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E' mia intenzione dare la mia disponibilità a
raccogliere le deleghe per le prossime assemblee degli azionisti
in Italia , chi e' intenzionato a darmele mi invii email cosi
cominciamo a conoscerci :
ideeconomiche@pec.it
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LA
MAPPA
DI QUESTO SITO e' in continua evoluzione ed aggiornamento ti consiglio
di:
- visitarlo
periodicamente
- usare questa
pagina come schermata di apertura di explorer o netscape
- di avere pazienza
nel caricamento perche' il collegamento con il DISCO VIRTUALE,
potrebbe essere lento.
- MARCO BAVA
fornisce dati, notizie, approfondimenti analisi sui mercati
finanziari , informazioni , valutazioni che pur con la massima
diligenza e scrupolosita', possono contenere errori, imprecisioni e
omissioni, di cui MARCO BAVA non puo' essere in nessun modo ritenuto
responsabile.
- Questo servizio
non intende costituire una sollecitazione del pubblico risparmio, e
non intende promuovere alcuna forma di investimento o speculazione..
- MARCO BAVA non
potra' essere considerato responsabile di alcuna conseguenza
derivante dall'uso che l'utente fara' delle informazioni ottenute
dal sito. I dati forniti agli utenti di questo sito sono da
ritenersi ad esclusivo uso personale ed e' espressamente non
consentito qualsiasi utilizzo di tipo commerciale.
QUESTO
SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb (
fondati da FIAT-IFI ed ora
http://www.laparola.net/di
RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO
NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE !
se vuoi essere
informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email
ATTENZIONE !
DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI
MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I
FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO
NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare
documenti
inviatemi le vostre segnalazioni e i vostri commenti e consigli
email.
GRAZIE !
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LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA
FORZA E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche
imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.
Che lo Spirito Santo porti buon senso e
serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' ! |
| LA
mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,
perche' DIO ESISTE, ANCHE SOLO per assurdo.
IL MONDO HA
BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO'
CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !
PER QUESTO IL
MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !
LA VIOLENZA
DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI
che potrebbe stare dietro a Berlusconi.
IL GOVERNO
DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI, IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO
perche' vetusto obsoleto e compromesso !
E' UN GIOCO AL
MASSACRO dell'arroganza !
SE NON CI
FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !
TU SEI UN
SOLDATO ?
COMUNICAMI cio'
pensi !
email
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Riflessioni ....
I rapporti umani, sono tutti unici e
temporanei:
- LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E
RISPARMIO.(02.02.10)
- Se non hai via di uscita,
fermati..e dormici su.
- E' PIU' DIFFICILE
SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
- Ciascun uomo vale in funzione
delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
- Vorrei ricordare gli uomini
piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto
fare !
- LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA
MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE
PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
- PIU' I MEZZI SONO POVERI X
RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
- L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA
MORTE.
- MEGLIO NON ILLUDERE CHE
DELUDERE.
- L'ITALIA , PER COLPA DI
BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
- IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3
VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU'
POVERI ALMENO 2 VOLTE.
- LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI
DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',
QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ' CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE
E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL
10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE
CHIESE)
- la vita eterna non puo' che
esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento
di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
- SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA
VERAMENTE UNA STRADA.
- QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI
CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
- L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER
AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
- IL PRESENTE E' FIGLIO DEL
PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
- L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER
DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
-
L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E
DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
-
BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
-
GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI
TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
- IL DISASTRO
DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE
STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
- Quante
testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate
per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
-
I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI
PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI
SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)
-
L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne'
temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata
per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la
cruna di un ago ..."
-
sapere x capire (15.10.11)
-
la patrimoniale e' una 3^
tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)
L'obiettivo di
questo sito e una
critica costruttiva PER migliorare IL Mondo .
-
PACE NEL MONDO
- BENESSERE
SOCIALE
- COMUNIONE
DI TUTTI I POPOLI.
- LA
DEMOCRAZIA AZIENDALE
|
| L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA
PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI
GESU'. 15.06.09 |
| DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA
PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI
GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09) |
- GESU' HA UNA
DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7
The
InQuisitr -
La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino
di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di
Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor,
responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno
parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.
06.09.11
|
| CRISTO RESUSCITA PER
TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI
O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI
OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e
morto non può tornare per avvisare i parenti ! Mb 05.04.12 |
Annuncio
Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !
Cari Utenti
Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo
devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.
E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.
E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti,
vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni
concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete,
qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta
arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o
almeno non ora.
Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa
decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le
possibili alternative...
Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti
finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.
Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di
pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.
Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione
alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni,
l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il
quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare,
configurare, testare, reingegnerizzare...
Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di
tutti i vostri contenuti (file e db)
ENTRO IL 6 DICEMBRE.
Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o
nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.
Grazie,
Giuseppe - Tommaso
HelloSpace.net
io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta
creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un
nuovo sito parallelo a questo :
www.marcobava.it
|
|
IL BAVAGLIO della Fiat nei miei
confronti:
|
IN DATA ODIERNA HO
RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del
gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con
attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso
cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi
amministratori. Fatte salve iniziative
autonome anche
davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal
proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora,
veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie
tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per
tutelare le quali mi riservo iniziative
esclusive
dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09
|
|
| TEMI SUL
TAVOLO IN QUESTO MOMENTO: |
|
NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

1) RIUSO TOTALE
2) SATURAZIONE CON L'UTILIZZO MULTI ORARIO DELLE
STRUTTURE COME UFFICI, STRADE...
3) TELELAVORO
4) Commercio equo-solidale.
5) SOSTITUZIONE DEL PETROLIO CON CHIMICA GREEN
6 ) NO TETRAPAC |
| SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL
SUICIDIO SOSPETTO
DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
all'editore
(info@edizionikoine.it)
indicando che hai letto questo prezzo
su questo sito , indicando il tuo nome cognome
indirizzo codice
fiscale ti verrà inviato per contrassegno che
pagherai alla consegna. |
|
TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI
EDOARDO AGNELLI come dimostra
l'articolo sotto riportato:
È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI
IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO
IL TESORO DI FAMIGLIA
Ettore Boffano
e Paolo
Griseri per "Affari&Finanza"
di "Repubblica"
È una storia di
soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione
più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e
100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che
contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con
la
madre Marella Caracciolo.
Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi
accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo
fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver
ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e
contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro,
depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto
ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".
È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di
una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel
24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se
n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80
e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi
suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a
succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.
Altri nomi e
altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio
di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John
"Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della
società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia,
la
"Giovanni Agnelli & C. Sapaz".
L'amarezza di
quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla
riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia
industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite
strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se
con scarsi risultati.
E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare".
Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione,
"Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire
nel
1999 a
Vaduz, quando
la figlia
Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi
Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese"
annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal
primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il
conte Serge de Pahlen).
"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È
la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)»,
spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una
volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti.
Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto
il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.
E sempre la
pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome
del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il
capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato
dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo
del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli.
Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di
Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da
Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I
sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe
dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero
di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande
Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.
PATTO
2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA
Ecco, è proprio
qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al
pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra
degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici
dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale,
nella procura della Repubblica di Milano.
Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che
Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e
che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto
della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha
affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in
francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner,
stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les
Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni
Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a
Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.
Anni di
reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno
consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e
Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il
controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il
giudice torinese
Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile
che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.
Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società
"Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in
mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto
è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.
Il 10 aprile
1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento
al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla
figlia e al nipote, conservando per sé
il 25 ,38.
Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per
cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona
il 25 ,4
per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta
con il 58,7.
Quando il notaio
torinese Ettore
Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della
donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli
spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver
chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo
scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il
civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore
testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti
al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei
miei diritti».
Nel frattempo, entra in possesso di un documento in
lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi
confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata
trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine
italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti",
stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di
Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su
quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a
favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia
la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere
ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio
con Lavinia Borromeo.
Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle
rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of
assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro,
105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da
Morgan Stanley
nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di
pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova
che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande
Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi
legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.
Il 27 giugno
2007, l
'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles
Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita
ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si
chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il
codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie
procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il
presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni
di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" (
la finta Opa ).
Si tratta della
clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla
società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la
raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della
Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa
sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie
dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico
proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò
che ancora manca all'eredità.
Anche questa
ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti"
gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto
la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di
compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi
legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno
rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto,
anche la nullità del patto successorio.
Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora
proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e
Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto
che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di
confermarne
la validità. Se
però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in
discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la
guida istituzionale della galassia Fiat.
Le ultime
possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura
di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di
Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni
di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.
L'escalation
giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero
dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali
ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di
una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E
sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino,
che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.
WSJ:
LA LUCE
INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un
articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla
successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo
dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la
morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato
tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un
miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi
conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».
L'articolo fa
presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron
dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere
nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta
appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo
re non ufficiale».
Secondo il
giornale,
qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal
piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista
Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova
leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di
sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino,
Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del
processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».
[19-11-2009]
|
|
grazie a Dio , non certo a Jaky, continua la ricerca
della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di
Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto, ora
il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso
che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino
alla verita'. Mb -01.10.10 |
edoardo
agnelli |
|
LIBRi
SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI
www.detsortelam.dk
www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208
ANTONIO
PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-
|
Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".
Il
giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla
famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di
curiosità ed informazioni inedite
Per
dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli,
precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano,
sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare
autopsia.
Anonime
“fonti investigative” tentarono in più occasioni di
screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava
un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia
fu mai fatta.
Ora
Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che
accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante,
pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la
prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche
raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa
settimana presenta.
Perché
la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo
destinato a ereditare il più grande capitale industriale
italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici
però che riguardano la famiglia Agnelli.
Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione
del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei
rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio
Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo
di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi,
Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che,
nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano
assai più di politici e governanti.
Il
volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta
sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose
e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più
importante d’Italia.
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Mondo AGNELLI :
Cari amici,
Grazie mille per vostro aiuto con
la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e
Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in
inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA;
sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie
possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi
invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’
stato girato il video in You Tube. )
http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0
Thanks again,
Jennifer
Un libro che riporta palesi falsita'
sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con
Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad
ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta.
Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a
19 euro! www.marcobava.it |
Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo
d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha
ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb
1- A 10 ANNI DALLA
MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2-
MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI
DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME.
DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA
500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO
DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO
ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI
EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE.
INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN
VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL
MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A
SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO.
E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO
SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO.
MA NESSUNO SE LO FILA -
Michele Masneri per
Rivista Studio (www.rivistastudio.com)
"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non
sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo
racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto
di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat,
Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95),
primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di
Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista
(per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di
"bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e
marchionnismi) ci hanno abituati.
E partiamo da
Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi
cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco
identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione
fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato).
L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di
più.
Sul Foglio dell'11
febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani
(conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco
Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger,
indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato
dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha
portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a
condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in
cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta
di stringere la mano al rappresentante della Fiat".
Clark non solo
conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me
l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa,
Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che
notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase
precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà".
Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco,
più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può
chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno
giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non
proprio pentito, ma insomma...".
Sempre coi sindacati,
Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield,
volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a
ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è
vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso
e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa
tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi
presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New
York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto
alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.
Anche qui Clark spiega
una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo
molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il
presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione,
Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York.
Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi
vedere piangere.
Attenzione, però,
perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I
almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York
Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot
insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di
uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi
realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere
va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che
stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione.
"Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".
Famiglia Agnelli
Piangere va bene ma è
meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa,
"mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana,
Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010:
Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua
vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500
arancio di famiglia.
Ma Marchionne, a sua
insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori,
che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo
amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la
Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica
marchionniana).
À rebours. In fondo il
libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la
fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato.
"Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei
maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo
look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti,
conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo
è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del
gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat
i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del
midwest".
"Però in America pochi
si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno
nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per
suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando
ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente
stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel
1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.
Ma tra i ricordi
agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è
forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio
sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è
andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché
un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono
tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e
per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le
sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui
chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.
Una telefonata ad
Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue
giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le
conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante
iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue
finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi,
incredulo.
Manda qualche mail (le
password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia,
sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo
computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione:
per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente,
guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si
butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una
persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte,
con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato
così", dice alla persona di servizio.
|
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TORINO 24.09.10
GENTILE SIGNOR DIRETTORE
GENERALE RAI
CONSIDERAZIONI SULLA
TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL
23.09.10.
1)
Minoli dichiara più volte che intende fare
chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio
confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il
suicidio in quanto :
a)
dall’esame esterno effettuato dal dott.
Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale –
Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre
che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono
formulare le seguenti considerazioni:
“E’ esperienza comune
come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di
un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da
un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo)
quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o
di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione
del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza
superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque
sufficientemente profonde”
“L’arresto del corpo
nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di
tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro
movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di
sostegno”
“Nel caso di
precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi
altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello
sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su
un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi
lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei
costali procidenti nella cavità toracica”
“Le lesioni esterne
cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono
caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si
producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli
intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.
Talora la presenza di
indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da
impatto diretto contro la superficie d’arresto”
Nell’esame esterno, il
dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:
-
Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni
cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola
breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa
nasali.
Tali lesioni sono
indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso
bocconi.
-
Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta
(collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.
Cosa c’entra
l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un
fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)
-
Addome: escoriazioni multiple
L’escoriazione è
normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente
contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni
sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?
-
Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al
palmo della mano.
Può essere compatibile
con una caduta di questo tipo
-
Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio.
FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.
Come se le è
procurate? Era vestito con le maniche lunghe?
Deve esserci una
perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito
di frattura scomposta avambraccio
-
Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale
interna
Valgono le stesse
considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno
coscia presumibilmente
-
Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni
diffuse faccia mediale esterna.
Da quello che si
desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora
è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione
profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E
poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è
l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?
-
Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx.
Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.
Osso mascellare quale?
Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici
gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione
cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio
del cranio).
Direi che di materiale
ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta
dinamica della precipitazione.
b)
Il dipendente dell’autostrada non poteva
vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il
pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non
collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale
“non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice
non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la
“abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps
per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre
indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere
la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non
parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se
muore sul colpo? Da dove proveniva?
c)
Il medico Testa come fa da una foto ad
individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi
e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un
ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto
l’autopsia ?
d)
Il cranio di E.A potrebbe essere stato
colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la
foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.
e)
come mai il magistrato prima di chiudere il
caso autorizza il funerale ?
f)
io non ho mai sostenuto che E.A sia stato
buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato
forse strangolato , viste le echimosi sul collo .
g)
certo lo collana non provoca echimosi
perché un frega cadendo da 73 metri.
2)
autosuggestione non può averla il pastore
ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i
fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in
quanto :
a)
non esistono prove che abbia chiamato gli
amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?
b)
inoltre non risulta da alcun atto
d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché
proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la
possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.
c)
A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo
REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non
gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne
aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia
chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !
d)
Gelasio fa un discorso senza logica si
commenta da se !
e)
Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha
visto la buca nel terreno ?
f)
Un impatto a 150 km ora di un auto fatta
per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo
le auto senza carrozzeria sono più sicure !
g)
Certo che e possibile scavalcare il
parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era
in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se
non ne avesse avuto bisogno !
h)
Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse
aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ?
Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica
di E.A !
i)
Del tutto illogico il ragionamento di
Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3
giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso
come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di
raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!
j)
Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di
lettura opposte : Sodero dice che E.A aveva paura del dolore
fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva
farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una
terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della
pallottola di Kennedy !
k)
Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A
non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?
i.
Se lui non firma un documento non chiede un
bel nulla
ii.
Il documento lo hanno preparato legali e
notaio
iii.
Gelasio e Lupo affermano che non voleva
entrare nella Dicembre
iv.
Altro indice di superficiale faziosità di
Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi
sono tutti gli Agnelli !
v.
Come non corregge neppure l’errore
riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.
vi.
Mi domando chi preparasse a Minoli le
interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’
troppo bravo per lui ?
Concludo quindi
logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto
anzi la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi
raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e
come e quando vuole. Molte cordialita’.
MARCO BAVA
|
EDOARDO
AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di
Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca
parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli
su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per
anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un
omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle
pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.
20-09-2010]
|
|
1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO
NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A
CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA
CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI
- EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI
“ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI
PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA
APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È
STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL
MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA
L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE
LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA
NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA
UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E
CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA
Gigi Moncalvo
per "Libero"
«Adesso si mettono a confutare anche le poche
cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai
contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne
eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu
solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di
un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal
Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella
tragica mattina ci fosse un altro medico legale».
E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di
qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la
sepoltura in modo da poter portare via al più presto il
cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e
di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa
storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate
dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi
sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una
nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.
Nel dispaccio, che cita anonime «fonti
investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno
coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno
e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si
affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per
espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore»,
fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che
nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era
presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile
trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche
righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli
atti come andarono veramente le cose.
NIENTE
AUTOPSIA
- Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il
dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso
la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore
Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve
memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del
cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di
"esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve
memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a
Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».
«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo
il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di
Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere,
conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17
righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro
il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro
il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale
esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni
viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe
apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della
causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un
grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».
Quindi in due precise circostanze, di suo pugno,
sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma
di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli
importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni,
l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.
UN'ORA INVECE
DI TRE
- Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla,
addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore".
Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato
il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che
fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della
visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a
Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del
corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria
del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu
conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande
precipitazione».
Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il
primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera
mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del
cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella
memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha
impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È
davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve
lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo
sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli
inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla
"morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria
cominciare l'esame necroscopico.
Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e
il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e
i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non
poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso,
caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista
la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella
camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in
tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non
chiarisce un altro mistero.
Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico
del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché
1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in
un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a
Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero"
(Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne
chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era
stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le
15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli
inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano
problemi, era tutto chiaro».
LE STRANEZZE -
Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in
considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente
intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo
di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di
aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla
sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no?
«Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era
quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire,
se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto
consigliare l'autopsia: perché non lo fece?
«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e
sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di
strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo
era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il
cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra
ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una
stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non
c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal
libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in
servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni,
specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in
giurisprudenza.
«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto
il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in
servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il
quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a
Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni.
Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in
cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi
chiamò».
E il dottor Ellena? «Era il mio superiore
gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il
certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo
evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul
posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho
intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il
dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva
preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai
di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o
modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai
eseguita".
Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si
trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È
l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre
decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a
coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in
cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era
sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che
doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può
decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si
deve attenere a quanto il magistrato dispone».
Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è
possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni
vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più
assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni
evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza
la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i
mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un
paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in
montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».
Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in
pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei
giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In
una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati»
poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo
esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini
si infittisce ancora di più...
L'AVVOCATO
- Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita
«per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato
tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato -
evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un
"ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se
l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile
prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi
casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la
volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si
volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le
viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così
martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare
di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo
sangue.
Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli
a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare
di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un
tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla
droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia
spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre
prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci
ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel
presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da
lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul
Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la
memoria.
27-09-2010]
|
| il 17.11.12 si
terrà la messa di commemorazione della morte di EDOARDO AGNELLI
nella Parrocchia di S.MARIA GORETTI IN TORINO V.PIETRO COSSA
ang.V.PACCHIOTTI. |
|
|
<http://rassegna.governo.it/>
.
|
DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA
DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL
DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL
PRESIDENTE DELLA CAMERA
PDF -
http://bit.ly/eTwkdL 17-01-2011]
|
|
| NON
DIMENTICARE CHE: Le informazioni
contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore
deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun
caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.
Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale
livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.
MARCO BAVA
|
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IL MIO LIBRO "L'USO DELLA
TABELLA MB nei CASI DI PIANI INDUSTRIALI: FIAT, TELECOMITALIA ED
ALTRI..." che doveva essere pubblicato da LIBRAMI-NOVARA nel 2004,
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ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA |
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Cordiali saluti
La Stampa e lo staff TypePad
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1 - "MORS TUA, LA
VITOLA MEA" E IL BANANA RICARICA SULLA CASA/CASINO DI MONTECARLO - 2-
CARTE DAL PARADISO FISCALE DI SANTA LUCIA: L’APPARTAMENTO DI AN è DEL
"COGNATO" - 3- FINI HA SEMPRE NEGATO E HA AFFERMATO: "SE QUESTO SARÀ
ACCERTATO, MI DIMETTO" - 4- LA DOCUMENTAZIONE ARRIVATA UNA SETTIMANA FA,
AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI - A BREVE LA FARNESINA POTREBBE ANCHE
DECIDERE DI TRASMETTERLA AL GIP DI ROMA CHE FRA POCHISSIMI GIORNI (IL
PROSSIMO DUE FEBBRAIO) DOVRÀ DECIDERE SULL’ARCHIVIAZIONE O
SULL’EVENTUALITÀ DI AVVIARE NUOVE INDAGINI. IL CARTEGGIO SAREBBE
CUSTODITO NELLA CASSAFORTE DEL MINISTRO FRATTINI, E AL MOMENTO È TOP
SECRET –
1- IN ARRIVO CARTE
DA S. LUCIA «LA CASA È DI TULLIANI»
Fiorenza Sarzanini per il "Corriere
della Sera"
Nuove carte
spedite dal governo di Santa Lucia per dimostrare che l'appartamento di
rue Princess Charlotte a Montecarlo è di Giancarlo Tulliani, il cognato
del presidente della Camera Gianfranco Fini. L'indiscrezione circola in
serata e sembra fornire conferma alle voci che si rincorrono già da
qualche giorno. Per via diplomatica sarebbero arrivati alla Farnesina i
documenti che attestano come la Timara e la Printemps, le due società
off shore titolari della casa nel Principato dopo averla acquistata da
Alleanza Nazionale, siano in realtà di proprietà di Tulliani.
Finora questa
circostanza è stata sempre negata da Fini e dal suo entourage tanto che
il 25 settembre scorso, in un videomessaggio trasmesso da Youtube, lo
stesso presidente ha affermato: «Se questo sarà accertato, mi dimetto» .
Il nodo della
questione è stato più volte evidenziato: l'appartamento fu lasciato in
eredità da Annamaria Colleoni ad Alleanza Nazionale e dunque nel luglio
2008 Fini avrebbe sfruttato il proprio ruolo di leader nel partito
consentendo al cognato di acquistarlo a un terzo del suo reale valore:
300 mila euro anziché 900 mila.
La procura di Roma
ha chiesto l'archiviazione del procedimento per truffa avviato dopo la
denuncia presentata da alcuni ex esponenti del partito, tra i quali c'è
Francesco Storace. Nelle motivazioni si spiega che c'è stato un danno
economico perché all'epoca della vendita, l'appartamento valeva 819 mila
euro, dunque il triplo dei 300 mila euro versati dall'acquirente, la
società off shore Printemps, ma nessun raggiro e dunque gli eventuali
risarcimenti dovranno essere stabiliti in sede civile.
Non è invece
entrata nel merito degli assetti proprietari pur sottolineando come in
calce alla registrazione del contratto di affitto ci fosse la stessa
firma- quella di Tulliani appunto - nella casella riservata al
proprietario e quella per l'affittuario. In realtà una lettera nella
quale si specificava come Tulliani fosse «il beneficiario reale» delle
off shore era già stata mostrata dal ministro della Giustizia
dell'isoletta caraibica e adesso il governo locale avrebbe inviato a
quello italiano un nuovo e più attendibile certificato.
Le indiscrezioni
assicurano che un ruolo in questa nuova puntata della vicenda l'avrebbe
Walter Lavitola, il direttore de L'Avanti che già in passato si era
mostrato vicino a Silvio Berlusconi, tanto da organizzargli una festa
con un gruppo di ballerine durante il suo soggiorno brasiliano. Sarebbe
stato proprio lui a mediare con le autorità di Santa Lucia per
convincerle a spedire i documenti.
Ora bisognerà
vedere se siano utili per l'udienza del 2 febbraio dove si deciderà se
l'inchiesta debba essere davvero archiviata, tenendo conto che non sono
stati i magistrati a chiederli.
2- "LA CASA DI
MONTECARLO È DEL COGNATO DI FINI"
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica per
Il Giornale
La casa di
Montecarlo sarebbe direttamente riconducibile al signor Giancarlo
Tulliani, cognato del presidente della Camera, Gianfranco Fini (tuttora
indagato per truffa). Lo attesterebbero le conclusioni dell'indagine
interna avviata dal ministero della Giustizia di Santa Lucia, l'isola
dei Caraibi dove sono state create le società offshore Printemps e
Timara, utilizzate per acquistare (e rivendere) l'appartamento monegasco
al 14 di Boulevard Princesse Charlotte di proprietà di An.
La documentazione
proveniente dal paradiso fiscale sarebbe arrivata una settimana fa al
ministero degli Affari Esteri. A breve la Farnesina potrebbe anche
decidere di trasmetterla al gip di Roma che fra pochissimi giorni (il
prossimo due febbraio) dovrà decidere sull'archiviazione o
sull'eventualità di avviare nuove indagini. Il carteggio scottante
sarebbe custodito nella cassaforte del ministro Frattini, e al momento è
top secret.
Dall'isola di
Saint Lucia arrivano solo mezze conferme. Il ministro Lorenzo Rudolph
Francis, contattato dal vicedirettore del tg di La7, Pina Debbi, ha
confermato che le investigazioni sulle società offshore Timara e
Printemps si sono concluse, ma al telefono il Guardasigilli caraibico
non ha voluto aggiungere una parola di più.
Va ricordato che
secondo le prime risultanze di questa stessa indagine, che Francis
comunicò nel celebre "confidential memo" diretto al primo ministro
dell'isola Stephenson King, era emerso che proprio il «cognato»di
Fini,Giancarlo Tulliani, fosse il «beneficiario effettivo » delle due
società, e dunque anche della casa monegasca.
Siamo dunque alla
svolta nella ricostruzione societaria dellaproprietà del quartierino nel
Principato sulla quale persino il presidente della Camera, dopo tre mesi
di imbarazzo, in un videomessaggio arrivò a sollevare dubbi pesantissimi
sul cognato. Dubbi palesati proprio in seguito alle rivelazioni arrivate
dai Caraibi, con la lettera riservata su Tulliani «beneficial owner»,
datata 16 settembre 2010, pubblicata da più quotidiani di Santo Domingo
e poi confermata nella sua autenticità, in due diverse conferenze stampa
organizzate nella sede del governo locale, nella capitale Castries,
dalle autorità di Saint Lucia.
A innescare
l'indagine relativa alla lettera, spiegò l'«attorney general» Francis,
il timore della pubblicità negativa per il piccolo Stato caraibico
provocato dallo scandalo sollevato dal Giornale.
E le prime
informazioni raccolte avevano fatto appunto individuare in Tulliani il
«nome» coperto dalle due offshore di Saint Lucia. Ma il castello
d'occultamento era ormai sotto attacco per l'inchiesta governativa.
Quella che adesso si è conclusa. Il fascicolo conterrebbe, tra
l'altro,anche una serie di e-mail scambiate tra i referenti delle
società a cui il proprietario della casa di Montecarlo si sarebbe
rivolto per «nascondersi»al momento dell'acquisto.
Il blitz a Saint
Lucia del direttore dell'«Avanti» Valter Lavitola, che tanto fece
discutere, era incentrato proprio su un messaggio di posta elettronica
in cui James Walfenzao, il fiduciario che firmò per conto di Printemps
l'acquisto dell'appartamento da An, spiega ai suoi referenti a Saint
Lucia di essere preoccupato per lo scontro tra Berlusconi e Fini perché
«la sorella del cliente sembra avere uno stretto legame con uno dei due
politici coinvolti». Nel materiale giunto da Saint Lucia, dunque,
potrebbero nascondersi molte sorprese.
Intanto, contro
l'opposizione alla richiesta di archiviazione della procura di Roma
sull' affaire monegasco, la difesa di Gianfranco Fini, indagato per
truffa, si affida a una memoria difensiva presentata dai suoi legali,
Giuseppe Consolo e Francesco Compagna, che in gran parte sembra far
affidamento più che sulle proprie argomentazioni sulle convinzioni
espresse dai pm romani.
Il documento è
infarcito di espressioni colorite dirette al Giornale , definito
«dichiaratamente ostile » a Fini. Per diluire la vistosa mancanza di
congruità del prezzo di vendita, congruità negata dalle stesse autorità
del Principato ( il valore tra '99 e 2008 è cresciuto del 300 per cento,
non del 30), si smentisce l'esistenza di «concrete offerte» superiori al
prezzo di 300mila euro a cui la casa venne venduta alla Printemps. Sulle
offerte rifiutate, però, il Giornale aveva raccolto diverse
testimonianze.
E così la difesa
di Fini arriva a depositare come allegato l'«autosmentita » di Giorgio
Mereto sul Corriere della Sera , «incautamente indicato dal Giornale
come autore di una lauta offerta nel 2008», secondo i legali finiani.
Peccato che quelle dichiarazioni di Mereto ( registrate, dunque a prova
di smentita) erano relative alla presenza di Fini a Montecarlo, non a
fantomatiche offerte dello stesso per l'immobile.
Eppure i legali di
Fini nella memoria citano qualcuno che l'offerta l'aveva fatta eccome,
ossia Filippo Apolloni Ghetti. Ma ne parlano indicandolo come
interlocutore di un Fini incerto sul valore della casa, che avrebbe dato
al leader una «incredibile valutazione» (1,3 milioni di euro).
Dimenticandosi, dunque, che Apolloni Ghetti ha dichiarato pubblicamente
di essersi offerto, direttamente con l'ex delfino di Almirante, per
comprare quella casa, nel 2002, per un milione di euro.
Fu Fini a
rifiutare, per ragioni di opportunità, di vendere a un dirigente
dell'allora An la casetta del Principato. Quella in cui sei anni dopo,
grazie alla cessione alle «misteriose» ma non troppo offshore, è andato
a vivere il «cognato », Giancarlo Tulliani. Diventato inquilino dopo
l'interessamento personale ai lavori di ristrutturazione della sorella
Elisabetta e solo dopo l'installazione della famosa cucina Scavolini
acquistata da Fini e signora a Roma, che s'è dimostrato essere stata
montata a Montecarlo come le fotografie pubblicate dal Giornale il 28
settembre attestano. Al di là di ogni irragionevole dubbio.
25-01-2011]
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1 - NON SOLO
MONTECARLO: “IL MONDO” SCOPRE CHE LA STRANA COPPIA ROTONDI-CUTRUFO HA A
CHE FARE CON L’ACQUISTO DI UNA TORRETTA A BEVAGNA (PERUGIA) DI PROPRIETÀ
DELLA VECCHIA DC PASSATA DIVERSE VOLTE DI MANO NEL CAOS
POST-TANGENTOPOLI - 2 - UN VERO AFFARE (85MILA E 70MILA €) PER LA
SOCIETÀ EDITORIALE DEL MINISTRO E PER L’IMMOBILIARE DELLA MOGLIE DEL
VICESINDACO DI ALE-DANNO. E ORA, ADEGUATAMENTE RISTRUTTURATO, LO STABILE
È IN VENDITA - 3 - CHE IMBARAZZO PER LA POLIZIA MUNICIPALE E IL SINDACO
RIFONDAROLO CHE CADE DALLE NUVOLE, ANCHE SE IL MUNICIPIO E IL PALAZZO
SONO SULLA STESSA STRADA -
Marco Persico per
"Il
Mondo"
Dalle sezioni
della Democrazia cristiana ad affari privati dei nuovi dirigenti
cattolici. Alcuni di quelli che negli anni Novanta tra i gorghi di
tangentopoli sono riusciti a cavalcare la cresta dell'onda salendo ai
piani alti di piazza del Gesù e della politica nazionale. Arrivando a
mettere le mani sulla ricca eredità della Balena bianca.
In tutto circa 300
immobili all'inizio della dismissione dopo il crollo della Dc. Finiti in
gran parte in una girandola di cessioni e acquisizioni non tutte proprio
lineari e cristalline. E ora si aggiunge il sospetto che nei vari
passaggi di mano qualche chicca sia scivolata direttamente o
indirettamente più o meno sotto costo nelle tasche di qualcuno di quei
dirigenti. In qualche caso per essere poi rimessa in circolazione a
prezzi di mercato.
Per le dieci
stanze «con annessa torretta medievale» dell'aristocratico palazzotto di
Bevagna, nel cuore dell'Umbria, saggiamente divise, la società
editoriale che fa capo al ministro Gianfranco Rotondi e l'immobiliare
del senatore del Pdl Mauro Cutrufo, attuale vicesindaco di Roma, e di
sua moglie, Danila Gibiino, la Chiaralba srl, hanno spuntato un prezzo
davvero niente male. Rispettivamente 85 mila e 70 mila euro. E la
trattativa non deve essere stata neanche particolarmente lunga e
difficile perché dall'altra parte del tavolo come venditore c'era sempre
lui, Rotondi, ma nelle vesti di tesoriere del Cdu.
Non solo. Se si
seguono le tracce catastali dell'appartamento si scopre che il Cdu di
Rotondi l'aveva acquistato nel 2003 dall'Immobiliare Universo, una di
quelle scatole societarie in cui il costruttore veronese con la finanza
alle calcagna per una serie di presunte bancarotte fraudolente aveva
travasato circa 130 immobili dell'impero democristiano, da poco
acquistati, facendoli sparire oltreconfine, in Croazia (il Mondo, 49 e
50). Ma ora salta fuori che la proprietà di quelle dieci stanze di
Bevagna non è andata molto lontano: non in Croazia, ma metà ad Avellino
e l'altra metà a Roma, appunto.
AMICI E VICINI DI
CASA IN UMBRIA
«Non credo che il proprietario gradirà. E' uno molto in vista della
politica di Roma. Francamente a questo punto devo parlarne con il
comandante». Dicembre 2010. Bevagna, provincia di Perugia. Uno dei cento
borghi medievali più belli d'Italia, a 250 metri sul livello del mare e
a due passi da Assisi e Spello. La voce della donna che risponde al
centralino della locale polizia municipale è incerta, spiazzata dalla
questione che le è piovuta addosso. Le abbiamo chiesto l'indirizzo della
vecchia sede della Dc lì a Bevagna e un contatto con chi l'ha
acquistata. Che fine ha fatto? E' la seconda volta che ci proviamo nel
giro di un'ora.
Inizialmente il
tono è disponibile. «Nessun problema», risponde. Anzi, «datemi qualche
minuto e vedrete che riuscirò anche a farvi aprire le porte dello
storico palazzo di corso Matteotti 86». Ecco la prima informazione. I
democristiani di Bevagna avevano stabilito il loro quartier generale nel
cinquecentesco Palazzo degli Antici (la nobile famiglia recanatese che
tra i suoi discendenti diretti vanta Giacomo Leopardi).
Ma come sia andata
la conversazione tra la poliziotta e il suo comandante lo possiamo
immaginare. Le porte del palazzo sono rimaste chiuse e nella seconda
telefonata il registro è cambiato: «La questione si fa delicata. Non
sono autorizzata». Nel frattempo devono averle detto che «quel secondo e
terzo piano con annessa torretta medievale», 10 stanze per circa 200
metri quadrati con tanto di volte affrescate («affreschi ottocenteschi»,
dicono fonti del luogo) e stemmi araldici sul portale è finito
indirettamente nelle mani di Rotondi per 85 mila euro e nel portafoglio
dell'immobiliare del senatore e vicesindaco di Roma, Mauro Cutrufo, e
signora, che per l'operazione ha sborsato circa 70 mila euro.
Un condominio
anche piuttosto ben referenziato quello di corso Matteotti 86: tra i
proprietari degli altri appartamenti del palazzotto ci sono gli eredi
della scrittrice e attrice Elsa de' Giorgi, nobildonna pesarese, moglie
del conte Sandro Contini Bonacossi e negli anni Cinquanta amante di
Italo Calvino.
AFFARI IN FAMIGLIA
Cutrufo si è fatto tutta la gavetta politica da democristiano doc. Da
consigliere comunale fino a vicesegretario nazionale del Cdu prima e
della Democrazia cristiana di Rotondi poi. Insomma, un vecchio compagno
di strada. A parte quella sbandata nel 1996, quando è entrato a
Montecitorio con i popolari dell'Ulivo per poi ripensarci nella stessa
legislatura e unirsi a Buttiglione e Rotondi che facevano rotta verso
destra. E dalla radiografia catastale di «quel secondo e terzo piano con
annessa torretta medievale» si ha l'impressione che Rotondi e Cutrufo
abbiano tirato su una parete e da buoni amici se li siano divisi.
A conti fatti
anche equamente. Perché nella spartizione Rotondi ha preferito non
separarsi dalle sale affrescate e Cutrufo ha scelto la torretta
medievale. Neanche il vicesindaco rifondarolo di Bevagna ha molta voglia
di parlare di questa storia. Anzi, fa quello che cade dalle nuvole. «Del
resto non posso accorgermi di tutto quello che si muove in paese». Come
dargli torto tenendo conto che nella metropoli umbra, tolte le sette
frazioni, si muoveranno più o meno mille anime? E che tra il Municipio
(Palazzo Lepri, corso Matteotti 58) e l'appartamento di Palazzo Antici
ci sono ben oltre dieci numeri civici di distanza?
In effetti, però,
i due vicini di casa non hanno molta voglia di dar pubblicità alla cosa.
Cutrufo quelle sei stanze che gli sono toccate in sorte le ha acquistate
attraverso la srl di famiglia, l'immobiliare Chiaralba, di cui la moglie
è amministratrice unica e socia insieme all'altra società dei coniugi
Cutrufo, la Sathya. Ma Cutrufo e consorte non vogliono essere tirati in
ballo. La moglie Danila Gibiino in una specie di diffida preventiva
scrive che «non conosco con precisione il contenuto della suddetta
inchiesta giornalistica, ma denuncio la totale estraneità della società
che rappresento nelle vicende che riguardano l'oggetto trattato nel
vostro settimanale, salvo l'acquisto di una porzione di un appartamento
semidistrutto in località Bevagna».
E Cutrufo ripete
che lui con la dismissione degli immobili dell'ex Dc non c'entra niente.
E quell'appartamento a Bevagna? «E' una cortesia che ho fatto a
Rotondi», dice. E sarà senz'altro così se il ministro si prende la briga
di confermare: «E' quasi un punto di onore. Ma in effetti voglio
precisare che Cutrufo ha risposto a un mio appello».
Una cortesia a
Rotondi, allora. Ma già che c'era l'immobiliare di Cutrufo e signora ha
fatto circa 70 mila euro di lavori lì a Bevagna, frazionando le sei
stanze e ricavandone complessivamente quasi dieci vani. E oggi il
cartello affisso sul portone dice: «Totalmente ristrutturata impresa
vende torretta medievale».
Rotondi, invece,
«punto di onore» a parte, semplifica la faccenda con un chiaro e tondo:
«In Umbria non ho immobili intestati». E ha perfettamente ragione. Ma
quando il suo Cdu ha deciso di vendere l'altra porzione
dell'appartamento di Bevagna il ministro di Avellino non ha trovato
soluzione migliore che proporlo alla cooperativa editoriale avellinese
la Balena bianca. Incidentalmente, si tratta della società che pubblica
il suo giornale, Democrazia cristiana. E l'amministratore unico è
Alfredo Tarullo, direttore della testata ma soprattutto suo storico
addetto stampa, oggi con lui al dicastero dell'Attuazione del programma.
Quello stesso Tarullo che dal 2007 è l'uomo di Rotondi nella Siae e fino
a un anno fa nella finanziaria Altachiara. [07-01-2011]
“IL MONDO” È
ROTONDI - IL MINISTRO REPLICA AL SETTIMANALE: “CASA BEVAGNA ERA UNA
VECCHIA BICOCCA COL MUTUO INCAGLIATO E UN’ISCRIZIONE PREGIUDIZIEVOLE.
CHIESI A DUE AMICI LA CORTESIA DI RILEVARSI IL MUTUO, LORO LO FECERO E
SUBITO HANNO MESSO IN VENDITA LA CASA. CHI VUOLE SE LA PRENDA ALLO
STESSO PREZZO… - -
Riceviamo e
pubblichiamo:
Caro Dago, casa
Bevagna, ultimo immobile rimasto al Cdu, era una vecchia bicocca col
mutuo incagliato e un'iscrizione pregiudizievole. Chiesi a due amici la
cortesia di rilevarsi il mutuo, loro lo fecero e subito hanno messo in
vendita la casa. Chi vuole se la prenda allo stesso prezzo e se troviamo
un volontario, ringraziamo "Il Mondo" del presunto scoop.
Cordialmente,
Gianfranco Rotondi07-01-2011]
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A CHI L’ATAC? A
NOI! - DEDICATO A CHI PENSAVA CHE NON FOSSERO PIÙ I FASCI DI UNA VOLTA -
ECCO COSA SI DICONO SU FACEBOOK L’EX NAR FRANCESCO BIANCO (ASSUNTO DALLA
MUNICIPALIZZATA) E ALTRI AMICI MENTRE PASSA UN CORTEO DI MANIFESTANTI:
“C’HO I ROSSI QUA SOTTO ALLA RIMESSA, TIRIAMOGLI LA PECE O DUE COLPI DI
MORTAIO...”; “NAPALM A PIOGGIA FRA’…” - LA SVOLTA FILO-ISRAELIANA DI
GIAN-BECCHINO E SOCI NON SEMBRA AVER FATTO BRECCIA: “ME SEMBRANO
PACIFICI… LASCIALI PASSA’”. “GIUSTO PACIFICI... PRATICAMENTE GIUDEI”…
Claudio Marincola
per "Il Messaggero"
«C'ho i rossi
sotto la rimessa», avverte via Facebook Francesco Bianco. E Stefano
risponde all'appello: «..che famo...caricamo». «Napalm a pioggia
Fra'...», suggerisce Silvia, anche lei neoassunta. Alla conversazione si
aggiungono via via altri impiegati e iscritti del social-network.
La scena si può
immaginare. Si svolge sopra e sotto la rimessa dell'Atac, ex sede di
Trambus, tra le 15,20 e le 15,48 di mercoledì scorso. Il corteo degli
studenti arriva sotto la rimessa e passa proprio vicino agli uffici
amministrativi. L'idea è portare «solidarietà ai lavoratori dell'azienda
di trasporto vicina al collasso economico», «invitarli a manifestare con
noi».
Slogan su parentopoli, qualche striscione, cori poco convinti. Qualche
autista familiarizza con i manifestanti ma nessuno si aggiunge al
corteo. Più su qualche finestra si apre e subito si richiude. Tutto
tace.
Fin qui le
immagini di quel giorno. Il resto, quello che accadde nelle stanze, lo
seguiamo su Facebook dalla bacheca di Francesco Bianco, un ex dei Nar
assunto all'Atac. Contenuti visibili a tutti. «Ero tentato da tirà
qualcosa dal terrazzo, ma co 'sta panza rischiavo de cade' de sotto»,
chatta Bianco, che non si è fatto mancare niente. Forza Nuova, i raid
con Giusva e Cristiano Fioravanti, Giovanni Alibrandi e Franco Anselmi.
«Processato per
rapine, aggressioni, omicidio e tentato omicidio», ricordarono i
giornali, quando il 3 dicembre scorso venne fuori la storia della sua
assunzione come impiegato. Il suo nome si aggiungeva a un elenco, una
"fascistopoli", ramificazione interna della stratificata parentopoli
Atac.
Il nome di Bianco
venne associato all'altro ex estremista. Gianluca Ponzio, anche lui
assunto all'Atac come capo del servizio relazioni industriali, buon
amico di Antonio D'Inzillo e vicino a Gennaro Mokbel, implicato nello
scandalo Finmeccanica, nonché in contatto con Stefano Andrini, ex di
Terza Posizione assunto dall'a.d. Panzironi e promosso manager Ama.
Ma torniamo alla
nostra bacheca. Jessica alle 15,23 fa notare: «Me sembrano
pacifici..lasciali passa'». E Silvia, sempre lei, alle 15,29: «giusto
pacifici... praticamente giudei», dove il riferimento al presidente
della Comunità ebraica Riccardo Pacifici è più di un sospetto.
Insomma, sarà pure
uno scherzo ma si va decisamente sul pesante. Tanto da confermare che
qualcosa sui criteri di selezione adottati da Atac nella scelta del
personale non ha funzionato.
Bianco intanto
consiglia ai manifestanti: «Annate a lavora'e se non ci riuscite fatevi
raccomanda'». Susanna sembra meno interessata al dialogo, più ai metodi.
Al napalm preferisce, «il classico olio bollente efficace ed ecologico».
E Bianco propone una gamma di soluzioni alternative: «Due colpi di
mortaio? Pece bollente o piume d'oca? L'ho sempre detto che le donne
nostre so' più tranquille...». E infatti Jessica: «L'olio bollente non è
ecologico, inquina! sono per due sane manganellate...sono per l'attività
fisica!». E due righe più avanti «...me so' scordata...pure due carci al
culo». Susanna però insiste: «No, l'olio è ecologico se lo prepari
secondo la "tradizione"...». Ma Silvia non recede, torna alla carica,
ispirata forse da Apocalypse Now, la scena è quella degli elicotteri,
accompagnati dalla Cavalcata delle valchirie di Wagner «...napalm come
se piovesse...non lascia tracce e disinfetta».
Prima però Bianco
saluta e se ne va. Su Facebook ha altri amici, tipo Andrea Insabato (ex
Nar, pluricondannato) o Luigi Ciavardini (accusato per la strage di
Bologna). Strano che l'Atac se li sia fatti scappare. 27-12-2010]
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Nemmeno il
santo natale addolcisce sallustoni: "Un milione di euro a Fini e
Bocchino" - Ai pm di Napoli il memoriale di un assessore comunale: così
l’imprenditore Romeo finanziava i politici per garantirsi gli appalti.
La fonte: un assessore morto suicida – Bocchino: “Cazza¬te. Soldi da
Romeo? Mai avuti. Sono cazzate che vi servono per fare un po’ d’ammuina
Gian Marco Chiocci
e Massimo Malpica per
Il Giornale
Politici, appalti,
voci di misteriosi fi¬nanziamenti: un milione di euro, per l'esat¬tezza.
L'ultima novità giudiziaria dal fronte partenopeo si ricollega
all'inchiesta Romeo, quella sull'appalto «Global service» per la
manutenzione delle strade del comune di Napoli.
Un terremoto
giudiziario che vide il suicidio di uno degli assessori del sindaco
partenopeo Rosa Russo Iervolino, Giorgio Nugnes, e l'arresto di altri
quattro, due dei quali mentre erano ancora in carica. E che coinvolse
anche il livello politico nazionale, con il figlio di Antonio Di Pietro
intercettato e con due parlamentari indagati per i quali fu invano
chiesto l'arresto: Renzo Lusetti prima Pd e ora Udc, e Italo Bocchino,
all'epoca an¬cora in An.
Del figlio di Di
Pietro non s'è più saputo nulla. La posizione dei due politici è stata
invece stralciata e poi archiviata, il pro¬cesso per gli altri si è
chiuso con l'assoluzione degli assessori e dello stesso Romeo,
condan¬nato però a due anni per corruzione, insieme all'ex provveditore
alle Opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone.
Ed è proprio sui
rapporti tra Bocchino e l'imprenditore Alfredo Romeo che si incen¬tra,
oggi, un nuovo documento presentato al¬la procura di Napoli da un ex
consigliere co¬munale napoletano della Margherita, Mau¬r¬o Scarpitti,
molto vicino a Nugnes.
Per capi¬re di
co¬sa si tratta occorre rifarsi all'inchiesta ¬madre dove Bocchino fu
coinvolto per una serie di intercettazioni in cui il politico, secondo i
ma¬¬gistrati, sembrava spender¬si con l'amico imprendito¬re per
agevolare il ritiro dal consiglio comunale di una serie di emendamenti
ostruzionistici per la deli¬bera Global service.
Per esempio, il 27
marzo del 2007, gli inquirenti registra¬no una telefonata tra
l'espo¬nente di Fli e l'imprendito¬re. Secondo i pm, poi smen¬titi
dall'evoluzione del pro¬cedimento, era indicativa di una trattativa per
«am¬morbidire » l'opposizione di centrodestra, anzi il gruppo di
Alleanza nazio¬nale, che aveva presentato «un'ottantina di emenda¬menti
» per rallentare il via libera al Global service.
Bocchino, che non
ha mai negato l'amicizia con Romeo, da subito smentì sdegnato il ruolo
che i pub¬blici ministeri gli avevano cucito su misura. Sostenen¬do con
i magistrati napole¬tani che lo interrogarono che all'epoca dei fatti
lui, nel gruppo partenopeo di An, non contava politica¬mente nulla.
Quanto ai
so¬spetti sull'appalto Global service, il giudizio di primo grado ha
provveduto a fu¬garli. Ma la questione solle¬vata adesso da Scarpitti è
ben diversa. L'ex consiglie¬re h a consegnato al pm par¬tenopeo
Giancarlo Novelli, titolare di un'inchiesta «pa¬rallela » su Nugnes e l'im¬prenditore
Vincenzo Cotu¬gno, una memoria relativa a un incontro che si tenne
all'hotel Vesuvio nella pri¬mavera del 2005.
Oltre a Scarpitti,
c'erano Nugnes, un altro consigliere comu¬nale e Cotugno. Nugnes,
racconta Scarpitti, «si sof¬fermò sulla gara del Global service (...)
sui suoi rappor¬ti con Romeo, sui rapporti stretti da quest'ultimo con
Francesco Rutelli, Ciriaco De Mita, Rosa Russo Iervoli¬no, sul delicato
equilibrio che Romeo cercava di rag¬giungere anche con il cen¬trodestra
». E quest'ultimo tema venne «ripreso suc¬cessivamente - prosegue la
memoria - durante una ce¬na tra simpatizzanti della Margherita».
A tavola Nu¬gnes,
appena nominato as¬sessore ai Lavori pubblici, raccontò «che oramai era
pronta la gara del Global service, grazie anche alla copertura politica
garanti¬ta dal centrodestra, e in par¬ticolare dai buoni uffici
rag¬giunti da Romeo con Fini, tramite Italo Bocchino». Fin qui, la
sostanza è la stessa del teorema dei pm nell'inchiesta del 2008. Ma
Scarpitti aggiunge qualco¬sa. Dice che Nugnes preci¬sò «che un cospicuo
finan¬ziamento era stato dato a Fi¬ni per il tramite di Bocchi¬no,
contributo stabilito nel corso di una gita sulla bar¬ca di Romeo». E
l'assessore morto suicida «aggiunse che proprio questo finan¬ziamento
era stato fonda¬mentale per il riavvicina¬mento di Bocchino al suo
presidente».
Ed è ancora
Scarpitti a mettere in re¬lazione il presunto finan¬ziamento, e il
conseguente riavvicinamento Bocchino-Fini, con il ritiro degli
«emendamenti pregiudi¬zievoli alla delibera sul Glo¬bal service».
Accuse, ovvia¬mente, tutte da dimostra¬re. Uno dei partecipanti a quella
cena, al Giornale , conferma le parole di Scar¬pitti riservandosi di
farsi avanti qualora il pm inten¬da approfondire.
Ma l'im¬prenditore
e il politico tira¬ti in ballo dalla memoria, contattati dal Giornale ,
smentiscono tutto. «Scar¬pitti? No, non lo conosco. Quanto al resto,
sono ovvia¬mente strabiliato da tutte queste chiacchiere. Finan¬ziamenti
a partiti? Se n'è parlato solo per la Marghe¬rita, ma era una vicenda
che con questa non c'entra nulla. Soldi a Bocchino as¬solutamente non li
ho dati, non dovreste nemmeno chiedermelo, anche se ap¬prezzo la
correttezza di avermi telefonato. Direi che si tratta di fantasie, non
so da chi inventate, fatte di¬re da un poveretto che non c'è più».
Lapidario il
com¬mento di Bocchino: «Cazza¬te. Soldi da Romeo? Mai avuti. Peraltro lo
conosco da anni e non credo che ab¬bia una barca. Scarpitti, in¬vece,
non l'ho mai nemme¬no sentito nominare. E Nu¬gnes è morto. Sono cazzate
che vi servono per fare un po' d'ammuina ».
24-12-2010]
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MA QUANTI COGNATI
HA GIAN-BECCHINO? - STAVOLTA È IL MARITO DELLA SORELLA DELL’EX MOGLIE
DANIELA A METTERE IN IMBARAZZO IL PRESIDENTE DELLA CAMERA - CHE PROBLEMA
IL TRASLOCO DI MOBILIA (ANTONIO), DG DELL’OSPEDALE MILANESE SAN CARLO -
FORMIGONI LO SCARICA A FAVORE DEL LEGHISTA GIUSEPPE ROSSI, E A POCO
SERVONO LE RACCOMANDAZIONI DI ROMANO LARUSSA (FRATELLO DI), ANCHE PERCHÉ
TRA MEDICI E INFERMIERI NON LASCIA UN BEL RICORDO, MA UN BUCO DA 40 MLN
€…
Alessandro Da Rold
per
Lettera 43
C'è un uomo
preoccupato che in questi giorni si aggira per i corridoi dell'Ospedale
San Carlo di Milano. È il direttore generale Antonio Mobilia che giovedì
23 dicembre 2010 potrebbe non vedersi confermata la sua carica dalla
giunta lombarda del presidente Roberto Formigoni. Giovedì prossimo,
infatti, si conosceranno i nuovi nomi della sanità lombarda. A Mobilia,
sposato con la sorella di Daniela Di Sotto, prima moglie del presidente
della Camera Gianfranco Fini, non sembrano essere bastate le
raccomandazioni di Romano La Russa, fratello di Ignazio, sua ultima
sponda al grattacielo Pirelli. Il suo posto andrà con tutta probabilità
a un uomo della Lega Nord, già individuato in Giuseppe Rossi,
chitarrista della band del ministro dell'Interno Roberto Maroni.
UN INSEGNA DA 200
MILA EURO.
Del resto, Mobilia, non lascia un ospedale in salute. Poco apprezzato da
infermieri e medici per i suoi metodi repressivi in accoppiata con il
direttore sanitario Savina Bordoni, durante il suo mandato, oltre a
un'insegna nuova dell'ospedale costata più di 200 mila euro, ne sono
successe di tutti i colori.
Venerdì 17
settembre 2010, (di certo il giorno non ha scaramanticamente aiutato),
uno dei nove ascensori è andato in caduta libera per oltre trenta metri.
E i passeggeri sono rimasti chiusi all'interno per un'ora abbondante.
D'altra parte, gli impianti risalgono al 1967, quando all'inaugurazione
presenziò l'allora presidente del Consiglio Aldo Moro. I costi di
manutenzione secondo una stima approssimativa si aggirano intorno ai 2
milioni di euro. Ma in questi anni Mobilia ha pensato ad altro, visto
che al momento tre ascensori sono ancora bloccati.
IL PASSATO DI
MOBILIA
Abruzzese dell'Aquila, il momento d'oro dell'attuale direttore generale
del San Carlo risale al 1999 quando fu messo a capo della Asl città di
Milano. I dipendenti di corso Italia ricordano soprattutto il suo
braccio destro, la già citata Bordoni, che brillava per la sua
intransigenza: quando qualcuno protestava veniva spostato in altri
reparti. Al termine del suo mandato Mobilia precipitò pure nella
classifica regionale dei migliori manager della sanità lombarda. Ma l'ex
cognato del presidente della Camera se lo ricordano anche al tribunale
di Milano, quando i pm che indagavano sullo scandalo Santa Rita,
l'ospedale degli orrori, intercettarono una sua telefonata con il socio
unico della Clinica Francesco Pipitone.
L'OSPEDALE DEGLI
ORRORI.
«Se ci stanno a intercettà ci arrestano tutti e due», si raccontavano
l'un l'altro nel 2007. Mobilia, infati, fino al dicembre di quell'anno
non solo firmava il contratto di finanziamento con il Santa Rita per
l'Asl, ma decideva anche sulla eventuale sospensione della convenzione
in caso di problemi. A settembre di quello stesso anno, infatti, l'uomo
in quota An, sospese l'accreditamento del Reparto di chirurgia toracica
del Santa Rita, dopo una verifica dei Noc (Nuclei operativi di
controllo) dell'anno prima, ma poi riaccreditò l'istituto dopo soli due
mesi.
Persino dopo lo
scandalo delle operazioni fasulle per gonfiare i contributi regionali
lui e Pipitone rimasero in ottimi rapporti. Tanto che nel maggio del
2008, in un'altra intercettazione, fu lo stesso notaio della clinica a
raccomandare un dirigente da assumere nella direzione sanitaria.
Scampato al pericolo Santa Rita, da cui è uscito indenne, Mobilia ha
trovato casa al San Carlo.
DAL BUNKER
ALL'ELIPORTO
«Qui i problemi sono tanti. L'ospedale cade a pezzi», dice a
Lettera43.it il sindacalista Gianni Santinelli, del Collettivo
lavoratori ospedalieri. «Dal 1992 chiediamo di intervenire sul problema
dell'amianto. Al momento abbiamo una vertenza con l'amministrazione per
arretrati di circa un milione e 400 mila euro». Nel maggio del 2008,
quando arrivò, disse che l'ospedale andava completamente rifondato.
Tutt'ora i muri esterni, per un ospedale da 537 posti letto con 18 mila
ricoveri all' anno, sono a rischio sgretolamento.
In realtà, dopo
tre anni, le cose sono rimaste più o meno le stesse, a parte
l'assunzione di almeno 60 uomini della Asl di Milano, una
ristrutturazione degli uffici dei manager (circa 180 mila euro) tra cui
il «bunker» personale del direttore generale, la creazione di un
eliporto (che costa ogni mese 12 mila euro) e svariati appalti esterni
per circa 200 mila euro ciascuno.
GLI APPALTI IN
SICILIA.
L'appalto per la costruzione e gestione dell'eliporto è stato affidato a
Elisicilia, che ha sede a Raganzino, provincia di Ragusa, in Sicilia. A
proposito di appalti, al San Carlo se ne occupa l'ex direttore
amministrativo della Asl milanese, Giuseppe Grisolia. In pensione da
qualche anno, a Grisolia è stato assicurato uno stipendio di circa 49
mila euro l'anno.
L'ufficio di
Mobilia, invece, è difficilissimo da "espugnare". Un medico che chiede
l'anonimato racconta che «è praticamente impossibile raggiungerlo. Ci
sono telecamere dappertutto e una segretaria che sorveglia chi entra e
chi esce».
Nel giro di tre
anni l'ospedale, che costa circa 200 milioni di euro l'anno con un
fatturato di 190, è andato a picco sui conti. Attualmente il buco è di
circa 40 milioni di euro, ma non è detto che nel frattempo non si sia
approfondito: per avere un quadro bisognerà aspetterà gennaio con la
chiusura del bilancio 2010. Se ne occuperà ancora Mobilia oppure il
maroniano Rossi? «Il punto non è Mobilia», conclude Santinelli, «sono
gli uomini che sono arrivati insieme a lui: ci vorrebbe un pullmann per
portarli via».22-12-2010]
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per chi suona la
campania? per Lavitola! - NUOVA LOGGIA da far sloggiare nel mirino del
centauro Woodcock - tra caramba infedeli, avvocati curiosoni e
compilatori di dossier, Perquisita la casa del mitico editore
dell’Avanti, quello che recupero’ il documento caraibico che inchioda i
Tullianos alla proprieta’ dell’appartamento di Montecarlo - il ruolo
delL’EX PM PAPA, IL DEPUTATO PDL che FINÌ NELL’INCHIESTA POSEIDONE DI DE
MAGISTRIS…
Marco Lillo e
Antonio Massari per "il
Fatto Quotidiano"
1 - NUOVA LOGGIA
CAMPANIA...POLITICI, FUNZIONARI E AFFARISTI: UN'ALTRA LOBBY SOTTO IL
VESUVIO LA PROCURA DI NAPOLI FA PERQUISIRE LA CASA E IL QUOTIDIANO DI
LAVITOLA
Sono state 48 ore movimentate per Valter Lavitola. Due giornate
difficili anche per un tipo tosto come l'editore amico di Silvio
Berlusconi, abituato a maneggiare nell'interesse del suo leader e amico
indagini transoceaniche e dossier scivolosi tra le due sponde
dell'oceano, come avvenuto nel caso Fini-Montecarlo.
Lavitola è
divenuto famoso quando è volato fino all'isola caraibica di Saint Lucia
per trovare le prove utili per dimostrare le malefatte immobiliari del
cognato del presidente della Camera Gianfranco Fini. Missione compiuta
quando ha pubblicato sul suo giornale, L'Avanti, la lettera del
commercialista James Walfenzao al ministro della giustizia di Saint
Lucia che "incastrava Tulliani". Stavolta l'editore socialista che per
anni ha gestito un'impresa che commercializza pesce in Brasile, potrebbe
essere rimasto vittima della sua passione per le carte scottanti.
Mercoledì
l'editore dell'Avanti, è stato sentito dai pm di Napoli sui suoi
rapporti con un maresciallo del Ros, Enrico La Monica, e con altri
soggetti molto più potenti di questo carabiniere 43enne, che per
l'accusa appartengono a un'associazione segreta "vietata dall'articolo
18 della Costituzione in seno alla quale venivano svolte attività
dirette a interferire sull'esercizio delle funzioni di organi
costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento
autonomo, di enti pubblici anche economici nonché di servizi pubblici
essenziali di interesse nazionale".
In parole semplici
i pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio, coordinati dall'aggiunto
Francesco Greco, ritengono di avere individuato una sorta di P4, dopo la
cosiddetta P3 scoperta a Roma dal pm Giancarlo Capaldo.
Lavitola non è
indagato ma i pm lo hanno messo nel mirino perché sospettano che il
principale indagato, il maresciallo dei carabinieri del Ros Enrico La
Monica, in virtù dei "rapporti di fiducia" con l'editore dell'Avanti gli
abbia affidato documenti delicati e altre cose da custodire.
Dopo averlo
sentito mercoledì sui suoi rapporti con il maresciallo del Ros e con le
altre persone indagate per appartenenza all'associazione segreta vietata
dalla legge Anselmi e per rivelazione di segreti di ufficio, i pm lo
hanno perquisito ieri.
L'editore nega
tutto, persino l'esistenza dell'indagine: "Non è vero nulla, non sono
stato né sentito né perquisito", dice in serata a il Fatto Quotidiano.
Ma la realtà è un'altra: i pm hanno disposto la perquisizione ieri della
sede del giornale "L'Avanti" in via del Corso 117 e della sua residenza
romana. Nessuno ha molta voglia di parlare di questa indagine che si
svolge in gran segreto dal luglio scorso. I pm nelle scorse settimane
hanno sentito molti magistrati, come il presidente Umberto Marconi, già
coinvolto nell'inchiesta sulla P3, e anche politici come Mara Carfagna.
Su cosa stanno
lavorando i pm Curcio e Woodcock? Un "sistema parallelo" nel quale
operano soggetti che sono "espressione dello Stato" e del "mondo degli
affari". Questa sorta di P4 spunta all'ombra del Vesuvio ma ha
probabilmente la sua testa a Roma dove può contare su personaggi di
prima grandezza. Al livello più basso c'è il sottufficiale dell'Arma dei
Carabinieri indagato e perquisito ieri: Enrico La Monica, ben introdotto
nei palazzi di giustizia napoletani anche perché è stato in passato
molto legato a una donna magistrato sotto il Vesuvio.
Reati contro la
pubblica amministrazione e contro l'amministrazione della giustizia: la
loggia occulta agiva ad ampio raggio e - come nel caso della "P3" -
tentava di interferire "sull'esercizio delle funzioni di organi
costituzionali". Anche l'avvocato Patrizio della Volpe di Santa Maria
Capua a Vetere è stato perquisito ieri ed è indagato. I pm ora però
hanno messo nel mirino un soggetto molto più importante: Alfonso Papa,
ex magistrato napoletano, oggi parlamentare del Pdl e membro della
commissione Giustizia.
Perquisito anche
Raffaele Balsamo, rivenditore di telefonini titolare di alcuni negozi a
Napoli. Secondo l'ipotesi dell'accusa Balsamo, in passato arrestato e
condannato definitivamente per associazione a delinquere e ricettazione,
forniva ai membri di questa sorta di P4 numerose schede di telefonini
intestate fittiziamente a extracomunitari per permettere loro di parlare
senza rischiare di essere intercettati.
Ma di cosa
parlavano gli indagati? ll maresciallo La Monica per i pm era in grado
di acquisire notizie "riservate e secretate inerenti anche a
procedimenti penali in corso". Per i pm napoletani, il gruppo occulto
aveva creato "un vero e proprio 'sistema parallelo' e surrettizio,
gestito sia da soggetti formalmente estranei alle istituzioni pubbliche
e alla pubblica amministrazione sia, invece, da soggetti espressione
dello Stato".
2 - L'EX PM PAPA,
IL DEPUTATO PDL FINÌ NELL'INCHIESTA POSEIDONE DI DE MAGISTRIS...
Alfonso Papa non figura tra le persone perquisite ieri né il suo nome è
presente nel decreto notificato al maresciallo del Ros Enrico La Monica,
indagato per violazione della legge Anselmi insieme a un gruppo di altri
soggetti molto più importanti e potenti di lui.
I magistrati
napoletani in questi giorni hanno sentito molte persone importanti:
politici come il ministro Mara Carfagna e magistrati come Umberto
Marconi, già capo della Corte di appello di Salerno, poi trasferito alla
sezione lavoro della Corte di Napoli, in seguito al coinvolgimento nelle
intercettazioni dell'indagine sulla cosiddetta P3.
Marconi non è
indagato ed è stato sentito come testimone per la sua grande conoscenza
dei magistrati campani, essendo stato per vent'anni un punto di
riferimento di Unicost, e dal 1986 al 1990 un membro influente del Csm.
Al Fatto Quotidiano risulta che al centro dell'attenzione della Procura
di Napoli nelle domande poste ai testimoni in questi giorni è un ex
magistrato ora approdato in Parlamento.
Si tratta di
Alfonso Papa, 40 anni, napoletano, già pubblico ministero a Napoli, poi
alto dirigente del ministero sia con centrodestra sia con il
centrosinistra, ora deputato del Pdl e influente membro della
commissione giustizia della Camera. Papa è stato vicecapo di gabinetto
quando il dicastero era retto dal leghista Roberto Castelli ed è poi
stato promosso direttore generale degli affari civili quando Clemente
Mastella era il guardasigilli del governo di Romano Prodi.
Il nome di Papa
era già apparso, ma mai iscritto nel registro degli indagati, negli atti
dell'indagine Poseidone di Luigi De Magistris. Quando l'allora pm di
Catanzaro aveva perquisito l'ufficio di Antonio Saladino, leader della
Compagnia delle Opere nel Mezzogiorno, aveva trovato una lettera firmata
da Massimo Stellato, agente dei servizi segreti militari italiani, che
raccomandava un'azienda di Padova, la Meeting service, per alcuni lavori
molto delicati nell'ambito del progetto E-justice proprio ad Alfonso
Papa, allora vice-capogabinetto del ministro Roberto Castelli.
Nella lettera si
legge: "L'azienda risulta in possesso di qualificate risorse umane,
conoscenze progetti e software ad alta tecnologia destinati a consentire
l'accesso riservato via web al fascicolo dibattimentale (progetto
e-justice) nonché programmi gestionali destinati alle Cancellerie dei
Tribunali (office automation), trattasi di azienda ben referenziata
presso Tribunali e Procure, Csm, Reparti investigativi dello Stato,
meritevole", scriveva Stellato a Papa, "a mio modesto parere di
attenzione per l'atteso sviluppo delle procedure informatiche del
ministero della Giustizia".
Chissà che fine
avrà fatto poi quella raccomandazione. Una cosa è certa, scartabellando
i faldoni delle vecchie indagini di Catanzaro si scopre che il numero
telefonico di Alfonso Papa era stato contattato dal funzionario dei
servizi segreti che scriveva quella lettera, ma anche da molti altri
illustri indagati delle indagini Poseidone e Why Not dell'ex pm ora
europarlamentare.
Tutti i soggetti
in questione sono poi stati archiviati ma la lettura dei tabulati è
utile per descrivere l'ambito dei rapporti dell'attuale parlamentare del
Pdl quando era ancora un magistrato prestato al ministero. Papa aveva
molti contatti telefonici con l'imprenditore Valerio Carducci, con il
generale della guardia di finanza Fabrizio Lisi, con il segretario
dell'Udc Lorenzo Cesa e con personaggi dalle pubbliche relazioni
variegati e altolocati come Luigi Bisignani.
La voce di Papa
era stata intercettata anche nel 2006 dalla squadra mobile di Potenza su
delega del solito Woodcock mentre partecipava a una conversazione
telefonica a tre con lo stesso Barbieri (che era indagato e intercettato
allora) e con Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa. Ora il nome di
Alfonso Papa torna negli atti di un'inchiesta per costituzione di
associazione segreta, probabilmente perché per gli investigatori
napoletani potrebbe essere uno dei referenti istituzionali
dell'associazione.
17-12-2010]
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- "IL GIORNALE"
INCARTA BOCCHINO: "PUNTA A CACCIARE MINZOLINI PER FAR POSTO A UN
GIORNALISTA MOLTO PIÙ GRADITO, MARIO ORFEO, ATTUALE NUMERO UNO DEL TG2"
- 2- IL TRAIT D’UNION TRA I DUE (ENTRAMBI NAPOLETANI) È ANCORA IL
MITOLOGICO VINCENZO MARIA GRECO, DETTO ’O PROFESSORE, "L’INGEGNERE
DELL’ETERNA TANGENTOPOLI" (corriere della sera) PLURINDAGATO, REGISTA
DEGLI APPALTI DEL DOPO-TERREMOTO IN IRPINIA, LEGATO A DOPPIO FILO
ALL’ALLORA DC NAPOLETANA, AREA POMICINO - 3- IL CASO VUOLE CHE IL
"BOCCHINIANO" GRECO SIA ANCHE IL CUGINO DI MARIO ORFEO -
Paolo Bracalini
per "Il
Giornale"
Da giornalista
«coraggioso» con una «grande storia professionale» alle spalle, uno che
al Tg1 confeziona editoriali «politicamente, giuridicamente e
storicamente perfetti» ma «volgarmente attaccati dalla sinistra», a
servo ignobile «sfacciatamente berlusconiano» che dovrebbe porsi «il
problema delle dimissioni», tanto può sempre «farsi assumere da una
delle tv del premier». Italo Bocchino deve aver cambiato televisore a
casa sua perché il Tg1 che vedeva prima non è più lo stesso.
In sei mesi il
capogruppo Fli si è tramutato da difensore di Minzolini a suo
implacabile accusatore. Bocchiniana, del resto, è l'idea di una mozione
alla Camera per sfiduciare politicamente (cosa peraltro impossibile) il
«direttorissimo» tanto odiato dai finiani. Il motivo, sentenziano i
corridoi Rai, è presto detto: Bocchino punta a cacciare Minzolini per
far posto a un giornalista molto più gradito, Mario Orfeo, attuale
numero uno del Tg2. In questo modo il brevilineo Italo farebbe un favore
al suo partito, ma soprattutto a se stesso, legato com'è da antichi
vincoli con Orfeo.
Il trait d'union
tra i due (entrambi napoletani) è ancora quel Vincenzo Maria Greco di
cui si è parlato sul Giornale cercando di ricostruire la fitta rete di
interessi e relazioni al cuore dell'avventura bocchinian-finiana. Greco,
detto 'O Professore, è «l'ingegnere dell'eterna Tangentopoli» (Corriere
della sera), plurindagato, regista degli appalti del dopo-terremoto in
Irpinia, legato a doppio filo all'allora Dc napoletana, area Pomicino.
Questo vent'anni
fa, ma oggi? Greco è un imprenditore, si dice viva tra l'Hotel Vesuvio
di Napoli e l'Hotel de Russie di Roma, e sembra avere un rapporto molto
stretto con Italo Bocchino, con cui - stando a quanto riporta
l'informatissima Voce delle voci - si intersecano complicate reti di
interessi, soprattutto nell'editoria (passione di Bocchino).
Il caso vuole che
il «bocchiniano» Greco sia anche il cugino di Mario Orfeo, essendo
questi il nipote del capostipite della famiglia, quel Ludovico Greco che
alla fine degli anni '50 fu vicedirettore de Il Roma (all'epoca
proprietà di Achille Lauro, recentemente di Italo Bocchino) e
consigliere comunale monarchico a Napoli il quale, dopo aver abbandonato
in quattro e quattr'otto il partito per buttarsi con la Dc, divenne per
la cronaca uno dei «Sette puttani di Napoli», ma in cambio anche un
potente senatore democristiano.
Ed fu proprio
Ludovico Greco, 'O zio, il padrino giornalistico del giovane Orfeo, che
esordì a Napolinotte per passare poco dopo al Giornale di Napoli,
quotidiano di area Psi con alle spalle pezzi da novanta del Garofano,
come Carmelo Conte e Giulio Di Donato, ma anche un certo cavalier
Eugenio Buontempo, imprenditore cresciuto all'ombra del Psi campano.
Dice qualcosa il
cognome? In effetti è quello della moglie (Gabriella) di Italo Bocchino,
e in effetti è proprio il padre di lady Bocchino, produttrice di fiction
per la Rai. Anche papà Buontempo ha avuto i suoi guai giudiziari, sempre
epoca Tangentopoli. Latitante per un anno, nel '94 fu arrestato in un
ristorante a Praga, inseguito da quattro ordini di custodia cautelare
per tangenti e appalti ferroviari.
Sono ancora le
parentele che, dunque, riportano all'asse
Bocchino-Buontempo-Greco-Orfeo. Ma torniamo alla brillantissima carriera
di Orfeo, presto soprannominato «culo di pietra» dai colleghi, per lo
stakanovismo e la precisione nel lavoro al desk. Arrivato al Giornale di
Napoli, Orfeo brucia le tappe e dopo tre mesi è già capo dello sport.
Lavora così bene
che Repubblica lo chiama a Napoli per poi portarlo a Roma, come
caporedattore centrale, sotto l'ala protettrice di Ezio Mauro. Poi (anni
dopo) la direzione del Mattino, famiglia Caltagirone (parenti di
Casini...), dove arriva a soli 36 anni seguito dai commenti acidi degli
invidiosi in redazione («Dopo Sergio Zavoli, Paolo Graldi e Paolo
Gambescia è arrivato il signor nessuno...»).
Dopo, nel 2009, è
l'ora del Tg2, sponsorizzato - ca va sans dire - da Italo Bocchino. Un
professionista apprezzato a destra (Fli, Udc in testa) e sinistra (la
Repubblica salutò la sua nomina con articoli stile marchetta), così
bipartisan da essere scelto come moderatore dell'incontro in cui Fini,
alla festa del Pd di Genova nel 2009, fu applaudito clamorosamente dal
popolo di sinistra. Ma soprattutto, adesso, una pedina utile per far
fuori Minzolini, nuovo nemico di Fli, in particolare di Bocchino. Il
quale, con un amico sulla tolda del primo tg Rai, potrebbe dare il turbo
alla sua ambiziosa scalata personale09-12-2010]
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vergogna e
libertà! - Adolfo Urso si dimette da viceministro dello
Sviluppo economico e lascia come ricordino una
consulenza da 54 mila euro a favore di tale Rosario
Cancila, consigliere di FareFuturo. Ma che è anche
azionista dell’immobiliare agricola Lo Schioppo i cui
soci sono Pietro, Dario e Paolo Urso, figli e fratello
di Adolfo
Da "Il
Mondo" -
Lui se ne è andato. Il
socio dei figli ancora no. Adolfo Urso, il 15 novembre,
così come gli altri esponenti di Futuro e Libertà, ha
lasciato l'incarico di governo dimettendosi da
viceministro dello Sviluppo economico. Eppure al
ministero ha lasciato qualcosa. Nello scorso mese di
giugno, infatti, è scattato un incarico di consulenza da
54 mila euro con scadenza il 31 dicembre. Beneficiario è
Rosario Cancila, un imprenditore di origine siciliana
trapiantato a Bologna che figura tra i consiglieri di
FareFuturo, il think tank di Gianfranco Fini. Ma che è
anche azionista dell'immobiliare agricola Lo Schioppo i
cui soci sono Pietro, Dario e Paolo Urso, figli e
fratello di Adolfo.
26-11-2010]
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SIAMO
FINI O CAPORALI? – CHE SCANDALO (GIUSTAMENTE) SE IL
CAPOSCORTA DEL RE DEL BUNGA BUNGA CHIAMA IN QUESTURA PER LA
MAROCCHINA RUBY, NESSUNO SCANDALO INVECE SE IL CAPOSCORTA DI
GIAN-ELISABETTO FA PRESSIONI SULLE AUTORITÀ LOCALI PER FAR
IMMERGERE IL PRESIDENTE DELLA CAMERA E LA SUA GENTILE
COMPAGNA NELLE ACQUE PROIBITE DI GIANNUTRI – MALGRADO LE
VERSIONI CONTRASTANTI I PM PERÒ DECIDEVANO DI ARCHIVIARE (MA
LA CASSAZIONE HA ACCOLTO IL RICORSO CODACONS
Gian
Marco Chiocci per "Il
Giornale"
Ci sono telefonate e telefonate. C'è scorta e scorta. E
soprattutto ci sono politici e politici. Ci sono quelli che
vengono criticati perché abusano del loro potere e altri che
pur abusando degli stessi poteri criticano gli altri e mai
se stessi. Esempio: se la telefonata di raccomandazione alla
questura di Milano la fa il caposcorta di Silvio Berlusconi,
la cosa - per dirla con Gianfranco Fini - mette «l'Italia in
imbarazzo per l'uso privato di un incarico pubblico». Se al
contrario le telefonate di raccomandazioni alla Capitaneria
di Porto di Grosseto e ai vigili del fuoco le fa il
caposcorta del presidente della Camera, nulla questio.
Di
cosa stiamo parlando? Di ciò che abbiamo iniziato a trattare
nei giorni scorsi a proposito della decisione della
Cassazione di accogliere il ricorso del Codacons che si
opponeva all'archiviazione dell'inchiesta sulle immersioni
fuorilegge del 2008 di Fini e signora nei fondali
inaccessibili dell'isola di Giannutri. Un bagno vietatissimo
nelle acque off limits del parco nazionale toscano reso
possibile da una serie di curiose circostanze. Prime fra
tutte, le telefonate di raccomandazioni fatte dal caposcorta
dell'uomo di Montecarlo per evitare l'embargo.
Gli
atti dell'inchiesta raccontano che il 30 settembre 2008 il
Codacons inviava un esposto all'autorità giudiziaria nel
quale riferiva che l'onorevole Fini, presidente della
Camera, per suo diletto personale, accompagnato dalla
compagna Elisabetta, veniva accompagnato da un motoscafo dei
vigili del fuoco (immortalato con fotografie da uomini di
Legambiente) per effettuare un'immersione subacquea in una
zona del parco di massima protezione.
Le
indagini permettevano al pm di accertare come effettivamente
«una imbarcazione dei vigili del fuoco era entrata nella
zona parco 1, località Grottoni, pur non avendo ottenuto i
preventivi del nulla osta dell'Ente Parco». I successivi
accertamenti «identificavano i pubblici ufficiali che
partecipavano all'escursione, ritenuti possibili
responsabili del reato».
Il pm,
però, viste le dichiarazioni contrastanti delle persone
interrogate, anziché affidare al dibattimento l'accertamento
delle responsabilità (peraltro già accertate con lo
sconfinamento documentato dalle foto nell'area protetta di
barche a motore senza autorizzazione) chiedeva a sorpresa al
Gip di archiviare. «È emerso - scrive il pm - che i vigili
del fuoco (a cominciare dal capo reparto Quintilio Capecchi)
sarebbero stati indotti in errore dalle dichiarazioni del
capo scorta di Fini, Fabrizio Simi, il quale - continua il
pm - avrebbe assicurato agli stessi di avere le necessarie
autorizzazioni per effettuare l'escursione».
Al
contrario il caposcorta del presidente della Camera ha
dichiarato «di essere stato indotto in errore dal
comportamento dei vigili del fuoco e della capitaneria di
porto (nella persona di Maurizio Tattoli) i quali avrebbero,
i primi, individuato la località Grattoni quale meta ideale
per l'escursione, indicando nella capitaneria di porto e nel
corpo forestale l'ente preposto ad autorizzare tale
attività, il secondo (capitaneria) che avrebbe espressamente
autorizzato tale attività assicurando anche di informare
personalmente il corpo forestale per le competenze di tale
ultimo ente.
Sia i
vigili che la capitaneria hanno smentito energicamente
l'uomo ombra di Fini. I primi, con Capecchi, ricordano di
«aver fatto presente al caposcorta che quella era una zona
protetta e dunque interdetta alla navigazione e alle
immersioni. Il caposcorta mi ha detto che era tutto a posto,
che erano stati contattati gli uffici preposti e dunque
l'autorità era stata autorizzata».
Niente
di più falso come spiega il capitano Tattoli della
Capitaneria di porto: «Il 26 agosto il capo della scorta di
Fini mi chiamò sul mio cellulare e mi comunicò che il
presidente Fini, la scorta e i vigili del fuoco con una
imbarcazione di questi ultimi si stavano recando sull'isola
di Giannutri per effettuare una immersione senza specificare
il luogo preciso. Mi fece due telefonate, nella seconda mi
chiese di informare la Forestale (...).
So
bene di non avere nessun potere autorizzatorio sulle
immersioni a Giannutri. So perfettamente che nemmeno il
Corpo forestale ha tale potere e per questo non ho mai
pensato né di autorizzare una simile escursione né in
concreto l'ho mai fatto. Non ho mai avuto neppure la
richiesta di tale autorizzazione da parte del caposcorta».
Un
processo avrebbe potuto chiarire chi diceva il falso e chi
il vero, in che modo Fini riuscì a immergersi senza
permesso, perché la scorta e i pompieri lo seguirono in
acqua, se il caposcorta fece tutto da solo al telefono
oppure su indicazione del Principale. Telefonate,
raccomandazioni, affermazioni non veritiere. No, non è il
caso Berlusconi-Ruby, è il caso che sull'uso privato di un
incarico pubblico Fini d'ora in poi taccia.
05-11-2010]
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1-
GIUSTIZIA AD PERSONAM? OH, YES! LA PROCURA DI ROMA HA FATTO
I SALTI MORTALI PER TUTELARE GIAN-ELISABETTO FINI. LO HA
ISCRITTO NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI SOLO UN MINUTO PRIMA DI
CHIEDERNE L’ARCHIVIAZIONE, EVITANDOGLI QUELLE FASTIDIOSE
FUGHE DI NOTIZIE CHE COLPISCONO LA MAGGIOR PARTE DEI
POLITICI FINITI NELLE GRINFIE DELLA GIUSTIZIA, SOPRATTUTTO
SE IL LORO COGNOME INIZIA PER B - 2- TRA I DOCUMENTI
ACQUISITI DAI PM C’È ANCHE IL FAMOSO CONTRATTO D’AFFITTO TRA
IL "COGNATO" GIANCARLO TULLIANI E LA SECONDA SOCIETÀ
OFF-SHORE CHE HA COMPRATO L’APPARTAMENTO DONATO DALLA
CONTESSA COLLEONI AD AN. E TULLIANI QUELL’ATTO LO FIRMA DUE
VOLTE: COME AFFITTUARIO E COME PROPRIETARIO DELL’IMMOBILE
(SERVE ALTRO?)
1- IL
BUNGA BUNGA DI FINI
Massimo De Manzoni per
Il Giornale
Adesso
Gianfranco Fini deve dimettersi. Non perché lo diciamo noi,
ma perché l'ha detto lui. Ricordate? Videomessaggio stile
Bin Laden del 26 settembre scorso: «Se dovesse emergere con
certezza che Tulliani è il proprietario della casa di
Montecarlo, non esiterei a lasciare la presidenza della
Camera».
Bene:
non esiti, perché oggi la certezza c'è. E si trova proprio
in quelle carte della Procura di Roma che tanto l'avevano
rallegrato qualche giorno fa, quando era stata annunciata la
richiesta di archiviare la sua posizione in merito al reato
di truffa aggravata.
Tra i
documenti acquisiti dai pm, infatti, c'è anche il famoso
contratto d'affitto tra il «cognato» Giancarlo Tulliani e la
seconda società off-shore che ha comprato l'appartamento
donato dalla contessa Colleoni ad An. E Tulliani quell'atto
lo firma due volte: come affittuario e come proprietario
dell'immobile.
Nessun
dubbio. Lo scrivono gli stessi magistrati capitolini: «Il
contratto di locazione intervenuto tra il locatore Timara
Ltd, priva della indicazione della persona fisica che la
rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani reca sotto
le diciture "locatore" e "locatario"due firme che appaiono
identiche, così come quelle apposte sulla clausola
integrativa recante la data 24/2/2009, allegata al
contratto».
Linguaggio burocratico e un po' sgrammaticato, ma chiaro: il
«cognatino» ha firmato per sé e per la Timara. Dunque
l'appartamento è suo e, di conseguenza, Fini è tenuto a
sloggiare dalla Camera. La Procura di Roma ha fatto i salti
mortali per tutelare l'ex leader di An. Lo ha iscritto nel
registro degli indagati solo un minuto prima di chiederne
l'archiviazione, evitandogli quelle fastidiose fughe di
notizie che colpiscono la maggior parte dei politici finiti
nelle grinfie della giustizia, soprattutto se il loro
cognome inizia per B.
Ha
ridotto al minimo il raggio dell'inchiesta, prendendo in
esame solo la congruità del prezzo di vendita del
quartierino e riuscendo nel mezzo miracolo di chiedere al
Gip di affossarla anche una volta stabilito che il prezzo
congruo non era affatto. Ha perfino depistato i cronisti,
quando il Giornale ha pubblicato la registrazione del
contratto d'affitto con le firme identiche, facendo filtrare
la notizia che sul contratto vero e proprio le firme invece
erano diverse.
Di
più, onestamente, Fini non poteva chiedere. I documenti, a
differenza delle parole, non sono manipolabili. Ora tocca al
presidente della Camera dimostrare di essere un uomo
d'onore. Aspettiamo fiduciosi. Ma non troppo.
2-
CASA DI MONTECARLO, LE CARTE DELLA PROCURA
Lavinia Di Gianvito per
Corriere della Sera
La
data è la stessa: martedì scorso, 26 ottobre. Quel giorno la
Procura ha iscritto Gianfranco Fini nel registro degli
indagati e, contemporaneamente, ha chiesto l'archiviazione
dell'accusa appena contestata. Il dettaglio è nelle carte
depositate in vista dell'opposizione annunciata da Roberto
Buonasorte e Marco Di Andrea, gli esponenti de La Destra che
hanno denunciato l'affaire della casa di Montecarlo.
La
rapidità con cui è stata vagliata la posizione del
presidente della Camera rischia di ridestare le polemiche,
anche perché, finora, era emerso che Fini era stato iscritto
quando il Principato di Monaco aveva inviato i documenti
della rogatoria-bis, il 13 ottobre.
È di
oltre 900 pagine la documentazione raccolta dai magistrati
nel corso dell'inchiesta. Agli atti, tra l'altro, ci sono
gli interrogatori dei testimoni, a partire da quello del 14
settembre del senatore Francesco Pontone, ex segretario
amministrativo di An. «Tra la fine di giugno e luglio 2008 -
riferisce Pontone - il presidente Fini mi contattò per dirmi
che l'appartamento di Montecarlo si vendeva e che il prezzo
era di 300 mila euro. Mi precisò che la signora Rita Marino,
sua segretaria particolare, mi avrebbe comunicato il giorno
in cui mi sarei dovuto recare a sottoscrivere l'atto di
compravendita. Io, fino al momento della stipula del
contratto, non ho saputo chi fosse l'acquirente».
In
passato, tra il 2000 e il 2001, spiega poi Pontone, da
Montecarlo erano arrivate «richieste di informazioni
generiche» sulla disponibilità del partito a vendere
l'immobile. «Nel corso delle telefonate - precisa il
senatore (che ha seguito Fini in Fli) - non furono mai
indicate cifre concrete». Due giorni dopo, il 16 settembre,
il collega Antonino Caruso (rimasto invece nel Pdl) dà
un'altra versione: «Ricordo che ricevetti una telefonata da
una persona (il notaio Paul Louis Aureglia o lo studio Dotta
Immobilier, che amministrail condominio; ndr) che mi
rappresentò che era intenzionata ad acquistare
l'appartamento o a fare da intermediario. Mi disse che
l'offerta era attorno ai sei milioni di franchi francesi».
Cioè 914 mila euro, il triplo del prezzo a cui la casa è
stata ceduta nel 2008. «Il senatore Pontone - aggiunge
Caruso - mi disse che in quel momento An non era
intenzionata vendere».
Anche
sulla quotazione di 300 mila euro al momento della cessione
alla Printemps emerge una contraddizione. «L'onorevole
Donato Lamorte - riferisce ancora Pontone il 14 settembre -
mi disse che era stato richiesto dal presidente Fini di un
parere sul valore dell'immobile, in quanto Lamorte era
esperto in materia perché geometra e, in passato,
immobiliarista».
Ma il
deputato, interrogato il giorno successivo, alla domanda:
«Lei ha esperienza nella valutazione degli immobili?», dà
una risposta forse inattesa. «Certamente no - assicura -. Ho
espletato la mia attività professionale, in qualità di
geometra, alla Società generale immobiliare di utilità
pubblica e agricola con sede in Roma per 32 anni circa.
I miei
compiti furono, nel tempo, prima di topografo, addetto al
rilievo dei terreni e alle lottizzazioni; successivamente
fui addetto al catasto per fornire i dati e le
documentazioni necessarie alle vendite degli immobili».
Lamorte e la Marino avevano visitato l'immobile a iprimi di
novembre 2002 e l'avevano trovato fatiscente. Solo per
questo, spiega il deputato, a richiesta di Fini «conclusi
che l'offerta di 300 mila euro poteva pure andare».
Anche
se l'inchiesta non ha tenuto conto del ruolo di Gianfranco
Tulliani, «cognato» di Fini e inquilino dell'appartamento,
nella richiesta di archiviazione si precisa che, sotto il
contratto d'affitto, le firme del locatore e del locatario
«appaiono identiche». E le carte sembrano confermare il
dubbio che Tulliani sia in realtà il proprietario, visto che
ha pagato contemporaneamente il canone (1.600 euro al mese)
e le spese di ristrutturazione.
30-10-2010]
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LA CASSAZIONE TIENE A MOLLO FINI (NON SIA MAI GLI VENISSE IN
MENTE DI FARE LA PACE COL PUZZONE DI HARDCORE) - LA SUPREMA
CORTE DÀ RAGIONE AL CODACONS E COSTRINGE ALLA RIAPERTURA
L’INCHIESTA SUL BAGNETTO VIETATISSIMO CHE GIAN-ELISABETTO E
LA SUA COMPAGNA FECERO NEL 2008 NELLE ACQUE DI GIANNUTRI
(COL CORTESE SUPPORTO DEI VIGILI DEL FUOCO) - UN CLASSICO
CASO DI “USO PRIVATO DI INCARICO PUBBLICO” CHE TANTO AMA
CONTESTARE AL CAINANO…
Gian Marco Chiocci per "il
Giornale"
La Cassazione tiene a mollo Gianfranco Fini, e dai fondali
del tribunale di Grosseto fa riemergere l'inchiesta sulle
immersioni fuorilegge. Per capire di cosa si stia parlando
occorre andare indietro nel tempo: a domenica scorsa e al 26
agosto del 2008. Tre giorni fa il presidente della Camera,
infischiandosene del suo ruolo istituzionale, ha criticato
la «disinvoltura» e il «malcostume» del presidente del
Consiglio «nell'uso privato di incarico pubblico».
Disinvoltura e malcostume che, ad avviso dell'uomo di
Montecarlo e delle raccomandazioni Rai, hanno «messo
l'Italia in una condizione imbarazzante». Niente a che
vedere, ovviamente, con l'imbarazzante condizione che nel
2008 portò lui e la sua compagna Elisabetta, scortati dai
pompieri, a immergersi nelle acque vietatissime del parco
nazionale dell'isola di Giannutri.
Incurante dei divieti noti anche al più profano degli
appassionati di diving, il sommozzatore Fini venne beccato e
fotografato - come si legge nelle carte dell'inchiesta -
«con altre persone a passare da uno yacht all'imbarcazione
dei vigili del fuoco, il tutto in un'area marina iper
protetta, la costa dei Grottoni, zona uno, vale a dire
un'area interdetta a qualsiasi attività che non sia di
carattere scientifico».
La gita in barca immortalata dalle sentinelle di Legambiente
autorizzò le associazioni ambientaliste a parlare sia di
«utilizzo dei parchi naturali come piscine riservate alle
alte cariche dello Stato» sia di vigili del fuoco distratti
dal loro lavoro per consentire a Gianfranco e ad altre
persone «di immergersi nelle acque vietate per fini ludici e
vacanzieri in mancanza del nulla-osta dell'EnteParco».
Beccato in flagranza Fini mandò avanti il portavoce: «Non
abbiamo alcuna difficoltà a commentare una colpevole
leggerezza non conoscendo esattamente i confini dell'area
protetta». Una leggerezza. Non conoscevano. Aggiunse, il
portavoce, una cosa ovvia: se c'è da pagare una multa questa
verrà doverosamente pagata. Così è stato.
Per l'immersione proibita con scorta di pompieri Gianfranco
ed Elisabetta sono stati costretti a conciliare 206 euro a
testa. Antonio Di Pietro liquidò la figuraccia istituzionale
alla sua maniera: «La cosa più grave non è solo quella che
(Fini, ndr) ha fatto immersioni in una zona proibita ma che
ci stava con una barca dei vigili del fuoco spendendo soldi
dello Stato per fare il bagnetto lui e l'amichetta sua. Aver
impegnato mezzi dello Stato così è penalmente rilevante o
no?».
Il 3 settembre 2008 se lo chiedeva il presidente del
Codacons, Giancarlo Rienzi, che ai vigili del fuoco di
Grosseto inoltrava formale richiesta affinché pure lui e la
sua barchetta ancorata a Tarquinia fossero scortate nella
medesima area off limits per tutti, tranne che per Fini:
«Avendo saputo che il vostro comando è stato a tal punto
disponibile e premuroso da scortare il presidente della
Camera alla zona in questione, sono certo che non vi saranno
problemi da parte vostra nel voler accompagnare anche me».
Il comandante dei pompieri Francesco Notaro, imbarazzato,
rispose a Rienzi che l'autorizzazione ad accedere a
Giannutri «non rientra nelle nostre competenze» e che al
massimo lo avrebbe potuto ospitare in centrale per
mostrargli «la professionalità del personale sommozzatore e
le speciali attrezzature a disposizione».
Che Fini non avesse lo straccio di un permesso lo confermò
anche Mario Tozzi, presidente del parco nazionale
dell'arcipelago toscano («nessuno mi ha chiesto il permesso,
lì non ci si può nemmeno fare il bagno, figuriamoci
immergersi con le bombole»). Il Codacons decise così di
interessare la magistratura, ma sia il pm che il gip
chiesero l'archiviazione non ritenendo sussistente e
documentata alcuna fattispecie penalmente rilevante.
La terza sezione della Cassazione, però, il 4 ottobre ha
accolto il ricorso del Codacons riconoscendolo «soggetto
legittimato» a sollecitare chiarimenti ed ha riaperto il
procedimento, accogliendo le rimostranze dell'avvocato
Giuseppe Ursini che lamentava come il Codacons non fosse
stato sentito dal gip come da procedura. Per questo motivo
la corte di Cassazione ha annullato «senza rinvio il decreto
impugnato» disponendo «di trasmettere gli atti al pm per
l'ulteriore corso». [03-11-2010]
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1-
IL MEJO SHOW? E’ "SPRECOPOLI"! DAI 50 MLN PERSI CON SKY
ALLE ASSUNZIONI FACILI - 2- LA COMMISSIONE PARLAMENTARE
DI VIGILANZA INDAGA SULLA TRASPARENZA DEGLI APPALTI
DELLE FICTION COSTATE ALLA RAI 190 MILIONI DI EURO,
COMPRESI QUELLE ALLA FAMIGLIA TULLIANI E ALLA SOCIETÀ
DELLA BONTEMPO, MOGLIE DI ITALO BOCCHINO (CHISSÀ CHE
DOPO IL “REPORT” DELLA GABANELLI NON PARTA
UN’ISTRUTTORIA ANCHE SU RAI CINEMA, CHE GESTISCE CENTO
MLN IN PIÙ E HA IN CDA LA TATARELLA, SOCIA DI BOCCHINO)
- 3- LA RAI HA CHIUSO IL 2009 CON UN PASSIVO DI 80
MILIONI DI EURO E, PUR CON LA CRISI, HA AUMENTATO I
DIPENDENTI (CHE SFIORANO I DIECIMILA) DI UN CENTINAIO DI
UNITÀ RISPETTO AL 2008. CRESCIUTI, NONOSTANTE LE
PROMESSE DI ECONOMIE (CHE SI COMINCI A FARLE CON BENIGNI
E SAVIANO?) ANCHE I COSTI OPERATIVI: DI 50 MILIONI DI
EURO
Alberto Guarnieri per "Il Messaggero"
L'Adrai, associazione dei dirigenti Rai, è stata ieri
sentita dalla commissione parlamentare di Vigilanza
sugli appalti delle fiction, dove si è aperta
un'istruttoria per verificarne la trasparenza dopo le
polemiche a un'eccessiva presenza di soci legati a
Mediaset nelle società che produco o per la Rai.
Gli appalti, tra cui quelli alla famiglia Tulliani e
alla società della moglie di Italo Bocchino, sono
costati alla Rai 190 milioni di euro. Chissà che dopo il
"Report" di Milena Gabanelli non parta un'istruttoria
anche su Rai Cinema, che gestisce cento milioni in più e
ha in Cda la socia di un produttore.
I
dirigenti Rai hanno colto l'occasione per invitare «i
Vertici e, in particolare, il direttore generale, ad
aprire un confronto con l'Adrai e con i soggetti che,
all'interno dell'Azienda, hanno titoli e competenze per
provvedere alle scelte necessarie e utili per il futuro
della Rai, rispettando deleghe e procure ed abbandonando
un comportamento verticistico».
L'Adrai ricorda di aver lanciato segnali di disagio e
crisi già sei mesi fa e aggiunge che «il grave momento
di difficoltà economica - che appare tutt'altro che
superato e da un Piano industriale che, a quasi un anno
dalla sua decorrenza, è ancora fermo sulla carta - non
può che crescere esponenzialmente».
Allarme rosso insomma per i dirigenti. E anche per i
vice direttori generali, che domani Mauro Masi incontra
e che sono stati lì lì per scrivergli una lettera di
toni analoghi. A trattenerli forse solo il fatto che una
di loro, Lorenza Lei, è ormai in molti ambienti indicata
come il successore, a breve, dello stesso Masi.
La
Rai ha chiuso il 2009 con un passivo di 80 milioni di
euro e, pur con la crisi, ha aumentato i dipendenti (che
sfiorano i diecimila) di un centinaio di unità rispetto
al 2008. Cresciuti, nonostante le promesse di economie
(che si cominci a farle con Benigni?) anche i costi
operativi: di 50 milioni di euro. Quanto di tutto ciò è
responsabilità di Masi? Il dg dice che la Rai va
rinnovata, portata sulla strada di un diverso sviluppo.
Che ci riesca è da vedere, che finora abbia rinunciato a
diverse entrate e speso molto è un fatto.
Insediato nell'aprile dello scorso anno, Masi ha
debuttato rifiutando gli oltre 50 milioni di euro l'anno
che Sky offriva per il bouquet di canali satellitari
della tv pubblica. Oggi sostiene di aver già recuperato
quella spesa perché proprio quei canali danno alla Rai
un vantaggio di diversi punti di share sui Mediaset.
Molti analisti sostengono però che di milioni ne sono
stati recuperati massimo 40 e che comunque Sky (che si è
"aperto" il digitale terrestre con una chiavetta)
avrebbe lasciato a Rai il conteggio dei suoi ascolti.
Tra liquidazioni record (oltre un milione e mezzo a
Buttiglione e Del Bosco), super gratifiche nonostante la
crisi (un milione di euro di premi quest'anno) e un
pattuglione di ben 22 vice direttori nominati in un
mesetto, Masi si si sta attirando critiche bipartisan
per la politica delle epurazioni. Che tra l'altro non
porta mai a conclusione. Paolo Ruffini, direttore di
Raitre, è stato reintegrato a furor di giudice.
La
sospensione di Michele Santoro per due puntate (-300
milioni di euro per ciascuna) non è scattata ma non
certo per volontà del dg. Al suo posto c'è ancora, per
fortuna Carlo Freccero. Un direttore che ha portato Rai4
al due per cento di ascolto e sarebbe stato sostituito
con motivazioni capziose se non ci fosse stata una
sollevazione popolare.
L'elenco potrebbe essere lungo e arriva ad oggi con
un'informata di big che va da Saviano a Fazio, i
conduttori del programma sotto scacco, a Bono e Benigni,
da Albanese a Rossi, per citare solo alcuni ospiti.
Ruffini è clemente. Dice di non sapere quanto costerà,
in termini di minori introiti e qualche penale, non
mandare in onda "Vieni via con me". Azzardiamo: quattro
puntate, ascolti garantiti di almeno il 18 per cento. Fa
almeno un milione e mezzo di euro.
A
tarda sera così Masi replica all'Adrai: «Non vi è da
parte di nessuno alcuna tentazione di gestione
verticistica, ma solo il convinto impegno a trovare le
misure e le soluzioni idonee a fronteggiare le attuali
difficoltà che come noto discendono in larghissima parte
da fattori esterni e si sono consolidate nell'ultimo
quinquennio». Ma quelle di cui abbiamo succintamente
scritto qui sono degli ultimi diciotto mesi. 20-10-2010]
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- FELTRUSCONI NON MOLLA FINI,
RITORNA A MONTECARLO E SCOPRE CHE la perizia sulla stima
dell’immobile richiesta a fine settembre dalla
magistratura monegasca al presidente dell’associazione
delle agenzie immobiliari del Principato, Michel Dotta,
confermerebbe la disparità tra il valore reale
dell’immobile e il prezzo registrato a luglio 2008 - E
ORA PER FINI L’ARCHIVIAZIONE SI FA PIÙ DIFFICILE....
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "il
Giornale"
Ok, il prezzo (non) è giusto. Incuriositi dal modo di
fare della procura di Roma che dopo aver ricevuto, per
rogatoria, le carte sul noto appartamento di Montecarlo
è riuscita a «tradurre» dal francese all'italiano solo
il dato che non importava a nessuno (la stima fiscale
all'atto del passaggio di proprietà del 1999) anziché il
valore degli immobili monegaschi nell'anno (il 2008) in
cui Alleanza nazionale vendette alla società off-shore
Printemps, siamo andati a chiedere direttamente alla
casa madre.
Com'era previsto, però, le autorità monegasche si sono
chiuse a riccio non appena abbiamo sollevato
l'interrogativo sull'esito delle investigazioni svolte
in relazione alla congruità del prezzo di vendita della
casa in Boulevard Princess Charlotte 14. «La richiesta
della procura di Roma - fa sapere una fonte del
Principato interpellata dal Giornale - è stata esaudita.
Tutto quel che avevamo da dire su questa cosa è nelle
carte in possesso dei magistrati romani».
Non contenti della risposta, abbiamo battuto altre
strade. E a forza di bussare agli indirizzi ritenuti
utili abbiamo provato anche all'ufficio di Luciano
Garzelli, il più importante costruttore locale, ai
vertici del colosso Engeco in società con alcuni membri
della famiglia del principe, l'imprenditore che rivelò
d'aver seguito inizialmente i lavori di restauro
dell'appartamento abitato da Giancarlo Tulliani e di
aver parlato personalmente con la sorella Elisabetta,
compagna di Gianfranco Fini.
A
sorpresa Garzelli ci ha aperto rivelandoci quanto
sospettavamo. E cioè che la perizia sulla stima
dell'immobile richiesta a fine settembre dalla
magistratura monegasca al presidente dell'associazione
delle agenzie immobiliari del Principato, Michel Dotta,
confermerebbe la disparità tra il valore reale
dell'immobile e il prezzo registrato a luglio 2008,
ovvero i 300mila euro liquidati dal partito di Fini alla
società off-shore dell'isola di Saint Lucia. Una
difformità importante pari a tre volte il valore vero
dell'immobile: siamo «intorno al milione di euro», a
ragionare per difetto.
«Che cosa mi ha detto Michel (Dotta, ndr)? - si chiede
Garzelli - Che ha riferito al procuratore di Monaco,
interessato a sua volta a trasferire l'informazione a
Roma, che nel '99 il prezzo della casa era un po'
sottostimato ma tutto sommato poteva anche andare,
mentre per il 2008 il valore dell'appartamento era
minimo minimo di un milione di euro (...). Io ho
ribattuto che secondo me era almeno quattro volte di
più, e non tre volte di più come diceva lui (...). Ma
Dotta è il presidente di tutte le agenzie di Monaco,
meglio di lui non può sapere nessuno il valore esatto».
Stando così le cose il prezzo di 300mila equivarrebbe a
5mila euro al metro quadro, una follia se si considera
che oggi, due anni dopo, al metro quadro gli
appartamenti a Montecarlo si vendono a 25/30mila euro.
La stessa agenzia immobiliare di Michel Dotta, come
scoperto dal Giornale nell'archivio di internet che
mensilmente memorizza le istantanee dei siti web e le
conserva all'indirizzo
http://www.archive.org/web/web.php, nel luglio del 2008
dimostrava come immobili della stessa metratura
costavano «ben oltre» il milione di euro.
Per ulteriori dettagli abbiamo provato a scomodare
direttamente Dotta, che al telefono ci ha però liquidati
così: «Non posso dire niente su quanto da me riferito.
Contattate direttamente il procuratore, arrivederci». Il
prezzo giusto, dunque, sarebbe «intorno al milione» di
euro. Stando così le cose, per una procura come quella
di Roma che sin dall'apertura del fascicolo su denuncia
della Destra di Storace ha proceduto fra mille cautele e
col freno a mano tirato (tant'è che non ha mai voluto
ascoltare il dominus dell'affaire immobiliare, Giancarlo
Tulliani) la paventata archiviazione si fa più
difficile.
Fino ad oggi i magistrati romani ci hanno detto e
ripetuto che l'inchiesta per truffa aggravata ruotava
solo intorno alla verifica della congruità del prezzo di
vendita e che, di conseguenza, aveva poca importanza
quanto il Giornale ha scoperto sui giochi di società
off-shore nei Caraibi, su Giancarlo Tulliani che propone
l'operazione immobiliare e poi diventa inquilino, sulle
firme identiche di proprietario e affittuario nell'atto
di registrazione della locazione dell'immobile, sui
lavori di ristrutturazione pagati da quella stessa
società che il governo dell'isola di Saint Lucia ritiene
faccia riferimento al giovanotto che girava in Ferrari
fra i tornanti di Montecarlo.
Anche sulle prove «a tema» scovate dal Giornale in
relazione alla non congruità del prezzo di vendita
(coinquilini di Tulliani negli anni avrebbero avanzato
offerte più vantaggiose, parlamentari di An hanno
ricevuto un no secco dal partito di fronte a richieste
sostanziose inoltrate per conto terzi, l'immobiliarista
Apolloni Ghetti, consulente di fiducia di Fini, nel 2002
stimò il valore dell'immobile ben oltre il milione di
euro) la procura di Roma ha nicchiato.
Ha
aspettato la rogatoria. E quando le carte del Principato
sono finalmente arrivate ha addotto un problema di
traduzione. Che riguardava, però, il solo dato del 2008
(quello che preoccupa Fini) e non quello del 1999, che
non interessava a nessuno, tranne a un signore che poco
sportivamente ha esultato per aver vinto una partita
quando la toga arbitrale non s'è ancora fatta sentire
col suo triplice fischio finale.
(ha collaborato Melina Molinari) 18-10-2010]
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I “SEGUGI” DI FELTRUSCONI SULLA PISTA CORALLO-FARNESINA -
IL CASO VUOLE CHE LA MAIL CHE PROSPETTA UN POSTO DA
CONSOLE ONORARIO A SAINT MARTEEN PER il capo del gruppo
Atlantis FRANCESCO CORALLO ARRIVI DALLA SEGRETERIA
GENERALE DEL MINISTERO DEGLI ESTERI, DOVE SIEDE IL
TIPINO FINO GIAMPIERO MASSOLO (CAPO DI GABINETTO DI
GIANFREGNONE QUANDO ERA MINISTRO) - il broker di
montecarlo James Walfenzao è anche titolare per conto di
Corallo di una fiduciaria che controlla parte del gruppo
Atlantis dove ha lavorato anche Giancarlo Lanna, membro
del comitato esecutivo della fondazione finiana Fare
Futuro
Gianfranco Fini esultante
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "Il
Giornale"
Oggi la famigerata «fabbrica del fango» del Giornale
affronta il «dossier Corallo-Farnesina», nell'occasione
assemblato non dai «segugi» di questo quotidiano, ma da
eccellenti colleghi di Repubblica e Annozero. La
vicenda, che riguarda le presunte pressioni della
Farnesina per «promuovere» console onorario a Saint
Marteen il capo del gruppo Atlantis Francesco Corallo, è
stata raccontata per la prima volta sulle pagine di
Repubblica l'8 ottobre, giorno in cui anche il programma
tv di Santoro ha affrontato la stessa, identica,
questione.
RACCOMANDAZIONI MOLTO DIPLOMATICHE
Ossia che tra Roma e il consolato italiano a Miami vi
fosse stato, in primavera, uno scambio di e-mail
finalizzato a quella nomina per Corallo, con tanto di
ipotesi di link con Montecarlo, poiché il broker James
Walfenzao, protagonista diretto dell'affaire immobiliare
monegasco, è anche titolare per conto di Corallo di una
fiduciaria che controlla parte del gruppo Atlantis dove
ha lavorato anche Giancarlo Lanna, membro del comitato
esecutivo della fondazione finiana FareFuturo.
Ma a che pro il ministero degli Esteri, guidato da Franco
Frattini, avrebbe dovuto sponsorizzare l'imprenditore
italo-caraibico? In realtà il ruolo di Frattini appare
inesistente. Non solo, come lo stesso ministro ha
ribadito in una nota, perché «la nomina dei consoli
onorari non avviene su designazione del ministro degli
Esteri, il quale non ne firma neppure la nomina».
Ma anche perché tra i personaggi coinvolti nell'«ipotesi»
Corallo-console ve n'è semmai più d'uno considerato
collegabile all'ex inquilino della Farnesina, Gianfranco
Fini. A cominciare dal potente segretario generale del
ministero, Giampiero Massolo, che nel 2004 fu capo di
gabinetto agli Esteri proprio con l'attuale presidente
della Camera.
«CARO CONSOLE ROCCA CHE NE PENSI DELLA NOMINA?»
E proprio dalla segreteria particolare di Massolo
partono le mail per Miami. Il Giornale è in grado di
rivelarne il contenuto. La prima è del 7 maggio scorso.
Testuale: «Caro Marco, cara Sarah (il primo è Rocca, il
console a Miami, la seconda una diplomatica italiana,
ndr), è stata sottoposta al segretario generale
l'aspirazione del signor Francesco Corallo a candidato
quale console onorario a Philipsburg, capoluogo olandese
dell'isola di Saint Marteen, nelle Antille Olandesi.
Sarebbe opportuno al riguardo avere vostri elementi di
massima per poter preparare una risposta. Allego sintesi
della questione sulla base delle informazioni raccolte
(...)».
Se l'aspirazione del signor Corallo è chiarissima, non è
invece chiaro attraverso quali canali la «segnalazione»
del suo nominativo arrivi alla segreteria generale della
Farnesina. Chi la sponsorizzi, insomma. E perché.
Abbiamo chiesto conto a Massolo, ma anziché rispondere a
domande che riguardavano il suo ufficio, ha delegato a
parlare il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari.
Che
all'interrogativo clou (chi ha segnalato Corallo al
segretario generale?) non ha saputo/potuto rispondere:
«È tutto spiegato nel comunicato dove si dice che è
stata fatta solo una pre-istruttoria, ma non è iniziata
nemmeno una procedura, una sorta di sondaggio informale.
La segnalazione a Massolo? Rileva quanto può rilevare,
segnalazioni di questo tipo ne arrivano a bizzeffe, e
comunque non lo so, non sono in grado, non so che
dire...».
Torniamo allo scambio di e-mail. Letta la posta
elettronica, il console Rocca salta sulla sedia. È lui
stesso a descrivere la sua reazione nella risposta del
10 maggio. «Venerdì scorso, quando ho letto la tua
e-mail, ho fatto un mezzo salto sulla sedia. Perché
ancora mi ricordavo dal mio precedente incarico a Miami
(1992/96) che un tale Corallo di Saint Marteen era a suo
tempo ricercato dalla giustizia italiana (...)».
«QUANDO HO LETTO LA LETTERA SONO CADUTO DALLA
SEDIA»...
(...) «Sono andato a controllare il fascicolo e in
effetti mi ricordavo bene. Gaetano Corallo, padre del
Francesco Corallo che è stato segnalato al segretario
generale, era nel 1990 ricercato in campo
internazionale, in base ad un mandato di cattura
internazionale del Tribunale di Milano per associazione
per delinquere di tipo mafioso. Il nostro ministero di
Grazia e giustizia aveva chiesto all'ambasciata a
Washington di cercare di ottenere l'estradizione di
Corallo, definito "pericolosissimo ricercato".
Non risulta dal fascicolo - prosegue il console nella
e-mail di replica - se Corallo sia stato estradato in
Italia. Risulta solo che sempre nel '90 presentò un
appello contro la sentenza del Tribunale di Milano. Sul
conto di Francesco Corallo, figlio di Gaetano, non
risultano precedenti negativi, ma con una storia
familiare, ancorché non personale, come quella sopra
descritta, non mi sembrerebbe il migliore candidato per
un incarico a console onorario».
Insomma, la segnalazione non trova una buona accoglienza
oltreoceano, con il console Rocca che ritiene
evidentemente non opportuno procedere alla nomina per
via del padre. Che, per la cronaca, è stato sì
condannato per associazione per delinquere, ma senza
l'aggravante mafiosa, come ricordato da Gaetano Corallo
al Giornale il 29 settembre.
Il carteggio però non si esaurisce. Seguono almeno altre
due e-mail, nelle quali l'ufficio del segretario
generale prima ringrazia Rocca «per la tempestiva e
chiara risposta», poi pone altri quesiti
sull'opportunità, più in generale, di procedere comunque
alla creazione di un nuovo console a Saint Marteen,
centro degli interessi caraibici di Corallo.
Proprio in uno dei ristoranti dei casinò di Corallo a
Saint Marteen nel 2004 trascorse una serata Gianfranco
Fini, accompagnato da una «delegazione informale»
(amichevole) dell'allora Alleanza nazionale. È a questo
punto che si innesca il racconto di Repubblica e di
Annozero. Secondo i quali la faccenda prosegue con
contorni da spy story. Dopo il primo diniego di Rocca,
infatti, la jeep del console avrebbe preso
misteriosamente fuoco mentre la guidava la moglie,
scampata per miracolo al rogo.
L'INCHIESTA PARALLELA A QUELLA DI MONTECARLO...
Secondo Repubblica seguono anche minacce telefoniche
alla feluca, che precedono l'invio dalla Farnesina di un
secondo «sollecito» per la nomina a console di Corallo.
Rocca rifiuterebbe anche stavolta, ma alla Farnesina non
risulterebbe alcuna e-mail inviata a giugno.
«La questione si è chiusa con quel primo scambio di
missive», spiega al Giornale una fonte ministeriale.
Per la Farnesina la questione è chiusa. Per la Procura di
Roma, invece, sarebbe appena aperta. A piazzale Clodio,
sempre secondo Repubblica, alla vicenda sarebbe stato
dedicato un fascicolo d'indagine, parallelo a quello
sull'affaire immobiliare di Montecarlo. E sulla
(mancata) nomina di Corallo a console onorario, ci
sarebbe persino un rapporto della Dea, passato ai
magistrati italiani tramite Interpol.
12-10-2010]
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FINI
TRAVAGLIATO - "il superlodo ’ad nanum’ che cancellerà i
processi a B. - I finiani hanno già detto che lo
voteranno. Ma, siccome si impancano a paladini della
legalità – cioè della legge uguale per tutti –, sono un
po’ imbarazzati nel sostenere una legge che rende uno,
il solito, più uguale degli altri. Così annunciaNO “un
sì, ma senza enfasi”. Del resto, secondo alcuni finiani,
B. deve “governare senza condizionamenti giudiziari”.
Ora i processi si chiamano così: “Condizionamenti
giudiziari”....
Marco Travaglio per
Il Fatto
Un allegro squadrone di linguisti e glottologi è
asserragliato nelle segrete di Palazzo Grazioli e nelle
redazioni di tg e quotidiani per trovare vocaboli e
slogan accettabili da appiccicare alla prossima legge ad
nanum che cancellerà i processi a B. Non son bastate le
soavi espressioni "processo breve" (cioè morto) e
"legittimo impedimento" (cioè illegittimo) a convincere
gli italiani che la maggioranza non sta lavorando per
Lui, ma per noi.
Dunque il sempre disponibile Michele Vietti,
vicepresidente del Csm, per indorare la pillola del lodo
Alfano costituzionale che farebbe del nostro l'unico
paese occidentale dove il premier ha l'autorizzazione a
delinquere, ha coniato lo stilnovistico "mettere in
sicurezza il presidente del Consiglio".
Come se il premier fosse una fognatura da coibentare
contro la fuoruscita di liquami puteolenti o un
capannone industriale da mettere a norma con gl'impianti
elettrici e antinfortunistici secondo la 626.
L'espressione è subito piaciuta ai pompieri della sera:
ieri il Corriere parlava di "mettere in sicurezza i
processi del premier". Purtroppo, secondo tutti i
dizionari, un conto è mettere in sicurezza qualcosa, un
altro è cancellarlo. Ma l'importante è fregare la gente.
I finiani hanno già detto che il superlodo lo voteranno.
Ma, siccome si impancano a paladini della legalità -
cioè della legge uguale per tutti -, sono un po'
imbarazzati nel sostenere una legge che rende uno, il
solito, più uguale degli altri. Così Maurizio Saia, che
li rappresenta in commissione Giustizia del Senato,
annuncia "un sì, ma senza enfasi".
Avevano anche pensato di votare sì fischiettando l'Inno
di Mameli, o facendo il muso lungo, o con un dito solo,
o con una benda sugli occhi, o coi capelli spettinati, o
"contestualizzando" secondo i dettami di mons.
Fisichella, o a loro insaputa secondo l'uso di casa
Scajola, o saltellando su una gamba, o indossando un
berretto da Pulcinella, o con una mano davanti e l'altra
dietro (il popolo di Internet si sta scatenando in
un'ampia gamma di varianti possibili). Ma alla fine è
prevalso il "sì senza enfasi". Quando accadrà, sarà un
grande spettacolo. Del resto, secondo alcuni finiani, B.
deve "governare senza condizionamenti giudiziari". Ora i
processi si chiamano così: "Condizionamenti giudiziari".
Si spera che lo zio della povera Sarah non lo venga a
sapere, altrimenti potrebbe chiedere di poter molestare
e ammazzare il resto della famiglia "senza
condizionamenti giudiziari". Che qualcuno insomma lo
"metta in sicurezza". Casomai il lodo non arrivasse in
tempo, comunque, La Stampa informa che "si ipotizza di
inserire nel ddl anti-corruzione un capitoletto dedicato
alla prescrizione", per accorciarla ancora un po' e
ammazzare (anzi mettere in sicurezza) il processo Mills
e tutti gli altri processi per corruzione.
Ma senza cambiare nome alla legge anti-corruzione:
chiamarla pro-corruzione pare brutto, poi la gente
capisce. In alternativa, rivela il Pompiere, si opterà
per un "processo breve a impatto minimo": nel senso che
cancella solo i processi a B. L'obiettivo, sostiene La
Stampa, è "arginare il processo Mills": finora nel
lessico giuridico i processi si istruivano e si
celebravano. Ora invece si "arginano", manco fossero
alluvioni, frane, slavine, valanghe, tsunami, insomma
calamità naturali.
Del resto la legge del cosiddetto "processo breve" che
estingue i processi dopo 6 anni e mezzo (cioè,
statisticamente, tutti i processi, che in Italia durano
in media 7-8 anni) si intitola "Misure per la tutela del
cittadino contro la durata indeterminata dei processi".
Prima
o poi bisognerà, con l'aiuto dei linguisti di scuola
arcoriana, riformulare il Codice penale articolo per
articolo. Rapina a mano armata? No, "Prelievo bancario
breve". Corruzione? "Legittimo emolumento". Furto con
scasso? "Donazione non consenziente con lieve forzatura
dei serramenti". Omicidio? "Vita breve". Uxoricidio?
"Messa in sicurezza del celibato". Violenza privata del
giornalista? "Stavamo a scherzà".10-10-2010]
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NON SONO UNA CASA A SUA DISPOSIZIONE! - AGENTI
IMMOBILIARI RONZANO INTORNO ALL’APPARTAMENTO DI
MONTECARLO - SE OGGI IL “FANTOMATICO” PROPRIETARIO LO
VENDESSE, RICAVEREBBE UNA PLUSVALENZA DI 1-1,5 MILIONI -
CHE DOVREBBERO ANDARE ALLE CASSE DI AN, NON DEL CLAN
TULLIANI (O DEL NOVELLO CLAN CASINÒ E LIBERTÀ) - IN OGNI
CASO, FINCHÉ NON SI CHIUDE L’INCHIESTA PER TRUFFA, NATA
DALL’ESPOSTO DE “LA DESTRA”, VENDERE LA CASA È REATO…
Fosca Bincher alias Franco Bechis per "Libero"
Se
fosse stato celebrato un processo indiziario sulla
proprietà della casa di Montecarlo, non ci sarebbe
bisogno di grandi carte provenienti dai paradisi
fiscali: qualsiasi tribunale italiano avrebbe
sentenziato che quella casa è di Giancarlo Tulliani. Ci
sono state condanne per omicidio in presenza di indizi
assai meno forti di quelli che hanno già messo spalle al
muro il cognato di Gianfranco Fini. Primo indizio,
schiacciante: sul luogo del delitto, a Montecarlo, c'è
lui e non altri.
Secondo indizio, non meno forte: la tecnica del delitto
è stata suggerita proprio dal giovane Tulliani. È stato
Gianfranco Fini infatti ad ammettere ufficialmente di
avere venduto quella casa a una società che aveva
trovato proprio il cognato. Altri indizi: dicono che sia
sua il ministro della Giustizia dell'isola di Santa
Lucia, l'amministratore della società proprietaria
Timara in una e-mail inviata ai primi di agosto,
l'impresa che ha fatto i lavori di ristrutturazione
dell'appartamento, i dipendenti di un mobilificio che
hanno venduto una cucina finita nel principato di
Monaco, e perfino i vicini di casa.
C'è bisogno di una ulteriore prova? Forse della
confessione, ma lì è inutile sperare. Certo - giusto per
fare un esempio fra i tanti - Anna Maria Franzoni è
stata condannata per omicidio del figlio in presenza di
meno indizi forti di questi. L'esempio serve solo a fare
capire cosa è un processo indiziario. Naturalmente
Tulliani non è accusato di alcun omicidio: solo di avere
graziosamente ricevuto dal partito del cognato
presidente della Camera un appartamento (necessario a
ottenere la residenza all'estero) a un prezzo di
assoluto favore. Ma attenzione: si tratta di grande
favore, come direbbero i matrimonialisti «rato e solo in
parte consumato».
Solo in parte, perché Tulliani lì abita e probabilmente
ha anche la proprietà della casa. Ma il vero vantaggio
rischia di arrivare ora, con la scusa di obbedire al
presunto diktat di Fini al cognato: «lascia quella
casa!». Secondo gli abitanti dell'ormai celebre palazzo
al 14 di Boulevard Princesse Charlotte negli ultimi
giorni un agente immobiliare è venuto a fare visitare a
presunti compratori quella casa che la contessa Anna
Maria Colleoni lasciò in eredità ad Alleanza nazionale
«per la buona battaglia».
Se
questo atto fosse davvero compiuto, allora sì che si
rischierebbe di vedere consumato fino in fondo il reato.
Perché chi ha acquistato a 300-330 mila euro oggi
potrebbe vendere nella peggiore delle ipotesi a un
milione di euro in più. Ma forse anche guadagnandoci un
milione e mezzo di euro. Somma che per il codice penale
italiano sicuramente costituirebbe un illecito
arricchimento indipendentemente da chi sia il
proprietario della Timara Ltd.
Il
caso però diventerebbe assai più grave dopo la vendita
se il proprietario - come tutti gli indizi dicono -
fosse proprio Tulliani. Perché quel milione-milione e
mezzo di plusvalenza sarebbe stato sottratto ad Alleanza
Nazionale per finire nelle tasche della famiglia
Tulliani, cui è legato Fini da un sicuro vincolo
sentimentale (non giuridico, visto che il presidente
della Camera risulta ancora sposato con Daniela di
Sotto). Quella vendita oggi farebbe ancora diventare più
grave una vicenda su cui si sono addensate troppe ombre.
Con un'inchiesta in corso, che c'è davanti alla procura
della Repubblica di Roma con l'ipotesi di truffa, si
tratterebbe di sottrazione dell'oggetto del presunto
reato. E in ogni caso quella casa o quella plusvalenza
dovrebbe prendere una sola strada possibile: quella
della tesoreria di Alleanza Nazionale, a cui la somma è
stata sottratta colpevolmente o dolosamente. Di Alleanza
Nazionale. Non del nuovo partito che stanno per fondare
alcuni ex aderenti
[07-10-2010]
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GUERRA TRA EX AN E FLI SUL TESORO DELLA CASA MADRE - in
ballo 380 milioni di euro di asset, tra liquidità,
attivo in bilancio e valore dei 70 immobili - la Russa e
Gasparri intenzionati intanto a chiudere i rubinetti del
finanziamento al Secolo, house organ un tempo di An ora
di Fli - La PERINA scopre che: È VENDETTA (ma va?) -
l’ex tesoriere Francesco Pontone, scaricato su
montecarlo da gian-fregnone, presenta il consuntivo e
lascia...
Carmelo Lopapa per "la
Repubblica"
L´ordine di scuderia è congelare il tesoretto. Blindarlo
e renderlo inaccessibile nella polverosa cassa di
Alleanza nazionale. Quasi 380 milioni di euro di asset,
tra liquidità, attivo in bilancio e valore dei 70
immobili.
L´input degli ex colonnelli che siedono alla destra di
Berlusconi è semplice: evitare che anche solo il 30 per
cento venga assegnato al neonato Futuro e libertà che
già rivendica la propria quota. Ma i finiani, che hanno
assoluto bisogno di risorse, non ci stanno. Si preparano
a portare carte e libri contabili alla magistratura e a
chiedere il commissariamento dell´intero patrimonio.
È
solo l´ultimo, prevedibile fronte della guerra infinita
tra nemici ormai acerrimi. Con i la Russa e Gasparri
intenzionati intanto a chiudere i rubinetti del
finanziamento al Secolo, house organ un tempo di An ora
di Fli. E il direttore Perina che, coi fedelissimi del
presidente della Camera, bollano la stretta come
«ritorsione politica». Una cosa è certa. In mattinata,
il premier Berlusconi ha incontrato a Palazzo Grazioli
gli ex colonnelli La Russa, Gasparri, Matteoli,
Alemanno.
È
stata concordata in quella sede una tregua con gli
avversari, anche sui conti di An. Tregua che fa il paio
con rinvio di ogni discussione. E di ogni decisione. E
infatti, per due volte - a metà giornata e in ultimo a
sera - la riunione del comitato dei garanti di An che
avrebbe dovuto iniziato a discutere del patrimonio e del
giornale, è stata rinviata sine die.
Ufficialmente, per la richiesta del presidente
dimissionario (l´ex tesoriere del partito) Francesco
Pontone di tempo per presentare il consuntivo, prima di
lasciare. Si dimetterà più in là. E per prenderne il
posto, i berlusconiani Gasparri, La Russa e Matteoli
hanno già scelto il senatore Giuseppe Valentino. Sono
loro, d´altronde, a vantare ormai la maggioranza nel
comitato: sei membri su nove.
Ma
i finiani non mangiano la foglia e rivendicano subito
almeno i 700 mila euro necessari a ripianare il
disavanzo del Secolo. Ora quel rivolo di finanziamento
pubblico si chiude, annuncia in diretta tv il
coordinatore Pdl La Russa, rispondendo a Belpietro:
«L´anno scorso il quotidiano da An ha avuto qualcosa
come 3,6 milioni di euro. Per vivere ha bisogno di costi
eccessivi: ritengo che un giornale debba vivere non con
gli aiutini ma camminando sulle proprie gambe».
E
dopo lui Valentino, in Transatlantico: «Sul Secolo
vedremo, dobbiamo riflettere». Quelli di Fli capiscono
l´antifona e partono al contrattacco. «Vogliono far
tacere l´unica voce non berlusconiana nella stampa di
centrodestra, un atto di disperazione politica» è la
tesi di Carmelo Briguglio.
Ma
a condurre la partita per i finiani è soprattutto il
deputato e amministratore del Secolo, Enzo Raisi: «È una
chiara vendetta politica, con la quale rischiano di far
fallire e chiudere il quotidiano. E siccome quello è un
bene di An e non vogliamo passare guai penali per colpa
loro, porteremo i libri ai magistrati e chiederemo il
commissariamento dell´intero patrimonio».
Tradotto: se non lo vogliono dividere, allora non
saranno loro a gestirlo. Nell´immediato però vanno
affrontate le difficoltà del giornale, alle prese anche
con la stretta dei fondi per l´editoria di Palazzo
Chigi.
«Da 55 anni, prima l´Msi e poi An ripiana i debiti del
Secolo. Questo è un boicottaggio - protesta il direttore
Perina - Ricordo ancora La Russa che urlava: "Meglio
Libero o il Giornale, dobbiamo fare del Secolo una sorta
di Padania, altrimenti meglio aprire una tv". La verità
- continua - è che da quando abbiamo parlato di veline
in lista, siamo stati sempre osteggiati, ben prima dello
strappo di Fini: hanno dei problemi con le teste
pensanti e non condizionabili. È il loro limite».
[07-10-2010]
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“IO CONFESSO” - IL GIORNALISTA LIVIO CAPUTO RACCONTA LA
VERA STORIA DELLO SCOOP: “MACCHÉ 007 DEVIATI, LO
SCANDALO DI MONTECARLO L’HO SCOPERTO IO” - “UN MIO AMICO
MI PARLÒ DELLA VICENDA E SCRISSI UNA MAIL A FELTRI E
SALLUSTI PER INVITARLI AD INDAGARE” - “IN TANTI NON
SAPENDO A COSA ATTACCARSI, CONTINUANO A VANEGGIARE DI
DOSSIER E A ACCUSARCI DI SPARGERE FANGO. MA, COME PER IL
WATERGATE, LA STORIA FINIRÀ COL DARE RAGIONE A NOI”...
Livio Caputo per "Il
Giornale"
Premetto che mi sono sempre piaciute le storie di
spionaggio. Quando ero militare, tanti anni fa, ho
seguito il corso «I», che stava per informatore. E
quando, molto tempo dopo, mi capitava di fare l'inviato
nei Paesi comunisti, mi divertivo a mettere in pratica
quello che avevo imparato sotto le armi per depistare i
segugi che le autorità mi mettevano puntualmente alle
calcagna.
Ma, con tutto ciò, non mi sono divertito affatto quando,
dopo lo scoop dell'appartamento di Montecarlo, mi hanno
virtualmente - e del tutto arbitrariamente - «promosso»
a 007 in servizio permanente, per giunta «deviato». Come
ha già scritto in più di una occasione Vittorio Feltri,
con questa faccenda i servizi, i dossier, le spie e
quant'altro è stato tirato in ballo non solo dai finiani
che cercavano di difendere il loro leader, ma anche
dalle sinistre e da una parte consistente della stampa
nazionale, non c'entrano proprio niente.
Ecco come sono andate in realtà le cose. Nel pomeriggio
del 21 luglio ho ricevuto una telefonata da un vecchio
amico, fedele lettore del Giornale: «Livio - mi ha detto
- nei giorni scorsi sono stato a Montecarlo e un
italiano residente nel Principato mi ha raccontato una
strana storia riguardante un appartamento lasciato in
eredità ad An e in cui adesso si sarebbe insediata la
famiglia Tulliani...».
«Stop - l'ho interrotto - con sette milioni di
intercettati, come dice il nostro presidente del
Consiglio, queste non sono faccende da trattare al
cellulare. Vieni domattina a casa mia e ne parliamo».
L'indomani è arrivato e mi ha riferito quanto aveva
appreso. Il suo racconto mi ha convinto abbastanza da
indurmi a mandare subito alla direzione la nota che Il
Giornale ha già pubblicato una volta, che l'amico
Sallusti ha mostrato anche in Tv, ma che nel contesto di
questo racconto ritengo necessario riprodurre
nuovamente, inesattezze comprese.
MEMO URGENTE DA LIVIO CAPUTO PER VITTORIO FELTRI E
ALESSANDRO SALLUSTI
Un mio amico e lettore del Giornale (...) mi ha
segnalato la seguente vicenda, che forse potrebbe essere
di interesse per noi. Una dozzina d'anni fa una
nobildonna bergamasca, la contessa Colleoni, ha lasciato
in eredità ad Alleanza nazionale un appartamento di
circa 75 mq., situato in Montecarlo, al pianterreno di
rue Princesse Charlotte 14.
L'amministrazione di questo bene ha sempre fatto capo
all'on. Donato Lamorte, fedelissimo di Fini, che per
anni ha rifiutato qualsiasi offerta di affitto o
acquisto. Nel 2009 invece, improvvisamente,
l'appartamento, del valore stimato di 2 milioni di Euro,
è stato ceduto alla società inglese Timara Ltd. per una
somma da accertare, prontamente ristrutturato a cura
della società Tecabat di Montecarlo e finito nelle mani
di Elisabetta(?) Tulliani, la compagna di Fini, che ora
vi risiede con tanto di nome sul citofono. Lo stesso
Fini è stato visto più volte entrare e uscire dalla
casa.
Il
mistero, che toccherebbe al «Giornale» svelare, è
duplice: 1) A che prezzo il tesoriere di An ha ceduto il
bene (dovrebbe risultare dal catasto di Montecarlo)? 2)
Chi si nasconde dietro la Timara? È un vera immobiliare,
che poi ha affittato regolarmente la casa alla Tulliani,
o con un gioco di prestigio il Lamorte ha messo
l'appartamento a disposizione della compagna del suo
capo?
Come si può vedere, gli elementi della storia c'erano
già tutti, raccontati da un cittadino a un altro
cittadino e poi riferiti a un giornalista che li ha
doverosamente trasmessi alla sua direzione; c'era,
perfino, l'indicazione che della ristrutturazione della
casa si è occupata personalmente Elisabetta Tulliani,
come è stato clamorosamente confermato martedì sera a
Porta a porta. Sono stati poi bravissimi gli inviati del
Giornale e gli altri colleghi che si sono interessati
alla vicenda a correggere le imprecisioni, cercare
conferme, trovare nuovi particolari: è stato un
bell'esempio di giornalismo investigativo, raro di
questi tempi, di cui vado fiero per la nostra categoria.
La
mia parte, comunque, è finita con l'invio della nota
informativa, e devo ammettere che non mi aspettavo di
scatenare una tempesta di queste proporzioni. Ma ero, e
sono più che mai convinto oggi, che nel trasmettere la
denuncia dell'abuso ho reso un servizio non agli
avversari politici di Fini, ma all'opinione pubblica in
generale: grazie alla rivelazione dell'inghippo di
Montecarlo, gli italiani avranno infatti modo, quando si
andrà alle urne, di valutare meglio la figura di un
protagonista della politica che si presenta come un
campione della legalità e della correttezza, ma ha anche
lui il suo bello scheletro nell'armadio.
In
conclusione, come ci si sente a essere all'origine dello
scandalo dell'estate? Bene, anzi benissimo, se non fosse
per l'insistenza con cui tanti, non sapendo a cosa
attaccarsi, continuano a vaneggiare di dossier e a
accusarci di spargere fango. Ma, come accadde per il
Watergate, la storia finirà col dare ragione a noi.
[07-10-2010]
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MI
PORTI UNA QUERELA A "PORTA A PORTA" - ELISABETTA
TULLIANI SPERICOLATA: DICHIARA GUERRA A BRUNO VESPA -
QUALCUNO LE DICA CHE ATTACCARE FINI VALE LA CARTUCCIA DI
UN QUOTIDIANO, BRU-NEO VUOL DIRE UNA BOMBA MEDIATICA DI
MILIONI DI PERSONE - ELY IN "SEGRETO" VEDE GIAN-FREGNONE
ALLA CAMERA - ARIA DI PAX: SÌ DELLA RAI ALLA FICTION TV
DI LADY BOCCHINO....
1-
SÌ DELLA RAI ALLA FICTION TV DI LADY BOCCHINO...
Da "Libero"
- Sì, certo la scelta dei conduttori di Sanremo, con
relativa vittoria del direttore di Rai Uno, Mauro Mazza
sul direttore generale della Rai, Mauro Masi, prima di
tutto. Ma il cda di viale Mazzini che dà il via libera
alla fiction dedicata ad Anita Garibaldi non è cosa da
poco.Perché dopo ripetuti rinvii per questioni
procedurali la mini-serie televisiva "Anita", essendo
prodotta dalla moglie di Italo Bocchino, Gabriella
Buontempo, è un "fatto" politico più che televisivo.
Evidentemente le «quote» invocate dai finiani, ancor
prima che Futuro e Libertà diventasse ufficialmente un
partito, non sono un'astrazione lessicale, ma un dato
oggettivo. Sia pur a fatica e con rinnovati contrasti
fra i consiglieri espressi dalla maggioranza, emersi nel
corso della riunione, il consiglio di amministrazione ha
concesso l'ok per la messa in onda della fiction
prodotta dalla "Goodtime" di Massimo Martino e Gabriella
Buontempo, moglie del deputato finiano.
Nelle scorse settimane la mancata autorizzazione del cda
aveva scatenato una ridda di voci che facevano risalire
il "no" di viale Mazzini al contingente momento
politico. «Letture maliziose» secondo i diretti
interessati, smentite a più riprese da parte di alcuni
consiglieri per i quali il mancato via libera ad "Anita"
era dovuto solamente a perplessità di carattere
amministrativo-giuridiche.
Oltre a quella sulla moglie di Garibaldi, il cda ha dato
l'ok anche per la messa in onda della fiction sul grande
tenore Enrico Caruso, prodotta dalla Ciao Ragazzi, la
società di produzione controllata da Claudia Mori, la
moglie di Adriano Celentano, soffiando così un altro
spazio a Luca Barbareschi.
2-
LA TULLIANI QUERELA "PORTA A PORTA". E IN "SEGRETO" VEDE
GIANFRANCO ALLA CAMERA
Da "Il
Giornale" - Di ufficiale non c'è niente. Né
comunicati, né lanci d'agenzia. Eppure il fatto sembra
certo. Occhi indiscreti hanno colto l'attimo e
documentato l'incontro, in terreno non neutrale ma
istituzionale, della coppia più chiacchierata del
momento. Perché dove altro può essere andata lady
Tulliani in Fini dopo essere entrata alla Camera se non
dal suo Gianfranco? Conferme, va ribadito, non ce ne
sono.
Quel che è certo però è che ieri mattina Elisabetta è
stata avvistata a Montecitorio: jeans, camicia bianca,
per mano la figlia Carolina. Dal garage della Camera si
è avviata, dopo aver scambiato due parole con i
parcheggiatori, verso un'entrata laterale del palazzo.
Sorridente e, almeno apparentemente, serena. Peccato che
in serata sia uscita un'agenzia, questa sì ufficiale:
Elisabetta aveva appena dato mandato al suo avvocato di
querelare «Porta a Porta». Bruno Vespa si è detto
sorpreso: «Ai Tulliani avevo offerto un collegamento in
diretta per replicare».
[07-10-2010]
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-
ANCHE "REPUBBLICA" FA "KILLERAGGIO" E SPARA UN BEL PEZZO
SUL CASO FINI-TULLIANI - 1/ LA STESSA OFF SHORE PER I
DUE ROGITI - 2/le utenze dell’affittuario Tulliani
domiciliate a casa Walfenzao - 3/I DUBBI DEL NOTAIO
Aureglia, dopo aver firmato il primo rogito da 300 mila
euro - 4/ ELISABETTO COSTRETTO A LASCIARE LA CASA - IL
FISCO DEL PRINCIPATO ha già attivato un controllo sulle
cifre pagate dalle società schermate (300 mila e poi 330
mila euro) e sul presunto valore dell’immobile....
Corrado Zunino per "la
Repubblica"
Avenue Princesse Grace 31, un palazzo color ocra di
diciannove piani che si affaccia sul Golfo di Larvotto.
Questo è l'ultimo indirizzo che emerge nel giallo della
Casa di Alleanza nazionale a Montecarlo. Tutto il primo
piano si scopre dedicato a una società off-shore che si
chiama Jason sam e si occupa, secondo statuto fondativo,
di "Corporate management e servizi fiduciari". La Jason
gestisce da Montecarlo, per esempio, pianificazioni
immobiliari «per persone fisiche ad alto reddito».
Si
muove con agilità, dice il sito web dell'azienda, alle
Antille olandesi e a Santa Lucia, l'isola dove nel 2008
sono state fondate a poche ore una dall'altra le due
società off-shore - Printemps ltd e Timara ltd - che
acquisteranno in successione l'appartamento dove per due
anni ha vissuto il cognato di Gianfranco Fini, Tulliani
jr.
Al
primo piano del palazzo ocra ha posto la sua residenza
Susan Elizabeth Beach: nel secondo rogito "off-shore",
attraverso la Jason, la donna ha rappresentato la
società Timara, ovvero l'ultima acquirente (per 330 mila
euro) della casa in Boulevard Princesse Charlotte 14.
Bene, nella stessa Jason - si scopre - lavora quel
Bastian Antoine Izelaar che al primo rogito
rappresentava la Printemps: fu lui ad acquistare la casa
da Alleanza nazionale per 300 mila euro e a girarla -
con un guadagno di soli 30 mila euro - alla stessa
Timara della Susan Beach. Acquirente e venditore della
casetta in cui ha vissuto Gian Carlo Tulliani, quindi,
lavorano insieme, ed entrambi nell'orbita del grande
broker silente James Walfenzao. Già.
Al
primo piano del palazzo ocra si apre la porta della
misteriosa Jason: «Non abbiamo niente da dire»,
richiude, agitata, una signora di mezz'età. Quest'ultimo
dettaglio - acquirente e venditore operano nella stessa
società - arriva dopo la mail di Walfenzao che definiva
il cognato di Fini «un nostro cliente» e la
pubblicazione della nota del ministro di Giustizia di
Santa Lucia che lo definiva invece il "beneficiario"
delle off-shore. E poi ci sono le utenze
dell'affittuario Tulliani domiciliate a casa Walfenzao,
che in Avenue Saint Roman 7 possiede un villone (oggi
disabitato).
Gli avvocati del ragazzo, lo studio Izzo, replicano: «La
prova dell'innocenza non va chiesta a Tulliani, sono gli
accusatori che devono trovare la pistola fumante. Noi
sosteniamo da sempre che il nostro assistito ha un
rapporto con le società off-shore solo come
affittuario». La famiglia Tulliani, su insistenza di
Elisabetta, in queste ore ha spedito a Montecarlo
conoscenti fidati: vuole liberarsi della maledetta casa
nel modo più indolore.
Nel Principato di Monaco c'è infine lo studio della
famiglia notarile Aureglia-Caruso. È in Boulevard des
Moulins 4, sopra il casinò e il Cafè de Paris
frequentati con assiduità dal ragazzo con la Ferrari
nera.
Paul Louis Aureglia, dopo aver firmato il primo rogito
da 300 mila euro, è andato in pensione. A una festa con
amici si lasciò scappare qualche dubbio su come è stata
gestita la vicenda. La figlia, Nathalie, ha ereditato
l'ufficio e assistito al rogito due, la vendita da 330
mila euro. È stato lo stesso Walfenzao in una mail
confidenziale a chiamare in causa i notai: «Aureglia mi
ha assicurato che a lui il prezzo stava bene e che
avrebbe garantito sui problemi fiscali».
Già, in un Principato che non fa pagare tasse sulla casa
ma solo sul rogito (il 9%), i servizi fiscali hanno già
attivato un controllo sulle cifre pagate dalle società
schermate (300 mila e poi 330 mila euro) e sul presunto
valore dell'immobile nel centro di Montecarlo (secondo
alcuni più alto). Nelle casse del Fisco monegasco
mancherebbero 250 mila euro. Li dovranno versare le due
off-shore di Walfenzao. Meglio, le persone che quelle
società-canaglia controllano.
[05-10-2010]
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2
-ALLA FINE DI QUESTO IMMENSO CASINO DI MONTECARLO C'È IL
RISCHIO CHE A PAGARE PER TUTTI SIA UNA POVERA
GIORNALISTA CHE COLLABORA AL SITO "GIOCOEGIOCHI.COM". IN
UN ARTICOLETTO LA FANCIULLA HA AVUTO L'ARDIRE NEI GIORNI
SCORSI DI INDICARE IN CORALLO E LABOCCETTA DUE ARTEFICI
DELLA DESTRA D'AZZARDO
Nella cucina della politica e dell'opinione pubblica, il
piatto di Montecarlo è diventato quasi ininfluente e
incomprensibile.
Sono tanti e tali i nomi scaraventati in questa vicenda
da far perdere il filo della chiarezza. Ieri sera
Mentana ha rivelato che la trama ha avuto origine a
febbraio di quest'anno, ma nel groviglio di società
offshore e di personaggi misteriosi è difficile
raccapezzarsi.
Ogni giorno qualcuno dei soggetti chiamati in causa
minaccia querele e c'è chi come il direttore
dell'"Avanti!", Valter Lavitola, teme di essere
arrestato dai ministri loquaci di Santa Lucia. Oggi è la
volta di un altro personaggio misterioso, Gaetano
Corallo, detto Tanino, il 75enne che secondo i giornali
del Cavaliere sarebbe il grande vecchio del gruppo
Atlantis specializzato nei giochi delle slot machines.
Questo Corallo dai precedenti pericolosi che lo hanno
portato a rifugiarsi a Miami nel 1983, dichiara a "Il
Giornale" di Feltri-Sallusti di avere le idee chiare sul
proprietario dell'alloggio di Montecarlo. Poi parla di
Walfenzao, un altro personaggio misterioso balzato alla
cronaca, amico di suo figlio e del deputato Laboccetta.
Alla fine dell'intervista si legge che in tarda serata
l'avvocato di Corallo ha minacciato querela qualora "Il
Giornale" avesse proceduto alla pubblicazione.
Questa minaccia è caduta nel vuoto come è probabile che
cadano nel vuoto le numerose querele che sono state
annunciate nei giorni scorsi.
Alla fine di questo immenso casino che comincia a
provocare una forte nausea, c'è il rischio che a pagare
per tutti sia una povera giornalista di nome Claudia
Cencini, che collabora al sito "giocoegiochi.com". In un
articoletto che riprendeva in gran parte un articolo di
"Repubblica", la fanciulla ha avuto l'ardire nei giorni
scorsi di indicare in Corallo e Laboccetta due artefici
della destra giocherellona. Subito è scattata la querela
nei confronti dell'editore del sito "giocoegiochi.com"
che fa capo alla società di Terni "Ltm Network".
Con una raccomandata spedita venerdì stesso lo studio di
Catania dell'avvocato Lino Barreca ha annunciato
"querela penale per il reato di diffamazione aggravata"
a difesa del fantomatico signor Corallo e del deputato
napoletano.
01.10.10 |
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IL
SENSO DEL "BOSS" CORALLO PER I TULLIANOS - "Anche i
bambini hanno capito com’è andata questa storia, di chi
è la casa, chi la occupa" - silenzio! parla il Grande
Vecchio del gruppo Atlantis, specializzato nel
racimolare miliardi con le slot machine, guidato dal
figlio Francesco, che ha come "amministratore" Walfenzao,
sul quale dice: "Chi va da lui lascia tracce" -
L’intervista non ha avuto il via libera finale di
Corallo, ma Chiocci aveva registrato tutto e se n’è
giustamente sbattuto
Gian Marco Chiocci per "Il
Giornale"
«Pronto? Buonasera, sono l'asseritamente "boss" Corallo,
tirato in ballo per le vicende dei Caraibi e la casa di
Montecarlo. Ho letto su alcuni giornali che sarei
latitante chissà dove. Bene. Volevo comunicarle che
domani mi costituisco all' Ansa, così tutti potranno
essere informati sul mio effettivo stato di cittadino,
libero, con passaporto, senza alcuna pendenza
giudiziaria. Se non l'avesse capito glielo spiego
meglio: non sono latitante, io».
L'esordio è tutto un programma. Gaetano Corallo, detto
Tanino, 75 primavere, condannato a sette anni per
associazione a delinquere finalizzata alla corruzione
nella vicenda dei casinò di Sanremo, sospettato di
frequentazioni pericolose nel 1983 quando scappò a Miami
per sfuggire a un retata sul clan Santapaola, è di nuovo
sui giornali per le vicende del quartierino del
Principato di Monaco.
Perché, stando ai resoconti giornalistici e giudiziari,
Corallo senior sarebbe il Grande Vecchio del gruppo
Atlantis, specializzato nel racimolare miliardi con le
slot machine, guidato dal figlio Francesco, che ha come
«amministratore» James Walfenzao, il procuratore della
Primtemps che l'11 luglio del 2008 acquistò
l'appartamento da An e che indirettamente compare nelle
varie società che controllano la Timara Ltd, a tutt'oggi
proprietaria dell'immobile monegasco.
Walfenzao, a cui il cognato del presidente della Camera
domicilia le sue utenze personali, è anche la «fonte»
del governo di Saint Lucia che indica proprio in
Giancarlo Tulliani il vero proprietario della casa di
Boulevard Princesse Charlotte. Il resto della storia,
compreso il pranzo di Fini al suo ristorante, ce lo
racconta lui, assistito dall'avvocato Giuseppe Lipera.
Signor Corallo, lei cosa sa di questa storia?
«Poco o niente».
Cominciamo male. Il gruppo Atlantis, diretto da suo
figlio, a causa dell'amministratore Walfenzao, suo
malgrado è finito col ricoprire un ruolo di primo piano
nella vicenda che si snoda fra Roma, Montecarlo, Santo
Domingo e Saint Lucia...
«Allora. Mio figlio, con il quale non parlo più per
questioni familiari, è incensurato. Il sottoscritto ha
pagato il suo debito con la giustizia, mi hanno
arrestato a Miami, in Florida, estradizione respinta per
mancanza di indizi, poi sei anni condonati, otto mesi di
affidamento in prova a Roma, ho un certificato di
carichi pendenti pulito, e quindi...».
Va
bene. Le chiedevamo cosa sa di Montecarlo...
«So quel che leggo dai giornali, anzi dal vostro
giornale. E cioè che la verità è quella che scrivete
voi».
Scriviamo tante cose signor Corallo. A cosa, in
particolare, si riferisce?
(ride) «La prego, su. Come posso dire... Mi fa pena
questo presidente della Camera, non vorrei infierire su
uno che sta già così male».
Lei lo ha conosciuto?
«Io no, io».
Lo
sa che c'è una fotografia che ritrae il presidente Fini,
nel 2004, nel suo ristorante ai Caraibi, nell'isola di
Saint Martin. Lo stesso Amedeo Laboccetta, deputato di
An ora nel Pdl, ci ha confermato che nel suo ristorante,
oltre all'attuale presidente della Camera, c'era anche
Francesco Cosimi Proietti, detto Checchino, ex braccio
destro di Fini ed oggi parlamentare di Futuro e libertà.
Non neghi l'evidenza.
(lungo sospiro) «Non è il mio ristorante, ma è il
ristorante di mio figlio. Conosco Laboccetta perché
conosco la famiglia, la moglie, la madre della moglie
quando ancora erano fidanzati».
Almeno l'onnipresente Walfenzao lo conosce?
«Lo conosco, certo, è una persona per bene. Un
professionista serio. Era direttore di una banca a Saint
Martin - dove vive mio figlio e dove Laboccetta va in
vacanza - , poi si è dimesso e l'ho rivisto solo
recentemente a Miami, dove lui s'è fatto un ufficio per
gestire queste società off- shore».
E
non sa che l'uomo cardine dell'intrigo monegasco è anche
l'amministratore e consulente nella vostra Atlantis
World che grazie ad An avrebbe ottenuto benefici in
Italia per delle concessioni, come rivela l'inchiesta di
Potenza sui Monopòli, dove proprio Checchino Proietti
finisce intercettato?
«Dovreste chiedere a mio figlio perché io ne so poco
delle vicende dei monopoli. Non so cosa sia successo su
Montecarlo, potrebbe essere che hanno usato lo stesso
studio di James Walfenzao che poi ha aperto una
succursale pure nel Principato dove è scoppiato tutto
questo scandalo».
E
dove Tulliani, al suo amico Walfenzao, gira pure la
posta...
«Appunto».
E
lei è pronto a giurare che lo zampino di suo figlio non
spunti...
«Guardi, sinceramente... Io non credo. Non vedo che
interesse potrebbe avere mio figlio, che è un
imprenditore affermato, a fare un'operazione del
genere».
Magari per fare un favore a qualche amico o ad un amico
di un amico...
«Ma non è che può fare il mediatore lui».
Lui no, ma Walfenzao sì...
«Può essere, ma io non lo so. Leggendo tutto quello che
scrivete, i documenti che pubblicate, le società e i
nomi che si rincorrono, verrebbe da pensare come la
pensate voi. Io, però, non credo».
E
cosa crede?
«Credo che non serve a niente fantasticare su cose
indimostrabili. È la sostanza quella che conta».
E
qual è per lei questa benedetta «sostanza» signor
Corallo?
«Anche i bambini hanno capito com'è andata questa
storia, di chi è la casa, chi la occupa. La off-shore
serve a nascondere il reale compratore, non si scappa.
Chi ha il pacchetto delle azioni al momento è il
proprietario ma non è detto che non si possa risalire al
primo proprietario, quello della cessione della casa da
An alla società. Una traccia resta sempre, non è che un
fantasma bussa, che so, va da Walfenzao e costituisce
una società. Ci dev'essere qualcuno che fisicamente si
presenta, nome e cognome».
Ed
è rintracciabile questa traccia?
«Penso proprio di sì».
Ps:
Ieri, in tarda serata, dopo aver riletto l'intervista
(ovviamente registrata) all'avvocato di Corallo e averne
ottenuto il via libera alla stampa, siamo stati
raggiunti da una telefonata dello stesso Corallo che
minacciava querela qualora avessimo proceduto alla
pubblicazione. Se l'intervista è in pagina è per il
doveroso rispetto al nostro lavoro e al dovere di
informare i lettori di fatti comunque di interesse
pubblico. [30-09-2010]
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LAVITOLA: “IO HO La PROVa in una mail inviata da
Walfenzao che dimostrerebbe come Giancarlo Tulliani sia
il beneficiario di Timara e Printemps” - la mail sparata
dall’editore dell’"Avanti" è stata confermata dal
ministro della giustizia francis ed è negli incartamenti
del dossier - La verità è quindi solo questione di ore?
"Non farò nulla prima che abbia parlato Berlusconi"...
Francesco Semprini per "La
Stampa"
Un
blitz tra Caraibi e Centro America per posizionare gli
ultimi tasselli del mosaico «Affaire Montecarlo», un
giallo con soluzione a tempo determinato. Il
protagonista è Valter Lavitola. Pantaloni beige e
camicia blu di lino, l'editore-direttore dell'Avanti! si
presenta dinanzi al ministro della Giustizia di Saint
Lucia col taschino gonfio di carte, sono le «smoking gun»,
le prove che dimostrerebbero come Giancarlo Tulliani sia
il beneficiario di Timara e Printemps, le due off-shore
mediatrici nella compravendita dell'appartamento
monegasco una volta proprietà di An.
E'
appena arrivato sull'isola caraibica dove si muove a
bordo di due van assieme ad altre cinque persone tra cui
José Antonio Torres di el Nacional, il quotidiano di
Santo Domingo che per primo ha pubblicato la lettera con
la quale Francis informava il premier sull'esito
dell'indagine preliminare. «La soluzione del caso è in
una mail inviata da James Walfenzao a Michael Gordon»,
messaggio che, come conferma l'Attorney General, è negli
incartamenti del dossier.
Come Lavitola sia arrivato a sbrogliare il bandolo della
matassa ce lo spiega più tardi, sotto i portici dell'Auberge
Seraphine di Castries. «Sto lavorando a un'indagine di
tutt'altro genere», una storia di riciclaggio di denaro
con una società di Costa Rica che ha sede a Napoli, dove
«ci sono in ballo molti soldi in contanti». E' su questo
filone che si innesta quello monegasco.
«Per puro caso - spiega l'editore dell'Avanti! - dopo
che era scoppiato il caso, una persona ci dice che tra
le prove raccolte nell'ambito dell'inchiesta madre»,
c'era un carteggio che riguardava la vicenda che vedeva
coinvolto il cognato del presidente Gianfranco Fini. E'
questa la genesi dell'indagine che porta Lavitola un
paio di volte ad atterrare a Saint Lucia, l'ultima due
giorni fa mentre Francis convocava la conferenza stampa.
«Ci siamo visti con i miei collaboratori a Puerto Rico e
poi siamo venuti qui», spiega. «Avevo saputo che
l'indagine era chiusa, e sono venuto per chiedere
un'intervista al ministro, e così ho saputo
dell'incontro». Perché ingaggiare proprio Torres? «E'
uno dei migliori e se anche fosse un velinaro come
qualcuno dice, che problema c'è?». Ma il documento sul
suo tavolo come è arrivato? «Attraverso un free press
dal Guatemala». Mario Sanchez? «Una persona dello staff.
Non mi piace citare le fonti».
Poi la dissertazione sulla «smoking gun»: «La mail sta
qui, ma non la faccio vedere: è un documento che voglio
pubblicare prima sull'Avanti!». Ma parla di Tulliani?
«Poi la vedrete». Si capisce che parlano di lui anche se
non c'è? «Compratevi l'Avanti!». Per Lavitola il giallo
di Santa Lucia ruota attorno all'Ocse: «Il governo vuole
uscire dalla lista nera dei paradisi fiscali, ma di
punto in bianco tra le mani del premier Stephenson King
scoppia il caso perché qualcuno interno ha fatto girare
questo documento».
Quindi nessuna pressione per aprire l'inchiesta? «Credo
di no», dice Lavitola: nella sua testa la soluzione del
caso è «sicura al 99,9%». «Secondo me è stato Gordon che
ha parlato con il governo. E' un magistrato di 71 anni,
molto importante, sta per passare l'attività al figlio e
non vuole problemi».
La
presunta negligenza di Tulliani, che avrebbe nascosto a
Walfenzao la sua parentela con un politico, è diventata
una mina vagante quando «qualcuno ha preso questo
documento e se lo è portato in Guatemala facendo
scoppiare il bubbone».
Ed
è lì che Lavitola si è recato ieri per avere l'ultimo
elemento con cui si chiuderebbe il cerchio. Chissà
quanto costano tutti questi giri? Il direttore dice di
aver pagato 32 mila euro sino ad oggi: «Sono attento
nelle spese e l'Avanti! vende sempre più copie». E a
Bocchino che lo accusa di essere l'autore della lettera
«patacca» risponde: «Italo ha avuto un esaurimento
nervoso, prima lo ritenevo un amico. Io non ho mai fatto
querele, non riesco ad aver l'animo di fare una querela,
in ogni caso ci voglio parlare e poi temo che lo
querelerò».
La
verità è quindi solo questione di ore? «Non farò nulla
prima che abbia parlato Berlusconi». Berlusconi l'amico
di sempre. «Lo conosco molto bene, da prima dei tempi di
Forza Italia. L'ultima volta l'ho visto la settimana
scorsa. Mi ha detto: ma te proprio non riesci a tenerti
fuori dai casini».
Hanno anche parlato di questa storia ma il direttore
smentisce di star indagando per lui: «Di Berlusconi si
può dire tutto meno che è scemo. Io, un amico di
Berlusconi, che fa un'indagine su Fini commissionata da
Berlusconi? Ci puoi anche non credere ma delle volte
esistono anche rapporti personali». E sui fatti del
Brasile dice: «Ero lì quando è venuto, ma i gozzovigli
alla tarantina maniera di cui si è parlato sono solo
montature».
Non rimane quindi che comprare l'Avanti! il 30
settembre? «Aspetta un secondo. Sto cercando di capire
qual è il danno che viene provocato da questa cosa. In
alcuni casi certe cose non riesco a farle, non escludo
che prendo tutta 'sta roba, ci faccio un fiocco sopra e
la butto in acqua».
L'incertezza diventa certezza ore dopo, quando Lavitola
in partenza verso l'Italia fa sapere che giovedì
usciranno i primi dossier dell'inchiesta, ma di quella
madre, quella sul riciclaggio. E l'affaire monegasco?
Forse non se ne fa nulla, o meglio si dovrà attendere la
fine delle indagini. Lavitola nel corso della sua tappa
guatemalteca è stato «raggiunto al telefono dalla
polizia» di Saint Lucia: «Se pubblichi quei documenti -
gli hanno detto - qui non metti più piede, verrai
arrestato per inquinamento delle indagini». [29-09-2010]
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CHI HA FIRMATO, nel 2004, la licenza per l’Atlantis di
corallo e laboccetta e walfenzao, oggi travolti dal caso
tulliani, per poter spacciare in tutta Italia le slot
machines? - Mario Baldassarri, all’epoca vice-ministro
alle Finanze, come abbiamo scritto? no, abbiamo
SBAGLIATo tra i tipini fini: fu il sottosegretario
all’Economia con la delega sul settore giochi, Manlio
Contento, all’epoca di allenaza nazionale....
1-
BALDASSARI PRECISA: MAI AVUTO DELEGA SUL SETTORE GIOCHI
E SLOT MACHINES...
Riceviamo e pubblichiamo:
Caro D'Agostino,
sul suo sito è apparsa ieri una notizia priva di
fondamento che mi riguarda.
Si dice infatti che "L'Atlantis ottiene la licenza di
spacciare in tutta Italia le slot machines grazie ad una
firma del finiano Mario Baldassarri, nel 2004
vice-ministro alle Finanze".
Il
sottoscritto è stato vice-ministro dell'Economia dal
2001 al 2006 e non ha mai avuto alcuna delega che
riguardasse il settore dei giochi, né ha avuto deleghe
di firma neanche sulle tematiche a lui espressamente
delegate. Pertanto è assolutamente falso affermare che
grazie ad una mia firma si sia potuta attivare una
procedura di concessione relativa al settore dei giochi.
Spero in una sua doverosa presa d'atto e di una smentita
della notizia priva di fondamento apparsa sul suo sito.
Cordiali saluti,
Mario Baldassarri
2- LE SLOT MACHINE DI STATO ALLA FAMIGLIA
CORALLO ECCO «I GIOCHI» DI SINISCALCO. CON LA AWG I DUE
FIGLI DEL PREGIUDICATO TANINO CONTROLLANO UN TERZO DEL
MERCATO DA 4 MILIARDI
Sandro Orlando per "l'Unità" del 3 dicembre 2004
Dopo la depenalizzazione del falso in bilancio, lo scudo
fiscale a copertura degli evasori, il condono dei reati
di riciclaggio e la sanatoria per gli abusi edilizi, il
governo di Silvio Berlusconi si sta preparando a
legalizzare anche i giochi d'azzardo, per racimolare
qualche altro spicciolo. Al Capone avrebbe sicuramente
approvato.
Nella relazione tecnica che il ministro Domenico
Siniscalco ha inviato al Senato della Repubblica,
insieme al testo della finanziaria, viene infatti
descritto il progetto di un «gioco con partecipazione a
distanza», e cioè via Internet, che sarà istituito a
breve.
Per arrestare la proliferazione delle scommesse
clandestine e dei videopoker illegali, che sempre più
spesso si avvalgono del web come canale di diffusione,
il Tesoro ha insomma deciso di misurarsi sullo stesso
terreno. Stanno così per nascere i casinò di Stato,
anche se per il momento saranno limitati all'online,
come ha precisato ieri il sottosegretario all'Economia
con la delega sul settore, Manlio Contento, in occasione
della Convention dei Monopoli in programma a Roma,
aggiungendo che il regolamento attuativo dei nuovi
"giochi a distanza" sarà pronto tra qualche mese.
Se
il principio è che «ogni euro raccolto con il gioco è un
euro in meno che viene dalla fiscalità generale», come
ha sintetizzato il direttore generale dei Monopoli,
Giorgio Tino, allora tanto vale mettersi a competere con
i biscazzieri veri e propri. E chi può farlo meglio del
figlio di un biscazziere?
Deve essere stato questo ragionamento a spingere il
catanese Carmelo Maurizio Corallo, 42 anni, erede del
pregiudicato Gaetano Corallo, detto Tanino, condannato
nel '99 in via definitiva a sette anni di carcere per
associazione a delinquere e corruzione nell'ambito della
scalata ai casinò di Sanremo e Campione, ad avviare ai
primi di ottobre una nuova società, la Awg Italia,
insieme al francese Bernardo Joyeusaz.
Una piccola Srl domiciliata a Roma, al numero 212 di via
Cola di Rienzo, che come oggetto sociale si è scelta -
guarda un po' - proprio «il coordinamento e la
disciplina delle attività per lo studio di fattibilità
di una rete telematica dedicata ai videogiochi».
E
non è un caso, visto che Awg sta per Atlantis World
Games, e cioè la compagnia olandese che gestisce casinò
a Saint Marteen e Santo Domingo, e di cui è socio
l'altro figlio di Tanino, il 44enne Francesco Corallo,
incensurato come il fratello. Attraverso la Atlantis,
che in Italia è rappresentata da Joyeusaz, i due Corallo
boys si sono già accaparrati una bella fetta del
nascente mercato delle slot machine che il Tesoro ha
inaugurato lo scorso mese.
Un
business che già vale 4 miliardi di euro, e garantisce
allo Stato un introito del 13,5% su ogni giocata.
Mettendosi in affari con la Saparnet di Domenico
Distante, che contemporaneamente è anche il capo del
maggior sindacato di categoria (Sipar), i figli di
Tanino sono infatti riusciti a mettere le mani su circa
un terzo delle 130 mila macchinette già entrate in
esercizio nei bar e locali del paese.
E
chissà se avranno contato anche le amicizie altolocate
del padre, che negli anni d'oro delle scalate ai casinò
frequentava contemporaneamente un tale Marcello Dell'Utri,
il boss mafioso Nino Santapaola e l'allora sindaco di
Imperia Claudio Scajola. Certo è che per loro si prepara
adesso un'altra manna, con l'arrivo dei giochi su
Internet. Il ministro Siniscalco calcola che porteranno
nelle casse del Tesoro fino a 800 milioni in tre anni.
Ma i nuovi giochi - ha sottolineato il titolare di via
XX settembre - serviranno soprattutto a combattere
l'illegalità. Gli eredi del biscazziere catanese
sapranno certamente essere d'aiuto
3
- CHI è MANLIO CONTENTO...
Da "Wikipedia" - Manlio Contento (Sedegliano, 19
ottobre 1958) è un politico italiano. Laureato in
Giurisprudenza, svolge la professione di avvocato.
Nel 1996 è eletto alla Camera dei deputati per Alleanza
Nazionale. È menbro della 6° Commissione permanente
(Finanze). Nel 2001 è confermato alla Camera dei
deputati. È nominato Sottosegretario del Ministero
dell'Economia e delle Finanze nel secondo e terzo
governo Berlusconi. Nel 2006 viene riconfermato alla
Camera dei deputati. Nel 2008 viene di nuovo
riconfermato alla Camera dei deputati. 28-09-2010]
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1-
ROBERTO SAVIANO DIFENDE GIANFREGNONE FINI: "E SE ANCHE
LA CASA FOSSE SUA? INTANTO È STATA COMUNQUE PAGATA.
CERTO NON È ELEGANTE, MA DOVE È L’ENORMITÀ? IN UN
GOVERNO DOVE C’È UNO COME COSENTINO, COINVOLTO IN
INCHIESTE SULLA CAMORRA), SI RISCHIA DI INGIGANTIRE UN
EPISODIO CHE È NULLA IN CONFRONTO ALLE ACCUSE MOSSE NEI
CONFRONTI DELL’EX SOTTOSEGRETARIO DI BERLUSCONI" - 2-
LAVITOLA: "CON UNA MAIL AL GOVERNO DI SANTA LUCIA,
WALFENZAO SCARICò TULLIANI" - 3- IL GIALLO DEL
BODY-GUARD DI “ELISABETTO”. AL MOMENTO NON RISULTA
UN’ASSEGNAZIONE DI SCORTA EFFETTUATA DALLE AUTORITÀ
PREPOSTE (è STATO IMPOSTO DA FINI?)
1-
SAVIANO DIFENDE L'EX LEADER DI AN: "DOV'È L'ENORMITÀ? LA
MACCHINA DEL FANGO FUNZIONA BENE E FA SPAVENTO"...
Da "Il Messaggero
Roberto Saviano difende Gianfranco Fini. L'autore di "Gomorra"
e simbolo della lotta alla Camorra, interviene nel
dibattito sulla vicenda della casa di Montecarlo e si
dice convinto che il caso sia stato montato ad arte e
che tutta la questione sia nulla rispetto ad altri guai
giudiziari che hanno colpito esponenti del governo e
della maggioranza. «Nel caso di Fini - dice Saviano a
"Repubblica Tv" - io mi chiedo: e se anche la casa fosse
sua? Intanto è stata comunque pagata. Certo non è
elegante, ma dove è l'enormità? In un governo dove c'è
uno come Cosentino (l'ex sottosegretario pdl coinvolto
in inchieste sulla Camorra, ndr), si rischia di
ingigantire un episodio che è nulla in confronto alle
accuse mosse nei confronti del sottosegretario».
Secondo lo scrittore, la spiegazione è una sola: «La
macchina del fango sembra essere l'unica struttura che
funziona puntuale in questo Paese. Studiando questa
macchina, quando mi sono occupato del caso delle
intercettazioni di Cosentino, che tentava di screditare
Caldoro (governatore pdl della Campania, ndr), mi sono
reso conto che è impressionante. Ci sono affinità tra
quel caso e quanto accaduto a Boffo o a Fini. Dietro c'è
un metodo ed è l'analisi di questo metodo che spaventa.
Il messaggio è: siamo tutti zozzi, tutti uguali a
prescindere da quello che facciamo».
2-
LAVITOLA: CON UNA MAIL AL GOVERNO DI SANTA LUCIA,
WALFENZAO HA SCARICATO TULLIANI
Giusi Fasano per il "Corriere
della Sera"
Un
tempismo perfetto, quasi sospetto. Valter Lavitola
arriva all'ultimo istante alla conferenza stampa
convocata a sorpresa dal ministro della Giustizia di
Santa Lucia Lorenzo Rudolph Francis. E in tasca ha una
email: il colpo di scena.
Un
passo indietro: Lavitola è l'editore di Avanti ma
soprattutto è l'uomo individuato dai finiani come autore
del documento che attribuisce a Giancarlo Tulliani,
cognato di Gianfranco Fini, la titolarità delle società
off shore (Printemps Ltd e Timara Ltd) che sono
coinvolte nel caso Montecarlo.
Ieri pomeriggio alle cinque, nella stanza della
presidenza del Consiglio, nessuno sapeva chi fosse
quando si è presentato: «Sono Lavitola, signor ministro.
Vorrei che lei rispondesse sinceramente, ma davvero
sinceramente, a una domanda: è vero che fra i documenti
della vostra indagine preliminare esiste una email fra
Walfenzao e Gordon? È vero che risale ai primi giorni di
agosto?» La risposta arriva con un sorriso: «Sì, è
così». E ancora: «È vero che è determinante per provare
che Tulliani è legato alle due società?» «A questo non
posso rispondere».
Eccolo, il colpo di scena. La famosa email di cui
Lavitola aveva già parlato in più di un'intervista e la
conferma del ministro. Ancora un passo indietro:
Walfenzao è James Walfenzao, l'uomo chiave per tutte le
società che riguardano lo scandalo di Montecarlo, e
Gordon è Michael Gordon, avvocato dello stesso studio
legale nel qual hanno sede la Printemps e la Timara, in
Manoel Street 10.
Lavitola giovedì sera ad «Annozero» era stato accusato
dal capogruppo di Fli alla Camera, Italo Bocchino, di
essere responsabile di «dossieraggio» contro Fini e il
giorno dopo era stato a Palazzo Grazioli. Ieri è
sbarcato a Castries, la capitale di Santa Lucia, giusto
in tempo per farsi dare una risposta dal ministro
Francis il quale nella sua conferenza stampa premette:
«Ho deciso di ricevervi perché possiate fare tutte le
domande che volete ma vi prego da oggi in poi basta. A
Santa Lucia non amiamo questo genere di intrusioni».
Il
ministro dice anche che di email Walfenzao-Gordon nel
suo fascicolo ce n'è più di una. È Lavitola che, a
microfoni spenti, più tardi, spiega il contenuto di
quella che secondo lui è «determinante»: sarebbe
Walfenzao a scrivere a Gordon e a lamentarsi per le
notizie di stampa che parlano di rottura fra Fini e
Berlusconi in Italia. Secondo Lavitola Walfenzao dice:
«La sorella di un nostro cliente italiano ha un forte
rapporto con uno dei due».
E
questo è un guaio, stando alla ricostruzione di Lavitola,
perché il legame con un politico «è informazione
sensibile e dovrebbe essere un dato denunciato
ufficialmente quando si costituisce una società. Invece
Tulliani l'ha tenuto nascosto e quindi, quando Walfenzao
e Gordon hanno sentito dello scandalo si sono incazzati
con lui. Secondo me è stato Gordon ad andare dal governo
e suggerire di aprire l'inchiesta, per scaricare
Tulliani».
3-
IL GIALLO DEL BODY-GUARD DI "ELISABETTO", IMPOSTO DA
FINI
Franco Bechis per "Libero"
Altro, più di un metro e 90. Magro. Capelli castani,
leggermente brizzolati. Fasciato da un completo blu,
cravatta blu di ordinanza. Armato. All'orecchio un
auricolare spesso e trasparente che lo tiene in contatto
con una centrale operativa. Di lui non si conosce altro.
Se non un fatto: da qualche settimana quell'uomo è
l'ombra di Giancarlo Tulliani a Roma e in Italia. Lo
accompagna a Valcannuta. Lo accompagna dal
commercialista di fiducia, Luciano Fasoli, in viale
Mazzini.
Siede davanti a fianco dell'autista nelle auto a
noleggio che il cognato di Gianfranco Fini affitta.
Vetri posteriori oscurati o dotati di una tendina da
tirare giù. Quell'uomo misterioso è un agente di scorta,
non c'è dubbio. L'ha visto la giornalista di Libero,
Roberta Catania, insieme al suo autorevole "protetto"a
pochi passi dal palazzo di Giustizia. Secondo
Repubblica, in un articolo-non smentito-uscito sabato
scorso, quella scorta "gliela ha suggerita, praticamente
imposta, il presidente Fini".
Per questo è divenuta un giallo. Poche ore dopo Fini ha
fatto capire di avere rapporti burrascosi con il
cognato. Suggerire, anzi, "imporre" una scorta
indicherebbe rapporti tutt'altro che tesi. Ma il giallo
non è solo su chi e quando abbia avuto l'idea di
proteggere il giovane Tulliani. Un uomo di scorta non
costa poco, il servizio non è davvero per tutte le
tasche. Abbiamo consultato le cinque-sei più importanti
case private che assicurano servizi di scorta personali
e body- guard anche a mezzo servizio e
tutti-indistintamente- non solo assicurano di non avere
fornito nulla a Tulliani, ma pure di non essere disposti
a farlo in questo momento nemmeno per cifre altissime:
"si finisce al centro delle polemiche e delle inchieste
giornalistiche. Assolutamente da evitare".
La
scorta potrebbe allora non essere privata. L'auricolare
del body guard è infatti identico a quelli in dotazione
alla Polizia di Stato. Ma in questo caso a imporla
dovrebbe essere stato un organo pubblico, come accade
per altri che hanno bisogno di protezione. Al momento
non risulta un'assegnazione di scorta effettuata dalle
autorità preposte. Vengono per altro dalla polizia sia
gli uomini attuali della scorta del presidente della
Camera, che dipendono da Montecitorio.
Sia quasi tutti dei sei uomini che fecero da scorta a
Fini a palazzo Chigi e poi per 13 mesi anche durante il
governo di Romano Prodi. Dipendevano però dal Cesis e
nel 2008 hanno scelto tutti- per motivi economici, di
non seguire Fini alla Camera, restando agli ordini del
prefetto Gianni De Gennaro. 28-09-2010]
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Serbo vostro! - ECCO PERCHé IL CONTRATTO RAI PER UNA
FICTION è STATO STOPPATO DAL CDA PER LA MOGLIE DI ITALO
PIPPA, GIà BOCCHINO - "C’è un problema amministrativo di
una complessità inaudita. Quote pignorate, una lite in
corso tra soci uscenti e soci entranti, quindi una
compagine azionaria poco chiara che ha causato
l’intervento della magistratura" - ECCO COME VENNE
SCODELLATO IL CASO TELEKOM SERBIA DELLA BOCCHINO FAMILY
DA MARCO LILLO SU "IL FATTO
Laura Rio per "il
Giornale"
La fiction Anita rischia di diventare avventurosa e
piena di insidie come la vita della leggendaria moglie
di Garibaldi. La condottiera sfidò la morte seguendo il
marito in mille battaglie, la sua biografia televisiva
se la deve vedere con inghippi legali.
È
stato il consigliere Antonio Verro a spiegare come mai
giovedì scorso il cda Rai ha sospeso l'approvazione
della mini serie proposta dalla Goodtime srl, la società
di Gabriella Buontempo, moglie di Italo Bocchino: «C'è
un problema amministrativo di una complessità inaudita.
Quote pignorate, una lite in corso tra soci uscenti e
soci entranti, quindi una compagine azionaria poco
chiara che ha causato l'intervento della magistratura».
Ma
a che cosa si riferisce l'esponente della maggioranza in
Rai? I problemi della Goodtime nascono dalla contesa tra
la moglie del capogruppo di Futuro e libertà e il
finanziare d'assalto Loris Bassini. Insomma, tornano a
galla quelle intricate vicende legate a Telekom Serbia
di cui questo giornale ha ampiamente riferito.
Perché Bassini, noto alle cronache per aver gestito il
rientro in Italia di miliardi legati alla compravendita
da parte di Telecom Italia della omologa serba, ha fatto
pignorare le quote societarie (il cinquanta per cento)
che la Buontempo detiene nella Goodtime, l'azienda che
dovrebbe appunto produrre Anita.
Il
finanziere vanterebbe un credito di 800mila euro (anzi
di più, ma quella è la cifra di cui conserva i
documenti) e non riuscendo a ottenerli indietro, ha
deciso di avviare un procedimento per bloccare i beni
della consorte di Bocchino. La battaglia legale si gioca
davanti al tribunale di Forlì mentre il tribunale di
Roma ha emesso il decreto ingiuntivo, ora sospeso dopo
l'opposizione avanzata dagli avvocati della Buontempo.
Una situazione intricata (di cui qui non interessano
tutti i particolari) che ha spinto i consiglieri Rai a
chiedere ai propri legali di accertarne i contorni prima
di commissionare un'importante produzione. E i
competenti uffici, oltre a segnalare la difficile
situazione societaria, hanno rilevato anche che il
livello di indebitamento dell'azienda sarebbe eccessivo
rispetto ai mezzi di cui dispone.
La
questione verrà di nuovo presa in esame nel cda di
domani. Si deciderà se, nonostante i dubbi, si potrà dar
via alla produzione. In ogni caso la Tv di Stato non
sembra rischiare nulla, dato che a rispondere in
giudizio è la sola Gabriella Buontempo e non la società
nel suo complesso.
Società che però attende con ansia le decisioni: il
budget della fiction, in due puntate, si aggira attorno
ai quattro milioni di euro. Il set dovrebbe essere
aperto in tempo breve visto che la fiction rientra nei
progetti per la celebrazione dei 150 anni dell'Unità
d'Italia e dunque dovrebbe andare in onda nella
primavera o nell'autunno 2011, anno in cui cade
l'anniversario.
Certo, attorno alla fiction si gioca una partita che non
è squisitamente editoriale ed economica. In questo
momento di durissimo scontro tra Fini e Berlusconi,
l'essere la moglie di Bocchino, in una Rai sempre
suscettibile ai risvolti politici, ha il suo peso. Non
per nulla giovedì scorso hanno disertato la seduta, e
quindi fatto saltare l'approvazione della fiction, ben
cinque consiglieri che, più o meno, si richiamano alla
maggioranza intesa come Pdl e Lega.
Aventino che ha fatto slittare anche il contratto per il
programma Parla con me di Serena Dandini e che tornerà
anch'esso all'esame del cda domani, ma sulla partenza
dello show di Raitre non ci dovrebbero essere problemi.
Comunque, nella Tv di Stato non sono poi così diffidenti
con la Goodtime. Prendiamo, per esempio, l'ultima
fiction già pronta: si chiama La narcotici, costo sei
milioni di euro, dodici episodi da riunire in sei
serate. Avrebbe dovuto andare in onda su Raidue
quest'autunno, si è deciso invece di promuoverla sul
primo canale e sarà trasmessa a gennaio- febbraio.
Non è invece andato in porto l'altro progetto presentato
dalla società (attiva nel campo della fiction e del
cinema da una ventina d'anni) che cercava di inserirsi
nel mercato degli show: si trattava di un programma che
avrebbe dovuto presentare Pippo Baudo intitolato Giallo
di sera e che poi il direttore di Raiuno Mauro Mazza ha
deciso di mandare in soffitta, anche per opportunità
politica. Vedremo se la stessa sorte toccherà alla
valorosa Anita.
2
- IL CASO TELEKOM SERBIA E BOCCHINO FAMILY
Marco Lillo per il Fatto Quotidiano dell'11 marzo
Telekom Serbia si conferma sempre più croce e delizia
per Italo Bocchino e sua moglie. Il vicepresidente del
gruppo del Pdl alla Camera e Gabriella Buontempo, in
passato sono riusciti a salvare il giornale di lui (Il
Roma) e la casa di produzione cinematografica di lei (Goodtime)
grazie ai fondi di Loris Bassini, l'uomo chiave del
rientro in Italia dei 22 miliardi della "mediazione"
incassata dal conte Gianni Vitali per l'affare da 900
miliardi di lire del 1997.
Ora i coniugi Bocchino sono nel mirino del loro ex
salvatore. L'ufficiale giudiziario il 5 novembre scorso
ha bussato alla porta dell'appartamento intestato a
Bocchino, in Corso Vittorio, a Roma, per tentare un
pignoramento presso terzi. L'appartamento appartiene al
deputato ma la moglie ne è usufruttuaria e proprio
contro di lei Bassini ha messo in moto la giustizia. Il
finanziere vanta un credito di 800 mila euro verso la
società di produzione Goodtime Sas di Gabriella
Buontempo, figlia di Eugenio, imprenditore napoletano
celebre per la sua latitanza nel 1993.
Il
credito ha una storia tutta particolare. Bassini, 55
anni nato a Predappio, è l'uomo che ha fatto girare sui
conti della sua fiduciaria a San Marino i 22 miliardi di
lire percepiti dal conte Vitali per il suo intervento
sui serbi che portò Telecom Italia a realizzare
l'acquisizione nel 1997. Su quella vendita e sui
miliardi volati verso l'Italia a margine
dell'operazione, centinaia di giornalisti, parlamentari
e magistrati hanno indagato per anni alla ricerca delle
inesistenti mazzette del centrosinistra. Nel 2003 la
maggioranza di Silvio Berlusconi, uscì dall'angolo
mediatico delle leggi ad personam, proprio armando una
canea in commissione parlamentare Telekom con i
documenti portati da un certo Antonio Volpe.
Su
quei falsi bonifici intestati a "Mortad e Ranoc" e sulle
dichiarazioni farneticanti del "superteste", Igor
Marini, il Parlamento ha lavorato a vuoto per un anno.
Italo Bocchino allora ha giocato due ruoli in questa
partita. Nel 2001 lui e sua moglie hanno chiesto e
ottenuto da Bassini (rispettivamente come anticipazione
su crediti del Roma verso la presidenza del consiglio e
come finanziamento alla Goodtime) poco più di 4 miliardi
di vecchie lire.
Nel 2003, quando la commissione parlamentare cercava la
verità e Bocchino ne era membro, invece di indicare la
pista che passava dalla finanziaria del suo compagno di
serate romane e di affari finanziari, il deputato di An
cominciò a brigare con una serie di strani consulenti e
faccendieri in contatto con truffatori della peggior
risma legati da una catena che porterà poi le carte in
commissione.
Oggi Loris Bassini, reduce da processi e arresti per
truffa e bancarotta, dice: "Bocchino ha sempre saputo
del mio coinvolgimento nella vicenda Telekom. Sapeva che
i soldi della Finbroker provenivano dalla mediazione del
conte Vitali per Telekom Serbia".
Bocchino al Fatto replica: "Nel 2001 non sapevo nulla.
Bassini mente. Solo quando ho letto il suo nome sui
giornali ho saputo che aveva a che fare con Telekom.
Quanto al credito vantato, per ora il giudice non gli ha
permesso di incassare con decreto ingiuntivo. Ora
aspettiamo la pronuncia nel merito. Bassini ha prestato
i soldi alla sua compagna, Silvana Spina, che era socia
di mia moglie. Non può vantare nulla dalla mia
famiglia".
Sul punto, molto delicato, della conoscenza da parte di
Bocchino della provenienza dei fondi prestati al Roma, i
pm di Torino non hanno creduto al vicepresidente del Pdl.
La Procura nel 2004 in un suo provvedimento cita un fax
spedito da Bocchino dopo le prime notizie di stampa a
Silvana Spina nel quale il deputato contesta alla socia
della moglie di non avere mai detto nulla sulla
provenienza dei fondi.
Ebbene, per i pm, quel fax era concordato. Nel marzo del
2004 alla Procura di Torino giunse una lettera anonima
che è agli atti nella quale si legge: "Rizzo (amico di
Bocchino e di Antonio Volpe che teneva i contatti con
entrambi e si interessava della questione Telekom Ndr)
voleva depistare Finbroker di cui aveva parlato il conte
Vitali e temeva accertamenti della Commissione perché i
soldi di Vitali non li ha presi solo Bassini ma anche
Rizzo e i suoi amici di An, che temono la verità perché
ne uscirebbero distrutti politicamente. Chi sa molto al
riguardo è Silvana Spina".
Ovviamente si tratta di una lettera anonima che non è
stata riscontrata dai magistrati. Ma chi l'ha scritta
conosceva bene i fatti. 28-09-2010]
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TUTTI A MONTECARLO! MA intanto CHI SI ACCORGE CHE,
grazie alle buone relazioni stabilite dopo Lockerbie, si
è concluso l’accordo sulle trivellazioni di profondità
nel Mediterraneo tra Libia e Bp, reduce dal Golfo del
Messico? - MONTECARLO NON È UNA CONTROVERSA CASUZZA, E’
IL MONOPOLI DELLA DISPERAZIONE - QUEL MICIONE DI
CORONA...
1-
MONTECARLO NON È UNA CONTROVERSA CASUZZA, E' IL MONOPOLI
DELLA DISPERAZIONE...
Andrea Marcenaro per "Il Foglio" -
Montecarlo non è una controversa casuzza, è il Monopoli
della disperazione. Ezio Mauro è disperato perché, se
perde la partita, invece della post gazzetta ufficiale
sulle orme di Scalfari, che creava i coni d'ombra, gli
toccherà fare un giornale. L'Amor nostro è disperato
perché, se perde la partita, troverà sempre un
consigliere illuminato il quale, altro che Fioroni, gli
suggerirà di portare nel gruppo misto la signora
Tulliani.
Fini è disperato perché, se perde la partita, si
accorgeranno tutti che vide i "Berretti verdi" dopo aver
sbagliato cinema. Paolo Mieli è disperato perché, se
l'intera operazione andasse in vacca, tanto valeva
(premio Strega a parte) non disporre di tutto quel tempo
libero da presidente di Rcs, e rimanere al Corriere
della Sera. De Bortoli è disperato perché, se perde la
partita, sente già Mieli ribussare alla sala Albertini.
E
se stesso ribussare al Sole. E Riotta al manifesto. Il
Foglio è disperato perché, se perde la partita, dovrà
prendere atto che le sacre regole della politica sono
andate a farsi fottere. Tutto questo, mentre il
professor Umberto Galimberti muore dalla voglia di
spiegare come, anche in questa vicenda, tiri più un
(articoli a pagina tre) pelo di fica che un carro di
buoi.
2-
LA TRAVE E LA PAGLIUZZA...
Adriano Sofri per "Il Foglio" -
Mettiamo che il mondo duri un'altra ventina d'anni, e
una ragazza nata nell'estate del 2008 faccia la tesi in
storia del passato prossimo, e usi come fonte i mezzi di
comunicazione dell'estate del 2010: ricostruirà mattone
per mattone la peripezia di un appartamento di
Montecarlo, meglio di quanto gli storici dell'antichità
e dell'età di mezzo abbiano potuto fare per il Colosseo.
Ma dovrà stare molto attenta per accorgersi che intanto,
grazie alle buone relazioni stabilite dopo Lockerbie, si
era concluso l'accordo sulle trivellazioni di profondità
nel Mediterraneo tra Libia e Bp, reduce dal Golfo del
Messico.
3-
MACHO MICIO...
Massimo Gramellini per "La
Stampa" -
Una capsula di buonumore in mezzo a tanta pesantezza. Il
James Dean della mutua, Fabrizio Maria Corona in Belen,
ha avuto una relazione col diversamente longilineo Lele
Mora, il cosiddetto manager dei cosiddetti teledivi che
amava farsi fotografare in pose da odalisca fra valletti
nerboruti. Adesso sappiamo che uno di quei bronzi era
lui, il Fabrizio Maria. Lo ha rivelato proprio Mora ai
magistrati che indagano su un giro di fatture false,
spiegando di aver speso per l'amante uno sproposito in
auto, appartamenti e altri ammennicoli rigorosamente
esentasse.
Dov'è il buonumore in una storia così triste, direte
voi? Ma nella vendetta dell'Immagine, l'unica dea che
questi eroi del luccicante nulla siano disposti a
onorare. Corona ha costruito il suo mito presso i poveri
di spirito sbandierando dalle copertine dei rotocalchi
la sua mascolinità «maledetta» e la contabilità delle
performance erotiche con la ricarica telefonica Belen:
sei giorni la settimana, ovviamente, perché quelli al
suo livello il settimo si riposano sempre.
Finché si scopre l'altarino, che un mio amico gay aveva
sospettato da tempo (infatti non la smette più di
ridere). Corona come il predicatore moralista con il
conto in banca alle isole Cayman. O come l'estremista
vegetariano sorpreso ad azzannare un hamburger da
McDonald's. Dice il saggio: chi ostenta la sua virilità
nasconde una doppia verità. E se non vi piace la rima,
proviamo con l'assonanza: in fondo al ruggito del macho
si può udire il miagolio di un micio. 28-09-2010]
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DAL MANGANELLO AL TINELLO! FELTRUSCONI SI "CUCINA"
GIAN-FREGNONE FINI: ECCO LA FOTO - "NON È LA STESSA? PUÒ
DARSI, LE CUCINE NON HANNO LA CARTA D’IDENTITÀ. PERÒ,
GUARDA UN PO’ LA COMBINAZIONE, È UGUALE A QUELLA
COMPRATA NELLA CAPITALE" - "QUINDI? O SIAMO DI FRONTE AI
MOBILI USCITI DAL MAGAZZINO ROMANO OPPURE L’INQUILINO
GIANCARLO TULLIANI - PER PURA SFIGA - NELL’ARREDARE CASA
SUA HA AVUTO LA MEDESIMA IDEA DELLA SORELLA. TUTTO PUÒ
SUCCEDERE, MA CHE SUCCEDA SEMPRE ALLA FAMIGLIA
FINI-TULLIANI PARE MOLTO STRANO. STRANISSIMO". - 2-
TIPINI FINI NEL PALLONE. ALESSANDRO CAMPI, DIRETTORE
FAREFUTURO: “FINI SI DIMETTA" "DOVREBBE DIMETTERSI DA
PRESIDENTE DELLA CAMERA E NON PER LE TORBIDE E RISIBILI
ACCUSE INTORNO A MONTECARLO, MA PER RIACQUISTARE LIBERTÀ
DI MOVIMENTO
1
- FELTRUSCONI SI "CUCINA" FINI
Vittorio Feltri su
Il Giornale
Eccola qui la cucina Scavolini. Sarà un caso - scrive-
ma è la copia perfetta di quella scelta dalla signora
Elisabetta Tulliani, assistita dal compagno Gianfranco
Fini, in un negozio di Roma. Dov'è stata trovata? In una
vetrina di Milano o di Torino o di altra città?
Nossignori. E stata fotografata nell'ormai famoso
appartamento di Montecarlo abitato da Giancarlo
Tulliani, fratello della suddetta Elisabetta. Non lo
diciamo noi, per carità, ma Ilaria Cavo, inviata di
Matrix, il programma televisivo condotto da Alessio
Vinci su Canale 5.
La
quale Ilaria Cavo, cronista di razza, si è recata nel
Principato e, a forza di indagare, è riuscita a venire
in possesso della fotografia che campeggia in questa
prima pagina del Giornale. Lo scatto è stato fatto
quando la cucina in questione era in fase di montaggio
(come si evince dall'immagine-documento) nell'alloggio
che An, dopo averlo ricevuto in eredità da una
nobildonna, ha venduto a una società offshore di cui
tanto si è parlato in questi giorni: quella che il
governo di Santa Lucia ha dichiarato essere intestata al
cognato di Fini.
I
lettori si chiederanno, probabilmente, perché diamo
tanta importanza a qualche mobile insignificante. Gliela
diamo perché insignificante non è affatto. Spieghiamo
perché. Oltre un mese fa, mentre infuriavano le
polemiche sulla nostra inchiesta relativa al
pied-à-terre sbolognato dal presidente della Camera per
300mila euro (un quinto del valore di mercato), i nostri
inviati scoprirono che Gianfranco ed Elisabetta si erano
presentati in un magazzino specializzato in arredamenti
per comprare, tra l'altro, una cucina di modeste
dimensioni.
E,
misure alla mano, decisero di fare propria una bella
Scavolini da inviare a Montecarlo. Tutto questo fu
raccontato da un dipendente del negozio al nostro
imbattibile Gian Marco Chiocci, giornalista esperto e di
categoria superiore, in un articolo per Il Giornale.
Apriti cielo. Fioccarono smentite da parte dei finiani
che non trascurarono di prenderci in giro nel tentativo
di farci passare per fessi, talmente fessi da perderci
dietro a una banale cucina che, secondo loro, non era
stata spedita a Montecarlo ma era rimasta nella
capitale, in una delle tante case dei Tulliani.
Pur di minimizzare la notizia, insomma non esitarono a
sfotterci: guarda un po' Feltri e Sallusti a che punto
sono arrivati; si eccitano per un frigorifero e quattro
armadietti. E i quotidiani di mezza Italia in coro:
quelli del Giornale sono diventati matti. In realtà se
quella cucina acquistata a Roma da Fini-Tulliani fosse
stata trasportata oltre frontiera e impiantata
nell'appartamento della discordia, ciò avrebbe
dimostrato che il presidente della Camera, o la sua
compagna, disponeva in qualche modo dell'immobile,
altrimenti perché avrebbe dovuto partecipare alle
operazioni di arredamento?
Per questa ragione, supponiamo, la circostanza era stata
sdegnosamente negata dalla famiglia della terza carica
dello Stato e dai suoi pretoriani. Ma il tempo è
galantuomo. Ora salta fuori di nuovo la Scavolini: non è
a Roma bensì a Montecarlo. Non è la stessa? Può darsi,
le cucine non hanno la carta d'identità.
Però quella di cui discettiamo (e che è stata
fotografata), guarda un po' la combinazione, è uguale a
quella comprata nella capitale, come ha precisato il
dipendente del mobilificio che l'ha venduta alla signora
Elisabetta. Per essere scrupolosi fino in fondo, abbiamo
mostrato l'istantanea a un concessionario Scavolini di
Milano e questi ci ha confermato: sì, è roba prodotta
dalla nostra azienda.
Quindi? O siamo di fronte ai mobili usciti dal magazzino
romano oppure l'inquilino Giancarlo Tulliani - per pura
sfiga - nell'arredare casa sua ha avuto la medesima idea
della sorella. Tutto può succedere, ma che succeda
sempre alla famiglia Fini-Tulliani pare molto strano.
Stranissimo.
2-
TIPINI FINI NEL PALLONE. ALESSANDRO CAMPI, DIRETTORE
FAREFUTURO: "FINI SI DIMETTA" - "DOVREBBE DIMETTERSI DA
PRESIDENTE DELLA CAMERA E NON PER LE TORBIDE E RISIBILI
ACCUSE INTORNO A MONTECARLO, MA PER RIACQUISTARE LIBERTÀ
DI MOVIMENTO"
Da Il Foglio
"La follia è cominciata con il 29 luglio e la cacciata
di Fini dal Pdl. Ma è arrivato il momento di superare lo
stordimento iniziale. Preso atto che nella creatura
berlusconiana non si è potuto fare politica, allora le
alternative non sono troppe: se Gianfranco Fini vuole
prendere sul serio se stesso e quello che ha detto in
questi anni, dovrebbe abbandonare il limbo dei gruppi
parlamentari che offre il fianco a chi lo accusa di
oscure trame di Palazzo; dovrebbe fondare un proprio
partito investendo tutto se stesso in questa operazione;
dovrebbe di conseguenza dimettersi da presidente della
Camera e non per le torbide e risibili accuse intorno a
Montecarlo, ma per riacquistare libertà di tono e di
movimento. Fini dovrebbe, insomma, tornare più
esplicitamente, ma fuori del Pdl, a combattere la
propria battaglia di rinnovamento in stile europeo e
modernizzatore del centrodestra'.
Dice così, in una breve chiacchierata con il Foglio,
Alessandro Campi, direttore scientifico della Fondazione
FareFuturo. Il professore ha un paio di idee su come
Fini potrebbe rovesciare strategicamente la natura di un
dissidio, quello che lo divide dal presidente del
Consiglio, il cui scioglimento positivo appare
complicatissimo se non impossibile.
C'è forse un solo modo per rallentare il nero gorgo che
sta inghiottendo il centrodestra, dice Campi: ‘Dovrebbe
riuscire una manovra che restituisca senso politico a
questa aspra contesa che si è trasformata in una
questione personale dalle sfumature poco limpide'. Ma
come si può restituire caratteri di maggiore fisiologia
a un conflitto sin troppo esplicitamente tracimato da
ogni argine di normalità?
Dal punto di vista dell'ex leader di An - sostiene Campi
- il risultato lo si può ottenere ritornando a declinare
i temi culturali del cosiddetto ‘finismo', cioè la molto
evocata ‘conversione di Fini', attraverso una nuova
formazione politica che, pur all'interno del
centrodestra, si ponga in leale concorrenza (non
antitesi) con il berlusconismo e la sua interpretazione
dei rapporti sociali e della politica.
‘Se non stai nel Pdl perché non ti ci vogliono e non
accettano che tu possa fare politica dall'interno,
allora devi rilanciare recuperando il senso della tua
battaglia di riposizionamento culturale per un
centrodestra diverso. Un investimento rischioso,
oneroso, che forse impone persino il sacrificio della
presidenza della Camera', dice Campi.
‘Perché guidare una formazione ambiziosa, come sono
ambiziose le idee che Fini ha fatto proprie in questi
anni, richiede tempo, libertà d'espressione e di
movimento. Creare e guidare direttamente un partito
significa scegliere con accuratezza gli uomini e la
classe dirigente, significa parlare in chiave politica,
e non solo istituzionale, con il tuo potenziale
elettorato. Fare politica da presidente della Camera, di
fatto, è un freno'.
‘Ma guai se Fini si dimettesse perché spinto dalla
risibile e forsennata campagna sulla casa di
Montecarlo', spiega il professore. ‘E' uno scenario che
non esiste e che è stato persino un errore adombrare da
parte sua nel video messaggio di sabato scorso. Non c'è
nessuna proporzione, nessun legame comprensibile, tra la
banale faccenda della casa monegasca e l'enormità delle
sue eventuali dimissioni.
Se
mai Fini decidesse di fare un passo così importante,
dev'essere ispirato da ben altro: dalla sua storica
battaglia per un centrodestra migliore. Un sacrificio
dettato da ragioni politiche, dalla decisione
responsabile e coraggiosa di mettersi personalmente a
capo di una formazione politica capace di recuperare e
rilanciare il senso di un percorso culturale che viene
da lontano.
Costruire un partito è un lavoro serio, intenso, che non
può essere appaltato ad altri, a soluzioni come quella
della staffetta Casini-Follini. Fini dovrebbe assumere
in prima persona la leadership guidando direttamente la
costruzione del proprio partito. Tanto più se i
sondaggi, che certo vanno verificati e sui quali non si
possono fondare unicamente le ragioni di una scelta così
impegnativa, sono molto gratificanti. Si parla del 7-8
per cento, numeri molto superiori di quelli
maliziosamente diffusi dal Pdl'. Domani Berlusconi
chiederà il voto sui cinque punti in Parlamento. Si
riparte da lì? ‘Ci sarà una ricomposizione tattica, ma
sarebbe un errore rimanere incastrati nel gioco
parlamentare. Alle triangolazioni di Palazzo va
affiancato un rilancio dell'iniziativa politica. Non
facile, ma possibile'".
3
- MONTECARLO, TROVATA LA CUCINA DEI FINI E' LA SCAVOLINI
COMPRATA A ROMA
Ilaria Cavo per
Il Giornale
Finalmente possiamo guardare oltre quelle persiane
grigie che si affacciano sul cortile interno di
Boulevard Princesse Charlotte 14, a Montecarlo, chiuse
da settimane; da quando è scoppiato il caso «Montecarlo»
e Giancarlo Tulliani si è allontanato da
quell'appartamento diventato improvvisamente troppo
scomodo.
Quei 70 metri quadri che sono diventati il giallo
dell'estate hanno un solo colore dominante: il bianco.
Sono bianche le porte di ogni vano, sono bianchi i muri,
è bianco tutto l'arredo: l'armadio ad ante scorrevoli
della camera da letto, il letto matrimoniale con il
copriletto blu, il divano in soggiorno. Soprattutto, è
bianca la cucina, proprio come la Scavolini acquistata a
Roma, nel mobilificio Castellucci, con un contratto di
acquisto a nome Tulliani.
Il
Giornale, il 14 agosto scorso, ha pubblicato il progetto
di quella cucina in ogni dettaglio, affiancato alle
dichiarazioni di Davide Russo, uno dei dipendenti di
quel negozio che aveva supervisionato il progetto: «Ho
visto Fini e la Tulliani lavorare a preventivi e
progetti con i colleghi, le loro visite non sono mai
state un segreto. Preventivi, ordini e progetti erano
per un appartamento non italiano, si parlava apertamente
di una casa a Montecarlo quando ci si riferiva ai
preventivi della Tulliani e quella localizzazione fu
confermata dall'esigenza di trovare uno spedizioniere di
fiducia... Nessuno dubitava che la meta fosse Montecarlo
ma la ricerca era: oltreconfine».
Il
mobilificio non aveva smentito la vendita di quella
cucina, certificata dall'ordine di acquisto,
semplicemente aveva precisato di non aver fatto
direttamente la spedizione all'estero: aveva di fatto
confermato l'acquisto, non la meta di destinazione. I
coniugi Fini, in vacanza ad Ansedonia, avevano fatto
trapelare dal loro entourage che quella cucina non
provava niente perché era destinata a Roma, non alla
casa di Montecarlo. «Quella fattura non prova niente -
aveva commentato il finiano Benedetto Della Vedova - la
cucina si trova a centinaia di chilometri di distanza da
Montecarlo».
Oggi, le foto degli interni dell'appartamento di
Montecarlo aggiungono un tassello non di poco conto per
comprendere il giallo degli acquisti e del trasporto dei
mobili. Non solo la cucina montata nella casa di
Montecarlo è bianca come quella acquistata a Roma da
Elisabetta Tulliani alla presenza di Gianfranco Fini:
anche la disposizione di ogni modulo, di ogni componente
di arredo, è identica.
E
lo stesso Davide Russo, contattato dal Giornale, di
fronte alle foto commenta: «Le somiglianze sono
impressionanti. Non so se la cucina è quella di cui si è
occupato il mobilificio, noto però che tutto corrisponde
perfettamente: dal modello ai colori, dagli accessori
alle misure».
Basta un confronto tra la foto scattata all'interno
dell'appartamento e il progetto elaborato dal
mobilificio romano per avere un immediato riscontro:
dall'immagine si vede il lavandino, a doppia vasca,
posizionato sulla destra, proprio come suggerisce il
progetto degli arredatori del mobilificio Castellucci.
Spostato più a sinistra c'è l'angolo cottura (le
piastre, non i fornelli) esattamente nel punto indicato
dal modello approvato nel mobilificio romano.
Nel confronto tra la foto e il progetto coincide anche
la disposizione di ogni anta, di ogni modulo, a partire
dal frigorifero che si intravede a destra, per passare
alle cappa, identica nella forma a quella del progetto,
collocata esattamente dopo tre moduli (il frigorifero e
due ante) proprio come indicato dal disegno della cucina
acquistata. Saranno tutte coincidenze ma anche le
maniglie sono a incasso, e così vengono indicate nel
contratto di acquisto del mobilificio di Roma.
«Portarotoli a tre piani cromato» è scritto sull'ordine
della cucina acquistata dalla Tulliani, e quello
fotografato alla parete della cucina di Montecarlo è
cromato e, appunto, a tre livelli. Stesso ragionamento
per il portaspugne: cromato sulla carta, cromato sulla
foto.
Anche la piantina dell'appartamento di Montecarlo, in
particolare della cucina, conferma le deduzioni tra
progetto e foto: secondo la mappa (pubblicata sempre dal
Giornale due settimane fa) il vano della cucina è lungo
3 metri e 85 centimetri, la cucina acquistata al
mobilificio Castellucci misura tre metri e ottanta
centimetri: ovvero entra benissimo, alla perfezione, con
soli cinque centimetri di scarto. Tutte coincidenze?
Tutte casualità?
Il
presidente della Camera ha sostenuto, nel suo primo
comunicato di metà estate, di non sapere che suo
cognato, Giancarlo Tulliani, dopo avergli indicato la
società interessata a comprare l'immobile, ne fosse
diventato l'inquilino. «Ho appreso da Elisabetta che il
fratello aveva in locazione l'appartamento. La mia
sorpresa e il mio disappunto possono essere facilmente
intuite».
Nel suo videomessaggio di domenica scorsa, dopo la
pubblicazione delle carte di Saint Lucia che indicavano
Tulliani come proprietario dell'appartamento, ha parlato
di «arrabbiatura», proseguendo sempre sulla linea della
sua ingenuità e della sua estraneità.
A
comprare la cucina di Roma, però, lui c'era. Se quella
cucina non è soltanto identica, ma è la stessa a quella
montata in boulevard Princesse Charlotte 14, non si può
non dedurre che Fini non poteva non sapere.
Alcuni frequentatori del palazzo di boulevard Princesse
Charlotte - come l'imprenditore Luciano Care - hanno
dichiarato di aver visto Fini nell'androne, insieme alla
sua compagna. L'imprenditore Luciano Garzelli, uno dei
più importanti costruttori del principato, è stato
coinvolto nella ristrutturazione dell'immobile: lo aveva
contattato l'ambasciatore italiano, Mistretta, dopo che
Giancarlo Tulliani era andato a fargli visita.
Gli avevo chiesto il nome di una ditta fidata disposta a
fare i lavori in quell'appartamento ma la società di
Garzelli era troppo grossa per un progetto che prevedeva
che tutti i materiali arrivassero dall'Italia: «Ho
parlato con Giancarlo Tulliani, mi ha spiegato che tutto
il materiale, tutto l'arredo, doveva arrivare
dall'Italia - racconta Garzelli - allora l'ho messo in
contatto con una ditta più piccola, la Tecabat, e mio
figlio Stefano ha seguito i lavori con loro».
Tutti i materiali dovevano arrivare dall'Italia, inclusa
la cucina? «Sicuramente è arrivata dall'Italia, è
arrivata a Ventimiglia quella cucina», ha confermato
Garzelli. È stato il primo interpellato, in questa
ristrutturazione, quindi il primo a tenere i contatti
con l'architetto romano che seguiva il progetto per
conto dei Tulliani: «I cambiamenti con l'architetto li
facevano Giancarlo Tulliani e la sorella. Ho della mail
che parlano anche della sorella... Cambiavano piccole
cose, erano loro che gestivano per conto di Timara (la
società off-shore che ha acquistato l'immobile) queste
cose».
A
Gian Marco Chiocci ha anche affermato di essere stato
chiamato direttamente, al telefono, dalla Tulliani per i
lavori da fare in quell'appartamento e ha mostrato anche
alcune mail: «25 ottobre 2009, l'architetto fa presente
che la signora Tulliani è d'accordo, mi dice di
procedere col preventivo per le forniture»; «20 ottobre,
l'architetto dice che la signora Tulliani ha avuto un
ripensamento, che vuol eliminare lo spogliatoio armadio
adiacente la camera da letto, che vuole la camera da
letto più grande e dovrà rimpicciolire il bagno».
E
in effetti è stato proprio così: la camera da letto è
stata ampliata rispetto al progetto originario, un muro
divisorio è stato abbattuto. Ora che tutti i lavori sono
terminati, le tre finestre ancora chiuse potrebbero dar
luce a un bel soggiorno, arredato con un tavolo di
cristallo e un divano bianco. Ma proprio ora che, con
centomila euro, l'appartamento è stato trasformato in un
alloggio comodo, elegante, al centro di Montecarlo,
Gianfranco Fini ha chiesto a suo cognato di lasciarlo.
[28-09-2010]
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1-
IL PASTICCIACCIO BRUTTO DI MONTECARLO SI APRE A NUOVI
SCENARI (ALTRO CHE LA CASETTA) - 2- I RAPPORTI ’HARD’
TRA I TIPINI FINI E LA SOCIETà DI GIOCHI D’AZZARDO
ATLANTIS DI FRANCESCO CORALLO, COINVOLTO E ASSOLTO IN
DUE INCHIESTE PER DROGA E RICICLAGGIO - 3- L’ATLANTIS
OTTIENE LA LICENZA DI SPACCIARE IN TUTTA ITALIA LE SLOT
MACHINES GRAZIE A UNA FIRMA DEL FINIANO MARIO
BALDASSARRI, NEL 2004 VICE MINISTRO ALLE FINANZE - 4- è
AMEDEO LABOCCETTA, GIÀ PARLAMENTARE DI FINI (E ORA NEL
PDL) ED EX RAPPRESENTANTE PER L’ITALIA DELLA ATLANTIS DI
CORALLO, CHE PORTÒ AL RISTORANTE DEL CASINÒ BEACH PLAZA
DI SAINT MARTEEN ANCHE GIANFREGNONE FINI, NEL 2004, PER
UNA CENA A CUI PARTECIPÒ ANCHE CHECCHINO PROIETTI,
BRACCIO DESTRO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA E UOMO CHE,
PER LA PROCURA DI POTENZA CHE INDAGÒ SULLA VICENDA (LA
CORTE DEI CONTI CONSTATÒ UN AMMANCO NELLE CASSE
DELL’ERARIO DI OLTRE 31 MILIARDI DI EURO), SI SPESE CON
I MONOPOLI ITALIANI PER EVITARE CHE L’ATLANTIS PERDESSE
LA LICENZA PER IL GIOCO LEGALE IN ITALIA
1-
I MISTERI DEL PROCURATORE WALFENZAO TRA LABOCCETTA E IL
RE DELLE SLOT-MACHINE - OLTRE CHE NELL´AFFAIRE
MONTECARLO, IL RAPPRESENTANTE DELLA PRINTEMPS È
COINVOLTO IN ALTRE VICENDE ITALIANE
Corrado Zunino per "la
Repubblica"
Il
giorno del rogito della casa di Montecarlo, l´11 luglio
del 2008, l´uomo vestito con un impeccabile blazer
esordì: «Salve, sono Walfenzao James». Il legale
rappresentante dell´ormai mitica Printemps Ltd, la
società che acquisto i 55 metri quadrati di Boulevard
Princess Charlotte, è certo un signore dallo spirito
pronto. E i suoi affari sono difficilmente penetrabili.
Lo conosce il tesoriere storico di Alleanza nazionale,
Franco Pontone: incassò da lui i 300mila euro per il
pianoterra da ristrutturare.
Lo
conosce Giancarlo Tulliani, e nello staff di Gianfranco
Fini molti temono che quello sia il contatto che possa
provocare nuovi guai al «cognato» aprendo scenari
inediti alla vicenda Montecarlo. Nei ritratti che
vengono dedicati al broker internazionale, alla sua
casella non c´è mai una fotografia. È un legale
dell´off-shore che si muove tra Miami, Panama e
Montecarlo (dove ha la residenza), esperto nel creare
società appoggiate a paradisi fiscali.
James Walfenzao è rappresentate unico del Francesco
Corallo Trust, società che ha le sue quote al 99,9 per
cento nell´isola di Santa Lucia. Sì, è la stessa isola
dove sono state create - il 30 maggio 2008, a un minuto
di distanza una dall´altra, con una spesa di 300 dollari
e un capitale sociale di mille - le due società
schermate proprietarie della casa di Montecarlo: la
Printemps Ltd e la Timara, entrambe con sede negli
uffici antillani della Corpag del nostro Walfenzao. Ma
chi è Francesco Corallo?
È
il proprietario del gruppo Atlantis che, con sedi ad
Amsterdam e Londra, controlla slot machine e videopoker
in tutto il mondo. Corallo possiede tre casinò a Saint
Martin (sempre Antille), due a Santo Domingo e uno a
Panama. Corallo, 50 anni, catanese, è un uomo
incensurato che ha visto archiviare due processi a suo
carico per traffico di droga e riciclaggio sostenuti
dalla Procura di Roma sulla base di informative di
finanza e polizia che lo volevano legato al boss del
narcotraffico boliviano, l´ex parà Marco Marino Diodato.
È figlio di Gaetano, che ha scontato sette anni e mezzo
per associazione a delinquere e affiancò Nitto
Santapaola nella scalata (fallita) ai casinò italiani
negli anni Ottanta.
Ecco, Walfenzao, l´uomo a cui Giancarlo Tulliani portò
l´affare della casetta di An a Montecarlo, è il
procuratore di un signore del gioco d´azzardo mondiale.
Per anni l´amministratore di Atlantis World Giocolegale
(il braccio italiano del gruppo, oggi ribattezzato
Bplus) è stato Amedeo Laboccetta, vecchio missino
napoletano, storico amico di Fini che nell´agosto del
2004 portò il leader di An a immergersi nei mari
antillani di Saint Martin (L´espresso lo immortalò a
cena con Laboccetta nel ristorante del casinò di
Corallo). Un mese prima Atlantis aveva ottenuto una
delle dieci concessioni per il «gioco a distanza» grazie
a un decreto del ministro Siniscalco (governo
Berlusconi) e in breve si prenderà un terzo del mercato
delle «new slot» italiane.
Successivamente la Guardia di finanza scoprirà
l´evasione della Atlantis di Corallo-Walfenzao da 31
miliardi di euro. Laboccetta di recente ha lasciato
l´incarico della società, dove, però, lavora il figlio.
E ha lasciato il vecchio amico Fini: è rimasto nel Pdl,
che potrebbe candidarlo a sindaco di Napoli.
Questa storia di gioco d´azzardo e paradisi fiscali, di
cui ha parlato anche il giornalista-imprenditore Walter
Lavitola, oggi tocca Giancarlo Tulliani. Il cognato di
Fini, che ha preso la residenza a Montecarlo il 20
febbraio 2009, ha sorprendentemente domiciliato le sue
residenze monegasche proprio a casa del broker James
Walfenzao, in Avenue Saint Roman.
2- SALVE, SONO WALFENZAO E RISOLVO PROBLEMI
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica per
il Giornale
Da
un lato «fonte» (del governo di Saint Lucia), dall'altro
«ponte» (tra gli affari del gruppo Atlantis e la
compravendita monegasca). Nel suo messaggio video,
Gianfranco Fini ha citato il cognato, Giancarlo
Tulliani, e il tesoriere «galantuomo» Francesco Pontone.
Ma dei protagonisti off-shore dell'affaire immobiliare
ha fatto un nome che ha un ruolo centrale in tutta la
vicenda: quello di James Walfenzao.
Un
accenno quasi casuale, riferito al rogito dell'11 luglio
2008, quando An vendette per appena 300mila euro la casa
di boulevard Princesse Charlotte a Printemps. E
Walfenzao, quel giorno, firmò proprio come
rappresentante dell'acquirente.
Ma
dalla diffusione della lettera del governo di Saint
Lucia che individua in Tulliani il «beneficiario
effettivo» di Timara, è emerso un nuovo sorprendente
ruolo di Walfenzao, che di parti in questa lunga storia
ne aveva già interpretate tante.
La
missiva, infatti, indica proprio in Walfenzao la «fonte»
delle indagini preliminari. L'uomo al cui indirizzo
monegasco Giancarlo Tulliani ha domiciliato le bollette
della luce, dunque, è anche quello che, su pressione
delle autorità della nazione insulare, ha indicato nel
«cognato» di Fini il proprietario di fatto delle
fiduciarie off-shore e, quindi, della casa nel
Principato.
L'uomo citato da Fini è dunque quello a cui il
dipartimento delle Finanze di Saint Lucia, guidato da
Isaac Anthony, e su input del primo ministro Stephenson
King, chiede lumi sulla vicenda. E Walfenzao risponde,
«in relazione agli obblighi degli agenti registrati a
Saint Lucia», in quanto rappresentante della Corpag
Service Usa.
La
lettera lo spiega esplicitamente: «I corrispondenti,
tramite Walfenzao hanno risposto di aver fatto
un'indagine sulla vicenda e ordinato una visita a Monaco
al notaio Paul-Louis Aureglia (...) per determinare
perché il prezzo di vendita fu così basso rispetto al
prezzo di mercato dell'immobile all'epoca».
E
sono sempre i documenti forniti dai «corrispondenti»
della Corpag, dunque da Walfenzao, che hanno reso
possibile alle autorità di Saint Lucia accertare sia che
Tulliani era il «beneficiario effettivo» della Timara,
sia che il «cognato» si era avvalso dei servizi della
Jason Sam di Montecarlo (la società di Tony Izelaar e
Suzi Beach, gli altri consulenti finanziari protagonisti
dell'affaire) e della Corpag Usa di Walfenzao.
Ma
dai registri di Saint Lucia, Walfenzao risulta anche
come «contact» della Corpag locale, quella che ha sede
in Manoel street, 10, nello studio legale di Michael
Gordon. Al cui indirizzo, tra l'altro, risultano le sedi
legali di tutte le fiduciarie off-shore che si sono
rimbalzate la proprietà della casa che An ereditò da
Anna Maria Colleoni: Printemps, Timara, Janom Partners e
Jaman Directors.
Walfenzao è dunque «presente» a Saint Lucia, dove è tra
i riferimenti della Corporate Agent Saint Lucia ltd. È
presente negli Usa, come corrispondente della Corpag di
Miami, al 999 di Brickell Avenue. Ma come è noto è anche
a Montecarlo, dove abita con la moglie in avenue
Princesse Grace, a un solo portone di distanza dalla
sede della Jason Sam. Una quasi ubiquità anche più
impressionante, considerando che Walfenzao controlla,
per conto dell'imprenditore italiano di gioco
autorizzato (in Italia) e casinò (ai Caraibi) Francesco
Corallo, la Uk Atlantis Holding Plc, una delle società
del gruppo.
Ed
è qui che, incrociando la struttura societaria del
gruppo Atlantis con quanto scritto nella lettera del
governo di Saint Lucia, vien fuori un link piuttosto
clamoroso proprio con l'affaire di Montecarlo.
Perché Walfenzao controlla la Uk Atlantis attraverso due
società - la Corporate Management St. Lucia ltd e la
Corporate Management Nominees, inc - che la missiva del
ministro della Giustizia Francis cita come società che
controllano Printemps e Timara, e che detengono le
azioni della Jaman directors, una delle altre off-shore.
E
le due società legate ad Atlantis, secondo la lettera,
«agivano su ordine» sia di Walfenzao che di Izelaar.
Dunque, c'è un legame diretto tra la compravendita della
casa di Montecarlo e il gruppo di Corallo. Vicino all'ex
An, tanto che Amedeo Laboccetta, già parlamentare del
partito di Fini (e ora nel Pdl) ed ex rappresentante per
l'Italia della Atlantis World di Corallo, portò al
ristorante del casinò Beach Plaza di Saint Marteen anche
Gianfranco Fini, nel 2004, per una cena a cui partecipò
anche Checchino Proietti, braccio destro del presidente
della Camera.
E
uomo che, per la procura di Potenza che indagò sulla
vicenda (la Corte dei Conti constatò un ammanco nelle
casse dell'erario di oltre 31 miliardi di euro), si
spese con i monopoli italiani per evitare che l'Atlantis
perdesse la licenza per il gioco legale in Italia.
Solo coincidenze? Nel frattempo, proprio sull'entourage
finanziario di Walfenzao, preannuncia novità clamorose
l'editore de l'Avanti, Walter Lavitola, l'uomo
etichettato da Bocchino come «faccendiere» e dal
deputato finiano ritenuto l'ispiratore della
divulgazione della lettera del ministro della giustizia
di Santa Lucia.
Lavitola, che ha respinto accuse e insinuazioni,
ribadisce di essersi occupato solo marginalmente
dell'affaire di Montecarlo perché impegnato su una
connection di più largo respiro tra l'Italia e il
Sudamerica. «Cercando riscontri per quest'altra storia
d'interesse giornalistico - ha detto - sono incappato in
un collega free lance che mi ha mostrato una mail che
ritengo di massima importanza per questa vicenda.
All'epoca non ci ho fatto troppo conto ma oggi, dopo
quel che è successo, giornalisticamente sono molto
interessato a recuperarla».
La
mail, sempre secondo Lavitola, farebbe luce sul
proprietario della società che acquistò da An
l'appartamento monegasco. «La mail è stata passata a
questo giornalista da una persona a cui era stata fatta
un'intervista e che, per provare che quel che diceva era
vero, gli aveva mostrato la lettera inviata via
internet.
In
questa mail il gestore di una società che stava a
Montecarlo diceva all'agente concessionario delle
società a Santa Lucia, che è un alto magistrato, che in
Italia era in corso uno scontro molto duro tra Fini e
Berlusconi basato sulla proprietà di un immobile di una
delle due società, scriveva, «da me gestite».
In
merito a questo dettaglio, proseguiva la mail, si
sarebbe fatto riferimento a Tulliani e alla decisione
eventuale di rescindere l'incarico a seguito della
«pubblicità negativa relativamente anche alla mia
persona». Se la mail esista davvero, se sia autentica e
se l'autore della stessa corrisponda a Walfenzao (o a
qualcuno del suo ristretto entourage) lo scopriremo
presto. 27-09-2010]
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1-
IL DOCUMENTO SU TULLIANI SVELATO DA DAGOSPIA MANDA
ALL’ARIA LA PAX ARMATA - PER I TIPINI FINI, LO SCANDALO
DELL’APPARTAMENTO SVENDUTO DI AN NON SONO MICA NOTIZIE
MA TRATTASI DI "DOSSIERAGGIO CON UTILIZZO DI INGENTI
RISORSE DI DENARO IN ITALIA E ALL’ESTERO AL FINE DI
PRODURRE E DIFFONDERE DOCUMENTAZIONE FALSA’ - 2- IL
"COGNATO" FA SMENTIRE DAI SUOI AVVOCATI NON UNA VOCE
GIORNALISTICA O UN RUMOR WEB QUALSIASI BENSì UN BEL
DOCUMENTO INTESTATO DEL GOVERNO DELLO STATO CARAIBICO DI
SANTA LUCIA CHE ATTESTA "ELISABETTO" DIETRO LA SOCIETA’
OFF-SHORE - 3- ORA IL CASO è CORNUTO: O IL DOCUMENTO è
FALSO OPPURE I TULLIANI DICONO FALSITà - 4- ITALO
BOCCHINO CORRE IN SOCCORSO DELLA TERZA CARICA (DELLA
CELERE): "SE DOVESSE EMERGERE CHE LA PROPRIETA’ E’
VERAMENTE DI GIANCARLO TULLIANI IO CREDO CHE
EFFETTIVAMENTE E’ UNA COSA SU CUI FINI DOVREBBE DARE UNA
RISPOSTA" - 5- (SCUSI BOCCHINO, TANTO PER TAGLIARE LA
TESTA AL TORO, COSA COSTA A FINI INVITARE L’AMATO
"COGNATO" A TIRARE FUORI IL CONTRATTO E LE RICEVUTE DI
AFFITTO? E TANTO CHE C’è, PERCHé FINI NON APPROFITTA PER
SMENTIRE IL DIRIGENTE RAI GUIDO PAGLIA, INVITATO NEL SUO
APPARTAMENTO PRIVATO DI PRESIDENTE DELLA CAMERA PER
PROMOZIONARE GLI SHOW E I FILM DI TULLIANI? PER NON DIRE
DELLA "SUOCERA" TULLIANI, UNA CASALINGA CHE HA INTASCATO
UN MILIONE E MEZZO COME AUTORE DI UN PROGRAMMA RAI)
1.
GIUSTIZIA: STOP A DIALOGO,FLI' DOSSIERAGGIO CONTRO
FINI'… (ANSA)
- Si sono bruscamente interrotti - apprende l’ANSA - i
colloqui tra gli ambasciatori di Berlusconi e Fini sui
temi della giustizia. Negli ultimi giorni, infatti, il
ministro Angelino Alfano e Italo Bocchino sul versante
politico e Niccolo’ Ghedini e Giulia Bongiorno sul
versante tecnico avevano avviato colloqui e
approfondimenti per definire un’intesa per mettere al
riparo Berlusconi dalle vicende giudiziarie cui e’
interessato.
Secondo i finiani a fronte della disponibilita’ ad
armonizzare i rapporti all’interno del centrodestra si
registra un’escalation della campagna mediatica contro
il presidente della Camera da parte della stampa vicina
al presidente del Consiglio.
In
ambienti vicini a Fini - riferiscono fonti di Fli - si
sarebbe venuti in possesso di ’elementi che evidenziano
una vera e propria attivita’ di dossieraggio, con
utilizzo di ingenti risorse di denaro in Italia e
all’estero al fine di produrre e diffondere
documentazione falsa’.
2.
FLI: BOCCHINO,SE CASA MONTECARLO E' DI TULLIANI FINI
DEVE RISPOSTA...
(AGI) - "La vicenda di Montecarlo ha
due aspetti: uno di merito e uno relativo al metodo con
cui e' stata posta la questione all'opinione pubblica".
Italo Bocchino (Fli) e' stato ospite stamattina di
Omnibus, in onda su LA7. "Il metodo - ha detto il
capogruppo di Futuro e liberta' - e' preoccupante ed e'
stato scandaloso: Fini discute con Berlusconi, punta il
dito contro Berlusconi e c'e' questo lavoro di
bastonatura mediatica, barbaro nei modi perche' utilizza
un giornale del Presidente del Consiglio in persona
fittiziamente intestato al fratello". Ma - aggiunge
Bocchino - relativamente al merito, se dovesse emergere
che la proprieta' e' veramente di Giancarlo Tulliani io
credo che effettivamente e' una cosa su cui Fini
dovrebbe dare una risposta. Ma conoscendo Fini sono
assolutamente certo che se questo e' vero lo apprende
anche lui oggi dai giornali"
3-
GIAN CARLO TULLIANI, NESSUN RAPPORTO CON SOCIETA' OFF
SHORE...
(Adnkronos) - Gian Carlo Tulliani
smentisce le notizie riportate sui quotidiani 'Libero' e
'Il Giornale' sui suoi rapporti con la societa' off
shore proprietaria dell'appartamento di Montecarlo. 'Il
signor Gian Carlo Tulliani -si legge in una nota degli
avvocati Carlo Guglielmo e Adriano Izzo- smentisce
categoricamente la notizia secondo la quale ci sarebbe
la sua persona dietro la societa' off-shore che ha
comprato l'appartamento monegasco'.
'Il signor Gian Carlo Tulliani -si legge nel comunicato
dei due legali- smentisce categoricamente la notizia
secondo la quale ci sarebbe la sua persona dietro la
societa' off-shore che ha comprato l'appartamento
monegasco, ribadendo di essere un semplice conduttore
della suddetta unita' immobiliare. All'esito di una
prima indagine eseguita dai sottoscritti difensori,
peraltro, emergono forti perplessita' sull'autenticita'
del documento pubblicato dai quotidiani 'Libero' e 'il
Giornale' e attribuito al ministro di Giustizia di Santa
Lucia'.
'Il signor Gian Carlo Tulliani -continua la nota- si
riserva di adire le competenti autorita' civili e penali
per far sanzionare l'ennesimo vergognoso e inaccettabile
tentativo di coinvolgere la sua persona in una vicenda
artatamente creata per un mero e chiaro fine politico'.
4-
MONTECARLO, ECCO LA PROVA: "LA CASA È DI TULLIANI" - UN
DOCUMENTO RISERVATO DEL GOVERNO DI SAINT LUCIA CERTIFICA
CHE TULLIANI È TITOLARE DI PRINTEMPS E TIMARA
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "Il
Giornale"
Seppur innescata on line dall'altra parte del mondo,
l'ultima notizia-bomba sulla casa di Montecarlo, se
confermata ufficialmente, è destinata a fare parecchi
danni, soprattutto all'immagine e alla credibilità del
presidente della Camera. Citando documenti e fonti di
altissimo livello dell'isola di Saint Lucia, due
quotidiani dei Caraibi, il Listin Diario e el Nacional,
hanno rivelato che dietro le società offshore del
pasticcio immobiliare monegasco ci sarebbe come
«titolare» Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco
Fini.
Colui che proprio a Fini, e per ammissione di
quest'ultimo, rivelò l'esistenza di alcuni (misteriosi)
compratori interessati all'appartamento di Boulevard
Princesse Charlotte che nessuno, nel palazzo e nel
partito, sapeva essere stato messo in vendita. Colui che
per una «straordinaria, incredibile coincidenza» (parole
proferite dal tesoriere di An, Francesco Pontone) di lì
a poco finirà per andare ad abitare in affitto nello
stesso appartamento del Principato di Monaco, nel
frattempo passato di proprietà a una società gemella i
cui referenti risultano essere gli stessi della prima
società (costituita solo 45 giorni prima dell'affare, il
30 maggio 2008) che acquistò a un quinto del valore
l'immobile da Alleanza nazionale. Trecentomila euro. A
Montecarlo, quasi un prezzo da box auto.
Ma
veniamo alla bomba a mezzo stampa lanciata a Santo
Domingo. Secondo un documento pubblicato all'indirizzo
www.elnacional.com.do che riprende quanto preannuciato
dal Listin Diario e rilanciato dal sito Dagospia, «dai
documenti dei corrispondenti, è stato anche possibile
accertare il proprietario beneficiario (il titolare, ndr
) della compagnia che è il signor Giancarlo Tulliani che
è stato istruito riguardo alla compagnia usando i
servizi della Jasaon Sam e del Corpag services sa».
La
lettera pubblicata si riferisce a un'inchiesta avviata
dal neoministro della giustizia Lorenzo Rudolph Francis,
inviata il 16 settembre 2010 al capo del governo di
Saint Lucia, Stephenson King. Nella missiva il
Guardasigilli locale spiega il perché dell'interesse
governativo alla questione della casa di Montecarlo
scaturito dalle informazioni ricevute «da una potenziale
pubblicità negativa» a mezzo stampa internazionale -
Così, spiega, «ho richiesto al direttore dei servizi
finanziari di investigare le compagnie di cui si parla
(Timara e Printemps). La nostra richiesta era dovuta a
notizie di stampa di giornali internazionali che
coinvolgevano società/ compagnie che operano nella
giurisdizione di Saint Lucia». E questo anche per
verificare se erano state rispettate «leggi e
regolamenti che governano il settore off-shore».
E
ancora. «Abbiamo ottenuto alcune informazioni sulle
compagnie coinvolte nelle operazioni - continua Francis
- il nostro scopo principale era determinare se le
compagnie stessero operando in accordo con le nostre
leggi e i doveri degli agenti».
Il
ministro non ci gira troppo attorno. Le società in
questione sono quelle note ai lettori perché
«protagoniste» dell'affaire della casa di Montecarlo
abitata dal cognato del presidente della Camera:
«Abbiamo investigato le seguenti compagnie: Printemps
Limited, Timara Limited e Jaaman Director Limited.
Queste compagnie sono collegate all'acquisto di un
appartamento che era di proprietà di un partito politico
italiano e che si trova a Monaco».
L'appartamento è quello in Boulevard Princess Charlotte
14, donato dalla contessa Colleoni ad Alleanza
nazionale. «Queste compagnie- continua la lettera-
sembrano condividere lo stesso referente, Corporate
Agent (St. Lucia) Ltd così come lo stesso indirizzo a
Saint Lucia, al numero 10 di Manoel Street Castries, St.
Lucia. Mentre la Jaman director limited agisce come
responsabile sia per Printemp che per Timara è stata
rimpiazzata da Corporate Agent.
I
suoi azionisti restano gli stessi nominativamente di
Corporate Management Nominees inc. È stato anche
confermato - insiste il ministro che la Corporare Agent
Nominees inc e la Corporate Management Nominees agivano
per conto del signor James Walfenzao di Corpag Services
Usa di Miami, Florida, e il signor Anthoine Izeelar
della Jasaon Sam a Monaco». Walfenzao, per dire, è il
referente a cui Tulliani gira la sue bollette.
Sempre per verificare se siano stati commessi abusi, il
ministro informa il premier di Saint Lucia che è stata
avviata una richiesta di informazioni a Corpag Service
Usa, «con una comunicazione fatta da Walfenzao». Ci si è
dilungati con gli accertamenti anche sul notaio di
Monaco signor Paul Louise Aureglia che fu responsabile
del passaggio di proprietà dell'immobile ereditato da
Alleanza nazionale «e quindi trasferito a Printemps e
più tardi a Timara».
L'investigazione presso il notaio, spiega Francis, è
stata fatta per determinare come mai il prezzo del
«trasferimento» fu stimato al ribasso considerando i
prezzi di mercati delle proprietà immobiliari di Monaco
in quel preciso momento storico.
«Dai documenti arrivati dai corrispondenti - chiosa il
ministro- è stato anche possibile accertare che il
beneficiario effettivo (beneficial owner) della
compagnia è il signor Giancarlo Tulliani che ha ricevuto
istruzioni sulla compagnia utilizzando i servizi di
Jason Sam e di Corpag».
Il
Listin Diario conferma che la carta in questione è un
«documento oficial del gobierno de la República de Santa
Lucía, en el Caribe» che per l'appunto «señala que
Giancarlo Tulliani es el titular de la Printemps Ltd y
la Timara Ltd, del cual la prensa italiana y de otros
puntos de Europa indican que se trata de un "scoop"
mundial». Ovvero, c'è Tulliani dietro a Timara e
Printemps.
La
notizia non è stata smentita da Fini nemmeno di fronte
alla sfida lanciata da Francesco Storace alle agenzie di
stampa: «Il presidente della Camera è in grado di
imporre a Giancarlo Tulliani una rapida smentita della
notizia diffusa da Dagospia sulla proprietà della
società off-shore che hanno gestito l'affare di
Montecarlo? Il silenzio ostinato fa male alle
istituzioni oltre che a una comunità ferita». Al momento
di andare in stampa, poco dopo l'una di notte,
Gianfranco Fini non aveva ancora risposto.
5-
I PASSAGGI CHIAVE DEL DOCUMENTO TRADOTTI...
Da "Il
Giornale" - Caro Primo ministro, in base
alle informazioni ricevute su una possibile pubblicità
negativa ho chiesto al direttore servizi finanziari del
Ministero di investigare su una rete di società. La
nostra richiesta è legata a recenti informazioni di
stampa su giornali internazionali che coinvolgono
società sotto la giurisdizione di St. Lucia (...)
Abbiamo indagato sulle seguenti società: Printemps Ltd,
Timara Ltd e Jaman Directors Ltd. Queste società sono
collegate all'acquisto di una casa a Monaco, che era di
proprietà di un partito politico italiano.
Le
società sono rappresentate dallo stesso agente,
Corporate Agent Ltd, e condividono lo stesso indirizzo
al numero 10 di Manoel Street, Castries, St. Lucia. In
relazione agli obblighi degli agenti registrati a St.
Lucia è stata avanzata una richiesta di informazioni ai
corrispondenti della Corpag services Usa. I
corrispondenti, tramite Mr. James Walfenzao hanno
risposto di aver condotto un'indagine della situazione e
disposto una visita a Monaco al Notaio Paul Luis
Aureglia, responsabile della compravendita della
proprietà (...) trasferita alla Printemps Ltd e poi alla
Timara Ltd (...)
Dai documenti dei corrispondenti, è stato anche
possibile accertare che il beneficiario e proprietario
della società è il Sig. Giancarlo Tulliani che ha dato
mandato per conto della società di utilizzare i servizi
di Jason Sam e Corpag Services Usa (...)
Rudolph Francis (Ministro della Giustizia) [22-09-2010]
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Giancarlo Tulliani ha fatto la sua prima "vittima". si è
dimesso Il senatore Franco Pontone, ex tesoriere del
partito guidato da Fini nonché firmatario su procura del
presidente della Camera dell’atto di cessione alla
società off-shore Printemps Ltd dell’appartamento
monegasco - "Ebbi un preciso mandato e quel mandato ho
assolto. Basta! Di conti e case non ne voglio più sapere
Gian Maria De Francesco per
Il Giornale
Giancarlo Tulliani ha fatto la sua prima «vittima». Il
senatore Franco Pontone, ex tesoriere del partito
guidato da Gianfranco Fini nonché firmatario su procura
del presidente della Camera dell'atto di cessione alla
società off-shore Printemps Ltd dell'appartamento
monegasco, ha rassegnato personalmente le dimissioni
dalla carica di presidente del comitato di gestione di
Alleanza nazionale. Il partito sopravvivrà fino alla
nascita della Fondazione che subentrerà nei diritti.
«Mi mancano le motivazioni per svolgere le mie
funzioni», avrebbe detto - secondo quanto si apprende -
Pontone aggiungendo che «le dimissioni sono indipendenti
dalla vicenda di Montecarlo». Sul tavolo dei garanti è
giunta anche la lettera col quale ha rinunciato «per
motivi personali» un altro componente, Giovanni
Catanzaro. Resta in carica solo la finiana Rita Marino.
L'anziano esponente finiano, già dagli inizi
dell'inchiesta del Giornale, aveva manifestato il
proposito di cedere il passo. Nello scorso agosto,
infatti, aveva rivelato di «essere incazzato» perché «da
50 anni faccio politica e sono una persona onesta, sono
pentito di aver accettato di fare il segretario
amministrativo di An».
Sul senatore napoletano, infatti, ricade solo una
responsabilità oggettiva avendo ricevuto la delega da
Gianfranco Fini. «Ebbi un preciso mandato e quel mandato
ho assolto», dichiarò al Corriere ad agosto. Più o meno
le stesse parole ripetute ai magistrati romani, il
procuratore Ferrara e l'aggiunto Laviani. La vendita?
«Fu decisa dai vertici del partito». Il prezzo? «Non
c'erano altre offerte». Tulliani? «Non so nulla, l'ho
incontrato una sola volta dopo il rogito».
L'unica discrepanza si coglie con le dichiarazioni del
senatore Antonino Caruso, ex aennino del Pdl e
vicepresidente dei garanti il quale ricordò di aver
girato a Pontone nel 2001 un'offerta di circa un milione
di euro per l'appartamento.
Le
dimissioni rappresentano un gesto onorevole all'interno
di una vicenda nella quale l'ex leader della Fiamma,
Gianfranco Fini, si è limitato a un comunicato in otto
punti che ha brillato per omissioni e a qualche
balbettio davanti al direttore del Tg di La7 Enrico
Mentana.
Ecco perché i finiani del comitato dei garanti (il
presidente Lamorte e i fedelissimi Raisi e Digilio)
avrebbero chiesto, dopo quella già ottenuta ad agosto,
un'ulteriore proroga di sette giorni per rendere un po'
meno dolorosa l'uscita di Pontone. Il problema non è
stato solo numerico giacché gli altri sei componenti
dell'organismo (Caruso, Biava, Leo, Gamba, Valentino e
Petri) non sono di area finiana e, dunque, poco propensi
a un ulteriore traccheggiamento.
Anche l'ottantatreenne Pontone, ad agosto come dopo
l'audizione dai pm romani che indagano sull'affaire
monegasco, aveva espresso il desiderio di non esser più
chiamato in causa. «Basta! Di conti e case non ne voglio
più sapere!», avrebbe riferito agli amici di tante
battaglie politiche.
Ieri sera, comunque, sia Lamorte che Raisi hanno
auspicato la revoca delle dimissioni. Nella prossima
riunione, il 6 ottobre, il comitato dei garanti dovrà
sostituire i due dimissionari e proseguire nel proprio
lavoro: scrutinare il patrimonio immobiliare dell'ex An,
scegliere l'advisor contabile per Il Secolo e chiederne
un bilancio preventivo prima di ulteriori trasferimenti
all'house organ di Fli.
Da
ieri sera, però, Gianfranco Fini e, per interposta
Giancarlo Tulliani, sono più soli. Perché un anziano
senatore napoletano ha deciso che il suo compito si era
esaurito e che le consegne erano state rispettate. Ora
qualcun altro dovrà spiegare come mai sia stato deciso
di cedere al prezzo di 300mila euro un immobile che
sulla carta potrebbe valere cinque volte di più.
Ora qualcun altro dovrà spiegare come e perché sia stata
accettata da un partito molto oculato nella gestione del
proprio patrimonio l'intermediazione di un ragazzo
trentenne che nel settore immobiliare era poco più di un
novellino. Ora qualcun altro dovrà spiegare come mai nel
contratto di affitto dell'appartamento di boulevard
Princesse Charlotte compaiano le stesse firme sotto le
diciture «locatore» e «locatario».22-09-2010]
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1-
ORA CHE C’è LA PROVA, UN DOCUMENTO UFFICIALE DEL GOVERNO
DI SANTA LUCIA, CHE GIANFRANCO FINI HA REGALATO UN
MILIONE E MEZZO DI EURO A SUO COGNATO, GIANCARLO
TULLIANI, SOTTRAENDOLO ALLE CASSE DEL PARTITO CHE
GUIDAVA, ALLEANZA NAZIONALE, CONTINUERà A RICOPRIRE LA
TERZA CARICA ISTITUZIONALE DEL PAESE? - 2- SEMBRA
GROTTESCA QUELLA RISPOSTA CHE FINI STESSO DIEDE POCHE
SETTIMANE FA AD ENRICO MENTANA CHE LO INTERVISTAVA PER
IL TG DI LA7: “NON HO NULLA DA TEMERE PERCHÈ NON HO
NULLA DA NASCONDERE. RIDEREMO QUANDO SARÀ FATTA
CHIAREZZA DALLA MAGISTRATURA, BASTA ASPETTARE QUALCHE
SETTIMANA, QUALCHE MESE”
Libero Giornale Fini Finita - Nonleggerlo
1-
DAGOSPIA: "C'È TULLIANI DIETRO LE SOCIETÀ OFF-SHORE
Da "la
Repubblica" - Le società off-shore che
hanno gestito l'affare della casa di Montecarlo data in
affitto al fratello della compagna di Gianfranco Fini
apparterrebbero allo stesso Giancarlo Tulliani. Lo
scrive il quotidiano "El Nacional" citando alcuni
documenti del governo di Santa Lucia nei Caraibi.
L'articolo, ripreso da Dagospia, suscita subito nuove
polemiche. "Il presidente della Camera è in grado di
imporre a Giancarlo Tulliani una rapida smentita della
notizia diffusa da Dagospia sulla proprietà delle
società off-shore che hanno gestito l'affare di
Montecarlo? Il silenzio ostinato fa male alle
istituzioni oltre che a una comunità ferita", attacca
Francesco Storace, leader de "La Destra".
2
- «LA CASA È DI TULLIANI» DOCUMENTO SULLA STAMPA DI
SANTO DOMINGO
Giusi Fasano e Virginia Piccolillo per il "Corriere
della Sera"
Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini
coinvolto da due mesi nella vicenda della casa a
Montecarlo, sarebbe «il titolare della Printemps Ltd e
della Timara Ltd». Lo hanno scritto due giornali
dominicani, Listin Diario e El Nacional, ripresi dal
sito web Dagospia. Secondo i due giornali d'oltreoceano,
Tulliani sarebbe legato alle due società offshore che
hanno sede a Santa Lucia, isoletta caraibica
dell'arcipelago delle Piccole Antille.
In
particolare, El Nacional pubblica un documento
governativo dell'isola-Stato che dimostrerebbe il
collegamento tra Giancarlo Tulliani e le società
Printemps e Timara. Il senatore di Futuro e liberta,
Francesco Pontone, tesoriere del patrimonio di Alleanza
Nazionale, si è dimesso. «Era inevitabile», ha
commentato l'ex di An Maurizio Gasparri, capogruppo del
Pdl al Senato.
Lo
scrive il sito italiano Dagospia, che lo riprende nel
pomeriggio dal quotidiano dominicano Listin Diario e in
serata da un altro giornale, El Nacional. La notizia
sarebbe questa: Giancarlo Tulliani «è il titolare della
Printemps Ltd e della Timara Ltd». Così dicono i due
giornali d'oltreoceano. Giancarlo Tulliani, il cognato
di Gianfranco Fini da due mesi nella bufera per lo
scandalo politico della casa a Montecarlo, sarebbe
quindi più che legato alle due società offshore che
hanno sede, appunto, a Santa Lucia, isoletta caraibica
dell'arcipelago delle Piccole Antille. Ed El Nacional
pubblica un documento governativo ufficiale
dell'isola-Stato che dimostrerebbe il collegamento
Tulliani-Printemps-Timara.
Si
tratta della fotocopia della lettera con la quale il 16
settembre il ministro della giustizia di Santa Lucia, L.
Rudolph Francis, comunica al capo del governo e ministro
delle Finanze dell'isola caraibica che il beneficiario
reale delle società Printemps e Timara è Giancarlo
Tulliani.
A
questo punto delle due l'una: o è un clamoroso falso
oppure è la prova che il cognato del presidente della
Camera è il regista di tutti i passaggi della casa di
Montecarlo. Cioè prima la vendita da Alleanza Nazionale
alla Printemps Ltd e, pochi mesi dopo, il nuovo rogito
dalla Printemps alla Timara Ltd che, non a caso, ha poi
dato l'appartamento in affitto proprio a Giancarlo
Tulliani. Ora: se davvero le due società offshore sono
di Tulliani, la Procura di Roma, che sulla questione ha
aperto un fascicolo per truffa, potrebbe arrivare a
indagare il cognato di Fini.
Questo probabilmente già basta e avanza a rovinare
l'umore del presidente della Camera. Che però deve
fronteggiare da ieri sera una nuova emergenza. Le
dimissioni del tesoriere di An. «Era inevitabile»
sintetizza quando sono le undici di sera il presidente
del gruppo pdl al Senato Maurizio Gasparri.
«Inevitabile» che il senatore di Futuro e libertà,
Francesco Pontone, si dimettesse, appunto, da tesoriere
del patrimonio di Alleanza Nazionale.
L'ha fatto durante la riunione dei comitati di gestione
e dei garanti che si occupano dell'intera eredità di An.
E con lui si è dimesso Giovanni Catanzaro, uno dei due
vicepresidenti (non finiano) che hanno affiancato finora
Pontone. Dimissioni per adesso virtuali: perché la
serata si è chiusa con un nulla di fatto. Nessuno dei
due si può considerare fuori gioco, tutto è rinviato
alla discussione della prossima volta. Era la prima
riunione dopo lo scandalo della casa di Montecarlo per
il quale la Procura romana ha sentito nei giorni scorsi
un primo gruppo di testimoni.
Fra loro proprio Pontone. I 300 mila euro incassati per
la vendita, ha spiegato il senatore, erano la sola
offerta ricevuta fino a quel momento, nel 2008. Mentre
l'ex parlamentare di An, Antonino Caruso,a veva di
chiaratoin un'intervista (salvo poi non confermarlo in
Procura) che c'era stata un'altra offerta, di gran lunga
superiore. Gasparri ha commentato l'addio di Pontone
come fosse già accettato: «Ci auguriamo che ci aiuti a
gestire con chiarezza una fase molto delicata».
3-
FINI SI DIMETTA
Franco Bechis per Libero - fbechis.blogspot.com
Gianfranco Fini ha regalato un milione - un milione e
mezzo di euro a suo cognato, Giancarlo Tulliani,
sottraendolo alle casse del partito che guidava,
Alleanza Nazionale. E' stato Tulliani ad acquistare la
celebre casa di Montecarlo con la Printemps Ltd l'11
luglio 2008 ed è stato lui a rivendersela alla Tulliani
immobiliare (Timara Ltd) al solo scopo di confondere le
tracce sulla proprietà. Dalla vendita di quella casa
Alleanza Nazionale ha ricevuto 300 mila euro, una cifra
con cui a Montecarlo non si poteva acquistare nemmeno un
box auto o una cantina.
Prima della vendita c'era stata un'offerta superiore al
milione di euro. Oggi con la stessa metratura nella
stessa via vengono venduti appartamenti al prezzo di
2,5-3 milioni di euro. E' chiaro il danno inferto al
partito politico e l'ingente vantaggio finanziario
consentito al cognato di Fini, che può rivendersi
l'immobile ai valori veri di mercato.
Ora che il ministro della giustizia dell'isola di Santa
Lucia, ai Caraibi, ha certificato la proprietà di
Printemps e Timara in una lettera riservata al suo primo
ministro, di cui è venuta in possesso la stampa locale,
la verità è venuta alla luce: quella casa è passata
dalla famiglia politica alla famiglia personale di Fini.
Non c'è più bisogno nemmeno di fare perdere tempo e
soldi ai magistrati italiani che oltretutto non
sarebbero stati in grado di venire a capo di nulla,
vista la raffinatezza dell'operazione compiuta in un
paradiso fiscale. Sembra grottesca alla luce di questo
documento ufficiale del governo di Santa Lucia quella
risposta che Fini stesso diede poche settimane fa ad
Enrico Mentana che lo intervistava per il Tg di La7:
"Non ho nulla da temere perchè non ho nulla da
nascondere. Rideremo quando sarà fatta chiarezza dalla
magistratura, basta aspettare qualche settimana, qualche
mese".
Non è stato necessario tanto tempo, per fortuna. E
guardando quella lettera c'è davvero da ridere. Ma non è
il presidente della Camera a poterlo fare. Dovremmo
ridere noi chiamati "infami", appellativo che come
ricordava giustamente Marco Travaglio, fa parte del
gergo usato dai mafiosi per attaccare chi sceglie la
verità e lo Stato e non loro. Ma non c'è molto da
ridere, perché la questione è assai seria e grave.
Quel documento pubblicato dalla stampa caraibica, che
certifica la vendita a Tulliani della casa di
Montecarlo, dimostra che Fini ha mentito sia davanti al
suo partito che di fronte all'opinione pubblica. E' un
peccato grave per un uomo politico, in grado da solo di
rovinare carriere in molti paesi del mondo. E' un
peccato più grave se commesso dalla terza carica
istituzionale del paese, oltretutto con minacce gravi e
a questo punto del tutto ingiustificate alla libertà di
espressione e di stampa in Italia.
Dopo questa clamorosa bugia svelata dal governo di Santa
Lucia, non è più problema di una parte politica la
permanenza o meno di Fini alla presidenza della Camera.
E' un problema di tutto il paese, che non può più essere
da lui rappresentato a una così alta carica
istituzionale. Il resto ha diritto a chiederlo, anche
con azioni giudiziarie, chi ha militato in Alleanza
Nazionale anche a prezzo di grandi sacrifici: la
restituzione di quella casa. Allo stesso prezzo a cui è
stata venduta la prima volta. 22-09-2010]
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TULLIANI FANTASMA: I REPORTER DI “LIBERO” INSEGUONO IL
“COGNATO DEI COGNATI” E SCOPRONO CHE LA MERCEDES SU CUI
GIRA PER ROMA NON ESISTE NEI REGISTRI DEL PRA - TUTTI
GLI AUTOVEICOLI, ANCHE QUELLI DEI SERVIZI SEGRETI,
DEVONO ESSERE REGISTRATI - FORSE È UN ERRORE TECNICO, MA
È CERTO CHE CHIUNQUE PROVI AD AVVICINARSI A GIANCARLO
TULLIANI PER CERCARE CHIARIMENTI, TROVA UN MURO…
Roberta Catania per "Libero"
Una settimana di verifiche, eppure non c'è stato modo di
risalire all'intestatario della macchina sulla quale il
13 settembre scorso abbiamo «intercettato» Giancarlo
Tulliani. L'inseguimento era scattato a Roma, partendo
da via Giuseppe Mazzini 114/a, il palazzo dove (alle
14.22) abbiamo visto il fratellino di Elisabetta uscire
da una riunione con il proprio commercialista. Da lì lo
abbiamo seguito, svoltando per viale Angelico e
attraversando tutto il quartiere Prati.
Nel traffico, ad ogni semaforo rosso, con educazione
abbiamo insistito per avere «anche una piccola
spiegazione» del pasticcio di Montecarlo. Eppure niente,
per tutto il tragitto Giancarlo ha mantenuto lo sguardo
dritto davanti a sé e ignorato la "presenza" che per
mezz'ora lo ha affiancato. Di più, l'unica reazione del
"cognato" di Gianfranco Fini è stata di alzare le tende
a rete dei finestrini posteriori e rendere ancora meno
visibile l'abitacolo dell'automobile (già protetto dai
vetri oscurati).
Ebbene, visto che l'autista non si fermava e la guardia
del corpo continuava a fare gesti eloquenti per
invitarci ad andare via, in quel momento sembrava che ci
fosse un'unica soluzione: telefonare in redazione e
dettare il numero di targa della macchina che ci stava
sfuggendo. La speranza era chiaramente quella di
risalire al proprietario e, di conseguenza, al
conducente della berlina con il contrassegno NCC. Magari
l'uomo, senza il cliente davanti, più tardi avrebbe
parlato.
Oppure, ipotesi fin troppo rosea, avrebbe potuto perfino
indicarci dove aveva accompagnato il locatario di
boulevard Princesse Charlotte, così da permetterci di
insistere ancora una volta con il diretto interessato
per avere una spiegazione dello strano passaggio
immobiliare. Il "sogno" di poter incrociare nuovamente
Giancarlo, però, è svanito quasi subito. I giornalisti
hanno accesso alla banca dati del Pra (pubblico registro
automobilistico) perciò in redazione è stata fatta una
verifica in tempo reale.
L'esito ha lasciato tutti di stucco: quella targa non
risulta nella banca dati. In poche parole, quella targa
non esiste. La fretta e l'agitazione avrebbero potuto
averci indotto in errore, perciò, per scongiurare
equivoci, abbiamo deciso di scattare una foto. Per
immortalare la berlina a bordo della quale Tulliani ci
stava scappando e lavorare sugli indizi in un momento
meno concitato. Momento arrivato quasi subito perché,
sbucato a piazza Irnerio, com'era chiaro che facesse, il
bolide nero ha imboccato l'autostrada e seminato lo
scooter.
Mandando in questo modo all'aria la possibilità di avere
una risposta ai dubbi che gravitano attorno
all'appartamento svenduto da An e finito in uso al
fratello della compagna di colui che all'epoca era al
vertice del partito e oggi presiede la Camera dei
deputati. Ebbene, seduti alla scrivania con la foto in
mano e l'archivio del Pra a disposizione, si è aperto un
altro giallo: la macchina non esiste.
Inutile riprovare, inutile anche far tentare alle forze
dell'ordine (nel dubbio che fosse una targa protetta da
una particolare privacy), il terminale dà sempre lo
stesso responso: «L'iscrizione al Pra non risulta». Però
non è possibile: qualunque veicolo circoli in strada
deve rispondere a qualcuno (anche penalmente, per
esempio in caso di incidente). Invece quelle cifre non
portano a nulla e l'unica ragione che ci siamo dati è
che l'oblio di cui gode Tulliani sia frutto di un errore
tecnico.
Perché neanche un agente dei Servizi segreti "sotto
copertura" può viaggiare su un'«auto fantasma». Nel caso
di uno 007, ad esempio, il Pra risponderà alla richiesta
di accertamenti rimandando a una società di noleggio
auto. Nei registri di questa, il riferimento sarà la
presidenza del Consiglio e poi, se ce ne fosse la
necessità, attraverso i canali interni si risalirebbe a
chi guidava quella particolare auto in quella certa ora.
21-09-2010]
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1-
DA SANTO DOMINGO, SECONDA PATRIA DI GAUCCI, PARTE UN
SILURO PER FINI E I TULLIANOS - 2- IL QUOTIDIANO “LISTIN
DIARIO” (IL PIÙ ANTICO DEL PAESE) SCRIVE: "UN DOCUMENTO
UFFICIALE DELL’AMMINISTRAZIONE DELLA REPUBBLICA DI SANTA
LUCIA, NEI CARAIBI, DIMOSTRA CHE GIANCARLO TULLIANI È IL
TITOLARE DELLA PRINTEMPS LTD E DI TIMARA LTD, UNA
NOTIZIA CHE PER LA STAMPA ITALIANA ED EUROPEA PUÒ
RIVELARSI UNO SCOOP MONDIALE” - 3- DUE DOMANDINE SORGONO
SPONTANEE: IL QUOTIDIANO DOMINICANO È IN GRADO DI
FORNIRE LA DOCUMENTAZIONE DI CIò CHE AFFERMA? E PERCHÉ
MAI UN GIORNALE DI SANTO DOMINGO, SOLO SOLETTO, PUBBLICA
LA NOTIZIA CHIAVE DELLA VICENDA? AH, SAPERLO…
DAGOREPORT
Guarda caso (e il caos) arriva da Santo Domingo, seconda
patria di Lucianone Gaucci, un'altra mazzata alla
strategia di difesa di Fini e dei Tullianos sul caso
dell'appartamento monegasco abitato dal fratello della
compagna del presidente della Camera.
L'articolo del quotidiano dominicano "Listin Diario" (il
più antico quotidiano del paese), ricapitolando per i
propri lettori la querelle sulla famiglia allargata del
presidente della Camera che gli italiani ben conoscono,
a metà articolo, in poche righe, spara la bomba:
"Un documento oficial del gobierno de la República de
Santa Lucía, en el Caribe, señala que Giancarlo Tulliani
es el titular de la Printemps Ltd y la Timara Ltd, del
cual la prensa italiana y de otros puntos de Europa
indican que se trata de un ‘scoop' mundial."
Vale a dire: "Un documento ufficiale
dell'amministrazione della Repubblica di Santa Lucia,
nei Caraibi, dimostra che Giancarlo Tulliani è il
titolare della Printemps Ltd e della Timara Ltd (le due
società off-shore che hanno comprato l'appartamento,
ndr), una notizia che per la stampa italiana ed europea
può rivelarsi uno scoop mondiale"...
Ora due domandine sorgono spontanee: il quotidiano è in
grado di fornire la documentazione? E perché mai un
giornale di Santo Domingo, solo soletto, pubblica la
notizia chiave della vicenda? Ah, saperlo...
L'articolo è visionabile a questo link:
http://listindiario.com/las-mundiales/2010/9/20/159637/Nuevo-escandalo-con-ministro-Fini21-09-2010]
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LA
ROGATORIA "SALVA TULLIANI" - con gran fatica è
finalmente arrivata in procura a Roma una parte dei
documenti, richiesti senza eccessi d’entusiasmo dagli
inquirenti capitolini alle autorità monegasche - LA
DOCUMENTAZIONE PERÒ È "INCOMPLETA": NON SI RIESCE A
VALUTARE L’IMMOBILE - MA IL COGNATO DI FINI È ANCHE IL
PROPRIETARIO? Due fiduciarie off-shore «coperte», il cui
proprietario resta misterioso, ma a loro volta
controllate da altre fiduciarie
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "il
Giornale"
Era ora, carta canta. Fra stecche rogatoriali e
stonature procedurali, con gran fatica è finalmente
arrivata in procura a Roma una parte dei documenti,
richiesti senza eccessi d'entusiasmo dagli inquirenti
capitolini alle autorità monegasche, che dovrebbero
aiutare a fare luce sugli eventuali illeciti commessi
nella compravendita della famosa casa di Montecarlo.
Quella lasciata in eredità ad An da Anna Maria Colleoni,
svenduta a una fiduciaria off-shore, da questa ceduta a
una gemella e, a oggi, ancora abitata dal cognato del
presidente della Camera, Giancarlo Tulliani.
LA
ROGATORIA «SALVA TULLIANI»
- Il plico giunto dal Principato di Monaco conta una
sessantina di pagine in tutto - in grandissima parte si
tratta di materiale già scovato e pubblicato in
cinquanta giorni dal Giornale - che dunque diventano ora
ufficialmente materia di indagine per quei pubblici
ministeri della Capitale sempre più restii a convocare
colui che sembra invece ricoprire un ruolo chiave
nell'operazione immobiliare fra Roma, i Caraibi e
Montecarlo: Giancarlo Tulliani, fratello della compagna
di Gianfranco Fini, Elisabetta.
Testimone preziosissimo, perché fu lui a segnalare al
«cognato» l'interesse per l'immobile monegasco da parte
di una società che poi effettivamente acquistò, a un
quinto del valore di mercato, l'appartamento da An, e
perché alla fine della strana, doppia compravendita tra
il partito di via della Scrofa e le società off-shore
gemelle fu, casualmente, sempre lui a ritrovarsi come
inquilino nel medesimo immobile.
A
Roma gli atti ricevuti ieri sono stati definiti
«incompleti». Ma a quanto negli ultimi giorni facevano
sapere nel Principato, a essere carente e vaga sarebbe
stata la rogatoria inviata all'estero dalle toghe
romane, inoltrata quando buona parte degli atti e delle
testimonianze raccolte dal Giornale non erano ancora
state pubblicate, ampliando i confini di un affaire
politico-immobiliare che sempre più imbarazza Fini e i
suoi familiari.
Per questo motivo il procuratore capo, Giovanni Ferrara,
ha inviato a Montecarlo un supplemento di rogatoria,
chiedendo carte che possano meglio inquadrare il reale
valore dell'immobile, oltre agli accertamenti fiscali
collegati alla dichiarazione di successione sul
testamento della contessa Colleoni che donò il suo
appartamento ad An.
Il
valore dato all'appartamento di Boulevard Princesse
Charlotte, a Montecarlo, in sede di successione e poi
nei diversi passaggi di proprietà. Addirittura il
carteggio riservatissimo è stato inviato, per rogatoria,
all'indirizzo sbagliato: a piazza Cavour, presso la
Cassazione, anziché a piazzale Clodio, sede della
procura della Repubblica.
MA
IL COGNATO DI FINI È ANCHE IL PROPRIETARIO?
-
Ma cosa contiene il plico monegasco che da oggi dà un
po' di spessore al fascicolo d'indagine, tenendo
compagnia ai verbali del tesoriere e dell'amministratore
di An, Francesco Pontone e Donato Lamorte, del senatore
ex An Antonino Caruso e della segretaria di Fini, Rita
Marino? Tra le altre carte, c'è anche il documento del
contratto di affitto tra Timara e Tulliani, pubblicato
nei giorni scorsi dal Giornale, quello in cui le firme
di locatario e affittuario sono identiche.
La
procura lo ha definito «nota di trascrizione sul
pubblico registro del contratto», ma in realtà è
qualcosa di più: un «avenant», ossia un accordo che
modifica un elemento del contratto di locazione
originario. È l'atto ufficiale a disposizione delle
preposte sedi monegasche (Ufficio del registro, il
comando di polizia della Sûreté Publique, l'associazione
delle agenzie immobiliari).
Detto questo, in Procura è arrivato anche il contratto
iniziale al quale l'avenant fa riferimento. E anche se
ovviamente non c'è stato il tempo per procedere con
perizie calligrafiche, sulla prima scrittura le firme
dei contraenti (che dovrebbero essere Tulliani e la
Timara) sarebbero diverse. Sarà necessario capire il
motivo di questa vistosa discrepanza tra i due
documenti, ma d'altra parte gli elementi di «confusione»
tra affittuario e locatario, in questa storia, sono
molteplici.
C'è anche la bolletta della luce, intestata a Tulliani,
pagata da Tulliani ma domiciliata a casa di James
Walfenzao, l'intermediario e consulente fiscale che
ricopriva incarichi di rappresentanza nelle fiduciarie
che controllavano le due off-shore, Printemps e Timara.
UTENZE E DOMICILI OVVIAMENTE OFF SHORE -
E c'è la richiesta di pagamento di spese condominiali
spedita dal Syndic Michel Dotta a casa Tulliani, ma
intestata curiosamente «Timara ltd-(Mr Tulliani)».
Comunque, se le firme sul contratto primigenio ora in
possesso dei pm romani sono leggibili, sarà molto
interessante sapere chi firma l'atto per conto della
Timara.
Le
altre carte giunte oggi in procura i lettori del
Giornale le conoscono bene. Si tratta degli atti di
compravendita dell'appartamento tra An e Printemps prima
(l'11 luglio del 2008) e Printemps e Timara poi (15
ottobre dello stesso anno). Accompagnate da allegati,
certificati, procure. Carte che raccontano il doppio
rimbalzo della casa della contessa Colleoni dal partito
a cui la donna l'aveva donata alla fiduciaria che l'ha
affittata al «cognato» di Fini.
Sul primo di quei contratti c'è scritto nero su bianco
il prezzo di vendita della casa: 300mila euro. Il
dettaglio che finora più ha appassionato la procura di
Roma. E, in fondo, l'elemento più sconcertante
dell'intera storia, visto che l'immobile che avrebbe
dovuto e potuto finanziare la «buona battaglia» con un
considerevole afflusso di denaro nelle casse del partito
è stato invece ceduto a un quinto almeno del suo valore
di mercato.
UN'ALTRA COINCIDENZA SULL'ENNESIMA SOCIETÀ
- E se gli investigatori si dovessero appassionare anche
ai risvolti fiscali della vicenda, quei due contratti
spiegano molto bene quanto il sistema di società sia
stato architettato per non far risalire al reale
acquirente della casa.
Due fiduciarie off-shore «coperte», il cui proprietario
resta misterioso, ma a loro volta controllate da altre
fiduciarie. Un gioco che lo specialista Tony Izelaar ha
spiegato qualche giorno fa a un cronista di Libero
accennando a una società utilizzata come «azionista
visibile», parlando di Janum. Probabilmente il
riferimento è alla Janom Partners ltd, ossia a una delle
altre due fiduciarie che appaiono nei contratti (l'altra
è la Jaman Directors).
In
pratica Walfenzao e Izelaar controllavano Printemps e
Timara in qualità di "ad" di Janom e Jaman. Scatole
vuote, ma «trasparenti». Il cui nome può essere speso
con le autorità straniere, italiane per esempio, che
potrebbero voler chiedere chi c'è dietro alla offshore
che ha fatto affari col partito di Fini. E allora, come
dice candidamente Izelaar, «noi indichiamo Janum o
qualche altra società, non il vero cliente». Già, chi è
il vero cliente?
21-09-2010]
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1-
ALTISSIMO, MASCELLA QUADRATA, AURICOLARE ALL’ORECCHIO E
TRA LE MANI LA BODY-GUARD STRINGEVA UNA STRANA
VALIGETTA, NERA E RETTANGOLARE. IL PRESIDENTE DELLA
CAMERA COME IL PRESIDENTE USA OBAMA, PRONTO MAGARI A
SPINGERE IL PULSANTE DELL’ARMA FINE DEL MONDO? NO,
SEMMAI, COME BERLUSCONI, PERCHÈ QUELLA VALIGIA CONTENEVA
UN GRANDE SCUDO ANTI PROIETTILE, UNA SPECIE DI COPERTINA
BLINDATA CHE, ALL’OCCORRENZA, VIENE STESA SOPRA LA
PERSONALITÀ DA PROTEGGERE - 2- NON FINISCE QUI: NON PIÙ
UNA SOLA MACCHINA DI SCORTA, MA DUE, E DUE ”GIRI” DI
PROTEZIONE DA PARTE DEGLI ADDETTI ALLA SCORTA, CHE, AD
OGNI USCITA, LO STRINGONO IN UN DOPPIO CERCHIO DI
SICUREZZA. SEMPLICE CAUTELA PER EVITARE POSSIBILI
CONTESTAZIONI CHE UN CERTO MONDO DELL’ESTREMA DESTRA
ANNUNCIA CON MANIFESTI ROBOANTI CHE TAPPEZZANO ROMA? O
INVECE NOTIZIE POCO RASSICURANTI CHE POTREBBERO
RIGUARDARE TUTTE LE ALTE CARICHE DELLO STATO?
Claudia Terracina per "Il Messaggero"
Altissimo, mascella quadrata, sguardo di ghiaccio,
vestito grigio, camicia bianca, auricolare all'orecchio.
L'uomo è, con tutta evidenza, una guardia del corpo. In
particolare, l'"angelo custode" del presidente della
Camera, Gianfranco Fini, che ha debuttato al suo fianco
il 5 settembre scorso, alla festa di Futuro e libertà di
Mirabello, nella "bassa" che circonda Ferrara.
L'uomo è stato notato impassibile sul palco, a un passo
da Fini e gli è stato accanto per tutta la durata di
quello che viene ritenuto il discorso più importante
della sua nuova fase politica perchè, tra le mani,
enormi, stringeva una strana valigetta, nera e
rettangolare.
Fatto che, ovviamente, ha suscitato una smodata
curiosità e una serie di battute. La più scontata delle
quali era che «Fini avesse ormai in dotazione l'arma
nucleare per far deflagrare il Pdl». Il presidente della
Camera come il presidente Usa Obama, pronto magari a
spingere il pulsante dell'arma fine del mondo? No,
semmai, come Berlusconi, perchè quella valigia conteneva
un grande scudo anti proiettile, una specie di copertina
blindata che, all'occorrenza, viene stesa sopra la
personalità da proteggere.
La
modalità non è nuova. Il mega scudo infatti viene
portato spesso in occasioni pubbliche alle quali
intervengono le alte cariche della Repubblica, quando
sono segnalati "movimenti sospetti". E a Mirabello, a
parte le contestazioni a suon di "vuvuzelas" da parte di
berluscones zelanti, stroncate alla vigilia grazie alla
sollecita denuncia di Italo Bocchino, l'atmosfera non
era proprio rilassatissima.
E
rilassata non è ancora. Tanto che la protezione del
presidente della Camera, al suo ritorno nella scena
politica, dopo l'estate blindata in quel di Ansedonia,
cercando rifugio dagli attacchi giornalistici a base di
"gossip" sulla casa di Montecarlo e dagli assalti dei
cronisti a caccia di una dichiarazione sua e della sua
compagna, Elisabetta Tulliani, è stata raddoppiata. Non
più una sola macchina di scorta, ma due, e due "giri" di
protezione da parte degli addetti alla scorta, che, ad
ogni uscita esterna,lo stringono in un doppio cerchio di
sicurezza.
Semplice cautela per evitare possibili contestazioni che
un certo mondo dell'estrema destra annuncia con
manifesti roboanti che tappezzano Roma? O invece notizie
poco rassicuranti che potrebbero riguardare tutte le
alte cariche dello Stato? Difficile, come è ovvio,
avanzare ipotesi certe.
Fini, da parte sua, ha accettato la protezione
rafforzata di buon grado, anche se, oltre alla sua vita
pubblica, tiene molto al privato. Infatti, non rinuncia
alla passeggiata mattutina nel suo quartiere, alla
periferia Nord della Capitale, nè ai giri in bicicletta
a Villa Borghese.
Che intende continuare il più possibile, «anche perchè-
assicurano i suoi- ad ogni uscita viene avvicinato da
gente che lo incoraggia ad andare avanti per la sua
strada. Di contestazioni, più o meno pesanti, invece non
c'è traccia».
Sabato Fini sarà a Pollica, nel Cilento, per ricordare
il sindaco Vassallo, ucciso due settimane fa dalla
camorra, insieme a un altro super-scortato, Roberto
Saviano, e a Walter Veltroni. Il segnale, appunto, che
non intende cambiare stile di vita.
20-09-2010]
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CASINI FINI NEWS! TUTTE LE STRADE DI MONTECARLO PORTANO
A “ELISABETTO” TULLIANI - 1- “SOCIÉTÉ TIMARA LTD (MR
TULLIANI)”. FA UNA CERTA IMPRESSIONE LEGGERE
L’INTESTAZIONE DELLA LETTERA CHE MICHEL DOTTA,
L’AMMINISTRATORE DEL CONDOMINIO DEL PALAIS MILTON - 2-
MA LE ANOMALIE E LE STRANEZZE SOSPETTE NON FINISCONO
QUI. C’È ANCHE LA STRANA STORIA DELLE BOLLETTE DI CASA
TULLIANI A MONTECARLO, CHE IL “COGNATO” DI FINI HA
DOMICILIATO, CHISSÀ PERCHÉ, A CASA D’ALTRI. E
PRECISAMENTE ALL’INDIRIZZO DOVE ABITA JAMES WALFENZAO,
CHE DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE È AMMINISTRATORE DI
ENTRAMBE LE SOCIETÀ OFFSHORE, SIA PRINTEMPS (CHE COMPRÒ
DA AN) CHE TIMARA (CHE ACQUISTO DALLA GEMELLA E POI
AFFITTÒ A TULLIANI) - 3- DOMANI, IL MOMENTO DELLA
VERITÀ: A ROMA I DOCUMENTI SULLA CASA DI MONTECARLO - 4-
DOMANI IL SENATORE PONTONE, IL TESORIERE SU CUI
GIAN-MENEFREGO FINI HA SCARICATO LA VENDITA DELLA CASA,
SI DIMETTE. ATTESA PER L’ANNUNCIATO SCONTRO TRA LUI E
L’EX PARLAMENTARE DI AN ANTONINO CARUSO, CHE HA PARLATO
DI UNA PRECEDENTE MOLTO PIÙ ALTA OFFERTA PER ACQUISTARE
L’ALLOGGIO DI MONTECARLO
1-
DOMANI, IL MOMENTO DELLA VERITÀ: A ROMA I DOCUMENTI
SULLA CASA DI MONTECARLO - PONTONE, IL TESORIERE SU CUI
FINI HA SCARICATO LA VENDITA DELLA CASA, SI DIMETTE.
ATTESA PER L'ANNUNCIATO SCONTRO TRA LUI E L'EX
PARLAMENTARE DI AN ANTONINO CARUSO, CHE HA PARLATO DI
UNA PRECEDENTE MOLTO PIÙ ALTA OFFERTA PER ACQUISTARE
L'ALLOGGIO
Flavio Haver per il
Corriere della Sera
Domani sarà il momento della verità per l'inchiesta
sulla casa di Montecarlo venduta dall'associazione An a
una società off shore del paradiso fiscale di Santa
Lucia e poi affittata a Giancarlo Tulliani, fratello
della compagna del presidente della Camera Gianfranco
Fini. Al Palazzo di giustizia della Capitale arriveranno
i documenti richiesti alle autorità monegasche sulla
complessa operazione che ha portato alla cessione per
300 mila euro dell'appartamento di una settantina di
metri quadrati nella centrale boulevard Princesse
Charlotte 14.
Martedì si riunirà invece il Comitato dei Garanti
dell'associazione An per discutere di una serie di
questioni aperte sul patrimonio del partito confluito
nel Pdl. Secondo alcune voci si potrebbe dimettere il
senatore Francesco Pontone (il tesoriere che aveva
ricevuto da Fini la delega a vendere l'abitazione) e c'è
attesa per l'annunciato scontro tra lui e l'ex
parlamentare di An Antonino Caruso, che ha parlato di
una precedente molto più alta offerta per acquistare
l'alloggio. Offerta sempre negata da Pontone.
2-
UN'ALTRA CARTA LEGA I PARADISI FISCALI A TULLIANI
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per
Il Giornale
«Société Timara Ltd (Mr Tulliani)». Fa una certa
impressione leggere l'intestazione della lettera
riservata che Michel Dotta, l'amministratore del
condominio del Palais Milton, quello dove vive il
fratello della compagna di Fini, invia
all'inquilino-cognato del presidente della Camera per
chiedere di saldare spese condominiali arretrate.
Il
syndic Dotta, personaggio di elevatissima caratura nel
Principato in quanto amministratore di centinaia di
condomìni, oltre che presidente della camera immobiliare
monegasca, e dunque a conoscenza dei segreti del mattone
dei residenti col conto in banca a sei o nove zeri,
anziché fare riferimento al fratello di Elisabetta lo
mette fra parentesi, rivolgendosi nero su bianco alla
società off shore proprietaria della casa donata ad An
dalla contessa Anna Maria Colleoni. Timara e Tulliani,
come fossero sinonimi.
C'È POSTA PER TE
Per non sbagliare Dotta li mette entrambi, uno al fianco
dell'altro, sull'intestazione del sollecito di
pagamento. Meno di duemila euro: per la Timara è più del
doppio del suo capitale sociale (che ammonta a mille
dollari), per Tulliani sono bruscolini, visto che il
giovanotto gira in Ferrari e vive a Montecarlo grazie
all'attestato di autosufficienza economica che gli è
stato dato a fronte di un versamento in banca che di
solito non è mai inferiore a 300mila euro. Ossia il
valore della casa di boulevard Princesse Charlotte,
svenduta da An alla fiduciaria offshore Printemps per
300mila euro, e da Printemps alla gemella Timara per un
dieci per cento in più.
La
comunicazione dell'amministratore è solo l'ultima
briciola di pane di un sentiero che per Pollicino
Tulliani non è affatto sicuro. Gli indizi, infatti,
sembrano portare alla conclusione che Tulliani sia tutto
tranne che uno sconosciuto per la Timara, sempre che il
«cognato» di Fini non si identifichi del tutto con la
società caraibica.
Ieri Il Giornale ha rivelato che sul contratto di
affitto tra la proprietaria di casa Timara e
l'affittuario Tulliani c'è una sorprendente anomalia: le
firme del rappresentante della società e quella di
Giancarlo, ossia delle controparti, sono identiche: la
stessa persona ha apposto la propria sigla sotto le
diciture "le preneur" e "le bailleur", annotando per due
volte a mano, con identica grafia, "Lu et approuvé"
(letto e approvato).
Timara e Tulliani sono dunque la stessa cosa? Alla
domanda posta dal Giornale, che si è anche sforzato di
immaginare ipotesi alternative su quelle firme gemelle,
nessuno ha replicato. Non Tulliani, non i suoi avvocati,
non la Timara, nemmeno un terzo, ipotetico autore delle
firme sul contratto. Silenzio assenso?
INQUILINO NOTO MA SCONOSCIUTO
Prima l'affitto con giallo, poi il sollecito a
Timara/Tulliani di Dotta. Che alla fine di luglio,
intervistato dal Giornale, sostenne di non sapere chi
fossero Tulliani, Timara, Printemps e compagni. «La
Timara non mi dice niente, non la conosco, mai sentita
prima», aveva spiegato: «Sono il presidente delle
agenzie immobiliari qui a Monaco e questa Dimara, Timara
o come si chiama, è la prima volta che la sento. Non
conosco Giancarlo Tulliani, non è un nostro inquilino e
noi di inquilini ne abbiamo a centinaia. Conosco invece
Luciano Garzelli». Che poi è l'uomo che al Giornale ha
raccontato che mobili e cucina per quell'appartamento
arrivarono dall'Italia, e che a dire la propria
sull'andamento dei lavori, curati dal figlio, Stefano,
oltre a Giancarlo Tulliani, c'era anche la sorella
Elisabetta.
Ma
le anomalie e le stranezze sospette emerse solo negli
ultimi giorni non finiscono qui. C'è anche la strana
storia delle bollette di casa Tulliani a Montecarlo, che
il «cognato» di Fini ha domiciliato, chissà perché, a
casa d'altri. E precisamente all'indirizzo dove abita
James Walfenzao, che direttamente o indirettamente è
amministratore di entrambe le società offshore, sia
Printemps (che comprò da An) che Timara (che acquisto
dalla gemella e poi affittò a Tulliani). Perché mai le
utenze di Tulliani finiscono nella cassetta delle
lettere di Walfenzao, che è un intermediario finanziario
del gruppo Corpag, la cui branca di Saint Lucia è,
guarda caso, proprio lo studio in cui hanno sede legale
Printemps e Timara?
Perché Tulliani, che avrebbe convinto Fini a vendere
all'acquirente da lui stesso individuato, se non ha
niente da nascondere, non chiarisce? Non c'è mica lui
dietro al sistema di fiduciarie che coprono il nome del
reale proprietario?
TUTTO PORTA A GIANCARLO
Certo, ormai avrebbe difficoltà a negare di conoscere, e
bene, la struttura di quelle fiduciarie. Alla prima, la
Printemps, ha permesso di concludere un grande affare,
assicurandole un appartamento nel principato di Monaco
per soli 300mila euro. Dalla seconda ha ottenuto in
affitto la stessa casa. Come intermediatore immobiliare
non sarà molto attivo, ma un tetto per se stesso l'ha
trovato. In modo, per la verità, non proprio
trasparente. Intanto dalle nuove carte visionate ieri
dal Giornale si può completare il puzzle delle avventure
monegasche del giovin Tulliani. La data del suo arrivo
«ufficiale» nel Principato, stando alla carta di
residenza (numero 053961), è il 20 febbraio del 2009.
LE
AMNESIE DELL'AMBASCIATORE
Curiosamente, l'ambasciatore italiano a Monaco, Franco
Mistretta, nell'intervista al Giornale dello scorso 17
agosto, ricordava però di aver incontrato Tullianino la
prima volta intorno al marzo del 2009, e che in
quell'occasione il ragazzo, qualificandosi come
«cognato» di Fini, gli chiese lumi per ottenere la
residenza. Visto che la residenza ce l'aveva già (e
anche la casa in fitto, fin dal 30 gennaio del 2009, pur
se i lavori andranno avanti fino al 2010), forse i
ricordi della Feluca andrebbero un po' retrodatati.
Tulliani rinnova il permesso il 21 gennaio 2010. Tornerà
a farlo il 19 febbraio dell'anno prossimo. Sempre che
nel frattempo non cambi idea. Lui, o le autorità
monegasche responsabili delle concessioni di residenza.
19-09-2010]
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1-
FELTRI E BELPIETRO SPARANO IL CONTRATTO DI AFFITTO DELLA
CASA DI MONTECARLO SORPRESONA(?): LE FIRME DEL LOCATORE
(LA SOCIETÀ OFF SHORE TIMARA) E DEL LOCATARIO SONO
IDENTICHE. NON È CHE ’ELISABETTO’ TULLIANI E TIMARA SONO
LA STESSA COSA? - (UN CONSIGLIO A FINI: MEGLIO UNA FINE
SPAVENTOSA CHE UNO SPAVENTO SENZA FINE) - 2- COME HA
PORTATO 300 MILA EURO A MONTECARLO DA VINCOLARE IN UNA
BANCA PER AVERE LA RESIDENZA IL "COGNATO" DI FINI? HA
REGOLARMENTE DICHIARATO AL FISCO L’ESPORTAZIONE DELLA
CONSISTENTE SOMMA, ALLA QUALE VANNO AGGIUNTI I 200MILA
EURO NECESSARI A COMPRARSI LA ORMAI CELEBRE FERRARI CON
TARGA MONEGASCA? IL DUBBIO POTREBBE TOGLIERSELO LA
PROCURA DI ROMA CHE PERÒ GIÀ PENSA ALL’ARCHIVIAZIONE -
3- SULL’ALTRA STAMPA, SILENZIO DI TOMBA: NON POSSIAMO
IMMAGINARE COSA AVREBBERO SCRITTO I D’AVANZO E LE
SARZANINI SE FINI FOSSE ANCORA AL FIANCO DI BERLUSCONI -
Prima le società offshore con stessa sede nello stesso
paradiso fiscale e allo stesso indirizzo. Ora spunta
un'altra coppia di gemelle, ma stavolta il giallo
riguarda due firme. E il dubbio è il più pesante: non è
che Tulliani e Timara sono la stessa cosa? Le sigle
uguali sono infatti quelle di proprietario e locatario
sul contratto d'affitto della casa monegasca, depositato
all'Ufficio del Registro del Principato.
Non sembra solo l'ennesima, inquietante, coincidenza.
Giancarlo Tulliani, uomo cardine dell' affaire di
Montecarlo, secondo i magistrati romani non è degno di
un appuntamento in procura nemmeno alla luce delle
clamorose rivelazioni del Giornale sulla svendita
dell'appartamento al 14 di boulevard Princesse
Charlotte. Chissà che oggi i pm non cambino idea.
Vediamo perché.
IL
MONOPOLI DEI TULLIANOS
L'immobile in questione è quello donato dalla contessa
Anna Maria Colleoni al partito nel 1999, poi ceduto per
un quinto del valore a una società off-shore con sede ai
Caraibi (Printemps Ltd), da questa venduto a una società
gemella (Timara Ltd) e, infine, abitato dallo stesso
«cognato» di Fini, Tul¬liani appunto, che aveva aperto
ilgiro di valzer caldeg¬gia¬ndo la vendita
dell'appartamento al presidente della Camera, al quale
(è lo stesso Fini a dirlo) segnalò che c'era un
acquirente interes¬sato alla casa.
Ora salta fuori una quantomeno sospetta «identità di
firma» tra proprietario e affittuario. È nel contratto
d'affitto, che il Giornale è riuscito a recuperare.
L'atto, ufficiale e protocollato, è il «contratto a
canone » numero 114772, firmato a Monaco il 24 febbraio
del 2009 tra la società off-shore «Timara Ltd»,
proprietaria dell'appartamento, e «monsieur Giancarlo
Tulliani», affittuario «de nationalité italien demeurant
(residente, ndr ) a via Raffaele Conforti 52 Roma,
Italy», ed è stato re¬gistrato il 4 marzo dello stesso
anno presso l'ufficio competente del Principato di
Monaco. Oggetto, ovviamente, l'affitto della famosa casa
al civico 14 di boulevard Prin¬cesse Charlotte.
L'AUTO-LOCAZIONE
Colpo di scena in calce al foglio: le firme apposte
sotto la dicitura «le preneur» (l'af¬fittuario) e sotto
il riferimento a «le bailleur» (il locatore) sono
uguali, tali e quali. Una sola firma, illeggibile ma
identica, per due controparti. Il locatore è Tulliani,
come è scritto nel contratto e come hanno sempre
sostenuto i suoi legali, e la firma del proprietario è
la stessa: il «cognato» di Fini ricopre dunque
all'interno della Timara un ruolo tale da avere i poteri
necessari a firmare per conto della società un contratto
di locazione a se stesso?
Questo vorrebbe dire che non solo le firme so¬no uguali,
ma che Giancarlo Tulliani e la società offshore
proprietaria della casa a Montecarlo sono la stessa
cosa. E il «cognato» sarebbe, dunque, affittuario di se
stesso.
Altra possibilità è che Tulliani abbia lasciato che
l'amministratore della controparte Timara apponesse la
propria firma sia come proprietario che per conto
dell'affittuario, o che, ipote¬ decisamente remota anche
a Montecarlo, sia Tulliani che Timara abbiano dele¬gato
un terzo a concludere il contratto per loro conto, ma
«tra sé e sé». A dirla tutta, nell'atto ufficiale non
c'è traccia, nei dintorni delle firme in calce, di
diciture «per conto» di alcuno, né si fa cenno a procure
o deleghe.
Comunque la si legga, l'identità delle firme aumenta il
sospetto che il ragazzotto con la Ferrari abbia un
legame molto, molto forte con le fiduciarie Printemps e
Timara, create ad hoc a Saint Lucia nel 2008, poco prima
che An, su se¬gnalazione dello stesso Tulliani, desse
via la casa a prezzo di saldo. Le anomalie si
moltiplicano.
GIANCARLO E GLI AMICI OFF-SHORE
Perché il ruolo del fratellino di Elisabetta, solo per
la parte relativa a compravendite e affitti, è il
mistero dei misteri. Giancarlo Tulliani è in qualche
modo in contatto con Printemps: è lui a se¬gnalare a
Fini che la società intende comprare l'appar¬tamento, e
si fa, di fatto, in¬termediario per l'offerta, conclusa
con la vendita low cost dell'11 luglio 2008. Giancarlo
Tulliani è certamente in contatto con Tima¬ra, che a
ottobre del 2008 ac¬quista da Printemps, e a febbraio
del 2009 l'affitta proprio a lui con un contratto dove,
curiosamente, le fir¬me di affittuario e locatario sono
sovrapponibili.
Per non dire, come ha dimostrato il Giornale , che il
titolare dell'impresa di ristrutturazione dice di aver
fatturato i lavori alla Timara, anche se a decidere i
materiali da portare dall'Italia e cosa e come
ristrutturare sarebbero stati i Tulliani, Elisabetta e
Giancarlo.
A
rafforzare il tutto, c'è poi il legame tra il cognato di
Fini e James Wal¬fenzao. Walfenzao è dal no¬taio Paul
Louis Aureglia l'11 luglio 2008, perché in qualità di
direttore della «Jaman Directors Ltd», anche que¬sta con
sede a Castries, rap¬presenta la «Printemps Ltd». Ma è
citato anche nel rogito del 15 ottobre dello stesso
anno, quando è Printemps a vendere a Timara.
L'atto notarile della secon¬da compravendita, infatti,
spiega che la Timara è rap¬presentata da Suzi Beach, in
virtù dei poteri che le ha assegnato l'assemblea
generale di un'altra società di Saint Lucia, la «Janom
Part¬ners », rappresentata nell'occasione da Tony
Izelaar (che in quel giorno di ottobre, giusto per
semplificare le cose, è anche venditore per conto di
Printemps) e, appunto, da Walfenzao.
IL
LINK CON WALFENZAO
Quest'ultimo (che al Giornale s'è limitato a dire di non
voler parlare «degli affari dei clienti») lavora per il
gruppo «Corpag» attivo nell'offrire ai propri clienti
fiduciarie e intermediazioni. Nel network Corpag, per
capirci, c'è anche la monegasca «Jason Sam»
(specializzata nella creazione di fiduciarie a Saint
Lucia e nelle compravendite immobiliari «coperte» da
fiduciarie, come spiega il sito web della società), per
la quale lavorano gli altri protagonisti delle off-
shore dell' affaire , Tony Izelaar e Suzi Beach.
BOLLETTE E DOMICILI SOSPETTI
Ma tornando a Walfenzao, a focalizzare l'attenzione su
di lui ci sono le connessioni fortissime con Tulliani.
Il Giornale già ieri ha svelato come il suo indirizzo
monegasco (27, avenue Princesse Grace) sia stato
«prestato» a Giancarlo Tulliani per domiciliare utenze,
tra cui la bolletta della luce, essenziale per le
autorità monegasche, che la utilizzano per accerta¬re
che i residenti non siano fittizi.
L'utenza è relativa al 14 di boulevard Princesse
Charlotte, l'addebito è sul conto corrente numero 17569-
00001- 71570900001 acceso da Tulliani presso la
Compagnie Monegasque de Banque. Ma le fatture hanno un
«c/o», finiscono a casa del signore e della signora
Walfenzao. Perché? Troppe domande, alle quali chi
potrebbe e dovrebbe da¬re risposte preferisce replicare
con un ostinato silenzio.,
IL
CONTO SEGRETO E IL FISCO
Quanto al conto corrente, stando alla carta di soggiorno
a Monaco di Tulliani, que¬st'ultimo non avrebbe
indica¬to un'attività professionale in grado di
garantirgli il reddito necessario, ma avrebbe al¬legato
la garanzia bancaria che attesta il possesso di
liqui¬dità sufficiente a vivere a Montecarlo senza
lavorare. Parliamo di un deposito di al¬meno 300mila
euro ( stessa cifra necessaria a comprarsi una casa a
Montecarlo, ma solo se a vendere è An) che Tulliani non
può intaccare.
Qui la domanda è ovvia: come ha portato quella cifra a
Montecarlo il «cognato» di Fini? Ha regolarmente
dichia¬rato al fisco l'esportazione della consistente
somma, alla quale vanno aggiunti i 200mila euro
necessari a comprarsi la ormai celebre Ferrari con targa
monegasca? Il dubbio potrebbe toglierselo la procura di
Roma che però, udite udite, già pensa all'archiviazione.
[18-09-2010]
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2-
LA MAPPA DELLA CASA SMENTISCE FINI
Gian Marco Chiocci per "Il
Giornale"
Nell'affaire della casa di Montecarlo c'è questa storia
della cucina che proprio non quadra. E non per
testardaggine del Giornale bensì perché, di tanto in
tanto, c'è qualche protagonista dello scandalo che la
ritira fuori. L'ultimo della serie è il costruttore
Luciano Garzelli (a cui l'ambasciatore italiano
Mistretta si rivolse per ristrutturare l'appartamento
abitato da Giancarlo Tulliani) che ha riferito al
Giornale di aver avuto contatti con il cognato di Fini e
con Elisabetta, e che i materiali per restaurare la casa
non vennero presi nel Principato ma «li hanno portati
loro». E loro, i Tulliani, a detta di Garzelli, «hanno
portato» dall'Italia anche la «cucina, le maioliche, i
rubinetti» e quant'altro.
Se
la cucina in questione sia la stessa cucina di cui il
Giornale parlò a Ferragosto non è dato sapere. Però è
bene ragionarci su, sia per i nuovi dettagli raccolti
dal Giornale, sia per verificare se abbia un fondamento
la plateale smentita fatta all'epoca non da Fini ma dal
finiano Benedetto Della Vedova oltreché da imprecisati
«ambienti» vicini al presidente della Camera.
Un
passo indietro. A metà agosto questo quotidiano riporta
le dichiarazioni di due dipendenti del mobilificio
romano Castellucci, relative ad acquisti di moduli
d'arredamento e di una cucina per una casa all'estero,
precisamente a Montecarlo, da parte di Elisabetta
Tulliani, accompagnata in almeno una o due occasioni da
Gianfranco Fini.
Seguendo soprattutto il racconto di uno dei due
impiegati, Davide Russo, gli acquisti sarebbero stati
fatti nel 2009, quando la vendita dell'immobile da An
alla società off-shore Printemps Ltd era già avvenuta e
i lavori di ristrutturazione nel Principato erano
prossimi a iniziare. Russo in sostanza riferisce che i
Tulliani sono clienti di vecchia data dell'azienda,
almeno da quando Ely si faceva accompagnare nel
mobilificio dall'ex fidanzato Luciano Gaucci.
Secondo il dipendente fra aprile e maggio le visite
della compagna di Fini si fanno più frequenti. Ultimati
i preventivi, scelti i materiali, a suo dire l'azienda
si attiva per cercare uno spedizioniere «disposto a
curare un trasporto, delicato e riservato, a Montecarlo.
Questo perché c'era da portare su non solo i mobili da
comprare ma anche maioliche e altro. Di una paillets di
maioliche me ne occupai io personalmente», sottolinea.
(E di «maioliche» oltreché di una «cucina e altro», come
detto, parla anche il costruttore Garzelli).
A
sentire i due dipendenti «in azienda non era un segreto
di Stato, si faceva riferimento apertamente di una casa
di Tulliani a Montecarlo». Il 14 agosto il Giornale
produce copia dei carteggi riservati fra l'azienda
Scavolini e il mobilificio Castellucci inerenti
l'acquisto di una cucina marca Scenery a nome «Tulliani
04». Il dipendente Russo precisa d'aver visto Fini e la
compagna in azienda mentre seguivano preventivi e
progetti per un appartamento non italiano. «E dopo il
passaggio alla fase progettuale - aggiunge - con gli
arredatori per cucina e altri ambienti, quella
localizzazione fu confermata dall'esigenza di cercare
uno spedizioniere di fiducia». Esterno, non del
mobilificio dunque.
L'azienda Castellucci, contattata dal Giornale per una
versione ufficiale, si produce in una giustificazione
preventiva non richiesta: «L'azienda non ha fatto
consegne o spedizioni per conto di Fini a Montecarlo».
Niente spedizioni vuol dire che invece Fini o la sua
compagna hanno fatto comunque acquisti da voi? «Ci
dispiace, nulla da dire». Pressato dai giornalisti,
l'indomani il mobilificio Castellucci rilascia alle
agenzie di stampa un'apparente smentita che in realtà
smentisce poco perché non fa alcun cenno all'acquisto di
mobili/cucina bensì solo al «trasporto o al montaggio di
mobili», che come rivelato da Russo sarebbe stato
effettuato da uno spedizioniere esterno.
«La società Castellucci Maria Teresa, con esercizio in
Roma via Aurelia Km 13,400, in relazione alle notizie di
stampa apparse su alcuni quotidiani precisa di non aver
mai effettuato trasporto o montaggio di mobili
acquistati presso il proprio esercizio da Roma a
Montecarlo, nell'interesse di Elisabetta Tulliani o suoi
familiari o dell'onorevole Fini". La smentita che non
smentisce diventa, per l'entourage di Fini, una smentita
clamorosa al Giornale. Alle agenzie di stampa Benedetto
Della Vedova, vicepresidente di Futuro e libertà alla
Camera, fa presente che «la cucina non sta a Montecarlo
ma a diverse centinaia di chilometri di distanza.
Fisicamente, nella casa di Montecarlo nemmeno ci
entrerebbe».
Troppo grande per una casa troppo piccola. Sarà così?
Abbiamo chiesto lumi a Rino Terrana, proprietario della
società Tecabat di Mentone, in Francia, che svolse la
ristrutturazione nell'appartamento abitato da Giancarlo
Tullia (società dove ha lavorato Stefano Garzelli,
figlio di Luciano, che al Giornale ha riferito d'aver
visto l'affittuario Tulliani che controllava e dirigeva
direttamente i lavori di restauro). «L'appartamento è
costituito da un ingresso, un bagno appena entri, di
seguito la camera da letto, poi in fondo a sinistra la
cucina, c'è il tinello e un'altra stanza, il soggiorno.
Sessanta metri più terrazzo. La parete della cucina dove
noi abbiamo predisposto gli "attacchi" - ci dice - è
lunga all'incirca quattro metri».
La
stessa identica misura della cucina Scenery che
l'azienda Scavolini, interpellata dal Giornale, ci
conferma esser stata girata al mobilificio Castellucci
sotto la sigla «Tulliani 04». Guardando con attenzione
il «disegno assonometrico della composizione» spedito da
Scavolini a Castellucci, e poi pubblicato dal Giornale,
la cucina è composta da sei moduli base terra (quattro
da 60 cm, uno da 50, uno da 90) per un totale di 380
centimetri. Se si confronta il disegno con la piantina
provvisoria dell'appartamento di Montecarlo (che
pubblichiamo in questa pagina) si scoprirà che la parete
dedicata alla cucina è effettivamente di quasi quattro
metri, per l'esattezza 385 centimetri, cinque in più
della cucina Scavolini. Dunque c'entra perfettamente,
checché ne dica il finiano Della Vedova.
E
non è tutto. Sull'arrivo dei materiali dall'Italia il
titolare della Tecabat offre un riscontro diretto a
quanto riferito dal dipendente Russo e dal costruttore
Garzelli: «Noi sappiamo solo delle piastrelle che sono
venute da fuori, dall'Italia per quanto ne sappiamo,
nonché di altre cose per il bagno eccetera». Quanto ai
mobili o alla cucina «non so che dirle perché noi
abbiamo fatto il nostro e poi non ne abbiamo saputo più
niente. Non siamo montatori specializzati, probabilmente
li avranno fatti venire dall'Italia, perché noi quando
abbiamo terminato i lavori di muratura, pulitura, messa
a norma degli impianti eccetera, abbiamo consegnato le
chiavi e non siamo più entrati».
Il
cortesissimo Terrana risolve involontariamente un altro
mistero: quello del pagamento della ristrutturazione che
non si sapeva a chi fosse stato fatturato, se a Tulliani
che presenziava fisicamente ai lavori oppure alla
società off shore proprietaria dell'immobile dove abita
Giancarlo Tulliani. «Allora. La mia Tecabat ha fatturato
all'incirca centomila euro di lavori a Timara Ltd ma
faccio presente che noi non sapevamo niente, e non
sappiamo, rispetto a chi c'è dietro questa società. Ha
fatto da tramite un architetto. E comunque è tutto in
regola, i dettagli li conosce il contabile, non ho alcun
problema, eventualmente, a riferire al magistrato gli
estremi del versamento in banca».
Tutti disponibili a chiarire, un po' meno Fini. Che a
proposito della cucina fantasma alla fine ha detto, anzi
ha fatto dire al suo entourage, che sì, quella cucina
Scavolini è stata effettivamente comprata al mobilificio
Castellucci «ma naturalmente non è a Montecarlo». E dovè
finita? Sarebbe «a centinaia di chilometri dal
Principato insieme a pensili e credenze» (copyright
Della Vedova), se non addirittura «a Roma»
nell'appartamento che condivide con Elisabetta (Corriere
della Sera del 15 agosto).
Se
la cucina arrivata dall'Italia per la casa di Montecarlo
di cui parla Garzelli non è quella di cui parla il
dipendente del mobilificio (e che per puro caso entra al
centimetro nella parete dell'immobile monegasco abitato
da Tulliani jr) dove diavolo è stata acquistata la
cucina di rue Princesse Charlotte? In Italia? A
Montecarlo? Si può sapere? E i materiali vari, comprese
le piastrelle di cui parla il dipendente del mobilificio
Castellucci, sono o non sono «i materiali e le
piastrelle/maioliche arrivati dall'Italia» di cui
parlano anche l'imprenditore Garzelli e il titolare
della Tecabat, Rino Terrana?
Se
anziché far parlare fonti vicine alla presidenza della
Camera, l'inquilino di Montecitorio prendesse lui la
parola e spiegasse, carte alla mano, come è stato
arredato l'appartamento donato al partito da una sua
simpatizzante e oggi abitato dal suo giovane cognato,
almeno sul versante «cucina, mobili e materiali vari»
potremmo iniziare e metterci una pietra sopra.
3-
IL PRIMO ATTO DI FINI: VERTICE A SORPRESA COI BIG DI
MONTECARLO
Franco Bechis per "Libero"
La
data, 23 maggio 2008, è stata quella del primo vero
incontro ufficiale di Gianfranco Fini come presidente
della Camera dei deputati italiana. Quel giorno a
Strasburgo era in calendario la prima conferenza europea
dei presidenti dei Parlamenti nazionali: 54 delegazioni,
compresa quella italiana guidata da Fini e dal
presidente del Senato, Schifani. In una saletta
riservata il presidente della Camera dei deputati
italiana ha voluto incontra- re riservatamente per circa
un'ora Stéphane Valéri, il presidente del Consiglio
nazionale del Principato di Monaco.
Un
incontro insolito, anche perché molte delegazioni erano
arrivate in anticipo e fra loro c'erano alcuni leader
politici che Fini aveva ben conosciuto da ministro degli
Esteri dell'ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi.
Dallo staff del presidente della Camera non è uscito per
altro alcun resoconto su quell'incontro. Solo uno scarno
comunicato di due righe ancora riportato nel sito
personale del presidente della Camera: «Il Presidente
della Camera dei deputati ha incontrato la presidente
del Consiglio nazionale del Principato di Monaco».
Nessuna foto a corredo, a differenza di quasi tutti gli
altri incontri ufficiali di Fini.
E
pure un errore nel testo, che nessuno ha corretto in
questi due anni. Stéphane Valéri non era infatti "la"
presiden
te, ma essendo maschietto, "il" presidente di quella
sorta di Parlamento che legifera nel principato di
Monaco. La carriera istituzionale di Fini è dunque
iniziata a Montecarlo, ed è avvenuto curiosamente sette
giorni prima che qualcuno appena sbarcato nell'isola di
Santa Lucia firmasse le carte necessarie alla
costituzione di due società off shore, la Printemps e la
Timara ltd, attraverso cui sarebbe transitata la casa
che Alleanza Nazionale possedeva a Montecarlo, ricevuta
in eredità dalla contessa Anna Maria Colleoni.
Se
il presidente della Camera è stato assai abbottonato su
quell'incontro, qualcosa di più ha scritto nel suo
taccuino di viaggio il collega monegasco. Valéri
racconta di essere stato avvicinato da Fini - che già
conosceva - che lo ha calorosamente salutato
chiedendogli anche l'incontro riservato. «Fini»,
annotava il collega monegasco, «mi ha rivelato
l'intenzione di venire a Montecarlo in visita ufficiale
nella prima parte del 2009, e io ho risposto che sarei
stato felice di una sua visita al Consiglio nazionale».
Non solo. Secondo Valéri «nell'incontro Fini mi ha
chiesto di costituire una associazione di amicizia fra i
due paesi, iniziando proprio da un gruppo di scambio fra
i due parlamenti».
Chissà perché il presidente della Camera dei deputati
italiana all'epoca era così interessato a Montecarlo e
alle buone relazioni fra i due paesi. Certo l'approccio
ha entusiasmato Valéri, anche perché fra i due paesi
normalmente non correva gran buon sangue per i difficili
rapporti con il ministero dell'Economia italiana e le
difficoltà legate alla campagna massiccia degli ultimi
governi italiani alla lotta all'evasione. Il Principato
di Monaco resta un paese a fiscalità agevolata, dove
moltissimi italiani risiedono (è la seconda etnia dopo
quella francese).
L'Agenzia delle entrate italiana da molti anni ha
scatenato una raffica di verifiche sulle residenze
ritenute fasulle o di comodo di molti contribuenti, e la
cosa non ha facilitato i rapporti fra i due paesi. La
proposta Fini è sembrata quindi come manna dal cielo.
L'incontro era previsto per maggio- giugno dell'anno
successivo, ma è saltato dopo il terremoto de L'Aquila.
Proprio in quella occasione i due presidenti si sono
scambiati missive molto affettuose, promettendosi di
rivedersi presto. Valéri qualche settimana dopo però ha
lasciato la presidenza del Consiglio nazionale,
sostituito da un altro cittadino francese del
principato. E la visita ufficiale era in programma per
questa estate. Ma il raccordo fra le due diplomazie
parlamentari non è riuscito nel pieno della bufera
politica italiana. [16-09-2010]
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INSEGUIRE TULLIANI – L’INVIATA DI “LIBERO” SCOVA
GIANCARLO DAL COMMERCIALISTA E LO INSEGUE IN SCOOTER PER
LE VIE DI ROMA – CRONACA DI UN INSEGUIMENTO DA FILM
NELLA SPERANZA DI UNA DICHIARAZIONE (BUCO NELL’ACQUA) –
CI SCRIVE UN ESPERTO MONEGASCO: “CARO DAGO, ECCO COME
FUNZIONA IL ROGITO A MONTECARLO (QUELLO STRANO DOPPIO
PAGAMENTO DELLA TASSA DI REGISTRO)”…
1
- TROVATO TULLIANI. A CASA...
Roberta Catania per "Libero"
Giancarlo Tulliani è stato avvistato. E inseguito, ma
senza successo: perché se gli fai una domanda, scappa.
Aiutato dalla guardia del corpo, seduta davanti, accanto
all'autista della scintillante Mercedes con i vetri
oscurati, il cognato di Gianfranco Fini alza le tende a
rete dei finestrini posteriori sperando di lanciare un
chiaro e conclusivo segnale di chiusura a ogni forma di
dialogo. Sono le 15.22 di ieri.
Noi di Libero siamo davanti al portone del
commercialista Luciano Fasoli, il professionista che da
anni segue le questioni finanziarie di Giancarlo
Tulliani. In doppia fila, al 114/a di via Giuseppe
Mazzini, c'è una berlina a noleggio con un uomo
imponente che aspetta lì vicino. All'orecchio ha un
auricolare, attraverso cui probabilmente è stato
avvisato che il "protetto" sta arrivando. Un attimo dopo
si apre un'anta del pesante portone del signorile
palazzo in Prati e vediamo uscire l'uomo più "ricercato"
del momento.
CAMMINA A TESTA BASSA - Giancarlo è elegantissimo.
Completo blu, scarpe artigianali, camicia bianca e
cravatta scura. Il ragazzo non sa di essere stato
intercettato da un cronista, ma immagina di essere
bersaglio di curiosità. Perciò, sperando di passare
inosservato, accelera il passo per accorciare quei pochi
metri che lo separano dall'auto e abbassa la testa
nonostante il volto sia "mascherato" da occhiali scuri.
È evidente che il piccolo di casa Tulliani non gradisce
essere riconosciuto e men che mai essere fermato o
sentirsi rivolgere qualche domanda.
Nonostante l'impenetrabile mutismo, e gli eloquenti
gesti della guardia del corpo che ci invita ad andare
via, non ci diamo per vinti. L'occasione è ghiotta:
tentare, e almeno sperare, di avere una spiegazione
sull'intricata vicenda di Montecarlo. Soprattutto perché
Giancarlo non ha mai parlato, nonostante fosse lui
l'utilizzatore finale della casa ereditata da Alleanza
nazionale e venduta con strane modalità, tanto strane
che la procura di Roma ha aperto un fascicolo per truffa
aggravata.
I
PIT STOP AL SEMAFORO - La possibilità di dare la sua
versione dei fatti e, eventualmente, di "scagionare" il
presidente della Camera gli è offerta più volte. Può
cambiare idea e rispondere, proprio perché non molliamo
l'osso e inseguiamo (in scooter) la berlina che si
infila nel traffico di Roma. Le due ruote permettono di
tenere il passo, fin tanto che la Mercedes passa per
viale Angelico, svolta prima della circonvallazione
Trionfale e sale per via Angelo Emo.
Almeno sette semafori rossi, utili a noi per avvicinarci
e chiedere "audizione", maledetti da Tulliani che non
stacca l'orecchio destro dal cellulare e dall'autista
che si sbraccia per far capire che l'in - contro va
chiuso lì. Tutto questo, senza aprire neanche lo
spiraglio di un finestrino. Attraverso quello
posteriore, nonostante la tendina e i vetri scuri, da
vicino si distingue benissimo il volto del fratellino di
Elisabetta e la mano destra che tiene il telefono. Sul
polsino, l'ex monegasco porta le iniziali. Con filo
nero, a caratteri medio-grandi, sono ricamate tre
lettere: G.C.T., probabilmente a indicare che il doppio
nome andrebbe scritto scomposto.
IN
FUGA SUL RACCORDO - Giunti a piazza Irnerio, la macchina
imbocca l'Aurelia. La direzione è quella del Raccordo
anulare e, nonostante la strada sia ad alto scorrimento,
qualche guidatore imbranato ci aiuta a rallentare la
Mercedes che si sposta da una carreggiata all'altra in
cerca di una via di fuga. Al bivio dove ne perdiamo le
tracce, le possibili destinazioni dell'auto diventano
almeno tre.
L'Eur, quartiere residenziale di Roma, l'autostrada per
Civitavecchia, da dove parte la superstrada che porta ad
Ansedonia (dove la sorella aveva affittato una villa per
le vacanze), e l'aeroporto di Fiumicino. Nove auto a
noleggio su dieci è lì che si dirigono e proviamo a
raggiungere Tulliani prima che sparisca dietro le
transenne, nell'ipotesi che si stia imbarcando su un
aereo. Di lui, al Leonardo da Vinci, neanche una
traccia. Ma il cartellone delle partenze offre uno
spunto: manca un'ora al decollo di un volo per Nizza.
2
- COME FUNZIONA IL ROGITO A MONTECARLO (QUELLO STRANO
DOPPIO PAGAMENTO DELLA TASSA DI REGISTRO)...
Riceviamo e pubblichiamo:
Caro Roberto,
Ti confermo che Monaco ha già da tempo firmato un
trattato internazionale per la tracciabilità dei fondi
ed é un paese molto rigoroso per quanto riguarda le
norme di antiriciclaggio, forse molto più severo
dell'Italia.
Detto questo, mi sembra pero che questa legislazione è
più recente della data in cui fu fatto il rogito; se
cosi fosse, forse all'epoca si poteva fare un pagamento
dall'estero (società off-shore che acquista il bene,
anche perché sicuramente i fondi sono stati versati in
Italia e non a Monaco; qui la società offshore ha
sicuramente pagato la tassa di registro) senza essere
cosi fiscali come é ora. Da verificare comunque.
Come già detto altre volte, non sono uno specialista
nella materia, ma mi sembra che la prassi recente per
coloro che acquistano un bene immobiliare sia: intestare
la casa a nome proprio oppure sul nome di una SCI
(società Civile Immobiliare) di diritto monegasco che è
assolutamente trasparente.
Non credo che le isole a cui si fa riferimento siano
cosi virtuose (anzi sono iscritte nella Black List
dell'OCSE) e sicuramente non daranno il nominativo del
"beneficial Owner" . Personalmente non credo che questa
rogatoria possa fare luce più di tanto.
Osservando le due operazioni, direi che la seconda è
stata fatta per dare un "corpo" più adeguato alla tassa
di registro pagata al principato; in effetti facendo due
rogiti quasi consecutivi, come sembra sia stato fatto,
sono state pagate due volte le tasse di registro (la
prima su 300.000 e la seconda su 330.000, quindi come se
il prezzo della vendita fosse stato di 660.000).
Mi
sembra una prassi veramente inusuale poiché,
generalmente, coloro che voglio vendere un bene
registrato su una società offshore, consegnano le azioni
al portatore della società. Il portatore delle azioni è
il proprietario del bene (case barche società).
In
questo specifico caso, il nome dell'acquirente
trascritto negli atti qui a Monaco è quello della
società delle isole, ma sapere il "final beneficial
owner" della società è un'altra cosa. Non credo che le
autorità monegasche sappiano i nomi dei proprietari
delle società off-shore; d'altra parte molti usano delle
altre società come beneficial owner; e qui si inizia il
gioco delle scatole cinesi.
Oggi tutto ciò non dovrebbe essere più consentito,
perché qui a Monaco verrebbe richiesto il vero
beneficial owner.
Quello del doppio pagamento delle tasse di registro,
essendo una operazione inusuale, é una mia personale
supposizione, non corroborata da prove. Come già ti
avevo detto è veramente inusuale (magari anche stupido)
fare due rogiti con due società off-shore, oltretutto
create e domiciliate nella stessa stanzetta ai caraibi.
La ragione principale per cui vengono usate le società
off-shore é appunto di evitare di fare più rogiti
durante i futuri passaggi di compravendita e quindi
pagare più tasse di registro.
Maurizio Valentini 14-09-2010]
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CASINO MONTECARLO, IL CERCHIO SI STRINGE? - LA PROCURA
ROMA RINNOVA LA RICHIESTA DI DOCUMENTI all’autorita’
monegasca, compresi i nomi degli amministratori delle
societa’ Printemps Lds e Janson Director Limited, che
hanno sede in un’isola dei Caraibi - Nei prossimi giorni
potranno essere convocati al palazzo di giustizia di
Roma l’altro amministratore di An Donato Lamorte ed
anche Giancarlo Tulliani, fratello della convivente di
Fini
Adnkronos) -
Alla vigilia dell'interrogatorio del senatore Francesco
Pontone, gia' amministratore di Alleanza nazionale, come
persona informata sui fatti nella compravendita e
locazione dell'appartamento di boulevard Princesse
Charlotte a Giancarlo Tulliani, a Montecarlo, la Procura
della Repubblica di Roma ha fatto un nuovo sollecito
all'autorita' monegasca.
A
questa tempo fa la Procura della Repubblica di Roma con
rogatoria internazionale aveva chiesto documenti e
informazioni circa l'intero iter dell'operazione,
compresi i nomi degli amministratori delle societa'
Printemps Lds e Janson Director Limited, che hanno sede
in un'isola dei Caraibi. Pur avendo avuto
l'assicurazione che i documenti sarebbero giunti al piu'
presto, finora a Roma non si sono ancora visti.
Intanto domani pomeriggio e' previsto l'interrogatorio
del senatore Pontone che in qualita' di amministratore
di An e su mandato di Gianfranco Fini che era presidente
del partito, nel 2008 si occupo' della vendita di
quell'appartamento avvenuta al prezzo 300 mila euro. Nei
prossimi giorni potranno essere convocati al palazzo di
giustizia di Roma l'altro amministratore di An Donato
Lamorte ed anche Giancarlo Tulliani, fratello della
convivente di Fini.
13-09-2010]
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LA
MINACCIA DEL LEGIONARIO - L’EX MARITO DI DANIELA DI
SOTTO MINACCIA DI APRIRE L’ARMADIO DEGLI SCHELETRI -
“ALTRO CHE CASA DI MONTECARLO, SUI LASCITI AD AN. NEI
BILANCI DEL PARTITO SI APPROVAVANO FATTURE FALSE” –
L’AMARO SFOGO DI SERGIO MARIANI, EX TUTTOFARE DI FINI,
CHE SI SPARÒ QUANDO DANIELA (CHE HA LA BOCCA TAPPATA
DAGLI ALIMENTI) LO LASCIÒ PER GIANFRY: “LA GENTE PENSA
CHE SIA UN FURBO, MA FINI È MOLTO INGENUO
Brunella Bolloli per "Libero"
A
Mirabello c'era anche lui, confuso nella pattuglia dei
finiani. L'amico di una vita fa, tradito nel peggiore
dei modi, una storia di amore, sangue e passione,
consumata tra le sezioni dell'allora Msi. Sergio Mariani
ha conosciuto Gianfranco Fini nel '73 al Fronte della
Gioventù di via Sommacampagna; a Roma era arrivato dopo
un mandato di cattura perché a Milano aveva picchiato un
ragazzo. Anni violenti: botte e galera, il livello della
scontro con la sinistra era altissimo.
Nel '76 Mariani, che gli amici chiamano ancora
"Folgorino" o Legionario, si è sposato con Daniela Di
Sotto, ma quando fu mandato al confino in Sardegna la
relazione clandestina fra la moglie e il "camerata del
cuore" Gianfranco diventò pubblica e il giorno della
separazione, il 10 marzo 1980, Folgorino si sparò
all'addome. Poi anni di silenzio e di battaglie legali,
accuse al partito, che gli deve dei soldi, e spiragli di
pace.
Mariani, perché è andato a Mirabello a sentire Fini?
«Sono stato dirigente del suo stesso partito dal 1976 al
2008. Lo conosco bene e volevo capire dove intende
andare».
E
l'ha capito?
«Io sono della scuola di Giorgio Almirante, che
sosteneva che il sistema va combattuto dall'interno e
forse è quello che ha in mente Gianfranco con i gruppi
di Futuro e Libertà. Comunque, lui parla bene, ma il suo
errore è stato sciogliere An per andare nel PdL. È
normale che adesso cerchi di fare un nuovo partito».
Al
quale lei potrebbe aderire?
«Per iscriversi bisogna vedere il programma e su certe
questioni potrei anche essere d'accordo, ma sul
biotestamento la pensiamo in modo opposto».
Lei è stato il braccio destro di Fini per anni. Poi
avete litigato e lei lo ha perfino denunciato per
diffamazione e truffa aggravata. Adesso come sono i
vostri rapporti?
«Nel 2009 il gip ha archiviato la denuncia per truffa
aggravata e sulla querela per diffamazione io sono
andato in tribunale con il mio avvocato, invece Fini non
è venuto ma ha mandato Giulia Bongiorno, che si è presa
lei le responsabilità. Poi ci siamo visti io e Fini alla
Camera».
Per chiarire?
«Io non gli ho mai chiesto niente. L'unica cosa che
voglio è il diritto di lavorare. E lui mi ha detto: hai
ragione, ma poi niente. Eppure, tanti di quelli che
adesso sono in Parlamento, perfino al governo, erano
tuttofare di Fini e non sarebbero nessuno oggi, come gli
ex colonnelli che gli hanno voltato le spalle».
Sembra il difensore del presidente della Camera.
«Per niente. Io sono quello che lo ha criticato più di
tutti, apertamente, all'Assemblea nazionale del partito
nel 2007. L'unico che ha osato andargli contro».
È
per questo che non è stato mai candidato, oppure è a
causa della sua fedina penale?
«Per il partito io ho speso tutta la mia vita. Ho sempre
avuto l'idea del partito come famiglia e comunità. Ho
protetto decine di ragazzi che altrimenti avrebbero
rischiato la vita in quegli anni di guerra tra rossi e
neri. Non ho cercato poltrone in Parlamento anche perché
non avrei mai voluto mettere in imbarazzo nessuno. Però
adesso voglio da An quello che mi spetta».
Cosa?
«Un milione e 200mila euro. Di lavori che ho fatto con
la mia tipografia in varie campagne elettorali, dalle
provinciali alle Europee del 2004, ma che so già non
avrò mai».
Per questo lei fece stampare quei manifesti di accuse
contro Fini e i dirigenti di An affissi in tutta Roma?
«È stato l'unico modo per farmi sentire. Posso anche
morire di fame e senza lavoro, però se devo subire io
questa fine, allora si preparino perché ci sono ancora
tanti scheletri nell'armadio».
Che cosa significa?
«Dico che si è parlato tanto della casa di Montecarlo,
ma di questa faccenda non so niente. Però sui lasciti ad
An e sui bilanci ci sono ben altre storie da sapere,
perché la gestione del partito è sempre stata
collegiale. Fini non può non sapere cosa succede al
patrimonio del suo movimento, ma allo stesso modo anche
chi ha retto il partito o ha partecipato a quelle
votazioni sa tutto, quindi...».
Infatti lei votò contro il bilancio di An, chiedendo
anche di essere deferito ai probiviri. Perché?
«L'oggetto concordato per alcune fatture era falso.
Dissi anche che ero pronto a dirlo di fronte a un
giudice, però non mi hanno creduto, anzi mi hanno
allontanato ancora di più. Qualcuno può pensare che lo
dica solo nel mio interesse, ma non è così».
Di
Montecarlo e della Rai che idea si è fatto? Fini
dovrebbe dimettersi da presidente della Camera?
«Per me non deve dimettersi, ma deve spiegare. Il
problema, però, è che Gianfranco è un generoso e come
tale diventa troppo ingenuo. Perché la gente pensa che
sia un furbo, ma è molto ingenuo».
Quando l'ha sentito l'ultima volta?
«Pochi giorni fa. Dovevamo vederci per parlare di
lavoro, ma era impegnato. Aspetto».
13-09-2010]
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1-
CHI È LA DONNA PARTITA DA ROMA PER I CARAIBI, SCORTATA
DA UN POLIZIOTTO ITALIANO (NON ARMATO) CHE ENTRÒ NELLO
STUDIO LEGALE GORDON IL GIORNO IN CUI FURONO FONDATE LE
SOCIETÀ PROPRIETARIE DELLA CASA DOVE VIVE GIANCARLO
TULLIANI? - 2- C’È UN NESSO FRA LA COSTITUZIONE DELLE
DUE SOCIETÀ E LA PRESENZA NELLA STESSA SEDE SOCIALE,
NELLO STESSO GIORNO E NELLA STESSA ORA DI UNA ITALIANA
CON AGENTE? - 3- POTREBBE ESSERE STATA QUELLA STRANA
COPPIA A VERSARE I MILLE DOLLARI NECESSARI PER LA
COSTITUZIONE DI UNA DELLE DUE SOCIETÀ SE NON DI
ENTRAMBE, RICEVENDO IN CAMBIO LE AZIONI AL PORTATORE E
FIRMANDO LA DELEGA DI GESTIONE FIDUCIARIA ALLA JAMAN
DIRECTORS LTD AMMINISTRATA DA JAMES WALFENZAO
Franco Bechis per
Libero
Il
volo della British Airways è partito dall'aeroporto
londinese di Gatwick il 28 maggio 2008, ed è atterrato
all'aeroporto di Hawanorra, isola di Santa Lucia,
paradiso naturale e fiscale delle piccole Antille,
bagnato dal Mar dei Caraibi. A bordo anche due italiani,
che in realtà si erano imbarcati a Roma Fiumicino. Una
donna e un uomo.
Di
lei i passeggeri a bordo nella business class ricordano
solo i capelli raccolti e un gran paio di occhiali
scuri. Di lui solo un'impressione chiara: che fosse un
body-guard. Impressione che avrebbero avuto anche alcuni
turisti italiani, che videro i due passeggiare il giorno
30 maggio su Jeremie street, nel centro di Castries,
capitale dell'isola.
Secondo alcuni passeggeri del volo l'uomo era
sicuramente non armato, e questo dichiarò ai controlli
di dogana. Ma insieme al passaporto fece vedere anche un
tesserino di riconoscimento della polizia di Stato
italiana. Una strana coppia italiana dunque che approdò
all'isola di Santa Lucia proprio in quei giorni di fine
maggio e avrebbe fatto rientro con un volo partito il 31
maggio da là a atterrato a Londra il mattino del primo
giugno.
Non erano personaggi noti - almeno ai turisti che fecero
quel viaggio e agli italiani che li videro a Castries
girare l'angolo di Jeremie Street che dava su Manoel
Street. Secondo alcune testimonianze i due sarebbero
entrati in un palazzo al numero 10 entrando in uno
studio legale, il Gordon, Gordon & co guidato da Mickel
B.G. Gordon e da Kim Camille St.Rose, specializzato
nella costituzione di società immobiliari e finanziarie
oltre che nella registrazione di marchi e brevetti.
Altri elementi non ci sono. Eppure quel poliziotto senza
armi che si comportava come un body-guard e quella donna
italiana sotto protezione sono destinati ad alimentare e
rinfocolare ancora di più quello che a pieno titolo è
diventato il giallo dell'estate.
Perché proprio quel giorno qualcuno ha registrato
proprio a quell'indirizzo, 10 Manoel Street di Castries,
St Lu Lucia, la nascita di due società finanziarie con
azioni al portatore. La Printemps Ltd e la Timara Ltd, e
cioè le due finanziarie attraverso cui è passata la
proprietà (l'11 luglio e il 15 ottobre 2008) della casa
in Boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo che
Alleanza Nazionale aveva ricevuto in eredità dalla
contessa Anna Maria Colleoni.
C'è un nesso fra la costituzione di quelle due società e
la presenza nella stessa sede sociale, nello stesso
giorno e nella stessa ora di una italiana scortata da un
poliziottobody guard?
La
coincidenza è davvero singolare, e bisogna dire che di
coincidenze singolari è piena questa storia, fin dal
giorno della scoperta dell'inquilino di
quell'appartamento monegasco: Giancarlo Tulliani,
cognato del presidente di Alleanza Nazionale, Gianfranco
Fini. Quel giorno di sicuro a Castries, isola di Santa
Lucia, non poteva essere presente nessuno dei venditori.
Francesco Pontone, tesoriere di Alleanza Nazionale, che
il successivo 11 luglio avrebbe posto la sua firma sotto
l'atto di vendita a Printemps Ltd, era a Roma ancora il
pomeriggio del 29 maggio 2008 impegnato nelle votazioni
nell'aula di palazzo Madama (c'è la sua firma nel
registro delle presenze).
Lo
stesso Fini era nell'ufficio del presidente della Camera
a Montecitorio, dove riceveva l'ambasciatore della
Repubblica socialista del Vietnam, Nguyen Van Nam.
L'ancora presidente di Alleanza nazionale per altro,
avendo firmato delega ad operare a Pontone, non sarebbe
stato presente nemmeno il giorno della vendita della
casa a Montecarlo. Era a Roma pronto ad imbarcarsi su un
aereo per Parigi dove lo attendevano i lavori
dell'ufficio di presidenza dell'Apem, l'assemblea
parlamentare euro-mediterranea.
È
possibile quindi che molti misteri delle due società off
shore attraverso cui è passato quell'immobile possano
essere sciolti scoprendo l'identità di quella donna e di
quel poliziotto italiani. Potrebbe essere stata quella
strana coppia a versare i mille dollari necessari per la
costituzione di una delle due società se non di
entrambe, ricevendo in cambio le azioni al portatore e
firmando la delega di gestione fiduciaria alla Jaman
Directors Ltd (costituita nella stessa sede sociale di
Castries) amministrata da James Walfenzao. Un mistero in
più che agita il giallo dell'estate.
L'EREDITÀ
L'appartamento di Princesse Boulevard 14 a Montecarlo
apparteneva alla contessa Anna Maria Colleoni, che lo
donò in eredità a Gianfranco Fini, segretario di
Alleanza Nazionale, per le cui idee (di allora) la
nobildonna simpatizzava.
LA
CESSIONE
Per l'appartemento il partito ricevette varie offerte
d'acquisto, anche superiori al milione di euro. Ma alla
fine decidette di venderlo a una società off shore con
sede legale nel paradiso fiscale di Saint Lucia, al
prezzo di 300 mila euro.
L'AFFITTO
Coincidenza curiosa: la società off shore attualmente
proprietaria del quartierino lo affitta a Giancarlo
Tulliani, fratello della compagna del presidente della
Camera Gianfranco Fini.
LA
DIFESA
Fini si è difeso: il prezzo di vendita era congruo, ha
detto. Inoltre, da un lato ha ammesso di essere a
conoscenza del fatto che il cognato s'era offerto come
mediatore per la vendita dell'appartamento; dall'altro
lato, ha affermato di aver appreso soltanto in seguito,
«con sorpresa e disappunto», che lo stesso cognato aveva
affittato il quartierino.
[12-09-2010]
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1-
IL "LIBERO" BECHIS BECCA UN’ALTRA BELLA CASA SVENDUTA DI
ALLEANZA NAZIONALE - NON IN COSTA AZZURRA. MA IN UNO DEI
POSTI PIÙ BELLI DI ROMA, PIAZZA MIGNANELLI, IL SALOTTINO
DENTRO PIAZZA DI SPAGNA. CASA IN AFFITTO ALLA SOCIETÀ
SPORTIVA DEL PARTITO DI FINI, GUIDATA DA UN FINIANO DOC
E AMMINISTRATA DAL SIGNOR ZACCHEO BENE: L’ALLEANZA
SPORTIVA ITALIANA SI COMPRA DALLA SCIP, LA SOCIETÀ CHE
CARTOLARIZZAVA PER CONTO DEL MINISTERO DELL’ECONOMIA GLI
IMMOBILI DI PROPRIETÀ DEGLI ENTI PREVIDENZIALI, LA SEDE
DI PIAZZA MIGNANELLI E DOPO APPENA OTTO GIORNI LA
RIVENDE ALLA FIGLIA DI UN FINIANO DOC, CHE È PURE NIPOTE
DEL VENDITORE - 2- C’E’ L’IPOTESI CHE FINI E TULLIANI
VENGANO ASCOLTATI DAI PM DELLA PROCURA DI ROMA
1
- IL PARTITO DI FINI: FUTURO E MATTONE
Franco Bechis per "Libero"
Lo
schema ricorda quello della casa di Montecarlo. C'è una
bella casa. Non in Costa Azzurra. Ma in uno dei posti
più belli di Roma, piazza Mignanelli, il salottino
dentro piazza di Spagna. Appartiene a un ramo di un
partito. Il partito, manco a dirlo, è Alleanza
nazionale. Il ramo in questione, proprietario della casa
di prestigio, è l'Associazione nazionale Alleanza
sportiva italiana.
Quella che ai tempi del Movimento sociale italiano era
l'associazione sportiva della Fiamma. Alleanza Nazionale
è presieduta da Gianfranco Fini. L'Alleanza sportiva
italiana è presieduta da un finiano doc, Claudio
Barbaro, che oggi ha aderito al gruppo di Futuro e
Libertà alla Camera.
La
casa è stata venduta a una giovane di nome Martina. Il
cognome è lo stesso di papà. E il papà è il finiano
Vincenzo Zaccheo, già deputato di An, sindaco di Latina
e ora entrato in Futuro e Libertà. Prezzo della cessione
dalla organizzazione di partito alla rampolla di
partito: 515mila euro.
Più della casa di Montecarlo, ma comunque un affarone
per una casa di assoluto prestigio di 3,5 vani nel
salotto di Roma. Chissà se per vendere la casa di
Montecarlo Fini ha mutuato il mo dello Zaccheo. Già,
perché lo schema partito-mattone-famiglia in questo caso
ha preceduto quello ben noto off-shore.
La
vendita a Martina Zaccheo porta la data del 30 dicembre
2005, ed è stata depositata insieme alla documentazione
firmata di fronte al notaio Paolo Becchetti di
Civitavecchia all'Agenzia del Territorio in data 4
gennaio 2006. Il sistema Zaccheo è ancora più intrigante
di quello che poi sarà utilizzato nella triangolazione
An-Fini-Tulliani.
Perché in questo caso nell'organigramma del venditore,
l'Alleanza sportiva italiana, figurava anche un
segretario amministrativo dal cognome non equivoco:
Carlo Alberto Zaccheo. Non si tratta di omonimia: è il
fratello di Vincenzo, nonché zio di Martina, l'ac -
quirente della casa. C'è un particolare in più che rende
ancora più singolare la vicenda. Al momento della
vendita la casa era sì dell'associazione sportiva
contigua al partito. Ma non l'aveva ricevuta in eredità
dalla generosa contessa di turno.
La
casa era stata comprata da appena otto giorni dalla
Scip, la società che cartolarizzava per conto del
Ministero dell'Economia gli immobili di proprietà degli
enti previdenziali. L'associazione sportiva aveva la
sede in quell'appartamento, e da anni pagava l'affitto.
Grazie a questa condizione aveva sia il diritto di
prelazione che il vantaggio di godere di un sostanzioso
sconto sul prezzo base d'asta. Normalmente quella base
era già bassa, perché poi durante l'asta arrivavano
offerte al rialzo e per un immobile di prestigio in
quella po sizione facilmente la Scip avrebbe avuto la
fila dietro la porta.
Con il diritto di prelazione esercitato l'asta
naturalmente non si è fatta. E l'inquilino ha strappato
il suo affarone. Solo per otto giorni. Perché poi ha
rivenduto senza nemmeno cercare la plusvalenza: allo
stesso prezzo a cui aveva acquistato, più le spese
notarili. Zero affare, e in più la necessità di
sgombrare l'appartamento e traslocare in una nuova sede.
Ricapitoliamo cosa è avvenuto: la società sportiva del
partito di Fini, guidata da un finiano doc e
amministrata dal signor Zaccheo, si compra la sede e
dopo appena otto giorni la rivende alla figlia di un
finiano doc, che è pure nipote del venditore.
Pur non conoscendo la prima parte della storia (i soli
otto giorni di possesso dell'immobile), nel 2007 i Ds si
accorsero di quella strana vendita immobiliare. E
presentarono un'interrogazione al ministro dell'epoca,
Giovanna Melandri. In entrambi i rami del parlamento:
l'Alleanza sportiva italiana era riconosciuta e vigilata
dal Coni, e che una sua casa finisse in vendita senza
gara alla figlia di un esponente di partito,
scandalizzò.
La
Melandri non rispose mai. E gli interroganti
misteriosamente ritirarono la domanda in contemporanea,
il 4 ottobre 2007. E così rinunciarono a capire di più
della più straordinaria apologia del conflitto di
interessi che si ricordi in questi anni. Partito,
mattone e famiglia nel salotto di Roma. Partito, mattone
e famiglia nel salotto del principato di Monaco. E
chissà quante altre volte spunterà un caso simile.
Sembra quasi un programma politico, lo zoccolo duro
della nuova destra italiana: partito, mattone e fami-
glia. Il futuro è un mattone di glia. Il futuro è un
mattone di partito in libertà.
2-
C'E' L'IPOTESI CHE FINI E TULLIANI VENGANO ASCOLTATI DAI
PM DELLA PROCURA DI ROMA
Sara D'ambrosio per Il Secolo XIX
L'ipotesi di ascoltare anche la versione del presidente
della camera Gianfranco Fini non è più totalmente
esclusa. Dopo due giorni di audizioni e ancora in attesa
delle carte provenienti da Montecarlo, i pm della
procura di Roma stanno valutando se ascoltare anche l'ex
presidente di An che nel 2008 accettò di vendere un
appartamento monegasco poi finito in affitto al cognato
Giancarlo Tulliani.
Nulla è ancora deciso e fondamentale sarà l'ultima
valutazione degli atti mandati a chiedere due settimane
fa a Montecarlo ma che non sarebbero ancora giunte a
piazzale Clodio. Ma il procuratore capo Giovanni Ferrara
e l'aggiunto Pierfilippo Laviani stanno prendendo in
considerazione anche alcune misure organizzative.
A
esempio, potrebbero decidere di ascoltare Fini nella
sede istituzionale di Montecitorio, come segno di
"rispetto" verso la terza carica dello Stato. Anche
Giancarlo Tulliani, a questo punto, potrebbe essere
ascoltato.
Del resto, le audizioni dei giorni scorsi hanno lasciato
irrisolti parecchi punti dell'indagine. Soprattutto, non
hanno chiarito come e perché fu fissato in 300 mila euro
il prezzo dell'immobile ricevuto in eredità da An. E
quanti, all'interno del partito, sapevano già nel 2008
che la società acquirente, la Timara ltd, era stata
individuata su consiglio di Tulliani.
Ascoltato nel totale riserbo due giorni fa, il deputato
di Fli Donato Lamorte, all'epoca capo della segreteria
politica di Alleanza nazionale, ha spiegato che del
legame tra Tulliani e la Timara ltd ha saputo solo
recentissimamente. Quando, l'8 agosto scorso, Fini in
persona ha scritto al Corriere della sera per raccontare
la sua versione dei fatti: «All'epoca mi disse solo che
aveva ricevuto una offerta di 300 mila euro - ha
spiegato Lamorte ai magistrati - mi chiese un parere. E
io gli risposi che prima ce la toglievamo di torno e
meglio era».
Lamorte ricordava una abitazione in pessime condizioni,
per averla visitata nel 2002 assieme alla segretaria
particolare di Fini, Rita Marino, e ad alcuni amici con
lui in vacanza a Montecarlo: «Sapevo che da quella mia
visita del 2002 nessuno era più tornato in
quell'appartamento, rimasto sfitto e disabitato finché
Fini mi disse della proposta. Chiesi anche agli
amministratori del partito se negli anni avessimo
ricevuto qualche offerta, ma tutti mi dissero che non si
era mai fatto avanti nessuno».
Sulla valutazione, dice Lamorte, non ci fu nessuna
trattativa: «Credo che fosse l'offerta che ci arrivava
dalla società. Io mi ricordavo che al momento di
iscriverla a bilancio, la casa era stata valutata sui
450milioni di lire. Seicentomilioni erano parecchio di
più e, infatti, al momento dell'approvazione del
bilancio in assemblea nessuno fece obiezioni».
Proprio sul prezzo, i magistrati stanno valutando
similitudini e differenze tra le versioni dei testimoni
convocati finora. Il punto è delicatissimo: la congruità
del prezzo fissato è l'elemento centrale per stabilire
se ci sia effettivamente stata una truffa ai danni degli
iscritti di An.
Martedì scorso, il tesoriere Francesco Pontone aveva
spiegato che l'indicazione dell'acquirente e del prezzo
sarebbe arrivato «dai vertici del partito». Rita Marino
è stata più evasiva. Ascoltata subito dopo Lamorte, due
giorni fa, ha spiegato di essere arrivata a Montecarlo
durante una vacanza organizzata assieme al deputato. La
donazione della contessa Anna Maria Colleoni aveva
incuriosito un po' tutti, di qui la scelta di andare a
dare un'occhiata a quello strano regalo che il partito
aveva messo a bilancio dopo una transazione informale
con la famiglia della donna.
Nessun ricordo specifico, però, sulle modalità della
decisione presa nel 2008, né su come fu fissato il
prezzo: «Non ne so nulla, ricordo però che non ci fu una
riunione dedicata». A occuparsi della transazione con la
famiglia, era stato Antonino Caruso, civilista e unico
del gruppo di allora che ha deciso di non seguire Fini
in Futuro e libertà. Come raccontò in una intervista, il
senatore ha confermato ai pm che dopo la transazione
ricevette un offerta da un milione da uno degli
amministratori del palazzo: «Ma dopo di allora non mi
occupai più di quella casa per dieci anni. Ne ho sentito
parlare di nuovo solo in questi giorni».
17-09-2010]
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CARO GIANFRANCO TI “ASSEGNO” LA CANDIDATURA A SINDACO DI
ROMA – E FU COSÌ CHE NEL 1993 IL CASSIERE DELLA DC
ROMANA, LO SBARDELLIANO MOSCHETTI, CONVINSE IL
RILUTTANTE FINI A SFIDARE RUTELLI CON UN ARGOMENTO
DECISIVO: 1,3 MLD DI LIRE. IN NERO - FRANCO BECHIS
RIPERCORRE LA STORIA DELLA BENEDIZIONE DEGLI
SBARDELLIANI (ORMAI IMPRESENTABILI PER TANGENTOPOLI) AL
RAMPOLLO DI ALMIRANTE… Franco Bechis per "Libero"
Vi
chiedo "di dare una mano a Gianfranco Fini". Fu questo
l'appello che l'8 agosto 1991 in un tavolo del
ristorante al Bolognese in piazza del Popolo a Roma,
Michele Marchio, capo indiscusso del Movimento sociale a
Roma rivolse a Giorgio Moschetti, tesoriere della dc
romana. Fini aveva da poco riconquistato la guida del
partito, che solo un anno prima gli aveva sottratto
l'avversario dell'epoca, Pino Rauti. Il delfino di
Giorgio Almirante aveva mostrato alla sua prima
esperienza di guida politica una fragilità inattesa.
Bisognava porvi rimedio, evitare ulteriori rischi.
Per questo Marchio bussò alla porta della dc romana, di
cui era leader indiscusso Vittorio Sbardella e di cui
aveva le chiavi della cassa proprio Moschetti. Al pranzo
partecipò lo stesso Fini, mentre Marchio fu accompagnato
in auto dal giovane assistente, Francesco Storace,
all'inizio di una lunga e promettente carriera politica.
Fu in quella occasione che scattò il feeling fra Fini e
Moschetti. Ed è in quell'incontro- in quel pranzo- che
sono state poste le radici di un connubio ventennale.
E'
lì- come rivelato ieri da Libero- che sono nati rapporti
anche assai riservati fra i due uomini politici. Da quel
momento Moschetti diventa il custode di molti segreti
della storia di Fini. Quel pranzo è all'origine di una
lunga storia che porterà all'incontro fra i due del 7
dicembre 2009 nell'ufficio del presidente della Camera.
Un incontro a lungo chiesto invano da Moschetti. E
ottenuto al volo solo quando a fine novembre 2009 all'ex
segretario amministrativo della dc romana viene in mente
di inviare una mail in cinque punti. Cinque titoli di un
dossier che racconta la storia comune. Cinque vicende
politico-finanziarie che ripercorrono gli anni trascorsi
insieme.
Iniziò nel 1991 quell'avventura comune. A Fini servivano
appoggi, strutture, accreditamento per rendere meno
fragile la sua riconquistata guida del Movimento sociale
italiano. Serviva anche un accreditamento con i veri
poteri di Roma. "Qui comandano i palazzinari", gli
spiegò Moschetti che li conosceva tutti ed era abituato
a bussare alle loro porte per avere sostegno anche
finanziario. Da quel momento la rete di amicizie e di
supporti fu in piccola parte condivisa con il nuovo
politico emergente. Che avrebbe avuto presto la sua
grande occasione.
Era la fine del mese di agosto 1993, forse i primi
giorni di settembre, bisognerebbe chiedere con
precisione ai tre testimoni che oggi sono ancora vivi e
possono confermare. Certo fu prima della domenica di
chiusura della festa della destra a Mirabello (anche
quell'anno capitò il 5 settembre).
Fini salì nell'ufficio di Moschetti accompagnato da
Donato La Morte. In quei giorni si stavano decidendo i
candidati per le elezioni al comune di Roma. In campo
c'era Francesco Rutelli. La dc - quell'estate diventata
partito popolare con Mino Martinazzoli - non aveva
ancora scelto. Sembrava dovesse scendere in campo Rocco
Buttiglione, ma non si decideva. Se no il candidato
sarebbe diventato il prefetto di Roma, come poi accadde.
Fini voleva offrire i suoi voti alla dc, e chiese a
Moschetti di convincere Martinazzoli a non rifiutarli.
Il segretario della dc romana scosse la testa:
"Gianfranco, non hai capito la situazione. Io ho già tre
avvisi di garanzia e mi stanno portando il quarto. Non
vedi il clima? Devi provare a correre tu per le
elezioni".
Fini sorrise timidamente. Si avviò alla porta insieme a
La Morte, vecchio amico di Moschetti perché per lunghi
anni era stato consigliere provinciale della dc a Roma.
Poi proprio sull'uscio guardò il segretario
amministrativo della dc romana: "Ma secondo te, se mi
presento da solo, quanti voti prendo?". Moschetti
rispose secco: "Il 36 per cento!". Finì sgranò gli
occhi: "ma tu mi darai una mano?". E ottenute
assicurazioni, se ne andò. Si rividero a lungo durante
la campagna elettorale e anche per l'organizzazione
delle successive politiche del 1994.
Fu
qualche tempo dopo che spuntò fuori un giallo che fece
intuire quale fosse stata "quella mano" che Moschetti
doveva dare a Fini nella corsa a sindaco di Roma del
1993. Un deputato della Lega Nord tirò fuori la copia di
una lettera a firma di Giulio Caradonna, leader missino
dell'epoca, in cui si sosteneva che a Fini arrivarono
due miliardi di vecchie lire dalla corrente andreottiana
di Sbardella.
Fu
una rivelazione a tarda sera. Alle cinque del mattino
Fini tirò giù dal letto Moschetti. Con Donato La Morte
si videro tutti insieme a concordarono di smentire
formalmente tutto. Fu un capitano dei carabinieri a
raccogliere la smentita, attraverso la formula
dell'auto-querela che Fini aveva fatto a se stesso.
La
vicenda sarebbe proseguita qualche anno anche con
l'assoluzione di Caradonna, visto che una perizia
calligrafica mostrò che non era sua la perizia
calligrafica in calce a quella lettera. Così si chiuse
la vicenda. Ma la versione all'epoca concordata fu di
comodo. Lo avrebbe confessato anche anni dopo ad amici
lo stesso Moschetti. Più che falsa la versione era
imprecisa. Non di due miliardi si trattò. Ma di un
miliardo e 300 milioni di vecchie lire che
effettivamente finanziarono in nero (mai registrati) la
campagna elettorale di Fini. Non fu Sbardella a
stabilire quel contributo. Anzi. Lo Squalo era in rotta
con Andreotti da qualche tempo. Chiese a Moschetti
quindi di finanziare la corsa elettorale del candidato
scelto dal ppi, il prefetto di Roma.
Ma
il segretario amministrativo, che aveva già deciso in
cuor suo di restare fedele ad Andreotti e di non seguire
Sbardella nell'ultimo strappo, disobbedì allo Squalo.
Forse anche con un certo acume politico, comprese che il
futuro apparteneva a Fini, che Tangentopoli stava
spazzando via per sempre la vecchia dc. E quel miliardo
e trecento milioni puntò sulla corsa di Fini. Non servì
a farlo vincere. Ma da lì iniziò davvero la seconda
Repubblica, quindi la scommessa non fu affatto persa.
Chissà se è in quel miliardo e 300 milioni che si può
trovare uno dei capitoli del dossier che tante
preoccupazioni è in grado di creare al presidente della
Camera.
Certo in quel gesto si è cementato il rapporto segreto
fra l'ex segretario amministrativo della dc romana e il
nuovo leader della destra italiana in rapidissima
ascesa. Fu il primo mattone. Presto ne sarebbero seguiti
altri. Anche nella confusa fase della caduta del primo
governo di Silvio Berlusconi e del tentativo di
costruire un governo di unità nazionale guidato da
Antonio Maccanico.
n
quel biennio Moschetti da un lato dovette occuparsi dei
suoi processi, dall'altro seguì a distanza le vicende
finanziarie del partito che sarebbe diventato Alleanza
Nazionale. Facendo da chioccia anche a un pulcino della
nidiata, Andrea Ronchi, che Fini aveva dovuto mettere da
parte per un po'. Ma che Moschetti da anni guardava con
una certa simpatia, avendolo visto crescere all'ombra
del cupolone. 06-09-2010]
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FINI, BECCATO BECHIS! - MICIDIALE ’ANALCORD’ SUI
MILIARDO E 350 MILIONI DI LIRE GENTILMENTE MESSE A
DISPOSIZIONE DI FINI NEL 1993 DALLA DC ROMANA
(TESTIMONIATO DA UNA MICROSPIA) PER LA SUA CORSA AL
CAMPIDOGLIO - MA ANCHE UN VORTICOSO GIRO DI FAVORI TRA
GIANFRY E IL TESORIERE SBARDELLIANO MOSCHETTI: IMMOBILI
DA “SISTEMARE” E IMPRESE DA SOSTENERE – QUANDO
GIANMENEFREGO FECE SALTARE IL TENTATIVO DI MACCANICO DI
FORMARE UN GOVERNO: “SONO SOLO MASSONI
Franco Bechis per "Libero"
Eccola lì, la foto che stava in un angolo della
scrivania di Giorgio Moschetti nell'ufficio dove
Gianfranco Fini andava a trovarlo nel lontano 1993
cercando dal segretario amministrativo dell'ex dc romana
prima una spinta e poi un aiuto per la corsa alle
elezioni di sindaco di Roma contro Francesco Rutelli.
Chissà se scappò a Fini l'occhio su quella foto che
ritraeva l'ultimo sindaco di Roma della dc andreottiana,
Pietro Giubilo, con il suo addetto stampa dell'epoca e
un ragazzo di una tv romana che sbucava alle spalle. Era
Andrea Ronchi, futuro portavoce di An, futuro ministro,
protagonista ancora in erba di quella che sarebbe
diventata la scissione di Futuro e Libertà nella destra
italiana.
Fini vide la foto sicuramente il 18 ottobre 1993, quando
tornò da Moschetti dopo essere già sceso in campo a
lamentarsi di non essere preso sul serio
dall'establishment dell'epoca. L'allora numero uno del
Movimento sociale era deluso perché a una puntata su
Canale 5 del Maurizio Costanzo show erano stati invitati
tutti gli aspiranti sindaci della capitale, meno Fini.
C'era bisogno di qualche appoggio in più, altrimenti la
candidatura rischiava di essere un buco nell'acqua. Sarà
stato per la foto trovata sulla scrivania, ma fra tante
cose quel giorno i due parlarono anche di Ronchi.
Moschetti lo conosceva da tempo, sia come giornalista
sia perché aveva una società di pubbliche relazioni
insieme alla moglie Simonetta con cui ogni tanto cercava
di prendere qualche lavoro nella Roma andreottiana, in
Comune o nelle società municipalizzate.
Fini non poteva sapere che tutti quegli incontri con
Moschetti venivano registrati da una microspia piazzata
nell'ufficio da un organo di polizia giudiziaria. Non lo
sapeva nessuno dei protagonisti, naturalmente, finchè un
collaboratore di Moschetti (che all'epoca era senatore)
non la individuò e con una certa ingenuità il segretario
amministrativo dell'ex dc la portò al primo
commissariato di Roma centro sporgendo regolare
denuncia.
LE
REGISTRAZIONI - Molti, molti anni dopo - chissà come -
quelle registrazioni che non poterono essere utilizzate
nei procedimenti tornarono miracolosamente in mano al
registrato che certo le ha ascoltate con amara curiosità
e chissà se dopo se ne sarà disfatto. Una cosa era
sicura: in quei frammenti audio c'era materiale per
riscrivere la storia in modo assai diverso di quanto non
abbiano consegnato le cronache.
Ci
sono anche tutti i particolari di quel finanziamento di
1,3 miliardi di lire dell'epoca (ad essere precisi un
miliardo e 350 milioni di lire) pensato per la campagna
elettorale del prefetto scelto dalla ex dc, che con Mino
Martinazzoli si era trasformata in partito popolare, e
che invece prese la direzione del movimento sociale, ad
aiutare la scalata di Fini ai vertici della politica
nazionale.
C'è anche il colloquio di Moschetti con due imprenditori
romani, vecchie conoscenze del senatore dc, che erano
pronti a puntare le loro risorse economiche sulla
campagna elettorale popolare. Trovarono
dall'interlocutore una risposta che li sorprese, e fece
capire loro che il mondo stava proprio cambiando: «Sul
Ppi? Buttate via i vostri soldi. È Fini quello su cui
puntare ». Favore non da poco ricevuto dagli eredi di
Andreotti giunti al loro capolinea politico. E un po'di
riconoscenza Fini ebbe.
Ascoltando le raccomandazioni su quel
giornalista-pubblicitario, Ronchi, che presto gli
sarebbe stato assai utile. Fu Moschetti a parlargliene
assai prima di Gaetano Rebecchini. E fu una fortuna
perché negli anni Ronchi si sarebbe rivelato per Fini
una risorsa fondamentale. Messo un po' da parte fra il
1994 e il 1996, fu Fini a parlare a Moschetti di Ronchi
poco prima delle elezioni di quell'anno.
MASSONI E OPUS DEI - Quando stava per lasciare il
governo di Lamberto Dini fu fatto un tentativo in
extremis di esecutivo ad ampio spettro costituzionale,
affidato alla regia di Antonio Maccanico. Il governo era
quasi fatto. Ma all'ultimo lo fece saltare Fini. Così lo
raccontò Maccanico agli amici: «Sono tornato a casa in
via della Scrofa e ho incontrato Fini sulle scale, che
mi ha detto di averci ripensato. Non si fa».
Quel giorno in via della Scrofa arrivò il vecchio amico
e confidente Moschetti. Chiese a Fini il perché di quel
no. Lui gli rispose: «Vogliono fare un governo solo di
massoni». Moschetti scherzando disse: «ma se ci sono
anche esponenti vicini all'Opus Dei!». Fini rispose:
«Perché, l'Opus Dei non è massoneria? ». Fu quel giorno
che l'ormai presidente di Alleanza nazionale confessò
all'amico ex senatore dc di avere dei problemi da
sistemare su una partita di immobili, senza specificare
se si trattava di mattoni del partito o di famiglia.
Ma
disse che stava dandogli una mano proprio Ronchi,
attraverso alcune società estere da lui conosciute per
la sua attività professionale. C'era sempre bisogno di
una mano, dalle parti di via della Scrofa. Moschetti
aveva ancora tante relazioni utili dopo avere militato
ai massimi livelli nella dc capitolina per tanti lustri,
fino a diventarne il quasi leader - sia pure senza fare
ombra a Vittorio Sbardella.
Si
occupava di pubbliche relazioni e di campagne
pubblicitarie attraverso la Apr pubblicità e marketing,
che negli anni avrebbe conquistato cuore e portafoglio
delle società pubbliche: Poste, Eni, Enel e così via.
Ronchi insieme alla moglie Simonetta Sechi ed altri soci
possedeva anche altre società meno note, ma assai attive
a Roma, come la Baam srl e la Olifer srl (gestì per un
certo periodo il Jazz caffè, poi gli affari andarono
peggio e fallì quando Ronchi se ne era già disfatto).
Con il giovane rampante politico di An destinato a
scalare tutti i gradini del successo politico si imbarcò
all'epoca un altro personaggio cresciuto all'ombra di
Fini negli anni.
Si
chiama Ferruccio Ferranti, oggi è amministratore
delegato del Poligrafico dello Stato. È stato anche
amministratore di Sviluppo Italia e prima ancora
amministratore della Consip, la società che centralizza
gli acquisti per conto dello Stato. Una carriera
rapidissima sotto l'ombra di Fini. E non è un caso se
Ferranti nel tempo libero oggi riesce a sedere anche nel
consiglio della Fondazione Fare Futuro, il pensatoio da
cui è partita la prima secessione finiana.
Ma
all'epoca dei secondi anni Novanta, quando Fini chiedeva
di tanto in tanto "una mano" a Moschetti, la folgorante
carriera di Ferranti era ai nastri di partenza. Era più
noto per essere il marito di Piera Salabè, figlia di
Adolfo, l'architetto del Sisde e dei misteri di Oscar
Luigi Scalfaro alla fine della Prima Repubblica, e il
socio di Ronchi nelle agenzie di pr e pubblicità a
caccia di commesse pubbliche.
LA
SCALATA - Sarà stato Moschetti, sarà stato il potere di
Fini e del suo partito, ma arrivarono uno dopo l'altro
gli agognati contratti prima dalle imprese pubbliche
capitoline e poi dai grandi gruppi pubblici nazionali. I
fatturati aumentarono anno dopo anno. E quel ragazzino
che il numero due della dc romana fece vedere in foto a
Fini in quel lontano 1993 sarebbe diventato l'ombra del
leader.
Pronto a concentrare nelle sue mani nel 2005 tutto il
potere dei colonnelli e ora a diventare il gran
ciambellano della secessione di Futuro e Libertà. Una
scalata lunga anni. In cui mai Fini e Moschetti si sono
persi di vista. Dai lunghi colloqui del 2004, alla
vigilia della decapitazione di Giulio Tremonti per un
incidente su Sviluppo Italia. A quelli di qualche anno
più tardi, quando la strada di Moschetti ha incrociato
quella della nuova famiglia di Fini. Trovando sulla sua
strada Sergio Tulliani e uno strano progetto industriale
che aveva immaginato per l'Acea... 07-09-2010]
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TALIAN GRAF-FINI (ANAL-CORD BY BIECHIS) - LE AVVENTURE
DI GIANMENEFREGO, GIO’ IL BIONDO E CHECCHINO (CAMEO DI
TONY MAINIERO) - QUANDO GIANFRY E IL SUO SEGRETARIO
PROIETTI COSIMI SI APPASSIONARONO A RAFFAELE FOLLIERI,
FINTO FINANZIERE, FINTO EMISSARIO DEL VATICANO,
autentica SòLA (OGGI IN GALERA NEGLI STATI UNITI) – COME
I TULLIANI, ANCHE LUI FU INTRODOTTO NEL MONDO DEI
CONTRATTI STATALI, MA ALLE POSTE CAPIRONO SUBITO CHI
AVEVANO DAVANTI - POI FINI LO MISE IN CONTATTO CON FRANK
STELLA, L’ITALO-AMERICANO SOCIO DEI TULLIANI
Franco Bechis per
Libero
Al
ministero degli Esteri. A Palazzo Chigi, dove era
vicepresidente del Consiglio. E ancora in via della
Scrofa, dove era tornato preparandosi a una lunga
opposizione. Era sempre aperta la porta di Gianfranco
Fini per il vecchio amico Giorgio Moschetti, detto Giò
il Biondo, l'ex numero due della Dc andreottiana a Roma
ai tempi di Vittorio Sbardella che aveva sempre aiutato
quel leader rampante del Movimento sociale.
Da
vecchi amici passavano ore a chiacchierare delle vicende
politiche in corso. Ma non si trattava sempre di quattro
parole davanti al caminetto. Moschetti ha assistito in
presa diretta a svolte politiche, a soluzioni di
problemi interni, talvolta ha dato una mano
nell'organizzare campagne elettorali o nel riattivare
una rete di rapporti che mai era venuta meno per
risolvere a Fini questo o quel problema.
Quando Moschetti a fine novembre 2009 ha inviato al
presidente della Camera una mail che lui stesso avrebbe
definito agli amici «bruttissima», sperando di essere
ricevuto, ha elencato cinque episodi di quegli anni. Tre
riguardavano personalmente Fini e la soluzione di
problemi della vecchia e nuova famiglia. Due la
soluzione di problemi del partito. Senza avere in mano
quel testo di posta elettronica è difficile individuare
quei cinque capitoli.
Ma
da giorni sondando i testimoni di quel lungo rapporto a
Roma emergono episodi di quella curiosa unione politica.
Ed episodi a loro raccontati dalla viva voce dei
protagonisti che potrebbero costituire la trama di quei
cinque titoli. Cinque titoli che hanno destato subito
l'attenzione del presidente della Camera dei deputati,
che il 7 dicembre scorso concesse l'agognato
appuntamento a Moschetti nel suo ufficio a Montecitorio.
UN
GIOVANE AMBIZIOSO
Chissà se in quell'elenco appare anche un piccolo
romanzo che si è concluso non nel migliore dei modi nei
primi mesi del 2008. Quello dell'infatuazione che Fini
provò per un giovane finanziere italiano da qualche anno
emigrato negli Stati Uniti e destinato a una fortuna
tanto rapida quanto lo sarebbero state le sue
disavventure. Il giovane rampante si chiama Raffaello
Follieri. Oggi sta scontando una condanna a 4 anno e
mezzo di carcere negli Stati Uniti.
Ma
per qualche anno è stato uomo-copertina di molti
magazine del mondo. Un po' per le sue fortune
finanziarie (che si sarebbero rivelate tarocche), un po'
per la storia sentimentale che lo legò all'attrice Anne
Hathaway, deliziosa protagonista de "Il diavolo veste
Prada". Negli States Follieri aveva messo in piedi un
piccolo gruppo finanziario, specializzato nel comprare e
rivendere gli immobili delle diocesi colpite dallo
scandalo pedofilia.
Aveva preso come consulente Andrea Sodano, nipote
dell'allora segretario di Stato Vaticano, e così aveva
accreditato un suo rapporto stretto con la Santa Sede.
Più tardi si sarebbe scoperto anche un altro millantato
credito: Follieri aveva sostenuto di essere il
fiduciario degli affari finanziari del Vaticano negli
Stati Uniti, e così aveva abbindolato banche, finanzieri
e perfino Bill Clinton. Per reggere la parte aveva
naturalmente bisogno di venire di tanto in tanto in
Italia, a Roma, a discutere con i suoi "superiori".
In
Vaticano passava un assegno mensile a un impiegato di
una congregazione della Santa Sede, Antonio Mainiero
detto Tony, che gli apriva fuori orario Musei Vaticani e
giardini del palazzo consentendo di mostrare ad attoniti
ospiti tutta l'influenza di Follieri. Nei viaggi romani
il rampante finanziere è riuscito a fare il giro di
qualche salotto. Gira che ti gira, chissà come ha
incontrato anche Francesco Proietti Cosimi, detto
Checchino.
Allora era il principale assistente di Fini, che poi lo
scaricò quando insieme ad altri esponenti di An fu
intercettato dal pm di Potenza John Woodcock nella
cosiddetta inchiesta su "Vallettopoli". Poi il rapporto
fra i due si è in parte ricucito, Checchino è stato
ricandidato da Fini nel 2008, è diventato senatore e ha
ripagato il suo leader seguendolo ora nella scissione
dei gruppi di Futuro e Libertà. Fu Proietti Cosimi
quindi a portare il rampante Follieri a Fini, cui il
giovane risultò subito assai simpatico e interessante.
Follieri provò a fare fruttare rete di conoscenze e
rapporti trovati nella capitale. Aprì una società
lussemburghese con il suo nome, con quella sottoscrisse
il capitale di una finanziaria italiana basata a Roma e
vi mise il fidato Mainiero ad amministrarla. Era una
immobiliare, e con Checchino pensò bene di cogliere al
volo le eventuali occasioni che si sarebbero presentate
con le dismissioni del mattone da parte di alcuni grandi
gruppi pubblici.
Fu
durante una delle tante visite di Moschetti a palazzo
che Fini confessò l'entusiasmo per quella nuova
conoscenza, un ragazzo sveglio, bravo a fare affari,
introdotto perfino nella politica internazionale. Un
italiano all'estero che ce l'aveva finalmente fatta ed
era pieno di miliardi. Disse che Checchino stava
pensando a una joint venture con Follieri, coinvolgendo
anche alcuni parenti di Fini specializzati in
ristrutturazioni immobiliari. Parenti acquisiti, perché
il legame di sangue era con la prima moglie, Daniela Di
Sotto.
«So che Massimo Sarmi alle Poste sta preparando un piano
di dismissioni immobiliari », disse il presidente di
Alleanza Nazionale, facendo capire all'interlocutore che
avrebbe favorito un incontro fra Poste e Follieri group.
Moschetti non seppe poi a quale livello l'incontro ci
fosse stato. Ma intuì che Sarmi, persona assai cortese,
ma anche assai ferrata nella matematica, capì che due
più due fa quattro, ma Follieri più Poste non sarebbe
stata una buona operazione. Scelta assai lungimirante,
visto il decorso delle vicende
I
CONTATTI CON GLI ITALO-AMERICANI
Sfumato l'affare non vennero meno i rapporti di
cortesia. Chissà se rafforzati nel frattempo
dall'evolversi delle vicende sentimentali del futuro
presidente della Camera. Negli Stati Uniti infatti
Follieri cementò un rapporto con Frank Stella e la sua
National Italian American Foundation (Niaf). Tanto che
la fondazione principe degli italoamericani assegnò al
giovane Follieri un ambito riconoscimento pubblico
festeggiandolo insieme a George Bush padre.
Stella, come è emerso in questi giorni, era anche il
referente americano della Wind Rose International,
società immobiliare fondata da Sergio, Giancarlo ed
Elisabetta Tulliani e che ha sede a Roma al piano terra
della palazzina dove è andato a vivere dal 2007 Fini. Se
con le Poste l'affare sfumò, la finanziaria di Follieri
almeno un immobile riuscì a comprare nel centro di Roma,
a due passi da Trinità dei Monti.
Ed
è una fortuna per i creditori, visto che tutto è finito
a gambe all'aria, compreso il tentativo di liquidazione
di papà Pasquale dopo l'arresto americano del figlio, e
la finanziaria romana è fallita nel febbraio di questo
2010. Di politica parlava quindi Fini nei suoi incontri
con Moschetti. Ma anche di affari, che sembravano sempre
stare a cuore al futuro presidente della Camera. Affari
nazionali e internazionali. E affari di famiglia. Della
vecchia e della nuova famiglia... 08-09-2010]
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CARO GIANFRANCO TI “ASSEGNO” LA CANDIDATURA A SINDACO DI
ROMA – E FU COSÌ CHE NEL 1993 IL CASSIERE DELLA DC
ROMANA, LO SBARDELLIANO MOSCHETTI, CONVINSE IL
RILUTTANTE FINI A SFIDARE RUTELLI CON UN ARGOMENTO
DECISIVO: 1,3 MLD DI LIRE. IN NERO - FRANCO BECHIS
RIPERCORRE LA STORIA DELLA BENEDIZIONE DEGLI
SBARDELLIANI (ORMAI IMPRESENTABILI PER TANGENTOPOLI) AL
RAMPOLLO DI ALMIRANTE…
Franco Bechis per "Libero"
Vi
chiedo "di dare una mano a Gianfranco Fini". Fu questo
l'appello che l'8 agosto 1991 in un tavolo del
ristorante al Bolognese in piazza del Popolo a Roma,
Michele Marchio, capo indiscusso del Movimento sociale a
Roma rivolse a Giorgio Moschetti, tesoriere della dc
romana. Fini aveva da poco riconquistato la guida del
partito, che solo un anno prima gli aveva sottratto
l'avversario dell'epoca, Pino Rauti. Il delfino di
Giorgio Almirante aveva mostrato alla sua prima
esperienza di guida politica una fragilità inattesa.
Bisognava porvi rimedio, evitare ulteriori rischi.
Per questo Marchio bussò alla porta della dc romana, di
cui era leader indiscusso Vittorio Sbardella e di cui
aveva le chiavi della cassa proprio Moschetti. Al pranzo
partecipò lo stesso Fini, mentre Marchio fu accompagnato
in auto dal giovane assistente, Francesco Storace,
all'inizio di una lunga e promettente carriera politica.
Fu in quella occasione che scattò il feeling fra Fini e
Moschetti. Ed è in quell'incontro- in quel pranzo- che
sono state poste le radici di un connubio ventennale.
E'
lì- come rivelato ieri da Libero- che sono nati rapporti
anche assai riservati fra i due uomini politici. Da quel
momento Moschetti diventa il custode di molti segreti
della storia di Fini. Quel pranzo è all'origine di una
lunga storia che porterà all'incontro fra i due del 7
dicembre 2009 nell'ufficio del presidente della Camera.
Un incontro a lungo chiesto invano da Moschetti. E
ottenuto al volo solo quando a fine novembre 2009 all'ex
segretario amministrativo della dc romana viene in mente
di inviare una mail in cinque punti. Cinque titoli di un
dossier che racconta la storia comune. Cinque vicende
politico-finanziarie che ripercorrono gli anni trascorsi
insieme.
Iniziò nel 1991 quell'avventura comune. A Fini servivano
appoggi, strutture, accreditamento per rendere meno
fragile la sua riconquistata guida del Movimento sociale
italiano. Serviva anche un accreditamento con i veri
poteri di Roma. "Qui comandano i palazzinari", gli
spiegò Moschetti che li conosceva tutti ed era abituato
a bussare alle loro porte per avere sostegno anche
finanziario. Da quel momento la rete di amicizie e di
supporti fu in piccola parte condivisa con il nuovo
politico emergente. Che avrebbe avuto presto la sua
grande occasione.
Era la fine del mese di agosto 1993, forse i primi
giorni di settembre, bisognerebbe chiedere con
precisione ai tre testimoni che oggi sono ancora vivi e
possono confermare. Certo fu prima della domenica di
chiusura della festa della destra a Mirabello (anche
quell'anno capitò il 5 settembre).
Fini salì nell'ufficio di Moschetti accompagnato da
Donato La Morte. In quei giorni si stavano decidendo i
candidati per le elezioni al comune di Roma. In campo
c'era Francesco Rutelli. La dc - quell'estate diventata
partito popolare con Mino Martinazzoli - non aveva
ancora scelto. Sembrava dovesse scendere in campo Rocco
Buttiglione, ma non si decideva. Se no il candidato
sarebbe diventato il prefetto di Roma, come poi accadde.
Fini voleva offrire i suoi voti alla dc, e chiese a
Moschetti di convincere Martinazzoli a non rifiutarli.
Il segretario della dc romana scosse la testa:
"Gianfranco, non hai capito la situazione. Io ho già tre
avvisi di garanzia e mi stanno portando il quarto. Non
vedi il clima? Devi provare a correre tu per le
elezioni".
Fini sorrise timidamente. Si avviò alla porta insieme a
La Morte, vecchio amico di Moschetti perché per lunghi
anni era stato consigliere provinciale della dc a Roma.
Poi proprio sull'uscio guardò il segretario
amministrativo della dc romana: "Ma secondo te, se mi
presento da solo, quanti voti prendo?". Moschetti
rispose secco: "Il 36 per cento!". Finì sgranò gli
occhi: "ma tu mi darai una mano?". E ottenute
assicurazioni, se ne andò. Si rividero a lungo durante
la campagna elettorale e anche per l'organizzazione
delle successive politiche del 1994.
Fu
qualche tempo dopo che spuntò fuori un giallo che fece
intuire quale fosse stata "quella mano" che Moschetti
doveva dare a Fini nella corsa a sindaco di Roma del
1993. Un deputato della Lega Nord tirò fuori la copia di
una lettera a firma di Giulio Caradonna, leader missino
dell'epoca, in cui si sosteneva che a Fini arrivarono
due miliardi di vecchie lire dalla corrente andreottiana
di Sbardella.
Fu
una rivelazione a tarda sera. Alle cinque del mattino
Fini tirò giù dal letto Moschetti. Con Donato La Morte
si videro tutti insieme a concordarono di smentire
formalmente tutto. Fu un capitano dei carabinieri a
raccogliere la smentita, attraverso la formula
dell'auto-querela che Fini aveva fatto a se stesso.
La
vicenda sarebbe proseguita qualche anno anche con
l'assoluzione di Caradonna, visto che una perizia
calligrafica mostrò che non era sua la perizia
calligrafica in calce a quella lettera. Così si chiuse
la vicenda. Ma la versione all'epoca concordata fu di
comodo. Lo avrebbe confessato anche anni dopo ad amici
lo stesso Moschetti. Più che falsa la versione era
imprecisa. Non di due miliardi si trattò. Ma di un
miliardo e 300 milioni di vecchie lire che
effettivamente finanziarono in nero (mai registrati) la
campagna elettorale di Fini. Non fu Sbardella a
stabilire quel contributo. Anzi. Lo Squalo era in rotta
con Andreotti da qualche tempo. Chiese a Moschetti
quindi di finanziare la corsa elettorale del candidato
scelto dal ppi, il prefetto di Roma.
Ma
il segretario amministrativo, che aveva già deciso in
cuor suo di restare fedele ad Andreotti e di non seguire
Sbardella nell'ultimo strappo, disobbedì allo Squalo.
Forse anche con un certo acume politico, comprese che il
futuro apparteneva a Fini, che Tangentopoli stava
spazzando via per sempre la vecchia dc. E quel miliardo
e trecento milioni puntò sulla corsa di Fini. Non servì
a farlo vincere. Ma da lì iniziò davvero la seconda
Repubblica, quindi la scommessa non fu affatto persa.
Chissà se è in quel miliardo e 300 milioni che si può
trovare uno dei capitoli del dossier che tante
preoccupazioni è in grado di creare al presidente della
Camera.
Certo in quel gesto si è cementato il rapporto segreto
fra l'ex segretario amministrativo della dc romana e il
nuovo leader della destra italiana in rapidissima
ascesa. Fu il primo mattone. Presto ne sarebbero seguiti
altri. Anche nella confusa fase della caduta del primo
governo di Silvio Berlusconi e del tentativo di
costruire un governo di unità nazionale guidato da
Antonio Maccanico.
n
quel biennio Moschetti da un lato dovette occuparsi dei
suoi processi, dall'altro seguì a distanza le vicende
finanziarie del partito che sarebbe diventato Alleanza
Nazionale. Facendo da chioccia anche a un pulcino della
nidiata, Andrea Ronchi, che Fini aveva dovuto mettere da
parte per un po'. Ma che Moschetti da anni guardava con
una certa simpatia, avendolo visto crescere all'ombra
del cupolone.
06-09-2010]
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UCCI UCCI QUELLA FIRMA È DI GAUCCI - NELLA PARTITA
ALL’ULTIMO SANGUE TRA LUCIANONE E LA TULLIANI ARRIVA
L’AUTOGOL DI LADY FINI: PER DIMOSTRARE CHE LA SCHEDINA
VINCENTE DEL SUPERENALOTTO È SUA, PORTA IL TAGLIANDO IN
TRIBUNALE MA NON SI ACCORGE CHE È FIRMATO DALL’EX
FIDANZATO - ALLA VISTA DELLA “PROVA SCHIACCIANTE” GAUCCI
RIACQUISTA LA MEMORIA: “MI RICORDAVO DI AVER FIRMATO
QUALCOSA, MA NON RICORDAVO PROPRIO COSA
Gian Marco Chiocci per "Il
Giornale"
Che diavolo ci fa la firma, anzi la sigla, di Luciano
Gaucci sulla schedina miliardaria del Superenalotto che
la signorina Elisabetta Tulliani dice d'aver riempito da
sola, giocato da sola, riscosso da sola? Com'è possibile
che l'autografo dell'ex presidente del Perugia Calcio
compaia, in basso a sinistra, sulla prova regina che la
compagna di Gianfranco Fini ha prodotto in tribunale e
ai giornalisti per giustificare il gruzzolo iniziale col
quale poi acquistò svariati immobili, compresi quelli
che Gaucci reclama come suoi?
Con malcelato e finto stupore se lo domandano i legali
di Lucianone alla vista dei documenti (la fotocopia
della matrice del biglietto miliardario allegata a una
distinta di versamento del 5 maggio 1998 controfirmata
Elisabetta Tulliani) esibiti dagli avvocati di Ely,
Carlo Guglielmo e Adriano Izzo e Michele Giordano, a
dimostrazione delle «prove incontestabili» a vantaggio
della cliente. Se lo chiedono perché, a loro dire, i
conti su quella vincita da oltre 2 miliardi ora non
tornano davvero più, specie dopo le testimonianze del
tabaccaio, della segretaria, del geometra del gruppo,
dei figli, di tutti i «testimoni» della giocata
fortunata.
La
prova regina di Elisabetta rischia così di trasformarsi
nella prova regina di Luciano Gaucci che al Giornale,
giusto ieri, aveva anticipato novità in arrivo proprio
sulla schedina: «Io me lo ricordavo che avevo firmato
qualcosa - ha confidato a persone a lui vicine - ma non
ricordavo cosa, se la schedina, la matrice, la distinta.
Ho
detto ai miei avvocati Alessandro Sammarco e Francesco
Giuseppe Catullo di controllare e loro hanno trovato una
sigla "familiare" sulla schedina che gli avvocati di
Elisabetta hanno mostrato ai giornalisti. Dopodiché
l'hanno confrontata con quella apposta su vecchi atti
giudiziari. Poi, su incarico del perito, mi hanno
chiesto di fare alcune firme e alcune sigle su un foglio
bianco che ho provveduto a faxare: sono rimasti a bocca
aperta. Avevano davanti la prova che quella era la mia
firma. La prova che l'ho giocata io quella schedina».
Un
immediato riscontro Gaucci lo avrebbe trovato in un
primo, parziale, report che il perito grafico avrebbe
rilasciato agli avvocati laddove si confermerebbe la
natura e i tratti caratteristici della grafia
dell'imprenditore romano impressi sulla schedina
contesa. «Ovviamente per trarre delle conclusioni certe
e definitive da sottoporre all'attenzione dell'autorità
giudiziaria - spiegano gli avvocati Sammarco e Catullo -
occorrerà aspettare la relazione completa degli
specialisti a cui ci siamo rivolti. Le prime
indicazioni, però, appaiono sorprendenti».
Nonostante Gaucci canti già vittoria, la cautela è
d'obbligo. Qualora venisse confermato che quella firma
in calce alla schedina appartiene effettivamente all'ex
presidente del Perugia, si aprirebbe una partita
processuale dagli esiti incerti. Perché a quel punto
Gaucci pretenderebbe dai pm umbri (che gli hanno fatto
le pulci nell'inchiesta sul crack del Perugia)
un'indagine altrettanto approfondita sui conti di
Elisabetta per appurare l'origine di quella vincita
dichiarata dalla compagna di Fini che non corrisponde
alla cifra effettivamente erogata dalla Sisal.
La
sigla sulla schedina (che in genere richiede la banca,
non la Sisal) secondo Gaucci rafforzerebbe la tesi
opposta a quella dell'avvocato Izzo, che al Giornale ha
dichiarato: «La schedina è stato il tormentone
dell'estate, ma per noi è tutto comprovato e non è
neanche più contestabile perché sono passati 10 anni e i
diritti sono prescritti. La schedina è come un titolo al
portatore, e all'incasso l'ha portata Elisabetta. Questo
è certo».
[03-09-2010]
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ASSUNTA ALMIRANTE: «ALTRO CHE FINI, A MIO MARITO GIORGIO
FURONO DONATI 22 APPARTAMENTI, MA TUTTI ANDARONO
DIRETTAMENTE AL MSI» -
«A dire la verità, Giorgio Almirante non aveva
intenzione di nominare Gianfranco Fini segretario del
partito: la sua intenzione era, cosa che sanno
pochissimi, affidare la segreteria all'onorevole
Vincenzo Trantino. Fui io a dirgli che doveva cambiare
generazione».
Cosi si esprime Assunta Almirante, per 44 anni moglie
del fondatore del Msi, in un'intervista che il
settimanale Panorama pubblicherà sul numero in edicola
da domani, 10 settembre. Inoltre, commentando il caso
Tulliani e della casa di Montecarlo, Assunta Almirante
aggiunge: «mio marito ha avuto ben 22 appartamenti in
donazione e si e sempre limitato a chiamare un notaio e
fare un passaggio di proprietà da se stesso al partito,
e i soldi di eventuali vendite li incassava
l'amministratore del partito stesso».
07.09-10 |
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INCHIESTA SU APPARTAMENTO MONTECARLO, ESITO ROGATORIE...
(Adnkronos) - In tempi brevi la Procura
della Repubblica di Roma dovrebbe ricevere dalle
autorita' monegasche i documenti richiesti all'inizio
dello scorso mese di agosto per chiarire il caso
dell'appartamento abitato a Montecarlo, in boulevard
Princese Charlotte dal fratello di Elisabetta Tulliani,
compagna di Gianfranco Fini.
A
richiedere il carteggio e una serie di informazioni
relative alla compravendita tra i rappresentanti di An e
una societa' con sede nei Caraibi era stato, il mese
scorso, il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani. Nei
giorni scorsi finalmente dall'autorita' monegasca e'
stato assicurato che i documenti richiesti saranno a
giorni a Roma.
L'esame del carteggio consentira' al magistrato di
programmare la prossima attivita' istruttoria per
chiarire la situazione. Gia' il 14 settembre prossimo e'
in programma l'interrogatorio del senatore Francesco
Pontone gia' amministratore dei beni di Alleanza
nazionale. Ma una volta che le carte saranno a Roma non
e' escluso che vengano convocati a Palazzo di Giustizia
anche l'altro amministratore di An Donato Lamorte e
Giancarlo Tulliani che attualmente e' inquilino
dell'appartamento in questione. La convocazione di
quest'ultimo, comunque, potrebbe essere decisa dopo che
il magistrato avra' acquisito il contratto di affitto
dell'appartamento e stabilito qual e' il canone di
affitto richiesto.
La
procura di Roma, come e' noto, ha ipotizzato il reato di
truffa aggravata contro ignoti sulla base della denuncia
presentata da esponenti de 'La destra' di Francesco
Storace.
2.
FINIANI IN VISITA AI PM DI BARI...
Da "Libero"
- I parlamentari finiani incontreranno domani
il procuratore distrettuale antimafia di Bari, Antonio
Laudati. La delegazione di Fli sarà composta dal
capogruppo alla CameraItalo Bocchino, dal
vicepresidentedella Commissione Antimafia, Fabio Granata
e dal presidente del Comitato per la
Legislazione,Antonino Lo Presti. L'incontro è una tappa
del tour nelle principali Procure italiane, allo scopo
di accendere i riflettori sul problema giustizia. La
visita alla Procura di Bari segue quella fatta alla
Procura di Reggio Calabria. «La tappa barese - si legge
in una nota stampa - assume rilevanza e attualità anche
a seguito del grido di allarme ripetuto qualche giorno
fa dal Procuratore Laudati, dopo l'omicidio di mafia
avvenuto a Altamura».
07.09.10 |
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UCCI UCCI ’MO QUERELA PURE GAUCCI – L’EX POLLO DELLA
TULLIANI S’INCAZZA: “BASTA BUGIE, DENUNCIO ELISABETTA” -
L’EX PATRON DEL PERUGIA NON HA DUBBI: “I DOCUMENTI LA
SMENTISCONO” - IN BALLO LA PROPRIETÀ DELLE CASE E LA
VINCITA DA DUE MLD € AL SUPERENALOTTO – IL LEGALE DI
LUCIANONE: “LO HANNO SPINTO E CONSIGLIATO
‘AMICHEVOLMENTE’ AFFINCHÉ INTESTASSE LORO GLI IMMOBILI
FINGENDO DI FARE IL SUO BENE”…
Gian Marco Chiocci per "Il
Giornale"
Dalla casa di Montecarlo alle case Gaucci-Tulliani,
tutti querelano tutti. Querelano i fan della vedova
Colleoni che donò l'appartamento nel Principato ad An.
Querela Gianfranco Fini. Querelano i finiani. Querela
ovviamente Elisabetta Tulliani, la compagna del
presidente della Camera che se l'è presa con l'ex
compagno Luciano Gaucci intenzionato a riprendersi la
casa dove abita Fini e tutto il parentame. Avrebbe
querelato, pare, anche la primula rossa dei Tulliani,
Giancarlo, scomparso, irrintracciabile, latitante per i
giornalisti.
A
far querele, o quantomeno a preannunciarle, mancava
soltanto lui: Lucianone. L'attesa non è stata vana.
Puntuale, ieri, anche l'ex presidente del Perugia calcio
ha dato mandato al suo avvocato Alessandro Sammarco di
predisporne una nei confronti della bionda fidanzata di
un tempo, che all'ennesima intervista di Big Luciano, ha
reagito così: «È intollerabile che Gaucci finga di
ignorare la realtà, così come che certa stampa
amplifichi le sue mendaci dichiarazioni. Ho dato mandato
ai miei legali di assumere ogni iniziativa giudiziaria
in sede civile e penale nei confronti di Luciano Gaucci
nonché del settimanale Panorama e dei quotidiani Libero
e Il Giornale».
La
risposta di Ely prendeva spunto dalla durissima presa di
posizione di Gaucci sulla vincita della schedina del
Superenalotto («sono stato io a vincere i due miliardi
mica lei») ma anche sulla proprietà effettiva di
numerosi immobili che la Tulliani, al contrario di quel
che sostiene Gaucci, rivendica come suoi. Dalla casa di
Santo Domingo, dove sta passando gli ultimi giorni di
vacanza, l'imprenditore romano ha iniziato a pianificare
la sua controffensiva.
Per prima cosa, appunto, la querela a Elisabetta per
certe «improvvide» dichiarazioni «facilmente smentibili
dai fatti e dai documenti in nostro possesso». In
seconda battuta l'avvio di serrate indagini difensive
finalizzate a verbalizzare i primi quindici testimoni
che nelle ultime ore hanno contattato lo studio Sammarco
offrendosi di raccontare come, dal loro punto di vista,
andarono effettivamente le cose riguardo alla giocata e
alla vincita da due miliardi di lire al Superenalotto
nonché alle modalità di acquisto e di cessione degli
immobili oggetto del contendere fra i due ex innamorati.
«Vi confermo l'intenzione del mio assistito di avviare
un'iniziativa civile e penale nei confronti della
signora Elisabetta Tulliani - spiega l'avvocato Sammarco
-. Il signor Gaucci non accetta di passare per bugiardo
e vuole sfidare sulla verità dei fatti la signora
Tulliani. Mi ha detto di essere in grado di dimostrare
tutto quel che ha riferito in interviste a giornali e
tv. È sicurissimo che alla fine la verità verrà a galla,
una verità che ovviamente è lontanissima dalla "verità"
di cui Elisabetta Tulliani si dichiara custode».
La
querela di Gaucci a Elisabetta Tulliani si rifà per
certi versi a quanto contenuto nell'atto di citazione
che è alla base del procedimento civile pendente a Roma
dove Gaucci ha convenuto in giudizio la sua vecchia
stella, il fratello Giancarlo, la suocera Francesca Frau
e la società di «famiglia» Wind Rose Srl. E questo anche
perché, scriveva Gaucci, «in totale malafede i Tulliani,
consapevolmente e scientemente» lo avevano ingannato
«sulla bonarietà delle loro intenzioni e dei loro
consigli.
Hanno tirato, come suol dirsi, l'acqua al proprio
mulino, profittando del fatto che all'epoca il Gaucci
era sentimentalmente e stabilmente coinvolto con la
signora Tulliani fin quando non hanno ottenuto quello
che volevano per poi voltargli brutalmente le spalle;
hanno spinto e consigliato "amichevolmente" il Gaucci
affinché egli intestasse loro gli immobili fingendo di
fare il suo bene, con l'unico scopo di ottenere un
proprio tornaconto: hanno offerto il loro aiuto al
Gaucci - si legge sempre nell'atto depositato in
tribunale - in quel momento particolare in cui gli
affari dello stesso cominciavano a fare acqua, ma con
l'unica riserva mentale di incastrarlo e peggiorare
ancora di più la sua posizione.
Tutto a loro vantaggio e a danno dell'ingenuo Gaucci che
soltanto recentemente si è accorto della trappola in cui
era caduto e del danno subìto».01-09-2010]
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“a
quel ciccione, a quel panzone, gli dobbiamo inculare i
soldi” - Spunta una registrazione di quando il "cognato"
dell’ex capo di An era manager della Viterbese e voleva
fregare quel boccalone di gaucci - E riemergono accuse:
gestiva giocatori e bilanci con disinvoltura - intanto
Giancarlo Tulliani non si trova più. Doveva chiarire,
spiegare, precisare, dire, fare, parlare. È sparito....
Gian Marco Chiocci per
Il Giornale
Missing. Scomparso. Svanito nel nulla. «Roba da lupara
bianca» commentano con sarcasmo i tanti detrattori di
Giancarlino nella molto poco mafiosa Tuscia dove nel
triennio '98-2000 dettava legge l'allora ventitreenne
vicepresidente della Viterbese Calcio. Proprio così.
Giancarlo Tulliani non si trova più. Doveva chiarire,
spiegare, precisare, dire, fare, parlare. È sparito.
Non ne sa niente nemmeno il Corriere della sera, che di
tanto in tanto faceva trapelare virgolettati attribuiti,
o attribuibili, al «cognato» di Gianfranco Fini, in fuga
dopo aver passato l'estate nell'appartamento monegasco
di Rue Princesse Charlotte donato dalla contessa
Colleoni ad An che lo rivendette a un quinto del suo
valore a una società off shore.
Lo
cercano a Montecarlo come nella terra etrusca dove il
fratello di Elisabetta venne ribattezzato (Elisa)Betto
dagli ultras destrorsi incazzati per quella sua
spavalderia da manager londinese nel club di proprietà
dell'allora «cognato» Luciano Gaucci, fidanzatissimo di
sua sorella Ely.
L'ex leader curvarolo Luciano Matteucci l'ha messa giù
papale papale: «Non solo faceva la spia, ma Betto si
intascava pure i soldi destinati agli ultras. Un giorno
del '99 Gaucci ci disse che ci avrebbe aumentato lo
"stipendio" che regolarmente ci veniva corrisposto
tramite Tulliani. Ma quando annunciò che da un milione e
mezzo passava a due milioni, restammo a bocca aperta e
rispondemmo che non volevamo più soldi. Nella sala scese
il gelo, e Gaucci che era un gran signore disse: "Ah,
sì... mi sono sbagliato. Passerete a un milione".
Avevamo capito che tipo di persone aveva vicino il
povero presidente Gaucci?». Vero? Falso? Chi lo sa.
Se
Tullianino scappa, a Viterbo arriva a soluzione il
giallo del nastro magnetico, azionato furtivamente da un
ex direttore sportivo della Viterbese, con sovrimpressa
la voce e le imprese del futuro inquilino del
Principato. Per capire di cosa si tratti occorre rifarsi
a quanto raccontato recentemente al Giornale da
Alessandro Gaucci, figlio di Lucianone:
«Le persone che avevano a che fare con lui, e che per
forza di cose erano "costrette" a lavorarci insieme, non
me ne parlavano bene. Mi dicevano che lì, sia lui che il
padre, che gestivano la Viterbese calcio prima, e la
Sambenedettese calcio poi, non si stavano comportando in
modo corretto (...). Per non parlare poi di quel che mi
raccontavano i direttori sportivi a proposito sia dei
rapporti personali che della gestione economica dei
calciatori da parte di Giancarlo.
Spiegavo loro che non potevo fare granché perché c'era
mio padre di mezzo e la famiglia della sua compagna, e
perché per dirgli certe cose avevo bisogno di prove. Di
lì a poco un direttore sportivo dell'epoca mi portò un
nastro registrato che io non volli ascoltare, per
rispetto verso mio padre, a cui poi lo girai. Ero
imbarazzato io, figuriamoci lui. Gli dissi soltanto:
"Papà, se devi regalare i soldi, fallo pure, ma almeno
non te li far fregare"».
Il racconto, diretto, mai smentito, ha fatto
faticosamente breccia nella memoria a quel brav'uomo di
Ernesto Talarico, ex direttore sportivo della Viterbese,
che non potendone più del giovanotto-manager a sua
insaputa schiacciò il tasto «rec». Perché lo fece? «Per
far capire a Luciano (Gaucci, ndr) chi aveva accanto. Io
volevo un bene dell'anima a Luciano ma si vedeva lontano
un miglio che qualcuno ne voleva approfittare. Per me è
un capitolo chiuso, non ne voglio più parlare di quella
registrazione e di quel collaboratore lì, non merita una
parola di più, nemmeno mi ricordo che diceva».
A
forza di insistere, però, Talarico la parola in più la
dice: «Quella bobina io poi l'ho messa dentro una borsa
e stranamente poi me l'hanno rubata, tanto che son
dovuto andare a denunciare il tutto ai carabinieri.
Prima, però, diedi il nastro ad Alessandro, il figlio di
Luciano, oppure a Ermanno Pieroni (ex direttore sportivo
del Perugia, ndr) perché lui, Tulliani intendo, voleva
gestire direttamente i giocatori, voleva interessarsi di
tutto lui, si intrometteva nelle trattative coi
giocatori e voleva farla lui la trattativa. Magari io ci
avrei rimesso di mio ma non ci avrei mai guadagnato una
lira, e invece avevo capito che lui si dava da fare
perché magari voleva tirar fuori qualcosa per lui.
Cercate di capirmi, non mi va di parlarne dei
Tulliani...».
Decisamente più loquace Ermanno Pieroni, ex «ds» del
Perugia, poi presidente dell'Ancona, svariate
disavventure giudiziarie nel curriculum, testimone
prezioso del nastro-Tulliani: «Talarico è stato bravo e
coraggioso. Visto che Gaucci non credeva a quel che la
gente e i suoi figli gli dicevano sui Tulliani, Ernesto
ha registrato il nastro e lo ha fatto arrivare al
presidente. Ai figli ha detto: "Aho, non è che poi il
presidente mi licenzia per questa cosa?"». Detto, fatto:
«Di lì a poco l'ha licenziato».
Le
ragioni di quell'intercettazione casareccia? Antipatia
personale, o ben «altro»? «Non gli stava antipatico
Giancarlo - insiste Pieroni - è che Tulliani fregava i
soldi a Gaucci. E questo Ernesto disse ai due figli,
Alessandro e Riccardo, che erano insieme al castello del
padre a Torre Alfina. Loro risposero che avevano bisogno
di prove, era sotto le feste di Natale. Così lui è
andato e l'ha registrato mentre diceva "a quel ciccione,
a quel panzone, gli dobbiamo inculare i soldi" (...).
Fregava i soldi sui giocatori, sui contratti. Ernesto
c'aveva le pressioni di questo che voleva guadagnare
sulla pelle di Gaucci...».
Il
nastro, rimasto nei cassetti per anni, presto potrebbe
rivedere la luce. Chissà se ne è a conoscenza Enzo Di
Maio, altro ex ds della Viterbese, che trascinò sotto
inchiesta Giancarlo Tulliani per una vicenda (poi
archiviata) di sostanze dopanti ai calciatori.
Carolina Morace, prima donna a guidare una squadra
maschile, la Viterbese appunto, al Messaggero ha
liquidato Giancarlo come «ininfluente». Uno che «non
aveva nessuna esperienza di calcio» ma che col calcio, a
dar retta al nastro, e ai testimoni, voleva guadagnarci
aggirando persino il cognato. [31-08-2010]
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FOTOCOPIATRICE TULLIANI - FRA LE TANTE STRADE
PROFESSIONALI TENTATE DA E.T. (IMMOBILIARISTA, AVVOCATO,
SHOWGIRL) CE N’È ANCHE UNA CHE È FINITA QUASI SUL
NASCERE: QUELLA DELLA GIORNALISTA FRA L’ESTATE E
L’AUTUNNO 2006 ELY RIFILÒ A ‘IL TEMPO’ UN PACCO DI PEZZI
COPIATI E INCOLLATI DALL’ANSA - INFINE, USCÌ CON LA SUA
FIRMA UN ARTICOLO SCRITTO DA UN NOTISTA DEL GIORNALE E
IL DIRETTORE DE “IL TEMPO” PEDULLÀ CI RIMISE LA POLTRONA
Franco Bechis per
Il Tempo
Immobiliarista, come tutto il resto della famiglia,
grazie alla Wind Rose International finita ora al centro
della battaglia legale con Luciano Gaucci. Avvocato dopo
essersi laureata in giurisprudenza, anche se ha
esercitato la professione poco o nulla. Showgirl grazie
a qualche buona entratura in Rai, ma dopo qualche
programma è finita l'avventura lasciando nella tv di
Stato spazi ben più redditizi al fratello Giancarlo e a
mamma Francesca.
Fra le tante strade professionali tentate da Elisabetta
Tulliani ce ne è anche una che è finita quasi sul
nascere: quella della giornalista. Ne resta traccia fra
l'estate e l'autunno del 2006 nell'archivio (che è anche
on line) del quotidiano Il Tempo, all'epoca diretto da
Gaetano Pedullà.
La
Tulliani desiderava, dopo l'iscrizione all'ordine degli
avvocati, anche quella all'ordine dei giornalisti,
elenco pubblicisti. E iniziò la collaborazione,
specializzandosi in economia e finanza. Poi scrisse
qualche articolo di cronaca e perfino uno di politica,
proprio quello su cui scivolò scatenando perfino il cdr
del quotidiano e dovendo infine interrompere la sua
collaborazione.
La
Tulliani non scriveva in redazione (nessuno ne ricorda
l'assidua presenza), ma fra settembre e ottobre di
quell'anno sfornò articoli a ripetizione. Apparvero con
la sua firma- necessaria per raggiungere l'agognato
tesserino da pubblicista- ma non sempre erano farina del
suo sacco.
L'11 ottobre 2006 apparve ad esempio su Il Tempo un
articolo della Tulliani sull'inchiesta delle Iene a
proposito dei deputati che facevano uso di droga.
Titolo: "L'associazione Polo tecnico vuole sapere chi
sono i pusher degli onorevoli- Esposto alla procura di
Roma per fare aprire un'inchiesta". Il testo però è
identico, parola per parola, perfino nella
punteggiatura, a un dispaccio dell'Ansa delle 19.02
della sera precedente dal titolo "Droga: Iene; Polo
tecnico, esposto per permettere l'inchiesta".
Un
piccolo plagio, perché senza un minimo di editing
redazionale sui giornali non si dovrebbe firmare con il
proprio nome il lavoro fatto da altri. Ma nessuno se ne
accorse. Nonostante l'incidente di quel giorno non fosse
né il primo né l'ultimo: la Tulliani aveva il vizietto
di appropriarsi del lavoro altrui mettendovi
impropriamente il suo timbro in calce.
Il
27 settembre stesso incidente nella sezione economia del
quotidiano romano. Articolo sull'indagine Ue per i
trasferimenti dello Stato italiano alle Poste. Il testo
è firmato Elisabetta Tulliani, ma è identico, senza
modifica nemmeno della punteggiatura, al dispaccio Ansa
delle 17,42 del giorno precedente, siglato Cao. Anche in
questo caso appropriazione del lavoro altrui.
Stesso incidente il 18 settembre 2006. Su Il Tempo esce
un articolo della Tulliani sullo sciopero degli avvocati
contro il decreto Bersani sulle liberalizzazioni. Lei-
pur tentando la strada da giornalista- è già avvocato, e
la materia dovrebbe ispirarla. Ma nell'articolo
pubblicato a sua firma non c'è nemmeno un aggettivo
scelto dalla giornalista in erba: si tratta come sempre
della copia precisa alla virgola del dispaccio Ansa
delle 15,43 del 17 settembre, titolato "Competitività:
avvocati, al via settimana di sciopero", siglato FH-NM.
Un
paio di giorni prima, il 15 settembre, solito metodo.
Sul Tempo è uscito a firma Tulliani il dispaccio
dell'Ansa sulle acquisizioni di Unipol mandato in rete
alle 18,24 della sera precedente. Stesse parole, stessa
punteggiatura, ma diversa fatica: la Tulliani ha copiato
solo metà del dispaccio Ansa. Poi ha messo un punto e
l'articolo si è interrotto sul più bello (o forse è uno
scherzetto fattole in redazione).
Cerca che ti cerca, salta fuori anche un articolo della
Tulliani di cui non si trova traccia negli archivi delle
varie agenzie di stampa. Potrebbe essere davvero un
Gronchi rosa, l'unico dove l'avvocato e futura compagna
del presidente della Camera potrebbe avere messo farina
del suo sacco.
E'
un articolo di politica, fra l'analisi e il commento. I
nomi sono diversi, ma se si cambiassero, potrebbe essere
scritto oggi. "Pierferdinando Casini è riuscito laddove
neanche Prodi sarebbe riuscito. E' bastato il suo
ennesimo attacco alla leadership di Berlusconi per
ricompattare Forza, An e Lega. Tutti contro l'Udc.
Mercoledì a Pesaro, parlando con i suoi prima di
partecipare alle feste dell'Unità, il leader dell'Udc
non aveva usato metafore: ‘Non vogliamo vivere e morire
con Berlusconi'. Ieri- puntuali- sono arrivate le
reazioni. Non quella di Silvio Berlusconi che ha
trascorso l'intera giornata insieme a Umberto Bossi in
Sardegna...".
Sembra una premonizione di quel che si vede. All'epoca
Casini, ora Fini. E in entrambi i casi Berlusconi e
Bossi insieme a fine estate in una villa del Cavaliere.
Analisi politica perfino raffinata, quasi da fare
dimenticare l'evidente violazione del diritto d'autore
fin lì perpetrata ai danni dei poveri redattori
dell'Ansa.
Ma
anche quella non era farina del suo sacco. A distanza di
anni resta ancora un giallo. Perché quell'articolo era
stato scritto da una delle prime firme interne de Il
Tempo. Ma fu pubblicato con la firma di Elisabetta
Tulliani. Se ne accorse l'autore, che protestò. Insorse
il cdr chiedendo spiegazioni.
La
questione fu risolta all'interno e da lì a poco fu
staccata la spina alla fotocopiatrice Tulliani, mettendo
fine ai sogni da pubblicista. Nella redazione il caso
avvelenò il rapporto con il direttore, con un braccio di
ferro che da lì a poco sarebbe costato la poltrona a
Pedullà, che si è rifatto conquistando la direzione di
un polo tv interregionale della famiglia Caltagirone.
30-08-2010]
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-
MENTRE LE COLOMBE PDL MEDIANO SUL ‘PROCESSO BREVE’ E
PERFINO BOSSI PORGE IL RAMOSCELLO D’ULIVO (“FINI? UN
GALANTUONO”), FELTRI E BELPIETRO NON MOLLANO L’OSSO - 2-
BECHIS SU “LIBERO”: “IL COSTRUTTORE DE VITO PISCICELLI
(CHE RIDEVA PER IL SISMA DELL’AQUILA) AVEVA UN FILO
DIRETTO CON LA SEGRETARIA DEL PRESIDENTE. IN DUE
OCCASIONI SI RECÒ ALLA CAMERA E RIUSCÌ A FARSI SBLOCCARE
1,5 MILIONI. E LA SEGRETARIA RITA MARINO, IN OCCASIONE
DEL NATALE, RICEVETTE IN REGALO UN MONILE” - 3- DOPO IL
NO DI GUIDO PAGLIA. CHI È QUELL’ALTISSIMO DIRIGENTE RAI
CHE FU CONVOCATO NELL’APPARTAMENTO PRIVATO DEL
PRESIDENTE DELLA CAMERA PER ‘SPINGERE’ LA NASCENTE
IMPRESE DI PRODUZIONE CINE-TELEVISIVA DEL ‘COGNATO
ELISABETTO’?
1
- LA CRICCA NELL'UFFICIO DI FINI
Franco Bechis per
Libero
Sono due i passi rilasciati dall'ufficio di sicurezza
della Camera dei deputati che legano Gianfranco Fini
alla cricca degli appalti pubblici. Sono stati
rilasciati fra la fine di novembre 2009 e il gennaio
2010 per recarsi nell'ufficio del presidente della
assemblea di Montecitorio a Francesco De Vito
Piscicelli, l'imprenditore che con Diego Anemone è
diventato il più noto alle cronache della nuova
tangentopoli.
De
Vito Piscicelli è infatti l'imprenditore intercettato
con il cognato mentre rideva e si fregava le mani la
notte del terremoto de L'Aquila pensando a quanti affari
avrebbe potuto realizzare con le sue imprese. Non è noto
se in quelle occasioni avesse avuto un incontro diretto
con Fini. È invece documentato - grazie a lunghe
intercettazioni e pedinamenti dei carabinieri del Ros -
l'incontro con Rita Marino, segretaria particolare del
presidente della Camera che fu al suo fianco sia nel Msi
che in An nei lunghi anni in cui Fini guidò quel
partito.
La
Marino è risultata determinante per sbloccare con
procedura anomala un pagamento da 1,5 milioni di euro a
De Vito Piscicelli per uno degli appalti per i mondiali
di nuoto, quello per la realizzazione della piscina di
Valco San Paolo, poi finita nel mirino della
magistratura.
La
segretaria di Fini mostra nelle telefonate intercettate
un'antica conoscenza con De Vito Piscicelli e si dà un
gran da fare per sbloccare la sua pratica. Sono numerose
le telefonate intercettate che dimostrano un intervento
diretto della Marino con la ragioneria del Comune di
Roma per sbloccare il pagamento privilegiato per
l'imprenditore amico.
Non è impresa da poco, anche perché i lavori per la
piscina non sono stati fatti a regola d'arte: a un certo
punto lo stesso imprenditore si accorse di una crepa
nella struttura e cercò di porvi riparo come poteva. Il
responsabile sicurezza del cantiere, Giampaolo Gandola,
fu intercettato mentre confessava: «Non c'è un ponteggio
a norma, non c'è proprio un c... Figlio mio, qui non
andiamo in procura, andiamo a Regina Coeli...».
Per pagare quei lavori la delibera prevedeva
l'accensione di un mutuo (con erogazioni quindi
rateali), lasciando solo 1,7 milioni di euro a
disposizione della struttura commissariale dei mondiali
presso il Comune di Roma per le urgenze. Grazie
all'intervento decisivo della segretaria di Fini (è la
stessa persona di fiducia che il presidente della Camera
inviò a Montecarlo per dare un'occhiata prima della
vendita all'appartamento poi finito in mano a Giancarlo
Tulliani) al solo De Vito Piscicelli il 20 gennaio
scorso fu erogato usando quei fondi un anticipo da 1,5
milioni di euro.
Secondo le indagini degli acquirenti alla Marino
certamente è stato dato per il disturbo in occasione del
Natale un monile acquistato da De Vito Piscicelli alla
gioielleria Bonanni di Roma. L'imprenditore fece a
Natale scorso solo due regali di valore. Uno destinato
ad Angelo Balducci e uno alla segretaria di Fini.
2
- CONVOCAZIONE ALLA CAMERA PER DARE UN CONTRATTO AL
COGNATO GIANCARLO
Franco Bechis per Libero
In
un caso c'è anche una data certa: quella del 18novembre
2008. Fu quella mattina che alla Camera dei deputati
prima entrò una giovane promessa della finanza e della
tv italiana, Giancarlo Tulliani. E poco dopo un alto
dirigente della Rai, Guido Paglia, direttore delle
relazioni esterne dell'azienda. Entrambi si diressero
all'altana di Montecitorio, sede dall'epoca di Luciano
Violante degli appartamenti privati del presidente della
Camera.
Dal cuore dell'istituzione Gianfranco Fini cercava di
concludere affari assai poco protocollari, e molto
privati, riguardando il fatturato delle nascenti imprese
di produzione cine-televisiva del cognato. Di Rai
certamente quelle pareti avevano sentito già parlare in
passato. Ma in modo sicuramente più istituzionale.
Per legge - all'epoca di Giorgio Napolitano, poi di
Irene Pivetti, di Luciano Violante e in parte di
Pierferdinando Casini - il presidente della Camera
insieme a quello del Senato avevano potere di nomina del
consiglio di amministrazione della tv di Stato. Ma di
affari lì in quelle stanze non si è mai parlato. Quel 18
novembre non fu la prima né l'ultima volta di questa
legislatura in cui il presidente della Camera avrebbe
ricevuto manager pubblici a cui chiedere di dare una
mano imprenditoriale al cognato.
Secondo la ricostruzione già pubblicata e non smentita
da nessuno dei protagonisti quel giorno Fini spiegò che
il giovane Tulliani aveva bisogno in Rai di «un minimo
garantito sulla fiction, sull'intrat - tenimento e sui
diritti cinema dall'estero«. E siccome Paglia si
rifiutò: «Gianfranco, non è possibile. La Rai ha delle
regole, l'iscrizione all'albo fornitori, bisogna fare
piccoli passi, presentare progetti e sapere che c'è una
concorrenza sterminata», Fini chiuse ogni rapporto con
il dirigente Rai che per 30 anni aveva annoverato fra i
suoi più cari amici.
Ma
il caso non si chiuse lì. Ci furono altre telefonate e
incontri. E alla fine Tulliani ebbe almenoin parte
quanto richiesto. E la Rai (non la sola azienda pubblica
su cui è stato effettuato questo pressing) diede per
altre vie contratti alle società dei Tulliani per poco
meno di 2 milioni di euro.
LA
VICENDA DELLA CRICCA BALDUCCI-ANEMONE
GLI INDAGATI
Angelo Balducci, ex presidente del Consiglio superiore
dei lavori pubblici, Fabio De Santis, ex provveditore
alle opere pubbliche della Toscana, e gli imprenditori
Francesco Maria De Vito Piscicelli e Riccardo Fusi sono
indagati per corruzione nell'ambito dell'inchiesta sulla
Scuola Marescialli dei Carabinieri, uno dei filoni della
più ampia indagine sugli appalti relativi al G8
IL
PROCESSO
La prima udienza del processo è stata fissata per il 19
ottobre.
IL
TERREMOTO
Francesco Maria De Vito Piscicelli è il costruttore che,
la notte del terremoto all'Aquila, rideva al telefono
immaginando i grandi affari della ricostruzione post
sisma.
FILO DIRETTO
Piscicelli aveva un canale diretto con Rita Marino, la
segretaria del presidente della Camera Gianfranco Fini,
alla quale si rivolgeva per facilitare l'iter di alcune
pratiche.
[29-08-2010]
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UCCI UCCI, LA SCHEDINA è DEL SOR GAUCCI – LUCIANONE
PARTORISCE UN’IDEA MERAVIGLIOSA CHE DOVREBBE
CONSEGNARGLI LA VINCITA AL SUPERENALOTTO CHE DA 12 ANNI
SI CONTENDE CON LA TULLIANI: UNA PERIZIA CALLIGRAFICA
SULLA SCHEDINA – RIUSCIRà IL “SUPER ESPERTO” A
DISTINGUERE I PALLINI DI LUI DA QUELLI DI LEI? – ALTRO
MISTERO: SPARITI 500 MILIONI DI LIRE DAL BONIFICO SISAL…
Gian Marco Chiocci per "Il
Giornale"
«Ho trovato finalmente la prova che quella famosa
schedina miliardaria del Supernalotto l'ho giocata io e
non Elisabetta Tulliani. Aspetto l'ultimo riscontro da
una perizia calligrafica che su un determinato documento
ho commissionato a un super esperto, eppoi porto tutto
alla procura di Perugia».
Raccontano di un Luciano Gaucci pimpante e battagliero
per le presunte «novità» emerse nel corso delle indagini
difensive predisposte dal legale Alessandro Sammarco, il
suo difensore, nella guerra per tribunali con la
compagna di Gianfranco Fini. Quale sia questa novità
«clamorosa», ammesso che clamorosa effettivamente sia,
l'ex patron del Perugia Calcio non lo dice. Per ora.
L'avvocato Sammarco, interpellato dal Giornale, conferma
però l'esistenza di importanti novità in arrivo «che se
riscontrate» finirebbero per riaprire automaticamente
anche il filone degli immobili che Gaucci giura essere
suoi e che i Tulliani ribadiscono invece essere stati
acquistati con il provento di quella vincita
miliardaria, giocata dalla sola Elisabetta, il 2 maggio
1998 nella ricevitoria «Fortuna» di via Merulana a Roma.
Sul fronte della «paternità» della giocata e della
conseguente riscossione della vincita da due miliardi e
duecento milioni di lire (in realtà la cifra esatta
ammonta a due miliardi e settecento milioni di lire) la
risposta dei legali della Tulliani è netta.
Carlo Guglielmo Izzo, col Giornale, la mette così: «Non
so a che cosa possa far riferimento il dottor Gaucci
posto che noi abbiamo già esibito prove documentali
inattaccabili che abbiamo anche prodotto in sede civile
dove peraltro il signor Gaucci non ha rivendicato la
vincita, rivendicando soltanto quei beni che lui assume
di avere trasferito alla signorina Elisabetta Tulliani e
ai suoi familiari.
E
comunque - insiste Izzo - la vincita è del 1998 e non è
più contestabile perché sono passati più di dieci anni e
sono prescritti tutti i diritti. Dopo così tanto tempo
non può più pretendere. La schedina è come un titolo al
portatore: chi la presenta per la riscossione, vince.
Tutto il resto sono chiacchiere».
Come le testimonianze del tabaccaio che «lavorò» il
sistema per conto di Gaucci; della segretaria Barbara
che materialmente giocò la schedina pagando coi soldi di
Gaucci; del geometra di Gaucci che parò di
«organizzazione aziendale» per vincere ai giochi Sisal;
del figlio di Gaucci, Alessandro, che ha ricordato come
i sei numeri vincenti fossero stati scelti personalmente
dal padre perché facevano riferimento a giorni, mesi,
anni di nascita dei componenti della famiglia.
Semplicemente chiacchiere, secondo la difesa di
Elisabetta, che nulla possono contro i documenti esibiti
(fotocopia della matrice del biglietto miliardario,
fotocopia della distinta di versamento dove si dà
mandato alla banca di incassare il titolo pari a lire
2.200.000.000 «circa») sui quali i, però, gli inquirenti
vogliono vederci chiaro. Perché ulteriori presunte
anomalie sarebbero venute alla luce rispetto a quanto
già rivelato il 28 agosto dal Giornale, ad esempio,
sulla «sparizione» di 514 milioni di lire dalla vincita
reale.
La
Sisal dichiarò una vincita di 2 miliardi e 714 milioni,
la Tulliani esibì documenti con la cifra di 2 miliardi e
duecento milioni («I soldi spariti? Non ne sappiamo
nulla - taglia corto l'avvocato della Tulliani - a noi
risulta una vincita da 2 miliardi e duecento milioni di
lire. Punto e basta»). E se il riscontro sui conti
correnti di Gaucci e della Tulliani si preannuncia lungo
e laborioso, la «novità clamorosa» annunciata da Gaucci
potrebbe portare nelle prossime a una svolta decisiva
nelle indagini chieste a gran voce dallo stesso ex
presidente del Perugia e svolte, sin qui senza troppa
foga, dalla procura umbra.
02-09-2010]
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ANCHE I CONSULENTI DI AFFARI DI MONACO SI APPASSIONANO
ALLA DINASTY DEI TULLIANI - 1- PER DIVENIRE RESIDENTI
MONEGASCHI É NECESSARIO AVERE UN CONTRATTO DI LAVORO
UFFICIALE CON UN’AZIENDA DEL PRINCIPATO, OPPURE PROVARE,
ATTRAVERSO UNA CERTIFICAZIONE BANCARIA, CHE IL SOGGETTO
PUÒ VIVERE A MONACO SENZA ESERCITARE ALCUNE PROFESSIONE
E PUÒ DISPORRE DI UN DEPOSITO DI ALMENO 300.000 € - 2-
NON SEMBRA CHE IL SIG TULLLIANI LAVORI COME DIPENDENTE
QUI A MONACO, PERTANTO HA QUASI SICURAMENTE FORNITO ALLA
POLIZIA MONEGASCA QUESTO DOCUMENTO, MA COME HA FATTO IL
SIG. TULLIANI AD ESPORTARE UNA SOMMA COSI INGENTE? - 3-
PER POTER DIVENIRE RESIDENTI MONEGASCHI, É NECESSARIO
FORNIRE UN TITOLO DI PROPRIETÀ DELL’ALLOGGIO OPPURE UN
CONTRATTO REGISTRATO DELL’AFFITTO. QUALE DI QUESTE DUE
OPZIONI HA USATO TULLIANI? SE HA PRESENTATO UN CONTRATTO
REGISTRATO D’AFFITTO, É QUINDI POSSIBILE VEDERE QUALE
SOCIETÀ HA FIRMATO IL CONTRATTO - 4- NON è FINITA. C’È
ANCHE IL MISTERO DELLA MANCATA PRELAZIONE DA PARTE DEI
MONEGASCHI DI UN APPARTAMENTO SVENDUTO A 300 MILA EURO
(TRATTASI DI UN SAGACE ‘ANTIFURTO’ PER FREGARE CHI
DICHIARA CIFRE RIDICOLE PER NON PAGARE IL FISCO)
Riceviamo e pubblichiamo:
Egregio direttore,
Leggo con attenzione le vicende riportate sul suo sito
riguardanti la vendita "fittizia" dell'appartamento di
Montecarlo ed al riguardo vorrei suggerirle alcune cose
da approfondire.
Come potrà leggere attraverso questo link
http://www.monte-carlo.mc/index-tasse-it.html, la
tassa di successione per soggetti non discendenti é del
16%.
1
- Al momento della acquisizione testamentaria. AN ha
pagato la tassa di successione del 16,% al governo
monegasco? E se sì, su quale valore?
2
-
Vendendo l'appartamento nel 2008 ad un prezzo ridicolo
ed inesistente, la responsabilità del notaio Aurelia, é
sicuramente importante poiché: tutte le transazioni
immobiliari hanno una tassa di registrazione pari al
6,5% del valore della transazione, poiché il valore
reale del m2 a Monaco per immobili simili a quello dove
abita il sig Tulliani é di circa 20.000 € al m2; il
valore reale dell'appartamento avrebbe dovuto essere di
almeno 1.400.000 €.
Il
6,5% della tassa di registrazione avrebbe dovuto
ammontare a circa: 91.000 €. Essendo stata registrata la
vendita di 300.000 €, AN e la società acquirente, con la
complicità eclatante del notaio monegasco ha contribuito
ad evadere l'erario monegasco di circa 71.500 €.
3
- Mi sembra di ricordare che esiste a Monaco il diritto
di prelazione in favore del governo monegasco
applicabile su tutte le transazioni immobiliari. Se ciò
fosse vero, mi sembra veramente strano che il governo
monegasco non abbia esercitato il diritto di prelazione
su quest'appartamento, anche qui la complicità del
notaio mi sembra molto grave.
4
- Infine, dichiarando nei bilanci di AN un valore di
realizzo infinitamente più basso, é stato ugualmente
raggirato l'erario italiano poiché si sarebbe iscritta a
bilancio una forte plusvalenza (1.100.000 €), sulla
quale, credo, si sarebbe dovuta pagare una tassa in
Italia.
5
- Per divenire residenti monegaschi, é necessario: o
avere un contratto di lavoro ufficiale con una azienda
monegasca, oppure provare, attraverso una certificazione
bancaria, che il soggetto può vivere a Monaco senza
esercitare alcune professione.
Tale certificazione dice testualmente, che il
beneficiario dispone nei conti della banca monegasca di
somme ingenti. (Per ottenere questo documento le banche
chiedono un deposito di almeno 300.000 € . Non sembra
che il sig Tullliani lavori come dipendente qui a
Monaco, pertanto ha quasi sicuramente fornito alla
polizia monegasca questo documento, ma come ha fatto il
Sig. Tulliani ad esportare una somma cosi ingente?
6
- Idem dicasi per l'acquisto della Ferrari (200.000€) ma
da dove sono usciti questi soldi ?
7
-
Per poter divenire residenti monegaschi, é necessario
fornire un titolo di proprietà dell'alloggio oppure un
contratto registrato dell'affitto. Quale di queste due
opzioni ha usato Tulliani? Se ha presentato un contratto
registrato d'affitto, é quindi possibile vedere quale
società ha firmato il contratto.
8
-
Leggendo i vostri articoli, sembrerebbe che il sig.
Tulliani é un alto dirigente di società operanti in
Italia; come lo pagano ?
Grazie per l'attenzione
PS
Attraverso questo link potrà leggere le specifiche
riguardanti l'immobile a Montecarlo
http://www.assoproprietairesmc.org/Protege.html
Se quel palazzo rientra nella categoria del settore
"protetto" sicuramente il sig. Tulliani non può
occuparlo.
Maurizio Valentini
11, avenue Princesse Grâce
Monaco
Principality of Monaco
www.mauriziovalentini.com
2
- C'È ANCHE IL MISTERO DELLA MANCATA PRELAZIONE DA PARTE
DEI MONEGASCHI
Camilla Conti per
Il Tempo
Giancarlo è vivo e lotta insieme a noi. A noi che ogni
giorno portiamo a galla le falle del "sistema Tulliani"
ieri è arrivato un assist inatteso. Citiamo il Corriere
della Sera secondo cui «nella famiglia Tulliani, in
queste ore, circola una versione: Giancarlo, a parenti
ed amici, avrebbe spiegato che l'affitto di Montecarlo
sarebbe una sorta di "pagamento" per l'intermediazione
svolta per la vendita dell'immobile monegasco». Versione
credibile?
«Chissà», aggiunge lo stesso Corriere sottolineando che
«prima di metterla in giro ufficialmente, nello staff
del presidente della Camera ci si muove con i piedi di
piombo».
Certo perché se l'indiscrezione raccolta dai cronisti di
via Solferino fosse vera altro che assist, per il
cognato di Fini sarebbe un drammatico autogol: qualcuno
spieghi infatti al giovane Giancarlo che il provento non
dichiarato (in questo caso l'intermediazione
immobiliare) fa scattare automaticamente una procedura
di accertamento.
Tutto dipende dal momento in cui l'intraprendente
cognatino ha percepito "il provento": se era già
(effettivamente) residente a Montecarlo il fisco
italiano può fare poco poiché le cosiddette attività
occasionali va per cassa, non per competenza. Le regole
cambiano nel Principato dove Giancarlo ha la residenza
fiscale: l'attività economica deve essere autorizzata,
si deve ottenere quindi una partita IVA, quindi in
teoria le autorità monegasche potrebbero anche
sanzionare Tulliani.
Che invece di spararle grosse come un bambino pescato
con le mani nella marmellata, farebbe meglio a uscire
allo scoperto per chiarire tutta la vicenda. Nel grosso
casino di Montecarlo, intanto, i conti continuano a non
tornare. Come i prezzi da saldo a cui è stata vendita la
casetta di boulevard Princesse Charlotte ai misteriosi
soci della Printemps Ltd.
Ne
abbiamo scritto anche ieri facendo un confronto con i
listini degli appartamenti venduti in altre mete
esclusive, da Capri a Miami passando per Porto Cervo e
anche Santo Domingo. Ma più ne scriviamo, più emergono
nuove incongruenze con le regole del mercato
immobiliare. Ad aiutarci sono esperti del settore che
ormai si stanno appassionando alla dinasty dei Tulliani.
Loro ci fanno notare, ad esempio, che i parametri di
redditività annuale degli immobili a Montecarlo sono del
3 - 3,5% e circa del 5% rispettivamente per i comparti
residenziale e commerciale (ovvero uffici, non i
cosiddetti "fond de commerce"). Parametri calcolati
rispetto al valore corrente, e quindi costantemente
rivalutato, non al costo storico.
Quindi, ci spiegano gli esperti, capitalizzando
l'affitto presunto di Giancarlo Tulliani (la cifra
riferita dal suo avvocato) di 1.500 euro al mese
arriviamo a 18.000 euro l'anno al 3% ottenendo un valore
di 600.000 euro.
Certo, sempre scandalosamente basso rispetto ai prezzi
di mercato, ma comunque il doppio del rogito (anzi i
rogiti, considerando lo strano palleggio della casetta
fra i trust caraibici). Ergo: non solo i trecentomila
euro pagati ad An fanno ridere ma anche il canone citato
dal legale di Tulliani non è assolutamente coerente con
il mercato. Il canone ordinario per un immobile simile
si attesta, infatti, ad almeno 3.000 euro al mese,
persino tenendo conto di eventuali elementi penalizzanti
come la posizione poco centrale, la mancanza di vista
mare e gli infissi cigolanti.
Resta, infine, il mistero del mancato esercizio della
prelazione da parte dello Stato monegasco nei (doppi)
sei mesi previsto per legge, considerato il prezzo fuori
mercato. Nel Principato esiste infatti un'ordinanza, la
numero 1016 del 4 novembre 1954 che dà seguito
all'articolo 28 della legge 580 del 29 luglio 1953. Le
norme dettano le modalità di esercizio del diritto di
prelazione sull'acquisto di immobili da parte dei
Grimaldi.
In
sostanza lo Stato riprende la proprietà del bene
immobiliare ceduto versando all'acquirente il prezzo
riportato nell'atto maggiorato del 10%. Di solito il
diritto di prelazione viene esercitato per riprendere un
immobile venduto a un prezzo molto basso oppure per
motivi di politica sociale (farci un ufficio pubblico,
darlo in uso a un funzionario, un anziano, un indigente)
urbanistica (demolizione di una palazzina) o fiscale
(tassa pagata sul rogito irrisoria). La "svista" del
Principe Alberto in questa occasione ha quindi sorpreso
i "mastini" del real estate in Costa Azzurra. Ma nel
casino di Montecarlo il banco è saltato e non c'è da
stupirsi più di niente. 23-08-2010]
|
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NON DITE A FELTRI CHE ANCHE FESTER GALLIANI HA AVUTO A
CHE FARE CON ELISABETTA TULLIANI – QUELLA VOLTA CHE
“ELISABETTO” STRATTONò GIANNI LETTA, REO DI NON AVER
VOLUTO E.T. ACCANTO AL CAINANO – COSA AVEVANO IN COMUNE
MAZZOCCHI E I LOS TULLIANIS? LO STESSO AGENTE
TELEVISIVO, ENRICO PINOCCI…
1
-
Nei tanti giri e rigiri per trovarsi un futuro brillante
Elisabetta Tulliani bussò alla porta anche
dell'antennista più caro a Berlusconi, il mitologico
Fester Galliani. Tre o quattro appuntamenti, a Milano,
pare senza costrutto.
2
-
Quel retroscena svela dall'Espresso nel quale si
racconta di Berlusconi che evita di avere Elisabetta
attovagliata accanto, avrebbe avuto una coda. Allorché,
la fanciulla ingauccita viene invitata a trovarsi un
altro posto, sarebbe scattato come una lama
"Elisabetto". In preda ad un attacco di ira, avrebbe
presa per la giacca nientemeno che Gianni Letta, reo di
aver consigliato al Banana di evitare quella
avvicinamento finto-biondo...
3
-
Invece, il giornalista del Corriere della Sera Ernesto
Menicucci pensa bene di andare a intervistare Marco
Mazzocchi, giornalista di Rai Sport, ex inviato a
«L'Isola dei Famosi», che conobbe la Tulliani nel 2004:
lui conduceva «La Domenica sportiva», e lei lo
affiancava nel programma. "Elisabetta? Me la ricordo
bene: era simpatica, sveglia, umile. Mi andò benissimo:
era un avvocato, aveva ottime referenze e, per via della
storia con Gaucci, nello sport era un volto noto. Poi la
incontrai e mi fece un'ottima impressione: mi disse che
voleva intraprendere quella carriera".
Quello che non ricorda il pelato Mazzocchi è che una
cosa aveva in comune con la futura ‘disgrazia' di Fini:
lo stesso agente, Enrico Pinocchi. Un nome che non ci è
nuovo perché lo ritroviamo nelle trame televisive di
Giancarlo Tulliani. "Elisabetto" era socio al 51 per
cento della Giant Entertainment, che era partecipata al
49 per cento da Federico Passa e alla fine è Passa con
la sua Blue Pictures (ne detiene il 30 per cento mentre
il restante 70 per cento è intestato alla compagna del
produttore vicino ad An, Enrico Pinocci) a cedere un
pacchetto di film a Rai Cinema. Nei corridoi della Rai
si dice che sia stato lo stesso Tulliani a proporre il
business, inferiore al milione di euro, al neo direttore
Paolo Del Brocco. 23-08-2010]
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|
1-
L’AFFAIRE FINI/TULLIANI POTEVA DEFLAGRARE IL 27 NOVEMBRE
2009 MA NESSUNO HA VOLUTO ACCENDERE LA MICCIA. ERA TUTTO
SCRITTO SU UN BLOG, RAI E MONTECARLO E “COGNATINO”
COMPRESI. COSA È SUCCESSO, ALLORA? FORSE PER “LIBERO” I
TEMPI NON ERANO ANCORA BERLUSCONIAMENTE MATURI PER
SFASCIARE L’EX FASCISTA FINI? - (TRA GLI ‘ADDETTI AI
LIVORI’ SI SUSSURRA INFATTI CHE DIETRO IL BLOG ‘MATILDE
DI CANOSSA’ SI CELI L’IDENTITÀ DELLLO ‘PISTAROLO’ FRANCO
BECHIS, VICE DIRETTORE DI “LIBERO”) - 2- LA COATTISSIMA
ROTTURA TRA L’EDITORE DI “LIBERO” GIAMPAOLO ANGELUCCI,
CHE HA ALLE SUE DIPENDENZE IL FRATELLO DI FINI, E
GIAN-MENEFREGO VA RACCONTATA PERCHé RACCHIUDE LA MEJO
BATTUTA DELL’ANNO. FURIOSO, PER UN ARTICOLAZZO SU
ELISABETTA, IL PRESIDENTE DEI LOS TULLIANIS TELEFONA AD
ANGELUCCI. L’ARROGANTISSIMA SCENATACCIA DI FINI SI
CHIUDE COSì: “IO, CON “LIBERO”, MI PULISCO IL CULO!”. “E
IO DOMANI LO FARÒ DI CARTA VETRATA!”, È LA REPLICA
FULMINANTE DELL’EDITORE DI “LIBERO”
DAGOREPORT
Maddai, l'affaire Fini/Tulliani poteva deflagrare un bel
venerdì 27 novembre 2009 - e sottolineo 2009 - ma
nessuno lo ha voluto innescare. Era tutto scritto, per
filo e per segno, con nomi e cognomi, Rai e Montecarlo e
"cognatino" compresi. Cosa è successo? Forse i tempi non
erano ancora berlosconiamente maturi per sfasciare l'ex
fascista Fini?
Di
certo, il blog Matilde di Canossa
(http://matildecanossa.blogspot.com/), dietro il quale
si sussurra che si celi l'identità del mitologico
‘scupparolo' Franco Bechis, vice direttore di "Libero",
scodella tutto ciò che poi sarebbe esploso tra le nostre
gambe: la saga dei Tullianos. Prendete fiato,
allontanate i pupi e accomodatevi alla lettura:
SI
SPOSTA A MONTECARLO LA NUOVA RAI DEL TERZO COGNATO DELLA
REPUBBLICA
http://matildecanossa.blogspot.com/
Per chi si occupa di televisione segnarsi assolutamente
un indirizzo, viale Mazzini 114/a. Lì è nato e morto in
meno di un mese il Giant entertainment group di
Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta e cognato
della terza carica dello Stato, Gianfranco Fini. Da lì
il gruppo è partito all'assalto della Rai ottenendone
però un piccolo fiasco su Rai Due. Dopo insuccesso e
polemiche il terzo cognato della Repubblica è uscito di
scena: via da Roma, approdato a Montecarlo dove ha preso
pure la residenza fiscale.
E
curiosamente lo ha fatto in Rue princesse Charlotte 14,
stesso indirizzo di un immobile che risultava in
bilancio di Alleanza Nazionale. Si tratta di una casa
fra le tante lasciate in eredità al partito di
Gianfranco Fini da una contessa nostalgica, Anna Maria
Colleoni. Evidentemente Fini deve avere fatto espatriare
il cognato lì perchè desse meno nell'occhio nelle sue
imprese televisive. Ma attenzione, Giancarlo Tulliani
non figura più, ma nei suoi uffici di viale Mazzini
114/a sono spuntate come funghi società di casting e
produzione televisiva. Una sembra addirittura gemella
della Tulliani 1: si chiama Giant entertainment srl.
Un'altra si chiama Absolute television media srl, nata
nell'estate 2009 e subito in grado di essere accolta a
braccia aperte dal direttore di Rai Uno, Mauro Mazza.
Che le ha affidato casting e piccole produzioni del
programma- contenitore del pomeriggio, Festa italiana,
condotto da Caterina Balivo. Curioso: per anni è stato
tutto prodotto all'interno, all'improvviso è venuta
l'esigenza di farsi un giro fuori e mettersi nelle mani
di una società appena nata...
Finito? Bene. Avete letto lo scoop che non vide mai la
luce. Ora, se il blog Matilde di Canossa è davvero
frutto delle arti pistarole di Bechis, come mai "Libero"
non fece esplodere in quel di novembre 2009 la
bombastica notizia? Certo, significava mandare all'aria,
come poi è puntualmente successo, quello che restava del
rapporto tra i due co-fondatori del PDL. Da una parte.
Dall'altra, l'editore di "Libero" Giampaolo Angelucci ha
alle proprie dipendenze, nelle cliniche del gruppo,
nientemeno che il medico Massimo Fini, cioè il fratello
di Gian-menefrego.
Se
tra il Banana e Fini, sappiamo benissimo cosa è successo
per mandare all'aria tutti i rapporti, tra l'editore
Angelucci e il presidente della Camera la storia è
ancora tutta da raccontare e va assolutamente raccontata
perché in sé racchiude la mejo battuta dell'anno.
Magari per qualche articolazzo su Elisabetta Tulliani,
Fini va su tutte le furie, cotona al max l'arroganza,
afferra il telefonino e digita il numero di Angelucci.
La scenataccia termina con queste esatte parole: "Io con
"Libero" mi pulisco il culo!". "E io domani lo farò di
carta vetrata!", è la replica fulminante di Angelucci...
[24-08-2010]
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parla Ales¬sandro Gaucci, figlio di Lu¬cianone – un
fiume di vetriolo sulla premiata ditta tulliani – su
“elisabetto”: “un diretto¬re sportivo dell’epoca mi
portò un nastro registrato che io non volli ascoltare,
per rispetto verso mio pa¬dre, a cui poi lo girai. Gli
dissi soltanto: “Papà, se devi regalare i soldi, fallo
pure, ma almeno non te li far fregare” - su ely: “ci
tengo a smentire che io e lei siamo stati fidanzati. Se
qualcosa c’è stato magari c’è stato con mio fratello”…
Gian Marco Chiocci per
Il Giornale
Nuova elettrizzante puntata della guerra dei Roses in
casa Gaucci-Tulliani. Come e quanto parla, Alessandro
Gaucci, figlio di Lucianone, manager di calciatori
importanti. Parla all'indomani dell'intervista al
Giornale del papà intenzionatissimo a lottare per avere
indietro tutti i beni oggi in mano alla famiglia
Tulliani.
Dice la sua, Alessandro, sui parenti di Elisabetta e su
di lei,l'ex compagna di scuola diventata la fidanzata di
papà e poi del presidente della Camera. Alessandro, che
idea si è fatto di questa saga estiva che ha per
protagonisti suo padre, l'ex fidanzata Elisabetta, il
fratello Giancarlo e Gianfranco Fini .
«L'idea che si sono fatti tutti in Italia».
E
cioè?
«L'idea di una persona, mio padre, che è stata raggirata
da un'altra persona e dalla sua famiglia. Tutto qui, è
molto semplice e lineare » .
Lei l'ha vissuta da vicino quella storia d'amore finita
a carte bollate.
«E l'ho vissuta sì, purtroppo. È stata (Elisabetta, ndr
) sei anni in mezzo, e non è stato bello. Un inferno».
Come giudica l'iniziativa di suo padre per tornare in
possesso dei beni oggi in mano ai Tulliani, che lui
giura siano di sua proprietà?
«Se l'ha fatta è perché crede di avere ragione. Io non
lo so perché con Elisabetta ci viveva lui. A rigor di
logica sì, è anche possibile che tutti quei beni possano
fare le fine degli altri beni confiscati. Secondo mio
padre la provenienza è la stessa».
Dunque la pensa come suo padre sul patrimonio
immobiliare contestato?
«Io sono convinto che gran parte di quel patrimonio
provenga dai soldi e dai regali di mio padre per il suo
fidanzamento con Elisabetta. Il quantum non lo posso
stabilire ma quel che è certo che i Tulliani erano una
famiglia unita, una sorta di clan, nemmeno bene-stante,
ma una famiglia, come dire, normale.
Se
uno vede come stanno messi oggi, con le proprietà che
hanno, era impossibile che potessero avere l'opportunità
e le possibilità finanziarie per arrivare a detenere un
patri-monio del genere. Se poi ci sono riusciti con gli
anni, non lo so, ma che lavoro hanno fatto, lei, il
papà, il fratello, per diventare improvvisamente
miliardari? » .
Sulla schedina del superenalotto da due miliardi che
idea si è fatto?
«Non mi posso essere fatto alcuna idea perché lì c'è la
certezza che la schedina l'ha vinta mio padre, tanto è
vero che ricordo che quel giorno mi chiamò subito,
appena apprese dei due miliardi, e mi disse che voleva
regalarne una parte, la metà credo, a Elisabetta. Gli
dissì vabbè, fai tu, se proprio ci tieni...Certo poi
quando leggo delle inven-zioni che dice Elisabetta,
resto senza parole».
La
signorina Tulliani sostiene l'esatto contrario. Giura
d'averla vinta lei la schedina.
«E che altro deve sostenere? »
Senta Alessandro, lei la conosceva bene Elisabetta...
«E come non la conoscevo? Andava a scuola con me al
«Nazareno» di Roma. Era un anno avanti, poi l'ho vista
spesso perché ero amico di alcuni ragazzi che la
fre-quentavano. Ci vedevamo il fine settimana con una
comitiva. Ah, poi ci tengo a smentire che io e lei siamo
stati fidanzati. Se qualcosa c'è stato magari c'è stato
con mio fratello, con me no di sicuro».
Adesso la procura di Perugia ha aperto un fascicolo su
questi benedetti immobili. È un troncone della vecchia
inchiesta che riguardò anche lei e suo fratello.
«Noi abbiamo chiuso tutto con un patteggiamento tre anni
fa. Questa è un'altra storia, tutta da scrivere. Vediamo
come evolve».
Lei era amico di Giancarlo Tulliani...
«Amico? Ma quale amico. L'ho conosciuto bene lui e tutta
la sua famiglia. Giancarlo era un tipo molto particolare
e ha avuto un ruolo determinante, in negativo, nel
periodo più brutto dei rapporti fra me e mio padre
perché io sinceramente con loro, intendo i Tulliani, non
mi prendevo, non andavo affatto d'accordo.
Da
quando Elisabetta s'era messa insieme a mio padre, io a
papà non lo riconoscevo più. Era diventato un'altra
persona, boh, più che cambiato. Ce l'ha messo contro.
Eppoi c'erano sempre in mezzo ai piedi il padre, la
madre, il fratello. E papà, per colpa di queste persone,
s'è trasformato in qualcosa che ancora oggi non saprei
proprio come definire.
Era una situazione complicata, difficile da sopportare
anche per i comportamenti dei Tulliani nei confronti
delle persone che da anni lavoravano con noi e con le
nostre aziende. Papà, anche se con colpevole ritardo,
per fortuna s'è rinsavito. E anche noi, appresso a lui,
abbiamo ricominciato a vivere» .
Torniamo a Giancarlo Tulliani.
«Le persone che avevano a che fare con lui, e che per
forza di cose erano "costrette" a lavorarci insieme, non
me ne parlavano bene. Mi dicevano che lì, sia lui che il
padre, che gestivano la Viterbese calcio prima, e la
Sambenedettese calcio poi, non si stavano comportando in
modo corretto. Già la gestione del Perugia Calcio con
queste persone in mezzo ai piedi di mio padre, che lo
mettevano sempre contro tutti, non era facile. Ve lo
assicuro.
Per non parlare poi di quel che mi raccontavano i
direttori sportivi a proposito sia dei rapporti
personali che della gestione economica dei calciatori da
parte di Giancarlo. Spie-gavo loro che non potevo fare
granché perché c'era mio padre di mezzo e la famiglia
della sua compagna, e perché per dirgli certe cose avevo
bisogno di prove. Detto, fatto. Di lì a poco un
direttore sportivo dell'epoca mi portò un nastro
registrato che io non volli ascoltare, per rispetto
verso mio padre, a cui poi lo girai. Ero imbarazzato io,
figuriamoci lui. Gli dissi soltanto: "Papà, se devi
regalare i soldi, fallo pure, ma almeno non te li far
fregare"».
La
vicenda di Montecarlo l'ha sorpresa?
«Sorpreso io? No, no, non mi ha sorpreso affatto. Mi
sarei sorpreso del contrario. La vicenda monegasca non
posso giudicarla non essendo in possesso di elementi di
conoscenza diretti. Ma i sei anni che sono stato a
contatto con lui e con la sua famiglia mi portano a
pensare determinate cose. Per usare un'espressione
carina, il loro "stare" con papà non era
disinteressato».
[23-08-2010]
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GAUCCI JUNIOR, PIÙ VELENOSO DI LUCIANONE: “SONO
DIVENTATI MILIARDARi, quelli lì… I TULLIANI SONO
COSTOSI, IN TUTTI I SENSI... HA TRAVIATO MIO PADRE…
FURONO LORO A SPINGERE MIO PADRE A COMPRARE QUELLE
SOCIETÀ DI CALCIO. FORSE GLI PIACEVA AVERE A CHE FARE
CON I CALCIATORI…”
Ernesto Menicucci per il Corriere della Sera
Il
telefonino squilla all'estero, all'apparecchio risponde
Alessandro Gaucci, figlio di Luciano, ex amico di
Elisabetta Tulliani: grazie a lui, l'attuale compagna di
Fini conobbe il padre. Alessandro è a Bruxelles: «Sono
sempre nel calcio, faccio il manager di calciatori».
Ha
letto? La Procura di Perugia ha aperto un fascicolo sul
patrimonio di suo padre, finito ai Tulliani.
«Sì, ho visto. Non ho molto da aggiungere».
Elisabetta e Giancarlo, a luglio, avrebbero acquistato
altri due appartamenti a Roma.
«Sono diventati miliardari, quelli lì».
È
vero che è stato fidanzato con Elisabetta?
«Mai avuto una relazione, ma eravamo amici. Andavamo
allo stesso liceo, il Nazareno di Roma: lei, rispetto a
me, era un anno avanti. Eravamo nella stessa comitiva,
c'era anche mio fratello Riccardo».
Ed
Elisabetta com'era?
«Simpatica e carina. Poi, quando ha conosciuto mio padre
è cambiata: l'ha traviato, l'ha messo contro di noi. Con
papà, per un periodo, ho interrotto i rapporti. Ognuno
faceva la sua vita: mi toccava vederli solo nelle
ricorrenze».
I
genitori di Elisabetta li ha conosciuti?
«Venivano l'estate a Torre Alfina (il castello di Gaucci
nel viterbese, ndr), lei, il fratello Giancarlo, la
mamma e il papà».
La
stessa cosa che accade col presidente Fini...
«L'ha detto mio padre: chi prende lei, prende tutto il
pacchetto».
Elisabetta e Giancarlo sono entrati anche nel calcio: la
Sambenedettese lei, la Viterbese lui.
«Furono loro a spingere mio padre a comprare quelle
società. Forse gli piaceva avere a che fare con i
calciatori».
Suo padre sostiene che alcune delle vostre proprietà
sono ora intestate a lei, che però nega.
«Dire che ci sentiamo defraudati è troppo. Ma i Tulliani
sono costosi, in tutti i sensi...».
Perché di loro parla sempre al plurale?
«Sono un clan familiare molto unito».
Perché si sono lasciati, Luciano Gaucci ed Elisabetta?
«Affari loro. Ma quando si sono separati ho stappato una
bottiglia di champagne».
E
con suo padre ha recuperato? «
Si è accorto di chi aveva al fianco, anche se troppo
tardi».
21-08-2010]
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Cancello e terrazzo: gli abusi dei tullianos a
valcannuta - Prima il passo carraio, grazie al quale
fini passava dal retro per frequentare in segreto
elisabetta - Poi i lavori per ingrandire un salotto
interno riducendo il balcone - E il condono arriverà
grazie a una legge che l’ex An contestò (non voleva un
premio ai soliti furbi) e bloccò tutto per almeno un
anno – la tranquillità di gian-menefrego è sacra:
Vietati scivoli e altalene ai bimbi del comprensorio
Franco Bechis per
Libero
Quando nel 2002 per i soliti problemi di cassa della
Finanza pubblica, nel carnet del secondo governo di
Silvio Berlusconi spuntò il condono edilizio, in
consiglio dei ministri l'allora vicepremier Gianfranco
Fini fece la voce grossa (non voleva un premio ai soliti
furbi) e bloccò tutto per almeno un anno.
Oggi il presidente della Camera deve benedire quel
condono che alla fine si fece. Perché altrimenti
passerebbe qualche guaio nella casa dove abita insieme
alla famiglia Tulliani in via Conforti. Al quinto piano
di uno dei quattro edifici del comprensorio di
Valcannuta, proprio a pochi metri dalla stanza in cui
Fini dorme, il terrazzino condominiale si è infatti
allargato conquistando qualche metro e guadagnando
abusivamente un po' di cubatura.
Un
piccolo danno estetico al palazzo per rendere più comoda
casa, e meno male che ci sono quei condoni contro cui il
Fini politico aveva sparato a pallettoni, ma che possono
salvare da qualche guaio con la legge e con il comune di
Roma il Fini privato Peraltro quel complesso di
Valcannuta in cui i Tulliani hanno investito vincite
all'Enalotto, risparmi e secondo Luciano Gaucci anche i
fondi suoi, non deve essere andato a genio alla famiglia
nella sua conformazione originaria.
Così modifica lì, modifica là, il palazzo dove abita la
famiglia del presidente della Camera non è più uguale a
tutti gli altri. Chissà se Fini ha mai visto come era il
lato su via di Valcannuta prima della sua storia di
amore con Elisabetta. Se gli venisse curiosità,
basterebbe chiedere agli inquilini: quel cancello con
tanto di passo carraio che affaccia su via di Valcannuta
ed è protetto dalle telecamere di sicurezza, non
esisteva.
A
dire il vero il precedente proprietario del piano terra
ci aveva fatto un pensierino: l'affaccio era naturale, e
per lui entrare dall'ingresso principale del complesso
immobiliare in via Conforti e percorrere il lungo viale
per arrivare a casa ogni giorno era una fatica.
Così aveva presentato un progettino al comune e fatto
domanda per avere il passo carraio e il comodo ingresso
personale. Ma il Comune di Roma non ha voluto sentire
ragioni, e la domanda è stata respinta. La pratica si è
riaperta qualche tempo dopo.
I
Tulliani hanno fatto un'offerta per l'appartamento al
piano terra e l'inquilino ha fatto le valigie e venduto
casa. Che è diventata la sede ufficiale della Wind Rose
International srl, la società immobiliare di Elisabetta
e famiglia. Proprio in contemporanea la Tulliani ha
iniziato in gran segreto a frequentare Fini. Ed è stato
un doppio colpo di fortuna.
Primo perché il Comune è tornato improvvisamente sui
suoi passi e ha autorizzato l'apertura di cancello e
passo carraio su via di Valcannuta, che nel frattempo
era stato anche realizzato. Secondo perché proprio
grazie a quel passaggio interdetto agli altri inquilini
è stata protetta la privacy dell'autorevole politico e
di una relazione sentimentale che all'epoca non era
ancora stata svelata al grande pubblico.
Fini la sera arrivava nella casa segreta passando da via
di Valcannuta, entrava non visto negli uffici della
immobiliare e da lì raggiungeva il quinto piano per
raggiungere l'amata Elisabetta. Ufficializzata l'unione,
poi il passaggio protetto dalle telecamere di sicurezza
è diventato solo un'opzione, per sfuggire al pressing o
alla curiosità degli altri inquilini.
Opzione utile, perché nel comprensorio i rapporti fra la
famiglia Tulliani allargata e gli altri abitanti non
sono proprio idilliaci. Uno scarso amore vicendevole. A
Fini, una volta divenuto presidente della Camera, non
andava giù di dividere il quinto piano del palazzo con
altri due proprietari.
Con pazienza insieme ad Elisabetta ha fatto proposte di
acquisto agli altri due, in modo da conquistare il piano
come un bunker e non limitare la sua privacy. Il primo
colpo gli è riuscito quasi subito, nel 2009, e a vendere
è stato Marco Montefusco. Tre quarti del quinto piano
sono divenuti di proprietà dalla famiglia del presidente
della Camera (intestati ad Elisabetta).
Il
quarto proprietario, Roberto Gismondi, ha resistito fino
allo stremo. Poi è stata trovata una soluzione molto
vantaggiosa per lui e un mese fa il sogno di Fini, di
comandare su tutto il piano, si è finalmente realizzato.
Inutile dire che gli altri abitanti del comprensorio
parteggiassero nel braccio di ferro per la parte più
debole.
Anche perché con i Tulliani da tempo c'era una lunga
contesa nell'assemblea condominiale. Con tutti quegli
appartamenti avevano costituito una minoranza di blocco
impedendo agli altri inquilini di dare il via libera ad
attrezzare a parco per i bambini il verde condominiale:
«Fini non vuole essere disturbato dagli schiamazzi»,
dicevano. E così quel gruppo di case è l'unico della
zona a non potere dare scivoli e altalene ai bimbi del
comprensorio.
LE
CASE
Il patrimonio immobiliare della famiglia Tulliani è
piuttosto ricco. Sette appartementi nel centro di Roma:
cinque in via Conforti 52, uno in via Quattro Venti 238
e un altro in via Sardegna 20. A questi si devono
aggiungere l'ap - partamento di Capranica Prenestina e
quello di Sabaudia.
SABAUDIA
La dimora di Sabaudia è immersa nella quiete del Parco
Nazionale del Circeo. Mare a 600 metri e lago a due
passi. Nel 1995 l'immobile, su due piani, viene
ampliato, da tre vani e mezzo a sette vani. Il doppio.
Si tratta di un abuso edilizio, per il quale è stata
presentata una domanda di condono, ancora non accolta
(la domanda giace da anni nell'ufficio anti-abusivismo
della cittadina sul litorale laziale).
VALCANNUTA
In via Raffaele Contorti c'è invece il comprensorio di
Valcannuta, dove i Tulliani hanno cinque appartamenti
più box, soffitte, mansarde, posti auto al coperto e
allo scoperto. Il comprensorio è molto grande e molti
sono gli inquilini.
Ma
tra i nomi presenti sul citofono, ben cinque sono
"Tulliani". È questa la casa nella quale è stato
realizzato un passaggio carrabile per venire incontro
alle esigenze di Gianfranco Fini, che abita proprio lì.
Un abuso edilizio che successivamente è stato
regolarizzato.
[22-08-2010]
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FINI CHI? TULLIANI COSA? - “in che cifra si concretizza,
la mia “irresistibile ascesa” grazie al fatto di essere
un “tipino fino”? Ci sono dei succosi contratti che mi
riguardano? Milionari, magari?” – CI SCRIVE IL
GIORNALISTA CHE EBBE LA VENTURA DI ESSERE SOCIO DELLA
SOCIETà AT MEDIA (AT PER AFELTRA-TULLIANI) E
“formatizzò” ‘Per Capirti’, la rubrica DI RAIUNO CHE
FRUTTò ALLA SIGNORA FRANCESCA FRAU CONIUGATA TULLIANI UN
MILIONE E MEZZO DI EURO…
Riceviamo e pubblichiamo:
LETTERA DI ROBERTO QUINTINI
Caro D'Agostino, leggo oggi sul tuo sito che ho avuto
un'irresistibile ascesa in Rai grazie al fatto di essere
un "tipino fino". L'informazione mi fa piacere ma mi
sorprende, visto che ignoravo sia l'una che l'altra
cosa: cioè di essermi piazzato alla grande nella tv di
Stato e di far parte del gruppo degli amici e dei sodali
del Presidente della Camera.
L'aveva già scritto, sempre oggi, Il Giornale, che sono
potente. E anche al quotidiano di Feltri ho mandato una
lettera (che ti allego per tua informazione) per
spiegare come stanno le cose. Liberi di credermi,
ovviamente. Su una cosa, però, si può fare chiarezza
subito: in che cifra si concretizza, la mia
"irresistibile ascesa"? Ci sono dei succosi contratti
che mi riguardano? Milionari, magari? Grazie ai tuoi
buoni rapporti con la Direzione Generale della Rai
potresti chiedere che ti diano le cifre esatte delle
collaborazioni che ho in corso con viale Mazzini.
A
me risulta che ammontino a poche decine di migliaia di
euro netti l'anno e che riguardino la promozione e la
valorizzazione dell'Audioteca e l'ideazione e la
definizione del palinsesto di tre nuovi canali web
radio. Sai altro, tu, di cui io non sia ancora a
conoscenza? Resta in sospeso la questione del mio
presunto finianismo (consentimi il neologismo).
Ma
in questo mi viene in soccorso la tua conoscenza delle
cose del mondo: non trovi che se fossi, o fossi stato,
vicino a qualche pezzo grosso della politica oggi avrei
in mano e in banca qualcosa di più? Gli esempi sono così
numerosi che non mi metto a farli. Tu hai capito. E,
spero, anche chi ci legge.
Concludo con l'aspetto più beffardo della vicenda, per
il quale né tu né io possiamo fare molto. Quando tutta
questa bufera si sarà placata, chi ha guadagnato davvero
con traffici vari e amicizie importanti si ritroverà
seduto sui propri soldi e sulle auto di lusso che ha
guidato finora. E io, magari, sarò a spasso. Ma così va
la vita. Grazie dell'attenzione.
2
- LETTERA DI QUINTINI A "IL GIORNALE"
Caro Direttore, stamattina il tuo giornale mi dedica uno
spazio in seconda pagina, con tanto di foto, per
raccontare la mia "carriera flash" in Rai quale "amico
di Giancarlo" Tulliani.
La collega Laura Rio ricostruisce i miei ultimi anni di
lavoro utilizzando locuzioni ironiche ("da una decina
d'anni ha scoperto la vocazione televisiva come autore";
"si è rifugiato a Radio Rai"; "si è preso un altro
lavoretto" grazie a un finiano doc) a sostegno di una
tesi che non ha sentito il dovere di verificare con me:
cioè che lavoro solo perché traffico e ho trafficato con
soggetti discutibili, più o meno vicini alla politica,
più o meno parenti di.
E'
un curioso modo di fare informazione, quello di
tralasciare la versione del diretto interessato (di cui,
sono certo, la Rio ha i recapiti telefonici). Ma io
forse sono un giornalista di vecchia scuola e penso
ancora che le inchieste si debbano condurre all'insegna
della correttezza e della verità. Non del pregiudizio.
Nelle ultime settimane -da quando la stampa mi collega
alla famiglia Tulliani o mi definisce "vicino ad AN"-
penso che è un peccato, per me, che non sia davvero
così. Visto come vanno le cose da alcuni decenni, e non
solo in Rai, se fossi mai stato vicino ad AN o a
qualunque altra formazione politica oggi sarei
certamente direttore generale, consigliere di
amministrazione, direttore o vicedirettore di Rete;
avrei conduzioni in prima serata; produrrei fiction
milionarie o, almeno, godrei di un contrato di
collaborazione pluriennale del valore di qualche
centinaio di migliaia di euro (non faccio i nomi dei
casi reali, ma tu e i tuoi lettori avete certamente
capito a chi mi riferisco).
Io, invece, tiro ancora la carretta tutti i giorni, caro
Feltri. Dopo trenta e passa anni di lavoro, durante i
quali non mi sono limitato a scorazzare in Rai ma ho
diretto telegiornali, fatto programmi, collaborato più o
meno con tutti i grandi Editori di questo paese. E tiro
la caretta senza la certezza del posto fisso e dello
stipendio a fine mese che hanno i lavoratori a tempo
indeterminato.
Perché sono un free lance, un collaboratore autonomo che
presta consulenza nell'ampio campo della comunicazione
ai soggetti che ritengono di avvalersene, per periodi
più o meno lunghi. Al termine della consulenza, emetto
una fattura e con il ricavato mantengo me stesso e la
mia famiglia.
Il mio contratto con Radio Rai ammonta a poche decine di
migliaia di euro -come la Rio ha avuto modo di
verificare ma si è dimenticata di precisare- e mi è
stato proposto solo sulla base della mia competenza,
della mia storia professionale.
"Nessuno in Rai era all'altezza del compito?", si chiede
ancora la Rio. Immagino di sì. Ma un collaboratore costa
meno e non ti vincola a un rapporto pressoché
indissolubile. Anche Il Giornale si avvale di
collaboratori e sa quando conviene farlo.
E veniamo al mio legame con Tulliani -che, peraltro, ho
già avuto modo di spiegare telefonicamente al vostro
Caverzan.
Nella primavera del 2009, collaboravo con una piccola
società appena costituita da un paio di conoscenti che
avevo avuto modo di incontrare in precedenti occasioni
di lavoro. La società si chiamava Immediate. L'accordo
con loro era questo: se fossi riuscito a "piazzare" una
rubrica o un programma in una Rete televisiva (e in quel
periodo io cercavo di incontrare tutti i direttori di
Rete), sarei stato compensato con una cifra pari al
dieci per cento degli utili finali. Una quota, cioè, che
faceva riferimento alla percentuale di azioni che mi
sarebbero state intestate. Valore delle azioni: 1.000
euro.
Più o meno a metà luglio, mi venne detto che nella
società era entrato un nuovo soggetto: la AT Media.
Chiesi a chi facesse riferimento: a un socio di
capitale, mi dissero. Qualcuno non del ramo che era
interessato al business della produzione televisiva come
forma di investimento. Ottenni rassicurazioni sul fatto
che non si sarebbe interessato di contenuti editoriali e
non avrebbe condizionato il mio lavoro.
Nei giorni successivi incontrai l'amministratore di AT
Media - il dottor Luciano Fasoli. Il quale mi spiegò che
a seguito di un accordo tra i soci di maggioranza la
rubrica che avevo portato a Mazza e che era piaciuta
alla Direzione Rai sarebbe stata prodotto con la nuova
società, la AT Media.
A seguito di questo, restituii il mio dieci per cento di
azioni ai due soci Immediate che conoscevo (la
Immediate, in pratica, veniva messa momentaneamente in
sonno, per mancanza di commesse) e proseguii la mia
consulenza con AT Media.
Fino a dicembre ho emesso ogni mese una fattura, che mi
è stata regolarmente saldata. Il mio compito è stato
quello di "formatizzare" la rubrica Per Capirti; trovare
e istruire la squadra che l'avrebbe materialmente messa
in onda (autori, redattori, produttori); discutere con
il direttore di Rai Uno e con i responsabili del
programma Festa Italiana i contenuti delle storie e la
compatibilità con le altre rubriche.
Non ho mai trattato né, tantomeno, firmato per AT Media
contratti con la Rai, né fatto altro per la rubrica in
questione oltre a quello che ho descritto sopra.
Non ho mai conosciuto la signora Frau, e, finché non
l'ho letto sui giornali, ignoravo chi fosse e quali
parentele avesse.
Non ho alcun legame con i componenti la famiglia
Tulliani -presente o passato- né ho agito mai
consapevolmente per altri che non fosse l'amministratore
a cui indirizzavo le fatture.
Non ho l'abitudine di infilarmi in giri o progetti che
si materializzano in stanze dalle quali mi sono sempre
tenuto lontano.
Agli inizi di dicembre 2009 -terminato il compito di
avviamento di Per Capirti, che stava ottenendo buoni
risultati di ascolto- mi sono messo in cerca di un altro
lavoro. Come faccio ormai da anni. Ne ho trovato uno di
quattro mesi con Radio 2 (quella "specie" di reality che
io mi "picco" di definire il primo della radio, dice
ancora la Rio, con incomprensibile malizia) e, da
febbraio 2010, un altro con la radio web. Che dici,
direttore? Non avrei dovuto? Prevedendo che l'aver
collaborato per qualche mese con AT Media sarebbe stata
una colpa imperdonabile, avrei dovuto smettere di
lavorare per sempre?
Non trovare più lavoro è quello che rischio oggi, non so
se ve ne siete resi conto voi de Il Giornale. Che
qualcuno del'ambiente in cui mi muovo io preferisca non
compromettersi in futuro con "l'amico di Tulliani"
descritto sulle vostre pagine e faccia a meno delle mie
consulenze. Dopo di che, che faccio, caro Feltri? Chiedo
aiuto alla signora Laura Rio? Ti chiamo per avere una
collaborazione?
Tu
hai auspicato più volte che fosse fatta chiarezza su
questa vicenda. Io ci ho provato, per la parte che mi
riguarda. Spero basti.
Grazie dell'ospitalità e dello spazio che mi vorrai
riservare.
Roberto Quintini
3
- QUESTA LETTERA NON SMENTISCE NULLA
Egregio signor Quintini,
anche noi cerchiamo di fare al meglio il nostro lavoro e
di verificare le notizie. Infatti, prima di scrivere
abbiamo lungamente parlato (e ne abbiamo riportato il
pensiero) con il direttore di Radio Rai, che era
deputato a farlo per la specifica questione. Prova ne è
che la sua lettera non smentisce nulla di quanto abbiamo
scritto: non è colpa de «il Giornale» se lei lavora con
società di cui non conosce i soci, come sostiene nella
sua lettera. Non abbiamo mai scritto che lei ha firmato
contratti con la Rai per conto di At Media.
Laura Rio
25-08-2010]
|
|
-
APPELLO DELLA PERINA: "LA TULLIANI LAPIDATA, DONNE DI
DESTRA REAGITE AL KILLERAGGIO” - 2- DAGO RISPOSTA ALLA
FINISSIMA DIRETTORA DEL “SECOLO D’ITALIA” CHE, AL PARI
DI TRAVAGLIO, OBLITERA DAL CERVELLO CHE L’EX FIAMMA DI
GAUCCI È OGGI LA COMPAGNA DI UN SIGNORE CHE È LA TERZA
CARICA DELLO STATO, E QUINDI PERFETTAMENTE “PERSONAGGIO
PUBBLICO”. E SE LADY FINI VINCE AL SUPERENALOTTO E
COLLEZIONA IMMOBILI E LA MADRE DIVENTA DI COLPO PRODUCER
IN RAI E IL FRATELLO S’IMPROVVISA FORNITORE RAI DI FILM
E SHOW, CON IL PRESIDENTE DELLA CAMERA CHE CONVOCA
DIRIGENTI DI VIALE MAZZINI (SIC!), E VIVE IN UNA CASA
SVENDUTA DA AN, EBBENE TUTTO CIò RIENTRA NEL DIRITTO DI
CRONACA CHE PREVALE SUL DIRITTO ALLA PRIVACY - 3- GLI
AVVOCATI DELLA TULLIANI HANNO CHIESTO IL SEQUESTRO DELLE
FOTO DI ‘OGGI’ CHE REPLICA: "FU LA STESSA ELY A PROPORRE
AL GIORNALE L’ESCLUSIVA DEL BATTESIMO”
1
- "LA TULLIANI LAPIDATA, DONNE DI DESTRA REAGITE AL
KILLERAGGIO"
Giovanna Casadio per
La Repubblica
«Basta attacchi a Elisabetta Tulliani, è una lapidazione
della donna del "nemico" cioè di Gianfranco Fini».
Flavia Perina, deputato di Fli, direttore del "Secolo
d´Italia" pubblica online un appello rivolto alle altre
donne del centrodestra perché rompano «un silenzio
imbarazzante».
Innanzitutto alle ministre Mara Carfagna e Giorgia
Meloni e alla responsabile donne del Pdl, Barbara
Saltamartini, chiede di dire qualcosa contro «questo
spettacolo indecente, questa quotidiana e tragica azione
di killeraggio». Usa una metafora forte: «È come vedere
sfilare, metaforicamente rapata a zero e con al collo il
cartello del disonore, sulle prime pagine di "Libero" e
del "Giornale" la donna del nemico».
Lei, Perina, evoca il trattamento riservato alle donne
collaborazioniste alla fine del fascismo.
«Non è questione di fascismo e antifascismo. È
l´umiliazione di tutte le guerre. Attraverso
l´umiliazione delle donne si umilia il nemico: perciò
quell´immagine. Prima che Fini diventasse "il nemico" da
abbattere la Tulliani non faceva notizia. Il dato
centrale di questo agosto indecente che ha segnato un
salto di qualità rispetto alle vette, che a torto
ritenevamo insuperabili, della lapidazione mediatica di
Veronica Lario - velina ingrata dell´estate scorsa,
esposta al pubblico ludibrio per avere chiesto
pubblicamente la separazione dal capo - è il linciaggio
della compagna del presidente della Camera».
Tuttavia, neppure un´ombra dovrebbe sfiorare la moglie
di Cesare. La Tulliani è invece diventata il tallone
d´Achille di Fini?
«Non c´è dubbio che alcune spiegazioni vanno date. Ma
sulla faccenda della casa di Montecarlo i soggetti sono
Giancarlo Tulliani, il fratello di Elisabetta, e An.
Invece c´è la campagna più velenosa, con gli avvocati di
Gaucci pilotati da Previti».
Il
suo giornale non intervenne a difendere la dignità delle
donne quando si seppe dei festini del premier, delle
escort e della vallettopoli politica?
«Noi non entrammo nel gossip. Però ci schierammo quando
si reclutarono per le liste elettorali ragazze dello
spettacolo che con la politica non c´entravano nulla».
Questo risveglio femminile non è piuttosto dettato dalla
volontà di difendere il leader Fini?
«No. Al centro dell´appello, come dell´articolo di Sofia
Ventura, c´è il rapporto tra il centrodestra e le donne.
Noi abbiamo combattuto anni per uscire dallo stereotipo
della destra machista, delle donne di destra asservite
alla volontà degli uomini. Non possiamo ritrovarci per
gli interessi di Berlusconi e del suo entourage con
attacchi che non hanno risparmiato Chiara Moroni,
Barbara Contini o Giulia Bongiorno.
Donne di valore indiscusso. Poiché hanno fatto una
scelta che contrasta con gli interessi del capo, sono
state sottoposte a una campagna denigratoria. Invece di
rispettare il coraggio della Moroni, si dice che le sue
posizioni sono dovute al fidanzamento con un giornalista
dell´Espresso, o che la Contini critichi le donne del
Pdl perché è invidiosa dei tacchi a spillo... care Mara,
Giorgia, Barbara e colleghe del Pdl, non vi vengono i
brividi?».
Lei ora cosa si aspetta?
«Una presa di posizione nel merito. Alle donne della
destra chiedo: ma vi sembra normale il trattamento
ancillare riservato alle fedelissime con cene al
castello e regali e la brutalità toccata alle
dissidenti?».
Non sarete fatti a pezzi piuttosto, come "Famiglia
cristiana"?
«Questa estate ha fatto saltare i freni inibitori a una
certa area del centrodestra che non è maggioritaria ma
ha visibilità. Cose mai viste sono accadute, a
cominciare dagli attacchi a Napolitano. C´è la logica di
punirne uno per educarne cento e un cupio dissolvi con
il solo obiettivo di tenere alta la tensione».
2-
GLI AVVOCATI DELLA TULLIANI HANNO CHIESTO IL SEQUESTRO
DELLE FOTO DI ‘OGGI' CHE REPLICA: "FU LEI A PROPORCI
L'ESCLUSIVA"
Camilal Conyi per
Il Tempo
Querele, smentite e ora pure una richiesta di sequestro.
I legali dei Tulliani sono scatenati. Ieri se la sono
presa con il settimanale Oggi che «nelle scorse
settimane ha fornito alle agenzie di stampa foto che
ritraggono il presidente Fini con la famiglia Tulliani
insieme alle figlie minori. Foto pubblicate spesso da
Oggi e da altri quotidiani anche online».
Ebbene, secondo l'avvocato Michele Giordano, «tale
pubblicazione e la loro riproposizione costituiscono
illecito. Riguardano foto private del presidente e
famiglia - prosegue l'avvocato - riservate ed in luogo
privato di cui non si è mai autorizzata la
pubblicazione. Si è già provveduto alla richiesta di
sequestro».
Le
foto incriminate sono quelle del battesimo della piccola
Martina, primogenita della coppia Fini-Tulliani. Nella
suggestiva cornice di Casino dell'Aurora Pallavicini, a
Roma, la famiglia era stata immortalata al gran completo
con tanto di suoceri, cognato e fidanzata del cognato
(quella dell'autolavaggio) del presidente della Camera.
Tutti in posa per lo scatto di rito.
Ebbene, secondo quanto ha scritto sullo stesso
settimanale Umberto Brindani, fu la stessa Ely a
proporre al giornale l'esclusiva del battesimo. Ma poi
le foto non le piacquero e lady Fini negò
l'autorizzazione a pubblicarle. «Per blandirla, -
ricorda sempre Brindani - le regalammo un album di
battesimo, con una scelta delle immagini migliori
(peraltro scattate da uno dei più grandi fotografi
italiani): riuscimmo a farla infuriare ancora di più,
perché non trovò la confezione di suo gusto».
Con il gran «casino» di Montecarlo quella foto, una sola
di 95 scatti, è diventata una notizia, «e ora il diritto
di cronaca a mio avviso prevale sul diritto alla
privacy. Sempre che di privacy si possa parlare per una
storia che non è mai stata così pubblica», sottolinea lo
stesso giornalista di Oggi nel suo blog.
Certo, a Elisabetta devono essere saltati i nervi. Come
per il video sulla soap con l'ex fidanzato Gaucci, fatto
sparire dopo i servizi impietosi di Striscia la Notizia
nel 2007 ma riapparso in queste settimane sul sito
youtube dove fa il pieno di visitatori.
Non solo. Vari blogger sarebbero stati raggiunti da una
mail dell'avvocato della Tulliani: «In forza del
provvedimento del Garante per la Protezione dei dati
personali - scrive il legale - Vi chiedo di voler
provvedere a non rendere più indicizzabile attraverso i
motori di ricerca, notizie ed immagini riguardanti la
mia Assistita con riferimento alla sua trascorsa
relazione sentimentale con il signor Gaucci».
Ironia del destino. Lei che amava così tanto essere al
centro dell'attenzione tanto da finire anche in tv oggi
si nasconde. «Apparirò poco, quando la mia presenza
accanto a Gianfranco sarà necessaria e quando me lo
chiederà lui, preferisco non espormi», aveva già
annunciato al popolo italico alla sua prima uscita
pubblica nelle vesti di fidanzata ufficiale, a una
sfilata di Gattinoni, a Roma, nel gennaio 2008. Anche il
suo sito ufficiale «elisabettatulliani.it» è bloccato su
una pagina color petrolio dove campeggia la scritta
coming soon, «a presto».
25-08-2010]
|
LE
FOTO CHE I FINI VOGLIONO BLOCCARE - L’ARISTOCRAZIA NERA
ROMANA (PALLAVICINI) CONCESSE GRATIS ALL’EX NERO FINI
l’esoso CASINO DELL’AURORA PER IL BATTESIMO DELLA
PICCOLA MARTINA - Tra gli invitati, i fedelissimi
Ronchi, Bocchino, la madrina Giulia Bongiorno, i
familiari e gli amici più intimi - BRINDANI BRINDA E
PUBBLICA…
1 - BRINDANI BRINDA E PUBBLICA
Camilla Conti per
Il Tempo
Umberto Brindani di lavoro fa il direttore di un
settimanale per le famiglie. Martedì ha però scoperto,
leggendo l'agenzia Ansa, di essere diventato un
paparazzo, uno sciacallo o uno di quei giornalisti che -
secondo il Travaglio-pensiero - massacrano i personaggi
pubblici, li sbattono in prima pagina con tutti i
parenti, bambini compresi.
L'agenzia riportava infatti la richiesta di sequestro
presentata dai legali dei Tulliani delle foto del
battesimo della piccola Martina, primogenita di
Elisabetta e di Gianfranco Fini. Foto apparse su Oggi,
il settimanale appunto diretto da Brindani, e riprese
anche da altri quotidiani. Ebbene, secondo l'avvocato
Michele Giordano, «tale pubblicazione e la loro
riproposizione costituiscono illecito».
Direttore si è già fatto vivo qualcuno per prendere le
foto incriminate?
«Nessuno. Anche perché né a me né alla Rizzoli è ancora
arrivata una lettera degli avvocati con la richiesta del
sequestro. La notizia l'abbiamo letta sulle agenzie di
stampa. E poi le foto sono digitali, la proprietà è del
fotografo e non del fotografato».
Ci
racconta come è nato il servizio del battesimo della
piccola Martina?
«I fatti risalgono alla fine di maggio di quest'anno, mi
sembra fosse il 24 o il 25. La famiglia Tulliani-Fini
aveva programmato il battesimo e qualche settimana prima
ci venne proposto di fare in esclusiva un reportage con
la possibilità di pubblicare alcuni scatti della
cerimonia ed eventualmente un servizio scritto a
corredo».
La
contattò Elisabetta Tulliani?
«No, non ho mai parlato né con lei né tantomeno non
Fini. Venne tutto fatto attraverso l'avvocato, lo stesso
Giordano che martedì ha chiesto il sequestro. Il legale
pose anche alcune condizioni: il fotografo non avrebbe
dovuto disturbare la cerimonia con flash o luci
particolari, le foto insomma dovevano essere
finto-rubate, e gli scatti avrebbero dovuto essere visti
e approvati dalla signora Tulliani.
Condizioni più che normali e poi il servizio era
un'opportunità, quindi accettai. Gli mandai pure un
fotografo molto bravo che aveva già fatto delle
copertine per altri settimanali patinati e che si
presentò da solo per non disturbare. Inviai anche una
giornalista per seguire la cerimonia e scrivere poi il
pezzo da pubblicare sotto il reportage».
Quanti erano gli invitati?
«Circa una trentina e di volti noti mi ricordo solo
quelli di Bocchino e Ronchi. Le foto vennero fatte
comunque da lontano, solo al rinfresco che si tenne al
Casino Aurora Pallavicini ci chiesero di fare dei
posati».
Ma
il reportage a Elisabetta non piacque. Ricevette una sua
telefonata?
«No. Anche in quel caso a contattarmi fu l'avvocato. Mi
disse che la signora Tulliani era rimasta profondamente
insoddisfatta del servizio e che negava l'autorizzazione
a pubblicare il materiale. Questo servizio non era certo
uno scoop quindi ho pagato il lavoro al fotografo ma non
ho fatto uscire niente. Ora che ci penso mentre
aspettavo che le foto fossero approvate successe anche
una cosa strana: mi telefonò un sedicente collaboratore
di Giordano, molto arrogante, criticando pesantemente il
lavoro che avevamo fatto. Parlandone in seguito lo
stesso Giordano mi disse di non saperne nulla. Ecco, ho
sempre avuto il forte sospetto che quello sconosciuto al
telefono fosse Giancarlo Tulliani».
Ma
perché le foto non erano piaciute?
«Non mi venne spiegato. Eppure, ricordo, c'erano almeno
una dozzina di scatti ampiamente pubblicabili. Tanto
che, su consiglio dell'avvocato, regalammo alla signora
Tulliani un album di battesimo per ricordo, con una
scelta delle immagini migliori. Le definì
impresentabili».
Questo succedeva a maggio. Poi a fine luglio è scoppiato
il caso dell'appartamento di Montecarlo.
«Sono andato a riprendere il materiale e ho inizialmente
pubblicato un servizio interno con lo scatto che
immortala Gianfranco Fini in piedi con la mano
appoggiata sulla spalla del cognato Giancarlo Tulliani,
seduto. Uno scatto preparatorio fra un posato e l'altro.
Poi, una settimana dopo, Oggi è uscito con in copertina
la famosa foto di famiglia».
E
sono cominciati i guai.
«Con la vicenda di Montecarlo la foto è diventata una
notizia. E l'ho pubblicata. Insisto: il diritto di
cronaca a mio avviso prevale sul diritto alla privacy.
Sempre che di privacy si possa parlare per una storia
che non è mai stata così pubblica. Non si trattava di
foto offensive e non ho niente contro Fini, anzi. Ma
faccio il giornalista».
Lo
dica a Travaglio.
«Va fatta una distinzione fra l'accanimento dei
paparazzi di cui ha scritto Travaglio e la foto di Oggi.
Non esiste alcun accanimento. Su quella foto si sono fra
l'altro esibiti molti quotidiani e siti on-line,
arrovellandosi sull' espressione di Fini, sulla
disposizione dei parenti o sui dettagli della location.
Questo succede perché nessuno dei protagonisti di questa
vicenda parla. Chi fa questo mestiere è quindi costretto
ad arrangiarsi, anche scandagliando una fotografia».
A
proposito di dettagli, ma la ragazza bionda che compare
nella foto di famiglia accanto al padre di Elisabetta è
la stessa dell'autolavaggio accanto alla Ferrari?
«La ragazza del battesimo era la fidanzata di Giancarlo
Tulliani. Questo è certo. Se sia la stessa
dell'autolavaggio non so, certo le somiglia molto».
2
- L'ARISTOCRAZIA NERA ROMANA (PALLAVICINI) CONCESSE
GRATIS ALL'EX NERO FINI IL CASINO DELL'AURORA PER IL
BATTESIMO DELLA PICCOLA MARTINA
Brunella Bolloli per
Libero
.....
Contraria anche la principessa Maria Camilla
Pallavicini, proprietaria e direttrice dell'omonimo
Casino dell'Aurora (dal nome del celebre affresco di
Guido Reni del 1600) dove si è svolto il banchetto al
centro della querelle. «Non dovevano essere scattate
foto quel giorno», osserva. «Il luogo è privato, io sono
la proprietaria e in genere lo affittiamo per le
cerimonie e i congressi». In genere. Perché «per
l'onorevole Fini è stata usata la cortesia di
concedergli gratis» la bellezza del Casino, all'interno
del complesso architettonico di Palazzo
Pallavicini-Rospigliosi, tra padiglioni affrescati,
scale a chiocciola, fontane e splendide vetrate che
danno sul giardino.
«Che male c'è? Fini è un amico e i nostri spazi gli sono
stati offerti a titolo di cortesia», taglia corto la
nobildonna. «Anzi alle spese hanno provveduto loro e poi
era una festa per pochi intimi». E la Tulliani aveva
concesso l'esclusiva a Oggi, lo stesso giornale a cui
adesso vuole mettere il bavaglio. Ma che ha altri
scatti.
[26-08-2010]
|
SI
PREPARA UN BEL “PANORAMA”, DOMANI, PER I TULLIANIS -
PARLA UNA TESTIMONE: “HO VENDUTO IO IL TERRENO. E
DAVANTI AL NOTAIO C’ERA ANCHE LUCIANO GAUCCI. PAGARONO
IN CONTANTI” - - PARLA CHI VENDETTE LA SCHEDINA DA 2,2
MILIARDI: “A PAGARE NON FU ELISABETTA, MA BARBARA, LA
SEGRETARIA DI GAUCCI”…
1
- PARLA UNA TESTIMONE: "HO VENDUTO IO IL TERRENO. E
DAVANTI AL NOTAIO C'ERA ANCHE LUCIANO GAUCCI. PAGARONO
IN CONTANTI"
«Sono passati diversi anni e ho una certa età, ma
ricordo che facemmo l'atto a Palestrina
e insieme con me c'erano Luciano Gaucci e la signora
Elisabetta Tulliani».
A parlare con queste parole a Panorama, in un'inchiesta
che il settimanale pubblicherà
nel numero in edicola da domani, venerdì 27 agosto, è
Margherita Cialdea,
83 anni, vedova e romana.
Nel settembre del 1999 fu lei, davanti al notaio
Giuseppe Valente di Palestrina, a
vendere un terreno di quasi due ettari a Capranica
Prenestina (Roma) alla società
Wind rose, l'immobiliare della famiglia Tulliani. E
oggi, a Panorama, la signora Cialdea
racconta particolari fondamentali nella querelle che
oppone Gaucci alla ex compagna
nella disputa sul reale acquirente di una serie di beni
che furono intestati a
Tulliani.
Nel rogito si legge che «il prezzo della vendita
convenuto tra le parti è di 60
milioni di lire, che la venditrice dichiara di avere già
ricevuto». La signora Cialdea aggiunge: «Sì, in
contanti». La testimonianza pare offrire un appoggio a
Gaucci, il quale
sostiene che i Tulliani hanno ottenuto appartamenti e
terreni utilizzando i suoi soldi,
in contanti.
2-
PARLA CHI VENDETTE LA SCHEDINA DA 2,2 MILIARDI: "A
PAGARE NON FU ELISABETTA, MA BARBARA, LA SEGRETARIA DI
GAUCCI"
Panorama ha incontrato Francesco Basilico, l'ex
amministratore della ricevitoria
dell'Enalotto di via Merulana 266, a Roma. Qui il 2
maggio 1998 fu giocata la schedina
che, con una puntata da 3,7 milioni di lire, ottenne la
vincita da 2,2 miliardi. La
schedina oggi è al centro della querelle tra Luciano
Gaucci e la sua ex compagna,
Elisabetta Tulliani, perché entrambi sostengono di avere
fatto la puntata. Nel numero
in edicola da domani, venerdì 27 agosto, il settimanale
pubblica un'intervista
esclusiva con Basilico.
«A
fare la puntata» dice Basilico a Panorama «fu la
segretaria di Gaucci, Barbara».
Nega dunque che sia stata Elisabetta Tulliani: «No»
risponde «perché Barbara non
dipendeva da Elisabetta Tulliani. Era la segretaria di
Gaucci». Quindi conferma: «Ne
sono certissimo, perché Tulliani non poteva giocare una
schedina di 20 numeri, 19
numeri, 18 numeri. Sono tanti soldi».
Conclude Basilico: «La schedina fu pagata in contanti.
Me li portò Barbara in una
borsa. Poi mi ricordo che la domenica mattina (cioè il
giorno successivo alla giocata,
ndr) vennero Gaucci e Tulliani. Quando seppe della
vincita, lui mi disse: "Sono
stato tutta la sera in ansia"».
[26-08-2010]
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Tullianos? A giudicare dalle dichiarazioni dei redditi
2005, meglio chiamarli Nullianos – Ely e family
dichiaravano nulla o quasi. Imponibili ai limiti della
sussistenza – feltri: “quei 20 milioni di patrimonio
come si giustificano se non con un miracolo? Ho scritto
miracolo, non reato”…
Stefano Vladovich - Andrea Cuomo
per
Il Giornale
Tullianos? A giudicare dalle dichiarazioni dei redditi
di qualche anno fa, meglio chiamarli Nullianos. I
componenti di una delle famiglie più introdotte della
capitale nel 2005 dichiaravano nulla o quasi. Imponibili
che di certo non possono far pensare al loro patrimonio
attuale.
E
non tutto può essere spiegato solo con la Fortuna con la
F maiuscola, come l'avrebbe definita Eduardo De Filippo:
la vincita miliardaria (in lire) al Superenalotto o
ottenuta nel 1998 da Elisabetta Tulliani e dall'allora
fidanzato Luciano Gaucci, che poi, inquisito per
bancarotta fraudolenta, proprio nel 2005 sarebbe fuggito
nella Repubblica Dominicana intestando a Elisabetta,
dice lui, molti immobili.
Gaucci negli atti al Tribunale di Perugia, elenca tutti
i beni che vorrebbe indietro dalla bionda avvocato: un
attico in via Sardegna al centro di Roma di fatto sede
della società Wind Rose, cinque appartamenti di varie
metrature in via Conforti a Valcannuta alla periferia
Nord-Ovest di Roma, con corredo di soffitte, box e
posti-auto vari, un terreno con fabbricati di 2,3 ettari
a Capranica Prenestina, nei dintorni di Roma, e un
terreno ulivetato di 2,5 ettari a Casaprota (Rieti),
quadri di autori famosi, quote societarie di società
calcistiche, cinque automobili del valore complessivo di
500 milioni delle vecchie lire, gioielli e preziosi per
almeno un miliardo sempre di lire.
Roba da ricchi. Anzi, da ricchissimi. Roba che un
contribuente medio potrebbe solo sognare. E certo non in
linea con i dati che emergono dalla dichiarazione dei
redditi del 2005, che il ministro prodiano Vincenzo
Visco, negli ultimi giorni del suo mandato, il 30 aprile
2008, si divertì a mettere online sul sito dell'Agenzia
delle Entrate.
Un
atto di trasparenza durato solo poche ore, prima che le
proteste (dei benestanti, naturalmente) costringessero
il ministro che faceva rima con Fisco a fare
retromarcia. Quei file sono però stati conservati da
qualche inguaribile curiosone e abbiamo potuto
spulciarli. In particolare quello relativo alla città di
Roma.
E
in particolare alla lettera T: quella di Tulliani
Elisabetta, nata il 16 maggio 1972, che quell'anno
denunciava con modello Unico persone fisiche un reddito
imponibile di appena 6.434 euro guadagnati
prevalentemente con un lavoro autonomo (codice RE) che
la fredda burocrazia fiscale classifica con il codice
92200: vale a dire attività radiotelevisive. L'imposta è
di 1.474 euro.
A
questi miseri introiti la giovane Tulliani assommava un
reddito d'impresa di 27.564 euro sul quale pagò
un'imposta di 10.616 euro. Per un totale, calcolatrice
alla mano, di 34mila euro di imponibile complessivo e di
12.090 di tasse pagate. Né i familiari di Betty -
all'epoca già ex di Gaucci, ma non ancora fidanzata di
Fini, alle prese ancora con il divorzio da Daniela Di
Sotto - stavano molto meglio: il papà Tulliani Sergio
(nato il 25 aprile 1943), già impiegato di medio livello
dell'Enel, dichiarava nel 2005 un imponibile di 26.256
euro da lavoro dipendente (codice RC), cifra sulla quale
pagava 6.007 euro, senza altri redditi d'impresa o
affari.
Ma
il caso più clamoroso è quello della mamma di Elisabetta
e moglie di Sergio: la signora Frau Francesca, nata il
19 dicembre 1947 e da sempre casalinga, che inanella una
serie di zeri. Niente di sorprendente per una massaia.
Sorprende semmai che la donna si trasformi nel giro di
poco tempo nell'arrembante titolare di una società di
produzione televisiva, la Absolute television media (At
Media), capace di farsi assegnare uno spazio nel
contenitore Festa Italiana sull'ammiraglia della tv di
Stato, Rai Uno.
Dimenticabili i contenuti, non certo il prezzo pagato da
mamma Rai: 1,4 milioni di euro. All'appello manca solo
il rampollo dei Tullianos (o Nullianos?): il fratello di
Elisabetta, Giancarlo, che non compare nell'elenco dei
contribuenti. Proprio lui, ben noto in viale Mazzini e
in boulevard Princesse Charlotte, ma nel 2005 non al
fisco, almeno a quello di Roma, sua città. [26-08-2010]
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URSO SUL LASTRICATO (SOLARE) – IL TIPINO FINO CHE HA
ACQUISTATO nel 2009 per 3 milioni di euro, con tanto di
accensione di doppio mutuo da 2,4 milioni, 9.000 euro
MENSILI, Ultima rata a 93 anni, MINACCIA QUERELA A
DAGOSPIA, REA DI AVER SPIFFERATO DE CHE? DI AVER
SPIFFERATO CHE LA PROCURA DI ROMA è INTERESSATO A
SENTIRLO SULLA CASA…
Fosca Bincher per
Libero
Aveva appena finito ieri di comunicare alle agenzie la
sua difesa sulla casa abitata a Montecarlo da Giancarlo
Tulliani, che Adolfo Urso, viceministro dello Sviluppo
Economico con delega al commercio estero, ha dovuto di
corsa occuparsi di casa sua. Non è a Montecarlo, ma non
è affatto da buttare via: un quinto piano intero fra
piazza e ponte Cavour, uno dei luoghi più ambiti di
Roma.
Diviso fra Urso e il figlio Dario dopo l'acquisto nel
2009 per 3 milioni di euro, con tanto di accensione di
doppio mutuo da 2,4 milioni di euro presso lo sportello
del Banco di Napoli alla Camera dei deputati. Secondo il
sito Internet Dagospia di Roberto D'Agostino il
contratto casa di Urso sarebbe stato rivoltato come un
calzino dalla Guardia di Finanza, dopo avere appreso che
altre agenzie immobiliari offrivano appartamenti nello
stesso palazzo a prezzi decisamente superiori (3,7
milioni di euro oggi per appartamento analogo).
Acquisito anche un contratto del 30 aprile 2010 di
utilizzo gratuito del lastricato solare in cima al
palazzo (si chiama così, ma è semplicemente un terrazzo
con vista mozzafiato sul Tevere e su Roma). Secondo
Dagospia "il demiurgo di Fare Futuro sarà gentile ospite
della Procura a Roma per fornire alcune delucidazioni
riguardo la vicenda legata all'acquisto del suo
prestigioso attico a ponte Cavour. La convocazione è
prevista per i primi giorni di settembre nell'ambito di
un filone d'inchiesta sulle case dei potenti".
Il caso del supermutuo di Urso era stato sollevato
proprio da Libero all'interno di un'inchiesta sulle case
dei potenti a Roma. Quei 2,4 milioni di euro di debito
trentennale estensibili a 40 anni rappresentavano un
record assoluto anche fra i potenti. Pagare quelle rate
perfino con lo stipendio da viceministro e da deputato è
un problema non indifferente: non restano nemmeno i
soldi per mangiare.
Poterle pagare fino all'età di 93 anni attesta poi una
fiducia del sistema bancario italiano sulle condizioni
di salute dei politici italiani davvero invidiabile: a
qualsiasi altro dipendente pubblico e privato non
sarebbe concesso. Quando Libero fece l'inchiesta chiese
alle principali banche italiane (attraverso mutui on
line) di fare una proposta di finanziamento per
quell'acquisto, trovando molte porte sbarrate.
Dichiarando la stessa età del viceministro Urso (53
anni), il primo problema è stato trovare chi finanziasse
un acquisto così rilevante. Dissero no 8 banche su 14.
Le altre sei hanno bocciato la durata del mutuo: per
avere l'ammortamento in 30 anni era richiesta un'età
massima di 45 anni. Uniche proposte arrivate: rimborso
in 20 anni con rate fra 11 e 12 mila euro al mese. Circa
il doppio dell'indennità parlamentare ufficialmente
dichiarata.
Lo
stesso Urso spiegò a Libero, protestando per la
pubblicazione della notizia («Ma come? Io seguo la linea
di Fedele Confalonieri e facendo il viceministro ho
comprato casa con un regolare mutuo, come chiede lui, e
proprio sulla mia casa venite ad indagare? »), come andò
l'acquisto di quel bell'appartamento: «Ho cercato casa a
lungo, e poi ho trovato quella che mi piaceva, sia per
me che per uno dei miei figli. Una è il doppio
dell'altra. Zona prestigiosa, certo. Quarto piano, ma
non è un attico: affaccio sull'interno. Non dico che è
brutta, l'ho comprata perché mi piaceva: ma penso di
avere pagato il prezzo giusto: circa due milioni per
una, circa un milione per l'altra. Nel 2009 dopo il boom
del mercato immobiliare, i prezzi hanno iniziato a
scendere un po'».
«TUTTO TRASPARENTE»
E il mutuo? «Tutto trasparente. Finanziato l'80 per
cento del valore dell'immobile. Contratto trentennale a
tasso variabile, ho anche l'accordo per estenderlo a 40
anni! Pago 5.600 euro al mese per la mia casa e 2.800
euro al mese per quella di mio figlio». Urso scherzò su
anche sul peso di quelle rate: «Certo senza lo stipendio
da parlamentare e l'indennità da viceministro avrei
qualche difficoltà a pagare le rate. Ma io ho fatto una
scommessa sulla durata lunga del governo di Silvio
Berlusconi, e anche il mio mutuo è lì a testimoniarlo.
Il governo durerà, quindi io non corro davvero alcun
tipo di rischio».
Analisi forse affrettata, ma alla vigilia dell'estate
gli eventi nel PdL non erano ancora precipitati. Ora
davanti al magistrato Urso più che di politica dovrà
parlare di contratti immobiliari.
I
PUNTI
LA CONVOCAZIONE
Secondo Dagospia, nei primi giorni di settembre,
nell'ambito di un filone d'inchiesta sulle case dei
potenti, la procura diRomaha convocato il viceministro
allo Sviluppo Economico Adolfo Urso.
IL
PRESTITO
L'attico a ponte Cavour di Urso sembrerebbe acquistato
ad un prezzo inferiore a quello di mercato dalla
immobiliare Refin. Per la Guardia di Finanza, il
viceministro ha acceso un mutuo da due milioni e mezzo.
IL
TERRAZZO
Urso, inoltre, si è visto assegnare un vasto terrazzo di
circa 500 metri quadri con vista su Roma. Nell'atto il
terrazzo verrebbe descritto come "lastrico solare".
[20-08-2010]
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Dall’etica all’estetica, È iniziata l’operazione
santificazione di Fini su gran parte della stampa - Una
manovra lenta, in grado di consentire la soluzione al
giallo di Montecarlo: fare spuntare un finanziere che si
intesti l’intera operazione dell’appartamento off-shore
e spieghi il premio finale concesso al ‘cognato’ di Fini
- Non esiste un comune diritto alla privacy quando si
vive con il presidente della Camera…
Franco Bechis per
Libero
Luciano Gaucci è un poco di buono. L'ex dipendente del
mobilificio un testimone prezzolato. L'ambasciatore
italiano a Montecarlo un pettegolone. Il vicino di casa
a Montecarlo di Giancarlo Tulliani uno con la fantasia
spinta. L'eredità Colleoni finita a beneficiare non un
partito, ma la famiglia del presidente della Camera? Un
fatto privato. Che non dovrebbe interessare la stampa.
È
iniziata da qualche giorno l'operazione santificazione
di Gianfranco Fini su gran parte della stampa italiana.
Dall'inizio, con qualche breve tentennamento, si è
schierata a difesa dell'ex leader di An Repubblica, che
si è sperticata in lodi sulla non-spiegazione in otto
punti fornita da Fini.
Da
qualche giorno anche il Corriere traballa e martedì
scorso ha bollato con una delle sue principali firme,
Aldo Cazzullo, il "cattivo gusto" delle rivelazioni e
dei "veleni" sulla casa di Montecarlo. Da una questione
"etica" si è passati a derubricare il fatto come una
questione "estetica".
Il
Riformista di ieri già preconizzava una fine simile a
quella del caso Dino Boffo: tante scuse all'accusato e
scoop con le polveri bagnate. Travaglio ironizzava su
"la provola fumante" che dovrebbe incastrare Fini.
Insomma, è iniziata l'operazione per riportare Fini
sull'altare e gettare i giornalisti nella polvere così
da ripulire il palco della festa di Mirabello per il
rientro attivo alla politica del presidente della
Camera.
Una manovra lenta, in grado di consentire- secondo
autorevoli indiscrezioni raccolte da Libero- la
soluzione al giallo di Montecarlo: fare spuntare un
finanziere che si intesti l'intera operazione
dell'appartamento off-shore e spieghi il premio finale
concesso al cognato di Fini.
Quello di Montecarlo probabilmente non sarà il delitto
del secolo. Ma come ha sostenuto a Capalbio un politico
di altro schieramento come l'ex pm Luigi De Magistris
«se uno fa della legalità una bandiera, bisogna che
renda conto più di altri dei suoi comportamenti
privati».
Avere girato alla famiglia un bene del partito
facendogli fare pure un doppio giro nei paradisi
fiscali, non è questione privata, e nemmeno solo degli
iscritti di An. Un qualsiasi amministratore di una
società per azioni con quell'operazione avrebbe violato
codice civile, leggi fiscali e codice penale.
Perfino quel che Fini ha candidamente ammesso nella sua
difesa in otto punti non è consentito dalla legge:
tornare a casa, discutere in famiglia di come vendere i
beni di un partito, fare scegliere al cognato
l'acquirente. Si può fare con i beni personali, non con
quelli di un soggetto diverso con tanto di personalità
giuridica, codice fiscale e bilanci.
Poi, certo, c'è una gravità diversa in ogni fatto. Il
racconto - non smentito da nessuno dei protagonisti -
pubblicato da Libero sulla convocazione fatta da Fini
del dirigente Rai, Guido Paglia, il 18 novembre 2008
intimandogli di garantire appalti e commesse al cognato
configura comportamenti etici e possibili violazioni del
codice penale assai più gravi: dall'abuso dei poteri
fino a sfiorare la concussione.
Con buona pace di tutti, dunque il caso non è chiuso. E
a dire il vero avrebbe dovuto chiudersi settimane fa con
semplici risposte alle domande su Montecarlo e
sull'intero patrimonio dei Tulliani. Basterebbe
rispondere non solo sulle società offshore, ma anche su
tutti gli altri beni di famiglia.
La
querelle con Gaucci è risolvibile. Quando si vince al
Lotto la somma vinta viene bonificata sul conto corrente
dell'intestatario della schedina. Quando si compra casa
il venditore tratta con l'acquirente e riceve il dovuto
con un bonifico da un conto corrente. Quando si compra
una Ferrari è facile mostrare a chi è intestata, come si
è pagata e con fondi di quale provenienza.
Tutti documenti che ora chiederà il fisco e che dovranno
essere acquisiti dagli uffici giudiziari. Non esiste un
comune diritto alla privacy quando si vive con il
presidente della Camera. Ed è un po' triste fare luce su
questi misteri subendo fisco e pm, senza nemmeno uno
scatto di orgoglio e dignità. Ma così ha scelto Fini.
[20-08-2010]
|
|
Ora anche il Corriere ci crede. "Inchiesta sulle case
date da Gaucci alla Tulliani. Perugia: il pm procede
dopo un articolo di "Panorama". Spuntano altri due
immobili comprati a luglio" (p.10). Con un mesetto di
ritardo, l'Espresso si dedica alla vicenda monegasca dei
Tullianos e un sobrio editoriale del neo-direttore Bruno
Manfellotto pone un po' di sacrosante domande a
Gianmenefrego Fini. Era ora: un direttore che scrive.
Così, oggi succede che il Giornale possa godersi i santa
pace i suoi successi e battezzare certa Silvia Battazza,
moglie di Fabrizio Alfano: "Ecco come la Rai ha assunto
la moglie del portavoce di Fini" (p.5). Bella storia.
20-08-10 |
FERMI TUTTI! - La procura di Perugia ha avviato
un’inchiesta sul patrimonio di Elisabetta - Tulliani -
Nel capoluogo umbro, secondo Panorama, è stato aperto un
fascicolo - ‘modello 45’, cioè quello che contiene
notizie che potrebbero tramutarsi in - ipotesi di reato,
con conseguentI iscrizioni sul registro degli indagati…
Comunicato
La
procura di Perugia ha appena avviato un'inchiesta sul
patrimonio di Elisabetta
Tulliani, la compagna del presidente della Camera dei
deputati Gianfranco Fini. Ne
dà notizia il settimanale Panorama, in un articolo sul
numero in edicola da domani,
venerdì 20 agosto.
Nel capoluogo umbro, secondo Panorama, è stato aperto un
fascicolo «modello 45», cioè quello che contiene notizie
che potrebbero tramutarsi in ipotesi di reato, con
conseguentI iscrizioni sul registro degli indagati.
Alla base dell'iniziativa giudiziaria sono le
dichiarazioni rilasciate da Luciano Gaucci, ex
proprietario del Perugia Calcio (per il cui fallimento
era finito sotto processo con l'accusa di bancarotta
fraudolenta), e che dal 1997 al 2004 è stato legato a
Elisabetta Tulliani. Gaucci sostiene che molti dei beni
appartenenti alla ex compagna le furono «intestati
fiduciariamente».
E
proprio a Panorama il 12 agosto aveva dichiarato: «Se la
procura di Perugia ritiene illecito il mio patrimonio e
lo ha sequestrato, perché non fa la stessa cosa anche
con i beni che ho affidato alla mia ex compagna? O,
almeno, perché non le chiede di dimostrare l'origine
della sua ricchezza».
Il procuratore facente funzioni di Perugia, Giuliano
Mignini, ha incaricato ilsostituto procuratore Antonella
Duchini di lavorare sul fascicolo relativo al
patrimoniodi Elisabetta Tulliani. Il pubblico ministero
Duchini è lo stesso che si è occupato del procedimento
sulla bancarotta fraudolenta attribuita a Luciano Gaucci
per fallimento del suo Perugia Calcio. Lo rivela il
settimanale Panorama, nell'articolo sul numeroin edicola
da domani, venerdì 20 agosto. Le possibili ipotesi di
reato per la vicenda Tulliani vanno dal concorso in
bancarotta fraudolenta alla ricettazione. «Bisognerà
vedere le carte» ha dichiarato il pma Panorama.
[19-08-2010]
|
1-
DIMENTICATE I CALTAGIRONE, I TOTI, I LIGRESTI. LASCIATE
PERDERE I PALAZZINARI RIMPANNUCCIATI ALLA RICUCCI O ALLA
DANILO COPPOLA. LE VERE STELLE DEL MATTONE DE NOANTRI, I
DONALD TRUMP ALL’AMATRICIANA, ALLA FACCIA DELLE BOLLE
IMMOBILIARI, SONO LORO, GLI INARRESTABILI ELISABETTA &
GIANCARLO DELLA TULLIANI REAL ESTATE - 2- SBIRCIANDO LE
VISURE CATASTALI – FATTI, NON CHIACCHIERE - SI EVINCE
CHE APPENA DUE SETTIMANE PRIMA DELLO SCOOP SUL
QUARTIERINO MONEGASCO DE “IL GIORNALE”, LE PROPRIETÀ
IMMOBILIARI DI E.T. E DEL FRATELLINO “ELISABETTO” HANNO
RICEVUTO UNA NUOVA E COPIOSA “ENTRATA” DI VANI, GARAGE,
SOFFITTE. ADDIRITTURA UN VILLINO…
DAGOREPORT
Dimenticate i Caltagirone, i Toti, i Ligresti. Lasciate
perdere quei palazzinari rimpannucciati alla Ricucci o
alla Danilo Coppola. Le vere stelle del mattone, alla
faccia delle bolle immobiliare, sono loro,
l'inarrestabile Tulliani Real Estate di Elisabetta &
Giancarlo.
Infilando il nasino nelle visure catastali - non
chiacchiere ma fatti - si evince che appena due
settimane prima dello scoop de "Il Giornale" (29 luglio
by GianMarco Chiocci) sul quartierino monegasco, le
proprietà immobiliari di E.T. e del fratellino
"Elisabetto" hanno ricevuto una nuova e copiosa
"entrata" di vani, garage, soffitte. Addirittura un
villino...
Siamo sempre dalle parti della via Aurelia, dopo l'Hotel
Ergife, a uno schioppo dal raccordo anulare, direzione
Fregane, in quella zona detta Val Cannuta. Fermata
autobus 889, grigiore piccolo borghese con ambizioni
sociali ma non estetiche. Ora rallegrata da telecamere e
security che fermano tutti. Ivi Los Tullianos hanno
fondato il loro impero del mattone.
All'indirizzo di via Raffaele Conforti 52, al quinto
piano della scala D, ci sono i 4 appartamenti di
Elisabetta Tulliani. Due case sono state acquistate e
poi unite in matrimonio nell'anno di grazia 1998, per un
totale di 11 stanze. Un altro appartamento è
sopraggiunto nel 2009 e registra 4 vani e mezzo.
L'ultimo viene acquistato il 14 luglio 2010, 4 vani e
mezzo, rogito del notaio Alberto Politi. Risultato
finale: 20 stanze, sei garage, quattro soffitte.
Per arrivare all'appartamento di Giancarlo Tulliani
occorre scovare la scala C. Ecco 4 stanze e mezzo, una
soffitta, un garage, un posto auto. Ma per il vispo
"Pomata", altro nomignolo dei tempi gaucciani della
Viterbese calcio, arriva un'altra bella sorpresa dalla
Provvidenza del mattone: sempre in via Raffaele Conforti
ma al numero 70/80, il "cognato" ha comprato il 2 luglio
2010, con atto registrato il 26, un bel villino di 3
piani più un seminterrato.
E
così, davanti al notaio Clara Santacroce (la stessa che
aveva rogitato, nel 1998, l'acquisto delle prime case di
Elisabetta: via Sardegna 22 e due appartamenti in via
Conforti 52), il mitologico Giancarlino compra la
bellezza di 9 stanze su 4 piani (terra, primo, secondo,
seminterrato).
A
vendere sono i coniugi Angelo Marcucci e Roberta Tiberi.
Sempre loro, lo stesso giorno, vendono al "Pomata" un
mega-garage sotto il villino, 59 metri quadri (sic), per
ben ricoverare la sua Ferrari 458. Prezzo dell'immobile:
sconosciuto. Ma a occhio e croce siamo tra il milione e
mezzo e i due milioni di euro. (C'è in vendita, lì
vicino, una villa un po' più grande, su 5 piani, a 2,5
milioni)
Ely, Giancarlo, sono a posto, un tetto per dormire non
manca. E i genitori, che hanno fatto tanto per loro,
anche inventandosi format per la Rai, niente?
Tranquilli, basta salire la scala C, la stessa di
Giancarlo, e al quarto piani, sullo stesso pianerottolo,
ci sono le tre stanzette (dotate di soffitta al sesto
piano) che i coniugi hanno comprato da Gaucci nel 2002.
Girato l'angolo di via Conforti, in via Roberto Ago 22,
brilla un altro appartamento al 7 piano, 6 vani e mezzo,
con soffitta e garage.
Ancora: in via di Val Cannuta angolo via Conforti 5:
Sergio e Francesca Tulliani godono di un appartamento
con 3 stanze e un deposito.
RIEPILOGANDO ELISABETTA REAL ESTATE:
- 6.11.98 B. compra dalla società Valbo 2 appartamenti
in via Conforti 52 piano 5 Interno 21 scala D edificio
B, che vengono poi unificati nel 2004 (11 vani).
-
31.07.01 Betta nostra compra da Valbo 4 garage in via
Conforti 52 (piano T interni 15 e 16 scala CD edificio B
+ piano S1 interni 4 e 5) e 2 soffitte piano 6, interno
6 e 7, scala D edificio B
-
7.04.09 Betta compra 4,5 vani in via Conforti snc, piano
5 interno 20 scala D edificio B +
garage via Conforti snc, piano T, interno 13, scala D,
edificio B + soffitta 5 mq via Conforti snc, piano 6,
interno 20, scala D, edificio B
-
14.07.10 Betta compra 4,5 vani in v. Conforti, piano 5
interno 23 scala D edificio B + garage e soffitta
Totale: 4 appartamenti alla scala D edificio B, 6
garage, 4 soffitte
RIEPILOGANDO GIANCARLO REAL ESTATE:
- 31.07.01 Giancarlo acquista da Valbo 4,5 vani in via
Conforti snc piano 4, interno 18, scala C edificio B +
deposito C/2 in via Conforti snc, piano 6, interno 16,
scala C edificio B
+ 1 garage in via Conforti snc, piano S1, interno 6,
scalda CD edificio B
+ altro garage via Conforti snc, piano T, interno 24,
scala CD edificio B
-
2.07.10 acquista villino di 9 stanze + garage di 59 mq
in via Raffaele Conforti 80
Totale: 1 appartamento alla scala C, 2 garage e 1
soffitta al numero 52 edificio B, + villino e garage al
numero 80
[19-08-2010]
|
il
fisco sarebbe pronto a verificare la posizione di
’elisabetto’ - la dichiarazione dei redditi dei tulliani
ammontava, quattro anni fa, a trentamila euro. Cosa è
accaduto nel frattempo? è mai possibile che tutto questo
ben di dio sia l’effetto della supervincita (anch’essa
ancora avvolta da non poche ombre) al Superenalotto? -
Un grande boh avvolge la famiglia Tulliani, le cui
storie appassionano come la saga dei Forrester, in una
Beautiful cacio e pepe...
Gianluigi Paragone per
Libero
La
notizia beccata dal bravo Claudio Antonelli è il
tassello mancante del mosaico: l'Agenzia delle Entrate
sarebbe pronta a verificare la posizione di Giancarlo
Tulliani, il cognato di Fini. I tempi non saranno veloci
ma finalmente avremo una parola chiara su come questo
rampante ragazzino sia arrivato a toccare importanti
status symbol. Una Ferrari da stropicciarsi gli occhi
(pare pure in tempi rapidi), una casa in affitto a
Montecarlo (ma ad un canone che vorrebbero pagare in
tanti), importanti entrature nel mondo del lavoro.
Un
ragazzo d'oro, insomma. Uno a cui le porte si aprono che
è... un piacere. Nulla di male quando il successo arriva
dopo un percorso professionale graduale o per meriti che
al giudizio di tutti o di molti paiono indiscutibili. Il
problema del Tullianino è che alla bella vita c'è
arrivato non si sa bene come. Lungi da noi voler
affrettare sentenze, per carità.
Quello che non torna è la tempistica: è mai possibile
che tutto questo ben di dio sia l'effetto della
supervincita (anch'essa ancora avvolta da non poche
ombre) al Superenalotto? Un grande boh avvolge la
famiglia Tulliani, le cui storie appassionano come la
saga dei Forrester, in una Beautiful cacio e pepe.
Questa famiglia è da anni al centro dei media:
catapultati prima nel mondo del calcio grazie a Gaucci,
poi schizzati nelle alte sfere della politica grazie
all'innamoramento di Elisabetta con l'allora leader di
Alleanza Nazionale. Sotto i riflettori sempre lei,
anagramma facile facile di Eli: reginetta per burla del
re Gaucci, presa in giro da quei bischeri di Striscia la
Notizia e di Blob. Già allora si sfiorò l'affare di
Stato.
Ora invece, nell'affare di Stato, ci siamo dentro che è
una bellezza. Poco o nulla si sa con certezza, se non
che - come aveva documentato Franco Bechis su Libero e
mai smentito - la dichiarazione dei redditi di
lorsignori ammontava, quattro anni fa, a trentamila
euro. Cosa è accaduto nel frattempo? Non è dato saperlo.
Stanno parlando tutti: colonnelli di partito, tesorieri,
negozianti di mobili, impresari edili. Aggiungerebbe
Totò: autisti, fuochisti, macchinisti, scambisti,
lampisti, gente di fatica (beh, quella no...).
Hanno parlato persino Gaucci e Sgarbi. Stanno parlando
tutti ma i Forrester de noantri no. Il Tullianino è
scappato perché stressato dai giornalisti: meglio che
non parli, dicono gli amici, perché se parla... Il padre
idem: bocca cucita se non per comunicare che il
figlioletto non è quel fighetta dipinto da giornali
cacadubbi e di regime. La madre, boh: non un chiarimento
sulle voci di società di produzioni tivù.
La
figlia, cioé Elisabetta-compagna- di-Fini-ex-di-Gaucci,
boh al cubo visto che nemmeno da lei uno straccio di
spiegazione circa quanto sta emergendo è mai pervenuta.
Vorrà dire che qualcosa in più magari ce lo dirà il
Fisco. Almeno sul cognato.
A
meno che Gianfranco Fini - se non la smettesse di cadere
prima dal pattino poi dalle scale - non ci dica per filo
e per segno cosa diavolo è accaduto negli ultimi anni.
Domande. Risposte. Nulla di più. Non è Fini il difensore
della libertà di stampa? Non è sempre lui a rimarcare
l'importanza della trasparenza in politica? Converrà, il
presidente, che un comunicato stampa è un po' pochino
per mettere a tacere le stranezze emerse in una storia
fatta di auto di lusso, di casa a Montecarlo, di società
create in paradisi fiscali, di strani passaggi di mano e
di date ballerine.
Basterebbe poco a Fini per scrollarsi di dosso sospetti
e illazioni: ci dica cosa è accaduto sotto quel tetto
che egli ben conosce. O almeno se lo faccia raccontare.
Ci dica com'è stato possibile zompare da 30mila euro di
reddito alla bella vita. Parli, mannaggia. Basterebbe
poco, basterebbe la pazienza di ascoltare le domande e
fornire delle risposte. E se le risposte non chiarissero
un tubo, dovrà perdonarci se insisteremo. Deve solo
armarsi di santa pazienza. E umiltà.
Qualità di cui il presidente della Camera sembra essere
assai sprovvisto. Quando i politici cominciano a
camminare a un palmo da terra, quando s'atteggiano a
principini, e soprattutto quando disprezzano ciò che il
popolo ha il diritto di sapere, è l'inizio della fine.
Fini dovrebbe ben ricordare cosa accadde a certi
figurini della Prima repubblica.
Nel suo buen retiro ad Ansedonia Fini non avrà potuto
ascoltare la voce ferragostana della gente sotto
l'ombrellone. Glielo riferiamo noi. Di fronte alla foto
del Tullianino in Ferrari il commento più gettonato era
questo: «Ma come ha fatto? I Berlusconi i soldi li hanno
sempre avuti, ma questi? ». La gente - si sa - fa
domande stupide. Però ogni tanto la voce del popolo è
bene ascoltarla. Tanto, quando non si ha nulla da temere
che paura si ha? Giusto presidente Fini?
[18-08-2010]
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MONACO’, BEL SOL D’AMORE -
’Il Giornale’ non si
distrae con i morti e picchia i vivi: "La casa dei Fini.
"Che confusione per Fini qui a Natale.." - Spunta
l’ennesimo testimone di una visita del presidente della
Camera all’appartamento monegasco del cognato. E’
l’ingegner Mereto, da 25 anni nel Principato e con
ufficio nel palazzo: "Per lui grande spiegamento di
polizia"....
Guido Mattioni per
Il Giornale
Gratta gratta, anche in questo strano «non luogo»
chiamato Montecarlo, dove la regola ferrea del mutismo
di fronte a qualsivoglia domanda fa sembrare perfino la
Sicilia una terra di loquacissimi testimoni volontari,
si viene a sapere prima o poi qualcosa.
In
questo caso è una conferma in più, rispetto alle prove
già raccolte e pubblicate nelle settimane scorse dal
Giornale, del fatto che il presidente della Camera
Gianfranco Fini non può «non conoscere» l'identità del
vero proprietario dell'appartamento al civico 14 di
Boulevard Princesse Charlotte.
Non può perché in quella casa e in quell'appartamento
lui c'è stato. E nel quartiere lo hanno visto in molti,
anche se quasi tutti quei molti adesso non lo dicono.
«Ovviamente vado a memoria sulla data, direi il dicembre
scorso, sotto Natale», racconta l'ingegner Giorgio
Mereto, un genovese residente da 25 anni nel Principato
e titolare della Mgm Marine Gasoil, società di trading
petrolifero che ha i propri uffici nella stessa villona
giallognola in stile anni Venti.
«Ricordo però bene l'episodio perché quel giorno, da un
momento all'altro, si era scatenata una gran confusione
fuori dal palazzo, in strada, e subito dopo fin dentro,
nell'androne e sulle scale, con un notevole spiegamento
della polizia monegasca a sirene accese».
Sia per regolare il traffico, sia per scortare un
illustre ospite italiano. Era Gianfranco Fini. «Lo
accompagnava quella bella signora bionda, con i capelli
mossi, che si vede sui giornali (Elisabetta Tulliani,
ndr). Io, come altri coinquilini, gli ho anche fatto un
cenno di saluto, ma non gli ho parlato», dice
l'imprenditore. Poi, a sirene finalmente spente, la cosa
era finita lì.
Sirene che si sarebbero però riaccese davanti al civico
14 soltanto qualche giorno fa. Quando altri gendarmi del
principe Alberto hanno fatto da premuroso usbergo a
Giancarlo Tulliani, il cognatino (o per dirla alla
francese il quasi beau frère di Fini) in occasione del
suo precipitoso e forse temporaneo addio al quartierino
monegasco. «"Fermo, dove va?", pensi che hanno fermato
anche me che lavoro in questo stabile da un quarto di
secolo», se la ride l'imprenditore italiano.
Comunque, tra gli abitanti del Palais Milton,
quell'improvvisa apparizione natalizia del fondatore di
An non aveva destato gran sorpresa. Tutti sapevano già,
infatti, che l'appartamento di hall, deux pieces,
servizi, cucina e balcone per complessivi almeno 70
metri quadri, era stato lasciato in eredità agli ex
camerati della Fiamma tricolore dalla pasionaria missina
Anna Maria Colleoni.
Ed
erano state dieci anni fa proprio le proteste di molti
inquilini, per via dello stato di abbandono
dell'appartamento (lasciato andare e con le persiane
ormai avvolte dall'edera fin quasi al piano superiore),
proteste raccolte dall'amministratore dello stabile
Michel Dotta, a provocare l'arrivo a Montecarlo
dell'onorevole Donato Lamorte in rappresentanza di An,
la nuova proprietà. «Questa circostanza la ricordo bene
per via del cognome, uno di quelli che non si
dimenticano, ma anche per la vistosa gestualità del
parlamentare, forse ben più difficile da scordare»,
rievoca Mereto.
Lamorte aveva insomma placato gli animi, annunciando
interventi di manutenzione tempestivi e diffondendo al
tempo stesso la voce che se qualcuno fosse stato
intenzionato ad acquistare... beh, che si facesse
avanti. «Io ci avevo fatto un pensiero. Del resto ho
ufficio qui e poteva essere interessante. Poi però avevo
rinunciato».
E
se l'ingegnere non ricorda quale fosse all'epoca la
valutazione di mercato, ha idee ben chiare dove potrebbe
essere schizzato oggi il prezzo in questa zona centrale
del Principato, pur se senza vista mare: ovvero verso i
30mila euro al metro quadro. Che porterebbero la
valutazione dell'appartamento - pagato dalla Printemps
Limited la risibile miseria di 300mila euro - a 2,4
milioni in valuta europea.
Fatto è che il real estate monegasco è stato stravolto,
con una crescita delle quotazioni del 30% in tre anni,
in seguito all'arrivo a Montecarlo di orde di ricconi
russi con adolescenti dalla coscia chilometrica al
seguito (si riconoscono in base alla regola del 20: i
ricconi sono vent'anni più vecchi, le gnocche venti
centimetri più alte). «Di fatto non c'è immobile che
possa resistergli. Arrivano con le valigie piene di
soldi e se vogliono qualcosa se la comprano. A qualunque
prezzo», dice Mereto.
Intanto, la processione degli italiani in vacanza sta
portando altro ossigeno alle casse del Principato. È il
turismo della curiosità. Arrivano, leggono il nome
Tulliani sul citofono, si scattano foto in posa con il
cellulare e se ne vanno commentando. Testimoni a modo
loro, almeno così credono, della storia. Una gran brutta
storia.
[18-08-2010]
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FELTRUSCONI SCODELLA LA FOTOCOPIA DELLA FATTURA RELATIVA
AI MOBILI ACQUISTATI DALLA TULLIANI E DA FINI IN UN
NEGOZIO DI ROMA, E DESTINATI A ESSERE SPEDITI ALL’ESTERO
- 2- “IL FATTO QUOTIDIANO”: ’SE FOSSE VERO, CADREBBE
L’ULTIMA LINEA MAGINOT DELLA DIFESA MEDIATICA DI FINI.
SECONDO LA VERSIONE DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA, DOPO
AVERE AUTORIZZATO LA VENDITA DELLA CASA MONEGASCA DEL
PARTITO A UNA SOCIETÀ SEGNALATA DAL COGNATO TULLIANI,
FINI SI ERA DISINTERESSATO DELLA QUESTIONE. SOLO
“QUALCHE TEMPO DOPO LA VENDITA”, AVEVA SCRITTO FINI
NELL’ULTIMO DEGLI OTTO PUNTI DELLA SUA NOTA DIFENSIVA
PER I GIORNALI, “HO APPRESO DA ELISABETTA TULLIANI CHE
IL FRATELLO GIANCARLO AVEVA IN LOCAZIONE L’APPARTAMENTO.
LA MIA SORPRESA ED IL MIO DISAPPUNTO POSSONO ESSERE
FACILMENTE INTUITE”. ED È PROPRIO QUESTO “DISAPPUNTO” A
ESSERE POCO CONCILIABILE CON LE ULTIME RIVELAZIONI
(ANCORA DA VERIFICARE) SULLA CUCINA DI CASA TULLIANI’
1-
FELTRI SCODELLA LA FOTOCOPIA DELLA FATTURA RELATIVA AI
MOBILI ACQUISTATI DALLA TULLIANI E DA FINI IN UN NEGOZIO
DI ROMA, E DESTINATI A ESSERE SPEDITI ALL'ESTERO
di Vittorio Feltri per
Il Giornale
Anzitutto vorrei tranquillizzare gli ultras di Fare
Futuro. Non abbiamo derubricato il pasticcio della casa
di Montecarlo, tanto è vero che oggi offriamo ai nostri
lettori la fotocopia della fattura relativa ai mobili
acquistati dalla Tulliani e da Fini in un negozio di
Roma, e destinati a essere spediti all'estero. Non
bastasse, Il Giornale pubblica interviste a coloro che
materialmente hanno venduto la merce alla coppia. Sono
testimoni e hanno nomi e cognomi, altro che gente
anonima. E così il presidente della Camera, che
incautamente ha annunciato querela, costaterà che non
abbiamo inventato nulla, a differenza di lui.
Se
tutto questo significa «derubricare» bisognerà aprire
con i finiani anche una polemica di carattere semantico.
Ma dopo i servizi odierni, credo ci sia poco da dubitare
della solidità dell'inchiesta...
"Neanche Gianfranco Fini, come accade a molti in
difficoltà, ha resistito alla tentazione di dire bugie
nella speranza di aggirare il problema dell'appartamento
di Montecarlo. Ma non gli è andata bene: ha smarronato.
Nelle sue risposte alle nostre domande ha detto di
essersi sorpreso, non senza disappunto, nell'apprendere
dalla sua compagna Elisabetta Tulliani che l'alloggio
fosse finito nella disponibilità del fratello di lei,
Giancarlo.
In
altri termini, egli ha voluto farci intendere di non
sapere nulla dell'immobile in questione, eccetto la
vendita a una società. Non è vero. Lo abbiamo scoperto
svolgendo una piccola indagine che ha dato i seguenti
risultati. Il presidente della Camera ha personalmente
arredato, con l'aiuto della compagna Tulliani, il
quartierino, scegliendo e acquistando in un negozio di
Roma i mobili, che poi sono stati spediti a Montecarlo.
Abbiamo recuperato la fattura della cucina e di altri
arredi, e raccolto la testimonianza dell'uomo che ha
trattato l'affare direttamente con la coppia.
Su
tutto ciò Il Giornale pubblica un servizio dettagliato
in cui si racconta, con tanto di date, come avvenne
l'operazione. Conviene leggerlo perché contiene la
dimostrazione che Fini non si è affatto disinteressato
della casa in questione dopo aver firmato la procura
affinché fosse venduta.
Altrimenti non avrebbe contribuito ad arredarla.
Non sarà che l'appartamento sia stato ceduto
ammobiliato? Impossibile. Dalle carte e dalle
dichiarazioni di chi ha condotto la cessione si evince
che l'alloggio non solo era vuoto, ma in disordine e
bisognoso di ristrutturazione onde renderlo abitabile.
Quindi il signor presidente della Camera non ha mai
perso di vista il pied-à-terre dal momento in cui ne è
stata decisa l'alienazione (a società off shore) fino
alla destinazione ultima: la locazione al ‘cognato'
Giancarlo.
E
dunque ha mentito. Ha mentito nel dirsi sorpreso di come
fosse stata gestita la vendita e del fatto che il
fratello della sua compagna fosse domiciliato proprio in
quell'appartamento nel Principato. In realtà era
informatissimo, tant'è che ha partecipato alle
rifiniture delle stanze. Più chiaro di così...
A
questo punto Gianfranco Fini avrebbe l'obbligo di
smetterla con la commedia e ammettere d'aver sbagliato.
Capita. Ma quando capita e si viene sgamati, meglio
alzare bandiera bianca. Continuare con le bugie
significa soltanto peggiorare le cose. I finiani poi,
che stupidi non sono, dovrebbero rendersi conto che
accusare noi di usare dossier (quali?) per scopi
politici è ridicolo.
Abbiamo avuto notizia della vicenda da un nostro
collaboratore, l'abbiamo accertata, approfondita e
pubblicata con abbondanza di documentazione. E il
capitolo di oggi chiude la partita. Non c'è più da
discutere. Quanto all'invito a dimettersi rivolto a
Fini, esso muove non solo e non tanto dal pasticcio
immobiliare e famigliare, ma anche da altre
considerazioni.
Primo. Il presidente della Camera ha tradito la
maggioranza che lo ha eletto, boicottandola in ogni
modo. Secondo. Si è schierato spesso con l'opposizione
sposandone le tesi. Terzo. Approfittando del proprio
ruolo istituzionale ha organizzato, a legislatura in
corso, un partito e un gruppo diverso da quello di cui
egli è espressione.
Insomma, Fini non si è limitato a violare il galateo, ma
ha stracciato le regole più elementari d i correttezza
democratica. Se a tutto questo aggiungiamo
l'ingarbugliata faccenda della casa, con la panzana
finale che qui abbiamo svelato, la sua rinuncia alla
poltrona più alta di Montecitorio è quantomeno
opportuna.
P.S. Italia Futura, associazione vicina a Luca Cordero d
i Montezemolo, ieri ha diffuso questa nota: ‘La seconda
Repubblica sta affondando tra veleni e dossier, di
dubbia provenienza, distribuiti tramite giornali
militanti... ‘. Le cose, caro Montezemolo, non stanno
così. Non è la seconda Repubblica che rischia di
affondare, ma sei tu a rischiare di essere sepolto dalle
stupidaggini di Italia Futura".
2
- FAREFUTURO: "FELTRI USA IL METODO-BOFFO"
Il Fatto Quotidiano - "Leggetevi bene
l'editoriale di oggi di Feltri: è un passaggio
importante. Ma non per l'ennesima "rivelazione" sui 50
metri quadri di Montecarlo, quanto per il senso
complessivo della riflessione del direttore del
Giornale. Che è, in sostanza, una "sterzata". Insomma la
vera notizia è che Feltri smentisce se stesso. E mentre
lo "scandalo" monegasco viene derubricato a "questione
di galateo", i riflettori del Giornale tornano ad
accendersi sullo scandalo vero, sul peccato originale di
Fini e dei finiani, sul vero cuore della questione: "la
colpa del dissenso".
Così Ffwebmagazine, di Farefuturo, commenta l'editoriale
del direttore del Giornale, in cui vengono elencati i
"tre punti" per cui Fini dovrebbe dimettersi (aver
tradito la maggioranza, aver dialogato con l'opposizione
e aver creato gruppi autonomi: nessun riferimento alle
vicende monegasche, insomma). E così, secondo
Ffwebmagazine "ritornano i toni e i contenuti dell'ormai
famoso documento di espulsione: colpirne uno per
educarne cento e punire i "traditori". Dunque in un
colpo solo Feltri smentisce se stesso, conferma le
profezie di Giorgio Stracquadanio (che invocava il
"trattamento Boffo" per Fini), e rivela il piano
politico su cui si è innestata la sua campagna di
killeraggio mediatico".
3
- CAMERA A ROMA, DUE CAMERE (CON ANGOLO CUCINA) A
MONTECARLO
Antonio Massari e Marco Lillo per
Il Fatto Quotidiano
"Non abbiamo portato i mobili a Montecarlo". Questa è in
sintesi la posizione di Paolo Spano, l'amministratore
della "Castellucci arredamenti". Da ieri il suo è il
mobilificio più famoso d'Italia. Qui Fini e la sua
Elisabetta avrebbero comprato la cucina del quartierino
dello scandalo monegasco. Le sue parole, però, non
demoliscono la scena (imbarazzante per la coppia
presidenziale) descritta da un ex dipendente del
mobilificio a Il Giornale di Paolo Berlusconi.
finiFELTRI
- Giornale No B Day Amici Spatuzza - Nonleggerlo
Una scena che, in altri tempi, sarebbe stata perfetta
per uno spot elettorale. La terza carica dello Stato
entra in questo grande negozio di arredamento un po'
kitsch con le sue vetrine blu cobalto che spiccano al
tredicesimo chilometro della via Aurelia. "Non ci
risultano le cose pubblicate dai giornali e il titolare
torna dopo ferragosto", ripete da ieri mattina come un
mantra il signor Annibali, trincerato dietro il bancone
assaltato dai giornalisti.
Solo nel pomeriggio l'amministratore Paolo Spano si fa
vivo con una dichiarazione un po' vaga: "Un conto è
sostenere che il presidente Fini, o i suoi famigliari,
sono stati in passato nostri clienti, un altro è dire
che per loro conto abbiamo portato dei mobili a
Montecarlo, cosa che non è assolutamente vera".
Effettivamente le gole profonde che hanno spifferato la
storia ai giornali però non hanno mai detto che la
spedizione è stata effettuata da "Castellucci". Dopo
l'acquisto - stando ai racconti per ora anonimi e tutti
da verificare - i mobili sarebbero stati consegnati a
uno spedizioniere, trovato altrove.
Più dura la smentita di Gianfranco Fini, affidata a un
comunicato del suo portavoce Fabrizio Alfano: "Quanto
pubblicato da Il Giornale è l'ennesima dimostrazione di
un delirio diffamatorio che ha portato Feltri ad
abdicare ai doveri minimi del giornalista. Pur di
denigrare il presidente Fini - aggiunge la nota - Feltri
propone ricostruzioni fantasiose basate su improbabili
racconti di personaggi che si celano dietro l'anonimato.
In questo modo la calunnia diventa notizia, e la realtà
un dettaglio trascurabile".
Dal suo canto, Fini preferisce non curarsi di acquisti,
progetti e fatture mentre il quotidiano diretto da
Feltri in questo braccio di ferro mediatico, ieri ha
annunciato che farà cadere anche l'anonimato. Oggi
pubblicherà il nome della gola profonda che ha riferito
la scena svoltasi al tredicesimo chilometro dell'Aurelia
nella primavera del 2009: nel fracasso delle macchine
dei romani che sfrecciano a cento all'ora verso il mare,
il presidente della Camera scende dall'automobile con al
fianco la giovane compagna bionda. Niente auto blu, il
presidente e la third lady parcheggiano nell'area
riservata ai clienti una city car scura come se ne
vedono a centinaia a Roma.
Sono lì per arredare una cucina e non hanno scelto la
falegnameria dei vip, come Bertolaso e Scajola che si
servivano degli artigiani di Anemone. Gianfranco e Ely
preferiscono questo centro di arredamento che non ha
nulla di snob e che a Roma nord tutti conoscono per la
sua antica tradizione popolare. "Castellucci
arredamenti" nei sabati di primavera è pieno di
famigliole borghesi in fila davanti alle scrivanie dei
consulenti con la consueta tensione che si crea tra la
moglie motivatissima e il marito distratto e distrutto
da ore di misure, piantine, preventivi e cataloghi.
Le
ricostruzioni sull'acquisto del mobilio si arricchiscono
di dettagli che profumano di neorealismo: la donna di
casa che va più volte da sola al negozio quando bisogna
perdere ore a discutere i progetti e a vagliare le
marche per poi scegliere quella "più amata dagli
italiani". E l'uomo che interviene solo alla fine,
quando giunge l'ora delle scelte definitive. E svolge
fino in fondo il suo ruolo facendo pesare con una
battuta il prezzo un po' alto.
Se
il quadretto riportato dai testimoni citati (per ora
anonimamente) da Il Giornale di Berlusconi è vero, anche
Eli e Gianfry si sarebbero sottoposti alla trafila
ordinaria delle coppiette romane che mettono su casa.
Eppure lo spot positivo del presidente nazionalpopolare
si è trasformato nella prova regina sbandierata dal Pdl
contro di lui: i mobili - secondo le ricostruzioni
riportate dal Giornale - non sarebbero stati destinati a
una qualsiasi villetta sul litorale romano ma
all'estero, presumibilmente proprio al quartierino di
boulevard Princesse Charlotte, nel principato di Monaco.
E
la differenza non è da poco. Se fosse vero, cadrebbe
l'ultima linea Maginot della difesa mediatica di
Gianfranco Fini. Secondo la versione del presidente
della Camera, dopo avere autorizzato la vendita della
casa monegasca del partito a una società segnalata dal
cognato Giancarlo Tulliani, Fini si era disinteressato
della questione.
Solo "qualche tempo dopo la vendita", aveva scritto Fini
nell'ultimo degli otto punti della sua nota difensiva
per i giornali, "ho appreso da Elisabetta Tulliani che
il fratello Giancarlo aveva in locazione l'appartamento.
La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere
facilmente intuite". Ed è proprio questo "disappunto" a
essere poco conciliabile con le ultime rivelazioni
(ancora da verificare) sulla cucina di casa Tulliani.
14-08-2010]
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come finivi male se ti opponevi a fini – paolo
francia, direttore (in quota An) dei Diritti
sportivi Rai dal 1998 al 2004, svela i motivi
della sua cacciata: “aver detto no a una
richiesta di un contratto quadriennale a 8.45
milioni l’anno per i diritti dei mondiali di sci
alla Mp Media Partners, in ottime relazioni con
Fini” - le “pressioni” di paglia, “per anni il
braccio armato di Fini in Rai. E farne ora un
Padre Pio, suvvia...”
Paolo Conti per il
Coriere della Sera
Dice Daniela Santanchè: chiedete a Paolo Francia
direttore (in quota An) dei Diritti sportivi Rai
dal 1998 al 2004 e di Rai Sport dal giugno 2002
al novembre 2003, se è vero che venne cacciato
dalla Rai per una questione di appalti e per
colpa di Gianfranco Fini.
Allora, è vero o no?
«Stiamo ai fatti. Arriva alla Rai una richiesta
di un contratto quadriennale a 8.45 milioni
l'anno per i diritti dei mondiali di sci. Una
cifra enorme. Si trattava della Mp Media
Partners (allora di Marco Bogarelli, Rodolfo
Hecht, Andrea Locatelli e Andrea Abodi) con
ottime relazioni con An e in particolare con
Fini. La società però perdeva 1.416 milioni nel
2000, 3.418 nel 2001 e 2.064 nel 2002, ne
avrebbe persi 2.938 nel 2003. Di fatto è
sull'orlo del fallimento ma con un pesante
contratto con la Federazione mondiale dello Sci,
sub ceduto fino al 2001 a Mediaset che poi aveva
rinunciato per la caduta verticale di ascolti e
dello stesso mercato»
E lei, Francia, come reagisce?
«La cifra è pazzesca. Respingo le richieste di
Media Partners anche sulla base delle
indicazioni di quasi tutto il management Rai:
Carlo Nardello, Fabio Belli, Giancarlo Leone, lo
stesso Paolo Ruffini direttore di Raitre che
avrebbe dovuto trasmettere... Nel frattempo le
pressioni su di me aumentano. E comincia una
campagna mediatica pro sci e a favore di Mp».
Di chi sono in quel momento le «pressioni» su di
lei?
«Dello stesso Fini. O attraverso Guido Paglia,
arrivato nel frattempo alla Rai, e che assume il
ruolo di referente di An».
Paglia ora ha rotto con Fini per Giancarlo
Tulliani. Non tollerava la quantità di pressioni
sulla Rai del «cognato»...
«Sarà anche così, oggi. Ma per anni è stato il
braccio armato di Fini in Rai. E farne ora un
Padre Pio, suvvia...»
Torniamo a quei giorni. Cosa succede dopo il suo
no?
«Si oppone l'allora direttore generale Agostino
Saccà che, a sua volta sottoposto a pressioni,
cede in minima parte. Un contratto solo per il
2002-2003 per poco più di 2 milioni. Poi Saccà
deve lasciare, al suo posto arriva Flavio
Cattaneo».
E secondo lei cosa accade in quel momento?
«Ecco il contratto: 3.8 milioni annui per le due
annualità 2004-2006 con un voto del Consiglio
del 17 novembre 2004. Nel frattempo mi cacciano.
Prima da Rai Sport e poi dai Diritti sportivi.
La Mp torna immediatamente in utile e il
fatturato triplica dai 16.3 milioni del 2004 ai
42.8 del 2005».
Copyright Pizzi
Perché venne cacciato, Francia?
«Perché mi opponevo a un contratto che non
faceva gli interessi della Rai».
Un'accusa molto pesante. Ne è proprio sicuro?
«Ne parlai in Vigilanza nel novembre 2003 e nel
maggio 2004. Dissi che le richieste erano
assurde e che Mp "faceva il bello e il cattivo
tempo in Rai con sci, calcio, pallavolo e
pugilato"».
Eppure lei venne nominato proprio per
indicazione di Fini. Non c'è una contraddizione
in questo suo racconto?
«Non nego di essere stato nominato su
indicazione di Fini. Ma anche per un curriculum
professionale di prim'ordine. Non sono mai stato
organico al vecchio Msi fascista o ad An. Di
area cattolico-liberale, ero diventato amico
personale di Fini pensando che fosse, già negli
anni Ottanta, l'uomo giusto per dar vita a una
destra moderata, moderna, radicata sui valori,
di stampo conservatrice».
E i suoi rapporti con l'attuale presidente della
Camera?
«La sera stessa della mia cacciata lo incontrai
allo stadio Olimpico, gli chiesi spiegazioni. E
lui: "De minimis non curat praetor". Qualche
tempo prima glielo avevo detto: "Guarda, se io
mi comporto così è perché agisco nell'interesse
della Rai, faccio un favore ma anche a te e ad
An. E così faccio quando respingo le insistenze
di Salvatore Sottile, il tuo portavoce, per
certe vallette..." Ma lui non mi rispondeva
niente».
E oggi cosa pensa di Gianfranco Fini, al centro
di una complicatissima vicenda personale e
politica?
«Il giudizio più azzeccato l'ha dato Mario
Landolfi. Certe cose le ha fatte più per
indolenza e incapacità di resistere alle
pressioni che per sua volontà. Pressioni
familiari, dei Tulliani, dei suoi collaboratori.
Mi fa pena vedere come si è ridotto. Figuriamoci
che nel 1994 quando lo intervistai col libro "La
mia destra" disse, a proposito del personale
politico, che "deve rispettare l'antico precetto
al quale deve attenersi la moglie di Cesare,
essere cioè al di sopra di ogni sospetto..."».
12-08-2010]
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Era il 28 luglio di tre anni fa e davanti allo
stato maggiore di Alleanza nazionale, Sergio
Mariani (primo marito di Daniela Di Sotto)
spiegò il suo voto contrario al bilancio di An
(“L’oggetto concordato per alcune fatture è
falso”) e concluse il suo discorso con una
richiesta spiazzante: “Chiedo alla Assemblea di
deferirmi al Collegio dei Probiviri...”. Come
dire: se ho detto bugie, non vi resta che
denunciarmi - Oltre alla casa di Montecarlo, ci
sono forse altri beni dell’eredità Colleoni o
del patrimonio missino, di cui hanno goduto in
forme diversi altri dirigenti del partito
Fabio Martini per
la Stampa
Sedici minuti e diciassette secondi di tensione
emotiva quasi insopportabile che accomunò in un
salone d'albergo Gianfranco Fini e i suoi
colonnelli. Era il 28 luglio di tre anni fa e
davanti allo stato maggiore di Alleanza
nazionale, Sergio Mariani spiegò il suo voto
contrario al bilancio di An con argomenti molto
espliciti («L'oggetto concordato per alcune
fatture è falso») e concluse il suo discorso con
una richiesta spiazzante: «Chiedo alla Assemblea
nazionale di An di deferirmi al Collegio dei
Probiviri...». Come dire: se ho detto bugie, non
vi resta che denunciarmi.
Nel salone dell'hotel Parco dei Principi, tra i
capicorrente, grande fu lo sconcerto. Fini
sorrise, qualcun altro disse «non è possibile» e
Mariani continuò: «E allora, a norma dello
Statuto, devo chiedere di denunciarmi al
segretario provinciale di Roma...». Non accadde
nulla. Nessun dirigente di An denunciò Mariani e
l'indomani nessun giornale diede conto del suo
intervento.
Ma quel discorso che sembrava destinato
all'oblio, torna d'attualità. Soprattutto per un
motivo: Sergio Mariani, sconosciuto al grande
pubblico, è un personaggio nevralgico nella
storia privata e pubblica della destra.
Pochissimi, come lui, conoscono alcuni ex
colonnelli di An, con i quali Mariani ha
condiviso in gioventù "missioni" non sempre di
stampo oxfordiano.
Ma c'è qualcosa di più: Mariani è stato il primo
marito di Daniela Di Sotto, la sanguigna
militante che successivamente si innamorò di
Gianfranco Fini e lo sposò. Il camerata Sergio
reagì malissimo, sparandosi all'addome: allora,
come oggi, Mariani era un duro, ma anche un uomo
tutto d'un pezzo, per lui «onore e rispetto»
restano valori assoluti. Uno spessore umano che
ha impedito a quelli che avrebbero preferito
rimuoverlo, di recidere i legami con lui. E
infatti in privato Mariani continua a parlare
senza ipocrisie con tutte le "parti": il suo ex
rivale Fini, ma anche la ex moglie di entrambi,
Daniela.
E proprio loro due - Sergio e Daniela - più di
30 anni fa gli iniziatori di una lunga storia di
amori e di voltafaccia, in questi giorni sono
ricercatissimi dai giornali, affamati di gossip
e di vetriolo. Ma i due si negano. Daniela, dopo
la separazione da Fini, si è chiusa in un
riserbo che i critici della sua verve romanesca
non avrebbero mai immaginato.
Ma a Mariani è naturale chiederlo: perché quel
triplice "no" all'approvazione degli ultimi tre
bilanci di An dal 2005 al 2007? Oltre alla casa
di Montecarlo, ci sono forse altri beni
dell'eredità Colleoni o del patrimonio missino,
di cui hanno goduto in forme diversi altri
dirigenti del partito? Mariani è un muro: «Non
ho alcuna intenzione di fare dichiarazioni su
questo argomento. Oggi, come allora, resto
dell'idea che i panni sporchi si lavano in
famiglia». Ma se fosse il magistrato che indaga
su Montecarlo a chiederle le ragioni delle sue
perplessità? «Se fosse l'autorità giudiziaria a
interpellarmi, non potrei tirarmi indietro. Con
spirito di verità».
Tra chi viene da An, nessuno mette in
discussione la probità del garante degli ultimi
bilanci, il senatore Franco Pontone, un
gentiluomo napoletano d'altri tempi che non ha
mai avuto l'autoblù, che si muove in treno e
ripete spesso una frase: «L'unico patrimonio che
lascerò a mia figlia è il mio onore». Una cosa è
certa: gli ultimi bilanci di An sono stati
approvati all'unanimità, la prova che nel
partito di Fini c'è stata sempre una gestione
collegiale delle questioni finanziarie, compresa
quella che ha riguardato la casa di Montecarlo.
E' proprio questa collegialità che spiega la
prudenza degli ex colonnelli? Italo Bocchino,
capofila dei finiani, scuote la testa: «No, la
gestione dei bilanci è sempre stata molto
scrupolosa e rigida».
[12-08-2010]
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Cadono le Borse dopo la Fed ora la paura è la
deflazione - Berlusconi-Fini, prove di tregua -
Leader alla deriva. Fini e la Tulliani separati
in spiaggia - Gran premio fiscale di Montecarlo:
Repubblica silura Gianfranco - Via al grande
occhio fiscale - Dopo sindacati e industriali la
Fiat sfida pure i giudici - Barilla cede Kamps,
Lavazza va in Usa - Evade lasciando una lettera
di scuse
Il Velino.it
CORRIERE DELLA SERA -
In apertura: "Finiani, la mossa di Berlusconi".
Editoriale di Piero Ostellino "Indagini e
dimissioni". Fotonotizia: "Palermo: I gemellini,
il passeggino e la vita che finisce per caso".
In taglio basso: "Evade lasciando una lettera di
scuse".
LA REPUBBLICA -
In apertura: "Pdl-Fini, la tregua di
Berlusconi".L'intervista: "Frattini: è un atto
di disperazione accusare il premier per Putin e
Gheddafi" Al centro: "Cadono le Borse dopo la
Fed ora la paura è la deflazione". Fotocolor:
"Palermo. Muore la gemellina di 9 mesi travolta
da un pirata sulle strisce'". In basso: "Il
caso. L'era dei ragazzi digitanti, più sms che
telefonate".
LA STAMPA -
In apertura: "Berlusconi-Fini, prove di tregua".
Reportage: "Russia, dove la speranza è cenere".
Al centro: "Allarme per l'economia: La ripresa
frena, Borse a picco". Fotonotizia:
"Montecristo, alla scoperta dell'isola
proibita".
IL SOLE 24 ORE -
In apertura: "Via al grande occhio fiscale".
Editoriale: "E' sempre più stretto il sentiero
per Bernanke" di Roberto Perotti. Fotocolor
centrale: "Barilla cede Kamps, Lavazza va in
Usa".
IL GIORNALE -
In apertura: "Fini al tramonto, scaricato da
tutti". Editoriale di Vittorio Feltri: "L'ultima
picconata Cossiga ci impone di fare i conti con
la depressione". In basso: "I destini
dell'Italia? Si giocano in Puglia".
LIBERO
- Apertura tutta politica: "Leader alla deriva. Fini e la Tulliani
separati in spiaggia". In basso: "Dopo sindacati
e industriali la Fiat sfida pure i giudici".
IL MESSAGGERO
- In apertura: "Berlusconi: spirito unitario o
voto". Editoriale di Piero Alberto Capotosti:
"Il frutto malato del bipolarismo". Fotocolor:
"Frodi in scatola/l'inchiesta: Invasi dai
pomodori cinesi, in campo la tecnologia contro
le truffe alimentari". Al centro: "Timori sulla
crescita Usa, Borse mondiali in picchiata". In
basso: "Gemellini investiti, muore la bimba".
IL TEMPO
- In apertura a tutta pagina: "Gran premio fiscale di Montecarlo"
dedicato alle avventure del cognato di Fini,
Giancarlo Tulliani. Editoriale di Mario Sechi:
"Repubblica silura Gianfranco".
L'UNITÀ
- Apertura a tutta pagina su Berlusconi:
"Mandiamolo a casa".
12-08-2010]
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- ESCLUSIVO DAGOREPORT: LOS TULLIANI REAL
ESTATE, UNA FAMIGLIA DI IMMOBILIARISTI! - E LUI,
IL PADRE SERGIO, FUNZIONARIO PENSIONATO
DELL’ENEL. LEI, LA MADRE FRANCESCA FRAU, È
PENSIONATA... QUESTA È LA CRONISTORIA
IMMOBILIARE DELLA FAMIGLIA T - (amorale della
favola: non è lui ad aver attaccato il sombrero
ma fini!) - 2- SAMMARCO, L’AVVOCATO DI GAUCCI:
“IL VALORE STIMATO DEI BENI CONTESI (CASE,
GIOIELLI, AUTO) È VENTI MILIONI DI EURO (40
MILIARDI DI LIRE) PIÙ O MENO. E QUI C’È DA
CAPIRE BENE: SE GLI AVVOCATI DELLA TULLIANI CI
DICONO CHE I BENI SONO STATI ACQUISTATI CON I
SOLDI DEL SUPERENALOTTO E I RISPARMI DI
FAMIGLIA, PERCHÉ CI MOSTRANO UNA DISTINTA DI
VERSAMENTO DA UN MILIARDO DI LIRE? E TUTTO IL
RESTO?” - 3- "elisabetto" TULLIANI SI SOLLAZZA
LAVANDO UNA “FERRARI” CHE VALE 197 MILA EURO
1- E TULLIANI CON LA FIDANZATA LAVA LA "FERRARI"
CHE VALE 197 MILA EURO
Corriere.it - Giancarlo Tulliani, dopo essere sfuggito alla ressa di fotografi e
giornalisti che assediano da giorni la casa dove
abita a Montecarlo in boulevard Princesse
Charlotte, è stato fotografato mentre in
compagnia della fidanzata pulisce in un
autolavaggio del Principato una Ferrari 458
Italia.
Di colore blu notte, si tratta di uno dei primi
esemplari consegnati del modello presentato un
anno fa dal costruttore di Maranello. Per le sue
particolari prestazioni è considerata quasi
un'auto da corsa (perché è in grado di
raggiungere 325 km orari) e costa 197 mila euro.
A pubblicare queste immagini è il settimanale
Chi, che commenta anche l'abbigliamento del
fratello della compagna di Gianfranco Fini,
Elisabetta, e della sua fidanzata. Giancarlo
Tulliani, infatti, 33 anni, «cognato» del
presidente della Camera, nel servizio
fotografico indossa una polo blu griffata Ralph
Lauren, ma in versione extralarge. Si tratta di
un'edizione speciale disegnata per la Nazionale
australiana di calcio ai Mondiali 2010.
I jeans sono di Dolce & Gabbana, come si evince
dalla placca in metallo dorato in cornice di
pelle che è cucita sulla tasca posteriore del
pantalone. Le scarpe, invece, sono le classiche
Hogan, con le H in evidenza, ma nel colore più
classico: il blu.
La fidanzata, che nel servizio pubblicato da Chi
aspetta pazientemente che Tulliani finisca di
pulire la Ferrari, è anche lei griffata, visto
che indossa una canotta Miu Miu e le zeppe di
Prada.
2 - LA «ZARINA» TRA TOGA E SHOW TV MENTRE IL
FRATELLINO VA IN FERRARI
Gabriele Villa per Il Giornale
La strana coppia, o meglio la bella coppia. O,
ancora meglio, come qualcuno negli stessi
ambienti di An, l'ha definita «una delle più
floride società per azioni sul mercato».
Fratello e sorella. Sorella e fratello. Tulliani
Elisabetta e Tulliani Giancarlo.
Indissolubilmente tesi al successo e agli
affari. Affari di famiglia, ovviamente.
Un sodalizio di ferro, che ha fatto persino
sbottare il «granduca» Gaucci dal suo forzato
esilio di Santo Domingo: «Quando mi sono messo
con Elisabetta ho dovuto prendere tutta la sua
famiglia» e che ora ha messo amabilmente quanto
efficacemente nei guai il presidente della
Camera, Gianfranco Fini, entrato per ragioni di
cuore, e al cuore come si sa non si comanda,
nella medesima talentuosa e insaziabile
famiglia.
Già, perché come dimostrano le carte scovate dal
Giornale, quell'appartamentino a Montecarlo,
lasciato in eredità ad An ma occupato dal
«cognato» di Fini, Giancarlo, che l'ha eletto a
sua residenza a Montecarlo, ha solo fatto
saltare il coperchio su favori, aiutini, e
grandi business che i Tulliani Bros hanno
ottenuto in questi anni. E che hanno viaggiato a
ritmo vertiginoso proprio come l'ultimo gingillo
che ha per le mani Tulliani junior: una Ferrari
458 Italia da 197mila euro con cui è stato
immortalato dai paparazzi del settimanale Chi
nel Principato
3 - L'AVVOCATO DI GAUCCI: IL VALORE STIMATO DEI
BENI CONTESI (CASE, GIOIELLI, MACCHINE) È VENTI
MILIONI DI EURO, PIÙ O MENO. E QUI C'È DA CAPIRE
BENE: SE GLI AVVOCATI DELLA TULLIANI CI DICONO
CHE I BENI SONO STATI ACQUISTATI CON I SOLDI
DELL'ENALOTTO E I RISPARMI DI FAMIGLIA, PERCHÉ
CI MOSTRANO UNA DISTINTA DI VERSAMENTO DA UN
MILIARDO DI LIRE? E TUTTO IL RESTO?
Chiara Paolin per Il Fatto Quotidiano
"È vero, Berlusconi è un mio cliente. Ma mica
lavoro solo per lui: sostenere che io voglia
favorirlo usando Gaucci contro Fini è assurdo. E
pure grave, se l'accusa viene da un collega".
L'avvocato Alessandro Sammarco smentisce in toto
la tesi di Vincenzo Montone, il collega che per
anni ha seguito le vicende di Luciano Gaucci e a
cui è subentrato nella gestione del conflitto
patrimoniale con Elisabetta Tulliani.
Allora, quest'atto di citazione pubblicato dal
Giornale per spifferare le magagne
Gaucci-Tulliani-Fini lo ha consegnato lei sì o
no?
Ma neanche per sogno. Montone dice cose molto
gravi per le quali intendo rivalermi in ogni
sede. Cose senza senso: l'atto di citazione è un
documento che gira tra avvocati e giornalisti,
per quello l'hanno pubblicato. Io non l'ho mai
visto.
Perché è subentrato lei a Montone?
Difesi Gaucci al tempo del crac a Perugia. Una
situazione molto delicata, cento milioni di
buco, col patteggiamento riuscii a ottenere una
sentenza piuttosto favorevole.
Tre
anni poi indultati.
Appunto. Adesso che Gaucci si è ritrovato
nell'occhio del ciclone ha pensato di rivolgersi
a una persona di fiducia.
Però ammetterà che la statistica gioca contro di
lei. Con tutti gli avvocati che ci sono al mondo
Gaucci doveva proprio prendere il legale che ha
difeso Berlusconi, Dell'Utri e Previti?
Ho clienti importanti, beato me. Però qui la
cosa strana è un'altra.
Quale?
Quando nel 2009 iniziò la lite Gaucci-Tulliani
la notizia durò poche ore. Adesso che ci sono di
mezzo questioni politiche la cosa è tornata di
grande attualità, anzi è lievitata a dismisura.
Ecco perché può essere interessante gestirla
direttamente.
È quello che intendo fare, ripartendo da zero.
C'è ancora una gran confusione su tutto. Occorre
rifare un elenco completo e preciso dei beni
contesi: case, gioielli, macchine, c'è un po' di
tutto.
Valore stimato?
Venti milioni di euro, più o meno. E qui c'è da
capire bene: se gli avvocati della Tulliani ci
dicono che i beni sono stati acquistati con i
soldi dell'Enalotto e i risparmi di famiglia,
perché ci mostrano una distinta di versamento da
un miliardo di lire? E tutto il resto? Sa, gli
avvocati quando dicono una cosa poi devono
dimostrarla".
Secondo lei come si sono comportati i legali
della Tulliani fino a questo punto?
Guglielmo Izzo è un amico, lo rispetto molto, ma
credo che il confronto sarà bello tosto.
E tutto il polverone mediatico intorno alla
contesa chi favorirà, Gaucci o la Tulliani?
Non lo so davvero.
montecarlo2
A Fini quanto costerà la coda polemica?
Non so nemmeno questo. E comunque non ho mai
avuto il piacere di conoscerlo.
4 -
DAGOREPORT: TULLIANI REAL ESTATE
Tulliani, una famiglia di immobiliaristi! E lui,
il padre Sergio, lavorava all'Enel, lei, la
madre Francesca Frau, è pensionata... Questa è
la cronistoria immobiliare della famiglia T.; ci
sono altre cose che sono state vendute nel
frattempo: un appartamento in viale dei Quattro
Venti (c'è ancora il nome Tulliani sul
campanello) e un casale in costruzione a
Capranica Prenestina.
1974 5.07 coniugi Tulliani acquistano garage ad
Ardea, piano S1 int 4
1992 acquisto villetta a Sabaudia, intestata ai
coniugi. Ampliata 1995 da 3,5 vani a 7
1997 29.08 Betta si mette con Gaucci e compra 5
terreni (seminativi, sem. arborati e bosco
ceduo) a Castelviscardo (Tr)
1998 6.11 Betta compra 4 vani in via Sardegna
22, piano 6 interno 18 6.11 B. compra da Valbo 2
appartamenti in via Conforti 52 piano 5 Interno
21 scala D edificio B che vengono poi unificati
nel 2004 (11 vani). E' diventata la casa di
famiglia e ancora oggi ci abitano i genitori di
Elisabetta. Anzi: quando sono nate le figlie,
sono state registrate all'anagrafe come
residenti in via Conforti 52, insieme al nonno
Sergio (capofamiglia), alla nonna Francesca,
alla mamma Elisabetta e al papà Gianfranco Fini.
Tutti ufficialmente residenti lì. Unico stato di
famiglia. SONO GLI APPARTAMENTI PER CUI GAUCCI
LE HA FATTO CAUSA? NE RISULTANO TRE, MANCA UN
QUARTO (Gaucci dice che ne aveva comprati 4)
2000 14.01 - 10.02 - 30.11 coniugi T. acquistano
a Capranica Prenestina un fabbricato rurale,
un'area fabbricabile, sei seminativi e un
pascolo.
2001 25.06 genitori T. acquistano un ulteriore
terreno a Capranica Prenestina. 31.07 Betta
compra da Valbo 4 garage in via Conforti 52
(piano T interni 15 e 16 scala CD edificio B +
piano S1 interni 4 e 5) 31.07 Betta compra da
Valbo 2 depositi v. Conforti snc, piano 6,
interno 6 e 7, scala D edificio B 31.07
Giancarlo acquista da Valbo 4,5 vani in via
Conforti snc piano 4, interno 18, scala C
edificio B 31.07 G. acquista deposito C/2 in via
Conforti snc, piano 6, interno 16, scala C
edificio B 31.07 G. acquista C/6 garage in via
Conforti snc, piano S1, interno 6, scalda CD
edificio B 31.07 G. compra garage via Conforti
snc, piano S1, interno 6, scala Cd edificio B
31.07 G. compra garage via Conforti snc, piano
T, interno 24, scala CD edificio B
2002 7.06 - coniugi acquistano dalla società
Katape 3 vani in via Conforti snc, piano 4,
scala C, edificio B 7.06 - coniugi acquistano da
Katape deposito di 11 mq in via Conforti snc,
piano 6 interno 9 scala C edificio B
2004 24.09 - coniugi acquistano da Valbo 5 vani
via di val cannuta 195, via Conforti 5, piano T,
interno 2, scala D, edificio B 24.09 - coniugi
acquistano deposito di 5 mq in via Conforti snc,
piano 6 interno 18 scala D edificio B 24.09 -
coniugi acquistano da Valbo garage di 15 mq in
via Conforti piano S1, interno 14, scala CD,
edificio B
2008 14.02 coniugi acquistano da società Tanaro
6,5 vani in via Roberto Ago 22, piano 7, interno
30, scala B 14.02 coniugi acquistano da Tanaro
deposito C/2 in via Ago 22, piano 8 interno 30,
scala B 14.02 coniugi acquistano da Tanaro 2
garage in via Ago 22, piano S1, interno 82 e
piano T, interno R15
2009 7.04 Betta compra 4,5 vani in v.Conforti
snc, piano 5 interno 20 scala D edificio B 7.04
B compra garage via Conforti snc, piano T,
interno 13, scala D, edificio B 7.04 B. compra
deposito 5 mq via Conforti snc, piano 6, interno
20, scala D, edificio B
[11-08-2010]
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Nel mirino della magistratura entra Giancarlo
Tulliani - La Procura di Roma indaga sulla
cessione e sull’accordo per la locazione - E
fini comincia a preoccuparsi: ieri mattina ha
avuto un lungo colloquio con il presidente della
commissione Giustizia di Montecitorio, Giulia
Bongiorno, l’avvocato che ha uno strettissimo
rapporto con il presidente della Camera e che
nel passato lo ha assistito professionalmente
Flavio Haver per il
Corriere della Sera
Nel mirino della magistratura entra Giancarlo
Tulliani, il fratello della compagna del
presidente della Camera Gianfranco Fini a cui
sarebbe intestato il contratto d'affitto della
casa di Montecarlo ceduta da Alleanza Nazionale
alla società «Printemps Ltd» con sede nel
paradiso fiscale dell'isola di Santa Lucia, alle
Piccole Antille.
Nella rogatoria internazionale in partenza per
il Principato di Monaco, il procuratore Giovanni
Ferrara e l'aggiunto Pierfilippo Laviani
chiedono la trasmissione degli atti relativi
all'appartamento di Boulevard Charlotte 14.
Quelli sull'effettivo proprietario e - novità
dell'ultima ora - i documenti sull'accordo per
la locazione.
E tutto ciò mentre ieri mattina Fini ha avuto un
lungo colloquio con il presidente della
commissione Giustizia di Montecitorio, Giulia
Bongiorno, l'avvocato che ha uno strettissimo
rapporto con il presidente della Camera e che
nel passato lo ha assistito professionalmente.
Come nel 2007, quando si è occupata (per
entrambi) della separazione con l'ex moglie
Daniela Di Sotto.
L'inchiesta per truffa aggravata avviata dopo la
denuncia presentata dai due politici de «La
Destra» di Francesco Storace, il consigliere
regionale Roberto Buonasorte e il consigliere
comunale di Monterotondo (paese a 30 chilometri
da Roma) Marco Di Andrea, registra dunque un
ulteriore salto di qualità.
Per verificare se gli ex esponenti dell'Msi
prima - e di An poi - siano «vittime» di un
raggiro (la vendita della casa di Montecarlo a
un prezzo nettamente inferiore a quello di
mercato), la procura deve ricostruire i passaggi
dell'intricata vicenda in cui appare, oltre alla
«Printemps Ltd», un'altra società off shore. Per
farlo, ha la necessità di verificare se la
cessione sia stata «pilotata» per favorire
qualcuno.
E, subito dopo, deve capire se il successivo
contratto d'affitto con il fratello di
Elisabetta Tulliani sia in qualche modo
collegato al tortuoso giro estero su estero. Da
qui, la richiesta ai colleghi monegaschi. Ieri,
Ferrara e Laviani hanno esaminato il rapporto
del l a Guardia di Finanza sui documenti
acquisiti nella sede dell'associazione An, che
gestisce il patrimonio dell'ex partito.
Tra cui, finché non è stato ceduto, c'era
l'immobile nel Principato donato (insieme ad
altri) dalla defunta nobildonna Anna Maria
Colleoni. Da una prima verifica non sarebbe
emerso nulla dal punto di vista formale: l'atto
è corretto. È stato inoltre accertato che il
denaro incassato (300 mila euro) è stato
regolarmente registrato nel bilancio della
formazione politica. Nuovo capitolo delle accuse
di Luciano Gaucci all'ex fidanzata Elisabetta
Tulliani.
In un'intervista a Studio Aperto l'ex
proprietario del Perugia calcio (che ha fatto
fallire) ricostruisce la vicenda della schedina
del Superenalotto, la cui vincita è stata
rivendicata dall'attuale compagna di Fini: «I
soldi li ho messi sul mio conto corrente, si può
andare a vedere alla banca dove li ho messi. Lei
aveva fame di soldi, stava con me per i soldi,
mica per altro».
Replica il legale della Tulliani, Michele
Giordano: «Ci sono elementi oggettivi: la
schedina fu incassata dalla mia assistita. E la
signora Tulliani ha consegnato la metà della
vincita a Gaucci per investirli in titoli ma
quei soldi sono andati a confluire nel suo
indebitamento, dunque sono andati persi».
07-08-2010]
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LUCIANONE CARICA: "AVEVA FAME DI SOLDI, STAVA
CON ME SOLO PER I SOLDI, MICA PER ALTRO" -
"TUTTE LE CASE CHE LE HO COMPRATO, LE VILLE, I
TERRENI. SI FIGURI CHE CON QUELLA FAME DI SOLDI
CHE HA ELISABETTA E TUTTA LA SUA FAMIGLIA, CHE
HA SEMPRE AVUTO, MI DÀ LA METÀ A ME” – ANCORA
PIÙ DURO SULLA COMPAGNA DI FINI: “HA FATTO IL
BOTTINO DI TUTTO QUELLO CHE VOLEVA, HA
APPARTAMENTI, VILLE, TERRENI, E ... HA CAMBIATO
STRADA" - INVECE DI MOSTRARE IL CONTRATTO DI
AFFITTO DELLA CASA DI MONTECARLO, IL “COGNATO”
GIANCARLO TULLIANI HA PRESENTATO UN ESPOSTO AL
GARANTE PER LA PRIVACY!
Repubblica.it
"Aveva fame di soldi, stava con me solo per i
soldi, mica per altro". In un'intervista a
Studio Aperto, Luciano Gaucci usa parole pesanti
nei confronti di Elisabetta Tulliani. E
riafferma la sua versione sulla vicenda della
schedina del Superenalotto 1 la cui vincita è
stata rivendicata dalla Tulliani: l'ex patron
del Perugia contesta la ricostruzione dei fatti
dell'attuale compagna del presidente della
Camera Gianfranco Fini e ribadisce che era stato
lui a giocare la schedina. Attorno alla vincita,
quando il rapporto tra i due è finito, è nata
una causa civile.
UPERENALOTTO- TULLIANI-GAUCCI
"Tutte le case che le ho comprato, le ville, i
terreni. Si figuri che con quella fame di soldi
che ha Elisabetta e tutta la sua famiglia, che
ha sempre avuto, mi dà la metà a me", dice
Gaucci. E all'intervistatore che mette in dubbio
la versione dei fatti, replica secco: "Ci deve
credere perché è la verità. Ha fatto il bottino
di tutto quello che voleva, ha appartamenti,
ville, terreni, e ... ha cambiato strada".
All'osservazione del cronista sulla pesantezza
delle accuse che muove, Gaucci non batte ciglio:
"Pesante, è la verità, che cosa devo dire?".
Ultima domanda: "Ha mai più rivisto o risentito
la signora Tulliani dopo la fine del vostro
rapporto?". Anche in questo caso risposta secca:
"Mi ha telefonato un paio di volte le ho
attaccato il telefono".
La risposta dell'avvocato. La replica di
Elisabetta Tulliani non si fa attendere. Ed è
affidata alle parole del suo avvocato Michele
Giordano: "Ci sono elementi oggettivi: la
schedina fu incassata dalla mia assistita e
l'acquisto di beni avvenne in funzione e subito
dopo quella vincita". "La signora Tulliani
inoltre", precisa il legale, "ha consegnato la
metà della vincita a Gaucci per investirli in
titoli ma quei soldi sono andati a confluire nel
suo indebitamento, dunque sono andati persi".
L'avvocato Giordano aggiunge anche "di
riservarsi iniziative legali in merito alle
dichiarazioni del signor Gaucci ma considerando
che non può tornare in Italia proprio per il
maxi indebitamento, chiedere un risarcimento,
considerando la sua situazione finanziaria, è
assolutamente inutile".
L'esposto al Garante. E Giancarlo Tulliani ha
deciso di reagire. Il fratello della compagna
del presidente della Camera, seccato dalla
morbosa attenzione mediatica che si è scatenta
intorno all'appartamento Monegasco, dove vive
con regolare contratto di locazione, ha preso
provvedimenti. Assistito anche lui dall'avvocato
Michele Giordano, il giovane ha presentato un
esposto al Garante per la privacy dopo le
rivelazioni sul suo indirizzo accompagnate da
fermo immagine del suo nome sul citofono.
[07-08-2010]
|
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1- GAUCCI, LO SA CHE GIANCARLO TULLIANI HA FATTO
ARRABBIARE ANCHE FINI? “ERA L´ORA, QUEL BUONO A
NULLA. SI È SEMPRE MOSSO INSIEME ALLA SORELLA E
AL RESTO DELLA FAMIGLIA. T´INNAMORAVI DI
ELISABETTA E PRENDEVI IL PACCHETTO COMPLETO” -
2- “ALLA PRESIDENZA DELLA VITERBESE CE LO MISI
IO PERCHÉ ERO INNAMORATO DELLA SORELLA. POI MIO
FIGLIO ALESSANDRO MI PORTÒ UNA CASSETTA CON UNA
TELEFONATA REGISTRATA: PADRE E FIGLIO SI STAVANO
PORTANDO VIA ANCHE LE SEGGIOLE. APRII GLI OCCHI”
- (DOCUMENTI STORICI! L’INTERVISTA INTEGRALE DI
LUCIANONE RILASCIATA A “PANORAMA”)
1 - GAUCCI: "SAPEVO CHE FINIVA COSÌ CON ELY
PRENDI ANCHE IL FRATELLO"
Corrado Zunino per
La Repubblica
Risponde alla telefonata intercontinentale la
fidanzata dominicana: «Lusciano, pe´ te».
Luciano Gaucci è in vacanza nel suo ranch vicino
a Bavaro Beach, in quell´isola caraibica che
l´ha salvato dall´arresto quando il Perugia
calcio fallì.
Gaucci, lo sa che Giancarlo Tulliani, il
fratello della sua ex fidanzata Elisabetta, ha
fatto arrabbiare anche il presidente della
Camera Gianfranco Fini?
«Era l´ora, quel buono a nulla. Si è sempre
mosso insieme alla sorella e al resto della
famiglia. T´innamoravi di Elisabetta e prendevi
il pacchetto completo».
Giancarlo ha fatto tanti mestieri: presidente
della sua Viterbese, manager televisivo,
immobiliarista nel Principato di Monaco.
«Macché immobiliarista, non è preparato per fare
certe cose, non ha esperienza. Alla Viterbese ce
lo misi io perché ero innamorato della sorella.
Poi mio figlio Alessandro, che di Elisabetta è
stato compagno di classe, mi portò una cassetta
con una telefonata registrata: padre e figlio si
stavano portando via anche le seggiole. Iniziai
ad aprire gli occhi».
Era il caso di mettere in piazza i vostri
stracci: lei e la Tulliani vi accusate di
esservi vicendevolmente portati via case,
quadri, schedine miliardarie?
«Se la Tulliani dice falsità, non posso stare
zitto. La schedina l´ho vinta io, il versamento
era sul mio conto corrente. Se producono altre
carte, vuol dire che sono false».
Ma l´avvocato Montone l´ha abbandonata
sostenendo che lei, strumentalizzato da legali
vicini al premier, si è prestato a un´operazione
per gettare fango su Fini.
«Gli avvocati li scelgo io, Montone si può
accomodare».
2 -
QUELLE CASE SONO TUTTE ROBA MIA - LA VINCITA AL
SUPERENALOTTO, I RAPPORTI CON I TULLIANI, I
REGALI E GLI IMMOBILI... L'EX PRESIDENTE DEL
PERUGIA CALCIO, CONDANNATO PER BANCAROTTA,
RACCONTA I SUOI ANNI CON LA COMPAGNA DI FINI. E
DI COME LE HA INTESTATO UNA PARTE DEL SUO
PATRIMONIO PER SALVARLO DAI CREDITORI.
Fabrizio Paladini per
Panorama
Buongiorno dottor Gaucci, mentre lei si gode in
vacanza il sole di Santo Domingo, lo sa cosa sta
accadendo in Italia?
Parla di Fini che è andato via dal partito?
Per esempio...
Qualcosa mi hanno detto, ma purtroppo lui
ascolta troppo il suocero... sì, vabbè, non è
proprio il suocero, ma insomma ha capito di chi
parlo.
Del padre di Elisabetta Tulliani?
Sì, lui fa il tuttologo ma non è proprio un
grande statista e Gianfranco lo ascolta troppo e
fa degli errori.
È così importante Sergio Tulliani?
Non è importante ma, sa, Gianfranco è innamorato
e quindi ascolta molto, troppo, la famiglia di
lei, stanno sempre insieme, vivono insieme.
Nelle mie case, peraltro.
Ora ci arriviamo, Gaucci, ma andiamo con ordine.
Perché ha citato in giudizio Elisabetta
Tulliani, sua ex fidanzata?
Elisabetta ha detto troppe cose non vere. Ha
sostenuto perfino che aveva vinto lei al
Superenalotto e poi ne aveva regalato la metà a
me, mamma mia, quanto è generosa.
Poi ci arriviamo, sia un po' più ordinato. Lei,
in un'altra intervista a «Panorama» del 2009,
appena tornato dalla latitanza, aveva tessuto le
lodi di Elisabetta Tulliani: «Gran donna, ci
siamo amati tanto»... Che è successo in questo
frattempo?
Mi hanno dato fastidio le sue menzogne, sembrava
che fosse lei a foraggiare economicamente me e
questo io non lo sopporto. Ma come, ho aiutato
lei, il fratello, la madre, il padre, le ho
intestato questo mondo e quell'altro e sarebbe
lei ad aiutare me? Questo mi ha fatto
incavolare.
Non è che lei è un berlusconiano acceso e
attacca Tulliani per colpire Fini?
Guardi, detto che stando in questo paradiso
tante cose della politica italiana nemmeno le
so, io non ho mai attaccato Fini, anzi l'ho
sempre apprezzato come politico.
Fini era suo amico?
Lui è stato corretto con me e io con lui. Certo,
si è preso la mia ex fidanzata, ma a me che me
ne importa? Se non era lui, sarebbe stato un
altro.
Ma è vero che gliela presentò lei?
Certamente.
CAVICCHIA
Come andò?
Ci eravamo già lasciati. Ero andato con
Elisabetta a trovare Paolo Bonaiuti e all'uscita
passa in via del Corso la macchina di Fini che
mi vede dal finestrino e si ferma per salutarmi,
bloccando tutto il traffico. «Ma chi è questa
bella signora?» mi fa, e io gliela presento. Da
allora è scattato un fulmine e si sono
innamorati di un amore travolgente e io gli
auguro che duri tantissimo e che siano felici
davvero.
Perché la signora ha fatto cancellare da Youtube
l'esilarante video con voi due nel castello di
Torre Alfina?
Non lo so perché, con lei non parlo più. Le
hanno riconosciuto una specie di diritto
all'oblio, pare.
Compagna di scuola di suo figlio Alessandro?
Sì, l'ho conosciuta così e poi, lo sa, da cosa
nasce cosa, abbiamo cominciato a uscire, poi ci
siamo innamorati e siamo stati insieme come
marito e moglie.
Ci sono 24 anni di differenza, perse proprio la
testa?
Le ho dato tutto, sia a lei sia alla famiglia.
Che impressione le fecero i suoi?
Gente normale, il padre impiegato, vivevano
dignitosamente.
Tutti dicevano: «Anvedi Gaucci con quella
bionda». Le faceva piacere?
Sì, ero orgoglioso. Ma adesso non è che sto
peggio perché ne ho una ancora più giovane
(Jaaira, dominicana, 29 anni contro i suoi 71,
ndr).
Elisabetta Tulliani era ricca di suo?
Non aveva proprietà né redditi.
Lei la inondava di regali...
Case, macchine, quadri, gioielli. E mica solo a
lei, a tutti i Tulliani.
È vero che provò a candidare il padre di
Elisabetta alle politiche del 2001 ed Elisabetta
stessa alle europee del 2004?
Sì, è vero, ma con Elisabetta la cosa non andò
in porto.
E la famosa vincita al Superenalotto come andò?
Eravamo usciti come al solito e quando
rientriamo mi rendo conto che erano quasi le 20:
«Ahò» le dico «devo giocare, mi accompagni?».
Andiamo dal solito tabaccaio. La schedina, come
tutte le volte, l'ho compilata io e l'ho pagata
io. Pochi euro ma un bel colpo di fortuna: 5+1
uguale a 2,4 miliardi di lire. Ho preso i soldi,
li ho messi nel mio conto corrente del Monte
Paschi e, siccome sono generoso ed ero perso
d'amore per lei, le ho regalato la metà.
Generoso sì...
Elisabetta ora dice che è stata lei a giocare e
a vincere e che poi mi avrebbe dato la metà,
come se a quell'epoca Luciano Gaucci avesse
avuto bisogno dei soldi di Tulliani.
Poco dopo però Luciano Gaucci ha fatto un bel
guaio con i soldi distratti al Perugia calcio,
che ne ha fatto dei suoi beni?
Li ho lasciati a lei.
Per paura dei creditori?
Beh, insomma... i creditori. Era meglio
lasciarli a qualcuno sicuro, in mani sicure,
insomma.
Per poi riprenderli a tempesta passata?
Sarebbe stato apprezzato.
Ma lei le fece firmare una dichiarazione che
attesta che la signora Tulliani era una
prestanome?
Sì, ma l'ho persa, chissà dove è finita perché
sono un gran disordinato.
Diciamo che la cessione di questi immobili era
una specie di accantonamento?
Se questi beni tornassero nella sua
disponibilità, i creditori si rifarebbero
avanti?
Può succedere.
Quindi lei sta facendo una battaglia di
principio?
Ma che so' ‘sti principi? Io sono arrabbiato
perché la signora con cui sono stato tanto
generoso adesso dice il contrario della verità.
Aggiungo una cosa importante: se Elisabetta mi
avesse detto: «Ok, le case ti appartengono e te
le restituisco perché è giusto così», io le
avrei lasciato tranquillamente i quadri, le
macchine e i gioielli.
Invece ha chiesto indietro tutto tranne i
gioielli. Perché i gioielli no?
Perché quelli non si chiedono indietro, sono un
frutto d'amore. E poi mi sa che porta anche
sfortuna farseli restituire. In ogni caso lei
deve dimostrare come ha avuto questi beni e come
li ha pagati.
L'attico di via Sardegna a Roma fu il primo
appartamento?
Sì, poi ne ha avuti di molto meglio. E poi il
terreno nel Reatino, quello con immobili, e a
Capranica Prenestina, le case dove vive con
Fini, le automobili per tutta la famiglia, i
quadri. Mamma mia, non mi ci faccia pensare.
Così fiducioso nei Tulliani che lei nominò il
fratello Giancarlo presidente della Viterbese...
Mi piacerebbe andare a rivedere i bilanci di
allora, le compravendite dei giocatori. Era un
furbetto ma io non ero un cretino.
Perché secondo lei Elisabetta non le riconosce
quanto era suo?
E che le posso fare? Mica le posso sparare. L'ho
citata in giudizio, vedremo come andrà. Certo la
riconoscenza è merce rara, perché certa gente
quando ha una cosa in mano se la vuole tenere,
anche se non è sua.
Non lo fa per principio, non lo fa per vendetta:
perché l'ha citata in giudizio?
Perché quello è un mio diritto. Dovrei stare
zitto solo perché siamo stati fidanzati o perché
ha un grande politico alle spalle? Io lo
rispetto, ma proprio lui che parla tanto di
legalità comprenderà i miei diritti sacrosanti.
Lei e Gianfranco non avete mai parlato di
Elisabetta Tulliani?
No, no. Ma non parlo nemmeno più con Elisabetta.
Con il senno del poi, rivivrebbe la storia
d'amore con lei?
Quelle sono cose passate. Finché siamo stati
bene ne è valsa la pena. Io le ho voluto davvero
bene, poi lei ha deciso di cambiare strada e io
l'ho rispettata. Certo, mi viene da dire una
piccola cattiveria. Beh, prima si è riempita la
pancia e poi si è alzata da tavola.
Ma sempre col senno del poi, le intesterebbe
ancora i suoi beni?
Assolutamente no, innamorato sì, facile a
credere nelle persone sì, ma non sono mica uno
stupido.
Dopo Veronica, Maira, Elisabetta, Francesca,
Iris e Jaaira, non crede di avere una
predisposizione a farsi rovinare dalle donne?
No, perché io con le donne ci sto bene finché
dura, e poi ci salutiamo.
Oggi ha idea di quanto vale tutto quello che lei
avrebbe dato a Elisabetta?
Forse 15 milioni di euro, forse 20. Ci avrei
potuto comprare un'altra squadra di calcio.
Sia sincero, quante speranze ha di vincere la
battaglia legale?
Non lo so, non sono la giustizia ma, come si
dice in questi casi, ho fiducia nella
magistratura. Poi vedremo, il tempo è
galantuomo.
Quattro mesi e mezzo fa Luciano Gaucci ha avuto
la settima figlia, Beatrice. Dice che i bambini
gli piacciono e non esclude repliche. Ha
patteggiato la bancarotta fraudolenta del
Perugia calcio con tre anni di reclusione, non
ha mai scontato un giorno di carcere (a
differenza di suo fratello e dei suoi figli)
perché si è rifugiato a Santo Domingo in attesa
che i suoi bravi legali combinassero il puzzle.
Oggi è un libero cittadino, tornato a vivere a
Roma.
09-08-2010]
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"LA fabbrica del fango" – PER “REPUBBLICA” IL
FINI-GATE è UN “folle gioco al massacro della
democrazia attraverso l’uso scellerato dei
giornali di famiglia e l’abuso combinato di
servizi e polizie sforna dossier avvelenati
contro amici e nemici del presidente del
Consiglio” – CERTO è CHE è DURA PER DE BENEDETTI
DIGERIRE IL CROLLO DI FINI, SU CUI AVEVA PUNTATO
PER IL DOPO CAV (LO STRAPPO DAL PDL AVVENNE DOPO
VARIE CENE IN CASA DI CDB)…
Massimo
Giannini per
La Repubblica
Nella torrida e torbida estate italiana, come
purtroppo avevamo previsto, c'è dunque una sola
fabbrica che non chiude per ferie, ma che invece
produce la sua "merce" a ritmi sempre più
serrati. È la berlusconiana "fabbrica del
fango", che attraverso l'uso scellerato dei
giornali di famiglia e l'abuso combinato di
servizi e polizie sforna dossier avvelenati
contro amici e nemici del presidente del
Consiglio.
Da qualche giorno, com'era ovvio dopo la
sacrilega rottura umana e politica con il
padre-padrone del Pdl, il fango ha ricominciato
a sommergere copiosamente Gianfranco Fini per la
vicenda del famigerato appartamento di
Montecarlo 1 ereditato da Alleanza nazionale,
rimesso sul mercato e poi finito nella
disponibilità del cognato dello stesso
presidente della Camera.
Nel metodo, diciamo subito che Fini ha compiuto
un gesto di responsabilità, onorando il ruolo
che ricopre e cercando di chiarire fin da subito
tutti i punti della vicenda. Senza aspettare il
corso dell'inchiesta della procura di Roma,
senza urlare contro i giudici "comunisti" come
fa quotidianamente il premier, ma anzi
esprimendo la massima fiducia nel lavoro dei
magistrati.
Fini dà prova di grande senso dello Stato.
Equilibrio politico, rispetto del potere
giudiziario, disponibilità a fare luce: così si
comporta un uomo delle istituzioni, quando è in
gioco l'onorabilità della sua carica e la
trasparenza dei suoi comportamenti. Già qui si
coglie l'abisso culturale e temperamentale che
separa il presidente della Camera dal presidente
del Consiglio, abituato a destabilizzare
l'ordine giurisdizionale con i suoi furori
ideologici e ad umiliare il potere legislativo
con le sue leggi ad personam.
Nel merito della vicenda, le precisazioni
riassunte da Fini in otto capitoli sembrano
sufficienti a sgombrare quasi completamente il
campo dagli equivoci e dai dubbi. Tranne che in
un punto, che merita un approfondimento
ulteriore. Dopo aver chiarito al punto quattro
che nel 2008 Giancarlo Tulliani (fratello
dell'attuale compagna del presidente della
Camera, Elisabetta) lo aveva informato che "in
base alle sue relazioni e alle sue conoscenze
del settore immobiliare a Montecarlo, una
società era interessata ad acquistare
l'appartamento", Fini dichiara al punto sette
che la vendita dell'appartamento è avvenuta il
15 ottobre 2008, e che lui non sa "assolutamente
nulla" sulla "natura giuridica della società
acquirente" né sui "successivi trasferimenti"
dello stesso immobile. Solo "qualche tempo dopo"
(conclude l'ex leader di An al punto otto) "ho
appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello
Giancarlo aveva in locazione l'appartamento".
Ricapitolando. Alleanza nazionale riceve un
lascito ereditario di diversi cespiti
immobiliari. Uno di questi è a Montecarlo,
stimato 450 milioni di vecchie lire e
regolarmente iscritto nel bilancio del partito.
È "fatiscente e non abitabile", come attestano
le ispezioni fatte dal tesoriere del partito e
dalla segretaria personale di Fini.
Ma il luogo è di pregio, e qualche anno dopo
(nel 2008) si profila un'offerta d'acquisto di
cui Giancarlo Tulliani fa cenno a Fini. Poco
dopo l'offerta si concretizza in 300 mila euro,
più del valore stimato, spiega adesso il
presidente della Camera. E così Fini, in quanto
segretario di An, autorizza l'amministratore a
vendere. Si tratta di un bene che appartiene a
un partito, non sono in ballo soldi pubblici. E
questa è una distinzione doverosa e fondamentale
per inquadrare la vicenda.
Ma Fini, e qui è l'aspetto opinabile della sua
ricostruzione dei fatti, non sa nulla, né di chi
sia l'offerta iniziale di cui gli parla il
cognato, né di quale sia la società che
effettivamente poi compra l'appartamento, ne di
chi ci andrà ad abitare nei mesi successivi,
come proprietario o come locatario.
Quando si parla di case i politici non possono e
non devono permettersi leggerezze, anche se
avvengono nel rispetto della legge, come
dimostra il caso D'Alema ai tempi della prima
Affittopoli. Inoltre non sapere chi offre, chi
compra e poi chi affitta una casa di Montecarlo,
per il capo di un partito che la vende, genera
un vago "effetto Scajola", capace di dichiararsi
all'oscuro del chi e del perché gli sia stato
pagato il famoso appartamento da un milione e
600 mila euro con vista Colosseo.
Ma nel caso di Fini e dell'appartamento venduto
o affittato al cognato, a quanto pare, non si
pone affatto un profilo penale. E non si può
discutere nemmeno di un problema etico, ma
tutt'al più "estetico". Sul piano formale, un
segretario non é tenuto a sapere a chi il suo
partito vende o da chi compra ognuno dei propri
beni patrimoniali: c'è un amministratore che ha
la delega per farlo. Sul piano sostanziale, il
massimo che si può dire è che il presidente
della Camera sia stato un po' naif, visto
l'iniziale coinvolgimento nell'affare del
fratello della sua compagna. Ma questo, al
momento, sembra essere tutto.
Al contrario, resta in campo il tema vero che si
agita sullo sfondo di questo presunto "scandalo"
ossessivamente inscenato sugli house-organ del
premier. Vale a dire la tecnica del dominio e il
sistema di potere che sovrintendono a queste
chirurgiche operazioni di killeraggio mediatico
e politico. Dopo Veronica Lario per la denuncia
sul "ciarpame politico" e Fassino-Consorte per
la telefonata su Bnl, dopo Dino Boffo per le
critiche sulle escort e il giudice Mesiano per
la sentenza sul caso Mondadori, dopo Marrazzo
per il video sui trans e Caldoro per il dossier
sui gay, la fabbrica del fango sta "macinando"
Fini.
L'ex alleato, diventato avversario, deve essere
infangato, delegittimato, distrutto. Così si
regolano i conti della politica, nell'era della
truce decadenza berlusconiana. Così si
zittiscono i critici o i dissidenti, nell'epoca
tecnicamente totalitaria dell'orwelliano
"Partito dell'Amore". Tra minacce, intimidazioni
e ricatti, c'è solo da chiedersi chi sarà la
prossima vittima da annientare, in questo folle
gioco al massacro della democrazia
[09-08-2010]
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VITA, OPERE E MIRACOLI DI “Elisabbetto”, IL
COGNATO OMBRA CHE INGUAIA FINI - La Porsche
Carrera blu, parcheggiata allo stadio DI VITERBO
ogni domenica che la squadra gioca in casa, ne
fanno l’uomo più invidiato della città. In
alcuni casi, però, anche il più odiato. La città
è piccola e di lui comincia a girare anche un
nomignolo: “Elisabbetto”. Ovvio il riferimento
al fatto che la sua posizione non sia dovuta a
meriti speciali ma solo alla vicinanza della
sorella al patron Gaucci…
Filippo Caleri per
Il Tempo
Le prime tracce pubbliche di Giancarlo Tulliani,
fratello di Elisabetta compagna di Gianfranco
Fini, risalgono al 1999. Luciano Gaucci,
imprenditore romano con il pallino per il
calcio, che aveva comprato la Viterbese nel
1998, si trova nella stagione successiva con la
squadra in C1. Un campionato importante per non
mettere uno di famiglia a vigilare.
Così Giancarlo si trova catapultato al comando,
diventa vicepresidente a soli 22 anni, di una
squadra che diventa anche un caso mediatico.
Gaucci che conosce i meccanismi della
comunicazione assolda una donna, Carolina
Morace, per guidare la panchina.
Cronisti e reporter arrivano nella città dei
Papi da tutta Europa per intervistare la prima
donna allenatore d'Italia. E Giancarlo comincia
ad assaporare il gusto della notorietà e del
potere. La Porsche Carrera blu, parcheggiata
allo stadio ogni domenica che la squadra gioca
in casa, ne fanno l'uomo più invidiato della
città. In alcuni casi, però, anche il più
odiato.
I tifosi sono uguali dappertutto e Tulliani che
altro non è che il braccio operativo e il
vigilante di Gaucci all'interno della società si
aliena le simpatie di giocatori e tifosi quando
applica gli ordini, a volte considerati troppo
punitivi, del presidente.
Le tensioni toccano l'acme quando i giocatori
disertano in massa un ritiro forzato imposto da
Gaucci, in un albergo di Vitorchiano. Con
Giancarlo a braccia conserte in attesa, vana,
della squadra restano solo allenatore e
massaggiatori. Lo strappo è duro. E a poco a
poco il solco tra Tulliani e la tifoseria si
amplia. La città è piccola e di lui comincia a
girare anche un nomignolo: «Elisabbetto».
Ovvio il riferimento al fatto che la sua
posizione non sia dovuta a meriti speciali ma
solo alla vicinanza della sorella al patron
Gaucci. Il dileggio cittadino si sfoga anche
contestando il suo look troppo snob: gilet della
Fay sul completo grigio quando siede in
panchina.
Insomma il feeling tra il vicepresidente che
abita in un appartamento di 100 metri quadrati
nel quartiere medievale di San Pellegrino
(comprato da Gaucci e a lui concesso in
comodato) finisce presto. Chiusa la parentesi
societaria, il fratello di Elisabetta torna a
Roma e nel 2004 si butta nel settore
immobiliare.
Con il padre Sergio è, secondo la ricostruzione
de Il Tempo sulla base delle visure societarie,
tra i soci fondatori della Wind-Rose
international srl, costituita il 4 dicembre 2004
per esercitare l'attività di intermediazione
immobiliare sia in Italia sia all'estero.
Comprare case ma non solo.
Tra le attività anche «la prestazione di
consulenza per consentire agli acquirenti
l'acquisizione dei più convenienti mezzi
finanziari per l'acquisto e la ristrutturazione
degli immobili e ciò attraverso l'individuazione
sia del tipo di di finanziamento più idoneo sia
dell'ente erogatore» a questo si aggiunge la
consulenza immobiliare.
Insomma consigli per consentire a un compratore
la migliore strategia per acquistare una casa.
Un settore nel quale Giancarlo resta poco. Il 29
maggio del 2009, sei mesi dopo la costituzione,
Giancarlo cede la sue quote (il 45% del capitale
sociale) a una subentrante: Elisabetta Tulliani
attuale proprietaria delle quote. Un business
che non regala grandi soddisfazioni. L'ultimo
bilancio depositato della società è quello del
2008, chiuso con una perdita di 14.563 euro.
Un particolare va sottolineato. Il bilancio
2009, che secondo la legge dovrebbe essere (se
approvato) depositato entro il 30 giugno, non
c'è. Una facoltà concessa solo se il documento
contabile che registra l'attività dell'esercizio
non viene approvato dall'assemblea dei soci. In
questo caso però i soci sono solo due: padre
(Sergio Tulliani) e figlia (Elisabetta).
Sta di fatto che Giancarlo lascia il settore
immobiliare. I suoi interessi si spostano verso
la fiction. Il giovane Tulliani riesce a entrare
nel 2008 con la At media (altra azienda di
famiglia nella quale la mamma Francesca Frau ha
il 51% del capitale) nei corridoi della Rai. In
portafoglio nonostante l'arrivo in un settore
complesso con conoscenze da neofita ottiene
contratti di produzione per circa due milioni di
euro. Un business destinato a crescere.
Ma qualcosa si mette di traverso. Un ostacolo
che prende le sembianze del direttore delle
relazioni esterne dell'azienda di stato, Guido
Paglia amico di lunga data del presidente della
Camera, Gianfranco Fini. Ed è proprio lui, Fini,
che fornisce un aiutino al giovane cognato. La
segreteria di del presidente della Camera
procura a Giancarlo un appuntamento con Paglia.
L'incontro avviene a settembre del 2008. Il
giovane ancora inesperto del settore viene
invitato a dissuadere dall'affrontare un
mestiere difficile come la produzione di
programmi, soprattutto in un momento di crisi
economica. Nonostante questo, Paglia gli procura
appuntamenti con professionisti affermati come
Giancarlo Leone per anni deus ex machina di Rai
Cinema. Che gli spiega quanto è difficile
lavorare in Rai, le selezioni e l'albo dei
fornitori
Quello che non capisce Paglia e che Tulliani non
chiede, pretende. E qualche mese dopo è lo
stesso Fini a chiedere al direttore Rai di
assicurare un minimo garantito al giovane.
Impossibile. Per il suo «no» però Paglia perde
l'amicizia di Fini. Ma Tulliani ottenne comunque
i lavori. 10-08-2010]
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1- DITE A GIAN-FIASCO CHE SUL PONTONE DI
FRANCESCO SVENTOLA BANDIERA BIANCA: L’EX
TESORIERE DI AN SCARICA FINI: “BASTA SOSPETTI,
IO EBBI UN PRECISO MANDATO DA FINI E QUEL
MANDATO HO ASSOLTO PIENAMENTE. TUTTO QUI. È
INUTILE CHE CONTINUATE A CHIEDERE A ME, SE
VOLETE NUOVI PARTICOLARI ANDATE A CERCARE LA
SOCIETÀ CHE FECE IL CONTRATTO DI AFFITTO A
TULLIANI... IO NON HO PAURA DI QUEST’INCHIESTA,
TANTO CHE DIRÒ TUTTO AL MAGISTRATO, SE E QUANDO
MI CHIAMERÀ…” - 2- INTANTO DA SINISTRA PARTE IL
CLASSICO TORMENTONE “DA CHE PULPITO!”: NON SI
VERGOGNANO I SERVI DI BERLUSCONI DI RINFACCIARE
A FINI UN APPARTAMENTINO A MONTECARLO QUANDO IL
LORO AMATO PADRONE HA FATTO CARNE DI PORCO DI
TUTTO, DALLE CASE ALLE ZOCCOLE, DA PREVITI A
MILLS, DALLA MONDADORI ALLE SOCIETÀ OFFSHORE? -
(AMORALE DELLA TRAGEDIA ITALIANA: IL PIù PULITO
NON HA LA ROGNA, MAGARI!, MA LE PIATTOLE)
1-
SUL PONTONE SVENTOLA BANDIERA BIANCA: "BASTA
SOSPETTI, IO EBBI UN PRECISO MANDATO DA FINI E
QUEL MANDATO HO ASSOLTO PIENAMENTE. TUTTO QUI. È
INUTILE CHE CONTINUATE A CHIEDERE A ME, SE
VOLETE NUOVI PARTICOLARI ANDATE A CERCARE LA
SOCIETÀ CHE FECE IL CONTRATTO DI AFFITTO A
TULLIANI... IO NON HO PAURA DI NIENTE, NON HO
PAURA DI QUEST'INCHIESTA, TANTO CHE DIRÒ TUTTO
AL MAGISTRATO, SE E QUANDO MI CHIAMERÀ..."
Fabrizio Caccia per
Il Corriere della Sera
«Mio marito è fuori Napoli», risponde al
telefono gentilissima la moglie del senatore
Francesco Pontone, l'ex tesoriere di An che l'11
luglio 2008 firmò la vendita della casa di
Montecarlo. La signora Pontone, nel giorno più
difficile, fa scudo eroicamente a suo marito,
che però poche ore dopo esce dal portone della
sua bella casa di Chiaia, con le finestre che
guardano sul golfo.
Sono le quattro e mezza di pomeriggio e il
vecchio senatore, che stringe in mano una borsa
di pelle nera, ha appuntamento alle cinque
spaccate dall'avvocato Ettore Stravino, in via
dei Mille numero 1, suo amico di vecchia data,
penalista di grido del capoluogo partenopeo, già
difensore di Italo Bocchino nell'ambito
dell'inchiesta «Magnanapoli».
Francesco Pontone, 83 anni, senza giacca e senza
cravatta, si avvia a piedi: via Crispi, piazza
Amedeo, via dei Mille. Mezz'ora di lento
cammino, pochissima la voglia di parlare, ma
alla fine sbotta: «Lo sa che cosa penso
veramente? Penso che mi sono pentito di aver
accettato tanti anni fa di fare il segretario
amministrativo del partito. Io non ho paura di
niente, non ho paura di quest'inchiesta, tanto
che dirò tutto al magistrato, se e quando mi
chiamerà...».
Il vecchio senatore ha l'aria stanca e sofferta,
ma conserva l'orgoglio: «Sono incazzato - spiega
-. Da 50 anni faccio politica e sono una persona
onesta. Presi in mano il bilancio del partito
con un debito di 10 miliardi di lire, l'ho
lasciato con un attivo di 60 milioni di euro.
Capito? Eppure adesso i giornalisti mi
perseguitano, mi chiamano di continuo al
telefonino. Voci, insinuazioni, sospetti... Ma
scusate? Di Tulliani dovete chiedere a Fini...
Io che ne so? Io Giancarlo Tulliani fino a ieri
non lo conoscevo neppure di nome e comunque a
Montecarlo il giorno del rogito lui non c'era.
Di questo sono sicuro. Per quanto riguarda la
vendita, poi, io ebbi un preciso mandato da Fini
e quel mandato ho assolto pienamente. Tutto qui.
È inutile che continuate a chiedere a me, se
volete nuovi particolari andate a cercare la
società che fece il contratto di affitto a
Tulliani...».
Ma era una società offshore, senatore... «E
vabbé - si schermisce - io mica faccio il
poliziotto o il finanziere, io ricevo un mandato
e quel mandato realizzo. Però, ve lo ripeto, dal
giorno in cui firmai l'atto di vendita di
boulevard Princesse Charlotte la strada mia e
quella della casa di Montecarlo si sono divise.
Io, davvero, non so cos'è successo dopo». La
coincidenza «inspiegabile», dunque, rimane un
mistero.
Dopo mezz'ora, arrivati in via dei Mille, c'è
tempo solo per l'ultima domanda: vi siete
sentiti con Fini, senatore? «Questi sono fatti
miei - taglia corto -. Io ho l'obbligo di
parlare col magistrato, non certo quello di
rispondere a voi. Comunque il documento di Fini
lo sottoscrivo in toto. La Russa dice che questa
vicenda gli fa tristezza? Ha ragione, ma mica
solo a lui...». Stop.
Alle cinque in punto Pontone sale su
dall'avvocato Stravino con la sua borsa che, a
giudicare dal volume, deve contenere parecchi
documenti. Quasi due ore di colloquio con
l'amico avvocato: «Abbiamo solo commentato le
cose uscite sui giornali - minimizza sornione,
alla fine, il principe del Foro -. Qua non ci
sono indagati, non ci sono reati, mi paiono
fatti di nessuna rilevanza processuale. Ma
conosco il senatore Pontone da più di 40 anni e
sono certo che qualora il magistrato lo chiamerà
a Roma, sicuramente lui fornirà tutti gli
elementi. E, se me lo chiede, l'accompagnerò».
2 - DA CHE PULPITO
Antonio Padellaro per
Il Fatto Quotidiano
Gianfranco Fini non è certo il nostro politico
preferito. Troppi saluti fascisti quando era
l'allievo prediletto di Almirante. Troppi sì per
troppi anni sulle leggi ad personam e su ogni
altra vergogna escogitata per favorire il capo.
Troppo repentina la sua conversione ai valori
della laicità e della legalità per non sembrare
sospetta, ma va bene lo stesso. La voglia di
tirannicidio di un delfino invecchiato
nell'attesa non ci convince.
E, contrariamente a certi strateghi della
domenica non pensiamo affatto che il nemico del
nostro nemico debba per forza essere nostro
amico. Diciamo poi che sulla famosa casa di
Montecarlo il presidente della Camera ha
aspettato troppo prima di chiarire. Non si
capisce perché visto che la faccenda
dell'eredità Colleoni era di pertinenza degli
amministratori di An. Piuttosto esperti, a
quanto pare, in società offshore. Vero, infine,
che i cognati uno non se li sceglie ma qualche
contromisura nei confronti dello sgomitante
Tulliani non avrebbe guastato.
Detto questo è del tutto grottesco che la morale
Fini se la senta fare da personaggi dediti a
coprire le malefatte del nuovo padrone. Si resta
incantati dallo sdegno di Capezzone (uomo tutto
di un pezzo che passò tutto d'un pezzo dai
Radicali a Berlusconi) nel pretendere, con
insulti a raffica, le "immediate" dimissioni
della terza carica dello Stato.
E che dire di La Russa "che segue con tristezza
la vicenda della casa di Montecarlo". La stessa
intensa commozione che gli ha serrato le
mascelle quando il Caimano ha decretato
l'espulsione dal Pdl dell'"amico Gianfranco".
Quello stesso Gianfranco senza il quale forse,
chissà, il prode ‘Gnazio non avrebbe mai passato
in rassegna le truppe come sognava da bambino.
E che dire delle folgoranti carriere dei vari
Gasparri e Matteoli, un dì colonnelli
sull'attenti e che adesso fanno a gara nel
prendere le distanze dal reietto? I colleghi del
Giornale hanno il merito dello scoop monegasco.
Ed è comprensibile che non mollino l'osso
bastonando per pagine e pagine l'avversario del
loro amato proprietario-premier. Sarebbe stato
bello se la stessa appassionata foga per le
notizie l'avessero dimostrata un anno fa quando
di un certo personaggio si parlava soprattutto
per le intense frequentazioni con ragazze a
pagamento (per non parlare delle feste di
compleanno di adolescenti appena sbocciate).
Lo stesso personaggio che adesso si mostra
corrucciato per tanta decadenza dei costumi. O
che forse si sente deluso dall'ex numero due: e
che cavolo, farsi beccare solo per un
appartamento da trecentomila euro...
Tutto bene, insomma. No, perché tranne
pochissime eccezioni (e noi de Il Fatto ci
consideriamo tra queste) le domande scomode i
giornali e le tv italiane le fanno solo a senso
unico. Cioè solo ai nemici o agli avversari del
presidente del Consiglio.
Eppure, se solo si volesse restare nel campo
delle off shore, si potrebbe chiedere conto e
ragione proprio a Silvio Berlusconi delle decine
e decine di società domiciliate nei paradisi
fiscali di mezzo mondo a lui direttamente
riconducibili (lo ha stabilito la sentenza per
la corruzione dell'avvocato inglese David
Mills).
Se invece si volesse parlare di residenze
estere, abitate non da parenti o affini, ma
direttamente dai proprietari poi entrati in
politica, ci si potrebbe sbizzarrire tra Antigua
e le Bermuda dove di ville, ovviamente
controllate da off shore, il Cavaliere ne
possiede almeno sei.
Anche sulle tasse c'è poi solo l'imbarazzo della
scelta. Per essere assolto - con la formula
"perché il fatto non costituisce più reato" -
dall'accusa di aver accantonato, sempre
all'estero, più di millecinquecento miliardi di
lire di fondi neri, il premier ha dovuto far
approvare una legge apposita. E nonostante le
promesse che andavano nel senso esattamente
contrario ha quindi aderito a più o meno tutti i
condoni fiscali varati dai suoi governi.
Roba vecchia, diranno in molti. Berlusconi negli
anni è cambiato. Sarà. Fatto sta che solo la
legge sul legittimo impedimento lo mette oggi al
riparo dal processo Mediatrade. Un procedimento
in cui è accusato di "appropriazione indebita" e
"frode fiscale" per aver concorso nel 2002-2005
(mentre era presidente del Consiglio) a rubare
34 milioni di euro dai bilanci di Mediaset
(società quotata) e a frodare il fisco per 8
milioni di euro con effetti tributari sensibili
ancora fino al settembre 2009.
Ovviamente l'elenco delle domande che andrebbero
fatte a Berlusconi (e che nessuno nei Tg e in
quasi tutti i giornali fa) è molto più lungo.
Se solo se ne avesse il coraggio, si potrebbe
parlare con lui di mafia e di mazzette. O si
potrebbero addirittura contestare al premier le
ostentate frequentazioni con un pregiudicato per
corruzione giudiziaria: l'avvocato Cesare
Previti che comprò i giudici del caso Mondadori
con soldi, e in nome e per conto, del suo più
celebre cliente. In fondo l'accusa mossa al
coordinatore del Pdl, Denis Verdini, almeno dal
punto di vista politico, è una sola: essersi
visto ripetutamente con un tipaccio (amico di
Berlusconi e Dell'Utri) come Flavio Carboni.
Intendiamoci, tutto questo non sposta di una
virgola il dovere di Fini di spiegare, meglio di
quanto non abbia fatto finora, che cosa è
successo nel principato di Monaco. Ma chiarisce
bene il motivo per cui le tv generaliste perdono
ormai un milione di telespettatori all'anno e la
stampa italiana è sempre più in crisi.
I lettori e i telespettatori a poco a poco il
gioco (sporco) dei media lo stanno capendo. E
per tutti diventa ormai evidente come in Italia,
quando si parla di giornalisti, ma non solo, il
problema sia sempre quello evidenziato molti
anni fa da Leo Longanesi: "Qui non è la libertà
che manca. Mancano gli uomini liberi".
[10-08-2010]
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’Giancarlo Tulliani? Lo chiamavamo Betto... non
solo faceva la spia, si intascava i soldi
destinati agli ultras. Lo so perche’ io sono
stato per tanti anni capo della Brigata Etrusca’
- Lo scrive in una mail all’ANSA e lo conferma
interpellato telefonicamente, Lucio Matteucci,
capo storico della Brigata…
ANSA)
- 'Giancarlo Tulliani? Lo chiamavamo Betto...
non solo faceva la spia, si intascava i soldi
destinati agli ultras. Lo so perche' io sono
stato per tanti anni capo della Brigata
Etrusca'. Lo scrive in una mail all'ANSA e lo
conferma interpellato telefonicamente, Lucio
Matteucci, capo storico della Brigata, ormai
slegato dalla banda di ultras.
Nella mail, Matteucci racconta un aneddoto
specifico: 'Ne 1999, quando ancora c'era la
lira, quel gran presidente che era Gaucci ci
chiamo' e, felice per la nostra presenza
costante allo stadio, ci disse che ci avrebbe
aumentato lo stipendio che regolarmente ci
veniva corrisposto tramite Tulliani.
Ma quando ci disse che dal milione e mezzo
sarebbe passato a 2 milioni rimanemmo a bocca
aperta e gli dicemmo che noi al mese ricevevamo
'solo' 500 mila lire. Scese il gelo nella sala e
Gaucci, che era un gran signore, disse: 'ah si,
mi sono sbagliato... passerete da 500 mila a un
milione'. Avevamo capito che tipo di persona
aveva vicino il 'povero' presidente Gaucci'.
10-08-2010]
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IL CERCHIO SI CHIUDE SUI TULLIANI - consegnata
al ministero della Giustizia la rogatoria
internazionale con la richiesta di fornire le
informazioni sulla cessione dell’immobile di
boulevard Charlotte 14 da parte
dell’associazione An alla società off shore
«Printemps Ltd» con sede nel paradiso fiscale di
Santa Lucia, ai Carabi - è stato precisato che,
«per il momento», non è necessario interrogare
Fini. Ma è probabile che ciò avvenga alla
ripresa dell’attività…
Flavio Haver per
Corriere Della Sera
I magistrati sono intenzionati a non tralasciare
nulla pur di arrivare ad accertare tutti i
passaggi avvenuti nei paradisi fiscali per
«nascondere» il proprietario dell'appartamento
di Montecarlo in cui abita Giancarlo Tulliani,
il fratello della compagna del presidente della
Camera Gianfranco Fini.
Ieri è stata consegnata al ministero della
Giustizia la rogatoria internazionale con la
richiesta di fornire le informazioni sulla
cessione dell'immobile di boulevard Charlotte 14
da parte dell'associazione An alla società off
shore «Printemps Ltd» con sede nel paradiso
fiscale di Santa Lucia, ai Caraibi.
Gli uffici del Guardasigilli provvederanno già
oggi a inoltrarla nel Principato di Monaco, ma
gli inquirenti romani sono scettici sulla
possibilità che le autorità monegasche conoscano
la composizione delle tre imprese protagoniste
del vorticoso giro estero su estero che ha
portato all'acquisto dell'appartamento lasciato
in eredità all'ex partito dalla nobildonna Anna
Maria Colleoni.
Per questo, il procuratore Giovanni Ferrara e
l'aggiunto Pierfilippo Laviani sono pronti a
reiterare la rogatoria nel Paese
centroamericano. Ulteriori e approfondite mosse
istruttorie saranno fatte al ritorno dalle ferie
estive, tra la fine di questo mese e l'inizio di
settembre. Al primo posto dell'agenda dei lavori
ci sarà la scelta sui personaggi da ascoltare
come «persone informate sui fatti»: ieri dagli
ambienti giudiziari è stato precisato che, «per
il momento», non è necessario interrogare Fini.
Ma è probabile che ciò avvenga alla ripresa
dell'attività.
[11-08-2010]
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FINI-GATE! - STORACE ALL’ATTACCO: "HO FATTO UNA
DENUNCIA PER TRUFFA AGGRAVATA" - LE SOCIETÀ CHE
SI SONO PALLEGGIATE L’ABITAZIONE MONEGASCA DEL
‘COGNATO’ TULLIANI NON SONO IMMOBILIARI MA
FINANZIARIE CON BASE IN UN PARADISO FISCALE ALLE
ANTILLE. E CON TUTTA PROBABILITÀ COSTITUITE PER
L’OCCASIONE DAI MEDESIMI SOGGETTI - LA VENDITA
ALLA SOCIETÀ OFF-SHORE TIMARA DELLA CASA DELLA
‘BUONA BATTAGLIA’ PER APPENA 330MILA € SI È
PERFEZIONATA IN APPENA 4 MESI, GIUSTO POCO PRIMA
DELL’ESTINZIONE DI AN NEL PDL….
1 - LA CLASSE DEI TIPINI FINI VA IN PARADISO (FISCALE)
Da
Il Giornale
Le società off-shore che si sono palleggiate
l'abitazione monegasca di Gianfranco Tulliani,
il "cognato" del presidente della Camera, non
sono società immobiliari ma finanziarie. E il
dettaglio non è di poco conto, assicurano
sornioni i broker monegaschi contattati dal
Giornale per cercare di chiudere il cerchio di
questo incredibile risiko immobiliare. La
vendita a Timara della casa della «buona
battaglia» per la somma di soli 330mila euro è
avvenuta il 15 ottobre di quello stesso anno. Il
che significa che la complessa operazione
immobiliare si è perfezionata in appena quattro
mesi e mezzo
L'alloggio che la contessa Anna Maria Colleoni
lasciò a Gianfranco Fini (nominato erede
universale in quanto presidente di Alleanza
nazionale) come aiuto a combattere «la buona
battaglia» non è finito in mano a imprese che
operano professionalmente nell'edilizia o
nell'intermediazione di proprietà edilizie e
immobiliari, ma a società con base in un
paradiso fiscale alle Antille.
E con tutta probabilità sono state costituite
per l'occasione dai medesimi soggetti. Che
dunque, a tavolino, hanno creato un reticolo
societario potenzialmente perfetto, immune da
controlli incrociati, lontano dagli occhi
indiscreti dell'autorità giudiziaria.
La Timara Ltd, proprietaria dell'appartamento di
75 metri quadri (più terrazzo) nel Palais Milton
di Boulevard Princesse Charlotte 14 dato in
affitto al fratello di Elisabetta Tulliani ha
visto la luce un paio di mesi prima della
compravendita. Ma anche la Printemps Ltd,
società-fotocopia della Timara (stessa sede
nella capitale dell'isola caraibica di Santa
Lucia, stesso capitale sociale di 1000 dollari
americani, stessi amministratori tutti
monegaschi) che ha ceduto l'immobile, ha pochi
mesi di vita. È stata costituita il 30 maggio
2008 nella sede al numero 10 di Manoel Street a
Castries e registrata lo stesso giorno presso il
Registro delle società di Santa Lucia sotto il
numero 2008-00324.
La vendita a Timara della casa della «buona
battaglia» per la somma di soli 330mila euro è
avvenuta il 15 ottobre di quello stesso anno. Il
che significa che la complessa operazione
immobiliare si è perfezionata in appena quattro
mesi e mezzo. Il 30 maggio è stata costituita la
Printemps; negli stessi giorni ha visto la luce
la Timara; successivamente Printemps è entrata
in possesso l'appartamento ora affittato da
Tulliani e a metà ottobre l'ha ceduto.
Tutto porta a ritenere che l'operazione fosse
stata congegnata in anticipo nei dettagli e poi
attuata con una certa rapidità. Non bisogna
dimenticare che proprio nella primavera 2008 è
nato il Pdl in virtù della fusione tra Forza
Italia e Alleanza nazionale: il famoso «discorso
del predellino» di Silvio Berlusconi è del 18
novembre 2007 e le successive elezioni,
vittoriose per il neonato partito del
centrodestra, si sono svolte il 13 e 14 aprile
2008. E quando si verificano fusioni tra
partiti, uno dei capitoli più spinosi riguarda
sempre la gestione del patrimonio immobiliare.
Amministratore delegato della Printemps Ltd è un
professionista del Principato, Bastian Anthonie
Izelaar, che rappresenta molteplici interessi
dal settore finanziario a quello petrolifero.
Nel rogito notarile relativo alla casa ora nella
disponibilità della famiglia Tulliani, monsieur
Izelaar figura anche come direttore generale
della società Jaman Directors Ltd, anch'essa
partecipante alla compravendita.
La Jaman Directors ha qualche anno in più delle
altre finanziarie, essendo stata fondata il 2
novembre 2005; ma con la Printemps e la Timara
condivide la sede di Manoel Street a Castries.
Nel «board» di Jaman appare anche il nome del
finanziere Gianfranco Comparetti, proprietario
dello Yacht Club Villas at Cul de sac ad
Anguilla, altro paradiso fiscale vicino
all'isola di Santa Lucia, segnalato dall'Ocse
come possibile terminale di operazioni di
riciclaggio internazionale.
2 - FINI-GATE - STORACE ALL'ATTACCO: "HO FATTO
UNA DENUNCIA PER TRUFFA AGGRAVATA"
Gian Marco Chiocci - Stefano Filippi per
Il Giornale
La Destra vera, denuncia. La destra che fu,
tace. Mentre il partito di Francesco Storace,
nelle persone dei consiglieri Buonasorte e
D'Andrea (amici della defunta contessa nera Anna
Maria Colleoni) attiva la magistratura
ipotizzando la truffa aggravata per l'affaire
immobiliare di Montecarlo, Gianfranco Fini e i
suoi fedelissimi tesorieri di un tempo restano
in silenzio.
Il duce della legalità non approfitta della
conferenza stampa convocata sullo strappo da
Berlusconi per allontanare da sé fastidiosi
sospetti e dare spiegazioni sul pezzo pregiato
dell'eredità della fascistissima nobildonna,
alienato in circostanze oscure dal partito,
finito nella disponibilità di più società off
shore caraibiche e oggi in uso a un familiare
acquisito, il «cognato», Giancarlo Tulliani.
Fini continua a non proferire parola rispetto ai
pezzi del puzzle immobiliare che giorno dopo
giorno il Giornale sta rimettendo a posto. Avrà
i suoi motivi. Certo insospettiscono visto che
lo stato dell'arte, nel frattempo, s'è fatto
ancora più oscuro.
Ricapitolando: il 12 giugno '99 a Monterotondo,
due passi da Roma, se ne va la contessa
Colleoni, fascista figlia di fascisti. Nel
testamento la nobildonna lascia tutto ad An,
anche perché due anni prima l'aveva promesso de
visu a Gianfranco Fini incontrandolo
riservatamente in un ristorante: «Quando me moro
te lascio tutto. Da camerata a camerata». Detto,
fatto.
Con la dipartita, l'apertura del testamento
olografo riserva sorprese tali che per la prima
volta il partito di Fini chiude il bilancio in
attivo: nei beni della contessa, dal valore di
2,4 miliardi di lire, rientrano case a Ostia, a
Terni, a Roma, terreni a Monterotondo e,
appunto, un elegante appartamento nel Principato
di Monaco, ben 75 metri quadrati con terrazzo al
14 di boulevard Princess Charlotte, a cinque
minuti dal casinò.
Nel legato la contessa inserisce, però, una
postilla che adesso - con la denuncia presentata
ieri ai carabinieri di Monterotondo e con altre
che stanno per essere presentate da disgustati
iscritti di An - rischia di ritorcersi contro
chi ha mal gestito il patrimonio: «Lascio tutto
ad Alleanza nazionale e a Gianfranco Fini come
contributo per la buona battaglia».
Per capire se, come ha scritto Feltri, il
«cognato» di Fini sia l'uomo adatto a combattere
questa «buona battaglia», siamo andato a scavare
nella vita di questo appartamento.
Intanto è uscito fuori che nei primi anni 2000 i
triumviri romani di Fini salirono più volte a
Montecarlo per prendere possesso del locale
ereditato. E che, durante i sopralluoghi,
ricevettero dai condomini reiterate proposte
d'acquisto (offerte fino a un milione e mezzo di
euro) o in subordine d'affitto.
Per sei-sette anni la risposta, dal partito, è
sempre stata «no, al momento non se ne fa
niente». Poi, nel 2008-2009, improvvisamente
arriva la svolta. I vicini vedono i lavori
partire, commissionati da una Ltd
neoproprietaria dell'appartamento, una società
off shore costituita chissà dove con soci
sconosciuti.
Coi lavori in corso - così hanno raccontato al
Giornale alcuni condomini - si materializzano
nella palazzina monegasca anche Gianfranco Fini
e la compagna Elisabetta Tulliani. A che pro,
nessuno lo capisce fino a quando sul campanello
il nuovo inquilino non appone una pecetta
adesiva con su scritto «Tulliani». Trattasi di
Giancarlo, fratello di Elisabetta, cognato di
Gianfranco.
Come abbia fatto la casa della contessa a finire
nella disponibilità del fratello della compagna
di Fini, è un risiko immobiliare
complicatissimo. Mentre i tesorieri di An,
incalzati dal Giornale, non ricordano gli
estremi della compravendita, l'imprenditore che
ha svolto i lavori di ristrutturazione nella
casa occupata dal «cognato» rivela: «Tulliani
seguiva personalmente i lavori nel cantiere,
aveva un rapporto diretto con la Timara», la Ltd
che effettivamente risulta proprietaria della
casa.
Per cercare di capire chi diavolo si nascondesse
dietro questa Timara siamo arrivati a scoprire
che a monte c'era un'altra società off shore, la
Printemps Ltd, costituita anch'essa nell'isola
di Santa Lucia nell'arcipelago caraibico. E che
questa Printemps aveva venduto l'immobile della
contessa a Timara per appena 330mila euro, segno
che a sua volta la Printemps l'aveva acquistata
(da chi?) ad una cifra ancora minore,
sideralmente lontana dal milione e mezzo di euro
offerto da un condòmino ad An solo cinque anni
fa.
Ma c'è di più. È di ieri la scoperta che in
questo gioco di società per nascondere
l'appartamento di Montecarlo spunta, non si
capisce bene a quale titolo, una terza Ltd,
denominata Janom Partners. Andando avanti di
questo passo chissà dove fini... amo.
Ecco perché urgono chiarimenti dal presidente
della Camera. Faccia finalmente sapere a chi il
partito ha venduto la casa della contessa.
Quando l'ha alienato. A che prezzo. Con quali
modalità. Dia una spiegazione del perché di
tutte queste società off shore costituite
casualmente proprio nei giorni della vendita.
Abbozzi un'ipotesi su come abbia fatto suo
«cognato» ad accaparrarsi (a che prezzo?)
quest'immobile a cui mezza Montecarlo aspirava.
Insomma, batta un colpo prima che
quest'appartamento di famiglia si abbatta su di
lei.
[01-08-2010]
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Fini-gate a Montecarlo – i tesorieri di An nel
pallone – eppure la domandina è semplice: Perché
dire no a un inquilino che proponeva un milione
e mezzo nel 2005, e dire sì a una società
off-shore dei Caraibi che nel 2008 s’è portato
via l’immobile per solo 67mila euro (poi
rivenduta a un’altra società off-shore, attuale
proprietaria, per 330mila)?...
Gian Marco Chiocci per
Il Giornale
Non sanno, non ricordano, non dicono. Poi
ammettono di sapere qualcosa, di ricordare
effettivamente qualcos'altro, e finalmente
qualcosina dicono, ma si contraddicono l'uno con
l'altro. L'imbarazzante ping pong
sull'appartamento di Montecarlo fra i finani
Donato Lamorte, ex capo della segreteria di An,
e Francesco Pontone, tesoriere dell'ex partito,
sta raggiungendo vette straordinarie. Ieri
l'ultima chicca.
Al Corriere della Sera Lamorte si confessa:
«L'ho vista quella casa (di Montecarlo, ndr).
Nel 2008 facemmo una gita, eravamo in dieci».
Domanda successiva: com'era? Bella? «Tremenda.
In uno stato deplorevole, fatiscente. Cataste,
vetri rotti, spazzolini da denti dentro scatole
di Simmenthal. Se toccavi qualcosa rischiavi di
prenderti la setticemia e morire».
Quindi non valeva tre milioni, chiede ancora il
Corriere. «No, di sicuro. Se uno spende una
cifra del genere è pazzo». E ancora. Pare sia
stata venduta per 67mila euro, a una società
off-shore, non proprio trasparente: «Solo?
Troppo poco. Ma non me ne intendo di queste
cose: quando Almirante mi diceva firma, io
firmavo. Chiederò a Pontone, che era il
tesoriere quando fu venduta. I poteri ce li
aveva lui».
Bene.
La versione di Lamorte, come vedremo di qui a
poco, fa acqua. E aggrava sempre di più la
posizione di chi, intorno al presidente della
Camera, ha eretto un muro di gomma sulla casa
monegasca dove oggi alloggia il «cognato» di
Fini. Allora. Quando il Giornale ha sollevato il
caso s'è premurato di chiedere conto anche ai
due «amministratori» del partito che quel bene
ereditato avevano gestito.
Sul Giornale del 29 luglio, però, Lamorte cade
dalle nuvole. Giura di non sapere niente
dell'appartamento monegasco, se non che
apparteneva a una simpatizzante di An, e che poi
è stato venduto. Non ha idea a chi sia stato
alienato e perché oggi ci abiti Giancarlo
Tulliani: «Chiedete a Pontone».
Al Corriere, sempre il 29 luglio, però Lamorte
ritrova invece la memoria e finalmente ammette
di sapere qualcosa di quell'immobile per
essersene occupato personalmente: «Andai a
vederlo: circa 45 metri quadri, in condizioni
fatiscenti. Niente vista mare, né finestre su
strada. Chi comprò? Una società. Chiedete a
Pontone», che col Giornale è caduto dal pero:
«L'appartamento fu venduto, ma non ricordo a
chi».
Lamorte dunque sapeva, ma al Giornale ha detto
il contrario di quanto riferito al Corriere.
Passi. Nel suo intervento bis sul quotidiano di
via Solferino, però, il fedelissimo di Fini
omette dettagli importanti. Che lo riguardano.
Il primo si riferisce al fatto che non andò nel
2008 a visionare l'appartamento, bensì prima,
molto tempo prima. Nel lontano anno 2000, pochi
mesi dopo la morte della contessa Colleoni e
l'apertura del testamento olografo.
Ci è stato confermato direttamente da chi, con
l'onorevole Lamorte, dal 2000 al 2006 è stato
ciclicamente in contatto per cercare di
acquistare l'appartamento al 14 di Boulevard
Princess Charlotte arrivando a offrire cifre
enormemente più interessanti dei 67mila euro che
nel 2008 basteranno a una società off-shore (con
sede nel paradiso fiscale di Saint Lucia) per
chiudere la compravendita.
Nel 2000 si è partiti col proporre un milione di
euro, lievitato fino al milione e mezzo con
l'ultima proposta d'acquisto recapitata nel 2006
«all'attenzione dell'onorevole Donato Lamorte»
nella sede di Alleanza nazionale in via della
Scrofa. Perché dire no a un inquilino che
proponeva un milione e mezzo nel 2005, e dire sì
a una società off-shore dei Caraibi che nel 2008
s'è portato via l'immobile per solo 67mila euro
(poi rivenduta a un'altra società off-shore,
attuale proprietaria, per 330mila)?
Lamorte non sa spiegarlo, eppure dovrebbe
ricordarsi di quando nel 2000 (e non nel 2008)
andò a parlare col vicinato chiedendo
spiegazioni sull'amministrazione del condominio.
Dovrebbe rammentare di quando ai condòmini
lasciò biglietti da visita «per qualsiasi
chiarimento in merito alla futura vendita
dell'appartamento che il partito ha eredito da
una nobildonna romana nostra simpatizzante», e
proprio attraverso quei biglietti venne spesso
disturbato via telefono o con raccomandate con
ricevuta di ritorno.
«Ogni volta che chiamavano per sapere se
finalmente aveva deciso di mettere in vendita
l'appartamento - hanno raccontato al Giornale
gli inquilini - dal partito, a Roma, prendevano
tempo. Ci dicevano che ancora non era deciso
nulla e bisognava aspettare e che poi ci
avrebbero fatto sapere (...). Poi c'è stato un
buco di qualche anno, fino a che, all'incirca
due anni fa, sono cominciati i lavori».
E proprio in quell'ultimo periodo i condòmini
avrebbero visto materializzarsi nel palazzo
Gianfranco Fini e signora, sorella del neo
inquilino che a detta di chi ha svolto i lavori
di ristrutturazione aveva contatti diretti con
la Ltd caraibica.
E ancora. Quando Lamorte paragona a una topaia
l'appartamento posizionato in una delle zone più
belle di Montecarlo, dovrebbe ben sapere che
proprio per l'inerzia di An l'immobile è stato
inspiegabilmente abbandonato a se stesso dal
2000 al 2008, salvo essere ripreso in
considerazione solo quand'è spuntato
l'acquirente off-shore con una sua società
anonima creata, guarda la coincidenza, proprio
nei giorni del business immobiliare fra Roma e i
Caraibi.
Eppoi al di là delle condizioni in cui
l'immobile i referenti romani di An lo hanno
effettivamente rinvenuto, la stima economica
delle mura, in quel punto del Principato - a
sentire le agenzie immobiliari del quartiere
monegasco - è una sola: 20mila euro al metro
quadro, che sale fino a 30mila in caso di locale
appena ristrutturato.
E nell'immobile in cui è andato a vivere in
affitto Giancarlo Tulliani, fratello di
Elisabetta, compagna di Fini, le opere di
ristrutturazione sarebbero state fatte senza
badare a spese, con il neo inquilino sempre
presente nel cantiere per aggiornarsi sullo
stato d'avanzamento lavori.
Ovviamente Lamorte può non sapere a quanto la
Timara Ltd ha poi affittato a Giancarlo
Tulliani, «cognato» del suo presidente,
l'appartamento che la contessa Anna Maria
Colleoni ha lasciato in eredità ad Alleanza
nazionale. E anche se i legali dell'inquilino di
Montecarlo assicurano che l'affitto viene
puntualmente pagato sulla base di un «regolare
contratto di locazione», ad oggi resta
sconosciuto l'importo oltreché le circostanze
che hanno portato Giancarlo Tulliani a occupare
l'appartamento ereditato, per conto del partito,
da suo «cognato».
Così come sconosciuti al mercato finanziario
internazionale risultano i soci della società
off-shore che hanno trattato con Alleanza
nazionale (il deputato Lamorte, il senatore
Pontone, o chi altro?) per vedersi «regalato» un
appartamento che sarà stato anche maleodorante
come uno slum indiano, ma le cui mura ancor oggi
profumano d'affare.
[02-08-2010]
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Fini-gate – riunione della famiglia tulliani ad
ansedonia: che fare? - LA RUSSA ATTACCA GLI EX
CAMERATI: “CASA A MONTECARLO. IO TENUTO
ALL’OSCURO DAGLI UOMINI DI FINI” - GUERRA PER IL
TESORETTO DI AN: FINI VUOLE METTERE LE MANI SU
TUTTO IL PATRIMONIO DI VIA DELLA SCROFA - GLI EX
COLONELLI GUIDATI DA LA RUSSA METTONO IN CAMPO I
REVISORI - INTANTO I NUOVI GRUPPI DI FUTURO E
LIBERTA’ SI METTONO IN TASCA DUE MILIONI…
1 - LA RUSSA ATTACCA: "CASA A MONTECARLO. IO TENUTO
ALL'OSCURO DAGLI UOMINI DI FINI"
Andrea Garibaldi
per il
Corriere della Sera
La giornata era limpida e il mare una tavola.
Gianfranco Fini ne ha tratto giovamento, prima
di rientrare, nella notte, a Roma. Ma si è
portato dietro due ombre. La mozione di sfiducia
verso il sottosegretario Caliendo e gli attacchi
«familiari» del Giornale e di Libero, quotidiani
vicini a Berlusconi. Un'azione sistematica, che
riguarda anche i principali sostenitori del
nuovo corso finiano.
Racconta il deputato Granata: «Ci sono cronisti
sguinzagliati in Sicilia a cercare materiale su
di me, su Lo Presti, su Briguglio, su
Scalia...». Il caso Caliendo preoccupa il
presidente della Camera perché rivela già un
dibattito aspro fra i finiani che vogliono le
dimissioni e i più moderati, i più governativi,
intenzionati a votare contro. A fine mattinata,
Fini ha scelto di far dire al suo portavoce,
Fabrizio Alfano, che su questo «ha idee
chiarissime», lasciando ogni dubbio.
Sulle nuove paginate, Fini ha parlato con la
compagna Elisabetta Tulliani e con i suoceri,
tutti presenti nella villa di Ansedonia,
affittata dalla famiglia. Il Giornale illustra
una causa civile promossa dall'ex fidanzato di
Elisabetta, Luciano Gaucci. L'ex presidente del
Perugia calcio racconta di aver intestato
terreni, appartamenti - cinque nella zona di
Valcannuta, dove ora abita la famiglia Tulliani
al completo e dove è andato a vivere anche Fini
- auto di lusso, un Guttuso, un de Chirico, un
Campigli, orologi, gioielli.
Gaucci sostiene di averlo fatto per mettere al
riparo questi beni dai creditori e di aver avuto
una «dichiarazione di fede», nella quale la
Tulliani riconosceva il ruolo di «prestanome».
Dichiarazione che però Gaucci non trova più.
Gaucci chiede la restituzione di tutti quei
beni. Libero invece ha cercato lo stato di
famiglia di Fini e ha scoperto che il presidente
figura in quello della famiglia Tulliani, di qui
sostenendo che Fini usufruirebbe degli introiti
dei contratti che la mamma di Elisabetta ha con
la Rai.
Ieri Fini e famiglia hanno rinunciato a farsi
vedere, con le due bimbe, di buon ora, allo
stabilimento sotto la collina di Ansedonia che
frequentano abitualmente. Hanno preferito mete
più discrete, per prendere una decisione:
Elisabetta Tulliani ha incaricato gli avvocati
di famiglia, Giordano e Izzo, di querelare
Giornale e Libero che hanno mosso «un attacco
mediatico spregiudicato e basato sulla
postulazione di falsità, arricchite dalla
consueta volgarità e dileggio pseudo
informativo».
Il caso più intricato resta quello pubblicato
nei giorni scorsi dal Giornale, sulla casa di
Montecarlo lasciata in eredità ad An (e a Fini
come suo presidente) dalla contessa Colleoni,
venduta dieci anni più tardi a una società
finanziaria e finita in affitto al fratello di
Elisabetta Tulliani. Ieri Ignazio La Russa, uno
dei «colonnelli» che si è allontanato da Fini,
ha dichiarato di non sapere nulla di quella
vendita, «stranamente, perché ero il
coordinatore del partito». Aggiunge che «ne
devono rispondere gli amministratori del partito
che dipendevano direttamente da Fini». Gli
amministratori dei beni di An, Lamorte e
Pontone, non hanno finora prodotto documenti
sulla vicenda. Linea del silenzio anche da parte
di Fini.
2 - FRATELLI COLTELLI - GUERRA PER IL TESORETTO
DI AN - FINI VUOLE METTERE LE MANI SU TUTTO IL
PATRIMONIO DI VIA DELLA SCROFA - GLI EX
COLONELLI GUIDATI DA LA RUSSA METTONO IN CAMPO I
REVISORI - INTANTO I NUOVI GRUPPI DI FUTURO E
LIBERTA' SI METTONO IN TASCA DUE MILIONI...
Sandro Iacometti per
Libero
Archiviato il divorzio politico, ora bisogna
pensare a quello economico. E anche qui la
battaglia si preannuncia tutt'altro che facile.
Gli ex colonnelli di An non sembrano infatti
intenzionati a lasciare che Gianfranco Fini si
pappi tutto il tesoretto del vecchio partito.
Sul piatto ci sono attualmente circa 105 milioni
di euro di cassa e la torta ben più sostanziosa
del patrimonio immobiliare: sezioni, case e
palazzi sparsi in tutta Italia il cui valore si
aggirerebbe sui 3-400 milioni di euro (anche se
gli amministratori sostengono che una
valutazione vera e propria non sia mai stata
fatta).
Molti gli immobili di pregio, tra cui il palazzo
romano di Via della Scrofa, ex sede nazionale
del partito, e la storica sede milanese di Via
Mancini. Terreno di scontro sarà la nascitura
Fondazione Alleanza Nazionale, un'idea che
nacque (sulla scorta di quanto fatto dai Ds con
la creazione del Pd) all'epoca della fusione con
Forza Italia non solo per continuare a percepire
i rimborsi elettorali, ma anche per blindare i
forzieri del vecchio partito e per garantire la
proprietà giuridica del simbolo e del nome.
Il progetto, che ha preso veramente corpo solo
negli ultimi mesi, potrebbe diventare l'asso
nella manica del presidente della Camera. A
guardia del fortino, infatti, benché negli
organismi di controllo siano rappresentate più o
meno tutte le ex correnti di An, ci sono
fedelissimi di Fini già entrati a far parte dei
nuovi gruppi parlamentari Futuro e Libertà.
Le chiavi della cassaforte sono in mano a Franco
Pontone, tesoriere del vecchio partito, e a
Donato Lamorte, storico capo della segreteria
politica di Fini ai tempi dell'Msi ed ora
amministratore unico delle tre società
Italimmobili srl, Immobiliare Nuova Mancini srl
e Isva che gestiscono tutto il patrimonio
immobiliare di An. Le varie società sono
destinate a confluire nella nuova Fondazione
(che dovrà darsi uno statuto entro il 2011), tra
i cui garanti, oltre al presidente Lamorte, ci
sono due finiani doc come il senatore Egidio
Digilio e il deputato Enzo Raisi (amministratore
del Secolo d'Italia). Mentre la gestione
amministrativa dell'associazione An, il veicolo
per arrivare alla Fondazione, è nelle mani
fidate di Pontone.
Qualche settimana fa, prevedendo la bufera, gli
ex An non legati al presidente della Camera
hanno iniziato a puntare i piedi. Durante
l'assemblea per l'approvazione del bilancio 2009
sono infatti fioccate le contestazioni alla
gestione economica dell'associazione. Critiche
rivolte principalmente agli anticipi concessi
dal partito al
Secolo d'Italia (gestito da una srl, ma
controllato da An attraverso una quota di
partecipazione del 97%, pari a 87mila 300 euro
di capitale sociale nominale), quotidiano
diretto da un'altra fedelissima di Fini come
Flavia Perina. A guidare l'assalto, secondo
ricostruzioni fatte dalla stessa Perina,
sarebbero stato i senatori "larussiani" Antonino
Caruso e Pierfrancesco Gamba e Roberto Petri
(capo della segreteria politica del ministro
della Difesa), anche loro nel comitato dei
garanti della Fondazione accanto a Francesco
Biava e Maurizio Leo (area Alemanno) e Giuseppe
Valentino.
Alla fine gli uomini di Ignazio La Russa
sarebbero riusciti ad ottenere un tetto
all'autonomia di Pontone (che nel 2009 ha
portato il bilancio in utile di 38,5 milioni) e
un controllo preventivo su tutta la gestione.
Con l'esplosione del caso Montecarlo
(l'appartamento l'asciato in eredità al partito
dalla contessa Anna Maria Colleoni nel 1999 e
ora utilizzato dal fratello della compagna di
Fini, Giancarlo Tulliani, attraverso una società
off-shore) e lo strappo di questi giorni, le
truppe degli ex colonnelli starebbero meditando
misure ancora più drastiche, come quella di
affidare ad una società di certificazione di
bilanci la valutazione della sana e corretta
gestione degli attivi patrimoniali. Nel
frattempo, anche Fini sta muovendo le sue
pedine. L'idea a cui stanno lavorando gli uomini
del presidente della Camera è quella di legare
la Fondazione al partito che dovrà nascere da
Generazione Italia e dai gruppi parlamentari
Futuro e Libertà. Tutto ruoterebbe intorno alla
possibilità di dimostrare legalmente che ci sia
una continuità sostanziale tra il nuovo partito
e il vecchio. Una tesi il cui argomento forte è
chiaramente la presenza dello stesso leader
(Fini era presidente di An e lo sarà della nuova
creatura politica) e di una parte della stessa
classe dirigente.
Molto più semplice, per adesso, sarà portare a
casa le spettanze dei due nuovi gruppi
parlamentari per le quali non servono battaglie
legali né manovre societarie. Basterà presentare
il conto agli uffici di Camera e Senato.
Secondo calcoli effettuati si tratta
complessivamente di circa 2 milioni di euro. A
Palazzo Madama la dote che i finiani si portano
dietro è così suddivisa: 40mila euro sono i
fondi per le attività parlamentari dei dieci
senatori a cui si aggiungono due contributi di
76mila euro l'uno per i servizi di supporto e 5
contributi sempre da 76mila euro per il
personale. In tutto circa mezzo milione di euro.
Si arriva invece a quasi un milione e mezzo per
Montecitorio. Calcolando quanto prende
complessivamente il gruppo del Pdl e dividendo
la somma per ognuno dei deputati si scopre che
ogni onorevole costa qualcosa come 43mila euro.
Soldi che vanno quindi moltiplicati per i 33
deputati che andranno a formare il nuovo gruppo
di Futuro e Libertà. In tutto un milione e
419mila euro.
[02-08-2010]
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FERMI TUTTI! QUESTA VOLTA NON È “IL GIORNALE” DEI SERVI
DEL NANO SUPREMO MA “IL FATTO” DI TRAVAGLIO E COMPAGNI A
SCOPERCHIARE I MISTERIOSI INTRECCI DELLA VECCHIA
ALLEANZA NAZIONALE DIETRO ALLA CASA MONEGASCA DEL
‘COGNATO’ TULLIANI - 2- TRA I REFERENTI DELLE SCATOLE
CINESI OFF SHORE SPUNTANO I RAPPORTI CON L’EX FINIANO
AMEDEO LABOCCETTA, ORA DIVENTATO ULTRÀ DEI BERLUSCONES
(CHISSÀ PERCHÉ…) - 3- IL FACCENDIERE DELLA COMPRAVENDITA
SAREBBE UN PRESTANOME DI CORALLO, RE DELLE SLOT MACHINES
DI ATLANTIS VICINO AD AN E RAPPRESENTATO IN ITALIA DA
LABOCCETTA - 4- “IL FATTO” CONSIGLIA: “OGGI FINI
DOVREBBE SPIEGARE PERCHÉ HA DECISO DI VENDERE A UN
PREZZO COSÌ BASSO A UNA SOCIETÀ DELLE ANTILLE IN MANO A
UN CONSULENTE DI CORALLO. E MAGARI POTREBBE ANCHE
SPIEGARE QUANTO PAGA IL COGNATO PER L’AFFITTO. ANCHE
PERCHÉ PRESTO QUALCUN ALTRO POTREBBE COMINCIARE A
PARLARE. MAGARI NON I SUOI FEDELISSIMI TESORIERI MA
PROPRIO LABOCCETTA CHE NEL 2008 ERA UN UOMO DI FINI MA
OGGI STA CON BERLUSCONI…”
Marco Lillo per "Il
Fatto Quotidiano"
Il personaggio chiave nel giallo della casa di
Montecarlo finita da An alla disponibilità del cognato
di Gianfranco Fini, passando per un paio di società
off-shore, si chiama James Walfenzao. Questo
professionista caraibico specializzato nella
costituzione di fiduciarie, trust e altre scatole
esotiche per mettere i soldi al riparo dalle tasse
figura come rappresentante nelle società che hanno
comprato l'immobile abitato da Giancarlo Tulliani,
fratello della compagna di Fini.
Walfenzao però non è un "professionista monegasco" come
scritto da ‘Il Giornale'. È il rappresentante nell'isola
di Saint Lucia della Corpag, una società di servizi
delle Antille olandesi con filiali in molti paradisi
fiscali. Ma soprattutto Walfenzao è il consulente,
l'amministratore e il prestanome di un amico di An che
ha fatto fortuna nei mari caldi: Francesco Corallo, nato
a Catania nel 1960, titolare della multinazionale del
gioco Atlantis Worid con base alle Antille.
L'UOMO DELLE ANTILLE
Walfenzao compare in due operazioni avvenute a distanza
di migliaia di chilometri che non hanno nulla in comune
tranne la presenza di esponenti di An. Da un lato
amministra la società che compra a Montecarlo (a prezzo
di favore) la casa di An. Dall'altro controlla per conto
di Corallo parte del capitale della Atlantis, la società
vicina al vertice di An che in pochi anni ha raccolto
miliardi di euro con le sue slot machines in Italia.
Il
gruppo Atlantis è controllato (in parte tramite
Walfenzao) da Francesco Corallo, un incensurato che però
ha un cognome pesante: è il figlio di Gaetano Corallo,
73 anni, condannato a 7 anni e mezzo (scontati) per
associazione a delinquere, latitante per anni in America
dopo esser sfuggito alla retata del 1983 per la scalata
degli amici del boss dei catanesi, Nitto Santapaola, ai
casinò italiani.
In
quegli anni ruggenti Santapaola andava in vacanza a
Saint Marteen dove Corallo senior gestiva un casinò.
Oggi nello stesso settore e nella stessa isola il figlio
è il re dell'azzardo legale ma lui giura: "Non vedo papà
da 20 anni e i miei casinò li ho fatti da solo".
Per anni gli investigatori hanno sospettato il
contrario. Ma nessun pm ha mai chiesto per lui nemmeno
un rinvio a giudizio nonostante le informative della
Finanza e della Polizia ipotizzassero rapporti tra
Francesco Corallo, il padre Gaetano, il clan Santapaola
e persino uno dei latitanti più ricercati
dall'amministrazione Bush: l'ex parà italiano, poi
genero del presidente della Bolivia e boss del
narcotraffico in quel paese, Marco Marino Diodato.
Francesco Corallo è stato indagato due volte dalla
Procura di Roma per traffico di droga e riciclaggio ma è
stato sempre archiviato. Il figlio di don Gaetano è oggi
un imprenditore stimato che gira per Roma sulla sua
Smart, incontra politici e banchieri con i quali punta
alla quotazione in borsa a Londra e Toronto. La presenza
del suo consulente e prestanome nella società che compra
la casa di Alleanza Nazionale insomma non deve
sorprendere.
La
domanda è un'altra: chi rappresenta Walenzao?
Probabilmente non Corallo: con i miliardi delle slot uno
come lui non ha certo bisogno di comprare un quartierino
scontato a Monaco. Stiamo parlando del re dell'azzardo
tra le due sponde dell'Oceano. Atlantis è titolare di
tre casino a Saint Marteen, due a Santo Domingo e uno a
Panama. La pista potrebbe essere un'altra.
L'AMICO ITALIANO DI WALFENZAO
Quando sbarca in Italia, Corallo sceglie come suo
rappresentante il vecchio amico Amedeo Laboccetta, dagli
anni ottanta colonna del Msi napoletano e poi di An.
Magari proprio Laboccetta è l'uomo che conosce il
segreto di Walfenzao. Magari è stato proprio il deputato
del Pdl che ogni anno va in vacanza alle Antille e vuole
essere sepolto lì, a suggerire di rivolgersi al
consulente di Francesco Corallo in strutture societarie
schermate.
Comunque un dato è certo: l'undici luglio del 2008 la
casa lasciata 9 anni prima dalla contessa Colleoni a
Gianfranco Fini perché proseguisse "la giusta battaglia"
è finita ai Caraibi. Davanti al notaio Aureglia di
Monaco, Alleanza Nazionale, rappresentata dal tesoriere
Francesco Pontone, vende la casa a Printemps Ltd, con
sede in Manoel Street, 10, Castries, Saint Lucia.
La
proprietà della società acquirente (come il sito della
società di Walfenzao proclama tra i vantaggi offerti
dalle strutture made in Saint Lucia) non è trasparente .
Printemps è stata costituita poco più di un mese prima,
il 30 maggio 2008, a Saint Lucia. Per l'appartamento di
Boulevard Princesse Charlotte, composto da sala, due
camere, cucina, bagno e balcone, secondo Il Giornale,
uno degli inquilini del palazzo aveva offerto un milione
e mezzo di euro. An preferisce svendere a 300 mila euro
alla società rappresentata da Walfenzao.
Tre mesi dopo, Printemps rivende a 330 mila euro alla
Timara Ltdanche lei con sede nell'ufficio della Corpag
di James Walfenzao a Saint Lucia. Gli altri due
amministratori, Tony Izelaar e Suzi Beach, sono
corrispondenti della Corpag a Monaco. Quindi per capire
l'affaire monegasco bisogna partire dalle Antille.
Il
Fatto Quotidiano pubblica qui a fianco uno schema che
descrive la struttura proprietaria del gruppo. Al
vertice della holding di Londra che controlla una quota
di Atlantis c'è proprio James Walfenzao, che però opera
in nome e per conto di Francesco Corallo. Accanto
pubblichiamo anche una foto di Gianfranco Fini e Amedeo
Laboccetta con le rispettive consorti (si intravede
Daniela Di Sotto che era ancora la signora Fini)
scattata a Saint Marteen nell'agosto del 2004 nel
ristorante del casino di Corallo.
Poche settimane prima, il 15 luglio 2004, la Atlantis
aveva firmato la concessione con i Monopoli di statore 4
mesi dopo, a dicembre, Laboccetta diventerà (fino
all'elezione alla Camera nel 2008) procuratore in Italia
della società. Laboccetta allora difese Fini sostenendo
che il leader lo aveva seguito solo per fare immersioni
a caccia di squali: "Fini non sapeva che Atlantis aveva
appena ottenuto la concessione in Italia", giurò.
Anche alla luce della presenza di Walfenzao nella
compravendita, oggi Fini dovrebbe spiegare perché ha
deciso di vendere a un prezzo così basso a una società
delle Antille diretta da un consulente di Corallo. E
magari potrebbe anche spiegare quanto paga il cognato
per l'affitto. Anche perché presto qualcun altro
potrebbe cominciare a parlare. Magari non i suoi
fedelissimi tesorieri ma proprio Laboccetta che nel 2008
era un uomo di Fini ma oggi sta con Berlusconi.
[04-08-2010]
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SUL FINI-GATE DI MONTECARLO SI SVEGLIA ANCHE “LA STAMPA”
DI MARIONE CALABRESI E FA SUBITO CENTRO - LEGGETE LE
ULTIME RIGHE DEL PEZZO DI SAPEGNO E SORGE SPONTANEA LA
DOMANDA: SE È VERO CHE NON È STATA VENDUTA A 300 MILA €
MA (EVIDENTEMENTE) AD UNA CIFRA VICINA AL MILIONE O DI
PIÙ, EBBENE: CHI SI È INTASCATO LA DIFFERENZA (IN NERO)?
- ECCO A COSA SERVIVAVANO LE SCATOLETTE CINESI
OFF-SHORE....
Pierangelo Sapegno per
La Stampa
Questa è la casa del mistero, come l'hanno chiamata i
giornalisti con la solita enfasi, boulevard Princesse
Charlotte, numero 14, la strada che sale sopra
Montecarlo, un po' lontano dal mare, le persiane tutte
chiuse, una siepe bassa davanti al portone e un
cameramen che non si muove mai dal marciapiede, la
sigaretta in tralice e gli occhi socchiusi, come se
aspettasse l'assassino.
Al
primo piano c'è l'appartamento lasciato in eredità ad
Alleanza Nazionale da Anna Maria Colleoni, discendente
di quell'altro Colleoni, Bartolomeo, e grande tifosa del
presidente della Camera, Gianfranco Fini, da quando
andava a tutti i suoi comizi assieme all'amica Delfina,
portandogli sempre un cesto di albicocche, che coglieva
dai suoi frutteti. La cosa strana sarebbe che ora lì ci
abita, versando l'affitto a una misteriosa società
off-shore, il cognato del presidente, Giancarlo
Tulliani, fratello di Elisabetta.
E
in basso, al citofono, vicino agli altri nomi, quasi
tutti italiani, il suo c'è davvero: Tulliani. Sta fra
Romano e Axel Mees, che assieme a Pleint Pourteau e
Maslak è l'unico cognome dal suono straniero. Gli altri
si chiamano Bozzolan, Lazzaroni, Monigatti, Ribaudo,
Calcagno, Spadaccini, Bessero, Arrigoni. Quello di
Tulliani è l'appartamento numero tre, ma non è la
finestra indicata in questi giorni dalle fotografie dei
giornali. Non sta sulla strada, non si vede da qui.
Il
cameramen l'ha spiegato con un sorriso. Lui ormai su
questo marciapiede ci sta passando dei giorni interi.
Devi andar dietro, dove c'è il giardino. E dietro, dove
c'è la scala appoggiata al balcone, quello è l'alloggio
di Tulliani. E' tutto chiuso. Sulla terrazza, rifatta a
nuovo, con le volte, c'è solo una brandina da sole, di
quelle che costano 50 euro in Italia.
Per ora sembra non ci sia nessuno. La palazzina di tre
piani, color avorio, ha qualche fregio alle finestre,
delle grate affacciate sulla strada, i decori stile
liberty ai lati del portone, e anche sopra, e
nell'insieme quell'aria un po' fuori moda, come un
anziano signore che ha fatto il suo tempo, ma che
mantiene ancora tutta la sua dignità.
La
zona, come spiega il signor Andrea, da Milano, che ha
«un bilocale vicino al porto, che poi le spiego», non è
di quelle importanti, e nemmeno tra le più care: «Cioé,
qui non ci abitano i vip». Per capire il suo valore,
bisognerebbe capire quanto è grande. Tulliani ha detto
che saranno 40 metri quadri, che quando l'hanno preso
era tutto malandato: «Io non ci vivo gratis, nè ho il
concordato d'uso, ma pago alla società un affitto
congruo».
Il
Giornale ha scritto che invece sarebbero 70 metri
quadri. Andrea spiega che è un errore che ci può stare:
«Qui a Montecarlo non si fa distinzione tra superficie
calpestabile e commerciale. E' tutta la stessa». Quindi,
un balcone varrebbe come una stanza. Sull'atto di
vendita, archiviato nel fascicolo 1283A-Acte0009A,
davanti al notaio Paul Louis Aureglia, c'è scritto che
la casa ereditata da An «consiste nella totalità del
nono lotto, comprendente un appartamento situato al
pianterreno dell'immobile e composto da: sala, due
camere, cucina, bagno e balcone». Quel giorno, l'11
luglio 2008, An cedette l'alloggio a una società nata un
mese prima, la Printemps, amministrata da James
Walfenzao, al prezzo di 300mila euro.
Secondo alcuni quel prezzo è irreale, e quella società
nasconderebbe un nome importante. Il presidente della
Camera ha fatto sapere che quel nome non è il suo.
Ovviamente, c'è chi non gli ha creduto. Il Giornale ha
raccontato che alcuni condomini del palazzo avevano
offerto un milione d'euro per acquistare l'appartamento,
senza che An prendesse in considerazione
quell'opportunità.
Il
signor Andrea comincia a spiegare che a lui, per
comprare il bilocale di 65 metri quadri giù al porto,
gli avevano chiesto «un milione e centomila euro
partendo da uno e due». Ma il porto è una delle zone vip
di Montecarlo, con vista mare. Questa non è così. La
«casa del mistero», come dicono i giornalisti, sta sulla
sinistra del boulevard, arrivando dall'Italia, e lì
attaccato, al numero 16, c'è il Novotel, un albergo di
16 piani con 4 livelli sotterranei ricostruito appena
tre anni fa, dopo che avevano buttato giù il vecchio
palazzone di otto piani di Radio Montecarlo, un edificio
storico del Principato, ma non certo un monumento.
Il
Novotel adesso ha 207 camere e 12 suites, più un
residence di 28 appartamenti e un parcheggio pubblico
per 449 posti auto. Non è roba da 4 stelle. Radio
Montecarlo, invece, s'è spostata, guarda caso, giù al
porto. A cento metri circa dal numero 14 c'è l'ingresso
alto della nuova stazione ferroviaria sotterranea del
Principato, e da qui si va giù allo stadio e alla Moyen
Corniche andando verso Nizza. Beh, non sembra proprio
una zona troppo chic, tanto per dire la verità. Eppure,
quel prezzo, 300mila euro, non dev'essere ancora giusto,
come ti spiegano proprio a Radio Montecarlo: «In effetti
sembra un po' basso...».
Solo che tutti quelli che l'hanno visto, da Giancarlo
Tulliani a Rita Marino, la segretaria di Fini, ripetono
come in un ritornello che era ridotto davvero male, che
«sembrava meglio venderlo che ristrutturarlo». E dopo la
vendita, «i lavori di miglioramento e ristrutturazione
ci sono stati davvero». Adesso lo conferma anche
l'amministratore del condominio, senza dire però quanto
sono costati.
Anche nelle case, forse, l'unico mistero è quello dei
soldi. E intanto qui, dopo un'ora di appostamento,
finalmente arriva un tizio, spuntato da qualche
macchina, che si attacca al citofono. Non gli risponde
nessuno: normale. Ma il cameramen ha già attraversato la
strada. E quando gli chiediamo della casa di An e di
Tulliani, lui è lì che sorride: «Ma voi credete davvero
a tutto quello che scrivete?». Annotiamo la sua pelata
sul taccuino. Perché? «Perché vedrete che non è vero
niente, che non è vero che quella casa è stata venduta a
300mila euro e che non è neppure vero che vale più di un
milione e chissà quanto altro...».
[06-08-2010]
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1-
FINI, CONFERENZA STAMPA DI UN LEADER DAVVERO
DEMOCRATICO: NESSUNA DOMANDA! - TEME DI DOVER DARE
SPIEGAZIONI SULLA CASA DI MONTECARLO? CHISSÀ SE CE NE
FOSSERO ALTRE, MAGARI NON IN USO A LUI? - GLI EREDI
MANCATI DEL TESORO DI ALLEANZA NAZIANALE PRONTI A
RIVELARE COME EFFETTIVAMENTE ANDARONO LE COSE - 2- DUE
FINI, DUE CASE, DUE MISURE - EZIOLO MAURO SUONA L´ORA
DELLA MORALITÀ: VIVA L’ETICA DI FINI, ALL’INFERNO LA
COTICA DEL PUZZONE DI ARCORE: BENE, BRAVO, BIS! - E A
PROPOSITO DELL’EX FASCIO RIMPANNUCCIATO DALLA TULLIANI
IL FENOMENO TUONEGGIA DI "PESTAGGIO MEDIATICO SUI
GIORNALI DI FAMIGLIA E DI ALTRE FAMIGLIE ASSERVITE" -
ORA SULLA CASA A MONTECARLO SCOVATA DA "IL GIORNALE",
COME DEL RESTO SUL CONTRATTO RAI DELLA ’SUOCERA’ SVELATO
DA DAGOSPIA, SONO LIBERI DI CHIUDERE OCCHI-NASO-BOCCA MA
LOS REPUBBLICONES SI RICORDINO DEL LORO ’PESTAGGIO
MEDIATICO" PER LA CASA DI BERTOLASO (E LASCIAMO PERDERE
QUALCHE CASA ACQUISTATA CON SOLDI IN NERO PERCHÉ COSÌ
FAN TUTTI, ANCHE QUALCHE MORALISTA)
1
- FINI: IERI BRUTTA PAGINA, NOI PRESERVIAMO VALORI
POPOLO LIBERTA'...
(DIRE) - "Ieri una brutta pagina per il
centrodestra e piu' in generale per la politica
italiana". Lo dice il presidente della Camera Gianfranco
Fini in una dichiarazione alla stampa.
Questo "non ci impedira'- dice Fini- di preservare i
valori liberali e riformisti del Popolo della liberta' e
di continuare a costruire un futuro di liberta' per
l'Italia"
2
- BERLUSCONI HA LOGICA AZIENDALE, NON ISTITUZIONALE
(Apcom) - "Sostenere che devo lasciare
la Presidenza della camera dimostra una logica aziendale
modello amministratore delegato di un consiglio di
amministrazione che non ha nulla a che vedere con le
istituzioni democratiche". Lo ha detto in conferenza
stampa il Presidente della Camera Gianfranco Fini.
"Ringrazio i tantissimi cittadini che mi hanno mostrato
solidarietà e invitato a continuare per amore di patria,
per la coesione nazionale, la legalità e la giustizia
sociale", sottolinea.
3
- IERI ESPLULSO DA PARTITO SENZA POTER ESPRIMERE MIE
RAGIONI
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - "Ieri sera
in due ore, senza la possibilita' di esprimere le mie
ragioni, sono stato espulso dal partito che ho
contribuito a fondare". Lo ha sottolineato il presidente
della Camera, Gianfranco Fini, ricordando nella sua
dichiarazione alla stampa i le cose di cui, nel
documento della direzione del Pdl di eri, e' stato
ritenuto "colpevole".
4
- NON DARO' DIMISSIONI DA PRESIDENZA CAMERA...
(ANSA) - 'Non daro' le dimissioni da
presidente della Camera' conferma Gianfranco Fini,
all'inizio della conferenza stampa, convocata dopo la
rottura con Silvio Berlusconi.
5
- FINI, SOSTEGNO O CONTRASTO GOVERNO IN BASE SCELTE...
(ANSA) - Il gruppo che nascera' dai
deputati e senatori che hanno lasciato il Pdl 'e'
formato di uomini e donne liberi che sosterranno
lealmente il governo ogni qual volta saranno prese
scelte nel solco del programma elettorale e lo
contrasteranno se le scelte saranno ingiustamente lesive
dell'interesse generale'. Lo ha detto il presidente
della Camera, Gianfranco Fini, nella comunicazione alla
stampa sulle sue scelte dopo il divorzio dal premier
Silvio Berlusconi.
6
- PER FINI GRUPPO ANCHE A SENATO, RAGGIUNTA QUOTA 10
(ANSA) - Anche al Senato ci sono i
numeri per costituire il gruppo finiano 'Futuro e
Liberta''. A Palazzo Madama è stata infatti toccata la
soglia dei 10 senatori necessaria per costituire un
gruppo autonomo, mentre alla Camera è già stato
depositato il nome del gruppo dei deputati, al quale
hanno già aderito 34 finiani
Ezio Mauro per "la
Repubblica"
L´irruzione della legalità ha dunque fatto saltare per
aria il Pdl, mettendo fine alla costruzione politica e
mitologica del più grande partito italiano nella forma
che avevamo fin qui conosciuto, come l´incontro tra due
storie, due organizzazioni e due leader in un unico
orizzonte che riassumeva in sé tutta la destra italiana,
il suo passato, il suo futuro e l´eterno presente
berlusconiano.
Tutto questo è andato in pezzi, perché la legalità è
come una bomba nel mondo chiuso del Cavaliere, dove
vigono piuttosto la protezione della setta, l´omertà del
clan, il vincolo di servitù reciproca di chi conosce le
colpe individuali e il destino comune di ricattabilità
perpetua.
Trasformando la legalità in politica, Fini ha scelto il
terreno più proficuo per mettere psicologicamente e
moralmente in minoranza la potenza del premier,
dimostrando la solitudine dei numeri e la debolezza dei
muscoli. In più, si è posizionato su un terreno
elettoralmente e mediaticamente redditizio, dove può
nascere una cultura di destra-centro che provi per la
prima volta a parlare insieme di ordine e di regole, di
moralità e di Costituzione.
Il
rispetto delle istituzioni, la fedeltà alla Carta sono
infatti l´altro grande fattore di rottura. Dalla
semplice, ma insistita regolarità costituzionale con cui
il presidente della Camera ha interpretato il suo ruolo
e con cui ha segnato ogni suo intervento è nata una
cultura politica che è rapidamente e inevitabilmente
diventata antagonista rispetto al populismo
berlusconiano, alla continua forzatura istituzionale, al
primato della costituzione materiale basata su una
concezione sovraordinata della leadership «unta» dal
consenso popolare, e dunque suprema, libera da ogni
separazione e bilanciamento dei poteri.
Sono queste due culture - una tutta prassi, imperio e
comando, l´altra alla ricerca di uno spazio
costituzionale, europeo e occidentale anche a destra -
che non potevano più convivere. Disegnato il perimetro
di una nuova destra-centro, Fini si è fermato ad
aspettare l´inevitabile, che doveva accadere ed è
accaduto.
Preannunciato dal pestaggio mediatico sui giornali di
famiglia e di altre famiglie asservite, un pestaggio con
cui il Cavaliere annuncia sempre il suo arrivo in zona
di guerra, ieri si è giunti di fatto all´espulsione,
parola che non viene pronunciata nel documento del Pdl
solo per un finto pudore di vocabolario, e perché
ricorda troppo da vicino la pratica autoritaria del
«centralismo democratico» comunista, che anche in Italia
non tollerava il dissenso e cacciava i dissidenti.
È
un pudore inutile, per due ragioni. La prima è che gli
intellettuali e i giornali cosiddetti liberali in Italia
sono strabici, e in questi anni sono riusciti a
tollerare ogni sorta di sopruso ad personam: dunque
ingoieranno questa repressione autoritaria del dissenso
senza nemmeno ricordare quel che dicevano quando la
minoranza del Manifesto fu cacciata dal Pci. La seconda
ragione, è che il documento politico parla comunque
chiaro, anzi chiarissimo, per oggi e per domani, fino
alla parole con cui il premier rivuole indietro la
presidenza della Camera, come se le istituzioni fossero
cosa sua.
Nessuna distinzione ideale, culturale, politica,
organizzativa e soprattutto morale - dice quel testo - è
possibile nel cerchio magico del berlusconismo, che
giudica automaticamente «incompatibile» chi non la pensa
come il leader, senza nemmeno rendersi conto
dell´enormità illiberale di questa scelta.
L´unica cosa che conta è l´invulnerabilità politica del
Capo, anzi la sua intangibilità, nel culto sacrale dei
sottoposti. Nella sua debolezza patente, spacciata per
prova di forza, il Cavaliere pensa che una volta
cacciato Fini il cerchio del potere tornerà a chiudersi
su di lui virtuosamente come accade da quindici anni,
cingendogli il capo davanti alla nazione prona e
riconoscente.
Purtroppo per Berlusconi, le cose non stanno così.
Questi ultimi tre mesi dimostrano che i numeri dei
dissidenti sono sufficienti già oggi per farlo ballare a
piacimento alla Camera, e domani al Senato. Fini ha già
detto che non vuole ribaltare la maggioranza, dunque
tecnicamente terrà in mano la sorte del governo ogni
giorno, acquistando un rilievo evidente come attore
politico e non solo come soggetto istituzionale.
Ogni volta che vorrà, manderà a bagno il Cavaliere,
nelle acque per lui meno salutari: la legalità, la
moralità, la libertà d´informazione, l´economia, il
federalismo e inevitabilmente il sistema televisivo, con
il controllo totale della Rai da parte del padrone di
Mediaset.
Tutto ciò, naturalmente, a condizione che il presidente
della Camera sappia far politica da solo, in mare
aperto, reggendo alle bastonature quotidiane che la
fabbrica familiare del fango berlusconiana (sempre
aperta) infliggerà a comando: con il risultato
inevitabile di portare al pettine politico e
parlamentare quanto prima la vergogna e la dismisura del
conflitto di interessi, con buona pace dei liberali che
da anni fingono di dimenticarlo. Ma Fini ha un obbligo
in più: non può fermarsi, come tocca alle formazioni
corsare, deve andare avanti, tessendo una politica e una
cultura che se restano fedeli alla Costituzione possono
essere utili alla repubblica. Vedremo se saprà farlo.
Già oggi, nel giorno dell´espulsione, due risultati
politici sono chiari: il primo è il destino della legge
bavaglio, sintesi delle pulsioni illiberali del premier
- contro la legalità, contro l´informazione, contro
un´opinione pubblica consapevole - e ormai apertamente
disconosciuta dal suo autore: «Avevamo fatto un bel
cavallo - ha ammesso il Cavaliere - ci ritroviamo un
ippopotamo».
Il
fatto è che quel cavallo serviva al leader e ai suoi
uomini di vertice per scappare alla vergogna degli
scandali che li inseguono, a suon di intercettazioni
legali, ed è stato fermato in piena corsa dalla protesta
dei cittadini, dei movimenti, dell´opposizione
parlamentare, di questo giornale, ma anche dalla tenuta
dell´asse istituzionale tra Fini e Napolitano. Il
secondo risultato politico è una conseguenza: la rete
larga di opinione, di istituzioni e di politica che ha
detto no al sopruso berlusconiano rende di fatto
impossibile il ricorso da parte del Cavaliere all´arma
fine di mondo, le elezioni anticipate.
Indebolito nel presente, bloccato nel futuro, il premier
vede andare in frantumi anche l´epopea eroica con cui
racconta il suo passato. Ciò che viene meno dopo la
rottura con Fini è infatti lo stesso mito fondativo,
l´epica primordiale dell´uomo che con l´alito creatore
dà vita alla destra, indicandole nello stesso tempo il
frutto proibito del dissenso, mentre ammonisce terribile
e paterno: «Non avrai altro dio all´infuori di me». Da
oggi, il creatore del Pdl torna ad essere una creatura
politica come le altre, mentre anche a destra comincia
finalmente la stagione inedita del politeismo, che
porterà per forza al rifiuto del vitello d´oro: è solo
questione di tempo.
L´unica soddisfazione, misera, è per l´istinto padronale
di Berlusconi, che non misura la partita in termini di
politica, ma di comando. Il Capo è appunto un uomo solo
al comando, circondato dai Verdini, i Dell´Utri e i
Brancher, che gli devono tutto e a cui lui deve di più,
come dimostra l´intreccio esoso delle servitù
incrociate, all´ombra degli scandali che circondano il
fortino in cui è rinchiuso il governo, senza politica.
L´unica politica, l´unico collante, l´unica ragione per
rimanere in piedi è ormai il federalismo, un´ideologia
altrui, che Berlusconi accetta per placare Bossi:
inquieto ogni volta che deve spiegare alla sua gente gli
affari, i favori, le manovre segrete della P3. È un
conto alla rovescia, oggi che nel popolo berlusconiano è
cominciata davvero l´ora della libertà.
30-07-2010]
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- L’APPARTAMENTO di montecarlo AVUTO IN
EREDITÀ DA AN, oggi locato al "cognato" giancarlo
tulliani, È STATO CEDUTO DOPO DUE PASSAGGI A UNA SOCIETÀ
ESTERA CHE L’HA PAGATO SOLO UN DECIMO DEL VALORE DI
MERCATO - LA FINANZIARIA È IN UN PARADISO FISCALE E HA
UN CAPITALE SOCIALE DI APPENA MILLE DOLLARI - MA CHI È
IL VERO PROPRIETARIO? - L’IMPRENDITORE CHE RISTRUTTURÒ
LA CASA: "TULLIANI ERA SEMPRE AL CANTIERE A CONTROLLARE
I LAVORI
Gian Marco Chiocci e Stefano Filippi per "il
Giornale"
Volume 1291, numero 15. Sono le cifre chiave della
compravendita dell'appartamento di Montecarlo in cui
vive il «cognato» di Gianfranco Fini. L'atto, redatto in
francese e lungo 30 pagine, porta la data del 15 ottobre
2008 ed è stato registrato una settimana dopo, il 22
ottobre, presso la Conservation des Hypothèques della
Direzione servizi fiscali del Principato.
Il
rogito è stato redatto davanti al notaio Nathalie
Aureglia-Caruso, titolare di uno degli studi notarili
più grandi di Monaco, che si trova nel centralissimo
Boulevard des Moulin a pochi passi dal Casino. Uno
studio che madame Aureglia-Caruso ha ereditato dal padre
Paul-Louis ed era stato fondato dal nonno.
Come rivelato dal Giornale, l'immobile che Giancarlo
Tulliani ha in affitto da alcuni mesi appartiene alla
Timara Ltd, una società finanziaria off-shore. Dal
rogito si apprende che la Timara ha sede nel paradiso
fiscale caraibico di Santa Lucia, al numero 10 di Manoel
Street della cittadina di Castries, capitale del
minuscolo Stato dall'altra parte del mondo. Ha un
capitale sociale di mille dollari americani e una storia
molto recente, essendo stata fondata pochi mesi prima
dell'atto di compravendita monegasco. È con questa
società che il fratello di Elisabetta Tulliani, compagna
del presidente della Camera, ha sottoscritto un
contratto di affitto per l'appartamento al numero 14 di
Boulevard Princesse Charlotte.
Chi siano i soci di questa Ltd è un mistero, poiché
queste operazioni finanziarie «off shore», realizzate
lontanissimo dall'Italia garantiscono l'anonimato e
limitano al massimo la responsabilità degli stessi soci
che detengono azioni al portatore. Il segreto bancario è
totale, la contabilità è in nero, gli investimenti top
secret.
Scavando nella breve vita della Timara Ltd, però, vien
fuori che l'immobile ereditato da An sul finire degli
Anni 90 nel quale vive Giancarlo Tulliani, fratello
della compagna di Fini, è stato acquistato
precedentemente da un'altra società off shore, con la
stessa ragione sociale, anch'essa creata nell'isola
dell'arcipelago caraibico regno delle società fantasma e
del riciclaggio internazionale.
Una novità clamorosa, inquietante: la Timara Ltd,
dunque, non ha acquistato direttamente da Alleanza
nazionale. Ma è passata per un'altra finanziaria
collocata nei paradisi fiscali caraibici: la Printemps
Ltd. Anch'essa ha sede nell'isola di Santa Lucia, al
medesimo recapito della capitale Castries, con il
medesimo capitale sociale di 1000 dollari Usa. Anche tra
i legali rappresentanti ricorrono gli stessi nomi,
quelli di professionisti monegaschi titolari di studi
commerciali specializzati nella gestione di società
off-shore.
I
nomi sono quelli di Anthonie Izelaar, James Walfenzao,
Susan Elizabeth Beach. Nell'atto appare anche un nome
italiano, quello di un professionista piuttosto noto a
Montecarlo. Si tratta di Gianfranco Comparetti, e
secondo le indicazioni ricevute a Montecarlo
corrisponderebbe a un noto appassionato di vela e
motonautica, proprietario dello Yacht Club Villas at
Callaloo at Cul de Sac nell'isola di Anguilla,
quell'Anguilla International Yacht Club che nel 2004 ha
firmato un accordo di gemellaggio con lo Yacht Club di
Monaco (sancito dalla visita del principe Alberto di
Monaco nella Villa Caribera a Callaloo Villas Club di
proprietà di Comparetti).
Il
Comparetti citato nel rogito dal 1991 avrebbe la
residenza nell'atollo del sopravento settentrionale
delle Piccole Antille, ma farebbe spesso capolino nel
Principato dove fino al 2003 avrebbe avuto la titolarità
di una «Sam» (Società anonima monegasca) poi messa in
liquidazione al 7 di rue du Gabian, e dove a lui si
farebbe riferimento anche per un altra «Sam» legata al
turismo e una «snc». Ieri pomeriggio Comparetti non ha
risposto alla scampanellata del Giornale che lo ha
rintracciato al settimo piano di un elegante condominio
proprio di fronte all'hotel Metropole amministrato dalla
stessa agenzia che segue la palazzina dove vive
Tulliani, cioè lo studio Dotta.
Dunque la casa della contessa Colleoni non è passata
direttamente da An alla società off-shore Timara Ltd.
Con un complicato gioco di scatole cinesi è passata
varie volte di mano prima di entrare nella disponibilità
della famiglia Tulliani. E a questo punto c'è da
chiedersi se i tesorieri del partito l'abbiano ceduta
alla Printemps o se i passaggi siano più numerosi e
complicati. Ma in queste tappe il valore dell'immobile
(70 metri quadrati più 10 di terrazzo al piano terra di
un edificio denominato Palais Milton) non è aumentato di
molto.
L'ultima compravendita dell'immobile, dalla Printemps
alla Timara, è stata conclusa per appena 330mila euro
mentre in quella zona del Principato le agenzie
immobiliari stimano almeno 10 volte tanto i prezzi di
vendita per appartamenti con caratteristiche analoghe.
Solo cinque anni fa negli uffici di Alleanza nazionale a
Roma venne recapitata l'ultima offerta di acquisto
dell'appartamento al numero 14 di Boulevard Charlotte:
la proposta messa nero su bianco da un condomino era di
oltre un milione e mezzo di euro.
Ovvero, un milione e trecentomila euro in più di quanto
ha speso la Timara Ltd per acquistarla dalla Printemps
Ltd. I passaggi precedenti non sono chiari. Nell'atto
notarile, comunque, Alleanza nazionale viene citata
esplicitamente e ripetutamente. Nella parte in cui si
ripercorre l'origine e la storia dell'immobile si parla
del partito «con sede in via della Scrofa», del
testamento olografo della contessa Anna Maria Colleoni,
del notaio Spadaro che lo ricevette. Dal mar dei
Caraibi, pian pianino, la verità sta venendo a galla.
(3. Continua)
30-07-2010]
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I
TULLIANI SONO UNA FAMIGLIA MOLTO UNITA, COSÌ UNITA CHE
VIVONO TUTTI NELLO STESSO PALAZZO. E QUANDO È INIZIATA
LA STORIA D’AMORE, ANCHE FINI È STATO ALLOGGIATO. TANTO
CHE GIAN-MENEFREGO BRILLA SULLO STATO DI FAMIGLIA DELLA
MAMMA DI ELISABETTA (QUELLA DEL FAMOSO CONTRATTO SU
RAIUNO DEL FINISSIMO MAZZA DA UN MILIONE E MEZZO €
’CASSATO’ DALLE RIVELAZIONI MAI SMENTITE DI DAGOSPIA) -
CHI è, CHI NON è, CHI SI CREDE DI ESSERE IL "COGNATO" DI
FINI, GIANCARLO TULLIANI - QUANDO ELISABETTA ERA LA
FIAMMA DI GAUCCI, IL FRATELLO ERA VICEPRESIDENTE
ESECUTIVO DELLA VITERBESE CALCIO MENTRE LEI AVEVA IN
MANO LA SAMBENEDETTESE, UNA VOLTA CHE È ARRIVATO FINI,
IL NEO-"COGNATO" CAMBIA RAMO DI AFFARI: RAI E CASA A
MONTECARLO
1 - DAL CALCIO ALLA TV, TUTTI GLI AFFARI DEL
"COGNATO" TULLIANI
Massimo Malpica per "Il
Giornale"
Non è nuovo alle cronache Giancarlo Tulliani, fratello
della compagna di Gianfranco Fini, Elisabetta. L'uomo
che occupa l'appartamento monegasco che fu donato ad An
da Anna Maria Colleoni, a soli 33 anni ha già alle
spalle un buon numero di esperienze imprenditoriali. In
molte delle quali sembra esserci lo zampino della
sorella.
Che nel 2000 era fidanzata con Luciano Gaucci quando
Giancarlo si ritrovò appena 23enne sulla poltrona di
vicepresidente esecutivo della Viterbese calcio, una
delle squadre «satellite» comprate dall'allora patron
del Perugia (che aveva anche la Sambenedettese, al cui
vertice venne piazzata la stessa Elisabetta). Non fu
un'esperienza esaltante, e a marzo di quell'anno il
giovin Tulliani si vide scappare sotto il naso dal
ritiro di Vitorchiano i calciatori della squadra
laziale, furiosi con Gaucci e per niente intimiditi dal
giovane «parente» manager.
Chiusa la parentesi calcistica, Giancarlo sceglie di
buttarsi nello show business, reinventandosi
imprenditore e produttore televisivo. E anche qui,
l'essere «cognato tra virgolette» del presidente della
Camera (che con Elisabetta non è sposato) ha fatto sì
che le attività di Giancarlo, non sempre baciate dalla
fortuna, incuriosissero i media.
Ad
agosto 2009, per esempio, è Dagospia a ironizzare sul
flop di ascolti di «Italian fun club music award», una
serata organizzata a Civitavecchia dalla «Giant
entertainment» di Tulliani: lo «show» prevede
l'esibizione di Sandy Marton, Corona, Tony Esposito,
Lost e Tony Maiello.
Viene trasmessa su Raidue, ma non arriva al 7 per cento
di share e Dagospia conia il neologismo «mignolo
d'ascolto», raccontando anche delle «rimostranze del
giovane produttore che voleva il suo programma
addirittura in prima serata», e della relativa
soddisfazione per il fiasco dei dirigenti Rai.
All'aspirante produttore il decollo verso mamma Rai con
la benedizione di sorella Elisabetta è insomma venuto
male, ma se la società di Giancarlo, sede in viale
Mazzini 114/a, aveva già chiuso i battenti a dicembre
del 2008, non chiudono, però, gli affari di famiglia.
Conta poco il botta e risposta indiretto innescato
ancora da Dagospia a fine anno scorso. Il sito di
Roberto D'Agostino ipotizza che Giancarlo Tulliani «sta
cercando di chiudere contratti vantaggiosi con la Raiuno
di Mauro Mazza», Mazza replicò che «tra Raiuno e il
signor Tulliani non esistono trattative in corso».
Perché quando a settembre era partito il programma
pomeridiano di Raiuno Festa Italiana, condotto da
Caterina Balivo, la «novità» è una rubrica che si chiama
Per capirti, dedicata ai conflitti generazionali. «Una
rubrica di sentimenti e di speranze che regala a
genitori e figli la possibilità di "capire" e "farsi
capire"», come si legge sul sito web di Absolute
television media, la società fondata a maggio 2009 che,
senza iscriversi all'albo dei fornitori Rai, produce la
«finestra», incassando dalla Tv di Stato più di 8mila
euro a puntata, cifra da moltiplicare per le 183 puntate
realizzate. E le quote della «Absolute television media»
sono intestate al 51 per cento a una signora sarda,
Francesca Frau.
Una di famiglia: è la mamma di Giancarlo e di
Elisabetta, e dunque anche «suocera», di fatto, di
Gianfranco Fini. E la sede della «At media» è allo
stesso indirizzo, viale Mazzini 114/a, dove aveva aperto
la Giant Entertainment group, poi messa in liquidazione
da Giancarlo Tulliani, mentre è ancora esistente (ma
risulta inattiva) la quasi omonima Giant Entertainment
srl, sempre con sede in quel portone a mezzo passo dalla
Rai.
Dove, per non farsi mancare nulla, è ospitata anche
un'altra società. L'immobiliare di famiglia, la Wind
Rose International, di cui Giancarlo deteneva il 45 per
cento delle quote prima di cederle, a maggio del 2009, a
suo padre Sergio. Che ora controlla la società insieme a
Elisabetta. Stando al suo sito web, la Wind rose
international ha anche due altre sedi romane (in via
Sardegna e in via di Val Cannuta) e una a Long Island,
negli Usa. A Montecarlo niente. Anche se proprio lì,
case a parte, si sarebbero spostati gil interessi di
Giancarlo, che nel Principato ha preso la residenza
fiscale.
2
- TULLIANI PUNTA AL MATTONE MA PERDE LA RAI GIANCARLO ED
ELISABETTA HANNO ACQUISTATO UN APPARTAMENTO E UN VILLINO
IN ZONA AURELIA. LA FAMIGLIA, PERÒ, HA PERSO I CONTRATTI
CON LA TV DI STATO...
Fosca Bincher per "Libero"
I
Tulliani sono una famiglia molto unita, tanto che vivono
tutti nello stesso palazzo a Val Cannuta, a due passi
dall'Aurelia. Lì hanno comprato casa all'inzio del nuovo
millennio allo stesso numero civico papà Sergio e mamma
Francesca Frau. Lì ha comprato casa il figlio Giancarlo.
E lì ha fatto un colpaccio immobiliare il 31 luglio 2001
anche la figlia Elisabetta: due appartamenti da 6 e da
4,5 vani, cantine, posti auto e pertinenze varie. Stanno
tutti uniti, e quando è iniziata la storia d'amore,
anche Gianfranco Fini è andato ad abitare con la
famiglia Tulliani allo stesso numero civico di via
Raffaele Conforti.
Stessa casa, stesso ufficio. Perché anche quando si sono
messi in affari i Tulliani's hanno fatto e disfatto le
loro società allo stesso indirizzo, in viale Mazzini a
non molta distanza dalla sede centrale della Rai. Lì
hanno portato la sede della Wind Rose srl, società
immobiliare dei Tulliani messa in liquidazione nel 2005.
Lì è nata l'immobiliare (in portafoglio terreni al
catasto di Roma e di Rieti, dove passa un'acquedotto
dell'Acea) successiva, la Wind Rose International srl.
Nella stessa sede sono nate, morte e rinate anche le
società di famiglia che realizzavano il sogno principale
dei Tulliani's: la televisione. Elisabetta ha lavorato
per un po' fra una trasmissione e l'altra di "Rai Uno" e
"Rai Due" prima di conoscere Fini. Gli altri membri
della famiglia hanno scoperto la passione in tempi più
recenti, quando già tutti conoscevano da vicino il
presidente della Camera. Giancarlo ha aperto in viale
Mazzini il primo dicembre 2008 il suo Giant
Entertainment group srl, che qualche fortuna in quella
stagione in Rai ha avuto.
Ma
formalmente la società è vissuta un solo mese, con
cessazione di attività alla data del 31 dicembre dello
stesso anno. Le è succeduta allo stesso indirizzo la
Giaint Entertainment srl, iscritta formalmente nel
registro della Camera di commercio di Roma il 29 maggio
2009. Con la sua nascita, due novità. La prima è stata
che Giancarlo non è più il principale azionista del
gruppo, avendo lasciato la maggioranza delle azioni a
mamma Francesca.
La
seconda novità è stata nel cambio di residenza del
figliolo dei Tulliani: via da Valcannuta per la assai
più prestigiosa residenza in boulevard Princesse
Charlotte 14 a Montecarlo, proprio nella casa lasciata
in eredità ad Alleanza Nazionale dalla contessa Anna
Maria Colleoni nel lontano 1999. Mamma Francesca si è
messa al lavoro e da una gruppo di produzione tv ne ha
ricavati due: insieme alla nuova Giant è nata nel maggio
2009 anche la Absolute television media srl.
Manco il tempo di crescere, e le è arrivato il primo
contratto di peso in Rai per selezionare gli ospiti a
una delle trasmissioni di punta del pomeriggio di "Rai
Uno", condotta da Caterina Balivo. Le affidano 183
puntate ognuna dietro pagamento di 8.120 euro per
ciascuna. In tutto fanno 1 milione e 485 mila euro e non
è niente male per un'esordiente. Solo che il contratto
viene alla luce e naturalmente qualche problema nasce.
Il
direttore di "Rai Uno", Mauro Mazza, ha spiegato di non
averne saputo nulla e proprio ieri Dagospia ha
annunciato che le polemiche hanno finito con il
penalizzare i Tulliani's: non ci sarà rinnovo nella
prossima stagione televisiva. Se il business principale
è a rischio, l'unità della famiglia non è messa in
discussione dall'eredità Colleoni. Il giovane Giancarlo
ha preso la residenza a Montecarlo, ma non ha perso di
vista il nido familiare a Valcannuta.
Così a luglio prima lui e poi la stessa sorella
Elisabetta hanno deciso di ingrandire le proprietà nello
stesso in via Conforti dove hanno investito in questi
anni. Elisabetta ha acquistato allo stesso numero civico
dove abita con Fini un altro appartamento da 4,5 vani.
Giancarlo ha comprato qualche numero civico più in là
una abitazione in villino da 9 vani. Così i Tulliani's
resteranno felici e uniti circondando (di reciproco
affetto) il presidente della Camera.
29-07-2010]
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STORACE ’SFRATTA’ FINI: "QUELLA CASA A MONTECARLO è UNO
SCIPPO AD AN. ORA FAREMO CAUSA" - IL LEADER DELLA
DESTRA: "PRONTA UNA CLASS ACTION ASSIEME ALLA VEDOVA
ALMIRANTE PER REVOCARE L’EREDITÀ A FINI" - POI LO
FINI-SCE COSì: "CALPESTA LA STORIA, È UN FURTO FATTO SUL
NOSTRO SANGUE". E RICORDA: "NELL’MSI ABBIAMO DIVISO
PERSINO IL PANE
Antonio Signorini per "Il Giornale"
Francesco Storace, leader della Destra, cosa ha pensato
quando ha letto la storia dell'appartamento donato ad An
e ora di proprietà del «cognato» di Gianfranco Fini?
«Se si dimostrerà vera è una vicenda turpe che fa a
pugni con certe grida alla moralità».
il Quirinale - 1988 - Dal Corriere
Quelle di Fini?
«Certo, del resto Fini ci ha abituato a queste cose. Ora
si proclama moralizzatore e campione di legalità, ma
poco tempo fa difese il diritto di Cuffaro a rimanere
governatore nonostante una condanna per vicende legate
alla mafia».
Dell'appartamento di Montecarlo l'ha colpita più
l'aspetto patrimoniale o quello emotivo?
«Ho provato grande amarezza. C'è una vita passata
insieme, il pane diviso tra militanti e dirigenti
nell'Msi prima e in An poi. Io non me la sarei mai
immaginata una cosa del genere. Si dice che Di Pietro
abbia comprato case con i soldi del partito, ma in
questo caso i soldi sono di un benefattore. Mi auguro
veramente che abbiate scritto una montagna di balle».
E
le sembra possibile?
«Ho visto che l'avvocato di Tulliani annuncia causa.
Quindi, come minimo, non si tratta di omonimia».
Si
sente coinvolto anche a livello di portafogli?
«Io sono tra i fondatori di An e l'appartamento, se sarà
confermato quello che è stato scritto, è un bene che era
stato ceduto al partito del quale io sono stato
fondatore insieme ad altri».
Poi però voi ve ne siete andati da An.
«Nel testamento della Colleoni c'è la cessione di queste
proprietà a sostegno della "buona battaglia". E
chiunque, giudici compresi, può capire che quella
battaglia è esattamente l'opposto rispetto alla strada
che ha preso quell'appartamento».
Ma
la signora che ha fatto la donazione non era di An?
«Era fascista, veniva dall'Msi e fece questa scelta. Ci
fu anche una cena con Fini. Ma lei i suoi beni li aveva
dati al presidente di An, non a Fini in quanto tale. Se
sarà confermata la cessione dell'immobile, sarà uno
scippo fatto sul nostro sangue».
Possibile che volesse darlo proprio a Fini?
«Di sicuro escludo che la volesse cedere a Giancarlo
Tulliani. Poi questa vicenda ne solleva un'altra».
Quale?
«Quella degli immobili passati dall'Msi ad An».
L'Msi aveva un patrimonio immobiliare vasto come quello
del Pci?
«Nessuno ci cedeva in affitto le sedi e noi facevamo
collette per comprarle oppure c'erano le donazioni dei
militanti. Alla fine il partito aveva un bel patrimonio.
Con le ipoteche ci pagavamo le campagne elettorali.
Erano tempi epici quelli».
Quindi c'erano altri beni oltre all'eredita della
signora Colleoni?
«Erano soprattutto immobili ceduti da chi identificava
l'Msi e poi An come gli eredi del neofascismo. In molti
già ebbero delle difficoltà con il passaggio ad An,
figuriamoci adesso che An è scomparsa e finiranno in una
fondazione. Io ho parlato con Assunta Almirante e anche
lei è determinata ad opporsi».
wan28 gianf fini fran storace
In
che modo?
«Stiamo valutando una class action che coinvolga tutti
gli iscritti ad An. Oppure una revocatoria, per capire
se qualcuno si è approfittato della disponibilità dei
beni».
Parliamo di un ricorso che renderebbe nulla la cessione
dell'appartamento di Montecarlo?
«Certo, ed eventuali altri atti di vendita di beni che
fanno parte del testamento di Anna Maria Colleoni. Il
lascito è a favore di una comunità e chiunque faccia
parte di quella comunità può chiedere una revocatoria».
Contate di rientrare in possesso di parte del patrimonio
di An?
«Intanto vogliamo vedere le carte e poi vogliamo il
censimento di tutti questi immobili che appartenevano ad
An. La vedova Almirante intende fare valere le sue
ragioni perché chi ha calpestato la nostra storia non
può avere quei beni».
Non potete nemmeno rivendicare la proprietà tutta per
voi.
«Una soluzione potrebbe essere quella di coinvolgere
tutti gli eredi di quel partito, compresa La Destra,
nella gestione dei beni dell'Msi e di An. Le fondazioni
servono a questo».
Quanti sono gli immobili che erano di An?
«Centinaia, forse migliaia. Il valore è di 50 milioni di
euro come minimo».
Esistono ancora militanti che nominano erede un partito?
«Prima si dava anche la vita per un'idea. Oggi la
politica ha un valore infinitamente inferiore. Cito
Fini: "Nella Prima Repubblica rubavano per il partito
ora per se stessi". E non sto facendo un riferimento
agli ultimi fatti. Sarebbe una cinica speculazione».
29-07-2010]
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LA
ROTTURA CON FINI ORMAI DEFINITIVA - VENERDÌ SAREBBE IL
GIORNO DEL GIUDIZIO - 2- E FELTRUSCONI CONTRIBUISCE ALLA
’QUESTIONE MORALE’ SOLLEVATA DAI TIPINI FINI CON LA
STORIA DI UN APPARTAMENTO A MONTECARLO LASCIATO IN
EREDITÀ AD AN DOVE ORA CI ABITA IL FRATELLO DI
ELISABETTA TULLIANI, COMPAGNA DI GIAN-MENEFREGO - 3- IN
COMPENSO, DOPO LA DAGOSPIATA, LA RAI NON HA PIÙ
CONTRATTUALIZZATO AL COMPENSO DI UN MILIONE E MEZZO DI
EURO L’ANNO FRANCESCA FRAU, MADRE DI LADY FINI
1
- FINI E LA STRANA CASA AL MARE A MONTECARLO
Gian Marco Chiocci per
Il Giornale
Il
fantasma della vedova Anna Maria Colleoni, fasci¬sta
convinta e poi generosa benefattrice del patrimonio di
An, si aggira spaesato fra i tornanti di Montecarlo. È
confuso, lo spettro. Non ca¬pisce. Perché quando la
no¬bildonna abbandonò per sempre questo mondo, or¬mai
più di dieci anni fa, nel testamento fece inserire un
lascito da due miliardi e mezzo di lire al partito dell'
allora segretario Gianfran¬co Fini: un bel terreno a
Monterotondo, case a Ro¬ma e a Ostia, un apparta¬mento
di 70 metri quadrati più terrazzo in un'elegante
palazzina del Principato di Monaco. Tutta roba messa a
bilancio e utilizzata dal parti¬to, nel 2001, per andare
in at¬tivo.
Per sette-otto anni l'immo¬bile monegasco è rimasto
sfitto, abbandonato, fre¬que¬ntato solo dai topi
nono¬stante piovessero offerte mi¬rabolanti dai
condomini che allora arrivarono a pro¬porre 10- 15 mila
euro al me¬tro quadrato (le agenzie im¬mobiliari della
zona parla¬no di un valore attuale stima¬bile intorno ai
25-30mila a metro quadrato).
Due anni fa, improvvisa¬mente, il palazzo ha preso at¬to
che il locale disabitato aveva cambiato proprieta¬rio.
Non più Alleanza nazio¬nale, che attraverso i suoi
emissari-parlamentari La Morte e Pontone aveva ese¬guito
personalmente i so¬pralluoghi nel palazzo Mil¬ton
respingendo puntual¬mente tutte le richieste d'ac¬quisto
del vicinato, bensì una Ltd, una misteriosa so¬cietà off
shore con sede in chissà quale angolo del pia¬neta, che
a sua volta s'era ri¬volta a una sottoimpresa del
colosso di costruzioni Enge¬co per svolgere lavori di
ri¬strutturazione dell'apparta¬mento con abbattimento di
muri interni e rifacimenti del pavimento.
Il
committente dei lavori si chiama Giancarlo Tullia¬ni.
Per sapere se questo no¬me corrisponde al fratello della
signora Elisabetta, compagna del presidente della
Camera, siamo andati direttamente a Montecarlo. E per
capire l'esatta trafila che aveva fatto l'immobile,
donato dalla discendente del condottiero Colleoni al
partito, ceduto a una società off shore, e poi finito
nella di¬sponibilità del (presunto) cognato dell'ex
presidente di quello stesso partito a cui l'immobile era
stato regala¬to, ci siamo premurati di chiedere ai
diretti interessa¬ti.
Al
partito, contattati La Morte e Pontone, nessuno ha
saputo dare chiarimenti su a quanto era stato vendu¬to
l'appartamento, a chi era stato alienato e se fosse vero
che Fini e la signora Tulliani - come ci raccontano i
vicini - hanno visionato quell'ap¬partamento tempo
addie¬tro. Poi abbiamo chiesto a monsieur Tullianì, che
di no¬me fa effettivamente Gian-carlo e che corrisponde,
due gocce d'acqua, al fratello di Elisabetta Tulliani,
l'ex com-pagna di Gaucci, oggi con¬sorte del cofondatore
del Pdl.
Siamo andati al 14 di rue Princess Charlotte, pro¬prio
accanto all'elegante No¬votel, abbiamo varcato l'uscio
d'ingresso col nome «Tulliani» impresso sul cito¬fono e
a soli tre metri dal por¬tone, di buon mattino,
ab¬bi¬amo suonato al campanel¬lo dell'appartamento con
su scritto, anche qui, «Tullia¬ni ».
L'occupante ha pronta¬mente risposto. Prima di aprire ha
preteso di sapere chi fossimo. Ci siamo educa¬tamente
presentati: nome, cognome, professione, gior¬nale di
riferimento, motivo del disturbo. Da quel mo¬mento,
però, l'inquilino non ha più parlato e si è ben guardato
dall'aprire a un cronista del Giornale .
Preso atto del silenzio as¬sordante, siamo andati via.
Poi è arrivata la polizia, chia¬mata da quel monsieur
Tul¬liani che anziché risponde¬re a un paio di domande
del Giornale ha preferito denun¬ciarci alla Sureté
Publique. Quando sono piombate le volanti Giancarlo
Tulliani ha parlato di (inesistente) violazione della
privacy e del domicilio. Così siamo fi¬niti per due
volte sotto inter¬rogatorio, invitati a lasciare il
Principato, addirittura fo¬to- segnalati al
commissaria¬to. Tanta solerzia, perché? (1. Continua)
2
- LA ROTTURA CON FINI ORMAI DEFINITIVA - VENERDÌ SAREBBE
IL GIORNO DEL GIUDIZIO
Francesco Verderami per il
Corriere della Sera
Imediatori hanno fatto un passo indietro ormai da tempo,
sulla porta ci sono ora gli avvocati con le carte del
divorzio. Perché la crisi tra Berlusconi e Fini sembra
davvero sul punto di essere ufficializzata, il Cavaliere
considera infatti definitiva la rottura con l'altro
cofondatore, e ritiene di aver individuato le modalità
per scacciarlo di casa, cioè dal Pdl.
Venerdì sarebbe il giorno del giudizio, l'inizio di un
rito che verrebbe celebrato in Parlamento, con un
discorso del premier sull'uso politico della giustizia.
Se poi il processo di separazione sarà più o meno breve
si vedrà, come resta da vedere se la rottura ci sarà.
Perché alla «faccia feroce» di Berlusconi, Fini non ci
crede o, meglio, ritiene che il Cavaliere non possa
andare oltre.
«Ho sentito anch'io che ha deciso di risolvere tutto, ma
nessuno sa di cosa si tratti», esordisce l'inquilino di
Montecitorio: «Mi hanno riferito molte ipotesi, le più
strampalate. Non dico che tutto ciò mi lasci
indifferente, sono curioso di sapere cosa si inventerà.
E comunque dal partito io non me ne vado, continuerò a
rivendicare il diritto al dissenso. A meno che
Berlusconi non voglia vietare il dissenso nel Pdl. Se
così fosse, dovrà dirlo pubblicamente, altrimenti si
tratta solo di chiacchiere. E la situazione sta
diventando persino patetica».
Dopo aver impugnato la bandiera della legalità, Fini per
certi versi è diventato politicamente un «intoccabile»,
nel senso che l'operazione divorzio - se davvero si
compisse- metterebbe il Cavaliere a rischio in
Parlamento e nel Paese. Gli amatissimi sondaggi, quelli
riservati, stanno a evidenziarlo, il logoramento della
sua immagine presso l'opinione pubblica è in atto.
E
anche i report di Ipsos, analizzati dall'opposizione,
segnalano in una settimana un calo di oltre due punti
sul «giudizio» del premier, che passa dal 44,8% al
42,1%, con il Pdl in trend negativo da un mese e ormai
in caduta libera, sceso dal 32% al 30,9% in sette
giorni. Poco più di tre punti avanti al Pd.
Insomma, se Berlusconi vorrà arrivare al redde rationem
dovrà tener conto di molti fattori, pare glielo abbia
spiegato anche Tremonti ieri che sarebbe un errore far
precipitare tutto ora. Ma il Cavaliere si sente
accerchiato, ritiene che la manovra dei magistrati di
smontargli il governo pezzo per pezzo, sia parte di una
strategia per affondarlo, che il vero obiettivo
dell'inchiesta sulla cosiddetta «P3» sarebbe lui stesso,
cioè Berlusconi-Cesare, e che l'operazione giudiziaria
abbia un terminale politico. «So cosa va dicendo in
giro», commenta Fini: «Secondo lui, avrei fatto un patto
con le procure... Siamo al di là del bene e del male».
Eppure è proprio Fini ad aver brandito la questione
morale come un randello, e sono finiani come Granata a
martellare ogni giorno il Cavaliere e gli uomini del suo
governo, come Mantovano. «Su Mantovano, Granata ha
pronunciato parole eccessive» risponde l'inquilino di
Montecitorio: «Per questo ho voluto chiamare il
sottosegretario agli Interni. Lo conosco e la mia stima
per lui è immutata. Eppoi, se dovessi andar dietro gli
eccessi, c'è chi ha fatto pure cose eccessive».
Fini non fa i nomi, non ce n'è bisogno, l'elenco sarebbe
a suo giudizio troppo lungo: parte da Scajola, passa per
Brancher e Cosentino e arriva a Verdini. Emagari anche a
Caliendo, l'ultimo degli indagati, il sottosegretario
alla Giustizia, anche lui coinvolto nell'inchiesta «P3»
e difeso a spada tratta da Berlusconi e Alfano.
Il
presidente della Camera su quest'ultimo caso non si
sbilancia, non parla di «opportunità» di dimissioni,
sostiene che «se qualcuno nel governo dovesse pensare di
usare la mozione di sfiducia presentata dall'opposizione
contro Caliendo come un pretesto per il chiarimento
interno, se chiedesse - per esempio - di anticipare il
giudizio della Camera, in Aula ci sarebbe chi direbbe:
"Mi turo il naso e non voto per le dimissioni". Che
farebbe a quel punto Berlusconi? Li caccerebbe. Questo
sarebbe il partito liberale di massa che ha in mente? La
storia delle espulsioni è ridicola. Non so proprio come
andrà a finire ma tutta questa storia è ridicola».
È
difficile immaginare come possano ancora convivere sotto
lo stesso tetto i cofondatori del Pdl, quando l'ex
leader di An usa l'espressione montanelliana del
«turarsi il naso» e la accosta a un rappresentante del
suo stesso partito. Al tempo stesso è difficile capire
come il Cavaliere possa arrivare al divorzio, sebbene
sia chiaro il tentativo di cacciare i finiani dal
partito per isolare Fini e di farlo subito per evitare
che l'inquilino di Montecitorio si rafforzi nel tempo.
Ma
basta, può bastare, la convocazione dell'Ufficio di
presidenza del Pdl? La riunione della Direzione? Un
documento politico in base al quale invitare i membri
del governo che stanno con il presidente della Camera a
scegliere se restare nell'esecutivo oppure accomodarsi
fuori?
Di
sicuro per il premier la situazione è diventata
insostenibile. E il punto non è se venerdì- arrivando
davvero allo show down- verrebbe o meno messa a rischio
la riforma delle intercettazioni: «Ho saputo anche -
prosegue Fini - che alcuni berlusconiani, approfittando
del voto segreto, sarebbero pronti ad affossare la
legge, votando a favore delle pregiudiziali di
costituzionalità presentate dalle opposizioni. Così da
far ricadere la colpa sui finiani. Non ci sono parole».
In
realtà il Cavaliere, per far passare le intercettazioni,
farebbe affidamento sulla lealtà della Lega e sui
centristi dell'Udc, pronti ad astenersi a patto che il
voto finale sul provvedimento slitti a settembre.
Ma
ormai la posta in gioco è più alta. E pur di divorziare
da Fini, Berlusconi sembrerebbe pronto a tutto.
Sembrerebbe. Il presidente della Camera attende di
capire se davvero il premier andrà oltre: «Voglio vedere
come farà a cacciarci. Lo voglio vedere. Perché il
problema è politico, non disciplinare. E finché
Berlusconi continuerà così, sprofonderà sempre più nelle
sabbie mobili». La rottura sembra vicina. Per i
duellanti è arrivato il tempo di scoprire le carte.
[28-07-2010]
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DOCUMENTI STORICI - IL TESTO INTEGRALE DEL GRAN
CONSIGLIO DEL 29 LUGLIO CHE CACCIò IL FINI TRADITOR
(MANCA SOLO L’AMBULANZA).....
Ecco il testo approvato dall'Ufficio di Presidenza del
Pdl. Si tratta di un documento di sei pagine, votato da
trentatrè componenti, ad eccezione dei tre esponenti
finiani (Urso, Ronchi e Viespoli).
"L'Italia necessita di profondi cambiamenti sia nella
sfera economica che in quella politica e istituzionale.
L'azione del nostro governo presieduto da Silvio
Berlusconi e la nascita del Pdl rappresentano ciascuno
nella propria sfera, la risposta più efficace alla crisi
del Paese. Il governo ha dovuto agire nel pieno della
crisi economica più grave dopo quella del 1929,
riuscendo ad evitare, da un lato, gli effetti più
dirompenti della crisi sul tenore di vita delle famiglie
e dei lavoratori, e, dall'altro lato, preservando la
pace sociale e la tenuta dei conti pubblici. Con la
nascita del Pdl, dall'altra parte, la vita politica
italiana ha fatto un ulteriore passo in avanti verso la
semplificazione e il bipolarismo. Occorre aggiungere
che, in questi anni, gli elettori hanno sostenuto e
premiato sia l'azione del governo che la nuova realtà
politica rappresentata dal Pdl".
"Immediatamente dopo il nostro congresso fondativo,
tuttavia, e soprattutto dopo le elezioni regionali, sono
intervenute delle novità che hanno mutato profondamente
la situazione, al punto da richiedere oggi una decisione
risolutiva. Invece di interpretare correttamente la
chiara volontà degli elettori, nella vita politica
italiana hanno ripreso vigore mai spente velleità di
dare una spallata al governo in carica attraverso l'uso
politico della giustizia e sulla base di una campagna
mediatica e scandalistica, indirizzata contro il governo
e il nostro partito, che non ha precedenti nella storia
di un Paese democratico. L'opposizione, purtroppo, non
ha cambiato atteggiamento rispetto al passato,
preferendo cavalcare l'uso politico delle inchieste
giudiziarie e le speculazioni della stampa piuttosto che
condurre un'opposizione costruttiva con uno spirito
riformista".
"Ciò che non era prevedibile è il ruolo politico assunto
dall'attuale Presidente della Camera. Soprattutto dopo
il voto delle regionali che ha rafforzato il governo e
il ruolo del Pdl, l'On. Gianfranco Fini ha via via
evidenziato un profilo politico di opposizione al
governo, al partito ed alla persona del Presidente del
Consiglio. Non si tratta beninteso di mettere in
discussione la possibilità di esprimere il proprio
dissenso in un partito democratico, possibilità che non
è mai stata minimamente limitata o resa impossibile. Al
contrario, il Pdl si è contraddistinto dal momento in
cui è stato fondato per l'ampia discussione che si è
svolta all'interno degli organismi democraticamente
eletti".
"Le posizioni dell'On. Fini si sono manifestate sempre
di più, non come un legittimo dissenso, bensì come uno
stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del
programma di governo sottoscritto con gli elettori.e
votato dalle Camere, come una critica demolitoria alle
decisioni prese dal partito, peraltro note e condivise
da tutti, e infine come un attacco sistematico diretto
al ruolo e alla figura del Presidente del Consiglio.
In
particolare, l'On. Fini e taluni dei parlamentari che a
lui fanno riferimento hanno costantemente formulato
orientamenti e perfino proposte di legge su temi
qualificanti come ad esempio la cittadinanza breve e il
voto agli extracomunitari che confliggono apertamente
con il programma che la maggioranza ha sottoscritto
solennemente con gli elettori".
"Sulla legge elettorale, vi è stata una apertura
inaspettata a tesi che contrastano con le costanti
posizioni tenute da sempre dal centro-destra e dallo
stesso Fini. Persino il tema della legalità per il quale
è innegabile il successo del Governo e della maggioranza
in termini di contrasto alla criminalità di ogni tipo e
di riduzione dell'immigrazione clandestina, è stato
impropriamente utilizzato per alimentare polemiche
interne. Il PdL proseguirà con decisione nell'opera di
difesa della legalità, a tutti i livelli, ma non
possiamo accettare giudizi sommari fondati su
anticipazioni mediatiche".
"Le cronache giornalistiche degli ultimi mesi
testimoniano d'altronde meglio di ogni esempio la
distanza crescente tra le posizioni del PDL, quelle
dell'0n. Fini e dei suoi sostenitori, sebbene tra questi
non siano mancati coloro che hanno seriamente lavorato
per riportare il tutto nell'alveo di una corretta e
fisiologica dialettica politica. Tutto ciò è tanto più
grave considerando il ruolo istituzionale ricoperto
dall'On. Fini, un ruolo che è sempre stato ispirato
nella storia della nostra Repubblica ad equilibrio e
moderazione nei pronunciamenti di carattere politico,
pur senza rinunciare alla propria appartenenza politica.
Mai prima d'ora è avvenuto che il presidente della
Camera assumesse un ruolo politico così pronunciato
perfino nella polemica di partito e nell'attualità
contingente, rinunciando ad un tempo alla propria
imparzialità istituzionale e ad un minimo di ragionevoli
rapporti di solidarietà con il proprio partito e con la
maggioranza che lo ha designato alla carica che ricopre.
L'unico breve periodo in cui Fini ha "rivendicato"nei
fatti un ruolo superpartes è stato durante la campagna
elettorale per le regionali al fine di giustificare
l'assenza di un suo sostegno ai candidati del PDL".
"I
nostri elettori non tollerano più che nei confronti del
governo vi sia un atteggiamento di opposizione
permanente , spesso oggettivamente in sintonia con
posizioni e temi della sinistra e delle altre forze
contrarie alla maggioranza, condotto per di più da uno
dei vertici delle istituzioni di garanzia.
Non sono più disposti ad accettare una forma di dissenso
all'interno del partito che si manifesta nella forma di
una vera e propria opposizione, con tanto di struttura
organizzativa, tesseramento e iniziative, prefigurando
già l'esistenza sul territorio e in Parlamento di un
vero e proprio partito nel partito, pronto, addirittura,
a dar vita a una nuova aggregazione politica alternativa
al PDL.
I
nostri elettori, inoltre, ci chiedono a gran voce di non
abbandonare la nuova concezione della politica, per la
quale è nato il Pdl, che si fonda su una chiara cornice
culturale e di valori, sulla scelta di un chiaro e
definito programma di governo, su una compatta
maggioranza di governo e sull'indicazione di un
Presidente del Consiglio, in una logica di alternanza
fra schieramenti alternativi".
"Questo atteggiamento di opposizione sistematica al
nostro partito e nei confronti del governo che,
ripetiamo, nulla ha a che vedere con un dissenso che
legittimamente può essere esercitato all'interno del
partito, ha già creato gravi conseguenze
sull'orientamento dell'opinione pubblica e soprattutto
dei nostri elettori, sempre più sconcertati per un
atteggiamento che mina alla base gli sforzi positivi
messi in atto per amalgamare le diverse tradizioni
politiche che si riconoscono nel Pdl e per costruire un
nuovo movimento politico unitario di tutti coloro che
non si riconoscono in questa sinistra.
La
condivisione di principi comuni e il vincolo di
solidarietà con i propri compagni di partito sono
fondamenti imprescindibili dell'appartenenza a una forza
politica. Partecipare attivamente e pubblicamente a quel
gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure
della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri
avversari politici i tempi, i modi e perfino i contenuti
della definizione degli organigrammi di partito e la
composizione degli organi istituzionali, è incompatibile
con la storia dei moderati e dei liberali italiani che
si riconoscono nel Popolo della Libertà".
"Si milita nello stesso partito quando si avverte il
vincolo della comune appartenenza e della solidarietà
fra i consociati. Si sta nel Popolo della Libertà quando
ci si riconosce nei principi del popolarismo europeo che
al primo posto mettono la persona e la sua dignità.
Assecondare qualsiasi tentativo di uso politico della
giustizia; porre in contraddizione la legalità e il
garantismo; mostrarsi esitanti nel respingere i teoremi
che vorrebbero fondare la storia degli ultimi sedici
anni su un "patto criminale" con quella mafia che mai
come in questi due anni è stata contrastata con tanta
durezza e con tanta efficacia, significherebbe
contraddire la nostra storia e la nostra identità.
Per queste ragioni questo ufficio di Presidenza
considera le posizioni dell'On. Fini assolutamente
incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della
Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con
l'attività politica del Popolo della Libertà".
"Di conseguenza viene meno anche la fiducia del PdL nei
confronti del ruolo di garanzia di Presidente della
Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le
elezioni. L'Ufficio di Presidenza del Popolo della
Libertà ha inoltre condiviso la decisione del Comitato
di Coordinamento di deferire ai Probiviri gli onorevoli
Bocchino, Granata e Briguglio".
[30-07-2010]
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1 - FINI:
FELTRI? CERTO GIORNALISMO SGUAZZA NEL FANGO...
(ANSA) - "C'é
un giornalismo che sguazza nel fango, per non citare quella
materia organica che rese famoso Cambronne e che va oltre il
livello della decenza": lo dice Gianfranco Fini
riferendosi all'attacco di Vittorio Feltri sul Giornale di
oggi, durante la registrazione di 'Porta a porta', aggiungendo
che "la libertà di stampa è un valore assoluto ma non
ha nulla a che vedere con questo".
3 - FINI: PERCHE' SOLO OGGI
SOLIDARIETA DEL 'PREMIER SU FELTRI?
(ANSA) - "Oggi
ho ricevuto anche la solidarietà del fratello dell'editore
del giornale. Si dà il caso però che non sia stato un
incidente. O non legge i giornali o non si sa perché soltanto
oggi la solidarietà...". Lo dice Gianfranco Fini
parlando a Porta a Porta del messaggio di solidarietà
ricevuto dal premier Silvio Berlusconi dopo l'articolo de Il
Giornale di oggi sulla suocera del presidente della Camera.
[28-04-2010]
AI CON-FINI DELLA REALTà/2 - La
"difesa" di Feltri. "Berlusconi prende le
distanze, io invece rimango fermo nell’idea che le notizie o
sono vere o non sono vere. E quella su Fini e la ’suocera’
che prende un milione e rotti dalla Rai, ente pubblico, è
vera. Il resto conta poco. Anzi, niente" - Il battibecco
con Vespa - Cicchittto: "Le dimissioni di Bocchino
vengono accettate ma questo non c’entra con le posizioni di
Fini. si è determinata una crisi nel rapporto di
fiducia"...
Da Repubblica.it
La nuova tappa tv di Fini. A Porta porta, il presidente della
Camera nega che ci sia una guerra col premier: con lui
"confronto politico", "non divorzierò se
rispetta le mie idee": "Non accetto che le opinini
divergenti dalla maggioranza non meritino di essere
rispettate. Non rinuncerò a dire la mia, per esempio sul tema
della giustizia. Una riforma è indispensabile ma non
significa ricorrere alla denigrazione dei magistrati, che sono
un baluardo di legalità. Per una cultura di destra la legalità
è rispetto delle regole e io continuerò a dirlo".
Nonleggerlo
Critiche al Cavaliere anche per le sue
affermazioni su Roberto Saviano, che "promuoverebbe"
la mafia: "Sarebbe meglio che il presidente del Consiglio
non le facesse certe dichiarazioni, perchè è come dire che
Camus era un untore. In questo modo ho dato voce alla
coscienza di tanti elettori del Pdl".
Il battibecco con Vespa. Siparietto durante la registrazione.
"Mi spiace doverlo dire, ma Berlusconi non può dirmi se
vuoi fare politica devi dimetterti da presidente della Camera.
Rivendico il diritto di dire che non sono daccordo",
esordisce Fini. Vespa ribatte: "Credo intendesse dire che
dovesse dimettersi da presidente della Camera se voleva fare
una corrente". Fini, piccato, stoppa il conduttore:
"A me non è parso, direttore. E comunque credo che
quello che è accaduto lo abbiano visto in tanti". Poi
ribadisce la sua volontà di restare sulla poltrona più alta
di Montecitorio: "Fino a quando sarò presidente della
Camera, e non ho alcuna intenzione di dimettermi, avrò il
dovere di difendere le prerogative del Parlamento. Sono
presidente della Camera non per aver vinto un concorso o per
un cadeau del premier".
Il nuovo caso Fini-Il Giornale. Nel titolo di apertura del quotidiano
diretto da Vittorio Feltri - di proprietà del fratello di
Silvio Berlusconi, Paolo - si legge: "Un milione alla
suocera di Fini". Poi si spiega: "La madre della
compagna del presidente della Camera a capo di una società
che da settembre produce parte di una trasmissione Rai".
La solidarietà al presidente della
Camera. A stretto giro arriva una dichiarazione del premier:
"Esprimo la più convinta solidarietà a Gianfranco Fini
per gli attacchi personali che quest'oggi il Giornale gli ha
mosso. La critica politica, anche più severa, non può
trascendere in aggressioni ai familiari e su vicende che nulla
hanno a che fare con la politica. Tali metodi, che assai
spesso ho dovuto subire, vorrei mai vederli applicati".
Solidarietà anche dal presidente del Senato, Renato Schifani.
Nonleggerlo
La durissima replica di Fini. Sempre da Porta a Porta, il presidente
della Camera attacca: "C'è un giornalismo che sguazza
nel fango, per non citare quella materia organica che rese
famoso Cambronne e che va oltre il livello della
decenza". Strali anche contro il premier: "Oggi ho
ricevuto anche la solidarietà del fratello dell'editore del
Giornale. Si dà il caso però che non sia stato un incidente.
O non legge i giornali o non si sa perchè soltanto oggi la
solidarietà...".
La "difesa" di Feltri. "Berlusconi prende le distanze,
io invece rimango fermo nell'idea che le notizie o sono vere o
non sono vere": così il direttore del Giornale. "E
quella su Fini e la 'suocera' che prende un milione e rotti
dalla Rai, ente pubblico, è vera. Il resto conta poco. Anzi,
niente".
Il caso Bocchino. E' stata convocata per domani mattina
l'assemblea del gruppo parlamentare del Pdl: all'ordine del
giorno la decisione sulle lettere di dimissioni del
vicecapogruppo finiano di ferro. "Le dimissioni di Italo
Bocchino vengono accettate ma questo non c'entra con le
posizioni di Fini - dichiara oggi il capogruppo Fabrizio
Cicchittto - si è determinata una crisi nel rapporto di
fiducia".
[28-04-2010] |
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Videoinforma : www marcobava.it
Fuell cell a idrogeno
Pubblicata il 17/11/2009
Dalle sperimentazioni in corso in Giappone
incominciano a delinearsi i dati di consumo delle auto con fuel cell a
idrogeno. Lungo un percorso di 1.132 km, i modelli Honda FCX Clarity,
Nissan X-Trail FCV e Toyota Highlander FCHV hanno percorso mediamente
118 km con un kg d'idrogeno.
Un dato promettente, tenendo conto che un chilogrammo d'idrogeno
contiene quasi la stessa energia di quattro litri di benzina (che pesano
circa 3 kg): in pratica, dal punto di vista energetico (sui costi è
attualmente impossibile fare i conti), è come se le vetture avessero
percorso 30 km con un litro benzina. Un eccellente risultato tenendo
conto che i modelli in questione hanno dimensioni abbastanza elevate. Il
problema, attualmente, è che per stivare la quantità d'idrogeno gassoso
compresso a 700 bar necessaria a percorrere 400 km occorrono ancora
ingombranti e pesanti bombole.
|
|
www.ecorete.it
www.visual.paginegialle.it/
ARRIVA LA
CERNOBBIO DEI «BLOGGER» ECONOMICI...
(M. Ver. per il "Corriere della Sera") - La blogosfera dei commentatori
economici e finanziari va offline e s'incontra in carne ed ossa, tra
incontri, dibattiti e seminari: va in scena il 12 e 13 novembre a
Castrocaro Terme il «BlogEconomy Day», il festival dei blogger
economici, arrivato quest'anno alla seconda edizione.
Nato in una sera
di fine estate 2010 da un'idea di tre blogger attivi in ambito economico
e finanziario - Bimbo Alieno, Mercato Libero, Il Grande Bluff - il
«BlogEconomy Day» schiera oltre venti voci indipendenti del web e si
articola in un fitto calendario di incontri e sessioni di «live
blogging», che da quest'anno saranno visibili in streaming video sul
sito del blog fest (http://blogeconomyday.altervista.org):
un'integrazione tra online e offline che si estende anche all'account
Twitter aperto per l'occasione, sul quale i partecipanti «in remoto»
avranno la possibilità di fare domande ai relatori.
Dopo il debutto di
un anno fa ad Acqui Terme il BlogEconomy Day, e quella che all'inizio
poteva apparire «una mezza follia» si è rivelata un successo, con circa
450 partecipanti in sala. «Prima sono arrivate le adesioni degli altri
blogger e poi soprattutto la risposta dei nostri lettori è stata
travolgente, inducendoci a tornare quest'anno a replicare l'evento». E
quest'anno, seguendo le correnti dell'attualità, i mala tempora della
crisi la faranno da primi attori in scena, ispirando molti degli
interventi.
Tra i temi caldi ci saranno il debito pubblico e l'ipotesi di default;
fornirà carburante al dibattito anche il tema dei Btp. Altri incontri
saranno dedicati all'euro, al signoraggio, alle tasse, alle imprese ed
ai nuovi modelli sociali possibili. Completa il programma un corso di
educazione economica per ragazzi dagli 8 ai 18 anni ed una sessione di
trading. |
| SAPEVI CHE
L'INCENERITORE PROVOCA DANNI E MORTE CALCOLATI ECONOMICAMENTE DAL
POLITECNICO DI TORINO :
INFORMATI VEDENDO GLI STUDI DEL
PROF.UGAZIO clicca qui
La tecnica per arrivare ad ottenere il consenso sull'inceneritore
che uccide non si raccoglie piu' l'immondizia si fa crescere l'emergenza
, si crea il consenso all'inceneritore ed il guaio e' fatto ! |
Veri mostri
botanici, verosimilmente provocati dall'inquinamento con agenti
mutageni (cromo esavalente, diossine,
policlorobifenili).
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LA SINTESI CHE SEGUE E’ STATA REDATTA DAL DR.TOPINO IN
DATA 02,03.10 PER UNA INTERPELLANZA MAI FATTA DALL’
On. Scilipoti Domenico
Cromo esavalente nel comprensorio della Spina 3, area
Vitali, di Torino e precisamente nel quadrilatero compreso tra via
Borgaro, via Verolengo, via Orvieto e corso Mortara.
Nel corso delle indagini ambientali, condotte nel 2002
presso la sede dell'ex acciaieria Vitali a Torino, è stata riscontrata
una situazione di contaminazione dovuta alla presenza di cromo
esavalente in concentrazioni eccedenti il limite di 5 µg/litro fissato
dal DM 471/99 per le acque sotterranee, con un massimo pari a 455
µg/litro in corrispondenza del pozzo di monitoraggio denominato P4.
La sorgente principale del cromo esavalente è stata
individuata nelle vasche di neutralizzazione e di filtrazione, nonché
nell'area di terreno dove era presente la lavorazione di cromatura.
In virtù dell'elevato valore di cromo esavalente
riscontrato, è stata decisa l'installazione di un sistema di pompaggio e
di trattamento con solfato ferroso dell'acqua di falda, definito Pump &
Treat, che, come prevedibile, ha dato risultati modesti.
Gli ultimi monitoraggi indicano che i valori di
concentrazione del cromo esavalente, dal 2003 al 2005, sono rimasti
superiori ai valori stabiliti dal DM 471/99 e dal DLgs 152/06 e
pressoché costanti sia nell'area dello stabilimento, che immediatamente
a valle di esso.
L’Arpa Piemonte, in data 11 settembre 2008, ha precisato
che: “L'area è stata messa in sicurezza, sono stati eliminati i
fanghi contaminati (ndr: anche se la domanda su dove siano finiti è
rimasta senza risposta), è stato fatto un pompaggio e un trattamento
delle acque, tanto che ora negli stessi punti di prelievo del 2002, la
concentrazione di cromo esavalente va dai 0,5 ai 30 microgrammi/litro
(ndr: tenendo presente che il limite per il cromo esavalente nell’acqua
di falda è di 5 microgrammi/litro). L'area non
è ancora bonificata e i dati si riferiscono alla prima fase di messa in
sicurezza”.
La relazione tecnica in oggetto precisa che:
“L’intervenuto obbligo del D.Lgs 4/2008 di rispettare i limiti tabellari
per le acque di falda al confine del sito è ancora al vaglio degli Enti”
e che “La misura massima più recente (febbraio 2008) è stata pari
a 22 microgrammi al litro”, cioè oltre quattro volte il limite
tabellare previsto per il cromo esavalente.
Il sito dell'acciaieria, fin dall'inizio del '900 sede di
attività di tipo industriale siderurgico, ha una superficie di 250.000
metri quadri, che dovrebbe essere destinata ad uso pubblico e
residenziale.
Tale area è risultata contaminata da scorie di acciaieria
con superamento dei limiti consentiti da parte dei principali metalli
pesanti (nichel, cromo e cromo esavalente).
L'inquinamento è stato riscontrato anche all'esterno del
sito, dove sono stati trovati degli strati di riporto contenenti scorie
di acciaieria.
Il volume delle scorie è stato stimato in circa mezzo
milione di metri cubi.
Sono stati riscontrati anche altri contaminanti in
quantità superiore ai limiti.
Visto l'elevato volume di scorie di acciaieria presente e
considerato che il costo di conferimento in discarica è stato stimato
pari a circa 80 milioni di euro (nel 2003), l'intervento di rimozione di
tutta la massa dei rifiuti è stato valutato non compatibile con il
valore dell'area.
E’ stato stabilito di rimandare ad un approfondimento con
la SMAT la decisione di autorizzare lo scarico delle acque provenienti
dal trattamento nella rete fognaria o nelle acque superficiali.
Le determinazioni più recenti consistono nella
preclusione alla realizzazione di pozzi ad uso idropotabile, nell'area
costituita dalla prevedibile estensione della situazione di
contaminazione da cromo esavalente dopo un tempo di 50 anni.
La Provincia ha richiesto alcune integrazioni, perché
ritiene che dopo lo spegnimento dell'impianto Pump & Treat, con un
possibile nuovo aumento dei valori di cromo esavalente, bisognerebbe
installare un pozzo di monitoraggio nel punto limite presunto di
contaminazione.
La Provincia ha anche richiesto un monitoraggio di
carattere permanente e la registrazione sugli strumenti urbanistici dei
vincoli derivanti dal permanere di acque sotterranee contaminate, al
fine di garantire nel tempo la tutela della salute pubblica ed una
adeguata protezione dell'ambiente.
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Le concentrazioni di cromo esavalente nella falda
rimangono superiori ai limiti, cosa mai negata dalle Amministrazioni.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 – 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
…
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio 2005. A seguito di tale intervento i livelli di
concentrazione presenti in falda, seppur sempre superiori ai limiti di
legge, sono sensibilmente diminuiti, da oltre 400 a 30
microgrammi/litro.
…
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Il cittadino potrebbe porsi alcune domande:
Non era il caso di informare la popolazione, che sembra
all'oscuro di tutto?
Non conveniva bonificare l'area subito, invece di
programmare interventi di monitoraggio per 50 anni?
L'acqua e la salute delle persone non sono beni preziosi?
Non valgono di più del costo stimato per la bonifica?
Perché in nessun punto dei documenti acquisiti viene
precisato che il cromo esavalente è un cancerogeno di prima classe al
pari del benzene, dell'amianto, delle ammine aromatiche e delle
radiazioni ionizzanti?
Perché l’inchiesta sull’inquinamento da cromo esavalente
nell’area in esame è stata archiviata pur sapendo che i valori di
inquinamento sono risultati superiori ai limiti tabellari di legge?
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Cromo esavalente nella Dora a Torino
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In una intervista rilasciata recentemente a Radio Impronta Digitale, il
Dott. Silvio Coraglia, direttore della Circoscrizione 2 di Torino, ha
parlato anche della questione relativa al cancerogeno cromo esavalente
trovato nella falda acquifera adiacente alla Dora Riparia nell’area
dell’ex acciaieria Vitali.
Dice il Coraglia:
“Un ultima cosa volevo dire rispetto ad allarmismi creati
anche da sedicenti esperti in materia è che questi sedicenti esperti in
materia nel più recente passato hanno suscitato allarmi e timori
infondati tipo ad esempio il cromo nella Dora che... anche qui era stata
fatta una grossa campagna di stampa sulla possibilità di cromo sulla
Dora, fatti tutti gli interventi e tutte le misurazioni si è dimostrato
assolutamente inutile, quindi invito i cittadini anche a diffidare da
sedicenti esperti e tecnici che tendono poi ad allarmare più del dovuto
la popolazione e le persone che gli vengono a contatto”.
Ma come stanno realmente le cose?
Da un documento Ufficiale della Città di Torino possiamo
apprendere che il cromo esavalente, al termine delle operazioni di
bonifica supera ancora il limite di legge di 5 microgrammi/litro.
Divisione Ambiente e Verde
Settore Ambiente e Territorio
Ufficio Bonifiche
Prot n. 14532 Tit. 06 Cl. 9 - 7 Fasc. 3
Data: 18/09/2008 074/S147/Eh
...
La messa in sicurezza di emergenza del nucleo più
contaminato da cromo esavalente della falda è stata condotta fra ottobre
2003 e maggio
2005. A
seguito di tale intervento i livelli di concentrazione presenti in
falda, seppur sempre superiori ai limiti di legge, sono
sensibilmente diminuiti, da oltre
400 a
30 microgrammi/litro.
...
Il Dirigente Settore Ambiente e Territorio
Ing. Federico Saporiti
Via Padova 29 - 10152 Torino - tel. +39.011.4426542 - fax
+39.011.4426562
P.S.: Il colore del cromo esavalente.
http://www.youtube.com/watch?v=5kEBY1LJHa4
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Cromo esavalente nella Dora - Un anno dopo
L'inchiesta è
stata archiviata da un pezzo, l'acqua della Dora Riparia a
Torino sembra pulita come dicono il comune e l'ARPA?
10.08.09
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Votare SI
per affermare il prevalere dell’interesse pubblico su quello privato di
una minoranza armata
Votare SI
per proteggere specie a rischio di estinzione affinché possano essere
ancora viste dalle future generazioni
Votare SI
per restituire a tutti i cittadini la gioia di frequentare in sicurezza
la domenica boschi, monti, campagne, aree naturali senza il rischio di
essere impallinati
Votare SI
per contenere l’attività venatoria all’interno di regole più severe e
meno contrastanti con l’interesse generale
Votare SI
per contrastare gli eccessi dell’attività venatoria
Votare SI
perché la fauna selvatica è un patrimonio di tutti che merita di essere
preservato
Le ragioni del SI
www.referendumcaccia.it .
A breve avremo la data!
Per favore fa circolare il messaggio tra le tue amiche ed i tuoi amici
piemontesi! |
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