io sono della scuola di Giorgio Almirante, che sosteneva che il sistema va combattuto dall'interno e forse è quello che ha in mente Gianfranco con i gruppi di Futuro e Libertà. Comunque, lui parla bene, ma il suo errore è stato sciogliere An per andare nel PdL. È normale che adesso cerchi di fare un nuovo partito».

Al quale lei potrebbe aderire?
«Per iscriversi bisogna vedere il programma e su certe questioni potrei anche essere d'accordo, ma sul biotestamento la pensiamo in modo opposto».

Lei è stato il braccio destro di Fini per anni. Poi avete litigato e lei lo ha perfino denunciato per diffamazione e truffa aggravata. Adesso come sono i vostri rapporti?
«Nel 2009 il gip ha archiviato la denuncia per truffa aggravata e sulla querela per diffamazione io sono andato in tribunale con il mio avvocato, invece Fini non è venuto ma ha mandato Giulia Bongiorno, che si è presa lei le responsabilità. Poi ci siamo visti io e Fini alla Camera».

 

Per chiarire?
«Io non gli ho mai chiesto niente. L'unica cosa che voglio è il diritto di lavorare. E lui mi ha detto: hai ragione, ma poi niente. Eppure, tanti di quelli che adesso sono in Parlamento, perfino al governo, erano tuttofare di Fini e non sarebbero nessuno oggi, come gli ex colonnelli che gli hanno voltato le spalle».

Sembra il difensore del presidente della Camera.
«Per niente. Io sono quello che lo ha criticato più di tutti, apertamente, all'Assemblea nazionale del partito nel 2007. L'unico che ha osato andargli contro».

È per questo che non è stato mai candidato, oppure è a causa della sua fedina penale?
«Per il partito io ho speso tutta la mia vita. Ho sempre avuto l'idea del partito come famiglia e comunità. Ho protetto decine di ragazzi che altrimenti avrebbero rischiato la vita in quegli anni di guerra tra rossi e neri. Non ho cercato poltrone in Parlamento anche perché non avrei mai voluto mettere in imbarazzo nessuno. Però adesso voglio da An quello che mi spetta».

 

Cosa?
«Un milione e 200mila euro. Di lavori che ho fatto con la mia tipografia in varie campagne elettorali, dalle provinciali alle Europee del 2004, ma che so già non avrò mai».

Per questo lei fece stampare quei manifesti di accuse contro Fini e i dirigenti di An affissi in tutta Roma?
«È stato l'unico modo per farmi sentire. Posso anche morire di fame e senza lavoro, però se devo subire io questa fine, allora si preparino perché ci sono ancora tanti scheletri nell'armadio».

Che cosa significa?
«Dico che si è parlato tanto della casa di Montecarlo, ma di questa faccenda non so niente. Però sui lasciti ad An e sui bilanci ci sono ben altre storie da sapere, perché la gestione del partito è sempre stata collegiale. Fini non può non sapere cosa succede al patrimonio del suo movimento, ma allo stesso modo anche chi ha retto il partito o ha partecipato a quelle votazioni sa tutto, quindi...».

 

Infatti lei votò contro il bilancio di An, chiedendo anche di essere deferito ai probiviri. Perché?
«L'oggetto concordato per alcune fatture era falso. Dissi anche che ero pronto a dirlo di fronte a un giudice, però non mi hanno creduto, anzi mi hanno allontanato ancora di più. Qualcuno può pensare che lo dica solo nel mio interesse, ma non è così».

Di Montecarlo e della Rai che idea si è fatto? Fini dovrebbe dimettersi da presidente della Camera?
«Per me non deve dimettersi, ma deve spiegare. Il problema, però, è che Gianfranco è un generoso e come tale diventa troppo ingenuo. Perché la gente pensa che sia un furbo, ma è molto ingenuo».

Quando l'ha sentito l'ultima volta?
«Pochi giorni fa. Dovevamo vederci per parlare di lavoro, ma era impegnato. Aspetto».

 13-09-2010]

 

1- CHI È LA DONNA PARTITA DA ROMA PER I CARAIBI, SCORTATA DA UN POLIZIOTTO ITALIANO (NON ARMATO) CHE ENTRÒ NELLO STUDIO LEGALE GORDON IL GIORNO IN CUI FURONO FONDATE LE SOCIETÀ PROPRIETARIE DELLA CASA DOVE VIVE GIANCARLO TULLIANI? - 2- C’È UN NESSO FRA LA COSTITUZIONE DELLE DUE SOCIETÀ E LA PRESENZA NELLA STESSA SEDE SOCIALE, NELLO STESSO GIORNO E NELLA STESSA ORA DI UNA ITALIANA CON AGENTE? - 3- POTREBBE ESSERE STATA QUELLA STRANA COPPIA A VERSARE I MILLE DOLLARI NECESSARI PER LA COSTITUZIONE DI UNA DELLE DUE SOCIETÀ SE NON DI ENTRAMBE, RICEVENDO IN CAMBIO LE AZIONI AL PORTATORE E FIRMANDO LA DELEGA DI GESTIONE FIDUCIARIA ALLA JAMAN DIRECTORS LTD AMMINISTRATA DA JAMES WALFENZAO

 

Franco Bechis per Libero

Il volo della British Airways è partito dall'aeroporto londinese di Gatwick il 28 maggio 2008, ed è atterrato all'aeroporto di Hawanorra, isola di Santa Lucia, paradiso naturale e fiscale delle piccole Antille, bagnato dal Mar dei Caraibi. A bordo anche due italiani, che in realtà si erano imbarcati a Roma Fiumicino. Una donna e un uomo.

 

Di lei i passeggeri a bordo nella business class ricordano solo i capelli raccolti e un gran paio di occhiali scuri. Di lui solo un'impressione chiara: che fosse un body-guard. Impressione che avrebbero avuto anche alcuni turisti italiani, che videro i due passeggiare il giorno 30 maggio su Jeremie street, nel centro di Castries, capitale dell'isola.

 

Secondo alcuni passeggeri del volo l'uomo era sicuramente non armato, e questo dichiarò ai controlli di dogana. Ma insieme al passaporto fece vedere anche un tesserino di riconoscimento della polizia di Stato italiana. Una strana coppia italiana dunque che approdò all'isola di Santa Lucia proprio in quei giorni di fine maggio e avrebbe fatto rientro con un volo partito il 31 maggio da là a atterrato a Londra il mattino del primo giugno.

Non erano personaggi noti - almeno ai turisti che fecero quel viaggio e agli italiani che li videro a Castries girare l'angolo di Jeremie Street che dava su Manoel Street. Secondo alcune testimonianze i due sarebbero entrati in un palazzo al numero 10 entrando in uno studio legale, il Gordon, Gordon & co guidato da Mickel B.G. Gordon e da Kim Camille St.Rose, specializzato nella costituzione di società immobiliari e finanziarie oltre che nella registrazione di marchi e brevetti.

 

Altri elementi non ci sono. Eppure quel poliziotto senza armi che si comportava come un body-guard e quella donna italiana sotto protezione sono destinati ad alimentare e rinfocolare ancora di più quello che a pieno titolo è diventato il giallo dell'estate.

 

Perché proprio quel giorno qualcuno ha registrato proprio a quell'indirizzo, 10 Manoel Street di Castries, St Lu Lucia, la nascita di due società finanziarie con azioni al portatore. La Printemps Ltd e la Timara Ltd, e cioè le due finanziarie attraverso cui è passata la proprietà (l'11 luglio e il 15 ottobre 2008) della casa in Boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo che Alleanza Nazionale aveva ricevuto in eredità dalla contessa Anna Maria Colleoni.

C'è un nesso fra la costituzione di quelle due società e la presenza nella stessa sede sociale, nello stesso giorno e nella stessa ora di una italiana scortata da un poliziottobody guard?

 

La coincidenza è davvero singolare, e bisogna dire che di coincidenze singolari è piena questa storia, fin dal giorno della scoperta dell'inquilino di quell'appartamento monegasco: Giancarlo Tulliani, cognato del presidente di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini. Quel giorno di sicuro a Castries, isola di Santa Lucia, non poteva essere presente nessuno dei venditori. Francesco Pontone, tesoriere di Alleanza Nazionale, che il successivo 11 luglio avrebbe posto la sua firma sotto l'atto di vendita a Printemps Ltd, era a Roma ancora il pomeriggio del 29 maggio 2008 impegnato nelle votazioni nell'aula di palazzo Madama (c'è la sua firma nel registro delle presenze).

 

Lo stesso Fini era nell'ufficio del presidente della Camera a Montecitorio, dove riceveva l'ambasciatore della Repubblica socialista del Vietnam, Nguyen Van Nam. L'ancora presidente di Alleanza nazionale per altro, avendo firmato delega ad operare a Pontone, non sarebbe stato presente nemmeno il giorno della vendita della casa a Montecarlo. Era a Roma pronto ad imbarcarsi su un aereo per Parigi dove lo attendevano i lavori dell'ufficio di presidenza dell'Apem, l'assemblea parlamentare euro-mediterranea.

 

È possibile quindi che molti misteri delle due società off shore attraverso cui è passato quell'immobile possano essere sciolti scoprendo l'identità di quella donna e di quel poliziotto italiani. Potrebbe essere stata quella strana coppia a versare i mille dollari necessari per la costituzione di una delle due società se non di entrambe, ricevendo in cambio le azioni al portatore e firmando la delega di gestione fiduciaria alla Jaman Directors Ltd (costituita nella stessa sede sociale di Castries) amministrata da James Walfenzao. Un mistero in più che agita il giallo dell'estate.

L'EREDITÀ
L'appartamento di Princesse Boulevard 14 a Montecarlo apparteneva alla contessa Anna Maria Colleoni, che lo donò in eredità a Gianfranco Fini, segretario di Alleanza Nazionale, per le cui idee (di allora) la nobildonna simpatizzava.

 

LA CESSIONE
Per l'appartemento il partito ricevette varie offerte d'acquisto, anche superiori al milione di euro. Ma alla fine decidette di venderlo a una società off shore con sede legale nel paradiso fiscale di Saint Lucia, al prezzo di 300 mila euro.

 

L'AFFITTO
Coincidenza curiosa: la società off shore attualmente proprietaria del quartierino lo affitta a Giancarlo Tulliani, fratello della compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini.

LA DIFESA
Fini si è difeso: il prezzo di vendita era congruo, ha detto. Inoltre, da un lato ha ammesso di essere a conoscenza del fatto che il cognato s'era offerto come mediatore per la vendita dell'appartamento; dall'altro lato, ha affermato di aver appreso soltanto in seguito, «con sorpresa e disappunto», che lo stesso cognato aveva affittato il quartierino.

 [12-09-2010]

 

 

1- IL "LIBERO" BECHIS BECCA UN’ALTRA BELLA CASA SVENDUTA DI ALLEANZA NAZIONALE - NON IN COSTA AZZURRA. MA IN UNO DEI POSTI PIÙ BELLI DI ROMA, PIAZZA MIGNANELLI, IL SALOTTINO DENTRO PIAZZA DI SPAGNA. CASA IN AFFITTO ALLA SOCIETÀ SPORTIVA DEL PARTITO DI FINI, GUIDATA DA UN FINIANO DOC E AMMINISTRATA DAL SIGNOR ZACCHEO BENE: L’ALLEANZA SPORTIVA ITALIANA SI COMPRA DALLA SCIP, LA SOCIETÀ CHE CARTOLARIZZAVA PER CONTO DEL MINISTERO DELL’ECONOMIA GLI IMMOBILI DI PROPRIETÀ DEGLI ENTI PREVIDENZIALI, LA SEDE DI PIAZZA MIGNANELLI E DOPO APPENA OTTO GIORNI LA RIVENDE ALLA FIGLIA DI UN FINIANO DOC, CHE È PURE NIPOTE DEL VENDITORE - 2- C’E’ L’IPOTESI CHE FINI E TULLIANI VENGANO ASCOLTATI DAI PM DELLA PROCURA DI ROMA

 

1 - IL PARTITO DI FINI: FUTURO E MATTONE
Franco Bechis per "Libero"

 

Lo schema ricorda quello della casa di Montecarlo. C'è una bella casa. Non in Costa Azzurra. Ma in uno dei posti più belli di Roma, piazza Mignanelli, il salottino dentro piazza di Spagna. Appartiene a un ramo di un partito. Il partito, manco a dirlo, è Alleanza nazionale. Il ramo in questione, proprietario della casa di prestigio, è l'Associazione nazionale Alleanza sportiva italiana.

Quella che ai tempi del Movimento sociale italiano era l'associazione sportiva della Fiamma. Alleanza Nazionale è presieduta da Gianfranco Fini. L'Alleanza sportiva italiana è presieduta da un finiano doc, Claudio Barbaro, che oggi ha aderito al gruppo di Futuro e Libertà alla Camera.

 

La casa è stata venduta a una giovane di nome Martina. Il cognome è lo stesso di papà. E il papà è il finiano Vincenzo Zaccheo, già deputato di An, sindaco di Latina e ora entrato in Futuro e Libertà. Prezzo della cessione dalla organizzazione di partito alla rampolla di partito: 515mila euro.

Più della casa di Montecarlo, ma comunque un affarone per una casa di assoluto prestigio di 3,5 vani nel salotto di Roma. Chissà se per vendere la casa di Montecarlo Fini ha mutuato il mo dello Zaccheo. Già, perché lo schema partito-mattone-famiglia in questo caso ha preceduto quello ben noto off-shore.

La vendita a Martina Zaccheo porta la data del 30 dicembre 2005, ed è stata depositata insieme alla documentazione firmata di fronte al notaio Paolo Becchetti di Civitavecchia all'Agenzia del Territorio in data 4 gennaio 2006. Il sistema Zaccheo è ancora più intrigante di quello che poi sarà utilizzato nella triangolazione An-Fini-Tulliani.

 

Perché in questo caso nell'organigramma del venditore, l'Alleanza sportiva italiana, figurava anche un segretario amministrativo dal cognome non equivoco: Carlo Alberto Zaccheo. Non si tratta di omonimia: è il fratello di Vincenzo, nonché zio di Martina, l'ac - quirente della casa. C'è un particolare in più che rende ancora più singolare la vicenda. Al momento della vendita la casa era sì dell'associazione sportiva contigua al partito. Ma non l'aveva ricevuta in eredità dalla generosa contessa di turno.

 

La casa era stata comprata da appena otto giorni dalla Scip, la società che cartolarizzava per conto del Ministero dell'Economia gli immobili di proprietà degli enti previdenziali. L'associazione sportiva aveva la sede in quell'appartamento, e da anni pagava l'affitto. Grazie a questa condizione aveva sia il diritto di prelazione che il vantaggio di godere di un sostanzioso sconto sul prezzo base d'asta. Normalmente quella base era già bassa, perché poi durante l'asta arrivavano offerte al rialzo e per un immobile di prestigio in quella po sizione facilmente la Scip avrebbe avuto la fila dietro la porta.

 

Con il diritto di prelazione esercitato l'asta naturalmente non si è fatta. E l'inquilino ha strappato il suo affarone. Solo per otto giorni. Perché poi ha rivenduto senza nemmeno cercare la plusvalenza: allo stesso prezzo a cui aveva acquistato, più le spese notarili. Zero affare, e in più la necessità di sgombrare l'appartamento e traslocare in una nuova sede.

Ricapitoliamo cosa è avvenuto: la società sportiva del partito di Fini, guidata da un finiano doc e amministrata dal signor Zaccheo, si compra la sede e dopo appena otto giorni la rivende alla figlia di un finiano doc, che è pure nipote del venditore.

Pur non conoscendo la prima parte della storia (i soli otto giorni di possesso dell'immobile), nel 2007 i Ds si accorsero di quella strana vendita immobiliare. E presentarono un'interrogazione al ministro dell'epoca, Giovanna Melandri. In entrambi i rami del parlamento: l'Alleanza sportiva italiana era riconosciuta e vigilata dal Coni, e che una sua casa finisse in vendita senza gara alla figlia di un esponente di partito, scandalizzò.

La Melandri non rispose mai. E gli interroganti misteriosamente ritirarono la domanda in contemporanea, il 4 ottobre 2007. E così rinunciarono a capire di più della più straordinaria apologia del conflitto di interessi che si ricordi in questi anni. Partito, mattone e famiglia nel salotto di Roma. Partito, mattone e famiglia nel salotto del principato di Monaco. E chissà quante altre volte spunterà un caso simile. Sembra quasi un programma politico, lo zoccolo duro della nuova destra italiana: partito, mattone e fami- glia. Il futuro è un mattone di glia. Il futuro è un mattone di partito in libertà.

 

2- C'E' L'IPOTESI CHE FINI E TULLIANI VENGANO ASCOLTATI DAI PM DELLA PROCURA DI ROMA
Sara D'ambrosio per Il Secolo XIX

L'ipotesi di ascoltare anche la versione del presidente della camera Gianfranco Fini non è più totalmente esclusa. Dopo due giorni di audizioni e ancora in attesa delle carte provenienti da Montecarlo, i pm della procura di Roma stanno valutando se ascoltare anche l'ex presidente di An che nel 2008 accettò di vendere un appartamento monegasco poi finito in affitto al cognato Giancarlo Tulliani.

Nulla è ancora deciso e fondamentale sarà l'ultima valutazione degli atti mandati a chiedere due settimane fa a Montecarlo ma che non sarebbero ancora giunte a piazzale Clodio. Ma il procuratore capo Giovanni Ferrara e l'aggiunto Pierfilippo Laviani stanno prendendo in considerazione anche alcune misure organizzative.

 

A esempio, potrebbero decidere di ascoltare Fini nella sede istituzionale di Montecitorio, come segno di "rispetto" verso la terza carica dello Stato. Anche Giancarlo Tulliani, a questo punto, potrebbe essere ascoltato.

Del resto, le audizioni dei giorni scorsi hanno lasciato irrisolti parecchi punti dell'indagine. Soprattutto, non hanno chiarito come e perché fu fissato in 300 mila euro il prezzo dell'immobile ricevuto in eredità da An. E quanti, all'interno del partito, sapevano già nel 2008 che la società acquirente, la Timara ltd, era stata individuata su consiglio di Tulliani.

Ascoltato nel totale riserbo due giorni fa, il deputato di Fli Donato Lamorte, all'epoca capo della segreteria politica di Alleanza nazionale, ha spiegato che del legame tra Tulliani e la Timara ltd ha saputo solo recentissimamente. Quando, l'8 agosto scorso, Fini in persona ha scritto al Corriere della sera per raccontare la sua versione dei fatti: «All'epoca mi disse solo che aveva ricevuto una offerta di 300 mila euro - ha spiegato Lamorte ai magistrati - mi chiese un parere. E io gli risposi che prima ce la toglievamo di torno e meglio era».

 

Lamorte ricordava una abitazione in pessime condizioni, per averla visitata nel 2002 assieme alla segretaria particolare di Fini, Rita Marino, e ad alcuni amici con lui in vacanza a Montecarlo: «Sapevo che da quella mia visita del 2002 nessuno era più tornato in quell'appartamento, rimasto sfitto e disabitato finché Fini mi disse della proposta. Chiesi anche agli amministratori del partito se negli anni avessimo ricevuto qualche offerta, ma tutti mi dissero che non si era mai fatto avanti nessuno».

 

Sulla valutazione, dice Lamorte, non ci fu nessuna trattativa: «Credo che fosse l'offerta che ci arrivava dalla società. Io mi ricordavo che al momento di iscriverla a bilancio, la casa era stata valutata sui 450milioni di lire. Seicentomilioni erano parecchio di più e, infatti, al momento dell'approvazione del bilancio in assemblea nessuno fece obiezioni».

Proprio sul prezzo, i magistrati stanno valutando similitudini e differenze tra le versioni dei testimoni convocati finora. Il punto è delicatissimo: la congruità del prezzo fissato è l'elemento centrale per stabilire se ci sia effettivamente stata una truffa ai danni degli iscritti di An.

 

Martedì scorso, il tesoriere Francesco Pontone aveva spiegato che l'indicazione dell'acquirente e del prezzo sarebbe arrivato «dai vertici del partito». Rita Marino è stata più evasiva. Ascoltata subito dopo Lamorte, due giorni fa, ha spiegato di essere arrivata a Montecarlo durante una vacanza organizzata assieme al deputato. La donazione della contessa Anna Maria Colleoni aveva incuriosito un po' tutti, di qui la scelta di andare a dare un'occhiata a quello strano regalo che il partito aveva messo a bilancio dopo una transazione informale con la famiglia della donna.

Nessun ricordo specifico, però, sulle modalità della decisione presa nel 2008, né su come fu fissato il prezzo: «Non ne so nulla, ricordo però che non ci fu una riunione dedicata». A occuparsi della transazione con la famiglia, era stato Antonino Caruso, civilista e unico del gruppo di allora che ha deciso di non seguire Fini in Futuro e libertà. Come raccontò in una intervista, il senatore ha confermato ai pm che dopo la transazione ricevette un offerta da un milione da uno degli amministratori del palazzo: «Ma dopo di allora non mi occupai più di quella casa per dieci anni. Ne ho sentito parlare di nuovo solo in questi giorni».

 17-09-2010]

 

 

CARO GIANFRANCO TI “ASSEGNO” LA CANDIDATURA A SINDACO DI ROMA – E FU COSÌ CHE NEL 1993 IL CASSIERE DELLA DC ROMANA, LO SBARDELLIANO MOSCHETTI, CONVINSE IL RILUTTANTE FINI A SFIDARE RUTELLI CON UN ARGOMENTO DECISIVO: 1,3 MLD DI LIRE. IN NERO - FRANCO BECHIS RIPERCORRE LA STORIA DELLA BENEDIZIONE DEGLI SBARDELLIANI (ORMAI IMPRESENTABILI PER TANGENTOPOLI) AL RAMPOLLO DI ALMIRANTE… Franco Bechis per "Libero"

 

Vi chiedo "di dare una mano a Gianfranco Fini". Fu questo l'appello che l'8 agosto 1991 in un tavolo del ristorante al Bolognese in piazza del Popolo a Roma, Michele Marchio, capo indiscusso del Movimento sociale a Roma rivolse a Giorgio Moschetti, tesoriere della dc romana. Fini aveva da poco riconquistato la guida del partito, che solo un anno prima gli aveva sottratto l'avversario dell'epoca, Pino Rauti. Il delfino di Giorgio Almirante aveva mostrato alla sua prima esperienza di guida politica una fragilità inattesa. Bisognava porvi rimedio, evitare ulteriori rischi.

 

Per questo Marchio bussò alla porta della dc romana, di cui era leader indiscusso Vittorio Sbardella e di cui aveva le chiavi della cassa proprio Moschetti. Al pranzo partecipò lo stesso Fini, mentre Marchio fu accompagnato in auto dal giovane assistente, Francesco Storace, all'inizio di una lunga e promettente carriera politica. Fu in quella occasione che scattò il feeling fra Fini e Moschetti. Ed è in quell'incontro- in quel pranzo- che sono state poste le radici di un connubio ventennale.

E' lì- come rivelato ieri da Libero- che sono nati rapporti anche assai riservati fra i due uomini politici. Da quel momento Moschetti diventa il custode di molti segreti della storia di Fini. Quel pranzo è all'origine di una lunga storia che porterà all'incontro fra i due del 7 dicembre 2009 nell'ufficio del presidente della Camera. Un incontro a lungo chiesto invano da Moschetti. E ottenuto al volo solo quando a fine novembre 2009 all'ex segretario amministrativo della dc romana viene in mente di inviare una mail in cinque punti. Cinque titoli di un dossier che racconta la storia comune. Cinque vicende politico-finanziarie che ripercorrono gli anni trascorsi insieme.

Iniziò nel 1991 quell'avventura comune. A Fini servivano appoggi, strutture, accreditamento per rendere meno fragile la sua riconquistata guida del Movimento sociale italiano. Serviva anche un accreditamento con i veri poteri di Roma. "Qui comandano i palazzinari", gli spiegò Moschetti che li conosceva tutti ed era abituato a bussare alle loro porte per avere sostegno anche finanziario. Da quel momento la rete di amicizie e di supporti fu in piccola parte condivisa con il nuovo politico emergente. Che avrebbe avuto presto la sua grande occasione.

 

Era la fine del mese di agosto 1993, forse i primi giorni di settembre, bisognerebbe chiedere con precisione ai tre testimoni che oggi sono ancora vivi e possono confermare. Certo fu prima della domenica di chiusura della festa della destra a Mirabello (anche quell'anno capitò il 5 settembre).

Fini salì nell'ufficio di Moschetti accompagnato da Donato La Morte. In quei giorni si stavano decidendo i candidati per le elezioni al comune di Roma. In campo c'era Francesco Rutelli. La dc - quell'estate diventata partito popolare con Mino Martinazzoli - non aveva ancora scelto. Sembrava dovesse scendere in campo Rocco Buttiglione, ma non si decideva. Se no il candidato sarebbe diventato il prefetto di Roma, come poi accadde.

 

Fini voleva offrire i suoi voti alla dc, e chiese a Moschetti di convincere Martinazzoli a non rifiutarli. Il segretario della dc romana scosse la testa: "Gianfranco, non hai capito la situazione. Io ho già tre avvisi di garanzia e mi stanno portando il quarto. Non vedi il clima? Devi provare a correre tu per le elezioni".

Fini sorrise timidamente. Si avviò alla porta insieme a La Morte, vecchio amico di Moschetti perché per lunghi anni era stato consigliere provinciale della dc a Roma. Poi proprio sull'uscio guardò il segretario amministrativo della dc romana: "Ma secondo te, se mi presento da solo, quanti voti prendo?". Moschetti rispose secco: "Il 36 per cento!". Finì sgranò gli occhi: "ma tu mi darai una mano?". E ottenute assicurazioni, se ne andò. Si rividero a lungo durante la campagna elettorale e anche per l'organizzazione delle successive politiche del 1994.

Fu qualche tempo dopo che spuntò fuori un giallo che fece intuire quale fosse stata "quella mano" che Moschetti doveva dare a Fini nella corsa a sindaco di Roma del 1993. Un deputato della Lega Nord tirò fuori la copia di una lettera a firma di Giulio Caradonna, leader missino dell'epoca, in cui si sosteneva che a Fini arrivarono due miliardi di vecchie lire dalla corrente andreottiana di Sbardella.

Fu una rivelazione a tarda sera. Alle cinque del mattino Fini tirò giù dal letto Moschetti. Con Donato La Morte si videro tutti insieme a concordarono di smentire formalmente tutto. Fu un capitano dei carabinieri a raccogliere la smentita, attraverso la formula dell'auto-querela che Fini aveva fatto a se stesso.

 

La vicenda sarebbe proseguita qualche anno anche con l'assoluzione di Caradonna, visto che una perizia calligrafica mostrò che non era sua la perizia calligrafica in calce a quella lettera. Così si chiuse la vicenda. Ma la versione all'epoca concordata fu di comodo. Lo avrebbe confessato anche anni dopo ad amici lo stesso Moschetti. Più che falsa la versione era imprecisa. Non di due miliardi si trattò. Ma di un miliardo e 300 milioni di vecchie lire che effettivamente finanziarono in nero (mai registrati) la campagna elettorale di Fini. Non fu Sbardella a stabilire quel contributo. Anzi. Lo Squalo era in rotta con Andreotti da qualche tempo. Chiese a Moschetti quindi di finanziare la corsa elettorale del candidato scelto dal ppi, il prefetto di Roma.

 

Ma il segretario amministrativo, che aveva già deciso in cuor suo di restare fedele ad Andreotti e di non seguire Sbardella nell'ultimo strappo, disobbedì allo Squalo. Forse anche con un certo acume politico, comprese che il futuro apparteneva a Fini, che Tangentopoli stava spazzando via per sempre la vecchia dc. E quel miliardo e trecento milioni puntò sulla corsa di Fini. Non servì a farlo vincere. Ma da lì iniziò davvero la seconda Repubblica, quindi la scommessa non fu affatto persa. Chissà se è in quel miliardo e 300 milioni che si può trovare uno dei capitoli del dossier che tante preoccupazioni è in grado di creare al presidente della Camera.

 

Certo in quel gesto si è cementato il rapporto segreto fra l'ex segretario amministrativo della dc romana e il nuovo leader della destra italiana in rapidissima ascesa. Fu il primo mattone. Presto ne sarebbero seguiti altri. Anche nella confusa fase della caduta del primo governo di Silvio Berlusconi e del tentativo di costruire un governo di unità nazionale guidato da Antonio Maccanico.

n quel biennio Moschetti da un lato dovette occuparsi dei suoi processi, dall'altro seguì a distanza le vicende finanziarie del partito che sarebbe diventato Alleanza Nazionale. Facendo da chioccia anche a un pulcino della nidiata, Andrea Ronchi, che Fini aveva dovuto mettere da parte per un po'. Ma che Moschetti da anni guardava con una certa simpatia, avendolo visto crescere all'ombra del cupolone. 06-09-2010]

 

 

FINI, BECCATO BECHIS! - MICIDIALE ’ANALCORD’ SUI MILIARDO E 350 MILIONI DI LIRE GENTILMENTE MESSE A DISPOSIZIONE DI FINI NEL 1993 DALLA DC ROMANA (TESTIMONIATO DA UNA MICROSPIA) PER LA SUA CORSA AL CAMPIDOGLIO - MA ANCHE UN VORTICOSO GIRO DI FAVORI TRA GIANFRY E IL TESORIERE SBARDELLIANO MOSCHETTI: IMMOBILI DA “SISTEMARE” E IMPRESE DA SOSTENERE – QUANDO GIANMENEFREGO FECE SALTARE IL TENTATIVO DI MACCANICO DI FORMARE UN GOVERNO: “SONO SOLO MASSONI

Franco Bechis per "Libero"

 

Eccola lì, la foto che stava in un angolo della scrivania di Giorgio Moschetti nell'ufficio dove Gianfranco Fini andava a trovarlo nel lontano 1993 cercando dal segretario amministrativo dell'ex dc romana prima una spinta e poi un aiuto per la corsa alle elezioni di sindaco di Roma contro Francesco Rutelli.

Chissà se scappò a Fini l'occhio su quella foto che ritraeva l'ultimo sindaco di Roma della dc andreottiana, Pietro Giubilo, con il suo addetto stampa dell'epoca e un ragazzo di una tv romana che sbucava alle spalle. Era Andrea Ronchi, futuro portavoce di An, futuro ministro, protagonista ancora in erba di quella che sarebbe diventata la scissione di Futuro e Libertà nella destra italiana.

Fini vide la foto sicuramente il 18 ottobre 1993, quando tornò da Moschetti dopo essere già sceso in campo a lamentarsi di non essere preso sul serio dall'establishment dell'epoca. L'allora numero uno del Movimento sociale era deluso perché a una puntata su Canale 5 del Maurizio Costanzo show erano stati invitati tutti gli aspiranti sindaci della capitale, meno Fini.

 

C'era bisogno di qualche appoggio in più, altrimenti la candidatura rischiava di essere un buco nell'acqua. Sarà stato per la foto trovata sulla scrivania, ma fra tante cose quel giorno i due parlarono anche di Ronchi. Moschetti lo conosceva da tempo, sia come giornalista sia perché aveva una società di pubbliche relazioni insieme alla moglie Simonetta con cui ogni tanto cercava di prendere qualche lavoro nella Roma andreottiana, in Comune o nelle società municipalizzate.

Fini non poteva sapere che tutti quegli incontri con Moschetti venivano registrati da una microspia piazzata nell'ufficio da un organo di polizia giudiziaria. Non lo sapeva nessuno dei protagonisti, naturalmente, finchè un collaboratore di Moschetti (che all'epoca era senatore) non la individuò e con una certa ingenuità il segretario amministrativo dell'ex dc la portò al primo commissariato di Roma centro sporgendo regolare denuncia.

 

LE REGISTRAZIONI - Molti, molti anni dopo - chissà come - quelle registrazioni che non poterono essere utilizzate nei procedimenti tornarono miracolosamente in mano al registrato che certo le ha ascoltate con amara curiosità e chissà se dopo se ne sarà disfatto. Una cosa era sicura: in quei frammenti audio c'era materiale per riscrivere la storia in modo assai diverso di quanto non abbiano consegnato le cronache.

Ci sono anche tutti i particolari di quel finanziamento di 1,3 miliardi di lire dell'epoca (ad essere precisi un miliardo e 350 milioni di lire) pensato per la campagna elettorale del prefetto scelto dalla ex dc, che con Mino Martinazzoli si era trasformata in partito popolare, e che invece prese la direzione del movimento sociale, ad aiutare la scalata di Fini ai vertici della politica nazionale.

C'è anche il colloquio di Moschetti con due imprenditori romani, vecchie conoscenze del senatore dc, che erano pronti a puntare le loro risorse economiche sulla campagna elettorale popolare. Trovarono dall'interlocutore una risposta che li sorprese, e fece capire loro che il mondo stava proprio cambiando: «Sul Ppi? Buttate via i vostri soldi. È Fini quello su cui puntare ». Favore non da poco ricevuto dagli eredi di Andreotti giunti al loro capolinea politico. E un po'di riconoscenza Fini ebbe.

Ascoltando le raccomandazioni su quel giornalista-pubblicitario, Ronchi, che presto gli sarebbe stato assai utile. Fu Moschetti a parlargliene assai prima di Gaetano Rebecchini. E fu una fortuna perché negli anni Ronchi si sarebbe rivelato per Fini una risorsa fondamentale. Messo un po' da parte fra il 1994 e il 1996, fu Fini a parlare a Moschetti di Ronchi poco prima delle elezioni di quell'anno.

MASSONI E OPUS DEI - Quando stava per lasciare il governo di Lamberto Dini fu fatto un tentativo in extremis di esecutivo ad ampio spettro costituzionale, affidato alla regia di Antonio Maccanico. Il governo era quasi fatto. Ma all'ultimo lo fece saltare Fini. Così lo raccontò Maccanico agli amici: «Sono tornato a casa in via della Scrofa e ho incontrato Fini sulle scale, che mi ha detto di averci ripensato. Non si fa».

 

Quel giorno in via della Scrofa arrivò il vecchio amico e confidente Moschetti. Chiese a Fini il perché di quel no. Lui gli rispose: «Vogliono fare un governo solo di massoni». Moschetti scherzando disse: «ma se ci sono anche esponenti vicini all'Opus Dei!». Fini rispose: «Perché, l'Opus Dei non è massoneria? ». Fu quel giorno che l'ormai presidente di Alleanza nazionale confessò all'amico ex senatore dc di avere dei problemi da sistemare su una partita di immobili, senza specificare se si trattava di mattoni del partito o di famiglia.

Ma disse che stava dandogli una mano proprio Ronchi, attraverso alcune società estere da lui conosciute per la sua attività professionale. C'era sempre bisogno di una mano, dalle parti di via della Scrofa. Moschetti aveva ancora tante relazioni utili dopo avere militato ai massimi livelli nella dc capitolina per tanti lustri, fino a diventarne il quasi leader - sia pure senza fare ombra a Vittorio Sbardella.

 

Si occupava di pubbliche relazioni e di campagne pubblicitarie attraverso la Apr pubblicità e marketing, che negli anni avrebbe conquistato cuore e portafoglio delle società pubbliche: Poste, Eni, Enel e così via.

Ronchi insieme alla moglie Simonetta Sechi ed altri soci possedeva anche altre società meno note, ma assai attive a Roma, come la Baam srl e la Olifer srl (gestì per un certo periodo il Jazz caffè, poi gli affari andarono peggio e fallì quando Ronchi se ne era già disfatto). Con il giovane rampante politico di An destinato a scalare tutti i gradini del successo politico si imbarcò all'epoca un altro personaggio cresciuto all'ombra di Fini negli anni.

 

Si chiama Ferruccio Ferranti, oggi è amministratore delegato del Poligrafico dello Stato. È stato anche amministratore di Sviluppo Italia e prima ancora amministratore della Consip, la società che centralizza gli acquisti per conto dello Stato. Una carriera rapidissima sotto l'ombra di Fini. E non è un caso se Ferranti nel tempo libero oggi riesce a sedere anche nel consiglio della Fondazione Fare Futuro, il pensatoio da cui è partita la prima secessione finiana.

 

Ma all'epoca dei secondi anni Novanta, quando Fini chiedeva di tanto in tanto "una mano" a Moschetti, la folgorante carriera di Ferranti era ai nastri di partenza. Era più noto per essere il marito di Piera Salabè, figlia di Adolfo, l'architetto del Sisde e dei misteri di Oscar Luigi Scalfaro alla fine della Prima Repubblica, e il socio di Ronchi nelle agenzie di pr e pubblicità a caccia di commesse pubbliche.

LA SCALATA - Sarà stato Moschetti, sarà stato il potere di Fini e del suo partito, ma arrivarono uno dopo l'altro gli agognati contratti prima dalle imprese pubbliche capitoline e poi dai grandi gruppi pubblici nazionali. I fatturati aumentarono anno dopo anno. E quel ragazzino che il numero due della dc romana fece vedere in foto a Fini in quel lontano 1993 sarebbe diventato l'ombra del leader.

 

Pronto a concentrare nelle sue mani nel 2005 tutto il potere dei colonnelli e ora a diventare il gran ciambellano della secessione di Futuro e Libertà. Una scalata lunga anni. In cui mai Fini e Moschetti si sono persi di vista. Dai lunghi colloqui del 2004, alla vigilia della decapitazione di Giulio Tremonti per un incidente su Sviluppo Italia. A quelli di qualche anno più tardi, quando la strada di Moschetti ha incrociato quella della nuova famiglia di Fini. Trovando sulla sua strada Sergio Tulliani e uno strano progetto industriale che aveva immaginato per l'Acea... 07-09-2010]

 

 

TALIAN GRAF-FINI (ANAL-CORD BY BIECHIS) - LE AVVENTURE DI GIANMENEFREGO, GIO’ IL BIONDO E CHECCHINO (CAMEO DI TONY MAINIERO) - QUANDO GIANFRY E IL SUO SEGRETARIO PROIETTI COSIMI SI APPASSIONARONO A RAFFAELE FOLLIERI, FINTO FINANZIERE, FINTO EMISSARIO DEL VATICANO, autentica SòLA (OGGI IN GALERA NEGLI STATI UNITI) – COME I TULLIANI, ANCHE LUI FU INTRODOTTO NEL MONDO DEI CONTRATTI STATALI, MA ALLE POSTE CAPIRONO SUBITO CHI AVEVANO DAVANTI - POI FINI LO MISE IN CONTATTO CON FRANK STELLA, L’ITALO-AMERICANO SOCIO DEI TULLIANI

Franco Bechis per Libero

 

Al ministero degli Esteri. A Palazzo Chigi, dove era vicepresidente del Consiglio. E ancora in via della Scrofa, dove era tornato preparandosi a una lunga opposizione. Era sempre aperta la porta di Gianfranco Fini per il vecchio amico Giorgio Moschetti, detto Giò il Biondo, l'ex numero due della Dc andreottiana a Roma ai tempi di Vittorio Sbardella che aveva sempre aiutato quel leader rampante del Movimento sociale.

 

Da vecchi amici passavano ore a chiacchierare delle vicende politiche in corso. Ma non si trattava sempre di quattro parole davanti al caminetto. Moschetti ha assistito in presa diretta a svolte politiche, a soluzioni di problemi interni, talvolta ha dato una mano nell'organizzare campagne elettorali o nel riattivare una rete di rapporti che mai era venuta meno per risolvere a Fini questo o quel problema.

 

Quando Moschetti a fine novembre 2009 ha inviato al presidente della Camera una mail che lui stesso avrebbe definito agli amici «bruttissima», sperando di essere ricevuto, ha elencato cinque episodi di quegli anni. Tre riguardavano personalmente Fini e la soluzione di problemi della vecchia e nuova famiglia. Due la soluzione di problemi del partito. Senza avere in mano quel testo di posta elettronica è difficile individuare quei cinque capitoli.

 

Ma da giorni sondando i testimoni di quel lungo rapporto a Roma emergono episodi di quella curiosa unione politica. Ed episodi a loro raccontati dalla viva voce dei protagonisti che potrebbero costituire la trama di quei cinque titoli. Cinque titoli che hanno destato subito l'attenzione del presidente della Camera dei deputati, che il 7 dicembre scorso concesse l'agognato appuntamento a Moschetti nel suo ufficio a Montecitorio.

UN GIOVANE AMBIZIOSO
Chissà se in quell'elenco appare anche un piccolo romanzo che si è concluso non nel migliore dei modi nei primi mesi del 2008. Quello dell'infatuazione che Fini provò per un giovane finanziere italiano da qualche anno emigrato negli Stati Uniti e destinato a una fortuna tanto rapida quanto lo sarebbero state le sue disavventure. Il giovane rampante si chiama Raffaello Follieri. Oggi sta scontando una condanna a 4 anno e mezzo di carcere negli Stati Uniti.

 

Ma per qualche anno è stato uomo-copertina di molti magazine del mondo. Un po' per le sue fortune finanziarie (che si sarebbero rivelate tarocche), un po' per la storia sentimentale che lo legò all'attrice Anne Hathaway, deliziosa protagonista de "Il diavolo veste Prada". Negli States Follieri aveva messo in piedi un piccolo gruppo finanziario, specializzato nel comprare e rivendere gli immobili delle diocesi colpite dallo scandalo pedofilia.

Aveva preso come consulente Andrea Sodano, nipote dell'allora segretario di Stato Vaticano, e così aveva accreditato un suo rapporto stretto con la Santa Sede. Più tardi si sarebbe scoperto anche un altro millantato credito: Follieri aveva sostenuto di essere il fiduciario degli affari finanziari del Vaticano negli Stati Uniti, e così aveva abbindolato banche, finanzieri e perfino Bill Clinton. Per reggere la parte aveva naturalmente bisogno di venire di tanto in tanto in Italia, a Roma, a discutere con i suoi "superiori".

 

In Vaticano passava un assegno mensile a un impiegato di una congregazione della Santa Sede, Antonio Mainiero detto Tony, che gli apriva fuori orario Musei Vaticani e giardini del palazzo consentendo di mostrare ad attoniti ospiti tutta l'influenza di Follieri. Nei viaggi romani il rampante finanziere è riuscito a fare il giro di qualche salotto. Gira che ti gira, chissà come ha incontrato anche Francesco Proietti Cosimi, detto Checchino.

Allora era il principale assistente di Fini, che poi lo scaricò quando insieme ad altri esponenti di An fu intercettato dal pm di Potenza John Woodcock nella cosiddetta inchiesta su "Vallettopoli". Poi il rapporto fra i due si è in parte ricucito, Checchino è stato ricandidato da Fini nel 2008, è diventato senatore e ha ripagato il suo leader seguendolo ora nella scissione dei gruppi di Futuro e Libertà. Fu Proietti Cosimi quindi a portare il rampante Follieri a Fini, cui il giovane risultò subito assai simpatico e interessante.

 

Follieri provò a fare fruttare rete di conoscenze e rapporti trovati nella capitale. Aprì una società lussemburghese con il suo nome, con quella sottoscrisse il capitale di una finanziaria italiana basata a Roma e vi mise il fidato Mainiero ad amministrarla. Era una immobiliare, e con Checchino pensò bene di cogliere al volo le eventuali occasioni che si sarebbero presentate con le dismissioni del mattone da parte di alcuni grandi gruppi pubblici.

 

Fu durante una delle tante visite di Moschetti a palazzo che Fini confessò l'entusiasmo per quella nuova conoscenza, un ragazzo sveglio, bravo a fare affari, introdotto perfino nella politica internazionale. Un italiano all'estero che ce l'aveva finalmente fatta ed era pieno di miliardi. Disse che Checchino stava pensando a una joint venture con Follieri, coinvolgendo anche alcuni parenti di Fini specializzati in ristrutturazioni immobiliari. Parenti acquisiti, perché il legame di sangue era con la prima moglie, Daniela Di Sotto.

«So che Massimo Sarmi alle Poste sta preparando un piano di dismissioni immobiliari », disse il presidente di Alleanza Nazionale, facendo capire all'interlocutore che avrebbe favorito un incontro fra Poste e Follieri group. Moschetti non seppe poi a quale livello l'incontro ci fosse stato. Ma intuì che Sarmi, persona assai cortese, ma anche assai ferrata nella matematica, capì che due più due fa quattro, ma Follieri più Poste non sarebbe stata una buona operazione. Scelta assai lungimirante, visto il decorso delle vicende

I CONTATTI CON GLI ITALO-AMERICANI
Sfumato l'affare non vennero meno i rapporti di cortesia. Chissà se rafforzati nel frattempo dall'evolversi delle vicende sentimentali del futuro presidente della Camera. Negli Stati Uniti infatti Follieri cementò un rapporto con Frank Stella e la sua National Italian American Foundation (Niaf). Tanto che la fondazione principe degli italoamericani assegnò al giovane Follieri un ambito riconoscimento pubblico festeggiandolo insieme a George Bush padre.

Stella, come è emerso in questi giorni, era anche il referente americano della Wind Rose International, società immobiliare fondata da Sergio, Giancarlo ed Elisabetta Tulliani e che ha sede a Roma al piano terra della palazzina dove è andato a vivere dal 2007 Fini. Se con le Poste l'affare sfumò, la finanziaria di Follieri almeno un immobile riuscì a comprare nel centro di Roma, a due passi da Trinità dei Monti.

Ed è una fortuna per i creditori, visto che tutto è finito a gambe all'aria, compreso il tentativo di liquidazione di papà Pasquale dopo l'arresto americano del figlio, e la finanziaria romana è fallita nel febbraio di questo 2010. Di politica parlava quindi Fini nei suoi incontri con Moschetti. Ma anche di affari, che sembravano sempre stare a cuore al futuro presidente della Camera. Affari nazionali e internazionali. E affari di famiglia. Della vecchia e della nuova famiglia... 08-09-2010]

 

 

CARO GIANFRANCO TI “ASSEGNO” LA CANDIDATURA A SINDACO DI ROMA – E FU COSÌ CHE NEL 1993 IL CASSIERE DELLA DC ROMANA, LO SBARDELLIANO MOSCHETTI, CONVINSE IL RILUTTANTE FINI A SFIDARE RUTELLI CON UN ARGOMENTO DECISIVO: 1,3 MLD DI LIRE. IN NERO - FRANCO BECHIS RIPERCORRE LA STORIA DELLA BENEDIZIONE DEGLI SBARDELLIANI (ORMAI IMPRESENTABILI PER TANGENTOPOLI) AL RAMPOLLO DI ALMIRANTE…

Franco Bechis per "Libero"

 

Vi chiedo "di dare una mano a Gianfranco Fini". Fu questo l'appello che l'8 agosto 1991 in un tavolo del ristorante al Bolognese in piazza del Popolo a Roma, Michele Marchio, capo indiscusso del Movimento sociale a Roma rivolse a Giorgio Moschetti, tesoriere della dc romana. Fini aveva da poco riconquistato la guida del partito, che solo un anno prima gli aveva sottratto l'avversario dell'epoca, Pino Rauti. Il delfino di Giorgio Almirante aveva mostrato alla sua prima esperienza di guida politica una fragilità inattesa. Bisognava porvi rimedio, evitare ulteriori rischi.

 

Per questo Marchio bussò alla porta della dc romana, di cui era leader indiscusso Vittorio Sbardella e di cui aveva le chiavi della cassa proprio Moschetti. Al pranzo partecipò lo stesso Fini, mentre Marchio fu accompagnato in auto dal giovane assistente, Francesco Storace, all'inizio di una lunga e promettente carriera politica. Fu in quella occasione che scattò il feeling fra Fini e Moschetti. Ed è in quell'incontro- in quel pranzo- che sono state poste le radici di un connubio ventennale.

E' lì- come rivelato ieri da Libero- che sono nati rapporti anche assai riservati fra i due uomini politici. Da quel momento Moschetti diventa il custode di molti segreti della storia di Fini. Quel pranzo è all'origine di una lunga storia che porterà all'incontro fra i due del 7 dicembre 2009 nell'ufficio del presidente della Camera. Un incontro a lungo chiesto invano da Moschetti. E ottenuto al volo solo quando a fine novembre 2009 all'ex segretario amministrativo della dc romana viene in mente di inviare una mail in cinque punti. Cinque titoli di un dossier che racconta la storia comune. Cinque vicende politico-finanziarie che ripercorrono gli anni trascorsi insieme.

Iniziò nel 1991 quell'avventura comune. A Fini servivano appoggi, strutture, accreditamento per rendere meno fragile la sua riconquistata guida del Movimento sociale italiano. Serviva anche un accreditamento con i veri poteri di Roma. "Qui comandano i palazzinari", gli spiegò Moschetti che li conosceva tutti ed era abituato a bussare alle loro porte per avere sostegno anche finanziario. Da quel momento la rete di amicizie e di supporti fu in piccola parte condivisa con il nuovo politico emergente. Che avrebbe avuto presto la sua grande occasione.

 

Era la fine del mese di agosto 1993, forse i primi giorni di settembre, bisognerebbe chiedere con precisione ai tre testimoni che oggi sono ancora vivi e possono confermare. Certo fu prima della domenica di chiusura della festa della destra a Mirabello (anche quell'anno capitò il 5 settembre).

Fini salì nell'ufficio di Moschetti accompagnato da Donato La Morte. In quei giorni si stavano decidendo i candidati per le elezioni al comune di Roma. In campo c'era Francesco Rutelli. La dc - quell'estate diventata partito popolare con Mino Martinazzoli - non aveva ancora scelto. Sembrava dovesse scendere in campo Rocco Buttiglione, ma non si decideva. Se no il candidato sarebbe diventato il prefetto di Roma, come poi accadde.

 

Fini voleva offrire i suoi voti alla dc, e chiese a Moschetti di convincere Martinazzoli a non rifiutarli. Il segretario della dc romana scosse la testa: "Gianfranco, non hai capito la situazione. Io ho già tre avvisi di garanzia e mi stanno portando il quarto. Non vedi il clima? Devi provare a correre tu per le elezioni".

Fini sorrise timidamente. Si avviò alla porta insieme a La Morte, vecchio amico di Moschetti perché per lunghi anni era stato consigliere provinciale della dc a Roma. Poi proprio sull'uscio guardò il segretario amministrativo della dc romana: "Ma secondo te, se mi presento da solo, quanti voti prendo?". Moschetti rispose secco: "Il 36 per cento!". Finì sgranò gli occhi: "ma tu mi darai una mano?". E ottenute assicurazioni, se ne andò. Si rividero a lungo durante la campagna elettorale e anche per l'organizzazione delle successive politiche del 1994.

Fu qualche tempo dopo che spuntò fuori un giallo che fece intuire quale fosse stata "quella mano" che Moschetti doveva dare a Fini nella corsa a sindaco di Roma del 1993. Un deputato della Lega Nord tirò fuori la copia di una lettera a firma di Giulio Caradonna, leader missino dell'epoca, in cui si sosteneva che a Fini arrivarono due miliardi di vecchie lire dalla corrente andreottiana di Sbardella.

Fu una rivelazione a tarda sera. Alle cinque del mattino Fini tirò giù dal letto Moschetti. Con Donato La Morte si videro tutti insieme a concordarono di smentire formalmente tutto. Fu un capitano dei carabinieri a raccogliere la smentita, attraverso la formula dell'auto-querela che Fini aveva fatto a se stesso.

 

La vicenda sarebbe proseguita qualche anno anche con l'assoluzione di Caradonna, visto che una perizia calligrafica mostrò che non era sua la perizia calligrafica in calce a quella lettera. Così si chiuse la vicenda. Ma la versione all'epoca concordata fu di comodo. Lo avrebbe confessato anche anni dopo ad amici lo stesso Moschetti. Più che falsa la versione era imprecisa. Non di due miliardi si trattò. Ma di un miliardo e 300 milioni di vecchie lire che effettivamente finanziarono in nero (mai registrati) la campagna elettorale di Fini. Non fu Sbardella a stabilire quel contributo. Anzi. Lo Squalo era in rotta con Andreotti da qualche tempo. Chiese a Moschetti quindi di finanziare la corsa elettorale del candidato scelto dal ppi, il prefetto di Roma.

 

Ma il segretario amministrativo, che aveva già deciso in cuor suo di restare fedele ad Andreotti e di non seguire Sbardella nell'ultimo strappo, disobbedì allo Squalo. Forse anche con un certo acume politico, comprese che il futuro apparteneva a Fini, che Tangentopoli stava spazzando via per sempre la vecchia dc. E quel miliardo e trecento milioni puntò sulla corsa di Fini. Non servì a farlo vincere. Ma da lì iniziò davvero la seconda Repubblica, quindi la scommessa non fu affatto persa. Chissà se è in quel miliardo e 300 milioni che si può trovare uno dei capitoli del dossier che tante preoccupazioni è in grado di creare al presidente della Camera.

 

Certo in quel gesto si è cementato il rapporto segreto fra l'ex segretario amministrativo della dc romana e il nuovo leader della destra italiana in rapidissima ascesa. Fu il primo mattone. Presto ne sarebbero seguiti altri. Anche nella confusa fase della caduta del primo governo di Silvio Berlusconi e del tentativo di costruire un governo di unità nazionale guidato da Antonio Maccanico.

n quel biennio Moschetti da un lato dovette occuparsi dei suoi processi, dall'altro seguì a distanza le vicende finanziarie del partito che sarebbe diventato Alleanza Nazionale. Facendo da chioccia anche a un pulcino della nidiata, Andrea Ronchi, che Fini aveva dovuto mettere da parte per un po'. Ma che Moschetti da anni guardava con una certa simpatia, avendolo visto crescere all'ombra del cupolone.

 

 06-09-2010]

 

 

UCCI UCCI QUELLA FIRMA È DI GAUCCI - NELLA PARTITA ALL’ULTIMO SANGUE TRA LUCIANONE E LA TULLIANI ARRIVA L’AUTOGOL DI LADY FINI: PER DIMOSTRARE CHE LA SCHEDINA VINCENTE DEL SUPERENALOTTO È SUA, PORTA IL TAGLIANDO IN TRIBUNALE MA NON SI ACCORGE CHE È FIRMATO DALL’EX FIDANZATO - ALLA VISTA DELLA “PROVA SCHIACCIANTE” GAUCCI RIACQUISTA LA MEMORIA: “MI RICORDAVO DI AVER FIRMATO QUALCOSA, MA NON RICORDAVO PROPRIO COSA

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Che diavolo ci fa la firma, anzi la sigla, di Luciano Gaucci sulla schedina miliardaria del Superenalotto che la signorina Elisabetta Tulliani dice d'aver riempito da sola, giocato da sola, riscosso da sola? Com'è possibile che l'autografo dell'ex presidente del Perugia Calcio compaia, in basso a sinistra, sulla prova regina che la compagna di Gianfranco Fini ha prodotto in tribunale e ai giornalisti per giustificare il gruzzolo iniziale col quale poi acquistò svariati immobili, compresi quelli che Gaucci reclama come suoi?

 

Con malcelato e finto stupore se lo domandano i legali di Lucianone alla vista dei documenti (la fotocopia della matrice del biglietto miliardario allegata a una distinta di versamento del 5 maggio 1998 controfirmata Elisabetta Tulliani) esibiti dagli avvocati di Ely, Carlo Guglielmo e Adriano Izzo e Michele Giordano, a dimostrazione delle «prove incontestabili» a vantaggio della cliente. Se lo chiedono perché, a loro dire, i conti su quella vincita da oltre 2 miliardi ora non tornano davvero più, specie dopo le testimonianze del tabaccaio, della segretaria, del geometra del gruppo, dei figli, di tutti i «testimoni» della giocata fortunata.

 

La prova regina di Elisabetta rischia così di trasformarsi nella prova regina di Luciano Gaucci che al Giornale, giusto ieri, aveva anticipato novità in arrivo proprio sulla schedina: «Io me lo ricordavo che avevo firmato qualcosa - ha confidato a persone a lui vicine - ma non ricordavo cosa, se la schedina, la matrice, la distinta.

Ho detto ai miei avvocati Alessandro Sammarco e Francesco Giuseppe Catullo di controllare e loro hanno trovato una sigla "familiare" sulla schedina che gli avvocati di Elisabetta hanno mostrato ai giornalisti. Dopodiché l'hanno confrontata con quella apposta su vecchi atti giudiziari. Poi, su incarico del perito, mi hanno chiesto di fare alcune firme e alcune sigle su un foglio bianco che ho provveduto a faxare: sono rimasti a bocca aperta. Avevano davanti la prova che quella era la mia firma. La prova che l'ho giocata io quella schedina».

 

Un immediato riscontro Gaucci lo avrebbe trovato in un primo, parziale, report che il perito grafico avrebbe rilasciato agli avvocati laddove si confermerebbe la natura e i tratti caratteristici della grafia dell'imprenditore romano impressi sulla schedina contesa. «Ovviamente per trarre delle conclusioni certe e definitive da sottoporre all'attenzione dell'autorità giudiziaria - spiegano gli avvocati Sammarco e Catullo - occorrerà aspettare la relazione completa degli specialisti a cui ci siamo rivolti. Le prime indicazioni, però, appaiono sorprendenti».

 

Nonostante Gaucci canti già vittoria, la cautela è d'obbligo. Qualora venisse confermato che quella firma in calce alla schedina appartiene effettivamente all'ex presidente del Perugia, si aprirebbe una partita processuale dagli esiti incerti. Perché a quel punto Gaucci pretenderebbe dai pm umbri (che gli hanno fatto le pulci nell'inchiesta sul crack del Perugia) un'indagine altrettanto approfondita sui conti di Elisabetta per appurare l'origine di quella vincita dichiarata dalla compagna di Fini che non corrisponde alla cifra effettivamente erogata dalla Sisal.

 

La sigla sulla schedina (che in genere richiede la banca, non la Sisal) secondo Gaucci rafforzerebbe la tesi opposta a quella dell'avvocato Izzo, che al Giornale ha dichiarato: «La schedina è stato il tormentone dell'estate, ma per noi è tutto comprovato e non è neanche più contestabile perché sono passati 10 anni e i diritti sono prescritti. La schedina è come un titolo al portatore, e all'incasso l'ha portata Elisabetta. Questo è certo».

  [03-09-2010]

 

 ASSUNTA ALMIRANTE: «ALTRO CHE FINI, A MIO MARITO GIORGIO FURONO DONATI 22 APPARTAMENTI, MA TUTTI ANDARONO DIRETTAMENTE AL MSI» - «A dire la verità, Giorgio Almirante non aveva intenzione di nominare Gianfranco Fini segretario del partito: la sua intenzione era, cosa che sanno pochissimi, affidare la segreteria all'onorevole Vincenzo Trantino. Fui io a dirgli che doveva cambiare generazione».

 

Cosi si esprime Assunta Almirante, per 44 anni moglie del fondatore del Msi, in un'intervista che il settimanale Panorama pubblicherà sul numero in edicola da domani, 10 settembre. Inoltre, commentando il caso Tulliani e della casa di Montecarlo, Assunta Almirante aggiunge: «mio marito ha avuto ben 22 appartamenti in donazione e si e sempre limitato a chiamare un notaio e fare un passaggio di proprietà da se stesso al partito, e i soldi di eventuali vendite li incassava l'amministratore del partito stesso».

07.09-10

 

 

. INCHIESTA SU APPARTAMENTO MONTECARLO, ESITO ROGATORIE...
(Adnkronos) - In tempi brevi la Procura della Repubblica di Roma dovrebbe ricevere dalle autorita' monegasche i documenti richiesti all'inizio dello scorso mese di agosto per chiarire il caso dell'appartamento abitato a Montecarlo, in boulevard Princese Charlotte dal fratello di Elisabetta Tulliani, compagna di Gianfranco Fini.

A richiedere il carteggio e una serie di informazioni relative alla compravendita tra i rappresentanti di An e una societa' con sede nei Caraibi era stato, il mese scorso, il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani. Nei giorni scorsi finalmente dall'autorita' monegasca e' stato assicurato che i documenti richiesti saranno a giorni a Roma.

L'esame del carteggio consentira' al magistrato di programmare la prossima attivita' istruttoria per chiarire la situazione. Gia' il 14 settembre prossimo e' in programma l'interrogatorio del senatore Francesco Pontone gia' amministratore dei beni di Alleanza nazionale. Ma una volta che le carte saranno a Roma non e' escluso che vengano convocati a Palazzo di Giustizia anche l'altro amministratore di An Donato Lamorte e Giancarlo Tulliani che attualmente e' inquilino dell'appartamento in questione. La convocazione di quest'ultimo, comunque, potrebbe essere decisa dopo che il magistrato avra' acquisito il contratto di affitto dell'appartamento e stabilito qual e' il canone di affitto richiesto.

 

La procura di Roma, come e' noto, ha ipotizzato il reato di truffa aggravata contro ignoti sulla base della denuncia presentata da esponenti de 'La destra' di Francesco Storace.

2. FINIANI IN VISITA AI PM DI BARI...
Da "Libero" - I parlamentari finiani incontreranno domani il procuratore distrettuale antimafia di Bari, Antonio Laudati. La delegazione di Fli sarà composta dal capogruppo alla CameraItalo Bocchino, dal vicepresidentedella Commissione Antimafia, Fabio Granata e dal presidente del Comitato per la Legislazione,Antonino Lo Presti. L'incontro è una tappa del tour nelle principali Procure italiane, allo scopo di accendere i riflettori sul problema giustizia. La visita alla Procura di Bari segue quella fatta alla Procura di Reggio Calabria. «La tappa barese - si legge in una nota stampa - assume rilevanza e attualità anche a seguito del grido di allarme ripetuto qualche giorno fa dal Procuratore Laudati, dopo l'omicidio di mafia avvenuto a Altamura».

07.09.10

 

 

UCCI UCCI ’MO QUERELA PURE GAUCCI – L’EX POLLO DELLA TULLIANI S’INCAZZA: “BASTA BUGIE, DENUNCIO ELISABETTA” - L’EX PATRON DEL PERUGIA NON HA DUBBI: “I DOCUMENTI LA SMENTISCONO” - IN BALLO LA PROPRIETÀ DELLE CASE E LA VINCITA DA DUE MLD € AL SUPERENALOTTO – IL LEGALE DI LUCIANONE: “LO HANNO SPINTO E CONSIGLIATO ‘AMICHEVOLMENTE’ AFFINCHÉ INTESTASSE LORO GLI IMMOBILI FINGENDO DI FARE IL SUO BENE”…

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Dalla casa di Montecarlo alle case Gaucci-Tulliani, tutti querelano tutti. Querelano i fan della vedova Colleoni che donò l'appartamento nel Principato ad An. Querela Gianfranco Fini. Querelano i finiani. Querela ovviamente Elisabetta Tulliani, la compagna del presidente della Camera che se l'è presa con l'ex compagno Luciano Gaucci intenzionato a riprendersi la casa dove abita Fini e tutto il parentame. Avrebbe querelato, pare, anche la primula rossa dei Tulliani, Giancarlo, scomparso, irrintracciabile, latitante per i giornalisti.

 

A far querele, o quantomeno a preannunciarle, mancava soltanto lui: Lucianone. L'attesa non è stata vana. Puntuale, ieri, anche l'ex presidente del Perugia calcio ha dato mandato al suo avvocato Alessandro Sammarco di predisporne una nei confronti della bionda fidanzata di un tempo, che all'ennesima intervista di Big Luciano, ha reagito così: «È intollerabile che Gaucci finga di ignorare la realtà, così come che certa stampa amplifichi le sue mendaci dichiarazioni. Ho dato mandato ai miei legali di assumere ogni iniziativa giudiziaria in sede civile e penale nei confronti di Luciano Gaucci nonché del settimanale Panorama e dei quotidiani Libero e Il Giornale».

 

La risposta di Ely prendeva spunto dalla durissima presa di posizione di Gaucci sulla vincita della schedina del Superenalotto («sono stato io a vincere i due miliardi mica lei») ma anche sulla proprietà effettiva di numerosi immobili che la Tulliani, al contrario di quel che sostiene Gaucci, rivendica come suoi. Dalla casa di Santo Domingo, dove sta passando gli ultimi giorni di vacanza, l'imprenditore romano ha iniziato a pianificare la sua controffensiva.

 

Per prima cosa, appunto, la querela a Elisabetta per certe «improvvide» dichiarazioni «facilmente smentibili dai fatti e dai documenti in nostro possesso». In seconda battuta l'avvio di serrate indagini difensive finalizzate a verbalizzare i primi quindici testimoni che nelle ultime ore hanno contattato lo studio Sammarco offrendosi di raccontare come, dal loro punto di vista, andarono effettivamente le cose riguardo alla giocata e alla vincita da due miliardi di lire al Superenalotto nonché alle modalità di acquisto e di cessione degli immobili oggetto del contendere fra i due ex innamorati.

 

«Vi confermo l'intenzione del mio assistito di avviare un'iniziativa civile e penale nei confronti della signora Elisabetta Tulliani - spiega l'avvocato Sammarco -. Il signor Gaucci non accetta di passare per bugiardo e vuole sfidare sulla verità dei fatti la signora Tulliani. Mi ha detto di essere in grado di dimostrare tutto quel che ha riferito in interviste a giornali e tv. È sicurissimo che alla fine la verità verrà a galla, una verità che ovviamente è lontanissima dalla "verità" di cui Elisabetta Tulliani si dichiara custode».

 

La querela di Gaucci a Elisabetta Tulliani si rifà per certi versi a quanto contenuto nell'atto di citazione che è alla base del procedimento civile pendente a Roma dove Gaucci ha convenuto in giudizio la sua vecchia stella, il fratello Giancarlo, la suocera Francesca Frau e la società di «famiglia» Wind Rose Srl. E questo anche perché, scriveva Gaucci, «in totale malafede i Tulliani, consapevolmente e scientemente» lo avevano ingannato «sulla bonarietà delle loro intenzioni e dei loro consigli.

Hanno tirato, come suol dirsi, l'acqua al proprio mulino, profittando del fatto che all'epoca il Gaucci era sentimentalmente e stabilmente coinvolto con la signora Tulliani fin quando non hanno ottenuto quello che volevano per poi voltargli brutalmente le spalle; hanno spinto e consigliato "amichevolmente" il Gaucci affinché egli intestasse loro gli immobili fingendo di fare il suo bene, con l'unico scopo di ottenere un proprio tornaconto: hanno offerto il loro aiuto al Gaucci - si legge sempre nell'atto depositato in tribunale - in quel momento particolare in cui gli affari dello stesso cominciavano a fare acqua, ma con l'unica riserva mentale di incastrarlo e peggiorare ancora di più la sua posizione.

Tutto a loro vantaggio e a danno dell'ingenuo Gaucci che soltanto recentemente si è accorto della trappola in cui era caduto e del danno subìto».01-09-2010]

 

 

 

“a quel ciccione, a quel panzone, gli dobbiamo inculare i soldi” - Spunta una registrazione di quando il "cognato" dell’ex capo di An era manager della Viterbese e voleva fregare quel boccalone di gaucci - E riemergono accuse: gestiva giocatori e bilanci con disinvoltura - intanto Giancarlo Tulliani non si trova più. Doveva chiarire, spiegare, precisare, dire, fare, parlare. È sparito....

Gian Marco Chiocci per Il Giornale

Missing. Scomparso. Svanito nel nulla. «Roba da lupara bianca» commentano con sarcasmo i tanti detrattori di Giancarlino nella molto poco mafiosa Tuscia dove nel triennio '98-2000 dettava legge l'allora ventitreenne vicepresidente della Viterbese Calcio. Proprio così. Giancarlo Tulliani non si trova più. Doveva chiarire, spiegare, precisare, dire, fare, parlare. È sparito.

 

Non ne sa niente nemmeno il Corriere della sera, che di tanto in tanto faceva trapelare virgolettati attribuiti, o attribuibili, al «cognato» di Gianfranco Fini, in fuga dopo aver passato l'estate nell'appartamento monegasco di Rue Princesse Charlotte donato dalla contessa Colleoni ad An che lo rivendette a un quinto del suo valore a una società off shore.

 

Lo cercano a Montecarlo come nella terra etrusca dove il fratello di Elisabetta venne ribattezzato (Elisa)Betto dagli ultras destrorsi incazzati per quella sua spavalderia da manager londinese nel club di proprietà dell'allora «cognato» Luciano Gaucci, fidanzatissimo di sua sorella Ely.

L'ex leader curvarolo Luciano Matteucci l'ha messa giù papale papale: «Non solo faceva la spia, ma Betto si intascava pure i soldi destinati agli ultras. Un giorno del '99 Gaucci ci disse che ci avrebbe aumentato lo "stipendio" che regolarmente ci veniva corrisposto tramite Tulliani. Ma quando annunciò che da un milione e mezzo passava a due milioni, restammo a bocca aperta e rispondemmo che non volevamo più soldi. Nella sala scese il gelo, e Gaucci che era un gran signore disse: "Ah, sì... mi sono sbagliato. Passerete a un milione". Avevamo capito che tipo di persone aveva vicino il povero presidente Gaucci?». Vero? Falso? Chi lo sa.

 

Se Tullianino scappa, a Viterbo arriva a soluzione il giallo del nastro magnetico, azionato furtivamente da un ex direttore sportivo della Viterbese, con sovrimpressa la voce e le imprese del futuro inquilino del Principato. Per capire di cosa si tratti occorre rifarsi a quanto raccontato recentemente al Giornale da Alessandro Gaucci, figlio di Lucianone:

«Le persone che avevano a che fare con lui, e che per forza di cose erano "costrette" a lavorarci insieme, non me ne parlavano bene. Mi dicevano che lì, sia lui che il padre, che gestivano la Viterbese calcio prima, e la Sambenedettese calcio poi, non si stavano comportando in modo corretto (...). Per non parlare poi di quel che mi raccontavano i direttori sportivi a proposito sia dei rapporti personali che della gestione economica dei calciatori da parte di Giancarlo.

 

Spiegavo loro che non potevo fare granché perché c'era mio padre di mezzo e la famiglia della sua compagna, e perché per dirgli certe cose avevo bisogno di prove. Di lì a poco un direttore sportivo dell'epoca mi portò un nastro registrato che io non volli ascoltare, per rispetto verso mio padre, a cui poi lo girai. Ero imbarazzato io, figuriamoci lui. Gli dissi soltanto: "Papà, se devi regalare i soldi, fallo pure, ma almeno non te li far fregare"».

Il racconto, diretto, mai smentito, ha fatto faticosamente breccia nella memoria a quel brav'uomo di Ernesto Talarico, ex direttore sportivo della Viterbese, che non potendone più del giovanotto-manager a sua insaputa schiacciò il tasto «rec». Perché lo fece? «Per far capire a Luciano (Gaucci, ndr) chi aveva accanto. Io volevo un bene dell'anima a Luciano ma si vedeva lontano un miglio che qualcuno ne voleva approfittare. Per me è un capitolo chiuso, non ne voglio più parlare di quella registrazione e di quel collaboratore lì, non merita una parola di più, nemmeno mi ricordo che diceva».

 

A forza di insistere, però, Talarico la parola in più la dice: «Quella bobina io poi l'ho messa dentro una borsa e stranamente poi me l'hanno rubata, tanto che son dovuto andare a denunciare il tutto ai carabinieri. Prima, però, diedi il nastro ad Alessandro, il figlio di Luciano, oppure a Ermanno Pieroni (ex direttore sportivo del Perugia, ndr) perché lui, Tulliani intendo, voleva gestire direttamente i giocatori, voleva interessarsi di tutto lui, si intrometteva nelle trattative coi giocatori e voleva farla lui la trattativa. Magari io ci avrei rimesso di mio ma non ci avrei mai guadagnato una lira, e invece avevo capito che lui si dava da fare perché magari voleva tirar fuori qualcosa per lui. Cercate di capirmi, non mi va di parlarne dei Tulliani...».

 

Decisamente più loquace Ermanno Pieroni, ex «ds» del Perugia, poi presidente dell'Ancona, svariate disavventure giudiziarie nel curriculum, testimone prezioso del nastro-Tulliani: «Talarico è stato bravo e coraggioso. Visto che Gaucci non credeva a quel che la gente e i suoi figli gli dicevano sui Tulliani, Ernesto ha registrato il nastro e lo ha fatto arrivare al presidente. Ai figli ha detto: "Aho, non è che poi il presidente mi licenzia per questa cosa?"». Detto, fatto: «Di lì a poco l'ha licenziato».

 

Le ragioni di quell'intercettazione casareccia? Antipatia personale, o ben «altro»? «Non gli stava antipatico Giancarlo - insiste Pieroni - è che Tulliani fregava i soldi a Gaucci. E questo Ernesto disse ai due figli, Alessandro e Riccardo, che erano insieme al castello del padre a Torre Alfina. Loro risposero che avevano bisogno di prove, era sotto le feste di Natale. Così lui è andato e l'ha registrato mentre diceva "a quel ciccione, a quel panzone, gli dobbiamo inculare i soldi" (...). Fregava i soldi sui giocatori, sui contratti. Ernesto c'aveva le pressioni di questo che voleva guadagnare sulla pelle di Gaucci...».

 

Il nastro, rimasto nei cassetti per anni, presto potrebbe rivedere la luce. Chissà se ne è a conoscenza Enzo Di Maio, altro ex ds della Viterbese, che trascinò sotto inchiesta Giancarlo Tulliani per una vicenda (poi archiviata) di sostanze dopanti ai calciatori.

Carolina Morace, prima donna a guidare una squadra maschile, la Viterbese appunto, al Messaggero ha liquidato Giancarlo come «ininfluente». Uno che «non aveva nessuna esperienza di calcio» ma che col calcio, a dar retta al nastro, e ai testimoni, voleva guadagnarci aggirando persino il cognato. [31-08-2010]

 

 

FOTOCOPIATRICE TULLIANI - FRA LE TANTE STRADE PROFESSIONALI TENTATE DA E.T. (IMMOBILIARISTA, AVVOCATO, SHOWGIRL) CE N’È ANCHE UNA CHE È FINITA QUASI SUL NASCERE: QUELLA DELLA GIORNALISTA FRA L’ESTATE E L’AUTUNNO 2006 ELY RIFILÒ A ‘IL TEMPO’ UN PACCO DI PEZZI COPIATI E INCOLLATI DALL’ANSA - INFINE, USCÌ CON LA SUA FIRMA UN ARTICOLO SCRITTO DA UN NOTISTA DEL GIORNALE E IL DIRETTORE DE “IL TEMPO” PEDULLÀ CI RIMISE LA POLTRONA

 

Franco Bechis per Il Tempo

Immobiliarista, come tutto il resto della famiglia, grazie alla Wind Rose International finita ora al centro della battaglia legale con Luciano Gaucci. Avvocato dopo essersi laureata in giurisprudenza, anche se ha esercitato la professione poco o nulla. Showgirl grazie a qualche buona entratura in Rai, ma dopo qualche programma è finita l'avventura lasciando nella tv di Stato spazi ben più redditizi al fratello Giancarlo e a mamma Francesca.

 

Fra le tante strade professionali tentate da Elisabetta Tulliani ce ne è anche una che è finita quasi sul nascere: quella della giornalista. Ne resta traccia fra l'estate e l'autunno del 2006 nell'archivio (che è anche on line) del quotidiano Il Tempo, all'epoca diretto da Gaetano Pedullà.

La Tulliani desiderava, dopo l'iscrizione all'ordine degli avvocati, anche quella all'ordine dei giornalisti, elenco pubblicisti. E iniziò la collaborazione, specializzandosi in economia e finanza. Poi scrisse qualche articolo di cronaca e perfino uno di politica, proprio quello su cui scivolò scatenando perfino il cdr del quotidiano e dovendo infine interrompere la sua collaborazione.

 

La Tulliani non scriveva in redazione (nessuno ne ricorda l'assidua presenza), ma fra settembre e ottobre di quell'anno sfornò articoli a ripetizione. Apparvero con la sua firma- necessaria per raggiungere l'agognato tesserino da pubblicista- ma non sempre erano farina del suo sacco.

L'11 ottobre 2006 apparve ad esempio su Il Tempo un articolo della Tulliani sull'inchiesta delle Iene a proposito dei deputati che facevano uso di droga. Titolo: "L'associazione Polo tecnico vuole sapere chi sono i pusher degli onorevoli- Esposto alla procura di Roma per fare aprire un'inchiesta". Il testo però è identico, parola per parola, perfino nella punteggiatura, a un dispaccio dell'Ansa delle 19.02 della sera precedente dal titolo "Droga: Iene; Polo tecnico, esposto per permettere l'inchiesta".

 

Un piccolo plagio, perché senza un minimo di editing redazionale sui giornali non si dovrebbe firmare con il proprio nome il lavoro fatto da altri. Ma nessuno se ne accorse. Nonostante l'incidente di quel giorno non fosse né il primo né l'ultimo: la Tulliani aveva il vizietto di appropriarsi del lavoro altrui mettendovi impropriamente il suo timbro in calce.

Il 27 settembre stesso incidente nella sezione economia del quotidiano romano. Articolo sull'indagine Ue per i trasferimenti dello Stato italiano alle Poste. Il testo è firmato Elisabetta Tulliani, ma è identico, senza modifica nemmeno della punteggiatura, al dispaccio Ansa delle 17,42 del giorno precedente, siglato Cao. Anche in questo caso appropriazione del lavoro altrui.

 

Stesso incidente il 18 settembre 2006. Su Il Tempo esce un articolo della Tulliani sullo sciopero degli avvocati contro il decreto Bersani sulle liberalizzazioni. Lei- pur tentando la strada da giornalista- è già avvocato, e la materia dovrebbe ispirarla. Ma nell'articolo pubblicato a sua firma non c'è nemmeno un aggettivo scelto dalla giornalista in erba: si tratta come sempre della copia precisa alla virgola del dispaccio Ansa delle 15,43 del 17 settembre, titolato "Competitività: avvocati, al via settimana di sciopero", siglato FH-NM.

Un paio di giorni prima, il 15 settembre, solito metodo. Sul Tempo è uscito a firma Tulliani il dispaccio dell'Ansa sulle acquisizioni di Unipol mandato in rete alle 18,24 della sera precedente. Stesse parole, stessa punteggiatura, ma diversa fatica: la Tulliani ha copiato solo metà del dispaccio Ansa. Poi ha messo un punto e l'articolo si è interrotto sul più bello (o forse è uno scherzetto fattole in redazione).

 

Cerca che ti cerca, salta fuori anche un articolo della Tulliani di cui non si trova traccia negli archivi delle varie agenzie di stampa. Potrebbe essere davvero un Gronchi rosa, l'unico dove l'avvocato e futura compagna del presidente della Camera potrebbe avere messo farina del suo sacco.

 

E' un articolo di politica, fra l'analisi e il commento. I nomi sono diversi, ma se si cambiassero, potrebbe essere scritto oggi. "Pierferdinando Casini è riuscito laddove neanche Prodi sarebbe riuscito. E' bastato il suo ennesimo attacco alla leadership di Berlusconi per ricompattare Forza, An e Lega. Tutti contro l'Udc. Mercoledì a Pesaro, parlando con i suoi prima di partecipare alle feste dell'Unità, il leader dell'Udc non aveva usato metafore: ‘Non vogliamo vivere e morire con Berlusconi'. Ieri- puntuali- sono arrivate le reazioni. Non quella di Silvio Berlusconi che ha trascorso l'intera giornata insieme a Umberto Bossi in Sardegna...".

Sembra una premonizione di quel che si vede. All'epoca Casini, ora Fini. E in entrambi i casi Berlusconi e Bossi insieme a fine estate in una villa del Cavaliere. Analisi politica perfino raffinata, quasi da fare dimenticare l'evidente violazione del diritto d'autore fin lì perpetrata ai danni dei poveri redattori dell'Ansa.

 

Ma anche quella non era farina del suo sacco. A distanza di anni resta ancora un giallo. Perché quell'articolo era stato scritto da una delle prime firme interne de Il Tempo. Ma fu pubblicato con la firma di Elisabetta Tulliani. Se ne accorse l'autore, che protestò. Insorse il cdr chiedendo spiegazioni.

La questione fu risolta all'interno e da lì a poco fu staccata la spina alla fotocopiatrice Tulliani, mettendo fine ai sogni da pubblicista. Nella redazione il caso avvelenò il rapporto con il direttore, con un braccio di ferro che da lì a poco sarebbe costato la poltrona a Pedullà, che si è rifatto conquistando la direzione di un polo tv interregionale della famiglia Caltagirone.

 30-08-2010]

 

 

 

- MENTRE LE COLOMBE PDL MEDIANO SUL ‘PROCESSO BREVE’ E PERFINO BOSSI PORGE IL RAMOSCELLO D’ULIVO (“FINI? UN GALANTUONO”), FELTRI E BELPIETRO NON MOLLANO L’OSSO - 2- BECHIS SU “LIBERO”: “IL COSTRUTTORE DE VITO PISCICELLI (CHE RIDEVA PER IL SISMA DELL’AQUILA) AVEVA UN FILO DIRETTO CON LA SEGRETARIA DEL PRESIDENTE. IN DUE OCCASIONI SI RECÒ ALLA CAMERA E RIUSCÌ A FARSI SBLOCCARE 1,5 MILIONI. E LA SEGRETARIA RITA MARINO, IN OCCASIONE DEL NATALE, RICEVETTE IN REGALO UN MONILE” - 3- DOPO IL NO DI GUIDO PAGLIA. CHI È QUELL’ALTISSIMO DIRIGENTE RAI CHE FU CONVOCATO NELL’APPARTAMENTO PRIVATO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA PER ‘SPINGERE’ LA NASCENTE IMPRESE DI PRODUZIONE CINE-TELEVISIVA DEL ‘COGNATO ELISABETTO’?

 

1 - LA CRICCA NELL'UFFICIO DI FINI
Franco Bechis per Libero

Sono due i passi rilasciati dall'ufficio di sicurezza della Camera dei deputati che legano Gianfranco Fini alla cricca degli appalti pubblici. Sono stati rilasciati fra la fine di novembre 2009 e il gennaio 2010 per recarsi nell'ufficio del presidente della assemblea di Montecitorio a Francesco De Vito Piscicelli, l'imprenditore che con Diego Anemone è diventato il più noto alle cronache della nuova tangentopoli.

 

De Vito Piscicelli è infatti l'imprenditore intercettato con il cognato mentre rideva e si fregava le mani la notte del terremoto de L'Aquila pensando a quanti affari avrebbe potuto realizzare con le sue imprese. Non è noto se in quelle occasioni avesse avuto un incontro diretto con Fini. È invece documentato - grazie a lunghe intercettazioni e pedinamenti dei carabinieri del Ros - l'incontro con Rita Marino, segretaria particolare del presidente della Camera che fu al suo fianco sia nel Msi che in An nei lunghi anni in cui Fini guidò quel partito.

 

La Marino è risultata determinante per sbloccare con procedura anomala un pagamento da 1,5 milioni di euro a De Vito Piscicelli per uno degli appalti per i mondiali di nuoto, quello per la realizzazione della piscina di Valco San Paolo, poi finita nel mirino della magistratura.

La segretaria di Fini mostra nelle telefonate intercettate un'antica conoscenza con De Vito Piscicelli e si dà un gran da fare per sbloccare la sua pratica. Sono numerose le telefonate intercettate che dimostrano un intervento diretto della Marino con la ragioneria del Comune di Roma per sbloccare il pagamento privilegiato per l'imprenditore amico.

Non è impresa da poco, anche perché i lavori per la piscina non sono stati fatti a regola d'arte: a un certo punto lo stesso imprenditore si accorse di una crepa nella struttura e cercò di porvi riparo come poteva. Il responsabile sicurezza del cantiere, Giampaolo Gandola, fu intercettato mentre confessava: «Non c'è un ponteggio a norma, non c'è proprio un c... Figlio mio, qui non andiamo in procura, andiamo a Regina Coeli...».

Per pagare quei lavori la delibera prevedeva l'accensione di un mutuo (con erogazioni quindi rateali), lasciando solo 1,7 milioni di euro a disposizione della struttura commissariale dei mondiali presso il Comune di Roma per le urgenze. Grazie all'intervento decisivo della segretaria di Fini (è la stessa persona di fiducia che il presidente della Camera inviò a Montecarlo per dare un'occhiata prima della vendita all'appartamento poi finito in mano a Giancarlo Tulliani) al solo De Vito Piscicelli il 20 gennaio scorso fu erogato usando quei fondi un anticipo da 1,5 milioni di euro.

Secondo le indagini degli acquirenti alla Marino certamente è stato dato per il disturbo in occasione del Natale un monile acquistato da De Vito Piscicelli alla gioielleria Bonanni di Roma. L'imprenditore fece a Natale scorso solo due regali di valore. Uno destinato ad Angelo Balducci e uno alla segretaria di Fini.

2 - CONVOCAZIONE ALLA CAMERA PER DARE UN CONTRATTO AL COGNATO GIANCARLO
Franco Bechis per Libero

In un caso c'è anche una data certa: quella del 18novembre 2008. Fu quella mattina che alla Camera dei deputati prima entrò una giovane promessa della finanza e della tv italiana, Giancarlo Tulliani. E poco dopo un alto dirigente della Rai, Guido Paglia, direttore delle relazioni esterne dell'azienda. Entrambi si diressero all'altana di Montecitorio, sede dall'epoca di Luciano Violante degli appartamenti privati del presidente della Camera.

 

Dal cuore dell'istituzione Gianfranco Fini cercava di concludere affari assai poco protocollari, e molto privati, riguardando il fatturato delle nascenti imprese di produzione cine-televisiva del cognato. Di Rai certamente quelle pareti avevano sentito già parlare in passato. Ma in modo sicuramente più istituzionale.

Per legge - all'epoca di Giorgio Napolitano, poi di Irene Pivetti, di Luciano Violante e in parte di Pierferdinando Casini - il presidente della Camera insieme a quello del Senato avevano potere di nomina del consiglio di amministrazione della tv di Stato. Ma di affari lì in quelle stanze non si è mai parlato. Quel 18 novembre non fu la prima né l'ultima volta di questa legislatura in cui il presidente della Camera avrebbe ricevuto manager pubblici a cui chiedere di dare una mano imprenditoriale al cognato.

 

Secondo la ricostruzione già pubblicata e non smentita da nessuno dei protagonisti quel giorno Fini spiegò che il giovane Tulliani aveva bisogno in Rai di «un minimo garantito sulla fiction, sull'intrat - tenimento e sui diritti cinema dall'estero«. E siccome Paglia si rifiutò: «Gianfranco, non è possibile. La Rai ha delle regole, l'iscrizione all'albo fornitori, bisogna fare piccoli passi, presentare progetti e sapere che c'è una concorrenza sterminata», Fini chiuse ogni rapporto con il dirigente Rai che per 30 anni aveva annoverato fra i suoi più cari amici.

 

Ma il caso non si chiuse lì. Ci furono altre telefonate e incontri. E alla fine Tulliani ebbe almenoin parte quanto richiesto. E la Rai (non la sola azienda pubblica su cui è stato effettuato questo pressing) diede per altre vie contratti alle società dei Tulliani per poco meno di 2 milioni di euro.

LA VICENDA DELLA CRICCA BALDUCCI-ANEMONE
GLI INDAGATI
Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, Fabio De Santis, ex provveditore alle opere pubbliche della Toscana, e gli imprenditori Francesco Maria De Vito Piscicelli e Riccardo Fusi sono indagati per corruzione nell'ambito dell'inchiesta sulla Scuola Marescialli dei Carabinieri, uno dei filoni della più ampia indagine sugli appalti relativi al G8

 

IL PROCESSO
La prima udienza del processo è stata fissata per il 19 ottobre.

IL TERREMOTO
Francesco Maria De Vito Piscicelli è il costruttore che, la notte del terremoto all'Aquila, rideva al telefono immaginando i grandi affari della ricostruzione post sisma.

FILO DIRETTO Piscicelli aveva un canale diretto con Rita Marino, la segretaria del presidente della Camera Gianfranco Fini, alla quale si rivolgeva per facilitare l'iter di alcune pratiche.

 [29-08-2010]

 

 

UCCI UCCI, LA SCHEDINA è DEL SOR GAUCCI – LUCIANONE PARTORISCE UN’IDEA MERAVIGLIOSA CHE DOVREBBE CONSEGNARGLI LA VINCITA AL SUPERENALOTTO CHE DA 12 ANNI SI CONTENDE CON LA TULLIANI: UNA PERIZIA CALLIGRAFICA SULLA SCHEDINA – RIUSCIRà IL “SUPER ESPERTO” A DISTINGUERE I PALLINI DI LUI DA QUELLI DI LEI? – ALTRO MISTERO: SPARITI 500 MILIONI DI LIRE DAL BONIFICO SISAL…

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

«Ho trovato finalmente la prova che quella famosa schedina miliardaria del Supernalotto l'ho giocata io e non Elisabetta Tulliani. Aspetto l'ultimo riscontro da una perizia calligrafica che su un determinato documento ho commissionato a un super esperto, eppoi porto tutto alla procura di Perugia».

Raccontano di un Luciano Gaucci pimpante e battagliero per le presunte «novità» emerse nel corso delle indagini difensive predisposte dal legale Alessandro Sammarco, il suo difensore, nella guerra per tribunali con la compagna di Gianfranco Fini. Quale sia questa novità «clamorosa», ammesso che clamorosa effettivamente sia, l'ex patron del Perugia Calcio non lo dice. Per ora.

L'avvocato Sammarco, interpellato dal Giornale, conferma però l'esistenza di importanti novità in arrivo «che se riscontrate» finirebbero per riaprire automaticamente anche il filone degli immobili che Gaucci giura essere suoi e che i Tulliani ribadiscono invece essere stati acquistati con il provento di quella vincita miliardaria, giocata dalla sola Elisabetta, il 2 maggio 1998 nella ricevitoria «Fortuna» di via Merulana a Roma.

Sul fronte della «paternità» della giocata e della conseguente riscossione della vincita da due miliardi e duecento milioni di lire (in realtà la cifra esatta ammonta a due miliardi e settecento milioni di lire) la risposta dei legali della Tulliani è netta.

Carlo Guglielmo Izzo, col Giornale, la mette così: «Non so a che cosa possa far riferimento il dottor Gaucci posto che noi abbiamo già esibito prove documentali inattaccabili che abbiamo anche prodotto in sede civile dove peraltro il signor Gaucci non ha rivendicato la vincita, rivendicando soltanto quei beni che lui assume di avere trasferito alla signorina Elisabetta Tulliani e ai suoi familiari.

E comunque - insiste Izzo - la vincita è del 1998 e non è più contestabile perché sono passati più di dieci anni e sono prescritti tutti i diritti. Dopo così tanto tempo non può più pretendere. La schedina è come un titolo al portatore: chi la presenta per la riscossione, vince. Tutto il resto sono chiacchiere».

 

Come le testimonianze del tabaccaio che «lavorò» il sistema per conto di Gaucci; della segretaria Barbara che materialmente giocò la schedina pagando coi soldi di Gaucci; del geometra di Gaucci che parò di «organizzazione aziendale» per vincere ai giochi Sisal; del figlio di Gaucci, Alessandro, che ha ricordato come i sei numeri vincenti fossero stati scelti personalmente dal padre perché facevano riferimento a giorni, mesi, anni di nascita dei componenti della famiglia.

 

Semplicemente chiacchiere, secondo la difesa di Elisabetta, che nulla possono contro i documenti esibiti (fotocopia della matrice del biglietto miliardario, fotocopia della distinta di versamento dove si dà mandato alla banca di incassare il titolo pari a lire 2.200.000.000 «circa») sui quali i, però, gli inquirenti vogliono vederci chiaro. Perché ulteriori presunte anomalie sarebbero venute alla luce rispetto a quanto già rivelato il 28 agosto dal Giornale, ad esempio, sulla «sparizione» di 514 milioni di lire dalla vincita reale.

 

La Sisal dichiarò una vincita di 2 miliardi e 714 milioni, la Tulliani esibì documenti con la cifra di 2 miliardi e duecento milioni («I soldi spariti? Non ne sappiamo nulla - taglia corto l'avvocato della Tulliani - a noi risulta una vincita da 2 miliardi e duecento milioni di lire. Punto e basta»). E se il riscontro sui conti correnti di Gaucci e della Tulliani si preannuncia lungo e laborioso, la «novità clamorosa» annunciata da Gaucci potrebbe portare nelle prossime a una svolta decisiva nelle indagini chieste a gran voce dallo stesso ex presidente del Perugia e svolte, sin qui senza troppa foga, dalla procura umbra.

02-09-2010]

 

 

 

ANCHE I CONSULENTI DI AFFARI DI MONACO SI APPASSIONANO ALLA DINASTY DEI TULLIANI - 1- PER DIVENIRE RESIDENTI MONEGASCHI É NECESSARIO AVERE UN CONTRATTO DI LAVORO UFFICIALE CON UN’AZIENDA DEL PRINCIPATO, OPPURE PROVARE, ATTRAVERSO UNA CERTIFICAZIONE BANCARIA, CHE IL SOGGETTO PUÒ VIVERE A MONACO SENZA ESERCITARE ALCUNE PROFESSIONE E PUÒ DISPORRE DI UN DEPOSITO DI ALMENO 300.000 € - 2- NON SEMBRA CHE IL SIG TULLLIANI LAVORI COME DIPENDENTE QUI A MONACO, PERTANTO HA QUASI SICURAMENTE FORNITO ALLA POLIZIA MONEGASCA QUESTO DOCUMENTO, MA COME HA FATTO IL SIG. TULLIANI AD ESPORTARE UNA SOMMA COSI INGENTE? - 3- PER POTER DIVENIRE RESIDENTI MONEGASCHI, É NECESSARIO FORNIRE UN TITOLO DI PROPRIETÀ DELL’ALLOGGIO OPPURE UN CONTRATTO REGISTRATO DELL’AFFITTO. QUALE DI QUESTE DUE OPZIONI HA USATO TULLIANI? SE HA PRESENTATO UN CONTRATTO REGISTRATO D’AFFITTO, É QUINDI POSSIBILE VEDERE QUALE SOCIETÀ HA FIRMATO IL CONTRATTO - 4- NON è FINITA. C’È ANCHE IL MISTERO DELLA MANCATA PRELAZIONE DA PARTE DEI MONEGASCHI DI UN APPARTAMENTO SVENDUTO A 300 MILA EURO (TRATTASI DI UN SAGACE ‘ANTIFURTO’ PER FREGARE CHI DICHIARA CIFRE RIDICOLE PER NON PAGARE IL FISCO)

Riceviamo e pubblichiamo:

Egregio direttore,
Leggo con attenzione le vicende riportate sul suo sito riguardanti la vendita "fittizia" dell'appartamento di Montecarlo ed al riguardo vorrei suggerirle alcune cose da approfondire.

 

Come potrà leggere attraverso questo link http://www.monte-carlo.mc/index-tasse-it.html, la tassa di successione per soggetti non discendenti é del 16%.

1 - Al momento della acquisizione testamentaria. AN ha pagato la tassa di successione del 16,% al governo monegasco? E se sì, su quale valore?

2 - Vendendo l'appartamento nel 2008 ad un prezzo ridicolo ed inesistente, la responsabilità del notaio Aurelia, é sicuramente importante poiché: tutte le transazioni immobiliari hanno una tassa di registrazione pari al 6,5% del valore della transazione, poiché il valore reale del m2 a Monaco per immobili simili a quello dove abita il sig Tulliani é di circa 20.000 € al m2; il valore reale dell'appartamento avrebbe dovuto essere di almeno 1.400.000 €.

 

Il 6,5% della tassa di registrazione avrebbe dovuto ammontare a circa: 91.000 €. Essendo stata registrata la vendita di 300.000 €, AN e la società acquirente, con la complicità eclatante del notaio monegasco ha contribuito ad evadere l'erario monegasco di circa 71.500 €.

3 - Mi sembra di ricordare che esiste a Monaco il diritto di prelazione in favore del governo monegasco applicabile su tutte le transazioni immobiliari. Se ciò fosse vero, mi sembra veramente strano che il governo monegasco non abbia esercitato il diritto di prelazione su quest'appartamento, anche qui la complicità del notaio mi sembra molto grave.

4 - Infine, dichiarando nei bilanci di AN un valore di realizzo infinitamente più basso, é stato ugualmente raggirato l'erario italiano poiché si sarebbe iscritta a bilancio una forte plusvalenza (1.100.000 €), sulla quale, credo, si sarebbe dovuta pagare una tassa in Italia.

 

5 - Per divenire residenti monegaschi, é necessario: o avere un contratto di lavoro ufficiale con una azienda monegasca, oppure provare, attraverso una certificazione bancaria, che il soggetto può vivere a Monaco senza esercitare alcune professione.

Tale certificazione dice testualmente, che il beneficiario dispone nei conti della banca monegasca di somme ingenti. (Per ottenere questo documento le banche chiedono un deposito di almeno 300.000 € . Non sembra che il sig Tullliani lavori come dipendente qui a Monaco, pertanto ha quasi sicuramente fornito alla polizia monegasca questo documento, ma come ha fatto il Sig. Tulliani ad esportare una somma cosi ingente?

6 - Idem dicasi per l'acquisto della Ferrari (200.000€) ma da dove sono usciti questi soldi ?

 

7 - Per poter divenire residenti monegaschi, é necessario fornire un titolo di proprietà dell'alloggio oppure un contratto registrato dell'affitto. Quale di queste due opzioni ha usato Tulliani? Se ha presentato un contratto registrato d'affitto, é quindi possibile vedere quale società ha firmato il contratto.

8 - Leggendo i vostri articoli, sembrerebbe che il sig. Tulliani é un alto dirigente di società operanti in Italia; come lo pagano ?
Grazie per l'attenzione

PS
Attraverso questo link potrà leggere le specifiche riguardanti l'immobile a Montecarlo http://www.assoproprietairesmc.org/Protege.html
Se quel palazzo rientra nella categoria del settore "protetto" sicuramente il sig. Tulliani non può occuparlo.

Maurizio Valentini
11, avenue Princesse Grâce
Monaco
Principality of Monaco
www.mauriziovalentini.com

2 - C'È ANCHE IL MISTERO DELLA MANCATA PRELAZIONE DA PARTE DEI MONEGASCHI
Camilla Conti per Il Tempo

Giancarlo è vivo e lotta insieme a noi. A noi che ogni giorno portiamo a galla le falle del "sistema Tulliani" ieri è arrivato un assist inatteso. Citiamo il Corriere della Sera secondo cui «nella famiglia Tulliani, in queste ore, circola una versione: Giancarlo, a parenti ed amici, avrebbe spiegato che l'affitto di Montecarlo sarebbe una sorta di "pagamento" per l'intermediazione svolta per la vendita dell'immobile monegasco». Versione credibile?

 

«Chissà», aggiunge lo stesso Corriere sottolineando che «prima di metterla in giro ufficialmente, nello staff del presidente della Camera ci si muove con i piedi di piombo».
Certo perché se l'indiscrezione raccolta dai cronisti di via Solferino fosse vera altro che assist, per il cognato di Fini sarebbe un drammatico autogol: qualcuno spieghi infatti al giovane Giancarlo che il provento non dichiarato (in questo caso l'intermediazione immobiliare) fa scattare automaticamente una procedura di accertamento.

 

Tutto dipende dal momento in cui l'intraprendente cognatino ha percepito "il provento": se era già (effettivamente) residente a Montecarlo il fisco italiano può fare poco poiché le cosiddette attività occasionali va per cassa, non per competenza. Le regole cambiano nel Principato dove Giancarlo ha la residenza fiscale: l'attività economica deve essere autorizzata, si deve ottenere quindi una partita IVA, quindi in teoria le autorità monegasche potrebbero anche sanzionare Tulliani.

Che invece di spararle grosse come un bambino pescato con le mani nella marmellata, farebbe meglio a uscire allo scoperto per chiarire tutta la vicenda. Nel grosso casino di Montecarlo, intanto, i conti continuano a non tornare. Come i prezzi da saldo a cui è stata vendita la casetta di boulevard Princesse Charlotte ai misteriosi soci della Printemps Ltd.

Ne abbiamo scritto anche ieri facendo un confronto con i listini degli appartamenti venduti in altre mete esclusive, da Capri a Miami passando per Porto Cervo e anche Santo Domingo. Ma più ne scriviamo, più emergono nuove incongruenze con le regole del mercato immobiliare. Ad aiutarci sono esperti del settore che ormai si stanno appassionando alla dinasty dei Tulliani.

 

Loro ci fanno notare, ad esempio, che i parametri di redditività annuale degli immobili a Montecarlo sono del 3 - 3,5% e circa del 5% rispettivamente per i comparti residenziale e commerciale (ovvero uffici, non i cosiddetti "fond de commerce"). Parametri calcolati rispetto al valore corrente, e quindi costantemente rivalutato, non al costo storico.

Quindi, ci spiegano gli esperti, capitalizzando l'affitto presunto di Giancarlo Tulliani (la cifra riferita dal suo avvocato) di 1.500 euro al mese arriviamo a 18.000 euro l'anno al 3% ottenendo un valore di 600.000 euro.

Certo, sempre scandalosamente basso rispetto ai prezzi di mercato, ma comunque il doppio del rogito (anzi i rogiti, considerando lo strano palleggio della casetta fra i trust caraibici). Ergo: non solo i trecentomila euro pagati ad An fanno ridere ma anche il canone citato dal legale di Tulliani non è assolutamente coerente con il mercato. Il canone ordinario per un immobile simile si attesta, infatti, ad almeno 3.000 euro al mese, persino tenendo conto di eventuali elementi penalizzanti come la posizione poco centrale, la mancanza di vista mare e gli infissi cigolanti.

 

Resta, infine, il mistero del mancato esercizio della prelazione da parte dello Stato monegasco nei (doppi) sei mesi previsto per legge, considerato il prezzo fuori mercato. Nel Principato esiste infatti un'ordinanza, la numero 1016 del 4 novembre 1954 che dà seguito all'articolo 28 della legge 580 del 29 luglio 1953. Le norme dettano le modalità di esercizio del diritto di prelazione sull'acquisto di immobili da parte dei Grimaldi.

 

In sostanza lo Stato riprende la proprietà del bene immobiliare ceduto versando all'acquirente il prezzo riportato nell'atto maggiorato del 10%. Di solito il diritto di prelazione viene esercitato per riprendere un immobile venduto a un prezzo molto basso oppure per motivi di politica sociale (farci un ufficio pubblico, darlo in uso a un funzionario, un anziano, un indigente) urbanistica (demolizione di una palazzina) o fiscale (tassa pagata sul rogito irrisoria). La "svista" del Principe Alberto in questa occasione ha quindi sorpreso i "mastini" del real estate in Costa Azzurra. Ma nel casino di Montecarlo il banco è saltato e non c'è da stupirsi più di niente. 23-08-2010]

 

 

NON DITE A FELTRI CHE ANCHE FESTER GALLIANI HA AVUTO A CHE FARE CON ELISABETTA TULLIANI – QUELLA VOLTA CHE “ELISABETTO” STRATTONò GIANNI LETTA, REO DI NON AVER VOLUTO E.T. ACCANTO AL CAINANO – COSA AVEVANO IN COMUNE MAZZOCCHI E I LOS TULLIANIS? LO STESSO AGENTE TELEVISIVO, ENRICO PINOCCI…

1 - Nei tanti giri e rigiri per trovarsi un futuro brillante Elisabetta Tulliani bussò alla porta anche dell'antennista più caro a Berlusconi, il mitologico Fester Galliani. Tre o quattro appuntamenti, a Milano, pare senza costrutto.

 

2 - Quel retroscena svela dall'Espresso nel quale si racconta di Berlusconi che evita di avere Elisabetta attovagliata accanto, avrebbe avuto una coda. Allorché, la fanciulla ingauccita viene invitata a trovarsi un altro posto, sarebbe scattato come una lama "Elisabetto". In preda ad un attacco di ira, avrebbe presa per la giacca nientemeno che Gianni Letta, reo di aver consigliato al Banana di evitare quella avvicinamento finto-biondo...

 

3 - Invece, il giornalista del Corriere della Sera Ernesto Menicucci pensa bene di andare a intervistare Marco Mazzocchi, giornalista di Rai Sport, ex inviato a «L'Isola dei Famosi», che conobbe la Tulliani nel 2004: lui conduceva «La Domenica sportiva», e lei lo affiancava nel programma. "Elisabetta? Me la ricordo bene: era simpatica, sveglia, umile. Mi andò benissimo: era un avvocato, aveva ottime referenze e, per via della storia con Gaucci, nello sport era un volto noto. Poi la incontrai e mi fece un'ottima impressione: mi disse che voleva intraprendere quella carriera".

Quello che non ricorda il pelato Mazzocchi è che una cosa aveva in comune con la futura ‘disgrazia' di Fini: lo stesso agente, Enrico Pinocchi. Un nome che non ci è nuovo perché lo ritroviamo nelle trame televisive di Giancarlo Tulliani. "Elisabetto" era socio al 51 per cento della Giant Entertainment, che era partecipata al 49 per cento da Federico Passa e alla fine è Passa con la sua Blue Pictures (ne detiene il 30 per cento mentre il restante 70 per cento è intestato alla compagna del produttore vicino ad An, Enrico Pinocci) a cedere un pacchetto di film a Rai Cinema. Nei corridoi della Rai si dice che sia stato lo stesso Tulliani a proporre il business, inferiore al milione di euro, al neo direttore Paolo Del Brocco. 23-08-2010]

 

 

1- L’AFFAIRE FINI/TULLIANI POTEVA DEFLAGRARE IL 27 NOVEMBRE 2009 MA NESSUNO HA VOLUTO ACCENDERE LA MICCIA. ERA TUTTO SCRITTO SU UN BLOG, RAI E MONTECARLO E “COGNATINO” COMPRESI. COSA È SUCCESSO, ALLORA? FORSE PER “LIBERO” I TEMPI NON ERANO ANCORA BERLUSCONIAMENTE MATURI PER SFASCIARE L’EX FASCISTA FINI? - (TRA GLI ‘ADDETTI AI LIVORI’ SI SUSSURRA INFATTI CHE DIETRO IL BLOG ‘MATILDE DI CANOSSA’ SI CELI L’IDENTITÀ DELLLO ‘PISTAROLO’ FRANCO BECHIS, VICE DIRETTORE DI “LIBERO”) - 2- LA COATTISSIMA ROTTURA TRA L’EDITORE DI “LIBERO” GIAMPAOLO ANGELUCCI, CHE HA ALLE SUE DIPENDENZE IL FRATELLO DI FINI, E GIAN-MENEFREGO VA RACCONTATA PERCHé RACCHIUDE LA MEJO BATTUTA DELL’ANNO. FURIOSO, PER UN ARTICOLAZZO SU ELISABETTA, IL PRESIDENTE DEI LOS TULLIANIS TELEFONA AD ANGELUCCI. L’ARROGANTISSIMA SCENATACCIA DI FINI SI CHIUDE COSì: “IO, CON “LIBERO”, MI PULISCO IL CULO!”. “E IO DOMANI LO FARÒ DI CARTA VETRATA!”, È LA REPLICA FULMINANTE DELL’EDITORE DI “LIBERO”

 

DAGOREPORT
Maddai, l'affaire Fini/Tulliani poteva deflagrare un bel venerdì 27 novembre 2009 - e sottolineo 2009 - ma nessuno lo ha voluto innescare. Era tutto scritto, per filo e per segno, con nomi e cognomi, Rai e Montecarlo e "cognatino" compresi. Cosa è successo? Forse i tempi non erano ancora berlosconiamente maturi per sfasciare l'ex fascista Fini?

 

Di certo, il blog Matilde di Canossa (http://matildecanossa.blogspot.com/), dietro il quale si sussurra che si celi l'identità del mitologico ‘scupparolo' Franco Bechis, vice direttore di "Libero", scodella tutto ciò che poi sarebbe esploso tra le nostre gambe: la saga dei Tullianos. Prendete fiato, allontanate i pupi e accomodatevi alla lettura:

SI SPOSTA A MONTECARLO LA NUOVA RAI DEL TERZO COGNATO DELLA REPUBBLICA
http://matildecanossa.blogspot.com/

 

Per chi si occupa di televisione segnarsi assolutamente un indirizzo, viale Mazzini 114/a. Lì è nato e morto in meno di un mese il Giant entertainment group di Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta e cognato della terza carica dello Stato, Gianfranco Fini. Da lì il gruppo è partito all'assalto della Rai ottenendone però un piccolo fiasco su Rai Due. Dopo insuccesso e polemiche il terzo cognato della Repubblica è uscito di scena: via da Roma, approdato a Montecarlo dove ha preso pure la residenza fiscale.

E curiosamente lo ha fatto in Rue princesse Charlotte 14, stesso indirizzo di un immobile che risultava in bilancio di Alleanza Nazionale. Si tratta di una casa fra le tante lasciate in eredità al partito di Gianfranco Fini da una contessa nostalgica, Anna Maria Colleoni. Evidentemente Fini deve avere fatto espatriare il cognato lì perchè desse meno nell'occhio nelle sue imprese televisive. Ma attenzione, Giancarlo Tulliani non figura più, ma nei suoi uffici di viale Mazzini 114/a sono spuntate come funghi società di casting e produzione televisiva. Una sembra addirittura gemella della Tulliani 1: si chiama Giant entertainment srl.

Un'altra si chiama Absolute television media srl, nata nell'estate 2009 e subito in grado di essere accolta a braccia aperte dal direttore di Rai Uno, Mauro Mazza. Che le ha affidato casting e piccole produzioni del programma- contenitore del pomeriggio, Festa italiana, condotto da Caterina Balivo. Curioso: per anni è stato tutto prodotto all'interno, all'improvviso è venuta l'esigenza di farsi un giro fuori e mettersi nelle mani di una società appena nata...

 

Finito? Bene. Avete letto lo scoop che non vide mai la luce. Ora, se il blog Matilde di Canossa è davvero frutto delle arti pistarole di Bechis, come mai "Libero" non fece esplodere in quel di novembre 2009 la bombastica notizia? Certo, significava mandare all'aria, come poi è puntualmente successo, quello che restava del rapporto tra i due co-fondatori del PDL. Da una parte. Dall'altra, l'editore di "Libero" Giampaolo Angelucci ha alle proprie dipendenze, nelle cliniche del gruppo, nientemeno che il medico Massimo Fini, cioè il fratello di Gian-menefrego.

 

Se tra il Banana e Fini, sappiamo benissimo cosa è successo per mandare all'aria tutti i rapporti, tra l'editore Angelucci e il presidente della Camera la storia è ancora tutta da raccontare e va assolutamente raccontata perché in sé racchiude la mejo battuta dell'anno.

Magari per qualche articolazzo su Elisabetta Tulliani, Fini va su tutte le furie, cotona al max l'arroganza, afferra il telefonino e digita il numero di Angelucci. La scenataccia termina con queste esatte parole: "Io con "Libero" mi pulisco il culo!". "E io domani lo farò di carta vetrata!", è la replica fulminante di Angelucci... [24-08-2010]

 

 

parla Ales¬sandro Gaucci, figlio di Lu¬cianone – un fiume di vetriolo sulla premiata ditta tulliani – su “elisabetto”: “un diretto¬re sportivo dell’epoca mi portò un nastro registrato che io non volli ascoltare, per rispetto verso mio pa¬dre, a cui poi lo girai. Gli dissi soltanto: “Papà, se devi regalare i soldi, fallo pure, ma almeno non te li far fregare” - su ely: “ci tengo a smentire che io e lei siamo stati fidanzati. Se qualcosa c’è stato magari c’è stato con mio fratello”…

 

Gian Marco Chiocci per Il Giornale

Nuova elettrizzante puntata della guerra dei Roses in casa Gaucci-Tulliani. Come e quanto parla, Alessandro Gaucci, figlio di Lucianone, manager di calciatori importanti. Parla all'indomani dell'intervista al Giornale del papà intenzionatissimo a lottare per avere indietro tutti i beni oggi in mano alla famiglia Tulliani.

 

Dice la sua, Alessandro, sui parenti di Elisabetta e su di lei,l'ex compagna di scuola diventata la fidanzata di papà e poi del presidente della Camera. Alessandro, che idea si è fatto di questa saga estiva che ha per protagonisti suo padre, l'ex fidanzata Elisabetta, il fratello Giancarlo e Gianfranco Fini .
«L'idea che si sono fatti tutti in Italia».

E cioè?
«L'idea di una persona, mio padre, che è stata raggirata da un'altra persona e dalla sua famiglia. Tutto qui, è molto semplice e lineare » .

Lei l'ha vissuta da vicino quella storia d'amore finita a carte bollate.
«E l'ho vissuta sì, purtroppo. È stata (Elisabetta, ndr ) sei anni in mezzo, e non è stato bello. Un inferno».

Come giudica l'iniziativa di suo padre per tornare in possesso dei beni oggi in mano ai Tulliani, che lui giura siano di sua proprietà?
«Se l'ha fatta è perché crede di avere ragione. Io non lo so perché con Elisabetta ci viveva lui. A rigor di logica sì, è anche possibile che tutti quei beni possano fare le fine degli altri beni confiscati. Secondo mio padre la provenienza è la stessa».

 

Dunque la pensa come suo padre sul patrimonio immobiliare contestato?
«Io sono convinto che gran parte di quel patrimonio provenga dai soldi e dai regali di mio padre per il suo fidanzamento con Elisabetta. Il quantum non lo posso stabilire ma quel che è certo che i Tulliani erano una famiglia unita, una sorta di clan, nemmeno bene-stante, ma una famiglia, come dire, normale.

Se uno vede come stanno messi oggi, con le proprietà che hanno, era impossibile che potessero avere l'opportunità e le possibilità finanziarie per arrivare a detenere un patri-monio del genere. Se poi ci sono riusciti con gli anni, non lo so, ma che lavoro hanno fatto, lei, il papà, il fratello, per diventare improvvisamente miliardari? » .

Sulla schedina del superenalotto da due miliardi che idea si è fatto?
«Non mi posso essere fatto alcuna idea perché lì c'è la certezza che la schedina l'ha vinta mio padre, tanto è vero che ricordo che quel giorno mi chiamò subito, appena apprese dei due miliardi, e mi disse che voleva regalarne una parte, la metà credo, a Elisabetta. Gli dissì vabbè, fai tu, se proprio ci tieni...Certo poi quando leggo delle inven-zioni che dice Elisabetta, resto senza parole».

 

La signorina Tulliani sostiene l'esatto contrario. Giura d'averla vinta lei la schedina.
«E che altro deve sostenere? »

Senta Alessandro, lei la conosceva bene Elisabetta...
«E come non la conoscevo? Andava a scuola con me al «Nazareno» di Roma. Era un anno avanti, poi l'ho vista spesso perché ero amico di alcuni ragazzi che la fre-quentavano. Ci vedevamo il fine settimana con una comitiva. Ah, poi ci tengo a smentire che io e lei siamo stati fidanzati. Se qualcosa c'è stato magari c'è stato con mio fratello, con me no di sicuro».

Adesso la procura di Perugia ha aperto un fascicolo su questi benedetti immobili. È un troncone della vecchia inchiesta che riguardò anche lei e suo fratello.
«Noi abbiamo chiuso tutto con un patteggiamento tre anni fa. Questa è un'altra storia, tutta da scrivere. Vediamo come evolve».

 

Lei era amico di Giancarlo Tulliani...
«Amico? Ma quale amico. L'ho conosciuto bene lui e tutta la sua famiglia. Giancarlo era un tipo molto particolare e ha avuto un ruolo determinante, in negativo, nel periodo più brutto dei rapporti fra me e mio padre perché io sinceramente con loro, intendo i Tulliani, non mi prendevo, non andavo affatto d'accordo.

Da quando Elisabetta s'era messa insieme a mio padre, io a papà non lo riconoscevo più. Era diventato un'altra persona, boh, più che cambiato. Ce l'ha messo contro. Eppoi c'erano sempre in mezzo ai piedi il padre, la madre, il fratello. E papà, per colpa di queste persone, s'è trasformato in qualcosa che ancora oggi non saprei proprio come definire.

Era una situazione complicata, difficile da sopportare anche per i comportamenti dei Tulliani nei confronti delle persone che da anni lavoravano con noi e con le nostre aziende. Papà, anche se con colpevole ritardo, per fortuna s'è rinsavito. E anche noi, appresso a lui, abbiamo ricominciato a vivere» .

 

Torniamo a Giancarlo Tulliani.
«Le persone che avevano a che fare con lui, e che per forza di cose erano "costrette" a lavorarci insieme, non me ne parlavano bene. Mi dicevano che lì, sia lui che il padre, che gestivano la Viterbese calcio prima, e la Sambenedettese calcio poi, non si stavano comportando in modo corretto. Già la gestione del Perugia Calcio con queste persone in mezzo ai piedi di mio padre, che lo mettevano sempre contro tutti, non era facile. Ve lo assicuro.

Per non parlare poi di quel che mi raccontavano i direttori sportivi a proposito sia dei rapporti personali che della gestione economica dei calciatori da parte di Giancarlo. Spie-gavo loro che non potevo fare granché perché c'era mio padre di mezzo e la famiglia della sua compagna, e perché per dirgli certe cose avevo bisogno di prove. Detto, fatto. Di lì a poco un direttore sportivo dell'epoca mi portò un nastro registrato che io non volli ascoltare, per rispetto verso mio padre, a cui poi lo girai. Ero imbarazzato io, figuriamoci lui. Gli dissi soltanto: "Papà, se devi regalare i soldi, fallo pure, ma almeno non te li far fregare"».

 

La vicenda di Montecarlo l'ha sorpresa?
«Sorpreso io? No, no, non mi ha sorpreso affatto. Mi sarei sorpreso del contrario. La vicenda monegasca non posso giudicarla non essendo in possesso di elementi di conoscenza diretti. Ma i sei anni che sono stato a contatto con lui e con la sua famiglia mi portano a pensare determinate cose. Per usare un'espressione carina, il loro "stare" con papà non era disinteressato».

 [23-08-2010]

 

 

 

GAUCCI JUNIOR, PIÙ VELENOSO DI LUCIANONE: “SONO DIVENTATI MILIARDARi, quelli lì… I TULLIANI SONO COSTOSI, IN TUTTI I SENSI... HA TRAVIATO MIO PADRE… FURONO LORO A SPINGERE MIO PADRE A COMPRARE QUELLE SOCIETÀ DI CALCIO. FORSE GLI PIACEVA AVERE A CHE FARE CON I CALCIATORI…”

Ernesto Menicucci per il Corriere della Sera

Il telefonino squilla all'estero, all'apparecchio risponde Alessandro Gaucci, figlio di Luciano, ex amico di Elisabetta Tulliani: grazie a lui, l'attuale compagna di Fini conobbe il padre. Alessandro è a Bruxelles: «Sono sempre nel calcio, faccio il manager di calciatori».

Ha letto? La Procura di Perugia ha aperto un fascicolo sul patrimonio di suo padre, finito ai Tulliani.
«Sì, ho visto. Non ho molto da aggiungere».

 

Elisabetta e Giancarlo, a luglio, avrebbero acquistato altri due appartamenti a Roma. «Sono diventati miliardari, quelli lì».

È vero che è stato fidanzato con Elisabetta?
«Mai avuto una relazione, ma eravamo amici. Andavamo allo stesso liceo, il Nazareno di Roma: lei, rispetto a me, era un anno avanti. Eravamo nella stessa comitiva, c'era anche mio fratello Riccardo».

Ed Elisabetta com'era?
«Simpatica e carina. Poi, quando ha conosciuto mio padre è cambiata: l'ha traviato, l'ha messo contro di noi. Con papà, per un periodo, ho interrotto i rapporti. Ognuno faceva la sua vita: mi toccava vederli solo nelle ricorrenze».

I genitori di Elisabetta li ha conosciuti?
«Venivano l'estate a Torre Alfina (il castello di Gaucci nel viterbese, ndr), lei, il fratello Giancarlo, la mamma e il papà».

 

La stessa cosa che accade col presidente Fini...
«L'ha detto mio padre: chi prende lei, prende tutto il pacchetto».

Elisabetta e Giancarlo sono entrati anche nel calcio: la Sambenedettese lei, la Viterbese lui.
«Furono loro a spingere mio padre a comprare quelle società. Forse gli piaceva avere a che fare con i calciatori».

 

Suo padre sostiene che alcune delle vostre proprietà sono ora intestate a lei, che però nega.
«Dire che ci sentiamo defraudati è troppo. Ma i Tulliani sono costosi, in tutti i sensi...».

Perché di loro parla sempre al plurale?
«Sono un clan familiare molto unito».

Perché si sono lasciati, Luciano Gaucci ed Elisabetta?
«Affari loro. Ma quando si sono separati ho stappato una bottiglia di champagne».

 

E con suo padre ha recuperato? «
Si è accorto di chi aveva al fianco, anche se troppo tardi».

 21-08-2010]

 

 

Cancello e terrazzo: gli abusi dei tullianos a valcannuta - Prima il passo carraio, grazie al quale fini passava dal retro per frequentare in segreto elisabetta - Poi i lavori per ingrandire un salotto interno riducendo il balcone - E il condono arriverà grazie a una legge che l’ex An contestò (non voleva un premio ai soliti furbi) e bloccò tutto per almeno un anno – la tranquillità di gian-menefrego è sacra: Vietati scivoli e altalene ai bimbi del comprensorio

Franco Bechis per Libero

Quando nel 2002 per i soliti problemi di cassa della Finanza pubblica, nel carnet del secondo governo di Silvio Berlusconi spuntò il condono edilizio, in consiglio dei ministri l'allora vicepremier Gianfranco Fini fece la voce grossa (non voleva un premio ai soliti furbi) e bloccò tutto per almeno un anno.

Oggi il presidente della Camera deve benedire quel condono che alla fine si fece. Perché altrimenti passerebbe qualche guaio nella casa dove abita insieme alla famiglia Tulliani in via Conforti. Al quinto piano di uno dei quattro edifici del comprensorio di Valcannuta, proprio a pochi metri dalla stanza in cui Fini dorme, il terrazzino condominiale si è infatti allargato conquistando qualche metro e guadagnando abusivamente un po' di cubatura.

Un piccolo danno estetico al palazzo per rendere più comoda casa, e meno male che ci sono quei condoni contro cui il Fini politico aveva sparato a pallettoni, ma che possono salvare da qualche guaio con la legge e con il comune di Roma il Fini privato Peraltro quel complesso di Valcannuta in cui i Tulliani hanno investito vincite all'Enalotto, risparmi e secondo Luciano Gaucci anche i fondi suoi, non deve essere andato a genio alla famiglia nella sua conformazione originaria.

Così modifica lì, modifica là, il palazzo dove abita la famiglia del presidente della Camera non è più uguale a tutti gli altri. Chissà se Fini ha mai visto come era il lato su via di Valcannuta prima della sua storia di amore con Elisabetta. Se gli venisse curiosità, basterebbe chiedere agli inquilini: quel cancello con tanto di passo carraio che affaccia su via di Valcannuta ed è protetto dalle telecamere di sicurezza, non esisteva.

A dire il vero il precedente proprietario del piano terra ci aveva fatto un pensierino: l'affaccio era naturale, e per lui entrare dall'ingresso principale del complesso immobiliare in via Conforti e percorrere il lungo viale per arrivare a casa ogni giorno era una fatica.

Così aveva presentato un progettino al comune e fatto domanda per avere il passo carraio e il comodo ingresso personale. Ma il Comune di Roma non ha voluto sentire ragioni, e la domanda è stata respinta. La pratica si è riaperta qualche tempo dopo.

I Tulliani hanno fatto un'offerta per l'appartamento al piano terra e l'inquilino ha fatto le valigie e venduto casa. Che è diventata la sede ufficiale della Wind Rose International srl, la società immobiliare di Elisabetta e famiglia. Proprio in contemporanea la Tulliani ha iniziato in gran segreto a frequentare Fini. Ed è stato un doppio colpo di fortuna.

 

Primo perché il Comune è tornato improvvisamente sui suoi passi e ha autorizzato l'apertura di cancello e passo carraio su via di Valcannuta, che nel frattempo era stato anche realizzato. Secondo perché proprio grazie a quel passaggio interdetto agli altri inquilini è stata protetta la privacy dell'autorevole politico e di una relazione sentimentale che all'epoca non era ancora stata svelata al grande pubblico.

 

Fini la sera arrivava nella casa segreta passando da via di Valcannuta, entrava non visto negli uffici della immobiliare e da lì raggiungeva il quinto piano per raggiungere l'amata Elisabetta. Ufficializzata l'unione, poi il passaggio protetto dalle telecamere di sicurezza è diventato solo un'opzione, per sfuggire al pressing o alla curiosità degli altri inquilini.

Opzione utile, perché nel comprensorio i rapporti fra la famiglia Tulliani allargata e gli altri abitanti non sono proprio idilliaci. Uno scarso amore vicendevole. A Fini, una volta divenuto presidente della Camera, non andava giù di dividere il quinto piano del palazzo con altri due proprietari.

Con pazienza insieme ad Elisabetta ha fatto proposte di acquisto agli altri due, in modo da conquistare il piano come un bunker e non limitare la sua privacy. Il primo colpo gli è riuscito quasi subito, nel 2009, e a vendere è stato Marco Montefusco. Tre quarti del quinto piano sono divenuti di proprietà dalla famiglia del presidente della Camera (intestati ad Elisabetta).

 

Il quarto proprietario, Roberto Gismondi, ha resistito fino allo stremo. Poi è stata trovata una soluzione molto vantaggiosa per lui e un mese fa il sogno di Fini, di comandare su tutto il piano, si è finalmente realizzato. Inutile dire che gli altri abitanti del comprensorio parteggiassero nel braccio di ferro per la parte più debole.

 

Anche perché con i Tulliani da tempo c'era una lunga contesa nell'assemblea condominiale. Con tutti quegli appartamenti avevano costituito una minoranza di blocco impedendo agli altri inquilini di dare il via libera ad attrezzare a parco per i bambini il verde condominiale: «Fini non vuole essere disturbato dagli schiamazzi», dicevano. E così quel gruppo di case è l'unico della zona a non potere dare scivoli e altalene ai bimbi del comprensorio.

LE CASE
Il patrimonio immobiliare della famiglia Tulliani è piuttosto ricco. Sette appartementi nel centro di Roma: cinque in via Conforti 52, uno in via Quattro Venti 238 e un altro in via Sardegna 20. A questi si devono aggiungere l'ap - partamento di Capranica Prenestina e quello di Sabaudia.

SABAUDIA La dimora di Sabaudia è immersa nella quiete del Parco Nazionale del Circeo. Mare a 600 metri e lago a due passi. Nel 1995 l'immobile, su due piani, viene ampliato, da tre vani e mezzo a sette vani. Il doppio. Si tratta di un abuso edilizio, per il quale è stata presentata una domanda di condono, ancora non accolta (la domanda giace da anni nell'ufficio anti-abusivismo della cittadina sul litorale laziale).

 

VALCANNUTA In via Raffaele Contorti c'è invece il comprensorio di Valcannuta, dove i Tulliani hanno cinque appartamenti più box, soffitte, mansarde, posti auto al coperto e allo scoperto. Il comprensorio è molto grande e molti sono gli inquilini.

Ma tra i nomi presenti sul citofono, ben cinque sono "Tulliani". È questa la casa nella quale è stato realizzato un passaggio carrabile per venire incontro alle esigenze di Gianfranco Fini, che abita proprio lì. Un abuso edilizio che successivamente è stato regolarizzato.

 

 

 [22-08-2010]

 

 

FINI CHI? TULLIANI COSA? - “in che cifra si concretizza, la mia “irresistibile ascesa” grazie al fatto di essere un “tipino fino”? Ci sono dei succosi contratti che mi riguardano? Milionari, magari?” – CI SCRIVE IL GIORNALISTA CHE EBBE LA VENTURA DI ESSERE SOCIO DELLA SOCIETà AT MEDIA (AT PER AFELTRA-TULLIANI) E “formatizzò” ‘Per Capirti’, la rubrica DI RAIUNO CHE FRUTTò ALLA SIGNORA FRANCESCA FRAU CONIUGATA TULLIANI UN MILIONE E MEZZO DI EURO…

Riceviamo e pubblichiamo:

LETTERA DI ROBERTO QUINTINI
Caro D'Agostino, leggo oggi sul tuo sito che ho avuto un'irresistibile ascesa in Rai grazie al fatto di essere un "tipino fino". L'informazione mi fa piacere ma mi sorprende, visto che ignoravo sia l'una che l'altra cosa: cioè di essermi piazzato alla grande nella tv di Stato e di far parte del gruppo degli amici e dei sodali del Presidente della Camera.

 

L'aveva già scritto, sempre oggi, Il Giornale, che sono potente. E anche al quotidiano di Feltri ho mandato una lettera (che ti allego per tua informazione) per spiegare come stanno le cose. Liberi di credermi, ovviamente. Su una cosa, però, si può fare chiarezza subito: in che cifra si concretizza, la mia "irresistibile ascesa"? Ci sono dei succosi contratti che mi riguardano? Milionari, magari? Grazie ai tuoi buoni rapporti con la Direzione Generale della Rai potresti chiedere che ti diano le cifre esatte delle collaborazioni che ho in corso con viale Mazzini.

A me risulta che ammontino a poche decine di migliaia di euro netti l'anno e che riguardino la promozione e la valorizzazione dell'Audioteca e l'ideazione e la definizione del palinsesto di tre nuovi canali web radio. Sai altro, tu, di cui io non sia ancora a conoscenza? Resta in sospeso la questione del mio presunto finianismo (consentimi il neologismo).

Ma in questo mi viene in soccorso la tua conoscenza delle cose del mondo: non trovi che se fossi, o fossi stato, vicino a qualche pezzo grosso della politica oggi avrei in mano e in banca qualcosa di più? Gli esempi sono così numerosi che non mi metto a farli. Tu hai capito. E, spero, anche chi ci legge.

Concludo con l'aspetto più beffardo della vicenda, per il quale né tu né io possiamo fare molto. Quando tutta questa bufera si sarà placata, chi ha guadagnato davvero con traffici vari e amicizie importanti si ritroverà seduto sui propri soldi e sulle auto di lusso che ha guidato finora. E io, magari, sarò a spasso. Ma così va la vita. Grazie dell'attenzione.

2 - LETTERA DI QUINTINI A "IL GIORNALE"
Caro Direttore, stamattina il tuo giornale mi dedica uno spazio in seconda pagina, con tanto di foto, per raccontare la mia "carriera flash" in Rai quale "amico di Giancarlo" Tulliani.
La collega Laura Rio ricostruisce i miei ultimi anni di lavoro utilizzando locuzioni ironiche ("da una decina d'anni ha scoperto la vocazione televisiva come autore"; "si è rifugiato a Radio Rai"; "si è preso un altro lavoretto" grazie a un finiano doc) a sostegno di una tesi che non ha sentito il dovere di verificare con me: cioè che lavoro solo perché traffico e ho trafficato con soggetti discutibili, più o meno vicini alla politica, più o meno parenti di.

E' un curioso modo di fare informazione, quello di tralasciare la versione del diretto interessato (di cui, sono certo, la Rio ha i recapiti telefonici). Ma io forse sono un giornalista di vecchia scuola e penso ancora che le inchieste si debbano condurre all'insegna della correttezza e della verità. Non del pregiudizio.

Nelle ultime settimane -da quando la stampa mi collega alla famiglia Tulliani o mi definisce "vicino ad AN"- penso che è un peccato, per me, che non sia davvero così. Visto come vanno le cose da alcuni decenni, e non solo in Rai, se fossi mai stato vicino ad AN o a qualunque altra formazione politica oggi sarei certamente direttore generale, consigliere di amministrazione, direttore o vicedirettore di Rete; avrei conduzioni in prima serata; produrrei fiction milionarie o, almeno, godrei di un contrato di collaborazione pluriennale del valore di qualche centinaio di migliaia di euro (non faccio i nomi dei casi reali, ma tu e i tuoi lettori avete certamente capito a chi mi riferisco).

Io, invece, tiro ancora la carretta tutti i giorni, caro Feltri. Dopo trenta e passa anni di lavoro, durante i quali non mi sono limitato a scorazzare in Rai ma ho diretto telegiornali, fatto programmi, collaborato più o meno con tutti i grandi Editori di questo paese. E tiro la caretta senza la certezza del posto fisso e dello stipendio a fine mese che hanno i lavoratori a tempo indeterminato.

 

Perché sono un free lance, un collaboratore autonomo che presta consulenza nell'ampio campo della comunicazione ai soggetti che ritengono di avvalersene, per periodi più o meno lunghi. Al termine della consulenza, emetto una fattura e con il ricavato mantengo me stesso e la mia famiglia.
Il mio contratto con Radio Rai ammonta a poche decine di migliaia di euro -come la Rio ha avuto modo di verificare ma si è dimenticata di precisare- e mi è stato proposto solo sulla base della mia competenza, della mia storia professionale.

"Nessuno in Rai era all'altezza del compito?", si chiede ancora la Rio. Immagino di sì. Ma un collaboratore costa meno e non ti vincola a un rapporto pressoché indissolubile. Anche Il Giornale si avvale di collaboratori e sa quando conviene farlo.
E veniamo al mio legame con Tulliani -che, peraltro, ho già avuto modo di spiegare telefonicamente al vostro Caverzan.

Nella primavera del 2009, collaboravo con una piccola società appena costituita da un paio di conoscenti che avevo avuto modo di incontrare in precedenti occasioni di lavoro. La società si chiamava Immediate. L'accordo con loro era questo: se fossi riuscito a "piazzare" una rubrica o un programma in una Rete televisiva (e in quel periodo io cercavo di incontrare tutti i direttori di Rete), sarei stato compensato con una cifra pari al dieci per cento degli utili finali. Una quota, cioè, che faceva riferimento alla percentuale di azioni che mi sarebbero state intestate. Valore delle azioni: 1.000 euro.

Più o meno a metà luglio, mi venne detto che nella società era entrato un nuovo soggetto: la AT Media. Chiesi a chi facesse riferimento: a un socio di capitale, mi dissero. Qualcuno non del ramo che era interessato al business della produzione televisiva come forma di investimento. Ottenni rassicurazioni sul fatto che non si sarebbe interessato di contenuti editoriali e non avrebbe condizionato il mio lavoro.

 

Nei giorni successivi incontrai l'amministratore di AT Media - il dottor Luciano Fasoli. Il quale mi spiegò che a seguito di un accordo tra i soci di maggioranza la rubrica che avevo portato a Mazza e che era piaciuta alla Direzione Rai sarebbe stata prodotto con la nuova società, la AT Media.
A seguito di questo, restituii il mio dieci per cento di azioni ai due soci Immediate che conoscevo (la Immediate, in pratica, veniva messa momentaneamente in sonno, per mancanza di commesse) e proseguii la mia consulenza con AT Media.

Fino a dicembre ho emesso ogni mese una fattura, che mi è stata regolarmente saldata. Il mio compito è stato quello di "formatizzare" la rubrica Per Capirti; trovare e istruire la squadra che l'avrebbe materialmente messa in onda (autori, redattori, produttori); discutere con il direttore di Rai Uno e con i responsabili del programma Festa Italiana i contenuti delle storie e la compatibilità con le altre rubriche.

Non ho mai trattato né, tantomeno, firmato per AT Media contratti con la Rai, né fatto altro per la rubrica in questione oltre a quello che ho descritto sopra.
Non ho mai conosciuto la signora Frau, e, finché non l'ho letto sui giornali, ignoravo chi fosse e quali parentele avesse.

Non ho alcun legame con i componenti la famiglia Tulliani -presente o passato- né ho agito mai consapevolmente per altri che non fosse l'amministratore a cui indirizzavo le fatture.
Non ho l'abitudine di infilarmi in giri o progetti che si materializzano in stanze dalle quali mi sono sempre tenuto lontano.

 

Agli inizi di dicembre 2009 -terminato il compito di avviamento di Per Capirti, che stava ottenendo buoni risultati di ascolto- mi sono messo in cerca di un altro lavoro. Come faccio ormai da anni. Ne ho trovato uno di quattro mesi con Radio 2 (quella "specie" di reality che io mi "picco" di definire il primo della radio, dice ancora la Rio, con incomprensibile malizia) e, da febbraio 2010, un altro con la radio web. Che dici, direttore? Non avrei dovuto? Prevedendo che l'aver collaborato per qualche mese con AT Media sarebbe stata una colpa imperdonabile, avrei dovuto smettere di lavorare per sempre?

Non trovare più lavoro è quello che rischio oggi, non so se ve ne siete resi conto voi de Il Giornale. Che qualcuno del'ambiente in cui mi muovo io preferisca non compromettersi in futuro con "l'amico di Tulliani" descritto sulle vostre pagine e faccia a meno delle mie consulenze. Dopo di che, che faccio, caro Feltri? Chiedo aiuto alla signora Laura Rio? Ti chiamo per avere una collaborazione?

Tu hai auspicato più volte che fosse fatta chiarezza su questa vicenda. Io ci ho provato, per la parte che mi riguarda. Spero basti.
Grazie dell'ospitalità e dello spazio che mi vorrai riservare.
Roberto Quintini

3 - QUESTA LETTERA NON SMENTISCE NULLA
Egregio signor Quintini,
anche noi cerchiamo di fare al meglio il nostro lavoro e di verificare le notizie. Infatti, prima di scrivere abbiamo lungamente parlato (e ne abbiamo riportato il pensiero) con il direttore di Radio Rai, che era deputato a farlo per la specifica questione. Prova ne è che la sua lettera non smentisce nulla di quanto abbiamo scritto: non è colpa de «il Giornale» se lei lavora con società di cui non conosce i soci, come sostiene nella sua lettera. Non abbiamo mai scritto che lei ha firmato contratti con la Rai per conto di At Media.

Laura Rio

25-08-2010]

 

 

- APPELLO DELLA PERINA: "LA TULLIANI LAPIDATA, DONNE DI DESTRA REAGITE AL KILLERAGGIO” - 2- DAGO RISPOSTA ALLA FINISSIMA DIRETTORA DEL “SECOLO D’ITALIA” CHE, AL PARI DI TRAVAGLIO, OBLITERA DAL CERVELLO CHE L’EX FIAMMA DI GAUCCI È OGGI LA COMPAGNA DI UN SIGNORE CHE È LA TERZA CARICA DELLO STATO, E QUINDI PERFETTAMENTE “PERSONAGGIO PUBBLICO”. E SE LADY FINI VINCE AL SUPERENALOTTO E COLLEZIONA IMMOBILI E LA MADRE DIVENTA DI COLPO PRODUCER IN RAI E IL FRATELLO S’IMPROVVISA FORNITORE RAI DI FILM E SHOW, CON IL PRESIDENTE DELLA CAMERA CHE CONVOCA DIRIGENTI DI VIALE MAZZINI (SIC!), E VIVE IN UNA CASA SVENDUTA DA AN, EBBENE TUTTO CIò RIENTRA NEL DIRITTO DI CRONACA CHE PREVALE SUL DIRITTO ALLA PRIVACY - 3- GLI AVVOCATI DELLA TULLIANI HANNO CHIESTO IL SEQUESTRO DELLE FOTO DI ‘OGGI’ CHE REPLICA: "FU LA STESSA ELY A PROPORRE AL GIORNALE L’ESCLUSIVA DEL BATTESIMO”

 

1 - "LA TULLIANI LAPIDATA, DONNE DI DESTRA REAGITE AL KILLERAGGIO"
Giovanna Casadio per La Repubblica

«Basta attacchi a Elisabetta Tulliani, è una lapidazione della donna del "nemico" cioè di Gianfranco Fini». Flavia Perina, deputato di Fli, direttore del "Secolo d´Italia" pubblica online un appello rivolto alle altre donne del centrodestra perché rompano «un silenzio imbarazzante».

 

Innanzitutto alle ministre Mara Carfagna e Giorgia Meloni e alla responsabile donne del Pdl, Barbara Saltamartini, chiede di dire qualcosa contro «questo spettacolo indecente, questa quotidiana e tragica azione di killeraggio». Usa una metafora forte: «È come vedere sfilare, metaforicamente rapata a zero e con al collo il cartello del disonore, sulle prime pagine di "Libero" e del "Giornale" la donna del nemico».

Lei, Perina, evoca il trattamento riservato alle donne collaborazioniste alla fine del fascismo.
«Non è questione di fascismo e antifascismo. È l´umiliazione di tutte le guerre. Attraverso l´umiliazione delle donne si umilia il nemico: perciò quell´immagine. Prima che Fini diventasse "il nemico" da abbattere la Tulliani non faceva notizia. Il dato centrale di questo agosto indecente che ha segnato un salto di qualità rispetto alle vette, che a torto ritenevamo insuperabili, della lapidazione mediatica di Veronica Lario - velina ingrata dell´estate scorsa, esposta al pubblico ludibrio per avere chiesto pubblicamente la separazione dal capo - è il linciaggio della compagna del presidente della Camera».

 

Tuttavia, neppure un´ombra dovrebbe sfiorare la moglie di Cesare. La Tulliani è invece diventata il tallone d´Achille di Fini?
«Non c´è dubbio che alcune spiegazioni vanno date. Ma sulla faccenda della casa di Montecarlo i soggetti sono Giancarlo Tulliani, il fratello di Elisabetta, e An. Invece c´è la campagna più velenosa, con gli avvocati di Gaucci pilotati da Previti».

Il suo giornale non intervenne a difendere la dignità delle donne quando si seppe dei festini del premier, delle escort e della vallettopoli politica?
«Noi non entrammo nel gossip. Però ci schierammo quando si reclutarono per le liste elettorali ragazze dello spettacolo che con la politica non c´entravano nulla».

Questo risveglio femminile non è piuttosto dettato dalla volontà di difendere il leader Fini?
«No. Al centro dell´appello, come dell´articolo di Sofia Ventura, c´è il rapporto tra il centrodestra e le donne. Noi abbiamo combattuto anni per uscire dallo stereotipo della destra machista, delle donne di destra asservite alla volontà degli uomini. Non possiamo ritrovarci per gli interessi di Berlusconi e del suo entourage con attacchi che non hanno risparmiato Chiara Moroni, Barbara Contini o Giulia Bongiorno.

 

Donne di valore indiscusso. Poiché hanno fatto una scelta che contrasta con gli interessi del capo, sono state sottoposte a una campagna denigratoria. Invece di rispettare il coraggio della Moroni, si dice che le sue posizioni sono dovute al fidanzamento con un giornalista dell´Espresso, o che la Contini critichi le donne del Pdl perché è invidiosa dei tacchi a spillo... care Mara, Giorgia, Barbara e colleghe del Pdl, non vi vengono i brividi?».

Lei ora cosa si aspetta?
«Una presa di posizione nel merito. Alle donne della destra chiedo: ma vi sembra normale il trattamento ancillare riservato alle fedelissime con cene al castello e regali e la brutalità toccata alle dissidenti?».

Non sarete fatti a pezzi piuttosto, come "Famiglia cristiana"?
«Questa estate ha fatto saltare i freni inibitori a una certa area del centrodestra che non è maggioritaria ma ha visibilità. Cose mai viste sono accadute, a cominciare dagli attacchi a Napolitano. C´è la logica di punirne uno per educarne cento e un cupio dissolvi con il solo obiettivo di tenere alta la tensione».

2- GLI AVVOCATI DELLA TULLIANI HANNO CHIESTO IL SEQUESTRO DELLE FOTO DI ‘OGGI' CHE REPLICA: "FU LEI A PROPORCI L'ESCLUSIVA"
Camilal Conyi per Il Tempo

 

Querele, smentite e ora pure una richiesta di sequestro. I legali dei Tulliani sono scatenati. Ieri se la sono presa con il settimanale Oggi che «nelle scorse settimane ha fornito alle agenzie di stampa foto che ritraggono il presidente Fini con la famiglia Tulliani insieme alle figlie minori. Foto pubblicate spesso da Oggi e da altri quotidiani anche online».

Ebbene, secondo l'avvocato Michele Giordano, «tale pubblicazione e la loro riproposizione costituiscono illecito. Riguardano foto private del presidente e famiglia - prosegue l'avvocato - riservate ed in luogo privato di cui non si è mai autorizzata la pubblicazione. Si è già provveduto alla richiesta di sequestro».

Le foto incriminate sono quelle del battesimo della piccola Martina, primogenita della coppia Fini-Tulliani. Nella suggestiva cornice di Casino dell'Aurora Pallavicini, a Roma, la famiglia era stata immortalata al gran completo con tanto di suoceri, cognato e fidanzata del cognato (quella dell'autolavaggio) del presidente della Camera. Tutti in posa per lo scatto di rito.

 

Ebbene, secondo quanto ha scritto sullo stesso settimanale Umberto Brindani, fu la stessa Ely a proporre al giornale l'esclusiva del battesimo. Ma poi le foto non le piacquero e lady Fini negò l'autorizzazione a pubblicarle. «Per blandirla, - ricorda sempre Brindani - le regalammo un album di battesimo, con una scelta delle immagini migliori (peraltro scattate da uno dei più grandi fotografi italiani): riuscimmo a farla infuriare ancora di più, perché non trovò la confezione di suo gusto».

Con il gran «casino» di Montecarlo quella foto, una sola di 95 scatti, è diventata una notizia, «e ora il diritto di cronaca a mio avviso prevale sul diritto alla privacy. Sempre che di privacy si possa parlare per una storia che non è mai stata così pubblica», sottolinea lo stesso giornalista di Oggi nel suo blog.

 

Certo, a Elisabetta devono essere saltati i nervi. Come per il video sulla soap con l'ex fidanzato Gaucci, fatto sparire dopo i servizi impietosi di Striscia la Notizia nel 2007 ma riapparso in queste settimane sul sito youtube dove fa il pieno di visitatori.

Non solo. Vari blogger sarebbero stati raggiunti da una mail dell'avvocato della Tulliani: «In forza del provvedimento del Garante per la Protezione dei dati personali - scrive il legale - Vi chiedo di voler provvedere a non rendere più indicizzabile attraverso i motori di ricerca, notizie ed immagini riguardanti la mia Assistita con riferimento alla sua trascorsa relazione sentimentale con il signor Gaucci».

 

Ironia del destino. Lei che amava così tanto essere al centro dell'attenzione tanto da finire anche in tv oggi si nasconde. «Apparirò poco, quando la mia presenza accanto a Gianfranco sarà necessaria e quando me lo chiederà lui, preferisco non espormi», aveva già annunciato al popolo italico alla sua prima uscita pubblica nelle vesti di fidanzata ufficiale, a una sfilata di Gattinoni, a Roma, nel gennaio 2008. Anche il suo sito ufficiale «elisabettatulliani.it» è bloccato su una pagina color petrolio dove campeggia la scritta coming soon, «a presto».

25-08-2010]

 

 

LE FOTO CHE I FINI VOGLIONO BLOCCARE - L’ARISTOCRAZIA NERA ROMANA (PALLAVICINI) CONCESSE GRATIS ALL’EX NERO FINI l’esoso CASINO DELL’AURORA PER IL BATTESIMO DELLA PICCOLA MARTINA - Tra gli invitati, i fedelissimi Ronchi, Bocchino, la madrina Giulia Bongiorno, i familiari e gli amici più intimi - BRINDANI BRINDA E PUBBLICA…

1 - BRINDANI BRINDA E PUBBLICA
Camilla Conti per Il Tempo

 

Umberto Brindani di lavoro fa il direttore di un settimanale per le famiglie. Martedì ha però scoperto, leggendo l'agenzia Ansa, di essere diventato un paparazzo, uno sciacallo o uno di quei giornalisti che - secondo il Travaglio-pensiero - massacrano i personaggi pubblici, li sbattono in prima pagina con tutti i parenti, bambini compresi.

L'agenzia riportava infatti la richiesta di sequestro presentata dai legali dei Tulliani delle foto del battesimo della piccola Martina, primogenita di Elisabetta e di Gianfranco Fini. Foto apparse su Oggi, il settimanale appunto diretto da Brindani, e riprese anche da altri quotidiani. Ebbene, secondo l'avvocato Michele Giordano, «tale pubblicazione e la loro riproposizione costituiscono illecito».

Direttore si è già fatto vivo qualcuno per prendere le foto incriminate?
«Nessuno. Anche perché né a me né alla Rizzoli è ancora arrivata una lettera degli avvocati con la richiesta del sequestro. La notizia l'abbiamo letta sulle agenzie di stampa. E poi le foto sono digitali, la proprietà è del fotografo e non del fotografato».

 

Ci racconta come è nato il servizio del battesimo della piccola Martina?
«I fatti risalgono alla fine di maggio di quest'anno, mi sembra fosse il 24 o il 25. La famiglia Tulliani-Fini aveva programmato il battesimo e qualche settimana prima ci venne proposto di fare in esclusiva un reportage con la possibilità di pubblicare alcuni scatti della cerimonia ed eventualmente un servizio scritto a corredo».

La contattò Elisabetta Tulliani?
«No, non ho mai parlato né con lei né tantomeno non Fini. Venne tutto fatto attraverso l'avvocato, lo stesso Giordano che martedì ha chiesto il sequestro. Il legale pose anche alcune condizioni: il fotografo non avrebbe dovuto disturbare la cerimonia con flash o luci particolari, le foto insomma dovevano essere finto-rubate, e gli scatti avrebbero dovuto essere visti e approvati dalla signora Tulliani.

Condizioni più che normali e poi il servizio era un'opportunità, quindi accettai. Gli mandai pure un fotografo molto bravo che aveva già fatto delle copertine per altri settimanali patinati e che si presentò da solo per non disturbare. Inviai anche una giornalista per seguire la cerimonia e scrivere poi il pezzo da pubblicare sotto il reportage».

Quanti erano gli invitati?
«Circa una trentina e di volti noti mi ricordo solo quelli di Bocchino e Ronchi. Le foto vennero fatte comunque da lontano, solo al rinfresco che si tenne al Casino Aurora Pallavicini ci chiesero di fare dei posati».

 

Ma il reportage a Elisabetta non piacque. Ricevette una sua telefonata?
«No. Anche in quel caso a contattarmi fu l'avvocato. Mi disse che la signora Tulliani era rimasta profondamente insoddisfatta del servizio e che negava l'autorizzazione a pubblicare il materiale. Questo servizio non era certo uno scoop quindi ho pagato il lavoro al fotografo ma non ho fatto uscire niente. Ora che ci penso mentre aspettavo che le foto fossero approvate successe anche una cosa strana: mi telefonò un sedicente collaboratore di Giordano, molto arrogante, criticando pesantemente il lavoro che avevamo fatto. Parlandone in seguito lo stesso Giordano mi disse di non saperne nulla. Ecco, ho sempre avuto il forte sospetto che quello sconosciuto al telefono fosse Giancarlo Tulliani».

Ma perché le foto non erano piaciute?
«Non mi venne spiegato. Eppure, ricordo, c'erano almeno una dozzina di scatti ampiamente pubblicabili. Tanto che, su consiglio dell'avvocato, regalammo alla signora Tulliani un album di battesimo per ricordo, con una scelta delle immagini migliori. Le definì impresentabili».

 

Questo succedeva a maggio. Poi a fine luglio è scoppiato il caso dell'appartamento di Montecarlo.
«Sono andato a riprendere il materiale e ho inizialmente pubblicato un servizio interno con lo scatto che immortala Gianfranco Fini in piedi con la mano appoggiata sulla spalla del cognato Giancarlo Tulliani, seduto. Uno scatto preparatorio fra un posato e l'altro. Poi, una settimana dopo, Oggi è uscito con in copertina la famosa foto di famiglia».

E sono cominciati i guai.
«Con la vicenda di Montecarlo la foto è diventata una notizia. E l'ho pubblicata. Insisto: il diritto di cronaca a mio avviso prevale sul diritto alla privacy. Sempre che di privacy si possa parlare per una storia che non è mai stata così pubblica. Non si trattava di foto offensive e non ho niente contro Fini, anzi. Ma faccio il giornalista».

 

Lo dica a Travaglio.
«Va fatta una distinzione fra l'accanimento dei paparazzi di cui ha scritto Travaglio e la foto di Oggi. Non esiste alcun accanimento. Su quella foto si sono fra l'altro esibiti molti quotidiani e siti on-line, arrovellandosi sull' espressione di Fini, sulla disposizione dei parenti o sui dettagli della location. Questo succede perché nessuno dei protagonisti di questa vicenda parla. Chi fa questo mestiere è quindi costretto ad arrangiarsi, anche scandagliando una fotografia».

 

A proposito di dettagli, ma la ragazza bionda che compare nella foto di famiglia accanto al padre di Elisabetta è la stessa dell'autolavaggio accanto alla Ferrari?
«La ragazza del battesimo era la fidanzata di Giancarlo Tulliani. Questo è certo. Se sia la stessa dell'autolavaggio non so, certo le somiglia molto».

2 - L'ARISTOCRAZIA NERA ROMANA (PALLAVICINI) CONCESSE GRATIS ALL'EX NERO FINI IL CASINO DELL'AURORA PER IL BATTESIMO DELLA PICCOLA MARTINA
Brunella Bolloli per Libero

 

.....
Contraria anche la principessa Maria Camilla Pallavicini, proprietaria e direttrice dell'omonimo Casino dell'Aurora (dal nome del celebre affresco di Guido Reni del 1600) dove si è svolto il banchetto al centro della querelle. «Non dovevano essere scattate foto quel giorno», osserva. «Il luogo è privato, io sono la proprietaria e in genere lo affittiamo per le cerimonie e i congressi». In genere. Perché «per l'onorevole Fini è stata usata la cortesia di concedergli gratis» la bellezza del Casino, all'interno del complesso architettonico di Palazzo Pallavicini-Rospigliosi, tra padiglioni affrescati, scale a chiocciola, fontane e splendide vetrate che danno sul giardino.

 

«Che male c'è? Fini è un amico e i nostri spazi gli sono stati offerti a titolo di cortesia», taglia corto la nobildonna. «Anzi alle spese hanno provveduto loro e poi era una festa per pochi intimi». E la Tulliani aveva concesso l'esclusiva a Oggi, lo stesso giornale a cui adesso vuole mettere il bavaglio. Ma che ha altri scatti.

 

  [26-08-2010]

 

 

SI PREPARA UN BEL “PANORAMA”, DOMANI, PER I TULLIANIS - PARLA UNA TESTIMONE: “HO VENDUTO IO IL TERRENO. E DAVANTI AL NOTAIO C’ERA ANCHE LUCIANO GAUCCI. PAGARONO IN CONTANTI” - - PARLA CHI VENDETTE LA SCHEDINA DA 2,2 MILIARDI: “A PAGARE NON FU ELISABETTA, MA BARBARA, LA SEGRETARIA DI GAUCCI”…

 

1 - PARLA UNA TESTIMONE: "HO VENDUTO IO IL TERRENO. E DAVANTI AL NOTAIO C'ERA ANCHE LUCIANO GAUCCI. PAGARONO IN CONTANTI"
«Sono passati diversi anni e ho una certa età, ma ricordo che facemmo l'atto a Palestrina
e insieme con me c'erano Luciano Gaucci e la signora Elisabetta Tulliani».
A parlare con queste parole a Panorama, in un'inchiesta che il settimanale pubblicherà
nel numero in edicola da domani, venerdì 27 agosto, è Margherita Cialdea,
83 anni, vedova e romana.

 

Nel settembre del 1999 fu lei, davanti al notaio Giuseppe Valente di Palestrina, a
vendere un terreno di quasi due ettari a Capranica Prenestina (Roma) alla società
Wind rose, l'immobiliare della famiglia Tulliani. E oggi, a Panorama, la signora Cialdea
racconta particolari fondamentali nella querelle che oppone Gaucci alla ex compagna
nella disputa sul reale acquirente di una serie di beni che furono intestati a
Tulliani.

Nel rogito si legge che «il prezzo della vendita convenuto tra le parti è di 60
milioni di lire, che la venditrice dichiara di avere già ricevuto». La signora Cialdea aggiunge: «Sì, in contanti». La testimonianza pare offrire un appoggio a Gaucci, il quale
sostiene che i Tulliani hanno ottenuto appartamenti e terreni utilizzando i suoi soldi,
in contanti.

 

2- PARLA CHI VENDETTE LA SCHEDINA DA 2,2 MILIARDI: "A PAGARE NON FU ELISABETTA, MA BARBARA, LA SEGRETARIA DI GAUCCI"
Panorama ha incontrato Francesco Basilico, l'ex amministratore della ricevitoria
dell'Enalotto di via Merulana 266, a Roma. Qui il 2 maggio 1998 fu giocata la schedina
che, con una puntata da 3,7 milioni di lire, ottenne la vincita da 2,2 miliardi. La
schedina oggi è al centro della querelle tra Luciano Gaucci e la sua ex compagna,
Elisabetta Tulliani, perché entrambi sostengono di avere fatto la puntata. Nel numero
in edicola da domani, venerdì 27 agosto, il settimanale pubblica un'intervista
esclusiva con Basilico.

 

«A fare la puntata» dice Basilico a Panorama «fu la segretaria di Gaucci, Barbara».
Nega dunque che sia stata Elisabetta Tulliani: «No» risponde «perché Barbara non
dipendeva da Elisabetta Tulliani. Era la segretaria di Gaucci». Quindi conferma: «Ne
sono certissimo, perché Tulliani non poteva giocare una schedina di 20 numeri, 19
numeri, 18 numeri. Sono tanti soldi».

 

Conclude Basilico: «La schedina fu pagata in contanti. Me li portò Barbara in una
borsa. Poi mi ricordo che la domenica mattina (cioè il giorno successivo alla giocata,
ndr) vennero Gaucci e Tulliani. Quando seppe della vincita, lui mi disse: "Sono
stato tutta la sera in ansia"».

 

 

 [26-08-2010]

 

 

Tullianos? A giudicare dalle dichiarazioni dei redditi 2005, meglio chiamarli Nullianos – Ely e family dichiaravano nulla o quasi. Imponibili ai limiti della sussistenza – feltri: “quei 20 milioni di patrimonio come si giustificano se non con un miracolo? Ho scritto miracolo, non reato”…

 

Stefano Vladovich - Andrea Cuomo
per Il Giornale

Tullianos? A giudicare dalle dichiarazioni dei redditi di qualche anno fa, meglio chiamarli Nullianos. I componenti di una delle famiglie più introdotte della capitale nel 2005 dichiaravano nulla o quasi. Imponibili che di certo non possono far pensare al loro patrimonio attuale.

 

E non tutto può essere spiegato solo con la Fortuna con la F maiuscola, come l'avrebbe definita Eduardo De Filippo: la vincita miliardaria (in lire) al Superenalotto o ottenuta nel 1998 da Elisabetta Tulliani e dall'allora fidanzato Luciano Gaucci, che poi, inquisito per bancarotta fraudolenta, proprio nel 2005 sarebbe fuggito nella Repubblica Dominicana intestando a Elisabetta, dice lui, molti immobili.

 

Gaucci negli atti al Tribunale di Perugia, elenca tutti i beni che vorrebbe indietro dalla bionda avvocato: un attico in via Sardegna al centro di Roma di fatto sede della società Wind Rose, cinque appartamenti di varie metrature in via Conforti a Valcannuta alla periferia Nord-Ovest di Roma, con corredo di soffitte, box e posti-auto vari, un terreno con fabbricati di 2,3 ettari a Capranica Prenestina, nei dintorni di Roma, e un terreno ulivetato di 2,5 ettari a Casaprota (Rieti), quadri di autori famosi, quote societarie di società calcistiche, cinque automobili del valore complessivo di 500 milioni delle vecchie lire, gioielli e preziosi per almeno un miliardo sempre di lire.

Roba da ricchi. Anzi, da ricchissimi. Roba che un contribuente medio potrebbe solo sognare. E certo non in linea con i dati che emergono dalla dichiarazione dei redditi del 2005, che il ministro prodiano Vincenzo Visco, negli ultimi giorni del suo mandato, il 30 aprile 2008, si divertì a mettere online sul sito dell'Agenzia delle Entrate.

 

Un atto di trasparenza durato solo poche ore, prima che le proteste (dei benestanti, naturalmente) costringessero il ministro che faceva rima con Fisco a fare retromarcia. Quei file sono però stati conservati da qualche inguaribile curiosone e abbiamo potuto spulciarli. In particolare quello relativo alla città di Roma.

E in particolare alla lettera T: quella di Tulliani Elisabetta, nata il 16 maggio 1972, che quell'anno denunciava con modello Unico persone fisiche un reddito imponibile di appena 6.434 euro guadagnati prevalentemente con un lavoro autonomo (codice RE) che la fredda burocrazia fiscale classifica con il codice 92200: vale a dire attività radiotelevisive. L'imposta è di 1.474 euro.

 

A questi miseri introiti la giovane Tulliani assommava un reddito d'impresa di 27.564 euro sul quale pagò un'imposta di 10.616 euro. Per un totale, calcolatrice alla mano, di 34mila euro di imponibile complessivo e di 12.090 di tasse pagate. Né i familiari di Betty - all'epoca già ex di Gaucci, ma non ancora fidanzata di Fini, alle prese ancora con il divorzio da Daniela Di Sotto - stavano molto meglio: il papà Tulliani Sergio (nato il 25 aprile 1943), già impiegato di medio livello dell'Enel, dichiarava nel 2005 un imponibile di 26.256 euro da lavoro dipendente (codice RC), cifra sulla quale pagava 6.007 euro, senza altri redditi d'impresa o affari.

 

Ma il caso più clamoroso è quello della mamma di Elisabetta e moglie di Sergio: la signora Frau Francesca, nata il 19 dicembre 1947 e da sempre casalinga, che inanella una serie di zeri. Niente di sorprendente per una massaia. Sorprende semmai che la donna si trasformi nel giro di poco tempo nell'arrembante titolare di una società di produzione televisiva, la Absolute television media (At Media), capace di farsi assegnare uno spazio nel contenitore Festa Italiana sull'ammiraglia della tv di Stato, Rai Uno.

 

Dimenticabili i contenuti, non certo il prezzo pagato da mamma Rai: 1,4 milioni di euro. All'appello manca solo il rampollo dei Tullianos (o Nullianos?): il fratello di Elisabetta, Giancarlo, che non compare nell'elenco dei contribuenti. Proprio lui, ben noto in viale Mazzini e in boulevard Princesse Charlotte, ma nel 2005 non al fisco, almeno a quello di Roma, sua città. [26-08-2010]

 

 

URSO SUL LASTRICATO (SOLARE) – IL TIPINO FINO CHE HA ACQUISTATO nel 2009 per 3 milioni di euro, con tanto di accensione di doppio mutuo da 2,4 milioni, 9.000 euro MENSILI, Ultima rata a 93 anni, MINACCIA QUERELA A DAGOSPIA, REA DI AVER SPIFFERATO DE CHE? DI AVER SPIFFERATO CHE LA PROCURA DI ROMA è INTERESSATO A SENTIRLO SULLA CASA…

Fosca Bincher per Libero

Aveva appena finito ieri di comunicare alle agenzie la sua difesa sulla casa abitata a Montecarlo da Giancarlo Tulliani, che Adolfo Urso, viceministro dello Sviluppo Economico con delega al commercio estero, ha dovuto di corsa occuparsi di casa sua. Non è a Montecarlo, ma non è affatto da buttare via: un quinto piano intero fra piazza e ponte Cavour, uno dei luoghi più ambiti di Roma.

 

Diviso fra Urso e il figlio Dario dopo l'acquisto nel 2009 per 3 milioni di euro, con tanto di accensione di doppio mutuo da 2,4 milioni di euro presso lo sportello del Banco di Napoli alla Camera dei deputati. Secondo il sito Internet Dagospia di Roberto D'Agostino il contratto casa di Urso sarebbe stato rivoltato come un calzino dalla Guardia di Finanza, dopo avere appreso che altre agenzie immobiliari offrivano appartamenti nello stesso palazzo a prezzi decisamente superiori (3,7 milioni di euro oggi per appartamento analogo).

Acquisito anche un contratto del 30 aprile 2010 di utilizzo gratuito del lastricato solare in cima al palazzo (si chiama così, ma è semplicemente un terrazzo con vista mozzafiato sul Tevere e su Roma). Secondo Dagospia "il demiurgo di Fare Futuro sarà gentile ospite della Procura a Roma per fornire alcune delucidazioni riguardo la vicenda legata all'acquisto del suo prestigioso attico a ponte Cavour. La convocazione è prevista per i primi giorni di settembre nell'ambito di un filone d'inchiesta sulle case dei potenti".


Il caso del supermutuo di Urso era stato sollevato proprio da Libero all'interno di un'inchiesta sulle case dei potenti a Roma. Quei 2,4 milioni di euro di debito trentennale estensibili a 40 anni rappresentavano un record assoluto anche fra i potenti. Pagare quelle rate perfino con lo stipendio da viceministro e da deputato è un problema non indifferente: non restano nemmeno i soldi per mangiare.

Poterle pagare fino all'età di 93 anni attesta poi una fiducia del sistema bancario italiano sulle condizioni di salute dei politici italiani davvero invidiabile: a qualsiasi altro dipendente pubblico e privato non sarebbe concesso. Quando Libero fece l'inchiesta chiese alle principali banche italiane (attraverso mutui on line) di fare una proposta di finanziamento per quell'acquisto, trovando molte porte sbarrate.

Dichiarando la stessa età del viceministro Urso (53 anni), il primo problema è stato trovare chi finanziasse un acquisto così rilevante. Dissero no 8 banche su 14. Le altre sei hanno bocciato la durata del mutuo: per avere l'ammortamento in 30 anni era richiesta un'età massima di 45 anni. Uniche proposte arrivate: rimborso in 20 anni con rate fra 11 e 12 mila euro al mese. Circa il doppio dell'indennità parlamentare ufficialmente dichiarata.

Lo stesso Urso spiegò a Libero, protestando per la pubblicazione della notizia («Ma come? Io seguo la linea di Fedele Confalonieri e facendo il viceministro ho comprato casa con un regolare mutuo, come chiede lui, e proprio sulla mia casa venite ad indagare? »), come andò l'acquisto di quel bell'appartamento: «Ho cercato casa a lungo, e poi ho trovato quella che mi piaceva, sia per me che per uno dei miei figli. Una è il doppio dell'altra. Zona prestigiosa, certo. Quarto piano, ma non è un attico: affaccio sull'interno. Non dico che è brutta, l'ho comprata perché mi piaceva: ma penso di avere pagato il prezzo giusto: circa due milioni per una, circa un milione per l'altra. Nel 2009 dopo il boom del mercato immobiliare, i prezzi hanno iniziato a scendere un po'».

«TUTTO TRASPARENTE»
E il mutuo? «Tutto trasparente. Finanziato l'80 per cento del valore dell'immobile. Contratto trentennale a tasso variabile, ho anche l'accordo per estenderlo a 40 anni! Pago 5.600 euro al mese per la mia casa e 2.800 euro al mese per quella di mio figlio». Urso scherzò su anche sul peso di quelle rate: «Certo senza lo stipendio da parlamentare e l'indennità da viceministro avrei qualche difficoltà a pagare le rate. Ma io ho fatto una scommessa sulla durata lunga del governo di Silvio Berlusconi, e anche il mio mutuo è lì a testimoniarlo. Il governo durerà, quindi io non corro davvero alcun tipo di rischio».

Analisi forse affrettata, ma alla vigilia dell'estate gli eventi nel PdL non erano ancora precipitati. Ora davanti al magistrato Urso più che di politica dovrà parlare di contratti immobiliari.

I PUNTI
LA CONVOCAZIONE
Secondo Dagospia, nei primi giorni di settembre, nell'ambito di un filone d'inchiesta sulle case dei potenti, la procura diRomaha convocato il viceministro allo Sviluppo Economico Adolfo Urso.

IL PRESTITO
L'attico a ponte Cavour di Urso sembrerebbe acquistato ad un prezzo inferiore a quello di mercato dalla immobiliare Refin. Per la Guardia di Finanza, il viceministro ha acceso un mutuo da due milioni e mezzo.

IL TERRAZZO Urso, inoltre, si è visto assegnare un vasto terrazzo di circa 500 metri quadri con vista su Roma. Nell'atto il terrazzo verrebbe descritto come "lastrico solare".

 

 

[20-08-2010]

 

Dall’etica all’estetica, È iniziata l’operazione santificazione di Fini su gran parte della stampa - Una manovra lenta, in grado di consentire la soluzione al giallo di Montecarlo: fare spuntare un finanziere che si intesti l’intera operazione dell’appartamento off-shore e spieghi il premio finale concesso al ‘cognato’ di Fini - Non esiste un comune diritto alla privacy quando si vive con il presidente della Camera…

Franco Bechis per Libero

 

Luciano Gaucci è un poco di buono. L'ex dipendente del mobilificio un testimone prezzolato. L'ambasciatore italiano a Montecarlo un pettegolone. Il vicino di casa a Montecarlo di Giancarlo Tulliani uno con la fantasia spinta. L'eredità Colleoni finita a beneficiare non un partito, ma la famiglia del presidente della Camera? Un fatto privato. Che non dovrebbe interessare la stampa.

È iniziata da qualche giorno l'operazione santificazione di Gianfranco Fini su gran parte della stampa italiana. Dall'inizio, con qualche breve tentennamento, si è schierata a difesa dell'ex leader di An Repubblica, che si è sperticata in lodi sulla non-spiegazione in otto punti fornita da Fini.

 

Da qualche giorno anche il Corriere traballa e martedì scorso ha bollato con una delle sue principali firme, Aldo Cazzullo, il "cattivo gusto" delle rivelazioni e dei "veleni" sulla casa di Montecarlo. Da una questione "etica" si è passati a derubricare il fatto come una questione "estetica".

Il Riformista di ieri già preconizzava una fine simile a quella del caso Dino Boffo: tante scuse all'accusato e scoop con le polveri bagnate. Travaglio ironizzava su "la provola fumante" che dovrebbe incastrare Fini. Insomma, è iniziata l'operazione per riportare Fini sull'altare e gettare i giornalisti nella polvere così da ripulire il palco della festa di Mirabello per il rientro attivo alla politica del presidente della Camera.

Una manovra lenta, in grado di consentire- secondo autorevoli indiscrezioni raccolte da Libero- la soluzione al giallo di Montecarlo: fare spuntare un finanziere che si intesti l'intera operazione dell'appartamento off-shore e spieghi il premio finale concesso al cognato di Fini.

Quello di Montecarlo probabilmente non sarà il delitto del secolo. Ma come ha sostenuto a Capalbio un politico di altro schieramento come l'ex pm Luigi De Magistris «se uno fa della legalità una bandiera, bisogna che renda conto più di altri dei suoi comportamenti privati».

 

Avere girato alla famiglia un bene del partito facendogli fare pure un doppio giro nei paradisi fiscali, non è questione privata, e nemmeno solo degli iscritti di An. Un qualsiasi amministratore di una società per azioni con quell'operazione avrebbe violato codice civile, leggi fiscali e codice penale.

Perfino quel che Fini ha candidamente ammesso nella sua difesa in otto punti non è consentito dalla legge: tornare a casa, discutere in famiglia di come vendere i beni di un partito, fare scegliere al cognato l'acquirente. Si può fare con i beni personali, non con quelli di un soggetto diverso con tanto di personalità giuridica, codice fiscale e bilanci.

Poi, certo, c'è una gravità diversa in ogni fatto. Il racconto - non smentito da nessuno dei protagonisti - pubblicato da Libero sulla convocazione fatta da Fini del dirigente Rai, Guido Paglia, il 18 novembre 2008 intimandogli di garantire appalti e commesse al cognato configura comportamenti etici e possibili violazioni del codice penale assai più gravi: dall'abuso dei poteri fino a sfiorare la concussione.

 

Con buona pace di tutti, dunque il caso non è chiuso. E a dire il vero avrebbe dovuto chiudersi settimane fa con semplici risposte alle domande su Montecarlo e sull'intero patrimonio dei Tulliani. Basterebbe rispondere non solo sulle società offshore, ma anche su tutti gli altri beni di famiglia.

 

La querelle con Gaucci è risolvibile. Quando si vince al Lotto la somma vinta viene bonificata sul conto corrente dell'intestatario della schedina. Quando si compra casa il venditore tratta con l'acquirente e riceve il dovuto con un bonifico da un conto corrente. Quando si compra una Ferrari è facile mostrare a chi è intestata, come si è pagata e con fondi di quale provenienza.

 

Tutti documenti che ora chiederà il fisco e che dovranno essere acquisiti dagli uffici giudiziari. Non esiste un comune diritto alla privacy quando si vive con il presidente della Camera. Ed è un po' triste fare luce su questi misteri subendo fisco e pm, senza nemmeno uno scatto di orgoglio e dignità. Ma così ha scelto Fini.

 

 

[20-08-2010]

 

 

 


Ora anche il Corriere ci crede. "Inchiesta sulle case date da Gaucci alla Tulliani. Perugia: il pm procede dopo un articolo di "Panorama". Spuntano altri due immobili comprati a luglio" (p.10). Con un mesetto di ritardo, l'Espresso si dedica alla vicenda monegasca dei Tullianos e un sobrio editoriale del neo-direttore Bruno Manfellotto pone un po' di sacrosante domande a Gianmenefrego Fini. Era ora: un direttore che scrive.
Così, oggi succede che il Giornale possa godersi i santa pace i suoi successi e battezzare certa Silvia Battazza, moglie di Fabrizio Alfano: "Ecco come la Rai ha assunto la moglie del portavoce di Fini" (p.5). Bella storia. 20-08-10

 

FERMI TUTTI! - La procura di Perugia ha avviato un’inchiesta sul patrimonio di Elisabetta - Tulliani - Nel capoluogo umbro, secondo Panorama, è stato aperto un fascicolo - ‘modello 45’, cioè quello che contiene notizie che potrebbero tramutarsi in - ipotesi di reato, con conseguentI iscrizioni sul registro degli indagati…

Comunicato

 

La procura di Perugia ha appena avviato un'inchiesta sul patrimonio di Elisabetta
Tulliani, la compagna del presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini. Ne
dà notizia il settimanale Panorama, in un articolo sul numero in edicola da domani,
venerdì 20 agosto.

Nel capoluogo umbro, secondo Panorama, è stato aperto un fascicolo «modello 45», cioè quello che contiene notizie che potrebbero tramutarsi in ipotesi di reato, con conseguentI iscrizioni sul registro degli indagati.

Alla base dell'iniziativa giudiziaria sono le dichiarazioni rilasciate da Luciano Gaucci, ex proprietario del Perugia Calcio (per il cui fallimento era finito sotto processo con l'accusa di bancarotta fraudolenta), e che dal 1997 al 2004 è stato legato a Elisabetta Tulliani. Gaucci sostiene che molti dei beni appartenenti alla ex compagna le furono «intestati fiduciariamente».

 

E proprio a Panorama il 12 agosto aveva dichiarato: «Se la procura di Perugia ritiene illecito il mio patrimonio e lo ha sequestrato, perché non fa la stessa cosa anche con i beni che ho affidato alla mia ex compagna? O, almeno, perché non le chiede di dimostrare l'origine della sua ricchezza». 

Il procuratore facente funzioni di Perugia, Giuliano Mignini, ha incaricato ilsostituto procuratore Antonella Duchini di lavorare sul fascicolo relativo al patrimoniodi Elisabetta Tulliani. Il pubblico ministero Duchini è lo stesso che si è occupato del procedimento sulla bancarotta fraudolenta attribuita a Luciano Gaucci per fallimento del suo Perugia Calcio. Lo rivela il settimanale Panorama, nell'articolo sul numeroin edicola da domani, venerdì 20 agosto. Le possibili ipotesi di reato per la vicenda Tulliani vanno dal concorso in bancarotta fraudolenta alla ricettazione. «Bisognerà vedere le carte» ha dichiarato il pma Panorama. 

 

 

[19-08-2010]

 

 

1- DIMENTICATE I CALTAGIRONE, I TOTI, I LIGRESTI. LASCIATE PERDERE I PALAZZINARI RIMPANNUCCIATI ALLA RICUCCI O ALLA DANILO COPPOLA. LE VERE STELLE DEL MATTONE DE NOANTRI, I DONALD TRUMP ALL’AMATRICIANA, ALLA FACCIA DELLE BOLLE IMMOBILIARI, SONO LORO, GLI INARRESTABILI ELISABETTA & GIANCARLO DELLA TULLIANI REAL ESTATE - 2- SBIRCIANDO LE VISURE CATASTALI – FATTI, NON CHIACCHIERE - SI EVINCE CHE APPENA DUE SETTIMANE PRIMA DELLO SCOOP SUL QUARTIERINO MONEGASCO DE “IL GIORNALE”, LE PROPRIETÀ IMMOBILIARI DI E.T. E DEL FRATELLINO “ELISABETTO” HANNO RICEVUTO UNA NUOVA E COPIOSA “ENTRATA” DI VANI, GARAGE, SOFFITTE. ADDIRITTURA UN VILLINO…

DAGOREPORT
Dimenticate i Caltagirone, i Toti, i Ligresti. Lasciate perdere quei palazzinari rimpannucciati alla Ricucci o alla Danilo Coppola. Le vere stelle del mattone, alla faccia delle bolle immobiliare, sono loro, l'inarrestabile Tulliani Real Estate di Elisabetta & Giancarlo.

 

Infilando il nasino nelle visure catastali - non chiacchiere ma fatti - si evince che appena due settimane prima dello scoop de "Il Giornale" (29 luglio by GianMarco Chiocci) sul quartierino monegasco, le proprietà immobiliari di E.T. e del fratellino "Elisabetto" hanno ricevuto una nuova e copiosa "entrata" di vani, garage, soffitte. Addirittura un villino...

 

Siamo sempre dalle parti della via Aurelia, dopo l'Hotel Ergife, a uno schioppo dal raccordo anulare, direzione Fregane, in quella zona detta Val Cannuta. Fermata autobus 889, grigiore piccolo borghese con ambizioni sociali ma non estetiche. Ora rallegrata da telecamere e security che fermano tutti. Ivi Los Tullianos hanno fondato il loro impero del mattone.

All'indirizzo di via Raffaele Conforti 52, al quinto piano della scala D, ci sono i 4 appartamenti di Elisabetta Tulliani. Due case sono state acquistate e poi unite in matrimonio nell'anno di grazia 1998, per un totale di 11 stanze. Un altro appartamento è sopraggiunto nel 2009 e registra 4 vani e mezzo. L'ultimo viene acquistato il 14 luglio 2010, 4 vani e mezzo, rogito del notaio Alberto Politi. Risultato finale: 20 stanze, sei garage, quattro soffitte.

Per arrivare all'appartamento di Giancarlo Tulliani occorre scovare la scala C. Ecco 4 stanze e mezzo, una soffitta, un garage, un posto auto. Ma per il vispo "Pomata", altro nomignolo dei tempi gaucciani della Viterbese calcio, arriva un'altra bella sorpresa dalla Provvidenza del mattone: sempre in via Raffaele Conforti ma al numero 70/80, il "cognato" ha comprato il 2 luglio 2010, con atto registrato il 26, un bel villino di 3 piani più un seminterrato.

E così, davanti al notaio Clara Santacroce (la stessa che aveva rogitato, nel 1998, l'acquisto delle prime case di Elisabetta: via Sardegna 22 e due appartamenti in via Conforti 52), il mitologico Giancarlino compra la bellezza di 9 stanze su 4 piani (terra, primo, secondo, seminterrato).

A vendere sono i coniugi Angelo Marcucci e Roberta Tiberi. Sempre loro, lo stesso giorno, vendono al "Pomata" un mega-garage sotto il villino, 59 metri quadri (sic), per ben ricoverare la sua Ferrari 458. Prezzo dell'immobile: sconosciuto. Ma a occhio e croce siamo tra il milione e mezzo e i due milioni di euro. (C'è in vendita, lì vicino, una villa un po' più grande, su 5 piani, a 2,5 milioni)

Ely, Giancarlo, sono a posto, un tetto per dormire non manca. E i genitori, che hanno fatto tanto per loro, anche inventandosi format per la Rai, niente? Tranquilli, basta salire la scala C, la stessa di Giancarlo, e al quarto piani, sullo stesso pianerottolo, ci sono le tre stanzette (dotate di soffitta al sesto piano) che i coniugi hanno comprato da Gaucci nel 2002. Girato l'angolo di via Conforti, in via Roberto Ago 22, brilla un altro appartamento al 7 piano, 6 vani e mezzo, con soffitta e garage.

 

Ancora: in via di Val Cannuta angolo via Conforti 5: Sergio e Francesca Tulliani godono di un appartamento con 3 stanze e un deposito.


RIEPILOGANDO ELISABETTA REAL ESTATE:
- 6.11.98 B. compra dalla società Valbo 2 appartamenti in via Conforti 52 piano 5 Interno 21 scala D edificio B, che vengono poi unificati nel 2004 (11 vani).

- 31.07.01 Betta nostra compra da Valbo 4 garage in via Conforti 52 (piano T interni 15 e 16 scala CD edificio B + piano S1 interni 4 e 5) e 2 soffitte piano 6, interno 6 e 7, scala D edificio B

 

- 7.04.09 Betta compra 4,5 vani in via Conforti snc, piano 5 interno 20 scala D edificio B +
garage via Conforti snc, piano T, interno 13, scala D, edificio B + soffitta 5 mq via Conforti snc, piano 6, interno 20, scala D, edificio B

- 14.07.10 Betta compra 4,5 vani in v. Conforti, piano 5 interno 23 scala D edificio B + garage e soffitta

Totale: 4 appartamenti alla scala D edificio B, 6 garage, 4 soffitte


RIEPILOGANDO GIANCARLO REAL ESTATE:
- 31.07.01 Giancarlo acquista da Valbo 4,5 vani in via Conforti snc piano 4, interno 18, scala C edificio B + deposito C/2 in via Conforti snc, piano 6, interno 16, scala C edificio B
+ 1 garage in via Conforti snc, piano S1, interno 6, scalda CD edificio B
+ altro garage via Conforti snc, piano T, interno 24, scala CD edificio B

 

- 2.07.10 acquista villino di 9 stanze + garage di 59 mq in via Raffaele Conforti 80
Totale: 1 appartamento alla scala C, 2 garage e 1 soffitta al numero 52 edificio B, + villino e garage al numero 80

 

 

[19-08-2010]

 

 

il fisco sarebbe pronto a verificare la posizione di ’elisabetto’ - la dichiarazione dei redditi dei tulliani ammontava, quattro anni fa, a trentamila euro. Cosa è accaduto nel frattempo? è mai possibile che tutto questo ben di dio sia l’effetto della supervincita (anch’essa ancora avvolta da non poche ombre) al Superenalotto? - Un grande boh avvolge la famiglia Tulliani, le cui storie appassionano come la saga dei Forrester, in una Beautiful cacio e pepe...

Gianluigi Paragone per Libero

 

La notizia beccata dal bravo Claudio Antonelli è il tassello mancante del mosaico: l'Agenzia delle Entrate sarebbe pronta a verificare la posizione di Giancarlo Tulliani, il cognato di Fini. I tempi non saranno veloci ma finalmente avremo una parola chiara su come questo rampante ragazzino sia arrivato a toccare importanti status symbol. Una Ferrari da stropicciarsi gli occhi (pare pure in tempi rapidi), una casa in affitto a Montecarlo (ma ad un canone che vorrebbero pagare in tanti), importanti entrature nel mondo del lavoro.

 

Un ragazzo d'oro, insomma. Uno a cui le porte si aprono che è... un piacere. Nulla di male quando il successo arriva dopo un percorso professionale graduale o per meriti che al giudizio di tutti o di molti paiono indiscutibili. Il problema del Tullianino è che alla bella vita c'è arrivato non si sa bene come. Lungi da noi voler affrettare sentenze, per carità.

Quello che non torna è la tempistica: è mai possibile che tutto questo ben di dio sia l'effetto della supervincita (anch'essa ancora avvolta da non poche ombre) al Superenalotto? Un grande boh avvolge la famiglia Tulliani, le cui storie appassionano come la saga dei Forrester, in una Beautiful cacio e pepe.

Questa famiglia è da anni al centro dei media: catapultati prima nel mondo del calcio grazie a Gaucci, poi schizzati nelle alte sfere della politica grazie all'innamoramento di Elisabetta con l'allora leader di Alleanza Nazionale. Sotto i riflettori sempre lei, anagramma facile facile di Eli: reginetta per burla del re Gaucci, presa in giro da quei bischeri di Striscia la Notizia e di Blob. Già allora si sfiorò l'affare di Stato.

 

Ora invece, nell'affare di Stato, ci siamo dentro che è una bellezza. Poco o nulla si sa con certezza, se non che - come aveva documentato Franco Bechis su Libero e mai smentito - la dichiarazione dei redditi di lorsignori ammontava, quattro anni fa, a trentamila euro. Cosa è accaduto nel frattempo? Non è dato saperlo. Stanno parlando tutti: colonnelli di partito, tesorieri, negozianti di mobili, impresari edili. Aggiungerebbe Totò: autisti, fuochisti, macchinisti, scambisti, lampisti, gente di fatica (beh, quella no...).

Hanno parlato persino Gaucci e Sgarbi. Stanno parlando tutti ma i Forrester de noantri no. Il Tullianino è scappato perché stressato dai giornalisti: meglio che non parli, dicono gli amici, perché se parla... Il padre idem: bocca cucita se non per comunicare che il figlioletto non è quel fighetta dipinto da giornali cacadubbi e di regime. La madre, boh: non un chiarimento sulle voci di società di produzioni tivù.

La figlia, cioé Elisabetta-compagna- di-Fini-ex-di-Gaucci, boh al cubo visto che nemmeno da lei uno straccio di spiegazione circa quanto sta emergendo è mai pervenuta. Vorrà dire che qualcosa in più magari ce lo dirà il Fisco. Almeno sul cognato.

 

A meno che Gianfranco Fini - se non la smettesse di cadere prima dal pattino poi dalle scale - non ci dica per filo e per segno cosa diavolo è accaduto negli ultimi anni. Domande. Risposte. Nulla di più. Non è Fini il difensore della libertà di stampa? Non è sempre lui a rimarcare l'importanza della trasparenza in politica? Converrà, il presidente, che un comunicato stampa è un po' pochino per mettere a tacere le stranezze emerse in una storia fatta di auto di lusso, di casa a Montecarlo, di società create in paradisi fiscali, di strani passaggi di mano e di date ballerine.

 

Basterebbe poco a Fini per scrollarsi di dosso sospetti e illazioni: ci dica cosa è accaduto sotto quel tetto che egli ben conosce. O almeno se lo faccia raccontare. Ci dica com'è stato possibile zompare da 30mila euro di reddito alla bella vita. Parli, mannaggia. Basterebbe poco, basterebbe la pazienza di ascoltare le domande e fornire delle risposte. E se le risposte non chiarissero un tubo, dovrà perdonarci se insisteremo. Deve solo armarsi di santa pazienza. E umiltà.

Qualità di cui il presidente della Camera sembra essere assai sprovvisto. Quando i politici cominciano a camminare a un palmo da terra, quando s'atteggiano a principini, e soprattutto quando disprezzano ciò che il popolo ha il diritto di sapere, è l'inizio della fine. Fini dovrebbe ben ricordare cosa accadde a certi figurini della Prima repubblica.

Nel suo buen retiro ad Ansedonia Fini non avrà potuto ascoltare la voce ferragostana della gente sotto l'ombrellone. Glielo riferiamo noi. Di fronte alla foto del Tullianino in Ferrari il commento più gettonato era questo: «Ma come ha fatto? I Berlusconi i soldi li hanno sempre avuti, ma questi? ». La gente - si sa - fa domande stupide. Però ogni tanto la voce del popolo è bene ascoltarla. Tanto, quando non si ha nulla da temere che paura si ha? Giusto presidente Fini?

 

 

[18-08-2010]

 

 

MONACO’, BEL SOL D’AMORE -&#8232;’Il Giornale’ non si distrae con i morti e picchia i vivi: "La casa dei Fini. "Che confusione per Fini qui a Natale.." - Spunta l’ennesimo testimone di una visita del presidente della Camera all’appartamento monegasco del cognato. E’ l’ingegner Mereto, da 25 anni nel Principato e con ufficio nel palazzo: "Per lui grande spiegamento di polizia"....

Guido Mattioni per Il Giornale

 

Gratta gratta, anche in questo strano «non luogo» chiamato Montecarlo, dove la regola ferrea del mutismo di fronte a qualsivoglia domanda fa sembrare perfino la Sicilia una terra di loquacissimi testimoni volontari, si viene a sapere prima o poi qualcosa.

In questo caso è una conferma in più, rispetto alle prove già raccolte e pubblicate nelle settimane scorse dal Giornale, del fatto che il presidente della Camera Gianfranco Fini non può «non conoscere» l'identità del vero proprietario dell'appartamento al civico 14 di Boulevard Princesse Charlotte.

 

Non può perché in quella casa e in quell'appartamento lui c'è stato. E nel quartiere lo hanno visto in molti, anche se quasi tutti quei molti adesso non lo dicono.

«Ovviamente vado a memoria sulla data, direi il dicembre scorso, sotto Natale», racconta l'ingegner Giorgio Mereto, un genovese residente da 25 anni nel Principato e titolare della Mgm Marine Gasoil, società di trading petrolifero che ha i propri uffici nella stessa villona giallognola in stile anni Venti.

«Ricordo però bene l'episodio perché quel giorno, da un momento all'altro, si era scatenata una gran confusione fuori dal palazzo, in strada, e subito dopo fin dentro, nell'androne e sulle scale, con un notevole spiegamento della polizia monegasca a sirene accese».

Sia per regolare il traffico, sia per scortare un illustre ospite italiano. Era Gianfranco Fini. «Lo accompagnava quella bella signora bionda, con i capelli mossi, che si vede sui giornali (Elisabetta Tulliani, ndr). Io, come altri coinquilini, gli ho anche fatto un cenno di saluto, ma non gli ho parlato», dice l'imprenditore. Poi, a sirene finalmente spente, la cosa era finita lì.

 

Sirene che si sarebbero però riaccese davanti al civico 14 soltanto qualche giorno fa. Quando altri gendarmi del principe Alberto hanno fatto da premuroso usbergo a Giancarlo Tulliani, il cognatino (o per dirla alla francese il quasi beau frère di Fini) in occasione del suo precipitoso e forse temporaneo addio al quartierino monegasco. «"Fermo, dove va?", pensi che hanno fermato anche me che lavoro in questo stabile da un quarto di secolo», se la ride l'imprenditore italiano.

Comunque, tra gli abitanti del Palais Milton, quell'improvvisa apparizione natalizia del fondatore di An non aveva destato gran sorpresa. Tutti sapevano già, infatti, che l'appartamento di hall, deux pieces, servizi, cucina e balcone per complessivi almeno 70 metri quadri, era stato lasciato in eredità agli ex camerati della Fiamma tricolore dalla pasionaria missina Anna Maria Colleoni.

Ed erano state dieci anni fa proprio le proteste di molti inquilini, per via dello stato di abbandono dell'appartamento (lasciato andare e con le persiane ormai avvolte dall'edera fin quasi al piano superiore), proteste raccolte dall'amministratore dello stabile Michel Dotta, a provocare l'arrivo a Montecarlo dell'onorevole Donato Lamorte in rappresentanza di An, la nuova proprietà. «Questa circostanza la ricordo bene per via del cognome, uno di quelli che non si dimenticano, ma anche per la vistosa gestualità del parlamentare, forse ben più difficile da scordare», rievoca Mereto.

 

Lamorte aveva insomma placato gli animi, annunciando interventi di manutenzione tempestivi e diffondendo al tempo stesso la voce che se qualcuno fosse stato intenzionato ad acquistare... beh, che si facesse avanti. «Io ci avevo fatto un pensiero. Del resto ho ufficio qui e poteva essere interessante. Poi però avevo rinunciato».

E se l'ingegnere non ricorda quale fosse all'epoca la valutazione di mercato, ha idee ben chiare dove potrebbe essere schizzato oggi il prezzo in questa zona centrale del Principato, pur se senza vista mare: ovvero verso i 30mila euro al metro quadro. Che porterebbero la valutazione dell'appartamento - pagato dalla Printemps Limited la risibile miseria di 300mila euro - a 2,4 milioni in valuta europea.

Fatto è che il real estate monegasco è stato stravolto, con una crescita delle quotazioni del 30% in tre anni, in seguito all'arrivo a Montecarlo di orde di ricconi russi con adolescenti dalla coscia chilometrica al seguito (si riconoscono in base alla regola del 20: i ricconi sono vent'anni più vecchi, le gnocche venti centimetri più alte). «Di fatto non c'è immobile che possa resistergli. Arrivano con le valigie piene di soldi e se vogliono qualcosa se la comprano. A qualunque prezzo», dice Mereto.

 

Intanto, la processione degli italiani in vacanza sta portando altro ossigeno alle casse del Principato. È il turismo della curiosità. Arrivano, leggono il nome Tulliani sul citofono, si scattano foto in posa con il cellulare e se ne vanno commentando. Testimoni a modo loro, almeno così credono, della storia. Una gran brutta storia.

 

 

 

[18-08-2010]

 

 

FELTRUSCONI SCODELLA LA FOTOCOPIA DELLA FATTURA RELATIVA AI MOBILI ACQUISTATI DALLA TULLIANI E DA FINI IN UN NEGOZIO DI ROMA, E DESTINATI A ESSERE SPEDITI ALL’ESTERO - 2- “IL FATTO QUOTIDIANO”: ’SE FOSSE VERO, CADREBBE L’ULTIMA LINEA MAGINOT DELLA DIFESA MEDIATICA DI FINI. SECONDO LA VERSIONE DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA, DOPO AVERE AUTORIZZATO LA VENDITA DELLA CASA MONEGASCA DEL PARTITO A UNA SOCIETÀ SEGNALATA DAL COGNATO TULLIANI, FINI SI ERA DISINTERESSATO DELLA QUESTIONE. SOLO “QUALCHE TEMPO DOPO LA VENDITA”, AVEVA SCRITTO FINI NELL’ULTIMO DEGLI OTTO PUNTI DELLA SUA NOTA DIFENSIVA PER I GIORNALI, “HO APPRESO DA ELISABETTA TULLIANI CHE IL FRATELLO GIANCARLO AVEVA IN LOCAZIONE L’APPARTAMENTO. LA MIA SORPRESA ED IL MIO DISAPPUNTO POSSONO ESSERE FACILMENTE INTUITE”. ED È PROPRIO QUESTO “DISAPPUNTO” A ESSERE POCO CONCILIABILE CON LE ULTIME RIVELAZIONI (ANCORA DA VERIFICARE) SULLA CUCINA DI CASA TULLIANI’

 

 

1- FELTRI SCODELLA LA FOTOCOPIA DELLA FATTURA RELATIVA AI MOBILI ACQUISTATI DALLA TULLIANI E DA FINI IN UN NEGOZIO DI ROMA, E DESTINATI A ESSERE SPEDITI ALL'ESTERO
di Vittorio Feltri per Il Giornale

Anzitutto vorrei tranquillizzare gli ultras di Fare Futuro. Non abbiamo derubricato il pasticcio della casa di Montecarlo, tanto è vero che oggi offriamo ai nostri lettori la fotocopia della fattura relativa ai mobili acquistati dalla Tulliani e da Fini in un negozio di Roma, e destinati a essere spediti all'estero. Non bastasse, Il Giornale pubblica interviste a coloro che materialmente hanno venduto la merce alla coppia. Sono testimoni e hanno nomi e cognomi, altro che gente anonima. E così il presidente della Camera, che incautamente ha annunciato querela, costaterà che non abbiamo inventato nulla, a differenza di lui.

 

Se tutto questo significa «derubricare» bisognerà aprire con i finiani anche una polemica di carattere semantico. Ma dopo i servizi odierni, credo ci sia poco da dubitare della solidità dell'inchiesta...

"Neanche Gianfranco Fini, come accade a molti in difficoltà, ha resistito alla tentazione di dire bugie nella speranza di aggirare il problema dell'appartamento di Montecarlo. Ma non gli è andata bene: ha smarronato. Nelle sue risposte alle nostre domande ha detto di essersi sorpreso, non senza disappunto, nell'apprendere dalla sua compagna Elisabetta Tulliani che l'alloggio fosse finito nella disponibilità del fratello di lei, Giancarlo.

 

In altri termini, egli ha voluto farci intendere di non sapere nulla dell'immobile in questione, eccetto la vendita a una società. Non è vero. Lo abbiamo scoperto svolgendo una piccola indagine che ha dato i seguenti risultati. Il presidente della Camera ha personalmente arredato, con l'aiuto della compagna Tulliani, il quartierino, scegliendo e acquistando in un negozio di Roma i mobili, che poi sono stati spediti a Montecarlo. Abbiamo recuperato la fattura della cucina e di altri arredi, e raccolto la testimonianza dell'uomo che ha trattato l'affare direttamente con la coppia.

Su tutto ciò Il Giornale pubblica un servizio dettagliato in cui si racconta, con tanto di date, come avvenne l'operazione. Conviene leggerlo perché contiene la dimostrazione che Fini non si è affatto disinteressato della casa in questione dopo aver firmato la procura affinché fosse venduta.
Altrimenti non avrebbe contribuito ad arredarla.

 

Non sarà che l'appartamento sia stato ceduto ammobiliato? Impossibile. Dalle carte e dalle dichiarazioni di chi ha condotto la cessione si evince che l'alloggio non solo era vuoto, ma in disordine e bisognoso di ristrutturazione onde renderlo abitabile. Quindi il signor presidente della Camera non ha mai perso di vista il pied-à-terre dal momento in cui ne è stata decisa l'alienazione (a società off shore) fino alla destinazione ultima: la locazione al ‘cognato' Giancarlo.

E dunque ha mentito. Ha mentito nel dirsi sorpreso di come fosse stata gestita la vendita e del fatto che il fratello della sua compagna fosse domiciliato proprio in quell'appartamento nel Principato. In realtà era informatissimo, tant'è che ha partecipato alle rifiniture delle stanze. Più chiaro di così...

 

A questo punto Gianfranco Fini avrebbe l'obbligo di smetterla con la commedia e ammettere d'aver sbagliato. Capita. Ma quando capita e si viene sgamati, meglio alzare bandiera bianca. Continuare con le bugie significa soltanto peggiorare le cose. I finiani poi, che stupidi non sono, dovrebbero rendersi conto che accusare noi di usare dossier (quali?) per scopi politici è ridicolo.

Abbiamo avuto notizia della vicenda da un nostro collaboratore, l'abbiamo accertata, approfondita e pubblicata con abbondanza di documentazione. E il capitolo di oggi chiude la partita. Non c'è più da discutere. Quanto all'invito a dimettersi rivolto a Fini, esso muove non solo e non tanto dal pasticcio immobiliare e famigliare, ma anche da altre considerazioni.

 

Primo. Il presidente della Camera ha tradito la maggioranza che lo ha eletto, boicottandola in ogni modo. Secondo. Si è schierato spesso con l'opposizione sposandone le tesi. Terzo. Approfittando del proprio ruolo istituzionale ha organizzato, a legislatura in corso, un partito e un gruppo diverso da quello di cui egli è espressione.

Insomma, Fini non si è limitato a violare il galateo, ma ha stracciato le regole più elementari d i correttezza democratica. Se a tutto questo aggiungiamo l'ingarbugliata faccenda della casa, con la panzana finale che qui abbiamo svelato, la sua rinuncia alla poltrona più alta di Montecitorio è quantomeno opportuna.

P.S. Italia Futura, associazione vicina a Luca Cordero d i Montezemolo, ieri ha diffuso questa nota: ‘La seconda Repubblica sta affondando tra veleni e dossier, di dubbia provenienza, distribuiti tramite giornali militanti... ‘. Le cose, caro Montezemolo, non stanno così. Non è la seconda Repubblica che rischia di affondare, ma sei tu a rischiare di essere sepolto dalle stupidaggini di Italia Futura".

2 - FAREFUTURO: "FELTRI USA IL METODO-BOFFO"
Il Fatto Quotidiano - "Leggetevi bene l'editoriale di oggi di Feltri: è un passaggio importante. Ma non per l'ennesima "rivelazione" sui 50 metri quadri di Montecarlo, quanto per il senso complessivo della riflessione del direttore del Giornale. Che è, in sostanza, una "sterzata". Insomma la vera notizia è che Feltri smentisce se stesso. E mentre lo "scandalo" monegasco viene derubricato a "questione di galateo", i riflettori del Giornale tornano ad accendersi sullo scandalo vero, sul peccato originale di Fini e dei finiani, sul vero cuore della questione: "la colpa del dissenso".

Così Ffwebmagazine, di Farefuturo, commenta l'editoriale del direttore del Giornale, in cui vengono elencati i "tre punti" per cui Fini dovrebbe dimettersi (aver tradito la maggioranza, aver dialogato con l'opposizione e aver creato gruppi autonomi: nessun riferimento alle vicende monegasche, insomma). E così, secondo Ffwebmagazine "ritornano i toni e i contenuti dell'ormai famoso documento di espulsione: colpirne uno per educarne cento e punire i "traditori". Dunque in un colpo solo Feltri smentisce se stesso, conferma le profezie di Giorgio Stracquadanio (che invocava il "trattamento Boffo" per Fini), e rivela il piano politico su cui si è innestata la sua campagna di killeraggio mediatico".

 

3 - CAMERA A ROMA, DUE CAMERE (CON ANGOLO CUCINA) A MONTECARLO
Antonio Massari e Marco Lillo per Il Fatto Quotidiano

"Non abbiamo portato i mobili a Montecarlo". Questa è in sintesi la posizione di Paolo Spano, l'amministratore della "Castellucci arredamenti". Da ieri il suo è il mobilificio più famoso d'Italia. Qui Fini e la sua Elisabetta avrebbero comprato la cucina del quartierino dello scandalo monegasco. Le sue parole, però, non demoliscono la scena (imbarazzante per la coppia presidenziale) descritta da un ex dipendente del mobilificio a Il Giornale di Paolo Berlusconi.

finiFELTRI - Giornale No B Day Amici Spatuzza - Nonleggerlo

Una scena che, in altri tempi, sarebbe stata perfetta per uno spot elettorale. La terza carica dello Stato entra in questo grande negozio di arredamento un po' kitsch con le sue vetrine blu cobalto che spiccano al tredicesimo chilometro della via Aurelia. "Non ci risultano le cose pubblicate dai giornali e il titolare torna dopo ferragosto", ripete da ieri mattina come un mantra il signor Annibali, trincerato dietro il bancone assaltato dai giornalisti.

 

Solo nel pomeriggio l'amministratore Paolo Spano si fa vivo con una dichiarazione un po' vaga: "Un conto è sostenere che il presidente Fini, o i suoi famigliari, sono stati in passato nostri clienti, un altro è dire che per loro conto abbiamo portato dei mobili a Montecarlo, cosa che non è assolutamente vera". Effettivamente le gole profonde che hanno spifferato la storia ai giornali però non hanno mai detto che la spedizione è stata effettuata da "Castellucci". Dopo l'acquisto - stando ai racconti per ora anonimi e tutti da verificare - i mobili sarebbero stati consegnati a uno spedizioniere, trovato altrove.

 

Più dura la smentita di Gianfranco Fini, affidata a un comunicato del suo portavoce Fabrizio Alfano: "Quanto pubblicato da Il Giornale è l'ennesima dimostrazione di un delirio diffamatorio che ha portato Feltri ad abdicare ai doveri minimi del giornalista. Pur di denigrare il presidente Fini - aggiunge la nota - Feltri propone ricostruzioni fantasiose basate su improbabili racconti di personaggi che si celano dietro l'anonimato. In questo modo la calunnia diventa notizia, e la realtà un dettaglio trascurabile".

 

Dal suo canto, Fini preferisce non curarsi di acquisti, progetti e fatture mentre il quotidiano diretto da Feltri in questo braccio di ferro mediatico, ieri ha annunciato che farà cadere anche l'anonimato. Oggi pubblicherà il nome della gola profonda che ha riferito la scena svoltasi al tredicesimo chilometro dell'Aurelia nella primavera del 2009: nel fracasso delle macchine dei romani che sfrecciano a cento all'ora verso il mare, il presidente della Camera scende dall'automobile con al fianco la giovane compagna bionda. Niente auto blu, il presidente e la third lady parcheggiano nell'area riservata ai clienti una city car scura come se ne vedono a centinaia a Roma.

 

Sono lì per arredare una cucina e non hanno scelto la falegnameria dei vip, come Bertolaso e Scajola che si servivano degli artigiani di Anemone. Gianfranco e Ely preferiscono questo centro di arredamento che non ha nulla di snob e che a Roma nord tutti conoscono per la sua antica tradizione popolare. "Castellucci arredamenti" nei sabati di primavera è pieno di famigliole borghesi in fila davanti alle scrivanie dei consulenti con la consueta tensione che si crea tra la moglie motivatissima e il marito distratto e distrutto da ore di misure, piantine, preventivi e cataloghi.

Le ricostruzioni sull'acquisto del mobilio si arricchiscono di dettagli che profumano di neorealismo: la donna di casa che va più volte da sola al negozio quando bisogna perdere ore a discutere i progetti e a vagliare le marche per poi scegliere quella "più amata dagli italiani". E l'uomo che interviene solo alla fine, quando giunge l'ora delle scelte definitive. E svolge fino in fondo il suo ruolo facendo pesare con una battuta il prezzo un po' alto.

 

Se il quadretto riportato dai testimoni citati (per ora anonimamente) da Il Giornale di Berlusconi è vero, anche Eli e Gianfry si sarebbero sottoposti alla trafila ordinaria delle coppiette romane che mettono su casa. Eppure lo spot positivo del presidente nazionalpopolare si è trasformato nella prova regina sbandierata dal Pdl contro di lui: i mobili - secondo le ricostruzioni riportate dal Giornale - non sarebbero stati destinati a una qualsiasi villetta sul litorale romano ma all'estero, presumibilmente proprio al quartierino di boulevard Princesse Charlotte, nel principato di Monaco.

 

E la differenza non è da poco. Se fosse vero, cadrebbe l'ultima linea Maginot della difesa mediatica di Gianfranco Fini. Secondo la versione del presidente della Camera, dopo avere autorizzato la vendita della casa monegasca del partito a una società segnalata dal cognato Giancarlo Tulliani, Fini si era disinteressato della questione.

 

Solo "qualche tempo dopo la vendita", aveva scritto Fini nell'ultimo degli otto punti della sua nota difensiva per i giornali, "ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite". Ed è proprio questo "disappunto" a essere poco conciliabile con le ultime rivelazioni (ancora da verificare) sulla cucina di casa Tulliani.

 

 

14-08-2010]

 

 

come finivi male se ti opponevi a fini – paolo francia, direttore (in quota An) dei Diritti sportivi Rai dal 1998 al 2004, svela i motivi della sua cacciata: “aver detto no a una richiesta di un contratto quadriennale a 8.45 milioni l’anno per i diritti dei mondiali di sci alla Mp Media Partners, in ottime relazioni con Fini” - le “pressioni” di paglia, “per anni il braccio armato di Fini in Rai. E farne ora un Padre Pio, suvvia...”

 

Paolo Conti per il Coriere della Sera

Dice Daniela Santanchè: chiedete a Paolo Francia direttore (in quota An) dei Diritti sportivi Rai dal 1998 al 2004 e di Rai Sport dal giugno 2002 al novembre 2003, se è vero che venne cacciato dalla Rai per una questione di appalti e per colpa di Gianfranco Fini.

Allora, è vero o no?
«Stiamo ai fatti. Arriva alla Rai una richiesta di un contratto quadriennale a 8.45 milioni l'anno per i diritti dei mondiali di sci. Una cifra enorme. Si trattava della Mp Media Partners (allora di Marco Bogarelli, Rodolfo Hecht, Andrea Locatelli e Andrea Abodi) con ottime relazioni con An e in particolare con Fini. La società però perdeva 1.416 milioni nel 2000, 3.418 nel 2001 e 2.064 nel 2002, ne avrebbe persi 2.938 nel 2003. Di fatto è sull'orlo del fallimento ma con un pesante contratto con la Federazione mondiale dello Sci, sub ceduto fino al 2001 a Mediaset che poi aveva rinunciato per la caduta verticale di ascolti e dello stesso mercato»

E lei, Francia, come reagisce?
«La cifra è pazzesca. Respingo le richieste di Media Partners anche sulla base delle indicazioni di quasi tutto il management Rai: Carlo Nardello, Fabio Belli, Giancarlo Leone, lo stesso Paolo Ruffini direttore di Raitre che avrebbe dovuto trasmettere... Nel frattempo le pressioni su di me aumentano. E comincia una campagna mediatica pro sci e a favore di Mp».

Di chi sono in quel momento le «pressioni» su di lei?
«Dello stesso Fini. O attraverso Guido Paglia, arrivato nel frattempo alla Rai, e che assume il ruolo di referente di An».

Paglia ora ha rotto con Fini per Giancarlo Tulliani. Non tollerava la quantità di pressioni sulla Rai del «cognato»...
«Sarà anche così, oggi. Ma per anni è stato il braccio armato di Fini in Rai. E farne ora un Padre Pio, suvvia...»

Torniamo a quei giorni. Cosa succede dopo il suo no?
«Si oppone l'allora direttore generale Agostino Saccà che, a sua volta sottoposto a pressioni, cede in minima parte. Un contratto solo per il 2002-2003 per poco più di 2 milioni. Poi Saccà deve lasciare, al suo posto arriva Flavio Cattaneo».

E secondo lei cosa accade in quel momento?
«Ecco il contratto: 3.8 milioni annui per le due annualità 2004-2006 con un voto del Consiglio del 17 novembre 2004. Nel frattempo mi cacciano. Prima da Rai Sport e poi dai Diritti sportivi. La Mp torna immediatamente in utile e il fatturato triplica dai 16.3 milioni del 2004 ai 42.8 del 2005».

Copyright Pizzi

Perché venne cacciato, Francia?
«Perché mi opponevo a un contratto che non faceva gli interessi della Rai».

Un'accusa molto pesante. Ne è proprio sicuro?
«Ne parlai in Vigilanza nel novembre 2003 e nel maggio 2004. Dissi che le richieste erano assurde e che Mp "faceva il bello e il cattivo tempo in Rai con sci, calcio, pallavolo e pugilato"».

Eppure lei venne nominato proprio per indicazione di Fini. Non c'è una contraddizione in questo suo racconto?
«Non nego di essere stato nominato su indicazione di Fini. Ma anche per un curriculum professionale di prim'ordine. Non sono mai stato organico al vecchio Msi fascista o ad An. Di area cattolico-liberale, ero diventato amico personale di Fini pensando che fosse, già negli anni Ottanta, l'uomo giusto per dar vita a una destra moderata, moderna, radicata sui valori, di stampo conservatrice».

E i suoi rapporti con l'attuale presidente della Camera?
«La sera stessa della mia cacciata lo incontrai allo stadio Olimpico, gli chiesi spiegazioni. E lui: "De minimis non curat praetor". Qualche tempo prima glielo avevo detto: "Guarda, se io mi comporto così è perché agisco nell'interesse della Rai, faccio un favore ma anche a te e ad An. E così faccio quando respingo le insistenze di Salvatore Sottile, il tuo portavoce, per certe vallette..." Ma lui non mi rispondeva niente».

E oggi cosa pensa di Gianfranco Fini, al centro di una complicatissima vicenda personale e politica?
«Il giudizio più azzeccato l'ha dato Mario Landolfi. Certe cose le ha fatte più per indolenza e incapacità di resistere alle pressioni che per sua volontà. Pressioni familiari, dei Tulliani, dei suoi collaboratori.

Mi fa pena vedere come si è ridotto. Figuriamoci che nel 1994 quando lo intervistai col libro "La mia destra" disse, a proposito del personale politico, che "deve rispettare l'antico precetto al quale deve attenersi la moglie di Cesare, essere cioè al di sopra di ogni sospetto..."».

 12-08-2010]

 

 

 

Era il 28 luglio di tre anni fa e davanti allo stato maggiore di Alleanza nazionale, Sergio Mariani (primo marito di Daniela Di Sotto) spiegò il suo voto contrario al bilancio di An (“L’oggetto concordato per alcune fatture è falso”) e concluse il suo discorso con una richiesta spiazzante: “Chiedo alla Assemblea di deferirmi al Collegio dei Probiviri...”. Come dire: se ho detto bugie, non vi resta che denunciarmi - Oltre alla casa di Montecarlo, ci sono forse altri beni dell’eredità Colleoni o del patrimonio missino, di cui hanno goduto in forme diversi altri dirigenti del partito

 

Fabio Martini per la Stampa

Sedici minuti e diciassette secondi di tensione emotiva quasi insopportabile che accomunò in un salone d'albergo Gianfranco Fini e i suoi colonnelli. Era il 28 luglio di tre anni fa e davanti allo stato maggiore di Alleanza nazionale, Sergio Mariani spiegò il suo voto contrario al bilancio di An con argomenti molto espliciti («L'oggetto concordato per alcune fatture è falso») e concluse il suo discorso con una richiesta spiazzante: «Chiedo alla Assemblea nazionale di An di deferirmi al Collegio dei Probiviri...». Come dire: se ho detto bugie, non vi resta che denunciarmi.

 

Nel salone dell'hotel Parco dei Principi, tra i capicorrente, grande fu lo sconcerto. Fini sorrise, qualcun altro disse «non è possibile» e Mariani continuò: «E allora, a norma dello Statuto, devo chiedere di denunciarmi al segretario provinciale di Roma...». Non accadde nulla. Nessun dirigente di An denunciò Mariani e l'indomani nessun giornale diede conto del suo intervento.

Ma quel discorso che sembrava destinato all'oblio, torna d'attualità. Soprattutto per un motivo: Sergio Mariani, sconosciuto al grande pubblico, è un personaggio nevralgico nella storia privata e pubblica della destra. Pochissimi, come lui, conoscono alcuni ex colonnelli di An, con i quali Mariani ha condiviso in gioventù "missioni" non sempre di stampo oxfordiano.

Ma c'è qualcosa di più: Mariani è stato il primo marito di Daniela Di Sotto, la sanguigna militante che successivamente si innamorò di Gianfranco Fini e lo sposò. Il camerata Sergio reagì malissimo, sparandosi all'addome: allora, come oggi, Mariani era un duro, ma anche un uomo tutto d'un pezzo, per lui «onore e rispetto» restano valori assoluti. Uno spessore umano che ha impedito a quelli che avrebbero preferito rimuoverlo, di recidere i legami con lui. E infatti in privato Mariani continua a parlare senza ipocrisie con tutte le "parti": il suo ex rivale Fini, ma anche la ex moglie di entrambi, Daniela.

E proprio loro due - Sergio e Daniela - più di 30 anni fa gli iniziatori di una lunga storia di amori e di voltafaccia, in questi giorni sono ricercatissimi dai giornali, affamati di gossip e di vetriolo. Ma i due si negano. Daniela, dopo la separazione da Fini, si è chiusa in un riserbo che i critici della sua verve romanesca non avrebbero mai immaginato.

Ma a Mariani è naturale chiederlo: perché quel triplice "no" all'approvazione degli ultimi tre bilanci di An dal 2005 al 2007? Oltre alla casa di Montecarlo, ci sono forse altri beni dell'eredità Colleoni o del patrimonio missino, di cui hanno goduto in forme diversi altri dirigenti del partito? Mariani è un muro: «Non ho alcuna intenzione di fare dichiarazioni su questo argomento. Oggi, come allora, resto dell'idea che i panni sporchi si lavano in famiglia». Ma se fosse il magistrato che indaga su Montecarlo a chiederle le ragioni delle sue perplessità? «Se fosse l'autorità giudiziaria a interpellarmi, non potrei tirarmi indietro. Con spirito di verità».

Tra chi viene da An, nessuno mette in discussione la probità del garante degli ultimi bilanci, il senatore Franco Pontone, un gentiluomo napoletano d'altri tempi che non ha mai avuto l'autoblù, che si muove in treno e ripete spesso una frase: «L'unico patrimonio che lascerò a mia figlia è il mio onore». Una cosa è certa: gli ultimi bilanci di An sono stati approvati all'unanimità, la prova che nel partito di Fini c'è stata sempre una gestione collegiale delle questioni finanziarie, compresa quella che ha riguardato la casa di Montecarlo.

E' proprio questa collegialità che spiega la prudenza degli ex colonnelli? Italo Bocchino, capofila dei finiani, scuote la testa: «No, la gestione dei bilanci è sempre stata molto scrupolosa e rigida».

 [12-08-2010]

 

 

 

 

Cadono le Borse dopo la Fed ora la paura è la deflazione - Berlusconi-Fini, prove di tregua - Leader alla deriva. Fini e la Tulliani separati in spiaggia - Gran premio fiscale di Montecarlo: Repubblica silura Gianfranco - Via al grande occhio fiscale - Dopo sindacati e industriali la Fiat sfida pure i giudici - Barilla cede Kamps, Lavazza va in Usa - Evade lasciando una lettera di scuse

 

Il Velino.it

CORRIERE DELLA SERA - In apertura: "Finiani, la mossa di Berlusconi". Editoriale di Piero Ostellino "Indagini e dimissioni". Fotonotizia: "Palermo: I gemellini, il passeggino e la vita che finisce per caso". In taglio basso: "Evade lasciando una lettera di scuse".

LA REPUBBLICA - In apertura: "Pdl-Fini, la tregua di Berlusconi".L'intervista: "Frattini: è un atto di disperazione accusare il premier per Putin e Gheddafi" Al centro: "Cadono le Borse dopo la Fed ora la paura è la deflazione". Fotocolor: "Palermo. Muore la gemellina di 9 mesi travolta da un pirata sulle strisce'". In basso: "Il caso. L'era dei ragazzi digitanti, più sms che telefonate".

LA STAMPA - In apertura: "Berlusconi-Fini, prove di tregua". Reportage: "Russia, dove la speranza è cenere". Al centro: "Allarme per l'economia: La ripresa frena, Borse a picco". Fotonotizia: "Montecristo, alla scoperta dell'isola proibita".

IL SOLE 24 ORE - In apertura: "Via al grande occhio fiscale". Editoriale: "E' sempre più stretto il sentiero per Bernanke" di Roberto Perotti. Fotocolor centrale: "Barilla cede Kamps, Lavazza va in Usa".

IL GIORNALE - In apertura: "Fini al tramonto, scaricato da tutti". Editoriale di Vittorio Feltri: "L'ultima picconata Cossiga ci impone di fare i conti con la depressione". In basso: "I destini dell'Italia? Si giocano in Puglia".

LIBERO - Apertura tutta politica: "Leader alla deriva. Fini e la Tulliani separati in spiaggia". In basso: "Dopo sindacati e industriali la Fiat sfida pure i giudici".

IL MESSAGGERO - In apertura: "Berlusconi: spirito unitario o voto". Editoriale di Piero Alberto Capotosti: "Il frutto malato del bipolarismo". Fotocolor: "Frodi in scatola/l'inchiesta: Invasi dai pomodori cinesi, in campo la tecnologia contro le truffe alimentari". Al centro: "Timori sulla crescita Usa, Borse mondiali in picchiata". In basso: "Gemellini investiti, muore la bimba".

IL TEMPO - In apertura a tutta pagina: "Gran premio fiscale di Montecarlo" dedicato alle avventure del cognato di Fini, Giancarlo Tulliani. Editoriale di Mario Sechi: "Repubblica silura Gianfranco".

L'UNITÀ - Apertura a tutta pagina su Berlusconi: "Mandiamolo a casa".

12-08-2010]

 

 

- ESCLUSIVO DAGOREPORT: LOS TULLIANI REAL ESTATE, UNA FAMIGLIA DI IMMOBILIARISTI! - E LUI, IL PADRE SERGIO, FUNZIONARIO PENSIONATO DELL’ENEL. LEI, LA MADRE FRANCESCA FRAU, È PENSIONATA... QUESTA È LA CRONISTORIA IMMOBILIARE DELLA FAMIGLIA T - (amorale della favola: non è lui ad aver attaccato il sombrero ma fini!) - 2- SAMMARCO, L’AVVOCATO DI GAUCCI: “IL VALORE STIMATO DEI BENI CONTESI (CASE, GIOIELLI, AUTO) È VENTI MILIONI DI EURO (40 MILIARDI DI LIRE) PIÙ O MENO. E QUI C’È DA CAPIRE BENE: SE GLI AVVOCATI DELLA TULLIANI CI DICONO CHE I BENI SONO STATI ACQUISTATI CON I SOLDI DEL SUPERENALOTTO E I RISPARMI DI FAMIGLIA, PERCHÉ CI MOSTRANO UNA DISTINTA DI VERSAMENTO DA UN MILIARDO DI LIRE? E TUTTO IL RESTO?” - 3- "elisabetto" TULLIANI SI SOLLAZZA LAVANDO UNA “FERRARI” CHE VALE 197 MILA EURO

 

 

1- E TULLIANI CON LA FIDANZATA LAVA LA "FERRARI" CHE VALE 197 MILA EURO
Corriere.it
- Giancarlo Tulliani, dopo essere sfuggito alla ressa di fotografi e giornalisti che assediano da giorni la casa dove abita a Montecarlo in boulevard Princesse Charlotte, è stato fotografato mentre in compagnia della fidanzata pulisce in un autolavaggio del Principato una Ferrari 458 Italia.

Di colore blu notte, si tratta di uno dei primi esemplari consegnati del modello presentato un anno fa dal costruttore di Maranello. Per le sue particolari prestazioni è considerata quasi un'auto da corsa (perché è in grado di raggiungere 325 km orari) e costa 197 mila euro.

A pubblicare queste immagini è il settimanale Chi, che commenta anche l'abbigliamento del fratello della compagna di Gianfranco Fini, Elisabetta, e della sua fidanzata. Giancarlo Tulliani, infatti, 33 anni, «cognato» del presidente della Camera, nel servizio fotografico indossa una polo blu griffata Ralph Lauren, ma in versione extralarge. Si tratta di un'edizione speciale disegnata per la Nazionale australiana di calcio ai Mondiali 2010.

I jeans sono di Dolce & Gabbana, come si evince dalla placca in metallo dorato in cornice di pelle che è cucita sulla tasca posteriore del pantalone. Le scarpe, invece, sono le classiche Hogan, con le H in evidenza, ma nel colore più classico: il blu.

La fidanzata, che nel servizio pubblicato da Chi aspetta pazientemente che Tulliani finisca di pulire la Ferrari, è anche lei griffata, visto che indossa una canotta Miu Miu e le zeppe di Prada.

2 - LA «ZARINA» TRA TOGA E SHOW TV MENTRE IL FRATELLINO VA IN FERRARI
Gabriele Villa per Il Giornale

La strana coppia, o meglio la bella coppia. O, ancora meglio, come qualcuno negli stessi ambienti di An, l'ha definita «una delle più floride società per azioni sul mercato». Fratello e sorella. Sorella e fratello. Tulliani Elisabetta e Tulliani Giancarlo. Indissolubilmente tesi al successo e agli affari. Affari di famiglia, ovviamente.

Un sodalizio di ferro, che ha fatto persino sbottare il «granduca» Gaucci dal suo forzato esilio di Santo Domingo: «Quando mi sono messo con Elisabetta ho dovuto prendere tutta la sua famiglia» e che ora ha messo amabilmente quanto efficacemente nei guai il presidente della Camera, Gianfranco Fini, entrato per ragioni di cuore, e al cuore come si sa non si comanda, nella medesima talentuosa e insaziabile famiglia.

Già, perché come dimostrano le carte scovate dal Giornale, quell'appartamentino a Montecarlo, lasciato in eredità ad An ma occupato dal «cognato» di Fini, Giancarlo, che l'ha eletto a sua residenza a Montecarlo, ha solo fatto saltare il coperchio su favori, aiutini, e grandi business che i Tulliani Bros hanno ottenuto in questi anni. E che hanno viaggiato a ritmo vertiginoso proprio come l'ultimo gingillo che ha per le mani Tulliani junior: una Ferrari 458 Italia da 197mila euro con cui è stato immortalato dai paparazzi del settimanale Chi nel Principato

 

3 - L'AVVOCATO DI GAUCCI: IL VALORE STIMATO DEI BENI CONTESI (CASE, GIOIELLI, MACCHINE) È VENTI MILIONI DI EURO, PIÙ O MENO. E QUI C'È DA CAPIRE BENE: SE GLI AVVOCATI DELLA TULLIANI CI DICONO CHE I BENI SONO STATI ACQUISTATI CON I SOLDI DELL'ENALOTTO E I RISPARMI DI FAMIGLIA, PERCHÉ CI MOSTRANO UNA DISTINTA DI VERSAMENTO DA UN MILIARDO DI LIRE? E TUTTO IL RESTO?
Chiara Paolin per Il Fatto Quotidiano

"È vero, Berlusconi è un mio cliente. Ma mica lavoro solo per lui: sostenere che io voglia favorirlo usando Gaucci contro Fini è assurdo. E pure grave, se l'accusa viene da un collega". L'avvocato Alessandro Sammarco smentisce in toto la tesi di Vincenzo Montone, il collega che per anni ha seguito le vicende di Luciano Gaucci e a cui è subentrato nella gestione del conflitto patrimoniale con Elisabetta Tulliani.

Allora, quest'atto di citazione pubblicato dal Giornale per spifferare le magagne Gaucci-Tulliani-Fini lo ha consegnato lei sì o no?
Ma neanche per sogno. Montone dice cose molto gravi per le quali intendo rivalermi in ogni sede. Cose senza senso: l'atto di citazione è un documento che gira tra avvocati e giornalisti, per quello l'hanno pubblicato. Io non l'ho mai visto.

Perché è subentrato lei a Montone?
Difesi Gaucci al tempo del crac a Perugia. Una situazione molto delicata, cento milioni di buco, col patteggiamento riuscii a ottenere una sentenza piuttosto favorevole.

Tre anni poi indultati.
Appunto. Adesso che Gaucci si è ritrovato nell'occhio del ciclone ha pensato di rivolgersi a una persona di fiducia.

Però ammetterà che la statistica gioca contro di lei. Con tutti gli avvocati che ci sono al mondo Gaucci doveva proprio prendere il legale che ha difeso Berlusconi, Dell'Utri e Previti?
Ho clienti importanti, beato me. Però qui la cosa strana è un'altra.

Quale?
Quando nel 2009 iniziò la lite Gaucci-Tulliani la notizia durò poche ore. Adesso che ci sono di mezzo questioni politiche la cosa è tornata di grande attualità, anzi è lievitata a dismisura.

Ecco perché può essere interessante gestirla direttamente.
È quello che intendo fare, ripartendo da zero. C'è ancora una gran confusione su tutto. Occorre rifare un elenco completo e preciso dei beni contesi: case, gioielli, macchine, c'è un po' di tutto.

Valore stimato?
Venti milioni di euro, più o meno. E qui c'è da capire bene: se gli avvocati della Tulliani ci dicono che i beni sono stati acquistati con i soldi dell'Enalotto e i risparmi di famiglia, perché ci mostrano una distinta di versamento da un miliardo di lire? E tutto il resto? Sa, gli avvocati quando dicono una cosa poi devono dimostrarla".

Secondo lei come si sono comportati i legali della Tulliani fino a questo punto?
Guglielmo Izzo è un amico, lo rispetto molto, ma credo che il confronto sarà bello tosto.

E tutto il polverone mediatico intorno alla contesa chi favorirà, Gaucci o la Tulliani?
Non lo so davvero.

montecarlo2

A Fini quanto costerà la coda polemica?
Non so nemmeno questo. E comunque non ho mai avuto il piacere di conoscerlo.


4 - DAGOREPORT: TULLIANI REAL ESTATE
Tulliani, una famiglia di immobiliaristi! E lui, il padre Sergio, lavorava all'Enel, lei, la madre Francesca Frau, è pensionata... Questa è la cronistoria immobiliare della famiglia T.; ci sono altre cose che sono state vendute nel frattempo: un appartamento in viale dei Quattro Venti (c'è ancora il nome Tulliani sul campanello) e un casale in costruzione a Capranica Prenestina.

1974 5.07 coniugi Tulliani acquistano garage ad Ardea, piano S1 int 4

1992 acquisto villetta a Sabaudia, intestata ai coniugi. Ampliata 1995 da 3,5 vani a 7

1997 29.08 Betta si mette con Gaucci e compra 5 terreni (seminativi, sem. arborati e bosco ceduo) a Castelviscardo (Tr)

1998 6.11 Betta compra 4 vani in via Sardegna 22, piano 6 interno 18 6.11 B. compra da Valbo 2 appartamenti in via Conforti 52 piano 5 Interno 21 scala D edificio B che vengono poi unificati nel 2004 (11 vani). E' diventata la casa di famiglia e ancora oggi ci abitano i genitori di Elisabetta. Anzi: quando sono nate le figlie, sono state registrate all'anagrafe come residenti in via Conforti 52, insieme al nonno Sergio (capofamiglia), alla nonna Francesca, alla mamma Elisabetta e al papà Gianfranco Fini. Tutti ufficialmente residenti lì. Unico stato di famiglia. SONO GLI APPARTAMENTI PER CUI GAUCCI LE HA FATTO CAUSA? NE RISULTANO TRE, MANCA UN QUARTO (Gaucci dice che ne aveva comprati 4)

2000 14.01 - 10.02 - 30.11 coniugi T. acquistano a Capranica Prenestina un fabbricato rurale, un'area fabbricabile, sei seminativi e un pascolo.

2001 25.06 genitori T. acquistano un ulteriore terreno a Capranica Prenestina. 31.07 Betta compra da Valbo 4 garage in via Conforti 52 (piano T interni 15 e 16 scala CD edificio B + piano S1 interni 4 e 5) 31.07 Betta compra da Valbo 2 depositi v. Conforti snc, piano 6, interno 6 e 7, scala D edificio B 31.07 Giancarlo acquista da Valbo 4,5 vani in via Conforti snc piano 4, interno 18, scala C edificio B 31.07 G. acquista deposito C/2 in via Conforti snc, piano 6, interno 16, scala C edificio B 31.07 G. acquista C/6 garage in via Conforti snc, piano S1, interno 6, scalda CD edificio B 31.07 G. compra garage via Conforti snc, piano S1, interno 6, scala Cd edificio B 31.07 G. compra garage via Conforti snc, piano T, interno 24, scala CD edificio B

2002 7.06 - coniugi acquistano dalla società Katape 3 vani in via Conforti snc, piano 4, scala C, edificio B 7.06 - coniugi acquistano da Katape deposito di 11 mq in via Conforti snc, piano 6 interno 9 scala C edificio B

2004 24.09 - coniugi acquistano da Valbo 5 vani via di val cannuta 195, via Conforti 5, piano T, interno 2, scala D, edificio B 24.09 - coniugi acquistano deposito di 5 mq in via Conforti snc, piano 6 interno 18 scala D edificio B 24.09 - coniugi acquistano da Valbo garage di 15 mq in via Conforti piano S1, interno 14, scala CD, edificio B

2008 14.02 coniugi acquistano da società Tanaro 6,5 vani in via Roberto Ago 22, piano 7, interno 30, scala B 14.02 coniugi acquistano da Tanaro deposito C/2 in via Ago 22, piano 8 interno 30, scala B 14.02 coniugi acquistano da Tanaro 2 garage in via Ago 22, piano S1, interno 82 e piano T, interno R15

2009 7.04 Betta compra 4,5 vani in v.Conforti snc, piano 5 interno 20 scala D edificio B 7.04 B compra garage via Conforti snc, piano T, interno 13, scala D, edificio B 7.04 B. compra deposito 5 mq via Conforti snc, piano 6, interno 20, scala D, edificio B

 

 [11-08-2010]

 

 

 

Nel mirino della magistratura entra Giancarlo Tulliani - La Procura di Roma indaga sulla cessione e sull’accordo per la locazione - E fini comincia a preoccuparsi: ieri mattina ha avuto un lungo colloquio con il presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, Giulia Bongiorno, l’avvocato che ha uno strettissimo rapporto con il presidente della Camera e che nel passato lo ha assistito professionalmente

 

Flavio Haver per il Corriere della Sera

Nel mirino della magistratura entra Giancarlo Tulliani, il fratello della compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini a cui sarebbe intestato il contratto d'affitto della casa di Montecarlo ceduta da Alleanza Nazionale alla società «Printemps Ltd» con sede nel paradiso fiscale dell'isola di Santa Lucia, alle Piccole Antille.

Nella rogatoria internazionale in partenza per il Principato di Monaco, il procuratore Giovanni Ferrara e l'aggiunto Pierfilippo Laviani chiedono la trasmissione degli atti relativi all'appartamento di Boulevard Charlotte 14. Quelli sull'effettivo proprietario e - novità dell'ultima ora - i documenti sull'accordo per la locazione.

E tutto ciò mentre ieri mattina Fini ha avuto un lungo colloquio con il presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, Giulia Bongiorno, l'avvocato che ha uno strettissimo rapporto con il presidente della Camera e che nel passato lo ha assistito professionalmente. Come nel 2007, quando si è occupata (per entrambi) della separazione con l'ex moglie Daniela Di Sotto.

L'inchiesta per truffa aggravata avviata dopo la denuncia presentata dai due politici de «La Destra» di Francesco Storace, il consigliere regionale Roberto Buonasorte e il consigliere comunale di Monterotondo (paese a 30 chilometri da Roma) Marco Di Andrea, registra dunque un ulteriore salto di qualità.

Per verificare se gli ex esponenti dell'Msi prima - e di An poi - siano «vittime» di un raggiro (la vendita della casa di Montecarlo a un prezzo nettamente inferiore a quello di mercato), la procura deve ricostruire i passaggi dell'intricata vicenda in cui appare, oltre alla «Printemps Ltd», un'altra società off shore. Per farlo, ha la necessità di verificare se la cessione sia stata «pilotata» per favorire qualcuno.

 

E, subito dopo, deve capire se il successivo contratto d'affitto con il fratello di Elisabetta Tulliani sia in qualche modo collegato al tortuoso giro estero su estero. Da qui, la richiesta ai colleghi monegaschi. Ieri, Ferrara e Laviani hanno esaminato il rapporto del l a Guardia di Finanza sui documenti acquisiti nella sede dell'associazione An, che gestisce il patrimonio dell'ex partito.

Tra cui, finché non è stato ceduto, c'era l'immobile nel Principato donato (insieme ad altri) dalla defunta nobildonna Anna Maria Colleoni. Da una prima verifica non sarebbe emerso nulla dal punto di vista formale: l'atto è corretto. È stato inoltre accertato che il denaro incassato (300 mila euro) è stato regolarmente registrato nel bilancio della formazione politica. Nuovo capitolo delle accuse di Luciano Gaucci all'ex fidanzata Elisabetta Tulliani.

In un'intervista a Studio Aperto l'ex proprietario del Perugia calcio (che ha fatto fallire) ricostruisce la vicenda della schedina del Superenalotto, la cui vincita è stata rivendicata dall'attuale compagna di Fini: «I soldi li ho messi sul mio conto corrente, si può andare a vedere alla banca dove li ho messi. Lei aveva fame di soldi, stava con me per i soldi, mica per altro».

Replica il legale della Tulliani, Michele Giordano: «Ci sono elementi oggettivi: la schedina fu incassata dalla mia assistita. E la signora Tulliani ha consegnato la metà della vincita a Gaucci per investirli in titoli ma quei soldi sono andati a confluire nel suo indebitamento, dunque sono andati persi».

07-08-2010]

 

 

LUCIANONE CARICA: "AVEVA FAME DI SOLDI, STAVA CON ME SOLO PER I SOLDI, MICA PER ALTRO" - "TUTTE LE CASE CHE LE HO COMPRATO, LE VILLE, I TERRENI. SI FIGURI CHE CON QUELLA FAME DI SOLDI CHE HA ELISABETTA E TUTTA LA SUA FAMIGLIA, CHE HA SEMPRE AVUTO, MI DÀ LA METÀ A ME” – ANCORA PIÙ DURO SULLA COMPAGNA DI FINI: “HA FATTO IL BOTTINO DI TUTTO QUELLO CHE VOLEVA, HA APPARTAMENTI, VILLE, TERRENI, E ... HA CAMBIATO STRADA" - INVECE DI MOSTRARE IL CONTRATTO DI AFFITTO DELLA CASA DI MONTECARLO, IL “COGNATO” GIANCARLO TULLIANI HA PRESENTATO UN ESPOSTO AL GARANTE PER LA PRIVACY!

 

 

Repubblica.it

"Aveva fame di soldi, stava con me solo per i soldi, mica per altro". In un'intervista a Studio Aperto, Luciano Gaucci usa parole pesanti nei confronti di Elisabetta Tulliani. E riafferma la sua versione sulla vicenda della schedina del Superenalotto 1 la cui vincita è stata rivendicata dalla Tulliani: l'ex patron del Perugia contesta la ricostruzione dei fatti dell'attuale compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini e ribadisce che era stato lui a giocare la schedina. Attorno alla vincita, quando il rapporto tra i due è finito, è nata una causa civile.

UPERENALOTTO- TULLIANI-GAUCCI

"Tutte le case che le ho comprato, le ville, i terreni. Si figuri che con quella fame di soldi che ha Elisabetta e tutta la sua famiglia, che ha sempre avuto, mi dà la metà a me", dice Gaucci. E all'intervistatore che mette in dubbio la versione dei fatti, replica secco: "Ci deve credere perché è la verità. Ha fatto il bottino di tutto quello che voleva, ha appartamenti, ville, terreni, e ... ha cambiato strada". All'osservazione del cronista sulla pesantezza delle accuse che muove, Gaucci non batte ciglio: "Pesante, è la verità, che cosa devo dire?". Ultima domanda: "Ha mai più rivisto o risentito la signora Tulliani dopo la fine del vostro rapporto?". Anche in questo caso risposta secca: "Mi ha telefonato un paio di volte le ho attaccato il telefono".

La risposta dell'avvocato. La replica di Elisabetta Tulliani non si fa attendere. Ed è affidata alle parole del suo avvocato Michele Giordano: "Ci sono elementi oggettivi: la schedina fu incassata dalla mia assistita e l'acquisto di beni avvenne in funzione e subito dopo quella vincita". "La signora Tulliani inoltre", precisa il legale, "ha consegnato la metà della vincita a Gaucci per investirli in titoli ma quei soldi sono andati a confluire nel suo indebitamento, dunque sono andati persi". L'avvocato Giordano aggiunge anche "di riservarsi iniziative legali in merito alle dichiarazioni del signor Gaucci ma considerando che non può tornare in Italia proprio per il maxi indebitamento, chiedere un risarcimento, considerando la sua situazione finanziaria, è assolutamente inutile".

 

L'esposto al Garante. E Giancarlo Tulliani ha deciso di reagire. Il fratello della compagna del presidente della Camera, seccato dalla morbosa attenzione mediatica che si è scatenta intorno all'appartamento Monegasco, dove vive con regolare contratto di locazione, ha preso provvedimenti. Assistito anche lui dall'avvocato Michele Giordano, il giovane ha presentato un esposto al Garante per la privacy dopo le rivelazioni sul suo indirizzo accompagnate da fermo immagine del suo nome sul citofono.

 

 [07-08-2010]

 

 

 

1- GAUCCI, LO SA CHE GIANCARLO TULLIANI HA FATTO ARRABBIARE ANCHE FINI? “ERA L´ORA, QUEL BUONO A NULLA. SI È SEMPRE MOSSO INSIEME ALLA SORELLA E AL RESTO DELLA FAMIGLIA. T´INNAMORAVI DI ELISABETTA E PRENDEVI IL PACCHETTO COMPLETO” - 2- “ALLA PRESIDENZA DELLA VITERBESE CE LO MISI IO PERCHÉ ERO INNAMORATO DELLA SORELLA. POI MIO FIGLIO ALESSANDRO MI PORTÒ UNA CASSETTA CON UNA TELEFONATA REGISTRATA: PADRE E FIGLIO SI STAVANO PORTANDO VIA ANCHE LE SEGGIOLE. APRII GLI OCCHI” - (DOCUMENTI STORICI! L’INTERVISTA INTEGRALE DI LUCIANONE RILASCIATA A “PANORAMA”)

1 - GAUCCI: "SAPEVO CHE FINIVA COSÌ CON ELY PRENDI ANCHE IL FRATELLO"
Corrado Zunino per La Repubblica

Risponde alla telefonata intercontinentale la fidanzata dominicana: «Lusciano, pe´ te». Luciano Gaucci è in vacanza nel suo ranch vicino a Bavaro Beach, in quell´isola caraibica che l´ha salvato dall´arresto quando il Perugia calcio fallì.

 

Gaucci, lo sa che Giancarlo Tulliani, il fratello della sua ex fidanzata Elisabetta, ha fatto arrabbiare anche il presidente della Camera Gianfranco Fini?
«Era l´ora, quel buono a nulla. Si è sempre mosso insieme alla sorella e al resto della famiglia. T´innamoravi di Elisabetta e prendevi il pacchetto completo».

 

Giancarlo ha fatto tanti mestieri: presidente della sua Viterbese, manager televisivo, immobiliarista nel Principato di Monaco.
«Macché immobiliarista, non è preparato per fare certe cose, non ha esperienza. Alla Viterbese ce lo misi io perché ero innamorato della sorella. Poi mio figlio Alessandro, che di Elisabetta è stato compagno di classe, mi portò una cassetta con una telefonata registrata: padre e figlio si stavano portando via anche le seggiole. Iniziai ad aprire gli occhi».

 

Era il caso di mettere in piazza i vostri stracci: lei e la Tulliani vi accusate di esservi vicendevolmente portati via case, quadri, schedine miliardarie?
«Se la Tulliani dice falsità, non posso stare zitto. La schedina l´ho vinta io, il versamento era sul mio conto corrente. Se producono altre carte, vuol dire che sono false».

Ma l´avvocato Montone l´ha abbandonata sostenendo che lei, strumentalizzato da legali vicini al premier, si è prestato a un´operazione per gettare fango su Fini.
«Gli avvocati li scelgo io, Montone si può accomodare».


2 - QUELLE CASE SONO TUTTE ROBA MIA - LA VINCITA AL SUPERENALOTTO, I RAPPORTI CON I TULLIANI, I REGALI E GLI IMMOBILI... L'EX PRESIDENTE DEL PERUGIA CALCIO, CONDANNATO PER BANCAROTTA, RACCONTA I SUOI ANNI CON LA COMPAGNA DI FINI. E DI COME LE HA INTESTATO UNA PARTE DEL SUO PATRIMONIO PER SALVARLO DAI CREDITORI.
Fabrizio Paladini per Panorama

 

Buongiorno dottor Gaucci, mentre lei si gode in vacanza il sole di Santo Domingo, lo sa cosa sta accadendo in Italia?
Parla di Fini che è andato via dal partito?

Per esempio...
Qualcosa mi hanno detto, ma purtroppo lui ascolta troppo il suocero... sì, vabbè, non è proprio il suocero, ma insomma ha capito di chi parlo.

Del padre di Elisabetta Tulliani?
Sì, lui fa il tuttologo ma non è proprio un grande statista e Gianfranco lo ascolta troppo e fa degli errori.

È così importante Sergio Tulliani?
Non è importante ma, sa, Gianfranco è innamorato e quindi ascolta molto, troppo, la famiglia di lei, stanno sempre insieme, vivono insieme. Nelle mie case, peraltro.

 

Ora ci arriviamo, Gaucci, ma andiamo con ordine. Perché ha citato in giudizio Elisabetta Tulliani, sua ex fidanzata?
Elisabetta ha detto troppe cose non vere. Ha sostenuto perfino che aveva vinto lei al Superenalotto e poi ne aveva regalato la metà a me, mamma mia, quanto è generosa.

 

Poi ci arriviamo, sia un po' più ordinato. Lei, in un'altra intervista a «Panorama» del 2009, appena tornato dalla latitanza, aveva tessuto le lodi di Elisabetta Tulliani: «Gran donna, ci siamo amati tanto»... Che è successo in questo frattempo?
Mi hanno dato fastidio le sue menzogne, sembrava che fosse lei a foraggiare economicamente me e questo io non lo sopporto. Ma come, ho aiutato lei, il fratello, la madre, il padre, le ho intestato questo mondo e quell'altro e sarebbe lei ad aiutare me? Questo mi ha fatto incavolare.

 

Non è che lei è un berlusconiano acceso e attacca Tulliani per colpire Fini?
Guardi, detto che stando in questo paradiso tante cose della politica italiana nemmeno le so, io non ho mai attaccato Fini, anzi l'ho sempre apprezzato come politico.

Fini era suo amico?
Lui è stato corretto con me e io con lui. Certo, si è preso la mia ex fidanzata, ma a me che me ne importa? Se non era lui, sarebbe stato un altro.

Ma è vero che gliela presentò lei?
Certamente.

CAVICCHIA

Come andò?
Ci eravamo già lasciati. Ero andato con Elisabetta a trovare Paolo Bonaiuti e all'uscita passa in via del Corso la macchina di Fini che mi vede dal finestrino e si ferma per salutarmi, bloccando tutto il traffico. «Ma chi è questa bella signora?» mi fa, e io gliela presento. Da allora è scattato un fulmine e si sono innamorati di un amore travolgente e io gli auguro che duri tantissimo e che siano felici davvero.

Perché la signora ha fatto cancellare da Youtube l'esilarante video con voi due nel castello di Torre Alfina?
Non lo so perché, con lei non parlo più. Le hanno riconosciuto una specie di diritto all'oblio, pare.

 

Compagna di scuola di suo figlio Alessandro?
Sì, l'ho conosciuta così e poi, lo sa, da cosa nasce cosa, abbiamo cominciato a uscire, poi ci siamo innamorati e siamo stati insieme come marito e moglie.

Ci sono 24 anni di differenza, perse proprio la testa?
Le ho dato tutto, sia a lei sia alla famiglia.

Che impressione le fecero i suoi?
Gente normale, il padre impiegato, vivevano dignitosamente.

Tutti dicevano: «Anvedi Gaucci con quella bionda». Le faceva piacere?
Sì, ero orgoglioso. Ma adesso non è che sto peggio perché ne ho una ancora più giovane (Jaaira, dominicana, 29 anni contro i suoi 71, ndr).

 

Elisabetta Tulliani era ricca di suo?
Non aveva proprietà né redditi.

Lei la inondava di regali...
Case, macchine, quadri, gioielli. E mica solo a lei, a tutti i Tulliani.

È vero che provò a candidare il padre di Elisabetta alle politiche del 2001 ed Elisabetta stessa alle europee del 2004?
Sì, è vero, ma con Elisabetta la cosa non andò in porto.

E la famosa vincita al Superenalotto come andò?
Eravamo usciti come al solito e quando rientriamo mi rendo conto che erano quasi le 20: «Ahò» le dico «devo giocare, mi accompagni?». Andiamo dal solito tabaccaio. La schedina, come tutte le volte, l'ho compilata io e l'ho pagata io. Pochi euro ma un bel colpo di fortuna: 5+1 uguale a 2,4 miliardi di lire. Ho preso i soldi, li ho messi nel mio conto corrente del Monte Paschi e, siccome sono generoso ed ero perso d'amore per lei, le ho regalato la metà.

Generoso sì...
Elisabetta ora dice che è stata lei a giocare e a vincere e che poi mi avrebbe dato la metà, come se a quell'epoca Luciano Gaucci avesse avuto bisogno dei soldi di Tulliani.

Poco dopo però Luciano Gaucci ha fatto un bel guaio con i soldi distratti al Perugia calcio, che ne ha fatto dei suoi beni?
Li ho lasciati a lei.

Per paura dei creditori?
Beh, insomma... i creditori. Era meglio lasciarli a qualcuno sicuro, in mani sicure, insomma.

Per poi riprenderli a tempesta passata?
Sarebbe stato apprezzato.

Ma lei le fece firmare una dichiarazione che attesta che la signora Tulliani era una prestanome?
Sì, ma l'ho persa, chissà dove è finita perché sono un gran disordinato.

Diciamo che la cessione di questi immobili era una specie di accantonamento?

Se questi beni tornassero nella sua disponibilità, i creditori si rifarebbero avanti?
Può succedere.

Quindi lei sta facendo una battaglia di principio?
Ma che so' ‘sti principi? Io sono arrabbiato perché la signora con cui sono stato tanto generoso adesso dice il contrario della verità. Aggiungo una cosa importante: se Elisabetta mi avesse detto: «Ok, le case ti appartengono e te le restituisco perché è giusto così», io le avrei lasciato tranquillamente i quadri, le macchine e i gioielli.

Invece ha chiesto indietro tutto tranne i gioielli. Perché i gioielli no?
Perché quelli non si chiedono indietro, sono un frutto d'amore. E poi mi sa che porta anche sfortuna farseli restituire. In ogni caso lei deve dimostrare come ha avuto questi beni e come li ha pagati.

 

L'attico di via Sardegna a Roma fu il primo appartamento?
Sì, poi ne ha avuti di molto meglio. E poi il terreno nel Reatino, quello con immobili, e a Capranica Prenestina, le case dove vive con Fini, le automobili per tutta la famiglia, i quadri. Mamma mia, non mi ci faccia pensare.

Così fiducioso nei Tulliani che lei nominò il fratello Giancarlo presidente della Viterbese...
Mi piacerebbe andare a rivedere i bilanci di allora, le compravendite dei giocatori. Era un furbetto ma io non ero un cretino.

Perché secondo lei Elisabetta non le riconosce quanto era suo?
E che le posso fare? Mica le posso sparare. L'ho citata in giudizio, vedremo come andrà. Certo la riconoscenza è merce rara, perché certa gente quando ha una cosa in mano se la vuole tenere, anche se non è sua.

Non lo fa per principio, non lo fa per vendetta: perché l'ha citata in giudizio?
Perché quello è un mio diritto. Dovrei stare zitto solo perché siamo stati fidanzati o perché ha un grande politico alle spalle? Io lo rispetto, ma proprio lui che parla tanto di legalità comprenderà i miei diritti sacrosanti.

Lei e Gianfranco non avete mai parlato di Elisabetta Tulliani?
No, no. Ma non parlo nemmeno più con Elisabetta.

Con il senno del poi, rivivrebbe la storia d'amore con lei?
Quelle sono cose passate. Finché siamo stati bene ne è valsa la pena. Io le ho voluto davvero bene, poi lei ha deciso di cambiare strada e io l'ho rispettata. Certo, mi viene da dire una piccola cattiveria. Beh, prima si è riempita la pancia e poi si è alzata da tavola.

Ma sempre col senno del poi, le intesterebbe ancora i suoi beni?
Assolutamente no, innamorato sì, facile a credere nelle persone sì, ma non sono mica uno stupido.

Dopo Veronica, Maira, Elisabetta, Francesca, Iris e Jaaira, non crede di avere una predisposizione a farsi rovinare dalle donne?
No, perché io con le donne ci sto bene finché dura, e poi ci salutiamo.

Oggi ha idea di quanto vale tutto quello che lei avrebbe dato a Elisabetta?
Forse 15 milioni di euro, forse 20. Ci avrei potuto comprare un'altra squadra di calcio.

Sia sincero, quante speranze ha di vincere la battaglia legale?
Non lo so, non sono la giustizia ma, come si dice in questi casi, ho fiducia nella magistratura. Poi vedremo, il tempo è galantuomo.

Quattro mesi e mezzo fa Luciano Gaucci ha avuto la settima figlia, Beatrice. Dice che i bambini gli piacciono e non esclude repliche. Ha patteggiato la bancarotta fraudolenta del Perugia calcio con tre anni di reclusione, non ha mai scontato un giorno di carcere (a differenza di suo fratello e dei suoi figli) perché si è rifugiato a Santo Domingo in attesa che i suoi bravi legali combinassero il puzzle. Oggi è un libero cittadino, tornato a vivere a Roma.

 09-08-2010]

 

 

 

 

 

"LA fabbrica del fango" – PER “REPUBBLICA” IL FINI-GATE è UN “folle gioco al massacro della democrazia attraverso l’uso scellerato dei giornali di famiglia e l’abuso combinato di servizi e polizie sforna dossier avvelenati contro amici e nemici del presidente del Consiglio” – CERTO è CHE è DURA PER DE BENEDETTI DIGERIRE IL CROLLO DI FINI, SU CUI AVEVA PUNTATO PER IL DOPO CAV (LO STRAPPO DAL PDL AVVENNE DOPO VARIE CENE IN CASA DI CDB)… Massimo Giannini per La Repubblica

Nella torrida e torbida estate italiana, come purtroppo avevamo previsto, c'è dunque una sola fabbrica che non chiude per ferie, ma che invece produce la sua "merce" a ritmi sempre più serrati. È la berlusconiana "fabbrica del fango", che attraverso l'uso scellerato dei giornali di famiglia e l'abuso combinato di servizi e polizie sforna dossier avvelenati contro amici e nemici del presidente del Consiglio.

Da qualche giorno, com'era ovvio dopo la sacrilega rottura umana e politica con il padre-padrone del Pdl, il fango ha ricominciato a sommergere copiosamente Gianfranco Fini per la vicenda del famigerato appartamento di Montecarlo 1 ereditato da Alleanza nazionale, rimesso sul mercato e poi finito nella disponibilità del cognato dello stesso presidente della Camera.

Nel metodo, diciamo subito che Fini ha compiuto un gesto di responsabilità, onorando il ruolo che ricopre e cercando di chiarire fin da subito tutti i punti della vicenda. Senza aspettare il corso dell'inchiesta della procura di Roma, senza urlare contro i giudici "comunisti" come fa quotidianamente il premier, ma anzi esprimendo la massima fiducia nel lavoro dei magistrati.

Fini dà prova di grande senso dello Stato. Equilibrio politico, rispetto del potere giudiziario, disponibilità a fare luce: così si comporta un uomo delle istituzioni, quando è in gioco l'onorabilità della sua carica e la trasparenza dei suoi comportamenti. Già qui si coglie l'abisso culturale e temperamentale che separa il presidente della Camera dal presidente del Consiglio, abituato a destabilizzare l'ordine giurisdizionale con i suoi furori ideologici e ad umiliare il potere legislativo con le sue leggi ad personam.

Nel merito della vicenda, le precisazioni riassunte da Fini in otto capitoli sembrano sufficienti a sgombrare quasi completamente il campo dagli equivoci e dai dubbi. Tranne che in un punto, che merita un approfondimento ulteriore. Dopo aver chiarito al punto quattro che nel 2008 Giancarlo Tulliani (fratello dell'attuale compagna del presidente della Camera, Elisabetta) lo aveva informato che "in base alle sue relazioni e alle sue conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l'appartamento", Fini dichiara al punto sette che la vendita dell'appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008, e che lui non sa "assolutamente nulla" sulla "natura giuridica della società acquirente" né sui "successivi trasferimenti" dello stesso immobile. Solo "qualche tempo dopo" (conclude l'ex leader di An al punto otto) "ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento".

Ricapitolando. Alleanza nazionale riceve un lascito ereditario di diversi cespiti immobiliari. Uno di questi è a Montecarlo, stimato 450 milioni di vecchie lire e regolarmente iscritto nel bilancio del partito. È "fatiscente e non abitabile", come attestano le ispezioni fatte dal tesoriere del partito e dalla segretaria personale di Fini.

 

Ma il luogo è di pregio, e qualche anno dopo (nel 2008) si profila un'offerta d'acquisto di cui Giancarlo Tulliani fa cenno a Fini. Poco dopo l'offerta si concretizza in 300 mila euro, più del valore stimato, spiega adesso il presidente della Camera. E così Fini, in quanto segretario di An, autorizza l'amministratore a vendere. Si tratta di un bene che appartiene a un partito, non sono in ballo soldi pubblici. E questa è una distinzione doverosa e fondamentale per inquadrare la vicenda.

Ma Fini, e qui è l'aspetto opinabile della sua ricostruzione dei fatti, non sa nulla, né di chi sia l'offerta iniziale di cui gli parla il cognato, né di quale sia la società che effettivamente poi compra l'appartamento, ne di chi ci andrà ad abitare nei mesi successivi, come proprietario o come locatario.

Quando si parla di case i politici non possono e non devono permettersi leggerezze, anche se avvengono nel rispetto della legge, come dimostra il caso D'Alema ai tempi della prima Affittopoli. Inoltre non sapere chi offre, chi compra e poi chi affitta una casa di Montecarlo, per il capo di un partito che la vende, genera un vago "effetto Scajola", capace di dichiararsi all'oscuro del chi e del perché gli sia stato pagato il famoso appartamento da un milione e 600 mila euro con vista Colosseo.

Ma nel caso di Fini e dell'appartamento venduto o affittato al cognato, a quanto pare, non si pone affatto un profilo penale. E non si può discutere nemmeno di un problema etico, ma tutt'al più "estetico". Sul piano formale, un segretario non é tenuto a sapere a chi il suo partito vende o da chi compra ognuno dei propri beni patrimoniali: c'è un amministratore che ha la delega per farlo. Sul piano sostanziale, il massimo che si può dire è che il presidente della Camera sia stato un po' naif, visto l'iniziale coinvolgimento nell'affare del fratello della sua compagna. Ma questo, al momento, sembra essere tutto.

Al contrario, resta in campo il tema vero che si agita sullo sfondo di questo presunto "scandalo" ossessivamente inscenato sugli house-organ del premier. Vale a dire la tecnica del dominio e il sistema di potere che sovrintendono a queste chirurgiche operazioni di killeraggio mediatico e politico. Dopo Veronica Lario per la denuncia sul "ciarpame politico" e Fassino-Consorte per la telefonata su Bnl, dopo Dino Boffo per le critiche sulle escort e il giudice Mesiano per la sentenza sul caso Mondadori, dopo Marrazzo per il video sui trans e Caldoro per il dossier sui gay, la fabbrica del fango sta "macinando" Fini.

L'ex alleato, diventato avversario, deve essere infangato, delegittimato, distrutto. Così si regolano i conti della politica, nell'era della truce decadenza berlusconiana. Così si zittiscono i critici o i dissidenti, nell'epoca tecnicamente totalitaria dell'orwelliano "Partito dell'Amore". Tra minacce, intimidazioni e ricatti, c'è solo da chiedersi chi sarà la prossima vittima da annientare, in questo folle gioco al massacro della democrazia

 

 

[09-08-2010]

 

 

VITA, OPERE E MIRACOLI DI “Elisabbetto”, IL COGNATO OMBRA CHE INGUAIA FINI - La Porsche Carrera blu, parcheggiata allo stadio DI VITERBO ogni domenica che la squadra gioca in casa, ne fanno l’uomo più invidiato della città. In alcuni casi, però, anche il più odiato. La città è piccola e di lui comincia a girare anche un nomignolo: “Elisabbetto”. Ovvio il riferimento al fatto che la sua posizione non sia dovuta a meriti speciali ma solo alla vicinanza della sorella al patron Gaucci…

Filippo Caleri per Il Tempo

 

Le prime tracce pubbliche di Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta compagna di Gianfranco Fini, risalgono al 1999. Luciano Gaucci, imprenditore romano con il pallino per il calcio, che aveva comprato la Viterbese nel 1998, si trova nella stagione successiva con la squadra in C1. Un campionato importante per non mettere uno di famiglia a vigilare.

 

Così Giancarlo si trova catapultato al comando, diventa vicepresidente a soli 22 anni, di una squadra che diventa anche un caso mediatico. Gaucci che conosce i meccanismi della comunicazione assolda una donna, Carolina Morace, per guidare la panchina.

Cronisti e reporter arrivano nella città dei Papi da tutta Europa per intervistare la prima donna allenatore d'Italia. E Giancarlo comincia ad assaporare il gusto della notorietà e del potere. La Porsche Carrera blu, parcheggiata allo stadio ogni domenica che la squadra gioca in casa, ne fanno l'uomo più invidiato della città. In alcuni casi, però, anche il più odiato.

I tifosi sono uguali dappertutto e Tulliani che altro non è che il braccio operativo e il vigilante di Gaucci all'interno della società si aliena le simpatie di giocatori e tifosi quando applica gli ordini, a volte considerati troppo punitivi, del presidente.

Le tensioni toccano l'acme quando i giocatori disertano in massa un ritiro forzato imposto da Gaucci, in un albergo di Vitorchiano. Con Giancarlo a braccia conserte in attesa, vana, della squadra restano solo allenatore e massaggiatori. Lo strappo è duro. E a poco a poco il solco tra Tulliani e la tifoseria si amplia. La città è piccola e di lui comincia a girare anche un nomignolo: «Elisabbetto».

Ovvio il riferimento al fatto che la sua posizione non sia dovuta a meriti speciali ma solo alla vicinanza della sorella al patron Gaucci. Il dileggio cittadino si sfoga anche contestando il suo look troppo snob: gilet della Fay sul completo grigio quando siede in panchina.

Insomma il feeling tra il vicepresidente che abita in un appartamento di 100 metri quadrati nel quartiere medievale di San Pellegrino (comprato da Gaucci e a lui concesso in comodato) finisce presto. Chiusa la parentesi societaria, il fratello di Elisabetta torna a Roma e nel 2004 si butta nel settore immobiliare.

Con il padre Sergio è, secondo la ricostruzione de Il Tempo sulla base delle visure societarie, tra i soci fondatori della Wind-Rose international srl, costituita il 4 dicembre 2004 per esercitare l'attività di intermediazione immobiliare sia in Italia sia all'estero. Comprare case ma non solo.

Tra le attività anche «la prestazione di consulenza per consentire agli acquirenti l'acquisizione dei più convenienti mezzi finanziari per l'acquisto e la ristrutturazione degli immobili e ciò attraverso l'individuazione sia del tipo di di finanziamento più idoneo sia dell'ente erogatore» a questo si aggiunge la consulenza immobiliare.

Insomma consigli per consentire a un compratore la migliore strategia per acquistare una casa. Un settore nel quale Giancarlo resta poco. Il 29 maggio del 2009, sei mesi dopo la costituzione, Giancarlo cede la sue quote (il 45% del capitale sociale) a una subentrante: Elisabetta Tulliani attuale proprietaria delle quote. Un business che non regala grandi soddisfazioni. L'ultimo bilancio depositato della società è quello del 2008, chiuso con una perdita di 14.563 euro.

Un particolare va sottolineato. Il bilancio 2009, che secondo la legge dovrebbe essere (se approvato) depositato entro il 30 giugno, non c'è. Una facoltà concessa solo se il documento contabile che registra l'attività dell'esercizio non viene approvato dall'assemblea dei soci. In questo caso però i soci sono solo due: padre (Sergio Tulliani) e figlia (Elisabetta).

Sta di fatto che Giancarlo lascia il settore immobiliare. I suoi interessi si spostano verso la fiction. Il giovane Tulliani riesce a entrare nel 2008 con la At media (altra azienda di famiglia nella quale la mamma Francesca Frau ha il 51% del capitale) nei corridoi della Rai. In portafoglio nonostante l'arrivo in un settore complesso con conoscenze da neofita ottiene contratti di produzione per circa due milioni di euro. Un business destinato a crescere.

Ma qualcosa si mette di traverso. Un ostacolo che prende le sembianze del direttore delle relazioni esterne dell'azienda di stato, Guido Paglia amico di lunga data del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Ed è proprio lui, Fini, che fornisce un aiutino al giovane cognato. La segreteria di del presidente della Camera procura a Giancarlo un appuntamento con Paglia.

L'incontro avviene a settembre del 2008. Il giovane ancora inesperto del settore viene invitato a dissuadere dall'affrontare un mestiere difficile come la produzione di programmi, soprattutto in un momento di crisi economica. Nonostante questo, Paglia gli procura appuntamenti con professionisti affermati come Giancarlo Leone per anni deus ex machina di Rai Cinema. Che gli spiega quanto è difficile lavorare in Rai, le selezioni e l'albo dei fornitori

Quello che non capisce Paglia e che Tulliani non chiede, pretende. E qualche mese dopo è lo stesso Fini a chiedere al direttore Rai di assicurare un minimo garantito al giovane. Impossibile. Per il suo «no» però Paglia perde l'amicizia di Fini. Ma Tulliani ottenne comunque i lavori. 10-08-2010]

 

 

1- DITE A GIAN-FIASCO CHE SUL PONTONE DI FRANCESCO SVENTOLA BANDIERA BIANCA: L’EX TESORIERE DI AN SCARICA FINI: “BASTA SOSPETTI, IO EBBI UN PRECISO MANDATO DA FINI E QUEL MANDATO HO ASSOLTO PIENAMENTE. TUTTO QUI. È INUTILE CHE CONTINUATE A CHIEDERE A ME, SE VOLETE NUOVI PARTICOLARI ANDATE A CERCARE LA SOCIETÀ CHE FECE IL CONTRATTO DI AFFITTO A TULLIANI... IO NON HO PAURA DI QUEST’INCHIESTA, TANTO CHE DIRÒ TUTTO AL MAGISTRATO, SE E QUANDO MI CHIAMERÀ…” - 2- INTANTO DA SINISTRA PARTE IL CLASSICO TORMENTONE “DA CHE PULPITO!”: NON SI VERGOGNANO I SERVI DI BERLUSCONI DI RINFACCIARE A FINI UN APPARTAMENTINO A MONTECARLO QUANDO IL LORO AMATO PADRONE HA FATTO CARNE DI PORCO DI TUTTO, DALLE CASE ALLE ZOCCOLE, DA PREVITI A MILLS, DALLA MONDADORI ALLE SOCIETÀ OFFSHORE? - (AMORALE DELLA TRAGEDIA ITALIANA: IL PIù PULITO NON HA LA ROGNA, MAGARI!, MA LE PIATTOLE)

 


1- SUL PONTONE SVENTOLA BANDIERA BIANCA: "BASTA SOSPETTI, IO EBBI UN PRECISO MANDATO DA FINI E QUEL MANDATO HO ASSOLTO PIENAMENTE. TUTTO QUI. È INUTILE CHE CONTINUATE A CHIEDERE A ME, SE VOLETE NUOVI PARTICOLARI ANDATE A CERCARE LA SOCIETÀ CHE FECE IL CONTRATTO DI AFFITTO A TULLIANI... IO NON HO PAURA DI NIENTE, NON HO PAURA DI QUEST'INCHIESTA, TANTO CHE DIRÒ TUTTO AL MAGISTRATO, SE E QUANDO MI CHIAMERÀ..."
Fabrizio Caccia per Il Corriere della Sera

 

«Mio marito è fuori Napoli», risponde al telefono gentilissima la moglie del senatore Francesco Pontone, l'ex tesoriere di An che l'11 luglio 2008 firmò la vendita della casa di Montecarlo. La signora Pontone, nel giorno più difficile, fa scudo eroicamente a suo marito, che però poche ore dopo esce dal portone della sua bella casa di Chiaia, con le finestre che guardano sul golfo.

Sono le quattro e mezza di pomeriggio e il vecchio senatore, che stringe in mano una borsa di pelle nera, ha appuntamento alle cinque spaccate dall'avvocato Ettore Stravino, in via dei Mille numero 1, suo amico di vecchia data, penalista di grido del capoluogo partenopeo, già difensore di Italo Bocchino nell'ambito dell'inchiesta «Magnanapoli».

Francesco Pontone, 83 anni, senza giacca e senza cravatta, si avvia a piedi: via Crispi, piazza Amedeo, via dei Mille. Mezz'ora di lento cammino, pochissima la voglia di parlare, ma alla fine sbotta: «Lo sa che cosa penso veramente? Penso che mi sono pentito di aver accettato tanti anni fa di fare il segretario amministrativo del partito. Io non ho paura di niente, non ho paura di quest'inchiesta, tanto che dirò tutto al magistrato, se e quando mi chiamerà...».

Il vecchio senatore ha l'aria stanca e sofferta, ma conserva l'orgoglio: «Sono incazzato - spiega -. Da 50 anni faccio politica e sono una persona onesta. Presi in mano il bilancio del partito con un debito di 10 miliardi di lire, l'ho lasciato con un attivo di 60 milioni di euro. Capito? Eppure adesso i giornalisti mi perseguitano, mi chiamano di continuo al telefonino. Voci, insinuazioni, sospetti... Ma scusate? Di Tulliani dovete chiedere a Fini... Io che ne so? Io Giancarlo Tulliani fino a ieri non lo conoscevo neppure di nome e comunque a Montecarlo il giorno del rogito lui non c'era. Di questo sono sicuro. Per quanto riguarda la vendita, poi, io ebbi un preciso mandato da Fini e quel mandato ho assolto pienamente. Tutto qui. È inutile che continuate a chiedere a me, se volete nuovi particolari andate a cercare la società che fece il contratto di affitto a Tulliani...».

Ma era una società offshore, senatore... «E vabbé - si schermisce - io mica faccio il poliziotto o il finanziere, io ricevo un mandato e quel mandato realizzo. Però, ve lo ripeto, dal giorno in cui firmai l'atto di vendita di boulevard Princesse Charlotte la strada mia e quella della casa di Montecarlo si sono divise. Io, davvero, non so cos'è successo dopo». La coincidenza «inspiegabile», dunque, rimane un mistero.

Dopo mezz'ora, arrivati in via dei Mille, c'è tempo solo per l'ultima domanda: vi siete sentiti con Fini, senatore? «Questi sono fatti miei - taglia corto -. Io ho l'obbligo di parlare col magistrato, non certo quello di rispondere a voi. Comunque il documento di Fini lo sottoscrivo in toto. La Russa dice che questa vicenda gli fa tristezza? Ha ragione, ma mica solo a lui...». Stop.

Alle cinque in punto Pontone sale su dall'avvocato Stravino con la sua borsa che, a giudicare dal volume, deve contenere parecchi documenti. Quasi due ore di colloquio con l'amico avvocato: «Abbiamo solo commentato le cose uscite sui giornali - minimizza sornione, alla fine, il principe del Foro -. Qua non ci sono indagati, non ci sono reati, mi paiono fatti di nessuna rilevanza processuale. Ma conosco il senatore Pontone da più di 40 anni e sono certo che qualora il magistrato lo chiamerà a Roma, sicuramente lui fornirà tutti gli elementi. E, se me lo chiede, l'accompagnerò».

2 - DA CHE PULPITO
Antonio Padellaro per Il Fatto Quotidiano

Gianfranco Fini non è certo il nostro politico preferito. Troppi saluti fascisti quando era l'allievo prediletto di Almirante. Troppi sì per troppi anni sulle leggi ad personam e su ogni altra vergogna escogitata per favorire il capo. Troppo repentina la sua conversione ai valori della laicità e della legalità per non sembrare sospetta, ma va bene lo stesso. La voglia di tirannicidio di un delfino invecchiato nell'attesa non ci convince.

E, contrariamente a certi strateghi della domenica non pensiamo affatto che il nemico del nostro nemico debba per forza essere nostro amico. Diciamo poi che sulla famosa casa di Montecarlo il presidente della Camera ha aspettato troppo prima di chiarire. Non si capisce perché visto che la faccenda dell'eredità Colleoni era di pertinenza degli amministratori di An. Piuttosto esperti, a quanto pare, in società offshore. Vero, infine, che i cognati uno non se li sceglie ma qualche contromisura nei confronti dello sgomitante Tulliani non avrebbe guastato.

Detto questo è del tutto grottesco che la morale Fini se la senta fare da personaggi dediti a coprire le malefatte del nuovo padrone. Si resta incantati dallo sdegno di Capezzone (uomo tutto di un pezzo che passò tutto d'un pezzo dai Radicali a Berlusconi) nel pretendere, con insulti a raffica, le "immediate" dimissioni della terza carica dello Stato.

E che dire di La Russa "che segue con tristezza la vicenda della casa di Montecarlo". La stessa intensa commozione che gli ha serrato le mascelle quando il Caimano ha decretato l'espulsione dal Pdl dell'"amico Gianfranco". Quello stesso Gianfranco senza il quale forse, chissà, il prode ‘Gnazio non avrebbe mai passato in rassegna le truppe come sognava da bambino.

E che dire delle folgoranti carriere dei vari Gasparri e Matteoli, un dì colonnelli sull'attenti e che adesso fanno a gara nel prendere le distanze dal reietto? I colleghi del Giornale hanno il merito dello scoop monegasco. Ed è comprensibile che non mollino l'osso bastonando per pagine e pagine l'avversario del loro amato proprietario-premier. Sarebbe stato bello se la stessa appassionata foga per le notizie l'avessero dimostrata un anno fa quando di un certo personaggio si parlava soprattutto per le intense frequentazioni con ragazze a pagamento (per non parlare delle feste di compleanno di adolescenti appena sbocciate).

 

 

Lo stesso personaggio che adesso si mostra corrucciato per tanta decadenza dei costumi. O che forse si sente deluso dall'ex numero due: e che cavolo, farsi beccare solo per un appartamento da trecentomila euro...

Tutto bene, insomma. No, perché tranne pochissime eccezioni (e noi de Il Fatto ci consideriamo tra queste) le domande scomode i giornali e le tv italiane le fanno solo a senso unico. Cioè solo ai nemici o agli avversari del presidente del Consiglio.

Eppure, se solo si volesse restare nel campo delle off shore, si potrebbe chiedere conto e ragione proprio a Silvio Berlusconi delle decine e decine di società domiciliate nei paradisi fiscali di mezzo mondo a lui direttamente riconducibili (lo ha stabilito la sentenza per la corruzione dell'avvocato inglese David Mills).

Se invece si volesse parlare di residenze estere, abitate non da parenti o affini, ma direttamente dai proprietari poi entrati in politica, ci si potrebbe sbizzarrire tra Antigua e le Bermuda dove di ville, ovviamente controllate da off shore, il Cavaliere ne possiede almeno sei.

 

Anche sulle tasse c'è poi solo l'imbarazzo della scelta. Per essere assolto - con la formula "perché il fatto non costituisce più reato" - dall'accusa di aver accantonato, sempre all'estero, più di millecinquecento miliardi di lire di fondi neri, il premier ha dovuto far approvare una legge apposita. E nonostante le promesse che andavano nel senso esattamente contrario ha quindi aderito a più o meno tutti i condoni fiscali varati dai suoi governi.

Roba vecchia, diranno in molti. Berlusconi negli anni è cambiato. Sarà. Fatto sta che solo la legge sul legittimo impedimento lo mette oggi al riparo dal processo Mediatrade. Un procedimento in cui è accusato di "appropriazione indebita" e "frode fiscale" per aver concorso nel 2002-2005 (mentre era presidente del Consiglio) a rubare 34 milioni di euro dai bilanci di Mediaset (società quotata) e a frodare il fisco per 8 milioni di euro con effetti tributari sensibili ancora fino al settembre 2009.

Ovviamente l'elenco delle domande che andrebbero fatte a Berlusconi (e che nessuno nei Tg e in quasi tutti i giornali fa) è molto più lungo.

Se solo se ne avesse il coraggio, si potrebbe parlare con lui di mafia e di mazzette. O si potrebbero addirittura contestare al premier le ostentate frequentazioni con un pregiudicato per corruzione giudiziaria: l'avvocato Cesare Previti che comprò i giudici del caso Mondadori con soldi, e in nome e per conto, del suo più celebre cliente. In fondo l'accusa mossa al coordinatore del Pdl, Denis Verdini, almeno dal punto di vista politico, è una sola: essersi visto ripetutamente con un tipaccio (amico di Berlusconi e Dell'Utri) come Flavio Carboni.

Intendiamoci, tutto questo non sposta di una virgola il dovere di Fini di spiegare, meglio di quanto non abbia fatto finora, che cosa è successo nel principato di Monaco. Ma chiarisce bene il motivo per cui le tv generaliste perdono ormai un milione di telespettatori all'anno e la stampa italiana è sempre più in crisi.

I lettori e i telespettatori a poco a poco il gioco (sporco) dei media lo stanno capendo. E per tutti diventa ormai evidente come in Italia, quando si parla di giornalisti, ma non solo, il problema sia sempre quello evidenziato molti anni fa da Leo Longanesi: "Qui non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi".

 

 

 

[10-08-2010]

 

 

 

’Giancarlo Tulliani? Lo chiamavamo Betto... non solo faceva la spia, si intascava i soldi destinati agli ultras. Lo so perche’ io sono stato per tanti anni capo della Brigata Etrusca’ - Lo scrive in una mail all’ANSA e lo conferma interpellato telefonicamente, Lucio Matteucci, capo storico della Brigata… ANSA) - 'Giancarlo Tulliani? Lo chiamavamo Betto... non solo faceva la spia, si intascava i soldi destinati agli ultras. Lo so perche' io sono stato per tanti anni capo della Brigata Etrusca'. Lo scrive in una mail all'ANSA e lo conferma interpellato telefonicamente, Lucio Matteucci, capo storico della Brigata, ormai slegato dalla banda di ultras.

 

Nella mail, Matteucci racconta un aneddoto specifico: 'Ne 1999, quando ancora c'era la lira, quel gran presidente che era Gaucci ci chiamo' e, felice per la nostra presenza costante allo stadio, ci disse che ci avrebbe aumentato lo stipendio che regolarmente ci veniva corrisposto tramite Tulliani.

 

Ma quando ci disse che dal milione e mezzo sarebbe passato a 2 milioni rimanemmo a bocca aperta e gli dicemmo che noi al mese ricevevamo 'solo' 500 mila lire. Scese il gelo nella sala e Gaucci, che era un gran signore, disse: 'ah si, mi sono sbagliato... passerete da 500 mila a un milione'. Avevamo capito che tipo di persona aveva vicino il 'povero' presidente Gaucci'. 10-08-2010]

 

 

IL CERCHIO SI CHIUDE SUI TULLIANI - consegnata al ministero della Giustizia la rogatoria internazionale con la richiesta di fornire le informazioni sulla cessione dell’immobile di boulevard Charlotte 14 da parte dell’associazione An alla società off shore «Printemps Ltd» con sede nel paradiso fiscale di Santa Lucia, ai Carabi - è stato precisato che, «per il momento», non è necessario interrogare Fini. Ma è probabile che ciò avvenga alla ripresa dell’attività…

Flavio Haver per Corriere Della Sera

I magistrati sono intenzionati a non tralasciare nulla pur di arrivare ad accertare tutti i passaggi avvenuti nei paradisi fiscali per «nascondere» il proprietario dell'appartamento di Montecarlo in cui abita Giancarlo Tulliani, il fratello della compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini.

 

Ieri è stata consegnata al ministero della Giustizia la rogatoria internazionale con la richiesta di fornire le informazioni sulla cessione dell'immobile di boulevard Charlotte 14 da parte dell'associazione An alla società off shore «Printemps Ltd» con sede nel paradiso fiscale di Santa Lucia, ai Caraibi.

Gli uffici del Guardasigilli provvederanno già oggi a inoltrarla nel Principato di Monaco, ma gli inquirenti romani sono scettici sulla possibilità che le autorità monegasche conoscano la composizione delle tre imprese protagoniste del vorticoso giro estero su estero che ha portato all'acquisto dell'appartamento lasciato in eredità all'ex partito dalla nobildonna Anna Maria Colleoni.

 

Per questo, il procuratore Giovanni Ferrara e l'aggiunto Pierfilippo Laviani sono pronti a reiterare la rogatoria nel Paese centroamericano. Ulteriori e approfondite mosse istruttorie saranno fatte al ritorno dalle ferie estive, tra la fine di questo mese e l'inizio di settembre. Al primo posto dell'agenda dei lavori ci sarà la scelta sui personaggi da ascoltare come «persone informate sui fatti»: ieri dagli ambienti giudiziari è stato precisato che, «per il momento», non è necessario interrogare Fini. Ma è probabile che ciò avvenga alla ripresa dell'attività.

 

 

 [11-08-2010]

 

 

 

 

 

FINI-GATE! - STORACE ALL’ATTACCO: "HO FATTO UNA DENUNCIA PER TRUFFA AGGRAVATA" - LE SOCIETÀ CHE SI SONO PALLEGGIATE L’ABITAZIONE MONEGASCA DEL ‘COGNATO’ TULLIANI NON SONO IMMOBILIARI MA FINANZIARIE CON BASE IN UN PARADISO FISCALE ALLE ANTILLE. E CON TUTTA PROBABILITÀ COSTITUITE PER L’OCCASIONE DAI MEDESIMI SOGGETTI - LA VENDITA ALLA SOCIETÀ OFF-SHORE TIMARA DELLA CASA DELLA ‘BUONA BATTAGLIA’ PER APPENA 330MILA € SI È PERFEZIONATA IN APPENA 4 MESI, GIUSTO POCO PRIMA DELL’ESTINZIONE DI AN NEL PDL….

1 - LA CLASSE DEI TIPINI FINI VA IN PARADISO (FISCALE)
Da Il Giornale

 

Le società off-shore che si sono palleggiate l'abitazione monegasca di Gianfranco Tulliani, il "cognato" del presidente della Camera, non sono società immobiliari ma finanziarie. E il dettaglio non è di poco conto, assicurano sornioni i broker monegaschi contattati dal Giornale per cercare di chiudere il cerchio di questo incredibile risiko immobiliare. La vendita a Timara della casa della «buona battaglia» per la somma di soli 330mila euro è avvenuta il 15 ottobre di quello stesso anno. Il che significa che la complessa operazione immobiliare si è perfezionata in appena quattro mesi e mezzo

L'alloggio che la contessa Anna Maria Colleoni lasciò a Gianfranco Fini (nominato erede universale in quanto presidente di Alleanza nazionale) come aiuto a combattere «la buona battaglia» non è finito in mano a imprese che operano professionalmente nell'edilizia o nell'intermediazione di proprietà edilizie e immobiliari, ma a società con base in un paradiso fiscale alle Antille.

E con tutta probabilità sono state costituite per l'occasione dai medesimi soggetti. Che dunque, a tavolino, hanno creato un reticolo societario potenzialmente perfetto, immune da controlli incrociati, lontano dagli occhi indiscreti dell'autorità giudiziaria.

La Timara Ltd, proprietaria dell'appartamento di 75 metri quadri (più terrazzo) nel Palais Milton di Boulevard Princesse Charlotte 14 dato in affitto al fratello di Elisabetta Tulliani ha visto la luce un paio di mesi prima della compravendita. Ma anche la Printemps Ltd, società-fotocopia della Timara (stessa sede nella capitale dell'isola caraibica di Santa Lucia, stesso capitale sociale di 1000 dollari americani, stessi amministratori tutti monegaschi) che ha ceduto l'immobile, ha pochi mesi di vita. È stata costituita il 30 maggio 2008 nella sede al numero 10 di Manoel Street a Castries e registrata lo stesso giorno presso il Registro delle società di Santa Lucia sotto il numero 2008-00324.

La vendita a Timara della casa della «buona battaglia» per la somma di soli 330mila euro è avvenuta il 15 ottobre di quello stesso anno. Il che significa che la complessa operazione immobiliare si è perfezionata in appena quattro mesi e mezzo. Il 30 maggio è stata costituita la Printemps; negli stessi giorni ha visto la luce la Timara; successivamente Printemps è entrata in possesso l'appartamento ora affittato da Tulliani e a metà ottobre l'ha ceduto.

Tutto porta a ritenere che l'operazione fosse stata congegnata in anticipo nei dettagli e poi attuata con una certa rapidità. Non bisogna dimenticare che proprio nella primavera 2008 è nato il Pdl in virtù della fusione tra Forza Italia e Alleanza nazionale: il famoso «discorso del predellino» di Silvio Berlusconi è del 18 novembre 2007 e le successive elezioni, vittoriose per il neonato partito del centrodestra, si sono svolte il 13 e 14 aprile 2008. E quando si verificano fusioni tra partiti, uno dei capitoli più spinosi riguarda sempre la gestione del patrimonio immobiliare.

Amministratore delegato della Printemps Ltd è un professionista del Principato, Bastian Anthonie Izelaar, che rappresenta molteplici interessi dal settore finanziario a quello petrolifero. Nel rogito notarile relativo alla casa ora nella disponibilità della famiglia Tulliani, monsieur Izelaar figura anche come direttore generale della società Jaman Directors Ltd, anch'essa partecipante alla compravendita.

La Jaman Directors ha qualche anno in più delle altre finanziarie, essendo stata fondata il 2 novembre 2005; ma con la Printemps e la Timara condivide la sede di Manoel Street a Castries. Nel «board» di Jaman appare anche il nome del finanziere Gianfranco Comparetti, proprietario dello Yacht Club Villas at Cul de sac ad Anguilla, altro paradiso fiscale vicino all'isola di Santa Lucia, segnalato dall'Ocse come possibile terminale di operazioni di riciclaggio internazionale.

2 - FINI-GATE - STORACE ALL'ATTACCO: "HO FATTO UNA DENUNCIA PER TRUFFA AGGRAVATA"
Gian Marco Chiocci - Stefano Filippi per Il Giornale

La Destra vera, denuncia. La destra che fu, tace. Mentre il partito di Francesco Storace, nelle persone dei consiglieri Buonasorte e D'Andrea (amici della defunta contessa nera Anna Maria Colleoni) attiva la magistratura ipotizzando la truffa aggravata per l'affaire immobiliare di Montecarlo, Gianfranco Fini e i suoi fedelissimi tesorieri di un tempo restano in silenzio.

Il duce della legalità non approfitta della conferenza stampa convocata sullo strappo da Berlusconi per allontanare da sé fastidiosi sospetti e dare spiegazioni sul pezzo pregiato dell'eredità della fascistissima nobildonna, alienato in circostanze oscure dal partito, finito nella disponibilità di più società off shore caraibiche e oggi in uso a un familiare acquisito, il «cognato», Giancarlo Tulliani.

Fini continua a non proferire parola rispetto ai pezzi del puzzle immobiliare che giorno dopo giorno il Giornale sta rimettendo a posto. Avrà i suoi motivi. Certo insospettiscono visto che lo stato dell'arte, nel frattempo, s'è fatto ancora più oscuro.

Ricapitolando: il 12 giugno '99 a Monterotondo, due passi da Roma, se ne va la contessa Colleoni, fascista figlia di fascisti. Nel testamento la nobildonna lascia tutto ad An, anche perché due anni prima l'aveva promesso de visu a Gianfranco Fini incontrandolo riservatamente in un ristorante: «Quando me moro te lascio tutto. Da camerata a camerata». Detto, fatto.

Con la dipartita, l'apertura del testamento olografo riserva sorprese tali che per la prima volta il partito di Fini chiude il bilancio in attivo: nei beni della contessa, dal valore di 2,4 miliardi di lire, rientrano case a Ostia, a Terni, a Roma, terreni a Monterotondo e, appunto, un elegante appartamento nel Principato di Monaco, ben 75 metri quadrati con terrazzo al 14 di boulevard Princess Charlotte, a cinque minuti dal casinò.

Nel legato la contessa inserisce, però, una postilla che adesso - con la denuncia presentata ieri ai carabinieri di Monterotondo e con altre che stanno per essere presentate da disgustati iscritti di An - rischia di ritorcersi contro chi ha mal gestito il patrimonio: «Lascio tutto ad Alleanza nazionale e a Gianfranco Fini come contributo per la buona battaglia».

Per capire se, come ha scritto Feltri, il «cognato» di Fini sia l'uomo adatto a combattere questa «buona battaglia», siamo andato a scavare nella vita di questo appartamento.

Intanto è uscito fuori che nei primi anni 2000 i triumviri romani di Fini salirono più volte a Montecarlo per prendere possesso del locale ereditato. E che, durante i sopralluoghi, ricevettero dai condomini reiterate proposte d'acquisto (offerte fino a un milione e mezzo di euro) o in subordine d'affitto.

Per sei-sette anni la risposta, dal partito, è sempre stata «no, al momento non se ne fa niente». Poi, nel 2008-2009, improvvisamente arriva la svolta. I vicini vedono i lavori partire, commissionati da una Ltd neoproprietaria dell'appartamento, una società off shore costituita chissà dove con soci sconosciuti.

Coi lavori in corso - così hanno raccontato al Giornale alcuni condomini - si materializzano nella palazzina monegasca anche Gianfranco Fini e la compagna Elisabetta Tulliani. A che pro, nessuno lo capisce fino a quando sul campanello il nuovo inquilino non appone una pecetta adesiva con su scritto «Tulliani». Trattasi di Giancarlo, fratello di Elisabetta, cognato di Gianfranco.

Come abbia fatto la casa della contessa a finire nella disponibilità del fratello della compagna di Fini, è un risiko immobiliare complicatissimo. Mentre i tesorieri di An, incalzati dal Giornale, non ricordano gli estremi della compravendita, l'imprenditore che ha svolto i lavori di ristrutturazione nella casa occupata dal «cognato» rivela: «Tulliani seguiva personalmente i lavori nel cantiere, aveva un rapporto diretto con la Timara», la Ltd che effettivamente risulta proprietaria della casa.

Per cercare di capire chi diavolo si nascondesse dietro questa Timara siamo arrivati a scoprire che a monte c'era un'altra società off shore, la Printemps Ltd, costituita anch'essa nell'isola di Santa Lucia nell'arcipelago caraibico. E che questa Printemps aveva venduto l'immobile della contessa a Timara per appena 330mila euro, segno che a sua volta la Printemps l'aveva acquistata (da chi?) ad una cifra ancora minore, sideralmente lontana dal milione e mezzo di euro offerto da un condòmino ad An solo cinque anni fa.

Ma c'è di più. È di ieri la scoperta che in questo gioco di società per nascondere l'appartamento di Montecarlo spunta, non si capisce bene a quale titolo, una terza Ltd, denominata Janom Partners. Andando avanti di questo passo chissà dove fini... amo.

Ecco perché urgono chiarimenti dal presidente della Camera. Faccia finalmente sapere a chi il partito ha venduto la casa della contessa. Quando l'ha alienato. A che prezzo. Con quali modalità. Dia una spiegazione del perché di tutte queste società off shore costituite casualmente proprio nei giorni della vendita.

Abbozzi un'ipotesi su come abbia fatto suo «cognato» ad accaparrarsi (a che prezzo?) quest'immobile a cui mezza Montecarlo aspirava. Insomma, batta un colpo prima che quest'appartamento di famiglia si abbatta su di lei.

 

 

 

[01-08-2010]

 

 

Fini-gate a Montecarlo – i tesorieri di An nel pallone – eppure la domandina è semplice: Perché dire no a un inquilino che proponeva un milione e mezzo nel 2005, e dire sì a una società off-shore dei Caraibi che nel 2008 s’è portato via l’immobile per solo 67mila euro (poi rivenduta a un’altra società off-shore, attuale proprietaria, per 330mila)?...

Gian Marco Chiocci per Il Giornale

Non sanno, non ricordano, non dicono. Poi ammettono di sapere qualcosa, di ricordare effettivamente qualcos'altro, e finalmente qualcosina dicono, ma si contraddicono l'uno con l'altro. L'imbarazzante ping pong sull'appartamento di Montecarlo fra i finani Donato Lamorte, ex capo della segreteria di An, e Francesco Pontone, tesoriere dell'ex partito, sta raggiungendo vette straordinarie. Ieri l'ultima chicca.

 

Al Corriere della Sera Lamorte si confessa: «L'ho vista quella casa (di Montecarlo, ndr). Nel 2008 facemmo una gita, eravamo in dieci». Domanda successiva: com'era? Bella? «Tremenda. In uno stato deplorevole, fatiscente. Cataste, vetri rotti, spazzolini da denti dentro scatole di Simmenthal. Se toccavi qualcosa rischiavi di prenderti la setticemia e morire».

Quindi non valeva tre milioni, chiede ancora il Corriere. «No, di sicuro. Se uno spende una cifra del genere è pazzo». E ancora. Pare sia stata venduta per 67mila euro, a una società off-shore, non proprio trasparente: «Solo? Troppo poco. Ma non me ne intendo di queste cose: quando Almirante mi diceva firma, io firmavo. Chiederò a Pontone, che era il tesoriere quando fu venduta. I poteri ce li aveva lui».

Bene.
La versione di Lamorte, come vedremo di qui a poco, fa acqua. E aggrava sempre di più la posizione di chi, intorno al presidente della Camera, ha eretto un muro di gomma sulla casa monegasca dove oggi alloggia il «cognato» di Fini. Allora. Quando il Giornale ha sollevato il caso s'è premurato di chiedere conto anche ai due «amministratori» del partito che quel bene ereditato avevano gestito.

 

Sul Giornale del 29 luglio, però, Lamorte cade dalle nuvole. Giura di non sapere niente dell'appartamento monegasco, se non che apparteneva a una simpatizzante di An, e che poi è stato venduto. Non ha idea a chi sia stato alienato e perché oggi ci abiti Giancarlo Tulliani: «Chiedete a Pontone».

Al Corriere, sempre il 29 luglio, però Lamorte ritrova invece la memoria e finalmente ammette di sapere qualcosa di quell'immobile per essersene occupato personalmente: «Andai a vederlo: circa 45 metri quadri, in condizioni fatiscenti. Niente vista mare, né finestre su strada. Chi comprò? Una società. Chiedete a Pontone», che col Giornale è caduto dal pero: «L'appartamento fu venduto, ma non ricordo a chi».

Lamorte dunque sapeva, ma al Giornale ha detto il contrario di quanto riferito al Corriere. Passi. Nel suo intervento bis sul quotidiano di via Solferino, però, il fedelissimo di Fini omette dettagli importanti. Che lo riguardano. Il primo si riferisce al fatto che non andò nel 2008 a visionare l'appartamento, bensì prima, molto tempo prima. Nel lontano anno 2000, pochi mesi dopo la morte della contessa Colleoni e l'apertura del testamento olografo.

 

Ci è stato confermato direttamente da chi, con l'onorevole Lamorte, dal 2000 al 2006 è stato ciclicamente in contatto per cercare di acquistare l'appartamento al 14 di Boulevard Princess Charlotte arrivando a offrire cifre enormemente più interessanti dei 67mila euro che nel 2008 basteranno a una società off-shore (con sede nel paradiso fiscale di Saint Lucia) per chiudere la compravendita.

Nel 2000 si è partiti col proporre un milione di euro, lievitato fino al milione e mezzo con l'ultima proposta d'acquisto recapitata nel 2006 «all'attenzione dell'onorevole Donato Lamorte» nella sede di Alleanza nazionale in via della Scrofa. Perché dire no a un inquilino che proponeva un milione e mezzo nel 2005, e dire sì a una società off-shore dei Caraibi che nel 2008 s'è portato via l'immobile per solo 67mila euro (poi rivenduta a un'altra società off-shore, attuale proprietaria, per 330mila)?

Lamorte non sa spiegarlo, eppure dovrebbe ricordarsi di quando nel 2000 (e non nel 2008) andò a parlare col vicinato chiedendo spiegazioni sull'amministrazione del condominio. Dovrebbe rammentare di quando ai condòmini lasciò biglietti da visita «per qualsiasi chiarimento in merito alla futura vendita dell'appartamento che il partito ha eredito da una nobildonna romana nostra simpatizzante», e proprio attraverso quei biglietti venne spesso disturbato via telefono o con raccomandate con ricevuta di ritorno.

«Ogni volta che chiamavano per sapere se finalmente aveva deciso di mettere in vendita l'appartamento - hanno raccontato al Giornale gli inquilini - dal partito, a Roma, prendevano tempo. Ci dicevano che ancora non era deciso nulla e bisognava aspettare e che poi ci avrebbero fatto sapere (...). Poi c'è stato un buco di qualche anno, fino a che, all'incirca due anni fa, sono cominciati i lavori».

E proprio in quell'ultimo periodo i condòmini avrebbero visto materializzarsi nel palazzo Gianfranco Fini e signora, sorella del neo inquilino che a detta di chi ha svolto i lavori di ristrutturazione aveva contatti diretti con la Ltd caraibica.

E ancora. Quando Lamorte paragona a una topaia l'appartamento posizionato in una delle zone più belle di Montecarlo, dovrebbe ben sapere che proprio per l'inerzia di An l'immobile è stato inspiegabilmente abbandonato a se stesso dal 2000 al 2008, salvo essere ripreso in considerazione solo quand'è spuntato l'acquirente off-shore con una sua società anonima creata, guarda la coincidenza, proprio nei giorni del business immobiliare fra Roma e i Caraibi.

Eppoi al di là delle condizioni in cui l'immobile i referenti romani di An lo hanno effettivamente rinvenuto, la stima economica delle mura, in quel punto del Principato - a sentire le agenzie immobiliari del quartiere monegasco - è una sola: 20mila euro al metro quadro, che sale fino a 30mila in caso di locale appena ristrutturato.

E nell'immobile in cui è andato a vivere in affitto Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, compagna di Fini, le opere di ristrutturazione sarebbero state fatte senza badare a spese, con il neo inquilino sempre presente nel cantiere per aggiornarsi sullo stato d'avanzamento lavori.

Ovviamente Lamorte può non sapere a quanto la Timara Ltd ha poi affittato a Giancarlo Tulliani, «cognato» del suo presidente, l'appartamento che la contessa Anna Maria Colleoni ha lasciato in eredità ad Alleanza nazionale. E anche se i legali dell'inquilino di Montecarlo assicurano che l'affitto viene puntualmente pagato sulla base di un «regolare contratto di locazione», ad oggi resta sconosciuto l'importo oltreché le circostanze che hanno portato Giancarlo Tulliani a occupare l'appartamento ereditato, per conto del partito, da suo «cognato».

Così come sconosciuti al mercato finanziario internazionale risultano i soci della società off-shore che hanno trattato con Alleanza nazionale (il deputato Lamorte, il senatore Pontone, o chi altro?) per vedersi «regalato» un appartamento che sarà stato anche maleodorante come uno slum indiano, ma le cui mura ancor oggi profumano d'affare.

 

 

[02-08-2010]

 

 

Fini-gate – riunione della famiglia tulliani ad ansedonia: che fare? - LA RUSSA ATTACCA GLI EX CAMERATI: “CASA A MONTECARLO. IO TENUTO ALL’OSCURO DAGLI UOMINI DI FINI” - GUERRA PER IL TESORETTO DI AN: FINI VUOLE METTERE LE MANI SU TUTTO IL PATRIMONIO DI VIA DELLA SCROFA - GLI EX COLONELLI GUIDATI DA LA RUSSA METTONO IN CAMPO I REVISORI - INTANTO I NUOVI GRUPPI DI FUTURO E LIBERTA’ SI METTONO IN TASCA DUE MILIONI…

1 - LA RUSSA ATTACCA: "CASA A MONTECARLO. IO TENUTO ALL'OSCURO DAGLI UOMINI DI FINI"
Andrea Garibaldi per il Corriere della Sera

La giornata era limpida e il mare una tavola. Gianfranco Fini ne ha tratto giovamento, prima di rientrare, nella notte, a Roma. Ma si è portato dietro due ombre. La mozione di sfiducia verso il sottosegretario Caliendo e gli attacchi «familiari» del Giornale e di Libero, quotidiani vicini a Berlusconi. Un'azione sistematica, che riguarda anche i principali sostenitori del nuovo corso finiano.

Racconta il deputato Granata: «Ci sono cronisti sguinzagliati in Sicilia a cercare materiale su di me, su Lo Presti, su Briguglio, su Scalia...». Il caso Caliendo preoccupa il presidente della Camera perché rivela già un dibattito aspro fra i finiani che vogliono le dimissioni e i più moderati, i più governativi, intenzionati a votare contro. A fine mattinata, Fini ha scelto di far dire al suo portavoce, Fabrizio Alfano, che su questo «ha idee chiarissime», lasciando ogni dubbio.

Sulle nuove paginate, Fini ha parlato con la compagna Elisabetta Tulliani e con i suoceri, tutti presenti nella villa di Ansedonia, affittata dalla famiglia. Il Giornale illustra una causa civile promossa dall'ex fidanzato di Elisabetta, Luciano Gaucci. L'ex presidente del Perugia calcio racconta di aver intestato terreni, appartamenti - cinque nella zona di Valcannuta, dove ora abita la famiglia Tulliani al completo e dove è andato a vivere anche Fini - auto di lusso, un Guttuso, un de Chirico, un Campigli, orologi, gioielli.

 

Gaucci sostiene di averlo fatto per mettere al riparo questi beni dai creditori e di aver avuto una «dichiarazione di fede», nella quale la Tulliani riconosceva il ruolo di «prestanome». Dichiarazione che però Gaucci non trova più. Gaucci chiede la restituzione di tutti quei beni. Libero invece ha cercato lo stato di famiglia di Fini e ha scoperto che il presidente figura in quello della famiglia Tulliani, di qui sostenendo che Fini usufruirebbe degli introiti dei contratti che la mamma di Elisabetta ha con la Rai.

Ieri Fini e famiglia hanno rinunciato a farsi vedere, con le due bimbe, di buon ora, allo stabilimento sotto la collina di Ansedonia che frequentano abitualmente. Hanno preferito mete più discrete, per prendere una decisione: Elisabetta Tulliani ha incaricato gli avvocati di famiglia, Giordano e Izzo, di querelare Giornale e Libero che hanno mosso «un attacco mediatico spregiudicato e basato sulla postulazione di falsità, arricchite dalla consueta volgarità e dileggio pseudo informativo».

 

Il caso più intricato resta quello pubblicato nei giorni scorsi dal Giornale, sulla casa di Montecarlo lasciata in eredità ad An (e a Fini come suo presidente) dalla contessa Colleoni, venduta dieci anni più tardi a una società finanziaria e finita in affitto al fratello di Elisabetta Tulliani. Ieri Ignazio La Russa, uno dei «colonnelli» che si è allontanato da Fini, ha dichiarato di non sapere nulla di quella vendita, «stranamente, perché ero il coordinatore del partito». Aggiunge che «ne devono rispondere gli amministratori del partito che dipendevano direttamente da Fini». Gli amministratori dei beni di An, Lamorte e Pontone, non hanno finora prodotto documenti sulla vicenda. Linea del silenzio anche da parte di Fini.

 

2 - FRATELLI COLTELLI - GUERRA PER IL TESORETTO DI AN - FINI VUOLE METTERE LE MANI SU TUTTO IL PATRIMONIO DI VIA DELLA SCROFA - GLI EX COLONELLI GUIDATI DA LA RUSSA METTONO IN CAMPO I REVISORI - INTANTO I NUOVI GRUPPI DI FUTURO E LIBERTA' SI METTONO IN TASCA DUE MILIONI...
Sandro Iacometti per Libero

Archiviato il divorzio politico, ora bisogna pensare a quello economico. E anche qui la battaglia si preannuncia tutt'altro che facile. Gli ex colonnelli di An non sembrano infatti intenzionati a lasciare che Gianfranco Fini si pappi tutto il tesoretto del vecchio partito. Sul piatto ci sono attualmente circa 105 milioni di euro di cassa e la torta ben più sostanziosa del patrimonio immobiliare: sezioni, case e palazzi sparsi in tutta Italia il cui valore si aggirerebbe sui 3-400 milioni di euro (anche se gli amministratori sostengono che una valutazione vera e propria non sia mai stata fatta).

Molti gli immobili di pregio, tra cui il palazzo romano di Via della Scrofa, ex sede nazionale del partito, e la storica sede milanese di Via Mancini. Terreno di scontro sarà la nascitura Fondazione Alleanza Nazionale, un'idea che nacque (sulla scorta di quanto fatto dai Ds con la creazione del Pd) all'epoca della fusione con Forza Italia non solo per continuare a percepire i rimborsi elettorali, ma anche per blindare i forzieri del vecchio partito e per garantire la proprietà giuridica del simbolo e del nome.

Il progetto, che ha preso veramente corpo solo negli ultimi mesi, potrebbe diventare l'asso nella manica del presidente della Camera. A guardia del fortino, infatti, benché negli organismi di controllo siano rappresentate più o meno tutte le ex correnti di An, ci sono fedelissimi di Fini già entrati a far parte dei nuovi gruppi parlamentari Futuro e Libertà.

 

Le chiavi della cassaforte sono in mano a Franco Pontone, tesoriere del vecchio partito, e a Donato Lamorte, storico capo della segreteria politica di Fini ai tempi dell'Msi ed ora amministratore unico delle tre società Italimmobili srl, Immobiliare Nuova Mancini srl e Isva che gestiscono tutto il patrimonio immobiliare di An. Le varie società sono destinate a confluire nella nuova Fondazione (che dovrà darsi uno statuto entro il 2011), tra i cui garanti, oltre al presidente Lamorte, ci sono due finiani doc come il senatore Egidio Digilio e il deputato Enzo Raisi (amministratore del Secolo d'Italia). Mentre la gestione amministrativa dell'associazione An, il veicolo per arrivare alla Fondazione, è nelle mani fidate di Pontone.

Qualche settimana fa, prevedendo la bufera, gli ex An non legati al presidente della Camera hanno iniziato a puntare i piedi. Durante l'assemblea per l'approvazione del bilancio 2009 sono infatti fioccate le contestazioni alla gestione economica dell'associazione. Critiche rivolte principalmente agli anticipi concessi dal partito al

 

Secolo d'Italia (gestito da una srl, ma controllato da An attraverso una quota di partecipazione del 97%, pari a 87mila 300 euro di capitale sociale nominale), quotidiano diretto da un'altra fedelissima di Fini come Flavia Perina. A guidare l'assalto, secondo ricostruzioni fatte dalla stessa Perina, sarebbero stato i senatori "larussiani" Antonino Caruso e Pierfrancesco Gamba e Roberto Petri (capo della segreteria politica del ministro della Difesa), anche loro nel comitato dei garanti della Fondazione accanto a Francesco Biava e Maurizio Leo (area Alemanno) e Giuseppe Valentino.

 

Alla fine gli uomini di Ignazio La Russa sarebbero riusciti ad ottenere un tetto all'autonomia di Pontone (che nel 2009 ha portato il bilancio in utile di 38,5 milioni) e un controllo preventivo su tutta la gestione. Con l'esplosione del caso Montecarlo (l'appartamento l'asciato in eredità al partito dalla contessa Anna Maria Colleoni nel 1999 e ora utilizzato dal fratello della compagna di Fini, Giancarlo Tulliani, attraverso una società off-shore) e lo strappo di questi giorni, le truppe degli ex colonnelli starebbero meditando misure ancora più drastiche, come quella di affidare ad una società di certificazione di bilanci la valutazione della sana e corretta gestione degli attivi patrimoniali. Nel frattempo, anche Fini sta muovendo le sue pedine. L'idea a cui stanno lavorando gli uomini del presidente della Camera è quella di legare la Fondazione al partito che dovrà nascere da Generazione Italia e dai gruppi parlamentari Futuro e Libertà. Tutto ruoterebbe intorno alla possibilità di dimostrare legalmente che ci sia una continuità sostanziale tra il nuovo partito e il vecchio. Una tesi il cui argomento forte è chiaramente la presenza dello stesso leader (Fini era presidente di An e lo sarà della nuova creatura politica) e di una parte della stessa classe dirigente.

Molto più semplice, per adesso, sarà portare a casa le spettanze dei due nuovi gruppi parlamentari per le quali non servono battaglie legali né manovre societarie. Basterà presentare il conto agli uffici di Camera e Senato.

 

Secondo calcoli effettuati si tratta complessivamente di circa 2 milioni di euro. A Palazzo Madama la dote che i finiani si portano dietro è così suddivisa: 40mila euro sono i fondi per le attività parlamentari dei dieci senatori a cui si aggiungono due contributi di 76mila euro l'uno per i servizi di supporto e 5 contributi sempre da 76mila euro per il personale. In tutto circa mezzo milione di euro. Si arriva invece a quasi un milione e mezzo per Montecitorio. Calcolando quanto prende complessivamente il gruppo del Pdl e dividendo la somma per ognuno dei deputati si scopre che ogni onorevole costa qualcosa come 43mila euro. Soldi che vanno quindi moltiplicati per i 33 deputati che andranno a formare il nuovo gruppo di Futuro e Libertà. In tutto un milione e 419mila euro.

 

 

[02-08-2010]

 

 

FERMI TUTTI! QUESTA VOLTA NON È “IL GIORNALE” DEI SERVI DEL NANO SUPREMO MA “IL FATTO” DI TRAVAGLIO E COMPAGNI A SCOPERCHIARE I MISTERIOSI INTRECCI DELLA VECCHIA ALLEANZA NAZIONALE DIETRO ALLA CASA MONEGASCA DEL ‘COGNATO’ TULLIANI - 2- TRA I REFERENTI DELLE SCATOLE CINESI OFF SHORE SPUNTANO I RAPPORTI CON L’EX FINIANO AMEDEO LABOCCETTA, ORA DIVENTATO ULTRÀ DEI BERLUSCONES (CHISSÀ PERCHÉ…) - 3- IL FACCENDIERE DELLA COMPRAVENDITA SAREBBE UN PRESTANOME DI CORALLO, RE DELLE SLOT MACHINES DI ATLANTIS VICINO AD AN E RAPPRESENTATO IN ITALIA DA LABOCCETTA - 4- “IL FATTO” CONSIGLIA: “OGGI FINI DOVREBBE SPIEGARE PERCHÉ HA DECISO DI VENDERE A UN PREZZO COSÌ BASSO A UNA SOCIETÀ DELLE ANTILLE IN MANO A UN CONSULENTE DI CORALLO. E MAGARI POTREBBE ANCHE SPIEGARE QUANTO PAGA IL COGNATO PER L’AFFITTO. ANCHE PERCHÉ PRESTO QUALCUN ALTRO POTREBBE COMINCIARE A PARLARE. MAGARI NON I SUOI FEDELISSIMI TESORIERI MA PROPRIO LABOCCETTA CHE NEL 2008 ERA UN UOMO DI FINI MA OGGI STA CON BERLUSCONI…”

 

Marco Lillo per "Il Fatto Quotidiano"

Il personaggio chiave nel giallo della casa di Montecarlo finita da An alla disponibilità del cognato di Gianfranco Fini, passando per un paio di società off-shore, si chiama James Walfenzao. Questo professionista caraibico specializzato nella costituzione di fiduciarie, trust e altre scatole esotiche per mettere i soldi al riparo dalle tasse figura come rappresentante nelle società che hanno comprato l'immobile abitato da Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Fini.

Walfenzao però non è un "professionista monegasco" come scritto da ‘Il Giornale'. È il rappresentante nell'isola di Saint Lucia della Corpag, una società di servizi delle Antille olandesi con filiali in molti paradisi fiscali. Ma soprattutto Walfenzao è il consulente, l'amministratore e il prestanome di un amico di An che ha fatto fortuna nei mari caldi: Francesco Corallo, nato a Catania nel 1960, titolare della multinazionale del gioco Atlantis Worid con base alle Antille.

L'UOMO DELLE ANTILLE
Walfenzao compare in due operazioni avvenute a distanza di migliaia di chilometri che non hanno nulla in comune tranne la presenza di esponenti di An. Da un lato amministra la società che compra a Montecarlo (a prezzo di favore) la casa di An. Dall'altro controlla per conto di Corallo parte del capitale della Atlantis, la società vicina al vertice di An che in pochi anni ha raccolto miliardi di euro con le sue slot machines in Italia.

Il gruppo Atlantis è controllato (in parte tramite Walfenzao) da Francesco Corallo, un incensurato che però ha un cognome pesante: è il figlio di Gaetano Corallo, 73 anni, condannato a 7 anni e mezzo (scontati) per associazione a delinquere, latitante per anni in America dopo esser sfuggito alla retata del 1983 per la scalata degli amici del boss dei catanesi, Nitto Santapaola, ai casinò italiani.

In quegli anni ruggenti Santapaola andava in vacanza a Saint Marteen dove Corallo senior gestiva un casinò. Oggi nello stesso settore e nella stessa isola il figlio è il re dell'azzardo legale ma lui giura: "Non vedo papà da 20 anni e i miei casinò li ho fatti da solo".

Per anni gli investigatori hanno sospettato il contrario. Ma nessun pm ha mai chiesto per lui nemmeno un rinvio a giudizio nonostante le informative della Finanza e della Polizia ipotizzassero rapporti tra Francesco Corallo, il padre Gaetano, il clan Santapaola e persino uno dei latitanti più ricercati dall'amministrazione Bush: l'ex parà italiano, poi genero del presidente della Bolivia e boss del narcotraffico in quel paese, Marco Marino Diodato.

 

Francesco Corallo è stato indagato due volte dalla Procura di Roma per traffico di droga e riciclaggio ma è stato sempre archiviato. Il figlio di don Gaetano è oggi un imprenditore stimato che gira per Roma sulla sua Smart, incontra politici e banchieri con i quali punta alla quotazione in borsa a Londra e Toronto. La presenza del suo consulente e prestanome nella società che compra la casa di Alleanza Nazionale insomma non deve sorprendere.

La domanda è un'altra: chi rappresenta Walenzao? Probabilmente non Corallo: con i miliardi delle slot uno come lui non ha certo bisogno di comprare un quartierino scontato a Monaco. Stiamo parlando del re dell'azzardo tra le due sponde dell'Oceano. Atlantis è titolare di tre casino a Saint Marteen, due a Santo Domingo e uno a Panama. La pista potrebbe essere un'altra.

L'AMICO ITALIANO DI WALFENZAO
Quando sbarca in Italia, Corallo sceglie come suo rappresentante il vecchio amico Amedeo Laboccetta, dagli anni ottanta colonna del Msi napoletano e poi di An. Magari proprio Laboccetta è l'uomo che conosce il segreto di Walfenzao. Magari è stato proprio il deputato del Pdl che ogni anno va in vacanza alle Antille e vuole essere sepolto lì, a suggerire di rivolgersi al consulente di Francesco Corallo in strutture societarie schermate.

Comunque un dato è certo: l'undici luglio del 2008 la casa lasciata 9 anni prima dalla contessa Colleoni a Gianfranco Fini perché proseguisse "la giusta battaglia" è finita ai Caraibi. Davanti al notaio Aureglia di Monaco, Alleanza Nazionale, rappresentata dal tesoriere Francesco Pontone, vende la casa a Printemps Ltd, con sede in Manoel Street, 10, Castries, Saint Lucia.

La proprietà della società acquirente (come il sito della società di Walfenzao proclama tra i vantaggi offerti dalle strutture made in Saint Lucia) non è trasparente . Printemps è stata costituita poco più di un mese prima, il 30 maggio 2008, a Saint Lucia. Per l'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, composto da sala, due camere, cucina, bagno e balcone, secondo Il Giornale, uno degli inquilini del palazzo aveva offerto un milione e mezzo di euro. An preferisce svendere a 300 mila euro alla società rappresentata da Walfenzao.

Tre mesi dopo, Printemps rivende a 330 mila euro alla Timara Ltdanche lei con sede nell'ufficio della Corpag di James Walfenzao a Saint Lucia. Gli altri due amministratori, Tony Izelaar e Suzi Beach, sono corrispondenti della Corpag a Monaco. Quindi per capire l'affaire monegasco bisogna partire dalle Antille.

Il Fatto Quotidiano pubblica qui a fianco uno schema che descrive la struttura proprietaria del gruppo. Al vertice della holding di Londra che controlla una quota di Atlantis c'è proprio James Walfenzao, che però opera in nome e per conto di Francesco Corallo. Accanto pubblichiamo anche una foto di Gianfranco Fini e Amedeo Laboccetta con le rispettive consorti (si intravede Daniela Di Sotto che era ancora la signora Fini) scattata a Saint Marteen nell'agosto del 2004 nel ristorante del casino di Corallo.

Poche settimane prima, il 15 luglio 2004, la Atlantis aveva firmato la concessione con i Monopoli di statore 4 mesi dopo, a dicembre, Laboccetta diventerà (fino all'elezione alla Camera nel 2008) procuratore in Italia della società. Laboccetta allora difese Fini sostenendo che il leader lo aveva seguito solo per fare immersioni a caccia di squali: "Fini non sapeva che Atlantis aveva appena ottenuto la concessione in Italia", giurò.

Anche alla luce della presenza di Walfenzao nella compravendita, oggi Fini dovrebbe spiegare perché ha deciso di vendere a un prezzo così basso a una società delle Antille diretta da un consulente di Corallo. E magari potrebbe anche spiegare quanto paga il cognato per l'affitto. Anche perché presto qualcun altro potrebbe cominciare a parlare. Magari non i suoi fedelissimi tesorieri ma proprio Laboccetta che nel 2008 era un uomo di Fini ma oggi sta con Berlusconi.

 

 

[04-08-2010]

 

SUL FINI-GATE DI MONTECARLO SI SVEGLIA ANCHE “LA STAMPA” DI MARIONE CALABRESI E FA SUBITO CENTRO - LEGGETE LE ULTIME RIGHE DEL PEZZO DI SAPEGNO E SORGE SPONTANEA LA DOMANDA: SE È VERO CHE NON È STATA VENDUTA A 300 MILA € MA (EVIDENTEMENTE) AD UNA CIFRA VICINA AL MILIONE O DI PIÙ, EBBENE: CHI SI È INTASCATO LA DIFFERENZA (IN NERO)? - ECCO A COSA SERVIVAVANO LE SCATOLETTE CINESI OFF-SHORE....

Pierangelo Sapegno per La Stampa

Questa è la casa del mistero, come l'hanno chiamata i giornalisti con la solita enfasi, boulevard Princesse Charlotte, numero 14, la strada che sale sopra Montecarlo, un po' lontano dal mare, le persiane tutte chiuse, una siepe bassa davanti al portone e un cameramen che non si muove mai dal marciapiede, la sigaretta in tralice e gli occhi socchiusi, come se aspettasse l'assassino.

 

Al primo piano c'è l'appartamento lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale da Anna Maria Colleoni, discendente di quell'altro Colleoni, Bartolomeo, e grande tifosa del presidente della Camera, Gianfranco Fini, da quando andava a tutti i suoi comizi assieme all'amica Delfina, portandogli sempre un cesto di albicocche, che coglieva dai suoi frutteti. La cosa strana sarebbe che ora lì ci abita, versando l'affitto a una misteriosa società off-shore, il cognato del presidente, Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta.

E in basso, al citofono, vicino agli altri nomi, quasi tutti italiani, il suo c'è davvero: Tulliani. Sta fra Romano e Axel Mees, che assieme a Pleint Pourteau e Maslak è l'unico cognome dal suono straniero. Gli altri si chiamano Bozzolan, Lazzaroni, Monigatti, Ribaudo, Calcagno, Spadaccini, Bessero, Arrigoni. Quello di Tulliani è l'appartamento numero tre, ma non è la finestra indicata in questi giorni dalle fotografie dei giornali. Non sta sulla strada, non si vede da qui.

 

Il cameramen l'ha spiegato con un sorriso. Lui ormai su questo marciapiede ci sta passando dei giorni interi. Devi andar dietro, dove c'è il giardino. E dietro, dove c'è la scala appoggiata al balcone, quello è l'alloggio di Tulliani. E' tutto chiuso. Sulla terrazza, rifatta a nuovo, con le volte, c'è solo una brandina da sole, di quelle che costano 50 euro in Italia.

Per ora sembra non ci sia nessuno. La palazzina di tre piani, color avorio, ha qualche fregio alle finestre, delle grate affacciate sulla strada, i decori stile liberty ai lati del portone, e anche sopra, e nell'insieme quell'aria un po' fuori moda, come un anziano signore che ha fatto il suo tempo, ma che mantiene ancora tutta la sua dignità.

La zona, come spiega il signor Andrea, da Milano, che ha «un bilocale vicino al porto, che poi le spiego», non è di quelle importanti, e nemmeno tra le più care: «Cioé, qui non ci abitano i vip». Per capire il suo valore, bisognerebbe capire quanto è grande. Tulliani ha detto che saranno 40 metri quadri, che quando l'hanno preso era tutto malandato: «Io non ci vivo gratis, nè ho il concordato d'uso, ma pago alla società un affitto congruo».

 

Il Giornale ha scritto che invece sarebbero 70 metri quadri. Andrea spiega che è un errore che ci può stare: «Qui a Montecarlo non si fa distinzione tra superficie calpestabile e commerciale. E' tutta la stessa». Quindi, un balcone varrebbe come una stanza. Sull'atto di vendita, archiviato nel fascicolo 1283A-Acte0009A, davanti al notaio Paul Louis Aureglia, c'è scritto che la casa ereditata da An «consiste nella totalità del nono lotto, comprendente un appartamento situato al pianterreno dell'immobile e composto da: sala, due camere, cucina, bagno e balcone». Quel giorno, l'11 luglio 2008, An cedette l'alloggio a una società nata un mese prima, la Printemps, amministrata da James Walfenzao, al prezzo di 300mila euro.

Secondo alcuni quel prezzo è irreale, e quella società nasconderebbe un nome importante. Il presidente della Camera ha fatto sapere che quel nome non è il suo. Ovviamente, c'è chi non gli ha creduto. Il Giornale ha raccontato che alcuni condomini del palazzo avevano offerto un milione d'euro per acquistare l'appartamento, senza che An prendesse in considerazione quell'opportunità.

Il signor Andrea comincia a spiegare che a lui, per comprare il bilocale di 65 metri quadri giù al porto, gli avevano chiesto «un milione e centomila euro partendo da uno e due». Ma il porto è una delle zone vip di Montecarlo, con vista mare. Questa non è così. La «casa del mistero», come dicono i giornalisti, sta sulla sinistra del boulevard, arrivando dall'Italia, e lì attaccato, al numero 16, c'è il Novotel, un albergo di 16 piani con 4 livelli sotterranei ricostruito appena tre anni fa, dopo che avevano buttato giù il vecchio palazzone di otto piani di Radio Montecarlo, un edificio storico del Principato, ma non certo un monumento.

Il Novotel adesso ha 207 camere e 12 suites, più un residence di 28 appartamenti e un parcheggio pubblico per 449 posti auto. Non è roba da 4 stelle. Radio Montecarlo, invece, s'è spostata, guarda caso, giù al porto. A cento metri circa dal numero 14 c'è l'ingresso alto della nuova stazione ferroviaria sotterranea del Principato, e da qui si va giù allo stadio e alla Moyen Corniche andando verso Nizza. Beh, non sembra proprio una zona troppo chic, tanto per dire la verità. Eppure, quel prezzo, 300mila euro, non dev'essere ancora giusto, come ti spiegano proprio a Radio Montecarlo: «In effetti sembra un po' basso...».

 

Solo che tutti quelli che l'hanno visto, da Giancarlo Tulliani a Rita Marino, la segretaria di Fini, ripetono come in un ritornello che era ridotto davvero male, che «sembrava meglio venderlo che ristrutturarlo». E dopo la vendita, «i lavori di miglioramento e ristrutturazione ci sono stati davvero». Adesso lo conferma anche l'amministratore del condominio, senza dire però quanto sono costati.

 

Anche nelle case, forse, l'unico mistero è quello dei soldi. E intanto qui, dopo un'ora di appostamento, finalmente arriva un tizio, spuntato da qualche macchina, che si attacca al citofono. Non gli risponde nessuno: normale. Ma il cameramen ha già attraversato la strada. E quando gli chiediamo della casa di An e di Tulliani, lui è lì che sorride: «Ma voi credete davvero a tutto quello che scrivete?». Annotiamo la sua pelata sul taccuino. Perché? «Perché vedrete che non è vero niente, che non è vero che quella casa è stata venduta a 300mila euro e che non è neppure vero che vale più di un milione e chissà quanto altro...».

 

 

[06-08-2010]

 

 

 

1- FINI, CONFERENZA STAMPA DI UN LEADER DAVVERO DEMOCRATICO: NESSUNA DOMANDA! - TEME DI DOVER DARE SPIEGAZIONI SULLA CASA DI MONTECARLO? CHISSÀ SE CE NE FOSSERO ALTRE, MAGARI NON IN USO A LUI? - GLI EREDI MANCATI DEL TESORO DI ALLEANZA NAZIANALE PRONTI A RIVELARE COME EFFETTIVAMENTE ANDARONO LE COSE - 2- DUE FINI, DUE CASE, DUE MISURE - EZIOLO MAURO SUONA L´ORA DELLA MORALITÀ: VIVA L’ETICA DI FINI, ALL’INFERNO LA COTICA DEL PUZZONE DI ARCORE: BENE, BRAVO, BIS! - E A PROPOSITO DELL’EX FASCIO RIMPANNUCCIATO DALLA TULLIANI IL FENOMENO TUONEGGIA DI "PESTAGGIO MEDIATICO SUI GIORNALI DI FAMIGLIA E DI ALTRE FAMIGLIE ASSERVITE" - ORA SULLA CASA A MONTECARLO SCOVATA DA "IL GIORNALE", COME DEL RESTO SUL CONTRATTO RAI DELLA ’SUOCERA’ SVELATO DA DAGOSPIA, SONO LIBERI DI CHIUDERE OCCHI-NASO-BOCCA MA LOS REPUBBLICONES SI RICORDINO DEL LORO ’PESTAGGIO MEDIATICO" PER LA CASA DI BERTOLASO (E LASCIAMO PERDERE QUALCHE CASA ACQUISTATA CON SOLDI IN NERO PERCHÉ COSÌ FAN TUTTI, ANCHE QUALCHE MORALISTA)

1 - FINI: IERI BRUTTA PAGINA, NOI PRESERVIAMO VALORI POPOLO LIBERTA'...
(DIRE) - "Ieri una brutta pagina per il centrodestra e piu' in generale per la politica italiana". Lo dice il presidente della Camera Gianfranco Fini in una dichiarazione alla stampa.
Questo "non ci impedira'- dice Fini- di preservare i valori liberali e riformisti del Popolo della liberta' e di continuare a costruire un futuro di liberta' per l'Italia"

 

2 - BERLUSCONI HA LOGICA AZIENDALE, NON ISTITUZIONALE
(Apcom) - "Sostenere che devo lasciare la Presidenza della camera dimostra una logica aziendale modello amministratore delegato di un consiglio di amministrazione che non ha nulla a che vedere con le istituzioni democratiche". Lo ha detto in conferenza stampa il Presidente della Camera Gianfranco Fini.

"Ringrazio i tantissimi cittadini che mi hanno mostrato solidarietà e invitato a continuare per amore di patria, per la coesione nazionale, la legalità e la giustizia sociale", sottolinea.

3 - IERI ESPLULSO DA PARTITO SENZA POTER ESPRIMERE MIE RAGIONI
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - "Ieri sera in due ore, senza la possibilita' di esprimere le mie ragioni, sono stato espulso dal partito che ho contribuito a fondare". Lo ha sottolineato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ricordando nella sua dichiarazione alla stampa i le cose di cui, nel documento della direzione del Pdl di eri, e' stato ritenuto "colpevole".

 

4 - NON DARO' DIMISSIONI DA PRESIDENZA CAMERA...
(ANSA) - 'Non daro' le dimissioni da presidente della Camera' conferma Gianfranco Fini, all'inizio della conferenza stampa, convocata dopo la rottura con Silvio Berlusconi.

5 - FINI, SOSTEGNO O CONTRASTO GOVERNO IN BASE SCELTE...
(ANSA) - Il gruppo che nascera' dai deputati e senatori che hanno lasciato il Pdl 'e' formato di uomini e donne liberi che sosterranno lealmente il governo ogni qual volta saranno prese scelte nel solco del programma elettorale e lo contrasteranno se le scelte saranno ingiustamente lesive dell'interesse generale'. Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, nella comunicazione alla stampa sulle sue scelte dopo il divorzio dal premier Silvio Berlusconi.

6 - PER FINI GRUPPO ANCHE A SENATO, RAGGIUNTA QUOTA 10
(ANSA) - Anche al Senato ci sono i numeri per costituire il gruppo finiano 'Futuro e Liberta''. A Palazzo Madama è stata infatti toccata la soglia dei 10 senatori necessaria per costituire un gruppo autonomo, mentre alla Camera è già stato depositato il nome del gruppo dei deputati, al quale hanno già aderito 34 finiani

 

 

Ezio Mauro per "la Repubblica"

 

L´irruzione della legalità ha dunque fatto saltare per aria il Pdl, mettendo fine alla costruzione politica e mitologica del più grande partito italiano nella forma che avevamo fin qui conosciuto, come l´incontro tra due storie, due organizzazioni e due leader in un unico orizzonte che riassumeva in sé tutta la destra italiana, il suo passato, il suo futuro e l´eterno presente berlusconiano.

Tutto questo è andato in pezzi, perché la legalità è come una bomba nel mondo chiuso del Cavaliere, dove vigono piuttosto la protezione della setta, l´omertà del clan, il vincolo di servitù reciproca di chi conosce le colpe individuali e il destino comune di ricattabilità perpetua.

Trasformando la legalità in politica, Fini ha scelto il terreno più proficuo per mettere psicologicamente e moralmente in minoranza la potenza del premier, dimostrando la solitudine dei numeri e la debolezza dei muscoli. In più, si è posizionato su un terreno elettoralmente e mediaticamente redditizio, dove può nascere una cultura di destra-centro che provi per la prima volta a parlare insieme di ordine e di regole, di moralità e di Costituzione.

 

Il rispetto delle istituzioni, la fedeltà alla Carta sono infatti l´altro grande fattore di rottura. Dalla semplice, ma insistita regolarità costituzionale con cui il presidente della Camera ha interpretato il suo ruolo e con cui ha segnato ogni suo intervento è nata una cultura politica che è rapidamente e inevitabilmente diventata antagonista rispetto al populismo berlusconiano, alla continua forzatura istituzionale, al primato della costituzione materiale basata su una concezione sovraordinata della leadership «unta» dal consenso popolare, e dunque suprema, libera da ogni separazione e bilanciamento dei poteri.

Sono queste due culture - una tutta prassi, imperio e comando, l´altra alla ricerca di uno spazio costituzionale, europeo e occidentale anche a destra - che non potevano più convivere. Disegnato il perimetro di una nuova destra-centro, Fini si è fermato ad aspettare l´inevitabile, che doveva accadere ed è accaduto.

Preannunciato dal pestaggio mediatico sui giornali di famiglia e di altre famiglie asservite, un pestaggio con cui il Cavaliere annuncia sempre il suo arrivo in zona di guerra, ieri si è giunti di fatto all´espulsione, parola che non viene pronunciata nel documento del Pdl solo per un finto pudore di vocabolario, e perché ricorda troppo da vicino la pratica autoritaria del «centralismo democratico» comunista, che anche in Italia non tollerava il dissenso e cacciava i dissidenti.

 

È un pudore inutile, per due ragioni. La prima è che gli intellettuali e i giornali cosiddetti liberali in Italia sono strabici, e in questi anni sono riusciti a tollerare ogni sorta di sopruso ad personam: dunque ingoieranno questa repressione autoritaria del dissenso senza nemmeno ricordare quel che dicevano quando la minoranza del Manifesto fu cacciata dal Pci. La seconda ragione, è che il documento politico parla comunque chiaro, anzi chiarissimo, per oggi e per domani, fino alla parole con cui il premier rivuole indietro la presidenza della Camera, come se le istituzioni fossero cosa sua.

Nessuna distinzione ideale, culturale, politica, organizzativa e soprattutto morale - dice quel testo - è possibile nel cerchio magico del berlusconismo, che giudica automaticamente «incompatibile» chi non la pensa come il leader, senza nemmeno rendersi conto dell´enormità illiberale di questa scelta.

L´unica cosa che conta è l´invulnerabilità politica del Capo, anzi la sua intangibilità, nel culto sacrale dei sottoposti. Nella sua debolezza patente, spacciata per prova di forza, il Cavaliere pensa che una volta cacciato Fini il cerchio del potere tornerà a chiudersi su di lui virtuosamente come accade da quindici anni, cingendogli il capo davanti alla nazione prona e riconoscente.

 

Purtroppo per Berlusconi, le cose non stanno così. Questi ultimi tre mesi dimostrano che i numeri dei dissidenti sono sufficienti già oggi per farlo ballare a piacimento alla Camera, e domani al Senato. Fini ha già detto che non vuole ribaltare la maggioranza, dunque tecnicamente terrà in mano la sorte del governo ogni giorno, acquistando un rilievo evidente come attore politico e non solo come soggetto istituzionale.

Ogni volta che vorrà, manderà a bagno il Cavaliere, nelle acque per lui meno salutari: la legalità, la moralità, la libertà d´informazione, l´economia, il federalismo e inevitabilmente il sistema televisivo, con il controllo totale della Rai da parte del padrone di Mediaset.

Tutto ciò, naturalmente, a condizione che il presidente della Camera sappia far politica da solo, in mare aperto, reggendo alle bastonature quotidiane che la fabbrica familiare del fango berlusconiana (sempre aperta) infliggerà a comando: con il risultato inevitabile di portare al pettine politico e parlamentare quanto prima la vergogna e la dismisura del conflitto di interessi, con buona pace dei liberali che da anni fingono di dimenticarlo. Ma Fini ha un obbligo in più: non può fermarsi, come tocca alle formazioni corsare, deve andare avanti, tessendo una politica e una cultura che se restano fedeli alla Costituzione possono essere utili alla repubblica. Vedremo se saprà farlo.

 

Già oggi, nel giorno dell´espulsione, due risultati politici sono chiari: il primo è il destino della legge bavaglio, sintesi delle pulsioni illiberali del premier - contro la legalità, contro l´informazione, contro un´opinione pubblica consapevole - e ormai apertamente disconosciuta dal suo autore: «Avevamo fatto un bel cavallo - ha ammesso il Cavaliere - ci ritroviamo un ippopotamo».

Il fatto è che quel cavallo serviva al leader e ai suoi uomini di vertice per scappare alla vergogna degli scandali che li inseguono, a suon di intercettazioni legali, ed è stato fermato in piena corsa dalla protesta dei cittadini, dei movimenti, dell´opposizione parlamentare, di questo giornale, ma anche dalla tenuta dell´asse istituzionale tra Fini e Napolitano. Il secondo risultato politico è una conseguenza: la rete larga di opinione, di istituzioni e di politica che ha detto no al sopruso berlusconiano rende di fatto impossibile il ricorso da parte del Cavaliere all´arma fine di mondo, le elezioni anticipate.

 

Indebolito nel presente, bloccato nel futuro, il premier vede andare in frantumi anche l´epopea eroica con cui racconta il suo passato. Ciò che viene meno dopo la rottura con Fini è infatti lo stesso mito fondativo, l´epica primordiale dell´uomo che con l´alito creatore dà vita alla destra, indicandole nello stesso tempo il frutto proibito del dissenso, mentre ammonisce terribile e paterno: «Non avrai altro dio all´infuori di me». Da oggi, il creatore del Pdl torna ad essere una creatura politica come le altre, mentre anche a destra comincia finalmente la stagione inedita del politeismo, che porterà per forza al rifiuto del vitello d´oro: è solo questione di tempo.

L´unica soddisfazione, misera, è per l´istinto padronale di Berlusconi, che non misura la partita in termini di politica, ma di comando. Il Capo è appunto un uomo solo al comando, circondato dai Verdini, i Dell´Utri e i Brancher, che gli devono tutto e a cui lui deve di più, come dimostra l´intreccio esoso delle servitù incrociate, all´ombra degli scandali che circondano il fortino in cui è rinchiuso il governo, senza politica.

 

L´unica politica, l´unico collante, l´unica ragione per rimanere in piedi è ormai il federalismo, un´ideologia altrui, che Berlusconi accetta per placare Bossi: inquieto ogni volta che deve spiegare alla sua gente gli affari, i favori, le manovre segrete della P3. È un conto alla rovescia, oggi che nel popolo berlusconiano è cominciata davvero l´ora della libertà.

 

 30-07-2010]

 

 

- L’APPARTAMENTO di montecarlo AVUTO IN EREDITÀ DA AN, oggi locato al "cognato" giancarlo tulliani, È STATO CEDUTO DOPO DUE PASSAGGI A UNA SOCIETÀ ESTERA CHE L’HA PAGATO SOLO UN DECIMO DEL VALORE DI MERCATO - LA FINANZIARIA È IN UN PARADISO FISCALE E HA UN CAPITALE SOCIALE DI APPENA MILLE DOLLARI - MA CHI È IL VERO PROPRIETARIO? - L’IMPRENDITORE CHE RISTRUTTURÒ LA CASA: "TULLIANI ERA SEMPRE AL CANTIERE A CONTROLLARE I LAVORI


Gian Marco Chiocci e Stefano Filippi per "il Giornale"

 

Volume 1291, numero 15. Sono le cifre chiave della compravendita dell'appartamento di Montecarlo in cui vive il «cognato» di Gianfranco Fini. L'atto, redatto in francese e lungo 30 pagine, porta la data del 15 ottobre 2008 ed è stato registrato una settimana dopo, il 22 ottobre, presso la Conservation des Hypothèques della Direzione servizi fiscali del Principato.

 

Il rogito è stato redatto davanti al notaio Nathalie Aureglia-Caruso, titolare di uno degli studi notarili più grandi di Monaco, che si trova nel centralissimo Boulevard des Moulin a pochi passi dal Casino. Uno studio che madame Aureglia-Caruso ha ereditato dal padre Paul-Louis ed era stato fondato dal nonno.

Come rivelato dal Giornale, l'immobile che Giancarlo Tulliani ha in affitto da alcuni mesi appartiene alla Timara Ltd, una società finanziaria off-shore. Dal rogito si apprende che la Timara ha sede nel paradiso fiscale caraibico di Santa Lucia, al numero 10 di Manoel Street della cittadina di Castries, capitale del minuscolo Stato dall'altra parte del mondo. Ha un capitale sociale di mille dollari americani e una storia molto recente, essendo stata fondata pochi mesi prima dell'atto di compravendita monegasco. È con questa società che il fratello di Elisabetta Tulliani, compagna del presidente della Camera, ha sottoscritto un contratto di affitto per l'appartamento al numero 14 di Boulevard Princesse Charlotte.

 

Chi siano i soci di questa Ltd è un mistero, poiché queste operazioni finanziarie «off shore», realizzate lontanissimo dall'Italia garantiscono l'anonimato e limitano al massimo la responsabilità degli stessi soci che detengono azioni al portatore. Il segreto bancario è totale, la contabilità è in nero, gli investimenti top secret.

Scavando nella breve vita della Timara Ltd, però, vien fuori che l'immobile ereditato da An sul finire degli Anni 90 nel quale vive Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Fini, è stato acquistato precedentemente da un'altra società off shore, con la stessa ragione sociale, anch'essa creata nell'isola dell'arcipelago caraibico regno delle società fantasma e del riciclaggio internazionale.

Una novità clamorosa, inquietante: la Timara Ltd, dunque, non ha acquistato direttamente da Alleanza nazionale. Ma è passata per un'altra finanziaria collocata nei paradisi fiscali caraibici: la Printemps Ltd. Anch'essa ha sede nell'isola di Santa Lucia, al medesimo recapito della capitale Castries, con il medesimo capitale sociale di 1000 dollari Usa. Anche tra i legali rappresentanti ricorrono gli stessi nomi, quelli di professionisti monegaschi titolari di studi commerciali specializzati nella gestione di società off-shore.

 

I nomi sono quelli di Anthonie Izelaar, James Walfenzao, Susan Elizabeth Beach. Nell'atto appare anche un nome italiano, quello di un professionista piuttosto noto a Montecarlo. Si tratta di Gianfranco Comparetti, e secondo le indicazioni ricevute a Montecarlo corrisponderebbe a un noto appassionato di vela e motonautica, proprietario dello Yacht Club Villas at Callaloo at Cul de Sac nell'isola di Anguilla, quell'Anguilla International Yacht Club che nel 2004 ha firmato un accordo di gemellaggio con lo Yacht Club di Monaco (sancito dalla visita del principe Alberto di Monaco nella Villa Caribera a Callaloo Villas Club di proprietà di Comparetti).

Il Comparetti citato nel rogito dal 1991 avrebbe la residenza nell'atollo del sopravento settentrionale delle Piccole Antille, ma farebbe spesso capolino nel Principato dove fino al 2003 avrebbe avuto la titolarità di una «Sam» (Società anonima monegasca) poi messa in liquidazione al 7 di rue du Gabian, e dove a lui si farebbe riferimento anche per un altra «Sam» legata al turismo e una «snc». Ieri pomeriggio Comparetti non ha risposto alla scampanellata del Giornale che lo ha rintracciato al settimo piano di un elegante condominio proprio di fronte all'hotel Metropole amministrato dalla stessa agenzia che segue la palazzina dove vive Tulliani, cioè lo studio Dotta.

 

Dunque la casa della contessa Colleoni non è passata direttamente da An alla società off-shore Timara Ltd. Con un complicato gioco di scatole cinesi è passata varie volte di mano prima di entrare nella disponibilità della famiglia Tulliani. E a questo punto c'è da chiedersi se i tesorieri del partito l'abbiano ceduta alla Printemps o se i passaggi siano più numerosi e complicati. Ma in queste tappe il valore dell'immobile (70 metri quadrati più 10 di terrazzo al piano terra di un edificio denominato Palais Milton) non è aumentato di molto.

L'ultima compravendita dell'immobile, dalla Printemps alla Timara, è stata conclusa per appena 330mila euro mentre in quella zona del Principato le agenzie immobiliari stimano almeno 10 volte tanto i prezzi di vendita per appartamenti con caratteristiche analoghe. Solo cinque anni fa negli uffici di Alleanza nazionale a Roma venne recapitata l'ultima offerta di acquisto dell'appartamento al numero 14 di Boulevard Charlotte: la proposta messa nero su bianco da un condomino era di oltre un milione e mezzo di euro.

 

Ovvero, un milione e trecentomila euro in più di quanto ha speso la Timara Ltd per acquistarla dalla Printemps Ltd. I passaggi precedenti non sono chiari. Nell'atto notarile, comunque, Alleanza nazionale viene citata esplicitamente e ripetutamente. Nella parte in cui si ripercorre l'origine e la storia dell'immobile si parla del partito «con sede in via della Scrofa», del testamento olografo della contessa Anna Maria Colleoni, del notaio Spadaro che lo ricevette. Dal mar dei Caraibi, pian pianino, la verità sta venendo a galla. (3. Continua)

 30-07-2010]

 

 

I TULLIANI SONO UNA FAMIGLIA MOLTO UNITA, COSÌ UNITA CHE VIVONO TUTTI NELLO STESSO PALAZZO. E QUANDO È INIZIATA LA STORIA D’AMORE, ANCHE FINI È STATO ALLOGGIATO. TANTO CHE GIAN-MENEFREGO BRILLA SULLO STATO DI FAMIGLIA DELLA MAMMA DI ELISABETTA (QUELLA DEL FAMOSO CONTRATTO SU RAIUNO DEL FINISSIMO MAZZA DA UN MILIONE E MEZZO € ’CASSATO’ DALLE RIVELAZIONI MAI SMENTITE DI DAGOSPIA) - CHI è, CHI NON è, CHI SI CREDE DI ESSERE IL "COGNATO" DI FINI, GIANCARLO TULLIANI - QUANDO ELISABETTA ERA LA FIAMMA DI GAUCCI, IL FRATELLO ERA VICEPRESIDENTE ESECUTIVO DELLA VITERBESE CALCIO MENTRE LEI AVEVA IN MANO LA SAMBENEDETTESE, UNA VOLTA CHE È ARRIVATO FINI, IL NEO-"COGNATO" CAMBIA RAMO DI AFFARI: RAI E CASA A MONTECARLO

 


1 - DAL CALCIO ALLA TV, TUTTI GLI AFFARI DEL "COGNATO" TULLIANI
Massimo Malpica per "Il Giornale"

Non è nuovo alle cronache Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini, Elisabetta. L'uomo che occupa l'appartamento monegasco che fu donato ad An da Anna Maria Colleoni, a soli 33 anni ha già alle spalle un buon numero di esperienze imprenditoriali. In molte delle quali sembra esserci lo zampino della sorella.

 

Che nel 2000 era fidanzata con Luciano Gaucci quando Giancarlo si ritrovò appena 23enne sulla poltrona di vicepresidente esecutivo della Viterbese calcio, una delle squadre «satellite» comprate dall'allora patron del Perugia (che aveva anche la Sambenedettese, al cui vertice venne piazzata la stessa Elisabetta). Non fu un'esperienza esaltante, e a marzo di quell'anno il giovin Tulliani si vide scappare sotto il naso dal ritiro di Vitorchiano i calciatori della squadra laziale, furiosi con Gaucci e per niente intimiditi dal giovane «parente» manager.

Chiusa la parentesi calcistica, Giancarlo sceglie di buttarsi nello show business, reinventandosi imprenditore e produttore televisivo. E anche qui, l'essere «cognato tra virgolette» del presidente della Camera (che con Elisabetta non è sposato) ha fatto sì che le attività di Giancarlo, non sempre baciate dalla fortuna, incuriosissero i media.

 

Ad agosto 2009, per esempio, è Dagospia a ironizzare sul flop di ascolti di «Italian fun club music award», una serata organizzata a Civitavecchia dalla «Giant entertainment» di Tulliani: lo «show» prevede l'esibizione di Sandy Marton, Corona, Tony Esposito, Lost e Tony Maiello.

Viene trasmessa su Raidue, ma non arriva al 7 per cento di share e Dagospia conia il neologismo «mignolo d'ascolto», raccontando anche delle «rimostranze del giovane produttore che voleva il suo programma addirittura in prima serata», e della relativa soddisfazione per il fiasco dei dirigenti Rai.

 

All'aspirante produttore il decollo verso mamma Rai con la benedizione di sorella Elisabetta è insomma venuto male, ma se la società di Giancarlo, sede in viale Mazzini 114/a, aveva già chiuso i battenti a dicembre del 2008, non chiudono, però, gli affari di famiglia. Conta poco il botta e risposta indiretto innescato ancora da Dagospia a fine anno scorso. Il sito di Roberto D'Agostino ipotizza che Giancarlo Tulliani «sta cercando di chiudere contratti vantaggiosi con la Raiuno di Mauro Mazza», Mazza replicò che «tra Raiuno e il signor Tulliani non esistono trattative in corso».

Perché quando a settembre era partito il programma pomeridiano di Raiuno Festa Italiana, condotto da Caterina Balivo, la «novità» è una rubrica che si chiama Per capirti, dedicata ai conflitti generazionali. «Una rubrica di sentimenti e di speranze che regala a genitori e figli la possibilità di "capire" e "farsi capire"», come si legge sul sito web di Absolute television media, la società fondata a maggio 2009 che, senza iscriversi all'albo dei fornitori Rai, produce la «finestra», incassando dalla Tv di Stato più di 8mila euro a puntata, cifra da moltiplicare per le 183 puntate realizzate. E le quote della «Absolute television media» sono intestate al 51 per cento a una signora sarda, Francesca Frau.

 

Una di famiglia: è la mamma di Giancarlo e di Elisabetta, e dunque anche «suocera», di fatto, di Gianfranco Fini. E la sede della «At media» è allo stesso indirizzo, viale Mazzini 114/a, dove aveva aperto la Giant Entertainment group, poi messa in liquidazione da Giancarlo Tulliani, mentre è ancora esistente (ma risulta inattiva) la quasi omonima Giant Entertainment srl, sempre con sede in quel portone a mezzo passo dalla Rai.

Dove, per non farsi mancare nulla, è ospitata anche un'altra società. L'immobiliare di famiglia, la Wind Rose International, di cui Giancarlo deteneva il 45 per cento delle quote prima di cederle, a maggio del 2009, a suo padre Sergio. Che ora controlla la società insieme a Elisabetta. Stando al suo sito web, la Wind rose international ha anche due altre sedi romane (in via Sardegna e in via di Val Cannuta) e una a Long Island, negli Usa. A Montecarlo niente. Anche se proprio lì, case a parte, si sarebbero spostati gil interessi di Giancarlo, che nel Principato ha preso la residenza fiscale.

2 - TULLIANI PUNTA AL MATTONE MA PERDE LA RAI GIANCARLO ED ELISABETTA HANNO ACQUISTATO UN APPARTAMENTO E UN VILLINO IN ZONA AURELIA. LA FAMIGLIA, PERÒ, HA PERSO I CONTRATTI CON LA TV DI STATO...
Fosca Bincher per "Libero"

 

I Tulliani sono una famiglia molto unita, tanto che vivono tutti nello stesso palazzo a Val Cannuta, a due passi dall'Aurelia. Lì hanno comprato casa all'inzio del nuovo millennio allo stesso numero civico papà Sergio e mamma Francesca Frau. Lì ha comprato casa il figlio Giancarlo. E lì ha fatto un colpaccio immobiliare il 31 luglio 2001 anche la figlia Elisabetta: due appartamenti da 6 e da 4,5 vani, cantine, posti auto e pertinenze varie. Stanno tutti uniti, e quando è iniziata la storia d'amore, anche Gianfranco Fini è andato ad abitare con la famiglia Tulliani allo stesso numero civico di via Raffaele Conforti.

Stessa casa, stesso ufficio. Perché anche quando si sono messi in affari i Tulliani's hanno fatto e disfatto le loro società allo stesso indirizzo, in viale Mazzini a non molta distanza dalla sede centrale della Rai. Lì hanno portato la sede della Wind Rose srl, società immobiliare dei Tulliani messa in liquidazione nel 2005. Lì è nata l'immobiliare (in portafoglio terreni al catasto di Roma e di Rieti, dove passa un'acquedotto dell'Acea) successiva, la Wind Rose International srl.

Nella stessa sede sono nate, morte e rinate anche le società di famiglia che realizzavano il sogno principale dei Tulliani's: la televisione. Elisabetta ha lavorato per un po' fra una trasmissione e l'altra di "Rai Uno" e "Rai Due" prima di conoscere Fini. Gli altri membri della famiglia hanno scoperto la passione in tempi più recenti, quando già tutti conoscevano da vicino il presidente della Camera. Giancarlo ha aperto in viale Mazzini il primo dicembre 2008 il suo Giant Entertainment group srl, che qualche fortuna in quella stagione in Rai ha avuto.

 

Ma formalmente la società è vissuta un solo mese, con cessazione di attività alla data del 31 dicembre dello stesso anno. Le è succeduta allo stesso indirizzo la Giaint Entertainment srl, iscritta formalmente nel registro della Camera di commercio di Roma il 29 maggio 2009. Con la sua nascita, due novità. La prima è stata che Giancarlo non è più il principale azionista del gruppo, avendo lasciato la maggioranza delle azioni a mamma Francesca.

 

La seconda novità è stata nel cambio di residenza del figliolo dei Tulliani: via da Valcannuta per la assai più prestigiosa residenza in boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo, proprio nella casa lasciata in eredità ad Alleanza Nazionale dalla contessa Anna Maria Colleoni nel lontano 1999. Mamma Francesca si è messa al lavoro e da una gruppo di produzione tv ne ha ricavati due: insieme alla nuova Giant è nata nel maggio 2009 anche la Absolute television media srl.

Manco il tempo di crescere, e le è arrivato il primo contratto di peso in Rai per selezionare gli ospiti a una delle trasmissioni di punta del pomeriggio di "Rai Uno", condotta da Caterina Balivo. Le affidano 183 puntate ognuna dietro pagamento di 8.120 euro per ciascuna. In tutto fanno 1 milione e 485 mila euro e non è niente male per un'esordiente. Solo che il contratto viene alla luce e naturalmente qualche problema nasce.

 

Il direttore di "Rai Uno", Mauro Mazza, ha spiegato di non averne saputo nulla e proprio ieri Dagospia ha annunciato che le polemiche hanno finito con il penalizzare i Tulliani's: non ci sarà rinnovo nella prossima stagione televisiva. Se il business principale è a rischio, l'unità della famiglia non è messa in discussione dall'eredità Colleoni. Il giovane Giancarlo ha preso la residenza a Montecarlo, ma non ha perso di vista il nido familiare a Valcannuta.

 

Così a luglio prima lui e poi la stessa sorella Elisabetta hanno deciso di ingrandire le proprietà nello stesso in via Conforti dove hanno investito in questi anni. Elisabetta ha acquistato allo stesso numero civico dove abita con Fini un altro appartamento da 4,5 vani. Giancarlo ha comprato qualche numero civico più in là una abitazione in villino da 9 vani. Così i Tulliani's resteranno felici e uniti circondando (di reciproco affetto) il presidente della Camera.

 

 29-07-2010]

 

STORACE ’SFRATTA’ FINI: "QUELLA CASA A MONTECARLO è UNO SCIPPO AD AN. ORA FAREMO CAUSA" - IL LEADER DELLA DESTRA: "PRONTA UNA CLASS ACTION ASSIEME ALLA VEDOVA ALMIRANTE PER REVOCARE L’EREDITÀ A FINI" - POI LO FINI-SCE COSì: "CALPESTA LA STORIA, È UN FURTO FATTO SUL NOSTRO SANGUE". E RICORDA: "NELL’MSI ABBIAMO DIVISO PERSINO IL PANE

 

Antonio Signorini per "Il Giornale"

Francesco Storace, leader della Destra, cosa ha pensato quando ha letto la storia dell'appartamento donato ad An e ora di proprietà del «cognato» di Gianfranco Fini?
«Se si dimostrerà vera è una vicenda turpe che fa a pugni con certe grida alla moralità».

 

 il Quirinale - 1988 - Dal Corriere

Quelle di Fini?
«Certo, del resto Fini ci ha abituato a queste cose. Ora si proclama moralizzatore e campione di legalità, ma poco tempo fa difese il diritto di Cuffaro a rimanere governatore nonostante una condanna per vicende legate alla mafia».

Dell'appartamento di Montecarlo l'ha colpita più l'aspetto patrimoniale o quello emotivo?
«Ho provato grande amarezza. C'è una vita passata insieme, il pane diviso tra militanti e dirigenti nell'Msi prima e in An poi. Io non me la sarei mai immaginata una cosa del genere. Si dice che Di Pietro abbia comprato case con i soldi del partito, ma in questo caso i soldi sono di un benefattore. Mi auguro veramente che abbiate scritto una montagna di balle».

 

E le sembra possibile?
«Ho visto che l'avvocato di Tulliani annuncia causa. Quindi, come minimo, non si tratta di omonimia».

Si sente coinvolto anche a livello di portafogli?
«Io sono tra i fondatori di An e l'appartamento, se sarà confermato quello che è stato scritto, è un bene che era stato ceduto al partito del quale io sono stato fondatore insieme ad altri».

Poi però voi ve ne siete andati da An.
«Nel testamento della Colleoni c'è la cessione di queste proprietà a sostegno della "buona battaglia". E chiunque, giudici compresi, può capire che quella battaglia è esattamente l'opposto rispetto alla strada che ha preso quell'appartamento».

 

Ma la signora che ha fatto la donazione non era di An?
«Era fascista, veniva dall'Msi e fece questa scelta. Ci fu anche una cena con Fini. Ma lei i suoi beni li aveva dati al presidente di An, non a Fini in quanto tale. Se sarà confermata la cessione dell'immobile, sarà uno scippo fatto sul nostro sangue».

Possibile che volesse darlo proprio a Fini?
«Di sicuro escludo che la volesse cedere a Giancarlo Tulliani. Poi questa vicenda ne solleva un'altra».

Quale?
«Quella degli immobili passati dall'Msi ad An».

L'Msi aveva un patrimonio immobiliare vasto come quello del Pci?
«Nessuno ci cedeva in affitto le sedi e noi facevamo collette per comprarle oppure c'erano le donazioni dei militanti. Alla fine il partito aveva un bel patrimonio. Con le ipoteche ci pagavamo le campagne elettorali. Erano tempi epici quelli».

Quindi c'erano altri beni oltre all'eredita della signora Colleoni?
«Erano soprattutto immobili ceduti da chi identificava l'Msi e poi An come gli eredi del neofascismo. In molti già ebbero delle difficoltà con il passaggio ad An, figuriamoci adesso che An è scomparsa e finiranno in una fondazione. Io ho parlato con Assunta Almirante e anche lei è determinata ad opporsi».

wan28 gianf fini fran storace

In che modo?
«Stiamo valutando una class action che coinvolga tutti gli iscritti ad An. Oppure una revocatoria, per capire se qualcuno si è approfittato della disponibilità dei beni».

Parliamo di un ricorso che renderebbe nulla la cessione dell'appartamento di Montecarlo?
«Certo, ed eventuali altri atti di vendita di beni che fanno parte del testamento di Anna Maria Colleoni. Il lascito è a favore di una comunità e chiunque faccia parte di quella comunità può chiedere una revocatoria».

 

Contate di rientrare in possesso di parte del patrimonio di An?
«Intanto vogliamo vedere le carte e poi vogliamo il censimento di tutti questi immobili che appartenevano ad An. La vedova Almirante intende fare valere le sue ragioni perché chi ha calpestato la nostra storia non può avere quei beni».

Non potete nemmeno rivendicare la proprietà tutta per voi.
«Una soluzione potrebbe essere quella di coinvolgere tutti gli eredi di quel partito, compresa La Destra, nella gestione dei beni dell'Msi e di An. Le fondazioni servono a questo».

Quanti sono gli immobili che erano di An?
«Centinaia, forse migliaia. Il valore è di 50 milioni di euro come minimo».

 

Esistono ancora militanti che nominano erede un partito?
«Prima si dava anche la vita per un'idea. Oggi la politica ha un valore infinitamente inferiore. Cito Fini: "Nella Prima Repubblica rubavano per il partito ora per se stessi". E non sto facendo un riferimento agli ultimi fatti. Sarebbe una cinica speculazione».

29-07-2010]

 

 

 

LA ROTTURA CON FINI ORMAI DEFINITIVA - VENERDÌ SAREBBE IL GIORNO DEL GIUDIZIO - 2- E FELTRUSCONI CONTRIBUISCE ALLA ’QUESTIONE MORALE’ SOLLEVATA DAI TIPINI FINI CON LA STORIA DI UN APPARTAMENTO A MONTECARLO LASCIATO IN EREDITÀ AD AN DOVE ORA CI ABITA IL FRATELLO DI ELISABETTA TULLIANI, COMPAGNA DI GIAN-MENEFREGO - 3- IN COMPENSO, DOPO LA DAGOSPIATA, LA RAI NON HA PIÙ CONTRATTUALIZZATO AL COMPENSO DI UN MILIONE E MEZZO DI EURO L’ANNO FRANCESCA FRAU, MADRE DI LADY FINI

 

 

1 - FINI E LA STRANA CASA AL MARE A MONTECARLO
Gian Marco Chiocci per Il Giornale

Il fantasma della vedova Anna Maria Colleoni, fasci¬sta convinta e poi generosa benefattrice del patrimonio di An, si aggira spaesato fra i tornanti di Montecarlo. È confuso, lo spettro. Non ca¬pisce. Perché quando la no¬bildonna abbandonò per sempre questo mondo, or¬mai più di dieci anni fa, nel testamento fece inserire un lascito da due miliardi e mezzo di lire al partito dell' allora segretario Gianfran¬co Fini: un bel terreno a Monterotondo, case a Ro¬ma e a Ostia, un apparta¬mento di 70 metri quadrati più terrazzo in un'elegante palazzina del Principato di Monaco. Tutta roba messa a bilancio e utilizzata dal parti¬to, nel 2001, per andare in at¬tivo.

Per sette-otto anni l'immo¬bile monegasco è rimasto sfitto, abbandonato, fre¬que¬ntato solo dai topi nono¬stante piovessero offerte mi¬rabolanti dai condomini che allora arrivarono a pro¬porre 10- 15 mila euro al me¬tro quadrato (le agenzie im¬mobiliari della zona parla¬no di un valore attuale stima¬bile intorno ai 25-30mila a metro quadrato).

 

Due anni fa, improvvisa¬mente, il palazzo ha preso at¬to che il locale disabitato aveva cambiato proprieta¬rio. Non più Alleanza nazio¬nale, che attraverso i suoi emissari-parlamentari La Morte e Pontone aveva ese¬guito personalmente i so¬pralluoghi nel palazzo Mil¬ton respingendo puntual¬mente tutte le richieste d'ac¬quisto del vicinato, bensì una Ltd, una misteriosa so¬cietà off shore con sede in chissà quale angolo del pia¬neta, che a sua volta s'era ri¬volta a una sottoimpresa del colosso di costruzioni Enge¬co per svolgere lavori di ri¬strutturazione dell'apparta¬mento con abbattimento di muri interni e rifacimenti del pavimento.

 

Il committente dei lavori si chiama Giancarlo Tullia¬ni. Per sapere se questo no¬me corrisponde al fratello della signora Elisabetta, compagna del presidente della Camera, siamo andati direttamente a Montecarlo. E per capire l'esatta trafila che aveva fatto l'immobile, donato dalla discendente del condottiero Colleoni al partito, ceduto a una società off shore, e poi finito nella di¬sponibilità del (presunto) cognato dell'ex presidente di quello stesso partito a cui l'immobile era stato regala¬to, ci siamo premurati di chiedere ai diretti interessa¬ti.

 

Al partito, contattati La Morte e Pontone, nessuno ha saputo dare chiarimenti su a quanto era stato vendu¬to l'appartamento, a chi era stato alienato e se fosse vero che Fini e la signora Tulliani - come ci raccontano i vicini - hanno visionato quell'ap¬partamento tempo addie¬tro. Poi abbiamo chiesto a monsieur Tullianì, che di no¬me fa effettivamente Gian-carlo e che corrisponde, due gocce d'acqua, al fratello di Elisabetta Tulliani, l'ex com-pagna di Gaucci, oggi con¬sorte del cofondatore del Pdl.

Siamo andati al 14 di rue Princess Charlotte, pro¬prio accanto all'elegante No¬votel, abbiamo varcato l'uscio d'ingresso col nome «Tulliani» impresso sul cito¬fono e a soli tre metri dal por¬tone, di buon mattino, ab¬bi¬amo suonato al campanel¬lo dell'appartamento con su scritto, anche qui, «Tullia¬ni ».

 

L'occupante ha pronta¬mente risposto. Prima di aprire ha preteso di sapere chi fossimo. Ci siamo educa¬tamente presentati: nome, cognome, professione, gior¬nale di riferimento, motivo del disturbo. Da quel mo¬mento, però, l'inquilino non ha più parlato e si è ben guardato dall'aprire a un cronista del Giornale .

 

Preso atto del silenzio as¬sordante, siamo andati via. Poi è arrivata la polizia, chia¬mata da quel monsieur Tul¬liani che anziché risponde¬re a un paio di domande del Giornale ha preferito denun¬ciarci alla Sureté Publique. Quando sono piombate le volanti Giancarlo Tulliani ha parlato di (inesistente) violazione della privacy e del domicilio. Così siamo fi¬niti per due volte sotto inter¬rogatorio, invitati a lasciare il Principato, addirittura fo¬to- segnalati al commissaria¬to. Tanta solerzia, perché? (1. Continua)

2 - LA ROTTURA CON FINI ORMAI DEFINITIVA - VENERDÌ SAREBBE IL GIORNO DEL GIUDIZIO
Francesco Verderami per il Corriere della Sera

Imediatori hanno fatto un passo indietro ormai da tempo, sulla porta ci sono ora gli avvocati con le carte del divorzio. Perché la crisi tra Berlusconi e Fini sembra davvero sul punto di essere ufficializzata, il Cavaliere considera infatti definitiva la rottura con l'altro cofondatore, e ritiene di aver individuato le modalità per scacciarlo di casa, cioè dal Pdl.

 

Venerdì sarebbe il giorno del giudizio, l'inizio di un rito che verrebbe celebrato in Parlamento, con un discorso del premier sull'uso politico della giustizia. Se poi il processo di separazione sarà più o meno breve si vedrà, come resta da vedere se la rottura ci sarà.
Perché alla «faccia feroce» di Berlusconi, Fini non ci crede o, meglio, ritiene che il Cavaliere non possa andare oltre.

«Ho sentito anch'io che ha deciso di risolvere tutto, ma nessuno sa di cosa si tratti», esordisce l'inquilino di Montecitorio: «Mi hanno riferito molte ipotesi, le più strampalate. Non dico che tutto ciò mi lasci indifferente, sono curioso di sapere cosa si inventerà. E comunque dal partito io non me ne vado, continuerò a rivendicare il diritto al dissenso. A meno che Berlusconi non voglia vietare il dissenso nel Pdl. Se così fosse, dovrà dirlo pubblicamente, altrimenti si tratta solo di chiacchiere. E la situazione sta diventando persino patetica».

Dopo aver impugnato la bandiera della legalità, Fini per certi versi è diventato politicamente un «intoccabile», nel senso che l'operazione divorzio - se davvero si compisse- metterebbe il Cavaliere a rischio in Parlamento e nel Paese. Gli amatissimi sondaggi, quelli riservati, stanno a evidenziarlo, il logoramento della sua immagine presso l'opinione pubblica è in atto.

E anche i report di Ipsos, analizzati dall'opposizione, segnalano in una settimana un calo di oltre due punti sul «giudizio» del premier, che passa dal 44,8% al 42,1%, con il Pdl in trend negativo da un mese e ormai in caduta libera, sceso dal 32% al 30,9% in sette giorni. Poco più di tre punti avanti al Pd.

Insomma, se Berlusconi vorrà arrivare al redde rationem dovrà tener conto di molti fattori, pare glielo abbia spiegato anche Tremonti ieri che sarebbe un errore far precipitare tutto ora. Ma il Cavaliere si sente accerchiato, ritiene che la manovra dei magistrati di smontargli il governo pezzo per pezzo, sia parte di una strategia per affondarlo, che il vero obiettivo dell'inchiesta sulla cosiddetta «P3» sarebbe lui stesso, cioè Berlusconi-Cesare, e che l'operazione giudiziaria abbia un terminale politico. «So cosa va dicendo in giro», commenta Fini: «Secondo lui, avrei fatto un patto con le procure... Siamo al di là del bene e del male».

Eppure è proprio Fini ad aver brandito la questione morale come un randello, e sono finiani come Granata a martellare ogni giorno il Cavaliere e gli uomini del suo governo, come Mantovano. «Su Mantovano, Granata ha pronunciato parole eccessive» risponde l'inquilino di Montecitorio: «Per questo ho voluto chiamare il sottosegretario agli Interni. Lo conosco e la mia stima per lui è immutata. Eppoi, se dovessi andar dietro gli eccessi, c'è chi ha fatto pure cose eccessive».

Fini non fa i nomi, non ce n'è bisogno, l'elenco sarebbe a suo giudizio troppo lungo: parte da Scajola, passa per Brancher e Cosentino e arriva a Verdini. Emagari anche a Caliendo, l'ultimo degli indagati, il sottosegretario alla Giustizia, anche lui coinvolto nell'inchiesta «P3» e difeso a spada tratta da Berlusconi e Alfano.

 

 

Il presidente della Camera su quest'ultimo caso non si sbilancia, non parla di «opportunità» di dimissioni, sostiene che «se qualcuno nel governo dovesse pensare di usare la mozione di sfiducia presentata dall'opposizione contro Caliendo come un pretesto per il chiarimento interno, se chiedesse - per esempio - di anticipare il giudizio della Camera, in Aula ci sarebbe chi direbbe: "Mi turo il naso e non voto per le dimissioni". Che farebbe a quel punto Berlusconi? Li caccerebbe. Questo sarebbe il partito liberale di massa che ha in mente? La storia delle espulsioni è ridicola. Non so proprio come andrà a finire ma tutta questa storia è ridicola».

È difficile immaginare come possano ancora convivere sotto lo stesso tetto i cofondatori del Pdl, quando l'ex leader di An usa l'espressione montanelliana del «turarsi il naso» e la accosta a un rappresentante del suo stesso partito. Al tempo stesso è difficile capire come il Cavaliere possa arrivare al divorzio, sebbene sia chiaro il tentativo di cacciare i finiani dal partito per isolare Fini e di farlo subito per evitare che l'inquilino di Montecitorio si rafforzi nel tempo.

 

Ma basta, può bastare, la convocazione dell'Ufficio di presidenza del Pdl? La riunione della Direzione? Un documento politico in base al quale invitare i membri del governo che stanno con il presidente della Camera a scegliere se restare nell'esecutivo oppure accomodarsi fuori?

 

Di sicuro per il premier la situazione è diventata insostenibile. E il punto non è se venerdì- arrivando davvero allo show down- verrebbe o meno messa a rischio la riforma delle intercettazioni: «Ho saputo anche - prosegue Fini - che alcuni berlusconiani, approfittando del voto segreto, sarebbero pronti ad affossare la legge, votando a favore delle pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni. Così da far ricadere la colpa sui finiani. Non ci sono parole».

In realtà il Cavaliere, per far passare le intercettazioni, farebbe affidamento sulla lealtà della Lega e sui centristi dell'Udc, pronti ad astenersi a patto che il voto finale sul provvedimento slitti a settembre.

 

Ma ormai la posta in gioco è più alta. E pur di divorziare da Fini, Berlusconi sembrerebbe pronto a tutto. Sembrerebbe. Il presidente della Camera attende di capire se davvero il premier andrà oltre: «Voglio vedere come farà a cacciarci. Lo voglio vedere. Perché il problema è politico, non disciplinare. E finché Berlusconi continuerà così, sprofonderà sempre più nelle sabbie mobili». La rottura sembra vicina. Per i duellanti è arrivato il tempo di scoprire le carte.

 

 

[28-07-2010]

 

DOCUMENTI STORICI - IL TESTO INTEGRALE DEL GRAN CONSIGLIO DEL 29 LUGLIO CHE CACCIò IL FINI TRADITOR (MANCA SOLO L’AMBULANZA).....

 

Ecco il testo approvato dall'Ufficio di Presidenza del Pdl. Si tratta di un documento di sei pagine, votato da trentatrè componenti, ad eccezione dei tre esponenti finiani (Urso, Ronchi e Viespoli).

 

"L'Italia necessita di profondi cambiamenti sia nella sfera economica che in quella politica e istituzionale. L'azione del nostro governo presieduto da Silvio Berlusconi e la nascita del Pdl rappresentano ciascuno nella propria sfera, la risposta più efficace alla crisi del Paese. Il governo ha dovuto agire nel pieno della crisi economica più grave dopo quella del 1929, riuscendo ad evitare, da un lato, gli effetti più dirompenti della crisi sul tenore di vita delle famiglie e dei lavoratori, e, dall'altro lato, preservando la pace sociale e la tenuta dei conti pubblici. Con la nascita del Pdl, dall'altra parte, la vita politica italiana ha fatto un ulteriore passo in avanti verso la semplificazione e il bipolarismo. Occorre aggiungere che, in questi anni, gli elettori hanno sostenuto e premiato sia l'azione del governo che la nuova realtà politica rappresentata dal Pdl".

"Immediatamente dopo il nostro congresso fondativo, tuttavia, e soprattutto dopo le elezioni regionali, sono intervenute delle novità che hanno mutato profondamente la situazione, al punto da richiedere oggi una decisione risolutiva. Invece di interpretare correttamente la chiara volontà degli elettori, nella vita politica italiana hanno ripreso vigore mai spente velleità di dare una spallata al governo in carica attraverso l'uso politico della giustizia e sulla base di una campagna mediatica e scandalistica, indirizzata contro il governo e il nostro partito, che non ha precedenti nella storia di un Paese democratico. L'opposizione, purtroppo, non ha cambiato atteggiamento rispetto al passato, preferendo cavalcare l'uso politico delle inchieste giudiziarie e le speculazioni della stampa piuttosto che condurre un'opposizione costruttiva con uno spirito riformista".

 

"Ciò che non era prevedibile è il ruolo politico assunto dall'attuale Presidente della Camera. Soprattutto dopo il voto delle regionali che ha rafforzato il governo e il ruolo del Pdl, l'On. Gianfranco Fini ha via via evidenziato un profilo politico di opposizione al governo, al partito ed alla persona del Presidente del Consiglio. Non si tratta beninteso di mettere in discussione la possibilità di esprimere il proprio dissenso in un partito democratico, possibilità che non è mai stata minimamente limitata o resa impossibile. Al contrario, il Pdl si è contraddistinto dal momento in cui è stato fondato per l'ampia discussione che si è svolta all'interno degli organismi democraticamente eletti".

"Le posizioni dell'On. Fini si sono manifestate sempre di più, non come un legittimo dissenso, bensì come uno stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del programma di governo sottoscritto con gli elettori.e votato dalle Camere, come una critica demolitoria alle decisioni prese dal partito, peraltro note e condivise da tutti, e infine come un attacco sistematico diretto al ruolo e alla figura del Presidente del Consiglio.

In particolare, l'On. Fini e taluni dei parlamentari che a lui fanno riferimento hanno costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge su temi qualificanti come ad esempio la cittadinanza breve e il voto agli extracomunitari che confliggono apertamente con il programma che la maggioranza ha sottoscritto solennemente con gli elettori".

"Sulla legge elettorale, vi è stata una apertura inaspettata a tesi che contrastano con le costanti posizioni tenute da sempre dal centro-destra e dallo stesso Fini. Persino il tema della legalità per il quale è innegabile il successo del Governo e della maggioranza in termini di contrasto alla criminalità di ogni tipo e di riduzione dell'immigrazione clandestina, è stato impropriamente utilizzato per alimentare polemiche interne. Il PdL proseguirà con decisione nell'opera di difesa della legalità, a tutti i livelli, ma non possiamo accettare giudizi sommari fondati su anticipazioni mediatiche".

 

"Le cronache giornalistiche degli ultimi mesi testimoniano d'altronde meglio di ogni esempio la distanza crescente tra le posizioni del PDL, quelle dell'0n. Fini e dei suoi sostenitori, sebbene tra questi non siano mancati coloro che hanno seriamente lavorato per riportare il tutto nell'alveo di una corretta e fisiologica dialettica politica. Tutto ciò è tanto più grave considerando il ruolo istituzionale ricoperto dall'On. Fini, un ruolo che è sempre stato ispirato nella storia della nostra Repubblica ad equilibrio e moderazione nei pronunciamenti di carattere politico, pur senza rinunciare alla propria appartenenza politica.

Mai prima d'ora è avvenuto che il presidente della Camera assumesse un ruolo politico così pronunciato perfino nella polemica di partito e nell'attualità contingente, rinunciando ad un tempo alla propria imparzialità istituzionale e ad un minimo di ragionevoli rapporti di solidarietà con il proprio partito e con la maggioranza che lo ha designato alla carica che ricopre. L'unico breve periodo in cui Fini ha "rivendicato"nei fatti un ruolo superpartes è stato durante la campagna elettorale per le regionali al fine di giustificare l'assenza di un suo sostegno ai candidati del PDL".

 

"I nostri elettori non tollerano più che nei confronti del governo vi sia un atteggiamento di opposizione permanente , spesso oggettivamente in sintonia con posizioni e temi della sinistra e delle altre forze contrarie alla maggioranza, condotto per di più da uno dei vertici delle istituzioni di garanzia.

Non sono più disposti ad accettare una forma di dissenso all'interno del partito che si manifesta nella forma di una vera e propria opposizione, con tanto di struttura organizzativa, tesseramento e iniziative, prefigurando già l'esistenza sul territorio e in Parlamento di un vero e proprio partito nel partito, pronto, addirittura, a dar vita a una nuova aggregazione politica alternativa al PDL.

I nostri elettori, inoltre, ci chiedono a gran voce di non abbandonare la nuova concezione della politica, per la quale è nato il Pdl, che si fonda su una chiara cornice culturale e di valori, sulla scelta di un chiaro e definito programma di governo, su una compatta maggioranza di governo e sull'indicazione di un Presidente del Consiglio, in una logica di alternanza fra schieramenti alternativi".

"Questo atteggiamento di opposizione sistematica al nostro partito e nei confronti del governo che, ripetiamo, nulla ha a che vedere con un dissenso che legittimamente può essere esercitato all'interno del partito, ha già creato gravi conseguenze sull'orientamento dell'opinione pubblica e soprattutto dei nostri elettori, sempre più sconcertati per un atteggiamento che mina alla base gli sforzi positivi messi in atto per amalgamare le diverse tradizioni politiche che si riconoscono nel Pdl e per costruire un nuovo movimento politico unitario di tutti coloro che non si riconoscono in questa sinistra.

 

La condivisione di principi comuni e il vincolo di solidarietà con i propri compagni di partito sono fondamenti imprescindibili dell'appartenenza a una forza politica. Partecipare attivamente e pubblicamente a quel gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito e la composizione degli organi istituzionali, è incompatibile con la storia dei moderati e dei liberali italiani che si riconoscono nel Popolo della Libertà".

 

"Si milita nello stesso partito quando si avverte il vincolo della comune appartenenza e della solidarietà fra i consociati. Si sta nel Popolo della Libertà quando ci si riconosce nei principi del popolarismo europeo che al primo posto mettono la persona e la sua dignità. Assecondare qualsiasi tentativo di uso politico della giustizia; porre in contraddizione la legalità e il garantismo; mostrarsi esitanti nel respingere i teoremi che vorrebbero fondare la storia degli ultimi sedici anni su un "patto criminale" con quella mafia che mai come in questi due anni è stata contrastata con tanta durezza e con tanta efficacia, significherebbe contraddire la nostra storia e la nostra identità.

 

Per queste ragioni questo ufficio di Presidenza considera le posizioni dell'On. Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del Popolo della Libertà".

"Di conseguenza viene meno anche la fiducia del PdL nei confronti del ruolo di garanzia di Presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni. L'Ufficio di Presidenza del Popolo della Libertà ha inoltre condiviso la decisione del Comitato di Coordinamento di deferire ai Probiviri gli onorevoli Bocchino, Granata e Briguglio".

 

 

 

[30-07-2010]

 

1 - FINI: FELTRI? CERTO GIORNALISMO SGUAZZA NEL FANGO...
(ANSA)
- "C'é un giornalismo che sguazza nel fango, per non citare quella materia organica che rese famoso Cambronne e che va oltre il livello della decenza": lo dice Gianfranco Fini riferendosi all'attacco di Vittorio Feltri sul Giornale di oggi, durante la registrazione di 'Porta a porta', aggiungendo che "la libertà di stampa è un valore assoluto ma non ha nulla a che vedere con questo".

 

3 - FINI: PERCHE' SOLO OGGI SOLIDARIETA DEL 'PREMIER SU FELTRI?
(ANSA) -
"Oggi ho ricevuto anche la solidarietà del fratello dell'editore del giornale. Si dà il caso però che non sia stato un incidente. O non legge i giornali o non si sa perché soltanto oggi la solidarietà...". Lo dice Gianfranco Fini parlando a Porta a Porta del messaggio di solidarietà ricevuto dal premier Silvio Berlusconi dopo l'articolo de Il Giornale di oggi sulla suocera del presidente della Camera.

[28-04-2010]

AI CON-FINI DELLA REALTà/2 - La "difesa" di Feltri. "Berlusconi prende le distanze, io invece rimango fermo nell’idea che le notizie o sono vere o non sono vere. E quella su Fini e la ’suocera’ che prende un milione e rotti dalla Rai, ente pubblico, è vera. Il resto conta poco. Anzi, niente" - Il battibecco con Vespa - Cicchittto: "Le dimissioni di Bocchino vengono accettate ma questo non c’entra con le posizioni di Fini. si è determinata una crisi nel rapporto di fiducia"...

Da Repubblica.it

La nuova tappa tv di Fini. A Porta porta, il presidente della Camera nega che ci sia una guerra col premier: con lui "confronto politico", "non divorzierò se rispetta le mie idee": "Non accetto che le opinini divergenti dalla maggioranza non meritino di essere rispettate. Non rinuncerò a dire la mia, per esempio sul tema della giustizia. Una riforma è indispensabile ma non significa ricorrere alla denigrazione dei magistrati, che sono un baluardo di legalità. Per una cultura di destra la legalità è rispetto delle regole e io continuerò a dirlo".

Nonleggerlo

Critiche al Cavaliere anche per le sue affermazioni su Roberto Saviano, che "promuoverebbe" la mafia: "Sarebbe meglio che il presidente del Consiglio non le facesse certe dichiarazioni, perchè è come dire che Camus era un untore. In questo modo ho dato voce alla coscienza di tanti elettori del Pdl".

Il battibecco con Vespa. Siparietto durante la registrazione. "Mi spiace doverlo dire, ma Berlusconi non può dirmi se vuoi fare politica devi dimetterti da presidente della Camera. Rivendico il diritto di dire che non sono daccordo", esordisce Fini. Vespa ribatte: "Credo intendesse dire che dovesse dimettersi da presidente della Camera se voleva fare una corrente". Fini, piccato, stoppa il conduttore: "A me non è parso, direttore. E comunque credo che quello che è accaduto lo abbiano visto in tanti". Poi ribadisce la sua volontà di restare sulla poltrona più alta di Montecitorio: "Fino a quando sarò presidente della Camera, e non ho alcuna intenzione di dimettermi, avrò il dovere di difendere le prerogative del Parlamento. Sono presidente della Camera non per aver vinto un concorso o per un cadeau del premier".

Il nuovo caso Fini-Il Giornale. Nel titolo di apertura del quotidiano diretto da Vittorio Feltri - di proprietà del fratello di Silvio Berlusconi, Paolo - si legge: "Un milione alla suocera di Fini". Poi si spiega: "La madre della compagna del presidente della Camera a capo di una società che da settembre produce parte di una trasmissione Rai".

 

La solidarietà al presidente della Camera. A stretto giro arriva una dichiarazione del premier: "Esprimo la più convinta solidarietà a Gianfranco Fini per gli attacchi personali che quest'oggi il Giornale gli ha mosso. La critica politica, anche più severa, non può trascendere in aggressioni ai familiari e su vicende che nulla hanno a che fare con la politica. Tali metodi, che assai spesso ho dovuto subire, vorrei mai vederli applicati". Solidarietà anche dal presidente del Senato, Renato Schifani.

Nonleggerlo

La durissima replica di Fini. Sempre da Porta a Porta, il presidente della Camera attacca: "C'è un giornalismo che sguazza nel fango, per non citare quella materia organica che rese famoso Cambronne e che va oltre il livello della decenza". Strali anche contro il premier: "Oggi ho ricevuto anche la solidarietà del fratello dell'editore del Giornale. Si dà il caso però che non sia stato un incidente. O non legge i giornali o non si sa perchè soltanto oggi la solidarietà...".

 

La "difesa" di Feltri. "Berlusconi prende le distanze, io invece rimango fermo nell'idea che le notizie o sono vere o non sono vere": così il direttore del Giornale. "E quella su Fini e la 'suocera' che prende un milione e rotti dalla Rai, ente pubblico, è vera. Il resto conta poco. Anzi, niente".

Il caso Bocchino. E' stata convocata per domani mattina l'assemblea del gruppo parlamentare del Pdl: all'ordine del giorno la decisione sulle lettere di dimissioni del vicecapogruppo finiano di ferro. "Le dimissioni di Italo Bocchino vengono accettate ma questo non c'entra con le posizioni di Fini - dichiara oggi il capogruppo Fabrizio Cicchittto - si è determinata una crisi nel rapporto di fiducia".

 

[28-04-2010] 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

SOFFIATE=WIKILEAKS   EPIDEMIE=PROMED

EYESPY.MP, IL NUOVO STRACULT BRITANNICO DEL WEB 2.0: BASTA UN TWEET E IL POLITICO BECCATO QUA E LA' E' SUBITO IN RETE
Da "nomfup.wordpress.com"

Si sono ispirati a quel sito disgraziato di Dagospia, ma hanno decisamente esagerato. Da pochi giorni in Gran Bretagna è nato su Twitter EyeSpy.MP (http://twitter.com/eyespymp)

 

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Fuell cell a idrogeno

120 KM CON UN CHILO

Pubblicata il 17/11/2009

Dalle sperimentazioni in corso in Giappone incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity, Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente 118 km con un kg d'idrogeno.

Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora ingombranti e pesanti bombole.

 

 

www.ecorete.it

 

 

www.visual.paginegialle.it/

 

ARRIVA LA CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.

Nato in una sera di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il «BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org): un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto» avranno la possibilità di fare domande ai relatori.

Dopo il debutto di un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa 450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli interventi.

Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default; fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di trading.

 

SAPEVI CHE L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE  DAL POLITECNICO DI TORINO  :

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La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza , si  crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto !

 

 

 

 

Nostra Madre Terra - Articoli

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=12

 

Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

www.comitatodoraspina3.it BONIFICHE DI SPINA 3: I DATI 2010 DELLE ACQUE E DELLE POLVERI. LA NOSTRA OPINIONE NEGATIVA SU TUTTA LA VICENDA

 

Da Roberto Topino

 

Potete visitare il mio blog e leggere un articolo di Agorà Magazine.

Cordialmente.

Roberto Topino

http://rtopino.sumaiweb.it/archives/69

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article10138&lang=it

Vi chiedo di leggerlo ! Mb

 

 

 

L'insalata di Torino
 
Veri mostri botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti mutageni (cromo esavalente, diossine, policlorobifenili).

Deformità simili sono state trovate in Val di Susa (diossine e PCB) e a Tezze sul Brenta (cromo esavalente).

 

http://www.facebook.com/album.php?aid=2012610&id=1618491532&l=4712b4cda3

http://www.youtube.com/watch?v=yPhvTXTgUhY

 

LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’ On. Scilipoti Domenico

 

Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.

 

Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002 presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455 µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.

La sorgente principale del cromo esavalente è stata individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.

In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump & Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.

Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente a valle di esso.

 

L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro (ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in sicurezza”.

La relazione tecnica in oggetto precisa che: “L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti” e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite tabellare previsto per il cromo esavalente.

 

Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000 metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e residenziale.

Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).

L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie di acciaieria.

Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo milione di metri cubi.

Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in quantità superiore ai limiti.

Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il valore dell'area.

E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.

Le determinazioni più recenti consistono nella preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area costituita dalla prevedibile estensione della situazione di contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.

La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di contaminazione.

La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una adeguata protezione dell'ambiente.

 

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:

Non era il caso di informare la popolazione, che sembra all'oscuro di tutto?

Non conveniva bonificare l'area subito, invece di programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?

L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi? Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?

Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle radiazioni ionizzanti?

Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?

 

 

 

 

Cromo esavalente nella Dora a Torino

   

In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area dell’ex acciaieria Vitali.

Dice il Coraglia:

 

“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.

 

Ma come stanno realmente le cose?

Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.

 

Divisione Ambiente e Verde

Settore Ambiente e Territorio

Ufficio Bonifiche

Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3

Data: 18/09/2008 074/S147/Eh

 

...

La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre 2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30 microgrammi/litro.

...

 

Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio

Ing. Federico Saporiti

 

Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax +39.011.4426562

 

P.S.: Il colore del cromo esavalente.

http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4

 

 

Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
 
 
L'inchiesta è stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?

10.08.09

 

 

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