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LA VITA A SCROCCO
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KERVIEL, UN FURBETTO DELL’ARRONDISSEMENT O VITTIMA DEI
POTERI FORTI? - CON 5 ANNI DI GALERA E LA RESTITUIZIONE
ALLA SUA BANCA 4,9 MLD, LA SOCGÉN SI AUTO-ASSOLVE COME
VITTIMA DEL SISTEMA BANCARIO - MA LA MAGGIORANZA DEI
FRANCESI HA ELETTO KERVIEL A CAVALIERE DELL’ANTIPATIA
POPOLARE VERSO LE BANCHE SANGUISUGHE - FIN DALL’INIZIO È
STATO CHIARO CHE IL TRADER NON SI È MESSO IN TASCA
NEPPURE UN CENTESIMO…
Domenico Quirico per "La
Stampa"
Jérôme Kerviel che in due anni ha visto passare per le
mani circa cinquanta miliardi di euro, che ha assaggiato
fino alla feccia gli splendori e poi le miserie
dell'idolo d'oro, la Borsa, oggi, dopo la disgrazia,
lavora come tecnico informatico: duemila e trecento euro
il mese. Per ripagare le perdite inflitte alla Société
Générale dove svolgeva il ruolo di trader,
fraudolentemente ha stabilito il tribunale, ovvero 4
miliardi e 900 milioni di euro, questo trentenne
dovrebbe sottomettersi a una totale schiavitù per
177.536 anni.
Pena (i 5 anni aggiuntivi di prigione al confronto
sembrano niente) così severa da essere inapplicabile:
«stravagante» l'ha definita con qualche proprietà il
perplesso leader centrista François Bayrou.
Colpevole dunque: totalmente, profondamente e
soprattutto in modo solitario sanziona la sentenza di
uno scandalo finanziario che ha rischiato di trascinare
nel fondo un colosso del sistema bancario francese, e ha
fatto da sinistro antefatto alla Grande Crisi che
azzoppa tuttora l'Occidente. Questo «ragazzo gentile»,
come lo ha dipinto il suo avvocato, è secondo i giudici
di Parigi un manipolatore, uno scroccone, un
falsificatore spregiudicato e arrogante che ha ingannato
la sua banca, mosso da un folle desiderio di trasformare
pezzi di carta e speculazioni azzardose in oro.
«Oltrepassando il quadro del suo mandato e prendendo
posizioni speculative all'insaputa della Societé
Générale e in proporzioni gigantesche» striglia la
sentenza, sempre scortato dagli sciacalli del «sangue
freddo e del cinismo» con cui «ha portato una minaccia
all'ordine economico mondiale». Addirittura.
La
condanna di Kerviel automaticamente assolve il sistema
bancario. Che trova un colpevole cosmico dunque. La
scelta era chiara. Una punizione mite ne avrebbe fatto
la vittima del Sistema speculativo, una pedina che la
banca ha sollecitato, coperto, aiutato fino al momento
in cui guadagnava per poi ripudiarlo quando il miracolo
si è rivelato falso, di cartapesta.
Come ha sostenuto ostinatamente lui nel processo,
ribaltando l'accusa; nessun pentimento, nessuna
ritrattazione ma semmai una chiamata di correo. La
mancanza di rimorso ha evidentemente avvelenato il
giudice. Kerviel era difeso dal principe del foro
francese, Olivier Metzner. Salvo miracoli in appello,
assai improbabili, la catastrofe di ieri ne ridimensiona
ampiamente la fama di invincibilità.
La
Francia ha osservato, incredula, uno dei suoi «eroi»
senza voce, imbambolato, ascoltare immobile la sentenza.
Sì, perché la maggioranza dei francesi lo ha eletto a
cavaliere senza macchia dell'antipatia diffusa verso le
banche, eterni nemici che ti graffiano con le scadenze
di un mutuo, la avidità delle spese di un conto corrente
anche il più modesto, la avarizia degli interessi.
Stretto alla gola dalla peggiore crisi di questi anni
che ne mette in dubbio la solidità e gli immancabili
destini economici, mobilitato dalle invettive di un
presidente populista che indica nel capitalismo
Borsaiolo l'affamatore della Francia operosa e
risparmiatrice, il francese medio ha sostenuto Kerviel
sul web, nei blog, lo ha ringraziato di aver
«assottigliato» i forzieri troppo colmi di questi
banchieri arroganti e che hanno sempre ragione. Cinque
miliardi evaporati, «ben fatto Jérôme!». Dimenticando
generosamente che quei soldi erano i loro.
Ma
fin dall'inizio è stato chiaro che questo figlio di un
fabbro, senza grandi scuole nel curriculum, senza master
di qua e di là, ma che lavorava 24 ore su 24, non si è
messo in tasca neppure un centesimo. Miliardi sono
passati nei suoi conti, prima nella voce attivi poi
sciaguratamente trasmigrati in quella delle passività,
senza che restasse impigliato nelle dita nulla: niente
amanti in gran pompa, nessuna auto di lusso, niente
vacanze ai Caraibi.
Un
travet della speculazione, con i soliti fine settimana a
Pont -l'Abbé in Bretagna, ottomila abitanti, a smaltire
l'uggia guardando il mare e a sentire le chiacchiere
delle clienti della madre, pettinatrice, che facevano
gli occhi languidi a questo beau garçon che si stava
facendo strada a Parigi.
E
allora avanti con le magliette con la scritta merci
Kerviel che continuano a fare il pienone su internet, i
gruppi di sostegno che stragiurano sulla sua innocenza e
gridano adesso, scandalizzati, al complotto dei
«grossi», dei ricchi dei «Lor Signori».
Kerviel, nonostante una sentenza così assoluta e senza
dubbi, resta un enigma. Perché bisogna arrampicarsi tra
le vette e i precipizi di una odissea un po' tragica e
un po' patetica, una storia del nostro tempo, di un
provinciale che arriva a Parigi come tanti, con la
valigia gonfia di sogni e si immerge nella giungla delle
torri della Défense, il più grande quartiere d'affari
d'Europa, la Manhattan parigina. E' il mondo che fa
sbigottire dell'alta finanza dove con un clic del
computer, se hai le chiavi di accesso, puoi ramingare
tra i miliardi, da un capo all'altro del pianeta,
tentare l'impossibile.
Poi un giorno la Gerarchia della Societé Générale,
quello che veglia su tutto dall'undicesimo piano,
paternalista e implacabile, che apprezza la sua fedeltà
all'ambizione, la sua ubbidienza, dichiara che anche per
lui la caccia al Graal è aperta: prova anche tu, tenta,
guadagna, moltiplica, fatti prendere da questa
ossessione che come uno spino, come un chiodo ti lavora
dentro.
Anche se non hai il diploma delle Grandi scuole e sei un
travet di provincia. In fondo il denaro è una democrazia
che si può addomesticare. «Mi sono sentito scivolare -
ha scritto Kerviel in un precoce, forse troppo precoce
libro di memorie - volevo riuscire a tutti i costi».
Voglia di rivincita sociale spinta alla follia? Il
bisogno di una mente infantile che ha continuamente
necessità di riconoscenza? O semplicemente il
meccanismo, la Macchina che lo ha sfruttato cinicamente
spingendolo ai limiti e anche oltre? Nessuno si è mai
accorto che ormai Kerviel lievitava in un mondo
totalmente virtuale, una bolla d'aria e di zeri in cui
le cifre non avevano alcun significato reale?
Non bisogna dimenticare che in quel periodo, secondo la
Banca dei regolamenti internazionali, si scambiavano 370
mila miliardi di dollari sul mercato a trattativa. Che
cosa erano in fondo i quasi 50 miliardi di euro che sono
passati tra le mani di Kerviel? Briciole.
Nonostante la condanna il protagonista della «truffa del
secolo» (ma quante volte si è usata questa definizione
?) non è stato condotto in carcere. Resta libero in
attesa dell'appello. Intanto il suo salario sarà
confiscato, salvo il necessario per la casa e il cibo.
Poi sarà la Société Générale che dovrà decidere se
essere clemente.
[06-10-2010
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AIR FRANCE: ANNUNCIATA A DIPENDENTI MAXI PERDITA DA 1,3
MLD...
(Adnkronos)-
Conti in profondo rosso per Air France nell'esercizio
2009-2010. Secondo quanto riferito da 'Le Figaro', la
compagnia ha annunciato al comitato d'impresa una maxi perdita
di 1,3 miliardi per l'esercizio che si chiude a fine marzo.
Questa cifra, sottolinea il quotidiano, non sarebbe una
sorpresa dal momento che 'Air France ha progressivamente
preparato gli animi'.
Il 10 febbraio scorso, presentando i risultati relativi al terzo
trimestre, l'aviolinea aveva annunciato perdite sui 9 mesi di
788 milioni di euro e prevedeva, nel quarto trimestre, perdite
operative in linea con quelle dello scorso anno. Il conto,
dunque, e' presto fatto: aggiungendo ai 788 milioni dei primi
nove mesi dell'esercizio i 574 milioni persi nel quarto
trimestre dell'esercizio del 2008-2009 si arriva a 1,36
miliardi di euro.
E', comunque, la prima volta che la cifra di 1,3 miliardi di euro
viene annunciata pubblicamente al personale della compagnia.
Si tratta di perdite dieci volte piu' grandi del passivo di
129 milioni di euro del precedente esercizio e bisogna
riandare al 1993, quando Air France perse 8 miliardi di euro,
per ritrovare una perdita di analoga entita'.
26.02.10
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AIR
FRANCE VERSO UNA PERDITA RECORD...
A. Ger per "
Il Sole 24 Ore
" - I mercati l'hanno presa malissimo facendo perdere al
titolo oltre il 10%. I risultati del terzo trimestre di Air
France Klm ci dicono che l'industria del trasporto aereo non
ha ancora superato la crisi e che la situazione almeno per il
prossimo trimestre, come sottolinea la compagnia in un
comunicato, "resta difficile". Sia la perdita netta
che quella operativa sono state superiori al previsto,
rispettivamente a 295 e 245 milioni di euro. Sembra
lontanissimo il tempo, in cui, poco più di un anno
fa, il
colosso olandese riusciva a completare trionfalmente
l'estenuante trattativa con Alitalia diventandone l'azionista
di riferimento.
La
crisi è cieca, come la fortuna, e non ha risparmiato nessuno:
Air France Klm si appresta a chiudere l'anno (al 31 marzo)
probabilmente con una perdita senza precedenti, intorno se non
superiore al miliardo di euro. La speranza condivisa dagli
analisti, grazie a qualche segnale positivo nel cargo e dal
rallentamento del calo dei ricavi unitari in rapporto ai posti
disponibili, è che si sia quasi toccato il fondo.
12.02.10 |
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LA TRUFFA DI JEROME KERVIEL
CONTINUA A PESARE SUI CONTI DI SOCIÉTÉ GÉNÉRALE...
Pierre Briançon per "la Stampa" - Le difficoltà
del passato continuano a pesare sulle speranze di Société Générale
in un futuro migliore. La banca francese ha dichiarato che
svaluterà di 1,4 miliardi di euro il proprio portafoglio di
asset a rischio. Questa operazione ridurrà l'utile netto
dell'ultimo trimestre 2009, che rispetto al miliardo di euro
atteso dagli analisti avrà un valore solo leggermente
positivo.
Gli investitori hanno scelto di vedere
il bicchiere di SocGen mezzo vuoto, e hanno reagito alla
notizia penalizzando l'azione del 4%. È anche possibile,
tuttavia, che così facendo la banca inizi a uscire dal tunnel
degli asset tossici. La gran parte della svalutazione - 1,2
miliardi di euro - riguarda il portafoglio di debiti
collateralizzati della banca, rappresentati da prestiti
immobiliari concessi per l'acquisto di edifici residenziali
negli Stati Uniti. Poiché il mercato immobiliare americano
continua a lanciare ciò che la banca definisce
eufemisticamente «segnali contrastanti», SocGen ha deciso di
essere più rigorosa nelle sue ipotesi di valorizzazione.
Finora ha svalutato di oltre la metà il suo portafoglio di
Cdo su Rmbs da 6 miliardi.
La maggiore esposizione di SocGen agli
asset tossici è la ragione principale per cui il prezzo
dell'azione della banca è più basso rispetto ai titoli delle
rivali. Nel 2009 le azioni SocGen sono salite del 40%, mentre
quelle della rivale Bnp Paribas hanno raddoppiato il valore.
Il nuovo management ha sottoposto a un programma di recupero
le attività corporate e investment banking, che nel 2008
avevano subìto una perdita pesante a causa della frode del
trader Jerome Kerviel. Però SocGen ha deciso di allocare meno
capitale all'attività aziendale.
Inoltre, il venir meno dei forti
ricavi tratti dai titoli a rendimento fisso nel 2009 sta
facendo emergere aree tuttora problematiche. SocGen rimane
ottimista per il 2010, considerando le buone performance
operative della maggior parte delle proprie divisioni. Ma ha
anche avvertito che, nel quarto trimestre, gli accantonamenti
complessivi per i debiti in sofferenza resteranno elevati, in
linea con i livelli precedenti.
15.01.10 |
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FRANCIA: A FINE NOVEMBRE DEFICIT
RAGGIUNGE 143,3 MLD...
(Adnkronos) - A fine novembre il deficit statale francese
ammonta a 143,3 miliardi di euro contro 66,6 mld di euro nello
stesso periodo dell'anno precedente. Lo rende noto il
ministero del Budget francese in un comunicato precisando che
il deficit sara' 'lievemente inferiore ai 140 miliardi' nel
2009 grazie 'alle entrate fiscali registrate a dicembre che
sono diminuite meno rispetto alle attese'.
Al 30 novembre le spese si attestano a
329,7 mld di euro (contro 315,8 mln un anno fa) mentre le
entrate nette ammontano a 203 mld, in calo rispetto ai 256,7
mld dello stesso periodo del 2008.
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NEL BUIO
DELL’EUROTUNNEL LA SFIGA CI VEDE BENISSIMO – UN GUAIO DIETRO
L’ALTRO NELLA BREVE STORIA DELLA GALLERIA SOTTO LA MANICA CHE
UNISCE PARIGI A LONDRA – DAI 400MILA PICCOLI RISPARMIATORI
FRANCESI CHE HANNO PERSO MOLTI RISPARMI, ALLE CHIUSURE E INCIDENTI
(L’ULTIMO SABATO SCORSO) CHE NE SCALFISCONO DI CONTINUO LA
REPUTAZIONE…
Leonardo Martinelli per "Il
Sole 24 Ore"
Una ricerca disperata: un posto
qualunque per Londra. Nel senso che da Parigi c'è chi si è
addirittura imbarcato su voli per Milano, Madrid o Zurigo, per poi
da lì volare alla destinazione finale, la capitale inglese. E da
Londra lo stesso. In entrambe le città la ricerca affannosa di voli
aerei alternativi o ancora di un posticino sui vecchi pullman, che a
Calais o a Dover scivolano sui vecchi traghetti. Perché i
modernissimi Eurostar, Tgv di ultima generazione, fiori
all'occhiello della tecnologia francese, non circolano più
attraverso il tunnel sotto la Manica. Maledetto Eurotunnel.
Quella parola provoca ancora sussulti
in tante famiglie di Francia, che alla fine degli anni Ottanta si
fecero convincere a mettere i loro soldi in quell'opera faraonica,
presentata come un investimento senza rischi, roba da noiosi padri
di famiglia. Per 400mila piccoli risparmiatori Eurotunnel, azione
che crollò, mentre la società restava in bilico sull'orlo del
fallimento, si trasformò in un incubo.
Soltanto a partire dal 2007 l'azienda
è stata risanata e il titolo ha ripreso rapidamente quota,
compensando (ma solo in parte) le perdite degli investitori.
Sembrava tutto filasse liscio, finalmente. Ma l'11 settembre 2008 il
ribaltamento di un camion, trasportato su una delle navette che
passano ogni giorno attraverso il traforo, provocò un incendio che
lo devastò. Ci vollero parecchi mesi per ritornare alla normalità.
Maledetto Eurotunnel.
Quell'incidente era stato forse
dimenticato. Ma la maledizione non sembra avere fine. La notte fra
venerdì e sabato scorsi uno dietro l'altro tre Eurostar si sono
bloccati dentro l'Eurotunnel con il motore piantato. Altri due
convogli, sopraggiunti subito dietro, hanno rallentato
precipitosamente. Ebbene, 2mila passeggeri in panico: in certi casi
ci sono volute 17 ore per tirarli fuori da quel buco. Ma quando
finirà questa maledizione? «No, non parliamo così. E poi questa
volta non abbiamo alcuna responsabilità. Anzi, se non ci fossimo
stati noi quei treni sarebbero ancora lì dentro » osserva Pascal
Sainson, direttore operativo di Eurotunnel, alle spalle alcune notti
insonni.
Facciamo una premessa. La società
Eurotunnel gestisce il traforo e anche il traffico delle navette,
che permettono il passaggio di auto e camion. Ma non i treni
passeggeri, che fanno riferimento a Eurostar, una società che ha
laSncf,l'ente ferroviario francese, come azionista di maggioranza. E
quella notte da dimenticare «a tirare fuori gli Eurostar in panne
sono state le nostre locomotive diesel Krupp - continua Sainson -
che abbiamo comprato proprio per affrontare questo tipo di emergenze
». Insomma, la vecchia, affidabile tecnologia tedesca.
Ma perché gli Eurostar si sono
bloccati? A causa della neve. La neve? Ma in quelle pianure fra
Parigi e Calais nevica sempre d'inverno. «Quest'anno le
precipitazioni sono state eccezionali - aggiunge Sainson - ma è già
capitato che gli Eurostar si siano fermati per la stessa ragione: la
neve entra nel motore e fa andare in tilt il sistema di
ventilazione. Diciamolo una volta per tutte: è un problema
endemico, strutturale di quei treni. Lo abbiamo detto così tante
volte».
In effetti le navette in questi giorni
hanno continuato a circolare perché provviste di un altro sistema
di raffreddamento, più efficace. Da Eurostar, al riguardo, non
arrivano commenti. «Abbiamo iniziato un'inchiesta interna - ha
sottolineato ieri Richard Brown,direttore generale dell'azienda - e
durerà qualche settimana». Ieri Nicolas Sarkozy è andato su tutte
le furie. Ha convocato Guillaume Pépy, numero uno di Sncf. Alla
fine l'annuncio: a partire da oggi, martedì, il traffico passeggeri
dovrebbe essere parzialmente ripristinato.
Forse due convogli su tre normalmente
in circolazione saranno operativi. Anche se il ritorno alla normalità
è previsto solo dopo Natale. E la caccia alle alternative (aereo o
pullman) continua.
Se anche la colpa fosse tutta di
Eurostar (e, di riflesso, di Alstom, il costruttore di questi
fantastici Tgv ad hoc per la linea, dal design accattivante), siamo
sicuri che l'immagine di Eurotunnel non venga colpita, anzi
abbattuta ancora una volta? «Speriamo che questo non succeda»,
conclude Sainson. Ma forse non ne è convinto, neppure lui.
Nell'immaginario collettivo francese quest'opera, voluta così
fortemente dai suoi politici (molto meno da quelli di oltre Manica),
ha sempre rappresentato una scocciatura.
François Mitterrand cercò a più
riprese di convincere Margaret Thatcher a finanziare il traforo del
secolo con i soldi pubblici di entrambi i paesi. Finché la Lady di
ferro gli sbatté in faccia una frase eloquente: «Not a public
penny».
Così la costruzione dell'opera iniziò
nel 1987 finanziata esclusivamente con soldi privati, alla fine di
provenienza francese per l'80 per cento. E per metà in arrivo dalle
tasche dei piccoli risparmiatori, perlopiù di provincia: per loro
sottoscrivere quegli aumenti successivi di capitale di Eurotunnel
era come acquistare i bond dello stato, una passeggiata.
L'inaugurazione del traforo avvenne in
pompa magna nel 1994: tre gallerie parallele di 50 chilometri, 39
dei quali sotto il mare. Neanche i giapponesi erano riusciti a fare
altrettanto. Furono Mitterrand (alla fine del suo regno) ed
Elisabetta II (di cappello a larghe falde munita) a presiedere la
cerimonia. Piccolo dettaglio: i costi, negli anni, erano lievitati
in maniera preoccupante dai 7,5 miliardi di euro previsti a 16.
Eurotunnel si indebitò a livelli irragionevoli.
Già dal 1997 la società finì
sull'orlo della bancarotta. Vivacchierà per un decennio, maledetta
dai piccoli azionisti francesi, che non la smetteranno mai di
protestare davanti al portone dorato dell'Eliseo. Nella primavera
2007 il nuovo ammi-nistratore delegato, Jacques Gounon, un manager
davvero capace, riuscì a rinegoziare il debito (nove miliardi di
euro) del gruppo. E finalmente un colpo di fortuna per Eurotunnel.
Perché da lì a qualche mese sarebbe scoppiata la crisi dei
subprime e Gounon non sarebbe mai riuscito a strappare le stesse
condizioni. E la salvezza.
All'inizio di quest'anno per
l'esercizio 2008 l'amministratore delegato è riuscito perfino a
offrire il primo dividendo agli azionisti: quattro miseri centesimi
per titolo, pur sempre un simbolo. Dopo, però, a causa della crisi
economica, i conti si sono di nuovo deteriorati. Adesso il patatrac
natalizio di Eurostar. Ma quando finirà?
[22-12-2009]
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COME IN UN
FILM - La lista di 3.000 evasori trafugati e venduti al governo
francese - dal bancario-talpa fa litigare Berna e Parigi –
spionaggio per amore: la talpa nel 2008 decide di procurarsi i soldi
per il divorzio mettendo a frutto le banche dati di Hsbc… - -
Corriere
della Sera
L'ironia della storia è che la
Svizzera creò il segreto bancario negli Anni 30 per difendersi
dallo spionaggio francese (e tedesco). Ora però è sempre lo
spionaggio che sta disfacendo il muro di riservatezza degli istituti
elvetici e dei loro clienti stranieri. Il risultato è una lista di
tremila nomi di evasori rubata e poi finita nelle mani del governo
di Parigi, a costo di relazioni diplomatiche con Berna sul filo
della rottura.
IL CASO
La vicenda ruota intorno a un 37enne franco-italiano delle Alpi
Marittime, Hervé Falciani. Sposato, una figlia, ufficialmente
informatico, Falciani alla sede di Ginevra della banca britannica
Hsbc svolgeva un'attività fra le poche in crescita in questi anni
di crisi: setacciava milioni di dati riservati sulla clientela, in
cerca di informazioni commercialmente utili.
Tutto funziona bene dal 2001 al 2006,
quando l'uomo si innamora della vicina d'ufficio franco-libanese
Georgina Mikhael. Secondo quanto risulta dall'inchiesta in corso in
Svizzera, la coppia di amanti nel 2008 decide di procurarsi i soldi
per il divorzio di lui mettendo a frutto le banche dati di Hsbc.
I due volano a Beirut e cercano di
vendere a quattro istituti l'accesso ai dati su più di 100 mila
clienti di Hsbc. Per farlo, fingono di lavorare per una fantomatica
società Palorva di Hong Kong di cui creano persino un sito
internet. Il sospetto è che la banca dati in vendita sia stata
ottenuta piratando migliaia di fax di istruzioni dei clienti di Hsbc
per l'acquisto o cessione di fondi.
Ma alla giustizia francese, Falciani
dirà che ha ricavato tutto grazie a una falla nei sistemi di
sicurezza di Hsbc che lui stesso aveva segnalato ai propri
superiori. Nemmeno Jérôme Kerviel, il trader-pirata di Société Générale,
aveva irriso fino a questo punto la sua banca.
A Beirut - secondo quanto risulta
dall'inchiesta in corso- i due amanti negoziano, arrivano vicini a
un accordo, ma non estraggono un solo euro. È a quel punto che la
loro strategia cambia e passa dai rapporti con le banche a quelli
con i servizi segreti europei.
Prima Falciani si rivolge al Bnd, il servizio segreto civile di
Berlino. Una mail anonima che arriva ai tedeschi offre così «la
lista completa dei clienti di una delle prime cinque banche private,
basata in Svizzera, e l'accesso al suo sistema informatico».
Si giustificherà Falciani, che ora si
è rifugiato in Francia: «Non avevo tutti quei dati. Era un
messaggio per stabilire un dialogo, volevo aiutare nella lotta
all'evasione». L'avance ai tedeschi aveva un senso, perché la
Germania ha già usato liste rubate al Liechtenstein di sospetti
evasori fiscali. Ma Berlino declina e subito Falciani contatta la
Dnef, il servizio della polizia finanziaria di Parigi.
È la fine del 2008 e ormai il tempo
stringe. I telefoni di Georgina sono controllati, la spia bancaria
è braccata e si rifugia nel Sud della Francia (con moglie, figlia e
banca dati al seguito). Lì viene fermato e interrogato, accetta di
cooperare con il giudice di Nizza Eric de Montgolfier.
Sulla talpa Berna ha piazzato una
richiesta di estradizione ma per ora non riavrà il suo uomo. Il
resto degli eventi è confuso anche per Le Monde, che ha ricostruito
l'intera vicenda, ma in agosto di quest'anno il ministro del
Bilancio francese Eric Woerth annuncia: «Abbiamo i nomi di tremila
francesi con conti a Ginevra».
Vengono dalla lista di Falciani, il
quale assicura di non aver ricevuto alcun compenso per cederli. Ma
per i tremila sospetti evasori e per il presidente elvetico
Hans-Rudolf Merz, furibondo, è una magra soddisfazione.
[22-12-2009]
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MONTA
LO SCONTENTO TRA I DIPENDENTI DI FRANCE TELECOM...
Anais Ginori per "la
Repubblica" -
Un nuovo atto d´accusa contro France Telecom. Questa volta è la
società di consulenza Technologia, a cui è stata affidata l´indagine
interna dopo la serie di suicidi dei dipendenti, che attacca il
management. Gli esperti tracciano un quadro drammatico.
Deterioramento
delle relazioni personali, ambiente di lavoro teso e talvolta
violento, degrado della salute fisica e mentale di alcuni
lavoratori. Sono i risultati delle risposte al questionario
distribuito nelle scorse settimane ai 102.000 impiegati in seguito
ai 32 suicidi in due anni. Ha risposto quasi il 78% dei dipendenti.
Le condizioni di lavoro a France Telecom, per gli esperti, «sono
nettamente più sfavorevoli rispetto a qualsiasi altra azienda in
Francia».
[16-12-2009]
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QUANTO
COSTI, SARKò – SE IL CAV AVEVA ESAGERATO A DARE UN PASSAGGIO AD
APICELLA, SARKO’ E CARLà FAN DI MEGLIO! - LE “SPESE PER LA
COMUNICAZIONE E PROMOZIONE” DELL’IMMAGINE DEL NANO DELL'ELISEO
AMMONTANO A 7,5 MLN € (DEI FRANCESI) – COSA AVRANNO MAI
COMPRATO? SPULCIANDO TRA I CONTI SPUNTERà ANCHE LA CREMA
ANTI-CELLULITE DI CARLà?...
Cristiano Gatti per "il
Giornale"
Qui abbiamo fatto storie quando Berlusconi diede un
passaggio, sull'aereo pubblico, al musico del cuore Apicella. Costo
dell'operazione, zero: il volo comunque era previsto. Abituati a
scandalizzarci per così poco, dovremmo ritenerci molto fortunati -
almeno una volta, almeno per questo - di non essere cittadini
francesi. Lì, a chiusura del 2009, i conti in tasca al presidente
stanno scatenando il risentimento generale.
Nicolas
Sarkozy e la signora Carla Bruni sono sotto accusa per gli
esorbitanti investimenti di denaro statale sulla propria immagine.
Sette milioni e mezzo di euro: per dirla tutta e capirla meglio,
sono quindici miliardi del vecchio conio. Di fronte a simili gesti,
il passaggio ad Apicella diventa scandalo da Giovani Marmotte.
Il
quotidiano "Le Parisien", che s'è tolto lo sfizio di
quantificare l'attività autopromozionale dell'Eliseo, ha
immediatamente catturato le attenzioni dell'opinione pubblica.
Addentrandosi nei numeri, la gente fatica a credere. Bastano le
prime anticipazioni. Per dire: Sarko non nasconde di voler
rivoluzionare la comunicazione presidenziale, ma l'idea modernista
del sito internet è costata quest'anno 500mila euro, il doppio
dell'anno scorso, il triplo del 2007. Cittadini di Parigi e
allevatori dell'Alsazia concordemente si chiedono: ma cosa diavolo
ci mette in quel sito, le pepite virtuali?
Ma
c'è di più. Frugando nei conti, bohémien del Lungosenna e
contadini della Borgogna apprendono che dalle casse pubbliche sono
usciti 50mila euro anche per sviluppare il sito della signora Carla,
sito costato 50mila euro. Scontata la domanda: ma che cosa ci mette
la Bruni nel sito? Soprattutto: è così fondamentale, per la storia
di Francia, che Carla Bruni abbia un sito finanziato dalle casse
statali? Nel complesso, senza personalizzare: ma quanto ci costa,
diavolo, la superba immagine di questa coppia stellare?
Proviamo
a immedesimarci. Noi, che ci scandalizziamo per l'aerostop ad
Apicella. Napolitano e Berlusconi, tirando le somme di fine anno, ci
vengono a raccontare che per la propria immagine spendono 7,5
milioni di euro. L'immagine è una materia molto vasta e molto vaga:
nessuno però è così tordo da non comprendere che proprio per
questo consente di marciarci alla grande. In quanto italiani,
coviamo già abbastanza rancore per i conti della nostra politica e
delle nostre rappresentanze parlamentari: sinceramente, sette
milioni e mezzo per la sola immagine ci provocherebbero molto
dolore.
Una
volta tanto, e chissà quando mai ricapiterà, possiamo guardare la
Francia a testa alta. Napolitano ha cominciato - con molta fatica,
ma ha cominciato - la cura dimagrante del bilancio presidenziale.
Bisogna dargliene atto. Quanto a Berlusconi, via, persino Di Pietro
e Travaglio possono riconoscerlo. Avrà mille difetti, ma sulle note
spese non gli si può rinfacciare niente.
Lo
strappo veloce ad Apicella, va bene: ma è a tutti gli effetti una
barzelletta. Ai livelli più alti, quando le spese richiedono molti
zeri, il premier rompe brutalmente da anni la luminosa tradizione
dei profittatori altolocati di Palazzo Chigi. Usa un'abitazione sua,
usa personale suo, mangia di suo. Quando invita regine e capi di
Stato, apre senza problemi i suoi salotti privati, a Roma o in Costa
Smeralda. Quanto alle spese d'immagine, certo ne ha: basti pensare,
direbbe la satira, a parrucchieri, medici e truccatori. Ma per
quanto ci faccia sorridere, questa vanità da giovanottone ha un
pregio straordinario: a noialtri non costa un euro.
Con
i sette milioni e mezzo scuciti ai contribuenti francesi per la
propria immagine, singola e di coppia, Sarkozy e sua moglie non
possono sottrarsi ai dubbi più fastidiosi. Quindici miliardi di
lire sono tanti, per un capitolo di spesa così effimero e
impalpabile. Davvero il sospetto è che nel calderone dell'immagine
finiscano anche la bicicletta al carbonio di Sarko e la crema
depilante della signora Carla («Immagine fisica»).
Magari
non è così, ma sarà dura spiegare euro per euro. Ai primi di
gennaio, la Corte dei conti si occuperà di questo. Di spulciare le
uscite, una ad una. La curiosità è enorme: se le premesse sono i
due siti internet da 550mila euro, il resto può riservare qualunque
sorpresa.
Qualche
sospetto di avere eletto una famiglia abbastanza costosa, del resto,
i francesi l'hanno avvertito già mesi fa, quando proprio la Corte
dei Conti rilevò uscite esorbitanti durante il semestre di
presidenza europea. Ora, le spese d'immagine. Questi capitoli così
sfuggenti, almeno all'immaginazione popolare, tipo «Immagine», «Pubbliche
relazioni», «Promozione e comunicazione», già rilasciano un
senso di futile e di superfluo, soprattutto quando costano cifre
ingenti. Ma ancora più amara, oggi come oggi, sta rivelandosi la
scoperta di una tassa tutta francese. Devono pagarsi i dritti
d'immagine.
[15-12-2009]
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L’ORÉAL
SHAMPOO SOAP – VINCE
LA GENEROSISSIMA VECCHIA
: MADAME BETTENCOURT, GRANDE AMICA DI VALORI, NON VERRÀ MESSA
SOTTO TUTELA – ORA IL SUO GIGOLÒ GAY HA MOLTI OCCHI PUNTATI
ADDOSSO: “HO RIFIUTATO A LUNGO I DONI DI LILIANE” (MA POI
SE LI È INTASCATI) – “DARÒ VITA A UNA FONDAZIONE, MI
PIACEREBBE CAMBIARE UN PO' LA SOCIETÀ” (MA VA LÀ)…
Leonardo
Martinelli per "il
Sole 24 Ore"
Liliane
Bettencourt, la donna più ricca di Francia, ha vinto un primo
round nella dura battaglia che l'oppone alla figlia. Ieri il
tribunale di Neuilly-sur-Seine ha rifiutato di metterla sotto
tutela, come richiesto pochi giorni fa da sua figlia Françoise
Bettencourt- Meyers, che l'accusa di sperperare il patrimonio
familiare a suon di doni strepitosamente generosi a favore del
suo entourage, in particolare di François-Marie Barnier,
fotografo del jetset parigino.
VALORI CON MADAME BETTANCOURT
Le
ostilità, comunque, non si placano: domani la procura di
Nanterre dovrà decidere se dare inizio a un processo penale
vero e proprio contro Barnier, sulla scia delle accuse di
circonvenzione di incapace, che provengono ancora da Françoise,
unica erede di Liliane, pure del controllo del gruppo di
famiglia, L'Oréal, numero uno mondiale della cosmetica.
Intanto il fotografo ha rotto il suo silenzio, rilasciando
ieri un'intervista a Le Monde. Definisce Liliane, che
frequenta assiduamente, «lucida», «una donna libera », «che
rompe le convenzioni ».
Come
ammesso da Olivier Metzner, avvocato di FrançoIse, la
richiesta di mettere sotto tutela Liliane, 87 anni, è stata
rigettata dai magistrati, perché non accompagnata dai
necessari certificati medici. In effetti la signora ha sempre
rifiutato di sottoporsi a perizie da parte di esperti nominati
dai tribunali, anche nel quadro dell'inchiesta preliminare
avviata sulla base delle accuse di Françoise contro l'amico
inseparabile della madre. Liliane ha presentato certificati,
che la riconoscono sana di mente, ma rilasciati solo da medici
scelti direttamente da lei.
Non
è chiaro se questa prima mossa del tribunale di Neuillysur-
Seine influenzerà i magistrati di Nanterre, che domani
prenderanno la loro attesissima decisione (anche dall'Eliseo):
dare il via o meno a un processo, che potrebbe avere riflessi,
almeno indi-rettamente, sul futuro di uno dei gruppi
industriali più importanti di Francia.
Liliane ha regalato, sotto forma di assegni, assicurazioni,
case, dipinti e altri "presenti", qualcosa come un
miliardo di euro a François-Marie Barnier.
«Sono
doni che a lungo ho rifiutato», si è difeso il fotografo,
personaggio assai stravagante della rive gauche parigina,
omosessuale dichiarato. Sta di fatto che, alla fine, ha
intascato. Cosa farà di tutti quei soldi? «Finanzio già un
centro di traumatologia per bambini qui a Parigi. E poi darò
vita a una fondazione. Voglio aiutare i giovani che hanno
voglia di fare qualcosa, ma ne sono impediti da questo mondo
di gente in giacca e cravatta: solo perché sono gay, arabi,
neri, bianchi o che ne so. Mi piacerebbe cambiare un po' la
società».
[10-12-2009]
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L'INTESA
SARKOZY-BROWN: SÌ A UN PATTO MONDIALE SULLE BANCHE -
Da "La Stampa" - Il presidente francese Nicolas
Sarkozy e il premier britannico Gordon Brown hanno auspicato
un patto mondiale di ampio respiro per meglio regolamentare il
sistema bancario internazionale in un intervento congiunto
sull'edizione di giovedi del Wall Street Journal.
Nel
testo anticipato dall'Eliseo, Sarkozy e Brown affermano che,
dopo la crisi finanziaria, è necessaria una intesa che possa
costituire «una sintesi sia delle responsabilità del sistema
bancario sia del rischio che presenta per il quadro economico
nel suo insieme». Sarkozy e Brown dicono di apprezzare il
ruolo di pioniere avuto dall'Europa «nella ristrutturazione
del nostro sistema bancario» e «nella messa a punto di un
nuovo forum di cooperazione economica come il G20», oltre che
nelle altre misure prese per impedire che la recessione
mondiale si aggravasse.
Il
presidente francese e il premier britannico propongono tra
l'altro l'introduzione di una «tassa straordinaria sui bonus
che nel 2009 sono stati in parte il risultato dell'appoggio
fornito dagli stati al sistema bancario». Sarkozy e Brown,
che oggi avranno un incontro bilaterale a Bruxelles prima dei
lavori del Consiglio europeo, auspicano anche un maggiore
coordinamento a livello mondiale per impedire che la ripresa
sia messa a repentaglio dalla volatilità dei cambi.
12.12.09 |
È SEMPRE PIÙ BERLU-SARKÒ – IL CAGNOLINO DI CARLA BRUNI IN PIENO
DELIRIO DA RE SOLE: CENSURA SULLA SATIRA CONTRO IL FIGLIO CHE DOVEVA
GUIDARE L’EPAD, SPARITI DAL WEB I VIDEO DEL PROGRAMMA INCRIMINATO – E
INTANTO IL NANO DELL'ELISEO FINISCE NEI GUAI PER UNA DOCCIA: TROPPO RICCA
LA RISTRUTTURAZIONE DEL GRAND PALAIS…
1 - SARKÒ BLOCCA SATIRA SUL FIGLIO «FANTOCCIO»...
Elmar Burchia per Corriere.it
La loro arma? La presa in giro, la satira pungente, l'ironia. I
personaggi presi di mira: attori, politici e sportivi. È il
popolarissimo Les Guignols de l'info, un puppet show francese che fa
satira con le marionette. E in queste ultime settimane il protagonista
indiscusso dello show non poteva che essere Jean Sarkozy, figlio del
presidente francese Nicolas e l'affaire della candidatura alla
presidenza dell'Epad, l'ente pubblico che gestisce il quartiere parigino
degli affari della Defense.
I video in rete che prendono in giro il rampollo 23enne sono spariti.
«Censura», accusa senza mezzi termini la stampa d'Oltralpe. Da palazzo
nessun commento. "Les guignols de l'info" di Canal+ si rifà
con successo alla leggendaria trasmissione settimanale sulla tv inglese
"Spitting Image", dove personaggi pubblici vengono presi in
giro con pupazzi di gomma che sputano frasi irriverenti contro tutto e
tutti.
E come nel Regno Unito anche in Francia nessuno si salva da una
satira anche crudele. Ora ha fatto la sua comparsa anche Jean Sarkozy,
secondo figlio del presidente, al secondo anno di giurisprudenza, che ha
dovuto rinunciare alla testa del più grande quartiere d'affari europeo,
dopo il terremoto provocato negli ambienti politici e le accuse di
nepotismo.
Per nulla contento dell'irriverenza sulla tv, a quanto sembra, è
stato papà Sarkò. «I Guignols hanno oltrepassato la linea», avrebbe
detto il presidente stando a quanto riporta il giornale satirico
"Le Canard Enchaîné". Di più: a quanto sembra Nicholas
Sarkozy avrebbe chiesto la testa del vice direttore di Canal+ Rodolphe
Belmer. Per ora sono spariti di colpo dal web tutti i filmati con gli
sketch del figlio. Non vi è più traccia sui portali quali YouTube e
Dailymotion. Ora l'intera Francia si chiede: la rete Canal+ si è
sottomessa alle pressioni arrivate dall'Eliseo o è in atto un sorta di
autocensura?
2 - SPESI 245MILA EURO AL GRAND PALAIS DI PARIGI - IL PRESIDENTE NEI
GUAI PER LA DOCCIA...
Dal "Corriere della Sera" - Nuove controversie per Nicolas
Sarkozy, questa volta per una doccia. Il deputato dell'opposizione René
Dosière ha accusato il presidente francese di aver speso 245 mila euro
per essersi fatto costruire una doccia al Grand Palais di Parigi in
occasione del vertice dell'Unione mediterranea del 2008, quando la
Francia aveva la presidenza di turno dell'Unione europea. L'Eliseo nega,
precisando che la cifra è servita per ristrutturare otto sale riunioni
per i 43 leader del vertice. Resta il fatto che la Francia, nel suo
semestre Ue, ha speso la cifra record di 170 milioni di euro.
[29-10-2009]
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A FUROR DI POPOLO, DOPO 15 GIORNI DI SFANCULAMENTI E MANIFESTANTI CON
LE BANANE IN MANO, IL SARKOZINO È STATO COSTRETTO A RINUNCIARE ALLA GUIDA
DELLA DÉFENSE – “NON VOGLIO UNA VITTORIA MACCHIATA DA UN SOSPETTO DI
QUESTA PORTATA” – IL TAPINO SARÀ "SOLTANTO" CONSIGLIERE…
Giampiero Martinotti per "la
Repubblica"
L´indignazione popolare, le proteste politiche, i commenti negativi
di tutta la stampa possono produrre effetti e non restare lettera morta,
perlomeno Oltralpe: dopo quindici giorni di polemiche, Jean Sarkozy ha
rinunciato alla presidenza della Défense, il più grande centro d´affari
europeo. Lo ha annunciato ieri sera in un´intervista televisiva, con
sobrietà e intelligenza: «Non voglio sospetti».
E a chi ieri ha manifestato nella capitale con in mano delle banane
il figlio del presidente ha di fatto teso la mano per dire che la
Francia non è una Repubblica delle banane. Il gran gesto è arrivato al
Tg delle 20, del tutto inatteso.
Oggi, il consiglio generale degli Hauts-de-Seine nominerà il suo
nuovo consigliere di amministrazione nell´Epad, l´organismo che
gestisce la Défense. Un avvenimento che ha scatenato i media di tutto
il mondo, tanto che si sono accreditati ben duecento giornalisti. Il
giovane Sarkozy sarà candidato a quel posto e sarà sicuramente eletto
(la destra ha 30 consiglieri su 45). Ma il 4 dicembre non sarà
candidato alla presidenza dell´Epad e in questo modo mette fine a tutte
le polemiche, cominciate due settimane fa.
Nei giorni scorsi, in un´intervista al Figaro, il padre aveva dato l´impressione
di voler tenere duro e aveva respinto le accuse di nepotismo: «Attraverso
mio figlio vogliono colpire me». Ma i sondaggi erano categorici: due
terzi dei francesi trovavano più o meno scandaloso l´arrivo del
giovane Sarkozy all´Epad e anche i simpatizzanti di destra erano in
maggioranza contrari. Il ventitreenne studente di Legge fuoricorso ne ha
preso atto.
Visibilmente emozionato, ha spiegato su France 2 le sue ragioni: «Ho
ascoltato quel che si è detto: non voglio una vittoria macchiata da un
sospetto di questa portata. E´ una decisione che ho preso da solo».
Senza parlarne con il capo dello Stato? «Non ho parlato con il
presidente, ne ho parlato con mio padre», ha risposto, insistendo
tuttavia sul carattere personale della sua decisione: «Quando si fa
politica, si ascolta la gente. Non sono né sordo né cieco, faccio una
scelta dettata dalla ragione».
Al tempo stesso, Jean Sarkozy ha risposto ai suoi contestatori: «La
mia candidatura ha provocato una vera campagna di manipolazione e di
disinformazione. Si è parlato di intrighi, di manovre, di cose false.
Non corro dietro agli onori». Essendo stato eletto al consiglio
generale, ha spiegato, la mia candidatura al vertice dell´Epad era
legittima. Ma di fronte alla tormenta ha preferito fare un passo
indietro.
Una decisione saggia, subito accolta con soddisfazione dall´opposizione
di sinistra e con un certo sollievo nella maggioranza. Da giorni, il
caso Sarkozy Jr. era oggetto di chiacchiere e lazzi , nei salotti come
nei caffè. I parlamentari di destra avevano lanciato l´allarme ed
echeggiato l´ira dei loro elettori, alimentata anche dalle disavventure
del ministro della Cultura, Frédéric Mitterrand. E i termini
ricorrenti erano quelli di nepotismo, di Repubblica delle banane. Un
clima malsano cui Jean Sarkozy ha messo fine ieri sera. Da solo, dice
lui, ma sicuramente con la benedizione del padre.
[23-10-2009]
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LA FRANCIA BOICOTTA LE FERROVIE DI STATO (MORETTI DEVE
"RINGRAZIARE" LUCHINO) - ECCO IL "MADE IN ITALY" DEI
FURBETTI DI "ITALIA FUTURA": LE FERROVIE FRANCESI, SNCF, POSSONO
ENTRARE TRANQUILLAMENTE CON IL 20% NELLA SOCIETÀ NTV CREATA DA DELLA
VALLE-MONTEZEMOLO-PUNZO, INTESA, GENERALI, BOMBASSEI E SCIARRONE)
Sandro Iacometti per "Libero"
Mauro Moretti lo va dicendo da
tempo. «I francesi vogliono venire da noi, ma noi non possiamo andare
da loro». Nessuno, però, lo ha mai preso troppo sul serio. Anzi,
qualcuno lo ha pure accusato di parlar male dei cugini d'Oltralpe solo
perché si sono alleati con Montezemolo per fare concorrenza alle Fs.
Tutto può essere. Poi, però, accade che il colosso Veolia metta in
vendita la divisione Cargo, che i tedeschi rinuncino alla gara, che le
Fs italiane siano l'unico candidato e che alla fine, come per incanto,
spunti fuori una cordata guidata dalle ferrovie di Stato francesi che si
pappa tutto il boccone.
Vabbé, si è detto, ci avranno pensato all'ultimo e avranno fatto
l'offerta migliore. Evviva il mercato. Poi, però, accade ancora che i
francesi mettano a gara la tratta fra Milano e Parigi, che oltre alle Fs
ci siano solo aziende minori e che, quando la vittoria sembra ormai in
tasca, le autorità di controllo d'Oltralpe se ne escano sostenendo che
il gruppo italiano non ha le carte in regola. Coincidenze, sicuramente.
Sta di fatto che «loro vengono da noi, ma noi non possiamo andare da
loro».
Facciamo un po' d'ordine. Le ferrovie francesi, Sncf, sono entrate
tranquillamente con il 20% nella società Ntv creata da Luca Cordero di
Montezemolo (38,4% Della Valle-Montezemolo-Punzo, 20% Intesa-Sanpaolo,
15% Generali, 5% Bombassei e 1,6% Sciarrone) per duellare sull'alta
velocità italiana dal 2011.
Anche le Fs di Moretti, come si usa fare in un regime di concorrenza,
hanno pensato di espandersi all'estero. In Germania tutto è andato
liscio. Trenitalia ha acquistato la maggioranza (51%) del capitale della
società tedesca TX Logistik AG, la seconda principale impresa
ferroviaria privata nel settore merci, e ha rafforzato la sua presenza
nel Nord Europa.
Poi, è arrivata l'occasione Veolia Cargo. Prima dell'estate tutto
sembrava fatto. A sorpresa, agli inizi di settembre, il gruppo francese
Veolia Environement sceglie di vendere alla cordata composta da Sncf
(attraverso Geodis) ed Europorte 2, l'impresa che gestisce la galleria
sotto la Manica. Trenitalia non solo resta a bocca asciutta, ma si becca
anche la concorrenza dei francesi in casa attraverso le attività
italiane di Veolia Cargo.
Si arriva così alla Milano-Torino-Lione-Parigi, che dal 13 dicembre,
in base alla decisione di Parigi di liberalizzare le tratte
transfrontaliere, dovrà aprirsi ai privati. L'occasione è ghiotta
perché le Fs potrebbero fare concorrenza a Sncf su una delle sue linee
più redditizie, dove il rivale francese realizza margini intorno al
25%.
La gara è partita lo scorso aprile, apparentemente senza problemi e
senza concorrenti in grado di impensierire Trenitalia. Mercoledì scorso
la doccia fredda: la Epsf (la società francese che si occupa di
rilasciare le autorizzazioni) fa sapere al quotidiano Les Echos che «ciascun
nuovo entrante deve ottenere un certificato di sicurezza e
un'autorizzazione per il materiale rotabile. In entrambi i casi ci sono
state riunioni di lavoro durante l'estate, ma le Fs non hanno depositato
ufficialmente alcun dossier».
Insomma, secondo i francesi Moretti avrebbe chiesto di partecipare
alla gara e poi si sarebbe dimenticato di consegnare la documentazione.
Le Fs, ovviamente, assicurano di aver presentato la richiesta per il
rilascio del certificato addirittura nel maggio 2008. Bizzarro? Forse,
come dice Moretti, è semplicemente che «loro vengono da noi, ma noi
non possiamo andare da loro». Montezemolo, in ogni caso, ringrazia.
[16-10-2009]
|
LA COMPAGNA CARLÀ NON HA RIEN DE RIEN DA DIRE SUL REGALETTO DELLA DÉFENSE
AL SARKOZINO DI 23 ANNI - LA FRANCIA SI INCAZZA – NEPOTISTA LUI? NEANCHE
PER SOGNO! SUO FIGLIO È UNA POVERA VITTIMA “IN PASTO AI LUPI” –
L’EREDE JEAN CI METTE DEL SUO:“DEVO ANDARE IN ESILIO PER AVERE IL
DIRITTO A CANDIDARMI?”…
Domenico Quirico per "La
Stampa"
L'erede»; «il principe Jean», più banalmente «il figlio di papà»:
ai francesi comincia a venire la fisima della dinastia. Dopo Nicolas c'è
un altro Sarkozy che avanza a passi da lupo, un
intransigente con tatuato nella coscienza un articolo ferreo: prendere
il potere. E deciso come il babbo a fare in fretta, forse troppo in
fretta.
Perché il popolo, come accade in tutti i Paesi rigidamente
repubblicani, comincia a porsi qualche domanda politica per queste
scorbutiche sequenze di Sarkozy. I giornali inglesi hanno scomodato
addirittura la simoniaca decadenza dell'Impero romano: e se la République
fosse invece sul punto di assomigliare a quelle approssimative «democrazie»
africane?
Già: stavolta questo biondissimo dottrinario della Poltrona ha
esagerato: a 23 anni, con in tasca un miserrimo diploma, al secondo
faticoso anno di giurisprudenza, è lecito essere posti a capo di una
società che ha 150 mila dipendenti e 3,3 milioni di metri quadrati di
uffici? Unica garanzia: l'aureola del volere paterno.
Perché il giovanotto è candidatissimo alla guida dell'«Epad, l'Etablissement
public d'Aménagement de la Défense, ovvero l'ente che gestisce il più
grande quartiere di affari d'Europa. Un regno di 160 ettari tra Puteaux
e Courbevoie a cui se ne aggiungeranno altri 430 per recente
decisione presidenziale. A dicembre il giovanissimo erede in scalpitante
parcheggio al consiglio generale degli Hauts-de-Seine dovrebbe
diventarne presidente.
È roba di famiglia visto che Sarkozy
ne è stato in passato presidente. L'elezione è una formalità
perché l'Ump è stramaggioritario, ma non tutti sembrano d'accordo. Sul
Web, dove si è addensato un uragano di ironie, insulti, sberleffi. Ma
anche nella classe politica. Compresi i deputati dell'Ump.
E lui, l'erede? Si difende, anzi contrattacca: «Devo andare in
esilio per avere il diritto a candidarmi?». Si presenta come vittima
perfino dell'antisemitismo (la moglie è ebrea) e annuncia: «Non mi
spavento. Quanto alla laurea mi do da fare ma non è facile conciliare
tutto, e poi quello che conta non è il pezzo di carta ma il mio
mestiere». Che evidentemente è fare il Presidente.
Il contrattacco, ieri, è partito anche dal padre, anche se per
allusioni. In visita a un liceo per spiegare la sua riforma delle
superiore, il presidente ha ricordato che l'istituzione dei licei, nel
1802, ha sottolineato che significò «la fine dei privilegi di nascita».
Privilegi che non riguardano certamente il figlio. Nepotismo? Ma quando
mai, il figlio è una vittima: «Non è mai giusto per qualcuno essere
dato in pasto ai lupi».
Il «presunto» nepotismo coincide però con una serie di impicci,
rovesci, marce indietro. A metà del mandato Sarkozy inanella errori. I
ministri moltiplicano le gaffe: Mitterrand azzoppato dal suo romanzo
pedofilo, Kouchner che ha osato manifestare disaccordo con il presidente
sull'Iran, Besson fatto a pezzi in un libro della ex moglie abbandonata.
Lo strombazzato piano Attali per la riforma dello Stato è stato
gettato in qualche cassetto. Neppure la politica estera gli sorride: la
battaglia per riformare il capitalismo è snobbata da tutti, l'Africa
degli amici dittatori si fa tentare dai cinesi. E il premio Nobel Obama
non ha voluto riceverlo alla Casa Bianca.
[14-10-2009]
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QUI PARIGI! DAVID DE ROTSCHILD, IL BANCHIERE DEI BANCHIERI, PRESENTA
CON IL 'LOGGIONISTA' ANTOINE BERNHEIM E L'INTRUFOLONE TARAK BEN AMMAR, IL
LIBRO DI GIANCARLO ELIA VALORI - NON FINISCE QUI, IN PLATEA: GALATERI, RENÈ
CARRON (CREDIT AGRICOLE), ZALESKI E FITOUSSI - DE ROTSCHILD: "IL
MONDO È PASSATO VICINISSIMO AL BARATRO - SFIORATO IL FALLIMENTO
BANCARIO"
Tullio Giannotti per ANSA
LIBRO
DI VALORI
Antoine Bernheim, David de Rotschild e Tarak Ben Ammar hanno
presentato questa sera a Parigi, 'Il futuro è già qui, al fianco del
suo autore Giancarlo Elia Valori, nel corso di una serata di prestigio
all'Ambasciata d'Italia. Per la presentazione francese dell'opera di
Valori, già vincitrice del Premio Ischia Mediterraneo 2009, era
presente un parterre 'top' del mondo dell'economia.
Il dibattito, che ha spaziato dagli scenari dell'attuale crisi
mondiale, alle prospettive del Mediterraneo, ai principali temi
internazionali, è stato introdotto dall'Ambasciatore d'Italia a Parigi,
Giovanni Caracciolo di Vietri.
«Il futuro è già qui - ha detto l'ambasciatore - è un esercizio
intellettuale complesso, che nasce da conoscenze profonde dell'autore in
materia di economia, di politica, di relazioni internazionali, militari
e di sicurezza. Non un libro 'da comodino, ma un'opera che reclama
l'attenzione costante del lettore, che deve essere studiata, analizzata
e deve essere oggetto di riflessioni».
Riflessioni e attenzioni che i tre rappresentanti del mondo economico
al fianco di Valori hanno proposto ad un pubblico nel quale erano
presenti fra gli altri il presidente del Consiglio di amministrazione
della Saint-Gobain, Jean-Louis Beffa, il direttore dell'Ice di Parigi,
Leonardo Radicati, il presidente di Telecom Italia, Gabriele Galateri e
il presidente di Credit Agricole, Renè Carron.
Il produttore Ben Ammar ha proposto
riflessioni a tutto campo, soprattutto su temi di politica
internazionale, come la pace in Medio Oriente, il Mediterraneo e
l'immigrazione. Sul Medio Oriente, ha sottolineato che il Nobel al
presidente Barack Obama è stato «un modo di dire al presidente del più
grande paese del mondo, fate in modo che l'anno prossimo si raggiunga la
pace in Medio oriente».
Sul Mediterraneo ha ricordato come il presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi abbia fatto «quello che mai nessuno aveva fatto prima, ha
chiesto scusa per il passato dell'Italia in quel paese». Ed è questa
la chiave, ha aggiunto, per risolvere anche i problemi di immigrazione:
«il diritto a spostarsi, a viaggiare ha sempre fatto parte
dell'umanesimo. Se l'Africa non conosce l'Europa, un giorno avremo tutti
capi che non hanno viaggiato, come Saddam o Ahmadinejad».
Per il presidente di Generali, Antoine Bernheim, «se si arriva a
scambi importanti» fra l'Europa e l'Africa, «si ridurranno i flussi
migratori e ci sarà maggior sviluppo nei paesi africani». Bernheim ha
discusso anche un tema forte del libro di Valori, il futuro del
petrolio: «non sarei così pessimista - ha detto - io penso che abbia
ancora un futuro, anche se il prezzo del barile dovrebbe essere un pò
più alto». Quanto alla crisi, per Bernheim si tratta di un problema «più
grave del riscaldamento climatico» e «il pessimismo di Valori è più
che giustificato».
Il banchiere David de Rotschild ha osservato che «il mondo è
passato vicinissimo al baratro» con questa crisi e che «è stato
sfiorato il fallimento del sistema bancario. Ora - ha aggiunto - anche
se il sistema bancario non è del tutto sano, ne è globalmente uscito».
Per Rotschild, il mondo, dopo la caduta, si trova «in piano» ma non
ancora all'uscita dalla crisi: «non bisogna fare gli ottimisti ad ogni
costo. Fin quando si distruggono posti di lavoro non possiamo dire di
avere la crisi dietro le spalle».
Valori ha parlato di alcuni temi forti del suo libro, in cui - ha
detto - «ho analizzato uno per uno, nella loro realtà attuale e nelle
loro future implicazioni, gli elementi essenziali attorno ai quali
ruotano i destini dell'umanità: il petrolio, la crescita demografica
dei paesi in via di sviluppo, l'invecchiamento della popolazione del
mondo occidentale, il riscaldamento globale e le attività finanziarie».
L'opera, ha ricordato non dimentica aspetti «ideologici, culturali e
religiosi» come la minaccia del fondamentalismo islamico, le ambizioni
della Russia, l'ascesa di Cina e India e «soprattutto, il ruolo
importante dell'Italia in Europa e nel bacino del Mediterraneo». Il
futuro, per Valori, è «scrutare il mondo 'nelle nebbie del domanì»,
ha detto con riferimento «al titolo di un vecchio libro di Johann
Huizinga». Un'attività che ha voluto divulgare con la sua opera e che
«finora è stata un esercizio intellettuale utile ma ristretto a
piccoli gruppi di intellettuali e di decisori politici ed economici».
[13-10-2009]
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FANGHIGLIA SARKÒ – CARO FIGLIOLETTO FANCAZZISTA FUORICORSO, TI
NOMINO "CAPO" DELLA DÉFENSE! – A SOLI 23 ANNI JEAN SARKOZY
GESTIRÀ IL QUARTIERE DEGLI AFFARI (2.500 AZIENDE E 150.000 LAVORATORI)
– LA FRANCIA SI RIBELLA – E CARLÀ CONFESSA: “SONO IN ANALISI DA 8
ANNI”…
Giampiero Martinotti per "La
Repubblica"
Prima di essere eletto presidente della Repubblica, aveva detto di
volere nomine «irreprensibili», ma stavolta Nicolas Sarkozy ha
smentito se stesso: la designazione di suo figlio Jean, 23 anni, alla
guida del più importante centro d´affari europeo è talmente
eccentrica da aver sollevato un´ondata di proteste e di sarcasmi che il
capo dello Stato, forse, non si aspettava.
Una petizione lanciata su internet ha raccolto in poche ore 28 mila
firme, la stampa estera censura la scelta e non risparmia gli sberleffi,
sul web le caricature di Jean Sarkozy fioriscono e mettono alla berlina
padre e figlio. Perfino la tv cinese, anche se una delle meno adatte a
dar lezioni di democrazia, ha ironizzato sulla vicenda.
Il "delfino", com´è stato soprannominato, è considerato
troppo giovane per prendere le redini dell´organismo che controlla e
promuove lo sviluppo della Défense, il polo d´affari voluto da De
Gaulle alle porte della capitale.
Studente fuoricorso alla facoltà di Giurisprudenza, consigliere
generale a Neuilly-sur-Seine (la ricchissima cittadina che è stata
feudo elettorale del padre), il giovanotto non nasconde le sue ambizioni
e naturalmente chiede di non essere giudicato in base all´anagrafe. Ma
il caso è troppo plateale per non suscitare un pandemonio: la Défense
accoglie la sede sociale di 2 mila 500 aziende e nel quartiere lavorano
150 mila persone.
La destra, ovviamente, ha giustificato la
scelta: «Il ragazzo ha forse più talento di suo padre alla stessa età»,
si è spinto a dire uno zelante amico della famiglia. Ma qualcuno,
coperto dall´anonimato, è stato più sincero: «Il nepotismo non è
una novità». E nelle truppe parlamentari si nota qualche sbandata. Le
ultime scelte presidenziali sono considerate poco «leggibili» per l´elettorato
moderato.
A sinistra, invece, tutti sparano a zero: «Che si occupi dell´interesse
del Paese invece di sistemare suo figlio», dice Ségolène Royal. Altri
citano Berlusconi («cosa si direbbe se mettesse i suoi figli alla guida
di un organismo pubblico») e accusano Sarkozy di voler mantenere il
controllo sul dipartimento di Neuilly (Hauts-de-Seine), il più ricco
del paese. Il leader centrista François Bayrou ha addirittura
paragonato la Francia di Sarkozy all´Impero romano.
La vera campagna contro la nomina di Sarkozy junior, prevista il 4
dicembre, è tuttavia quella lanciata su internet. Con goliardia e
ironia, sta letteralmente travolgendo la rete: oltre alla petizione, il
microblog su Twitter dedicato al "delfino" è il più visitato
Oltralpe. Caricature e disegni si sprecano, Jean Sarkozy viene candidato
a tutto: da segretario dell´Onu ad allenatore della Nazionale o a
modello per il busto di Marianna.
E su Facebook vogliono per lui il Nobel: «In pochi mesi ha reso il
sorriso ai francesi e d´ora in poi lavorerà al futuro della Défense,
quartiere fondamentale per la pace nel mondo».
2- CARLA BRUNI SI RACCONTA IN UN FILM "SONO IN ANALISI
DA OTTO ANNI"
Da "La Repubblica" - Bella, ma tormentata, Carla
Bruni confessa di essere sotto analisi da otto anni. La moglie del
presidente francese ed ex modella racconta la sua esperienza in "La
prima seduta", un film diretto da Gerard Miller, psicanalista molto
presente sulle tv francesi. Per la prima volta, nel film la Bruni parlerà
dei risvolti più intimi e personali della sua vita e di come è
cambiata la sua esistenza da quando è diventata la moglie del
presidente francese Nicolas Sarkozy, conosciuto e sposato in meno di
quattro mesi.
[13-10-2009]
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